LUIGI SPERANZA -- "GRICE ITALO: UN DIZIONARIO D'IMPLICATURE" A-Z S STE

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Stefani: la ragione conversazionale del “senso composto” – semantica filosofica – la scuola di Pergola – filosofia marchese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Pergola). Filosofo marchese. Filosofo italiano. Pergola, Pesaro e Urbino, Marche. Grice: “I may well say that my idea of a propositional complex owes much to Stefani’s obsession with ‘sensus’ simplex or ‘divisus, and ‘sensus compositum’ –“ “The opposite of ‘com-posito’ is de-posito, though!” --  Grice: “I like his diagrammes; The Boedlian has loads of his mss!” Grice: “He has a figure for the ‘figura quadrata,’ –“. Grice: “He has a figure for ‘suppositio.’” È il più famoso esponente di una famiglia marchigiana di insegnanti – Lepori -- e nacque a Pergola, nelle Marche.  Il cognome è incerto. Secondo Segarizzi il riferimento al fratello Alvise quale figlio di Antonio de Stefani da la Pergola, in un documento, ne indicherebbe l’appartenenza alla famiglia Stefani, ma il raffronto con altri documenti induce invece a credere che «de Stefani» si riferisca al nome del nonno -- Nardi. La scarsezza di notizie biografiche su S., molto ammirato, da origine anche all’ipotesi che gli attribuiva il cognome di un altro Paolo dalla Pergola, il Godi -- Segarizzi. Errata risulta quindi la congettura di Cicogna, che attribuisce a Godi l’influenza di S. sul vetraio muranese Angelo Barovier, suo discepolo, a proposito della tecnica di coloritura del vetro -- Mariacher.  Avviato forse alla carriera ecclesiastica nella nativa Pergola, si trasferì ben presto a Venezia, dove se non il padre Antonio, certamente il nonno Stefano, medico e figlio di maestro Giovanni – Piana --, dov avere dimorato stabilmente, insieme agli altri due figli -- Luchino, «rector scholarum» a S. Giovanni Nuovo, e Pietro, che pure ci è noto come «magister». Con lo stesso titolo di «magister» è ricordato anche il fratello di Paolo, Alvise, che insegn in diverse scuole veneziane -- Lepori.  S. assunse l’insegnamento di filosofia alla Scuola di Rialto e ne tenne ininterrottamente la cattedra.  La Scuola, fondata per lascito del ricco commerciante fiorentino divenuto cittadino di Venezia, Talenti, uomo nutrito di disprezzo per le lettere e di dedizione alla filosofia di Aristotele – Lepori – una posizione che lo porta in acceso contrasto con Petrarca – è dunque frutto di una precisa scelta culturale in favore dell’insegnamento di logica e di filosofia naturale – cf. H. P. Grice: “The farthest possible from the Waynflete chair of metaphysical philosophy, at Oxford” --, come avviamento a una formazione rivolta precipuamente alle scienze – Nardi. Così, soprattutto per opera di S., la Scuola assunse la struttura di una vera e propria facoltà delle arti con insegnamenti di teologia, astronomia e matematica. Ma il governo veneziano non volle contrapporla allo studio patavino, di cui resta solo scuola pro-pedeutica -- Maccagni.  Tre testimonianze ci informano sul corso di studi di Paolo. Un suo discepolo, frate Giovanni Antonio, afferma che fu allievo del veneziano Nicoletti -- Paolo Veneto --, di cui è probabile che abbia seguito le lezioni tenute a Padova e dove conosce, tra gli altri condiscepoli, Thiene, con cui resta poi legato da sincera amicizia -- Segarizzi. Nicoletti tenne corsi anche a BOLOGNA, dove il pergolese si laurea in artibus -- Piana. Tra i suoi promotori è Fava, deciso oppositore delle tesi averroistiche del suo illustre maestro veneziano. Più tardi troviamo S. citato come doctor artium in vari documenti accademici dello Studio patavino -- Zonta e Brotto -- e in uno di essi anche come dottore artium et theologiae. Il titolo di dottore in teologia gli viene attribuito anche in alcuni manoscritti dei Dubia e del suo COMPENDIUM LOGICAE  -- Kristeller, p. 111 e Roma, Biblioteca Corsiniana, ms. 876).  Dall’inizio del suo magistero alla Scuola di Rialto, nel febbraio 1421, fino alla morte, nel 1455, Paolo della Pergola dimorò stabilmente a Venezia, dove Giorgo Trapezunzio ne attesta la presenza fin dal 1420. In quattro testamenti, datati dal 1441 al 1449, Paolo è citato come pievano della chiesa di S. Giovanni Elemosinario di Rialto, presso la quale trovò sede stabile la Scuola (Lepori, pp. 546 s.). Per attestazione di Luca Pacioli, fu anche canonico di S. Marco e nell’aprile 1448 fu eletto vescovo di Capodistria, carica che tuttavia non accettò per non rinunciare all’insegnamento (Segarizzi, 1915-16, p. 658). Le testimonianze, tra le altre, dell’umanista bolognese Giovanni Lamola (Müllner, pp. 239-243) e di Ciriaco d’Ancona mostrano che egli godeva di indubbio prestigio culturale sia a Venezia, sia a Padova.  Sotto la reggenza di Paolo della Pergola la Scuola di Rialto ampliò l’ambito delle materie insegnate e modificò il proprio stato giuridico e istituzionale. Alla logica e alla filosofia naturale Paolo aggiunse altre discipline, sull’esempio della facoltà delle arti di Padova, di cui divenne, come si è accennato, un’ottima scuola propedeutica per le lauree in artibus, in medicina e anche in teologia. Alla Scuola fu più tardi conferito lo statuto di scuola pubblica, di cui lo Stato assumeva la responsabilità giuridica e sosteneva in gran parte l’onere finanziario, ma l’ambizioso tentativo di Paolo di trasformarla in una vera e propria facoltà universitaria incontrò un’insuperabile resistenza da parte del Consiglio dei Dieci, che lo censurò con durezza nella seduta del 17 giugno 1445 (Lepori, p. 550).  L’impegno didattico di Paolo fu, per diretta testimonianza, eccezionale e di carattere quasi enciclopedico. Oltre alla logica e alla fisica, tenne anche lezioni di metafisica e di filosofia morale, nonché qualche corso di teologia. Sicché, a parte l’insegnamento della teologia, il maestro di Rialto «svolgeva, lui solo, un programma di insegnamento identico in sostanza a quello che a Padova svolgevano almeno quattro o cinque maestri della scuola delle Arti» (Nardi, 1957, p. 113). Non è nemmeno escluso che tenesse anche lezioni di matematica e sono noti i suoi interessi per l’alchimia. Le sue conoscenze sulla mescolanza e la trasformazione dei metalli furono applicate all’arte vetraria da Angelo Barovier, suo discepolo a Rialto, per ottenere le mirabili colorazioni dei vetri di Murano (Lepori, p. 549).  Varie fonti confermano che le lezioni di Paolo della Pergola furono frequentate con successo da molti studenti, religiosi e laici. Tra i suoi discepoli più noti, si segnalano Francesco Contarini, di Bertuccio, poi vescovo di Cittanova d’Istria e maestro di teologia e metafisica; Gioacchino Torriani, nominato generale dell’Ordine domenicano nel 1487; l’averroista Nicoletto Vernia, divenuto nel 1458 lettore ordinario di filosofia naturale all’Università di Padova; l’altro Francesco Contarini, di Nicolò, noto per la lettera contro Poggio, scritta con Lauro Querini e Nicolò Barbo in difesa della nobiltà veneziana; Sebastiano Badoer, protettore e amico del Vernia; e per finire il suo successore Domenico Bragadin. Molti suoi allievi contribuirono come amanuensi alla diffusione dei testi studiati nella Scuola, presso la quale Paolo istituì anche una specie di convitto (Lepori, pp. 553 s.).  Paolo della Pergola morì il 30 luglio 1455 e fu sepolto con grandi onori nella chiesa di S. Giovanni Elemosinario, dove gli fu costruito a pubbliche spese un monumento sepolcrale, poi distrutto da un incendio nel 1513, di cui Segarizzi riporta l’epigrafe (Segarizzi, 1915-16, p. 659, n. 2).  Di Paolo, ci restano le opere logiche, scritte per sua stessa testimonianza a scopi esclusivamente didattici: i Dubia super consequentiis Strodi, che forse riprendono in forma organica i contenuti di un corso sull’opera di Ralph Strode (cfr. Boh, 2000, pp. 139 s.); il Compendium logicae (o Logica), che segue da vicino la Logica parva di Paolo Veneto e il De sensu composito et diviso, che dipende dall’omonimo trattato di William Heytesbury (Maierù, p. 35). Tali opere ebbero una vasta circolazione manoscritta e nell’ultimo ventennio del Quattrocento godettero anche di una notevole fortuna editoriale. La lettura dei Dubia era prescritta dagli Statuti del 1496 della facoltà delle arti dello studio patavino (Lepori, pp. 556 s.). Nella Logica Paolo fornisce esposizioni delle principali dottrine logiche in tutto parallele a quelle del suo maestro, da cui non si discosta e dal quale di solito dipende (Maierù, pp. 118, 471, 482). L’opera non viene certo giudicata come esempio di innovazione, ma piuttosto come un mosaico delle dottrine note al suo tempo (M.A. Brown, p. viii). Come il suo maestro, la trattazione del pergolese sviluppa una logica «priva di ontologia» (Lahey, p. 481) che si sforza di «omettere» ogni questione che non riguardi la dimensione meramente «sintattica» del linguaggio (Boh, 1965, pp. 31s). Nel trattato De sensu composito et diviso segue, certo, il testo di Heytesbury, ma «con sviluppi propri e originali» (Vasoli, p. 45). A Paolo sono inoltre attribuiti due commenti, incompleti, sui sophismata e i sophismata asinina di Heytesbury (S.F. Brown, p. 925; Braakhuis).  Dal contenuto delle opere logiche non è possibile accertare la posizione teorica di Paolo, mentre sulle sue propensioni filosofiche ci offre fondate indicazioni il dialogo inedito De mortalium felicitate di Nicolò da Cattaro, vescovo di Modrussa, più noto col nome di Modrussiense. Il dialogo, terminato nel 1461-62 e ambientato nella Scuola, attesta che Paolo commentava nelle sue lezioni le opere di Duns Scoto e che sotto la sua direzione la Scuola aveva uno spiccato orientamento scotistico, una circostanza confermata anche dall’insegnamento affidatogli presso i minoriti francescani di Venezia (Lepori, pp. 559 s.). L’aristotelismo professato da Paolo doveva dunque essere «un aristotelismo temperato ad mentem Scoti» (ibid., p. 570).  Fonti e Bibl.: E. A. Cicogna, Delle inscrizioni veneziane, vol. VI.1, Venezia 1853; K. Müllner, Reden und Briefe italienischer Humanisten, Wien 1899; Acta graduum academicorum Gymnasii Patavini: Ab anno 1406 ad annum 1450, a cura di G. Zonta e G. Brotto, Padova 19702, ad indicem; A. Segarizzi, Cenni sulle scuole pubbliche a Venezia nel secolo XV e sul primo maestro d’esse, in Atti del Reale Istituto Veneto di scienze, lettere ed arti, LXXV, 2 (1915-16), pp. 637-667; Id., Notizie varie, in Nuovo archivio veneto, XXXIII, 1, n.s. XVII (1917), p. 232; B. Nardi, Letteratura e cultura veneziana del Quattrocento, in La civiltà veneziana del Quattrocento, Firenze 1957, pp. 99-145; Paul of Pergula, Logica and Tractatus de sensu composito et diviso, a cura di M.A. Brown, St. Bonaventure, NY, 1961; B. Nardi, La Scuola di Rialto e l’Umanesimo veneziano, in Civiltà europea e civiltà veneziana, vol. II, Umanesimo europeo e Umanesimo veneziano, a cura di V. Branca, Firenze 1963, pp. 93-139; G. Mariacher, Barovier, Angelo (Agnolo da Murano), in Dizionario biografico degli italiani, VI, Roma 1964, pp. 492 s.; I. Boh, Paul of Pergula on supposition and consequences, in Franciscan Studies, XXV (1965), pp. 30-89; C. Piana, Nuove ricerche su le Università di Bologna e di Padova, Quaracchi 1966, ad indicem; B. Nardi, voce Pergola, Paolo della, in Enciclopedia filosofica, Firenze 1967, vol. IV, coll. 1495 s.;  A. Maierù, Terminologia logica della tarda scolastica, Roma 1972; F. Lepori, La Scuola di Rialto dalla fondazione alla metà del Cinquecento, in Storia della cultura veneta, 3. Dal primo Quattrocento al Concilio di Trento I-III, a cura di G. Arnaldi - M. Pastore-Stocchi, Vicenza 1980, II, pp. 539-605; C. Vasoli, La logica, ibid., III, pp. 35-73; C. Maccagni, Le scienze nello studio di Padova e nel Veneto, ibid., pp. 135-171; H.A.H. Braakhuis, Paul of Pergula’s Commentary on the ‘Sophismata’ of William Heytesbury, in English Logic in Italy in the 14th and 15th Centuries, a cura di A. Maierù, Napoli 1982, pp. 343-357; I. Boh, The Four Phases of Medieval Epistemic Logic, in Theoria, LXVI (2000), pp. 129-144; S. E. Lahey, Paul of Pergula, in A Companion to Philosophy in the Middle Ages, a cura di J.J.E. Gracia e T.B. Noone, Malden, Mass. 2003, pp. 481 s.; S.F. Brown, Paul of Pergula, in Encyclopedia of Medieval Philosophy: Philosophy between 500 and 1500, a cura di H. Lagerlund, Dordrecht 2011, II, pp. 923-925.Il membro più noto di una famiglia di insegnanti marchigiani. Avviato alla carriera ecclesiastica nella città natale, ma presto si trasfere a Venezia. Il suo saggio più importante è il “De sensu composito et diviso”. Insegna a  Rialto. Altri saggi: “Dubia in consequentias Strodi,” “In regulas insolubilium,” “De scire e dubitare,” “Compendium logicae,” “Logica,” “Tractatus de sensu simplice, sensu composito, et sensu diviso”, Dizionario biografico degl’italiani,  Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Fonte: Dizionario di filosofia, riferimenti. Treccani Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. INl Compendmm perclarom dd mtro diictionem usucnuni fn fiicultatc Xogfccpcrclarum artfuni ooaoKjac XPeologic p:ofcnroicnj tDagtftrum -p^aulum pcrgulcnfcj nupcrrfmc compilatum quanifautilTime incipit. ^Dnc« quf aUquid mcmo:fci Oignil fuie poHcrfe rdiquc runt:autmagiutudincautoirpofitionc pclarum aliqnfd 0 cdidcrunt.Cun(^g tot flojctifTima tngcnia in vnaqueqj ar tium rce ipfc oigcflc ad funimum fuc magnitudinis fc rc pcrucncrint.nibil mibfaut cupaucirfimu nouc lucntio ,r r-r «bue tpfis fiipcr^c pcrfpcict^nif? iocutida qusdam Wfpofitionc omnia logicc p:cccpta:adco faciliaTanrcoculosomnium midcntium configursndo p:cfcribcrc;vt fenfue paritcr 7 tntcllcctue fir maitjquadamimagincfaclUtatemT mcnioiiam omnibue pKfefcrrcnr aua in rc illud aufu6C):pcrimeto pcrmittcrc:vt longc amplius p mcnfi nudcntce crudiri boc o:dinc valcant:^ fi pcr triplum alitcr infuclaucru tne logiua a j)pofito:noftra jjgrcdiatur oiatio ad fcricm noftram accc/ dooiimmodocmuloenqui fucrintp:cmonucrimncantc mc mo:dcat ^ buiue rci vbcrrlmum fructum fntclligant:! poftcrie noflrie viam fa/ ctltfatienon p:ccludant: fcd potius bonie artibue ttcrlatiflfimummc/ fi.li^^?/""''?' ftudcnttum modcratilTima b:cuitafc J fjccre.iupnwcrfam autcs opue.vij.trcctatibHe ncccfrariie conficitiS f>:imue fummuIie.Sccundue fiippofitionibue . 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C>erfccta jj™ iUJmpcrfccta c quc igfcctus f^ttfus gcnerat i ftio audftozif Cjndicatiua CTConlunctfua CTjmpcratfud COpratfecrSubfunctfua* 3)mperfect£i ^ — ' , Crjnfin(t(ua ^epzoporitoc ^ offfcrctlaquiafolajorofndfcarfnacftijpo* Cr *A>:opontfocft o:an'o indfcatfua vcr uni vcl falfum ngniflcane. gcnue q: oie ^po cft oro of a aUao fo:.icfplt ocft/ _ 1lt>:oporuionu "'^^^- ff Cajrtxgoifca cft q .bj fbbfcct^copu """"cTporbctfca cfl quc babcc U X pdfcatu pncfpalce parrce fui ad oif ptce jjpoco luufcc coniun/ fcrctfa yporbcncc fubiccra capla pru crae pcr notl coiunctionia CTCopulacflfumcecfl-vt ocue tft fapicna, CT Subfcctum cft tllud oc quo altcrum ofcitun C 1l>:cdicatum cft illudquodoc altcro ofcftur. Catbcgoncaru C SfFirinafiua cftflla In qoa P^incipalc vcrbtwi amrnwtur. Crtlcgaffua (tfllafnqu* pUncipalc vcrbd tKzmr Magl. M.7.27 (b) fjc^plii affirmarfuu cft oc^.bo e nuUue .ifiu^bo g e at c fubftatti. i£)C«plu ncgat iuil 'bomo u6 cfl capza.bo quc cfl: afmue non cft anlma!. 1^5 cft afin ne fignlficar {imaric r adcqrc boic; ce afinulccudarlc fignift cat multa vcra:vr bomfncm clTc fubftanrwm i bomincm cflTc corpue. <i;*li>2opofino vcracfl^niacume pnmaHii fignificata t.adcquatumcfl Vi^rum.vt bomo cflanmialcbomfncm cffcanimal.cfl vcrum fig.tc. C:iMopofitiof;Uf4cflilIacuiui>p!imariu fignlficatut adcquatum cfl falfum. vt bomo clT afinus bomfncm clTc afinunntc. C7Mi)2opofitiopoffibiU6c(iaiacuiu6piiman'um figmficatuni t adc^^ tum cfl poffibilc: vt bomo cft papa l^omincm cflc papam* iU *f>2opofit(o fmpoflribilieeflcuiuepiimarm fign(ficatumt adcquatS clt unpoflibilc: vt bomo cft cap:a:bom(ncm eflrccap:am.tc. CL 1i>:oporit(oconcingcnecfl^cuiud p:(manu fignificatum t adcquatS tft contmgcne: vt bomo cft: albue:bom(ncm clTc album.tc. CT 1i>:opofif(o f:ccclTar(a cflciiiue p:{mar(ttni ftgnificatum l adcquatii cft ncccfT4rium:vt pcue cft ocum cfTc.tc^ Catbcgo:icarum. GT Quanr$ Uniucrfita^. •part-cnlario 5ndcfin(ta Singularfe Tlonquanta j£)Lxlufa £)cccpfiua mod fc«fncopofi[to ZibUiiaM mDntia. frcmpla. Xm bomo currff ♦ oie b6 pfer fo:. cun ncccflTario oiebocur. folc o:icntefu x>m* ^^/ /fyfMc^, €7 l>:op6 vnfocrfaliecftinqfuWjdt tcrmm^coiefignovri oemuat^ ^r-l>art(crar(eeft iqfubijcif tcruiin^^coie (?gno particrari oetmiat^ C7 3ndcfin(tacft inquafubiictt fcrminuecoiefiiicaliquo ftgno. <r ©(ngulane cft m q fubijcit tcniuuuo Difcrct^ vcl tcrmiu^coie ci3 n noic Dcmonftratino fingular(e numcri octcrmfnatue. fipcpla Oie \^ curnr.giiquiebo curr(t.bocurnf.So:.curr(r.vcl3ftcbomocurrU. auc ca.vcl yp^uaUo ne. vcl af. vbi quaata panin.fin. SCDodffuntfcp. ImpoflTibile ncccffariuji contlngee vt^ falfum. potvft ^ non pofcft opo:fct contingit ftacft nSftac p:flubilit ipofTiblllf ncccflfarlo cofingctcr vere falfc 1i>:opofitionum. CT tDodaHecfi^i^ 5drrcfltcft(nija no ponfrur modue vt ncccflTar^o ocue cft. modue vr bonio cft animal. Crib:opofifiomodaI(eoefcnfuo(mfocftinqua nwdue mcdiat intcr parrce ofct i: vt bomo ncccffarlo cft milmal. C7 ^l^-or&modaKe oc fcnfuc6pof?fo cft in qua modue5ced(t vd fuhfc quif tofcilitcroicfiivtncccflfariobocftaMhvclbocftaial nccclTari^." Magl. M.7.27 (b) C Omne lumcn e(t cUrttnisX y^tlttnum lumencft cUvm, ;aiiquodlumcneftcIarum. V^X^^ noneftcbrfi,- CrCttfufm>etbowiferelofl\\ y^TlulUue boroCnfe intercftloqttf; aiicufud boie f nf crcft loqut V> aUcutue bold non fntcrcft loqufi gnfcfnininogencre* (T CttteHbct ftcTu Ittccf n\ TlttUa ftclU luccf * aUquaftcUalucct aUqttaftdlanonlttcet. % comiini. Cr.Omn(9 vfrgo rldcf \V// 1^»"* ^^ aiiquod qoc Horm ^y^vN^lliqttod.quodcft vlrsono ridct. Magl. M.7.27 (b) 3n obliquia, er CulUhet boi parco.vXX,TlulIf boni(nf jwrco, glicm bomfnl parco </\s aucuibomfnfnparco. fct ric m onmicafu x numcro crccpto vocatmo in quo ncri no potcft cjc ocf cau oictl cafug. C70cnobonucmaiaA^-nullumnonbonunrcflm«W. 3ll{q6n5bonu cmaWX \\aiiquodnobonano cmalu S>e prcdicaroS: COemftaenomalU vNy/ •nullum fuftumcllnonmalo. MUqi fuftJcno mati! aiiquod fuftfl no c no maia. CrOc n bonae rt (ufld \\/^Tim non bonu cfl no fufta, aUqo n bona|n (uftu 'XxS aifqo no bona no e no fufta. ^€ kniXiioimfo. C auf:tb$ bo pr mojf vXy^ •nu"«»''omo potcfl mo:l. ZUi9 bomoDot mojf '^^^^aV gifqufe bo no potcft mo:l e (enfii coriipofrto. Cllcccffecflocacflrc V\X/ ImpoiribikeocaefTe. •pofliWIeelloca cfle. V\\-f>ofliWleeocanocflc. Magl. M.7.27 (b) C: MitmUMCsatx.kd vtilucrfaUccr ambc. craffirmata,ncgac .o^fcd parcteuUrlccr ambc. CrUnfucrfaKc affirmatiua t vniucrfalfe ncgatiua t)C confimilfbue fub/ lcctxe p:cdicat:o x copuUe fupponctib^^pcifc p codc vclp cifdc: fut 5r{c. CT Utte aff irmatiua t gticularte aflfirmatiua oc DfiHbus fubicctie ptid 7copuU0fupponcti'bu0p^:cifc^codcvcl ^ ctfdc5:funcfubaltcrnc* CTUtie ncgatiua t gticubjfe ncgatiua oc cofimiUbue fubicctte picdica tie rcoptie fupponctib^ pzccifc^ codc vXjp cifdc:funt fubaltcrnc. CJtlfie ncgatiua tpticularieaffirmatiua fitr vtte affirmactua z parct' cularie ncgatiua oc ofitibue fublcccle picdtcacte t copulte fupponcttb'^ piccifc p:o codcm vcl^ clfdcm funr cotrad(cto:fc. CT l^articularie affirmattua t parcicularie ncgaciua oc ofilfib^ fubicctte \ mcdicacie t copuUe fupponctibue pzcctfc^ code vcl ctfde fuc fubSrtc, I c:So:tce currtt So:cce no currif . crXm bomo currtf-. no trh bpmo currtf • CTOie bo p:ct fo:xurr{f no otebopicf fozxurrlf. COi botc currctc tu ce afin* no oi boie curref e cn ce afin^ bcc Dc figurte catbcgo:fcarum otcca fufftclanf. ^eequipoUentue iMc^£crad(c^ C^Tlcgcitio ppofita fa/ Tlcgatfo pofjpo/ Tlegaffo pjepofifa ef/ citcqutpoUcrc fuo con fica factf egpol podpofifa facff equf. tradtctozto lere fuo itmio poUe fuo fubalterno Magl. M.7.27 (b) CrCluHibct bomo nullue bomo non nonalfquie bonon nonaHquiebo non Ctr 3U'qu(e bomo non nullue bomo nonquilibctbo no aliquiTbonio no no cnrrit TluUm bomo cnrrit currif /^.quiUbcr bomo non currit cnrnt \-<X non alfquis bomo currlt ^^*^^ V/^^nX"^ aUquie bomo non no currit curricv \ Aaiiqufebomo noncurrif. ' currlt \>^nonquaibetbomocurric. currif y/}V\ nonnulluebononcurnc. curric / > aUqnfe bomo non currif. CJTlccclTc crt t)cum clTe in]polTibilccftDcu3n6 cc non pofTibilc e ocu non cc nonpolTibllccocus noce ;jmpofTibIIc cfl oeuj clTc. ncccffc cfl 0CU5 non clTc. non polTibilecDcuiicfTe. non polTiblle e ocil no no Ci1fe. CT i^olTibilc e Dcum clTcOv V^oolTibdc cDeum non ce, non nccefTc e Dcum no cc NOv^non ncccflc e Deum ce. nonimpolTibi!ccDcu3 ce >^v^nofmpolTibUceDcflnoec^ pombilce Dcuno no cfTcV^ N^polTibUeeDcumnouce. t)c cquipoUcncije Dicca fufFiciant. E>c conucrfionibua onucrdo c t ranfpofitlo fubiccti fn p:cdi'catum r cconuerfo vt boma e anlmal:am'mal e bomo.i {>nn conucrfa:fccuda oucrtcne McUur, Conuerfio. pcr'5poiitione. CrSmipIcj: pcraccidcs: kv. -^--....v.... CT Conucrfio ITmpIcr e tranfpofitfo fubfecti In picdtcatuni i econucrfo mancntc cadcm quantftatc t qualtfatc. C7 Conucrfio pcr accidcno e tranfporitto fubfccti (n picdtcatum t ccon ucrfo martcntc cadcm qiialitatc fcd mutata quautitatc. CrConucrfio g 3pofiticocm e trafpofitto fubiccti in pdicatu.T ccoucrfo nianetccadequatitatc x qualitatc:f5mutati6 terminie finitis i tcrminoa wfinitoeTcconncrfo. ^ :^cci fimplicitcr conuertifur cuapcraccf. 3 n-opcrcontraficfitconucrfiotota. Tlullue bo e angclttt Tlullufi angclue c bo aiiquiabo cagclua aiiquisangclueebo TluUu« bo cft afinua quida afinue no e bo Ofe bomo c animal aiiqo aial eft bomo piobomoellanimal Oenoaialcnonbo. aiiquio bd no cll ml «Uqo no ai il ri c il bo CC^ecifimplicit CTfSuapcr accf. iUMo s cotra ncu, 0 SDc cducrdom m obhqius CJ^^n oblicjmdcafibuo piimo rcdiicflesdrcctumwfndcoucrtaervtanf mam mcam tcdct vitc incc rcdi Ckie boc mo aia nica c illa rc6 qua$ tcdct vUc mcc: i tunc coucrtc ficirce.qua tcdct vitc mcc cfl aia mcaxt nota Q> qn rcctue pzcccdit cnm obliquo ocpcudcutc ab cortunc totum fl^grcga lumocrcctczobUqnocll fubtcctum:cum vcroobliquue pzcccdit tunc folum obUquuecn: tubtcctum.cjrcmplum p:uin': afinue bomlnie currit: €xcmplu5 fccudi:bomini6 afinuecurritiltafinua bominie mpilmo i fub kctum:m fccildo U bommiB tifi.Dc conncrfionibue oicta fufFiciant. E>c ypotbcricie GTypotbcticaeoroicjoiungunf pUirce ^pofiroco Ciitbcgo:foeE notS oiunctoic:! fut trc6 fpce piincipiilco.f.^jditoahe copulatiua olftuncllua. E>c f potbctir™u CrConditfonaUec o:atio in qua coniunguntur pUirce piopontfonwcn tbc£o:(cc pcr nota condit ionie: vt fi ocue c p:ima caufa CT^fffrmataia e in qu^ nota Dditote Tlcgatiua c In qua nota codl afftrmat : Vt fi bo currit:bomo mouct tfome ncgat : vt non fi bomo currit bomo mouctur ^ CoiiditionaUe. fTtlcra e ouando Dtradictoilum co ^alfa e qn 5dfctoi(um ontfd feauette rcpugnct antccedctitvt tu non rcpugnat onti vt fi tu currie tu mouerie quia m non Itant currfe tu ce albus. q: fiat tc fimul tu currfe et non moucrfe currcrc 7 non cffcalbum. CTTlo cp 019 oditioalie vcra c nccclTar;a:t omnw faifa e inipolTibUi«:t nullacqucfitcontinscns. yporbetica "^" latiua CrCopuIatiuaco^atfo mqaa confunguntur plurcepzopofitiocecatbc/ goricc pcr notam copulatfonie: vt tu ca bomo r tu ce animal Copulatiua^ Cr^ffif niatiun cfl- (n q nota copu/ lationieaffirmatunvtbomo cur mzbomomowcfur. CJTlcgatfua cft fnq nota copulatlonie ncganvtnon tucebomoi:tuc«a,]fmaK Copulatma CUeraeqnqucHbctpe e^a yt oe^ ell t bomo efl animal. Copulatiuci c: ^alfa eqn ql.; pevtvna/eft falfa vt tu C6 bo % tu ce ?>ftnu9. C^offihUl^ e qn qucls ge e paffiblt Tvna alf i n rcpugnat fcu no e (ncopolTibir: vt tu ee bomottueepapa* CJjfmpofribnfe e Hlaad quam fuifictt vna gtcm ce impofTibilc: Vt oc'' cfl T bomo cft afinus. vel vna alti fncopoflibilcm: vt bo/ mo currit t non mouetun Copulatiua CTlleccfrarfa e cui^ qllb? pe e necelTarta: vt oe^^e t bo e ml GJContfngcne cft (lla ad quam fufffcitvnas ptcmce Dtingctcj t altcram altcri non rcpugnate vttufcdeetloqucrie. E^e oifiunctiaa CbWuncttua e oiatfo fn qua confunguntur plureecatbegozfce £ notJ Dfiiunctfonfe: vt tu ee b o vcl tu ce affnue. E^iriuncfiua cafffrmatfnaefl: fn qua nota t)iffactfonfeafTfrmatur:vt bo moeflvelammaUn: CT Tlcgatfoiqua nota offitlctl onfe ncgat : vt no t» ce bomo veltu ceanfmaU iDiTiuiicrma CUera cfl ad qua fufFicft vn5 "'^^ CT^aTfa tlt quado vtracg pe pte efle vcram: vt oe^c vcl bo e cll falfa: vt ocue non cll vfbo ilinue* mocHcapza* ^iffunctma C l^offfbflfe c qn qlfbct pe vcl vnaadmfn^ epoflibilie : vt bo/ tno currft vcl bomo eafinue CJlmpoflrfbflfe ? qn quclspe ellmipolTibiUe:vtocue no e vclbomo cllafinne* Magl. M.7.27 (b) Ctlcccrtdrto c qfi quclibct pe vcl vna c ncc cfTariavcl vna 3dicti altcrc vt Dc^ cH vcl tu currtect tu cd vcl tu non C9 GTContlngcns eqnipjfidl Dttgcd t nulU alfi rpugnat ncc 3dicto:to etfd rcpugnac vt tu ce albu9 «cl tu ce papa. CJTlota ($ copulatma t oifMctfaa oc Etlb*^ 3dicto;ij0 5dlcat. vc W cur/ rle T n9 moucrie.tu nd currie vd moucrie. C7 Duo;: 5dicto:(o:;: fi vnu c ncccffarlu rcUqufl c ipoflTibnc t cconucrfa» X» currie t non moucrle. ^"iP^l^^il^Wi^» Xn no currie vcl mcuerie TlccclTaHa. CrDuo:uni Ddicto2;or.:mfi vnumcft contingcnet rcHquuni* Xu non currie t moqcne Contfngcne» X\x currie vcl no moucrie Contlngcnt • S>e@ylogifmo CSrtoSlfmuecoiatio iftqnaquibufdampofitie tcoDCCfliepcrcaq» pofiu funt t concc (T d ncccficcfl aUud cucnirc: vt - ' matoicttrcmffa* 5> £.-^|Omn(e bon io cftanlmai gt>ato:^pofit(o . mio:q:^ o ^.troiurae 5* iSouce cbomo Con clufio. ?Pmo:^poiUo £rgo ^ouc ecR animaC iSi^Otfm^ filogifnme conitac cjc (ribuetcrminie tm. Coclufio ir'P>cct4 c <\n mafot txtu. nnta0pmT5mto:if oaoi f igura ^tidfrcctd edqfi mlot cptre/ mita» pdicoc d msioil i ^jcIoc CT-^igijracftocbittOtfpolitiorcrmfnowmQttcpJfncfpaiftcr flt pcnc» mcdiuTfonttrcefigurc. CTpndc i^ub.pjc.piima p«.fcoa.X«rtiaWe.fub. ^ Be moie p:imc figtif c oirecK '^t, 59«r 36« Omne etcrmim cll immoUale O mncinfimtum cttccernum Omncinflnitu) cflimmouale. rl I o •nullum finftum cll (nfinftum. Omne crcatum cft fmlt um, i tlnllum acatum ctt inf inftum. Omnc crcatum cft ocpcndcn^. Cclumcflcrcdtum : J Cclum cft ocpcndcnd. 5 Tlullum ncpcridcne e^ptcr fe bomo cft ocpcndcne. Tr^omo non cft ^ptcr fc. modie pzimc fiaure indf "'"^^* rala lipron. Ce Un tt9 bl pcd mo r fomp;: re dcntibu^, Omnc ftcrilccft fnfructuofum. Omnld mula cft ftcriUe» g Jnfructuofum cft muU Tlullum lucfdum cft obfcurum* Omntg ftcUa cft ludda* I llullum obfcurum cft ftclla Omnte pnlcbjlcudo cft oclcctabfU^. ^oxmofitae cft puIcb2ftudo: i i DclcctabiUecftfoimontad.. OmucDuIcccftfuauc TluUum amarum cft oulcc, i iSuauc non cft amarum. ;aUquid ftudcnd cft acntu^ TluIIud fdiota c ftudcn^. $ Scutue noneidfota: m6di6 fccnndc figurc. TluIIa fcmlna eft ftabiUe. Omnfe conftane cft ftabf Us i TluUumconftan^cftfcmina, Magl. M.7.27 (b) mc na »a roc cbo Omn(d bcdtud efl contcnt[i6, Tlullu0 viato: cfl conrcntu^* § Tlullud vtato : cfl bcatue. i Tlulla vlrlue cft finc Ub#:c. Xctitfacfl(tncIabo:c. § Xcticia.noncvirtUd* Omnc f apfcnd i fntcUcctmum. aUquod b:utumnoc inccllcctiuum» g ZHiquod b:utum non c fapicnt. CT Jn fccunda figura cy purls aff (rmatiuie niWl fcquJtur. rs Pti S Omnfd f idcUe cconflane* Omnie fldcltd c fo:ti0* . ^o:tiocconftan9. tap. Xon. S Tlulla bonftae c maUgna. Omnid bonitae cocfidcranda. Dcfidcrandu non ^malignum» ft ^il{u6c(tgcn{ru9« Omnidfiliuecimaso 5magocgcm'ta. X». fi • s Omnc viucne c oclcctnbilc Uiucnecc^fKcne. ^XiflcnecoelcctabUc. »IOC Car. 00 ■5 Sliqua pcnanm c iufta/ OmniepcnacDoIC}» Dolo:noncftiu(lue. ^*. •w fon '§ Tlullum ^ublum cfclrum. Dubium c contradicto2ium. Contradicto:ium no cfl fcitum* J jgjcpurie ncgatfuie nibil fcquitun CTUcrfue occlarantce viam rcduccndl filogffmoe ad quattuo: pmoe inodoe p:(mc figurcCJ SimpUcitcr vcrti vult S.C: i> Tcro pcr tcd, CT tD.vult tranfponi,crCpcr impolTibilc onc./Stbcc ocfimlUbueDl/ aa.fufficianf. bl) Magl. M.7.27 (b) Cractatua oe f uppof ifoibiio f ctJs CT Suppofitio c acccptK) tcmini injppbc p:o aliquo vcl p:o aUqulbud Suppofitionum Cn^crfonalfe c acceptfo tenmn{ (« CTXDalie e acceptfo termfnl ^ppolitioe p;o fub gfonaU fignificato in piopdcjp fuo nmll fignifi^ 0i ippofitionum — Cr-{>erfonaIc eqoalige tcrnun" UQni ficat p20 quo vcl oc jJiioic ocmo ftran f e illud pot affirmatiuc vcrificari fine (tgnomatcrialuvtfozteaell bomo CTSfsuCftcata perfonaUa* tDa.eeqoaliga fminudu/ gnificat pzo quo vcl 6^noie 6monrtr3rc i! ib no poc affir niatiuc ^if icQri unc fi guo. nmli:vt iflc f min^ bb c ly bj CJ Stsnificata niatcrialu* So:te0 plato boc fiftbomo 3fla oictio bojllc tcrrtunueb6;boc J^fllybomo. Ccrmmo:u '^'^' flrnnnmfi^lniRcatum Xermfn^bne vnufi^nf flcafae6feino*»lffcabir famcumlycelinely babct C7&U0 figntficata. Xerminuebabend duo fignCfi/ cata no cft vcrificabilie nifi cij lylyej:vrracp2^c cjctremL CTSecundc. tfnum JCne aiiqutd Oerum £5onum 3nteIIig(bite Oualitdo I5U0 Deud engeluo bomo cclus fol luna ftcllM Unum Xermin^ fignum Dictio nomcn ntuaca fud Duo Otatfo: fyllaba ^pofitfa gtbum gtU9. jpnomen i^timaregula. COmnlo termfnue babene vnum folum figniffcamm tft folum .perf# nal{terfuppcmbili9:vcen6efll/ cn9: vtrumqj cne fupponit perfono' Uter. Magl. M.7.27 (b) . ^ Scciinda rcgul^. C: Omnfe tcrmfnue babeno ouo fignific^fi (iW addftnr fknfl materta/ ic fupponlt rtuucriaHtcr U pcrfonalc pcrfonalucr: vt li ocu8 e aKqufg D€ U0.p:imuni fupponit matcnaUtcr Jccundii pcrfonaUtcr» Xcrtiarcguli!» CT Cmufcunqjp:opofitionl9 cjctrcmafifintfcrmfm i>mcfixm fublccta CB pzcdicatu fupponut pcrfonalitcr^ f>oc nffii addatur rgoa matcrulcvt Olctum cft In fccunda rcgula. Ouarta rcaula. Cr Cttfufcunq5p:opofitioni6fi fubicctumflt jnimcpxcdicatum fccudc. lubicctum fupponit inatcrlaUfcr p:cd(catu pcr fonaUtcr: vf bomo c4l of/ ctio ouabu0conditionibu0 obfcruatfe. p:unu g»fubicctilbabcat ouo C/ 6niflcata:q: fi babcrct folum Vhum flarct pcrfonaUrcr pcr p:fm5 rcguli Vt cne c tcrnunue.fccunda fubiccto no addatnr fignu pcrfonalc: quiu tunc ftarct pcrfonaUtcnvt nuUu9 bomo eofctio.Jfta rcgula pj pcr rcgu lam antiquiXaUa funt fubfccta quaUa pcrmfttunt cozus pKdfcata. Clutntaregula. «J CuiufoincB pzopofitlonie fi fubiccta cft fccundc p:cd(cata p:(mc fi lubUrctu cp p:cdtcata fuppomt perfonaUtcnnffi p:edicato «ddat fignu< matcr ialc: vt oictio cft bomo fupponit ly bomo pcrfonaUfcr :'fed olcen/^ do Dlctio e ly bomo fuppontt ly bomo marerlalitcn fT Quando ambo cptrcma funt fccundc non potcft oarl regula gencra li0:q: Intcrdum tcrminne fupponft pcrfonaUccr t fntcrdamatcrfaUt p«^ tet oiccndo filogifnm^ e o:atio ambo mrcm^ fupponut pcrfonaUtenfs oicendo filogifmu^ e nomcn fupponlt ly filoglfmue matcnaUtcr.fimflt/ ter ofcendo lilogifmue e tcrminue complejcue ambo cjctrema fupponOC perfonaUtcr. C7 t>ec fgitur regula cft fine regijla: t opottet eam reducere ad comunc modumloquendiaccepiante0 aUqua^ pzopofitionc^efTe vcra^ ^aUqii enefelfa0. ^c oiuif lonc f uppcf iticnuj ffi? CDcWrmfiwta CTConfufa _^ CXOobUte CJmniobiUs CrXOoblto. C HotA 9f Tub termfno cdmuni potefl ftcri trif^ oefceofue fcUicet.c9 ruiatfuim offmncttoud r Dlfiunctu^, CopuUtiuuf; CT Onm(e bom# corrft t Ifti fuwt omnce bominceYcrgo f flc bomo car» ritTillcbomocurrit tc. fcfliunctfuue* C Vomo currlc t Ifli funt omnce bomince.crgo tlle bomo currlf.vcl il lel^omocurrit TC, Dlfiunctue. CTUolo rucatum t ift( Junt omnce oucatfccrgo volo bunc vcl bfic vcl buncoucatum. Oe fuppofinonc oif crcta. CSuppofitfooifcrctacftacccptfotcrmmi fingularf^ vclcomunfodi pzonomicocmoHratiuo fingularienumcri:vt fozxurrit.fftc bomocur/ rU.fimfUfcrfnfuppofitfoncmatcriaU:vtbocbomocft nomcn boc pe/ trus cft nomc p2op:ium. <r fcnotacf^rctruepcrfonalftcr fumptue cft tcrmfnue fingularfefj mofcnaUtcr connnife (dco conccditur cp pcirue cft nomcn p:op:m5 1 pctru6noncftnonKnp:op:inm:qula ifra^mit ouofubcontrarfaf^no Dccdif g? pctrae fit nome jppihin nuUu pcrr^ Ut nom^ u5:q: ffta funt ouo 5d(cto:fa:ffa oicae q> tucft p:onomcn t tu no cft p:onomcn* C7 £t nota q> oictio matcrfaUecft fcmpcr ncutrl gcnerfe t fndccUnabf le.nomcn.t idco fibf fcmpcr ocbct addf fignum neutrf gcncrte vcl m^ tcrfale. *t>}fma rcgula. CT Ofe tcrmfnue fingularie vcl cole cii p:onofc ocmSfrratfuo tviftcw pare p:opofition o fupponft oifcrctc.t boc tdm fn fuppofrtfone perfo ; naliqua maCcriaU; vf pctrne currit t boc bomo cft tcrmfnue comunfe/ ^efuppofmonc comunu CT Siippofitio comunfecftacccptio termfnfcomunfe-finc rionomfne oemonftratfuo fingularie numcri: vt bomo currft:jM)mo cft oictfo^ t^ctcrnmm. CT ©wppofitiooctermfnafacft acccpcfo termf nf comunfe fub quo I5 oefcendcreadomnla fua fuppofita oifiunctfuccumocbfto mcdioejce/ plum fn matcrfaU:vt pctrue cft oicfio:Tbcc fu t omnla pctrue.crgo b* petruecft oictfovclbocpctrue cft oictfotficocfinguUe.c)ccmpIU5ffi perfi3tialf:alfqufebomo currit t i ftf funt omnce bomince mafcuU^cr ; go fffc bcmo currft vcl iftc bomo currft.t fic oc finguUe ad fnfinftum, 'Pvcgula. C" Otwnfd tcrminue comunie qucm nou p:cccd(f aUqnod fignnm nffl fo:fe partfcularc fupponir octcrmmarccrcmpUm :bomo currit vcl bo mo e ft oictio fimiUtcr bomo cft aninial vel bomo eft tcrmfnue cofe (a$ m 10, fublccfa ^ pjedicata ftit ccrcrminatc^fitV fi addirur fignn ntfcwti^rc : vt aliquie boealiquod antmaI:aIiquodbomo cccrminudadbucoed oic(i *tcrmm{ fupponunt octcrminatc E>c confufa CTSuppofitld :)fufa e acccptf o tcrminl cois fub quo no I5 ocfcedcrc otf {lictmc imcdiatc.t notaf oico imcdiatc pg fuppofitiocs ^futom z oUli'! butiua fubqua pot ocfccdi oifiuctiuc fs boc c,mcdiatc:qz^mo potcfrf dUopulatiucoeindc oifuictiuc fs boc nKdlatc vt ftatlm patcbic» confuf a oiftritutiua CTSuppontfo Dfuft T oiflributiua e acccpno tcrmfn( cof^ fub quo mc rito ftgnf Diltrfbutful ocrct ocfcedi copulatinc: vt oie bo currit t fftf fiit oeeboica.gfftcbocurrit t tflcbdcurrit tc.Sifr ocpctr^clt nomcn:ct ilta fiit oia pctr^.g boc petr' e nome z boc pctr*^ e nome . t fic oc fingut fuppoftly bo Tljpctr^^DfltrfbutiueXtnotatcroiconicritofism offtrj butiHfcqifinopot^fc^df mcrftoaltcrmefigiufmpcdictio ocfccnfd no mfnue (lat tcrminus oiftributfuc: vt patcbft Diccdo^ncccflTario oie bo cft aial.fupponft ly bo oiflributfuc fs imobiUtcr.t boc roc figni impcdf ct fs OcfccnTum. ^c confuf a otftriburiaa mobili CTSuppolTtfo Dfufa oiarfbucfua mobdle eacccptio tcrmfnf cofa fub quo mcrfto fignf ocbcrct t pot ocfc^di cum ocbito mcdfo copulatiue vt oie bo cnrriut ifli fmt oee boice.crgo ffte bo currit t fltc bo currft rcM militcr oc pctrue cnomcn t ifta funt oia pctrue.crgo boc pctrue cfl no/ mcn.t boc pctrue cft nomcn:t fic oc fingulis. -piinia rcgula. CTCufuflibcf vnfucrfalfe affirmatiuc fubfcctum fupponft cofuft offtr i butiuemobilftcr.vt omnfe bomo currft.t omne bomoe nome vtrunqs llbomo flatconfufe offlrlbutfue. Sccundarcgula. CTCufuflfbct cxclnnuc aff (rmatie picdicata fi fucrft tcrmfn^ cofeno 1m pcdittta flatconfufc offlrfbutfuc mobilitcr. vt tantii aial e bomo fuppo Nit U bomo confufe oUlributfue mobf Iftcr. Xertla rcgula CTCufuflfbet partfcularfe indefmftc t fingularfe ncgatfuc oc confucto modo loqucndf pzcdicatum fi fucnttcrmfnueccmmunfe fine alfquo Impcdfniento fupponit offlrfbutfue mobflffcr: vt I^omo non cfl oc*^ oui pdicm fl5t olftributiuc mobrr.f? Ii fucrft oc fnc5fuctHdo mo loqucndl tuc ^t^ fignf no cadet fupw fp3 Nlwtfl: vt bomo anknal non e fuppon» b iif) m ly anUml ©ctermf«stc qnlx cfl tcrmfnud communld finc ITgna» Cuarwrcgula. G: CufufKbct rntucr falleiicgatfuc 6 ronfuctomcdoIoc;ucdlfanifufcfe ctum $ picdfcatum fi fucrit tcrmmue comunie ocducto impcdimcto aU tcriue figni ftat confufc oiftributiuc mobilitrr: vt nullue bomo cft angc Ue:tam iy bomo cg ly angclue fupponft conf^fc Diflributiuc mobiHtcr* fimiUtcromniebemonulIueangcluecft vclomme bomonon angcluo eftfcdoiccndoomniebomoanimalnoncftfupponlt lybomo oiftnbu/ tmctIyanlmalconfufctm:vtpatcbifcj: bocqu»acftoc(nconfuctojno do lo qucndL E>c corifufci oiftnburiua immobili. C7 Suppofif fo confufa oiftrlbutlua ir^obiUe c acccptfo tcrmfnfccmmu nle fub quo licct nKrit o ftgni ocberct ocfccndt tamcn non potcft : vt f m^ poftibilccft omncmbomincm non clTc.Iy bomfncm ftat oiftribu tiuc (m^ mobiUtcr : quia non fcquitur impolTibUc c omncm bomfncm non clTc.ct iftf funt omncebomInce:cfgo impoffibilc cft iftum boicm n5 clTc.ct ipof Hbtlc e iftu boicm non ce qi anfcccdcne cft vcrum t]confequene falfum: 1^:(maregula* CrCuIttflibcterccptfuepiopite fubfccfilftat oiftributtoe (mmoblUfcr Vf omt7iebomop:cfcrf6:.currif.fttpponic lybomo confufe oiftribut^ ue imobilltcnquia fi ocfccndcrctur ficrct qrccptiua imp:op:(a. Sccunda rcgula* C Cttfuflibet modaUe oc fcnfu compofit o oe tcrmfnfe communtbue dI ftrfbuf le fubiccf um ftaf oiftributfuc imobiUter : vt neceflfaf lo omme b5 € anfmal.fupponff lybomo offtributfuc ImnwbUifcr. Xcrtiarcgula» CT Cufuflibcf condff lonalie oe fcrmfnie comunfbue offtribuffe fuppo/ nif qiiUfbct iUouim oiftribHtfue imobfUtcr: v t fi omnfe bomo currit oie bomo currir.fupponit IybomoconfufcoiftributfuclmmoWUfer:qin5 Ifcctoefcendcre.t bocfno:dfnc adtotamypotbeffcam. coftf ufa tm. fTSuppofitioconfufa fmcftacccpflo»fermfnfc6munl6 fubquonouU ccc ocfcedcrc of fiunctiuc ncc copulat ftte:vf omnfe bomo cft animal ftat fyanimalconfufctm. S>e ccnf tif a f m mobiu; C Siuppofitio confufa f m mobflfe cft acccpf fo fcrmfuf commttnie fub quo Ifcct imcdtatc ocfccndcrc oifiunctim cu bcbffo mcdio: vf omnfe bo currf t:fupponlt ly currff confufc fm mobiUtcr.qufa bcnc fcquitur omie bomo cur rit •t bec funt omnia currcntia xrgo omnle bomo cft boc cur^ renevelboctc Magl. M.7.27 (b) tr Cutufiibct vnmcrfalie afftrrnatiuc p:cdicatum fi fucrit tcrminu« c5 nium« non impeditue ftat confufc rm mobilitcr: vt omnie bomo cll aial Iiatlyammalconfufctmmobilitcr. ' t . SJccundarcgula. C7 CumflibctCFcIufiucafrtrmiiciucfubicctumfifucrfttermfnue comn ni9 non inipcdttue ftat cofufc tm mobilitcnvt tm bomo cflaninwl.fup - ponit lybomo cenfufc rm mobilitcr. ISDc conf ufa tfft immobili. C Suppofitio confufafm imobiliecftacccptio terminf comunfefub quo Ucct mcrito figni fiuc fui ocbcrct ocfccndi oifiunctim tamcn no po/ tcft: vt ncccffario bomo cff animal.fuppcmt ly bomo confufc tantum u mobiUtcnTlamfiocfccndcrcturantcccdcnecffct vcrum i confcqucne falfunn ib:(marcgula* CT Cumflibct modaUe oc fcnfu compofito oc tcrminie comunlbue non^ Dinrlbutie fupponitqucUbctiUozumconfufctm immobiUtcr vtncccf/ far io bomo c(t animaUtam ly bomo Q5 animal fupponit confufc tantu. ImmobUItcr. Sccunda rcgula. CT Cuiuflibct conultionaUe oc tcrminiQ conmnibue no offtrlbutfe fup^ ponitquiUbctlUozumconfufcttn immobiiitcntbocinoidtncad tota; conditionalcm : vt fi bomo nonclt^bomo non cft :fupponit ly boma confufc tantum immobiUtcr.quia non fcquitur fi bomo non cfi bo/ mononcdtiftifunt pmrcebomince. crgo fi ificbomo non cfl boma non cft:quia antcccdcne cll pofftbilc r confcqucne impoffibUc.quia con' fcqucnecH vnaconditionaUecuiueantcccdcne cflpoffibilc t cofcquce tmpoflibilc. Xcrtfa rcgola. CT Cuiuflibct rcdupUcatiuc pzcdfcaf um fi fucrit tcrmUiue comunfe no (mpcdituellatconfufe ttu imobiUtcrvtborao incprum bomo c anUuol, (upponit ly animal confufc ttfi imobllitcrcquia non fcquirur bonio incg tum bomo cfl animal : T bcc funt omnia anim aUa-crgo bomo mquatum bomo c boc animal: vcl boc aialq: antcccdcne e vcra z confcqu^efalfu?. .E^e fismecofutidennbua. i>iim^ rcgula. C7 Omnc fignum vniucrfalcaffirmatiuum non impcditum t pieccdee. totam pzopofitioncm confandit confufc oiffributiuc mobiUtcr tcrmf/ nuAi imcdi^tc fcquc»tcm:t mcdiatc fcqucntem capacem confnfioniejcd Magl. M.7.27 (b) »1 f fitndrtconfufctantumrticbihtcrDcdiicta olftnbutionc ^ltctim HgiiK Vtomnie bcmocllanfttiaUvclomniebomoanimal noncft. vtrobiquc ftipponttltbomoconfurmcoiftributmcmobiliier.ctU mnml confufe tanrummobiUtcr. Cfcfco autcm non (mpccUtum^qufa ciccndo non ofebomo currft: fup f)onft U bomo octcrminatc pioptcr ouo figna fc impcdfcntiflrvt patcbit nfcriue^Dico r picccdcne totam piopofitioncm.quia li tntcr part^e^' pofitiome cft.tunc non oifc ribuit ncc confimdit nifi tcrminum qucm dc tcrminar ; vt vidcne onmcm bomincs cft ocue M omnc5 non oiftribuit nifi bomincmiT U vidcne z li ocue ftant octcrminafcrquia funt tcrmml communce (inc figno.Dfcoctiflmdcducta oiftributionc altcrine fignl quia oiccndo onmis bomo c omnc animalJtat U animal olftr ibntiuc ct nonconfufctantum. Sccmda rcgula. CTOmnc fi'^nflm ncgat iuum non impcditum t pzcccdcne totam pzopo frtioncm confundit confufc oiftributiuc moblUtcr omncs tcrminuj.co/ muncm tam (mmcdiatc quam mcdiatc fcqucntcm capaccm confufidnis t omnf aUa oiftributionc ocducta:vt nullue bomo e animal.nuUue bo/ mo animal cum Ubomo li anlntal n:at confufc oiftf ibutinc mobilrf . t boc quia ncgatio cft ram maUgntntie naturc cp quicquid mucnit oc/ ftruit idcll oiftributt t ftmm oppofitum induclt fccundum oiuum augn fHnum* XcrtU rcguki» <r Comparatimid gradue t fupcrlatiuue t (ftf fcrm(n( . (ta ficut ottfcr t •Uud non Idcm egco carco indigco finc abfcBconfundunt confufcoillrl butiucmobUitcr tcrmmum communcm fcqucntcm non impcditum t rc ctum a partc poll: vt fum foitfo: grcco : foztilTimne grcco:um it a foitia ficutlco.tficocfinguUefupponunt oicti tcrmini confufc oiftributiuc mobUitcr.Scdoiccndo:l?ominccfifoitio2 cquue.fiat libcmmc octcr/ mmtcir fimilifcf ly cquue:qula vfrtue figni non tranHt in aUqucm iUo rum.l^atio buiue rcgulc cft pzoptcr ncgationcm impUcitam in oiciie fi gnie* . C7 Hota famcn Q^comparetluue gradue rcgit ouoe ablatiuoe. p:(mu5 cp naturacomparationie:altcrum cr natura cjcccfTue.piimum offtribu/ ir.fccundum confundiC/Confufc tm mobiUtcr : vt fum grauio: piumbo VM vnciniAy plmnbo ftat oiftributiuc mobilitcr.t ly vncia confufc tift mobiUtcr. Cluarta rcgula. CT fcfctto crclufiua confundit confufc trn mObUifcr tcrmlnu? cocm v mcdiatcfcqucntcm:tconfufcolftributiucmcd(arcfcqucntcm t boc fi fucrit pzlml ojdin ie t tcrmtnue capay conf«fion(e alio tmpcdimcto oc Magl. M.7.27 (b) Tnuiii $4 duclo: vf (marifimlcftbomofupponlrlyartimalconfufc tmtilybof 11)0 confufc olftrlbutiuc mobiUfcr. Ctnfnm rcgula. C hktio cjcccprtua fuum cafualc cor;fund(t confufc trfl mobdifcr ITfti crittcrminuecomun^enon lmpcd((ua:vf omucanimal pzctcrbunrincj currit fupponlt ly bomlncm coufufc ttn mobflifcr. Qcm rcgul^. Cr^J5lctIo rcdupKcatlua fuucafualc :)fandi'tbfutc trri moWHfCr tfutim p2cdk:atum confufctmimobU fcr.tbocfifucrttcrminuecomunfe no ipcd(tU6:vtbomo incgtum bomocrtanimal: fuppomtlybomoconfti/ fctm mobUUcr z ly animal confulc tm imobilitcr. Scptinm rcgula. CT Xcrmlnlconccrncnfceactum mcntie confunduntconfttfc tin moM lltcr vt volo paccnuly paccm ftat cotifufc tin mobilltcr. Octam rcgula. C7 aducrbla uumcralw vt bie tcr confundiif confufc tm mobHffcr vt bie.blbi vlnum.fupponlt ly vinum confufc tTu mobilircr. 3(dcm faclt co pulatum t oifmnctum Dlaifiuc tanf um : vt bic r romc vcndlfur pipcr. ly pipcr ftat confufc t?n mobilitcr.^dcm facit boc aducrbium imcdiatc; Vt imcdiatc poft boc crit bomo:ly bomo ftat confufc t m mobUitcr. Tlonarcgula. C Xcrmlnl modalcd nominalitcr vcrbalftcr t aducrbfaUfcr fumpf I in fcnfucompofito confunduntconfufctifi imobUitcr omnc9 tcrmlnoe c5 •timice no olflf ibutoe: vt ncccffano bomo cfl anlmal:t bomo crt aial nc cefTarlo. Ibcclma rcgula. CJjftavcrbalncIpItocfinltconfundimtconfcfc frntmobflftcr temil; num comuncm non oUlributtuum: vt tnclptt cflfc aUquod tcmpus futu / rum. Undcctmarcgula. CT Ucrba obligatoila confnndunt confufc t tfi imobfUfcr fcrmfnum -5 nmncm non otfjritmtttm: vt pzomitto tibf pancm.tcncoz tibl oarc pccu/ niam. Duodcdma rcgiila. CJ Hota condff fonfa t rattonla confundit conf ufc tm ImobUffcr terml numcomuncm nonDlllribut&vt fibomo noncll:bomo non cft. C7 Tlota cp fignord confuJtdcntffl alfqua funt quc fndiffcrcntcr confun diint anf c fc t pofl fc (icut fnnt tcrminf facfcncca fcnfum compofitil t no 1 a conditionf 0 r rationie vt ncccUario bo crt anfmaLft bomo cft anfma! ncccfTario;fi bomo nmcit rifibilc nondl.omncg oictf tcrminf conMinc# fttpponflt coMc tm imobiUrcr.fcd ow aUa fignn nuUo ni odo cofuHdut tcrmlnu picccdcntc: vt bomo no cft aiybominc;Difforcne ocnariu tibiiv mitto fupponunt otcd tcrminicomunceoctcrminacc* C: Tlota fi ouo figna oinrlbutma cadut fupcr 'aliqui fcrmina'comtt/ ncm U!a fc ipcdiiit ua tcrminuetoie no Hat olflributmc: vt no oie bo e aial fupponit ly bomo octcrmlnatc. vndcaducrrc cp vclambo figna x>U ftributiua funt affirmaciuavcl ncgatiua:aut vnii c affirmatmum TaUud ncgafluu.fi affirmarlua tuctcrminM co.o ffat octcrmhiatc: vt tu oiffcre eb ojnni bominc fupponit ly bok ocrcrramarc fi ncgariua Cmcdiarc cade tla.^tcru fupponit octcrminatc: vt no nuUue bo currit ly bo fupponu oc tcrminarc:fi vcro cadar mcdiatc tcrmfnue coie fiat cofufc trii : vr nuUue bomono currir:fupponirIycurreec6fufc rarii.vcl vnucftaffirmnrluui eltud ncgarluum trcrum;ftar ©crcrminarc: vt no ommle bomo cumt ftat ly bomo ocrcni»inatc vr parcr pcr cqulpollcnrce.arrcndc ramcn cp fi II/ lafigna non cadcrcnrraUrcrfupzatcrminucommuncm g^quoUbcrpcr fc oiftrlbucrcr illu runc Ce^non impcdircr: vr oiccdo iS fouc otffcrr omie bomo.fupponir ly bomo Diftriburiuc:q: U.oiffcrr no bs vuii vtcofundat Ubomo.qi no olftribulr nlfi cafum rccra t pofira a partc poft: fed otcc» do fouce Diffcrc ab onmi boic ftar U bominc Dctcrrainatc:q: figna cadiit talitcr 3» fc taipcdiunt. CrUlimionora g^fiouofiflnacidat fupcr tcrmfnucocmlrea^ vnuillo ru fir offtr iburiuu i al rcrtf cofundce cofufc rm riic fcmg rcrminue comu meftarDi'ftrlbutmc:fcdaUqnimobUircr.idco vidcfifignu confnndcne cofufc rm babcat vim mobiUrandi vcl imobillrandi.srfimo modo runc ftabir oiftriburiuc mobiUrcr: vr fcio ocm pzopofirioncm fuppouir ly pio pofirione oiftriburiuc mobUircr.Si fcciido modo tuc ftabit oiftributiue imobU ter; vt ncccffario omnie bomo cft aBimal. fupponit ly bomo ftributiueimobUucn rr / ^ rclatiuie* Ttiliaealter tatid Diuerlitdtf» VtaU^niodi jfdcntitatle vt faUeqli» T^cdpjocum •JiMDlTcfllUll vtmcuettt tiopoiTcflrfua Ttgcnitiuoruf. nonrecip:ocum.- ttfllequwTclqut Magl. M.7.27 (b) 1l^:o quo tr Kclatluum Dmcrfitati'9 fubftantic t polTc(TiUum . SlmUitcr rcla^ Ciuumaccidcutietam idcmtitarieqpoiucrfitatie norifupporttt p:o illo P^^ ^^^^ antcccdcne fupponit fcd p:o aiio.cjccmplum oc rclatluo vi iZ w^rfi^^i^i® fubflaniicialiquie bomo currit t alius oozmit ko alio fnppo jfS! ^ bomo.cjrcmplum oc polTcfT luo aliquia bomo oi uglt fuum fcruum.p:o alio fupponit ly bomo:p:o alio ly fcruunuquta ali 2* quie bomo p:o oomino x rclatiuum p:o fuo fcruo.£)ccmplum oc rclati uo idcntitatie accidctie: vt aliquie bomo cfl albu0:t talie cft cygnue no JWJ fupponie ly talie p:oalbcdincbominid:fcd p:o alia fibl fimiU. £)t:cmplii Wtt Ocrclaciuooiucrfitatidaccidctid:vtcygnu9cftalb'' taltufmodicllcoi/ UU0. fupponit ly aliufmod! p:o otlTtnnli illi p:o quo fuum antcccdce fup "wp ponif. . S m rclatuioSSS C *Mat(uum Identitat io fubftatic fcmpcr fuppomt pio illo p:o quo fii uni antcccdcne fupponit:nffi fucrit poflTclTtuum^t boc funplickcr fi fuc rit catbcgo:tcc rclatum.vcl in comparationc ad altcrum cjrtrcmoium fi fucritbipotbcriccrcIatunKCxcmplump:imi:fortc6Currltqui mouccun fupponit lyqui pio fo:.c>:cmplumfccundi.aUqut'0bomocft latro t tuc« iUc.fupponit ly iUc pio aliquo bominc non fimpUcircr fcd p:o co qui cll latro.£t boccft fcmpcr vcrum cp rclatinum bypotlxticc rcUtum rcfcrt fuum antcccdcne non fimplicttcr fcd in comparationc ad altcrum cxtrc mo:um:nifi mtcccdene ftct o (trlbutluc:quia tunc uon rcfcrt nifi folum antcccdcm: vt qutlibct bomo currit t iUc mouctur : fuppontt ly illc pio quolibct bominc.t non rcfcrt antcccdcne rcpIicando:fcd folum fimpli/ citcr.f.t illc idcft quUibct bomo mouctur. QuomodoSir"' -fi>iimarcgul9. CT Omnc rflatlu«m fupponcn» pio «lio qua fuum antcccdeud «icccpto pofTclTiuo nonfcqufturrcgulamfui flntcccdcntiefcdfuifigmycl fitu«. vndc aliquando fupponitcodcm modo : vt aliquif bomocurrit x aliua ooimicrambofuppoiiuntoctcrminatc.aliquando rclatiuum confuOua: Vt bomo cft albuo t nuHua taUe vigilatwntcccdcne fupponit octcrmma fc t f clatiuum wftributiuc.aHquando cconucrfo : vtquilibct bomo cft albue T talls currit.antcccdcne ftat confufc tiflribuituc i rclatiuum oe lcrmin«re. Sccundarcgulai , ^ , *r Omnc rclatfuum Wcntitatie fnbftamic in cadcm catbcgotfca ful fl^^^^ tcccdcntfe fupponiteodcm modo ficut fuum antcccdcne:nifi antcccdce rtct confufe nn;qui*» wnc rcUtluum ftac octcrraliwtcvt boroocurrU fl fnourtttnfupponit \y qui dctcmimtc Gcnt fuum antcccdiei vt 010 bo^ mo quf currit mouctur.fupponit ly qui oiftributinc: fcd ofccndo omnfa bomo cft animal quod cll ronalcrfupponit ly q^ oetcrm(natc.£t nota cu oicUur oiebemo vidct fc:rupponit rcUtiuu oiflributiuc ftcuc an e: no fimplicitcr fcd rcfcrcndo iingula fingulie : t idco no fignificat ot6 bo Tidct oem bominc;fcd g? iftc vidcc fc z iflc fc t fic oc fingulie. XertiarcguU. C OmncrclatiuiJidctftatiefubllaticbypotbctlcc rclatu (tat Itcut fuu •ntcccdC0:fcd magia limitatc:nifi antcccdce fupponat cofufc trfi:q: tunc tion folum llat magie limitatc fcdctia octcrminatc:c]CcmpIu rcgulc cft It of)ccro:aliqmgbomocaialT tu C0illc:(ta fupponitoctcrminatc ly illcli cut ly bomo fcd tanicn \y illc magie Umitatc:q2 rcfcrt rcplicando totara compofitionc fui anccccdcti9:t idco (ignificat qp tu ce alfqufe bomo qui c animaht no folii tu ce aKquie bomo.^n boc oiffcrt a rclatiuo c^ibc^ goiicc rcIato:q: id rcfcrt no rcplicado:t bocqi c in cadecatbcgoiica.fif tr: bie patct bcc c falfa.aliqufe bo e:T quilibct bomo cft illc : qi fccuda pare fignif icat cp aUge bo.qui c quilibct bo cll quod e falfuiji:T no fignifl cat 9? qullibct bo e aUquie bo:q: rclatiuu ftat octcrminatc:t n«c ane pofi tum loco rclatiui llat cSfufc tm.ldco no fcmg I5 loco rclatiui poncrc fn um ane:nifi fcrucf fuppofitio.t fi no pof ffcri m code litu 05 faccrc ^po fitionceaUquae oc inc5fucco mo loqicdi: vt fint coucrtibilce ciJ p:i02!\ fffbi gracia i(la c falfa.aliquic bomo e t nuliue bomo e illc:ncc fignif(iat fccudaparecpnuUue bomoeaUge i:>oquic:fcdfignificaf aliquie bo qui clt nuUue bo cll: vt faluct fuppofitfo.Sjc boc fi cocluditur fignum vniucrflUc ncgatiuii non impcdicum n 6 cofundit picdicatu t tame p:ccc dit totaiJpoficionc t p:cdicacu5 cft ccrmmue coie: vt patuit oc ifta: nuV lue bomo e illc. vbi \y illc ftat Dctcrminacc:buic ofcitur coccdcdo totum qula p2cd(catum non ecapa)cconfufionie:t boc fcmpcr fupcriue fucrat cyp2cff.Hn:t idco nil cft contra p:cdicta. E>c mplmionc. CrSmpUatfoeacccptfotcrminivItra fignificationcm verbl p:{ncfpa/ lie vcl participijciufdem:vtbomofult:fupponitlv bomononfolii pio bomine qui cft:ncc folum p:o bominc qui fult;fcd oifiuBCtim p:o bomi/ ncquicftvclfult. 1b:ima rcgula. <r Ofetcrminuefupponeeapartcan rcfpcctuverbf oepteritovdfui participij anipliacur ad fupponcndum p2o co q6 c vd fuit vcl fueraf vt bonjo fuic.fupponit ly bcmo p2o co boic qui e vd fuit:t intcUigitur jfta rcgula nififiatrcftrictio:vtbomoquicft fuft:n6fupponftIybomoam/ pl'atiue.£c inm banc rcgula coccduncur trce ccnclufionce. C *pim:\ conclufio. aUquie bomo fuit ab ctcrno, tC Sccuda codufio ^ucr fuit fcncjc. Magl. M.7.27 (b) <r XmfaconcIuCo il^atcf fuftnncfnfotm{a.jSadec)ccmpla ppp lunt fozmari oc particfpfje. Sccunda rcgula. C OmniotcrmfnuefupponcsaparrcantcrcfpccfuvcrbfDcfuturo vt fui rartfcipOrampHatur ad fupponcndum pzocoquod cft vclcrlt. £tiu)cta banc rcgulam conccduntur trce concIufioncG. CT •piima conclufio aUqufe bomo crif quando cnt mo:tuue:t I^c ejvcra oc kfu cb:(fto oomtno noflro antc pamoncm fuam. CT Sccilda conclufio XDonuue cantablt. CT Xcrtla conclufio aibwm crit finc albcdfnc, Xcrr ia rcgula. <r Omnio fcrmfnue fupponcne a partc anfc ta parfc poft rcfpcctuifto rum vcrboitim (ncipif:ocfin't:potcft lcontingit t fuotum particlpioium t tcrmfnoium vcrbaUum fi^ntficantium apf itudincm: vt vcrbalia tcrml natafnbiUevcl inbUc: vtamabilie vcIam^ibilcfimiUfcrcurfo! tfcri/ proi quc non figniTicant aptum fcd aptttudtncm : no aliqute non fcribct ncccurrcnec(lfcripto2tcurfo::ampUaturad rupponcndum p:o coq& cftvd potcficflTc vcl inciplt vclocfinlt vcIcontingitclTc, t iujctabocco ccduntur trce conclufionce. CJ *Piin)^ con clufio ZBbum potcflcfTc nigrum» CT i^fccudacoclufio i>apa pofcfl: cPTc laicue. CT Xcrtia conclufio Crcane potcftcfTc ocue qguie nibil crcct Ouarta rcgula. CT Omnfe fcrmfnue fupponcne a partc poft f n acf iule:t a parf c anf c bi paffiuie rcfpcau vcrbo:um vcl fcrmino:um potcntlum cx: tcndcrc actil fuum tam incne fn non cne:ampUatur ad fupponcndum p:o co quod crt vclpotcftcffc vcl {ntcUigi:vtfntcUigocbimcram:fuppon t lycbimc/ ra p:o co quod cft vcl potcfi clTc vcl intcUigi vcl imagina ri cb(mcra. C7 jidcm oicae dc iftie vcrbie imagfno::coIUgo:C"gito: fi^nificat t fup ponft.quicquid cnim conting t intclUgcrc cotttingit t .fignlficarc t /up/ poncrc.t iuyta boc trce conclufionce conccduntun ' CT i^:ima conclufio Jntcliigo non cne. CT Sccuda.coclufio totcUigo non intcUfgibile. CT Xcrtia conclufio jntcUigo cbimcram^cBuie nuIU fit ncc pomt ciTc, Cr£i^t)fcf(e(cqufturQ?atcrtio adiaccnfc adfccundum adfaccne nori valct confcqucntia aff irmatfuc in tcnninie ampUatiuie, vndc non fcquf tur. adam cfl mo:tuue crgo odam c(T . Scquitur fcciido cp ilta no dl bona coucrfi'o:adam cft mo:fuuo : cr/ go aliqo mo:fuu cfl ada.fjfic 05 3Ucrfi:aUquod moituiicll vcl fuft ada. t ita obfcruce in vcrbo oc futuro t in cctcrie ampUationibue. CTScquitur tcrifog?ffic nort cflbonue filogifmue : Omnc fufurum cll antlcb:fftne cfl fi4tunie:crgo 2(nticb:iftuecft. quia ly antxb:{ftue i In iittriotC fupponlt ettipUatiuc t n5 (n coclufione. 7 ly futorii (n n)ftC<v ri cfl nome t m minou c particfpiu:q: qn participiu in:cdiatc n poftponf lur vcrbo % nomc:q: tiic no fit vnu cjc vcrbo t part i'ciplo:i6 mino: rebu ft clTc ifta:anticb:lftu6 cft aliqci futuru.t tfic mino: cf{ci falfat vndeno fc qmf :anUcb:iftu0 cft futurue : crgo cft ant{cb:iftu0 futurue, SDe^ppclIarione CrappclIatIocftacccptiotcrmin((nj?pofiti'one limCtatl velper verbil vel participiu: vc fo:,cft b6:ly fo:.t \y bo appcllat tpe p:efe«i9.(,fupponU lolum p:o fo:tc qul eft x p:o bonuiK qul eft; Sppellatio GTSmpKatlonfd Xcmpo:f0 ^c lappella nocai!' ^owie <rappcllatfoampUatiom'0cftC]cccpt{otcrmiu( {n^pcfiffone Umftatt pcr verbu ampliatiuil a pte ante 1 a p te poft vcl fuu participiu vel vcrba lc: vt fo:ancipit cffc papa:tam \y fo:.$ ly papa ftat ampliatiuc p:o eoqd eft vcl (nc{pif c(Tc:fcd DiflFcrefcr : q: \y papa appcllat inccptlone ita U rtctp:ocoq6cft vclinc{p{tefrc:tamenrcftr{ngUuradftandij p:oco qi incipit cflc;fo:. vcro ftat abfolutc ampl{atiue. IKcgula. <r Oie tcrmtnue fcqucs «Uq6 (fto? vcr bo9:lnc{pft:Ocfinf(;pot:cotit(ti/ fiit vclfuojr partlcfplop:vcl vcrbaUu fignif ic8tiuaptitadmc:appcilat^ p:iam amplfatio.nc iUo?J: vi m cFcmplo patct fupcrfue pofito. BeappellatioeS'* IT appcllatlo fcmpo:fe cftacccptfo tcrminI{n^poftt{one Ifmftatf pcr termfnuvcrbale f m nafura tepo:aIe vcrbf vcl participij: vt fo:.cft bomo fupponitlyfo: tlybomofolu p:op:cfentificut copula vcrbaUsfolum picfentiaUter configmRcct. ^:ima regulci Cr Oninf6 termlnue fupponce tam a parte ante $ a parte poft rerpccftt vcrbf oc p:cfcntf:finc partfcipfo ptcrftf vcl futurf : nulloctfam tcrmfno verbal{fcquctc:appcllattepu6p:cfcn6:vf aia pctrfeftfpu0;tam ly \y fpfritue t \y pctr{ ftunt p:o co quod cft tm. ©ecudarcgula Cr Omnfetcrmfnu6 fcqucne vcrbuni ocpjctcrito vcl futuro vd fuum |Mircicipiuni.appcUa( (cmpu$ pic (critum vcl ruturiim :.v( foucd rui( alii Magl. M.7.27 (b) b ne:f uppon (f ly albue p!o co folum quod fuft. SfmflUer fot ertt^lbiii fupponic ly albud pzo co foltl quod crit album. •pnnm conciufio. <r £ t (dco coccdit q> aUquod albii fuit fo:tc6:T tamcn foifcd no fuit ah> i|uo d albu:Dato foi(c$ nuc pzimo fit albu6:T antc boc fucrit niscr. Sccuda coctufio. CSinulttcr fpifcopu vidcbi6:t no vidcbf^ cpifcopum:r>at« gp vidcbid foztcm qut pofi boccrlt cpifcopuo;t nunc fit Uicue:^ g> vidcbiojpfusqn critUicudtnonpofl. fccappcnationcfoimc. CT appcllatio fozmc clt acccptlo tcrmini in j^pofttlonc Ifmfcatl per vct^ bum vcl participium figmficane actum v^ babif um mcntit. 'fscguU. C Omnid fcri ifnue no fimplicUcr ocmoftran'uue:fcquc6 vcrbfi vclgtf cipluni fignificans actu vcl babitfi mcntid appclUt fozmc.f . fignificat li/ f;niflcatum fuu fub ^p:la ronc:vi cognofco foitc.ly foztcs appclUt fuaj ozma.i.figulficat 3^cognofco foitc fub roncqua fo:tc6:fcd curcndo co*' gnofco boc:ly boc u6appcllat:q:n6cft oiffcrctia intcr fifiaiflcatii i raic p:op:(am:tdco ciTct nugatio. •C>:imaconclufio. CT Bx quibud fcqui F )cpm crucifijnJ oc virgfnc"natiIado!auIt anHotC ks.ls nd ado:aucri( ppm crujrifijcum oc virgmc naium. fimilircr. Sccunda conclufio. Cr 1i>atrc mca vclle clTc in fouca:t no vcllc patrc mcil clTc fn fouca. Xcrtiaconclufio. CT ll>otam vcncnofum ocfidcro bibcrc:(amcn no ocfidcro lpl{?cr<pot^ Vcncnofum. p:obat:onibu9 tcrmtncium Cr*f>!opofit{onum. C* ZTOcdfata:cquc babcc C ^^mmc dimicft qucnon bj nicdul quo potcfl^bart. mcdtu quo p6( jpbm . vt boc TOcdhtit quintuplQC. CT ^^efolubili6.j£)cponibili^.Oft\ci^b.r'.DcfcriptibiIi6. •f>:obabiU'6 pcr C4ur«dvcntati6. &c rcfolubfli jDpoCtfonc. C *(xcfolubfI(6 cft f rfplcr.f.fndcfinita.partxulans :finguUrf6 non dc/ moftratiua fimplicit:q^ba(ur fumcdo mojpwU ocnioflrjriua fimpll cifcr,^ ?uu cofoimc fubiccto ^ponio rcfolubUt6.t fcom in rccto. vt patcc C: ^ndtfmita boc curnt. tu cycmplia^ bomo curnr boc cfl bomo 5 bomocurrit. c ^'Iqute bomo cmit boccurrit. boceflaliqufdbomo. i dliquidbomocurrir. boccurrit boccftfoztca § foKcecurrif. boc oifputabit boceftvclcritbomo § bomot)>fputab(r» 1?oc<nc(p!tcurrcre boc cft vcl (nclpit cfTc bomo i bomoindpitcurrcre T^ufua cft bona focietae biccft^ngeuo i Mscli cft bcna focietae bulcplaceo biceftr?cud i dcoplacco nunclcgo nunccftaUquando S altquando Icgo XuncDifputable' tunccftvclcritcrao $ crao oifputabid C7 &e Dlfiuncto collcctiuc fumpto. boceftafiuue boc cft Ix)mo vcl ^dnw 5 bo vcl afmu6 cft afinue. bcc cft falfa. <r t>c Difiuncto Diuifiuc tento. boc vcl ofinue cft afinue boccftbomo i hd vcl afinue cft afinoe. bcc eft vera» 3(ta Dicitur De copulato: vt foztce z plato currunt.i dc conditionato Vt foitce fi eft bomo cft rifibllie. ^eparticulari lndcfir\mi^t!' CT 1i>art(cnlarie vcro indcfmlta t fingularie ncgatina poflTunt pzobarf DupKcitcr: pxfmo rcfoUiio:ic:t boc vbi fubicetum pto aliquo fupponit: vbivcropzonullofupponitnonpotcft p:obarirefoIuto:ic:quia mmot eft felfa. Dcbct igitur tfic alitcr p2obari.f.per fuu c6tradicto:ii3: vcrbi gra tia:cbtm ra non cft bomo:p:obaf boc modo^fuu cotradictoztii eft falfuj ergo ifta cft vcra. £t iujifa boc conccditur p:imo. i:>:imaconcIufio. (T Stngularie So:teecurrit Grampliatiue l:^omoDifputabit CT 1?omo incipitcurrerc C^ngcnftWocafu j9ngcUeftbondfocictae CTInDatiuocaftt l^eoplaceo C; 3fnaducrWo aiiquando lcgo CraeDiffUtabig homo vel tfinue cftdfinue cecopuUtofubiccto. ,„,i„j., (T atbum potcft cffc nigrum.CT l^Kdcftlnatu» potclt clic pKfcUurt G: Juftue potcft cffc iniuftue. Xertiaconclulio. Craibumfmtquandononfultalbum.^ ,r * GT iJcrtcpifcopue pzcdicauit quando no picdlcauitcpifcopu». C" 3fuftu« iuftilTinic condenabitur pio pcccato fuo. * C" £?:ponibnt« ptopofitio multa* fpcctce:! p:imo oc vnlacrfaUbue'af/ firmatiuiecftuiccndum. , ^ , &e vnluerfaUafPirmatiua. CT UniucrfaH9'afFirmatitta cjrponitur V^y^^^^.^y^^^^^^^i^iJP^lf^ iaccniet vniuerfalcncgatiuainquaponit ly qummtcrw^^^ 1 p:cdicatu:T elfubiungitur boc ^nom^ relatiuu lUe illa m cafu fimiU fubiccto c):ponibili0. ««"'Pl^ CTCluilibet bomo currit. cr l3omo currit £t n\A\m cft bomo quln IHc currat CT Cttlurtibct boi« intercft legerc . C l5o!« Ucrcft lcgerc £t nibil cftbo gn UUue Ucrfit lcscf Omnie faccrdoe peteftciTc papa. tr Saccrdoe potcftclTc papa Ei nibil cft vcl potcft cflc faccrdoe ^ ?ta oicatur oc alije vcrbie ampliatiuie gn iUc poiTit cifc pap« ii;Ubi<8tuce. C"J3Ucublca StnccHbicequinlbilie, «-flUQuandoce fitnunegceqnlntuncfie. C,«liqiwu ^^^„ig,^^o^iafi„o6£ftari»ue. iri5omovclalinuecftafinue. .^«n?^)*'* ^l^l^ £tlftomodocftfalf«q:fc6acj:poneecftfafa. tutdfKafinw. C l5omo vcl afTnue eft afinue Bt nibil cftbomo qutnjjuj.^' •? libocroodocftvcwqufaambecjcponcntcefuntverc. nnefitefin . Magl. M.7.27 (b) t . '^«vn(ucrfaUncg«rtu« CTiUnfiterftWd negatfua no cjrponitur.fcd Dbatur oupHcffcr.f.whr fliv guwrcevclpcrfuumcontradictoiiuni. ■ •f>;(momodo TluUuebomocftafinue. fccundomodo Tlcc (fte bo cft aKnu« ncc jftc bo suji 5dfcoifubui' cfl falfum cft afinue i iiW funt ocs boice f.fUud.-aUqufd bomo cll alin* nwfcuU.crso nuUue bomo tc. g m vXxq ncfiatiua efl vcra, C j^p ofctte fnfcro aUquae condufionc©.""''"* '"""^ cfl afiou». _^ 1t>:imaconclu(io. «7 Omnequod ocue fccftefl fn boc fnllantf.S(mflftcr. Omnc qnod fuftt crf t cfl: nunc.SfmlUtcr; Omnequod cratcflnunc. SccundaconcIufTo. bomo bic:T tn foitce bfc no cit omnf« bomo.fimflfter Xu c« 01« bo boc mo:t tn boc mo tu no ce ois bomo. fimiUtcr ""^ Xu c« ote bo vfdee fo:tc:rtamc tu no ce ote bo vfdcne bomuicm. «-^ Xcrtfaconclufio. Cr QueUbctfingularfebufuevnfuerfaUdoieboeflcflvera-r fnni a\b bctj^gaUrf9al»cofuevniucrf9Uecftvcra.sSterSm^^^^^^ malie eff aanue:t tii no oie fUfue dicufue aillS^^ fitfoneepofTunfj)barlcFponibUiter;:l3n6f,ntoe-eSrS^^^ cafcongrcgaui fimuLquia multie locfe ocfcrufunr ^ ^^^.^f^^^^m^^^icv fumpto pcr cquc:e):ponff perfreelcrponetce: ^^«•"ttonlecou^ neflatfone fuf co2araiiui:falua fuppofitioe termfno:fi.£)ccmpl9?imt «S ^ ^ucefcafoitfe ficutpctrue. XttCifoJtfe •petrueeflfo:tfe nonpetruf eflfozffoife. Xuc eitafo:tIeficufoie bo. Xttwfoitfe •bomoeflfetTe. ^n^^^mnfebomojlfoiffojfe. *lP>:fmaconcIufIo. Mrt^t^u^A - * ■ ^^fttndaconcluflo. Cr&faboluenocftttamajjefcw^ C-CampanfkWofmardcfl.ffaSSflJHfrii: ittfiiftttnJ wltt iw^ — - gtuM &tit Mmpatifle b(uf marcf. C Comparatluum crponltur pcr trcd c):ponc(cd:«uae In qulbttd mb^ crtrcma copamtlonUioucBiuntttcrtiastnquafCDnrcftrcma ncgatur a pzlmo pcr pofitiuum coparabilltcr fumptuni:cd nota cqualitatie falui eippofitionc tcrmlnoxa. C):cmpU funi: ift« • £go f u locfidua Z^u c« f odidu^ Tlo tu ce Ita locudud ficut «go Xu C0 maioz omnl bominc, Xu c$ magnue bo cft magnue Tlo ow bo £ Ita masoue (Tcut tu iS^zImacocIuCo. £go fum maloz oi boic raundln fum nnno: oi bomtnc mundi» Sedjdacoclufio» Xu ce mcUoz oi boic mfidtM tn no oi boic mundltu ce [mcllot Xcrtlaconclufio. J£go fttSiPOtctlo: tc t lconc:^ lame non fura potcntioz lcone ' J>c fupcrlatiuo- Superlatmum ?ot oi pttcit cr fumi p:fmo abfolulc:fcdjdo rcfpectlue.- £]ccntplfip:vmi:fo:tc6 cft fo:ciffitriU0.£):cmplu fccundi:fo:.cft fo:tlflr il / Io:um. p:lmo modocj:poniturpcroua9C]cpoRcntC9:fccundo»pcrtrc8: fcmpcr falua fttppofitionc tcrmino:um» •f>:imo mo So:tc9 crt maplmao. Sccudo mo So:.cft majrfm^^iftojs S;o:tc9 cft magnue So:tc9 cft magnue So:.n6p6tclfcmaio: ;^ftifUHt magnt Iti fna latitudinc. Tlo ifti funt Ita magnl:fcd vaIdemino:c9fo:tc: ^:Imaconclufi[o, CTDcce funt gcncra gcncralilTimaiTnulluIftozucftgencralinimiltlloza* Sccuudaconclufio. CrXu e9 fo:tIffimU9 ifto:um:t taincn tu non ee fo:tifllmue. * Xeritaconclofio. Xu ee calidiflfimu9 oiu5 boium;t tncs frlgidimmtt9 omnlum boiujt SDc oiff crc:aliud:non idem. CrD(ffert:4lfud:non tdcm.cjrt^oniitur pcrtrc«c):poncfee:ou9S>fffrmit tima % rertil nes4titt5:falua femEm|»poficfonc tcrm(nop:i tcpozie tdc Xixme, £iccmplafttntlft«. Souce oiffert omni bomfnc. 0oite6cft t>omocft. Stfoucenoncflomnlebomo. Early European Books, Copyright © 201 1 ProQuest LLC. Images reproduced by courtesy of the Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Magl. M.7.27 (b) er«oir«cft -putodt Sojtctnoncftplart Sowce olffcrcbit « platonc. C: Soucdcrat JCt plato crat fccum J5t fo:tc« non crat pUto Sowccoiifcrtabantfcbilflo Caoitc«crft antfcb:mu9crftfccum J5tfo:.nocrftantf;c6«; ^-7- I/ j 3 •f>«n5a conclufio. «i. X M ce auud a dco:T tamcn f u no ce aliud «b alfquo cntc *r-'T'.. - /j .^fcundaccnclufio ^u no ce idcm cbimcrc: 7 tmcn tu no ce non Idcm cWmcrc. ^t, I . , Xcrtia coPcUifio. S^.H^ 5 r "^"i"'* ''i:^^ ^J'' fi"''*"' Pr "5 cft aWnd a ftlfo. Tla ffta raf &Un"^ jT-/*.-r«»WH. «T«PffMfe:r r^fmo amrmatfu*. SSo^TfiSf.^rr'"''^P^''^-Toncnrce : \n quarap:fma tumoctubfcctocumpartccxrracaptamfmira. jeiccmpUfuntflG. Omnie bomo p«:tcr foitcnj currft. fZtT^^^ "5 fo:.currif. 3a«vcro. nooiebomop:ctcrfo!.currit:^bafpcrfuacotradlcto:fu? _c . bcocccpttuancgdtfnaT S;5,r^JK.i"«^''*'"P*'"'"'® enjoncfcefn quanigma aflfir» rnatur pdfcatu oc parfcc)ccracapta:T fn fccuda ncgatur ndfcatu oc fubfc Cfo cu parte cjrtra capta tnfmitata. «rcnmla funt iita •nuUuebomopKtcrfojtcmcurrft. Oie bomopWo:!li6c?rkt. ©otcurrft:» nuUuebon6fo:.cur. ©o:.currffuOieb6nofo:..ni bccjcccptfna^piopjft. Gradc);ccptiuamp:op:ijrcqu(rafurouo. «: eo!»tarla5.noi, ol. cKcptto rcpnsnat fuc paSccral.^S win. amnc eod pietcr cblmcram cft Sliud condnnum, C7 &icno orccpciiu b; vlm unobilitandl tcnnmu pccdere^p^tct t)e Iw oid bo pzetcr f02.cuf.ly bo fupponit cofufc oiltributtue imobilitcr : q : n ocfccderetur f ieret cjrccptiua tpzopzia ^pter vcfcai pme conditioni«:t non babcf ill3 vim ab aliquo figno ntfi a ly p^eter vf patet. Conclufionce* CrXunooiflferdnifi4baiino:t noanullo nlfi ab aflno olftcre» pnma pare p5 q: olfferd ab afino: i no otffcre ftb aUo a(ino.p:ima crponce p5.f»tH otflfcre ab afino : t fccunda^bat :q: fi nd oct oppofitu. tu oiffert ab alio i$ ab afino.g tu non es aliud $ afin^^rqd eft faUu>p5 omab cxp^ fiu ad vnS fuar u epponcnciu.Dclndc^bat no a nullo nifi ab afino oif; fcre : q: fi non ocf oppofitii a nullo nlfi ab afino oiffe reaglt a null© «0 afino DiiTere. p; omia vt ^e.t orie fTm c:q: fuu i5dicto2tu e vcruXab ali quo no afino oiffcrd: q: ab cquo.t lo occdtf no oiffcre ab alto C8 ab afi^ no;TtriabaUoq5ab afino otflTcro. Deejcclufiute, Cr Ctuincg modie eyclufiuc fiert pofTunt finc ncgat (onc fcquctc. p:irao cum nota erclufionte pzccedtt t cadtt fttp:a fubtccru trfi: t ctponitur pcr copuUtum.crcplu:fm fo:xurrit.fo:tee t nlbil nonfo:xurrit: ttag» fttco pulatum t no copuUtiua.Sccundo cu cadit fupza totu.t tunc cpponttur pcr copuUtiuam* £)cemplum. CrXmfoitcecurrit. CrSo:tee currit. &t nibil non fo:.curn't. ^ ^ illa vocatur p:etacene* iUa eft ncgatiua oc fubico infinito; C; Xertio cfl nota qrclufionle cadlt int er partce fubiccti t tuuc cFponl^ lurpercopularii.vcrbigrafia. ^ ^ . , iI7i5oztee tm oifputae placet , Sottce Dlfpuf ane. &t non non oifputane placct . CT auart 0 CU5 nou efl inter fublectftt pdicati:fiuc pcedac fiue feqtur, copul3p:inctpalc t tuncp:obaimpercopulatiuam.verbt gratia. C;So:tce tm cft bomo. Spitce efl: bomo» C;«o:tce cft f m bomo £t fo:tce non cft non bomo : t{9 Q> vna ncauio fit ad vcrbu ^nclpale t alia infiuif atio ad piedicatum. c: auinto cu nof a e)cclufionIe eft tntcr gtee piica f t : t tuc q:ponitttr b copulattua.^.Sfa. ^ . , ^ . . Souceeftaialtmbipee. Soztee eft animal bipce « t fo:.non eft alal non blpco tia 0? cadat tnftnltatto vbi nota crclufionle p:iae crat. _ C" Ultra iftoe gncB modoe finc nc^ne fcquetc;fiunt all) qt tuo: cu ncgnc fcauete ocqbuepo^dinioaturoccpla t e?:pofitionce:fmocu ncta p;ecc dit t foltti cadii fup;a fubtcctwt tunccyponitur pcr copulatiI.v.Brafia> Magl. M.7.27 (b) Cr Xm f<nui Mn cur rlt. grjwtc» ^tnibHnonrojtcenocur. 5i f.*^?" 1'''«^« * aliHd ^ foifce i'd ofco non ciirrit.©cciindo;ctim cudJt (n.tofara piopofitlonem.t (unc piobatur pcr copKUtiiwm mcdfanie figno D{flribut(uo afTirmanuo boc modo ^^ ^^^ C^ XntTou cg non CBrnt jrSoitcenpncurrtt '^tquodUbctnofoiJCur. €7 Xcrtlo cu cadit itcr etee fubfccti t-tik^baf c copuIatUi: vt in cjccplo C" So:tc9 tm oifputans no currit. ^©oite«t)ifpiitan« ^tnonnSoffpufandnoncurrit €7Quariocumnotac(lintcrfubfectumtp:cdicaturSTp:cccditS^^^^ laratuncpiobaturpcrcopulaituam. r^vvMu^wj^ii/ ^ C" goitce tin non gDifputan » Soitc8noeDlfptttan« Jetroi.cqaodlib<tnonotfpHtant ^aomti modi no potcft oarf rcsola cO ncgationc fcqucntc quia tunc Bcg fcqucrct Tcrbu.piinc(pa'c:T ficcet poriua iftnfratoffi nc" fi ^poffaadbucoarialfetqrclufiuaqucnoclTct^ f ciS ly tm fcqucrct tota pioponcm .vt Diccndo bo c ridcne tm »lh rcducitur ad quart u moda piC pofitU. naj ifla cgualcnt ad boSS &tcUcctu.foi.cftrdcn6jtn.tfoi.cfltmrfdcne:ltacpJr^^ •idince fctt roodi iiiuicc no cotncfdcnrcfi:t no pnt cCfe pIurco-SaHS S ilctarqnomodoalitcr pofTtt cjrchif.onienota In piopoSncSSS . -f^itmaconclufio *^ CT X« tm C8 bomo.T tamcn non tantum tu ce bomo ,^ ©ccundaconclufto jriX^ntnfoi.eurrft.t nd tantum foi.currit.oafo q> Iv tantum cadaCf^/ fcm, fupia '^•'''«"'"^P^;^ fupu t^iam prpX'?Him CJfTa piopolStfo bo e afinus pcifc fignificatrcmm i frwooflrihft.» ♦ f«. pofnbllcimo iKccfrarium r impofribilc. rim.poHiwie t {m C: -poarcmo bicaducrfcg' olctio cjcduCua quando cadit fupia terrtii* yluraho numcrf poccft c>:pont oupllcf fcr.piimo per notiSn /nfKL fe^ cundo pcr notaaj pluraliMtie, vcrbi gratia. «nriniiatie fe/ C Xifi ouodccint runt apri oef. C &uodecfm rot apK oef. t>uodccfm runt aMftrt» n*? 2paX"&S'^^^^ inonplurSlStt" Magl. M.7.27 (b) redupUc^tune C Tlota quod Iftc note fiuc olctlon€e.f.ln$tum:p:out:pcr f€:f m qfepnt lcncrf DUplicitcr.p:hno fpccificatme.fcdo rcdupUcjiiluc:p:imo niodo no cpponuwf ur fcd ocfcribuntttr:ft'cut cgo pcto a te pccuniam inquant u? bc rc6 Jxgo pcto a tc pccuniam ca rationcqiJa bcrce.Sccundo modo cppoj nunfur pcr^ rce cpponcntcd ouae abfolutae z tcrtiam conditionataj tra fccndcnccr; vt in cjccmpUe P5 manifcfle. J£t finc Hcgatlo HC fcqucntc. So:tce inQjtum bomo cftanimaU 0o:tC0 g bomo So:tc« e animal j£t fi aUquf d e bo tUud cft at * ' ' c: 'Domo inqBtum bomo no e angclus Cil ncsatioc fcquetc 1:)5 eft.bomo Vo noni angeluo £t fl aUqufd c bo fd «o e angdue CT Si vcro ncgatfo p:cccdft notam rediipHcattoni6:tunc no cypomtur fedi^bamr rcUp:obatur gfuucotrad cto:iB.vcrbtgratta:volo p:obarc Q? bcc eft veri:fo:tc9 non immm bomo cft fo:tcd.arguo fic :fuum con / tradicto:ium cft falfum fciUcct fo:f tnquantum bomo e fo:ted. g bcc c vcra fciltcct foi.non in(gtum bomo eft fo:.confcqucntfa tcnct pcr Uscm contradicto:io:um.ancedett6 patct cj:poncndo . *(i>:lmaconclufio, ^ CT &CUS bomo cft tnftnftue t imenfue:! tamcu oeue bomo non ffKptum bomo cft tnfmttue x imcufkie. Secunda conclufio €7 So:tceln$tumbomocftrtfibi'Ue:ttamcn fo:tce non mqptum am; mal cft rlSbiUe. Xcrtla coacluno» tfraiiaJiamStiuiiconucm'utotffcri1t:Ttnno aUqm^fum conucnmnt 5iflfcrunt:tcneudo in p:ima ly [uqecum rcdpplicatiwc.T In fccunda fpccu ftcatluc. g: Simiutcr coccdif ur cne fncgtnm cne c fuDicctus metapbi lice:tcncndo ly fnqptum fpccificatmat tarue cne non iiw^tum cne i lub/ lectum mctapbilkc:tcnendo ly fnqjt um rcduplicatmc* E>c mmcdmc Cr 3mmcdfate ocponitur per ouae a:ponen tce: vf dcUcet per p:(mam lacente:t.fccundam vniucrfakm negacfuasfibi co::cfpcnd€ntem tnbijc modum. Stnc ncgatf one fcqucnte t oc futuro: C jmmcdtatc poft boc e:ft anttcbuftue, ^ Hboft boc erft anticbrfftua £f nuUum cr ft fnft^ne poft boc qufn intcr f llud % boc crit ant{cb:f ftue ^c immedtatc f inc ncQ^tonc oc Mnttbocmmichiiitm £(nuUumfu(t inmemeboci^n <j-. . intcr Ulud t boc fuc rit enttcbzlft' 4K>c immcdidtc cum ncgandc fcr" ^ Cr jf mmgdtatg poft boc tu non cne papa 1^oft boc:» "on erfe papa jSr nuHum crlt (nfl-^ne pofl b*:quCii , (ntcriliud TboctunoncneDdDfl Ifa ofcdfurDcpicfcrffo fuomodo. u..vin;rwp8pa fuacotradicto:fum: vt bcc i f rajmmcdtarc poft boc tu erie rapa . fi iSl ncgattua c vcra;no imcdiate poll boc tu cr(e papa m ifta cft fTa '^*^ ^ ''^ ^''S^ ''^^i- no imediatc pcft boc tunocriebo. -pJima conclufio C7 Immcdfatc poftbocalkjo* par« buf^fpaci; crft ptranlita : t tn null» P«re bulue rpadj immcdiatc poftboccrit^ rtranfita ncccflTano SvIiiSSr^f.Wi''^^ F"''® frponftce.f,E^mam pidacftli fecunda pcr oppofitaequaKfatcefmcjlgcntlaqj rcrbuvtlnwmplo patet. ^il^Sf^^L^ oe pjcfcntf affjrmatfue C7 1 icccflrarlo 9cue cft. ^^S^ ^ ;5tnonp#teftclS:(jufnocBeRf< <tum ncg^itiortcfcqucfirtz oc pnt< C Tlcccflarlo racuttBJ non ctt ttociintiiwoH cfl non potcft cfTc 9>'ncnm fff , i©e pjctertto afrtrmanuc C Tkcdbrfo.oe ue fuif ^^f^it J^tnonpotcftcfrcqnlnocwfHefrt IScftttnro rum ncgatfonc rcqucnrf. 4Er TkccfPirfo cbimcrs n^ erft I £bim<fd ncn erif gt non potcrit effc ^ cbwwra erH CSi vcro ncgatfo ^ceddfttilc n3 eitpoitunfcd g fufi cod(cto;(u i)batttr vcl ipiobarun vcrbf sr«:bec e verdmo neccflTano cbimcra e : qulg bec dl falfa:nccefririo cblmera c. ^iima conclufio <r llon ncccfftrfo tn cm t amen nccelTario tu ce fumcndo ly neceffano In pma adncrbialUcnT in fc5a noUUter t cafua ablatlui:q: (tc o$ rerolui Secunda conclulio CT HccclTarid allquid efl quod cetingentcr e t tn nibH quod nccelTarto € conttngcnrcr c ZTertia conclufio CT llcccflfario tu currie vcl tu non currla:! tamen ncc neceffario tu cuf rid:nec ncccfTdrlo tu non curna. t^ccontinzcntcr. C Contlngenter fifr cxponiiur g ouaa erponetce : pjlma p:claccntem t fccundam pcr oppeutae qualitatce fm cjctgcntiam vcrbf. fcc contfngcntcr affinn^tlue oe pzcfcntl» C; Coniingcmcr (oztce eft-» C 0o:tea eft £t potcft cffe ^ to:,noii flc &e pjetcrito aflftrmatfue C7 Contingcntcr anricbzlfl /a non cft antlcb:lftue non eft, £r poteft cfTc cp antLbziriua fTf* p:acrito alf irm.Kiuc GT Contmgcntcradamfutr. adamfuit Stpoto<tclTcfl?ad«mnonfucrfl IDc fntiiro neqatiuc Contingcntcr tu non faluabcrla» Xn non faluabcna £t poterft eflTc 3^ fu filnaberfa ©t vcro ncgatio pzccedaf no cjrponf t Tcd mo2c f»dco p fuu cotradictor.tf j;)batur vcl ipzobatur.^bi gf a:bcc e ^aXotingeccn foztce no faluabltur qi bcc e falfa.Tla cotigctcr foitca n faluabif ii^iima conclufio C7 0<r-ni9 bomo cotmgetcr cft:t tamen nocantlngeter :imo ncceffiirfo cmnie bomo cft. Sccunda conclufio CT Contingentcr tacurrfa:! tamcn n9 cotingentcr tu curria vcl cu non currie X^rtia conclufio CCotlngerer oeua fuit in a inftaci:t tn ina fnflantioeuancccfTano fuft / Magl. M.7.27 (b) I j©c tib etcrfio, <F:2[ft efcmo no wUfcr rcfolulf :fcd adncrb Mltcr pw ctttMlU cjrponff pcr DUd9 cpponcfce fm cKigctiS ycrbi boc modo^cjjcnipln Dc pKtcrlto^ CT ab crcrno t)cu6fu(t>^ ^ntc aliquod tcmpa d ocue fuU jSt no cft vcl fuft aliqb tpe fl/ nitil quin antc iUud Dc'' f Ucrtt Befuturo. *r ^^ ctcrno am intcllcctfua crft. C; 'li^oflaHqStpeaw itcllccnuacrit £t no cvcIcrftViIiqStpefmf/ nitu quin p^ illud m ircllcctia crft €7 Si vcro ncgatfo fcqucrcf cod^ modo ctponif .fi ycro pccdlt pcr fu0 contradictoiiu p:ob^rurveHnip:obatun 1i>:(ma conclufio, a C* ctcrno tu fuiftuT tamcn «on crcrnalitcr tu fuiftf» Sccadaconclufio. CT ab ctcmo fuit aliquod infJae. t tnnullu inftae fuit^betcrnOr Xcrrfacocfufio. C CtcrnaUtcr cnt iiUquid quod no ctcrnalitcr crit^ C )©cmpcr fumif ur ouobue modie pmo ftmplicitcr pzo omni tpie offFc rcntla:T fic fcmg p:opofitio talie tn qua ponirur ly fcmf) cfl f^lfa» fcdo rc fpcctiuc non p:o omnitcpo:c fcd fm cjciscntfam vcrbl.^.gratia ^cfcmpcrabfolutc, jC Scmpcr vcm fuif * ^liquandoocuefuft . :t no c vcl futt vcl crif aliqb a liquado qn tunc ocue fucrit W^f cmpct rcfpectmc oc p:cfcnti; grs cmpcrpctiefutt ailqHado c<B«.fwrti no fwit aUqcf aliqngn tQc tm futH Magl. M.7.27 (b) j^t futuro. (rScrupcrocud crlt aitquando ocud crlt £t no crft Mqb aliqulldo tuc t>cud erft * C7 Sflncgatio fcatur code mo cjcpoUur^fi vcro pccdat^batur yt pilue oictil cftJ.cotracuctoz: fuii. *f>:lma conclufiio CT Scmper fuit aliqiia r)tee:t nuUa olcd fempcr fuit. Sccundaconclufio CrOmne quodmouetur fcmpcrfc babct vno modo Xcrtlaconclufio C ©cmpcr erlt aUae b6:t fome nuUus bo viuet vUra ouccntod tnno^. 2De tome C Xotud Dupl Wtcr pot tcncrf:^mo mo fincatbcgoicmatfce : t tantum valet quatu boc coplocii quclibct ge:t tuc cft ocponibiHe ficut vtie .aflfir matiua ipUcUc.fcdo catbcgo:cm^tice t valcc tm quantum cne complc / f um fiue gfcctii cui nibU occft.Xcnct auc f mo nio quado pccdU nuUo ca tbcgo:cmatcpccdcntcimpUcite ncccjcpUcitc: vttotue fo:teecftalbue. S€cund0 mo tcnctqnaUq6catbcgo:cmap:cccdit ly totue:vtfo:.cftto/ cue albue.l .fo:.e quoddS cno Efcctu cui nibU oc cft i n albcdinc.fo:.totue ert boi vcl fo:.eft totue b6.i.fo:.cft b6 gfcctue cui nibrt oecft in buanitate totu6 fmc^tbCQOzcm^ti^^Iza^T Xotue foue e eft gUquid fo:tte •(i>are fo:tie eft aUquid fo:t{e £t nuUa eft pare fo:.gn l** fit olfgd foi. Cr Si vcro ncgatlo fcqutt ly totne: vt totue f#:.n5 e albtte.n5 crponlt : ?[: cgualct vti negatiucfcd p:obai jj fingularla vcl p cotradIcto:{r: vt ocj uU fup:a SimlUter fi negatlo p:cccdit ly totue p:obaf g cotradlctojluj *|i>:imaconcIuno Wcct totue fo:te« fit allquld ro:t{e:n6 tame totue fo:.cft minoi fo:fe q: ata {ntcUcctiua n5 cft mino: ci nd fit quanta:t co^^ue totum fo:.non c mlnue fo:te Secunda conclufio C" Wcet totue fo:tee fit pare ro:t(e:non tamcn tofue b6 eft pare fo:tf« X^rtiacondufio C Jn capitc tuo eft totum quod eft (n mundo:fimi]{ter tn an{ma tua eft iota fapientia mund{:n6 tn totum quod cft m mido c in capite tuo.nec t^ (a fapient{a mund{ eft in anima ttia* J^^infimto C^nfinfw» firr pttcneriouprnlincatbegozematfcct catbegorema/ tic<,mbcg9iatt»lu yikt CfintHm quannin» vnU cne finc pnc^lo i Magl. M.7.27 (b) ai qultfi tepud eclapfura aHquatil tp« e clapfu:£t m PJ^ aa illhit rrfpl» , nulW c vcl fait aUquatil te ad lUud.T fic {n lnf(nitu5. pue finita clapfa gn mai* illofitclaprtim. p roo in pKnumcro CT 5nf fnfta filt fin to rm odo (n pluralf numcro ^(nfta fut finJfa:T i ouplo 'lit finita :t no filt plura:t i triplo plura:^ ftc i tot finfta"gn ptra UXrmt inflnttum funt fintia. fmita CT Si vcro negatio fequatur aut pzcccdat pzobatur ficut totu©. , 1i>:imaconclufio jnfinitum co:p«« pot t>m p^oducere:! no tn non potefl p:©duccrc coi/ pu9 mf(nitu:q: oe co:pu0 e fi0urata.crgo finitum.quia termfno vcl tcr/ mmisclaufum. Sccundaconclufio e: J nfinitue numcrue e ftnftue.t tn nullu» numcrus finftue c fnftnkuf ficut mfinitie nnita funt plura:-: tn nulfa finfta plura funt infinitfe. , Xcrcfaconclufio; «J 3nfinft«m numcrum potce numcrarc:i tamcn non potce nuracrare nuracruminfuiirum. *^ fS>c oiriciabflibus GT^^topoRtfo oflFfctabflieecmueDfctumfincoFo inffnltlua twrtcrmf ; fiatur pcr tcrniinum modalcm vclconccrncntcm actum mcnt(e(n fcnfti compofifo:bocmodo. C *f>ofr(bflc i fo^cttrrcrc, ^ ^ * pcc piopo l pofribfl(e:fo:.ciim't q figniflcat adcquatc fo:»currcrc TlccclTc c ocum clfc 1?cc p:opo c ncccfrarU:ocue c ~ quc adcquatc fiiffnlffcat ocom ctfc -t!>cr fc bomo janto al 1?cc p:op5 c 2 lc:b6 c aV quc adcquafc fi^nlficat bomfrtc cflcanimaL C iSrr fc polmo bomo c rlfibilte Ucc p:opo C£ fc ^'•^bo c rlfibflte quc adcqua f c fignlficat bow5 cfTc rifibflcm» C l^errfcnon^^foicrifibille V€C pwpo e pcr fc no ^'':fot.e rif»bfl(« quc adcqu«tc fisnlffcnt foj .c8 C* 'f»cr accidens bome cll albue rlfitoHcm. 13ec ptopo e pcr »ccn9.bo c albue q adcquate figntflcat bolcj ei albt^ CrsctoDcumcfTe tJec p:opo e fclf a a mc.locus c quc adcquatc figrifficat ocum clTe C7 3ntclkcium c a mc foucm fcdcrc Vec piopo e tatellccta a me:fo:.fcdcf qadcquatc fign(f fcat fo:.fcdcre CT J^ubium e mibi regcm fcdcre I5cc p:opo e mlW oubiatro: fcdct que adcquatc fignJficat rcgc fedcre •p>:lmaconclufio iU aibum pot cffc n' grttm:t tn ipofl^ibile c album cfic nigra . Simfliter Kcdcftlnatue poc cffc pjcfdtuat tn ipofiibilc c p:cdcfttn9tu cffe pKfcltfi Sccundaconclufio <r Omncm boicm cotlngcne c cffc : tamen neceite i ocm bomincm cfrcj ficut impefltbilc e oem boicm non cflc:t in omnem boicm pofiibile e no g<fc Xcrtiaconclufto gr T\x fcle 4UcrtI (fto:iI ec verumtocmonftratis ouobue c6trad(cto:(;'« rib( oubiifi-t tamcn ncucrum illo:u fcie cffc vrrum:S(militcr»fo:.rc(o cc co:ammc:ttamcnncfctofoncmcflcinrcrumnatura •bic nota * Ifti tcrmlnt:nccdrarium:contingcn« tc.pnt fumf ouobue mo dte oiimo rcfoIublHtcr:vt funt qucdam adicctiua fubftantiuata tn nea/ froifcncre fccundoofficiabiliicrvt ocicrminani o:attone fnfinitiium oiwfi fuum*fubftant!n fiuc fubicctu.fit (ujcta boc ceccdifur £ ncccffarf / 2m cft ocue nunq^ fuit ncc crit ncc e : t tti nccclTferiu c ocu fuiffc fojc t I.r*^(VrDofftbilc c nlbil fuit ncc crtt ncc e : t tn ipofftbilc e nibil f ulffc frt^^T cc V Similitcrly neccffirio pot tcncriouplicitcr.f. rcfplubilitcr vf fiicafuooatful vcl ablatlui:t cicponit vt p^i^paiuit.t iupia pdicw pce duntur aliqueconclufionce quarum p:ima cft tUa. ^ -pifmaconclufio C Tlcccffarfo tu fufftl p:oduciue:t lamen non ncccl!Arlo:imo cont(n / JT- •n<'ccffe c te fuiffc t tamcn non ncccffar(o:imo cont(rtgentcr:tu fufftf. ^ Xci-ttoconclufio c- tVoceffarf 0 alfqu(d eft ouod conifngcnter cft:T tamcn ntbf l quod nc ecffariocftcontfngentcrelr. . ocf criptibili p:opofttione Magl. M.7.27 (b) Cr Ibtopontfo PcfcrfptibHte cll In qua tcrmfnue conccrnce actum mcn tle octcriiif nat fncomplc]cum:£t pofcll clTe ouplfcftcr : qufa vcl flfud in^ compfcicum non cfl fignum complcicf. vcl clt fig^ium comptcjci Sf fncompfcpum non cft fignum complcxiific ocfcribUur CT Cognofco foi. Cognofco aliqufd ca ratfonc qua fo^ GT 3fntcIlfgo bonum JntclKgo aliqufd ca roc qua bonura^ C7 Dcfidcro fcfcntiam 6cffdcro atiqufd ca roc qua fcicnt (a C*^cco:do2 matrfc mcc "<^cco:do: alfcuf ca roc qua mf ma CT Jmagfno: montcsurcum 3magfno:atfqufdca ratoc qua mona aurcuo CT Si vcro f ncomplcrum cft fignum complcjcfcftc ocfcrfbftun ^ Scfo a p:opofitionc ©cfo'adcquatiI(ignfficatum a p:opofa quod fcfo adcqtc flgnffTcarl ^ CJDubfto a T b p:opoiTtfonc9 /pcr a J&tibffo fignificata adcquata a t b p:oponum quc fcfo ^dcqvntc fignf fi/ j u ^^^^'P^raibp^cpofitioncd ^ CrCrcdoba«cp:opofrtioncm Crcdoadcqudtu.(ignfffcatumbu(u6j?pofd O^fcfoadcfluatc ffar^iYr^w Crcduntfftf adcquatafigmrfcatanmlraruiii p:opoRtfonu5 qucfpficrc rompIc^umfmptictcvclc^pH^^ a fa vcrba vt mtc Higo:cognofco:polTunt fndiffcrcnrcr rctcrmf uarJSm ptcpum T fncomptcrumrnam inditfcrcntcr polTumue ofccrc-SS tcm;fntcltfgo a p:opofitfoncm:T intcttigo foucm currox ^^^^ ^ium conclufio Cr &cum frin wn r vnum cognouft arfftofclco:^ tmcn arfftotclca non cognouft ocum trmum t vnum hiuicics non Sccnndacenclutio 4r:£t fi fttdcue odft cb:f ftum:tamcn cb!t ft uni non odft ft dmcr Xcrtiaconclufio «^i^^maL IT Ucnfcnfcm cogncfco:? ttmicn i]on cogrrofco vcnicntcm 'Be pzobabilibuo per cas rcnraho CT •(^ obabilfe pcr cSe vcrftatis cft tlla p^oi^oou^^ ht mnff^* it>C lllCipif» e^Jncipivjpb^itnr pct ryifimctimm c6pofi[uni'c]c ottabue copHlartttfe quarfl p:ima fitcraffirmatlua oc pmiix ncgatfua oc ptcr(to;t fccimdacic Bcgatiua oc pKfcnti:t afFlrmatiua oc futuro vf : C SoiM incipit cfTc albud So:tco*no cfl albue: £t fm iticdtatc poft boc iftae q5 c pnafoitcecricalbua. 0OUC9 cft albur«£f no (m mcdlatc an inftaa c plii fouc9fuitalbue« •f>:lmaconclu(io CT Inclpie cffc albue:7 non inci pit cflc coloiatue SccundaconcluCo • CT ^fncipit cfk omnc quod cft:i tn no omnc quod cft (nc(p(t cfftincc inci pit cffc aliqaid quod cft :licct aliquid quod cft inctpit cffc Xcrtiaconclufio «T Xu inciple vldcrc quemllbct bomlncm : t nullum bomlnem (nc(p(e vidcrc:ncc aliqucm bomincm incipte vidcrc:ncc incipie vidcrc aliqucm bomtncnu Wcx^ditiit Cr Dcfinlt jibatttr p oifiunctlutHi copofite atradlctoiCjd copuUtfuC» ad (ncfpi :quarutii pUma fit ct affirmaciua oc picfcnti t ncgatiua oc futii ro:T fcta ct ncgatiua oc r utl t aff irmatiua oc pictcrito vcr bi gratla; ipoucdocfiniticfrc Soitca non ttt.x immcdiate ari boc tflaa qo c pris fo:.f uit Soucacft.Timcdiatcpoll vcl inftano qiiod cfl pri« fpi.ndcrlt •fMimaconclufio Cr ocfiwit clTc 1« boc inftant(.t tamcn in boc inllanti ocuo nou ocfi ttirclTc. i$;ccundaconclufio. CJ jlicct oca« ocfinat cfic in boc inftantutamcn no oefinlt cfre in aliqu* Inftami. Xcrtiaconclufio cr Xa ocfini* ftfrc omxm p:opofition<m: t no« oefini» fdrc «liquim wec aliquam ocfinie fcirc. 25c ablacmo in confcquentici C: ablatiuue fn confcqucntfa pjobatur pcr oifiunctittaro cj: tcmpo:alf : conditionaU t caufali compofitam.vcrbi gratt» ^olco:i c ntentoic8 ^ . ^ ..i^'--'-^ Oufa fol o:f t fit oiee vcl Si fol oiitur fit ole« velQh fol «ffur fiC bfc» ♦(i>:(maconcIufio irrioalfquo boiccurriftctucsafin* ticcnulUboiccurr^tetu ««afi'»' tlofcflf rialiqao boiccurrJtc tac«afin\finnoboiecttrretctnceafin» Magl. M.7.27 (b) fii 7 bor S fil^ l 5"* odurtojfa jjbaf e baccopulatlua : boccur^ trriZJJl^^^- '''««««offictabllVcicpoibiUb' tocfcriDSb' «i.m.trtt;iS^ So:tc«cllcurrcn«. 0 foi.currlt.cc6ucrfo fcoulf. ^oztce currft / firoj.cftcorrco«. ^''«adrcfolutifnfc^accoucrfo ^^tt^vZv^Z^S^nnt^^^ cu^>SSbUlfq>p5 JJbarfcqiadfcn^^^^ eatiaiMeaaeSlT^lSI% (itamr* vclnc^ atCla«Unote?r^^^^ ««b2 rJ^ti«fnHS.i^ ^^<^ P^^niu tcrmintf mcdiatuj annriiWr.i/.?,? - ^ "? .Pbaiida ronc oc ly icipii pcr caufaa verimie mmTlnrr^b!^T ^^^' »''■"^5 tKnoiationlcft fi 2.Sf ypotbctica fitu quafifcmD cftmcdia:Tft ff.^rm» S.^! cft;T fi ooncc 0C6 tcrminf mcdietl I)p6n(« catbcgoTi/ y^rint f mc)r'gcntfa 6claratf.fi vcro jppb fucrft bypotbctfca tfk vfdc ciii Din Dc cat t>cgoifca.*.gra.1lcCv flar 0 tu currie vcl tu no airrffl-fi Iv gancurplurc9catbcgo2icc pcr notam offiunctfonfo: tnnocfl vootbctfci mfiunctiucj)bada:fcdcatbc0o:iccc)cponibiUtcrbocmodo ^^TTcccffarfo tu currf« vcl tu no curr ie. tacurrie vcl tWnocurrte Hti^Sp^acflfequtafticiiK/ rasvcfwnonciirrae. (TSuniKtcr ((l«:ncceffiiriumcflfc moucrl fitacurrte^niy ncccflarft^ cadat in totum:l3 ftt ypotbcttca concIittondUe:tdmcn non cfl ypotbctice condittonalttcrpiobanda:fcdmoiccatbcgojico officiabtlitcr offcrcd« boc modo.l^cc p:opofitio cfl: ncccflr«r(a:tu moucrie li tu currle que ade quatc fTgnificat tc moucri^ft tu currie.crgo tc. C" Ubt vcr 0 fit ypotbctica ypoibcticc pzobanda : tunc aut copulattue autulltunctiuc autcondtttonaliter fmg^DictumcllincapltuloocjTJO/ tbcticie ocbcs infcrrc ypotbcttcam clfc vcram vcl f alfam : poflfibile vcl impofnbllcm : ncccflririam vclcontingcntcm. vcrbl gratla : aUcra parg jpnndpaUebuiueoifiunctiucaffirmatittc cft vcra. crgobccoiftunctiue ^ft vera» x fic^nuUa jppo crit q tibi occurrct:f< ftt pzobabiUr.quam ftatlm wfcrrcnonpofTte. S)e pfequcnnia tractatne quartue^ C: Confcqncntia eft lUatfo confcqucntie cn antcccdcntc : vt bomo cur/ rit crgo animal currit. antcccdcnecft iUud quod picccdit nota illatio/ nieXofcquf e cft tllud qi fcqui t. Xy crgo vcl ly igltur cft nota illatloie. ^ C7Coi?fcqncntt aru aUa > flj t6onacillainqoppofituc6fc/ <r?X)alaeHlaln*qoppofitucon qucntie rcpugnat anti: vt bo cur. fcqucntte non rcpugnat antcccd^ ergo aial curn t:q: bcc rcpugnant ti f?uc ftat cil co: vt tu ce bomo § bomo currtt t nuUum aial currit. tu ce rc^.quia no rcpugnat tc clte bomlncm t non regcm^ Sonarumalia. CT ^oJmalie cft iUa in qua oppo/ CT tlDatcrialte cft flla in qua op fiturn cofcqucntia fo:maUtcr rcpu pofttum cofcqucntie matcriarr gnat anteccdcntt.vt tu curriocr/ rcpugnatantcccdcnti: vf nuUu9 go tu moucrte.q: tc currcrc r non Dcue cft:crgo nuUue bomo cft; q: mouerifowialitcrrepugnant nuUuocdcdct aUquebomincce matcriaUtcr rcpugnant. <r ^Jlla oicuntur fo:maUfcr rcpugnarc quc ncc rcalitcr nccconceptiW lif cr pofflttnt fimul ftare abfcB contradictionc manifcfta : vc tc currere t nonmoucri. CT 3Ua autcm oicuntur mafcrfaUter rcpugnarcquc I5 rcalifcr non poP fint fimul ftarc:conccptibiUfcr tanicn poffuntfimul ftarcabfcp contra^ dtctionc manifcfta vt nuUunt ocum cflfc z aliquem bomincm clfc:quc nd pofiunt fttnitl ftarc rcaUtcr.guia nuUum ocum cflfccft tmpoffibilc. tame apud intcUcctum non manifcftc rcpugnant: ficut apud iUoe qui ncgant ocum clfc. C ConkqiKntic bom x matcrmlie fnnt duc rcgulc. Magl. M.7.27 (b) i f C7 liupombfW fcqultur quodlibcf: vt bomo cft «(tnud crgo tu currlt, SccuHda rcgula ^TTeccnanum fcquif «d quodlibct :vt tu currio crgo bomo cfl anfma?' S&J !f.ttir ^J^lP^^^TTibilc culHbct rcpufifwf : immo fibi fpfj.qufafmpombUcnon potcflifrccrgocufufUbctflUrum Dnarumop/ '^mmf^ntitEt Ir.telliguntur iflc ouc rcgulc oummodo mcdum alicuiiie omic bonc t formalie oc Qi«i / a^TJhH!''^"^^* Dfcct.^>bi gratia^bo e afinus crgo bo eawhilla c3nfc qucntut bona t fo:niaIffl:no obRantc aria fit fmpofTibac tvn* nccclTa rfum:q: «rguftur ab fnfcrtou ad fuum fupcrfue fmc impcdimcnto. omtfioiic cof cqucmic z bonc l^l ^^onarunijo ^tittlfum^ ^ " t»e matcrfacfl fllacuf non ubcf conrio fHfo:ma cft quclibct DfiKs f n foinVfl i^h« bonavtbomocurrftcrgoaial Sa.XccTa "crSccft ZtS^''"!"''' bomo ?cSan'bofc^^^^ pofT.blc vcl m,pofr.biIc ncccfr4rifl vcl c6tmctc?6 : iVd quo ad Jl?ae ocno adfaccntcoc fimpUc vcl componto:fubiiCto vd p:cdicato. C; Co«cIarm.Omnf«cofcqucnt(abonaocfo:macfl fo:maIfsTn5fi-s «erfo:vndcqucl3 fftard c fo:malfe t no oc fo:S p/SiUT^cS^^ notmp:mcfpiumcfl:tmpatercflccrgon6tm patcrcTTS^ocalij^ SwSHboe! '^'•''P''^'■«"^ « «^fl^*-- ^»Piden..t fic ocSf/ ^eneralce rcgu!c.c6ma>: bonaSJS* ^ 1i>:fm9rcgula tr Sf aUcufoe nnticcontradicto:iu5Confcqucnrte cft flla ttfi 5dtcfo:fi .nfcccdcntfonfiac|tbcnn:vtbomocurrff.crgo anfnm curr^^ fcqiiftunmifumanfmnlcurrit.crgoniWIqiiodcllhcmocS iU Co::cl4rfu Sf alicuf oiitfc 5dicto:iiI omin no e lUttn 5dtcto:fi arit ff C7 Sialfcufue coicquctic boncantcccdcscfl verfiS c6fcquc'6 fimflftcr Magl. M.7.27 (b) cll vcrumXr falfie vcru cy vcrie nll n(fl vcrii: vr patcr pcr ariftorclcm inlibzopzfo?:. I^iimq coV" •CTSi alicufue :>nn'c bonc ofequce cft falfu;:! ane fimlUrcr eft f r ^ vr ru C9 afin'^ 3 ru no ce bo. fficci: ndu conclariii. (T Si alicums ontic ana c vcrii t ona f rm:Dna?no valcrrio no fcquir ru g c$ OCU0 no ce b6:g ru no ce bo. Xcrria rcgula. CJcSi alicui'' onric bonc arie c nccclTariu : 1 rJrie firr cftinccclTariu: vr bo cfticrgo animal cft. i^zimu conclarifi: GT St ttUcuiue oriric bonc orie no cft ncccffariu t arie n5 ^ nccclTarium: vr rti ce bo crgo ru cs aial. Sccudujcoizclariu. CET Si aUcutus orittc arie c ncccffarlu t om nb c nccclTarfii orirla no v^lyi idco.nOifcqmf.oiebomo cftaial:crgo tftcbomo cftantmaL Ctuartarcgula. CT SUUcul^ Dritic bonc arie c poffibilc:i orie c poffibflc: vr^ru ce papa:g tu ce fummue faccrdoe. i^zimu couclariii. €7 Si aUcufua cofcqucric bonc Dris no cft poffibilc:ncc arie: vt bo e afin^ crgo bomo cft rudibiUe. Sccundu cozzclartu. CT Si aUcutue oritic ahe c pofftbUc:! orie ipoffibilc ona no valct: Vrt no fcqu!rur:omnc vigilaecft afinue:g fo:<ce vtgtlane cft afinue. Ctutnra rcgula. iIT Si aUqua Dria cft bona t aUqutd fcqutrur ad cofcquce iUud fdc fcqut tur ad antccedce. vndc bcnc fcquitur bomo currir crgo antmal currtr ad qo fcqutt q> cozpue cur rtr.td ad lUud arie bo currtr:fcqutt g^cozp^^currit . ^:lniuco::clartu. C7 Cinicqd anrcccdtr ad arie co fcquctic bonc:anrcccdtr adc6fcquce:qi fcquit bo currirrg aial currtt ;t fo:tce currirrantcccdir ad lUa: bo currtr. io antcccdtr ad cof<quc«:q: bcnc fcqulf: fo2tcecurrtt:crgo aial currir. !Sccudu;co::clariu. C 3 p:fmo ad vlrlmu qrijoce cofcquctic tntcrracdfc funr bonc:t foOTa^ lce:t no variarc cft bona c5fcqucrta t fo:maUe: vr bo curru:crgo antmal cwTtnaial cur r (r:crgo cozpue currtt:i6 fcquif bo currit:§ co:pue currif. Sut ctia cofcqucric bonc itcrmcdic t no var(atc:qri cofcquce p:(o:ie co fcqucticcft p:ccifcanrcccdce poftcrtonecorcquctic.idco no fcquitur ;fi in nuUo loco ce ru no ce romc:ft no ce romc t ce aUbt :crgo alicubt ce.aU cubi ce:crgo tn attquo loco ce.t ramcu no fcqultur pc ^mo ad vlrtmu;fi i nullo loco C3 in aUquo loco ce. Scj^tn rcgula. CTSifiUquacofcqucnmebona taltqd ftarcuarirc tUudidcftar cuccv fcquctc.^.5ni:oie bo currit^g bo currtt cu aritc ftar nuUue afmue mo/ ucaf.toftavuoritc. Co::clarium. CT CLutcqutd rcpugnar cofcqucnrt cofcqucnric bonc:rcpugnar anreccde tUvi tucurr(e:crgo rumoucrte:rc nonmoucri rcpugnaecofcquerlitdco rcpusnacanrcccdcrut. iScprimarcguIa. d lii Early European Books, Copyright © 201 1 ProQuest LLC. Images reproduced by courtesy of the Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Magl. M.7.27 (b) irsialfciua cofcqucntia c bomit kita a tc cflc homtr am i rjccdcnduj okqncm fiTr cft Dccdcndu»j£t nota tcr of fclca a cc cflfc bona .qi bui'' ofc quctic boncJuna cchpfatur.crgo tcrra intcrponif (ntcr fo!cm r luna. an tcccdcne cfl- conccdcndum cUi 4 rufticis.t tii confcqucne non cft concc/ dcndum nift a fapfcntlbue. C7-p:imu coirclaHum.Sfalicufaa cofcqucntlc bonc fcitc a tc cffc taMd confcqucne cft ncgandum.antcccdcns fimtUtcr cft ncgandii. vt bo cft afi nue.crgo bomo cft rudibilfa. CLSccudumcoircIanil.SiaUcufueDnc.andcftconccdcndUffi % confc^ quucne ncgandum.coRfcqucntia no cft bona: vcl ncfcUa» Octaua rcgula CETSt altqua cofcqucntla cft bona.fcira a tc cc bona.r mtcccdcm c (citi a fc om fifr cft fcitum a tc. •piimum cc ziclarium. €7 St alicufue Dfcquctic bonc.fcitc a tc cffc bonc.confcquce c a fc ncfd tum-T antcccdcns c a tc ncfcitil: vt foitce cft pdcftlnatue: crgo mo:fctur iugratia. SccundumcoirclaHum CJSialicuiue ufcquctfc mcccdcm cft a tc fcit um.t Dfcqucne ncfcftuj confcqucntU nb c bona vcl ncfcfta. 'J^cgulcparticularee pnaruj S.^^* i>iUm rcgula Cab infcrioif ad fuil fupcrfue.affirmatiuc.t finc r)lfttibutfonc:t finc fl gnoDfufiomeimpcdicntc.cftbonaofcquctia.vtbo currU crgo anlmal currft. Sccunda rcgula C73b Cfcrfoif a J fuu fuEi^ oiftributiuc.no valct ona.vt null^ bo currtt crgo nulluaial currit. Xcrtia rcgula Cjab infcriozi ad fuu fupfue ofufc tm mobUitcncft bona om.q: bcnc fc quif 010 bo c aial.crgo oie bo cft fubftatia.fitr fcquit tm bo curr it . crgo tm aial currft. Ctuarta rcgula Crab infcrloH ad fuii fupcriue ofufc tfTi imobilitcr no valct Dfcqucntto VHdc no fcquit.fi tu ce afinue m ce rudibiliercrgo fi tu ce aial tu ce rudl bilie.contingcntcr iftc bo cft aial.crgo contfngcntcr bo cft aniniaU Cluintarcgula CSb mfcrfoii ad fuu (Dpcnm ncgatioc poftpofita cu ocbfto mcdio cft bonu argumctii .vt foztce no.currit.t fouce cft bo.crgo bo n5 currft.fcd finc mcdio no valct argunurntu: vndc no fcqnlf foztcf no cft aial.crgo b5 .no cft aial.qzantcccdcnecft polTibilc r ofcqucne impoffibilc. Sc]cta rrgula <r3 fupcrfo2i ad fuu fnfcriue affirmatfuc.T finc Ucino offtribuiiSie no valcc cofcqucntla q: no fcquitur aial currit .crgo 1:6 currit. Scptima rcgula (UM fupcrfo:f ad funm infcrfue oiftributfuc afFirmatfuc.tcum ocbfto mcdio;vaIct cofcqucntia.vt oie bd currit.foztce cftb&.crgo fo:tcecur j Ht.ftdfinc Ricdteuon wlet.qufanonfcquit. omnfo b6 clt,crgo(ftcb6 , itft;fimlUtcr tu oiffcre ab ^fino.crgo tu oiffcrd a biuncllo.fcd oportcc ad dcrc.t b:uncllu$ cft stftnue. Octauarcgula Cra fupcrioii ad fufi infcrmd ncgatluc oirtrlbutiuc c bonum «rgumc a Cum.vndcbcficfcquftur.nuUuebomocurrtt.crgoiflcbomo non currlt Tlcc bfo opue cfl mcdio.fcd opouct q? ncgatio Diftribuat : q: non fcquit non nttllum animal currlt .crgo no nuUue bomo curnt.ficut no fcqultur aUquod animal currit.crgo aUqule bomo currlt. Tlona rcgula <ra fupcrtoil ad fuil infcriua cofufc tm mobflftcr noValct argumcntus Vndc non fcquitur tm.bo currit.crgo tm foztce currit. Dccimarcgula Cra fupcrloii ad fuil (nfcriU9 cofiifc tm imobilit.ncc cil mcdlo.ncc finc ipcdio valct argumcntu. vndc non fcquit:ncccff4rio bo dl animal foztc^ cft.bo.crgo neccrtario foitce cft animal. IRegitlc cofifcqucntwi-ajSgS^X •0:(marcgtila Crab vnf uccrfali ad fuam fubaltcriw eft bonfl argumcnttlvt omnc ani roal currit.crgo aliqo atal cur.lirr nulia aial currlt.crgo aliqo ar.no cur. Sccunda rcgula Cra particulari vcl indcfinita ad fua vniucrfalc no valct argumcntns nifi/ouc gf « «latcric.Qi no fcquitur : aUqui« bomo currIt.crgo quiltjbct bo currit.ftTr no fcquif.aliqo atal non c afinue.ergo nullu animal c afin fcmpcr tii valctoc fcoo adiacctc gfamatcrfc. vt aUgdqocfibocftcrgo oid bocft.Crr aligd qo cft bo no cft.crgo nibil q6 cft bo c.qi fic argucndo fcmpcr vcl cofequce crit ncccflariii vcl antcccdcna fmpolTibilc. Scjrtiarcgula irab vniucrfaliaflfirmatiuaadocefuaefingularcecft boau argumcn lum.tj c«llcctiuc $ Diuifiuc.T boc cu ocbito mcdio.£t:cmplu coUcctiiw et« bo currif .T ifti fuut ocaboice.crgo iftc botno currit i iftc bo currfc c fic Dc fingulie. £j:cmplu oiuifiuc.ois bo currit.tftc cft bo.crgo iftc cur rIt.fcdfincnicdio no valct iiifi gfa matcricvndc no fcquit otoboeftam malcrgo iftc bocft atal.t iftcbo cft animalqiantccedceclTct necclTarifi. % Confcquc« cont ingcna.fequitur umi Dc matcria Itwc n.cdio.yt ote oc ue cft.crgo iftc oc\i. AZDnacft fimplicitcr ncccfrarm.ciia fequit futc mc dfo.oie bo cft afinue crgo iftc bo cftafinue.qiantcccdcne e impofTibflc. Quartarcgula - ^ £rm> vniucrfaUncgatiuaadquaUbct fuarafingttlariu.fiuccumcdfo fi Sqrmedioeboniiargamc-tu.vtntiUufb6currltcrgoncciftcbome <urrit.ncc iftc bonio currii:t fic oc finguUe. Magl. M.7.27 (b) OumfareguUi <rab onmibud fmiJttlanfcue fuff iclcntcr cmmmti^tUi ^fflm^tluc $ ncganuc cum ocbito mcdio.ad fuam vtcm cft bonH argunicnfum: vc iftc bomocurr f T(ftcbomocurr(r:tficoc fmguUerTimfunfomnce bomf/ nce mafcuU:crgo quiUbct bomo currltrSimilfrcr bcnc fcqttffur, ncc iftc bomo curric ncc fflc bo cur rlf .t fic vc fingiiliert ifli funt omnce bomice mafcuU':crgo nuUue bo currit:fcd fmc mcdio cofcquentfa non valct : qz non (cquitunncc Iflc bomo currit:ncc iftc bomo currlf :crgo null^ bomo currit:qu(a poftmUlc annoe Mtcccdcm crit vcrum:Tc6fcqucne falfum fcd bcnc lcquitur.T itti funf cmnce bomfnce mafcuU* ScjCfa rcgula. <r3partlcnlariadfiiam (ndcftnifaTcconucrfo:fam afrfrmatfuc quaro ncgat(uc:cft bona cofcqucntia: vf animal airrffrcrgo aliquod anlmal cur r(t:Tanimal no curr(t:crgo aUquod animal.no currff:T ccoucrfo* Scpfima rcgula. Cr2( parf(cular(vcI(ndcfm(fa.cuocb(fomcd(o.adoe0 fuae flfngularce Difiunctmc fumpfa9:cll bona r^fia: vt bo curr(t:T idi funt oce boicc ergo (ftc bo currif . vcl (ftc bo curr (t t fic x>c finguU6:T fmc mcdio no fcquif bo cft an{maI:crgo (fta bo cfl at vcl (ftc bo cft auUqz ano cft nccclTardi t con fcquce cotlngcne.qi cft vna oifiufjct (ua cuiue qucUbct pe cft contingcne T nuUa altcrl rcpugnat :ncc eppofita (Uaru parrfum rcpugnant. IRcgole oc^pofuioibua no qudtio. -pzim» rcgula. Crab dcclufioij affirnwtfua:ad vnlucrfale aflF(rmatfu3 oc tcrtmnfe traf poHtl0:ell bona omit ccoucrfo: vt tm bb curric.crgo oe curree cft bo:T ccoucrfo. Sccundfl regMla. C^Mbcxccptim ncgatfua:«d occlufiua 9fF.rniatfua:cui'' pars cnrtra capta crxeptlc ftat fubcm cj:cluliue:T aggrcgatu cjc fubkcto t pto c)cccptfuc fi/ at ptil c]cclufiuc:lic ^cifc ftgnlficado t fupporc Jo e boniJ ar0umctum:vt «ullHs bo ptcr foi.cuf rlt.g tm foj.cft alige bo curree:fcd no fcqult nuUu atal ptcr boicm itclhgft.crgo tin bo fntcIUgft.qi cj: fubfccco t pto cjrcc / ptfuc no ffr pta c]cclufiuc:fcd bn fcquit g rm bo clt anfmal fntcllfgce.Sf^ mflifer no fcqutf:nuUu3b6ptcr fo2.curr(t:crgo tm foj.cft bo currc« o« to q> Dc mafcuhe no currat nffi fo:tcs:T cUco multc muUcrc« currant: q: «ntcccdcns clTct vcru rcofcqucne falfu.qi non faluerctur fuppofif fo. , Xcrttarcgula. Cab tfcrfozi ad fuu fupm« a ^tc fubicctf:Dicti6c crclultua addita fubfe cti«:cfl bona 3n«:vf tm bocurrit:crgo t m aial currft:q: arguftur ab (nfe rfo:i ad fUMm fupcriue cofufe ttn mobititcr. Ctuarta reguld Crab (nrcrIo:i ad fuil fupcriue a gtc pti:oictfone occlufiua addita- fubfe cfte;n6 valctc6fcqucnti4:vtfmbdcur.crgotantumbomo mouetur; q: firguitur ab inferionad fuii fuEluecofufc r)fftr(buft^ic»3f ccotriffo ctts Dcbitomcdlo valctargumctu.vttmbocurnt.Tboccftcurrce.ergo tm bd cn:.boc currcne.qi Hc argult a fupcrio:i oillributo fuu inferlue fi' nc impcdimcnto. Ctuinta rcqXa. Cra tcrmtno ftantc cofufc tm vcl octcrminatc.ad cundcm ftantc o(ftr(/ butiuc non valct argumcntum vndc non fcquitunbo cft antmal.crgo xi tum bomo cft «nimaLtu Diffcrs ab omni boic.crgo tu oiffcre ab boic. Sc)cta rcgala. €73 tcrmmo ftantc oiftributluc ad cundcm ftanccm oetcr mlnatc valet confcqucntia. vndc bcnc fcquit oU bo currlt.crgo bomo currlt. iScptima rcgula. 21 tcrmlno ftantc cofufc tm adcundcm ftantcm octcrmlnatc rcfpc ; ctu clufdcm fignt non valct argumctfl. vt o w bomo bs caput.ctgo capur babctomme bomo. IRcgulc pcrtincntium z impcrtiS *f>:(ma rcgula. CTSb afflrmatfua vnfue ocfgati ad ncgatiua altcrlue cft bona onrMtn ce albue.crgo tu non ce nigcr.fcd no ccoucrfo.q: cp ncgatiua non fcqul/ tur aff{rm;itiua,ftat cnim tc non cffc.t fic ane clict vcru x colcjuce falfii. Sccunda rcgula. CCtundocuqj funt oiic^pofitioce quaru fubiccta atq? pta :>ucrf untar manctc ofiXi ocnoiat loc ac fuppofitloc.ab vna ad rdiqua c bona Dntia. t coucrfo.q: ab vno Ducrti bili ad rcUqnu cft bonil argumctu. vc bo currit^ crgorifibilccurrif.fcdno fcquit.glibctbo currif.crgooiebo currit ga no faluaf fuppoiuio.q: in vna fupponit ly bo p mafculo tm in alia vcro t) vtroq5 fcyu. Xcrtia rcgula. cr ab viio co:rclatIuo!ii ad rcliquiJ.oe fcoo adiacctc r cconucrfo.eft bo na confcqucnf u. vt oupW cft.crgo oimidia cft.7 c5.fcd non fcqult.mun/ due cft ouplue.crgo niudue cft.oimidi ue.patcr cft barbatue. crgo fflr e bar batue.q: arguif ab vuo co:rclatluo:ii ad rcliquu 6 tcrtio adiacetc. Clr arcarcgula. CrS ^ mio ^uatiHo ad f mlnii if untii c boa ^na.T n ccoucrfc, vt bo c ccc* eraoboenovidce.tnojccoucrfo. aulntarcgula.^ , • ir ad affirmatiua oc pco puato vcl ifinito. ad ncgatiua oe ^to fintto.e hoZ om % nb ccof ra. vt tu ce ccc'^ g tu no ce vidce.etia fcgt tu ce n vU dce ^ tu no ce vidce.fifr tu cc no bo.crgo tu no cebo.fsc^ n valct.qi c^ ncaatiua no fcgf affirmatiua:nifi arguaf a ncgatiua oc p:cdicato fmlto ad affirmatiuas ocp:cdicato infinlto. cu ocbito mcdio.q: bn fequat.ttt nocebo.ttuce.gtucenobo. IRegaic oe^ba tioibuo^pofitiona. Early European Books, Copyright © 201 1 ProQuest LLC. Images reproduced by courtesy of the Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Magl. M.7.27 (b) €r aooibuec)T?onetibuefi«ulfumptfepdf«8c)cpeftflcb<iiw bffa.tt l?omo curriKT nibtl no bomo cnrr(t:ergo nfi komo curnt. r cconucrfo* Secunda rcgula. C; abomn{g:ponibmadqualibctfuarOc)cponftMo(u(fiuc cft bonacS fcqucntia.t noccotra.rndc bcnc fcquif:qu(libct fcocurrircrgo nullue e pomoquin ipfc currat.fcd neccotra.-q: c^: ncftattua ti6 fcqutf amrmfltia toatog^nalluemafculuficct fnmtido.anscflrct vcrOt cofcqu^e falfu? Xmiarcgula. <r Hrcuiunibctcicpon^tifl 5dicro:fegtur 5dfct02i'acj:pofitt:r noccotra m bn fcquif .nligd nobo currlt.g tro tin bo currit:fcd noccotra q: cr nc^ gatiu^nofcquif afftrmatiua. Guarrarcgula. C7 M rcfoUietibue ad rcfolu ta crt bona 5na t noccotra: vt boc cfl bo • t boccftaial.crgobomocltaialTno ccotra :q:aiiocflrctncccflaritI Toria contftigcne:nff?fiatrcfoIut(o vcrba!ie:q: (bi rcqutf tccotra.vt bocur/ .rft:crgob6e_currce.Tccotra. Ctuinta rcguU. CT ab officf ailbue ad officiata eff bma Dfcqii"ctia:T no ccotra vt bcc cH vcraocuec:qadeqttatcftgnificatocucfTc.g vcraeociicflTc.tito ccotra* qiaiiecflfctnccccfTariuTaijecoringce. Seictarcgula. C a ocfcribetib'' adocfcriptki e bona ofcquetia. t ecotra*: vt coflnofc© dUqufd ca ronc:q foj.§ cognofco fo:.7 ccotra. Scptima rcgula. C ab vna ca,vcrftfltfe ad ^pone babc'te illa c bona oria. t no ccontra* Vt fibo cur.rifibilc cur .g botc cur rctc:rifibilc cur.fj no fcquit .te criflcfc egoYu5:| tu cecgo fus.arie cnicft vcni jptcr tE«Ie*t arie falfuj:mlc6/ ditionalte (mpoflribiUe. Octaua rcgula. CT a fcnfu c6portto ad fenfuj ofuifu? no valct argumctftncc ccotra ♦ vt «Iba poffibilc ^ cflTc nfgra:g poflfibilc ^ olbu cflTc niaru:ncc ccotra: vi ncccf farfoboeaial.sboncccflrariocflwl. Tlonarcgula. Cr ab actiua ad fua paflTiua e bonO argumctu.t ccotra: vt cgo olHffo tet .um:0amcofligitocu0.tcc6tra. &ecima rcgula. C a icrtio adiaccntc ad fc6m adiaceneiaffirmatiuc t fine tcrmfno ot / fh-abcntc:cft bona c6fcquetia. vndc fcquif tu ce b6:crgo tu ce fcd no fca tur ncgat iue:oeue non cfl lapie:crgo ocue no cfl:ncc cu tcrmfno ofllre/ bcnte:vtanticb:iflueefl futurue^crgo anticbrfluecf]'. 1P.esule ypotbctic^ nm. ♦jbiimaregula. Cacopratluaaflrir^adqiialibctpartcfi^Sncfpalecflbonaaria^tnen ccotra ijift a partc antc nd i;ualbf t parte^vn bri fcqutf ru currfe t tutv rputae.g tu currie.r no ccor ra ttifi m6 pdicto.it.gra:tu currie 5 tn currf* t tu moucne.t norant oiri afFir* q: no fcquif ncgatiue ; no tu ce bo t tu C8 alinwe.crgo tu ce aftnue. Sccunda rcgula. CratotocopulatoT)(uffimtcntoadqu5h'bctcfudpart?cft bonu argu/ mcntift no ccocra: vt foitcg t plafo curruricrgo fo:tcecurn't:t nSccon/ tra:mfi vna pare antcccdat adquaUbct:q: bcnc fcquif . tuce bomo, $ m cebomotanlmal. XcrtiarcguU. CraEtc^nclpalioifitlctiucaffirmatmcadtota oifiiictmS cflbonaDM ^noccotra^nlfiadpartefcquctccjr^llbctpartc Diliilcf^uc: vt tu currfe crgo tu*curr{6 vcl tu ce albue fcd no ccontra mfi mo pdicto : vi tu cur/ rie vcl tu moucrie:§ tu moucrie; CLuarta rcgula. Ci: a partc Dlfiuncti ouufiuc tcit ad totw oifiiictujcft bona 9nt{a. t non ccotra. vt bo currlt.g bo vcl afinue cur. t notiStcr oico ofutnuc tcn':quw no fcquit collcctiuc:afinu6 cit afinue:cri5o iftc bb vcl afin^ cft s^finn^.u nedo tottJoifiuctucollcctiuc p:o fubiccto:q:anecft vcrut one falfum: m ftgnlflcat.a? Ulc qui cft bomo vcl afinue^osmoftrado fo:tc: cft afinue/ Cuintarcgula. CT 3 oifiuctma aff (r* cu ocftructionc vni^ partl f nclpalie ad altcra par ic; cft bona ona: vt tu ce b6 vcl tu ce afinu6:fcd tu no ce afin*':^ tu ce b5 tu no ce bo vcl tu no ce afinue:fcd tu ce afinue.crgo tu non ce bomo. Sc):ta rcgula. CJ acopulatfuancsatiuaadDffiuctiuSafFirmatfua factaDc partib^?/ dfcto:i je copulat mc ncgatiuccft bona confcquetia.t ccotra.fttr a DffiiV ctlnancgatiuaadcopulattua aflFirmatiuafactaoc partibue cotradkto/ nje Difiucttuc ncgatiuc t ccotra.e bonii argumctu.CT 'P.atto banJ rcgu/ lani e q: copula tiua t otfiuctiua copofitc c^: partib^5dicto:ije Sdicflt : fk ncaatio ppofita factt cgpoUcrc fuo 5dicto:to.g rcgulc vcrc. vndc bcnc fc qutt b6 tu ce bo t tu ce afinue.crgo tu no ce bo vcl tu no ce aflnue.t cco tra.fitr no tu ce afin^ vcl tu ce capia.crgo ncc tu ce afinue ncc cu ce cap • ftu cu no ce afinue t tu no ce cap:a:quod p:o code ba bco* J^c conditionalibue, *jl>:Ima rcgula. C a coiiditfonaliafffrrtiatiua cu pofitione antcccdetle ad cofeqn^eeft bona cofcqtiecfa: vc fi cu currfe cu moucrfe.fcd tu currie. ergo tu moue/ rJ6, Sccundarcgula. CT 3 condftfonaU aflfirmatfua cil Dcftruccf onc cofcquetle ad Dcflructfo «e antccedcttecll bonacofcquccfa.vc fi cu currie tu ee:fcd tu no cercrgo tunocurrie. Xcrtta/cgula. ^ G: a codttionaU aflfir^ad Dtfiuctma aflfirmatfoa facta cx Ddfctoijo ante cedccietcofcquetcciufdccoditionaUecfi bonacofcquctiatfalteDc ma q: qlibct talte Dtfittcttua cft nccclTaria cu fuii oppofttiJ fit ipo iTibilc.f.co/ pulat{ua facca cr: ante t c6cradicto:Jo cofcquctte cofcquettc bonc.crcm plu. vc fi t u ee bo tu ce aial.crgo tu no ce bo vcl tu ce animal Cluartaregula. C ^ couditlonaU negatlua ad aducrfacfua affirmaciuaj faccam dp ftirte Magl. M.7.27 (b) I it Sdictoiio oiuieuu r.ota polTibilicatie c bona om.xt nb fi tu ce bo tu v( fi»«e.crso cpuie tu fte bciiio ftat vcl pot elTc cp no vigilso. Cractnciie qntm oe obhg^rioibue II?f?hniP"f/'* *^^f ^'•^" obltgatiofue t obligalo.vt po/ SLini ; ronic:admitto.figna obUgationie funt ifta tria.f.pono S,w '^'^T'*"^''"Sati funt:piopono:c6ccdo:ncgo:D tgjtar ULi owtio oicit obligatio. ly pono r admitto funt fS' ^'^ P""^ opponcntie cft.fccundum oc partc rc/ fpondcntt9.ly tu c« romccft obligatum. CJ Obligatio. ~» . •f>ofitfocftoMt{ocopofIta bepofitiocftoiatiocompofttacr cjrf.snie^fuionieTpofito flgnieocpofitionie z ocpofito IDof itionie f ant riouem regulc 1i>timarcgul3. rugaba,ano:um. ©ccunda rcgula. «nS« ^vi"'^ tdc.&urat aut obligatio ab inftanti admilTionfe. vfe q "'^'^ obUgationte fcu obligatio;vcI tranffcrat fc ad alwmmatcriam. Xcrita rcgula. ^S^T"^ If ""i? ^^!"^}? P''^^ admiflb:9Htcii concc!ro:aut cficonccP fl6:cft coccdcndu.c|:^pIu p2lmi:admil1o * oi« bo currat:cft coccdcnda i fccudi:admifTo ie bo curraV: i c6c?ff.^^^ bomo:ccoccdcdu3.tucurrie.crc>Iutcrtij;adm{|Tog.oteb6fti3|-n6S Uudatiie:r coccfTte iftie ouobue ^ t u c« bomo t q> tnftudSc6ccdcn «ntcccdcecftcocedcndumTcofcquce^militcrclfconccdcndum. ^ Cuartarcgula. C70nincrcpug«antpofitofolHm:autpofitoTc6cclTo:autpolTtotcon cclTie cft nc0andH:patct qula fuu cotradictoiium c conccdetS pcr tcrti «mregulam. aufnta rcgula. ««iuuf/crierH CT Omnc fcqucnecrpofitocumoppolito bcncncgatf:vcl oppofitfe be/ nc ncgato:um:Gftconccdcndum.£?:cmplum p:imi:pofita tadmilfa bac- onjnio bomocurrit:fip:oponatur tucurriec ncgada:quia falfaiimDcr tince.ocindc fi pzoponat tu non ce bomo:cft conccdcnda : quia bcnc IV/ quitur.omnfe bomo currit.tu non currfe: crgo tu nonce bcmo: in baro £bo. t anrcccdcne cft conccdcndum:nam maio: cft pofita t admilTa-t ml no:cftoppof.tjbencnc0ati. crgoconcluftocftconcedcnda. JevcmDlum fccHndtjioiiotibitl!anKtucefcruu6:vclre)::vercpifcopue:qu8admilTa ^uk pomi»tlio:p:opono tu ca fcruue:cft ncganda qKia falfa t ipcrtfncn» Magl. M.7.27 (b) tclndc tu ce cpe:c ncslda pcr cad^ciufaj.tijc (t^ponft nia.ftteirac:cft coccdcda. vn bcnc fcquit :tu cd fcruue: vcl rcp vcl cp0:fcd tu »5 cd fcrn^ ncccpe:crgo tu c9 rcp.a oifiunctlua cdocflructionc ouanl parttaad [tcr/ t^ni. Scjrta rcgula^ , CC7 Omnc rcpugnae pofito t oppofft o bcnc ncga ti: vcl oppofito bcnc nc gato:u:c ncgada ps q: fuu Sdictoiia c coccdcdu pcr qulnta rcgulam. Scptima rcgula, C ad oc {mctince rcfpoofdas c Pni fui qualiratc.l.fi fcitu cflc vcra co/ ccdcnduj^fi falfu^ «cganduifi oubiuni oubuandunn fU &n affr i?n2ttnc0 qo no fcquit ncc rcpugnat aliquo modo:p p:(u0 ol/ cf oip.ptlnce vcro c ccprra qo fcquif vcl rcpugnat aUquo mo p:iU0 oicto vn oc illud q^^pbnlt :aut cgtince fcqucejt tta coccdcda qetucnncpfal/ fum:aut 2tinc8 rcpugn3o:t fic c ncgandu CBtucucp vcru. Sut c (mpiince r fic ocbce ad c3 Itbcrc rndcrc fm fui qu ; litatc:i ficut c)Cf ra obHgationc Jo no fci|uit,fu ncgad vcrucrgomalc rndcs.f^ bn fcqulf.funcgae vcru no rc|!>ugna0:g malc rndce.StmiUtcr no fcquit .t u coccdfe falfus. § ma/ lc rcfpddC0..fcd bcnc fcquitur tu conccdie falfum fcqucne crgo malc rc/ fpondc0,SfmiUtcr fcquit .tuncga0 vcra t no C0 obligat''* crgo malc rn/ ck0*Sim(ltcr fcquif tu ncgas vcni x ipcrtinc0:g malc rndce.SimiUtcr fcquif.tu coccdfe falfus t imEtince.gmalc rndc0* CET IMoptcr poff.bilc tibi pofi'tu:n6 cft jpcflribilc coccdcda ncc ncccflarf um ncgandu.p$ qi nuUfi rcpugnae c coccdcdu nccfe fcquc0 ncganda, S5 tpolTibilc cuU5 rcpugnat.r neccffana fcquif ad qoUbct.^ tc. Cluotice $ p:oponif aUqua iUaruccuecT b5caiinu0.^macfcm£ coccdcda: fcM vcro fcmpcr ncganda. CT Scd nota cp duplcjccft nccclfaria.f.p fc t pcr accne. TkccfTariap fc cftcuiue figmficatuadcquatu no potdlnccpotuicncc potcritnoclTc vc ocue c.llccclTariajxrt accidce c cul*^ flgmficafa adccpiaid n5 pet ncc po tcrit f5bnpofu(tnoc(Tc: nccfar fuif. j£f gopofituouplcpc jpolTanlc.C p fcTBaccidc^.JmpolTibitcgfccftcume lignificataadcquatu nopotcft nccpotuitnccpotcritcflc:vf nuUu0Oc'' c. ^mpolTibilcgaccidce ccui'' fignificataadcquatanoponccpofcrif f^potuitcfTc: vf ccfarnofuif. £c fcmg ouo:p^dicto:i'o:p:fi vnHcd nccclTariu rcUquac impolTibllc: t cco/ Mcrfo.£t fi vnu cft pcr fc ta!c:rcliqua cft pcr fc ulc x fi pcr accidce g acci dcne.^^ntclUgif crgo rcgula oc nccclTario x ocipofTibiU pcr fc x nop ac/ cidcn0:q:nocftinc6ucnic0 p:optcrpolTibilc pofituconccdcrctpclTVbilc pcr accidce x ncgarc ucccfTaruip accidce. vcrbi gratia:fi niic ^iuo fo:tc3 nafcaf »pono fibi iUa fo:.nuncBTuit:cft admittcda:q: n6 folu cft polTibif fcd vcra:ocmdc j>pono candeccrtucft q^cftc^ccdcda^q: pofita z ftatis cft facta i'mpofTiDii(0:q: in xci vcnt otc lam fo:tc0 fuit pcr boc modicum fpaciu tpie ab inftanti admifTionie vfcp nOc:! cofcquctcr fua dppoftta.f. fo:fco fuincft ncganda;! ui cft nccc(T4ria:fcd boc no mcoucnit: q:cft nc/ Octauarcgulal ccffarfa pcr acddcnejficur fua oppofiK ttt (mpoflib(U« fcrnccidcM, . Tlonarcgula. UuaHbcterccopula tmc 3ceiro:accdcda e tofii cepuIatOKi c» fllc fBnt r fif*^ olfiucf luaroccdcda c tota olfiuctiua c^ flla cp« pj « rin._n3 ftcut ad vcritatc copulatfuc regrifQualibc t j2f c ce vcra:T ad V€ Srum fit cS^ '^"^ VCT3.(ta rcqairitur ad boc q> alfqua il C7?n obligatioib'' mnrk o2do c attcdcdu9:qi fcpc vna np6 vno oidfnc ppofita c Efince fcquee^^alio ojdinc cct rcpugnaevcl ipcrtinee.vii po/ Jifo T adimffo q> ow bo ftt romc tiic qucIibctfifta;::fo:tee e*b6:T fouce cfl romeinjcdiatc^pofita cct imEfincne.rs fi pofl illa foj.cb6j?poncrct alia ^ncrctur lIa:fonce c bomojcetncganda tanqua rcpugnane., ^JHlJ •^'^'^<*'^'"'i"":««^S9du:oubitada:Duprr fr.mnii pnt.f . noialif jpvigno .occdi ncgari vcl oubifarf.T ptfcipfarr pio co ah sccdirncgatur oublfat:T fnultu oiff crr altcru ab aItcro:n9 fcpc aliquf d cft conccdcnda £ ftllt^^^^''^'- f^^'^^ ^ « "^*^ admifTa:ccrf u c cp op5 occdcrc il mc oubftada participialifcr.Sirr fi ponatur ^ illa p: opofttio bo c oftn' ^n^".^T"^"^-'V/''' Po»»" n;cadmifra:fi p:opoafurau fttco 5&t/n%a^^^ 4T-^ ii.... - ContrapjfmamrcguUm. u''/^^'""^ cft pofT:bilc:cum fit polfibilc a- ponatur tibi laliouod iiii «dn)itfie:crgo n*onTirpomfil?fi?t^^^^^ 2a f/J^S ^ 'i''/ P^^^" "•'^ Pon-.biIc:^ aliq^pcfTibitc "5 fa f m?r v^^^Adu:na- maic: c;pof.fa t admff guia ncgajida cum fit fua contradfctoita. <• j - j '^CfpOrtftO. r«r?2S ii?i?"' adm f feda:T xcdit confcquctfa fca:r ncgo anccdee fit c3cedcdu pip minoii tcu oidtur q> cft vcra t impcrtfneno ncffo i fit im ofc f rfbfn frr f ^ '^'V'^' Pofitum-mTt pofltbiI??i fi fiMl!. Sfek ^''''«^duoicirq c ipof/ rtbilc Vcl iiicopolTtbtfc nccfcncoi tcalffcr ccrtificarc ^ni vcro Ponat ca/ tum mfi' poirtbiIc:.o:cftur non adnift tcndo cafmn qma illa copulatfua cft or-pono tfbf oe poflibHe fi no admittfetcrgo h5 oe poffibilc eJl « te «d tnittcn(ja.quod e c«ntra rcgula5.fi «dniittie pwpono quclibct illarum ; - "5^* coccdcndj.T p5 cp fic:qi oe polT.bilc cft tibi pofitum « « fc admi(rum:quclibct iftard cft poifibUie^igitur tibi pofita t a tc ad/ m fU t oe a cc adniifTus c coccdcdu a tc:fcd quclibet illarum cft a t e ad^ mma crgo cocedcnda tunc jjpono ilUm copulatiuam tu ce t tu nd t9 e coudcnda.ft ncgae cotra.quclibct par« cft conccdcnda.ergo t tot4 fi ci f^aiV^ fimplicitcr crgo pwptcr poffibile pofitumcft im' pnffibile fimpliciter conadcndum. f . '^cfponfio. Jg'F.cpondcturmultfp!icftcr.quidamoicuntcfioicifponotfbf oepof fibilc non rcfpondco:ita q^ad tUam^no iznto\ rcfpondcrc nifi ponat p, pofitjo. vt ilU tu cnrrio vcl fibl fimiU». vn fi oicit pono tibi opofitioricj non refpondctar mfi ponat jjpofitio aUqua:cu currie v-:I fimilie. ita in piopofito non tcncoj rcfpondcrc nifi ponatnr pwpofitio pombilia. Crautcr oicunt ali; t fcre in tdc rcdcunt cu, oicitunpono tibi oe poiTi/ bac Dicunt ponc t rcfpondcbimue:t fi oicif pono^rcfpoviet » fi poncrcf »3^?^'' •■elpodcrcmufl.t b:cuitcr nu$ rcfpodcrct:nifip6crcf jjpofitio. Craii; vcroDicot 9> oe poiribilc cft admittcda:fcd 116 cft admittedu om ncponibilcficutoiebomocrtammahfcdnullumanimal cftois bomo. Cumcrgooiciturponotibi omncpoflibile^q: lypono ftat octcrminate oiciturnoadmittcndo clTc pofribilc-tcuotciturcrgonon omnc polTi jjile eft a tc admittcndu oicitur ncgando cofcqucntil.fic no fcquitur nnl lumcaputbabct oranie bomo:crgo nonomniebomo babctcapuc Contra fccunda rcgula. C" *Pono tibf illl:rcliquu iftop cft bo:Dcm6ftrado fo:te t b:uncUiI:qu« «dmilTa q: pofTibilie:^pono.boc iftojr e bo oemoftrado fo:tc: ccrtii eft q6 e coccd^da:q: vcra t fpcrtin«6;ocinac j)pono:rcliquii iftop cft*6:(i negae:crgo cotra rcgula^q: ncgae pofitilfi coccdie: otra rcliqunifto^e b5:t no cft reliquu iftota nifi b:uneIlue:ergo b:uneUue cft bomo. '^efponfio. CTIUfpodef admfttedo pofitu:t coccdo 3» boc (ftoUi cft bo ocraoftroa' do fo:.tciio(cUur.p:opono rcliquu<ftopcftb6.ncgo:tciioicif Q^nego poritu:oicif ci no cft incoucnicn» ncflare pofitii:cum nocft ^pofitum in cadcm fo;m4 fttbquo foit pofif nm.5nit antcm pofitum partitiue ; qult Magl. M.7.27 (b) <n Jndpfo car<id «6 poruft tcnere rclatkjc cfl no babcrct tM : poflca fuic ponta rcUt|ucao no icoucnice cft ipfu? ncgarc. ibofTce cf i3 oiftingucrc co^ponft illa rcltqua ifto;: cft bo an tcncafpartitiucjan rcUtiuc fl. ^mo modo concedoifi kto ncgo. Contra tcrtia rcgula. <r Omnc fcqn^ecF folo poCto t adiniffo aut cacoccffo aut cilconccfn» ct Dccdcdu.Cdtra.Sit rci vcritae q- tu fcdce.pono tibi ill9:tu fcdce r i|/ "jPPO tu no rcdc«: fua odictoiia fic pcifc fignificado cft t;bi pofita t a tc admilTa:cafuc cft pofribUi«:q: vna pare iftiue copulatmc obUgat tc ad p pofittonc T dha ad rc.Si cni«mbc partce etincrct ad rcaut ad ppbncT: cofus cflct ipolTibili8:quo crgo admtfTo a? guo fic.^lla jjpo tu fcdce non cflco.ccdcda:ttiicfcquc8C]cpoltto tan^acopulaciuaadaltcra partc?. ergo no omnc fcquce cft conccdendum:quod cft contra rcgalanu . •fUfponfio. GT 'Kcfpodct admfttedo j)ofitu:t Dccdo Q) t(Ia tu fcdce no cft c6cedcd« noialifcr.cuJeF cafufcquat q> fua 5dtcto:ia fit coccdcda. t Diitcr ncgo gr fcquat c): pofito:t ca ofcif fcquiFcK illa copuUtiua cdccdo fftud.fs nc 00 tlla copulatjjua fiir pofita : fcd folus fcoa pars ciue c ft mtbt pofita t l?oc ncgo iio tancB falfu5:fcd tan$ rcpugnae.t ft poncret o> flla copulatl ua fic pcifc figmficSdo fit mtbipofitazno amttto cafusq: vtrath pare ptf ncrct ad ^pone vt piiue otctii c.t (n boc cafu quoticfcut^ ispon FtU9:f u Kdc» o. bce oiccrc c6ccdo:t ncgarc cp tu n6 fcdce q: boc l^ctat ad rcm Si vcro qucrit an illa ncgatiua tu n6 fcdce e coccdcda noialtfcr oicttur CP ftCjt oiifcr Ula aflFirmatiua tu fcdee:c ncgadJ noialitcr. £t fi ar ^uit ncUIa ^po ttt fcdce c ncgada:t cflj?pontt lu n6 ncgae ca. g malc rn ^ct 9icu ncgado Diiastq: no c iconucnice 3» vna ppd fit c6ccdeda noialttcr t tamcncyntinuo oum p:oponitur fit ncganda participialtccr. JC6traquartarcgiiII. CJ Omnc rcpugnae poflto folu out pofito t c6cclTo aut pofTto t occffit eftiicgadii.C6tra.f>ono tibi UI5:tu n5c9 obligat^^cafueepofTib Iie • 04 ^3n-^^^ "£71«? fc aUoquat t gi> tu 116 rcfpodcae^quo admilTo ijpono tfbi illa:tu Ce obIlgat':n sccdie b.i bco c6tra rcgula: fi ncgae 3 tu « oblf/ gatue ad Ulam.fitu non ce'obIigjtud:crgo tu ce obligatue. 'l^cfponfio. e: *f^crpodcFadmftf cdo pofita:t ncgo flla t u ce obUgat'':^ oidFqMa/ rc'ncgae.T:>fc ftecautue in rcfp6dcdo : q: no ocbce Diccrco' i5 ncgae qa cft rcpugnae cpiiie boc fft vcru.q: c;c ifto fcqucrct cp cfTce cbligat^ f, oi/ cae 03 ru ncgao q: c falfa q: no ce obligat e. £t fi oicat in rci vcritatc tti ce obligat' vt P5crgo tu ncgae vcru t n6ce obligat'' crgo malc rcfpon/ dcne.tJtc ofciF nccado cp in rci veritatc fim cbligat' ncc boc p; oppofi/ tu5.Similitcr ofcae ad ifta pono tibi Hl5:nibtl cft tibf pofitihaHt tu no C9 T.ftniUce qi.c cce funr amittedc:q: pofTib lce.t cfl Dponit aliqua illaruj cgopofui cibiilla.f.nibtlc tibfpofituautturcfpodcebcncaut matcoc» funt ncgadc n6 tan$ rcpugnatco q: bcc rcpugnat fs tan$ f alfc I5 no fint filfe (arei vcr ftatc: t iit bac partc obKgatf 01$ op5 coccdcrc Id quod c rd fdlfuae p:o rci vcrltatc.t nc jarc illud qo cft rci vcritae p:o rc( falfitatc: t boc no Iticducaic: vbi cffct t a 3? nibil clTet mlbi pofit u t cgo nd cf/ fcm oblgatua ccr tu c tilc cifct vcru cp no cffcs obligatue t no rcfpoii dcrc bcnc ticc malc:idco uo cit mirii fi bcnc rcfpodco oiccdo In rci vc/ ritacc no fum obligat'^ qi rcfpofiio cj f uri ac fi foict Ita quaule no fif Ita* Coiitraquiiitam rcgula. CT Omnc fcquce p: pofito cii oppoftto bcnc ncgati vcl ciS oppofitle bc/ nc ncg4f o:u c c6ccdciXC6:ra.£p i ft 1 fcqulf 9? adnuflb quocui^ contln / gcnf l falfo fotct quodlibct aliud one cgt ucuncp falfu5 coccdcdti : pzobaf Kc.pono tibi ilU tu ce romc.qua admlfTa jppono illa copulatlua.tu ce ro/ inctcun6cepapa.tp5g>cil:ucganda:qifalfat imptmca. tiic^pono tu ce papa.fi ncgao babco cocra rcgula :qz fcquit ck pofiio t oppofit 0 bcnc ncgatl.na bc;ie fcquit tu non ce romc: vcl tu ce papa fcd tn co romc: crgd tu ee papa. Jfla coicquctia c(lc6ccdcda a olfiuncciua cii ocftruttloe vnU ue partie ad altcra:t ane c(l coccdciidu:mai02 cfl oppofita bcnc ncgathi minozcflpofira.crgococcdcnducofcquce.ficrgo coccdit q? tucepapa Cunc babco intccil.q: ficut jpbaut Q^tuce papa fic^barc quodiibct allft cotingeehotpoITibilcpofico oilmodo imcdiate poflpofitu^ponercttir copuUtiua facta cjc pofito t oppofito tHiue quod vie pzobare. 'Pvcfponfio. CT l^cfpodetur coccdedo totu multoti^e vna ^pofitlo pcr fe folS cft h pcrtincealcerlqucpoflaUquod aliudrtcgati|vclc6cc(Tu5eIlfacta pertf nene ciufde ficut tn cafu noHro.tlla ^pofirf d tu ce papa cft Impcrtinee il li ca ee rome g fe fola:fcd poft nc^m copulatiua facca cx pofito t oppo/ Gto tftiue tu ce papa eilQt inea facta fequce.gt pofTct illud bicuiueocdu dpzcponedo imcdiatcportpofttutUa50lfiunct u5 tunoceromc*.veIttt cepapa:que eft concededa:q: imptince vcra c)c qua ftatlm fcquitur 9? ttt ce papa.arguedo vt f ue a oifiifctiua ai ocrtructioc vnC^ partie fup aU3. flC" Scd aducrte ne cibt jjbctur per banc via 3> tu ee afinue fic pzocedcn doadmt(Tog?tufieromc^ponaturbcccopulatiuatuce romct tu noii cs afiuue t pacct cp cft ncganda q: f alfa t tmetince cj: boc fcquitur cp 01 ce afinue arguedo 3? tu ce afinue cf oppofito bcnc ncgati ftc.tu no ce ro/ nie vel ru ce afinue (cd tu ce romc pcr pofitum ergo tu ee afinue. C; •buic oicit admilTo pofito t coccdo illa copulatiua tu ce rome t tu n J ce afinue t ctt olcltur eft Imptinee boc negcf imo cft pcrtinee fcquca^ cnargulturaparfccopulatlucantcccdcntcad quallbctparte adtotaco puUtiua t fic argucdo cft bona om^Voc aut fic occlarat -na bene fcquif fu ce romc.ergo tu ce rome ab eode ad ide.fimilitcr fcqutt tu ee romc.g ttt no ee afinue:q: fcquif cu ee romc.ergo tu ce a tertto adlacente ad fc6| ad( Kcne finc mpcdimcto t vUra tu ee:ergo tu ee tu:q: 5dicto2M confe/ quitle UDU cft intcUiglbilc cum anfccedcnfe.£t vltra t;i ee tu. crgo tuct Wc bomoacoucrtibiUadcdttcrtibttct vUratttceiftc bomocrgo ttt co E. Magl. M.7.27 (b) bomo ab fnfcriori ad fuum ftipcnuc aflFtniiatittc:t ajii; onmlbue condf/ fionfbue rcgfine r vltra tu ct boig tu no ce ^ifmus sb aif irmatiua vniue iHrfpcratiadncgdtiuaaltcrfue : tficpatctg^ cjcflla t« ce romc fcquitur qucUbct pc^re iUiue copulat(uc tu ce roinc r tu noce afiniie;t cofcqucn ? tcr tota copulatiua p:opofita.t (dco tancp pcftincne fcqiice c conccdcn^ di.non fic antcm crat (n cafu fupcr(o:(:q: copu[at(ua no cr*Jt fcqucne fm 3u3Ubci parrcm cjrpoftfo^t cum clTct (mpcrtincne falfa.crgo crat ncgan^ a vt patctconfidcrantf. ContrafcFtarcgula, CT Omnc rcpugnae pofito t oppofito bcnc ncgati vcl oppOfitie benc nc gato:uc(l ncgadumXotra.l^:cfuppofita p:imo comunl rcgula cp omce refpoJionce func rcto:qucndc ad idc (ffllae boc ftantc.-f>ono'tib( iita oif (uncr(ua tu currie vcl rcx fcdct qua admiffarqi poflfibtHe piopono nulluf rcx fcdctit patct ^ c oubitSda qu(a oub(a cfl t (mpcrtince : nJc piopono fu curr(e:patct cp c ncgada qnia hlfa t impcrtuicne:quia argucndo a D(f {unct(ua cum oubitationc vn(ue partie fupcr aUam non valct confcqnO t(a:fcd bcnc cum oc ocflruct(onc.tunc p:opono (llam rcj: fcdct:t pater^ efl: conccdcnda.qu(a fcouee cj^pofito t oppofito bene ncgat(:nam fcquit tn currte vcl rejc fcdct:lcd cu no curr (e crgo rct fedct:tunc piopono Ulaj nullue rqo fedct;fi ncgae ca t p:(ue oub(talttergo m^le rcfpondce. tcncr confcqucnt(a pcr rcgula p:cfuppofitam.fi*crgo oubitae babcocotra fejc f am regulam.nam (Ua nuUue rcx fcdct cfl rcpugnae pofito t oppofito bc ne negat(:qu(a fuuc6trad(cto:(um.f.re)cfcdct ell fcquene vtpzobatfieftj crgo per regulam effet ncganda t non oub(tanda. 'fVefponfio* Cr*(Vefpondctur adm(ttcndo pofitum t Dubftando Ulam nullueret: fe^ det cum pifmo p:oponitur qu(a cfi (mpcrtkiee falfa t cum p:opoBitur U la ?mUiie rcic fcdcc fcmpcr ctt ncgada t fua oppofita fcilicct rc)cfcdct cfl conccdcnda:T boc qufa Ula rcjc fcdct cft facta pcrtince fcquene t nuUue rcj: fcdct cft fact a pcrtincne rcpugnae t cum oici tur q> boc c cotra rcgu/ lam oic(tur Q^no cqu(a nulla rcgulacgct ouabue Umitationibue. p:imo 3^ (nrcUigif oc rcfpofi'on:bue quo ad coccdcrc t ncgarc t non aUtcr qu(a no mcoucnlt vna p:opofitione p:imo oubitarc t pofTca coccdcrc vel nc garc.t boc qu(a p:imo fuit (mEtince Dub(a t modo cft fact a fcqucne vcl rcpugnae fknt In ejcemplo p:iue D(cto.adm((Ta iUa oifiunct Uia tu curr(e vcl rcx fcdcf qucUbct illarum ellDubltanda rcr fcdctqu(a (mperr(nen« Dub(a:t Dubitato vno c6trad(cco:(o:um opo:tct oubitarc rcUqufl. De(a dc pzopofira illa tu currie t ncgata.qula falfa cft t (mpcrtfncne : opo:tei oclnccpe coccdcrc illam rejc fcdct tanqj fcqucntcu) c]c ooltto vcl oppofV f 0 benc ncgat(:qu(a bcnc fcqu(tur tu curr(e vd rc]c rcdct.fcd tu non cnr/ rle.crgo rc^^fcdct t confcqucntcr fua oppofita.f.nuUne rcjc fedcr opom ncgarc tancB rcpugnanrcm.fccunda Umftatlo efl: 37 nulla f(at mutatio qc partcrdvodcfiponatur iUatuce romcquaadmUfaanicamlttctc tbt ben tc ambao manuc apcrtadrtunc fi ^ponatur Wa: nullia iiianud mca cft claufe:Dico 3? cft conccdcda quto vera t (mpcrtlnco.ocindc nic claudcn tc nian*' pzopono man'' mca cft claufa:! patcc 9? cft conccdcnda t boc^^ ptcr mutationcm factam cjc partc rd: r fi oicUur boc rcpugnat coikcwo crgo non c coccdcndunnncgctur c6fcqucntla:q: I5 rcpugnct concclTo.crj; go no c conccdcndii:ncgctuf cofcqucti2:q: I3 rcpugnct coccffo boc tamc non inconucnlt quado illud coccflus fuif tmpcrtlnco i no cft factum al^ undc pcrtlncns r f*icta clt mutatio qc partc rcla fic patct q? no c cotra rc gulas pioptcr piimas UmitarioncnK Contr^fcptfmajrcgula. C ad omnc Cmpcrtince rcfpodcnda cft ftn f ut quaUtateXontra.ibono tibiillam:tuc0romc: t Ula tu ce romc cft (mpcrfincne fimpUcitcr cafue cft polTibiUe:quia poffibac cft m fis romc t fie obHgatue tc currcrc:t tunc nia pzopofitio tu ce romc cft omnino impcrtince* admifTo cr^o ca^ 1u p:opono tiWftla tu ce romc fi coccdie vcl oubifae crgo cotra rcgiHaj quia no rcfpondce ad Uupcrtince ftn fui quaUtatc. nam pcr cafum illa c Ifiipcrtincne x octra cafum ncganda qufa falfa.crgo no cft oubltanda vX conccdcnda fcd ncganda:^ crgo ncgae cont ra illa cft fcqucnexrgo c c6/ ccdcnda confcquftia tcnct % ^ntcccdc^ pzobatunnam fcquitur tu ce ro mc t ftta tu ce romc cft ipcrtince fimpUcit cr,crgo tu ce romc ilU confc / qucntia cft couccdcnda a copijUtiua ad altcram ciue partc : t wtccccc^ cft ccnccdcndum qula pofitum.crgo confcqucne cft conccdcndum, "^cfportfio. CT 1?ufc ofcitur amittcodo pofitum t cu pioponitur illa tn ce romc con ccdo ftlam: quia in rci vcritatc cft fcqucne I5 no ocbca oiccre fic fc' quce qxcfTct rcptiga3e:T cil oicit vario rcfponfionc no rclpodco ad ipcrtince fm fui qiiaUtatc boc ncgat imo oico rndcoPm fal qualita tcm:t cu Dicit illa cft imBtince x crtra cafu5 falfa ncgo f llam copula/ tma pzo fccuda partc injo oico in rci vcritatc cft vcraridco Dccdo ip/ fam:q: % impcrtince t boc oponct c6ccdcrc.n6 tanqs vcrii fcd tancs Kv qucne.t idco oico ($ cft coccdcndatan^ vcra t impcrtlncne. £t C£Oi citur cp ifta tu ce romc cft coccdcda tanq^fcquce ncgctur lUud tancp rc pugnae. nam ifta rcpugnatilU p:opofitio tu ce romc cft imdcrtincne fifwlicifcr t cft fcquce: t cu ficbat confcqucntia a copulattua ad altc/ ram partcm oicitur q^ illa confcqucntla c conccdcnda : fcd ncgctur antcccdcne frt conccdcndu tanqj pofitum. fcd bcnc fcquitur cp ccon^ ccdcndum tanS vcrum x impcrtincne:t fi oicitur ccdat tcpue obliga rionie amittatur.t cu qucrit vtru fit vcra:tu ce romc ^^fl^j;»' "^J" Acnoc inc6ucnicein obligationc ncgarc rci vcritafc cu^ fit rcpugnae fcd c^tra tcmpueobligationie fcmpcr rci vcrltae „ . ^ CT mm cafue buic fimilie polTct ficri t codcm modo cft mpondcn dum vt fi ponatur 9 tu fie romc t non fie obi;gaf ue vcl mbil fit tibC pofitum in quo cafu cUciae rcrponfioncm vt oictum cR. ^ ^ ^ Early European Books, Copyright © 201 1 ProQuest LLC. Images reproduced by courtesy of the Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Magl. M.7.27 (b) <r fit rtl5 aHue ca(\ie cofo pono 3? tu fie tomc quo adni^lTo: qofi poflft/ bilc piopono tu ce romc In boc xnttmit p5 cft ncgSda q: falfa t ipcrtl nce Q? fit falfa cft mamfclliim t g» fit impcrtmcne pzobar r r. nam non fc qu(tur ncc repugnat : non fcquatunpatct qufa non fcquUur tu ce ro/ mc.crgo tu ce romc m boc inftarf.quia pofcfl: (larc oppofitu confcquctid cum antcccdcfc»na binc ad vnu annu polTcf cflc q? tu cflfce romc r non itt boc fnflanti ocmoftrado pcr lyboc (nfl^as cp cfl^ pfcnerquc tucboc Inflan^ cr(t clapfumrncc ctia rcpugnat,q:flat tccfle romc m boc mftanti.patct 3 cp efl mipcrf mcne falfa crgo ncganda. Si crgo ncgae:i5 o^ qo c romc c romc (n boc (nftxinti.fcd tu ce romcj tu ce romc (n boc (nftatf ^batur ma(o:,ocqdc romc c romc in aKquo Infta/ t( piefcntLfcd tu ce romcrergo tu ce romc (n aliquo tnftat i p:cfcnt(.t rtlc rItratuc6rome(n aUquomftanr( p:cfcnt(fcd nuUum cft (nftaep:efens n(fi boc.ergo tu ee romc in hoc (nftanti quod crat p:obandu» GT l^cfpodetur anm(ttcdo pofitu t ncgadodla tu ce romc in bocinftati C(:q: c (mpcrtincne falfa vt j^batum c:t ncgaf q^omnequod e romc e ro itie in boc (nftant( tanqj rcpugnae:T ad jpbationc ncgctur (fta g> nullum i (nftae p:cfcne n(fi boc tan$ repugn3e:i: fi^oici tur.crgo e aUquod ifta9 6fene quod non e boc.o(circ6ccdo*t fi x>ic\t c illud.oidtur cft a vel o.inoDctcrm(ncfaI(tcrtaIiequcftio:fcdn6coccdaeq6e aliud (nftane igboc q: er boc fcqucrcf q? boc inftane cffctquod e rcpugn3e:t p5 confc quentta:qu(a ^lietiie t D{ffcrcnt(a no cadut nil! intcrcfia fimul.qma altc/ tae o(c(t rclarione.relatio autecjctdt cictrcma fimul funt. parcrnitae cyf fttpartetpxolet (ujrtaboccocecrcndiSa' t^t^Sc fcu(n bocinftant(noii babeeoculoe ncc^pcdcet nuncntbilfie.imonucnoe ocue ncc^ aligci (nrcn]natura:qnodp5q:c6tradlcto:(a (Ilarum funtncganda:fcdn5^/ ptcr boc conceditur 3? nik fie cccue ncc niic oblicue fie oibue p:opofi / tfon(bue.qu(a ille funt affirmatdic falfc.St aduertc g? (n cafu (ftOipoflTet o:do var(ar( (ta g> cflct cocedcndii g^.tu ce romc (n boc (nftantf vt fi po / natur tu fie romc:quo a dmiflb j?ponaf imcdiatc poftpofitum bcc In/ ftane c.t p5 q^ cconccdcndum:qu(a vcni t (mperf(ncne*tuncfi p:op6at tuee romc (fi boc (nftantf cff conccdcndum tan$fcqucne:nam bcne fc/ quif cu ce ron jc t boc (nftnne p:cfcne e. crgo tu ce romc inboc (nftantl p:efcnt(;qu(a no poflunt cflc plura inUantia fimul:t (dco multum t>cbct attcndi o:do (n obligatf on(b'' vt pzlue oictu^ e:na admilTo cp oie bomo fit romc fi imcdiatc^ponitnr tu ce romc encganda tan^ imptinee fal / fa: t confcqucnfcr S ncgadiJ cp f u ce bomo tan$ rcpugnae pofito t oppo fito bcncncgati.vbi vcro fuiflct o!do var(atue t imcdiatc poftpofifum fulflctp:opofifa (fta tucebomo fuiflctconccdcnda tan$ vcra t (npcrti/ nenet oiitcr fuiflct c6ccdeda il!a tn ce romc tan$ fcqucne cjcpofito t c5 ceflb.cccequomodo o:do e valdc obfcruandue inobKgaif onibue* Contraoctauamrcgula* Ci^topter poflib(Ieit(b( pofttumnoneft (mpolTibdeconccdcndus nec ncccffarium nc(^.indum.Contr9.-frono tibi ^^^^mim^mV^MMtcr cft tibi pofijum % a tc admilTum ft non admfttis cotra pofliMc intiWC tu malc admltt9«:quia tJCtee (n rcfpondcndo crrarc cum nofio ocue. Jo ft admitt Jtur cafue Hcut cft admittcnduerpxopono impolTibUc rimpteit cft a tc coccdcndum fi ncgae tu ncgae fcducne cj: pofito.na omnc nDt po' fitumTatcadmiflumcftatcconccdcndum. a«ui C7 ecd impofl\bilc fimpUcitcr c a tc conccdcndum qula cftttbl pofttum « a tc admiflum.fi crgo conccdte babco intcntum:quia pwpicr pofliouc tibl pofitum tu conccdie quod ipoflibllc fimpUcttcr e a « con«dcndu$. <r ad boc Dicif qulda qo no cft incoucnlco o-^ptcr Pf «T'bUc PofifU tm / poffibllc fimpUcitcr c coccdcdil noiaUtcr:fc(rno ^^Pf^^^l^f':^^^^ K no bcnc admittctc no cft incoucnico ficut cfl in cafu P«d<rtto.na cum ponif impoffibilc fimpUcitcr.rndcne bcnc rndcndo non Ofb«f f»""^^^ » cu oicif qj ipfc no cft ocua x pot cr rarccrgo potcft admittcrc impon i/ bilcfimpUcitcr. ♦p.cfponfio. A^r»,,\r,*A\h C; t>ak dicif coccdo g-pot admittcrc fcd no bcnc rndcndo Itmt inte^^ Siturrcgula.Scdfiponaf9^fpofl-ibilcfimplicitcrJttiW|»^^^ nc 9dmiflu5 Dictf no admittcdo qi boc cft 4mpombiU.£odcm mod^^^ fpondcae ad iUam pono cp tita bomo c aftnue fit tibi pofita t fafic pKCifc fignific9ndo.T ad fimilce barum rcfponfionum p:tm« vaatf magie ad vcrb9:fccunda autcm ad intcUcctum rcgulc. Contra noni rcgull. GT Conccfl-a quaUbct partccopulatiuc coccdcnda cft jlla wpj»lat'iw^^ luelllc funtpartcerconccfl-a vrt3 partcpiincipaUoii^^funct^^^ da cfttota Difiuctlua cuiue illa cft pare.Cotra.il»ono tibi ^«^«"'^^mnc vt/ gllanecltafinuequo admiffo cim^VSf^Mc^tofonom^^ Jlgille cft afin-': T tuce vigtlane.ficoccdie fcquirar ^^Jl"^;/'^. Baibabcointciujqzcopulatiuacftncgadattamequa Ubctparecftcocc/ acada.iima tanqp pofita % admiffa.fcda tancp vcra t tmpcrttncne. *i^cfponno* . , C;*<Ufp6dcfadm{ttcdopofitu^Tcflj5eonittllacoptJ^^ Jtofcqucntcr ncgo cp quclibct p.ire fit coccdcda imo fccJda Pare cj «anda tanqp rcpugnle q: fua oppofita c fcqucne cv pofito t oppofito bc S ncg«*-'^ bn- fcgtur oc vigil9'e no cft afinu": vc tu no ce vigtlane. fcd omnc vigilane cft afin" pcr poGta.crgo m no ce vl^ilae. ContrarcguUm. , gr -tono m iUam onmie bomo currit qua admiflu quia poflibilie pio/ S^rtTlTainwpulatiuatucebomoTtucurrie.Tpatccg^cftn Sfacft1miirttncnenocnimfcquituromntebomocurrit:crgotucebo ?ticttrS.qirtocumcoto.a • Magl. M.7.27 (b) vt patettT tamcn qucltbct ciud pare cft conccdcnda.piima tantB vcrd tti co bomcfccuda tanqj fcquce c):pofitio t ^rn^ partc copulaf fuc» crgo xc. 'Pvcfponfio. . <r *^cfpodctur admUtcndo pofitum:^ ncgo Ulam copulatiua imcdtatc ^pofita tan$ falfam t imgtincntct ncgo cp qucUbct pare coccdcda imo oico q? ptima pare cft ncgada f anq$ rcpugnae q: fua oppoftta cft fcqucno C)c pofito % oppofito bcnc ncgati.nS fcqtur fozmaUfcr oie bo currlt tu no €6 bo vcrtu no curne.crgo tu no ce bo q: illa tu no ce bo fcqtur tx pofi/ to quaUbct partc.otfiunctiuc pdictc crgo fcgtur cp pofito x tota oifiu/ ctiuaigiTumptu patct.na fcquit oie bo currit t f u no ce b6:crgo tu no cnr ileacopulatluaaffirmatiua adaUcrlpartc:fimiUtcrfcquit oiebo cur/ rft tu no curn'e:crgo tu no ce b6:crgo fcgtur fo:maUtcr cr copulatiua of/ fanctiua oie bo currit x cu no co bo vcl tu no curr(e:crgo tu no ce bomo. crgo fua oppofita cll ncganda tanqj rcpugtiae. C: Sub bac p:(ma fpccic funt ouc aUc.f.coucrtibiUu % fimUfu oc gbue i t)fccndu:Tp:tmo oc coucrtlbUibue p:o quib'' fit bcc p:{ma rcgula* •p:nna rcgula. Crs<ponaturr)uc i>pofit(once coucrtl fic adcqitatc fignificando ficut coftcr folcnt quaru vna cft nccctTaria r aUa impolTibUie: vt ocue crt t bo jeftafinusrvcl vna nccclTaria % alia contingce:vt Dcuece x tucurrie : vcl vna pclTibnie t aUa ipo(TibiUe:vt tucurrle t bomo cft nfin^^.vcl vna altc xi cotradicto:ic rcpugnae cafue cft impotTiblUe t nuUatcn'' admittcdue: qu(a multa fcqucrctur incoucnictia m ^mo qucro vtni bccfit vcra Dc cft:fi oicit gp fic: crgo t alia b6 cft afin*' fccu coucrt ibiUe cft ycra fignif i / cane adcquatc bominc clTc afinu:crgo b5 cft afinue: t fcquit Ula bo afin^ cft falfa fignlficane adcquatc ocu clTc crgo ocue n5 cft:qt cft iponi bilc. jftcm fcquitur qp in cofcquccl^ bona q: vcro fcquitur falfum.na fa/ cio.ifta cofcquctia oc*' cft.crgo bomo cft afinue:t patct gp c bona a c6ucr tibiU ad c6ucrtibilc t ant cccdce cft vcru:q: fuii fignificatil c vcru.f. ocuj cflc t cofcquce falfum cii figmficct adcquatc bominc cffc afinij. ^tcm fc/ quitur q? in confcquctla bona t fo:maU cy: ncccfl^ario fcquit impoffibilc^ vrpatct in p:cdicta confcquctia cuiue antcccdce cft ncccffariu:quia fignt flcatU5adcquatucft nccclTanu:tc6fcquce cfttpoflribilc : quia fuu fignifi/ catumc(mj>olTibilc.©imiUtcr p:obaturfcDa para rcgfcilc*nam oppofito oatofcqult in c6fcquctiabona:cpnccc(Tarlorcqmt contingcne psfic arguendo.ocue cft.crcro tu cnrrie t e bon^ c6fcqucnf la a coHcrtibiU ad coucrr ibilcrt antcccdce crt nccclTariu: vt patuit t cofcqucne contingcns cu fignificatu fuu adcquatii fit cotingcne.f.tc currcrc. Scquif ctla ^illa Dcue crt fignificane adcquatc ocu clTc'c cotlngcne vcl 3^ Ula tu currie fi/ gnlficaneadcquatctccurrcrc c|nccclTaria.SimiUtcrp:obaF tcrti^ pare rcgulc 3? oato oppofito fcquitur cp m cofcquctia bona cy pofTibf U fcqui/ tur (mpofribllc t ^ cade piopofitlo c(l poffibiUe 7 ipolTibiUt?. ©fmlUtcr ^batur quarta p^ro rcgulc cp oato oppofito fc^uif 9> buo cotriadictozw funtfimulvcra vclfimulfalfa q:quartoR Ula ouocoucrtuturficadcqr f c flgnif icado tu currle t tu no currie: vtru puma fit vcra yc\ f MaSi vc^ rocrgot aUacft vcra cuc6ucrranr.fi falfacrgotaUacltrtiUa t futouo contradtctozfainuice corradlcctia.crgo ouocotradictoziafunt iiniuX vc ra vcl falfa qnod'cftimpofribilc.quod aute fint inulceconcradictoiia p3. q: antc cafu'. erat cotradictozia z tuc figntf icabat p:ccifc ficut nuc.crgo x nucfuntc6tradicfO!la.£t notatcrDicit mquartapartc rcgulc cocradi/ cto:ic rcpugnaorq: ibi oue ^pofitionce cotrarlcrecur in matcna contiiv gcnti ctiafic adcquatcfigmficando cafueocbct admuti t ncgan vtrap Ulani taiiqpfalfum.ficutfiponStur Ulacoucrti fi: adcquatc tigmficado fic quUibct bo.cll cbzilttanue 4iuUu6 bo c cbiiftianue cal ue ocbt t aduut / tix vrracglUaruncgari.no enUnc6ucmtDUOcotranacefimul faU4:fed benc fimul vcra.fcd Duoc6tradicfo:(a no poffunt cflcfimnl tulfa nccu^ mul vcra.T fic p5«tota rcgula quod ad quattuoz partts ci'' pzicipalee» SccundarcguU. CT Si ponatnraliqiic p:opofifionceconucrti no factendo mcntloncm quaUter Ulc figiUficcnt cafus cft admtttcndue i quo adcoccdcrc t ne^ re Dcbee ad illae quadocuc^ p:oponurur rcfpodcrc mtue ficut cjrcra: fcd quo ad vcni vcl falfum nccclTanu vclcontingcuG polTibilc vcl impom hiU.Md pzimu ocbcercfpodcrcficut ad impcrtince tad fccuda ficut ad pilmUanqg fequee.vcrbi grat{a:fiponanturifta coucrtlDcuet bomoe ofinue nofacicncfo aUqna mctioncoc caru fignificatioc admittit cafu» 7 quof icnfcucB piopomt Ula oc*^ cft Dcbcf coccdi.t aUa bomo eft aftnue Dcbct ncgarfrqula funt impcrrinetce.vt patctcrgo no Dcbct varianrej fponfio aliter $ e;ctra fi vcro pzoponaf an iUa fit vcra dc ' cft:conccdl tur f anqjivert} t tmpcrtince.t cofcqueccr lUa cft vcra bomo cft afin . t fi arguit fic.bec cft vcra bo cft afin^^^crgo bo cft afin^:negatur Dria:f5 opoztccaddere o? adcquateficfignificcf bomineccaunumquod negat. Si vcro ccotra rvcrn p:imo p:opofifa bcc eft p:opofitio:bomo e afin^: eft falfa timpolTibUiecoccditur cofcquetcrg' ifta Dcu6cft:e falfat im/ polTiblUe: t fi ejc (Uo c6cludit g^flt f^Ufum t impolTibileDcuclTc ncget confcquent(a:fcd opoztct adderc fic adcquatc ligntficcf cp ncgcf ur.£f fi oicifurquid ergo adcquatc figntficatDicifurqS tigntficat falfum?t poflfbile.t fi Dfcifur an lUa fif conccdcnda dc^ cft p:imo loco p:opofitra Dicit fi'f:t onfcrg^-Ulabomocftafinue cft coccdcndatttiquotiefcucp p:oponit efta tencganda.eftcni coccdeda noiaUtcrt ncgadaparficipt/ aUrcr. £t fi arguitur fic tu coccdif vnu coucrtibiUumt ncgae rcUqua. crgo malc rcfpondce Dicit ur ncgando confcquet iam.fcd bcf>e fcquif tu tonccdid vnum conucrt ibilium cffc verum t aUud falfum:aut vnu eflfe poflribiletaUudimpoflfibilc:auc vnum ncccflrariutiaUudc5ringcnf: aut vnu coccdcndunominaUtcr t aUud ncgadiJnoiaUtcr.gmalcrridcf.tfic p5 no fcquutur aUqua in^ncnlciUi quefequcbanf i'n f ma rcgula q: n6 e iiii iHanel rrw ncccfTarte t alia conttngcneiaut vna pcffibllte t aUa (mpoiPR/ blHe ncc rcmanct contradicfozta:fcd f mnt conucrtibilce jKopofitionce: t,idco ratio rcgulcclt:quf3p:opofitionc$ in vocc t in fcripto fisntficant ad placltum:fati0 cnim pofTilc cfl ^ omnce coucrtantur no fackndo mc/ tioncmocantiqua fignificationc autcntica ipfarumrt fta p:ima impofitf onc llla:bo cfl afin^ ftgnificafTct ocii cfTc adcquatccotinuc fuifTct vcra. Xcrtia rcgula. C Sfponatur ouc^pofitfonce imgtinctcecoucrtfctia ficadcquatc fi ; gnificado cafuo t)? admltti t ad p:ima o; rndcri intus ficut cjctra: t ad fe cunda cofcquctcr ficat ad p:ima. vcrbi gfa.fi ponat ilta coucrti adcqua/ fc fignificado tu ce cpilcopue t tu cd albue admitr it : t fi pzoponitur tu cecpifcopue 05 ncgari t cofcquctcr 05 ncgari:^^ tu C0albuc:t fi pponat an bcc fit vcra tu ce c pifcopue ncgaf t cofcqucfcr coccditur r>cc c fal fa:tucealbue*SI vcro variatur o:do.t ^mo p:oponif an hccfit vcra tu ce albue coccdif m\c^ vcra t ipcrtiuce t cdfcquctcr g>clt vcra tu ce cpf fcopue cu c5ucrtatur cii tUa»t cofcqucrcr opoitct coccdcrc tu ce albue % cpifcopua tan$ fcquce.cu quclibct illaru fignificct ficut cum comumf folct.£r pzcdictie fcquitur fi ponatur g> iilc tcrminue afi lue coucrta/ tur cum iflo tcrmtno bomo adcquatc fignificando cafue no d$ admitti: fcdno UcXA mcnfionc fignificarionie auccnticecafue Dcbct admitti:t cti pxoponitur i<la:bomo c* afi nue ocbct ncgari t coccdf q> cft vcra fcd no iignifiCiat adcquatc bomin^ cffc dfinum:licct bomine cflc bonanc vcl a(i num cdc afinii.StmUitcr fi ^ponif 9? a fit nomcn tuu3 vcl ocue vcl Ico vclgaUuecafueDcbctadmittitocbetcdccdig^Macfl vcra:tu cea vcl t)cue vcl galloe vcllco.cp qutbue non fcquitur g' cu fie a vcl lco vcl gal / lue.qula nulla iUanl fic adcquatc figmficat:f$ foium adcquatc fignificat: fc c(fe te» jfra otcatur fi ponatur nome tuti fit finc notc coccdo bcc e Tcra tu ee finc nok t ncgado 9? tu ce fine notc t fic oe alije infimtle. E>e f imtlibiie* C ponSfBr aHqnc^once clTc (tmilc» fic adcquatc llgnfficando qna ni quclibct fit altcri ipcrifncs cafua clt amlt edu©.£t ud puma rcfpodci» du e ftcut ad ipertlnce:t ad fcoam (tcut ad gtince fcquce t itclligutur j) pofirtones clTc ftrce in rcritatc falfitatc nccciTiratc cotingetla polfibiUw tetpofflbilitatccoccdcdoncgddo oubltado noialitcrfedno particularf fcr.e»cpW rcgulc. Si ponatur ifta cflfc fimilla fic adequatc fignificando cu ee papa t tu cs clbuo admittcduo cft C9fue:t fi pioponif ^mo tu ce pii M eft ncgada tancp falfa t ipcrtince t ontcr Ifla alta tu ee albue eft ncgi 0« c«n<ji fcqucn8.Si vcro fuilkt piimo piopofita ifta tu ee slbue conce/ oinir tantp verum t impcrtinene:t confcqucntcr dlio cuce papa.i vtri (^eftyeratamsconfcqucnevtpatct. rc^uU. CrSIpontinraUqrc j?polTt(onc0cfrclim(Icd fic adcqmtcn^nificmdo quaruvna cftncccflfariart alia {mpoflTibfUe.vcl vm c ncccfiuirw t aUa contlngcne.vcl vna polTibU 10 ct alia tmpolTibiUe.vcl vnaaltcn contr^ dictonarcpugnane.cafnenocftadmUfcdue jpptcr (ncoucnictia muUa quc fcquutur ficut paruit in p:ima rcgala coucriibiUiI.ldco no opoUct rcpUcarc.vbi vcro 3ric rcpugnarcnt poflcnc cflTc fimtfalfc ct in nu co^ cotingcnti vt ibldc patuif . Xcrt U rcgula. Sl ponanf ouc^poncecfTc fimilce no facicndo mctioncm oc adcquata figmficatioc carucafuecftadmut^due.t qjlibs rtlaruquoad conccdcrc ^ ncjjarc rcfpodcndu cftintueficutcptra.ftqno ad vcrii vcl falfumpotfi bilc vcl impoflTibilccotingcne vcl ncccfTariucoccdcdu oubitadil nonil» walifcr fumptuin. 'Pvcfponfio. Cr3d pzimu t lidcndfi c ficut cfl: vcritae ct ad Pm ontcr ficut ad pmum buiuerci cjrcplii babuiftiinfa rcgula coucrttbUiii.vt fi poniitnr iflc cc fimilceocuecftctboccafinueic. Quarta rcguIi.GTSi ponat ouc^ pofitioce cflTc fimtlca fic pcifc fignificado quaru vn?. fic fc bcat ad illani ficut oppofituaiifieadDne.vt tu ndcurrlect tu moucne.vcl tuce atb* et tu ce colotatue.vcl tu ncfcie cibi cocludi ct tibi cocludit admittituF cafue.ct qllb^lIUruccoccdcndacfrc vcra.poflTtbtlc.n.cftQjtu no currie cf tu moucarie.ct no fie albue ct fie coloiatuext q? tibi cocludat licct g^turfcfcietIludq:fo:tc no intclligceargumctii.fcdcaucncioccdae cp aliq6 Iftoifi fit falfum.q: fi ilU cflfct falfa tu no currie.crgo fua 5dicto2(a vcra tu currie.ct tiic ficrct illa om tu currie.g tu moucrie ilU ona c bo/ fia ct ane cft vcnl p rnfionc:g cf oridAxix moucrie ct cx aUa ^tc crat fal^ fa q: illc crSt fimllce in falfit atc t u non currierct tu moucr f e.g cadc p:o/ pofitiocflTct fimul falfa ct vcract fcqf q? in :>n4 bona cr vcro fcgf falftt €p cft impoflTibilc. Contra rcaulam. CTScd contra bac rcgula argulf ct pono q?'fo!.non fit bo ct fit aial^fint fimilU fic fignlficado pdfc cafue g rcgula poflfibilie ct adniittcdue qad/ mlfTo B rcgula funt abo vcra g bcc c vcra tn ce aial fignificae adcquatc tc cffe aUI.tiic vUra tu ce aiaLg tu ce tu ce.g tu ce tu tu ce t u § tu ce ifte bo tuce.iftcbocrgo tucf bd.ocf iftcoiic factcftltbonc t fo:malcf ct anf bui^vUimcoiicfactccft vcru.crgo ct ^iifcft vcrti.f.tucfbo.ccciralUp fc lUa e vcra tu li cf bo.ct fiit :)d:cto2U ad (nuice.s ouo 5dicto:U ad iur ccm funt fimul vcra, -f^ci ponfio. CT^^cfpondctur crgo rcgula no intcUigit quaUtcrciJc^ ponat oppoli fitum antcccdcnti^ ct confcqucf cflTc fimilU fic fignificado i^bcrc admit ti.fcd folum quando c)C oppofito aiitif ct confiqucntc f it copuUf iua pof fibiUf naiftcDUcfpefobUgaftoiffimlliumctconucrttbiUfl fnnt fpcf po/ fltioif.^npofitioncamcnimbaocbctadmitfinifi polTibilc vtpatuU fu !)M.€rSi ponanf prrcf j?pofitiocf cc fimilcf quarii vna fc babct adatij icutoppfifum confcqacnt if ct antcccdcnfcaTuf cft admifCcd^^ct vtrac» aUrTicftncsandactconccdcndacflTc falfa:vt tucurrifct tu no moucrff tt u C0 a\hm x f u no ce coloiatue, tu fcte tibf cocludJ t tibi no cocludltur ^iimz pe rcgulc patct ou bo fuauitcr ocabulat vtraqs Hlaru «^;^" currie t no moucri.T fic ofcae dc alt je.Scda ^e rcgulc J5bat na5 ti ncc e vcra tii currie.g 7 illa a tu no moucrie fibt finiiUe cft vcra tuc facio uias Dna^ tu currie:! tu mcucne.fla o\n c bea % ane e vcru 2 rnnone^ T OM crw iILj fufitfm^r va t tu moucrie r tu rion:ficfigmficancloqt cinponu bUc cu fmt odiaoiiz.QcQi ct qo cadc jppd cft vcra i falfa-na Uta cft vc / ra r u mcucrfe vt i)batu e.fcd ^bo 3> cil falfa:q7 fua 5d:cto:ia cft ycra.g ipa cft falfa.ane p^; p rnftone.£t fcgt tcrtio cp in om boa c;: vcro fcgtur falfum.nS ifti r^nic boc f u currie.crgo tu moucne.ane cftvcru e rnlione 7 one falfum: vt nuc pbatii ccu fua 5dicto:ia.r.tu no moucrie Irt vera er Qorc Dcfinnlibue. CTDicunt^pofif ioce offfimilce qn vna cft vcra t rcUq falfa.vna necef farfa vcl ipolT.bilie alia cotingee vf polTibiUe. vna coccdeda aUa negada vcl Dubirada nominalitcr.t tuc bcc fit piima regula. -piima rcgula. dTSiponant ouc^ponceclTc oiff milce fic adcquatefigntficandoqua rilvnacftalfcri ipcrance cafue admittt05.£tadp2imarndueiniue fu cut qcfracafittpcrtinee.tad-aUaoilTimitr vtadmilTio3> Ulc fint mfii/ mllce fu ce albue t cu vigilae. t qucciiq^ pmo loco ^ponit 05 conccdi t aUa ncgan:tvbi vtraqKnracafiiclTctfalfa.tucpmaosncgari t fa con cedt vt tu currte t tu ce para.CTSi ponatur Duc^j?6nee ce otffimilee fic adcquatc fignificado quarii vna ariccdit ad aUa t no c5 cafue e admit tedue in ma otinscmi.z k^rie vbictiq? ^ponit eft ncgadil.t niie coccden/ dil vt tu cur.t tu moucrie.^n nna.n.boa cx falfo aii frgtur vc:p.fcd cauc necocedaeane.qz tuco5 coccdcreDtietoiifcr quahbsiUardclTc vcram nec ntic clTct oifTimilce qo e 5kafij,cr St ponanf oue j^ponce i c oifTiml !ee ficadcqte fignificado quarti vna cft nccclTdria t aUa ipoffibiUe vtco tfngceadmiflbcafu fcmEo; ncgari coringceipolTibilc t coccdi ncccflCi/ rfa.q: no cft incoucnlce j:)p6ne cotinsete cfTc falfa fs cauc nc coccdae Tf4 pofitionc cottngctc.; quatucuqs c^ra cafii cet verafl: ttic 05 ncgarc j)po/ Utfone neccfTaria fic adcqte fignificado t coccdcrc ipas cfTc falfas Qp cft ipofTibfle.CEr^i ponatur oue j^ponce cfTc DllTimilce fic adcqte figmfica doquccouertaturnocft admirteduecafue.ficut fiirifte ouobocur. r\(i bflc cnr.aut vbt vna anccvJit aUa t c5 vt oeue cft bo cft.q: neccfTanu fcqt ad qoUbct.cafue nocft adfiittcdne.g! fi coccderce vna cfTe vcra 05 ncaa rcaUS cfTc vcra:tfi'cn6c6ucrcerent:tab vnoc5ucrtibUiad rcUquii no cfTctbona^na.toj coccdcrccp^poncccfTartaficpcifc fignificado cffet falfa.nam fi illa elTcc vcra:r>cue e alia cfTcc falfa.f,b6 cft fic adcqrc fianifi cando cu fir fibi DtlTimiUe titil cft neccfTana cum fiul fignifuraru adcqua^ ttl fic ncccfT.inu fic ftgnifi ado pcifc.crSi ponatur duc pponee cfTe oif fimilee no facicndo mcntioncm oe carum fignificaf i5e cafue eft admlc tcnduetquoadconccdcret ncgarcadqnalibctcaru rcfpondeaf (ntue tfcut cytra fcd quo ad vcrum vd falfum ad p:(mam rcfpondear ur ficut ad (mpc rtlnerie t ad fccuda oiltimiUfcr. vcrbl gratia Zdmxffo Iftc funt Di(Tiniilc6 DCU0 cfl r bomo cll.tunc qucUbct UUrum mra cafum cft con ccdcnda in cafn tanicn quc pnmo loco ^ponitur cft conccdcnda cc vcra r quc fccudo ncganda cum fit ci m cafu olffimiUe.cpcmpliI crt fi flatc cd fu 3? (ftc fint oilTmiilce ocus cll % bomo cll piimo loco^ponatur ifla oc^ cfl conccdatur tanqp vcrum t impcrtlncne.t cofcqucntcr cp UU cfl falfg bomo cfl cum fit fibi DifTimiUe.t opoztct ctia ncgarc adcquatc fignifi/ cat bommcm cc.lmmo fignificat adcquatc vnum falfum.fi qacrltur q6 fit UUid non cfl ccrtificandu nifi boc modo ftctCF fit a vcl h.r fic oc aUje figmficarie falfi6.£t oc fimiUbue bcc ofcta fufriciat. Dc ocpofitioc CCTDcpofitlocftobUgatio oppofitapofitiom.namnoncfl aUud vnam piopofitioncm ocponcrc qaa fua oppofita Utcntcr poncrc.t idco ci op/ pofito:um fit cadcm ocfclpUna facilccft banc fpccicm obUgatioie fntcUi gcrc pof! p:imam fpccfcm.fit igUur bcc p:lma rcgula. ibzima rcguU.; CJOmnc ocpofitumcpadmittcnoum nifi fitncccfTarium.patct qiqdU/ bct aUud apud logicum no ImpUcat cc ncgandum* Sc6a rcguU. CTOmnc ocpofitum t admilTum a tcinfra tcmpue obUgatioCe^pofita efl ncgandum nam boc pctit ocponcne. X^rt U rcguU. C:On\nc pcr fc antcccdcn6 ad ocpofitum aut cii conccfTo vcl conc^lTfe oppofito bcnc ncgat aut oppofitie bcnc ncgatoium fcmpcrtrft ncgandii vcrbigratUocpofitatadnnlTa iftatumoucriecflncgandaHla tu cur/ rie.quia co conccffa opoitct conccdcrc ocpofitum q6cfl:contra fcoas rc guUm.fimii: tcr ocpofita x admlfTa ifla aUquie bo no curnf :t cocclTa ifla tu noncur.q:cftimi2tincn6t vcra.t vUrafi jjponitur ifla tucealiquid bomo cfl ncgada.qicum vno conccffo anrcccdit ad ocpofitum.na bcnc fcquitur fu no cur.t tn'c6 aUquie bomo.crgo aUquie bomo non cur. Ouarta rcguU.CTOnmc rcpugnone ocpofito.t omnc fcqucne cx iUo 2 fccum coccffo vcl conccfTie oppofito bcnc ncgati vcl oppfitie bcnc ncga to:um cflconccdcndil.vcrbi gratia.ocpofira t admifTa ifla aligdbo non currit fi^ponatur fua cot radtcto^ia quUibs bomo cur.cft conccdcda cii fuu3dicto2iufitncganda.tfij>poninfla9Ubctbo.moucf cfl: coccdau da ranq5 fcqucf pcr fc na bcnc fcquitur glibct bomo cur.crgo glibct bd tnouctunt fi ^ponat tu cf allqf bo cfi coccdcnda ta^ vcra.t letincf . z omv c coccdcdu tu currif taqe fcqucf cr oppofito ocpoficl cu vno co/ ccfTo.nabnfcgt glsbocur.tucf aligrborgtucor auira rcguU: CTOe rcpugnaf iidictoiio ocpofiti 2 f^^.^ut cii cocclTo vcIcocclTif oppo/ flto bn ncgati vt oppofitifbn ncgaro:d cft ncgadn. vt fijn cani ^no 4)/ poit ifla aligf bo no mouct.aut fi p^^c^cclTa illa tucfaligf bo.^pponat UU tunocurrif ambcfiit ncgandc.piimo.quU rcpugnatconrradictozio oc/ Doflti pcr fc. t 'ccunda quia rcpugnat ddcm cuni vno concclTo^ ^ . ^ Scrta rcguU- G^Md omnc fcqncno t ad omncipcrtmcs rndcdu cft fco; fui qualitatc: vt ocpofita t admifia ifta.rn co alb^^fi ponat illa tu ce colozatue ccdccdcnda.q: no cflmc6ucnlC6 in dm bona ncgarc ans t :)cc dmMVmcyfalfofcqtjff vc;r.tli\ppOfiat (ftatucurcft "^S^^^atjn^^ Imptlnce falfatt in bac fpccic obUgacioie or lennce qp fion f;^q^^^^^^ pofiru nccanccdit ad ipm ncc ddc>cp»gna t ncc fcquu nti ncc cidc rcpugnat e fc vd cu aUje Hcut ocpcfita ifta:fo:tc0 currlt lUC lla papa currit ci crlt oino iptince* €rei:uti£tinc0 ana ^ne ^ Tlcgacum- CTCoccdcdum odfctoKu ccpofitu ncg^idu. CJConccdcdu fcquce (cquc6 ficut lettncnd. CJTIuc ad cjrcrcftfu (uucnu aliq cjrcpla in ma rCfpofitloia volo DCducer T 6mo ocpcfica i iUa aliq jpfb no cft vcra q^admiffa ^pono tibijua quoj X)p6 c vcra: t p5 cft coccdcda poft$ cft ncgadu aliq j?po no cfl vcra tuc arguo fic qualibct^po c vcra Ula clt jppoT. aliq j?po no^c vcra. S t ra cft vcra.tuc vUra ifta c vcra :t figniftcat pciic 9? aliq j?po no c vcra.g auq jppb no cft vcra illa Dntia coccdcda t ane cft corcd^durs^T Dne.fcd ont c Dcpofitu.0 Dcpofitu occdcdu c:g Tc\ 'P.nfio. C l^cfpodct admirtcdo Dcpofitu T ncgado cp ifta fic pcifcfignificct q6 e poflrtbilc cau( T fi pocrct in pncipio cafue no admltf crct vt patcbit in mS ifolubiUu.CJScto oc/ pono (n tUa tu ce bo vcl tu currie q admiffa q: c Difiunctia c6tingcfj?po / no tu ce b6.T p5 cp cft coccdcda.q: igtince vcra q c6ccflra^pono:tu cs bo Vd f u cur.T p5 3» cft coccdcda a gtc oifiiictiucad tota t cft ocpofiturg DC poficil cft coccdcdu. •pvnfio.C7'<^cfpodct admittcdo Dcpofitu T cu^ ponif ifta tu ce bo ncgat q: oe and ad Dcpofitu e ncgadu p tcrtia rcgulS T cil Df c ipcrtince boc q: ncgaF.in bac fpe obligati6i6 of iptinc6 qp n fcgf ncc anccdlt ad Dcpofitu ncc cide rcrugnat ncc fcgf c^: oppofito tpo fm vt ^^Dcm c.vn ^ rcgula c obfcruadiJg? Dcpofita aUq Difiuctia qUb$ dU6 26 pncipatcft ncgada.^n copulatia vcro boc no c ncccflTarlil q: pot negari copulatta:T c6ccdi aUcra ge nifi cct coptatia cul'' vna £6 cetncccf faria t alf a otigce.tiJc.n.ncgata coptatiua 05 negarc pte c6tlgete (^tilcfi <8 fo2ct vcra.crXcrtio Dcpono tibl illa anti):p6 n5 c alb'' vd atijrpe no t ft colo^at*^ caue e^admUted^^.q: cft Difiilctiua c6tigC6 cu ql5 E« fit c6tin/ gcneTnuUaalti rcpugnae.co igif admiflTo^pono tibiillaatijrpee colo rat^fi c6ccdi6 5 tu c6ccdi6 ane ad Dcpofitu.g malc rndce fi negae^ tu nc gaefcqueecicoppofito Dcpofiti.3malcrndc6.p;r>nagqrt3rcgula T pio baf anena bcnc fcgf atippecftalb^^T ontir^6n6cftcolo:atU6.s atijcpe cft albue t vltra antipe cft albue.g antivpe cft colo:atU6.Q Dc p:imo ad vltimti antipe cft albue.crgo cft colo:atue r fic fcquiitur vndicg aguftf, 'Pvcfponfio.cr*^cfpondct n6 admiftcndo Dcpofitum quiacft ncccflTarf um cum fuum oppofitum fit fmpoflfi bilc.T cum Dicitur cp cft Difiunaiua Dtingcne q: vtracppee Dtingee t nuUa altcrl rcpugnae rcfp6dcf ncgi dor^nam q:adcontingcntlam Difiiicfiucrcgrunf trla ^mo g^vtracpp^ fit c6tingce.fc6o gp nulla rcpugncf alti:ftlo 5dicfo:ta iUap ptiil nre/ pugnctadmicc qtrnei^pofito.CJXractat^^DcifolublUb^^fcw^ (Ujn lolu bilc e^po 5 q fit tntto i alq ccrto C4U q fi 9 co.cau ponat fignif tcarc m tfU I tcdo crct KCCf ieno Dfln/ colo m m fliri \ pucikyt vcrba efue cbitevpietidmt q: ricclfc (lcat adcquafcffgnmca tur 2 1 pa5 fegf no fic clTc ficut adcqnafc fignfficaFE im t ccotraXafue oc tnfolubai:_crCaru« vcro oc infcItibiH clt fUc In quo fit metto oc aliq ccrta ^TOnc q fi cu codecau ponat fisntficare pcifc ficut vcrba ciHO coi tcr pjctedat i: fic ec fiait adcquate fi^nificaf d fpfa; fcqiiat » c5.Srcp!ii vtriufc^ R ppnaf q> foi.fit ois fot.t vicat iurz nulia aliafoj.Di. falfu? q fif a fic ngnlficantc tot^iilcwfus.of caf«« dc iiolubil.r lila r>^d foi. ol. f a .or IniolubiUa^po.nS fi d toto c.^fa poe rcf illx fi«.pc(fc. vt roffcr lolet fegt fic Ita 1 3» no c ita ficut adcqnatc fig.p ipa^ t c5 na qro vttt a fit vcra vel fal.ls vcra crgo l^a c ficut pcik fig.l} fig.pcifc q> foi.oi. fal. ^SO\oijpt.m.tax>t.nma.crsoH fal.fi Dfq^efal.crgofig.alitcr fg eft ftdjlla fig.pcire gp fo2.D(.fal.crs;o no c iu q> fo:.Dt.fal.t no oi.nifia.crao a no c ral qD c odictlotjd .p bcna rnfiOBc in Ifta niateria aducrrc cH fit cafua Dc ifolu.aut fit metjo qTr iToIu.fif .aut no.fi no tuc fit i tfta 6ma re gula.ii^jfma rcgularCQuodad tnfolu.pMmo lo.jjpofiturridcndaeou noficutemcafu:tr6 cquiiceimetl.vcrblgfafiponaf q^vnud pap« lit ow papa T Df.i ff a t niimi alia.papa Dl.fal.et no fiat mctio quafr Ift a j> pofitjo fig.tnc fi^poif ^mo loco papa Di.fal.c Dublwda q: eft tpti.et cr/ tra cauj DUbia no.n.fcgf vnu$ pspa c oia papa Dicca illa.et nulla alfam Mpa oi.fal.crgo papa ot.fal.q: cd toto ateftarct q> ifta papa oi.fal.figHl fica^oeacffc adcquatc ncc et repu.qi ftarct llla fignf fica.bot'c; clTc afinus 8dcqte._cttucotcc.ifta olccret fal.fitr fi ponaf q>ad5 Dtcat fftaet nullant «Ita ada Di.faj.tiic fi jjpoatur iUa pzimo lo.ada of.fal.c ncgada.q: c tptf. t fal.fi ponat gj tfta fit fola in modo falltucoporm ffta 6mo loco fa! e ocedcn.q: c iBtmena ct extra c5u coccdcret.fi vero fiat mctfoquarr nia fig.tuc vel poitg? fignificct pcifc ficut verba cfue coitcr ptcdut vt fic ct no pcife.fi p:imo mo fitbcc Hre.cp cafua nullo mo c adm' tten/ dii0.qxfeqmture): lllo foimalitcr contradfctfo. vt fipoaf q^ifta vnfucr falfd fit oie jjpofitfo fctlicct ots jspofit to c falct fignificct .pcifc fic fiTr g> Ifta indcfinftafit fola inmedio falfusc.fimirrlfta fndcfinita fit fola In mudo fic pcffc fignificado ;ppofitio tdcfinfta noc vcra.fitr ffta fin/ fiularfs boc e falfusvel boc noc.vcru fc.lpaoemonftrataficpiccffc fi/ gmficado.firrfftaqrceprfua nnlla ^po gp cjrceptfua c falfa fit fola cr/ tpceptim fnmiido.fic pcifc figniftcandoa'ut Ifta cjccffiuatm cccUifiua € falfa.fit fola crclufiua ficpcifc fignificado nullaa iIlo:u cafuti cadmit icdue q: quociicp admiflb feqf fo:marr bdictfo vt facilc par, itHcntf CTSi vcro poaf figntficare fic vcrbatfue coitcr prendiit fcd non pclc fic cafue c admftfcdue ct fnfolnbilc vbiciiqj oponif c oie. et coccdcn duni e ipfu; clTcfal.et neganda ipm elTc veru vt fi ponaf fo:tce of llla ct imUa alia fo:.Di.falfu5 fic fig.vt folet.f; ri6 pcffc et fft a admft.* cafue ct coccdit a qncacB jpponit ct of q^^a c falfii ct ncgcf q> a fit vc rum.Jfta rcgula hi trce pitrtee p:tm3j)baf ffcoe fcquea ecoccdeduj fcd ftifolubilc fn (ali cafu c fcquce.crfio e cocedendu.^baf mfno:.ct f« Magl. M.7.27 (b) do (ftij 6MmSoxM tlcit folu «3 (US foiteo ofcic falfitm nc % no pdfc ffc fignif icant^.crgo foztce olcif falfum.ifta :)na cft coccdeda % m^coccac dfiqi pofitu crgo % c coccdcndd r ^ne cft infolubilc cft Dccdcdum a> fttttc Dna illa fit coccdcnda p5 q: oppofitfl Dntis t ane rcpugn3nt.K3> foz tce Dfcat 1115 fouce oicit falW ^ nuIlS aUa fic t no pdfc fic fignlficantcs T foetce non olcat falfum. nam fi no oicit falfam.i oicit a pzoponcj. crgo a j)po cft vcra:crgo qrr i\k fig.aftcrtmc ita cft.fj ifta fig.ancrtmc \oi/ fce o(cit.falfum:crgo foitce o(c(t fatfum qo c 5dfct(o.t fic p3 pijma pare rcgulcg^(nfolub(lcccoccdcndutancBfcquce. 41. Dc(n(Jc^bat fa pare rcgulc faciUf .na fcgtur fouce o(cu falfunr.t no oicit nifi a.crgo a cft fal/ fa:(ftaDnacftconccdcda lane cft coccdcndil.na ma(o:cftifolubi!ct mi no:cftc5ue:crgo tDneccoccdcndut^necfape rcgulc.crjo tc CJCC flla fcquif ftatim tcrtia pe rcgulc.na fi (pm (nfolubilc occdcdilecltc fal/ fum.crgo ncgandu cft (pni cflc vcrtSt fi p5 tota rcguU quo ad oce partee ctoe4futtrce.£tfiarguft ficbcccfalfafo:tceotc(t.falfiJ.crgo fign(flcat qua cft.fcd (fta figwiftcat cp fo:tce olcit falfu.crgo aUf e quam fo:tc0 C(dt falfu3:bu(c of ncgando f am omm ficut no fcqu(t iftiyjpo bo cft afi nue tiaMi qu5 cft Jcd Ifta fig.boic5clTc.crgo aUt e $ $ bo fitf5 05 addc rc3?pdfcfign(ficct:Tfi(llud addit Dna c bona f5 ncgaf ane t fi qrat gd crgo fign(.pdfc ifta fo:.o(c(t.faU'um.of 9? (lla fignif icat'p:cc(fc fo:. oi£ faIfum.Tq?(pfafvcratn6efalfaj?p:imo figmf(catof5j?fofig. Cotra fdictaarguit . C Scd Oirm p:cdicra arguitur mtt (pVr nam pofitoo' ifta wiiicrfaUe fit fola (n mfido oie ^ i falfa fic fignificado t no poncndo p:ec(fc q: no admittct caue x fit a f m rcgula a e falfa.Scd volo j)barc ^ a eft vcra x huo (fta onas boc c f alf U3 x boc e a .crgo a cft falfa.f5 a e oia opd vn(ucrfaUe.crgo oie ^po vnmcrfaUe c falfa.jfta om cft bona a rc foluetib^ ad rcfoUita.q: vniucrfat^po pctrcfoluiqn vnuicrfalie babct vnii fuppofitu tm x ane cft vcriJ.crgo x om\x om e a:crgo a cft vcrii.Sc cudo argulf fic^po vniucrfaUe e falfa x nuUa cft ^po vniucrfaUe quin i\ ta fit falfa.crgo oie^po vniucrfalie e falfa.ifta om e boa ab qcponetlb^ adocpofita rane cftvcru.crgoTDnefpe(nfolubile.crgotc.j(tc tm faU fijm cft j)p6 vmucrfaUe.g oie ^po vmucrfalie c falfa.ifta om cft boa ab cjrc^lufiua ad vmiicrfalc ce tcrnnetrafpofitfe.t anee vcru.vt p52 c)cpo^ netce:crgo t Dfcqucneq? cft a. Sccundo argu(tur. CTSecudopndpaVrarguif ocifolubi[(2t;culariToeidcf(n(to oato a fit (Ua E^icutarie vcl indcfinita aUq jppo pticularie e falfa: vcl i fta jppd (ndcfinlcacftfalfatfit folainmudoUcfigntficadot o( tflegregula acil: falfu5.Scd :?tra arguit fic.boc c falfu Dcmoftrado a x boc c^p5 gtl culade vcl indcftnita.crgo aliq ^ppo particulvarie vtidcftiuia c falfa. ifta Dna c boa a rcfoluctib^^ad rcfoluta ane cft vcrii vt ps.crgo x jmix Dne ea.crgo a c vcru: j(t c oie i?p6 pticularie cft falfa jcrgo aUq .ppofiticula/ rie e falfa om e bona a fubaltcrna tc ad fubaltcrnata x ane cft vcril vt m E eyponctce.crgo t pne a> e a.Jie fatio ifta omj^^b £t(cularle e falfa.g aliq ^p5 gtlcularfd c falfa.ilTra :)tia c boa ab idcftniw ad fuS ptictercs: a ane c vcru rcfolu ^cce.g t Diie c a.g t f . rcrd^ arauitur. iU fsrtiiy pncipatr arguit pono foitce oicat illa fo:.Dicrt falfii x nul w aua ftc fign(ncatc:q fua t ocrn c g^a cft fa5fu:S5 6 vcl6 cbarc a>c w ruit arguo fic falfu of a fo:.^ foz.oicu falfu.jfta ona c boa a pafTiua ad f» r4lfa:fcd foi.DKit a:g foi.okit falfu:' fta .ona c boa idai i j t ane c vcrn. vc P^:gpne qo c a.^te pdiccoiia a c falfiJ.g a cvcru ifca om c boa t arie e vc ru:nriiira cf jlf^:foz.n6 oicitfalfuiqzprriiioncfoumcirfalfu.glfta c ve ra Io:.oiat falfu q e a:t p? Dria:q: ifca bdJcfic foz.oicic falfa:r f02.no oictf falfufn.q: i fingularib'' no rcfcrc pzcponcrc t pofcponcrc ncgationcm. lauarto arguit:CCluarcofnciparrarguit ponoc}?tu tfo2.ficie ocelo q iccc^ t foicce oicat Ifta x nulla alta oc^c r tu oicae ifca boi cm fo:. olc Tcru:T fit a fic figniftcado r no p:ccifc:T volo J^barc a c veru.n5 oc ol cce vcru c foz.g cm fo:.o!cit vcru ifca ^ria c boa ab vniuerfaU ad fuacp' dufiua oc tniie crafpoficie x arie c vcir.g t om qh c a:g a c vcra. Tcc foL Oictt vcru T nlbil no fo^oic vcra.g cm foz^oic vcra.tfla om i boa ab cr / ponctib^^id qrpofit a.t arie c vcni.g x om qd c a:g tcjcc nibapt foi.oti cct vcra.g tm foz.olcit.vcra iftabria c boa ab qrcepcia ncgacia ad cjcclufi m amrmarfua fibi co;rcfp6dccc t arie c vcrri.g t orie qb c a.a tc. itc ar^ gumctu poficc ficri oc eprcptia ponedo 3? tu oiccrce foia ifla nuir bo & rcr fo!.Dlc vcra.t argulf ad ipas fuo mo ftc faccu c oe cjcclufiua. Qufco «rguif.auitofnciparrarguit ficnacriflapoftciocfcqcQ^nuliac Cfola Wlc rmc cau.p5 g oiff inicione ifolubirfupi^^pafita^t tri mtta fiit ifolubilia fiiiccafuficvniuerfaIia:vtoie i)po cfiilfatnullacvcra.Sirrifta fingo larfa boc c falfriboc no c vcra fci^o oem6flruco:t marie oc ifta ego oico fttfajvbl no 05 p6cre:3?^ ^S^ ocmofcrer cgo.q: g nom ^mc ploc filmit ocmoftrationcer loquecc P5 c6c5 Dfucrudics. ecrco arguif . CScjcco pndparr argmf i5 ifca jpponc.-q: ipa poic voiacaric g^.quodlibs ifolubllc ligntfuret vlrra fignificatacoe ipm c vcra t nulla cam additqrc fic fi/ gnificct.Scp.ar. c:Scptiotvltioarguifq6mrcafucifo;ubiUa alia « ifraqcoccrnut vera velfalfa fic fat ifca bocc nefcica Dem6fcratofei5o T.nuUa ppb c ncgacia t firia:t t n uuUa i facta oe ifrie mccio. ^io folu ttoc.C"'f>K> folurioeboza argumccoianocadafucaliq.^mo q6j)p6 vc/ ra n6b5aIiqDfignificacu ancrciuafalfarpsalif c)c^o fcqrcf faUu(n om boat founaU:fimprr pjioib^^^p^nib^^vcne^na ifl.i oc^^eb^caial t fic dc fingrie briraliqofigntficacuafrcrciua falfu:t fi oicieifca^ponullua bo c afin^^c ^a t cri ftgn ficat boic5 ec afintfqo c falfu:buic of 9^n6 fignl f icat afTcrtic boiC5 ce afinmf^ folu rcpfcnraciuc:q: ejc ncgacia no fcgf af/ firmat!«:vocoaacfignif(catu afTcniua illo q6,fo:marrfcgf cic aliq j)p6 fie.c5 ^ojppo falfapocberc mrca fignificacaalfcrciua vcra.ps 6 ifcabS «afin^ fignificacafTcrciicboie? ec.tboiesecaial tc.t n6ic6ucitc)c UUa fin\om\>om;% founall vtpatuit in rcgulie confcqucntianim^ X CrScddo no fcquitur m ^pofit io cfalft^g no c im ficut llla fignff fcat na illa bomo c afmu^ c fa fa.t rn c ita ficuc illa figmftcat qum f»finincat boicni cc Jcd bcuc fcquUur ;fta ^po c falia.crgo fignificut alucrq^ e urr fcgtur ucgaciuc ifta i>p6 c falfa.g no c ica ficut lll%adcquu^tc fcu pcifc fu gniftcat.firr no fcquaur ifta jppd fignifiC4t alitcr cft.fcd tlta figmficat aflcrtmc.fic crgo non c fic.fcU op$ tn mmou addaiur P?ccifc. ycrbl gra/ tla.non fcquitur in:a x>p6 bomo c afin*' fignlficat aUicrq^ c.fcd t fra fignU catafTcrtiucq^bomoc.crgononltag? bomoc.fcdo5inuno:iadacrc gf figmftcat adcquatc vd pzccifc qo bomo c quod c falfuij.bcnc airtcm \cj quitur illa x)p6 c vcra t fic afl^crtmc figmficat.crgo fic c uuc iUud ugniri catum afl^crciuum fic adcquatii pxlncipalc vcl fccadarium.-r boc c.qipto pofitio vcra non babct aliquod fignificatiJ aflcrtiuum fal.us Ss JJpofito falfabs nuilta fignifxata aflcrciua vcra I5 pzincipalc fit fallum vt pomt pzimunotabllc.Xcrtio notadujpquatuozfuntmodi argurnfentadi coc« quividcntcrt^cconucrtibilcsTnofanttouoiUoiufut bonit Duo mall •f>zifuue bottue cll iltc.^i aliqua cofcquctia cfi: coccdcnda % ane c concc dcndum cft % ono conccdcdu fimiUtcr fic patct in confcquctijs.Scre ba nue cft ifl:c.3fl:a Dfcqucntia c bona t an» c vcy .crgo z confcqucns.t iftd ctiam cft vna oc gcncraUbuo rcguUe pfcquctiani Mj vcro ouo fiic ma/ 1{ -pzinme cft iftc ifta ona c Dccdcda t and c vcp crgo t one c vcrfi. nam Vbi iponat cp ifta ^po.bo cft aial figni.adcquatc boicm cfle afinfi.tfic ifta Dna c coccdcda.bS c nfibilie.g bo cft aial q: cy:ira caU$ coccdcrct ♦ t ane ciue cft vcrii cii no nmtct fignificatiS t tn om cft faUucu fuu ftgnificatus adcquatiifitfalfiivtps.fcdectmaluecftiftclftaonac boa t Afiec dcc dedilcrgo t :ifie.na vbi poat q? ifta oc^^c t bo c afin*^ coucrtant atie c vc rii t OM falfu. vt p>Cauc igif oi :igc£ ab iftie ouob^^moie maUe argucdl* <r0.uarto nota cp ficut aUd c occdcrc j?p6nc.t aU6*€ cdccdcrc ipa5 cflc vcra ita aUud e ^ccdcrc ona^t aUud coccdcrc ipa5 cc bona^vn fi poatnr ^ iftajppo b6 c afinue fignificct adcqtc ocu cc.tiic fi poat ifta bo c afin^ c6tinuo e ncgada.t fi^ponat an fit vcra coccdif .t r6 ifta qz boic; cc afl nu c ipofl^ibilc.fcd iUa ^ponc b6 cft adn^^cc vcra no c i|;>o(Tibilc ica oicae confcquecia. vndc fi ponatur ifta conucrtiiOcue cft t b6 c afimio.tuc ifta ofcquctia fcmpc ncgada ocue c.crgo b6 cft afinue ficut c^tra cafu otiuo ncgarcf t tamc conccdcnda c cflc bona.qi argnif ab vno oucrtibiU ad rcUquu.Scocra vcro fi ponafq^ifta.b^eaialfignificctadcquatc boicm cflc afinu ifta ofcquctia bo c.crgo b6 c aUl fcmg e conccdcda ficut cjrtra cafiJ.t tame cc bona e ncgada.qz ane c vqr t om falfij Jftfe igif ^milTie pzimo of in fiima vfcB ad gnnl argumctu pzincipale oee iftc onc factc fut c6ccdcdc (p crtra cafii^ coccdcrctur.fcd mic in cafu ifolublUd oee fiJt maic fcu nibilvalet n6 fut boiicjj •criaci rndcdo of adpzimopzimf argu iDcnti pzincipafr (jp rcfolucctbuead rcfoluta qn^pocft vniucrfalienon valct arguinei ii lufi cti ouabuf Umitati^ibue.f.g^ bcat vmi fuppofitii t gf eatbcgoztcc figuificct, vbi vcro bcat plura fuppofita nocftjppuc rcfolii# btU«f5m»onlbflfo:vb/cti3 ypotbcffcc ngnfffcctcypotbctfcc «blda nof; rcioiubaitcr.todc mo oicif ad fccudu 9» no arguif abcFponct fb' ad cr pont3:q: c vne apparctcnfcd in rcf vcrf tatc c ypotbct fca copulatifia • fo no crt CMonfbflie;^prcrca flla om no valct I5 fit coccdcda.Sf milf ccr of ; cttur ad tcrtfu q> illa no cft c]cclufiua fua:q2 ccclufiua mcrc catbcgoiicc fiv gnfficat T vria ypotbctfcc.io no valct om. (T ad fc6m pifncipalc paric mdct^pmaonafactanocflbona nccarguif arcfoluetib^ad rcfoluta- qulta no cfl rclolubflfe cH no fit catbcgoiica:t ita ad fcom no valct ina a rubaltcrnatc ad fubaltcrnara nifi ambc figmficct catbcgoifcc.gt ad tcrti ttm ctia olcit s>r.o valct om-.qi ifta no cfl fua i dcfinlta cil idcfinfta fidnU ncet cati)egoiicc:partfculart9 i>o ypotbeticeca fit inroIubiUs.C tcr ttu pncipale (iXr riidcf coccdedo pilma oif am t ncgado Ipfas clTc bon.T:qi nia no cll fua paffiua cu pafTiua fir carbcgoiica r acrlua yporbctica SiPr fecuda om nlbil valcr ncc cft in Dan);qz,):.T.i]c.fiIogirmoEcarbcgo2fcoE ?n"^^ Wi^i''^ yporbcricc (5 folucatbcgoiice: 10 ofcatur carbcgoild fiUoglfml.c:ad rertiii oicit q'5dicto-'a:n6cftfllud.foi.noDlclt falfu5: rcd lllud no foLoldt falfus.lta q> fcmp pponaf ncgatio vel ficll ppofita «uferat:m_o llla ell vcra:n6foi.olcft falfus : qi fignificatolfiilctiue 3d(c« •"Pf ?-J*^ * figmffcat copulattue cp foi.oidr falfum t o» a efl vcni t fua »di oiftucriue:9> foi.no ofcf r falfus vel a no ell vcru.t buiue figmfica/ tf oiftucri5 fcda pare c vcra t ontcr rota ppd cufue e fllud fignificatu «fl Vcra.C7 Ct bcc fnw c tcncda Inoib' fnfolubllib'' cp 3dfctoita oj femper •ITignar i pncgatf on c ppofitl: vt boc no e veru:b5 pio 5dictoifo:n6 b*n5 «II veru:t fic oc alije.St qii ofcfe cp f n fingnbue non refcrt pponcrc vel poftjponcrenegationcolcif cp rcfertqnjjpofingularlsfignificatypotbc fjcc ficut e in^po? CT £t fi oicfa Sdfctoziu iafua alfqua jppd cit falfa- vl/ dct ce illud niitla jppo c falfa; qi pcr riifione" luu iJdlctoifu efi Ifiud:n5 alf qua^poe falfa:rcd flla eqirfualcntpcrncgatlonempiepofitam: crgo tc e; l?uic oicit q? ifia rcgula cgpolctta? no ts nifi ambc citbcgoilce firtnf f lcent qualitcr no clt f n ^pofito;qi vtid ncgatfua fignf ficat catbcgoiice t particuhnsypotbcticc.w ic.*r adquartu^ncipalc fiXr ofclf * flla pif ma Diia no cfi bona:qi ifia vfts n6 riidct illi occluftuc cii fit vXis catbeao rica t ejcclufiua ypotbetica.Simfitrcr ncc icoa om cft bona: qi ifta no c cFponibfliacircIuriuacufirypotbcrlcacopuIariua implrcfrc. grira oidf fldtcrtiumq?ifl:aconrequfnrla nibfl vdlcr; qicrccptinafignificar carbc/ goiicc t crdufiua j-porbcticc qi cfi infolubiUe.Bt fi oids quo crgo eft Of banda vcl Impiobada.olco q» ifto modo^fuu fignificariiadcquatu clt vc/ rum.crgo cfi: vera:t P5 q> aiie ell falfum:qi fignlficat adcquate copulatf/ uc falfum pio fecun-ia partcSt vcro vls piobarc q> elt faira.fimllltcr nt cedae vt fit in jfpotbctlde. C7 adquintii pilnclpalcotdrcoccdcdog» nuUufnfoIubflccll finc cafu ejcpUdto vcl ipIicfro:vndcifti infoUtbflla vfia.-oie ppoclt faira'riulla n/ pofitio e vcra c);i0Ut cp no fit aliqua vtte nlfi fpfa. ^t tUa fingularfa : boc f Magl. M.7.27 (b) cft fiiIfum:boc no cft vcril:cic(gwnt fcfpfa t)cm5ftrdn\^!iid vcro ifolubf / k: cgo ofco falfu5:babct cafu5 ipUcM oc coi modo loqncdi g vult p:o nonieocm6(Tratinu|>rc^mocapiatfigmfu:ationcc):I^^ Crad foctufncipalcDlcit q^nocn: voluntarfuuno ronabilcspinfolubt lc no fignifJcane pcifc figmficct ficut vcrba lUlue coitcr pictcndut ctiani tum bocg^ipfuKft vcru:q: vbi fnfelubacfigmficaf piccifc vt vcrbaci coUcr ptcnddt:tuc planus cft g> infc lubilc fignificat vt vcrba cim coitcr p:ctcndut:T ctta cp ipfuj cll vcru : q: jppo fignificat qcquid fcqu(t ad cas: t fo no c amitf cdu q> folH fignificct vf vcrba clue coitcr p:ctcndunf :©cd fi ponntur q> fignificct fic:T ci boc Ipfum cfl vcru^cafue c adnnttcdue. 1 10 ronabilc cH g> magie fignificct ficut folct 7 g^ (pfum cft vcrii ce ali^ jffta rdtio crt fatie pcrfuafiua fcd non rcmoftratlua. C7 3d vltimump:incipalct)icfrurgmulcafunt fnfolubdfanonconcciv Cia vcrum vcl falfumrt oia funr in oifFinitionc infolubilie acccpta : q: no rcltringif ad vcru vcl falfum : fcd oicif in gcncrali cp cx fic cfTc ficut pcr Ipfum adcquarc ftgnificatur:fcquitur non ficcflfc ficut pcr ipfum adcqua f c fignificat .t ccoucrfo.E qb oaf in tclHgi mult^ clTc infolubiUa ali'a:ficut funt ffta:boc cft ncfcft li f c ocmoftrat o fi pona f fignif icarc pcffc no 0$ •dmfttf:q: cjccfTc fcifo:fcquif ipfum cc ncfcttii-t cr6ucrfo:nan] fi clt fct ; f om crgo cft vcrii.crgo ita clt ficut adcquarc ftgnfficat: fcd tfta adcquafc lignifi'catg?boccftncfcitiI: crgocfl: ncfcitug» cftcotradictio. Sioicftur i ncfcitu.cotra tu coccdie boct no ce obligatue crgo boc c fcftuj crgo fi e ncfcftii c fcitfi.jfdc oicae oc Ulo fnfolubiU:tu c^ giurue^oat o g» tu fu/ rce fc cflTcpfurii t nibil aliud iurcetnic fi ponif fignificarc pcifc fequitur Dtr^dict 0 cp fi ce gfu j ue no ce piurue:t ccoucrfo.^ta oicae oc iftie quc t plicftc circunccrniit vcrii vcl falfum. vt t u crcdie p:ccifc g? tu occipcrfe: oato 9? f u crcdae p:ccifc iftam tu occipcr(e:fic p:ccifc ftgnif:cando:t m / bilaUudcrcdietqteFcafcqufturgjfi tuoccfpi rietu noocdpcrie t cco/ iicrfo.lftcm oato g^quiUbct oiccne vcriircrtrafcat ponfc:vclbabcat au ril: vcl foW falie fit abfolutue a fuie pcccatfe:t glfbet ofccne faUum non pcrtranfcat potcm ncc babcat auru ncc ftt abfolntue a fufe pcccatfe: tuc fi fo:tce ofcat ffl:a t nuUa aUa fic p:ccifc fignificado:cgo non pcrt ranfibo pontc:vcIiftacgo nobabcboauru:vcl illa^.cgonocro abfolutue a mcfe pcccatie:fcquftur c)cp!dic5dfctio.11uUue idco tftoiu cafuiifi ponif ftguC ficarc pzcctfc cft^dmfttcdue ocr fccilda rcgula:fJi fi pontf finc ptcclfc ca / fue ocbct admf tti t conccdi boc c ncfcitum fc t>cmcfi^rato:t q> tu ce g/ lurue tc.ficuf oicfttcrffa rcgula. Et ocbctconccdtquodUbct ofcto:um lnfolubtUum:t ncjjarf fpfum cfTc vcrum:t conccdf ipfnni clTc falfum: ga Cgnfficat copulatiuc ouo:boc cft fc cflTc ncfcit um t fccflc fcitun):ftmf Iffir Ipfum no cffc pjuru t piuni fic oc alfie. £t eft rcrii picpter fccfidam par/ fcm quam oc riouo fignfficat:t falfum pioptcr p:ima : t tdco ftgntficat uj fuum copulaffuum compofitum ct bfe ctt falfumrqufa ad falfttatcm co/ pulatfucfuffktt vnam panemcfTcfalfam.;£tfcmpcrcontradtcto:lubf9 Ocbet affignarf pcr ncg^itloiicm pzcpofitdni toti\ r fignif icabu udcquatc Difiunctfuc modo oppofito contradictoifo ad infolubdc. iU Scdcontra tcrtiam rcgulamTcontratotumfundanicntumfolubni umarguit fic.rg?{nfolubilc nofigmficane p:cclfc cftconccdedustanqj icqucne.Tlullum impcflTibilc fimpUcitcr cfl conccdcndum taiiQ3 fcqucns cum quoUbct talc fit rcpugnans culU'bcf:fcd quodUbct infoUibilc non fl finincanepzcclfc ficutvcrba ciuecomunitcr pictcnduntcft impoflfibilc ftmpUcitcncrgo non c conccdcndum jnino: p!obatur quia culuflibct w Ile infolubiUe fignificatum adcquatum^fmpofTibilc fimpUcitcr vt p^tct pcr fingula oifcurrcntimam boc c falfum:fi'gnificat adcqnri tc boc cffc fal fum Tipfum cflTc vcru.SimiUtcrboccncrcifum:fign(ficaradcquatcboc clTc ncfdtum % boc clTc fcitum.t fic oc finguUe vt patuit : fcdccrtum crt gp quodUbct talc fignificatum cft impoflfibilc fimpUcitcn crgo.T quodUy bct id fignlficane adccimtc c impoflTibilc fimpUcitcncrgo non cfl concc dcndum fcd potiue ncgandum» CT T^uic oicitur g?non cn^inconucnicneg^impoflTibilcfit conccdcndus quodcytra cafum nocflfct talc.vcrblgratia^fiponaturg? ifta ptopofitio bomo c animaUfignificcf pzccifc bomincm cflTcafinum^ccrtum cft g? ifta bomo cft animal clTct conccdcnda:qu{a cjrt ra caffcim conccdcrctur: % ta / mcn fuum fign{f(catum cflTct impoflTibilc fimplicitcr vt patct pcr cafum: fcd boc non inconucnlt qula c)cf ra cafus cffct poflTibilc vt patct pcr cafus: quta fignificarct catbcgozicc fimpUcitcr. CT §d rationcm cum oicitur omnc impolTibllc fimpiicitcr cft ncgandus tancp rcpugnane: oicitur g^Vrumc oumodocjrtracafumcfTcttalcaU'/ tcrnonopoztct. CrSUtcrpoflfctrcfpondcriadlftudargumcntumncgando {ftam confc/ qucntiam:boc e conccdcndum:t boc cft impoflTibilc ftmpUcitcr.crgo im^ poflTibilc fimpl citcr c conccdcndum. ncc cfilogtfmue rcfoIuto:iue imo cft c]c quattuo:tcrminie ficut non fcgtur iftc fabcrcbonue tiftc fabcr cftbomo.crgoiftccbomo bonue.fcdfolum fcquiturg?lftc bomo cftfa bcr bonue:quia adicctiuumaUudfignificat cunj vnofuftantiuo Taliucl cum aUo:fcd Cjc ilUe p^cmiflTie fcquicur folum cp bomo c fabcr bonue. f5 bcnc fcquifur.iftcfabcrc bonue tiftc bomovt ficcft fabcr.crgobomo cft*bonne.fcd mino: cft falfa. Jta in p:opofito fcquitur boc cft concc / dcndum 7 boc vt fic cft impoflf ibile fimplicitcr.crgo impolTibilc fimpUci tcncftconccdcndum.fcd mino: falfacft.Ouiaalia rationc cftconccy dcnda r alia rationc impoflTibilc fimplicitcr : nam infolubilc cft concc>' dcndumquia fcqucne cft p:obatum fuit fup:a: t c impoflTlbilc fimpUcf / tcr p:optcr figntficatum ypotbcticum copulatluum. CT Ucl oicae infolubllc babct ouplcjc fignificatum.f.autcnticum ftuc' catbcgo:icum:t noutl fiuc ypotbcticu:T pcnce p:imu cognofcitur impof fibilitae vcl poflfibiliraeinfoIubiUe. £t pcnce fccundum attcnditurvc ritae vi falfi(ae«ct fccunduiu, fignificatum potcft vocari adcquatam f i) — -r^ Magl. M.7.27 (b) partfatc.£):quopatctg^!ion fcquiturrfignlficatumadcquatuit? mfolubl li« cfl fmpolTibllc flmplkitcncrgo infolu bilc cft fmpoffibilc finipUciccr: quiapcncebocnoncognofcttur fua poffibififae vcl (mpofTibllifas. fcd ocbct fic argui.fuu fiBnificatu autcnt cu cft impoff ibUc fimpUcitcr: crgo (nfolubilccft impoffibUc fimpliclrcrrfcd ane cft falfum.fit bcc oc infoltt bilibueoicta fufficlanf:ad laudcm virginie gloiiofc» C; fijcpUcif logfca magffTrl ii>auli pcrgulcn, b:cu(9 1 vtilie : noua ac fo< lcrti cafligatfonc longc in mcliue rcdacta. ^inie. C- Clm fcpc itumcro cogltarem no» mcdtocrc Imicnlbue fructui f flfcrrc fi copofittonw t olulfiontematcrla clarllTimcfntclH/ gcrer:T:>5c bo:5 tibi pctrc oc guidonibue bodic infMtm'. vt b:c uifTimo fpaclo: ccrtoQ) oidiftc infinita pcnc oifFicuUatcm tlbl cr(piam-Tlon nouu altqutd mc agcrc bodtcrna otc arbitrcrla:f5 3;^aIio rumoicta tnbac matcria tfi confufc tumolfpcrfc bicuiquadam tabcUa o:dinatt(TimccoUcgi:quc ft mca.o:iccamWaucrf0:omntiI fopbifmatum pplc>:tonceccrtilTimt6 reguUe^piimu Diffolutae Tidcbie.dT Scpfcm modie comittit faUaciacopofitionlet oiutfionie;Ocquibuepcr o:dinc$ Vidcamuecjccmpla. c; *|s:iinomcdtantibuetcrmtnlemodaUbuepolTc cflfc vclnonpoflccfTcfignif cantibue:ftuc fdmant noialitcrfiuc vcrbali rcr fiuc aducrbialitcr:fu fcnfue copofitue cu aUquie oictoui modof fca tcrmino:up: cccditvclfubfcquiturbictu^p6nie: DiuifU6 vcro cum mc^ dtat x^iwzx partce oictl fcu cjrtrcmop.t cu ly potctt gfonalitcr tcncc ur: q: impcrfonaUtcr faclt fcnfum compofiti1.c: Dififcrt fcnfue copofitue a o j ulfo inbocp:uuo mo tripUcitcr.ii:imoq:fcnfuec6pofituercqntruvifi cationcm inftantanca rcfpcctu totiue c6pofitionie fcqucntie:oiuifue vc/ ro non.Sccudo q: i>p6 oc fcnfu c6pofito 05 pont in cflfe.fcd DC fcnfu Dt / utfobocn6rcqrit:7iocuDf coitpolTiblli iccpofitonullflfcgt tncoucn|cf boc intcUigif oc fcTu compofito.j^qi^poo fcfu Dpofiro^bat officfabtrr; fcd Dc fcnfu Diuifo f m crigcnria tcrmmi mcdlati p:cccd2tte fi quie fiicrtt talfe cra fcnfuDiuifo ad fcnfum c5pofitu in boc p:imo modo t ccotra valct argumctu tribue codicionibue obfcruatie. lb:lma c6pofi'f tolfit vcrificabllie p:o inftati t noepgat tcmpue limitatut^dco no fcquttur.tu potce p:ofcrrc a p:oroficionc.crgo por clTc <s tu ^fcrae a^poncm.S£ cundac6ditioff rclatiuiJimplicaenoaUud ocnotctin fenlu copofitocs (n fcnfu Diuifo:idco no fcqutf .pot cc 3» tu fie bomo qui ftt romc. crgo ttt rotcecfTebomoqutcftromc. Xcrtiag^ftat rcfpcctutcrmino:umnullo modo rcpugnantiu.idco n6 fcquif .iuftue p6t clTc iniuftue. crgo pot ce g? luftue fit intuftue:fcd bcnc fcquitur tu potce cfTc papa.cr go porcft cfic qi S^IJIo^rOcdiatib'' ccrmtnie cofudctib^^cofufc f tn.t^it fcfue c6pofit^ cti tcrminue c6ie fupponix ofufc tm: oinifue *o cii fupponit octcrmutc. C: Dtffertfcnfue copofitue a Diuifo:q:fcnfuecopoliTU6 no rcquirit vc/ rtficatioue DiftuctiuS rcfpcctu fuo:u fuppofitoui:Duuru6 vcro fic. frafcnfucopofitoadDiu{fu$tcc6tranon valctargmiicruu Dc fo:ma io n6 fcquif piomitto tibi Dcnariu:er$o ocnarlu tibi ^mjtto:fcnipcr fuit bomo crgo bo fuit fcmp.oie bo cft borcrgo b6 cft 010 bo : oie bo cu rrit. trao curreue cft oie b6.TCc6cr4.ctia n6 fcquif. vt aUquid iwcx^fxi clTc. er/ ao indpit cfrcaUquid.aliquie bomo ocfinic clTc.crgo Dcfitm clTc alige bo nio.aUquod cne conttngcntcr cft.crgo contingcntcr cft iiUquod cne.t fic CjStto'^ tcrmtnf e relaf iuiegramaticaUb^ fit ame fcnfue Magl. M.7.27 (b) copofitud tofulfueouplfcftcr.fmo incdfantc rclatfMo fmplicantc:fi:cHt qui:quc:quod fitfcnfuscopofitue.oluifue vcro mcdfJcc bac contunct(o t:cu boc p:onomfnc ocmoftratmo (nc:ina:tHud. Sccudo cu folo rcla/ tluo:<jii(:quc;quod:t cfl fcnfus copofit'' cu ly qui pccdit vcrbil p:incipalc t vntt fiio anti.otuifus vcro cii fcquir .C7 &tffcrt f muo fcnfuo copofit'' a oiulforquta qui qucquod:rcfcrt t no rcplicat copofitione fui antt« cu} fit in cadc catl?cgoiica t ocpedetfa Dltructibtltu fm bona granwtica fpc/ culatiua. ai5 fcnfus oiuifne cil t illc iUa iUud rcfcrt rcplicSdo tota cbpd^ nem aiitie qj cft tn otucrfa catljcgoitca fiuc yp0tbctica:t replicando fepe Impl catnjulta fpcrtin^tta piimo fcnfui.<r Scd fccildua fcnfue copofii" tii« oijfcrta otuifo ficutminufl oiftributii a magieoiftributo: vt oiccdo eie bo q c(t p:udc6 c' iiiaue:t oie bo e p:udce qut c iullue. t ficut oie bo albue currit:otfFcrt ab bac^ponc: oiebo currit : t vfr ficut termin' oi/ fti-lbutuecurcarfctlonc otifcrtabcodetcrminooifl:ributo fimptrt ab folutc fapto.CJ 2( rcfoluttonc oc g (n t.t illc tHa illud valct argumcntuj gncB codittoibue obfcruatie.f ma cp no rcfcrat ane llae cofufc tiu.jo nd fcqmt ote bo e aial qt> c ronaJc.g oie bo e aial t illud e ronalcq: fcoa re/ pUcatio ipUcat ftm.fcit qii no pccdat tcrmin' otftrtbut''.^© no fcquit tt» otffcre ab aialt q6 e aftn^.g tu otffcre ab aiali t illud c afin^.q: b'' copuU ttuc.pma pare c fr4.tcrt(a q> ^bu ^ncf palc no fit ncgatii. Jb nb fcquit . tu no ce bo qul c fur.g tu no ce bo t illc c fur:q: b^copulatiuc ^ma |>ar6 cfi- rra.quarta no pccdat tcrnitnus g indiffcretcr pot tencricatbcgotcma/ 'o'"?. f«n«tbcgo:cmancc. jfo.no fcgf infinttae partce b? fo:. q funt finite S tnftnttae partee bs fo:.t illc funt fmitc.quinta g> no ptcdat tcrmn^^mo/ dalie oc fcnfu copofito.^o no fequlf .polTibile e cp antirpe fit bo q c.crao polTbtlc e antiype fit bo t IIIc c".C7 3 fcnfu copofito fc6o ad fenfus oi/ iiifujno valet«rgumctu:f5 biiccotra.viinS fequlf: oie jjpo cui^odicto' ria e ^a e ffa 3 ofe j>p6 e fCa cuf 5dtctolta e)^a:f5 biicD^.vii bti feof .oCe i>po c^a cul ad(cto:la e falfa.crgoomnle p:opofitio cu(ue 5dictoi(a cfl falfa cfl vcra. <r Quarto.XTqcdiatib"? mte g aKqii fi'ncatbego:cmattcc t aKqiicatbcao rcmaticctcncnt ficuttot^^rota^rotu^ifin^t^^ta^tu.^it fcfuecopofit^^aii te/ net catbcgo:crn.iticc.oiuliue ^o qri tencnf fincatIx'go:cmattcc. £t tcncf cat bcgo:cm.utcc qti ftibfcquutar ^bt: ^itcipaic vr cu pccdit allqo octm( y^^S" P^"w''"' octmlnabili ficcdcntc. ^ ptffct^t aut fcnfne copofit% olulfo q: ly ifi»ittue catbcgo:cmaticc fT gntf|cataItqoocf mfnattice inftnifa.f.finc pncipto t fmc: f3 fincatSe "•^f tot^fincatl.-.cgo:cmat;cc fignificat idc q.qlibct par^^Td carNrXe/ matice figt dc cne complctu fcu Efcctu ctTi iVa occfl. (1-^^^^^ pofito ad Dittifus t ecotra n5 valct argm: vn no fcgf :(nfinird nui^^^^ tce nucrai;c.9 potce nuerare nucril ifin(tu.t c5 n5 va ct S fcS m v(dcetotuq5ocue potj)duccrc.§totuqoocue pot/duwau vWee Early European Books, Copyright © 201 1 ProQuest LLC. Images reproduced by courtesy of the Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Magl. M.7.27 (b) Craufnto. XDcdfanVbieomnctfoib^^crrT vKfitaur fcnfue copofitus qnccncrcoHcctfucromiTue vcrocu tcncturDiuifiuc ^itctaliqn fcnfue copofit^ qn totacoplatu vd plfiuctu k tscjcgtc vnius cptrcmi: oiuifue vcro qn vna £9 copulati vcl bffiucti fc ts cj: grc vnme cjrtrcmi x rcHqua cpparrcaltcn^^cjctrcmu CT&ffFcrtfenfuecopofitueaDimfo quia fcfue copofitus rcgrit vcrificatocm fotiue copulati vcl oifiucti fiT r no fcoifu Oiuifue vcro rcquirit vcriricatiocm cuiuflibct gtie copulati vd vKiuctl fcozlum vcl oiuifum tefc.Gja fcnfu copofito ad oiuifum z c-f fozmatr boc qulnto mo x ccotra non valct argumcntu:ncc ccontra fozmalitcr vn no fcqmtur foz.t plato trabunc nauim.g foz.trabit nauim:fo2*i: plato no funt bic.gfoz^noebicwcfcquif.potccq? tufisfaluuetq^tufie ol/ natU6.crgo potccgjfufid faluustoamnatue.crTlotanduqjoifiunctu cfupcriuead^Iibctciue pfcm:fcquif cnim.t)occb6:crgobocc bo vcl afmue.T nocc6tra.Sitrfcc^uif.boccarinue:crgobocbo vcl ^Sxm^afi econt ra.ficut fcquitur.boc c bo.crgo boc c ar.t no cconf ra:qz ly aial c fu pcriueadIyb6.£tc>:bocnotabaitcquif g^aEfcDifmnctiadtotum Dlf luncfum cum tcrmi;ic Diftribucntc no Viilct argumcntu. vn no fcqultur. tUDiffcreabafino.crgo tuoiffcre abbomicvcUb afino:fivUtn6 fcqui rur.tunonce afinuecrgo tunoncebo vcl afinue.nam arguitur abinfc rio:{adfuumfupcriueDiftributluc.-f>2Cfcrcaaducrtcnduc3? talce p:o pofiti6ce fant Diflingucdc f m fcnfuc6pofif um % Diuifum cum figno Di / ftrl- utiuo vf Diccndo.Oi^J?p6 vclciue 3dicfo:ia cll vcra:bomo e afiv nue e ^pd vcl ciue cont radict o:ia.crgo.b6 c afinue e vcra.maio: e falfa, OCej3p6 vcIciueDtrad cto:iae vcra:bomocafinuecll ^p6.crgob6cil efinue vclcmeotradictotiae vcra:maio2e vcra.Oiaouo Ttriafutqu/ quc:quatuo2 funt Duo x tria.crgo qtuo: funt quin(p.Oia duo t ix\2i funt qu(nq5.DUo funt.ouo.ergo duo % tria funt quinq5:mato2 cft vcra. CCrSc]Cfo mc(\\^xMc illa Dcrcrminationc ita fuit :ita cnt:lta pot clTc:f if fe fue compofit ue cum fummit ur ^p6 cum olct a Dctcrminationc . Diuifue Vcrocumfummifurabfolutc.CJDiffcrt fcnfue compofit''^ Diuifo:quia fcnfue compofitue/cflringitur ad Dctcrminatum tcmp^ vcl inftane : Di/ uifuevcroabfolutc. CTScjcto a fcnfu c6pofito ad Dfuifum falUt argumctu tn'prr.ib2i'mo cil rcrmio oiftributo.vn n6 fcquif .aliqn futt .ica 3? ada cft ois b5: § ada fiirt oie bo. Sccundo mcdiantc tcrmino confundcntc confufc trfi. vndc wh fc quif:dliqn crit Ita g?aia antijrpincccff^riocft.crgo aiaatfcb:irti nccc^v r(u5 cnt.Xcrt{o rcfpcctu Duplfcie coparationie. vn non fcquifur aliqua do cru ua tu ce tant ue quantue eft plato crgo tu crie rant ue quantue c plaro.Tccontra.ctia non fcquitur aia ann*j:pi contingctcr crit.crgo alt quando cric ita'Q? aia antijcpi contfngcntcr cft.fcd in tcrminie ftmpliclb^ 7 finc Dfftributionc.T finc tcrmino confundctc.rcfpcctu fimplicie c6pa/ ratfonie.-afcnfucompofito adfcnfumDiuifum:Tccontra valct argume tum.Tnbnfcq«aur:aliqncrituag?tucepapa.crgotucrie papa.T ccon Magl. M.7.27 (b) tra.Slfr fcqulmr allqn crrt fM Cp tu ce nialo! vt\ n^lnoi platonc.g tu crte oiaioi vcl niino: placonc.t ccontra.q: bcc c comparatio umplcj: rcducw ad vna oiffcretia tgie. vndc no fcquif .tu crie ma(o: plaronc.crgo tu cm maio:q5critplato.ncccc6tra.^p6nc0cnim fimpllciat ouplicia copara tfoniefuntfibiinnfccmimetincHtce. ^ CTScptio t vltio.tDcdiStib^^tniiaie metalib^^tf it at fcnfue f^pofitue c« tcrminue mcnciUe pzcccdit vcl fcquftur dictum ^poierrriuifue ycro cO iiicdiat inf cr partce iUiue oicti.CDitf crt fcnfue compofitue a oiut fo q: fcnfue compofit^^cft apt'' natue ad comfufioncm t appcUationcm ratio n(e:Dummodo tcrminue fucrit capaj:.;?imfue vcro boc non qrigtt um plicitcr.Jn boc modo gp multlplicce fattaciae pono noucm rcgulae. ♦f>:ima rcgula. ■ , C 1^:ima rcgnla cft ifta.a fcnfncopofit o ad fcnfum Dfutfum t ccotra no valct argumetil.vndc no fcgt.fcio altcrfl ifto:um ce vcru.g alfcrii ifloep fcio dTc vcru:ncc fcquif altcru ifio:u oubitocffc vcrum.crgo oubito aU tcruifto:um ce vcrum:mfiin tribuecafib^^.piimocutcrmtnne ocmom ftratiuo fimpUcitcr fumpto: vt boc fcio cc vcru:g fcio boc ce vcpq: nec Dfiifio ipcdit nccappcUatio roie.Scdo cu^nominiocmratiuo addit 6'' tcrmiatfo pala oucrtibtlte cu pto.36 bri fcgf boc albu fclo ce albiJ: § fcio bocalbiice albu.tcc6ucrfo.Xertioctlj?noit>cmratiuo addif octermw tio pala fupcrio: fito.vt boccolo:atu fcio ce albii.g fcio boc colo:atiJ eflfe albu.^aHit tri rcgVo rcfpci5bo:p ^boif. oublto: crcdo:lmaginox fufpicot apparcta fcnfucopoftto adoiuifUT.q:novalctargm. vndcno fcquitur apparcf cj^boc fit bomo.crgo boc apparct bomorqufa ftat apparcrc boc c0c I5 boc no fit. vcrfitri cii 01 tcrmino metali in oictie trib^ cafib'' valet» argumcf u a fcnfu oiuifo ad copofitii. Sccunda rcgta. i>io fct»a rcgula notadu cp tcrmtnojr alg funt oino nof i : aliquf ofno ignot/:t aliqul mcdlo modo noti.fiyeplu p:imi. vt £ne:aUquid : et boc c)ccpUIfc6i vf a.b.t.tc.c):cplu tcrtii vt fubftantia co:pue:aial bo:fo:fee. a tcrmino magie noto ad minue notilvcl oio ignotu i tcrminie m^taUb'' no valct argm:ncca minue noto ad migie noiiJ: vri non fcquitur. fcio boc e aiahcrgo fcio g^boccftbo.SifnUitcr non fc<juif:fcio fo:.cft boc g fcto cp fo:.e a.cpuie p ly boc ocmoftraf a^Sitr no fcquif ccotr^ cii iftie vcrbie oubifo:igno:o:ncfcio:vf oubito an boc fit fo:. q oublto an b^ fif bo t fic oc fitibue no valct argtn. Xcrtia rcgula. (TXerf ia rcgfa Cafue 6 tcrmintf 010 ignotie trtptr p5t ficri f mo grialti vtpono g^afitaUqua j^pofiflotncfciae q:tucoce iftcfunt oubit^nde: a elfcriia cft faKiicft fcifum:cftoubttandum:acftncfcitum:quiafo:te a cft irta:Dcue e.vcl ifta bo cft afinue: vcl f fta rcx fcdct. fccundo minue ge/ ncralitcr. vt pono a ftt alf cra iftaru5:Dcue e t bomo e afin^:t ncfciae q tucctia rtlc ^ponce funr oubitandc :a cft vcrum:a c falfum:a i fcltus a c ncfcitum:fcdiftaencgandaa tcacftoubifandu5:qutanttUa iftarum eft • tc oubitadaX^*'^^^ i"^2'^ fpccialttcr: vt pono 3» a fit altcra Iftaru^oe^ I m Magl. M.7.27 (b) cft:tbomocafirtU0.tl!ti'flii oetidcljncfdaeqacfflarufrt artunctfteno funr oubitado a c vcriua c fcitu:imo Dccdcdc:t '!lc ncg5dc:a cft iTmra efl ncfcitfl:4 cft oubitandur^uis fit ncgSdu fcUs a cffc vcru. jn bie tu oibue cafibuvj c conccdcdii fao a cifc a:T (n pmo fcoo t tcrtto c«fu mbil fcto cfTca:q:nccbocucc boc:icd(n^motfcoocafu iftacftoubitandaca fcio cflcaligd:vcl vcru:T in tcrtiocftcoccded^i, CT Ctuarta rcgnla.ii^oftponedo tcrmmu oino ignotii rcfpcctu verbf W gnificatio fciam quoaicp cjciftctt fubicctorin fcnfu oCulfo^taUe J5pd cft ne ganda* vt aliquid fcis clTc a.*$imiliccr a fcie cfTc a: qjuie fit coccdcndii g? fcieac(ka:fcd pponcdo tcrminu oinofa:notfircfpccfu buiue vcrbi fcie aUqn^poec6ccdcnda:aUquadoncgada;aUqfioubitada: vtoato 3>a flt Bltcra iftarii ocue e x bo eafinu0:t latcat te quc iftaru fium fit ifta oe'^ e: fuc ifta e Dccdeda:a fcio clfc aUquid:fcd bcc a fcleclTca e tlbi oubi'u:e nc ganda.vbl vero^poncrct mgcncralig^aelTctalfq iajppo vclaltcra ifta^» rum t ncfdae quc:tttnc fUe funt oubiCandc:a cil vcru^a e fcftum: a e ncfci rum:aefalfum. CT Clutnta regula.S fcnfu oiutfo ad fcnfu5 ofntfus oc fo:ma non valet argumentum:vnde no valct:a fcio clTc vcrum.crgo vcrii fcio cffca. foz, cognofcocfTecpm.ergoepmcognofcoclTcfoi.gt fi oictt araumetii va/ lci pcr couer fionc fimplice oicitur non bcnc c6»crtitur:fcd (ic ©5 con / ucni.crgo fcitum cfle verum eft a. C Scpta rcgula.S^: malozi oc fcnfu copoftto cum mfnoil oc (n cflc ftm plftltcradfcnfumcopofituno valctargumctu.vtfcioq^ois mulae ftc rfUe^ifta c mulaxrgo fcio g? ifta e ftcrilie.Scd ad cocUidcnda^pofitionc Dcfcnfucopofito ojfilmere mafoieoc fcnfucompofito cflcodetermino modaU:T mtnoie cu boc vcrbo fcio. vndc bcnc fcquit .fcio q? oie mula c flcrtU6:t fcfo cp tfta cft mula:crgo fcio cp ifta i ftcriUe.JSt adbuc f ftc mo/ dU6 argucdi no valct oc fo:ma nffi in mmoii addaf ifta ofctto tm vcl ni/ fi: vnde n5 fcquif .oubito an Iftc rpianue faluabftur : t fcio cp tUc ^rptan'' cft aUqufe bo: g oubft 0 an aUquie bo faluabitunfcd mtno: o^ cflc taUe: t fdo^trii tftce>:pianue:velfctog?tftccftoie]cpianue:vcl fcio g?miUue cftjcpfanuenifiiftc.crgo tc.argumerii eoptfmuciloibue tcmimQ rcqfi/ tte t Etmctib*' ad cogmtione. ^aUtt tfte modue argucdi fic Ifnuratue cii vcrbie gttnetibue ad volutate: vndc no fcauit :odio iUii : t fcto q> tm Ulc cft papa:ergo odio pap3: valet tti arguedo boc md.volo g? tftc mo:iatur : % fdo cp ifte eft papait volo cp fit papa:crgo volo g? papa mo:iatiir. GT Scpifma regula.£c mafoiioc fcnfuo mifociimtno:tocinc(Tcfim/ pltcfter optimc fcqultur j^po oc fcnfuoiuifo: vndc bcnc fcquct: boc fcio currcrc:i boc cu a;crgo a fcio currcrc.omne mula fcio ciTc ftcrtlcm: a cft mula : ergo a fctoclTc ftcrilcm» qufa p:tmue cft filogtrmue rcfoluto:iue. fccundueefttnoarf^ Octaua rcgula. il^ulclxrrime (nfcrtur j^pofitfo oc fi^nfu compofita fo:m4ndv?confcqueatta bonaocmcflcfimplicttcr : tmodtficandoante^ Magl. M.7.27 (b) cccIen0oeecrni(nat{oncqua vlo niodificarc ronfuqucnetDuniodo confc qucnticfintboncnon cotradiccntce rcgulie:vcrb{gr4tia»fivi0 pzobarc cp fcia^ foncm currcrcnnferae rc in cflc foue currcrc bocmodo vclq meaUomodocjc quo fcquaturfoi.currcrc:boccurrff:tbocc fo2tce:cr/ go foz.curnt.Xunc pioccdae vltcriue fic.tlla confcqucnt(a c bona:fctta a fc clTc bona:t antcccdcn^ i fc(tum a tc:ergo t confcqucne : figniftcane adcquatc foztem currere.crgo fc(efo:tcmcurrcre. 3fdcm fi viepiobarc iftam:poteflcflc g^anticbiiflue fit bomo qu(e*argueficant(cb:(ltuecff aUquie bomo.ergo anticbiiftue e boma que e.ifta c6fcqucnt{a efl bona t antcccdcne e pofl^ibile.crgo %conkc[VXM e rofl"ibiIc (tgnificane adcq/ teg?ant{)cpe ebomoquc ccrgo potcftcrtc3?anf{]cpefit bomoquee.Sl miUtcr fi vle piobare iltam 9? aUquando fuit ita adam e omnle bomo arguc fic adam e bomo:t nibil e bomo qu(n adam fit (llud. crgo adam cfl omn{e bomo.ifla confcquentia c bona:t aUquando fu(t ita ficut jidc/ quatc liginficatur pcr ane.ergo tilc fu(t (ta ficuc adcqua tc fignificat per cofcquee fuii fignificane adcquatc adam fuit oie bomo.ergo aUquan/ do fmt {taq?adamecmii{ebomo. ScdcaucncalTumae modiiarguedf nlfi fo:malcm:qu{a non e rcgula q? fi aUqua confcqueria fit bona t antc cedcnefitcontlngcneq^confequee fit cont (ngcne, vel fi antccedenefit oub(um t confcqu^e fit oubium cptuncun^p cofequetia fit bona t fci tacfTc bona.f t (fla'ocfaua rcgulaocfcru{tplur(buemod(efenfue com^ pofitf fo{u(ri t p:efcrt{m pitmo fcpto t fcptimo modo* Crtlonarcgula.^nboc fcptimo modo fcnfue compofitl t Dlu(fi majcfAi meo:dop:opofit{onu notandue c t quid fit pcrt^ncne t(mpcrt{nce- Tli ^ (nbocmodofcrc oieo(fffcuItaerefpodcndtc^pter cafu? obUgatoiius: t fm var{at(onem cafue ^Mxcva aUter e var{anda refponfio ad ^pofit{o ticoi p:opofitam oe fcnfu compofito vcl D(u(fo vt patuit (n xcxii^x regula bufue fcpt(m(modi.£t ideon&potcn:(flc tractatueperfcctcinteU(g(:nl fi pofl: arte obUgatoiia.aUtcr nemo fcntfet qu(d o(catur (n bac matcr(a# ^(n{e. ?mp:c(rum venettje anno falutTe.^l?.cccc.l):):rp.oic.((j.octob:(e. Magl. M.7.27 (b) ^SVMDEVM ^'|«fc<iucclc ciuf^ diuifioncsdifrcrS ^thomincjtoti adfcqucutiapkiniorfit^cflufi : tcjubcmmuni^ IXZordc ctorcdi^ Hcctifl&mifratrcsa) tfefucntcrorami;^ ^mcntcquam rn^ibiadfui ima ^ IIrimoitaqlve DV • "It corf .i hac rcpcrcc trcs liibitatur q iid fit corf .i hac «l^inucria funtrc Tmn 8 cr^Joabnauit ucftro in uo au.u ucucw..*,-. ■Suncllmrct. V.dco cmm gradc | fed «-gS''*?-"," »^^^ TliSonusinrcarcquoma nouo gc -P fcquctcctnolaillatiomsflPBmaop "J CSlimc«tcsucftrasitacxc?cc ^ nio b^t^ fudamcnto cp m >na fj«^ T lecofidoaitboftcsucrirosrcfcUcrc : ' ducr?oncs:unaaaccdcat.sad wsxt liSeiKno foph.ftarum argutias nul . alia5at.»adaaKncutitcrdam ctfct il SSoform.darc poflit«. ct quod . ^1"^ ^"'^t^llil. O i i£»pl.u, cft cifdcm amnsoffcndcre ^ , uum ct diat da.uma!i5 fuiad doi C CVcrctdcfcndcrcl(S^umcu5ad^^ ctd.aturlmtus.itaipropofuooM Eauiflim, ingcnia ucftra mc coucr. ; v funt dac rroncs.una a.m ad x, ct 1S;Inacd.bJ.tccrteamorac potiu,.^ Vtacfuppofiaoxtptdia aaaa , J wi ■Sz^risp.ctasadcocormcuflam > ! ftractoxtpcrhancaaaamdiat aa« "^?;rma^<^.ncid.t;utn^. fmgulas '^^ n wSinuicticxcratus adc» ordma ; } 'd ^Sccunda rfo e fuppofiao ct dxc^ Sullomodo qmcfccrc ualcam . :^ ^93a.n abftractopcrquaD.is dcn« ' 'Vos inrcrcainftantcroratccgopro ^ ; turMsino5acto.ctcd»3aaedcpca S^sSLac.ioacsd1rg6tct 1 dcntiaqucdtctf5.ftani. opimoiipb. ZoSm utboncft.flim.s uomuc U^/S^^JS^-^^lTr^l^^SilS ffficdcritcrfaaffiat. ^ duam|Lna|«=ucI fo rromsDaasad * VE?5r.IPARTITVM VO. aas.<rErf.d.atur quwc poaus td F„.% &4li ^^is tractatum tradcrc in \. J fta i oratio dcpominac xita q aiice I Ft!i-ftitui:ut nc toti l.bd!otD , / , Idenna^ Rcfpondct q, ncat motu» ^ • 'A>^nitasfuffragcturlIFr:a '.[-dcnominit poausa tcrm.oad qua 'ita«W£cne^Ics5aarujrcguhsb- • l.qatcrmi^^^ ^ fpaicscatbccorKarym • Lfurfum.ndcorrud.ot dcfccnfasct to£fortnrord.nab.t.4n>itu. UafccnfuMiampponto totaf or, iSks ypotcticirum nonmsd.lu Jirdodiatur ponus^o, qaaaa.a fine odiffime dcdarabit Pnus tame qu^ ^ pre^mbub dul^ oxca quidiot» opbcs P* c Fcrabric^dici. -r ec rtocm Ditis ad ans* i Z i c Strodi ct p"" Tifbcri diccntiu ^ ci actuitcUcctusita tp S cft iBaao itd Jtio (Ucitur potius ^iia q anoa. a finc cnim unuquod<p dcn3iarc iufnj cCu "^c^ntrabaac pSocm*'' quisai Ecrly Europecn Books, Copyrlght © 201 1 ProQuest LLC. Imoges reproduced by courtesy of the Biblioteca Nozionale Centrale di Flrenze. Magl. A.7.7a cos^iia cft cofccutio fcu fcqucla fmc dcpcdcn\crgo ubinoc aliqua c6fc cutiondtaliquai fcdi^ maU no cft aliqua confccutacrgo ct cc^rsT cundo ficans non c i 5cd ps cius.cr babitudo antis ad Diis nd c / nzc aii ccdesj ta f portonablV babitudo ^ltis ad^s no dcbct cc i /cd rFo Diitis ad ans.ct ipfii ^Sis nbti :fcd pars Dric. C Ad hcc4.* rcfpondct" tcncdo b«c opinioncprobabiB'. CAdprimucJ C? ^ns ct inam;ficut cxprcffc c6cc ccdjt Fcraribc i :>vm fuis. Pot tame aRrdidncgando Diia^iqa f rPop^tcp bona ct mala.na intdlcctus p6t ^ct malc infcrrcct cu ixcit <p'in ^iia ma la no c aliqua c6fccut6. ^ ibi non cft aliqua :)na ncgat" Dfia.qa'confccutio non dicit rcroncm;f|d pa(rioncm.illa autc5 opinion6di^Ddam cffc paffi oncm;fcd rlbcm. d Quarta ucro opi nioctulrimainbac matcria qua in finc buius dubii tanga.boc bcnc con ccdituult cnim qj Dna fcu ipfa illatio fit paffioficut dicit Gilbcrtus porcta nu^cppaffiocftcffcctusillatioqj ac tioms.^ paffioc illatio. g^ pcrcon ucrfioncfimpliccm illatio c paffioxc banc opinionc propria tanga bic i fi ncbuius dubii .CAd fcaidu^ didt non c fimihtudo dc rFonc antis ad cofcqucs ct dc rclarionc Dntis ad aiis prima cni^ h5rationcprincipii.fora tionc finis.cr ioajf f5* dcnominat affs cc i, .fcd a fe infurgunt duc dc nominatocs^una p qua ^ns dicit^D* , aliapcr quam tora orario dicit" :)na. CAfr didt' 9 c fimilitudorct cp una foU dcnommato infurgir ab utraq^ iftahirlbnam.prladcnomlafio cfcno minat' aiisxt ^nsjo y^^ no c tota oratio:f5 bitudo ^iim ad aii$.ct :>na di « 5* rfo difricta ab illis duab^ f 5 Fcra bric.<r SccudaopiniodiotqfDna cft iUariomtcllectusifcrcris ahgd cxali quo.^t fic { illatio e dc piito acnbnii ct m hoc difacpat a priori;ct ficut atf tio intcllcctus infcrcnri» aliqd cx ali quo potcft cffc bona ct ma!a.ita xia p6t cffc bona ct malaxt injioc io po I itio hcc diffcr t a priori tfScd contra bancopinionciftat'.gacxi* fcquiif q^ nuIU Diia c f pofino pns cft falfum gaoisDnacftjppofit6ipothctica c6di rionahs ucl rat6nalis^t f bat ?i5a quia nullii inc6plcxu c j pofiriojl^pis Dffacftincoplcxum.^ ctccd Sccii do fic omnc coccdcndu ncgandu uF dubitandum cfc |>pofirio.ois ^ . c co ccdcdancg^daucl dubitanda. crgo oisp* ^ft fpocuius o" dicit opinio, CTcrtio P5CDcm opmioncois co \ cft orario i qua coiungunt" pFrci pra pofit6c8 pcr nota copuUt6nis.Et dif luncriua pnotadifiuctonis.g'' apari c6ditionaF cj)p6 i q c^iungunt" plu rcs f p6c5 p not^ c6dict6is ct p ^ns ra nenalis c in qua c^iungut" pfrcs pro pofit6cs p nora rat6nis:f5 quchbct ta lisc^ffa.j^ ^ffa c orario cuius oppofi nJ diat 1* opinio.dQuarto fccundu omncs filFus cft oratacrgo :>ffa c ora rio t^ ab infcnoriad fuii fupcrms^* oibus Iimitar6nibu5 rcgfiris dc qbui in fcnus dicctur, <1 Prorcfponfionc ad bcc argumcra nota 9 Dffa potcft quadruplicitcr diffiniri,p^ matcrialV Jbffa cft aggrcgani cx aiitc ct Dff tc ct nota iUatoniit^o formahtcr ct tii 0 Early European Books, Copyright © 201 1 ProQuest LLC. Images reproduced by courtesy of the Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Magl. A.7.7a diiiiiiinir fic ^ifram opiaioiic yii h actusuitcllecmsiiifcrct.s o i%cx aii cedcntcct i?3 aliam opiiiione; c 'fo uel rcfpcctusxitisad aiis 3' cffiacrcrct ficeor ;tio f JucMp difcurfu fiictu^ Pr6ciniiJ intellcctus^qf to finnfr ct tuc ciftruinetu itellcctus ordiatu^ad,. difcernbdu ueru a f ' p raani^^fiHis pmiflris diuifionib5 nir ad argumera. fTAdp^^conce^ cp accipiendo Diia^ formarrtficut feciti* mag^ftcr 5 hic diffiniuit Dtia^tuc li cjpoif^ acro ico pkxaifcUcaus ♦(TAd ()*m ne^ maio f C3:ga ^ ifta opioe^ 3* formafr fup:a icdcedcda ne Pdubirada PJiftigud iatanocppaqaf^ifraopinionei c5 «cdcrc Dxia5 c cocedere ifta illa:5c5 ea bona c: negare D;ia5 h negJire ifta J iatoe^ec bona:ficut bic tu cs h5.ergo tu legis ncgado ifux dIv^ non ne^^at^ nns ncc :f5 fo"* illa' cui fubgi-diat ly i uocc uP i fcnp:o,<lA d 3^^ poc ncgariD* ga n3 e fifitudo.nam actus co~* dif ecinfcredi differuntfpcrfi cut h5 et afuius. (RBr dicit" (p fi co"* ctdii'" fumat" formafr n* litaru cf^ orixnotfy actus itellecrus copiUnrij rdifiagitis duas ^)p5cs adinuicc5. S5 fi fumut marcrialV concedoc^ou tio:f5 tuc nihilcotra p licta .([ Ad qr tiJ dicit fiPi' cp filPis for n ilV n5 z ora tio:f5actusiccllecrLis iferctis ali^d ex f)miffis or Jiatus \ m S e: i fig ura.alio mo mareriafr:et tuc c oratio. CS^n to iftivcr a^igs qa % ambas iftas opio ms fejt" cp 3' c nifi i mitc ^a fo'* ibi c accus i rellcctus iferetis Pc taPrPo, CjAd boc dico cp ncru^ c imo fuma nburiouocabJorucdicerc opp''* vii fpu4 v^aiig a(j or^rip uoc^ Pfcri ptadcnaiatadaly^fiP Kg* e fij^S 5.ie:ct no d^ dio .Ea Ciii que fut in uocc fut caru quc fut i aia paffionu^ note ^3 Anftotile p^ pieminias.tamo pp rumorc populi dico cp uocabs P fcripta rcpit :f5 1* li e illaUo fcu actu» iteilcctus:fcd dicit ^ qafubordi^iat 5:iemctali:ficutfops buius co^ois b5caial:ct c^' diot" jppoca^pordi ni fo"" iidcatbe^^^^^mctalcficunmi dicit fana qa c fig;nu fanitanidEgo fii fi!uo raeliori ludicio credo q^fiC ut imotureali rcqrut^J^ .f.adtus ct duorefpcausdepiitoactoiset paffio nis.verbignria. Ad calef icroe^ rria reqruf((yP^actus quo aq -la alterat ^^cudo rcfpectusactoisquoignis dioturcile 'acerc.tfTerno refpecrus paffioisquoai didt' cabfien i^ 111 motu itctiomu quo irell:ctusaliqd i fertexaU' rcqrut' tjiap'* actusitd lectusifcrcnris4^ refpeccus actio nis qaoaSsdiaturiferre^.isfaltem infcrumenraPrlfffertio refpcctus paf f lonis q"* ^iis dicit" i crri cx aiitc. Et boru tcrriu dico D.icncffcrefpectu dc prto paffionis.ctfic m5uolo:Kia5 cc rPoe^ f5 refpcu^ er i iioc differt bec p5 a p* nec actii it:llectus et i 1 boc differt afa.(5utdixi ^jiia^dicoecn» mcn uerb ile fignifcaspriapaPrcofc CLirioai paffiua jnti^ \\Uti ex Mz fi cut pf dicit^^effectus il' itj-p acr5is yCbertu poreraiiii i li' fe < pricip ori CV^igit'breuitercpoMir pi':)iti$ ill iri cx a^iiC. llQuid aut fir dicrdui de 5' opinione prlcipali f itis ia p iruit qi capit 3-ia5 materialV et f c c. ig ^rc garu ct D.iter n5 efc aliqJ:!^ a!iq 1 icit ppRw mhiii-Js 6mfta;fxcui:foljW5C Magl. A.7.7a qp foat multas f pocs quarii nulLi fit aliquid^fcd abqua. ECVNDO PRINCI pali rer d ubitaturXS^tru^ icontradictorium dhc pof It aflignari p nc^atocm pccdctc fiuc ppofjta toti f^jnc.vcrbfgraria^utru bcc cotradicat Sorxurrit.g Sonmouct^noSor.cur Vitcrgolbnmoucr^datoqj nc*^ cadat j tota Dna5 ne ly crgo qbufda uidct' oio cp n5/cx fudamcto moJoni figm' jBcandi qa aducrbiu fo'" c dctcrmb itiuuucrbii^pncipii.g nopot ncgarcb ■nota oi^S\y crgu:quia i* c coiuncrio • IjipQuod fi fortcdicit' q; ncgado ta^^^ t& 5na5 ncgat" duo ucrbsuet fic n6 t cotra natur^ aducrbii.(Llftud nibilo J\ ncgarc ^na^ no c ncgarc atisrncc pri8:(5 illatoc^rficut cii dicit" non tu c% jb6,crgo tu cs uigilasnicc ncgatur rc vL/ cffc boic^rncc tc uigilarccf^ fo"' ncgsi t urillatip iconfccurio Diatis cx aritc» 1 (fProptcr bocitaqj fudamctu multi dixfrutcotradictonu^iic no pofTc af fignari p ncgat6c5 pccdcrc tota ^ha^ ' (]jEgo m dico q^ ficut corradictoriu co" ^p6t afrignari dupR-.f ncgariuc p ncgat6c5 pccdctc,ct affirmariuc p dif lucriua affirmarina dP prib^ corradici tibus co ^ct fic diccdii c dc difiuriut cx oppofiro co" ^ ct cc.([ Itaad jpofi fu dico dc c6dit6ali Frat6ali:qa p6t du plidtcr a^Tignari contradictorium i afrirmariuepaducrfariuaafFirma Cua c6pofita cx atitc ct oppofito ^iitc c6dit6aEtrZ^pncf^at6c5 f)ccdctcin , fcrbij;ratia,c6tradictgriu buius^ac tucuimg* tuiiolas ihcc aducrf^ riua.l5 tu curras ftat tc nduolarc ucj p ncgat6c5 pccdcte |[ Ad argumi tu adductu i cotrariu rrir dupEr. Prio cp ly n6; h h aducrbiu:!^ aggrcgatu ^ Ivnoct ly.g*^ cqualcp^ uniaducr"^f. «d ly quauis:ficut i co" * ncgariua ta tu ual5 ly n6 ct fltu ly uEuFcconucrfo tantii U5 ly n6uK qtu ly et*Er I5 ppona tiirncga" toricrictri itclligit"c6iucra cii ly.g"* Et i mctc cft unus actu^ ad ucrfatiuus f ipIV cui Aibordiant' illc duc uoccs n6 crgo, CZ'* pot dici iux ta ucra doctrina uctcrc cp cx 61 jppofi tionc fcqt" fuu dictu forc ucrii.nam fc^t" bo c afmusxrgo ueru c fp b6 c lafinus.Ita pofTumus dicerc cp ubi nc gatio pponit' irclligit" boc copicxu e itajTc ucru:u?fic c. Et io tatii c dicerc fri6 tucums.crgo tu uoIas:g[tu fi dicc rc no c itaiuF n6 c ucni :urn6 feqt" m xum's,crgo tu uolas:ita q^ itcrigatur iftliquod ucrbu ncgam ab aducrbio ipccdcntcd*icut ciufde afTirmariuc m lcum's.cr^o tu moucris:iplcitc cdicc ! Vc fcquit tu cums.crgo tu moucr.» 1 Pn^ refponfio c acut;or.f a manifcfti i or.Taccat crgo qui uolunt logica cx ' gramarica malc appbcata ad jpofinl icorrumpcrcf ERTIO PRINQPA litt-r dubiratur.^TVtruj diffinirio 3nc bonc fit itrl bgcda I fcnfu copof iro uf diuifo.quida5 infcnCu diuifocaafrc nit cc tcntdafjm boa c cuiur f aif idcqtc fignific^t' p aris n6 p6t cc:qa itafinfiait adcqte fignificat^p onn Mclfubaluiucrbiscuius »risn6^p6# tl ucrd finc rltc. Et ccfiucrfo 3f tim U qjf eillirficutadcqtc fignificat' p a is pot C6 3Uis;ficat adcqte fignifica tur p n3 n:;uFfub alus ucrbisjcu ius oiis p6r cc ucni finc ^iitcC Hac pozm puro oio cc falfarqa cx ca feqt qj 3 ia mudi fit bona: qtucunqj iit formaP fbu^tqacuiufl^talis^js pot cc ucru5 finc 7 itc*g' nuHa tabs c bo iiaoia pyct ans p batur ttlfignando bac D.ia-, tu cs h5.crgo tu cs al ccrtu^ 6 cp boc pot cffc ucni fmc 5 itc dcma ftraio ifta J?p3cm tu cs bo;ct hcc cft uFpot ce a is«crgo aiis potce^ucru fi nc 3ntc:p5* rcfolutoric . CLIdco dico dico cp dca diffiiiitio c itclligcdatin fc fu compofiro.ficut cxprcfrclittcra fo iiat.ifbcd corra bac p5cm arguitur q; ex ca fcqtur cp ifta ^na fit bona dc us c.^^ aliqua ppo e .qct e ipolfibilc* c: 0 ia^tja n3 pot ahs ce ucru finc 5 itcg' D ia 6 bona:ct ans pbac^ja fi iij.dct' oppo"* .f q? p6r a:is ce ucru5 fi iic 3.itcPonat" g' i ceXcp ans fit uc ru Cmc jJte:ct tiic arguic' lic aiis cft ucni finc j irc.g' aiis e ucr j t^' a co pu!atiuia;Tinn itiua F fibi cqiualctc aJ aItcrac.usprcprincipalc.Et ultra a.is 6 ueru.crgo a is e t^^ a 5'' adiace tcad f >adiaces fiiic aliq ampliatonc uel Hftraadc.Et ultra aiis e.g^ aliq ;pp3 c.r>* ab i:eno:iai fuii fupius ac firiTntiue.g^ a p^ ad ulrimii fi aiis di ctc y^t 6 ucrum.fdeus c:nic ^iis e uc ni.f aliqua f po e.<i Scciido arguirur ad idc:qa fequercc^cp fi b6 c hcc f p5 ho c.cf::qa no pot ans ce ucni finc co fcqaete:ctaiisarguit'':qar!n6 dctur oppofituctponat^icecu fitdcfcfu € 6pofito;ct fc jt" auft • ueru finc (A ft<jacm«xunc ar^;anf cccdcns cftuc ni fine 5iitc;ct ads e Jla fpo bomo e crgoa*^ jpp6 boctcfLfcd hoc e3:i$ bu ius ^iicg^ 3:is huius ^nc c ucru^rgo n5 p6t atis dictc j:tc clfc ucrii fine c5 fcqucntc.<rrcrfio arguitur ^a fcqt: cpacoucrtibiliad conucrubilenpot dfe 3na bona quod probatur ficet fi gno bancmcntalodcus fccthac ua cale fibi corrcfpoiitc fiuc fubordina tam dcus fcet prima fit . a:f a fit ♦b.ct fiat 5 ia ab.a.ad.b.Ct uolo jpbarc quo4 ndual5:qi pot aiis clTc ucrii jMc ex« ftcntc falfo.ergo k maIa.probaif aiist ja p5t c/fc fpui.figniftcct precifc dcii clfe.b.fignificet bomine clTc afmum quia*a.figmficar mcrcnaturarr cum fit mcntalis et.b.ad pladtii cii fit uo cali8.crgo p3r ccita:ficur adcquatcfl gmficatur pcr.a.15 pro tiic n3 fit ita:fi cut adcquate fi^nificac" per.b. crgo ab.a.ad.b.n3 e bona 3 ia:ct tamcn.a* ct.b.conucrtiit'':quia figuificata adc quatc.a.et.b.conucrtunt'. CAdhcC argumbtarcfpoJctur cpifritcrmini aiis ct 3:1s fubicctii et prcdicatum ct fimilcspoirjntduppFrfmjni.p" ftet minisquideno nmintur aiisct 33g f jbicctum ct predicaru.Secudo f rc iportata incomp.cxe uel complcxe p illjstcrminosqui fic dcnominanrut: Etficpoffumas Jicerc cp prio m jdo fu nunt^ denomlariuc.Sccudo modo fiijnificariue.dico ergo q; i difrinitoc ne bonc fumunt" aiis et ^iis Po mo Et io dico qj 3 ia deus c.ergo al q ^ pofitio 6 116 6 bona.Et dico q> p6t an« ce ucrii finc ^ntcEt cu dicitunfi p6t ponad' ui clfcAdmittofignificariuc ct n6 dcnominariucf ifto mi deus Magl. A.7.7a fifcctn* J>p8 dmhoc c poffibi!c.(5^ d5 poii ccdcnoiatiucficutpoiicba^' imo c falfa cquocatonis . CAd £m di citur;ficut ad primu cp dj poni i ce rc ah' ct no n6ialV;ct fic i fatis po.Tibilcf. fljbojmct nulla talis j pofitio b6 eXit. (lAdtcrtiu pot pnmo did cp cafus e ipoflibilis co cp no p6t ficriDna cx pro pofitoib^ diucrfoni ordiumdcd folu^ ciufdcordis:m6j)p6metalis ctuocaP futdiucrforuordinum:imoncccx y pofuionib5 ciufdc ordinis p6t ficri 3* / nifi dcbitom6fc habetibusai^ cx f //^frionibusuocabbusflatisa diuer .^1 fis hoibus n6 p6t ficii Dna ncc cx pro 11 latisabcodcbolccu nimia ircrpofiti ) onc teporis ♦ li APr poffct did admif |pfo cafu dc gratia fpcdaliqj n6 potcft ■ fim ecucru:fmc3ntc:cthoc atitc ct f^^ntc fignificanribus ut priusrficut in tcUigitur in 6i rcgfo Dnarum.NulIa h cniDnaadeopfcctaiuoccuPi fcripto 'quc nopolfct ficri felfa pcr noua con lcqucnris impofirioncm ct cc. r^ff^VARIQ DVBITA ^tur:fl]Vtru difTinitonci ffcqueric b6c ctformaP Vt bonc ct matrriaPfit ^tefigcdcifcnfu c6pofl .qda i fcnfu c^pofito cai itclligut ricfmibona ctfotmalise illa:cuius fi ifclligic' ita cffc:ficut adc 'qua^c fignificat" p ans:ctia ita intclll giturecfiaitadcqimtc fignificat:'' p ,! [ •>ns.Matcrialis uero c illa cuius non fi ^ \ iitclhgit' cc ita:ficut adequatc fignif i Ijjfat' p ai5s,itelhgitur ita cfcficut adcq %^fe figni^cat^p ^ns.ctitclligit bic fe l(fii s c6pofitu8 quando prcponit illud ucrbaint5!KgiV.dm!fusucro cdfr^ tur. (THcc opinio mco iudicio c falfa na cx hac p6c fcqt q^ nulLi D:ia f it bo na ct formalis:nifi in qua arguit" ab codc ad idfcq* c felfu ct ^contra oci logicos datcs ^pluvcs rcgulas Diiaru j formaliu faltcm fillogificarum ct pro bo D.iam.ja fignctur hcc Dna form^ lifi tu cs hacrgo tu cs rifibbitct uolo probarc qp iuxta hac uia n6 cformaf ct pono q; cofidcrcs dc illa tu cs h6.p illam mcta c.tu cs h6:ct dc nulla aba fpoc c6fidcrcs:nirideilIa:uPptcciusi tucpatctqjtu intclligisita ciTc.fiCut adcquatc fignificat p aikf p iftarn tu csh6:capicndoans figmficariucrfl cut eria ipfi accpiiit .a^ bcrcnt concc dcrc q? i'Ia 3na c bona:dcus c.crgo ali qua f p6 fcut patuit i dubio fjccdenti Si dubio f .ct tn n6 itclligis ita cc:fi cutadcquatcfignificat pcrD* pca f uxt fic polfct jbari qj illa n6 cffct foK mabs tu cs hacrgo tu cs aialimo fcq tur ct qp ab codc ad idc no cffct confc quctia bona ct formalis.^a habcas in mctc ifta h5 e aP:ct nu^i alia nifi ifrS uPptcs cius tunc illa ^iia ho c aP.ergo h6 c aPn6 cct b6a:ct formaP f 5 illa po fitoc^^^a ftat imo dc facto c.q> itelligi tur ita ceJlcut adcquatc fignificat^p ansrquisnoitclli^at^ita ec:ficut ade quar^ rignificat pD*ut p5p cafumi {[55 huic fortc dicit' cp illud ulrimil ic6ucnics non fcqt^cqa dum hco unS fp6e5mctaIcheoduas tales-qi^u una c aiis ct alia Pdidt^cp eadc ppo ca' * quccahscDrisilljus 3ric:qa arguit ab eodc ad idc. S5 n' hani rcfponfio nu e ualida.p* cni herct Dnrcr c6ccdc rc 5 ^ hcrct una jppocm fccng ^bcrct cluadhies,imomi[l!cct iftnitai tales Et fic ncmo poiTct de una fo* ca*^ * c6 fidcrarc qd! c cot ra oem cxpicntiam et uenrarctfSccuda nio ct no potcft ftarercjaipoflib.leccudc; actu catbc coricu pricipale cc actu duaru ca*"'^* q[uis fit polTibilc cc cadcmtuF eafdcj itctoss mctalcs pliuiii catbccoricaru ficut e polfibile codc malleo pfres p curcrc cudc lapidfcrri una pcuflionc^ fcu unu acni pcuflfionis ipoffibile cft ecaliu.inProprcreadico qj dicta dc fcriptio c irelligcda i fenfu diufpoft ponedo illud uerbu mtelligit^CScd forte a!ig[s iftabit ut prius cotra banc pof m«E3£ ca eni uidet' fe^q^ii' ^na mudicerboa ctformaE^a fignaraq CunqjD* mudi quarucuqaformah"'® poflibile c cp i mete fo^ defignificato adcqto p a* ^fidercs ct ri^ mo defigifi caro adeqto Dnns aduertas.gj* ftatfi €ut adeqte fignificat p aiis intelligc rc«l5 adcqtetficut p 3* iignificat" ii m tel!igas4 fTHuic refpodet'^ negando iftud fegct dico cp cafus i ipoflibiPi fcfu diuifo.na necefTc c q; fi ficut adc quate fignificat"' p aliqd' aris itelliga: ctiaficutadeqte fignificat^ns m telbga cofiderc et aduerta*CEt cuin didt ponat" (p c6fideres folude iUa bo c aiatet no cofidercs d^ a"* Admit to i fcfu c6pofito:f3 dico cpjJ' illa f dc fi gnificaris eius ccfiderp ct de ifi nids fignifiratiscfidcroil^nd cfidcri nifi de uno illo q; fic f bat rerolutiuc boc currerc itelligis demdfrrando ho mincrct hoccurrcrc c homine aPcor pus fubrtati5 n6 leonc currcre«g^ bo minc fubfrannam corpus nd leone^ currerc intcIIigo»licct no intciligam nec eofidcreprotuncnifihSicm cut rerc.^fS^ i >^ bona ct matcriali non oportct nec i fenfu copofito nec d.ui fo fi ficut adcquax lignificat p aiis irelIigo:ctia ficut adequate figni ficat" p 3ns itelliga.verbi gratia null^ coruus c,g^ pifc s natat in aquaa** / c matcnalis tanii^a aris naturafr eft j poffibile.f (p nullus coruus fir. ct tci nulLicuiaadjpbadu:q;n iigniftcatii arinsitelligoifignificani ^ritis itclliga nec i fenfu copofito iicc dimfo ut5 c6 Cderan^iTExiam dcis p> quo eitelli gcdii iUud coe dicruXq? .n >' bona et formalj ^ris e dc ircllecru aritis.ln ma teriali uero iiana boc totu refercdus c ad f cfii diuifu.juis eni folu c6fidcr6 dc bac folu b6 e aEni riic ifinira ccf gc ro, dlt fi diat" cp utraq? iftaru uidc tur ce dc f cfu c6pofiro:qa,^iponit uP poftponit" uerbu metaIe.ftRcfp6dc tur ep 1* uanetas n6 e merito mutati onis fupp6is tcrmiorum:f5 mcnto ap pellar6is r6nis:ficut refcit diccrc.Sor. fpuri"*cognofco:et cognofco for fpu riu. nec 1 cp c ^ p6 de f cfu c6pofito cii poft p6 1" terminus mcralis^^^ti cu n pcedit diau f u orario ifmitia PiIIi e j por:es.*f cut c i prin.na idc ediccrc: ira ccficut adequate fignificat per a i telli^oacfi dicerefignifcaniadcqtu aritis irell«go:q" ^po expffe c dc fefu di uifo.fi S5 fi pp puer.Iirate n6 placct bcc rrifio:dicas q> fic irelLgit'' diffiniL» !)rie boTic et formaPi.q; c 1' cuius fi f 1 cut adcqte fignificat' p aris ireHigit^ ee:cti^ ficutadcquate figni icat' pct 3ris itelligit" ce.fi; matcriaPtantu e cu ius no i fiuct adeqte fig^^ificat^ p a* kclligiif ccttu^ncc fcutadcquatcfi gnificaf p :>ns itcffigit c.c.ct ttlc ccf fabit ois clamor •([ S5 bic aducrte cp dicta diffinino irelligit' de / bona et forinali fjmpR feu de formaicf nd dc bona formali tatii^qa dc hacnoc uc runpcifcfucoporico nec diuiTo^bcc cni Diia tu differf a te.g" baculus ftac i angiilo c bona et formaE ut patc bit i xiiir xv^ cnxvf dubiisxt tamc ^ nocnecefrcifcfucopof tonecdiuifo q fi ficut adcq te fignificat' p a** itclli tum:et quid formalis fimptater fiue ^ uc dc forma, infcqucnri dubio deda tabitur, " VINTO DVBITAf'. TRVM OMNIS C6 Tequenria bona et formaP fic bona et matcriaEct ui det^jcp n6;qa ex oppofito diftigut"* (T Pro blutoc huius dubu t£ totu.ftat 1 norificar6e tcrmioru^^no Itaaliq.p'' cpio* futduo.unu matcri \lcetunuformale.materialc dicit''^® ct 3ns quc dicut" marcria ^ , formalc dicit^ilIat^Dntis ex aiitc. ct hcc iHatio p6r babcre duas bonirarcs p ordincj .fillatois ct irellcct6is.ct£^ p6t cc fmc f a et no cc6uerfo,(r Et 16 pcncs alid* «ttcdit^bonitas matc naF :>^ct pcncs fiili(tb6itasformaP.nab6itas materiaP fit cu intcr ans ct ^ns c taF hitudo qi n6p6tccitaficut adcqtc fignificat P ansrqn ita fit ficut adcqtc fignifica tur p 3ns.f5 honitas formaP ultra hac bonitatc illat6is rcqrit bonitatc itclle ttoisXqi ficut adcijtc fignificat" g a* no p6t Itctligi cflcrqn ita ficut ndc^tc fignificat" p D:is irelligit cc;et qa ois 3^ bona cft nccc(raria.i6 polTumus di ccrc duplex eft nccefricas bonc^ una c neceintas ifercdua^ itelligendj <1 P*ncce(ntasc neccffario rc^jfita in 6i bona.ut p5 ex difTinir^c D^b6c fupius poilrajo ois / bona c bona ct marcriaR(LZ^ecefliras cfrrcqfita ad 311^5 bona ct formalc,i6 n6 ois on^ bona c bona ct formaPf^ bn ois 3* ba na cr formaFc bona et matcnaC HiG diligenrcr aduerrc.quando funt alf flua duo quorum unum prcfuppo aIiud:ctnon econuerfo,iIlud qd* prc pfupponit' dicit" matcriale:et illd' qdtf fuppoitdidtur formalcvii aial diatf * gd matcriale refpcctu h6is:ja p otali . qd ec aPet n6 h6:ct n6 cc6uerfo*(Llta ad jppofitu-7)r]u«j uia narurc ircllcctuf faat bonitatc q"" ad illat6e5 q q" ad itf!(^t6em «et n6 poff^ itcllcctus facc re fa5 bonitatc:nififacerctprima:(5 bn e coif .ppca p* bonitas diat ma tcriafSf a ucro formaEcr qa no pot abq[ / cc bonainif 1 habeat boiiitate illatl onisrquc p'* b6itas ncccifaria rcquifi ta c ad 0C5 Duay bonam:i6 bh diat" tp ois / bona c bona ct matcr;a'Iet n6ois;>* h^duas bonitatcs/allat6nis ctinrclIcct6is:i6n6oisy cboa ctfot maP (rz*^ nota qj ficut i prima fpc cj Iitans quc dicit^hitus Fdifp6,p6t difpo dupPrfumKp'* pqualirarc iformanrc fubiectu.fof qlirate iformatc fubic ctufiiaft-nuen^fixc.erp'* m6 diai: difp6:Pom6dicit difp6 tantii.p^ mS ois hitus c difp6 ct no cc6ucrfo. (5 f o mo null' hitus c difp6:qa cfTcf iplica rio cotradiaois cii oportcrctttuc cad« Early European Books, Copyright © 201 1 ProQuest LLC. Images reproduced by courtesy of the Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Magl. A.7.7a ^itate fixcetnfixciformarefubice tu.(ritaadfpofitu ^iiabonactma teriaP potdupfrdifFiniri.-prio f / bo oa ct matcnali;Po j / bona ct matc riali tanru.illa dicit" bona marcnalis quc babet bonitatc ill itoisJlia dicitur bona ct materialis tantu que b^ boni iatcilUtoisraru ernitellecronis. Exe pliicni buius bcs m a^ mareria.ficut cni aPn icludir in fe ronale nec exclu dit:fcd c indiffcres ad roiiale et irraro nale.houero mcludir roale: afinus ue ro ccouerfo icludir lironale er exclu dit ronale .ita om bona et materiabs Doincl udit n ec cxcludit bonitatcfor male.(l S5 3na bona et formaFincIu dit duas bonitatesXiDatois ct itellecti onis.et cxcludit cp nohcat nifi prima bonitatc.f3 bona et materiaFtantu ccdtrafaat.naicludit bonitatc illatio nis et fo* hacJexcIudedo boniratc irel lecr6is.Et hcc oia fiir itelligcda de 3* bona ct formaIi:limplV de q folii fadt tncntionc Strodus i Iittera fua.l^ed tn fi quis uolucrit diuidere plene ct fubdiuidere fine fa!tu:d5 primo Driaj diuidcrc in bona et mala,dcidc bona fiuc raaterialc:i matenalc tani ct for malc:dcidc fubdiuiderc formalc i for malc tantii et de fcOTnauet tuc colligu tur fex diffmitoes.CP'' c Dfle q ic cft 3uaciUatio3nt:sexantc.Cr^'^€' bonc que c illa i qua non pot cc ita fi cut adeqre fignificat^p ans; Qii ira fit ficut adeqte fignificat^p iCTetua i^nemateriaFtantiiretciIIa cuius n p6t cife ita:ficut adequatc fignificat" pans qn fit ita:ficutadequatc fignifi c^t p 3us.ct cii hoc cotradictoriii con ffquctis citclligibilcftarc oim mitc afb(5p c6tradictac.l5 tn n6 fit illi copof fibik ut nullus dcus c.ergo homo c- 1 (["Quartadiffin.tiocDiic bocetfoK mabs ct c illa:aiius no pot cc ita.ricut adequatcfignificat^p ans:qn ita fit ficutadcquatefignificat p ^iket ca tradictonu Dntis non c poflibilc ftarc cii aiitc abfq; Dtradictoerfiuc iUa 3tra dicrio rcfultet mcrito anns ct oppofi ri 3rins:ficut ifta tu cs ba crgo tu esi fiuc mento ariris tantii: ficut 1* tu cs ct tu no es^ergo Sor currintu differs a te.ergo papa moiietur.qiiocuqa fit fiit bone et foiTnales^ut jbabo dubio ♦xiiiKdeprimoaduIrimu. Etfr* eft obfuandii qjfiarisfit ipoffibile non implicansc6tradict6e5:ne(g arguat" fecudii aliquc bonii mociu arguendi Diic de forma:tuc Dria e matcriaF tani ficutdicendonulluspaffer c.ergotu curris.fi uero aris c ipoflibile ipbcans c6tradia6em ct cii hocno arguatur (ccundum aliquem bonum modum Diic de forma:confcqnctia cbonact formalis tantu:ut tu differs a te.crgo Sor.curnt.Si ucro ' arguiturftn aliqucbonum modum ^nc dc forma tunc^iiiacbonact formalis fmplid tcr^fiue de formatutjio c afinus.crgo homocanimal .^T Q.uintadiffinitio cDncboncct formabs tamum:etcft illa cuius no p6t ec ita.^icut adcquatc fignificat'' pcr aiisrqn ita fit ficut adc quatc fignificatur p^-rconfcqucni 4 ctcum boc contradicrorium conCe qucris non eftcompoflibilc antccc dcri abfquc contradictionc folum:f| cut ifta tu differs a tc, crgo baculus ftat in angulo .C^Sc^t^ ' diffmirio cit confcqucnric bcneet formalis fimplV feu de forma c cixim no pot ec fmt adeqce fignificat' p tins:nifi itaficficatadcqre fignilicat^p Dris. ct cu hoc cocradicconum oMh no fic poffib Je anti abfq? cocradiccioe Xt cu lusfutaficucadeqite fignificat" p iteHigit": ececia fcut adeq tc fignifica tur p .ins icelligat' ec. Et cuius qucl^ cofifis formc e bona: ficut i'^ tu es bd« tu esaKecf b^ tresbonicatesXiIIa tionis forme er dc forma.S^ il!e magi fter Strodus non ca explicite curauit oia difiigaere ec fubdifticte diifinire I3 iferius iterdii coactus a uericate £1 Gat differctia irer 3.1^3 formalem fim pfr ecfm qd qd' ide^ c:er fub aLis uer bis ^ formalis tatum ( t de formd(tx bis crgoojbus p^folutoad dub^ii co ccdcdo q? ois om bona et formaFcft bona ct materialis et nd ecouerfo.nec 6 uerii qf cx oppofito diftigut": f^ 3* bao matcriaFcacu ct formaP cx oppo fito difnngut'.unde Dih bona ct for i malisetmaccriaFfehntficuc fupius ^ Ct ifcnu s,oia patct i figura^ct cc» ifequenDa» ; Oona ucl nfaterialis* ^Mala* fiFormaE cx i\!(rDeform.1 ' EXTO DVBITATVr jtj^irca quattuor qiic a ma ^giftro tagut" i lictcra. ^ utru5 cx ipoflibili feqtui: qflibet. Zlutru ncccflanu (cquatur !^Udqil5i<Bcruo utru 01%^' hom fif 9- ncccfl*aria»<^uartoutru coditoaF qd ponac i ec. tt arguo figiliacim coa tra qib boru^p'' cocra primumxc ho€ tripFrp' fic Exnullo ipofiibili leqt^ qd1ib5:qa ex ifcabo c afmus no ieqt qd'l5.g' ecce.tfZ' fig^ hac^iia^heC f po i ipolTibiffe demonftrata.g" nul lus deus c.certu c q; hec nihil ual^ ga ftat o"* ^itis CU5 aiice.f cp hec f p6 fit iDoffibilis fe demdftrata:et tii deus finct camen aiis c impofTibiic^quia af ferit fe c^ impoflibile Terro no feqt r-^ Cefar n fuit.g' hoc p is fuit. qa aLqil ' bcc^naficfignificado no ualuit.g*' niic no ualerrt^ :qa ois / bona cft nccenaria:et tn ans c ipoflibile qa fu U5 oppo"' c neceflariu»€z^ pricipaFt arguo cotra fa^ regPa^ triprn P? qa nulld ncccflariu feqt" ad qd^I^ ut^.g*' et ce. C qa no fegt" deus c.g'' L c far fuit:qa aliqn n6 ualaiLg^ nuc 116 iialet:ct tn 3ns c ncccflariu,<lTcrt6 d feqt'' tu cs.g ' tu es i hoc iftari:qa pdt ftarc o" Diitis cii antc:et tn ons c nc ccflariii fal* c:ut nuc:qa p nuUa potctl «5 faltc naturalc poflTet ec q; tu nuc li ccs^CTcrrio priopaR' cotra^'' du"* arguit^dupR-^p^ qj i* f niic c b6a Cc far n5 fuitg' tu e«i papa:qa ex ipofli bili fcqr^ q 1 l^^et ni alqn no fuiijbona X aiiq Cefir fucrit.g'" ct cc.vZ'' n6 uidet^maiorro qre ois^ boafirnc ccffariaqaliq iporhcf;caco"^ Y difiiic tiua uPaliqa'* ucra fic ^'•cefl^irKTJcd n6 ois co" ucra c ncccflCiriaaicc ois difiucciua uera c neceflliina.crgo ncc oiscodiLoarc necfl * uFrac6aP. Q uar to pricipaRarguit" ctconrra qrrii dtt biii dubitatur primo:qa faltc ois Diia aflcrit ct poiiit fcqucla lcu illationcj ? ct flatto e aliqiqa e actio uT pafTio ut tcUrio gjdiucifis opiiiiQiie^tut da fatis patuit.CSccanJofado ifta5 ^oa^lidcusfcJcusacrgodcas c.ifta 3* e bona, ja xis c n:ccffarium:ct th llla ali^d ponit i ccr^a ponit i cc dcu^ cffe qi ; qa fidc u ec c dcu ce;deu8 Kz^ et ccl/ Pro • Wutoc borudu biorii f)initto aliqua notabiba.p"' cft iuxta doarina anriquomm qct c una aUa diiufio Diiaru bonarum^alia bona fimpR:;alia bona ut nuc. Ula dicit bo na fimplV cuius no p5t cc ncc potuit nec potcrit itaificut adcquarc fignifi eat p ans :qn fit uF fucrit uF cridta, ficut adcquatc fignificat^^p ^dslBcd bona ut niice i* caius n5 pot cc ita:fi €ut adcquatc fignifiiGit'' p anistqn ita finhcut adcquatc fi^nificat'' p ^ns ta mcnbcncpotuituFpotcrit cffeitajfi' cut aJcquatc fig lifKat" p ans:quis o ticrit uTn5 crit j tunc itatficut adcq U fignificat p Dns.Excplu5 primi tu cs iTag^ tu cs a?a* ^na cft ncccfTaria Cpfir ct bona fipFr:cx"ft tu cs ho.g^ tunuccsbomoa^ ^naebonautnuc fifrdci*«Ccfarnofuin?rgo tucspa pa«CZ^ pmitto:^ aliud e mcdiiiad jbandii Diia^ mctalcm ce bonam ct uocale uFfcripta.Na:)* mcntaFdici tur bona mo prius dicto i primo du fcd uocabu uFfcriprani quc fut bonc uFmalc n& cx autcnnca iponc prima ria:fcd exhouaimp5cboniras uFm.l ktia tR modo c infercJa.ta!is 3* fubor dinat uni mctali bonc uF ma!c«ergo 4bonauPmala:nrc debcmus arguc ic raR:Xn5 pot ec ita ficut adcquatc fi jrni icat p ai3s:qn ita fit ficut adcqtc fijaifi^ar p^iJiTcrgoc* • boarqui» poico q huius y dcas S.crgo dcus & n a:ii ucc 3 is m atet fignficatoem feJ nata ilUtois fubordict uni mJc illatdiii mc:ali.tuc ans cct ucrii ct >• fa'\idcm iuJiciu e dc rcgh buius co pulatiuc h5currit.crgo rifibiic currit ct ccducrfo quc e boiuo xt tame di hctnccaiisncca^ncc nota illatdmi faltccxp:icitcaod5fbari uFiprobari, pfubordinat6cmadmcntal6.C Tci! tio pmitto cp triplcx c ipoTibilc.f p fe p acci Jcns:ct p reflexionc.Excplu pri mi nullus dcus c^^xcplu fccundi Cc far no fuit.Exeplu tcrt^c jppo e im^ poffibiPfc dcm5rtrata.Citcru ipolTibt Ic p fc 6 duplex quo Jam iplicant con tra Jictoem.quo Ja no.Excplum primj tu diffcrs a tcExcp u fecundi nihil o Itcrii iplicas c6tradict6c5 e duplcx qi da formaVquodda uirtualiter. cxcm plii primi tu cs:cl tu n5 cs.cxcplu5 fc cuJi tu diffcrs a te. Et ficut c triplcx i poflribilcita triplcxe ncccffariu» pfc p accidcs:et p rcflcxiono. cxcplu^ pri midcus c.cxcplu rtcixndi Ccfarfuir^ cxcplu tcrtii hec f p5 c ncrcffaria fc df m^nrata.tTNucaJ j pofitu dcucnio do dico qp rcgFc pd ctc dc xTa matcri alitanmfutitcHigcndc dc ncccflario uFipoifibilinon p rcflexionc.ctfi aii« alicuius 3Jc affirmatiuc fignificantif cx compo: fuarii ptiu pcifc primaric fignificatiu anis fit ipoflibilc p fc i bonapfc.riueropaccidcs:3na6bo n^ p acciJes: Et fifr fi 3ns fit ncccffSj riu p fc f luc fimpRr: 3na cft bona p fc fiue fipIVrfi ucro ons cft ncccffarri u^utnuc:fiucpaca*:tuc^rA3* obo na ut nucfiucp acci*|[ Scddcipof fiWipcrrcflcxigni o4 mtdlijit bic? Early European Books, Copyright © 201 1 ProQuest LLC. Images reproduced by courtesy of the Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Magl. A.7.7a tale e ucm.ut buius mdhc^ fp6 e ipoflibiIi3,crgo nullas deus c-potfta rc oppofitum iiitis cum ante*ctd!fa cto ita e Jkut adcqre figuificat' p aii tcccdens:<jui8 no lit ita;ficut adcqua tcfignificaturper ons.ex quo fc^t qi non c bona ncc fimpRr nec ut niic* £t bic aducrtc ficut aliqiin,^pp6 cft poflibilis quc nd pot cc ucranta ccoij ucrfo aliqua c ucra que no c nec pot cffc poffibiIis:fic prccifc» fignificado Excplii primi tu no es i mcte tua,cxc J)Iuftbecfp6e ipoffibilisfe demon trata,Ex his que lam dicta fut p5 (p ois ^iia bona e ncccf ' fipPnuPut nuc f 5 qj babucrit aiis uel jns ipoffibile P ncccffanufimpfruPut nuncetquis ^na ncccffana fimplVd poffit mutari in no boni fic fignificando nec cria^ mala fimpR- poffit mutari dc mala 1 bona ommom tamc bona ucl ma Ia:ut niic pot mutari dc bona i mala ctccouerfo.ct dc hac fo non intcllc xit magifi:cn CVItimo pmitto ante tcfponfionc ad argumcta qi iftc duc rcgPcmtcUigut lubductis modisar gucndi ^nc bone formalis fimpEr* yndc :)iia.ois h6 c afinus» ergo ois bo caial no c matcriabs tantibfe J e formaPfimplV^quis aris fit impoffibilc p fc ct 3ns neccffarium p fc*ct boc lo ga arguitur ab inrcriori ad fuum fu perius fine aliqua diftributoe tfcd e matcrialis taru.null js coruus^ergo tu dormis: qa t^ mcnto impoffibilita manfcced nris ct nomcnto formc* SiR- i^^tucurrisxrgocoruus eaEcft bonafoluroncncccffitaris 3nris.ans autctDiisrutmateria ^ncioifri duo modi argucdi fUt raatcriaks tatu ct nuHo moformalcs-inOargumefa riirAd primii dicit^^cp I5 ad nullii ipof fibilc fequat" qf libct;tamc qdhbet fe gt" uel nat'" c feq ex ippffibili: ficut I3 nullii aial fitocaExamen omiicaia! tft animal.tJAdfccundumdiatui: no c 5zia bonarut paruit.ct de ipof fibih p reflexionc n irelligit' r ^ « Ad tcrtiu dicit"q? 1'^ Dna c bona ut nunc: ct no fiplicitcnct n6 c icouenics co ex tali ipoffibi'i fcquat" nuc ali^d qa no f cp fequcbat^et f ic Dccdit"qj aliq 3ria nuccboaquefiC fignificando nofe p fuit bona:f ^na bona ut nuncfcd df fimpBr bona cctic6uenics dc q magi ftcr itcllexit. dAd pnmii f i pricipaP diatur ficut ad pr mii pnmi pricipaP dAdf^ pricipaliidici t' ficut ad 5^ pnmi pricipaEfj Ad tertiii f 1 priapaT diat" ^ ifta 3na c boa ut niicet I5 pof fitalias ftarcoppofitu :)iitis cu^aiitc tn 11 f niicct i6 ficut aiis c ncceffanu ita^riafuitneccffaria.fut nucet n6 (iplbqms dc tali no iteilcxir.CSdp'^ tertii rcfponfum ecpi'' cofcgcntia e bona:utmicctnon fimpIV.(lAdfni tertii didtur 9 r6diucrfitatis e pp di Ucrfa r6e5 formalc ^ric.bonc ct akai li ypo^^yicut patct ex diffinit6nc :>,^ b6e quc c cp no poffit cc ita ficut adcq! tc figmficatur per anfccedens:quin iKt fit*ficut adcquatc fignificatur pcr p3^j.neceffmafithitudo iterita ee ct ueritatc CMiris ct ariris. CHoc aute n6 reqrit^ad ueritate aliarii fpo^cn tb^concani Pipotehticaru qrum ucri tas cxigit ita ccfo!u:(5 ri mcludir nc ccffiratc illius:ita cc ncc fipR- ncc ab folute: nifi 1 ' f p6 fuent uera cr necef faria;f5 d c iatiiifcriS fj iq[tu ncccf * h cxig i ^ ua fiii bo cx q p5 ex o ols &If4 oSiitionalis e IpoffibJisrqum i duoni oppofitorum fi unu cnccclfa A tiuoi rcliquum cimpoTibileict ccou"''^ acrfo.omnis aiic conditionalis c ucra ucl (alfaxrgo ct ce.ct p 3ns nulla cfc qucpoflrccircconriif quiafiucrai neccf&riafi falfi eft impoffibilistfed nulla cft quc n6 fit ucra urtaUa*crgo ct cc*Hcc aiit itcligunc' dc conditio nali bona fimplV:quia bona ut niic o ncccffiria ut n iicct bona fimplVeft necciti ria fimprndiois f ic dc mal i (fAd primum quarti priiicipaF dici tur C£ c^itionilis nil point m cflfe ftd hunc intcllcctum q^ cx codirionali d fcquitur formalitcr fuum atis ncc fu u^Dnsnocnim fcquiturfitu curris: f u moueris.ergo tu currisrur crgo tu moucris^Etidco argumentum iUud nte ad propofitiitquia non intclligit' dc illat6c^!!d i aiire ct ontc * qrn prindpardicitur.cp I5 1* 3na fit bo na n3 tamiformafnfjfo^ matrnaFc 110 fcqtur i fifi.fi cbi* e.cb'* ig^ cbi* c;qaficbi^**c(rccfrcr cbi"* cflfcnon pp boc fc it q^ cbi* fcfcd feqt' cum fubiuncriuo ucrbo cp cbi"' clfct:ct n5 <p cbi^* fcfcd dc dco fc jt" cria cii ucr boindicariuo gtatia matcric ctnon dc forma«c t fic dc fcxto du" ct cc. (jXonqucnria. - tfBon^' jlMala. ( LPonT laiiisi flMa^nalis tanni. LDc matcriai prcflcxioni - ^^ ^^Jmplicins. _^:flN^^riuuVirtuaft (jPcrlc^Jplcddir^ DvsrrAT a CIKGA REGVL LAS GEN£RL6S hT PillMO ClilCAqiiat _ tuorrcgjlas quarumpri m% c(t iCt^x* iTSi co:ifrqu:ncia e boj ct ans e ueram.ergo ciis cft ucruin Sccuii Ja fi ci5a cft bon 1 crcisclt fal fum.crgo aii? cft filfum.CTcrtia fi fi ^naeft bonj et aliquin Jo f jit ucl crit ita:ficut adequitc fi ^nificat" pcr aiis f tiic fuit urerit ita ^irut, ad cqua tc fignificatur prr jns.CQurta fi eboni ctaliquindon5fuitur licrit m ficut adcquatefignificaturp^iis j tiic nofuit fn5crititaiiiaitadeqtc fi^nificitur pcraiis* <I Etproclara ctmaifcfra dcclaratoc oium iftarum ircgularu talcordins obf uarc ifritui: qa fng&5 li nitat6e5 p formalcs feu tcftu alcs Iittcras dcfignabo .ct dij Iimitatois alaterc fubJa:utfi<?qbb5 ct rudi^ cim limitatonis uclligar.ct duas pircr difcipu'ui comoditat :« ac dpiaKut opponcrc incautu^ pcuriati nifiois Iimitat5csmcmo* ba jucrit, dcindc ut fc fuct illcfu dii fnglVcob icctu qi fpiculoclipcuobiicicsfcdcfo dat.fiPaut ct mcmoric ucbcmetcr^p frcuict dii numcruct co lotaconc^ li mitatio iii qiacicsordicquodi ifrrti ctas ad bcllu ^fpcxcrit.et nc i uerbit bgiusimorcmuncccci fi^ura infpi cics cppolliceor. SlilALlCyjVS ^ CONSEQ V4 tic:bpne.(^^uii3ncmalcn6 icoucit «m ce uenifincDiitecrppmatcnaj ifolubiliiirjt ficarjucdoboc cfatfu^* crgo hoccftfalfiim conrinucdcma ftr^ndo pmqjnonprccifc fijmficat Early European Books, Copyright © 20 1 1 ProQuest LLC. Images reproducecl by courtesy of the Biblioteco Nazionale Centrale di Firenze. Magl. A.7.7a ^ff^ ditcr non admittercccarus*l:iinc ccrtu5 cft talis 3iic anrcccdens cft ucrum etco.ifequcns Cilfurct bocno inconucnirrqa cfr malainec arguitur acouertibib ad coucrtibile.nifi appa rcnter:qa ans fign.ficar pafc carhf? autcnrice confequens autem no . <rAFFlRMATiVE.Quiaxic nc"^^ bonc-no icouenit aiis ec ucru^ cr ^ns n&ut huius ri fi tu cs bo tu cs afinus quc e boa qa corradco"* c P* ct ans cfc ucni ct f " ut^ ct boc c qa c ne * (TsiGNlFICAN-S FX COMPO fitiocfuaru ptiu4pujaubipnoua5 Ipofitione ifrius Dnc tu es ho. crgo tu esafinus nec:ansn:c3:is mutentfi gnificat6ncm:f> tota fubordinct" ubi ^nc bonc ucl filre^ ly.crgo uni bonc tlUoom:et tunc ^na cbonarct ans cft ucru'ct3iis£ilfum. tfFREClSE PRIMARIE SIGNI ficmfiu.(i(Juia ubi buiuR ^nc tu C5 bacrgo tu cs aKnec ans nec nora iHa tionis mutarenr figiuficatone^f^ diis fignificct pcifc tc C6 afinu.tuc \ cf (ct bona:ut fuppofuir^a uo!o q> nota illaronis fiuc tora^iii fubordiet' uni mctali bonc^ficut ctia prius fubordia bat" ans e ueru ct Diis falfii CU5 figm ficctboic^ceafinu. (fCVIVS NEC.- o.- j\NTE ccdes nec c ppo pFres iTQuii ifri usDric brunclluscafinus.g" brunel lus no c nfibilis quc c bo:ia ct aiis c ucru ct Dns fub uno ^txx^w e ucru^ ^f i rccto et fub alio f"* .f i obIiquo.i6 q uis jns:fit falfii n5 icouemt qa c f p6 pfres cum nofit f '* ut c Diis huius 3nc bone;guis3nsbaius3ncbonc fit f"* rfijti iUi qi6:)Uibuiui>'b9catr\ ^SANTECFDENS PRINCIPA lc* CQ uia ifnus ^nc bone;fi ru es bo tu cs papa.ergo fi tu es h6:tu cs papa I3 ly tu es ho fir ueni q* c aiis ' ^ antis tamc ^ns pricipale c f 1%^ ads prind pale cfalfum cii fit coditoaripolTibiE IflXPUCiWM VEL IMPLICI tu'6 uenj, WQuia iftius boncmfi tu es aEtu no cs h6;aiis explicitu e uc rii et Diis f " I5 ans iplcitum c f" Ticut ^ns.f.i'* f p6 tu no es aP.qa in ly mfi in ciudit" nc' Cii tatii ualeat gtii fi n :it« cp ne"* negat ans ct no nota c6dit6is. ♦JCObiSEQVENS PRINCIPA Ic* (/Quia iftius Diie b^eifi tu es a/'i nus:tu cs afmus.g'' fi tu cs alinus:tu cs afinus^ans pricipale 6 uerum.Et !y fu.csafinus 6falfu5:et ly tu es afmui 6 3ns:qa c:>ns ^ntis^g^ :)ns 6 falfu^ I3 li tud 116 6 cotra regEimi^a itelligit ct Doti pridpali cr no dc fecundario. <EST VERVM.^ndcobnfcqtur 1 pccdcn ti ^iia cp :):is prindpalc fi t uc rum.ffi ta es afinus.tu cs afinus:et ficpatct totaprima rcgula limirata quam Ariftotiles breuiter tradidiLd* Fx faTis ucru^.cx ucris nil nifi ucru^ fupplc fequiturjn ^na bona affirma tiua:ct fic dc ctltxi^ l m^ratojbus prc notatis adjaudcm dei cr f ic uiigi» matns.([Eafdem quoq:? bmiratones cura eiuffcm dc caufis feciide reju le priGpali pcr tcmctipfii coiijnab s nc Icgeri cr Tnbenn 1 cj Lcaroe rediij afrcrariir.<lNotandu3eittamcn q> Ixcrifte modus arguc;i:^i uale.it dc prcr nri ramcn non * cquitui: prcmi fcedo dc ^xtitxiio uel fururo 4l Vii no feqt" becy cb6a et aiis fjit uenj ct:>i» fxut ucru.SiIV nccdcfatttra Early European Books, Copyright © 201 1 ProQuest LLC. Images reproducecl by courtesy of the Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Magl. A.7.7a f i ^iig crit ucru. Daro cni buius lAc tu cs bo tu cs aHPrima ,ppd quc • a:is diu fucrit ct poft hoc crit.ct f a quc 6 nuc fit ct nixn^ poft boc erit ccr aiis ucni utriufq^ oic ct 3* fcdbrifcqc c"*rcftrict6nci'' o^eho na ct aliqri fuit ucl cnt ita ficut adcq tcfignificaf paris:g' tucfuiturcrit ita ficut adcqcc figilificac p ^ds: fcd aris i cafu pdco fc f" I5 cni aris diu fu crit nuq tri fuit aiis ncc uq[ fuit ita cp aris iftius xic fucnt ucru I^aris fac tit ucru.tfTifattcdc qj I5 iftc modui «rgucdinoualcatfi* ebSactaris fmt Fcrit ucru g ^ ct confcqucns fui t Ud crit ueru5r"DricmccaruPfcriptc ubi tota D»"* 015 toto aritc ct Diitc pof fiitfiPccctbirc ce pmanes rrii 3iia uocali ubi aiis ct ^ris nb polfut fiF co pp fucccfTiuA jIatoc5 c totu cotranu, na5 ibidum:>ria ei jpfcrndiat^cfrc ^ ct nb p6t 1 priri ucrificari cp aiis h ucrum quia nd potcft ce ita aris e (5 folii dc futuro Fdc ptcritop6t^cri ficari ads fuit f crit ucni.CNcc tc prurbcc £p ti6 p6t i uoce cc qa n6 p6c fiFtota ^fcrri ct :>mcr nb i ucru^ Cj^ D* uocabs 6 b3a:qa ut^a Tif facro i f fofifmatc ois bo e afinus currit p5r jlrabilV dici q bic ptrafit fpaciu^ •i.eiptrafcundo fpatiu.ctfic p6 t Dria ffcni qa «li^s p6t ce i f fcredo.^i Et fi hoc n6 placct dico ct mclius (p to tas modus argucdi in / uocali dcb^ ce dc futuro F dc f)tcrito.f 1* ^ria crit b6a ct a" crit ucru.g" ct crit ucnj , cc fic dc j^ccrico ^ port6nabifr,<I SiR aducrtc qa i* modus argucndi CU3 rStpomlif falUxncargucndo^*?;^ c homcrgo qtlacuncp ans cnt ucru <f crit ucni quod patct fignata ifta 3* fi tu cs afinus tu cs afinus quc e opti m.i:ct tb 116 qikunqj aris cnt ucram ^riscrit ucrum.quia fcquit formaFr nung[aris critucrum.g" no qricuucp ftiis crit ucrum ^ris cnt ucrum tcnj :>iiaa fupcriori difcnbuto . ncgatiuc ftd fuum infeiius^^acx oppolito coii fcqucntis fcquifo^arias JormaLrcrt fcquit" cniqricunqjahscnt ucram Diis cnt ucrumxrgo aliquando aiis crit ucrum quando confcqucns cnt ucrum a fubaltcrnantc ad fabaltcif nat^xtultraabquadoariscnt ucru^ quado ^ris cnt ucru^.crgo aliquan Jo Diis cnt ucnixt jp tunc ?ris cnt ucnj t53.iaa rcfolut6c rclatiui iplicatis 111 et aifuo rclariuo proporti6ahbi . cu omnibus o6diriombus rc^firisutpii tuitintractatudc fcnfu c6pofitoct dmifo^ct uln-a fcquic crgo aliqu:\do ariscntucrum t^xiaaco** atfirmJi tiuaad ahcra cius parte pricipalc5.ct b jc cft oppoficii ariris*crgo cx oppoft to 3ritis fcquitur formaR: oppofirura ariris.<rCorrcIariccxbispotcs uidc rc qiio 5* ct qrta rcgFc funt ucrc.f.fi Diia 6 b64 ct abqri fuit F crit ita;ficut adcqtc fignificar" p aris f nic fuit uF crit ita;ficut adcqtc fignificat^^p ^rii^ Et cx oppofito fi 3 * c b6a ct aliqri rii fuit Pn6 crit ita ficut adcquatc figni cat" p f ciic ri fuit Pri cntata ficuC adcqcc lignificat^p arisJdS^tricjcra bas duas rcgulas iilrimas aiguicun ni iCui ^ria cfc boa dcus c.g'^ nullus h^eafinuscteitaficutad qtc figni ficat* pcr aris ct tri n6 e ita:ficut adc qtc Cignibutfi #;g^a fid dct opjT 1 Magl. A.7.7a cfticaficutadcqtc fignificatfp i .S5 cdtraar" ficata cficutadcqtc fignificit pD:is.^ ficcficutadcqtc p/.t5 a coucitibiliad coucrribilc, lltt ultra fcqc" cx ;)nrc g ahquafr c fi cut adcqu itc fignificat" p ^iis.t^ ab i fcnon^d fuu fupius aflinnatic finc ipcdinictollEtcx:)i3riaf ficg aligs iTJodus c : quo fic c ficut adcquarc fi gnificatur p Dns.fcd ons c falfii* quja nullusmodus e quo nullus bo eafl nus^J fhnt: quia fi nibil ncc aliqua ncc abquaFr eflct :adbuc nullus bo cf fctafmusxt td nullus mous q'' nul& boccafmusqafino dec oppo"\ficp «li^s mous cct q^* nulFs bo cct afinus: qi 6 rcpugnascoditonali pfuppofifc ct dc fc eipoflibilcfipIV.indcof fo Iut6c buius dicp q? ifti tcrmmi ira cft ficectfimilcs pofliit capi dupliatcn (JPSmo aducrbiaR- f ucrc c t non e ita pro &Ifc ucl (alfotiSccundo modo ut futpfrcspartcsorat6is.f^ducrbiu dcmoftrandi ct ucrbum fubftantuiii fum cs e xt primo modo itelligit" rc gulact nofo Etpcrbocpatctfo lurio coccdcndo toni ufqj didtun ^ aliquaBrcftcpnulIus boeafmus* bec ona ncgatun fcd bcnc fc^tur g ftliqualircr nullus bomo cft afinus quia ucrcnullusboc afmus ct fiuc aliquidcflctfiuenibiladbuc ucrc ni bilcflcr/cdno aliqualitcr cflcttcpni bilcflctl^aliquaft-nibil cflcttquiauc rcnihil ccnl^naliquafrcctcp nuUu» bomocfl*etafmus:licctaIiquafi- nul& bomo cflet afmus u]uia ucrc nullut bo cflct^afinusATEt mxta prcdicta f fuffiacnnoriinformatoc mucnu cft oonindu ifri tcrmim ucru ct folfu^ fumimt triplidtct^lVimo m^txifcp ditcrxt fic fiir tcnmni pnmc inrerio uis ucl impofit6is:ct (ic conccditur foarticc q ifta |»p5 ho cft afmus fic fi gnificando prccifc c ucraj.6 cnria:^a rcsfiuc J tcrmini,tfZ*' modof propofK6ncucraucI fiilfaxtfic funt tcrmini f c impofit6i$ ucl mtcntorus. 4/Icrrio m6 aduerbiafr ucru jp ucrc.uf ita c folfu jp falfc Ffefo uf no c ita ucl n6fxc6.ctirtomodon6fut aducrbi» aflFirmariuafcd c6firmanua uabuta, prindpalcuPnotampridpalcm.V Et cx boc foluit" dubium quonida malc fcnncDriu qui diciit q? no datur j p6 affirmariua;nifiinqua ponat aducr biuaflirmandi;ficutnccdatur xuga tiua:nifi m qua ponatur aducrbiuin ncgadLEtcofcquetcrcoccdiir^ if« f pofino n6 cft afiirmatiua dcus cft l 1) ifta fic 6 ufita cft uF jpfccto dcus a % Et oatcx habot coccdcrc <f i* orario dcus e n6 e ppofitio:^a nec c affirmi riua ncc ncgariua ql c jd pucrilc ccr tcODEr pp boc diarur tcfxcprifaano in maionuolumiccpdicta aducrbia nd funt affirmariua fcd cofirmiriua, idconofadunc jppofitocm affirmati uamrfcd ppocm quam inucmurcon firmanr.fi cni dixcro jpfcao bo nou i afmusiVpi^ofcctonoaffirmat tamcn confim it ncgatoem quam inucniti fimiflr fi dixcro porro d malc fadas:li porro no facit jppofitocm affiTnanuaj (^confirmat f pofirione affirmariuaj fcd non cft fic dc aducrbiis ncgandi^ ga cx offiao fuo ppno habct nc garc:ct fiit propnc aduerbia negan di,^^ Et pp hoc foluitur aliud dubiu «ffusirc duc af&r m at p aci fcu duo «ducrbuaffirm.itmaimo mcliugoj firmatiuanjfociuntuua ncgatDcm ficut duc neg^atocs faciunt una afFir iiurocm.C Kario c ^a aducrbia coii f rmaria n3 dctf ruunr^f^ cx fuo figni ficaro cr ino fi^nificandi cofirmit inucniut: quaFrcuqa fir iliuj.aducr bia ucro negandi dcfrruiit iuxra do ctninm bcari Augufnni.nc^ c ram malignantw naturc cp ^cquid iucnit defcruit ct eius inducit oppofiruwdco 110 6 iimilitudo irer aducrbia ncgadi ct con"irman Ji.parcr crgo cp iHa jpp3 Jeus crquis non Ci: fod confirmanua d'^ ficnudcetabfolurc profcrtur.tn e jpo affirmatiua:nec fcquiVnon^e fp6 confirmatiua.ergo n5 c fpo affir mariua^^I^d ad primu j poiituj rc dcundo:ficut dixi ucr U5 et fiilfii pof funt tripliarcr fumi:ira dico dcoibus tciTtiinismodalibus.f. poff bilc et im poflfibilc ncceflfarium conrigens pof funt ct.tripFr fuini.verbi grarioLric^ cefrarium fumirurrripticirer.<[ Prio tra/ccndctcr f rc nccefr^riaficut cu dico ncce((mum c dcum ccrct tuc fi gnificat aljquam rc quc c neccflCiria ct ifta h dcum ec ucl cc dci. tlSecun do adu:rbia V f mb nc ccflTario . ct fic ncccirario dcus c fignificat cpaliqua Lrer c in rc qualiter cc n5 pot non cc: ct talitcr c deii cScxt bis duobus mo dis fumiturporius^ merhiphificaFr q[ logicalircr, fjTcrrio m6 ad jppofiru^ fumirur ^ ppoc neccflTariatcr^tucnc «eflTariu c dc am cc:fignificat (p ifta f pofirio c ncccffaria dcus cquc figni ficatadcquafcdcum eflfc.ctfi placct primo modo utamur ly neccflTarium: foIyoccefTario^tcrrioIj ncccirclicfr 111 boc no fit tata uis.et artenlc cf p^ etfo mocapicn loly neccifariU non c coccdcn Ju q? necc.Tariu c Cefare^ fuiflfc^quia Cefarcm fuiffcnonc ali quid necaliq iahrer; feJ fuiraliquid qa fuir Celar exifrens^ficur anrccnri frii fore non c aliquid necaliqfr:!^ ent aIiqJ:qi cnr aiix exifrcs:f5 b.i concc dcndii c q^ ra pri no q fo m5 q; ncccf lariu cdcuc.ie:crncce(fe chominc^ cflTe a^l^TEr unrjerlaft- erir ueru5 dc omni f poe de prcicnri fine ampliari onc er defrruccoiie fequcre affirmari ua cui correfpod^r aliqLiid necrJanii inre uelf ilrcaliqais modiis n.-ceffa rius f ignificabili Coplexc ralis f pois Scd reinomjlogiciPr ucriricit idi fpoc neceflfaria ra affirmariua q ne** ta dc prcfcnri q ampliariua.verbi.gr^ tia.neceflrariu c nulla chimcra cnci ifra ppjcneceflQina nu!Iachi* c.fifr neceiic c Ccfarc fui]Ie.i* fpo c ncccf faria Ccfar fuir.tTEr fi n.bil n c aljq nec aliqua"re!fer.runc n^ rniimodo rii ccr coccJenJii q? necelfanii c Cc farc fuiffe^quis ecr cocedcdum cp Cc failfuenr:f5 no cp neccflTe c Cefarrm fuiflfe.ubi uero c fpo Gefar fuit fic fignificas c ckcdcdii q; nc c'" c Cefa rc fuiflfe tcrrio m5 fumcdo ly ncccjia riii f5 n p'' nec Po m6:ur pdixi.C Er fi queris fi i* fpo c neceff iria Gefar fu it.ergo fignilcatii adeqni c ncce'^ fignificatii adeqtii c cef irc fuiflTe.T'* ccfircfuiflTc c nece'".^'' cefirc fuifle e.g p^* ccnsfiuealiqd cuiusopp** c cocciTum. iJTriiic dicit' ncgando p** ifta xnam ulrimahcc fpb c nccef fariacefarfuir.g'* fignificaru adeqrii € Qj;ccfl[arium;fed fijnificani adcqru Magl. A.7.7a iccfarcfmfrc c ncccflTai iu.g* ccfarc^ fmffc c:qa ly neceflanu ampliat fto qi c uFruit urentuPpot ce uFimagia riPinicIbgK^rZ^ dici: cpcapiendo ly nccelTariii tertio moIogicalV illud li c me" uniucrfaFr ad ^badii f pocm ee neceflana.rex fignificato adeqto iic Ccflano:fcd illud cft ueru;ut dixi : qn jpo c aflirmariua no ampliatiua ct ci corrcfpodet aliqd rcalc qa c fignifica tu coplexe p ifta j^poem. ^ Scd gcnc ralcmediu ad fbadu f pnoem ec nc ccflaria:et boc logice loquendo:ct tcr tio mo c bochec fpo c ucra:quc ncc ipfa nec abq alia fibi fifts p6r cc falfa fic fignificado pafe cui no cotradicit niiq pp6 qua feqt" cc falfa ad f poem fignificatcm 1IL15 eflc fo'* impoflfibili tas no permittit.g'* bcc f p6 c ncccP aiir p*" bec cpoc uera:qa fal fanoncneccflariat^'^ diconccabq fibi liFiStqa ifta f p6 mentaFexiftens i mcntcfor,fori:quis n^polTit cflTc fal fa:tn n6 c ncccflraria.qa a* mcntaFexi ftcs i mctc altcrius oio cofins fibi p6t cflfc felfa ita fignificadollD^co tcrtio cui n c6tradicit aliqua pp6 ct cc.qa 1* jpo aliq fpo eft n6 c ncccflraria:ct ni necipfanecaliq fibifiFis fic pcifcfi gnificado p6t ccfalfa:cr boc c;qa fibi cotradiot a!iq jppafi'* n* ^p6 c que 6 falfi pp hoc qa ad fuii c6tradictonu ec feqt" ipfa^ cc falfa.^ Dixi quarto fo^ ipoflibilitas n6 pmiitit tqai* y p6 iilqfl c c n^^ceflranarqiiis fibi contradi cat aLq f p6:f. nihil fcquc cft fa'fa fi fua corradicrona cflct^fcd n6 folii pp boccctfalfa:i5ppmulta alia.f.pp nc garc dcu cc cclum cc ct ccdico ctia^ ct qi Uck ptcrco.qa c cUni fic prcci fcfignifican^ot^a pnouS ipofit^cm ucllignificandoiicctnj lolu ficxii f p6 quantucunq3 ucra ctncccflTaria poflct fien falfa ct ipoffibiFct cuiulcii q3 dcnoiatois libucnn^pE^ > ^""^^ qnq^ conditocs reqrut" ad hoc cp uTf pofitio f it neccflfanaict p oppolitu po tcscognofccrc qdfitfpo ipoflibiiis duorii cni oppofuoru^ fi unii c neccf fanu:rcbquum c ipolTibilccr ccoucr fo.i6 formatis duobus cotradictoriis; uidc fi unii iftoni h^ qnq^ c6dit6nc* aflfignatas^et nic bcbis q? unum c nc ccflTariu ct reliquum ipoflfibilc .(J Et fi dicis adhuc ftat djflfinitas:qa ols f pofit6 ncccflraria c ucrafcd ifta cclar fuit c ncccflraria.g® e ucra.quod crgo e mcdiu ad j badii ifta uel ala cc uc ra.fi cni cx fignificato adcquato fcg tunut prius 9 ccfare m fuiflTc c aiiqd. Ch uic diCit'' cp n f ep ncc gc ncralt ucritas f pcn's i crtur mo la diaaqa fallcret i pp6ibus negariuis ampUari uis:ctqbusnibil correfpodrt rx prc rci:fed gcnera^r fic ifei t ucritas iji o pofir6is.pafc ficut c 1* ^po fignificat ^ cucra:etpcifc ficut fuitbcc fpo fi^^nificattcrgo c uera.ct £5 natura y pofirojsadapra mc"* ad ^pofitum ct fic cx oppofito potes ccgnofccrc quc jpojQrfaira p c6rradicronu ciuftfem ^ (/ Etfi (^ias Ariitonlcs in pnn"6.d. cp ftb co qi res e uFno e.jp6 e^c t t era P falfa:ct nibi! dicirc^r pi ercnto ncc dc furuio diot qy Ar fronrs p^ pierminias uccat jpccm folii oratoei indicatiua et de prefenn ct maximc cii ucibo fub:'tatiuo fu es c .TiO ga abc oraroespfecictilioni tcporu et moda ni ac ucrb^ni adicaiuoiii u6 lit ucrc fcv! fiOit confucuimu^ dktre fo'u dc um ciboiiii.r.p indcpcdcria^lAIia uc ro no c bona (upple p indepcdcnria^; fed folu p parnaparoncm dinc boni tati« que fingRs rcbus aligd impriif Ita orarioindicariua depienri cum ucrbo fiibfrannuo dicit' folu f p6 per indcpcdcnar^a i * no rcfoluit m alia^ necpfupponitaba jppoem ad fui uc ritate.fcd f podef)tenro prcfupponit alia dc pnri fuiflc uera in ,ppnis tcrmi iiis ucl i aliis.qif dico pp pponcm quc fucrit dc terminis no l impliabus;rcd c6pofiris:ut patuit in fcfu copofito ct iiiiifoMeo cni ifra e uera.Adam fmt ho:qa aliqri fuit ueru diccre q^ ada eft bact idco c ucru cpancbnftus cnttqa abquadoenrita q^ aiidinftus fectio bcc e ucra pot cc cp anchnftus c,quia bfCcpocpofTibiLs ancbnftus c.cccc quaBrocsahcfuntuerc pp dcpcndc tia a ucritatc ppois dc pnri m6i idica tiui cu bocuerbofiibfratiofucsc.ct boc cofidcras Ariftonles folumo diffi nit ca.d Ego ucro largi' fumo hic ^ pofirocm jp 01 oraroc pfccra fiuc ca' * fiuc iporherica;fiucdepcdctcr:riuc i depcndentf r ucra.^iMuIta hic addi di ptcr jppoim: ut 'uuencs in hac ma tcria fufficicntjus crudiri poffcnt iHos fcx terminos modalcs fcpc in difpu tatoibus occurreres difiictc ircll gcrc ne p cqnocx laboranfes indcuia quc datranf:urrar:fcd ccrris diftictoibus quafi uiis rccns fmnt ueritatc coplc fn cf uitarc falfitarc. Ad laudcm dci lijui c uia ucritas ct uita^ct ce* J i^KfJcTAVO DVBITA XE^"tunVmi quinta etCex ta rcg^c fint uercX.fi Dna c bfa ct a*" cl t conccdcndum confcqaes c cocc dcdu :ct fi e bona ct Diis c ncgan dum cr ans'filV.ct pro dcclararionc i c gularu aii limitatocs pfuppono duo • CT^rio qj in propofiro fumunt ifri termini c6. cdcdu ncgadu dubitadu^ ct difriguendu noiaFr pro digno cocc di ucl iicgan et cc»ct non parnapiali tcr.mulru cni differt unu ab alrcro.fi cnim ponac" q; ifta jp p6 bomo c afin ^ fit nbi pofita ct a te admiffaificut c fa tis poffibibruc i'^ bo c afinus c a tc c6 ccdcnda^qa c digna a tc c6ccd! :poft q c a tc admiff i:er tamcn n6 c concc dcnda parricipialircr:qa qncunq^j jppo ncret :refp6dcbi8 per hoc ucrbii^ nc go:ut patiiit in ob^igatoibus.fift- c6cc dit^qpunafp^.fi^cieuscri? cconcc dcnda ct ncgada refpcctu ciufclc^: it dato q? 1' ta fignificct prccifc homino ccafinum.tuncj^ponoifta dcus c:ct P5 cp benc refp6dcdo diccs conccdo crgo c cocedcd^ pricipiafr:nT c ncgan da nomina!V:qa c ipoffibiP p fc. rgo digna ncgarNna ois ^po ipoffibi? pcr fc6dignancgari.ec6tra uerofiipoa tur ifta bo c afmus fi^nificarc dcum C6pafe:niccc6cedenda nominalircc qa neceffaria p fe ct tamcn c negan da partidpialitcr:qa ad eam bcnc rc fpondkdo dices negolTHoc aur dico f 5 Strodu qui dicit q? in tali cau una f p6 c concedcndaret tn conrinue nc gat ea:et cc6rra ahqua ncganda qu5 c6nnue c6ccdir.c6ccdit eni^ ipfam co cedenda uclnegada nomialV^^ahoc fcquit'" cx cafinfcd bcnc negabit ud cocedet quoricnfoiq^ f ponit^iqa ipft t iptincns quc cxtr^ cafum fifr c6cc ^crct** uct neg^i'ct*'.non rtil Cec^€ i\k jpoliocafinus c conccJenda,crgo bomo c afinusrpcc fc^t" i ' ppodc us e:c ncgatla.crgo dcus no c^iLS^fm Tii bcr " regc Ibpb frarii: imo Icgicu^ rcaliirimu:abtcrecr diccdiiiut i;abct uidcn in f 0 pricipali fu primi fopbif rnat.5 quo: moJis j|>6 c ncgada coii ccdenda ucl dubitand.unon cni fc^t apud ipfu.1llajDj2aiilcceffar1a.ergo e conccJcnJa.fr Sir ncc feqt ifta jp pofitio c ipoffibilis pcr fc.crgu c nega da;fed oportetaJdcre q f Lautennce talis feu apud coem mot li loquendi di foutan tiudigna con» cdi uel nega n.((rZ^ nota£5Tilbci"Moco affi?,na to ^ n c incouc ucs q? una f p6 f ^ lcl ta cc raiis ct ri fcqnsoccdat".filV uera rdra cc talis ri rcpugnas ncgct^Exe plu priini ^pono nbi ifta^ tu taccs.re fpondcbis cocedo.ctdum refponJes iita e falfi no fcques qa no cs ob-iga tusxt m bcnc rcfpoJes luxta iudiciu bominiioium lapietu. Excplu feciin dii^pono tibi ifta tu loqueris rcertu e ip diccs ncgo ct dum f c dids ifta eft ucr ■ fciu c taLs no it^pugnans et be nc rcfpondcp.Cf^ Et ca buius c:qa rc (pondcsropotf mu! cum ei fponit^ ab oproncire refpondere:rcJ poft.et 16 fufficit qj ^po refpondentis fuiffet ucra ucl falfa jp temporc j Lvonis re dargucnns fi tucfuiffct.Scquiturli ^rnitatio re^ule. (IsrALIQVA CONSEQVEN ra c b5a cocedcda. uia ddc ma^c noincouenitanscc coccdedu ctDiis ncgandu.qa ubi ponar q> iftc couer tant"dcusceth6carums:tuc illa D* deui Ctcrj^o b6 c afmus c boa a c&uct tMiadc3ucrriblc:ett:1 ailsSconce c^nduct jris ncgandu:cc boc^ i :>-U n6cc6ccdcndact boctin filb.runi qwh pricipafl: fcq lor. - ^ fiAFFiRMATl VAflQuia iftius 0 bonc ct c6ccdcnde 116 li tu cs bomo: tu cs afinus cii fua oppofita lit ncga daadscc6ccdcdu et:)risncgan.uiu etjiocqano caffirmatiua. tfSlGNlFlGANS EX X^OMPO fitione fuarupti"*. (iQuia p noua| imponc fiue fubordinatione roti^ d ^ fiuc note illat6is fme mutat6c fign:fi cat6is partrpoffet reg^a falfiScan.ut pa;uit prius 1 at:s clare* dPREClSE PRiMAKlE SIGNI ficanriuH Quia ubi f .eret cc6ucrfo utprius pataitin Iimitanonibus p"^ regre poffct rcgula babcrc iitantia . ([SCriA ES^BONAETCON ccdenda.<lQuia rufticus qui conce derct fe effe bom:nc ct noald bu!us boncaffirmatiuc cocedcJc fignifi cantis autentice f miplVJiu es bcmo crgo tu cs anima':aris c c6cedendu5 ct 3ris ncgandu:qa nefcit ncc crcdic cLbonam, Cmtellecta A TEMERITO tue cogniton.si ^Quia fi fiat Dria et aris fit larinii ct Dns grcciirct fit a con uert:bi'iad c6uerribjle:et fi lc dign* tibi nefcie iti:nifilarinii dicar q? c bo nactcoceJcJarct ic firmitcr credas tunc ^ria e "t bona affii matiua fignift cans cx copofmone fuani pirtiii f.m plicit r e: fcira cff : bona ct c6cedcd»i ettriarisccon "edcdum:et ^ris n6:;jci n66 intellectiim. CSCIENDOQVOD Bk CON ccdcndo n3 fcquitur;mfi ^nccdedii, Early European Books, Copyright © 201 1 ProQuest LLC. Images reproduced by courtesy of the Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Magl. A.7.7a ^ Quiaubialiqs crcdat cpcx ucr« foini (cqtm Diia bona^ficut pot cicdc rc ignoras prccepta Iogicc:ct cu hoc crcditfccc homincni cino animal: ficut poteft rufticus crcderc. tucifti* 3nc bo; ic;tu cs homo.crgo tu cs aial bonc ct coccdcndc aflirmariuc figni ficanris cx copoe fuaru^ priii fimplici tcrfcitcccbonc ct coccdcndcqa fic firmitcr cr(dis:ct ita e ct mtcllcctc a ic merito tue cognitoisr^a tota oi n t lanna fiuc unius labu m quocuqp idi omatc fucrit ans c c jccdcndu :)ris nc gan dum> <JeT ANTECEDENS IMPLICI lum u^cxplicitu principalc 6 ab aliq** ronccdcdum.t} Quoddicoproptcr iftam nifi tu cs aial tu nd cs homo:et pp fa^ptcm iftius copulatiue fi tu cs homo tu cs rifibiTis ct ccouerfo, REPVGNAT CONSE qucns cnTe conccdcndu>4l Proptcr ifram boc no c coccdcndu.crgo hoc n c coccdendu corinue demonftrando jris cuius aris c c6ccdcndu5*et ^ris no cum aifcrat fe no effe conccdendum ct tamcnh^omneslimitatocs pdcas iit5 difcurrcn per omnes nifi fortc di catur cp no c bona et concedenda:qa ubi ponatur dhs fi^nificare precife ri admittiturcafus^ubi uerono precife tunc non arguif ab codc ad idcct ct aris c coccdcndum et ^ris no.ergo / no c conceden Ja qi* poffet fbabiPr di ci:ficut in materia mfolubiIium;ct fi hoc placet;tunc prima et fo limitatio foluithancinftaria contra regulam, finautaddereoportct hanc aliaiuo crxoarHitriorclinquatur • CCONSEQVENS PRINCIPA lc c conccdcndum .CDico princip Ic pp ifra uel fibi fimilc:fi homo c afl nushocrudibiF.ergofi ho c afinus bomo c rudibiPquc c optima et omcf habetlimitatocs requifiras:ut p^cr £ c conccdcdii cu fit coditionabs neccf faria et ^ris c ncgandu^qi jbatur lic illa jppofirio c ncganda demonftrado ifta ho c rudibitet i" c g" / c nega dum p5 refolutoric T5 illud 110 c cotra rcgulam que inrclligit dc ^rite princi pali ct totali et no dc fecundario fiuc parriaii totius ^ric, tfDVMMODO NEC ANTECS dcnsnec^risfitjppoplarcs.ij Propt iftam brunellus c bominis. crgo bru nellus c rilibilis:ut etiam prius patuit in alialimittttoe prime regFe generaF cafdem Iimitarocs addas regFe genc rali prefcriptcXTi :>ria k bona coccdcii da affirmanua fignificas ex copoe fu ani ptiu pcifc primaric fignificat iii fata effc bona intelL cta a tc mcrito tue cognitoisTacdo qj ex cocedcndo no fequit" nifi concedendu:et ^ris irn plicitii uFcxpliatu c negandu non rc pugnans ipfu ecconcedendu.tuc a ^ prinapale explic tu uel implicitum e negandu5 dummodo nec aricedens nec 3ris fit pofirio plures.et oiu^cxe pla p te potcs formare faciFr IfPoft has limitatoes uolo fmeliori iuuenu iformatoc i h.ic marena notare aliq iuxta doctrinam modernovu per ocs fcolascurrcntia primo in hac matcria contingitargucre gdruplt dupFrbenc etdupFrmalc.<] Pnm* modus argucndi cft iftc ct c modu» argurndibonus additus I.mitatoibj quas in prima rcgKi dcfignaui/i abq| Magl. A.7.7a jna c bona et cc>(^ nns c iictn^. g*^ ct 3ribcueru tf^^cudusmoduscifte. ifta Diia c bona:et aris c cocedendum. crgo ct ^ris c cocedcdu et cft ilte ma lus modus.ga ubiponat ifta couerti dcus c et bo c afinu s.ifca onn c bona deus c.ergo bo c . f nus a couernlnli ad c6uernbile:et aris c Ci ncedendum cr3risii5:eX boc fm Tifberu quc imi ror.tTTertius modus c ifte/fta 3ria c cocedenda et aris e concedcndu.ergo ct Dih c c6cedendum:er bec c boa c6 fcquetia:addms brrntat6:bus qspau lo antc pfcripfi 91 Quartus modus ar ^ucndi cft ifte: ifta Diia e cocededa etariscueru.ergoet:)risc iieru qni hil ualet.dato enim q? buius ^rie tu c s bacrgo tu e s animal 3ris fignificct p cifetc fcafinu ceteris no mutatis c aris ueiu et ^ris frilfum predicri modi arguendi.([Aduerte ulfnus etiam qj no fequit'' ^ria c cocedenda et c c6cedendum parricipialiten ergo et ^risc c6ccdendum parricipialitenda to cnim q? buius ^rie tu es bo crgo tu cs animal c6cedas aris f t ^riam ct no refpodeas ad ^ris imo if rfjciaris pri^ n modo poflTis re ponccrc ad illud :)ris.tuc p5 qj aris e conccdf ndum par ricipiaLter et :)ris noiftd oes logicific intelligunt.f fi 3ria e cocedenda noia Iir^net ariscc6cedendum nominnIV« crgo et ons c 6cedendum nominalV. id c dignurn jCpncedi fiuc c6cedarur fiuc non. CMuIta cni fut digna fien quc no fiunt:ut5 dc uouctibus obf ua nam ,ct per bo ps foluto ad argume tum magiftri in littcra cum ponit q^ qricocedoiftatues aialcp fignificet adcquatc bomine cc afniu;abis d mu tantibus fignificatcem cii dicit" ifra om e bona et cocedcnda tu es bomo. crgo tu es aial ct aris c ( occdcnduyxt 3iis n6 e concedendum, ergo regula fcla.buic didr' ncgnndo q;3ris no fit cocedcndum ncminalitenl^ ii61it c5 cedcndii participial ter:c tii concede dum ncminalirer etia fi no cet in mu doadbucifta fp6 tufs aia! eetc6cc df nda. ^^t fi diot" boc ^ris e conce dendum nominarrfaltefs Tifberu^: et 3ris fignif car bomine ec afinu5.er go bominc efle nf num c c6cedcndii a te negat^Dria^fed opoi tet adderc cii minori q^ fic autctice fignificet ficiit dato qj il!a deus eft precifc f gnificat bommc efl"eafinum:fi ^pponat^ifta ,p pofirio df us e:Pm oes deb' res dicere concedo ct refpondere p hoc ucrbu^ concedo.et fic c cocedf nc=a parncipia litenet tamc no fa^t apud al qucs.i^ f p6 c c6cededa parncipiaFr fme tu c5 ccdis ea5 et illa pcife lignificar homi nc ee afinum.ergc c6ccdis bominem ec afinu:fed oporret adderc in mino ri tunc autetice fignificat fiue fuma turc6ccdendu nominarrfiue partfci piaFr .<I Et e x boc p5 foluno ad unu^ dubiu ql* fo'ct ^ieri in b.ic matevia p fernm corra Tilberuiqa illa ^p6 de us e:e cocedenda cu rar6e fui fignificari adequatc q? baber f tunc ncn fir c6 cedenda cii fignificet hpminem eflc afinum p ipofii6em.(l Huicdicirnr qjcconcedenda ranonc fui fign f ca ti aurfnriciqd' foletcoirer baber :ra tionc cuius c6irer c digna concedi m quaniii c ,pp6 una. .n6 c ,rp6 plures fi ue eguoca par^ eriam foIur6 ad aliud quodpctit Strodus.fquafr litVefpon otniii ad iltam tu ^saial m c&a fii# dico p b(x: "erbii c6cedo:et cii dici tuvtn foccdfsifra etqncuq? mcjoicc dis ilii fi/iiificat Woniinccffc afinum erjo ru cnccdis bominc cc afinu vnc j^oDnavft oporretadderc cpficautc occ fij^ni^icar qi* negat^tct g[uU poc rctur iti cau nribuc n-^ cffet ucr u qj il lud cocedcrcm ranq fcqucs. Ii Voff^ aljtcr pucrilifcr rcfponden.f conccdo cr negando fc cocederc: ubi neccf fira^ 1)6 petir non debct !ic:^nri,vpri us atrus prclirri ubi poflcr ba^eri fu garc tior<J PoircrcraVr pucriliusdi ^ conccdo :>na5 ct .^ns.ct cii argucrc f ur ulterius.crgo m alc rc fpondes co ccdcrct foru nec boc inconurnit taq obl 5j;atus:ut Srrodus cxprcfle concc ditin fuiRobli^atoibusifed ncc i^* uia p!acct:ubipot fcanior uid babcrirqa non dcbet quis conccderc fc male rc fjjondcrctnifi cum obligat" conrra rc ^u^astficur fi ponit" tc admittcrc ipof fibilc ucl ncjrarc fequcs cx pofito uf concedcrc rcpugnans pofito.tunc n mconun^it cocedcre fe malc rcfpodc rc?fcd fic no e in ,ppoito quarc ct c^ Alii dicunt pofr prima conccflTi oncm nondcbcsampbus conccdcrc ucrbalircrfed bencdum primo .ppSi furrqa dicunf iltam jp6cm tu e% aial n6 mutare figniftcatocmrnifi du c rc fponfuadiftapcr*boc uerbu coccdo ii rcfpondcntctct \6 prima uicc fum fcbcradrcfDon^cndu per boc ucrbu ^«nccda.infr^ rc^ponfiomutato pa yiipcr cau rcfcflercr" polto q? ^primi5 i1Ucc6pteraamc^!ataf!uc fcnpt!\*ft iiemidir^fiuelcctaa rcfpondefc fft ttm fignificat hominc^ cc aftnu,f6 o*^ f cfpfifionu pri ma c kLcr or ef expc* rior4 Vltiodilijrercr m bac marcria noracumponit q;bccj>p6 dcuscfi- gnificet prcafc bominc- cc ofinu cei^ tii c qp iHa jp6 feimpoflibilisret tamcn f m omnes ad ca rcfp6de^ p boc uci: bu concedo.tunc arguo fic bac ppoft rionc coccdis ct^bec ;pp6 i impofl'ibiIis per fc .ergo ipofl^ibilc p fc conccdis 4 ct fic pp folum pofitu poffibile cocc dis impoflibilc p fc qi c inconucnies potifl^imum in artc oaligatoria.tTrtc fccundo hcc pp6 deus c:c concededa et bcc pp6 dcus c:c ipofTibilis pcr fc g ipoffibilc p fc c c6ccdedu:ct boc fo lu pp cafu poflibilc quod e inconntcit tiflimum.tl Ad hecduoargurnentat fcc ldd Srrodu facilV refpo!idet r ^p6 deus c n6 c conccdcnda nomina lircr:qacipo4[biIcp fe cr tarncn ad cam continuc rcfpodet per boc ucr bumconccdoiitacp cflet coccdend^, ucrbalitcr ct non nominarr Etad primu dicit^qjnc iconucnics i artc obligatoria cp f p6 impoffibiF p fc fit conccdcnda parricipiaPr ct boc cu ra Ic impoffibile no c aurcnrice taleif^ p nouam impofir6' m.4l Et ad f^nci^a rctanspmaioritanq rcpugnas op"* cx cafu fequaf cp ifta dcus c fit nega da fccudd cu.<r Sed fccudu TifbcnS difficilior c rc'"ponfio.na ipfe n6 foluj conccdcret ift"\*fed ct dicerct c c5 ccdcnda nomiaR-^qa apud c6em mo dum loquedi difputanriu c digna cS ccdi quarcnus c ppofirio una:ut3 i f o prinapatiprimifopbifmatis uhi affV gnat quot modis ,pp6 c cocedcnda e£ lo^t^^dcconccdcndonoiafr ut^ifpidi enri:qaJ.q^ fpd^nq^moig cco^cdcit 1 Magl. A.7.7a sla:quiafequens et ce.ct certum c tunc capitconcedcndum nommah reni.di jnn5 conccdi et cnumerat ibi alios modos quibus propoirio, 6 con cedendamtcrquosbic c unus:quia ralis propoino apud communc^ mo dum loqucndi djfputannu^ 6 digna conadi quarcniis eft propoirio una et f mpcr.fum:r concedendu unifor inirer fiue codcm modo;quia mirum eflet utercrur equiuocarione tam mirabili fub uno uocabulo poncs tot membraetnullam faceret mentoci prererea exprelTe dicit cp propoitio c concedenda:quia apud communf m modum loquendidifputanrium edi gna conccdhcccc cp ipfe exponir fc fumerc .conccdendum nominaliter . (1 Tamen fecundum cu ad bec duo argumenta poffet fic rcfponderi . i) Ad primu3 omninodicetur ficut Stro dus:qu ia omnes in boc conueni unt.(L Ad fccundum poteft diti pri mo cp non e inconueniens impoffibi le per fc eft concedendum nominali tcr:quando non eftaurcntiec m\rS^ uo\o aliter refponderc:et dico q? ifta propoitio dcus c in cafu dicto c dupli citer confidcranda,primo ut autenri ce fignificat:fecando ut ex impofirio ne fignificat.cr ipfe uult q^ fit cocedc da pro ut autctice f ^gnificat:quia ut fic c digna concediifcd ut ex impofi tione fignificat cu^ fit impoffibilis p fe non eft digna conccdi •(TEt idco adarguoientum cum dicitur hanc concedis ct boc c impoffibile per fc crgo impoffibile per fe concedis nc go ^nam nec c filPus rcfolutorius ja wcdiu^c idcmpricu cfnon fonnafe idcomaleinferrur formalis:fed d^ infem folum idcmpticaX (p iHud quod c impoffibile pcr fc conccdis:ct bocconccditur tanquam fcquci s.*fi cut patct in aliis.non cnim fcquitur boc cft bomoretboccftafinusxrgo bomo cafinusdemoftrando animal in communi fecundum uniuerfali ftas.firrnonfcquitur indiuinis boe cft patcr ct boc cft fibus.ergo patcr c filius dcmonftrando cffrntiam diui iiam:fed in ambobus fequit' f folu idcmptica.f bon o cft id quod afinus Etpaterefnllud quod 6l!us:fedad t fcrendum conclufioncm formalcm dcbct premiffe fumi formalirer boc modo boc concedis et boc ut coredis cftimpoflibileper fc^ergo impoffibi lc per fc concedis* fimihter fcquitur hoc eft patenct^boc ut pater c filiu8 ergo pater cft *ilius:fed m omnitus bis minor ef falfa ct fcmper tcnetur ly ut fpccificanu-.(LEt per boc patct folurioad aliud.fhoc eft concedcndu cthoccftimpoffibilcper fc.ergu im poffibilc pcr fc eft conccdendum co fcquenria ncn ualct:fcd debetcoclu fiofolum infcrri idcmptice.f.illud ql cft impoffibilc per fe cft conccden dum:f t hoc conccditur ut fcqucns cx quo non fequitunergo impoffibi le pcr fc cfr conccdcndum:quia a p poiitioneidempnca ad formalcm no ual33*:i5ad concludedu formalco^ fic argucrc boc c coccdedu ct boc ut concedcndu^eft ipoffibilep fcergo impoffibilc pcr fecft concedcndum: redmuiorcft&Ifa poffet tameucon ccdi ilti propofit6 impoflibilc pcr lc cconccdcndu3 fumcndo ly conccdc dum fubftannuc:quia tunc c propofi tio idcmptica.-rcd fumcndo adicctiuc 6 ncgada:ct tunc h propofirio forma lis«([Et confidcra fi quis ad ucrba at tendcrctjfolum polfct conccdcrecp nnpoflibilc pcr fc e conccdcndu^ ad icaiuc:ff d non c conccdcndum im poflibilc pcr fc^ficut conccditur dc um trinum ct unii cognouit Arifto tclcs:f5 Anftotcles n cognouit dcu ct unu: quia ly conccdo ncgo aflcntior ctdiffcnnorfignificant actum intel Icctus:fcd ifta rei bofio pcr alia ucrba reddit in idcm ^TSed prima refpon fio 6 realior et uniuerfalior; qa i mul m aliis tcrminis ubi non c aliquis ter minus fignificans actum mentis ac ddit eadcm difficultasjjt patet i exc p!is fuprapofitis. {[ET pcr hanc uiam potcs foluere unam maximam 'diffi cultatem in the"* per quam poteft ap _ parentcrprobari cpcftpoflibile ^bo fitafinus . ^Supponcndo primo fi cutomnestbeologi uolunt cp filius Dci fiue uerbum ficut aflfumpfit na turam humanamrita potuit aflfumc rc naturam angclicam ct quancun q? aliam naturam non dimittendo ta mcn naturam bumanam;quia noii inmoris potenrie efi nunc deus aflu pta humana natura q prius fiiit: fcd pnufpotuitaflTumere naturam ajigc lcam ct alias ergo et nuc .(T Ponat' g*" (p fil:us aflupfcrit natura^ huana •ngclica ct afinina p abfrluta ei' po teria: qa non loquor t po* ordiata:f5 Jibfoluta . tunc arguo ficiftc c ho dc moftn^do filiudeicti^cagchiscf afi nus.ergo homo eft angclus ct afm* ct confcquentcr homo eit afmus qdf crat^ntcntun^IRcc uerba uidcntuir ualde |iulchra:quia mcdium cft ho€ aliquid ideft terminus difcrctus ct non qualcquidcujnon demonftrct cflcnriam fcd perfonam Sed ra meii per predicta patet rcrponfio nc gando confcquentiam:quia mcdiuj eftboc aliquid:fcd folum idcmpncc ctnon formaliterjdGo debct conclu di idcmptjce folum fciliccthomo eft ille qui eft angelus ct afinusllEt hoc concederctur admiflfo cafu perom nipotcnnam:fcd ad probandum ifta confequcntiam formalem debet li€ argui.lftc cft homo:ct iftc ut homo e angelus et afmus.crgo homo cftan gclus et afimis;fed minor cft impof fibilisPcr idrm foluitur ad theologi CU5 du"*qpaliquosfacit malecrederc ar Tuendo fic dcmoftrando filiu^dei hoc eft uerum ct hoc cft homoxrgo bomo cft ubique ct pcr confcqucns corpus chrifn cftubiquc quodcfal fum. ^^d boc diatur ut pnus ncg5 do confcqucntia5:fcd fcquituridcm pricc folu cp bo c iftc q c ubicp:ct hoe, c ueru cp ho c de us q c ubicp, f^ ad c5 ciudcdu i f»dicarionc formali 05 f ic ar gucrc hoc c ubiqi:et boc ut ubiq? cft lio.-^f h6 c ubiq?:' 5 minor ef r feTa:ga ut ubiqa^edcus cr no hoSed bec clari* appareburifcn^^ifuo tractatu f o pri cipah ubi limitabitur filFus rcfolurcn us.er bn mfpicicndo ifri fillogifmi fut i qttuor tcrmis:ficut fic ar^uedo i[!c bmarius cft inconupribr dcmoftran Magl. A.7.7a <U aggrcgatum ex mireria pnma et "innna mtellectiua for.tciicdo rp totu^^ c fuc partcs ct ille binarius eft Sortcs crj^o Sorres cft inGorruptibilis.Tcd fo Iiiiii ieqmt urcp S orx binanusincor ruptibiiis 41 Ad propofituni tamcn Dol trum rcdeundo.nora fi nonar jfcA propofitioncm d^iis c rignificarc prcafe homine ec arinum et hac bo e armus no mutare lijnificatoe^vruc f > Srrodu utraqi iftarum c nc^anda nominal:ter:qa utra^ eipoflibirp fcJ5^ una autentice et alia cx impone.VS^ fecildu Tifberu p^* c con= edcda et fo ncg;andafep dico nomialiter: ga non fufficit fit ncgadacr q> fit ipofTibir perferfed cu lioc q; fit autctice talis: tamen f m urruq? pri ma eft femper concedenda pticipiaFiiet f a n ganda participiaFnnec feqt'^ T f beni ille f pofitoes conuertut' et una c c6ccden da.ergo et alia c concciknd^ quocun modofuraat^concedendatfed bti fequit^^illcjppoes couertunt^.et una c uera ucl falfa neceflariarP contigcs pofribilis ucl ipoflibilis. ergo ct aha*fi militer feqc" ,pp6cs conuertunt" au rent.ce et una e cocedcda^ucl negan da.frgo et reliqua .(TEt fi dicis ego ob^igabo cp c6uertant" autenticc \f;c |>p6e8 dcus c ct ho efr afinus.iT Dico fplicerconcedercruncillud tan<| ob ligatusnotamen tanq ueru:et fi no concedis dico q; tu no es b6:qa tu es cucubuc,^^ Ex pdictis p^ q? nd fcper C neceflaril conccdendu:nec c ipoffibi "|\ lc negdaum qui^tucuqi fit p/c talc:et '^^bocfla n6 c autcnticc talc « 'ONO DVBITATVR H Vtrumrcptiniaet ocfaua regui^i fint ucrcfricofequentiacft honact nnrecedens cft poflibile.ergo ct cofc qucs cpoflibiIe:etfi3risc ipofl^.bilcj ^ et a° e ipoflibile. Adbuc refpodet^ breuiter cp rcgPe funt uerc additis li mitatoibus fupradicns quas no repli co ne tediu affera Icgcn.et ut ne diffi dere uidear de ingcnio ftudenns cii f acile f it illud ad ^ po<itum apphcarc. |1 Attamen f dcdaratoe regParum nota:cp no feqt" i * f p6 c poflibilis.g' p6t effe uera.IVluIre enim funt j:p6es pofl^.bilcs que fic fign.ficandc n'" rao poffunt elTe uere ut5deiftis,n* jpo fcnulla f pofitio e uniuerfalis:n^ jppd c uera:nul a ppo e negatiua Sor.no c que fit in raentc Sor.hec cartha n6 i diccndo cartna in qua ad» quate fcri ptachecfp6.quebbctenim iftarum 6 poflibilis CU3 prcdfc ficut fignif icat poflit eflTc ut5:fed nulla iftaru5p6tC6 ucra fic fignificando precifc* quia fi poflct cflc ucra:aut quando c aut qd non eft non fccundum ut patet:qui^ quando non c non poteft efle uera ncc falfa nec pnmum.quando cnim e ifra propoino Sor.non ccrtum eft cp e in mentc Sonergo Sor«c«crgo non 6 ucra Sorrcs non c cxiftcns m mctc SorXf fic dcduatur dcali s fu« raodo:ficut dc ifta cxcepDua. omnit borao pretcr Sor.excipirur dato cp fit fola cxccpriua.tunc ifta fic prcafc g graficmdo c poffibilis: quia poflibile c folum Sortcm cxcipi a curfu ucl n motu:crfic dc a]ii«:ficut ucl exdpi^ dato qj cras c ct folum Sortcs et pla f 0 et q? foIu5 Plato curreret.tunc erit dc fco ita cg^ ois bo ptcr S^^rtCxapit ct Magl. A.7.7a fignificctprecifclicut nuc.g* nunc e pofTibilis et rn ifra non p6r:ce ucra quia no ^quando non cft i»ty nec qn c quia fh^ c uera fic pnf fignifican do crgo Sor.non exdpitur tener om abcxpofiraad pnina cxponctemet fequir etiaqj fonexcpir^p rcg^am c6em:qa m 6i cxcepriua aftirmatiua pars extra capra cxdp^vifj, for.c pars cxtra ccipta.ergo for.exapit^ct fi ar guirurficois bopreter for.exopitiir, er^o for.excjpit et for.n^ excipit'*i'* :>na c bona p iam dicta et ans c poffi bilccrgoct ?ih c poflibile: qd' c ipoffi bi!e«tfHuic dicit'' negando tpi"^ .^na fit bonanecbocdictum c:fed qjhec ^na c bona.ois V6 preter fonexdpirur c uera fic fignifican^o.ergo for.exci pit'' cr n6 excipit":red tunc ncgo aiis huiusDneqjfit poffibilc.-quia dixicp hec ,pp6 c poffibil s et n6 p6r ec az fit uera fic pr eciwr f ^nificado. fljde!? dicasde baccxdiifiua tai^tu exclufu c exclufu quc c poffibiilet tn non p6t ec ucra fic figmficnndo pcifc du; ta men fit ois exclufiua.c eni poffjbiljs qapoffibile caasfolu^foriexclufu ficut daro qp tantu^ for.curret crasret tamcn no p6te(r^ uera qi necqn n5 c ut5 ncc qn c fola flc pcife fignifira do affignando regRi^ c6e5 qj in 6i ex dufiua afiirmatia fubiecru includit" ct oppcfitu f ubiecri eycludir^tunc fi b^ccuera ficpredfc fi^^nificando.er go excUifu c ex(Iufu.t3* ab expofita ad alrcra cxponenrem.et ultra c uera fxclufiua affirmariua.ergo fubiectu incIiiditTiuc c inc^^ufumrfed fubiectu c ly cxclufu.ergo exciufu includ.t" fi iicsinclufu.ergocxclufu noc cxdu fumt5* abafTirmariua uniusdifpc rariad ncganua alterius:ctficfcqtf cpcxclufu cexcLfumctnocxduluj qd' iphcar c6trad ctocmC Jtc arguit* q^ ifra pp6 nun p6r ee uera fic poCc fi gnificando: quia fi cft uera.ergo cx clufu c exdufu t^"* ab cxclufiua ad p laccnrem er ulrra.ergo aliqd c cxdu fum ab indcfmira ad fua^ parr:cu larcrineipedimcuto firigit i!Iud cx dufii for.graria exepli er arguit" q? fi for.c exctufus n6 c exdufus:qa fi e exdufus.ergoprcgi b5c6em ab eo rcmouerurpdicam d:c e cxdufuc: fed pdjcarii dicre exclufiuc c ly cxclu fum.ergo a for.rcmouet^exdi fii.g'* for.n6 c excluf j<:.prgo fi for.efr cxclu fus fequit' q^ n6 c cxclu-iis qi impli car c6rradicr6em nec refert fi dicit'fp in prima rcrminus fumit^inrcn^im mareriaPr cr pofrea pfonalV.qa aPi lo^ no poffumus:fcd p ly for.excipi inrcl ligo fignificatum huius f rrmini for* cxcipi.evc'ndit*' cni url exdpit^ fcr.a curfu cu i* tcrm nus Sonpfonalirer fumptuscps ex.racapta pfonalj^ei' fuppones uFfubiectu cxcIl fmc affir matUTe^jETTi arguitTtante caii q» fit fola illa exclufiua u I exccptiua om nc exclufrm c excliifiim.ergo tantu exclufum cexch:fuma^ Drac bora et ans c uerinqa r ff i ' mat'" idc de fe fo fmplVin wn inis^paliquo fuppo ncrihus df pnri.crgo et diis c ueru,9^ poffbre c qj Ila exclufiua fit uera et iimi|rp6rarguiJ excepriiia fuo m5 Ad hec dic t omnino ficut m m.i tcria infoiubilium cp franre ifro cafu uelopponcs uultq^ r^fp6 fi^nifirft autcnticcucln6;fip'' monadmitLf Early European Books, Copyright © 201 1 ProQuest LLC. Images reproduced by courtesy of the Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Magl. A.7.7a cafu^ cu aliis drdxrtmmiql^ f x co fc quit iinpoflibile fiuc dicat q? fit uc ra fiuc dicarur fii f iHa ut nunc i ar gumcto fKto in oppofitu c argutu^, Si ucro ponat" l'o mo dico q» ifra Diia fectanocbcnarqaab uniucrfali mc rc cathcgonce aurenticc lignifican tc ad cxclufiuam non mci c cathcgo riccfignificanic dc CofiFibus tcrmis tranfpofitis no ualct y.him dicas ad argumentu coiilimilc qd* polTct feri dc cxccptiua.U Multa alia poflcnt po ni cxcpla dc propofitionibus poffibili bus quc fic fignificado piccifc ri pof funt cc ucrcJmo nec falfc: ficutfunt iftcois propofitio c falf \nu la f p6 cft ucra ct fimilcs iii matcna infolubiliii ad quas fic prccifc fignificando feqt' contradictio fimpFr fiucdicatur ca» cflfc ueras liuc folf is. ct iuxta hcc co! ligc cp propofiromri 4)0icft ec quadru plex mancricsl^Iiq pot ce uera ct n falfa;fic fig^nificando ficut ifta,ahqua fpd kJd Aliqucro ecoucrfo ficut ifta nulla f po c.(ffAliq ncc uera nec falfa ficutquclibet fpo infolubilis» ctaliq potcft cfle uera ct p6x eflc folfatfic fi gnificandorfcut ifta tu currisrl^ non poflit C6 uera ct fal h .(t SiIV no fcqt" ifta ,pp6 c connngcns,crgo indiffcrc tcr potecucra ctfalfi.p5dc ifta.aliq jpocfalfadcquafit mcnno i litrcra a magiftro .que no p6t cc '^a^fific pci fc fignificadorqa fi fit poiTibilc pona tur ct fcquit .1 f p6 c falfa ergo aliq ypo 6 falfa,r5* ab infcriori ad fuu^ fu perius afFirmatiue fine ipcdimcto.et ultra iffa jp') c falfarfic prccifc fignift candorip aliq ,pp6 c falfit.crgo nulla pofuio 6 falf i4icut p5 i fimJj i* f p6 h falfa.^Iiquis U cft nfinus f nfc fignifi cadoq^aliqsboc afinus.cigo nulius bomocafmus.ctfificifra pp6 (oict falfa feqt q? ahq jpp6 cct f lfa ct n'' fp6ccrfelfi.«tx quop5 q n6 icq tur bec j p6 n6p6r elle f .Ifi:! ic pc fe f gnificindo.erj-0 c ncccflanci:p3 d" p dicraxt dc qualibet iftaru aliqua f p6 craHqua pp6 c affirmatiuarquaru quc libet e conringcs ct nuUa iftaru iic p cifc fig nifican do p6r cc falfaamo fcp cuera-<ISedmcdiuad fbandam f pofir6em ec neccflraria eftillud quod dixidubiofeptioq? qnq^ exigir con dir6es.uel ii libucnt rcaluis er brcui*' pores fic argucre prccifcrricur no pot n6 ecbec jppo fignificatcrgo c ncccf fariaXiFr pcife ficur no p6r ec hcc jp6 fignificar.ergo eft ipoflibilis.f fr pcife ficur p6t cc bcc j pofignificat.crgc c poflibilisTiFr pcife ficut p6r ' flc:e t fl cut p6t ri cc bcc jpo fign ficat, g^ cft conringens.fiFr ficur no c occ ^poiro fignjficar^ergo c (aini.fiPr pafc ficur c bcc ^po fignificat.ergo c u; ra. nora fecudoqjmagifrcriJirrcra cccedir cp :f bonc a® p6r ec ucrum fine ^rirc ct boc i fenfu diuifocf^ ncgat i fcnfu cd pof totficutc^cedir^qj patcr porcflc fine filioXjlV ifcrius p6t cc finc fuperi ori:f5 ri c pofl^ibile q; pater f t finc f.IiOL nccfpifenus f rfinc rupciioriirEt p bocp^cxpffe qulc ircrorfrrodi fuir: (\> diffinirio 3rie bonc ecr ircll.gcda in fefuc6poiro cth diuifoificut fupiut diccbat"du' qd* aut ^rc boncarii p6r cc ueru f nc )ritc ^bat^dc ama giftro.ois^fpoc affirmatia.g** n* c nc jratiuarquc ^ria c optima;ct tri aris fc Xgn fiCandopotcc ueruet^ris non. IIqI f bat ja fi p6t ci ucm uP q[U a c)etb3Cii5ur5ud[quUo c:cthoecu am no:q.i q i c ipiu e f p6 negariua.cr go 110 eit uem q; n jll.i jppb c negarli ct tii f k prc cifc figniricat.crgo no eft ucrxdAttcnJe Cii q^ I3 1'^ 3je pof fit ec ue u fin: ^ ite n3 tn potert aiis cffe uerii linc cofequite et b jc iplicd ret:qa fiaris c ucru fme DJte.ergoa^ c ucni ct fignificat adequate q^ omis ypo c affirmatiua.crgo omiiis propo litio c affirinatiua.ergo nuilii ect 3Js predicte oAc i'ic fignirica.ido:qa tuiic eetppo neg itiua:et li predicta 3' 113 b3Xis.ergoneca.is:etp J is no c 3 cuius oppofitii dicebat^USift" ct cde j'' 3Ja nibil demon.tratur.crgo boc li dcmonftrat' caius a:is pot cc uerum ct 3.1S no fit fijnifxado^et ^.la c boa a fuperiorj diftnbuto negitiue ad fu um infcrius:et qa no fciiiLf ligibile op pofirii oniis CU5 aiitc^lEtcp aas poflit cffe ucru fic fignificado p>data q? jpofito foret fola in mundo et iiibil i nionftrct^et tii oas nopor ec ucrum qaficct ueru.ergo effct fp6;:t con fcqucterbabererfub ecrii uP ergo p \y boc abquid demun.trat" uFnibil.li n bil.ergo no c fubiecnirqa abfq^ dc monftratioiicf no* ciffa funtetua na:eo q; nibil fign fiGitfi uero figni ficanr aliqd ct boc folii p dcmonftra tionc.ergo p !y boc aliqd demonftra tur ill ud er^ c falf li q; boc no dcmo ftratur. ^5Et Tiar ru.t nihil d^mon frrat^ccrgo boc ri demonftratur.r^ / c bona:ut paruir:er aris c ucr uy crg o, ct xis c iius oppo'^ diceb it^^l Huic dxitur (p fi pon.tur pro conftanri (p nihildcinonfrrarur.tunci* none bona:quia non c cofcqucntWtnwC cti ara ails l ucru5.f1 uero ^quid demS ftratur pcr ly boc m :)riLc;tanc o u c boiia:fcd anscfilfum;fiCatais.cL ii arguitur aris iftius cric potck effe uc runi»crgo poifib.Ic c q; a .is lirms d c fit uei li iicgatur argumciitum;q i at tuitur a fenfu diuifo ad compoiiiu^, lEt iuxta boc conccdu q? auq uni ucrfalispot cffc ucralic fgni.icujo cuius nu'la fingularis quam iiaber ! natac babcrc porcie ucra licfigm f cando.coccd-t ctia q? lunr duc ^ po fitones oio coiimilcs m fignificaro;q[ rum un 1 potcft efle uera cr 11011 aLa* ut fun: ifiC due for.ri dem61iratur;c;t boc non demolrratur fcmpcr demoii ftrando foi% et boc cjpprcr.diuerlUin modii fignificandu^jf f crrio nota q> tcrmini monftrabiles:poffibilc ipoUi b.lc ucrii fa!fum.ncccffanum coniai gcns puffur capi duplV.ut fignuuuct u. lign;ficatu;ut f gnu fumut uel^ jpfiiuoncpoffibilj ipoffibili ucra ct iaila cr cc.quc c fignii alicuius figni ficabihs c6plcxc:fcd ut fignificitum fumuL' pro adcq:o ligniicato jppoi» vri ipoffib Ic ut fi^nu p6r cc ct c poffl bilc;^} ipoffibilc ut figiiiftcani no p6t cc nec c poffibJc.ifta cni f poe^ UalP deus c cc por cc:imo dc tacto c cu\ tit fcnpta 1 1 n"*dcu cc ri c poilibiU%(Li;t p boc j 5 foluro ad nuii argumctu fo!5 ticn c6cra regfli^.f ipoliioilc c.g i poffibilc c quc c bona ao code ad ide ctantcccdcns c poffibilc fa,tcm:u: f| gniiin ct rameii jns c ipoff.bilc taliCj ut iigiuijjtii < li lir ipoffibilc ipoflibi lc cc.(JTCcfp')dct"q? non c icoucnici <p aris ft poffib Ic:ut fignii ct fit i poilAic ut fi2n.fiQtii ;fcd fi ad* co»: jjoflfibile ut fijniTicatu feit poflibilc ut fi ;ni!icatu iii bonaf^ tuncans cfalHi.lf Hcceadc difticriopot fieri dc 01 tcrmino intct6nis:qa pot capi dup!rJ.ut fignu et ut fignificatu.vii conccdo ans c coplcxum ct incon plcxu.c cni c6plexu:ut fignificatii ct c inc6plexum:ut figim.fifr co"* c ora rio et dict6:c oratq ut fignificatu:?t o dicr6 ut figiiu.CHic fuino afr fignii q prius^^a no capio f orat6nc complc xa fignificantc a'iqd c6plexe;red pro figno figni^ucrbi gratia.iftc tcrmin'' poffibilc c fignu oratois polTibifct f pofitio podibilis c fignu figni^icati p illaprimu fignu^cft incomplcxum: ct fccudum c complexu:quia cfrora tio ct utroq; modo capiedo fig u fcp e c6cedcdu ipoflfibile c poflfibjlc ca picdo polfibilc tranfccdcrer jp rc pof fibi!i:fcd no f fpdc poflibiluC^ Poftg canotaui qprodcclaratoc cxcploni ct alioru qucdrca littcra tangunt" a magifrrocxpcdircuidct^iam tcpus e cotra bas rcgFas ct cotra qda^ dicta magiftri argucrc^ct pr mo c6i ra illf dictu dcfcnfu diuifo fpaiis ^^bonc p6t cfTc ucni fnc d itc I5 non pofCt d* fcnfu c6po ito ans bonc cc ucrum finc ^ntc.Ex hoc fcgt^cp diffinit6 3nc « bonc c inrclligcnda i fenfu compofi to ct :)ntcr cp ois Diia cuius non ppflj;^ ans cc ucni fine ^iirc cct b6a Hu ic diat Dccdcdo totu.CT S5 cotra boG arguit^^^qa tuncfequit'cp ifta^na fo rct bona.ri ;pp6 c uera.crgo aLqua p pofitio c:qi c falfu:ga ftat o"* 3nris cu «ntc^ctprobat'^* qanonpotacis ci ucrufmc ^ntc.g'' ebonaansjbat ^a fi n6;dct o^^.ponjuf crgo mce,ruc argnit' fic am c ucrum finc Dntc^ ans c uerar^' a co* uFllbi proportifl' nabili ad alicra ptc pricipale. ! dc^ cni 6 diccre ans cft ucru fine 3nte:et dicc rc ans c ucni ct om no c uerii. ct ru€ ultra ans c ucrii ct pcifc fignificat nullapropofitioc ucra:ut fupponit crgo*nuIIa propo c uera.tiic ultra n f p6 cft ucra^g^* nullii ans c ucru:t5^ « luperioridiftributonfgaric ad fuu$ infcrius . crgo a prmo ad ultimum fi ans c ucrii nuliii ans c ucrii quod g impoiribilc.g" illud cx quo fcqt"([Si milc argumcni.e de d nulla f pofi rio c ncganua.crgo abqua propofiro c affirmariua quc n6 c bona ur^ cum o*" ^nris fit imaginabile ftarc cii antc ccdcnrc:qa ex negariua piira no fc^ rurafFirmatiua cttiinon p5t ans ci ucrii fmc 3ritc:urs argucdo ut prius: co qj n6 c polTibilc aris cc ucni fic prc cife fignjficando:ur patuiti notabili bustcrgo no p6t ahs cc ucni ;inc coii fcqucnrer^'* a fupiori difrriburo ad fuum in crius ncgariuc.^ZTde argu mcni cdc ifta o if ^pofino e.g' al q propofitio c:cuius oppo itii Dritisno pot ftare cii arirei ucritatciquia aris rii potcft ccucrum:ur pdtuit:et tamen dicta ^ria nihil ualet:ut conf rat:g^ illdC P^^dicnimagiftri non uid -t" ucrmn* 4} Ad hcc argnmenra fuffioat un^ rrio:quia funt minus difficultans rcduccndo ad mcmona ca qiic dicta funt prius in tcrrio dn prinnpali;qa antecedcnsct confcqncns non fu munturin prefcnrirut fi^num:fed ut fignificatumpro fignificato adcq ro corum.Q Etidco dicinir ad primii ncgando coifu confcquctia fit boiia c t cfl d ' I» C pflt i cc fls fifl mc \P ne et rf di dl o admirtojct dico <p d j poi i ce f fignificato adcqro ultmto aiitis.l.q^ n* f p6 fit ucra cr cp n"* f po 6t cr bcc c pufl\bj!c«il Et p idc argu mctii dicit ad no d^* b6a:qa pot frarc op"' oms cu aiue ad uncllcctu datu.ftar cnij cp nulla jp6 ncganua fit ncq^ affiimatia cu ftct nulla fpo firocm cc.C[Tti diat" ad tcrriii cp p6t frarc oppofitu jntis cQ antc:fcd no di co i ucnratc ncc i ftilfiratc: qa illud c fumcrcariscto"' 3riris:ut fignu ct ri ut fignificaru.fufficir cni q? i"* ftat fiP nulla^p6e.n6cni fc^t" i" fpofitio h poiTibincrgo p6t cc uera ncc fc^t illc f pocs fut pollibilcs.crgo pofTut ce uc rc:ur p5 dc ilris duabus.nuEa f p6 e ct n* jp6c:!'cd bcnc fcquit^illa fpo c poflibi!is.g^ pcifcficuradcqrc figni ficar p6t cc,nulla cni ,ppofit6nem cc e poirib ilc.ficut ifta adcqte fignificat HyS^fortc aliqs repbcaret fic figno bacDiii^n' PP^^-g!^ abqua f p6 c ct uolo fbarc cp c bona.qa n6 p6t cc ita ficuf adcquate fignificat^p aris^quin fitira.-ficutadcqte fignificat'' p Dris. crgo c bona.p5 ^riaier aris f bat":quia 110 pot cc ficut adequatc fignificat" pcraris.ergon6p6tccira ficutadccj tc fignificat" p aristqn ita fir ficur adc quarc fignificat^p om.x^ a fuperio ridiftributoadfuuirenus ncgatiuc ct aris j)bar":qa 16 p6t ecaiis ueru fic fignificado.g'* no p6tecita ficutadc quatc fy^^nificat p aris*(? Ad bec rc Iponder^p" qcqd fitdc aliisncgado ?ria5 uInma/,!:6 p6r cc aris ucnj.crgo n6 por cc ira:ficur adcquarc fignifica tur p aris cr capicdo logicalircr ly uc lu f ipoc ucr{i,licut no fcqt umucr fafra^pocdcterminis Se IrcntSm'» Ut^^imponisad fpocm dc tcrminis cd fimilibus p* itenrois uFimponis: quig cnim nulla jpp6 eflct in mudo aduuc poflct ec ita:.p dcus caicc fcqt" non e ucru cpdcusc,crgon6eita cp deus e femp capicdo ly uci u noialV jp jppoc uera:cr quis nulla jppo eflct uciaad^ buc ect itarcjj dcus e: ctdctjc 6 ct ncccf fario c ita q^ deus c Sed bic forrc aliquis qucrcrcr:quia inrellccrus ad bucn6qiiiefcir.capio banc fponem mcnra't m foncs non efr qucckin mcnrc forris dicrum cfrq^bccpro pofirio cpoflibilis cr 116 porcflcuc ra:fed conrra fi hec jppofino c poflibiP crgoporcfrcfliciraJicur pcrca^ adc quarc fignificat ♦^inPcnat crgo qi fir ira ficut pcr cam adequatc fignifi catur:f5 p ifra adcquarc figniCcat qi for.nd e^ergo p6r poni in ec q? Ibr.no fit ponat^ergocnabocicc^cj; i educ ;ppof ncncs non funt icon.pofl"ibiIcs immo mutuo fe fecunrur m bcc cau tuncarguo fic Sor ncn c.ergo ifra f pofirio Sor.non cfr.ncn efr in mcnrc for.ct odu r n^n efr.ergo non cft ira ficut per cam ad equatc fignificatur crgo uidctur (p ri poffit cfle ita ficut pcr eam adequatc fignif cat^.crgo ri folu5 non pptxJQr ucra immo eft im pofl^ bi!is« flHoc argumetu pofl^ cui libetprediao ^ ccnfimat6e ctrepli catoe f uo mqdp adaprari cr cfr grara repIicario.dAd becdicitur prcluppo fira laudabili protefarionc qjbxnft capit^rcrminus fecundc inrct6is:pro ut cft fignum:nec pro ut cft fgnum figni.f^ profignificato uFpro fignifi ciibili coplexc «btcni puffcm^log^ ftfficJ tSt^drcSloCM&c ucrboru3 ep cc"* f carra ct matcnc f incaufcro d fufficcrct4rEc io CLi dico (p i^* jpd fon u cft i mctc Sor. c polTbilisiqa p6c ce ita ficut pcaadcq c fi^nificanita i tclligit^f pot ch ira qj for.no fit nec dcbcf poni in cc hoc toru.f ita c ficut pcriftajppocm adcquatc fignificat' O3loco*dcly fpoem ponat" fignific4 tucopIcxLict fuffic.t.ct pcrboc p^qj tunc noiplicatcotradictocmrqa tunc no fcqt" qjifta ,pp6 fin (jTSecudo pri cipal\ atguit^corra f m dictum magi ftn de ^iii bonarqa cx f fequitur cp 1* onn non cfTet bona ancbnftus i baf rgo aikbnftus cft aial.et daco q^ nncbriftus no fic nacus:qa p6c cc :ca fi cuc SIGNIFICAT – H. P. Grice: IO INTENDO CHE… IO SIGNIFICO CHE… --- fignificat" p ans.l^ de ficco no fic ica ficut adequate fignificat pcr 3* quia pof cc q? anchriftus fit boijuis n Uc bo.no ncc aial cii no fit b5 pcr cafii ^J~Huic dicit" cp diffmico 3 jc bonc h lntcUigcnda in fc u copofiro dcrcrmi natc tota aducrfatiuarct no folu^ pri niam partc mo iioc totu no c po(Ilbi'c qpancbriftus fitb6:g[uis n5fitaial:qa pofiai i ce iplicarec c6:radict6nem:fi; fiiy potdc fcnfj copofito cadat fo'u5 fapra prima partc aducrfatiucrtunc dicta aduerftruia c ucra: fed no c ad propo.itulf Hcc argumcta potuiflfct poni in tcvtiodu' pricipali fupius po fito d ' diifinic6c onc bonc.f^ nolui tot iuucnibiis darc in pricipio nc feftidi rcntJ bi f ni b ibc: cp difFinirio onc ho nccitcUigeda ifcfu c6poico:nuc auc cp tcrmmus modaF d^ dcterminarc tota diffinjti>c5 ct tota aducrfatiuam in diffini:6c ^nc malc^jaa m igiftro cxptcSc ponitur m boc loco fu4 mii tiodrcadifrioitScmDncmalein quo fenfucmrclligenda IfScd niicteir rio pricjparr rcftat arguei c c6trd ba* rcgulas:ut ucritas caru oio pateat:et arguit" cripfr prio ficaliq 3 la c bona cuius aas c po(fibi!e:ct ^.is ipoffibilci crgo rcgPa falfax^^ cf ans jpbat^i'' 3* cbona.6rcurrenscafinus»g^ oecur rcns p6t cfTc afm^qa cxponctcs anns infcrunt cxponctcs D.itis. fcqtur cni5 formalV currcs c afinus.crgo cuircs pot cc afmus ab cffc ad poffc affirma tmc et finc diftnbut6c et fcqt^nibil e currcns:qn illud fir afmus.ergo nihil currcs:qn illud poffit ec afmus, quia quicqd c talc p6t cc tale.g'^ totu ^as feqt cx toto antc.g'* ^ria c bona ct tri ans c poffibilc ur^ ct ons ipoffibilc* qa fcqt" omnc currens p6t cc arnus# omnis bomopotefteffccurrcns.cr crgoomnisbomopotcftciTc afiuut c ipoffibilis.crgo aliq pmiffaru:nd min jr.crgo maionet :>ria t^ m prhno primc figurc.tfSccudo fic i* yih eft boaaliqfcurrcsp^t ccbaomnccur rcnscafinus.crgoafinusp6t cffcbd ccniindifamis:ccari5c poffibilccu^ fit una co^ cuius utra^ ps c poffibi? ct n^* alteri ippflibJis ct :>ns ipoffibile« crgo ct cc. 4[Tcrrio f ic boc c ipoff bi lc crgo boc cfc impoff ibilc pcr utril quc boc demon crando confequc* aris cfc poffibile.qa fignificac oio ficut p6t cHmo ficuc dc facco c:ncc affcrit fc ipofi' bilercc 3ris rpoffibilc^aaffcnt fc cffc ipoffibilc crgo ec ce.ijAd bcc tria p ordinrm rrinad primu ncgadg cpifcay ficbonancc cxponccctan tcccdcnris ifcruc cxponcccs ^riris. qa r' exponctcft^riassi* ctrubjl o uct pStcffccurrcnsrqniHud poSfitco afi nus ct bcc c l\\ a ct ilta non rcquitur cx fcciida e> poncntc aiitis^no ci 115 fc quic rtibil c currcs ^n illud fit afinus crgo iiibil c ucl p6t cb curi cns:^n iUdf poifa ce afuius:quia arguit ab cc ad pofc negatiue uel faltc diftnbutiuc. ^Tld fecudu> diqt 9 ifta Diia no c bpna nec c in difamisiquia mcdiuni brius fupponj t m maiori ^ i minori ii inidligcndoquoad fuppoficoemfed quo ad fuppofita.na3 m maion ly cur tens fupponii fcurrcntc quod c uel ppt efTe fed mmori folum pro curren f C qi ciied henc fequit^ubi minor fit talis^ currens potjcrtc aftnus:fcd mi nor c ipoffibilis.€Adtcrrmpotcftdi 0 primo cp regul i inrelligir cp 3ns n6 X ^ffcrat fc effe ipoffibilcrficut m prccc ^cnn dubio dicebaturrubi Jiis non af /fcntfcnccconccdcdu^alitcr poff^di A^aucbnsfign ficat prcdic:ct tuc )j Bon adraitritur uel ii6;et tunc ^iia n il i boiia necar;^;uit a conuertibili ad 1 ^nucrnbilc:ut dixi dc infolubilibus* j I g Aliter pit did q? regula p6r itellig? ( irdc ipoffibib ut fignificaru q* non cl t ^ '1 talc pcr rcflcxionc,primum didt pp n lliftam impoffibilc e.ergoipoff:bile cft« i PP ^ff*^5  impoffibilc.crgo boc fl|biimpoffibilcc6tinuc dcmonftrando 8 ':«onfcqueni. ^i^^^£ClMO DVBITAt- ctdcda 7 c^i^^lSl^^M^^S"'^ fintucreX fi3na l>ona:et aiii i ncccffari rum.cTgo cr ins c ncccffariu: ct fi ^Oi W u6 lit ncccffanu.crgo ncc antcccdi»* fr Huicdidt^^funt boncutplanc dcdudtur a Sn-odo fupplido tmitaf i onescocsquas cx fupenonbus coHi gcrc porcs.^ Solu ergo arguanir c6 tra rcgulas nripli iter primo fic i ^ c6 fcquenria c bona ois ho eft.crgo 1 b6 cctiftcbomocctficd' fmgubp.ctm ans efr ncceffariu^ ut pntet fic fignifi cando et confequcs c coringcs.cu^ J it una copulariua cuius quclib^pscco nngcs et nulla altcri repugnat.crgo rcg^ule falfcquod aur ^na fit bona ar guitunquia fi no e bona fret oppofirii Dnris cum anteXqj nec iftcb6c nec ifte bo ct fic dcf ngJiIis ct tamc ql b^ homo cft.lTScd cotra fequit" ncc 1 * homo cfr nec ifre cft ct fic de fin^^u lis.crgo nullus homofcetfic ftarent duo contraria fimuJX^ui^iber borno € ct nullus homo» <1 Secudo fic x^orm mcntalis ebona dcus c.crgo hcc e uc ra deus c ct tamcn ans c ncccffariu^ uvi ct :)i?s conringcs:quia .frat cp hcc yp6 no fit et Dritcr cp n6 fit ucra^f^ q> ifta3&fitbonaarguit ficquia con tradictorium ^ntisrcpugnat arin\f dcus fit et cp hec pp6 mentalis n6 fit ucra deus fcquia ifta non poffunt 'co fimulucraquod probatunquia fi n5 dctur oppoficum cp poffint eflTe fi nul ucra.ponat'' crgo in cffc cp fmt fimul ucra rt arguo fic.if*^ fut ftmul uera ergo ifta fun: ct fi funr fut yp6es mc talcs^crgo naturaft- figniftcant.cr|?o bccdcusefignificatpcfe deu^ cnTc crgo e ucra quod e oppofiru alreruis parris Tcrno nuHa ,pp6 mudi c nc ceffiria ncc p6t cffc ncceffaria.er^To regulc iftc funt inanes et uane ct aris arguitur ficquia fi qua cffct nc cciianapQtiffimuj cffcthccfpofiti« Magl. A.7.7a dcu9 6 fic fignificado preaCc il S j c5 tra fibccfpoitiocncceflaria ct bcc ypofitioetbancfpofir6cm elTetfunc idcmxrgohanc poncm cffe c ncccf farium.3ns c fili iimrquia hanc f pofi tJonem cfle c:ct banc j^pofitionc^ no cflc p6t cc.ergo banc ^ofitoem eflc, » ccontingc«,crgon e necefllinu^Kd bcc f ria gradati^ refpondetur ♦ ad pri mum negado ifta cofequctiam eflc bonam et admirto ftarc oppoitu^ c6 fequctiscu anre. "«cp qIil)Ctbomo eft tt tamen necifte homo e;neciftc h6 e:ct fic de finguhs.et cum djcir ultra nccifte bomo c:ncc i^bomoc.ct ficdt fmgulis.crgo nullusbomoe. didtur ncgando 3nam;fcd oportct addcrc S bitum mediu.f ct ifn funt omncs ho minesmafculiquod ncgat^tanj rc pugnans non tanq ucrum:^^ fu^ ob , figatus ad oppofitum poflibilc.t^ Ad fecudii didt" ncgando ifta :)nam cflc bonam:ct negat cp contradictorium Dnris repugnat anri:quia i* ftant fif fcu funt compoflibilia dcus fcct hc€ ypoirio noneucradcui c:qa ftat (p deus fitxt qjhec propo^itio nonfm ct cum dicit^ifta n6 poflunt cflc fimP ucrrr.crgo no funt copoflibilia ncgaif 3na:quia multi funt poflfibilia ct com pofljbilia.quc n6 poflunt cflc fimPuo ira:ut prius patuit i nono dubio: ficut ifta duo.nuUa ,pp6 i ucra.^ alia f pofi tio e.oi<i fpo cafFirmariua: nulla fp6 t ncgariua.ex quo p5 cp n6 ualct i* c6 fcquetia;hcc Copulntia c poflibilis.j^ p6tcfleucra. nec3iitcr i*copulariu« non potee uera.ergo e impoflibili*;* (TEx quo p^ (p aflignata bac Dria ht€ tioeucudeugc^cr^o dcusnActnon fcquif non p6t afis eflc ucrum fine »iite«crgo Dfla e bonaxt h.c lum cti do ly ucni f ut e paflio jp6ni6.f j pro pofuione ucrazcp cercum e q? non p6t ansbuiusDriccflc ucrum.ergo non p6t aris buiusjjn.e cflc ucrum line c5 fequcnte.CTPcr boc criam patct <p ly ucrum debet fumi tranfccdentcr ulf aduerbialiterin diffimt6nc ^nc bonc cum didt" ^iia bona e cuius p6t non aris cflc ucrum fme ^ntc quod magi fter Strodusaduertcs ut euitaret cj uocat6cm dc ucro pro f p6nc ucra:ct pro ita cflc dixit diflinics ^riam boni cflc illam in qua non p6t ee ita:ficut adequate fignificat^pct aDs:qn ita fit ficut adequatc figni icat pcr ^ris.pj ctiaabudpulcbrum (pcu5 coitcrdid tur ^ria bona c cuiuR oppoitum ^rins n6 p6t ftarc cii aritc:et ^ria maU e cu ius oppofini ^riris p6t ftarc cum aritc non intclhgit dc poflc ucl non poflfe ftarc fimulin ucritatcifcd in puflfc ce ita uel ri pofle cc ita:ficut per ifta adc quate fignificat''.i.(p ^jnncataadcq[ ta fmt compoflrjbiha. VAd tcrriu^ nc gatur aris ct dico cp \* ^poino dcus e eneccflTaria^etcu didt" bcc jpoitio i nccc{raria.et bec jppofirio e:c bac jppo fitocm cflt.ergo banc propofinonej cftc cfr nrceflarium, ncgo argumca tum nec ar^ruitur refolutorie: quia ^ris n66 rcfoIubiL :fcd off^iaabile.ct fi quis uell t cp !y nccefl*<irium in omc fit adiecriuum fubftanriuc fcntum dicifurnegando ^rianrfed fequifur per bancppofirionc eflec propofiri^ ncccflaria.(f"£rfi<tofurfic quehbj propofirio mundi conringetcr fccrgo qucIibct:propofu6 mundi e contij^e« Beg«tuf»fgit!ttfnril.qTiclibef enfnj p. opofitd mandi c ct pot non c6.crgo connngenrcr act tame non omnis f polirio m iindi c con tmgcs^ C Propo iitio cnim diat' ncccflkria ucl contm ges ut fignitkatu no fit rcs ncccf lanatfcd n6 pot non cfcficut adcq tc fignificatur ucl quia p6t cflTc ct d ctficut pcr cas adcquarc fignificat', iTEt pcr hoc p5 cp non lcquit" bcc ^ pofitio 6 ncccffana.ergo bcc jppofttio ncccirario c ncc fcqtut hcc jppofitio i impoffibi!is.crgo impoflibihtcr c/iR tcr ncc fcqui^ bcc propofit6 r\ccc((k rio fecrgo bccf p6 c ncccffaria .dato €p cclum imponatur ad fignifican du zc fedcrc aut tc cflc adcquarc qf fatis6porribilc;ficut ad pladrum fuC impofitc figurc Iirtcrarii ccrriscaraG lenbui imcatcc t cc» [^KDECIMO DVBlTa Ptur drca undeamam ct ^iduodecimam rcgulas* ^^r^^^f^' Vtra fint ucrc.f fi 3na i bona et fbrmalis et ans e purc ncga nuumons fimibtcr c purc rrcgatiuuj tt fi confcq:icns fit purc affirmariuu ahs ucl alijya pars antis c purc affir fnanua*C^cfp6dct'' qj regulc clarif fimc parcnt ce bonc i Iittera femper i ""fclli^^cdodci^iiabona etformalifim i»plicitcr fcu i fomia quc fi c bonaxt ii^uclbct confimilisformc.ia qua fm ^ulircrminifimilcsfrcfpcctus habct I • bonarf iGuf in h ttcra ponit'' ciccpfu^ , ^ ! lit iTns duabus^dcus h6c.crgodcu^ c ^ |Sor*noc.crgo Sdr.c.cemim eft q? fo, /iwn uafcrxTgo nec prima uafj dc fbr uenit ans ftr piff c ncgariufi: et > ^ purcaifirmanuaj Ncc rcqnt^ad iioc cpDnefintfimilisformcqi ans et3 ii fmr fimilia in ueritatc ct felfitatc nc ccflitarc ct cotigctia poflibilira c ct i poflibilitatc:fcd fufl^icit cp intcr aris ee 3ris fit fimilis babitudo argucJi:ficuc in dicto cxeplo c boc adito cp arguaif in utraqiancgariuadc tcrrioadiaci te ad affirmatiu^ dc fcciidp adiaccn tc dc cifdcm tcrmmis uPproport6abi libus^I Scd c6tra bas rcgulas ([ ttuof argumcta taftgunt^a magifrro i lit tcra,quoru primu ct rcrriu clarifl^im* foluta funr:fc:d ^5 cr quarru non ira fo. lutafuntcpaium oio quiercnr^tflDi dtur cnim ad fccudii q^ i"" Diia non e bona n6 poflibilc c n6 ec.crgo ncccf fe c eflc:quia opbrrct fupplcrc mcdiii nffirmanuum.f.cr ifrc funr jp p5cs fub liltcmatc$:quc rcrponfio uidctur am bfgua ppca cf fmc aliquo fupplcmcn to non pot intclligi ita efcficut pcr an f cccdcns adcquatc fignificat" ; qn ir« firficurpcr^iisadcquatc fignificad' prcfcrrim quia in diffinit6c ^ric bonc non fit mf rio dc ppofirionibj:!^ figni ficatis caru:ct i / f)dci n fit mct6:ni fi S rcbs cu dicimus neccflc c boc c« non p6t hoc non eflc* (JT^^Ea rcfpon fioncm eriam p jnit.d.cf ly non tcnc f ur inSnitc et non ncgariuctrt fic ait tcccdcns c affirmariuum quc rcfpon fioeriam edifficihs-^uia ncgatoncsl matcria cquipollcntiani non tcncn^ inSnftc:etprcfcrtfm iftcquarum ui goiT fit cquipollcnria.quia ncgo infi nitando feccrct propofit6cm diflimi lcm in fubiecto ucl prcdicaro:ct fic d fkieret fimikmifcd ^fimdem cuiui Magl. A.7.7a opporimjrcqMirit ad cquipoHentidj ideo fortcdiarur cp noeftnegatiua ilta no poflibil: e nun effe.qa m mo dalibus ucrbum modi indn ti c par» principalior,et ideo fup ipfum ca duntdue negatones que ipfurpaffir mantfitfp6affirmatiua.(3^Scd nec ifra refpoiifio fatifficinqa tunc i* cf fct negariua pohibJe c non cc/imiR: i * alia impoffibile c non effc fimihter i* tumapisno currer^:definisn mo ucri ct riTiihs *il Propterca dico afr cp ift tcrmini modalcf:ficut dixi pn' poffunt fumi rripl citer (QfPrimo j propofitonibus poffibilibus neceffa nisrctcretficfumedogrima refpon fio maqifrn c uera «CTSmido poffiit fumi pro enre poffibili ucl neceffano et fic fum ut trafccdetcr^re poffibi bA Tcrtio aducrbialV pcffibilc f pof fibilitcr:ncceffiriu5 pro neccffario.ct ifti duo modi fcrc coinciduntqa am bo funt rcalcsnnfi q fumcndo pro rc rcddunt fuppofitu ucrboTcd aducr biabter cofirmant qct inucniut:ct Ari ftotclcs potiffimc lumit aducrbialV. unic idcc diccrenecrffc cdcum cf fc.ct neccffario deus c.SimiIitcr non poffibilccrc cffect non poffibiFr tu cs.ct pcr boc patet q? ifta non c ncga liua n6 poffibi!c c tc no cfcimo c «ffir matiua:ficut ifra non poffibilitcr tu n cstga due ncgatonc^cadut fupcr ucr bum pnndpa!c.(IPoffet quarto dici q) non cft anqua ppofitio in uoce uel i fcripto quc fitaffirmariua uel nega Cua:qaaffirmatoct negato funt act* mcnrisdf^ uerum c q? in uoce c alqJ fignum ta!iR aaus affn mariui uP nc jariui mcntaliiiCt ipropnc pot di9 «ffirmftr 0 ct negario m uoce uPi fcn pro p fubordinaroncm fi^ni ad fgni ficatum;ficutinrcnrio uolanutii^a git afpectu oculirang[ figno.lLEt fc cundum bocdiceret" qjinmcte fiit ducnegatoesfiuc d loactus negari ui diccdo non poffibile t non cffe:fcJ unus actus affirmanuus neccffiratis» ITe? c fimilc ficut illud aggrcgatu^ in uocc ucl m fcripto no fi ua^ jtum bec aduerfariua quis et \y no c qtum ucl:ct ly non uF qtum cret ita ly non poffibilc no fubordinatur huictctmi no!mctaIi neccffario.cligc cp grarius Quartamibi uidet mteg rrima I1C5 prio afpectuno iijtroducitis uidetur digna rifu.^Adquartu argumentii dicit magifter qj ifta ^na n6 c formar no c ita qi nibil c.ergo aliqd e qa op* Driris c imaginabilc itarc cum ahteX cp nihil c ct non c ita cp nihil e:quia fi nihil cffet tunc no cffctata cp nihil cf fcKncc cffet ita cp aLquid effcKquia ft njhilcct neq?fubftatia neq? accidcs neqsaliqufd nec aiiquaLter effetqf tamcn fequeret" fi concederet'' q^ ita cffctcp nib:l ccnauia fi ita cffct.ergo abqua^Veffet.dEgo riTc'cedcrcifta 3nam:finihi! cerj^oita c cp nih>Ic ct ncgo q; .>ris fit affirmariuurf^ c nega riuii confirmatu:qa ide^ c ac fi diccrc tur ucrc nihil c ct fic capirdo dca ^ftformali^^nccc imagiabile oppofi ni Dntisftarc cum aritc.nec tamcn fc qtur ita c quod nih I e • crgo aliquaFif rficutahasdixidubio feprimo:f5 bdi fcqucrct^ ubi ly ifa cft effent due pat tcstquaru prima effet aducrbium dr monftradi:ficut ly ficct cgo puto cg magiftcr fi€ «cccpit;« lunc fmc du* dicta yh nM ualcttficut ipfc dixiViS potcs diftigucrc dc ^ Jtc ct poncs cd cordi^in mtcr h4i rcfponriones « ^Q^^^S^^^VO DECIMO^V j^am ct dcdmaquarta rc ^^f^j^Ias. (TVtru fi funt uc t^c.rfi 3m c bonarct ans c fcitu5.crgo I ! ^iis 6 fdtum.fi ucro :):i8 c dubium.cr ' *'toans 6 dubium utrdtu cffc falfum. ^^CircahQcdubiutalcm ordinc^ob icmabo.vP'' rcgula Iimitabo Z** flucdam norabilia f dcclaratoc rcgu . lcmagiYtridiffufc affignaboiquc no I tabilia tnnaho numcro tcrminabo ♦ II I (Tltaip quo ad primii dico cp rcgulc (c p l infrafcriprishmiratoibufadditisfunt j ucrc:fcd cas primc rcgulc affignabo iV^t tu^potcris fccudc rcgPc pcr tcipfu ' feojc adaptarc.fit igit' hcc p'* rcgfa. CSI CONSEQ.V&NTi A EST Bo tia. (tQuia ifnus ^nc m cs h6. crgo df us non fcans c fcitum ct no h id rurqa m b bona. ,^ FFIRMA11VA-<TQ uia iftius non fi tu cs bomo tu cs afmus quc e bona cu cius oppoita fir mala:ans cft Cdtuct Dns n6:ct hoc c qa c ncgada* ^SIGNIFICANS EXCPMPO firionc fuani partium. iiQuia fi i * ona tu ^shomo.crgo fucs a^mus to ra fubordincf uni^ncbonc antcct 9ntt fignificannbus ut prius.tunc cft bona affirmatiuatct ans e fotu ct / ncfbrum. dPRECISE PRIMARIESIGNl ficanrium.(jQuia ubiccotm iftius ^fcquctic tu cs homo.g^ f u CS aiaLfo uruWrdinciTmcntali cuipriusoio figniTic^doutprius^cf fifir ai5sAd c8 fcqucns prccifcfigmficct rc^cifc afi num.tunccbonaDiii affirmanua fi gnifiams c x compofitoc fiuru^ pirri unvct tn aris 6 fam ct ij^ja falfi) ♦ ^SClTAi flQuiaruftiais ^ no c6cc dcrc t fc clTe aial buius ^nc bonc cu^ cctrrislimitatonibus prcdicrisXtu cs bomorcrgo tu cs aiaUbrct ans ct no fcitct Dns:qa ^na non c fcita. <rMERiTP TVE COGNITIO nis.<rQuia iftius^ricbomo cumt crgo antropos cumt.crcditc cffc bdc quia (idcm prcbcs ftdc digno cp cft bona aiis c fcitu a tc fcictc folu lati"* ct Dns ncfcitu:qa no c intcllcctu a tc « CET NON DECiPERIS IN Crc dcndo cx ucro fcqqui (alfu in confc qucntia bona. vQ uia ubi crcdcrcs cx ucro fcq falfuiet crcdcrcs firmircr tc cflfc bomincm ct no ataltunc i* tu cs homo.crgo f u cs aial cflct bona ga fic firmitcr crcdis ct ita c ct mcri fo tuc confidcratois cu tota Diia fit la tina;:tfic dccctcris limitatoibus pn' cnumcratis.et tamcn aris cflet fciruj a tc ct 3ris non:qiiia no crcditu.ct boc idco:qa dccipcns in acdendo. Ex uc ri)/cquifelfumin3nab6a ctformalu €et ANTECEDENS PRINCI palc. ^lQuia iftms^Dric cum omibus Iimitatoibus prcdictis^vcrbi graria.fi tu c homo m cs afinus*crgo fi tu cs homo tu cs afmus cum arguatur ab codcm ad idcm aris non prinripalc 6 fatum/.arisaritis:ct3ns prinopalcc ncfdtum:ct hocqa aflsprincipale cft ncfatum. fEXPLICITVW VEL IMPLICr lum 6 fotum «l^ jihquo, tTQoia ifri'' ciii Early European Books, Copyright© 201 1 ProQuest LLC. ced by courtesy of the Biblioteca Nazionale Centrale Magl. A.7.7a X^t bone rum omibus limlfatSnibu» prcdictis^nifitu esaial tu noncsbo. «miccccicscfcitu ftucsanima' ctc6 fcqucns nrfcitu:et boc quia iUud an tcccdcs cxpli itunon cpnnapale^fj boc impliCKu tu non cs aial pp nega tione inclufam in ly niri:quia non nc gat notam conditonis fed ans.ct idco ans principalc implicitum c ucfatuj* ficut ct om i ncfcitu. (It CONSEQVENl NON rcpugnat cffe fdni* tfQ.uia ifriusco fcqucnne bonc cum cctcris Iimitano nibus prcfcriptis boc c nefcitum.g^ boc 6 nefcitu per utrunq? hoc demi ftrando Dns ans eft fdtum ct Dris no quiaipfumeffe fcitum implicat cuj fc affcrit cffe nefdtum. fiRr dc i* boG eftribidubium.ergobocc ribi dubi um pcr utrunq^ boc demonftrando ns/imifr de i* omis i>ropofit6 fata e affirmatiua*crgo nulla propofito fci Xa 6 nc^atiua. CtET NECANTECEDENSNEe ^ns fit ^pofit6 plures. (TQuia ifrius 5hc cum aridicris Iimitarobus bruncl lus cafinus.ergo bruncllus ncnc ri fib;Iisanteccdc8 c faru:«^t tamcn Dris ut m obliquo c n -^fanifed boc e quia k f po^it:o plurcs ct non quatenus e propoi t6 una:tam :n ut c 3rit diac c4 fequcnrie c fcitum:^a ut fic c i rcao quiaaVtcrnon enrt^ria ualidartame qabcc^pofito iobliquo efalfact nc fdta ct bec c ^ris 05 cocedcre qp illud quod c 3ns cft nefcitum idcmpnce ct jiQnibrmcViter. (fcONSEQVENS PRINCIPA lc j(fQuiaifnusDric bomoeafmus bomo $ rugibikergo fi bomo cft »fi flTJS bomo c rugibilisrqne c honn D/5t cum omibus prcnotans hmitaL^bui aris prindpale c fcitum:ct tamcn >rif e ncfcitum.qa ifta f pofit6 bomo c ru dibilis c nefcita:ct il ta propopoino cft nt.ergo ^ri» c nefcirum: fcd no e prindpalcfcd fecundaria:qa e ^ris ci fcqucn is prindpalis ^ric: ''^ dEST SCITVM AB EODEM, fl Quia non oportet q? fi alicuius c5 rrqucntic bonccu^abis prrmiffisco ditoibus aris fit fdtii ab angclo q^ M% fit fatu ab bominc ([ Poft bec pnmo nctandu5(pubifiat3ria bona cuius ans fit iarinum ct ^ris grccum i qua plenam fide5 b ^bcas tp fit bona ficut dci* grariacxempli bomocumt.ct go antropos trocbilunc p6t probabi bter did (p 1* Dna c fcita a tc cffe b6a ct tamcn no c fcita a tc:ficut ctia con ccdit Tift)cr in fccun Jo cafu dc fcirc ct dubitarc (p aliqua propoirio fdtur ce ucra quc tamcn no e f . itatfcd du bia u* ifta boc c uerum dato Cf per !y bocdcmonfrrctur illud iftoru rcx fc dct ct nullus rex fcdet quod e ucru3 fcd ncfa is quod demunfrraturrkyL nefds q; iftorum duoni c ucrutfTuc fcis ifta boc c ucrii cffe ueram CU5 fci as iara prcdfc figtiifirarc.ficut c pet cafumxttamcn ctibidubia:qa qua litcramqa fignificat tu dubitas.nam fiuc dcmonftratur ifta rex fedct fiac nullus rcx fcdct bec cft ribi dub:a bo^ e ucrum.Ita ad propofitum dico cp fdo dictam ^riam cffe bonamujuia firmitcr ipf im acdo cffe bona5.et ir^ feergo fao dictam ^riam effe bonamt ct tamcn non e fdfa:quia non e intcl leo^ babicudo ?oris ful «01 cum non «M.lJiri^llll^ WSr Early European Books, Copyright © 201 1 ProQuest LLC. Images reproduced by courtesy of the Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Magl. A.7.7a poffit infcBigi irta habitiidoniiTi m tclligarur anrcccdcs ctconfcqucs quia intcllcctuscomplcxus prcfup ponit imcllcaum fimpliccm liuc J comp!cxu5. Er fi d atur quid rcgri rur ad hoc con jcquc nrja uFuna propofirofit fcirayKcfppndco cp rcquiruntur tria.C Pnmo q^ ficut pnnapaft- ifra fgnifica': fciafigni icare ipfa.kiCo a puro larmo n c fci ta pr6pofit:o grcca ucl hcbrea . Sccundo qjficut prmcipalitcr fdo iftam fignificarc fic fc a cfle. idco ifta propofirio bomocft afmus ucl filia ri c fcirallTcrno cp non rc pugnct iftam fciri.idcoi ta propof tio hoc cft ncfcitum fc dcmonfcra. ta non cft fcita ab aliquo.(I Etidco ad propofitum rcdcundorquia coii fcqucns prim.^ conrcqucntic factc cuius antcccdens cft lamium cr c5 fcqucns grccumtficut ipfum prin palitcr fignificat ncfdo ipfu^ figni ficarcidco ii ta c6fcquefia n5 cft fd tarquia habitu Jo non porcft intclli gi intcr aliqua no mteUccM cxtrc niis.Etproprcrca non fcquitur in bac matena.ifta propoitio cft ucra intcllcaa a te.crgo potcft cfli fdta •baliquaStatcni^cpribi dcfittcr , tia condiriu.ficut patct dcifta hoc eft ncfcitum quc cft ucra cum prc ofc fignificctrficut cft et fc non fal fificctctcft intclcctaatc cum fit matcriclarinar-f tri no potcffc fci ta.-q uaiDfam fdriimplicat contra diction:rm proptcr rcflcxioncm cii fc iiSem cifc ncfdtiimflNcC fcqui lut econtra bcc propofitiocft fci ta.crgo potcft fcm cffc ucra:ut p3 dc ifta hcc propofitio a nuHo fcitur cffe ucra fc dcmonftrata.hcc enim n jn potcft fcin cTc uera cx rcflexi onc ct tami potcft fciri:quia habct trcs conditoncsaffignatas : nifi for tc dicarur cp fibi d^ lir tcrria.ct hoc nonrquia riaffrrit fcccncfcitam:(5 ncfciram cffc ucram .CTdcocorc laric cx dicris fcquirur cp cft aliqua propofiro ucra qiic a njllo porcft fari: ficut ifra bcc propofird a nullo fcirunncc obfraLdiCtu^ cpnih lfd tur:nifi uerum: quia Iiccr omnc fd tum fitucrum:n6ramcn om icuc ru5 cft fcitum ucl potcft cffc feiruj Pcrrus dc Mantua non uulr rcqui ri iftam conditioncm ad hoc (ppro pofttio fit fcita.undc didt cp non fc quitur hec propofitio cft fata.crgo ficuti^ ,pp5 fignificat fic fcis ifta ft gnificarc:jt ficut iium principali tcr fds fignificarc fic fcis cffc cr n5 repu^nuifra^ fcirirq jia fignoi^r^ Adam non cfr quc cfr fcita a tc:tuc antc cdcns efr ueru ct confcquts falfurquia non fcis ita cffc f icat fcis iftam fignifi 'arc:quia ifta n5fiTni ficat fic ucl ficcfic: cJ ficnon ef fcquia Adam noncfcrffc:fcd bcc «cutic^cff fumus ucrbjmm:quia pcr fic effc itclli^itur aducrbialitcr uere:uralias dixi in prorcftationc laudabi'i.ctpcr n6 fic cffc inrclligi tur faifc uel non ucre.crideo fico cpAdamnon cft:quia ucrcadam non cfti idco ifta figmficando Adi Ctuiic I Magl. A.7.7a tion cflc figtiificaf.ricut cft ut, fpcctat ad propofitum.iJfPcr bcc crgo diCta poflct ad argu incntum magiftri m littcra rc IponJcricum pnmodicjt fortcs cft.crgo iltc iftorum trium cfor tcs. llta confcqucntia cft bona fcita a tc cflc bona ct antcccdcns cft fcit um ct confcqucns ncfci tu5. tf^ Huic poflct dia q; iftc mo dutargucndinon ualct nec cft rcguIa.undcduofunt boni mo diarguendifimpliccsin bac ma tcria^clduocompofitict fallaccs 41 Primus bonus cft iftc. Ifta c5 fcqucntia cft bona fata cffc bo na:ctantcccdcnscfr fcitumcffc bonum fiuc ucrum. crgo confc fl^J2scft fatum cffc ucrum. fi Sccundus ctia^bonusctfim plcx: ut prim' c iftclfta cofcque tia cfr bona etfcita ct antcccdcs cft fdtumxrgo confcqucns cft fcitum.d Et boc fcmpcr fuppo ncndo limitationcs predictas « Scdiftiduo modimixtifunt&l li.iTPrimus eft iftc.Jfta con.'c qucnriacftbonafcitacffc bona ct anrcccGcns cft fatumxrgo co fcqucns cft flitum.patct m cafu magiff ri anrccedcns cft ucrum ctconicqucnsfalfu}. fimilitcrin cifu Tilbcri fupcnus allcgato fcJicerA.cft ucnim ct boc cft uc rum.dato (p.a«fii illa quc cftucra dc duobu!>.c6tradictoriis tibidu biis«(] Sccudnsfdlfus ct mixtus tCtiftCflfu^M cfc bonact fuca et anceJcns cft fotuni cffc ucriS gf Dfls cft fotu effc ucru.p5 dc i* boc cft ncfatum dic ucrum . crgoboccft ncfcitum cffc uc rum continuo dcmonftrando confcqucns • Vbiautcm arguc rctur ficm cifu magiftri . iftii confcquciitia cft bona fata cf fc bonaxt anteccdcns cft fcitum cffe ucrum.crgo confcg]y[cni. cft fdtum cffc ucrum lU i unc conccdo totum.fcd non /cquuf con/cqucns cfttoum cffc ucru# crgo confcqucns cftfatum:ut prius patuit cx doctnna Til bcri dcjfiajjropofirionc boc cft ucni ll Hoc notabilc uolo induxiffc bic ad introducrioncm iuucnu^ in raatcna dc farc ctdubitarc: utfic prcdifpofin f acibus indu cantur ad maiora .^ritfi ai-gu cretur fccundo modo ct bono fu pcrius affignato. Iftaconfcqucn tia cft bona ct fdta ct antcccdca cft fdtum.crgoct Dnscfdtum cttamcnconfcqucnscft felfum quiaincafu nTagiftn\confcquc§ cft ncfcitum 4[Huic diatur q> aliquid potcft cffc fdtum dupli dtcr.falicct notiria difnrcta ct confufa.fi loquamur dc notitia confufa,fic ccnccdo totum confc qucns et confequentia^ ncc boc repugnat caui.li ucroloquamur dc norina diltincta.fic ncgaiur : cp ifta confcqucnna fit fata : qma fibi dcfiat primo condictio rcquifir^ boc q^ propofitio Gi ihcgonca ?ipotbcrica fit fdta: n:fdoquid ifra confcqucnria di fnnctc fignificct abfo^utc cum ncfciam quid confequcns figni ffcctfalrc abfo'urc fic ut patrbit i fonotabili fequcn •(] Niic uolo notarc aliqua alia pro decliratio nclitrere m.igif ri quccft faris ambigua et ufque in bodiernuj dicm a nonu.lis impugnata . ^Secundo notandum eftcpm primu cafu magirter uidetur i plicarc conrradicrione.uult eni^ cp quocuq^ ifroru dcmofrrato du bito an illc fit fonct tri fcia quod pcrly hocdemonftratur fortes: immoconceditquod quocunq? iftorum demonftrato dubitem anillc fitfortesct tamcnfdam ^ bic cft fortes dcmonftrato for te. Et licctuideatur contradictio tamen m rci ucritatc non eft : ut in hnc ofrendam.CTQuidam tamen pro hac contradicrionc tollcnda dicunt q^ duplcx cft dc monff rarioruna ad intcllectum : «Iia ad fcnfum inter quas hec cft difFeicntiaiquia perprimampof fumus demonftrare poffibilia ctimponibfia.pcr fecundam ni fi poffibilia adhuc non omnia fed folum cxiftcnria. Dicunt cr jro qj magiftcr intelligit qi ftat quodfds quodiftc cftfortcsdc monftratoforrcfalicct ad intcl Icctumrcttamcnncrcics aniftc fitfortfsnmmodubiics quocun quedcmonftraro fupplc ^d fca fum Cli^ refpon w biibet bo na ucrbarfed non ad propo fitumrquiaut ofrcndam ftan te cadem dcmonfrrntione fen fitiua ucl intellecnua aJhuc y magiftricucra.ct nimisfu iffct occupatus iftc mag/fter qui fic cquiuocando nullam buius duphcis dcmonftratio nis mcntLonem fcciffet in lit tcra.<ndco dixcrunt abi cp prc rcr difinct oncm diaam opu« cfr alia fcilicetcp dcmonftra tiofiucfcnfiriuafiue inrellecti ua eft duplex fcilicet confufa erdifrinaa. Etboc cft uerum apud eosqui uolunt quod pro nomen dcmonfrratiuum pof fit aliqd demonfrarc fub rario ne alqua communi confufk uclparriculan^od pronunc concedo. (THoc premiffo di cuntcpmagifter intcllcxitdc demonftrationcconfufa quan do dixit quod fcit quod boc cft fortes dcmonftrato fortc fdli cctconfufe:fcd nefat qJ iftc eft fortes quocunqnc^ dcmon ftrato.f difrincrcG bcd bcc po fno ficut poirio p"* iponit ma gifrro aliquid qi lirtcranullo modo fonat.lta qdhccdifrin crio CU5 littcrd magiftri ucrc uidet": ficut duo idiomata dl ucrfa olo,ptcrea poff^ctfalua ri ftatc d^iTLQfrrato difticta ut oftcdaflPropterca magis ad mcte magifrri dico (^moftni rio rme fcnfiriua Cmt intcrtccriua fiuc confufa fiuc diCtincta cCt du Plcx fcibcet abfoluta ct coditinalis. 0£xcmp!um pnmi hoc cft Sortct. Excmplum fccundi boc cft Sortca dcmonftrato Sortrprima dcmon ftratio nibil ccrtificat.fccunda ccrti ficat proptcr condirionem anncxa. f^iam ficur dic. t magi ff cr m hrtcra COmnis qui fat faturnum cfTc ali quid.-.Cit (p bic 6(tfaturnusdcm6 ftrato Saturno ct conccdcrct cam fibi propofitam cum dicta conditio ne:fcdiftapropoitiocft mulris du bia 6t dubitanda fcihc t bic eft Sa turnus cu afoljs doctis in afrrono mia fit fcira. Et quauis aliquiffaac 9 bic cft Saturnus dcmonrato Sa turno:tamcnefatquis planctafit Saturnusrquia ncfcit (p hic' cft Sa turnus dcmonftrationc abfoluta quod rcquiritur ad boc ut farct 5« cfCct Saturnus.bcc omnia ita littc rc magifrri cofona funt ut uidcatf ce connata^ficut Icgcnri potcnt ap parcre*WD]co -rgo q; in cafu ma giftri ct f Ms rcfponfis nulla cft con tradictio.Stat cnim cp fciam quod boc ef: Sorres demonftrato Sortc ct tamcn quocunquc demonftra ro dubitcmanboc fit Sortcs.pri mu.n. ucrificarur dcmon.^trarionc conditfonata. Sccundum ucro ab folura.EtcftfimiIcciquod folcm* dicere 9 duplcx cfr neceflitas fali cct conditionata et abfoluta: fiuc \ fubaliis ucrbis neccffita^ confcqn ticet confcqucnris;uc Bocnut di ftinguitfn fuodc confolarionc fi bro quinto. Exemplum primi. dc unicfre ncccfrarium cltabfolutc 4 (l Excpluin Cccundi tc moucn fi cur nscft necclTtas conditionata. Ita in propofiro dc dcmonftranonc di cendum cf :undc iicmo cft qui no concedat ic fare q^ boc cft rcx dc monftraro rrge fr u pofto pro coii frann cp ccrnficet' regem dcmcn ftranprcafciquauis nefaat quid demonftretur abfolutCvfii icet an Petrus uel Paulus. tfTcr boc etiai parct folutio ad unum ahud quod communitcr contra inagiftru obii dtur.nam cum proponitur illud c6 fcquen8.iftceft Sortes^qucnt ma giftcrquid dcmonftratur; ct didr q^ fi dcmonftfatur Sortcs fdt iDud confequcns fi ucro Platp ucl CiCc ro dubitat illad .1] Sed contra dicc rct a^s:ficut tu fcis 9 boc 6 for.dc monrtiatoSorte::ta fcis q;hocn5 eft Sor.dcmoftratorPIatonc Y Cicc rone.ergomagiftern6 df bet illud . dubitare.ficut facit in Ijtrcra.tfAd bocdicoq^fcioq?bocnon e. tSdr tcsdcmonftrato Platoneucl Cicc ro:ic:fedexbociion fequiturqjdo monftrato Plat^ne uel Ciccronc fcjo qj boc non cft Sortes-irguitur cnim a fcnfu compofito ad f nfuj diuifum . undc qnocunquc illo nim tnu3 dcmonfrrato dubitoan iCtc fit Sortes cr Sorrc etiam demo ftrato dubito an ifte fit Sor.-fed na dubito immo fcio cp boc eft Sortc» dcmQnftracoSortectnon dubitoi fittofcio (pbocnon eT: forAc:r\6ftYli tatoCiCcro?:cucI rlatonc.cthoc qf magirtcr didt m littcra cp fi dcmon ftrcf Plaro ucl CiC'*ro:tunc dubito iftam::ftc cft ibrfed fcio tamcn cp eftfor.dcmonftato for.ncc frquitur dcm6ftrato Sor.dubitas ani^^ft Sor« crgo dubitas an iftc fit Sor dcmoftra to Sor^arguit^cnim a fenfu diuifo ad fcnfum compofitum .(L Hec rcfpon fio mco iudicio tu faohs c tii confona tttcre er ucntan.Nec te tcrrcat rcpli cano fopbifte:qui dicet non fequitur ccrtificor fondcmonrtran.crgo boc i for/icut nonPquirurccrrificorq? ly dcus fignificat af mu.g'* dcus c afin^ na f noia dcmoftratia p demdfrratio ncm fignificannficutnccfequit' ccr rificor qj ly tu fignificat afinum.ergo tu cs afinus:ncc fcqu t ly e^^o impo nitur prccife ad figiuficandum d:u^ crgo cgo fum dcus.nam fiuc ly cgo fignificct deum fiuc n6:cgo non fu^: nifiPaulusdc Pcrgula iuxta dictu^ Birictimennsfopbiftas^qijncguid di Catur biria fcmpcr bomo^Oi^uic di atur qj in prcfenti f imitur demoftra tiofiuccern icatiocp fitita inrci ue ritatc:ficut cxprcflT in bac cade^ difTi cultatc dicit magiftcr tilbcr i Kc trac tarus dc fdrc et ^iibimre ct magiftcr tang t in littcra.4fEt aducrtc ftan tc cafu q; ly tu fignificct afmu q? lic^ conccditur cp tu fisbomo non tame conceditur qjtun:bfc propofitio fit ucra tu cs bomo cu^ illa prccifc Cigni ficctbominecflc afmum iuxta cafu^ fcd aliud cconccdcrc propo*it6cm ct aliud e concrdcreipfam cfTc ucram: nt fupcrius dicit et pulchre declar^c in primo_^pbifmate fccun^o princi pali*(f^t m bac materia rudcs i heto rici qui parcntcm ac procrcatiiccm fufim dia cctiCam igMoranr:folent nd nunqargiitiemlogicorum deriderd obiicicntcs q^ proprium nomcn non audcnt nuntiare;fed dclinitifico fa piennc funt qui ncc mercntur rbcto rcsappclbrncum pcr lanuam rccto tramitc 116 iniraucrint ct a parcre ru diT)us folum labor^nt ncfcicntev lon ge elTe prcftannus unius fapienns iudiao commedari q totius uulgi cla morc fipicnn(rimus uidcri,<j Tertio nota q? communis rcfpofioqua^ ma giftcr tangit in lirt-ra q? pars n6 pot fupponcrc pro toto cuius c pars b.ib^ apparensfundamcntum.fqjpnus n tclligiiur fignificatu parris q totius. (JTAdquod quidam diamtqj aliqd intcUigitunut fignum:ct aliquid ite! Iigitur ut fignificatu5.ideo conccdut qj non cque dto ntclligitur totu5 et pars ut fignum ct boc totu probat ar gumcntu:tamcn totu5 utcft fi<^nifi caru pcr partcm cquc citg intclligitr ficut pars ut figiiu>4rScd bicargui tur:quia cum intclhgo graria rxepli fubicaum ^pofitois fupponcnns tota propoitoe ut e fignum.tiic inrclli go totam f pofitDcm fignificatam p cum aliter no intf Iligcrctur cuius rf fct fignum:quia fr^num ct fi?;nif ca tum funt rc" fcd tota propofito ut fi gnificaru cqnodda complexum com pofitum cx fubiecto predicatoct co pu!a.crgo cquc primo intcll gcrcni totum complf xumificutpajxcm ciuf quod cft impoffibilc .CEt boc argu mctumaxicapgctubi cctfpoip^'^ Magl. A.7.7a !Ti3^'8 ficut biblia cums um pa Xp/im'-' terminus fuppjiicret ,ptora Ideo aFr dico fecudu cp mil)i occarrit pro nun: ahquid intcll gitur rrcit dupfr/,dirtincte etconfufc:utpatet i prologophificornm et prologo poftc rioru.ucrbigratia cum uideo unum totum quatitatiuum ad fenfu^^ficut unum arculum non uidco pri^ totu gparces noxi'' confafarfed equc pri'' ficutobiicit^uidco totumet omnes partcsconfufe:fcd noti* diftincta cft neccffrtrium cp noti' difrincta partiu^ preccdatnontiam diftinctam torius: ut fi uoluero quantitatc dcrerminata circulioportetprimo cognofctrc di frinaam quanritate m parriu^ drculi €Efex boc p5 qj non* confufa totius p ccdit notitiam diftiaa^ fui ipfius.fili: iiotitia confiifa partiu prcccdit notiti am diftmcta carum.Cii rrgo didtur fp cum per fubiectu proponis demon ftratur tota propofirio tunc intellect' intclbgit totara propo.ltonem concc do noti* confufaXtota propoem fetjn ' tcm quecunqa fit illa ct quali cun^ iit 1* :fed nodu difticte condpio utru litcathcgoriciur ipothetica affirma fiua uP ne7atiua,quia ad hoc difriac Cognofcendii oportct fingulasprcs propofitois difnnctc intclligi.non g** ' i inconuenicns cp eque cito n6 prius intelligatur pars q totu^tct hoc noti* confuia ;fcd non* difnncta effctim ^poifibilcct cc, ERTIODECIMO Du ^ibiiat".<rVfnj rcgulc fmr ucre*f fi ^na c bona ct aos • dubiundd Dnsiionencgandu5 ctfiDns cnegS duansii 6dubitadu.4L^^boc dico brcuircr q? luruercadditis bmiratdi bus fupenus numeratis: Icd f dccJa rationccafusquem magifterponit i bttcra ct aliquorum dictorum drca ttera^^more confueto» uolo notarc ali qua.Etprimocircaiftam confequeri amquammagifterdidtnoncffe bo na^. ifta om e bona et ans e tibi dubi um»ergo confequens non cft negan dum:quodfadlcpatet in bocexeplo dato q?!^ propoi*6papa loquirurfit ri bi depoita.tunc i*^ 3t5a e bona papa lo quitur.crgo papa Ioquitur:ct ans e ti bi dubitandu^rquia propter depofiro nem fectam non magis fdtur uel nc fdtur a tc eriam quia inprinenf ct cx tra cafum effct dubium. ergo ct niic i dubium:ct tamen confcoucns c nc gandum:quia depofitu^. (lEturda rius inrcUigasaducrteqjdiffcretia e inrcr ppofitocm dubiam et dubitan dam.nam proporirodicirur dubirada duplV:ut alias dixi pnmo nominalitcr qa 6 digna dubitan: fccundopartid pialitcnquia ad eam e refpondcnduj pcr boc uerbum dubito;fed propofir6 cdubiaquin^modis:fecudu3 doctri nam Tiibcri, 41 Primo quia prmcipa htcr fignificanricutru dubras cc:uf datocphccpropofirohoccuerum c6 ucrtatur cum aliqua iftarum dei^mj tibi dubiarum que cft uera rex fcdct nullus rex fedet.tunc qualirercunqi ifta pnnapahter fignificat ita tu du bitas effc:licet non dubitcs effe ita:;! cut I* pnnapalitcr fignifican aa fns cpf i ucraret fbs q> r a eft tofafitenfi eut ipfa f [gmficat qfrcuq) figmficctf IflC rck iii BQSl m M m (5 ScCundo .ppofirio e dubiaJ^a dubi tato dc fcfu compofico an ira fit tota lircrrficut priciparr ifta fignificat : fi cut i"* f po rcx fcJct 6 mibi dubia ct c difrcrcnamrcrprimuct% modii^a in primo ficut ;ppofir6 fignificat tora lircratadubirocflc:fedn6 dubiro an ita fit totafcficut j)p6fignificir»ct in fccida e utroqj m6 ucrarfed potif fimc infcnfucompofito^ubipriacft ucra infenfudiuifOftfrcrnojppoitio i dubia cx rcflcxionc ficur i** ois fpo c dubia:hoc h ribi dubiu fc dcmorna to. |[ Q.iiarro quia nefcis principali litcr qualitcr i fta propo figniTicat fi cutc ifta boccbo daro q? ncfcias qd dcmonftrct I5 i rci ucritatc tu demS ftrcri5,non tamen dico cp omni& pro pofitfiqu.^nefdsqd pricipaPr fignifi caf fitribidubia,na5 propoirio grcca tt bcbrca no h tibi dubia;qa non con fidcra§ dc figmficato pcr iftam cu ni hi!inrclligas:ertamcn ncfds qdi* j pofit6 fignific itrf^ ppoifo du* boc qr co modo poti/fimu fir cum ponitur in ypoitoc pronomcn dcmonftratiyum ct ncfcitur qd dcmonftrar 4rQ.uito ^a dubitatur an fir fcqucns ucl repu gnas cafuitficur patcr i qnto cau Tif bcri dc bac j poii6nc hoc c homo.bcc cni omia i fecundo et qnto cafu Tif bcri i fare et dubitarc coUccta funt cx bis feqtur cp I5 non fit poffibilc qi jpoito fit fcita ct dubia cidcm code^ f cfpectu tarac propoito dubia ahcui f)6t effc fdta cffc ueramt parer ifta jppoitocboceucni datocp coucrtaf ium aliqua illaru duaru^ rcx fcdct ct nalius rcx fcdct que e ucra ct tamt f ucblKt ifmui i ubi du\fk in m uc ritateUldcm paf et dc f pofitAnc da bia p reflexionem:fKut hoc c nbi du bium fc dcm6rtraro,Iam crgoporcft patere(p non fcquitur hcc jppofit6 0 tibi dubia,crgo h dubitanda a te Jicut magifrcr dicir i littcra i cafu (p 1* pro poitio papa loqtur fit tibi depoita.ruc i* edubia:fecundo modo priug dioo . et tamen c neganda:qa depofitdfeiRf ftat econtra q; aiiqua f pofmo c dubl randa a tc ^uc tamcn 116 c tibi dubia ut fiponat cpiftacouertatur dcasi ct rex fcdct«tunc fecundu Strodu^fc quirur 1* conucrtunrur rt 1* rcx fedj c dubitanda.ergo ctiami" dcus ceft dubitanda:et tamen i"* f pofir6dcus e non e tibi dubia:ut patet difcurrfntl omnes q inq^modos quibuspropo finodicit dubia.Iam criam patct in tcHcctus magiftriin Iitreraq" ad pri mumdictude differcnria irerpropo fitioncm dubiam ct dubitandam. ^(fPotcft criam perboc patcrcfo'u fio ad una inftatiam quc folct ficri co Cra hanc reguLim ponendo q; i* h6 « afmuR conuertat" cum i* rex fcdet « tunc fiat illa om rex fedct. ergo h6 e afinus.i'' om cft bona ct ans cft dubl fandumxt ^ns negandum, g** rej^& falfa.fl\d hoc argumctu rnralV Pni Strodu ct afr ^5 Til ' cm.nS Tif "* I5 I* Diia fit bona non tamen efr conca dcndatqa e xtra cafu^ non coiicederc tur:et hcc liiriifato tenet" ut reg?a fit uera.CS^f^ Sf^odu didt" nc^an ^9 ip om fit negandum imo e dubitadil noialbricutire Lgitr'' crni qiluq? ^ poneref* negaret" et fic enegadum partidpia.iter utfcpius prof/^ftami fum ct ma^ifnir i litrera prcfuppou: • Magl. A.7.7a trSccundo ttofa (f non ftqui€ utrt 9 pars bums copulahue t dubitada crgo tota copulatiua c dubitanda^pa tct ifta rcx fedet ct nullus rcx fed^ q iiccft ncganda cum fitimpoffibi Ic pcr fcret tamen utracp pars c dubi tanda nec fequitur utraq^ ps hui^ co pulatiucaffirmatjuc cft dubitanda:ct iiullacotradiataltcrLcrgo tota c du bitan Jarparet dc ifta nullus faccrdos faluabitur:etqui!ibet facerdos mcrc bijur uita5 cterna.SimiIitcr tu currig €t tu non moucri8,ct boc qa \icct par tcs n6 conrradicant:tamc ancediit ad cotradictona cum cx fcciidaiiquat formaliteroppofitu primc^^rNcc fc qiut' quclibct pars buius copulariuc ftffirmariuc c dubitada ct nulla altcri c6tradicit nec rcpu jnatxrgo tcta cft dubitanda:ur cxcmplificat Strodus i fine ^iiaru ct m fuis obligatonibus m quadam obicctionc gntc fupponis^i c\it dato (p unu8 fit coram te quc du bitcs cffe papa ct uolo cp fdas ipfum dormirctunc i* copulariua c ncgan da.omnispapa u gilar crifrccpapa: quia fado iftam ^nam omnis papa ui gilatj^cpap-ixrgo Llc uigilauftacS fequcntia c bona ct conccdcda ct c6 fequesnegcidum ctadsc ncg^ndu; rt adi e i* copulariua. crgo i* copula tma c ncganda ct tamcn quclibct ps i dubitandallEt cau(a buius fccun du Strodu c:quia cx ca fcquit' 'aliq* negandum.dcbemus crgo argucrc ficQucIib^ps buius copulariuc affir matiuc e dubitanda ct nulla altcri o$ «otradiof ncc repugnat ncc cx ca fc quit' ahquod negadum^crgo tota f o ^pmultominusfcqui^ unaparsha ius copulauuc c coccdcndaxtaltcr» c dubia ucl dubitada.crgo rota copu lariua c dubitada uP dubia:fed bd fc quit' una uP utraqi pars buius copu Iariuecdubia:ctaltcra pscius nonf impoffibilis nec cotradiccs nccrcpu gnans alfcri;ct cx tota copulatiua nS fcqujt aliquod falfumxrgo rora cft dubia^^rtr i bac marcria copulariua rum ficur SrrodJoco allcgaro conrra primam coclufionc m fuis obligaroni b5 arguirur coircr cp ahqua copulati ua c ncganda cuius utraq? ps c cocc dcnda:ur pofirorficut ipfc ponir (p oii bomo curraLdcindc fraiim dicsit cc dar rcmpus obligar^is cr fiarim ccffil. tc rcmporc obligarDis jponarur ribi ifra copulariua runc c ncganda omi« homo currir cr ru cs bomo cr par^ cp e ucrum cr non cs obbgatuf.crgo nc ganda:er ramen quchbct pars hiit n tc conccdcda,prima qa ppfirarfecudtt qa ucra cr imprinens.irScd ad boc dicirurcpbcccopuliriua unoordinc prcpofira fuiffer conccdcnda.falicct pofr cdccffioncm ifrius ru cs homo i tcmporerer alio ordinc ncganda.f.fi i mcdiarcpofrpofiru f uiff» propoito:^^ primo modo fuiffcr fcqucnf fccundo modo falfa cr imprincns:rcd fi concc dirurcpFuiffcr ncgadairuc dcbct nc gari:^a fccuda ps ^iuff^ conccdcnd^ Imo ncgandatquia ruiic babuiffcrta Icm ordmcm cp no fuiffcr imprincni Bcra:fcd impcrrrnrns rcpugnans cf confcquenrer ncgiida. cconuerfbui ro dieo fi c6cedarur qi fuiffer c6ccd6 da ncgando ruc q^ iira copulariua fu I^eitmens (cquz^ietcf quclibct pare fuiflct concedcda ucnitamcn f babi htcr potconcedi <p abqua copuLniua fuiflTctncgadacuiusqucIibet pstUG fuiiretC3cedenda:cthGcfi potuiflct i mcdiatcpoftpofitum fponi tf^Ego tamcn uolo luuenum mgcnia alitcr in cade5 coclufione fatigarc pono cp omnis homo currit;et qprimu^ rcfpo dcbis ad copulariua aliqua ftatim fi# obUgatus ad conccdedum q? tu cs hd tunc propono ifta copulariua^ immc diatc pofrpofitu.f omnis homo cumt cttucshomo:etpatetqcl' cimptincs felfa^rgo dcbcs rcfponderc ad ea nc gado ct Dntcr tota copulariua negan da:ct tamen quclib^pars eiusecon cedcda.pnma qa pofita:fe6uda quia fequens^nam qttadocuqj rcfpondcs adiftam copulatiuai* cconcedenda tu es homo:fcd ia^ tu rcfpodes ad co pulariuamxjgo i* c cocedenda tu ci bomotfHic uclo panipcr iuucnes ca gitarc:quia Icgendo foluam drio con cedcre. Seciido nota circa caf j$ ma giftn i hrtera cum cadc fit difTicuItas dc Plaronc dc te ct Sor/icut ctia ma giftcr rcftatunno a dico cp cafus ifrc tcfp*cru rui rripliatcr pdf ficriqtum ad pfcns fpcctat.p' ficf pono ribi ift^ copulatiua ru crcdis firmitcr abfquc befitaroe cp rcx fcdct cr cp in rci ucn tate nuUusrcxfcdcarrqua admifla j ponoiframDria^tucrcdis firmitcrct abf^ befitatoc cf r;x fedct:ct ita e cp rcxfcd5.crgofcis^rcx fcdet.quaco ccfla argmturfici ^ria c conccdtn da:ct ans h dubirandum ct tamen c5 fequesc nc5^andum:qa rcpugnans ^a 1* rcpugnat nuDus rex fcdct ct ta fds (f fex fcdet:quia ex fcci ^a paitc copulanucfcquic oppofiHi pr.me^ct qlarisfitdubitadum arguit ficga cunacopulariuacuiusuna parscco ccdcnda:quia pofita.fccuda impnncs in rci ucntatc dubia.crgo dubitada * (^Huic cafui talitcr formato rcfpodc tur co admiflb ct oSccfla ifta :>ria nc gando qp aris fit dubitandu:imo 6 nc gadum.fequit enim formalitcr i"* co fequetia c c6ccdcnda:ct ^ris ncgad quia rcpugnas.crgo ct aris c negan dumrt cum jbaturqctaris cdubira dumcrnon negandu:quia cuna co pulariua cuius pnma ps c conccdcn daetfccudacdubitadaTrgo totaco pulariua c dubitanda ct no ncganda: negooriam ficut paruir i fccundo no tabili^dico ena ulrerius negado qp fc cunda psfit dubitada:imo ncg^da: qa rcpugnas f c pri copulariuc totms cafus:et fi didt^c tibi dubia ct iprines c dubitada.trHuic rrir dupiicirct negando qi fir imprinens:imo rc pugnas (c pri cafus,deindc negarur 3aa:ficut dato qi i* rcx fcdcr c nbi f podra.runcfponoifra^rcxfcdct ccr tum c qt n6 fcqt" ncc rcpugnar.non cnim feqt 1* fporex fcdct cnbi dc pofita.g'' rex fcdct nec rcpugnat.g* dx \ rci ucritatc fit tibi du** dcs diccre dubitotct tri i^ f p6 ri c dubitada imo negada cii fit depofira ct i boc primo cafu U imcdiarepofrcopulariua pofi ta pponat i'* alia copulariuaX.tu ac dii firmitcr finc hcfitat5c qdf rex fedj ct ira 6 qt rex fedcr:dico cp c negada; qa falfa er iprin:ns:ficur criam illa m fds qp rcx fedct.na i* copulatia juct tit cu e« Gii fit fua difff urdcfcriptS ([Sc^undopot ficri cafiis Cit fitrd uenras tu dubires rcgc redcrc*tu€ poiio tibi ifta5 tu crcdis &rmiter tt gi lederc ct iiihil abd pono ribuUn rcx fedcat an natunc fi iiat ^qa pnus fca tu crcdis 6rmitcr abf^^ bcfiiatonc cp rex fedct et itaecp rcx fcd^* crgo fas rex fedet.fl Ad hoc dico 9 aris cft ncgandu5 ficut ct :)a8«nam ^ris nunc e ialfum ct imptinens non cni cx cafu ru aedis fn mitcr ct fine befi tatone ^ rcx fedet.ergo tu fas cp rex fedct ut5 ncc repugnat, ergo c inpti nensetextra cafii ncgarct^jai rci dcntate ut certiiicaui tu dubitas cx tra cafii ergo et ccet in eodem cafu • negandu^etaristan^ impdnes fal fum:l'icut 3ns cum quo c6ucnif:ct fi diaturproquaptc*!! Huicdidt cp no c neccffanum cg du copulanua eft ncganda cp pro abqua partc:ut patu it m fecundo notabili. ^ famc i cafu ifto conceditur cp c ncganda jp fecun dn parte:quia fecunda pars e feaa rc pugnansicquit enim tu non fasq? rex fedctxrgo uPnon firmiter aedis fmc br fitat6nc (p rex fedet uFno c ita €g rcx fed5:fed firmiter credis fmc be litatonc cp rcx fedctxrgo non cita cp rcx fcdet tota Diia e concedcnda a dif iuncnuacu dcrtructionc unius ptis pnncipabsadaltcri partemcum cir cuftantiisrequifiLsetari» c concedi dum ur,p3.etgo ct ^ris e concedcnduj crgo fuum otttr<fdictonu e negandu* Vbi ucro ii' cau immediatc poftpo fitum pponerct rex fcdct dubitare cam:quia cct imptincs ct dubia^lj nc gari mc dubitarc cum rcpugncn^a cx#«fu fc^t q &rmit«r crcdotcrgo ii«dubito,fedri j>ponatf ulteriusiri us.i.tu las q) rcx icdct.dico ut pnus quodcnegandujtanq impnncs <al lum.Et fi tcrtio jpponit aris ifuus itenidico^c ncgandujut priu8:j« «conuernbilcauLcnticecuj jnrc nc gato,et fi diatur pro qua pte c nega dum illud aris^dico cp pro ta partcc^ja nunc loco c facta rcpugnans nec iiftud inconucnit^plunts en^m una f pofmo c unolcco impnnes dubia et dubitanda quc poltenus ^n eadcj ob ligafone c/ca repugnas cuius rei cxe pluj pnmiris dicipulis claru fcnec mi rcns qi prius dubitaucnm ifra rex (e der pnmo loco j poiram et franm nc gauch mc dubirai e ct ficut i aho cxc plo iioc idem porcns manilcfrc uide rcft Ecce pono q. fci mirc r ci edit nul lum dcum cc ficur c fan^poffibilcna dixir infipicns i cordc fuo non c deus tu autem no neceff mo cs fapiens et iboc*quoadmiffo j pono nbi nullus dc' c ccrtum c q> nf gabis ea benc rc fpondendo:quiacimpoffibiIis per fe et tamen babes concedere ut fcqucs qr^mniti r credis nulium deum cffe* tfPlura aha poffcnt iicri exempla in quibus necefle c jppnum aauj ncga rcjlicer boc ficri no d< beat iola auao ritatc:fed ccgrnte neceflitate»ii lct tio p6t fteri cafus buc mtdo fit rei uc ritas cp firmirer acdis fme befiraronc cp rex fedcr cr poi:o runc ribi cp firmi ter crcdis linc bcfitatoe rex xdcti ttin cafu ilb ccrn icatio et poino c6 cordantitunc jppono ifta tu credi» fir miter fme hrritarione q? rex feder:et ita cf txrgo fas cp rcx fcdet certum eqpiiu ?M iit conccdcnda; fj i actc tto&tdico q t CDCtitnda utxHq^ t9 cu.-ga in cafu no c 6icta nicntio nul lus rcx fcdcat.na mtcrrogatus boroo dcrcquam firmitcr crcdcrcnConcc ret ifia no obftantc cafu ad oppofitu^ ct prcfcrti cu abfqa cafu fic conccde rctfi ucro cum toto ifro cafu poncre tur cpnullus rcx fcdcar.tuc tam ans ^ oas i unt ncganda:qa urruq^ cct pti ncns rcpugnas poito ct ftati rcfp6dc rc ficut ob!igat^i(rMagiltcrtn dicit ans ct 3ns cffcnt crcdcnda ct n con ccdcnda ncq? nc^anda:ct didt q^ no fcqujt' boc cft felfii cr imptincs.crgo i ncgandu:fcd 05 addcrc cp fit fcitu^ cflc talc.fimilitcr no fcquit boc cft rc pugnas.crgo6ncgandu:fcd oportct •ddcrcquodfitfdtuccta^c tlMibi •utbocnplacct.ficniponatur^ fon fit cora tc ct latcat tc:tunc fi proponi tur tibi i* fotaid 6 cora tc xcrtum cft tp c ncganda tanqua rcpugnans £c parti copulatiuc tibi pofirc I5 tn illud ncfcias^ga dubitato uno contradicto tum dubitat^ctrcbquu^tu tamcncli gcquodgratiusc.tTVbiucroin to to cafu poncret" cti i cp rcx fcdcrct tiic planacctrcfpofia^quiact :)iia ct mr% ctDos c(rcnt coccdcnda ut fcque tia cx cafuilEt fc parct cp cafus ma giftn potcft uariari tnpl:citcrxt tcrti 11 er modu^ uariat" mphatcr prim' r cum obl^aco etccrnfiratioconcor dlant et mhi! f^us ponitur . fccundus cii diatur poncdo cp nutlus rcx fcdc «r.tcrrias cum additur cp rcx fedcat . ergoomnibus computatiscafus qn cup*V uanat^jdco diligcnter aducrte ip uancras afut cxigit iiaricfatr} re fyondmidif ; ebona IVARTODECIMO * Uubifatur circa dcd namfcptimam ct.xviii.rc , gulas aii fint ucrc.f.fi 3* Hiquid fcquit"ad Dih illud idc fcqt ad aiis.Er fi aliquid ariccdit ad ans illud idcm anrcccdir ad oiJZx quibus duabus icgulis nafdtur una quc ambaf complccnt^una dircac ct alia rcrrograd( .cr ppca in boc du** Iimirata rcgula d: pnmo ad ulrimuj cruntalicdue limitatc.dcindcarguS contra rcgulalimitata fcx modis.g* ad propclitum rcfpondco q? dicte rc gufc funt ucrc fic Iimitatc pro ut rc gula dc primo ad ulrimu Iimitabitut «ifra. CA^ PRIMO ANTECEDENTE^ tjQuia abultimoantcccdetcad p"* tion ualct confcqucntia:ficut no fe^ tiir animal cumt.crgo Ico curritr. (Tqvando OMNES consb quentic intcrmcdic ct ccd Quia xi8 fequiturqromagisfiris tantomagit bibis:qromagis bibis tantominus fi tis.crgo quanto magis fitis .tanro mi nus fitis.fimiljter no fcqt'' ucru antc ccditad ucruiiclad ftilfu ucrij uFtal fum aiit^ccdirad feiru^-crgo ucrum •ntcccJir ad felfurqa niillc confcqui tie int rmcdic factc fiiiit 0 SVNT BONE.ff Quian6fcqnir fi magis firis magis bibis:fi magis bi bis minus fitis.crgo fi magis fitis mi nus fiti^:qalicctnuncfunt factc^i^c intermedic no m fut bone. fiBr no fo quit ahs e ucru.crgo 3ns c ucrn^ ucl (alfuoris 6 ueni ucl falfu.crgo qi fe<[ tur cft falfu.crgo dc p" ad ulrimu^ a* i ucru;.crgo ^us falfum ct boc^a fa ti Magl. A.7.7a j>na n ihil ua!cr. ffMATERlALlTER TANTVM- aut formalitcr taturn Fforn^aTj i for ma.tfX^um ii ocs oiie emt bonc ma tcria'i- tatii P faltc i ultia.tuc dc ad ultimu crit D/ia bona matcnafr ta tu.ri ucro ocs cnit bonc formaEr tani tucdc p"" ad ulnrau^cntbona ct for malis tatum.Si ucro cffent b6c ct for ics fimplV fiuc dc forma:n4C dc p" tid u^timum crit ct :>iii bona cr foi malii fimpIV fcu dc forma:qa que fcminas in prcmiffis ccrigcs i xronc^tTEccc boru triu cxcmpla dcdarabo pcr ot di nc.p'' dc :)ra bona ct marenali tanni ctqai^fitdupft-.rcxaiirc ipoffibili n iplicarc cotradiaoc^ uFcu ons i ncccf fariu:nrc arguit" p aliquc^ bonu n o dii y formalis:ita q» fit imagiabilc o** ^iiris ai aiitcabfq^ c6trad3Ct6nc»i6d« boiluo cx dc p" ad ultimu in ^na bo na matcriab tatu:p " cii om c ncccffa riui^ oi am c ipoffibilc no implicani corradictocm.cigo fit hoc primii cxc plum^CVoIodrduccrcdcp^^ad ulri nium qj fi tu curris dcus fcuF fi ru ci dcu^ crt arguit' ficfi tu csxrgo cau fa uFcatum c ct uln-a. crgo ca fcquia fiit rc ^^.crgocaf^ordince.qacaufii dint ordinc5ad ( ani ct ultra^-^rgo dl uFf nxt fic dc aliis numcns ordina fci!itus ct ulf ra,crgo pnma ci fcquia f a uPtcrria ct fic dcmccpi dicut m jrFoncad prima,Et ultra pnma c6 cft f rgodcus c a conucmbili ad ccnucr tibik^Ygo i p*" ad ulrimii.fi tu currit iicl fi tu cs dcus fcfcd fi bn confpint I* om dc p"" ad ulrimii cft bona ct ma rcrialis taru.qa p* Dna.f tu es .ergo c* iif caium c np c formabs: ja e ima^ia bilco^^^nriicuante.ubigsiWginef^ tu folus fis:ficut ctia qii folus (lcui crat.tuc no crat ca ncc cani. i6 n6 mi ni fi dc p'' ad ulr.mu c bcnafcd lcluj matcna!V:^a quc fcrin usmenmus. Cn lic pono ^5 exi plu cu aiis c ipof fibilc n6 impLcas cotradictccj uolo f barc fm^^tcpus cabquod tcpus • fic argucndo dc p"* ad ulnmuii iiullu tcmpus e.crgo nuUa dics e.ct ultra fi nulla dics c.g*^ nox c^t^ ga ncccflano autdics aut nox epbicc loqucdojta cp I* 5na t3p mcdiii ncccfianum affir manuu^fubintcllcctu.ct ulrra finox c tcpus c.ergo dc prio ad ulnmum /i nurii tepiis c:aliqucd tepus c.tTSj Ij 1* ona fit bona duas cas.tum quia aiis c ipof ibilcni ct qa Diis c ncccffa nu:n5 boc c n^arcnalr tatutqa f a ^na fuit bona matcrialV taiu.rii n* dics ei nox c:qa I5 o*"Dnris rcpugnct aiiti.rci I.cct q* ncc dics fit ncc nox fit cum boc fit ipoffibilc naturalV 116 tri impli cat c6tradici6c5apud itdlcctii noftru r clligcrcrqd' ncc dics fit ncc ncx fit: ficutfuitrnmLndi crcatcc^^T Niic uclocxepbficare dc^'* bona dc prio ad ulrimum foimaftrtaiii.ct n6 i for ma:ct buiufmcdi fiumcu arseipof fjbilc iplicasrotraditiocm dummodo r^argurt" fjn cdos D^btnc foimaF fimplV feu dc forma uolo itrq? dc prio ad ult mudcduccrcifta Dnam tu ct ctiunocs.crgobaculiis ftat iangu lo.fic argucc^o tu cs ct ru ro cs.g^ tu fs uFbaculufftatianguIo^ctturi ci f5* a copuW.ua affnmanua ad copu lariuaaffinnanuarcuius prima part formalV fc^f cx pr ma tanq aptc dif iunctitftffuinaiicad totadifiuaiiui^ cu omntbuf re^fitisjf t la ps ^f^f ftc fctudatficut ab codc ad idcvcfgo to ta copuUtiua q 6 3nsfcgr"cx tota co puYar ua quc e atis.CTuc ulrra tu ci uP baculus ftat m an^ulotrt tu n5 cs ergo bacuia^ ftat \ angulo Vs a difiij ctiua cii dcfrructAc unius pris ad rc Iiquam cii omibus rcqfitis«Et uolo cp ffcut ^ffs p'->*fuit copulatiuc tcn^ct n5 difiucriucata illud cum fumjtur y antc f c ^nc uolo cp tcncat" et copu bnuc al^ fi*rct uariario formc ivc\ dc nommatSnem quc ipcdit bomtati 3 dc primo ad ultimu.Ncc rcdccipwta gadfxifccirdr^riam ualcrc « difiun ctiua affirm ^riua cu dcftruct6c uni* parrisa^^ rciiquatut rxbocnA crcdai •ri fc 3* tcncridifi ktiuc imo cii fic •rjuirur taf ;pp6fcp eipothcticaco putatiua ct n6 difiuctiua^qa \\ habeat diias notas ipothcricas.f.dif ucriui ct Copulariua.tri notapridptlis denomi tians tota jpoicm ' nota copulaton « «|a m tota ifta oratAnc principalV mti dimus dcfrnierc ct n6difiungfrc.de Prucrio aii: dcnotat* p hac nota:ft q ^ ^^ramaticac^furta-^enota copula f6ii.Et idco i tali modo arguedi a dif iuncriuacudcftrnct6f miius partii ^d alia tota quod ficcdit ly.crgo e arii habcns duis notas.fdifiunc ftnis ct topufetftis f t principalis nota ely ct. J N cfcquit hicarguit adifiucria cu dcrtructoc unius pris ad alia crgo •rguiturabarircquode difucriuaij b^-nc fc^t'' quod ar^^uit* a d f unctia^ quf e ps ahris q^iod ^ copuIatiuaCEt fi uis huiiw rei tyT femiliaritcr aducr tc ep didinme'! a cbdL\xb^\\c\\ pofitAe WCL\ dd e bona >i3d£mifr acondi tiona!iciIdcrmirf3c 5tiris tddertru crione aritis c bona 3 5a ccrtum 6 qdf «ris n5 e condinona' is:fi c una copu latiaCJC^p* ps e cdditda? la j colli gendode primo ad nlfimuni feqiit Htuescttu n5 cs.cr^o baculasftat in an^ulo iiit 3ria dc prtmo •d ultimii e bona formali cr tantum ct non dc forma:qa non fi ficut adcq tc fignificat pcr aris intclli^it ab av quoictiam ficutadcquarc fignifica^* pcrDrisinrclligit^^abrodcm mcif fS fu compofitonccdcfcnfu diyiforut dixi dabio quarro in finc ll Ntc mi rum q^ia fa ^ria fiiit formalis tanruj et non dc forma.arguit" eni ibi ab an teccdcntc quod c copulariua cp fic re nctur ut fuppof iii quc cop ilariua rft tompoita cx duabut parnl)us«quard prima cdifiicriuaetfo carhcgonc^ ftd parrc i^difiunctiuc qnimodus ar gucndi non t^ in aliis matrnis.no cnl fcquit" tu rs hd uclafinus.«et deus u rrgo homo e afinus.CLSi i modus ar gurndi folum in tah mafria.fa c« puluiuaduarum parrium cuiutunsi ps f una difiiicnua compofira cx prc contradictoriafecunde pamtcopula tiucctahaquccuntp hbucnr.tunc • tah copu^ariua ad altcram parrcm dif iuncriuc e ^riaform.djsjqa nuI'o mo do eimagin^bilc oopofitu^ r6fc^ue tis cum anrcccdere abfqur cotradicti onrtricuf ficargacndo tii urris Mcl tu cs rcx:fcd tu non curris cr^o tu f« rcx:quia non f m trllij^ibilr oT>r»oi*u^ ?riri«^ cum aiirc:finc c6rradi(^C!U" pj <onfiderann.<I Et e fimi'c f cat com munitcr didt'' qi a panc copubtic ad «9tam «opuUtiMHo ualct argumes tum dc fontiarcttil a partc copuTatic aicc ad altcra^ pte pi icipale ad copu latiua compoUa.cx bifdcm e bonu ar gumcntii formalV tantuiut tu curns« crgo tu curri^ ct tu moucris ita e in ypoito.(I Et ficut dcduxi ifra^ ita tu po:csdcduccrc fiR modo innumcra bilcs alias diimodo pn"* aris fir ipofli bilciplicascorradictocm fiuc cxplid tc fiuc ipliate;ficut fiit i^,tu diffcrs a tc*crgo baculusffati anguIu.lftcbo 6 afinus.crgo baculus ftat in angulo (J^ Scd 05 prius cdtradictoem iplidta rcduccread cxpliata.dcinde ,p ccdas: ut pn'ucrbigratia.fcquit' tu diffcrs A tc.g'' tu cs ct ut n cs tu.t5* ab expo fita ad duas cxponctcs ct ultra tu ci ct tu n c$ tug^ tu cs.r5* a copu'atia af lirmariuaadaltcrapte pricipalc.ctul tra tu cs.ergo tu cs tu.t5* ^anocitcl bgibilc o"* ^nris CU5 antc abf ]j contra dictocctficcolligc dcp ad u!rimu5 qp fi tu cs ct tu no cs tu.g^* tu cs tu:ct tu nocs tu.tunc proccdc ur prius. Si militcr cx occulto ifrius ;pp6is 1*^ ho e afinus apcrias cotradictocm hoc mo, l^homo 6 afmus. crgo i^ho non e hd. t5' ab afFirmatiua unius difpcratiad rcgatiuaaltcrius.ct itenicxcodcm ftnrcfcqu r"!^ homoc arinus.crgoi* bo e a 5 ' adiacetc ad adiaces fcciidu nffirmatir ct fincampliatdc ct diftric tio icfcqucntcultra iftc ho c.crgoi' bomo c ii tc bomo.t^' ^a oppoitii ^ritif no c intcl igibJc frarc cu antc fmc c6 tradicroncCEt ulrra iftc homo c ho mo.crgo ifrc ho c homo ab ifcriori ad fuum fup'-rius affirmariuc ct finc a!i quoimpcdimenroct tunc colligcap iamcontradicrioue.n(]^i^homo eM et cj^ iTte bomo noti e bomo quo blto proccdc ut pnus.huius criam ratonis funtiftccofcqucnricquc comrnuni tcr funt note.ntu fcis tc cffc lapidcm crgo ru no fcis tc ce lapidc5»tu cred.s prcdfc q^aliquishomo dccipit^.crgo abquis homodccipit' ta li patcr 6.ct go non tantu patcr fctantii pririagiu 6.crgo non tantu pricipiu c,(rNunc potcs uidcrc ad oculum cp plurcs f mifimcdcclaraturudcDiia bonafor mili tanni non ramcn f pter boc crc das cp no dct' a!io ?nodo jm formalis tantumrnifi cum aiis fir ipoffiWc im plicans cotradictocmnmmo pluribus alusmodis poffetficrificut diccndo tu cs.crgo tu cs bomo.tu es bomo.g^ tucsiftc botc dcmofrraxo quas oes ctfimilcsdicoforma^cscffc tantum non fiit cni dc forma ut c notu^rncc funtcriam matcrialcs tantum cum ncc ans fit impoffibile ncc xis ncccf farium.rcftat cum fmt bonccp fmt formalcs ranru.ct idco fupcrius dixi oportcrc poncrc hoc mebrii. tTlNuc ultimo rcftat ex"*fubiungerc dc con fcqucnria dc primo ad ulnmum bda ct fbrmaL fimpIV fiuc dc forma i qua tot.patct cx^ ut facilc quilibct poffit cxcplificarc.vcrbi gratia.tu cs homo« crgo tu cs fubftanrixfor.e luftus.g* for.cftqualificarus.tuuidcs for.crga tu parcns a for.cbr' nd c cns.g^ cbi* noncangdus. tiNON VARIATE MATERIA litcr.d Idco non fcqu:t formahrcr dt primoad ulrimum.fi nullu repus cft abquod tcpu$6.fic argurndo.fi nullii tcmpus i:n5il!a dics c.fi nuILi dics cft ctaliquod ttpuscnoxcXi nox e.j^ m \ Qnn ecrf [k ik Nk 1» i aliquod tepus icrgo cle pnmo ul ti mu fin jj u tepus c:al q lod tepus e*(I Plus cni fuit a^is f c j q ^ is pric g[uis ocs mc fmt formalcs li tii • formalis dc primo ad ultimu pp ua riatocm matcrialcquod itclhgo qd jasprioris:)' predfc noca^ poftcno m 3? :fcd aliquo tcrmino coplcxo uT i comp-cxoaddito ucl rcmototlSimilt pphanclimitatoncm foluiturboc fo phifma uolo probarc dc primo ad ultimum (pfitu curristucs afmus ficarguendotu curris.g'' tucurris:? ni cs annu<.tuc ultra:tu curm Ru cs afinu^/cd tu non curns. crgo tu cs arinu .crgodcprimoad ulrimum fi tu curris.tu cs af ^nus^fcd ia uidcs fi n cs lippus cp uariaui m fa :>m plus pro •ntc fumcdo q fucrit prioris >nc . <INEC FORMA.LITER4] IdconS fcquic dc pnmo %d ufaimu tu difpa tas.ergobacuIus ftati angulo.ficar guendo.tudifputas.crgotu difputas uelbaculusftatiii anguloxttu non difputas*t5* a partc difiucauc ftd tota difiucriuarqa alV i* p^ 3na non poflTct ualcre tc!Tninis fic rignificaribus.nas fi illud 3ns tcncrct" copulariuc nullo modo ualcrct^narqaargncrct^a con tr idiaorioadcotradiaonu de p'' ad ufomum.nam fcqc" formaliter cx i* copulatu.crgo tu non difputastct fic cx tc difputa rc fequcrct'' rc nodifpu larc •(fldco prima 3* n& p5t cffe b6a nifi tcncndo ^ns difiucriuc. tunc ulto rius arguit* ficf u difputas ucl bacu lus ftat in angulorct tu non difputas crgobaculus fratin angulo.t?* djfiii cnuaadalrcrapartccum dcftnKitoc nnius partisxrgo i prirno zi wJximA tu di'fputas.crgo baculus frat i angit lotTCaafa afit quarc no fcquit'' t:q9 i &ctauariatiofbrmalis.i. dcnomma tionisil cctnomatcnalisrct i* uariat6 c magis occulta:; ta ut fcpc dcdpiat ct fapicnt :s»nam yM primc ^hc fuit fu ptumtut difiu nuc ut dixirquia alitct non potuifTct cffc in confcqueria bo na«ct ur fuit fumptii pro antc f^^cudc 3r5c fuit tcntum copu!atiuc:quia cuj arguitur adifijcriua cum dcfrrucrio nc uniusparrisad alrcnm.runcaris tcnct^copula uic ct no difiunctiut:ut pauloanrc dccLirauiJlSrucro fumat* utrobiq^codcmmodo uniform:tcr.G uraiisfccundcconfcqucri: ctconfc qucns primc.runc fiftat copu'atiuc primaDna nihil ualuir:ut dcclaraui.fi ucro difiucriuc.tunc fccundaconfc qucnna nihil ualct.non cm'm fcquitf tu cums uel tu es papa:et tu non cur ris^rgo tu cs papa.dato cnim cp tu d fis papa:ct tu curras aiis e ucru ct ^iis falfum.utpatct.ansenim cftucrum: quiaad ucritatcm difiuncriuc fuffi at unam parrcm for ueram.ct ita o bicct inhocporcs uiderc quomodo una propoito rcnra ur copularlc mul tumdifferr utdifiuctiuc.Sienim dic * ta propoitiotcnefut ropulariuc.tur-c fcquit' ncccflano ct formaMu ct n* de forma <p tu cs papa ncc c inrcll gi bilc oppofiru^ D.kis cum aiirr.ur dixi l boc dubio Iimiratoc quarta. Si ucro tenct'difiuncriue tunc non fcquitut 3'iquo modo tc cffc papa:ct tu Iaud« dcujn dc bac ucriratc. #1 AD VLTIMVM CONSEQV es prinapa c.€ Idco non fcquitur d* p^ «d uliujamuii tu cs «fmus;tu cs afin* diii w / ~ ■ y — * I Early European Books, Copyright © 201 1 ProQuest LLC. Images reproduced by courtesy of the Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Magl. A.7.7a crgotacsafinus/ic &r^fnJo:ritu % afm''! tu es afm js»er^o fi tu es afi nus m cs ..finus.f3* ab codz ad idem, Et ultra fi tu es afmus;ru cs afin',g* fi tu cs rudibilis:tu cs afin^t^^ ut pn^ crgo dc prinio ad ultimu^. fi tu cs afi nus:tu cs afiiiusxrgo tu csafmus:ct boc qa illud no fuit 3iis pnncipalc:fcd jntis confequcns: (fVEL SECVM CONVERTIBI Ic.iTHoc dicit'' pp Dili5 facra m uocc cuius ans fcmrl prolatu amplius in f pria forma refumi no pot:fcJ fufTidt ^fibi proportionabilc copulct^eprio •nti ucl fibi proporrionali. ([fORMALll ER TALE.<rQuia no fequit' dc primo ad ultimum:cp fi bipcdalcc qjcius medietas fit^cifc fcmipcdalf .fic argucndoJl bipedalc e pcdalc tEt ulrra fi pcdalc h cius mc dictas cftprccifc fcmipcdalcxrgo dc primoad ultimu^Ti biptdalc cftcius medietas c prccifc fcmipcdale:qa Dih € matcriaEr iddcrfcd noformal tcr feu fignificatiuc pp diuerfam dcpendcn d6ti4anris:fcd benc fequit^fi bipcda lc fcmcdictas pcdalis c prcdfc fcmipc da!c.uoccs cni fcu rerrhmi funr quid m.ltcriak ppois^f^ figniicaro fcu rela Co ad fignaificaru c qd foriraIc«uariai taautaiitcuatiat' cr figniftcat6reb riunquia non fignificat nifi pcr dcpo riam ad ans. (Hst CONSEQVENTIA BO naproporrionabiFrtali^.fl Nam ca mcnfura^ua mefi fueriris mctict* uobiji.fi Si Dntic prccedentcs fucrint bonc materialcs ucl aliqua caru.tunc dc primoad ultimu crir ^na bona c4 fcnjliibonitarigctn3mcIiorii(ISi uc '> fecturur To fucrintformalcsfantu-uc! atiqua carum.SimiR' crit oiu ulrrniis copofi racxprimoanrcccJerc ctulnma c6 fequenre. Si ucro fucnntomncs for malcs et dc forma.runc coiligct :>di formalis ct dc forma . crgo triplidtcr colligcturconfequenria bona^nmo bona:quia matf riaFr tantumUSecun . do meliusrquia formalircr tantutiTcr ' rio oprimcquia formalitcr etcVformai I ct hoc dc Iimitaroibus buius rcgulc ad Uudcm trinitatis « "^tvNC SEQVITVR fccundum pnncipal ^ ex pcdirc fccundum tp in principio huius dubumc promifiT/ex obiectiones cum foluridiljusadduccrc contrafc cundas rcgulas principalcs ct hanc i Dnnio ad ulrimu^ quc nafcitur cx cis CPrimo igitur arguitut ficifra con fequcnriacftbona.omnis propofirio cft ucra.ergo aliqua propoit o cft uc a fubaltcniante ad fubalrcrnitam:ef aliquid fcquiturad om qaod non fe qnitur ad anrccedcs .ergo rcgula fal fa.anrccedcs j barur.nam ad ^iis feg tur tc cffc af num quod non fequit ad aristquia non fcquit'. omn s propo firio 6Ucra.crgo tu es afinusrfed boc fcquitur ad ^ris.fcquit" cnim aliqua p pofitio e ucraxrgo tu es afinus quod proborquiafequiturhec ^pofinome talis tu cs afinus c ucra.crgo tu cs ifl nus.<rAd hocargumenru rc fpondc tunquiafigillariminredo arguercct folucrepp uitare intricatoem.dico er go ncgando cp ad ^iis fcquat" fc tffe lifiaum;ncc fcquic ad banc jppoficia Magl. A.7.7a tiM metc ru es afiniii cc ucrajfcqut lur tc cc afinii.Et hcc propoitio mc.ar 4aquap]opoitio.crgoad alicjua fp5 ncmcrfcucrafc^t tcc6afinu:qi a? guitur ab ifcrion ad fuu fupcnus cu tcrmino offidali ct cofudcntc confu fionc tantum immobilitcr.nam ly fc quit^h^ eadc uiqualy.crgoFIy igit ucl ly fi ct confundit tcrmmos pccdi tc5 ct fcqucntcs capacc* confufionis confufionc imobiliificutnota rat6is f condi oii.iTZ* arguit fici* Doa cft bona:tu n5 curris^crgo tu currii P t u no cums a pMc difiiicnuc ad totam cu 6ib5rcqfiris.ct trialigd fcquit^ad ^ns quod non fcquitur ad aris.na fcq tur tu curris uc! tu no curris,<»rgo bd curritrquod probotf a ad tc currcrc fc ^rur hominc5 currcrccrgo ad rc cur rcrcudnocurrcrcfcqt" hominccur rctc t5^ a partc difiucnucad tota^ict tamc hocnon fcquit ad ansrquia nfi fcquitur tu n6 curns«crgo hd currit. (fAd hoc rcfpondct'' ncgando cp M quid fcquit^ ad Diis quod non fcquilf sd anstct ncgo cp ad ifta difiucnuam fcquat" hoic5 currcrc.non cui fcquit tu curris uP tu n6 curris,crgo ho cur rit.Et c u didtur ad tc currcrc fcqui^ bomine currcre.g'' ad tc cuncrc Pn currcrc ff quit" homincm currcrc:nc j^atnr argumrnrumrquia a partc dif iiincti ad rotu difiuctum cu tcrmio of ficiali no ualct argumctu:ficut i i tf r minusn^uiLquibabctuim imobili tandi .il T crrio ar^uit" fic coucrtat UI.CU r tcYmmo ueru5:ct.b.ai ifto tcr mino ucru uPf^ret x.cu ly falfii.tunc fcaumteccdit ad.b.qa ucni ancedit ad «eruucl^rut SiniilV tbitQCcditndtC ^jruerii f f^ anteceditad fa!fu.ct t3 .a.no ancf dit ad.cqa uctu no anccdit ad faflnm.f rgo aliquid ailccdit ad a* quod nonanicccdit ad Dns:et Drircr pot argui aliquid fcquit ad Dns quod nonfequifuradans:ctc6tra rcgulaj dc pnmo ad u'timu tfAd hoc rcfpd dct c6ccdcndo totum ufq; dum ifcr tur.crgo aliquid ariccdit ad aris:quod n6 ariccdit ad DikE t diat" cp no fcqt quia in ifw longa orat6nc non fuit fa cta abqua Dria^fcd fuit qucdam narr« tio poctica.CScd fi f lerct ^ne hoc mo do.fi.a.antccedit ad.b.b.fcquitur ad.a4 ci fi.b.ff quit" ad.a.f rgo.cfcquitur ad ad.b.et 3ntcr de primoad ulrimum^ crgo fi.aahcf dit ad.b.c.fcquitur ad.a4 fcd tuncplanu cfttqa fccunda confc quenria nihil ua'ctf fi.b. fcqiiatur ad iid.a.ergo.c.fcquitur ad*b. ficut nofo quitur in tcrminis notaris ucnim uT falium fcquitur ad utru.ergo felfum feqt ad ucru Pf "^CQ uarto ri fcqtTi dico rc eiTc afinu dicote cc aP : (5 fi di co te cc aPd.co ucriim. ergo fi dico tc elfe afinum (^iVo ueru.crgo ocstrcs regutc funt filfcquia omne argumo tu contt;ajina c contra ocs prcdictat tre8.^Adhocquwu rcfpondct c^i ftinguendo iftam .fponem primaan fumatur pcrfona^ ucl marcrialitcr.fi fumatu' matcnalrer.runc prima c6 ff qucnria c falfvi.non f n:m oporict cp quidiariftam propofitormiu ei nii nus (^ic^' iPam tu cs aiaMiSi Uf ro fu maturperfonaljtcrad hucmrellfcruj tuncconcedo rotiim.f.^riam ct ccnfc quf ns.nam qui dicit tc clTc afmu^ di Cit tc effc qnod c uerum .(TScd fi rc plicctur fcmpcr fumcdo pcrfonalitcr cLiiil Magl. A.7.7a Si dko prlo cr prindpalircr tc cuc tfi num.di:o ctia tc cflTc aul.ct qui didt tc cflcanimaldidt ucru.crgodc prio" ' Jid ulrimu5.f1 dico primo et pricipalk tccflc afmuklico ucrii quod c fafum CT^uic didt' ctia5 conccdcndo.(p g didt primo ct pncpalitcr rc th afmuj didt ucru5:quia qui diGt primo ct pri , dpalitcrtccircafmudicittc ciJj n6 prio ct pridpalitcnfcd bcnc couccdo tp qui didt pnmo ct pricipalitcr tc cc afmum non didt ucru primo ct prin^ cipafr : cumb oc tamen ftat quod didt ucni Kl Et codcm mo foluitur boc fo pbif ma quicunq^ didt tc ce aial didt ucrum:quicuq^dicitrc cflcafmu^di cit rc cflc aial crgo quicucp dicit tc cf fcannum dicit ucru»crgo tu csafm* d Quinto pono cp ad.a.fcquit^b.ct ad b.fcq uit .cct tn non fiat Dna dc p fld uInmu»raKa^dx.tuncaliqmdTc5 tur ad ♦b.quod n6 fcqt' ad^.CTRiir cp I^c no fcquit'ad»a.tx5natu cfequi fi fi crct 3na:et f ic itclligit'' rcgula apritu dmafr ct n6 actualitcnficut fcmpcr ho c rifibilis: I5 n6fcmp actu ridcatWZ^ argcuit^ficdararcguladc primoad ultimu cu fuis Iimitat6nibus prcnota t\%fccit cpi*3nacct bona ct forma! fimplr fcu Jc formattu currii.crgo tu cs afmus quod c impoflibilcrct boc ar guitur fic tu cums.crgo tu cumi uf tu csafmusctrunon aim*s«tunc ul rra tu curris ucl tu rs afinu5:ct tu n6 curns. cr^o tu cr afinus.t^'' a difiucri ua cu dcfrnict6r unius partis fup ah' am partc crgo dc primo ad ulrimum tu cu ms.crgo tu cs afmii8.trAd brc ars^umcntu rcfpondct I mitatn fc xta idco ftudcrefpondcdo etfuilidt« 'J/INTODECIMO du llliitaif circa .xviiii.cr,xx.re j gulas an fint ucrcf fi :>* _ ^^febonactaliquid ftaicu5 a&ciUudtdeftatcu^Dntcct figdre pugnat^iiriillud idcm rcpugnatan tcccdcnri iCDico brcuitcr ^ fic fep fubinteHccris limitatuibus cpibus fc piu8rfdtaris.ffi3nacbona affirmari ua fignifican» cx copoc fuaru parnu prcafc primar/c fignificantiu.ninc fi qd ftat cuanrcillud ideucl ftcu con uern^bilc ftat ucl nani e frarc cvl ontc ucl fccumcomicrnbih qucd dicopp ;pp6cs depcndcntcs;ficut fut i^q fiut dc tcrminis relariuis que in f pna for ma urrboru non poffunt applicari di ucrfis propofit6nibus quin miitcnt fi gnificatocm prcfcrtim in propofirio nibus uoca!ibus:fcd fuffidt cp copula tur uni propofirioni fccu coucrribili* ([~Et propr cr boc foluitur ifta cois iit ftanria ct f bi fimilis,f bcc confequcn ria e bona lignu c corruptu.crgo ipof fibile e illud ce ct tn cii aritc ffat 1* pro pofirio cc!u e quc n6 ftat cii jntc cum iffan6 ftcnt fimulcclum cct impof fibilc e illud ce.Iam uidcs quoi f pria forma rclariuu^ cu diucrfis propofi tioniT)Us copulatum ucbcmcnrcr ua riat fi|enificar6f m nunc rcfcrcndo cc lu ubi prius rcfcrrbat lignii nihil ^ contra rcgu^as.fufTidt c ni 1* ft^t fl n^u! cclrm e ctippflibilc e Iignu^ cor niptum ec .<LHis ifaqi prcfuppoin» ;p (icclarntrc 1 "tterc uolo tria notabilit btf^rnlia fubJcre .dcindc tria ari^umi ta c6tra rcyul as ad duccrc ct finc po tia hux dif XTP^ Lotadu c q; d fcj Magl. A.7.7a lis c ucraxrgo uniucrfalis c U6r^i.p5 daro cp buius umucrfiilis f*.oIs bomo euir no fitaliqua fmjuUris:nifi cor rcfpond6s*mafculis:fed oportct addc tc ct cuilibct fuppofito fubiccn corrc fpondctfuafm^ularis prccifc fi^ni ficans cx coponc fuc uniucrfalistet di co prccife fignificasr^a atr probavct cp cade5 fpo cffct fiF ucra ct f * ficut ifta propoirio.omis propoitio c felfii fi gnificansficctroprcdfct^a alitrr n admittcrct^cafustficut dato cp cffet ocs un:uerfalcs.ois jppo e ^alfa.ois bo c afinus et p^ fignificct ficut folet ct n5 precife:et qj fint ftc due fin^Farcs Xbcc uniucrfilis 6 falfa demonftrata pima ct bcc uniucrfats fe falfa,dcm6 ftrata fccunda ct prccifc fignificcnt. Tuncnofcquit' quclibcf fingularis buius uniucrfahs e ucra dcmoftrado ifta.oi» ;f poitio 6 falfa^ct cuilib^ fuppo rtofubiccticorrefpondct fua fingu . laris^crgo f uniucrfalis i ucra hoc quia fingularei non prccifc fi ^mficant cx compofitoe fuc uniuer f ilis ut patct.oportet crgo quattuor condinoncs concurrcre:ut i^modus ars^ucndi fit bo^.us.primo cp quclib^ fingu!arisbuiusuniuerfab'8 fit ucrai f o cp cuihbct fuppoito fubtccri corr« fpondct fua fingularis.tcrrio cp qucli bet ficrnificet ex compoitone fuc unl ufrfaljs.utdcfcpatct. quartoq» non fo!um ficfedprecifcfic fi^nificcnt i tunc modus ar^uendicftbonutfSc CTindo nota»^dn5 cp non fcquit'' ali^s hofcet fov.ci^aliqsbocctplato eiftc rt fic <^c f [n^ulisig'" abVjs b6 c ct ^libj fai e ifte«Si&: na fequit^ iiliquis bo c ct for.no c f •a^iquis bomo c ct plato fi I iftcct fic dc finguIis.ergo aliquis b5 c ct nullus bo c iIle.Et ca e qi fingub rcs barii uniuerf iliu dcbcntjumi co luncti^ etnondiuifim ,(lEtfidici£* quid ergo feqtur cxbis fingularibut diuifim fumpris.^TDico q> ex primii fequiturqjaliquis bomo cftet quili betbomociftcaliquis bomoquiefc Et cx feamdis fcquitur cp aliquis bfi cftct q'nIibet>oa!iquisbomo qui i non f ftCEt fi didtur quo crgo fumi . debenr fin^rularcs coniuncrim.lT Di co q) boc p6t ficri dupIV.primo copula tim: fecundocopulariuc . exemplum primi aliquis bomo eft ct pla^o ct Ci ceroiet ficdc finguliseft iftc.crg^o a^iquis homo cft ct quilbct bomo eft ifte^lExemplum fccundi ahquit bo mo cft ct fortcs cft iftcrct plato c iftc et fic i finguIi?5.crgo.et cc. Etita cnu mcr5do c ct dcduccda i* uniucrfaht nc^ariua fiip mo.f^Iiqs bo c ct nullus c i'* ^Et fi diciy cp ampUus f p!u« fignilcant i^ fing^ares c6iucti qdiui fhnrecoucrfo (fTluicdicif cp dnj fo^iicri fup ut^tucoia rclatiaad unJ folu f upp*" dctermiaiu rcftri^unt fi futad for7rariae>^ etfi* folo tunc fupronur:1cut folu M ptuc fignifi cit ftate tFi ordie fcrihcdi f frrcdi Prc ferrdi.f> qn fiimur diuifi^ q l l^iftoMj relatiuorii v pC et alio furpoito uc ift catur.^TET luxra boc foluit" una difTf fultos feY^hric^n^i i fuis ^iinis.Cq' cft fi^iq coruliMa falfart tn queh cius pt c urraret^ to* fienificat rx c6p6ne fim tu pru pdfe pnmaric fi^niricanu et cteaffirmaria ipotbettcc probabih» ut dato quod a fuit i mudp mfi duv>' Early European Books, Copyright © 201 1 ProQuest LLC. Images reproduced by courtesy of the Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Magl. A.7.7a hom^nrs fortcs ct p!afD ct un* an^e lus Exdimct formaiido hancpropo fitioncm : aliquis homo cfr ct fubito cquc primo quilibct ifcorum duoru*; dommu rcfpoiidcat fo^diccndo for, noncf Pi-itodicidoplatonone iftc tunc p5 cp ifta copiiLitma c falfa aliqi ho c:crfor.n3c iftcct PUrononiftc tt contra cafum:et tn quclibct pars o ucra.ni bcc c ucra aliqs ho c ct c for, no cifrc*nrniPi' aligs ho c ct plato n6 o iftc. (THuic d.cit q? ,n uoce non pot ficri uin totalis propofiiio cx diucrfu jpofitonibus fim jl^pUris ncc ci i mi tc:quia no cffci unus aliquis act' mi talis pricipafcopulas ppocs diucrfoni CDCipieriu.fsi papyro fcui carta cvas cctpoiTibiKcttuncdicocp attcntoor dmc fcribcn Jirqi in fcnbcdo nrccffa rio rcquiric' orJo.fi fcribit" ordinc re cto.tiic p* jpo fcripra p' ifta particu lurcrn cft ucra ct alia fcqucns falfa ♦ ([ Si ucro fcribat^^non rccu Iincra cS Cnua aliqs hd c ct for.no e i^ct plato li • illerfcd p'' 1* a 1 js hd c.dcidc jptrah^i tur duc hncc cquc diftantes ab i par ticul fri.uiiatcrmin-t'' ad ifra:ct Sor. no c illc ct a* ad iitarcr plato n6^ft ficutin margme figuraui^unc di ccrc cp cx his mbus pponibus non fit un i copu!ariua:fcd funt ducct jp alio fappofito uerijcat" ali^^i b6 c cr for.dl 6 ifrc:ct pro alio i' aliqs iio e ct pLito d c iftc.un Jc ! ' .pp3 aljqs b5 c:ut copula tur illi:ct /or.no c i ucrificat'' ^ platoc ur ucro copulat" illi crj)Iato n5 e if :c ucrifiratur pro fov^C Et g[uis ifta ppo pticuUns fit uria pp3 marcriafr: e tii quodamododucforma!Vfiuc fccudii C4rocmj)ro ut/,du4but diucrfisfpQ f it5iT}us copufac" qa ipofTibrc ccf qm tcnCis cffct f p5 una.i.una codeq^ rc* ucrificct"' fiinul jp for.ct plaronc in i' cafuquopomt" jpfos folos cc i miido (l£t fic ur dixi i fcrjpro:ita dico i mciuc apud unu c5cip;crc ifras trcs propofi t6cs:qa I5 n5fitordo fitus.taibic oc do copofitoisa'* crgo quc p' copulat" i mcrc il!i pncrari c uera ct a* falfa cc hoc maxie 03:^1 impoffibilc cft duat notas cqjc principales dfe in uni f poitoncpro urc u la Exprcdicris P5 q^ non c ipoffibilc imopoffibilc cct m fcripro cp unum aiis habcar plura confcqurntia toral!a.ct ccoucrfo unii confcqucs malta anria toraIia:et unu fignum ucl unam notam Diic.fed td no cri: una 3iia nifi marcrialitcr.for* lircr ucro cffct pFcs:quia fubordmaiT tot confcqucriis mcnralib^ quot crat nntia uel :)nria:quia ca quc funt i fcri pto ucl in uocc n funt talia:nifi^ jub ordinarocm urdixidubiop' Con ccdirur criaiti ulrcriusin hac marcria ccpoffibilc^ fintduc confcqucnrie q jarum anrcccdcnsunius firanrccc dens altcnus:ct nora unius lit nora al tcrius:ct tamtn uiia iftarucrit n;ccf faria ct aliaimpoffibiIis.patctdato cp ifta propoitio anim il cfr fir fcripta m papyro:ct ab ca protrabant^duc linec quaru una tcrminet ad 1 ta-, corpui fcet alia ad ifta tu cs afinunct i mcdto cani fit unum ly crgo.paritcr diftanf ut parcrin mirgiiicram*n Iiccc in fcripro fir una nota m-ncrialircr. For malircr ramcncfrdue cr fijnificac duos acrus rariona!cs inrcl'ccrus : ficut du ibus conditionalibus uel r.i tignAlibui mcui^libuftfubordiaatiu^ malitcrfuniptahibcat multaantiar ^Jtm prinapalia totaliaifcd foium ma tcrialiter boc potcft ce;:ct tunc f poitd fcriptacpropoiroplurcsct cquiuoca f \ib uno ordine conccdcnda ct fub^ ncganda f^diucrfas hirudincsAlTcr tio et ulnmo nota cp no fcquit' iftc f pofitocs ad muicc couertut .crgo no funt inuicc rcpugnantcs.patct i iftis duabus bomo c afmusiho e rudibilisj quaraquelKuihbct propoir6i miidi rcpugnitfcu cincopoflibiljs cufit i poflibilisrimplidtcr. imo fibi s rcpu gnis cii n ifraru poflit cffc uera ncc poflTitceitaficut ad«qua'c fignifica tur pcraliquam iftaru^rcttn quclibct iftarum coucrtir cu alia cii fubicct« prcdicata ct copulc cSucrtant ct cctc ra rcquifita^^Jcf patct no fcquit hcc propoitS rcpugnat ilb.g* n5 fcquit formalitcr cx iftaificut pa tuit dc orcdictis duabus:ncG fcquit I* f p6 fcquit formalV cx i* .crgo ftat uPpof ftarc cii ea fic prcdfc fignifica do:p5 ut priiis dc cifdcm propofitdni bu8;ficutnofcquit"i^Pp6e8funt im princrcsxrgonoftatfimulfcun pof funf ec ucrctuFno fiit copoffibilcs : p5 S jfris duabus papa dormit ct tu dor mi^.CL Ex prcdicris p5t «t patcrc qua fc tx 01 ppoe impoffib I :fcqtur quel^ 0(* ud nita c (cxj in 3na bona.Et qaw ncccffariumnimefc^ cxquol5.na5 cuiufcaqj >^ cuius aus c poffibilc op poirum ^i^ris c i^i incopoffibile : qa cu impoffibili nihif_c ciponTibilc.crgo taP nacbona. <[ SimiA-cuiufcucpD^ci fcqucns c ncccffinu cotradictoriu cS fcqucnrig c impolfibilcxrgo ut pnuft appofitii^Htis ct ans finunf aTf3 co puliriua i,Joffibile,crgo Jih c bona p5 la pcr diffriironrm ^iie bonc c6 rcr X quo fcqu^t" q^ cx u^ia J)p6c fcqui tx tur ipramet ct f la CJtradiCtona m ^ bona p5 poftl cx impoffibili fcquitur qiiodl vEt ficut patuit in du' pccdcti aliud priu.lcgiu ipoffibilc ip!ic5« contradici6c5:qap6tde p' ad ulnmii ifcrrc:duo c6rradiaoria formalitcr ti tum .I5 non de form ^n 15 ficur ibi dc dudrur fequit" tu es ct tu no C8,ergo for.curnt.Etircnjfucsettu non c«# crgofor.noncurrit.ctfi placct fequi tur fimul tu e$ ct tu non cs.crgo for, Curritctfor.n6currirutpores pertc dr iucerc fecihtcr ordiiic fupcrm» arfignatji dubio.xiui'^ limitatuc quar ta. SScd ipoffibilc noijilicms conrr* dictocm non pomit ipetrarc in curia romana tantu dignitaris:ut cx co fc<f rcturquodiibctformalitcr f^foliima tcriafr. il Poft tria notabilia quc lit tcra dcdarant ct foIut6nem trium ar gumentoru prcparat uoloiutpromi fiargumcntac6trarcgu!a8 formarc ctfoIut6nes dare.p' arguit"! Diia eft bona.ho c afinus.ergo deus fcja antc ccdcns c ipoffibile ct dos nccffirium fimpBrieraliqd ftatcua:itc.r^um ifta homoeftafinustquia cum iftafrati bomo efr ru Jitilis c im fit fccum c6 ucrribi1is:er ramen illud non frat CU5 3nt;equia nulum impoffibilc fimplia tci poref : ftarc 015 neccffario limpf r auia bcc funt duo incompoffibilia» C Ad hoc arjrumenmm rcfpondcf* ncgando qjilla pro^iofitio homo e rut dibilispoffitfrarccum anteccdctc:q« ut dixi tcrti noubili impoftbile cum . Magl. A.7.7a iiuSo ftatct cum didtur conuf rtitur cum ifta crgo ftat cum irta.nc^my . ^ria ut in codcm notabili patuitllZ arguit fici/'ta:)na6 bona fignifica» cx copolitoc fuani partiu. crgo tn ct aftnus dcmoftrado pcr Iyifta:bac(6 fcquctia f icrarqa fi no c bona ftct op pofnu :)nris c u aiitcf.q^ c bona ct tu li csafinus^tuncarguit fici' Diiacbo na:ct tu no cs afmus.crgo ift« Dba cft bona,t3* ^ ^^^^ copulanua ad alrcram cius partcm^crgo cmnimodcoporrc bitcoccdcrc q^i* coicquetiac bona. et tamc aLquid ftat cum aiitc quod li ftat cum Dntcf ifra tu nocs af nus.ga i"* c ncccffana;cr arR e poKibilc.g'' pof iunt fimulfrarf:;cd cu^^ns firipoffi bilc no potcft cu cc ftai c prcfcrti^ cu^ iftapiopolitoruric» afm' rcpug^nct omi cotradictoric.nulla autpot cc ncc inrdligi maior mcopoflibibtasqcon tradicforioru jf[ Ad boc fccundu^ ar gumcnturcfpondcoprimu diftiguo do utrum oppones uclir cp aris ligm ficctprecfcutln6,fiprcafc dadmit rirurGifus:qacxprcflc fcquitcontra dicrio.f q; fi ilta :>na clt bona q? non o bona et cccnucrfo cf fi non cft bona tpcbona. quod f ut fcquat fi non c bona quod ebonapiobatum cargu f ndo. (ITSed ecoucrfo ^ fi c bona cp non c bona arguit^^quia c bona ct aii ccdes ficprccilc fignibcat pcr aducr farium.crgocuciu.runc uliraans o ucril ct ons falfu.crgo non c bona.t^* in reguhs,Eccc q^cafui c xprcffc ij li cat CDtradicrocm.ergo impoffibiliset witcr rciicicdus c^FSTucro no poni tur fignificarr prrafc ficac mittit^ca fos ct adbuc conccdirur ocUiW ce bo tiamtqum c fcqucns cffcbontt :ut pn us.ll £t dico tunc q^ aris c falfum ani moipoffibilcquiahoc ctiam fcquit ncccffario,nam fequiturjlla ^na c bo na:ct confcques c ipoffibile fimplr.cr go ct aiis c ipofiibilc dmprr cr p ni bi' c fibiODpcffibiIc:il Et fiarguit lic c6tra i"* 3* c bona ut coccffu c ct a** lic affcrtiue fignificat.crgo aris c ucruj. ^ Rcfpondct nfgando:)oa3:fcd 05 addcrc qj fic pcifc iignificct qi repu gnat ctifuh([EtSi qucrit" quid pcife fi^nificar.41 Huicdicit' cp predfc fi gnificaripoffibiIequa!Vcuq3 fit illud no c ccrtilicandu:qa boc dcbct effc fc crctum:qancminid5 rclcuari nifi in diciudicii.<07uerorcfpondcn$ ud lct (paris mutarctfignificationc^au tcnricam.ffignificandotccffc bcmi nc:ct Dris ctia m utarct fignificatccm Xfignificando tc cffe aial ct tota oha fignificas cx ccpcc fuaiu pnu iic dc nouo figniTicannu.tuc dico q^ i' Dua e bona ct dico q^ 1* ^po tu non cs afin* ftat nuc cu aritc cr cu Dritc ncc c tunc cotradiaonu :)rins:qa i^ p' lu cs alin' fignificar pcfctcec a',ncgatiua uc ro tu no es afinus no mutaf ligmfca none.ct io ai illis ftat ct i ucritatc: ocs dc fiicto funt ucrc:ct et ficut adc qtc:fignificat"p ccs pot cc. <1 Et liJs rcfpofio danda c huic Dric:bcc Dria cft conccdenda.crgo tu cs afiims.ct fi di ctc confcquenric fint mentalcs.tunc nonpoffunrnon fignificaic quud fi gnificant:fcd folum qucrcndi.m cfr «nprccifcfignificcncjicl ncnct rc fpondc:ut pnus .(TTernoct ulnmo «rguirur fichccconfcqucnua cir bo nabccpropoiiioquc eU coiiicqucuB buuiscoriqncric i mccflaria fimplf drcr.cr^^o bomo cCc afinus dcm3fcr5 docoiifeqjcns buius 3Jc quianon p3r cflfc ita ficut adequate fignificat' p aiis nifi ita finficut adcquatc figni ficatur pct xis:ct tamrn i!la propoiro nullus h > c afiitus ftar cii anrc cu ip5 fir neccflfariafimp Vctans fitpoflibi bilc:^ipo(ribilc6:)ns buius ^nccffc iiccclfirium^ct tamc ^ po nullus hd c ifiiusiic co^^oflfibilisilU 2Pri^""i fit cius conrradictoria •(THuic dicit fihcCDiia em merctuncc bona:fcd ti iti nibJe cSpoflibiIc\-ja eft ipoflTibilc cu fit ipoflTbiiebac mcntale cflc uc ram bomo6afinas:fcJ i uocc uel in fcnpro.tunc 3ii i nibil ualct/tat cnim 9 bcc propoiio ho 6 afmus 'ignificet deum cflfc precifc:ct tunc no fcquit ifta propoiro homo 6 afinus.f^cft nc ccfl[iria.crgo homo 6 afinus «^rSTft fiat 3iia hoc modo ^iis huius Diie 6 nc cc/Tarium fic preafc fignificando au tcnticc.ergo bo 6 afinus,tunc Diia cft 7 oprima:fcd ans i impoflribiIc.ct idco tunc illi nibj! c compoflibilc EXTODECIMO. Du bitatur arca.xxu ct.xxii. rcgulas/.fi arguitur ex , contraviictorioDntisad c5 traJfctoriu iiitis.3iia h bonaflir fi cx oipof ro ^iitis cum alrcra prcmiflTaru frq'i t" opoofiru alterius prcmjTc cft yh bnn i firrum fint ucrc <JAdboc rcfoon let^qjifr-c re^^iilc funt tmtc ifritaris et necffrritis i hgic^ quod f fnr^inijlamtntumtorius difcurfuf noftri.CEtpc^hisrcguIas inucntc fucrunretiQucniunt^ omnes bone formc argucn Jufioit pnret mfpiaef proccflfum Anfrorclis primo prior'* ubi ^batformas fillogifticis quafda cflfcconju^atocsutilesct quafdam i urilei.Et iftc majifrcr Strodus i pro baiido has rcgulas gcneralcs fcpc fc regulitperhisduas regulas_et ma ximc peruigefimaf cuda4lAdded« tnfun: Iimitar6csc6:$ quasbreuita tis ca rton rcpcto:fcd pro dcchratonc httcrc magifrnaliquareduca^i una^ que fupenus binc inde funt difperfa dcindt co^a regulas arguam triplid tcnut clarius eluccfcanr.€ Nota g* ipfx impoflribihnoimplicantc c6tr< dict6em fcquit quocllibet marcnart tantii.unde feqiiit nihil e.ergo fur.i et for.non c.fcd cximpoflfibili implidi tcconrradict6e5fcquit quodlib^ foif malitcrtantu:fcd nodeforma ctboe latiflfime patuir dubio.xiiii'' .Iimitat6c quartxSed cx nullo impoflTibili mudi fequiturquodlibetdc forma.Etlicet fmtmulra impoff.bilia implicariacS tradicrione:f cur ibi loco allcgato no taui:tame notabil s propo:it6 iplicanf corra Jictionc e unadequa magiftcr menrionem f icit in I ttcra,f. ifta.a.cft uerum cuius etiam meminitTifbcK in tractatu de rcbriuis ubi ponit hac copulariunm qu^m co Kedit.fciIiV^cp ia.conrradicit.b.et tamen fua^ft uenj ;b.cftuerum remper fignifirardo p dfc pnm. ne quod patet ec poflfib le inboccafu dato q>.a.fi^nificct pred feqj.b.cft uerurnirt.b. contrad cto riomodo.Ccp nuHum.b.eft uerum ct tunc pater prima pars copu!anue.f.cp •a.conrradicit.b.etcconTa pcr cafui cum prcdfc ambo contr^diaorie Magl. A.7.7a fignifirffinctrccundapavi Srguituv feafrfiCLa.eucrulic prcnfc fignifi cando.b*circ ucri!.crgo.b.c ucruxrgo fi.a.e ucni.b.c ucrum frut rcquirur i fiTi hcc propofito ru cums c ucra prc cife fij>niiicans tc ftudcrc.crgo tu ftu dc5.ct cx codcm aritc fcquitur qj fi,a, i urrum,b.n6 cft ucrum:quia fcquit ji.ct.b.funt duo contradictoria, crgo fi unu5c ucrr>.fa,ucl.b. altcrumcfal fum et ^ritcr non e ucr jcrgo fi.a.f ft ucrum.b.n6 e uc rum quod crat fbik dum f t boc idf o e;q.T illud arii non i folum impolTibjlcifcd ttii -mphcam contrac!ictionc.ipollibi!ee fnim.a.ci ucruficprccfcfigmficandorct ultra rx hoca.f (fc ucrum rcquit^b.cflrc uc rum:ct.b.n6 cffc ucrum 4/ ^ t pp dic ras cat f ^ Tiibcru eimpoflTibibi caut fiponaturprcafc fignificarc ipfum •ii.ctnonc<cbetadmittict boc fuocd rradictorio cxifrcntcf.b.ut ponc ba^* fupra.ubi ucro.b.fuum cotradictorm non cet«tunc.a.n6 cet ipoflibilctA fp& «ffirrrariua fa!fa cuius fubieau f rt fupponcrct fmc^ aliqua amplirionc rtdcftncr6c if Et iuxtahoc c6ccdit Til bcr <p hcc jpo k utra:fi fua cotra dictoria e ucra.ct (p hcc j p6 ri e ucra fifiia contradicrona e ucra ncc i* c& rradicunt:'cd futcondinonacsdc c6, fcquf nnbuR contradictor)i8,([Sicut rria conccdit" q> fi tanrum patcr e rum patcr cfnf t fi tantum patcr e n6 tantum patcrcft ^T^cd n6conccdi rur o' fi tantum patcr cft tantum pa rcr cft:ct non fi tantum patcr fctantu patfrcfftquiaifta contradicunt.f Si militer non conccditur q> fi tantu pa %ti i con taotu patcr ixt non (i tani patcr cfnon titu paf cr e.^rEadfiTi c * ct codf m modo non conccdcrc t q? fi bcc propofno c ucra fua contradicro riaeucra.etn6fihccfp6 cuera fua conrradictoria e ucra nc c cria i* duo ,f.fi hcc propofirio e ucra fua contra dictoria non e ucra.^t non fi hec fp6 i ucracfua conrradictoria non e ucra. qa funt duo contradictoria.Et or poli tum iftaru c6ditioi.aIiu fignatani c6 ditionalcs ncganuc funt ipoflSbilcs t ^a carum oppofite cffirmamic futne crflTaric cum finr condiricnalci ucre qiialircrautcmfintucrc porrsdcdu ccrc dc primo ad ulrimum parrim ex bis quc babuifri dubio dcamoquarto bmitat6c quarta pamm cx bis quc i hrc notabili dicta funt dc.axt.b, jpo fit6nibui:ctbocapud Tqui admittic cafum dc infolubih fimp'iatcr cnam cumprcdfa fignificat6nf :quia a^itcr dictc c6cIufioncsnunq (■cduccrent': ficm ctia Tifbcr loco aregaro tcfrair' « ([Vndcfm cum quitalem cafum ron admitnt c conccdcndum qd* cft aliqua prcpoit6quc fu prfafc fignifi cando non porcft habcrc ccntradicta num.patct dc.a.quia tunc cflfcr ipof fibi!cfimpIiatcr.|jrEt fi dids cum m tcilccrusfithbcr ponoq» tan um in incntcmcafit.a.ncnnc poflTcprcpo ncrc unam ncgatoc^ ad^.fiuc babc rc actum ncgariuum fupcr.aTt tuc habcbit contrndictormTr:quia non a Uf rius contradicf r • q nfgar6ncm pcnc rc ucl prcpofiram aufcrrHliHu ic didtur cp potc« prf poncrc ncgario ncm ad.aifd non ipfo mancntc in fua f!gniricat6cf)afajCfFfididt.a.a jp6 menubs^Tisniiiait natutaBr ct >i*rcr no fit caderc a (Wfignifiai ticiu natural .ergoetcc£ Rrir(6cc dciido to:u.uni c icp^,c^u e rit reirae bitm fua fignilicatoc^icut pnustrcd liopreafc leu adequate.iid prccifio fcu adcquatio diat rclatoemificut eq hta$.relatio aur hanc natura p6t abaiidc nouoaducnire uPrcmoucri ab co pcr fola mutatocm iacta m alio ficut p5 quintophificoruPct fola cni mortcm ftlu parcr dcfinit cc patcr ct pdirpateinitarc<rEti6dicoq»p fo lii actum ncgariuu dc nouofactu ab inrclleau def ni:.a.f gnificarc prr cifc fcu adequarcira q^ pdir pafionein ct adequat6cm:ficut fi for.ct Plato ecnt rqualesetriatoiapcrcr maionnon mutatofor.tunc 1 latono pcrdcndo quatitatcpnorcdcfinirec cquaP^cir acquifit6em iiouc quariraris. C Er fi tudiaVguidcrgon^iud inapir figni fiairc.^JHuic penr6i f m Tifbcru no tcncor fariftaccrcniifi dc graria ^Kfi - ali quam nbi tribua teporc Dafccffit fi dias illud ahdf quod fignmcat utry^ fignificet naruralV ufad pladtu.tfDi ot" q^ naturaTr qa cx natura rei c qf dum exifnt folii m mcntc luc fijnifi cat folu fuu cotradiauriu cffc ucru^ fxnaturareicriacqj ftarim prcpofi ta n; gatoc fign ficer naturalV hoc et ahrer cr Diircr no prccif c illud qd* pn\ ficur fi nunc non fir anrcchrifrus.ruc f p6 in mcnrc c ucra.omnis homo e cr fubjccrum non fupponercr f anrc cbMfro.d^ide p^ no cp pofr bora nafca rurancbnfrus corinuanrc acni mcra Ic catbcp-or cu f»omis bo e:cr parct cp fraDmfiibjccru^buius ppofiroismi laUindpictfupponercpro amccbri fto:cr boccrirmerc nnturalV ct fi ad placiruyimouclisnoLsuc rci:cc6po ncnrcfubicctumfupponit pro anic cbnrto:feupro antcchniro lupponit proquoantcno fupponcbat Uccnp fusfignificaucrir ncc ualcr i' D.ia iLb iccru5 buius prepofit^is fupponir mc rc matenafr er n6 ad placiiu ct pnu% proanrcchnfronon lupponcUu.g ncc nunccthocjpptcr mutat6ncm factain alioXcx partc rci:qa natus c antecbrifrut.unde fignifica:6et iup poiino dicunt rcLit6c3 ct i)abirudiije5 quc fi fuenr mentalis cnr mcrc na: u ralis.cr idco merc narurafr cqiil b iccrum hujus propofit6.s icpiat fup poncrc pro alio niic q prius.ct fi om nino nulli fici cr murario i alquo < x trcmorurclaroisimpoffib le cllcrraj narurahter q ad placini rclat6cm dc perdi.cr he^pro dcclararonc Iirrcrc fufficiar.4i N unc ad argumcn.a con ucrrorPrimo fi aliquac6fcquentia • mala cx cuius contradicrono ^ntis fc quitur contradictonu^ ariris. crgo rc gula falfa.r^'' er ars piobat^prclu} po no pnmo cp pcr ly hoc demonfrrarur for*runc facio ifram confcquctia:boc n6dcm6ftrar^ergo hoc no dcm6ftra tura* nibil uilct.-ct tn cotradiaonu Dnris inf^^rt contradictorium annt. Quiaoptime fequiturhoc dcmo ftratur.crgo hoc dejnoitratur dcmo ftraro codcm 4jTt qucd lira confc quenria non ralear arguirur fic:qui« non fcquirur Sortcs non dcmonirra tur^rgo hoc n demonfrrarur.crgo a pan non fcquirur boc 16 demonfira tur.crgobccnon dcmonfnarur t^: quiaiftcconfequcnuc funi OtnDiuo / fife% cHcomnoidcm dcmonftmtun. (5 cp 1* li fit bona arguifija cafu pof fibili pofito c ans ueru ct Diis fiilfu:qa fi nihil dcmoftrat' ccrrii c ans eflcr ucruJTonno dcmoftrat^ct tamcDii» cct falf j«f boc no dcmortrat^-ja fi yhs^ clfctrucru cii pfu fir fpo cathcgorica 05 cp fubicctu aliqd fignificctJs fubic ctiiclv bDC.g" [yboc alitjd fi^nificat fcdlybocc ^nome dcmonftratiuu^ ct f nomc dcmortratiuuu nib:I figni ficat nifi dcm5ftrando aljquidig^ pcr ly boc dcmofirat boc ucl illud ct p 3* falfum c cp boc n6 demonftrat'.crg(T ansdictc oiic c ucru:?t taiicDns cfl^ fiilfu quod crat probindu.(! Ad boc primu rcfpondct ncgando cp i"* non fit boa 31I1 imo c opnma.ct cu> diatr cp no feqt' for.non dcmonftrat .crgo hoc no dcm5ftrat •^FHuic didt cp fcjt fcmp dato cp no poffint cflir plu rcs for.ctql' lyfor/it tcrminus rac rc difcrctus:ficut uult Tilbcr.ct cuiu didt^cafu pofl*ibiIi pofito ans c ucru^ ct:>ni falfum ct ccncgo Jlud ct ad mi^ cafu quod nibil dcmonftrct" na go cp ans fif ucriiiqa no b^ ans ncc cr 3iTCcr ftmte cafu 1*' no c amplius f fci b:i coccdo cp aiis i^ 3ric pot cc uc riirfcd no e poflibilc aris 1' jric cflc uc ru n.er in liac m itcria coccdit" q? ifta yp > for.n ') dcmonfrrat'' p5t cflc ucra ficfignifi an Jocti* a!iabocnon dc monfirat^nopdtCiTc uerafic fignifi cando ct tame iftc propofitdcs Coucr tunf^.Cf £t f 1 didt" crgo a coucrtibili ad cpnucrtibilc no ualct argumcntu (THuic dicit"' nc^ando ^riam quia T ca* e cp forrcs dcmjnfrrct" ucl non.fi fic^cunoambc ift^ fp6c% Cdt ct urraq; c falfa/i ucro ncc for nrc af^d aliud dcmoftret .tunc no^iicn :)Ja:^aii crit nifi una ifraru, (Sz^ arguo acC* ^ria non ualct boc c prctcntum.crgo hocfuinct tamencx cotradictorio c6 fcquctis rc^fcontradictoriii arinstja bcnefcquit" hocno fuit.crgoboc no cft prcrcriru quocuqjdcmoftratdtEir q? i* Dria no ualeat arguit" fic alijd tu it ct impoflibile c illud : uifle. crgo ati quid fuit quod no fuit tcnct ct an teccdes jpbaf ct figno liac f pocm bo cafinusquauolojmjuifrc fic figni ficandopreGfc.CTdcarguit"fic hoc fuit ctipoflibilc c bocfuifle.g^ ttcc. Er dcmofiro p ly hoc ifra j pocm bd e afinus.tuc p"* ps p3 ex calu ct fo^ pro bo.fiq? ipoflibile c l70C fuiflc:qa ueiii h cpipoflibilccbocfuiflc.g'' ipoffibilci bocfuiffc t5* a fiB ut ucni cft tc currc rccrgo tu curris:ct aris arguit" CcnS f p6 c ucra cp impofl^ibilc c boc fuit quc adcquarc 1 ignificat qd! ipofl^ibilc c boc fuiflc.g*^ ucrum c cp ipoflibJc o boc fuiflc 15^ ab offiaanbus ad offici ataret a* fh^ri c mniiifcfiu ct jp maio ri jjbat^rqa boc ruinll id qd" ipoHibilc c g'' qi e ipofl*:biIc ee boc fuJt.rj* a c6 ucrnbili ad conuertibile ct aris c ucru ct xisoris cmaior i*/.crgo mji lor c ucra.C~A J boc f 5 riir ncgando qj no fit bona hoc e prcrentii g'' boc fuir.F t cii dicit' cp a iquid fuit ct 1 poflibiV c itud fuiflc.g* aliquid fuif qin6fuit:etcc.nc<?o ari5.ctcu dfot" boc fuit et ipoflibilc i boc fuiflc coda drmonfirato^CjHu^cdicit'' ncgado 6nm pte.cr cu didt" ucni c qS Ipoth bilc 6 boc fuifl'c.g'' ipoflibilc c boc fu iSe*([ HmQ dujtduhitido quabces (10 (i iaiili m% HQBe tbi ttncntvit ly uFnoi JV uT difltiucTi f nmo m5 ift« e c&rcdcnda.ucnim « qiipoflibilcebocfuifrcrqt vstanJac fi diccrct' ucm e boc fuiffe illud qi nuc e ipoffibi!c:ctboce uerii in Cafu dicto.S^ tuc h V5* cu ifcr^'. ^ ipoffibi k c boc f Jiffc:quia qi no couerti^' ai orat6einfinitiuaquediat' dictuypo fitoirnifi cu tcnct" coniunctiuc»Si uc ro ly cp tcnet' c6iuncriue«tunc oiia eft bona:fcd ans c falfu.et ad probatocm cu dicr' bec e uera quod ipoffibile e boc fuit qijc adcquare fignificat q* i peffib;!'* e hoc fuiffc.ergo ueru cql' i poffibifc f boc fuiffe:negaf Diia: quia in anre ly quod tcner nominafr et in ntc c6iuncriue tlEt luxta boc folet concedi qi uerii e qJ ipoffibilc • boc fuiffe et falfu e (p ipoff.bilc c boc fiiif lc tenendoly qi in prima nominaft: in fecudac6juaiue:ficut c6ceditur (p ticceffariu e qd* deui non fiiitrquia cc Meq^deuinofuitet celu ineceffa nUrrgo neccftriu c cf deuf non fuit tt tamc ncceffe e dcum fuiffc:er ipof fibilc e deu<^ n S fuitSimifr €ocedit ep poffibiTe cft (p nibil fuit et niliil crit. et tn neceffe e quod ali^d fnit tt ali^d crit. ♦rferrio arjruir" fic i* d& e b6« forxnuncp" jenitiii.ergo bab^ ma trcuf parre:et tameex c6rradictorio 9m % no fequiy c6tradictoriu antis.cr go regula falfa:quoil fit bena faris ap paret ct probaf minonct pono quod pfefo pQriierit feme in matricc ct mo riar^^an gaia intcllrrriua forinfimda tur.ninc fimus in p* i/ranri fonet tf n6 fc^f for.n6 b^ nec babuit patri i crf^ofor.n6c primof enirus^qa ans i iieri'ct;^Bi£iIfu;^ >Difit falfu p3X|:f nRfoquordenanuJtate cxtra utcruj f5 i utcro qjc p6r dici ucra nariuitafi qiansfit ucrufbat^^^qa fi n5der op poltu.f.qj b5 ufbii r patrfcct p5 qy boc 6 falfu:nd cni b^ parrc:g[a plato c mor tuus-ncc cria babuir patre:aa for:n n fuit.ergonababuirpatre^tlAd boC tcrriu^dicit" ncgado :>nam primara.fi for.nuce priogcnitusfcu natU8.5f ; hab > u?r»abuir parre:f icut aprc proba tii i:et cii didr' cp ifta ^na faris apparj ilDicir^tp bcncapp5:fcd no 6bona.uii de no e neccffs cp ttd gcncrat5cm ali cuiusfitu?fuit pater uP mater eius» fcd fuffidf cp fuerit fcmcn dcbiro lo co ifufu qi hab5 uirtutc corporis fot mariua.ct dc' fublimis crcator q aia^ corpongcncratomfunditct oiu^pii tcr 6 primus et prinapalis dans oibj ce ct conlcruari il Et c^cedir' natu ralV cc poffibilc bominc ccnunc prio f duau qui ncc babuit patrc ncqp m« tre hominefcu homincs:ficut pofita dc pIatone:ut prius pofui,dcidc i bcr ta cp fit bn fana et fimus p modicum tepus d-ftans ab iftanri quo aia iteHe cnua infundcr" pro for.gcnerado. Et f int of s caufc j5>parantes difpoit5em f ifta ai ) ita propinquc:quod nulfa cH naturalis in tam breui tcpore poffit «pp^icariadipedicdu.dcindcuolo (p Bcrta pcrcutiar^gladio ct fit in brcui ori tepore mors bcrtc q tcpu» in quo •la produccr* jp fongcncradd cafus i fanspoffibilisctinrcll gibilis:et ninc patetdcp inrtanrifor,ctcct dubitar quoad tli^ fccundas regulns gencrt k Magl. A.7.7a lci mapTtriflVtni;.xxiu cnxxuiLrc gulc fmt ucre^fi o.h c bona ct fcita ct ai5$ c intcUecm ^ns c intcIlcctuKt fi Lia 6 bona oppoitu 3ntis ri potcft ffa rc cu aritc. iJDico brcuitcr cf fic n5 ncglcctis tame Iimitat6nibus coibus; tamc pro dcclaratoc littcrc uolo nota rctna ctftatim pona^fincm huicdu bio.Cl Pnmo notandum cp ^dam nc j^ant 010 fuppoit6ncm materialc pp fundamcntu oio oppoitu^ dicrii ma giftrLno cnim uolunr cp ifra fit ^pofi no.bufcftfilfa.pcrrus edicto^a.eft bt tcra.ct ad hoc probandum prcfuppo nuntOPrimo cp quchbetpars orMo nisgrammaticccparsgci fuum mo dum fignificanji .([ Scciido cp nihil pot cffc parsconftructonistnin fit dc octo prib^ oratois gramaricctTf crto omis tcrmm* e catbcgorematicu» f fincatbcgorcmaticus ct oistcrfni tius catbcgorematic' c c6is F difact' {[His ftantibus arguunt q> prcdictc n6 funt propoitocst^a non babet fub icctatqa ifta quc uidcnt fubicaa ni funt alicuius parris oratois cum non habcantmodu figmficnndigcncrali «Pfpccialc quod probat^-qa ari impo firione no habebant aliquemodum fi gnificandi.aim tunc nu!Iaforct pars orat6i8 ncc pofnga nulla c fiiaa impo fitio rcrminis ad fi?;nific«ndu fc«tu5 longus hic fuiffet labor.tum quod fcrminifcipfos naturaPr fignifcant ct non ad placitum criam data opinio ncoppoifa fcquit" q; quclibct psora t6is poffet cffc nomcn ct fic ficrct d fiifio in grnmmarica.^TSccundo ar jruit ct figno iftam ppoitoncm for.i dicti ct grjuo (j non cft propoitio;ija nonbabet rubicrtumtquia non e tcr min'quod probat Jcnicettcrmjn' fmcathcgorcmaticus cthoc n:uf pa tct:f cathrgorcmancus ct hoc ri:quia uPcft tcrminus c6is:et hoc no ut pat^ uPdifcrctusetboc norqa fccundu^ad ucrfarium potcfi fupponcrc pro (c P fibifimib.ergopropluribus ct confc qucntcr 116 uidct terminus difact' crgo nullustcrminus e ly for.qdt crat probandiCScd quia hecdifputato c tota grammat calis unica d fnnroc faris comuni tora ambiguitas diffol uct^.f cp dupVx c impoitio una abfo luta ctalia dcpcndens •C Impofitio abfoluta cqua tcrminus ifiitutusai fi<^nificandum uFmodu f gnific^ndt fignificatfiuc copulctur alrcri tcvmi nofiucnon.ficutly homo fignificat omncsbommes^x impofitoc autcri ca abfoIuta.CScd impofirio depedcs c qua tcrminus n6 impoitus ad figni ficandum uPmodii fignificandi p fc n6fignificat:nificopuIctur alicui no tc ir^titutc n pnmo impoirorc ad hcc offidum cxcrcendLm.notcaut nmt plurcs:fcdinprcfcnri nctc marc'ia!i taris funt iftc:ifra dicric:ifre tcrminut ifta orario ct pot>ffimum c Tta uox ly ucl ubi fit talis compoirio tcnninorLi qjfubicctumfitprime intertJnis uP impofit6!sct prec^icatumfccundc ft nc figno pfonali prccedcntc er fic de nbisinftriutoibus ab irrpofitorc fcis •utcnncc quas in regulis fuppofinp num facile e comprchenderc.tlDico crgo admiffis omibus fuppoitonibu» (p illa uox bufantc impoitnem ct ctii poft pcr fc prolata non cft pras crari ouis/)^nmu copulat buicnptc ly nelaliistemilsmaterialibns ufcfipft •d hoc inrtitutc frarim mdpit eflc pg oratonis ct indpit babr rc modum fi gnificandi gf nrrale eflcnria'e5 nomi nisXfignificarc pcr modu babitus ct quiens ct dcrcrm ndic apprehcnfio nis:nec hoc fuit magnus labor : quia bcc nfrirutio pauds ucrbis facta if, pauds notis fcu rcgulif;:cum ucro di oturq? antc fignificabtt fc naturaR: 4[ Huicdicif q boccucru:fcd antc n6hal)cbatmodu fignificadi nomit quem hab5 cx appLcatdc ad a^ios tcr minos modo ifrituros cx impoitoc dc pcndrnfc:ct qj plus cftcna habuit:uc iion folu pro fciCcd pro fluqlib^ fibifi mili poffct fupponcre.<ir£t tunc 015 dicit^qi quchbct pars potcJTc nomcn dum fumet" matcrialt.d Huic didf ccnccdcndoimmocrcgRi gramati falismagiftralbus ucrfibus tradit* ^DktiQ queai.nq; fuerit ribi mafcriaJ ( Sftn cutri giirrs ct idccUabilc nomc, 6 Et ad ulrimu dico \y fori tcrmi nuft cathcgorematicuf et e tcrminus rSisdum fupponitmareriaFrctinfini ta habct fuppcirrt ucl habere poteft/, hoc ly for.er hoc ly fcr:et ficdefingu lis fyllabis i uocc uf infcripto:l5 ly for, perfonalV fumprus fir termin^ difcrc tus •(! P ura de hac materia infcrcrc bic no cft cura.fufridt cnim pro opini ©nc Strodllicutdic tm lit^cra cpjfra ©rato cft ^poiro bu£c fyllaba^.litfcra etbuiufinodi «CScd dcctpt6 opinio nis oppoifc in noc cofiCtit cp ncfdt po nerc differenriam inter dictoncm ct partcm orat6L^/}ict6 cnim i dictb p fignirKatu fufieflrcriale.fcd pars or« toiieftparsQrAtoii pcrfuu mgjum fignificandl ctnSpcr figmTcatnm duc cnini dict6cs poffunt unu fignl ficarc ct idemct tamen pp diucrfum modu fignificandi crunt diucrfc piir tcs oratois.ricut iftc duc dictoncs cur rit ct cut fus quc idcm fignifican .:fcd no codem modo^ct quclibcr pai 1 or« rionis priuf c dicto q p.irs oratonis.un dclybur.finc aliqiiofigno materiali ct cxtra f pofi ocm e dicrio cf h eft pt •rat6is.fep.Ti.a!iqd dicitfcu fignificat: qt fc fignificatmatfriafi;fed nocli pcr nomcmniTi dum copu^a^* notc uj compoiroiad hoc inffitutc«|J AIic uc ro funtdiaocshabcntes impofif6em tibfolutam quc!icctfinf cquc primc diaoncs ct pa tcs orarois poft impoli t6cmfectam:tamcnpriui natura^fiit dictoes q partcs orat5ni$,ct antc infti tutoem aljquam factam crat dicf6rs ct n5parfcsorat6nii.ctfinunc ccffa rctimpoit6ctuocc8 Lterc rcm5ereC ftarim ocs dcfincret cffc partei orati on:'s: fcd non dcfincrcnt cffc dictio nes .<! Proptcrc» •Iiqucdict6ef fuc runf impcfite ad fignificandii cf con fignificaduin.i4id dcrcrmnfidiim fi Rnificaru et modu fignificandi:riaic ly homo fuitimpoitum ad fignifici dum hcm;ncpcrmodu nomi?jt<Ali que ucro dictoes fuc* unf impofitc fo lum ad configniricadum:ficut futuo crs que nihi' prcter fc fijenificant : uc buf. et bafet ta^is impofit6 c depcde» tf Alia uero abfoIuta:undc ly h6 mgfiij cft par^orat6is habet cundcmcduj figniftrnndi fiuc matcrialitcr fiuc p fonafr fumatunS^inqtu cftdia6:crc dacdia6csninamateriaR:ut natura litcrfcfignifiar^t glii pcrfgnalircK Magl. A.7.7a fcu cx impoltoncpro ut fignificat «d lco ufangclui:fcd fuffiat ep «cfligif^ ff XJiomin6.0cd lam fine pono bu dctcrminatc ncwtio^boniinis fcu ift ic fpc cuktionitga ut dixi ad gi^mma nitas bominis .iTVerutamc nota (f tjca fptcrat fpcculatiua Sccundo intcllcctoifinita prcfupponit itenno nota pi o ahquo d icto magiftri i littc ne finita.<r N cmo pot inrcHigcirc n6 ra dum ncgat q? tu Irelligis no intclle homjnfcnifi prius itclbgat bomicm* au a tc etia mrclligcdo prcdicatu hu CEt fi diccrcs ifta itcllcctio infinifa tionis tu intclligis no intcllcctu a tc n tcllecto ifiiiita dc qua loquor no e ni affirmanue fcd negatic ^ndco pro bil itelligcrc ncgatie:ficut dormicns ootitia buius nora cp triplcx c compo 9 nibil intclligit:f3 ifta itcllcctio ifini intcllcctui.pnma cTimplicium inttlli ra fcu ifinitata cf t acto pofitiua feu a« jrcriarficut cu intelUgo rof5 abfolure tus pofiriuus ircllectus quo intclligit Sccuda c copoito fcu diuifioiaffirma ncgat6cm finin feu ifinitarocm ciui tJo feu negatio:ficut cu inte lligo rofa *f no bominc.Et idco talis itcllctio q" cffc pulcbcrrima uFnon efle liliu.Ter damodo ncgatia de qua mcnr6ncm tia e iUato feu difcurfus:f icut c opcra facit magiftcr in littera n6 c nihil itcl tio qua itcllectus aliqd infcrt ex alio < !igcrc:f ed e intclligcrc no talc feu nc fcd i prefcnri n6 c mcnrio:nifi dc pria gatocm tabs.ct non dico itclligcrc ali opcratonc intellcctus quc cft fimplcx qd pof tiuc quod fit non talc:fcd fuffi f ci apprebenfiotfEt hec prima opcra cit intelligcrc negat6c3 talis pofinui to itcru c duplex:una finita:ct a* ifini fiue finiti.ftat cni me fcirc cp intcrfid tfl* Fmita e qua inteltectus apprehi cns plaronc fuit li paulus Iicct ncfd^ dit aliqd reprcfentatu pcr fpecic mtcl determiatc quis alij fiierirrlcet tame tgibilc pro ut c ifta dc fe naturaliter fda^ determinate ifinitc cp fuit non teprcfcntariua:ficut cum intclligo ho paulus» ^ Scd aliud e fcirc dctermia minc ptr fpcde fcu conccptu natura te iftnitc.ct aliud c fdrc dcterminatc le bomimVCScd intellecrio mfinita c finitc:tf His prcmiffis dico' cu ma?^ qua intclectus intclligit nrgatoncm ftro q^ c poffibilc mc itelligcrc no irel finiri:ct boc dcrcrminatetficut cu ite! lectu a mc ncganue fcu ifinite:fcd nl hgo n6 homine intelligo negatonem e poffibilc mc ircUigere 116 irellcctum bominis capicndo negatonem largc « mc finircPrimu pat^ du p^ itclbgo pro infinitat6nc:ct hoc intclligo dcter Itellectu a mc poffu dctcrminatc M minatc.f no bommcrr :fcd no oportct ifinitarc no refercdo itellccnj fupcr ah cp intelbga aliquid determiate finirc ud pofiriuc feu finitc:fed folum 1 nc fcu poiriue:fcd fuffidt q» intclligo ah gar6em ilbus qi' prius itcllexi pofitic* qu d dcrcrminatc ucgariuc fcu ifini fccudu ctia pat^-f 9 n6 poffu intclbgc fc.fn61)omincfcu ncgat6nem bomi re 116 itellecm a mc fimtc fcu poitiuc nis no curando an illud non bomo fir qa tiic fcquerciT idej cit mtcllccta iu$ jp6is,f«i.c non intc llcctu a tc:ct di dt q^ intelligcdo pdicatu buius fpofi 6 uidctur cffc abqdificut nibil intclK t ntc ct no itcrecru i mc qf implioit Et hof c pp traii^ccdciina illiut tcrmi i itcllcctu^ ct rcflcxioni fup opcratio nc propria ircUcaus cum dico noird lcctum amc.na bcnc e poflfibilci ttt minisnitrarccndetibuscp poflfim ii tclligcrc hommc detcnniatc ftnirc;ct ctia dctcrmiatc nc jatic feu ifmitc.n cp 6 no homo ^cquid iBud fit ucl non fit.CT Ettcrnopoffu intcl igcrcdctcr m natcfmitu5 iftius ifinitat6is«rq> il lud nd hcmo c Ico cuius ca e»quia M n& 6 tcrminus trafccndcK^ficut ly itcl ijrrc cnsaliqdrcs ct buiufmodi n^ ihi fit ncgario ^pric opcra6ris intcllcc ms.mu!ra cni fiir homincs ct mFca n6 bomincs;fcd nihil c qi fit non itclhgi bilc:ct no c polTibilc cp intcHigas aliqd <|Uod n6intclligas;fcd bcnc pofTibilc i q? InrcDigas aliqd quod no amas ucl n6 uidcs*undc omia trafccdetia i fuft maxima trafccderia fumpta poiTut i fdligi dupS: tantu.f dctcrmiatc finire etdctrrmia*^cinfin rc (cu ifiniratf.fs no poflTiit itclli^^i tcrto modo detcrmi natc.Cfinitu illius ifmirat^i^.poiTu^ in tcKigcirc p"" cns:fccudo noens.Scd ni poflfd itelligf rc aliqd n6 cm:fiuc cnt non enstqa ipl carct.Ethoc ppmaxi mum ambiru trafccndcn:iu:qa nihil e ucl pot ee qircd n5 fit cns Y intclligl bilc;ct:)iirf r caliqu^d illo^ij pofitiucj Idco oprimc c6ccffit magifter q^ itelli git m itCilccyi a fc ncgariuc fcu ifmi f c folu^. (f Et fi didt' tu itcHigif figni ficatam adcquatu buiut propofit6it bocnoeinrcllcctum» tc.crgointclli gishocdcmonftraroifto fignificato. tunc fic tu inrcIligiV hoact hoc e non icelleaujatccr^ointclligit non itel lectu a te.<lHiSc pnmo diaf ncgta do minore im j c intcllcctu a mc ihni tc;fcd no cmtcllcctu fimtc fcu pofiric utdixi;qa illudc impoffibilc nccfcq turnSeitcllecrum a tc dcrcrminatc finitc.crgo no e iccllcctum detcrmi^ tc.ftat cnim cp fit ircllcctu dctermina tc ifinirc fr u ifinitatc^ AlV potcft di ciocc maiorc ct miorcf^ diucrfisfo fibus.na Ti boc c i:cllcctum.f.ifinitf :ct e n5 mrcllctcu f.finirc{fet idco coccdi tur coclulio cp irclligo n6 itcllcc:u5 a mc.i.itcIligo ifinitc:n6 itcTccrii a mc fi nite:ctfiibhoc fcnfu c^dufo 6uei'« 4inrftc modus rcfpondcndi e rcaRfcd tamc non debct coccdcrc ^ham abfo lutc ficut ncc m norcm.n6 cni dcbcc conccdi cpni cfr itcllcctu :qa no e iit rcllcaum finirc:arguir cnim ab infc riori ad fuii infcrius diftnbutic: ficut m fcquit" tu cs n6 homo aIbu$.crgo tu c$n6hDmo:Put placct aliisafupd rion ad fuum infcnus finc diftributi onc.qatcrmiausfimtu5qto fupcrior tanroiSnitatusfit ifcriorctnon cr5 tra:etdchocn66uisad prcfetcthic pani abundaui in ucrbit ct matcriaj «liqua^ tranfgreifus ^ Lim:quia re dif ficilima mco iudido ad cxpnmcdum n6potuiaFr &ccrc chriore^d Tcrtio nota qj ifta diio fc h ibcnt ficut fupc rius ct infcrius.f.nofimf ftarc ct inui cercp iignire.na qucoicp rcpu^nat non ftani: fim^ctii cconucrfo.IIui cni dicunt n5fimPftarc qucfunt icom poflTibilia fcu cx quibu^ fit una copu htmn impoffibirfiuc illaipliccnt con tradictncm fiuc n6.vcrbi gratia fiait ma^^iftcrdidtin Uttfra tu n5 c^ alb' et nibil e i' copuioaua e impolfibiCqa eiii Early European Books, Copyright © 201 1 ProQuest LLC. Images reproduced by courtesy of the Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Magl. A.7.7a fccuda ps cimpoTibilisjct tamcn nu lapars cotradicitaltcrincc mcdiatc nccimcdiatc;etboc formafriqa tunC ex altcra ilLirii fcqucrct cotradictori um alrcrius.Et cii qucbb^ iftarum fit nrgatiua oportcrct q? ex ncgariua fc qucrct" affinnatiua formaPrxt fupc nus c rcprobatf; fa^tc de ncgatiapu ra:ficut c i propoito,(rScd ifra dicun tur repugnare:quoru'unum cforma lircr illariuu cotradictorii alterius fiuc mcdiate fuic imcdiate:ficut ifta nibil c ct tu curris.CTEt luxta boc nota dc bonitatc Dnc:quia ad bcc tp fit bona fufTicitcotradictoriu^Dnm ftarc cum antc^dato cp fiilfct notanter dico dato^ fit:ga iftaD"* ri c b6a:ru curris* crgo plato loquit^ct tamc fi nulla a* propoitoncc^ria alia foret nifi iftact partcs ciusttunc oppoitum Dr5ris no ftarct cu ar:tc:quia oppoini ^riris non ixrgo no ftat cum aritc.c>* a fupcrio ri diftributo ad fuum ifcrius:fcd fi op f)ofitu ontis ct aris fmt ct fadut copu ariuam ipclTibilc. tunc Dria illa fci^ fuic fit formalis fiuc matcrialis^^TSj ad hor cpfit form^bs no folii oport^ cp cppoitu Dritisnoftct cii aritc:f5 ultra hoc rcquiritur <p repugnct.L<p fit for mahf cr illatiuu cotradictorii fui antc cedcnris/cddcbisdubio qnto larius diaum c irExquibuscorclaric fcj tur cp ocs propoitdnes impoffibilcs ct cotradictocm implicantcs fibiipfis et cuiM ct rcpiignannquia infcrunt for malitcroppoifu^fui ipfiusct cuiulli bcnficut iffctu diffcrsatc;tu fcstc cffc lapidcm;tantum patcrcctbuiuf modi.il Scd f poitoes impoffibilcsri impliciinres c6rradict6ncm no ftant rutti fe ipfis ncc aim aliis^fcd tamcn ncc aliis n cc fbi repugnant mcrito fuhfi Propterca cx impoffibib impli catccrtradictoem fcquit quodlib^for ma!3tcr:fcdn6dcfoima:fcut in lin^i tatoc dc pi imo ad ultimu^ declaraui^ <Z Conccditur etia qj.a«er,b.funt duc propoitocs Duernbiles que no poffunt fimFfrarc immo repugnant fibi ipfis Utpatct dc ifns duabusjtantu parcr c.cttantum pater c.([Concedit" cri am iuxta dictum magifirii li.tcracp cx.a.fcquit''.bfoi7nalV;ettame*contra dictoriu^.btCoucrnt" cum.a. dato (p»a# fit ifta tantu patcr fcct.balla no tanruj patcr c:et patct cp fequit" tantu patcr e^crgo no tanru pater e:ficut dc ducc s ridcprimoad ulrimumfade porcft npparerc:ct tamc c6tradictoriu5:)rin8 ♦f tanni patcr c coucrtit cum antcce dcntc.O Et bocdc dubiis ct bmitari onibusrfgulani gcncraliiiet diffmi t6]bus ct diuifionibusDriarum dicta fuffjciant.Ad laudcm altiffimi dci . (JTNunc ucroad limitadas fex regu Iasgcneralcs:quas Ar ftotclcs tradit prefcns cow tit ftjIusAd laudcm ^ 5 oia gcncraR edidit* ^iL^i<^EV^.jpECIMO OCTAOV Ifiuei itur circa fcx r egbs ^i;^cneralcs Ariftorilcsfo j .*^"p:crcminias an fmt ucrc Pr ma e ab affirmanua i prcdicaro infi niro ad ncgariua5c!c prcdicato fi nito cft bona Dria jd^ccundo q? cc6 ucrfo c ^ria bona cum coftantia fubio cn:quia cx ncgaoua pura no fcquit •flirmariua.dTcma ab affirmaria dcprcdicaitofinitoad ncgariuamde m f prcdiCRto ifinito e c6fcqucria bont i ^j^uana ctia cccucrro c cofcqn ria b6a cu conft.^tia fubjcctiX[Quin ta ip ab ftffiriTiaria dc prcdicato priua toad Rffauiatiua prcdicaro itinito c bona :)ra.<lScxta cf n6 ecoucrfoxt hcrcgulegencralesfundant' fupcr primo principio.f dc quohbet dior' al tcru cotradiciorioru ct dc nullo coru^ •mbo ♦4J Ideo flntercgfarum limita tocs uolo ad laude pnmi princ:pri dic ti limirarcdicfufundameriim ncno frrum «dificiu rucrct improuifcdcin dc ftatim ad limjtadas rcgulas dcfce dam.ucru quia iPud prrmu pnndpiu no porcft plcne limiranjiLfi quibufd^ fnotatis et limitarisMdco necefTc ba bco primo duo notarc:ct fccudo hmi tarc finc qbus clara neritia primi pri cipiihaberi nopoffet. Primdigit nota ^dupliciafutc6tradictona.qda icopVxa ut bomo cr no bomoiCt quc dam complexa:ut homo albus ct n6 b6 aIbu5tfEtc6pIcxoruqucdaj5cfc6 rcnqucdam no quiefcenrcnllExeplu primi forxurrir:et for.non currir, ]fra Corradicurcomplcxc ouicfccntcrcu5 fintorat6espcrfecfcj(lExemplu fccu di hpmo albus et non bomo albus. Hecd]frinr6colligifab Ariftotelc In poft f>dicametis capitulo dc oppofi fir6e:fcd in prcfenri no intclligifrriifi dcc^tradiaoriisincoplexis ncn quic fcenten([JEt attcndc qj non contigit plunbus modis contradiccrc:quia af iSrmario ctncgatio Fjnitario ct mfi nitanoopponunnct quot modis dici furunumoppoirorum ror modis di citur ctrcliqum:fcd non conringit:ni Gtripiidtcr afTirmare u«Iinfinitcin tcHigerrPriroo indJpIfxC. fcciJdoca plcxctct boc dupIicitcrXquicfccntcn ct non qu\efccnrcr,cr5?;o aim non fif ucrius contradicere 9 ncgar6em pi^c poncre urprcpofiram auferrc fcquit ut priuf nocoucniKnifi tripliarercon ^ tradiccvcquod eratprobandii .(/ Sc cundo nota ly ct p6t teneri duplici tcnf copularic ct copuUtivpnmo mo do copulat propoirocs.fccundo modo tcrminos.crircrum ccpulatim porcft tencr iduj»jL<:itcr :fcil5 djfiuiuc ct col Icctiuc ,C E^lprimi bicctRomc ui ditpipcr^^TEx"* fifor.ct Plarotr* huntnaul Etquadoly ettcncturco pu'arim diuifiuc.tunc confundir con fiifc rantum mobiPr tcrminum a m muncm no diftnbutu nc<¥ impedira quando ucro tcnctur collccriucttunc nullo mado confundit4? Eadcm dift! crio 6 fecienda in rcrmlnis numcrali basair duo tria ct quattuor ct ce,Et i omni rcrmino numcri pluralis:ut ho mincs animalia:quia in cmibus bis I dudit hec copuU:ct quc potcft tcnc ri dup^XccVectiuc etdiuirmcundc fcmpcr taVs c dift ngucda:quia uro modo confundir:alio modo no.Et bcc cft ucra fonctplatofunrbcmo tcno doWctjduiTiuc fcd toHecriuccft fal fa. ttSirr,ih modo direndu eft dc bac coniuncr6e uel quc por rcncri difiun t uc ct difiuncrim.Eritenim difiunc tim duplicirer.f collecnue ct diuifiuc undc bcc propo?f6 eft diftinj^uenda^ omnis bcmo ucl afinus cft afmus.nfl fi ly ucl tenctur difiuncrim diuifiuc 0 procoit5uem fiucro collcctiuc e fal f^tft idem cft dicendum dc nora c6 dirionistundebccpropefirio mfcnftt Magl. A.7.7a diuiTo c ucra» Ois jpfi fi i ncccfaria e ucra:ct i fcnfu copoito t falfaxt bcc omnia cx tracratu dc fcnfu compofi toctdiuifofaGlcc6prcbcdf»4j Nuc «d jppofini cu dicit (f quol^ diat^alrc ru corradicroriciu cr dc n" coni abo fic ircllig] t didrur alrcrum c6rradic toriorum incomplcxorum uFcompIc xorum non quicrcrnrcrrupplcdiciif diuifm uclfimuldifiiictim diuifiuc* cr dc nullo eorum ambo.i,dc nul|a rc dicunrur ambo conrradicroria fimul «.copuhrim diuifiucdc qualibcr eni^ rc cfr ucrum diccrc cfr for.ucl non forcrdc nul!o cfr ucrum dicerc cp i for.cr non fon^TEr quando W cr tcnc tur collccriue.runc rorum copularu^ non cfr fupcrius ad abqua^ fuam par f em:fcd ponus difpcrani faltcdcfor ina.nam fo nctpla ro ncc funr for.ncc funt plato. 41 Quando ucro ren tur diuifiuc tunc roni copulani c infcrius ttd qualiber fui parrc3:quia tunc tcnc tur copulatiuc:fcd a copulatia ad qua libct fui parrcm.ualcr cofequcnria ct non econuerfo faltcm formaBr.illud «urcm efr fupcrius Wgc a quo no co uemrur cofequcria fiue fir complexii fiuc inccmplcxum.<l Ex oppofiro f e rias dc difiuncroquia difiuncrum di uifiuc renru c fupcrius ad quamlibet fui parrem:ficut planc dixi i rracraru S fenfu compoiro ct diuifo.pioprcrca cum nl)i proponirur bfcpropoino ru cs abud q plaro et nihil alid' q plaro di fnngue:qafilyet tenet collecriuce ucraoir parcr per cxponcnrcsX ru es cr plaro er n bil aliud q plato cft ct tu non f 8 pIaro:cr nibil aliud q plaro^pria cxponis parctXecud4 prob^^ rcfolu foricAoc 6 dcmonrtwm^o'lplatontm ct boccjplaro ct nibil tiLud q plato.g* ct cc* (LTcrria cxponcns probat ^qai fi no det oppofitumX tu es plato ct ni bilaliudq plaro:frboc 6faifum:qui« tunc fcquitcptu cs pIaro:qa nibil cft plaro:cr nibil abud 5 pFo nifi plaronicc dcb^aifignari c6rradicroriu:nifi ficut m carliegoremarids p rcmorocm ne j^a-ois a uerbo pricipah:qa pcr fuppo firu ly cr rencf coIlcctiuc:ubi ucro tc ncatur diufiiuc cfrfalfa :quia equi ualcr copularic ipoflibiIi.f qi tu cs ali ud q pIaro:er qp tu cs nibil ahud 5 pPo^ Et quando rcnct^coHeaiuc conccdit cp ru es ahd* q plaro:cr nibil ahud q pfo cr ramen tu es aliud q plaro:ct aliqd aliud q pIato:ncc conrradiciir fic rcne do collccnuc^ja folum parrcs prcdica torii cotradiair primu paruir cxponi do.feaidii cria p exponcres cuilib^ cx poneriporcrir apparereA^ETfiargui tur fic tu cs aliud q plaro.crgo tu cs ahud 5 plaro ct nib I ahud q plato.t^* a fupenori diftribu to ad fuum inferi us« tDRcipondef cp fi ^y ct tcnet" col lectiuc r unc toni no c fupcrius nec in feriusad aliquam fui partcm:ur dciij cfr.CTSi ucro tcvc€ diuifiue nego c6 fequcnnamr;]a I5 arguat" a fupcriori ad fuum infcrius cum rcrmino difrn butio::amen rcrminus difrribucsno cadir fupcr ronim in^crius:fed foUim fupra parrcm inferioris:ficut non fc quitur tu es aliud q forxrgo ru cs alj ud q for.cr q ru nec boc c ucriiraa bic arguir^a fupcnoriadfuum intcrius finc difrribur6c:ficur paret in boc no tabili cum lyet renct diuifiue to cum copulatum e infiprius ad q^uamli 6 bet fm* partc5« C Atfcnde f«mcn (p boctotum collcctiuc tenru5.rnon bo moctafmus.habctpro c6rradiaorio compVxono quicfccntcr boc totum copulatum bomo ct afinus d Simili tcrcorradictorium huius copulatial bum ct non album tcncndo ly ct col lccriuc cft torum boc n albu^ et no al bum^undedato cpfitunum fcutum fcmialbum ct fcminigrii fcu rubcu^ Coccditur q; hoc c album ct non albii copulatim co lecriuc ct boc itntndiO rorum fir fuc parrcs ncc fcquit' (p duo cortadictoria incoplcxa ucrificc£' dccodemrquia ifta duo album ct no albumfinc aliqua copula funt con rradicroria incomplcxarct unum ifto rum ucrificarur dc hoc fcuto.fly non nlbum quia bcnc fcquitur hoc n5 cft album ctcftxrgo cft no album tcnct confcquenriaancgatiua dc picdica to ftniro cum conftanria fubiccri ad affirmiriuam dc prcdicaro infiniro : fcd fampra cum ly etfaciunt unum copularum feu iinum tcrminum co pfexu5 q co^Iecriefumprusuerificat' dc bocfi:aro«C[Etfiuisdarchuicco tradicrorium dcbcs prcponcrc dicrio ncm infn;itanrc et babebisduo con rradicroria compVxa non quiefircn f cnub: prius fine ifra copula crat duo conrradiaoria incomplexa fimplidf arguitnr in cafu fcuri hoc cft CoIoratum.crgo ucl albun^ucl 'nigru ctficd^aliis coIon*bus ueLfalrim ali quo coforc coloratum -fT Huicdidf nc^ando confcqucriamrfcd \itnt^t quirur.crgoaVquo uF aliquibus colo ribus efrcoloratum ct boc conccdit i|uia cfc coloratum ftlbcdme etnibe dmdSEf^dico non fcqui dcbct Itcl ligi inconcrcrorq iia m abftraaoop rimc fcquitur hoccft color.crgo cft albcdouclnigrcdo ud aliqui» color rimpIcx.tfNunc tepus cft ut oromi fi poftduonotabiliaprcambufa limi rare duas rcgulas finc quibus limita rioprimiprindpiinon potcft habcri prima eff utruma toto copularo ad partcm ualcat argumcntum.fccuda cft utrum a partc difiuicri ad ronirii_ difiuucrum ualcarargumcnrumliEt primo Lmitabo rcgulam copulan. S« cundo rcgulam difiuncti«fic crgo li mitarur rcgula copulatn ^r—^ <lA TOTO COPVLATOCqIiiVi apartccopulariad aliam nonual^ ar gumentum faltcm formaliten^a tuc ^icn arguitur a toto copulato. tisiNE TERMINO CySTRIBV cntc.tiQuianon fcquiturtu diffcri ab homic ct ab afino.crgo tu diffcri ab hom:nc:fiCut non fcquitur tu n ct homo ct afinus.crgo tu no cs homo * <IeT SINE TERMINO CONFii dcnrcifQuiino ff quirur ipoflfibilc c te ce ct n efrccrgo ipoflibile c tc ee, tfAC SINE TERMINO APPEL fantc^tfQuianon fcquir^nefcio tc cffc honine cr deu5.crgo nefdo tc cf fc hominc.fcio cp hoc ct hoc fut ipoflTl bilia ce uera.g^ fcio q? hoc ipoflfibile c cL neru fmofn-ado duo Dtradco* du* < SINE TERMINO INFINI ranretC Quia non fcquitur tu cs n3 homo cr afinus.crgo tu cs non homa cr hoc daro quod ly non cadar fupcr rotum copulatum antcccdens cft uc rumrquia tu non cs homo ctafinusi cr tu csxrjo tu es xA bome ctiifm* Early European Books, Copyright © 201 1 ProQuest LLC. Images reproduced by courtesy of the Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Magl. A.7.7a tcnct c6fcqucnria a ncgatiu« dc pre dicatofinitocum coui tantia fubiccti ad affirmatiuam dc prcdicato intmi tocum omnibus rcquifms ctconle qacns cft falfumiut patct cii fuu coji tradiccorium fit ucrum, ^ Q.uiinjnfequitur tucs corpus et anima.crgo tu cs corpu s«dato q* rotum fit fuc partcs^BimSitcr dcc i% qwt ifti funt for.ct platomsxrgoifti funiCor, ITAD ALTERAM EIVS PAR tcm. ^Quia ad partcm que non fit pars cius.iion ualct c61equ6Da:ut pa tetcum fitilli omnino impertincns. Idcobcnc fcquiturhicct Romceft bomo*crgo bic cft bomo:^a bct ocs U mitatocs prcdictat. (TA^ARTE DISIVNCTI. tf QuiaatotodifiunctoaJ partcm dc forma non ualcr argumcnni:quia nonfcquitur:tu csb oucl afmus»cr gotu cs afinus» tfWNE DISTRIBVTIONE. <1 Quianonfcquiturtu diffcrs ab ^fino.er2o tu ditfcrs ab bomic uFab aHno. CX^C SINE JERMINO CON fundcnrc ♦ tl Quia non fcquitur coii tingciitcr tu es.crgj cdnngenrcr tu cs ud tu non es. (pEt SINE TERMINO APPEL bmtc.tf Quia non fcquit" dubitoan tccbrifum ec.crgodubito ancbriftuj cffc-Utl non effc. Hetsine negatione. H Quianonfcquitur tunoneslco crgo tu no ci bd urico. (f DiViSlM TENTOftf^uin non fcqui^' ois hS ulf afin* c afmus^r jfor omnc quod cft bomo udafinus cft afinus* Cad tojvm eivs disivn ctum.dQuiaaddifuuictum no fu um non cfi bonum argumetum : non cft debita babiiudo tormafr# (Test BONVMAKGVMEN tu^iridco bcnc i cquitur tu cs bomo ergotu esbomo ucl afinus:quia bj olrcquifita. CtlMiTATIO PRIMI PRINCI pii de quolibct tcrmino fimplia . ^[Quiadercrmino complcxond in conucnit neutrum cotraaictoriorum ucrificari»nam anima nigra ncc c bo monccnboTimilrpuctus pcda? ncc e magnus ncc no magnus. (TDISCRETO* <f Quia dc tcrmino comuninoninconucmt duo conrr« dictoria ucrificari^nam bomo eft for. ctbomoeftnofor,qu;ac Flato quii non fortcs. €lN RECTO .trQuiamobLquo non inconucnit ucrjficaii ncutrum de ter nij fimplici cifcrcto/i cni lor* nibilbabct.tunc nccfurns cltalmus ncc no afinus.ct fi baberct afinum ct Mum ambo circnt ucia. Cex vtraqve parte ex tremi.dQuia non folum fuffjcit cx partc fubicctiilcd etiam cx parte prc dicati.nam fi bruncBus nulliut cflcti utraqjiftaruclTetfalfa bruncl us cft bominis: brunellus c no hois et fi cf fet bominis et agcli utraqa cffct ucra. CpRO ALIQVO SVL^PONcn tc^^Quia ifte funt fimul falferchimc ra cftbomochimcracftnon bomo. (TSiMPUClTER SVMPTO fmc Il noi iigMCqntunSentei ^Quia ifrc fut fimul falfc ols b5 cft fo. ois bomo c non for, SiRr iftc tantu fbri ho tatu forx no bomo. CCVM VERBO DE PRESENTI , <1 Quiaiftcfuntfalfchoc inftansp fcns fuithomouel no homorija nuj fiiit nec erit mftans prcfcns* . (iNbN AMPLlATlV04l Quia ifrc funt fimul falfc tu mapis cffc dc us:ru indpis cffe nodcusr^a fi ic pcs cffcnodeustu dcfmeres effc dcus.fi militcr iftc f unt fimul falfe definis ci dcus ucl definis rffe no deusr^a fi dc fmereseffcn6deu<;.tuc inoperes ce dcus.nam mciperc non cffe etdefmc re cffe coucrtunt^.ct dcfinerc no cffc ct inapcrc cffe c6uettunt*« <}tlMPLICITER SVMPIQ SI nc aliqua determinatone. ^TQuia funt fimul felfeafrc dcus conringcn ter cft deus uel iftc deus contingcter cft non deus.tu neceffariocs bomo uclncccffiriocsnobomoutraq? cft fa!fa ctiam te cxiftcte Iicct ncceffario tu fi s homo uPno homo. <IeST VERIFICABILE Quia fi iftc tcrminus for.fir folus ct nulla fi «t propoiro Iicet tunc dc eo nullum co tradictoriu uenficaref fufficit (p-cft uerificabile. Ca:ltervm CONTR ADICTO riorii inc6plcxovu3 uf coplf xoru non quicfccntcr .<J Quia ccnrradictoria complexi quiefcenf :ficut funt orati oncs perfcctc n6 f iint ucrificabilcs d* aliquorquianopoffuntdcabquo prc dican pcrfbnalV fumpfo:quia ncc iCte dnc propofitoes funt una propofitaf. ileus cfr,dcus efnffd funt duc;mTi ap fofito uPfubinteKecfo figno materiaj I5 in bcc a tilbcro aliqna'r difcrepes bcc matcria d pant dcmofrratDcj (TTOTALI VM . C Quia f fut fitt* r dc' 6 trin' dc" rrnn' ri dc' fimilV f tu cs afmus bomo ucl afinus non hS quia parrcs prcdicaroru funt c6n adic toria inr6plexa ct no pdicata totalw. tfSINGVLARlTERtf Quia ior.et bruncllusncc funt bomincs ncc nd bomincs.pot tamen dici cp hcc Iimita tio n6 c ncceffaria. Concederem cnij tf ifti funt n6 hommes quia no fut ho mines et funt.crgo funt n6 bomines* ^TNcc cx boc fcquitur (p nullus iftoru^ eft bemotuF quilibct ifrorum c no ho mo:quia ficut a partc copulari infiniti ucl ncgatiad altcra r6 ualct argume tum:ficut patuit:ira a numcro plurali infmito ur ncgaro ad numem fingu larcm n6ualct argumctum.fi tamcn hoc no placct addc Iimitatoem prcdi ctam probabilVrtamcuide^^ifta equi ualcreafrifunt bomicsrct utcrqj ifto rum cbomo.ifrin6 funt bomincs ct neutcriftoru eft hcmo:et ficut i^fut ^uc contradictoric falfc dem6ftrado bominc ct afinu$:ita ille funr felfc ifti fut hoies:ifti n fut hoiesXi.nt enim fc b ntcs p mod u^ cotrarioru qu^ poffut cffcfimulC Ifc M Et fiuisilhs datc c6tradictoriu oport prcponcrc nega tonem.et tantum c diccrc n6ifri fut homines:ficut n6 uterq^ iftoru cft bo mofiuealiquisillorum n6cft bomo ct idem c dicere qj if ri funt n6 bomi nes:ctri neuter illoru c bomo:fiuc nli quif illoru c bomo.ct mulri fe ceriit ex boc ri parua difff rena interhas f pofi tocsafti Q fut boiesxt Q ifa fut homict Early European Books, Copyright © 201 1 ProQuest LLC. Images reproduced by courtesy of the Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Magl. k.7.7a fempcrdcmonftrado hoiqettfmui ficutm:c basnon u crcp ifrorum • ho ct utn jfqj fforu non c bacligc dET NON EST VERIFICABI lc dcaliq* iftorii utiun-ii.^ Quiait fcnfu d.uifo c c6cc.'cndu5 cp utrunqj c6tradictonoru e ucnffcabilc dc alq^ nam a^* e ucrificib.Ic dc tc et no 33"* i uenficabilc dc tc.cr^o utru<p liloni e ucn icab lc dc rc:fcd no e ucrificabi Ic dc tc ncc dc aliquo utrucp iltorum qma tunc dcbcrct poni i cflfe (p fimF cJuo cdtraJicroria ucnficct' dc aliquo quodeimpoflfibilc. (TSIMVL DIVISIVE- Qufa in fcnfu copofiro e ucrificabilc utni qiiUoru cotiadictonoru fim^collccti uc:utdato(ptotufitfuc partcs.tuiic fccundii ifta uiam cffct coccdendum qj boc fcu tum e a^'^ ct no 35" collcctic dato OLcffct fcia^"* ct feinig"* col ccri uc^fsimilV conccditq bcce ucra Xcp tu c$ bo ct n6 bomo^d^to (p^.con uertat" cii boc cophxo corpus ct ani ma collccnuc fuptorct.b.cu ly aia.tuc tu cs^axt.b.uF falrc^bcc propoitd cft ucra.tu c$^cr.b.quia tu cs corpu& ct •iia:et ani na collccriuc fumcndo:r5.a* et«b.funt bo ct n6 bomo:quia.a.cft b6 et.b nj bj.ergo tu es bomo ct non bo CtJiQC cfr c6ccdcndum collccduc • CLNunc fcquit" [imuat6 fex rcgFa^ li AnftorcSct primo duarum.f ab aflfir mariua dc prcdicaro infinito ad ncga tiuam de prc Jicato finito:ct cc6ucrfo jp4 conftatiria fubiccn e b6a 3na • CaB AFFI lMATiVA. <rQ.uia a neganua i predicaro ifmito ad ncga tiua i prcdicato fuiito,n6 u} nrgumt tij.undcno fcquit' an jFus noe non iufrus.crgo angFus no c iuftus. diabo lusii c no ucrus.crgo n6cucrus. dlN RECT0.4] QuiamobLqjoa fcqiutur forx n > afinas^crgo fortis n carmus.dato qj for.babcai cqum ct afinum» CTAM LX JLICITE QVAM IM jilicitc.ifQuia n6 fcquirur b ccnon bomo.crgo hic n6 d c homo.(rSimili tcrn6fcqujf naccli no bomo.crgo nucnoebomo.qaly b cct niic Cjjua ent obIiquis.f bic i boc loco ct nunc in bocilraiui. fllx VfROQVE EXTREMO ^Quiaiifuffcitcxparrc unius ^xrrc mi tantu.undcnjn icquit^brunrllui c n6 forns^ci go bruncilus n j e fortii iMP q? fit forrii ct pFonii coircr. (IDE_SVB1ECT0 DlSCRETOi ^J^Quia rcfpcctu tcrmmi c6ii n6fc q luur abfolutc:fcd fo!u cu dctcrmia tioncnocnim fcquit^bocenofor.g' boc n6 e fondcmoftrando bomineci munc:fcd bcncfcquit"^ bocaliquo m odo non e fonquia licct bomo com munis fit forxt plaro n6 rame codcm modo q Jo cft for.cft pUto. fimiFr n:c fcquitur \n diuinis.boc e no patcr.g' b jc n6 cft patcr dcmonftran Jo cflTcn tiam diuinam^rcd bcnc fcquit" q>hoc ut ficXpiouren'>pat:rn5 cpnenct b3ccucvum:ct hoc tcnedo ly:ut fpc ciQca ur. llABSQVE DSTERMINATiq nc prcccdcntc.(fQuia non fcq lic concingcnrcr tu cs n ^n afnus. crgi conringcnrcr.tu non cs afinus: an^c ccdcns ci t ucriimiquia tii ef n6 afui* cr p6t ce ^ tu u fis d 4im ,crgo ct cc* maioif^itff €U5 c6ftqutm ct probat minon^a porci no ciTr.et fi noccs tu no cffci afmui nec n^afmtlEt^tamc; sns cft felfumrqa cx ifto fcquit" qj tu potcs cffc afmus.na fic cxponiif pcr oppofitas qualitarei tu non cs afmus ct pot effc qj tu fis afinus^crgo cotigc tcr tu n6 cs afmuslSimiFr no fcquit tantu for.c no currens. crgo tatu for. non c currcns^dato cnim cp folus for. fit ct no curratians e ft ucrum ct falfumrja cx ifto fcquit cp quodlibct nd for.curritab cxpofi ta ad altcram cxpoitam ct e falfum. quia nibil _ n6e for.pcr cafum. tfcVM VERBO de presen D\CQ^i^<^u^^to* prctcritoctfu ro n5 fcquit abfoIutc:fcd cu limitati onc:n6cnifequit^tu fuiftin^ albui. f rgo tu non fuifti albui.dato cp beri fucris albui ct poftca nigcrrfcd fcqt cu limitatoc.crgo aliqn no fuifti alb* Itacxcplu formci dc futuro» ilDE TOTALI PREDICATO infiinitatoiirQuia nofcqtuntu uides nobomine.crgotu n6uidfsbomjne5 dato cf uidcas bomincm:ct no boicm utputa afiniJ.SimilVnfcqtur tu potcf n6 currcre.crgo tu n6 potcs currcrc * dato cp fis fan^etliber. SimiFr nec fc qtur bec y poIt6 fignificat n6 ficut cft crgo bcc propoito n6 fignificat ficut cft.databac propoit6ne bomo cft Ico quc fignificat no ficut cft:et tamcn fi jrnificat ficut e.SimilV n6 fcqtur tu p curis n6 faccrdotc.crgo non pcrcutis faccrdotc.dato cp pcutiaf faccrdotem ctcancmcius. (LAD NEGATIVAM 4} Quia «d n/rirmgriua dc pdic«to finito no ualct argumctu.ifi n5 Ccq€ tu ci n6 nfmuH evzo tu cs afinui. <LDE PREDICATO TOSALL (p5^uiaadncgatiuadc partialipdi cato finito 116 U5' .unde n6 fcqt" tu c« n6 rAtoalis afinus.ergo tu ci n6 rario na!is.ans c ucrii.dato cply no infinitct totii predicatu:qa tu n6 cs rationaTafl nus:ct tu cs.crgo tu cs 116 r6alis afin* t5* pcr regula c6ucrfa buicqua^Iimi tojjunc fipl NITO.C Quia ad negatiui S to li pdicato ifinito.n6 U5 3na.n5 cni fc^ tur tu cs n afinusxrgo tu ri cs n6 afi nus aris c ucrii ct ?m 6Jfu:qa fuii ca tradictoriucueru.ftucsn^afinus . (lEST BQNA CONSEQVEN tia.tfl^ bn fcqtur tu cs n6 afinus.g* tu non cs afinus ifimilitcr tu:c8 non patcr.ergo tu non ci patcr. Simihtcr a.eft no c6ccdcdum.crgo^.non cft c3 dcndum.tfET Ti dicit pofito qj unus fit patcr unius ct riliui altcrius. Simi lircr dato cp.a.fit c6ccdcndu'n ab uno ct negandum ab alio.tunc aris c uc rum ct falfum. <] Huic dicirur ad miffis cafibus ncgado qp aris fit ucru immofairum ctfiqs ucUct probarc 9 fcqtur tu n5 cs patcr illius.crgo tu n6csp.itcr.a.cn6 c6ccdcndiinnabr crgo.a.nocftc6ccdcdum Huic dl cit ncgando iftas Drias:q[uis fcquitur affirm miic:tu cspatcrbuius ucl illi us quocunquc dcmonftrato. cigo tu ei patcnquja relatiuorum cffc cft ad aliud cffe.non tamen fequitur negari uc fimilis modui argucndi in tcrmi nis ncgariuis.n6 cni fcjtur tu ri cs fi[ lius dclcrgo tu non cs filius. Et prop tcr boc qucdam Imitaao ma jiftri in UnnHnenuidct neccffaria.Cin teic inmis iclar;uis:uciuran:cfi babcsdc uotog m ad tii porcs ca fupaddtre* <[ET ECONVERSO A.NEGA garia dc pdicaro {inkofiEft b6a obh^arii limirarDnibusfequfnnbus» <LCVM SVBIECU CONSTAN ria.(rQuia nofequit^chi* non cho mo.crgo cbi e no bomo:qa cx ncga tiuaqucnoncprcgnas:rcd pura nd fcqiiirurafFirmariaicd benc fcquit* chi"* no c homo cr cbi* c.ergo cbimc ra c non homo.cr hoc daro cbi* fit tcnB^""» difcrcrus* <LaC MEDIO PROPORTIO uiano fufficirfubifcr co franrianifi mcdiufucnr proporrona rum quo ad dcbiram babirudinc cau iilisucl numcralem fcxualc rcmpora lccrfimil u acciJcrium grammanca Lum.unuC nofcquit" illius nocfrali tius er iilc cftcrgo ilhus cfr no afinui dcmofrraro uno qui nihil habcanga bicfubiecn Tubfrnnria non c propor tionara (aufiliratis:fcd debct cc ralis illius c aliquid qucd e fairum^^CEodc modo no fequirur dcus no cft illiu$:ct dcusefrxrgodeus cfrno illiu«:quia mcdium no cfrp^oporrdarum cuj dc bcat eflc ralc:er deus c alicuius quod ifalfum.Clrem no fequirur ru no c% homines cr ru es.crgo ru es no homi Acsq*^ mediu n efr proporrionaiu nu raraIV:reddeber cffera!ca:u cs a^iqua tjuod c falfum. ijltcm n6fequit ali quisbomon6cumr:ct omis homoo crgoal qs homocfr n6currcn6.dato ipnullusraafculuifirfcd fo!um mu Lcrcsrquia medium n6c proporriona citm ^uo fcxum,fc dcbtt cffe ulc; ct aliquis homo c c contra cafum Similircr nofcqu-t^^boc infras n5 fuir homo:crhocinfras cicrgohoc i fras fuir n bomo.SimilV ncc fcquilT dc fururo boc mftas non crir bomo ct hoc ifras cfr^ergo h jc infras crit di homo.fllEr caufa c ^a medium non iproporrionirum reporarr:fcd ipria dcber effc ralc:cr hoc infrans fuir ct i fecunda cr hoc ini ras erir xt urru^ c fal , um demofrrando ifrans prcfcnf ficutm atgumero prcfupponitur.ct ficut cxcpljficauidequartuor accidc Dbus feucr cufranriis;ira dccpnfimi busaliiscinrelligcdum 4l VndcnS fcquirur faensifra propoir6ncm no cfrbomo.dcmonftrandoiitam homo efr afinus^cr tam f icns q ifra f poiro cfr.g^ fcics f pocm ifta c no homo^fcd mcdiu^dcbetcffcciufdem bitudis.n ct fdcs ifta f pocm c qf eft f alfu:ficut plura a* ex* pores p tc formaic^f^fuf f idanr hec pro atis, - tTAb AFFlRMATIVAMi^TQutfi ad nci^ariua <f pJicaro iriniton U5 ;>* vj no fejt^ru n ' cs afr!us:et ru e^.g tu no es n6 afin^ier fic de alus excplif * <l£I3I CORRESPONDENTE-* ^ T^uU no fcQt moc al c b Vet om nc aF c,g' 6c alal c nohoija ficut ma lor e priculv isura fibi coi rcfpodct 3* ^ nncularis.f ii'iquod aia! c n6 homo • mE TOTALl PREDICATO. (iQuia n j feqt^b jC 11 c lig'* 35*" er boC c.g hoc c Iii^^n i n5 a;" tc dcmofrraro f^ bn feqr^g' hoc c n Iignu a^"^ Jih a fcqt ru II dcfmis cc afin* et ru c«.gf tu definis ec n afin^^rqa deflnerc cc ti •finu et idpe ec afmu^ Ducrrut^f^; ba fe^t tu ciddcfmcicciiiu* «SUt conreqmtuif tu non jnapit effe afi nui ct tu esxrgo mdpis ellc n afiiiua Datocpnuncpriofis:qa confcqueni c6ucrnt" cu bac propofiroc tu dcfiniR •e afinus quc c felfa-.fcd fcquitur q* ru C8 no incipies cflc aunus.C Simili tcr no fcquitur tu n6 fds iftum ec bo nijncni:ct tu fds ifni cffe^crgo tu fds iftu cfTe n6bominem dcmonftrando certu afmum quc dubitcs eflTc bomi ncm fcd bcne fc qturxrgo tu es non fdcns iftu cfTc bommc:ct pcr boc fol uitur c6c argumetum.ru nocs idem cbi^ 6t tu no es,ergo tu es non idcm cbi ^cx quo fequit cp tu diffcrs a cbi mcra et cofcquentcr w cbi* e cofcqn tia pjt^diffcrt nhud ct no idc cour r lunt^tTHuic dicas diftmguedo qa F totupredicatu cinfiniratu^urprima pars.fiprimomodo.tuncDna eft boa ct arguit" pcr regufefcd tunc n6 fcf tur q> tu diffcrs a cbi* ;qa ly non idej fcu differt et aliud couertunr' non tii non iddem cbi* etaliud a cbi* couer tumSi ucro non cft infinitu totu prc dicatu^ifcd folu prima pars prcdicari, tuncnoarguit pcrrcgFa^tqa defidt quinta !imitario:ricut probatum fcet ODs c falfum cum couertat .tunc 015, lyaliud etdiffcrtuf argucbaf.<I SiPr Ibluit" boc fopbifma a qnolbj differt abquid.ergo cuilbet no h idem aliq^d t3* aconucnibili ad CDurrtibile et at^s p5 iductiue exponedo iftum term nu difFcrt:ct ultra cuilibct e non idcm a!i quid.ergocuiIibctnon eidcm aligd 15" ab affirmat ua dc prcdicato infi nifo ad neeariua de predic^to finito ctultracuilibctnoeffidcm aliqd.g* OttUt 0 idcm gli^uid t;'' por negatAej prepoTtain.CHuic dict ut prius p ncgandoDDam:quia regula intelhgi turin tti-minis difcretis.uralitcr fi iy n6 cii dicit^ n ide ifinitat totu prcdica tu noeccucrribile/i ucro ly noinfiri tat foto ly idem tunc h a conuertibili ad CDUcrnHc:f5 no u^; 0 qa dcfidt o n talimirat^ •CTnattfde^nofimpFr couertunf diffcrt aliud ct 116 idcvna i dinif pater differt a fibo et n6 c abud a fiIio:K fit a'ius a filio^ga n6 e alia 1 es a fiIio:l5 fit a" pfona a filio:SiIV pafcf c no idc fil o capiedo ly n6 idc i mafcul^ nogcncre:fed n6i neutrogencrc.vri in euange! 0 inqr di5s de fc ipfo.E^o cr parcr unu fumuster no dixir fun*' muis feu unn perfona quarr .er ce . illNFINITATO. Qumdefiniron fi qturut n tu cs afmus ct tu es.ergo esafinus, tiCONSlMlLITER SIGNlFICan te. a Q uia dato (f Iy.a; c^ucrtat" cu^ ly afinus er ly n6^.cu 1" rcimio capra* tunc n6 fcqt" fu r6 cs.a.cf ru es.ergo fu cs non.a.qa anrccedens c ueru^ et c6fequens falfi:m:cf boc quia Iy.a.ifi nimm non fignificat confimilifer fi cut finiru:crinfiniru crifinitu dcbct fignificarc c6fiIV falua opp6e* CDE CONSVETO MODOLO qucrdi»tl Qu:ade incofuero modo ron feqiurunur fu bomo n6 cs cf fu CF;,ergo tu nobomo cstf nendo etia^ £m ron infiniterut regula perin <]£STB0NA CONSEQVEN fia. tfNam bene feqtutur tu non ct dcusrcr fu e5.eigo tu cs non deuF ; et itainomribus afes difcurredo. Nuc feq«jturlimitat6ferfie et quartc rc ^ulc ^enerabf Anftotdui Magl. A.7.7a ([AB AFPIRMATIVA DE^PRB dicatofinitoad negatiuaidc prcdica to infiniro c bona omM Scd no ccon ucrfo nifi ai confraria fubiccriif^ cfl hc duc rcgulc CofiFr Iimitant' ficut ct fccudc pccdcntf sljNam 3* cgcr.xi.!i inirarionib5;ficut ct p* cr quarra.viii # fcur fccilda.ldcoqn nullus hic cft la bor nouu?:nifi fupflua qucdam rcpli carioiamfcribcndiq Icgcndi fup fc dcbo ct ftudcri cxcrciriu utilc dcrclin qu^dumprcdicta rcplicadoac ,ppor rjonabilircr cxeplificado prcccdcnria cofirmabit ct prefctia dclcaabut/uf fiatcrgohiccxcp'uponcrc utiiufq} rcguIe.Excpluprimctucs homo.g*^ tu no C5 116 h6.Ex( mp^u ff cudc tu no es no h6:ct tu cs«crgo tu cs h6.pofti e mo fccjt limitatio quinrc ct fcxtc rc Xu!c gcncraF Anf onlcsX AFFlRMATiVA DE PRB dicato priu«to.^rAd affirmariuam 1 predicaroinfinirocbona Dna.Sed n6 ec6ucrfo,undc brifcqtur bocccec"* cvgo hoc c no uidcs:fcd n6 cconucrfo, Sut abqua notada qa hc duc rcgPc ul rimcl mitatoc n6 egct:fcd dcdarat6c io iioh quinqi notarc ct ftarim crit fi n:E iftani rcgParu gencraliu^ct ^ritcr primc parris huius tractatuf ad laudc patris ctcrni q c prima pfona diuina. ff^ P" nota q; nomc infinitu et nomc pnuariuufc habcrrficut magis c6mu rc cr mirius coc.ois cni cccus e n6 ui dcn*^:fcd n6 cc6ucrfo.idco n6 mirum fi ab affirmariua i prcdicato priuato od afTirmanua dc prcdicato ifinito i bonu argumcnturfcd no ec6tra: ficut ab i^crionad fuu fupiu» affirmatic.V5 ar^umcnai fmc di[tria6c et n6 econ ucrfo^tsautqrefermin* puaiiuug c infcrior ad icrminu ifiniru crqa no mcn ifinini figiiificat oppoini fignifi can tcrmjni fin n:fcd paatiuu hoc ct fignificatetcuhoc c6notat apritudi ne fui fubiecri ad h ibi:Li.et hcc cono tat6 rcftrigir fignificaru cius ficur ly b5pfonarr fumptus e ircnuiad ad ly aia'pcrfonaRrlumpruvqaaiaI fignift cat fubftaria aiaf am fcnfiriuair^ly h3 ultra hoc addir ronalitaf^m.ct pp hoc fpcdcs rcftringit fignificatu^ gcnc risita 1 propoiro dc rcnnino ifiniro et priuanuo eti) h < p5 ambani regula ni ucritas .(Tz^ nota q> dc tcrmims ifiniris folct dan rcgula.qf qua o tcr minusfinitusflgnifcit pauciora ti to ifin rat' fignificat p^a et cf .qJ h itclligeduf5pdicar5em ctno f^orJi ncpdicamcralc.na tcrmini infiniri fc babentficutmagiscocct minusc6c et n6 fm fupcrius ct ifcrius qd* cfi dc natura prcdicari.ct ratoegi rcrmuii ifinirictpriuariuiri fiir ialiqiiopdica mcnro riifi fovtc p reductoem, Pre tcYcn fi rerm ni iSniri ccnt i prcdica meto pfect dircctctuc arborpdica mcfi fubftantic ifinitata ct cuerfa ifi nira h ibcrcr gencralflfima ct unii fo lu mdiuiduii ct fas folas fpcs fpccu Ii(rimas:quc fi coccdcrcnt' i reminii ifinirisforraffis no cffct pcccatii mor talc:fcd primii c faci!i' pro iuucniTj^i Tcrtonoraqjnoia ucrbalia tcrml naraibilisuP i l)i!e fimt cquocaad fi gnficadu^ polTibilirarc ct aptitudinf uti cxcplo dccIarc.Si qs fpe mortcj forctadrouirturejpftratus utnulluj poflfetmcbrum moucrc:!^ fblum cor Rioutretutmotu fiftQUi ctdtaft^lfi TuncfirifibScdidt npfitudicm ec6 ccdcdu:qa iftc bo c nfibitfx)! ma!V cni fcqf iftc e hag"' iftc c nfibili»;fumcn do nfibilisapatuciinaWcd fumendo rifibilcpotcnaFrcncganduq^iftc b6 i nfibiF:qa optic fcjt iltc bo non pot ndcrc^cirg^o il tc bo no c nlibiP fumcn io nlibilc pprctiatra c6ucrnbili ad co ucrtibiIc,(L Ex quib5 p5 no fcquit ifte bo no pot nucrc.crgo ifte bo n6 i rf biLs fcu natusridcrc.PatctuItcn' m lor.cccus a natiuitatc ufpro tcpoic poftdebitutcmpus quo dcbcrct na turaT baLcic ujru:!^ no poffct uiderc; ni adhuc e coccdcdu cf e aprus natus uidcrc.^rFt pp boc p5 qj nome pnua tiuum:(icut fiit cccus ct luidus et bu iufmodi duo ncgant ct duo «ffcrunn ncgant cnim actii ct potctia ficut cc cus n uidct ncc pot uiderc:fed affci ut fubicaum ct aptitudie5,na cec* et fi rccuidct ncc uidcre ualet 6 ti5 aliqd quod natu c uidcrcEt pcr boc p6t c6 ccdiq7CcIuccoJTuptibi!cl5 n6 poffit corrumpiret cp hd ^pc inortc c rifibi? ct non r.fibihs;qa m equocis n6 c con tradicrio.fumcdo ly n.ibifc in pria ap titudiarran fcciida potctiafr.CjQuar to nota cp tcrmmi copofiri cu bac dc5 nc in fur ct r quodnam pofllut dupB: tencn.p^ negatiue feu infinitc;f o pri uariue.vcrbigratia puctus c idiuifibiT fi tcnct \y in p^ mo e ucra.fi fo m6 • felfarqa fignificatpuctu babreapritu dine ad diuidi.Et 16 iftc duc propofiti oncs futambe feifcjllc piictus cft di uifibi!is.ct iftc pucrus c indiuifibiPtc ncdo ly in priuatiuc ncc diuifibilc nec Idiuif bilc if ro mo cotradicunt ncc tn tcccdut ad cotradiat ruufcd tcncndo ty fn infinff e eflet fpoffit ilc cf Ctomu pnmu ptindpHi fupius Iimitatii: qui9 funtcotradiaoriaincoplcxa fahcm f phcitc*([Et7i diccrci tunc il ta propo fitio bo caf nus fic fignificadp ncc ef fetpoffibJisncc ipoflibiP •^THuic dj otur coccdcndo lotu tcncdo \y in pri uanuclcdnoinfinitcrqa I^intcr cun tradictona no dct mcdiu:camc inrcr piiuanuc oppoira bcnc c dabilc mcdi um*ucibigratia.fiquisbet duos ba ros ocuios et dormut ucl fit in tcnc bris,i uc ncc c uidcs nec cccustlcd cft n6 uidcs.lta c m jppoito. d £t ca bui* e qu a nomc pnuvitiuu 06 Llu ncgac actu;fcd potcna.fcd pot cc q^ ali^s ca rcar uno il toni ratu ct n6 ambobus.f* Colo aau uidcndi ct 116 po^ uifiua fcu luiu.ct tuc tahs no c uidcs ncc cccui, <rVcrutri noU cofidcrc cg fcmp ly in poffir d upIV tcncii i jppoc imo ahquj do folu tcnct ifinitc;ct n'' mopnuail uc.fcd qikuqsly in pot tcncri priuati uc:tunc no pot tcnch ct infinitc:ct cfi fcquctcr dupli fcd no cc6ucrfo:g[a ifi nitu5 crpnuatiuumfcbiit ficut wm gis coc ct minus c6c;ut prius dixi. Ss dicts quo p6t cognofci qri ly in tenc tur ifinitc priuatic:uPinfinite folum « (I^HuiC didtur cp faafr potcs cogno fcerc ft pfpxccns qd negat ly m dum coponit' uti u ncgat aliquod pofinuii dc natura boni ct pcrfcct6is uFnegaf aliqd priuat uu Pdcfcctu ct df natura mah fiuc impfccr6is/i p'' mo nic p6£ tcncn dupfr.fi fo mo tiic no p6t tcnc ri nifi ifinitcucrbi giatia imortakjic . gat potetia f apritudinc mornswSilk mcoiruptibilc et idiuifibile ncgat alj quid dcnatgriimah;^a mon corru pttocrdmifio qiic prcparfenr cof^ rnprocm fiir dc narura mali.^ Er i& pdkn rcrmmi no poITunr.-rcncri pri uariucrfcd foluJfinirc.Eri ucnrarc di cunr pci fccroe^ ct bab/rurqn ncgatfi mali e bona:ficur cconrra rcmorobo ni feu negatoc mala ifrSimilVifiniru dicirne^aronemfinis fcu rermim\Et boc abfclurc c bonu falrcj in bis quc dicunrpfecrrcm:ficurt uira crcrna< i6 no 6 rcrmmus priuariuus fcd infini rus foIu:fcdIy iniufru^por rcncri du p!icircr p" infinirc f n6 iufrus.ff cudo pnuariuc:qa dicir nejjatoem boniba birus.fuirrurisiurriric cufuf numc robcnorucum uirrus firbonaquali tasmcnris fcciidubcarum Aii^ufri ru.C-Er ppea fi nbi ,f p^it" urru lapis firiiufr^.des difriguerc qapotr n^ri dupR-.fpriuaric cr ifinirc cr mfinirc c uera,puaric uero e felfa .<LQuito no taqpoppoc dup'cxXc6pIcxacrio6plc xa.cr itci u coplcxa e Gdruplcx.fc^tra ria fubc6traria c6traaictoria ct fubal tcma.de quibus p' io tracraru in feu ris mobilibus cr de i cflTe dicru hlSS$ •pp6c( mplexa de qua ad pns fermo «ircrii c quadruplex.fcorradicrona p uariua rclaria cr c6traria.{fOppoirio r^tradictoria c intcr rcrminos finitos crifiniros:ur ho cr n6 homo:uldcsn6 uidcs:cecu no cecii. 4] Oippoir6 pnua tia c ircr rci mir os fi^i^nificares bitum crpr uarrcmilius birus:utuifus cc «iras audirusfurdiras lume rcncbra* CTOppoiro rellariua ucrfat^circa rcr minos i pdicamcrorPois:q muruoad inuice dicutVicut patcr^t fua prrlcs fcu paresrcr fua proIc8.i!OppoIrioc6 mm i Itcx tcrminostfignificAtci f c« cftiotantcs rornili pofir^u^F contrari is:ficur calidu cr fngidu conoranrca lidirarc cr fngidirarcm quc fur formc pofiriucc^rraricdcd caliditai crfrigi diras fignificanr cr no connorat frigi dirare cr calidirarem cr m f)fcnri p ci iiorarcintelligit'' fignificare:cr inrcf baiquarruor oppoiroes mc6plcxa$ h ©r(^o:qa cppofit6 c6tradictoria cctcns tribui e pnor qJ facile dcdudt ♦ Illud cn^m alrcro e prius a quo n6 conucr lit" fubfifrcdi ^na refrc Anfrotclc in pofr prcdicamcnf fed a ccrcris rribus ©ppoitonibus ad c6tradiaoria c bona 3iia ct non econuerfb.ergo corradicto ria oppoir6cetcris rnTjui cfr prior qdt crar probanc^u.^tia par> cii maiori:ct minorgradanm dcducit^per cxepU fi qua cni funr uides cr cecu^ifra funt uidcns cr no uidcs:ur c manifcfru^ ct rocxonrra ur p5 dc uiderc cr ligro. ^ISimiR- fi qua funr pares cr fua prolcs ifra funr paies er n6parens:fcd n6c4 ucrrunt^^ur par^ in for.er Lgno.Ira cri am fi qua fiir calidu cr fiigidujfra fiic calidu cr non calidutfcd n6 econucrfo Celu enim cr ignis funr calidu cr n6 calidu:rcd non fur calicu rr ftigidum C!Q uarc rcrinquit" cp oppoiro cotradic toria cereravu ic6plexaru e prima ct reliqucpofrcrioresca.cr qaomne po frcruis ad fuu^prius rcducit' qucad modu lirrere ad fyllabas.crgo rrcs op poir6nrsad icomplcxa c6rradicron^ rcducutnr. E»^ ipfa cppoirum oppoirl num cria poffbiliu e pria radix:ira ut inrcKccnis nu!U poflir formarc opoir* nemquadoformaR-uTuirruafi' •Srni dirroria exprimar uricIudar.ifHani ^uattuoroppoitonum icdplcxstrujia fcttrrjiA^nftmcHoniYi duariaXop pofir6is con^adiconc m quattuor pri miircgulis Anfrotcrct pnuariuc op pofirois ac corradicronc fimul in ^ui ta cr fcxra rcguLs eiufdcm^f Ego tni uolui latius omes oppdnis fpcact nu incrarc:qa illud no modo i logica uc ru ct in pWa ctpfcrrim p"" phyftconi 4ibi tria pridpia trafmutaronis natu raP • phio aflignant^fmarcria ct for ma ct priuatio multu utiliratis adolc fccntibus afferrc pfpcxirfi in bis cru Jiri altora pcricrir*Et fic fine pric par ti buius rracrarus ipono ^uoad diffi nirocs diuifioncscr gcncralcs ^narui rcgfes quc niimcro funtxxx fl Ad laudc cius q trigirira argctcis j nobif fcucndict moriuolutaric paffuscft Nucad fcciidAbuius traaatusparn cula.fadfpalcscatbcgoricaru rcgfas ^ hmitandat.interio brcuitcr coucrtat* ] Jcoagamutgrariasf kOSTQVAM GENE TaVs ^nanj rcgulaf ccrtis iSmitatoibus prcfcripfi tc l-^iJ^ P"* "^^^ fpalcs catbc goncanS rcgulas cofidcrario appona tur.In bac fccuda ptc prindpali bui^ clk traaat*rrisiad laude tnniraris agcre I, yponoflPrio arbore quada figurabo / i q ocs pt cFircs carbegoricaru rcgu lc codudunt^^ISccudo fillb^ rcfoluro nu fu/s cod ronib^ limitabo ppca qa mftanJ rrgularu fpaliu fubfcquetiuj ^ c fiidamcntuprcfcrri pcnct fupcrius ct ifcriu«:«CTcrtd fingulat ^naru fpc ciabu rcgliis in catbcgorids limitabo tfit igit* in primit bcc arbor antc ocu lott mcnritcufuig dedaratonibut tinuoprcfcntam. dTcrmmf. ^rpertlnerct €liiiprinefe8l C Difpcrari ^TScquf ntct^ tfMutu© €>Joo mutuo^ ^Tpriorctpoficrior i^6ucrtibifet rcIariui,Supior ct ifcnor tTN imc pro dcclaratonc buius arbo ris uolo fi igula ciut mebra limiratc d_c crib "rc. Et primo iptinentiatct c c. llTETiMINI IMPERTINENTES. 0 Sunrquoru^unusdealiopoflTunt afFirmari ct negari ct ifra ^prictas c4 iicnit omibus tcrmis . ^TVERmQuia for.ct afinusn5 fut rcrmini imprincntcs imo pcrttnrtcs difbcratirct tame dc for.pot affirmari falfc ct nrgari cpeflfet afinus . CVIClSSIM-^Quiafonctbomo i5 funr tcrm/n tpertinercs; immo pcrri nercs fcqucIaflE7boc idco quia bcct for.uiuetcpoTetucnficaricpe boma Etcomortuocp non cft bomotama non porcft itcrum naturaliter uc ifi cari dc f ^rtc cp fit bomo po^iqua e uc rificatum cp non e bomo:nifi miracii lo Lnz \ri u^in rcfurrcctoc uniucrf«»li j[\\frndc fiipnatiiraR-. ^ VNIVERSALlTERUft jptcrca aniT^al no cfr ipcrrincns ad ly homo, quif poffs milics ucrificari pnrurr fcu idcGnitc cp aial cft bomo ct tP n e h6 ct itrrum anima^ c bomcHEt proprcr ho^idempatcrctfiliusnon funt rcr mini imptinentcs imo rclariui quit parr r fit fihus ct pater no fir fili* cr T^c itcrumcrircrumdaro q>aljqsfirran_ tum parcrxt aliquit pater ct filiCSi^ U Early European Books, Copyright © 201 1 ProQuest LLC. Images reproduced by courtesy of the Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Magl. A.7.7a ^miTVtcrmini fc habcfc» reddu prP et pofrcriui no funt imptinercR pp if fcctu huiug quartc proprictans.poflru mui eni affirmarc uerc <p unii e duo •tunu non eduo^datoqj unij li^^nuj fit duo pedalia ct unum aliud Iignu^ fit tria pedaliarfed no!i ucnficafum uerfalV.cr boc ffcudii opinionc^quc coccdit idemptice q^ totl e fue prcs, ^TnON CORRVPTO ADEqua tofignificarofubi cri ,il Ideofona! bus er bo no funr rcrmini imptinetes cufebabeant fecudii fuperiuset ife r usret tame fi for.niic fir alb^ ct cras nigertc tiadiealb^ct quarra nigfr et fic uiciflrim.tuc uerificabit'' fucccflTi uc de for.albo q? e bomo et poftca cp nochomoetitciuft iteru.ct cacius ^a licct pari fignifican fubiecti non corrupat^cramcn fi^^nificaru adcqnij corrumpitT.f for.aIburqa no rcmanct Jtlbus Cii albedo cornipaf « <lTAM EXPLICITO QVAMim pliato. tfQuia no fuffiat folu fignift catuadcquatu expbcitiino corrumpf fcd oporr^ etia iplicitu adquaru figni ficatii no cornipi lHUEtp hoc foluitur •rgumentu c6e dato cp forXit biprda lis ct poftea augcaf.tunc fuppolto q? fotu fit fuc partcs uidcf cp !y bomo p fonaPrfumptufitimprincs adly boc dcmonfrrato bipcdab quod tamc cft falfu.qa ly boc et for.couertuT^t^.cr^o ficut for.e inferius ad ly bomoiita ly boc.tcnet yfTiarqa tcrmmi dcm&ftrati ui recipiunt co^^itione a demonftrato ctquodi'lud feqnatTficcoitcr dcdu cit^^iqa dc boc ucrifica^' niic cp cft bo mo poftca ucrificaf boccpn6ebo niQicfl centinuo poft boG inftasp oi fum bocbipcdalc c pars for. S5 nun^ erit ita cp pa! s for.c for.feu bomo fecu dum oniri^em opinioncm mudi.crgo cr cc.CHuic dicit cp fi pcr ly hcc dc monftrcf for.non conotando cp fitbi pedalis»runc non cflfet uci u 9 de boc uerificarct' cp ncn cflet bomo fubiec ton6corrupro,fed fi p !y bcc c^emon ftvaf illud bipcdalcconotando fottc^ cflTe bjpedalcitaqj nofit demofrraro pnrc fubfratiabsifcd c6nofariua.tiin€ fum cafu dictoadcquani fignifiCini fubiccri quod dcmonft) at pcr ly hoc corrumpit^tquia lcet boc bipcr«!e u defmat cRcfor.tjimc for.drf niteiTc boc bipcda!c<Et licct hcc duo bipeda lia corporis n6 dcfmat cflTc^rame dcfi nunteetotu corpus fonct inapuint cflfe pars corporif totalistct Iicct fortes n6definat cffc ncc boc bipedalc cut pons definat cffc:ramc for.defmit cf fe hoc bipcdalr:ficut cu fonalbus dcfi nitefrealbus:cttamen6 dcfinit cffc tunc albcc^o definit f ffc et for.definit cffc boc demonftrando fortcaT>u c6 notariue:ira i prrpoiro ajgrcjrani ex fln'ma inre'Iccriua ct bipedali fui cor poris r6 dcfinir effc:quia for.n:h^ om nino pdit:tamc for.defmit effc gre^atum 4ljEtcaufahuiU5 c:quia ad hcc cp aliquid fit for.oportct fit ton?m ct n6 pars et ly hoc in cafu n4 folii ficrniricat fonfed hanc totali^atc^ bipedaIcm:ficuthoc album ultra bois c6notat albcdincKorrupta autcalbc dine uelhac toralitatc.tuc corrumpi tur fi^nificatii adcquatu fubiccri fa! rem irrplicitum ^fExquitus omni bus colligc cpfcx propricrttc» dcbct babcrc tcrroiniimprincntcitfiaitfut Early European Books, Copyright © 201 1 ProQuest LLC. Images reproduced by courtesy of the Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Magl. A.7.7a fbr.cf a!fcti5 for^f fnri<!cf liTiiuftnSt »1 ome^ babrt olkl.ron % aflignaras . ' Juxra bor coccdir ip tc^ lorxr to ' recro fuit tei nimi difpmti.tame for.i 1 f cto ct plato i obbquo no fur tcr m.nj diTpcrAtmmo impnncntcs ui ciflim p^St ucnfican q? ror.ci t platoni» ct for.no cft pbtonit.ct itcru ct iteruj for.no corruptoificutfi for.prio tflct fcruus plaronis ct poftcalibcr dcmdc rcdirct feruusrct itcni hcrrt blcrtuK rt fic ultra.ct cl fcquia I5 for.r r pUto ircctofigniTicct idJcctin obhquo d tamc codc modo. Etpp diucrfu^mo dum fignifjcadi fiutimpnnetcg cx di fpcrati«,<I EtiuxtaboccoccdiT q? qc i}uid fignificat ly bo fignificar !y bois fcd no qualitcrcucp fignificar 1 bomo ftgni^icat ly bomit:qa ly homo ftgni ficat omqbommipcrmodu qu?s et ly bomi« pcr modu ut cuius.Et CDllmi fctcr didt" qj iy omis modus fi^^nif c at •me^modurfcd nd fi^mficat omnc^ fnodu omni m6.qa fi^^nificat umcm aiodii pcr modu ut qf SrniiV ly omni ni6fignif:catoe3 modu:fcd ndoinni wodotquiafigmficatp moduabfolu tij.pcr modu ut quo:ct nopmodutut \% ncc alioru rafuu.Cl Etgratia cxcr drii cnnccdir" q? b ic c6plcxum omii b5 fi^rniMCat oc> bomncTcd no oem bomine fignificat imo nullu bomijic fjgni icar.Et n5 rdccdit" pp aliqiia ap pcllafocm rar6is:fcd f pter fupp6ncra imobifcm:ficutc6ccd t^q? ncccflano omis bomo e aia!.ct fame no omis b5 nccrflariocaiaUmonuIIus homo nc ccffario c aial.ct promitto nl)i omncj dcnariurct famc nullo dcnariii jpmit Sg^4l Et Kt iftud patcat mucnibui p« no ep To^ bnbcat I m etc fua cflccptUTft omis bomis pcr boc cop^cxu^omis b4 ita (p cogircf dc omni boic pcr buc c5 ccpiu cop exd 0 nis bomo.ct uolo qi nobabcat conccptu fin2fercfor.ncc platonis nccaltcriua bomis mcrc fin gularitcr.tLic patct fpfor.itclIigit ocm bominc:cttam6n6omnc bomincm tcl!i jit:qa fi noulct" opoitu .f ocm b« mine intcTigit ct paf^ qd* c falfu:quia tunc fequit" ocm bominc intelligit ct ifn fiitomcs bomic^xrgo buc intclll gitctbucintelbgit:ci ficdc fingulis , tuc ultra bunc itclligit.crgo buc itclti gir quod c corra cafum ncc rcFcrtrq* ari^uir a fcn li diuifo ad fenfii copofi tu q iia nec cafiifio ipedit ncc anprlla rio rat6i'4 cu pron5ie dcmoftrario fim pliotcr fupro:ut in tractatu dc frnfu copoito ct diuif b dcclaraui.<f£t ficut e poTibile for.ircl^igar oc^bomine: Lcct nul u intclligat:ira cft pofl^bilc iponatad fign;ficaduboc c6plcxum« if omif bomo:ct tuc pat^ ly omis b 5 cx fubordinatocfignificat oem boml tt:rttamcn nul!u bomini fignificat < CTEtiuxta hoc c6ccdit' corclanc ql omia ucrba fignificatia actii mfnris: ct ifta ucrba quc fignificat actu figni ficatumut fuppono,fignifico.diffinio« fubrcio.p lico et fimilia cofudunt o5 fufc tantu im ^bihr lic-tc6iter dicatur opoiru.et bcc dixi graria cxcrcitandi iuucnes ♦^pfermini ucro ptincntct cx oppoito defcribunt^:qa fiir iUi qiio ru unus dc alio n6 p6r affii mari ct nc j^ari ucrc uidflim cr uniucrfafV non corruproadcq^ro fignifirato ^\j\3\^cn ta cxpliciro q ipIirito.Et bi funt dupli cci,ndifi)erati et fcquitcs» (1 Xarmmi ^ m Early European Books, Copyright © 201 1 ProQuest LLC. Images reproducecl by courtesy of the Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Magl. A.7.7a diTpnri fut iBi quoru un* n5 p6t JJallo ucrc affirmin,mancrc fignificatoc f mana qf dicotqa ly bo cr afmus mu tata f gnificatoe poflfet dc fc iuicc uc nficari affirm.rie.f t tn niic fut difpa corra bac dcfcriptoc^ arj^uit magifrer tripFr. p** ly n bo et ly b5 fut termini difparrer tii de fe luicc ue rificat^.na ly ri ibile uerificar dc ly bo et ly riflbile c n bo cu fit tcrminus^jr*' fy n ^bo ucrificat de !y batfHuic di cit" nc^aJo ^namr^ed o^ficarguerc ly rifibile uerjficat" de ly bomotct ly ri fibilccjly nobomo.g" ly nobomoucri fieat'' dc ly bomo^f rd minor c falfa:na term-nus riribHe no c ifte tcrmin* nobomortn coctdo cp no ho uerificaif de ly bomorut arTumetu f bat^ISed cx boc no fequit'' qj ly no homo ucrifi cet'' dc ly bSr^a tiic bec cffct uera bo en6bomo:quod cfelfum.necfcquit'* no bomoetly bo coucrtunt".;?® ly n ho ct ly bo conuertunt^^ficut no feqtf «I'quid ct Iv afinus conucrtu^^t^g® fy aliqd ct ly afinus coucrtuntunans cft Uf ru:qa ly rudibile ct ly afmus coucr tutcr ly rudibile c a^qd.^^*^ ali^d et ly afinuscSuertut^^^t^^abiferioriad fufi fupnis fine diftributoe cf ahq'* figno ipediete:etrn 'cr^qa tucfic qdf cet alqd cct !y afinus et 'y afinus cet tei* m nus tra'cidens et i pnri fumo ter minos mareriaPr p fibi fiBb^ ftatibi^p fona^K^fi dids bd ctafmusnoui detf termini difpiti ga muruo fe Tc i'ut.7'* fuf nicrtibilfs.t^* et ant ybat^ na fi bo e annus c cf c cu fpes l uni «erfo Hr necc^iTThiic diar^^ncgido rfta ^na-:fs 0% fic ar^uere * fe muruo ! fcrut formaJ.j'* di funt diipata^fj a* Jf^rqifo^^fnateriaR' fciferutf«fo fp5nscnecc"*:cttao"*.>ntisc ittllijri bilc cu afirc abfqi cotradictone fta' c» ' ([Z'' arguir^^fcededo 9 b6er afm* nofurtcrminidi^piri:qn ly af nus eq biiafTirmaf deIybo:rTci:r ly aff^ hd ct aP no fut rc; mini difp^ri.g'" nec b4 et afinus.:>* p5 ct ans ^ bat^.na i bac f pofitoncboe afly aPo*aliIia fignifi car«aP^ ri fjdicaret'' fupuis dc infcriori ftd eff^nale dc efTenriali fi fo'" fignifi caretboTC^*^* 1* ^po fignificatbomi nh cffc o* aialia:et ^riter bominc cflc afmu.rti* poo c ucra bomo c aP.g'' afinus ficafrirmat^dclv bpmo*:ficuf ly aial q f crat ybadii; <IPro foluronc buius argumcn noto cp 1* tna fc bnt p ordicm.f fignificarc fupp^erc ct uc rificari.na p qiiocuq? terminus fuppo nit fignificanfij no ct pro quocucp u^ri^catur y ilfo fuppoit et ^iiter ff gnificar:fcd ri ccftMcrfo.vri i hac bomo 6 aP ly aial o' aialia priri^ funira poflibilia ima^iabilia fignrtcatrficiit fadtcxtra j)p6fm:qaripdit figniic» tocm fiia:fed ri nifi p priribus aiaLbue fupponit r6e uerbi dc prin et \ p cm ni aial' priti fupponnt difi 'xrie cu ftcf determinate et fuh tali tcrmio Iiceat df fccdere difiucrie ad o* fua fuppoirai cum debito medo non tri ;p omni ai^ fi priri uerificat' fcd fo"* |) homine f> fcnri uerificat^^faitct 1* difiuncriim homo c afinus uP bo e le o uP b6 cft bi n6_eucra:n!fi p bomine terria ptc^ C[Etpbocp-foIut6ad argumenniti ne^S^o (V \ i* ^p6c bo c animal afin* ucrificet^affirmatie de boie.ncc feqf* ly aial i bac ;pprc 6e aPfignificat cr p *iaafupp5ir,2''f 61V1 ucrjficsuf ufj> 6i a?i pnti ucnficaiT ut ty notftfo Iiqrfe poruK apperftffcrto ct ultlo arguiif fir/c uerabacafinTic pcifcfigni fican \o*g ho ct afinus n fut tcrmini di^pati,ans ^bat": qa fiia contradicto tia eft filfa.g^ ct ccans f bat" f)fuppo nendo cp qui qd fignificit unu con tradicto' loru aVquo maillud idde^ fi ^nificarrcliquum oppoito modotfcd Ifta fp6 bomo e afin^fignificit b© e afnus uPq? bomo c animal difiunc tuietga fpofignificatqcquid fequiif 5id cactaparrcdiflucriue ad tota^ fi neimpedimcrocbona Dna.crgo fua oppoita contradcoricf niTiil qi eft ho cft afmu<5 fif nifirabit oppoito mo co pulatiuci* cadc.rcp nibil quod eft bo e afinus ct quod nibi! qJ e bo c aialfi; iftud fignif icatu copulatu c f p fecu da ptc.crgo toni e P:qa ad falfitarej copulatiuc fufrint una ptc ec (alfam: ct p5* copulatia et difiuctiua jfpar fibui '^tradiccrib^^tradicur,^! Pro f« Iut5e i^^argumcn noto cp fignificatu yp6js c Juplex.nrcf)frnratiuu ctaffer tiun»et aflcrtiuu itcru e duplcx pWnci pale cr f ariu ct fic in fuma e tnplex f poisfignificaru.ref)fcntarinu eq^ p ;pn6cm rtpftutnf fpu f <Tnificarur et boc m6 ifra pp6 b6 e aT fignif car bo minceeafinutqn cum ifta :pp6fi<?nifi ccrinxra con^c^fuaru parriu pcife p mirie f ignificantiu cr ly aial 6f aP fi j^ni^»ret.ergofm totuambiru^ fncfi gn f'Car6i> aurerice re pfe nrarllAIiud ex*"^ nmionbus clarius pono ccrru « fDOnelv^ifiunctia affirmaria cuiufli berfiie pri<; fignificaru reprcfiBrar rt nullum afferir falrcm dc formarqa a di/iuntiaadaltcrapteno ujar^ume tHrtifi defrruaiTalte^a pars tect y c fignif cini YcpCcmwuu q ftnh c affernuu. na affcrtjuu c il!ud quod formaPr fcqt ad aliqna propoit6-^em ct boc e dupjcx ut dixi.f pnncipale ct faviuffi^rincipalceilludqJe fireora rioniifnirefeudc6fp6is nuHoad to nccfubnracrotfcdadeqto fupro crfc iTra ,pp6 b6 6 aial fignificar afferrie pri cipaPrbominc eeaPlJ Secundariu ue ro e q; formalV feqrur cx aliqua f p6c cr ron e fiPc or6i ifinitc i^ex qbus p^ qj if ^a fc bnr p ordine fm magis c6c cr minu8c6e.namomne fignifirflriS affcrriuu f ^ue pricipalc fme fecudari um ercpnrariuuetnon econuerfo.fi miPr omne fijnificatum principalc a afferriiTU er repfenrariuu er n6 cc6rr« Er omne fecudariu c reprcfcnrariuu craffcrriuu cr non ecorrallP'' ergo e fignificatum ref)fentaru5 f o affcvti uum.j" ifra duo.f pridpalc er f arium ^TpjuIrcnus cp una ,pp6 qrenus c una n6 bet^n fi unu fignificatum pridp* Ic I3 mumcrabilia bcat reprcfcnraria ct faria.et fi mibi ri credi»^ quefo dicat quor formalV fecunt ad ifra jrp6nfm terra c rotunda.er pp boc ucriras tt falfi^^as |>p6is arredir'' penes f iVnific« rij affcrriuu pridpale er n6 pcnc<i rcp fcnrariuu er Parium.pPurif s eni c6tin ^it q? ,pp6is felfc fir p^z adcqta fi^^ni firara rrf)fenrar?a cr fecundana ucrn ficurparcrdcbac j)p6eipoffibi^b6i afmusad qua formalV fequit^boiem ec aPq} c i?eru cr neceffariu.boc aiif irelligc ubi fignificaru yp^is fir aliqj cx prc rci:ficur fupi* p* prc bui* rra rrarus du .vii.et primo notabili dixi ^Pj et qf f ponis ucrc ie fi jnificati — I Magl. A.7.7a •Thnnium ©paitcr ucrfl rcmp ft efi hfredo dr f p3c cujus fignilicatu c ali (p pricjpalc fir felfu guis plura Dfcqua tia fiin ucra.ficut dixi dc ifra homo h •fin*«Pat5Cti4cpn6fe9t fign ficani buius f pois cfalfu.ergo hccjppoi fal fa.paf5 de f gnificato rcprcfcnratiuo* buiui propois homo t aial.(/ Ex quo ctiapatctcpnofcquit ly homofigni ftcat homintly cft fignificit ccJy aial fignificat afmu fcu afinu fignificat: et ifta fpo ho c aial prccifc fi jniricat rx comp6c fuarii partiii ^afc prima* fignificatiu.crgo i" f p6 homo e aial fi gnifrcat prinC'palV uPaffertiuc hoicj ceafinu fcd folu ffqt^q^fignificat ho mineeffc afinu et ho c ucru icprefc rariucJrScd ad f bandu ilud oportct f ic arguerc ly ho fignificat prindpalV bomine ct \y c prmapali: cc ct ly aial pilapafrafinuvcti** propofito prccifc prindparrfijjnificatcx c6p6c fuaru^ priu precifc prima^ fignificariu^crgo fignificat priapa& ct 3ritcr affcrtie ho winc cc afinurf^ an» e &Ifu5:9a ly aial fecu ario uPrcpfcnta ie afmu fignili €atlf Etqndicitur quicqd fignificat unu c6 rad ctorioru^difiuctic rcliqi:^ fignifjcat copulariuc .tfjDiat'' q hoc i ueiu de fignificaris priapalib^ ct ii ic £arii!t:ficut i argumcro affumcba tu^na ifta ^po b6 c afinus n6 fignifi cat pricipafr drfiucriuc bomintecar u^hom»ncccafinu:f5fario hocfigni ficat.Et 6nr o3q7fuuo"*fignificctop pofito m6 copulatiuc,nul!a.n.^poitio fignificat principaBr copulatic uP dif iucnucnifi fit iporhctica.cathcgonai f«Iu fignificat CRtbcsoricc bpo&t dk fccutfc ipot'jcnVc fignificare.eta 1* fpo bo c afin^lblu fignificat priapa k<rhoic5 ccaruiufua oppoiracotra dictoucJaiihjlq^c 1 6 e alin'opoiifO mo figniftcibit catbcgoncc.r.nibii cf cfi h5 c afiuujs.hlcc no.abilia cu qbuf dam rcfj 6fion;b3.picrdicta magiltri Uolui hicifcicre^^aiifbcronuftro c4 (onant. (TTERMINI SEQVENTES- Sctt p inetes fequela fiir illi quoiu unus i altcrius forinaPr Llariuus.et notarcr di' co formafnllatiuus quia b6 ct afinut mutuo fc ifcvut dc fo adiarcntc:ficut parcr ct fili* ct tri patcr ct (ili ' fiir tci: mini ptinctcs fequcla:et bo ct afinut fut difpan Ratio c quia rc'aria fc iferutforma?i\difpara ucro inatcnaBc ppea qa dds c neccflariu:ut dicedo afi nusc.g' h6 fcuPecoucrfo portri inrcl Iigi c6tradictdriu :)ritis cu aritc4l Et ii diccres cp mng abufio ucrboni c di cerc cp tcrmmus fit illatmus:qa boiet fadutdifcurfus ct ill itocscr rircrmi ni fcu dc6es .^TAd hoc rrio cf p bc« ucrba mrtaphorica irclligmiu*» qi tcf m)ni princ:cs feqiieh iur illi quo d p unius coccp u formaR u nim' uP ue nirc poffum^i coccpni altcnu»4iAfc potcs dicere abfqa al q mcrapbora qp 5 ho pricipalV difcurrar ct iferat ab cxaliq'" tri farioctiftrumentalVtcmi nus c illariuus.ii ild' mediarc q'' h6 | fcrrd^iCUtdKim^f^bona jrramaccaj c6fucta i"* fra fecat bri ligna ct tii fccator fecar et ri f ra nifi ifrrumett^ta cr cp malic^^faot dauu crtri fabcrfii ot clauum pnnapa^mallcus uero in ftrumcnraRMta ad ppoOruifrrumeoi kcIIo<;tusn6futm4lIcui nccfta iici m yk iitifi maKi fluntlij m •btt pift mm fiki fAk lilyl itfmj Magl. A.7.7a •hquod getius fcframStir^ufa ifta nfi fiic audita in domo dnillScd tcrmini c6p!cxi fiuc icoplexi uP intcnr6nci et jictus.Simifr ctia cu dicimus intcrdu ^ cx anta fit o*nb itclligcdu materi aVtcr ncc coftituriue^fcd tcrminatic: ficut eiiA dicim ' cx mane fit meri dics:ct cx boic fir cadaucr. tlTERMlNI MVTVO SE SEQue tcs,tfSunt illi quoru unus e alterius illariuu» formaPr ct ccoucrfo.dico fot malitcr pp c^ufa quc prius dicra 6,Et bi furduplices:quida coucrribifcs.jdaf relatiui; <I™_M1N[ CONVERTIBILES. tfS^r quoru unus i alccrius formsi litcr illatiuus ctccoucrfo rcfpc^tu cu iufcucp uctbi.Et quilib , e dc alio affir matiucuniucrfafrucrificabiP ipis pri tnaric fijn ficatibus uFlic c6uerribifr ficut homocf rifibilc difTmirio ct dif f n'tu.f:quit' cni formaPr dc fcaindo «diacctc homo e.crgo rifibilc e ct cco ucrfo.feqjit^cna dc ten6ho currit.cr goriribileairr/t ctccoucrfb afTirma riuc uniucrfalVucrificat^qjomls hoi fifibilis ct crouerfo ftante primaria fi jnificat6c:uPri ficret p nou^ impoflti onc de nouo coucnibiVs cria ft^rc ta b' fignificat6-c funt affirmanuc uni ucrfalV uerificabilcs dc fc iuicc:ficut fi ly homo et ly afmuscouertant^tuc utraq? iftaru t uera.oisbomo e afinus rtecourrfo.bc5 nullushomo fitafinus nec cc^tra.-ut patcr imatcria d^coucf rib.Lbus in artc ob.ijatoriarct fic d» «liis tcrminis * — ^ CteRMINI RELATIVlflSutquo ru unus e altcrius formaPr iHariuus ct e<jftu«rforcfpeait (i «diacerig tiintu ficut funt 5 mutuo ad fc inuicfe refe runt^ficur parcs et fua fles. (ITERMINI NON MVTVO . CScquetes rnnt iW quoni unus e al tcrius formalV illariuus ct non cc5ucr fo ficut homo et aial:unii et duo.Et hi funt diiplicestquida fchabctfecuduj prius ct pofteriusrficut unu ct duo.5 da5 ficut fupcrius et ifenus^ut homa etanimal ^TfERMINI SE HABENTES SE cundu prius ct pofterius. ^ Sunt illl qurru unus ealrcrius foiTnaRr illatt uus ct II cc6uf rfo rcfpcctu fecudi ad iaccnris tantu ficntfunt ifri tcrmini unuctduo.nafiduofunt:unucft ct n6 cc6uerrofaItc5 formafV.Et ifrc tcr minus dicit" prius a quo no c6ucrt!t' fubfifrediinaj^aquo n6ua!ct con^c quentia cu hoc ucrbo fu^ cs e.cxilto cxiftis cxifrit ct huiufmodi. pofrcrior ucro i a quo ad alium c6ucrri^' fubfif ftendi cofrqucria tanru ct n6 ccontr» uc bi J3jratia,unu cftprius duobus:ct duo poftcriora uno,CJEt luxta hoc c6 ccdit^q; nonhomocrtpriusqhom* qn benc fcquit^h^cfr.crgo pars ciui c^fcd pars hominis e no homo.ci 5^0 6 homo e.rcnet 3Pa:qa nulla pirs h6i% chomo:fedquclibet pars enohomo fcd n6 fcqwit ccouerfo n5homo e.cr go homo e cu fit intclli^^^ibilc oppoiifl Dritis ftarc curnante:ut pat^ an mudi crear6nem.*r Et fi did^ Ariftotelcs di dtopoiciipriopoftcrionj^qa aflfirrrt tioe pornejar6e;ficut et hini» c poi! priuat6c:ut «t aflferit i poft pnris ca^* dc oppoc iCfHuic Scif duplt p rio cf I5 «h'q affir'' aliq neg^^tAc fit prior R trt qucl5iifrirmmip4'5 ncjjatfincepricH: oks, Copyright© 201 1 ProQuest LLC. J by courtesy of the Biblioteca Nazionale Centrale di Magl. A.7.7a Aliqaaiameaffimiatio ipriornt^n toncifeuowm ncgatonceft prionet boc nop c contra dicra.d Alirer dici rurqjfumus i equiuoco.na^ affirma tio efr pno! n • garone prionrare nobi Iiraris*remporis er carnullus eni pii* indpir ifmifare uF negare g /inirc ircl fi^erc feu affirmarermfi enim prius ! tellectus neftennrelligerer bominej nunqua infin rando ireligerer no ho minc.er nifi prius irelligerer bomiej cflc boc uPilIud nunqua inrelljgeret ncgariue bominem no effc afinum j Et idco quo ad operatoem mrellccrus noftriefr prior finitaro etaffirmario 9 infniraro et i- egar6. S ed de rali pri onratc dignitatis tcpc m uFcaufc no rft fcrmo ad prefens.fed hic loquitur dc priorjtarcillaroisformalis pquam tntcllcctus poteft irclligere etabfoluc rc aliqd ab aliq'' ct no econtra.Q uod wero diccbaf de pi luatone ct babitu no eft ad propcf rurri: quia multii di ftat tcrminus priuatiuus ab infinita Co;ficut cecus a non uidctc cu5 omnc ccumfitnouidensctno econuerfo ut p ir uit fuprn dubio u!tio p^ pris bu ius'erriirracrarus. (Ttermini SE HABENTES_SE f undu fuperius er ifcrius iTSunt illi quoru uniis c alreriiis formaliter i^a riuusetnoecontrarefpectu cuiufcu qnierb :ficutfuntifriterra*'ni bomo ctaial.na; fi bomocanimal cftet no ecfiuerfo formaliter.et fi homo curi it animal curritctnon ecoucrfo.Dicif' •urem terminus fuperior a quo non cfiuerriiT c6fequctia,ctin boc diffcrt tcrminus fuperior a rermino pnori S quoimcdiate anredictii c,^a ccmuii' prior c a quo non conucrrif' fubfifti di cofcquctia tanru.ixum ucrbo fub fMnriuo tanru.frd terminus fuperior dict' i!'c a quo nnn couernr' cofequi ria abfolutc fiuc cu quocuncp ue^rba tafubftantiuoqadiea.uo fiucdefc cundofiiicdc rcrrio adiaccte termi nus nero in>rior c illc a quo ad aliu^ fo^malV Uiilct Dria abfolute ct no econ uerfo.^ Scdnoraqjrcrmmusiferior ni reliqiim eft dupl x.f^ fe ct p acci dens.]n^erius per acddenseft i lud Ci ne qno fuperius naruralirer poreft cf fe.errapiofupcnusetin^erius pro fi j^riificato et non terminis q funt Ct gna illoriim.omnes enim termini fiit corrupribiles erquilibet finealio cf fc porerr.cr (ccundu boc in rebus cor rupnbihbus quibbet tenninus fm^u laris didt iferius per accidens refpc ctu Cpcciei et genensriit fortes rcfpe €fu bominiset animalis.frar eni m (f fit anima' et bomo et n6 fit for .tTEt iuxta boc pomtur comunir*r reguljt qjomncfehabfns permo -11 appofi tionis ad ali ud einrerius eoocfacri densetadfe ipfnm ab/b'utc fumpni ficut 'y I omo albns j mfenu*^ p^r ac dden<iadIyhomo^ue rc^e:u!a eft Uf ra rribus condiroibu*: obferuaris . tfT^ima rp il a .ipnoiro refrrit>jpni4 bomo rif bilis no cfr inrerius ad homi nem.|/ Secudoq7fit accidentalis i6 bomoratoalis uP fcnfifiuus n6efrifig rius ad ly hcmorquia differcntia eflfii rialis no facir pvedicatoem accidetali ' cnm rpede^ffdfacit prcdicar6e^ pcr fe i primo mo d/cendij)cr fc ut patet p>'mopoffrrioru5.(lTertioqi fitpo Ctiua ct no difttncriua ucl nmpliariiui (m pfifc taiJi fiim pfatdi itnnf fuifupt i 111(011 tQUt 1 Magl. A.7.7a foloua ct ii8 JiTrracrla uFampKarfua idro h6 morruus homo fiiturus no e infcrius ad ly b6,SimiPr oL'm fi* non c ifcrius ad ly fi' nec quoda patcr ad ly parcr ncc ut pocta uiuir ad ly uiuir in primit duobus cxcplispp aprofitocj «mpliatiua^ttribusabis ppdifrracri iiam.dScd fi dirta appoiro fuerirre frrin^cs acadcralis cr poitiua riic dc« rcgula c ucra.Ec6ucrfo ucroinfcrius prrfecilludfmc qrofuij funcri^^na turaR- no p6r cfle f ^ipius rcfpccru ge nerisrqa narurafr fpecies fiir icorrup tibilcs.^TEr rale inferius p fe ireru cft dupIex.fmaterialV er formalV. ifcrius per fc marcriaR' c illud fine quo fuu^ fupius naruralVnonpote e:fed bene intcUigi ec abfcp conrradict6n-: ficut iho rcfpecru aiaKstqa er fi n6 poflir na turalV aial cflTc abfqa boiertamc non i plicar c6rradicrcc5irenij?erc iVud,Scd ifcrius per fc formaFr c illud fine quo fuu fupcrius nec p6r eflc nec inrelligi finciplicaroc co^^rradia6is:ficur bina rius rerpcctu numcri:qa nec naturalV p6t cflc iiec itclligi numeru efle finc bmario finc r6iradict6c cu omnis nu merus ant fit bmarius aut binarium ipIicanfSimilr Iinea rcfpcctu quatita lis continuc ct aia ucgctatiua refpcc tu aic f t unincrfalV omis pria fpedcs rc^pcctujfcncrisbabenris fpeaes ef fcnriaftjiy^djratase iferiuspcr fefor malV, VlErb»c aducrte cp ifcrius alicu lus ct fuppofitu iHius fecudu propri^ U'm uocabulinoconnertunfnmo fc babct feaidu fuperius et ifeniT8.nam OTnefuppoituahcuiuse ifcriiis illo fcd non cconucrfb.qd' cxcplodcc^aro fi d]xcro,omis h6 • »da.Iy adam e ifcri «8 ad ly bomo,fcd n6 e cuis ruppoitfi qa non fupponii ly h6 nifi pro homic qui ciluppoitum eni dicit"a fuppoiti nc.C Ex dicris ctia fequi/q; tnplex c fupcrius,fpcrfep acadcs.pcr fc for warrctpcr fcmatcrialV/cmp cniop poita paritcr numcrant". fupius p ac odens ad aliud eillud qi naturafr po reftccfinc illotuthocdemonftranc^o a!bu refpcctu dc ly albu.quauis cnim nopoflrctcehocaibu finc nlbo:tarni demoftrado album pot boc cflc finc albo.fcd fuperius p fe marcrialV e i'Icf qd* non p6r eflc fmc fuo ifcriori: licet poflir itclligifincillo abfcpDtradictoc ct capio fuperius cr ifcrius f eo qucd dcnominarernoproco quod fijrnifi car. ^TSupcrius ucro p fc formrlirer cfr finc quo fuu inferius nec p6r cffc nec p6r ircHigi abfcp c6rradia6e:ficut prius cxepla pofui^^TPcfler ramen breuiter dia cp iferius p fe e illud ex quocrfuperiorinaraefr fieri,rp6rc ceflariaurho cai.ilfed ifcrius p arci des cfr cx quo er 'upiovi nata c fieri y poir6c6iiges:urfor»e boi ECVNCO PPINCr pahrcr Rcfrar filBrefoIu ■toTii cpditoef aflignare.rij xmiu^fillogifmorri fir fii daTnenVc? mulram reguluu fpedali um pref r'm percs fiip<»rius cr iferi* /jp urergofilFus rcfolurorius fit bonu« / j rh^^^ evij^unrur ct prio. ^ .flQypb SIT[SIlLOGISMVSt f ' ^Etpphocdcb^babcrcquatuor p prictates quas debjhabcrc ois filHiii Prima c q? fit ex tribu« trrmi» et non cx pluribu8, iic9 n^n fc^uitut Magl. A.7.7a fcic efcorf uptibilii ct bic i fon^ font icorruptibiF dcmoftrado numcru cx tnatcria p* cr tia intcDcctia for.ct tocptoiufitfucptcifcd folufcqt^ for.ciftcnumeJus icorrupribit bimi litcr n6 fcquit il!c c bonus ct illc c f« benergocfabcrbonus:fed fcqtur ^ il!cfebercbonui.adicctiuu ciumua riatfignificatoem fecudu q^ diucrfo fubftantio appoitur uF abfolutc ideo pofitu in ccnclufionc d^ faluari idc rc fpccrusfubftanui uf abfo!urc qciat I altera pmiffaru.alircr pofiru m coclu fione cnr alrcr rerminus qua ipfemet fuerit i pm\* ct Ik apparenrcr crit fil lcgifmus cx tiibus tcrminis ct in rci . Uf ntatte c cx quattuor tcrn is Sc cunda c q? femp mior fit i recroadeo fi6 fc^tur in boc ifranri c dcus.ru cs % fcoc iltanri.crgo tu cs dcus:fcd mior cl5 ec tu es hoc ifrasXETerria c qp con clufio fu cio conformis maiori idco n fejnir i bcc ifranri c dcus hoc cft m ftans prcfcns.ergo ift^s piis c dcus:f5 fetgur ergo i puti ifiann c dcus:ita q? conclufiofit in obliquoconformi ipi maion.^TQuartaqjfit m figura.na lomnifigurapotfieri fillbs rcfoluto rius et fi no fit in figura r 6 u5.<rEx* primc figure_^bpc curnt fori bccg* for.curr.t.CTEx'" ft currcn^ hcc /or Iboccrgo fori cuncs^^Fxcplu tcn tic bojccurrit et boc eft for.g* forxur nt,tl Et in tcrtia figura pPmum con ivcuit {orman qa clarior e difcurf,' ♦ ^ET NON JN MODO.^ QuNj ficctialiquo.xix.modoru5 non effet fililis rci' olutorius pcr imcduta procc jct fed p mcdiara • (Sj MEUIVM SIT 'HOC All quM cf non quric quMtfldcrt fit ttk minus dcmol tranuus $ uno ioh fu^ ponibiFcr nd jp pfibusadco no fcquin^ boc c bd ct boc c afinus. g ho c alin* demonftrado p ly boc animalin^fii. <ITAM EX EXFLlClTECtl6nou fcg[t bcccffentiacft paterJicccflen tu c filius.cigo pater e fibus^ja mcdi um cxplicitc noc bocab^dJca qualc quid.i.jp pFibus fuppcins u<rifaciibilc cum bcc cffcntia diuina affirmanuc ucrifKCt^dctribus plonis dinisJf^ trc filio ct Ipufancto» tfQVAM IMPLlClTEd Idco ni ftcjt bic c patcr ct bic e fi'iu8,crgo pa tcr e filius demoftrado deii: ja mcdi um 6 rmplicitc qualc jd cu dcus ucri facet dc tribus pfcnis. <JNVLlOMj3DQ CONNOTA tiuu^IScd matcric fimp!ex.quia rcfj luno d} ficn p imediata apud fcnfu^ Uiitellectuqbusriibil d^ce nonus.id ifte no c liTus rcfolutorius boc album curnt bcc albii cfr Jor.ergo for.cui rir# Er p idc ifta j p6 ri c imcdiata boc al bum e:fed bmc iftabccealbu:^a ibi n*.e connotatio. . (TSEV EXPLlClTEii Vtdixi i fJ logifimo pccdcntc qp n c filHis rcfolu , torius diceni^o bcc i\lbu currit:boc al bum c foncrgo Ibr.curnt: juis lit bd^ pi:a fed no relclutoria, . <MV lMPLlClTE4ridcoiftcn« c filPus refoluronus boc critforJ^oc i pars for.uFcrit pars for,ergo pars fon crit fcr.dato q^ p ly boc dcmolrret"^ ef,a/ifrcfiduupreter d;gitulor^di giruR bmc ad boraafcindet^CTEt ri ga pofr^ pcr ly boc dcmdftrat «ggrc ^ntim cx^ctrcfidutc^rponiptcf digitu ly hoc t ttrmmu% rfnotariuus Iphcitc cu nAdcmonftrctTimpft- fmc mcrcfubftatiaFrct abfolutc forX^co notddo hac matcna cu bac qu^titate preter digitu.ubi uero p ly boc dcmS ftrat' folu aia uFillf refiduu corpoW» prcter digitu fmc ftia;tuc c filRis refo lutorius: fj maior c falfa;(lSi uero dc moftret for.mercfubfratiafr tiibilco norando:tuncitcru filRis crcfolutori ui:f5 mior h felfa^qd' autc dictus filPus fitafrbona^na nodifcuto ad prcfcs: (5 fuffidt ^ n 6 filFus refolutonus ncc b^bct pprictatc cius nifi apparcter ♦ (TpRO EODEM PREClEE SyP poncns inutraqj pmiYTaru il 16 n6 fcqt boccbodcmoftrado for.ct hoc • afmusdcmonftrando brunclfu.g'* Jtipmocftafmus. <TlDEMPTlCE SOLVM Et tuc fcq€ folu idcmpricarut boc i homo ctboceafinusdcmoftrido aiali c&i (blu fcqt^ Cfh6e illud qi afmus:ftd 6 fc^t tphet afmus:qa ifra predicatd c formaKfimilV ncc fe<it in diuinis boc i patcr et boc c filius^j" patcr i filius clcm6ftrando p ly boc cdch^ diuina^: fcd folu fe^f idempticcxrgo patcr h fflud quod filius.qa ficutfemmas in p miflrismediuidempricu folurita colli gis coclufioncidcprici folu* fliDEMPTlCE ET FORMALItcr fimuliCQuia tuncfcqui/ conclufw ia5formaPqidemprica:ut boccpatcr cthoc utparercfiIjus.crgo patcr cft illud qd* filiusrct patcr c filius utraquc condufio fcqcifcd minor eft ipoflibiF Et dc bac f prictatc larius dlxi fupius *3Qii*dubioprc prima« dpRO VIRAQVfi DIFFEREN tia difiucfe Amplitudims rcfpectu tet mini amplianui ct diftribunui fimul filiqd difiuctiuc fupponens Ai Et bo< ccum tcrminusreftlubiFbabcs mm diftiibucdipreccditfupponcs refpcc ru ucrbiampliatiui.tunc fi fignificat alietarc fupponit diftnbunuc f utras parte difiucriuc amplitudi». ucrhhg* Aliud a uero crit uerum fic d^ refolu torie fillogizan boc erit ueruj ct boc e aliud ab eo quod c uFerit ucrum uP crif aliud ab eo q* 6 uP crit ueru^ g^^ aliud a uero crit ucru:fed prcmifTc i plicant ficut ct c6clufio . v SimiFr rc foluit" ifta aliud a curretc pot currcrc boc pet currere et boc cft aliud ab 00 quod cuFpoteflc currestuPpor ecali ud ab co qt i uF pot cc currens.crgo a! ud a currcre p6t currcrcfi premif fe implicannficuf c^dufio^ja fialiif a currentc p6t currcre.tunc aliad pof fet cffc aliud a fc cu ipfii fit uF poffit ci €urrens.t5" a fupion diftnbutocu oroibuscoditoibus ad fuum inferiusi Sed fi arguiif pbando qialiud a currctcp6tcurrerc:qa hocpot currc rc demofn-ando for,fcditem.g* ahf a currente p6t currerc t^'' abinfcriori ad fuu fupius affirmatic tfltcfccu doarguit'' rcfolutoric bocpot currc rectboccuPp6t ccaliudaciirrcntc^ crgp aliud a currente p6t currere. ^ Adiftaduodicasct primo ad pri ma rivrgando Dtiavqa dcfidt una 3dc5 reqfita:ut parebit infcriusdeodarc f Iimitat6e rcgulc ab inferiori ad fuum fuperiuslEt 6 fcrria c6dict6 qi non ar guamabmferiori adfuii fupcriusp accdcs ficut ein ;ppoito.acadit cnim dcmoftrando fon^ bic fu aliud a cur % Tcnte. tu hk poffs cumrt.tu fi nilMlcurrfrct,tucn6 fffj ahud acur rcntf *qa alictas ct diffcrctia n6 cadit : nifi itcr cnria cu diffcrctia diM rcfati ©n6 aliquoru ct rclario n6 fucccffiu» cxigit cxtrcma ncgat na ncc e filhis rcrelutoriusrfcd dct^ rcfo!ui m6priusdicto£rScd fortc ali quis iftabir f bando ifra aliud a uc ro cntucriWatecp nuncfmt multauc ract,a,fitfaIfuetpo(l hocfoludc nu mcro faKoru^.erit ueru.nJc arguitur ficillud qJ* c uF crit aluid a ucro ql e uF quod f rit;cnt ucru.j^'^ aliud a ucro cntuciu.t5* qa refoluitf ut dictum h ct ans probat^rqa i^ difiucti una pars 6 ueraXp* vs q; illud qi i «lid' a ucro quod e uf crit:cnt ueiu ct ucrificatur y.a.qa^.cnt ucru5:ct.a*ealiuda ucro quod euFerit.fbat" cxponibilitcr .a.e ucrurct ucni quod c uF crit e:ct.a« n6 c ucniquod e urcrit,g* .p^* cu du ab5 primiscxponcnb^ ct 5* cxponc» jpbat^.qa fi nodct' o*^X«q?»axucru qf c uFcntig^^l^je ucni xis falfu ct cotra cafa.vTHuic dicit' iBa fp6 eipoffi biP aliud a uero crit ueru^ ct fiFci. Et admf cafudio^^cpfi bcnc rcfoluit ncc obf uat'' q f »5:5« d^ dicto rccta a fermio fignific^tc alietati fcmp poft poni ilP ucrbis difiucti fuptis:ct n6 dj pponi.ficutficbati arj^um eto.d^g* fic pponi ly ueru in rcfolucdo boc erit ucru:et boc e uF crit aliud ab co ql* i iiF crit iicru,;^'" aliud a ucro crit ucnij f5 pmiffc iplicat:<ia fi hoc c uF crif ali ud ab co ql* 6 uFcrit ucrurfcd hoc e uF crit ucru:qa crit ucru jf* boc c uFerit aliud a fc qf iplicaf*<{ Et fi argui^ fic • aliud a uero ({i e uFcritg'' boc c ali iid ab co quod e uFcrit uf riJ.-ncfafui :qa ans c uch5:ut patuit cxpcnido ct Dns falfu:ut p5 cu iplicct c6f radictit neut patuit tji^uh debiris rcfolucn^bj (CeT ALIQVANDO COPVIA riuc/TEthocecu terminus rcfoIubiF ifinitatus f)Ceditfupponcns rcfpcctu terminiampHariui:tuc fuppoit copu latie f utra^ ptc difiurte ampliatonis vcrbi. g.no for.erit for.fic dcb^ \t(o\m hocerit for.cthoccaligd quod ncc « ncccrit for.uFerit a!iqd qcf ncc e ncc crit (br.(? Scd rofidcra bn pmiffas ut prius ct uidebis; c^tradictoem ircr pri ma ct fam refoluente fiFi m6 refolui f ur 1* n6 mdpies ce c indpics tth^c e icipies cfcethoc ealiqd qJ ncc e ncc idpit effc icipics.uF idpit ce aliqd qd* nccenccicipitcffc icipics.^Vct,ce.(5 f miffc iplicant c6tradc6cmIiSed ad bac ybad^ fcrtaffc fic arguit^.dafo ^ fonnilcp" fit;rucccrti5eq?hocc idpi cns ce ct hoc c uF idpit ce n6 idpicns cffc.sr^ n6icipiens cc e icipiens iovm uidct^ bona maior p^ cx cafu:ct mior f bat^^qa hoc idpit cc n6 idpicns cffc cuficipiteffen^ idpiens ce.ps* a ptc difiucri ad toru difiuctum cu 6rb5 rcqfiris^ct ans j)baf cxponcndo p ca» ucritatis:qa lioc nunc n6 e n6 idpies cffcctimcdiafcpofthoc critno inci picns cc,crgo incipit cffc n6 indpicni cffc.p5* ab una caufa ueritaris ad ppo fit6c5 hntc iffa:ct maior y bat^: ga ht e idpics effe.ei^o no e n6 idpicns ci« f5* ab affirmariua de predicatofinit© ad ncgatiua dc pdicato ifiriito:cf mi nor p5iyLnun4.poft hoc idpiet apk' cffc. ClHuic d\6€ ut prius q' ifta jpp6 efalfa ctipoffibiF ct adnu* ahi dico ncgSdo ifta priitiS 3&im.nfC arguiiT rcfoIuto^Hiifi appetcr:f^ rcfolui ut dixiboc cidpies ec:ct hoccaliqd ql ncc e ncc inpit cflTc icipicns clTc uPin opit cffc aliquid qi ncc e ncc mcipic clTc incipicns cffc^et hoc i otu ut dixi i plicat cotradiaocm .d Ratioautqi^c in huiufmodi rcfolutoibiis mcdiatib^ tcrminis diftribunuis: ficut c !y aliud uPdictioifinitas cu fuppoit rcfpcctu fcrmim ampliariuirfic rcplicado j)ba£' eqd terminusfcques diftribuit" mo bilitcr f quol^ q t c uPicjpit cc ct cc^ cuafibcrdifFcrcntia ampliatoi»; fuc, (TVEL SOIVM DISIVCNTIM rcfpcctu tcrmininodiftributi cutcr mino amptiatiuo* C Q uia tunc n o^ rcplicarc \ quaHptc ampliatois modo priusdictodTcd fiifficit cofucto morc feliicrcter hoc qa no fycrdit tcrminui dBftributimisrut diccdo fcdis pot cur rerc fic rcfoluit hoc p6t currerc: ho« 4iiPp6teefedcns,g'' ctccctm dc ali 18 fcrminis ampliatiuis fuo mo dicaf • <Tavt secvndvm pvram diffcrcntia teporale ucrbi. Et hoc 8 qn fcrminu* refoIubiP iipponit rc fpc ctu ucrbi dc pnti non f cqurtc ptfci* i mcdfafc pticuB' teto ncc tcrmino ucr bali uPdi fupponif rtfpcctv ucrbi am pliafiui rcftncriad una fola diffcretia «mp!rat6is:ut for.qui c crit fic rcfolui turkoccritct boc 6 for,q c^ct cc« < n ^^nr^ .yNCTERTlOPRIn Lbpatifcn jr c6plcmef o hu jfiiisfcpris carhc^oricam •'fpilcsrreubs fm ordicj ftAorif vtdo !imffarc*ct in hoc a fcric magifcri pwhiiuin wmbQfQjioiii fcdffemcfciasutonna ccrtoordine prcfcripta facilius mcmoric comeda turdum fccundu arboris mebra fin gulc rcgulc correfpodcrc uidcbunt^ Itaq} a reguhs ptineriii tcrminorum incipiam cu dci auxiIio,nam imptino tm nulla ccrta pot dari rcgh cum nul lam aut fequrlc aut repugnannV ptl ncnria habcant^Et cx ptincnribuf pri mo a difpcratis initiu feciam: ficut fu pranotificandodefcripfi.ct qa nulhs ultra mcbri» fubdiuidun f*. (lAB AFFIRMATlVACQuiaanc gariua ad ncganuai tcrminis difpc ratisn6ualct3f5a.undc nonfc^t^tu no cs lco.crgo tu non cs homo.SimiBc ncc a ncgatiua ad affirmanuam»un de no fcat" tu no eslco.a;^ tu cs ag!a3 tWNIVS DISPERATI •CQuia •baffirmatkin^ difpanad ncgatiul nodifperarino v^* nocnim fcquif^tu csbomo.^ fu no ct rifib^P. (] SIMPLICITER SVMPTI SINB dctcrminat6e*<r(5.uian6 fcquit tu contigcntcr cs homo^ergo tu conriii gcnternocsafinusrqaans cucni^ct :>ris falfuminnm cxifto fcquit^^qjtu pofTcs cc afm^ Pro rcgula cni obfet uandti e (p propS cxponeda rat6c hu ius tcrmini rontigiris i exponibiP p oppoitas qua!itates.*ut cotingcntcr tu curris:tu curris et poteft ce cp tu non curras:fcd ifta c6ringcntcr tu no cut risTic cxponit^tu nocurris et p6t cfCe cp tu curras;ct fic dc ahls. Et i6 fi con tingentcrtu rics afm^^feqf formali ttr cp tu pofcs cfTc afinus# <IAD NEGATIVAM ALTERI us.f^Quian5 fcqf dcusc hir.g*a • ^ibi;^a ce bic u alibi Q fuc difpam jii Early European Books, Copyright © 201 1 ProQuest LLC. Images reproduced by courtesy of the Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Magl. A.7.7a tmo compoffibilia rcrpccfu dci xt fic de aliVs. <[P^6pOSITION!BVS signi ficantibus cx copoc fuaru partum . ^ ([(^uiapcrnouaimporitecm poflfct tcrmini rpofiftonu cfTc difpcrari ct j pocs c6iicir:ficut fi fcrmini no muta rcntfignificatccm ct jjpocs imponc rcnt^dc noito fignificarc una adcqtc «crc ctaliafalfe, CPRECISE PRIMARIE SICNI firantiu»^ Quia ubi buius :nc tu t% bomo.crgotunocsbomo ans prcci fc fignificct tc cc afmum ct tota fub ordinct^^utpriusrtiic tota^ranon c feona.qafubordinat^^unimalc ut pri us:ct tamc a? guit" ab affii matia uni 118 difpcrari ad ncgatiua altcri' ga i* tu cs bomo fignificat f)cifc tc cffc afi nu:quod e difpatum oan non mutari fij^nificatoem, (TSVBIECTIS VNIFORMITER fupponcntib5«CQuian fcqf aFcur rit.cr5^onu!lu aial acfcit. (SlMPLIClTEReDE PRESEN ti* Nam oprimc fcqt" boc cft bcmo crgo boc n c Ico:ct boc tam formalV ^ ^i^forma^ ClNJTERMINlS DISCRETIS, (pQuia in tcrmis c6ibus j plunbut fupponcti^bus no fcqtTimpfr ficargu cndoircdcuscpatcncrjro ifttdcm fio cft filius.ccvtu c no fcquit' quia iftc fcrminus iftc dc^ c c6ii t rib^ fup pofiti8diuinis.fiR ncc fcquit" bo coit c for.^"* no c platorfcd i talibus tcrmi nis no difcrcfis fcqif modificatc ncjra xiua altcrius difpati.fcqt'' cni iftc dc* cpatcncr^o iftt drm aliquo mo n6 i iiLuSffimift fe^f bo c6i8 cft forxrgo aliquo mo no c plaf o ct bcr e ucrfit^si bomo cois I1C5 fi^ '^^♦ct plafo: f*^.mc co mo quo c for,ut fic no c p!afo:ct 1 dc ut c patcr ut fic no r filjus. ^eTlimjtate de, preteri to ac futuroxf cc.CQ uia n fcc t'' ab folutc fu ftiifrialbus.crjro tu n6 fuifti nigcricd bcne 1 quit' Iimitare: fu fiii fn alb*.crgoahquadon6 fuifrinifcn fimift- no fcquit dc futuro tu cris a! bus.crgo tu nocris nijcr: fcd fcquif limitatc.cr jro aliqii f u non cris nigcn (TeT NON ECONVERSO,^ ^TQuiacx ncgaira pura rifcqt^af firatia, ,NoUa bic rcgfa^ uolo ifcrcrc qucfcrc c coucrfa f)ccdf ntis cf bcc ^a remotione ALicviys nbfolutc uTcu aliqua adiacc a fc ipfo fimplV uF a fc cii cftucrnWi ad rcmoti onc ciufdcm abfolutc uP cu cadc adi crionc a quoh a" c Df5a bcna foi malSr ctdcforma*C^Huiusrcgu!c ratQC cp fi quid rcmouct a fc ipfo aliquo xrS a fortiori rcmoucri a quolj aIio«ucr bLg^fcqt" formaFr nib I qS i bomo cft b6 albus«cr^o nullus afinus c boalb* imo n^ rcs c b6 albus.p*^ jbat" iftam Driam cc bonarqa fi nacrjjp e imaglai bi[c ^ritis cu arifc abfq^ c6tradia6c d Ponamus crgo ad imaginabilc qi ni bilqucdc bofit b6albus:ct famc ali quisaf nnsfif bomoaIbus:fcd contm arguit'' f c aligs afinus c bcmo aibut crgc h6 a!bus c aliqs afinus.f5* p con ucrfioncfimpllcc.Et ultrab6 albus^c ftliquis afinVrgo b6 albus'^ c.f5" a 5* adiaccfc ad f 5 adiacf $ afiii matiuc ct finc fci mio ampli^iff ct difnabctc.Ec ultra boalbusc.rr^o boalbus rftW pat5 ^datja no e itclligibilc cppoitum ^fTm cil ^tkt tt \n omitui ^5 filRs for argiiendict ultra b6 albus cft b6 crgo bo c bo «Ibuf ts^ ut prius p coucir fioncfimplicc*g^ dc primoad ultimu fcquft' aliquis afmus c b6 albustcrgo boebomoalbustquod o5cxf)ffc Dtra didt illi anti primo;fiq) mbil qif eft bo e b6 albus^crgo cotradictoriu ^ntis for maR-repugnatanncct^fiter ^naTfu it b6a formalV qi crat fbAivt* ct ficut dcduxf dcafmonta p6t dc^ud nul lus Ico_6 bo albiis ct dc quaaiqa a* rc» ^ Jit fi fortc diat'^ concedo «p c boa Tc4 n6 fimpfr feu dc forma ficut aflc rit rcgula co q? n6 tcnet in omibut c6 fimili forma rerenta^fis prob^t":qa fifeat null'bDeb6 alb^ "^»"'»'"* nus"cafinusaIbus.datoq? nullus b6 fitalbusretaliquisafinus fit albus.eft «Dt ucrfi ct >f5f falfu ^tfTiuic didtur qin6 €5 fimirforma qa no capit" Hud^p dicatii quod remouet" a primo fubic cteH5 aliud pdicatu,i6 bb fcquifnul lus bo cft bomo albus.crgo nullus afi nus e bomo albusata cp iddi prcdicfii ta bomo ftlbus accipiat" in ;ppria for* ct rcmoucatur a quouis alio: ficut pri us remouetur a fc ipfo cum addict6c nT fimplVfecudu cg^libucrit faccrcc6 requcnriamtdSi cnim dixcronullus leo e leo.bic rcmouet iddcm a fc ipfo fimpMflSed fi dixero nullus leo 6 lt9 ftlbus bk rcmouet aliqd a fc ipfo cu fcddictoe*€ Scd fortc cotra bane rcgu lam inftat" ficrqa nonfc^if nuIIusM feboairrrnsxrgo nulla mul/crcb^ currcns dat o y n ull^ uir currat muli it ucro fic iCTHuic didtur n6 obf uafur rcguterga illud f»dicatu5 hom« curtcninCrciDracf a fixbiccte fmi p!icitcr:rcddetcrmrn5fc ymarcRsii illud prcdicatucu eadc dcterminatoe remoucfa quolibet alionam bcne fa quit^nullusbomocbo cuircns^crgo nulla mulicr ealiquis bomo currens, SimiR-nuIIusulr cbomo currcnsxr go nulla mulicr c bomo mafcul'' cur renstet ita de aliisiilEx dicris fcquit qj ifta 3na c etia^ forma'is fimpliater nuDuslcoclco albus.crgo aliq^Hsafi nus non c leo albus qu«d probat &ci liter.nJim fequit formaljter et de for ma nullus Ico e Ico albus.ergo nullus afinus e Ico albus:uf prius deductum cin fimiIi.ffScd fequit ultcrius nul lusafinuscleoalbusxrgo aliquis afi nus non t leo albus.patet ^ha a fubal tcrnantcad fubalrernata*ergo dc pri moad ultimum fcquit^nullus leocfc Ico albusxrgo aliquis afmus no c leo Rlbus:ctboG^am fonn.iPr q[ dc forma: quia omncs cofcquciic itermedic fiiC huiufmodL (LNunc fequiturlimitario rcgnlarum tcrminoni pertinentiu fequclatct pri mo mutuo fc fequennu ccnucrnbi^ Et qu!a duc funt rcgule in bac matc na una gcncralis et a!ia fpeciaiisadco Abashmitabodei gratia^etp" coiorc^ qa.gcneraliadcbent precedercj <lfevNO CONVERTIBILI. 1] Quia a non couerribili ad no con ucrtibilc non femp ualct cum no Jcduatur tu bomo.ergo m es alb''- <IAD SECVM CONVERTIBI Ic.tlQuianofequiiT tuesbomo.j** tu cs rudibilisret taman rudibile ct bS conucrtunt'':!^^© fccum:fcd cualiii} ct fic dc aliis. <IRATI0NB TQTIVS EXTRB itiL^rQui^ ratoc partfs no fcquiYut cSrradiaoiTu^xft ucru.crgo cotradic tonu contradiaoriiiai ueru^daro ^«a. fit ifra bomo c afinus.ans c ucrum ct om felfu:qa nibil c cotradictoriu cfitra dict oiua.nifta? tfcONSEQVENTIA SIGNIFI c5tc cx cfipone fuaru partiu Quia ubi ifta tu cs bacrgo tu cs rifibiF fub ©rdinct" ,uni malc carbcgorias figni ficatibusiut priuscffct ^naactnucr tibili ad c6ucrtibi!c ct tn mala . ffFREClSE PRIMARIE SIGNI ficantiu«<rQuia ubi ccoucrfo ipona tur cp i'' dnc male tu es hcmo-crgo lu cs afmus.aris ct dhs couertant^ct tn tota fubordinet" uni ma!c:ur pri^ruc i)Da emala.cttnanser ons couertun tur et arguif a Duerbili ad Ducrtibilc * tf^T CONSEQVENTIA. BO rft rt^formafr q[ dt fovma* V Vt tu cs dcustCrgotu csoipotcsxtfic dcaliis: iitpatcn <1eS ECONVERSO,<rQumfcat lu cs oipotcni.crgo tu cs deus:ct fic i Siliis.ct p hoc p5 Iimitat6 primc rcgulc gcncralis in matcria c6ucrbiliu. Scj tur Iimftatio fccundc rcgulc fpalis in cadcm matcria^lTScd tame cetra hac rcgulaarguiTquadrupVr.p'* qa non lci|uit* tanf u falfu.ct hoc ucrum cen trtdicunnergo omnia contradiciriai funt falfum et hoc uerum dem6ftra Joperly hociftapropofitonem dcu» €.Et ramc nrguit" coucrribili ad con ucrtibjlc.qa cxclufiua ct uniucrfaFaf firmariua de terminis tranfpofiris c6 ucrtunt^^.crgo ct cc.f hat^ans p cxpe rctcjfiilfucthoc ueiu c6tradicut:et nibil n6 falfu^ ct hoc ucru cotradialt^ ionrfla ifta nullus dcus e:ct bcc uem con-adiairxt minor probat fi non det o^Xaliquidnofalfuct hocueru c6nadicut:ct p5 ^ hoc e falfu:qa tunc duo ucra c6tradrccret cu cc c talhi lit ucru qi DDs fit felfu p5:qa fuii Dtraci ctoriu c ucru.raliqua cotradicentia 11 funt felfiJ ct hcc ucru5,nam tu curris cttunficumsfut c6tradictoria:ct tn n fut falfu ct hoc ucru dcmpnftrando iftam f p6em dcus c, CAd hoc p*" rc fpondct brcuit"q;i* cxclufiua c fal fa:fcd nfuitbricxpofita^jacufubiia turtcrmimispBs numcri uf ci equa Icns ri d3 cxpeni pcr nihibfcd p nuUa ita cp frt jportlo numcrilld numeruj ucrbi.g.tantu foriCtpIaro cuiTunr^fic cxponit fpr.cr plato currut ct nulla d forxt platocurrunttrgo et cc.cr no g nibil: ja fcmp f a cxponcs cct f :l5 1* tantu trcs currur cxponf p n6 pfrcs boc matrct currunt ct no plures qua trcs currunt ct no p nibil ct nul!a:gft femp rcgfe cxponis cct falfaiLAd p pofitu crgo d5 fic cxponi/ yp6 tantu felfum,ct hoc ucru cotradicut.felfum ct hoc ucru c5tradicut ct n* n6 falfu^ ct hocucii5c6tradicut:ctifra foc fal fa:qa fua c6rradictoria c ucraX aliq ri falfum ct hoc ueium c6tradicunt:ct boc c ucrum.quia ifta duo cotradict* ria tu cs ct tu n6 es • c6n adicut ct ifta fut aliqua n6 feTu ct hoc ucru.g* aliq n5 falfii ct hoc ueru cotradicut ct hor tcncdo q^ ly noifinitcr totu cepulatuj C Z"" arguit ficoe tangcs pPoncqui uidct c for.^ tatu fontangit p atone qui uidet.dato q; fonfit ccc^ ct tag«t pIaionc,et nullus silius ncc alifda&ii^ wngat platonfcct plato fit uidcs.tunG ans eucnictDns felfup cafum,dato q; lyquircferatfor 41 Huicdicifq^ j rcgula obfcruandu 6 cu^ cxclufiua tranfponitur in uniucrfale uFccouer fo.ct i ea fit terminus relariuus a par te pdicari qui p6t refcrri ad duo ance dcnriaprimuexpre fubicctiret mc e ypo fa11a:fecudum ex ptc prcdicati:et tuc 6 f po urra. Et ruc caute debes co uertere copulando relariuum fuo pri mo ann,uerbi.g*in exeplo dato fi ly % referatur ad platone e fadlc conuerte reSc tan jens platone qui uidct c fon tan tu fontangit platonc qui uidet et utra(p c ueraTi uero refcrt^ad for.fic couertif.oe tangens platonc g uidet • for.tantufonquiuidet tangit plato tih ct utracp c falfa.et hoc c unu mira bile:qa illud incoplexu qui uidet femp fc tcnet ex pte fubiecri I5 fequat et bec ciJ refert" ad ly f©r»ct c bona pfua fio f opinionc quc uuh: iddc elTc dicc rromls bomo q curiit c albus^et 01$ b6 e albus qui cunid^ fit felfa pofitio 4flta dicas de iHa tantu ucru % illud cuicotradidtfalfu fifycui rcferr ad ly illud pofitum a partc predicari c ue ra et conucrtitur in iftam ucrS.omnc illud cui falfum contradidt c ucrum« fi uero li cui refertur ad ly ucrum po fitum a parte fubiecri.tuc eft falfQ.et conuertiturinifta5.omnc ens cftuc rum cui &Ifum contradicit:qnia illud complexum cuifalfum contradidt fc tenct ex parfc fubiccri per fupp«fitu« fimiliter dato (f fint quattuor propo firiones uere ct non plurc8:et una fit ia,tunc ifta tantum tres funt propofi tioncs ucrc.qu«rum nulla cff ♦a,fi ly q rum refcrtur ad ly propoTtioncs ucrc a partc predicati eft propoitio ucra et conucrtitur in illam.omncs propofit! oncs ucre quaru^ nulla c»a.funt tres fi uero refertur ad ly trcs a parte fub iccri c felfa et conuertit i ifta. omnes propofironesuerc funttres quarum nulla cfr.a.quia exifta fequit' in da darii.omcspropoiroesuere funt tres quarum nulla 6.a.quattuor funtjppo fitioncs uere.ergo quarruer funr rres quarum nulla e.a.3ris cimpoffibile.et cfr fimilc llcut refcrr diccrcomis bo mo qui eft albus currit:et omis bomo currit qui eft albusfimilirer omnis p pofirio e uera cuius corvadicroria cft falfa.et omis fpo cui'' contradc5ria e falfa cfr uera,omnis copu ariua efr ue ra cuius utraq? pars efr uera:ficut di xiitracratu dcfenfu compoiro etdi uifo.C Terrio ifra confequenria non ua!et.omnis propottio c uera uFfalfa. crgofantumuerumuFfalfurn cpro poirio et tamen arguitunut prius.g'* ctce^anteccdcns probatunquia an tc cedens eft uerum et confcquens fal fum:qula fic exponitur uerum uP fel fum cftpropoitlo:ctnibilnon uerum uFfalfu^eft propoino:fed probaturcp fccunda exponens fit falfa:quia fua cotradicforiac uera:faliqulid non*uc rum uFfalfum eft propoito:quia falfii cft propoitio.etfalfum eft aliquid no uerum u^falfum^crgoetceJtem fal fum uF non falfu cft propoirio.et om ne falfum eft non uerum:crgo aliqd non uerum uFfalfum eft propofitotc net>* abinferioriadfuu^ fupi'affir maric.CSJboc ternu dicit'diTtiguc do qa ifinitatipot cadcrc fupra toni 1 Magl. A.7.7a difiiictam uPfupra primasptc lantuj fi mfinitat toiu c propoitdimpoffibir quia fignificat aliquid ql n6 fit ucru ncc&lfucflcprapoit6cm,fi ueroinfi nitaffolumprimam parti difiuncti; cpropoucraficutmarguflnentG pro batum fuifxt conccdo il tas duas pro pofif6cs.nibil noucru uclfalfum e f pofitio:ct aliquid no ucni uFfaifum i f pd tcncndo ly no ifinitarc diftorrai tcr in pnma difmctu in £5 prima pai: tem folura modc^CE^ fcquitur f\ ly non infinitct folu primam partc^ ftbquid noucru uF falfum cpropoito. txgo m tantu uerum uFfalfu c prop6 fcd benc fcqiutur ubi \y ne infinitet totum ciifiuctum;fed boc e impoflibi Ucum fuum cotradictoriu firnccclfe tiumXnibil non ueru uf falfum c pro pofiriact boc ubi ly no cadat in totuj; quk ubi cadcrct in parte clfct felfa i"* propoito nibil n6 ucru uF fsilfum c f poitiooiiofiiacotradictormfit uerai •faliquid n6ucru5 ulT^lfum h prepo fitie utfuitin argumcnteprobatum, CrQ.uarto ct ulnmo arguit ficifta j>na non ualct»omnc quod fuit cfng^ tantu qi t fiiit ct arguitur ab une cS uertibili ad rcliquuaaspatctjquiai'^ • ucrft,omncquodfuiti ut patct cx poHcndo qcf fuit 6:ct nibil e quod fu bquinilludfitcum fuum oppofuu^ implicet contradictoem et tamcn con fcques 6 falfu:qa aliquid qi no e fuit f H Adbocquarni didtur £m duas •piniocRCocsiTPriauuIt q^fubicctii i* uniucrfaPfoIu fupponat pro eo q4 i pp ucrbu prindpalc pnris teporis fin iiliqiiaampliaf6c,ctfm iffamopinio Deexdufiun (jbicorrcfpidenscft tantuem cft^iuodfumctfic. utra^ • ucraXt Alia opinie uulr fub iffo tcr mino cns ic udcdo i ly 6c 1/ccat dcfce dcrc in ordmc ad iUud ucrbu^ fuit ct ficefalfa:gafequuurfecundu cami Omnc cns quolfuiteccfar fuif^g* cefar eft quod efelfum et fccudu ca^ cxclufiua fibi corrcfpondens e faIfaX« tantuquod6fuit.€Mibiuidet ly cns fuppon^t pro eo quod cft ratenc copulc pnnapaFafarmaie fmc aliqua diftribut6nc uFamphatonc fimtfr rn tioncreffria6nisfupponit procoqdf fiiitita<pdiftribuat n6|> bis quclut tantu ncc pro bis quc fucrut tantum ncc pre bis quc fiir uFfucrut:ficut fit in ampliat6ibus difiucrim fed fuppoit diftnburiuc copuUnm proomnib^ cf funt ct fucrunt fimuUdco n6 ftat jf inftto pdri qui e ct li fuit ncc pro ce farc qui fuit ct non fcfcd pro dco qui ectfuit;et procclo quicct fuit:ct (ic dt finguli$,boc etia3 patet cx cxpona tc ncgariua fi bcne aduertis et exdu fiuaucrofibicorrcfpondeseifta tan ta cns b quod e et fuitct bo€ 6 ucru5) jui3jcxpencdo:ct fic dc aliis. (rQVANDOCVNQVfi SVNT pTres ;pp6es,^ Siue due fiuc plurcs fi ue finitc fiuc ifniite.^a i hac n* uis ii dQ VAR VM S VBIECTA CPFe, ptcrcan6feqt leo airritci jo hoRio curritrquiakct cctera conuertantUK non tamc fubiecta, (]COPVL& PRINCIPALES^ IfProptef ca u feqt p6t ci pipl^ j*c.papa:qa p6t ee et c li c6ucrtun^ dBT PREDICATA CONVER tantur, (TProptcrca n fcjiT tu ct hS^ ^ tu ci pp* (tu cunis«2'' tu difputtu ^QVO AD STGNIFICATA pmana.<fppca n ftqt ho i afg^ hoi ho gms ho ^ucrtat^cuari \ ri^nificaro ^fcrip c u ad bomine redt" arformalV* ([ET_MODO SIGNIFICANDI {rProprereanofeqt" rues bag^ tu csboies.tues bomo.ergo ruesbois: qa!5 boboisetboicsidc fignificct li tamceodcmo:ga ba fignificar bomi p modu uni' er p modu principii bomincsp moduplurium erpriapii fed bomisfignificarpmodu uni*et p modu rerminiurcuius^erppca cria no feqt' ru rs aliquo mo.ergo rii cs oi moufquaPiTuqi.ga lyoimols oc^mo du fi^nificer no rn 0C5 mudu 6i m6 fi gnificar.f^p modii uraq*^ crl^ aliq^ in6fignificer omncmodu fi^nificat pririue et ho difmTjuric.fcd ly 61 m6 fi gniftcar dif rriluriue.bec ex gramati ca fpcculariiia intelligutur. <lMANENTE CONSIMILI DE tiominar6efp6nu.<I Proprcrca n fc quit^ bo currir.g" b5 n6 currir/iR- b6 currir.g'' ratu b6currir,b6airrir»crgo •mis bomo currir et fic de aliVs. €et'svarvm PARTIVM. d Q uia n6 fcqt'' qlib^ bo c unus bo« oisb6cunu«;b6:qa fubieaii uni' denominat" fupponere diftriburiuc mobilV abfo!ute. alrcri' uero hmitatc feu cj frricte.15 cetcra conuertanrun Cab VNA AD RELIQVAM e bona 3* •06 bn feqt bic cft Icfus. ergo bic c faluaror bo currit.g^ rifibi fcrurri^tu es bomo.e^ tu es aProaFc. (LET ECONVERSO TAM AFFir matie q ncgatic^tfl^ bii feqt^bic cft faluatoner^o bic c icfus.tu cs aP loalc ergo tu cs bomcXifr ponais cx* 1 aliis. cotra hac regPa^ fp^lc ct fic lim rara arguinqa no feqt'' non ru qni e« afmus! es bomo.etgo tu qui e$ af n* non es bomo.-qa aris cucru et Dris «pansfit ueriip5:qa fuu contiadicto nucPdemedo ne5rat6em.ft q^ "ris fitf^^rqa ex ipfo feqt^ cp tu es afin^ C Ad bocargumcntu fm duas uias jbabilesp5t duplcxdan refp6fio.p* que non c ta grata magifrro e bec.fg erDrisdccDriccuerunec exifro feg tur cp ru cs afinusrqa Dris c ;pp6 nega riua ex qua non f ^qt" affirmariuaret I^ifranrgarioquecini^rirc n^n^gct prim^ comp6em:fadr rh principalcm copulam negariuam.urificurdixi in tracratu de fenfu compofiro et diuifo n6 f pp I5 refoluere qs uFqui in ct:et i ifta iftuJmifi qnq^ c6dit6ibus datis.in tcr quas una c q? ucrbum prindpalc non fit negatiuum:quia runc non rc fcluirur in et:er ifre ifra ifrud fed i uF atinilludpcroppofitas qualitatcs uF oatbegoricas:ficur copulariua cr^difiu cnua affirmatiua dc pribus confradi cennbus conmdicunr^pf^ ifra ne * ^rirer ncgar ifram ropulatma coniun ctionalem iclufiua^implicite in eo ct «fferitdifiucrocm parriu^ oppofiraru uerbigraria.ifra propo'tio tu q es a(i nus esbomo fignifirat copulatie duo affirmaruie.f rc cfTe bcmine er rc effc afinumJdeoifra fua conrradicroriaX tu qui es afinu*; non es bomo f i^nifi cat diio contradirroric difiiirriue.frc tion f ffe afiniim uPre nqn^e ffe bomi ncmquod cfrueru5.(rsimilircr ifra m quinonesafimisesbomo cu" fit affirmariua fi^nificar duo copulari uc falicet tc non cffc afinum ct tc effe Iiotti5nc.ct iSCm c6miictomf4 tu qm no e% afmus no es homojga n5 Tnurari fubiectu ncc pre dicaru:fcd folii copula pr ncipaF dc aftV maroc i nc^aroem Fccouerfo fi^^nificar rc cf fcafmuurrc no cffc bominc quod c faIfu5*CTfrc ramcn magifrcr uulr of utraqsifraru fir filfafru q cs afinus cs bomo cr ru qui cs afmus no cs ha urraqs ifraru in pria fui compoiroe RffcrirrcclTeafinuicrifra ncgaria % cu 6 prcgnans cr non purc negariua " l6p'rfcqui cx ea aflirmariua:cr fm iftafccundauiamagifrn queuidc^* Huribus primafacic mclius Confon^ rc urriqnllaru 6 danda cotradicroria p ncgarocra prcccdcrc totu Mibi tamep^^uiaprofundtu&cofidcrata ui ict mclior ehgc qua colis.^ Er fi pto ccruiamagifrrirucad ar^mncntu^ rcfpondct" facifr difringucde? urrum ncgar6anns cadat in roru ufin parte Er fi i parrcm urni in pnma uFin Sicadirin roru:tuncnegat' ^natqui» « negator rorius copulariuc ad nega t6cm unius partis rron ualct 3ria.fi in f rima pte ircru ncgat' xiar^a in an ccdcnrc ncgat" prima ct in 3mc fai fi in f a5 parrc ranru ruc cdccdidit cS fcqucria ct ncgat'' aris:qa affcrit tc ci Jlijnu afl^irmariuc ficut Dris* ^^Ego ucropp clariorc docrnnam uolo urriufqa uic figuiarc c6tradictoria:ct pnmoprime, (jSor.quicafinusc bomo.Ifra copula taafl^rmariallgnificat copularic fon cffc afmu ct fonce boic5.i6 1 i* • dSor,^ 6 afin' n6 e h&i'' c6tradc6ria pd fcfign flcatdifiucticfor.a ceafmu f for« no ee boic5,i6 i ucr;i« ^TSon^ fi e ttrmm cb«a* affirmarta Bf pridpale copufa fignificat copulamie for.n6 cc afinu:ct foncc homicm idco cfr ucra. <r5or,q ri e afn' n c bo/ rora ncgaria corradictoria nuc dce fignificar difiii criuc fonee afinu:urfoi%n6 cffc boicnr fecfr falfa. (TSccunda uero opmio aB- figurarctcft tradictoriaXp negar6nc5 pccdcnrcmt hoc m odo S ccuda opinio. <ISonqui e^afin^ c haifra fignificatcd pulariuc foncffc afinu cr for.ec hoiej# idcoefaYa. dSonqui c afinu^ no c homo.ifra cria^ fignificar copu^anucfor.cffc afmum ct (br.no cc hoic5 io e falfa. iTHanim iraq? cotradictoria dantur p Bcgatocm prcccdcntc roru ct ambc crunr ucrc:ficut nunc formarc amb» funr falfc» <1 Scd hic aducrrc q^altq» poffetcSrra fundamcnru prirac oppo fitionitargucrcproccdendo c\j copu lariuactdifiucriaaffirmaria dc pribj c6tradicentibu« no cotracTicur^qa rijG duo corradicroria fiinr fimulfolfajiaj i* fur fiFfalfa cotiget" ru cs et tu n6 e i ct cotgiet'* ru no c« uFru cs^^cr hoc dsl foq^motus cadat in roram coponcm^ iTHuic diat" fecifV cp ifra regula itcl hgit" qnra copulanua q difiucriuae iporbcricc.pbabiFcuius oppoiru cin j)poiro qa urraqi ifraru e cafbr^otice jbJtbif!cxponibiFi roc d^c ly corgicnf • cu fir pfuppoiril mo^^caderc i totii ct fi qi-is qlV dabiV.g'* ^ti-adcnnu dii fut carbcgoricc^babiSi.bicdicit^qi p ap poc^ uFrcmoroe; negatois ad roru:^^ n6cpulchri^ ^rradiccrc q ncgar6enT ppocxt uF^poiri auferct Driter rdtar Kmitarc rcgubs f crmmoru printriuj muruo fc fcquctiu rcljtiuc . (fAB VNO CORRELATIVO rum.Cl l6 n6 Ccqt patcr 6.crgo f uug c:qa Is rmr rclatiua no tn corrclatiua ♦ tfAD RELIQVM CORRELATI uum.tfldconofc^t^parcs fecrgofi* fcfcd bn feqt' parcs c,crgox)Ics r. flRATIONETOTlVS EXTRE mi.CrTdcono fcquit^parcs muficus e ergo nrcle*? mufica c. CDESECVNDO ADIACENTc IT l6 n5 fcquit'' parcs c barbat^.crgo prolcs e barbafa. CCATHEGORICIS ET CON fcqueria fignificanribus cx compofi tionc fuaru partiu.d Q uia ubi p no ua impofitocm torius ^nc ucl fubordi narione ac ctia catbcgoricaru rdiqs frannljus poflTcf ^na ce malaret tame iir^ucrct'' ab unocorrclariuoru ad re liquum cu cctcris pmiflis. Cprecisepjilmarie SICNI gnificantiu.tfQ uia ubi ipocrct'' ccS tra clTct ^na mala ab uno corrc?ariuo ri} ad ' cVquu cfa 3na fignificatc ut p us:ficutdatoq^ i"' dhc parens c.crgo funscr^blu ilic rcrminus fcruuslpo na^ adfi^^ni^icadu prolc ccfcrisnon mutann^bu*; fignificjit6cm:tuc Dna cf fet mala ut prius qa tota fubordina^" uni metali male ut pri^ ct fota figni ficar cx coponc catbcgoricaru:qa nc« iffc mufant fignificatocm cttame ar jruit" ab uno corrclariuoru ad rcliqu cu cctcrfspnusdictis* Crespectv VERBI DE PRB fcnri.<rQ uia no fcquitur parcns fu if.crgo prolcs fuit,!^ fcquat'' dc matc ria parcs erit .crgo prolci crit:|a rci p mancnris nSdaiTulrimu Inftanstfed n5_c boc formaTr ncc dc forma 4 CVTROQVE CORRELATIVo rum pcrmancntc.<l-Quia nofequif m fucccffiuis prius e.crgo poftcri' c 1 qa prkis ct poftcn* i tcporc ctmotu fimt corrcbtia fuccciTiua. tfTAM AFFIRMATiVE QVAM ncgatiucebona na.^f Idco bn fcqt parcs c,crgoproIc8 e.jlcs 11 c.g'' ncc parens eft. ^ CeT ECONVERSO.Cqdcobcne fcquit'' crcator c.crgo crcatura cftct cc6uerfo aeatura fcg'' crcator e filV ne^aticfcqi^ nullus crcator cfncrgo rulla crcatura eft ct cconucrfornulla ficatura e.ergo nuDus crcator c, tfScquit' f m ordicm arbons limitatS fcrminoru n6 mutuo fc fcqucntiu ct primo fc baberiufccudu pnus etpo iicnus. ^ <l APOSTER lOR I U Quia a priori nd fuum fupcrius n6 ualct argumcn tum affirmariue faltcm formalitcr.ct capio prius ct pofrcriiis dcmonftrari uc.n6 cnim fcquitur unum eft.crgo diio funt. ^ tlAD SVVM PRIVS «llQuianS fcqui^ duofunt.crgotria funt:qHia licct duo ct tria fint prius ct poftcri* non tamcn ad inuiccm . tiDE SE^VNDO ADIACEN tc4[Q ui^ no fcquifur dc tcrrio adi« ccntc duo funt mcdictas quartarii.cr ro duo funt mcdictas binarif» <r5IMPLlCITER*(pQliia nonfe^ fur cum addictionc bfnarius diuifibi lii e.cr;g^o uniras diuifibilis e/imilitct ncc fcquitur parribilitcr numcmf cft crgo parribilV umtai h » Magl. A.7.7a (JAFFIRMATIVL Quian5 fc|f duo non fimucrgo iinu no c. (Jest bona conseqven ria.d Quiabnfegt duo rut.g** unii c.trinarius i crgo binarius fcct fic dc (ITrKONVERSO NEGATI ue.WQuia bii feqf^ nulla unitas cft ergo nullus binarius c.nullus binari* ixryo nullus trinarius c, Cpa.NON^AFF]RMATIVE. fl-No cni f rqfbinarius c.crgo trina riusc«unifa<> c ergo binarius c, ([ luxta fcric arboris fcquif Iimirarc ulrimu mcmbru totiu» diuifiijnis pc ncsfupius ctiferiusxirca qua matc riam.primo Iimitaboduas regulas ab infenoriadfuperiu9(jEecundo duas alias cc^ucrfo a fupioriad infcrius:ct fic in fuma quattuor rcgulis cenclu ' dirur omis modus argucdi pcncs fu pius et iferiuR ct ecoucrfo.fit igit" p* rcgula ab ifcriori ad fuii fupcrius tali Iimitat6c limirata du finc cenfufionc •rguatur» CAB INFERIORL^TQuiaafupio ri ad infcrius fine difrributoe non uj 9m fbrmaFr ncc de forma j6 n fcgt aP Currit^g** b6 currit • _ ^IAD Sy VM SVPERIVS^lQuia n6 ftqt albedo fmit^xrjrofcia fcnrit ga fcia no e fupius ad albcdinfcf^ ad feias partjcularc^. tfPER SEj(j Quian6fcqt boccur rit.ergo albii curritrquis dcmonftrcf iilbu:qa poirctboccurrcrcJ^ nullu^ al bum cui reretct ca c qa album non o pfcfupcriusad hocifcd p acddisJj pcr fc fit fuperius albu ad bocalbii :et tn b©c albu i p tcodh ifcn' tid albui dAFPIRMATI VE,<rQ uh n5 fe^f nuUus h6 • bruni.ergo n alc brutu* (lABSQVESIGNO DISlRIBu cntc.flX^uiarifcq^ tu difFcrsadco ergo tu difFers ab entc. l/ff IMMOBILlTANTBflQuia n fcqtur fi tu es aquila tu cs auis^crgo fi tu es aF tu cs auisfimifr non fcqf fi tu cs bruncllus tu cs afinus.crgo fi tu cs aial tu cs afinus * (IHATIONE TOTIVS EXTRE mi^CQuia nofequit" tu cs bon' cy tbarifta.ergo ru es bonus boTro.m ci app^rcs afinus.6} go tu cs aliqP afin', ([RELIQVO EXIREMORVM^ non uariato et cc,</ Quia no fcquxt hqmo difputat*ergo aPcurrir, flNiSI SECVNDVM ALrQVe bonu modu5 3nc formaR tfQuia tu6 ujLPna ut b6 currit.ergo aP mouetur/ HlN SVPPOSITIONE PERSO nah' iCTQuia n fcqt" h6 c fpcs.g^ ihi • fpcsj^iiciuentatc h6ct fubftaria materiabtcr fupta non fe babcat f m fupcriusctiffriusrfed pon'fut ficut di(patacunu!luIyhomofitIy fubfti ria M6C cc6ueifo nec ec poflit, (Irelatione NON VARIA ta4<rQuia n6 feqiT aliud a ucro c ftl fum cuiuscottadiaoriu cftfa-fu.erga «liqd 6 falfu cuius cotradictoriu c fal fum.dato qj rPm i p* rcfcra ad ly uero ctiiFaad qd uis« (Test BONA CONSEQVEN tia.tf Vt ho curritcrgo aia! currit co qi cotradictorium :>nris formafr rcpu jrnat anti. <lff DE FQRMA SIVE SIMPLI citer* CTQ uia 15 i omibus cofifi for* rctitji ct obf u;int bn]it«t6ibj ^libatU 4 Early European Books, Copyright © 201 1 ProQuest LLC. Images reproduced by courtesy of the Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Magl. A.7.7a riadfuii fiipf rius polpoita negatoc • tfAB INFERlORlfi O iiia a fupfo ri ad fuu ifcnusncgatoc pofipoitan ualet :utaFn6cumt ct ois.homo 6 aP ,cvjro ho no cumLgi uis fit dcbitu^ rri^diuin. (IAD SVPERIVS.CQuiatiofcqt nS cns no c acadcs.g** n6 fubftaria n caccidestctbocqad fubftatianon t fupius ad no cnsrqa n cnt nihil oie h <rSVVM.CQuia adnofuuno ualct argcmetu:utpatct:fcil fi fit fuu fupe rius fiue p fc fiuc p acades no c cui a fi:i5P ualct 3na obfcruatii codiroibus tfRATiONE TOTIVS EXTRE ini«<rQui«rat6cpti$n6fcgf ut dc m CG afinu no e a!iqd:ct ^finus c cns gVdcu cccnsn6 c aliquid. (TlN SVPPOSITiONEPERSO nali* CfiQuia n6 fcquit bominc cur rcrc n pricipafr figniftcaf pcr»a.ct b« niinc currcrc c aFcurrcrc^crgo afcur rerc non pricipaFr fignificat" p«a»dato q&^a/it ifta ^ poaPcuriitxt ca c ga ly fi gniTicat'' trabit oratocm infiniriuam ad fupponedu matcnaMcut facmt cctcraucrbafc intetois uPip©fit6ni« ficut ifta uerba (uip\^b\t diffmit diuidi mr fubiicit" pdicat^^utcu dicif bome: diffini t ly b5 ftat matcriaPr roc if tius nerbi:nifi ipcdit a fi^no pfonali » <rNVLLO SIGNO DISTRIBV riuoprcccdctc ♦tfQuia no fcquitur oisb6n6currit:ctois hocaP.crgo 6c jrfpon aimu CNEC CONFyNDENTE^CON fafc tanni, Quia n6 fequit tantuj fubftarianoc ac€ides:ct omis fubfta ria i aliquidtcr tatu aliquid non cft accldeimf? p cxponcfcs a98 c ucrum ct >ri8ftlfii:qaly tantu c6fundit c6fu fc tantii tcrminu imcdiatc fcqucntc^ primi ordls d ipcditu.et capacc cofufi Oi^is*. <In6n facjente sensvm compoifu cxprtc. CQ uia n6 fcquit cotingcntcr tu no moucris ct tu cs ali gdxrjo coringeter aliqd no mouct aris c ueru et ^ris falfij:qa naturafr \o qucdoncceirario aliqd moHCt^^ctnc cclfario aliquid qu!cfat*ct ^ritcr non mouct^mam qucUiftaru uniucrfaliii naturafr c ipofribiRomnc cns mouct ct nihil mouet.g*' iftaiu ^tradictorm funt neccfTaria^ct ^ritcr ri corij^etia. C^EC VIRTVALITER SEV IM phatc.ifQulanSfequit^irtu boiem currcrc n» c fdtum a tc.demonfirate currcntc quem putes fcdcre:cu iftuj curtcrc ri fit creditu a tc:et iftii hoicj currcreealique bominc currcrc.g^ aljqui hominc currcrc n6 c fcii li a tc^ dato 9 fcias ^"'currcrcmris c ucni tt Dris falfu:et ca e:qa ly fdtu fadt fi^nfu c6poitu.na lic^ fequaif fcituaPrtamc uirtuaPr preccdit,et pp hac cam 116 fc quit iftu bomine currcrc no adcqua tc fignificat^.p.aet iftii hominc currc rc ealique hominc currcre.g^ aliquc bominecurrercn6 adcquatc fignifi cat per.a.dato ^.aTit ifta f p6 particu laris ahquis homo currit:et p ly iftc dc monftret for,ncc boc c ipcditu f pter fu ppoitocm materia!c:qa fignii pcrlb nale n5 finit fubiectii trahi ad fuppo fir6cm materialc:ficut cii diro aliquis hofubiidt^uPfignificatlyho fepftat pcrfonaR-.sed c^^ccderc a^iud fignu matcrialctfi dcbcrct matcriaRrfupp» b ncrc diccJo ly atiqs ho fuhnci€ uTly iTtc bQfignificatctficdc aliis quali£' ndfumcbat^in ar^umcto. (flr CVM CONSTANTIA infc nons dc fupiori fi fit tGtalc cxtrcmu* (TQuia n fcqt' ho no currit ct bo c allergo a?no currit dcmoftrado ada p ly iftc^et pofifo c\f omh aF currat no fit coftantia ifcrioris dc fupiori.na mc dcbcrct cc talc:ct h6 c aP. dil VERO SIT PARS CVM c5 ftantia totius cxtrcmi cuius cft pars; CQuia no fcqt'' fdes ifra ppecm n6 c aliqd dcmoftrado ifra ipoffibilc.ct i* f p6 e aliq pp6,g^ fcics aliqua jpocm no 6 aliqd:fcd me*^* dcbcrct ce cu teta lis fubiccn coftantia» dicedo et fciens iftam ;pp6cm c fcies aliqua jp6em ct boc c ipoffibilc.SiR- no fcq^ h6 albu* n5 currinct ois b6 e . j** h6 non currit< dato cf nullus hi fit albus nccaliqua b6 f it alba»ct ep ois h6 curratfcd mc*^ dcbct C6 talc:ct bo albus h h6 ct hoc c falfu, SiFr no fcqt'' iftc afmus iftius ui ri n curritxt iftc uir c aliqs uir:eti^ afi nut e aliqs afinus.cr!^® afmus alicui' uiriii curritdato 9 afmus n6 fit ali cuiu8:et cp ois afinus q c alicuius cur ratrfcd mcdiu d^cetalc^ct i^afinus e afin' alicuius uirict ita dicat" dc aliis cafibus numero ctceterisacnnTjus, ^TNEGATlONE POSTPOSITA infcriorii maiorict fupiorii coclufio nc 6 cofequctia b6a et formaFfimpR'* (do bn fcct" illc h» n6 currit:ct ho e aliqs ba j*' aliqs ho n6 currif.e t fic i fiftbus fep c b6a o obfuata pdictaru QLMimitatonum Icjc. lllam erdo poftulataliasduas rcgufes ft fupiori ad ifcriui^Iimitarcctp'' du3 ft/firmaticarguituf. CA SVPERIORl DISTRIBVTO (TQuia finediftnbutoc n^fejt ftF curnt.crgo b6 currit/ ^OBILITER. tfQuia imobilr no ualct:ut tu ifipis fci*tcim jpp6cm:et •ai rpoxrjro ru mripis fcirca. «rSINETERMlNO HABENTE caufas ucritatu, (I QuTan6feqf 61 a?! currcntc 6c aial currit brunclfus 4 siuls^ bruncll© currentcoc afcumfi CAD SVVM INFERIVS. Quia ad infcrius n6 fuu no ualct ar jumcn tu:utpatct dcfe. <TRATI0NE TOTIVS EXTRE n)ii[Qu\^n&fc^f omnc uidcs oe^ bominc; c for^lato e bo.g" 6c uidcns plat©nc56 for. dato ep for folu uidcat oem bomine ct3 boc <p <jlibct h6 uiic ot fc ipfu uf fotifi, Simifr n6 fcquitur diffcrcns ab cntc non c cns^tu cs tm^ crg# differcs a tc n6 e tmM ans cft ucfu f minori.ut^ctpro maiori:quia differb nh tntt e:ct 3* ut^UET hoc i6 qa diffcrcs a tc n6 c iferius ad ly dif fcrcns ab entrquis ly te fit inferius fi ur minus c6e q ly entc, . CCVM DEBlTOMEDlO^Wcft cpfumatur infcrius yportionatu fuo fupioriquoad ce abfolufu uel refpcc riuu aplii uFreftrictii.et f\c dc aliis cir CLiftfiriis:utfuttcpusnumcrus.et cc. Idco r6 fcqf lu es ois bcmo:hic plafo c bomo.crgo tu es pFo bicqa mediu no i proportoaru quo ad reftrictoem* idco dcbercf effr tale ct plato e bomo bic^TSimirr ro fcqt'' tu diffcrebas ab inft^ri:ct fic iftans fuit inftas.crgo tu iliffcr«a»Giftanri fedmediu dcbcr ee ;pport6natu tcporalVbec m^^etcaftas iftanS catf)f gondru aJ iurcc.Si rine ordic ct l)cc du* :qa P aff it pi tcr abas prcs prinpa cs:Funa foIa.fi p* mo fic e copuLria,fi 60 nio^t hoc du' qa Faf fcnt una ptc idrnt" ct alia pmirtf ndo f t tuc c difiuctin Puna affcrit ct aha d pmitt't ct fic c diriuaia.cx"*primi tu carasFtufcdishic unapsalia^pmir tith n rcqrat' qualibct cc ucra^cx"' fi autcdicsautnox:aut cs egcraut cs fan*:auresb6auttics h6.bic idrntcr quckpspotce ucYxf^n pnuritfccuj nljaforcuer^inopotatdia cp ncutr^ aflcnrrqa tHs actus iporbctkc 11 cct af firmariuustf^nfj^riuus dc quo tilo quonqa qro fufficietia affirmariuaru pu^Etirtru fi coiugit abas ptcs pri dpaVs pitcr affcrcndo et boc du' :qa aur abfoIutc:ct fic c copulatia ut dixi F rcduccdo cas ad aliqua dria^ fimEcf boc c du* :qa uFad dria^ Ioci:ct fic c lo caT P tepons:ct fic c tcporaEfi ucro c6 iugiitcatbcgoricasordic quodam ct boc du' :qa Fordic foraliPmatcrialict fippcllo ordic5 foralc ordic^ iT^tois q i formalc 3^ct ordic; matcrialc uoco q e ifcr aris et quc fut matcria )^fi pP mac^ boc du' qa F denotat taPordo q> ©"^.irifis ctamfut icopoffibiTiarctfTc e c6dc6aP:Pq?fintc6pcffibiria:ftficc ad licrfaria quc ri c actus ipothcricus nc gariuusrf^ affirmanuus: c6trari'' rri fi uc aducrfus actui c6dc6ali/i ucro ibi e ordo matcriaPtatu ct boc du* :qa uF drnotaf aris fc hcrc ad d* p mo^^cici tt fic c raP P p mo"* cffccnis:ct fic c cf fcctia:ficut coit" diay.duplcx c dcm5 ftrato.f pp qd cf qa«4fHis aut ocro ac tibus ipoTbcrids affirmaris fpc diffcrc tibut,opponu^ actus ncgariuiipo tfict)a*p ncgatSf 5 j^cedctc. qCc^livcSt ringit affi mirc corigir negare .1 jit octo fuf fpes ipotbcticaru affirmaric# et oao ncganuc et Dntcr.xvi.fur i fu rna morbcricaru fpcs q-T c'ar dcduce dii.^ Crcdo rn anriquos nofrros cofi dcraffc cp rcporalis cr locaP iplicar cr i dudurcopulmual^ahqd fupnddant .f dra5 loci ct teporis.i6 has rcgulas ad copulatiua rcduccrcf ri fccerut mcnri onc dc iIP ct qa aducrfatia oppoit" po fitic c6cJc'aIi ct oppoiforu cadc c difa* plinajofub c5dc6aliaducrfariua itclll gutcaP aut ct cffcctia cu dicat ordic^ materialc tatu ct matcrialc rcducitinr ad formalc taq min*' p^cu^ ad magis pfcu^jifub c6dif6ali co^hcnderut ct calcctcffccriua^difiuctia ucro ad nul laal a rcducit^jo rradidcrut nobis t5 fu^csccfpesipothcricarui fignific5 do no cqualcntcr^Er cgo i fiimuF hoc fu!affccur'nciuniorib5 fafndiu affc rat cx mulrirudic:f5 ^ itroductis ct ji uccDs ja rci ucritas apcricda crat.cp I5 tatu trcs finf capiralcs ct fimpliciorcs^ tric6fidcrarisdriiso"*actuu ipotherf Coru diuidcdo f t fubdiuidcdo o^ oao affirmafias ct orto ncgatias affigna rcxtbccdcp^ q* adfufficicntia^ipo thcri caru fufficiann ^TNdcqd ad cui"cp uerimh cxi^at^rc ftat affign:^rc:rt hoc i affirmariuic fb Iu:qa ncgariaru ucrira<? ct CDtigen* p oppoiras affirmafiuas hct^cu giialir'' duorii rotradcorioru fi u"^ c ucrii rcli quum cf^.fi unu cnfcc"*rcliquu; f poffbilc ct C3^ .fi u"** c cotinges ct rdi quum,dc poffibili aut n6 c opus aligd drccr^fla^ poffibilc Pc nccc"* Pconti jcs^CZ^e ucritate ct ffitatc uniuf mfhct p de copulatia deidc ^dtcr dc aliis qrdinare. ([iDt copulatiua, € Sialicui^copufatieaffirmaricfig^* ficatis ex copoc fuaru ptm pdfc pma ne fignificatiu que-5 ps pridpaF c uc ra poffibiF rnece'* fata Fcredita ct n altrri kopoffibiPtota copularia cuius H\e uFcofiPes futptcs c cofiV dcnomi natois ncc opus c dicerc ct n* alteri nec aliis inc6poffibi^:qa n* ipotbctica mudi pot herc nifi duas ptes pricipa les«ct fi q bct plurcs notas facta c6ui loc que fit pridpaF fcP bebis fo^u dn as ptes prinpale^0d i* copulatia c im poffibiEois bo currit et tu es bo et tu n cs quccutp iftani ^ uarum noraru fit EricipaF ut5cxiponentepriu pricipa i}.<r§i ueroalicuiuscopuiatie figf ficaris cx copoc fuaru pri '> pcifc pma lic fignificatiu qucl; ps pridpaFc du* ctfdif cpu^ rcpugnat alteri cp dico ppjfta rcx fedet et n'rex fcdct quc ri i du* .ct fcf cp ex ca ri feqt aliql f qf dico pp ifta copubriua5,ois rex fc dct:et iftc c rcx demofirato uno quc; dubifcs cc rcge ct fdas ipfu ftarc q 6 i du^ :ruc tota copufaria cui* i*ucl fi mil^^s fut ptes pridpales c dubia* ucro alioiius ccpulatic affirmatruc fi^niTicaris cxcopoefuaru ptiufci* ^marie fi^-nificariuunaps pricipaFe f* uripoffibilisF altcri repu??na« feu cxaiiusunaptc pridpahfcqt'©"'^! rerius:mc tota c f Pa Fipoffibil tfsTalicuius copularic affirmaric figni ficaris ex copoe fuaru ptiu pdfe pma ricfi!?nificanu.unaps prindpaFc c6 tino^h et altcra no ipoffibilis cidcj inc6po({ibiIis;tuc tpta copulatia cuiug aic ucl cSrifcsiutptcs c contingens. CPc difiuctiua, flSialicums difiurtiucaffirmaric figni ficatis ex c6p6n: fuaiu pnu pcife pri marie fignificarul alrera p^ piiapabs c ucrapoffibilis.nccc'* faia uc! crcr ita P v'' ps rcpugnans altcri tc ta difit cri ua cuius illc uel cofiFcs lunt ptes c co Cmili? denominat6is# CjSi ucro qucl3 pf principalis c d ub/a ct n" repugnar alteri rota diiiuct:ua fibi corrcfp6dcscc6fimilis .Etfialtcrap» pridpaFc c6ringcns ct a* ri repugn^» nec oppofita priu ct tota difiiicria fibi corrcfp6denscc6fimiK Siucroquclj p8 pricipabs cft t* ul ipoffibili^tota dif iuria fibi corrcfpodes c denoiatois c6 fimilis* C Dccondirionali. <rSiahcuiuscondit6araffinnaric figni ficaris ex c6p6e fuai u priu jf^^cifc pma ric fignificar-ii no p6i cc ita ficut ade quatc fignificf p anstqumfit itali cut fif^nificat' p Dris.tuc c6dii6aFe uc ra.poffibilis et nfceffana. Si Lcro p6t cc ira ficur fij nificf r'p :l5 j tuc n4 fir itarfiaitadeqre fignificatin p jnv tuc codiricnalis e f * ct in-pof ibiF. C* rin jens ucro n* p6r dari:ut frpra dc claraui.idfmdicf^/dci^ali feu illaria quc dicit d^^Dc fria rut cre dubrarc f t dubitaroc rc* cp iFud qd c pdicatrj fit fdm crcditu ucl dubitaru^ pluries cni dubitamus oms ucl c6dc6alei« tfDccfiufali. CSfalicu^us caF affirmaric fignifi^ ^rii cx c6p6c fiiaru priu pa* prima*fij ni fic^tiu uri-nq^ ps pridpaF c uc^ a cr cfl boc fignificaru adeqf u arins c cS fig* ficari adcquari Driristtunc f alis c uerw ut quonia fol c fup tcnii ^cr^c illumi <Iet NON SOLVM CVM COn ftanna ifcrions .tfQuia no fcqt ois hoalbus currir.for^ft hag'' for.currfn qa mrdiu dcbet effc rcfnictu.rctfor, cboaibus. (lAFFIRMATIVE.<rQuiancgatIc ii5ar<jumctu fmc me'^ utv flVAlETd CONSEQVENTIA formalitcr ct dc forma: fiuc ifcrius ct fupius fmt p fc fiuc p acddcs talia ut p^txtconfiderantL 4IETSINE MEDIOINTERDVM ualer dc marcria. boc i qn argu itur afuperiori diftributo affirmari uc adfuuinfenuspfctut ocaial cur rit.g'* oisbo currir.bec 3* c bona dc materia.tr.n.pcr me"*naturalVnccef rariil.Cf t ois ho e aialf^ ubi ifcrius fit p ncndps ta^e:tuc oportct apponcrc p dc.is ^miratoes ccs. R eliqu^ e ultia^ rei^nla limi^arc a fupcrioriad inferiuf rcganne et rc« ^A^VPFRIORI DISTRIBVTO (TQnTafine difrriburoe nofeqt' fic tnr^ur^do non 6c animal airrit.crgo p!s bi currittut^ p. coualetem ♦ (iMOBILITERirQuia imobilitern fcou^t^nittu non idpis effc coloranisi crao ru n6 incipjs cc albus no corigo rer homo c aiahet ille h'^mo cft homo cjg"o no conrin^^cter ille homo c aial tfRATiONE TOTIVS EXTRE miiJOum no feqf ratoe partis.oit tu no es aliqualis afinus.ergo tu non cs anpnres afinus tu non cs aliquod ens II bi c foLer^o tu no cs ahqd fcies ubi tfQ VOLIBET ALIO NON VA natc^TQuia no feqnit^nullum aial currif.crgo null' horidctrqafadcdo tftam Dnam iuo tc ridcre.-^uis nulluj ai^l currit. <INISI SECVNDVM BONVM moduargucdi4lQ.uiatunc bcnc fc quit" nullu aial moucfxrgo nuH*' ho currit.nullu aial 6 coloram.ergo illud nial no e album fiuc illud animal fit fi uc/io* CslNE ALIQVO MEDIO,Qum ncganua nihil poit poiriuc.idco no rc jmt coftantia mfcrions dc fupcriori • <In1SI RESPECTV TERMINO rum modah'u.<lQuia ibi rcqrit dcbi tumediaundcnofcqtur nulluhomi nc fds no cffccrgo anrichrifru n fcis no effe:qa ans c ucru cum fuum con tradictoriu fit falfum/.aliquc hoicm fds no efferqa ly hominc fupponit fo"* pro bominc 5 c cu uerbu pridpalc fiC hoc ucrbu fcio fcistet f i fofii ut pat5 fed benc fcqt cum dcbito mcdio.ncC antichriftus c aliquis ho* ^ ^TaD SVVM 1NFERIVS,<1 Siuc p fc fiuc pcr accldcs dum mo fit fuu^; qa ad no fuum no U5* ut de fc fatis i manifeftum: ^ » tlEST CONSEQVENTIiWSIm plicitcr bona* «f tam formaRr q i for ma dum dictc coditocs obfcruentur : uLP^tctpcr fingula, llbVMMODQLAJlGVATVR nc gatiuc fimpfrji^ Q uia no fcquif' tu ni es afinus.ergo tu ni es afmusret tu cs feo.Tt hoc dato cp ly no cadat folu^ fu pra prima ptc copuIatiue:fed fi ncga t6 cadcret fimprr fupra tota copulati uam.tunc eetbona Dna ct capitur fu pcrius et inferius largc f co a quo nS toucrnt^^Dna ct a tota copulatiua ad hii quabciuspteup ctnoccSucrfoJS uclj ps copulatiuc 6 fupior ad tota ♦ ^ Et lic e finis f c ptis pridpaF huius tractatus quo ad arborc ct notificatio ne:nec n6 quo ad f prictarcs filfi rcfo lutoni ct o fpali reguLiru m cathc gorids hmirarocsAdJaudc eius 9 cft finiso"*bonoru.#rNuncad tcriiact ultia5 ptcm totius tracrarus cura di ligentcr apponatur, ^^RTIA ET VLTIMA |^[parsbuius nactatus j?po 4^ fiticnu ipotheticaru fpcd ales rcgulas bmitarc f po ^nit qua 1 pte tria ctiam agcrc inftitui numcru ipotheticaru^ defignarc» ! dcindc quid ud cujuflibet iftaru ue ritatc rcqrit^adiungcrcpoftrcmo ipo rhcticaru fpales regulas limitarc ctfi nestonopi da bo ad la ude cius 9 6 tri nus etunus^^Prioigit dcnumcro ipotheticaru uaricopinioncs rcpertc f inrprima tt cois opinio trcs tantu^ Ipr cics ipothcticarii i f ignificado no cquiualctes affirmar^f copulatiua dif luctiu^ et c oditio nalc fub qua rat6na le coIlocat.CZ* cpinio Fcrabric qnqi afrirmatiuasaffignat ctcis quiq^op pofitas ncgatiuasTtc on:ibus coputa ns decc aflijnat«nam actus afTnmati uus et ncgatiuus fpc cx oppoito difti gunt^Sutaiit quinqsaffirmatiuc co pulatiua difiuctia conditoar caufaFct tepora? quib^ p n cgatoc^ preccdnite. gnq5 corrcfpodcnt alic negaticiflcr tia opinio ponit feptc afTnmatiuas et Diitcr fcptc ncgatiuas oppoitas:et fic i fuinma quattuordeam fut fpcs ipo tbcticaru;ct bcc 6 opinio buius magi ftn Strcdi/ut 6{5taffirrrhtJc copM latiua difiuaiua cSdiioatcaufaF.lccaK tcporaIis:et pleiia qua aducrfat^u^ appcllat.ct bis fcpte ncgatic oppcnu turOgotSfaluomel oii ludicio oc to fpes afrirmanuaiu ct Dnter iciide negatiuaru i ipotbcricis ponoxt fic .xvi/pcs ipothcricaiuafff ro affnmati ue funt hc. copulatia.difiuctia. coditi nalis fcu rat6naEcaufancfrccnua.tepo raEIocaIis.ct aducrfatiua fcu explc lia quibus ncgatiuc cx oppoito corrcfpo detiffiaru autfuffidetia pmi"* qt aj diftictocftanmfubiina. diltictoc hcc q? oes noteipotheticc pofTunt duplid tcr fumiXmere ipothcticc ucl cithc gonccdccxtrcmo ipothctico:ficut X cxtreo copulato difiucto codiioali le porah localincc paru diffcrt un' mo dus ab aliauerbi.g^diccdo ql^ho mo riet^^qnn^ql^bomo monetXii fpo fucrit caihegorica dc pdicato tcpora li c f pofitfl ucra:ut3 p exponctcs ct fingularcs:ga tuc c f banda morc ulis afrirmat5c:qa a p"* termio mediato fc ciidu den6mt6c5 c icoanda f pois jba tiafi uero dca jpo f ucrit teporaIis:ita tp nota principaP fir ly qn ad g itcllcc tus copulat iftas fas catbegcncas* tunccipothctica P ct ipcflfibirna^ fi gnificat cp qn ql ho morict^tuc no q bbet ho rnori^" et hoc iphcat cotradiG tione*^Siueroa!jn dicf cpteporalis ct locaP ct huiufmodi fut catbegoricc illudd^itclligiduri fut notc pric/pa Ies:fcdfutdc cxtremo ipotbctico aR: ri rcputoillud ce ueni.tfNuc ad fuf ficictia uenio qri intellectus coiungit pFes cathegori as fiF hcc c duplhqa P bocfadt-quodam ordic;ul finG ordmc ^bai?5ptib'^pnapaliT)5 extirib^falfis. CJ^ECISE PRIMARIE SiGNI ficanriu.^fQuia ccoucrfo p noua im pofiroc^prium copulariua fignifican tc:ut fol5 pcff^ cc ucra ct prcs falfc^ut p[unrs paruir. ^l^THETICE PROBABILL CQuir no fcquit" impoffibilV tu C9 et tu n cs,crgo tu no cs^daro cp aducr bmiP dcrerminerroni. VAD QVAMLIBET SVARVM parriu.CQuia ad prcs no fuas nulla c bitudo fonr)alirer:ut patct de fc . ^PRIMCIPALIVM. lonfc^t^tu cs bo Ftu cs afiniis et deus e«g^ tu cs nfinus>daro ly et fit nota pricipaP. €VEL_SJBI PROPORTIONA tu.€jQuia i tcrmis rchriuis pp dcpc dctia h p6t ficri Dna ad ptc termini rc latiuirqa no ect ^nscu n cct fpo intclli Ribinuii n fcqt a[;qs bo cumt ct fon c *crgo fori illcfcd bn fcgt" aliqd f i bi j)porr6abiIe.g fori a!iq!^ bo currcs tflST BONA CONSEQVEN tiact foimaPfimpR-4^ Vtinducriuc p oia-difcurrcnri feaTc p6t apparcrc* <ISEp ECONVERSO NON ua Ict:nifi dc matcria, ^ Et boc pFri^ cu fit copulatia cx ptib^ priapalib^ qru]5 iina ancf ditad alia:ri5c a pre ancede tc ad tot5 copulatiua c bona ct for maR 5 n fimp!Vfcudcfor*uttucur ris.g'' Tu curris ct tu moucris.tu cs al hus,7^ ru csalbuscttucs colorat' ct hujufmoiiqb^ nc itelIigcrco*":)nti8 ruan^c abfq; cotradictionc» (l[Sca?Iimitat6duaru regEiru difiutle tt£ aprcdifiuaieadtotadifiuria^. €APARTE DISIVNTIVE PRin dpalif (TQuia d fcqt afmi fut afinr ^ ocs boics fut afini uTboics ct anni fuc afnii.qa arguit" a ptc priapaFpriai ct d « ptc pricipali ct hoc tenecio li urfitnotaprincipaK <AFFlRMATlVE4rQufa nofcqt deus c.ergo no dcus c uF dcus c,daro jn]yj)6 ( adat in toru* WEL.SFCVM CONVERTIBI li. CQuia i uocc ti p6t j p6 affumpta ^anrcrcfumi i Dntc:utfitps difiuctl jLicifcd fuffidtfibic6fimi!is* tfjPOTHETICE PROBABILL ^ Qu a ri fcgt tu cs.g*^ cotigenrcr tu cs uFtu ri cs ct boc fi aducrbium dcrermincttotu. ♦JAD DlSlVNCTIVAM^lCiMr ficatc cx copoe fuaiu ptiu.tSQ uia bcc dcus c uPdcus c coucrtcrct" cum r prib^no mutatibus fignificat6cm tyca nulla pte ad tota ualerct 3na. «Iprecise^primarie SIGNI ficariu^tlQuia uhitf iliius difiutio bo c afinus uFbomo c afin^tota figni ficaret ut prius ct ptcs pofc cp dcus o nop ualcrct Dna a partc ad tota. 0ST CONQVENTJA BONA formaR-ctdcforma.tfVtpatctp fin £ub difcurrcnth CTr ECONOERSO NON VA Ict nifi dc matcria ♦ ^ Prcf nm cu fit difiuctia cuius una ptiu priapaliu an ccdir ad rclfqua:ruc a difiucria ad ptc quc c ^** c b6a d* foi mafnf^ n dc for • ut tu curris P ru moucris.g^ i u moue ris:ru cs allus uPtu cs colorarus.crgo tu coloratus; ^Muncfcqt^Iimitatofc regulcdifiun tiucXa diifiuctiuacudcftruct6c uni* jDrsfuperaliam* ll A^DISIVNCTIVA AFFIRMA Early European Books, Copyright © 201 1 ProQuest LLC. Images reproduced by courtesy of the Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Magl. A.7.7a tma^jQuia no fcquit n6 fu cs afm* ucl tu es afinusfcd tu no cs afin^g* ru^safmus. dJPOTHETiCE PROBABILI • ^POuia no fcgt pot cc q; tu fis rcx uP tu fjs p«pa:lcd tu u cs rcx.crgo tu es papa^dato (p ly pot cadat in tota^ p mam difiucriuam (fSlGNlFlCANTEEXCOMPO fitionc fuaiii partiu.([Quia ubi ifta difiiicnua tu csafinusucl tu cs afin' couertcrct^cu ucra partib^ fignifica nbusrut prius ans c ucru et ^ns falfu. «S^EClSEPRiMARlE SIGNl ficannum.d Quia ubnlla difiunctia tucsafinusuPdcus e;et prima psfi gnificarct ut prius/ccuda fignificaic falfu adcquatcrfuc a difiunctiua pdca cii dcfrructoc primc ptis ad fccundaj no ualct^iia. <rcVM DESTRVCTIONL ^fQuia fme deftrucroe nihil formali tcr fcqt" ut dc ft 6 manifcftu : dPAiyJS PRINCIPALIS. ([Quia nd fcqt^tu es homotuP homo e alinus.e t tu no es hafed nullus bo c afinusxi go tu no es homo tcncdo <p 'luPfit nora pnncipaP. tfAb ALTEI^AM PARTEM Pn cipalem^^TQuia ad parte no priapa lem no U5 o :ut patuit i cx jxi** i q^ duplex error comittir"* <Iest BONA CONSEQVEN tia fcrmaPr cf dc for* ;ficut difcurrei^ ti p fingKi poterit apparcrci(iriot5c'u circa copu'ariuas et difiuctias pp u"* fir'" fcum a magiftro in rittcra qd* p6t app^cari ra copulatis q difiucnuis pro bado duocotradcona ccfiPucratficut dato q fohct plato €urrat;tunc bcc t uera'*aliqR ho cnnit tt for c i^fiRr 1 • ccji ucra^aliqs ho currit:ct for.n c illcTig** g" duasfosptesharu copulanuaru^: arguo fic bec fut uera et hcc fiit duo cotradictoria.g" duo cotradictoria fiit fiP ueraxt hoc tenedo opinione^ tifbc ri cp rPm ideptitatis no fuppoir cofufi' Q fuu afisjo c hic difficultas qfir dcbct airignaricotradcoriaiftaruptiu cum rermis rclatiuis pofiq iicut dicit ma gifrcr i Iitrcra f n cotradicut.nec fuffi citfcexpedirc p nega oem ppofita^ qa illud no dcclarat ma;cria ct ct nc^ ^pofita ri cofudit taiu relanuu cii no fit capax c6furicnis*i6adhuc remanct amborclanuaridifrributa^c cotra rcgulas conadictonoru cu5 oportcat rcrminujijjiftnburu i uno diftribui ia'' c:)l£ippcaut babeat" ccrta no ritia ct ri folu cofufa uidet mihi dico dii cp i termis rclariuis pp dcpedctia^ qua hrit ad ails 05 in afligna.6e ^rradi crorioni difponcrc aritia cii modifica roe cr fuppoc q uis rclatiua fc habcrc. et 16 qa i i"* p"* copuiatiua ali^s ho e cc for.eft illc ly i^rc^crt ad ly aliqs ho:qS ftar determiate.1605 qj i fuo cotradco rio ftct diftnburiuc negatiueX n'h6 currit i' for.ri e i^cr fo ps lignifi at cp for.ql^ ho q currit ri c cr hec c T :quia tunc ct no clTet ipfcmcr(^IV 3rradc4 riu alterr.f aliq*. h6 curritxt for ri e f hoc c n^ h6 curnnuP forx i^ct f a ps fi gnificat^forq^^ho qcuiTitfcct bnc 6 f ""ct ita ob*^ucs iifr i aliis.4i£t ut iu uencs clarr ircIbgatdaboaIi<j ex' cct fu c q? i"* co" * finc tcrmis difrnbutl» ai° bo currit ct for.e i^ fignificat q; ali qs ho currinet fonaliqs ho q currr efr* ucro ali^s ho cui-rjnct for,non e lile nJitTncc fi (po^^^ntis r^ti^et'anfj Hoc cni rc* ad ucritatc c6dit6naF<|uc didt ordineformalc fcu illatois folu^* CaPucro didt ordinc materialc tantu Vii dato cp nuc fit clira dies pau!i.bcG codinonalis c felfn/i fol c fup tcrra di cs 6 clar..:quia pot ftarc o^^^nns cum antcnit patuit teporc partiois Chrifri: ct ufr pfc6 ccLpfis folaris fup tcrra^fit dato cp ridcaf bec e ucratquonia tu cs ho tu rides:ct bec coditionaPc f fi tu cs bo tu rides.fiIV bec cf* quonia dics fefolefuptcrrarqa dic^ ce li c ca.f^ cf feaus folis cxiftf ris fup tcrra. SilV da to cp ahcbriftus ti fit bcc e f " quoniaj anx' 6 b6 anx^ e aiahquia anx"* e e bo mine nibilfect Diitcr nuftus e ca.Si ue ro utra5 Falrcra ps fit f * uel figTiifica ru adcqtu aiiris n c c5 fijs^nif catiadc^ d Dnris tunc canfalis eft fnlfa, (TDccfreGriua. uSi aUcuius cfrcctic aflTr-matiuc fij^ni ficariscxcopoefuaruptiu^dfc pma ric fij^nilcatm utraq^ ps e ucra. rt cu bocfignificatuadcq^tu ailns e cflFcct* adcqti fi<7nificariDritis tuc cfl^^criua h uera,i6 1 • eft uem.qa dies c cfara fol e fup tmam:fcd i * c f :qa tu es bomo tu es b6:qa te e bomin -m ri c efl^cctus fui ipfi^fiPr bcc e f* :qa fol c fup rcrr5 dicstEtcacqalyqae notaeffcctus etjy quonia c fig;nu fcu nota calitaris CSi uero utracp ps ucl una fucrit T uF figTiificatu adcqni ariris ri fucnt cffcc rus figriificarifldcquati confequcria tunc cflTectiua cft felfa* € Dc tcmporali* ^lSiaKcuius temporalis aflfirmaric fi^ fic^ris cx compofifonc fuaru;^ partiu^ prcdfcprimarie fi^nificantiunitra^ p9 pnncipatis crt ucra fcrndn p ta cxigif' tcporaleituc teporalis e uc ra cuius iftt uel confimilcs fut parrei (jDicoautfecudu qj pnot^ cxi?if te poraIe:quia infcrdu rcquiritur fimul tasrinrcrdum requirf prioritaf fnrcr du poftcrioritaspnu quo aducrifica t6c5 durat6is»<rExemp!u^ primi. cgo fu quandotu cs* <1 Excmplu moy fes fuit ari q lofue fuit .^TExepIu rer rii.Moyfcs fuitpofrqadafuilifei uero urraq« ucl alrcra pnrs pricipalis fuf^nt f * uel ri f 5 exigcria notc tcporaIis:niC tcmporalis eft fiilfa, _ . <rDeIocnIi* ^lSiafeuiusIocalis afliimariuc fignifi cantis ex compofirione fuanim partf um prcdfc pnmarir fij^^nificanriumj utraq-i pars principabs eft nera frn^n dum qjpcrnoramWalfdcnoranirf localis illisparribus ucl confimilibu^ corrcfpondcns c ucra«tfl3ico autrm ut prius fccundum cxigcnriam note localisrquia interdum rcquiritur adc quario:ut fum ubi tu cs.intcrdum fu perioritasnnterdum infcrioriras:cr fic dc aliisdifl^erctiistori parrisad parrc Si iiero utraqj uel una pars pnnd pa'is f it fiilfa uel ri fecundnm exyen rmm note localistnmc localis cft fel aj ^lScd aduertc dc pofribilitatc.ipoflTibi Iitatc.c6ri<?et!a.neceflritarc.fna . crcdu litatc dubiratoc.barufj qrninr ipotbetl caru.fcaf eflTecfic teporaPet locaFnibil dixi:qa f iiauhut v* mc^ dc oibus di ctrh quia bc omes quattuor rcqrunt ficut copulariuctitrao^ partc eeucra^ Etunnierfaliterbocf^; cxigerianotc rcqririfrasptesce uerasnSdicop" fi cut dc copulatis rcjru!^ buiCaxt mlnra hoc addas Cp fit poffibifcF Ipoflibi \cc6'i%h uPnccc"*rdtu Fcrcditu Pdu Iwraturficut p nota fig' calrcffcctiunj. tcporalc P locale.g'' c poffibiP apoflfibi tis cotiges nccc** fclfa^crcdita.du'' f 5 cp uolucrisifcrrcietficuno capitulo dc ftib^rcjrulabuifri/ Dc aducrfatiua* ^^^alicuiusaducrfatlcaffirmatlc fig* fic^tis cx copoc fuaru ptfu pcifc: pma ric fi^nificariil ps idctcrtniata cucra f * poflribiPipofribiPcorlgcs urncrc" fci ta crtdm du* to* aducrfatla cuius 1* nPcMifis c ps 6 cofiRs dcn6iat6is,ct ap pcllopteidctcrminara iftaqucfcqt nota ifra tn ut pluat tn e^o frudf o f fp6 f go frudco uocat' ps idcfcrmi nata bac rcgula pono f 5 metc Strodi ^J^f^oputoafrdicedu;qaad ucritate aducrfatic fignificatis cx cop6e fuani ptiu vdfc prima^ fignific^tium rc' cp c6dc6aPcuius a* c ps dctcrminatai ftdufrfaric:ctDnso"^pns idctcrmiata fit f * «v^g.bf c aducrfatiua t ucra fis h6;tn tu n6 cs rcx^^a bcc codcoaPcf ' (i tu cs ho tu cs rcx.cDtra ucro ad boc tp fit f* rc* cp codcoaPfca m©dc6fit uc ra^v.j^.hcc aduc rfatiua c f* quis tu fis hSr.m tii n cs aP:qa hec c6dc5aP c ucra 4 '^-^ fi tu cs bo tu cs aPEt ^iitcr xcdo cp a ' | daf al'q aducrfatia c6riges;ficut ncc^ ^ ' cSditionalisrga c6dc6alis ct aducrfatia fidducaf iCDc rda ucro tt crcdulit^^ tcctdubitat6cre' ut dixidc cddcozU cp fdzf uPfp crcdat" ue 1 dubitf t illf quod dicnic rcqnad ucritare fRrat© pofribilitatcuPipolTi^^ uc! ncccf frate aducrfar'iu*ltfi d Cf rcs (f fc ciidu boc dabit" circulus i i* ma"cria ct erit pctito pricipii»n5 c6dc6aLs jpba tur p aducrfatiua cr aduerfatiua p c5 dirionalfef r|7o condit6aIis p c6dit6na Ifc^rHuicdicit <pn6 c^mirtit" circu lusrqa I5 aduerftriua probat pcr codi tionale;tamcn codiroalis n6 probatur nccccgnofaturp aducrfatfuam;fcd ucritas poflTibilifas ncccflTitasxondiri onalis probatur altcro duoru^mcdo rum.f 9 oppoitu5 Diirisrcpugnatan ccdcnri;ucl quia non p6t cffc ita ficut adcquatc fignificatur p ans qn ita flt ficut adcquatc fignifica^ p ons* ec5 uerfo ucro ^pbat^falfitas cius;ct fic po riusc^dc^alisfbat^p copulariua fca; cx antc ct opoito Dnris.q rc ohitct6 fca oio crflTat.et fic fit finis (e ptis bui'5* ptispricipalis.m6ad limirandas ohi rcgulas fpalcs o"* ipotbcricaru coucr tor ad bude noftri acatoris» oppoitom6c6tradicuf.ctduoru c6tra dicforioru fi uniin c cotigcs ncc c tiS ^ ifcliqunm.io bifo quc aducrfariua fit ticraftatibabft quecffpoflfibilisne ccflTaria ct rcpta quc fit f* babct^quc i iwofribiIi$*aa fi aduc rfatia c ucra.^j* c6dc6alis fibi cdtradices c falfa;ft oil ^dcoalisf^cipoflTibilis^g^data aducr fkln i ncccfllari^et it$i a dtiis fuQ mS LTIMORESTATSin ^lasrcgulas iporbctica K, ni ffiis limitatoiTjus coar ^ tarcict fP copulariani f m 3 ordfe^^mifTum s (JXCOPVLATIVA AFPIRMA riua.iEQuia n6 frqf n tu cs b6 c t m cs afin^.g^ tu es afmus^ato (p ly non cadatinrotu. CstdNlFICANTEEX COMPo fit6c fuarit ptm.fi O uia p noua ipo i cflfcuetft Magl. A.7.7a fignifirat df afiqs homo cnnit tt fon a^iqs bo q curnt no i i. Ita m tcrmis dirtnbutjuis fuomd des faccrr.un i quilib^bomo curiitrct forx illc figni ficat cp ql5 bomo currit.ct fonqlil)^ ho qui currit c.Et ifra alia quilibet bomo currincr fonnon e ifrc fignificat q? qli bet bomo currit:et fonquil^ bomo qui currit no e,Ilta uero nullus bo currit ct fori iftc fignificat q? nullus bom« currit ct fonnuUus bomo q rurrit cft crifta nullus bo currit ct for^d i iftc fi gnificat cf nulP bo cuimct for.n* bd q curiit no crfiuc fonqlibct bomo cur rit equodiddc c:etficpotfs cxfdcis corradictoria aflignarc difponfcdoin fingulis antia ca m^dificatoc qua uis rcbtiua fe babcrc» ^JOnfcqucns ctcrtiolimitarc rcgnla c«nditiona!ium* CONDITIONALI AFFIR matiua«<lQuia non fequit no fi tu cs homo:tu cs afinus^red tu cs home* cr^o tu csafinus* ClPOTHETICEPROBABILL irQuianofcquit^impoflibile cq^tu fis nfinus fi tu cs bomo : fcd tu cs b6, crgo tu es afinus.dato cp \y impoflibi !c cadat fupra totam conditionalem ♦ SiGNIFICANTE EX COMPO fitione fuarum partiu. fl Q uia ubiil la condirionaP fi tu ci bom« tu cs afi nus fubordinr t" uni ucrc partibus fl gnificnntibus ur prius ans cflfct ucm etconrequens falfumi PRECISEPRIMARIE SIGNl ficantium* (TQuia ubiiftius conditi onalis fi tu cs bcmo tu cs af ^ris fi^ni ficaret tc cflTe afinii adequatc cetcris non mutantibus fignificat6ncm.aSs circf ucrum ct confequcns fiilfA CVM POSITIONE Quiafinc potofnt nibil fc quir^non cnim feqt" fi tu curriftumouens.g'^ ni moucris <rSVI ANTECEDENTIS, Quia cu pofitone alicni anris nibil fcquirur fi tu cs papa:tu es facerdos:fcd ru c& homoxrgo ru cs faccrdos.daro q? ]fra tu es homo fit ans alrerius 3ne. PRINCIPALIS EXPLICITL 4] Quia non fcqu t" fi tu ridcs du^ ru cs lcrus tu rides:f5 tu cs letus.ergo ru ridcs,quiailludnn6 pricipalVans ex plicitu:fcd parseius * VEL IMPLICITI iffQuianon fc quirur nifi ru es aFru no es bomo:fcd tu es aialergo tu no es bomo:qa ans prindpalectunoesaPpp ncgaroe^ iphciram m ly nifi p fi no . flVELSIBI PROPORTIONA biE Quia ri fequit'' fi ancbriftus cf fcthomcuiccbrifrus ccr animalfs an tecbriftus efl*er h6.crgo anrecbrifius eflet animal:quia minor ct coclufio ri fut intclligitiles cu fint oratoesimp fecte^fcd benc fibi proportoabiles^f ct flntecbriftu s c bomo ; AD POSITIONEM SVI COn fcqucnfis* Quia nofcquit^fitucur ris tu moueris:f; tu cun i^g" tu catas <rPRINCIPAL!S. Q uia no feqt fi ru rides tu rides:tu ndes fi tu rides^ fcd fu rides fi ni rides.?^'' tu rides . VEL SI.Bl PROPORTIONA bi'is ^EQuian fequit^^fi antecbrift* cffct bomo antccbrifrus eflct aialTcd antecbriftus e bomo.crgo antechri ftuscflet animaT:qa non 6:>ris intclli gibi^ccum nonfir orato pcrfecta:fed fuflidr fibif port6abiT idicatiuimodi» Magl. A.7.7a ^ESf BONA CONSEQVEN tia ta foi maTq de forma*€ SiGut patj pQngula difcurrenti. HtT hCON VERSO A DESTR V cti'one:>rinsaddeftruct6emantis ♦ (j Obf uatis tn omibus ^dictoibus fu pcrius aflignatis^ut fi tw curris tu mo ucr is;fed tu n mouehF. ergo tu u cur nsft__Notandu circa coditoalcs (p jpoes ct fimilcs fut diftigucde4L'Ne, ceflano fonmoue t" fi for.currit^ Im poffibilc c tcjiurrcrc fi poffibilc cft tc currcrduNo p6t ec q tu curras fi pot cc f u currasTCo ifti rmini moda Ics poffunt duplicitcr cofidcrari ut dc tenninat nota condtionis fiuctotam conditonalc uFfoIu atisjfi p^ mo funt Mcrc.ut^ off idado^ct qa pis coditona Ls falfa c ipoffibiK^ Scd cauc poftca nc malc infcrat" om cu ponc ai5tis fi cut coitcr dcceptoiie fol^ ficri hoc me neccffario tu moucris fi ru currisifcd tu curris.ergo ncceffario tu moucris* na bic noifert" ^nsprincipalcftu mo iicris:fcd addit" aliquid extraneu.fjy ncccffario quod n erat ps ^nns pofri| pfuppofitu c q? fy ncceffario dctcrmi nct notaconditoisfeu tota c6dinona IcTiucromodus detciminct foluafis tuc ocs f poes poi tc fu nt felfc $ (JScquit" dc caufali #5 cp fupcrius ordi natc promiffu e, fiSTCAVSALIAFFIRMATIVA* i[Qui^ no fe^t" noquonia dcus cft Uacuu c.crgo uacuu e, (TSIGNIFICANTEEXCOMPO fitoc fuarupartiu5 ^^Quia ubitota bcc calis quonia fol c fup tcrra tu uo lasXignificarcrp nouaipofit6c5 ficut bc€ caVs ucra:quoma5creatorecrea turt e cf tff pf cs ci* prlcrpales fignifi carct;ut priu&uuc no fcqt" quonia fol ifup tcrra tuuolas.g' tuuolas.quo Hiaaiis cflct ucm ct ^ris faifii . dPREClSJJ^RlMARlE SIGNI ficariu ITQuia ubi bcc caFuera quo nia tu cs bo tu es nfibiErota fignifica rct ut priustct fimift: i"* tu cs b6:fcd a fignificarct prccifc rc cffc afinu:tunc «OS cffct ucru ct ^ris falfu. IIlpbTHETICE CAVSALITER probabili.tf Quiarifeqt ipoffibilci tc ec bominc,quonia tu cs afinus 5* tu cs afmus fi mo"^ cadit in totu. <]AD QVAMLIBET SVARVM parnum^tfQuiaad partcs non fua» no ualerct argumcntu;ut dc fc c m» mfcftum» CPRINCIPALIVM, <rQuianfc5 turquoniaftudcsct diTputas tu cns graduatus fx pfcueraucris.crgo crii iraduatusi (SVB^SOL VTaCEt in boc coucit cu co^ulaiiua ; ^ <ET SECVNpVM<rEXIGEMTI am notc (TQuia non folu^fcqt^ab foIutc:quoni« tcrra itcrponit" dyamc trafr intcr foIcKf luna.Iunaclipfai: crgo terra itcrponit dyamctrafr it«r folcm et luna lu^ chdfat":fcd ct fcqt crgotcrra dyametralV ircrponi itcr folc ct luna c ca cclifis lunc ct luna cli pfaric cffectusi'itcrpofit6is:fic cnij fignificat ly quonia»uFIy na;cp fpo im mcdiatc fequcs fit ca fcu fignificatuj ciusfitcafignificari adcqri altcri':fi cut ccotra fignificat ly qa uifi abut4 niur tcrminis. IJETf CONSEQVENTIA SIMI litcr fprmaBtfV t quoniji hgG c jjr^ue noipcditticxtrafuu focu.iodcfccdit g'' hoc c grauc no ipcdim cxtra fuii locu:cria fcqf g ^ dcfcedit.ct ufr et fc quit.crgohoccegrauecxtra fuu^Io cu noipcditu ccadefccfioisPofthoc cffecfiuc pofdt ordo rcgfe^hmitarc. <[ AB EFFECTIVA AFFIRMATI ua.(rQuia no fcgt .r5 quiacrcatara no 6 dcu8 no c.crgo deusnocfn (TSIGNIFICANTEJE^i COMPo fitoc fuarum pamu^iTQuia ubi hcc effectiua falfa fubordinarct^uni mcn taliboncfine mutatoc fignificatonis partit3;tuc nd ualcret hcc/j^a tu cs celu cidit.g*' cclu cadit* tfPRECISE PRIMARIE SIGNI ficanriu ^CQuia ubihcc cffccriua ucrat^a tu cs rifibiP tu cs b6.tora fub ordinarct'' uni matect pria ps fignifi carct ut priustct fc cuda te cffc afinu: tuc no ualeret :>* :^a tu cs nfibiP tn cs hojg^ tu cs h6.aris cet ucru ct ^ns f^i (flPOTETICE EFFECTIVEPRo babili. () Q uia no ff qt falfu e tc cffc papa:qa tu c« Ico.g^ tu cs Ico : ct hoc oa mo* cadit in t otu« <rAD OyAMLIBET SVARVM ptrriuiTQ uia ad no fuas nulla e for maFbitudo faltc dc (brmai^ , (JPRINCIPALIVM. CQuianS fc qa for.(arisc6gruc cantatXor.e mi rabiP biter in uilh. crgo for e mira feli^ prefbitcrniPforc6gruc cantat . d ABSOL VTB,<rinn hocconucnit cu copulatfa qua prcfu|^it ficut caP, OET SECVNPVM EXIGEN mmnotc.41 Quianofolufcqt^^abfo lutc quchpai^sifed etcum modificat6 nceffccdavvcrbigratTarqa fongcmit forxgromtxrgo fongemes e cffca^ egrotat6i8ciVtcc6tra egrotntoe c& " tcmirus cius* ^EST CONSEQVENTIA SIM plidtcrformaF;^ Vt qahoc afccndlt naturafi-.ioelcuc.crgohoc afcedit ct c leuc.Et hoc afcedcrc cff cffcctiw Ic uitaris cius t^fEt attedr cp ly io e idiT fcrcntcrnotatacaeq cffcctus.e cni^ rcdiriuutadcquonia qd^qa.ct ppca cu 6 rcdiriuu dc quoniam:tunc e no ta cffcct^ct qn e rcdiriuu dc qa fucS nota cac.^fTf^ attcdc cp duplex e c5 ^fin effendo ct i ifcrendoCBimiTr e du plcx cffccnis,fincffendoctin infcrc do ct in pnti e f mo de ca ct effcau in cffcndoctnoiifcredo. quohcni^ans in 3na bona e c^ in infcredo ct Dns cft cffcaus in infcrcdo:fcd ca in cffendo cqucnoinhitudmcad ?m5 tatu/cd i bitudic ad rc quc e ca cffcctus rcaP; drca cales ct cffectias:qa fo let ficrimagnusrumordc hac propo {libt an fit uera.f qa tu fi cs ho tu no csh&ct fumunt coitcr ly ga ^uenia fepiusabutedo uocabuIis«C'Ad quod brcultcrrcfpodcoqd' efalfa utp6t p f)dictA paterctqa p*' fignificat hac co pulatiua cc ucraitu n6 cs ho6 ct tu n6 es ho.dcidc fccudo fignificat fccudu^ cxigcria notc q? te no cc homine e c5 quarc tun6eshomo.ctccrtum cpri mocp hec copulatia c felfa^dcindctc no cffc hominc nihil c,i6 non e caufa alicuiusxrgo priaps ifriuscalis n o cau(afccundc«crgooioiTta ,pp6cf* iTScd tame ad probandu ans iHius ca ffs cffc ucru arguif fortc fic*aliqua c5 tu n5 cs homo.crgoqa tu no cs ho Vs^ a c6ucrtibili ad c6ucrribilc:qa ly quia quod fumif' ^ quoni^ aliquam cam figniFicanet am fiimc5t|^_ diGtonu e falfii^ 6i ca tu cs bo .11 Ad boc argumenrd magiTter dat i littcra duas ref ^onrioncs.priina e qd* ambc I fte funt filfcXaliqua ca tu no es bo et omni ca tu es bomo nec c6tradicut Et ca eft fccundu aliquoHqa ficut nec iftc cotradicut aliquo hominc^currcte tu csafinusctnulloboic Gurretc tu cs afmus^qa dictc propoes no fut qua tc cx quo in cis ponit ablatiuus in :>* ricocomitantiaTcd utrifq; c6tradic6 rium deb^ affignari p negatocm ppo fita toritet ambe erunt uere:ficut iftc duc^bac caufa ucritatis tu es bo et bac c«1 ucritatis tu n6 cs bo dcm6ftra do cam quare pFo fcdet.et ifta non e caquarc tucsb^tnecqurjrctuno cs balicct fit c6ccdedu q? n6 bac c5 tu n cs bomoret n6 bac c5 tu c8 homo. Et dicit ultcrius magifrcr cp fi arguiful terius fic i fmgularibus n6 rcfcrt prc poncrcuPpoftponerc negatde^. ergo ifta cqumalct.n6bac c^ tu csbpmo ct bac caufa tu non es bomo«<l Dicit ifta rcgula intelligit m fingularibus mcre fimplicibvnuc aute dktc fingu larcsrqa cquiualcr c^Iibus futj^otbcri C6 uirtuaR- fcu impIidtCidTlcc rcfpo fio magiftri e bonatfcd n6 pp cam ad dita.ab aliis fcu pp fimilitudinfcqa fal taxb^fundametu.n^cni fumit^^in y pofito ablatiuus i J>na uF in c6comita tiaicd cffccriucurcaliter: fiGutcu di dturorientc folc cftlefit terra.iftc ab latiuus no ftat in 3fia uPin c6comitan tiaXcalitatis et implidtc U5 una caufa le^ct idco n6 miru:ficut magiftcr didt fi iftc fut falfc bac ca ru cs bomotbac tu no cf b6 dcm6ftrando cSmrquia plafofedc^4d incutfa iftara copiilati uaru ncgat nota pridpaP: ficut ncc c6tradicunr duc copulatic-quaru abc notcfuntaffirmatjucquis catbcgori ccc6tradiGcret:ct ppea:ficut ibidaf c5tradiGtoriu p negat6ciTin^g^t^^?^ notS pridpale cxplidtal/Ira dcbct bic dari folu G6tradictoriu p ncgar6nem ^rcdf nrem nnra prinapale impbcira .fly bac a1 uP aliqua g5 uP omi cauft ct ideoG^rradicroriu buius<baGca lu cs bomo cfr b6 n* bac c5 tu cs homo, ct G6rradiaonu ifrius.bac c^ tu no en homo 6 hoG n6baG caufa tu n6 cs bo cr buius aliqua ca ru e» homo chui' non atiqua caufa tu cs bomo etbiu'' 61 ca tu cs b6 6 hoc no omni caufa tu cs homoret omncs dicte ncgatiuc fut uerc ct affirmariuc falfc^CPoffct tn fimilitudo pri^ dca tolerari q'' ad hoe Xablariuus pofitusin cnauPinc^co mifantia facir j)pofir6cm quantS ap parenrenfcd n6 uercidrodicrc jppofi tocscum ablariuis calib^F cffeGriuis fadunr |>p6es quaras apparetcnfcd ti ueretetboc c ucnJ^^ Vndc jrcgula obfcruandu e fccudu ift^ uia cum ab lariuus caliter uPeffccriuc ponit" i pro poiroc prop6 n6 e quanta:ficut ncc ca in ca ponif ablatiuus 1 3tia uPiu con Gomiranrian6tritp ablariuuscSPucl cffecriuus equiuaVat ablatioinD** uP in c6Gomiraria«<rSeGunda rno mSgi frri c^ccdo ifras duarahqua c5tu ct bomo:et aliqua g5 tu non ef bomorqji funr duc fubcorraric ct negat cp ans r^lis fiG adequare fignificanf^ fignifii car qj n6 tu es bo aliq g5 G6fufc diftii buriuci Clfta ucro rcfponfio uidetur dcbiTct uolut^ia^^a i pddL c^Xquisi I Magl. A.7.7a nc5^t6 prcceditly quia.idco non uidc turaliquarato quarely caurajnduli uaiifranota d^ diftnl)unCf Eg^oau te faliio ludiao mcliori alitcr ct fadli us rcfpondcrem cum fic arguirur illcf aoccdcnstquia tu non cs bomotco qf aliqua caufa tu non cs homo.dico qf ifta no cft cofcqucnriatqa ly quia i no ta ipotbctica requircns duns ypofitio ncs principalcs quas n6 babct in ifra oratonc impcrfccta quc ponitur poff ly^crj^ocum ficarguit' aliqua caufa tun6csbomo.crgoquia tu no cs bo mo:ct hcct ly aliqua ca: ct ly quia con ucrtanf tn fignificato.no tame in mo ^o riq;nificandi:co cp ly quia aliquam iaufa fignificat p modum coiunfrcn di duas propofitoncs:quarum una fif caufaa!tcrius.Scd ly aliquacanfaaK quam caufam fipiiftcat:rcd non con notat cx fuomodo fignificadi talcm ordiea; ppouj ai boc no fit offtciu no minisiVEtpropfcrcaifta orat5c uc ra ct pcrfcctaaliquacaufa tu nonci bomotfcd ifta n6 cft intclliphilis : qa eu n6 cs bomo nec fignificat quicfcc tcr cp aliqua caufa tu n6 cs homotfcd ex fuo modofi^nificandi fi^nificat dcpendetcnquia ly tu n6 cs homo cft alqua caufa alicuius altcrius:ct tamc ibin66xprimifur te rminus ifrius dc pcnderic:quia n6 fubiunjj^it cuius fit caufarficntfiponcrcm pafre finepro fctct fic fiiccre rclariuu abfoIutuCAd boc auteqjaliqua couertant"' non fo lum oporrct adcquata fijrnificata con ucrrirfcd ctiam modos fignificadicu fibisrcquifins:ficut patuit in rcgula fpcQsii cSucrtibttium IhnitatDne fex ta.undc lait muM rcfcrf ^ktrt aliq caufa equatuiiocs bomoct diccic gatunocsbomo cft caufa.ct fictvu cataacfufpcnfiuam facerc oratocm nibil cxprimendoiiec fubdedo cuiui fit caufa.Prima cnim fienificat quic fcetcidSccudadcpcndetcr ctimpct fcctritarcfcrtdiccrealiqua caufa tu n6 cs bomo:ct quia tu non cs bomoi nam in prima fubiiaf ly caufa fuppo ncns pro aliqua caufa:et fic 3ntcr pro aliquofupponitjfcdin fccuda lyqui^ cftfignum {porat6fcqucns ecaufa: ctly ^uiaproaliquo no fupponitifed ficut al;a fignificata actus intcllect* c6iungetis duas propofitocs pcrrvp dum ciufc ct caufari fi^nificat.^L Ec luxta predicta pro fatiffatoe i hac ma fcria dico q> ifta caufalis aflTirmatiua # dc utracp caufa affirmatiua cft falfa- quia tu cs bomo«tu cs bomo:qa tuc^, idi code m6 cft caufa fui ipfius^^J Di co ctiam §o (p ifta caufalis afFirmati ua dc prima catbegorica nc5?:atiua ct fccunda affirmariua cfimiR falfa.fqa tunon es bomo:tn es bomo: quia tc cflcn6bominem no cftuerum rtcS fcqucnter nibil e^crgo nulius e caufa ncc cffecf us criam no eflc a^iciiius cf fct caufaeflfc ifrius quod cft abfurdfl C^Dico tcrrio ccouerfo qjiftacaufa Iis affirmatiua de prima affirmatia ct fccunda cathcgorica ncj^ariua efiilfa ^a tu cs homo:tu n5 cs bomo proptcK candcm caufam:quia tcnocebomi ncm m'hiIcft.cr5;on6eft effcctus ali cuius:ct turLCcflc ^licuius c caufa nS cflc iBiusll Dico quarto criam q? ifta Caufahf dc utraq? cathe«^orlca ncgati ua 6 fe!/af flja tu no ca b5;tu no cs bo: Magl. A.7.7a r ganiTiiInullms c citic$"cnm n^$ nocnris:quia quod nihil fcnqn^c cau fa ncc cffcctus alicuius <L Dico quin to quod hnrum omium quattuor cau faliuaffirmatiuarum oppofita dcbct flffignari per ncgatocm prcccdcntcj ct omnia oppofita crut ucra Cum prc djcte affirmariuc funt falfc ut pamm (jEtfiquisprobarc ucllct iftampro pofitoncm ncgariua^f quia tu non cs bomoM non cs bomo» nam tc nocf fc bomincm no cft caufa quarc tu cs bomo.crgo ct ccancedes probat^qa fi non:df t oppofitum.r^ tc non cffc bominc5 cft caufa quarc tu cs bomo# €t bpc efelfumrficutcriam dictum c« d Huicrcfpondcf ncgadopnmam c6fcqucnam,fcdcx ifto anccdcntcf. tc n6 cffchomincm n6 cft caufa qua rc tu es homo:fcquif hoc on% caufalc ncgatiuu.f crgo non quia tu n cs ho mottu cs homo:ct hoc cft ucrum^un dccoccdit'' cp no quia tu nocs homoJ tu cs bomo:n cc quia tu cs homo: tu cs homoifcd quoniaj tu cs animal ra rionale compofitii cx anima intcllecti ua cr corporc:idco tu cs bomo.Dc tc porali diccrc fcrics noftra ia cxpofdti . dDctcmporali* (^ATEMPORALI AFFIRMATI ua» (TQuia non fcquiy non dum tu csrcbimcra difputat.crgo cbimera di fputat.dato qplynon cadatintotam temporalfcquia alitcr n6 cffct ncgati ua.undc ifta teporalis cft affirmariua dum adam no cft:cbimcra n6 eft:fcd iftacnegatiu nnodum adam cftchl mcracfnquccftueracum fua oppo fita fit felfa rcmouedo ncgatocm prc pofitamtoritfimifriftacft &!fa.quan docWinerafuft^i^cusnSfuittncr ifta 6fuac6tradiaona.quaiio cbi' tuitdc us fumfed daf pncgi^fcVm ppofitaj. CSIGNIFICANTE EX CQMPO fitionefuanj partium ^lQwQ p no uam impofitocm uPfubordmatoncm torius teporalis quonda^ falfcad mo talcm ucram partibus cnam mancn nbusfelfisutpnusno ualcrct confc quetia, (IPRECISE PRIMARIE SIGNI ficanrium. ([ Quia ccoucrfo p noua^ impofit6cm ptiu quonda temporalis ucrc ira cp cffcnt falfc rota fignifican tc ut prius:tuc no ualcrct ^na. ^ffPOTHETICE PROBABILI. ^Quia n6 fcquit" felfo anncbriftus cftdumanricbriftus c.crgo anticbri fruse.ancedcns6ueium ctcofcques falfum.fily falfoaducrbialircadatito ruans^ llAb QyAMLIBET SVARVM partium,(xQuia ad ptcs n6 fuas n* c bitudo dc forma^ (IPRINCIPALIVM.^ Quian6 fc quif dum fadoclcmofina cgobcnc facio 6ib5 q mihi uidct' idigetcs»crgo biifado omibus. _ dNON ABSOLVTE Quia ni fcquit tu n6 fu fti quando adam fuit« g'* tu n6 ^uiftircr i hoc diffcrt a copu laria qiic abfolutc infrrt quah ptcm# tfSED SECVNDVM _EXIGEN riam notcprindpahs 41 Quia bcne fcquif tu no fuifri quando adam fuif< ^ aliquado tu n6 fuifn:quia tuc tu a fuifri dcm6ftrado inftas \ if ada fuit < <IEST CONSEQVENTIA SIM pliritry bona ct formalis* ^ Quia bc nc (cquitur dum tu cs tu uiuiSfCrgo I Early European Books, Copyright © 201 1 ProQuest LLC. Images reproduced by courtesy of the Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Magl. A.7.7a tu mouh iiotti f emporafis i it prrfe tiM Nora circ^ tcmporalcs(p hcc f pofironfccflariotu rs(^u tucs*potcft diip'icitcr tcn^-n cr urroq? modoc fel ra.pnmoin fcnfu compofitonta cp\y ncccflnno caditifotujrct runcd^cx ponirru cs du tu cstctnon pot cffc Of n tu fis: dii tu cs:?ta qp fccuda nc^atci cadar in totam tcmporalc: ficut ly nc ccffariotcttuncfccunda cxponcns i fa!fa:quia fua oppofta c ucraXpor cf fc cp n6 tu fis dum tu cs,ct fi dicitur pona£ur m eflfrquia c in fcnfu copofi toJi)Rcf^ponAto admittcndo toru im mo dc fecto /fta ncganua rcporaPcrit ueractfuitucra.fanrcqcfTcs ctpoft mortcm fxiam:quia fua oppofira cct lunc faHa,f.tu cs dum tu cs:qa cx hac fcqujf qj tu cs:quod tunc cffct falfu^ ^ Sccnndopoteftrcneriin fcnfu di tiifoXdu tu cs ncccffario tu cs:cr boc ertam cft fa!fum: quia dum tu cs pot cffc cp tu non fivh non poffir c&q? tu non fis dum ru cstquis poffit cc q? no tu Cs dum ru cs^t boc fi ly no cadat i fofam tcmporalenif paulo antc dixi pro tcporcantcgcffcs uPpoftmorrc^ Et pcr boc pat5 folutio ad argumo tum conrra rc^^ulam tcmporaliu^ cu fic ar^uit'':^ cs dum tu cfcrjj^o tu r s Ifra cofcqucria non 6bona:ct arjnii^' per rej^ulam limi tatonc t cmporaP cii nofa rcmporalis fit dc prcfcnri. crgo rcjJTuIa falfa.maior arj^uiy rqiiia antc ccdes e ncccffarfuro ct ?nf connnges cr^o ctccq^ans fit ncccffarium: pa tctquia fu cs dnm fu cs:ct no poteft effc q? fu n fis:du ni cs:quTa fi no^^c^* oppofif um cf pafcf quod implicat ♦ vAd boc didlf <p non bcne cxponif quia ifta cxpones dcbcrct baberc am basncgatocsanrctoram tcmporalej ficutlyncccffario modificartoruans^ pro ur in argumf n^o affumitf/Et io ftcuni^ cxponens dcbcr cffc talis: ct non porcfr cffc q? ru non fis du^ ru cs et boc c falfu5 ut prcdixlundc duc funt falfc et impoffibilcs,prima i qua negarioaddirurprimc carbcgoricc*^ por effc cp ru rt fis dum ru cs:ct 'ccun da in qua addit"negatio fccundc cau ftS.^iot cffc (p fis dum tu no csljEt r« rioquiaambodcbcntponiin cffccu ly pot cadit in totum:ut fuppofirio.naj fi cffcnr 1 fenfu diuifo prima cffer ue ra^gafignificarcrqpdumtu cspoteft cffcqjtunon fis:ct fccunda ucran6 naturalitcr;fcd fupcr naturalitcr mi raculo lazari ctin rcfurrcctoc uniucr falircf boc loquedo dc boic q fuit:ct □ cft:quia dc bomie no cviftenfc ct fii turo cffct natura^ircnifta propoito ua ra ficut patet nuncdc anrichrifto.ni nunc dum non 8 potcfr cffc q? fit* fcd ifta propoito ubi ncgato non ponitut ad pnmam ncc ad fccunda^ carbcgo ricam:fcd anreroram tcmporaIcm.li potcft cffc qj nS dum tu cs^u fis e uc riffima antc effc a!iciiius:et poft mot fcm ciu5:ut predixi. ♦fef f u lauda dcil S 6i ucritatc qua nobis donarc fingu (a dic dign^tus c» (\ Pcnultio rcftat locabu rcgPa^Imitarc. dPcIocali ^LpCALT AFFIRMATIVAi (jQuia non fcquitur non tu cs ubi cbimcra6.crgocbimcra cft:ct hoc fil aifpriusintemporali nddiafncgar tTuamificuncgat6cprcpofita cadetc fupcrtotanii iii CSTGNIFICANTE EX COMPO fitonc fiianim pavtium»C Quia ubi loc Jif falfa incipcrct fubordinari loca hucrc panibus fignificantibusiut p us non ualcrct ^ria. fiPRECISE PRIMARIE SIGNI ficantiu.^ Quia per noua impofirio ncm partium quondam ucrar^^^loca h's indpercnt ptcs eflc falfc tota fig^ ficantc ut prius:n6 ualcrer ^na. (TlPPTHETICE PROBABILL (pQui^ non fcquif impoiTibilV cbi mcracftubifol i>.er^o chimcra fcct bocdaroq^ly impofTibilc aducrbiali: Cadat in ro^^am locale qnc e aris. CAD OVALIBET SVARM PAr tium.CTQ uia ad non fuas no c bitu dodefoima* CPRINCIPALIVMi(TQuia n5 fc quinru uidcs mc dum tu uidcs oem hominc qui cft biccrgo tu uidcs oe^ bominc — dlMON ABSOLVTEXL Quiano fcquit tu n6 fuiff i alirubi ubi fol fuit cr^o tu n6 fuifri alicubi * ^TSED SECVNDVM EXIGEN riam notc localis* d Q uia birnc fcqui turcxdicto anteccdctccrgo alicubi no fuifti. OSTCONSEQVEISTIA FOR malis fimpliciten irVtfum ubi tu cs cr^^ofu; alicubitet tu cs ibi^^a nota c fimuItariiA- ^Dc aducrfariua 4 ^JVIrimodc aducrfatia quc cxplcriua ont" rcfrat rcv^ulas limitarc * FXPLETIVA^AFFIRMATI ua^jQ uia no fequif non quauis tu curris:tame! cbimcra currittcrgo cbi mcrft currif* ^GNIPICANTEEX COMPO fitonc fuarum parrium. fiQ uia ubi cxplcriua falfa mciptrct fubord narl cxplctiue ucrc parnbus fignificatibj jutpnus no ualcrct . Cprecise PRIMARIE SIGNI gnificanriu, dQuia ccoucrfo p no uam impofitocm partisindctermina tc priuf ucrc cxplcriue ucrc incipcrct pars idctcrmiata cffc falfa no ualerct c^fcqucntia* Cjpqthetice PROBABILL 4fQuian6fcquitfalfu ctccffepapa g[u'8 tu fis faccrdos.crgo tu cs papa cthocdato cp mod'' cadat fupra tota cxplctiuam. <]Ab PARTEM INDETERMI nara Q uia ad dctcrminara no ua Icr c6fcqucna.n6cnim fcquirur guia ribi fcruirem:ru non effcs gratus.ci* gotibifcruire:npdbcnc fcqiTiif cpvS cffcs gratus quiabcc ps indctcrmia ta quafi prcfuppom/ f conftanriin cxpletiua. . CFRlNCIPALFM.d Quian5 fcj tur quauis ribi feruia tamc tu non cf gratus amico mco.crgotu non ct gratus* ABSOLVTE.ilQuiaad partcidc tcrminata cum prc^jpponat oio uc ra:uaVf cofcqueriaabfolutc * Het SECVNDVM EXIGEMTI am norcdQuiaaducrfatiua cxfuo modofignificandino folum dcnotat partem indctcrminata cffc ucram:!^ cum aduerfatoc cius cp coucnirct fcu dcccrctucrbi gratia.fcqt quauis tibi fcruia^tamcntunobabcbis mcodioi crgo tu babes mc odio ciinS dcbcs t>abcrc;f6d potius aniarc« 1 Magl. A.7.7a ^EST CONSEQyENTIA STM plicitci' fcrmalis. ([ Quia contradicto riura cSfequenns n6 folnm implicat cum anteccdctcuciii ctiam in omni bus confimiliforma rctcntacftbon» ^Aduertedumcft ain limitatoibj iporhcricanj continno fectc funt trcs exccpt6nesPnma cp non fit ncgaria Sccunda cp fijrtiificct cx compofitfc fuaru pnrrium predfe primaric figni ficannum.Tcrria cp fit ipotbcricc pro babiKs Jdco non imcrito dubitabit ali quis quo modo ueritas fit infcrcnda uPfiilfitaSipofTibilitas uFimpoflibilifas ncccfTitas uPcoringen tia*€ Pro qu# dico tria fccundum tria qucfita,prio ipotbcriearu ncgariuarum falfitas / ucritaris ctcc«pcrflffirmariaam fibi ' c6tradictorie oppofitS cognofd£' » Eft cnim affirmario prior negatoe. ct gc neralitcr duoru contradictoriorufibi tnuiccm cot radiccnrium.fi unum cft ncrumrrcliquum cft felfu:et coDuerfo ct fi unum cft neceflariu:reliquura c impoffibile.-ct ccontraifi unum eft Co cngens reliquum poffibilc .iTSic di co (p ipotbcricarum aliter ^ autcnricc lignlficdtiumueritasct felfitasct cc, cxfubordfnat6ncad mentalem pfpi ciiT mt tabs ipotbcrica fubordinat" mc f ali ucrc uPfalfe ct ce.crgo cft ucra uP fa!fa ct cc.nam quc funt in uocc uPin fcripto funt carum quc funt i anima paffionu note. ( Dico ergo cp rpotbc ricai-uno ipothericc:fed catbegoricc probabiIi'um.uerita6 et faifitas attedc dacftpencsnamrtm primi tcrmini iucdiarin6primi fcnidum fit«m:fcd fecundum denominatincm iphiriee cnim conringitqpulrimufi terminui fccundum fitum c primus fecunduj probat6cm:ut patct in modalibus dc fcnfu compofitom6 finalitcr fubfc qucnrc; C^Poft omniauoloiucunditaris grari;< tria problcmata ad bndcm trimtaris foluerc ) ■'^n^^l^^^''^^^ QVID \ i^yi^P "crba.dc pretcrito ctdc *■ 14^^^ Ifuturo ampliant pro dua - 'bus difTcrcntiis tcmporit ^Wtt\ iriam folallgnificcnt i<L R^fpfi deo caufa orio^inaljs cft no uoIuntJiria quiaaggregatum cx uerbo principa li cf parricipio futuri remporis uPprc tcriricquiualetfolo uerbo prctcritio uP futuririuo-uerbi grana fecundum bonam gramatica^ comprobata hoG complcxum cft futuru cquiualct htl ic ncrbo crincf cft prcteritum ly fuit i Idcobocucrbu^fuit uPcrit habct im pliritam uim duorum tcmporum.ct etproptcr hocillud coplexu critprc fcns fiiit fiiturus crit pretcritum non habct maiore uim ^ fi folum uerbu; pcrfeponercf:quianuIIum iftoruiH complexoru equiualet uni uerbo fim pliri fcaindum^Gcmunem gramari cam. ^ Et proptcr hoc etiam patct qi fiintcrucrbum ctparridpium aliqd mcdiarctttunc fubicctumn8amp'ia^ refquia ex uerbo et parricipio 116 fit uerumtut dicendo foitcs homo futu rus.ctideononfequitur for^cft futu rus cpifcopus^ergo for«cft cpifcopog futunislTEt fi dkif quarc ucrbum fitunctprcteriritcmporis poriusim plicat prcfcsict pnrtidpiu Tibi propov tionatu q ucrbu^ prefcnris tcmporis quod nuilumtepus implicat nifi prc fens purum itrAd boG dico qj cnufa 6 €p omnc pretcritu implicat prcfcnsTi cnim fuit aliquid ♦ crgo aliquando fu it ita cp cft.Et fi quid crit» ci^o aliqua do crit ita quod cft, Sed uerbu^ dc p femi proptcrfuam fimplicitatc^ nul lum exigit aliud tepus ad f ui cfTc ut patct dc cternitatc dei in qua nihil c prcicritum nihil futurumtfed tantu^ prcfens.irit fi dicas fecudum dicta fcquitqjuerbu crit detcrmiati fcx' X mafculini uF fcmlnini gcncris poft q cquiualet huic complexo cft preteri tum boc uerbum fuit. i[Kd hoc did tur cp concederc illud cofcqucns non circtpeccatu^mortalcnam apudhc brcos funt uerba dcfcrmiata mafcu L*s et determinata mulicrib^ ad loque dumnecrcpugnat genus profcxu: ctgcnus proactonc etpafTionc ucl ncutralitatcin ucrbo,namin partici pio funt hcc duo accidcnria licet mu tcn€ uocabula cum docent fignifica rioncrnilliud quod cft gcnusin uer bo itf Aiiter enim tamen rcfpondc p. turncgandoifram cofequcriam hoc ^rf V Complcxum efr futurum cquiual^hu \ ic ucrbo cft^crgo cft dcterminari fe xus.Iicet cnim equiualcant m tempo tali fignificatonc ctin multis aliis no » tn fimpfir in oibusificut in fcxu* 1.ECVNDVMC PRO bIcma:Proptcr quid ly dif '^fcrtconfundit confufc di ftributiucmobiliterterminu capaccj jlj^' fcqucnte^rectumapartcpofntfSimi litcf cottlpArariuus gradu^Superfati uus ct fiFcs tcrmini,et tn ly icipit ct J! fmitcttcrmini modalesbocp fedut cum tamcifriinfuiscxpofitombusf cludant negatioem P tcrminu^ diftri butiuu ficut illi pdicri fi. Rrio tcrmi nus^quoiid fuppofitoc^ diftriburiua in cxpofita fequif naturam cxpone tis fortioris dum modo duc coditoncs Goncurrant.CPrimoq^terminus cx ponibilis fignificet uehemcntia^prc dicari ad fubicctum in qualibct cxpo ncWte.fccundo q^ fignificct candem diffcrenriam duratonisin qualib^cx poncntc*^Dico ad primum proptci: tcrminos modalef qui no diftribuunt licetincludantncgatonem in altcra cxponcnte:ficutpat5dcIy ncccflTario ct hoc ideo quia tcrmini modales na ri funt totam copofitonem principafr dctcrminarc ct non iiihcrcnti^ prcdi cari ad fubicctum. Dico fccundo p ptcr incipit ct dcfinit quc tcmpora di ucrfa fpccie in cxponeribus includut idco uis iftoru ucrborum no unitur, ([St pcr boc patct quarc cria^ ly diffcrt no diftribuit dc pretcrito ct futuro:ni fi ffuppofitis coteporancis fubiecto\ dEx dicris potcs uidere cp in ifta tantii bomocinmpredicatu ftat diftriburi uc.quiain fecuda cxponetc ncgatiua fortiorLfnibil nocurrit diftribuit" prc dicatu homoucrolnnulla diftribui^* fcd lynohomoqJ no rcmanctin cx dufiua Jn ifta ucro tantu^ homo no currit etiam ly currit ftat diftriburiue yptcr prima^ cxponcntcmXbomo ii currrittquia in fccunda cxponcntc ti diftribui^' aliquis tcrminus qui rcma nct in cxclufiua*f quodlibct no bomo T// -7 Magl. A.7.7a Cumt uhi diftnbuit"' rolu ly nSIiomo qul no cft tcrmiuus cxdufmcf^ fumi tur ad cxprimcdu c6ccptu mcntis du intcllcctus cxdudirtTEx quo patct n6 fuper !y tatii affirmatiuu primior dmis diftribuit ^dicatu non ipiditu^ ct capacc cofufionis r^toc ncgatonis i plicitc:fcd aliquado bocfacit rat6c nc gatSnis cxpHcite primu facit \ cxdufi ua pura aff irmatic primi ordinis:ct (c ciidu i affirmatia negatoc fcquctc no cxcIufionis^tTEt fi dicit' in ifta ta tumbomonocurrit cadutfupraf)di catumduofig;na diftnbutia.sf non diftributicdcbcrctftarc predicatu p fcrticu quodlibetiftom bcrct per fc uim difrribucndi illud.€^ Huicdiaf q? boc h ucni ubi ifta duo figna fc In uic6 110 icludcret»na l dicta cxululiua \y tani no diftribuit nifi roc dc ly non cxplidtu»i6 roc clus no fitipcdimctu5i vl <lEt quts ly tantii hcrct ui diftribucndi illudprcdicatumabfcgdca ncgat5c boc n6 cflct:nifi i cYcIufma pura pri miordis:fcd niic cu bis circiiftariis a bct aliquarn ui:nifi ratoc explicitenc':;^ gat6nis«lf Idem dicas dc i* tantum n ^ bomo non 6bomo:ubi prcdicatum di ftributie ftat f ptcr cam pric cxponc tisJGn uero tantu^aial c ois bomo diftnbuif' hoc f>dicatu^ cns ois h6 fo lii uigorc dictonis cxclufiuc ct ly ho modiftribuit" folii a ly ois:quia fupra ipfii no caduntduofigna diftributia cqucp'' ♦qf aiitTtct diftributlep^ ex p* cxponetc f>iac6te.f aial e ois bomo ubi b6 ftat diftnbutic.non cft aiit Hci tu fminii fupp6crec6fufr icxpon6 tcaliquaqicxpofitacum ualcatar gumcntum ab cxpofita ad quamli bcf cxponcnriurti^cta tcrmlnonon diftnbutoad t^mmudiftributuu^ ua Icrct argumStum dc forma quod eft falfiiJn 1* ucro tantu nullu^aF currit diftribuit utmncp cxtrcmu rat6c nc gatois cxprc(rc:etn5rat6c diftnbuti onis exdufiue:nifi pro ut iplicat iftaj negat6em i pria exponcntc prciacen tc quc diftribuit utrunqa cxtrcmum ratoc uero fccundc cxponentis nulla ui babet cum fit debilior eo q? ibi fit diftnbut6affirmatia tranfiensn6 fu pcr fubicctu cxclufiuc:fed fupcr ci* oppoitumxt fuper fjdicatii cxdufiuc Xdicedo quodhb^ non nullii aF currit fcu quod aliquod aialcumt dan'di j^C6do.diftribut6 uero affirmatianon e ^ foruor negatiacctcrisparibus. ^l^reHP^™^^^^ PROBLE Qli nl I ^ P qr quidam tcrmini in 4i 3pr^Uniobilitat:ita cpill^ dcfci !s '\M^: derc«qda uerp ^fudut mo ' ^bift- n ImobilitadoX Ad bocdico (f i mcntc cac qa intellcc:' aliq modo fuo actu iterdum feitur fuper aliqu5 multitudiem p fc.p*' nullii tamcn ci' idiuiduu5 c6c6rncdo:ficut cii dico nc cefTario ois b6 cutcrdii fcrt n6 folum ' fupra mulritudicm p fc p" :f5 6t i ptc$ illius multitudiscrca qu5 copoit P di uidit:ficut cu5 dicp ois ho currit» aliqs bomo 6 afmus«<rSed i uoce caufa h cx fubordinatone ad iftum actu^ me tal6.quot aute5 funt talcs actus difrin ctc enumerarc cffct difTicilc licetplu rimifintnoriutin fiimularum regu Iis aggrcgauittamen occurrunt in terdum aliquiquos folaexperientia manifefr^it cffc talcsdum uidcmus Magl. A.7.7a ap m comuni funt ucra^t Jcftendfn io funtfelfii-ueibigratia^tantum n6 homo no cft bomo tcncndo pnmum n5 infinitc et fecundum ncgariuc:cft ifta propoit6 uera ct prcdicatum ftat diftnbutiue rdtone negatonis exprcf fc:ur prius dixi;ct tamen ftat difmbu tiuc imobibtenqulano Iicct dcfcedc re.non cnim fequit tantu non bomo n6 eft bomo:Sortes eft bomo.crgo ta tii bomo n efr Sonancecedcns cft uc nim cr cofeques falfu,(p anccdens fit ncrum patct pcr cxponctes n6 bomo n6eftbomo:et quodli^bet nonno bo mo cftbomoJfed quodbl)^ quod c bo mocftbomo:quia due mfinitatoncs unam faciunt finitaronem^ergo tan tumn6boraonon cft homo:ctcp c6 fequens fit falfum cxponcdo patet n homonoeftSonetquodlAct n5non bomo cft fbnct boc cft fiilfuy quia fu um c6rradictorium eft ueruX aliqnid no non bomo n6 eft fonnam plaro no eft for»cr plaro cfr aliquid no n6 bomo quia cft bomo.ergo et ce^tlTc patct qfin c6muni ifta diftribur6cft ucra quc i defcenfu fit falfat^ Similitcr no fcqui^' tantum nobomo noncurrit# forxfr currens.ergo tantuj n6 bomo noncff for.datoqpnibil prctcr bomi ncm currat:ct omes homincs currati ct fonfir bomolT Et fi didt fccundu bocatcrmino ftate imobiliter ad cu clem mobilVualercrargumentumtqsi nb expofita ad qualibet exponetiunj tialct c6fequ6tia fic argucdo tanrum nSbomonocft homo.crgo nobomo no eft bomo* Huic dicitcp a termi Doftanrcimobilitcrad cundoftanti m6b]\itttrtTptm thxTdcffi uTcoron dcm fincathegorcmaticu n6 uafct at gnmentu:fed finc illo uf illis^pot opti mc ualereTequit^cnimncceflarioow bomo 6 ammalcrgo omishomodL sinimal ab cxpo^ta ad cxponctem^c tftme iprima frardifrributicimobift ct fn fccunda mobifr:ct hoc qufa abii dt fy ncccirario i([Et fi didt'' fccun dum hoc oporfct cSctdcrt w duofi gna fimul coniucta fadunt uPbabent uim imobilitandiqnullumper fcba beret:patet de ly tantu ct dc ly non in cxclufiua afignataU HuiGdiclf' con Gcdendo totum:qu!a dictl duotcrmi ni in uoce fic pofitl i tali ordinc fubot dinanf uniactuimentaliimobihtati ti ubi diuifim pofid uP alio otiiut nS fubordinant iIU actuirfcd aften»! mS tcucrocfthoeexbbertatc bomlgpo tenris componere uPdiuinare ad Iibi tn fcrcndo actu fupra multitudine t# tauFinpartes cius^ T^^fcT^^M OPVS QVOD ^ S: ■ *  tcmpore pcf e vjfe -llt ^^^^ acutifnmi luucncs ^mi^ j id optatu fincj pcrucnitJ quo (i qd clectu aut prcftantia digniS cfTedjllud totu;; alriflTimo deo cumn latlflimefribuatisTiquid rudc uclin digcftum imprudcntcr ingcfli iHud mihionerisimponirc:qu5qua5 cthtt mimitati mce no nibil ignofccrc aa pfpcxerim q fi-equens calailatonum poftcriorum utriuf<p pbie ne^ non metbapbificc ac tbe^Iecrio adco uchc mctcr abhoc ;ppofiro diucrtcbattuf dcii tefter ct boics ac ocs uos cdfcfoi hen^uixalifdocnhisteponbs na6t' cflcpomenm.Maluifameti mftantif fimjs prrcibus ueftris aliquid ctiajil laborarum cofcrrc q ucl arrogantic ti morciLlucrtrinc^bjcntia rcprcbcn di^TVeru^ fi quid aduerfus ortbodo xe ccclcfic ifritiita quoq^ mo jpfcripfi llluJ totum rr puto irritum ct inanc 4 tfCum mc facro fanctc ccclcfic corrcc tioni fubicctum effc cofitcar ♦ CKd laudcm cms quc pudiciflimc mu do cdidiftomniiim noftrum faluato rcm ♦ <! Expliciunt dubia cdit^ pcr rcucrcndum magiftrum Paulu Pcr gulcnfcnfcm:qucm illccuius difpofi tioniomnes nos fubiccti fumusfui gratia ct bonitatc optimc ct bcatc rc gcrc ct confcruarc dignctun bitc.'HeofmIioc INCIPIVNT CONSEQVEN TIAB STRODl EOELIClTER, ONSEQVEn na cft illatio coft quetis cxanccde tcfflt qa potcriC aliquod Dfcquts infcrricx ariccde /cdcbitcurindc licitur aliqua Dn» bona ct aliqua rnala quc ualct ct quc non ualcL Confcqucria bona dici tur cuius no potcft cfTc ita ficut adcq tc fignificat' pcr ariccdcs: quin j tuG fititaficutadcquatc figniftcat pfu um c6fcqu6s .cxcplu^ dc ifta:c6fcquc tia tu csbomo.crgo tu cs animal cui* ' '^zir^ potcft cflcitaficut adcquatc fignificatur pcr ariccdcns.f tu fis bomo nifi fucnt ira ficut adcquatc fi gnificat^p fuuprisXq? tu cs animal ^Ef cc6uci fo dicit" 3ria non bona uP n6ualcrc quando ftat fic cffc ficut fi gnificatur adcquatcperantcccdesli cct n6 fit ficut adcquatc fignificaiur p Dris fuuiic dc ifta:tu cs bomo. crgo tu (cdcs cuius ftat fic cflc.ficut adcq tc fignificaf p aris.f q? tu fis bo:!^ non f!tita:ficut adcquatc fignificat p cd fcques/ qj tu fcdes.ftat^n.tc ce boiem l^no fedca^flsTduplcx didt ^riabo^ qucda»n.6 ^ria b5a de formatct qucda de materia tannjU Cofequetia bona dc forma didt' ee f cui* fi fic ce firut adequate fijrnifirat" pcr aris intelligi turrf c ee Ticut arlfqtc fignificat^p f \te\\iqitS\ qs r ife'!'7at t e ee bominca tuc intelhV it fc effe aR ct 16 dicit" 1 fa Ii 3fcqu6tia:)ris ccctfoimalxitcllcctu matcnalis tantum didmr cuiusc^fc qucns non cft dc formali irellcau an tcccdcntis^ fcruaris ramcn condirio nitusrfquifirisad conrcquctiam bo ramurfupradicru fcfjcutcft iftaco fcquctia bomo cft afinus.crgo bacu lus ftat in an^ulo/rar cnim intclligc rc homincm cffc afinum Iiccr non m tcUigas ntc cogircs baculus frari angtiojideo patct cx dicris dcfcriproi bus quod omnif cofcqucnria bona ct formaLs cfr bona cr marcria!is:fcd no cconucrfo*i[Proconfcqucria marcri alifuntducrcj^ulc.prima rcgula cfr: q; cx impoflribili fcquirur quodlibcM« omnis confcqucnria cuius anccdcs cftimpoffibilccfrbonadc marcria* (} Secunda rcgula cfr quod ncccfla rium fcquirur ad quodhbctj. omnis coftqucnfia cuius cofcqucs cft nccef farium cfrbonadcmarcra cxcplum primi:ur bomoe afmus.crgotucur ris^ncep^u fccudirur ru fcdcs.crgo dc' 44TS1C crgo dicebat' in tractatu prc ccdcnri dc iporbcrids cp frar condirio ralt cc ucra cuius tam affs g oiis fiit feffarutfiafinusuolatafinus b^alas ctcc6ucr(b.ftarcodirionaItcei falfam cuuis tam am q iffs t ucrum:ut fi tu rs bomo:c^o fu bomo:ct omis coditto fialis uc^-a e ncc(*ffaria:ct omis mala i tmpoffibilis.CSimiFr dicit^dc quali bct ^ffaqurnucupat' propoit6 rario nalis difcurfus argumctafo ct comu t)ncrd\cif ipropric argumen5^xcm plii ut c dc ifris c6fcqucntiis.tu cs ha rrgo cgo fu bomo:ct ctia ut tu cs afi nus.crgo tu non cs bn.idco dirirur cp Ccut codirionalis nibil poit in cffc : fic iifCaliquiDffact Hco concfdcdo fcquetia no oportcr rocedcre ans P c5 fcqucns cius^SimiPr ncgado Dnam o oportct affs nhvf ncgavc:qa conccde rc Dffam nibil aliud c q affcnrirc q? c6 fcqucns talc infcrat"' cx tnli affrc dcbi teftd ncgarcDffam e djffcnrirc ta !c ^ffs infcratnr dcb^rc ex affrc.Er ruc ft^tifte utrfusllEx falfis ucru:cx uc ris nil nifi ucruljModi aut coes argu cndi cx bocqp aliqua Dna fit bona funt ifri, (TSi a!i(j ^ffa t bona ct formalis cr tius antcccdcs c ucrum^crgo ct c6fcqucs c ucram* ^TSicofcqucns cftfelfum ♦igiturctan tcccdcns ♦ dSi aliqu5do tnt itarficut fignificat" p affccdcwtunc crit ita ficut figmficat ptr^ns, (TSiaVqrandonon critita ficutfigni ficaturpcrc6fcqucs protunc n6crit ita ficut adcquatc fignificatur pcr an rccc^cns* ^Si affs c c6ccdcndum ^ns c ab codcj Cqncedcndum . iSianccdcns cftncgandumjgrtiir tt ant^-cdcns. CSi affccdcs cft poffibilc confcqucs cft poffibilc. Si ci.mpoffibilcigit" ct affctdfa l iBofiibic. affs c ncccflarinm crgo cf Dn« cft rjfccffarium « V SiV^fcqucns cf r conringcns. ergo cf affrcdcns cft conringcns ucl impof fibilc. CSi" antcccdcns cft purc ncgatiuum er<?o ct confcqcns cft purc ncgatl uum« ^[Snrfs tpurcaffimiatiuAg^efans f aliqua pseiiis» ^jans c fanjicrgo ct dSs c fdtw flSi c dubiiT.cfgo ct ads c dubiu uF frirum effc Eilfum. flsTafis e dubitandu.crgo ct dds non h flb_eodcm negandum* CSi ins c n?gadii,*ans no cft ab codcm dubitandum, ^ Si aliqd ancedit ad ans^g*^ illud idc ad ccditad Dns. CSialiquid fcqt" ad ohs illud idcm fcg rur ad ans* €Si aliquid ftat cum antccrgo idc ftat aim ^ntCt fiSi aliquid rcpugnat Diiti illud idcj rc pygnat ftdri. CSiarguaf cx contradiaorio Dnrisad i^mdictorium afirisi* ualct* WSi arj^uat" cx oppoito :>ntis ad altcr^j J^mjYfaru fcqt oppoitu alfcrius pmi^ i H Si ans c ircllcctu a tc.g'' ct ^ns c infcl lecruatc. C^Sialjqua na c bonarg" o"*:)nris non gotftarccum antCf /^S^^^ABTTIS ERGOMO f l^a^^^^^is pfacris fcicdu c cp i if J''^ iftoriififuat'; -tradc5 ilp^A^riu Dnris di miori iferif c6 ^cqu r ria ri ua Vrc.vn feqt ris 3 n6 « (ftC ueru et ar^s c ueru.g'^ :>* ri u^et fic ' ^dc ^lmKTEx ifris rcgRs pus poiris dc ^ ^norifia c*b6c Pmalc poffut rc^ i5 collc y ctr pbari, Suppo .n.qj cc i defcriptoc ^ D^b6r fumafp rr rricipalV fuppofita r^i9-nificata fic fc bcre ur in tractatu pori fumcbaf ([Ef ar' p* rc* ficqa fi n e uerardc^ gratia argumcri cl"* o"* »f ^ aliq^* 6 ct ans c ueru ct n €tcu3nsfit J>pfiipfu cf^tf^ c8fra.fc ' cni aris c ucrum ct Dris P .g^ ita c fil cutadcqfcfigniricat''paris:ctric ita ficutadeqre fignificatur p Dns.g'' p6t cc ira fjcut adeqrc fignificat^ p aris:Ij fifititaficutadeqfefig'p3ris.g^ pd! fcripf6em data dc3** malaipfa n6 U51 € Sccudarc'' cofBs jba^tqa dafo <f 91 fit f^ct ans ftct cu a fif f p6;qa aft ccf 3* fc* q? aris fit ueruret ultra arii 0 ucru ct 3ris f '".g'' ri up* i** f batal c i f batoc p^ rc^ Ljtrifcqt i^d* i b6a ct aris c ucru.g" ct ^ris. N6 tri fc mc ucrbis dc prcf crito cf futuro.vni ri fe* 1* c boa et a crit ueru.igit ct dSs J 3ris i* ^ fiiit f "* .igi^ ct aris/tat .n.q? aris 1* erit ucru.h ^ris nu^ poft boc erir uerur^^r c .f; bri u^ i iftis uet bis dcpferitoP(f fururo^ofiris ifiia coditoi b5 fiiif if a:erit itallVri fe' i* c b6a cf crif ita aris ei* c ueru.crgo tuc erir ira ?m ci* c ucru fuppofita pma*fi^nificar6e fcrmioru et rimu tafa.€^V fc fuif ira q? ^ris 1 ^ilc.C'-^ g ^ tuc fuit ita aris ci' c P* CXerria rc* ^ba^^rqafi ri:deif grana ar^rumc tio^S.cp alh critifarficut fignifica£* p aris.cf p tuc ri erir ita ficut fig' p d* ct fri 1* 3* e boailS^ fuc cotra ex pria pfc fc^ cpfi tuc forarcfur i* fo*" fij^ ficado ut niic fi^^nificat cp ruc n uale retf^ eer m* et feqt'' ruc cet m* figni ficado^cifcutnuc fignificat.g** nu<3 ri c bo* qj c 0*^ p * pf is.ct nlfia 3* p; ex uno pfuppofiro.fq? ois bo* cft nc. ccffaria ct ois ma!a c ipofTibiKiCt^ uat ta rc* fcqt^corelarie p eadem mc* 4 Iftc trimo^ ar<7uediri t^*i* ^ria cboa f rgo qriai(p erit ita ficut adeq tc fig p a* f t* crit ita ficut adcqtc fi^ p / q«ftat cpniihqcHtnmffait hit^tt figiiificarur p aiis ur bictu cf papa ct oisp^a c pfbitcr.g* tu cs prcfbitcr (TQmrarcgEifbatTuppoita figni ficaroc buius uocabuli coccdcndum J.dignu CDccdi:cr ncg^du.L dignu nc garircr dubiradu dignu dubirarirct di frigu6dfM«dignu difrigui cr c6fiPcs,Et cSfifr fupponit"cp nibil dicaf ab atiq'' dignuconccdi:nifi(ciatab codccfle «cru uP fcques ab ahquo i obligatfinc bn admiffo uPcoccffo F oppoito bn nc gan\SimiIi'q;omncncgadu fitfcituj effc (a!fu uPrcpugnas alicui bfi admif fo uPcoccffo.Clfrcfuppocsno poffut probari nifi cx coi mo loqufedi.f batur ^rgo rcgula ifta ficc^a fi ipfa no c uc ra dctur oppoitu.fq? ?m 6 bona ct i coccdcndu cr ^ns ri«ruc fic aur dds e ncganduaurdubitandu uP difrigue dii/incgaduuPquia felfii uPquia rc pugnas fciru cc ralrfi felfu.crgo cr i •falfii p fom rcgula;cr cii ans fir cocc dfcdu.crgoanscfcqucscx aliquo bo Bdmiffo:(5 quodcuqa fir illd' admiffum ^^tiscquc bnfcquif* cxi** crgoparira toc 3ns forcr c6ccdcdu:ficut ans* mior dcclarat^poiro qj^a.fir ans cr,b, ^ns ct fcnadmiffuuPcoccffu fit.ctfic ficx«€4 fifcqf^b.ficuta^crgoftatcctita ficut ttdccfrc fignificat"'p.cl5n6fitita ficut «dcquatc fignificaf pcnb.fit crgo ita tiincarguitTica.ca<L«*ua^/ ct.cfft uefu^ p iporcfim:ga ficut adcqtc fi^ ficat" p ipfu ita c,^ .a.c ucru 3iia tcn^ p prima rcgula^et ultra.a.cae ucru ct ib.felfu:qa no c ficut adcquatc fignifi cat^^p.b.urpofitu cxrgo ab^.ad.b.n5 ualct Dna quodcpppofini primc ptis copuladuc «<] Sexta rcsulii ccrclarie cadc mc* p8f probftri fcu Jcclaran- flConn^a ifta rcgala arguit fic pone do cp omes pp6ncs fdtc a tc effc uerc mancat fic fcitc cr omcs rdtc fc mancar fic fcirc v una horaWVoIo tame ct impono cp (i aliqua fpo cocc dct'' a tc prctcr ifta ru cs ho q? ipfa fta rim fignificcr bominc cc afinu.ira cp fignificcr omes ypo-^s connuc pma foMrnifi ru coccdks ahqua oultuc im pono fi^^nificarc ur pnusCufro pofito f u fas ifta ^nam ce bona tu cs ho.g'* tu cs aP:qaan cafu fduifag^ poftca fu adbud fcis:ct ibi ans e conccdedu^ a rc ut patctrqa cxcipit in cafu ct n:qa fi ffic cu mc fignificarct hoic^ ce afmum feqt cp jpp6 f>cifc fignifican» bommccffeafinuc coccdedaa tcqi e incoucniesif t p boc pat^ Cf aliqua f pofirio e ad qua nullo m6 e rcfpodcn du <!rHuic prio p6t did ncgado cafii qaponitc6dit6alcm impoffibilc.n6.n* ualct ifra c6dir6ali8.fi ifra ^pb ru es aP conccdit a rctrunciplji fignificar bo mine cffc afinudEt tunc code modo dico ad intcllccru dani cp ifra c impof fibilistqa ly nifi in fua expoir6nc inclu dir c6dir6ale pdicra <7Si rame pona^* qu^docucp p ly fi admirrat" cr ncgaf ifra 3na.:>t5s e conccdcndu a mc cr qa cun(p ipfu c6ceda fi^nificat bomincj cffc afinu^fTgo ,ppoirio fignlfiras pri dfchomineeffcafinuc concedcnda Q mc qa no dico cp ifta f it conccdeda qa enr conccffa a mc uP qa coccda ip fa3;:fedquiacdigna conccdi cumfit ucrt non rcpugnans: licet tamcn nfi dcbcam ipfam_c6c^dcrc pp ipoiroem impcdicnre (fScprima rcgula proba turlk q}fi n6ualetdcturp]Voftturi Magl. A.7.7a qj ans fit pofliWc tt l>m ipclTitilrTcl tur ans fe poflriVilccrgo pdt cflfe ficut pipfum adcqtc fignificaif ct cu^dBs fit Ipofribilc no pot fic C6 ficut adequa rcfignificaf pipfu.g*^ fianscftpof fibilcetDnsipoffibilc no ualet ^na^fj fi 3ns fit f poitioquc non i poflibilis ipfum e ipoflribilc.crjo a p** ad ultimu fi ads c poffibilc ct dds n6 non ualct Dna quod c qppoitum primc parris rc J5ulc*<r0ctauarcgula*pcadc mc^ fc^f corcIaricexipfa;tf Notandu tn cp n6 omnc portibilc potcft cHTc ucru aliquod cnim e poiribifc quod n6 ftat fignificando pafc primaric cflc ucru ficut ifra^nulla propolto cfttuF nnlla y poit6 cft uera.rnulla cft ;pp6 cathcgo rica ucl nuHa eft_umucrfalis : ucl nul la c ncgatiua.d SimilVlfta omis f po fitoeft negatiua.Omnisfpofitd efal fa:ct fic dc fmgulis, Vnde ftataliqua propofitocm cffccoringcnrc ad utru libct ct no ftat fignificado ipfa prima ric prccifc cffc faVamtutifta aliqua p pofito eftzabqua propofit6 e falfa ct c6 fimiIe^(Sequit cnimformafr bcc eft ucra^nulla propoitio cft * crgo aliqua propoito eft uera.et ultraxrgo alrqua ypoitio cft:et cx alia partc fequifaTta eftucraqucprccifefignificat cp nul la fpoirio cftcrgonuIIapropofit5efn ct fic fi taPf poito cffet uera^fiCifignifi cando fjdfc fequcrc^ c6tradc6*rcpali qua f poirio c et nulla ^pofitio c/JSiR* fi ifta ;pp6 c falfa.faliqua propofirio c felfartunc aliqua ;ppofit6 effct fel(a:qa cx oppoito 3nris fcqt^oppoltu ariris ct cx alia ptc fcquit ifta cffet (fe quc p cife fignificat cp aliqua f p^it6 i falfa crgo nulla f pofit6 c felfa» t/Vnde pa fcf (f ^liqua :>na c bona Cumi ftns pff cffeucru5 finc3ritcquodprobaf:qa €um ^ns ct ahs fmt j>p6fit6cs diftictc ftat unam cffc ucra aliaexiftentc cor niptauFnon exiftetc ♦^TSimilV c6cc ditur q; infcrius poteft ec fmc fupcri ori/t cconuer fo lic^ non poffit cc qi fupcrtuf fit fine ifcriori ncc fit ^nc bo nc'ans uciii finc Dritcficut in ifta ols f poirio e affirmariua^crgo nulla cnc gariua:uFomis propoitio e uniuevfar, crgoaIiqua;ppoirio none pricularisi patct aris poffe cffe ucrum ct Dris non ut dictum e*ct fi tunc ponat* illa quc 6 ans cffe ucra fignific^^ida prccifc pri marirtimc feqtur q Dna non ual^^qa tuncfequit cp Drifnonrcrgo ^ria n 6 ct pcr :>ris non uaIct«(rNona rc^^ la arguit fic.qa fi :>ris no fit ncccffari um potcrit non cffc ficut p ipfu adc^ tc fignificai^.ponamr ci-go cp ri fit ita ficutadcquatcfignificai?' p Dhsctcji ita fit ficut adequatc fignificat p aris qa aris 6 neceffariu5.er550 ^ria non ua letquod c oppoim prime partis rcgii Ic«DrGmarfguIacorcIaric fequi^* cx ifra quia fi ^ris fit c6rin?:cs poterit non cfcita (icut adcquate fignificaif pcrDris.fitcrgoita graria argumeti ctp aducrfariu aris e ypofirto quc n8 c contingcs nec ipoffibilis fequit q* critncceffaria.crgop priore regula^ D* taPriu5*(IVndcdma rcgula yba^ ficqa in oi 3* formali ^ris c dc formall intcllcau ariri5:fed i nulla purcncgil riua itelligit^affirmaria^qa tuc ri cffct purc ncgaria cx q** cotrarios itcllca* berct.f affirmariuu ct negatiuu.g^ i n* 3* b6a ctformalicuiusaris cpurc negariuu 6 affirmariuu»€ D aode* i Magl. A.7.7a feqwf CorcIariccxi^CNofanducr go <gdc numero ,pp6nu ncgatiuaru • ucda drir pure negatic;ut funt I quc ri icludut affirmatiu^ ahquf^:ut liftahg ri e.Tt^aial ri c ct fic dc fingulis* (1 Qucdadicuf ncgatic iphcatcsmt cxclufiua ncganua ct cxccptia ncga tiua 6x qbypot fcqui affirmatiaXaltc fa cxponctjii fuaru^^TScd c6tra iftaj rcgula arguit^ficdc' c^crgo dcus ^o^ i bona p regulas pnus datsisXqj tx impoffibili fequit' quodl^ ct ncccf fariu fequir"ad quolibct mo tam aris fejm£offibiIc q ems ^ris c ncccffariu^, ^Ttcfecundo pycrrainias pbiis dicit iftas cquipollcrc ncccffe c cc et ri pof fbilc c no cc.crgo ab uno ad alia ual; on% tt ct tri una c affirmatia ct a* iicgatiua.crgo crxcJrc p"* clenchoni didt pbus qj in no feccrc intclligit" fe ccrc:ct facerc eft affirmatiuum ct no feccrc purc negariuu^crgo i puro nc gatiuo intclligit" affirmafiuum cuius oppoitu dicebatMt6fequit"n6 cftita quod nibil e.crgo aliquid 6 tt tamcn 8uis 6 purc ncgatiuu ct ris purc affir inariuu.ergo ct ccpatct :)na;quia op pofitu^riris cpoffibilc cum aritcXqp nibilc ct quod n6 e ira quod nibil fit ^^d primum iftorii diat q? lic^ i * !>na rcneat de matcria n6 tamc tcnct dc forma^nam ficut diccbat prius il fe due regulc n6infcrut ^riam cc for male;licet cx illis infcrri poffitDriam cffe bonam u^conccdcttda,CConfc quctia nanqa formalis dicit^illa cui q litet fimilis j.i qua finguli tcrmini co fimilcs babct rcfpcctus oio adinuiccj dicit" cffc bona dc forma^quia g** con fimi!is:)ria iIIi datcX.de'' nocftg^ dc' i n6 ualct P c n6 bonanit ifta for.no h crgofori^^iai n6e.crgoaial cct fimi IcsJdeo illa n6 fuitformaFnec aliqua talisualetde foiTnatfAd fcciidu di ccdum 6 ut dictu c i prio tractatu,qi Ariftotelcs no uult illas f poes fJpfr c^ ualcre:nifi cu aliquo mcdio affirmati uo. Ex^^ficutno poffibilectc ricur rcrc ct bcc ;ppofit5 tu no curris figni ficas f>dfc prima^b^ifraf corradicfti rio,tu nirrif eigo neccffe c tc currcrc bic arguit" cu mcdio affirmatioX ^ f jpofitocs funf c6tradicroric;uPp5r di ciqj pbusnocapitly no neg^riucfcd tnfinitc.idco notandu cf coittr didt: tuc ly n6 tcncri ncgariuc quado uis i notata pcr ipfu tranfit in ucrbu uP in fota c6pofir6cm fequcttfcd quado ly n6 ftat infmitc negat" folu fubicctu^. uPpsfubiecriurpredicatu uPparspra dicari du5 copula pridpalis n6 ncgcf ct ficly n6n6 diaV ncgatiue tcncrij fcd infinite;ut in ifta n6ho mo currifcP in 1* tu cs vi> homo,<LAd trrtiu dico cp licct ly facerc intenigatur in n6 face rc no tamc fcquit affirmatiua tntclli gi in ncgatina^talitcr eni intcllcaum facercno itelligJt' affirmatief^ncga tic;ct i6talc feccrc n6 c affirmariuuj fcd ncgatiua Ex quo fcquir cp aliqs foluucrumitclltgititclligcdo hoicm clTc afinii ct falfu itclligit itclbgcndo dcu cffc;P hominc cffc aialNuIIus fd itelhgit ucrfi itelligrndo bominc dTc ftfinu affirmatie jncc F? ftdligedo dcu cffeaffirmatic.C Ad quanu dico ip dc forma n6 uar> argumctum. Ft caj dicit^oppoitu ^ritis noccompoffibilc cum aBtc c6ccdo'fcd hocri arjuif cS fcqucnria ce formalcjf^ ar juit ipfam f clTebonStet Rccf oppofim ^nris nSTit copoffibilc cu anrc ficut nil adcquatc Jignificar^pcr oppoini 3ntis finc rcpu gnaria frat irclli^^ cu boc cp ficut adc quate fignificaf pcr ans intclligatur Starenim finc rcpujjnana inrclligc rc nihi! cflc mtelligedo no cffc ira qf nibil c«na fcquit^nihil cfr.crgo nft cfc ira cp aliquid c«ncc cft ira qct nibil cft ficur fequit^ru no cs.crgp ru no cfbo fno nec n6 bomo* ||Tcrriadedma rc gula dcm6rrrat"fic:quia fcquiiT an« ifrius 3nc c fdru^ a tccrgo ficnt illud fignificat pridpalircr fds effc;cr ficut illud prindpalV fignificat fdsillf fi^ ficare:ct ru fcis illud jns fcg cxi^ an ccdenrc»crgo ficur boc pridpalV ft gnificar fcis ipfu fignifi€arc:qa fi non ftaf tu fdas aliqd fcij cx irellecto a te^crquodrunoitclligas iHudquod i ipoffibile:ga ffnrer fdrc ifra Doam ee bona.ru cs bomo. crgo tu cs bau i falfaqa fi ri itcl'igis ^ris nulla potcft Jiffignarieaufaqua intelligas Driam, ergo n6 fds ifra ec bonarn q? c oppofi Tu primc parris rcguletf Cofirmatur et hoc fic:qa facra ribi rali ^ria pori tu inteHigif rcfpectum que babet ^ris ad aris cx quo itelli<^is cr fds ifra ^ria^ ef fe bonarfed intclccrus ifrius rcfpea' prcfupponitintellcctu cxtremoru.qa afr fraret cp intelligcrcs rcfpcctu itcr rc ct chimera Pintcr rc ct no intelligf bilc^crgo ru inrclligis cxrrema quoni unu caris craliud c Dris.crgo tu itelli gi8 ^ris.ergo ficut ^ris prindpadrcr fi gnificat ifc!IigisuF fdsipfii fignifica rc quod crat ^fls priusillaru:er ttic ul rra fas ifta ^riam ec bonam.crgo fcig ^uod odpoteffeuta ficut adcquatc fi gnificat'' p anstnifi fit ita;fiCur aeqtc fignificat pDris:er fds q^cira ficut principart fignificat p ans:ur prius e affumptu.ergo fds cp cfr ira:fiair pri cipafr fignificat pcr 3ris:er qualVcucp Dris prindpaR- fignificar fcis F irelligis ipfu fignificarc utprobam c.ergotu fcis 3® .crgo d"" c fdru a re penulria c5 fcqucria_tcnct>i dcfcripr6e ad defcrl ptum.l- Vel cede forme folet fieri po ncndoqjlycffcrefuppoiram pricipa liter fc habere coformado defcripro^ ypoit6is fcitc ad dcfcriproem propofi t6is ucre uPfalfc^^rQuartadccima re gula fequit cx bac corclaric quc po rcft fic probarir^a fi ^Sa c bona er fci ta a rc effe b6a ct 3ris c ab eode nefd tum:aticedcs c ab codc nefcirum:rcd fi 3ns c dubium ipfu c ab eodc^ ncfd tu.ergo fi ^ris c dubiu ari8.c dubium uPfcitum effe falfum |j Noranter cr go addebat" ad ifram rcgulam fi 3ria fciat effe bona:quia frat ^riaj cffc bo nam cuius aris c fdtu a tc:ct d5s e ti bidubium uFcrcdirum effc ipoffibilc ur poito cp crcdas for. n6 ee:currat tii antc rc ira cp uidcas ipfu:tunc bcc cft boa ^ria.Iftc b6 currit.ergo forxurrit cui' ans c fcituma te et dSs dubium uPcrediru effc impoffibileilScd con tra ifram regula arguit ficPofito p** cp fcias foneffc unii de tribusbomini bus.f Sortc.PIafonc et Cicer^e nefd as ramc qs ifroru fit for.tiicfedo iftaj Driam for.eft.crgo ifte bomo c fonpo fito (p tu fdas mc dcm^ftrarc folum for. per fubicctu 3riris.cr arguit'' fic.i* 3ria c bona cr fcira a te cffc bona:q uia fdsbcnc qjprocodcm ucrificat'' :^ris pro quo ucnficaf ao8 cr pcr nullam k Magl. A.7.7a alia cfim fcis omm ift^ cc bonajXTor* curnfxrgo ifre idc b5 currit:nifi quia fcisdcmoftrarip fubicctu 3ntisfo!u5 idcm pro quo uerificnt' ans»f forTic h in propoito q» p* 3iia fuit (cita a :e cc bona:et aiis e x cafu cofrat ec fcrtu^ a re:et tamccofequcns non eft fdtu^a te«na quocuq? iftoru demonftrato du bitasaniftcfitfor.p cafii JH Sccudo arguit* ficfi fiat ifta 3nal)oc h no fci ru a te.crgo boc c nefcitii a tc«et uolo ra p fubiectu antis q p fubiectii ^ntis demoftrarc jns illiuf Dne quo pofito f ^na fcit' a te eflTc bona cu tu fcias argucdo ab codc ad idc 3na c boa ct ans c fcitu a tc:et 3ns c ncrcitum a tc quod probat:ef queroan 3® fitfcitu a tc an nefcitu.fi fcitii et fcis quod il lud Ggnificat prcafc ct adcquatc boc cc ncfcitu a tc«ergo fcis boc cc ntCd ru a tc*igi€ ons h nefcitum a te:et fcis cp ans fignificat precifc boc ^ns c nc fcitu a te.crgo fcis affs^crgo ads c fci ru a te:ct Dns c nefcitu a te ut prcaflu ptii c.crgo feqt^intetii. Si dicit cp co fcqucs c nefcitiirtuc fic.tu coccdis boc cflc nefcitii a te ct n6 cs obligatus ad illud etbene rcfpondes.crgo fcis ift5 jppocm ct ifta c affs^crgo ai5s e fcitu^ a te ct ^ns nefcitii p datii.crgo ct cc* ifKd primii iftorii argumctorum rc fpondet admitrcdocafu:fed ncgoc6 fcquctia factaXrat cnl plurcs cflV; fon ct tamc fi addat" ly aliquis ifroni triii adansttunc conccdo^nam ct^nsct quando dicit^^ns iftius ^ne no h fatd n tc ncgo.etquadoarguit^ quocunqa iftoni demoftrato dubitas an iftc fit for.qucroquc iftoni dcmonftrasply iftcfiplatone uPciccroncc6ccdoct li feqf cpdubit^isaniftc fitfondemon fn-^dofor.Siperly iftc dcmoftras fo lum foraicgoifta quocuncp iftoni dc moftrato dubitas an iftc fit for jmmo fcio cf ipfc 6 fondii p hnMc^ccrtificcr folufor.dcmonftrari iC Etfiaiguit 9 boc rcpugnat cafuitqa ponitqnig^ fciat dc illis tribus quis fit for tL. Di co cp illud non rcpugnat cafui:qa poir qp nefcia de illis tribus quis c fonet tii fcioqnftecforxum per ly ifte demo ftrctToluforxtnofequit fds q^iftc e fondemonftato for.crgo fcis quis eft for/tat.n. cp fcias f ^r.cc fc ipfu:et ipfii met eflTc forJ^ nefcias quis c for.ficut ftat qj fdas boc cehoc dem6ftrato fa rurno.Iicctnefdas quis planctanifit faturnus.Scire cni quis c for.ct fatur nus nil alid* c q p cert5 ca^ nofccrc t monftrat6c fenfuaFr facta folum p ali quc ct ftd talc qftionc fi cotingcret S rermiarcrcfpodcrctur boc qd'uidcs uPjtudis uFbuiufmodicfor.T faturn' ficut eni concediif a ncfcihtc quis cfr faturnus faturnus cfaturnus.con fiftcoccdit abuno nefcientc quis e for.cp fonc for.F boccfor.diimodocci: , rificct folum for.demonftrari ^ Et fi dicat^c^tra fi n6 ccrnficarct'' tibi qs dcmonftret^non cocedercsqj bic cf fct for.fed cx dem6ftrat6e non fe^t hunc ec for, cum no fcquat'' dcmon ftratofor.perlybocg^ boc cfor.g^ [5 ccrificeris n6babes conccdcrc illami ^ Rcfpondco negando Diiaj et dico fp quiadcmonftras for.no cfttotalii caufa quarc conccdas ifta j poc^ fcd qa fdo for.cc:et tuc fdo ifta j p6nem boc c for.figflificarc f)d* c^hochfo n (fAd fmargumctura c6i uiapotcfc Tcfpon Jrn qH poniW cppct utrHn(p fubiccru dembCtYcf d* ncgo cafurqa ps fp6isnop6t ,ptoto fuppocre cui! c ps ne c pot ipfu dcm6ftrare4lEt fi di cntur fply hoc cuox fi^nificafiua ad p'acitu»^'' p ly hoc poflu dcmoftrarc quicqd placct m hi ncgat ^ria. S5 fcq tur qp per ly hocpoffu dcmoftrarc ^5 placitu quicqd c po fljbilc ipfu fij^nifi carc demoftrando ^C^JScd tunc dici^* f m iftam uia^ cpn6i poflibilc fic par tcm fupponerc jpfuototo cuius ipfa e pars:qa tunc cquc cito intcSij^crct' ps ctfotum etfubicctu et prcdicatu^ quod cfalfinqanaturaft' itcllectus to tiusprefupponititellcctu partis P par tiu.intel!ectus em c6poitus f)fupp6it intellfctu fimpliciu:ct de boc tamc fit ficutC6 potadprefcnsMjaanillud fit iicru no dicrt" in^actatu infolubi Uuw^dko erj^ohic f tcundu iftam uia cp eflet c6cedenda ifta j)p6 que ponc bat" pro arite:et ifta e fdta^Vcrutamc nceo cp at!s illi'' ric fit fatu a mc: lllud ris cu nofirintelligibile ipfu^n c jp6.crgo no efi ^ris.f rgo fcqt" cx f qjtf fit ^:>ritis nihilea^ctficarisri c fatfn^ultis aliis modis fccundu^ diuerfas uias pot ad illud refpondcri; fed qa ifte e fiirfior ad prefens fuffidt tidpropofitudonecuia ueramad t^ lia rcfpondediin tractatu dcjnfolubi b*bus clarius perfcrutc^idQuinfadc cia fic oftcdif^Xit^a^ct 3ris.b.tunc fic ♦b.e negandu.erjj^ouPefdtum cefal fum P repujfnasJi primo modo et fii ttir quod falfum n6 fi^quiif nifi cx fal fo:ef ^ria c bona.cr5^o fcit .a«eflc falfu ervro qua ratone.b.e negandum:fimi iitcr ctOtSiautcAifd^' cffc repugnSa «licui admiffo uP huiufmodi;tunc ctij fdturqj.bxdc inrcllt ctu.a,qa fcit' c5 fcquctia ab«a,ad.b.cfre formalisxrgo ia.6 cidcm repugnans.ergo pari ratio nc negandu.ergo aris e negandum ♦ crgo ri dubitandu quod erat aflump tu5. VFfic et breuiu8.fi ^ris e neg^dii crgo et aris c ncgandum,3ria tenetp fcxtam rcgulam.ergo non eab codi dubifandum.£upd copoitu5 minoris in reguIa.^^Sextadenma regula pro bat fimifr ut fuprarfed 1* Dria non U5 f [C arguendo.talis 3ria c fcita a te eflc bona et aSs e nbi dnbium.ergo 3ris ri e a te negandum:ut depoita tibi hac ;pp5e»papafcdetetadmifra ctnotum c banc^riam fdtam cfle bonam a tt papa fedc^ergo papa fedet:ct aris h ti bidubium cttame ^risc^a tc ncgan dum:quia depoitum^CSed cotra ifta regulamarguit^fic.ponaf cp nullus rcx fcdeat et credat fonfinc hcfitario ncfprexfedeatquem fdat p'ato fi« crcdcre^dubitettamcplatoan rex fc dcat an n6 f jppofito if :o modo argu cndiuPIoquendide fdentia coringc tium q; fdre talc fit finc hefitatoc crc dcrc cu hoc cp ita f it ex partc rei:irti$ fic ftantibus fiat ?ria ifra,Sor.credit ft nc hcfitat6ne cp rex fedet:et ita c qdf rcxfcd^-g for.fcit cprex fcd5.tucifta Driaefcitaaplatonccflcbona utfup ponit" ct aris c fibi dubium ct dubita dumrquia nefdt an fit ueru^ uP felfu ct^fiderat dei'ncc crcdit ifta copu Iariu5 finc hcfitatonc cffe ueram ne<! eriam crcdit effc falfam:ct tamc •frab codcm ncgadij:qa rcpugnat ca fbi.uPponaris tu,in loco platonis ctft ctmdiuSf^lRcfpodco priode pPonc uk ^utirnndo amTtud^Cfcr.rcit rt^t k dere fif a plaronc ncgandurqa dubito an fit fibi poitum^cp nullus rcx fcdeat annon.fin6:dico cpifta noeab eodc ncgadatfcd dubitadaXi ficncgo cp fit a platonc dubitandu:qa dico cp lic^ fit fibi dubiu:c tamfeabcode ncgadu fla repugnatcafui.lTEt fic dico cria^ dc mc qa du ponit' mibi illc cafus nc go (pans illud fitdubitandii a mcco ccdo tame cp c mibi dubium:h concc damillamnullusrcxfcdet qi5cuq3 f ponit qa fcqucsxft eni ps copulatie qucecnfustct \ket coccda mibidubi um du modo fequat" cx cafu non eft ictfnucnics.fi tame arj^uit'' dc fon qd illud ans e ab code dubitandii et ticgandu.ncgo utrunq^i primo ncgo pnmum:qa ncutra pars anccderis cft ribi dubia p ca(um:ct ncgo fecunduj ^a m fufficit ad boc ut aliquod fit nc jrandu quod fit felfum ct imprincns: fcd quod fciat cffc talc quafrcucp tii no fciat a fornllud cffcXfor/cit rcgc^ fcdcrc ctcc.Ef fi qucrat quafr fit rc fpondcndu a for.ad illud ans ct Dr5is.dl cocpcrcdendoncc tame c6c«dcndo ncc negado ncc dubit^doiit patcbit diffufiusm obligaronibusll Dccima fcprirna rcgula dcdarata fuit in dccla rationc fextc P quint4[E x cadcm fcq tur corcIarie.xviiiXxquiTjus cllicituif qj in qu^ly ^na mcdiis no uariatis qn arguit" a primo ad ultimu fi ^ne itcr mcdiefintboncet formaIcs:ct q^co fequcntia ulrimacopofita fitexprio ante ct ultimo onte e bona et forma?» ur cx.a.feqt''.b.ct cx.b. fcqt^cct cx.c^ fe' ♦d.et ex.d.fc* .e.ct cx.c.fc* Ssuc c5 fcqucntiaefimpfr bona ab»a»ad»£ct dicunt"media cStlnuS uf rton uariata cu nihil plus fumit in ai5tc fequentif Diic q fuit 3ns p: eccderis onc. H Con tra iira rcgulim fic arguit coircr: qa captaiftapropocfiliuse fequit fu us patcr c ct cx ifta fequit q? fuus ft hus e*crgo dc primo ad ultimu pcr rc gulam fequit iilius e^rgo fuus filius e quod c falfum flRcfp^dct q^ ifta notcnctirclariuis uniucrfilV nifico rinucremaneatrclatpad idemquaft n6cipropoito.(^cdmanona rcgPa probat" fic.fit,a.at5s ct,b.Dns.ccompof fibibile frans cu.a.tuncfi.cn6 c copof fibilc cu.b.contra.ce c6poffibiPcum.av crgo ftant fimul cffcficut p ambo fi gnificat .ponaif tuc q? ita fit ct argui turficita e ficutadcquatcpcr.a.fig; fic^fct.b.fcquit''cx.a.pipotcfim.crgo ita 6 ficut pcr.b. fignificat adequat c ctlta e fjcut pcr.c fignificat^^adcqu^ tc ut poif um c.crgo.cet.b.funt c6pof fibilia.crgo.cftat cii.b.quod crat ,pba duCEx 1* regula fequit immediatc ;xx* .per cade^ mc* .fcd modus argu cndinon ualet.f ifta Dna e bona^crgo quicquid ftat cu antc ftat cu ^nte^ga de ifto ^ntc uniuerfali fcquif^fua pti cularis/.cp aliquid ftat cum antc cm* oppoltum forte e poffibilc cu^ hoc q(f illa 3na fit bona.ftat cnim q? ans ifn* fit impoffibiIe:ct tunc cu ipfo nihil po tcrit ftare.i.effccopoffibilc uPftatqf non fint pPres propofitoes q ans et 3 <I Scdc6traiftarcgulap6tfic argui fadcndoiftam Driam.b.lignum comi pcba^^.crgo impoffibile e illud cc,hec Dna 6 boiaa ut patct ct cu antc ftat i* cp aliquod aial currit:ct illa ;^p6 n ftat Cii ^dtcjjailti n6 h poffibiPaliquod aP <umt ct impoffibifc e illud cffc. Huic por dici ficut in pxU pccdcnti qp fi rc lan'uuc6nnnc rcfcrat" codcm m6ad ide coccdedu e(trt iUud benc ftarc cp aVquod ai il currit ct impolTibilc cft il lud ciTc demoftrando!jg;nu uP rcfere do lignu corruptu/cd fi uariat^^rclat^ , non oportct tcnerc pcr rcgulamUS^ cotra abqua e uniucrfahs cuius cuiii bctfubicaifuppolto correfpodct ccr ta finjPisru quaru qual^ ftat f po ali quaqucn6ftatcuifra uniucrfalhg'* rc?:Rifa!fa.3natcnct qaillc fingferes fuffidctcr numcrarc funt ans ad ifta uniuerfalediquib^ftaruna ppoquc frat cu uniucrfali.crgo in Doa boa oliquid ftat q3 ailtc quod no ftat cum i>ntc quod e o*" r6guV.ans f bat" ct ca pio iftam y pSfitionc Aliqs b6 e modo iftan6 ftatcu bac uniucrfali quilibct bomo e illc ncc cu iTca nullus bo e illc Cum quaru tame fingularibus 6ibus ftat iftapropoitio ct e copoflibilis ct c iicra, llRefpondct" cp I5 ftct cii omni bus fmguLiribus diuifim n^tame co iuncrim.quod rcqrit" tamcn ad bo€ quod improbarct' rcgPa h iHc fint uc TC aliq<; homo e.cr iftc ho cft illc.fiTniRr aliqs ho e ct ifte bo e illc.fimP tame ca piedo fm^u^arcs bcc e falfa.aliqs h6 c etifrcbocifrcrctiftc h^eillc dcmon ftrando aliuret fimilV didf dc aha uni Uf rf7li.u^p6tdici cp fin;^Iarcs qn fic Capfunr' djuifmnofut fingularcsi* iiniiicr/alistquia continuc uariantur prcdicata prop- cr diucrfa^ rclatoncm fjnVTgefimaprima rcgula fic oftedi funfir-a.ans ct.b»:>t5ls.co"*.^nTis ♦d;op poM anris^tunc fi ab.a'^d4).fit 3* bo na eta«G3d«d«mab fict gratia argu meri qj fit ficut fignificaf ^idcquatc pcr.c*cum boc cp 116 fit ita ficut adcq tc fignificat'' per.d.tunc n6 e ita ficuc adequatcf:gnificat per,d*qnode cS tradiCtoriu.a.p ipotbcfim.crgo ita e fi cut adcquatc fi^nificat'pcr,a*et ex a ptcitacficutadequate fignihcat p vcquod 6 oppoitu.b.crgo n6 e ita ficut adcquatc fignificat^ pcr.b.et cum ira fit ficutadequatcfignificat pcr.a.fc quit'' cp ex.a^nofcquif^.b.qi' e oppoinJ prius afTumpti^C Ite fimilV y bat rc* fcqucs.Cxxii .quc e una dc uuhmis f manifcftaf6nc3naru ct filPorum.<IS5 n6 fequit^ifta Dna e bona.crgo ex ron tradictorio Dnris fcquit" conrradicto riu auris;urcx oppoito c6clufionis cu altcra premifTaru infcrt'' oppoltum al fcrius premifre.f tat cni cum hoc cp 1* Dria fit bona ct 5_pulla pp6 babct c5 tradictoriu.^ed c6tra illam arguit ficcx hoca.feqt hocb.ct.cc c5tradic toriu.b.ct.d.6 contradictorium.a.cx q n6 ualct argucdoab hocc quod e c5 tradictoriu ifrius.b.ad hocd.quod e c5 tradictoriu huius.a.crgo regula falfa DDa tcnet:et ponat^qj.a.fir tu es homo ct.b.i* ♦tp n6 cs afm^ct.ci tu csafin'' ct.d.ifta tu n6 cs bomo.ifto pofiro pat^ totii pretcr ultimam particulam quc fic probat .nam cx.c fcquit''*a.fed.d.6 c5tradictoriu.a.crgo.d.repugnat.c«")na tenct de fc ut patcnct p :)ris ftd.rcpu gnat.cd.no fcquit^^cx.cqnod erat pro bandu.ct pbat^affumptii cp cx.cfc* .a.nam fcquit tu es afin^.crgo tu csd jfm tcnct a tcrtio adiacentc ad fcciin dum adiacesret ultra tu cs.crgo tu c« tu.tcnct 3ria:qa oppofirum iriris repu gnatadtuet ultratucstu,crgo tiic» k i i i \ ifteliomodcmoftmtoto te^t^ abuno couertibili ad aliud:ct ulrra.tu cs bo ergo tu cs bomo.pat^ 3na ab ifcnori adfuumrupiusjdeobencfc^^it tu cs afinus,ergo tu es bolTRcfpondc tur brcuiter cp cxxXequit^dxt qn ar guitur q? d.repugnatxxrgo no fcc[t ad idc::>na negat^.undc uniucrfalitei' didt cp impoffibilc icludes cotradicti onc cuilibet alreri j poni rcpugnat et qualibet infert ficut ex tali for.differt abcntc fcquit^q? baculus ftat in an gulo er eidci rcpugnat ut pater.bani fequit for differt ab ente.g'' for.cft ct idcm for.no e.ct fc^tTorxctfor.non c.ergofor,6FbacuIus ftatin angulo er for.no c tenet 3na.nam prima pars copulariuc ^nris fcquit'' ex prima ptc anris:ut a parte difiuctiuc ad tora dif luncriuatct fccuda fequit" cx fccuda: urab codeadidc.ergororu Dns feqt ex toto ante:et cx toto Diitc fcquit cp baculus frar in angulo arguendo a difiucriua cu cotradictorio primc ptis ad alia parre.ergo a primo ad ultimu fequit^for.differtab enrc.crgo bacu lus frat iii anguloiet Dns tn repugnat anrirqa cius oppoira fequif cx aiirc p ricm mcdia quibus ipfu fequcbat^ Concedant"' crgo talcs clTc pofTl bilc<;*fi tu fcis te ce lapide tu no fcis tc cffc Iapide:et.a.c6rradit.b.ct ccoucrfo ettamcfi.a.c uerum.b.6 ucrum.figni ficando primaric prccifc:ut fit.a.illud ib^e ucrum:cr.b.illud nullu^.b.e ucruj luncarguit^fica.cuerum.crgo fuu^ adcquatum fignificaru c ucru:fed»a« fignificat prccifc cph'c ueru.crgo.b.c ucru.g'* fi*a.c ucrii b c ucru.Et fic c5 ccdir cg fi fum afinus fum bomoict fi fum afimis non fu5 bomo et confi miIcs.<rVigefi'atcrria r* ficonditSi Dnsn6 e^inrcllcaua tccrgo necDna e intellccta a teona t^^quia intellcctus compofiti prefupponit intcllcctu fim plicium c6ponentiu3Ut pnusdiceba tur.Et fi 3na no cinrcllccra a rcergo no fcis q? ifra fir bpna quod c oppoini primc partis» C[ Cof rmat quia fi no inrelI gisc6fcqucs.crgoDns niln*bj fi gnificat.crgo non c tibi f p6;fcd quod n66tibipropofirio non fcisfcquicx jpofirionc inrcllccraa tccr^o ncfds iUud c6fcoucns fcqui ex ifto afitc ircl Iccro a rcjOSrd conrra fiat ifta confc quentia^tu no intelligis.a.ct.a.e* crgo 6 unum nonMntellcctum a rc.fi quera tur quid c,a.fir.a.una brrcra non intcl ligis ficutirci ueritatc c:tunc tu fcii iftam c6fcqucnna5 cffe bonamrquia arguitur a negatia de prcdicaro fmi toadaffiimariuamdc predicato infi nitocum c6ftantia fubiccnct intclli gisansurpatct.nam fi proponat^tibi illud anteccdens tu no intelligis.a.tu conccdcrcs illud benc refpondendo: fcd non intelligis Dns:quia non intd bgis fubiecrum.f.banc littcram.a.ncc predicatumtquia tunc pcr prcdicatu tu intelligercs n6intcllectu a tcoos e :qa folu itclligis id qi irclljgit a tci g" folu irelligisirdlccru g"^ ti irdligis n inrel!ccru a tc ; CHuic refpondct c6iter q? ego intelligo n6 intellecf li a mc:et q^aliquid fignificat qd* nullus i f Ctligit uP nihil fignificat ct fimilia.Sj taliafuntabfurdanu!larat6nc cogc f c concedere.Idco refpondeo alitcr c5 ccdcndo cofequctiam factam:fcd cuj ponit c^.^t(xt littcra non mtclli^lbilis Magl. A.7.7a iiegoc^rum«n3di(!o«p oninislittfra cum firrcprcfcnrariua fuiract cintcl ligiliTis ut diccbaf in primo tractatu prcfcntisopcnstuolotamcqp non fit fignificariua uP fir no mtclligibilis f ftliarcafcipfauFfibi fimilificurncc lirtcrcfunrxtrunc cjrodico (pinrclli go :>6s pnoris 3nc ct fubiccnj:ut la di ctum 6 ct criam prcdicati5:ga pcr prc dicatum dico cp no intclligo no inrcllc ctum a me:fcd inrclligo inrcllccru^ a mcncgariacuPpriuaric quod fumo pro codcm ut diccbann dcmQftrario nc undedmc rcguIdCT Vigcfima qr ta ct ulrima rcgula fbatur ficfit»a«ut prius ans ct.bx^fcques : tunc fit.cop poTtum.Kqp ftcpot frarc cii^a.pona^' i «flTccr babcrur q? tam.a4-c«funt ucm «tcum ab.a»ad»b.ualct cofequetia feg tur cp.b.c ucru:(rr.cc ucrum pcr prius poirum^rgo duocorradicroria inuicc contradiccnria funr ftmul ucra quod t impoflibilc ncc inrcllccrus accipir:(5 licct nunqcontradictorium 3nris c6 lequcnrie bonc frctcuantcnS ramc «portctfp fcmpcroppoitum cofcque tis rcpugnct anri^mulrc enim jpofiri cncs non ftanr fimul nccrcpugnanr tit ifrc.ru non cs albus et nibil e i* fut rcpugnaria cx quoru uno formalV fc quuf conrradiaorium alrcriusnir tu lcdcs ct tu ftas nunqua ramcn rcpu gnSrduc ncganucpurc ftat.g^ duo conucrntilia rcpugnarctut tantu pa Tcr het ranrum parcr c.na cx uno fc quffoppoirumalrcrius^namfi tim^ parcr emon tanni patcr c ut patct.nS li tantu^ parcr feparcr cfncr fi parcr c lilius uP filia e*cr fi filius uP filra c.g*' ntiuda patrc Ctcrgo nd tantu pater e nito I irtib fopbif ticc p6t conccdi cadcm propoito fibimct rcpugncr.ficut feqtf ex ipfa.fcquirur oppofitum fui ipfiu» ut cx ifta tanrum patcr 6.fcquit fuu oppoitum non tanru^ parcr c.crgo fl bi rcpugnar.necopoitcrrcpugnari^ duo oppoira difricra pro cxrrcmis cxi ^crcilifficircni^dcuno dumodo ad idcm fucrir diucrfi rcfpccrus:ficur rc fpccru ciufdcm unum c pcrcuries ct percufrum uP rcpugnarc fiW ipfi pot dici rcfpccru ad rcpugnares propoiro ncs adca^fcqucnrcfMCoccdit' ergoi cafuqjcx.aJcquir.bxrni cotradicro ^ rium»b.cducrtir'' cu.a4 LIAS REGVLAS GE ncralcsponir Arifrotclcs ir fcrudo pcrycrminias .f ab Jr^aflTirmariua df prcdicaro i [eqiiit" ncgaria dc predicaro fi tiirocr conucrfocu cofranria fubiec rifimiR' ab affirmariu^ dc predicaro priuaro fcquic' affirmarla dc predicdi to infiniro:fed no cc6ucrfo.Scd cx af firmatiua dc prcdicato finito fcquit Ticgariua dc predicato infiniro cr cco ucrfo cu cofranria fubiccri quc fic tc ncnt pcr boc principiu.fdc quolib^ di drur alrcrum conrradicroriorum ic< pVxorumtet dc nullo ambo eoru^ fi muUiEt probat'' prima rcgulaet fe qucnsurfinofcquit bocc non^.er go n 6.a.frcr ruc oppoIfu.f cp hoc c n8 ia.crramcn hocc.a.cr ficduo c6rradi croria incopVxa prcdicaret dc ly hoc quod^ c conrra primum prinapium, i[hcm fi non u^ raPcofequeria hoc n €.a.cr hocealiquid.ergo boc cnon.a^ frabir igit^^oppofiru ^^ririscuantc.f^d? boc caliquid quod ncc e,a.ncc noni^^ k i iii K4 ctTicdclylioc diccret nuHum rftra dictoriomincoplexorum quodci con tra primum principiu.i, Itcm fccun darcgulaprobat^cx dcfcriptonc tcr mmipnuatiuKutcccu ctalcqJ no b uldcns:fcd fuitaotu natu naturaFr ui dcrc:Vf t no poflit ncc poterir natura Iitcr uiHcrc.fic cr^o fcqt^^bocccecu uPiniufrum.crgohoc no h uidcns uf non mfram.fcd n6fequit' hoc cnon iufrumdemonftrando afmiluFnon uidcnsdcmonftrando lapidcm.crgo boc^c iniuftum uF illud c cccu.ct hoc cft quod dicit philofophus in prcdica mcnrif f qp priuariuc oppoita difFcrut a cotradictonc opponcnris:quia priua tiuum licctfigni^icct habitum fui po fitiui:nc^ariuc tamcn c6notat apritu dincm ad lprum.idco dicit cp oppolta priuatmc h^hcntfj^rl circaidc^fub iccfumfpccicflTerria rcgula proba turquia fi no fequit hoc cff luftum^ crjjrohoccnon iuftum,dct crj^o op pofitum.fhoc 6 iufrum ct hoc e non fuftum^ct fic duo contradictoria inco plcxa prcdicabunt de ly hocct p con fcquensdccodem quod ccontrapri mum princfpiu.C Contra illasregu las pofrcrobiiciprimonanqi probat illud nocflTc primum pnncipium.fdc quoh didt alterii. et ce/taf eni utr5 qjiftani^cflTefalfam.tu cs currcns:''t f u cs no currcns:poito cp tu n6 fis.fic ut cria fnlfum c q> tu fis homo aut no bomc^SimilV falfum 6 qj hoc inftans quod c prcfens fuit accidcs uF non ac cidcns ct cp ipfum crit fubftantia uel non fubftantia.^^tc^ficut ifti tcrmi ni homo ct non bomo funt contradic Cforia ic5p!cxa,fic ifri tcrminibomics ct non bominfts ct manifeftu e ip ali qua funt quc nccfut hommes ncc n bomincs:uthomoct afmuset buiuf modiJftc cttcrminus bomo ct afm contradidtincoplcxc buicno bomo ct afinus ct nutlus ifrorum didtut de te£lfia cnim cft falfa.fu cs bomo ctafinusilSimiliter ifra tu cs non ho mo ct afinu9(fiic5 capto uno corporc cums una racdictas fit fume alba:ct aha fummc nigra. arguit fic boc al bu>ctbocnigrufunt tow dcm6ftrJ do iftas duas medictatcs m ftritc.g alfaum ct nigru funt boc totu.crgo al bu5 ct nSalbu funt boc totu.tcnct c5 fcqucntiaJquiaiftc tcrminus n6 albii cfupcrioradly nigrum:ct ultracon ucrtcndo fimpPr fcquit q^hoctotum calbum ct n6album,ct albu ctnoal bum funt c5tradictoria inc6p!cxa.cij go dc codcm predican^' duo cotradi ctoria ic6pIcxaelEt fimifr p6t argui c* tra illud dicm dc priuariuc oppoiris j bando qp idcm aial fit rat6alc ct irra nonalc corrupribilc ct incorrupribilc diuifibilcctindiuifibilc ct figno aial homincm.tunc aiam cms figno quc fit^«ct cius corpus uF matcnam quc fit.b.tunca«ct.b,funt boc an!ma!:quia totu cfucpartcs:et.a.eidiuifibi!c fiuc icorruptibilc ctrarionalc ct.b.e diuifi bilc corrupn^bilc ct irrarionalccrgo rji tionalc ct irranonalc corrupnTjilcct i corrupribilc diuifibilc ct indiuifibilc funt hoc animal.crgopcrconucrfi . onc fcquit conclufio prcpofita. i} 1 tc fi priuatiuc oppoita ronnotarcnt ha bi^udinem ad habini fuuj.cl-go talcs cfTct falfe.deuf cft incorrupribiTis.celii cft incorrupribilcpunctttf cft indiwifi Early European Books, Copyright © 201 1 ProQuest LLC. Images reproduced by courtesy of the Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Magl. A.7.7a r bilis ct cofiniiVsfiTtc pofito cp tmm tur oculi for.turic ferxcccus:ct tamc n5captu8 natus aduidcndutqa nul lo modo p5t uidcrc uF fi c aprus talis aptitudo cfTct frufrra quonia ad fins n5 poTct dcduci.^L Itc fcquif prima caufi c infmiti uigoris.crgo cft fmiti uigoristquia infiniru quodlib^ finitu^ includitergo iftc tcrminus ifmitu n5 babct fcmp nc?at5cm fui habitus.C finiti ct opponitTibi pnuariue.cr?;o p us dicni falfii L cx ^b^ apparct rcgFas dicras improban. Ad primii iftoru p5t uno m5 dici coccdcndo cp fi non fii.fum non currcns.et non {cqtego fumrficut n5 fcquit' fum morruus^cr jo cgo fu fic cx iBa fu n5 currcns no fcqufif mccfTcIftaaute rcfponfione ut 6 dctcrminatu alibi no rcputo cfTe c5ucnicnrcm»^Idcodicir iHud af fumptu ficdcbctinrclligi i quolibct tcrminofimpIidfingEiris numcri fi gnificatc uF fupponetc pro 'aliq^ qX i p5f ucrc prcdicari cu ucrbo dc prc fcntiunu c5tradictorionj ic5pl6xoru5 ct dc nullo tcrmino prcdicanc'' ambo fimul diuifim.pcr que ItcIIcctum pat^ rcfponfioad primu argumetum.qa pofito cp no fimrtuc tcrmin' cgo n5 fupponit y abquo qf fitio no fcq^' altcni contradj'ctorioru5 affirmari dc ifto.SimilVad fccudu pot dici uno mo coccdedo cp ifti fmt n5 bomincsrct tf5 n5 fcqt^.g'* iftoru e n5 horl^ fcqui tur c/ 1 nc^atiuis n5 tn ti; argumcn tu a p!\i ad fingularc:ficut n fcqt' ifn ricurrut.^^ n^ifroru airrirnifi qs po neret diffeietia itcr falcs ifti ri currut etriifricurrut.l AIVp6tdid (p rc"*! tclligitdccotradictoriis icoplcxis fm gularis numcn uPdidt q falcs pBri« numcrin5dicunf c5tradictoria ino3 pIcxarEt fimift dicit ad argumeni fc ques cp illi tcrmini c5poIn n5 dicunf* ^tradicroria ic5plexa:qa non funt tcr minifimplicc8:ncc tcrmini quorum unus fit dctcrminario altcrius^uPcri^ p5t c5ccdii*dccopuIato cxtrcmo cl tunc ncgatur / crgo tu cs non bo morquia licct tcneat talis 3ria affirma riuc a toto copulato ad cius fimplice^ tcrminum: no tamcn a toto copulato ncgatic*€ Ad fcques d^ ncgari qi mcdietatcsfintiftJ' totuctnega^ cp totu c fuc ptcs.c5ccdo tri cp dc intc tionc phi prio pby ficoru fuerat cp to*" co^onit cx fuis pnbus» tcnedo tamo aha uia p6t ncgari cp gcncralitcr a to tocopulatoad tcrminu fimpliccm uj argumcntum.Iicct quando^icncat gratia matcric P i^mmoiu. CTuc ad obiccta depriuariuis dico conccdedo omncsifras propoitoncs cffc falfasfi lym tcncf priuaticXi tri tcneat^ncga riuc j rirficut 6 c5is modus rridcdi c5 ccdedoiftas.ct bocmo c5itcr dicitut ci qucl^ medictas c inequalis fuo toti ct hoc c dc itct6e pbi ut fatis P5.S5 qn ponif (p cxtrahant'' ocmH foxAico cp fori aptus natus ad uidcdii n6 qj ipfc poffit uidcrc:fcd (p ipfe e h5 cui natu raPr inc uidcrc^Etcudicit^qjtaPapti tudocef fruftra:quia n6 duccrc^* ad actu.ncgat'' ^ria ficut n5 fcqt .1 ^lapii n6 dcrccnditg** no c fibi naturalc q* dcfccdat.uPiIIc ignis n6 c6burit dcmo frrddo ignemquieftin cocauoorbi* lunc.crgo naturalitas fibi coburcndi cft fruftra dc ifto tamcn^tractarc nS ptinet ad propoCtu<rP6t ita brcuitcr ^rcrpoderiqp natiiraPr fortic uiderei^a uidcrc ineft hominia tota fpccicxapi turtiiuiderc noproacm tatu uiden difed'pro uifiuo:ga ibi uifiuu n6 capi rur actuah* pro uidente^quia uidcs ct cccu non funt priuatiue oppofitatqa animal dormies non c uidcs ne^cc cum fed uifiuum ctccai^Z Ad aliud dc infinito dico cp no opponirpriuati uc ad ly finitu nifi pcr addictonem cx cIufionis:uti!luddicit" uijroris infini ti quod e tanti ♦ uigoris quocuq? fin! rodemoftrato ct non fo'u tanri uigo ris fcd maioris^PofTet tamc probabiR- fldiungiregulis f)pofitis.f regula quc dicit ab aftii matia dc predicato infmi to cp tcnct m terminis relariuis : ficut funt ifti tcrmmi no bo et no aP:et no - / tcnetin rcbriuis cgpan^ utcoccdedu ^ ncg^du iniuffu iuftii et ct tenet fo"* cu predicaru ponit" poft uerbu prind palcctnoaparteariad uerbuxaptc fubiecn» Vri no fequi^ tu bomo no es ct tu cs»crgo tu cs no bomo Capituu dc fpedalibus regulis. VIDENDVN ^^fm^ ■ e dc fpabbus rcgulis co ] M Pccrnctibus babitudincm X^terminorum ad inuiccmi CJPro quo fciendum e cp quibufcun q3 duobus tf rminis demcnftratis:uF funt fibi iiwicc perrinentes uF impti ncntcs.^riir)pcrrinetes furt quorum tinus dc alio indifFcrenter p6t affirma ri uP negari fuppoito no corrupto:ut ly album et ly bcmo. (TScd pertincn tcs funt duplices uFquia funt difpc rari ita nullus dc al tcro pot ucrc af firmariue prcdicari:utbomo ctafin^ Vf funt pcrtinetcs fcquela ita 5 f p6 intjua ponit unus c iHariua f pofirio nis f qua ponit alter.Et ilia e duplex nP cx una infcrt alia ct cooucrfo Ffic ct no cc6ucrfo»Et utracp pars diuidit" quc uP mutuo fc ifenint refpectu cu iufa5(pucrbicttcmporis fcruata c6 j^^ruitatc itellcctus uP folu mcdiantc liocuerboc*Siprimom6 formalV fic dicut tcrmini c6ucrribiles fimp&.Si fccudom^formafretiftoru^ quilitct cxigit obliquum altcrius i diffinitotic altcrius.ci fic dicuntur tcrmini rebri ui ut patcr ct filius et fimiliter cx a* pte«Si cx uno tcrmino ifcraf altca' ct no ccontra (blu cu boc ucrbo c.fic tcr minis a quo n6 c5uerritTubfiftcdi didtur prior: alter poftenor* Sicut ly duocftpoftenoradly unum:etficut ly bomo ad ly non bomo*Scquit" cnij duobominesfunt hiccrgo unus ho mo c hic:ct no cc6uerfo(|imiFr fi h5 e bicnon homo c hic ct non eccnucrfo Si cnim homo e hic par^ hominis cft bicSi tame cx uno termio formafr 1 fcrturaftor.ctri cc6ucrforcfpccrucu iufcunq? uerbi tam a parte fubiecri q a partc prcdicati i reao tcrmmus ifc rcns dicit ifcnor ct illanuus diat" fu penor dc qmbus daf ifta reg^ula .Ab iferion ad fuum fupius finc aliq dc6c babcntc uim ncgat6nis ncc confun dcndi prepof" ita quc fimdat' fup mul ta dicta Porpbiiri ct AriftotcFfalicct dc quocunq? dicit ifenor ut fpeacs de codem diarur fupenonutj^enus. iTltc^ philofopbus i predicameris di at:'qri alterum de altcro pdicatur:ut de fubiectoj\deinferiori quicquid dc illoquod predicat diat^^ct dc ifto qi' fubucit" quod intcHigit dc dirccta p s Magl. A.7.7a dicatonc ♦(TTitcm ConhrmSi^' rcgula p ratocm fic ritaXupcrius cnb^infcri usrtunc ficanteccdens alicuiusDnc ubi no c dicto habcs uim confundcdt ucrificat' pro ahquo fuppoko ipfius •b.cum idcm fit fuppoirum^.fequif pari ratonc q? Dns rationc fupporiti.af clfct ctiam ucrum ct fupcr bac regEi fundat fiIIogifmus:qui uccaf cxpo (itoriuscuius prcmifFc fut mcrcfim plices cum quibus babct omnis indif finita F parncularfs rcfolui.ut boc cur rit;ctboccbomo.crgo bomo currit: 6t ficut in tcrtia ita ct in prima figu ra:utboc6Currens:ct bomoc bocer go bomo 6 currens:et ficut i prima et in fccunda:ct boc c quod didtpbilofo pbus fcciido prioru cp mcdio exifttn tc boc aIiquid.i.pronominc dcmoftra tiuo ncccffc c cxtrcma c6iungi.i.c6fti tucrccocIufionc^Et nota qjfimifr cft fiUogifmus refolutori^ncgatiuus ut boc non currit ctlioc c bomo^crgo bo rao nocurnt.tIit notandii qj in om ni tali fillogifmo oportet cp folumodo illud quod demonftrat" in maiori dc monftrct'' in minorixt {iciCtt modus fillogizandi tcnct ab infcriori ad fuii fupcrius finc negat6nc ct finc tcrmi no cofudcte.S^ iftc mod'' ncganuus tcnet p ifta rcguM ab inferiori ad fu um fuperius cu negatoc pofrpolta in fcriori ct fupcriori cu debita coftaria fupcrioris dc inferiori.SimiFr rrnct cii quacunq? dictonc bntc ui cofundedi poftpofita^Et iicitdictio babcns uim cofundcndiuF ncgatonisquccum p ponitur dicrionifacitcius fuppofirio ncm 'mutarc cuius fut figna diftribu riua;ct dilTcrt aliud ct non ide q ficut Compar^iriuufigradustfupcrlatiuus i cipit dcfinit dictoncs cxclufiuc cxcep tiue modales ctomnes termini offid abiIcs:cuiufmodi funtfcire dubitarc uelle promittcreapparcrc nota codiri onalis etctteie dictones fignificates actus mctalcsuF officium mctis quo quo modomutct" fuppofito tcrmmi Quid fit fuppofito uF quid fit tcrmj num c6fundcrc dicet i tractu feque ri:ct ficut dictum c cu negat6nc ppo fita tei-minoifcrion non ua'ct ut fic argucndo.tu non cs fonet for.c ali qiiis bomo.crgo tu non es aliquis ho moJicut notu cft onn ab ifcriori ad fu U5 fupcriui cu diftribut5e fupcrioris et infcnoris pcedentis Vndc no fcqtf Omms bomo curnnomnis bomo cft animalcrgo omnc animalcurntn5 fcquit quilibctfilius ifnus animaF« afinusdcm6ftrandoafinum:etboc o aliquod anlmal crgo quilib^ filius ah cuius ^nimalis c afinus trSimiliter n fcqt^^qucl^fingularis iftius uniucrfaP iucra.i^ caliquaanmcrfaEg" quclib^ fin-^Faris alicui' uniucrfaF c ucra.SiR: nfe* tuesc6pofituscx oibus pribus tui:ct tu es aliquis b6.g*' tu es c6poit' cx oibus ptibus alicuius bois.qn tn dl ftnbuto ri cad/t fup terminu fupiorc^ ct ifcriorc ftat om^ cc bona:ut arguo do ab ifcnori ad fuu fupi Vptc pdicfi ri diftnbur6e iucta fo*" fubiecto.ut oif b6 e alb^g" ois bo c cpIorat^,6c aF cut ritg^^caFmouet^^iFcaptc fubiecn dcoe diftnburois addita pdicato ut bS u!d5 6c albu g" aF uidet 6e albii ct qa uis c6fufionis imporrata p dict6nem cxclufiua'? cuiufmniTunt ifti tcrmini tinJ folu^dumtaxat prcdfc no cadit fupra tcrmfnfi ImcJiatu:rciJ rticdiarii. 10 6 ab infeiiori ad fuu fupius a parrc fubiecri dictone cxclufiua addira fub iVcris tcnct -y&izut tmni ho currit.j^ tatum aialcurrit: 'cd a partc prcdica rinoua!ct*undcnofcquit' tantu^ bo currit.rrgo tantu homomoucr^fimi hternoualctDiiaarguedo ab infcrio ♦11 ad f uii fupius cu dictoc babcntc ui ncgatoisGidcntisfupra fupius ctifc rius^JVnnfe* tudifFcrsabafinoct ols afinus c aial.crgo tu diifers ab aia li:fcd fi ly difTcrtpoftponat' fupcriori ct infcriori.benc non ualct 3na*undc benc fequir' ab afino differstet ois afi nus e animalg*^ ab animali tu difFers (CtcofimiRrdebcteedeabud etnoide Iftaenim jp pofirio tu diflfcrs abafmo fi^^nificat cp tu cs et afinus e:ct <p tu n6 es afinus:et ifta tu diffcrs ab homi ne fignificat qp tu cs ct bo fcct tu n es bomo;ct ifta fal/a:ct fici* cft uera ab bomic diffcrs:et falfa tu difTers ab Jbominc.ctfimiB'nofcquit refpectu poiriui uFcoparatiuLundc n6fequiif tu cs ita fapicns ficut iftc homo^ct i*^ i aliquis homo^crgo tu cs ita f^ipicm frcutaIiquisbomonecc6parat5c prc £cdcnte:ut tu cs fortior mufca:ct mu fca c aliquod aial.crgo tu cs fortior ali anima!i:ncc fequit" poflibilc eboc cffe nigru5 ct hoc e album^ crgo pof fibile 6 albu5 cffc nigrunljlvF fic con nngitiftubominccffc animaletifrc bomo Dbomoxrgo cotingithomine^ rflTcanimaLnecfeqrtu fcis boc air rcre:ct boc e for.ergo tu fcis for.currc re*ncc fcquit* dubiro an bomocurrit ergo dubito an aPcumt.p^ ps pat^ qa poito ut;p pori (p foriCurrat au tc fj tu credas (p ftrTif^pro Fa ptc popitur cp tu frffts afinu currerc ct ncfdas ta an homocurrar/imiH-nofcquit uob pcrcuterc ifiu et iftc c prcfbitcr.erj^o uo!o pcrcurcrc prcfbireru.nec feqt^^ mitto tibi ucnire ad^.ct fonuenict ad ;a.ergo promitto tibi ucnire quo ucni ct for.ncc fcquit" appar^hoc cp fit bo mocrhoce afinus»crgo apparct qf bomofitafinus.ncc fcquit" uolotibi tradcrc bocet boc e argcntu.crgo uo loribitradcrc argetu.ncc fequiturfi boc curritrho currit ct ho cft zlcrgo f i aP currit bo curnMns cni e ucru^ dc monfirado fonct ^ris e c6dit6aP quc no ualenrrgo ifta Dna e ipoflfibilis^ncc fequif tu fuiTribocrthoc ealbu.ers^o tu fuifri album^ncc fcquk'' tu uidebis irtu5:*tifrc6papa*crgotu uidcbispa pav^rima.n.probat" pono q> nunc pri mo fis alb' ct cotinue an fuifri nigcn f a et ^batur poito cp nuq uTdebis pa pam cum hoc quod iftc qm' cft papa priucturfuadignitarr:ft pqfrqua n5 critpapauidcbisipfu^Klotandum q> fpcdes refpcctufuigenerfsdicitur i fcriorpcrfc:fcddcui uoris nihil did tur fuperius ad tcrminum fingularo quia tunc ipfc cffet fupra alium cum • comparariuum prefupponatfuu; po finuurn^imilVnecaliquistcmin* di cit^ifcriorpropric adgcnus gcncra lifTimuPad tcrminos trafccdetes cu lufmodi funt cns res ucrum ef ccqa fcqucrctur cp fupra tafcs tcrminos cf fcnt alii pcr ratoncm prcdictam capi tur tamcn ly inferius quandoqi ip ni cquc c6muni:et \y fupenuspron6t3 difcrcto:ut quandoq^ lymclius pro minus malo ctly pdus pro rainui z Magl. A.7.7a bono ct 1y libcntlus pro minus irtuitc ficut dicimus cp fondat hbcnrius dccc marchas 5 uelit icarccran:tuc ly libc tiusfumic' pro min^ inutc:fcd ifcri' p accns co jnofcit' p talc rcgEi5.uniS qiiodcp fe hi5s pappocm pofiriua^ rc fpcctu altcrius eifcrius co p accidcs utlyhomoalbusrcfpcctuJ lyhomo Et dicit appoc pofitiua pp adiccriua diftrahcntia ct pp adicctiua ampbatl ua:ficut ly potcns prctcritu futurum. mortuu:corruptu:ampIiabi[c ct fiRa. Idco ho mortuus n e inferior ad ly h5 quis ly hoalbusjit ifcrius ad ly h5 ct fic de alji8.(r S", cotra ia dca arguit fic ct p'' corra defcript6e5 tcrmmoru im ptinetiuJ.fi ili t^mini fut iptinctcs q rii umis dc alrcro pot idiffcretcr affir mariuFncgari.igit cu Iyh5 poflit in differeter affirmari ct ncgari dc ^no minc demoftratc tc Faiicbriftu fegt {piffctermin* hocfic demoftranuus noprincrethuictcrminohoons e fal fum:qacfubordinatusfibi utfupiuf ct ifcrilffRcfpodeo qp p hoc qd* didt idiffereterintelHgit'' uicifli.i*^ talisp dicatounius termini de alio una uicc fit ucra:fic qj ftat poftca effc falfaxor rupto tamc principali fuppoito fubic cri ncc facta impofiroc noua quaR* no ftat ifium tcrminu ho predicari i ly ho dcmoftrado ut prius^ V Itc contra aliud quod dicebat iftof tcrminos ho ctafinus eflfe difpcratos fic cp nullus dc alio ucrc pot prcdicari.contra ftat lyafinus ctly animal couertantur* crgo ftat ly afiaus equc bn prcdicat dc ly ho ficut ly animaltfHuic dicitur c6ccdcndo coclufionc no tamc manS te fua pnmaria fignificatSc ficut itcl ligcbat inregula.([ Arguit tSmcn cotra illud cp unus tcrminus qui prc dfc fignificat ficut ly h6 uerc prcdica rurdclynfinuscthoc cxfuafignifi catoncprimana^crgo cquaMyhomo predicat" dc ly afinustct fic ifta cft uc ra.afjnus e homoona p.itcret ans pro batunqa ifta prcdicato e ucra afinus 6 hominis ubi tamcn ly hominis fi^ ficathominefolumodo: ficutctia^ip fum fignificat fy homo ct cefl-Itc5 fi iTri forcnt rermini difperaMhomo ct afinus a multo fortiori ho ct n homo* fed non homouercprcdicat^^de lyho crgo ly homo de ly afinusoha tcn^a? probat.quia lyrifibile predicat i fy homo:et omne quod e ly rifibilc e n5 homo:quia omis terminus e n homo* crgo ly no horrto predicat' dc ly ho.cS f cqucnria tenet i difamis:et a* e ucriS, crgo ct ^ns quod crat probandu^rlte cum dicit bomo e animal uel tu intel ligisperly animalfolum hommcmf alia aninia!ia.fi folu^ homincm.crgo non plura animalia fignificat tibi prc dicaru q fubiectu et per .ins non e fii petiusad ipfum fubicctuXi intelligis aliaanimalia utafinum hominem cC cc.tunc arguit" fic in ifta propoitonc ly homo fignific^t homincm ct ly ef fc fi2:nificatur per cfi ct prcdicatu^ f i gnificatafinum cx quorum compofl tionc priraaric f ignificantium : ficuc ifta propoitio homo cft animalcrgo ifia propofiriofignificathominem cf fc afinum et per confequcns prcdi catur cquc uercly afinus dcly ho Ci cut ly aial ct cc-tl ^tcm confirmatur: quia ly homo fignificatomne hoiem et ly aial omnc aial cx quoru compo firSne folu fiznificat i* jppo.crgo figni ficatoem bomipc; elfeoe aF quod eft falfumil^ Ite et cotradic* debet oppo fito mo fignificaretf^ cuiufcucp difiun ctiuc 6 una copulatia fibi oppoitm ut p^mprioritractatu.crgo fiunu con tradictorioru cf uobus fcnfibus figni ficabit difiuctic»alrcru fignificabit c6 tradictoriisfenfibuscopulatiue. Scd ifta bo c afinuf fignificat cp bomo cft afinus uPqpbomo c aEcrgo fuum op pofitumXnibilqJeb^ cafinusrfi^ ficabit nibil qi e bo eft afinusret ni hil quod 6 bomo c aial q uod c (alfum pro fccuda parte.lLCofirmat'' p boc qa quicqd affirmat' in uno contradic rioru ncj^at^i reliq'' :f5 i i* b6 c afinu» flffirmat^bominceircaFrqai* fcquif* ed iftaLg*' ifuooppofito nibilquod c b6eafinu8ncgat"boicm ecaP.g'' c ftlfalTAd primii iftoru rno nc^^ando p* ans.etdico cp afinus c bois fi gnificct prcdfe idc qf ly ban tn eodc m6:qa ly b6 fignificat rectc boie^ ct ly bois obliqucWF alV didt q? I5 fignifi cetidc qi \y b6:n6 m ^dfc ga taPgcni tiuus fignificat boie^ fignihrSdo fb, lu pofrcflfionc bois uP poffcflrorc,tj AU ter p6t dicl ncgSdo aiis primu:ct ad f bat6em ncgaf' cp ly bo prediccf :f5 ly cns bois uF poffcffio bois^vAd aliud f 6ccdo qi b6 et n b6 fut termini difpa ti et coccditcp n6 b6 uerc f>dice€' S \y b6:negat tn Dna fi ifcrf' qj b6 e n6 b6 qa I5 coceda cp n6 b6 uerc affirmaif dc ly bo no tn c6cedo cp !y non b6 uere p dicet dcIybaSimiPrl^conccd^ lyafi nus^aliqd c6ucrn5^:hcgat" tfiqjly afinus fttyaliqdcouertunt^qa tunc fi fioualcrc ^na i* tu c« aliqdxrgo tu csafinustgaprcdicafa^cqycrtunt ct cctcra funt pariaC Dico crgo (f bcc om non ual5.aliqd et ly afmus coucr tunt ct ly aliqd c predicatu i antc ct ly afmus in ontc ergo prcdicatu antis coucrtif aiprcdicato 3ntis:qa ibi ar guit' cx purisparticularib5.undc cu5 mcdiu fit tcrmmus cois nil plus fcqt formalitatc fiBogifticc cp fic aliquid c afinus et aligd c bomo. crgo bomo h afinuf CAdTcrnu conccdo qjp ly aP ibi hocanimalintelligut multaaia liaqucnofunt homincsmcc afinict ncgat^^nacucocludiif q^ifta fignifi catmibi adcquatcqjh6c afinus:qa oportct ad hoc q? ^na fit bona cp !y aP nofolum fignificctafinumfcd;pil!o fupponat uFcapiaif folumodo in ifta propofitonrficut in ifta propofinonc forx albus:ubi ly album fignificatal bcdinc/ tn for.calbus non fignificac forxffc albcdine:fed fubftari^ cu folu fupponat pro fubftatia:fjc dico in pro poito (pl^IyaPfignificet 6eaial capi tur tamc fo um jp boic ;p quo ucrc hic tcrmin^aial fuppiM'6i* c ucra:f5 hoc tn^diffufi'uideb;f itractatu fcqucti. un p5 6t fo!ut6 ad Dhrmatoc^ argume ti.P p6t et fophifrice c6ctdi <p i^" h6 c aP fignificat hoie^ ec afinu:f5 tn ncgatic Pdifiucric ct ri affirmaric Paf fticiCt fic % cx i' bo 6 aP ri fe i* h6 fc^m^.- ct ficrifc ipfteeCilfahocaF<E^Ld^rtu ncgaf' 3* .p^ qa cxi'' aotcfolu fcqt q; fi unu c6tradictorioru folu dif"^ fi gnificat duos fcnf ^;ita cp ri copiilarie: tuc fignificabit fuu oppofitum oppo firis fcnfibus copuIatiue:f5 mocfo ifta bacafin^^rifolu fignificat iftosduos fcf^dif qi hi e afmusuP qJ bomo Magl. A.7.7a c animalif^ et copuktlc.io fignificaWt fua o"Mifiuriue.r.cp nullusbo cafm'' uFcpnuIlusb5caP,undcp5 cius ucri tas qp ols fpo fi^nificans duobus fen fibus cqucp'' folu difiucriuc ucrifica tur ad altcrius ucrificat5ncm,et ois f poito fignificas duos fcnfus copu!ari uefalfificaffi aliqs illorumc falfus: 6l 10 il!a 6 falfa h5 fc afmus qa copulati ucfignificat cpb5c afin'' ct cp homo eaialquoru fcnfuu^unuscrit uerus alfer faIfu8,oIs propoito fignificas du os fcnfus copulatiuc fignificat coj^ difiuctiue:fcd no ccouerfo (J^Scd ad cofirmatoncm arguracri pot dici cp li cet fcquat" tu cs afinus^crgo tu es aF no oportct cp ifta tu cs aF affirmct' in ifta ru cs afinus,quia ipfa no e in ipfa. I; ^ns fir ad ifram.ficut ncc ifta bacu lusftari nang ulo includit inilla bo 6 afinu^clpot dici aPr cp I5 in ifta^n^ bo c afinus negctur cp tu cs aialnon oportctipfam ccfalfam:quia I^negc tur difiuctiuc n5 tamc copulatiu e ct fic no prorcdunt argumcta fectaflltc contra illud quod diccbaif fupius ali quos tcrmlos cc princtcs difpcratos ct aliquos fcquela cotra boc arguit": ga ifrius diuifionis mcbra coincidunt crgo diuifio ifufTidcs.^pbat ans nam ifritermini futdifpcrati bomo etafi nu«;:ur lam oftefum c et tame cx uno tcrmino infcrt" altcr ut5 in ifta bomo fcg"* afin^e*ct ecouerfo.nuc dicit'' cp n6 dicunt" princres fcquela folu^cx bocqjfcinferantmutuocu^boc ucr bo c:fcd oportct cp formaPr fc infcrat qiua ^uis bii fcq t'' bo c.g'^ ^finus c et c ^'^ .notn foi-maPr fcqt" nifi nccccf fariii fcqf ad quodlj dcboc td uaflTc ro:nifi f m coem opinionclogicorum, (TVel p5r dici ad boc cp termini fint pcrrincrcs fcqucla rc* cp cxboc uno formaPr fequat^alrcr aptc fubiccri cu boc ucrbo c de adiaccnre:fcd n5 i fic cu ifris icrminis bo cr afinusOto corrailludqf dicit cp ilh* terminifut fimpPr couertibiIcs:ga mutuo ct cc,c5 tra arguic'' prio dc ui uocistqa nullus tcrminus difcurrit:fed raP illario c di fcurfu ficerc.crgo nullus rcrminusi ferr aliu.VIrc ly cx dcnotat cam prin cipafV m^terialc.g'' p iIIa|)pocm argu itur cx aiirc ad 3ns uF cx inferiori ad fuum fup\us:er fiFr dcnorat'' ans cfTc marcria Dnris uF infcriorcjerminuin refpecru Dnris fupioris^v^Irc ly bomo ct ly cbi"* muruo fc ifcrur a pre fubiec ti cr pdicari refpecru cuiufcuq? uerbi crno ccouerfo^crgo iftc terminus a q n couertit" om erit fupenor;fcd taP tcrmmus c ly bomo.ergo i^terminus boefuperiorad iftu^terminu cbimc ra ct n6 ccouerfo.ails fbat inducriuc ^a fcqiiit' cbimera fuit c uP crit P pot ce.ergo b6 fuit c uF erir uP p6r cfTe.fi mifr a prc prcdicari:ut fi aliquid c P fu it uPcrit uFp6t ec cbimera aliquid c f fuit uFerit uFp5t efTc bomo ct n6 cc5 tra.fimiliter cum tabbus uerbis uidct currit ct ce . (J Ad primu iftoru de ui uocis coccdo Diis tamen fic dcbct in tclligi cp per coccptum ancedctif uFta lis termini deuenimus ad c^ccptu") ta lis Dnris et cc5uei fo cii quibufcuncg c6frruitur rnP terminus:et e^** «ct f m iTtu itcllectu n6fcedit argumcntumi uerutamen cc6munis modusai-gu cndi uF loqucndi quilibct. cnim fcit quod de ui uoc;is eft &Ifu8 illc fcnfu& (pifrc tcrmin^hoinfcratly aialutilis tamc 6pp fealiMtc iformadifut cni5 aliquado fiilft utilia ut fabulcct hui'' modi pp noriria^ ucroru quc folct c6 munitcr p ca perdpi*<r Ad tcrriii nc J?at"<p ly ref ^cctu cuiufcuq? ucr bi ifcrat ppocs dc ly ho^didt cni cp n fcq^^chi' opiat FitcIligitV hoitclli git'^ nec fcquif loquor d* chi'^ *cr go lo quordchomineXiErcu multisaliis ct fic no procedit argumctu.^T Cotra tn illud quod diccbat dc priori arguit qa fi 116 ho cflct prior ad iftfi tcrminu Y16 ct un'' ncgatiuus et alius alfirma riuus.fcqf' ncgatoncm ec priorcaffir mat6c3ris ccotra philofophup poftc irioru cr p^ pyerminiast) SilV probaf* yaf lonc cife falfu qa naturaR- c por ha bitus priu3t6c:f3affirmanochitus rc (pcctu neeatpis.ergo ftfFirmato c por iicgatoc.CRcrpodet ut dicit Arifto iclcs 1 pnris qp aliq dicunf priora tcm porciut illud quod c atiqus^ctalud c prius natura ut e fFicics cfrectu.ct fiG fubftantia c por acddcntc:qa tale ac ddcs depcdet a fubftaria cu fmc ca fi pot efcct aliud prius ordinc ut ptcs to to\ htrcrc fyllabis:et aliqd bonorc ut uirtuofior minuf uirtuofo/^ dc nullo ifforu modoru prioritatisIoqt^Arifto telcs 1 ,ppofito.Ponit,n Ariftotcles ali «m modu prioritatif diftinau abbis .f illu a quo no c^ucrrit" fubfiftcdi * qfallegabat^iCrgodc affirmat6nc ct nc jar6nc p6t Intclligi dc propofitoni bus 1 pr/oritatc naturahtaris m6 ficut dictii c^t fic ri f ccdit ultimu argumc f u factu <] Qct th rcgFa ab ifcriori ad fuu fupius n6 15 gcneraft' jphu^ quia n6 fcquit'' iftc i magiftcr dc Parifius -> c b6 dc Parilil^Anfi rcquit' iftc cft albus monacusxrgo cff albm b5 CNecfcqt forxdris platonie.crgo forxhopPonis,4i Nccfcqt for.c ap parcs afin'.crgo c aliquaFafinU N cC fcqf 1/ terminus cbi* c.g'' aliqd chi Ncc fcqt fii csbouidcs fong ^ tu cs ho fonljNcc fcqt'' tu cs bonui cy tbarcdus.crgo tu csbonus bomo. ^ TSlccfejt h5 currit demoftrando Ibr. album.ergo albu currit»(f Ncc fc quit fu ho uidcs ufqi Romaxrgo fu aial ufcp Roma.<i Ncc fequit ali* a ucro cfeRn cu c6fradiaoriu cffm.g* aligd h falfum cuj c6tradictoriu c f Pm Ncc fequit h6 p6t currcrc ct bo€ C5 aliud a currentcxrgo aliud a curre tcp6tcurrcrc demonftradoply boG tcfcdctcm ct fif aliquod currcs.par5 cni aris cc ucru ct oris falfuyqa nullu aliud a currentc p6tairrcrc uf ' pafct pfmgularia qafcq^ hocaliuda cur rctep6t currcrc:fed hoccuPp6t cfTc currcs.crgo hoc aliud ab hoc p6t cur fcrc d^m6rtrado fc ipfu qd* c falfum , ^ Itcdicebaif (pn6ualet argumctu Hb ifcriori ad fuum fuperius negat6c prepofita:fcd jbat cpficqabcncfcq tur fu n6 cs homo.ci^o tu n6 cs aial ct tri nc" ppoit" infcriori ct fupcriori ct fcqf binari^c crgo' null* numc rus c ct tri arguiV ibi cu ncgatoc ppo fita.g" r* tlk qa fi aliqd fit binariuf iHf 6 numcrus ct non cc6ucrfoi fimiR- rc fpectu Guiufcucp ucrbi.SimiR- quicqd fignificat ly binarius fignificat ly nu merusictaliqua pIura.crgoIy numc rus c fuperior ad iftii terminu bina rius cp fri ifta fit bona .pbat" qa fi n5;ffctci*^o"*3ririscuaritcct arguic Early European Books, Copyright © 201 1 ProQuest LLC. Images reproduced by courtesy of the Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Magl. A.7.7a fictu^nuerusc.g^ i cbmari^Frcnia rius Fqtf rnnrius cr fic dc finguhs cuqa daro fc^ cp bmnrius c:qa cumfcu 9 numeri maioris c nucrus binarius psilTfc dicebnt' tp ab ifcriori ad fuii fupius ncgatie pofrpoita 3"* crat boa ethgc cu corfaria fupToris de ifcriori^ 6. S^cotra boc ar' ficru'" ualcret ifra o"" ho no c et ois bo c aP.g^ aF no cft 2)^ f^qa dem^frrat^p ly anx^non du gcnitus Padda nuccdfuptus^ Ite tuc ri ualcrct 1* f ho a currit.crgo af n6 currit:et fi fic ftet o"*3ntis cu antc et ar^ te ficoc aP curnt:er b6 ri currin ho n5 6 aP qj e ipoffibile tuc 3* t^ i b:irocbo.tLlt6 ualeret bcc 3* boc aial n 6 dcm6frrado lapide; er boc i aliqd, j ftliqd aP ri c.et ^fiPr pbat" «p i^bo e ct qf f b6rie.boc aP c:ctbocaFrie.etr6 fin^jlia idcfo'' dem6ftr5dop fubiectu C EtfilVformalVfc* rialiquidFricns c accris.^'' ri fubfr^ria ri eacddcns gafifisfor* Uvuri fegt* ri aPricurnr, ri bo ri currit:et ca f :ga o "*3rins rc pugnarariti.fq^qjf^ribo currittettri alijd ri aP no curi it:ga q icucp fit illf fignet^^et^ffuderit fuppoltum ifrius termini h b5:et cu qf'5 tale curnt pa tebit ipfil currere :et arguit" ab iferio riad fuu fup^us 1 1* / cu negatoc prc polta fine mc" .g** / qi^^ I5.?llr6 cu^ me*' ui* f!c arguedo ri ualerc ifra con lcqucria iTru boiem ri ee aP adequatc fij^nificat'' p.a.ppoem cStmgetcm ad urrulibrrct iftc ho h ali^s bag"* aliqu6 bdlem ri effc aP adequate fignificaf p.a;j)p5em corighcad utrul5.aDs eni e ueru poncdo q?.a.fit 1* Aftc b6 ri e aP et cris c r* ^qa tuc cu bomine ri eflTc aF fif ipoffiWcergo ficut ipoffibilc e cfTe fij^ificat*'^ ppoem corij^ctc^d utru Iibct qf 6 ipoffib le.feu icoiienicns p defcript6em c6tingcti's data in tracra tu precedeti.(rAd primu iftorum ar j^umetorudicocpu^argumetuj q" fdcndue q^multoties l^unus termi nusfitpfefupioradaliu n6 o^tame €p cu aliquo addifo fit f jpior ad ipfuj cu ccdcm addito et boc e multotiens pp equocat6em taP rermini r6nc c6i% cooccpi^ illius cu tali uel tali iungit rcrrrtinorutlybonusaliud notatcum lungit" buic f ibiecto feber et alif cii lunf^it" ad ly b6.CEt ad ifta primam Driam iico cp e fallacia equocat5nis de ifto termmo de qa i ante c5norat gra duat6em facta i tnli loco et i ^rirc con notatnanuitatefacra itali Ioco:^a I5 ps extremi.f predicari ariris fit 'iferiot ad pte f)drati Drins:n6 o^triuttotum f>dicatu aririsfir iferius ad rotum prc dicaru iririf C Et fRr dicit de a* d ibi facta^CSifir de 5* qj grus pPonis i aritc cix addit" buic dc5i dris c5notat poflfef fionc.in ^ritc uero pofleflrore.uri dcno tat" i antc q? plato poflridet" . i Df5tc uc ro qj poflTidct^C^ CofiPr dicit dc qrta ep I5 jftc terminus appares fl t inferf ad lyaliqlisnS o'> triq? lyapparesafinus fit mferius ad ly aliqf afmus:qa ly ap parens e terminus ampliariuus rcfpc ctu fcquetiu^ficut ly appvut aliqs p5t apparcre cbi"* quis n* cbi* fit ncr ctiaJ appareat^^TS^ad qnta p5t ^babilitct nc^ari aris et cocedi f :qa ex oppoito Dritis feqt oppoitu aritisija fi nibil cbi mcra e n' rcs^^bi"* efr.g^ n^ tcrminut cb* 6.ergo necifteterminusquoai (p dcmonftratocbi' cft.pottri ncgari 3Q8 dicedocj tsiPtetmin^difactu» / tcrmiims addirus alicui dcoi cdgm ftipp5is materiaP fubfequctis iftu tct minu difcrcfu:qlc fif n e i' mmtr' aliqd ncc aliqs termin^ coisl Ad alif argumctii dicit cp 3ns n c IrcIIigibilc illud qS ponit" f ^ntc c kogruu.ct rc* itclligit" falua cogruitatc^P pot di ci ut prius ^icct cp ho uidcs fit mfcriot ad ly b5:n tii boc addito b6 uidcns bo mincr fori([Ad alia^na^dicni ei pri dpio.CAd alia dico cp ficut argufcdo a fingParibus ad tcrmios fupiorcs p acciis cuiufmodi c ly albii ct ly nigru ct cofiPcs iftis debuit argm cu coftatia fupions dc ifcriori ct tcncbit fillo' *ut dictu c. ^Ad alia i^na^diccdu c ficut ad %<I Ad alia dico cp dubirada c fi.cni ly cuius rcfcrat i antc ad totu^ fubicctu t5 p rcgula ct ans cft F" fi tti rcfcrat folii ad ptc fubiccti.f ucrii n6 U5 o"" nrc ar^ p rcgPa^ pp dmcrfita tc rPonisiCAd alia ncgatf 3* ncc filFus fcqa taP idcfinita dc uerbo aplialio cu dc6 ^fudcs cii fuo itcrmiabilif^ccdit d^rcfolui p dcmoftratia ipfius ucrbi ut n6 fcqt boc crit ucru;ct boc c alil a ucro^g'' almd a ucro crit ucru:f5 dc m6ftratia dcbcrct capi cu ucrbo i fu turoutboccritucrurct bocc aliud a ucro.crgo aliJ' a ucro cnt ucru:ct tiic mior c ipofTibiPficut i* tu cris diffcrcs ab homlcxt fic poffct argui rcctc boc pot currcrc ct boc p6t cc aliJ a curre tc^crgoaliud acurretc potcurrcrcct minor c ipoffibilis^qa figniTicat cp hoc q f 6 P p5r currcrc p6t cflc aliud ab co qf 6 P pot cc currcs.undc n5 fcquitur bocoalifacurrctccrgopot ccalii a currctc:qa ^ns fignificat q? hoc p6t cc fi\i a currctc qJ p5t ccjCEt tM ad ar gumetadcductacSfva alia rcgularc rp6dco p'' ad p"* folu tj gratia matc ric i* rcgPa ab ifcriori ad fuii fupius negatoc poftpoita. t Ad ^5 ^»^»^, cp quis n poffit cc ficut fignificat p a nifi fit ita ficut fignifirat" p ^ns.th di co cp I* / n c formaP;qa fuffidt ad hoc cpnfirformaPcp fit iiPis modusnotc ncns rK'2tr^utdo i aliis tcrminis ut in CcrnanoirAd ahi dicit cp n rccrc ar guit a|a no capit coftatia fu^ioris dc eodc^infenonqf fubiiacbat^i maio ri.un pot apparcrc cf ly for.no c tcrmi nus fmgPariscofiPrargucndo dc fon ^ Ad aliud c6fiPr dico cf no u5 i for ma I^dcmateria tcncatuPucrius di cz€ cp fimpPr fi 05 nifi cu c6ftatia:fcd tiic c5ccdedu cct pofTibilccc (p nibfl q* 6 b6 e aP.ct fi dicaif cp i"" c ncccfli ria h6 c aP:qa c dc ptlo m6 diccdi p fc ct i* h6 c rifibiPdc io mo diccdi pcr (c utuuItA^.priopofrcrioru d^dici qi nuult pbusficcciHas ncceffanas qn ftct ipfas cfTc faTas:f5 itcllcxit pppocs ncccffariasqucqnaiqiformaf pma ricfignificadofut ucre fupponedo y rebus quc n fiit f p6cs ncc ps u^ prcs ip dico pp talcs aliq" fpo fcaliq f p6 for mat ctfiPes ,(rAdaIiuduno m6 p6t dici q? idcbite fumit mcdiu:oa d^ i mi nori capi y mcdio qJ fubiidcbat^^tota litcr i maiori ut argucdo fic hoc aP n fcethocaialcaliqa aP.g'^ aliq^aPn i tuc mmor e ipoffibiP ct f m6 p6t pro babiPr ncgari cp b6 aPn eft.l^ coccdaf* q> b6 boc aial n cft.f^b c fortc diccrci ^fc' b^hocaialncftctbocaFcftdi qi aialcrgo h6 aliq* aial n6 e^CHuic dicit cp lifcqf f3 bjTfeqt .ergo ho aT cux cft Q ided e ,CP6t in ut cxiftuno Magl. A.7.7a \ «idi'rndcri ad tfc% dubitSdo cfl t&i tct mini bo aP fumat a ptc fubiccti umi ly hf fit ps fubiccn Fpdicati poin a pte fub iccti.fi f 0*^ c6ccdcdc fut.fi p** mo ncgan ilc fut;ct tuc n bn fiiit coftatia fubiccri fiucmcdii^CAdali^ncgaf cp formarr fcqt ncc et fc* materialV.o"* cnim ^nris ftat ai antc.f fp 6c n fubft^tia fit acade^ ct tn nullu n cns e acchs.Et dicif' cp ifta dcducta p fiPcm diucrfificat^^t^a hic sirguif" pncgatof^f mini trafccdctis q fmin' fic nc^^^at^^dc tf e f>d/cabil!i!Ii tn t"mini ifiniri bn fut dc aliqb^ f)dicabilci g'' ct cc.lTAd alict n U5 3* :qa rermini 1 fcriorcs 1 ant c ct Dt!rc fumuf marcrialV fiair n fc' ly ho e fpei fpaiiflrima.g* ly aP c fpcs fpaliflTima^ct fifr n fcqt^tu cunk e jp^ finguIari8.er9:o h6 currit c f p6 fin j[ulari«ivEx dcfcriptoibus daris fupius fcquut" aliqiic rc^ qru p* e i* « fupiori «d f m ifcri' fmc aliquo termio hnt c ui c6fiidcndin u'^ argumcntu. ficut n fcg fur aliqd* aP cafinus.tu cs aliquod aial ^ tu cs afinus^fcruda regfe cp arguMo ai fupion ad fuu ifcrius diftributic affir mariucnomargumctutnifi cu dcbifo tnt^ uRfupiorisdcifcrioritun no fcqt. 6c ala! currit.g' ols h5 curritrf^ bn U5 cu dcbirome^ ,ut6eaiaIcurrit.ois homo e ftial.crj^o ois ho curritfcd bn U5 ^na a fu piori ad fuu i^crius ncjj^atic negatonc p pofifa fupiori ct ifcriori finc mr diaSifr it 115 ^ria a fup^ori ad fuu ifcri'' affirma riue ru droib^ hnribus iiJ negaf6nis prc pof^tis ra ifcriori qf«'p)ori:utfut diffcrt aliudctnoidecu c6Panria fupiom dc iff riorilTOrra orimu poff^ obitccrc cp ifta ">* u% tu cs aml.crj^o tu cs h6.ct tn ar rif a fupiori ad fuu i^crius.crgo et ce* I ti fcn€ a«l ixTgo hi kghtif ff * «lal c.evgo tantfi uni3 aial c uPpIuia aia Iia fut.fi prio arguit' cxpofitorie fic ho€ e ct hoc c 6c aial.ergo 6c aPc.Si deif (m fignct'' oia aiatia.ct arguiif fichoc aial e et hoc^ct fic de fingB8.crgo 6c aial 6.tuc ultra 6c aPexrgo ois h6 e,3ria p5 p mcdi umitrifccu necclfariu^fqjoishoe aial* etultra oishoe^crgo h66.crgodc pria ad ultimu fcqt p .xviii.rcgula aial e^g'' b6 c i€. Ite jbat 1* om aial fccrgo ho h na p antiqufi rcgulai neccfTariis n5 rc fcrtcnunriareparticParitcr P ulVi* e nc ccffaria aial 6.crgo no rcfcrt diccre aP e ct 6c aial e/i crgo aP c feq^* cp 6c aial 64 cttucarguif' co m^quoprius^lT Itcm arguit" c6tra f am rcgula.na fcqf 66 aP currit.crgo omis ho currit:qa fi n6 fcqr pono afis ct dcpono ^ris ct fcqf cp aliqt h6 n5 c aial cf p modii arguedi fupiorc^ tu nr nullus h5 e aialrct tuc m codc caf a fiat hcc Dria oc aial currirxrgo ois afin* currir.quc fi n5ua!ct:rtct oppofitu^ c6 fcquetis cu at5tc: ct fcquit" ut prius ql , 6c aial currittct nullus afinus curri fOEc filt arguit dc quacu(p fpcdc aialiu co dcm m5;quia fupponat^gratia arjrnme ri cu fmt finitc fpccies aialiu cp fo!u fmt uigiti fpcs animaliu:dc quaru qlibct fiat ^na uf prius:ctruncuItiaona critbona arguc ndo a fiipiori ct ce.ut diccbaf qS t cotra rcgula uPftabuf ifta fimulf cp 6c anm il currir:ct tn ncc aliquis h5 currit nccaliqhomo currir:ncc bos currinct ficdcaliisqJe impoffibilc ctc5tra mo duarj^uediphi p** phificorum cometo# ♦xvii^ubi ponir f a^e modii arguedi cbtrik Parmenide cf MelliffuX fi aliquid e unuf ip^um 6 fubrtatia uPacddes.fi fubfrafia hcc fubftatia ho uPcquus et fic dc nhi^Sx accideitergo quale uP quatum.fi Xii Magl. A.7.7a ouc^crsrohecalbeaoufnigrcdo et fic &uf aliudtabu:etper^m fiaF cur nt homo currit urbos currit F afin cur ri(;et fic de alu&,ergo oppoitu 3nns non potfiarecaafjxcquod crat admiflu3.er romalcC Etc6traillud quoddiccbat tcncrc a fupenori ad fuu infcnus ncga tiuefincmedioarguifjia nd fequitur ammal n cur ritxrgo bomo n6 curnr^aa ans e ucru ct on^ falfu cafu poflibili poli ro.f/pafiiiusn6curritct oishomo cur ntltitem nofcquit nuMdiffcrcns ab cntc cxrgo nullu differcs a fubftatia uP flb boie 6 cu fit ans ucru ct :>n8 falfu.qi hl)Ct cni differcs ab hoie c quia ahquod e diffcrcsab boic:ut afinus ctnibil cft diffcrcs ab bole qn illud fitigit'' ct ccxt tamcnotu c cp ifre tciminus fubftana F bo c infcrior uP falte n6 tam c6i5 ficut ly ensfi Itc cotra illud quod diccbat tcnc ri a fupci lori ad fuu mfcrius cu ifns tcr minis differt aliud ct n6 idc cu c6ftantia fupions dc infcriori c6tra fitf arguit .qa nofcquit hgnudiffen ab aiali:ctomis bo c aialcrgo tignii diffcrt ab bomic:aa d"jniris ftatcuanrcXcpIignudiffcn ab aJali quod tamc no differt ab bomic q* jbat ficlignu c ct aial quod no diffcrt ab boie c:ct lignu no c aial quod diffeit ab homlexrgo Iignii diffcrtabLaiali q* nodiffertabbomicctcc^i Itctucfcq tur ru cs ahud q,b,ct 6c quod C5,b.ct ali ud 9.a.e.b,ergo tu cs aliud q.b.ct abud q ^.ct fic fiarct ifta c6clufio (p tu ci.b.uKa. ct tamc tu cs aliud q.b.et aliud q[.a4qa e ipoffibilc ct pria Dna ^)bat ^a iff c tcrmi nuK c6plcxus.b.ct ahud q.a,6 tcrminus fimpTr iferior ad.b.pofito q> unfi.aXit 6c ,adifrictu a»b»et nnum»bXit omnc.b.con ffimaf ^ns primu pcr cxponitcs pofito (»ri84i.ftbmncllutrif.b.td^ fictu c%rt ♦b.ct aliud a^.c:ct ttmc n6 cft,b.ct ahj j ,ft.crgo tu cs aliud q.bxt ahud q.a, tf Ad primu iftoru didt <p illud orgumctu ner fohi dc matcria ct n6 dc formailAd ahud dicit cp noualct ^na d: forma 6c animal c.ci go ois bomo c:ct cum diat qjtcnctpcriftud mcdiu ncccffanuhri fccum.nego q? fit aliquod mcdiu intrifc cum^^a uF capit ibi mcdiu intrifccu f tali omis b6 e aniraal quc rcprcfctat m tcHcctui p illam Doam uif tah quc poff^ cxfubicctoDnris ct anris c6p6ii3c6ftat q>dprimom6.4atuc cqualcrct cntimc mailludbuicfilFopfcctoomnc aial cut nt.ois b6 cft animalxrgo oi» b6 cumtxt ficcntimcma cet filFus pfcctus:ncc pof fct dici fccudo m6.qa pari rat6c intclli^ tur mcdiu in tali f p6nc ois b6 curnt.g'* ois homo albut currit:uF in ifta omis co lor uF flos e.^0 ois albcdo ufroffa clt jn% i falfuifi Scd ad iFud quod diccbat inddctaMncccffanis ctccdico (fiiti n6 e autcticii.qa tunc cu ifta fit ncccffa ria aF c bomo tamc rcfcrt diccrc.6c aial e bomo quod c falfu:Iicct dc maion prc tcncat i prcdicat6nc dircaail Ad aliud admitto q^cuiufcun^jnc oppofim c6 fcqucnrisftatcuantc^crgo ftabitfimul q omnc animal curritict tamcn nuUut afmus currit ncc bomo cumt dico 9 c6 ccdo c6clufion6 dc illis.xx»fptbu5 figna ri8*qahc5 dcfecto cffcntocs fpcdcscx cafutamcncupofteriobusbn admiffii fcquit q» n6:fcd (palicuiusfpei firafiqf animal quod n6e alicuius prcdictaru^i Si tame ponaf 9 n6 fint plurct fpcact ♦xx.tuncncgoutpriutuIrimS Dnam ct cu oppoiru ODtis ponat^cu antc ftannbj irfiri «fibut ncgat cjifut no ja ipoflibiF Early European Books, Copyright © 201 1 ProQuest LLC. Images reproduced by courtesy of the Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Magl. A.7.7a Ted pmribuf repugnSns ^Jcnti busrramc pnotib^ cafibus ncgo iTta^ ficut illaru aliquam Jicct cni nulum illoru c^fcquetmm fcquat" cx illo ari ccdcntc.difiucriua tamc facta cx om nib5 bcnc fcquit^tO Ad aliud dico cp intclligit ncgar6c prcpofita ct n poft pofita ut ibi arguit ,([ Ad aliud dico cpnSarguit pcrrcgulatja licct cns fit fupcrior ad fy homo.d tamc ly dif fcrcnf ab cnfc ad ly diffcrcns ab boic, fiuHu enim diffcres ab bominc p5t ce diffcres ab cntc:ct fi didr^cotra figno numcrucx for.ct platoncp rcb>uu mcratisrtilcbocdiffcrt ab cntc.cxgo aliquiddiffcrcnsabcntce.^] Pothu kdictncgadoiftamDna^hoc diffcrt •bcntccrgohocediffcrcns ab cntc ' quia ficutly edebctrcfolui inlycns uPcntiarlcedely diffcrnquia dcbcc rclbluim ly diffcrcnsuP diffcretia:ct fic cdccdi^* cp for.et plato differut alj cntcquia funt:ct fiit n5 cnstct p Dns funtdiffcrcntia ab cntc:licct nullus il lorum fitdiffercnsab cntc: (lAdali ud cSccdo illam ^namXcp lignum dif fcrt ab anima!;:ct omis h^ cft animal crgo lignu diffcrt ab homicct cii p baturqplignudiffcrtab animali qi n5diffcrt ctccdico (prcfcredoly %d ly afal cSccdit fi ad ly lignu ncga furnecuifct ultcrius argumitupro bfsrq iia diuerfimodjc fit i aatc ct c5 fcqurn^c rclaratio. f Ad ultimj con €cdo illro caf j fum.b.uP»a.ct tam cn fum aliui q h.ct a^iud (|.a.ct concedo «Siunctimctnj diuifim:ficut c6ccdi tur cp fum homo uF afinus ct tamcn diffcro ab bamlc et afino:Iiiet n5 dif feram ab aliquo iIlonim,n5 cnim dif fct?0 kh hmht Uel ab anno:quk tu« non cflTcm homo uPafmus quod cft falfurp i J^/^^p^NC PONENDB^ ll^^^r^fp^*'c6ucrtibiliu5 tcK ,.r^p r , Wiiaruin difpcratorum ct cSuertcntiu 4ljP^ia rcgula a pat ' tc prcdicari cx propo!t5e in qua poni ^ turunum difpcratoru fimplcx «ffit ' matiua fcquit^ncgatma in qua po nitur altcrum ct nfi cconucrforut tu currls.g'' tu n6fcdcs<! Sccudarcgu Iacftqu5dofubiecta duarumpropo fitionum coucrtuntur et copulc ctj^ dicata ctpropofit5ens funtciufdcm qultitatis ct qualitatis ct p^o cifdcm prcafc fupponiit ct c6fimilitcr tcrmi nifcb^betquoad ordmcm.tunc A unaadrcliquam ualct ar jumetum pcr primim parriculam cxcludit iftc modus arguedi homo cft animaLg^ rifibilc cft afinus uP talis modus aial cff homo.crgoafinus6rifibilis.p bo« quod propoitoesdcbentcffe ciufdcj qualitatis ct quatitatis cxcludit" talis forma homo 6.crgo nullu rifibilc cft pcrbocqf dcbet pro cifde fupponc re rcmouct^calis modus arguedi qul Iibct homo 6 unus folus hom3.crg« quodlibct rifibilc e uniis folus homa Pcr u!rim im particula n5 tcnct hci c6fcqu«tiahomoanimaIn5 cft.trgo homo n5 e anima! ct fic dc alitstct fif ab uno cSciertibiliad fuum c5!i«rribl Ic t^affirmariucq ne^atiuc c bona c6fcquentia .1} Terria rc^ c cp rclati^f dicunt^^couertenria^qa cx propoitohc in qua pretcr illifd ntrbu § fc€dduin Magl. A.7.7a ^idmces ct futiidt" unus firtiplcx M minus reUtiuus fcqr^ppo i qua rubii drur altcr tcrminus rclatkiu«i:ut dn% e.ergo f uus c;ct ccoucrfo fiPr ncgati uc tncu uctbis adicctiuis n6u5?na: cu ucrbo dc preriro uPfuturo ct ubi n fcruct^pticiilc dicrc non U5 Driaamdc n fcqt" parcr curnter^j^o fili'' currit* patcr c barbat^-g"^ fili^ cbarbatus.tn fe' dc materia patcr uiuit.g" fili^ui uir P filia.feqt patcr ebacrgo filius P filia e bo,n5 tii feqt'' pater e bon^g^ filius uTfilia c bonus uPbona. SimifV n feqt patcr fiiit yP crit.ergo filius uP filia fuit uPerirlTCorra prima rcgula arguit^tripfr.prioficifre duc fpoes tu es Parifius er ru no es Rome funt dc prcdicaris di(peratis:cr tri ab una ad reliqua^DrianibiluaWquod ^)ba fur dcmofrraro dcoin urraq? argui^* fic*tu es Panfius.^'* tu no cs Romc aris c ucru ct oris falfu cu deus fit ubi q^.SimilV no fequit forfuit Romc.g non fuit Parifius.SimilV homo ciirrit crgo no bofedct.^ Ad primu diciV cp rcgula intclligit'' in tcrminis n6 di uinistct pp boc no pcedit argumctu^ (TAd fecudii dicit" q? regPa debct m fclligi cu uerbis dc prcfetiquafr non arguit'^ hicergo no ualcr^lAd rerriu dicit qj oporrcr fubiecra eodcmodo fupponerefiargumeru dcbeat tcnc rcquaPrnoein jjpoiro.urio^ficargu crcbomocurrir.crgohomo no fcdcf ct fic no procedunt argumcta ct ce* ^Cotra feciidam rcgula arguit^^na iftitcrminiaialctanimal fi cnfibilc c6ucrtunt^:ct tame no fcquif 6c aial fi c rfibilc c homotquia prima c ucra cf p5p fua fingulariaquarum quch equfualct Conditonalibonc*ct quod termini conuertant patct ex deiai ptoc conucrtibiIiu5 priusdatafrfic^ quado altcr c de intelVcru alrcriuf fic (V muruo fc inferur ur ficaial fi c rifi bilccaialretfialiquidcaial illud caP fi 6 rifibile.ConfimilV pot argui q? iftc terminus aialfi c rudibilc coucrtitur cu ly afinus cu omis afinus c rudibiP no tame fequit" 6c aial fi c rudibiV c ^ifinustfed h6 c aial fi c rudibi!is.crgo hocafinus^iTltefiatboc argumetu^ quicqd fignificat ifrc tcrminu«^a/igf ficat ifre rcrminus.b.er cconucrfag"* c^uerrun^^^pbat qa cx bocfeqt^qJ pro eifdc fupponur.er p ^ris cx prc il loru rcrm 'noru no caufat* diucrfitas i propofiroe quo ad ueritate ct falfita te.probat tuc cp?rian6 ualer:qa tuc f cqucr et' fi ru es homorru cs bomics ^JjftTrc^uIa dara c falfa de ui uoci» qa nulla qualiras p5r cadem ccjnjj ucrfis f>p6]bus ncc idc termmMJL Itc n5 fequit omnis afinus c nfibilis.g'' omnis afinus chomo:qa datoqp qui librt afinus baberet drim homincm patct aris:quia quiliTjct afinus c homi nis^Ut^fri tcrmini fimplV couertut'' bomo ct rantu homo.SimiTr ficur cfi: cr f>cif e ficur cfr:er ramc ri fcquif ho cfr animalcrgo tantu ho e animal. Si militcr ncc fequit''.a.propoirio figni ficnt ficut cft.crgc»a.propoirio fignifi cat precife ficut cft Ircm arguirur qjnSfempIiccrponcre unii c5ucrri biliu^IocoalrenVs.rr probarur ficqa n5 fequx rifibiIcanIairrir.ergo ho mo anin £tl currir.CConrra eandem rcgulam aiguit ficnam ifri tcrmTni funf conucrtibilcsX cotradiaonuye^ Early European Books, Copyright © 201 1 ProQuest LLC. Images reproduced by courtesy of the Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Magl. A.7.7a GStradictoriu cStradictoriuf t tamc nS fcqnit c5rradictonu.ax uetu.crgo c5 tradictoriu cotradconha.6 ucni-ficut no fcquit'contradictonii.a.ei uerum. A.i ueru.nihil cni c cotradictoriu^ cotradictorii.a.nifiiprum.a,tfjtlnon fcquit' non tu q es afinus es bomo crgo tu q cs afin^ es no bomo.ubi tn. arguit per rcgulam.ergo rcgula n5 tenet^Ss cni c uerurq^jia fuii opoitu 6 falfii ut patct^et 3ns Cilfurquia cx ip fo fcquit' cp tu es afinus.ergo ct cc. ^ Itcm cotra ulnma rcgulam argui tur fic:qa no fequit ifte fuit filius.g'' ifte babuit patrem et cp no ualeat pa tettquiaoppoitii .^ntis nonrepugnat aiirict cuancedens no fit impoffibi lc nec ^ris neccnarinm pot oppoitum Drins ftarc cum aricedetc.C(p iftc fuit filius ct famc no babuit patre:fcd con rratquia fequitur if c fuit filius . ergo ita fuit qj ifte fuit filius et fignetur i ftans m quo fuit ueru dicerc iftc c fili us cr fit.a.rtunc in.a.inftans no ualuit talis 3ria;iftc cft fili^crgo fuus pater cftrquia ariccdensfuit uerum et ^ris faIfum:modo quod primacofequeria no ualcat arguitTic pofito nuc ma tcr for.concepiflct foncx Platone fic cp Plato moriatur ante productoem for.tunc for.fuit filius ct tame no ba buit patrcm quod probat^^quia non dum plato uixit:quia tunc platonon futt patcr nec eriam dum plato n6 ui xit ut patet.ctconfmiPr poteft proba riqpunusfuit interfecus quem nul lus in^^erfccifrficut eal/quis gcncrn fusqnc^nullus grnerauit.^lAd pri mu iftoru ncgat* cp illi fcrmini couer fant^^quia ftat aliqutd no cflfc aial^* Magl. A.7.7a tmi 6 aial fi /pfu^ c rifibifc ut V^nvl ct fi didt contra lignu c anfmal fi ip fum 6rifibiIe.crgo ipfii i animal: ne gaf 3ria.ct fi dicit^cotra ^ris fcquitut ex fecuda partc aricedcnris. ergo feq tur cx toto ariccdetecncgat" :)ria quia noercguIa.(p quicquid fcquiturjx parteariccderisfcqui^' cx totoaritc: nifi quando aris e una copulariua ucl copulatiuc fignificas^ficut c caufaFu? teporaP fic cp pars fumat y partc pri cipali talis copu^atiue.in conditionali aiit non tenet fic e in propofito nec i in difiuctia.unde no fcquit^tu csbo mo uP tu es afinus.ergo tu es afinus* Srdtunccum didtur cpfli termini afinus et animal fi e rudibile couerta tur ncgat" p^opter candc caufam ♦ C Ad aliud dico cp no ualet ^fia non cnim fuffidt qjquicquid unus figni ficatalter fignificatzlrd oportctq? q Iitetcuq? qual^' non cft in propofito, Oed cotra tunc ualcfiffa cofcqrie ria.tu cf aligd aliquo mo:ergo tu es ali quid qMaIitercuq?:quia quicquid ct q litercuq? fi^nificat predicatu aririsfi gnificatf)dicatum ^riris ct ccoucrfo^ -^iPIuic dico negado cp aIVci3<p figni ficat Jicatu ariris figuincat f)dicatu Dritis ct cf 6 Et fi didt'' Dtra qlVcuq^ fignifttat f)ciicatu ritis/icenifignifi cat ci* ps et aliqlV fignificat f^dicaruj anris.g'' qlVcuqifignificat f)dicatum, ariris fignif catf)diratfrflri84l Rrio dubitadomaiorean lyqFrcuqi corrc fpodcati eius Jtcrptatoc fca p ly mo cafui acto uPablatiuo: fi accufatiuo cocedit" ^ris.r cp omne; modum quc; f [gnificat pdicatu uni^ fignificat prc dieatum altcrius?ft (i i iterprettat6nr imcWectd ad qui pnns ncgabat^jjri macofequetiaXic cnitilc rcfoluit 6i niodo quofignificarcfcc^vfidicoqd! ly omni m6 fixnificat o?m modu:fcd ii6 omni mo.fl Alircr p6t ad idc^ did ncg5doq?predicatu Dntls qualitcrcij ^.i\6imodofignificat:licct c&ctdi(p fignificat quabtercucpXicut CDcedi€ tf omis homo fignificit oem hoicm m nullii boic5 fignificanficut promif to ribi oem dcnariu^ ct nullii dcnarid fromitto ribi»C Ad aliud dico cp d* ui uocis rcgu^a e uera:qa bcnc p6t cfTc eade qualitas duaru fpofit6nu«n6 cn! fcquit' homo e idc afino, crgo bomo e afinus:ficut no fcqui^' homo c fimi lift afino.crgo homoeafinu«Jdcrni qu5doq3capif gcncra!r:qu5doq^fpc ciafr:qu5doq3 numcralV/cd capit'' hfc primo uFfccudo m6a.ide gcncrc idej ipedc ct n6 tcrnaCTAd aliud didtur fpfimplVn6c6ucrtunt ly rifibiPcum ly hornafed quado fumit^in nomiari tioXT Ad aliud dico qf aliqua talis bc ncp6tc6rcdicxfpria fignificat6ct5 tii bomo 6 aial fi cxcRifio n6 cadit fu pra tot5 c6p6cm fcqucntercd folii fu prafubicau:cttucn6 b^cxponi per iin5 copulariua.fic hocaFet nihilah ud ab hoie e animalfcd dcb^ cxponi pcr una cathegorica dc copulato cx rrcmoiut homo ct nihil aliud g bomo i animatubi capit'' ly nibil ifinitc pro n6ab*udqhomo.tucn66 propna cx clufiua.unde n6 fequit^ cx ca uniucr falis de tcrniinis tr^fpofirisX omnc aP fc homo.Notanc^u e cnim cp iWi tcrmi nic6uertunf bomocth6:ct nibilali fid q bomo,et p ?nt ly bpmo ct timtn bomos^TEt fimiftcKcairdely f^eafc fumedo ipfii cxcIufiucXi tame j adc qtcfumat.utmagis c6ucnit*potcft adbuc coccdi aliqua tat bomo e afin*' fignificat adcquatc ficut e ct erit fcn rusq?homoeafin^ficut t adcquatc fignificat dii modo ly adcquatc dctcr minctfoliily ficut c«fi tamo dctcrmi natly fignificatno fcquif' conccdif cpficquaFreadcquatc dcmonftr^do bominecffefignricat ifta propoitio homo 6 afinus:fcd ifro modon6fig ficat adequatcirAd aliud cSceditut qjprobat diimodo c6gruifas fcruc tur,^l Ad a!iud dico q?licctillitcrmi ni c^ucrtanf^quSdo p fc fumiit fim pR- cii ly cft dc feaido adiacctc,n6 tn mcn ubicuq3:quarc diait drius rcfa tiui (5c6ucrtibiIcs.idco dc illw n5fit I ftantia.^ Ad aliud diaitalqui c6cc dcdo om et ncgado (p fcquat tc cffc afinuX5c6tra na ualct ifta 3tia in qua funt illc duc c6p6nc8 affirmariue.f tu q cs afinuf cs b6 fcd ncgat6 fcques n ncgat pccdesg'' nccncgatprimam cti n ipcdit" fequcla p fcquctcm ncgat6c5:qa equc bcnc cx ifta ncga tiua fcg€' cp tu cs afinus:ficut cx i tt affirmatiaaodidt" cpuelligitur quan do tcrmini fiit c6u6rribi cs fimplicct q IV ri 6 m ^>poito tf VP afi* p6t d»ci du bitado ifr5 ^na^an nc'* pcedhl fubic€ tii cadat in prima c6p6c5 F i foj F i to ta.fi i tota n u^ 3* •no cni utrobicp fcf m€ cade qlitas uf prupponit re* fi ia prima dict' code mrii folum nc^affi cadat m fcciida c6pofir6cK6ccdit ct ncgat" aris nec tiic dat^cfif radcorifi ut p ablat6c5 ncgat6nis fjpoitc*^} Ad ultimum ioncc^^^q' iffc fiiit filiui dt / Early European Books, Copyright © 201 1 ProQuest LLC. Images reproduced by courtesy of the Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Magl. A.7.7a uon habuit patrc^fcd fufFidt §f quanio fuitiracp 6 filius quod runc fuit ita qi ciui patcr ucl matcr fifNcj^atur tame oondurio dcducta,r<p aliquis fucrit gc ncratus qucm ncmo gencrauit quia dl «0 (p iff c plato gcnerauit for,qu^o for< n6 fuit ct capif^ ibi gcncratu» n pro fu bitd gcncrat6nc a no cffc ad cflfcrfcd f caufando aliquid cx quo fict for.pcr pro ccfTum temporia. ct fimilitcr dicitur dc corrumpi ct intcrfid ct non fcquitur ifrc uir gcnerauit iftu cum tali mulicrc* trgo fuit patcrfuus:fiGutnonfcquitur Iftc for.ct iftc plato babucrut cundcm patrcm ctcandcm matrcm^crgo for.cC pkto fucrunt fratrcs ncc fimiRr dc futu ro.undc patctcircpoffibilc cp iftcparcr crit quando nullii filium uf filiam babc bit ct fimiTitcr filius cnt qaandonocric , &liu9 ct fic dc fingulii, . f^;^TlTIMO VIDENDVM  1 j^ft dc ipotbcticis quari! pri Tna regula cifta a tota copu '^^-lariua ad altcra cius ptc ualj '/i Sccdda rcgTa a pt€ difiuctic ad to ti cuius illa e ps u:^ om, <I Tcrria rcgPa adifmctiua cumdcftructoc uniuspris fup alia5 ebona ^naCA cali ad utracp ciuB pte U5:)na.nam bn fcqf quia tu es b6 tu n cs afinus,crgo tu non es afmus. (T Quita rc * a teporali ad qu5l5 ci' pte 6 bona :>ria du5 tu cums tu moueris.g" tu moucris ct qucl5 b6a teporaf cqualct unicopuIatic:ficutp5i prcdictaquccg^ ualct ifri tu curris ct tii moucris#(/_S^x ta rcgula a locali ad qui'5 ciu« ptc ualct oria m bcnc fcqt' tu es alioibi ubi cgo fum.crgo tu cs alicubi.^^Scpria rcgfe a «6ditioni^icum ptfittneaotts fcquftifv il pofitio ^fitismt fi tu cs homo tu c« aiak fcd tu cs bomo.er2o tu cs aiaL<[ Octa ua regula ab aducrfariua ad cius parto idctcrminat^ ualct ^ria ut qu^uis tu fit Romc tu n5 es aibu8»ergo tu non cs al bu8:fcd omncs iftc rcgulc dcbet ircl-igi gcncralV cu^ fignificat ipotbcrica cx c6 pofit6cfiJmru^tiupnmaric pafe figni ficantiiiilOtra pdictas reguias argui tur fic ct primo cotra prima.n6 cni^ fc* aliqd e:ct tu cs afinus g"* tu cs afm' ubi tamtarguif p rcgula.g" regula falfa.f bat aris fiGqa.a,6 et tu cs afinus ct 6c.a^ e aliquid.ergoctccprobat^^ans ctfir*«« bocfcriptu ct tu cs afinus.tunc pat^ a® Cite ri fcqt .a,6nc"*ct tu cs afinus.g'* tu cs afinus:et tri ar' p rcgula f baf a* ct fit.a.ifta copulatiua deus e ct tu c§ afi nus^mcficut^ideus e:et tu es afmut: ct omne qi e dcus eft^e nccefrariu.crgo eftncccffarium et tu es afinus fbatur Dria:qa pnma pars 3nris feqt' ex ptc anris f a cx f a pt<*:f rgo fonj 3ris ex toto aritc^dtc ri feqt' aliqs bo e aial.ct tu c» illc cr;^o tu cs ilfe:ct tame arguiV p rc gua pbaf fp n6ua!eat:quia oppoitd co kquenris frat cu arite:ur aliquis bomo cftanimal-cttu no es ille^qa iftchomo eanimal:ettu ri cs illc dem6ftrando pc trum.ct ifrc homo c afiquis haergo aliqt b6 6 af ct tu n6 cs illc ^ Cotra fccuda^ rcgula arguit" fic:qa ri fcqt no tu cs aft nus.crgo ri tu cs afin^^^uPtu csh5.a*4n; 6 ueni ct 3° f" :qa ci^^con-adc^rju e ueru .rtucsafinVtucsh6ct c6tradicat fibi p5 cx 1** rc* cp ri tueri* darc c6tradictori U5uni^>p6iqpp5ere ncgat6e5 autjPEflt fira au^crrc.f^ fic e 1 ppoito.g'' ct cctllSi ri fc* boc.a.c bcc f p5 ho e afin" g* .a.cft bcc h6 afinus uP deus c^^a pofito cn ^ \ Magl. A.7.7a fu poflibiliT^.fitrolufftapropobonio i «finui.tunc nrgiv€ fic hocai bcc jppS homo e afinu8:urdcu« c ct quicqd c bc<s jp6 c hf c difiuctb.crj2:o hoca.c bcc dif mnctiua homo c afm* uP dcus: c quod e cotra cafu.CTt^; no fcquit hcc f p6 dc n» cxrgo bcc difiuctiua dcus c uFnulI^ deus c cft:ct tamc arguit' a ptc difiutic adtota,fabiftadcus cad iftamdeusc liPnullus dcus e:ficut dicimus argucda nh ifto f crmino h5 ad iftu tcrminu aial i tali Dna h6 c ergo animal c.^rC6tra tcr riam rcgula arguit fic tu cs bomo Ttu es afinus et tu n6 es h6,crgo tu cs afm' DnatenetprrregPam:etaris jbaf.nam aris k una diftucriua cufus ifta ps c uc raXtu cs homo^ergo tota ucra.cp fit dif lunctia f bat'' p eius defcript6cmiOti nalcrct tuc hec ^ria ois homo currit ucl ocm hominc dirrerchoca.fignificat:f5 fiullu homine5 currcrc hocaXignificaf* «rgo ois b6 currit:uf loco minons pona turbominenocurrerc hoca* fignificat «tcpnouaVat jbat^ponedofp multi fc deant:ct fit»n.tamc ifta copulatiua pofc primaricfigniftcansoisbomo currit ct f t nullus homo curnt p* ps patet antis pro pte.dR' mmor p5:qa nullu boiem currcrc p8.a.fignificaf:f5 quicgd fignifi catps^a. fignificat totu.a« crgo nullu bo minc currere bocaXignificat qd* crat p badu,<l Itcnofcqt for.currit.uFfor.eft afinus.f td for.no currit.ergo for.c afin^ pofiio q? unus for.airrat ctali' fcdcan ct tijc aris c uf ru el ?ris falfuiet tamc ar guit^perregPam.^TC^traquart^ rc^u fe argi:it" fic^qa n6 fcqt" qa tu n6 es b6* run6 e8h6.er^otu noeshocuj ansfir ueru ct ^ris felfu et m arguif p rcgula j aris ,pbaf .gai i* c«Ii cx pccditc jppbm quc • ca fcjf qut i cffcctus tt pttcc dcni c^ c ucra.crgo ct ab*t4ifis f bat q« ex aliqua c^ tu ri cs b&f^ ly qa m c5li ni bil dcnotat:nifi c5m aIiqu5.cigo ifta cff ucra:qa ru n6 cs h6.ct afis py^a fuu5 op poitumcfaIfum,n6ic5 tucs homo.g'^ ifta e ucra^tf C6tra quinta rcgulam nx gui^^.qa non fcquit" tu cs du tu c8.crgo tu cs:ct cu fit afis nccclfanu ut patct p Ariftotclc fccudo pyermmfaf diccntcm (p 6e q* c du c ncceffario c ct cofequci prioris onc c c6tingcns:g'' ^ria n6 ualcn <r Contra fcxt^ regula argui^' ficqa fi feqf.fi ru curris tu curris ct tu n currw* f^ tu curris.g'^ tu curris ct tu ri curris, Itc ri fc' neccflario moucris fi tu cur ris.fj tu curris^g*' ncccfrario tu mouerig aris^UiC ucru cu iUa fit neGcffaria tu mo ucrit fi tu curris.g'' neccflfari^etce:fcd 3ris c falfum.ergoD* ri ua^f) Item non feqt ipoflibilc c te currcrc.fi poffibile i tc oirrere:fed pofiibilc cft tc cuncre^cr go ipoflfibile c tc currerc cu fit aris ueru ct:>risP.n^ T coditoafcipofllbiPtu ciir ris fi poflTibilc c tc currci c quc adcqtc fi gnificat tc currci c fi poflfibilc c tc currc rc.lj Itc codcm5potcftfbanqi n6p6t cc qp tu curras fi potcft cc tu airra^* Itc3trau^nm5rcgFam arguit" ficqj? gcncraBr ex uero fc^ P g'' cx aducrfrrn ua ql5 ps fua fc* et f bat^aris fic ad ucru uPP^griafrfc' rgaadf^fc' T.?^ rd ucruPrfc' r.patetg'* qiueiiirfalfu ariccdif ad f" ^f^oc ucrii c aris ad ueru^f f"*.g'' uetu caris ad falfu qa gcqd ariccditndansariccditad Dris.cr^ofic f jjpofifo.^TAd primum pot dubitari 3* an ly ct tu es afinus fumat' pfonafr an matcriaR-.fl m6 ne' ct argumr tiS deduccs.fi ((T nc' nec ciiceco''* rmli nc q ad c et tu ef afin ri fc cx cau n q*a.lit b lcptu li ct tu cfafin^^cx 4 ri fc (p Magl. A.7.7a a!i^d 6 ct fu afinustficut d {e^tj^i fy fcicnstccffc afinu.6rgo.a,cft fdcs ce crtcafinu^dAdP^ dubitat fimili tcr fi ads efc prop5 catbegonca i qua fubiiaf fo!u ly.a.fi fic coccdit' afis ct ncgat' ncc argui^* a copulatia.fi tfi cftaasppSco^^dicocp cft nfganda ncc fcqt cx cafu nifi inqtu rft ca*"  Sd ^''Micif qi^ccdctcs rc* no te nent i fminisrelatiuis: ucl itclliguf culit utraqi ps talis ipothctice p fc i tcIIigibilisqTitertnibin cft*uel diaiT cp i** tu no es ille:n cotradicit illi tu cs fllc:qa I5 refcrat ad idcrn ads tn pro di ucfis fuppofitis illi^ij Ad qrtu p5t du bitari an fcqf qa fi ncgatio f>ccdcn« difiuctoe^ i5 cr5feat i cota c5ce* 3* lice tuc cfc oppofiru eius cotradictoriiS p f pofi toej negacoistqa rc* folii itelligit i jpoib^ catbeq^oricisii tn negat totuj fcqaesndidt"' ^pria difiucfia:!^ cius oppofitu5 equalcns uni copulatie.f.tu n e$ afinus ct tu n cs ho.ClA^ qntuj dubiraif anlybec,pp5detcrmiat folii llla ho cft afinus:qa tiic U5 3* uel dctcu minat tot^ difiucnua:et tuc no u^ nec eft tunc difiuctia cathegorica cui* Iy.a.fubiicit ct reliquu pdicat^l- Ad fcxtu dico n d5 argui a ptc difiucti uc ad tota difiuctiua ubi difiuctia fit* ps 3ntis:f5 ubi fit toni ^ns.nec didtur arguercabifcrioritcrmio folurfj af pofitoe quc cft ifcrior ad ali5 r5c € ml iiiqfubiidf ucl^Klicaf iiIIa.^Ad^c primu dico dubit5do an ans capiaf p lopulatia ^ca ex una pfc quc cft difid tiua ctalia qeaWius ptis oppofitu cttuccocc* :>'*fed negat'ans.nucro ans f tota difiuctla ut dicebat" 11 ar* p rc2&m ncc U3, € Ad octauii dubi to an iHa o^boicm currcrc ct fiBr nul Iii boicj currcre et ceJit modalcs ani de iee.fi prio mo n cStrariaf ficut ncc ilIa.a.fignificatoei3boif5 currerc.ct.a< fignificat nullu hoies currerc ncc ar guit" tuc p regula.qa negario i* t ml ni nullu cadit folu fupra ly currcrc. ct ofupraly fignificatfi tdcadatfupra ly fignificat n eft modalis faltem affir matia.f5 pura ncgatia rcpugn5s caui ficutnfeqf,a.fignificat nullu boicm cflTc aialcrgo n rignificat oe^ hoie^ co aialad argumcru crgo jbas nego c5 fcqucntia^I Ad nonii dico cp n 115 3* qa 11 arguif* cii >tradictorio uni' ptii illa cni funt fub c5trarla*f for.curnt.ct for n cumc cu ifcc termin*' fon fit tcr minus c5is ucl falto equocus et n6 di fcrctus:f icut ly canis .lEAd.x'" occ* 3* ctnegaf ans ct p5t utracp iftaru f babiliter ncgariXcx hac ca dem6ftrll do cam q fcdco tu cs b5 et f iTr cx hac ca non esh5:!icetc5ccdit qp n cx hac cA fu h5 ucl qa 1* non cft ca.qrc fu hni ficut nec cp ifra c c^ quarc n6 fum hS ct fi dicaf q? i* cft finhulari8.crgo nfi rcfcrtppSerc uel poftponcre ncgatio nMlHuicdicoqj:)* nujtqafolut^i* rcgula i fingularib^ fimplicib^. uel po tcft c5cedi ifta aliqua ca n fum homo fanqpura negatiuactncgandoillaj quia non fu^ homo:ficut prccifc fi^ ficat;fcd dico cp ifta fignificat mc non effe hominem pcr aliquam caufam. t Scd contra cp tu n5 cs homo:quia tu non cs homo proba^* quia tu non cs bomo|)ptercaufa5qua tunoncsho crgo tu non cs homo:quia tu non ci bomo patctans qaci^^o"* cf^.fcptu C8b6 pp caufjwn qua tu nfiesbomai Early European Books, Copyright © 201 1 ProQuest LLC. Images reproduced by courtesy of the Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Magl. A.7.7a ^fReefpondco dubirado boc ukimu an bd dct o"* XhuXcMhcgoricc fumatur utrobiq3c6cedotfic^'i^ ncgo:qn tuc e ci* cotradictoriu*tu ii cs b6 n pp ci\ q tu n6 cs b6 qf coce* fiFr po ffjfld ilb^ diCKtu li es b6:cia tu n cs ba CTfd ar gumcntu qnrenc^ ifraeei neceffari^ ct dico (p n plus uofuir ApZ.itelhgcrci tiifi qj bec uRs h nccefrana qcqd c dii ipfii 6 neceflfario ifS} c6tra fi cotin gctcr boc c du ipfu 6,gf pot boc n ee dii ipfu h*^ pofiibilc c boc d ec du ip fu e«p6air ^ bfic no fit du ipfu c et crir c6rradicro.<LR tidet" cp capiedo f 6ib5 Dnriis 3ns reporalV er ca*^ ^ fiue mo daFr c6cedir : fed cu ultio pSit^poffibi lc c boc ri ec dii 6 c6ce' tcporaftif^ ri c jutcunamodaPficqjIy poflibiTc ca dat fupra tcporale fequerc.negat" g cafus cu po' I5 boc fir admirro 9 boc nfitdujiocfmf^ l^bocfit admittocp o fit.<lAd p"" dubitatTi fit cddit^aFnc g5do aris p p"* pte:qa ipofTibiFcondito naF c F co" ^cedcda.uri c6uenicnteu rridedu c ad mij fecra.fi p*^ m6c6cc fi f o m6 nego«(/ Ad f 5 dubitabat"^* ii5 fi fit ca' * modaFfic <p ly neccef fariii tr^fit i'totu fequcs et tiic 3* non u^Hn 6 ans ueru:et ^ris f ficut argu mctUfbat,Sitria' capiat^j c6dit6ali er ri modali :)ria u>et argumcin fbn% ri c bonii.tjAd rertiu diciy ur ad pcc dcsAd argumttu ulrimerc^ne'^ ifr^ ^Da3 ucru P f efr aris ad faIfu/5 6e uc ru caris ad ueru Fr*g'' 6e ueru earis ad fa'fu:ficut ri fe^ aP c afinus e t omis b6caPergooisb6cafin^c6ce* i*qc gd ariceditad afisanccdit ad 3ri$:fed ncgo q; ueru carisad ueni uel f ^riccditadfelfiictfic n6 jceditargu mctACTPinaR-notadjSc; dc copuhti uis et difiucriuis qf ifti modifut f uan diXfi utracp ps illius copularie quc p cife fignificarcx c6p6e fuaru pnufi cifc figuific5tiu c uera F poffibiFf alta ra alreri cfipoffibilisxrgo bec copula tiua i ucra uFpoffibiE Irc fi utraqj ps copulatle 9 fdta a tc ct fcias q; bec co pulatla folu fignificatadcquatcficut fucptes,gbeccopuUtIa cfcita atc. ^ltc fi utraqa ps copulatle c mibi da bia ct fcis qp nulla ps rcpugnat alteri nec cp ex illa fc' falfag" taP copularia e mibi dubia.prima ps ponif' f copu lariuis factls ex contradictoriis ut rcx fedct et nalus rex fedct.fa p>ncFa p6i tur f talibus.ois rcx fcdct.et iftc c rcx polto qi utraqs ps fit ribi dubia:fcd fit rex currcs cor^ rc que dubiras cffc rc g« ct propono tibi ois rex fcdct et pj etce:f5djfiuctia cneceffaria uPpofTi biP cu una ps fit ucra uPneccffaria uf poff!brlis.copuIariua tamc c falfa ucl i poffibilis cii una parsc falfa uPimpof fibilis etc credita cii utia^ ps e crc dita.(ritc copulariua c c6tingcs cum miapsfitcoringesetaltcra ndipoffi bilis ncc rcpugn5s*Difiilcria c necc* ciifitcx€6tradictoriis Pdifiiictia cnc ccffariaqricomp6if cx oppoitis repu gnatibu5:utifta forxuPfonric cuiut neceffitas p5 p ipoffibi^itatc copularic fibi oppolte etf cdealiis.nec ampli* plura dicunt . E t fic c f inis c6firqueri« ruStrodKrDco^raria» «Amen* ^J^Opus diligcter cmcdatfl pexcelleti artni doctorc driu^ Loduicu i Marua Patauii iddc pu^ * doccte ibicpiprcf fu M,xxYii.xytkr «• iunias»Nome compiuto: Stefani. Paolo della Pergola. Paolo Stefani. Keywords: senso semplice, senso composito, senso deposito, senso diviso, dialetttica, grammatica filosofica, semantica filosofica, loquenza. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Stefani.”

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Stefanini: la ragione conversazionale dell’inter-personalismo contro l’idealismo filosofico – filosofia fascista – veintennio fascista – la scuola di Treviso -- filosofia veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Treviso). Filosofo veneto. Filosofo italiano. Treviso, Veneto. Grice: “Italians are obsessed with personalismo; I am with interpersonalismo!” “L’essere è personale.” “Tutto ciò che non è personale nell’essere ri-entra nella produttività della persona, come mezzo di manifestazione della persona e di *comunicazione* o conversazione *tra* due persone,” “La mia prospettiva filosofica. Nacque secondo-genito di quattro fratelli. Il padre Giovanni gestiva una tintoria, la madre, Lucia De Mori, è diplomata maestra ma si dedica interamente alla famiglia.  S’impegna nell’associazionismo cattolico: fonda il circolo San Liberale, nucleo del movimento cattolico trevigiano dopo lo scioglimento dell’Opera dei congressi. È nominato presidente della federazione diocesana e fonda il mensile Il foglio per promuovere la cultura religiosa e trattare temi politico-sociali, con particolare attenzione al nascente sindacalismo cattolico. La pubblicazione è sospesa, quando S., in attrito con il vescovo di Treviso Longhin, si dimise da presidente della federazione. Conseguita la maturità presso il liceo classico Canova -- ove ha come docente di filosofia Rotta, futuro professore all’Università cattolica di Milano --, si iscrive al corso di laurea in filosofia a Padova, partecipando alle iniziative del circolo universitario cattolico Zanella. Si laurea con una tesi sull’Action di Blondel, avendo come relatore Aliotta, che aveva appena iniziato il suo breve periodo padovano, e inizia a insegnare. Richiamato alle armi, è ferito da una scheggia di granata sul Sass de Stria e conclude il servizio militare con il grado di capitano e una croce al merito di guerra. Si laurea in lettere a Padova con una tesi sull’estetica di Gravina, poi pubblicata sulla Rivista di filosofia neo-scolastica. È eletto a Treviso consigliere comunale e provinciale nelle file del Partito popolare italiano ma, insegnando fuori sede, non poté partecipare regolarmente alle sedute, impegnandosi comunque nelle questioni culturali e scolastico-educative. In particolare sostenne l’insegnamento religioso nelle scuole elementari, che allora sono amministrate dal Comune, e difende la scuola privata. La giunta e il consiglio comunale di Treviso si dimisero in seguito a dissidi interni e alle intimidazioni e aggressioni degli squadristi fascisti, e sorte analoga tocca al consiglio provinciale. Nell’assemblea generale della Gioventù cattolica svoltasi a Venezia, S. è tra i pochi a proclamare l’inconciliabilità teorica e pratica di fascismo e cristianesimo, ma da le dimissioni dalla presidenza regionale di tale associazione, motivandole con ragioni di studio -- in realtà è una protesta contro il rinchiudersi dell’associazionismo cattolico in un ambito strettamente ecclesiale.  Ai funerali dell’amico e sindacalista Corazzin -- l’anno precedente era stato oggetto di un violento pestaggio da parte dei fascisti --, S. sottolinea l’esigenza di risolvere l’antitesi tra le forze produttrici e le forze redentrici del lavoro non con la lotta violenta di queste, non con la sopraffazione prepotente di quelle ma nell’accordo cristianamente voluto, frutto della carità più che del diritto -- La vita del popolo. È entrato nei ruoli della scuola media superiore quale docente di filosofia, insegnando a Taranto -- per poche settimane -- e a Mantova; a partire dall’anno successivo insegna nel liceo classico Livio di Padova, ove ha fra i suoi allievi il futuro ministro Gui. In questo periodo si dedica alla stesura di una serie di manuali per i licei e soprattutto per gli istituti magistrali, in linea con la riforma gentiliana ma con chiara ispirazione cristiana. Tale produzione sfociò nel fortunato SOMMARIO STORICO DELLA FILOSOFIA, che nelle ristampe successive espone, giusta le disposizioni allora vigenti, anche la dottrina fascista dello stato etico e corporativo. Acquisita la libera docenza, tenne un corso libero a Padova. Sposa Maria Javicoli, di origine abruzzese, figlia di un medico che a Padova dirige la Cassa nazionale per le assicurazioni sociali e dalla quale ebbe tre figli -- Elena, Paolo e Lucia. Si iscrive al partito nazionale fascista – le iscrizioni, chiuse nel 1926, erano state riaperte il 29 ottobre 1932 in occasione del decennale della marcia su Roma – e fa il prescritto giuramento di fedeltà al regime. Vince il concorso a professore ordinario: chiamato sulla cattedra di filosofia in Messina, ottenne il trasferimento a Padova nella facoltà di filosofia, da cui passa alla cattedra di storia della filosofia, tenendo nel contempo l’incarico di estetica e insegnando all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Partecipa con una relazione al I Convegno nazionale della Scuola di mistica fascista. Preside di facoltà, nell’ultimo periodo della seconda guerra mondiale si tenne appartato e si dedica a una vasta riflessione sul ruolo della Chiesa di fronte all’avanzare dei regimi statalistici e alla conseguente crisi che imperversa sull’umanità, investendo «anche istituti, dottrine, valori e inducendo «alle revisioni più radicali e agli orientamenti più arditi -- La Chiesa cattolica, Milano, Premessa.  All’indomani della Liberazione, S. è sospeso dall’insegnamento con l’accusa d’attiva collaborazione con il fascismo sul piano educativo e di essere stato membro del direttorio del fascio di Padova – Cappello -- , ma il ministero della Pubblica Istruzione archivia il provvedimento per la scarsa rilevanza degli addebiti e di tale atto fu data comunicazione all’interessato. A queste traversie personali -- cui si aggiunse la perdita della moglie, a pochi mesi di distanza dalla nascita della terzo-genita Lucia -- reagì con rinnovato impegno culturale. Nell’estate del 1945 fu tra i promotori di un convegno di filosofi d’ispirazione cattolica sugli orientamenti del pensiero contemporaneo, svoltosi nel mese di ottobre a Gallarate presso l’Istituto Aloisianum dei padri gesuiti e dal quale trasse origine il Centro di studi filosofici cristiani di Gallarate, coordinato da Carlo Giacon. Si adoperò, anche con l’appoggio del ministro della Pubblica Istruzione Gonella, per essere chiamato a Roma, tradizionalmente dominata dai idealisti, ma il tentativo non ha esito. In questo periodo ricoprì numerosi incarichi, fra cui la presidenza del Centro didattico nazionale per la scuola media. È socio corrispondente dell’Istituto veneto di scienze lettere ed arti; socio effettivo dell’Accademia Patavina di scienze lettere ed arti; premio della Reale Accademia d’Italia; premio Marzotto per la filosofia. Colpito da un tumore ai polmoni, muore a Padova.  Figura eminente dello spiritualismo cristiano, S. si confronta a fondo con il pensiero -- dallo storicismo e dalla filosofia dell’azione all’idealismo, alla fenomenologia, all’esistenzialismo -- ricollegandosi alla tradizione di pensiero che va dall’accademia a Gioberti. Nell’ampia monografia su Platone – H. P. Grice: “Reminds me of my tutor, Hardie” -- sottolinea il ruolo della scessi quale ricerca continua e mai conclusa, che prende avvio da una embrionale intuizione originaria – L’accademia, Padova, rist. con prefazione di Santinello, Padova. L’esemplarismo agostiniano di FINDANZA (vedasi) viene da lui rivissuto nella forma dell’‘imaginismo’, intendendo per imagine -- alla latina -- la capacità di esprimere in vario modo la similitudine che lega la creatura al creatore – H. P. Grice: “Il mio genitore, inteso come un ricorso essegetico per dire ‘Dio’” --, in un incessante rinvio a ciò che è altro da sé -- Imaginismo come problema filosofico, Padova. Da Gioberti riprende il principio della e-duzione, ovvero dell’ineludibile rapporto tra fatti e idee, al di là delle radicalizzazioni empiristiche o idealistiche -- Gioberti, Milano. Il tema della scesi trova compiuta espressione nella centralità della persona. L’essere è personale. Il punto di partenza di ogni dimostrazione è l’esperienza che io ho di me stesso. Nessuna metafisica si costruisce se il suo primo capitolo non è psicologico -- La mia prospettiva filosofica, Padova; nuova ed. con testimonianza di Rigobello e commento critico di Pagotto, Treviso; si vedano anche Metafisica della persona ed altri saggi, Padova; Esistenzialismo ateo ed esistenzialismo teistico, Padova. Tale prospettiva, vicina alle istanze dell’esistenzialismo senza però accettarne gli esiti irrazionalistici, è tosto applicata al campo socio-pedagogico (Personalismo sociale, Roma 1951; Personalismo educativo, Roma 1955), nonché a quello estetico (nell’ultimo anno di vita Stefanini fondò la Rivista di estetica, poi diretta da Luigi Pareyson).  Un incisivo ritratto di Stefanini è offerto da Armando Rigobello, che più di altri sviluppò il lascito speculativo del maestro: «Sull’esempio di Platone la sua teoresi aveva un radicale movente politico-educativo e l’ideale teoretico della vita non è mai in lui un disimpegno. Si potrebbe accennare all’inquietudine del pensatore sempre sorretta dall’espressione plastica e luminosa, all’uomo infaticabile nel lavoro, capace di sottoporsi alla più dura disciplina come di abbandonarsi alla riposante distensione contemplativa dinanzi alla bellezza, alle vive simpatie umane che suscita, al rapporto facile, signorile e comprensivo. Ha, della terra veneta in cui era nato e lavora, il gusto per gli equilibri e la calda tonalità --L’itinerario speculativo di S., in S., Personalismo sociale, Roma.  Fonti e Bibl.: L’archivio e la biblioteca di Stefanini furono ceduti dagli eredi alla Fondazione Luigi Stefanini, sorta e ospitata nel seminario vescovile di Treviso.  Sulla sua biografia e sul suo percorso intellettuale è fondamentale la monografia di G. Cappello, L. S. dalle opere e dal carteggio del suo archivio, Quinto di Treviso, con appendice di testimonianze e bibliografia generale delle opere su Luigi Stefanini a cura della Fondazione Stefanini (per la bibliografia relativa agli anni 2006-16 si veda M. De Boni, Le ragioni dell’esistenza. Esistenzialismo e ragione in L. S., Milano-Udine). Fra gli studi più significativi: L. Caimi, Educazione e persona in L. S., Brescia Santinello, Il senso del personalismo filosofico di L. S., in Atti del Convegno... 1986, a cura dell’Associazione filosofica trevigiana, Treviso Tramontin, L. S. nella cultura e nel movimento cattolico trevigiano, iDialettica dell’immagine. Studi sull’imaginismo di L. S., a cura dell’Associazione filosofica trevigiana, Genova; P. Prini, Il personalismo estetico-religioso di L. S., in Id., La filosofia cattolica italiana del Novecento, Roma-Bari Corrieri, L. S. Un pensiero attuale, Milano: elenco degli scritti di Stefanini); Per una antropologia in L. S.: metafisica, personalismo, umanesimo, a cura di G. Cappello - R. Pagotto, Padova 2012; B. Fassanelli, Censura ecclesiastica e intellettuali cattolici nel primo Novecento. L. S. e Luigi Scremin: due docenti sotto lo sguardo del Sant’Uffizio (1929-1931), in Quaderni per la storia dell’Università di Padova, L Attivo nelle associazioni e nei movimenti cattolici del trevigiano, iscrivendosi a gioventù cattolica dove assume presto l'incarico di presidente diocesano. Qui svolge la vocazione di educatore, seguendo, in particolare, gli insegnamenti contenuti nell'enciclica Rerum Novarum di Leone XIII -- opera pure nel sindacato cattolico dei lavoratori. Dopo il diploma presso il liceo classico Canova, dove ha fra gl’altri ROTTA come insegnante di filosofia, si iscrive alla facoltà di lettere e filosofia a Padova. Nell'ateneo patavino, la corrente del positivismo è tra le più seguite. In controtendenza, decide di scrivere la propria tesi sull’inter-personalismo, avendo ALIOTTA come relatore, con cui si laurea in filosofia . Nel periodo di studi padovano, inizia a frequentare anche il circolo di ZANELLA e inizia a insegnare. Mentre completa gli studi universitari, inizia già a respirarsi aria di guerra in Italia, ma come molti giovani, pur favorevole ad una posizione di neutralità nei confronti della guerra, viene comunque chiamato all’armi. Terminato il conflitto, uscendone con il grado di capitano e una croce al merito di guerra, studia l’estetica di GRAVINA. Eletto consigliere del comune di Treviso ma, la violenza dello squadrismo fascista investe anche il trevigiano. Si oppone con fermezza a tale ideologia, dimettendosi e dedicandosi completamente all'insegnamento, che ora è la sua occupazione principale e che conduce sempre secondo una pedagogia ispirata ai principi cristiani, costantemente attento e sensibile sia ai bisogni che agl’interessi degli studenti. Si dedica con scrupolo alla stesura di apprezzati testi didattici di storia e filosofia. Conseguita la libera docenza, ottiene, per incarico, l'insegnamento a Padova. Oltre ad iscriversi al partito nazionale fascista, affianca l'insegnamento nelle scuole pubbliche a quello universitario fino a quando, vinto l'ordinariato, ha una cattedra di storia della filosofia a Messina che tiene fino a quando si trasferisce a Padova. Al contempo, tiene per incarico l'insegnamento di estetica a Padova e quello di pedagogia a Venezia, nonché sarà preside della facoltà di lettere e filosofia dell'ateneo patavino.  Nel dopoguerra, riabilitato alla propria cattedra e all'insegnamento universitario, si dedica prevalentemente allo studio e la ricerca, ma partecipando anche alla ri-organizzazione della filosofia italiana, in particolare promuovendo incontri, convegni e riunioni all'Istituto Aloisianum dei padri gesuiti di Gallarate, che divenne poi il centro di studi filosofici di Gallarate, per primo diretto da GIANON. Socio corrispondente dell’Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, nonché socio effettivo dell’accademia patavina di scienze, lettere ed arti, ricevette il premio della r. accademia d'Italia per le discipline filosofiche, e il premio Marzotto per la filosofia, nonché è membro dei consigli direttivi della società filosofica italiana e del centro di studi filosofici di Gallarate. Fonda a Padova la “Rivista di estetica”, della quale dirigere solo il primo fascicolo e a cui gli subentrerà PAREYSON. Gli saranno intitolate delle scuole medie statali di Treviso e Padova, nonché l'ex istituto magistrale di Mestre. Uno dei maggiori rappresentati dello spiritualismo, ri-esamina storicamente e criticamente diverse correnti della filosofia, fra cui lo storicismo, la filosofia dell'azione, l’idealismo, la fenomenologia, l'esistenzialismo, lungo il corso della storia della filosofia, da FIDANZA ed AQUINO a GIOBERTI, ROSMINI ed altri, sulla scia della sua prima formazione incentrata su uno stretto connubio fra prospettiva storica e dimensione teoretica.  Interessato pure all'estetica, su cui scrive molti saggi, il contributo più importante è frutto della sua costante riflessione su personalismo e spiritualismo, grazie alla quale il rapporto soggetto-oggetto viene interpretato in termini di alterità, di altro da sé, prospettiva questa che permette di concepire il singolo individuo come membro di una comunità. Questo rapporto soggetto-oggetto, da un tale punto di vista, è concepito come il momento fondante di ogni comunità di esseri umani in relazione fra loro. Le più importanti problematiche connesse a questi principi di base, sono affrontate nella “Metafisica della persona” – cf. Strawson, “The concept of a person” -- e “Inter-personalismo”. Strettamente connesse a queste tematiche filosofiche, poi, sono quelle didattico-pedagogiche aperte e portate avanti pressoché durante l'intero suo periodo di attività, dai primi anni formativi, in continuo ripensamento e progressiva ri-visitazione.  Per quanto concerne poi la sua vasta produzione, ricordiamo solo che dà alle stampe le seguenti, notevoli saggi: “L'esistenzialismo” “Spiritualismo”, “Il dramma filosofico”; “Metafisica della persona”; “Esistenzialismo ateo ed esistenzialismo teistico”; “Inter-personalismo”; “Estetica”; “Trattato di estetica. Viene pubblicata la raccolta di scritti intitolata “Inter-Personalismo”. Dizionario Biografico degli Italiani. L. Corrieri, “Un pensiero attuale” (Prometheus, Milano). Citando sue testuali parole. L’opera di Blondel è più arte che filosofia. I passaggi più ardui superati con immagini ardite, anziché con logiche dimostrazioni; affermate le più inconciliabili anti-tesi affinché queste rendano vivo e tragico il contrasto; i mezzi dialettici atti più a trascinare che a convincere: tutto ciò ci conferma pienamente nella nostra interpretazione. L'opera del Blondel è, più che una dottrina filosofica, un romanzo psicologico che descrive l’esitazioni e l’incertezze, le vane pretese e le supreme aspirazioni dell'umana volontà, che alfine si appaga e riposa nel divino. Per ciò che al di là del filosofo si riesca ad afferrare l'uomo, al di là del sistema si riesca ad afferrare il programma generoso del credente, la filosofia dell'azione può essere efficacemente educativa, può esercitare nella coscienza contemporanea l'influsso salutare che essa si era proposta. “L'azione” (Padova). Il quale, a sua volta, prende le mosse dalle concezioni personalistiche mounieriane e giobertiane; cfr. Piaia, cit. Altri saggi: “Il problema della conoscenza in Cartesio e GIOBERTI” (Torino, Sei); “Il problema religioso in Platone e FIDANZA: sommario storico e critica di testi” (Torino, Sei); “Idealismo cristiano” (Padova, Zannoni); Platone (Padova, Milani); “Il problema estetico nell’Accademia” (Torino, Sei); “Imaginismo come problema filosofico” (Padova, Milani); “Problemi attuali d'arte” (Padova, Milani); “La Chiesa Cattolica, (Milano-Messina, Principato); “GIOBERTI” (Vita e pensiero, Milano, Bocca); “Metafisica dell'arte” (Padova, Liviana); “La mia prospettiva filosofica” (Treviso, Canova); Esistenzialismo ateo ed esistenzialismo teistico. Esposizione e critica costruttiva” (Padova, Milani); Aubier, Estetica (Roma, Studium); Trattato di Estetica”; “L'arte nella sua autonomia e nel suo processo” (Brescia, Morcelliana); Personalismo educativo (Roma, Bocca). Dialettica dell'immagine. Studi sull'imaginismo di S., a cura dell'Associazione filosofica trevigiana (Genova); Caimi, Educazione e persona” (Scuola, Brescia); Cappello, Dalle opere e dal carteggio del suo archivio, Europrint, Treviso, Per una antropologia in S.: metafisica, personalismo, umanesimo, Cappello, ER. Pagotto, Padova, Lasala, Una ragione vivente. L'immagine e l'ulteriore, in  Frammenti di filosofia contemporanea, I.v.a.n. Project, Limina Mentis, Villasanta, Boni, Le ragioni dell’esistenza. Esistenzialismo e ragione (Mimesis, Milano); Rigobello, Scritti in onore (Liviana, Padova). Rivista Rosminiana, treccani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Nome compiuto: Luigi Stefanini. Stefanini. Keywords: inter-personalismo, io e l’altro, l’altro da me, altro da se, alterita, other-love, self-love. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Stefanini” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Stefanoni: Marconimania -- implicatura e ragione: there St. John mingles with his friendly bowl, the feast of reason, an the life of soul -- filosofia italiana – P. G. R. I. C. E. – philosophical grounds of rationality: intentions, categories, ends -- By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library  (Milano). Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Mantova, Lombardia. Grice: “I love Stefanoni. I regard him as the frist Italian philosophical lexicographer! Marsoli quotes Ranzoli in passing. And Ranzoli disparages Stefanoni. But I prefer Stefanoni to Ranzoli. Ranzoli tends to lean towards the pompous, whereas only in Stefanoni you would find things like: ‘this word should be extracted from all dictionaries!”  Nasce da Alessandro e da Maria Colombo. È rapito fin dalla fede di MAZZINI (vedasi) e parte volontario al seguito di GARIBALDI (vedasi) nella campagna. Subito dopo l’unificazione comincia a collaborare con il periodico repubblicano L’Unità italiana, ma ben presto i rapporti con MAZZINI (vedasi) si complicano a causa dell’attrazione di S. per le correnti razionaliste e anti-religiose che in quegli anni cominciano a lambire le file dell’area democratica. Al pensiero del filosofo razionalista Franchi fa infatti riferimento la opera importante di S., intitolata La scienza della ragione e pubblicata con un certo clamore a Milano. L’autore vi fa aperta professione di a-teismo, delineando i contorni di una pur vaga e semplicistica filosofia materialistica.  Se però S. riconosce in Franchi il proprio maestro in filosofia, in politica il punto di riferimento rimane Mazzini, come risultava evidente dal saggio Mazzini. Note storiche -- Milano. Un segno di continuità nel solco di MAZZINI (vedasi) è anche Le due repubbliche e il due dicembre -- Milano --, nonché l’attenzione verso la questione polacca, testimoniata dall’opuscolo su Nullo, pubblicato a pochi mesi di distanza dall’uccisione del patriota democratico per mano dei russi -- Nullo martire in Polonia. Notizie storiche, Milano.  Il dissidio con Mazzini si aggrava quando S. si impegna in prima persona nella fondazione a Milano di una Società di liberi pensatori. L’iniziativa, tenacemente avversata dal maestro, provoca la rottura fra i due. Vede la luce in quest’ambito la rivista settimanale Il libero pensiero. Giornale dei razionalisti, di cui S. è l’animoso direttore fino all’ultimo numero.  La rivista è dedicata alla demolizione dei dogmi e dei culti cattolici, nonché più in generale alla critica delle superstizioni e dell’intolleranza religiosa, cui si contrapponevano l’esaltazione del pensiero scientifico, la tradizione razionalista, la nuova dottrina materialista. Il frequente ricorso alla derisione e alla contumelia insieme alla forma caustica, passionata, rabbiosa -- Uda, Magnetismo, in Il libero pensiero -- della polemica, che talvolta colpirono anche gli amici e procurarono alla rivista diversi sequestri per offese alla religione dello stato italiano, le assicurarono d’altro canto una certa capacità di penetrazione tra il ceto popolare urbano. Alla ri-educazione in senso anti-clericale e anti-religioso delle masse mira anche l’Almanacco popolare del libero pensiero, che ai temi della rivista aggiunge un calendario laico, composto dai nomi di personaggi cari alla tradizione razionalista, democratica e patriottica.  Nel frattempo, la vena poligrafa di S. si dimostra inesauribile. Sono di quegli anni la Storia critica della superstizione -- Milano -- e il DIZIONARIO FILOSOFICO – H. P. Grice: “J. L. Austin: “Go through the dictionary!” “I thought he meant Stefanoni!” -- Milano --, nonché alcuni romanzi di ispirazione anti-clericale -- I rossi ed i neri di Roma, Milano, L’Inferno, Milano, Il Purgatorio, Milano, Il Paradiso, Milano. Ben più importante fu l’attività di traduzione: nel giro di una manciata di anni S. tradusse una quantità impressionante di pagine, a cominciare da quelle di Büchner, un divulgatore scientifico di ampio successo che sostene una concezione integralmente materialistica e atea della realtà. Forza e materia -- Kraft und Stoff – la cui prima edizione comparve a Milano e che tutt’oggi rimane l’unica traduzione italiana disponibile – ha un forte impatto sul piano culturale e su quello politico. Per i filosofi ribelli stanchi del misticismo di MAZZINI (vedasi) nonché di un’educazione bigotta e repressiva, Büchner – di cui S. tradusse anche Scienza e natura -- Milano -- e L’uomo considerato secondo i risultati della scienza. Donde veniamo? – Milano – è una rivelazione, una liberazione e una chiamata a raccolta, che concorse peraltro allo slittamento della ribellione politica sul terreno dell’inter-nazionalismo anarchico-socialista. Nello stesso breve giro di anni S. tradusse anche la Fisiologia delle passioni -- Milano -- dell’antropologo materialista Letourneau, le lezioni sull’essenza della religione -- Milano -- di Feuerbach, diverse opere dello scrittore razionalista Morin e, nella prospettiva del recupero del filone materialista dell’illuminismo, L’uomo macchina -- Milano -- di Mettrie. S. si trova Firenze, dove per sua iniziativa si era trasferita la sede del giornale e si era costituita una Società del libero pensiero, con cui si fuse la Società della onoranza funebre, vicina agli ambienti massonici e volta a promuovere il funerale laico e la cremazione. Ciononostante, verso la massoneria S. ha un atteggiamento critico, contestandone il carattere segreto e il legame di obbedienza imposto ai suoi membri. Entra in contatto con Cafiero, allora EMISSARIO DI MARX IN ITALIA, e indurì i toni della polemica con Mazzini per la sua condanna della Comune. Il libero pensiero prende a seguire da vicino la vita dell’Internazionale, pubblicandone regolarmente gli atti. S. fu in prima fila nella costituzione della sezione internazionalista di Firenze e in quella del Fascio Operaio cittadino, sorto coll’obiettivo di coordinare le diverse società operaie già esistenti e di indirizzarle in senso inter-nazionalista, sfidando l’egemonia di MAZZINI.  La convergenza tra i liberi pensatori – ai quali, in una lettera a Ceretti, Bakunin riconosce il merito di essere stati i primi a levare lo stendardo della rivolta contro l’autorità teologica di Mazzini -- Il libero pensiero -- e gli inter-nazionalisti nasconde però una divergenza di fondo, destinata ad affiorare presto. La polemica più lunga e astiosa, con risvolti personali anche pesanti, fu quella che S. ingaggiò verso il duo Marx-Engels -- da parte sua, in Les prétendues scissions dans l’Internationale Marx definì il circolo dei liberi pensatori un convento di monaci e di suore atee, Genève; ma anche rispetto ai bakuninisti S. manifesta un atteggiamento critico, respingendone la prospettiva insurrezionalista.  Negli stessi mesi egli porta avanti, in sintonia con GARIBALDI (Vedasi), il tentativo di unificare la frastagliata area democratica, razionalista, socialista: entra a far parte di un comitato provvisorio che, in vista della convocazione di un congresso unitario, rivolse un appello a tutti gli onesti democratici uniti in fratellevoli consorzi aventi per scopi precipui il miglioramento delle classi diseredate ed IL TRIONFO DELLA RAGIONE sulla rivelazione -- Il libero pensiero. All’appello era unita una Proposta di GARIBALDI (vedasi) pell’aggregazione di una sola – quale centro direttivo – di tutte le società esistenti, che tendono al miglioramento morale e materiale della famiglia italiana. Segue alla Proposta uno schema di statuto di quella supposta società, chiamata RAGIONE: lo statuto portava in calce la firma di GARIBALDI, ma in realtà era opera di Castellazzo e S.. Pochi giorni dopo avevano aderito già cinquantasette associazioni democratiche, repubblicane, socialiste e RAZIONALISTE, ma a causa dell’opposizione dei mazziniani e dei gruppi inter-nazionalisti napoletani e lombardi, l’iniziativa si risolge in un nulla di fatto.  Progressivamente defilato dall’attività politica, S. si dedica alla divulgazione storica, confermando in pieno il carattere fluviale della sua produzione. Fu la stagione delle Storie d’Italia illustrate e narrate al popolo nel segno dell’anti-moderatismo e dell’anti-clericalismo; nel complesso quindici volumi cumulativi distribuiti su tre opere -- tutte pubblicate dall’editore Perino di Roma --, in cui la narrazione, improntata a una chiave laica e democratica, comincia dai re di Roma e arriva fino alla contemporaneità. Intanto, S. era stato assunto come impiegato presso il ministero delle Finanze, dove divenne intendente; ma fu forzatamente collocato a riposo, nel corso di un lungo contenzioso colla pubblica amministrazione generato da un trasferimento e portato avanti per anni a suon di memorie, petizioni e ricorsi.  L’intera vicenda fu minuziosamente ricostruita nel pamphlet intitolato Tristi effetti del governo parlamentare -- Roma --, dove il suo caso personale assurse a prova del carattere patogeno dei governi parlamentari e in cui, in linea con la vague anti-parlamentarista di quegli anni, si invita il re a prendere in mano il controllo dell’esecutivo. La tendenza a portare avanti controversie senza fine, intrecciando alle ragioni pubbliche del contrasto aspetti personali e atteggiamenti provocatori si era acuita con il passare degli anni, ed emerse con forza nell’accanitissima battaglia ingaggiata nei primi anni del nuovo secolo contro Marconi e il telegrafo. S. indirizza al Senato una petizione contro il finanziamento di una stazione radio-telegrafica; parallelamente invia un diluvio di lettere a tutti coloro che a vario titolo erano coinvolti nell’iter di approvazione parlamentare, compreso il presidente della commissione incaricata di relazionare sulla questione, e pubblica memorie e pamphlet in cui, richiamandosi alla propria annosa polemica contro il magnetismo, il sistema Marconi veniva definito una pubblica e vergognosa mistificazione che non avrebbe dimostrato altro, se non la leggerezza della nazione italiana, così facile ad essere fatta zimbello dai furbi -- Contro la radiotelegrafia Marconi. Memoria, Roma. Fu questa la sua ultima battaglia, compendiata in un altro testo: Marconigrafia e marconimania -- Roma.  Muore a Roma e fu inumato al cimitero del Verano.  Fonti e Bibl: Milano, Archivio storico comunale, Stato civile, Ruolo generale di popolazione 1835, vol. 55; Roma, Cimiteri Capitolini, Cimitero monumentale del Verano, Anagrafe mortuaria. Sull’attività di Stefanoni come direttore del Libero pensiero si trovano diverse notizie nel gruppo di lettere conservate a Milano presso la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Fondo Mauro Macchi, b. 6, f. 34. Un gruppo di lettere degli anni Sessanta e Settanta indirizzate a corrispondenti diversi è conservato nell’Archivio del Museo centrale del Risorgimento di Roma, b. 336. Per un breve profilo biografico: A. De Gubernatis, Dizionario biografico degli scrittori contemporanei, Firenze 1879, p. 961 (ma la voce fu composta molti anni prima della morte di Stefanoni); più estesa la voce di E. Civolani, S. L., in Il movimento operaio italiano. Dizionario biografico, a cura di F. Andreucci - T. Detti, IV, Roma 1975, pp. 703-705. Molto ricchi di informazioni sono: R. Zangheri, Storia del socialismo italiano, I, Dalla Rivoluzione francese a Andrea Costa, Torino 1993, ad ind.; G. Verucci, L’Italia laica prima e dopo l’Unità, 1848-1876, Roma-Bari 1996, ad indicem. Sull’attività politica degli anni Settanta: E. Conti, Le origini del socialismo a Firenze, Roma 1950, ad indicem. Sulla polemica con Marx ed Engels: K. Marx - F. Engels, Scritti italiani, a cura di G. Bosio, Roma 1972, pp. 43-61, 217 s., 269 s. Per i rapporti con Cafiero: P.C. Masini, Cafiero, Milano 1974, pp. 43 s.Nasce da Alessandro e da Maria Colombo. È rapito fin da giovanissimo dalla fede mazziniana e ancora adolescente parta volontario al seguito di GARIBALDI (vedasi) nella campagna. Subito dopo l’unificazione comincia a collaborare con il periodico repubblicano L’Unità italiana, ma ben presto i rapporti con MAZZINI (vedasi) si complicano a causa dell’attrazione di S. per le correnti razionaliste e anti-religiose che in quegli anni cominciano a lambire le file dell’area democratica. Al pensiero del filosofo razionalista FRANCHI (vedasi) fa infatti riferimento il primo saggio importante di S., intitolata La scienza della ragione e pubblicata con un certo clamore a Milano. L’autore vi fa aperta professione di a-teismo, delineando i contorni di una pur vaga e semplicistica filosofia materialistica.  Se però S. riconosce in FRANCHI (vedasi) il proprio maestro in filosofia, in politica il punto di riferimento rimane MAZZINI (vedasi), come risulta evidente dal saggio Mazzini. Note storiche (Milano). Un segno di continuità nel solco mazziniano è anche Le due repubbliche e il due dicembre (Milano), nonché l’attenzione verso la questione polacca, testimoniata dall’opuscolo su Nullo, pubblicato a pochi mesi di distanza dall’uccisione del patriota democratico per mano dei russi (Nullo martire in Polonia. Notizie storiche, Milano). Il dissidio con Mazzini si aggrava quando S. si impegna in prima persona nella fondazione a Milano di una Società di liberi pensatori. L’iniziativa, tenacemente avversata dal maestro, provoca la rottura fra i due. Vide la luce in quest’ambito la rivista settimanale Il libero pensiero. Giornale dei razionalisti, di cui S. è l’animoso direttore. La rivista è dedicata alla demolizione dei dogmi e dei culti cattolici, nonché più in generale alla critica delle superstizioni e dell’intolleranza religiosa, cui si contrapponeno l’esaltazione del pensiero scientifico, la tradizione razionalista, la nuova dottrina materialista. Il frequente ricorso alla derisione e alla contumelia insieme alla forma caustica, passionata, rabbiosa (Uda, Magnetismo, in Il libero pensiero) della polemica, che talvolta colpirono anche gl’amici e procurarono alla rivista diversi sequestri per offese alla religione dello stato, le assicurarono d’altro canto una certa capacità di penetrazione tra il ceto popolare urbano. Alla ri-educazione in senso anti-clericale e anti-religioso delle masse mira anche l’almanacco popolare del libero pensiero, che ai temi della rivista aggiunge un calendario laico, composto dai nomi di personaggi cari alla tradizione razionalista, democratica e patriottica. Nel frattempo, la vena poligrafa di S. si dimostrava inesauribile. Sono di quegli anni la Storia critica della superstizione (Milano) e il DIZIONARIO FILOSOFICO (Milano), di cui Grice ha detto: “I don’t give a hoot what the dictionary says, unless it’s Stefanoni’s!” – in provocative response to fellow Oxford philosopher J. L. Austin ‘that I should go through the dictionary!’ -- nonché alcuni romanzi di ispirazione anti-clericale (I rossi ed i neri di Roma, Milano), L’Inferno (Milano), Il Purgatorio (Milano), Il Paradiso (Milano), per un totale di sedici volumi. -ALT Ben più importante è l’attività di traduzione. Nel giro di una manciata di anni S. traduce una quantità impressionante di pagine, a cominciare da quelle del tedesco Büchner, un divulgatore scientifico d’ampio successo che sostene una concezione integralmente materialistica e a-tea della realtà. Forza e materia (Milano), Kraft und Stoff, ha un forte impatto sul piano culturale e su quello politico. Per i ribelli stanchi del misticismo mazziniano nonché di un’educazione bigotta e repressiva, Büchner – di cui S. traduce anche Scienza e natura (Milano) e L’uomo considerato secondo i risultati della scienza. Donde veniamo? (Milano) – è una rivelazione, una liberazione e una chiamata a raccolta, che concorre peraltro allo slittamento della ribellione politica sul terreno dell’inter-nazionalismo anarchico-socialista. Nello stesso breve giro di anni S. traduce anche la FISIOLOLGIA DELLE PASSIONI (Milano) dell’antropologo materialista Letourneau, le lezioni sull’essenza della religione (Milano) di Feuerbach, diverse opere dello scrittore razionalista francese Morin e, nella prospettiva del recupero del filone materialista dell’illuminismo, L’uomo macchina (Milano) di Mettrie. S. si trova a Firenze, dove per sua iniziativa si è trasferita la sede del giornale e si è costituita una società del libero pensiero, con cui si funde la società della onoranza funebre, vicina agl’ambienti massonici e volta a promuovere il funerale laico e la cremazione. Ciononostante, verso la massoneria S. ha un atteggiamento critico, contestandone il carattere segreto e il legame di obbedienza imposto ai suoi membri. Entra in contatto con Cafiero, allora emissario di Marx in Italia, e indurisce i toni della polemica con Mazzini per la sua condanna della comune. Il libero pensiero prende a seguire da vicino la vita dell’inter-nazionale, pubblicandone regolarmente gli atti. S.è in prima fila nella costituzione della sezione inter-nazionalista di Firenze e in quella del FASCIO OPERAIO cittadino, sorto con l’obiettivo di co-ordinare le diverse società operaie già esistenti e di indirizzarle in senso inter-nazionalista, sfidando l’egemonia mazziniana. La convergenza tra i liberi pensatori – ai quali, in una lettera a Ceretti, Bakunin riconosce il merito di essere stati i primi a levare lo stendardo della rivolta contro l’autorità teologica di Mazzini (Il libero pensiero) – e gl’internazionalisti nasconde però una divergenza di fondo, destinata ad affiorare presto. La polemica più lunga e astiosa, con risvolti personali anche pesanti, è quella che S. ingaggia verso il duo Marx - Engels (da parte sua, in Les prétendues scissions dans l’Internationale Marx definisce il circolo dei liberi pensatori un convento di monaci e di suore atee, Genève); ma anche rispetto ai bakuninisti S. manifesta un atteggiamento critico, respingendone la prospettiva insurrezionalista. Negli stessi mesi egli porta avanti, in sintonia con Garibaldi, il tentativo di unificare la frastagliata area democratica, razionalista, socialista. Entra a far parte di un comitato provvisorio che, in vista della convocazione di un congresso unitario, rivolge un appello a tutti gl’onesti democratici uniti in fratellevoli consorzi aventi per scopi precipui il miglioramento delle classi diseredate ed IL TRIONFO DELLA RAGIONE – cf. Luigi Speranza, “H. P. Grice, and the feast of conversational reason – the feast of reason – and bowl and the soul -- sulla rivelazione» (Il libero pensiero). All’appello è unita una proposta di Garibaldi pell’aggregazione di una sola – quale centro direttivo – di tutte le società esistenti, che tendono al miglioramento morale e materiale della famiglia italiana. Segue alla proposta uno schema di statuto di quella supposta società, chiamata Ragione – cf. P. G. R. I. C. E. – philosophical grounds of reason: intentions, categories, ends. Lo statuto porta in calce la firma di Garibaldi, ma in realtà era opera di S.e Castellazzo. Pochi giorni dopo adereno già cinquantasette associazioni democratiche, repubblicane, socialiste e razionaliste, ma a causa dell’opposizione dei mazziniani e dei gruppi inter-nazionalisti napoletani e lombardi, l’iniziativa si risolge in un nulla di fatto. Progressivamente defilato dall’attività politica, S. si dedica alla divulgazione storica, confermando in pieno il carattere fluviale della sua produzione. È la stagione delle Storie d’Italia illustrate e narrate al popolo nel segno dell’anti-moderatismo e dell’anti-clericalismo. Nella storia, pubblicata da Perino di Roma, la narrazione, improntata a una chiave laica e democratica, comincia dai re di Roma e arriva fino alla contemporaneità. Intanto, S. è stato assunto come impiegato presso il ministero delle finanze, dove divenne intendente; ma è forzatamente collocato a riposo, nel corso di un lungo contenzioso con la pubblica amministrazione generato da un trasferimento e portato avanti per anni a suon di memorie, petizioni e ricorsi. L’intera vicenda è minuziosamente ricostruita nel pamphlet intitolato Tristi effetti del governo parlamentare (Roma), dove il suo caso personale assurge a prova del carattere patogeno dei governi parlamentari e in cui, in linea con la vague anti-parlamentarista, si invita il re a prendere in mano il controllo dell’esecutivo. La tendenza a portare avanti controversie senza fine, intrecciando alle ragioni pubbliche del contrasto aspetti personali e atteggiamenti provocatori si è acuita con il passare degli anni, ed emerge con forza nell’accanitissima battaglia ingaggiata contro Marconi e il telegrafo. S. indirizza al Senato una petizione contro il finanziamento di una stazione radio-telegrafica. Parallelamente invia un diluvio di lettere a tutti coloro che a vario titolo sono co-involti nell’iter di approvazione parlamentare, compreso il presidente della commissione incaricata di relazionare sulla questione, e pubblica memorie e pamphlet in cui, richiamandosi alla propria annosa polemica contro il magnetismo, il sistema Marconi vienne definito una pubblica e vergognosa mistificazione che non dimostra altro se non la leggerezza della nazione italiana, così facile ad essere fatta zimbello dai furbi (Contro la radiotelegrafia Marconi. Memoria, Roma). È questa la sua ultima battaglia, compendiata in un altro testo: Marconi-grafia e marconi-mania (Roma). Muore a Roma ed è inumato al cimitero del Verano. Fonti e bibl: Milano, Archivio storico comunale, Stato civile, Ruolo generale di popolazione; Roma, Cimiteri Capitolini, Cimitero monumentale del Verano, Anagrafe mortuaria. Sull’attività di S. come direttore del Libero pensiero si trovano diverse notizie nel gruppo di lettere conservate a Milano presso la Fondazione Feltrinelli, Fondo Macchi. Un gruppo di lettere indirizzate a corrispondenti diversi è conservato nell’archivio del museo centrale del risorgimento di Roma. Per un profilo biografico: Gubernatis, Dizionario biografico degli scrittori contemporanei, Firenze (ma la voce è composta molti anni prima della morte di S.). Più estesa la voce di Civolani in Il movimento operaio italiano. Dizionario biografico, a cur. Andreucci - T. Detti, IV, Roma. Molto ricchi di informazioni sono: Zangheri, Storia del socialismo italiano, Dalla Rivoluzione francese a Costa, Torino, ad ind.; Verucci, L’Italia laica prima e dopo l’Unità, Roma-Bari. Sull’attività politica: E. Conti, Le origini del socialismo a Firenze, Roma. Sulla polemica con Marx ed Engels: Marx - Engels, Scritti italiani, cur. Bosio, Roma. Per i rapporti con Cafiero: Masini, Cafiero, Milano. DIZIONARIO FILOSOFICO -- CONTENENTE L' ESPOSIZIONE DEI PRINCIPALI SISTEMI FILOSOFICI, LA BIOGRAFIA DEI FILOSOFI, LA CRITICA DEI DOMMI E DELL’ERESIE, LA DEFINIZIONE DEI VOCABOLI, ECC. ECC. MILANO BATTEZZATI Via S. Giovanni alla Conca. CONTENENTE L' ESPOSIZIONE DEI PRINCIPALI SISTEMI FILOSOFICI, LA BIOGRAFIA DEI FILOSOFI, LA CRITICA DEI DOMMI E DELL’ERESIE, LA DEFINIZIONE DEI VOCABOLI SCIENTIFICI ATTINENTI ALLA FILOSOFIA ECC. ECC. MILANO BATTEZZATI Via S. Giovanni alla Conca. Parma Tipografia della Società fra gl’Operai-tipografi. Uomo che adopra voci alle quali non dachiaro senso e determinato, inganna se stesso e gl’altri. LOCKE. Coloro che si occupano della filosofia sanno quanto importi l' avere ad ogni momento sottomano le definizioni dei vocaboli, l’esposizione storica, e le controversie dottrinali, senz' uopo di doversi sobbarcare in lunghe e penose ricerche di saggi che spesso non si possedono e più spesso ancora s'ignorano. Onde mi pare fatica vana lo spendere parole per dimostrare ai filosofi, ed eziandio ai curiosi, di quanta utilità puo essere un DIZIONARIO *filosofico*. Ma giova che si sa quale indirizzo e quale ordine presiedettero alla compilazione di questo, ch'è il primo che si pubblica in Italia, e che perciò appunto vanta maggiori titoli alla tolleranza dei filosofi. Gl’articoli onde si com pone questo dizionario possono dividersi in quattro classi attinenti: alla DEFINIZIONE, alla biografia ed alla storia, ove succintamente si espongono le vicissitudini di questo o quello SISTEMA filosofico, e rapidissimamente si accennano i punti più salienti della vita dei filosofi. Alla RAGIONE, dove si espongono i risultamenti degli studi sui quali oramai, per comun consenso, tutta quanta la filosofia si fonda. Alla critica ed alla controversia, che delle teorie e dei sistemi, addita le parti manchevoli e le contraddizioni colla ragione. Questi quattro caratteri or s'incontrano in separate voci, or si riuniscono in un solo, secondo che parve più opportuno per maggior chiarezza l'unirli -- o il separarli Ma, ad ogni modo, la connessione delle idee è conservata con opportune citazioni di rimando dall'una all' altra voce, acciocchè la necessaria separazione dei vocaboli, in nulla pregiudichi l'unità d'indirizzo di tutta l'opera, la quale s’informa a quello stesso metodo di CRITICA RAZIONALE, ch'io già ho il conforto di vedere encomiato nella mia storia critica della filosofia. Quindi il meglio che io posso dire in favor del dizionario mio, si è di ripetere le parole già rivolte ai filosofi nella prima edizione di quel lavoro. Que st' è il primo saggio di simil genere che venga in luce in Italia, onde, avuto riguardo alla pochezza dei mezzi e alle difficoltà che sempre s'incontrano nei nuovi tentativi della ragione, i filosofi mi sapranno grado, quan anche l'opera mia non è riuscita cosi difusa e cosi completa, come, pel bene della verità, è a desiderarsi che è. Ma oltre la novità del saggio, ben altri titoli mi danno diritto a sperare nella indulgenza dei filosofi. Nella Gallia, Voltaire mi precede col suo dizionario filosofico. Ma gl’italiani chi lo hanno letto sanno in quante parti è manchevole ed anche erroneo, equantopoco risponde ai bisogni della nostra filosofia italiana. Oltre di che una buona metàdi quel dizionario si occupa d’inezie o d'ARGOMENTI affatto STRANIERI ALLA FILOSOFIA, come sono, ad esempio, le voce alfabeto, agricoltura, Alessandro, aneddoti, drammatica, grano, governo, imposta, e tanti altri, basta dire ch' esso trascura un grandissimo numero di vocaboli necessariissimi a conoscersi e a definirsi, e dei filosofi appena pochissimi accenna, per capire che l'autore è prolisso in quelle cose nelle quali dove esser parco, ed è invece soverchiamente parco dov’è necessità il diffondersi. Questi ed altri difetti, che or non giova ripetere, io cerco d’evitare; onde non paia immodestia la mia, se qui mi piace affermare la intera autonomia di questo lavoro, il quale, d'altronde, ha potuto attingere la sua forza nei moderni progressi della ragione e nel vigoroso indirizzo della filosofia razionale. Ad ogni modo, se io non sono riuscito ad appagare in teramente il desiderio dei filosofi, non credo che la toleranza puo, senza ingiustizia, venirmi meno. E per vero, se a Voltaire, ricco, pieno di fama e di sapere, protetto dalla corte e appoggiato dal concorso volontario dei più illustri pubblicisti non è riescito di far opera perfetta, e nondimeno il mondo degl’enciclopedisti in mezzo al quale getto quel suo lavoro, giudicollo assai benignamente, mi pare che, fatte le dovute proporzioni, una eguale indulgenza non puo rifiutarsi a chi nella sola sua attività e nelle sue sincere convinzioni attinge l'impulso ad operare, e non ha poi su Voltaire altro vantaggio, che quello d’essere venuto un secolo dopo. Federico di Prussia in una sua lettera fa risalire la data dei prime voci del dizionario filosofico di Voltaire. Ma COLINI (vedasi), che puo esser meglio informato, così ne fa la genesi. Il progetto del dizionario filosofico dev’essere riferito al disegno di quest' opera, ideato a Postdam, ove in ogni sera, mentre Voltaire sen' giace a letto, io gli leggo, secondo l'uso, qualche frammento d’ARIOSTO (vedasi) o BOCCACCIO (vedasi). Egli si corica assai preoccupato, e m' apprende che alla cena di Federico molto si è parlato dell' idea d’un dizionario, alla BRUNO, filosofico, la quale a poco a poco concretata, si è convertita in un progetto serio. Ei mi dice che i filosofi del re, e il re stesso doveno lavorarvi intorno di concerto, e che si distribusceno le voci, tali che Adamo, Abramo ecc. Credetti in sulle prime che questo progetto non è altro che un ingegnoso scherzo inventato per rallegrare la cena. Ma Voltaire, vivace ed ardente, s’accinse al lavoro indomani. ABELARDO A 9 Abecedarj. Dopochè Lutero ebbe | nella quale si distinse, meno, a dir vero, assodato il principio, che la ragione in- per la novità de'suoi precetti, che per la dividuale è sola giudice della interpreta- | foga giovanile e per la insinuante elo zione delle Sante Scritture, Stork, di scepolo di lui, a rinforzare la massima del maestro, insegnò che lo studio non giovava a nulla nella interpretazione, ne eraanziunimpedimento,edistoglieval'uo modallaparoladi Dio.Laondediceva, che migliorpartito quello era di non imparare aleggere, perocchè coloro ch'erano dotti correvano pericolo di dannarsi. Parrà strano che da un principio diretto a sol levare la dignità individuale, venisse de quenza. A Parigi fu preso d'amore per la nipotedel canonico Fulberto per nome Eloisa, la sedusse e la mend in moglie con vincolo segreto; ma gli amori suoi resi popolari da una lettera ch'egli stesso scrisse, non furono nè onorevoli per lui nè ebbero buonfine. Poco di poi Eloisa prende il velo, ed Abelardo, fattosi monaco, incomincia a scrivere su cose teologiche. Or si è appunto nella sua In troduzione alla Teologia e nella Teologia cristiana ch'egli, cercando di provare la verità della religione e dei misteri per via di similitudini che li rendessero chiari epalesi all' intelletto, ha, da certi filosofi, il nome di RAZIONALISTA – cf. Grice, “I am enough of a rationalist to found the conversational maxims on, er, conversational reason” -- Il quale se sia meritato io non saprei dire, ma parmi, ad ogni modo, che il dotta una conseguenza cotanto abbietta econtraria allanostra intelligenza, e nol si crederebbe davvero, se la setta degli abecedari, che fu un ramo degli Ana battisti, non fosse stata abbastanza dif fusa nella Germania, e non avesse anno verato nel suo seno Carlostadio, uno dei capi della Riforma. Ma tant'è; qualun- | vanto di appartenere a cotesto raziona que sia il nome ch'ella abbia e dovunque s'indirizzi, la superstizione riescirà sem pre a conseguenze funeste per l' umana dignità. Abelardo. (Pietro )Le solite esa gerazioni degli spiriti deboli, hanno at tribuito a questo teologo una poderosa missione contro alla Chiesa; nè manca rono filosofi, come Cousin, Rémusat e altri molti, i quali lo onorassero col ti tolo di vero campione del libero pensiero nel medio evo. Cotesto èerror massiccio, e ci vuol poco a dimostrarlo. Abelardo nacque nel 1079 in Palais nella Bretta gnada nobile e ragguardevole famiglia. Studið dialettica a Parigi ed a Laon e fu egli stesso maestro di questa scienza lismo teologico non gli rimanga incon trastato, avvegnachè, senza tanto dilun garci, Roscelino, maestro suo e capo della scuola nominalistica (vedi NOMINA LISMO), non solo aveva prima di lui sot toposto al ragionamento il mistero della Trinità, ma ancora l'aveva scosso dalle sue basi. Vero è che Abelardo fu accusato e condannato nel Concilio di Soissons, ma nulla ci autorizza a credere che tal condanna sia stata pronunciata contro ai suoi principii razionali; chè anzi nelle quattordici proposizioni condannate, non vi troviamo altro che errori teolo gici intorno alla natura di Dio, della Trinità e del peccato originale, i quali, dal più almeno, furono prima di lui pro 10 ADAMITI fessati da Pelagio, Nestorio, e Sabellio ed altri celebri eresiarchi (Vedi questi nomi). Benè vero che unsecondo concilio adu nato a Sens sipronunciò controleopinioni d' Abelardo, il quale, per altro, protestò di non aver mai professati gli errori che gli si imputavano, ed egli stesso gettò sul fuoco il libro nel quale pre tendevasi che li avesse esposti. Ma è lecito credere che quella persecuzione, meno procedesse dall'odio per l'eresia, che per occulti rancori e rivalità personali fra Abelardo, l'abate di Thierry in prima, e S. Bernardo poi, il quale non aveva mancato di additarlo allacorte di Roma siccome « un Dragone infernale e il pre cursore dell' Anticristo ». E la corte di Romanondurò fatica a credere alle poco cristiane accuse del turbolento santo, in quantochè costui non aveva mancato di insinuare che Abelardo aveva stretta una occulta lega con Arnaldo da Brescia per rovesciare il primato di Gesù Cristo (V. Bernardo Epist. 330, 331, 336, 337). Ma giova credere, cosa d' altronde confessata dagli stessi cattolici, che siffatte accuse non avevano ombra di fondamento, fuor chè in una inimistà personale, perciocchè ritiratosi Abelardo nel monastero di Clu gni, fu rappacificato con S. Bernardo e vi morì, come dice l'abate Pluquet, con edificazione di tutti i religiosi. ACCADEMICA. Dicesi scuola accademica la filosofia che è insegnata nella Grecia durante il periodo di quattro secoli circa, che corrono da Platone fino ad Antioco. Tre sono le Accademie generalmente ammesse. Quella di Platone è la prima; la media di Archelao, e la nuova di Carneade. Una quarta accademia è riconosciuta d’altri; e altri ancora ne ammettono una quinta d’Antioco (Sesto Empirico. Instituzioni Pirroniane). S'intende da se, che la prima scuola accademica rappresentata da Platone e da Socrate – cf.Grice, “ATHENIAN DIALECTIC, AND OXONIAN DIALECTIC” -- è la naturale alleata dello spiritualismo; ed è perciò chegli spiritualisti eccletici, per la bocca di Saisset, riconoscono che la prima soltanto è giunta all'apogeo della grandezza, mentre colle altre s' incamminò verso la decadenza. Il fatto si è che con Arcesilao lo scetticismo s'introdusse nell'Accademia e Carneade lo rinforza provando che fra una percezione vera e una falsa non vi limite tracciabile, essendo lo spazio intermedio occupato da altre percezioni la cui differenza è infinitamente piccola: onde tra la scuola Accademica di Car neade e il Pirronismo, non vi è che una differenza di quantità o, per meglio di re, d' estensione. Adamiti. Il Beausobre ha tacciato di inesattenza S. Epifane, il quale rife risce (Hæres. 51) che gli eretici di una antica setta solevano assistere alle ra dunanze del culto affatto nudi, d'onde avevano preso il nome di Adamiti, per ciocchè fu appunto in tal costume che Adamo sen' venne al cospetto della di vinità. Quantunque la cosa sembri strana, non è tuttavia inverosimile, e se riflet tiamo che tra i Greci ed iRomani l'uso di scoprirsi la testa e di spogliarsi in parte in segno di rispetto era generale, non ci parrà impossibile che l'abbiano adottato anche i cristiani. Anzi, contra riamente all' uso ebraico ancor vigente nelle sinagoghe, dice S. Paolo che i Greci convertiti oravano e profetizza vano a testa scoperta, e Plutarco rife risce che Augusto, scongiurando il Se nato che non volesse imporgli la ditta tura, si abbassò fino alla nudità. Fatta la dovuta parte ai costumi dei tempi, non vi è dunque nulla d'invērosimile che alcuni cristiani per un sentimento di esagerazione facilmente spiegabile in uomini entusiasti, abbiano preteso che meglio conveniva onorar Dio nel co stume stesso ch'egli aveva dato al pri mo uomo. Quelche intendere nonsipuò, si è che cotali settari entrando, maschi e femmine, nel tempio ignudi si con servassero casti a loro modo. Anche in tempi più recenti lanudità comeprincipiodi cultononmancodi setta tori. Gli Adamiti ricomparvero nel secolo AGNOETI XIII guidati da Tanchelino,il quale con tre mila armati piantò la sua sede in Anversa; e nel secolo XIV, sottoil nome di Turlupini e di poveri fratelli, nel Delfinato e nella Savoia an-lavano affatto 11 nudi ed inpieno giorno commettevano le azioni più brutal i. Furono distrutti da | chè non sono rivelati mediante la pro que attribuiti a Mosè; profetici, e son quelli di Giosuè e seguenti; ed agiografi che sono i Salmi, Proverbi, Giobbe, Daniele, Esdra, Paralipomeni, Cantico, Ruth ecc. Agli agiografi attribuiscono un valore inferiore agli altri, inquanto CarloV, che molti ne fece abbruciare. Un secolo dopo nella Germania, un fanatico per nome Picard facendosi credere no velloAdamo inviatodaDioper ristabilire laviolata legge di natura, insegnò la nudità del corpo e la comunanza delle donne essere regola naturale; e ai suoi seguaci ingiunse di passeggiare affatto nudi però che, diceva, chiunque copre la sua nudità, senza ribellione dei sensi non può più vedere una persona di sesso diverso dal suo. Non sono molti anni che alcuni fa natici tentarono di ristabilire la setta degli Adamiti in America. Radunavansi costoro in un granaio di Brooklyn a Nuova Jork, ch'essi dicevano il Para diso Terrestre, e colà, uomini e donne, nel costume Adamitico facevano le loro divozioni. Ma nonostante la libertà reli giosa concessa negli Stati Uniti, la po lizia non ha creduto di poter, tolle rare questa novella rivelazione; laonde gli Adamiti furono dispersi e minac ciati di un processo. Adiaforisti o indifferenti. Nome dato a coloro che nel secolo XVI segui rono Melantone, al quale il carattere pacifico impediva di aderire all' estrema violenza e al fanatismo con cui Lutero perseguitava gli avversari. Afortiori. Tanto meglio, amag gior ragione. Impiegasi nelle materie di pura controversia, quando si conclude dal meglio provato al men provato, dal più al meno, come per esempio: Agiografi. Dal greco: scrittori sa cri. Gli ebrei distinguono i libri della Bibbia in legislativi, é sono i primi cin fezia. Comunemente poidiconsi agiografi tutti gli autori che scrissero la vita dei santi. Agnoeti. Il capitolo XIII, verso 32 dell' Evangelo di S. Matteo, dice che quanto al giorno e all' ora del giudizio universale nessuno la sa, non pur gli Angeli che sonnel cielo,nè il Figliuolo; ma solo il Padre. Fondandosi sopra que sto passo, verso la metà del quarto se colo i discepoli d'un tal Teofronio so stennero, e, per verità, non senza fon damento, che Iddio non aveva una scien za universale, ma ch' egli pure andava manmano estendendo le sue cognizioni. Il perchè, dicevano essi disputando, se il Figliuolo è consustanziale al Padre ed è Dio egli stesso, come potrebbe ignorare il giorno del giudizio, se questo giorno è noto al Padre Dunque, o Gesù Cristo non è Dio, e inquesta opinione vennero gli arriani ( Vedi ARRIO ) oppure vi hanno cose che la sua divinità ignora; d'onde costoro ebberoilnomedi Agnoeti, sinonimo d'ignoranti, siccome mettevano l'ignoranza in Dio. Alcuni padri tenta rono di rispondere a questa difficoltà, ma non ebbero che ragioni fiacche o scem pie. Chi, come S. Atanasio (Sermone contro ' Arrianesimo) addusse che Gesù aveva ignorato il giorno del giudizio in quanto era uomo, e chi aggiunse (Ori gene in Mati) che con quelle parole il Figliuol di Dio questo solo aveva voluto dire, che non aveva in quella cosa una scienza sperimentale; il che, per altro, poteva dirsi eziandio del Padre. Ma pare che nenimeno i credenti fossero molto convinti di queste ragioni, poichè non mancarono altri che tentarono d' intro durre un nuovo genere di spiegazione, sopprimendo addrittura il versetto in questione. Tanto almeno ci riferisce Fabricio, il quale ha potuto accertare che | disegno di mettersi al coperto dal fer in parecchi manoscritti antichi dell' E vangelo di S. Matteo questo passo era scomparso. E fu buona ventura che tal soppressione non riuscisse a più com pleti risultati, avvegnachè ben giovache la Chiesa porti seco il pesante fardello de'suoi errori. Albigest. Nomedato ad una setta di eretici che occupavano la Linguadoca nel dodicesimo secolo. Quali fossero le dottrine degli Albigesi non è facile lo stabilire, perocchè ilBasnage, forse per soverchia tendenza a mostrare la conti nuità della tradizione delle dottrine pro testanti,, li confuse co'valdesi, mentre il Bossuet e altri cattolici vogliono assimi larli ai manichei. Certo è che fra le mol tissime sette che pullulavano in quei se coli, gli Albigesi potevano avere attin to un po' a tutte lecredenze. Quindi se al manicheismo avevano tolta la creden za che Lucifero era concorso nella crea zione del mondo, nonpuòdirsi per questo cheessi ammettessero che cotesto spirito decaduto fosse indipendente e coeterno a Dio. Non è certo che'negassero la divi vinità di Gesù Cristo, e alladottrina della Riforma s'accostavano in questo, ch'essi negavano l'efficacia dei Sacramenti. Gli Albigesi sono celebri nella storia per la feroce repressione cui andarono soggetti. Contro di essi Innocenzo III bandi una crociata per la quale concesse i medesi mi benefizi spírituali che avevano lucrato i crocesegnati diretti alla liberazione, del santo sepolcro. Guidavano la crociata l'abate dei cisterciensi, legato del papa, ch'ebbe il titolo di Capitan Generale; 1 arcivescovo di Bordeaux e il vescovo fi-Limoges. L'esercito de'crocesegnati espugnò dapprima Beziers, e vi commise vore dei vincitori, seguendo il primo moto del loro impeto, comechè non erano da alcuno comandati, si gettarono su quegli infelici e li trucidarono tutti senza che un solo potesse salvarsi ». Ma se i crociati non erano diretti da autorevoli persone, ordini autorevoli avevano rice vuti dal Legato del papa, il quale, in terpellato come distinguere si potessero i cattolici dagli eretici, uscì in queste memorabili parole: Uccidete tutti, Iddio riconoscerà i suoi. Debellata Beziers po sero l'assedio a Carcassona, che s'arrese a patti, quindi si volsero contro Lavaur, ove ben ottanta gentiluomini furono ap piccati, e mossero infine contro Tolosa scopo ultimo della crociata e focolare dell' eresia. Inaudite barbarie scrive il cattolico Hurter, (Storia di Innocenz. III) segnarono il cammino dell'oste cattolica: inermi operai, donnee fanciullitrucidati ; distrutti i vigneti, atterrati gli alberi, segate le messi, i casolari e i villaggi dati alle fiamme fino presso della città, dove finalmente icrociatiposero il cam po ». Dueanniresistette ilconte di To losa a quell' orda de'vandali cristiani, ma infine, debellata la città, ben 15,000 nuove vittime furono immolate al sitibondo mostro del fanatismo. Si chiuse la crociata con la convoca zione del Concilio di Tolosa nel quale i vescovi, di concerto coi signori, statui rono severe pene contro gli eretici, Eraclito, scriveva Aristotile, crede che l'animadel mondo sial'eva porazione degli umori esterni che sono in lui,eche l'animadegli animali pro cedetantodall'evaporazione degli umo ri esterni che interni dello stesso ge nere>Macrobio però corregge il sen timento di Eraclito, dicendo ch' egli credeva che l' anima appartenesse al l'essenza stellare (animam scintillam stellaris essentiæ ). « Esiste, dic' egli, moto, d'ogni vita. Quando un corpo deve essere animato sulla terra, una molecola rotondadi questo fluido gra vita per la vialatteaverso la sfera lu nare, e colà arrivata ella si combina conun'ariapiù grossolanae diventa atta ad associarsi colla materia.Allora essa entra nel corpo che siforma, lo riem pie per intero, lo anima, cresce, soffre, ingrandisce, e con esso lui vien meno. Allorchè in seguito ei perisce ed i suoi elementi grossolani si disciolgono, que stamolecola incorruttibile se ne separa eal grande oceano dell'etere si ricon giungerebbe senza ritardo, se la sua combinazione coll' aria lunare non la ritenesse ( Macrobio. Sogno di Sci pione) ». Ennio invece non si accorda con Macrobio, e vuol che l'anima sia tratta dal Sole (Varrone Della lingua Sabina lib. IV). Zenone la riconduceva agli elementi del fuoco, e gli stoici ag giungevano che il seme umano non é altro che un estratto delle parti dell'a nima. » Epicuro, dice Plutarco. crede che l'anima sia unamiscela di quattro cose, di un certo che di fuoco, d'aria, di vento e di una quarta sostanza che non ha nome. Un'aria sottile la crede vano Anassagora, Anassimene Diogene ; Anassimandro, piú ragionevole degli al tri, credeva che l'anima altro non fosse che il sangue; ma Marc' Antonino la faceva derivare dal sangue e dal vento; eDicearco diceva addrittura che anima nonv'era. Da questi esempi noi dunque ve diamo che quasi tutta l'antichità pa gana ignorava affatto la spiritualità del l'anima ; ma i nostri moderni credenti saranno molto sorpresi di sapere che eziandio l'antichità cristiana non la co nosceva meglio. Non ho bisogno di dire che le Bibbia stessa non ci dauna idea dell' anima che sia men materiale di un fluido luminoso, igneo, sottilissimo, quella che avevano i filosofi pagani. In 30 ANIMA fatti le due volte che l'autore della Genesi discorre dell' anima, ce la mo stra, nell'una siccome un fiato, nell'al tra siccome identica al sangue. » E il «Signor Iddio formò l' uomo dalla pol «vere della terra e gli alitò nelle nari Èuna difficoltà grandissima, dice De la Lubere » il dare ai Siamesi l'idea di un puro spirito, e lo attestano i missio nari che vissero lungamente in quei paesi. Per vero, tutti i paganidell'Oriente credono che dopo la morte dell' uomo qualche cosa sussista separatamente e in non è molto antica. E per verità, una astrazione di questa natura non troppo facilmente si forma, perocchè ciò che contrasta colla esperienza e colla realtà, ripugna non meno ai sensi che alla ra gione. Noi possiamo dunque dire senza tema di errore, che la spiritualità del l'anima è concetto quasi esclusivamente cristiano, perciocchè non ci voleva meno che una gran tendenza al patire, e una delirante smania di fiacccre la carne e distruggere i vincoli del corpo, per far sorgere nel nostro cervello il pensiero di un Ente, che è la negazione di tutte le ANIMA DEL MONDO entità; il che sarà dimostrato nell' arti colo SPIRITO. Quale poi sia la sede dell' anima, fu oggetto di strane e curiose ricerche fra imetafisici e iteologicidell'antichità, nè occorre dire che essi, come al solito, nè si accordarono nè si intesero intorno a questo punto. Parendo a Platone che un' anima sola fosse poca cosa, tre ne suppose: l'una ragionevole, e la mise nel cervello; l'altra irascibile, e la collocò nel petto; l'ultimaconcupiscibile e laconficcò 31 prevalente. Bacone crede invece che due principii siano in noi: un' anima sensi tiva comune a tutto ciò che respira, ed un' anima ragionevole particolare per nel basso ventre. Tanto valeva il creare addrittura un'anima per ogni special fun zione del corpo umano. Maquelli che si contentaronodiun'animasola, laposeronel petto o nel cervello; e fra quelli che la posero nel cervello Descartes la conficcò nella glandula pineale, per la ragione che nel cervello è sola e vi è sospesa in guisa da prestarsi atutti imovimenti. Ragioni altrettanto convincenti consiglia rono altri a porre l'animanei ventricoli del cervello, o nel centro ovale, o nel corpo calloso, e altri in altri siti non meno curiosi. Che gli australiani ignoranti e rozzi come sono, credessero, come abbiamo veduto, che l'uomo può avere due ani me, è cosa che non farà maraviglia a nessuno. Quel che sorprende è, che una tal supposizione abbiapotutoentrarenella testa d'uomini d'ingegno e che ebbero fama d'increduli, come Bacone e Buffon. Ambi supposero che fossero in noi due principii, e il Buffon credè di provarlo citando certe contrarietà, che talora na scono in noi per la noia, l' indolenza e il disgusto, in cui pare che il nostro io sia diviso in due persone; laprima delle quali, che rappresenta la facoltà ragio nevole, biasima la seconda,ma non è ab bastanza forte per opporsi efficacemente evincerla. Ed è strano davvero, dico io, che un naturalista non siasi avveduto chequesta sorta di contrarietà, piuttosto che riferirsi a due principii,non rappre senta altro che quello stato nel quale l'io non sa,nè può determinarsi fra due opposti stimoliesterni, nessun de' quali è l'uomo. Ma il cancelliere d' Inghilterra non si avvedeva, che separando la sensa zione dal pensiero scindeva indue l'unità dell'io senziente, e riteneva che il pen siero fosse indipendente dalla sensazione; il che è assurdo, poichè in tal caso non solo bisognerebbe riconoseere l' esistenza di pensieri o di idee innate, ma si do vrebbe ancora ammettere che oltre alla sensazione, nel feto appena concepito esi ste eziandio il pensiero. Perocchè, o l'a nima pensante esite nel feto senza pen siero, il che è assurdo; oppure il prin cipio pensante pensa nel feto realmente prima ancora che si siano formati gli organi della sensazione. Il che non è meno assurdo, non potendosi concepire alcuna idea che possa essere dimostrata anteriore alla sensazione. (Vedi IDEE IN NATE, PENSIERO, IMMORTALITÀ, ANIMAZIONE. Per l'animadelle bestie v. BESTIE). Anima del mondo. Poichè si era dotato l'uomo d un'anima per spie gare l'attività del corpo, ragion voleva che al mondo, o, per meglio dire, all'u niverso, si assegnasse un' altra anima per spiegarne i movimenti. Nella filoso fia greca Platone, il padre di tutti i misticismi possibili e impossibili, ebbe la gloria d'inventare questa singolare ani ma, la quale, a parer suo, concorrere doveva a rendere perfetto il mondo e a spandere in ogni parte il movimento e la vita. Ei non pensò nemmeno che se il mondo era animato, e l'uomo si com pone della materia di che è composto il mondo, ' assegnare un' anima aquesto secondo essere, diventava una duplicità inutile. Ma ciò non doveva sgomentare Platone, il quale aveva giàdotato l'uomo di tre anime. (vedi ANIMA) L'anima del mondo passò naturalmente nella scuola d'Alessandria, erede delle teorie di Pla tone; ma presso gli stoici viene innal zata fino all'idea di Dio, con questa sin golarità però, che questa anima-Dio è 32 ANIMAZIONE una forza attiva della materia e le im prime il movimento e le dà le forme sotto le quali ella ci appare. Del resto, il concetto dell'anima del mondo o del I' anima universale, è domme pressochè generale di tutta la filosofia antica, ma manifestamente si concreta in Zenone, il quale si raffigura il mondo come un grande animale sferico composto di ma teria e d' intelligenza, e l' intelligenza concepisce sotto un certo che d' igneo, che definire non si pud. Imperocchè il fuoco ha una parte principalíssima in tutti i sistemi filosofici dell'antichità, e siccome era quanto di più sottile si co noscesse, così sovente i filosofi ricorre vano alla sua imagine per rappresen tare le loro inesprimibili astrazioni, come oggi ricorrono alla parola Spirito per rappresentare tutto ciò che definire non si pud. L'animadel mondodiventa ancor più materiale con Aristotile, il quale la confonde con l'etere che, a parer suo, muove l'universo.A'giorni nostri l'anima del mondo è scomparsa ed è stata so tendimento, l'altra alla sensibilità, ed era questa che si chiamava carro sottile del l'anima secondo i pitagorici, e che i rab bini, al dir di Macrobio, chiamavano vascello (Macr. Sogno di Scipione). Se guitando la dottrina dei germi preesi stenti, Ippocrate da buon medico, rese il mistero dell'animazione un po' piùmate riale, supponendo che i germi delle ani me, fluttuanti nell' aria, per gli organi della respirazione si introducano nel cor po umano, si svolgano primamente nel sangue e poi nell'utero. Come si vede, questo ingegnoso sistemanon aveva che un difetto solo, quello di rendere super flua l'azione del maschio, poichè se i germi dell' animagià esistononella fem mina, non si capiscelaragione onde non si sviluppino da soli. Meno male chePla tone era stato lontanissimo da queste materialissime figuredell' anima; egli l'a vea anzi elevata alla sublime altezza dei suoi sogni incomprensibili. » L'esi stenza di ogni generazione, diceva egli, consiste nell'unità dell' armonia triango stituita dalla forza, che alcuni concepi- golare (e perchè nondel quadrilatero ?); scono come principio indipendente e se parato dalla materia, sistema che è ca gione di tanti errori e di tante aberra zioni ( vedi FORZA).Ma in conclusione i filosofi moderni che così pensano, non fanno che cambiare nome alle cose, e riprodurre, sotto forme nuove, sistemi an tichi. Animazione.Dopo avere esposte le varie opinioni dei filosofi intorno al l'anima umana, ( vedi ANIMA) conviene oraesaminare lenonmeno singolari idee che essi hanno concepite per spiegare il modo con cui essa si forma e penetra del nostro corpo. Pitagora è il primo che accenni alla preesistenza dei germi per tutti gli animali. Quanto all'uomo, egli diceva che si compone di una so stanza la qual discende dal,dervello del padre e che si sviluppa per mezzo di un vapor igneo. Cotal sostanza forma, se condo lui, il corpodel figlio, e il vapore costituisce l' anima sua. La quale però è doppia, perchè l'una parte serve all'in il simulacro del padre che genera, e quello della madre nel quale si genera possono bencostituire due lati del trian golo; ma per renderlo perfetto bisogna aggiungervi il terzo lato della figurama tematica, vale a dire il simulacro del fi glio che è generato. » Ecco una spiega zionela quale,senonsaràintesa,non sarà però meno ammirata, poichènella meta fisica di solito si ammira appunto ciò che non s' intende. Anche la casistica cristiana non ha voluto lasciare inesplorato questo ferti lissimo campo delleumane congetture, e S. Agostino nelle sue Meditationes de votissimæ si domanda: Quid sum ego ? E risponde: Homo de humore liquido; fui enim in momento conceptionis in humano semine conceptus. Deinde spu ma illa coagulata modicum crescendo caro facta est. S. Agostino non poteva risolversi a credere che l'anima, occulta ta nel semepaterno, s'infondesse nelger me della madre al momento della fecon ANIMAZIONE dazione. Se così fosse quante anime an drebbero perdute acagionedell'onanismo edella spontanea polluzione ! Ecco per chè egli crede che l'anima umana, alla 33 mo fatto. Siamo già assai lontani dalle assurdità teologiche, ma lontani ancora dalla verità. Harwey ci fa avanzare diun guisa stessa di quella del Salvatore, ri sieda nel ventre dellamadre. L'aziondel padre è nulla in quanto allo spirito! L'aníma s'infonde direttamente nel seno materno ! Senza avvedersene Agostino cadeva nella contraddizione d' Ippocrate enon giungeva a spiegare perchè mai le anime non sbucciassero fuori da se sole, dal momentoche s'infondevano nel l'utero materno senza alcuna azione del maschio. Ma aveva egli ben altri pro blemi da spiegare ! Trattavasi di sapere inqual momento l'anima umana sarebbe restata contaminata dal peccato origina le; ciąè, se prima o dopo la infusione nel seno della madre. E risponde, che l'anima infusa èviziatadalla carne(Quæst Vet. Qest. XXIII) Per lo teologia Iddio hadunque questo nobilissimo ufficio, di creare continuamente delle anime e di at tendere il momento della fecondazione per infonderle subitamente nel ventre della femmina. Quante innumerevoli oc cupazioni per un Dio solo! Nè la opi nione di S. Agostino sulla continua cre azione rimane senza fondamento. Egli l'appoggia sopra ilvangelo, dove è detto che il padre opera sino ad ora (Giov.) e dove Paolo dice: Seminatur corpus animale, surget corpus spirita le. Infine S. Agostino doveva avere an che la testimonianza di un papa, Ales sandro VII, il quale nella sua infallibi lità, colla costituzione dell'anno 1661, di chiarava che l'anima di Maria Vergine nel primo istante della creazione e infu sione nel corpo, per special grazia epri vilegio di Dio, fu preservata dalla mac chiaoriginale. Ma abbandoniamo lacasistica e pas siamo alla filosofia moderna. Ecco De scartes che genera l'anima col concorso de' due semi e per l'intermediario del movimento. Le molecole dei due spermi fermentano insieme, ed ecco uscirne un cuore, un naso, braccia e gambe; un uo passo: è ancor poco, maè sempre meglio che nulla. Carlo I d'Inghilterra gli aveva abbandonate le bestie selvaggie dei suoi parchi, e il medico sì bene ne usò che dopomoltissime dissezioni anatomiche si accorse, che un punto animato s' agitava nel liquor cristallino della matrice. II punto-anima eradunquetrovato, manon era giàil punto matematico senza dimen sioni, non una astrazione metafisica; era unpuntomateriale. Piùtardi Leuwenhoek esaminando col microscopio lo sperma umano vi scoprì gli animalucoli sperma tici: fu una rivelazione. Una goccia di sperma diventava un oceano di anime. C'era tanto dasgomentarnela metafisica e la filosofia teologale. Come ! Un ani malucolo spermatico, una sorta di rettile microscopico che naviga nel liquor semi nale sarà quello che s'insinua nell' uovo della matrice, lo feconda e si trasforma in uomo? Come! sarem noi dunque i di scendenti di un animale, poichè non vi ha dubbio che questo animale spermatico rappresenta il principio dell'animazione? L'anima sarà dunque unprincipio mate riale; un puntomobile che naviganegli organi genitali del maschio? Bisognava ad ogni costo distruggere cotesta teoria, enon mancarono filosofi che vi si ac cingessero con un santo entusiasmo. Un naturalista che non osava negare questi animalucoli spermatici, cereò distruggerli in altro modo, e scrisse ch'erano come una sortadiparassiti, che vivevano nello sperma, come gli ascaridi vivono sotto la pelle e gli entozoari negl'intestini, insom mauna sorta di malattiache si era ge nerata un mezzo secolo indietro. Gli fu mostrato che i vermi seminali non si trovano nè nei bimbi, nè negli eunuchi, nè nei vecchi, nè negli adulti durante il periodo di certemalattie. Malafede val più della logica e dell' esperienza, e il malizioso contradditore nonmancò di dire che ciò dipendevaperchè inquegli esseri erano morti. (Bourguet Lettre philos. 3 34 ANIMAZIONE sur la formation des sels et des cristaux). coli; cosa impossibile a concepirsi. Con Parevache dopolascopertadi Leuwen- tuttociò i partigiani di Vallisnieri non si hoek ilmistero dell'animazione dovesse es- diedero per vinti, ed anzi procuraronodi sere spiegato col concorso del doppio ribattere lobbiezione movendone un'altra elemento: lo spermatozoide del maschio, dello stesso genere ai partitanti degli el'ovulo dellafemmina. Ma per solito spermatozoidi. Una balena che pesa sei le cose più semplici son quelle che centotrenta mila libbre, dissero essi, Diacciono meno. Un famoso medico ita- nel ventre della madre saràdunque stata liano, il dottor Vallisnieri, discerolo di settecento quarantotto milioni ottocento Malrighi, sulla fine del secolo XVII s'av- mila miliardi di volte più piccola della visò di imaginare che l'ovario della prima sua mole attuale. Il numero è prodigioso femmina contenesse delle uova, le quali davvero, ma ancor lontano da quello di aloro volta contenessero degli altri es- trentamila cifre. (Altri calcoli non meno seri organizzati coloro ovari piú piccoli, curiosi si possono vedere nelle opere di ecosì di seguito all'inanito. Con questo Rouybe T. II) Harsoëker si credette metodoil dottor Vallisni ri faceva risalire vinto, ma ebbe torto. Il perno della que direttamente a Dio la creazione primitiva stione non sta nella maggiore o minore di tutti i germi, che nel corso dei secoli piccolezza del germe; bensì nel fatto che si sarebbero poi trasformati in uomo ; gli spermatozoidi si vedono e i germi perocche Iddio, creando il primo germe, preesistenti non si vedono guari. Ad aveva posti dentro, l'uno nell'altro rav- ogni modo la controversia non era finita. volti, i tutti germi futuri. Tal fu il cele- Dopo Harsoëker viene Needham, gran bre sistema dei germi preesistenti e del fautore dell'epigenesi, celebre per le sue Loro imbottamento in un solo. Come si esperienzemicroscopiche, le qualivalgono vede, i medici del medio evo erano pure meglio dei numeri del suo predecessore. i gran metafisici! Ma Harsodber era Egli prende il liquor seminale dell'uomo rimasto fedele agli animalucoli sperma- e degli animali, lo chiude ermeticamente tici enonmancò di mostrare quanto fosse in unvetro, lo lascia lungamente esposto ridicola la teoria metafisica dell'imbotta-| al calore onde farperire ogni essere or mento dei germi preesistenti. Collapenna alla mano dimostrò il rapporto di gran dezza che doveva esistere fra il grano di una pianta sviluppata nel primo anno della creazione, e quello che, dopo una seria continuata di riproduzioni, si svi lupperebbe nell' ultimo anno del sessan tesimo secolo. Questo rapporto era rap presentato dalla cifra spaventosa di una unità seguita da trenta mila zeri! Har ganizzato che possa esservi entrato; ma in capo aqualche tempo, quand'egliesa mina il liquido al microscopio, lo trova ancor formicolante di animalucoli, quasi eguali a quelli di cui ilmicroscopio gli attestava la presenza nella farina di grano umettata. Da questa omogeneità di fenomeni Needham fu tratto a con chiudere che la generazione doveva es soëker aveva accettato come base dei suoi computi i sessata secoli della tra dizione biblica ; e non pertanto quale orrendo paradosso non risultava egli da questo semplice calcolo! Un grano di frumento nel paradiso terrestre, perchè potesse contenere tutti igermi di ripro duzione di sessanta secoli, o doveva es sere considerata come una cotal forza vegetativa, la quale, per altro, spiegare non seppe. Non si negarono le sue espe rienze, ma si disse che i germi infinita mentepiccolipotevanopenetrare dal di fuo ri anchein unvasoermeticamente chiuso. Acomporrelaquestionevenne infine Buffon. Posto tral'incudinee il martello, ecostretto ad attribuire l'animazione o sere più grosso del numero di trenta mila cifre or detto, o i germi dovreb bero essere stati di altrettanto più pic- minciò col dichiarare che l'uovo nei vi all'uovo od ai zoospermi, o spermatozoi di, come più tardi si chiamarono, incovipari altro non è che un essere di ra gione, e quanto agli spermatozoidi, se esistevano, ( prudente riserva ! ) non potevano costituire il feto. Quindi, sup pouendo che vi siano in ogni essere 35 zione intestinale. (Pouchet. Théorie po sitive de l'ovulation spontanée p. 321). Adunque, se il fatto dell' assenza o del l'esistenza di un organismo é contro una quantità di molecole simili sempre attive, le quali se si liberano dalle parti inorganiche producono un nuovo es sere, spiegò con esse il grande affare della generazione. Buffon non si avve deva forse che le sue molecole organi chenonerano, alpostutto, che laripro duzione degli spermatozoidi ? Forse sì; ma i grandi genii non accettano le scoperte altrui: le creano a nuovo ! Co munque sia, nè le molecole organiche di Buffon, né gli animalucoli viventi di Leuwenhoek piacquero amolti fisiologi moderni, i quali inclinano a conside rarli siccome elementi organici con correnti alla fecondazione dell' ovulo. Questaopinione sifondaprincipalmente sul fatto, che tutti gli animali non solo si muovono, ma mangiano, dige riscono e si riproducono, cosa che non si è ancor osservata negli spermatozoidi. Per altro, non si può negare che le osservazioni microscopiche siano ancora troppo incomplete per stabilire assolu tamente la nostra opinione. E la in compiutezza di queste osservazioni fon datamente la possiamo desumere dalla grande contrarietà di risultati a cui hanno condotti i micrografi ; talchè mentre i partigiani dell' opinione che considera gli spermatozoidi quali ele menti organici, come Prevost, Dumas, Wagner, Lallemand,Kölliker si fondano specialmente sul fatto, che essi non hanno organismo; i difensori della op posta opinione sostengono il contrario. Ecosì Valentin ha riconosciuto delle traccie di organizzazione negli sperma tozoidi dell'orso: delle vesciculestomaca liocirconvoluzioni d' intestino; Schwann pretende chealcentro della testa degli spermatozoidi dell'uomo esiste unaven tosa analoga a quella dei cerciari, e Pouchet assicura di avervi osservata una ventosa stomacale e una circonvolu versa, si capisce facilmente come debba essere controversa anche l'opinione della loro animalità, tanto più poi quando tutti si accordano intorno alla singolarità dei loro movimenti. Ecco infatti come ce li descrive A. Longet ( Traité de Phisiologie p. 739. Paris 1860). » Il raovimento degli spermato zoidi non ha nulla di comune con quello che si osserva sotto il micro scopio nelle particelle trasportate da correnti più o meno rapide, o col mo vimento molecolare sul quale R. Brown ha chiamato per il primo l' attenzione dei micrografi. Infatti, gli spermato zoidi si vedono dirigersi in avanti, come se tendessero verso un punto determinato, ritornare in senso con trario, ciascuno seguire una direzione differente, urtarsi, separarsi, passare fra i globuli mucosi che li circondano, abbassarsi nel fluido ove nuotano 0 elevarsi alla superficie, in una parola, agitarsi come se fossero sotto l'influ enza di un impulso volontario «. Ar roge che gli spermatozoidi sottoposti alle esplosioni elettriche, più non si muovono e il liquido spermatico di venta inetto alla fecondazione. Ad ogni modo, comunque sia ri solto il quesito dell' animalità o non degli spermatozoidi, il principio filoso fico nou muta, avvegnacché sia ben accertato che, molecola o animale, lo spermatozoide è il principio necessario della fecondazione. I fisiologi di tutte le opinioniin questo si accordano, che il liquido spermatico sprovvisto di sper matozoidi, come frequentamente accade in quello dei vecchi, dei fanciulli, del mulo edegli animali selvaggi fuori del l'epoca del rut, non produce feconda zione, mentre poi le esperienze di Spal lanzani hanno dimostrato che una goc cia di liquido tolta da un volume di 18 once d'acqua, nella quale siano stati di 36 ΑΝΤΙΝΟΜΙΑ luiti soltanto tre grani di seme con spermatozoidi, può ancora essere dotata di potenzafecondante. Tutte le opinioni della teologia e della metafisica non potranno dunque negare la potenza fecondatricedegli spermatozoidi, i quali si ostinarono e si ostinano tuttodi ad affermare la loro presenza e il diritto di cittadinanza nel regno umano, e sono anche l'ultima parola che, nello stato attuale delle nostre cognizioni, la scien za possa dire intorno al mistero dell' a nimazione umana. L'origine dello spi rito è dunque rappresentatada unamo lecola materiale! Animismo. Sistema filosofico del dottor Stahl, il quale, alle cause mecca niche e fisiche colle quali si spiegano i fenomini vitali e patologici, sostituisce sempre e in ogni caso l'azione diretta dell' anima sull' organismo umano. (Vedi STAHL. ) Anticristo. D' onde derivi la fa vola dell' anticristo non è facile lo sta bilire. S. Giovanni nell' Apocalisse dice che il diavolo sarà legatoper mille anni e poi appresso dovrà essere sciolto per poco tempo, ed uscirà per sedurre le genti che sono ai quattro angoli della terra (Apoc. XX 2, 3, 6, 7). Probabil mente Lattanzio copiando questa leg gendaha trasformato Satana nell'Anti cristo, così detto perché deve precedere di poco la venuta di Cristo per giudi care i vivi ed i morti. Altri teologi più recenti e non meno famosi lavorarono intorno a questa leggenda e tessero la vita di cotesto personaggio favoloso, che sarà il precursore della fine del mondo. S. Alfonso de Liguori,nelle sue Disser tazioni Teologiche assicura, sulla fede di chi, s'ignora, che l'anticristo na sceràin Babilonia dal connubio di una vergine col diavolo; e dal demonio sarà educato ne' segreti della magią e nel l'arte di sedurre le genti. Fatto adulto con falsi miracoli e simulando la santità della vita, si farà credere il Messia, gua dagnerà i popoli al suo partito, e for merà eserciti, moverà guerra ai principi e ai vassalli, e infine, gettata la ma schera, si abbandonerà alla più bassa lascivia e alle più empie turpitudini. Sugli altari porrà la propria effige, e dopo di essere stato riverito dal mondo come il più santo e il piùpotente, vorrà sostituirsi a Dio. Rotta allora unaguerra feroce contro la Chiesa e i suoi mini stri, contro Dio e la Vergine, egli per seguiterà col ferro ecol fuoco tutti colo ro che non vorranno apostatare. Questa persecuzione durerà mille duecento no vanta giorni, nè più nè meno, dopo i quali pioveranno dal cielo i torrenti di fuoco che distruggeranno tutti gli esseri, e l'arcangelo Michele scenderà dal cielo per uccidere l' anticristo e gettarlo nel l'abisso. Selaleggenda teologica, secondo ogni evidenza, è copiata dall' Apocalisse, con vien dire eziandio che il fondamento del racconto apocalittico riposa sopra un mito orientale, vale a dire sopralagran lotta finale, che, secondo il dualismo persiano, dovrà avvenire alla consuma zione dei secoli fra Ormuzd ed Arimane, il Dio della luce e quello delle tenebre. ( Ved i DUALISMO) La Riforma ha però ben saputo trarre al suo partito anche questa favola con un apposito articolo di fede, nel quale si dichiara che l'anti cristo è il papa; e non mancarono fra i riformatori uomini che si dedicassero a studi singolari per dimostrarlo. (Vedi APOCALISSE.) Antinomia.Kantchiamaantinomia ogni contraddizione che derivi dalle leggi stesse della natura,eche sia indipendente da quelle del ragionamento. Si corre quindi incontro all' antinomia tutte le volte che si abbandona il metodo speri mentale per seguire le astrazioni dell' as soluto, perciocchè laddove le cognizioni sperimentali ci vengono meno, riesce facile il sostenere il prò e il contro in una stessa cosa. Ad esempio, noi pos siamo affermare enegare al tempo stesso che oltre gli spazi visibili esista altra materia; affermare e negare che la ma teria sia infinitamente indivisibile e che ANTROPOLOGIA quindi in un corpo limitato risiede l'in finito; ecc. Queste sono le antinomie della ragione pura; ma Kant rico nosce eziandio le antinomie della ra 37 Non solo considerò il piacere come in differente, ma come un mal reale; le gionepratica, nellequalifacilissimamente s' incorre nella ricerca degli assoluti principii morali od estetici, avvegnachè non appena siasi affermato il supremo bene, o il supremo bello, si trova che altro era il bene e ilbello affermati dalla storia passata, ond' è lecitosupporreche altri saranno quelli affermati dall'avve venire. Non vi è del pari principio mo rale cosi assoluto che la ragione non distrugga e lastoria nonsmentisca(Vedi BENE, ESTETICA, MORALE.) D'onde si vede che l'antinomia con duce neccessariamente allo scetticismo. Antioco Filosofo accademico nato in Ascalona un secolo prima di Gesù. Succedette a Filone, e può dirsi che con lui è morta la scuola accademica. Di ti mide opinioni, senza indirizzo proprio, egli tentò di fondare una sorta di eccletismo fra tutte le scuole dei suoi tempi ; tutte le volle unire e tutte levolleconsiderare come nondivergenti che per la forma. Pretese in tal guisa di conciliare Platone con Aristotile, Pirrone con Socrate ed incontrò la sorte di tutti i conciliatori ad ogni costo, perocchè, se fu amico di tutti, non riusci per altro a conciliare alcuno. Antistene fondatore della setta dei Cinici, (vedi CINICA); visse ad Atene sul principio del quinto secolo avanti G. C. Fu discepolo entusiastadi Socrate esi dice ch'egli facesse ogni giorno qua ranta stadi per sentirlo. Insegnò il tei smo puro, quasi spirituale dei cristiani, dicendo che Dio non ha forma, nè può essere rappresentato da imagine alcuna. Ènaturale che questa astrazione filoso fica dovesse tendere ad essere se sofferenze invece trasformò in bene, di guisachè l'uomo queste doveva cercare e non quello. Quindi l'essenza della virtù doveva consistere nell'assenza d'ogni bi sogno, e in una sorta di annichilamento dello spirito. Donde la massima d'Anti stene, che men bisogni noi abbiamo, più noi rassomigliamo a Dio, che non neha alcuno. Ventiquattro secoli dopo, la mo rale cattolica per la boccadi Alessandro Manzoni, doveva proclamare lo stesso principio: > Piùnoi soffriamo, più siamo simili al figliuol di Dio(Manzoni. Osserva zioni sulla morale cattolica). Uomini che non dovevano conoscere il mondo se non che per ripudiarlo, qual bisogno avevano del sapere ? Onde, se crediamo aDiogene Laerzio, Antistene disprezzava la scienza, nè voleva che s'apprendesse a leggere e a scrivere; errore che nel medio evo fu ripetuto dagli Abecedarj ecareggiato da tutti i mistici. Antitatti. Eretici che comparvero verso lametàdel secondo secolo, i quali professavano il principiodinonfar nulla di ciò che ordinava la Scrittura. D'onde ebbero il nome di Antitatti, dauna voce greca contr'ordinare. Antitrinitari.Nomecomunedato avarie sette, che in diverse epoche ne garono il domma della trinità. Gli anti trinitari vogliono essere divisi in due spezie: i triteisti, i quali suppongono che le tre persone divine siano tre di verse sostanze; e gli unitari, i quali non ammettono che unDiosoloele tre perso nedivineconsiderano come semplici attri buti dilui. Queste diverse opinioni furono sostenute da Arrio, Macedonio, Sabellio, Prassea, Socino ecc. (Vedi questi nomi). Antropofagia. Vedi MORALE. Antropologia.Etimologicamente vale discorso sull'uomo, e in questo lato guita da un esagerato misticismo dei costumi. Quindi ampliando i principii di Socratesuo maestro, insegnò ladottrina della macerazione, press' a poco nel mo do stesso col quale la insegnarono dopo di lui i mistici del cristianesimo. | gressi delle scienze naturali che si ven senso infatti s'intese nel passato, quando o gni scienza, fosse pur metafisica, che ri guardavalostudio dell'uomo,pretendevadi aver diritto a questo nome. Ma i pro 38 ANTROPOMORFISMO nero affermando in questi ultimi anni, le acquistarono un carattere oggidì assai ben determinato, e tutte le speculazioni metafisiche sulla natura spirituale del l'uomo relegarono nella psicologia. Or mai, l'antropologia è la scienza naturale dell'uomo considerato, sia nella sua indi viduale struttura, sia nella varietà delle razze comparate col diverso sviluppo fisico e intellettuale, e in rapporto an che cogli altri tipi. Quantunque ristretto in questi limiti, facilmente s' intende quanto sia ancor vasto il campodell'an tropologia, avvegnachè entrano nelle sue ricerche l'anatomia, la fisiologia, non meno della storia naturale, dellageogra fia e della statistica; e giova dire che in rapporto alla moltiplicitàdi questi studii, ' antropologia ha offerto in questi anni dei risultati assai soddisfacenti, ed ha potuto dare un vigoroso e nuovo in dirizzo eziandio alle scienze filosofiche. L' antropologia dividesi in due parti: l'Antropologia analitica, o etnologia : e ' Antropologia sintetica, o generale. La prima applicasi propriamente allo studio delle razze umane e ne desume le varietà, le differenze e ipunti di contatto, sì per i rapporti fisici che morali. La se conda, da queste varietà desume i rap porti generali del tipo umano colle varietà dei tipi animali. Molti e cu riosi sono iquesiti proposti e risolti in tutto o in parte dalla antropologia, e per mostrare qual sia l'importanza che questa scienza può avere per gli studii filosofici, basterà additarne alcuni. L'uo mo deriva egli da una o dapiù coppie? Costituisce nella natura un regno a parte o pur deriva dalle scimmie? È egli nato incivilito o dalla più infima barbarie si è elevato a civiltà? È ammissibile la tradizione biblica che fissa all'uomo una antichità di sei o sette mila anni? Sui quali quesiti vedansi gli articoli: ANTRO POMORFI, DARWINISMO, EMBRIOLOGIA, PA LEONTOLOGIA, RAZZE, UOMO. Antropomorfi. (Animali a for ma umana). Linneo adoperò pel primo questo vocabolo onde indicare gli ani mali dell'ordine più elevato dei mam miferi, i quali poi chiamò Primati. Og gidi il vocabolo ha un senso più ri stretto e applicasi generalmente alle quattro grandi specie di scimmie, che più si avvicinano al tipo umano, vale adire: Chimpanzė, Gorilla, Orang-Outan e Gibbon. Ecco i punti più essenziali di avvicinamentoche gli antropomorfi presentano col tipo umano, secondo il dott. J. Montinié di Ginevra. La statura la conformazione generale del corpo e quella dello scheletro, le cui propor zioni relative nei diversi pezzi, il loro numero e la disposizione sono simili alle parti corrispondenti del corpo u mano la proporzione delle membra, l'organizzazione delle loro estremita, la distinzione possibile in piedi e mani la loro stazione che è quasi verticale-ilmododi camminare, nel quale, an che quando corrono, come quasi sem pre accade, coll'appoggiodelle membra anteriori, il corpo non cessa di pog giare principalmente sulle membrapo steriori, in una posizione alquanto ob bliqua, ma non mai orizzontale la conformazione della testa e della cavità del cranio, contenente un cervello ben svi luppato e affatto simile, quanto alla strut tura, al cervello umano-gli occhi di retti in avanti, avvicinati alla linea me diana le narici separate da una sot til divisione delle orecchie infine'i denti, che pel numero, la forma e la disposizione ri cordano perfettamentele parti corrispon denti dell'organismo umano. Antropomorfismo. Dadue pa role greche che significano forma uma na. In filosofia dicesi antropomorfismo quella tendenza propriadegl'ignoranti, e de' bambini specialmente, a dare a Dio corpo e figura umani, e ad attribuirgli i pensieri e le passioni degli uomini. Del resto, tutti i sistemi di filosofia o di re ligione, dal più al meno, tendono all'an tropomorfismo, imperocchè ' uomo non può pensare che le cosenote, ele ignote rafigurare sotto I aspetto di quelle che > la forma e la posizione APOCALISSE conosce. Errano pertanto coloro i quali credonodiaver evitato l'antropomorfismo foggiandosi un Dio puro spirito e per 39 fedeli credevano che S. Michele celebrasse fettissimo, poichè ' idea di puro spirito non è che accessoria, e ciò che in tal caso serve a darci l'idea diDio sono gli attributi suoi. Or non v'è religione, o filosofia, come dir si voglia, che non at tribuisca a Dio passioni o tendenze u mane, tali come lacollera o la vendetta ch'egli prova ed esercita quando alcuno l'oende. Ma l'idea di punitore che gli si attribuisce, è un puro antropomorfi smo, sendochènon la siconcepisce altri menti che trasportando in Dio una pas sione tutta umana, logica innoi, assurda in Dio; però che fra il finito e l'infinito, a giustamente parlare, non vi è offesa possibile, come inutile diventa la pena, considerata come rimedio necessario, lad dove nulla rimediare si può. Questo, a dir vero, è l'antropomorfismo filosofico, che fu tanto ben dimostrato dal tedesco Feuerbach. Ma ancor più comune è l'an tropomorfismo volgare. Tutta la Bibbia, incominciandoda quel Dio che impasta l'uomo collesue mani e gli alita in bocca, fino alla incarnazione del suo figliuolo che sifa uomo e muore sulla croce,non è che una serie di antropomorfismi vol gari, dai quali non vanno immuni le teologie di tutte le religioni del mondo. Antropomorfiti o atrofiani furono detti certi eretici del quarto secolo, i quali fondandosi, e giustamente, sulpasso della Genesi:facciamo l'uomo anostra imma ginee somiglianza, credettero che Iddio avesse un corpo eguale al nostro. S. Ci rillo e S. Epifane li confutarono, il che non impedi che l'eresia non risorgesse nel decimo secolo, il quale, per dirla colle parole di un abate, era un secolo d'ignoranzagrossolana.>>>Si voleva avere l'immagined'ogni cosa e ogni cosasi rap presentava sotto forme corporee; nè si concepivano gli angeli che come uomini alati, vestiti di bianco, quali veggiamo dipinti sulle muraglie delle chiese; e si credeva pure, che tutto si facesse in cielo all'incirca come in terra. Anzi, molti la Messa dinanzi a Dio in ogni lunedi; motivo per cui andavano alla sua chiesa più volontieri in quel giornochein ogni altro. Noi non abbiamo bisogno di andare tanto lontano per trovare gli antropo morfiti del secol nostro, poichè gli ado ratori delle immagini non fanno oggi che ripetere gli antichi errori. Apocalisse. L'ultimo dei libri del Nuovo Testamento, e per avventura, il men chiaro e il più favoloso di tutti i libri santi. Tutte le sette cristiane si ac cordano oggidì nel considerarlo siccome fatturadi S.Giovanni Evangelista, errore questo al quale nessun uomo sensato, credo, presterà fede. L' antica Chie sa quasi unanimamente lo relegava tra gli apocrifi e lo trattava d'impostura inventata dall'eretico Cerinto per dar credito al regno millenario « Alcuni, seri vevaverso il260 S.Dionigivescovod'Ales sandria, hanno esaminato da capo a fon do quest' Apocalisse e provarono che non vi è in esso senso comune, che attribuirlo nonsipuò aGiovanni o ad altro apostolo, e che è una finzione di Cerinto per dar peso alregno millenario>>>(Eusebio Hist. Eccl. III 28). Un secolo dopo il Concilio di Laodicea lo escludeva dal canone dei libri sacri, e più tardi ancora S. Gero lamo scriveva a Dardano, attestando che tutte le Chiese greche rigettavano l'au tenticitàdi questo libro. (Epist 84). Certo dinnanzi a testimonianze tanto autorevoli nellaChiesa, laRiforma avrebbe respinto l'Apocalisse, come ha fatto di tanti altri libri della Bibbia, se questo scritto colle sue strane figure e lesueimmagini sconfi nate non le avesse servito egregiamente per trarne argomento di combattere il cattolicismo. Infatti, nel 1602 il sinodo protestante di Gap faceva un Decreto per dichiarare che il papa era ' anticristo predetto dall'Apocalisse. Trattavasi di di mostrare questa dottrina chedoveva en trare a farparte dei nuovi dommi della riforma, e vi si accinsero alcuni de'mini stri protestanti, fra i quali giova accen 40 APOCRIFI nare Jurieu. Nei capi XI, XII e XIII del ' Apocalisse accennasi con figure a un periodo dimille duecento sessanta giorni, i quali, secondo la interpretazione pro testante, devono intendersi pei mille du gento sessanta anni destinati alla perse cuzione che farà l'anticristo, raffigurato nella Chiesa Cattolica. Bisognava dimo strare quand'era questa persecuzione in cominciata e quando sarebbe finita, e il Jurieu lastabilisce nell'anno 500, poichè, dic' egli, quando Romahacessato di es sere la Capitale delle provincie dell'im pero era già ascesa a grado assai alto, perchè si possa osservare in questo tempo il primo nascimento dell' impe ro dell' anticristo. ( Precognizione le gittima) Laonde conchiudeva, che la fi nedella persecuzione, e quindi del regno dell'Anticristo, doveva cadere nell' anno 1710 o al più al 1714 o 1715, essendo difficile lo stabilire l'anno » poichè Iddio nelle sue profezie non guarda tanto pel sottile. » I cattolici h anno ben ragione di ridere del male esito di questa profezia, mahanno torto di lagnarsi che i prote stanti la interpretino a loro modo, poi chè questo non è altro che un saggio del modo con cui essi stessi interpretano già aveva attraversato la maggior parte degli avvenimenti spaventevoli che dove vano avverarsi, nè molti giorni manca vano alla formazione visibile del primo regno rimuneratore appartenente all'altra vita. Qual di queste varie opinioni sia la vera, sarebbe stoltezza il decidere, co m'è stoltezza che uomini d'ingegno ab biano consumato ilorogiorni perspiega re un libro, lachiavedel quale è sepellita nellanotte del tempo, eche ad ognimodo ha ormai perduto ogni importanza per la storia. Apocrifi. Diconsi apocrifi quegli scritti dell'antico o del nuovo Testamento, i quali non si reputano autentici, e si suppone che siano stati fatti da autori diversi da quelli cui sono palesemente attribuiti. La chiesa riconosce siccome autentici quei libri della Bibbia, i quali sono inscritti nel canone dei rivelati, ma convien osservare che il canone si venne formando a poco apoco, ondechè se vi sono libri canonici, i quali oggi si repu tano siccome apocrifi, ve ne sono pur degli altri i quali un tempo erano repu tati apocrifi, ed ora si trovano inscritti nel canone. I libri apocrifi dell' Antico Testamento sono 14 (vedi CANONE DEI LIBRI SANTI) e non pertanto la Chiesa cattolica li annovera oggidi fra i cano le altre profezie dell'Antico e del Nuovo Testamento. Giova dire che i cattolici hannodatoaltre interpretazioni ortodosse | nici, quantunque sia indubitatoche tutta all' Apocalisse e i lavori di Newton sopra questo libro sono troppo noti per la Chiesa antica li abbiasempre respinti. Sopra questo punto letestimonianze sto riche non potrebbero essere, nè più nu merose, nè più concordi. Ilcanone degli ebrei non fa menzione alcuna degli apo crífi e il concilio di Laodicea tenuto nel chè valga la pena di citarli. Ma dopo l'interpretazione teologica convien pure accennare quella astronomica ingegnosa mente stabilita dal Dupuis con molto corredo di studi, per dimostrare che l'Apocalisse non è altro che una esposi- menzionarli. Identico è il catalogo dato zione simbolica degli astri. (Origine de da Origene e Tertulliano nel terzo se tous les cultes). Questa interpretazione, colo (Eusebio. Storia Eccles. lib. 5 cap. per quanto dotta ella sia, non soddisfa 25). Nel quinto secolo è lo stesso S. però pienamente, e fu vivamentecombat- Gerolamo, il traduttore della Vulgata, 572 lo riproduce fedelmente, senza pure tutadaSalvador (Jesus Christ etsadoctri- che dopo aver fatta la versione anche ne T II lib. III)-il qualcrede che l'au- degli apocrifi, nel suo Prologo Galeato tore dell'Apocalisse, abbandonato all'esal- ha cura di metterci in avvertenza sulla tazione della sua animainunadellepic- loro non canonicità. Soltanto nel 1439 cole isole dell'arcipelago greco, volesse papa Eugenio mette i libri apocrifi fra i persuadereaicontemporanei,chelaChiesa | canonici, ma non pare che il suo giudi APOCRIFI zio avesseunagrande autorità, o almeno che fosse imperativo, poichè soltanto mezzo secolo dopo il Cardinale Ximenes vescovo di Toledo e grande Inquisitore, stampando la Bibbia Poliglotta, nella Prefazione avverte i lettori che Tobia, Giuditta, la Sapienza, l' Ecclesiastico i Maccabei, le aggiunted' Ester e Daniele non sono canonici. In altre edizioni an tiche della Bibbia gli apocrifi sono di stinti con un asterisco, oppure portano in margine l'indicazione: è apocrifo, est apocryphus, e in altre edizioni gli apo crifi sono posti in fine al libro colla in dicazione: Apocryphi et extra canonem. Egli è dunque fuor d' ogni dubbio che questa opinione sullanonautenticità dei libri biblici non compresi nel canone ebraico, si conservò lungamente nella Chiesa, finchè nel 1546 il concilio di Trento, trovando che gli apocrifi servi vano molto bene ad autenticare certi donmi del cattolicismo, con un suo de 41 ria Eccl. VII. 19). trovavansi inscritti le Apocalissi di S. Pietro e di S.Paolo, che ora sono interamente perdute. Sul prin cipio del secolo scorso Fabricio, nel suo Codex apocryphus novi Testam. racco glieva i titoli e le citazioni di tutti gli e vangeli conosciuti dagli antichi, e il loro numero ammonta a ben cinquanta. Al cuni di essi ci pervennero per intero, altri per frammenti, e il maggior nu mero soltantoper lamenzione che ne fu fatta dai santi padri, i quali, singolare adirsi, li citarono sempre siccome au tentici, mentre al contrario i quattro e vangeli che ora si pretendono autentici non si trovano mai citati dagli antichi padri. » Noi comprendiamo, dice a que sto proposito il teologo Bergier, che i padri hanno citato più d'una volta i li bri apocrifi, ma allora si consideravano come veri. ». Preziosa confessione in bocca all'autore del Dizionario di Teo creto li dichiarò canonici. Quanto agli apocrifi del Nuovo Te stamento, il loro numero è più grande di quel che si pensa; ma non è poi da credersi che essi siano tutti senza signi ficazione per la storia. Anzi, giova dire che la importanza di molti fra di essi, se non supera, di certo eguaglia quella dei libri canonici, perciocchè quasi tutti fuuntempo incui erano rispettati e ri guardati dai fedeli siccome inspirati. Per esempio, il libro d' Enoch, escluso dal canone biblico, era riguardato come inspirato da Tertulliano; e Origene, S. Clemente Alessandrino, S. Ireneo, S. Anatolio lo citano con rispetto. IlPa store di Erma fu un altro libro gnosti co-ebionita che la Chiesa cattolica ri guardo sul principio come inspirato, poi relegò fra gli apocrifi. Una lettera che si supponeva scritta dal re di Edessa a Gesù e un'altra con la quale Gesù ri spondeva al re di Edessa, erano ancora sul principio delquarto secolo citate co me autentiche da Eusebio; e intorno a quel tempo nel canone di molte chiese cristiane, come riferisce Sozomeno (Sto logia! Dunque riman provato che tutta la Chiesa primitiva considerava come autentici i libri che la Chiesa moderna considera come apocrifi; lo che può au torizzare gl'increduli a dire, che le fonti del cristianesimo sono molto dubbie e assai poco degnedi fede. Oltre questi libri, che facevano auto rità nella Chiesa primitiva, ve ne sono altri la cui fonte è un po'meno pura e che si rivelano addrittura siccome inven zioni di credenti, o maliziosi, o pii per confortare con qualche prova le cost dette verità della religione. Tra questi si trovano la pretesa corrispondenza tra S. Paolo e Seneca, la relazione di Mar cello sugli atti di Pietro e Paolo e sulle arti magiche di Simon Mago; le due lettere di Pilato all' imperator Tiberio, nel quale il governatore romano fa la singolare confessione, che Gesù era ve ramente un Dio, e finalmente i Libri Sibillini e le Decretali. Se rigettando l' autenticità dei libri che ora si dicono apocrifi, la chiesa a vesse rigettate anche le favole che sono in essi contenute, la s ua contraddizione sarebbe stata al certo men palese. Per 42 A POSTERIORI, A PRIORI esempio, sul preteso martirio di S. Pietro e S. Paolo in Roma, non si trova una sol parola negli Evangeli e negli atti degli Apostoli, ma la relazione di Mar cello ne fa menzione e la Chiesanon fu dubbiosa di adottare quel racconto, pur dichiarando apocrifo il documento che lo conteneva. La discesa di Gesù aglin ferni, che è uno degli articoli,del pre teso simbolo degli apostoli (vedi SIMBOLO) etolta interamente dalVangelo apocrifo di Nicodemo. Dalla Storia apocrifa degli Apostoli di Abdia, sono tolti i racconti sui viaggi e ilmartiriodei vari apostoli, che si trovano nei leggendari ed ezian dio nel Breviariv Romano. Così pure da altri apocrfi, come osserva il Beausobre (Hist. du Manicheisme T 1) sono tolte le favole canonizzate sulla storia di S. Anna e di S. Gioacchino, sulla santa Veronica e il suo sudario, sull' andatadi S. Pietro a Roma e i suoicontrasti con SimonMago, e tante altre cose nonmeno miracolose. (Vedi DECRETALI E SIBILLINI.) Apodittico. Aristotile nell' anti chità, e Kant ne tempi moderni sono i soli che abbiano introdotto nel linguag gio filosofico questo vocabolo, che signi fica dimostrazione. È apodittica ogni pro posizione che sta al di sopra di ogni discussione, di ogni contrarietà, essendo essa stessa il principio e la base di una dimostrazione. Apollinare. Vescovo di Laodicea che visse sulla fine del quarto secolo. Dopo essere stato uno dei più focosi av versari di Ario, sostenendo, non solo la divinità di Gesù Cristo, ma eziandio la consustanzialità del Verbo, cadde in un' altra eresiae insegnò che Gesù Cristo, assumendo il corpo umano, non aveva però assunta un' anima ragionevole, ma puramente sensitiva. Egli stimava che un' anima umana gli fosse affatto inutile, però che, chi operava in lui e dirigeva le sue azioni, era la divinità stessa. Fon dandosi sul passo di s. Paolo che Gesù era uomo e fatto simile agli uomini (Ebrei IV, 15), il Concilio d'Alessandria dichiarò eretica questa opinione e il papa Damaso depose il vescovo che la pro fessava. Apollonio(Tianeo).Nacquedauna ricca famiglia di Tiane, e fu contempo raneo di Cristo, al quale per lungo tempo il paganesimo l'oppose. Fattosi discepolo di Pitagora l'abbandonò ben presto, malcontento ch'einon uniformas se la pratica della vita colla sua dot trina, la quale Apollonio s' ingegnò di applicare e sviluppare da se solo. Da quel momento fino alla morte egli si a stenne d'ogni nutrimento animale e dal vino; conservò una perfetta castità, e si impose mille dure privazioni, fra cui merita di essere menzionato il silenzio continuato che osservò per cinque anni. Gli venne poi vaghezza di percorrere ' Oriente per risalire alle sorgenti delle tradizioni religiose: fu a Babilonia, nel l' India, nell' Egitto e nell' Italia e in età molto avvanzata scomparve dal mondo, senza che mai si arrivasse a scoprire qual paese avesse veduto la fine de' suoi giorni. Pochi proseliti farebbe Apollonio nei tempi nostri, e seriamente sidubite rebbe s'egli abbia la testa a segno; ma nel primo secolo dell'era cristiana, tanto fu il fanatismo che eccitè nel paganesi mo, che alcuni trascorsero perfino ad a dorarlo siccome un Dio. A posteriori, a priori. Di cesi a posteriori quella dimostrazione che dalla osservazione degli effetti procede a scoprire la causa,o dalla proprietà di una cosa cerca di scoprirne l'essenza; in senso inverso, è a priori quelladimo strazione che dalla natura della causa tende a ricercare gli effetti che ne de vono nascere. L'uno e l'altro di questi due metodi di argomentare sarebbero e gualmente buoni, ove fossero soltanto applicati alle scienze fisiche; ma nelle metafisiche il metodo a priori ra con dotto più spesso a conseguenze fallaci. Esiste un Dio buono e perfetto, che ha creato il mondo, dunque tutto ciò che vì ènel mondo deve essere buono e perfetto. Questa è una argomentazione a priori, la cui fallacia consiste appunto nellapremes ARCESILAO sa, perocchè riconosce come assiomati camente provata l'esistenza di un Dio buonoeperfetto, senz'altra dimostrazione. Equando il ragionamento a priori fon dasi su ragioni immaginarie, le quali, an zichè dimostrare,hanno bisogno di essere dimostrate, deve necessariamente con 43 da invidiare alle credenze di quei tempi, poichè oggi, come allora, si deificano gli uomini, l'effigie loro si mette sugli altari e le si offrono sacrifizi, che per essere incruenti, non cessano perciò di rappresentarci il simulacro di unavittima durre a false conclusioni. La dimostra zione a posteriori evita invece sifiatto scoglio, perocchè essa non suppone le cause, ma anzi le ricerca colla scorta degli effetti. Or sono appunto gli efetti che a noi si rendono palesi e che i no stri sensi possono accertare, onde il ragionamento a posteriori ha sempre sull'altro questo vantaggio, ch'esso in ogni caso procede dal noto all' ignoto e non mai in contrario senso. Tutte le cose nel mondo si trasformano, ma nessuna si distrugge, nessuna nasce che non si componga di elementi preesistenti; dun que, senella natura nulla nasce nè sidi strugge, conchiudo che lamateria è eterna. Eccounragionamentoaposteriori chepro cededalnoto all'ignoto. (Vedi INDUZIONE). Apoteosi. Vocegrecachevaledei ficazione. L' apoteosi compievasi dai pa gani quando, con cerimonie solenni, po nevansi fra gli Dei gli illustri o i po tenti della terra che erano morti. Im ponenti erano le apoteosi degli impera tori romani. Dopo un lutto generale portavasi l' imagine del defunto proces sionalmente per le vie, e igrandidignitari dello stato, i cavalieri e i senatori e lo stesso successore al trono facevanle cor teo. Al campo di Marte il corpo delde funto re era arso su di un rogo, dal quale sprigionavasi un' aquila che innal zava il suo volo fino al cielo. Quindi si fondava un tempio al novello Dio, si stabilivano i suoi fiaminii ; e dei sa crifici in onor suo erano ordinati. A noi lontani da quei tempi e da quei co stumi sembra strano che un popolo, il qual fu maestro di civiltà al mondo, abbiapotuto credere a queste più che volgari superstizioni. Pure non abbiamo che avolgere intorno lo sguardo per convincerei, che la civiltànostra nulla ha immolata. L'apoteosi dei giorni nostri ha sol cambiato il nome, e si chiama canonizzazione dei santi. Appercezione. Vocabolo per la prima volta usato da Kant e adoperato da tutti coloro cui piace intralciare senza scopo il linguaggio filosofico. Per apper cezione intendesi quella rappresentazione per la quale l' nomo tien presente a se stesso l'atto del pensiero. Questa rap presentazione io penso, al postutto, non èdunque che la coscienza dell' io, la quale di tutte le parti del mio corpo, costituisce un' unità, che Kant, tanto per non usare il comun linguaggio, chiama unità trascendentale dell' appercezione. Arcesilao. Nacque in Pitana nel 1 anno300primadiG. C. fudiscepolodi Pirrone e si mise alla testa della seconda scuola Accademica. (vedi ACCADEMIA) nella quale introdusse un metodo d'in segnamento affatto nuovo. Noninsegnava, ria disputava, poichè ad ognuno chie deva qual fosse la sua opinione per poi combatterla, Riproduceva in tal guisa il Pirronismo, il quale appunto consistera nel negare ogni certezza e quindi l'evi denza di ogni filosofia. Contro Arcesilao sosteneva Zenone, che il saggio può ta lora rimettersi alla certezza della sua intelligenza; ma obbiettavaArcesilao con l'esempio dei sogni, del delirio e dei molti errori umani condivisidai sapienti! Or. diceva egli, se vi sono delle rappre sentazioni illusorie e delle veridiche, con qual criterio noi distingueremo le une dalle altre? Con una rappresentazione ve ridica? Maquesta è unapetiziondi prin cipio, poichè trattasi appunto di cono scere qual sia la rappresentazione veri ridica. D'onde conchiudeva, che tra il vero e il falso non vi è per l' uomo dif ferenza assoluta, e che savio è colui che si astiene. 44 ARISTIPPO Archetipo. Filologicamente vale modello, forma prima. In filosofiadi cesi archetipo ciò che è il principio e il fondamento delle cose o delle idee. Pei teologi l' archetipo è Dio, conside rato come supremo modello degli esseri. Ma nella filosofia sperimentale questo vocabolo non ha alcunsenso, essendochè l' esperienza ci rivela una continua mu tabilità di forme senza archetipi. Le idee innate potevano dirsi archetipe, ma la sana filosofia ha dimostrato che non esi stono idee innate. Argens (Giovanni Battista mar chesed').Ammesso dapprima all'amba sciata francesedi Costantinopoli, si diede alla vita militare. Fu ferito all' assedio di Kelh, e dopo quello diFilisburgo fece una caduta da cavallo che gli tolse di risalirvi più mai. Diseredato dal padre suo che l'aveva destinato alla magi stratura, egli s'abbandonò allafilosofia, e per scrivere liberamente passò in Olanda, ovepubblicò le sue Lettere giu daiche, chinesi e cabalistiche. Federico diPrussia, allora principe reale, lo chia mò alla sua corte, e quando sali al trono lo nominò direttore generale delle belle lettere dell' Accademia, lo colmò di riguardi, ed ebbe per lui quella deferenza che meritava la sua bontà di cuore e la sua condotta sce vra d' intrighi e di raggiri. In questo frattempo d' Argens scrisse la Filoso fia del buon senso e mandò a compi mento la traduzione di due trattati greci attribuiti, l'uno ad Ocellodi Lu cania, sulla natura dell' universo; l'al tro a Timeo di Locri sull'anima del mondo, col titolo: Difesa del Paganesi mo. Egli mandò alle stampe ancheuna versione del discorso di Giuliano con tro i cristiani. Era già finita la guerra dei sette anni e d' Argens, dopo d'essere an dato a visitare la sua famiglia inPro venza, tornavasene nellaPrussia, quan do si accorse che nei luoghi del suo passaggio leggevasicon grande stupore unapastorale del vescovo d'Aix con tro di lui. Lo scritto abbastanza vio lento e minaccioso gli destò dapprima le più grandi inquietudini, ma presto si avvide non essere quello che una gherminella del Re di Prussia, il quale, per burlarsi di lui, l'aveva redatto e fatto diffondere nei paesi del suo pas saggio. Federico per inavvertenza aveva impiegato il titolo di Vescovo anziché quello di Arcivescovo. D' Argens mort agli 11 gennaio 1771 nella sua terra della Provenza, donatagli da un suo fratello, troppo generoso per non di sapprovare la volontà del padre che l' aveva diseredato. Le opere da lui scritte sono numerose assai, l'istru zione vi è variata e la filosofia mate rialista, propugnata con calore e con accorto ragionamento, emerge special mente nellasua Filosofia dellaRagione, nelle Lettere critiche e filosofiche e nel Filosofo solit rio. Il marchese d' Argens nacque ad Aix nel 1704, e costituisce unadelle più belle e nobili individualità della filo sofia del secolo XVIII. La bontà del suo cuore e la sua vita irreprensibile parlano ben più alto di tutte le stolte accuse che vengono lanciate contro il così detto materialismo. Argomentazione. Complesso delle prove e dei raziocinii addotti per giungere alla dimostrazione di una ve rità. Le antiche scuole greche e italiche, forse per amor del numero, distingue vano sette modi di argomentare, ed era no: 1. L'induzione. 2. Il paragone. 3. L'entimema. 4. Il sillogismo. 5. L'epiche rema. 6. Il sorite. 7. Il sofisma. (Vedi tutti questi vocaboli). Aristippo. Fu di Cirene, colonia greca dell' Africa, e visse sulla fine del quarto secolo prima di G. C. Delle molte opere scritte da questo filosofo, non ce ne rimane pur una, e delle sue dottrine questa sola sappiamo, che riguarda il fine morale dell'uomo. Insegnava che il piacere è cosa buona in se, cattiva il dolore, onde conchiudeva, che il fine dell'uomo quello è di cercare il piacere ARIANISMO e il dolore fuggire. Contrariamente al misticismo di Anassimene, Aristippo in segnava dunque che il somno bene del 45 Nondimeno, il concilio condanno la dottrina di Ario, il quale non cessò per questo di sostenere la su opinione edi l'uomo è il fine della vie che la fe licita non consiste gis nel riposo, ma nell'attività e nel movimento. Arianismo . Eresia di Ario, in quale consisteva nelnegare la consustan zialità del Verbo, ossia della seconda persona della Trinità da lui considerata comecreatura umana. Sul principio del quarto secolo, Alessandro, vescovo di A lessandria, volendo confutare l' errore di Sabellio contro la trinità (vedi SABELLIO) incaricò Ario, prete che stava sotto la sua giurisdizione, di spiegare i Misteri della religione colla sua potente dialet tica. Ario accettò il mandato,e siccome quegli che credeva di far cosa grata al vescovo combattendo ad oltranza l'ere siadi Sabellio, cadde in un opposto ecces so. Considerando comelaconsustanzialità importi unità di sostanza, e l'unità della sostanza divina renda impossibile la di stinzione delle persone, poichè ciò che è semplice non comporta molteplicità, in cominciò ad insegnare che il Padre e il Figliuolo sono personedifferenti, noncon sustanziali, e che il Figliuolo era stato creato nel tempo. Alessandro tentò di riprendere Ario, ma vanamente, chè questi s' incaponi a viemeglio sostenere lasua opinione; laonde il vescovo adunò un Concilio in Alessandria, d' innanzi al quale Ario espose le sue ragioni. Egli argomentava così: Il Verbo non può es sere eterno come il Padre, poichè in tal caso nonpotrebbe esseregenerato. D'al tronde se il Padre non avesse tratto il il Fgliuolo dal nulla, non l'avesse, cioè, creato, non avrebbe potuto trarlo altri mentichedallasuapropriasostanza,ilche èassurdo. La stessa Scrittura non ci dà un idea diversa del Verbo, laddove dice che Iddio l'ha creato al principio delle sue vie (Prov. VIII). Dio dice che l'ha generato, il che si deve intendere nel senso di unavera creazione,attesochè la Scrittura l' applica, così al Verbo come agli uomini. esporla pubblicamente. E siccome tra un assurdo e l'altro, la dottrin di Ario era certamente la meno assurda, così non gli mancarono proseliti tra il po polo, tra chierici e perfin tra vescovi. Anzi, Eusebio vescovo di Nicomedia, adu nato un secondo concilio,vi fece appro vare le dottrine di Ario emandò lettere ai vescovi d' Oriente onde indurli ad ac cettare il prete nella loro comunione. Ben si capisce che con tali prodromi la querela era tutt' altro che presso ad assopirsi. Essa fu anzi portata davanti all' imperatore Costantino, il protettore del Cristianesimo. Ed è singolare il ve dere la poca importanza ch' egli diede alla querela, nella quale trattavasi nien temeno che della divinità del Cristo. Vo lendo insieme conciliare tutti i partiti, scrisse ai vescovi dissidenti, che la calma e la felicità dell' impero richiedevano che essi venissero ad un amichevole compo nimento; e ch' era la cosa più pazzadel modo il dividersi per questioni tanto fu tili e puerili, com'erano quelle per le quali da tanto tempo disputavano. Leparole conciliative dell' imperatore non valsero però a quietare gli animi e le dispute, gli scandali e perfino le scene di sangue, non mancavano di fornire ai pagani argomentinonpochi di derisione. Costantino risolse infine di convocare in Nicea il 19 giugno dell' anno 325 il pri mo concilio ecumenico, il quale, dopo molte dispute, approvò il seguente sim bolo, che condannava l'arianismo: >>Questa decisione ebbe la sanzione dell'impera tore, il quale esilio tutti coloro che non la vollero sottoscrivere. Non per questo le dispunte finirono, chè anzi, poco di poi l'imperatore stesso, circuito da un prete ariano, rimise Ario nelle buone 46 ARISTOTILE grazie dell'impero. Intanto la lotta era combattuta da muovi compioni. Eustazio, vescovo di Antiochia, accusava Eusebio di Cesarea di contraddire il simbolo Ni ceno; un nuovo concilio fu adunato in Antiochia nel 329, il quale, colla solita infallibilità dei concilii, diè torto al ve scovo di Antiochia, lo depose,nominò in sua vece il di lui avversario, e poco cu randosi della scomunica lanciata dal Con cilio di Nicea, procurò che Ario potesse ritornare in Alessandria. Vi si oppose. nondimeno s. Atanasio, vescovo di quella città; ma nel 354 un nuovo concilio a dunato in Tiro depose anche questo ve scovo, e l'imperatore, che già tanto fe rocemente aveva perseguitati gli ariani, lo manda in esiglio e rimette in grande onore Ario, il quale poco di poi morì. Non è a credersi che la morte di Ario ponesse fine alle contese. InAles sandria e nella stessa sede dell' impero avvennero frequenti scene di sangue fra il popolo fanatico, eccitato dai preti del l'uno o dell'altro partito. Intanto, succe duto a Costantino il figlio suo Costante, questi parteggio per gli avversari di Ario, e nel 347 fece adunare un conci lio in Sardi, ove i vescovi confermavano il simbolo di Nicea e scomunicavano gli ariani; in quel mentre che un nuovo concilio adunato dagli orientali in Filip popoli, confermava i principii di Ario e scomunicava li avversari. Tanta contrarietà e tanto accanimen to dei partiti, fece nascere nel novello imperatore il desiderio di convocare un nuovoconcilio. Eil concilio fu infatti ban dito; ma mentre i vescovi orientali par titanti dell' arianismo si adunavano in Seleucia, in Rimini aprivano il concilio gli avversari; nè giova direche, come al solito, lo spirito santo inspirò alle due assemblee due contrarie decisioni. Dispe rando ormai di venire a buoni risultati, l' imperatore fece sottoporre al Concilio di Rimini il simbolo approvato in Se leucia, nel qualela parolaconsustanziale era stata soppressa, e ordinò al gover natore che nessun vescovo lasciasse u scire senza che l'avesse sottoscritta. Quat tro mesi resistettero all' ingiunzione i padri ivi adunati, ma infine venuti ad un compromesso fra il ventre e la co scienza, prestarono pieghevole orecchio alle parole di Valente, il quale andava loro insinuando che, salvola parola con sustanziale, il nuovo simbolo non aveva significazione diversa da quello di Nicea. Firmarono e furono ridati alla libertà. Per la qual cosa l' arianesimo risorgeva trionfante e minacciava di estendersi a tutta la Chiesa. Ma venuto a morte anche Costante, Giuliano successore di lui, rimise i cattolici in favore, e gli impe ratori che gli succedettero, chi più chi meno, seguirono lo stesso partito. Anzi Teodosio vietò agli ariani di adunarsi, cacciò gli uni dalla città, gli altri notò d' infamia e spogliò del privilegio della cittadinanza. Ma non bastarono le persecuzioni a spegnere interamente l'arianismo, inquan tochè i popoli d'Europanovellamente a cquistati al cristianesimo, più facilmente passavano alla dottrina diArio, siccome meno assurda e men seempia di quella professata dal simbolo di Nicea. Anche nei tempi moderni l' arianismo ebbe se guaci nella Germania e nella Polonia, e dicesi che fosse importato nell'Inghilterra da Okino e Bucero, che l'insegnarono in segreto, perocchè in grazia della intol leranza protestante, coloro che tentarono di negare pubblicamente la divinità di Gesù furono abbruciati. Cionondimeno, Socino, Chubb, Clarke e parecchi altri il lustrarono questa dottrina coi loro scritti, e l'arianismo era ancor sì forte nel se colo scorso, che fu veduta una signora Myer, fondare nell'Inghilterra una catte da apposita per combatterne ledottrine. Aristotile. Niun filosofo quanto Aristotile ebbe più gran fama e mag giore opportunità di distinguersi. Nac que in Stagira nell'anno 304 primadi G. C., fudiscepolo di Platone e dopo la morte del maestro si ritrasse in Acarna nia ove regnava Ermia già da gran tempo suo amico. Poco di poi, invaghi ARISTOTILE tosi della sorella di questo principe, la mend in moglie. Fu quindi precettore di Alessandro il Grande e dopo essere ri masto otto anni presso di lui, ritirossi adAtene. Quivi i magistrati gli conces sero il Liceo, sotto i portici del quale egli insegnava passeggiando co' suoi di scepoli; d'onde la suasetta fu detta de'pe ripatetici. Sebbene discepolodi Platone, Aristotile s' allontanò ben presto dalle dottrine del maestro, ed anzi si atteggiò ad aperto antagonismo sulla questione delle idee innate, insegnando che l'anima umana è come una tavola rasa, sulla 47 Il Dio di Aristotile non hadunque alcu na consistenza metafisica, è una paro la, o meglio ancora, la sintesi di tutte le forze di natura. Egli è perciò che Aristotile, non solo non ammette alcuna relazione possibile fraquestoDio elaspecie umana, manegaanche all'essere supremo ogni virtù. Come,infatti, applicare l'idea di virtù a delle leggi naturali costrette dallanecessità? Qualunque sia la virtù che voi imaginate,dice Aristotile, essa è inap plicabile allanaturadi Dio. Gli darete il quale l'esperienza scrive tutto ciò che i sensi percepiscono;'d' onde'il ben noto aforismo: nulla è nell'intelletto che non sia entrato per laporta dei sensi. Per ciocchè il pensiero suppone necessaria riamente la sensazione e l' imaginazio ne; come la memoria suppone la persi stenza delle impressioni sensibili. Laon de, se l'anima non sentisse, nonpotrebbe nè pensare nè intendere. Quest'è come ogaun vede, puro sensualismo, il princi pio fondamentale della filosofia moderna. Ma il genio analitico di Aristotile non poteva rimanersi entro questi con fini; ond'è che spingendo pitu innanzi l'audace suo sguardo, vuol giungere colla esperienza fino al trono di Dio. A que sto punto, sotto le apparenze del teista, par che Aristotile ondeggi fra il pantei smo e l'ateismo. Perciocchè, se in qual che luogo dice, che Dio è la sostanzadi tutte le sostanze e non fa che un sol tutto col mondo, col cielo, con la natura; altrove assicura che in tutti gli esseri si distingue, colla intelligenza, la materia e la forma(allo spirito non ac cenna). Or la forma scompare col di sgregarsi della materia, d'onde conchiude che l'anima al corpo non sopravvive. Un sol corpo con la sua traslazione circolare è causa e regolatore supremo di tutti gli altri movimenti. Questo corpo, che Aristotile chiama divino, è l'etere, o il Cielo, che spingesi agli estremi limiti dell' universo, oltre il quale non vi è nè vi può essere alcuna sustanziale realità. coraggio ? Ma egli nonè esposto ad al cunpericolo. L'amicizia? Egli basta a se stesso. La temperanza? Dio non ha desi deri. Labeneficenza? Ma o questi benefizi sarebbero il risultato di leggi generali, o sarebbero eccezioni a queste leggi. Nel primo caso le leggi generali avrebbero per fine l'universalità e non l'uomo in particolare, nel secondo si toglierebbe a Dio il suo carattere immutabile. Dopo questa succinta esposizione dei principi di Aristotile sopra Dio e l'ani ma umana, più non cirecherà sorpresa la foga con cui i nostri metafisici ten tano di rimorchiare la filosofia all'idea lismo trescedentale di Platone. « Aristo tile, scrive il Ravaisson, (Essai sur la Metaphis. d'Aristote.) fondando il ge nerale sopra l'individuale, gli toglie l' alto suo valore: l'essere rimane isolato nella sua particolarità: in natura altro non resta che divisione senza misura od ar monia, Dio senza provvidenza, la vita umana senza scopo ideale: la bellezza e la poesia vanno in dileguo ».. ed è questo che sopratutto rincresce ai signori metafisici ! Fa veramente meraviglia che un fi losofo così poco religioso come Aristotile, abbia goduto, eziandio nella Chiesa Cat tolica e perlunghissimo spaziodi tempo, una grande autorità. Tutta la scolastica fondavasi sull' autorità di Aristotile, e tant'era la venerazione che avevasi di lui, che nol chiamavano altrimenteche il quasi che fuori di Aristo tile altro filosofo non esistesse . Questo entusiasmo per lo Stagirita in uomini che professavano principii tanto con trari ai suoi, era ignoranza o voion tario acciecamento? Mala contraddizio ne forse si spiega con due circostanze che non devono trascurarsi nella que stione . Aristotile aveva nominalmente stabilita l'unità di Dio, e contro la moltitudine degli Dei del paganesimo, aveva spogliata ladivinitàdaogni antro pomorfismo. Quest'era già un gran ser vizio che egli aveva fatto al cristianesi mo, maforse non sarebbebastato a far chiudere gli occhi sulla sua incredulità se il suo libro della Metafisicanon fosse venuto ad ingarbugliare molte idee, che altrimenti sarebbero state assai più chia re. Nel XII libro della Metafisica il lampo del genio di Aristotile si spegne affatto ed una densa nebbia par che si stenda su tuttala suadottrina. Il con cetto del divino qui nuota inun mardi parole senza senso: le formole si succe dono alle formole e il pensiero s'oscura sempre più. Questo libro ha potuto far credere a molte cose che Aristotile non credeva; tutti i teologi e i professori di metafisica vi hanno dedicato i loro studi, e nei commenti che hanno fatto a queste formole, vi hanno distillata tutta la loro scienza. Gli è tanto dolce lo spiegare quel che non s'intende ! La Metafisica è stata dunque labase da cui l'ortodossia ha prese le mosse per spiegare tutti gli altri scritti del fi losofo di Stagira.Dio,dice la fet fisica, è eterno, perchè il movimento è eterno (Ant. XIX. 6, 8). Non ha parti, perchè è infinito (XIV. 9). La sua esistenza è una pura speculazione. Qui caque il Dio mondo di Aristotile comincia a ri vestire la forma cristiana. Ma afirettia moci a dire, che il libro della Moter quello si è appunto che la itica biblio grafica da lungo tempo tiene in sospetto come apocrifo e indegno del pensiero e del nome di Aristotile. L'incredulità di questo filosofo si ri leva a' altronde dalle accuse cri andò incontro quand' era vivo, e dalle perse cuzioni cui furono soggetti i suoi libri dopolamorte.Se moltiscolastici tenevano in alto onore Aristotile, nonmancarono, per altro, degli ortodossi più avveduti che previdero i pericoli di questo entu siasmo tutto pagano. Nel 1207 un con cilio provinciale di Parigi proibisce di leggere, si nelle scuole che in privato, i libri di Aristotile intorno alla filosofia naturale, e sei anni dopo il legato della Santa Sede, nel dare gli statuti dell'uni versità di Parigi, rinnovò quella proi bizione estendendola anche alla Metafi sica (Dubolay T. III) Questo fu un er rore, ma non durò molto, poichè nel 1831' il papa corresse la decisione del legato e tolse, com' era ben giusto, il divieto esteso alla Metafisica. Gregorio IX sospende i libri di fisica, libris illis naturalibus, finchè non siano purgati da ogni sospetto d'errori ; ein unmomento molti dotti vi si occupano intorno così bene, che in breve gli errori scompaiono e i libri sono ammessi dall' ortodossia. Ma, o fosse che gli errori rinascessero ad ogni tratto nei libri d' Aristotile, tanto n' eran zeppi, o fosse che i revisori a vessero mancato di perizia dommatica, fatto è che più tardi vediamo S. Tomaso d'Aquino applicarsi, d'ordine d' Urbano IV, a rivedere le traduzioni fatte sul te sto greco, e acommentarle egli stesso con tanta scienza e dottrina, che in breve del pensiero di Aristotile più non vi rimase un punto. Ma gli errori erano spariti, e la Chiesa dopo d'allora più non vi trovò aridire. Anzi fu appunto da quel mo mento che lo Stagirita sali in tanta fama, che il Nicolò Vcredette necessario man dare a farsi una nuova traduzione latina di tutti i libri d'Aristotile, e nel 1432 il suo legato richiamando l'università di Parigi all'osservanza delle prescrizioni già date dai suoi predecessori, dichiarò > Siccome, per altro,le condanne, fos sero esse cattoliche oprotestanti, non hanno mai potuto vincere l'eresia, così era condannato per la mancanza dei | s'intende che i Rimostranti non ces 4 50 ARTE sarono di insegnare e di propagare le loro idee, si moltiplicarono nelle pro vince Unite, e per evitare le persecu zioni dell' Olanda si ritrassero nel l'Holstein e nella Danimarca e vi fon darono la città di Fridericstad, dove si conservano anche attualmente. Arnaldo da Brescia. Eretico del XII secolo. Fu amico di Abelardo e recossi in Francia per assistere alle sue lezioni. Tornato in Italia, si fe'mo naco e gli presevaghezza di insegnare, che i preti e i vescovi che possedes sero beni stabili non potevano salvarsi. Non ci voleva dimeglioper acquistare il partito popolare, allora, come ades so, non troppo devoto ai pontefici; on de Innocenzo II mandollo in esilio. Non si tosto questo papa fu spento, Arnaldo tornò in Italia, ove predicò contro il suo successore, eccitando i romani a ristabilire quell' antica re pubblica che li aveva fatti grandi da vanti alla posterità. Arrise il pensiero al popolo, il quale saccheggio il pa lazzo dei signori e costrinse il papa a fuggire; ma poco durò la suaindipen denza. Dopo che Adriano IV ebbe po sto su Romal'interdetto, la città tornò alla Chiesa, e Arnaldo fu costretto ad uscire da Roma e a ricoverarsi nella Toscana. Ma arrestato poco di poi dalle genti del Cardinal Gerardo, venne ricondotto a Roma, ove fu condannato alla forca, il suo corpo ad essere abbru ciato e le sue ceneri disperse al vento. Lasentenzafu eseguita nell'anno 1155. Arte (teoria dell' ). Fra le teorie più oscure e men determinate che si conoscano, quella dell' arte occupa certamente il primo posto. Pure sun' altra disciplinafu soggetta a tante ricerche e a tanti studi quanto questa; nes ma la sua oscurità e indeterminatezza non deriva tanto dall arte in se stes sa, quanto dalle strane idee che la metafisica e la religione concepirono intorno alla teoria del bello, le con traddizioni della quale noi esporremo nell' articolo BELLO. Proudhon definisce l'arte « una rap presentazione idealista della natura e di noi stessi, tendente al perfeziona mento fisico e morale della nostra specie. » Questa definizione è in gran parte esatta, e lo sarebbe in tutto, se nel concetto di rappresentazione idea lista non si rinchiudesse necessaria mente, o un controsenso o un assenti mento estetico alle più strane aberra zioni dell' arte rappresentativa (chè di questa soltanto vogliamo parlare). La contraddizione è evidente nel concetto dirappresentare idealmente, perciocchè, o la rappresentazione trova un riscon tro nella realtà, e allora è realee non ideale; oppure alla realtà si oppone e allora, aparlar propriamente, può dirsi ch' ella rappresenti qualche co sa? No certamente, poichè quello solo si rappresenta che esiste e la rap presentazione di ciò che esiste è rea le. Per verità, suol dirsi che l'arte crea, ma anche questa la è una di quelle figure sconfinate, con che la rettorica suol esagerare quei principii che son troppo vaghi, per essere ben determinati. L'arte non crea, l'arte copia; l'arte è una pura imitazione. Certo, questa pretesa potenza creatrice dell'arte, la religione non ha mancato attribuire al cristianesimo, e filosofi molti e uomini d'ingegno non stettero in dubbio di affermarlo. Ma di solito la metafisica accieca e genera confu sione anche nelle intelligenze più po sitive, e l'arte ha la sua metafisica non men che lafilosofia! La metafisica hacreato il classicismo estetico,il quale allontanando l'uomo dellapura realtà dellanatura, che è il vero elemento del l'arte, lo gettò fra leindeterminatezze del convenzionalismo. Quindi le idee estetiche si sono capovolte: l'uomo si sforzò di trovar bello, non tanto ciò che gli piaceva, quanto ciò che rispon deva a certe determinate regole, le quali, se giovano poco all'arte, han no però il merito di avere unagrande antichità. E ciò che è antico impone ARTE sempre ai vulgari e ai non vulgari; e un po' per l'abito fatto a considerare come piacevoli certe forme che piace voli nonsono, un po' per quella cotal dosedisaccenteriaper laquale ogniuo mo ambiscedi mostrarsidotto e perito > (Matt.). Edaggiungono,che lo spiritodimorti ficazione è essenziale al vangelo ove i digiuni di S. Giovanni Battista e di Gesù sono ricordati con encomio (Matt. IV. 2). Sidisapprovano soltanto quelli che digiunano per ostentazione (VI: 16. 17). Gesù dice che vi son de moni che non possono essere discac ciati senoncoll'orazione e col digiuno; non obbligò adigiunare i propri discepoli, ma predisse che di ginnerebbero quand' egli più non fosse con loro (IX, 15): gli apostoli si pre pararono col digiuno alle importanti azioni del lor ministero (Atti XIII, 2 Cor. VI. 5) ed egli stesso digiunava (XI, 27) E concludono: se dunque il detto evangelico « non ciò che entra nella boccacontamina l'uomo dovesse letteralmente interpretarsi, Gesù si sa rebbe contraddetto insegnando il digiu no, e gli apostoli l'avrebbero smentito praticandolo,perciocchè l'astinenzadalle carni non è che una forma di digiuno men rigorosa dell'astinenza assoluta. Econvienpur confessare che sopra questo argomento i cattolici non ra gionano peggio dei protestanti, avve gnachè gliuni egli altri abbiano torto e ragione ad untempo, per laragion chiarissima, che nel vangelo d'ogni dottrina si trovano i contrari. Il fatto vero è questo, che già prima dei cri stiani gli Orficie i Pitagorici si aste nevano dalle carni e dal vino, e che Ori gene ci dice che nel terzo secolo tale uso trovavasi già in vigore tra molti fervorosi cristiani. Non è d'uopo dimostrare come que ste astinenze siano nocive al corpo e contrarie quindi ad unasana morale: soltanto una medicina cieca e superti ziosa ha potuto venire in soccorsO della religione, per mostrare il lato igienico delle astinenze, quasi che l'a stenersi da cibi in determinati tempi e quando forse il corpo ne hamag gior bisogno, possaprodurre gli stessi effetti delle astinenze ordinate durante uno stato patologico del nostro corpo! Astrazione. L' astrazione è una delle più care e più usate prerogative della metafisica; ciò val quanto dire che ella è affatto contraria al metodo spe rimentale. L'astrazione non è tanto ri provevole pel suo processo, quanto per le erronee e fatali conseguenze acui con 'duce chi ne abusa. Se io considero un corpo nella sua realtà e secondo il me todo sperimentale, non posso escludere, come elementi di una esatta cognizione, i suoi caratteri essenziali, tali che la forma, il peso, l' impenetrabilità, il colore, l'odore, il sapore, e tutte insomma| ficilmente compie il suo ufficio, quanto le proprietà che cadono sotto i miei sensi. Ma se ioelimino dalpensiero tutti gli elementi della cognizione, e nel corpo considero mentalmente un solo aspetto, per esempio il colore, avrò fatta una astrazione di tutte le altre qualità sen sibili, e il colore, sebben confusamente, mi apparirà al pensiero come possibile a separarsi dall' idea del corpo che lo assume. Da qui la tendenzanei metafisici aconcretizzare gli attributi della mate ria e a farne tante entità separate ein dipendenti dall' idea di corpo. Il pericolo è infatti evidente. Se io considero un corpo in movimento, e quindi facendo astrazione dal corpo, tento di riprodurre col pensiero l'idea di movimento sepa rata da quella di corpo, mi troverò co stretto ad attribuire a cotesto movimento una certa quale entità, che possa farlo cadere nel novero delle esistenze con crete. D'onde la creazione del concetto di forza, cagion del movimento,ed'onde ancora l' error metafisico di concepir la forza separata dalla materia, mentr' ella non n'è che l'attributo ( Vedi FORZA e MATERIA ). Or si è appunto in graziadi una cosi bella prerogativa dell' umano intelletto, che la metafisicaha arricchite le nostre cognizioni con un numero in finito di così dette verità astratte, le quali hanno tutte tanta realtà quantane ha l' idea di movimento separatadall'or gano o dal corpo che lo rappresenta. II principio della metafisica, che ogni astrazione dello spirito, presup pone qualche dato concreto,non potreb be essere oppugnato dalla filosofia spe rimentale. Anzi, cotesta filosofia tantè sicura di questa verità, che fondandosi saldamente sul concetto che ogni idea ne viene dai sensi,hanegate le idee innate. (Vedi IDEE INNATE). Ma dall' essere ogni nostro astratto concepimento come unå cotal sorta di riflessione delle cose este riori, non ne deriva che tutte queste a strazioni siano vere. L'intelletto astra endo s' allontana dalla realtà obbiettiva: piu lontani songli avvenimenti o le cose ch' essa si sforza di evocare; d'onde la facilità con cui confonde l'uno coll' al tro fatto, e appropria ad una cosa lé proprietà dell' altra. Se pensando alle ali di un uccello, la mente accoppia in quel momento una figura d'uomo, io posso ben creare l' immagine d'un che rubino, ma non nederivaper questo che essa trovi una concreta rappresentazione nella realtà, nè che in natura esistano tutti imostri creati dalla immaginazio ne; ma piuttosto si troveranno nella re altà tutti gli elementi separati, che l'a strazione ha insieme congiunti per for mare un nuovo essere. D' onde si vede, che la sintesi dell' astrazione non può essere ricondotta alla realtà, senza il soccorso dell'analisi sperimentale. Atavismo. Ilbotanico Duchêne ha per primo introdotto nel linguaggio scientifico questo vocabolo, che fu poi adottato da Darwin ed è ora divenuto pressochè universale. Indicasi con questo nome quella tendenza che si manifesta negli esseri viventi, a riprodurre certi caratteri anatomici o fisiologici od ezian dio patologici, che furono già propri dei loro antenati, e non sono più comparsi nei genitori. Ad esempio, la etisia più facilmente trasmettesi dall'avo ai nipoti, che dai genitori ai figli, e spesso lascia immune una o due generazioni, per ri comparire nella famiglia. Ma nelle ere dità fisiologiche l'atavismo è assai più frequente. Darwin ha citato ungrannu mero di casi, nei quali vien dimostrata conmolta chiarezzaquesta tendenza, che hanno gli organismi a riprodurre le forme antiche, e il sapiente naturalista inglese si è giovato assai di questi fatti per assegnare a certe specie di organi smi i loro antichi progenitori. Spesso nel cavallo notasi l'apparizione dei diti laterali, che fan credere che questo so lipede derivi dall' ipparione, animale fos sile molto simile al cavallo, ma che a veva tre diti. Altri nostri animali dome or è noto che la memoria tanto piùdif- | stici, a quando a quando riproducono i ATEISMO caratteri dei loro antenati e, per esem pio, in una razza speciale di buoi di Suffolk i quali, in grazia di un certo incrociamento, un secolo e mezzo fa si sono ottenuti senza corna, di tempo in temporiappaiono individui cornuti, i quali rivelano la tendenza a riprodurre questo carattere originale dei loro antichi an 57 contro l' ateismo. E convien confessare chese il fatto fosse vero,sarebbe, senon altro, una prova o della grandissima e videnza della esistenza di Dio, o della intima rivelazione che Dio avrebbe in stillato in ogni uomo della sua propria esistenza. Ma il fatto non è vero, e la pretesa universalità della credenzain Dio tenati. Darwin crede eziandio che le va scompare tosto che la critica sincera e samina le prove numerosissime raccolte rie forme embrionarie attraverso alle qualipassa il feto umano,nonsiano altro | dalla antropologiae dallastoria. L'atei che la riproduzione delle forme tipiche degli animali che l'hanno preceduto nella serie degli esseri da cui deriva ( Vedi EMBRIOLOGIA) e Vogt considera imicro cefali come una sorta di atavismo scim miesco. che interrompe la legge di evo luzione. I casi di donne con quattro e sei mammelle non sono rari, e Darwin li spiega anch'essi come effetti dell' a tavismo. Il quale al postutto vuol essere considerato siccome una legge contraria aquella di selezione (vedi DARWINISMO) imperocchè se questa, in grazia della varietà del clima, del nutrimento e del l' incrociamento, tende costantemente a trasformare i tipi, l'atavismo ha la co stante tendenza a mantenerli identici, e or qua or là, manifesta la sua potenza latente riproducendo, nel seno stesso dei nuovi organismi, le forme tipiche dei loro progenitori. Questa potenza si rende an cor piùevidentenelregno vegetale, dove i tipi derivati che si ottengono senza l'in crociamento (innesto), e per la sola va rietàdella coltura, inevitabilmente ritor nano alle forme primitive tosto che si cessa di coltivarle; la qual tendenza è comune anche agli animali domestici, i quali, se sono abbandonati allo stato sel vaggio, facilmente riprendono i loro ca ratteri originali. Ateismo.ParolacompostadaTeos, Dio, e dallaparticella negativa a; d'onde a-teos, assenza di Dio. La teologia e la filosofia teologale finora non hanno po tuto far di meglio che negare ostina tamente l'esistenza di veri atei, e fino ai nostri giorni fu questo ilmigliore ar gomento che i credenti seppero addurre smo è lo stato normale di una buona metà di tutti i popoli dell' Asia. Non havvi nella lingua cinese unaparola che esprima l'idea di Dio; della quale as senza il signor Renandot trova unapro va sicura nella iscrizione Cinese e Siriaca scoperta nel 1625. Gli Assiri, dic' egli, che la lasciarono come un monumento della loro missione, essendo vissuti 146 anni fra i Cinesi non nepotevano igno rare la lingua. E se eglino avessero trovato nella lingua del paese qualche parola che dinotasse l'Essere supremo, certo l'avrebbero adoperata invece della parola siriaca a Cobo. Quindi è ch' essi hanno fatto quello che gli spagnuoli dopo di loro hanno dovuto ripetere nel ' America, adoperando la parola Dios per instruire gli Americani, i quali non ave vano nè idea nè parolache esprimesse il concetto di Dio. Per giungere alla medesima dimostrazione, il signor de la Loubère si serve del seguente passo di Confucio, il massimo filosofo dei Cinesi.« Per quanto un uomo sia virtuoso, vi sarà sempre un grado di virtù ch' egli raggiungere non può. Il Cielo stesso e la Terra sì grandi e perfetti,nonpossono satisfare tutti a causa dell'incostanza del tempo e degli elementi, diguisachè l'uomo tro va contro di essi dei motivi di disgusto e d'indignazione. Laonde, se ben s' in tende la grandezza dell' estrema virtù, si dovrà confes are che l'universo intero non può contenerne nè sostenerne il peso > D'onde si vede che Confucio, negando la possibilità dell' esitenza di una virtù assoluta, implicitamente nega l'esistenza di Dio. ( v. CONFUCIO). Perfino i missionari mandati nella Cina non hanno potuto negare questo fatto. S. Francesco Saverio riferisce che i Bonzi del Giappone non volevano cre dere che vi vosse un Dio, perciocchè, dicevano essi, se ve ne fosse uno, i Ci nesi non l'avrebbero ignorato ( Epist. Lib. IV). Anche i gesuiti, tanto interressati a sostenere l'eccellenza dei Cinesi, le buone grazie dei quali si erano accaparrati, e n' usavano poco cristianamente contro le missioni di tutti gli altri ordini, fu rono costretti a confessare l' ateismo dei Cinesi. « I Cinesi, scriveva il padre An tonio Gorefa, sono pieni di spirito, e nondimeno finora sono vissuti nelle te nebre e nella più profonda ignoranza dell' esistenza di Dio La setta dei letterati, che condanna il culto degli idoli, non è, a parlare propriamente, che un Ateismo approvato dalle leggi dell' im pero ». Si los Chinas no son Atheos, que Nacion ay o houve quelo sea! esclama il padre Antoine di Santa Maria. Contro queste ed altre numerosissime testimonianze, non mancano coloro i quali vogliono che le voci cinesi Tien e Xangti esprimano il concetto della di vinità; e i gesuiti, infatti, nelle loro tra duzioni delle opere di Confucio resero queste parole per Dio. Ma il senso di que' vocaboli tant era lontano presso i Cinesi di rendere fedelmente il concetto della divinità, che il vescovo di Conon con sua ordinanza del 26 marzo 1693 stimò bene di vietarne l'uso per espri mere il vero Dio. Avendo i gesuiti ricusato di sottomettersi a questo divieto, ne nac que uno scandalo; l' affare fu portato aRoma, ove Innocenzo XII nominò una Congregazione di Cardinali e di Teologi per deciderlo. La decisione non fu resa che sotto Clemente XI, il 20 novembre dell' anno 1704, e confermava il divieto del vescovo di Conon. Prima di pronun ciare questa decisione i membri della Congregazione non avevano mancato di prendere informazioni sui luoghi. Tra queste informazioni vi è quella che il vescovo di Bérite mandò al cardinale Casanate, che qui rendo testualmente: > Le prove adotte in questo articolo mi dispensano di confutare siffatte idee. Quanto alle ragioni ontologiche dell' a teismo si troveranno nell' articolo Dio. Per i filosofi che dopo aver avuto la coscienza di Dio, lo negarono poi colle leggi del ragionamento, veggansi inque sto Dizionario gli articoli: CRIZIA, PRO TAGORA, BIONE, STRATONE, DIAGORA, LEU CIPPO, DEMOCRITO, LUCREZIO, Fò, AVERROE, POMPONAZIO, RUGGERI, VANINI, BRUNO, HOBBES, SPINOSA, TOLAND, MESLIER, LA METTRIE, BOULANGER, HOLBACH. Atomo. La parte più piccola della materia, che non può più oltre 3 60 ATOMISMO essere divisa chiamasi molecola. Tut tavia la malecola è ancora divisibile col pensiero, e l'ultimo limite al quale colla divisione giunge il pen siero, dicesi atomo. L'atomo è dunque una astrazione, perocchè ragion vuole che lo si suppongasenza dimensioni, chènel contrario caso,il pensiero po trebbe ancora dividerlo all'infinito. Vedi ATOMISMO) La chimicamoderna ha adot tati gli atomi come formola convenzio nale, adatta ad esprimerele più sottili combinazioni e il modo di aggrega zione delle varie sostanze fra di loro. Si é infatti osservato che leproporzioni fra le varie sostanze che costituiscono i corpi, rimangono inalterate anche nelle più piccole e intime parti del corpo stesso, di guisachè, posto peresempio come provato dalla chimica, che lo zucchero constadi 12parti di carbonio; 23di idrogeno; 11 di ossigeno,se pren diamo la più piccola molecola di zuc chero, che ci è data concepiree la di vidiamo in tre parti, troviamo senz'al tro che ognuna di essenonconsta già interamente di una delle tre sostanze componentilo zucchero, ma bensì di 12 parti di carbonio,23 di idrogeno, 11 di ossigeno, e che ogni ulteriore divisione all'infinito constasempre di una combi nazione simile. Orl'atomo nella chimica rappresenta appunto l'ultimo limite nel quale si suppone che le particelle di carbonio, d' idrogeno e d'ossigeno si separeranno senza combinazione. Onde si dirà, che dodici atomi dicarbonio,23 atomi di idrogeno e 11 di ossigeno costi tuiscono unamolecola di zucchero. Tut tavia questa locuzione è errata, avvegna chè gli atomi costituiscono spécialmente un principio di ragione, che impropria mente si trasforma in corpo materiale; motivo per cui molti chimici d' oggidi abbandonano gli atomi allafilosofiaspe culativa, e chiamano molecole tutte le parti più o meno piccole dei corpi, sieno esse semplici o composte, com binate o no. (Vedi MOLECOLA) Atomismo. Sotto questo nome generale s' intendono tutti i sistemi filo sofici, i quali hanno per fondamento l'i potesi degli atomi, ossia i corpuscoli impercettibili della materia. Se noi pen siamo alla divisibilità infinita della ma teria, l'antitesi dell' infinito contenuto nel finito,non può ameno di presentarsi alla nostra mente (Vedi INFINITO ). Ма pos siamo noi evitare questa assurdità logica? Fino a qual qunto dovremo noi pensare che un corpuscolo non possa ulterior mente dividersi? Tali furono le questioni generali che hanno originata la teoria atomica. Secondo gli atomisti, ciò che chiamasi atomo è essenzialmente semplice, e ciò che è semplice non può ulterior mente dividersi. L'atomo è dunque úna particella di materia elementare, imper cettibile e imponderabile; e perciò ap punto che sfugge alla tangente dei sensi, essa rivelasi subito come una mera astra zione. Epperò l'atomo è la materiaquin tessenziata, press' a poco com'è lo spi rito; e l'aggregato degli atomi costitui sce i corpi. Ciò basta per farci intendere che l'atomismo antico, nonostante la sua tendenza al materialismo, differisce dalle nostre teorie molecolari in questo, che le nostre molecole non sono semplici, e non dissomigliano essenzialmente dai corpi che compongono, non rappresentano unconcetto metafisico, ma semplicemente un concetto d'estensione, quella più pic colissima parte di materia che ci è dato di immaginare. Sebbene la teoria ato mica fiorisse nella Grecia ai tempi di Anassagora e di Democrito, ne troviamo però qualche anterior saggio nell' India nella setta filosofica detta dei Vaisechika della quale fu fondatore Kanada. Diceva questo filosofo, che se un corpo fosse veramente composto di un numero infi nitodi parti, sarebbe vero il paradosso che fra un grano di senape e unamon tagna non vi è alcuna differenza di grandezza, poichè l' infinito è sempre e guale all' infinito. Per evitare questa contraddizione supponeva egli che lama teria fosse un aggregato di particelle elementari, eterne e indivisibili; e tali ATOMISMO appunto sono gli atomi. Questi sono ne cessariamente intangibili, poichè tutto ciò che cade sotto i nostri sensi è un composto e ciò che è compostopuò sem pre dividersi: ma nondimentichiamo che l'atomo è indivisibile. Gli atomi non constano tutti della stessa sostanza. Ka nada supponeva che ve ne fossero di quattro specie: terrestri, acquei, aerei e luminosi: sono sempre iquattro elementi della fisica antica. La varietà di questi 61 Poco diversa dalla teoria del filosofo indiano è la teoria atomica dei filosofi greci. Gli atomi d' Empedocle, come quelli del filosofo indiano, sono di quat tro categorie, e il principio superiore dell' amore o dell' odio li fa congiun gere o li disgiunge. Nel sistema di A nassagora gli atomi son detti omeo meria, e si distinguono in un infinito numero di categorie, quante sono le sostanze e perfino i colori che vedia atomi costituisce i corpi, ma la loro combinazione non è meramente arbitra ria e casuale, bensì è regolata da una legge. La prima combinazione è sempre binaria, cioè composta di due atomi; la seconda formasi coll'aggregazionedi tre di questi atomi doppi; quattro atomi se condari formano una combinazione ter naria e così via. Ora questo modo di combinazione, per quanto sembri strano, non è poi molto lontano dalla realtà, quale ci fu rivelata delle moderne ipo tesi della chimica. Abbandonato il nu mero progressivo degli atomi, che è una mera astrazione, noi vediamo che ogni cristallo è infatti un aggregato di altri cristalli d' egual natura e forma. Se, ad esempio, noi prendiamo una delle più piccole cristallizzazioni del sale co mune, vedremo che ha la forma di un cubo. Or quel cubo può decomporsi in altri piccoli cubi, e ciascun di questi in una quantità di altri cubi più piccoli, e cosi di seguito fino all' atomo che si suppone elementare. La scienza è dun que venuta a convalidare, fino ad un certo punto, la teoria atomica. Se non che, mentre la teoria molecolare più modesta della prima, a questo punto si è fermata, limitandosi a concepire la molecola come la più semplice espres sionedellamateriaimmaginabile; lateoria atomica invece, ha voluto quintessenziare l'atomo e renderlo immutabile nell' uni verso. Dopo tutto questo, Kanada, per una sorta di astrazione, che non si sa comeben si concilii colla semplicità e lementare dei suoi atomi, ha ammessa un' anima distinta dal corpo. mo. Ma è soltanto con Leucippo e De mocrito che il sistema atomistico della Grecia assume una forma più risoluta e allontana, siccome ipotesi inutile, il prin cipio spirituale. Poichè gli atomi sono semplici e riempiono tutto, come potrebbe definirsi lo spirito, e qual posto dargli? Se l'atomo è semplice, e semplice è lo spirito, l'uno o l'altro è superfluo, oppure l'uno si confonde coll'altro (Vedi LEU CIPPO E DEMOCRITO). Mentre Anassagora aveva creato tante sorta di atomi quante sono le sostanze, Democrito, afferrando il gran principio dell'unità della materia, tutti li supponeva della stessa natura e sol diceva che i corpi differivano pel di verso modo della loro aggregazione. Si Leucippo che Democrito, ammettendo la eternità degli atomi e del movimento loro, escludevano esplicitamente la possi bilità della creazione. Ogni cosa è for mata degli atomi e gli atominonhanno principio nè hanno fine. Questa dottrina fu ad un dipresso adottata da Epicuro e cantata da Lucrezio coi suoi aurei versi. Qui l'atomismo antico si avvicina al materialismo moderno: non solo rico nosce l'eternità degli elementi materiali, ma energicamente afferma la realtà della materia. Verità triviale, se si vuole, ma che non èperciò, cosa incredibile ma pur vera, meno contrastata anche ai nostri giorni (Vedi BERKELEY, COLLIER е Ма TERIALISMO). Nei tempi moderni l'atomismo rinac que con Gassendi, ma fu sistema scem pio, perciocchè, fedele al domma della creazione ex nihilo, tolse agli atomi l'e ternità, li fece decadere dal grado di 62 AUTENTICITA principio a quello di fenomeno, e in tal senso la sua ipotesi diventava inutile. L'atomismo è invece passato nelle scienze naturali sotto il nome di teoria moleco lare, la quale, come già dissi, è benlon tana di considerare gli atomi con quel carattere di principio elementare che Cadivisioilità degli antichi ad essi at tribuiva. Attrazione. Newton hacosì chia mata la tendenza che hanno i corpi di attrar i fra di loro in ragione diretta delle ma-se e inversa del quadratodelle distanze. Quando questa tendenza eser citasi fra i corpi celesti, chiamasi attra sione universale, o gravitazione; è in vece attrazione molecolare o coesione quella che si compie fra le molecole a distanze infinitamente piccole. Filosoficamente parlando, l'attrazione esprime un fatto, non già una causa, onde sarebbe crroneo il supporre, che essa fosse un certo che di separatodalla materia in cui si manifesta. L'attrazione è una forza, e come tutte le forze è un attributo nominale, non sostanziale, della materia (Vedi FORZA). Attributo. Dicesi attributo ogni qualità o proprietà dei corpi, che ser vono a meglio determinarli o a far ne conoscere l' essenza. Vi sono at tributi reali ed attributi inetafisici; e ben si capisce che questi ultimi hanno tanta realtà quanto gli enti a cui si attribui scono. Così l'unità, ' attività, ' immor talità dell' anima sono attributi tanto veri quanto può esser vera la esistenza di quello spirito, che si chiama anima; come l' onnipotenza, la bontà e infinità di Dio sono subordinati all' esistenza di di quello spirito che si chiama Dio. Ma siccome sull' argomento degli spiriti l'e sperienza se ne rimane muta, e siccome d'altronde la metafisica nullac' insegna che sia assolutamente dimostrato intorno a questo argomento, così è chiaro che gli attributi della metafisica mancano di ogni dimostrazione. Non così accade degli attributi reali, propri della materia, i quali in qualche modo cadono sempre sotto i nostri sensi. Anzi tant'èlarealtà e l'evidenza di questi, che spesso la metafisica li confonde e li innalza al grado di sostanze separate, di entità metafisiche. Accade così del mo vimento, del pensiero ecc. ( vedi questi nomi) i quali, quantunque logicamente non si dimostrino altro che attributi soe cialissimi della materia, la metafisica li concreta in altre sostanze cae stanno fuori della materia, e quindi nel nulla. Anche l'idea generica di forza, che la metafisica ha creato e la filosofi speri mentale adottato per spiegare intelligi bilmente la causa dei fenomeni, non si risolve, in ultima analisi, che in un aturi buto della materia (vedi FORZA). Quindi è, che i soli attributi sui quali non cade onon dovrebbe cader disputa, son quelli stabiliti dalla fisica sperimentale per i corpi, come sarebbero ' impenetrabilità, l'estensione, la porosità, la divisibilità, il colore, il sapore, il peso e tutte in somma le maniere con cui lamateria si presenta ai nostri sensi. Audeo • Audio. Nacque nella Mesopotamia verso la metà del quarto secolo. D' indole atrabiliare e di un esa gerato ascetismo, soleva egli rimprove rare acerbamente la mollezza dei preti e dei vescovi de'suoi tempi, ond' era spes so svillaneggiato e talora anche maltrat tato. Denunziato all' imperatore ed esi gliato infine nella Scizia, v' istruì molti proseliti, insegnò la pratica della vergi nità e fondò monasteri colle regole del viver solitario. Dall'ortodossia si distaccò in alcuni punti di dottrina, come nella celebrazione della Pasqua, ch' egli faceva nel giorno stesso della Pasqua dei Giu dei; poichè diceva che il Conciliodi Ni cea l'aveva trasportata nel giorno na talizio dell' imperatore, per adulazione verso Costantino. Dopo la morte diAu deo la sua setta fu governata da vari vescovi fino alla fine del quarto secolo, col quale si spense. Autenticità Vedi CANONE E APO CRIFI. Per l'autenticitàdegliEVANGELI e del PENTATEUCO vedansi questi nomi. AVERROE 63 Autorità. In filosofiadicesi auto- mente rimettersi all'autorità, in quelle d'opinione, ha il dovere, per quanto e meglio può, di far egli stesso le sue rità quella testimonianza che l' uomo dotto nelle specialità fa sulle cose della scienza o dell'arte che gli appar tengono. E per quanto rifuggasi in buona filosofia dal prestar fede all'au torità, non può, per altro, questa eli minarsi affatto, poichè niun uomo può essere dotto intutte le scienze, nè tutto può sapere. Laonde, per quanto si in culchi e s' insegni che l'uom deve da se stesso accertare le cose a cui crede, non può, per altro, escludersi che in illazioni. Averroe. Pseudonimo di Ibn-Ro scd. Filosofo arabo nato in Cordova verso la metà del XII secolo. Egli fu il primo che volgesse dal Greco in arabo i libri di Aristotile, e i suoi commenti sopra questo filosofo a cui pro fessava grandissima stima, glimeritarono il sopranome di Commentatore. Aristo tile sintetizzando tutte le forze di natura e riducendole ad unità, n'aveva compo sto un tal simulacro di Dio, che nulla di molti casi ei nondebba necessariamente ricorrere all'autorità, vuoi nellescienze storiche, vuoi nelle fisiche o nelle ma tematiche, e rimettersi al parere di co loro che ne trattarono con fondamento. Escludere, infatti, l'autorità dalla storia sarebbe quanto il negare la storia, però che noi stessi non possiamo accertarci delle cose passate; ma del pari non possiamo conoscere per nostra espe rienza tutto ciò che riguarda le altre scienze, ond'è che inquelle parti nelle | di assoluto, d' inalterabile, d'eterno, on quali ci riconosciamo manchevoli, dob divino aveva. E fu con una cotal sintesi cheAverroe, sorvolando a tutti i fenomeni della coscienza individuale, considerava il pensiero umano come la risultante di tutte le forze dell'universo, o come parte o azione di una ragione universalo, che, indipendente dalla materia non poteva dirsi, ma nemmen che le fosse soggetta. La ragione fu per Averroe un cotalche biamo rimetterci all'autorità di uomini competenti. Abbisi soltanto l'avvertenza di non confondere il parere di uomini autorevoli con la vera dimostrazione, però che, come ben dice il Romagnosi, questi dotti possono essere interpreti della ragione, non la ragione medesima. Nè estendasi poi l'autorità loro invocata sopra una determinata cosa, a tutti i rami dello scibile, come spesso si suol fare, onde nascono i tanti abusi e le tante autorità effimere,che menano all'errore. Perocchè un uomo può es sere autorevole in una scienza e non avere autorità alcuna nelle altre, onde tutti i grandi, si smarrirono quando uscir vollero dai lorostudi. L'autorità specialmente s'invochi sulle questioni di fatto, poichè in quelle il giudizio di tutti gli uomini si accorda; madove vi è passione, o entusiasmo, o opinione determinata da un partito, l'autorità a nulla giova, perciocchè se nelle que stioni di fatto l'uomo deve necessaria de inalterabile e eterna doveva essere l'umanità che partecipava ai privilegi di cotesta ragione. Qui scambiando l'essen za con la forma, Averroe troppo presto dimenticava, che nessuna forma è inalte rabile e imperitura nell' universo e che l' umanità deve necessariamente seguire questa eterna legge di evoluzione. Averroe non è propriamente allascuo la esperimentale che vuol essere ascritto, ma negare non si può ch' eglinon tenda alquanto al panteismo. Perciocchè quella sua ragione universale, sintesi dell' uni verso che s'incarna e s'individualizza nella coscienza individuale, non ripugna aquesta scuola. Come Aristotile, dal suo Dio panteista aveva dedotta la conseguenza che non vi può essere relazione alcuna possibile tra Dioelaspecieumana, così Averroe esclude i preti e la teologia dal concorrere alla suprema felicità. La personalità finisce col corpo, e dopo la morte va per dendosi nel mare della intelligenza uni versale, alla quale, non solo è affine, ma 64 BACONE risale almeno a quattro secoli dopo. Avicenna, pseudonimodi Jbn-Si anzi identica. Perciò, tutte l'anime in | ribus, ma a torto, poichè quello scritto nulla differiscono fra di loro, e l'orga nismo solo quello è, che fadiversi gl' in dividui, che dà una personalitàpropria a Socrate diversa da quella di Platone. Or gli organi periscono, e l' anima, la ra gione rimane inalterata e si confonde nella ragione universale. Questa ragione è eterna; come eterna è la materia; on de il creare e il risorgere son cose del pari assurde. Per quel che si vede, non può dirsi che Averroe spingesse agli estremi le sue negazioni. Pure, senza volerlo, fu egli reputato, e restò per lungo tempo, come na. Celebre medico arabo nato nell'anno 880. Scrisse moltissime opere filosofiche, dove illustrò i principii dei peripatetici il capostipite dell' incredulità. A lui si attribuirono le più ardite opinioni e i più scettici pensieri; da lui si intitolò la tendenza al discredere. L'averroismo non fu dottrinapanteistica o filosofica, ma pei successori di Averroe fu ladottrina del con le massime della filosofia araba. Ammetteva ' eternità del mondo, seb benegli assegnasse unacausa efficiente, Ja quale però non cadeva nel tempo; l'anima voleva congiunta al corpo e la sua perfezione consisteva per lui in uno stretto legamecol mondo intellet tuale. Cadeva quindi nell' error dei mi stici, supponendo che l'uomo tanto più si fa perfetto, quanto meglio si allon tana dal mondo e si rivolge alla spe culazione. Non pare però cheAvicenna abbia messo in pratica le sue idee, poichè spesso si abbandonò all'orgia e mori infine d'una malattia d'intestini, l'incredulità. Ad Averroefu attribuita la coi conforti della religione mussul redazione del libro De Tribus imposto- mana. B Bacone(Francesco) Barone di Ve rulamio, Cancelliere d'Inghilterra, fu fi losofo profondissimo, e di quanti merite voli di tal nome siano stati, il meno o nesto e il men sincero. Avido di denari e d'onori ei non sempre curò di leal mente esporre le sue convinzioni, sicchè le opere di lui riboccano di passi scritti in favore di una religione ch'egli ogno ra combatteva coi dettatidella sua filo sofia. Fu egli che scrisse quel detto, di venuto famoso per esser stato poi ri scritto da tutti gli apologisti, che poca scienza conduce all'ateismo è molta scien zariconduce alla religione, ondeil catto lico Ladvocat lo chiama dotto teologo, modesto storico, profondo giurista e gra zioso poeta, e l'autoredelle memorie per la storia ecclesiastica dice, ch'egli era un protestante molto propenso al cattolice simo. Giova aggiungere però, che l' am missione nel pantheon cristiano di cote sto uomo, fa un gran torto al cristiane simo. Se l' apparenza e la lettera degli scritti di Bacone stanno per la religione, lo spirito delle sue opere è tutto diretto anegare il sovranaturale. Nel Trattato sulla natura delle cose e in quello Dei principi e delle origini, Bacone combatte fieramente l'antica scuola del trascen dentalismo Platonico ed Aristotelico, e rendendo ragione a Democrito e ad E picuro, egli fa sua la loro teoria atomica eproclama che la materia è eterna ed indestruttibile, che il mondo basta a se stesso e che fuori del mondo non vi so no corpi. « Lamateria, diceva Bacone, ha dessa un' origine? Ciascun uomo che BACONE ragiona, per la testimonianza dei sensi deve naturalmente pensare che la mate ria è eterna (Principj edorigine). Essa è indistruttibile, impenetrabile. Siamo 65 coli, ed essa li produce asuo tempo per una legge inevitabile (Dignità ed accre scimento lib. II. Cap. XIII). Or come si concilia ella mai questa ardita teoria disposti ad ammettere l'idea di Erone che ce la rappresenta come costituitada atomi separati da unvuoto misto. Tutto cambianella forma, in sostanzaniente si distrugge ed il volume della materia re sta sempre lo stesso. Non si neghi l'u tilità delle ricerche relative al primo stato degli elementi od atomi; sonoque ste forse più importanti d' ogni altra. Esse regolano l'atto e la potenza, esse moderano l'immaginazione e le opere (Pensieri sulla natura delle cose). Altrove Bacone parla con molto di sdegno delle cause finali, e vuole ope rare fra le scienze naturali e le teologi chequel divorzio che oggimai si è com piuto, non senza grandissimi contrasti. Baggemio di Lipsia. Visse verso la metà del XVII secolo. Si disputava allora tra i teologi e i filosofi se Dio avesse creato il mondo per meglio far risplendere i suoi attributi, o se pure l'avesse creato per farsi rendere omaggio dagli Enti liberi. Baggemio avanzò una certa ipotesi nonmeno assurda delle al mase parecchi anni. Ma essendo poi ve nuto amorte il superiore,Bacone seppe ingraziarsi il successore di lui, indiriz- tre, e pensò che Iddio si fosse determi zandogli, come segno di omaggio, uno scritto sui mezzi adatti a fermare ipro gressi della vecchiaia. Poco di poi Ba cone fu ridato alla libertà, manon molto sopravisse alla sua liberazione, poichè era vecchio, e gli effetti del tempo, che vo leva arrestare sugli altri, non aveva sa puto impedire sopra se stesso. Lafantasia degli scrittori moderni si è compiaciuta di trasformare questo mo naco inun uomo di scienza incompa rabile, sol perchè egli fu perseguitato; ma le persecuzioni degli stolti non ba stanomicaper innalzareun ingegno men che mediocre finoall' altezza dei tempi presenti. E che mediocrissimo sapere possedesse cotesto frate, ce lo attestano i madornali errori e gli stupidi suoi pregiudizi nelle scienze naturali, nelle quali pur sempre si vuol dottissimo. Egli insegna che con spermaceti, aloe e carne di dragone puossi prolungare la vita, e conla pietra filosofale immortalarla; che la constellazione dell' agnello ha una di retta influenza sulla testadell'uomo,quella del toro sul collo e quella dei gemelli sulle braccia. (Opus majus). Altrove dice che la luce si fa per moltiplicazione univora ed equivoca, che quest' ultima genera il calore, e il calore la putrefa zione. Gli fa troppo onore chi crede ch'egli sia stato l'inventore della polvere, per un certo passo che si legge nel suo Opus Majus, ove si accenna al fuoco greco ead un certo fuoco, che facevano i bimbi di quei tempi, i quali mettendo del salnitro in una piccola palla grande un pollice egettandola sul fuoco, produ cevano un rumore sì violento che sor nato ad agire per amore verso le crea ture. Così restò bene assodato che, in qualunque modo siconsidera,questo Dio creatore non può sfuggire all' antropo morfismo. I teologi e i filosofi gli attri buivano un vizio: l'ambizione d'imperare sopra dei sudditi, e di risplendere ai loro occhi; eBaggemio gl' imputò una virtu; virtù e vizi però che sono sempre copiati dalla passioni umane e che in nessuna maniera convengono all' Ente assoluto. Bajo, o Bay (Michele) Nacque a Malines nell'Haynaut nell'anno 1513, fu ricevuto dottore nel 1550e nell'anno se guente occupò lacattedra di Sacra Scrit tura nella università diLovanio. In quei tempi ferveva vivissima tra i cattolici e i protestanti la controversia sulla grazia e la predestinazione, e gli uni e gli al tri pretendevano di appoggiarsi sulla au torità di S. Agostino, il quale, coi passi scritturali, aveva dimostrato contro i pe lagiani, che l'uomo non può far nulla senza Dio, che tutte le nostre forze ven gono da lui, giacchè siamo corrotti e nasciamo figli d'ira. Imperocchè, diceva questo luminare della Chiesa, dopo il peccato, l'uomo da se stesso è impotente a salvarsi senza il soccorso della grazia divina, ed anzi senza questa grazia egli non avrebbe potuto perseverare nella giustizia originale. Condotto dallo spirito dei tempi astudiare questa questione, Michele Bajo credette di rettamente in terpretare S. Agostino contro ilduro fa talismo divino di Calvino e di Lutero, affermando, che la divina giustizia non avrebbe potuto creare gli uomini senza le grazie e le perfezioni dello statod' innocenza. Pertanto, mentre Agostino tenete voi, ai calvani sti, ai luterani, ai ammetteva che eziandio una certa qual zuingliani ?- Io, ripeteva Bayle, sono grazia sufficiente era necessaria per sal- protestante,equindiprotesto contro tutti. varsi, Bajo ammise, che l'uomo creato Odiato da molti, egli nondimeno co libero e giusto si è perduto per sua colpa, strinse i suoi nemici ad inchinarsi d' in e che persolavolontàdilui persevera nella nanzi alla perspicacia del suoingegno e colpa dopo la caduta. Bajo dunque, con- a riguardarlo come il luminare del suo tro Lutero e Calvino ammetteva il libero | secolo. Scrisse molte opere,frale quali il arbitrio, madifferiva dai cattolici in ciò, che mentre questi lo fanno consistere nel potere di determinarsi liberamente Dizionario Storico-Critico, nelquale rias sume tutte le eresie e tutte le opinioni della filosofia. Le scuole dommatiche non senza alcuna necessità esterna ed inter na, Bajo sosteneva che nel pensiero di S. Agostino il libero arbitrio consistesse in questo, che ' uomo non è esposto a nessuna necessità esterna, senza che in ternamente egli abbiailpotere di deter minarsi per una cosa diversa da quella ch'egli fa. Cotal divergenza di opinioni eccitò serie dispute, specialmente da parte dei religiosi dei Paesi Bassi dell' ordine di S. Francesco, i quali spedirono a Parigi dieciotto proposizioni del loro avversario, che la facoltà di Teologiacondannò. La sanno perdonargli il metodo della sua critica, perciocchè spesso assumendo la difesa di un domma, ei lo circonda di tante difficoltà, gli solleva contro le tante obbiezionidegli antichi eresiarchi, espone le tante fiate i difetti della ortodossia, che il lettore,dopo un difficilissimo cam mino attraverso alle cento controversie, giunge alla conclusione e alla vittoria dopo aver perduto la fede. Non è dun que senza fondamento che alcuno scrisse dilui : essere più fatali alla religione le sue difese, che gli stessi suoi colpi. Certo, questo sistema di critica nè disputa non si acquetò per questo; l'af- | sarebbe opportuno nè decoroso per la fare fu portatod' innanzi al soglio ponti ficio, ove le proposizioni di Bajo furono del pari condannate. Manon andò guari chele stesse dispute, risorte nella Spagna conMolinaeGiansenio,minacciarono per lungo tempo la pace e la tranquillità della Francia (Vedi GIANSENISMO). Bayle(Pietro)nacque a Carlat nella contea di Foix e fece isuoi primi studi di filosofia a Tolosa. Di nascita pro testante, egli per le insinuazioni di un prete, giovane ancora, si converti al cattolicismo, che abiurò dopo 17 mesi. Nel 1675 ottenne lacattedradi filosofia a Sèdan, ma le calunnie del ministro Jurieu lo costrinsero poco di poia rifu giarsi in Olanda, dove fu nominato ad altra cattedra in Rotterdam. Uomo di costumi austeri e di studi profondi, pro testante di nome, non apparteneva di fatto anessunareligione positiva. A co loro che lo interrogavano sulla sua cre denza, rispondeva: io sono protestante. Ma aqual comunità protestante appar flo moderna, ma noi dobbiamo pur concedere la lor parte al tempo ed Li costumi, perciò che quelle verità elementari che oggi non escono dai limiti della più modesta opposizione, po tevano altre volte esser sommamente ar dite e pericolose per chi avesse osato di vulgarle. D'altronde, non sempre il Bayle fu timido e riguardoso, e in parecchi luoghi del suo dizionario entrò in cam pagna quasi apertamente contro la divi nità. Egli è specialmente nell'esame cri tico del Manicheismo che scuote forte mente il principio dommatico d'ogni re ligione a tutto profitto dello scetticismo, e dimostra quanto poco le opere di Dio corrispondano all'idea che dobbiam farci della sua infinita sapienza, della bontà, della santità e dellapotenza infinita. Egli esamina se il mondo possa considerarsi come prodotto da un sol principio, e conchiude per la negativa. Ilmondo non è perfetto: zone glaciali, zona torrida, deserti spaventosi e mari immensi la BATTESIMO rendono poco abitabile ; montagne e rupi la sfigurano; fulmini, tempeste, terremoti evulcani la sconvolgono; gli animali si combattono e a vicenda si distruggono, e l'uomo stesso, pieno di mali e di biso gni, non può considerare la sua storia che come una sequela di sventure e di rovine. Or, dice il Bayle toccando iquat tro punti che formano il contrasto della sua critica, la Somma Bontà può pro durreuna creatura rea? La SommaBontà può produrre una creatura infelice? La Somma Bontà congiunta aduna potenza infinita non dovrebbe forse colmare l'o pera sua di tutti i benie da essa allonta nare tutto ciò che può offenderla o mo lestarla? Invano si risponderà che le di sgrazie dell' uomo son conseguenza del l'abuso della sua libertà: la sapienza in finita di Dio doveva prevedere tale abuso: e lasua bontà doveva toglierlo. Queste idee che il Bayle ripete nelle sue Ri sposte ad un Provinciale, non passarono inosservate alla filosofia religiosa, la quale rispose per la boccadei suoi mas simi organi. Le Clere, l'arcivescovo King, il Jacquelot, e il Placete scrissero parec chi volumi per confutarla, e se vi riu scirono ce l'insegna la storia dello spi rito umano, la quale ci dimostra,che le obbiezioni del Bayle sono la eterna anti tesi che la ragione di tutti i secoli op pone ai pretesi attributi della divinità. Baralloti. Così si chiamarono al cuni eretici di Bologna, altrimenti detti obbedienti. Di loro non si sa altro, se non che praticavano il comunismo così dei beni, come delle donne e dei figliuoli. Basilide. Visse adAlessandria cir ca 150 anni dopo Gesù. Non potendo concepire come il bene e il male deri vasserodauna stessa sorgente, immaginò che Iddio avesse creata la Intelligenza, questa il Verbo, il Verbo la Prudenza, la Sapienza, la Virtu, i Principi e gli Angeli. Gli angeli si dividevano in 365 ordini, ciascun dei quali aveva fatto un cielo, e ' ultimo di essi la Terra. Gesù era venuto per liberare gli uomini dalla schiavitù in cui gemevano, aveva fatto i miracoli che i cristiani narrano, ma non si era guari incarnato, poichè, al dir di Basilide, dell' uomo non aveva assunto che le apparenze; nè egli era morto sulla croce, poichè Simon Cireneo vi era morto in vece sua. Questo amal gamadei principi di Platone e di Pitagora con quelli dei Cristiani e dei Giudei, nulla c' interessa, fuorchè in questo, che le credenze di Basilide provano come già nel secondo secolo si negasse la realtà storica di Gesù. Basilide lasciò una setta che da lui prese il nome e si confuse coi cabalisti. Battesimo. Il principio della pu rificazione per mezzo dell' acqua è il più universale che si conosca, siccome quello che dalla natura stessa e dalla igiene è consigliato. Perciò varie religiose lavande troviamo instituite dagli antichi, quali per gli uomini, qualiper i templi e quali per gli animali; e la triplice abluzione dei mussulmani èpureunavanzo di que sti riti. Ma il lavacro considerato come segno di iniziazione noi lo troviamo pri mamente instituito nell' India, culla di Brama, dove i neonati, nei tre giorni che succedono la nascita, devono essere purificati nell'ondadel Gange, e i lontani nell' acqua lustrale santificata dal Bra mino. Presso gli ebrei troviamo non scarse instituzioni di sacre lavande; ma l'acqua non è più segno d'iniziazione: il battesimo è di sangue e appellasi circon cisione: il padre del bambino deve ta gliargli o fargli tagliare il prepuzio ne gli otto giorni successivi alla nascita. Più tardi, il battesimo d'acqua come se gno d'iniziazione ricompare fra gli stessi ebrei colla settadegliEsseni, posti lungo le rive del mar Morto, di cui vogliono alcuni che Giovanni il Battista fosse, se non partecipe, almeno imitatore. Gli E vangelisti hanno cercato di inquadrarlo nei loro racconti comeunprecursoredel Messia, ma nonè senza insulto alla ve rosimiglianza che questa predisposizione può essere ammessa. Il Battista è per se solo capo setta ed amministra il Batte simo senza preoccupazioni future. Gesù BATTESIMO 69 stesso riceve questo segno d' iniziazione | altro liquido, siavino o saliva. Alle quali ed è nel Giordano, come già i bramini nel Gange, che Giovanni dà il santo la esclusioni non si può negare per certo un carattere assolutamente magico, e vacro. Il bisogno difar primeggiare Gesù sopra ogni altro personaggio della leg genda evangelica, ha indotto gli evange listi a far comparire dei segni speciali | putata efficace al Sacramento, perchè una grandissima ignoranza degli ele menti chimici di cui si compongono i corpi. Avvegnachè se l'acqua è re nel momento del suo battesimo, ma nel fatto noi vediamo che non è primadella morte di Giovanni che il preteso Messia incomincia il suo proselitismo. Il batte simo era dunque stato perGesù il mezzo di aggregarsi ad un partito già costituito, del quale ebbe la direzione dopo che fu decapitato il maestro, ma si poca importanza egli dà a questo segno, che non lo vediamo mai amministra re il battesimo ai suoi proseliti. Ne gli apostoli, nè i discepoli suoi sono mai stati battezzati, nè mai battezza rono, e S. Paolo, che a buona ra gione può dirsi il fondatore del cri stianesimo, continuando il rito ebraico, circoncise ma non battezzò il suo di scepolo Timoteo. Onde i cattolici scu sano questa ommissione dicendo conS. Bernardo (Epist. 77), che non potevasi imputare a colpa il non ricevere il battesimo prima di una sufficiente pro mulgazione delVangelo. Nemmeno dopo Gesú e dopo itempi nol sarebbero l' azoto e l'idrogeno on de l'acqua è composta, e perchè non il vino, la saliva od altro qualsiasi li quidonel quale l' acqua entracome prin cipale componente ? Ma se il Sacramento del battesimo era contestato in quanto alla sostanza, non lo fu meno in quanto alla forma. Nonconoscevasi nei primi secoli alcuna formola canonica: i più battezzavanonel nome di Gesù Cristo; il diacono Lisino battezzava dicendo: Cristo te illumini; e S. Lorenzovi aggiungeva: nel corpo e nell'anima. Alla validità del battesimo non reputavasi dunque necessaria l'invo cazione della Trinità . La necessità di questa formola comparve officialmente nella Chiesa soltanto ai tempi del Con cilio di Nicea, il quale promulgò un ca none ove prescrisse, che i Paulinisti ve nendo ammessinella Chiesa,si dovessero ribattezzare perchè battezzati senza l'in vocazione della Trinità (Canone 7.) Fu gran questione nella Chiesa per sapere se fosse valido il battesimo amministrato della Chiesa apostolica troviamo che i cristiani fossero concordi sulla necessità di amministrare il battesimo d'acqua. Perciocchè molte sette negavano ogni Sacramento sensibile, i Manichei dice vano l'acqua prodotta da un principio cattivo, e i Seleuciani, per quanto dice Tertulliano, ripudiando il Battesimo di | III prescrisse essereinvalido il battesimo acqua vi sostituirono quello del fuoco, appoggiandosi a un passo diS. Giovanni evangelista. Anche i Giacobiti, fedeli a questopasso, furono soliti imprimere sulla colla formola prescritta, ma senzalepa role che esprimessero l'atto, cioè senza dire: io ti battezzo nel nome ecc. Tra gli scolastici Pietro il Cantore e Pietro Lombardo il sostennero valido, altri lo negarono; maunaDecretaledi Alessandro fronte o sulle braccia del neonato un segno di croce con ferro rovente. La Chiesa ha però dichiarati nulli questi amministrato senzale parole esperimenti l'azione. Respinte cost apoco a poco tutte altre formole, questa sola restò ufficial mente ammessa: Ego te baptizo in no mine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Intanto la semplicità primitiva del bat tesimo andava scomparendo, e i ritima modi di battezzare, e nelconcilio di Fi- gicichevisisoprapponevano dalla Chiesa, renze e in quel di Trentodecretò l'acqua lo elevavano man mano al grado di naturale essere la vera ed essenziale ma- Sacramento indispensabile alla salute. teria di questo Sacramento, escluso ogni | L'acquanaturale nonparve materia suf 70 BATTESIMO ficente al ritod' iniziazione ; s'incominciò acopiare l'uso pagano dell'acqua lustra le, e la si volle benedetta; poi nonbastò la benedizione : si ordinò di soffiare sulle acque, di unirvi il santo Crisma, d'im mergervi dentro l'acceso cero pasquale ; e a quest'acqua così benedetta attribui rono i padri la virtùmiracolosa di mon dare le animedal peccato. Ma la neces sità di mondare i neonati dalla macchia originale non ancora era vivamente sen tita, e lo prova l' antichissimo uso di ministrare il battesimo soltanto neigiorni solenni e per ministero esclusivo del Ve scovo, il quale, se era assente, dovevail battesimo differirsi. (Chardon, Histoire du Bapt. I). La quale costumanza mal si concilierebbecon lasollecitudinedellaChie sa per salvare le animepericolanti, nè am mettere sipuò che un vescovo solo bastas seabattezzare in ognigiornotuttii neonati posti sotto la suagiurisdizione. Provano questa costante costumanza degli antichi tempi, gli antichi battisteri sempre po sti in vicinanza dellaCattedrale,e toglie ogni dubbiouna lettera di S. Gregorio all' Esarca di Ravenna, colla quale il Pontefice esortava il ministro imperiale anon detenere il vescovo d' Ostia, onde colà non vi morissero i fanciulli senza battesimo (v. Gregorio Epist. 32). Nella Chiesa primitiva non battez zavansi i fanciulli, ma sì gli adulti; e a quelli rifiutavasi il battesimo i quali i struiti non fossero nei misteri della reli gione; onde in tempi più vicinigli ana battisti tennero siccome invalido il bat tesimo dei fanciulli,e fattiaduųli ribat tezzarono (vedi ANABATTISTI). Nei primi secoli i eandidati al cristianesimo dice vansi catecumeni, nè venivano ammessi al segno della iniziazione cristiana senza molte prove e un lungo noviziato. Ilpa ganesimo aveva avuto i suoi misteri, e alla nascente Chiesa sarebbe parso disdicevole il non avere i propri; onde ai catecumeni non rivelavansi le cose arcane senza prima farli passare per una lunga serie di iniziazioni. Queste, per verità, non costumavansi nè durante il primo, nè nel secondo secolo, nei quali la Chiesa, ancor fedele alla tra dizione apostolica, battezzava facilissi mamentechiunquechiedevadi essere fatto cristiano. Ma la semplicità è naturale nemicadella religione, la quale sempre abbisogna d' arcano, onde i padri del Concilio Illiberitano stabilirono, che nes suno dovesse ammettersi al battesimo se non dopo lo spazio di due anni di spe rimentata condotta. Durante questo pe riodo il noviziato dei catecumeni era diviso in tre gradi : di Uditori, di Ge nuflessi e di Competenti. I primi dove vano uscir dalla Chiesa subito dopo la spiegazione catechista e prima delle preghiere comuni; alle quali assistevano i secondi, ma sempre genuflessi. I soli Competenti erano ammessi all'istruzione dei divini Misteri. Alcuino nella quinta Epistola a Carlomagno, ci trascrisseun saggio delle istruzioni che si davano ai Competenti prima di ammetterli al bat tesimo, e lo toglieva dal trattato De chatechisandis rudibus di S. Agostino, onde siam sicuri che questa pratica già era in uso nel quinto secolo. « I ca tecumeni, dice Alcuino, si devono i struire sulla immortalità dell' anima e della vita futura, della retribuzione dei buoni e dei rei, dell'eternità del regnodei cieli e dell'Inferno..... si debbono illumi nare sulla fede nella Trinità; sulla na scita, passione e morte del Salvatore, e si darà loro una idea della risurrezione dei corpi e della seconda venuta di Cristo ». Quindi icatecumeni erano am messi alla cerimonia dell' Ephata, che significa aprire, perciocchè dicevasi che aprivansi le loro orecchie alla disciplina dei misteri, non però a quella dei riti, questa essendo riservata ai soli battezzati. Poi, sottoposti perunperiodo di tempopiù omeno lungo alle austerità e alle opere di mortificazione, davasi mano a libe rarli dalla potenza di Satana ond'e rano invasi, perciocchè la Chiesa, fedele al carattere demonologico del Cristiane simo, vedeva lo spiritodel male in ogni uomo che non partecipasse alla comu BATTESIMΜΟ nione dei fedeli. Provvedevasi a questa importante bisogna con gli esorcismi, i quali, come diceva S. Cirillo, avevano una singolare virtù per mettere in fuga il comune nemico : liberati dal quale il Calvario di quei poveri novizi non era per anco finito. Poco prima di ricevere il battesimo facevasi loro assaporare un po' di sale esorcizzato acciocchè, come spiegò con mistiche ragioni Rabano, fos sero premuniti dal fetore dell'iniquità e dalla putredine del vizio. Nè credasiche 71 il velo sol quando entravano nell' acqua, ma poichèdovevano fare tre immersioni, necessità voleva che almeno due volte sortissero dall'acqua, presente il ministro del Sacramento. Introdottosi l'uso di battezzare i fan ciulli, la triplice immersione apoco a pococadde indisuso,ma ipadrinidel bat tesimo si instituirono, siccome quelli che aquesto punto il catecumenato fosse fi nito. Tre scrutini facevansi nei primi dovevano rinunziare a Satana in nome del fanciullo, e per lui giurare la fede. Anticamente tre uomini e tre donne te nevano al sacro fonte il battezzando ; il concilio di Trento stabill bastare un secoli e sette nella Chiesaposteriore, in sol padrino o una madrina sola, o tut ciascun dei quali davasi ai novizi tut tociò che impararedovessero a memoria, eintanto facevasi inquisizione sulla loro t'al più l'uno e l'altra, onde fra molti non si contraesse affinità spirituale, condotta e se fallato avevano durante ii tirocinio, non rade volte avveniva che fossero rimandati ai gradi inferiori. Finalmente, ecco gli eletti ammessi ancora a fare la rinunzia a Satana e conformola evidentemented'origine pa gana, siccome quella che faceva rinun ziare a colui che ènell'Occidente,e face vastringerepattodiservitù col Sole della giustizia, ripetere imisteri di Mitra in o nore del sole. Ma spiega S. Cirillo que sto costume, dicendo che il patto strin gevasi colla parte orientale perchè colà eravi il paradiso terrestre, il che, per altro, laBibbianondice; eadognimodo gli orientali avrebbero dovuto stringere il patto con l'occidente. Ho già detto che nei primi secoli il battesimo si amministrava per immersio ne. Uomini e donne affatto nudi immer gevansi nell' acqua fino al collo, con quanto rispetto pel pudore ionon saprei dire. Ma passata la prima innocenza e venuto lo scandalo, si pensò a togliere ogni pericolo; gli uomini furono battez zati separatamente dalle donne, ma la immersione per gli uni eper le altre di venne triplice. Furono allorainstituite le Diaconesse affinchè spogliassero le don ne, le ungessero coll' olio e uscite dal l'acqua le asciugassero erivestissero. Di cesi, èbenvero,che le donne toglievansi la quale, come si sa, è impedimento al matrimonio. ( Concilio di Trento, Sess. 24.) Molte e singolari questioni la casi stica teologale suscitò intorno al batte simo; madiquellaprimissimadel peccato originale saràdiscorso a suo luogo (vedi PECCATO ORIGINALE). Una delle questioni che più acrementesi agitò fra icattolici, quella fu della validità del battesimo conferito dagli eretici. La chiesa antica lo riteneva nullo efuronodi questa opi nione Agrippino vescovo di Cartagine, Tertulliano, S. Cipriano emoltissimi al tri vescovi dell'Africa, che così decisero in tre successivi concili, però che, di cevano essi, i separati dalla Chiesa sono considerati siccome pagani e inca paci di esercitare il ministerio. Nono stante che lo Spirito Santo, come sideve credere, avesse inspirate queste decisioni conciliari, papa S. Stefano non si peritò di condannare la decisione dei vescovi dell' Africa, sostenendo bensì lamancanza degli effetti salutari in quel battesimo, non la sua nullità. Non per questo pie garono ivescovi alla infallibile decisione pontificia, perocchè convocato un terzo Concilio di ottantasette vescovi, confer marono le precedenti deliberazioni. Sde gnato da questa opposizione, contro S. Cipriano che n' era ilprincipale autore, il papa scagliò la scomunica, ilche non impedì ai suoi successori, sempre infalli- | il fanciullo, dice un papa infallibile, ê bili, di canonizzarlo. Fu antichissima consuetudine della Chiesa orientale di battezzare i cadaveri di coloro che erano morti senza battesi mo, e questa pratica tant'era invalsa in oriente, che S. Gregorio Nazianzeno ri prese acremente certi vecchi, che differi vano il loro battesimo fino alla decrepi tezza, persuasi che questo sacramento, non fosse essenziale alla salute. I seguaci di Marcione solevano invece conferire il battesimo a una personaviva,chelo ri ceveva in sostituzione del morto; ma l'una e l'altra di queste pratiche furono condannate dallaChiesa, dopo che s' in cominciò acredere, che il Battesimo can cellava il peccato originale. Anzi, dopo quel tempo tal fu l'importanza che que sto sacramento acquistò agli occhi della Chiesa, ch'ella non stette in dubbio di proclamare, che ove unebreo fosse stato battezzato cadeva senz'altro sotto la sua temporale autorità, Egli è in grazia di questa dottrina che si sanci quel bru talissimo costume del ratto dei figli, il quale, pur troppo riposa sopra il con senso unanime di tutti iteologi « I figli degli eretici e degli scismatici, dice An toine (Teologia Morale Vol. II. pag. 169), si possono battezzare lecitamente contro il volere de'parenti. Perchè i ge nitori per ragion del Battesimosonosud diti della Chiesa e perciò si possono co stringere ad osservare le sue leggi. Tolto il pericolo della religione e dello scan dalo, si deve separare daiparentiilbat tezzato, perchèsia istruito nella Cristiana religione. > Del pari lasacra Congrega zione del Sant' Uffizio ha deciso che il Battesimo dato al fanciullo infedele con tro la volontà dei parenti, sebbene ille cito, è valido, imprime carattere cristia no, e il fanciullo battezzato dev' essere educato da persone cristiane. (Decreto 30 marzo 1638, confermato il 3 marzo 1803). Ma se non è lecito battezzare i figli degli infedeli senza il consenso dei genitori, possono però essere battezzati gli infedeli adulti che lo richiedono. E ordinariameute adulto e in sua libertà epotere, quandohacompitosette anni!!! (Lettera diBenedetto XI, all'Arcivescovo di Tarsi). Negasi da molti Teologi, ela Civiltà Cattolica redatta dai gesuiti a Roma, nei tempi in cui colà la stola comandava, sosteneva contro l'autore diquesto Dizio nario, che la Chiesa nonha mai appro vato il taglio cesareo siccome mezzo le cito per estrarre il feto dal seno della madre e battezzarlo. Ma le testimo nianze sopra questo puntonon ci lascia nodubbio di sorta,e se imolti e recenti casi dioperazione cesarea fattadai preti nel Belgio, sopra donne lacui mortenon era ancora certa, non provassero da se soli il mio asserto, le citazioni che se guono mi dispensano da altre prove. S. Liguori afferma: > Beghine. Così chiamansi nei Paesi Bassi quelle fanciulle o vedove, lequali, per eccesso di religione, raccolgonsi in sieme, e senza professare i voti pur vi vono con una regola comune, quasi fos sero monache.Beghinaggidiconsi le case ove si raccolgono, e si narra che alcune siano così grandi e spaziose darivaleg giare in ampiezza con le più grosse bor gate. Vuolsi che a loro sia derivato il nome da Begga, figlia di Pipino il vec chio; e fra noi beghina è sinonimo di pinzocchera. Bello. (Idea del). Quali sono i ca ratteri dell' idea del bello? Vi è vera mente un bello assoluto? Il bello è den tro o fuori di noi, è subbiettivo od ob BELLO biettivo? Ecco tre quesiti intorno ai quali i filosofi speculativi hanno scritto molti volumi e non riuscirono ad altro che a confondere le idee, che erano assai chiare prima delle loro nebulose disputazioni. Intorno alla prima domanda sentiamo cosa ne dice Platone: « Quando l'uomo nei sacri misteri vedendo un viso ornato 75 che and smarrito: ma ci rimane di lui un trattato sulla musica, ov' egli pone come fondamento dell' arte del bello que sto principio: Omnis porro pulchritudinis forma unitas est. Noi vedremo che S. Agostino aveva più buon senso di tutti insieme i filosofi della scuola pagana, e cheper una veramente strana coincidenza la scuola sensualistica ha ella pure sta conforma divina, oppure qualche specie incorporea, provadapprima unsecreto fre- bilito, che un de' caratteri del bello è la mito ed una certa qual tema rispettosa; divinità. egli considera questa figura come una quando l'influenza della bellezza entra nell' anima sua per la via degli occhi, egli si riscalda: le ali del l'anima sua si bagnano, perdono la lor durezza, si liquefanno e i germi nascosti inqueste ali si sforzano di sortire per ogni specie dell' anima ». Intenda e am miri chi vuole, quanto a noi troviamo, che nulla è men bello di questa plato nica teoria del bello. Però se gli autori della scuola spiritualista devono essere riconoscenti a Platone per aver confinato l'idea del bello nella oscuraregione dei caratteri eterni, assoluti e divini, il buon senso non devedimenticareche anch'egli era infin costretto a convenire, che il bello artistico si fonda sul principio d'i mitazione (vedi ARTE), per la quale con cessione fatta alla realtà, gli idealisti mo derni gli serbano un imperituro rancore. Questo principio della imitazione nel l'arte fu pure ammesso da Aristotile, il quale però vuol le cose naturali miglio rare, onde dice che la pittura deve rappresentare non ciò che è,ma ciò che essere dovrebbe. Era troppo giusto che la filosofia Alessandrina fosse più chePla tonica: una filosofia che andò raccoglien do di tutte le scuole le parti meno chiare (vedi ALESSANDRIA) sarebbe stata incoerente, se per la bocca di Plotino non avesse dichiarato che il bello mate riale, non è altro che l' espressione o il riflesso del bello spirituale, e che la vera bellezza non è che il trionfo dello spirito sulla materia. Dopo la scuoladi Ales sandria ' antichità tace fino a S. Ago stino, il quale compose un libro sul bello varietà nell' unità. Quand' io chiedo a un architetto, dice questo padre della Chiesa, perchè dopo avere innalzato un arco ad un lato dell' edificio, egli ne in nalzi un altro all'altro lato, mi risponde che convien che cost faccia per amor della simmetria. Ma perchè la simme tria vi par ella necessaria? Perch' ella piace. Benissimo, ma ciò è egli bello perchè piace, o piace perchè è bello? E qui S. Agostino conclude, che una cosa piace perchè è bella; ma noi vedremo chesottoquesto rapporto egli s' inganna, avvegnachè il bello essendo affatto sub biettivo non è tale, se non a condi zione che ci piaccia, d' onde la varietà deigusti e le perpetue contraddizioni del l'estetica. Egli però è assai coerente quando, rispondendo all'ultima questione, aggiunge che quei due archi sonbelli per chè la loro duplicità si completa nell'u nità dell'edificio. Fa d'uopo aggiungere ch'egli da questa varietà nell' uno, vuol dedurre la conseguenza,che al di sopra del nostro spirito esiste una unità ori ginale, perfetta, eterna, che è regola es senziale del bello ? Non sarebbe stato un santo se non l'avesse detto. Nella Germania Baumgarten è il pri mo che pretenda di separare la scienza del bello dalle altre scienze filosofiche, per costituire la sua estetica. Kant invece nella sua critica della facoltàdi giudica re segue una via diversa, e con grandis sima penetrazione risolve la tesi, se la idea del bello sia subbiettiva od obbiet tiva. Molto ragionevolmente egli vuole che il bello non abbia alcun carattere assoluto, ma sia puramente relativo alle facoltà dello spirito umano: la sensibilità, 76 BELLO l'immaginazione e il gusto, sono i tre elementi che concorrono a formarlo e a concepirlo. Ma la scuola germanica non resta fedele alla tradizione di Kant. Ben presto vien Schelling, il quale vuol che l'arte sia l'accordo fra l'ideale ed il rea le, l'unità del finito coll'infinito: ed He gel finisce per scombuiare del tutto una nozione tanto chiara, ponendo l'arte al di sopra d'ogni scienza filosofica, come la sola rappresentante del vero diretto allo spirito per l'intermediario dei sensi. Pare che i filosofi del secolo XVIII avrebbero dovuto ritornare al concetto estetico la suachiarezza, ma così non è: essi scrissero poco o imperfettamente in torno aquesto soggetto. Per verità,qual che lampo di buona critica appare nel l'articolo di Marmontel, inserito nell'En ciclopedia, ma del resto son lampi rari, troppo presto soffocatinelle sottilitàdella metafisica. Un curioso fondamento all'i dea del bello era dato dall'autore del l'Essai sur lemerite etla vertu, (p. 48) il quale vuol che l'utile sia il solo e l'unico fondamento del bello; onde bel l'uomo quello è nel quale la proporzio nalità delle membra conspira nel miglior modo possibile al compimento delle sue funzioni animali. L'uomo, la donna, il ca vallo occupano un postonella natura ed hanno speciali funzioni a compiere : or l'organizzazione è più o men perfetta o bella secondo che più o men bene si presta al compimentodiqueste funzioni. Del pari le cose più comuni,le sedie,le tavole, le porte tanto più ci sembrano belle, quanto meglio convengono all'uso cui sono destinate. Se noi spesso can giamo di moda, ciò dipende perchè la conformazione più perfetta relativamente all'uso cui è destinata, è difficilissima a incontrarsi, e vi è in ciò una sorta di maximum che sfugge a tutte le finezze della geometria naturale o artificiale. Da questa definizione Diderot non è appagato e contro di essa vivamente protesta. (Di derot, Recherches philosophiques sur l'origine et la nature du beau, nelle opere complete T. 2.). « Non vi è alcuno, dic'egli, che non si sia accorto, che la nostra attenzione principalmente si ferma, sulla similitudinedelle parti ancheinquelle cose nelle quali questa similitudine non contribuisce all'utilità. Purchè le gambe di una seggiola siano eguali e solide, che importa se esse nonhanno la stessa forma ? L'una dunque potrà essere di ritta e l'altra ricurva ? » Qui Diderot ha pienamente ragione di porre la sim metria come fondamento del bello; però non'si dimentichi, che se una cosa può esser bella anche senza parerci utile; quellainvece che è bella e utile al tempo stesso è anche migliore: onde si vede che l'idea dell'utile concorre pure a for mare uno degli elementi del bello. La scuola spiritualista moderna per la bocca di M. Franck riconosce nel bello tre forme principali, vale a dire il bello assoluto, il bello reale e il bello ideale. L'assoluto bello risiede in Dio, il secondo nella natura, che è immagine e riflesso della beltà divina, e il terzo nel l'arte. Dei primi due appena occorre ao cennare la contraddizione: fra finito e in finito, tra spirito e corpo, tra Dio che non ha forma e ilmondo che è formato, non vi è relazione possibile, e chi dice che la bellezza del mondo, è il riflesso della bellezza di Dio dice una asinità, e una frase vuota di senso. Più giusta mente potrebbe anzidirsi, che la bellezza del mondo è l'opposto della bellezza di vina, poichè il finito è negazione, nonri flesso, dell' infinito ; la materia è nega zione, non riflesso, dello spirito; ciò che muta e si trasforma è negazione della immutabilitàdivina; la varietà (una delle condizioni fisiologiche del bello) è nega zione dell'unità. Dunque la definizione spiritualistica non proverebbe altro se non che la bellezza del mondo è il contrario della bellezza di Dio, e che se il mondo èbello, non lo può esser Dio, o vice versa. Quanto a quello che gli specula tivi chiamano bello ideale, ne abbiamo già esaminata la insussistenza nell'arti colo ARTE. Ma finalmente, vediamo ciò che la BELLO all'origine dell'idea del bello, i caratteri ragione veramente ci insegna intorno | il piacere non il dolore dunque ogni rappresentazione che ci disgusti sarà brutta, e il contrario invecediremo d'ogni rappresentazione piacevole. Ma quali sono del quale devono innanzi tutto essere distinti dall' idea del buono, perciocchè una cosapuò essere bella e non buona e viceversa, ciò che è buono non sempre è bello. Carattere essenziale del bello è la rappresentazione reale od ideale di una cosa, di un pensiero, di un avveni mento; quindi a giustamente parlare, la vista, che è il solo senso il quale si ap plica alla rappresentazione delle cose, costituisce il senso speciale della scienza ) del bello. Invece, tutti gli altri sensi de terminano il buono, onde diremo un bel quadro, una bella statua, e non già un buon quadro o una buona statua, in quantochè il quadro e la statua sono rappresentazioni percettecol senso della vista ; per la stessa ragione diremo buono e non già bello un odore od un sapore, poichè il gusto e l'odorato sono sensi che producono innoi una semplice modificazione, non già una vera e propria rappresentazione. Quanto all'u 'i caratteri di una rappresentazione pia cevole? Ogni esercizio degli organi cor porei, dice il signor Pouilly (Theorie des sentimens agreables), che non li in debolisca, è un piacere. E diciamo che non li indebolisca o nonli offenda, poi chè in diverso caso il piacere si trasfor dito, parrebbe a tutta prima che debba annoverarsi fra i sensi del buono, in quantochè il suono per se solo nulla ci | zione o sensazione tenuissima, è il men merebbe in noia e in dolore. Non vi è melodia musicale, per quanto sublime si sia, che udita per una giornata intera, non finisca per eccitare il tedio e pa rerci orrenda. Del parii colori sono tanto più belli quanto maggiormente sono il luminati, cioè quanta maggior luce ri filettono sul nervo ottico, lo eccitano e lo inducono all'azione. Egli è perciò che i corpi, più vivaci ci sembrano più belli degli oscuri, i lisci più belli dei ruvidi, e fra i vari colori dello spettro solare, dal violetto ascendendo fino al rosso, la progressione del bello aumenta sempre. Il nero che è assenza d'ogni luce, e quindi rappresenta l' assenza di sensa rappresenta, ma se riflettiamo che per mezzo dell' udito noi percepiamo la pa rola, e che la parola eccita immagini e rappresenta idealmente le cose già per cette con gli altri sensi, comprenderemo facilmente perchè un discorso dovrassi dire bello e non buono. Del pari direm una bella musica, una bell'aria, poichè sebbene la musica compongasi di puri suoni, pur ella eccita in noi pensieri ed affetti che ci rappresentano certi stati dell'animo nostro. Determinata così la vera distinzione delbelloe delbuono,vediamo qualisiano i veri caratteri del primo. Abbiam detto che il bello è una rappresentazione, ma nontutte le rappresentazioni sono belle; del pari nonbella si dirà l'assenza d'o gni rappresentazione. Inostri sensi hanno bisogno di agire ed è dall' azione loro che a noi deriva lacoscienzadell'essere, il piacere od il dolore; mabello diremo bellodi tutti, e infatti a nessuno piaccion le tenebre. Per l'opposto principio, il bianco, che è il più luminoso, dovrebbe parerci il più bello d' ogni altro colore, ma perchè troppo eccita lavista e ancor l'offende, non tutticonvengono in questo parere, tanto più ch'esso è color comu nissimo; e per lo stesso principio che anche la melodia a lungo andare vien a tedio, così il color bianco, che vediamo in ogni giorno e quasi ad ogni ora, ci disgu sta. Aben apprezzarlo convien soggior nare nella oscurità, e dopo che i fuochi di bengala gialli, verdi e rossi, avranno per lunga pezza tediata la nostra vista, ci accorgeremo facilmente qual dolce sorpresa e qual piacevole sensazione può recarci l' apparizione diunfuoco e lettrico che irraggi d'ogni intorno la sua bianca luce. Certo,dopo alcun tempo la riapparizione del rosso ci parrebbe forse più bella di quella del bianco, e 78 BELLO viceversa, ma questa apparente contra rietà di sensazione facilmente si spiega riflettendo, che i nostri sensi a poco a poco si abituano alle sensazioni conti nue, vi si uniformano e perciò, dopo un certo tempo,son meno adatti a perce pirle, o per meglio dire, tanto sono de terminati a quel dato movimento, che poco ne restano colpiti. Quindi un bello continuato nonpuò essere continuamente uniforme; conviene che le sensazioni va riino, e in quanto maggior numero si succedono e in maggior copia ci colpi scono senza offendere inostri sensi, tanto più ci sembreranno piacevoli. Egli è per questo che la successione di molti colori èpiù bella della continuazionedi un co lor solo, e quanti più colori noi vedia mo contemporaneamente, tanto più il loro complesso ci sembra bello. Onde qui si conferma il principio di S. Ago stino, che l'essenza del bello consta della varietà nell'unità; vale a dire molti co lori, o molte sensazioni,inunsol spazio o in un sol tempo. Quel chediciamo dei colori si confer mapienamente nei suoni. Una sol nota musicale può esser bella, ma due o più note musicali son più belle ancora, poi chè in questo caso le sensazioni si suc cedono e in un egual tempoci colpisco no inmaggior numero. Certo, può dirsi che una sola successione di suoni non basta a produrre l' armonia, la quale è per i suoni, quel che è la simmetriapei colori. I colori simmetrici o i suoni ar monici si gustan meglio,poichè si con giungono e s'intrecciano con una certa quale regolarità, la quale viemmeglio concorre a formare nell' uno il vario. Perciò diciamo, che i corpi simmetrici son più belli degli amorfi, ossia senza forma, ed è appunto su questa regola che si fonda il bello architettonico, il qualetanto più avvantaggia quanto mag giormente la varietà delle forme, che producono varietà di sensazioni, può accoppiarsi con launitàdel concetto ge nerale; onde sovente parlando di archi tettura si dice e si scrive l'armonia delle lines e dei colori, come si dice l'armo nia dei suoni. Aquesta dimostrazione alcuni potreb bero opporre, cheove il bellomusicale po tesse consistere in una armonia di suoni succedentisi in maggior numero nel più corto spazio di tempo, ne deriverebbe questo assurdo, che un'aria dovrebbe es sere più bella quanto più rapidamente fosse suonata. Questa però non è che una contraddizione apparente, che la fi siologia hagiàspiegata, ecerto i signori spiritualisti non la farebbero se non fos sero soliti a cercare le loro definizioni nelle nebulosità trascendentali, anzichè nelle scienze positive. Sanno anche i bimbi che le sensazioni, per quanto rapide esse siano, persistono nondimeno per qualche istante nel nostro cervello (vedi SENSAZIONE) onde,adesempio,se facciamo girare con gran velocità una ruota a raggi, ci parrà tutta solida, poichè prima che la percezione di un raggio sia can cellatanel nostro cervello, l'altro raggio la rinnova senza lasciare intervallo. Anzi, se sopra una ruota solida disegniamo i colori dello spettro solare, e la mettiam quindi in movimento con grandissima velocità, tutti i colori si confonderanno in un solo, perciocchè prima che l' im pronta sia cancellata, l'altra le succede e si sovrappone; e la risultante di que sta miscela saràuncolore bianco, poichè tale è appunto il coloredella luce prima che sia decomposta dallo spettro. Il fe nomeno è perfettamente identico per i suoni: quand'essisi succedono troppo ra pidamente, si sovrappongono, per così dire, l'uno all' altro senza lasciar tempo all'orecchio di percepirli separatamente; anzi, nel suono il fenomeno si complica maggiormente che nei colori,poichè, seb ben nel nervo acustico isuoni persistano per un tempo infinitamente minore di quelloche i colorinelnervo ottico, pure possono, anche se percettiseparatamente, produrre disarmonia a cagione del di verso numero di vibrazioniche i diversi suoni producono in una eguale unità di tempo. Onde avviene che, o la moltepli BELLO cità delle sensazioni si confonde in una sensazione unica e l'armonia della va rietàscompare, oppure questavarietànon è, per così dire, simmetrica, vale a dire che le vibrazioni non stanno fra loro in giusti rapporti di tempo e contrastano perciòcolbello musicale.Diciam lo stesso del bello architettonico. La sovrabbon danza dei fregi guastal'insieme, poichè quand'essi sono soverchiamente appaiati 79 tempi troppo brevi e abbondanza di fregi in spazi troppo piccoli. Per lo stesso principio quando ci riesce di accoppiare l'attività di un senso con la gradevole eccitazione di un altro, possiamo accrescere l'inten sità del bello. Ecco perchè l'arte rap presentativa congiunta allamusica ne accresce l'incanto. Nel teatro noi ve etroppo vicini, producono sibbene nel l'occhio una quantitàgrandissima di sen sazioni, ma per essere appuntotroppe e troppo molteplici fan lo stesso effetto come se sisovrapponessero l'una all' al tra. Onde lasoverchia abbondanza è ge neratrice di uniformità, in quel modo stesso che su unacartaun gran numero di disegni, anche simmetrici, ma infini tamente piccoli, produce una sensazione quasi uniforme nella quale la varietà, quantunque vera, o non è avvertita,o lo èmolto imperfettamente. Di questi dise gni potrà farci avvertire la varietà il microscopio, ilqualeingrandendo le parti le allontana, e produce lo stesso effetto del rallentamento dei suoni in una me lodia suonata troppo rapidamente. Così pure potremo avvertire ilbello dei fregi in un edificio soverchiamente adorno, considerandoli separatamente ad uno ad uno; ma in questo o in quel caso, il bello dei fregi o dei disegni non egua glierà quella sensazione puramente mol teplice che avremmo avuto, da un com plesso armonico. D'onde si vede, che tutta l'estetica non si riduce infine che ad una questione di proporzioni di tempo o di spazio, secondo che si tratti di musica o d' arte rappresentativa. Trattasi cioè d'imprimere ai sensi, in undeterminato tempo o in un deter minato spazio, il maggior numero di sensazioni possibili, pur sempre evi tando che la loro frequenzatolga agli organi di percepirle tutte separata mente. A raggiungere questo intento si capisce subito quanto giovi la pro porzione, e come convenga non pro durre inutili complicazionidi suoni in diamo e udiamo, onde la sensazione è doppia. Che se poi a ciò che si rap presenta si aggiunge l'ideadi una bella azione o di un grande avvenimento, tale che possa svegliare nel nostro a nimo una dolcecommozione,se label lezza fisica voluttuosamente ecciterà i nostri sensi, e i profumi l'odorato, l'in canto di quella situazione sarà accre sciuto a mille doppi, semprechè anche in questavarietàdi sensazioni sia salva la necessaria armonia delleproporzio ni, onde non avvenga che un senso non siasoverchiamenteeccitato a sca pito degli altri. Ma oltre alle percezioni attuali, il cervello ha la facoltà di riprodurre, sebben più sbiadite, le percezioni pas sate. Quest'è ufficio della memoria, ed è questanostra attitudine che cimette in grado di percepire il bello eziandio nelle opere d'ingegno. Senzabisogno di entrare nelleregioni astrattedellamé tafisica, basta un po'dinaturale discer nimentoper capire,che anche inquesto caso non abbiambisognodicercare un senso speciale, o quel non so che, il qual non si spiega, per giudicare i la vori dell'intelletto. Ilprincipio che ab biam già posto in precedenza è giusta mente applicabile anchein questo caso. Quindi diremo che un libro di poesia o di storia, di scienze filosofiche o na turali è tanto più bello, quante mag giori immagini, idee e cognizioni ci presenta, e quanto maggiormente, con l'ordine e la chiarezza, al nostro in telletto le rende percettibili. Certo, si notano de' grandi sviamenti nei giudizi dei lavori intellettuali, e non di rado si affetta un grande entusiasmo 80 BELLO per libri che sono assai poco chiari e ancor meno comprensibili. Ma riflettia mo che il bello effimero che certuni tro vano inquesti libri, iquali d'altronde non intendono, non dipende da un vero e intimo senso di piacere, sl piuttosto dal pensiero della vera o supposta difficoltà che l'autore ha dovuto superare per raggiungere il suo scopo.Non altrimenti si procede nel giudizio di unacerta poe sia o di una certa musica classica, dove meno si ammira l'armonia quanto la difficoltà della esecuzione. Tutto ciò che abbiam detto vienpie namente a conferma del principio di Kant, che il bello è subbiettivo e non obbiettivo, dentro di noi e non fuori di noi. Se facciamo astrazione dai nostri sensi,non vi è ragion di credere cheuna cosa sia bella o brutta: per lanaturaîn generale le cose non soffrono le acci dentalità della esteticae per essa ètanto bella enecessaria la putrefazione, che è Mase il bello è puramente subbiet tivo, su qual fondamento i filosofi della scuola idealista proclamano il suo carat tere assoluto? Per verità, se essi fossero sinceri dovrebbero confessare che quest'è un assoluto molto relativo, poichè oltre essere quasi impossibile il trovare due cervelli che pensino egualmente intorno all'idea del bello, si nota, che per rap porto ai medesimi sensi, una cosa può esser bella o non bella al tempo stes so. Per esempio, coloro che sono af fetti da daltonismo (vedi questo voca bolo) vedono rossi tutti gli oggetti di co lor verde, e per essi l' uno o l''altro di questi colori è egualmente bello, sebbe ne sia provato che l'uno ecciti men dell' altro il nervo ottico. La luce bianca sarebbe un sollievo per chi essendo col pito dall' itterizia tutte le cosevede sotto una tinta gialla; ma invece chi è affetto dal mal d'occhi l' ha in orrore. Comepoi si accordino gli uomini an principiodi vivificazione,quanto lo sonoi che nello stato di sanità intorno a que capolavori dell'arte odell'ingegno. Ilbello sto assoluto bello, è cosa che fu già le non esiste fuorchè in relazione ai nostri cento voltedimostrata dall' antropologia sensi: i capolavori della pittura e della moderna. Cheledonne abbianoi piedi pic musica,nonmen che quellidellascienza, coli sì che appena possano camminare nonsono belli se non inquantovi siano barcollando, è cosa che può parer bella occhi per vederli, orecchi per udirli o acerti Cinesi inventori delle scarpe di cervelli per pensarli. Oltre queste condi- ferro per impedire l' aumento delpiede. zioni puramente relative, l'esteticascom- Ma i Malesi i quali avrebbero moltodi pare, e nel senso assoluto la musica o sprezzo per questa usanza, schiacciano la pittura non sono altro che vibrazioni congran cura le cartilagini del naso ai più o meno rapide, più o meno armo- loro figli, poichè come mai un uomo niche dell' aria o pur dell' etere; il che può esser bello se non ha schiacciato il sarà dimostrato all' articolo SENSAZIONE. naso? Fra i negri più nera è la pelle, Questa stessaconsiderazione è quella che più belli si è, onde si narra che una ci conduce a considerare il bello come giovane australiana sedotta da un bian subbiettivo e non obbiettivo, vale a dire co, ebbe un figlio la cui tinta chiara piuttosto come una proprietà delle no- offendeva gravemente ilsuo materno sen stre percezioni, anzichè uno statovero e timento della beltà fisica; motivo per cui reale delle cose. Infatti, se il bello fosse ellalo fregava soventi volte con grasso una qualità estrinseca fuori di noi, i ca- e nero fumo per dargli una tinta più ratteri della bellezza dovrebbero essere carica. Quella giovane sarebbe stata un eguali per tuttigliuomini, imperocchèciò prezioso professore dell' assoluto estetico cheèbello intrinsecamente, è anche bello pei nostri idealisti. Dice bene Voltaire: nelsenso assoluto, nèdeve cessare di esser chiedete a un rospo checosa siailbello, talesolperchè vienconsiderato al polo o il supremo bello, il toKalon? Vi rispon all'equatore, inquestooin un altro mondo.deràche è lasuarospaggine,conduegros BENE si occhi rotondi, uscenti dalla sua pic cola testa, un collo largo e piatto, un ventre giallo, un dorso bruno. (Vedi an chegli articoli BENE E BUONO). giovamento altrui. Il piacereod il do lore rimangono tali, qual pur si sia la Bene. Disputasi dai filosofi per sa pere se il bene sia identico al Bello e al Buono e se possa darsi un bene brutto omen che aggradevole; ma per la nostra filosofia la questione appena posta è subito risolta, imperocchè non ci vuol molto acume per capire, che se il Bello e il Buono, come è a suo luogodimostrato, (vedi BELLO E BUONO) non sono altro che una eccitazione piacevole dei sensi, questo piacere sia per se stesso intrinsecamente unBene, come è male ogni sensazione disag gradevole o dolorosa. È dunque ovvio il dire che il bene altro non è che l'effetto, o la conseguenza del bello o del buono, od altrimenti, se meglio piace, che il bello e il buono sono le forme generatrici del bene. Epervero, non vi è uomo almondo natura della causa da cui derivano o del fine a cui tendono; onde non ces sano di essere un bene, od un mal fi sico, ma possono invece cessare di es sere un bene o un mal morale. La ra gione è questa,che nel male o nel bene fisico si considera un sol termine, il subbietto che li prova, mentre nel bene o nel mal morale si considera anche l'obbietto per le conseguenze che pro ducono.Infatti,ilben morale non consi derasi soltanto nell'individuo, ma nella società, ed è la somma dei beni indi viduali che produce il bene sociale. Ora, un bene che giova all'uno e nuoce all'altro, quando lo si considera collet tivamente, cessa di esser tale, poiché nel concetto morale entra l'idea di rapporto: non sono più solo a consi derarmi, ma devo considerare anche gli altri, onde ciascuno avendo la parte che gli spetta di diritto nei godimenti della vita, possa prodursi quel massimo di bene collettivo che chiamasi utilità che sia disposto a chiamar bene uno stato doloroso, astrazion fatta dagli ascetici, ai quali convien lasciare la li- sociale. Ma il regolare questi rapporti bertà, com'è lor costume, di capovol gere tutti gli argomenti della logica, è ufficio della morale. (Vedi MORALE). Qui convien esaminarese esista ve e di chiamar bene il soffrire, e male il godere. Di cotesti ragionamenti da menteccati non può far caso una sana filosofia. Però, anche da coloro che di sapprovano l'ascetismo suolsi commet tere lo stesso errore, quand'essi'ci op pongono che un godimento, procurato conmezzi immorali, è un male,e unbene invece il soffrire per amor della giu stizia. Così ragionando costoro non si avvedono di aver cambiati i termini delladiscussione, giacchè il bene fisico eil benmorale non sono mica la stessa cosa,comecomunemente sicrede perli dentitàdelnome.Einfatti,un godimento non cessa di essere intrinsecamente un bene fisico quand anche sia procurato con mezzi disonesti: e seio soffro per la felicità degli altri, uiuno dirà che l'atto del soffrire cessi di essere in ramenteunbene assoluto, quel Sovrano bene che i filosofi speculativi di tutti i tempi ricercarono colla stessa osti nazione e colla medesima fortuna degli alchimisti in traccia della pietra filo sofale. Ma avendo noi distrutto il bello e il buono assoluto, ben s'intende che anche il bene deve seguire la stessa sorte. Invero, se il bello e il buono produttori del bene, variano secondo il clima, gl' individui e le abitudini, non si sa perchè quest'ultimo, che è acces sorio, non dovrebbe seguire la sorte dei due concetti principali. Certo, noi ve diamo che non tutti gli uomini si ac cordano intorno al concetto del bene: secondo che l'uno o l'altro organo siano in questo o quell' individuo più o meno sviluppati,ilcarattere del bene cambiaesi manifesta in questo oin quel trinsecamente un male solperchè è di | modo. Pelgastronomo non vi è felicità 6 82 BENTHAM maggiore di una buona tavola; ma il lussurioso sol uell'amor sessuale vedrà il suo bene; invecenullapuò eguagliare lafelicitàdell'uomo di scienza, che fauna scoperta. Ed è appunto da questa di versa maniera di concepire il bene che derivano le varie tendenze degli uomini, e i vari modi con iquali i di versi popoli hanno immaginato il Para diso. Ma non solo l'idea del bene cam bia secondo gl'individui, ma eziandio nello stesso individuo cambia secondo il tempo ed i bisogni, onde ilprincipio della varietà, che è uno dei caratteri essenziali del bello e del buono, lo è pure del bene; novellaprova della loro pel molto che gli restava ancora. Or se questo sovrano bene nol si trova nè fra i diversi uomini, nè nello stesso paese, nè nello stesso uomo, ci sarà pur forza convenire ch'esso non esiste in altro luogo che nel mondo archetipo di Platone, dov' egli pone le idee assolute del Bello delBuono, e del Bene,come se fossero cose esistenti per se stesse e non un semplice rapporto degli organi umani colmondo esterno. Lateologiamoderna,e perfinolafamosa Enciclopediadel secolo scorso(art. Bien, par Yvon) ripongono in Dioil Sovrano Bene; ma qual sorta di bene è egli mai quello che non si vede, nè si tocca, nè identità. Anche nel concetto morale il | cade in alcuna guisa sottoinostri sensi? principio della varietà è necessario, e L'assenza d'ogni piacevole o dolorosa in quella stessa guisa che gli organi sensazione sarebbe forse mai il vero dei sensi si abituano e finiscono per Bene? Se così fosse, lamorte sarebbe diventare quasi indifferenti ad una sen- allora da preferirsi alla vita, il nulla sazione anche piacevolissima, così il all'essere, e i più grandi filosofidelmon-lo pensiero si abitua e diventa indifferente sarebbero i Buddisti, inventori del nir ad un bene provato o posseduto troppo vana, ó della finale annichilazione di lungamente.Plutarconell' opuscolodel- ogni pensiero. (Vedi RUDDHISMO). la Tranquillità dell'animo, ci narra che Aristippo, costretto a perdere unadelle migliori sue terre, s'incontrò con un de'suoiamici, il quale con molte espres sioni di condoglianza volle esprimergli | | Bentham (Geremia). Nacque a Londra nell' anno 1748, fello stesso paese, nè nello stesso uomo, ci sarà pur forza convenire ch'esso non esiste in altro luogo che nel mondo archetipo di Platone, dov' egli pone le idee assolute del Bello delBuono, e del Bene,come se fossero cose esistenti per se stesse e non un semplice rapporto degli organi umani colmondo esterno. Lateologiamoderna,e perfinolafamosa Enciclopediadel secolo scorso(art. Bien, par Yvon) ripongono in Dioil Sovrano Bene; ma qual sorta di bene è egli mai quello che non si vede, nè si tocca, nè identità. Anche nel concetto morale il | cade in alcuna guisa sottoinostri sensi? principio della varietà è necessario, e L'assenza d'ogni piacevole o dolorosa in quella stessa guisa che gli organi sensazione sarebbe forse mai il vero dei sensi si abituano e finiscono per Bene? Se così fosse, lamorte sarebbe diventare quasi indifferenti ad una sen- allora da preferirsi alla vita, il nulla sazione anche piacevolissima, così il all'essere, e i più grandi filosofidelmon-lo pensiero si abitua e diventa indifferente sarebbero i Buddisti, inventori del nir ad un bene provato o posseduto troppo vana, ó della finale annichilazione di lungamente.Plutarconell' opuscolodel- ogni pensiero. (Vedi RUDDHISMO). la Tranquillità dell'animo, ci narra che Aristippo, costretto a perdere unadelle migliori sue terre, s'incontrò con un de'suoiamici, il quale con molte espres sioni di condoglianza volle esprimergli Bentham (Geremia). Nacque a Londra nell' anno 1748, fu giureconsulto e filosofo distintissimo, e la convenzione la pena che ne sentiva. «E perchè do vrò io affannarrmi di questo, rispose Aristippo, e perchè devi tu dolertene a mio riguardo? Tra tutti i tuoi beni non è egli vero che tu non hai che un piccol podere, e io ne ho tre tuttavia, e maggiori ? Ciò è vero, rispose l'anti co. Ben dunque avrei maggior ragione, rispose il filosofo, di compiangere la tua fortuna, che tunonl'abbi di afflig gerti della mia >. É proprio questo il caso di dire che seAristippo aveva ra gione, anche l'amico suo non aveva torto; poichè se era vero che il filo sofo, relativamente al suo amico, pos sedeva maggior somma di beni; era altresì vero che la continua tranquil lità di quel possesso si era fatta a bito in lui, onde soffriva più del po co che perdeva, di quel che godesse francese lo tenne in tanto onore, che durante uno de' suoi viaggi nella Fran cia volle rimeritarlo col titolo di citta dino francese. Mori nel 1838 ordinando nel suo testamento, a disprezzo dei pre giudizi, che il suo corpo fosse abbando nato agli anfiteatri d' anatomia. Bentham fu colui che diede lapiù forte spintaalla riforma dell' amministrazione della giu stizia ; ma sopratutto vuolsi considerare in lui il filosofo fondatore dell' utilita rismo, di quel principio, che la mo rale desume dall' utile o dal danno, il quale se ad alcuni può parere assurdo, non cessa perciò di essere men vero. Nel sistema di Bentham la sola dif ferenza possibile fra l'una e l'altra a zione consiste nel maggiore o minor u tile ch'ella reca alla società, o nelle con seguenze nocive che ne derivano. Dic'egli (Introduction aux principes de la mo rale et de la législation) che tutte le BERENGARIO 83 azioni dovrebbero esserci affatto indif- | sul preteso diritto che ha la società di ferenti ove non potessero darci del pia cere o del dolore. Ricercare l'uno e l'altro evitare, incoraggiando o vietando le azioni che li producono, ecco qual è lo scopo vero della morale. Questo prin cipio parve a Bentham tanto evidente, ch' egli lo pose siccome assioma, la cui verità non ha nemmen bisogno di es sere dimostrata, e quest' assioma costi tuisce il criterio cardinale del diritto di punire. La legittimità, la giustizia, la bontà, si confondono quindi in quest' idea dell' utile, il quale è la veramisura del valor morale di tutte le azioni. Or vendicar l' oltraggio, egli non considera la pena altrimenti che sotto il rapporto del maggiore o minor utile che può recare, vale a dire della minore o mag giore attitudine ch'essa ha di prevenire i delitti. Sopra questo argomento gli studi di Bentham fatti allo scopo di e saminare il maggiore ominore danno di una data azione, e l'utilità di una data pena nei vari casi della vita, non sono men profondi che curiosi. Nella sua Teoria delle pene e delle ricompense, vien nella conclusione, che unadata penanon sempre può convenire alla medesima a ' utile degli individui è la maggiorzione, imperocchè dovendosi cercare di somma di felicità a cui ognuno possa arrivare; e'utile della società è la somma dell'utile di tutti gl'individui che la compongono: la morale dunque non non può nè deve avere altro scopo che quello di produrre il maggior bene pos sibile, così per gli individui come pella società. Bentham esamina quindi, se questo criterio possa applicarsi ai sistemi che considerano la morale sotto un aspetto opposto a quello dell' utilitarismo, e tro va che questi sistemi son due: uno asce tico, e l'altro che si fonda sopra sem plici idee di simpatia o di antipatia. II primo considera bensì negli atti umani le conseguenze piacevoli o dolorose che renderla proporzionale allo scopo che si vuol raggiungere, bisogna ch' essa vari, non solo secondo l'età o il sesso, ma anche secondo il clima, l'educazione, la professione, la razza, la natura del go verno e della opinione religiosa. L' eccletismo francese, il qual fonda la morale sopra un principio ch'esso stesso non sadefinire, ha cercato di com battere Bentham, ( Vedi Jouffroy, Droit naturel t. II. leçon 14) ma non è riu scito a distruggere pur uno dei principii cardinali dell' utilitarismo inglese, il. quale, nei nostri tempi, ha trovato un novello e potente alleato in Stuart Mill. Berengario. Nacque a Tours sulla fine del secolo X. Fu maestro delle pubbliche scuole in Tours, poi Arcidiacono, ed uno degli avversari del dommadella Transubstanziazione. Con ne derivano, ma odiatore com'è d' ogni felicità presente, chiama buoni quelli che producono pena o dolore, e cattivi de nomina quelli che generano il piacere. tro Pascasio che nel IX secolo aveva Il secondo sistema invece considera gli atti umani senza alcun riguardo al bene o al male che possono produrre, eli classifica puramente secondo certe tendenze di simpatia e di antipatia, di cui mal saprebbe spiegare la cagione, e che riposano sui pregiudizi sociali e sul l'abitudine. Posti questi principii, è naturale che Bentham non potesse discostarsi dalle opinioni di Beccaria intorno all'origine del diritto di punire. E infatti, escluse tutte le assurde idee del secolo scorso scritto un trattato per stabilire il dom ma della presenza reale (vedi PASCASIO) egli scrisse un altro trattato per dimo strare (cosa non difficile), che dopo la consacrazione il pane e il vinoconser vavanolequalità e leproprietà che ave vano prima della consacrazione, d'onde conchiudeva che queste sostanze non po tevano essersi transubstanziate in quel lo stesso corpo di Gesù Cristo cheera stato attaccato allacroce. Non negava per altro che la divinità non discendesse veramente sotto le apparenze del pane 84 BERKELEY edel vino, e con queste sostanze non si congiungesse, ma ammetteva perd che anche dopo la consacrazione non cessavano di esser pane e vino. Un secoloinnanzi, Berengario avreb be potuto esporre senza molestie la sua dottrina; maneldecimo secolo ildomma della transubstanziazione, che conferi sce ai preti la facoltà di trasformare un po'di lievito in Dio, era credenza giàqua si del tutto assodata. Quindi una lettera di Berengario mandata aRomanel1050, fu letta da Leone IX in unconcilioche pronunciò la scomunica contro la dot trina e la persona di un eretico cotanto biasimevole.Per altro, Berengario con tinuò ad insegnare le sue opinioni, onde nei vari concili che si succedet tero in quegli anni a Vercelli, a Tours e a Parigi ed ai quali fudenunziato, egli ritrattava costantemente le sue o nioni, per riprenderle poco di poi e pubblicamente insegnarle. Fu nuova mente condannato dal Concilio diRoma nel 1079, ma essendosi egli nuovamente ritrattato, Clemente VII lo tratto con molta indulgenza e scrisse anzi in suo favore all'arcivescovo di Tours. Però questa stessa indulgenzaper un eretico che negava uno dei dommi più capitali della Chiesa, sarebbe inesplicabile ove non si ammettesse, come benl'ha pro vato il Basnage, che in quei tempi la Transubstanziazione non era opinione universale della Chiesa, talchè non po tessecontrastarsi.Berengario ebbe anzi molti discepoli, i quali allora non sof frirono pena alcuna temporale, mentre si sa quel che soffrissero nei tempi po steriori Enrico di Bruyes, Arnaldo da Bresciae gli Albigesi che erano caduti nella stessa eresia. Berkeley(Giorgio).Nacque aKil krin nell'Irlanda, nel 1684, fece i suoi studi all' università di Dublino, viag gió la Francia e l' Italia e, infine, tatto ritorno in Patria, vi ebbe il po sto di decano con ricco beneficio a Dervy. Ma poco resto in quel posto, avvegnachè ascoltando soltanto i con sigli del suo spirito irrequieto e la smania di religioso proselitismo, parti per l'America, nel divisamento di fon darvi un collegio per l'istruzione dei selvaggi. Ma falli il progetto, e Ber keley, tornato in patria nel 1734, fu promosso vescovo di Cloyne, carica ch'egli tenne fino all' anno 1753 in cui mori. Prima e dopo il periodo del suo episcopato, egli scrisse parecchi libri, che vennero man mano gettando le fondamenta di una nuova filosofia : Eccone ititoli nell'ordine in cui furono pubblicati: Trattato della visione 1709; Trattato sui principii delleumane cono scenze 1710 ; Tre Dialoghi 1713; Ilpic colo filosofo 1732. Puossi mai concepire il più esage rato scetticismo accoppiato insieme al l'idealismo più spinto ? Il fondamento dell'incredulità puossi egli mai accop piare insieme col più esagerato dom matismo ? Tantacontraddizione non la si crederebbe davvero, se Berkeley non avesse voluto provarci, che nello spirito umanoanche icontrari possono trovare insieme il loro posto. Berkeley negava ogni realtà al mondo esterno: tutto è in noi e fuori di noinon esiste altro che l'apparenza. La materia sensibile, ciò che vediamo, tocchiamo e in qualsiasi modo sentiamo coi nostri sensi, non ha alcuna esistenza fuori delle nostre percezioni; quindi il mondo è tutto subbiettivo, ed'obbiettivo nonvi ènulla. Tutto ciò che diciamo sensazione non had'uopo, peressere prodotto che alcuna cosa esista fuori di noi, bastando una semplice operazione dello spirito per produrlo ; onde tutto quanto noi siamo abituati a considerare siccome fuori di noi e veramente esistente, altro non è che illusione. Per quanto strano ci possa parere, il sistema di Berkeley non aveva d'al tronde il merito della novità, poichè infine, non faceva altro che riprodurre le dubitazioni dell' antica scuola in diana (vedi BUDDHISMO). Però nella sua dimostrazionevi era alcun che di nuovo BERKELEY che merita di essere ricordato. Egli diceva che i corpi nonpossono essere la causa nè istrumentale, nè occasio nale delle nostre sensazioni, e lo di 85 rito nostro poteva avere le prova del mostrava cosl. L'essere supremo è puro spirito ed è onnipotente, e non sarebbe degno di lui il servirsi d' istrumenti nella produzione delle nostre sensa zioni, poichè il servirsi d' istrumenti nasce da impotenza. Or se noi per muovere un dito non ci serviamo d' i strumenti, potendolo fare con un sem plice atto della nostra volontà, perchè l'esistenza di altri spiriti. Ed ecco come egli si toglieva d'impaccio. Le idee, diceva, non dipendono dalla no stra volontà, e se si producono in noi devono necesariamente esistere anche fuor di noi; ma fuori di noi nella realtà materiale non possono esistere, poichè la materia non è che apparenza, dun que bisogna che vi sia qualche altro spirito nel quale abbiano l' esistenza. Berkeley a questo punto cadevain una purapetizione di principio, poichè colla tutto non potràfare Iddio col semplice | negazione della materiavoleva provare suovolere? Dunque icorpi non possono essere lacausa istrumentale dellenostre sensazioni. Ma nemmenopotrebbero es serne la causa occasionale, poichè la sapienza e la potenza di Dio bastano del pari per spiegare tutto l'ordine e la regolarità che si osserva nella suc cessione delle nostre idee. Non è forse la necessità dell'esistenza di uno spi rito, senza pensare che era appunto dalla dimostrazione della esistenza dello spirito che avrebbe potuto dedurre la negazione della materia. Ma infine, am messo pur come provato ciò che pro var sì doveva, restava asapersi in cosa differiva il suo modo di considerare la un umiliare lanaturadell'Essere per- | realtà materiale come una apparenza, fetto il supporre che una sostanza priva della facoltà di pensare possa influire sull'azione di lui, dirigerla e insegnar gli ciò che fare o non far dovrebbe? Dunque la materia non esiste, ma lo spirito soltanto è. Ed ecco in qual maniera per lo sdrucciolo dello spiritualismo, Berkeley era bellamentecondotto a capovolgere tutte lenostre sensazioni, a negare l'e sistenza alla materia, che è la sola che veramente esista, la quale vediamo, sentiamo, è in mille guise a noi si rende percettibile, per accordarla e sclusivamente allo spirito, il quale ve dere o toccare non si può, e non si sa come edove esister possa. Il dabben uomo si lusingava di a vere in questa guisa rovesciato l'atei smo, e non si accorgeva ch'era invece contro il deismo che la sua logica, falsa nelprincipio, ma stringente nelle conseguenze, andava a portare i suoi colpi. Annullata larealtà obbiettivae ma teriale di tutte le nostre percezioni, s'egli era pur costretto a dare alla re altà sensibile, cioć alle idee, un obbiet tivo spirituale. Ma il nostro Irlandese ancorliberavasi dalla importuna diman da, soggiungendo chese ilmondo sen sibile o ideale, è veramente esistente, non esiste però se non in quanto é rappresentato dallavolontàdello spirito infinito, presente dappertutto, il quale modifica a ciascun momento le im pressioni sensibili e ci da la varietà e l'ordine di esse; onde deve dirsi che le cose che noi percepiamoson conosciute dall'intendimento di uno spirito Infinito e prodotte in noi dalla sua sola volontà. Ilmondorealenon è dunque altro che il pensiero di Dio ; ciò che noi vediamo o sentiamo non è che sensazione prodotta da Dio, e tosto che noi cessiamo di vedere una cosa, quella cosa cessa pur di esistere, o per meglio dire, come non è mai esistita fuori di Dio, così continua ad esistere potenzialmente in Diocome un semplice atto volitivo. Non altrimenti diceva la filosofia indiana, quando insegnavacheBrahma produce od annienta tutto ciò che esiste, secon restava a sapersi in qual modo lo spi 86 entra. BESTIE do che si svolge o in se stesso ri- | IX. 5) Ecco che io fermeró il mio patto con voi e con tutti gli ani mali viventi che sono con voi, tanto vo latili come giumenti (Gen. IX. 10). D'ala parte, le azioni delle bestie Certo, nel secolo nostro tanto posi tivo, la teoria di Berkeley può parere un vaneggiamento di mente malsana, e tale é infatti, ma non convien però considerarla come se fosse senza nesso logico e senzacoordinazione di idee.Ben altrimenti, Berkeley, come tutti coloro che negarono la realtàdelmondo ester no, vi fu condotto colle leggi stesse del ragionamento, e da una cotal sorta di seetticismo che si è molto maraviglia ti di vedersi svolgere in quell' aperto dommatismo idealistico, ch'egli credeva fosse il miglior antidoto contro ildub bio. Noi esamineremo nell'articolo SEN non pot mo tuttemeccanicamente spie garsi. Ese dimostrano volontà, intelli genza, sapere e provano anche delle pas sioni, cose tutte che mal si conciliano con una semplice azion meccanica. Bi sognava dunque dotarle di un' anima o negar l'anima all'uomo. Ma di qual sostanza sarà mai fatta l' anima delle bestie? Se di materia, ella è corpo; se di spirito dovrà essere immortale. Ma le più granbestie, dice Voltaire, son coloro che avvanzarono ch' ella non era nè corpo nè spirito. Fra queste opposte o SAZIONE il ragionamento di Berkeley e ne mostreremole inconseguenze. (Vedi | pinioni disputarono lungamente gli an anche l'articolo SCETTICISMO, COLLIER E CERTEZZA). tichi, e il Bayle nel suo Dizionario sto rico ben le riassume. « Non si vede Bestie. Se siapossibile stabilire una assoluta distinzione fra l'uomo e le be che gli antichi quando hanno abbando nato il loro stile poetico abbiano sta bilito una vera differenza fra l'anima umana e la materia, onde non si deve stie è cosa che esamineremo all' articolo DARWINISMO. Qui voglio soltanto mostra re tutto quello che ne pensarono in be ne o in male gli scrittori dell' antichità. Dice laBibbia, e i credenti ripetono, che Dio ha dato all' uomo il dominio delle | secondo idiversi gradi di sottigliezza ». bestie. Ma come si vede in S. Agostino (Lib. I. De Gen. c. 18), già fin dai pri mi secoli del cristianesimo i Manichei trovavano che quest' impero dell' uomo è molto effimero. Il pesce cane, dicevano i dualisti, ingoia il marinaro, il quale ne paventa perfin la vista, e il coccodrillo mangiasi bell' e vivo lo stupido Egiziano pensare che l'anima delle bestie e quella dell' uomo differiscano fra loro in essenza, ma soltanto dal più al meno Tal fu infatti l'opinione di Anassagora il qual fra l'anima dell'uomo e quella delle bestie non metteva altradifferenza fuor che la prima può spiegare a se stessa i suoi ragionamenti e la seconda non lo pud. Pitagora e Platone am bi riconoscevano la ragionevolezza del che lo adora. Ma se gli animali forti ci resistono, i deboli ci sfuggono, e non vi è altro che la leggendadi qualche santo dove si legga che i pesci venivano com piacentemente a farsi friggere nella pa della e le quaglie ad infilzarsi sullo spie do. D'altronde, anche la Scrittura santa eleva gli animali alla dignità dell' uomo, avvegnaché mostra che lo stesso Iddio le tien degne della sua vendetta e della sua alleanza. Jeohvah, infatti, dice aifigli di Noè: « Io farò vendettadel sangue vo stro sopra qualsiasi delle bestie. ( Gen. l'anima delle bestie, laqualdistingue vano dall' umana sol per l'attributo della parol . Non si può dubitare che tal fosse ad un dipresso anche l' opi nione di Plutarco, dal momento che egli ammetteva la trasmigrazione delle anime umane anche neicorpidegli ani mali; anzi egli ha scritto anche un trat tato apposito per mostrare che le bestie pensano e ragionano. Non meno espli cito è Porfirio, il quale alle bestie at tribuisce,non solo la ragione, maanche l'attitudine a far intendere i loro ra gionamenti i quali, se non son tanto BESTIE sottili e complessi comequeidell'uomo, non differiscono perciò essenzialmente. La facilità con cui gli antichi am 87 cosa non sarebbe maggiormente contro l'evidenza che il dir l'altra ». mettevano la ragionevolezza dell'anima delle bestie, concorda d'alt 14 colla opinione della sua materiantà. vero, all'articolo ANIMA, noi abbiamo provato che tutte le scuole filosofiche della Grecia ignoravano affatto quell' astra zione alla quale i modernidanno ilnome di spirito; ed esclusa lasostanza spiri tuale, si capisce subito come convenga oalle bestie negare un'anima, o dotarle di una non essenzialmente diversa da quella dell'uomo. Ridotta in questi ter mini, la controversia diventa una pura question di parole. E invero, se chia miamo l' aníma funzione, intenderemo facilmente che tral'uomoele bestie que sta funzione non può differire essenzial mente, imperocchènell'uno e nelle altre essa si fonda sulla materia. Or una Anche nel secolo XVI Gomesio Pe reira, medico spagnuolo, fece meravi gliare i dotti annunciando che le be stie son pure macchine e spingen do il paradosso fino a negare l'ani ma sensitiva che a loro si attribuiva. Sul qual proposito il Bayle osserva chea' suoi tempi pretendevasi che De scartes avesse tolto a Pereira la sua singolar dottrina sull' anima delle be stie. Infatti, Descartes negò che vera mente nelle bestie esistesse un'anima, nonchè ragionevole, nemmen sensitiva, e fondava questa sua negazione, non già sulla ripugnanza della ragione a credere ad unospirito, maunicamente perchè ripugnava al suo pensiero il credere che fra l'uomo e le bestie non esistesse alcuna differenza essen ziale. Quindi i cartesiani giungevano alla credenza, che le bestie sono dei funzione che procede da causa iden tica non si può, senza contraddizione, puri automi, fondandosi sul princi concepire essenzialmentedifferente; ma può invece concepirsi come quantita tivamente differente in ragione della maggiore o minor perfezione dell' or ganismo incui simanifesta. Certo, nonmancarono nemmeno fra iGreci filosofi che abbiano ammessa la meccanicità delle funzioni delle be stie. Pare anzi che tal fosse l'opinione degli stoici; ma ben vi rispondeva Plutarco con queste parole: « Quanto a coloro che goffamente e con tanta impertinenza affermano che gli animali nè si rallegrano nè si corrucciano, nè temono di dire che larondine non am massa provvigioni, e l'ape non ha me moria, ma sembrasoltanto che la ron dine usi previdenza e il leone si cor rucci, e il rettile fremi per la paura, io non so cosa risponderebbero a co loro i quali avanzassero l'opinione, che convien purdire ch'essi nè credono, nè odono e ch'essi non hanno voce ma sol tanto che essi vedono oche hanno voce, in una parola ch'essi non vivono ma sembrach'essi vivano; poichè dire l'una pio, che lamateria non solo non puó pensare, ma nemmensentire e provare sensazioni di sorta. Conchiudevano dun que che selebestie avessero un'anima spirituale, questa doveva essere immor tale quanto quella dell'uomo, e che un' anima materiale non poteva pen sare, nè sentire, nè produrre la vita. É vero che gli avversari dei cartesiani potevano facilmente imbarazzare i so stenitori di questa così poco ragione vole dottrina, mostrando i molti atti degli animali, i quali provano e sen sazioni, e volontà e pensiero e perfino qualità morali, come la fedeltà e l'a more, virtù che sono essenzialmente proprie dell'anima; ma tornava facile ai cartesiani il rispondere in questa guisa: « Voi riconoscete che gli ani mali son cose, le quali rassomigliano a ciò che fal'anima ragionevole e che nullameno la loro anima non è punto ragionevole. Perché dunque non volete che si sostenga ch'essi sono delle cose che rassomigliano a ciò che fa l'anima sensitiva, senza che la loro anima sia 88 BIBBIA sensitiva? » Il perchè poi alle bestie | raccomandazione ai contadini di pagar volesse attribuirsi un'anima sensitiva e non immateriale, ci è detto da Sennert, medico dell'accademia di Wittemberg, il quale appunto nel secolo XVI fu ac cusato d' empietà per aver insegnato che l'anima delle bestie non è mate riale. Or il dare alle bestie un' anima immateriale val lo stesso che farle im mortali e quindi eguali all'uomo. le decime, eccellente rimedio contro gl'insetti devastatori. (Vedi la mia Sto ria Critica della superstizione al Vol. II Cap.XI. Bibbia. Voce greca che signi fica libro. Così chiamasi la raccolta degli scritti sacri degli ebrei e dei cristiani contenente i libri dell' An tico e del Nuovo Testamento. Il lo Il Cartesianismo aveva evitato que- ro numero e i loro titoli sono regi sto scoglio supponendo che uno spirito strati nel canone dei libri santi, il esterno fosse la causa delle interne a- quale, tuttochè si pretenda immutabile, zioni degli animali, le quali sono vere venne però man mano modificandosi macchine agenti sotto l'impulso di una per l'aggregazione dei nuovi libri che forza straniera. Questa opinione non la Chiesa, in progresso di tempo, e pei contrastava d'altronde con quella do- suoi interessi trovò opportuno di di minantenellachiesacattolicadel medio chiarare rivelati. CANONE. É evo, perciocché vediamo che in diversi dottrina di tutte le Chiese cristiane tempi e invari paesi gl'inquisitori pro- ed ebraiche, che i libri della Scrittura cessarono e condannarono gli animali sono stati dettati sotto la immediata siccome i supposti agenti del demonio. inspirazione dello Spirito Santo, mo Nel 1451 una quantità di sanguisughe tivo per cui hassi ragione di credere, avendo infestate le acque del territorio | che un solo errore il quale si trovi di Berna, detto fatto il vescovo di Lo sanna le fa citare davanti ad un com missario incaricato di giudicarle. Un usciere è inviato sui luoghi occupatida quegli animaletti e con pubblico bando aloro ingiunge di comparire davanti nella Sacra Scrittura costituisca una prova formidabile contro la sua pre tesa rivelazione; imperocchè non possa ammettersi che Dio possa ingannare od essere ingannato. Or convien con fessare che nella Bibbia li errori son molti e di varia natura, e chi tutti li volesse raccogliere, avrebbe di che com porre un intero volume. Diró soltanto al rmagistrato, per essere udite e al l'uopo condannate ad abbandonare en tro breve termine e sotto le pene di diritto i campi occupati. S'intende che | dei principali e più manifesti. gli animali non si presentavano mai da vanti al giudice, ma di solito si nomi nava per loro d'ufficio un avvocato di fensore, e per non dir d'altri, il fa moso giureconsulto Chassanée stabili appunto la sua fama nella difesa dei topi d' Autun. Del resto, i processi contro gli animali non furono tanto rari e dal 1120 al 1741 se necontano 92, dei quali quattro contro i bruchi, quattro contro le lumache, quattro 1 contro i sorci, e altri contro le san guisughe, le cantaridi, le mosche, le talpe, i grilli ecc. e tutti, o quasi tutti, finirono con la scomunica, con l'esor cismo, con le processioni, e con la I. Risulta dal contesto del IV e V capitolo della Genesi, che Adamo ed Eva sono idue primi sposi dell' uni verso, che dalla loro unione nasce A bele e Caino,il quale avendo ucciso il fratello, si allontana dal padre e d alla madre, vale adire da tutto il genere umano. Egli non ha quindi alcuna donna a cui congiungersi, nè alcun uo mo da cui temere. Eppure si legge che Caino, tremante d'essere ucciso (da uo mini chenonesistevano) fuggì nel paese di Nod ove fondò una città ( i cui abi tanti non erano ancor nati ). II. Al capo XII verso 40 dell' Esodo, si legge che la durata del soggiorno BIBBIA degli Israeliti nell'Egitto fu di 430 anni. Ma S. Paolo, il quale non è meno in spirato di Mosè, afferma che la legge fu data sul Sinai 1030 anni dopo l'al leanza fatta da Dio con Abramo ( Gal. III 17 ) il quale era allora in età di 75 anni ( Gen. XII 4). Abbiamo dun que la seguente cronologia: Dall' alleanza alla nascita d' Isacco (XXI. 5) corrono . anni 25 Dalla nascita d' Isacco a quella di Giacobbe 89 anni 40 26 8 40 . mente stabilite dalla stessa Bibbia e citate da Spinoza. Mosè governa ilpopolo nel deserto per. Giosuè che visse 110 anni, non ebbe il comando, secondo Giuseppe ed altri storici, che KusanRisgataiin tiene ilpo polo sotto il suo imperio Otoniel figlio di Kenaz fu giudice durante Eglon re di Moab fu giudice « corrono Dopo 130 anni Giacobbe si stabilisce in Egitto (XLV II. 9). > 130 dici durante Dall'alleanza alla immigra 60 durante • Aod e Samgar furono giu .- Jabin tiene il popolo sotto zione in Egitto corrono dunque > 215 il suo giogo i quali se si tolgono dai 430 anni fissati da S. Paolo, nonnerimangono che 215 per il soggiorno nell' Egitto. Il popolo dopo un riposodi Ricade in servitù sotto la III. Risulta dai versi 6 e 7 (Deute ronomio X. ) che solo dopo cheAron ne fu morto e seppellito, gl' Israeliti passarono a Gadgad e poi a Jetbat. Ora, al capo XXXIII dei Numeri, verso 32 a 38, era stato detto iuvece che le stazioni di Gadgad e Jetbat avevano preceduto la morte diAronne, laquale non ebbe luogo che alla stazione del monte Hor. Il capo XX verso 22 a29 dei Numeri aveva già fatto morire A ronne sul monte Hor; si avverta poi che trovasi la stessa indicazione nel verso 50 del capo XXXII del Deutero nomio, il quale resta così in contrad dizione, non solo col libro dei Numeri, ma anche con se stesso. IV. Il quarto capitolo del primo li bro dei Re narra che Salomone fondò il tempio nell'anno 480 della sortita dall' Egitto. Ma consultando, non dirò ' istoria la quale tace di questi fatti dominazione di Madian per . Esso riprende la libertà al tempo di Gedeone Poi èsottomesso daAbimelch Tola figlio di Pua fu giu diceper. Jair per. Il popolo ricade sotto la do minazione de' Filistei,e degli Ammoniti durante . Jefte fu giudice durante. Abesan il Betelemita Aialon il Zebulonita Abdon il Faratonita Ilpopolo cade ancora sotto il dominio de' Filistei . Sansone fu giudice durante Eli durante Il popolo sottomesso nuo vamente da' Filistei, non fu li berato da Samuele chedopo un intervallo di.. Davide regna. Salomone avanti di fondare leggendari, ma la Bibbia stessa, il li bro infallibile e divinamente inspirato, il tempio regua . si trova che tra la fondazione del tem pio e l'uscita degli ebrei dall' Egitto, corre un lasso di tempo assai più lun go, e precisamente di 580 anni, come appare dal seguente prospetto, in cui si computano soltanto le date chiara 18 80 20 40 7 40 3: 23 22 18 6 7 10 8 40 20 40 20 40 4 Totale > 580 «Aquesti anni bisogna però ag giungere quellidel periodo immediata mente successivo alla morte di Giosuè, durante il quale la nazione ebrea si 90 BIBBIA mantenne indipendente fino al giorno in cui Kusan Risgataiin la ridusse in servitù. Periodo di prosperità che do vrebbe essere stato assai lungo, non potendosi supporre che subito dopo la morte di Giosuè tutti coloro che erano stati testimon: delle sue gesta prodigiose fossero periti in un mo mento, e i discendenti loro, abolite le leggi e gli ordinamenti civili del gran condottiero, fossero tosto caduti in ser vitù. Ciascuno di questi avvenimenti e sigendo quasi un secolo di tempo, non puossi mettere in dubbio che lascrit tura nei versetti 7.9 e 10 del secondo capitolo dei Giudici non abbracci un gran numero d'anni, la storiadei quali passata sotto silenzio. A questi bi sogna poi aggiungere quelli nei quali Samuele fu giudice degli Ebrei e non citati dalla Scrittura; quelli del regno di Saule a disegno ommessi, perchè la sua storia non lasciaindovinare la du rata del di lui regno; quelli dell' anar chia nella qualeperdurarono gli Ebrei, pure taciuti dalla Bibbia; poiché è im possibile di valutare giustamente ladu rata degli avvenimenti che sono rac contati nel libro dei Giudici, comin ciando dal capitoloXVII sino alla fine. V. Il quarto libro dei Re ( XXIV 8,9) dice che il censimento fatto da Davide mostrò che gli uomini atti alle armi erano in totale 1,300,000. Ma nel primo libro delle Croniche si trova che questo censimento non venne esteso alle tribù Beniamino e di Levi, e nondimeno diede per risultato 1,570,000 uomini atti alle armi. Lo Spi rito Santo, dice Miron, è autore del l'uno e dell'altro di questi due rac conti; ma qual de' due dobbiamo cre dere ? VI. Nel capo XI (verso32 e 36 del IV libro dei Re) Jeova dichiara che non lascerà a Roboamo che una sola tribù enel capo XI (verso 20 ) dicesi in fatti che questo re fu seguito dalla sola tribù di Giuda; ma nei versi se guenti ( 21 e 21) è rappresentato co me regnante sulle due tribù, quella di Giuda e quella di Beniamino. VII. Ocozia non avendo lasciato fi gliuoli, fu sostituito da suo fratello Jo ram, rapporto al quale sono da osser varsi queste notevoli contraddizioni. Se condo ilverso 17 del capo I (IV Re), egli sali sul trono d' Israele il secondo anno del regno di Joram, re di Giuda. Secondo il verso primo del capo III, in vece egli comincia a regnare nel diciot tesimo anno del regno di Giosafat, re di Giuda. Ma non basta! Secondo il verso 16 del capo VIII, Joram, figliuolo di Giosafat, cominciò a regnare sopra Giu dail quinto annodel regno diJoram re d'Israele; d'onde si trae che ravvicinan do il verso 17 del capo primo al verso 16 del capo VIII, Joram d' Israele sali sul trono nel secondo anno del regno di Joram di Giuda, il quale era salito sul trono nel quinto anno del regno di Jo ram re d'Israele. Gli annali compilati da scrittori, che non pretendono d' essere qualche cosapiùdi semplici mortali, non offrono certamente esempii di una peg giore cronologia. VIII. Nessun errore, dice Fréret (Oeu vres. T. IV. p. 372), può riuscire piú grande di quello che s'incontra nel nu mero degli israeliti, che dalla cattività di Babilonia ritornano aGerusalemme sotto la condotta di Zorobabele. Se noi som miamo insieme tutte le cifre che ci sono date dal Cap. II del 1º. libro di Esdra, troviamo che gl' israeliti ritornati dalla cattività ascendono alla cifra di 29818. E nondimeno il sacro scrittore facendo la somma a suo modo, ai versetti 64 e 65, dice che tutta questa radunanza in sieme sommava a 42360, non compresi i servi e le serve in numero di 7337! Bi sogna dunque credere che lo Spirito Santo nel fare l'addizione delle cifre si sia fermato ad un bel circa verso la metà della somma. IX. Nelprimo librodei Maccabei, si narra diffusamente la orrenda morte di Antioco Epifane persecutore dei preti, ma questo spogliatore sacri BIBLIA lego, prima di fare la suaterribile fine, era già mortoduevolte; la prima(Capo 91 connubio fra i >> Egli nasconde la luce nelle sue mani, e quindi glicomandadi ricomparire (Giob XXXVI. 32. Questo testo è infedelmente l'origine attribuendoli ad un carnale tradotto nelle nostre versioni). E i mari che sono essi mai ? La limitazione del mondo tra la terrae l'abisso. » Egli ha posto un certo termine intorno all'acque, il qual durerà fino alla fine della luce e delle tenebre » (Giob. XXXVI. 10). E chi potrebbe insegnar geometriacol sin golar metodo dei libri rivelati, nei quali si legge che il bacinoposto all'ingresso del tempio di Salomone era rotondo ed avea dieci cubiti di diametro e trenta di circonferenza? Calcolo sublime ed incon testabilmente rivelato, avvegnachè tutta la scienza nostra non sia ancor arrivata aprovare che il diametro stia precisa mente trevoltenellacirconferenza.Prova evidente è questa chequellaproporzione geometrica si basa sopra principii supe riori alla povera ragioneumana, laquale insegna che il diametro sta alla circon ferenza come 113 a 355, proporzione che è sempre maggiore del triplo. Manonostante tutti questi errori, che sono pochi fra i moltissimi che si po trebbero citare, rincresce ildire, che non mancanouomini, i quali, fedeli alla tra dizione antica, vorrebbero che tutte le nostre conoscenze alla Bibbia si attin gessero e ogni metodo d'insegnamento sullaBibbia si fondasse.«Come,donde, > La Enciclica del 1824 data da Leo ne XII, rinnova il divieto, e una bolla di Gregorio XVI, dopo avere richiamate tutte le disposizioni date dai suoi pre decessori, aggiunge: « Noi confermiamo erinnoviamo collanostra autorità apo stolica gli ordini suddetti, già da lungo tempo promulgati circa lapubblicazione, lapropagazione, lalettura edil possesso dei libri della Scrittura Sacra tradotti in lingua volgare. >>> Chiesa cattolica, se non in quanto essa sia pubblicata insiem colle note e gli schiarimenti, che ne raddoppiano il vo lume e la spesa, e la rendono poco ac cessibile alla borsa di tutti. Quando essa fu pubblicata senza queste note dalla Società Bibblica di Londra, e venduta a tenue prezzo, incorse in tutte le censure che sono comminate contro le altre ver sioni in lingua volgare. Ma la Bibbia tipo, laBibbia veramente ufficiale e rico nosciuta dalla Chiesa è la Volgata, così detta, perchè fu da S. Girolamo volga rizzata nel latino idioma (o, come altri credono, soltanto corretta)sui testi greci ed ebraici originali. Or, è pur cosa sin golare a dirsi, che questo testo ufficiale della rivelazione, è esso stesso così pieno di errori, che già ai tempi di S. Gero lamo se ne facevano nella Chiesa grandi lamenti. S. Agostino nella sua decima let tera, dice che essa non è conforme alla versione greca dei settanta, che gli e brei n' erano assai malcontenti e che egli perciò non volle adottarla, nè per metterne la lettura nella sua chiesa. Cionondimeno il Concilio di Trento nella sua quarta sessione, dichiarò la Volgata la sola autentica versione della Bibbia; ma la Chiesa ebbe inseguito a ramma ricarsi di quel suo decreto, inquantochè le critiche di uomini competentissimi, an che devoti, mostrarono troppo aperta mente i molti errori di quella versione. Sisto V credette di rimediare all' incon veniente, facendoricorreggere laVolgata e ripubblicandola coi tipi del Vaticano, onde quella ricorrezione ebbe il suo no me. Ma pare che neppure quel lavoro soddisfacesse tutte le esigenze, poichè anzi Clemente VIII, suo successore, sol tanto tre anni dopo fu obbligato di farne ritirare tutti gli esemplari, e far ese guire una nuova correzione ed unanuo va edizione della Bibbia, che è la Vol gata attuale. Anche questa però, nono stante l' infallibilità papale, non riusci opera perfetta, giacchè non pochi teo Osservisi poi chelaversionedel Mar- logi, fra cui il cardinal Gaetano, dimo 96 BIBBIA strarono che essa è ancor piena di er rori, e perfino Monsignor Martini, ar civescovo di Firenze, alla sua versione del Nuovo Testamento premette una nota, ove attesta che nel solo Nuovo Te stamento della Volgata si trovano 975 passi che differiscono dall' originale. Anzi ancora, il cardinal Bellarmino rispondendo a Luca di Bruge, il quale lo avvertiva appunto che nella Bibbia la tina trovavansi tanti errori, diceva: >> Einfatti, Clemente VIII nella prefa zione della Volgata da lui dichiarata sola autentica, ha l'ingenuità di avver tirci che « sebbene siasi adoperato con il Martini aggiunge SUPERSTI zioso, acciò si creda che il solo super stizioso culto degli angeli la Bibbia con danna, non già il vero culto. Del resto, parecchi altri passi più o Tutte le volte che il Diodati traduce la voce greca presbiteri per ANZIANI (AttiXV, 6, 22, 23; XVI, 4; I Timot. IV 14; X 19; Giac. V. 14), il Martini la rende colla voce Sacerdoti, onde fondare eziandio sui tempi apostolici la institu zione di un vero e proprio sacerdozio. Per lo stesso motivo ogniqualvolta il Diodati nei versetti 2 e 12Cap. III della epistola di S. Paolo a Timoteo traduce, SIA il vescovo, O SIENO i diaconi mariti di una sola moglie; il Martini traduce ABBIA PRESO il vescovo, od ABBIANO PRESO i diaconi una sola moglie. Il motivo della variazione è evidente: il verbo sia, sieno, è imperativo e impone come precetto ' obbligazione del matrimonio per gli ecclesiastici, mentre la locuzione abbia o abbiano preso, è condizionale, non impone nulla nel presente o nel fu turo, e lascia il posto al precetto po stumo del celibato. Giustizia vuole però che si confessi,che questo precetto è con forme allo spirito e alla dottrina di San Paolo, e che la versione del Martini, al meno essenziali differiscono nelle varie traduzioni della Bibbia; e si conosce quale strana importanza danno i credenti a queste per noi quasi insignificanti diver genze, quando si pensa che talora so pra un solo versetto e fin sopraunapa rola si fonda l'origine d'un sacramento, di un domma o di un rito della Chiesa. (Vedi anche gli articoli APOCRIFI, CANONE, EVANGELI, PENTATEUCO, ecc) Biologia. Etimologicamente: di scorso sulla vita. Labiologia, parola pri mamente usata da Comte, è la scienza delle leggi che regolano la vita negli organismi, e i rapporti fra di loro e il mondo esterno. Base dellabiologia sono quindi l'anatomia e la fisiologia, non menochelescienzenaturali; inquantochè ogni organismo trovasi necessariamente legato col mondo esterno, nè avviene va riazione nell'uno senza che vi corrisponda una modificazione dell' altro. PoSITIVISMO). Bochm(Giacobbe)soprannominato il Filosofo teutonico.Nacque nel 1575 in un vilaggio della Lusazia presso Gorlitz daparenti poverissimi.Educato allascuola del villaggio, prese amore vivissimo alla meditazione edi tanto s'esalto, che infine credette d'essere chiamato a rivelare al meno inquesto caso,rispondemeglio alla dottrina del fondatore del cristianesimo. | nati nellaBibbia. Bohem scrisse parecchi l'umanità i divini misteri, appena accen Efesi, V, 32-33. Perciò l' uomo la scierà suo padre e sua madre, e si con giungerà con la sua moglie: ed i due diverranno una stessa carne. Questo MI STERIO è grande. Il Martini traduce misterio con SA CRAMENTO. Questa differenza fra i due traduttori facilmente s' intende, rifletten do che il matrimonio è sacramento pei cattolici soltanto e non pei protestanti. libri di rivelazione che nel secolo nostro non meritano nemmeno l'onore di essere esaminati, ma che a'tempi suoi, nei quali filosofi si dicevano icercatori della pietra filosofale e i cultori dell'alchimia, ebbero moltissimo successo. Il novello rivelatore pervenne a costituire una setta di nuovi mistici, iqualiil maestro illustrarono con lodiesagerate e senzafine. Singolare coin cidenza! Simile al Cristo sul quale riposa 7 98 BOLLA la grazia del Padre, anche Boehm vuol | membro della Camera dei Lord. Nel che la grazia divina riposi sopra di lui: il misticismo dell'uno nonval meglio di quello dell' altro, e l'uno e l'altro inse gnarono l'imprevidenza, il disprezzo del mondo e tutte le conseguenze che ne derivano. 1714 all'avvenimento altrono della casa d'Hanover si ritirò inFrancia, ove mend in moglie la vedova del marchese di Bogomili. Eretici diBulgaria,di scepoli di un tal Basilio,vecchio asceta, en tusiasta e fanatico. Dicesi che l'impera tore Alessio Comneno, nemico acerrimo dell'eresia, facesse chiamare a se Basilio sotto pretesto di volersi aggregare alla sua setta, onde indurlo apalesargli isuoi errori, e che quando glieli ebbe rivelati l'accusò davanti al Senato. Basilio si of ferse a sostenere le sue opinioni, mo strandosi pronto a incontrare il marti rio, e fu esaudito. Acceso ungran rogo inmezzo all'Ippodromo, fu dall'altro lato piantata una gran croce, e a Basilio si ingiunsedi sceglierefra l'uno e l'altra. Mirabile esempio di costanza e dicorag Villette. Bolingbroke ebbe amichevoli re lazioni coi principali filosofi del suo tem po e credesi sia stato il primo che abbia determinato alla carriera filoso fica Voltaire, ch' egli conobbe durante il suo esiglio in Francianella sua terra della Source, presso Orleans. Mori nel l'anno 1751 lasciando isuoi scritti a Da vide Mallet, che li mandò allestampe in cinque volumi, contenenti, fra gli altri, le Lettere sullo studio della Storia e quelle al Papa sulla religione e la filo sofia. Bolingroke apparteneva alla scuola dei deistidel secolo passato, epperciò era accanitissimo contro tuttele religioni ri velate, contro la Bibbia, ch'egli dice un romanzo da Don Quichotte e contro tutti i teologi che chiama « Folli. » Èdubbio che nellasuapolemica con gio, Basilio si precipitò sul rogo, dimo- tro l'ateismo egli portasse tanta convin strando al mondo che i martiri nullazione quanto in quella contro la rivela provano in favore dei principii pei quali zione. E invero, da una parte s'egli ri hanno data la vita. Basilio morì, ma non la sua setta, che fu assai diffusa nellaGrecia, ed alla quale appartenevano molte principalissi me famiglie di Costantinopoli. Qual fosse l'eresia dei Bogomili non è facile il de terminare, poichè le loro credenze sono un impasto di tutti gli errori di quei tempi. Par nondimeno che inclinassero al dualismo di Manete (vedi Manichei smo) e allademonologia di Platone. Dei libri della Bibbia sette soli accettavano, e molti interpretavano allegoricamente. Dio credevano corporeo, la Trinità spie gavano coi semplici attributi divini ; la terra e l'uomo dicevano creati da Sata naele; il battesimo facevano senz'acqua; ' Eucarestia negavano, e i vescovi e il clero disprezzavano. Bolingbroke. (Enrico San Gio vanni, viscontedi Bolingbroke)nacque. Eletto membro della Camera dei Comuni di Londra nel 1702, divenne poi ministro segretario di Stato, e finalmente conosce un Dio, nega però al Creatore l'intenzione di fare gli uomini felici; ammette una provvidenza generale, ma la nega per gl'individui in particolare ; confessa l'antichità della dottrina dell'im mortalitàdell'anima,ma nega aquesta la qualitàdi sostanzaimmateriale e distinta dal corpo. Tutte queste affermazioni di uno scrittore che i suoi stessi nemici chiamavano, seducentenellaconversazio ne, di spirito fecondo, e molto istruito, erano tali da poter fare molta impres sione, d'onde la condanna data alle sue opere dal gran giuri di Westminster. L'Esameimportantedi milordBolingbro ke che si trova inserito nelle opere di Voltaire, è di quest'ultimo autore. Bolla pontificia. Rescritto del pon tefice il qual differisce dal Breve in que sto, che l'uno è spedito dalla cancelleria apostolica sotto il sigillo di piombo, l'al tro dalla segreteria dei brevi sotto l'a nello pescatorio; l'uno è scritto in per gamena rozza con caratteri antichi, l'al BONNET tro in pergamena fina con caratteri la tini; la bolla porta la data dell' anno dell'incarnazione, e il breve quello della Natività di Gesù. Due Bolle sono rinomatissime nella 99 abbastanza forte per poterimpunemente ripubblicarla. Bonnet (Carlo) di Ginevra. Na que nel 1720. Egli fu ad un tempo na turalista e teosofo, e questi due carat Storia: quella Unigenitus e l'altra in Cœna Domini. La prima data da Cle menteXI, condannavala dottrina del pa dre Quesnel,vennerespintada una quan tità di vescovi e fu il segnale di una lunga persecuzione contro il giansenismo (vedi GIANSENISMO ). S'ignora invece chi sia l' autore della seconda; essa legge vasi pubblicamente in Roma tutti gli anni nel giovedi santo, alla presenza del papa, accompagnato da cardinali e da teri si trovano così intimamente con giunti nelle sue opere,da recare sorpre sa e maraviglia al tempo stesso, per la stretta unione di principii che sono fra loro tanto contrarii. Con uno spirito profondamente religioso Bonnet, nel suo Essai analytique des facultés de l'âme e nel Traité des sensations, si mostra aperto partigiano della scuola sensua lista. Tutte le idee, egli dice, ci vengono vescovi. Paolo III nel 1536 pubblicando dai sensi, e tutte le sensazioni si risol una edizione di questa bolla, dice che vono nell' azione pura e semplice delle era antichissimo uso della chiesa il rin-fibre nervose. La varietà di queste fibre novare tutti gli anni questa scomunica, laquale si estendeva agli eretici, pirati, corsari ; contro, i giudici laici che giu dicano gli ecclesiastici e li citano da vanti al loro tribunale, sia pur esso u dienza, cancelleria, consiglio o parlamen to; tutti coloro i quali faranno o pub ela loro differente costituzione anato mica spiegano la varietà delle nostre percezioni, le quali trovano tutta la loro blicheranno editti diretti a restringere l'autorità ecclesiastica; infine contro i pubblici funzionari di qualsiasi re o principe, che evocano asele cause eccle siastiche o impediscono l'esecuzione delle lettere apostoliche, quand' anche lo fac ciano sotto il pretesto di impedire qual che violenza. Il Concilio di Tours nel 1510 aveva già dichiarato che labolla in Cœna Do mini non poteva sostenersi, e ire di Francia si sono sempre opposti alla loro pubblicazione,come contraria ai loro di ritti e alle libertàdella chiesa gallicana. corrispondenza nella modificazione di esse fibre. I movimenti di questi organi della sensazione sono determinati dagli oggetti esterni, e imprimono all' orga no, anche dopo essere cessati, una certa tendenza a riprodursi, la quale determi na le abitudini e al tempo stesso ci fa conoscere se una data sensazione la sen tiamo per la prima volta o se l'ab biamo già provata. Fedele al suo prin cipio, Bonnet credè che anche le idee più astratte e le men materiali deriva no dai nostri sensi. Perfin l'idea di Dio egli riferisce alla sensazione, e la deduce dal nostro ragionamento sul com plesso dei fatti edel preteso ordine che osserviamo nella natura. Ma se tutta la filosofia sensualista. Nel 1580, approfittandosi della vacanza di Bonnet è perfettamente materialista, del Parlamento, parecchi vescovi vollero | bisogna pur dire che tutta la sua teo farla ricevere nella lor diocesi, ma il Procuratore Generale vi si oppose e fu rono prese contro di loro delle misure severe. La pubblicazione della Bolla in Cæna Domini fuinfinesospesa nel 1773 da Clemente XIV, ond'evitare l' odio e il malcontento dei principi, nè pare che dopo d'allora nessun papa siasi stimato dicea è affatto idealista. Quand' egli ar riva al punto in cui ilmovimento delle fibre si trasforma in sensazione, là pone il mistero e l'anima; la sua logica si smarrisce, e la sua scienza positiva si trasforma in un mero idealismo. Egli cade ancora in questo eccesso nelle sue Considerations sur les corps organisés 100 BOULANGER ela Contemplation de la nature, ove la sua feconda fantasia trasforma l'uni verso nel tempio visibile della divinità, nel quale la saggezza e la potenza in finita si scoprono nelle minime come nelle massime cose. Ma se Bonnet è buon idealista, non lo è però ancora tanto da poter conce pire lo spirito separato dalla materia. Dopo la morte l'anima certamente ci sopravvive, ma esisterà ella senza cor po? Bonnet risponde negativamente. Egli crede che nel nostro corpo esista il germe di un'altro corpo, il quale si svilupperà dopo la morte e formerà lo inviluppo materiale del nuovo essere. Ma qual sarà questo germe ? Bonnet lo trova nel corpo calloso dell'encefalo: la sede del pensiero è, secondo lui, anche il principio materiale che avvilupperà nell' avvenire il suo substrato. Egli è in questa guisa che un uomo il quale ha scritto tante verità, e dimostra nei suoi ragionamenti, quando sono fondati sul fatto, una invincibile argomentazione, si smarrisce subito ed erra pazzamente nel I'assurdo tosto che entra nel campo della metafisica. Boulainvilliers (Carlo) Nacque a Saint-Laire nella Normandia nel 1658, emori nel 1722. Il suo nome è noto tra i filosofi del secolo XVIII per il suo spirito d' incredulità, velato da un apparente desiderio di combattere gli increduli. Fingendo di voler confutare i principii della filosofia eterodossa, in realtà egli non ha fatto altro che ripro durre per sunti i principii di essa, av valorarli con apparenti contraddizioni, la fiacchezza delle quali è più propria a farci perdere che a confermarci nella fede. È conquesto spirito ch'egli scrisse *i seguenti libri: Réfutation des erreurs de Benoît Spinosa, par M. de Fénelon, archevêque de Cambrai, par leP. Lami, benedectin, et par M. le Comte deBou Doutes lainvilliers. Bruxelles 1731. sur la Religion Londra 1767. Traité des trois imposteurs, 1775 senza luogo.-L'Espit de Spinosa. Amsterdam 1719. Boulanger (Nicola). Nacque a Pa rigi nei 1722, studiò nel collegio di Beauvais, e dopo essere stato nell'eser cito sotto il comando del barone di Uriers, fu impiegato nella qualità di in gegnere dei ponti e delle strade. Era geologo di qualche vaglia, ma i pro gressi delle scienze naturali fatti in questi ultimi tempi, più non si accor dano colle ipotesi sue, chè vuol egli es sere, com'è ben naturale, ascritto alla scuola la qual suppone che tutte le gran di trasformazioni avvenute sulla super ficie della terra furono l'opera di cata clismi. In filosofia ebbe idee liberalissi me, ed a lui si attribuiscono parecchi scritti contro la religione. Sono suoi gli articoli Corvèe, Guèbres, Deluge, Lan gue hebraique inseriti nell'Enciclopedia e così pure Le ricerche sull'origine del dispotismo orientale, ove i re ed i preti sonoegualmente maltrattati. L'autore del Dictionnaire des ouvrages anonymes, sulle traccie di Naigeon, assicura che l'opera intitolata L'antichità svelata dai suoi usi, è pure di Boulanger, seb bene sia stata rifatta dal barone di Holbach. È però a deplorarsi che l'au tore siasi lasciato guidare da un indi rizzo esclusivamente sistematico. Dotato di fervida immaginazione, e impressiona to da alcuni animali fossili antidiluviani da lui osservati in certi scavi, di cui gli era stata affidata la direzione, egli fu dominato dall' idea fissa di rinvenire in tutti gli usi dell' antichità, e special mente nellepratiche religiose, le rimem branze di un diluvio, e le impressioni di terrore che tal cataclisma ha lascia to nello spirito umano. Naigeon attri buisce a Boulanger varie dissertazioni sopra Elia, san Pietro, san Rocco e santa Genevieffa ed una storia dell' uo mo in società, che andò perduta. Nel Cristianisme devoile, egli esamina con saggia critica tutti gli errori della re ligione cristiana ed insiem della ebrea, dimostra qualmente gli atti del Dio del la Bibbia siano incongruenti e in con traddizione coll' idea stessa che la teolo BRAHAMANISMO gia pretende di darci della divinità, e 101 discrepanza che ben si comprende la morale si del Nuovo come dell' An tico Testamento sia contraria ai veri bisogni della società. Ad ogni modo, giova notare che le sue opere vennero pubblicate successivamente dopo la sua morte e per mezzo degli amici suoi. Mori il 15 settembre 1759. Era di ca rattere dolce, paziente, insinuante, e fu osservato che la sua fisonomia rassomi gliava moltissimo a Socrate, come si vede sopra le pietre antiche. Brahamanismo. La prima re ligione dell'India e la più antica che si conosca. I calcoli di Bailly, Colebrooke e Renand provano che i quattro Vedas sui quali si fonda la religione di Bra hama sono indubbiamente anteriori a Mosè e risalgano per lo meno all'anno 1400 prima di G. C. Questi libri costi tuiscono il codice religioso degl'indiani, come i quattro evangeli formano quello dei cristiani, e s'intitolano: Rig-Veda, o quando si consideri la vastità e il nu mero delle fonti a cui i commentatori attingono. Brama o Brahama è l'essere eterno per eccellenza: ogni cosa vive in lui e nulla vive fuori di lui. Assiso sul loto (caos primitivo) egli girava lo sguardo d'ogni intorno e non vedevacon gli oc chi delle sue quattro teste ( i quattro punti cardinali) che una vasta distesa di acque coperte di tenebre. Non ci vuol molto acume a vedere in questo concet to una forma mistica del panteismo. La materia non è creata, essa coesiste in Brahama eBrahama esiste inlei. Allora, dice il Rig-Veda, il quale ci richiama i primi versi della Genesi, non esistevanè l'essere nè il non essere, nè il mondo, nè il cielo, nè alcuna cosa sotto o so pra, nè terra, nè acqua, ma soltanto qualche cosa di oscuro e di terribile. Brahama dunque non crea, ma forma il mondo e il firmamento. Dapprima egli preghiere in versi; 2.º Jadjour-Veda o preghiere in prosa; 3.º Sama-Veda pre- | genera le acque in mezzo alle quali parato per il canto; 4.° Atharva-Veda destinato alle purificazioni. La natura, l'aurora, il Sole personificati in Indra, Diodellaluce, costituiscono il fondamento teologico di questi libri. Invano cerche resti nella quasi ingenua semplicità di questo mito primitivo tuttoil corpodella teologia di Brahama.I domminon nascono già fatti: lentamente e quasi per strati si sovrappongono, e quelli dell' India si trovano poi disseminati in una quantità grandissima di libri sacri, quali sono il codice di Manù, i diciotto Purana, il Marayana, poema di Valmichi, e nel colossale Mahabarata, il quale, come l'indica l'etimologia del nome (granpeso), è il libropiùlungoche siconosca; tanto che nessuno è ancor riuscito a tradurlo per intero in una delle lingue europee. Ecco ora la succinta esposizione del si stemateologico, quale suolsi più comune mene desumere daquesti libri; e diciam comunemente, avvegnachè non tutti e non sempre si accordino nelle acciden talità secondarie della teologia indiana, getta un uovo risplendente, ov'egli stesso si rinchiude e forma il principio vivi ficante della fecondazione; quindi separa l'uovo in due parti e ne forma il cielo e la terra (Creuser Simbolica 1. p. 179 Manù lib. 1 c. 1 IV) Ma ilmondo vi sibile non è, al postutto, che la mani festazione di Brahama, ilquale a vicenda riproducendosi o in se stesso rientrando crea od annienta il mondo. Abbiam così la notte e il giorno di Brahama, ossia un Kalpa, e ogni Kalpadura 4,320,000, anni, e il numero dei Kalpa è infi nito. Tuttavia, guardiamci bene dal pren dere questa cifra sul serio : essa non è altro che uno di quei tanti numeri simbolici i quali rappresentano un ciclo, oun fenomeno astronomico SIMBOLICA, È del rari concetto simbolico e periodo astronomicoquello delle quat tro età del mondo rappresentate dauna vacca, che si regge dapprima suquattro gambe, poi su tre, due e una sol gamba. A somiglianza del Dio cristiano, che ; BRAHAMANISMO doveva nascere due secoli dopo il mito Vedantico, il Dio indiano è unoe trino: Brahamageneratore,Visnu conservatore e Siva distruggitore delle forme; ma questi tre (del resto simboli evidenti delle varie operazioni della natura) non son che uno: il Parabrahama creatore degli spiriti subalterni. Mohassura era capo di questi, ma li spinse a rivolta e fu scacciato dal cielo. Allora sotto la forma del serpente, egli tentò l'uo mo, tese insidie al suo orgoglio e lo spinse a proclamarsi eguale a Dio. An che la seconda persona della Trinità ha le sue incarnazioni, dette avatar. Se ne contano dieci, tutte narrate diversamente, alcune delle quali presentanouna singolarissima somiglianza con la vita mi stica del Cristo, e furono forse tolte a prestito dal Buddhismo in quella famosa incarnazione di Buddha, alla quale evi dentemente è stata attintala leggendadi Gesù (vedi BUDDHISMO) Il Brahamanismo riconosce lametem psicosi, in grazia della quale crede che tutte le anime dovranno reincarnarsi nel corpo degli animali più o men vili, se hanno demeritato, motivo per cui alcu ne caste di indiani si astengono dal ci barsi della carne d'ogni animale, e ci tansi certi asceti, i quali ebbero in tanto orrore l' uccisione anche degli animali più immondi, ch'essi preferirono lasciar crescere e moltiplicare i più schifosi in setti sul loro corpo piuttosto che di struggerli. Per altro, la metempsicosi non esclude l'esistenza di un inferno e d'un paradiso.Anzi, nella opinione vol gare di paradisi ve neson tanti quante dicibili delizie, come tormenti atroci e senza nome si provano nell'inferno. Ma la metempsicosi è purgatorio, e quelle sole anime vi sono soggette, le quali hannobisognodi espiazione. Quattro ca dagli agricoltori, e commercianti di pro dotti agricoli; e finalmente 4. la casta di Shudres che sono gli artigiani od o perai. Ognuna poi di queste classi si sud divide in altre speciali divisioni, ma dal l'una all' altra classe a niuno è lecito passare ; e se due persone di classe diversa contraggono matrimonio, deca dono d' ogni diritto e i loro discen denti sono compresi nelle suddivisioni vili dette Varna-Sankara . Un' ulti ma sotto classe più sprezzata di tutte è quella dei Pariahs o Paria, i quali convivere non possono con nessun uomo delle altre classi, devono starsene isolati, nella solitudine delle foreste, o nei luo ghi remoti delle valli, contrasegnare le loro fonti, arretrarsi alla presenza d' o gni indiano delle altre classi, e final mente sottoporsi alle più vili funzioni. In compenso essi non hanno leggi, nè obblighi religiosi, e d'ogni sostanza pos sono cibarsi, essendochè pel Bramino uomini veramente essi nonsono. Molte o brutali o superstiziose ceri monie osservano gli odoratori di Bra hama. Fra le prime vuol esseremenzio nato il barbaro uso delle vedove che si sacrificano sul rogo dove consuma il corpo del marito; e la festa di Ja grenaut nella quale il pesante carro del Dio, trainato dacavalli, schiaccia i fede li, che per stolta devozione si precipi tano sotto le sue ruote. Altre feste sono invece dedicate al mistero della genera zione, e in quei giorni congran pompa, frammezzo al popolo prosteso a terra, por tasi intorno il Lingam, simulacro degli organi genitali (Vedi AMORE). Leabluzio son le caste; ma in tutti si godono in- ni e le lustrazionisonpure parte princi palissimadel culto brahamanico; le imma gini del Dio si lavano nei fiumi sacri alla divinità, ove pure con simbolico la vacro si amministra il battesimo ai neo nati. ste stabilisce la religione Brahamica, e Il sacerdote di Brahama è nell'India sono 1. Quella dei bramini o sacerdoti; onorato come un Dio; ad esso solo 2. Quella dei Khatriyas o Kettris, com- spetta il diritto di leggere i Vedas, of posta dai guerrieri e pubblici funziona- frire sacrifizi, insegnar la religione ed ri; 3. La casta dei Vaishyas composta | appropriarsi le limosine deposte nelle BROUSSAIS pagode: le sue terre sono esenti dalle imposte e nulla deve agli operai che le 103 ne delle fibre nervose e sono il risultato lavorano. Il codice di Manu insiste for temente sul rispetto che la casta dei guerrieri deve al Brahamano, al quale è imposto il dovere di osservare la vita contemplativa siccome massima delleper fezioni.«AlBrahamano,dice questo strano legislatore, che possiede il Rig-Veda com pleto sarà perdonato ogni delitto, quan d' anche avesse uccisi gli abitanti dei tre mondi, od avesse accettato il nutrimento da un uomo dell' ultima casta. (Martin. La morale chez les Indiens, Per altro, questa iniqua sudditanza fondata sulla disparità delle caste, condusse alla riforma di Buddha, come gli abusi del giudaismo menarono alla riforma di Gesù. Breve. Vedi BOLLA. Broussais (Francesco Giuseppe Vittore). Nacque a S. Malo il 17 di cembre 1772, e mori nel 1838. Fu dap prima allievo all' ospitale di S. Malo, poi medico di fregata, e infine medico maggiore nell' esercito di terra. Venuto in Italia con la spedizione francese, fu per molto tempo addetto all'ospitale di Udine nel Friuli, ove raccolse i mate riali per comporre il suo Traité des phlegmasies chroniques. Dopo avere se guito l'esercito nel mezzogiorno della Francia e nella Spagna, nel 1814 fu in fine nominato secondo professore all' o spitale militare di Parigi, poi nell'ospizio di perfezionamento, ove tenne un corso di lezioni mediche, le quali, per la no vità delle osservazioni e per l'ordine delle idee, non meno che per la violen za del linguaggio, ottennero un gran dissimo successo. Nel 1831 fu nominato professore di patologia e terapeutica generale, ed infine ebbe anche l' onore di esser eletto membro dell' Istituto. Broussais non era soltanto medico eminente, ma anche eccellente filosofo. Nel suo Trattato della irritazione e della follia, procura di dimostrare che tutti i nostri atti, siano essi materiali o di un movimento o di una modificazio ne puramente chimica o meccanica dei nostri organi. Le emozioni,dic' egli, de rivano sempre da una eccitazione del ' apparecchio nervoso, e il nostro stato morale non è che la pura e semplice rappresentazione del nostro fisico. Brous sais aveva abolito dal suo linguaggio le parole anima, intelligenza, spirito e tutti i sostantivi astratti, che non hanno una reale rappresentazione, e ch'egli riduceva in ogni caso alla semplice per cezione dei sensi e ad una sensazione puramente materiale del cervello. Laon de egli chiamava sognatori i professori di filosofia, i puri ontologi e li mostra va come affetti da una sorta d'allucina zione, in forza della quale, creando la parola spirito o intelligenza, avevano creduto di separare in realtà la funzio ne del pensiero dall' apparecchio nervo so, e di confidarla aun' etere, a un gaz, il quale per la sua semplicità, nè può pensare, nè produrre entro di noi alcuna azione complessa. « Io non ho che un rammarico, diceva egli, ed è che i me dici i quali coltivano la fisiologia, recla mano troppo debolmente la loro com petenza nella scienza delle facoltà intel lettuali, e che gli uomini iquali non hanno fatto uno studio speciale delle funzioni, vogliono appropriarsi questa scienza sotto il nome di psicologia. >>> Sotto il titolo: Développement de mon opinion et expression de ma foi, Broussais lasciò scritto dopo la sua morte unasorta di testamento filosofico, dove, professandosi deista e riconoscen do, con poca congruenza però, l'esisten za di una intelligenza, non creatrice, ma semplicemente ordinatrice, persiste sem pre nelle sue opinioni sulla negazione dell' anima. « Fin daquando,dic' egli, la chirurgia m'insegnò che il pus accumu lato alla superficie del cervello distrug ge lenostre facoltà, e che l'evacuazio ne di questa sostanza concede ch' esse riappariscano, io non ho più potuto esi intellettuali, sono dovuti a un eccitazio- | mermi di concepire queste facoltà altri 104 BRUNO menti che quali semplici atti di un cer vello vivente. Brown). Filosofo scoz zese, nato a Kirkmabreck pres perquanto di sensato e di vero quel filosofo aveva scritto, ma nelle cose si ve nerava ch' egli forse non scrisse mai e che, non senza fondamento, sono tenute in sospetto di apocrife (VediARISTOTILE). Se a Ginevra d'altronde era morto Cal so Edimburgo. Bouillet dice ch'esso fu discepolo infedele della scuola scozzese, inquantochè contro Braidsostiene, che non è necessario supporre una facoltà speciale di percezione per conoscere i corpi esterni, bastando la semplice sen sazione e il concetto di causa; la quale, con Hume, egli riconosce essere una semplice idea di successione o di con nessione. Brown, senza appartenere alla scuola dello scetticismo, per la sua dot trina vi si dimostra però molto propen so, come par propenso alla negazione stotile, quel ricovero eziandio gli fu del libero arbitrio, quand' egli definisce la volontà: un semplice desiderio, con vino, il protestante Beza che vi regna va signore, aveva ereditata tutta l' in tolleranza di lui; onde si capisce per chè il Bruno trovò la Svizzera poco ospitale. Quindi passò a Lione, a To losa e venne aParigi insegnando filo sofia. Qui ebbe miglior fortuna,ed una cattedra gli fu aperta al libero inse gnamento della sua filosofia. Ma non appena si avventurò acombattere Ari ' opinione che l'effetto sta per seguirlo. Brownisti. Partigiani di una delle molte sette della religione inglese. Fu fondatanell'anno 1580 daRoberto Brown, il quale predicò contro l'autorità ecclesia stica, si attirò lo sdegno dei vescovi e sof frì molte persecuzioni. Egli stesso diceva di aver mutato ben trentadue prigioni. Infine gli stati gli permisero di fondare una Chiesa a Middelbourg nella Zelanda, dove proclamò il principio che il go verno della Chiesa deve essere affatto democratico e i ministri sempre revo cabili; potere ogni fedele fare le predi cazioni nella chiesa o rivolgere doman de al ministro. Le opinioni sue si spar sero nell' Inghilterra prestamente, tanto che nel 1692 si contavano ben ventimila Brownisti. Bruno (Giordano). Nacque aNola presso Napoli verso la metà del XVI chiuso, sicchè nel 1583 passò in In ghilterra, e quattro anni dopo visito la Germania. Fu a Vittemberga che egli ottenne maggior successo e tolle ranza, ond' egli scriveva al Senato di quella città, ringraziandolo « perchè a uno straniero, uomo alieno dalla vo stra fede, permetteste di insegnare in pubblico e tolleraste con mirabile mo derazione la sua veemenza nell' impu gnare la filosofia di Aristotile che tan to vi è cara. » Ma la riconoscenza trasportò il filosofo e gli fece trascu rare la verità storica; avvegnacchè in quella sua lettera di commiato abbia eglifatto un entusiastico elogio di Lu tero, senza pensare quanto quell'auste ro agostiniano fosse lontano dal nutri re quei sentimenti di libertà filosofica che il Bruno tanto encomiava. Il vivo desiderio ch' ei nutriva di rivedere la sua patria, lo spinse imprudentemente nel 1598 a Venezia. Ma quivi viveva la inquisizione: fu arrestato, e dopo sei anni di detenzione nelle carceri,la Re pubblicaconcesse finalmente l'estradi secolo; fu educato alle scienze matema tiche, filosofiche e teologiche in un Con vento di domenicani, ove assunse gli or dini sacri. Mabenpresto icorrotti costu- zione con infinita insistenza reclamata midei colleghi ele assurdità deidommi, lo disgustarono tanto di quella vita, che se ne fuggì a Ginevra. Sperava egli di trovarvi maggior tolleranza per la sua filosofia anti-aristotelica; ma quivi, come a Roma, Aristotile regnava sovrano, non dal Sant' Uffizio; fu trasferito a Roma, ov' egli langul nelle segrete per due anni, che ci vengono mostrati come un caritatevole indugio che la pietà cattolica offriva alla sua ritrattazione. Qui veramente lafigura di questo filo BUDDHISMO sofo spicca per la fermezza e com muove per la ferocità de' suoi giudici. Nulla volle il Bruno ritrattare, nulla modificare delle cose insegnate. Nè i primi teologi di Roma, nè il Cardinale Bellarmino che scesero con lui nel car 105 ne. « Ciò che fu seme, scriveva Gior dano Bruno, diventa erba, poi spica, poi pane, succo nutritivo, sangue, sper ma, embrione, uomo, cadavere; poi terra, pietra od altro corpo solido, e così di seguito. Per questo fatto noi cere per disputare,poterono rimuover lo dai suoi propositi, onde ai 9 di feb braio dell' anno 1600 gl' inquisitori leggevangli la sentenza, nella quale, dopo avere dichiarate empie ed ereti che le sue opinioni, lo si abbandonava al braccio secolare per essere punito con quella maggior clemenza che si potesse, senza spargimento di sangue; locuzione ipocrita che l' inquisizione usava per dannare al rogo! Ai suoi giudici, narra un biografo, egli rispon deva: >> Non lo credo; ma non monta: procu rate di avere qualche notizia su questo stato fisiologico, che ben spesso diventa patologićo, da quei poveri diavoli che ' hanno provato. Insomma, voi avete fame in tutto il senso prosaico della parola, Ed ecco appunto il momento in eui io vi presento una rosa... unabella rosa di maggio, appena colta,copertadi rugiada e piena di fragranza. Mail suo profumo vi irritainervi; voi la degnate appena d' uno sguardo quella povera rosa, che io aveva coltivata e vagheg giataper tanti giorni. Ohimè! voi cor rete alla tavola sulla quale è imbandito un bel cavolo bianco in insalata, al burro, alla crema, alla salsa majonnaise, in tutti i modi. E il suo profumo vi in nebria, vi trasporta, vi commuove, ben più che la fragranza ditutte le rose di questo mondo. Infine, voi mangiate quel povero cavolo tanto indegnamente di sprezzato, e vi saziate. E quel cavolo vi ritorna il buon umore, il colorito alle guance, l'allegria, l'espansione, la fe licità. «Oh potenza di un cavolo! « Il cavolo vi ha ritornato il desi derio della rosa, vi ha dato il brio, il bello e l'incarnato delle guancie, il sen timento, lo spirito: in una parola, vi ha dato l' anima. Anzi ancora, quel povero cavolo, digerito nel vostro sto maco, nelle sue sostanze nutritive si tra sforma in chilo, poi in sangue, poi in carne, e chi sa che non venga appunto aformare unpoco di quella vostra pelle bianca, morbida, vellutata, che è pure i Nella natura nulla viè che sia spre gievole, ma ogni cosa ci diletta più o meno secondo i nostri bisogni e il no stro stato fisiologico e patologico. Per esempio, io non vi consiglierei di dare la vostra rosa ad una puerpera e ilca-, volo ad un ammalato d' indigestione. Tutto è buonorelativamente, e può gio-; vare o nuocere, piacere o disgustare se condo i casi. » Intorno a questo carattere pura mente relativo del gusto, tutti si ac cordano; ed è strano il vedere quegli stessi filosofi i quali nel bello lottano accanitamente per sostenere l'assoluto estetico, ammettere poi senza difficoltà.. la distruzione dell'assoluto in unaparte principalissima del buono. Ma non è forse ' organo del gusto tanto essen-. ziale all' uomo quanto quello della vi sta e dell' udito? Non percepisce la sensazione come tutti gli altri nervi della sensabilità? E se sì, qual logica è mai quella che induce costoro ad ammettere una realtà obbiettiva, asso luta per il nervo ottico e per il nervo acustico, e a negarla invece ai due nervi ipoglosso e glosso-faringeo che presiedono alla funzione delgusto? Im perocchè se il buono del gusto è in rapporto, è relativo a questi nervi, perchè il bello della vista e dell'udito non dovrà essere relativo a quegli al tri? Ma non si domandi alla filosofia speculativa la ragione delle sueprefe renze. Ciò che è domma non può es sere spiegato, e quando si tenta di spiegarlo non si riesce ad altro che a dire: il bello si sente. Ma non si sente forse anche il buono? e ilgusto,varia bilissimo, non è forse da ognuno sen tito a suo modo? Buridan(Giovanni).S'ignora l'an no della sua nascita e della sua morte. BUFFON Nel 1327 era rettore dell' Università di di Parigi e si mostrava, per la fama e per l'ingegno, uno dei più abili difensori del nominalismo (vedi questo nome). In quei tempi di tanto impero per la sco lastica e per la teologia, egli fu, si può dire, il sol filosofo chenon siastato teo logo ed abbia evitato di trattare argo menti di pura teologia. Attivo commen tatore di Aristotile, egli si applicò alla ricerca dei termini medii d'ogni specie di sillogismo. Di lui nonsipossede altro scritto che i Commenti sopra Aristotile, stampati a Parigi nel 1518, ma il suonome è pas sato alla posterità per un sillogismo as sai caustico, ch'egli soleva ripetere nelle sue lezioni. I teologi negavano l' anima delle bestie per meglio far emergere la superiorità di quella che, adir loro, Dio aveva alitato nel corpo di Adamo, e che per ladiscendenzasi è trasmessa infino a noi. Buridan per combatterli supponeva un Asino ben affamato fra due misure di avena perfettamente eguali, e che e gualmente agissero sopra i suoi organi. Data questa supposizione, egli chiedeva allora: Cosa farà quest'asino?- Se alcuno gli rispondeva ch' esso sarebbe restato immobile fra le due tendenze e guali, Buridan conchiudeva:- Dunque esso morirà di fame inmezzo adue mi sure d'avena. Questa conseguenza pareva tanto assurda e strana che destava le risa. Ma qualche altro rispondeva tosto, che l'Asino non sarebbe poi stato tanto asino per morir di fame, essendo così vicino all'alimento.E allora il professore conchiudeva : Dunque o due pesi eguali che sicontrabilanciano possono l'uno far muovere l'altro, oppure quest' asino ha il libero arbitrio al par dell' uomo. Questo sillogismo non mancava mai di imbarazzare e filosofi e teologi, sicchè divenne celebre nelle scuole sotto l'ap pellativo dell'Asino di Buridan. Buffon (Giorgio Luigi conte di le Clerc ) Nacque a Montban nelle Bor gogna nel 1707 e fu uno dei più rino mati naturalisti del suo tempo. Poco amava Voltaire e punto gli enciclope disti; edicesi anche che non si mostrò più nell'Accademiadicui era membro, dopochè vi penetrarono iprincipii di quella libera filosofia, che dominava i dotti dei suoi tempi. Buffon molto ama va le apparenze, nè voleva parere irre ligioso. Lasua famacome filosofo ema terialista gli fu attribuita specialmente in grazia della sua Storia naturale, il primovolume dellaquale comparve nel 1749. In quest'opera si trovano, fram misti amolte esolide verità, non pochi errori, e ipotesi ardite o strane, che più nonconcordano con quelle dei moderni cosmologi. Per esempio, egli vuole che le acque del mare col flusso e riflusso abbiano prodotto i monti (Vol.I. p. 181) eche le correnti marine abbiano solcate le valli. Matuttoché sia stato atorto ac cusato di esagerazione dai suoi contem poranei, bisogna pur confessare, ch'e gli, sebben confusamente, fu un dei primi che abbiano indovinato la gran dissima azione che esercitano le acque sulla esterna configurazione del globo. Nel suo libro egli ebbe cura di dire che quanto al Diluvio bisogna limitarsi a saperne quanto ci apprendono i libri sunti, e confessare che non ci è permesso di saperne di più, e sopratutto guardarsi bene di mischiare una cattiva fisica con la purità di questi libri. Ma non valse questa sommessione all' autorità della Bibbia, per fargli perdonare certi prin cipii che quà e là nel suo libro sem bravano poco conformi all' ortodossia, come p. e. questi: > C Cabala. Dottrina dei cabalisti che | Descrivere per punto e per segno que sta dottrina, non si può, giacchè la cabala è mistero, o a dir meglio follia e aberrazione, per la quale soltanto gli si crede originaria dei Caldei, e passò poi fra gli ebrei, e quindi fra gli stessi cristiani dei primi secoli. In ebraico Ca bala significa tradizione, ed è la tra dizione dell' arte di conoscere le opera zioni degli spiriti edi spiegare l'essenza delle cose col mezzo dei simboli, o con la combinazione dei numeri o col ro vesciamento delle parole della scrittura. antichi potevano sbizzarirsi a cercare la occulta azione di certe parole efficaci in cui si supponeva esistere una certa potenza adirigere le sorti dell'umanità. Da qui tutto lo studio sul vario modo . di combinare le lettere dell' alfabeto o i 112 CABANIS numeri; ed è a credersi che tali pregiu dizi abbiano generato fra gli ebrei la persuasione, che il nome di Jehova po tesse operare miracoli, d' onde il di vieto di pronunciarlo e l'uso invalso fra i rabbini di cambiare i puntivocali, onde il vero suono ai vulgari restasse ignorato. Dai Caldei la Cabala passò nella Grecia con Pitagora. Si sa che questo filosofo, supponendo che i vari rapporti dei numeri fra di loro fossero immutabili, assoluti, volle che essi espri messero la legge dell' ordine e dell' ar monia dell' universo, la legge che diri geva ' Intelligenza suprema nelle sue produzioni. Onde suppose che i numeri esprimenti questi rapporti esercitassero anche una certa influenza sulla Intelli *genza suprema, e la potessero determi nare a produrre certi effetti invece di certi altri. Da quì la cabala numerica della filosofia Pitagorica. Siffatta aberra zione nonpuò maravigliarci, poichèlapo tenzache si attribuiva acertisegni, acerte parole, a certi colori o a certe sostanze formavano il più serio argomento degli studi degli antichi, e se ne trovano non pochi esempi tra gli stessi cristiani. Peres.Mersennoragionava cosi: > Cataclisma. Il cataclisma è il fondamento di una certa teoria geolo logica la quale grandemente si accor da con la teologia. Già nel medio evo si erano scoperte nel seno della terra delle conchiglie e degli ossami fos sili; ma si spiegava il fatto credendo che le prime fossero opera fortuita della natura, e attribuendo i secondi agli avanzi di una supposta razza di giganti, oppur agli scheletri degli ele fanti di Annibale. Fu solo nel 1580 che un tal Bernardo Bulissy osò dire in Parigi, alla presenza di tutti i dot tori, che le conchiglie fossili erano delle vere conchiglie state altra volta deposte dal mare inquegli stessi luo ghi dove allora si trovavano; che veri pesci eran quelli che avevano lasciata nelle pietre l'impronta della loro figu ra, e arditamente sfidò tutti gli scola stici a combattere le sue prove. Ma in qual guisa poteva il mare aver de posto quegli avanzi sul continente ? Ecco il quesito che senz' altro procu rò di spiegare la teologia col suo di luvio di Noè. Poichè eziandio sui monti trovavansi le conchiglie e l'impronta dei pesci lasciata nelle pietre, non era questa la più bella prova dell' univer salità del diluvio noetico? Non narra forse la Genesi che in quel grande ca taclisma le acque del mare s' innalza rono fin quindici cubiti sopra le più alte montagne ? Questa spiegazione parve tanto ingegnosa e così piena di evidenza, che nel secolo scorso uomi ni d'ingegno, come Reaumur e Jus sieu, e perfino increduli, come Bou langer, si credettero in dovere di adottarla, modificandola solo in quan to dicevano, doversi il diluvio consi derare come un cataclisma naturale, che le tradizioni religiose avevano poi, o bene o male,inquadrato nelle sacre leggende. Niuno per allora pensò ad opporsi a questa opinione, la quale, anche nel secolo nostro, trovò in Cu vier un potente e vigoroso propugna tore. Questo grande geologo, che per molti riguardi può dirsi che sia il pa dre della paleontologia moderna, dopo avere ben studiata e stabilita la in trinseca differenza dei vari strati geologici della corteccia terrestre, dopo di avere divinato colla sua scienza le 125 animali i cui avanzi si trovano sepolti nei vari strati geologici della terra. Ma forme dei grandi animali fossili, che egli chiamò antidiluviani, cercò di spiegare la successiva formazione di questi strati con una serie di catacli smi, che in varie remotissime epoche spensero la vita organica in sulla ter ra e riformarono la sua superficie. > Ma il decreto di Cuvier non val se a frenare lo spirito d'indagine on de erano invasi li scopritori. Cuvier fu sconfitto. Non solo si trovarono gran numero di ossami umani fossili, ma gli stessi fossili animali furono scoperti in gran numero, ed in terreni geologici sì bene caratterizzati, da po tersi provare colla massima evidenza, che queste creazioni non erano sparite lerà chiaro all' intelligenza quando si sappia tutta l'importanzadi quella tra sformazione, che si è introdotta nella geologia, e perla quale la vecchia teo ria dei cataclismi, fu definitivamente surrogata da quella delle cause at tuali. Quali sono le cause attuali che noi vediamo concorrere a modificare la su perficie del suolo? Per poca perspicacia che abbia un osservatore, basta ch'egli volga intorno uno sguardo ond' avve dersi che queste cause sono parecchie, e che la loro azione è continua. L'a zione dell'acqua, dei venti, dei vulcani e della vita organica,basterebbe da sola a cambiare tutta la faccia della terra. Negli strati inferiori non si trova alcuna traccia di esseri organici, non già per chè quand' essi si formarono la vita fosse spenta sulla terra, ma perché non esistevano allora gli animali e le conchiglie calcaree che soli avrebbero potuto conservarsi. Le conchiglie mi croscopiche giàcominciano a mostrarsi negli ultimi tempi di questo periodo e le pietre di costruzione di Parigi non constano d'altro che di conchiglie im percettibili insieme aggregate. Abbiam dunque delle roccie costruite per la per l'effetto di nessun cataclisma, ma che si erano semplicemente trasformate | sola e lentissima azione della vita ani pel lungo volger dei secoli e per quella legge che modifica la natura ad ogni minuto. La somma di questi impercet tibili effetti, ha prodotte quelle pro fonde variazioni, che noi ora conside male! Citansi ancora dai fautori dei cata clismi imassi erratici, come monumento di una forza violenta che si rovesciò riamo con occhio attonito, come il ri sultato di una immediata creazione. E Alessandro Humboldt ben intravedeva questa luminosa idea,dicendo che la for mazione dei continenti attuali si è com piuta a poco a poco attraverso una lunga serie di sollevamenti e di abbas samenti successivi ( Cosmos ). No, non vi furono diluvi, nè grandi e generali cataclismi sulla terra, e tut tavia la superficie di essa si è grande mente trasformata e si trasforma inces sulla terra. Nella valle di Worf lo strato inferiore di lavagna è coperto da uno strato di pietra calcarea, e un centinaio di piedi più sopra si osser vano degli enormi massi di lavagna in gran numero; altri massi si trovano nella duna del Niemen, ed altri in al tre parti. Come si trovano essi in tali paesi e qual forza ve li ha portati; e sopratutto, in qual maniera essi si tro vano in gran parte posti sopra degli altipiani, in luogo ove evidentemente occorreva una forza grandissima per trascinarveli ? Nessuna forza fuor di santemente. A molti questa idea potrå sembrare un paradosso, ma essa par- | quella d'una immensa corrente d' acqua avrebbe potuto strappare questi | quest' azione preponderante; l'acqua vi grandiosi massi dal vertice dei monti per trainarli al piano o sopra altri monti. Il Diluvio solo avrebbe potuto ottenere cotali grandiosi risultati. Qual finezza di ragionamento, quale indu strioso studio non pongono in opera i fautori del cataclisma ! penetra e vi riempie le cavità; ov'essa si congeli, tosto aumenta di volume e fa spaccare laroccia. Tutti gli scoscen dimenti delle montagne sono cagionati dal semplice ruscello che le corrode, le limae le assedia da ogni parte. L'ac qua penetra nella terra, scava de' con dotti sotterranei, causa di gran numero di disastri. La superficie terrestre so spesa per vastissimo tratto sopra un lago sotterraneo, un bel giorno si rom Non si creda però che ai pervicaci propugnatori delle cause attuali man chi la voce per rispondere. Essi ragionano così: Il fondo delle valli è ingombro di pietre rigate e sol cate pel continuo movimento dei ghiac ciai, i quali, sciogliendosi al fondo for- |di essi; la contrada si allaga ed av pe, i campi, le case, interi villaggi si sprofondano nell'abisso scavato sotto mano de' rivi e delle correnti, che a lungo andare scavano la pietra. I ghiac ciai per conseguenza, sciogliendosi al di sotto, corrodono la pietra e si sca vanounletto nel macigno. Ai bordi de valla. Le onde del mare che s'infrangono contro gli scogli, ne minano le fonda menta, frastagliano il macigno, formano i seni ed i golfi ed inoltrano il marenel positano i lapilli, che apoco apoco in- | continente. grossano e coprono i fianchi promi nenti, quà e là corrosi dalle correnti. Questi fianchi tondeggianti presentano l'aspetto dei massi erratici, i quali poi si trovano disposti lungo le valli nella direzione istessa dei ghiacciai, e lascia nopensare che altra volta questi ghiac- bie che trasporta cotidianamente il Nilo ciai scendessero più al basso e che i così detti massi erratici ( che però non In altre parti l'azione dell' acqua compie un ufficio opposto. Trasportando le sabbie che tiene disciolte, essa le de posita sulle sponde del mare od alla foce dei fiumi, ove col corso dei secoli forma immensi tratti di terreno. Le sab sarebbero più erratici sotto questo ri guardo) ne costituissero i bordi. Fu infatti calcolato che pochi anni simili aquelli più freddi ed umidi dei no stri tempi, basterebbero a distendere i ghiacciai fino alle linee dei massi er ratici. La dottrina delle cause attuali, spie gatutti i fenomeni della natura in que sta guisa, e dalla sola azione delle for ze che ancora agiscono, fa con meravi gliosa semplicità scaturire tutte le più grandi trasformazioni della terra. La goccia d'acqua che batte sul macigno, lo scava lentamente e per l'opera del tempo forma un colossale lavoro. Le correnti d'acqua sono le cause di mag gior trasformazione alla superficie ter restre. Le più durepietre, il basalto e la pietra focaia, vanno pure soggette a ne hanno invasa la foce, ed hanno for mato il Delta. La Lombardia fuun tem po palude, ed in tale stato sarebbe ri dotta inpochianni, ove l'uomo, con pian tagioni ed argini, non pensasse ad inca nalare le acque ed a dare ad esse uno sfogo al mare. In altri luoghi è il mare stesso che, rigettando le sabbie alla spiaggia, resti tuisce al continente quei terreni che al trove gl' invola. L' Olanda ed i Paesi Bassi sono terre che l'uomo ancora coi suoi argini contrasta al mare. Le sab bie che la marea sempre respinge alla spiaggia, ne ingrandiramo forse il ter reno, ma la potenza dei venti, terribili nemici d'ogni vita organica, lor contra stano ad ogni passo lo sviluppo della vita. Chi non ha udito parlare con terrore del lento e fatale cammino delle dune? Il granello di sabbia che il mare CATACLISMA rigetta alla spiaggia è trasportato dal vento sul continente. Là ingrossa, si fa superficie, colle, promontorio, monte. Il vento lo percuote coi suoi assalti, lo mina alla superficie e ne spinge le sab bie più innanzi, ove si depositano e for mano un nuovo colle, alto talora 200 piedi e lungo parecchie leghe. Queste montagne viventi figliano emoltiplicano, s'arrotondano per la pioggia sui fianchi, si allargano alla base, si avvallano, ma si inoltrano sempre! Il contadino, il proprietario ne calco lano con sgomento il rapido corso. Una solabufera le inoltra spesso di parecchi metri. Basta un anno per avanzarle di una lega! Oggi tocca i confini del mio campo, del mio villaggio, e l'annopros simo del villaggio e del campo non re sterà che un deserto! La Prussia, la Danimarca, l'Irlanda etutte le coste del mar Baltico hanno le lor dune. Nella Francia un tratto di oltre duecento miglia di terreno, sulle coste della Guascogna, è invaso dalle dune. Un tempo inquelpaese sorgevano città e castella, e quelle coste sulle quali muta or s'infrange l'onda del mare, si schiudevano alla navigazione ed al com mercio. A lato del mare oggi si è col locato un mar di sabbia, che il vento agita e trasporta, frastaglia in valli e spinge innanzi a contrastare il pane, la vegetazione e la vita stessa dell'uomo. Abbandonate a se stesse, in pochi secoli le sabbie avrebbero coperta la Francia. La Provvidenza distruggeva l'opera delle sue mani! Ma un uomo eminente, un genio, come sempre deriso, volle com batterela natura, non più colla preghie ra, ma colle forze della natura stessa. Dio vede e provvede, dicevano i nostri antichi. Ma le dune s'inoltravano sempre. L'ingegnere Brémontier vide e previde da se stesso. E le dune si fermarono. Semi di pini e di ginestri furono sparsi in quelle lande inospite. Essi gettarono le radici, produssero le piante e rallen tarono, se non vinsero del tutto, il corso delle dune. Forse fra qualche secolo i nostri nipoti invano andranno in cerca delle dune. Lå ove sorgeva l'elemento più distruttore della vita vegetale, essí non troveranno che terreni solidi, coperti dai boschi. Anche le sabbie col tempo si cristallizzano e formano sodi terreni. Sulle coste dell'Irlanda l'ignoranza produsse invece un effetto opposto. Nelle dunediquel paese esisteva ungiunco ab bastanza alto per contenere le sabbie. Gli abitanti ne tagliarono il fusto per loro uso. Nel 1697 tutta la contea, di venti leghe quadrate, fu devastata, e al posto di un fertile paese, ove sorgevano case e castella, oggi non si vede che un cimitero di sabbia. Gli scavi fatti e le inscrizioni trovate provano la passata prosperitàdi quella contrada. L'opera trasformatrice del mare si esercita sopra una grandissima estensione di terreno. Il Baltico si ritira lentamente dalle coste della Svezia ed invade invece il litorale della Prussia. Una parte del litorale della Pomerania è scoperto, e laddove li antichi storici ci segnavano il porto di Vineta, ora s'infrangono le onde marine. Aigues-mortes fu invece già porto di mare, ove nel 1248 Luigi IX s'imbarcò per la crociata; ora dista cinque chilometri dal lido. Altrettanto distano gli antichi porti italiani di Ra venna ed Adria, mentre invece le rovine del tempio di Serapide aNapoli, che era stato fondato nell'ultimo secolo dell' era antica a dodici piedi di altezza sul li vello del mare, è ora con tutta la base immerso nelle acque. D'altra parte nel seno stesso delle arque giace un elemento potentissimo per la costruzione delle terre. Il polipo del corallo lavora incessantemente a co struire nel fondo del mare dei monti, che man mano si innalzano e spesso raggiungono la superficie. Ove sorga uno scoglio sottomarino, il polipo vi si attacca e moltiplica, formando degli immensi banchi di pietra. Nelmezzo del grande Oceano le isole di corallo si contano a migliaia. Qualche volta spro fondano, perchè esse si allargano intorno CATACLISMA allo scoglio verso la superficie del mare, e mancano di base all' ingiro. Ma le materie precipitate all' intorno allargano questa base, sulla quale ilpolipo ripren de il suo infaticabile e secolare lavoro. Le pareti raggiungono ancora la super ficie dell' acqua, e l'isola si ricostruisce ancor più solida e più grande. Allora suquesto nuovo terreno, sorto comeper incanto inmezzo ai flutti, senza che l'uomo vi semini o che Dio vi crei, nascono spontaneamente alla superficie dei licheni bianchi, i quali ben presto si trasformano in licheni gialli e di una 129 tratto e che per l'effetto di questi scon volgimenti, le acque del mare innalzan dosi sopra l' ordinario livello, in gran dissima copia si rovesciassero sui conti nenti, ove avrebbero prodotti tutti gli effetti che al Diluvio si attribuiscono.Ma èben strano, dice ilgeologo inglese Carlo Lyell, che coloro i quali sogliono eser citare la loro immaginazione sopra cosi fatta supposizione, non abbiano addrit tura attribuiti questi effetti alla imme diata trasformazione di tutto il letto del l'Oceano in un'alto fondo. Avvegnache specie più forte. Il lichene, per chi nol sa, appartiene alle più infime specie vegetali, alla fami glia delle crittogame, e nascespontanea mente sui muri e sul sasso, che spesso ricopre d' un verde giallognolo. Dovrem mo quasi pensare, che esso costituisce il primo tipo della vita vegetale, come il polipo è il primo delregno animale. Nel mezzo dell' Oceano questi due regni si confondono e iniziano la materia allavita organica, come seivi ilmondo fosse nato ieri. L' anno susseguente alla loro na scita, questi licheni muojono sul corallo che li iniziò alla vita, ma essi lasciano una grande eredità per la vegetazione futura. La superficie pietrosa del corallo s'è ricoperta di uno strato di terra, sot tile ancora, ma sufficente a nuovavege tazione, e il navigatore chepasserà nel I' anno successivo in quei paraggi, vedrà crescere il musco; l'isola sarà verdeg giante. Chi ci assicura che fra due lustri nonvi possano crescere gli arbusti, e fra dieci secoli la foresta vergine ? Qui la generazionesi è prodotta spontaneamente; il dito del creatore qui non si scorge; ep pure la vita nasce e si riproduce! Diciamo pure che tutte queste cause, se spiegano assai bene la formazione di nuovi terreni e di nuovi continenti, non spiegano però la formazione delle catene deimonti che solcano tuttala superficie del globo. L'antica geologia spiegava l'azione dei diluvi ammettendo che que ste catene si fossero sollevate d' un facilmente s' intenda da chicchessia, chè il sollevamento dei monti non avrebbe avuto altro risultato che quello di spo stare una certa quantità d'aria atmosfe rica, mentre il sollevamento del fondo del mare potrebbe spostare una conside revole quantità d'acqua. D'altronde, biso gnaben convenire, che se la teoria dei cataclismi nettuniani non è verosimile, quella dei cataclismi plutonici non è più vera dell'altra. Lyell ha troppo ben di mostrato quanto siafalsa la supposizione chenei tempi antichi l'azione ignea nel l'interno del globo si esercitasse con maggiore intensità. I grandiosi effetti che noi oggi supponiamo prodotti da una straordinaria azione del fuoco, possono tutti spiegarsi con una serie lenta e suc cessiva di eruzioni vulcaniche, di terre moti succedentisi in un lungo periodo di tempo, come vediamo che tuttodi avvie ne in molte contrade. Lacontinuità delle eruzioni in unlunghissimo spaziodi tem po può produrre, a cagione della lava vomitata, dei nuovi monti. Oltredichě l'osservazione ha rivelato alla geologia moderna, che non solo possono per la lenta azione del calore centrale sollevarsi imonti apoco a poco e quasi impercet tibilmente, ma anche subire, per le sole forze attuali, delle grandi variazioni nel loro livello. Per esempio, la Svezia, la costa occidentale dell'America del Sud e certi arcipelaghi dell' Oceano Pacifico provano un movimento lento e insensi bile di innalzamento, mentre che altre regioni, come la Groenlandia, diverse parti del Mar Pacifico e dell'Oceano In diano che contengono molte isole di co rallo, provano un movimento contrario | superficie, basta supporre all' ovest di esi abbassano gradualmente. Certo, si Mendoza una zona di movimento più 4,900 metri incirca. Ora, per spiegare la causadelleprincipali ineguaglianze della può dire che non vi è alcuna analogia forte e all'est invece una forza sempre tra il sollevamento di grandi tratti di più decrescente, a misura che si avvicina terreno, e la formazione delle catene di all' Atlantico. In una parola, basta am monti, ma ogni discordanza anche sopra mettere che la regione delle Ande sia questo punto può essere ridotta a con- stata innalzata di metri 1. 22, mentre i formità col solo soccorso delle cause at- Pampas presso Mendoza nell' egual pe tuali. Vi sono, dice Lyell, delle catene riodo di tempo subirono un sollevamento considerevoli, come le Ande, nelle quali di tre decimetri e le coste dell'Atlantico l' azione dei vulcani e dei terremoti si soltanto di 25 millimetri. Che se noi manifesta con una grande energia, se- ammettiamo queste cifre come rappre guendo certe linee determinate. D' al- sentanti il lento innalzamento del suolo tra parte, osservasi che l'azione di quenelle varie parti di quella regione e nello sti fenomeni si propaga intorno intorno spazio di un secolo, capiremo facil conunaintensità decrescente. Ciò posto, si mente come, dopo un periodo di 300,000 capisce ches eunainteraregione del globo anni, questa lenta azione, impercettibile va lentamente innalzandosi nel corso dei ai contemporanei, abbia potuto produrre secoli, questo innalzamento non sarà e guale in tutti i suoi punti; ma se agli estremi lembi del terreno soggetto alla minima azione vulcanica, potrà aversi l'innalzamento, poniamo, di un piede in un secolo, sulla linea centrale dove l'a zione vulcanica è maggiore, l' innalza mento potrà essere cinque o dieci volte tanto. Diguisachè in capo a molti secoli la sproporzione nella rapidità dell'emer sione deve infine generare quelle grandi differenze di livello nei terreni, che tanto c'impongono, e che noisiamo inclinati a considerare come l'effetto di una subita emersione. Chi corre l' America dal l'Atlantico al mar Pacifico seguendo una linea che passa per Mendoza, attraversa una pianura di 800miglia di estensione, la cui parte orientale nonèemersa dalle acque da molto tempo. Verso l'Atlantico la pendenza dapprima è insensibile, poi si fa più aspra, finchè arrivando aMen doza il viaggiatore trova di aver rag giunto quasi insensibilmente una altezza le strane ineguaglianze che ora notiamo. Ora, 3000 secolinonsono gran cosa per un periodo geologico, e se riflettiamo che in Europa è stato riconosciuto, che al capo Nord il suolo si innalza di metri 1. 5in ogni secolo; chepiù lungi, verso il Sud, il movimento non è che di 3 deci metri ; a Stoccolma di76millimetri sol tanto, e che più oltre cessa interamente, non avremo difficoltà ad ammettere, che in unlungoperiododitempo le forze at tuali della terra non possano produrre e non vadano tuttodi producendo quelle stesse disuguaglianze di livello, che si sono già prodotte nei tempi andati. Gli effetti ultimi delle due teorie sono sempre identici; sol differiscono nella durata, bre vissima per la teoria dei cataclismi, lun ghissima invece per quella delle cause attuali. Piuttosto che ammettere un ro vesciamento improvviso delle acque sui continenti, quest' ultima teoria riconosce che i continenti furonoper un tempo in calcolabile sommersi sottole acque. Una carta geologicadell'Europa pubblicata da di oltre 1200 metri. Là immediatamante incomincia la regione montagnosa, la | Carlo Lyell, sulle traccie delle notizie quale, da Mendozafinoallerive del Pa cifico, presenta una superficie di 120 miglia in lunghezza; e l'altezza media della catona principale è da 4,600, a geologiche ottenute, mostra che dopo il periodo terziario due terzi dell' Europa restarono sommersi nelle acque. L'Adria tico invadeva la Lombardia e il Veneto; : CATACLISMA le maremmee lacampagnaromana era nopure sommerse; sommersa era quasi tutta laGermania e laRussia, e laFran cia e l'Inghilterra erano intersecate da mari. Leprovediquesta sommersione si fondano sul fatto, che i luoghi indicati come sommersi sono attualmente coperti dadepositi contenenti gli avanzi fossili di animali, i quali non possono essere vissuti altrimenti che sotto le acque; ma secoli. Nel primo caso avremmo un ca taclisma, il paese sarebbe privato dei suoi abitanti, e la superficie del suolo non presenterebbe altro che un am masso di rovine; nel secondo la vita e la vegetazione continuerebbero a sus sistere e andrebbero man mano gua dagnando anche i terreni novellamente l'emersione di queste terre è stata certa mente così lenta, come lento è l'innal zamento attuale di altre terre. Donati, emersi. Ma l'osservazione non ci lascia alcun dubbio nella scelta di queste due ipotesi. Ciò che succede nel Chill ed altrove, ci spiega con troppa evi denza che la violenza delle convulsioni del globo non è continua, è lenta e che, come ben dice Lyell « il solle esplorando il lettodel mareAdriatico,ha trovato che esiste la piùgrande analo gia,fra gli strati che vi si stanno for mando e quelli che costituiscono la | gionato da molte scosse di intensità mediocre, piuttosto che da un piccolo numerodiconvulsioni violenti. » ( Prin vamento delle catene dei monti è ca-> maggior parte dei monti d'Italia. Egli ha eziandio riconosciuto che certi te cipii di Geologia T. I. c. XII.) stacei viventi nell' Adriatico erano ag gruppati insieme, precisamente come lo sono negli strati terrestri i loro fossili analoghi, e che alcune conchiglie re centi dell' Adriatico cominciavano ade- | la terra ? No; anoi non occorre che del Abbiamo noidunque bisogno di cata clismi, di diluvi, di creazioni ab nihilo per spiegarci tutte queste evoluzioni del porsi nei letti di materia calcarea, men tre altre già si trovavano nascoste nei lettidi sabbia e di argilla, come lo sono le conchiglie fossili dei colli Sub appennini. Noi dunque sappiamo che nuovi depositi, nuovi terreni, nuovi monti si vanno formando nel fondo del tempo; e il tempo dura infinito. Il tem po trasforma in terreno sodo il gra nello di sabbia; il tempo spianai monti ecolma le valli, trasforma il minerale in vegetale e in animale; il tempo, infi ne, trasforma le specie, le uccide e le crea. Avvegnacchè ciò che la geologia ha provato nella trasformazione dei ter mare e dei laghi, e che un giorno e mergeranno dalle acque e costituiran- | reni, Darwin ha dimostrato nella tra sformazione delle specie. Nella natura non si fanno salti: tutto procede lenta mente, successivamente, e quelle specie estinte che a Cuvier non parvero spie no i nuovi continenti. Manoi possiamo essere ancor sicuri che questa emer sione si va tuttodi operando per l'ef fetto stesso dell' innalzamento del lit torale adriatico, e che perciò non è nè più celere, nè più violentadi quella che press' a pocosi osserva in tutte le altre regioni del globo. Si sa che in ogni terremoto la costa del Chill si e leva dicirca tre piedi sopra una esten zione di ben cento miglia, e si è cal colato che duemila colpi di ugual vio lenzaprodurrebberouna catenadimonti di 100 miglia di lunghezza e di 1800 metri di altezza. Or si tratta di sapere se questi 2000 colpi succederanno in un secolo o in un lungo periodo di gabili senza ' azione violenta dei cata clismi, il Darwinismo (v. questo nome) oggi le addita come un semplice e ne cessario effetto dell'elezione naturale e delle mutate condizioni della vita. Tal'è la teoria delle cause attuali, che la scienza moderna ha tanto felice mente opposta a quella dei cataclismi. Oltredichè questa teoria ha ilmerito di una grandissima naturalezza, soddisfa anche a un bisogno della filosofia speri mentale, siccome quella che procede col metodo induttivo,dal noto all' ignoto, e colle cause attuali e presenti spiega la successione dei fenomeni dei tempi an dati. Nulla, infatti, sembra più logico che lo studiare i terreni che sono in via di formazione, per poi farsi unagiusta idea dei processi che la natura ha impiegati nella formazione dei terreni delle altre età. In questa maniera noi ci spieghiamo facilmente le irregolarità, le anomalie, le imperfezioni stesse della terra. Ma se questa è la creazione di una potenza perfettissima e provvidenziale, con qua le idea la riguarderemo noi ? È coerente alle viste di una provvi denza il creare ciò che deve esseredi strutto ? Perchè il mare invade le coste e altrove le lascia a secco? Perchè le dune isteriliscono inostri terreni, e per chè le acque abbandonate a se stesse minerebbero il continente ? A qual fine Iddio ha create tante specie di animali che non dovevano nemmeno essere ve dute dall' uomo, e perchè ha fatta egli succedere una serie di cataclismi per poi estinguere l' opera delle sue mani? Si era egli ingannato, s' era pentito di un errore, oppure era egli impotente a produrre opera perfetta ? Ecco delle do mande che resteranno mai sempre sen za risposta. Catalessia. Stato patologico nel quale il sistema nervoso centrale che presiede ai movimenti volontari e rifles si, non ha azione sui nervi, e tutto il corpo perde la mobilità, senza che vi sia lesione alcuna negli organi. Durante que sto stato il malato perde il sentimento e ' intelligenza, ma la persistenza della circolazione e della respirazione e quindi l'integrità del sistema muscolare lo di bediscono a una volontà esteriore, poi chè si può comunicare ai, muscoli delle membra, dei diti della mano, delle pal pebre, delle labbra e delle gote, un grado di contrazione o di rilassamento, che il malato non potrebbe ottenere egli stesso volontariamente nello stato di sanità, a meno che non vi si fosse preparato con un lungo esercizio. I cambiamenti di at titudine, non sono egualmente facili per tutti i malati, e talora le membra pren dono una vera rigidezza nella situazione in cui son messe. Il carattere essenziale dello stato catalettico dei muscoli, il quale si distinguerà sempre dallo stato convulsivo propriamente detto, è la pos "sibilità di dare alle membra ogni sorta di attitudini, nelle quali esse restano im mobili, senza che il malato possa modi ficare volontariamente o involontaria mente questi atteggiamenti ». La Cata lessia, dice il dott. Pinel attacca più spe cialmente gli individui di costituzione sensibile e melanconica, quelli che hanno l'abitudine del ritiro e della meditazione, sopraggiunge spesso dopo le affezioni morali assai vive, le contenzioni di spi rito, gli eccessi di lavoro, e può essere anche generata della presenza di vermi negli intestini. Il Dictionnaire de médicine di Littrè narra pure, e non so sull' au torità di chi, che in molti casi il ma lato durante la catalessia non perde nè il sentimento, nè l' intelligenza, molto chiaramente intende ciò che si dice in torno a lui, sente vivamente le punture ele ferite che gli sono fatte, e ciò mal grado non gli è possibile di fare alcuno sforzo permuoversi operparlare. Isolato in mezzo al mondo che lo circonda, egli stinguono dalla sincope e dall' asfissia. Oltre aciò, nellacatalessi le membra han- sente il male che gli si fa, percepisce no la singolare proprietà di conservare le posizioni in cui si mettono. « I cam il suono, la luce, il solletico, ma nè egli può muoversi, nè queste sensazioni, siano biamenti di attitudine e di posizione, di cono Littrè e Robin, si eseguiscono sen za resistenza, come se la volontà vipre siedesse; anzi, più spesso sarebbe impos sibile ai muscoli di obbedire alla volontà di colui cui appartengono, come essi ob pur esse dolorose, riescono a deter minare sul suo corpo alcun movimento volontario o riflesso, ondechè, in man canza d' ogni espressione del sentimento, dubitasi ognora s' egli senta. Convien tuttavolta accettare con molte riserve queste conclusioni, inquantochè quan- | speciale intensità sopra MaddalenaMun tunquegli annali dellamedicinaricordino dol, l'eroina del dramma di Gaufridi, molti casidi catalessia, essi non si produ- come risulta dal racconto dell' inquisi cono però cosi di sovente perchè la fre- tore Michaëlis: le nella contea di Hoorn, presentarono i fece tanto distendere le gambe in tra più strani accidenti nervosi. Tormentate verso, ch' ella col perineo toccava il suolo, da incessanti allucinazioni e da spasimi ementr' era in tal postura le fece te convulsivi violentissimi, esse cadevano su- nere il tronco del corpo dritto e giun bitaneamente supine, prive dell' uso della gere le mani ». Eguali fenomeni nella parola, e così restavano stese al suolo neurosi epidemica delle religiosedel mo morte le braccia e le gambe rovesciate ». nastero di S. Elisabetta di Louviers. Per Una epidemia consimile perdurò durante quanto ne dice Besroger, la maggior dieci anni fra le religiose del monastero parte di queste religiose restava immo di S. Brigida. Spesso durante i divini bile durante un' ora, nelle più strane e uffici, nel coro, esse cadevano rovesciate insolite posizioni. « Una di esse si è tro in gran disordine. Nel 1610 le figlie di vata assai spesso tutta ripiegata in cer S. Orsola d' Aix presentarono i più com- chio, la testa contro i piedi fin sulla plessi sintomi di isterismo, demonopatia bocca, e il ventre in arco... Un' altra ecatalessia, iquali si manifestaronocon restava col corpoin aria, lebraccia stese e ricurve indietro, la testarovesciata fin | dottor Pinel nella suaNosographie phi sulle reni, i piedi e le gambe pure get tati indietro e presso la testa, senza losophique, ou la métode de ' analyse che i ginocchi, le coscie, il ventre, lo stomaco, nè altra parte del corpo toc cassero il suolo, salvo il fianco sinistro.>>> Eguali fenomeni furono osservati nel 1662 in un convento della città d' Au xonne, e verso il 1673 una epidemia istero-catalettica, descritta da Kniper, fu osservata nell' ospizio degli orfani di Hoorn. Alcuni di questi malati dive nivano tanto irrigiditi, che presi sol per la testa o i piedi si poteva portarli ove si voleva, e rimanevano inquesto stato parecchie ore. Numerosi esempi di esta si catalettica furono offerti dagli anabat tisti nel 1586. Spesso li si vedeva cade re a terra come morti, e pochi anni dopo i profeti delle Çevennes presen tarono gli stessi fenomeni »(vedi CAMI SARDI). Fra lestrane crisi prodotte sul la tomba del diacono Paris dal 1731 al 1740, vi era pure il così detto stato di morte, così descritto da Carrè de Mont geron. «Aleuni convulsionari sono ri appliquée a la medicine. « Tissot, dice quest'autore, traccia l'osservazione di una donna che i gran dispiaceri gettarono nello stato catalettico: la si trovò sedu ta, immobile, cogli occhi brillanti e fissi in alto,le palpebre aperte e senza movi mento,le bracciaalzatee le mani giunte; il suo viso, dapprimatristo e pallido, era più colorito, più gaio, più grazioso del solito; essa aveva la respirazione libera ed eguale, il polso lento e naturale, le membra flessibili, leggere; si poteva dar loro la posizione che si voleva ed ella così le conservava;lesi abbassò il mento, e la sua bocca restò aperta; le si alzò unbraccio, poi l'altro e non ricadeva no; li si rivolgevano indietro e si innal zavano tanto alto che un uomo anche fra i più forti non li avrebbe potuti te nere lungamente in quella posizione: ep pur vi rimanevano finchè non n'erano rimossi. La si coricò per fare sulle sue gambe le stesse prove e la malata fu sempre come una molle cera cheprende masti per lo spazio di due e fin tre giorni di seguito senza alcun movimen to, cogli occhi aperti, pallido il viso, il all' ultima. Il suo corpo,quantunque in successivamente tutte le figure che le sono date, e s' attiene con perseveranza corpo insensibile, immobile e rigido co me quello di un morto. » (V. CONVUL SIONARI). Chi ammettessetutti questi fattiche il Dictionnaire Encyclopedique des scien ces Médicales cita siccome veri, darebbe prova di poco senno. Laddove il fanati smo religioso o l'interesse di casta co stituiscono i moventi delle azioni uma ne, come succede nella maggior parte dei casi menzionati, non è rado che il ciarlatanismo e la frode abbiano una parte grandissima. Per altro, tutti quei fatti non ci è lecito negare, e senza grave rischio possiamo anche credere, che in granparte siano veri; tanto più che in nessun d' essi vediamo verificarsi la condizione ammessa da Littrè e Ro bin, che il malato nello stato di cata lessi conservi la coscienza e la sensibi lità, condizione nemmen supposta dal clinato, conservava sempre e costante mente uno stesso equilibrio. Questa don na pareva insensibile, la si scuoteva, la si pizzicava, la și tormentava, le simet teva sotto i piedi uno scaldino di fuoco, le si gridava all' orecchio che guadagne rebre il suo processo, senza ch' essa dasse alcun segno di vita. In questo stato durd da tre a quattro ore, finchè ridestatasi si mise a parlare sul suo processo con molta giustezza, e senza pure avvedersi dei tormenti che le erano stati inflitti durante l'accesso ». Il dottor Linas cita pure dei casi nei quali gli ammalati sor presi da catalessi nelmezzo di una frase, nell' atto di risvegliarsi dopo parecchie ore seguivano il loro discorso e compie vano la frase incominciata. È facile vedere che lacatalessia, sic come i sogni e il sonnambulismo, può interessare la psicologia. Domandasi in 1 CATEGORIE fatti che cosa avvenga dell' anima spi rituale mentre si è in questo stato. Ri mansi ella forse imprigionata nel ce rebro pronta a continuare il pensiero interrotto dalla crisi? Se il corpo fun ziona regolarmente, selavita vegetativa non è guari interrotta, se nessuna le sione si verifica negli organi sensori, nonèegli più ovvio pensare che una causa meramente patologica toglie al 135 schiosa capace di legare od'imbarazzare gli spiriti animali. In tal maniera que sti signori, piuttosto che confessare la loro ignoranza, preferivano congelare, coagularé, legare e invischiare gli spiriti animali. Strana e singolare idea che essi avevano dello spirito! Catari, ossia Puri. Nomeche si at tribuivano i Montanisti, iManichei, iNo vaziani e gli Albigesi. cervello ogni attitudine a ricevere le sensazioni o a trasmettere l' impulso ai nervi motori, anzichè ammettere che l'anima, per una qualsiasi causa fisica, abbia perduto ' attitudine a pensare ed asentire? Ma poniamo pure il caso in cui il catalettico perda la facoltà di muoversi e conservi quella di sentire ; sarà per questo maggiormente provata l'esistenza di uno spirito? È ormai ac certato che i nervi del movimento sono diversi da quelli della sensazione, (vedi SENSAZIONE) dimanierachè non è affatto straordinario, che unacausa fisica possa interrompere lacomunicazione fra il cen tro nervoso e gli organi del movimento elasciare intatti invece i conduttori della sensazione. Ciò s'intende e si spiega fa cilmente senza bisogno di supporre un substrato immateriale, ilquale, in findei conti, non spiegherebbe nulla, e rende rebbe anzi il fenomeno ancor più miste Categorie. Voce greca, la quale originariamente significava accusa, e che Aristotile pel primo applicò adefinire le più grandi e generali divisioni, le divi sioni, diremo così, cardinali, delle cose naturali e dello scibile umano. I Padar tha di Kanada, filosofo indiano, sono le prime categorie, ossia le prime classifi cazioni filosofiche che si conoscano, e Colebrooke le fa ascendere a sei: la sostanza, la qualità, l'azione, il comune, il proprio e la relazione. Una settima categoria era la negazione di tutte le qualità precedenti; il nulla. Le categorie dei pitagorici menzio nate nel 1º libro della Metafisica d' Ari stotile, sono in numero di dieci, cioè : L'infinito, e il finito; il dispari e il pari, l'unità e la pluralità; la diritta e la si nistra; il maschio e la femmina; il ri | poso e il movimento; il diritto e il curvo; la luce e le tenebre; il bene e il male; il quadrato e tutte le figure irre golari. Classificazione men esatta di que sta non potrebbe darsi,imperocchè consi derai contraricomeprincipj cardinalidelle rioso e strano, inquantochè la catalessia potendo anche essere prodotta artificial mente con mezzi esterni (v. IPNOTISMO) ne deriverebbe questo assurdo, che l'a nima si accende e si spegne con mezzi materiali, cosa d'altronde, che si osserva sempre nell' anestesia fatta con l'etere e il cloroformio e in tutti gli effetti pro dotti dai narcotici. Ma nonostante que st'evidenza non è adirsi quanto almanac carono i medici spiritualisti per spiegare | luminoso, le tenebre non rappresentano questa malattia, che Schilling, Senvert, Plater, e Sylvius attribuivano alla con gelazione o alla coagulazione degli spi riti animali; Hoffmann aun ingorgo di fluido vitale risultante dalle contrazioni delle fibre nervose, e Baron a una so vrabbondanza di materia grassa, e vi cose. Or si sa che i contrari solitamente si escludono, non esprimonopropriamente idee diverse, ma la cosa stessa concepita, nell'uno come esistente nell' altro come non esistente. Così, ad esempio, se la luce rappresenta la presenza del fluido una sostanza diversa, ma sol l'assenza di questo fluido. Crearedunque la nega zione della cosa come una qualità cardi nale della cosa stessa, è un controsenso. Dieci son pure le categorie di Ari stotile, e non molto dissimili da quelle di Kanada; cioè: la sostanza, la quantità,la 136 CATTANEO relazione, la qualità, il luogo, il tempo, la situazione, la maniera d' essere, l'a zione e la passione. Queste categorie sonpiù logiche e piùfondate di quelledei Pitagorici, ma non le direm perciò per fette. Certo, ogni cosa che esista biso gna che cada sotto quelle divisioni, ma rappresentano poi esse delle divisioni vere, assolute, intrinsecamente diverse fra di loro? Per es: il tempo e illuogo, non rientrano ancora nella categoria della re lazione? Il luogo e il tempo, non sono lo stesso della situazione? La categoria del modo d'essere non contiene implici tamente tutte le categorie precedenti? Or che valore hanno queste divisioni se esse non sono infine che la ripetizione di una stessa idea? Abbiamo infine le categorie di Kant ben diverse da tutte le precedenti, in quantochè questo filosofo dubitando della realità obbiettiva, doveva necessariamente cercare nella pura subbiettività del giu dizio i principii cardinali delle cose. La sensibilità, secondo Kant, ha due forme primordiali: il tempo e lo spazio; e l'in tendimento ha diverse specie di giudizi, vale a dire: generali, particolari, indivi duali, affermativi, negativi, limitativi, ca tegorici, ipotetici. Aquesti giudizi corri spondono le categorie di unità, plurali tà, affermazione, negazione, i quali poi si suddividono simmetricamente tre per essendo nella idea assoluta, concreta, es sa non può sortire da questo stato che per una contraddizione intima, la qual diviene la causa di unadivisione, di una diremption. D'onde il bisogno della con ciliazione e del ritorno all'unità; poi di rempzione nuova e nuova conciliazione, e così indefinitamente, fino all'ultimo ter mine dell'evoluzione. La dialettica specu lativa o immanente, procede con un mo vimento che si compieintre tempi. Dap prima vi è la tesi o la posizione, l' idea in sè, in potenza, allo stato d'involuzio ne; poi l' antitesi, la negazione, l' idea per sè, l'idea realizzata, allo stato d'evo luzione; infine la sintesi, la negazione della negazione con un risultato positi vo, l'idea in sè e per sè ritornata a sè stessa.>>> Cattaneo (Carlo) Nacque aMilano il 15 giugno 1801, fu allievo di Roma gnosi, professore di rettorica e due volte deputato, senza che i suoi principii gli permettessero di varcare la soglia delia Camera. Ritrattosi a Castagnola, borgata della Svizzera poco discosta da Lugano, morì nella notte dal 5 al 6 febbraio del 1869, dopo aver respinto dal suo letto l'intervento del prete.- Voi sapete che io e voi non siamo della stessa opinione. Tali furono le ultime parole che diresse a cui credendo di vincerlo in quel grandissimo momento che ci divide tre e così di seguito. In tal guisa Kant| dall'ignoto, gli consigliava il linguaggio è riuscito a formare una di quella lun ghissime e confusissime tavole, che tutti i filosofi più o meno speculativi ebbero il ghiribizzo di redigere ciascuno a loro modo, senza che mai alcuno li abbia in tesi. Anche Hegel cred certe sue divisioni di tutte le cose sensibili e intellettuali, le quali hanno molta analogia con le ca tegorie. Se non che, anche queste di visioni, come tutte le idee di questo fi losofo, sono siffattamente intricate in una confusa e oscurissima fraseologia, che può ben dirsi fortunato chi riesce a ca varne qualche idea precisa. Ecco come le spiega il professor I. Wilm, ispettore dell' Accademia di Strasburgo: « Tutto della superstizione e della fede, gli con sigliava l'apostasia del suo passato. La vita di Carlo Cattaneo è la vita mili tante del pensatore. Ingegno profondo e sagace, egli sfiorò quasi tutti i rami dello scibile; ma i suoi scritti, dettati come il bisogno e l'opportunitàdella di scussione richiedevano, vanno dispersi e dimenticati tosto che la brama di leg gerli è saziata. Di lui abbiamo una Sto ria dell'insurrezione del 1848 e Alcuni Scritti raccolti in tre volumi, nei quali troviamo una eccellentissima monografia sullo Stato presente dell' Irlanda, che fu molto lodata e che meriterebbe tutta l'attenzione del governo inglese. In un CATTANEO articolo inserito nel Politecnico, rivista scientifica che il Cattaneo fondò a Mila no ediresse per molti anni, egli annun ciò e propugnò quell'abolizione degli e serciti stanziali, che poi doveva essere proclamata parecchi anni doponel Con gresso della Pace e della Libertà. » Il nostro ideale, scriveva nel 1861, è che la generazione in Italia debba crescere tutta iniziata alle libere armi come ai liberi pensieri; e che ogniqualvolta scen 137 mo quella incertezza che necessariamente devono attribuirgli coloro che li consi derano come una semplice illusione. Di scostasi quindi, e profondamente, dalcri ticismo Kantiano, il quale ai fenomeni dà un carattere puramente subbiettivo : per lui essi sono un fatto obbiettivo, reale, l'azione di forze eternamente, ne cessariamente agenti; quindi la quiete e l'inerzia sono condizioni impossibili nel da sull' orizzonte della patria una nube di pericolo, debba dal seno di tutti i po poli italiani accorrere a gara un' eletta di volontarii e scriversi inlegioni mobili>>> Carlo Cattaneo è enciclopedico, e però il suo nome doveva passare in retaggio anche alla filosofia; ma delle sue idee filosofiche solo quel tanto sappiamo, che egli insegnò oralmente nel suo Corso di Filosofia insegnato nel Liceo di Luga no. E basta quel poco per farci inten dere com'egli profondamente dissentisse da quell' idealismo mazziniano al quale stortamente molti lo credettero fedele. Consente con Locke e Condillac che nes suna idea è innata innoi; per altro tro va che le ricerche intorno all' origine delle nostre idee elementari e primitive è sterile di frutti, nè ci conduce a scopi pratici: fors'egli non pensava che fu in grazia di questi studii, che l'ontologia| tangibile. Certo, più deplorevole confu l'universo. Fin qui la filosofia di Carlo Cattaneo è coerente; ma, un difetto logico si ri vela tosto ch'egli trovasi d'innanzi alla necessità di affermare l' origine primor diale e il principio delle cose. Dopo di essersi così bene opposto all'idealismo di Berkeley e di Collier, i quali negavano ogni realtà obbiettiva nel mondo, egli, conmolta inconseguenza e senza pure avvedersi, cade nel medesimo eccesso, avvegnachè affermi la realtà dei feno meni siccome forze in atto, e le forze sole egli consideri siccome veramente esistenti. Per lui la materia spogliata dei suoi attributi, ossia delle sue forze, non è che un nome vano, una illusione ; ciò che esiste non è la materia, la quale per se stessa intrinsecamente non ènulla, ma la forza sola è quella cheesiste, che genera i fenomeni e costituisce la realtà ha potuto ricondurre le idee composte ai primordiali elementi della sensazione, echesenza questo processo puramente analitico dei pazienti osservatori della scuola sensualistica, nessuna forza sareb be bastata a demolire l'edifizio della ontologia trascendentale, che ha la sua sede nel Platonismo. Fedele alla filosofia sperimentale, Cattaneo consente pure nel metodo induttivo: ogni scienza deve pro cedere dal noto all'ignoto; da ciò che conosciamo e da ciò che siamo, indurre cautamente quello che fu e che siamo stati. Intorno ai limiti dello scetticismo Cattaneononconcorda: una moderata af fermazione gli par migliore della dubi tazione continua; nè egli può risolversi ariconoscere nei fenomeni che percepia sione non poteva farsi, e che questa non sia che una mera question di parole è cosa di cui può avvedersi ogni più che superficiale osservatore.Nonvi è filosofo. che possa assentire allo strano metodo introdotto dal Cattaneo, di negare cioè l'esistenza del soggetto e affermar quella sola dell' attributo, chè la logica, per grama e confusa ch'ella sia, ripugnerà mai sempre ad ammettere l' effetto di una causa negata. Ora, o la forza è ef fetto della materia o non lo è. Se lo è, aniuno può capire nella testa come la forza generata dalla materia sia una re altà, e la materia che lagenera una il lusione. O non lo è, e allora domandasi se nel concetto di sapore, di estensione, di resistenza, di colore, di suono ecc. CATTOLICISMO comprendasi l'idea che noi abbiam del la forza, oppur quella della materia. Se in queste nozioni si compendia il concetto della materia, allora l'idea che vevole nella filosofia di Cattaneo fin di negare che la materia esiste ed affermare che la sola forza è. Tolto questo errore, null'altro è ripro noi abbiamo della forza è una mera fuorchequellaindeterminatezzache èpro astrazione con la quale procuriamo di priadi coloro chenon hanno idee all' in spiegare i vari modi per cui possiamo tutto formate o che ardire non hanno di percepire la materia; se invece in que- esporle pubblicamente senza molti sottin stenozioni comprendesi il concetto di tesi e molte reticenze. Nobile e grande forza, astrazione per certo diventa la nelle sue aspirazioni,egli vuole l'accordo materia. Ma in questo caso, osservisi fra la scienza e la filosofia, fra il pen bene, le idee essenziali che noi abbiamo siero e i fatti; colla filologia tiene delle cose non mutano: avremo soltanto che le lingue siansi venute formandosi a dato il nome di materia alla forza, e alla forza quello di materia; sarà cioè una trasposizione di nome, manon di idee, giuoco illecito inuna seria filosofia. E per vero, comunque si chiamino le cose, e qualunque siasi il nome che ad esse si vuol dare, rimane sempre fermo che il concetto che noi abbiamo di esse quello è soltanto che ci possono dare i nostri sensi. Ma è stato convenuto che ciò che è esteso, che ha colore, o sapore, o che oppone resistenza al nostro tatto debba dirsi materia; e forze invece, si chiamino le accidentalità che producono questi fenomeni . Il traslatare il poco apoco per l'istinto imitativo musicale; con l'astronomia toglie al mondo il suo carattere dipunto centrale e di scopo massimo di tutta la creazione; con lastatisticapar che dubiti del libero arbitrio, o per lo meno sottoponga i feno meni morali aregole costanti, determi nate, necessarie, perlequali abbiamo ri sultati costantidel pari, e prevedibili con le cifre date dai fatti passati; finalmente nuovo campo inesplorato vuole aprire alla ricerca della certezza, i fondamenti finora dati alla quale non ritiene con formi al senso comune. IL CATTOLICISMO e la religione della Chiesa cattolica, apostolica, romana, la qual sostiene la cattolicità, ossia la uni nome non muta dunque un jota alle idee; epperò trattasi di cambiare ildi zionario, non la filosofia. Quel che ri- versalità della sua dottrina. Parecchi mane fermo nel pensiero di Cattaneo e in quello del materialismo, si è che dei due concetti di forza e di materia, uno solo è vero, e l'altro è astrazione, in quel modo istesso che nei contrari un solo termine è vero, come caldo e freddo, luce e tenebre, nero e bianco, poichè tutti vedono che seesiste laluce, il calore, il bianco ece, le tenebre, il freddo e il nero non rappresentano che la negazione, ossia l'assenza di quelle qualità; mentre se queste esistono, quelle diventano astrazioni diqueste.Ma avrebbe tanta ragione chi volesse chiamar tene bre la luce affin di poternegare laluce ed affermare la positiva esistenza delle tenebre, quanto n' aveva Cattaneo di dar il nome di forza a quel concetto che nel comun linguaggio dicesi materia, af santi padri, dicono i commentatori di Bergier (Aggiunte al Diz. di Teologia) trattando della cattolicità distinguono una triplice universalità: quella di tempo, e consiste in ciò che la Chiesa sempre sussistette e sussisterà sempre fino alla consumazione dei secoli; quella della dottrina, ed è l'avere la Chiesa mai sempre insegnato quanto è da Cristo rivelato; quella finalmente di luogo, ed è la dif fusione della chiesa in tutto il mondo. Or convien dire che appunto di queste tre specie di cattolicità nessuna appartiene alla chiesa che s'intitola cattolica, e tutti gl’arzigogoli dei teologi romani non possono dimostrare il contrario. Intorno alla prima specie della cattolicità nessuno che siadi buona fede può asserire che la chiesa sempre sussistette e che sussisterà sempre. Lasciam | fedeli. Ora, la popolazione totale del pure al futuro la soluzione dei suoi problemi; ma quanto al passato, chi mai potrà credere che, ammettendo pure i calcoli della cronologia ortodossa, una religione fondata nell' anno 4004 sia sempre esistita? Certo, è cosa comoda il dire che la religione cristiana non è altro che la continuazione dell’ebrea; ma una opposizione di principii, di dommi, di tendenze, tutto insomma lo spirito delle due religioni è così avverso fra di loro, che bisogna aver proprio perduto la testa, per riconoscere siccome una logica continuazione, questo violento e forzato innesto della nuova religione sul l'antica. Ma sia pur vera questa continuità della tradizione cristiana, ne deriva forse perciò che la religione ebraica sia la più antica che si conosca, e ch'essa abbia cominciato col principio del mondo? Gl'idioti soltanto potrebbero crederlo, e agli articoli MONDO, BRAHAMA NISMO, UOMO, PALEONTOLOGIA, PENTA TEUCO, è dimostrato che, non solo vi sono religioni anteriori alla ebrea, ma che eziandio ella è molto recente in confronto della età dell' uomo e del mondo. Sarà essa forse più vera la univer salità di dottrina della Chiesa cattolica? Ma se mai può storicamente provarsi un principio, quello delle continue variazioni del cattolicesimo è il più sicuro ed il meglio dimostrato. Il Battesimo, la Confessione, la Confermazione, la Transubstanziazione, l'Ordine, l'Estrema Unzione, il Culto delle immagini, il Culto dei Santi, il Purgatorio, il Primato del papa e tanti altri dommi (vedi tutti questi nomi) o non si conoscevano dalla chiesa primitiva o non vi si attribuiva un carattere dommatico e sacramentale. Quanto alla terza specie di cattolicità, vale a dire l'universalità di luogo, basta gettare gl’occhi sulla statistica, per vedere quanto poco fondamento ella abbia. Basti dire che secondo i calcoli assai larghi di Balbi, la chiesa cattolica conta in tutto il mondo 139,000,000 di globo è dallo stesso autore, calcolata in 737,000,000 di uomini; il che val quanto dire, che la pretesa universalità della chiesa papale si riduce a meno di un quinto dell'attuale popolazione del globo. (Vedi RELIGIONI). Ben è vero che i teologi cattolici pretendono che a stabilire l'universalità della chiesa non sia necessario che sia diffusa in ogni parte e condivisa da tutti gli uomini, bastando ch'essaabbia i suoi rappresentanti, e, per così dire, le sue stazioni, in ogni regione del mondo; ma questa è una interpretazione che assolutamente non si accorda col vero criterio dell' universalità, e ad ogni modo in siffatta guisa potrebbe dirsi egualmente universale anche la chiesa protestante, la quale manda i suoi missionari in ogni terra conosciuta. Ma ammettasi pure perun momento che i teologi romani abbiano ragione, sarebbe perciò la cattolicità della Chiesa romana ben stabilitą? Prima che Colombo scoprisse l'America, quali rappresen tanti aveva la Chiesa in quella vastissima parte del globo? Ed oggi ancora è sicuro che non vi sieno terre o ignote o inesplorate dove della Chiesa cattolica nonsi è per anco udito parlare? Causa ed effetto. Nell'idea di CAUSA l'antica filosofia distingueva: 1. La causa efficiente, ossial'agente produttore. 2. La causamateriale, ossia il soggetto su cui l'agente si esercita. 3. La causa for male, o l'idea. 4. Finalmente, la causa finale, ossia lo scopo dell'azione. Queste distinzioni sono puramente nominali, e non hanno più ragione di essere, peroc chè le attuali cognizioni nelle scienze naturali non ci permettono più di sepa rare l'idea di forzadaquelladi materia, la causa efficiente da quella materiale, e di supporre quindi che fuor dellama teria ci sia un certo substrato che la faccia muovere. Del pari non possiam più ammettere lacausaformale e quella finale, poichè, ammesso nella natura il principio di necessità, non possiamo più riconoscere quella tal sorta di arbitramento che vuole un fine. (Vedi CAUSE FINALI). Dicesi causa ogni azione che inqual sivoglia maniera concorra a produrre un' altra azione, la qual poi chiamasi effetto. E dico azione, imperocchè la fi losofia sperimentale abbia ormai irrecu sabilmente accertato, che nessuna causa esiste la quale possa produrre o corpi nuovi o forze nuove, (vedi FORZA e MA TERIA) ma tutte le cause agenti nonrie scono, infine dei conti, ad altro che a produrre o nuove forme o nuove azioni, vale adire un nuovo modo di essere della materia. Questi effetti sono poi a volta loro causa di altri effetti, e così all' infinito. Onde a giusta ragione si deve dire, che ogni cosa che esista è sempre ed invariabilmente causa ed ef fetto al tempo stesso; vale a dire effetto di una causa precedente, e causa di un effetto susseguente. Certo, questa gran dissima verità, la qual suppone la co gnizionedellaeterna trasformazione della materia, non ha mai potuto essere sup posta nè tampoco concepita da quei cotali filosofi degli scorsi anni, e da molti ancora de' nostri contemporanei, i quali credettero e persistono a credere com'egli argomenta: « Col mezzo dei sensi considerando la costante vicissitu dine delle cose, noi non possiamo aste nerci di osservare che molte cose parti colari, siano esse qualità o sostanze, co minciano ad esistere, e che ricevono la loro esistenza dalla giusta applicazione od operazione di qualche altro essere. Or si è appunto per questa osservazione che noi acquistiamo le idee di causa e di effetto. Col nome generale di causa indichiamo ciò che produce qualche idea semplice o complessa, e con quello di effetto ciò che è prodotto. In tal guisa dopo aver veduto che nella sostanza alla quale diamo il nome di cera, la fluidità (una delle idee semplici che non esisteva innanzi ) è costantemente pro dotta dall'applicazione di un certo grado di calore, noi diamo all'idea semplice di calore il nome di causa per rapporto alla fluidità della cera, che n'è l'effetto. Del pari, provando che la sostanza detta legno, la quale è una collezione di idee semplici a cui si dà questo nome, me diante il fuoco è ridotta in un' altra so stanza, che chiamiamo cenere (altra ilea complessa che consiste inuna collezione di idee semplici affatto differente dall' i dea complessa che diciamo legno), noi consideriamo il fuoco, per rapporto al le ceneri, come una causa, e le ceneri che lamateria è inerte, e che fuor di lei esiste qualche cosa che la muove e la spinge e la induce ad agire siccome fa. Ben è naturale che costoro non sap piano concepire in qual maniera l'idea | ciò che noi consideriamo come contribu come un effetto. In tal maniera tutto di causa ha potuto entrare in noi, e la suppongano una di quelle tali nozioni innate, che il Creatore si è compiaciuto di infondere nel nostro spirito prima ancora di metterci al mondo. Nondimeno tre filosofi che non erano atei, si sono già adoperati per distrug gere questo assurdissimo pregiudizio, e vi riuscirono in tre diversi modi che meritano di essere riferiti. Il primo di questi filosofi è Locke, il capo della scuola sensualista, il quale colla sua stringente logica ha dimostrato, che an che l'idea di causa non è altrimenti innatainnoi,mache, comeognialtra idea, èentratainnoiper laportadei sensi. Ecco ente allaformazione di qualche idea sem plice o qualche collezione d' idee sem plici, sia sostanza o modo, che prima non esisteva, eccita nel nostro spirito la relazione di causa, e le diamo tal no me ». (Locke Saggio sull' intendimento umano Cap. XXVI § 1.) Hume,non solonon ammette l'inneità dell'idea di causa, ma pur ne combatte ogni realtà obbiettiva. Che ne sappiam noi, dic'egli, dei rapporti che passano tra causa ed effetto? Possiam noi dire se veramente la causa eserciti una qual siasi influenza sull'effetto prodotto, o se pure questa influenza non sia altro che una chimeradellanostra immaginazione? CAUSE FINALI Certi fenomeni che si seguono costante mente nello stesso ordine, possono darci l'idea del principiodi causalità, il quale, al postutto, si risolve in una semplice successione di tempo e di fenomeni, di modochè quando noi vediamo prodursi un dato fenomeno sempre aspettiamo 141 nali, ben lo disse Bacone due secoli fa: ( De augment. scientiarum lib. III c. 5) . Secrediamo a Lei bnitzla Provvidenzaè quella che dirige la luce inlinearettaerende eguale l'angolo diriflessione aquellod'incidenza; e Prieur nel Spectacle de lanature pretendenien temeno chelemaree siano date all'oceano affinchè più facilmente i bastimenti possano entrare nei porti.Ben dice Vol taire, che con altrettanta evidenza po trebbepretendersichele gambe son fatte appostaper essere calzate, eil naso per portare occhiali. E tuttavia non è poí lo stesso Voltaire che poche righe dopo trova cheogni cosafufattaper lo scopo cui deve servire? D'onde questacontrad dizione? Voltaire, crede che per assicu rarsi del vero fine di una causa convenga che l'effetto sia proprio di tutti i tempi e di tutti i luoghi. Povero spediente, il qual non salverà il filosofo di Ferney dalla contraddizione ! Infatti nessuna cosa è propria d' ogni tempo e d' ogni luogo, imperocchè tutte si modificano esi trasformano.Diremnoiche gli occhi furon fatti per vedere, o che noi vedia mo perchè abbiamo gli occhi ? Dalla ri sposta che daremo a questa domanda dipende tutta la teoriadelle cause finali. Se una causaintelligentehaprodotto un effetto con un determinato fine; cioè se Dio ha prodotto l'occhio per vedere, noi dovremo eziandio credere che questo effetto sia proporzionale allo scopo; vale adire che l'occhio deve soddisfare nel miglior modo possibile aibisogni per cui fu fatto. Ma in tal caso come spieghe remo noi le ulceri, lefistole lacrimali, la cataratta, la miopia, il presbitismo e tante altre malattie che affliggono que st'organo tanto poco perfetto e tanto poco proporzionale alla causadallaquale si pretende prodotto? Come! un organo tanto utile, dovrà esser fatto di sostanze contenute in tegumentitenerissimi, e per colmo d' imprudenza esposto all' aperto, senz'altro riparo che le sottilissime pal pebre? Come ! I nostri più comuni can nocchiali ci mostrano distintamente le cose alla distanza di parecchi chilometri, e i migliori telescopi ci disegnano le accidentalità della superficie lunare, e Dio ci ha da dotare di un organo il quale più non sa leggere alla distan za di poche spanne dal naso! Perchè mai l'occhio non è acromatico? Perchè, come dice Helmohlz, è desso così poco perfetto che nessun ottico sarebbe dispo sto ad accettarlo siccome un modello i narrivabile per la loro arte? Se l'occhio era fatto per vedere, perchè mai questa CAUSE FINALI causa intelligente non l'ha dotato di tal potenza ottica,che gli facesse vedere le cose più lontane e levicine ancora, e ci ponesse ingradodi ammirarelasapienza del Creatore, così nellecose infinitamente grandi come nelle infinitamente piccole? 143 i quali hanno dei veri polmoni, discen dono in via di generazione normale da un antico prototipo sul conto del quale null' altro sappiamo se non ch' esso_era provvisto di una vescicanatatoria. In tal Poi, l'occhio è veramente d' ogni tempo e d'ogni luogo, come Voltairepretende? Maveramente, no; poichè vi sono ani guisa noi possiamo facilmente spiegare il fatto strano, accertato dal prof. Owen, che ciascuna particola di nutrimento so lido o liquido che noi inghiottiamo, deve passare sull'orifizio della trachea, con ri mali che non hanno occhi ed altri che hanno occhi per non vedere. Gli occhi delle talpe e di qualche altro rosicante rimangono sempre allo stato rudimen tale, e qualche voltasonocompletamente coperti di pelle o dipelo.Unmammifero | libera fluttuazione dei pesci, perchè si è schio di cadere neipolmoni. Inquesti casi le cause finali comple tamente si ecclissano. Se Dioha prodotto lavescica natatoria perchè servisse alla rosicante dell'America del Sud, il tuco ioco, o cténomys hadelle abitudini an corpiù sotterraneechelatalpa, equando Darwin notomizzò l'occhio d' un di essi, gli parve che il suo stato di cecità do vesse attribuirsi ad una infiammazioneco stante delle palpebre. Occhi fatti per non vedere e membrane fatteper soffrire una perpetua malattia, non par che dimo strino la teoria teologica delle cause fi nali. La vescica natatoria dei pesci è un altro esempio che contrastasingolarmente col concetto delle cause finali. Quest' or gano, cheoriginariamenteparevacostrutto per aiutare il movimentodell'animalena tante, ha potuto in certi pesci trasfer marsi in un organodiretto aduno scopo tutt'affatto differente, tali come la respi razione o l'audizione. Darwin ha infatti accertatochepereffettodell'elezione, lave scicanatatoriainalcuni pesci haacquistato uncondottopneumaticodestinato alla re spirazione; e in altri si è in tal guisa modificata, da servire piuttosto come organo accessorio dell'audizione. Tutti i fisiologici, continua Darwin, ammettono che lavescica natatoria è omologa, vale adi re «idealmente similare > in posi zione ein strutturacoi polmoni dei verte brati superiori. Non è dunque straordi nario che l'elezione naturale abbiameta morfosato successivamente lavescica na tatoria in polmoni o in organi esclusiva mentedestinati alla respirazione. D'onde si può conchiudere, che tutti i vertebrati trasformatainun'altro organoche piùnon risponde al suoscopo? Didue usi acuiser vìunorgano,qualerappresenta lafinalità intenzionale dalla causa creatrice ? Ol tracciò vi sono degliorganirudimentali i quali sono completamente inutili, tali come le mammelle rudimentali di tutti i maschi dei mammiferi, e l'ala bastarda di certi uccelli. In un grandissimo nu mero di serpenti, uno dei lobi dei pol moni sono rudimentali, in altri esistono i rudimenti del bacino e delle membra posteriori. Vi sono esempi di organi ru dimentali assai curiosi; tali sono i denti osservati nei feti delle balene, che all'età adulta non ne hanno più; il qual fatto Darwin spiega supponendo che le balene abbiano probabilmente acquistato le abi tudini e i loro caratteri attuali per una metamorfosi regressiva, che le ha fatte retrogradare dal posto più elevato di a nimali anfibi, fluviatili o lacustri, a quello inferiore di specieesclusivamentemarine. Naturalisti degni di fede hanno pure as sicurato di aver veduto dei denti rudi mentali negli embrioni di certi uccelli. Nulla ci par piú ovvio, diceDarwin, che le ali siano state fatte per il volo e non dimeno le ali di molti insetti sono tanto atrofizzate, ch'esse non possono agire, e non è raro il caso che siano chiuse sotto delle elitri fortemente attaccate l'una al l'altra. Ci sono invece dei casi d' inter vertimento degli organirudimentali,come per esempio, lemammelledicerti maschi SA CAUSE OCCASIONALI che si sono in tal guisa sviluppate fino | tri organismi la natura ha prodotto ca adare il latte. Nelgenere Bos la mam mella unica presenta quattro capezzoli e due rudimentali; ma nelle nostre vacche domestiche qualche volta anche questi due ultimi si sviluppano e danno latte. Giustamentedomandasi perchè ilCreatore forma degli organi, iquali generalmente non servono ad alcun uso, oppure ser vono ad un usodiversodaquellopercui furono creati. >> (Origine delle specie Cap. XIII) Anche Büchner, primadi Darwin (Forza e ma teria cap, XI ) ha dimostrata la insus sistenza delle cause finali, dicendo che noi oggi ammiriamo gli esseri tali come sono senza pensare quale infinità di al sualmente per giungere agli attualiim perfettissimi risultati, come ben lo pro vano le moltissime specie estinte dei terreni fossili. « Se il pelo degli animali dei paesi settentrionali è più folto di quello degli animali dei paesimeridionali, e se tutti pol l'hanno relativamente più folto d'inverno che d'estate, non è forse più naturale il considerare questo fatto come il necessario effetto di una influ enza esterna, come la conseguenza della temperatura, piuttosto che supporre un artista celeste il qual prepari a questi animali gli abiti d'estate e d'inverno ? Se il cervo ha le gambe lunghe e adatte alla corsa, non devesi credere ch'egli le abbia avute per correre con celerità, ma piuttosto che egli correconcelerità per chè ha le gambe lunghe: se egli avesse avuto delle gambe poco adatte alla cor sa, sarebbe invece divenuto un ani male coraggioso, mentre ora per la sua tendenza alla fuga sidimostra timi dissimo. La talpa ha le zampe informa di pala per solcare il terreno; ma se essa non le avesse cosl conformate, non avrebbe mai pensato a scavarsi sotto terra la sua tana. Le cose sono tali come sono; e se esse fossero state diverse da quel che sono, noi nonle avremmo per ciò trovatemeno conformi al loro scopо». Vedi anche gli articoli CAUSA E PER FEZIONE. Cause occasionali.Certifilosofi cartesiani non potendo riuscire a spiegare il rapporto che poteva esistere fra lo spirito e il corpo, e l' influenza che l'uno esercita sull' altro, supposero che Dio stesso durante i pensieri dell' anima producesse nel nostro corpo i movimenti corrispondenti a questi pensieri, e vice versa, che nell' occasione dei movimenti delnostro corpo eccitasse nell'anima i pen sieri o le passioni che vi corrispondono. Questi movimenti iniziali dell' anima o del corpo son le cause occasionali del cartesianismo, ilquale,come ognun vede, troppo logico per ammettere che alcuna relazione potesse esistere fra il corpo e CELIBATO ECCLESIASTICO lo spirito, non lo fuperò abbastanzaper non capire che se Dio era produttore im mediato delle nostre sensazioni, noi siamo 145 sempre ai piaceri del senso per ser vire con più libero cuore a Dio. » Più nelle sue mani come delle marionette cui egli fa danzare a piacer suo. Celibato ecclesiastico. Sta to di coloro che per motivo di reli gione si astengono di unirsi in matri monio. Dicono i cattolici, presso i quali soltanto vige l'obbligazione del celibato, che nessuna legge naturale o positiva, divina od umana obbliga gli uomini allo stato conjugale (Ber gier Diz. Teol ); ma questa non è af fermazione che trovi fondamento nè tra i credenti, nè tra gl'increduli. Per ciocchè i primi giustamente oppongo no il Crescite et multiplicamini, col quale il loro Dio impose all' uomo l'obbligo di congiungersi e di figliare (Genesi I, 28); e i secondi ben a pro posito osservano che dal momento che la natura ha dato all'uomo gli organi del sesso, gli ha al tempo stes so imposto il dovere di usarne per la propagazione della specie e per la sod disfazione di un bisogno, il quale non èmenonecessario che naturale; per la qual cosa giustamente i gentili talora colpivano d'infamia il celibato (Cicero ne De legibus lib. III c. 3). Invece ecco che nel cattolicismo il Concilio di Trento dichiara: « Se alcuno avrà det to che lo stato conjugale sia da ante porsi allo stato di verginità o del ce libato, e non essere meglio e più bea to rimanersi vergine o celibe che con giungersi in matrimonio, sia anatema » (Sess. XXIV can. 10). La qual prefe renza, checchè ne dicano in contrario i protestanti, non è poi così contraria allo spirito del cristianesimo per non trovare appoggio fra i padri e fra gli stessi insegnamenti di Gesù. Il quale dice che vi son eunuchi che si son fatti eunuchi daloro stessi per amore del regno de' cieli (Matt. ΧΙΧ. 12). » del matrimonio dei preti. E tanto dis se e fece cotesto papa per raggiun gere il suo intento, che riuscì al fine di ottenere dal Concilio di Cartagine, radunato nel 397, un decreto, il qual rendeva obbligatorio il celibato dei chierici. Innocenzo I nel 417 rinnovava la legge del celibato; la rinnovò e la estese ai Suddiaconi Leone I nel 440; e dopo d' allora tutti i papi batterono la stessa strada. Il guaio si è, che quei decreti non ottenevano universale con ferma, il che dimostra che in quei tempi l'unità della Chiesa non era gran fatto assodata; imperocchè non solo il clero opponeva una resistenza passiva a quei decreti dei papi, ma eziandio nella Francia i concilii di Autun, di Tours, di Macon nel V se colo, e nella Spagna il Concilio di Toledo, e il prete Vigilanzio vi si op posero formalmente. Nel 1059 Nicco ld II nel Concilio di Laterano fa no vellamente proclamare la legge del ce libato; e cionostante poco di poi tro.. viamo tutta la diocesi di Milano retta da preti ammogliati, nè il papa riesce a farvi prevalere il disonesto divieto, senza che rivi di sangue scorrano nel le vie, senza aver scatenate le passio ni politiche e il fanatismo religioso rappresentati daArialdo e da Landolfo Cotta, capi del partito dei celibatari. Solo il cupo dispotismo d'Ildebran do (Gregorio VII) potè trionfare di tan te opposizioni, e la legge del celiba to novellamente procamata dal Conci lio di Roma del 1074, andò man mano estendendosi in tutte le provincie cri stiane. Il celibato era stato introdotto per moralizzare il clero, per acquistare un CELIBATO ECCLESIASTICO maggior titolo alla Santità e alla ve nerazione dei vulgari. Ma comechè nessuna legge contro natura può riu scire a buoni effetti, anche questa nel la Chiesa sciolse il freno d' ogni mo 147 tino con ledonne dellequali usavano. Quindi, alzatisi e preso un bagno, si as sidevano a nuovo desco. (Hist. Eccl. Francorum lib. 5. art. 21). Lo stesso ralità. Già fin dai primi tempi,monaci emonache convivevano insieme, sede vano alla stessa mensa, dormivano sot to lo stesso tetto: tutti avevano fatto voto di castità, ma chi l'osservava? Instruita dall' esperienza, dice un au tore, l' imperatrice Irene nel fondare il monastero delle vergini sotto il no me di Maria piena di grazie, volle che fossero assistite da un padre spi rituale, un economo, due frati per am ministrare il patrimonio e isacramen ti: eunuchi tutti quattro! (Helyot. Hist. des ordr. vol. I c. 28). La dipintura che nel VI secolo S. Gregorio di Tours ci fa diSalonio Ve scovo d'Embrun, e diSagittario vesco vo di Creso, già porta tutti i colori del medio evo. « Assunto l'episcopato inco minciarono a scatenarsi con insano fu rore in malversazioni, con morti, con omicidi, con adulteri e con diverse al tre scelleratezze, di guisa che ad un certo tempo, mentre Vittorio Vescovo _diTricastini celebrava il proprio nata lizio, mandata fuori una coorte con spade e giavellotti, irruppero contro di lui, gli stracciarono le vestimenta, ammazzarono iministri eportando via vasi ed ogni altra cosa appartenente al pranzo, lasciarono il vescovo con grande contumelia..... Essi si abban donavano ogni giorno amaggiori scel leratezze; corsero alle armi e con le proprie mani fecero molte uccisioni. Iafierirono contro i propri cittadini fa cendoli battere con verghe fino al san gue. Passavano molte notti parlando ebevendo con i chierici che celebra vano inChiesa nelle ore mattutine, e si sfidavano a bevere. Mai si faceva men zione di Dio. Surta l'aurora si leva vano dacena e coprendosi con legge ri drappi, sepolti nel sonno e nel vino, Santo (lib. IX ) scriveva: Vi prego di mandarmi i vo stri ordini per iscritto intorno a quei diaconi i quali fin dalla loro puerizia son sempre vissuti in stupri, in adul teri, ed in ogni altra sconcezza: e pu re con tali testimonianze vennero al diaconato, ed essendo diaconi ritengo no quattro, cinque ed anche più con cubine (Baronio Annali 741). Lo stes so cardinal Baronio che cita questa lettera,e che poteva essere molto ben informato, parlando della Chiesa nelX secolo esce in queste parole: « Domi navano allora in Roma potentissime e sozzissime meretrici; ed a loro arbi trio si davano i vescovati e si traslo cavano i vescovi; e, più orrendo a dirsi, s' introducevano nella sede di Pietro i loro drudi, pontefici falsi, i quali non devono essere inscritti nel catalogo dei papi. » Edgardo re d'Inghilterra in una lettera diretta ai vescovi del suo regno e riportata dalPadre Labbe (Tomo IX p. 698) scrive: « Dirò con dolore come gli ecclesiastici se la pas sino in gozzoviglie, in ubbriachezze, in adulteri ed impudicizie; di guisa che le case dei preti sono divenute postriboli di meretrici e conciliaboli di buffoni. » E per verità, pare che quel degno re non avesse poi gran torto di lagnarsi dei suoi preti, impe rocchè tanto bene osservavano essi la legge del celibato, che poco di poi papa Pasquale II, in una lettera diret ta al vescovo di Cantouberi, autorizza dormivano fino all' ora terza del mat 148 CELIBATO ECCLESIASTICO va l'ordinazione dei figli dei preti, stantechè tanti ve n'erano in Inghil terra, ch'era impossibile aver dei preti senza ricorrere alla loro progenie(Lab be Concil. X. p. 707). Fu nell' undecimo secolo, cioè in torno al tempo della solenne procla mazione del celibato fatta da Grego rio VII, che ai monaci orientali (i pri mi che si erano sottomessi alla legge della castità) si dovette vietare di introdurre nei conventi, non solo le donne, ma perfin le femmine degli animali. (De Potter. Hist. T. VI lib. II cap. III note suppl. n.º 3). Intorno a quel tempo Alberto d'Arbrissel fonda tore della celebre Badia di Fontevrand, nella diocesi di Poitiers, viaggiando colla sua Petronilla fondo altre quat tordici badłe, nelle quali religiosi e rë ligiose avevano comune il letto, non veramente pel godimento della carne, ma affine di fortificarsi contro la tenta zione, sfidandola nel suo maggior pe ricolo. Dicesi che anche il beato d' A brissel sen' giaceva colla donna sua, a somiglianza di S. Adelmo, che già nel VII secolo, aveva dato l'esempio dei condormienti. Ma ch'egli alla sua gui sa si serbasse casto, è cosa che dico no li apologisti suoi, ma che pochi credono. (Vedi Bayle. art. Fronte vrand). Ma vediamo che cosa scrivesse il Petrarca della Chiesa di Roma, là do v'era partito l'impulso alla promul gazione della legge obbligatoria sul celibato. « In questo regno di avari zianon si fa conto di nulla, purchè si faccia denaro... L'amore per verità è dichiarato pazzia, la pudicizia è una vergogna grandissima; la licenza al contrario è stimata grandezza d' ani mo, in guisa che si reputa più glorio so chi ha sorpassato gli altri in vizi; echi di grazia non sorriderebbe di sde gno nel vedere que' fanciulli decrepiti (prelati e cardinali) co' loro capelli bianchi, coperti di ricchissime cappe sotto le quali nascondono una impu denza ed una lascivia che supera ogni imaginazione?... Satana vede tali cose e ride; e nel suo tripudio siede arbi tro fra que' vecchi e le giovinette.... lascio da parte gli stupri, i ratti, gl'in cesti, gli adulteri, che sono giuochi per la lascivia pontificale. Non dirò nulla de' mariti delle doune rapite, i quali, non solo sono cacciati dalla lo ro casa,ma banditi anche dalla patria: non dirò che molti di essi sono forzati di riprendere le loro mogli quando portano nel loro seno il frutto de'de litti dei prelati: e restituirle allorchè sono sgravate; e così continuare fino a che l'impudico prelato non è pie namente sazio o disgustato. E il po polo tutto vede tali cose e tace, inti morito ma /orribilmente sdegnato. » (Petrarca Lettere sine titulo. Basilea 1496, Lett. 20). Nel 1401 Nicola diClemanges, oCle mangis arcidiacono di Bajeux e retto re della facoltà teologica di Parigi, in un opuscolo intitolato: De corruptioEc clesiae statu, così parla: « Passo sotto silenziole intercessioni simoniache pres so il papa, i patrocini venali e più al tre infamie di cui i cardinali sono au tori o consiglieri.... Taccio altresì i loro adulteri, i loro stupri, le loro for nicazioni con le quali anche adesso in cestuano la romana Curia; come an che l'oscenissima vita dei loro fami gliari, i cui costumi in nulla differi scono da quelli dei loro padroni ». Non altrimenti parla dei canonici " che qualifica ubbriaconi incontinenti, i quali non si vergognano di far pom padi una prole meretricio susceptam, e di tenersi in casa scortu vice con iugum, clie passano il tempo in cian cie ebuffonerie, studiosi soltanto della gola e del ventre edi carnali dissolu tezze, nelle quali fanno consistere la loro felicità ut porci Epicuri ». E par lando delle monache, aggiunge, che vergognasi di dir le infamie che suc cedono nei monasteri, i quali non so no santuari di Dio, ma Veneris eace CELIBATO ECCLESIASTICO cranda postribula; luoghi di lascivie e di impudicizie, ondechè, dice ancora, dar il velo ad unafanciulla è lo stes cinte ... L'originale della relazione di cotesta visita è perduto ; ma ' autore ne ha veduto un estratto, nel quale i so che esporla pubblicamente. Anche Santa Brigida, nelle sue ri velazioni, si fa dire da Gesù Cristo che E il professore con chiude, che la prima supposizione sol tanto è vera, non potendosi negare che la formazione della cellula non debba attribuirsi all'attività stessa dei suoi ele menti. Celso. Filosofo pagano che visse nel secondo secolo, ed è conosciuto come unodei più famosioppositori del cristianesimo, Nessuno dei suoi scritti ci è pervenuto, e della sua vita edot trina nulla sappiamo di preciso, fuor chè quel tanto che ne dice un dei pa dri della Chiesa, Origene; il quale nel suo trattato Contro Celso, mentre com batte quest' incredulo, quà e là ne ri porta le parole e ne rivela in parte le opinioni. Da questo padre sappiamo che Celso, ben lungi di riconosce la miracolosa nascita di Gesù, lo dice fi glio di connubio illecito; sorride della pretesa dei cristiani di diffondere per tutto il mondo laloro dottrina; e quanto ai miracoli di Gesù dice che i soli suoi discepoli li avevano visti e li esagera vano oltremisura. Ilpoco che avevafatto dovevalo, diceva Celso,alle arti magi che che aveva apprese, e per le quali Gesù era salito in tanta superbia per farsi credere un Dio, mentrechè poi tanti altri impostori avevano fatto mi stato veduto che da una donna e da pochi discepoli, i quali, o avevano so gnato o non veduto che un fantasma, quando pure non avevano narrata una favola. Se Cristo era risuscitato doveva mostarsi a'suoi nemici,a'suoi giudici, a tutto il mondo: meglio ancora, avrebbe dovuto non lasciarsi porre sulla croce, o posto che vi fosse, discenderne da sé solo in presenza de' suoi carnefici. Cena. Il secondo ed ultimo sacra mento delle Chiese riformate, che lo celebrano in commemorazione della ce na di Gesù. I cattolici la distinguono dall' Eucaristia, perciò che questa con siste essenzialmente nell' atto e nelle parole colle quali essi pretendono che Gesù abbia trasformato il pane e il vino nel suo corpo e nel suo sangue. (Vedi EUCARISTIA. ) Cenestesi.Dalgreco: comune fa coltà di sentire. Così chiamasi quel vago sentimento della nostra esistenza, che noi abbiamo, o piuttosto che pre tendiamo di avere, indipendentemente dai sensi, e che certi fisiologi dell' an tica scuola hanno voluto trasformare in un sesto senso, il senso dell' esi stenza, o cenestesia. La Cenestesi è dun que sinonimo di appercezione e di co scienza, e in quest' ultimo articolo esa mineremo qual fondamento abbia la pretesa coscienza dell' io indipenden temente dai sensi. Cerdone. Poco si conosce della vita di questo eresiarca. Credesi che fosse di origine siriaca, perchè S. Epi fanio disse che egli dalla Siria passò a Roma, e ilBarattieri suppone nella sua cronologia che ciò sia avvenuto nel l'anno 120. Adottando le dottrine de monologiche di quei tempi, egli accettò e compi il sistema teogonico di Simone e di Saturnino. Ma mentre questi due eresiarchi facevano discendere il mondo dagli spiriti creati dall' Essere su premo, Cerdone cercò di evitare lo sco glio in cui cadde l'unitarismo, di far derivare il bene e il male dallo stesso principio. E foss'egli della Siria o vi avesse soggiornato, certo è che essen do ai confini della Persia non po teva ignorare il dualismo di Zoroastro; e fu questo infatti che spiegò nel suo sistema. Suppose egli dunque che vi fossero due principii indipendenti l'un dall' altro, dall'un dei quali ogni bene derivava; e tutti i maliimputava all'altro. Opera dell' ente buono erano gli spiriti capaci diprovar piacere; del malvagio erano i corpi che ci affliggono in mille modi; supposizione, per verità, contrad ditoria, perocchè se Cerdone attribuiva al corpo le sensazioni dolorose, al corpo pure doveva riferire quelle di piacere. Però, da questa singolar distinzione Cerdone fuindotto ad un'altra singola rissima conseguenza, poichè al malva gio spirito attribul tutta la legge degli ebrei piena di minuziose e difficili e pe nose pratiche, edEssere malvagio chia inò ' Jehovah, che ordinava al popolo eletto continue guerre e stragi e perla bocca d' Isaia diceva: Io son quello che creò il male. Laleggedi dolcezza e di rassegnazione dei cristiani parve inve ce a Cerdone il segno del buon prin cipio; però non ammetteva che il fi gliuolo di questo buon ente fosse di sceso sulla terra per patire e soffrire e per essere messo a morte dagli uo mini, poichè queste cose sono contra rie alla bontà di Dio, il quale tanta crudeltà non avrebbe tollerata. Se dun que Cerdone rigettava a buon diritto tutto il vecchio testamento, nemmeno il nuovo accettava per intero; ma il solo vangelo di S. Luca ammetteva e ebbe fama anche maggiore del mae stro. (Vedi MARCIONE). Cerinto. Giudeo d'Antiochia con temporaneo degli apostoli. Riconosceva un essere supremo creatore degli spi riti con differenti gradi di perfezione, e dagli spiriti faceva derivare il mondo. Non ammetteva che il figliuol di Dio fosse nato da una vergine, ma ricono sceva che Gesù aveva fatto dei mira coli ingraziadello spirito di Dio, il qua le era disceso sopra di lui per illumi narlo. Certezza. Tre sorta di certezze distingue la filosofia: 1. La certezza matematica; 2. La certezza fisica; e 3. La certezza morale. Una quarta certez za vi aggiungono i metafisici e la pon gono prima d' ogni altra, ed è la cer tezza metafisica, ossia l'intimo convin cimento che noi abbiamo delle cose sovranaturali,la quale più propriamente dovrebbe spettare alla pura fede. Quando un giudizio nel suo contra rio importa contraddizione, dicesi ma tematicamente certo, imperocchè una cosa che è non può non essere, e ciò che non è,nonpuò essere; il che torna adire che una cosa non puo essere e non essere al tempo stesso. Or questo carattere é proprio di tutti gli assiomi e teoremi della matématica, i quali, sot to rapporti più o meno complicati, ven gono tutti a dire, che quando ad una quantità se ne aggiunge un'altra, quel la s'accresce in proporzione, e dimi nuisce invece se le si toglie una parte. 1 + 1 =2;oppure 2 1= 1. Mala certezza matematica non è propria sol tanto delle cifre,imperocchè la si espri neppur questo in ogni parte. Dicesi che Cerdone, abiurati i suoi errori, tornasse in seno alla Chiesa, per poi allontanarsene ancora; ma quando e di qual morte morisse non è certo. Lascið nua setta piuttosto numerosa, guidata da un de' suoi discepoli, Marcione, che ma o in cifre o in lettere o in formo le algebriche o col ragionamento, non muta per questo il suo carattere logi co e rimane sempre eguale. L' eviden za di questa certezza si fonda sempre sul principio di identità o di relazione che noi supponiamo assoluti, mentre invece non sono che relativi ai nostri mezzi di percezione.Ecco perchè puossi a buon diritto negare che, nonostante CERTEZZA la sua apparente evidenza, esista asso luta certezza matematica. Infatti, nel concetto di relazione io posso ben dire che due quantità eguali ad una terza sono eziandio eguali fra di loro; ma questo assioma matematico non è vero se non in quanto io lo concepisco a strattamente, non ' applico, cioè, a nessuna cosa reale; e tosto che io lo 155 può darmi una assoluta certezza, giac chè se io concepisco un angolo e men talmente ne prolungo i lati nello spa zio, ragion vuole ch'io supponga che questi lati vanno fra loro allontanan dosi all' infinito, e che nondimeno in ogni punto dell'infinito l'angolo non faccio uscire dall'astrazione per entra re nell' ordine della realtà, la certezza scompare e in nessun caso io posso verificarla. Imperocchè non si danno nella natura corpi eguali assolutamen te, ma appena simili nelle più grosso lane apparenze. Un'oncia d'oro può essere eguale a un'altra oncia d'oro in quanto io faccia astrazione dalla for ma, dal calore, dal sapore, dal suono, e dall' aggregazione molecolare, anzi ancora in quanto io faccia astrazione del peso stesso, poichè qual bilancia potrebbe darmi la sicurezza di non a vere errato nemmeno nella millesima parte di un gramma? E se la bilancia mi può dare la millesima parte di un gramma,sono io sicuro che essami possa accertare di una diecimillesima, di una centomillesima, o di una millionesima parte di un gramma? Del pari,possono i miei occhi accertarmi della iden tità del colore, della forma edell' ag gregazione molecolare ? Una sola mo lecola diversamente aggregata, puó cambiarne ladensità e il volume, e il colore e il suono, quantunque tutte queste proprietà sembrino eguali ai no stri organi atti a percepire soltanto le più grossolané parvenze. Quando adun que io dico, che un metro è eguale a un' altro metro, o che una moneta è eguale a un' altra moneta, non posso avere la certezza che questa eguaglian za sia assoluta, ma esprimo soltanto una certezza relativa ai mieisensi e al mio modo di vedere. Un'altro essere che avesse sensi più fini e delicati dei nostri, vedrebbe forse la diseguaglianza nelle cose che noi diciamo eguali. Ma nemmeno astrattamente la matematica aumenta nè diminuisce il numero dei suoi gradi. Qui dunque abbiamo due sorta di contraddizioni fra l'astrazione e l'esperienza; perciocchè sperimen talmente non possiamo concepire come due linee unite a un punto, allonta nandosi sempre fra di loro, non fini scano per congiungersi al lato op posto: nè tampoco possiamo conce pire come lo spazio contenuto nei due lati, il quale potendo allargarsi e pro lungarsi all' infinito, deve necessaria mente ritenersi infinito, non compren da però tutto l'infinito. Ilche implica contraddizione, poichè noi non possia mo concepire la contemporanea esi stenza di due quantità infinite, come non si può concepire inqual guisa un corpo finito sia divisibile all' infinito. Queste antinomie della logica la mate matica non spiega, per la ragion chia rissima ch'essa è una scienza mera mente relativa alle parti, alle quantità finite, epperò male argomenta chi la chiama scienza assoluta. Se non è assoluta la certezza ma tematica, a miglior titolo dovremo dire relativa ogni certezza fisica, la qual desumesi da varie cognizioni che mol te e molte volte abbiamo trovato che riposavano sull'errore. Che una tigre non partorisca agnelli, che i corpi spe cificamente più pesanti precipitino al fondo dei liquidi nei quali sono immer si, e che la terra giri intorno al sole, sono verità di certezza fisica inconte stabile; ma niuno penserà ch'esse sia no di certezza assoluta; imperocchè troppo spesso ci troveremmo nella ne cessità di correggere questo assoluto, che diventerebbe molto e anzi sover chiamente relativo. Nella scienza sol gl ignoranti dommatizzano assoluta 156 CERTEZZA mente; ma gli uomini civili e colti du bitano sempre con discrezione, ammae strati come sono dalla dolorosa espe rienza del passato. La certezza morale quella è, infi ne, che altrimenti chiamasi certezza storica, la quale essenzialmente riposa sulla testimonianza e sull' autorità di uomini competenti (V. AUTORITÀ). Già s'intende che questa certezza non ha nulla di assoluto, ed anzi più pro priamente dovrebbe dirsi massima pro babilità, avvegnachè sia molto proba bile che gli storici dicano sempre il vero, ma non sia altrettanto certo. In buona filosofia vuolsi distingue re la certezza dalla verità; imperoc chè la prima è la coscienza subbiet tiva che ha ogniuomo, che la tale o tall altra cosa sia vera, mentre la verità può anche essere puramente obbiettiva, senza giungere nella no stra mente al grado di certezza, E in questo senso può dirsi, che vi sono molte certezze non vere, come vi sono molte verità non certe. Infatti il con fondere, come molti fanno, la certezza colla verità, è error massiccio, impe rocchè altro è il credere che una cosa sia vera, altro è che essa lo sia,effet tivamente. E per quanto grande sia la nostra convinzione di aver raggiunta la verità essa non toglie che i secoli e le nuovescoperte distruggano molte certezze e scoprano l'errore laddove prima non vedevasi che verità. giosi o metafisici è verità di cui noi siamo o possiamo essere assolutamen te certi. Ben giova distinguere però fra gli scettici parecchie gradazioni; imperocchè non tutti affermano riso lutamente che certezza non vi sia, ma ipiù riconoscono che questa certezza è puramente relativa ai nostri mezzi di percezione, e in ogni caso, se non é tutta, è certamente parte della verità, o per lo meno rappresenta tutto quel tanto della verità che a noi è dato di percepire. Un eguale principio era quello che guidava gli stoici antichi all' affermazione del loro dommatismo; imperocchè fondandosi sulla stessa te stimonianza di Zenone essi dicevano che ogni percezione chiara e distinta risultando esattamente conforme alla cosa percepita, deve tenersi come un segno della verità, essendovi uno stretto enecessario legame tra la cosa perce pita e la percezione che si riceve. Non consideravano però che,per confessio ne dello stesso Zenone, può aversi o creder di avere una percezione chiara e distinta di una cosa che in realtà non esiste, o che esiste diversamente da quello che si percepisce;poichè, ad esempio, color che sognano hanno spesso percezioni chiarissime sulle qua li talora stanno dubbiosi se siano sta te percepite allo stato di sonno oppur di veglia; chiarissimamente percepisce il dolore nel membro che gli manca colui al quale fu amputato un brac Egli è dunque di capitale momen- cio o una gamba, e noi tutti chiaris to nella filosofia, il sapere se esista simamente vediamo piegato il remo per l'uomo una assoluta certezza, e nell' acqua sebben sia dritto. Vi sono quale ne sia il fondamento. Ma su dunque delle false evidenze, le quali questo proposito la filosofia si scinde ci possono trarre in inganno; per la in due grandi scuole: quelladello scet- qual cosa Protagora, al dir di Cicerone, ticismo, e quella del dommatismo. limitavasi a dichiarare, che ciascuno Nega la prima che esista una certezza deve considerar come vero ciò che ver assoluta per l'uomo e che l'uomo gli sembra. Il qual principio se può es possa credere di averla raggiunta; la sere un discreto accomodamento per la seconda invece afferma il principio op- tranquillità della nostra mente, essere posto e confessa che la cognizione non può unsicuro fondamentodella cer che noi abbiamo diDio, della spiritua- tezza. Meglio ragionava Epicuro quan lità dell' anima e d'altri dommi reli- | do egli giudicava nulla esservi di vero CERTEZZA oltre le immagini sensibili delle cose, che ci si rappresentano siccome vere, e peggio dicevano i platonici quando, a togliere ogni autorità ai sensi, toglieva no alle percezioni ogni criterio di cer tezza, e dicevano non esservi certezza che nelle cose propriamente intellettuali, che sono di giurisdizione del sentimento; imperocchè per questi filosofi nello spi rito trovansi iconcepimenti veri, sempli ci, astratti, costanti esprimenti la vera natura delle cose sensibili; e per conse 157 qual cosa hanno mai conosciuto di certo sulla questione capitale della formazione degli esseri e dell'origine del mondo ? Non èforse vero che su questo soggetto vi sono ancora tra i più grandi uomini tante contraddizioni di sistemi, tanta di scordia di opinioni da non sapere a che appigliarsi ?.... Ma con qual coraggio e per qual fondamento potremo attenerci all'opinione di un solo di questi filosofi e rigettare e condannare i sentimenti di tutti gli altri, il cui numero è si gran guenza lo spirito solo è il giudice le gittimodel vero. Né tal trasposizione nel l'ordine di giudicare può recarci mera viglia da parte dei platonici. Non era forse Platone gran fautore delle idee innate, idee archetipe di tutte le cose, che il nostro spirito deve precontenere prima ancora di nascere al mondo ? (V. IDEE INNATE). Questa dottrina supponeva appunto che iconcetti iquali ci formia mo delle cose già esistono in noi allo stato latente, prima ancora chenoi per cepiamo alcuna cosa col mezzo dei sen si. La quale sciocchissima dottrina pa reva a Platone tanto certa, che egli se n' era fatto adoratore e credeva di scor gervi alcun che di divino. Ma Aristotile non veggendovi altro che un sogno, un delirio umano, si pose a combatterla e la ridusse al nulla. AncheCicerone, nel secondo libro delle Questioni Accademiche, appoggiandosi all' autorità dello scetticismo della scuola accademica e specialmente di Carneade, che per ultimo lariformò, combattè ad oltranza il dommatismo degli avversari. >>> (Locke. Saggio libro III. Cap. 4) Qui Locke parteggia evidentemente, e assai poco logicamente pel dommatismo idea listico; distrugge, cioè, le idee innate, e crea gli archepiti; ma subitodopo ri cade nello scetticismo intorno all' idee delle sostanze, le quali non siamo certi che corrispondano esattamentealla realtà. Ecco le sue proprie parole: (I nervi e la vita, p. 30). Del pari una troppo abbondante copia di sanguepro duce eccitazione soverchia e follia, on d'è che il dott. Parry giunse a far ces sare gli eccessi di follia comprimendo la vena giugolare, e Flaming applicando invece lo stesso trattamento ai sani pro dusse il sonno, con sogni febbrosi (Rivista Britann.). Anche una corrente elettrica mandata attraverso al cervello, per solito, produce il sonno, causa la contrazione dei vasi sanguigni, eccitati dalla elettricità. I quali fatti tutti ci spiegano il perchè, le persone di temperamento sanguigno e quelle che hanno il collo corto, per solito, siano più appassionate e focose delle altre, nelle quali o il sangue non abbondante oil collo lungo non consentono a que sto liquido vivificatore di eccitare so verchiamente il centro nervoso. Ai piccioni possono recidersi in tutto o in parte i lobi cerebrali senza annul lare le funzioni della vita animale. An nullasi invece ' intelligenza, e le bestie così operate perdono la facoltà di cer care gli alimenti e di cibarsi, onde ri mangonsi immobili, come assonnate e imbecillite. Le funzioni della respira zione e della circolazione continuano non menche quella della digestione; gli or gani della vita animale assorbono e se cretano tuttavia; ma l' organo del pen siero essendo distrutto, distrutte son pu re in loro e la volontà e le tendenze, e quelli che con nome impropriosi dicono istinti. Ma se l'animale vien nutrito ar tificialmente, il cervello si riproduce ta lora a poco a poco, e col cervello rina scono le sensazioni e l'intelligenza. Questo esperimento ilBernard ha chiamato rein tegrazione per rigenerazione organica. Ma il Flourens prima di lui aveva già osservato che le galline alle quali veniva asportato il cervello perdonotutti gl'istin ti; e quellafula primaprova della stretta e inseparabile relazione che esiste tra l'azio nedelcervelloe laproduzionedelpensiero. Questa stessa relazione rivelasi con non minore evidenza nell' anatomiacom parata, imperocchè confrontando fra di loro i cervelli delle varie specie animali, acquistasi laconvinzione che quelle spe cie soltanto hanno più grande intelli genza, le quali sono dotate dei mag giori cervelli. Non ricerchisi nel pesce le forme complesse del ragionamento: lad dove appenasi trovano i primi rudimenti del cerebro è già segno di grande intel ligenza il riunirsi, come fanno i carpio ni, al suono del campanelloper ricevere il nutrimento. Negli uccelli vi è progres sione d' intelligenza, e nei mammiferi ancora maggiore. Ma i mammiferi più bassi mancano di circonvoluzioni cere brali: esse appariscono nei pachidermi, sono più grandi nei carnivori, più gran di ancora nelle scimmie e nell'uomo. > Dopo avere invano sollecitato dal ministro Guizot l'instituzione di una cattedra di storia generale delle scien ze fisiche e matematiche, nel 1842 ot tenne il posto di esaminatore e sup plente alla scuola Politecnica, che per dette poi per alcuni violenti attacchi contro Arago. Contro Mill che aveva aderito pienamente al positivi smo, Comte ebbe nel 1843 una pro fonda divergenza a proposito della condizione della donna, alla quale egli contesta ogni eguaglianza con l'uomo, e dichiara intellettualmente inferiore, mentre poi più tardi vorrà emanciparla dall'uomo anche nel processo delia fe condazione. Il signor Littrė pone all'anno 1845 il secondo periodo della vitadi Comte; e il suo retrocedere alla teologia e al metodo subbiettivo vuol far coincidere con una nuova crisi cerebrale. Mabi sogna convenire, checchè si dica in contrario, che una assoluta coerenza non pare che siamai stato il retaggio di questo filosofo, e che questo secon do periodo non presenta altri caratte ri che latendenza a simboleggiare gli enti naturali e a costituire una nuova religione avente perbase l'adorazione della natura e della umanità. Cadono dunque in questo secondo periodo della vita di Comte la sua Politica Positiva, tori, li incarica di conservare il suo appartamento tal quale, acciò serva nientemeno che al Culto dell'umanità; di dare unapensione alla sua dome stica, a cui dovevano passare in pieno possesso tutti gli averi suoi, salvo la mobilia e la biblioteca, e di pagare infine i suoi debiti, che ascendevano a circa 10,000 lire, e pei quali non rima neva naturalmente alcun fondo dispo nibile, dal momento che Comte dispo neva altrimenti dei suoi averi. Quan tunque il testamento fosse annullato dai tribunali, il suo appartamento fu, com' era desiderio del maestro, conser vato al culto dei suoi discepoli, i quali anche oggidi, sebbene innumero scar sissimo, si radunano in quel luogo per celebrarvi il « culto dell'umanità ». La dottrina filosofica di Comte sarà espo sta all'articolo POSITIVISMO, Concetto. Secondo la filosofia di danon confondersi con quellagiàpub- Kant sono idee i soli principii assoluti blicata nel Catechismo di Saint-Simon; della pura ragione, e intuizioni le per la Sintesi subbiettiva; il Catechismo Po- percezioni dei sensi. Ma vi sono idee che sitivista, o sommaria esposizione della religione universale; la fondazione della Società Positivista compiuta; e la costituzione definitiva dela Reli gione dell' umanità di cui egli si era costituito gran prete e il cui tempio, per il momento, fu la tombadiMada ma di Vaux, per la quale egli aveva concepita una viva passione. Negli ultimi tempi dellasuavita, contrariamente ai più elementari pre cetti del positivismo, Comte si votava volontariamente ad una astinenza as surda: trattavasi sempre con gli stessi cibi, si inibiva il vino, il caffè, e tutti itonici,credendo di prolungare i pro prii giorni, ma nonriuscì ad altro che a dimagrarsi straordinariamente e a produrre un cancro del tubo digestivo, che lo trasse alla tomba. Abituato a dirigere i suoi di scepoli senza pur discutere o ad essi spiegare le sue idee; egli non fumeno assoluto e meno ingiusto nel suo te stamento, nel quale nomina 13 esecu non sono nè pure sensazioni, nè principii assoluti; e questi Kant chiamò concetti, (begreifen),edivise intreserie: 1º Concetti puri, che nulla attingono all'esperienza; 2º Concetti empirici che interamente ri posano sulla esperienza ; e 3º Concetti misti, composti dall'esperienza e dall'in telletto. Appena è necessario accennare quanto sia arbitraria una tale divisione, inquantochè non esiste una sola idea, sia pur essa oscura o chiara, la quale non sia innanzi tratto percepita coll' espe rienza. Le idee di causa, di tempo e di spazio che Kant pone traiconcetti puri sono anch'esse acquistate col mezzo dei sensi. (Vedi IDEE INNATE ) Tra noi, filologicamente, concetto è meno generaledi idea eval più di perce zione, laquale è la primaimpressione che l'intelligenza riceve dagli oggetti esterni . Ma l'impressione non basta a produrre il concetto, il quale suppone una ulte riore operazione dell'intelletto per com prenderla e rischiararla. Chiunque sia dotato d'orecchi può avere Fimpressione 1 CONCILIO del suono; ma a niuno è dato di avere ungiusto concetto del suono, se non sa che esso risulta da undeterminato nu mero di vibrazioni dell'aria, che stanno inuncerto rapporto con la natura e la intensità dei suoni. 173 che l'aveva generata, rinnoverà la mede sima sottigliezza, distinguendo una cer tezza subbiettiva puramente ontologica, la qual s'ignora se corrisponda alla re altà delle cose che sonofuori di noi. (V. CRITICISMO) Concettualismo. Nomedato ad una cotal sorta di filosofia-teologica del di MARIA VERGINE. medio evo, laquale tenevail posto medio fra le altredue scuole opposte: il nomi nalismo e il realismo. (vedi questi nomi). Reputasi cheAbelardo siail fondatore di questa scuolache il Cousin dimostrò dis sentire dal nominalismo soltanto per una questione di parole. Disputavasi al lora fra realisti e nominalisti per sapere se gli universali, ossia i concepimenti empirici, generali, astratti, siano cose reali oppur semplici nomi inventati dal nostro intelletto per avere una ordi nata classificazione delle idee; e i primi sostenevano la realtà obbiettivadi questi concepimenti, mentre i nominalisti, per la bocca del loro maestro Roscelino, stando per l'opposto partito, tutti gliuni versali riducevano asemplici nomi sprov visti d'ogni senso. Un sol discepolo di Roscelino, Abelardo, ribellossi alla teoria del maestro, e spinto forse dalla sma nia di distinguersi, e di dare il suo nome ad unanuova scuola, fra i conten Concezione immacolata.Ve Concilio. Il Bergier così definisce il concilio: >(Bos suet. Storia delle Variaz. lib. VII. 24). Nei primi secoli della Chiesa, la confes sione era essenzialmente pubblica, e fa cevasi ad alta voce da tutti i fedeli nella Chiesa, come oggidì ancora si suol fare fra gli anglicani. Ma inquei tempi doveva ciascuno le sue colpe, anche più segrete e scandalose, rivelare alla Chiesa da Dio il suo perdono. Questa obbliga zione fu però mitigata in processo di tempo, acciocchè la confessionepubblica rende testimonianza dell'abolizione di tale confessione, e ne vanta la saviezza con queste parole: >> (Omelia 30)E nell'Omelia28, spiegando le paroledall'Apostolo La fantasia dicostoro nonrisparmia ipotesi alcuna. > Burchard ci insegna anche come le donne venissero interrogate. > scono Ma ecco altri orrori ad un tempo vergognosi e ridicoli, perchè si riferi a sortilegi femminili? > Aquesto punto lo schifo mi farebbe cader di mano la penua. Per buona sorte le mie citazioni non andranno più oltre su queste materie infami. Ma che scuola, che teologi son quelli del medio evo ! Sì, e questa scuola fu in onore per più di cinque secoli. CONFESSIONE V'ho citato il vescovo di Worms edovete ben argomentare che deplo rabili effetti l'auricolar confessione pra ticatacon questo metodo dovea produr re sui costumi. 183 se questi pensieri o questi piaceri non l'indussero aqualche azione disonesta; se confessa averne commessa qualcu na gli domanderà che azion fosse, e di che modo e con chi la commise. Devesi Per rimaner sempre nel vero e non riferire che testimonianze di incontra stabile autorità nella Chiesa, citerò la Somma angelica (Summa angelica) del reverendissimo padre frate Angelo Cla vasio dell'ordine dei frati minori, morto nel 1495. Il libro di questo religioso, vero manuale del clero secolare, specie di teologia in succinto, fu stampato almeno unaventina di voltenel secolo XV. L'ediziou principe comparve a Ve nezia in 4.º nel 1476. L'articolo prin cipale di questo famoso libro ha per titolo : Interrogationes in confessione, dove vengono in scena icasi gravi che già abbiamo veduto, e che non mi par verodiommettere.Ma già si capisce che il nostro gran teologo non intende che si risparmino anche sur un solo le in terrogazioni de opere luxuriæ. Un libro dello stesso genere maad uso moderno è la Mechialogia,trattato dei peccati contro il sesto e nono coman damento, e di tutte le questioni matri moniali che vi si riferiscono, del reve rendo padre Debreyne, prete e religioso dellaGranTappa,dove ilreverendotrap pista incomincia il suo lavoro dicen do: « Terrem dietro alla umanitànella via fangosa delturpevizio della carne» Tale era lavocazione del padre De breyne nel chiostro; ed eccone il suo metodo: > > Domandasi se chi mostra tanta pe rizia nell'arte dell'impurità, possa egli stesso esser puro, se il sacerdote co stretto a passare il suo tempo sopra questi casi di oscenità, alcuni dei quali sono anche impossibili, non finiscano col perdere fin la coscienza del loro pudore. E dato che frammezzo a tante sozzure abbiano potuto passare imma culati, domandasi se giovani sacerdoti nei quali già i stimoli della natura protestano contro il voto di castità, po tranno senza pericolo e senza pena, udire in confessione gli accenti di una francesi han ragione di così scrivere, poi chè il loro e avendo suono diverso, pro nunciasi press'a poco come la nostra Z ( Confus). In cinese Khoung-fou-tseu. Nacque nel villaggio di Chang-pingnella Cina, 551 anniprima diG. C. L'infanzia di questo filosofo di fama mondiale, come quella di tutti i grandi uomini dell'an tichità, si perde fra le innumerevoli fa vole colle quali i suoi biografi la vollero illustrare . A 20 anni fu eletto primo ministro del regno di Lou, suo paese natale, ebbe la sopraintendenza dei grani e delle bestie, la qual carica abbandonò dopo non molti anni, ondeviaggiare nei piccoli regni nei quali laCina era allora giovindonzella che confessalesue col-| divisa. Vogliono alcuni che questo suo pe, se potranno senza tremito della voce e convulsione delle labbra, interrogare le penitenti sulle circostanze di fatto e di tempo che accompagnarono la con viaggio avesse lo scopo di condurlo a Laotseu, altro filosofo suo contemporaneo; altri invece gli attribuiscono il pensiero di riunire in un solo stato le varie sumazione del peccato. Quali orrende torture per un'anima condannata a non mai provare le dolcezze dell'amore ! E quantipericoli per un uomo obbligato a strappare dalle pudiche labbra di una leggiadra giovanetta una confessione di debolezza! Bendiceva S. Tommaso, che certo avràprovate molte di queste ten tazioni: « Le anime dedite alla pietà, sulle prime non accorgonsi di questo processo, poichè il demonio guardasi bene dal lanciare da principio strali avvelenati, ma usa dardi che lievemente pungono il cuore. Presto cessano i trat tenimenti angelici, e comportansi quali esseri compaginati di carne. Avviene uno scambio di sguardi fra loro, poi s' indirizzano lusinghevoli accenti che s'addentrano fino all'animo, e che pur sembrano procedere dalla primiera de vozione; infine è reciproco il desiderio di trovarsi insieme. In questo modo, conchiude l'Angelodellascuola, la divo zione spirituale si converte in passione sensuale. Quanti virtuosi preti diserta rono la religione e Dio stesso, vittime di cotali affezioni originate dalla pietà ! >> Confazio e non Confucio, corru zione del nome francese Confuce. Ma i potenze della nazione. La mala riu scita dei suoi sforzi lo persuase ad ab bandonare il mondo; si ritrasse nella solitudine con pochi fidi discepoli, e spese il suo tempo a raccogliere e rive dere i King, libri sacri dei Cinesi, che già fin d'allora si reputavano di una grande antichità. È oggetto di antica controversia il sapere se Confuzio insegnasse l'esistenza di un Dio; ma intorno a questo punto sì grandi e numerose sono le testimo nianze che lo negano, che il manifestare una contraria opinione sarebbe temerità. Forse in gran parte devesi l' opposto av viso alla divulgazione dei libri Cinesi fatta dai gesuiti, i quali, com'è noto, sì bene s'insediarono nella corte di Pekino, che ogni lor cura fu diretta a far ve dere agli attoniti Europei, quanto poco dovessero alla lor coscienza ripugnare i principii religiosi della Cina, traviati sì, ma pur sempre derivati dall'eterna rive lazione di Mosè. Ma un celebre prelato, il vescovo diConon, il quale non era ge suita, e che vivendo in quel paese era in grado meglio d' ogni altro di com prendere lo spirito della religione cinese, così nel 1699 esprimevasi intorno alle cre CONFUZIO denze di questo filosofo: ( Hist. de la Philosophie Payenne T. I. p. 23) Per quanto sia d'antica data questa lunga citazione sulla filosofia di Confu zio, mi pare che imoderni studi abbiano nulla rivelato, nulla aggiunto all' opi nione del vescovo di Conon. Quel che riman certo si è, che per Confuzio e per tutta quanta la filosofia Cinese, la po tenza è strettamente congiuntacon l'u niverso materiale, che sopra la terra vi è il Cielo o Thien, e il Thien si con fonde conquel Sciang-ti che è sinonimodi supremo imperatore, di sommo edi pa dre. Ma questapersonificazione del Cielo nonhacarattere veramente filosofico: e i filosofi speculativi della Cina tant'erano Confuzio non solo era ateo, ma ch'egli ha sì fortemente inspirato l' ateismo ai suoi settatori, che mill' anni dopo non se ne trovò pur uno che non fosse ateo quanto il maestro. Tutti hanno letto | che pensar si dovesse dell' anima dopo lontani di credere a una potenza perso nale superiore alla natura, ch' essi non ebbero idea di pene o di ricompense oltre la vita, e Confuzio stesso, richiesto questo bel passo di Confuzio, e fratanti fedeli adoratori della sua dottrina non ve ne fu un solo il quale si avvedesse cheinquelpasso e in tutti gli altri che i gesuiti sogliono citare, non si parla d'altro che di un cielo materiale, ch'essi la morte, rispose che l' affermare o il negare ch' ella fosse conscia di se era cosa egualmente dubbia e pericolosa. >> da cui il giorno dopo accettò la ca rica di consigliere di Stato, durante i cento gicrni ! Caduto Bonaparte fu ab bastanza fortunato per farsi cancellare dalle listedi proscrizione. Rientrò quindi nelle file dell'opposizione parlamentare é si voto a tutti i partiti che potessero un'opera intitolata: Della religione con siderata nella sua sorgente, nelle sue forme e nel suo sviluppo (Parigi 1823) dove a chiare note si vede quella conti nua indecisione, e quella doppiezza che propriamente convengono al diplomatico, non al filosofo. Nega alla religione ogni carattere rivelato, ma si affretta a sog giungere, che la rivelazione è impressa nel cuore. « L'uomo, dic'egli, non ha d'uopo che di ascoltare se stesso e tut ta la natura che gli parla con mille voci, per essere invincibilmente condotto alla religione Il principio della verità non è nè il ragionamento, nè l'autorità, ma il sentimento ». Di questi luoghi co muni di cui tanto abusano i poeti-filo sofi dei nostri tempi, son piene le opere di Constant, il quale negando ogni au torità sacerdotale vuole che essa « non possa tentare di inceppare, nè pure di accelerare i miglioramenti portati alla religione per gli sforzi della intelligen za ». L'uomo disdegna le magnificenze delle cerimonie, esso non si occupa che del culto dell'Essere Infinito.... Una per cezione indefinibile sembra rivelarci un essere infinito, anima, creatore, essenza del mondo, poco importando le denomi nazioni imperfette che ci servono per designarlo ». Di leggieri si scorge quanto fosse superficiale una filosofia che reg gevasi sopra fondamenti così poco defi niti e così ambigui. I chiaroscuri, la pieghevolezza e la grazia delle frasi co stituiscono tutto il nerbo di cotesta scuola effeminata, che parla al senti mento, non mai alla ragione. Questafi losofia che evita tutte le angolosità, che piaggia tutta le scuole, e che le sue a spirazioni liberalilascia intravvedere come radi lampi di luce attraverso a un infi nito numero di sentimentali reticenze, fu con grandissimo successo adottata da tutti gli uomini politici che ebbero va 188 CONTEMPLAZIONE E RIFLESSIONE ghezza di acquistarsi fama di profondi pensatori e di filosofi. Noi abbiam ve duto qual successo abbia avuto per Con stant, e sappiamo, qual fama immeritata abbia dato a Vittor Hugo, Quinet, Maz zini, i quali (fatta la debita proporzione tra la volubilità politica del primo e l'onesta vita dei secondi) seguirono le orme sue. Il fatto si è, che cotesto modo di filosofare col sentimento, oltre che ap paga unbisogno delle deboli intelligen ze, le quali sono sempre il maggior nu mero, lascia insolute tutte le questioni, degli uni ottiene il plauso, degli altri evita l'odio ; il perchè tutti vi trovano dentro alcuna cosa buona, e pei più esi genti non mancano frasi, che torturate nella debita maniera, non possano essere intese nel senso che ad ognuno piace di leggervi dentro. Penetrato dalla coscienza che l'uomo politico deve piacere al maggior nume ro, e a nessuno dispiacere, Constant a busò di questo metodo, l' eccellenza del quale pare a molti confermata dal suc cesso. « Il sentimento religioso è sempre favorevole alla libertà » Tal è la sen tenza di Constant, il quale rende poi a se stesso questa testimonianza, che « nes suno prima di lui non aveva contemplata la religione sotto l'aspetto del sentimen to ». Per quanto poco intrepida fosse cotesta filosofia, parve tuttavia al suo autore ancor molto ardita, avvegnachè in un libro postumo pubblicato da Mat ter nel 1833 col titolo : Politeismo ro Constant era vissuto in tempi che aper tamente smentivano siffatte conclusioni. Egli aveva veduto l'incredulità degli en ciclopedisti precorrere la grande rivolu zione che doveva rovesciare l'antico feu dalismo e liberare gliuomini da un giogo secolare; egli aveva ancor veduto spe gnersi questo fuoco di libertà sotto la dominazione di Napoleone ristauratore del cattolicismo, e con Luigi XVIII sta bilirsi l'assolutismo della santa alleanza. Strana libertà era quella che portava il risorgimento del fervore religioso! Questo regresso era d'altronde atte so, avvegnachè già fin dal 1811 egli scriveva al signorHochet: >> (Nuovi saggi. Introd) Non si può ne gare che la spiegazione sia ingegnosa e sottile e non debba mettere in grave coscienza dell'io, ossia la coscienza che noi abbiamo delnostro essere, sia con tinua, sempre viva e presente a se imbarazzo i cultori della filosofia spe culativa. Quanto allascuola sensualista, essa può facilmente rispondervi dicen do, che il nervo acustico percepisce solo i suoni determinati da un certo numero e da unacertaintensità di vi brazioni; oltre quel limite non vi è percezione, ondechè se il nostro orecchio sente il rumore di 100,000 onde, non così può dirsi che senta il rumore di ciascuna onda. Il movimento vibratorio percepito è essenzialmente uno, cioè il risultante dai movimenti parziali, sepa ratamente impotenti a produrre un'a zione sul nervo. Quindi giustamente si può dire che i movimenti non avvertiti, nemmen sono sentiti; imperocchè non basta che le vibrazioni del suono o della luce o di altro qualsiasi movimento si comunichino a un nervo per essere sentiti, occorre anche che il cervello, organo centrale della percezione, age voli l'azione fisiologica di quel nervo, e, per così dire, sidisponga a ricevere la sensazione. Egli è perciò che chi è stessa. Iu altre parole, domandasi se in ogni istante della vitanoisappiamo di esistere. E ben a ragione si fa questa domanda, avvegnachésia indubitato, che se la coscienza é, come si pretende, ilri sultato di un esseresemplice,uno,nondi visibile inparti, debba ognora agire, non mai fermarsi, non ammettere divisibilità di tempo né disensazione. Or gli spiri tualisti affermano che così avvenga, e lo provanopure affermando che la coscien za dell'io è essenzialmente una eindivisi bile, onde tutte le sensazioni vanno a riunirsi in un punto solo, il qualeha la coscienza dell'essere. Or, dicono essi, se questo punto centrale fosse mate riale dovrebbe essere esteso, ma ciò che è esteso è composto di parti e non può dareuna sensazione unica, non può darci quel sentimento unitario per il quale, nell'atto di percepire le cose e sterne,noi sappiamo di percepirle, e ac canto all'oggetto percetto abbiam sem pre il sentimento del soggetto che per cepisce. Per spiegare questo sentimento che costituisce la coscienza, conviene ammettere che dietro agli organi mate riali della sensazione, vi è un substrato spirituale, non esteso, non composto di parti, il quale riunisce concentra in un punto solo, in una sola unità, tutta la varietà e la molteplicità delle sensa 197 Il Prof. Schiff ha bene e giustamente risposto all'obbiezione di Lotze, il quale afferma che noi sentiamo esistere in noi stessi, una unità consciente delle zioni, e produce infine quel sentimento unitario che ci fa dire : io sento, io penso. Maperò è unavera astrazione degli spiritualisti quella per la quale essi credono che in noi esista veramente quelsentimento misterioso, indipenden te dalla sensazione,che ci dàlacoscienza dell'esser nostro. Glidealisti stessi della scuola di Berkeley, e perfino Hegel hanno dimostrato che l'io è un essere puramente fenomenale, prodotto in noi dalla sensazione e strettamente con la sensazione congiunto; e che quando dall'idea dell' io si toglie quella di sen sazione, più non ci resta che una vaga idea astratta, senza determinazione, idea che è identica collo zero assoluto. Non so con qualfondamento ilProf. Schiff nella sua Cenestesi abbia scritto che questa negazione dell'io non rimane senza opposizione,specialmente da parte del materialismo. Il materialismo si ac corda anzı assai bene con la teoria sen sualistica, e non può quindi in nessuna maniera consentire a separare la sen. sazione dalla coscienza: esso sa troppo bene che noi acquistiamo la coscienza dell' essere allora soltanto che eserci tiamo i nostri sensi, tantochè sentire e sapere di sentire sono per noidue fatti contemporanei che si confondono in un solo concetto. Laddove non vi è sensa zione non può nemmen esservi coscien za; sebbene possa esservi vita chimica o vegetativa ; e questo fatto chiarisce ancora il materialismo che la coscien za dell'io entra in noi per la porta dei sensi. Il materialismo non poteva dunque combattere Berkeley per avere avanzata questa negazione, ma sì piut tosto ha combattuto il suo eccessivo idealismo col quale negava alla materia ogni realtà. molteplici sensazioni che proviamo. Or questa unità, questo punto dove con vengono e si uniscono tutte le sensa zioni per costituire l'unità dell' io, per quanto si possa concepire piccolissimo, èperò sempre esteso, e come tale può essere rappresentato come costituito di parti, come formato con faccette ed angoli, ciascuno dei quali forma una individualità separata. A menochè dun que questo punto non corrisponda a quello ipotetico dei matematici, non abbia, cioè, nessuna dimensione, noi nonpotremo mairappresentarcelo come il substrato per mezzo del quale si con centrano in una unità tutte le sensa zioni e si costituisce la coscienza del ' io. A siffatta obbiezione di Lotze, si può facilmente rispondere negando assolu tamente ogni substrato della materia, la quale trova in se stessa il principio della sua azione. Se l' io costituisce ve ramente una unità indivisibile, come pretende Lotze, egli avrebbe ben ra gione di negare, che un punto mate riale qualsiasi possa essere il centro di questa unitàconsciente; ma nella realtà ifatti ben ci dimostrano che questa in divisibilità dell'io non è altro che una idea metafisica non conforme al vero. Chi è assorto in profonda meditazione avverte appena il dolore che gli si ca giona se questo non è così grave per poterlo distrarre. Sol quando egli esce dalla preoccu pazione ricorda il dolore provato, e al lora soltanto riacquista l'idea dell' io, che lo sentiva. Mentr'io sto esaminando con interesse un fatto che può con durmi alla verità, non penso guari al mio io; io sono per così dire fuori di me, non penso che agli oggetti delle mie ricerche, ed appena so se io esi sto. Se un vestito stretto alla vita mi importuna, in quel momento il mio io è rappresentato da quella parte del corpo che sente l'impressione, dal ven tre o dal petto; se sono ferito penso alla sola parte ferita ed è essa sola che in quel dato momento rappresenta il mio io; se mi metto iguanti il mio io momentaneo è la mano, ecc. Dopo un centesimo di minuto secondo la mano potrà rammentarmi il braccio, lavambraccio, le gambe,la testa, e in fine generalizzare l'idea dell'io a tutto il corpo. Ma questo fatto non è imme diato; è soltanto mediato, successivo e interrotto da grandi lacune. Avviene in questi casi come nella storia e in tutte le associazioni di idee, che sicon nettono: la mia storia, può ricordarmi quella del mio paese, questa la storia così rapida che sfugge alla percezione nostra, di guisachè scambiamo facilmente la successione colla simultaneità. >> EPlinio ( Storia Nut. lib. I. Cap. 2 ) soggiunge: « Egli è da credere che il mondo, e questo che con altro nome ci è piaciuto di chiamar cielo,dal cui giro tutte le cose son coperte, sia una divi nità eterna, che non deve mancare mai. Egli è sacro, eterno, immenso, tutto nel tutto, anzi egli è proprio il tutto finito, e simile all' infinito. Non appartiene certo agli uomini, nè cape nelle con getture dell' umana mente, il voler in vestigare le cose estrinseche di esso ». Anche l'Antico Testamento si uni forma all' universale concetto della filo sofia pagana, perciocchè il primo versetto della Genesi nel testo ebraico ha un senso ben diverso da quello che gli è attribuito dai traduttori e commentatori. Laparola barà che si traduce per creare, dice il Larroque, non significa produrre dal nulla, ma nel concetto principale esprime tagliare, colpire, ed offre i si guificati secondari di formare, produrre, generare. Siffatta interpretazione che ri sponde al vero spirito della lingua e braica è d' altronde confermata dalla Genesi stessa, laddove l'autore usando la stessa, parola, dice che Dio formò (bard) l'uomo. Ove questo vocabolo ve ramente esprimesse in questo caso il senso di creare, implicherebbe contraddi zione. Anche la Sapienza, libro ebraico inscritto nel canone dal Concilio 'di Trento, insegnando che la mano di Dio da informe materia ha creato il mondo (XI, 18) prova che lo spirito della reli gione giudaicaammetteva l'ipotesi di un caos primitivo. Il nichilismo del cristianesimo trova dunque il mondo poco preparato a rice vere la sua dottrina della creazione, e il dualismo prevalente nelle prime eresie cristiane con Ermogene, Saturnino e Marcione ( vedi questi nomi ) rappresen tava lacoordinazione del nuovo domma coll' antica filosofia. Tutti gli sforzi de gli antichi padri della Chiesa sono di retti a combattere cotesta risplendente verità, che a loro pare errore. Lattanzio contro Cicerone ( Instit. ). Tertulliano contro Ermogene, Origene contro Marcione affastellano argomenti per distruggere il fondamento di questa filosofia. Origene lo dice chiaro: il sen timento della eternità della materia di vide i pagani dai cristiani ( Omelia XIV ); prima d'ogni cosaegli vuol che si creda a un Dio che tutto ha tratto dal nulla. Sopra questo punto il cristianesimo non transige e l'unanime consentiniento della Chiesa si smarrisce in ogni altro domma, ma in questo risplende. Gli antichi pa dri possono errare, smarrirsi, far l'ani ma eziandio materiale, (vedi ANIMA )ma in questo si accordano, che tutto ciò ch' esiste è tratto dal nulla. Dio solo è il principio dell' esistenza, ed egli regna nel cielo cristiano senza rivali. « Dio, dice Tertulliano confutando il dualismo di Ermogene, non avrebbe potuto ser virsi della materia nella sua qualità di padrone del tutto. Dio è padrone del tutto in quanto ha tutto creato, la ma teria come il rimanente; ma se Dio non CREAZIONE avesse creato la materia, se la materia fosse eternamente esistita come Dio ed 203 dimostrarela nullità di tutti i concepi menti umani intorno al principio delle indipendentemente da Dio, egli non ne sarebbe stato il padrone, non avrebbe avuto alcun potere sovra di essa ». La filosofia cristiana ben ragionava contro i dualisti: poichè a che giova l'ammet tere due principi coeterni, uno attivo e l'altro passivo ? Non ci basta forse una eternità sola, e non è anche questa di troppo per capire nel nostro cervello ? L'error degli antichi consisteva nel con siderare la materia siccome un essere passivo, privo di movimento, incapace quindi di produrre la vita. Quest'anti tesi è tolta ormai dalla nuova maniera di considerare il mondo e le forze che lo dirigono, e d'innanzi a questo indi rizzo della filosofia, il dualismo e il dei smo divengono egualmente assurdi e in concludenti. E nondimeno chi avrebbe mai creduto che nei tempi nostri do vesse sorgere una teoria ancor meno concludente e con ella uomini più in, cludenti ancora per innalzarla agli onori dell' accademia? Non abbiamo noi veduto Hegel e li Hegheliani farneticare conscon finate astrazioni e riporre ' universal principio dell' esistenza in qualche cosa di diverso da tutto ciò che esiste, in ciò che non è sostanza, nè causa, nè essere, e che per non sapersi con adatte parole definire, si chiamò non essere puro ; principio sempre presente a se stesso, la cui immutabilità s'intitola processione dialettica ? La pazzia ha i suoi gradi, ma quella diHegel doveva essere molto cronica perch'egli non si avvedesse, che creando nomi nuovi, noncreava sostanze nuove e nuove essenze, e che il suo non essere puro era propriamente un non essere davvero, dal qualefaceva procedere l'esistente. Contro queste astrazioni che si risol vono in meri giuochi di parole e che alcuni non si peritano di chiamarepro fondità, non vi è miglior rimedio di quel materialismo scientifico cotantodisprezza to, ilquale,s'anco nonavesse maggiorime riti, nessunogli potrebbecontestarequello cose. E per verità, sulla creazione non vi è filosofia che parli più chiaro e con una più insinuante evidenza del materialismo. Esso dice: le leggi del pensiero neces sariamente ci inducono a ricercare in tutte le cose un principio, ma la ragione di questa tendenza non riposa già, come vorrebbe la metafisica, in una certa quale prescienza dell'assoluto propria del 1' anima nostra; anzi essa riposa sopra un fatto puramente relativo, contingente, affatto transitorio e che rappresenterebbe piuttosto la negazione dell'assoluto. Una volta ammesso che noi non abbiamo idee innate e che tutte quelle che pos sediamo le abbiamo acquistate colla e sperienza (vediIdee innate), è necessario che anche l'idea di un principio non ci sia pervenuta in altra maniera. Infatti perchè mai noi pensiamo ad un princi pio? Perchè tuttele contingenze fenome niche che noi osserviamo ebbero princi pio e fine. Di tutte le forme che e sistono nessuna è eterna, e in un tem po più o meno lungo l'osservazione ci attesta che tutte cambiano e si trasfor mano. Noi stessi abbiamo principio e fine, ed è perciò che siano naturalmente con dotti a dare un principio e una fine a tutte le cose che vediamo. Ma possiamo noi applicare questa regola all'assoluto? Qui tutte le filosofie, tutte le scuole si accordano,perciocchèl'intelligenzanostra finita, intendere non può le cause infi nite, e unae il rimanente; ma se Dio non CREAZIONE avesse creato la materia, se la materia fosse eternamente esistita come Dio ed 203 dimostrarela nullità di tutti i concepi menti umani intorno al principio delle indipendentemente da Dio, egli non ne sarebbe stato il padrone, non avrebbe avuto alcun potere sovra di essa ». La filosofia cristiana ben ragionava contro i dualisti: poichè a che giova l'ammet tere due principi coeterni, uno attivo e l'altro passivo ? Non ci basta forse una eternità sola, e non è anche questa di troppo per capire nel nostro cervello ? L'error degli antichi consisteva nel con siderare la materia siccome un essere passivo, privo di movimento, incapace quindi di produrre la vita. Quest'anti tesi è tolta ormai dalla nuova maniera di considerare il mondo e le forze che lo dirigono, e d'innanzi a questo indi rizzo della filosofia, il dualismo e il dei smo divengono egualmente assurdi e in concludenti. E nondimeno chi avrebbe mai creduto che nei tempi nostri do vesse sorgere una teoria ancor meno concludente e con ella uomini più in, cludenti ancora per innalzarla agli onori dell' accademia? Non abbiamo noi veduto Hegel e li Hegheliani farneticare conscon finate astrazioni e riporre ' universal principio dell' esistenza in qualche cosa di diverso da tutto ciò che esiste, in ciò che non è sostanza, nè causa, nè essere, e che per non sapersi con adatte parole definire, si chiamò non essere puro ; principio sempre presente a se stesso, la cui immutabilità s'intitola processione dialettica ? La pazzia ha i suoi gradi, ma quella diHegel doveva essere molto cronica perch'egli non si avvedesse, che creando nomi nuovi, noncreava sostanze nuove e nuove essenze, e che il suo non essere puro era propriamente un non essere davvero, dal qualefaceva procedere l'esistente. Contro queste astrazioni che si risol vono in meri giuochi di parole e che alcuni non si peritano di chiamarepro fondità, non vi è miglior rimedio di quel materialismo scientifico cotantodisprezza to, ilquale,s'anco nonavesse maggiorime riti, nessunogli potrebbecontestarequello cose. E per verità, sulla creazione non vi è filosofia che parli più chiaro e con una più insinuante evidenza del materialismo. Esso dice: le leggi del pensiero neces sariamente ci inducono a ricercare in tutte le cose un principio, ma la ragione di questa tendenza non riposa già, come vorrebbe la metafisica, in una certa quale prescienza dell'assoluto propria del 1' anima nostra; anzi essa riposa sopra un fatto puramente relativo, contingente, affatto transitorio e che rappresenterebbe piuttosto la negazione dell'assoluto. Una volta ammesso che noi non abbiamo idee innate e che tutte quelle che pos sediamo le abbiamo acquistate colla e sperienza (vediIdee innate), è necessario che anche l'idea di un principio non ci sia pervenuta in altra maniera. Infatti perchè mai noi pensiamo ad un princi pio? Perchè tuttele contingenze fenome niche che noi osserviamo ebbero princi pio e fine. Di tutte le forme che e sistono nessuna è eterna, e in un tem po più o meno lungo l'osservazione ci attesta che tutte cambiano e si trasfor mano. Noi stessi abbiamo principio e fine, ed è perciò che siano naturalmente con dotti a dare un principio e una fine a tutte le cose che vediamo. Ma possiamo noi applicare questa regola all'assoluto? Qui tutte le filosofie, tutte le scuole si accordano,perciocchèl'intelligenzanostra finita, intendere non può le cause infi nite, e una successione di cause le une generatrici delle altre all'infinito è tanto poco comprensibile per l'intelletto nostro quanto il concetto di un causa prima esistente da tutta l'eternità. Nondimeno preferiamo attenerci a quest'ultima ipo tesi, siccome quella che più si avvicina alle così dette leggi del pensiero. Ora, supposto che si debba ricercare una causa prima di tutti i fenomeni che ci circondano, e che questa causa renda più chiaro all'intelligenza il concetto di origine (il che non è vero, perchè nel concetto di causa primacontiensi sempre 204 CREAZIONE l'inintelligibile eternità) domandasi se questa causa prima sia la materia op pure un ente che è fuori e che è ante riore alla materia. La metafisica dice che la materia non può essere causa prima, perchè il pensiero necessariamente ci conduce a dare una origine alla ma teria. Ma ognun vede che questa è una pura e semplice,petizione di principio; spiegasi, cioè, la cosa ricercata con la ragione stessa che ci induce a ricercarla. Mad'altronde, ammesso pure che questa causa causarum risieda in una entità che sta fuori della materia, avremo noi spiegata l' origine delle cose? Le leggi del pensiero saranno per questo appa gate? Non ci indurranno forse ancora a ricercare qual sia l'origine di questa causa prima, la quale diventerà perciò avolta sua causa seconda o terza, secondo che piaccia al pensiero di spingere più o meno innanzi le sue investigazioni ? Esiccome il creare delle cause ideali non costa al pensiero molta fatica, così non si saprebbe a qual punto si ferme rebbe. Çiò posto, non è egli più ov vio il fermarsi addrittura alla materia, questo ente sensibile, che vediamo, sen tiamo, e per il quale viviamo? E d' al tronde non vi è poi nessun motivo de terminante che ci possa consigliare que sta scielta? Fra un ente astratto che non possiamo concepire e che sfugge alla percezione di tutti i nostri sensi, e una realtà tangibile che negare non si può, è egli lecito rimanersi in dubbio ? Ciò che vediamo e sentiamo avrà egli per la nostra ragione minor evidenza di una supposta entità, laquale in nessuna ma niera possiamo concepire, in nessuna guisa rappresentare? E poi questa stessa materianon ci dà ella stessa le prove della sua eternità? L' abbiam noi veduta nascere? La vediam noi spegnersi? Non mai: nessuna materia nuova si produce, nessuna si distrugge; e se perfino la metafisica non osa negare che la mate ria nel tempo si produce o si distrugge, come oseremo noi privarladell'attributo dell' eternità, il qual suppone appunto l'ente senza fine? Ben si dice dai meta fisici, che se la materia non si produce nè sì distrugge ora, nulla prova che non siasi prodotta in principio, che non si distruggerà alla fine. Ma con altrettanta logica questa stessa conseguenza puossi applicare all'ente che si vuol sostituire alla materia, avvegnachè nulla ci dice che se esiste ora sia esistito prima, ed esisterà alla fine. L'astrazione dunque non spiega in nessuna maniera la que stione d'origine, e fradue ipotesi quella certamente è più probabile, la quale meno ripugna ai sensi, e vanta, se non altro, l'evidenza del fatto presente. Perfino la filosofia teista è costretta a convenire che l'idea di creazione in tendere non si può con la sola potenza dell'intelletto. S. Tommaso rimproveran do gli antropomorfi che concepire non sanno l'immaterialità,li accusava di non aver saputo elevarsi al di sopra della loro immaginazione; la qual cosa è ancor più chiaramente detta dall' inglese Clarke, ministroprotestante :> (Toledo 633). Se in giorno di digiuno un padrone ciba il suo schiavo con carni, questo sarà libero (Bergham stede 696) . Nè solo la Chiesa tollera e approva la schiavitù; essa ha pure i suoi schiavi. Oltre quelli che nel medio evo per fuggire la tirannia dei signori offrivansi in volontaria servitù ai ricchi conventi e alle potenti abbazie (La Fa rina Storia d' Italia), i bastardi dei preti, saranno schiavi della Chiesa, ed è fatto divieto ai giudicidi affrancarli, quand'an che la loro madre fosse libera (Toledo 658, Pavia 1012) ; i vescovi potranno vendere gli schiavi fuggitivi a lor pro fitto (Adge 506); ma essi non possono CRISTIANESIMO vendere nè gli schiavi nè gli altri beni della Chiesa ( Siviglia 619). Il vescovo non può nemmeno affrancare gli schiavi della sua Chiesa, s'egli non laindenizza altrimenti ; e se nonostante questo di vieto il vescovo affrancherà gli schiavi, il suo successore li ridurrà novellamente in servitù, poichè l'affrancazione non può tenersi valida (Toledo 633). Un altro con cilio di Toledo nel 773 trova necessario di proibire ai vescovi di mutilare i servi della Chiesa, e quello di Francoforte nel 894 vieta agli abbati di accecare i mo naci o altro gregge servo di Dio ». Cio nondimeno ancora nel 1253 il capitolo di Nostra Signora di Parigi avendo get tato in orride prigioni tutti i servi del villaggio di Chateney, sostenne con tro la stessa regina, ch' esso aveva il diritto di vita edi morte sui suoi schiavi (Dulaure); e intorno a quel tempo il vescovo di Cambrai faceva accecare tutti gli schiavi del suo nemico ( Malfilatre. Recueil des historiens de France). Nè si dica che queste massime non sono cristiane, che laChiesa ha subito i costumi del tempo. Ella non ha subito la schiavitù, ma sì l'ha imposta. Ancora nel 1522 il 3º concilio di Laterano dà ai sovrani il diritto di ridurre in servitù i dissidenti, e Gregorio X permette che siano ridotti in servitù coloro che for nissero armi o navigli agl'infedeli. Pro testanti e cattolici si combattono sui dommi, ma si accordano sulla schiavitù. Sentiamo le giurisprudenza ecclesiastica intorno aquesto punto. Bossuet, vescovo di Meaux, sullafine del secolo XVII così scriveva: > Allorchè nel 1792 i commissari per ' incameramento presero possesso del la biblioteca ecclesiastica di Clairvaux, 217 fezione spirituale del cristianesimo, un trovarono all' incirca 2000 manoscritti e 35000 volumi stampati, rinchiusi nelle stesse casse che otto anni prima avevano servito a trasportarli da Dijon, ove era no posseduti dal presidente Bouhier. Fu certamente per un atto di altis simo rispetto all'antichità e alla scienza che quei buoni monaci, durante questi otto anni, avevano religiosamente con servati i volumi nelle stesse casse e in luogo abbastanza umido; poichè all'a prirsi di esse si trovò che i libri erano tutti putridi e in gran parte guasti. Nel 1755 i Francescani di Anversa persba razzarsi d' un impaccio inutile, regala rono al loro giardiniere 1500 volumi, che furono poi venduti ad un erudito inglese pel valore di quattordici mila lire! Moltissimi altri fatti di questo ge nere provano pur troppo quanto i mo naci fossero penetrati dall' importante missione di conservare ai posteri il te soro delle cognizioni con tanti stenti accumulato dagli antenati. Certo, molte e molte opere uscirono dai conventi, molte polemiche e guerre guerreggiate a/colpi di penna, furono date in ispet tacolo al medio evo. Ma se le discus sioni fatte sulla consuntanzialità e sulla grazia, sulla fine del mondo e sui modi più adatti a scoprire le streghe, fecero si che quei buoni messeri si scervellas sero intorno alle più futili questioni, e sempre più imbestialissero il mondo, non so davvero quanto la civiltà debba es serne grata al cristianesimo e alla sua Chiesa. Bayle nel suo Dizionario Storico ha esaminato se una societàdi atei potrebbe sussistere; ma a ben miglior ragione a vrebbe potuto esaminare se sussistere potrebbe una società di veri cristiani. Imperocchè un popolo interamente as sorto nella idea di raggiungere la per popolo tutto compreso nel pensiero d' avverare sulla terra la morale evang lica, sarà insensibilmente condotto a 0 vina, quantunque credenti e filosofpo co profondi vadano magnificando l'al tissima perfezione di questa morte. Do vrà innanzi tutto ogni buon cristano che vuol essere perfetto votarsi a celibato, e alla mortificazione, avvegnanè il con trastare i sensi e il far soffrir la carne, è virtù veramente evangelica( v. CELI BATO ECCLESIASTICO E ASTIN-NZA DALLE CARNI ). Dopo avere tolti alsuo seguace la moglie e ogni piacere di sensi, Gesù gli toglie eziandio la ricciezza. Una an che modesta agiatezza pe fondatore del cristianesimo è colpa e ausa di perdi zione, perciocche egli èpiù agevole che un cammello passi pe la cruna di un ago, di quello che sia a un ricco l'en trare nel regno de'cieli. ( Luca, Matt., Marc. ). È tanto male il re spingere una offesa quanto il farla. Con questi principii chesono tutto il nerbo della dottrina cristiana, è impos sibile che una società possa sussistere lun gamente, onde ben aragioneG.G. Rous seau diceva, che una società di veri cri 219 applicasi perfino a un re pagano, a Ciro, come può vedersi dalle seguenti parole di Isaia: « Queste cose dice il Signore a Ciro, mio Cristo, cui io ho preso per mano a fine di suggellare a lui le nazioni e porre in fuga i re > (XIV,). Anche Lattanzio così parlava intorno a questo punto: Critolao.Nacquea Faselide nella Lidia, studio filosofia in Atene sotto Aristone di Ceo e fu capo della scuola peripatetica verso l'anno 155 prima di G. C. Sesto Empirico dice ch'egli condannavala rettorica siccome un' ar te nocevole, e Filone c'insegna ch'egli appoggiando la filosofia di Aristotile ammetteva l' eternità del mondo. Nel suo Trattato sulla incorruttibilità del mondo egli ragiona così: « Tutto ciò che nasce haun accrescimento, è sog getto alla corruzione, alla vecchiezza ed alla morte. Il mondo non ha accre scimento, non s'altera, non invecchia, dunque è eterno. : Croce. Tant'è l'importanza che il cristianesimo ha dato al simbolo della croce, che icattolici si sonoperfino la sciati indurre adadorarlo come segno della rigenerazione dell'umanità. Nono stantequesta pretesa importanza simbo lica si è molto sorpresi di vedere che la croce, come simbolo rappresentativo, non fa usata dal cristianesimo prima di tre secoli almeno dopo la morte di Gesù. Nessun monumento di data certa, scrive il cav. De Rossi, buon ortodosso diret tore degli scavi di Roma, non si pre senta prima del quinto secolo, il quale porti la croce immissa o quella detta greca. Un solo esempio della croce tau, riferito da Boldetti si incontro sotto la data del 370, e quelle che si osservano nelle catacombe sono state, per quanto nedice il citato antiquario romano, tracciate nei tempi relativa mente moderni dallamano più pia che esperta dei pellegrini che le visi tavano. Dunque non solo i contemporanei di Gesù, ma perfino tutti i cristiani, per il corso di oltre trecent'anni hanno affatto ignorato questo famoso signum Christi, il qual si vuolche fosse stabi lito in tutti i tempi. Ma ciò che ad al cuni parrà veramente strano, si è che se i cristiani non conobbero il segno della croce che in tempo molto inol trato, lo conoscevano invece i pagani e gli idolatri già da tempo immemo rabile prima della venuta di Cristo. Gabriele di Mortillet in un libro inti tolato: Le signe de la croix avant le christianisme; haraccoltonumerose te stimonianzepaleontologiche,dalle quali appare, che il segno di croce trovasi inciso sopra un gran numero di sto viglie scoperte nelle terremare dell'Emi lia presso Parma e Reggio e attri huite, secondo ogni verosimiglianza, ad unpopolo che abitava quei paesi as sai tempo prima dei romani e degli Etruschi. Lo stesso seguo si trova im presso sopra molte stoviglie peistori che del Cimitero di Villanova presso Bologna, e nelle tombe di Golasecca presso il lago maggiore, dove fu pure trovato sotto un vaso fabbricato forse mille anni prima dell'era nostra, quel segno che i cristiani adottarono poi siccome il famoso monogramma di Cri sto (Una X attraversata da un P). Al tri oggetti preistorici col segno di croce sono stati pure trovati nella Francia e nell' Inghilterra, ed è poi noto che la croce detta Tau fu nel l'Egitto un simbolo religioso, l'emble ma della vita e della potenza e come tale era posta nelle mani agli Dei di quel paese. Il Signor Letronne in una memoriapresentata all'Accademia delle inscrizioni, ha dimostrato che fu ap punto questo Tau et che i cristiani dell' Egitto hanno adottato nei primi tempi come simbolo cristiano ; mentre poi si vede che le prime croci incise dai cristiani di Roma, si avvicinano ad un altro tipo che, secondo il signor Letronne, si trovano sulle medaglie an tiche di Acarnani, di Atene, di Ales sandria e di Seleucide. Crociate. Guerre fatte dai cri stiani in nome di Dio e della croce per imporre altrui la loro volontà e la loro legge. Alla fine dell'undecimo secolo, scri ve il Laurente, l' Europa si precipita sull'Asia per conquistare il sepolcro di Cristo. Le vessazioni che i pellegrini subivano visitando la città santa, fu il pretesto di questa guerra di due se coli. Tuttavia queste vessazioni non erano altro che un accidente. Gli Arabi hanno gran venerazione di Gesù, e danno prova di grande rispetto per la fede che conduce icredenti alla visita dei luoghi santi. Nella prima metà dell'ottavo secolo un vescovo Sassone fatto prigioniero, fu tradotto davanti al capo degli Arabi per essere giudi cato: poniamo mente alla sentenza del l'emiro: Leopoldo Delisle (Études sur la con dition de la classe agricole inNormandie, au moyen-âge) toglie dagli Archivi nazionali di Francia (Sez. P. 305 n.º 38) il seguente testo del 1419 « En dit lieu (de laRivière-Bourdet in Norman CULTO dia) aussi ay droitde prendre sur mes hommes et autres, qui se marient sur ma terre, dix soutz tournois ou je puis et dois, s'il me plaist, aler cou chier aveque ' espousée, au cas où son mary ou personne de par lui ne paie 227 ligione positiva rendono a Dio ed agli altri esseri sovranaturali. Il culto pre senta tutti i caratteri dell'antropomorfi, roit >. Che laChiesa, non solo tollerasse, ma pretendesse cotesto diritto, è provato da fatti parecchi; se non che, volle ella san tificarlo adducendo, che siccome le pri aver veduto mizie dėl matrimonio erano dovute a Dio, e gli sposi avevano l'obbligo di esser casti durante le prime tre notti di matrimonio, così dovevano i vassalli pa gare alla Chiesa la licenza di giacersi insieme colla loro moglie subito dopo averla sposata. Cattiva giustificazione di una triste causa, però che questa tassa applicata ai soli vassalli, è sicuro indi zio della sua origine. Narra Boerins di in curia Bituricenci (Bourges), coram metropolitano, proces sum appellationis in quo rector, seu curatus parochialis, prætendebat, ex consuetudine, primam habere carnalem sponsæ cognitionem ». « Altri fatti ci attestano che ildiritto di cullagio era percetto dalla Chiesa. Un decreto del 19 marzo 1409 toglie al ve scovo d'Amiens il diritto di esigere una tassa dagli sposi (Arch. de France X. 57) Altro decreto del parlamento di To losa dato il 1 marzo 1558 vieta all'ab bate di Sorreze di prelevare questa tas sa nella signoria di Villepinte- Nel 1582 il Parlamento di Parigi fa lo stesso divieto ai religiosi di Saint-Etienne Egual divieto è fatto dal parlamento di Bordeaux nel 1620 agli Agostiniani di Limoges, e più tardi i Canonicidi S. Claudio, da Voltaire tanto giusta mente stimmatizzati, sequestravano i beni matrimoniali della sposa che a vesse passata la prima notte di matri monio col marito, invece di restare sotto il tetto paterno. (Veuillot. Le droit du seigneur au moyen age- Vedi anche l'articolo AMORE in questo Dizionario. Culto. Onore che i fedeli d'ogni re : smo siccome quello il qual suppone che Dio possa partecipare alle umane fragilità e placarsi e diventar benigno verso i suoi adoratori sol perchè essi gli tributano quella sorta di omaggi che, dal più al meno, rendono a tutti i potenti della terra. L' idea di un culto, infatti, riposa sopra l'assurda credenza che la mente, la qual pur si dice infinita, di Dio, attribuisca un grandissimo valore agli effimeri o nori dei meschini abitanti di questa molecola dell' universo, che si chiama mondo. Appo i selvaggi l'idea cardinale del culto si rivela con tutti i suoi ca ratteri antropomorfi. Essi con adorano le potenze sovranaturali, se non in ra gione del bene che possono sperare da loro o del maleche da loro possono te mere. Il loro culto è meramente rego lato dai rapporti che passano fra essi e gli altri uomini, epperò rendono ai loro idoli quegli stessi servizi o quegli stessi onori i quali sogliono rendere agli uo mini più potenti di loro. I popoli della Siberia rendono solenne culto e fanno offerte ai loro Dei sol nei giorni di sventura, e i Kamtscadali, come rife risce Feuerbach, per solito sono molto parchi in queste offerte, nè donano ai loro Dei altro che le ossa, le reste e la testa dei pesci, dei quali, com'è ben natu rale, essi non possono cibarsi. Anche i negri per solito non offrono agli Dei altro che le ossa e le corna delle loro bestie, e nell'antica Grecia Esiodo dice che Prometeo insegnava agli uomini di non offrire agli Dei altro che le ossa, e a se stessi riservare la carne degli' ani mali. Ma nontutti ipopolisono cosìpar chi nel loro culto, ecertiselvaggi credono ancora di rendersi accetti ai loro idoli ungendoli con grasso e riempiendo il loro naso di tabacco, imperocchè il ta bacco è cosa ad essi cara, e l'ungersi il corpo è usanza generale dove I' abbon danza degli insetti rende n cessario di CULTO mettere al riparo l' epidermide dai loro perniciosi attacchi. Gli insulari di Fidsci al loro Dio offrono vivande, e in gene rale vediamo che l'idea del culto non si disgiunge mai da quella di offerta e di sacrificio, avvegnachè gli uomini offrano agli Dei le cose cheper lororeputano utili, ond'acquistarsi laloro protezione e illoro appoggio; ondechè il culto nei suoi pri mi elementi risolvesi in una sorta di con tratto bilaterale, nelquale non si presta no onori senza promessa di beneficio. I Botocos, tribù degli Ottentotti, non ado rano forse lo spirito del maledal quale tutto possono temere, e albuonDio non negano culto, poich' essi credono che sia un buon vecchio incapace di far male ad anima viva? Anche Randall narra che gli indigeni delle isole Kingsmill (Micronesia meridionale) dacchè furono decimati da una orribile epidemia, per dettero ogni fiducia negli spiriti a cui prima rendevano culto. Di mano in mano che la civiltà si accresce anche il culto s'ingentilisce. Il concetto della divinità che subisce una elaborazione. metafisica, sempre più si allontana dall'antropomorfismo volgare ; l'uomo più non presume di potere tor nar utile al suo Dio, ma da lui tutto attende, e lui adora come il sovrano di spensatore delle grazie e dei castighi. Allora alla triviale offerta dei selvaggi su bentra il sacrificio di espiazione, e iriti e i simboli formano le arcane cerimonie in soccorso delle quali vengono le me raviglie dell'arte; e l'incanto della mu sica e degli odori accrescono il culto da rendersi in onore della maestà su prema. Però non sempre le religioni civili si sono limitate ad onorare il solo Dio, e il cattolicismo specialmente ha distinto il culto in varie specie delle quali qui appresso parleremo. CULTO DI LATRIA, che appartiene al solo Dio, ed intorno al quale'tutte le chiese cristiane concordano, siccome quello che è comandato dalla scrittura e specialmente dal primo comandamento della legge Temerai il Signore Dio tuo e lui solo servirai » (Deuter. VI 13). Però, non tutti icredenti in un Dio per sonale si accordano intorno alla maniera di prestare il culto dilatria, imperocchè propriamente questa parola greca signi fica servire (da latreia, servo) e varie sono le maniere di rendere servitù. Tra il lusso smodato delle chiese cattoliche e la modestapovertà delle assemblee dei quaccheri i quali, secondo un detto e vangelico, adorano Dio in ispirito e ve rità, corrono tante diversità di culti quante sono le Chiese e le comunioni religiose. Nè mancano deisti i quali so stengono che il culto daprestarsi a Dio deve essere puramente interno, e ogni culto esterno rigettano siccome inutile e superstizioso e sgradito alla divinità. Ma costoro mal ragionano, avvegnachė sia facile il dimostrare che, o Dio è un essere veramente antropomorfo, e percid gusta e ambisce gli onori, e allora l'ono rarlo esternamente e conquella maggior pompa che siapossibile è atto doveroso e non superstizioso ; oppure gli onori non ama, e allora l'adorazione, sia inter na od esterna, non cambia natura din nanzi ad un essere per il quale non esi ste nè dentro nè fuori, nè sopra nè sotto, e al cui cospetto ogni cosa è palese. CULTO DI IPERDULIA, con cui viene o norata la Vergina Maria, madre di Dio, la quale per la Chiesa cattolica essendo nata immacolata, merita un culto supe riore a quello degli altri esseri del Paradiso. CULTO DI DULIA, il quale nella Chiesa cattolica rendesi ai santi pei doni sopra naturali ond'essa dice che furono da Dio favoriti. Tutte le Chiese protestanti con unanime accordo rigettano questo culto, non meno che quello di iperdulia, sicco me superstizioso econtrario alla scrittura e non mai praticato dai cristiani dei primi quattro secoli. In quanto alla scrit tura essi dicono che quando alcuno dei suoi discepoli domandò a Gesù Cristo: Fondandosi su queste considerazioni, il Prof. Mantegazza conchiude che le dif ferenze caratteristiche che si notano fra gli animali dei due sessi, devono attri buirsi alla natura speciale della secre zione spermatica, laquale imbevendo per riassorbimento tutti i tessuti ne modifica profondamente la nutrizione, facendo ap parire nuove forme, nuovi colori, nuovi caratteri anatomici e fisiologici. Il Dar win inunalettera del 22 settembre 1871 dichiarò di non poter credere che l'as sorbimento del liquido spermatico possa modificare i tessuti dell'animale che lo secreta; ma questa denegazione del sa piente transformista inglese, non toglie che le obbiezioni del Mantegazza siano di qualche peso, e che la sua ipotesi acquisti tanta maggior evidenzainquanto par verificata da un certo numero di fatti abbastanza capitali. Invero, pri ma della pubertà, come osserva Mante gazza, il maschio e la femmina si rasso gliano tanto da non poterli distinguere, e la vecchiaia fa spesso scomparire i caratteri sessuali secondari, i quali pure non si sviluppano se il maschio è ca strato. Sappiamo che agli eunuchi non cresce la barba, chelaloro voce conser vasempre un timbro infantile eche giun gono all'età matura assumendo abitudi dini più femminee che virili; e sappia mo pure qual differenza esista fra il bove e il toro, fra un gallo ed un cap pone. Del resto, m' affretto a soggiungere che se il Mantegazza contrasta l'elezione sessuale, non nega però l'influenza del l'elezione naturale. Mi pare anzi che la DARWINISMO sua teoria della neogenesi si risolva ancora in questo ultimo genere di ele zione. Spieghiamo in poche parole que sta teoria. La regola normale della ge nerazione è che il figlio è sempre di verso dal padre o dalla madre, ma che questa diversità è però così accessoria 241 normale, mentre invece quando l'eredità immediata è quasi nulla, e prepondera no gli elementi atavici, cioè la som madi molte modificazioni già compiute nel passato, la nuovaforma si dice nata che nonbasta a costituire per se sola alcun carattere speciale che lo diversifi chi dai parenti. Non sono però tanto rari i casi di generazione anormale, nei quali il figlio presenta caratteri nuovi non propri dei genitori, ed è appunto in questi casi eccezionali, i quali si di scostano dalla legge normale dell'eredità fisiologica, che si verifica la neogenesi, o generazione nuova, improvvisa, che può costituire una varietà più o meno permanente. Tostochè,dice Darwin, qualche antico membro della grande famigliadei pri mati, o pel cambiamento nella maniera di procurarsi la sussistenza o per mo dificazioni nel paese primaabitato, sarà stato ridotto a vivere meno sugli alberi, il modo di camminare avrà dovuto modificarsi, esso sarà divenuto obipede o veramente quadrupede. I cinocefali L'uomo solo è divenuto bipede, ed io credo che, almeno in parte, noi possia mo capire com' egli abbia acquistata l'andatura verticale. Egli non avrebbe mai raggiunta la sua posizione domi nante nel mondo, senza l'uso delle sue mani, cost appropriate ad obbedire alla volontà. Ma braccia e mani non avrebbero mai potuto divenire organi così perfetti da poter fabbricare delle armi, lanciare pietre e giavellotti con giusta mira, se avessero dovuto servire abitualmente per muovere il corpo, o per sopportarne il peso; tanto meno poi se avessero continuato a servire per arrampicarsi sugli alberi; avvegnachè presso le scimmie, essenzialmente ar rampicanti, il pollice è quasi sempre rudimentale e la mano è un vero un cino. Un servizio così grave avrebbe d'altronde tolto in gran parte il senso del tatto, dal quale dipendono princi palmente gli usi delicati acui servono le dita. Queste sole cause sarebbero bastate perchè la stazione bipede fosse vantaggiosa all'uomo; ma vi sono molte altre azioni che richiedono la libertà delle due braccia e della parte supe riore del corpo, il quale deve perciò riposare fermamente sui piedi. Per rag giungere questo risultato vantaggioso, i piedi sono divenuti più piatti e il pollice si è singolarmente modificato, perdendo ogni attitudine a prendere i corpi, per l'opposizione alle altre dita.Ma vi sono selvaggi nei quali il piede non ha tuttavia perduto interamente la fa coltà di prendere, come lo dimostra la lor maniera di arrampicarsi sugli al beri, e i diversi altri usi in cui l' ad destrano ». Escluse così,le differenze organiche sulle quali la vecchia anatomia soleva fondare il carattere specifico del tipo umano, Darwin prosegue a combattere la scuola psicologica, la quale fonda questo carattere sulla superiorità intel lettuale dell' uomo. Questa superiorità non è certamente contestabile, ma essa non esclude però il fatto di una passata inferiorità morale, nè si riesce a stabi lire tra l'uomo e gli animali superiori alcuna differenza essenziale fuorchè con frontando la capacità intellettuale dei bruti con quella delle razze umane su periori. Ma tosto che si scende alle in fime razze, quando si osservano gli usi e i costumi e le morali attitudinidi certi selvaggi inetti finanche a contare oltre il numero cinque, allora si capisce di leggeri, che gli uomini meno sviluppati, stanno sui confini della classe più ele vata degli animali, sulla grande intelli genza dei quali tante sono oramai le testimonianze raccolte che non v'è più alcuno che non le sappia. Fondato su queste osservazioni, Darwinnonteme questa volta diaffer mare che l'uomo é derivato dal regno animale. Ma qual sarà il nostro imme diato progenitore ? Le nostre cognizioni attuali non possono rispondere a que sta domanda. Forse l'uomo non è de rivato da nessuno degli antropoidi vi venti, ma piattosto da una forma in termedia fra esso e le scimmie. Questo anello che avrebbe potuto congiungerci col regno scimmiesco andò perduto, nè gli archivi fossili della terra finora ci hanno fornito le tracce per ritro varlo. Ad ogni modo, bisogna ritenere che in quest'ipotesi, se noi non siamo i figli, siamo certamente i nipoti delle scimmie. Fatta astrazione di queste forme perdute Darwin traccia, così al l'ingrosso, la nostra geneologia facendo derivare l'uomo alle scimmie dell' an tico mondo, le scimmie dai lemuri che tanto le assomigliano e che sarebbero un ramo parallelo,il ramo cadetto dei mammiferi ordinari. Che i lemuri si innestino sul ramo dei marsupiali a Darwin pare probabile. Dai marsupiali ai monotremi il passo è breve e da questi ai rettili non corre gran diva rio. Facilmente i rettili si confondono cogli anfibi e coi pesci, e questi colle ascidie, forma più inferiore delle specie acquatiche. Secondo la novella teoria Darwinianauna delle più infime forme acquatiche sarebbe stato nei tempi re motissimi il progenitore dell' umanità (v. anche l'articolo CAUSE ATTUALI). Ba gnato dalle onde del mare,questo no stro antenato ha dovuto subire l'alter na fortuna delle maree lunari; e para a Darwin che questa influenza possa a vere qualche rapporto con la caduta delle uovae lemestruazioni della don na, che appunto si ripetono fra i periodi lunari. Concordanza, se vogliamo, un po'forzata, poichè, come osserva Ed mond Perrier, se fosse vera dovrebbe verificasi negli altri animali, il che non è. Del resto, giova notare che gli er rori possibili nelle induzioni che si fanno per scoprire la geneologia dei viventi, nonpossono in alcuna maniera infirmare il Darwinismo. Il concetto che dobbiamo avere di questa teoria non può limitarsi negli angusti limiti genealogici; ma deve abbracciare il granprincipiodella trasformazione delle specie prodotta da quelle stesse cause che anche attualmente agiscono sul mondo dei viventi. Il determinare poi quali specie precedano le altre nell'or dine del tempo,da qualtipo l'uomo sia immediatamente derivato. e se da una o da più coppie, sono questioni com plementari ma non essenziali pel Dar winismo MONOGENESI POLIGENESI. Davide de Dinant. Filosofo scolastico che visse nel secolo XII e forse al principio del XIII. Di lui s'i gnora la data precisa della nascita e della morte, e sol ci è noto per il De ereto di un concilio di Parigi che danna al fuoco le opere sue, e per quanto ne dice Alberto il Grande, il quale gli attribuisce un libro sugli atomi. Par che Davide combattesse l'a tomismo di Leucippo e di Democrito e tutte le cose esistenti nell' universo DE BONI dividesse in tre classi: i corpi, le ani me e le idee. La materia prima,senza attributo e senza forma, costituisce la essenza dei corpi, le qualità dei quali non sono quindi altro che semplici apparenze percepite dai sensi, ma sen za realtà. Il pensiero è invece l'essen za dell'anima, e Dio quella delle ideę. Par che poi questi tre caratteri della realtà, nel pensiero diDavide, si con fondessero in una sola unità universa le, d'onde forse il sospetto di pantei smo che gliene derivò, e la condanna del concilio. Davide l'armeno. Filosofo re putatissimo nell' Armenia, ma che da noi, senza gran danno, sarebbe forse sempre stato ignorato,se il signorNeu 245 cero disumare il suo cadavere e lo consegnarono alle fiamme. De Boni (Filippo). Nacque a Feltre nel 1817 e fu uno dei più illu stri e sinceri rappresentanti della po litica e della filosofia. Insigne filosofo e libero pensatore, la politica militan te non fu per lui sfogo sfrenato di passioni compresse, ma mezzo neces sario per tradurre logicamente e libe ramente in atto i principii esposti dal la libera filosofia. Nessun divorzio egli mai tollerò fra queste due scienze, di cui l'una è il pensiero l'altra l'azio ne della rivoluzione moderna. A que sto tanto armonico sistema che mai mann non ce lo avesse fatto conosce re con le sue traduzioni. Nacque a Herten,villaggio Armeno, verso l'anno 450 e mori sul principio del VI seco lo. I suoi connazionali lo dissero il esa gerazione solita a incontrarsi fra gli orientali. Egli scrisse un libro intitola to: Definizione dei principii di tutte le cose, nel quale dice che le cose tutte constano della sostanza e dell'acciden te; la sostanza divide in prima e secon da, e la seconda in sostanza speculati va e in sostanza attiva. Un altro libro intitolato: Fondamento della filosofia, è una confutazione del pirronismo a tutto beneficio della filosofia plato uica. Davidisti . Seguaci di un tal Giorgio David, pittore di Gand, il qua le nell' anno 1525 facendosi credere il Messia disse di essere stato inviato dal padre per riempire il vuoto para diso. Non ammetteva matrimonio, ne non precipita gli eventi, ma sempre li sospinge innanzi col desiderio del meglio e la coscienza di volerlo, egli dovette quella calma polemica, lonta na d' ogni astiosa smania,per la qua le tanto fu caro agli amici e dai ne mici rispettato. Per sottrarsi alle persecuzioni del l' Austria, esulò nella Svizzera e nel Piemonte, dove dall'anno 1846 al 1867 pubblicò l' effemeride: Cosi la penso, cronaca di Filippo De Boni, che è un fedele riassunto del movimento della nostra nazionale indipendenza, e una continua e formidabile accusa contro la istituzione del papato, allora rispet tata assai. E all' elezione al pontifica to di Pio IX, quando ancora l' Italia, per uno di quei traviamenti di cui la storia ne offre tanti esempi, inneggia va alla liberalità del nuovo pontefice e padre del popolo lo acclamava e sal vatore della libertà,solo ilDeBoni ten to comprimere quell' inconsulto slan cio, e avvertire il popolo che vana era la sua speranza, perciocchè all' I talia mai non venne utile alcuno dai gava la risurrezione, il peccato origi nale e ' abnegazione evangelica. Es sendo perseguitato fuggì daGand eri- straniere. coverossi sotto il nome di Giovanni papi, e loro opre erano le invasioni Bruch a Basilea, dove morì nell' anno 1556, lasciando credere che tre anni dopo sarebbe risuscitato. Dicesi che scorso questo termine i magistratife Pochi lavori di criticaletteraria ne lasciò egli, e fra tutti vuol essere men zionata una prefazione alle lettere di Jacopo Ortis, stupendo lavoro nel qua le stabilisce un giustissimo ed artisti 246 DE BONI co confronto fra Verber e quel nostro ingegno italiano. Ma i suoi scritti di filosofia, e della filosofia della storia, illustrarono specialmente il suo nome e più di tutti giovarono alla causa della libertà del pensiero. Bello è il libricciuolo intitolato ' Inquisizione e i Calabro-Valdesi, nel quale si dimo strano le crudeltà della Chiesa contro i dissidenti nelle provincie meridiona li; bellissimo lo scritto sulla incredu lità italiana del medio evo; ma sopra tutto meritano menzione i sette sacra menti, dei quali i primi due soltanto furono compiuti, e sono un monumen to di storia e di critica religiosa, spo gli di indigesto sapere e di erudita petulanza, e prova inconfutabile del come nascono e si formano per lenta aggregazione, i dommi della Chiesa. La sua versione della Vita di Gesù di Renan è pregevole sopratutto per una sua prefazione, che vince in bel lezza l'arte stessa di quel romanzo, chè invero difficilmente altro nome po trebbe darsi a quel panegirico di Gesù. e dogma fu in ultimo il titolo adotta tato, quando lo scritto venne in luce per iniziare una biblioteca del libero pensiero. Un passo di quel libro ove si ac cennava alla persistenza di una reli gione avvenire, fu per me cagione di una corrispondenza, colla quale il De Boni volle spiegarmi l'oscuro senso di quelle parole. Opportuna cosa per tanto mi pare il farepubblica la par te della lettera che è l'autentica, seb ben postuma, interpretazione di quel suo pensiero... « Non ho saputo spie garmi, o per la fretta del conchiudere o per la paura del soverchio ripetermi «Io non ammetto veruna religione positiva. Ma ciò non basta. La paura degli uomini per le nostre dottrine è nel credere che la sanzione d'una re ligione positiva sia necessaria per la morale. È mio intento mostrare che questa sanzione è altrove, che il do gma è ostacolo non aiuto all' irrag giamento nella coscienza umana delle leggi morali. Alle continue rivelazioni, agli antichi rivelatori io sostituisco l'umanità; essa è rivelatrice fedele e DeBoni stesso vedeva i difettidi quel | lavoro con cui Renan, rompendo vio lente le sue scientifiche tradizioni, vol- | perpetua a se stessa. Essa lo fece an le descrivere, sulle tracce degli evan geli, la cui autenticità, per altro, in gran parte contesta, un Gesù uomo, superiore all' umanità. E De Boni, ri spondendo a questo appunto, mi scri che per il passato ma inconsciamente; ora la scienza la conduce a farla con sciamente. veva: « Io non ammetto rivelazione alcuna. Cristo, l'uomo-Dio, non è al tro che la umanità che divinizza se stessa. E Gesù, se ha esistito, ha pro prio i suoi difetti come le sue virtù. >> Ragione e dogma fu l'ultimo dei suoi scritti . Egli dettavalo a Nervi quando solitario passeggiava lungo la spiaggia del mare, meditando sui pe ricoli, sulle speranze della patria. Il manoscritto portava in prima un al tro titolo: Durante i crepuscoli, ed era no davvero i crepuscoli della sua tor mentosa vita, che già in sul declino, per consiglio di medici cercava pro lungare in quel dolce clima. Ragione DeBoni non solo combattette dun que per la libertà politica, ma i suoi ultimi anni volle anche specialmente impegnare in quella guerra secolare che laRagione sostiene contro la Fede. La caduta della teocrazia e Roma ri data all' Italia furono il suo precipuo scopo, il pensiero che detto i suoi ul timi scritti. E quandoMazzini, temente di combattere in uno la potenza delle baionette straniere e la fede cattolica, alla sola Venezia voleva rivolte le no stre forze, De Boni mal non si appo neva dicendo, che l'azione nostra contro Roma mai non potrebbe dirsi precoce e immatura, e mai nonsi do vesse sacrificare, coll' astenzione, sul l'altare dei pregiudizi. Nè con tali ultimeparole egli esa gerava il suo stato: doveva morire po vero, come povero era vissuto. Da parecchi anni nelle sue lettere spesso lagnavasi di un lento malore che lo travagliava. Pure fu sempre assiduo alle sedute della Camera, nel la quale rappresentava il collegio di Tricarico. La sua voce mai non fu muta nelle gravi quistioni che si di batterono in questi ultimianni, espee so quasi solo difese quei principii di libertà di coscienza e di libero pen 218 DECIMA șiero, che st raramente si accoppiano, offrire al Signore la decima delle cose nel maggior numero di coloro che so no devoti alle idee della democrazia. Ma le sue forze mal rispondevano oramai agli impeti generosi del cuore. Non s' illudeva già sul male che len tamente lo prostrava, e agli amici ri peteva, che era uomo morto. Un pro cesso per diffamazione tentato contro di lui aNapoli fin da quando, con co raggioso proposito, assumeva la re sponsabilità di quanto altri scrivevano in un giornale liberale che colà era rimasto senza gerente, rinnovavasi con strana pertinacia all' incominciare di ogni vacanza parlamentare e di nuovo sospendevasi quando, all' aprirsi della sessione, egli rientrava nei diritti del la inviolabilità della deputazione. No vellamente fu pure ripreso in questa ultima proroga e minacciava già di essere condotto alla fine, quando per consigli d' amici, e accusatori e accu sato, vennero ad un onorevole accordo pel quale fu tolto dal suo capo il pe ricolo di una detenzione che, senza dubbio, cagionato avrebbe la sua fine. Ma fu guadagno di poco momento, Verso la metà del mese di novembre dell'anno 1870, mentre riedeva dal so lito bagno freddo che egli prendeva per consiglio del medico, cadeva sve-. nuto sulla piazza di Santa Croce in Fi renze. Trasportato al villino Schwart zemberg ov' egli dimorava, più non ne uscì che col funebre convoglio, il qual doveva accompagnarlo alla tom ba, non acquistata, ma concessa alla sua salma dalla pia liberalità di un amico. Decima. Come ' indica il nome, così chiamasi il diritto del clero o della Chiesa di percepire la decima parte dei prodotti o delle rendite dei fedeli. Coloro i quali sostengono che la decima è di diritto divino citano parecchi testi del l'antico Testamento, che, per verità, sono favorevoli al loro asserto. Quando Gia cobbe svegliossi dal sogno in cui aveva veduto la scala misteriosa, si propose di che avrebbe acquistate (Genesi XXVIII, 20,22). L'Esodo e il Levitico prescrivono espressamente al popolo di pagare le decime e le primizie Es. Lev., e unaltro libro della Bib bia, dice che Dio diede ad Aronne ed ai Leviti le decime, le oblazioni e le pri mizieindiritto perpetuo(Numeri. XVIII), Il Nuovo Testamento non parla di deci me: la carità è il fondamento della nuova legge e par che Gesù facesse molto as segnamento su questa virtù del suo greggie, poichè mandando gli apostoli a predicare alle genti, lor vieta espres samente di prender seco nè denaro, nè borsa, nè due tonache, nè scarpe, nè altra cosa per il loro vestito o pel so stentamento, perciocchè i fedeli son quelli che devono mantenere gli operai del Signore (Matt. X. 9. 10-MarcoV17,8-Luca IX, 3) Adunque nei primi tempi del cri stianesimo i ministri dell'altare vivevano delle offerte dei fedeli, onde S. Ilario vescovo di Poitiers, potè scrivere che il giogo delle decime era stato tolto da Gesù Cristo. Ma il clero cristiano, così come quello dei leviti, non potè star lungamente alsobrio regime della carità, onde la decima risorge ben presto, e il Concilio di Macon dell' anno 585 è il primo che ingiunga, nel suo quinto ca none, di pagare la decima ai sacerdoti sotto pena di scomunica. I capitolari di Carlomagno ne regolarono la distribu zione e il Concilio lateranense dichiarò che le decime erano di precetto e le estese, oltre ai prodotti agricoli, e ziandio al profitto derivante dalla mano d'opera e dall' industria (Selden Storia delle decime). Infatti il concilio di Tro sly nell'anno 919 vi assoggetta tanto il soldato che l'artigiano:>>>L'industria che vi fa vivere, dicono i padri di quel con cilio, appartiene a Dio; dunque voi glie ne dovete la decima » (Bergier.. Diz. Tcol). I modi di esazione della decima erano coattivi e i decreti civili si uni vano ai precetti ecclesiastici per rendere quel peso insopportabile. Francesco I. DEDUZIONE E INDUZIONE con Decreto 1. marzo 1545, ordina che prima di trasportare ilgrano dal campo sia pagata la decima sotto pena di con fisca; egual decreto è dato dal governo belga, e Carlo IX il 14 agosto 210 tori ecclesiastici, nè i concili dei primi otto secoli hanuo maicitato quelle false Decretali; che nessuna di esse discorre 1568 gli stessi proprietari rende respon sabili della decima. Nuova specie di de cimaeraquella conosciuta sotto il nome di Norale, e colpiva ogni dissodamento dei terreni, i tentativi di nuove semina gioni, ogui miglioramento, ogni progres so. Invano Carlo V colle sue lettere pa tenti tentò di impedire che le popola zioni fossero « oppresse nell' occasione della levata delle decime > ; le proteste del clero 1 obbligano a interpretare le sue stesse parole e a concedere l' ulte riore esazione delle Novali. Finalmente nell' Assemblea francese il 10 agosto 1789 Mirabeau tuona con tro le decime, che sono allora abolite di diritto e di fatto su tutto il territorio della Repubblica. Poco di poi le altre nazioni seguono l'esempio; così la deci ma è cancellata dagli oneri civili, ma nondimeno essa continua a sussistere fra i precetti della Chiesa, i quali ne impongono il pagamento come un dovere imperioso di coscienza. Decretali. Raccolta dei Decreti che furono attribuiti ai papi dall' anno 93 in avanti, e costitui per tanto tempo il fondamento del diritto canonico. Que sta raccolta è attribuita a un tal Isidoro Mercatore, che si suppone vivesse nel IX secolo, sul conto del quale null'al tro si sa che il nome, e fu approvata da papa Nicolò I. Oggidì niun dotto cattolico osa met tere in dubbio che buonnumero di que ste Decretali, e specialmente quelle di tutti papi anteriori a Siricio non siano apocrife, e in tal giudizio è indubbia mente convenuta la critica appoggian dosi a molte e varie considerazioni, fra cui meritano di essere accennate le se guenti: Che i passi della Bibbia citati in quei Decreti son tutti tolti dalla tradu zione di S. Gerolamo, che fu posteriore a tutti quei papi; che nessuno degli au fondatamente delle cose opportune al tempo incui si suppongono redatte ; che in alcune si trovano interi passi di De creti fatti dai papi posteriori; e final mente che le date segnate coi nomi dei Consoli sono false. Può credersi che uno dei principali motividi questa falsificazione quello fosse di dare una cotal sorta di retroattività alle pretese del papato, imperocchè fog giandosi i Decreti dei primi papi vole vasi specialmente mostrare che i vescovi di Roma, fino dai primi tempi del cri stianesimo, erano sovrani della Chiesa e autorizzati ad approvare di loro pieno arbitrio l'obbligo dei concili,o a disappro varli se convocati senza il loro assenso ; di regnare sovrani sugli altri vescovi, scomunicare i re e detronizzarli. In quella raccolta furono perciò alterati i canoni dei Concili, ed aquello di Ni cease ne aggiunserobencinquanta, tutti apocrifi. Nonostante però le grossolane im. posture ond'erano pieni quei Decreti, corsero essi per assaitempo nelle manı del clero come autentici, molti concili e molti vescovi appoggiarono su di essi le loro decisioni; Wicleff e Giovanni Huss furono condannati dal Conciliodi Costanza anche perchè le avevano di chiarate false, eilV.concilio di Laterano tenuto sotto Leone X condannava Lu tero per lo stesso motivo. Tante deci sioni infallibili non tolsero che fin dal secolo XVII la critica si levasse pode rosa contro questi atti apocrifi, sui i quali David Blondel scrisse un'opera laboriosa, intitolata: Pseudo Isidorus et Turrianus vapulantes (Généve 1628). Anche il Cardinal Baronio dovette ri conoscere la falsità delle Decretali (Annali A. D. 865), la cui autenticità oggimainessun teologo romano piùnon osa sostenere. Deduzione e Induzione. De duzione, da deducere, è parola novella 250DEDUZIONE E INDUZIONE mente introdotta nella filosofia per in dicare l'operazione del pensiero, il quale da un principio generale cava fuori, deduce, una verità particolare, in opposizione dell' induzione, la quale dalle verità particolari s'induce a sta bilire i principii generali. L'inferiorità del metodo deduttivo in confronto di quelloinduttivo può stabilirsi per quelle stesse ragioni che ai cultori della filo sofia sperimentale fa preferire il me todo analitico a quello sintetico, le ve rità accertate a posteriori a quelle stabilite a priori. ( V. ANALISI e A POSTERIORI). Non possiamo in fatti ra gionevolmente pretendere di stabilire dei principii generali, se prima non conosciamo le verità particolari che concorrono a formare la generalizza zione. Dal vedere che l'oro, il ferro, il rame ecc. si liquefanno al fuoco, con chiudo colla verità generale, che tutti i metalli sono suscettibili di liquefarsi al fuoco. Dal vedere che i gravi ca dono verso il centro della terra, con chiudo che negli altri corpi celesti i gravi seguiranno la stessa direzione. Osservando che in tutti itriangoli da ine veduti la somma dei tre angoli corrisponde sempre a due angoli retti, ne inferisco che questa relazione è as soluta e si verificherà in tutti i trian goli possibili nel mondo o negli astri. Tutti questi sono argomenti condotti coll'induzione, tanto acconcia alla ca pacitàdegli uomini; poichè innanzi tutto l'uomo percepisce le accidentalità par ticolari che cadono immediatamente sotto i suoi sensi, e non è mai senza una continuata osservazione di queste accidentalità, ch'egli riesce a stabilire i principii generali, d' onde emanano. Invano noi cercheremmo di avere l'idea del genere se prima non avessimo con cepita quella della specie, nè quella della specie sarebbe accessibile al no stro intendimento se non avessimopri mabenconosciuti e studiati tutti i ca ratteri degli individui che la compon gono. Questa è la ragione per cui nelle lingue dei selvaggi mancano assoluta mente i vocaboli esprimenti le idee generali. Gli australiani hanno bensi nomi particolari per indicare ogni sorta di piante, ma non hanno parola per indicare una pianta in genere, il che vuol dire, che essi non sono ancora riusciti a riunire per astrazione tutti i caratteri speciali e comuni della grande vegetazione, nella ideagenerale chenoi esprimiamo colla parolapianta. Il tem po soltanto e la continuata osservazione potranno condurre i selvaggi dalle idee particolari alle generali ; e sarebbe una assurdità filosofica il vo lere stabilire nella filosofia un metodo contrario a quello che segue la natura nelle percezioni ch'essa ci dà di se stessa. Il perchè anche lalogica ripu gna al metodo deduttivo, tanto caro ai metafisici, e pur tanto contrario al l'ordinario procedimento del nostro pensiero. Invero, se la conoscenza delle verità particolari non fosse necessaria perstabilire i principii generali, noi do vremmo essere sorpresi che iselvaggi e i bambini non riescano mai a inten dere i grandi principii che costituisco no, per cosi dire, tutta la sintesi della scienza. Ma se noi ammettiamo che le idee generali s'acquistano soltanto dopo la conoscenza delle particolari, saremo forzati a convenire che il metododedut tivo non può mai nulla dinuovo rive larci che già non ci sianoto, a meno chè non deduca da principii generali supposti a priori, e quindi non dimo strati. E veramente, quando il metodo deduttivo dall' esistenza di Dio deduce la necessità di una giustizia nel mon do, suppone in Dio lageneralizzazione dell'idea di giustizia, ma non dimostra che questa generalizzazione sia anche una realtà. Ben più, esso non fa altro che ripetere in senso inverso una ope razione che l'induzione aveva già com piuta in modo diretto, avvegnachè sia stato in grazia della osservazione della necessità di una giustizia particolare nel mondo, che l'uomo ha potuto elevarsi alla generalizzazione astratta di una giustizia divina e universale. Adunque, il metodo deduttivo per essere vero, e per avere un valore prodi nuovo mi rivela, e sempre mi porta a quegli stessi dati che io aveva pri ma d'incominciare la divisione. prio, deve necessariamente supporre in noi delle idee innate, dei principii ri velati a priori, i quali non ci siano pervenuti per la via dei sensi. E chi non ammette l'esistenza di questi prin cipii rivelati, è necessariamente con dotto a riconoscere che le verità inse gnateci dal metodo deduttivo non sono che una vana ripetizione e uno sfac ciato plagio di ciò che già era noto per mezzo dell'induttivo. Ma se il metodo deduttivo non ha alcun valore proprio, può nondimeno giovare nel ragionamento come prova della induzione, e può anche venire in soccorso della dialettica col sillogismo, il quale, secondo le regole della scuo la, ponendo innanzi tutto una premessa generale, da quella deduce una conse guenza particolare. Ogni corpo è dotato d'estensione; io sono esteso, dunque sono un corpo. Oppure : Ciò che non ha e tensione non esiste; ma lo spirito non ha estensione, dunque lo spirito non e siste. Ecco due deduzioni sillogistiche perfettamente logiche e intorno alle quali nulla vi è a ridire. Ma se la de duzione ci giova egregiamente come mezzo di prova, nulla però ci rivela che già non ci fosse noto. Infatti noi non avremmo potuto dedurre alcuna conseguenza dal principio generale che ouni corpo ha estensione e che ciò che nonhaestensionenon esiste, seprimal'in duzione, partendo dal fatto particolare della percezione che i nostri sensi im mediatamente hanno di ogni singo lo corpo, non avesse potuto stabilire i principi generali sopra enunciati. Mi sia dunque lecito di dire, che la dedu zione è per l'induzione, ciò che per l'aritmetica è la moltiplicazione, consi derata come prova della divisione. Que st'ultima, infatti, rifacendo l'operazione della prima, può provarci se in quella io abbia o nonabbia errato, ma nulla Per analogia noi direm dunque che il metodo induttivo è controllo e prova delle false dimostrazioni, ma nulla ci rivela . Invece il metodo rivelatore, quello che nelle scienze guida si curamente alla scopertadei nuovi prin cipii, è l'induttivo, il quale, nelle sue indagini dal noto all'ignoto, dal parti colare al generale, si fonda sempre sul principio che ogni effetto suppone una causa, la quale esso tenta di scoprire colla scorta dell'altro principio che data la medesima sostanza e le stesse condi sioni, gli effetti devono essere sempre eguali. Quindi è, che conosciuto l' ef fetto e trovate le condizioni in cui si è prodotto, l'induzione può scoprire la sostanza o la causa che l'hanno gene rato. In questo senso Bacone ben si apponeva discreditando il sillogismo perproclamare la prevalenza dell'indu zione. Il sillogismo fu, infatti, il solo mezzo di indurre della vecchia scuola, la quale fin'anco ignorava la parola deduzione, comparsa nei dizionari dei nostri tempi per opporla al metodo in duttivo inaugurato da Bacone. Questa è anche la ragione per la quale. si passi dal generale al particolare, o dal par ticolare al generale, suolsi sempre dir che si deduce, quantunque più propria mente in quest'ultimo caso dovrebbe dirsi che s' induce. Definizione. Due sorta di defini zioni distingue la filosofia: le nominali e le reali. Le primeson quelle che de terminano il senso in cuidevono inten dersi le parole ; le seconde invece con siderano le qualità stesse delle cose che le parole rappresentano, e le determi nano. Il difetto di buone definizioni è la causa precipua della maggior parte delledispute filosofiche, ondesivedequan to importi, per evitare ogni contraddi zione, di bene e chiaramentedefinire le cose di cui si parla e il senso della pa role che si adoperano, e quanto sia riprovevole l'uso di coloro che, per ri spetto ai pregiudizi dominanti, usano certe parole in un senso che è ben di verso da quello che hanno nell'uso co mune, senza farle innanzi tutto prece cedere da una chiara ed esplicità defi nizione del nuovo e inusitato senso con cui quelle parole vengono intro dotte nel discorso. Accade sovente di vedere degli uomini profondamente in creduli esaltare il sentimento religioso; il perchè essi per sentimento religioso intendono un qualche cosa che si av vicina alla morale, alla cognizione e all'osservanza dei doveri nostri. Costoro evidentemente abusano delle parole, av vegnachè per sentimento religioso da tutti s'intenda quella aspirazione che i credenti provano verso Dio, e quel ta cito bisogno che essi hauno di render gli un culto. Accade lo stesso anche nelle defini zioni reali. Quando la natura delle cose di cui si parla non è bene e chiara mente definita, non si può sperare di ragionarvi sopra con fondamento. Se lo spirito fosse meglio definito non si ve drebbe le tante fiate confuso con la forza, da quei cotali i quali prendendo lo spirito nel senso di una attività che muove l'universo, credono di ridurre alle strette i materialisti dicendo loro : fonderlo colla forza, la quale è una funzione inconsciente non creatrice, relativa ai corpi e cosi strettamente congiunta con la materia, che distrug gendo questa quella sarebbe distrutta al tempo stesso. La confusione che spesso si fa tra l'ente e la funzione dipende dunque da un difetto di definizione, che non sarà mai bastantemente lamentato, inquan tochè talora si spenda vanamente un tempo prezioso in controversie che, in fin dei conti, si risolvono in una mera questione di parole. Ma dalla necessità della definizione come mezzo adatto ad esporre e a ri chiamare alla memoria il meno imper fettamente che sia possibile le cose ve dute, alla defininizione considerata come principio corre un abisso. Si tenga bene amente, che ledefinizioni possono farsi soltanto sulle cose note, e che ogni de finizione piuttosto che essere un princi pio generale e sintetico, non è altro che un esame analitico delle proprietà della cosa definita. Il triangolo, dice Condillac, si definisce chiamandolo una superficie determinata da tre linee. Ma se questa definizione ci dà una idea del triangolo, si è perchè abbiamo veduta quella figura; se non l'avessimo veduta non avremmo mai pensato a definirla. La definizione in se stessa nulla rivela > (Argomento di Mazzini). Delresto, se i credentinelle religioni non si accordano fra di loro intorno ai principii della fede, convien dire che i deistinonsi accordano meglio fra di loro intorno ai limiti e alla potenza del loro Dio. Clarque distingue quattro classi di deisti che più propriamente si possono ridurre a tre : 1° Quelli che ricono scono un Dio senza provvidenza, indif ferente alle azioni degli uomini e agli avvenimenti di questo mondo; 2º quelli che credono in un Dio e in una prov videnza, ma negano le pene e i premi dell'altra vita. 3º Finalmente quelli che credono ai premi e alle pene della vita futura e ammettono la provvidenza di vina. A quest'ultima classe appartengono tutti i deisti moderni. Kantpoi, con una divisione affatto arbitraria, distingue il Teismo dal Deismo, e mentre il primo definisce la credenza in un Dio libero creatore e regolatore del mondo; il se condo vorrebbe che fosse limitato alla credenza in una forza infinita, non in telligente e strettamente unita alla ma teria (Critica della ragione pura p. 659)." Questa interpretazione non è passata nell'uso comune, avvegnáchè se cosi 254 DEMOCRITO fosse, tutti i materialisti dovrebbero og gimai dirsi deisti. (V. Dio) Deleyre ( Alessandro ). Nacque a Portrets, presso Bordeaux nel 1726, e fece i suoi studi nel collegio dei gesuiti, dei quali vesti l'abito fino all'età di quin dici anni. Quando i gesuiti furono e pulsi dalla Francia, egli si recò aPa rigi ove, nonostantelasua esagerata di vozione, ebbe tanta ventura distringere amicizia con Diderot, d'Alembert e Rous seau i quali lo persuasero a seguire le sue inclinazioni per le lettere. Da quel momento si può dire che incominciò il rinnovamento della sua educazione, sic chè abbandonato il bigottismo eccessivo professato nell'adolescenza, man mano si piegò al partito filosofico di quei tempi e volse infine ad un aperto ateismo. L'Analisi della filosofia di Bacone pub blicata nel 1755 in tre volumi, è lavoro pregevole per la chiarezza con cui egli espone la filosofia del cancelliere d' In ghilterra e per l' energia delle convin zioni che vi professa l'autore. Fece vari articoli nell' Enciclopedic, fra i quali merita menzione quello sul Fanatismo, che Voltaire riprodusse, sebbene abbre viato, nel suo Dizionario filosofico. La professione di principii apertamente ir religiosi contenuta in quello scritto, gli cagiond non pochi dispiaceri. Rousseau, chenon fu sempre religioso, volle allora dare all'amico suo consigli di strana moderazionè >> ( V. la mia Storia critica della superst. T. II cap. VIII ). Ma la demonologia non termina coi processi delle streghe. Ingentiliti i co stumi, non si abbruciarono più gl' inva sati, ma la potenza del demonio non fu perciòmeno grande. Gli animali. (v. BE STIE ) l'acqua, l'aria e tutti gli elementi apparvero congiuranti a danno dell'uo mo, diretti dalla potenza di Satana. A poco a poco la civiltà spegne i roghi, manon toglie gli esorcismi, e con essi la stupida credenza dei vulgari nelle opera zioni magiche del clero. I rituali sono pieni di esorcismi per tutti i casi e per tutte le circostanze della vita. Si esor cizza l'acqua prima di benedirla affin di scacciarvi il demonio che può esservi occultato, e con l'acqua esorcizzata si battezza, e il battesimo è novello esor cismo, col quale la Chiesa vuole innanzi tutto cacciare il demone ch'è in pos sesso del corpo. « Io ti esorcizzo, dice e ti allontani da questo servo di Dio. Avvegnachè egli sia Colui che ti coman da ecc ». ( Rituale di Toul Edizione del 1700 pag.. 32 35). Non vi è malanno che non si com metta dai demoni.> Nel 1742 Diderot strinse amicizia con Rousseau, ma questo filosofo bron tolone e diffidente non era guari fatto per viver cogli uomini. Nel 1758 l'a micizia fu rotta e convertita in aperta inimicizia. Diderot si unì poi a D' A lembert per redigere la famosa Enci clopedia, che interrotta per divieto del re, e poi ripresa fu infine condotta a termine sotto la direzione di lui solo (v. ENCICLOPEDISTI), La pubbli DIDEROT cazione dell' ENCICLOPEDIA assicurò la fama del filosofo, che ebbe la buona sorte di ottenere la protezione di Cate rina II di Russia, la quale volendo in bella maniera gratificarlo, acquistò la sua libreria per 15,000 lire, accordan dogli il diritto di conservarla presso di sè per tutta la vita, e assegnando gli inoltre una pensione per la custo dia dei libri che l' imperatrice in que sta singolar maniera aveva acquistati. Il procedere degli studi e della 273 dimento col quale faceva parlare il suo amico. Ma chi, diceva, oserà fir mare questo ?- Io, rispondeva l'ab bate, continuate dunque. Qual'è ancora l'uom di lettere il quale non riconosca facilmente nel libro dello spirito d' Helvetius e nel sistema della natura di Holbach molte belle pagine che non sono, che non possono esse re che di Diderot? Se noi dovessimo fama di Diderotlo fecero eziandio pro cedere nella negazione del sovranatu rale; e fint col dichiararsi ateo e ma terialista. Nei suoi Principii filosofici sulla materia e il movimento, egli ri conosce una forza inerente alle mole cole, inseparabile ed eterna, ed accu sa il cartesianismo di assurdità per avere insegnato che nella materia vi è una opposizione reale al movimento. La morale assoluta è pure combattuta daDiderot in uno scritto che ha per titolo: Supplemento al viaggio di Bou gainville, o Dialogo tra A e B sull'in conveniente di attribuire le idee morali a certe azioni che non le comportano. L'autore con singolarità e spirito di mostra che i costumi dei selvaggi son quelli della natura, che il pudore e il ritegno sono chimere, principii di mo rale puramente convenzionale,e la fe deltà conjugale una ostinazione ed un supplizio. Da buon epicureo Diderot insegna l' amor del piacere, ma non lo vuol disgiunto dai nobili affetti e dalle passioni pure. Oltre una quantità di scritti sull'ar te, sulla poesia e sulla filosofia, par che Diderot collaborasse in quelli eziandio i quali non figurano sotto il suo no me. L'amico suo Grimm, nella sua corrispondenza, scriveva di lui: Dilemma. Sorta di sillogismo il quale consta di due proposizioni oppo ste, di cui una sola può esser vera. E sempio: Se le tre persone divine sono distinte le une dalle altre, non possono essere consustanziali; dunque sono tre Dei; se invece sono consustanziali non possono essere distinte; e allora Dio di venta Uno senza persone distinte. Diluviano. Che si riferisce aldi luvio. In geologia dicesi terreno diluviano o diluvium quello strato terrestre il qual si suppone che fosse alla superficie della terra all' epoca del diluvio; e terreno post-diluviano quello che lo segue. Ma uno studio più accuratoha reso evidente che veri diluvi o cataclismi non vi fu rono mai, e che lo strato il qual si re puta diluviano fu lentamente costituito dall' azione delle correnti d' acque che anche tuttodi nell' alveo e alla foce dei fiumi e sulle sponde del mare forma no terreni nuovi, per l'effetto di una secolare accumulazione di materie. Im pertanto i geologi della nuova scuola evitano quest' antica denominazione e, con maggior proprietà di linguaggio, chiamano il terreno diluviano strato d'al luvione antica, il post-diluviano, strato d' alluvione moderna (v. CATACLISMA). Diluvio. Il racconto della Genesi (Cap VI) intorno al Diluvio di Noè non può lasciarci alcun dubbio sul carattere mitico di quella leggenda. Non solo il Diluvio contrasta con tutto l'indirizzo della geologia moderna (v. CATACLISMA) ma le circostanze stesse che l'accom pagnano sono assurde e impossibili.Nar ra la Genesi che nell' Arca sette per sone ricoverarono: Noè, i suoi tre figli e le loro mogli. Oltre a questi, di cia scuna specie d'animali mondi entra rono nell' arca sette paia, e degli ani mali immondi un sol paio per ogni specie Gen. L'ar caavevalalunghezza di trecento biti, era larga cinquanta e alta trenta; cu DILUVIO la luce riceveva dall' alto, aveva una sol porta ed erafatta atre piani (Gen. VI. 15. 16). Secondo i dati stessi della Bib bia essa presentava dunque una super ficie di 15,000 cubiti quadrati per ogni piano e così in complesso una super ficie di 45,000 cubiti, corrispondenti a 15,000 metri all' incirca. Domandasi se questo spazio poteva bastare a con tenere anche soltanto un paio di tut ti gli animali viventi sulla terra. I soli mammiferi finora conosciuti, compresi i cetacei, ascendono a ben 1200 specie, e stando nei limiti di un più che mode rato calcolo, si può dire che, in media, per ogni mammifero occorre lo spazio 275 nel calcolo soltanto due individui per ogni specie. La Bibbia però ci avverte che delle specie pure sette paia furono ricoverate. Ma quali sono gli animali puri ? La Bibbianol dice; però ci indi ca poche specie soltanto come impure. Ma suppongasi, per abbondanza, che una metàdei mammiferi appartenga alle spe cie impure; dovremo sempre per l' altra metà aumentare di sei volte lo spazio occorrente. Questo aumento ci da la cifra di altri 66,000 cubiti quadrati. di cinque cubiti quadrati all' incirca. E siccome per ogni specie devono ricove rarsi nell' arca due individui almeno, così tutti insieme occuperanno una su perficie di ben 6000 cubiti. Ma una metà di questi mammiferi appartengono alla specie dei carnivori, d' onde la necessi tà di immettere nell' arca altrettanti animali quanti occorrevano pel loro man tenimento nel periodo di 355 giorni, du rante i quali restarono nell' arca. Ora, ammesso che in media ogni mammifero carnivoro consumasse mezzo chilogram mo dicarne per ogni giorno, dati 1200 carnivori (600 maschi e altrettante fem mine) il consumo giornaliero della car ne avrà dovuto ascendere a seicento chi logrammi, e così per tutta la durata del diluvio a chilogrammi 237,000, i quali possono essere rappresentati da circa 300 buoi, occupanti una superfi cie di 3000 cubiti quadrati almeno. Per l'altra metà dei mammiferi non carni vori dovevasi accogliere nell' arca il nutrimento vegetale necessario, il qua le, supposto che constasse di solo fieno, poteva occupare uno spazio per lo me no doppio dell' alimento necessario ai carnivori; tanto più che doveva servire eziandio al mantenimento dei 300 buoi riservati al pasto degli altri animali. Ecco quindi una superficie di 21,000 cubiti quadrati, occupata dai soli mam miferi. Ma finora abbiamo introdotto Questo per i mammiferi soltanto. Ma abbiamo oltre 500,000 specie di uccelli e parecchiemigliaia d' altre specie, tra insetti, vermi, rettili, moltissime delle quali sono carnivore e altre vivono sot to la terra ed hanno bisogno di gran dissimo spazio. Non è dunque fuor di proposito ilvalutare lo spazio occorrente a tutti questi animali inragione di una metàalmeno diquellooccorrente aimam miferi, e così avremo in complesso una superficie di circa centomila cubiti qua drati, che è quanto dire maggiore di oltre sei volte la reale capacità del l'arca! Il credere poi, come fanno gli orto dossi, che sette persone potessero ba stare a provvedere ai quotidiani biso gni di tutti questi animali, è cosa che muove il riso. Invero, se ifelici abita tori dell' arca avessero anche avuto la forza di provvedere tutti i giorni alle occorrenze di ogni singolo animale, non ci sarebbero riusciti per mancanza di tempo, imperocchè ammettendo che al l'incirca quattro milioni di individui fos sero rinchiusi in quel luogo (e il cal colo non è largo ) sette persone che avessero lavorato indefessamente, sareb bero appena riuscite a numerarli men talmente. Figuriamoci poi se sarebbero bastati a portare dall'una all'altra gab bia il nutrimento, a rifare il letto del le bestie, a pulire e lavorare i pavi menti, senza cui quella casa quadrata che si chiama arca, sarebbe in breve stata ripiena di un insopportabile fe tore. 276 DILUVIO Riesce ancor più difficile lo spiegare naturalmente, come vuole Don Calmet (Dis. Biblico), i fenomeni cosmici che accompagnarono il Diluvio; imperocchè senza che Iddio compiesse una nuova creazione di sostanza acquea, non siriu scirebbe ad intendere in qual maniera volte tutto l'elemento liquido esistente sul globo! Ma tolgansi pure queste impossibi lità fisiche all'effettuazione deldiluvio, e credasi, come vogliono i sapienti orto dossi, che questo non sia stato altro che un cataclisma geologico; ebbene, l' evi denza non sarà perciò più chiara e la pretesa conciliazione tra la Bibbia e la scienza non vi avrà nulla guadagnato. le acque potessero superare di quindici cubiti le piú alte montagne. Suppongasi pure che l'atmosfera fosse satura di va pore e che il passo biblico: in quel giorno si aprirono le sorgenti dell'abisso | cataclisma dei geologi corrisponde a e le cateratte del cielo, debba interpre tarsi nel senso, che le acque del mare Infatti, nessuno degli effetti attribuiti al si rovesciarono sui continenti e i vapori sospesi nell' atmosfera si sciolsero in pioggia. Ma si è calcolato che i vapori dell'atmosfera non potevano dare uno strato d'acqua che coprisse la terra per una altezza maggiore di dieci piedi. Nè possiamo credere che il mare uscisse dal suo letto, per coprire i continenti, giac chè questo fatto oltre all'essere contra rio alle leggi della statica e all'equilibrio dei liquidi, non avrebbe poi, anche se possibile, di molto superata una appena mediocre altezza. Aquesto proposito ben dice Voltaire, (Bible espliquée T I) che affinchè l'acqua potesse innalzarsi di quindici cubiti sopra le più alte monta gne, sarebbe stato necessario che si fos sero formati dodici oceani ' uno sopra l'altro, e che l'ultimo fosse stato venti quattro volte più grande di quello che oggidi circonda i due emisferi. Forse questo conto è alcun poco e sagerato, ma possiamo noi stessi ridurlo alle sue verosimili proporzioni, calco lando che la profondità del mare sia in media di tre chilometri ( ridotti a due, poichè una terza parte della su perficie non è coperta dalla acque) e prendendo per base del calcolo il raggio terrestre in 6000 chilometri. In tal caso tutta l'acqua dei mari sarà valutata in 215, 928,008 di chilometri cubi. Or l'Hi malaya sorge asei chilometri sul livello del mare, e a superare la sua cima oc correrebbe la quantitàdi648,648 216 di chilometri cubi d'acqua, ossiapiù di tre quelli annunziati nella relazione di Mosè. Questieffetti sono principalmenteloscava mento delle valli, ladenudazione e l'ero sione delle roccie, ladispersione su tutta la superficie della terra dello stesso de positodurante la rinnovazionedella mag gior parte degli esseri viventi, e special mente di quasi tutti imammiferi del pe riodo terziario. Or Mosè ebbe cura di avvisarci che nessuna delle specie viventi all'epoca del diluvio si è estinta in que sta catastrofe, ed ha prevenute tutte queste supposizioni di denudazione e di sprofondamento, raccontando con qual lentezza le acque diluviane si sono ab bassate, lasciando in piedi, non solo gli alberi delle foreste, ma ancora quelli dei campi, come gli olivi (Gen. cap. VIII. 11). Nessuna concessione della geologia, nè dell' astronomia potrebbe conciliare ciò che queste scienze hannodi più positivo coll' interpretazione letterale di parecchi passi del racconto di Mosè. La dottrina esposta nel celebre Discorso preliminare di Cuvier, quantunque re putata ortodossa, si allontana anch'essa in molti puntidal raccontogenetico. Es sa suppone l'emersione prolungata per molti secoli di una partedella superficie terrestre e l'immersione esclusivadiun'al tra parte ». (Reboul. Geologie de la pé riode quaternaire cap. 27). Finalmente non bisognadimenticare, siccome un fatto assai caratteristico, che questo diluvio mandato appunto per sterminare l'umana specie avrebbe avuto per conseguenza di produrre un terreno geologico nel quale si trovano animali DILUVIO d'ogni specie non più esistenti, eccetto quelli dell'uomo ! Ma piuttosto che andare incontro a tante assurdità, non è egli più savio consiglio il riconoscere che la leggenda diluviana non ha nulla di reale e deve forse la sua origine ad un mito indiano? La tradizione deldiluvio era infatti molto diffusa fra gli orientali. Il caldeo Beroso parla di un diluvio nel quale il buon re Xisustri, avvertito dagli Dei sulla pros sima innondazione del Ponto-Eusino, si salvò entro un'arca; un altro diluvio ri cordalamitologia greca nelquale Deuca clione e Pirra ripopolarono il mondo gettandosi dietro le spalle dei sassi, che si trasformarono in uomini ; e gli stessi egiziani ricordavano un diluvio nel quale si sommerse l'isola Atlantide. Ma tutte queste tradizioni la cedono in vetustà a quella dell' India, dove i Vedas, certa mente anteriori alla formazione definitiva del Pentateuco, narrano l' avvenimento del diluvio con quelle singolari concor danze coi nostri libri santi, le quali si possono vedere nel seguente parallelo del Diluvio di Vichnu. Notisi intanto che Vich-Nù, Me-Nù, hanno sempre la stessa desinenza di Nù, dallaquale gli Ebrei trassero il loroNoè. Èpoi curiosa laconcordanza del dilu vio del primo con quello del secondo. Se ne togli la differenza del mito, do vuta alla diversa indole dei due popoli che lo creavano, è impossibile negare che uno non proceda dall' altro. Per la migliore intelligenza del lettore qui sotto ne riporto la comparazione: Bibbia-Genesi, Cap. 6, 7, 8. Il Diluvio. Edecco, io farò veniresoprala terra il diluvio delle ac que, per farperire disottoal cielo ogni carne in cui è alito . di vita: tutto ciò che è in terra morrà. MAHABARATA BAGAVAD-GITA Episodio del pesce. Di ciò che si muo ve e di ciò che non si muove il tempo avvicina minaccioso e terribile. Fatti un' arcadi legno di Goser falla a stanze ed im peciala di fuori e di dentro conpece (Id. 14). Eprenditid' ogni cibo che si man giaedaccoglilo ap presso a te (id. 21). ENoèfececosì: egli fece secondo tutto ciò che Dio aveva comandato... ed entrò nell' Arca consuamoglie, con le moglide'suoifi glioli. Eildiluviovenne sopra la terra...... e le acque si rinfor zarono e crebbero grandemente e l'Ar canuotava sopra le acque (Id. 47, 18). Eleacqueavan zarono i monti che furonocoperti(VIII, 20 е 24). Ed essendo state chiuse le cateratte del cielo, l'acque an daronoritirandosi e nel decimosettimo giorno del settimo mesel'Arca si fermò sopra le montagne d'Ararat (VIII, g-4). E Iddio parlò a Noè dicendo : Esci fuor dell' Arca, tu e la tua moglie ei tuoi figlioli ( VIII, 15, 16,). Ed Iddio bene-. disseNoè e suoi fi gliuoli e disse loro: 277, Fatti una nave forte, solida, ben congiunta con le gami. Etusalirainella nave e porterai te co tutte le sementi perchè vi si con servino lunga sta gione. E stando sul legno mi vedrai ve nire a te con un corno sulla testa al quale mi riconosce rai.... E Manù racco gliendo tutte le se menti entrò nella nave con sette ri chis (sapienti) e si diede a vogar sul l'oceano orrenda mente gonfiato. Evidde ilpesce nuotante nelle acquə portante un corno come aveva predet to..... Attaccòuna corda al corno che esso portava al capo, e il pesce essendosi avviato trascinò ra pidamente il basti mento sui flutti del l'oceano. Agitata da fu riosi venti la nave vacillava sui caval loni. Nè la terra, nè le regioni del cielo erano visibili: tutto era acqua lo spazio e il cielo. Così il pesce fe ce vogare la nave per molti anni, poi lafeceposare làovè l' Himarat elevava lasuapiù altacima. Alloracosì il pe sce pariò ai sapienti della nave: lo sono Rama; nessun es sere è più elevato dime. Sotto forma di pesce io venni asal varvi dai terroridel  fruttate e moltipli catee riempite tutta la terra. Io fermo il mio patto con voi, che ogni carne non sa ràpiùdistrutta per l'acqua del diluvio, e non vi sarà più diluvio per guastar la terra. (Id. II ). DINAMISMO lamorte. Da Manu | di essere dimostrata, imperocchè non devono ora nascere si va dal noto all'ignoto, dalla verità tutte le creature. Esso deve ri creare tutti i mondi e per via di auste rità e devozioni sa rà compiuto quel ch'io annuncio. Perfavormiola creazione degli es seri non cadrà più in confusione. Dimostrazione. La dimostra zione è il fondamento più ovvio d'ogni filosofia esatta. Non vi può essere per noi verità se non è dimostrata; la di mostrazione è quella che ci apre gli occhi all' evidenza e c'insegna le cose che credere dobbiamo. La dimostra zione deve seguire il metodo induttivo, anzichè il deduttivo ( v. DEDUZIONE ); essere a posteriori e non già a priori (vedi queste parole ); preferire il me todo analitico al sintetico (v. ANALISI ). Questi principii fondamentali della di mostrazione furono sempre miscono sciuti dalle vecchie scuole della filoso fia, le quali fondandosi appunto sul principio falsamente affermato daAri stotile, che la dimostrazione è l'atto del dedurre da una verità univer sale le conseguenze che ne sortono, necessariamente, hanno supposto che le verità universali potessero essere a nostra conoscenza prima ancora della dimostrazione, e che questa giovasse soltanto per mostrare l'evidenza delle verità particolari in quanto si riferi vano agli stretti e necessari rapporti immediatamente percepita a quella a stratta della generalizzazione, senza che i rapporti fra queste idee non siano dimostrati, e che la loro conformità non sia resa evidente. Ad esempio, io posso ben credere senza dimostrazione che l'acqua che bevo è incolore e trasparente, poichè il fatto stesso della sensazione che provano i miei occhi è dimostrazione sufficiente a indurmi in questa convinzione; e posso egualmente credere che tutte le acque della terra non sono egualmente incolori e tra sparenti, poichè ne vedo di più o di men chiare secondo le fonti, e i ter reni ov'esse si depositano. Ma la di mostrazione diventa solo necessaria quando io voglio astrarre da queste differenze e stabilire la proprietà ge nerale dell'acqua di essere incolore. È allora che io ho bisogno di doman dare alla chimica il soccorso della sua analisi e della sua sintesi per provare che le sostanze coloranti non sono parte essenziale di queste acque, e che in qualunque tempo, e in qualunque paese si combinino insieme 88, 91 parti di ossigeno con 11, 09 d'idrogeno si avrà quel liquido che si chiama acqua. Questa verità è dunque d'ordine uni versale, ma è vera sol in quanto è ve rità dimostrata, l'abbiam conosciuta coll'induzione passando dal noto all'i gnoto, l'abbiamo stabilita colla scorta delle verità particolari, ma non l'ab biamo dedotta da alcun principio più che questi avevano con quella. Questo | generale. errore è stato ben confutato dalla scuo la sensualista, la quale facendo rife rire tutte le nostre idee alla sensa zione, ha provato che le sole verità le quali non hanno bisogno di essere di mostrate, son quelle che diremmo as siomatiche, e che derivano immediata mente dai sensi ( v, ASSIOMA). La ge neralizzazione di queste verità primi tive direttamente provate dalla sensa xione, è quella che invece ha bisogno I cippo nè a Democrito è mai caduta in Dinamismo. Teoria filosofica opposta all' atomismo, per la quale si concepisce la materia come il risultato di sole forze. L'atomismo antico aveva cercato di spiegare i fenomeni della natura col solo soccorso degli atomi e del moto, ma è un errore di molti il credere che in questo sistema tanto av versato oggid) dai metafisici, gli atomi fossero inerti e senza forza. Nè a Leu DINAMISMO mente siffatta incongruenza, e l'ultimo specialmente si è assai ben spiegato intorno al movimento dei suoi atomi, ch'egli disse eterno, necessario, quan do intese il movimento con le parole necessità del fato ( v. DEMOCRITO ). Ciò posto, non si capisce proprio l'entu 279 non sono altro che i fenomeni, pro prietà assegnate alla materia per rap presentarla come una sostanza, men tr' essa poi non è altro che il risultato di azioni e combinazioni di forze, in una parola il movimento. Credette egli siasmo di coloro che esaltando le me tafisicherie del dinamismo, credono di dir cosa nuova insegnando contro l'a tomismo una teoria del movimento. Leibaitz, Kant e Schelling fondarono la teoria dinamica. Il primo, per ve rità, non intravvide altro che la im possibilità di un' azione degli atomi senza forze che fossero inerenti alla loro sostanza, ed ebbe, confessiamolo pure, il merito grandissimo di stabilire chiaramente che alla materia è inerente il movimento. « Ogni porzione dellama teria, non è soltanto divisibile all' infi nito, ma ancora suddivisa attualmente senza fine ciascuna parte in parti, o gnuna delle quali ha un movimento proprio. (MonadologiaNe.65 p. 710)». (Genesi). Non ha la prescien za nè la sicurezza dell'operare ; ed è solo dopo aver compiuta la creazione ch'egli si avvede d'aver fatto cosa buona. Spesso rammaricasi dell'opera sua : si pente di aver creato l' uomo ( Genesi VI, 6), e fatto re Saul (I Re XV, II); nè mai è sicuro se i popoligli saranno fedeli, on d' egli prevede di doversi pentire del beneche aloro fa (Geremia, XVIII, 10). Siffatti volgari antropomorfismi, sono ben altro cbe adatti a farci credere che l'antica rivelazione abbia dato agli uomini l'idea di unDio spirituale; e son poi così goffi e così bassi che la teolo gia è costretta a interpretarli allegori camente. Non èdunque lontano dal vero chi fa risalire a Platone la prima idea dello spirito; e per lo meno non è dub bio che il suo Dio fosse incorporeo. Egli considerò il corpo come un segno d'im perfezione e credette che un essere cor poreo non potesse essere eterno. I cinesi si avvicinavano a questaopinione quan d'essi dicevano che nessuna cosa nel faccia senzamorirne (Esodo XXXII! 18 i mondo gli rassomigliava, nè ch'egli po teva vedersi; e i pitagorici credevano anch'essi che Dio fosse un essere incor poreo. Giova avvertire però, che per quanto questi filosofi sembrino avvici narsi al concetto della metafisica moder na, non per questo si può credere che essi avessero una chiara intuizione di ciò ch'è spirito; imperocchè, come ben dice l'autore dellastoria della filosofia pagana (Haye 1724), dall'avere gli antichi chia mato Dio, asomatos, non ne deriva che essi l'abbiano creduto spirituale. Avve gnachè questa parola non esclude un corpo leggero e sottile,comeben si prova con latestimonianza di Porfirio, di Proclo e Giamblico . Il primo dice infatti che 281 proprietà della materia primitiva se condo gli antichi, è d'essere senza corpo (Senten. XXI.); e Giamblico e Proclo as sicurano che i corpi celesti sono assai so miglianti alla sostanza incorporea degli Dei ( Giamblico . De Misteriis . Sez . I cap. XVII. Proclo in Plat. Theologiam,). Perfino Tertulliano spiegava la parola latina incorporalis nello stesso senso che questi autori danno alla pa rola greca asomatos, poichè egli dice che la voce è incorporea (Adversus Pra DIO felicità; solita antitesi del politeismo, che si trova nella perpetua alternativa, o di ammettere molti enti assoluti, o di ricorrere all'unità di Dio. Comunque sia, niun può mettere indubbio che la filosofia Platonica non serva, in que sta e in molte altre cose, come d'in troduzione al cristianesimo. Invero, la prima trasformazione del Dio cristiano nell'ente spirituale della metafisica, si compieper l'intermediario di Giovanni, o per meglio dire, degli scritti che a lui si attribuiscono ; i quali sono indub biamente l'opera di unneoplatonico. Il non è affatto esatto: Piatone nulladice di ciò che sia spiritc, ma sol procede хеат. Cap. VII ) Il dire adunque che lafilosofia Pla tonica ha stabilita la dottrina spirituale, principio dell' Evangelo di S. Giovanni parla del Verbo divino, come già ne parlavano i filosofi della scuola Ales sandrina, i quali, come si sa, s'inspi ravano specialmente nei luoghi oscuri di Platone. Nel Verbo Iddio perde ogni per negazione, e c'insegnache Dionon ha corpo, onde bene aragione gli epi curei rimproveravangli quest'errore (Ci cerone. Della nat. degli Dei lib.I); e Se neca, il qual divideva l'opinione degli stoici non lo biasimava con minore e nergia. > (Il Demone di Socrates. Qui vi è evi dente contraddizione, poichè questo padre degli Deinon può essereil crea tore degli altri esseri che sono eterni e che bastano da se stessi alla loro d'essis'affrettano aliberarne la Divinità. Già nel quarto secolo Lattanzio così argomentava per provare l'esistenza di Dio: >> Seriade, ricco cittadino di Corinto, l'a equistò e alui confidò l'educazione de suoi figli, trattollo con ogni riguardo, sicchè infine ebbe il vanto di essere schiavo e di vivere come se fosse libero. Soleva passare l' estate a Corinto e ' inverno ad Atene; ma un bel giorno fu trovato morto nel Cranion, ginnasio vicino a Corinto. Morì nell'anno 323 a. G. C. in etàdi 90 anni. Dopo averegoduto in vita di una fama ch'egli doveva alle sue stra nezze, dopo la morte ebbe ancora dai suoi contemporanei onori e monumenti immeritati. (V. CINICA). Diogene soprannominato LAER zio, perchè supponesi ch' egli fosse di Laerzia in Cilicia. Della sua vita nulla si sa, e il suo stesso nome non ci ènoto che per un libro intitolato: Vita, dottrine e sentenze difilosofi illustri, ilqualeè per venuto fino a noi quasi per intero. An che il tempo preciso in cui viveva s' i gnora, poichè la biografia dell' ultimo filosofo di cui egli parla, è quella di Ateneo che viveva ancora al principio del regno di Alessandro Severo, 222 anni dopo G. C. Adunque quello che sicura mente si può dire di lui, si è che viveva dopo il secondo secolo dell'era nostra, e non oltre il quinto secolo, poichè Ste fano di Bisanzio, che visse verso l'anno 500, parla di luicome di un autore già antico. Moltihanno creduto che appartenesse alla setta di Epicuro, siccome fra le varie biografie da lui redatte più com piacentemente diffondesi in quella di questo filosofo. Altri invece vorrebbero annoverarlo fra gli stoici, parendo a costoro che la vita di Zenone e di Crizia filosofi come storico, e men che storico, come cronachista, unica sua cura essendo quel di raccogliere tutte le opinioni e tutte le notizie intorno ai filosofi di cui scrisse la vita, e di registrarle, quand'an che contradditorie, senza critica. Perciò appunto il suo libro ha tanto giovato alla storia della filosofia, in grazia delle notizie molte e varie che ci ha trasmesso intorno ai filosofi di cui ci ha data la biografia. Diritto V. MORALE. Disgiuntivo.(Argomentodisgiun tivo)Dicesi proposizione disgiuntivaquella nella quale si riferiscono al medesimo oggetto vari attributicome possibili. Per es.: l'uomo o è un animale o un tipo separato dalla classe dei viventi ; lo spi rito, o è materia o è nienteecc. Colla pro posizione disgiuntiva formasi quello che nelle scuole suolsi chiamare argomento disgiuntivo, sorta di sillogismo nel quale la premessa o maggiore consta di una proposizione disgiuntiva, e il rapporto fra la minore e la conclusione è, che se nella minore negasi uno degli attributi, la conclusione dovrà negare l'altro, e viceversa. Esempio: L'uomo o è un ani male o un tipo separato dalla classe Ma separato non è dagli- dei viventi altri esseri, coi quali presenta affinità ed analogie molte Dunque è un ani male.- Oppure: Lo spirito o è mate ria o è niente; una materia non è poichè in tal caso esser dovrebbe spiri tuale; dunque è niente. In conclusione si vede che l'argomento disgiuntivo non è in findei conti che un sillogismo nel quale d'ordinario la premessa è un di lemma. (V. SILLOGISMO). Divisibilità. Una delle proprietà fisiche dei corpi, per la quale essi pos sono dividersi all'infinito, e verificare in tal maniera l' antinomia dell'infinito con tenuto in un corpo finito. I mezzi məc canici o chimici che noi possediamo, sebbene ci permettanodidividere i corpi in molecole piccolissime e quasi imper sianoquellech'eglitrattò più lungamente.| cettibili, sono però sempre demodi gros Il fatto si è, che Laerzio parla de' suoi solani di divisione, se li confrontiamo con DIVISIBILITÀ una più alta potenza visiva. Un vaso di essenze odorose lasciato aperto in una stanza può impregnare del suo odore tutta l'aria di quell'ambiente, eppure la materia uscita da quel vaso e diffusasi in ogni parte è così piccola che non bastano le più precise bilancie per ac accertare una diminuzione di peso nella essenza odorosa, la quale con una tanto piccola parte ha prodotto sì mirabili effetti. Un grano di carmino può colo rare in rosso un litro d'acqua, vale a dire che il carminopuò dividersi in tante particelle così piccole, e così numerose da potersi spargere e mescolare in tutte 201 alle minime proporzioni possibili, tanto chè non ci sia per noi alcun mezzo di dividerlo ulteriormente; per es. un cor puscolo del sangue, non ne deriva già che colle leggi del pensiero non si possa ancora dividerlo consecutivamente inpar ti ancor più piccole. Io posso quindi supporre che quel corpuscolo sia diviso in due metà, l' una delle quali rigetto come inutile, e l'altra posso ulteriormente dividere col pensiero in due parti ancora. le parti del liquido in cui è disciolto. E tuttavia, un goccia di questo liquido sot tomessa al microscopio, ci lascia scorgere chiaramente queste particelle nuotanti nell'acqua. Chi considera il sangue sgor gato da una ferita non ha difficoltà a credere che esso sia un liquido omogeneo e che il color rosso sia proprio di tutte le sue parti. Ma appena una goccia di questo liquido è sottoposta all'esame mi croscopico, subito ci appare assai diversa daquello che suol parerci ad occhio nudo. Una infinità di granulazioni si disco prono al nostro occhio, parte colorate con una legger tinta rossa, parte affatto incolori, sicché quella sostanza liquida, scorrevole, omogenea che prima ci pa reva impossibile ad essere più finamente divisa per la sottigliezza delle sue mo lecole, dopo ci sembra un complesso di corpi solidi abbastanza vistosi e grossi per essere ancora divisi e suddivisi in più e più parti. Ma questo modo di divisione col mezzo dell' ingrandimanto ha pure il suo limite, nè ci è dato di oltrepassare colla potenza visiva la maggior potenza delle nostre lenti. Per altro, l'immaginazio ne questi limiti materiali non conosce, e trasportandosi oltre tutti i mezzi mec canici e fisici e chimici, trova che la divisibilità potrebbe spingersi più oltre, e che nessunlimite, in nessun tempo può esserle fissato. E veramente se conside riamo col pensiero un corpo già ridotto Nuovamente rigettata una di queste, l'al tra può ancora essere mentalmente di visa in dueparti, e così all'infinito. Onde si verifica, come ho detto nel principio, l'antinomia dell' infinita divisibilità con tenuta in uncorpo finito; imperocchè io non posso supporre col pensiero che un corpo si divida, senza che l'atto del di videre non separi due parti distinte, nè posso concepire l'esistenza di queste due parti, per quanto piccole esse siano, senza supporle dotate di estensione; e tutto ciò che è esteso può essere ancora diviso. E fu appunto per evitare cotesta con traddizione che l'antica scuola atomistica ha ammesso con Leucippo e con Demo crito che i corpi non sonodivisibili oltre uncertolimite, e che gli atomi, ch'essi sup ponevano semplici, elementari, non com posti di parti, erano anche indivisibili (v. ATOMISMO). Ma troncare la questione in questa guisa non era risolverla, e per quanto giusto fosse il desiderio degli a tomisti di sciogliere così la controversia sulle essenze, non è perciò men vero, che il pensiero trascorre oltre il limite degli atomi e ad essi vuol dare una di visione. Ora, questa singolare antinomia per la quale vediamo congiungersi in uno stesso oggetto due nozioni così contra l ditorie come sono il finito e l'infinito, non basterebbe per avventura ad avver tirci che il concetto che noi ci formiamo dell'infinito non è altro che una pura a strazione? Si suol dire che l' infinito ci si impone per le leggi del pensiero. Ma son pure le stesse leggi del pensiero quelle che ci rivelano l'infinita divisi 292 DOLORE bilità contenuta in un corpo limitato; cepirla egualmente senzail corpo ma equeste idee contradditorie sono non dimeno così bene congiunte fra di loro che io non le posso assolutamente se parare: non posso pensare a un corpo finito senza supporre la divisibilità in finita, nè posso pensare a questa senza concepirla contenuta in corpo finito. Se adunque il principio di contraddi zione di Aristotile fosse vero, (v. CON TRADDIZIONE) una di queste due idee vera non potrebbe essere. Ma il corpo finito negare non si può, senza negare l'esperienza dei sensi; dunque non ci rimane che a considerare ' infinito nella divisibilità come una mera astra zione. Ma d'altronde chi nega l'infi nita divisibilità nega l'infinità nello spazio, e nel tempo, vale a dire ne ga insieme l' infinità e ' eternità. Invero, il processo della divisione è identico, sebbene in senso inverso, aquello dell' addizione. Se io divido una quantità sommata rifaccio il la voro dell' addizione, e riduco la pro porzione al termine primitivo. Som mare edividere possono dunque para gonarsi al movimento di un uomo, che percorresse un determinato tratto di cammino, epoi rifacendo la sua strada ritornasse al punto primitivo. Infatti quale è l'idea che ci presenta l'infi nità dello spazio? Un metro, un chilo metro,un miriametro come qualunque altra misura delle distanze possono co stituire gli elementi dell'addizione del l'infinito Un chilometro aggiunto a un' altro chilometro e poi a un terzo, aun quarto e così via all' infinito. E colla parola infinito non esprimiamo altra idea fuor di quella che non tro viamo alcun ragionevole motivo per fissare un limite a questa addizione di chilometri. Nella divisibilità noi proce diamo in senso inverso: togliamo, cioè, gli spazi aggiunti per tornare al punto primitivo, e in questa operazione ci tro viamo ancora di fronte all' infinito. La teriale che le serva, per così dire, di substrato; basta che si consideri un determinato spazio e quello spazio lo si divida mentalmente in parti, per ca pire che eziandio in quello spazio fi nito esiste l'idea dell'infinito.Lo stesso processo può farsi per il tempo. Un'o ra posso dividerla in minuti, il mi nuto in secondi, il secondo in terzi e così via all'infinito. Abbiamo macchine chepossono indicare la diecimillesima parte di un secondo, ma quella stessa legge del pensiero che c'impone di cre dere all' eternità, ci impone pure di credere che la divisibilità del tempo non può fermarsi a quel punto, e che come si può con mezzi meccanici se gnare la diecimillesima parte di un minuto secondo, così la mente può di videre ancora ulteriormente questa mi nima frazione del tempo, e così all' in finito. Ond'è proprio questo il caso di dire che l'eternità, per le leggi del pensiero, è contenuta in un minuto. ( v. ETERNITA ed INFINITA ). Doceti. S. Girolamo (Contro iLu ciferiani C. 8) dice che contempora nei agli apostoli furono certi eretici, detti doceti, iquali negavano che Gesù Cristo avesse preso un vero corpo, la qual cosa è pure attestata da S. Cle menteAlessandrino(Strom. lib. VII) e da Teodoreto. Vuolsi anzi che l'apostolo Giovanni abbia inteso parlar di loro quando disse, che ogni spirito il qua le non confessa Gesù Cristo venuto in carne, è l'Anticristo. (Gio. I. Epi stola Cap. 4). Se questi eretici sono dunque esistiti, e non ne è dato dubi tare dopo le testimonianze addotte, sarebbe provato, che già i contempo ranei di Gesù negavano al preteso Messia ogni realtà storica,poichè realtà storica non può avere chi non è dotato di corpo. Dolore. Sensazione penosa per cepita inunaparte vivente del cervello. infinita divisibilità è adunque identica | E dicesi del cervello e non del corpo, all'infinità dello spazio; cioè, posso con- perocchè, come tutte le sensazioni, così DOLORE anche le dolorose non si sentono vera mente nel posto dove sono cagionate da malattia o da ferita, ma sono sen tite soltanto dall'organo cerebrale, di guisachè se recidonsi i nervi della sen sazione di un dato membro, quel mem bro rimansi insensibile ad ogni sensa zione dolorosa, nè per quanto si tor-. menti in ogni guisa esso riesce a per cepire il dolore. Organi della trasmis sione del dolore essendo tutti i nervi, è chiaro ch'esso è una sensazione d'un genere affatto diversa da tutte le altre che hanno organi speciali perprodurla; onde il dolore cambia d'intensità e di 293 uno stato speciale del nostro organi smo, unamodificazione più o meno pro fonda che si opera nel corpo, sia essa nel cerebro o altrove ; onde vediamo, ad esempio, che certe affezioni fisiche con ducono sempre ed inevitabilmente a certe altre affezioni morali. Gli è ben vero che alcune fiate vediamo lu affe zioni morali produrre nel nostro fisico alterazioni notevoli; tuttavia questa non èaltro che una apparenza, una illusione alla quale naturalmente noi tutti dob natura secondo laspecie del nervo che lo conduce, secondo lo stato dell' or gano che lo riceve e del cervello che biamo soggiacere, per la ragione che l'affezione morale è quella che ordina riamente si palesa ai nostri occhi prima dell' alterazione fisica che l'ha cagio nata. E siccome nell'ordine del tempo fra duefenomeni che si seguono imme diatamente noi siam soliti a dare il nomedi causa al precedente, e di effetto al susseguente, così è ovvio che in tali casi l'affezione morale onde siamo tra lo percepisce. Oltre alla lesione dei nervi, il dolore può essere prodotto da una difficoltà, che per una qualsiasi causa provano i diversi tessuti nel loro modo naturale d' azione. Non devesi, del resto, dimenticare che ad ogni mo dificazione fisica corrisponde sempre una modificazione morale, imperocchè, come ben lo ha dimostrato Cabanis, i rapporti che passano tra il fisico e il morale sono cost stretti fradi loro, da non potersi produrre un' azione qual siasi nell'uno senza che vi corrisponda | detti morali, che noi proviamo per la vagliati, e che per la prima si rivela ai nostri occhi, sia spesso creduta la causa delle alterazioni organiche che si manifestano poi. Ma laverità è questa, che nessuna affezione morale noi pos siamo eccitare negli altri o in noistessi, senza che sia preceduta da una modi ficazione fisica. Cosicchè i dolori cost una modificazione dell' altro. Io dirò anche di più, poichè il modoinvalsodi considerare il fisico ed il morale sic come due elementi distinti, quantunque in una stretta unione fra di loro, non mi pare esatto. Quel complesso di fe nomeni e di attività che costituiscono il carattere morale dell'uomo, non for ma una realtà sostanziale; esso non è altro che il risultato dell'azione fisica, epperd dobbiam dire giustamente, che se consideriamo nel fisico il corpo a gente, nel morale non vi possiamo ve der altro che la funzione. Coloro per collera o per lo spavento, sono infine sempre prodotti da cause organiche. « In vari casi, dice il dottore Frerichs, le malattie scoppiano improvvisamente in individui sani, dopo un violento spa vento, od un eccesso di collera, sicchè tanto i quali credono che possano darsi dei dolori morali, i quali non abbiano alcuna dipendenza dall' attività del cor po, errano a gran partito. Quel chedi- sibilità viziosa del centro nervoso, in ciamo dolore morale, non è altro che quellididistruzionegenerale delleforze, l'effetto della scossa moralepuò appena essere avvertito. Allora gl' infermi di vengonoitterici,inpreda adelirio emuo iono alcuni giorni più tardi » (Trattato delle malattie delfegato). Si sa d'altronde che tutte le malattie cancerose predi spongono singolarmente alla malinco nia, e che la malinconia è il principio di tutti i dolori morali. >> La dottrina di una religione qualunque, è quella che da essa s'insegna sia intorno al domma, sia intorno alla morale; del pari la dottrina di una filosofia quella è che riassume ed espone con ordine e metodo gl'insegnamenti della suascuola. Dovere. Vedi MORALE. Draidismo. Antica religione dei Galli sul conto della quale poco si sa, avvegnachè i Druidi o sacerdoti di questo popolo confidarono alla sola tradizione orale gl'insegnamenti della loro teologia. Il nome di Druidi gli antichi derivarono dalla parola greca che significa quercia, lerebbe forse un fondamento politeista ? >> (Cousin. Introd. alla storiadella filosof. lez. V.). In tal guisa la sostanzadi Dio èil mondo, o il mondo à Dio. Qui il panteismo si rivela chiaramente e senza sottintesi: ma la filosofia eccletica di Cousinsi farà un dovere di negarlo dieci volte in dieci luoghi diversi delle sue opere, onde essere fedele al sistema di non aver sistema; sicchè i cattolici nonebbero torto di rimproverargli quel Jo spirito subdolo che il cristianesimo accusa negli eccletici antichi, mezzo pagani mezzo cristiani, mezzo filosofi mezzo teologi, interi solo nel pensiero d'insinuársi in tutte le scuole e di tutte dominarle. 1 >> Eleatica. (Scuola). Setta filoso fica fondata da Senofane in Elea, città d'Italia, pochi anni dopo la caduta di Pitagora, dai principii speculativi del quale prese le mosse. Due periodi ben distinti voglionsi considerare nellascuo la eleatica, e meglio che periodi, do vrebbero dirsi addirittura scuole dif ferenti e assolutamente separate fra di loro. La prima scuola rappresentata da Senofane, Parmenide, Melisso e Ze nonetutti contemporanei, abbraccia un periodo di poco più di mezzo secolo, dal 430 al 540 circa av. G. C. e fondò una sorta di panteismo, dimostrato con principii attinti alla pura speculazione. Per vere, sulla eternità della materia convengono tutti i filosofi di questa scuola: essi nonpossono concepire co me esistere possa ciò che non è sem pre esistito, ma poi volendo troppo sintetizzare intorno a questo principio, nel mondo e nell'universo tutto vo gliono riconoscere un solo essere, una unità immobile e immutabile, perchè esistendo necessariamente e in sè stes so racchiudendo ogni cosa, deve avere una perfetta immobilità. Quest' unità universa, costituisce il Dio panteista degli eleatici, i quali, mal potendo so stenere la loro ipotesi a priori contro la costante testimonianza dei sensi, i quali attestano che nel mondo ogni cosa si muove e si trasforma, conven nero nel proposito di negare ai sensi ogni fede, e di far precedere le verità astratte a quelle d'osservazione. Quin di per essi la realtà non poteva esse re argomento, che di speculazioni a stratte, poichè le percezioni dei sensi, secondo essi, sono quasi sempre erro nee; e una vera scienza non possono costituire a cagione delle molte illu ounpezzo di metallo è sostenuto nel-sion cui vanno soggetti. In questa l'aria; toglietegli il suo sostegno, esso parte dunque gli eleatici si accorda cadrà; ma a considerare la cosa apriori vano con gli accademici, ma differiva ELEMENTI no poi nella conclusione; poichè men 315 come quelle del suo discepolo Demo tre quelli dall'incertezza dei sensi in ferivano nulla potersi con certezza asserice, questi volevano invece to gliere ai sensi ogni certezza per ri porla dommaticamente nelle specula zioni a priori della metafisica; nè si avvedevano che anche la unità astratta dell eternità della materia, che essi affermavano, non riposava, in fin dei conti, su altra testimonianza che quel la dei sensi, perciocchè noi non ab biamo mai veduto nascere dal nulla alcuna cosa, nè alcuna parte della materia assolutamente distruggersi. La teoria della prima scuola elea tica conduceva necessariamente all i dealismo puro: tutte le cose esterne sono mere parvenze; ciò che esiste è l'essere in sè e per sè, essenzialmen te uno edimmutabile; che non ha pas sato od avvenire, nè parti, nè limiti, nė divisioni, nè successione. Tutto il resto non è che illusione, poichè illu sioni sono le apparenze sensibili, e la realtà consiste soltanto nelle verità di ragione. Parecchi secoli dopo Berke ley e Collier riprodurranno nell' In ghilterra l'idealismo degli eleatici con tutte le sue conseguenze. Ma di queste astrazioni hanno fatto giustizia i filosofi eleatici della secon da scuola, contemporanea della prima, erappresentata da Leucippo e da De mocrito. Bisogna però riconoscere che nessun rapporto unisce fra di loro queste due scuole, della qual cosa tutti i filosofi furono si bene persuasi, che si accordarono nel dare alla teo ria dei primi eleatici il nome di scuolo metafisica, e quella dei secondi chia mare col nome di scuola fisica. Il solo rapporto, infatti, che ha potuto unire Tuna coll' altra è l'asserzione di Dio gene Laerzio (lib. VIII c. 55 e 56) il quale annovera Leucippo fra i disce poli di Parmenide. Ma se questo sia stato discepolo suo è cosa che poco importa il discutere; l' essenziale a sapersi è questo, che le sue teorie, crito, sono la perfetta antitesi di quel le degli altri filosofi eleatici: esse riget tano il puro idealismo di Parmenide e di Zenone, proclamano la realtà della sensazione; contro il riposo sostengo no la teoria del movimento eterno, e all' astrazione dell' unità assoluta e immobile dell' idealismo, contrappon gono la teoria atomica. (v. ATOMISMO). Elcessaiti o Essonieni. Ere tici dei primi secoli, i quali alle eresie degli ebioniti avevano congiunte molte superstizioni . Praticavano frequenti a bluzioni, credevano in un Messia, al corpo del quale, come gli ebioniti, at tribuivano proporzioni favolose; e te nevano per sicuro che lo Spirito Santo fosse femmina, però che in lingua ebraica ha denominazione di genere femminile. Un ebreo detto Elxai si fece loro capo a' tempi di Trajano, e lui morto rimasero due sorelle, Mar ta e Martena, le quali appartenendo alla stirpe benedetta, furono tenute in grandissima venerazione da quei set tari. Dicesi anche che essi raccogliessero i loro sputi per farsene dei reliquari. Le preghiere degli elecessaitierano fat te in lingua ebraica e dovevansi, reci tare senza intenderle, costume che fu adottato dalla Chiesa cattolica, le cui preghiere son pur fatte in una lingua sconosciuta. Elementi. È tendenza naturale dell'uomo il ricercare l'origine delle cose, ed è legge di natura ch'egli mai non riesca a trovarla. Invano esplorð gli spazi; quanto più potenti furono i suoi mezzi d' esplorazione di tanto si arretrarono i confini dell' universo. Nei corpi stessi la divisibilità ( v. questo nóme ) s'oppose mai sempre alla sua ricerca dell' atomo primitivo; e nella filosofia naturale la sua ricerca degli elementi fu altrettanto sfortunata. Per vero, la filos ofia antica s'era accomo data in un facile trovato; e credette lungamente che quattro fossero gli e lementi sostanziali di tutte le cose: la terra, l'acqua, l'aria e il fuoco. Da questi quattro principii elementari tut te le cose essa faceva scaturire. « Co me quei pittori, diceva Empedocle, mi schiando colori diversi con quelli van figurando uomini e piante, così la na tura coll'accozzare un poco di questo, un poco di quell' elemento, vien for mando uomini, piante, donne leggiadre e chiarissimi dei ». L'anima stessa era un fuoco o un'aria, e gli dei eran fatti della parte più sottile di questi stessi elementi. Qualche filosofo, come Platone e Aristotile, aggiunsero un unsero quinto elemento, l'etere. Aristotile ap pelld combinazione la proprietà d'ogni elemento, cioè nel fuoco il calore e la siccità, nell' aria il freddo e l'umido, nell' acqua l' umido e il freddo, e nel la terra il freddo e la siccità. Coll'an tagonismo delle qualità elementari egli carbonio e il diamante sono sostanze per la chimica intrinsecamente identi tiche, e non pertanto hanno modi di essere cotanto differenti, nulla ripugna a credere che una sola sostanza possa assumere tutta la varietà di forme che osserviamo in grazia di una sola di versità d' intima aggregazione moleco lare, che sfugge a tutti i nostri mezzi di percezione. Ben è questo il sistema di Democrito, ilquale,senza bisogno di elementi diversi, spiegava la varietà del le sostanze con la varia aggregazione molecolare, nè io so perchè i filosofi moderni vadano cercando sistemi nuo vi per spiegare cose che gli antichi avevano già intese, nel senso in cui le spiega la scienza nostra. Elezione (metodica, naturale . sessuale) vedi DARWINISMO. Eliosismo. ( Da H' λιος, sole ), spiegava i cambiamenti degli elementi Nome applicato a tutte le religioni la e il loro passaggio dall'uno all' altro. cui divinità sia una simbolica rappre Ma dilungarci sulla fisica degli antichi sentazione del sole. È certo che la luce non giova. Il male si è che anche i fu nelle religioni primitive il fondamento moderni ritennero per assai tempo che del culto. Dio nella lingua sanscrita, la gli elementi dei corpi scoperti dalla più antica che conosciamo, suona il lu chimica fossero un cotalchè di asso- minoso (vedi Dio); i persiani l'adoravano luto e costituissero i principi fonda- sotto le forme del fuoco ZOROASTRO mentali e indecomponibili della mate- e il paganesimo e il cristianesimo non ria. La scoperta di Volta ha tolto seppero allontanarsi da questo simbolo. questo errore e ci ha mostrato che se > Empedocle (Agrigento). Nacque in Girgenti nella Sicilia sul principio del quinto secolo avanti l'era nostra, da famiglia opulente. Uomo illustre, filosoto, medico, poeta, avversario del la tirannide, benefattore del popolo, egli fu pei suoi contemporanei più era virtù sua. Percorreva le vie seguito da numerosi littori, colla testa ri cinta da corona d'allord, tenendo nel le mani un ramo di lauro, sè stesso dicendo non uomo ma Dio. E la sua divinità fu riconosciuta da tutta la Si cilia. Divenuto vecchio egli abbandono l'isola carico di onori per recarsi ad Atene, ove lo vediamo maestro di fi losofia, poeta, e vincitore ne' giuochi olimpici. Poco dopo invano tento di rientrare nella città nativa; un partito potente sorto contro di lui gliene vietd l'accesso. Tornò nella Grecia e l'o scurità avvolse gli ultimi anni della sua vita. Niuno sa dove e quando mort. Lo si disse rapito al cielo, precipitato nel monte Etna, senza che alcuno sap pia con verità qual sia stata la fine dei suoi giorni. Dei molti scritti di Empedocle aulla ci resta, fuorchè alcuniversi delle Puri ficazioni, e alcuni frammenti deltrattato sulla Natura, opera che è ad un tempo di fisica, di cosmologia e di psicologia. Filosofo o teologo, uomo d'inge gno e ciarlatano, Empedocle riunisce nella sua dottrina gli opposti caratteri della verità, amministrata sotto il velo dell' errore. La sua filosofia,dice Con stant, è un mosaico di dommi sacer dotali; egli parla nou come uomo filosofo, ma come rivelatore e Dio: > Ma nonostante tutte queste attenzioni, il giudizio stesso dei due principali com pilatori non fu molto lusinghiero per l'Enciclopedia. « Esso è, scriveva d' A lembert a Voltaire, un abito d'arlecchino nel quale si trovaqualche pezzodibuona stoffa e troppi cenci » ( Corrispond. tomo LXIX. p. 26). E Diderot, espri mendosi ancor più energicamente, con fessava che « ' Enciclopedia divenne una concimaia entro la quale certe spe cie di cenciaiuoli gettarono alla rinfusa una infinità di cose mal viste, mal di gerite, buone, cattive, detestabili, vere, false, incerte e sempre incoerenti e di sparate ». Ad onta di questo severo giudizio, non si può negare all' Enciclopedia il merito di avere esercitata, almeno mo ralmente, una benefica influenza sulla filosofia del secolo XVIII. Fatta ragione alla vastità dell' impresa e alle moltis sime difficoltà che i tempi le opponeva no, bisogna riconoscere che questo fa moso Dizionario ha servito a costituire il vero partito filosofico e a dare ai pensatori d' allora maggior coraggio e coscienza delle loro forze, esercitandoli in quella sorta di palestra della pub blicità. Del resto, giova ripeterlo, gli Enciclopedisti non fondarono scuola, nè ebbero unità d' azione; ognunocombatte per conto proprio conservando la sua distinta individualità,la suaindipendenza e le sue idee; motivo per cui la loro filosofia non bisogna cercarla in un solo lavoro, ma nelle speciali tendenze dei vari filosofi del secolo XVIII. 326 ENTITA Gli articoli filosofici d' ogni genere ed'ogni scuola, sparsi nei vari volumi dell' Enciclopedia, furono poi raccolti e ristampati a parte col titolo: Lo spirito dell' Enciclopedia ( Parigi in 8° ). Encratiti Vedi TAZIANO. Enesimene. Uno dei più grandi scettici dell' antichità. Nacque a Gnossa nella Creta, in qualtempo s' ignora; ma probabilmente nel primo secolo dell'era cristiana. Fondò ad Alessandria la sua scuola, nella quale insegnò che nessun principio assoluto può essere affermato dalla nostra ragione; perciocchè se si consultano i sensi non ci è dato che di afferrare la pura apparenzadei fenome ni, senza alcun rapporto di causalità che sia necessaria; e se si consulta la ragione ella non potrà mai intendere qual sia la relazione e i rapporti che una sostanza potrebbe avere sopra un'al tra. D'onde Enesimene conchiudeva ne gando il principio di causalità. Vero è, diceva egli, che nella nostra ragione abbiamo l'idea di causa e di effetto, ma questa non è altro che un fenomeno dell' intelligenza, che non ha obbiettivo reale. correva i suoi tempi, e riproduceva le dubitazioni di Pirrone sotto forme che dovevano riapparire parecchi secoli dopo. principio della sua azione, e che senza altro esteriore impulso va da sè mede sima al suo fine. In questo senso l'en telechia è l'interno mobile della mate ria od altrimenti, ' essenza stessa o il substrato che genera l'azione. E fu in questo senso che Leibnitz ha tolto que sto nome dalla filosofia aristotelica per applicarlo alle sue monadi. Cantinema. Modo di argomenta re per il quale da certi segni visibili deduconsi le conseguenze che da quelli si attendono, come, p. e: il cielo è se reno, dunque non pioverà. L'entimema è perciò un ragionamento men comples so e più incerto del sillogismo, in quan to consta di una sola premessa dalla quale deducesi direttamente la conse guenza. Esso può presentare nel ragio namento gli utili o i svantaggi del me todo induttivo o deduttivo, secondochè il rapporto tra la conseguenza è il segno visibile su cui si fonda, sia palesamente manifesto, o imaginario. È chiaro che chi dice: il termometro oggi segna 40 gradi sopra zero, dunqi abbiamo un calore eguale a quello Senegal, fa un Entimema assai diverso e assai più Ben si vede che questo filosofo pre- congruente di chi dicesse: I miei af fari vanno bene, dunque la provviden za mi protegge. Entità. Nella lunga lotta che di battevasi nel medio evo fra gli opposti E se avesse spinto più innanzi la sua analisi dell' umano intelletto, che condu ceva con tanta perspicacia, nor avrebbe forse tardato ad avvedersi, che l'idea di causa ed effetto non è soltanto un fenomeno dell' imaginazione, ma civiene suggerita olbiettivamente dalla esperien za, in grazia della successione di tutti i fenomeni che noi osserviamo, succes sione alla quale nessun corpo sfugge. Ridurrebbe dunque l'idea di causa ed effetto al suo vero elemento, chi dices se ch' ella non è altro che una trasfor mazione dell' idea di successione e di movimento. Entelechia. Parola primamente composta da Aristotile per dinotare o gni cosa che in sè stessa contenga il partiti della filosofia scolastica, il reali smo sosteneva contro il nominalismo (v. questi nomi) che gli universali, ossia le generalizzazioni delle cose particolari, non erano astrazioni prive di consisten za, ma esistevano veramente e realmen te in una lor propria maniera. Secondo questa dottrina ogni cosa speciale attin ge i caratteri che la distinguono in una esistenza eterea, nella quale sono i ca ratteri comuni e universali del genere. Ondechè esistono gli uomini individuali Pietro, Paolo, Luigi, maoltre questi in dividui vi è qualche cosa di reale e fuo ri del mondo dei viventi che costituisce l'umanità. Nei tempi moderni le entità, queste esistenze spuree che partecipano ad un tempo dell'essere e del non essere, non chè rivivere, si moltiplicano straordina riamente nel campo della metafisica. Du bitare dell' esistenza della materia, du 327 entità della metafisica: l'entità ma tematica. bitar dei sensi, dubitare eziandio di e-i stere son partiti leciti anche agli idea listi, ma guai a colui che dubiterà del le entità della metafisica ! I tipi intel lettuali sono così superiori alle forme materiali che dubitar di questi si può, ma sarebbe eresia dubitare di quelli. Le idee innanzi tutto sono, non la so stanza che vediamo o che sentiamo, е perciò ' ontologia per i filosofi di que sta scuola deve esser scienza mille volte più esatta della fisica. Berkeley e Col lier negheranno l'esistenza reale del mondo per attribuirla alle sole idee, e nei tempi nostri Rosmini e Manzoni, più modesti, non toglieranno l' esistenza alle cose sensibili, ma creeranno una nuova entità, l'ente-idea che esiste in sè e per sè anteriore alla sensazione. Persistendo nella negazione d'ogni realtà obbiettiva, Descartes si fonda sul puro subbiettivo e spera di avere tro vata nell' idea una base sicura,incrolla bile alla filosofia. Ma non si accorge che cotesto sistema è pieno di palpabili contraddizioni, non vede che egli rico nosce l' effetto e respinge la causa, e che se i corpi esterni non esistessero e non reagissero dal di fuori, non avrem mo al di dentro le sensazioni, non le idee, non il pensiero! Aristotile è il padre dellametafisica; ma, la metafisica d' alloranon ha nulla ache fare con quella dell' oggi, Aristo tile insegnava che ogni causa efficiente ècorporea, dal che segue che è pure cor porea l'anima umana. Non vi è forza alcuna, diceva quel sommo, senza qual che materia, perciocchè ogni cosa che esiste deve esistere in qualche luogo. È questo un assioma che per quanto vi vano i secoli non potràmai essere smen tito. Ma Descartes si getta all' estremo opposto; per lui esiste la forma, la so stanza è nulla. E qui nasce la prima Colui che cogli occhi della mente considera un triangolo,concepisce i tre lati, i tre angoli che costituiscono le lince esteriori, ed ha il concetto di una forma ipotetica che corrisponde a deter minate regole. Questa forma o non ha una realtà o ne ha una affatto mate riale, in quanto sia rappresentata da un corpo; e a tutto rigore si può anzi dire che senza la materia, senza il cor po nemmeno la forma sarebbe mai sta ta concepibile dal nostro intelletto. Ma il metafisico astrae affatto dalla realtà, traccia linee e circoli immaginari e con chiude che la legge geometrica è una entità, un non so che d'indipendente dai corpi. Se considera i numeri, il metafisico non si allontanerà da questa via. Le cifre 10, 20 30 ecc, per chi le vuol in tendere, non sono altro che segni neri segnati in campo bianco. Concetti ideal mente, sono aggettivi numerali che non hanno alcun valore senza il corrispon dente sostantivo, senza i corpi che, in certo qual modo, li informino e li rap presentino. Ma il metafisico procede in senso inverso, da valore e realtà al nu mero, concepisce e fabbrica una legge arbitraria, una entità senza ente. I mo derni sorridono pensando al valore gran dissimo che li antichi attribuivano a cer ti numeri per l'effetto di inveterate cre denze superstiziose; ma abenmiglior ra gione dovremmo sorrideredei nostri me tafisici, i quali suppongono che esista in natura una logica division decimale o dodecimale, senza badare che in na tura ogni divisione equivale a qualun que altra. Data una realtà alle linee ed ai punti, Descartes non doveva durar fati ca nel creare quell' altra entità su cui posa oramai l'intero edificio della me tafisica, voglio dire l" entità pensante. Dove e come risiede l'anima nel corpo ? Se essa vi è diffusa per ogni lato, il fa moso ego cogito, ergo existo andrebbe 328 ENTITA a risolversi in una sostanza estesa, do tata delle tre dimensioni, si compene trerebbe col corpo e sarebbe, insomma, un ente di materia. Ma Descartes non sa per uno spazio, la si concepisce este sa, e quindi materiale; essendochè l' i dea della materia non è altro che quella d' una sostanza estesa. L'affermare che si sgomenta per si poco. La teoria dei punti edelle linee è piana,comoda e ben si presta ai concetti astratti. Descartes lo vede, ond' eccolo venir fuori colla sua proposizione, che l'anima entro il cor po occupa un punto matematico. La potenza della realtà da cui a strarre il metafisico impiega ogni mag giore sforzo, ad ogni momento imperio sa e imponente gli si affaccia.Descartes | denti nozioni ». vede i punti e le linee segnate sulla car ta, e s'immagina che, astrazion fatta dalla materia di che son formate, possa ridurli a quella data essenza per cui venga ad essi tolta ogni dimensione. vi è una presenza locale, propria delle nature immateriali, per cui sono tutte intiere in ogni punto dello spazio, tal chè senza essere composte di parti e senza avere estensione occupano un luo go che ha tre dimensioni, l' affermare, dico, queste cose, egli è non solamente un non darci idea di cosa alcuna, ma ancora un combattere le nostre più evi Manonpensa che le linee ei punti sono pure fatti di una qualunque siasi sostanza, con la quale soltanto a noi si rendono percettibili, e che se essi si con cepiscono senza reale rappresentazione, cessano di essere, non sono più nè pun ti nè linee, sono un nulla. Certo, il ma tematico può per un momento astrarre dai punti e dalle linee, e mentre li ve de, li tocca e li misura,può considerarli senza dimensione, tanto questa è mini ma e insignificante pe' suoi calcoli. Ma per quanto tenue sia la dimensione del punto, non perciò il punto stesso cessa di essere una realtà; chè anzi il mate matico traccia apposta i punti e le li nee perchè sa troppo bene che senza sostanza, senza un ente materiale che la rappresenti nessuna forma sarebbe pos sibile. L' argomentazione calzava si bene al proposito, che i Cartesiani non credet tero di poter uscire dal laberinto senza gettarsi all' estremo opposto. Se nega vano forma e figura ed estensione all'a nima, a molto miglior motivo dovevano negaria a Dio. Ma come conciliare que sta lezione colla immensità, per la qua le si vuol che Dio colla sua sostanza si diffonda in tutto l'universo ? Grave sa rebbe la risposta a noi pigmei della scienza che non sappiamo elevarci d'un palmo sullo strato di questa materialissi ma materia; ma alla metafisica che ar dita si slancia negli spazieterei e d'uno sguardo sagace abbracciala quintessen za di tutto il mondo, il compito dove va essere facile. Un ripiego semplicissi mo bastò ai Cartesiani per spiegare la cosa, e insegnando non potersi dire, sen za far Dio corporeo, che la sostanza di lui è diffusa dappertutto, sostennero che egli, per essere spirituale, non poteva trovarsi in luogo alcuno. Qui il punto matematico si trasfor ma in punto veramente metafisico. Per Il punto matematico, novella entità di Descartes, non giova dunque anulla| siffatto metodo Dio e l'anima vengono per provare la semplicità e la indivisi bilità di questa sostanza quintessenziata che si chiama anima, poichè anzi es sendo il punto idealmente divisibile al l'infinito, dovrebbe dedursi che anche l'anima lo è del pari. Eil Bayle stesso confutava molto a proposito Descartes con questo stringentissimo argomento. «Quando si concepisce una cosa difu a trovarsi in un luogo che non è luogo, sono ovunque e nello stesso tempo in nessun sito, esistono realmente e con stano di nessuna sostanza, non possedo no alcuna dimensione; in una parola questo metodo ha dato l'ultima entità della metafisica moderna colla creazione dell' atomo vuoto. A questo punto par che tutte le sco EPICHEREMA perte della metafisica si siano fermate. Grande e solenne lezione pei sognatori d' ogni risma, i quali, contanta smania di lanciarsi fuordella natura, non giun sero nemmeno a produrre una nuova 329 colo) così si esprime:Nel duodecimo secolo si pronunciava assai male il latino, onde invece di eum, come si dice oggidì, di cevasi eon, per cui nel simbolo invece di cantare per eum qui venturus est idea, non un nuovo pensiero, che non fosse un controsenso. In questa freneti ca gara di costrurre a forza di pensie ro una nuova sostanza, che fosse diver sa da tutte l'altre cadenti sotto l'azio ne dei sensi, essi riuscirono solo a far pompa d'una stolta e superba vanità, e, pur disprezzando i sensi, ricaddero for zatamente entro la sfera dei loro giudizi. Essi davano alla loro entità il nome e la figurad'un atomo, per questa capitalis sima ragione, che la forma più leggera e sottile che mai avessero veduto o sen tito, era quella appunto della più picco la parte della materia immaginabile. I sensi sono la porta dello spirito, e loro percezioni sono tutto quel tanto che a noi è dato di conoscere. Meglio che ostinarci e disprezzarli e astrarre da essi a cui siamo strettamente con giunti per una legge fatale e inesorabi le; meglio che creare delle entità effi mere che nei sensi ancora trovano la loro radice, conviene dunque che nor sia trascurata questapreziosissima dote del corpo, questa facoltà di sentire po sitivamente, per la quale soltanto siamo vivi, giudichiamo, compariamo e attin giamo tutti i criterii della realtà. Infi ne, non conviene dimenticare che il mi glior rimedio contro il pericolo di crea re le entità metafisiche, è quello di non separare mai il fenomeno dalla sostan za che gli serve di base; e per poco che uno pensi non tarda ad avvedersi che tutte le entità non sono infine che l'ef fetto di questa violenta separazione. Nes suno avrebbe mai pensato a dare alle idee o al movimento, una reale esisten za, se per astrazione non si fossero se parate dal corpo che le pensa o dalla sostanza in cui si manifestano. Eon della Stella. Gentiluomo Bretone la cui eresia l' abate Pluquet, sulle traccie del Dupin ( Bibliot. XII. se judicare vivos et mortuos, cantavasi per eon qui venturus ecc. Fu in grazia di tale pronunzia che Eon s' imagind che di lui fosse detto nel simbolo, che dovrebbe venire a giudicare i vivi ed i morti, la qual fantasia gli riscaldò l'ima ginazione e il persuase di essere il giu dice dei vivi e dei morti, e per conse guenza il figliuol di Dio. Ai suoi discepoli distribui uffizi col nome di Angeli, Apo stoli, il Giudizio, la Scienza, la Sapien za ecc. Molti partitanti egli ebbe e i soldati mandati per arrestarlo non ne vennero acapo in sulle prime, onde fu detto ch' egli erainviolabile per sovranaturale potenza. Tradotto infine davanti al con cilio di Rheims,vi fu condannato a pri gionia perpetua, e alcuni suoi discepoli che persistettero a riconoscere in lui il figliuel di Dio, incontrarono la morte. Stupendo esempio è questo per provare come intempi anche assai più vicini ai nostri di quelli in cui visse Gesù, facil cosa fosse a uno scemo il farsi crede re figliuol di Dio, e il trovare apostoli che incontrassero il martirio per amor di lui. Epicherema. Sorta di sillogismo composto, mediante il quale alla maggiore ( V. SILLOGISMO ) si aggiunge qualche ragione dimostrativa onde ren derla più evidente. Il seguente sarebbe un sillogismo semplice: Tutti i vapori a parità di massa hanno un volume maggiore dei liquidi; le nubi sono un vapore; dunque presentano maggior vo lume dei liquidi. Questo sillogismo si trasformerebbe in epicherema quando alla ragione assiomatica espressa nella maggiore, si aggiungesse una qualche dimostrazione, per es. così: Tutti i vapo ri a parità di massa hanno un volume maggiore dei liquidi, poichè il calorico disgiungendo le loro molecole le allon 330 EPICURO tana moggiormente fra di loro; le nubi sono un vapore, dunque ecc. Epicuro. Nacque inGargezio nel ' Attica nell' anno 341 prima di Gesù, da famiglia antica ed illustre, ma ca duta nell' indigenza. Per provvedere ai bisogni della vita, i suoi genitori emi grarono nell' isola di Samo, ove il pa dre fu maestro di scuola, e la madre divenne pitonessa e al figlio insegnò a pronunciare le parole che l'oracolo fa ceva sentire frammezzo alle magiche evo cazioni. Allevato così nei più arcani se greti della divinazione, Epicuro acquistò un anticipato disprezzo per le supersti zioni religiose d'ogni genere. Dicesi che a quattordici anni, al maestro che gl' insegnava il verso di Esiodo: Nel principio era il caos, egli chiedeva: E il caos d'onde nacque? Preso dal biso gno di sapere, egli si applicò allo studio dei filosofi, ma Democrito sopratutti fu da lui preferito. Spirito profondo e sa gace, ripugnante alle astruserie metafi siche dei suoi predecessori, egli com prese quanto di vero, di naturale e di pratico vi fosse nella dottrina del filo sofo d' Elea, e divisò d'applicarne i principii. Nell' età di 18 anni si recò ad Atene, ma poco vi rimase, chè fu presto a Lampsaco, ove cominciò a professare i suoi principii e vi fece proseliti, coi quali nell' anno 309 a. G. C. tornò ad Atene, acquistò un giardino e vi fondò stabilmente la sua scuola. Gli Epicurei soli vi erano ammessi e tutt' insieme vi vevano d' una vita comune,come idisce poli di Pitagora; con la differenza però che Epicuro non volle che ponesssero in comune i loro beni, dicendo che cid eccitava diffidenze fra di loro, ma volle che ciascuno pagasse una parte della spesa. L'accordo della comunità epicurea non fu mai turbato, e ancora dopo la morte del maestro sussistette lunga mente; tantochè Cicerone dice che nei tempi suoi gli epicurei vivevano ancora in comune. Le spese, d'altronde, erano poche, e tuttochè filosofi volgarissimi abbiano cercato di far credere che l'c picureismo amasse lo sfarzo e il pia cere soltanto, è ben sicuro che lavita degli epicurei fu purissimadaognimac chia, ch'essi vissero colla massima sem plicità e che tenue assai era la spesa che importava il loro vitto comune. Vero è che nella comunità epicurea anche le donne erano ammesse, e fra le più il lustri discepole di Epicuro citansiLeon tina, celebre cortigiana d'Atene, e The mista di Lampsaco. E gli stoici che avversavano la sua dottrina se ne val sero per calunniarlo. Diotino, uno degli stoici, fabbricò perfino sotto il nome di Epicuro cinquanta lettere indirizzate a cortigiane, piene di oscenità. Ma il falso fu svelato, e lo stesso Crisippo, il più autorevole capo della scuola stoica, pub blicamente riconobbe la purità de' co stumi di Epicuro. Egli è ben vero che per togliere alla dottrina del suo av versario il merito di far procedere in sieme l'amor della felicità con la pu rità dei costumi, disse che ciò dipen deva perch' egli era insensibile. Ma bi sognava ignorare qual fosse il fonda mento della vera dottrina di Epicuro per muovergli simile accusa. È vero ch'egli insegnava ilfine dell' uomo es sere il piacere, ma soggiungeva anche che la felicità si trova nella calma e nella tranquillità della vita, ond'esser savio consiglio il guardarsi dalle pas sioni che la possono turbare. É vero ch'egli diceva consistere il piacer fisico nellasoddisfazione dei naturali bisogni; ma aggiungeva poi anche che quanto minor sollecitudinc si usa nel soddi sfarli, tanto meno si corre il pericolo di essere esposti alle privazioni. Aste nersi per godere era la sua granmas sima, e se sia vera lo sanno i crapu loni d'ogni tempo, i quali per una pronta debilitazione delle loro sensa zioni, per una noia e una nausea an ticipate imparano a loro spese quali siano ipericoli dell'intemperanza. L'a mor del piacere non può dunque es EPIFANE sere separato da una vita temperante, e la vita di Epicuro, per la testimo nianza stessa de' suoi nemici, è la più perfetta e la più nobile applicazione de'suoi principii. Nonpertanto nel mon do de'vulgari, allora, come adesso,igno ravasi la connessione di queste due parti della dottrina, onde inferivasi che amare il piacere e soddisfarlo era una 331 re per vera solo in quanto corrisponde alla sensazione. Nella filosofia epicurea ' anticipa zione è facoltà identica alla memoria, ed è per suo mezzo che le immagini delle sensazioni già provate riproduconsi nel nostro pensiero. Le passioni, final mente, sono la nostra guida; esse ci in dicano ciò che ci conviene e ciò che cosa sola. Dicevasi che Epicuro faceva consistere il sovrano bene nella vo luttà, e senza oltre preoccuparsi di spiegare in che consistesse la volutta di Epicuro e per quali temperanti pre cetti si soddisfa, si abbandonarono a vita licenziosa, tantochè molti di questi falsi epicurei furono banditi da Roma ai tempi dellarepubblica. Ma la scuola fondata da Epicuro in Atene continuò a sussistere nella purità de' costumi, e col suo solenne esempio rese giustizia innanzi al mondo alle dottrine del maestro. Epicuro fu ancora accusato di a teismo, ma non pare che l'accusa a vesse fondamento. Nella sua lettera a Meneceo egli dice: Gli Dei non sono tali come il volgare li crede. L'empio non è colui che rigetta gli Dei della moltitudine, ma colui che attribuisce agli Dei le opinioni della moltitudine ». Intollerante d'ogni credenza supersti ziosa, Epicuro insegna la scienza della felicità, e i mezzi per ottenerla sono per lui quelli stessi che s'adoperano con l'ignoranza e l'illusione per giun gere alla verità. Tre sono i criteri della verità: le sensazioni, le anticipazioni e le passioni, fonte triplice d'ogui cono scenza. La sensazione è elemento pri mitivo e immediato della conoscenza, e come tale non può esser soggetta a sindacato. Imperocchè una sensazione non può controllare un' altra sensazio ne essendo pari in grado e autorità, nè purla ragione può correggerla se er rata, inquantochè la ragione stessa è di retta dalla sensazione. La sensazione non può generare errore, poichè ha una causa reale; ma l'opinione hassi a tene evitare dobbiamo. E poichè il fine del l'uomo quello è di cercare il bene ed evitare il male, così deve egli cercare, per quanto può, di fuggire le inutili sof ferenze e di risparmiarsi tutti quei go dimenti che potrebbero essere causa di dolori o che potrebbero togliere godi menti ancor migliori. Epicuro sorti natura dolce ed eleva ta, che spontaneamente lo portava ad amare i suoi simili; capace di devozione e di sacrificio fu visto in occasione di una grande carestia dividere il poco che aveva con i suoi discepoli. Nonostante I'amor de' piaceri di cui filosofi leggeri lo accusano, menò vita travagliatissima per i mali ond' era afflitto. Parco oltre ogni dire, e più che non convenisse alla sua mal ferma salute, poco pane basta vagli per nutrimento di tutti i giorni, onde Seneca disse di lui che un soldo gli era di troppo per un giorno. Afflitto negli ultimi tempi dal mal della pietra, non bastavano i vivi dolori di questa crudele malattia per turbare quella pla cida serenità che tanto lo facevano caro ai discepoli, ai quali, giunto agli estre mi, legò il suo giardino, acciocchè lui morto, potessero continuare la vita co mune e la sua scuola. Mori nel 271 a. G. C. nell' età di 71 anni. Epirane. Figlio di Carpocrate; di vise e giustificò l'eresia del padre. Dalia apparente eguaglianza in cui natura pose tutti gli uomini concluse che il male non esisteva nel mondo e che la giustizia divina era provata per questa stessa eguaglianza. Se il sole, diceva, si leva egualmente per tutti gli uomini e la terra a tutti egualmente offre le sue produzioni, segno è che Iddio ha ΕΡΙΤΕΤΤΟ stabilita questa eguaglianza e a tutti egualmente vuol ripartire le benefi cenze sue. D'onde conchiudeva che i frutti della terra e le donne fossero in comune. Secondo Epifane la legge sola quella era stata la quale aveva sviati gli uomini dal retto sentiero: abolire la legge e ritornare alla natura, era per Epifane un ritorno alla perfezione; e lo provava coi passi di S. Paolo, il qual dice che prima della legge non si conosceva il peccato, nè vi sarebbe peccato se legge non vi fosse. Epifane morì giovinetto ancora ( di cono alcuni di 17 anni ) e fu onorato siccome un Dio. Si innalzò un tempio in suo onore a Sarne, città di Cefa lonia, ove nei primi giorni del mese celebravasi la festa della sua apoteosi e si offrivano sacrifizi in suo onore. dalla parte della femmina lo spazio e il nutrimento necessari. Questa ipotesi è oggidì dimostrata falsa, e resta as sodato che gli spermatozoidi determi nano soltanto l'evoluzione del vitellius con un concorso materiale e diretto dalla loro sostanza. L'embriologia ha ancora mostrato che la generazione non solo è una vera produzione nuova in ciò che concerne l'ovulo e gli sper matozoidi, ma che lo sviluppo dell'uo vo, l'apparizione dell'erabrione nel seno materno risultano da una vera epigenesi successiva che si compie in tempi dif ferenti a spese delle sostanze fornite dall' ovulo; che nell'ovulo non preesi stono gli organi,i quali compaiono per autogenesi ciascuno in tempi differenti durante l'evoluzione embrionaria. ( V. EMBRIOLOGIA). Episcopali. Vedi Presbiteri Epitetto. Nacque nel 1° secolo dell' Era volgare ad Jerapoli nella Fir gia, dagenitoriindipendenti, e nell' ado Epigenesi(da έπι', soprae γένεσις, generazione ). Dottrina la quale stabi lisce che la generazione delle diverse specie degli esseri organizzati si è ef fettuata in tempi differenti. L'epige nesi è dunque contraria all' imbotta meuto, antica dottrina de' fisiologi i quali credevano che i germi di tutte Je forme future fossero precontenuti | bestiale, che Epitetto apprese le prime l'un dentro l'altro nel primo uovo di ogni specie ch'era stato creato ( v. A lescenza fu schiavodi Epafrodito, liberto e guardia particolare di Nerone, uomo rozzo e stupido e di malvagio animo. Fu sotto tal maestro, poco men che NIMAZIONE L' epigenesi invece consi dera ogni nascita come una nuova for mazione organica, inquantochè, se fra i nati e i primi parenti non vi è al tra affinità che le leggi di formazione, sarebbe assurdo il dire che in essi vi era la presistenza di tutte le genera zioni future. Laonde Kant che deno minava l'epigenesi la teoria della pre formazione organica, poteva dire che le generazioni attuali preesistettero vir tualmente o dinamicamente nei primi genitori. Vi furono degli epigenisti che credettero che la generazione fosse po steriore alla fecondazione, tali gli sper matisti, i quali credevano che lo sper ma contenesse le parti esenziali del nuovo essere, al quale l'atto procrea tore non avrebbe fatto che procurare massime della scuola dell' avversità, e si bene vi si assimild, che divenne il più illustre sostegno di quella filosofia desolante, inadatta alla natura e alla felicità dell' uomo, che fu poi da Plu tarco vivamente combattuta. La scuola cinica riviveva in lui sotto novelle forme. Men brutale e trascurato di Antistene, Epitetto non si allontana però grande mente dalla sua morale; ed è il cini smo di Socrate ch'egli prende a mo dello e pel quale dimostra una grande ammirazione. Naturale nemico diEpicu ro, egli proclamache il male è illusione, eche il bene non devesi ricercare. Non sono già le cose che ci fanno delmale, ma l'opinione che noi ci formiamo di esse. Conformandosi alla dottrina degli stoici, egli diceva che per quanto fosse tormentato, non lo si costringerebbe mai a confessare che il dolore sia un ERESIA male. Dicesi che il suopadrone ungiorno | quella di Gesù perquesto solo, ch' essa porta con sè lo stimmadel paganesimo. La volontà di Dio s'identifica col fata nella sua brutalità trastullavasi a tener gli una gamba. >> disse Epitetto, ed essendosi rotta dav vero, il filosofo riprese con tutta tran quillità: « io ve l'aveva ben detto che si sarebbe rotta ». Citando queste pa role Celso le oppone ai cristiani e a lor | verebbe il volervi resistere. « O Dio, lismo. Gesù vuol la rassegnazione ai voleri di Dio perchè è Dio; Epitetto, ch'è stoico, celaraccomanda per un'al tra considerazione, ed è che a nulla gio dice: « Il vostro Cristo ha egli fatto alcun atto più grande?- Si, risponde Origene, egli ha taciuto. D'allora in poi Epitetto zoppicò. La vita di questo fi losofo è nel resto molto oscura, e di lui s'ignora anche il nome, avvegnachè E pitetto sia un sopranome e significhi schiavo. Ci sa che fu libero, ma quando ebbe la libertà s'ignora. Pare che abbia avuto molta famigliarità coll' imperatore Adriano, ma contuttociò si sottopose sempre al regime di unapovertà volon taria. A Roma abitava una casa senza porte: un lettuccio, una sedia e un ta volo erano tutto il suo mobiliare. Ma volle un giorno acquistare una lampada di ferro che gli fu subito involata, on d' egli parlando del ladro, disse: (Matt. XXVI, 26-28; Giov. Χ, 7, XVI, 1). Fedeli alla lettera di questo passo, e contro l' impossibilità stessa che il pane e il vino potessero trasformarsi nel cor po e nel sangue di Gesù quando Gesù berrà il calice del Signoreindegnamente, sarà reo del corpo e del sangue del Si gnore. Provi perciò ' uomo se stesso e così mangı di quel pane e beva di quel calice (I Cor. XI 26-28). Ora quel ripetere tre volte il pane e il calice in vece del corpo e del sangue di Gesù, non dimostra forse che il pensiero di S. Paolo era ben diverso da quello che gli attribuiscono i cattolici, e ch' egli credeva che il pane restasse pane,e vino èvino il vino, e il corpo di Gesù non fosse introdotto nella cena che come stesso era presente, bamboleggiando so stengono che tutte le volte in cui il sa cerdote pronuncia le sacramentali parolespressione positiva questo è il mio corpo della consacrazione, il pane ed il vino si trasmutano e sotto le loro materiali parvenze occultano il corpo, il sangue simbolo materiale del nuovo patto? L'e e la divinità di G. C. Contro i cattolici dimostrano i pro testanti essere contrario al senso della scrittura l'interpretare letteralmente le parole di Gesù: Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue, imperocchè egli ha pur detto: io sono la porta per la quale entrano le pecore; io sono il vero серро е mio padre è ilviguaiuolo, d'on de si dovrebbe conchiudere che Gesù Cristo è veramente una porta e un cep po, e il padre un vignaiolo. La prova che Gesù non voleva che le parole sue fossero intese alla lettera, è che nel momento stesso in cui dà il calice ai suoi discepoli, alle parole: questo è il mio appartiene alla natura di quei modi di dire che anche oggi i credenti usano nel natale o nella pasqua dicendo, oggi il Signore è morto od è risuscitato. Non si può negare che molti padri della Chiesa già nei primi secoli par lando dell' Eucaristia la chiamassero sempre il corpo e il sangue di G. C.; ma bisogna convincersi che questa espres sione nel loro linguaggio non esprimeva altro che il simbolo del corpo e del sangue di Gesù, non giàil suo vero cor po e il suo vero sangue. Questi padri erano così lontani dal pensare che i cat tolici dei secoli futuri avrebbero preteso di interpretare letteralmente le loro pa role, che anzi, quando a loro accadde non già di citare soltanto l'eucaristia, madi doversi spiegare intorno ad essa, EUCARISTIA lo fecero sempre con parole che non lasciano dubbio intorno al loro vero pensiero. Per esempio nel III. secolo Ter tulliano spiegando la santacena diceva: Gesù Cristo dopo aver preso il pane ne fece il suo corpo, e distribuendolo ai suoi discepoli loro disse: questo è il mio corpo, vale a dire la figura del mio corpo. (Adv. Marcion lib. 4 cap. 4). Nel IV secolo S. Efrem; diacono d'E dessa, scriveva : . Intorno al modo d'intendere il sim bolismo della scrittura, S. Agostino così si spiega: (Abadia, tom II, Sat. 2. c. 5). Una così dei pådri succitati. Egli è ben vero che essi citano de' passi che hanno una grande analogia con quelli che si trova no nei nostri evangeli, ma questa ana logia è ben lontana d'essere identità. Si sa che tra gli evangeli apocrifi e i canonici vi sono molte similitudi, onde non è a meravigliarsi che i padri rife riscano dei passi il senso dei quali è simile a quello degli evangeli canonici. Per es. nella seconda epistola di Cle mente, si leggono alcune parole, riferite come se fossero dette da Gesù, senza però che si vedaindicato l' Evangelio a cui sono attinte. Ma esse hanno mol ta analogia con alcuni passi di Matteo e Luca, come si vede dal seguente pa rallelo: Passo di un apo crifo citato da S. Clemente Il Signore dis se: Voi sarete come agnelli in mezzo ai lupi. Pietro rispo se: e se i lupi sbra nano gli agnelli ? EGesù disse aPie tro: Gli agnelli non devono temere ilu pi dopo la loro morte: non paven tate coloro che pos sono uccidervi ma non nuocervi dopo la morte; ma teme te colui che dopo la vostra morte può mandare l'animavo stra e il vostro cor po nelle gehenna». Passi dell'Evangelo secondo Matteo e Luca Ecco che io vi mando come peco re in mezzo ai lupi. Siate adunque (Mat. X, 16). An date ecco che io mando voi come a gnelli tra i Lupi (Luca). E non temete coloro che uccidono il corpo e non possono uc cider l'anima; ma temete piuttosto co lui che può mandar in perdizione l' a nima, e il corpo alla gehenna. (Mat. X, 28 conf. Luca XII, 45). Or si può egli credere che Clemente con queste parole abbia voluto riferirsi aMatteo e a Luca? Se Clemente aves se avuto sotto gli occhi l' Evangelio di Matteo e di Luca si sarebbe egli per 360 EVANGELIO messo di introdurre nella dizione le va rianti che vi si leggono ? Ciò non è cre dibile; onde tutti i critici convengono che quelle parole sono tolte da qualche apocrifo. Enon solo gli evangeli canonici non furono conosciuti dai primi padri, ma an che dopo essersi propagati nel cristiane simo, a forzadi copie, andarono soggetti atante e tali variazioni, che mettono seriamente in dubbio l'autenticità delle edizioni che ora possediamo. Giovanni Mill nella sua edizione del Nuovo Te Chiesa, abbilo co me pagano e pub blicano. AlloraPie tro accostandosegli, disse: Signore quan tevolte peccando il mio fratello, gliper donerò io ? Fino a sette volte? Gesù gli disse: Io non tidico fino a sette volte; ma fino a settanta volte sette. Qual di questi due passi è l'origi nale? Quel de' Nazarei per la sua sem stamento ha raccolte ben 30 mila va rianti, dovute in gran parte ad errori di ortografia o a postille scritte in mar gine, che nella trascrizione gli amma nuensi copiavano nel testo. Quando poi trattavasi di traduzioni non è facile dire come e quantierrori potessero commet tersi. Or, convien osservare, che, secon do ci attesta Papias il cui maestro, come ho detto, fu un discepolo degli apostoli, Matteo scrisse il suo Evange 'lio in ebraico, e ciascuno lo ha tradotto come ha potuto (Eusebio. Stor. Eccl. III. 19). Ma l' originale andò perduto, e di questo vangelo noi non possediamo plicità evidentemente precede l' altro, che ne è una parafrasi, nella quale si sono introdotte cose estranee all' argo mento. I versi 18, 19 e 20 qual rap porto hanno col principio del discorso? E poiquelprocesso, quei testimoni, quel la Chiesa eretta a tribunale giudicante potevano forse convenire col pensiero di Gesù di perdonare sette volte sette? vale a dir sempre? Ache servono allora quel giudizio e quei testimoni se si deve in ogni caso perdonare? Perchè dunque non crederemo che questa sia una interpo lazione, tanto più che contro Matteo sta il testo di Luca conforme a quello dei Nazarei? che il testo greco, il quale è una ap punto di quelle versioniche furono fat te come si è potuto. Qual fede mérita essa ? Quali errori e quali interpolazioni forse entrambi non sono che la copia L' Evangelo attribuito a Marco pud dirsi stereotipato su quel di Matteo, e non vi furono introdotte? Per es. con frontinsi questi due passi, l'uno di un antichissimo apocrifo, l' evangelio dei Nazarei, l' altro di Matteo. Nazarei. Se tuo fratello pecca contro di te in parole, e ti sod disfaccia, ricevilo sette volte il giorno. Simone suo disce polo gli disse: sette volte il giorno? Ri spose il Signore: io ti dico anzi fino a settanta volte sette. Matteo XVIII. Se tuo fratello pecca contro di te, va e riprendilo fra te e lui. Se ti ascol ta tu hai guada gnato tuo fratello; ma se non ti ascol ta prendi teco an cora uno odue, ac ciocchè ogni parola sia confermata da due o tre testimoni. E se disdegna di modificata di un apocrifo più antico. Ma quello di Marco è più breve, e noncontiene molte cose che evidentemente sono state aggiunte a quello di Matteo. > cementeche esse non si succedono in me, Dunque, conclude Berkeley, qualunque e che non si succederebbero in un'intel grado di calore e di freddo non è che ligenza di un altro ordine ? Uno stesso una nostra sensazione ; e siffatto argo- corpo può dunque sembrare aduno muo mento egli l'applica ai sapori, agli o dori, al suono e perfino all'estensione. Voi convenite, dice Filono al suo sup posto interlocutore, che nessuna qualità inerente a un corpo potrebbe combiare, senza che in questo corpo sia avvenuta qualche modificazione. Ma l'estensione visibile degli oggetti varia a proporzione versi su di uno spazio dato nellametà del tempo, che sembra a noi aver im che noi ce ne avviciniamo o che ce ne allontaniamo, poichè essa è dieci e cento volte più grande a certe distanze, che non ad altre, e da ciò non segue forse che questa estensione non è realmente inerente agli oggetti? Voi sareste ben deciso su questo punto, per poco che vi permetteste di giudicare della qualitàdi cui parliamo ora, colla stessa libertà di spirito che avete usata a riguardo delle altre. Non avete ammesso per buon ar gomento, che nè il calore, nè il freddo sono nell'acqua, perchè un'acqua stessa sembra calda a una mano e fredda al l'altra? E non potete voi concludere con un ragionamento perfettamente simile, piegato in questo moto, e questo stesso ragionamento potrà, d'altronde, applicarsi ad ogni altra specie di rapporto di tempo; e poichè secondo i vostri principii, tutti i moti che si percepiscono sono vera mente nell'oggetto in cui si percepiscono sarà, per conseguenza, possibile che un solo e medesimo corpo si muova, insie me, e molto velocemente e molto lenta mente e ciò realmente ed in uno stesso senso. Ora, come accordare queste con seguenze, non solamente con ciò di cui voi siete già convenuto, ma eziandio colle nozioni le più semplici che il buon senso possa fornirci? >> La conclusione di tutti questi ragio namenti, secondo Berkeley, è che l'e stensione, il moto, i colori e tutte, in somma, le qualità percettibili della ma teria, son fenomeni, i quali non sono nei corpi, ma qualità con cui le nostre sensazioni rivestono i corpi. FENOMENO Anzi, il corpo stesso, così come noi lo percepiamo, è un fenomeno; il che nel linguaggio filosofico vuol dire una cosa che ci apparisce e che non è, o può non essere nel modo in cui ci ap parisce. D'onde Berkeley, eccedendo nel l'illazione il contenuto delle premesse, conchiuse, negando ogni realtà alla materia. Ma l'essere i fenomeni effetti o azio ni non reali per se stessi, non implica che non devano avere un substrato in cui manifestarsi. Pud ammettersi che il color biancodella carta che io vedo non sia altro che un modo con cui certi movimenti molecolari dell'etere affet a no il mio occhio; ma che vuol direid ? Si dirà per questo che il fenomeno dei colori non ha bisogno di una sostanza per manifestarsi, e che vi possono es sere dei colori anche al di fuori dei corpi che li assumono ? Certo, i fenomeni ci rappresentano i corpi, e sono tutto quel tanto che dei corpi noi possiamo percepire; ma sappiam noi che cosa sono questi cor pi in realtà? L'idealismo li negava, lo scetticismo, menesagerato, della loro e sistenza dubitava soltanto. Quanto ai fe nomeni, tutti sono d' accordo a consi derarli come mereparvenze; e tutti cre dono ch' essi non costituiscono gene ralmente una percezione semplice, ma una collezione di percezioni, in quella maniera che nel color verde non per cepiamo il giallo e il turchino che en trano nella sua composizione, o che nelle vibrazioni di due corde armoni che unisone noi percepiamo un suono solo. Noi, dice Galluppi, non possiamo percepire gli oggetti semplici che com pongono l'estensione materiale: nonper cepiamo che la collezione totale, e la percezione di questa collezione totale, la quale è molto chiara, èciò che chia miamo il fenomeno dell' estensione ma teriale. Così, continua Galluppi, tutte le attività particolari di una estensione qualunque concorrono, in questa esten sione, a produrre un effetto generale e semplice, e questo effetto è la per cezione della collezione totale; percezio zione che non può decomporsi nelle percezioni degli esseri semplici da cui la collezione è composta.. L'estensione materiale non è dunque relativamente a noi, se non che una sem plice apparenza, un fenomeno. La realtà è negli esseri semplici, le cui azioni co spiranti producono il fenomeno. Se dun que la nostra maniera di percepire si cambiasse; se giungessimo a distinguere gli esseri semplici, noi perderemmo subi to la percezione indecomponibile della collezione totale, e per conseguenza quella dell'estensione sensibile; noipercepiremmo gli elementi dell' estensione, e non per cepiremmo affatto l'estensione. Ciò av verebbe in un modo simile a quello in cui la percezione dello spazio raccolto fra due corpi, la quale ci veniva tolta dalla distanza in cui era l'occhio dai corpi stessi, fa sparire il fenomeno della contiguità degli stessi corpi; ed in un modo simile a quello in cui la percezione delle prominenze di una superficie che si ha per mezzo del microscopio, fa spa rire il fenomeno del lisciamento ». Il criticismo non aveva seguito una via molto diversa da quella dello scet ticismo. Kant distingue i fenomeni dai nomeni: quelli oggetto della nostra per cezione, questi « unacosa in quanto essa non è oggetto della nostra intuizione sensibile, astrazion fatta della nostra maniera di percepirla ». Allorchè, dice Kant, noi chiamiamo certi oggetti col nome di fenomeni, ossia d' esseri sensi bili (phænomena), distinguendo la ma niera iu cui noi lipercepiamo, daquella assoluta che sebbene non percepita è però da noi pensata, questi oggetti che non sono dei sensi, noi li diciamo no meni, esseri intellettuali. Si domanda dunque se i nostri concetti puri dell'in tendimento hanno un valor reale e se non vi sia per noi qualche maniera per conoscerli. Qui, continua Kant, vi è un equivoco; ed è che quando l'intendi mento chiama fenomenounoggetto con FESTE 369 siderato sotto un certo rapporto, oltre seguendo le ormediBacone, raccomanda la rappresentazione di questo rapporto, il metodo sperimentale, lo studio dei si fa anche quella di una cosa in se, fatti come condizione fondamentale del onde si persuade che si possono fare progresso delle scienze fisiche e morali. eziandio dei concetti di cose simili;e sic- Applicando tal metodo, parteggiò per come l' intendimento null'altro ci forni- Locke nella questione dell' origine delie sce che le categorie, esso è condotto a idee, ch'egli considera come derivate, o prendere il concetto tutt' affatto indeter- | immediatamente dalla sensazione, o com minato di un essere di ragione,di qual- poste dalla sensazione col ragionamento. che cosa in generale, fuori del dominio Egli avrebbeanche potuto direaddrittura, della sensibilità, come un concetto de- come aveva fatto Locke, che la sensa terminato di un essere che noi possiamozione stessa è, in fin de'conti, la base conoscere in qualche maniera col soc corso dell' intelletto. (Critica della ra gione pura. Lib. II. c. III). Spogliato di tutta quella nebulosità misteriosa di che sontanto vaghi i filosofi tedeschi, il discorso di Kant non significa altro se non che le cose come sono nella realtà, non sono quelle che ci sembra no, eche il nostro pensiero è fatalmente costretto a credere che sotto o sopra i fenomeni vi è un qualche cosa, vi èun substrato che li informa. In questo con cepimento lo scetticismo e il criticismo, come al solito si accordano, e cosìm'ac cordo anch' io, non parendomi che si possa mettere menomemente in dubbio che'i fenomeni risultano dalle nostre percezioni subbiettive, ma che fuori di noi vi è pur qualche cosa, che è la ca usa occasionale delle nostre percezioni. . Questo qualche cosa è la sostanza, il concetto della quale vuol essere sepa rato da quello di fenomeno, e tutt' in sieme costituiscono quell' ente sostanziale esensibile che diciam materia. Ferguson (Adamo). Nacque nel 1724 a Logierait presso Perth nella Scozia, e fece i suoi studi all'università d'Edimburgo. Fu capellano di un reg gimento di montanari scozzesi diretti contro la Francia, manon rimase molto in quella condizione; nel 1757 fu eletto precettore dei figli di lord Buthe e due anni dopo fu nominato professore di filosofia naturale all'università di Edim burgo. Ferguson è uno dei filosofi della scuola Scozzese, e in tale qualità egli, del ragionamento. Dalla cattedra di filosofia naturale, essendo stato chiamato a quella di filo sofia morale nella stessa università, Fer guson fondò imotivi della morale sulla natura stessa dell'uomo ; nel quale cre dette di riconoscere tre leggi che lo portavano alla moralità, vale a dire : latendenza a conservarsi, la sociabilità, e la tendenza aperfezionarsi.Giunto a que sto punto Ferguson si allontana affatto dallo studio dei fatti, e contro Hobbes, il quale aveva supposto con molta pe netrazione, che le società all'origine do vettero esistere in uno stato di guerra, sostiene che i legami di famiglia e le atfezioni sociali hanno dovuto produrre fin dall'origine una condizione di cose assai men funesta. Ma è probabile che se il filosofo scozzese avesse conosciute lerelazioni dei viaggiatori che abbiamo noi, e specialmente se avesse conosciuto le recenti scoperte paleontologiche che ci rivelarono la barbara esistenza del l'uomo preistorico, sarebbe stato indotto a giudizi assai differenti. Feste. Anticamente le feste o ave vano un senso istorico, o astronomico. Presso i romani, scrive Constant, ciascun tempio, ciascuna statua, ciascuna festa rappresentava qualche pericolo ond' era stata salvata Roma dagli Dei, qualche calamità ch'essi avevano allontanata. Le Lucarie rappresentavano l'asilo accorda to da Romolo ai fuggitivi che dovevano popolare la nuova città. Il chiodo sacro che conficcava nel tempiopiù augusto il primo magistrato della repubblica, era 24 370 FESTE l'omaggio di un secolo civile verso i se coli predecessori in cui le lettere erano ignorate (Tito Livio VII. 3). Le Matro almeno un giorno dell'anno, in cui ella potesse circolare liberamente per tutte le classi, e che, pura e attiva come la Ne suoi primordii il cristianesimo non ha altre feste che quelle della sinagoga; nali celebravano la riconciliazione dei | fiamma, salisse come essa verso il cielo. padri e degli sposi colle figlie e colle mogli (Ovid. Fast.). Sotto la Repubblica romana le feste più solenni avevano peroggetto di cele brare le calende di Gennaio, pronuncian do solennemente voti per la pubblica fe licità, e per quella dei cittadini; di rin novare la memoria dei morti, e di fis sare gli sguardi degli Dei sulla genera zione attuale; di porre i limiti invaria bili delle proprietà, e permaggior sicu rezza confidarli alla custodia d'un Nume; di salutare al ritorno di primavera le potenze vivificanti, che comunicano alla terra la fecondità; di perpetuare queste due ere memorabili di Roma: la fonda zione della città, e la nascita della re pubblica. In questi giorni i cittadini avevano per costume d'ornare le loro porte di lampade e di rami d' ulivo, di cingere le loro teste con ghirlande di fiori. In memoriadella primitiva eguaglianza, che significava pur qualche cosa presso gli antichi popoli, celebravano iRomani nel mese di dicembre le feste dei saturnali. ma manmano che esso si distende nelle provincie invase dal politeismo romano, il culto e i costumi, e le feste inveterate che distruggere non può, riconosce e santifica. Purchè s'entri nella Chiesa cristiana poco importa ai papi qual sia l'origine del simbolo adorato. Perciò ai missionari inviati nella Brettagna, Gre gorio I scriveva: « Non sopprimete le feste che fanno i Brettoni nei sacrifici ai loro Dei; trasportatele soltanto nel giorno della dedica della Chiesa o alla festadei santi martiri, affinchè, pur con servando alcuna delle materiali gioie dell'idolatria, essi siano più facilmente tratti a gustar le gioie spirituali della fele cristiana (Epist.). Grazie a questo compromesso, il cristianesimo potè felicemente sostituirsi al paganesi mo; emoltefeste cristiane de'nostri tem pi ancoraci ricordano quelle dei pagani. I nomi stessi dei mesi e quelli dei giorni della settimana ricordano il pa ganesimo; il carnevale ci richiama i Sa Era questo un tempo incui lo spirito | turnali, e varie feste cristianenon sono che trasformazioni di feste pagane ; per chè i vescovi non volendo urtare troppo sciolto dagli affari s'abbandonava all'al legrezza. Vi si rinnovava la memoria dell'età dell'oro, in cui nulla era vietato. I fanciulli presso dei quali vedevasi l'immagine dell'antica innocenza, annun ciavano la festa. E ciò, che non sem brerà strano ai nostri nobili, i quali a vivamente le inveterate abitudini del vol go, si avvisarono d' ingentilirle e di de viarle da uno scopo profano ad uno re. ligioso. Dacchè il culto mitriaco o solare tutti i patti vogliono essere democratici | s'introdusse in Roma, fu parimente in in certi tempi, riservandosi il diritto di non esserli in certi altri, la servitù spa riva in quel frattempo. I padroni, e nè anche questo deve parere eccessivo, prendevano gli abiti dei loro schiavi, e li servivano; gli schiavi avevano la libertà di esporre i loro sentimenti; e le lagnan ze, che senza dubbio venivano menomate dalla politica, erano almeno una risorsa contro l' oppressione. Converrebbe, dice Baily, che in tutti ipaesi laverità avesse trodotto l'uso di festeggiare il Natale del Sole; e siccome questa solennità succedeva al 25 dicembre, subito dopo i Saturnali e le Sigillarie,così ella di venne una festa molto importante: ma i prelati cristiani vedendo quanto sa rebbe difficile di sradicarla, pensarono al ripiego di opporne un'altra, e in quello stesso giorno che i pagani ce lebravano il Natale del Sole, i Cristiani celebrarono quello di Cristo. Il ritrovamento di Adone o di Osi- | dai Longobardi, la quale poi si tra ride, altre due grandi solennità, cade vano entrambe al 6 gennaio, e i Cri stiani orientali in questo stesso giorno stabilirono la natività e il battesimo di Cristo, che chiamarono Epifania od il lustrazione ; ma l'uso romano di cele brare la natività di Cristo ai 25 di di cembre essendo prevalso da per tutto, l'Epifania si trasformò in un'altr a festa, cioè nella commemorazione dei Magi. L' Evagelio parlando di quei Magi non indica di loro nè il nome, nè il numero, nè la qualità, nè il paese natio, dicendo semplicemente che venivano dall'Oriente, il quale, rispetto alla Pa lestina dovrebb'essere l'Arabia: in ap presso si ritenne che fossero tre re, fa cendo allusione alle tre partidel mondo ed alle tre qualità di donativi che por tarono . I nomi caldaici di Gaspare, Melchiorre e Baldassare, s'incomincia a trovarli saltanto nel medio evo, e vuolsi che sieno di invenzione cabalistica. In fatti, nelle scienze magiche e teurgiche di quell'epoca, dice ilGiovini, i Magi han no una gran parte: sipretendeva cheme diante certe formole o purificazioni si po tesse evocarli, farli comparire, interro garli edavere da loro favorevoliindicazio ni periscoprire tesori; essi portavano la fortuna, facevano viucere algiuoco, rive lavano le cose occulte; ma una credu lità più innocente e che dura tuttavia in più paesi, si è che iMagi ogni anno, la notte dell'Epifania, andando in cerca di Gesù bambino, fanno il giro del mondo, e lasciano donativi ai ragazzi. «Lamitologiascandinava racconta alcun che di simile degli Asi e delle Ase, cioè degli Dei e delle Dee che fanno il loro passaggio ad ogni capo d'anno; e lasciano ricompense ai buoni. Nel medio evo era pure conosciuta una Donna Abundia, che in certi tempidel l'anno girava invisibile di casa in casa e lasciava mancie ed altri segni della sua generosità. Fanatismo,Esaltazione della men te per laquale l'uomo lasciasi interamente padroneggiare da una opinione falsa o nebre statistica che non si può leggere senza raccapriccio. Se crediamo alla Bibbia, l'adorazione smodata. Il fanatismo s'applica propria- | del vitello d'oro costò agli ebrei 23 mila mente alle opinioni religiose; ma non escludesi perciò ilfanatismo politico, nè quello che pur puòdarsinelle scienze o nelle lettere. Ma è principalmente nella religione ch'esso dispiega tutti i suoi caratteri funesti, e tal fiata si trasfor ma in un terribile flagello per l'uma nità. Quando a una stolta credenza si aggiunge la convinzioneche il suo trion fo è gradito a Dio, allora non tarda a sorgere l'intolleranza e la persecuzione (vedi questinomi), imperocchè il castigo degli eretici è segno di festa in cielo. Quante vittime abbia fatto il fanati smo, non è possibile determinare con sicurezza; magli archivi della storia ci hanno però lasciati sufficenti dati per stabilire, se non inmodo certo, almeno certamente approssimativo, cotesta fu uomini: > Acotali slanci di un lirismo senti mentale, la filosofia non può risponde re. « Nella sua critica di Feuerbach, Re nan-come ben dice J. Roy-ha obbedito soltanto alla sua antipatia per tutto ciò che è netto, chiaro, preciso, espresso senza ambagi e circonlocuzio ni. Nell'accento convinto, nella convin zione stessa egli trovaqualche cosache rivela una natura limitata. Le sfuma ture, la delicatezza, la frase, ecco cid ch'egli cerca innanzi tutto, e queste qualità nominate ad ogni istante nei suoi scritti, pare alui che manchino a tutti i pensatori, che osano esprimersi sotto una forma intrepida ». Si vede cheRenanhaviaggiato l'ltalia per diletto, e volle trarne il più gran partito per le cognizioni scientifiche. S'egli abbia scoperte, l'originidelle tra dizioni contemplando le vergini del Pe rugino o l' estasi di santa Caterina, è cosa ch'io non oso decidere, non es sendovi poeta che non scopra tante cose nuove in una effige di donna; ma ad ogni modo Feuerbach può ben con solarsi di non essere mai venuto in Italia per studiare l'antichità in quella guisa, specialmente per trarne tante scempie conclusioni.Ma s'egli non con templò nè vergini, nè sante, può ben vantarsi di avere, e lungamente assai, contemplata e studiata la natura senza artifizi e senza esagerazioni. 1 GALIENO G  Gall (Giuseppe ) È il fondatore | zione gli fu fatta dallascienza ufficiale. •il padre dellafrenologia, quella scien za che ha portato i più duri colpi alle dottrine teologiche sul libero arbi trio. Uno dei dieci figli di un modesto mercante di Tiefenbrunn, villaggio nel granducato diBaden, egli venne affidato alle cure di uno zio, che gli fece dare le prime lezioni d' anatomia dal celebre professore Hermann. Fatto adulto im prese uno studio affatto nuovo. Confron tava fra loro le teste sì dei vivi come dei morti, e dalla vita di coloro cui ap partenevano, e dalle diverse protube ranze chepresentavano, egli comincio a stabilire la sede delle varie facoltà. Lunga e penosa fatica fu la sua, ma e gli ebbe campo di fare ungran numero di osservazioni, poichè a lui dischiude vansi le porte delle prigioni e dei ma nicomi, ed alui si consegnavano le teste dei giustiziati. Narrasi che la sua peri zia nel riconoscere le tendenze umane fosse tanto secura, che al solo esaminare il teschio di un giustiziato ei sapeva sco prire il genere del suo delitto. > Egli è ben veroche i panspermisti af fermano esser l'aria un gran serbatoio di germi, ma infine, a cui spetta di provare l'esistenza di questi germi, se non a loro stessi ? Or l'esame micro scopico dei corpuscoli dell' aria dimo stra bensì che essa contiene degli avan zi di fecola, grani di silice, filamenti di lana, cotone o seta, particole di terra o di fumo, avanzi di vegetali o d' insetti morti, ma germi pochi o punti. Non altrimenti che per eccezione si trova qualche spora e qualche raro infusorio; ma l'eccezione può ella mai costituire la regola? Gli elementi della polvere dell' aria variano secondo che si esami ni quella raccolta nelle città popolose oppur quella delle solitudini, ma in ogni caso l'assenza di germi vegetali o animali è sempre un fatto caratteri stico. Le polveri introdotte dall' aria nelle ossa pneumatiche degli uccelli ne sono una prova evidentissima: tra quella fornita dalla gallina che vive nelle no stre case e quella che si trova nelle ossa del falco selvatico vi è notabilissi ma differenza; ma nè l' una nè l'altra somministrano prove della pretesa dif fusione dei germi come vogliono i pan spermisti. D'altra parte egli è pur forza rico noscere, che le prove degli eterogenisti sono abbastanza concludenti per respin gere ogni contraria ipotesi. Entro un provino di vetro, Pouchet pose una ma cerazione filtrata atta a generare dei ` pre nell' ovario d' individuo della stessa specie (omogenesi), mentre gl' infusori | cerazione verso entro un piatto di cri grossi microzoari ciliati, e la stessama GENERAZIONE SPONTANEA stallo, nel mezzo del quale pose il pro vino. Indi copri l'uno e l'altro con una campana di vetro immersa nell' acqua onde moderare l' evaporazione. In capo acinque giorni, con una temperatura media di 20 gradi, il provino presen tavaunaquantità di microzoari ciliati, mentre il piatto appena allora dava segno d' incominciare la formazione di qualche monade senza microzoari ciliati. Bastò dunque una differenza nellaquan tità del liquido per produrre così diversi risultati; cosa tanto più provata, inquan tochè il signor Pouchet diminuendo il liquido del provino e quello del piatto aumentando, ha potuto ottenere dei ri sultati inversi. Or come potrebbero spie garsi cotali differenze se gli stessi ger mi devono essere caduti nel piatto e nel provino, il primo dei quali sottostava immediatamente all' altro ? Altro sperimento ancor più decisivo è il seguente, pure fatto dal Pouchet: > Giorgia. Nacque inLeonzio nella Sicilia verso l'anno 845 avanti G. C. 1 Fu discepolo di Empedocle ma non segui la scuola del maestro . Versato nella sofistica di Melisso e di. Zenone, possiamo conoscere- Invero, acciocchè un oggetto possa essere conosciuto con verrebbe che il subbietto della cono scenza si confondesse con lui. Ma lo spirito divieneglibiancoperchè pensa alla bianchezza? Se così fosse, se lo spirito s'identificasse con l'obbietto del pensie  GIUBILEO ro, noi non potremmo pensare che alle cose concrete, ma si sa bene che noi pensiamo anche alle cose astratte. 3. Se qualche cosa esiste, e può es sere conosciuta, non possiamo farla co noscere agli altri. Ciascun senso è pria, ma non in altre. La vista perce pisce i colori, ' udito i suoni, ma la tarle, vuolsi aver riguardo nell'accettare le conseguenze che Platone specialmente deduce da quest'autore in rapporto alla morale. Che Giorgia insegnasse esseredestino dell'uomo il cercare la felicità, è cosa competente nella sfera che gli è pro- | ovvia; ma ch' egli trovasse questa feli cità nella potenza, e insegnasse essere diritto del più forte il soggiogare il de bole, e che le leggi son de'vincoli fatti pei deboli, lecito ai forti d' infrangere, prima non può percepire i suoni, il se condo non può percepire i colori. Or quando noi parliamo,che cosa trasmet tiamo ai nostri simili? De'suoni, e nul l' altro che de'suoni. Il linguaggio ar riva tutt'intero all' orecchio. Or l'orec chio non può percepire nè le idee, nè gli obbietti, se no gli obbietti e le idee sarebbero la stessa cosa delle nostre parole. Coteste argomentazioni non sono, per le son cose che, con tutta pace degli avversari di Giorgia, credere non posso. Con tali principii il filosofo di Leonzio nè avrebbe eccitato l' entusiasmo della popolazione greca, nè i cittadini d' Ate ne l' avrebbero pregato a soggiornare nella loro città, ove la necessità del ri spetto alla maestà della legge non si verità, tutte esatte, maben si vede che, | convincimento. al postutto, Giorgia già applicava le ragioni del sensualismo. Sta bene che colla parola non si possa dare l' idea può dire non fosse entrata nel comune dei colori: questo è un fatto che tutti possono sperimentare sui ciechi nati, Ma poichè i colori si percepiscono da noi direttamente, la parola che n'è la rap presentazione può sempre darci una idea dei rapporti che passano fra le percezioni giàprovate. Una volta che la bianchezza sia stata percepita dall' oc chio, tutte le volte che l'orecchio sen tirà quel nome, nel cervello sirisveglie rà quella stessa sensazione che abbiam provata la prima volta. È vero che quella sensazione è tutta dentro di noi, e non fuori di noi, poichè fuori di noi in quel momento esiste il suono che produce la parola bianco, ma non la bianchezza stessa: ed è qui appunto che Giorgia avrebbe avuto ragione d' intro durre il dubbio sulla esatta corrispon denza fra le nostre sensazioni e le cose esterne. Degli scritti di Giorgiala sola notizia che ci rimane è laconfutazione di Pla tone e di Aristotile. Ma comechè costoro esagerano oltremisura le sue dottrine per avere il facile vantaggio di confa Gioviniano.Austero cenobitache viveva in Milano sulla fine del quarto secolo. Dopo essersi sottomesso alle più austere privazioni, recatosi un giorno a Roma, fusedotto dalla piacevolezza della vita che colà si menava, onde cambiando parere intorno alle cose che fino allora aveva reputate sante, incominciò ad in segnare che l' astinenza non giovava a nulla, e che meglio conveniva il man giar cibi buoni che i cattivi; che la verginità non era uno stato più perfetto del matrimonio, e che non si potrebbe ammettere che Maria fosse rimasta ver gine dopo il parto senza cadere nell' er rore dei manichei, i quali a Gesù attri buivano un corpo fantastico. Fu con dannato da papa Siricio e nell'anno 412 relegato dall'imperatore Onorio nell'Isola Boa in Dalmazia, ove morì fra le pia cevolezze della vita, come compenso alle sofferte miserie della gioventù. Giubileo. Presso gli ebrei così chiamavasi ognicinquantesimo anno, nel quale i prigionieri e gli schiavi dove vano essere liberati, le eredità vendute ritornare agli antichipadroni, e la terra restare in riposo. (Levitico Cap. XXV, XXVII). L'anno del giubileo era fon GIUDAISMO dato sopra la simbolicadel numero sette, perocchè decorreva appunto nell' anno successivo a quello che chiudeva sette  aRoma,quindi nuova impazienza nella generazione sopraveniente, checerto non vorrà attendere il 1446, eche sarà ten settimane di anni 7×7=49. Altra cosa è invece il giubileo nella chiesa cattolica. Questo è indulgenza plenaria concessa dal papa a tutti i fe deli che visiteranno in Romale Chiese di S. Pietro e S. Paolo, e differisce dalle indulgenze ordinarie, perchè in tempo di giubileo il papaconcede ai confessori la facoltà di assolvere anche dai casi riservati. Dapprincipio ' indulgenza plenaria fu concessa ai crociati che si recavano acombattere perla liberazione del Santo Sepolcro. Ma quando infine i popoli fu rono lassi di farsi sgozzare ad onore e gloriadella chiesa, sipensò di concede re queste stesse indulgenze a quei pel legrini che si sarebbero recati àvisitare il Santo Sepolcro. Nondimeno anche que sto viaggio era lungo assai, assai di spendioso e nel medio evo non si ave vano tante strade di comunicazione co tata di cogliere al volo la cifra tonda dell'anno 1400. Sotto pretestodunque che il giubileodi trentatre annidi trop po affaticava la divina clemenza, fu ri stabilito il periodo più lungo di cin quant' anni, e per meglio attenderlo si ricominciò a contare gli anni partendo dal 1400 con nuovo giubileo. Fiù tardi Paolo II non attese nè 50 nè 33 anni, e giunto al 1425 liberò alla volta sua tutte le anime del purgatorio, fissando il periodo di 25 anni che attualmente sussiste. Maquante ampliazioni aggiunte col progresso dei tempi! S' inventarono i giubilei senza pellegrinaggio, i giubi lei parziali, i giubilei all' occasione di grandi avvenimenti, come il giubileo di Pio IX, i piccoli giubilei delle città, dei vescovadi, degli altari miracolosi, insom ma i giubilei venduti acontant, e traf ficati in mille modi. Lo storico Francesco Gucciardini me al dì d'oggi. Verso l'anno 1300 il assicura che nel 1500 sotto i Pontifi papa Bonifazio VIII pensò di tirare l'ac- cato di Alessandro VI il giubilo fruttò qua al suo mulino,convertendo il pel- | alla Chiesa grandissimaquantita di oro, legrinaggio in terra santa in un pel legrinaggio a Roma. Questa fu l'origine del Giubileo che doveva decorrere ogni 100 anni. Ma tanta felicità, dice unauto re, non poteva differirsi poi d'unsecolo, e Clemente VII abbrevia il periodo dell'a spettativa riducendolo a cinquant' anni; argento, gemme e altre cosepreziosis sime; il Bembo dice, e il Sapi ripete, come questo caritatevolissimo Papa, dal solo stato veneziano, in quell anno di grazia 1500, ritraesse 799 libbe di oro. Giudaismo.Religione egliebrei, o de'giudei, così detti perchè sortirono dalla tribù di Giuda, undei fgliuoli di per cui nel 1350 affluivano di nuovo i pellegrini da ogni paese dell' Europa | Giacobbe, a cui il padre predisse che verso la capitale del mondo cattolico. La frenesia, invecedi diminuire, cresce va: ad ogni giorno dell' anno santo en travano seimila pellegrini in Roma e ne uscivano altrettanti: appena si può com prendere tanto trasporto. Dopo il 1350 bisognava attendere fino al 1400 per ottenere una nuova remissione: ma non seppero rassegnarvisi i credenti, ed Urbano riduceva il giubileo al periodo di trentatrè anni, in commemorazione| della vita di Cristo. Ecco un nuovopel legrinaggio nel 1383, altre turbe affluenti | avrebbe lo scettro della nazime. All'articolo PENTATEUCo na vedremo che la pretesa antichità di questa reli gione, la qual si crede anterore ad o gni altra anche orientale, opinione fondata sopra documenti aporifi, l'an tichità dei quali non risale otre l'epoca di Zoroastro. I dommi del giudaismo ono quelli stessi i quali si pretende cheMosè ab bia rivelati al popolo d' Ismele, e che sono contenuti nell' Antico Testamento. Quali poi sianoquesti domm, non tutti concordano neldeterminare, imperocchè le mutate condizioni della vita, la ci viltà introdotta, e le religioni stesse fra cui vivono gli ebrei, hanno dovuto ne cessariamente corrompere le antiche tra dizioni, irgentilirle o migliorarle secondo l'influenza de'vari paesi. Ècerto intanto che le credenze del cenni alla rimunerazione che l' anime dei giusti riceverebbero in un' altravita. Il vivere lungamente, e ' odio di Dio fino alla terza e quarta generazione dei reprobi, son le sole ricompense e le sole penechecommina lalegislazione religio sa degli ebrei. Son noti i passidell'Eccle siaste attribuito a Salomone (II 20-34; giudaismodedotte direttamente dalla fon- | III 12, 13; 19, 22; V, 18; VIII, 15; te primadella rivelazione mosaica, vo glio dire dal Pentateuco, ci rivelano una religione grossolana e materiale, inse gnanteunDio corporeo, locale, limitato nel suo potere dalla possanza degli altri Dei de' pæsi circostanti ; un Dio unico sì, ma unico soltanto pel popolo d'Israe le. « Il Signore è più grande di tutti gli Dei, dire l'Esodo (XVIII). Il Signore | l'ha condato solo, e con luinon vi era alcun Diostraniero (Deut. XXXIII, 12) Nonvi è azione,perquantosia potente, i cui Dei siano più presso ad essa di quanto lo sia il nostro anoi. (Id. IV, 7). Ciò che possiede il vostro Dio Chamos non vi appartiene di pien diritto? Ciò che il nosro Dio ha ottenuto colle sue vittorie dive dunque venire in nostro potere (Gid. I, 24)». Ilpoliteismo inva dente in quei tempi, non rivelasi con grande evilenza in questi passi ? In qual conto gli orei tenevano il loro Dio, se non inquelo di un esseresovranaturale, potentissimo, nel quale riponevano tutte le loro spelanze per soggiogare gli Dei delle altre nazioni ? Essi esaltano cote sto suo pobre, lo proclamano il primo e l'inarrivabile, con quello stesso spirito d'orgoglio nazionale con cui avrebbero esaltata la jotenza e la superiorità del loro re. Coesto Dio ha corpo e mem bra umane, id è limitato nel suo potere così come nella sua essenza; madei vol gari antropmorfismi della Bibbia ho già discorsoall'articolo Dio. IX,4,9;) nel quale cotesto re parago nando gli uomini alle bestie dice che lo stesso avviene degli uomini comede'bruti, che tutti hanno un medesimo fiato, e come muore l'uno, cosi muore l' altro. 1 fedeli credono di confutare tutta la costante tradizione dell'antichità ebraica opponendo un passo di Tacito, ov' egli dice che le anime de'morti in guerra per giustizia gli ebrei tengono immor tali (Histor. lib. V, 5). Opporre Tacito all' Antico Testamento mi par che sia cosa singolarissima; nè so quanti siano disposti a credere allo scrittore latino, il quale degli ebrei non seppe che quel poco che gli fudato d'intendere, contro l'esplicito silenzio dei codici religiosi del popolo d' Israele. D'altra parte non è impossibile che ai tempi di Tacito gli ebrei, o molti fra essi, credessero alla vita futura, come ci credono oggidì. Il commercio cogli altri popoli hapur finito a far prevalere fra gl' israeliti molte credenze straniere alla dottrina mosaica, e l'essere ancora esistita ai tempi di Gesù una setta sacerdotale, laquale ne gava l'immortalità, è cosa che mi pare che possa ben provare l'antichità di questa dottrina. Perfino Bossuet vescovo di Meaux, ne convenne. Ancorchè, scri veva egli, gli ebrei avessero nelle loro scritture alcune promesse della felicità eterna, (quali?) e verso i tempi delMes sia, ne'quali essere dovevano dichiarate, e ne parlassero di vantaggio nei libri Lo spirio è anch' esso ignorato da gli ebrei, econ lo spirito l'immortalità. apocrifi!); tuttavolta questa verità fa Nel decalog il premio promesso a co loro che onereranno ilpadre lamadre tutto consise in una lunga vita, né vi ènel Pentateuco alcun passo che ac della sapienza e dei Macabei (che sono ceva si poco un domma universale del popolo antico, che i Sadducei, senza ri conoscerla, non solo erano ammessi nella Sinagoga, ma ancora innalzati al sacer GIURAMENTO dozio. È uno dei caratteri del popolo nuovo il mettere per fondamento della religione la fede nella vita futura: e que sto doveva essere il frutto della venuta del Messia. (Bossuet, Discorso sulla Sto ria Univ. 2 parte c. VI). 429 storo S. Paolo scrisse la sua epistola ai Galati, dalla quale pare che anche S. Pietro non fosse immunedaquesta ten denza giudaizante (Gal. II, 14) Giudizio universale. (Vedi MONDO) Toltiquestidommi fondamentalidelle religioni moderne, vale a dire la spiri ritualità di Dio e l'immortalità dell'ani Giuramento. Promessa formale di dire la verità o di adempiere a un impegno assunto, fatta nel nome di Dio o su quanto è più caro e più sacro al l'uomo. L'uso delgiuramento come mezzo atto ad imprimeremaggior solennità alle promesse, è antichissimo, e la Bibbia stessa ce ne offre non pochi esempi. Abramoprotesta congiuramentoche non accetterà i doni del re di Sodoma (Gen. ma, della religione giudaica altro non rimane che la parte cerimoniale, piena di superstizioni e di pratiche assurde. Ciò non toglie che gli ebrei non vi fos sero e non visiantuttora attaccati, tan tochè essi dicono che il culto esteriore prescritto dalla loro legge è più per fetto e a Dio più accettevole che non la | XIV, 22); eglipoigiura con Abimelecco pratica delle stesse virtù morali. (Gen. XXI, 25); quindi fagiurare aun Gli ebrei dalla loro dispersione in poi suo servo che non andrà a pigliare la hanno cessato di sacrificare all' Eterno, sposa d'Isacco frale Cananee. ed invece de' leviti o sacrificatori, non Isaccorinnovacon giuramento l'alleanza Lanno più che certi dottori, chiamati | fattadaAbramo con Abimelecco (XXVI, Rabbini, i qualiinsegnanola legge nelle sinagoghe. E i dommi della spiritualità di Dio e della vita futura si sono quie tamente infiltrati in tutte le loro sette, pel lungo commercio ch'essi ebbero coi popoli frammezzo ai quali son vissuti. Giudaizanti. Nell' occasione di tutte le riforme v'hanno uomini che sono sollecitati ad abbracciare le nuove idee, e al tempo stesso temono di abbando nare l'antica strada. Costoro appartengo no ai tempi nuovie aivecchi insieme, e sonqueconciliatori che vorrebbero unire insieme i contrari, e creanonuove scuole e nuove sette, che sono tanto logiche quanto lo è al dì d'oggi quel partito che nella Germania s'intitola dei vecchi cattolici, sebbene in fondo siano cattolici nuovissimi appena sortijeri. Così nel primo secolo del cristiane simo furono detti giudaizanti quei giudei convertiti, i quali asserivano bastare la fede in Gesù Cristo per salvarsi, ma che nel resto conveniva esser fedeli ai riti e alle cerimonie giudaiche ordinate dal l'antica legge, come l'osservanza del sabato, della circoncisione, dell' asti nenza da certe carni ecc.-Contro co 3); altrettanto fa Giacobbe con Labano (XXXI, 53); e Dio stesso giurando sul suo nome a conferma delle promesse fatte ad Abramo, dice: «Per me mede simo io ho giurato... Io ti benedirò e moltiplicherò la tua stirpe come le stelle del cielo. (Gen.). Altri e sempi e altre formole di giuramento si trovano nel libro dei Giudici VII, 19 e nel I dei Re XIV, 44. L'Antico Testamento non solo adun que ammette il giuramento, maquasi l'impone. Solo interdice di giurare pel nome degli Dei stranieri (Esodo XVIII, 13); e nel primo comandamento ag giunge: « Temerai il Signore Dio tuo, e lui solo servirai, e pel nome dilui farai giuramento (Deut.). Nonostante che Gesù affermasse di essere venuto, non per distruggere la legge, ma sì perconfermarla, egli con traddice apertamente e ipatriarchi, e i profeti e Dio stesso che giurò l'alleanza con Abramo. e gli apri rono d' innanzi l'ampio orizzonte della sua nuova filosofia. Distrutto il principio di causalità, tolta la certezza che l'effetto è neces sariamente prodotto dalla causa, ne de rivava la conseguenza che nulla vi è di certo nelle nostre conoscenze: nem meno l'esistenza delle cose esteriori aun altro fatto che è causa, e non è causa per altro che perchè precede l'ef fetto nell'ordine del tempo (vedi EFFET то). Ond'egli conchiude che neanche la fisica argomentando dall'unione di certi | l'universo, e nella Storia naturale della può essere dimostrata. Imperocchè se vedere, toccare, sentire in qualsiasi modo le cose esteriori non può essere effetto dell'esistenza stessa di queste cose, havvi luogo a dubitare che esse esistano. Hume evita però di cadere nell' idealismo di Berckeley, (v. questo nome) mantenendo la realtà dell' uni verso, per altro, senza positivamente affermarla. Egli dubita ancora della re altà sostanziale dell' io individuale, il quale si risolve in una semplice colle zione di idee, dubita quindi dell'anima, e alla ragione nega la facoltà di nulla affermare sull'esistenza e gli attributi di Dio. Nei Saggi combatte la prova di questa esistenza dedotta dall'ordine del fatti che tutti i fatti simili saranno sem pre simili, fa una dimostrazione intuiti vamente evidente. Manco la scienza fisi capuò quindi essere principio di cer tezza. Perchè noi dalle cose che sono siamo indotti a prevedere quelle che saranno? Hume ammette che l'abitudine e l'esperienza c'induconoa far cid: ma laconnessione necessaria fra questi fatti ci sfugge, e quando i fatti non corri spondono alle nostre previsioni noi non sappiam più concepire fra loro alcuna connessione necessaria. Lanegazione del principio di cau salità tende nientemeno che a distrug gere il fondamento d'ogni certezza e sol levò contro di Hume grandissime prote ste, talchè Reid,Dugald Stewart, Brown e altri scrissero energicamente per soste nere le fondamenta minacciate del dom religione distrugge ancor quella delle cause finali. Hus Giovanni. Decano della fa coltà di teologia e Rettore dell' univer sità di Praga. Visse nel secolo XIV e fu contemporaneo di Wicleff, del quale disapprovò le dottrine siccome eretiche, mentre poi protestava nonconvenire che i libri di lui fossero dati alle fiamme. Senza voler toccare alcuno dei dommi fondamentali del cattolicesimo, mostrava egli delle vaghe aspirazioni verso una riforma della Chiesa, e specialmente dei costumi del clero, al quale vanamente tentò di insegnare la tolleranza. Fu in quel tempo che il papa bandiva la cro ciata contro Ladislao re di Napoli, e pubblicava una bolla nella quale «pre >> Sono poche e sobrie parole, ma che per essere di un santo, in questions teologica, non valgono meno di quelle 476 MACOLATA CONCEL d'ogni filosofo. Tradotte in buon vol gare e adattate aitempi nostri, esse di cono chiaro, che non ci voleva meno della inesperienzadella curiaromana per comporreundommacosìcontrario aquel lo dell'Incarnazione, il quale è la pietra oratore, non reggono ove si mettano al paragone collaverateologia. Maracconti siffatti non sono insegnamenti di fede; nè il saggio cristiano deve appoggiare il grande interesse dell' anima sua a dubbiose o finte leggende. Non contenti di tante feste instituite in onore della angolaredel cristianesimo. Avvegnachè, se Iddio si è incarnatoper salvare tutti gli | Vergine, che superano quelle fatte in uomini, nessuno eccettuato, dal peccato originale, segno é ch' egli non poteva onore di Gesù, ne vanno meditando ogni salvarli senza incarnarsi. Ma dal mo mento che Maria, creatura umana, nata da umani genitori senza divina incuba zione, ha potuto veder la luce senza macchia, vale a dire senza peccato ori ginale, segno è che l'incarnazione a lei non ha giovato; cosa che è contraria perfino al Vangelo. Ascoltiamo ora le parole di Monsi gnor Godeau, Vescovo di Vence: « La divozione verso la santa Vergine, dice egli, andò sempre crescendo dopo la condanna di Nestorio, e l'ignoranzadel popolo giunse a tal segno ne'secoli se guenti, che vi si commisero molti ec cessi, di maniera che quando le eresie di Lutero e Calvino vennero al mondo, era sì grande la superstizione su questo conto, che faceva gemere chiunque co nosceva sino aqualtermine debba andare l'onore dovuto alla madre di Gesù Cri sto ». E il padre Petavio, quantunque gesuita, non aveva difficoltà a confessa re « che convien dare avviso ai pane giristi e devoti della Vergine santa, perchè si guardino bene dal non la sciarsi troppo trasportare dalla pietà e devozione verso di lei. La qual sorta di idolatria S. Agostino chiama occulta ed innata nel cuore degli uomini ». Finalmente anche il Muratori, uomo pio e di non sospetta fede, scriveva: Convien ricordarsi che Maria non è Dio, come giàci avverti S. Epifane e dopo di lui Teodoreto. Noi udiamo dire talvolta ch' essa comanda in cielo. So briamente s'ha da intendere queste ed altre simili espressioni, che cadute di bocca al fervore devoto di alcuni santi, e all'ardita eloquenza di qualche sacro di delle nuove ». Ma il lato più curioso diquesto dom ma, non tanto consiste nel modo vio lento della sua proclamazione, quanto nel fatto, che esso non trova neanche una linea di conferma negli evangeli. E per vero, tutti gli altri dommi, o bene o male fondati, furono nondimeno in qualche modo innestati sulla rivelazione evangelica, che è la base fondamentale di tutto il cristianesimo. Invece se gli evangeli ci narrano la portentosa incu bazione di Gesù fatta per opera dello Spirito Santo, in quel modo che tutti sanno, non ci dicono però che Maria sia essa pure nata senza peccato, nè tampoco ci parlano dei suoi genitori, i quali non vi sono menzionati nemmanco di nome. Dov'è dunque che Pio IX ha tratta la sua storiella della Immacolata Concezione, e con quale ardimentosa impudenza osa egli pretendere di essere informato intorno ai genitori di Maria, meglio di quanto nol siano li evangeli sti? Chi gli ha detto che Anna e Gio vachino abbiano generataMaria, e l'ab biano generata senza macchia? E se gli evangelisti, i quali ebbero la mis sione di trasmetterci la storia dellapre tesa salvazione del genere umano, tac quero di un sì grande ed augusto av venimento, sarà Pio IX, quegli che,die cianove secoli dopo, potràsmentire quel loro fin troppo eloquente silenzio ? Molti al certo avranno vaghezza di conoscere d'onde Pio IX e i panegeristi abbiano tratta la storiella di Anna e Giovachino e della loro concezione im macolata; ma negli apocrisi e non al trove convien cercare la sua origine. È infatti, nell' evangelo APOCRIFO della IMMAGINAZIONE Nascita di Maria e nel Protovangelo egualmente APOCRIFO di Giacomo, che per la prima volta si ha notizia del la nascita di Maria. Affrettiamoci pe rò a dire, che nemmeno questi due antichissimi evangeli, ci parlano della 477 scritture apocrife. Questo domma che compendia in sè tutte le contraddizioni del cristianesimo, se è il penultimo nella serie cronologica, non chiude però la porta a tutti gli altri a cui la Chiesa può essere condotta nell'orgia della su perstizione. Già molti inneggiano ad un culto speciale per S. Giuseppe, e speriamo che lo dichiarino anch'esso sine labe, con molti altri, finchè la ra Immacolata Concezione. Narrano essi soltanto che Anna e Giovachino di Betlemme la prima, di Nazaret il se condo, erano persone devote e pie, e tro vavano grazia presso Iddio, avvegnache| gione ed ilprogresso, spazzatevia tutte alla chiesa ed ai preti donavano la terza parte delle loro rendite. Anna però era sterile, cosa che grandemente l' acco rava, essendo dagli ebrei la sterilità ri guardata come una maledizione, con le fiabe inconcludenti o assurde e le in venzioni sul peccato originale, tutti non ci proclami immacolati infaccia a quella natura che tutti ci fa ad un modo. Immaginazione . La filosofia greca, più ragionevole di molte scuole forme al passo d' Isaia: maledetta la donnachenonhagenerato in Israel (Is.| moderne, non vedeva nella immagina C. IV. 1.). Ma un giorno Giovachino conobbe che finalmente i suoi voti sa rebbero esauditi, e che Anna, a so miglianza di Sara, genererebbe una fi glia, che sarebbe la madre del Salvato re. Questa notizia, ebbe Giovachino me diante l' annunciazione d'un angelo, е tal fu la sua gioia, che muto essendo acquistò la favella. Avvertasi però che ' apocrifo non parla qui dello Spi rito Santo, anzi dice chiaro che gli sposi, rassicurati della prole, resero grazie a Dio, e tornati a casa attesero con gioia la divina promessa; il che ci lascia supporre, onestamente, che nel frattempo del loro meglio cooperassero per realizzarla. Il Protovangelo di Gia como aggiunge ancora che Giovachino dopo l'annuncio donò alla Chiesa do dici vacche e cento becchi, e che in quel giorno egli riposò nella sua casa per la prima volta. Ecco a quali fonti il Santo Padre ha attinta la rivelazione dell' Immacolata Concezione. Colla sua infallibilità egli nonha temuto questa volta di dichia rare infallibili anche i libri che gli altri papi avevano dichiarati falsi, e i Vescovi del Concilio Vaticano non temettero di in zione altra facoltà che quella di ripro durre le percezioni dei sensi e di rap presentarci alla memoria gli oggetti percetti anche allora che non erano più presenti . Platone stesso e Aristotile ri ducono la φαντασία allamemoria im maginativa. I mistici d'Alessandria sono i primi che vogliono considerare nella immaginazione una facoltà speciale de stinata a rappresentare le immagini e gli esseri del mondo intellettuale; per cid essi insegnano che l'immaginazione sopravvive al corpo,segue l'anima nelle regioni celesti e divien facoltà dei beati. A' di nostri non sono pochi coloro che persistono a vedere nella immagi nazione una facoltà creatrice; ma è for tuna che molti ancora abbiano ricono sciuto il nessun fondamento di questa opinione. Tutta la scuola sensualista e ideologica ha ammesso e hadimostrato che l'immaginazione non è infine che il risultato della percezione. Riprodurre fedelmente una impressione provata è ufficio della memoria; combinare insie me parecchie impressioni è immagina nativa. Chi ha fervida immaginazione può combinare molte idee e molte im magini, e formartipi che possono parer nuovi, ma che nuovi non sono; impe vocare la inspirazione dello Spirito Santo, sotto il patrocinio di un domma fab- rocchè nessuno crea, nè nella scienza bricato sulle notizie, che ci danno le nè nell' arte (v. ARTE) e le cose anche 478 IMMANENTE più nuove possono tutte ridursi all' o rigine immediata dei sensi. L'immagi nazione è così poco creatrice ch'essa non è mai giunta a concepire manco la possibilità di un senso nuovo, di una nuova maniera di percepire i fenomeni Chi ha immaginazione, ha copia d'idee, penetrazione e attitudine ai lavori in tellettuali; ma chi ha immaginazione ec cessiva, nè sa dominarla e ridurla nei confini della ragione, prende spesso i fantasmi della sua mente per cose sal de; con quelli foggiasi teorie e sistemi, i quali perciò appunto che sono imma ginari trovano poi benpoco fondamen to nella realtà. Nei fanciulli e nei po poli incolti ma di svegliato ingegno la immaginazione e eccessiva, e gran par te de' loro errori deve imputarsi a ciò ch' essi per mancanza di sufficenti co gnizioni sperimentali, mal riescono a se parare nei loro strani concepimenti cid che appartiene all'immaginazione,da ciò è della realtà (v.SENSUALISMO E IDEE INNATE). Immagini (Culto delle). Domma cattolico stabilito dal Concilio di Trento nella sessione XXV. « Comanda il Con cilio che debbono tenersi e conservarsi principalmente nei Tempi le immagini di Cristo, della Vergine madre di Dio e d' altri Santi, e che loro deve darsi il dovuto onore e venerazione: non perchè si creda esservi inloro qualche divinità o virtù, per cui debbasi rispettare o perchè da esse debbasi chiedere nulla ; o perchè abbia ad aversi fiducia nelle immagini, siccome in altri tempi face vano i gentili che riponevano la loro speranza negl' idoli, ma perchè l'onore che loro si dà si riferisce a' prototipi che rappresentano; talmente che per le immagini che baciamo, e innanzi alle quali stiamo a capo scoperto, e ci prostriamo, adoriamo Cristo e veneriam i Santi, dei quali esse hanno la somi glianza ». Il decreto del Concilio è assai pru dente e poco appiglio offre alla critica dei protestanti. Il Concilio parla di ve nerazione è di onori da rendersi alle immagini, ma di culto positivo il suo decreto parla punto. Pure i riti catto lici sono siffattamente combinati, che nell'opinione comune le messe in onore dei Santi, meno si riferiscono al Santo stesso che all' immagine sull'altare del quale si officia. E poichè avviene che nelle menti vulgari i simboli finiscono sempre a sostituire le cose rappresen tate, così quegli eccessivi onori che nelle chiese si rendono alle immagini, si ri solvono infine in un vero culto tributato alle medesime. Tutte le sette cristiane le quali nè ammettono il culto, nè gli onori alle immagini, oppongono a' cattolici che l'antico testamento in più d'un luogo e perfinonel Decalogo, vieta positivamente di farsi immagine alcuna e render loro qualsiasi culto (Esodo XX, 4; Levitico XXVI, 1 ; Deuter IV, 15; V, 8). Ma i cattolici rispondono questa proibizione esser stata giusta e necessaria in quei tempi, stante la invincible tendenza degli ebrei all'idolatria; nullameno avere Mosè stesso sovrapposto all'arca dell'al leanzadue Cherubini, e Salomone averne fatto dipingere sul muro del tempio e sul velo del Santuario. Or gli è ben po sitivo che quanto lo stesso autore dei libri che contengono quel divieto, si fa lecito d' infrangere il comandamen o, hanno ben diritto a venia i cattolici se imitano l'esempio suo e nonrinunciano a costumanze che tanto profittano al l'esterno splendore materiale del loro culto. Vedi ICONOCLASTI) Imananente. (Da manere restare, e in dentro) Aggiuntivo di atto, per di stinguerlo dal transitorio. L'atto imma nente è quello che si compie dal sog getto e che rimane nel soggetto stesso senz'altro termine fuori di lui. In questo senso i teologi insegnano che Dio cred il figlio e lo Spirito Santo per atti im manenti, imperocchè nè il Figlio nè lo Spirito son fuori di lui, ma son Dio stesso. La creazione invece è atto tran sitorio. In senso non dissimile Spinosa IMMORTALITA poteva dire che Dio è la causa imma nente e non transitoria di tuttele cose, perocchè nel panteismo di Spinosa l'uni versalità delle cose, è Dio stesso. (Etica 479 più lungo quanto più lontano il mo vimento deve trasmettere i suoi effet ti. Or se l'azione di Dio a distanza im Jib. 1 prop. 18). Non vi è altro caso fuor di questi due in cui la voce imma nente possa usarsi in senso proprio. Ma nel traslato si usa ancora nella filosofia moderna per indicare un' azione e una attività continua inerente al soggetto. Così suol dirsi che la causa immanente del movimento è la materia, in quanto si ammetta che laforza generatrice del movimento è attributo intrinseco di essa, in essa si manifesta e vi rimane eter namente. Immenso. Attributo che si sup pone in Dio, in virtù del quale egli è presente dappertutto. Questa proprietà, come ognun vede, è in contraddizione con una delle più elementari nozioni della fisica, l'incompenetrabilità dei corpi ; perocchè dove corpi esistono, altre sostanze non possono stare. È vero che Dio è uno spirito,ma, infine, o spi rito o corpo, sostanza bisogna pur che sia, e nel posto occupato da tutta la materia di che son fatti i mondi, non potrebbe stare altra sostanza per sotti lissima che sia. I primi padri della Chiesa, i quali ammettevano che Iddio fosse corporeo, negavano implicitamente la sua immen sità ; per la stessa ragione la negavano i Manichei, i quali ammettendo due principii coeterni non li potevano fare egualmente immensi; e alcuni Calvinisti e i Sociniani sostennero esser Dio sola mente in cielo, nè altrove presente se non per la sua scienza e potenza, po tendo egli operar dappertutto. Convien però considerare che un Dio così li mitato operare non può dappertutto, perocchè l' azione suppone presenza, o per lo meno la traslazione dell' atto at tivo attraverso allo spazio fin che giunga al luogo dove si deve produrre e svol gere cotesta attività. Così è legge mec canica che ogni movimento importa la necessità del tempo, e il tempo è tanto porta tempi proporzionali valutabili colla ragione composta della distanza stessa e della velocità, ne deriva che l'azione sua a una distanza infinita richiede tempi infiniti, il che val quanto dire che quest' azione non giungerebbe mai a produrre i suoi effetti, imperocchè un tempo infinito non ha fine. Se dunque un Dio immenso contraddice una legge fisica, un Dio limitato contrasta con una legge meccanica, e così riman provato ancora che gli attributi di Dio sono la negazione di tutte le scienze positive. (Vedi INFINITO). Immortalità. L'immortalità per sonale dopo la morte è credenza fonda mentale di quasi tutte le religioni. Non è però esatto l' affermare, come gene ralmente si fa,che tutti i popoli e tutte le religioni la proclamano. Circa tre cento milioni di buddhisti credono nel nirvana, vale a dire che l'anima dei giusti dopo la morte giunge all'assoluto annichilamento in Dio (vedi BUDDHISMO). L'annichilamento dell'anima è pure opi nione professata da tutti i filosofi pan teisti, (v. PANTEISMO), imperocchè am. mettendo costoro che l'anima nostra congiungesi all' Essere universale, im plicitamente suppongono che la sua per sonalità si spegne e si fonde nella stessa personalità di Dio. Tutta la scuola sceltica antica e mo derna, per la cagione stessa delle sue dubitazioni non può considerarsi siccome accettante il domma dell' immortalità; imperocchè dubitando essa d'ogni cosa reale ed eziandio delle più evidenti, tanto meglio deve dubitare di un dom ma che non ci offre alcuna dimostra zione sensibile, e che per confessione stessa di coloro che lo ammettono, ha d'uopo di appoggiarsi precipuamente sulla fede, virtu incompatibile affatto col le ultime conseguenze dello scetticismo. Quanto all' idealismo il qual nega ogni realtà alle cose che ne circondano 480 IMMORTALITA e al nostro stesso corpo, e considera per fino il nostro io siccome un fenomeno, potrà egli mai fondatamen e annoverarsi fra le scuole credenti nell'immortalită? Tuttochè i principali idealisti abbiano affermato cotesto domma, è lecito cre dere che lo abban fatto per una non felice inconseguenza, piuttosto che per vera e naturale necessità dellorsistema. L'immortalità di un fenomeno non è invero cosa concepibile, e ad ogni modo se noi non possiam trovare nelle cose che ne circondano sufficienti argomenti per credere alla loro esistenza, tanto più dovremo dubitare dell' esistenza di undomma il cui concet.o implicante eternità sfugge eziandio ai limiti natu ra i della nostra ragione. Ecco dunque già un buon numero di uomini e di filosofi, i quali se non esplicitamente, certo implicitamente non credono all' immortalità. Quanto ai fi losofi antichi non mancano esempi di coloro che non ammisero cotesto dom ma. Democrito, Epicuro e Dicearco fra i greci lo negarono esplicitamente, e fra i latini Lucrezio nel suo terzo libro dice chiaro che l'anima ha le sue ma lattie come il corpo, e come il corpo deve perire. Anche Cicerone fu accu sato da Lattanzio di non credere all'im mortalità, e quel buon padrelo prova va citando un passo di lui, che ora si èsorpresi dinonpiùtrovare nelle opere sue. Cicerone vi ragionava secondo i principii degli Accademici, pei quali è noto ch' egli nutriva grandissima sim patia ( Latt. de vita beata, lib. VIII cap. 8). Plinio insegnava addrittura che tanto valeva il credere di esistere dopo la morte, quanto il credere di essere esi stiti prima di nascere, e che l'una e l'altra credenza non erano infine che una volgare superstizione (Plinio Storia nat. lib. VII, cap. 55). Non fu Seneca il tragico che nel coro dei Troadi fece adottare l'opinione della mortalità del l'anima ? (Seneca. Trod. vers. 395). E Sorano, come riferisce Tertulliano (De Anima, cap. VI), nei suoi quattro libri sulla immortalità, non negava egli co testo domma? Fu pure AlessandroAfro disio colui che sostenne essere cost as surdo il dire che l'anima è immortale, quanto l'affermare che me e due fanno cinque. Fra i greci ancora e fra i latini tutta la setta stoica volendo tenere il giusto mezzo fra le opposte opinioni, insegnava che le anime sarebbero bensì sopravissute ai corpi, ma che infine esse pure sarebbero annichilate. E fra gli stoici stessi chi, come Crisippo e Cleanto, ammetteva che questa distru zione sarebbe avvenuta alla fine del mondo, e chi,come Epitetto e Marc' An tonio,insegnavache ladissoluzione del le anime avvenisse o contemporanea mente o subito dopo la dissoluzione del corpo; onde furon detti hersciscundi, cioè, come spiega Servio, medium secuti. Que sta non è opinione molto diversa da quella espressa da Kant nella sua Cri tica della ragion pura, dov'egli insegna non essere impossibile che l'anima, mal grado gli attributi che la rendono indi visibile, perisca di languore per una graduale estinzione delle sue forze. Perfino fra il popolod' Israele noitro viamo esempi non dubbi della miscre denza nell'immortalità. Nessun atto della legislazione di Mosè accenna a questo domma, e i Sadducei stessi, che erano una delle sette più cospicue del giudai smo,non credendo nell'immortalità era no ammessi al sacerdozio (V. GIUDAISMO). Negasi che esistano interi popoli i quali ignorino il domma dell' immorta lità; ma è negazione contro la quale stanno prove positive. Oltre l'esempio dei buddhisti, ne' tempi andati si tro varono intere tribù selvaggie che non avevano alcuna cognizione nell'altra vita. Margravius riferisce che i popoli del Chill erau abbastanza brutali per non conoscere cotesto domma. Chilenses ne que Deum norunt, neque illius cultum nullum observant dierum discrimen, ne mortuorum quidem resurrectionem cre dunt sed post obitum nihil hominis pu tant superesse. (Margravius. lib. VIII IMMORTALITÀ app. cap. III). Lo stessodicasi di molte tribù di Madagascar. « Interrompc per un istante questa relazione, scriveva il missionario Tachard, per dire ciò che noi abbiamo veduto degli ottentotti. I quali essendo persuasi che non vi sia altra vita, lavorano appena tanto che basti per passare gradevolmente la vita presente » (Tachard T. 1 pag. 72) 481 Korannas, Thompson apprese che prima della venuta dei missionariin quel pae se, essi non avevano idea distinta di un Dio onnipotente, delle pene e delle ri compense di un'altra vita. « Presso i Béchuanas, dice il missionario Moffat,non havvi alcuna idolatria, alcuna tradizione degli antichi tempi.. Durante parec chi anni di un lavoro pressochè inutile, È certo che nel secolonostro anche tra cotesti popoli l'idea di Dio e dell'im mortalità si è insinuata. Ma badiam bene all'opra de' missionari che oramai in ogni parte diffusero fra i selvaggi le idee dei popoli civili. Or se poniam mente che ira coteste idee quella del l'immortalità è certamente la più facile a intendersi e ad accettarsi ancora dai meno colti, non ci saràdifficile scoprire i veri motivi della diffusione di questo domma. Pensiamo, infatti, che ogni uo mo nascendo sotto l'impero della pro pria personalità, sentendosi dotato di una coscienza individua, mal può adattarsi all' idea della cessazione del suo io. E pei selvaggi poi vihanno ragioni molte le quali possono confermarlinella opinione della sopravivenza dopo la morte. In paesi ove le più elementari funzioni fi siologiche sono pressochè ignote, qual non doveva mai essere l' influenza dei sogni, grandissima anche fra noi, sulle credenze religiose ? Quelle figure che l'immaginazione as sopita presenta al dormiente, quelle na turalissime immagini degli amici e dei pa renti che talora vediamo nel sonno, co me avrebbero potuto non far credere all'esistenza di quegli esseri che essendo morti, tuttavia ricomparivano colle loro precise sembianze? Veri fanciulli adulti, non potevano i selvaggi che confondere in una sola impressione la realtà col l'immagine, ed è così senz' altro che essi ebbero il concetto di una sopravvivenza dell'individuo, senza che, del resto, siano maicorsi colpensiero ad immaginare un soggiorno ulteriore, una pena ed un premio futuri. Dalla bocca stessa degli Ottentotti io ho spesso desiderato di scoprire qualche idea religiosa presso quegli in digeni; ma nessuna nozione di questo genere mai era entrata nel loro spirito. Dir loro che esiste uncreatore del cielo e della terra, parlare ad essi della ca duta dell' uomo, della redenzione, della risurrezione, dell' immortalità, era per loro un discorrere di cose altrettanto stravaganti e favolose quanto le loro ridicole leggende sui leoni e le jene... Non potevansi risolvere i Béchuanas ad ascoltare le nostre prediche, se non re galandoli di tabacco ed altre cose. Poi, dopo alcuneore di predicazione, essi do mandavano: Che volete dire? Le vostre fiabesono assai maravigliose, quandopure non gridavano: Pura menzogna. I più pratici fra loro osservavano che tutto ciò non empiva lo stomaco ». Più tardi quando ilmissionario riuscì a fare qual che conversione, i nuovi proseliti affer mavano chedapprima essi non avevano idea alcuna nè di Dio, nè della vita fu tura. L'uomo, dicevano altri, non è più immortale del bue e dell'asino, le ani me nessun le vede. Siffatte notizie raccolte nell'Encyclo pedie generale, furono nel 1870 piena mente confermate da Tsékélo, principe dei Caffri-Bassoutos che nel 1869-70 erasi recato a Parigi. Letourneau ebbe la ventura di vedere cotesto selvaggio incivilito, il quale parla passabilmente l'inglese, sa leggere e scrivere, e dopo avergli lette le notizie sopra riferite, ebbe da lui in risposta, esser questa la prima volta ch'egli sentiva dire la verità in Europa. Egli è vero che il Signor Casalis scrive che il vecchio Libè, zio del re dei Bassoutos, tuttochè dapprincipio, al missionario che gli insegnava il vangelo pizzicasse le labbra.e il naso chiamandolo mentitore, si era infine convertito. Ma Tsékélo contraddice tal notizia, e assicura che il suo parente era troppo vecchio e troppo ammalato per parlare lungamente. Egli d'altronde era sì poco convertito, che alle esorta zioni del missionario che gli parlava senza posa di Gesù Cristo, rispondeva: Gesù Cristo ? Chi è costui? Io non conosco cotest' uomo. (Bulletins de la société d'anthropologie de Paris T. VII. Serie 2. pag. 692). Il viaggiatore inglese White Baker che soggiorno parecchi anni fra i negri che abitano sulle sponde del Nilo Bianco e dei laghi d'onde questo fiume deriva, specialmente nella tribù degli Obbos e dei Latoukas (4 o 5 gradi di latitudine nord), afferma che non gli fu possibile di trovare fra questi popoliidea alcuna religiosa. Letourneau ha raccolte ed esposte le relazioni di questo viaggiatore alla Società d'antropologia di Parigi, ed è curioso il seguente frammento. Io. Un uomo non è superiore per la intelligenza ad un bue. Non ha egli una ragione per guidare la sua in telligenza? « Commoro. Molti uomini non so no intelligenti al pari del bue. L'uomo è costretto a seminare del grano per procurarsi la nutrizione, il búe e lebe stie selvagge l' ottengono senza semi nare. Io. Non sapete che esiste in noi un principio spiritüale differentedalno stro corpo ? Durante il vostro sonno non sognate mai? non viaggiate col vostro pensiero in lontane regioni ? Nullameno il vostro corpo è sempre nello stesso luogo. E come spiegate tutto questo? «Un pocodigrano che era stato tolto dai sacchi pel nutrimento de' cavalli e che trovavasi sparso sul terreno, mi suggerì l'idea di mostrare a Commoro la vita avvenire col mezzo della sublime metafora di cui fece uso S. Paolo. > Sotto il pontificato di Urbano II, diçe l'abate Fleury, videsi con sorpresa a conto di una sola buona opera, esimersi INDULGENZE il peccatore di ogni pena temporale pei suoi peccati. E non ci voleva meno che un numeroso concilio, presieduto da questo pontefice in persona, per au 493 fossero delegati da lui in Italia, Fran cia, Germania, Spagna ecc, la facoltà di concedere, mediante spontanea ele mosina o prezzi da stabilirsi secondo i torizzare siffatta novità. Questo concilio | casi, indulgenze pei vivi e pei morti, as tenutosi a Clermont l' anno 1095, con soluzione e remissione di tutti i reati cesse indulgenza plenaria, remissione intera di tutti i peccati a chi pren desse le armi per la liberazione di Terra Santa. Questa indulgenza valeva di paga ai crociati, e benchè essa non desse il mantenimento corporale, fu ac cettata con giubilo ». (6° Disc. sulla storia eccl. n. 2). Il quarto concilio di Laterano e il primo di Lione seguirono questo esempio, e s'andò in tal guisafor mando la giurisprudenza del giubileo (V. GIUBILEO). Ma ben peggiori abusi si dovettero poi lamentare sotto il pontificato di Leone X. Ai 14 novembre 1517 questo papa pubblicava la famosa bolla che co mincia Portquam, ad apostolatus apicem e che diede origine alla riformadi Lu tero: avverto che fu omessa nelle edi zioni di Roma, e la ricavo dalla edi zione di Lussemburgo 1727, supplemento al tomo X pag. 58. Èsingolare che il Sarpi, nella sua Storia del Concilio Tridentino, appena accenni la detta bolla, mentre un' ana lisi della medesima tornava così accon cia a descrivere la fede ed i costumi della Romana Chiesa. Di (Dern. Analyt. lib. 1. c. 2). Nella filoso fia moderna questa voce ha cambiato senso e ne ha acquistato un altro assai più determinato. L'ipotesi è oggidì sup posizione fondata sopra caratteri abba stanza evidenti per essere probabile, sen za tuttavia essere certa. È quindi errore di molti il credere che ogni più che azzardata affermazione possa dirsi ipo tesi: le cose manifestamente impossibili trettanto certo che fedelmente ci rap presentino le cose come sono. L'obbie zione sarebbe vera e ad evitarla con viensi che all'ipotesi diasi senso limi tato, proprio del comun linguaggio ; e per tale s' intenda quella dimostrazione la quale secondo lo stato delle nostre cognizioni non è ancora sufficientemente provata. Nemmen s' abbia per ipotesi ogni strambo ragionamento : sì convien ch'essa sia probabile e verosimile, senza di che diventerebbe vaneggiamento di non sono ipotesi; ma assurdità. Prima di scoprire le leggi generali, la scienza cerca le ragioni plausibili dei fatti che osserva fondandosi sull' analogia dei fatti simili ; ma finchè cotesta analogia non sia accertata da osservazioni diret- nogamia. te le sue ragioni rimangono ipotesi. Convien che il filosofo sappia ben mente insana. Ipparchia. Filosofessadella setta de' cinici e sposa di Crate. Nacque a Maronea, città della Trancia, da fami glia ricca, e tanto si appassionò per la filosofia di Crate, che nonostante le sue infermità e la sua miseria, e malgrado le rimostranze dei parenti, lo volle per marito. Vestita di miseri abiti, senza averi e senza tetto, andò vagando col marito, secondo i precetti della scuola cinica, chelavolle immortalare istituendo una festa in onor suo col nome di Ci Ippon(di Bhegium).Ignorasi l'epo distinguere le leggi dalle ipotesi: il con fondere le une con le altre è spesso cagione di errori gravissimi per le scien ze, che una maggior prudenza potrebbe evitare. Vero è che tutti i nostri prin cipii sono dubbi, che la certezza asso luta non è retaggio hostro, e che tal fiata i principii che ci parevano più certi sono dimostrati falsi da nuove sco perte. In tal senso lo scettico può ben dire che tutti i principii che noi abbiamo elevato al grado di legge sono ipotesi, ca precisa in cui visse, ma par che fos se nei primi secoli della filosofia greca. Aristotile nella sua Metafisica (lib. 1, c. 3) ci apprende che sull'esempio di Ta lete egli considerava l'acqua, o l'umidità come il principio delle cose; e nel libro dell' Anima (lib. 1, c. 2) aggiunge che non riconosceva all'anima altra origine. Sesto Empirico nelle Ipotesi Pirroniane (lib. III) dice ch' ei riconosceva due soli principii: l' acqua ed il fuoco, ed Alessandrio Afrodisio lo annovera fra i materialisti. J Jerocle. Filosofo neoplatonico che | tone, e compose sette libri sopra il de fiorì sul finire del IV secolo. Insegnd | stino, alcuni estratti dei quali ci furono filosofia in Alessandria, commento Pla- conservati da Fozio. Questo filosofo appartiene al periodo di transizione tra la filosofia pagana e il cristianesimo, e già nella sua dottrina si nota il primo mo vimento che confuse il Destino con la provvidenza. La provvidenza, insegna egli, è il governo col quale Dio man tiene l'universo. L'uomo è dotato di li bero arbitrio, ma le sue decisioni sono seguite da una certa azione di Dio che sollecita la sua volontà, e questa stessa azione che facilita o noilbuon uso del Par che gli ionici proclamassero an cora, sebben confusamente, i principii del sensualismo, e affermassero, che quello solo esiste il quale cade sotto i nostri sensi. Così sembra che Platone dicesse di loro, quando nel suo dialogo del Sofista scriveva: « Siccome tutte le cose cadono sotto i sensi, così essi af fermano che quello solo esiste che si può avvicinare e toccare: in talmaniera libero arbitrio è già principio di pena o ricompensa. Qui sorge poi il principio dalla predestinazione e della grazia, poi- grande disprezzo ». chè Jerocle ammette, senza manco av essi identificano l'essere col corpo ; e se qualche altro filosofo lor dice che l'es sere è immateriale, gli dimostrano un vedersi di cadere in contraddizione, che Dio fin dall' origine del tempo ha de terminato il principio e la fine dell'esi stenza. Anche nella creazione tenta di di avvicinare il paganesimo al cristia nesimo, e se non osa d'un tratto far scomparire il principio dell'eternità della materia, che tutta la filosofia pagana aveva ammessa, vuole almeno, con una delle sue solite contraddizioni, che Dio l'abbia creata, ammettendo però che la creazione non ha avuto un principio! Jonica (Scuola). Talete di Mileto, città della Jonia, fu il fondatore di que sta Scuola, continuata daEraclito, Anas simandro, Anassimene, Anassagora, e Archelao. La scuola ionica è sopratutto fisica per l'insegnamento nell'astrono mia che largamente vi fecero i suoi maestri. Intorno all'essenza delle cose disputarono assai gli ionici, e si divi sero in due partiti, l'unde'quali (Anas simandro e Anassagora) sostenne che il Jouffroy (Teodoro Simone). Pro fessò filosofia a Parigi al collegio Bor bone dal 1817 al 1819, fu quindi inse gnante alla facoltà di lettere nella mө desima città, poi professore di filosofia aggiunto alla cattedra di Royer-Collard e nel 1840 membro del Consiglio Supe riore dell' istruzione pubblica. Fu pro mosso a questo posto dal ministro Cou sin, ed è ben ovvio il pensare che il protetto facesse onore alle opinioni del protettore. Jouffroy non seppe introdur re nel suo insegnamento alcuna nuova idea, salvo quella veramente singola rissima, per la quale egli voleva distin guere ' anima dal corpo, e provarne l'esistenza dimostrando la diversa na tura delle funzioni digestive e volitive. Sarebbe inutile il confutare le idee di questo filosofo, basate sopra una com pleta ignoranza delle leggi della vita, Jouffroy ha fondato anche una teoria morale ed una teodicea. La prima pog giando sulle basi ipotetiche del duali smo fra la materia e la vita stabilisce mondo consta di elementi diversi ma nou numerabili; l'altro, che esso è com posto di un'unica sostanza (Talete, Anas simene), oppure di due o tre elementi come sarebbero l'acqua e il fuoco. Ar- | azioni materiali del corpo, le quali ten chelao). Gli uni e gli altri convennero lalegge del dovere nel raggiungimento del fine morale. dell' uomo, indipen dentemente dalla circolazione e dalle che la costituzione attuale dell'universo s'è formata cogli elementi o coll' ele mento primitivo mediante un'azione di namica di unelemento sull'altro, o col movimento dello stesso elemento in se stesso. dono alla pura conservazione di questo. La vita materiale, dice Jouffroy, tende al bene del corpo, la vita morale al bene dell' io. Così l'individuo si separa in due esseri distinti; il benessere del suo corpo non è più il benessere del suo io; dunque il corpo può essere 278.987 JACOBI martoriato, poichè l'io non è il suo diretto risultato. Si capisce bene che queste teorie possono fondare una mo rale ideale, ma non già una morale 513 non esamina, ma percepisce. lo vedo il sole, dunque il sole esiste; io mi sento, dunque io sono; io penso lo spi rito supremo,dunque lo spirito supremo vera e veramente utile alla società. Jacobi (Federico Enrico). Nacque il 25 gennaio 1743 a Dusseldorf nella Germania, da un ricco negoziante di quella città. Chiamato adirigere la casa di suo padre, non vi rimase però per lungo tempo, e quando l'Elettore pala tino lo nomind consigliere delle finanze del ducato di Bery, abbandonò affatto il commercio. Ricco e rispettato, la sua casa di Pempelfort fu ben presto il ri trovo delle notabilità scientifiche e let terarie del suo tempo, in mezzo alle quali presegli brama di prender posto egli stesso. Si atteggiò a filosofo, e in diversi tempi scrisse alcuni libri, tali che Woldemar, Lettere a Mendelson sulla filosofia di Spinoza; Una parola di Les sing; David Hume o l'Idealismo e il Realismo; Del tentativo del criticismo di rendere la ragione ragionevole, o di accordare la ragione coll' intendimento; Delle cose divine Lettere su Spinoza. Jacobi è avversario, non solo del l'idealismo, ma anche del criticismo di Kant, dello scetticismo e d'ogni incre dulità. Impotente, com' egli stesso con fessa, a spiegarsi iconcetti astrattidella filosofia, si gettò in braccio con sover chia fidanza agli stimoli del sentimento individuale: parve a lui che una certa armonia prestabilita dovesse esistere fra i nostri concepimenti e i fatti esteriori. Il suo realismo non è in sostanza che l'obbiettivazione nella realtà di tutte le chimere che una mente esaltata può concepire, e la sua ragione della quale con tanta pompasifacampione nei suoi libri, non s' adopera già a sceverare quanto di falso in queste chimere vi possa essere, perocchè egli è convinto che la nostra coscienza attuale, e non la ragione, sia la misura di tutte le verità. esiste ». È in tal maniera che Jacobi passa dallapercezione sensibile del sole veduto, all'astrazione intellettuale di un Dio pensato, senza pure avvedersi del l'immensa distanza che separa fra di loro questi due modi d'affermazione. Dal momento che la nostra coscienza intel lettuale è la misura della verità, che monta sia una cosa veduta o soltanto pensata? Ciò che si vede o si pensa è sempre vero, e Jacobi non si doman derà nemmeno se tutte le cose pensate siano sempre state vere. Ben a ragione insofferente delle ne bulose formole della filosofia trascen dentale, credette egli di avere evitata ogni dubitazione supponendo che la cer tezza fosse immediatamente inerente a tutti i nostri giudizi. « La vera scienza, dic'egli, è quella dello spirito che rende testimonianza di se stesso e di Dio.... Oggetto delle mie ricerche fu sempre la verità nativa, ben superiore alla ve rità scientifica ». E nel 1819 ripeteva : Nel seno stesso dell' Accademia di Berlino vi fu viva disputa, che nonvolse però a pro fitto della nuova scienza. Fu essa riget tataallaquasi unanimità siccome studio inutile e impotente a fondare checches a. Cotesto studio è infruttuoso, scri veva Formey, e il suo fondo indeci frabile. Lo stato attuale del viso umano verso la metà della sua carriera, risulta dal concorso di tante circostanze fisiche, morali, e casuali, ch' egli è affatto im possibile di ritrovare la fisionomia ori ginale e di seguire le tracce delle sue modificazioni: se il cuore è un enimma, il viso è un logogrifo, come quei ter reni vulcanici coperti di molti strati di lava, con una terra molto fitta sopra ciascuno ». Lafisiognomia restò a quel punto, nè più progredi; nè se ne discorre a tempi nostri fuorchè in quei libri che si stampano apposta per gli sciocchi. Ma le conseguenze di quella scuola non fu rono abbandonate, e quando venne Gall le rinnovò per la sua croniologia, ma con una scienza, con una pratica e con un sapere da cui il mistico Lavater era le mille miglia lontano. Lao-Tseu. Filosofo chinese con temporaneo diConfuzio.Lasua vita, co me quelladi tutt' i filosofi di quei tempi, è più leggendaria che storica. Fu con servatore della biblioteca della casa di Théon, dagli uni considerato come pro feta, dagli altri come uomo eminente mente santo, talchè fu ancor confuso con Shakya-muni, (Bouddha ) le cui dot trine egli introdusse nella China. (V. BUDDHISMO). costanze. È legge di natura che la luce diminuiscanella sua integrità in ragione inversa dei quadrati delle distanze; che colla stessa progressione diretta un cor po grave si acceleri nella sua caduta; è pure in forza di unalegge che l'elet tricità si trasmette di preferenza attra verso ai corpi conduttori, che il ferro è attratto dalla calamita, che il filo a piombo in qualunque parte del globo si dirige al centro della terra ecc. D'onde e perchè nasca la legge, s'ignora. Essa costituisce una nozione essenzialmente sperimentale e direi quasi assiomatica, per la quale noi affermiamo che esiste una legge quando vediamo che date le medesimecausesi produce costantemente il medesimo effetto. Romagnosi perciò non ebbe torto di definire la legge . Dunque lo statista che sulla media delle tavole degli anni anteceden ti predice approssimativamente il nu mero di certe classi di delitti che suc altri vincoli morali con cui cerchiamo di determinare o al bene, o all' utile, o a checchessia le azioni dei nostri si mili, provano, in sostanza, che sotto la influenza di certe cause noi ci attendia mo dagli uomini certi effetti. Senza di che, a cosagioverebbero le leggi ? Per chè l' oratore procurerebbe d'indurre altrui nelle sue convinzioni, se i suoi motivi non esercitassero una certa effi cacia, e perchè da tal sistema di go verno si attenderebbero tali popoli, e dai cattivi esempi malvagie azioni ? Il filosofo inglese Bailey ha ben ra gione di sorprendersi che la connessio ne fra imotivi e le azioni sia teorica mente revocata in dubbio quando poi nella vita pratica gli uomini non fanno altra cosa che impegnare perpetuamen te piacere, fortuna, riputazione, la vita stessa in questo principio che specula tivamente rigettano. La costanza delle cifre della statistica non è forse una evidentissima dimostrazione di questo principio, che anche nell'ordine morale, il qual si vuole assolutamente indipen dente da ogni determinazione, le mede sime cause conducono costantemente ai medesimi effetti ? Per ciò che si rife risce af delitti, scriveva nel 1853 il signor Quetelet, i medesimi numeri si riproducono con tale costanza che sa rebbe impossibile il disconoscerli anche per quei delitti che sembrerebbe do vessero più di tutti sfuggire ad ogni previsione umana, come sarebbero gli omicidi, dappoichè essi si commettono in seguito a risse che nascono senza stabili motivi, e in apparenza col con corso delle più fortuite circostanze. Non dimeno l'esperienza prova che non solo cederanno nell' anno successivo, non fa altro che prevedere gli effetti che do vranno necessariamente derivare da cer te cause, che generalmente si rinnovano; cosa che non potrebbefarsi certamente ove le azioni nostre fossero affatto in dipendenti dacause determinanti. Inve ro, se le azioni fossero assolutamente libere, le più grandi variazioni dovreb bero mutarsi nelle cifre statistiche, e la costanza di esse dovrebbe trovarsi sol nei fenomeni cosmici pei quali si ammette una assoluta dipendenza da cause uniformi. Ma nell' ordine morale dovrebbe notarsi una successione asso lutamente arbitraria, nè la statistica, nè l'esperienza mai potrebbero farci prevedere quali effetti potrebbero deri vare da certe cause. Quale uomo, per prudente che sia,potrebbe alloramaipre- vederechecoluichehacarattere sangui gno risponderà colla violenza alla vio lenza; che il pacifico subirà l' ingiuria senza rintuzzarla; che il coraggioso af fronterà il pericolo, e l'uom d' onore sarà fedele alla parola data? Se l'ar bitrio di una assoluta indipendenza pre siedesse alle nostre azioni, sarebbe di strutto ogni fondamento dell'ordine so ciale; la fedeltà delle contrattazioni di venterebbe una chimera, eniunopotreb be mai esser sicuro che giustizia gli fosse fatta, quando sull'animo del giudice nulla potessero i motivi determinanti dell' onestà, la convinzione acquisita e il sentimento del dovere. Si oppone che determinandosi secondo la convinzione il giudice non fa altro che seguire la sua volontà. Ciò è vero; ma è altresi vero che questa convinzione è acquisita in grazia di motivi esterni, e che la sua volontà, non potrebbe non essere LIBERO ARBITRIO conforme alla sua convinzione. In altre parole, egli vuole costantemente ciò che vuole la volontàdeterminatadai motivi. Nella vita pratica noi siamo tanto convinti che tali motivi determinano tali altre azioni, che siamo ben dispo sti a considerare come deboli di mente e anche pazzi, coloro i quali per ten denze organiche diverse da quelle della comun degli uomini, non agiscono nel modo stesso in cui agirebbero tutti gli altri quando fossero posti nelle mede sime circostanze. Se alcun ricusa il bene che gli si fa; o si cimenta contro pericoli evidenti senza scopo; o fa sper pero dei suoi averi senza obbedire ai motivi di filantropia che noi siamo di sposti a riconoscere, non si avrà in conto d' uomo che abbia il pieno pos sesso della sua ragione. E poichè tutti gli altri al posto suo non agirebbero in quella guisa, cosìnon si ha difficoltà a riconoscere che alcun che di anormale vi debba essere nel suo cervello. In conclusione son matti per noi quei co tali iqualinonsi comportanonel modo con cui in determinati casi noi ci com portiamo, e non agiscono secondo quei motivi dai quali nell' ordinario corso della vita noi ci riconosciamo determi nati. . (Trattato del libero arbitrio II). In questo esempio Bossuet presenta > Ecco dunque lo stato che sui tram poli del dommatismo cristiano qui pro clama ex Cathedra un principio reli gioso che fa a pugni col senso comune. Le pretese del papate non potrebbero essere peggiori nè più esigenti. E tut tavia l'art. 29 della stessa costituzione prescrive « che non vi sarànello Stato stabilimento di alcuna setta religiosa con preferenza sopra un' altra ». Qui dunque abbiamo unaperfetta eguaglian za e libertà dei culti, ma quanto non siamo noi ancor lontani dalla libertà di coscienza? stabilimento per una chiesa o una set ta religiosa qualunque di preferenza ad un' altra, e nessuno, sotto qualunque pretesto, sarà costretto a recarsi ad un luogo particolare di culto contro la sua fede e la sua opinione, nè obbligato a pagare per la compra di un terreno, o per la costruzione d' una casa desti nata al culto religioso, o pel manteni mento dei ministri o d'un ministro di religione, contro ciò che egli crederà giusto e ragionevole o contro ciò che si sarà quotato volontariamente e per sonalmente. Tutti avranno il libero e sercizio del culto, ben inteso che nulla potrà inferirsi dal presente articolo per esimere i predicatori che facessero di scorsi sediziosi e miranti al tradimento, dall' essere presi e puniti secondo la legge.  Dopo questa ampiadichiarazione chi mai crederebbe di leggere quest' altro articolo, ove contiensi la più esplicita e violenta negazione della libertà di co scienza ? Nè ciò basta, l'ortodossia protestante qui raggiunge il suo massimo apogeo, e già collo stabilimento di una religione stessi privilegi che le altre società. Ogni società di cristiani così formata si darà unnome che ladistingua, sotto cui sarà chiamata e riconosciuta in giu ufficiale ci fa sentire i tristi effetti della ingerenza della potestà civile nelle cose di coscienza, Qui lo stato, non solo stabilisce una religione ufficiale, ma si fa assoluta mente banditore di dommi, si erige ad autorità direttrice delle coscienze ed im pone alla pubblica credenza dei criteri della verità che sono fallaci e coerci tivi, per ciò solo ch' essi non possono da tutti essere condivisi. Quest'articolo, per vero dire, meglio che in una Co stituzione politica, starebbe a suo luo go in un rituale canonico, perciocchè continuando sullo stesso metro prescri ve poi regole pei ministri dei culti, ad essi ingiunge di instruire il popolo se condo le sante scritture; di essere e satti nel far le preghiere e le letture dei libri santi; di assistere gli infermi con tutti i mezzi pubblici di consiglio e di avvertimento richiesti dalla neces tro i miscredenti, il dommatismo prote stante, che in ciò poco differisce dal cattolico, assicura la libertà dei culti alle sette cristiane, ben s'intende, е spinge anzi la condiscendenza fino a derogare le disposizioni della legge ge sitâ, ed altre tali cose d'ordine pura- nerale in favore dei quackeri. mente canonico. Cosa strana, fra tanto scempio del ' umano buon senso, noi troviamo in questa costituzione la sanzione di due principii che le sono esclusivi e che pur sono essenziali alla libertà di co scienza: «Qualunque abitante dello stato, dice lo stesso articolo, chiamato a pren der Dio in testimonio della verità dei suoi detti, avrà il permesso di farlo nel modo più consentaneo aciò che la sua coscienza gli dice. > Del resto, bandita la crociata con > Affrettiamoci però a dire che tutte queste costituzioni date negli ultimi anni del secolo scorso, erano la conse guenza nećessaria, inevitabile dello svol gimento storico di quei paesi. Le po polazioni bianche dell' America anda rono formandosi per la continuata emi grazione degli europei e specialmente degli inglesi. Una moltitudine di fuoru sciti partivasi dall' Inghilterra fin dal tempo degli Stuardi ed emigrava in America, quivi portando quel desio di libertà e di emancipazione, che nella patria loro era stato ad essi impu tato a colpa. Sotto quel nuovo cielo e su quella vergine terra essi impianta rono li ordini inglesi sotto il protetto rato dell' Inghilterra; ma più lati, più liberi, sì che l'autorità del Re quasi si esinaniva nel lungo tragitto dell' Ocea no. Le dissenzioni politiche non solo, ma anche le persecuzioni religiose ave vano determinata quella emigrazione. I nuovi coloni in gran parte non erano soltanto protestanti, ma nel loro desi derio di purificare la religione prote stavano anche contro gli stessi prote stanti. Ora, la riforma religiosa,ben lunge di attutire le esaltazioni mistiche, ag giunge anzi nuova esca al fanatismo. Le religioni decrepite, simili al vecchio paganesimo, sono credute e osservate per abitudine, e più spesso chi ne osten ta i precetti poco li crede in cuor suo. La riforma, invece, seco trascina l'en LIBERTÀ DI COSCIENZA 549 tusiasmo, la convinzione, e con essi | magistrato d'intervenire nelle questioni quel principio di intolleranza che non rare volte tocca i confinidel ranatismo. Con ciò noi ci spieghiamo perfettamen te quelle strane costituzioni dei varii stati dell'America meridionale, ove sem di dottrina, o di restringere la profes sione o la propagazione di certi prin cipii, a motivo della incresciosa tenden za che si suppone in essi è un errore funesto che distrugge tutte le libertà pre si trova la libertàpoliticacongiunta al più gretto esclusivismo religioso. Ma le costituzioni parziali dei varii stati do vevano cedere ilposto a più late dispo sizioni nell' atto d'unione dei singoli stati in un corpo solo. Per ciò che la molteplicità delle sette imponeva ap punto a ciascuna di esse dei doveri in verso le altre, e rendeva necessarie quelle reciproche concessioni, senza cui non sarebbe stata possibile una legge comune. L' emancipazione degli stati dall'In ghilterra e la unione di essi in un cor po solo, doveva quindi portare i suoi frutti, e noi veggiamo infatti che laCo religiose, perciocchè è il magistrato medesimo che rimane giudice di questa tendenza, e che egli prenderà per re gola di giudizio la propria opinione; Si stupende idee non potevano du rare a lungo fra popoli sinceramente devoti alla fede, e il bigottismo prote stante, sotto molti aspetti, non più li berale del cattolico, doveva ancora pre valere contro il principio dell' assoluta libertà. Egli è perciò che l' Europa leggeva con gran stupore la notizia che il Senato e il Congresso degli Stati Uniti avevano approvato la seguente legge: La santificazione della dome cernenti lostabilimento di una religione nica è cosa di interesse pubblico; o per proibirne il libero esercizio. (Co stituz. art. 2, 6, e III addizionale). Sotto la presidenza di Jefferson era stato proposto e votato dal Congresso il seguente decreto: ch' egli per la sua tirannia di venne inviso a quanti lo avvicinavano. Calvino stesso scriveva al suo confidente Bulinger, « non potersi più tollerare gli eccessi di Lutero, cui l'amor proprio non permette di vedere i propri di fetti, nè di sopportare che alcuno gli si opponga ». E a Melantone: « Il suo spirito, dicesi, è violento, e i suoi mo vimenti impetuosi, come se questa vio lenza non si portasse soverchiamente agli eccessi, quando tutto il mondo non pensa che ad incontrare in tutto il suo genio. Abbiamo per lo meno una volta l'ardimento di produrre un gemito con libertà ». È vero che Calvino,dimentico ben presto di questa stessa libertà, im mold sul rogo il povero Servet, ma non è men vero che intorno a Lutero tutti convenivano in questo suo giudi zio. Muncer diceva esservi due papi: l'uno quello di Roma, l'altro Lutero, ma che questo era il peggiore, e Me lantone, uomo mansueto e pacifico, vi veva in tanta soggezione con Lutero e con i capi del partito, che a Camera rio amico suo, scriveva: « Io sono in ischiavitù come nell' antro del Ciclope, perchè non posso palesarvi i miei sen timenti, e penso spesso alla fuga ». Erasmo poi, cui Lutero erasi dapprima inclinato con parole servili, n'era stato quindi sivivamente maltrattato per non essersi seco lui accordato sul libero ar bitrio, che a propósito di Lutero ram maricavasi d'esser condannato nella sua vecchiezza a combattere -, 60 » » « 1, 20 7,50 2,50 5,00 » 15,00 Anno » 12,00 Semestre-Annuario filosofico del Libero Pensiero. Un vol. con ritratti Collezione delle leggi e decreti finanziari annotati. . Appendice periodica alla Collezione suddetta. Abbonamento. 6,00 » 6,00 > 50,00 5,0 DIZIONARIO FILOSOFICO CONTENENTE L'ESPOSIZIONE DEI PRINCIPALI SISTEMI FILOSOFICI E TEOLOGICI, LA BIOGRAFIA DEI FILOSOFI ANTICHI E MODERNI, LA CRITICA DEI DOMMI E DELLE ERESIE, LA DEFINIZIONE DEI VOCABOLI SCIENTIFICI ATTINENTI ALLA FILOSOFIA ECC. ECC. MILANO NATALE BATTEZZATI, EDITORE Via S. Giovanni alla Conca, Parma, Tipografia della Società fra gli Operai-tipograf. MALE M Macedonio Vescovo arianodiCo stantinopoli incompetenza di Paolo stato eletto a quella sede dai cattolici. Dopo 5 ste, ciò vuoldire, che Dio o è autore del male, o non ha potuto impedire che il molte turbolenze eccitate tra i fedeli di Costantinopoli che parteggiavano per ' uno o per ' altro partito, riuscì ad occupare la sede contrastata, non senza però aver fatto perire in una sedizione ben tre mila dissidenti. Poichè Ario a veva negata la divinità delFiglio, nulla di strano che alcun altro negasse la di vinità dello Spirito Santo.E così feceMa cedonio, il quale per una stranissima incongruenza, se da una parte trovava che le ragioni degli ariani non avevano valore contro la divinità di Gesù, le av male entrasse nel mondo. La prima i potesi contrasta con labontà e lagiu stizia, attributi che tutte le religioni ri conoscono nel loro Dio; laseconda ren de Dio impotente a combattere il male, e il principio d'onde il male emana fa superiore a Dio e Dio esso stesso. Due metodi tentarono leteologie per evitare siffatte conseguenze; e il primo già rece le sue prove, e grandiose, nel dualismo (v. questavoce), ilquale attri buiva l'origine del mondo al concorso e alla lotta di due opposti principii, l' uno buono e l'altro malvagio, che vi avevano impresse le tracce della lo ro potenza e della loro natura. Que sto sistema già molto diffuso nell'Asia, valorava però quando trattavasi dello Spirito Santo. Il quale, diceva Macedo nio, in nessun luogo della Scrittura è detto che sia Dio, chè anzi vi è sempre rappresentato come subordinato alPadre ed al Figliuolo: per essi esiste, per essi è istruito, e per la loro inspirazione | buon principio una superioritàmorale, parla (Giov. 16. Paolo ai Corinti I cap. 2.); egli è il consolatore dei cristiani e penetrò anche nell' Europa, e si divulgò nel cristianesimo col manicheismo : ma per quanto cercasse di attribuire al per essi prega (Rom. 8) il che non fa rebbe s'egli stesso fosse Dio, poichè in tal caso egli pregherebbe se stesso. D'altronde, o lo Spirito Santo è gene rato o non è generato. Se non è gene rato in che differisce dal Padre ? se è generato in che differisce cal Figlio? E se è generato dal Figlio, allora biso gnerà credere che esso è soltanto il ni pote del Padre. Male. Teologi e filosofi cercarono in ogni tempo di spiegare l'origine del male. Imperocchè se Iddio è l'autore del mondo e se il male nel mondo esi non potè togliere la conseguenza, che l'origine del mondo dovendo attribuirsi adue principii, questi diventassero due Dei competitori, perpetuamente lottanti per disputarsi il dominio dell' universo. Le religioni monoteiste cercarono perciò nuove spiegazioni, e andarono im maginando che Dio avendo creato un mondo perfetto, il male vi penetrò poi non per volontà sua, ma pel peccato dell' uomo che trasgredi i suoi coman damenti. E non pensarono che se l'uo mo potèpeccare, è segno ch'egli perfetto non era, e che, il germe del male già esisteva in lui fin dal momento della creazione. Imperocchè anche la facoltà, 6 MALE di volere il male è un male essa stessa. E l' obbiezione parve a tutti così seria, che nel secolo scorso filosofi e teologi, per confutare ilBayleche la riproduceva, andarono in tracciadi altre spiegazioni. Il padre Malebranche sperò di aver tolta la contradizione sviluppando un certo suo sistema, nel quale Dio veniva mo strato come l'essere sovranamente egoi sta, curante soltanto di sè e della glo ria sua, alla quale essendo necessaria l'Incarnazione, il peccato dell'uomo di veniva altrettanto necessario acciocchè portato adare l'esistenza alle creature, e che oggetto della suabontànon possono essere che le creature intelligenti, cost possiamo dire, ragionando a misura dei lumi che ci ha datoperconoscerlo, che si è proposto di creare il maggior numero di creature intelligenti, e di dar loro tutte le cognizioni, tutta la felicità, tutta la bellezza, di cui l' Universo era suscettibile, e condurle a tale stato fe lice nel modo più conveniente alla loro natura, e più conforme all'ordine. « Il mondo attuale per essere il mi Dio potesse esercitare la suainfinita migliore de' mondi possibili debb' essere sericordia. Leibnitz credetteche perdissiparegli scrupoli, che facevano nascere le diffi coltà di Bayle, si dovesse più positiva mente conciliare lapermissione del male colla bontà di Dio. Tutti i metodi te nutisi per giungere a tal fine, gli par vero imperfetti, e conducenti a moleste conseguenze, laonde prese un'altrastrada per giustificare la Provvidenza. Credet te, che tutto quello che succede nel mondo, essendo una conseguenza della scelta che Iddio hafattodel mondo at tuale, conveniva elevarsi a quel primo | istante, nelqualeIddioformò il decreto 1 di produrre il mondo. Un' infinità di mondi possibili erano presenti all'Intel ligenza divina e la sua potenza poteva egualmente produrli tutti: giacchè dun que ha creato il mondo attuale, con vien dire che l'abbia scelto. «Iddio non hadunque potuto creare il mondo presente, senza preferirlo a tutti gli altri: ora è contradditorio, che Iddio avendo dato l'essere ad uno di cotali mondi, non abbia preferito il più conforme a' suoi attributi, il più degno di lui, il migliore: un mondo insomma, quello, che corrisponda più esattamente atale oggetto magnifico del creatore, dimodochè tutte le sue parti, senza ec cettuarne alcuna, con tutte le loro mu tazioni, e riordinamenti cospirano colla maggior esattezza alla vista generale. Poichè questo mondo è un tutto, le parti ne sono talmente concatenate, che niuna parte potrebbe togliersi, senza che tutto il resto non fosse interamente mu tato. Il miglior mondo, conteneva dun que le leggi attuali del moto, le leggi dell'unione dell' anima col corpo, stabi lite dall'autor della natura, l' imperfe zione delle creature attuali e le leggi, anorma delle quali Iddio scomparte le grazie, che accorda alle medesime. Il male metafisico, il male morale, ed il mal fisico dovevano dunque entra re nel piano del migliore de' mondi. Tuttavia non si può dire, che Iddio ab bia voluto il peccato, ma bensì il mondo, nel quale può entrare il peccato. Quindi Iddio ha solamente permesso il peccato, e la sua volontà non è in questo punto che permissiva, per dir così; poichè la permissione non è altro, che una so spensione, o sia negazione d'un potere, il quale messo in opera impedirebbe l'azione di cui si parła, ed il permet tere è l'ammettere una cosa legata ad che nella sua creazione sia l'oggetto maggiore, ed il più eccellente, che si sia potutoprefiggere quell' essere per fettissimo. Noi nonpossiamo assolutamen- | altre, senza proporla direttamente, ben te deciderequale siastato un tale fine del Creatore, poichè siamo troppo limitati per conoscere la sua natura: tuttavia siccome sappiamo che la sua bontà l'ha chè sia in poter nostro l'impedirla. ( Corano).. Questi passi, se dimostrano cheMao metto attribuiva a Gesù una missione profetica, provano eziandio che ai suoi tempi era accreditata e diffusa la voce che Maria aveva concepito Gesù nell'a Il profeta d'altronde lasciava il Cora- dulterio, e che molti dubbi sussisteva no fatto raccogliere parecchi anni dopo no ancora intorno alla risurrezione. E daAbubeker successore di lui. Inque- la intima persuasione del profeta che sto libro, il cui titolo significa lettura gli ebrei si fossero contaminati atten per eccellenza,Maometto non parlamai| tando alla vita del Messia, fu forse in prima persona: è Dio stesso che parla per mezzo di lui, e questa cre denza è così radicata nei mussulmani, cagione del solo atto iniquo da lui commesso dopo la vittoria. Imperocchè non accordò quartiere ainumerosissima 12 MAOMETTO ebrei dimoranti nell'Arabia, ma li per- siete in viaggio, o ammalati; se avete segul, quanti potè uccise,saccheggið le fatti i vostri bisogni naturali, o se a loro case e tutti costrinse a rifugiarsi vete avuto commercio con donna, fre in paese non soggetto al suo dominio. gatevi il viso ele mani confina polvere, Di sè poi Maometto parla nel Co- se vi manca l'acqua. Dio è indulgente rano come di profeta predetto dalle e misericordioso ( Corano). stesse scritture degli ebrei. Alla sua 2.º La preghiera che si fa cinque missione trova allusioni nel Pentateuco volte al giorno in casa o al tempio, ma ( Corano VII, 156 ); e Gesù stesso è suo precursore e rivelatore.« Gesù, fi glio di Maria, diceva al suo popolo: O figli di Israele ! io sono l'apostolo di Dio a voi inviato per confermare il Pentateuco che vi è stato dato prima di me, e per annunciarvi la venuta di un apostolo che verrà dopo di me, il cui nome sarà Ahmed. E quando Gesù faceva loro vedere dei segni evidenti, essi dicevano : è magia manifesta (Corano). Ahmed, (il glorioso) è un dei nomidi Mohammed, e i Mao mettani pretendono che Gesù n' abbia predetta la venuta nel Paracleto di cui parla S. Giovanni ( XVI, 17), cor ruzione dicono essi, di Periclytos, che in lingua greca suona, come Ahmed, il glorioso. Così, aggiungono, l' alterazio ne della voce e la sua applicazione alla discesa dello Spirito Santo, non è altro che una prova della mala fede dei cri stiani. 11 Corano è la continuazione della rivelazione antica. « Prima del Corano esisteva il libro di Mosè, dato a guida degli uomini ed in prova della bontà di Dio; or quello conferma questo in lingua araba, affinchè i cattivi siano av vertiti, e i buoni sentano la buona no vella (Corano). I principali precetti dell' islamismo sono: 1.º La purificazione, la qual si ot tiene colle abluzioni molto raccoman sempre cogli occhi rivolti alla Mecca. Solo la preghiera solenne del venerdi dev'esser fatta in comune nella moschea, imperocchè il venerdì presso i mussul mani è giorno sacro a Dio. Il digiuno del mese di ramazan, nel quale il fedele non può durante il giorno cibarsi di checchessia. L' elemosina molto raccomandata dal Corano. Dio dice ai credenti: >> (Corano XI, 109 ). Il fatalismo e lapredestinazione son dommi pienamente confermati in molti passi del Corano, il quale accenna che il bene e il male son già da Dio pre determinati in modo invariabile. L'isla mismo ha, del resto, le sue dispute dottrinali, i suoi casisti e la sua teo logia. Poco dopo la morte del profeta imussulmani si divisero in una molti tudine di sette, le prime delle quali, quelle dei sciti ed i sunniti, disputano ancora intorno alla successione dei ca liffi; imperocchè i primi riconoscono in Ali il solo successore del profeta, e gli altri vogliono che Abubeker soltanto avesse il diritto di succedergli. E poi chè i dottori dell' uno e dell' altro par a salvamento. Marcione. Discepolo di Cerdone. Credesi che insegnasse il suo sistema nella Persia verso la metà del secondo secolo. Adottando i principii del duali smo orientale e volendoli applicare al cristianesimo, credette di trovare nella opposizione che presentavano fra loro l'Antico e il Nuovo Testamento il segno manifesto dellaloro intrinseca differenza. Opera del principio malvagio era l'An tico Testamento, e del buon principio il Nuovo. Tant' erano i Marcioniti con vinti di questo dualismo che nutrivano un grandissimo disprezzo pel Dio di Mosè, e Teodoreto narra che un mar cionita di novant'anni, era penetrato dal più vivo dolore ognivolta che il bisogno di nutrirsi l'obbligava ad usare i prodotti del Dio creatore. I discepoli di Marcione penetrati dalla nobiltà della loro anima che supponevano essere una emanazione diretta del buono principio, correvano valorosamente incontro al martirio e alla morte, ond' essere li berati dalle catene materiali fatte dal Dio creatore. Eusebio cita l'esempio di un marcionita, il quale essendo stato attaccato vivo ad un palo col capo in giù, e con i chiodi conficcati nelle carni, fu abbruciato a fuoco lento, senza che ritrattasse alcuna cosa delle sue cre denze. Marechal(PietroSilvano).Nacque nel 1750 a Parigi, ove esercitò l'avvo 14 MARIA VERGINE catura. Fu poi chiamato a coprire un posto nella biblioteca Mazarina, ma lo perdette nel 1783 peraverpubblicato le Litanie della provvidenza, libro che fu giudicato sommamente irreligioso. L'an no appresso pubblicò il Libro sfuggito al diluvio, o salmi nuovamente scoper ti. L' almanacco degli onesti stampato nel 1788, fu abbruciato per mano del boia e l'autore venne condannato a tre mesi di prigionia. Nel 1790 pubblicò : Dio e i preti, frammento di un poema filosofico; ott'annidopo il Lucrezio fran cese e il Culto degli uomini senza Dio, col quale egli intendeva fin d'allora di gettare le fondamentadi unasocietà di uomini onesti che praticassero il bene, ela morale osservassero senza coazione religiosa, Nell'anno 1800 mandò alle stampe il Dizionario degli atei antichi e moderni, lavoro dinongran mole, alla compila retto specialmente aintrodurre l'indiffe renza in materia di religione, come gli Incas furono volti a rendere odioso il fanatismo. Nel 1797 eletto membro del Corpo legislativo, egli compose un discorso sul libero esercizio dei culti, che non fu letto nell'assemblea, e si trova stampato infine alle sue memorie. «Questo scritto, dice l' autore della storia ecclesiastica, parla della religione con assai rispetto, come ne parla nella sua Metafisica e nella Morale, libri che entrambi vera mente non sono di unuomo irreligioso, tuttochè qua e là vi si trovino iprinci pii del Belisario. » Maria Vergine. Dei quattro e vangeli canonici, due negano implicita mente la verginità di Maria, e sono quelli di Marco e di Giovanni; e due l'affermano, ma in maniera così scon clusionata e contradditoria, che la loro testimonianza non può essere di alcun zione del quale fu aiutato da Lalande che ' arrichi poi di due supplementi. peso nemmeno per concludere che, vi L'autore affermava che il deista non differisce gran che dal cattolico romano, esi lagnava chemoltimembri dell'Isti tutoancora andassero allamessa,emolti atei portassero la corona e recitassero il rosario. Fra gli atei più fermi Mare chal contaval'economistaBandeau, l'ab bateArmand, Bourdin tesoriere di Fran cia, Fieville, Naigeon e d' Holbach. Tutti gli scritti di Marechal ap partengononecessariamente aquel perio dofilosofico del secolo XVIII, che lavoro assai, e assai coraggiosamente, non tanto per fondare una filosofia nuova, quanto per distruggere quelle secolari supersti zioni contro le quali la sola rivoluzione preparata dagli enciclopedisti potè com battere vittoriosamente. Marmontel(Giovanni).Nacquenel Limosino nel 1723. Chiamato aParigida Voltaire, frequentò le sale de' filosofidei suoi tempi,con alcundei quali contrasse amicizia. Sottogli auspici di Voltaire in venti ancora i loro autori, questo dom ma cattolico fosse già formato. È vero che Matteo e Luca parlando di Maria insegnano ch'ella aveva concepito Gesù per opera dello Spirito Santo, ma è pur vero che il primo di questi evangelisti aggiunge che Giuseppe non conobbe Maria finch' ella ebbe partorito il suo figliuol primogenito cui pose nomeGesù. Ed è chiaro che un primogenito sup pone per lo meno un secondogenito, e che seMaria fu vergine prima non lo potè essere poi. D'altra parte, se Giu seppe non conobbe Maria prima ch'ella avesse partorito Gesù, per illazione si deve conchiudere che la conobbe dopo, e che l'evangelista abbia voluto sol tanto indicare che la continenza degli sposi durd fino alla nascita del reden tore. Che questo fosse il suo vero pen siero, si può desumere dallo stesso e vangelista, il quale più innanzi narra, che mentre Gesù parlava ancora alle turbe >> o il sostegno dell' estensione, bisogne rebbe che essa avesse in se stessa un'al tra estensione che la rendesse propria ad essere substratum o sostegno, e così di seguito all'infinito. Ora io vi doman do se non è questauna cosa assurda in sè, e nel medesimo tempo contraddito ria a ciò che mi avete testè accordato, che il substratum, o il sostegno dell'e stensione debba essere qualche cosa di stinta dall' estensione ed ancora che 1 l' escluda ? Chi non vede che cotesto sofisma si risolve infine in una pura questione di parole ? Tutto l'errore dell' argomen tazione sta nel supporre che il substrato o sostegno, come si voglia chiamare, sta sotto all'estensione. La confutazione poteva correre per la vecchia scuola, la qual supponeva che sotto all'estensione, alla forza e agli altri fenomeni della sostanza esisteva un substrato sostan ziale. Oggidì nè sotto nè sopra alla materia si ammette che esista cosa al cuna. L'estensione e la forza non stanno nella materia, ma sono la materia, od altrimenti sono un modo di essere della materia. Sotto all' estensione non sta dunque cosa alcuna novellamente estesa, poichè l'estensione non è cosa, ma mo do di essere delle cose. Il Genovesi ha ben dimostrata tal trinsecamente da una cosa di cui è estensione; e perciò è, o modo o attri ( Metaf. par. V). L'argomentazione del Genovesi mi par così precisa che nulla rimanga da opporgli . Se non che, ponendo egli nella prima parte la questione della semplicità della sostanza, cade in una delle sconfinate astrazioni di Leibnitz che son, del resto, comuni a tutti i metafisici dei tempi andati. Ciò che sia semplice noi non sappiamo, e questa vocenonesprime pernoi cheunadi quel le tante idee di negazione che sì spesso si vennero confutando in questo dizio nario. Noi conosciamo una materia com posta di parti ed estesa; e per opposi zione imetafisici hanno voluto concepirne un' altra, che denominarono sostanza, la quale essendo semplice non è com posta di parti. Mail negare le proprietá della materia non è creare una sostan za nuova, e gl' antichi atomisti ( v. A TOMISMO ) che avevan concepito l'atomo indivisibile e inesteso, erano pur stati alle prese colla medesima contraddizio ne, di ammettere, cioè, una materia di cui negavano in ultimo gli attributi. Nel fatto lamateria, che in conclusione è tutto quanto esiste di sostanza, non la percepiamo altrimenti che sotto le parvenze di questi stessi attributi, e tutte le volte che noi cerchiamo col pensiero di sopprimerli, cadiamo in una MATERIALISMO vuota astrazione. Imperocchè la sem plicità, nel senso inteso da' metafisici, non sappiamo nemmeno approssimati vamente che cosa sia, e il significato di quella voce per noi rimane allo stato di una perfetta incognita. Tutte le dispute adunque che si son fatte e che si posson fare sulla sempli cità della sostanza, si risolvono infine 27 argomentazioni delle scuole, si deve con cludere che alcunchè veramente esi ste e compone l' universo, e questo che essere la materia, l'essenza della quale noi ignoriamo, si piuttosto conosciamo sol per i fenomeni ond' ella a noi si fa palese e pei quali soltanto ai nostri sensi è dato di percepirla. Codesta ma in meri giuochi di parole, imperocchè la sostanza non si può concepire altri menti che estesa, e una sostanza estesa non la si può concepire altrimenti che divisibile. Voler spingere il nostro pen siero oltre questi limiti segnati dalla sensazione è follia, è un ricadere nella teoria delle idee innate (v. questa voce) èun pretendere di avere idee metafisi che anteriori alla sensazione. Tal fu invero l'eccesso in cui cadde Leibnitz quando espose quel suo sistema delle monadi vuote, o sostanze senza estensione di che voleva composti tutti i corpi, le quali nessuno è mai riescito aconcepire, nè concepirà mai. Non è a dirsi in quanti errori e in quante cisquiglie la supposta e non mai compresa semplicità della sostanza abbia tratto i metafisici d'altri tempi. Wolf, per esempio, chiama la materia un fe nomeno sostanziato. La materia, dic'egli, è l'esteso dotato della forza d' inerzia, elamateria si mostra a noi come un soggetto che dura e che è modificabile, e perciò come unasostanza; ma essendo la sostanza semplice, l'estensione è un fenomeno, e perciò non può dirsi che la materia sia una sostanza, e per tal ragione puòchiamarsi fenomeno sostan ziato ( Cosmol.). In questa maniera, grazie alle in venzioni de' metafisici, tanto larghi di parole nuoveper supplire al difetto delle loro idee, non avremo la sola sostanza oil solo fenomeno, ma anche il feno meno sostanziato, ossia qualche cosache non essendo nè sostanza, nè fenomeno, dovrà naturalmente relegarsi nel regno delle chimere. Ripeto: a ben stringere tutte le teria, comunque si voglia chiamare e intendere,è poi identica a quella che i metafisici dicono sostanza, sol ch' essa, nel concettonostro, mai non si disgiun ge, nè può disgiungersi, dai fenomeni con cui ci si palesa. Tostochè noi fac ciamo astrazione di questi fenomeni, vale a dire la vogliamo concepire se paratamente dalla forza dall' estensio ne, da! movimento, dal colore, dal sa pore, dal suono e così via, essa scom pare per noi, diviene una idea priva di senso, inconcepibile e assurda, impe rocchè sia appunto ilcomplesso di questi fenomeni che per noi costituisce tutto quanto ci è dato d' intendere della ma teria. All' articolo CREAZIONE fu già dimo strata l'impossibilità della creazione della materia dal nulla, e la quasi u nanimità degli antichi filosofi nell' atte stare questo principio. Del dinamismo poi che nega alla materia l'esistenza e riconosce i soli centri di movimento senza sostanza che si muova, fu detto negli articoli DINAMISMO E CATTANEO. Materialismo. Sistemafilosofico il quale considera la materia come fon-' damento e substrato d'ogni esistenza. Non credo che del materialismo possa darsi definizione più esatta di questa, avvegnachè cotesta filosofia sia per se stessa così chiara e palese da non ri chiedere molte parole per essere defi nita, sendo le cose chiare da tutti su bito e chiaramente intese. Invero, tutto il domma materialista si compendia in queste sole parole: affermare che esiste la materia, e che lamateria è tutto quanto esiste di sostanziale. Tutto il resto nella dottrinamaterialista non è che accessorio; si hanno negazioni ma non altre affer MATERIALISMO mazioni. Le negazioni scendono natu ralmente dalla affermazione fondamen tale, ne sono, per così dire, la diretta conseguenza, ma non tutti, per essere materialisti sono obbligati ad intenderle ad un modo. Vedremo in seguito quali siano queste negazioni. Occupiamoci innanzi tutto dell' affermazione. Che cosa sia la materia e che in tenda il materialismo di esprimere con questa voce, fu già detto al precedente articolo Materia e a quello Forza, che non si possono dispensare di leggere coloro che ben vogliono intendere la teoria materialista. Materia e forza e sprimono pel materialista tutto quanto esiste di sostanziale e di fenomenico; sol ch' egli intende la forza quale un fenomeno e non una sostanza, unmodo di essere proprio della materiacome la forma, l'estensione, il colore ecc. di è che nemmeno Dio potrebbe esi stere fuorchè materiale, stando cioè en tro la cerchia di quell' elemento che solo possiede l'esistenza. Questa con seguenza l' avevano già preveduta gli antichi, e Descartes stesso l'annuncia tuttochè s' ingegni di respingerla. Al lorchè noi concepiamo la sostanza, dice egli, concepiamo solamente una cosa che esiste inunamaniera, in cuinon habiso gno se non di se stessaper esistere. Vi può essere dell' oscurità riguardo al l'espressione: non aver bisogno che di se stessa per esistere; poichè propria mente parlando non vi è se non il solo Dio che sia tale, e non vi è alcuna co sa creata, la quale possa esistere un solo momento senza la sua potenza ». Cosi, dopo avere sentita la necessità di porre per base dell' esistenza della ma teria la sua indipendenza daogni altro ente, Descartes, non vinto dal ragiona Da questa premessa fondamentale | mento, ma pieghevole ai pregiudizi co scendono tutte le negazioni del mate rialismo, le quali quà e là furono giá dimostrate nei vari articoli di questo muni, s'inchina al sofisma con che que sti gli dimostrano che la materia esi ste perchè Dio la sostiene. Dizionario. E primieramente, se la ma teria, di tutto quanto esista è il sub strato e il fondamento, l'anima e lo spirito (v. ANIMA) non possono esistere se non materiali; ma un'anima o uno spirito materiali non sarebbero più nè anima nè spirito, ma materia, d'onde si vede che l' ammissione dellamateria come fondamento unico dell' esistenza, ripugna coll'ammissione di una esisten za immateriale. Quest'esistenza sarebbe, in sostanza, nè più nè meno che l'atoто vuoto, ossia quella sostanza semplice, indivisibile che la metafisica è andata vanamente imaginando senza mai riu scire a concepirla. (v. MATERIA). Se la materia è il fondamento d'ogni esistenza, nessuna esistenza può essere anteriore ad essa e fuori di essa. Nem meno può essere stata creata, poichè fuori di essa nessuna cosa potendo esi stere, ' immateriale, ossia il nulla non poteva creare la materia e darle una qualità che esso stesso non aveva. Quin Ma la definizione era data e revo carsi non poteva; e Spinozache intravi de tutto il profitto che ne poteva trarre, l' usò largamente. Di maniera che, po sto il principio che per risolvere il pro blema generatore degli esseri bisogna risalire all'origine stessa delle cose e partire da alcune prime nozioni chiare chenon ne suppongono altre, egli pose come nozione primitiva quelladella so stanza. E come Descartes aveva detto, così Spinoza ripetè che la sostanza per esistere non aveva bisogno che di se stessa. E dappoichè ciò che esiste per se stesso non ripete da altri la sua e sistenza, così conchiuse che la sostanza èeterna e come nessuna molecola nuova nasce nell' universo, così nessuna si di strugge. La materia si trasforma per le sole forze che le sono proprie, nè mai se ne stà in riposo. (v. MATERIA). Che il concetto dell' eternità della materia escluda l'esistenza e l'eternità di Dio, non pare che tutti l'intendes MATERIALISMO sero. Per lo meno l'antico dualismo ammetteva la coternità di due principii (V. DUALISMO), e molti anche ne' tempi moderni si mantennero in tali idee. Tal fu Voltaire, il quale ammettendo la ve rità dell' antico assioma de nihilo nihil fit, riconosceva ancora l'esistenza di Dio, non creatore, ma regolatore della materia. Tale credenza, del resto, fu anche degli ebrei, i quali ammettevano che Dio aveva ordinata, ma nou creata la materia ( v. CREAZIONE). Si osservi bene però che nel solo concetto dell'e ternità della materia non è contenuta l'esclusione dell' esistenza di Dio. Que st' esclusione invece appare evidente nel principio fondamentale del materia lismo moderno: se la materia è fonda mento d' ogni esistenza, Dio non po 29 di esprimere il concetto che se una e ternità esiste, questa conviene perfetta mente allamateria la quale, colle stes se leggi del pensiero, ci si dimostra essere eterna e per l' infinita divisibilità e per l'infinita estensione. (v. INFINITO E DIVISIBILITA'). AncheDioper esistere dovrebbe essere sostanziale, sarebbe dunqueunasostanza. Da qui il panteismo di Spinoza il quale non differisce dal materialismo che per una mera questione di parole. L' uno e l'altro sono, infatti, disposti ad ammettere che un' unica sostanza è diffusa nell'u trebbe esistere senz' essere materiale o senz' essere una funzione; ora l'una e l'altra di queste idee ripugnano col concetto che noi abbiamo dell'esisten za di Dio. Dicendo che la materia è eterna il materialismo però non insegna un dom ma assoluto, nè pur pretende di a vere risolto il problema dell' eternità. Esso riconosce anzi e sostiene che noi non abbiamo, nè possiamo avereil concetto di ciò ch'è eterno, echel'eternitàper l'uomo rappresenta una idea negativa piuttosto che positiva ( v. ETERNITA' E IDEE INNATE). Ma in un modo o nell' altro, tutte le volte che noi pensiamo ai cor pi mutabili e perituri possiamo eziandio pensare alla negazione di questi carat teri transitori, e immaginarci un corpo, una sostanza che non perisce. Questa è la condizione di eternità che lo spiri tualismo afferma nello spirito senza in tenderla, e che il materialismo rimet te nella materia senza pretendere per questo d' intenderla meglio del suo av versario. Ma non fraintendiamo que sta sua affermazione come molti affet tatamente sogliono fare: affermando l'e ternità della materiail materialismo non intende menomamente di eccedere i li niverso, e che ogni cosa che abbia esi stenza è parte di questa immensa e u niversale unità di sostanza. Che il primo poi chiami Dio questa sostanza e il secondo materia, la filosofianon ciha che veder nulla, ma sì la fisiologia, la quale dirà se aun essere così composto di parti, omeglio a quest' universalità degli es seri esistenti a cui mal si può attribuire un pensiero e una individualitàpropria, convenga il nome di Dio. Premiando 0 castigando le sue creature questo Dio premierebbe o punirebbe se stesso. Io confesso che non ho mai saputo concepire il panteismo altrimenti che come un materialismo svisato, sotto il quale ad ogni tratto fan capolino tutte le premessedi questo sistema. Fra l'una e l'altra dottrina vi è differenza di voci, non d'idee, e qual de' due applichi le parole nel senso proprio o nel traslato è facile a vedersi. Dalla premessa fondamentale del ma terialismo, che la materia è base e fon damento d' ogni esistenza, scende na naturalmente la conseguenza ch' essa è increata. Imperocchè ciò che è fonda mento dell' esistenza ha già in se stesso la sua ragion d'essere, nè può riceverla da altri. La materia è dunque eterna. Riconoscendo che la materia è de terminata da leggi, che gli effetti suc cedono ognora in forza di cause prece denti, il materialismo è stato condotto anegare illibero arbitrio, che moltissimi miti della nostra intelligenza, ma solo í d'altrondehannonegato senz'esseremate MATRIMONIO rialisti (vedi LIBERO ARBITRIO). Anche in questa negazione il materialismo non ha creato un domma nuovo; ha sem plicemente accettate le premesse che già erano state poste da altri sistemi perfin teologici ( Vedi PREDESTINAZIONE e GRAZIA) ed ha obbedito ad un rigo roso bisogno della logica, impotente a spiegare la possibilità di effetti anco vo litivi che potessero verificarsi senza cau. se determinanti, senza la ragione del loro proprio essere. Togliendo alla morale ogni carattere assoluto, la filosofia materialista non poneva una semplice negazione al posto dell' affermazione de' suoi avversari, ma faceva ragione ai risultati dell' antro pologia, alle relazioni dei viaggiatori, alla storia stessa dello spirito umano, che concordemente ci dimostrano essere la morale un risultato variabile del cli ma, del tempo, dei costumi edei varibi sogni della societá secondo il suo grado di coltura e la fisica costituzione del l'uomo. (Vedi MORALE). Ma, come gia dissi, tutte queste ne gazioni costituiscono la parte accessoria del materialismo scientifico, e le dissi denze sull' uno o sull' altro punto pos sono stare nel suo seno, secondo le va rie maniere che ai filosofi di questa scuola piaccia d' interpretare i fenomeni e di dedurne le conseguenze. Il vero e fondamentale carattere che distingue la filosofia materialista dalle altre, è sempre l'affermazione di 1 una sostanza unica esistente veramente nell' universo. E parrà strano che su questo punto sul quale tutte le scuole, eccezion fatta per l'idealista, conven gono, possano nascere tante controver sie e tante recriminazioni. Imperocchè, aben considerare le cose, se tutti am mettono che alcun che esiste veramente ed é sempre esistito, tutti dovrebbero del pari riconoscere che il chiamare questa entità col nome di spirite, Dio, sostanza, quiddità, atomo o materia, può essere questione filologica ma non filo sofica, e purchè si convenga intorno agli attributi di questo quid, tutto il resto si riduce ad una mera disputa di parole. Il materialismo, più modesto degli altri sistemi, ha trovato il nome di ma teria bell' e fatto, e credette inutile van to il creare apposta voci nuove per e sprimere idee vecchie. Matrimonio. Uno dei sette sa cramenti della Chiesa cattolica. Sotto la legge di Mosè la poligamia non solo era permessa, ma poteva anche consi derarsi come di divina instituzione. La Genesi ci mostra Dio stesso sanzionante la poligamia dei santi patriarchi. Il ma trimonio indissolubile e contratto tra un solo uomo e una sol donna fu sta bilito da Gesù. Il quale insegnò ch' egli era venuto, non per annullare, ma per confermare l'antica legge; ed infatti nulla mutò degli ordinamenti religiosi del giudaismo; ma nel matrimonio in trodusse una vera innovazione. Ciò che Dio ha congiunto, diss' egli alludendo all' inviolabilità matrimoniale, l'uomo non separi. Certo è che introducendo la mono gamia, Gesù ha seguito un desiderio già sanzionato dalla morale del suo tempo. Ed'aver tolti li abusi della poligamia la filosofia modernanon può che saper gli grado. Ma fu errore grave quello d'aver tolto il divorzio, rimedio rara mente funesto, e sempre vantaggioso quando proscioglie da vincoli, che spes so la stessa loro indissolubilità rende insoffribili. Se lo stato matrimoniale sia prefe ribile alla verginità Gesù non disse, ed ebbe torto. Ma il cristianesimo non do veva rimanere entro i modesti confini che gli aveva tracciati il maestro. Uo mini zelanti e apostoli esaltati dovevano ben presto eccedere nell' insegnamento le dottrine stesse di Gesù. Giacchè s'e gli aveva corretta la poligamia e ordi nata la monogamia ond' attutire i sensi e rintuzzare la voluttà, perchè non sarebbe stata util cosa il vietare ad drittura ogni unione carnale e proclamare MATRIMOΝΙΟ 31 la verginita siccome uno stato di per- getta all' uomo ! E l'uomo ebbe il do fezione ? Primo apronunciarsi in questo senso è s. Paolo; e dopo di lui tutti o quasi tutti i padri trovarono nel loro santo delirio parole di amaro rimprovero contro l'amore che invade e penetra tutta la natura (v. AMORE). Gli stessi eretici de' primi secoli partecipano a cotesto sdegnoso diprezzo de'vincoli imposti dalla natura. Trattasi di soffocare la concupiscenza della car ne, di allontanare l'uomo dalla donna per la quale, come scriveva Lattanzio, il peccato era entrato nel mondo. Simon Mago, Basilide, Saturnino, Cerdone, Car pocrate, i gnostici, gli encratiti, Tazia no, i Marcioniti, i Manichei, alcuni Origenisti, gli Adamiti e i Valesiani riprovarono il matrimonio, non già per chè ammettessero siccome superfluo il minio sulla donna. La nascita di Gesù bastò almeno ariabilitare la donna per cui opera era stato concepito il redento re ? Ma no, poichè il cristianesimo, fedele alla maledizione, non vuole l'u nione dei sessi; fa concepire Maria fuori del matrimonio, per opera dello Spirito Santo: la sua maternità è una violazione della natura. Il cattolicesimo va ancora più in nanzi: esso insegna ormai che lastessa nascita di Maria fa eccezione a tutte le leggidi natura, imperocchè ella non nacque come nascono le altre femmine: ella fu immacolata. Disputano i cattolici e gli accatolici intorno al matrimonio, al quale gli ul timi negano l'efficacia del sacramento. Tutti però hanno la benedizione nuziale, obbligatoria pei primi, volontaria per gli vincolo religioso per l'unione dei sessi, altri. Ondechè se ai protestanti può ma perchè considéravano quest' unione come sostanzialmente malvagia. Invero nel dualismo prevalente in quasi tutte le eresie dei primi secoli, il malvagio principio accagionavasi di tutti i mali, eposciachè la vita stessa consideravasi comeunmale, a lui attribuivasi la pro creazione dei corpi. Onde asserivasiche la generazione dei figliuoli avvenivaper suggestione del cattivo principio, ed altro non giovava se non che ad esten dere il suo dominio. Combattere la ge nerazione valeva dunque quanto com battere l'impero del male, e Origene che da se stesso recidesi le parti geni tali, e i Valesiani più feroci ancora, che sè e gli altri forzatamente rendevano eunuchi facevano opera, nel senso loro, sovranamente benefica. Questo delirio durò lungamente; ma come ogni cosa contro natura, dovette pure avere il suo fine. L'unione dei sessi, bestemmiata dapprima, riconosciu ta o tollerata poi nel matrimonio, ri ceveva però nel cristianesimo la con danna originale. Eva era caduta per la concupiscenza, e la maledizione era stata seagliata contro di lei: Tu sarai sog parer cosa lecita il matrimonio anche puramente civile, pei cattolici quest' u nione divien concubinato, ed ove non intervengano il ministro e la materia del sacramento, unione dei sessi per loro, lecitamente non si può dare. E l'unione non è comunanza di sentimenti fondata sui principii della dignità per sonale e della civile eguaglianza, poichè laChiesa, secondo la maledizione scaglia tada Dio sul capo di Eva, vuol ladonna sottomessa all'uomo, e col matrimonio non ledauncompagno, maun padrone. Perciò essa dichiara, per la bocca di uno de' suoi più eminenti casisti, che nemmeno i mali trattamenti possono essere causa del divorzio. « Le batti ture, dice S. Alfonso de Liguori, sono una causa di divorzio ? Gli uni affer mano, gli altri negano. Il maggior nu mero insegna esser permesso al marito di battere la moglie, purchè nol faccia frequentemente, per cagion leggera e con collera, ma raramente e mediocre mente (mediocriter). D'onde l' opinione probabile di Sanchez che insegna la donnanon poter abbandonare il marito che la batte, se i colpi son leggeri, .. 32 MATRIMONIO quand' anche fosse colpita senza motivo, a meno che, secondo altri, non sia di condizione nobile ». Enondimeno gl' imperatori pagani avevano notevolmente migliorata la con dizione della donna, e il primo Anto nino aveva tolto al marito il diritto di accusare la moglie d'adulterio quand'e gli stesso non fosse stato irriprovevole. Dopo dieciotto secoli, la legislazione cri stiana non è ancor giunta a questo punto! Non già, dice uno scrittore moder no, che la donna manchi d'ogni diritto sul padrone che la batte. Essa, per e sempio, può involargli i cattivi libri, o un po' di danaro per fare l' elemosina; può abbandonarlo se cessa di essere cattolico, o se la sollecita nell'eresia, e la carità stessa neppur l'obbliga a ri prenderlo quand'egli si converte; ma essa deve lasciarsi battere se è buon credente, e cedere ai suoi desideri quan d' anche sia lebbroso, e il figlio ch'essa potrebbe concepire corresse pericolo di morte. ( Liguori Teologia morale). Il diritto canonico condanna esplici tamente il matrimonio tra i cattolici e gli eretici, imperocchè l' eresia, per comun consenso dei teologi, è uno degli impedimenti a ben ricevere il sacramen to. La legge civile in Francia, ancora nel secolo XVII, sanzionava siffatto principio, come ne fa prova un editto di Luigi XIV del mese di novembre 1680, così concepito : « Luigi ecc., I canoni dei concili avendo condannato il matrimonio fra gli eretici e i cattolici come un pubblico scandalo, e una pro fanazione del sacramento, noi abbiamo creduto tanto più necessario d'impedirli in avvenire, in quanto abbiamo ricono sciuto che la tolleranza di questi ma trimoni espone i cattolicia una tentazione continua per la loro perversione ecc. Laonde vogliamo che per l'avvenire i nostri sudditi cattolici non possano, sotto qualsiasi pretesto, contrarre ma trimonio con quelli della religione pre tesa riformata, dichiarando tali matri moni invalidi, e i figli nascituri ille gittimi ». Un decreto del 20 dicembre 1599 pubblicato nella Franca Contea dall'Ar ciducaAlbertoe dalla sua sposa Isabella, avea anche prima d' allora vietati i matrimoni tra cattolici ed eretici, pena la confisca del corpo e dei beni (An ciennes ordonnances de la Franche Comte lib. V. tit. XVIII). Per lo meno prima del 1724 era lecito ai protestanti francesi di maritarsi fra di loro; ma colla dichiarazione del 14 maggio 1724 minutata dal Cardinal di Fleury, siffatta concessione parve li cenza, e a tutti fu ordinato coll'art. 15 di tal legge che le « forme prescritte dai canoni fossero osservate nei matri moni, tanto dei nuovi convert.ti quanto di tutti gli altri sudditi del re ». E perchè quest' ultima frase comprendeva e cattolici e protestanti, non solo i giudici civili si rifiutarono di presiedere ai matrimoni fra i protestanti, ma an cora furono dichiarati invalidi quelli contratti sotto leconcessioni precedenti eche non fossero rivestiti delle forme canoniche. La rivoluzione francese tolse siffatte brutture colla instituzione del matrimo nio civile. E fu allora che la Chiesa, congiurando contro le nuove libertà, e non volendo riconoscere la potestà civile, nė pure quella dei preti che avevano giurato fedeltà alla costituzione, dichia rò validi i matrimoni dei cattolici fatti fuori della legge civile e senza il mini stero dei preti giurati, purchè contratti alla presenza di due testimoni. « Questa sorta di matrimoni, scriveva il cardinale di Zelada al vescovo di Luçon (Vatica no 28 maggio 1793) quantunque con tratti senza la presenza del curato, non saranno perciò men validi e leciti, come fu più volte dichiarato dalla Congrega zione interprete del Conciliodi Trento.>>> Più tardi se gli sposi troveranno l'oc casione di farsi benedire da un prete non giurato, faranuo cosa buona, ma MAUPERTUIS rare cha la benedizione non tocca in nulla la validità del matrimonio ». (Ri sposta della Congregazione incaricata degli affari di Francia 22 aprile1795). 33 questo sacerdote avrà cura di dichia- cattolica agli eretici, fu riconosciuto nella riforma dalla Chiesa anglicana e dal luteranismo (v. ANGLICANISMO e LUTERO). Perciò che riguarda il matrimonio dei preti, concesso nei primi secoli e nega to poi, si consulti l' articolo CELIBATO La Chiesa cattolica non soffre l'in tervento della potestà civile nel matri monio, nè concede che gli eretici con traggano matrimonio coi cattolici, ma autorizza il divorzio degli sposi eretici tutte le volte che un d'essi si converta al cattolicismo. Così essa divide per regnare, e molti esempi lo provano irre cusabilmente. Ne cito uno fra i molti, attestato dal seguente documento: «Emmanuele, per la misericordia di Dio e la grazia dalla Santa sede apostolica, vescovo di S. Sebastiano, o Rio-Janeiro. ! Al papa profugo concedeva con un ap posito articolo della costituzione tutte le guarentigie necessarie, ove fosse tor nato in Roma, per esercitarvi il potere L'8 settembre 1847,poco dopo l'ele zione di Pio IX, Mazzini mandavagli da Londra una lettera pereccitarlo, come già aveva fatto con Carlo Alberto, a lasciar libera la circolazione delle idee eapropugnare il principio dell' unitá nazionale. « Noi, scriveva Mazzini, vi faremo sorgere una nazione intorno, al cui sviluppo libero, popolare, voi, vivendo,presiederete. Noi fonderemo un governo unico in Europa che distrug gerá l'assurdo divorzio fra il temporale e lo spirituale; e nel quale voi sarete scelto a rappresentare il principio del quale gli uomini scelti a rappresentare la nazione faranno le applicazioni.... » La separazione fra il temporale e lo spirituale era dunque daMazzini di chiarata assurda. Fedele al suo motto La parte più spiccata della figura di Mazzini, emerge appunto per la missione religiosa ch'egli si era impo sta (della quale soltanto dobbiamo qui occuparci); e i principii suoi, fedel mente applicati, più presto ci avrebbero condotti alla teocrazia che alla libertà. Eccone alcuni saggi. Riti e Simboli « Cristo venne e can cozzo tra loro, e che pur sono e sa > Forse sfiduciato ne suoi arditi, quan tunque generosi, tentativi tendenti ad un fine che era per lui fonte perenne di vita e stimolo fortissimo all'azione, egli sentiva ne'momenti di scoramento, ilbi sogno di sfogare il cordoglio e d'impu tare la colpa dell'insuccesso ad unpar tito già troppo inoltrato nella lotta contro i pregiudizi dominanti, e troppo nemico di quanti idealismi e misticismi offuscarono l'intelletto umano, perchè ai più non paresse opera buona e azion di merito il condannarlo comechessia, anche nelle cose ov' esso meno poteva per l' incapacità stessa di cui l' aveva accusato. Il materialismo fu la vittima espiatoria da lui scelta, e come giàgli antichi pagani su di essa scagliavano le loro maledizioni, per farle portare sotto il coltello del sacrificatore tutto il peso delle colpe dagli uomini com messe, ma da essa soltanto espiate; così egli sul capo del materialismo a veva rinversato la colpa d' ogni insu cesso de' tentativi da lui fatti per l'e mancipazione politica. Fin dal giorno in cuipubblicando i cenni storici della sua vita, iogli espo neva con franchezza eguale a quella d'oggi, i motivi che mi avevano consi 40 MAZZINI gliato a sopprimere la sua formola «Dio e Popolo > laqualeposta a san zione di governo, io considerava e con sidero come contraria ai principii della separazione della Chiesa dallo Stato e alla libertà di coscienza, fra l'altre cose egli mi scriveva: > Egli credeva nel continuo rivelarsi di Dio attraverso la Vita collettiva dell' U manità. Dio, diceva, s' incarica peren nementenei grandifatti che manifestano la vita universale (Dal Conc. a Dio pag. 22). Quidunquelarivelazione èpermanen te e progressiva, ma nulla infatti rivela fuordiquanto nel sistema de' materialisti ègiàconcesso e preveduto. L'opposizio ne fra ledue scuole non cambianatura: noi dicevamo chelalegge morale, nata nel senso dell'umanità per la necessità stessa de' suoi bisogni progressivi, si va svolgendo in ragione dei tempi, dei costumi e della civiltà; egli traspor tava il principio di questo progresso fuori di noi, in un punto incognito dello spazio, d'onde esso emana peren nemente ma con varia efficacia, e s'in carna in noi per mezzo di un processo che nè l'analisi, nè la sintesi non ci hanno mai scoverto. Ma come nel no stro sistema vogliamo riservato all'uo mo il merito dellesue opere, così su di lui ricade la responsabilità delle colpe e degli errori che momentaneamente fermarono o fecero retrocedere il pro gresso dell'umanità. Invece la perenne rivelazione di Mazzini, la quale in so stanza non è altro che una copia adul terata del progresso,storico,ha questo do di maggiormente assurdo ogni altra, ch'essa toglie alsuo Dio ogni carattere assoluto, lo fa procedere per le sue vie emanifestarsi per fassi irregolari, con modo di filosofarenon cape nella testa. Noi procediamo col metodo per scoprire incarnazioni talora progressive, tal fiata il fine, non possiamo a mmettere un fine apriori, anteriore ad ogni esperienza, regredienti; ci additainfineun Ente incer to di sè che va esplorando i tempi e erivelatoci non si saprebbe come e da le idee, nè sa raggiungereil fine senza chi. In conclusione, idue sistemi dista evitare le dubbiezze e le contraddizioni no di poco; l' essenziale differenza sta nel modo di stabilire e condurre l'esa me, sta nel sapere se s' incomincerà a costruire l'edificio dal tetto o dalla base! Mabasti per il materialismo. Vediamo ora se questo intimo sentimento, questa sintesi dell'anima ha almeno a Mazzini del Dio mosaico. Questo Dio imperfetto e capriccioso, harivelato la barbarie in Australia, la civiltà inEuropa, la scienza all' antico Egitto, la superstizione e l'in famia ai cattolici del medio evo. Tutti quosti momenti storici che, nel sistema mazziniano, sono manifestazioni di Dio, non possono tutti ad un modo essere MAZZINI 43 progredienti; nè tutti possono derivare i lutava e gli sorrideva dalungi: esso at dalla incarnazione nell' umanità di quel medesimo essere che esso dice necessa riamente identico al Vero e al Giusto. Ecco dunque Mazzini di fronte al dua lismo che rimproverava a'vescovi catto lici del concilio, ma che fatalmente la logica doveva consigliare a lui, come già consigliò a Zoroastro, a Manete, a Saturnino. Questi erano i primi effetti della sublime sintesi chevuole emanci parsidall'analisi. Astraendo da'fatti par ticolari e dalle leggi di natura che ge nerano edirigono il morale svolgimento dell'umanità, e che a seconda de' casi, delle circostanze, del clima, della ferti lità del suolo la sospingono per questa o quella via, essa vuole riassumere in unprincipio solo fuor dell'universo tutti i fenomeni speciali che qui fra noi e dentro di noi si producono, ed incar nare la collettività degli esseri umani in un individuo solo, causa prima e u nica d'ogni fenomeno morale sorta d' antropomorfismo che volendo fog giarsi un Dio impersonale, non giunge amiglior parto che di darci una ima gine sbiadita di quanto è, opera o pensa l' Umanità! Veramente non ci voleva tanto per convincere i materialisti che la sintesi non crea idee nuove, ma co pia, congiunge, armonizza o deforma i fenomeni speciali rivelati dall' analisi, secondo che più o men bene su questa si appoggia. Ondechè allontanandosi dall' analisi Mazzini aveva creduto di foggiarsi un Dio nuovo, ma in verità non aveva raggiunto altro scopo che quello di trasportare tutti li attributi dell'umanità nella parola Dio. E sicco me questi attributi sono buoni e cat tivi, così egli non aveva evitato l'eter no scogliodi tutti i rivelatori: o di am mettere il Bene e il Male derivanti dallo stesso principio (quindi l' imperfezione in Dio stesso) o di creare un altro prin cipio d'onde emani ogniMale, come da Dio neviene ogni Bene. Mazzini aveva voluto respingere il Diavolo, ma lo spirito del Male lo sa tende il posto che gli spetta nell'incom pleto sistema mazziniano, e vivrà si curo di sè e fidente nel suo trionfo, fino a quando vi saranno religioni o filosofie, che vorranno far derivare il Bene o il Male da uno stesso eassoluto principio. Rispondendo a queste obbiezioni un anno dopo (1870)Mazzini inuno scritto sulla intolleranza e l'indifferenza, cost spiegava il suo concetto della rivela zione di Dio nell'umanità: « Noi non crediamo nella rivelazione diretta, imme diata, in un tempodeterminato, da Dio all'uomo. Crediamo nella rivelazione continua dai primi giorni dell'umanità fino a noi, per opera delle tendenze e delle facoltà ingenite in noi quando si sostanziano in armonia nell'intelletto e nella virtù ». Con queste parole non negava egli implicitamente l'esistenza di unDio immutabile? Non toglieva alla morale il carattere dell' immutabilitá, solo imperativo morale, per cui tutti i deisti che vissero finora credettero ne cessaria la credenza in Dio? Non ab bandonava cost la morale in balla del progresso, che è quanto dire dell' uma nita? Alla rivelazione non sostituiva la storia, il fatto, pietra angolare del me todo materialista; e al posto di Dionon metteva l' umanità? Quella che egli di ceva rivelazione continua, non è forse il pensiero dell'umanitá che perpetua mente lavora e si svolge, e conquista nuovi veri ? Or quest' è teoria affatto materialista, e checchè dicano in con trario i mazziniani, civuol poco a ca pire che Iddio compie una funzione af fatto inutile nel loro sistema teosofico; non è come nei miti religiosi il rivela tore di verità assolute, eterne ed im mutabili, chè anzi nasce, cresce e si svi luppa coll'umanitá e ha tante leggi e tanti comandamenti quante sono le ne cessità e i bisogni che si manifestano nelle varie età del mondo. Mazzini credeva nella continuitd della vita negli angeli: che sono l'ani 44 MAZZINI ma dei giusti che vissero nella fede e re misticismi nuovi, quando la dimenti morirono nella speranza, nell' angelo cata origine li fa porre sugli altari. custode, anima della creatura che piú | Certo, questa conseguenza non sgomen santamente ci amò, nella serie infinita di reincarnazioni dell' anima di vita in vita, di mondo in mondo, e finalmente nella trasformazione del corpo, che era per lui lo strumento dato al lavoro da compiersi (Dal Conc. a Dio pag. 24-25). Ora tutte queste idee cardinali della No; non invitate a concordia me: rivolgetevi altrove ». Mazzini diceva di non aver tesori, eserciti, carceri, ordinamento governati vo per far che la sua formola trionfas se e anche se li avesse avuti credeva di non aver dato in tutto il suo passato diritto ad alcuno di sospettarlo capace d'usarne. Nonpertanto bisognapur con fessare che quel sospetto non era poi affatto infondato. Da ben dieci anni si insisteva presso di lui, o con lettere o « con la stampa, affine di indurlo a fare una consimiledichiarazione, e pochi me si innanzi io gli scriveva queste parole: Non si tratta di render grazia ma giustizia; e il far chiaramente intendere ai vostri amici che la formola Dio e Popolo, è regola di coscienza che vuol essere accettata liberamente, non im posta come principio di governo, nè consegnata nella costituzione, è dovere a,cui, se siete tollerante, non potete sottrarvi. » Allora Mazzini non rispose, e secon do il suo costume, rispose indiretta mente poi con le parole or riferite. Ma se almeno dopo tanto ritardo la sua dichiarazione avesse soddisfatte tutte le esigenze della libertà, me ne sarei con a solato. Ma no; egli ritoglieva da una parte quello che dall' altra concedeva. Non voleva imporre colla forza la sua formola, ma lasciava però chiaramente intendere ch'egli la voleva inalzata principio di governo. Ora, una afferma zione ufficiale, checcè si dica in contra rio, implica obbligazione. Credo che Mazzini fosse tale da tenere la parola e E veramente l'oblazione sola, oltre l'e levazione, era stata levata, perchè, di cevasi, la Chiesa cattolica le attribuisce il merito di rimettere i peccati per la semplice offerta, senza esservi bisogno nè di recarvi la fede, nè alcun movi mento buono del cuore. Poco differisce anche la messa anglicana, la quale se ne togli il nome cambiato, la transu stanziazione negata, e le orazioni pei morti soppresse, ha conservato nella comunione, il prefazio, la consacrazione e altre parti fondamentali del canone cattolico. Metafisica. La scienza che tratta dei primi principi, delle idee universali, e delle operazioni dello spirito. È defi nizione cotesta generalmente accettata, e della poca stabilità di essa si può argomentare della pochissima solidità e delle immense pretese di questa scien za. Gl'idealisti moderni ricorrono spesso alla metafisica per spiegare in qualche maniera i fantasmi della loro immagi nazione; e Gioberti che tanto si com piaceva di correre i campi del pensiero per scoprirvi nuove forme, creare pa role nuove e definirle, assimila ad drittura la metafisica al soprannaturale. Non pare però che nei tempi anti 1 chi la metafisica fosse scienza così in determinata, e se guardiamo alle origini di questa voce, dobbiamo anzi conclu dere ch'essa esprimeva meno assai di quanto vogliono ch'esprima certi filosofi moderni. Aristotile aveva scritti molti trattati su quasi tutti i rami dello scibile, ma nonavevapensato a riunirli in classi e a dare un titolo a queste classi, che abbracciasse la generalità delle cose dimostrate. Fu questo un lavoro che fecero i suoi commentatori, eprincipal menteAlessandroAfrodisio,il quale delle opere aristoteliche fece due grandi di visioni: alla prima riferi le fisiche; ma dovendo poi dare un nome all' altra parte, non trovò di meglio che intito larla metafisica, cioè dopo la fisica. 61 nessuno intende. D'altronde una scienza che si occupa delle cose sopranaturali non è scienza, mateologia, e i suoi cul tori meglio chefilosofi sidirebbero teo logi. Dall' inutilità della metafisica sono insigne monumento la vanità de' suoi Altri, per verità, voglion dare a questa voce una diversa etimologia, e il prof. Martini così ragiona: Μετα' è una proposizione che ha vari signifi cati: ora esprime dopo, come si è testé avvertito; ma altre volte esprime oltre ossia indica passaggio da uno stato ad un altro, o da un luogoad un altro. Ri ferirò due esempi. Gravina, allettato dal raro ingegno poetico di Pietro Trapas si, povero fanciullo, se lo adottò a fi gliuolo, ed amante com'era della greca favella, grecizzò quel cognome, e l'ap pello Metastasio, che veramente e prime Trapassi. Se alcuni l'interpreta rono Metà dell'anima mia, certo erano affatto stranieri ad ogni ellenismo. Ovi dio intitolò il suo poema le Metamo rfosi in cui rappresenta le trasformazioni, o converzioni di persone in costellazioni, in pianeti, in animali. Dunque metà fi sica vorrebbe dire trasfisica, o trasna turale, o sopranaturale.Ma se noi dob biamo accettare in tal senso questa voce, e non v'é ragioneper cui non la si accetti, dopochè così è prevalso nel l'uso comune, qual concetto dov remo noi aver d'una scienza che si occupa di cose non naturali? Dove è il campo dei suoi studi ? Dove i soggetti delle sue sperienze? Che ne sa essamai delle cose che stanno fuori dell'ordine della na tura; anzi ancora vi son cose che non siano naturali, e delle quali la scienza possa seriamente occuparsi? A'metafisici credo che saràmolto difficile rispondere aqueste domande; ciò che non impe dirà loro di continuare a scrivere dei volumi per spiegare a tutti cose che sistemi. Quali scoperte ha esse fatte ? Cercando vanamente di spingersi fuor della natura, oltre i confini del mondo sperimentale, essa vagò sempremai nel regno delle ombre. In mancanza di fatti nuovi, di nuovi enti, inventò altre entità evocate dal nulla e chiamate trop po facilmente all' esistenza sostanziale. Niuno mai le vide nè le senti. (V. ENTITÀ) Ben disse Romagnosi, che il primo abuso, che non di rado fassi delle pa role e del loro accozzamento, è quello di adoperarle, con certe idee, che gli autori medesimi non saprebbero dirsi che si fossero. « Quando i peripatetici, per cagion d' esempio,spiegavano molti fenomeni della natura con due parole Simpatia e Antipatia, io non so se essi capissero niente di quel che voleva dir si. Interviene il medesimo, a coloro, i quali credono esservi, oltre i feno meni di attrazione, una vera forza at tratrice tra i corpi: questa forza non si capendo meccanicamente, divenuta un mistero, rende la lingua fisica arcana. Si trovano diqueste parolee frasi spesso negli autori antichi, e in tutti quelli i quali parlano di cose che non inten dono; ma in nessuna scienza v'è n' ha più quanto nelle metafisiche. Un meta fisico, ch'è sempre uno che si presume molto, nonpotrebbe coprire la sua igno ranza che con una lingua che impone. La lingua metafisicadi Omero e di tutti gli antichi poeti teologi, è piena di queste parole e frasi significanti un non so che, nelle quali si trovano da' nostri eruditi tanti misteri ignoti agli autori. Alcune volte sono parole tecniche, cioé d'arte, e servono a coprire l'ignoranza delle professioni le più triviali. Tutti gli artisti ne hanno, e sono arme da offesa e da difesa; ma in nessun a arte ve n'ha tantequanto in chimica, in me dicina, in astrologia.>>> Metempsicosi. Dottrina religio sa la quale suppone che le anime u mane dopo la morte passano in altri corpi. Par che i più antichi credenti nella metempsicosi siano stati gl'indiani (V. BRAMANISMO, BUDDISMO). Tuttavia lo ammisero anche molti filosofi greci, tali che Empedocle. Plutarco, Platone; e Beausobre sostiene che anchemolti pa dri della Chiesa, come Origene e Sine sio ebbero una simile opinione. Non occorre dire chequasitutte le religioni dell'antichità ebbero una tale credenza, la quale principalmente trova il suo appoggio nei sogni. Quando, infatti, l'i gnorante ricorda in sogno qualche per sona defunta, è naturalmente condotto acredere che quella persona esista ve ramente in qualche luogo. La filosofia poi, che per far muovere il corpo ave va inventato un'anima, composta di leggerissima materia, non poteva darle una occupazione conveniente durante la infinità dei secoli, che facendola tras migrare dall'uno in altro corpo, per richiamarla sempre a nuove vite, affine di premiarla e di punirla dei suoi me riti o de' trascorsi mancamenti. Platone nel Timeo, nel secondo li bro della Repubblica e nel Fedro cost spiega l'ordine della trasmigrazione delle anime. In primo luogo se l'anima ebbe molte perfezioni in Dio, e abbia scoperte molte verità, entra nel corpo di un filosofo o di un savio. Quelle men perfette entrano nel corpo di altri uomini meno illustri, secondo l'ordine seguente: 2. L'anima entra nel corpo di un re o di ungranprincipe. 3. Essa passa nel corpo di un magistrato o di uncapo diuna potente famiglia. 4. En tra nel corpo di un medico. 5. Entra nel corpo di un uomo che abbia l' in carico di provvedere al culto degli Dei. 6. Passa nel corpo di unpoeta. 7. Nel corpo di un operaio.8. Nel corpo di un sofista, e infine nelcorpo diun tiranno. Gl'indiani ammettevano anch'essi una successione poco dissimile attraverso alle loro caste, e i buddisti credono an cora che le anime possono passare nel corpo degli animali più immondi, opi nione che fu pur divisa da Pitagora e da Empedocle. I più accaniti nemici della trasmi grazione delle anime nella Grecia erano gli epicurei, i quali dicevano che se noi fossimo entrati nel corpo di altri uomini avremmo conservata la memo ria delle nostre azioni. Quanto al pas saggio delle anime umane nel corpo degli animali, essi dicevano che questa opinione non si appoggiava ai fatti; se ciò avvenisse l'anima dovrebbe im primere all'animale il suo proprio ca rattere, mentre invece vediamo che i leoni sono sempre coraggiosi, e 1 cervi sempre timidi. Tutti, o quasi tutti ipopoli selvaggi credono a una sorta di metempsicosi, ma questa credenza è andata scompa rendo dalle religioni e dalle filosofie dei popoli civili, ed ormai essa non ha fra noi altri settatori che gli spiritisti. (v. SPIRITISMO). Metodisti. Così son chiamati i membri di una delle più cospicue sette ond'è divisa la religione anglicana. Ne fu fondatore John Wesley nel 1730, il quale deplorando la depravazione dei costumi e la corruzione della Chiesa, volle con una nuova predicazione in trodurre nella riforma una nuova ri forma. Nei suoi viaggi nell'America, nell'Olanda e nella Germania strinse co noscenza con molti entusiasti luterani, e visitando le loro communità presto apprese quanto facil cosa sia il cre dersi inspirati e il farlo credere altrui. Alcuni anni dopo, il fratel suo Carlo, si unì a quella missione, insegnando che Dio, dopo avere colpito colla di sperazione i suoi prediletti,improvvisa mente apre i loro occhi alla luce e li vivifica col suo spirito. Così fu illumi nato S. Paolo sulla via di Damasco, e così fu Wesley chiamato alla scienza della rivelazione. Se non che non fu egli tocco dalla luceceleste, per quanto egli stesso afferma, che qualche anno dopo, cioè a Londra, nella via Alder role: 63 Passai un'ora nella scuola di Kingwood. Ma singolare stranezza! Che ne avvenne delle opere mirabili della grazia che il Signore operava nei fan gate il 29 maggio 1739 a ore otto e tre quarti. Sul qual proposito unoscrit tore cattolico argutamente osserva come sia assai difficile a capire com'egli, es sendo inpreda acommozioni così vio lente potè dar retta al batterdelle ore, o cavarsi di tasca l'oriuolo per osser vare con tanta precisione l'ora e il mi nuto. Lo spirito di Dio che avevavisitato il maestro, non poteva restarmuto pei discepoli. Whitefield, socio di Wesley, nella nuova Chiesa ebbe anch'egli i suoi moti convulsi e le suecrisi divire, e mentr'egli con impetuosa eloquenza su per le piazze parlava ai suoi ascol tatori, era bene spesso soprappreso da crisi nervose e da stranivaneggiamenti. Tali erano i segni esteriori della gra zia, colla quale i nuovi profeti, a so miglianza dei fanatici delle Çevennes, (v. CAMISARDI) invitavano i fedeli alla penitenza. E che si tentassedirinnovare allora l'invasione dei piccoli profeti, ri levasi da Soutey, il quale narracome i maestri di Kingwood tormentassero senza posa i fanciulli dell'età di sette ad otto anni finchè avessero dato se gno della loro giustificazione ». Si cer cava di gettarli in preda al terrore e alla disperazione spingendoli fino alla follia; e dappoi colla calma e la sicu rezza procuravasi di fugarne lo spa vento. Wesley, presente a simili ecces si, li approvava e li promoveva, ma sperò indarno di trarne partito per le predicazioni profetiche. O vuoi che le scuole di profezia non fossero così du ramente avviate al misticismo come quelle dei calvinisti, o che l'esempio mancasse a generare il contagio men tale, o che, infine, i maestri non per severassero nell'esaltare l'immaginazio ne dei giovanetti, fatto è che risultati soddisfacenti non si ottennero allora, e Wesley stesso lo attesta conqueste pa ciulli nello scorso settembre? Tutto di sparve come un sogno! >> La novella riformawesleiana fudun que fondata sulla sola predicazione de gli adulti,e fu questa così attiva e in defessa, che non pochi chiamò al suo partito. Le molte e lunghe preghiere i digiuni, la lettura dellaBibbia, le fre quenti comunioni, ai seguaci di quel nuovo quietismo, meritarono per ischer no il titolo di metodisti. Uniti sulprin cipio alla Chiesa anglicana, se ne se pararono poi per ordinare 1 loro sacer doti, ma non tardarono a dividersi fra loro stessi per le vive controversie su alcuni punti dottrinali, avvenute fra Wesley e Whitefield; perocchè mentre il primo riteneva che le opere erano essenziali alla salute, l'altro le teneva come meno importanti. Fondato sul suo principio, parve a Wesley che le migliori opere fossero quelle che po tessero indirizzare l'uomo a quella co tale perfezione cristiana che gli toglie ogni lecito godimento terreno per in dirizzare la sua mente al cielo. E per ciò proibi ai suoi seguaci 'le carte, i teatri, i balli, le corse dei cavalli, i ma nichini, le trine, i liquori spiritosi ed il tabacco. La verginità non impose, ma molto encomiò coloro che nel loro cuore fossero riusciti a totalmente e stinguere la concupiscenza. I metodisti sono anche oggi molto numerosi nell'Inghilterra e negli Stati Uniti, e possedono ricchi stabilimenti nelle Indie, a Calcutta, nell'isola di Ceylan e fin nell'Oceania. Essi hanno molti predicatori ambulanti, e parecchi ne mandano all'estero per diffondere le loro dottrine. Metodo. L'artedi disporre le pro prie idee ordinatamente acciò s' inten dano con maggior facilità. Il metodo è perciò necessario tanto a chi studia, quanto a chi insegna, e tutti sanno quanta maggior fatica si abbia ad ap prendere le cose esposte disordinata mente, che non abbiano, cioè, fra loro alcuna relazione. Il metodo è analitico o sintetico, secondo cheincomincia dalle cose par ticolari per passare alle generali, o vi ceversa. Era massima degli antichi che il metodo analitico forse adatto soltanto a ricercare e scoprire la verità, mache il sintetico meglio convenisse per inse gnarla e dimostrarla. Questa massima perdurò assai tempo nell' opinione dei filosofi, e si può ben dire che perdura tuttora nell' opinione di molti pedago gisti. Non si ha molta difficoltà a am mettere che l'analisi sola conduce alla verità (vedi ANALISI ); ma si pretende che quando gia si sia inpossesso della verità meglio si riesca afarla intendere altrui col metodo sintetico. Di qui i termini, le formole, le difinizioni di cui sono irti tutti i libri elementari. Ma questo ragionamento non è tutto vero. Le proposizioni generali non s'intendono se prima non siano spiegate coi fatti particolari, e non si mostri in modo certo in base a quali elementi si siano pronunciate tali proposizioni. Le idee non sono innate innoicome credevano certi antichi, ma si acquistano lenta mente coi processi sperimentali o con la continuata osservazione di fatti si mili; osservazione per la quale astra endo dai fatti particolari si stabilirono le regole generali, e principii le leggi. Nulla, infatti, pare a noi più evidente di questo teorema: se due rette si ta gliano in qualche punto, gli angoli ver ticali sono eguali tra loro; oppure in ogni triangolo la somma dei tre an goli equivale a due angoli retti. Eppu re avrebbe mai potuto lageometria ac certare queste così semplici verità, sen za che una precedente osservazione le avesse dimostrate? Certo che no. Solo dopo essersi accertato che in tuttii casi accennati sempre si verificava la me desima condizione, il geometra ha po tuto fare astrazione di tutti i casi par ticolari, e stabilire la regola generale. Ma l' osservazione precedente è stata essenzialmente analitica; la regola sol tanto è sintetica, siccome quella che riunisce in un solo principio tutte le osservazioni particolari. Ma così debole è l' evidenza di questa sintesi per co loro che manchino di tutte le cogni zioni analitiche da essa implicitamente supposte, che in ogni libro di geometria elementare si vede sempre che ogni teorema è immediatamente seguito dalla sua dimostrazione. È vero dunque che in questi casi si suole incominciare dal porre la sintesi per poi scendere col l'analisi, alla dimostrazione, ma direi the sarebbe assai più ovvio e naturale che prima si ponessero le dimostrazioni analitiche e dopo si facessero seguire dalla verità sintetica che ne è come la conclusione e la conseguenza. Certo è che in cotesti casi la sintesi che affer ma e l'analisi che dimostra l'afferma zione, si seguono così davvicino, che la precedenza momentanea dell' una sul l'altra non può avere inconveniente al cuno, fuor che quello di lasciare per pochi istanti sospesa la convinzione dello studioso, finchè la dimostrazione sia compiuta. Masuppongasiche untale imbizzarendo sulla pretesa precedenza della sintesi sull'analisi applicasse cote sto metodo a modo. Egli certamente incomincerebbe in un trattato ad es porre tutte le verità sintetiche della geometria, d' onde una sequela di as siomi e di teoremi tutti immediatamen te consecutivi, e tutti egualmente non comprensibili. Il teorema precenente suppone bensì il susseguente, e questo quello che gli è posto innanzi, ma sic come nessuno di essi è dimostrato, così éevidente che tutti riesciranno incom prensibili. È vero che anche seguendo il metodo sintetico, si dovrà pure in fine venire all' analisi e dare le dimo strazioni; ma quanta confusione, quale sforzo di memoria, quanto tempo per duto nello studio arido e puramente meccanico delle verita sintetiche o ge METODO nerali ! E dato pure che lo studioso rie sca a superare questa improba fatica, quale quantafaticanon durerà ancora perapplicare ad ogni principio generale 65 dessed'incominciare l'insegnamento di quella legge, senza aver prima dimostrate le verità speciali su cui essa si fonda e per le quali soltanto fu trovata, sarebbe la suadimostrazione e venire via viari schiarando nella sua mente tutte le for mole, e d'ognuna acquistarne l'evidenza? Ora, se si vorrà essere sinceri, si dovrà convenire che quello che succede per la geometria, avviene pure per le altre scienze. È un error gravissimo quello di credere che siccome tutte le verità particolari si trovarono come contenute nei principi generali che le rappresentano, da queste si deve inco minciare l'insegnamento e non da quelle; avvegnachè le verità generali per se sole non siano che una astrazione dei fatti particolari, alla conseguenza dei quali, infin dei conti, sono dirette tutte le scienze umane; ed è ben strano che per farci conoscere le leggi che rego lano i singoli fenomeni, si incominci dal trasportarci lontani da essi, e direi quasi fuor del campo della loro osser vazione. Dopo la geometriapongasi la fisica. Una delle leggi del pendolo è, che in diversi luoghi della terra, la durata delle oscillazioni, per pendoli di diver sa lunghezza, è in ragione inversa della radice quadrata della intensità della gravità. Non si può negare che questo principio generale non sia essenzial mente sintetico, e come tale non con tenga unaquantitàdiveritàparticolari. Maposto cosi solo,senza la cognizione analitica deiprecedenti esperimenti, che cosa esprime esso mai per lo studioso? Bisognerebbe innanzi tutto ch' egli co noscesse, che per i pendoli della mede sima lunghezza la durata delle oscilla zioni è eguale, qualunque sia la sostan za della quale sono formati; poi che conoscesse le leggidella gravità, l'azione suadallaperiferia al centro della terra, e tante altre cognizioni speciali, senza cui il principio generale non può acquistare la necessaria evidenza. Non v'è dubbio che unprofessoredi fisica ilqualepreten altrettanto biasimevole del maestro e lementare che pretendesse d' insegnare a'suoi alunni l'addizione delle centinaia prima di aver loro insegnata l'addizione delle decine e delle unità. Or non so davvero perchè un metodo che si è cosi concordemente disposti a biasimare nelle scienze positive, lo si voglia, non chè tollerare, anche preferire nelle di scipline filosofiche. In verità, la ragione di questa preferenza non si potrebbe attribuire ad altro che alla tendenza che hanno certi filosofi di stabilire con somma facilità le così dette leggi del pensiero, seguendo gl' impulsi del loro sentimento e della loro fantasia, piutto sto che quelli della ragione. Si capisce facilmente com' essi si troverebbero in un grande impiccio se fossero costretti a dare una ragionata analisi di quelle loro affermazioni, e come con molta co modità si tirino d'impaccio proclamando l'eccellenza della sintesi, siccome quella che si presta tanto facilmente a porre certi principii generali che sono molto opportuni per toccare il sentimento, mentre poi si sottraggono, per la stessa loro generalitá, all'analisi della ragione. Certo, si obbietterà che uomini di molto ingegno, come Euclide e Wolf, adottarono esclusivamente il metodo sin tetico ; ma uomini non meno illustri, quali Bacone, Locke, Condillacmostra rono quante ragioni dovessero far pre ferire il metodo analitico. É questa, in fatti, la via che segue naturalmente l'u mano intelletto nella scoperta della ve rità. Imperocchè l'uomo non incomincia già dalla conoscenza delle cose univer sali, ma sì dalle particolari: e dai feno meni più immediati che cadono sotto i sensi, grado a grado, s'innalza ai più complessi; dalle cose semplici passa alle composte, e per questa via scopre le leggi che regolano i più grandi feno meni della natura. Laonde, il metodo 5 66 MIRABEAUD analitico, per confession stessa de' suoi avversari, è detto essenzialmente d' in venzione; e non so proprio intendere perchè quello stesso metodo per ilquale siamo condotti a scoprire laverità, deb ba poi reputarsi disadatto quando si tratti d'insegnarla. Soave dice che ilmetodo analitico serba un ordine quasi del tutto opposto al sintetico. Imperocchè dove questo in comincia dal premettere i principii ge nerali, da cui intende cavar poscia le conseguenze particolari; quello all' in contro incomincia dall'esame delle cose particolari per farsistradadimano in ma no allegenerali: edovenel sintetico tutto è definito, e diviso, edistribuito in teo remi e problemi e corollari ecc, nell'a nalitico per lo contrario quasi niuna de finizione o divisione si adopera, eniuna menzione ci si fa nè di teoremi, nè di problemi, nè di corollari; ma tutto è seguito e continuato, e tutto nasce, e si sviluppa di mano in mano dall' analisi delle idee che prendonsi aconsiderare > (Istituz. di logica). Questo apprez zamento non è però esatto, poichè non è vero che le divisioni e le definizioni manchino affatto al metodo analitico. Esso anzi divide assai bene le varie parti dello scibile, e certe classi di no zioni particolari in una stessa scienza divide e raggruppa secondo le conse guenze generali a cui conducono. Esso definisce ancora queste conseguenze e le riduce a leggi generali includenti tutti za; se cioè si debba incominciare dal dimostrare o dall' affermare. E mi par che la logica insegni doversi innanzi tutto dare la dimostrazione delle cose ha bisogno di prendere le mosse da certe verità già note. Ma queste prime affermazioni saranno assiomi enon teo remi; attingeranno, cioè, la loro evi donzadall'esperienza immediatadei sensi enondal ragionamento, ed è per que sto che io ho detto altrove (V. ASSIOMA) e ripeto ora, che le verità assiomatiche sono essenzialmente analitiche. Metrodoro di Lampsaco. Uno dei più celebri discepoli, e l'amico più affezionato di Epicuro.Diogene Laerzio ce lo rappresenta come uomo d'inconcussi principii, onestissimo, intrepido contro la stessa morte. Morì nel 50° anno della sua vita, sett'anni prima del maestro di cui professò le dottrine.Epicuro mo rendo legò nel suo testamento agli a mici il compito di allevare e di aver cura dei figli lasciati dal discepolo che lo aveva preceduto nella tomba. Microcosmo e Macrocosmo. ( da micros piccolo, macros grande e κοσμοςmondo)Letteralmente queste pa role significano piccolo mondo e gran mondo, e furono primamente adoperate dai filosofi mistici ed ermetici per-desi gnare la perfetta corrispondenza che supponevano esistere fra l'uomo e ilmon do; fra l'essere piccolo e quello gran dissimo, che credevano anch'esso dotato di anima. Nella filosofia moderna si adoperano, ma raramente, queste voci per indicare il mondo delle molecole, degli infusori e di tutto ciò che per essere veduto ha bisogno dell' ingran e l'universalità dei mondi e degli astri che compongono il MACROCOSMO. i fatti particolari che si sono osservati | dimento del microscopio (Microcosmo), in quel gruppo. Si diràche quest'ultima operazione è essenzialmente sintetica ; e sia pure. Non si tratta giàdi escludere la sintesi, madi sapere quale tra lasin- | Nacque in Provenza nel 1674 e fu se tesi e l'analisi debba averela preceden- gretario dell' Accademia francese. A mico della libertà del pensiero, egli parteggiò per la filosofia liberale che allora appunto, nell'Inghilterra special mente, incominciava a dare qualche barlume di libertà. Il Sistema della natura d' Holbach fu pubblicato dap prima sotto il nome di Mirabeaud, ma niuno fuperciò indotto in inganno, etutti Mirabeaud. ( Giovanni Battista.) che si andranno in seguito affermando. Certo, anche l'analisi è pur d'uopo che che incominci dall' affermazione, poichè | ogni ragionamento, per sempliceche sia, 1 MIRANDOLA 67 sanno che l'ardire del filosofo tedesco restarne sorpresi. A ventiquattro anni mal conveniva alla peritosa incredulità egli pubblicò novecento tesi per un e che mostrò il segretario dell'accademia same scolastico de omni re scibili, ses nei suoi scritti pubblici.AMirabeaud si santaduedellequali,a sentirlo, dovevano attribuisce unadissertazione sull'origine enunciare dei dommi nuovi. Il vanto di del mondo; una lettera per provare che essere in possesso ditutteleumane co il disprezzo pergli ebrei è anteriore alla noscenze era in quei tempi assai comu maledizione di Gesù Cristo, e final- ne, imperocchè facilmente la dialettica, mente le opinioni dei filosofi sulla na- aproposito od a sproposito, discorreva tura dell'anima. Queste attribuzioni però d' ogni cosa, e facilmente ostentava una hanno la solatestimonianzadiNaigeon. | grande erudizione per coloroche in luo Due scritti lasciò che furono poi pubblicati dal marchese d' Argens, e sono: Sentimento dei filosofi sulla na tura dell'anima, e Il mondo, sua cri gine e sua antichità. Nell'uno e nell'al tro Mirabeaud dimostra che la spiri tualità dell'anima non fu conosciutadai filosofi dell' antichità; che essi consi derarono il mondo siccome eterno, non solo nella sostanza, ma eziandio nella forma, salvo un piccol numero, taliche Platone e Anassagora, i quali ne ave vano fatto risalire l'origine a un essere intelligente. Che, del resto, il domma della creazione ex nikilo è stato affatto ignorato dell'antichità, come fu sempre ignorato l'altro domma filosofico della finale distruzione della materia. Nella Fenicia e nella Persia, diceva Mirabeaud, si credeva bensì ad una fine del mondo, maquesto concettonon rappresentava altro che una rivoluzione astronomica. In tal maniera Mirabeaud, colla storia alla mano, distruggeva i dommi fondamentali dello spiritualismo edel cristianesimo insieme. Mirandola. (Giovanni Picoconte della Mirandola e principe della Con cordia ). Nacque nel 1463 a Mirandola, piccola terra dell' Emilia. Studid il di ritto canonico a Bologna e parve sulle prime che le sue tendenze lo chiamas go dei fatti si appagavano delle parole. Invece dei sessanta dommi nuovi pro messi, lacuria romana trovò che tredici delle900tesi date meritavano censura, e le altre proibil che fossero difese.Era colà spiaciuta l' arroganza di Pico, e aPico spiacque lacensura romana,sicchè partl d'Italia e si recò a Parigi, ov' ebbe buona accoglienza da Carlo VIII, colla discesa del quale in Italia, ritornò an ch'egli a Firenze. Pico della Mirandola aveva vana mente cercato di conciliare le dispute degli scolastici, dimostrando che Pla tone e Aristotile potevano benissimo stare insieme, e tutt' e due non servi vano che di commento a Mosè. Più che filosofo, ne' suoi scritti fu teologo: commentò la Genesi con sette diverse significazioni, poichè tante appunto egli trovava in ogni versetto; e si perdette nelle fantasticherie della cabala e della scuola mistica Alessandrina, e perfino in quelle di Raimondo Lullo. Con una memoria potentissima, e studi così mal digeriti, é facile immaginarsi qual sorta di filosofia fosse quella del nostro mi randolese. Una vacua ambizione lo spingeva a voler parere grande in tutte le scienze, e per questo forse gli par vero più apprezzabili le meno chiare alla intelligenza volgare. Aformarsi cotesta sero allo stato ecclesiastico. Ma dopo- | fama si poco meritata, egli riuscì cost chè Marsilio Ficino, maestro suo, ebbe gli infuso il proprio entusiasmo per la filosofia greca,si applicò allo studio delle lingue orientali e incominciò ben presto acredersi pieno di un così profondo e vasto sapere, che i dotti tutti dovessero bene, chedopo di lui ilnipote suo (Francesco Pico della Mirandola) scrivendo la biografia dello zio, narra che una fiam ma orbicolare venne per un istante ad illuminare la madre di Giovanni della Mirandola, per annunciare ch'ellastava perdare alla luce un figliodel quale la forma orbicolare indicava la perfezione del sapere. Mistero. Cosa secreta non possi bile a comprendersi. Tutte le teologie antiche hanno avuto i loro misteri, ed erano questi ciò che il paganesimo a veva di più augusto e di più sacro. I misteri erano cerimonie religiose alle quali i soli iniziati potevono assistere, ele cose che vi si vedevano e vi si u divano erano rivelate sotto il suggello del più rigoroso segreto: una legge col piva di morte i violatori. Tutte le prin cipali divinità avevano i loro misteri, laonde si celebravano in Egitto in onore di Iside ed Osiride; nella Fenicia e nel l' Isola di Cipro in memoria di Venere e di Adone; nella Frigia ad onore di Cibele ed Ari; nella Grecia e in Sicilia si commemorava Cerere e Bacco. Tutti i misteri avevano laloro par te pubblica, nella quale al popolo si la sciava intravedere ciò che si reputava necessario a conoscersi. Erano d' ordi nario la commemorazione di tutte le avventure degli Dei, iloro combattimenti e i loro trionfi; e vi si mostrava che tutti i loro sforzi erano stati rivolti a soccorrere il genere umano, a conso larlo de' suoi mali, a colmarlo di bene fizi. Tali erano i piccoli misteri, a cui seguivano i grandi. Isoli iniziati assiste vano a questi,e guai aiprofani che aves sero osato introdursi nel sacro recinto durante la celebrazione.Per lungo tem po il segreto di questi misteri fu im penetrabile. Coloro che furono sospetti di averlo tradito dovettero fuggire per sottrarsi alla morte. Esdulo corse gra vi pericoli per aver dette poche parole dei misteri di Cerere che si celebrava no in Eleusi, e Alcibiade fu condannato a morte per averli riprodotti nella sua casa, schernendoli. Gran numero bri gavano l'onore di esservi iniziati, ma molti dotti, tali come Socrate, non vol lero mai esservi ammessi. Diogene, in vitato a farvisi iniziare, rispondeva: Pa tecione, quel famoso ladro, ottenne l'i niziazione; Epamimonda e Agesilao non la chiesero mai. Nella parte pubblica dei misteri e rano rappresentati allegoricamente ide stini umani nell' altro mondo. Vi si mo stravano degli spettri erranti nelle te nebre, il dolore, la povertà, la morte, e si faceva in seguito apparire il Tar taro con le furie tormentatrici dei col pevoli, e i Campi Elisi con le loro de lizie. In ultimo gli iniziati erano intro dotti nel luogo santo ove si vedeva la statua del Dio risplendente di luce, e lá si udivano cose che a nessuno era permesso di rivelare. Quel secreto era infatti molto essenziale per la maestà della religione, imperocchè spesso si in segnassero cose che poco si accorda vano con le pratiche del culto. Non solo si revocd in dubbio l'apoteosi degli eroi, ma si dubitò perfino della divinità degli Dei superiori. Tali erano le concessioni che la Chiesa si vedeva costretta a fare all' incredulità della fi losofia dominante! Per questo Dionigi d' Alicarnasso diceva lore, ma abborrenti i piaceri dei sensi, condannanti il matrimonio. Colla loro vita incomune e colla contemplazione delle cose spirituali alle quali sempre rivolgevano la mente, essi furono i pre Ascoltiamo ora i precetti di Visnhu per ottenere l'estasi beatifica con mezzi molto adatti a produrre unbuona con gestione cerebrale. Il ragionamento non può spingersi al di là delle nostre percezioni. Questa è una verità così ovvia che fa meravi glia il vederla così spesso dimenticata. Leibnitz può bene innoltrarsi oltre i confini della sensazione, ma a patto però che fra la premessa e la conse guenza del suo ragionamento, o non vi sia rapporto alcuno necessario, o l'una sia la negazione dell'altra. Infatti quand'egli dice: vi sono esseri compo sti, dunque vi sono esseri semplici, ar gomenta nello stesso modo come sedi cesse: vi sono corpi, dunque non vi so no corpi. E veramente, se i composti costituiscono i corpi, i semplici sono la negazione dei corpi: l'una è l'affer verità generale che la filosofia può de- | mazione, l'altra la negazione. Ma an durre dall' eternità delle funzioni: (v. MORTE); e l'eternitàdella materia trova un corrispondente nella eternità delle Monadi. Ma il tortodi Leibnitz è quello di giungere a questi risultamenti per via di astrazioni, e di trasportare gra che i bimbi che vanno a scuola sanno che nel sillogismo la conseguenza de ve essere sempre contenuta nella pre messa. Ora nell'idea di corpo è conte nuta l'estensione; la logica dunque mi tuitamente le qualità dei corpi in certi principii che non hanno alcuna delle qualità che sono supposti di produrre. Il difetto capitale del Monadismo, come lo ha ben rilevato il prof. Justus, è quellodi supporre che degli esseri ine stesi possano generare l' estensione, che dalla esistenzadei corpi composti di parti possa logicamente dedursi quella di cose semplici. Considerando con attenzione la spiegazione del com posto, dic'egli, non si trova alcun dato che ci possa condurre all'idea di essere semplice. Gli esseri composti hanno delle parti. Dunque la prima conclu sione che si potrebbe fareper taleprin cipio è questa: che dove esistono dei composti, vi sono anche delle parti. Or l'idea di parte non ci conduce anco ra a quella di essere semplice, poi chè gli esseri semplici son quelli che non hanno parti: dunque per spin gersi più innanzi coll'induzione, non si potrebbe dir altro, se non che, laddove vieta di dedurre per conseguenza l'e sistenza di corpi inestesi. Posso bensl dire: il corpo è compostodiparti, dun que esistono le parti; ma queste parti partecipano alla natura del tutto d'on de emanano, e se io attribuisco loro qualità diverse da quelle che aveva il tutto, faccio una induzione difettosa. Mail sillogismo è per lalogicaciò che per l'analisi è la chimica: i risultati di questi due processi se vengono riuniti devono ricomporre il corpo, o il ragio namento decomposto. Ma se dalla riu nione di cose inestese non potrò mai avere l'ideadel corpo esteso, dovrò con cludere che la conseguenza contiene una nozione che non si trovava nella premessa DEDUZIONE SILLOGISMO. Tutto il Monadismo si fonda dun que sopra un artificio simile a quello su cui si basa il Dinamismo CATTANEO vale a dire che alle parole note sostituisce parolenuove, che son la ne gazione di quelle; poi scambia le pa role nuove per cosevere, e queste con MONDO sidera come esistenti, mentre quelle che esistono nega. Mondo. Quali fossero le opinioni degli antichi sulla eternitàdel mondo si può vedere in questo Dizionario all'art. CREAZIONE. Il maggior numero dei fi losofi pagani credette che la materia fosse eterna; e tuttavia parecchi fra essi negando l'intervento della divinità 79 role: Platone rigetto mai sempre l'in finità dei mondi, e dubito del numero di essi determinato e preciso. Concedendo che poteva ben esistere, come volevano alcuni, cinque mondi in ciascun elemen to, egli s'attenne però ad un solo. Un altro filosofo diceva che il numero dei mondi non era infinito, nè che ve n'era un solo o cinque, ma cento ottantatrè nella produzione della sostanza, ammi sero però che un ente divino avesse atteso a dar forma acotale materia e terna secondo le attuali disposizioni del mondo. Prima d'allora, credeva Anassagora, tutto eraconfusione, ma lo spiritovenne ed ogni cosa fu ordinata (Laerz. lib. Il, Sez, VI). Questa opinione è pienamente con forme a quella della Bibbia, dove si legge che nel principio era il caos, dal quale Iddio formò (non cred,secondo il testooriginale) il cieloe la terra. Perchè fin Platone ammetteva che Iddio ave va, non creata, ma ordinata la materia tal quale noi la vediamo ( Laerz. lib. III seg. LXX): e gli stoici, ei plato nici professavano tutti eguale opinione. Anzi, Platone e parecchi altri andaro no ancora più oltre, e attribuirono al mondo un' anima, distinguendo con ciò il principio motore dalla materia mos sa, e raffigurandosi il mondo quale un immenso animale dotato di un princi pio individuo e di una vita propria. Per i teologi, scriveva Macrobio, Jupiter è l'anima del mondo; donde il detto di Virgilio: Muse, cominciamo da Jupiter poichè ogni cosa è piena di lui ( Virg. Sogno di Scipione). Lo spirito a limenta la vita e l'anima sparsa nelle vaste membra del mondo ne agita la massa, e forma così un solo immenso corpo (Saturn.) La teoria della pluralità dei mondi che alcuni credono affatto moderna, già aveva trovato un eco fragli antichi, e molti dei filosofi greci l'hanno ammessa. Plutarco nel suo libro degli Oracoli mette in boccaaCleombroto questepa i quali erano regolati in forma di trian golo, ciascun lato del quale conteneva 60 mondi e che altri tre mondi erano aciascun angolo ». I Talmudisti cre devano che Dio avesse creati diciotto mondi, e Maometto nel principio del l'Alcorano invoca il Signore dei mondi. Quanto all'età del mondo sul quale viviamo, le teologie ci hanno dati dei numeri molto singolari e così diversi danon sapersi proprio a quale aggiu star fede. Anche la Bibbia presen ta tre età differenti nell'antico Te stamento. Infatti, coll'anno 1876 ilmon do conterebbe: Secondo le versione dei settanta, anni 7345 Secondo il testo samaritano > 6180 > 5879 Secondo la vulgata La teologia indiana ci offre dei cal coli assai diversi. Secondo il Riga-Veda il mondo deve durare 12,000 anni, ma un' altra versione fa durare il giorno di Brama corrispondente a quello del mondo 4,320,000 anni, divisi in quat tro età, l'ultima della quale, quella in cui viviamo, dura da oltre 432,000 an ni, e dovrà finire quando l'ultimo quar to di virtù, che ancora esiste sulla ter ra, sarà finito. Il cristianesimo fa correre più ra pidamente il mondo allasua fine. Gesú aveva promessodivenire nella gloria del padre suo, co' suoi angeli a giudicare i vivi ed i morti. E que' mille anni fu rono variamente valutati, finchè verso la metà del decimosecolo,Bernardo da Turingia, predicò che la finale catastrofe sarebbe avvenuta al cominciare dell'an no 1000. E i ricchi donativi fatti alla Pochi anni dopo, nel 1198, si sparse di nuovo la voce della prossima fine del mondo, non già col mezzo dei fe nonemi celesti, ma per la nascita del l'Anticristo in Babilonia alla quale do vera seguire la distruzione del genere umano. Nel principio del secolo decimo quarto, l'alchimista Arnaldo da Villano, annunciò l'avvenimento per l'anno 1335; e nel suo trattato De sigillis applicò l'influenza degli astri all' alchimia, e sponendo tutte le formole misteriose che dovevano essere atte a scongiurare i demoni. San Vincenzo Ferreri, da fa moso predicatore spagnuolo quale egli era, fissò al mondo tanti anni di esi chiesa in quel torno di tempo, e i te stamenti fatti colla formola appropi quante fine mundi, provano il grande impegno che mettevano i ricchi per ri conciliarsi con Dio, e per presentarsi con qualche merito al di lui giudizio. strutta in quell'anno stesso. Sul qual stenza, quanti sono i versetti che si contano nel Salterio, cioè 2537. Il secolodecimosesto produsse il mag gior numero di predizioni su la diştru zione del genere umano. Nel 1584 il famoso astrologo Leo vizio predisse che la terra sarebbé di Ma passò l'anno mille senzacataclismi, ela fine del mondo fu rimessa all' an no 1033, perciochè fu detto allora che i mille anni non dovevano contarsi dal l'anno primo dell' era volgare, ma da quello della morte del Salvatore, che aveva incatenato > ricchiti a buon mercato. La disdetta toccata aqueste profezie, non sgomen tò il loro autore, chè anzi lo Stoffler, insieme al famoso Regiomontano, pre disse di nuovo la fine del mondo per l'anno 1588, senza che il mondo mo strasse di darsi alcunpensierodi quella | recchie, così riassunte da E. Diamilla predizione. Ma lasciamo queste sciocche predi zioni, tristi avanzi dei tempi d'ignoran za, e vediamo ciò che nel campo della scienza può, in via d'ipotesi, logicamente argomentarsi sul fine ultimo del nostro mondo. Le ipotesi finora fatte sono pa Però una stella sconosciuta erasi accesa improvvisamente nel 1572 nella costellazione di Cassiope, sfolgorante di tanta luce da rendersi visibile in pien meriggio. E gli astrologhi divulgarono essere dessa la famosa Stella dei Magi, ritornata ad annunciare l'ultima venuta di Cristo, che non si lasciò vedere. Nuove predizioni sulla fine del mon dofurono fatte nei secoli XVII e XVIII, e, ciò che non parrà credibile, anche nel secolo nostro le predizioni conti nuarono. Ènota all'universale la predizione di Salmard Montfort pubblicata nel 1826, laquale concedeva alla terra soli dieci anni di esistenza. La signora di Krüdner; la donna mistica della Santa alleanza, l' amica dell' imperatore Alessandro, profetizzò laruina del nostro pianeta pel giorno 13 gennaio 1819; e sette anni dopo Sal mard Montfort prediceva la distruzione della terra per l'anno 1836. Nel 1840, un prete francese, Pierre Louis, dedicò a Gregorio XVI un com mentario dell' Apocalisse, che stabiliva la fine dei secoli per l'anno 1900. E la ragione era questa: Muller. Buffon aveva calcolato che la terra per raffreddarsi e ridursi alla sua tem peratura attuale, aveva dovuto impie gare 74,831 anni, e che l'umanitá po trebbe vivere ancora 93,291 anni prima che la temperatura della superficie ter restre si rendesse tanto freddadaestin guere la vita. Ma quando si conobbe che il calorico interno del globo non ha nessuna influenza alla superficie, e che la vita terrestre dipende esclusiva mente dal sole, il calcolo di Buffon fu trascurato. Una seconda ipotesi, fondata eziandio sul raffreddamento della terra, suppone che quando la sua temperatura sarà divenuta eguale a quelladel ghiaccio, il suolo si spaccherà come quello della luna, e l'ultimo avanzo d'aria e d'acс qua si fisserà in quelle caverne, ove gli uomini potranno trovare un rifugio, fin chè l'aria e l'acquanonsiperderanno in modo definitivo. Ma poichè la terra èquarantanove volte più grossa della luna, dovrà vivere 49 volte di più. Un' altra ipotesi, la più antica fra tutte, è quella che prevede la fine del mondocolfuoco. Questa teoria risale ai tempi di Zoroastro, degli Ebrei, e dei padri della Chiesa. La superficie del nessuna delle quali ha ottenuta l'universalità. MONTESQUIEU nella calma delle passioni egli potè con servare quella moderazione nei desideri Famaraviglia che opinioni si poco ortodosse abbiano potuto stamparsi e diffondersi in un secolo in cui la tor- | che rendono la vita piacevole a se, e tura e l'inquisizione erano le forme or dinarie del procedimento giudiziario ; manondimentichiamo che Montaigne, come disse Rousseau, dormiva fra due guanciali: quello del dubbio da una parte, e dall'altra quello del domma che riposa sopra l' autorità infallibile della Chiesa. agli altri gioconda. Nel 1721 egli mandò alle stampe sotto il segreto dell'anonimo le Lettere Persiane, romanzo che a' suoi tempi ottenne grandissima voga, e me ritò molta rinomanza al suo autore. Parlando di queste lettere, il celebre d' Alembert scriveva: « La pittura dei costumi orientali, reali o supposti che siano, non è che la minima parte di questo scritto. Per così dire, l' Oriente non è altro che il pretestoperfare una sottilissima satira dei costumi nostri. » E in realtà, per quei tempi, le lettere persiane potevano parere arditissime, inquantochè Montesquieu chiaramente scriveva che il papa è unvecchio idolo Montano Eretico nato in Ardban nella Frigia. Con le convulsioni e i con torcimenti soliti nei profeti, pretese di essere inviato da Gesù Cristo per puri ficare i costumi e riformare la morale. Negava la potestà della Chiesa nell'as solvere i grandi delitti; voleva che, non una, ma tre quaresime si osservassero con digiuni straordinari e due settimane | che s'incensa perabitudine (lettera 29); di Xerofagia, nelle quali sidoveva aste nersi, oltre dallecarni, da ogni cosa che avesse succo; le seconde nozzeconsiderò siccome adultere ; e il sottrarsi alla per secuzione dichiarò delitto. Due donne, Priscilla e Massimilla, lo seguirono e profetarono con lui. O maligni o matti ch'essi fossero, non mancarono però di seguaci ; aCostantinopoli stabilirono una setta, e si spinsero fin nell'Affrica, ove acquistarono al loro partito uno dei più famosi padri della Chiesa, Tertulliano. Se tutti praticassero le austerità imposte da Montano è lecito dubitare: tutti lo avevano in grande venerazione, lo cre devano inspirato dalParacleto e perciò dicevano che le sentenze di lui supe ravano in sapienza le stesse massime che allorquando Iddio mise Adamo nel paradiso terrestre col divieto di man giare un certo frutto, gli impose un precetto che era assurdo per un essere che conosceva la futura determinazione delle anime (lettera 59); eche il papa al postutto è un mago ilquale vuol far credere che tre nonsonoche uno, e che il pane non è pane. » Fu in grazia di questo libro che la elezione di Monte squieu all'Accademia francese fu viva mente combattuta dal cardinale Fleury, il quale in nome del renon vi consenti infine senza molte sollecitazioni. Dopo unlungo viaggio nei varipaesi d'Europa, tornato inFranciasi accinse ascrivere lo Spirito delle leggi, libro profondo di di Gesù. Montesquieu ( Carlo di Secon dat barone di) Nacque a Bordeaux nel l'anno 1689 da ricca e nobile famiglia, Nel 1716 fu nominato presidente per scienza e pregevolissimoper le congni zioni storiche, sebbene non tutti i principi propugnati possanodirsi egualmenteveri. Egli vi riconosce le leggi di Dio e quelle della natura, e confutando Hob bes pretende che i selvaggi, anzichè petuo delparlamento di Bordeaux e poi | combattersi, si uniscono in prima per eletto membro dell'Accademia poco pri ma fondata in quella città. Per suapro pria confessione, Montesquieu fu uno degli uomini più felici che mai siano e sistiti: nè invidia, nè gelosia vennero mai a tormentare la sua ambizione, e adempiere alla legge naturale della so ciabilità. Ma avrebbe detto più giusta mente che i selvaggi si uniscono e si combattono al tempo stesso, poichè quest'unione ha per movente il solo in teresse momentaneo e si risolve in aperta guerra tosto che cessa questo intero in ogni parte del corpo, poichè interesse (v. MORALE). In fatto di reli- cid varrebbe adire che la parte è e gione lo Spirito delle leggi, pubblicato | guale al tutto; pure occorreva aMorus da Montesquieu in età avanzata assai, non è tale che possa far credere che l'autore avesse modificate notevolmente le sue idee. Crede che il cristianesimo di stabilire che lo spirito esisteva in qualche luogo, e per ciò fare invento due estensioni, l'una materiale ed este riore, l'altra spirituale, interiore; la pri ma, come direbbe Kant, estensiva, la seconda intensiva. Create le parole, non sia religione adatta all'Asia, e di sapprova lo zelo dei missionari che vanno predicando lafede nell'Oriente, e nella Cina per costringere i popoli a cambiare lareligione. Combattendo l'in tolleranza del suo tempo, egli scriveva questa massima memorabile, la quale | speculativi di credere che le parole da parve aMore di aver creata la cosa, e poichè le parole eran diverse, credette anche che diverso dovesse esserne il significato, poichè è abito de' filosofi fu una delle accuse che la facoltà di teologia mosse contro al suo libro: Con viene onorar Dio e non vendicarlo mai. Nonostante queste disposizioni della sua mente, dicesi che Montesquieu sia morto riconciliato colla Chiesa. Tanto almeno affermò il padre Routh, gesuita, in una lettera al nunzio del papa a Parigi, nella quale afferma che l'incredulo si è a lui confessato abiurando tutti i suoi errori. Ma di queste ed altre abiura zioni è sempre lecito dubitare, non a vendo esse altrotestimonio che la troppo interessata coscienza dei signori con fessori. More (Enrico) in latino Morus. Nacque a Gutham nel Lincolnshire il 12 ottobre 1614 efu unodei propugna tori della scuola platonica in Inghilter ra. Ammetteva che la ragione potesse introdursi anche nella teologia, poichè, aparer suo, nulla vi era nel cristiane simo, chele fosse contrario. Combat teva l'entusiasmo delle turbe, conside randolo giustamente come una malattia contagiosa, mentre d'altro canto am metteva come cose vere tutti i racconti popolari che potessero provare l' esi stenza di un mondo spirituale. Bello è vedere in qual modo egli stabilisca l'e sistenza dello spirito entro il corpo, in tutte le parti del quale diceva che non si può credere che lo spirito sia dif fuso, senza ammettere che come il corpo risulti composto di parti. Nem meno si può credere che lo spirito sia essi inventate esprimano veramente le cose come sono. Moro (Tommaso) Nacque aLondra , studio all'università d' Oxford e fu presto elevato alla dignità di Gran Cancelliere da Enrico VIII, carica nella quale durò due annisoltanto,dopo iquali si ritirò in una sua villa e Chelsea. Ma sopraggiunta la rivoluzione religiosa in seguito all' affare del divorzio, rifiuto di giurare per la supremazia religiosa del príncipe, che sottraevasi così alla Corte di Roma, fu rinchiuso nella Tor re e, persistendo nelle sue convinzioni cattoliche, fu mandato al patibolo. È strano che un uomo di convin zioni così fermamente cattoliche abbia scritta ' Utopia; ma ricordiamo che questo libro, fatto nella sua gioventú, comparve nel 1516 aLovanio in latino, col titolo: Del migliore degli stati pos sibili, e dell'isola d'Utopia nuovamente scoperta (De optimo reipublicæ statu, deque nova insula Utopia). In questo libro che fu tradotto in tutte le lingue d'Europa, Moro descrive un'isola imagi naria, nella quale la comunità dei beni coesiste col matrimonio e colla famiglia. Il principe è eletto avita; il divorzio con cesso solo neicasi di adulterio; le città hanno ciascuna una religione di propria scielta, e la tolleranza è generale. Il governo d'Utopia riposa su queste tre basi: assoluta divisione dei beni edei mali fra i cittadini amore fermo e MORALE 91 universale della pace- disprezzo del- | riti sono cost differenti e d'altronde le l'oro e dell'argento. Ho vergogna di ceva Moro, di non poter dire con pre cisione in qual mare sia situata l'isola di cui parlo ». E Budée scri veva: Aforza d'informazioni, ho scoperto che l'Utopia è situata al di là dei li miti del mondo conosciuto ». Morale. Lamorale è ilfondamento dell'etica. Essa è la regola dei costumi e per essa si stabilisce l'ordine mediante il quale gli uomini viventi in società sono condotti a godere, senza contrasti religioni stesse cost ben st accordano nel condannarsi vicendevolmente, che non si ha bisogno inquesto caso,d'altra testi monianza che di quella che esse mede sime spontaneamente ci forniscono le une contro le altre. Ma anche trala sciando la parte cerimoniale, eoccupan doci di quelle sole massime le quali sono date come regola dei costumi, le contrarietà che si notano fra i vari co mandamenti ofraessie le prescrizioni del laciviltànostra, sono tali e tante, damet morale, in un gran brutto impiccio. Po e senza lotte, la maggior felicità possiter l'uomo che va intracciadi una sana bile. Determinare i doveri ed i diritti, acciocchè gli atti nocivi agli individui o alla società siano impediti, eincorag giati invece quelli che ridondano a van taggio dell' umano consorzio, è dunque ufficio della morale. Sotto questo rap porto si può dire che la morale di un chi esempi basteranno aconvincerci. Prendasi il Codice di Manou, se non il più antico, certo uno de' più antichi codici sacriche siconoscono. Ivi si legge popolo è la più esattamisura della sua civiltá. Intorno aquesti principii che sem brano tanto ovvii, non tutti però si ac cordano; e perdurano ancoracerte scuole filosofiche le quali si ostinano a dare alla morale ben altro fondamento. II maggior numero si accorda ancora con la teologia, e ammette tra la religione 1 che il bramano venendo al mondo è collocato innanzi a tutti sopra la terra, sovrano signore di tutti gli esseri..... Tutto quanto il mondo racchiude è, in certaguisa, sua proprietà. Questo santo uomo ha tutti i diritti ed assai pochi doveri, fuori di quelli religiosi. 11 Kchatrya lo difen de, il Vaicya lavora per lui. Se la sua donna gli è infedelé, il re la faccia di vorare dai cani sopra una piazza pub blica assai frequentata. Egli condanni l'adultera ed il suo complice ad essere bruciati sopra un letto di ferro arroventato In ricambio convien essere pieni d' indulgenza per le sue piccole imperfezioni, dappoichè per essere bra ela morale una così intima unione, da non permettere che questa si separi da quella senza distruggerla; epperò le a zioni degli uomini vuole che siano o non siano morali in quanto si confor mano aiprecetti religiosi. Hanno costoro lapretesa, comune del resto a tutti gli altri, che la morale è unica ed univer- | mani non si cessadi esseruomini. « Se sale, propria, cioè, di tutti gli uomini e di tutti i tempi, e non si accorgono che così affermando pronunciano lapro pria condanna. Imperocché i principii morali d'ogni religione son cosi diversi fra di loro, e bene spesso così opposti, che il volerli conciliare insieme è im presa, nonchè da tentarsi, neppur da (Lib. XI vers. 130 o 131). Conmaggior ragione ilbramano ha il diritto di obbligare il soudra, « che > (Lib. VIII vers. 13). Se meglio gli ag grada può derubarlo con tutta pace di coscienza, così dice il codice (Lib. VIII verso 417). Che se il Soudra, que sto essere infame, prodotto dalla parte inferiore di Brama,ha poi l'audacia di dare dei consigli al bramano, un terri bile castigo gli è riservato. « Il re gli faccia versare dell' olio bollente nella bocca e nelle orecchie. (Lib. VIII. verso 299). Se egli ha l' audacia di prendere costituire agli occhi di Manou lagra vezza del delitto e che solo espone alla punizione. « Il Dawdja, dice il codice, posto allato ai gloriosi bramani, deve > (Ecclesiaste) Il divieto di colpire il figlio per lecolpe del padre. (Deut) è degno di nota; ma è però singolare che lo stesso Pentateuco in altri passi contra sti il merito di questa disposizione le gislativa, rappresentando la divinità co me disposta acolpire l'iniquitàdei padri sui figli sino alla decima generazione, e imponga una pena,allora infamante, ai bastardi. (Deut.) Fragli altri popoli dell' antichitànon sarebbe difficile trovare esempi nume rosi di morale depravata, secondo le nostre idee. Di eid che pensassero gli antichi intorno alla continenza e alla lussuria si è lungamente discorso in questo Dizionario all' articolo AMORE, dove si vedranno donne offerenti nel dei, ed uomini deliranti, che si re cidono le parti genitaliperguadagnarsi il paradiso. Di sacrifici umani per pla care la collera degli Dei son piene le cronache antiche, e non si può affer mare con sicurezza che ancor non si rinnovino tuttodi in qualche lontana parte della terra. Per lo meno, il signor de Varigny ci assicura che nelle isole Sandwich lamemoriadi queste ecatom be di vittime umane immolate sull'altare degli Dei, è viva ancora nelle tradi zioni di quei popoli, fortunatamente or mai incamminate sulla via della civiltà (Viaggio alle isole Sandwich) Tali sono i risultati della universa lità della morale religiosa. Ma vi è una certa classe di filosofi, i quali non vo lendo assumere la responsabilità delle contraddizioni teologiche, e riconoscendo che una separazione tra i dommi reli giosi ed i morali è necessaria, respin gono l'appoggio che spontaneamente offre a loro la Chiesa, e fondano ad drittura l'ordine morale o sopra Dio, come facevavano i deisti del secolo pas sato, o sopra certi principii metafisici nei quali l' oscurità è un carattere pre dominante. Gli uni e gli altri press' a poco ragionano all' istensamaniera, poi chè suppongono che, non già nella re ligione, ma nella stessa natura umana siano i caratteri ingeniti, indelebili della morale. Se non che i primi ammettono che questo carattere, o questa intuizio nemorale, sianostati impressı da Dio al l'uomo siccome facoltà innata; gli al tri l'origine non curano e, come fa cevano gli scrittori della Morale Indi pendente, si occupano del fatto che tro vano, senza cercare, del come sia av venuto. « La nozione del dovere, dice De Gerando, è una nozione semplice, primitiva, che non può definirsi, colla decomposizione in altri elementi, ma si affaccia alla riflessione quando interroga i fatti intimi della coscienza. La legge morale è obbligatoriaper se stes sa, è riconosciuta e applicata dalla ra T 96 MORALE gione; e riscontra nella coscienza una facoltà, un senso speciale, che può, a buon diritto, essere chiamato il senso morale». In tal manieracome giàBaum garten ebbe l' infelice idea di trovare un senso speciale per l' estetica, De Gerando ne trova un' altro per la mo rale. Ma sappiamo oramai quanto val gono questi sensi speciali con cui alcu ni filosofi troppo corrivi sogliono in realtà occultare le loro nebulose teorie, non possibili a concepirsi coi sensi veri. Confesso che creando sensi nuovi, facile fondamento si dà a qualsivoglia teoria, per strana ch' ella sia; ma il vantaggio èdi poco momento, poichè la vera dif immagin AC ficoltà non consiste nel creare cotesti sensi, ma sì nel provare che essi esisto no veramente. Ma quando coi cinque sensi che possediomo, e che la fisiolo logia solo riconosce; quando colle no stre passioni possiamo spiegare i feno meni che sembrano più ribelli agli ar gomenti della scuola spiritualistica, non vedo proprio qual necessità ci siadi in ventare o di supporre nuovi sensi o nuove facoltà, che sempre mancano di banditi delle caverne e fra le associa zioni dei più grandi scellerati; dimodo chè coloro che sembrano avere rinun ciato ad ogni carattere d'uomo, sono fedeli gli uni agli altri e osservano fra loro le regole della giustizia. lo am metto che i banditi usino così fra di loro, ma nego che ciò avvenga incon siderazione delle regole di giustizia e pei principii innati che sono impressi nella loro anima. Essi osservano que sti principii soltanto come una regola di convenienza assolutamente necessa ria per conservare la loro associazione. La giustizia e la verità sono i vincoli necessari d'ogni associazione d' uomini, ed è per questo che i banditi e i ladri sono obbligati di osservare la fedeltà, e qualche regola di giustizia fra di loro; senza di che essi nonpotrebbero vivere insieme. Si dirà forse che la con dotta dei briganti é contraria alle loro cognizioni, e che essi approvano tacita mente nella loro anima, ciò che smen tiscono colle azioni. Rispondo prima mente che ho sempre credutochenonsi potesse meglioconoscereil pensiero degli dimostrazione. Or, De Gerando non si è curato di ciò cha prima di lui con tanta evidenza aveva detto la scuola sensualistica. Im perocchè Locke avesse già discussa e sciolta quest'ardua questione. Ecco cosa scriveva il filosofo inglese. Per sape re se vi sia qualche principio dimorale nel quale tutti gli uomini convengono, io mi richiamo a tutti coloro ch'hanno qualche conoscenza della storia del ge nere umano, e che hanno, percosì dire, perduto di vistailcampaniledel lorovil laggio.Mi dicanoessi ove si trovi questa verità pratica che sia universalmente riconosciuta, come dovrebbe essere se fosse innata? (e sarebbe innata se un senso speciale fosse stato dato all'uomo per percepirla). La giustizia e l'osser vanza dei contratti par che siail punto sul quale gli uomini si accordano per dare il loro consenso. É un principio, per quanto si dice, accolto perfino dai uomini che dalle loro azioni. Se la natura si è data la pena di imprimere nell'anima nostra dei principii pratici, certo dev'essere stato affinchè essi siano messi in opera; e per conseguenza de vono produrre delle azioni conformi, e non già un semplice consenso che li faccia ricevere siccome veri. Confesso che la natura ha dato a noi tutti il desiderio di esser felici e una grande avversione per la miseria. Son questi dei principii pratici veramente innati, i quali secondo la destinazione di ogni principio pratico, hanno una continua influenza sulle nostre azioni. .. L'os servanza dei contratti è certamenteuno dei più incontestabili principii di mo rale. Ma se voi domandate a un cri stiano che crede alle ricompense e alle pene future, per qual ragione devesi tenere laparola, vi risponderà: Perchè Dio, arbitro supremo della felicità e della infelicità eterna, ce lo comanda. MORALE Un discepolo di Hobbes dirà: che il pubblico vuole che così si faccia, e che Leviathan punirà i trasgressori. Infine un filosofo pagano avrebbe risposto che il violare lapromessa è cosadisonesta, indegna dell'eccellenza dell'uomo, econ traria alla virtù, la quale inalza la 97 se ne troveràuno solo il quale abbia sufficiente forza per sopportare il bia simo e il disprezzo continuo della so cietà in cui vive. «Si dirà forse che poichè la co scienza ci rimprovera l'infrazione delle regole morali, devesi inferirne che noi natura umana al più alto grado diper fezione possibile. Da questi differenti principii deriva naturalmente lagrande diversità d'opinioni che siincontrano fra gli uomini intorno a certe regole di morale, secondo le differenti specie di felicità a cui tendono. Oltre le leg gi religiose e civili, v'è ancora lalegge di opinione o di riputazione, che ci fa essere morali. È chiaro che i nomi di virtù e di vizio considerati nelle loro applicazioni particolari sono costante mente attribuiti a tali o tali altre a zioni, che in ciascun paese e in ogni società sono reputate onorevoli o ver gognose. Or chiunque si immagina che l'approvazione e il biasimo non siano dei motivi sufficienti per obbligare gli uomini a conformarsi alle opinioni e alle massime di coloro fra i quali vi vono,non parrebbe molto instruitonella storia del genere umano, la maggior parte del quale si governa principal mente, colle leggi della pubblica co stumanza. D'onde risulta che essi pen sano sopra ogni cosa a conservare la stima di coloro che frequentano, senza darsi molta pena per le leggi di Dio o per quelle dei magistrati. Alle pene che sono attribuite all'infrazione delle leggi di Dio, alcuni, e forse il maggior numero, non pensano seriamente; efra coloro che vi pensano, molti sperano di mano inmano che violano queste leggi, che un giorno si riconcilieranno | col loro autore! E quanto alle pene in- | flitte dallo Stato, sperano sempre nel l'impunità. Ma non vi è uomo il quale violando le consuetudini e le opinioni di coloro che frequenta, ed ai quali vuol rendersi accetto, possa evitare la penadella loro censura e del loro dis degno. Sopradieci mila uomini, non ne riconosciamo la giustizia e l'obbligazione. Rispondo che queste regole ci sono insegnate dall'educazione, dalla compagnia che frequentiamo e dai co stumi del paese: e una volta stabilita la persuasione della morale, lacoscien zanon diventa altro che l'opinione che noi abbiamo della rettitudine morale e della perversità delle nostre azioni, secondo i principii appresi. Or se la coscienza fosse una prova dell'esistenza di principii innati, questi principii po trebbero essere opposti gli uni aglial tri, poichè certe persone fanno per principio di coscienza, ciò che altre e vitano di fare per lo stesso motivo. «Si trovano nella Mingrelia, scri veva Charpin citato da Buffon (Op. T. 10 р. 399), delle femmine bellissime, che hanno un'aria maestosa e il porta mento ammirabile, e che spirano dagli occhi una dolcezza che innamora. Por tano un abito simile a quello dellePer siane, sono civili e affettuose, ma per fidissime, e non vi è ribalderia di cui non facciano uso per farsidegli amanti, per conservarli o perderli. Gli uomini hanno similmente molte cattive qualità. Vengono educati al ladrocinio, e in MORALE 99 questo esercizio fanno consistere il loro | favore d'essere sepolti vivi, i figli più impiego, il loro piacere e la loro glo ria. Raccontano con estrema soddisfa zione i loro furti, e vengono perciò lo dati universalmente. L'assassinio, il fur to, la menzogna sono per essi azioni assai belle. Il concubinato, la bigamia, e l'incesto vengono considerati come abitudini virtuose. Gli uni rapiscono le mogli degli altri, prendono senza scru polo la zia, la nipote, e la zia della propria moglie; sposano due o tre don ne in una sola volta, e mantengono quante concubine vogliono. Imariti mo strano pochissima gelosia per le loro mogli; e quando le trovano sul fatto con qualche galante, hanno diritto di obbligarlo a pagare un porco; e nonsi pigliano d'ordinario altra vendetta, e mangiano fra loro tre l'animale. Pre tendonoche siaun costume assai buono elodevolissimo quello di avere molte femmine e concubine, mentre per tal modo si procreano molti figliuoli, che si vendono a denaro contante, o si cam biano con vestimenti e viveri. > L'abbandono dei malati, quello dei parenti troppo vecchi od infermi, è una regoladella maggior partedei selvaggi. Gli Esquimesi si prendono la cura di costruire una tana di ghiaccio nella quale li richiudono ancor viventi; ma i Neo-Caledoni non si danno poi tanta fatica. Scavare unafossa e gettarvi den tro ancor vivi i genitori decrepiti, od i malati tediosi, è un procedere più spe dito e che la morale neo-caledone non condanna. Il paziente d' altronde trova questo trattamento affatto naturale; tal volta anche si prende la briga di sca vare da se stesso la sua fossa, e solo domanda ai suoi parenti il lieve servi zio di un colpo di mazza. (De Rochas Nouvelle Caledonie.) AViti (Lubbock- Les Sauvages modernes d'apres Williams et le capi taine Wilkes ) se accade che i vecchi genitori, sia per dimenticanza, sia per un amore smoderato ed inconveniente della vita, ritardino un po' troppo il o meno dolcemente insinuano loro come sia veramente tempo di farla finita; dopo di che il seppellimento si compie alla piena luce del sole, non senza so lenizzare lacerimoniaconunbanchetto, al quale sono convitati i membri della famiglia ed i genitori stessi. I mede simi Vitiani, allorquando muore un personaggio di qualche importanza, han no l'abitudine di seppellire con lui le sue donne predilette e qualche schiava, che hanno però la cura di sgozzare. Ghiotti oltre ogni diredellacarne umana, questi isolani ingrassano gli schiavi per mangiarli. Talvolta li arrostiscono vivi per divorarli tosto; tal altra aspettano agustare il cadavere fin che abbia rag giunto un certo grado di putrefazione. A Viti ogni pasto officiale deve avere un piatto d'uomo nella sualista, e mol to disdirebbe se ciò non fosse. Tenero come l'uomo morto, è il più grande elogio che si possa fare d'una vivanda qualunque; e perciò la carne umana ha un nome significativo: puabba balava, ossia lungo porco. OgniVitiano chesia ben allevato, fino dalla sua infanzia ha appreso abasto nare la madre sua, e la sua maggiore ambizione è d' arrivare fino ad essere un grande assassino, ad acquistare, per esempio, la meritata considerazione di cui godeva Ra Undre-Undre capo dei Raki-Raki, che potevagloriarsi di aver mangiate novecento persone da solo, senza permettere a chi si fosse di pren dere la sua parte. I Vitiani d' altronde sono intelligenti, assai cerimoniosi, indu striosi e d'una squisita politezza. Nella NuovaCaledonia troviamo dei gusti e dei costumi analoghi. I quaranta o cinquanta mila individui che abitano questa fertile isola, trascorrono la loro vita nello scannarsi reciprocamente, so vente, senza altro motivo che il deside rio d'aggiungere un pezzo d'uomo agli ignami ed alle radici che costituisco no il loro abituale nutrimento. Di so lito è una tribù vicina che fornisce 100 MORALE il miglior piatto delbanchetto, ma tut tavolta non è raro di vedere un capo invitare gli amici a mangiare qualche duno de'suoi servi. All' infuori del pa ziente, tutti trovano che è questa una pratica assai semplice,legittima, ed an che gloriosa per il principe. Un capo della tribù di Heinguène chiamato Bou rano messi a morte dai loro genitori. Bougainville nel suo Viaggio intorno al mondo, così parla della sua perma nenza all'isola di Taiti. Ogni giorno, > Acciajo > Piombo> 12 Carta 13 Cartone> 14 14 Crine 15 Vermiglio Paglia 16 15 Biondo . ecc . Bronzo . > Nove Dieci 11 Fante 12 Dama Re . ecc Leone 12 Anna . ecc PAESI OGGETTI Italia Alfonso Fazzoletto Spagna Temperino Svizzera Camillo Inghilterra Francia Berta Moneta Elisa Ciondolo Ventaglio Alberto Occhiali Anello Adriana Chiave 11 Suggello Catena . ecc Germania Prussia Russia Turchia Belgio . ecc MAGNETISMO ecc ecc 136 MAGNETISMO ANIMALE Per meglio intendere la cosa, fac ciamo un breve esperimento. Noi siamo in una brigata di parecchie per sone delle quali conosciamo perfetta-- mente il nome, ed a cui abbiamo già fatto riferire un numero per distinguer le. Dopo brevi passi magnetici, la no stra sonnambola sbadiglia alcun poco, socchiude gli occhi e ci fa la grazia di addormentarsi. In questo esperimento si può bendare gli occhi alla sonnam bola, sebbene d' ordinario i magnetiz zatori non si prendano questa briga. Ma essi agiscono con una chiave più complicata, anche con segni non vocali, come più innanzi vedremo, e la son nambola ha allora bisogno degli occhi. Dopo aver reclamato dall' adunanza il silenzio e la fede, perchè non sia stur bata l'efficaciadel fluido, incominciamo l'azione. D. Vi sentite in istato di completa lucidità? R. Mi pare di poter soddisfare al vostro desiderio, tuttochè mi senta abdiglia alcun poco, socchiude gli occhi e ci fa la grazia di addormentarsi. In questo esperimento si può bendare gli occhi alla sonnam bola, sebbene d' ordinario i magnetiz zatori non si prendano questa briga. Ma essi agiscono con una chiave più complicata, anche con segni non vocali, come più innanzi vedremo, e la son nambola ha allora bisogno degli occhi. Dopo aver reclamato dall' adunanza il silenzio e la fede, perchè non sia stur bata l'efficaciadel fluido, incominciamo l'azione. D. Vi sentite in istato di completa lucidità? R. Mi pare di poter soddisfare al vostro desiderio, tuttochè mi senta abbattuta. Vi prego perciò di non affati carmi troppo. D. Terrò conto della vostra racco mandazione. Intanto VEDIAMO se sapreste dirmi il colore di questo oggetto ? R. È bianco. D. GUARDATE qual' è la sua forma. R. Quadrata. R. Elisa. D. ORA ditemi qual mano vi ha mo strato R. La sinistra. D. GUARDATE quante dita ella alza. R. Quattro. D. E ADESSO quante ? R. Soltanto due. D. VEDIAMO che forma ha l' oggetto che tiene in mano Camillo. R. Rotondo. D. POTRESTE voi dirmi che cosa sia? R. Una moneta. D. INDICATENE il metallo. R. D' argento. D GUARDATE bene in qual paese fu coniata. R. In Inghilterra. D. POTRESTE dirmi a qualmano Elisa ha posto l' anello che poc' anzi vi ha mostrato? R. Alla sinistra. D. VEDETE a qual dito. R. Al pollice. D. ADESSO ditemi a qual falangedel pollice. R. Alla seconda. D. DESIGNATE la persona che mi ha dato un libro. R.Alberto. D. VEDIAMO- ORA- PER FAVORE a qual pagina io apro il libro. R. Alla pagina 190. D. GUARDATE-ADESSO quest' altra pa D. ORA ditemi quale oggetto ha in gina. mano Camillo. R. Un anello. R. Ad Elisa. R. É la pagina 42. D. Vi sentite abbastanza lucida per D. INDICATE a chi appartiene l'anello. leggere? R. Ohimè! vi ho già detto ch' era D. PROCURATE di sapermidire a chi abbattuta. Di grazia, non vogliate dun Camillo lo ha consegnato. R. A Giorgetta. D. ADESSO ditemi con qual mano Giorgetta lo ha preso. R. Colla destra. que stancarmi troppo. D. Eppure bisogna che questi si gnori abbiano un saggio della vostra chiaroveggenza ... Lo voglio! R. Concedete almeno che legga una sola lettera per volta D. VEDETE ADESSO di che cosaè l'og getto sul quale essa pone quell'anello ? | questo esperimento mi affatica. ... R. Lo vedo è di carta. D. INDICATE lapersonache vi mostra una delle sue mani. sapete che D. Sia. NOMINATE la prima lettera di questa parola. R. (Dopo alquanto spasimo) è un C. MAGNETISMO ANIMALE D. VEDIAMO la seconda. R. È un A. D. VEDIAMO PROCURATE di dirmi la 137 Unbravo magnetizzatore ha bisogno di comunicare il pensiero senz'uopo di ri petere sempre le domande sopra una terza. R. È unR. chiave troppo limitata e che a lungo andare potrebbe essere avvertita; e D. VEDIAMO ancora, GUARDATE I' ul- prestigiatori Castagnola e Sisti che si tima. R. È un O. D. Benissimo. Tutti possono vedere che qui è scritta la parola Caro. Ma basta per la lettura. Passiamo ad altro esperimento. PROCURATE di dirmi quante carte ho in mano. R. Sette. D. VEDETE chi me ne prende una? R. ÉAlfonso. D. NOMINATE questa carta. R. É il tre. D. BENE. E quale? R. Il tre di picche. D. (agli spettatori). Ora io debbo incaricarono di sbugiardare il magneti smo, produssero con un semplice giuoco di memnotica, fenomeni tali di trasmis sione di pensiero, da rendere attoniti e increduli gli stessi spettatori. Il lato mirabile del giuoco, è quello di indovinare il nome e l'uso e la for madi quei piccoli oggetti chegli spet tatori, d'ordinario, presentano in simili circostanze, e di indovinare sopratutto senza uopo, per parte del magnetizza tore, di dovere ad ogni volta variare la domanda. Al caso si può provvedere in due modi: coi segni, o colla voce; ma me chiamare l' attenzione sopra un esperi- glio ancora con gli uni e con gli altri mento difficile e che non potrebbe rin novarsi spesso senza molto affaticare il soggetto. La mia sonnambola leggerà un numero in cifre ... Chi avrebbe la compiacenza di scriverlo sopra que sta carta? ... la signora Benis simo ( alla sonnambola ) VEDIAMO, PO ... TRESTE- ORA PER FAVORE INDICARE la cifra che la signora ha scritto su questa carta? R.(Dopoqualche sforzo) sono stanca, non lo posso. D. Eppure lo voglio! R. È il numero 15,906. Come ognunvede, il giuoco si riduce aben poca cosa, ad un artificio sem plice, ed è davvero gran motivo di me raviglia che a cose tante dozzinali pre stino ancor fede gran parte degli uo mini. Egli è pur forzaconvincersi, dopo un certo numero di esperimenti, che tutti i fenomeni di magnetismo si ridu cono a questo segreto. Veramente, la tavola memnotica può essere cambiata all'infinito. Quella che io ho dataè, co medissi, elementare, e l'esperimento con essa non potrebbe impunemente ripe tersi senza pericolo d' essere scoperti. insieme. Tutto l'arcano sta sempre nel creare nuovi segni, o vocali o mimici, che sieno abbastanza impercettibili per sfuggire al più attento osservatore, e questi poi non sono tanto difficili a for marsi, come può parere aprimagiunta. Una vocale accentuata, una consonante raddoppiata, un articolo premesso alla domanda, bastano per dare un nuovo numero. Un prestigiatore trasmetteva alla consorte il nome di un oggetto, senza che apparentemente mai cangiasse il genere della domanda. All' altro oggetto!- Tali erano le sole parole che invariabilmente accompagnavano la sua interrogazione. Ma quanti modi e quante forme non ha la voce per pro nunciare una stessa parola? Infatti, per il solo artificio della lingua, voi potete dare a questa semplice domanda dieci diversi significati, rappresentauti le disci cifre, dalla cui combinazione possono nascere tutti i numeri possibili. Ν. Ι. L'altro oggetto Dell' altro oggetto All' altro oggetto O l'altro oggetto «2. «3. «4. 1 MAGNETISMO ANIMALE Ed eccovi già, con unasemplice de clinazione, quasi quattro numeri. Non occorre dire che gli articoli premessi, si pronunciano rapidamente, quasi fossero errori di lingua. Il quintonumero lo si può comporre, per esempio, pronun ciando la rdella parola altro, col suono francese, e per gli altri cinque, neces sari a comporre la decina, si raddoppia la voce e si accentuano le sillabe. Con questo mezzo voi trasmettete una sola cifra, ma la combinazione dellaseconda cifra può farsi con un altro alfabeto tutto mimico. L'essere voltato a destra piuttosto che asinistra, l'alzata dell'una piuttosto che dell'altra mano, son tutti segui che sfuggono all'osservazione de gli spettatori, ma che servono assai bene alla sonnambula. Questa, infatti, ha già studiato amemoria unaspeciale nomen clatura per la quale, al nome di ciascun oggetto corrisponde un numero. E per chè il linguaggio dei segni non riesca di soverchio intralciato per dover ri correre alla composizione di più nume ri, giova assai che i numeri siano di visi in parecchie tavole. Sicchè, il nu mero che, acagiond'esempio,viendato colla voce si intenderà corrispondere, poniamo, alla tavolaA, e quel che vien dato col segno s'intenderà riferirsi al numero speciale di quella tavola, equindi al nomeche aquelposto vi si trova in scritto. Del resto, molti sono i mezzi per comunicare il pensiero, ed è sem pre utile il comporre alfabeti di due o tre sorta, pernon lasciarsi cogliere alla sprovvista. Un magnetizzatore comuni cava il pensiero senza parola e senza gesti: si poneva dietro alla sonnambola ecolle braccia tese le inviavailpotente suo fluido, sbuffando come un-mantice. Chi avrebbe mai sospettato che egli aveva composto un alfabeto sul sem plice modo della sua respirazione? Per chi dunque voglia sinceramente che l'osservatore siadotato diuna certa penetrazione delle cose,diuna provata esperienza e che sopratutto si trovi li bero da quegli impacci sociali,daquelle deferenze, che d' ordinario in una riu nione di persone impediscono di dubi tare di tutto e di tutti, di non accredi tar fede all' altrui parola, di voler ve dere e toccare con mano ogni cosa, di variare l'ordine degli esperimenti e di volerli riprodotti in diverse circostanze. Le arti dei magnetizzatori sonomolte e varie e perciò la regolasicuraper isco prirle deveemergere, asecondadei casi, dalla prontezza ed accortezza dell'osser vatore. Importanotareche ifenomenidel sonno, della catalessi, dell' insensibilità periferica dell' epidermide, del rallenta mento del polso e simili, non debbono mai considerarsi come prove valide nella questione. L'esercizio può produrre una tensione de'nervi superiore all' ordina naria, e la semplice volontà di tendere con forza i muscoli del braccio, può rallentare la circolazione di quel mem bro. Talora anche si ricorre ad un cinto di gomma elastica che circonda il brac cio sotto l'ascella, il quale con un semplice movimento stringe le vene e toglie il libero corso alla circolazione. Io stesso sono riuscito con una gran tensione dei muscoli e rallentando, per quanto è possibile il respiro, a modifi care, se non a sopprimere del tutto, la pulsazione di un braccio. Fra-i fenomeni prodottidai magne tizzatori ve n'è uno che maggiormente impone al pubblico, e che i magnetiz zatori tengono in serbo siccome l'espe rimento più adatto aridurre al silenzio l'incredulità. Sanno tutti che voglio parlare della perforazione del braccio. I magnetizza tori sogliono in codesto caso trapassare il braccio del supposto magnetizzato con un lungo spillo d'oro, senza che il paziente dia pur segno d' avvedersene, e, cosa ammirabile, quand'eglino estrag gono dal foro quello spillo, non una e senza idee preconcette esaminare i così detti fenomeni del magnetismo a nimale, la buona volontà, se ne accer tino pure i lettori, non basta. Bisogna | goccia di sangue escedalla ferita. Il pubblico che d'ordinario non sa come si faccia quell' esperimento, ne resta fortemente impressionato; le si gnore si coprono gli occhi per non ve derlo,e semai vigettanodi sbieco qual che occhiata, ne sono sì commosse, e così leggiadramente atterrite, che guai al malcapitato che in quel momento 139 mentre la gomma tende a distendersi circolarmente intorno alla periferia, l'ago comprime bensì la parte rotonda dek braccio, manon può piegarsi per ab bracciarne tutta lacirconferenza; d'onde quel leggero stiramento della gomma ches'increspa sui puntiestremi d'immer tentasse di disilluderle intorno al ma gnetismo. Comepotranno esse persuadersi che quell' esperimento che riesce sempre, e sempre impone, non è gran fatto dolo roso, come generalmente si crede, eche non occorre poi di essere magnetizzati, nètampoco catalettici per sostenerlode gnamente? Madacchè sono sull'argomento, vo glio pur persuadare i miei lettori, che in tutto cotesto apparato d'insensibilità non vi è cosa alcuna che veramente meriti la loro sorpresa, dacchè il foro non trapassa guari il muscolo del brac cio. Il magnetizzatore prende destre mente tra l'indice e il pollice la pelle dell' avambraccio, latira a sè, in guisa che quel tessuto sommamente elastico corre facilmente dai punti estremi della periferia, al luogo dove ledita lo strin gono, e al tempostesso formando come una piega l' allontanano dal muscolo. Ed èlàdove le dita tengono quel ri piegamento della pelle, il quale non è più grosso di un mezzo centimetro,che il magnetizzatore immerge l'ago da sione e d' emersione. E appunto questo leggero increspamento, che sempre si osserva sulle persone così operate dai magnetizzatori, come purelostudio che questi pongono di volgersi in maniera da non essere veduti dal pubblico nel brevissimo momento in cui fanno de stramente quella operazione, mi con dussero nel convincimento che lo spillo si immerge soltanto nella pelle, corre tra il muscolo e il derma, e se n'esce ancora dalla pelle senza avere offesa alcuna parte sensibile. Cosi spiegata la cosa si capisce subito la ragione per cui da queste ferite, per solito, non e see mai sangue, o una goccia al più. Salvo quei pochi e sottilissimi vasi san guignichesononelderma,nessuna vena resta offesa, e la tensione del braccio che viene alzato e tenuto immobile in una finta calessi, lo spillo lasciato im merso per alcun tempo onde tutti gli spettatori lo vedano e il sangue leg germente e internamente si raggrumi, sono motivi che dovrebbero farci mara vigliare che dalla ferita sortisse sangue, piuttosto che del casoopposto. Non ab biamoforsepiùdi unavoltaincertipaesi veduto ai giovani vitelli e agli agnelli, vivi ancora,tagliare la pelledelle gambe posteriori presso l' unghia, estrarne i tendini e con quelli attaccarli vivi col parte aparte. Quindi, abbandonata la pelle, quella ritorna al suo posto, la piega si distende sopra l' ago e lo co pre quasi interamente,dimanierachè, ad operazione finita, par che l'ago sia pas- | capo abbasso, acciocchè dalla ferita che sato attraverso al braccio. Egli è come se si stringesse fra le dita la manicadi un vestito di gomma elastica. La gom macede, si allontana dal braccio e in quel sottilissimo strato che resta fra le dita si può immergere unospillo. Quindi se la gomma vieneabbandonata, si di stende, comprime lo spillo contro il braccio e là dove sono ifori forma due lor si farà al collo più facilmente ne sgorghi il sangue? Ebbene, spesso ho veduto che da questi tagh, sempre ab bastanza ampi per poterne estrarre i tendini, nonusciva goccia di sangue, o tutt' al più rosseggiavano i margini della ferita; e nel laboratorio fisiologico del prof. Schiff, ho poi provato più di unavolta aforare la pelle di un cane vivo eterizzato senza che laferita, fatta Ita piccole crespe, cagionate dal fatto, che nel modo che si èdetto, accennasse pur anche a rosseggiare. In conclusione, se si pensa che i tessuti vivi trapassati dallo spillo non presentano in com plesso un diametro maggiore di tre o quattro millimetri, si capirà facilmente che il dolore cagionato da quella ope razione deve essere ancora inferiore a quello che si prova nell'innesto del va iuolo; e che perciò non occorre proprio di essere magnetizzati per poterla so stenere senza presentare tracce visibili di esteriore sensazione. Orcotestoesperimento,fatto e rifatto in privato, mi capitò appunto l' occa sione di ripetere in pubblico nell'estate dell'anno 1875, quando una sfida vera mente singolare era stata bandita a Firenze dal magnetizzatore Zanardelli. In quella occasione ho pubblicamente eseguita la perforazione del braccio senza bisogno di ricorrere al magne tismo. Lo spillo d'oro adoperato era lungo bennove centimetri; la distanza fra il puntod'immersione e quello d'on deusciva dalla pelle eradi sei centi metri, sicchè sembrava che il braccio fosse interamente perforato poco al di sopra del suo diametro. Il dolore della ferita, per quanto mi assicurò il prof. Golfarelli, che gentilmente si prestò come paziente, non fu maggiore di quello che potrebbe recare una sem plice puntura cutanea, è dopo l' opera zione, nè nei giorni successivi, ebbe a soffrire il più leggero incomodo. Ben si vede dunque che una operazione fatta in queste condizioni non può gran che spaventare le nostre finte sonnambole, e che se l'amore per laverità può spingere gli uomini onesti a sopportare ben di buon grado il leggero incomodo di quella puntura, l'avidità dell'interesse può renderlo sopportabilissimo a coloro che si fanno credere magnetizzati. Quando isignorimagnetizzatori siano posti in condizioni che escludano ogni possibilità di simulazione o di allucina zione, tosto tutte le meraviglie magne tiche scompajono, e il preteso fluido, nonchè essere inetto a generare lachia roveggenza, è eziandio impotente apro durre qualsiasi apprezzabile effetto. Fu questa conviuzioneche indusse la Società dei Razionalisti di Firenze a pubblicare il seguente concorso ma gnetico: «La Società dei Razionalisti di Fi (Wolf. Ontologia) Io convengo pienamente con Wolf che l'impossibile è nulla; ma sostengo ancora che è nulla anche il possibile, perciocchè ogni possibile che non sia in atto, non esiste ancora, e ciò che non esiste è nulla. Io ho un bel dire che fra una mezz'ora possc sperare di avere riempita questa pagina di fitta scrittura; ma finchè quella scrittura non sia com parsa sulla carta, potrò io dire che qualche cosa esiste? Il possibile è una idea di pura relazione, e si riferisce al fatti anteriori già osservati, che ci in ducono nella possibilità che fatti simili si ripetano ; questa relazione non può dun que esistere senza la cosa a cui si rife risce. È la stessa distinzione che con vien fare per le funzioni in atto e quelle in potenza. Finchè la funzione non si estrinseca e diviene un fatto, non può esistere. Io non posso dire che esista il movimento di una locomotiva ferma, sebbene sia possibile che si muova. So bene che in potenza essa ha questa fa coltà di moto, ma finchè la facoltà non si fa azione, moto non esiste. Concludo che la nozione del possi bile, è nulta anch' essa, come quella dell' impossibile. L'una e l'altra sono dei puri concetti, e come tali esistono subbiettivamente, solamente in quanto ci rappresentano cose o fenomeni che i sensi hanno percepito (possibile) o non hanno mai percepito, e che perciò ri tengono impossibili. Mi pare che Dumarsais definisca i limiti del quesito nel seguente passo del suo Trattato dei Tropi: « Gli og getti reali non sono sempre nella stessa situazione: essi cambiano di luogo, spa riscono, e noi sentiamo realmente que sto cambiamento e questa assenza. Al lora accade in noi un' affezione reale, per la quale sentiamo che non ricevia mo al un'impressione da un oggetto, la cui presenza eccitava in noi effetti sen sibili: da ciò deriva l'idea di assenza, di privazione, di nulla; di modo che, sebbene il nulla sia in se stesso nulla, questo vocabolo denota un' affezione reale dell'intelletto ; cioè un'idea astratta che noi acquistiamo coll'uso della vita, nell'occasione dell'assenza degli oggetti e di tante privazioni che ci recano pia cere o ci affliggono ». Nullismo o Nihilismo. Dot trina dei buddisti, per la quale credono essi che la suprema felicitá sia l'annien tamento del corpo e dello spirito; sorte riservata ai soli beati, i quali cessando di trasmigrare di corpo in corpo perdono lacoscienza di se stessi e si con fondono in Dio (v. BUDDHISMO). rità oggidi perdute ; ma questa opinione non ha altro fondamento che la ten Numero. Ciò che fu detto all'ar ticolo MATEMATICA, deve aver chiarita la ragione per cui facilmente gli uomini siano trascinati ad attribuire ai numeri un valore simbolico che ad essi manca assolutamente. Le operazioni che, gra zie all'aiuto dell' insegnamento tradizio nale, si compiono con grande facilità mediante i numeri, e poi si riconoscono esattamente corrispondenti alla realtà, hanno fatto credere a molti che i nu meri non solamente fossero i simboli dellecose, ma l'essenza delle cose stesse. Di tal novero furono Pittagora e Pla tone, i quali introdussero nella filosofia i simboli numerici, come se fossero per se stessi dei principii propri a spiegare le cose. Dei pregiudizi dei Pittagorici intorno a questo argomento, così parla Aristotile: > (Matt. V 29,30). Nel suo vivo entu siasmo, Origene, interpretando alla let tera questo precetto, si recise le parti genitali. La quale mutilazione fu ap provata da Demetrio suo vescovo. Ma quando il nome e lafamadi Origene lo fecero chiamare a Cesarea per inse gnarvi la scrittura nelle assemblee dei fedeli, Demetrio cominciò ad essergli contrario; e quando i vescovi di Cesa rea edi Alessandria lo ordinaronoprete, Origene nel suo libro contro Celso combattè le accuse che questo filosofo epicureo moveva contro i cristiani; ma il trattato di Celso essendo perduto, nonci resta alcun mezzo per giudicare il fondamento delle accuse, che dalla confutazione dalle citazioni di Ori gene; il quale se abbia sempre citato fedelmente è lecito dubitare vedendo com' egli descriva Celso, così accanito nemico dei cristiani, e al tempo stesso credente nei miracoli di Gesù. Origene mort nel 263 in età di 69 egli disapprovò vivamente quella ordi- anni. Di lui così scrisse S. Gerolamo : nazione, e disse essere Origene irrego lare, avendo commesso un omicidio so pra se stesso. Adund anche un concilio contro Origene a cui fu intimato di « Dopo gli Apostoli 10 considero Ori gene come il grande maestro delle Chiese; l' ignoranza sola potrebbe ne gare tale verità. Io mi caricherei volen uscire d' Alessandria . L' ordinazione vivamente combattuta da una parte e con altrettanto calore sostenuta dai ve scovi di Alessandria e di Cesarea, ca giond molte turbolenze nella Chiesa, e porse occasione a Demetrio di dimo strare gli errori dommatici che quel dottore della Chiesa aveva introdotto nel suo insegnamento. Il Trattato dei principii contiene l'e sposizione delle sue opinioni religiose. Secondo ogni evidenza Origene fu neo platonico. (v. NEOPLATONISMO). Platone è il filosofo antico che ottiene le sue maggiori simpatie, e nella sua filosofia egli trova chiaramente annunciata la Trinità. Le anime senza corpo egli non concepisce; fuor di Dio egli non vede che esseri in relazione colla materia, dotati di corpo. Questo carattere della teologia origenista ci rivela che l' idea tieri delle calunnie di che gravato venne il suo nome, purchè a tale prezzo io potessi avere la sua scienza profonda delle scritture ». Quantunque fatta da un santo e da un padre della Chiesa, non si può dire che questa dichiara zione sia molto ortodossa. Origenisti. Coloro che fondan dosi sugli scritti di Origene, sostene vano che Gesù Cristo è figliuol di Dio soltanto per adozione; che le anime e sistono prima di essere congiunte ai corpi; che i supplizi deidannati avranno unfine, eche i demoni stessi saranno li beratidallepene dell'inferno. Alcuni mo nacid'Egitto e di Palestina professarono queste opinioni, le propugnarono con pertinacia e furono cagione di gravi scompigli nella Chiesa: ma vennero con dannati dal quinto concilio generale te nuto in Costantinopoli l'anno 553, e in OTTIMISMO quellacondanna rimase avvolto lo stesso Origene. Erano allora gli origenisti divisi in due sêtte; ma nell'una e nell'altra pro fessavano tutte le sentenze de'librid'Ori gene. I sostenitori della figliuolanza so 193 della grazia ha stabilito ilprincipio che Dio non può operare che per la sua gloria; d' onde conclude che Dio nel creare il mondo lo ha fatto secondo quell'ordine di cose che era più adatto lamente adottiva di Gesù Cristo asseri vano altresì che nel giorno della risur rezione generale gli Apostoli sarebbero fatti eguali aGesù Cristo; perciò furono denominati isoscristi. Quelli che inse gnavano essere le anime umane esistite innanzi all'unione coicorpi, furono detti protocristi, voce indicante l'opinione che sostenevano. Ignorasi donde sia venuto aquesti il nome di tetraditi o infatuati del numero quattro. Non deesi confondere questo orige nismo con gli errori di un' altra sêtta i cui partigiani vennero chiamati anch'essi origenisti od origeniani da un Origene loro capo, uomo affatto oscuro. Condan navano costoro il matrimonio ed asse rivano che qualunque più enorme atto disonesto non è peccaminoso. I Santi Epifanio ed Agostino che ricordano que sto sozzo origenismo confessano che nessun motivo vi diede il celebre Ori gene, padre della Chiesa, ilquale, come si sa, si tolse da se stesso le parti ge nitali per non cadere in tentazione (v. EUNUCHI). Osservazione.VediEsperimento. Ottimismo. Sistema di chi af ferma che il mondo in cui viviamo è il migliore dei mondi possibili; che Dio stesso, sebbene sia onnipotente, non po trebbe farlo migliore di quel che è, perocchè all'atto della creazione egli ha appunto dovuto dispiegare tutta la sua possanza per produrre opera degna della sua perfezione. Malebranche e Leibnitz furono i principali sostenitori di questo sistema tutto teologico, col quale essi intesero di confutare le obiezioni di Bayle contro la provvidenza e l'unità di Dio, dedotte dall'esistenza del male (v. DUALISMO). Malebranche nei suoi Dialoghi me tafisici e nel trattato Della natura e amettere in evidenza le sue perfezioni. Egli fonda quel suo principio, confron tando il sesto dei Proverbi, (XVI, 4) con le parole di S. Paolo ai Colossesi (I, 16) e ne deduce che Iddio, creando il mondo,nonsolamente ebbe per scopo l'ordine fisico e la bellezza dell' opera, ma l' ordine morale e sovranaturale di cui Gesù Cristo è, per così dire, l'anima ed il principio, e che dispiega ai nostri occhi i divini attributi assai meglio che l'ordine fisico dell' universo: perciò a voler comprendere l' eccellenza dell' o pera di Dio, non bisognaseparare l'una dall' altra queste due considerazioni. > (Ici, N.º 10). (N.° 10). É facile vedersi che qui si ritorna sempre alla solita petizione di principio. Non si esamina se ' imperfezione del mondo non derivi da ciò: che nessuna intelligenza creatrice presiedette alla sua formazione; sibbene si ammette già a priori questa intelligenza, per con cludere che se essa ha scelto il mondo comesi trova, è segno che questo mondo è il miglioredei mondi possibili. Eppure non sarebbe difficile concepire un mondo migliore, ( v. ORDINE E PERFEZIONE ) e alla onnipotenza di Dio non doveva es sere impossibile di farlo. Secondo l'opi nione di Leibnitz, è falso che sul nostro globo la somma dei mali superi quella dei beni. « Il difetto d'attenzione, dice egli, è quello che diminuisce i nostri beni, e bisogna che questa attenzione venga in noi destata da una mescolanza di mali. > egli sostitui quest' altra più precisa e più conforme ai nostri bisogni: > Dalla Grecia il panteismo passò nella filosofia dei romani. Varrone, Plinio il naturalista, i poeti Manilio, Lucano e perfin Virgilio furono accusati di aver partecipato a questa scuola. Virgilio, di cono, ci parla di Giove come padre di tutti gli uomini e di tutti gli Dei; e Cicerone facendosi storico delle dottrine sparse nella sua patria, ci narra che secondo queste dottrine « l' Essere ani mato, ricco di prudenza, e d'intelletto, è stato generato (non creato) inmaniera ineffabile dal Dio supremo ». Alquanto più tardi gli stoici romani abbandonan do il panteismo per generazione, ab bracciarono quello per animazione. Lu cullo e Balbo, secondo Cicerone, eransi dichiarati per il mondo animale ed ani La scuola eleatica è più esplicita. mato; e per il Dio anima del mondo. Senofane considera Dio come Uno e La quale opinione Cicerone confutava PANTEISMO mettendo in bocca all' epicureo Vellejo | sospetti di averlo appoggiato. La sola queste parole: « Il nostro Dio è per lo meno felicissimo; mentre il vostro è so prafatto dalle occupazioni e sfinito. Im perocchè o Dio è il mondo medesimo, e alloraniuna cosa avvi meno tranquilla di questo Dio, obbligato continuamente a rivolgersi intorno all' asse del cielo: questo Dio non potrebbe essere felice, perchè felice non è chi non ètranquillo: ovvero Dio è mescolato al mondo per animarlo e reggerlo, per vegliare al cor so degli astri, coll' occhio sempre vigi lante su tutte le terre e su tutti mari perprocurare il bene e conservare la vita degli uomini, ed allora voi conver rete che questo Dio è schiacciato sotto il peso di tante sollecitudini e di tante no iose cure » (De nat. deor) Nè pure il panteismo pittagorico ap pagava Cicerone, il quale meravigliava che Pittagora ammettendo le anime u mane come tante particelle della divi nità, supponesse implicitamente un Dio capace di soffrire e di essere lacerato abrani. È opinione accreditata che il pan teismo delle scuole greche sia passato anche nella filosofia neoplatonica degli alessandrini. Ma anche di questo pas saggio si hanno pochi indizi; e mag giori induzioni che citazioni. Bayle nel suo Dizionario critico accusa Plotino di essere panteista, perch' egli diceva che ogni cosa pareva non essere infine che una sola sostanza, la quale non ha di visioni, nè differenze che nei nostri con cetti. Noi non ne percepiamo che qual che parte solamente, le quali non po tendo abbracciare nel loro insieme tras formiamo in esseri reali. (Ennead.). Anche B. Constant crede che mal grado la professione di fede deista dei neoplatonici, quell' essere uno, esistente realmente, quell' anima universale con tenente tutte le anime, quella materia creata dalla forma e tutte le altre sot tigliezze di quei filosofi si avvicinano troppo al panteismo perchè non siano differenza, secondo Constant, era nello spirito dell' epoca. Il panteismo che a veva condotto Senofane all' incredulità, conduceva invece i neoplatonici all'en tusiasmo. Anche parecchie sette del cristiane simo furono convinte di professare un panteismo mistico. Sotto il dualismo di Manete, alcuni hanno trovato una ten denza unitaria, per la quale i manichei insegnavano che il mondo è una sola anima che si comunica atutti gli esseri animati; non tutta a tutti come si co munica la voce, ma dividendosi come un' acqua distribuita in diversi canali. Marcione e Carpocrate sebbene unitari, anzi appunto perchè unitari, furono co involti nella stessa accusa; e dei gno stici fu detto che ammettevano un solo principio eterno, dalquale emanava ogni essere spirituale e materiale. Queste ac cuse hanno forse per fondamento una soverchia generalizzazione. Ciò nono stante, bisogna credere che il panteismo, o aperto o latente, fosse assai divul gato anche nei primi secoli del cristia nesimo, perchè i padri mettessero tanto impegno nel combatterlo. Lattanzio lo confuta nel libro De vita beatu (lib. VII); e S. Agostino nel libro II De Genesi combatte imanichei, e nella Città di Dio coloro che dicevano che ogni cosa era parte della divinità. Anche S. Crisostomo e dopo di lui Teodoreto nelle loro spie gazioni sulla Genesi confutarono l'opi nione di coloro che sostenevano essere l'anima una parte della divinità. Écosa singolare che il panteismo, oggetto di tante censure da parte dei padri, risorgesse poi nel seno stesso della filosofia scolastica, essenzialmente cattolica, e trovasse maestri e propu gnatori in Davide de Dinant, Almarico e generalmente in tuttiirealisti (v. Sco LASTICA). Non è però soverchio avver tire che questi, più che filosofi, teologi, nonfurono scientemente condotti alpan teismo, e che questo sistema filosofico PANTEISMO s' induce come necessaria conseguenza de' loro principii, piuttosto che essere stato dichiarato da essi come profes 201 veramente non dice S. Giovanni che nel principio era il Verbo e il Verbo era Dio, che ogni cosa è stata fattaper esso sione di fede. Maggior fondamento ha l'accusa fatta a Giordano Bruno, del quale così parla il padre Ventura. >> Hegel vuol invece che l'unità esista nella sostanza; e la sostanza che sola esiste, che sola pensa siaDio, il quale si manifesta nel mondo finito. Io ho appena accennatoleultime fasi del panteismo. Ricaduto neltrascenden tale esso riproduce le solite antinomie degli scolastici; senza averne la chiarez zae la potente dialettica, si aggira in un circolo vizioso di parole mal defini te, e di continue equivocazioni. Èdunque stretta giustizia il dire che Spinoza fu l'ultimo vero panteista che abbia fondato una scuola. Papa. Il nome di papa, che signi fica padre, anticamente era dato dai fedeli a tutti i sacerdoti; divenne in seguito un titolo di dignitàpei vescovi, efu in fine riservato al solo vescovo di Roma, quando questi pretese il pri mato. Per i cattolici è articolo di fede che San Pietro è stato capo del colle gio apostolico e pastore della Chiesa universale; che il romano pontefice è il successore di quel principe degli apostoli » ed ha come lui potestà e giurisdizione su tuttalaChiesa. Il Con cilio di Trento (Sess. VI de réform. C. I. Sess. XI c. 7) ha espressamente de finito che il sommo pontefice è il vi cario di Dio sulla terra, ed ha la su ove è scritto che Gesù disse aPietro: > Dunque a Costantinopoli piuttosto che a Roma i padri del concilio riconoscono la giurisdi zione in grado di appello. Anche i padri del Concilio generale di Affrica, fra i quali si trovava S. Agostino, si PAPA 209 lagnarono col papa Celestino, perchè come alle altre Chiese d' occidente, e aveva ammesso Appiario alla sua co- mandò lettere a Innocenzo, vescovo di munione, mentre era stato escluso da| Roma, nello stesso tempo che scrisse quella delle Chiese d' Affrica. una serie di considerazioni tendenti a rimettere in dubbio l'esistenza di questo Dio ; delle quali considerazioni ecco la sostanza. Delle cose pensate noi dobbiamo co noscere la sostanza, la forma e il luo go, poichè nessuno potrebbe concepire, p. e, un cavallo senza sapere chefi gura abbia, se sia corporeo o incorpo reo ecc. Ma intorno aDio i dommatici non si accordano nè sulla sostanza, nè sulla figura, nè sul luogo, giacché al cuni lofanno incorporeo, altri gli danno corpo; chi lo pone fuori e chi dentro il mondo: chi gli dà sembianze umane, echi no. Ma dicono: e tupensa un che di incorruttibilee beato, e argomen terai questo essere Dio. Ma alla guisa chenonconoscendo Dio altri non può pensare gli accidenti di lui; così poichè ignoriamo la sostanza di Dio, non po tremo immaginare gli accidenti a lui propri. Ma quando pure Dio fosse im maginabile, non potrebbe tuttavia di mostrarsi. Poichè la dimostrazione chiara od oscura. Ma se la dimostra zione di Dio fosse chiara, tutti l'ammet terebbero, poichè in tal caso la cosa dimostrata si concepisce insieme alla dimostrazione, e perciò anche si intende con essa : se la dimostrazione è o scura, ha bisogno di altra dimostra zione per essere dimostrata, la quale non può essere chiara, perchè in tal caso non sarebbe più oscura, ma chiara l'esistenza di Dio: nemmeno può essere oscura perchè una dimostrazione oscura non può chiarirne un' altra oscura. Infine si adduce l'obbiezione più formi dabilenella esistenzadel male,obbiezione che fu poi sostenuta dai manichei e da Bayle. Chi afferma esistere Dio, o dirà ch'ei provveda alle cose del mon do, o che non provvede: e se provvede, sarà o a tutte o a talune. Masedi tutte e' pigliasse cura, non sarebbe nelmondo verunmale, nè alcuna cattiveria: ma di cono che tutto sia pienodi male, dun que non si avrà a sostenere che Dio abbia cura di ogni cosa. Che se ei ne cura alcuna soltanto, perchè a queste provvede, a quelle no? In fatti, o egli vuole può atutte provvedere ; o vuole e non può; o può e non vuole: o non può e non vuole. Se volesse e potesse, avrebbe cura di tutte; ora ei non prov vedeatutto (secondo che dicemmoinnan zi), dunque nonvuole e non può a tutto provvedere. Se ei vuole, e non può, desso è più debole della cagione per cui non può provvedere alle cose di cui non si cura; ma è contro il concetto di Dio che ei sia più debole di altro. Se può curarsi di ogni cosa e non vuole, è da reputarsi invidioso. Se non vuole yè può, è invidioso e anche debole; e il dire ciò intorno a Dio è proprio degli empii. Alle cose del mondo non provvede dunque Iddio: e se egli non ha cura veruna e non esiste opera di lui, nè effetto: nessuno può dire inquale modo comprenda l'esistenza di Dio, poscia ch'ei non appare da sè e non si com prende per alcuno effetto. Anche perciò è dunque incomprensibile se Dio esista. Concludiamo, da siffatte avvertenze, che coloro i quali dicono asseverantemente che Dio è, sono costretti ad empietà; che se lo dicono provvidente ad ogni cosa, portano Dio ad essere cagione dei mali; selo dicono curante di alcune cose o di nessuna, sono costretti am mettere un Dio o invidioso o debole ; tali sentenze si conoscono proprie degli empii. Così del pari il pirronismo rima ne indifferente fra il bene e il male, nè afferma o nega che causaci sia, o movimento o quiete ecc. Che alcune volte non introducanei suoi giudizi dei veri sofismi, non può negarsi; ma nè manco è giusto affermare, come alcuni hanno fatto, che il pirronista abbia ap preso dai sofisti tutta la scienza del dubbio. La maggior parte degli argo menti dei pirronisti convengono piena mente agli scettici d'oggidì, e se tutto lo scetticismo consistesse nel negare che intuizione vi sia dell'assoluto, si apporrebbe al vero. Ma dalle cose as 267 il nulla. Più che diversità di principii, tra lo scettismo dell'Accademia e quello di Pirrone, vi è diversità nelle conseguen ze; giacchè gli accademici se sospende vano il loro giudizio intorno a molte cose, non erano per questo indifferenti solute alle relative ci è grande diffe renza, come non si può argomentare, dalla differenza dei gusti e delle aspi razioni alla felicità, che cosa buona non vi sia. Buona per tutti forse no; mada coloro a cui piace o a cui reca sollievo perchè non si dirà buona? E perchè i sensi talora ingannano, nè tutti perce piscono le cose nel modo stesso, si do vrà negare ad essi ogni fiducia? Non pronunciamo mai sentenze assolute, ma relative solamente al nostro giudizio, ai nostri sensi; non pretendiamo di intuire le essenze, nè di comprendere l'infinito eallora saremo nel vero. La relatività delle nostre conoscenze e dei nostri giudizi bastano per la vita pratica e per la nostra felicità Prendiamoqueste cognizioni relative come se fossero as solute e regoliamoci con esse, nè pre tendiamo di tenere ognora e per tutto sospeso il nostro giudizio, poichè una sospensione siffatta non è nella natura nostra, nè possibile ad applicarsi nella vita pratica. È una contraddizione del pirronismo quella di presentare il dub bio come uno stato fermo, costante, che rappresenta il perfetto equilibrio, il ri poso della volontà e il supremo bene. Questa condizione non può condurre che all'indifferenza perle cose del mon do; e lapersuasione dell'impotenza no stra a spiegare checchessia, deve as sopire la nostra intelligenza in un mor tale letargo. Questo stato dell'animo è la morte e non la vita; e la indifferenza di Pirrone per i dolori fisici così come per i morali, non è certol'idealedella vita, nè la vera felicità. L'assenza del dolore, e del piacere non è la felicità, è alle cose del mondo, ma stimavano con veniente fra le controversie appigliarsi alle più probabili, quali erano percepite dai sensi PROBABILITÀ. Pittagora. Lavita di questo fi losofo si perde nella favola, tanta è l' incertezza dei documenti che l'anti chità ci ha trasmessi intorno a lui. L'anno della sua nascita è molto con troverso: Lloyd la poneva nel 585 a. G. C.; Dodwell nel 568, o nel 567; Freret nel 580. Non si sadel pari con certezza il luogo ove nacque; ma i più ritengono che l'isola di Samo gli abbia dato i natali. Suo padre eratrafficante, l'associò per tempo ai suoi viaggi e gli procurò una educazione distinta. Cre sciuto in età, secondo le abitudini del suo tempo, prese a fare alcuni viaggi di studio, a solo fine di abboccarsi co gli uomini più illustri e visitare i luo ghi che la fama indicava come quelli che erano più innanzi nella civiltà. Abitò lungamente l'Egitto e l'Asia Mi nore, e vi fu chi lo mandò fino nell'In dia e nella Persia, sicchè dicesi che vi apprendesse l'astronomia, la medicina e la geometria, la quale scienza egli in segnò appena tornato in patria. Da Samo passò quindi nellaMagna Grecia; ma Porfirio e Giamblico lo fanno prima successivamente immigrare in tutte le isole della Grecia per propagarvi la scienza misteriosa che essi suppongono che abbia appreso dai sacerdoti egizi. Finalmente verso l' anno 410 a, G. C. formò stanza a Crotone, città del golfo di Taranto, nella Calabria che allora, per le Colonie greche che l' abitavano, veniva detta Magna Grecia. Di costumi austeri, frugalissimo e amante della so litudine, non tardò a suscitare quella viva curiosità che è foriera della fama. In breve e giovani e vecchi accorsero PITTAGORA a sentire la sua parola, e tanto fu l'au torità che acquistò anche tra i primati, che più e più volte fu richiesto di con siglio intorno alla cosa pubblica. Ai giovani, a' vecchi alle donne insegnava le virtù private, parlando in pubblico e più specialmente nei templi, come per dare ai suoi precetti il carattere sacro della religione. Ma le passioni non tardarono a scatenarsi contro di Jui, e la persecuzione che accanì contro la sua scuola pare che facesse anche il filosofo sua vittima verso l'anno 500. Da chi e perchè quella persecuzione fu suscitata ? Niuno sa dirlo. Si citano la vendetta e l' invidia per spiegarla, ma qual sarebbe stato il movente di queste passioni? Diogene Laerzio così raccon ta: Era entrato nella casa di Milone co'suoi compagni, quando uno di coloro che egli non volle accettare fra i suoi, bruciò la casa. Altri dicono che i Cro tonesi per sospetto e per paura di do ver soffrire la sua tirannia lo piglia rono mentre fuggiva l'incendio e l'uc cisero con alcuni de'suoi discepoli. Di cearco narra che Pittagora fuggì nel tempio delle Muse a Metaponto, ed es sendovi rimasto per quaranta dì senza nutrimento però d' inedia. Eraclide nel compendio delle vite del Satiro rac conta che Pittagora dopo avere inual zato un monumento in Delo sulla tom ba di Terecide suo maestro, ritornò in Italia, pervenne al Metaponto ed ivi, stanco di vivere, si lasciò morire di fame. Ermippo dice che essendo in guerra quei di Agrigento con i Siraçu sani, venne Pittagora con i compagni d'Agrigento a dare aiuti ; ma essendosi volti a fuga i suoi, egli ricoverò in un campo di fave, le quali volendo schi vare, siccome sacre, fu preso dai Sira cusani e fatto morire ». La famadi Pittagoracome filosofo, è certamente superiore ai suoi meriti. Inclinato alla contemplazione mistica, egli ama il mistero, e si compiace di creare una dottrina arcana, l' immenso successo della quale e certamente do vuta alle molte difficoltà che gli uo mini avevanod'intenderla. A somiglianza dei sacerdoti del paganesimo, instituì un doppio insegnamento: quello che egli indirizzava alla generalità degli ascol tatori, e quello riservato ai pochi eletti. Aveva fondato un istituto col quale i conventi del cristianesimo hanno moita analogia. Gli allievi vi erano assogget tati a lunghe prove, e passavano per gradi successivi proporzionati al loro ingegno e alla loro virtù. Era una sorta di iniziazione sacerdotale, una vita mistica, la quale si è sorpresi di vedere lodata anche da molti moderni, pedis sequi copiatori delle glorie pittagoriche. Gli allievi dell'Omachoion, nome dato all' istituto pittagorico, e che vale udi torio comune, mettevano in comune i loro beni e coabitavano insieme con le loro tamiglie, tutti restando sottoposti alla stessa regola. Vestivano una to naca bianca e alternavano le occupa zioni fra lo studio, la lettura dei poeti, la ginnastica, i sacrifizi e le cerimonie religiose. Dai loro pasti era bandita o gni specie di carne: le uova, il vino, e ognispecie di bevanda alcoolica era loro interdetta . Anco le fave dicesi che avessero in orrore perchè rappre sentano le parti sessuali della fem mina; ma altri lo negano e tengono ciò per una favola. Fatto è che Pitta gora raccomandava a tutti l'uso dei cibi vegetali, escludendo le carni e il pesce, come sacri agli Dei, non essendo conve niente, diceva, che la stessa imbandigione comparisse sulla mensadivina e su quella degli uomini. Voleva ancora in tal ma niera abituare gli uomini alla sobrietà e al facile vivere; acciò sempre avessero apparecchiati i cibi senza bisogno di cuocerli. Ma più che altro, mi par che questa prescrizione sia stata tolta dal l'India (se è vero che Pittagora vi sia andato) dove in grazia della metempsi cosi i bramini hanno orrore del cibo preparato con ogni cosa che viva. In fatti, Laerzio nella fine della sua vita di Pittagora, così l'apostrofa: « Non tu solo ti sei astenuto dagli animati. Dim mi, o Pittagora, chi è che mangi ani mali animati. Ma ben io mangio arro sto, o lesso, o salume, dai quali ormai l'anima è sfuggita. Così era savio Pit tagora chè ei non voleva gustare le carni, perchè diceva ciò esser peccato: io lodo, ch'egli, astenendosi, ai compa 260 (ossia nella proporzione di otto a sei) : o secondo la quinta perfetta (diapente) o di una volta e mezza tanto (ossia nella proporzione di nove a sei); o giusta il suono d'ottava (diapason) o del doppio (ossia nella proporzione di do dici a sei). tanto contagioso; e chi nell' Italia Comte ha molto giustamente fon data la nuova scienza sui tre diversi modi dell' arte di osservare; vale a dire l'osservazione pura, lo sperimento e il metodo comparativo. Ma non è già nel metod o ch'io trovo manchevole la sociologia ; sì nei mezzi stessi d'investi gazione. Il maggior numero delle vere cagioni delle cose ci sfugge inosserva to: noi vediamo le cause apparenti e immediate dei fenomeni sociali, e spesso anche su queste ci inganniamo. Con elementi così scarsi e così poco sicuri come mai si può pretendere di costi tuire una vera scienza, una scienza sin tetica che sia, per così dire, il com plesso di tutte le altre? Come preten dere di rivelare le varie cagioni dei fenomeni sociali, quando noi stessi ci inganniamo sui veri motivi per cui ta lora siamo determinati nei nostri atti, e se dubitiamo perfino se siamo liberi o necessitati? L'esperimento non è mezzo che possa applicarsi alla produzione dei fenomeni sociali, e il metodo com parativo fra fenomeni prodotti in tempi diversi, sotto l'impero di diverse circo stanze e da uomini diversi è un rime dio tutt'altro che adatto a correggere i nostri giudizi. Diciamo dunque ad drittura che la sociologia, come scienza sintetica ed esatta, è impossibile, avve gnachè suppone la conoscenza di cause infinite, ciò che implicherebbe la pos sibilità di conoscere il passato e il fu turo data la conoscenza di un solo punto della storia (v. CASO). Ma poichè tutte le nostre cognizioni attuali e probabilmente anche tutte quelle che potremo acquistare nell' avvenire, non sono tali da lasciarci prevedere le sorti di una battaglia, l' esito di una intra presa, o l'abbondanza dei raccolti di una contrada, non è temerità il dire che la sociologia già fin d'ora è con dannata a non essere altro che una raccolta di fatti storici, una scienza numismatica piuttostochè una scienza sperimentale e di previsione. Ed è, in fatti, entro questi soli limiti giàdetermi nati e precorsi dalla filosofia della sto ria che finora è rimasta compresa la Sociologia positiva. Essa si è limitata ad esporre ed a considerare come un semplice fatto dipendente dalle condi zioni stesse del nostro organismo e del mondo in cui viviamo, la successiva trasformazione dello scetticismo in po liteismo e monoteismo, per giungere al presente stato metafisico: tutto ciò era stato detto, e la sociologia con questa esposizione storica nulladi nuovo ci ha finora rivelato, salvo il coro namento dello stato moderno o meta fisico, mediante l'avvenimento della fi losofia positiva. La sociologia costituisce la prima parte della filosofia morale. La seconda parte è costituita dalla morale positiva propriamente detta, o religione positi va, detta altrimenti religione dell'uma nità. È il secondo periodo della filosofia di Comte e quello che segna anche la- sua, decadenza. Dopo avere gettate le fondamenta di una filosofia, alla quale, se non altro, non si poteva negare il nome di veramente positiva, Comte si è compiaciuto di rifare il suo lavoro per dargli una apparenza teologica, a busando in manierafin qui non mai ve duta del senso delle parole. Bichat, Cabanis, Giorgio Leroy ed infine Gall, a parere dei positivisti hanno gettatole fondamenta della teoria dell'anima. L'anima esiste ; è dotata di diciotto facoltà elementari, o, per meglio dire, sidecompone in queste di ciotto facoltà, la cui enumerazione af fatto inutile ed arbitraria non giova riprodurre. Basti dire che l'anima, com posta di cuore e spirito, si suddivide poi in quattro facoltà: nel cuore pro priamente detto, nel carattere, nell' e spressione e nelconcetto.Del resto, tutte queste facoltà, anche quella del cuore, sono, con molta disinvoltura, collocate nel cervello ; dimodochè non si sa poi bene se lo spirito stia nel cervello o se ne sia solamente la funzione. Il padre del positivismo ha avuto anche il torto di localizzare nel cervello le facoltà no stre e le nostre tendenze, ed è così ca duto nei soliti errori dei frenologi FRENOLOGIA. Il fondamento della morale positivi sta è l'altruismo, che essa costantemente contrappone ai così detti istinti del no stro egoismo. Vivere per gli altri è la sua divisa, come è regola fondamentale della sua morale personale: non fare cosa alcuna che non si possa confes sare. Il positivismo dichiara che una religione è necessaria, non già nel co mune senso che si suol dare a questa necessità, per dirigere le masse, le donne ed i fanciulli; ma una religione per tutti, per gl'ignoranti come per i dotti, da tutti ammessa, da tutti volontariamente riconosciuta perchè fondata sulla verità. Ma ogni religione ha bisogno di un culto, e la religione positiva deve pure avere il suo. Quale sarà il soggetto dell'adorazione di questa religione non rivelata? La rivoluzione francese aveva adorata la ragione, cosa buona in'sè, dicono i positivisti, mapericolosa, per chè conduce all'orgoglio e all'egoismo; meglio dunque vale adorare il cuore, e mantenere il culto di tutte le affezioni, il culto dell'avvenire; ecco il culto del l' Umanità, non inventato, dicono, ma scoperto dai positivisti. « L' Umanità, dice Longchamp nel suo Saggio sulla preghiera positivista, l' Umanità non è già la specie umana e non comprende l'universalità degli uomini. L' Umanità è la memoria dei mortiche inspirano e guidano i viventi, è l'insieme di tutti i grandi pensieri, di tutti i nobili senti menti e di tutti grandi sforzi, riferiti a un solo e medesimo essere, l'animadel quale è costituita daquesti grandi pen sieri e il corpo dal complesso di tutti i viventi ». Solamente coloro i quali hanno lavorato per il benessere dell'u manità possono sperare di essere im mortali e di vivere per sempre nella. 289 le sue preghiere. La preghiera non é una domanda, ma una preparazione ed una eccitazione all'affetto, la rimembran za rinnovata dei benefici ricevuti. Non si può chiedere al Grande Essere che un nobile progresso morale, senza ac crescimento di ricchezza materiale. Oltre al Grande Essere il positivi smo riconosce gli Angeli e gli Angeli memoria dei viventi. Il positivisimo professa dunque una sorta di panteismo simbolico. Il Grande Essere, che è il Dio positivista, si risolve nel concetto universale deli' umanità, mentre ogni benefattore dell' umanità dopo la morte entra a costituire una parte di questo Grande Essere ed a godere gli onori della divinità. « Ogni vero adoratore del Grande Essere, dice il dottor Robinet, uno dei tre esecutori testamentari di A. Comte ( Notice sur l'oevre et la vie de Comte),presenta due esistenze successive ; l'una che costitui sce la vita propriamente detta, è tem poraria ma diretta; l'altra che comincia dopo la morte è permanente ma indi retta ». Il Grande Essere ringiovanisce ad ogni generazione e le creature u mane diventano i suoi organi passeg custodi nella personificazione dei nobili concetti, quali l'idea del bene, del vero, del bello. 1 tre angeli custodi del no stro cuore, sono l'attaccamento. la ve nerazione ela bontd. I santi sono gli uomini che illustrarono l'Umanità colle loro opere. Il loro nome è consegnato in un Calendario positivista, nel quale l'anno è diviso intredici mesi eguali di 28 giorni ciascuno, i quali non lasciano che un giorno complementetare negli an ni ordinari e due negli anni bisestili. I mesi sono divisi in 4 settimane precise, ed ogni giorno dellasettimanaconserva il nome che ha attualmente. I mesi si chiamano: Mosè, Omero, Aristotile, Ar chimede, Cesare ecc.; e la stessa scelta di nomi si trova nei santi votivi della settimana, dove si leggono quelli di Confucio, Buddha, Maometto, Platone, Alessandro, Innocenzio III, S. Bernardo, gieri; ma i grandi pensieri e le grandi azioni possono elevare l'uomo al grado | Bossuet, Tasso, Milton ecc. Questastrana di organo permanente, o persistente. Nulla del resto puòquesto Essere sim bolico, per cambiare le cose del mon do. Se la fede teologica, dice Robinet, spiega sempre il mondo e l'uomo col l'intervento divino, la fede positiva in segna invece che tutti gli avvenimenti del mondo e dell'uomo si producono in forza di influenze invariabili, dette leggi ». Non è giàDio,dicono i positivisti, che ha creato l'uomo, ma è l'uomo che si é formato il suo Dio. E, come si vede in questo articolo, essi si sono valsi largamente di tale massirua, per ciocchè non solamente si sono creati un Dio e una religione, ma eziandio un culto. Il culto del Grande Essere, ossia dell'Umanità, deve avere le sue feste, e associazione di uomini che ebbero pen sieri e operarono con finibendiversi e talora opposti, si trova d'altronde d'ac cordo con la filosofia positiva, la quale considera tutti i fattisociali come una materiale esplicazione di leggi immuta bili. Ilconcetto del calendario positivista in surrogazione del calendario cristiano è uno di quelli che appartengono alla seconda fase dell' attività del signor . Comte. Il positivismo aveva completa mente cambiato il suo carattere: dopo essere stato una filosofia scientifica, era divenuto una religione dell' umanità. Così dice il signor Wirouboff (Remar ques sur le calendrier de M. Comte; Reuve de la Phil. Pos. il quale mette in evidenza i difetti in gran numero che sono nel calendario positivista, fra cui l'ommissione dimolti nomi notissimi nella scienza, mentre al loro posto si trovano molti altri o mi tologici o appena noti. Il culto dell' umanità, avrà i suoi sacramenti. Essi, dice il signor de Bli gnière, legano ciascuno a tutti: consa crando in nome della utilità sociale tutte le fasi e tutte le modificazioni generali e importanti della vitaprivata, essi por gono l'occasione di richiamare i doveri che incombono a ciascuno nelle circo stanze nuove della sua vita ». Le feste saranno, infine, la celebrazione dellame moria dei grandi uomini; lo studio della loro vita e dei loro servizi, sarà l'espres sione verso di essi della pubblica ri conoscenza. Ma la religione positivista morl pri madi nascere. Il solo tempio che ab bia avuto fu quello creato da Comte nella sua propria casa, nella quale, dopo di lui, si riunirono regolarmente i membri della società positivista che rimasero fedeli alle tendenze mistiche del maestro. Mauna eresia scoppiò ben presto nel seno stesso dei positivisti, e quelli i quali erano insofferentidei sim boh si unirono al signor E. Littrè, che è attualmente il più illustre rappresen tante del positivismo. La nuova filoso fia spogliata da ogni misticismo, è ri masta una filosofia materialista nella sostanza, sebbene nella forma accenni a velleità di far credere ad un sistema tutto proprio. Nel fatto però la sola Questo è il culto positivista ; ma differenza che esiste fra il positivismo quali ne saranno i sacerdoti ? Tutte le e il materialismo è, che il primo non funzioni che spettano normalmente ai | crede che l'uomo possa mai spiegare preti, sono ora divise fra i medici, i preti attuali, ed i dotti,professori e fi losofi di tutti i gradi. I positivisti tro vano che non è possibile di studiare separatamente l'uomo nel cuore, nel corpo e nello spirito, e perciò vogliono che i ministri della nuova religione le causeprime ed assolute, e che quan d'anche spiegate le avesse, queste spie gazioni non potrebbero influire sulla vita pratica. Io mi accordo, fino ad un certo punto, con questa conseguenza; ma si tratta di sapere sedopo aver di chiarato di non volersi occupare delle siano ad un tempo medici, filosofi e preti. Così il nuovo culto sarà comple to ; potrà sfidare i suoi nemici ed avere i suoi martiri. L'avvenire gli è assi curato. Al pari dei sacerdoti pagani, i quali sotto i simboli del politeismo, preten devano di onorare le leggi della natura (v.MISTERI ) Così i positivisti, creando una religione materialista, credevano di essere coerenti con la verità. E non pensavano nemmeno che col volgere degli anni questi simboli,per ladimen ticata origine, sarebbero stati posti su gli altari e adorati per se stessi, e non già per i principii che avranno rappre cause prime, la curiosità, che è figlia del sapere, non ci proporrà perpetua mente queste domande: Chi siamo ? d'onde veniamo? Il materialismo, che non rinnega alcuno dei mezzi di inve stigazione suggeriti dal positivismo, e chi li ha anzi applicati prima ancora che il positivismo fosse nato, non ha temuto di pronunciare i suoi giudizi, i quali, intorno allecause prime, nondevono in tendersi in un senso assoluto, ma come la conseguenza probabilissima che de riva dalle nostre attuali cognizioni. Il positivismo, più pudico, vuole riservare il suo giudizio, anzi nè pure consente adiscutere le origini dell' universo e il fine ultimo dell' umanità. La quale astenzione, se rende più facile la sua missione e gli risparmia le accuse di sentati. L'interesse dei sacerdoti li avreb be spinti a sollecitare questo felice mo mento, in cui essi soli, fatti padroni del vero senso dei simboli, avrebbero potuto | molti nemici, non rende perciò il suo dominare il popolo con le potenze mi steriose che avevano poste sugli altari. sistema più filosofico, e non toglie che ogni positivista individualmente non si PRASSEA trovi, tutti i giorni dinanzi agli eterni 201 dere a tale richiesta col Dato ma non einevitabili problemi della nostra ori gine e della nostra fine. Ammessopure chequesti problemi siano indifferenti per lavitapratica, nederiverà per questo che noi potremo evitarli? Quante altre que stioni hanno assorbita tutta l'attività di grandi pensatori ? Che cosaè ilmagneti smo, l'elettricità, l'attrazione? Che cosaso concesso » vale a dire « ammetto pel momento, ma non credo ». Kant chiama postulato della ragione pura l'immortalità dell'anima, essendo essa un domma dalla filosofia nondimo strabile, e non pertanto necessario ad ammettersi,aparer suo,comeconseguen. za dell' ordine universale. Il postulato é nole comete, il sole i pianetietutti gli | dunque unaipotesi chein seguito potrà essere dimostrata direttamente, od an che indirettamente con le conseguenze astri del firmamento? Quantopesano, di quali materie sono composti? Tutte que ste domande hanno unvalor puramente scientifico, senza alcuna pratica conse guenza. Ne deriverà per questo che i dotti devano trascurarle? Il positivismo se ne è occupato, e ha pure su molti argomenti, inutili per la pratica, fatte le sue ipotesi. E perchè troverà esso che per la vita pratica importi più il conoscere se la luna abbia o non abbia una atmosfera, di quel che sapere se esiste un Dio creatore, un'anima immor tale e una vita avvenire? Gli attuali e retici del positivismo, iquali non hanno creduto di accettare la religione inven tata daA. Comte,avranno forse ragione di dire cheprudenza è l'astenersi di sen stesse che deriveranno dall'insieme della discussione. Poveri cattolici. Nomi di certi religiosi, i quali erano un ramo di Val desi o Poveri di Lione che si converti rono nel 1207. Formarono una Congre gazione, che si diffuse nelle provincie meridionali della Francia e che s' ac crebbe per la successiva conversione di altri Valdesi, fondendosi poi, l'anno 1256, in quella degli eremitidi Sant'Ago stino. Heliot, storia degli ordini mona stici t. III. pag. 21 . Prassea. Eretico del secondo se colo e discepolo di Montano, che poi abbandonò per farsi capo setta. Fon tenziare in codeste materie; ma hanno | dandosi sopra i passi evengelici ove si torto di proclamare che codesta asten dice: zione sia veramente scientifica. Perfino lo scetticismo che non sentenzia, ha loro insegnato che anche per giungere al dubbio è necessario esaminare le ra gioni favorevoli e le contrarie al dom il Padre ed io siamo un solo; quello che mi vede, vedepuremio Pa dre; io sono nel Padre e il Padre è in me > concluseche Gesù, o ilFiglio, non era distinto dal Padre, che entrambi co stituivano una sola persona divina; che il Padre era disceso nel ventre della Ver gine si eraincarnato, avevapatito edera matismo. D'altronde, questa astensione non è sincera, e non vi è positivista il quale nell' intimo foro della coscienza | morto sulla Croce. Eresia non dissimile non abbia esaminato le ragioni dei cre denti e degli increduli, e non abbia pronunciato il suo giudizio. La stessa religione positivista, sotto i suoi simboli, non faceva altro che insegnare l'incre dulità. Postulato (dapostulatum, cosado mandata). Aristotile così chiama una proposizione non ancora dimostrata, ma che si richiede di ammettere intanto gratuitamente per il bisogno della di scussione. Dagli italiani si suol rispon da quella di Noeto edi Sabellio, per cui i settatori di questi tre eretici s' ebbero il nome di Monarchici, perchè ricono scevano soltanto il Padre qual signore di tutte le cose; e quello di Patripassia ni, perchè lo supponevano capace di patire. Il Beausobre (Storia del Mani cheismo, lib. III Cap. 6 § 7) citando un passo di Tertulliano ilqualdice che l'e resia di Prassea fu confermata da Vit torino, aggiunge che questi è, per co munconsentimento, il papa Vittore. 292 PREDESTINAZIONE Predestinazione.Vocabolo che letteralmente significa una destinazione anteriore : nel linguaggio teologico e sprime il disegno formato da Dio ab eterno, di condurre, mercè la sua gra zia, taluni all'eterna salute. Alcuni Padri della Chiesa adopera rono talvolta il vocabolo di predestina zione in generale, così per la destina zione degli eletti alla grazia ed alla gloria, che per quella de'riprovati alla dannazione; ma siffatta espressione par ve troppocrudele; oggidì pigliasi questa voce in buona parte soltanto ; signifi cando la elezione alla grazia od alla gloria, e chiamandosi riprovazione il decreto contrario; sebbene, in sostanza, e l'uno e l'altro decreto costituiscano la predestinazione, in quanto sono stati pronunciati da Dio prima ancora che gli uomini predestinati al paradiso o all'inferno fossero nati; anzi prima ancora del cominciamento dei tempi. Sant' Agostino nel suo libro de dono perseverantiæ (cap. 7 n. 15. e cap. 14n. 35)definiscelapredestinazione: Præscien tia et præparatio beneficiorum quibus certissime liberantur quicumque libe runtur. Aggiunge poi al cap., Dio dispone egli stesso ciò che fard, secondo la infallibile sua prescienza : questo, e niente di più, essere prede stinare. Secondo San Tommaso (part. 1. Q. 23. art. 1.) la predestinazione è il modo, col quale guida Iddio la creatura ragionevole al suo fine, che è la vita eterna. I principii su cui si fondalaprede stinazione presso i cattolici sono così riassunti dal Bergier: 1.º Vi è in Dio un decreto di pre destinazione, ossia una volontà assoluta ed efficace di dare il regno de' cieli a tutti quelli che effettivamente vi giun geranno. 2.º Iddio, nel predestinarli alla glo ria eterna, ha loro altresì destinato i mezzi e le grazie, mercè le quali ve li conduce infallibilmente. (San Fulgenzio, de Verit. Prædestin. 1. 13.) 3.° Questo decreto è inDio ab eterno eloha egli formato, come dice San Paolo, (Ephes. I. 3. 5.) prima della creazione del mondo. 4.° Il medesimo è un effetto della pura bontà di lui: epperò questo decreto è perfettamente libero da parte di Dio ed esente da ogni necessità(San Paolo, Ibidem. 6 e 11.) 5.º Tal decreto di predestinazione è certo ed infallibile, deve immancabil mente sortire il suo effetto, il quale al cuno ostacolo nonpotrà mai impedire; così dichiara Gesù Cristo (Joan..) Ameno di una esplicita rivelazione, nessuno può andar certo d'essere nel novero de'predestinati o degli elet ti, lo che provasi con SanPaolo (Filip. 11. 12. 5. Cor. IV, 4) e fu definito dal Tridentino (Sess. 6, c. 9, 12, 16. e can. 15.) 7.º Il numero dei predestinati è fisso ed immutabile, sicchè non può essere aumentato nè diminuito ; avendolo Iddio fissato ab eterno e non potendo la sua prescienza ingannarsi (Joan. IX. 27, Sant'Agostino, I, De corrept. et gratia XIII, 8). Non impone il decreto di pre destinazione, nè per sè, nè pei mezzi, onde giovasi Iddio per mandarlo ad ef fetto, veruna necessità negli eletti di praticare il bene. Dessi operano sempre liberissimamente e conservano sempre, allora pure che ottemperano alla Leg ge, la facoltà di non osservarla (San Prospero, Respons, ad object. Gallor). Quante contraddizioni in questi punti della fede cattolica! Il numero dei pre destinati è fisso e immutabile; essi sono scielti da Dio ab eterno e persemplice bontà di lui; e ciò nonostante essi sono liberissimi di salvarsi, o di dannarsi. Quale sciocchezza! La libertà suppone la facoltà di fare o di non fare una cosa: or come potrei io non dannarmi se giàperdecreto pronunciato ab eterno sono stato escluso dagli eletti? Si ri sponde che questo decreto indica la semplice prescienza di Dio, il quale sa PREDESTINAZIONE le cose future, manon suppone l'azione diretta di Lui sull' uomo per indurlo 293 psari; altri insegnarono avere Iddio fatto un tal decreto di condanna sol alla salute o alla dannazione. Codesta è una distinzione gesuitica che non ha fondamento. Ilfuturo si conosce per la successione delle cause edegli effetti, e Diocheè infinito, conosce cause infinite. Ma acciocchè il futuro possa essere preveduto, conviene che le cause indu cano la necessità dei loro effetti, e que sti siuno cause necessarie di effe tti sus seguenti. Senza questa necessità il caso e l'arbitrio sarebbero nell'universo, e la prescienza divina sarebbe un assurdo, poichè prescienza vale predetermina zione, conoscenza anticipata della suc cessione delle cause e degli effetti. Dove è il caso là non vi è prescienza possi bile, avvegnachè il caso sia appunto la negazione d'ogni predeterminazione. (V. Caso edEFFETTO). Se adunque Iddio non agisce direttamente sull'uomo, egli però vi agisce necessariamente colla succes sione di cause che ha create e prede stinate in maniera di conoscere antici patamente il loro risultato ultimo. Lutero e Calvino piú brutali, ma più sinceri, avevano evitata la contraddi zione dei cattolici, ammettendo questa conseguenza. Secondo la loro dottrina Dio aveva, ab eterno, con immutabile decreto separato il genere umano in due parti, l'una di eletti favoriti a cui volle assolutamente assicurata l'eterna beati tudine, ai quali largisce le grazie effi caci, la cui mercè operano necessaria mente il bene; l'altra di oggetti della sua collera, da lui destinati al fuoco eter no, e di cui dirige per modo le azioni che devono di necessità commettere il male, perseverare e morire in questo stato. La quale orribile dottrina so stennero Beza ed altri riformatori. Me lantone, più moderato, n'ebbe orrore e procurò raddolcirla. Parecchi de' setta tori di Calvino perseverarono, come il maestro, a sostenere che pur anterior mente alpeccato di Adamo, Dio hapre destinato la maggior parte degli uomini tanto consecutivamente alla previsione della colpa de' nostri progenitori, e a costoro venne dato il nome d' infrala psari. Non affermavano come i prece denti che Iddio avesse per si fatto modo determinata la caduta del primo uomo e che Adamo non potesse fare a meno di peccare, ma pretendevano che dopo questa caduta quelli che peccano non possano rimanersene dal farlo. Quantunque una tal dottrina, come dice ipocritamente il cattolico Bergier, sia orrenda, tuttavia essa regnò tra i calvinisti fin quasi a'nostri giorni.Eglino persistettero nell'affermare che tale è la pura dottrina della Santa Scrittura e che Sant' Agostino la propugnò a tut t'uomo contro aipelagiani. Sullo scorcio del secolo decimosettimo,Bayle asseriva come nessun maestro osasse insegnare il contrario, che se alcuni pareva che se ne fossero scostati, ciò era solo ap parentemente, non avendo cangiato che alcune espressioni dei predestinaziani. Nel 1601, Giacobbe Van-Hermine, conosciuto sotto il nome di Arminio, professore nell' Olanda, attacco aperta mente la predestinazione assoluta; so stenne che Iddio vuol sinceramente sal vare tutti gli uomini, che a tutti, sen z'eccezione di sorta, dà sufficienti mezzi di salute, e che riprova coloro soltanto, i quali abusarono di questi mezzi o vi hanno resistito. Arminio ebbe ben pre sto un gran numero di seguaci: ma Gomar, altro professore, sostenne perti nacemente la dottrina rigorosa de'pri mi riformatori e seppe conservarsi un partito potente. In tal maniera il cal vinismo resto diviso in due fazioni, l'una degli arminiani o rimostranti, l'altra dei gomaristi o contro rimostranti. A defi nire questa contesa gli stati generali d'Olanda convocarono nel 1615, a Dor drecht, un sinodo nazionale; vi preval. sero i gomaristi, i quali condannarono gli arminiani, della cui dottrina venne alla dannazione e furon detti soprala- I proibito l'insegnamento. Ma questa decisione lungi dall' ac quetare gli animi, non fece che au mentare la discordia: non trovò essa alcun partigiano in Inghilterra, e fu re spinta in più paesi dell' Olanda e della Germania, e nemmeno in Ginevra le si ebbe rispetto. N'assicura il Mosemio che d'allora in poi la dottrina della predestinazione assoluta andò dall'un di coll'altro declinando, e che gli arminia ni ripresero poco per volta il sopraven to. (Hist. eccles. secolo XVII, Lez. II, part. II c. 2. n. 12). Pregiudizio (da præ, prima, e judicare, giudizio, giudicar prima). Voce primamente usata nella giurisprudenza per indicare il giudizio di quelle cause le cui conseguenze erano così evidenti, che la sentenza veniva preveduta prima ancora del processo. Nella filosofia in dicò poi il giudizio pronunciato od ac cettato senza esame in forza dei princi pii ricevuti dalla tradizione. Questo si gnificato non esprime però interamente il concetto di pregiudizio, tale come le s'intende oggidi. Vi sono dei giudizi accettati senza esame che nondimeno sono verissimi, tali, ad esempio, tutte le leggi stabilite nelle scienze, le quali, in grazia del metodo sintetico, s' inse gnano nelle scuole prima della dimo strazione, o primache l'intelligenza ab bia acquistato il necessario sviluppo per poterle intendere. Aformare il vero pregiudizio ec corre che il giudizio, non solo sia pro nunciato senza esame, ma ehe ezian dio sia falso. Un pregiudizio vero non può esistere : non sarebbe più pregiu dizio, nel senso in cui intendiamo oggi questa voce, ma una verità. Sono pregiudizi gli errori a cui sia mo condotti nell'applicazione di princi pii tradizionali ricevuti senza esame ; se però questi errori riguardano la reli gione, meglio si chiamano superstizioni. Éuna superstizione il credere alla esi stenza delle streghe, all'invasamento del demonio, all'influenza degli spiriti ; ma èun pregiudizio il credere,come comu nemente si fa, alla chiaroveggenza ma gnetica, all'influenza delle comete sugli avvenimenti umani ; all'influenza di certi numeri piuttosto che di certi altri, e cosìvia. Vi sono pregiudizi politici e pre giudizi scientifici che dipendono unica mente dal nostro amor proprio. Fra i primi si conta la singolare pretesa d'o gni nazione di essere la prima del mon do; fra i secondi ' ostinata adorazione delle proprie idee, e la pretesa di tutti i cultori di qualche scienza speciale, i quali nelle loro prolusioni nonmancano mai di proclamare che la loro scienza è fra le più necessarie al consorzio u mano. Ho detto che non tutti igiudizi pro nunciati a priori sono pregiudizi ; e che non to sono precisamente quelli che sono fondati sulla verità. Del pari non tutti i giudizi falsi sonopregiudizi, ma lo sono solamente quelli i quali si pro nunciano senza esame, in forza di prin cipii già ricevuti. L'uomo il quale,dopo maturo esame, disgraziatamente affermacosanonvera, non cade in un pregiudizio, ma sem plicemente in un errore. Presbiteri. Due sorta di Chiese presbiteriane si trovano in Inghilterra. Quella così detta Chiesa stabilita o na zionale, e la Chiesa libera o Indipendente che si separò dall' altra per non voler conformarsi alla liturgia che fu stabilit a per la Chiesa ufficiale. (V. ANGLICANISMO) Preesistente. Cosa che esiste anteriormente ad un' altra. Gli antichi filosofi, non ammettendo la sua azione, stimarono che Iddio avesse fatte le cose tutte d'una maniera preesistente ed al pari di lui eterna. Alcuni dissero Iddio avere fatto ogni cosa da ciò che non esisteva, ex non extantibus; espressione che a prima vistapare voler significare ch'egli ha fatto il tutto dal nulla, quindi tutto creato; ma i critici moderni di mostrano che per non extanita inten devasi la materia, e che tal frase significava soltanto aver Iddio data una forma a ciò che non ne aveva alcuna. Del resto, una materia preesistente, e terna e senza forma, è per lo meno egualmente difficile a concepirsi che la tazione le parole di Gesù: lo sono la vite, io sono la porta,per mostrare che se doveva intendersi nel senso letterale creazione: poté forse la materia esistere senza dimensioni; non sono elleno una forma? I pittagorici ed iplatonici credettero nella preesistenza delle anime umane, ossia che le anime avessero esistito in un' altra vita prima d' essere mandate ne' corpi per animarli; soggiungevano che l'unione delle anime ai corpi che sono per esse una sorta di prigione, era una punizione de' peccati da lor commessi in una vita anteriore. Simove accusa a Origene di averpartecipato a tale opinione e talvolta veramente par la sostenga; ma Uezio osservò che Ori gene, e così sant' Agostino, si tennero entro i confini del dubbio intorno alla vera origine dell' anima. (Origenian., I. II c. VI, N. 1). Presenza reale. Dommaper il quale i fedeli credono che sotto le ma terie dell'Eucarestia esiste veramente il corpo ed il sangue diGesù Cristo. Que sto domma differisce da quello della transubstanziazione in ciò, che questo ultimo suppone che le stesse materie del Sacramento si trasformano nel corpo enel sangue di Gesù,mentre ilprimo ammette che il corpo e il sangue stanno sotto alle materie del Sacramento senza che però questecambino la loro natura. Il domma della presenza reale era generalmente ricevuto dalle Chiese ri formate, quando Carlostadiomandò per le stampe alcune scritture per combat terlo. A lui si unirono Zuinglio ed Eco lampadio, i quali convennero che le parole dette da Gesù nella Cena men tre spezzava il pane: questo è il mio corpo, dovessero intendersi in senso fi gurato. La parolaè devesi intendere in senso significativo, diceva Zuinglio : Corpo, cioè il segno del Corpo, aggiun geva Ecolampadio. L'uno e ' altro ad ducevano in prova della loro interpre che il pane era il corpo di Gesù, do veva pure intendersi che Gesù fosse la vite e la porta. Il segretario della città che disputava sostenendo la dottrina opposta, ben adduceva che questi esem pi non erano della stessa sorte, poichè quando Gesù disse: questo è ilmio cor po, questo è il mio sangue, non propo neva una parabola, nè spiegava una allegoria. Alla quale obbiezione Zuinglio cercava una soluzione. E dopo dodici dì ebbe un sogno in cui dice, che imma ginandosi di disputare ancora col se gretario della città, vide comparirsi ad un tratto un fantasma bianco o nero, che gli disse queste parole: vile, perché non rispondi tu ciò che è scritto nel l'Esodo, l'agnello è la Pasqua, per dir che n'è il segno? (Esod.). Frattanto non erano i soli cattolici quelli che osteggiavano l'interpretazione figurata. Lutero stesso, il qual vedeva di mal occhio le innovazioni degli altri riformatori, sosteneva che volgendo al figurato le parole del Vangelo, era a prire una porta, per la quale tutti i misteri sarebbero sfuggiti in figure. Elagnandosi di coloro che opponevan gli essere la presenza reale un domma inconcepibile, diceva: « Allorchè Gesù Cristo è stato concepito per opera dello Spirito Santo nel seno d' una Vergine, questo miracolo maggiore di tutti, a chi è stato sensibile? Quandola Divinità è corporalmente abitata in Gesù Cristo, chi lo ha veduto e chi l'ha compre so? Chi lo vede alla destra del Padre di dove esercita la sua onnipotenza su tutto l'universo ? É questo ciò che li costringe a torcere, a mettere in pezzi le parole del maestro ? Noi non com prendiamo, dicono essi, come egli le possa eseguire alla lettera. Mi provan bene con questa ragione che il seuso umano non si accorda colla sapienza di Dio: io ne convengo; ma non sapeva per anche essermi necessario il credere 2PRESENZA REALE solamente quel che scorgesi aprendo gli occhi, o quello che può adattarsi al l'umana ragione » (Sermo de corp. et sang. Christ ) Rispondendo a Lutero i Zuingliani non mancaronodi provargli che quando si dovessero intendere alla lettera le parole di Gesù, non la sola presenza reale, ma la transubstanzazione dei cat tolici diventerebbe necessaria. Osserva rono essi che Gesù Cristo non aveva dell'Eucarestia è il vero corpo naturale del nostro Signore, la quale dottrina contenuta nella ultima sua confessione di fede fu approvata da Melantone e da tutta la Sassonia. Contro a' Zuingliani scagliavasi furioso. α Mi hanno fatto piacere, scriveva in una lettera, chia mandomi infelice. Io dunque il più in felice di tutti gli uomini, mi sti detto : il mio corpo è qui; ovvero : il mio corpo è sotto questa cosa ; oppure: questo contiene il mio corpo. Così cid ch'ei voleva dare ai suoi fedeli, non era, una sostanzachecontenesse il suo corpo, ochelo accompagnasse, ma il suo corpo senz'altra sostanza straniera. Nonhadetto nemmeno: questo pane è il mio corpo, che è l'altra spiegazione di Lutero, ma disse: questo è il mio corpo, con un termine indefinito, per mostrare che la sostanza da esso data non è più pane, ma il suo corpo. Perciò Zuinglio nella confessione di fede che mandò ad Au gusta e che fu approvata da tutti gli Svizzeri, dichiarava espressamente « che il corpo di Gesù Cristo dopo la sua ascensione non era in altro luogo che in Cielo; e non poteva esistere in altra parte: che per veritá era come presente nella Cena per la contemplazione della fede, e non realmente, nè colla sua es senza » (Bossuet Storia delle variaz. lib. III, 14). E in una lettera indirizzata a Francesco I, dice che quanto al man giare che fanno gli Ebrei come i Pa pisti, deve cagionare lo stesso orrore che avrebbe un padre cui si desse da mangiare il suo figliuolo; che la fede ha orrore della presenza visibile e cor porale, e che non si deve mangiare Gesù Cristo in una maniera carnale e materiale: un'anima religiosa mangia il suo corpo sacramentalmente, cioè in segno, spiritualmente, cioè per la con templazione della fede. Contuttociò Lutero fu ben lontano di piegarsi alla opinione dei sacramenta ri; egli sostenne maisempre che il pane mo per una sola cosa felice, e non voglio che la beatitudine del Salmi sta: beato l'uomo che non è stato nel concilio dei sacramentari, e non hamai camminato per le vie dei Zuingliani, nè si è posto a sedere nella cattedra di quei di Zurigo ». Lutero moriva al 25 gennaio 1546, e nell'anno 1561 un'adunanza dei teclogi di Vittemberga e di Lipsia tenuta in Dresda per ordine dell'Elettore, ne mo dificava sensibilmente la dottrina. Di chiararono « che il vero corpo sostan ziale è veramente e sostanzialmente dato nella Cena, senza che tuttavia di venti necessario il dire che il pane sia il corpo essenziale o il proprio corpo di Gesù Cristo, nè che si riceva corpo ralmente e carnalmente colla bocca del corpo; che l' ubiquità loro faceva or rore ; che vi era argomentoa stupirsi che vi fosse tanto attaccamento al dire che il corpo sia presente nel pane, perché era molto meglio considerare ciò che si fa nell'uomo, per il quale, e non pel pane, Gesù Cristo si rendeva presente ». Questa attenuazione eracontraddito ria, giacchè, mentre voleva che il corpo fosse veramente dato nell'Eucarestia, si avvicinava poi all'interpretazione simbo lica dei sacramentari, in quanto non ammetteva che il corpo eucaristico fosse il proprio corpo di Gesù. Non si pote va in così poche parole annunciare due principii più contrari! Nonostante la sua poca conseguenza questa confes sione fu il principio di una serie di transizioni fra i due partiti. Calvino ammette una presenza quasi miracolosa e divina; non cessa dal ripetere che il mistero dell Eucaristia supera i sensi, PREVOST che èun'opera incomprensibile della di vina potenza, e nel suo catechismo si sforza di spiegare come sia possibile ma lo vollero addrit tura infinito ». Già s'intende che questa infinità contiene una impossibi lità implicita, imperocchè essa suppone nell' ingegno umano una potenza di svolgimento infinito. Or noi sappiamo bene che le facoltà percettive del no stro intendimento sono limitate a un maggiore o minor numero di cognizio ni, e che quando nuove idee vengono a imprimersi nella nostra memoria, di mentichiamo una seriedi altre idee, sic chè le une cancellano le altre, e non vi è nel nostro intelletto aggiunzione di idee nuove, ma semplice successione (V. MEMORIA). Vié dunque un limite intellettivo, oltre il quale l'uomo, così come è ora organizzato, non può spin gersi. Anche la divisione di una mede sima scienza i vari rami coltivati dagli specialisti, già indica che un nomonon può approfondire le sue cognizioni, se non si dedica esclusivamenle a un de terminato e ristretto numero di fatti. Ma il pragresso infinito malpuò conte ciclopedia delle scienze, e conoscere tutti i particolari dellastoria, per quanto grande sia il numero dei secoli che conta la vita del mondo.Epoichè pro gresso infinito vale tempo infinito, cosa infinita, così bisognerà credere che possa venire un tempo incuil'uomo conoscerà tutti i fenomeni dell' universo infinito, nel qualel'eternitànel tempo e nello spazio non saranno più una incognita per lui. Siffatta esagerazione nonhabisogno di essere confutata. Il mondo nè peg giora, nè progredisce infinitamente. II nostro miglioramento è semplicemente indefinito, vale a dire che se noi pos siamo accertare il costante progresso dellasocietà, manchiamo peròdi qualsiasi dato per stabilire il punto in cui que stoprogresso dovrà arrestarsi.Sappiamo però che una legge di trasformazione è immanente in tutta la natura; che la specie nostra e la nostra vita non rap presentano che un punto e un minuto nella vita dell' universo; e che nati su questa terra allorchè le condizioni di calore furono propizie allo sviluppodella vita organica, noi cesseremo di esistere tostochè il successivo raffreddamento di essa più non permetterà agli attuali organismi di trovarsi nelle condizioni necessarie alla loro esistenza (v. Mondo). Proposizione. La più semplice forma logica con laqualeesponiamo un giudizio. Ogni proposizione, infatti, per semplice che essa sia, contiene sempre un giudizio, avvegnachè, ancor che sia ridotta ai suoi minimi termini, essa e sprime sempre l'oggetto e l'attributo, e spesso la relazione tra l' uno e l'altro. Quando io dico la forza è eterna, il verbo é indica la relazione che corre fra il soggetto forza e l'attributo di eternità di cui è o la suppongo dotata. Questa sarebbe una proposizione affermativa perché il verbo afferma l'attributo; sa rebbe negativa se lo negasse, come per esempio in quest' altra: l'anima non è immortale. Platone nel Sofista riduce a due soli i segni vocali della proposizione: > Morto Francesco I, il suo succes sore restitul aRamus la libertà di par lare e di scrivere, e cred anche per lui una nuova cattedra al Collegio di Fran cia: ma la protezione reale non valse ad impedire l'odio di quelli che mal tolleravano i suoi tentativi di riforma in ciascuna delle arti liberali, dalla gram matica alle matematiche. Qui vuol es sere ricordata la questione, divenuta famosa, dei quisquis e dei quanquam. I teologi della Sorbona pronunciavano quelle parole alla francese, e cioè come se fossero scritte Kiskis e Kankam: i lettori del re invece respingevano come barbarismo quel modo dipronuncia. Un beneficiario che aveva adottata la pro nuncia di questi ultimi, fu perciò solo citato in giudizio davanti al Parlamento di Parigi, ed egli correva gran rischio di pagare la sua grammaticale eresia colla perdita del beneficio, se non lo avessero caldamente difeso i professori del Collegio di Francia e Ramus con essi, i quali a gravissimo stento riesci rono a persuadere i giudici che le re gole dell' ortoepia non erano soggette alla loro giurisdizione. Giudichisi da questo fatto quale fosse allora la forza delle vecchie consuetudini, e del princi pio di autorità, e quanto coraggio do vessepossedere chi in qualsiasi guisa vo lesse sfatare questo o quelle.Pure Ramus non si lasciò spaventare da ostacoli di tale natura ; riprese le sue lezioni di 329 le dottrine di Platone e di Aristotile logica ad onta dei clamori e dei tumulti con cui si tento ripetutamente di inter romperle; anzi adottò per testo appunto quelle considerazioni sulla logica di Aristotile » per cui erasi scatenata su lui tanta tempesta. Nello stesso tempo osò pubblicamentesostenere(ed era al lora esecranda eresia) che anche Cice rone e gli altri autori antichi avevano i loro difetti, e che « se furono ottimi in qualche cosa non erabuona ragione per adorarli in ginocchio e per procla marli perfetti in tutto ». Avendo Ramus abbracciata in quel l'epocala religione protestante,dapprima segretamente e pubblicamente dopo l'e ditto di tolleranza del gennaio 1562, offri ai numerosi nemici che si era procurati colla sua audacia una poten tissima arma per perderlo. Egli divenne l' oggetto delle calunnie più odiose, e per due volte fu costretto ad abbando nare la cattedra ed a correre la via dell'esiglio. Finalmente, come già dissi, fu barbaramente trucidato la sera della strage di San Bartolomeo, dopo che a veva già convenuto e pagato ai suoi as sassini il prezzo del suo riscatto. Tra le sue opere ricordo le « dia lectuæ partitiones ad Academiam Pari siensem, e gli arithmeticae libri tres ». Rapin. Nacque in Tours; morìl in Parigi: entrò nella compagniadi Gesù, dove fu destinato all'insegnamento. Scrisse molte opere filosofiche, nes suna però di qualche merito. Come un infecondo tentativo di filosofia teologica va ricordato il suo « confronto tra Pla tone ed Aristotile coi giudizi dei padri sulle loro dottrine. Con esso l'autore si propose di dimostrare che fu irra gionevole il disprezzo ostentato da De scartes per le tradizioni filosofiche che erano in auge prima di lui, ed erroneo ed incompleto il sistema da lui seguito e le conseguenze che ne dedusse. Pre messa unasuperficiale esposizione del (tra cui fa un confronto non meno su perficiale) come dei padri della chiesa, Rapin giunge alla conclusione che mal grado la loro ignoranza delle leggi fi siche tutti costoro furono eccellenti filo sofi appunto per aver saputo meglio di Descartes apprezzare l'importanzadella metafisica e per averne riconosciuta la preminenza sopra le scienze fisiche. Del resto, anche non tenendoconto della va cuitàdelle opere delRapin, i suoi stessi fautori riconoscono non aver egli saputo senonchè esporre conuna forma molto infelice le idee su Platone di un cano nico di poca fama, di cui egli in tal guisa non sarebbe stato che un impe rito plagiario. Razionalismo. Così si chiama quel sistema di filosofia il quale pro fessa di non riconoscere altre verità che quelle dimostrate dalla ragione. Data questa definizione,che è la piùgenerale, si capisce facilmente che le credenze dei Razionalisti possono essere tanto diverse quanto sono diversi icervelli degli uo mini. Se la ragione fosse eguale in tutti gli uomini, certo sarebbe unico anche il criterio dei razionalisti per scoprire la verità; ma disgraziatamente non è così; e poichè ogni uomo crede di se guire i dettati della sua ragione, anche quando non rettamente argomenta, da questa varietà doveva necessariamente derivare, come infatti n'è derivata, una grandissima diversità nelle conclusioni dei razionalisti, i quali vanno divisi in tante scuole, che a tutte nettamente determinare è ardua impresa. Dirò per tanto di alcune di esse e delle più note. La prima scuola,la quale interpreta il razionalismo nel modo più ristretto e, dirò anche in un senso affatto im proprio, è quella del razionalismo teo logico. Questa scuola, per la maggior parte compostadi veri teologi, professa sibbene di accettare la ragione come criterio di verità, ma riconosce poi che ci sono dei veri i quali eccedono la ca pacitànaturaledell'umana ragione, quali sono ad esempio i misteridella religione, primitivo ha potuto colsolo aiuto della iquali non possono dimostrarsi, ma devono di necessità essere creduti per fede. Tutti di leggeri intendono che impropriamente cotesti tali presero il nomedi razionalisti, imperocchè dalmo mento che l'uomo sottrae al giudizio della sua ragione una opinione od un principio, perde per ciò stesso il diritto di dirsi razionalista; altrimenti bisogna rebbe che tal nome fosse dato a tutti gli uomini; inquantochè tutti inqualche cosa si sottomettono ai dettati della ragione. Fra questi stessi teologi il nome di razionalisti fu disputato; ma infine ge neralmente convennero di applicare tale appellativo a quelli fra di loro i quali si sforzano didimostrare laverità della fede collaragione. Si sa che ilmaggior numero conviene che molti dommi te ologici sono superiori al nostro inten dimento, e che impresa vana è il ten tarne la dimostrazione. Non pochi però furono di contrario avviso, e appog giandosi al detto di S. Paolo « la cre denza sia ragionevole » hanno concluso che ognidommapuò edeve esserespie gatodallaragione, permezzodella quale si sono accinti a dimostrare, a parer loro razionalmente, le così dette verità della fede. Non e a dirsi la meschina figura che certi tali hanno fatto in co tale improba intrapresa, giacchè, messi alle strette tra la fede e la ragione, nonhanno fatto questa giudice di quella, ina piuttosto un' umile ancella, i cui servigi sono stati assai poco apprezzati e ancor peggio rimunerati. Molti teologi hanno severamente biasimataquesta ten denzadi introdurre laragione nelcampo dei misteri; e non avevano torto, poichè la ragione nulla possa in quelle cose che la Chiesa stessa ex cattedra ha de finite superiori all'umano intendimento. Appenapochi lustri or sono eraviva in Francia la disputateologica tra i ra zionalisti ed i tradizionalisti; i primi cercavano di dimostrare con esempi at tinti alla natura e alla storia che l'uomo sua ragione man mano sollevarsi dallo stato selvaggio alla presente civiltà. So stenevano invece i tradizionalisti che senza il soccorso della tradizione, per la quale venne trasmessa la rivelazione fatta da Dio al primo uomo, non solo il genere umano sarebbe andato dege nerando, ma non sarebbe mai riuscito neppure a crearsi un linguaggio. Era, per verità, da partedei teologi razionalisti, un'ardua impresa quella di sostenere arditamente la potenza civi lizzatrice della ragione, e di opporla al potere della rivelazione. Manon dimen tichiamo che quei singolari razionalisti nonsostenevano la ragione che per ado perarla poi a beneficio della fede. Essi non escludevano il sovranaturale, tut t'altro; partivano anzi da un principio poco diverso dalle idee archetipe di Pla tone, pel quale sostenevano che l'intel letto nostro contiene in germe tutte le verità così religiose come naturali; che queste verità, dono gratuitodi Dio, van no manmano svolgendosicol progresso storico dell' umangenere. Tutte le loro dispute si struggevano intorno aquesto solo principio: la rivelazione è un fatto vero ma non necessario. Se Dio non avesse data la rivelazione, gli uomini col solo aiuto dei germi che Dio ha posti nell'intelletto umano, si sarebbero innalzati alla civiltà, avrebbero acqui stata la conoscenza di Dio e della sua legge morale. Non si può negare che per dei filo sofi teologi questo era un passo assai ardito. Ma stretti com' erano dai vincoli della fede, alla quale non potevano sot trarsi, come avrebbero potuto non mal trattare la logica a beneficio della re ligione? Perciò vittoriosamente oppo nevano i loro avversari che laragione umana essendo limitata, non potrebbe da se solaelevarsi fino alla chiara idea diDio. Quindi conchiudevano con l'ar gomento di S. Tomaso (Contr. Gen. c.4) che tre inconvenienti sarebbero venuti ove Dio avesse abbandonato alle ricer RAZIONALISMO che di ciascun uomo l'opera di for marsi le nozioni riguardanti Dio, la cre azione, la legge morale e la vita avve nire. E cioè: 1.º che pochi uomini ar riverebbero fino alla cognizione di Dio, essendo il maggior numero impedito o da inettitudine o da estranee occupa zioni, o dall' inerzia; 2.º che anche que sti pochi i quali hanno capacità, tempo e volontà, a stento vi potrebbero per venire dopo anni assai, e ad età inol trata; 3.º che essendo limitata laragione e soggetta ad errare, non potrebbero quindi avere mai la piena e formale sulle forme del culto, divien scettico sui dommi fondamentali della vita av venire; non afferma nè nega, ma s'a stiene, come il positivismo. Ciò, pertan to, che fudetto perl'uno valeanche per l'altro. Dirò ancora che, a parer mio, questa astensione non èmolto ragione vole, poichè in tutte le cose l'uomo certezza di avere colto nel vero. I razionalisti teologi sono molti dif fusi inGermania dove, per razionalismo, non s'intende già una filosofia incredula, ma una filosofia, la quale, benchè sia contraria ai dommi della religione, è pur sempre sottomessa ai dommi fonda mentali dell' esistenza di Dio, della spi ritualità e dell' immortalità dell'anima. Ai nostri giorni nell' Italia e nella Francia è sorto il razionalismo filosofico, il quale, assai più ardito del suo confra tello, ha scosso tutti i dommidella fede pronunzia il suo giudizio seguendo le regole della probabilità. Nel Fedone, parlando Socrate della immortalità del l'anima, dice: « lachiara cognizione di tali cose in questa vita è impossibile, od almenodifficilissima ... Il savio deve dunque tenersi a ciò che sembra più probabile quando non abbia dei lumi più sicuri, o una rivelazione che lo gui di ». Or i razionalisti questa rivelazione non l'hanno, nè ammettono per vere quelle a cui credono gli altri uomini; perchè dunque non si atterranno al co mun modo di determinarsi nei casi dubbi? Dicono che questequestioni ec cedono lacapacitànostra e che i motivi addotti pro e contro non hanno alcun valore. Ragione di più anzi per deter mivarci alla negazione, perciocchè se alcuno ci venisse innanzi affermando l'e equelli ancora della filosofia spiritua lista. Questo razionalismo, proclamando l' assoluta indipendenzadella ragione, e la sua esclusiva competenza a scoprire prensibili, certo non si pretenderebbe cheda noi si adducessero argomenti sistenza dicosa impossibilee pretendesse dimostrarcela con argomenti incom il vero, nega recisamente ogni culto e sterno ed eziandio ogni religione. Si arresta, per altro, dinanzi ai dommi fon damentali dell'esistenza di Dio e dell'a nima immortale, non giá perché esso li ammetta siccome veri; ma perchè li di chiara impossibili a concepirsi e a di mostrarsi col nostro intendimento. Par rebbe ovvio che dopo taldichiarazione il razionalismo dovesse negarli; pure non è così, giacchè esso aggiunge inol tre, che come quei dommi non possono concepirsi nè dimostrarsi, così neppure possono confutarsi e negarsi; che tanto le prove affermative quanto lenegative non hanno valore quando si applicano ad argomenti che eccedono i limiti del l'umana ragione. Mentre adunque il positivi per negarla. Finchè una cosa non sia dimostrata, per noi non esiste ancora, e per negare ciò che non esiste occorrono forse argomenti positivi? Ma dimostrato non è ciò che si ammette eccedere i limiti delnostro intendimento, perciocchè la dimostrazione vuol essere compresa, o non è dimostrazione. Se non è dimostrazione, dunque la cosa rimane indimostrata; e se la dimostra zione non è conpresa, dunque la cosa non resta nè compresa ne dimostrata, come non lo sono tutti i sogni della nostra immaginazione, ad annullare i quali bastala semplice attestazione dei sensi. L' astensione del razionalismo sui razionalismo filosofico è affatto incredulo | dommi fondamentali della religione non può dunquefondarsi, come si pretende, sulla incompetenza della ragione. Un certo ritegno, consigliato piuttosto dalla opportunità, per non spingerela nega zione a tutta oltranza e per non cre arsi troppi nemici, è il vero motivo di questa astensione. Ma molti hanno già superato anche le ultime barriere e spingono il razionalismo filosofico alle sue ultime conseguenze, quali quelle di emancipare la ragione umana da ogni incomprensibile sovranaturale e di ren derla suprema giudicatrice d' ogni con troversia. Razza, Specie. I naturalisti divi dono gli esseri vivi che popolano il mon do in vari generi, ogni genere sidivide in varie specie, e le specie in razze. La specie dunque comprende la razza; e se si ammette che le razze comprese in una medesima specie derivano tutte da un'unica fonte, non così sono tutti disposti ad ammettere che le specie possono essere derivate le une dalle altre. Darwin è stato uno fra i primi che hanno dimostrata la trasformozionedelle specie e il loro possibile passaggio dal l'una in altra (v. DARWINISMO ). Rima ne tuttavia il dubbio sul valore delle varie razze umane, rimane, cioè, a co noscersi se le varietà che si notano nel fisico umano, derivano dalladegradazio ne o dal miglioramento di individui e guali, oppure se queste varietà sussi stettero in ogni tempoe fin dall'origine dei vari tipi, i quali sarebbero perciò distinti con caratteri specifici e costi tuirebbero altrettante specie. Già fin dal secolo scorso i naturalisti erano discordi intorno a questo punto. Buffon ammetteva una sola specieuma na, fondandosi sul fatto che da un clima all' altro le singole razze di uomini sono insieme collegate; che a lungo andare ogni uomo risente la influenza del clima, che una medesima latitudine, allorchè contiene climi diversi, presenta pure razze differenti; finalmente che le varie razze d'uomini possono associarsi vicen devolmente e generare individui fecondi. Quest'ultimo carattere fu però negato da molti naturalisti, specialmente dopo le infeconde unioni sperimentate sui negri d' Affrica trasportati in America (V. DARWINISMO ). D'altra parte si è pure giustamente obbiettato che la fe condità delle unioni fra individui di differente razza non proverebbe che essi appartengono alla medesima specie,poi chè, come osserva il prof. Adelon, è certo che molti animali di specie evi dentemente diversapossono accoppiarsi e procreare individui fecondi. A molti parve poi impossibile di attribuire al l'influenza del clima le differenze che si riscontrano fra le varie razze umane. Nella storia naturale, dicono essi, le specie si fondano sopra diversità im portanti, dipendenti dall' organizzazione primitiva, le quali resistendo ad ogni esterna influenza, si trasmettono immu tabili attraverso alle generazioni. Essi dicono che le differenze che si notano fra le razze umane in certi casi hanno questo carattere specifico. Si incontrano uomini neri vicino ai poli e uomini bianchi sotto ai tropici; gli uni e gli altri si mantengono tali in climi opposti quando non si uniscono con altre razze; ed in tal modo ibianchi rimangono bianchi sotto ai tropici ed imori restano mori nella terra di Diemen, paese fred do, come pure nell' America settentrio nale. Quante nazioni conservano il pri mitivo loro tipo a malgrado dei secoli e dei climi, quando non contraggono estranee alleanze, come, per esempio, la nazione ebrea! D'altronde il moro non ha mica la sola pelle nera; sono pure neri ilsuo sangue, i suoi organi interni, e se pretendesi che la prima sia stata annerita dal calore del clima si vorrà forse che egualmente abbia anneriti gli altri? D'altronde non fu forse osservato avere il negro un pidocchio particolare ad esso, e diverso da quello che affligge la razza bianca? Intorno a questo argomento così si spiega Bertillon in un notevole scritto sull' antropologia: «Uno dei criteri di coloro che sogliono attenersi al di principio per sviluppare la confusa. gruppo specifico è l'origine. Sono di chiarati della stessa specie coloro che sortono dalla medesima coppia. Compre sa in questa generalità la tesi è incon testabile, perchè si suppone che la discen denza è unfatto osservato, maquando la comunanza d'origine non è stata scien tificamente accertata, e in conseguenza tutte le volte che essa risale a tempi lontanissimi, come nel caso dell' uomo, bisogna relegare questo preteso criterio fra le più detestabili inspirazioni di cui i miti religiosi hanno infettate le fonti della scienza. Quand' anche gli uomini non fossero che delle scimmie antropo morfe perfezionate da una lunga selezio ne, non costituirebbero perciò meno un gruppo generico ben distinto; e se an che gli astronomi, che oggi ci mostrano l'esistenza del ferro, del rame, dell'i drogeno ecc. nelsole, riuscissero a farci vedere degli uomini nel pianeta Marte, Od altrimenti, il raziociniosi fa quando, con dei principii luminosi ben applicati alle cose oscure e ignote, si dimostra quel che era occulto. Raynal ( Tommaso Guglielmo ) nato a Saint-Genis il 12 Aprile 1713, morto a Chaillot il 6 Maggio 1796. Fudapprima ascritto alla compagnia dei Gesuiti, mase ne allontand ben pre sto e, recatosi a Parigi, vi abbandonò apertamente il sacerdozio. Alcuni lavori di diversa natura, sto rici in gran parte, incominciarono ad acquistargli rinomanza, e lo fecero ac cettare quale uno dei redattori del Mer curio. Avendo poi stretta amicizia con Holbach ed Helvetius difese con ar dire e convinzione i principi da essi professati. Ebbe fama luminosaper lasua ope ra maggiore intitolata « storiafilosofica e politica degli stabilimenti e del com mercio degli Europei nelle due Indie. qualunque fosse la loro eguaglianza or ganica con noi,dovrebbero forse costi Con quel libro Raynal tradusse in atto tuire una specie aparte, sotto pretesto che non discendono dagli stessi ante un concetto di difficile esecuzione e va nati ? Il solo proporsi queste questioni vale risolverle. La formazione dei gruppi specifici deve riposare, o sulla fecondità scientificamente accertata e duratura fra gli individui che li compongono, oppure sul complesso dei rapporti di rassomi glianza e d'intimità i quali possano condurci ad ammettere come attualmen te possibile la riproduzione durevole dello stesso tipo ». Con ciò si conclude che se in nessuna scienza si possono fare delle divisioni assolute, meno poi èlecito farle nella storia naturale, nella quale queste divisioni sono affatto con venzionali enon meritano proprio, come ben dice il dott. Bertillon, le lunghe discussioni che hanno generato. Raziocinio. L'atto del commet tere insieme giudizi per induzione o per dimostrazione. Il raziocinio, diceRo magnosi, discorso,argomento, prova, non è che lo sviluppo di una idea chiaro confusa, nellaquale laparte chiara serve stissimo, quale era quello diriunire in un quadro metodico e ben fattola sto ria di tutte le imprese degli Europei nell' India e nel nuovo mondo. Come egli sia riescito in questa impresa si ardua, lo mostra la splendida celebrità che al suo primo apparire l'opera gua dagnava all'autore. Della Storia filoso fica, furono fatte nella sola Francia venti edizioni, e più che cinquanta altrove. E fu un successo ben meritato, perchè se in qualche punto si sarebbe potuto usare una critica storica più severa, tale menda però scompare di fronte ai pre valenti pregi reali dell'opera, nella quale l'autore, alla esatta esposizione dei fatti, seppe accoppiare profondi insegnamenti, ed interessantissime considerazioni, qua li sono quelle sulla tratta deinegri, e sul la libertà del commercio, cherimangono adimostrare il suo profondo affetto per l'umanità, e per il civile progresso. L'opera, per la sua indole storica, più che filosofica, mal si prestava ad una completa ed ordinata esposizione di dot trine. Tuttavia Raynal non lascid sfug gire occasione veruna per battere in breccia l'assolutismo e lasuperstizione, eper ridurre al loro giusto valore le teorie dell'assoluto. Così egli rifiuta ogni fede all'esi stenza di Dio, ed anzichè supporre un ordine morale eguale in ogni tempo ed in ogni luogo ed indipendente dalla diversità dei fatti e delle forme sociali, dimostra essere la morale una creazione e della società, diversa nei diversi tempi nei diversi luoghi, ed intieramente subordinata ai climi, alle consuetudini, ed alle forme di governo. e «la storia del Parlamento d'Inghilterra». Realismo. Vedi NOMINALISMO. Redenzione. Nell' antico Testa mento redentore è detto chi redimeva od aveva diritto di redimere l'eredità venduta da alcuno dei suoiparenti, o il parente stesso, dalla schiavitù, e chi ri scattava una vittima destinata al sacri ficio. Redentore del sangue era colui che aveva diritto di vendicare l'uccisione di qualche suo parente, ammazzando l'uccisore. Nel nuovo Testamento Gesù è detto il Redentore, colui che diede la sua vita per la redenzione degli uomini (Matt. XX, 12). Ivi s' insegna che noi resero molti onori. RELAZIONE, RELATIVO siamo stati riscattati a gran prezzo (I Cor. VI, 20), che il nostro riscatto non fu fatto a prezzo d'argento,macol 335 uomini ed a concedere loro la vita e sangue dell' agnello immacolato, il quale è Gesù Cristo. (I Piet. I, 11). Gli scrit terna. La quale opinione, che fadi Gesù Cristoil nostro redentore per in tercessione e non per soddisfazione, è avversata dalla maggior parte dei cri tori sacri partendo dal concetto del| stiani, i quali siconfortanocolleparole peccato originale, giungevano fino a supporre che tutti gli uomini fossero dannati e fatti preda del demonio, e che Gesù solamente col versare il suo cato e la nostra liberazione. Conviene di Gesù: « Questo è il sangue mio del nuovo testamento, il quale sarà sparso per molti in remissione dei peccati ». Essi dicono ancora chenell'anticalegge la redenzione o il riscatto dei primo sangue, offrendolo in olocausto al Pa drè suo, ottenne laremissione del pec- geniti consisteva nel pagare il prezzo per ricuperarli; la redenzione dunque del genere umano consistere nell'avere ricordare che sotto l'anticalegge il sa Gesù pagato il prezzo per salvare gli uomini colpevoli e degui della morte eterna. Ma fu risposto che se quello di Gesù Cristo fosse stato un riscatto ve crificio costituiva il fondamento di tutto il culto. Il popolo d'Israele, simile in questo a tutto il paganesimo, non im petrava la clemenza di Dio in altro modo che coll' offrirgli de' sacrifizi. I migliori animali e i più immacolati e rano immolati sull'altare della divinità, e su quella vittima innocente ciascuno scagliava la sua maledizione come per rovesciare su di lei le colpe di tutti. Ammesso dunque il peccato originale, ai primi cristiani doveva parer cosagiu- muoia per alcuni colpevoli, nè offrendo sta che il sangue di unuomo fosse dato come corrispettivo del riscatto di tutta ro, egli avrebbe dovutopagarne il prezzo al demonio da cui li riscattava, e che questa idea era troppo orribile per es ser vera. D'altra parte fu detto che la redenzione per soddisfazione, sarebbe contraria alla giustizia divina, non es sendo giusto che un innocente patisca e l'umanità. Ai sociniani però non parve conve nevole per la divinità ch'ella vendesse, fosse pure a prezzo di sangue, la re denzione degli uomini; laonde cercarono di mitigare quanto ha in se stesso di brutale questo domma, insegnando che, non già per lamortedi Gesù,Dio aveva perdonato agli uomini, ma per le sue. preghiere. Quanto ai pelagiani che ne gavano la propagazione delpeccato ori ginale, dovevano necessariamente inten dere la redenzione in un senso simbo lico. Dissero perciò che Gesù è reden tore degli uomini perchè li ha istruiti con laparola e con l'esempio, riscat tandoli dalle tenebre dell' ignoranza, e ponendoli in condizione di acquistarsi il cielo. Anche Le Clerc nella sua Sto ria Ecclesiastica si avvicina a questa dottrina, dicendo che Gesù pregò il questa sostituzione soddisfazione alcuna pel delitto. Che, infine, sarebbe stata cosa più degna della bontà infinita il perdonare senz' altro a rei pentiti che l'esigere una rigorosa soddisfazione. Aqueste ed altre obbiezioni, i cre denti nella soddisfazione hanno risposto essere una veratemeritàil crederedi sa pere meglio di Dio ciò checonvenisse ad una bontà infinita. In questa maniera eludendo la domandaconvennero che il domma della redenzione non è spiega bile dalla ragione umana, e che costi tuisce perciò un mistero imperscruta bile. V. GESÙ, CRISTO, MESSIA, INCARNA ZIONE. Relazione, relativo.L'atto col quale l'intelletto consideradue cose di verse, ideali o reali, per indurne conse guenze sulla loro convenienzaosconve nienza si chiama paragone; le conse guenze indotte le quali indicano ciòche una cosa è rispetto all'altra, sono la Padre suo a perdonare i falli degli | relazione . Le relazioni che le cose hanno fra di loro sono innumerevoli, e la loro conoscenza costituisce il nerbo delle nostre cognizioni. Sono cose o ideerelative quelle che hanno dipendenza da altre cose o idee. L'effetto è relativo alla causa da cui dipende; il colore è relativo al corpo in cui si manifesta od all'organo da cui è percepito. Adoperasi perciò nella filoso fia la voce relativo per indicare uno stato o una condizione differente dal l'assoluto. Ogni nostra idea è relativa a noi,manon è assoluta; il concetto che io mi formo del suono, deicolori, della luce, è affatto relativo al mio modo di percepirli; ma chi sa in quale altra maniera sono percepiti da altri esseri ? e chi sa che cosa questi fenomeni sono in realtà? Di cose assolute non può e sisterne che una, ed è la sostanza, la quale essendo indipendente da ogni al tro essere, ed unica, non ha relazione conaltre cose, poichè tutte le cose sono parte di essa . Tolta questa unica eduniversale sostanza, tutti i feno meni percepiti sono relativi o al no stro modo di percepirli, o alla causa d'onde emanano, o alle condizioni di e sistenza che essi trovano. Tutte le idee che noi abbiamo sono relative. Invano noi cerchiamo di avere la nozione assoluta delle cose; tutto ciò che noi impariamo, lo impariamo in grazia dei nostri sensi e perciò la ve rità di tutte le nostre cognizioni è pu ramente relativa a questi sensi. (v. PIR RONISMO). Religione. Sentimento dell'animo verso Dio, il quale non deve confon dersi con gli atti di divozione, che costituiscono più propriamente il culto. Vi sono alcuni chehannouna religione enon uncultoesterno; ma l'elevazione della mente verso Dio è in ogni caso carattere essenziale della religione. Han no torto quegli increduli i quali affet tano di professare la « religione della scienza » la « religione dell'umanità >> ola « religione del vero ». Queste ed aitre tali espressioni o non esprimono giustamente il loro pensiero, oppure non servono che ad occultare la loro incredulità. Si possono professare delle opinioni filosofiche intorno alla scienza o all'umanità; ma acostituire una reli gione, ossia un sentimento di relazione fra l'uomo e un supposto essere sovra naturale, non bastano leideepuramente relative a cose naturali. Questo per ciò che riguarda la de finizione. Se poi si'considera la reli gione nella sua essenza, si vede che quel il quale si suppone innato in tutti gli uomini, non è altro che l' espressione di quel l'occulto timore che l'uomo prova din nanzi agli agenti naturali più potenti di lui. Feuerbachha detto giustamente che il sentimento di dipendenza è la sorgente di tutte le religioni; or il primo motivo di questa dipendenza de riva dalla natura, e perciò essa è stata l'oggetto del primo culto. « I filosofi speculativi rai hanno canzonato, scri veva Feuerbach, perchè ioho detto che il sentimento di dipendenza è la sor gente del sentimento religioso, defini zione che parve a loro faceta, dopo che Hegel disse a Schleiemacher, che se il sentimento di dipendenza è la sorgente della religione, il canedovrebbe averne una; avvegnachè esso si sente sotto la dipendenza del suo padrone ». AFeuerbach parve così poco seria ' obbiezione di Hegel, che dopo averla accennata non credette di spendere parole per confutarla. D'altronde gli sarebbe stato facile il dimostrare che, se il cane, col suo corto raziocinio, sentisse il bisogno di credere in un es- sere superiore, certo l'uomo sarebbe it' suo Dio, con la differenza che esso ha pel suo padrone un' affezione assai più vera di quella che l'uomoprova per la Divinità. ; ma ai filosofi moderni, siffatta credenza par troppo ridicola. Ben altrimenti che tor nare in polvere, il corpo umano per la massima parte si volatizza in gaz, i gaz sono assorbiti dalle piante, le piante si trasformano in frutti, i frutti sono man giati dall'uomo e si assimilano alla sua carne (v. MORTE). Questo esempio rac chiude così all' ingrosso tutto il con cetto della trasformazione della mate ria; ma uno studio accurato della spe cialità dimostra, che sì nell' uno che nell' altro modo, per un circolo di tra sformazione più o meno lungo, la ma teria torna quasi sempre al punto di partenza e compie una rotazione non dissimile da quella che subisce l'acqua nei suoi fenomeni apparenti: svapora, cioé, dal mare, si trasforma in nube, quindi si condensa in acqua o neve, penetra nei fianchi dei monti, scaturi sce in sorgenti e quindi le sorgenti fanno i ruscelli, i torrenti, i fiumi, che finalmente ritornano al mare. Così del pari la materia di che è composto il nostro corpo, sarà a poco a poco assi milata da altri corpi; formerà vegetali, animali e uomini, di guisa che, in ulti ma analisi, può dirsi con matematica esattezza, che tutti gli uomini son fatti dall'istessa sostanza. Ora se la materia di che é composto ilmio corpo è quella stessa che formò il corpo di altri uo mini che vissero prima di me, avremo un corpo solo ognidieci, ogni cinquanta ocento uomini, di guisa che molti sa ranno impossibilitati a risorgere. Lo statuario che modellando la sua creta forma una figura, e cessato il bisogno l'infrange per formare con essa nuovi modelli, potrebb'egli mai coll' istessa creta pretendere di ricostruire tutti i modelli che con essa egli ha prodotti? S. Paolo così rispondea questa diffi tempi gli opponevano i Corinti: « Ma, dirà alcuno, come risuscitano i morti e con qual corpo verranno? Pazzo che sei ! Quel che tu semininon èvivificato, se prima non muore. Tu non semini it corpo che deve nascere,maun granello ignudo; ed aciascunseme Iddiodà il suo proprio corpo. Non ognicarne è la stessa carne, anzi altra è la carne degli uo mini, altra quella delle bestie. Vi sono ancora dei corpi celesti e dei corpi ter restri, ma altra è la gloria dei celesti, altra quella dei terrestri. Cosi ancora sará la risurrezione dei morti: il corpo è seminato in corruzione e risusciterà incorruttibile Egli è seminato in diso nore e risusciterà in gloria: egli è se minato in debolezza, e risusciterà in forza: egli è seminato corpo animale e risusciterà corpo spirituale. (Cor.). Certo, qui San Paolo non spiega l' impossibilità fisica di formare due o più corpi con lamedesima mate ria contemporaneamente. Il corpo dei risorti dev'essere spirituale; e intendasi pure che in queitempi neiquali lo spi ritualismo moderno non eranato, con la voce spirituale intendesse di indicare una sostanza più leggera della materia (v. ANIMA), una sostanza incorruttibile, cioè non soggetta a trasformarsi Sarà pur sempre vero che, secondo S. Paolo, non saranno già i nostri propri corpi che dovranno risorgere, ma altri corpi fatti di una sostanza diversa. Perchè non è piaciuto ai teologi di restar fe deli a questo insegnamento ? Volendo lusingare la vanità dei vulgari essi hanno forse capito che se il domma della risurrezione giovava al cristiane simo, ciò era apatto che il nostro pro prio corpo fosse chiamato alla risurre zione; cioè quel corpo al quale siamo tanto attaccati, e che costituisce per noi tutta la nostra personalità. Perciò amolti teologi èpiaciuto di sbizzarrirsi descrivendo le condizioni della nostra risurrezione.A sentirli, tutti i corpi do vranno essere perfetti; quindi gli storpi si raddrizzeranno, i ciechi avranno la vista e i sordi l'udito; i grassi diver ranno un po'magri e i magri ingrasse ranno; i vecchi dovranno diventar gio vani e igiovani dovranno farsi adulti, in modoche tutti abbiano la perfetta età di 33 anni. Non hanno detto però se per amore di questa tanto invidiabile ugua glianza e di questa sublime perfezione, le vergini dovranno cessare di essere tali, o se le donne maritate dovranno tornare vergini. Quest'ultima opinione è però assai più probabile, attesochèGesù Cristo, rispondendo ad una interpellanza chegliavevanofatta iSadducei, dichiarò che quando gli uomini saranno risu scitati dai morti, non prenderanno nè daranno mogli, ma faranno come gli angeli che son ne'cieli » (Marco XII, 25). Quindi gli uomini avranno la bocca ma nonmangeranno; il ventricolo ma non digeriranno; gli organidellagene razione ma nongenereranno. In termini assoluti si può dunque dire, che tutti questi organi saranno superflui : or è molto dubbio che le cose superflue sian perfette. Perciò, guidati da questa ob biezione, molti teologi supposero che nella risurrezione non si farà più di stinzione di sesso. Questa opinione ha fondamento in un passo dell' Evangelo apocrifo degli Egiziani, nel quale si leggevano queste parole: « Il Signore fu interrogato daSalome quando verreb be il suo regno? Ed egli disse: quando voi calcherete sotto i piedi gli abiti della vostra nudità, quando due saranno una, e ciò che è di fuori sarà come cid che è di dentro e non vi sarà più nè maschio nè femmina » . Giustamente osservò BianchiGiovini,che con questa anfibologia pare si voglia dire, che la trasformazione del mondo presente deb ba produrre anche una trasformazione dell'essere umano, il quale sarà vestito di un corpo diafano, liscio, senza sesso, senza membri o visceri, di cui non vi sarà più bisogno; come non vi sarà bi sogno di vestimenta essendo cessati i riguardi del pudore e le esigenze delle stagioni. In tutti i casi le prime fonti cristiane insegnerebbero che la risurre zione si farà con corpi diversi dai no stri, e se i teologi vi avessero attinto fedelmente e senza esagerazioni, avreb bero almeno evitata la impossibilità fi sica di cui si è parlato. Rivelazione. Nelsenso dei dom matici è l'atto col quale Dio ha inse gnato agli uomini, a viva voce, o per mezzo dei suoi inviati, lecosì dette ve rità della religione. Tutte le religioni positive ammettono una rivelazione fatta daDioall'uomo,siadirettamente all'atte della creazione, sia indirettamente col mezzo di mandatari che consegnarono le regole della religionenei codici sacri, i quali perciò si considerano dai credenti come inspiratidalla divinità. I principali libri sacri sono: i Veddas, il CodicediMa nou e i Purana degli Indiani; il Zend Avesta dei Persiani; laBibbia degli ebrei (V. BIBBIA) l'Edda degli Scandinavi e il Korano dei mussulmani.IGreci ediRo mani avevano ingrande venerazione al cuni scritti dei poeti, tali che Omero ed Esiodo, certe raccolte degli oracoli ed i libri Sibillini, evidentemente apocrifi. Allora la poesia dettava le sue leggi ai popoli, dei quali i poeti erano i natu rali legislatori. Nei primordi della ci viltà gli uomini non ebbero altra re gola di condotta all'infuori di questa : ecoloro fra essi che per il loro inge gno, per il coraggio o per l'entusiasmo si distinsero dagli altri, furono creduti inspirati dagli enti superiori. L' uomo aveva vicino i suoi Dei, e tutti i giorni ne udiva la voce, iconsigli e icomandi in tutti i fenomeni della natura, nei tuoni e nei lampi, nel volo degli uc celli, nelle interiora degli animali, nei vapori delle caverne, nel canto dei poe ti, e perfino negli incoerenti propositi dei pazzi (v. ORACOLI). Chi per le doti del suo ingegno si sentiva chiamato a dirigere i destini della società, si cre deva o fingeva di credersi inspirato da Dio; dettava le sue leggi, e i suoi scritti andavano bene spesso ad aumen RIVELAZIONE tare il codice dei libri sacri. Il sorgere di un profeta, di un rivelatore era cosa assai comune tra gli orientali; come tra i Greci ed i Romani comunissima era la scoperta di nuovi oracoli. Dio parlava all'umanità in tutte le guise, sotto tutte le forme. Dal serpente del l'Eden che predice all' uomo la reden zione, dall'asino di Balaam all'umile fa legname di Nazareth, la storia degli ebrei non è che una continua succes 1  serie dei profeti. Pietro de Bruys, Eon della Stella, Epifane, gl'Illuminati, i Ca misardi, i Giansenisti, e gli Svedenbor gisti, ci provano quanto in ogni tempo sia stato facile il farsi credere in comu nicazione con la divinità. Ancora ai giorni nostri la rivelazione non è ces sata. Brigham Young non ha egli pro nunciati i suoi oracoli fra i mormoni? e tutti i giorni i medium spiritisti non rivelano ai credenti le cose dell' al sione di profeti e di entusiasti, del mag gior numero dei quali la tradizione forse ci ha taciuto il nome. Così divul gata era allora la credenza della par tecipazione degli Dei nei consigli uma ni, che molti filosofi non la posero in dubbio, e quando pure dubitarono di questo o quell'oracolo, non dubitarono di tutti. Pittagora si diceva egli stesso in comunicazione colla divinità. Platone nel quarto libro delle leggi insegnava doversi ricorrere a qualche Nume, o at tendere dal cielo una guida, un mae stro che ci istruisca. Nel Fedone par lando Socrate dell'immortalità dell'ani ma diceva, dovere il sapiente tenersi al probabile, quando non ha dei lumi più sicuri, o la parola di Dio stesso che gli serva di guida. Tutta la scuola pitta gorica e neoplatonica, come quella di tutti i mistici ha professato lacredenza nella facile comunicazione con ladi vinità. Il gran numero degli evangeli apo crifici ( v. APOCRIFI ) dimostra quanto fosse facile il compilare dei libri rive lati anche nei primi secoli del cristia nesimo. Solamente dopo che la Chiesa ebbe stabilito il suo poteree fu custode gelosa della sua autorità, tacque la voce dei profeti,e gli oracoli con leggi violenti furono costretti al silenzio. Ma non cessò per questo il popolo di con sultare i suoi genii; e nel medio evoebbe per profeti le streghe e gli stregoni e il demonio per rivelatore. Di tempo in tempo sorgevano nuovi inspirati, iquali, sempre condannati dalla Chiesa, ma sem pre creduti dalle turbe,continuarono la tro mondo? (V. MORMONISMO E SPIRI TISMO). I deisti, i quali non ammettono reli gione positiva, negano che vi sia stata una vera rivelazione, poichè a quanto dicono, l'uomo non ha che a seguire i dettami dellasua ragione e il lume della sua coscienza per conformarsi alle leggi divine. Una rivelazione, continuano essi, fatta ad un popolo o ad una schiatta, sarebbe ingiusta, poichè essa conter rebbe delle regole di condotta che sa rebbero ignorate dai popoli ai quali la rivelazione non venne data. Se ciò fosse vero, rispondono i cat tolici, bisognerebbe conchiudere essere interdetto il porgere agli uomini istru zione ed educazione di sorta; un im pertinente essere stato qualunque filosofo tentò farsi maestro ai propri simili, ed insegnare a pochi uominiquello ch'egli era in dovere di insegnare all'universo intero. Ma questa risposta non giova proprio ai cattolici, i quali sanno pure che Dio non è un filosofo, la cui azione è limitata necessariamente al ristretto numero di coloro che aspettano i suoi insegnamenti. Ma se il filosofo non può istruire tutti gli uomini, Dio poteva farlo, nè ciò gli sarebbe costata mag giore fatica di quellacheglisia costata l'istruzione di pochi eletti. Una religione rivelata,dicono ancora i deisti, non può essere destinata da Dio a tutti gli uomini, poichè non ve n'è alcuna che abbia tali prove, che comprendere si possano da ogni uomo; altrimenti Dio esigerebbe l'impossibile ; quanto poi alla rivelazione cristiana in particolare, non si può dire che essa eccelle in perfezione, imperocchè errori di fisica, di astronomia, di morale e per fino di cronologia si trovano nei libri nei quali questa pretesa rivelazione è stata consegnata -- BIBBIA. Robinet nasce a Rennes, ed il riposo e la sicurezza di cui cia scuno gode. E la compensazione deriva da ciò, che immutabili sono soltanto Dio ed il nulla: l'essere finito cambia ad ogni istante ma nonpossiede senon chè laminima parte possibile di esi stenza, così che in ogni istante perde altrettanta esistenza, quanto ne riceve : e siccome esistere è il bene e non esi Entrò nella società dei Gesuiti, ma stere il male, ecco stabilitaper sè stessa si stancò ben presto di un genere di la compensazione. La quale è inoltre vita pel quale non era inclinato. Usci manifestata da tutti i grandi fenomeni quindi da quel sodalizio per dedicarsi della natura come da quelli dell'ordine interamente alla filosofia. Stampò in sociale: la nutrizione non può ristorare Olanda (dove recavasi a questo scopo) senza distruggere, l'attività distrugge il suo libro della Natura, la cui pub- quanto produce, la sensibilità accoppia blicazione non sarebbe stata permessa al piacere la pena; ogni stato ha le sue in Francia dall' autorità. L'opera fece gioie e le sue miserie, ogni condizione tanto rumore che fu attribuita agli i suoi vantaggi ed i suoi inconvenienti. scrittori più celebri dell' epoca, quali Ma gli esseri, oltre avere la stessa som Helvetius, Diderot, Voltaire, ma Robinet ma di beni e di mali, hanno anche la non tardo a rivendicare in termini fermi stessa origine. Tutti sono varietà del emodesti la paternità come la respon- tipo animale, hanno organi con cui ri sabilità del lavoro. Se però il suo nome prodursi, ed i minerali e gli astri sono fu più conosciuto, non migliorò per que- soggetti alle leggi della generazione, sto la sua condizione economica, tanto come gli animali e le piante. Ora legge che fu costretto a mettersi agli stipendi universale della natura animale è l'i de'librai, ed a tradurre dall'inglese per stinto: l' istinto è adunque la Legge su essi de' romanzi. Ritornò in cui si fondano la società, i costumi e Parigi, e qualunque fosse stata l'impres- la legge della specie umana; la stessa sione prodotta dal suo libro, la mede- | morale non è che un istinto più per sima era già così cancellata, che l'au tore fu nominato censore reale e con servò l'impiego fino al momento in cui quella carica fu soppressa. Robinet du rante la rivoluzione si ritrasse a sua Rennes, ove fint i suoi giorni. Concetto fondamentale dell' opera la Natura è che i benied i mali si e quilibrano perfettamente nel mondo. Il dolore ed il piacere, il vizio e la virtù corrispondono a monete il cui corso è regolato ed il cui valore si eleva e si abbassa in proporzioni costanti. Gli es seri più perfetti dopo Dio, i più ricchi, quelli che hanno ricevuto le facoltà più potenti sono anche quelli che trovansi più esposti alla corruzione e quindi alla maggiore infelicità. Vi è adunque com pensazione tra il benessere di ciascuno, fetto di quello degli altri animali. Quanto all' anima, Robinet suppone che dall'istante della creazione abbiano esistito insieme i germi di tutte le ani me e quelle di tutte le organizzazioni. Ledue nature non derivano l'una dal l'altra, ma non possono esistere l'una senza dell'altra. Ad ogni funzione dello spirito, alle sensazioni, alle idee, alle vo lontà corrispondono certi organi interni e certe fibre del cervello, così che se corpo. il corpo è animato dallo spirito, l'anima non pensa ed agisce che per mezzo del 1 Robinet riconosce che l'idea comune di Dio non è che l'idea stessa dell'uomo elevata a proporzioni chimeriche, o ri dotte, il che è lo stesso, ad un concetto negativo. Pure, anzichè concluderne che ROSCELINO con ciò stesso si distrugge la teoria del l'ideainnatadiDio, ed insieme uno degli argomentipiùfavoriti deideisti,egli siper deneltentativo di togliere dalla nozione dell'essere supremo ogni legadiantropo morfismo, ammettendo come indiscuti 355 da lui seguito nelle conferenze pubbli che che teneva in Parigi tutti i merco ledì. Egli incominciava col porre alcune generali proposizioni tratte dall' espe rienza e ne deduceva laspiegazione dei fenomeni: ciò dava origine a discus bile l'esistenza dell'essere stesso. « Noi sappiamo, egli dice, che Dio esiste, elo riconosciamo come creatore, poichè l'ef fetto ci attesta la causa e il finito l'in finito; ma nessuna analogia è possibile tra questi due ordini di esistenze. La causa prima abita una gloria inaccessi bile, e noi, non potendo che distinguerla da ciò che essa noné, dobbiamo rasse gnarci alla conclusione che la natura divina è per noi assolutamente incom prensibile ». Edal creatore venendo alla creazione, Robinet crede che Dio da tutta l'eternità dia alla natura una esi stenza temporanea, e cioè che se la creazione è eterna non lo sieno ilmondo e gli oggetti creati; con questa propo sizione egli addottò una opinionemedia tra quelli che considerano ilmondo co me eterno, e quelli che lo suppongono creato dopo una eternità, e non si av vide che l'idea di Dio creatore è tanto assurda che con essa nessuna teoria regge alla critica. Così che delle tre idee suaccennate nessuna è conciliabile coll' idea di Dio creatore: non la sua perchè suppone unDio che crea e non crea, o che vuol creare e non crea nel medesimo tempo; non la seconda che facendo il mondo coeterno a Dio lo so stituisce a lui, come fece Spinoza ; non la terza che suppone un' eternità limi tata, od un mondo che esiste senz' es sere stato ancora crea to, mentre non potrebbe d'altronde esistere che per la creazione. Rohault(Giacomo)nato in Amiens nel 1620, morto nel 1675. Fu uno dei sioni di ogni sorta sui diversi argomen ti, discussioni che egli poi riassumeva, esponendo il suo avviso, cui corrobo rava colla esperienza. Con siffatte le zioni Rohault compose il migliore trat tato di fisica che fosse stato stampato fino allora, cosi che fino a Newton ven ne considerato come opera classica in Francia ed in Inghilterra. Rohault fu autore anche di una o pera di metafisica intitolata cade talora in contraddizione, giacchè tra due pareri contrari egli non prende par tito senza avvilupparsi in un dedalo di distinzioni spesso inutili e sempre poco chiare. Perciò molti hanno detto scri vere il Romagnosi per sè A non per gli altri, e un suo apologista confessa che gli accadde sentire da qualcuno che a vendo letto per intero il suo libro della Mente sana, era giunto alla fine senza intender niente. ( Prof. Celso Mazzuc chi, sull' economia dell' umano sapere). Rosmini (Antonio)nato nel 1797 a Roveredo presso Trento. Studid all'u niversità di Padova e fino da allora diede segni di spiegata tendenza al mi sticismo. È ordinato frate. Si segnale per qualche tempo per fanati smo ed intolleranza, ma si mitigò poscia sensibilmente e tanto da dedicare il re sto della sua vita al trionfo del cosi detto cattolicismo liberale ed alla indi pendenza politica d' Italia. Con questi scopi fondò egli stesso un ordine reli gioso destinato a riunire in sodalizio preti istruiti e tolleranti, e pubblicò gran numero di opere che fecero di lui un capo-scuola. Per quanto la sincerità della sua fede religiosa e la sua opposizione alla teocrazia gli avessero guadagnata gran de rinomanza e numerosi seguaci, pure dovette convincersi asue spese che tenta un'opera impossibile chi aspira a con ciliare tra loro i due principi affatto incompatibili del cattolicismo e della libertà. I suoi progetti di riforma eccle siastica e le sue opinioni teologichesu scitarougli contre l'odio dei gesuiti. Speditoda re Carlo Alberto in missione presso il papa, lo segul a Gaeta all'e poca della fuga famosa, ma essendosi poi reso sospetto al papa e trovandosi sotto la minaccia del carcere della po lizia borbonica, dovette partire e rifu giarsi aTresa sul lagoMaggiore dove morì nel 1855, dopo avere (con un atto di sommissione inesplicabile di fronte alla energia del suo carattere) ricono sciutoil giudizio con cui la Chiesa met teva all'indice le sue opere, anzi dopo aver distrutti quanti più potè dei libri che avevano cagionata la condanna. Le fondamenta del nuovo ordine fu rono da lui gettate al Calvario di Do modossola nell'alto Novarese, dove con alcuni pochi compagni si era ritirato nel febbraio dell'anno 1828. Il voto era perpetuo, ma non privava imembridel diritto di possedere beni propri; sola mente li sottometteva ad una ammini strazione comune e li privava del diritto di applicarli per volontà propria in fac ROSMINI cia alla coscienza, non già in faccia alle leggi civili, per le quali possedevano come ogni privato. L'Istituto, come cor po,nonpossedendo nulla, i suoi membri dovevanoesser provveduti diuna rendita 359 se questi filosofi si fossero data la briga di uscire dalla ristretta cerchia del loro per la loro sussistenza personale, la quale per i nullatenenti è supplita dal superfluo dei loro fratelli. L' Istituto era diffuso nel Piemonte, dove aveva case a Stresa, a Domodossola e a S. Ambrogio di Susa. Qualche casa di ro veretani fu pure fondata nell'Inghilterra, mase abbiano prosperato o no, ignoro. Tutto il sistema della filosofia rosmi niana si fonda sopra unprimo errore, un errore fondamentale, distrutto il quale, l'intero sistema resta scomposto. Questo errore è l'intuizione dell' ente univer sale, la quale daRosmini cosi si dimo stra: « Io so d'esistere, io so che esi stono altri esseri simili a me; so ch'e sistono de' corpi estesi, larghi, lunghi eprofondi. Noncerco ora se questo mio sapere m'inganni o no; io intanto so tutto questo e cerco disapere come lo so. Ora io veggo che non saprei che esiste un solo ente, se io non dicessi, se non avessi mai detto a me stesso che quell'ente esiste. Sapere dunque che osiste un ente e dire e pronunciare meco stesso che esiste, é il medesimo. Lamia cognizione adunque degli entireali non è che un' affermazione interna, un giu dizio. Conosciuto questo, non mi rimane che ad analizzare un tale giudizio, ad osservarne l'intima costituzione. Quando io dico meco stesso che esiste un dato ente qualunque particolare e reale, non intenderei ciò che dico, se non sapessi che cosa è ente, che cosa è entità. La notizia dunque dell'entità in universale debb'essere in me, e precedere tutti quei giudizi, coi quali dico che qualche ente particolare e reale esiste ». Il frate roveretano supponeva dunque che noi abbiamo la conoscenzadegli u niversali, prima ancora di avere quella dei particolari, errore, che, d'altronde, bisogna perdonargli di buon grado, poi chè è stato comune a molti filosofi. Ma subbiettivismo, per esaminare ciò che accade nella realtà, si sarebbero presto accorti, che prima noi conosciamo le cose particolari, e poi ci facciamo l'idea değli universali, i quali non sono altro che l'astrazione o la generalizzazione dei particolari. I selvaggi australiani, per quanto ne riferisce il padre Salva do, hanno voci per dinotare ogni specie di albero, ma non hanno una voce per esprimere l'idea d'albero in generale; hanno voci per indicare i vari animali daessi conosciuti, manon per esprimere l'animale in genere, ossia la riunione dei caratteri comuni a tutti gli animali, astrazion fatta delle loro qualità par ticolari. Chi vede per la prima volta un og getto, ha l'idea particolare di quell'og getto e non altro; i particolari che gli sono propri lo colpiscono per i primi; ne apprezza il colore, l'odore, il sapo re o la forma, che sono i fenomeni, nè pensa in alcuna maniera all'essenza che assume la forma di quei fenomeni, e che costituisce l'idea dell' ente uni versale, tale come Rosmini l' intende. Solamente dopo una serie continua di percezioni la mente umana si eleverà dal particolare all' universale, ossia a quel carattere comune atutti gli esseri, che per astrazione si attribuisce ad un essere unico non percepito. Ma l'idea dell' ente privato delle sue realità feno menali èuna pura negazione. Percepisco il colore, e penso poi a uncorpo senza colore; questo secondo concetto non è altro che una negazione del primo, e quand' anche gli si volesse dare un ca rattere positivo, sarebbe sucessivo e non precedente alla percezione della cosa particolare. Pertanto ' affermazione ro sminiana,che noi abbiamo l'intuizione dell'ente in universale, astrazione fatta degli enti particolari, vale quanto dire che noi abbiamo la conoscenza di nes suna cosa prima che qualche cosa sia stata da noi percepita. Posto questo primo errore comeuna verità fondamentale del suo sistema, Rosmini ha bel giuoco nel confondere gli scettici. Data la cognizione della prima verità, cioè quella dell' ente in astratto, egli risponde all'obbiezione di coloro che gli dicevano « a voi pare di sapere che cosa sia essere, ma forse nol sapete. E dice: Il sapere, sem plicemente che cosa è essere, senza aggiungervi alcuna determinazione, e il credere di saperlo, è la medesima cosa: credere di sapere che cosa è es sere, e sapere che cosa è essere è sa pere la verità, perchè l'essere essen zialmente è... Si consideri bene che sapere che cosa è essere, è la semplice concezione dell' essere, non è afferma zione di alcuna cosa sussistente; l' illu sione adunque che si obbietta non è possibile, giacchè non si può favellare della illusione della concezione dell'es sere senza ammettere già questa con cezione di cui si disputa. Così dunque per Rosmini un' affer mazione che non riguarda alcuna cosa sussistente, provache un enteveramente esiste; e il credere che un ente vera mente esiste, provache esisteveramente. Anche volendo passar sopra a queste incongruenze, la prova rosminiana si ridurrebbe a dire: penso che penso, dunquepenso veramente. Può darsi ch'e gli abbiapensato dipensare; quello che per certo non ha pensato, è che ilpen siero non nasce in noi senza unacausa occasionale estérna, e che la percezione di questa causa, tale quale ci si mani festa nelle sue accidentalità, è il primo pensiero che noi abbiamo. Se vedo un oggetto verde, penso al verde; e se a questo pensiero tolgo il concetto di verde, che è l' accidentalità, non ho l'i dea dell' essenza dell'ente, ma sopprimo addrittura il pensiero, perocchè il pen siero non può stare senza l'oggetto pensato. Quanto alla teologia naturale rosmi miana nonsi può dire che abbia almeno il merito d' esser chiara. Rosmini vuole che il principio di causa conduca alla conoscenza di Dio; quanto all' esistenza dell' anima non cura di dimostrarla, parendogli di averne fin troppo bene dimostrati i carattari di semplicità e di immortalità. Questa dimostrazione è davvero così singolare che merita ne sia dato un saggio: « La semplicità si prova da questo appunto che l'anima èun principio unico e immune dallo spazio, perchè l'identico principio che sente è anche quello che intende: per chè l'atto del sentire in opposizione all'esteso sentito esclude l'estensione per lamedesima opposizione; finalmente perchè il principio intelligente riceve la forma dell'idea, cosa immune affatto dallo spazio e dal tempo ». Questa serie di pretese dimostrazioni, non sono che affermazioni pure e semplici, le quali supponendo cio che è inquestione, piut tosto che servire di dimostrazione a vrebbero anzi bisogno di essere dimo strate. Dello stesso genere sono le altre prove date nella teologia naturale ro sminiana, sicché inutile sarrebbe qui l'accennarle, e più inutile ancora il con futarle. Rubov, Rubovius, nato a Luchow, morto ad Hannovernel. Fu professore di teologia nell'università di Gottinga. Divise le opinioni filosofiche di Wolf, anzi imprese a mostrare che le medesime erano in perfetto accordo coi dommi del cristianesimo. Lasciò due opere Sviluppo delle idee razionali di Wolf su Dio-Dissertatio de anima brutorum. Rousseau nasce a Ginevra d’un orologiaio. I primi anni della sua giovinezza trascorsero in una vita avventurosa e assai poco edificante. Fu dapprima po sto in pensione presso un ministro a Bossey, dove imparò il latino, quindi collocato come scrivano presso il can celliere di Ginevra, fu poco appresso ri mandato siccome inetto. Fece poi il suo tirocinio presso un incisore, i cattivi trattamenti del quale instillarono nel l'animo di Rousseau, per quanto ne dice egli stesso, l'infingardaggine, la menzogna e la tendenza al furto. Con fessa egli stesso ; ammirava il carat tere della divinità dell' Evangelo; poi aggiungeva >> menò in moglie la signorina de Camp grand dalla quale si separò poi con atto di divorzio. Confessa egli stesso che vo leva usare del matrimonio come di un mezzoper studiareiscienziati, e che per migliorare l'organizzazione del sistema scientifico, gli occorreva di conoscere >> e la trasforma con uno slancio trascen dentale nel solo assoluto universale! Scho penhauer scrive: l'universo e volontà! Egli procura anche didimostrare laverità di questo sofisma con degli argomenti empi rici, e passando attraverso ai regni della natura, cerca di persuadere che il vege tale ha già degli istinti, i quali si tra sformano in volontà negli animali; che gli animali delle classi inferiori, quan tunque non abbiano ancor la coscienza della loro propria volontà, pure per la tendenza che hanno a soddisfare i loro bisogni accennano già alla volontà di vivere, la quale si va viavia sviluppan do nelle classi superiori. Nella sua sma nia di scoprire la volontà germogliante in ogni dove, il filosofo di Dantzig non teme di trovare una nuova formola della teoria delle cause finali, poiché egli dice che l'organismo si conforma alla volontà, che il leone p. e., ha le zanne perché vuol lacerare la preda, e che l'uccello ha le ali perché vuol vo lare. S'egli si fosse limitato a dire che l'uccello vola perché ha ie ali e che il leone squarta la preda perchè ha le zanne, sarebbe rimasto nel vero. Avreb be allora designata una legge e non una volontà, giacchè il senso che egli attri buisce a questa voce è assolutamente nuovo, per non dire addrittura contra rio a quello che essa ha veramente nella lingua. Questa pretesa volontà se parata dai corpi volenti, non è che una generalizzazione, è l'astrazione delle vo lontà particolari, e tanto varrebbe dire che esiste una persona generale, indi pendente da ogni individuo e da ogni forma, perchè esistono delle persone particolari. Qui Schopenhauer cade nello stesso errore dei realisti (v. SCOLASTICA) dal quale avrebbe tanto più dovuto guardarsi, in quanto egli non si perita di accusare Spinoza di usare le parole in un senso affatto nuovo, e di chiamar Dio l'universo, diritto la forza, volontá la determinazione. Io ho detto poc'anzi che la filosofia di Schopenhauer è un puroidealismo sub biettivo. Il suo sistema della volontà non mi pare fatto per togliermi da questa convinzione. Se il mondo non è che l' obbiettivazione della volontà, e se « la volontà è tutto ciò che costitui sce il mondo al di fuoridella immagine rappresentativa » a parte la poca coe renza di queste due idee, mi pare che niun dubbio possa esistere su questo punto. Pure è Schopenhauer stesso quello che nega questa conseguenza, e dopo aver detto che « il sole ha bisogno di occhio che lo veda per illuminare », si rappresenta il sole delle epoche geolo giche, quando la terra era coperta da «uno strato uniforme di granito >> e così lo fa interrogare: Perché ti dai tu tanta pena di comparire così? Non vi è occhio che ti veda nè intel SCHOPENHAUER letto che ti comprenda! E il sole ri sponde: Ma io sono il sole, e appaio perchè io sono: coloro che lo possono mi vedano ». Dunque anche il sole esi ste e illumina senza che occhio vi sia per vederlo, senza intelletto ove riflettere la sua immagine rappresentativa ! Non ten terò di conciliare Schopenhauer con se 393 a dire che essa non può formarsi spon taneamente, nè aver fine; il quantum di sostanza che si trova nel mondo non stesso. Nessuno, per quanto io sappia, l'ha fatto. Vi sono de filosofi tedeschi che bisogna ammirare ma non discute re, e i più fanno così solo perchè ciò fa comodo al loro pigro intelletto. Se si riduce al suo vero valore la contraddizionediSchopenhauer,interpre tandola nel modo il più benigno, biso gnerebbe credere ch' egli abbia voluto stabilire, che senza intelletto non vi può essere immagine rappresentativa e che per noi l' immagine rappresentativa è tutto quanto conosciamo del mondo. Ma codesta è una verità così banale che nessun filosofo ha creduto di stabi lırla, appunto perché la sua evidenza è tale che anessuno é mai venuto in mente di negarla. Schopenhauer, volente o nolente, idea lista, combatte acerbamente Fichte, per ché le conseguenze del suo sistema con ducono a negare la realtà dell' ob biettivo; con la stessa coerenza com batte i materialisti, ch'egli accusa di fondarsi sopra una enorme petizione di principio, prendendo l'oggetto dellafilo sofia per base di essa,mentre senza laco noscenza che il materialismo fa derivare dalla materia, noi non avremmo alcuna cognizione, neppur quella della materia, che è il puntodi partenzadelmateriali smo. Così lanciata, come il solito, la sua accusa, forse per avere l'aria di costruire una filosofia tutt'affatto indipendente, egli prende senza scrupolo iprincipii fonda mentali del materialismo, al quale natu ralmente si crede dispensato di dirigere qualsiasi ringraziamento. In conseguenza egli dichiara che la materia è imperi tura, e contro Hegel dice che « negare questo fatto vale rinunciare al buon senso. La sostanza persiste sempre, vale può dunque nè aumentare nè diminui re ». Più innanzi Schopenhauer designa la materia come assoluta, la dice su scettibile di pensare, « se la materia può cadere perla gravitazione, essa può anche pensare ». Come poiqueste affer mazioni si accordino col suo sistemafi losofico, egli non cura di dircelo. Nelle scienze positive tanti e tanti sonogli errori di Schopenhauer, che rie sce difficile accreditar fede al suo si stema, vedendo quanto poco sia adden tro nell'arte di osservare. La storia della terra per lui non è altro che una ob biettivazione sensibilmente ascendente della volontà; suppone che l'uomo fu dalla natura creato erbivoro; tira in campo come cosa positiva quella forsa vitale, che fu oramai abbandonata da tutti i fisiologi. Tutte le favole più inve rosimili spacciate dai ciarlatani sul ma gnetismo animale, sulla chiaroveggenza, sulla apparizione degli spiriti trovano in lui uno strenuo difensore; egli le inquadra nel suo sistema come tante prove empiriche della, obbiettivazione della volontà. Egli considera natural mente tutti i contradditori del magne tismo animale come tanti ignoranti, e dice che la scienza mesmerica è la più istruttiva di tutte le scoperte. Dicesi che il suo entusiasmo per imagnetizza tori, ha dato luogo a delle scene co miche, nell'occasione in cui i medici di Francoforte si erano incaricati di sma scherare il famoso Regazzoni, magne tizzatore italiano. Nel 1836 Schopenhauer pubblicò uno scritto sulla Volontà nella natura, nel quale procurò di dimostrare che le ul time scoperte della scienza hanno pie namente confermata la sua filosofia. Non occorre dire che la maggior parte delle scoperte a cui egli allude, o non hanno alcun rapporto colle sue idee, o appartengono al novero di quelle ora accennate. Scienza. Conoscenza ordinata e metodica delle cose e dei fenomeni. Tutte le scienze degli antichi erano comprese nella filosofia, sicchè filosofo suonava allora amico della scienza, co Jui che la insegnava e che la faceva avanzare colle sue scoperte. Erano i filosofi greci che insegnavano l' astro nomia, la geologia, la musica, e la ma tematica, e per lungo tempo tutta la medicina fu campo aperto alle dispute filosofiche, per le quali l'arte di gua rire si deduceva da principii generali e astratti, piuttosto che dalla osserva zione e dalla esperienza. sotto quei reali rapporti d' unità che a noi è dato conoscere, si può dire sa piente. I sapienti sono assai più rari di quello che nella comune si crede; in vece la scienza appartiene a molti ». Questa distinzione é così poco chiara, che Tommaseo nella stessa pagina, con assai poca coerenza, lacontraddice « La scienza conosce; la sapienza conosce, contempla, opera ed ama. La sapienza comprende la teoria e la pratica; la scienza la sola teoria ». Dunque la sa pienza comprende la scienza e qualche cosa più. Ma poco dopo lo stesso au tore aggiunge: « Senza molta scienza La scienza si distingue dall'arte per può l'uomo essere sapiente. C'è una questo solo, che la prima conosce e sapienza pratica che fa a meno della scopre, la seconda eseguisce. La pittu- scienza e n' ha gli ultimi frutti ». Non ra, la scultura e lamusica sono arti in è questa la sola volta che Tommaseo quanto traducono in atto la rappresen- si contraddice nel suo dizionario. Cote tazione delle forme e dei suoni. Per lo sta smania di sottili distinzioni, utile stesso motivo è arte la poesia, lo stu- forse ai grammatici, è perniciosissima dio delle lingue e la rettorica ; ma lo ai filosofi, i quali piú che all'apparenza studio teorico della combinazione dei devono badare alla sostanza delle cose. colori e della produzione dei suoni, co- E finchè i grammatici non si saranno stituiscono l'ottica e l'acustica, che sono ben intesi per dare un chiaro senso scienze, com' è scienza la filologia, che alle parole, i filosofi che correranno si occupa della origine e della deriva-| sulle tracce delle loro affettate distin zione delle lingue. La scienza dunque 1 studia, scopre e stabilisce le regole che sono applicate dall'arte. La necessità di ordinare la varietà delle nostre cognizioni, ha resa neces saria la divisione della scienza in vari rami, a ciascuno dei quali venne pure dato il nome di scienza. Le principali di queste divisioni costituiscono lescien ze astratte o speculative, come la filo sofia, la logica e la matematica;le scienze sperimentali tali che la fisica, la chimica, la medicina; le scienze d'os servazione, come l'astronomia e la sto ria naturale; e le scienze morali e po litiche, come l' economia pubblica, la politica, la giurisprudenza ecc. Tommaseo sull'esempio da BALDINI (vedasi), nel Dizionario dei sinonimi, distingue la scienza dalla sapienza, qua sichè vi possa essere sapere senza scienza e viceversa. Chi, dice, vede il creato zioni crederanno di discutere sulla na tura di cose differenti, laddove in fondo non vi sarà che distinzione di parole. Nei passi ora citati, N. Tommaseo pone la sapienza umanacome conoscen za sinteticadel creato ; rari perciò sono i sapienti, e molti i scienziati. Non solo dice che la sapienza comprende la teo ria, ma anche la pratica; e giunge in fine alla conclusione che senza molta scienza si può essere sapienti! Non era meglio dire che cotesta sorta di sa pienza non è che una affettazione, una vana ostentazione? Si dicevano sapienti coloro che dettavano facili sentenze e luoghi comuni ; e i proverbi diconsi an cora la sapienza delle nazioni. Ma essa è la sapienza dei pregiudizi correnti; e a questa conoscenza veramente con poca scienza, si adatta così bene il nome di sapienza quanto quello di me dico conviene al ciarlatano che corre i villaggi e le città. SCOLASTICA Scisma. Voce greca che vale di stacco, separazione. Indica la separa zione dalla Chiesa cattolicadi una parte dei suoi membri, per costituirsi in una comunione separata. La Chiesa cattolica commina la sofia. La scolastica è filosofia religiosa; qualche volta un po'eretica, ma non mai incredula. Tutte le questioni teologiche sono state da essa discusse, e però non dobbiamo meravigliarci se tra coloro che la coltivarono noi troviamo dei teo scomunica contro i scismatici; ma le comunioni riformate, costrettevi dalla stessa libertá di interpretazione della Bibbia, che esse accordano ai fedeli, sono obbligate a proclamare che ladi versità delle opinioni non costituisce un peccato, e che le molte comunioni sistenti nella religione riformata, sono una conseguenza della libertà che ha ogni uomo d' intendere a suo modo la parola di Dio. e Io non voglio qui esaminare la stra nezza di questa dottrina, la quale sup pone che Dio si sia rivelato al mondo in tal maniera da farsi intendere da tutti gli uomini diversamente. Accettia mo questa libertà d'interpretazione per i benefizi che essa ha portato alla libertà del pensiero, senza preoccuparci del poco logico fondamento su cui si fonda. Ma i cattolici che hanno un grande in teresse nel conservare l'unità della Chiesa, hanno ben trovato nella Scrit tura molti passi che fanno al caso loro. Essi hanno citato S. Paolo, il quale biasima qualunque sorta di divisioni, e sostiene che le eresie sono necessarie per mostrare quali sono di buona lega (Cor.). L'uomo eretico, dice ancora S. Paolo, dopo la prima e la seconda correzione sia sfug gito ( Tito). Giovanni, vuole che gli si ricusi perfino il saluto (Giov.). Scolastica. Cousin, nel Corso della storia della filosofia, definiva la Scolastica l'applicazione della filosofia, come semplice forma, a servizio della fede. Questa definizione non è sempre vera, sebbene sia vero che tutti gli scolastici appartenessero alla filosofia cattolica e si allontanas sero qualche volta dall' ortodossia solo per certe accidentalità della loro filo logi, dei monaci e dei vescovi, e non mai de'veri filosofi. La scolastica è una lotta intestina combattuta nel seno stesso della Chiesa, da uomini profon damente credenti, tuttochè qualche volta nel calore della disputa i loro argo menti sembrino piuttosto adatti a dar ragione agli increduli. Di questa lotta nella quale combatterono vari teologi il cui nome è taciuto in questo dizio nario, mi par conveniente dare un sag gio alquanto diffuso, al quale scopo mi giova qui compendiare le varie notizie su questo argomento raccolte e pubbli cate da Bartolomeo Haureau. Egli esor disce col dire che la definizione di Cousin non è nè chiara nè esatta. Quanti, di fatto, tra i filosofi detti sco lastici furono dall' autorità richiamati al dovere! E se qualche paziente e sa gace inquisitore volesse di presente to gliere a censurare, dal lato della dot trina, tra questi filosofi, quelli il cui nome fu onorato e santificato anche dalla Chiesa, quanti troverebbe non e senti da sospetto d' eresia! La defini zione di Cousin potrebbe pertanto es sere così modificata: La scolastica è l'applicazione della filosofia alla discus sione dei dommi della fede. Maanche così emendata la definizione non troppo soddisfa il sig. Haureau: pe rocchè, dic'egli, lascolastica ha principio aduncerto tempo, e sebbene non siano concordi le opinioni degli storici intorno a questo tempo, tuttavia ne sono ormai convenuti i limiti, e questi non permet tono di accettare la definizione di Cou sin, neppure così emendata. Pare a lui che i padri e gli scolastici abbiano tutti fatta entrare la filosofia nell' analisi e nella discussione della fede . Conse guenza per verità un po'esagerata, im perocchè laddove la fede è sovrana e SCOLASTICA impone ossequio alla ragione, la filoso fia vanamente dibattesi tra le distrette di principii già accettati e dichiarati inviolabili. Per essere giusti si dovrà dunque dire che la definizione di Cou sin, se non è sempre vera, è però in gran parte vera. Secondo il sig. Haureau, la scola stica non può essere definita, poichè essa non è una scienza distinta dalle altre scienze, e nemmeno è, a parlare esattamente, una forma particolare della filosofia, ma propriamente la filosofia di una cert'epoca, che ha e deve avere il carattere tutto teologico di quel tem po. Che se nondimeno vuolsi che, at tenendoci a quanto il rigore del metodo richiede, non passiamo oltre senza aver prima determinato l'oggetto di questo articolo, diremo, la storia della Scola stica essere quella delle diverse dot trine professate nelle scuole del medio evo, dall' istituzione di queste fino a quando fu ad esse tolta l' istruzione prima e la direzione delle menti. Ma quando furono le scuole insti tuite? Tutti gli storici monumenti ne attribuiscono a Carlo Magno l' onore, epperò il signor Haureau fa da lui in comincirre il primo periodo della sco lastica, il qual finisce col secolo XI, cioè da Alcuino a Berengario. Comin cia con questi due il secondo periodo. Il più illustre campione di questo pe riodo è Giovanni Scoto. Egli conosceva il greco e l'ebraico, corresse la Volga ta, e tradusse il libro dei Nomi divini, attribuito a San Dionigi areopagita, sopra un manoscritto mandato da Mi chele Balbo a Luigi il Pio. Era inol tre, se crediamo al signor Haureau, li bero pensatore, tanto che nel principio della sua opera principale così si espri me aproposito della Tradizione: « L'au Prende ad esempio il battesi mo. Nelle cerimonie di esso il tatto, la vista ed il gusto dandosi mano a vicen da accertano la presenza dell'acqua: la ragione va più oltre, ed arriva a cono scere le naturali proprietà e l'essenza della medesima, non che le parti che la compongono; ma non è dal battesi mo sollevata fino a comprendere il mi stero della salvazione ; la ragione è in feriore alla fede, come ad essa sono inferiori i sensi. Aldemanno non fu il solo oppositore; ma ebbe anche Beren gario i suoi discepoli, tra cui Ildeberto di Lavardino, arcivescovo di Tours. Egli vorrebbe rilevare la ragione; ma come farlo senza offendere la fede? Que sta difficoltà non fu punto da Ildeberto risoluta. Berengario, distinguendo varie maniere di certezza, ammetteva tanto le credenze della fede, quanto quelle della ragione ; ma non voleva che venissero confuse, siccome insegnava la Chiesa. Ildeberto ammette sì le distin zioni del maestro, ma dimostreremo che il pio arcivescovo di Tours, chiamato dai contemporanei colonna della Chiesa, s'accosta all'eresia più che non si crede. Apriamo il Trattato di teologia, e vi troveremo sul bel principio questa defi nizione per lo meno ardita: La fede è la certezza volontaria delle cose as senti ; essa è superiore all' opinione ed inferiore alla scienza ». egli dice « deve sotto > Fin quì il filosofo è unicamente idealista, mava più innanzi loro dice >> Questi due frammenti contengono intera la dottrina nominalistica. Rosce lino ne trasse alcune conseguenze teo logiche, ed a malgrado del rispetto che la fede imponeva pei misteri, osò, con iscandalo della Chiesa, sottomettere il Mistero della Trinità al criterio della ragione, argomentando in questo modo: Giusta le premesse, la cosa, come « cosa, non è altro che una e non ha parte; soltanto l'unità è reale. In pari modo, Dio, come Dio, non è altro che Dio, non il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo ». Faceva pertanto questo dilem ma: O la Chiesa, d'accordo con Sa bellio, deve nella Trinità ammettere tre Dei separati, distinti, individui, come sono tre angeli, tre spiriti; o non po trà attribuire la realtà e la sostanza che a un solo Dio, chiamato con tre nomi, ma senzadistinzione di persone ». Contro Roscelino si elevò Guglielmo di Champeaux il quale insegnava a Parigi, nella scuola del chiostro. Bayle accusa di spinozismo la dottrina di lui; nè priva di fondamento è quest' accusa, la quale, del resto, è diretta contro tutta la scuola realistica. Insegnava egli che il genere è essenzialmente, integral mente e simultaneamente identico in tutti gl'individui, e che gl' individui sono fralorodistintinon peraltro che persem plici accidenti, ed argomentava in cosi fattomodo: « L'umanità è unacosa essen zialmente una, che non possiede daper sè, ma riceve d' altronde certe forme che fanno Socrate. Questa cosa, re stando essenzialmente la medesima ri ceve del pari altre forme che fanno Platone e gli altri individui dell'umana specie; ed eccettuate le forme che si applicano a questa materia per pro durre Socrate, nulla è in Socrate che non sia ad un tempo in Platone, ma sotto le forme di Platone ». Questo teologo apparteneva, come si vede, alla scuola del più aperto reali smo. Egli non riconosceva altra esistenza che gli universali: le cose particolari sono accidenti o fenomeni. In questo modo il realismo volendo da una parte evitare lo scetticismo dei nominalisti, ri cadeva dall'altra nel panteismo. Gugliel mo di Champeaux doveva trovare un terribile oppositore nel giovane Abe l' universale esista, ma che la mente chiama universale ciò che esiste di si milare inciascunindividuo -- ABELARDO. Così si ebbe il concettualismo, scuola che in sostanza non mipare diversa da quella dei nominalisti. Tra le scuole a cui ha dato origine il concettualismo di Abelardo, vuol es sere ricordata quella dei Cornificiani, di cui Giovanni di Salisbury lasciò un qua dro sì poco favorevole. I Cornificiani, partecipando ad un tempo dei realisti e dei nominalisti, riducevano tutte le dot trine e tutte le idee a semplici formole: queste formole, ne cercavano le con traddizioni. Questo metodo doveva age volmente guidare al più universale scet ticismo ; e Giovanni di Salisbury rac lardo (di Palais nella Bretagna), il più i quindi ponendo a confronto tra loro illustre discepolo di Roscelino. All' ar gomentazione realistica egli risponde va: « Se così è, chi potrà negare che Socrate sia ad un tempo stesso in Roma ed in Atene? Difatto dove è Socrate, trovasi altresì l'uomo universale che ha vestito nella sua intierezza la forma della sua socratità. Perocche tutto ciò che comprende l' universale, lo ritiene nella sua totalità. Se pertanto l'univer sale, che è affetto per intiero della so cratità, trovasi in Roma nel tempo stesso tutt' intiero in Platone, egli è impossi bile che nel tempo stesso e nel mede simo luogo non si trovi la socratità che è nell'uomo; là è Socrate, poichè Socrate è l' uomo socratico. Chiunque ragioni, conta che la più parte dei Cornificiani ne diedero non dubbia prova, rinun ciando per disperazione allo studio della filosofia, quali per chiudersi nei chio stri, quali per darsi alla medicina. Dopo Abelardo la scolastica ricade in un aperto misticismo. San Vittore e Ugone mostrano pari disprezzo per la ragione, e l'uno vanta i meriti dell'intui zione, ' altro quelli della contempla zione. Alano Magno delle Isole (Yssel o Rupel) dimostrò con vigoroso raziocinio nonhacome rispondere a ciò. Ache tende Abelardo? A provare che l'universale è, non una cosa, ma un'idea, una parola; che se l'universale fosse alcuna cosa, questa siccome universale od assoluta sarebbe necessaria mente contenuta per intero in ciascun individuo, il che è assurdo. Aggiunge: dicono gli autori del Compendio ad uso del collegio di Juilly una naturale inclinazione, che è come un' incoazione di questa virtù, la qual ; che « Iddio è una sfera impassibile. Diogene Laerzio gli fa dire che « l'essenza di Dio è sferica>>> e Teodoreto che « il tutto è uno; è sferico » . Lo stesso dice Aristotile quando assicura che secondo Senofonte > convennero che in certi animali infe riori la sede della sensibilitàrisiede nel midollo allungato,laquale,secondo Loriy, Desmoulins, Gerdy, J. Muller ecc. è anche la « sorgente del movimento ». Gerdy appoggiandosi ai suoi propri e sperimenti riconosce che l'ablazione del cervello pone l'animale in uno stato di sonnolenza, senza però distruggere ogni manifestazione della percezione e della volontà, giacchè se l'animale è viva mente irritato fa degli sforzi per sfug gire al dolore. Poichè la facoltà di per cepire e la volontà sono rese ottuse per l'asportazione dei lobi cerebrali, il cervello, dice questo autore, serve dun que a tali funzioni: ma poiché esse con tinuano ancora dopo la recisione, biso gna dire che non sia solo a produrle. Il suo completamento non sarebbe già il cervelletto, l'ablazione del quale par che ecciti l' animale piuttosto che stor dirlo, ma a giudizio di Gerdy, la per cezione e la volontà avrebbero sede nel cervello e nella protuberanza. Aquesta supposizione F. A. Longet presta tutto l'appoggio della sua espe rienza. Allorchè, dic'egli, viene mutilata la massa encefalica di un coniglio o di un giovane cane, fino al punto di non lasciare nella cavità del cranio altro che la protuberanza e il bulbo, questi ani mali, quantunque sembrino immersi in un coma profondo, sotto l' influenza di vive irritazioni esterne, potranno ancora mandare dei gemiti, ed agitarsi violen temente; ma quando vien lesa abba stanza profondamente la protuberanza anulare, subito i gemiti e l' agitazione cessano, e più non resta che un ani male nel quale la circolazione, la re spirazione e le altre funzioni nutritive continuano momentaneamente. Fu domandato se senza la parteci pazione dei lobi cerebrali può realmente esistere sensazione di dolore. lo chiamo l' attenzione del lettore sulla risposta che il signor Longet, fisiologo certo SENSAZIONE non materialista, e per conseguenza non sospetto di parzialità per la nostra filosofia, ha creduto di dover dare a questa domanda. Anatomie descriptive. Savart avendo osservato che la sabbia posta | degli ossicini! Chi pretendeva che il sopra una membrana vibrante saltava tanto più alto quanto meno la membrana era tesa, ha concluso, contrariamente a Bichat, che è la tensione e non già il solo martello picchiasse, chi tutti insie rilassamento della membrana che di minuisce la sua facoltà conduttrice. Que sta opinione, non è generalmente accet tata; e Longet, p. e, crede che l'a zione del muscolo sia quella di OV viare semplicemente alle variazioni di tensione che può presentare la mem brana, impedendo specialmenteche essa si rilassi completemente. La cavità del timpano è attraversata da una catena di ossicini articolati fra loro in guisa da formare una leva an golare, una estremità della quale è at taccata alla membrana del timpano, e l'altra a quella della finestra ovale. Questi ossicini sono in numero di quat tro: il martello, l'incudine, l'orbicolare e la staffa. Non si è ancora ben potuto spiegare quale utilità essi rechino nella funzione dell'udito. Certo essi trasmet tono le vibrazioni dell'orecchio medio al me, e chi voleva non avessero azione sulla trasmissione del suono. Del pari, cosa non si è detto della tromba di Eustachio, canale che mette in co municazione la fossa nasale colla pa rete interna della cassa del timpano! Non si accontentarono della supposi zione probabile ch' essa fosse data per la rinnovazione dell'aria contenuta nella cassa, ma vollero alcuni ch'essa servisse anche all'animale per udire la sua pro pria voce ! Dalle finestre ovale e rotonda, chiuse, da membrane vibratili le vibrazioni sonore sono trasmesse all' orecchio in terno, al vestibula, e alla linfa del co tugno, che riempie tutto il labirinto ; il quale nella parte anteriore è occupato dalla chiocciola e nella posteriore dai ' orecchio interno attraverso alla fine stra ovale ; male vibrazioni della cassa timpanica non avrebbero forse egual mente potuto trasmettersi col mezzo dell' aria contenuta nella cassa, come. ciò avviene per la viadella finestra ro tonda? Il meccanismo dell' orecchio in contra ad ogni passo serie difficoltà, e i fautori delle cause finali non man carono di ricercare in ogni organo uno scopo dato dal creatore alla sua fun zione. Boërhaave non ha forsedetto che il padiglione esterno dell' orecchio pre senta delle curve disposte geometrica mente ed in modo da riflettere nel con canali semicircolari. Ma queste tre parti, vestibolo, canali semicircolari e chioc ciola, non sono la porzione essenziale dell'organo, solo costituiscono la cavità ossea nella quale risiedeuna membrana, alla quale fanno capo gli ultimi filetti del nervo acustico, incaricato di por tare le sensazioni sonore all' encefalo. Il signor Adelon ha giustamente os servato che tutto questo apparecchio non serve infine che a trasmettere le vibrazioni sonore al nervo conduttore naturale del suono, e che in conse guenza il suono può pervenirci altri menti che per questa trafila, cioè col l' intermedio delle ossa del cranio, ma soltanto quando il corpo sonoro è posto a contatto immediato con esse. Il ru more di un orologio é inteso, benchè gli orecchi siano turati, quando ' orologio è tenuto fra i denti. Ingrassias | più debole,sia tale, non perchè lontano, cita l'osservazione di uno spagnuolo, il quale, divenuto sordo per l'ostruzione del condotto uditivo esterno, sentiva il suono di una chitarra ponendone il manico fra'denti, oppure mettendo nella ma perchè più debole veramente. Pos- siamo noi dire qual sia la distanza del rombo del cannone, se non sappiamo innanzi tutto da qual sorta di cannoni nasce quel rumore. Possono darsi can sua bocca l'estremità d'una bacchetta mentre coll' altra estremità toccava lo strumento. Questi fatti non ci avver tono, come ben diceva Blainville, che I udito non è altro, infine, che una specie di tatto? Molti animali che sono privi di quel senso, distinguono nondi meno le vibrazioni dei corpi sonori per la sola impressione che esse producono sulla loro pelle. Noi stessi riusciamo a sentire queste impressioni nei forti ru mori; cosa la quale può farcicompren dere facilmente, che quel fenomeno il quale è suono nel nervo acustico, fuori di esso non è che movimento. Berkeley e la scuola sensualista hanno perciò avuto ragione di dire che le sensazioni sono dentro di noi piuttosto che fuori di noi, tanto poca relazione ha il movi mento con l' idea che noi abbiamo del suono, che forza è concludere essere il suono una pura modificazione del nervo acustico al quale si comunicano le vi brazioni. Fu detto che il senso dell'udito po teva esso solo farci conoscere le di stanze, poichè noi sappiamo giudicare se un corpo sonoro è più o meno vi cino a noi. Ma questa è una induzione erronea, poichè noi riesciamo a giudi care la distanza della sorgente da cui partono i suoni solamente quando trat tasi di suoni noti. In questi casi noi abbiamo già veduto l'istrumento o il corpo da cui parte il suono, e l' espe rienza ci ha già avvertiti di quanto di minuiscono questi suoni per rapporto alla lontananza. E poichè sappiamo che tutti i suoni diminuiscono colla lonta nanza noi crediamo lontani tutti i suoni deboli, col qual giudizio cadiamo molte volte in errore. Ad esempio, dall'inten sità del tuono molti ne giudicano la lon tananza; pure può avvenire che un tuono noni di gran portata il cui rombo si faccia sentire distintamente a distanza maggiore di quella che basterebbe a rendere impercettibile la scarica di can noni di portata minore. Dunque la va lutazione delle distanze col mezzo degli orecchi suppone una esperienza combi nata con un altro senso. Senza questa esperienza, noi non avremmo alcuna ragione di dire che i suoni deboli sono più lontani dei suoni forti, giacchè vi sono dei suoni forti che succedono a distanza maggiore di quelli che ci sem brano deboli. Nè meglio riescirebbe l'orecchio solo a giudicare la direzione delle onde sonore. É vero che portando l'orecchio nella direzione delle onde so nore la sensazione si accresce, ma perchè mai l'orecchio giudicherebbe che quell' accrescimento sia lo stesso suono percepito più distintamente, an zichè un altro suono più forte ? Se gli occhi od il tatto non ci avessero mai avvertiti che lo stesso suono si indebo lisce o si rinforza secondo che l'orec chio è più o men bene posto nella di rezione della sorgente da cui partono le onde sonore, certo l'udito solo non ci avrebbe mai potuto istruire di que sto fatto. Il senso dell' odorato non è più di stinto di quello dell'udito, sebbene per cepisca delle impressioni che sono im percettibili a tutti gli altri sensi. In torno alla natura degli odori, fisici e fisiologi sono ancora divisi in due o pinioni; quella dell'emanazione, e quella della vibrazione. Coloro i quali adot tano la prima opinione suppongono che dai corpi odorosi emanino delle parti celle tenuissime ed imponderabili le quali penetrando nel nostro organo produ cono, mediante il contatto, la sensa zione dell' odorato. L'altra opinione applica eziandio agli odori quella legge di vibrazione che abbiamo attri buita alla luce e al suono. Secondo questa ipotesi i corpi odorosi, come i luminosi ed i sonori, avrebbero una spe ciale maniera di vibrazione, la quale comunicandosi al mezzo ambientę, ir raggerebbe tutt'intorno trasmettendo le onde odorose fino a noi. Gli emanatisti sostengono la loro opinione mostrando che i corpi più odorosi sono quelli che più facilmente si volatizzano; ma ri spondono gli avversari che questa vo latizzazione, se getta nell'atmosfera una parte del corpo odoroso, deve natural mente rendere anche più facile la per cezione dell' odore, in grazia dei molti centri di vibrazione che si stabiliscono intorno a noi; che per questa ragione 1 molte essenze diventano più odorose quando si volatizzano, mentre se si fiu tano nelle boccette producono una assai minore impressione sull'organo olfattorio. Aggiungono che certe sostanze, come il muschio e l'ambra grigia, dopo avere eccitate per parecchi anni le no stre impressioni olfattive, se sono pesate anche colle più perfette bilancie, non si trova che abbiano diminuito di peso. Ma contro queste dimostrazioni si ri sponde che i nostri sensi sono assai più sensibili delle nostre bilancie e che l'ipotesi di un movimento vibratorio non si accorda nè col trasporto degli odori a distanze sovente enormi, nè con certe condizioni della sensazione olfattiva, come sarebbe la necessità di una cor rente d'aria per mettere l'apparecchio dell'olfatto in rapporto col suo eccitante naturale. Comunque sia, o corpuscoli o vibra zioni, il contatto o il movimento, per essere percepito, deve essere comunicato alla membrana olfattiva o pituitaria onde sono rivestite le fosse nasali ; cavità ossea che si trova sotto alla fronte e che corrisponde alla parte superioredel naso. Questamembrana del genere delle mucose, nella partesuperiore e media è intersecata da una quarantina di filetti nervosi, i quali, dopo avere attraversato i fori che crivellano la lamina dell'osso etmoidale, riunisconsinel nervo olfattorio incaricato di portare le sensazioni odo rose al cervello. I soliti fisiologi teleologi non hanno mancato di ricercare nell'organo dell'o dorato quella perfezione che essi tro vano sempre in tutte lecose -- CAUSE FINALI. Dissero in prima che l' organo dell'odorato, per la sua stretta relazione coll'organo del gusto, ci era stato dato per avvertirci della bontà delle materie che ci prepariamo ad ingestire. Ma fu osservato che nell' uomo l'odorato è il senso meno perfetto di tutti gli altri, e che sotto questo rapporto egli è meno favorito di molti animali. Il nervo ol fattorio dell' uomo è, in proporzione, molto piccolo; il ganglio olfattorio è molto gracile, e il signor de Blanville lo dice addrittura rudimentario. Poco estese sono le fosse nasali, ed il naso esterno non è così ben disposto per ri cevere gli odori come il muso del cane, il grugno del porco o la proboscide dell'elefante. I nervi che lo dovrebbero muovere sono poco sviluppati, quasi come quelli delle orecchie, che sono nell' uomo affatto immobili ; e la mem brana olfattoria presenta poca superfi cie in confronto di quei giri doppi e tripli che offrono i cornetti del cane. Perciò nell' uomo gli avvertimenti del l'odorato sono poco sicuri; non gli sve lano la presenza di molti gas la cui respirazione è funesta, e gli fanno in vece incontrare un odore spiacevole nei buoni alimenti e un gradevole odore in molti veleni. La speciale disposizione dell' organo è quella che determina la natura degli odori, che ce li rende grati o sgrade voli indipendentemente dalla loro qua lità intrinseca. Ciò che è odoroso per un animale può essere inodoro per un altro e ciò che piace ad una specie può spiacere ad un'altra. Certe persone, dice il signor Adelon, amano gli odori che altri sfuggono; Luigi XIV, per esempio, gradiva gl’odori virosi; i Persiani qualificano col titolo di cibo degli dei l'assa-fetida, che noi indichiamo col vocabolo di stercus diaboli. scellare superiore e dal ganglio sfeno Si è detto che gli odori gradevoli hanno una diretta influenza sugli or gani genitali, ed è un fatto ch'essi c'in nebbriano e ci dispongono all'amore. Ma èpur vero, come osserva il professore Longet, che vi sono degli uomini i quali nell'influenza esercitata dall'odore della vulva sulla pituitaria, trovano lo sti molo a disposizioni erotiche; come l'o dore dell' uomo eccita in alcune donne ardenti il bisogno del piacere. L'imma ginazione coopera certamente a pro durre in alcuni questo singolare feno meno. Manegli animali questa influenza delle impressioni olfattive è ancor più pronunciata, poichè gli organi sessuali delle femmine di molte specie,all'epoca del rut sviluppano un odore forte e speciale, le cui esalazioni sembrano at tirare i maschi sulle loro peste. Per la natura dell'organo che loper cepisce, il gusto è il senso che piú di tutti gli altri si avvicina al tatto. Per svilupparsi esso ha bisogno del contatto di un corpo estraneo, e questo contatto deve operarsi in una maniera perfetta, cioè colla dissoluzione delle parti sapide entro gli umori secretati dalla bocca. La sensazione del gusto, per comune consenso, si esercita dalle papille che si trovano sulla membrana mucosa della lingua, principalmente formate dalle fi nali estremità dei nervi, la cui tenuità però è tale, che difficile è il vedere com'essi vi si dispongano. Per la stessa ragione difficile è il sapere quale dei nervi che mettono alla lingua sia quello chepresiede allaloro formazione e quale meriti perciò di essere detto il nervo del gusto. Vi sono state e vi sono tut tavia delle controversie su questo pro posito, giacchè molti nervi distribui sconsi nella lingua, e sono: il nervo lin guale, del quinto paio, il nervo grande ipoglosso ed il grosso faringeo, come pure alcuni filetti provenienti dal ma palatino. Ma se uno o se diversi di questi nervi cooperano atrasportare la sensazione del gusto al cervello è que stione indifferente per la filosofia. Servendosi di una piccola spugna at taccata all'estremità di un osso di balena, Antonio Vernièr ha cercato di esplorare quali parti della bocca fossero sensibili alle impressioni sapide. Egli affermò di avere costantemente trovate insensibili all'azione dei sapori la membrana mu cosa della volta palatina, delle gengive, delle gote, delle labbra, della [regione media e dorsale della lingua; mentre la sensibilità gustativa fu da lui trovata nella mucosa che copre le glande sub linguali, la superficie inferiore, la punta, i contorni e la base della lingua, le due faccie del velo del palato e la fa ringe. I signori Gussot e Admyrauld rinnovando le esperienze in altre con dizioni confermarono le conclusioni di Vernière, colla sola differenza ch' essi trovarono traccie di sensibilità sopra una piccola parte della volta del palato situata al centro della sua superficie anteriore. I medesimi fisiologi si sono eziandio proposti di conoscere se tutte le superficie sensibili percepissero il gusto alla stessa maniera, e i loro e sperimenti li hanno condotti a conchiu dere che molti corpi, e specialmente i sali, producono sensazioni differenti se condo che sono gustati dalla parte an teriore della lingua oppure dalla poste riore. Per esempio, dicono essi, lace tato di potassa solido, d' una acidità bruciante alla parte anteriore della bocca, è amaro, insipido e nauseoso alla parte posteriore. L' idroclorato di po tassa semplicemente fresco e salato da vanti, diviene dolciastro vicino alla gola. Il nitrato di potassa fresco e piccante sul davanti, nella parte posteriore della bocca diviene leggermente amaro e in sipido. L' alunno solido, poco sapido, fresco, acido e molto stitico sul davanti, nella parte posteriore dà un sapore dolciastro senza alcuna acidità. Il sol fato di soda molto salato sul davanti, è amaro sul fondo della bocca ecc. Questi esperimenti sono adatti a ren dere assai dubbioso il nostro giudizio sulla vera natura dei sapori, e se poi teniamo conto della diversità grandissima di gu sti che si notano fra le diverse specie animali e fra gli stessi uomini, potremo facilmente essere condotti ad affermare che i sapori non esistono fuori di noi, ma che sono solamente in noi, o piut tosto sono unafunzionedipendente dal l'intima natura dei nostri organi. Il gusto non somministra all'intelli genza alcuna nozione estrinseca, salvo la qualità sapida dei corpi gustati; esso è assolutamente inetto ad obbiettivare la sensazione, nè vi è alcun dubbio che questo solo senso non basterebbe a darci alcuna cognizione dei corpi esteriori. Fu perciò detto che il gusto non è un senso della intelligenza, madella nutri zione. Se non che i teleologi hanno trovato che la sua destinazione provvi denziale era quella di farci scegliere, fra le diverse sostanze che la natura ci presenta, quelle che sono proprie a ser virci d'alimenti. Questa proprietà non è però rigorosamente vera. Vi sono delle sostanze velenose o nocive all'ingestione delle quali non proviamo alcuna nausea, se pure tal fiata non hanno sapore gra devole, mentre altre sostanze che sareb bero eminentemente plastiche e nutri enti ci ripugnano. Inoltre, se lo scopo del gusto fosse stato quello di avver tirci dei bisogni dello stomaco, pare na turale che certi farmachi, che pure gio vano adeccitare, a mantenere od ari stabilire le funzioni dell' organo dige stivo, avrebbero dovuto parere meno ingrati all'organo del gusto. In qual maniera i corpi agiscono sull' organo del gusto per generare la sensazione che gli è propria? Molte i potesi furono fatte a questo riguardo, ma tutte insufficenti. Alcuni hanno at tribuito questa facoltà alla forma delle molecole, ed in conseguenza hanno ri ferita ladiversità dei sapori alla differen te figuradelle molecole integranti; altri alla natura chimica dei corpi; altri alla vibrazione speciale delle molecole dei vari corpi; ma tutto questo non ci a vanza nella spiegazione del fenomeno, come non ne erano avvantaggiati gli antichi pei loro principii salino, acido, o igneo che supponevano risiedere nei corpi come causa dei sapori. Noi dobbiamo confessare che tutte le spiegazioni date su questo e sugli altri sensi non ci spingono più in là dell' idea di contatto – CAUSA --  e che nel resto siamo affatto all' oscuro sul come questo contatto, secondo la di versa natura dei nervi su cui si opera, si trasforma in sensazioni diverse. Que sta oscurità impenetrabile non ha però in se stessa nulla di misterioso, e non è in alcuna maniera l'indizio che sotto il nostro involucro materiale si nascon da uno spirito. Questa conseguenza sa rebbe tanto fondata quanto quella di quel selvaggio, il quale vedendo un o rologio che si muoveva da sè, lo repu tava un Dio. Il nostro corpo è una macchina chiusa, i cui ordegni non co nosciamo interamente. Noi nonpossiamo aprire questa macchina senza scompor la, senza guastarla e senza sospenderne il movimento; noi non abbiamo mai potuto seguire i movimenti del cervello nelle sue intime fibre, nè percorrere insieme alla sensazione i nervi condut tori. L' anatomia spiega la forma e la disposizione dei congegnidi questa mac china, ma non la funzione; la fisiologia colle sue vivisezioni si è inoltrata al cunpoco nello studio dei movimenti in azione, ma tosto che essa si spinge al centro del movimento, le lesioni che produce sconvolgono tutta la macchina, e il movimento scompare. Qual maravi glia, dunque, se la causa dell'azione ci sfugge tuttora e se il nostro stesso corpo resta per noi come una scatola chiusa? Forsechè il solo pensiero può bastare a darci l' idea di quel che siamo? Ma il nostro io è la funzione, il risultato di questa macchina che diciamo uomo, SENSISMO O SENSUALISMO non può trovare in sè che gli elementi della funzione e non quelli della cau sa. Se non fosse così, perchè mai gli spiritualisti non intendono meglio lo spirito di quello che noi intendiamo il intesa da Cartesio, il quale sul pro posito delt' idea di Dio così si cor reggeva: « Quando dissi che l'esistenza di Dio è naturalmente in noi, volli in corpo? E perchè gli stessi materialisti rientrando col pensiero in se stessi non scoprono questa stupenda e misteriosa causaspirituale, laquale, tuttochè non sia altro che l'essenza di noi stessi, si ostinaa restare per noi nel più profondo mistero? Sensismo o Sensualismo. Dottrina colla quale si dimostra che tutte le nostre idee derivano dalla sen sazione. Dopochè Platone aveva inse gnato che le idee sono innate in noi, (v. IDEE INNATE) Aristotile sorse a com batterlo e a dimostrare il doppio prin cipio : 1º nulla trovarsi nell' intelletto che prima non esista nei sensi; 2º l'a nima umana essere in principio una tavola rasa sulla quale nulla è scritto. Queste due opposte teorie subirono na turalmente le fasi di favore e disfavore acui soggiacquero successivamente i si stemi di quei due filosofi; ma il pre dominio era rimasto a Platone e le sue idee innate, più o meno modificate, e rano state accolte dai più rinomati filosofi del secolo XVII. Mentre Platone considerava le idee come enti sostan zialmente esistenti in noi, Cartesio le aveva ammesse solamente come esistenti per una certa disposizione dello spirito, in potenza ; mentre Leibnitz credeva che le idee stanno nello spirito come una statua si trova in un masso di marmo prima che ne sia tratta dallo scalpello dell'artista. Per verità, il modo che usavano questi due filosofi per con cepire leidee innate differiva sostanzial mente da quello di Platone, perciocchè una disposizione dello spirito a produrre una idea, non può dirsi ancora che sia una idea, come la proprietà che hanno i corpi di muoversi non può dirsi che sia movimento. Una cosa non può es sere e non essere al tempo stesso, e ciò che è possibile non è ancora un fatto. Questa sostanziale differenza fu pure tendere soltanto che la natura ha po sto in noi una facoltà mediante la quale noi possiamo conoscere Dio; ma non ho mai scritto nè pensato che questa idea fosse attuale ». Bacone fu il primo che intravvide lamodernateoriadei sensisti, insegnan do che le idee civengono trasmesse dai sensi, i quali ne formano degli idoli (idola) o delle immagini, grazie a certe particelle materiali, le quali, come a veva supposto Democrito, si staccauo dagli oggetti, e per mezzo dei sensi si introducono nel cervello. Questa teoria, per quanto possa parer singolare, non è poi affatto strana, se si considera che l'ultima parola della fisiologia e della fi sica, se non è favorevole ad una vera epropria traslazione della materia, am mette però una continuità di vibrazione che, per la via dei nervi sensori, dagli oggetti percepiti giunge al centro della percezione -- SENSAZIONE. Il problema della filosofia sulla ori gine delle nostre idee ha cominciato ad essere metodicamente sottoposto ad una accurata analisi delle nostre sensazioni, nel quale comparve il saggio di Locke sull' umano intendi mento. Questo celebre filosofo ha rigo rosamente impugnata la dottrina carte siana sulle idee preesistenti alla sensa zione, ed ha dimostrato la verità dell'a forismo aristotelico -- IDEE INNATE. Egli costruì arditamente una nuova teoria, e dimostrò che tutte le nostre idee, così le più semplici, come le più complesse, derivano dalla sensazione e dalla riflessione. Divise perciò l' espe rienza in esteriore ed interiore e le idee in due specie: quelle che vengono dal l'esperienza esteriore, cioè dalle sensa zioni, e quelle che derivano dall' espe rienza interna, cioè dalla coscienza. Le prime si riferiscono alle cose materiali ; le altre alle morali. Condillac ha rassodata la teoria di Locke e l'ha anche perfezionata. Giu stamente egli ha osservato che la di stinzione del filosofo inglese, il quale fa procedere le idee dai sensi e dalla ri flessione è superflua. Sarebbe stato più esatto, dic'egli, di non riconoscere che una sola sorgente, sia perchè la ri flessione non è essenzialmente diversa dalla stessa sensazione; sia perchè essa non è tanto lasorgente delle idee quanto il canale per il quale esse derivano dai sensi. Questa inesattezza, continua Condillac, quantunque sembri di poco mo mento, rende molto oscuro il sistema di Locke, giacchè lo mette nell' impossibi lità di svilupparne i principii; ragione per cui egli si accontenta di ricono scere che l' anima comprende, pen sa, dubita, crede, ragiona, vuole, riflet te; che noi siamo convintidell'esistenza di queste operazioni perchè le troviamo in noi stessi e vediamo che contribui scono al progresso delle nostre cogni zioni. Condillac tenta di dare un nuovo saggio delle nostre facoltà senza però riuscire più chiaro di Locke. Egli stesso lo confessa, e ne ha poi fatta larga ammenda, allorchènel 1754, pubblicando il Trattato delle sensazioni, intraprese vittoriosamente a ridurre nei loro primi elementi le idee complesse che noi ab biamo dei corpi. E fuin questo libro che ritrattò il parere contrario a quello che Locke aveva dato sul problema da Molineaux proposto in questi termini. L' autore segue a spiegarci come il tatto istruisce gli occhi a vedere al di fuori: « L'occhio, egli dice, è un or gano che si limita unicamente a modi ficar l'animo, e le sensazioni ch'esso le trasmette nonhanno, come il sentimento di solidità, quel doppio rapporto ilquale fa che noi ci sentiamo, e che sentiamo insieme qualche cosa esteriore a noi. Esso non ha dunque per sè stesso la facoltà di vedere gli oggetti colorati ; gli abbisognano de'soccorsi per acqui 429 denza stessa é la cosa più difficile ad starla. A questedomande Diderot aveva cer cato di rispondere prima di Condillac, nelle sue Lettere sui sordo-muti stara pate, quando appunto Condil lac, com'egli stesso afferma, stava lavo rando intorno al suo Trattato delle sen sazioni « La mia idea, dice l'autore delle lettere citate, sarebbe, per così dire, di decomporre un uomo e di con siderare ciò ch'egli tiene da ciascun senso. Sarebbe, a parer mio, una sin golare società quella di cinque persone, ciascuna delle quali non avesse che un senso. Per la facoltà ch'esse avrebbero di astrarre, tutte potrebbero essere geo metri, intendersi a meraviglia e non in tendersi che in geometria ». Leibnitz che già dalungo tempo non teneva più alcuna sentenza di Newton, si risentì giustamente di questa defini zione dello spazio come il sensorio della divinità, e sostenne l'opinione cartesia na, che lo spazio altro non è che la relazione che noi concepiamo tra gli enti coesistenti; non altro che l'ordine dei corpi, la loro disposizione, le loro distanze. ANewton mancò il coraggio di ri spondere direttamente al suo avversario, e lasciò al suodiscepolo,il dottor Clarke, la cura di difenderlo. Costui vi si ac cinse infatti con ardore e comincid col giustificare il maestro pel paragone preso dal sensorio, attesa l'impossibilità d'esprimersi chiaramente, diceva, in cui uno si trova inqualunque lingua quan do ardisce parlare di Dio. Quindi ri battendo l'opinione di Leibnitz sullo spazio, sostenne che se questo nor fos se reale ne deriverebbe un assurdo ; poichè se Dio avesse posta la terra, la Luna e il Solenel luogo in cui sono le stelle fisse, purchè la Terra, la Luna e il Sole fossero fra di loro nel mede simo ordine, in cui sono attualmente, ne seguirebbe che la Terra la Luna 29 •il Solesarebbero nel medesimo luogo | gli avversari di Descartes, non vi sa in cui ora sono; lo che, diceva, è una rebbe vuoto, e lamancanza delvuoto to-- contraddizione nei termini. glierebbe nell'universo la possibilità di ALeibnitz non fu difficile di rispon dere che se tutti i corpi dell' universo fossero trasferiti in altro luogo, sarebbe precisamente come se si trovassero nel luogo stesso, poichè ciò che determina il luogo è la relazione che esiste fra essi corpi, e una volta che questa re lazione rimane inalterata, non si può dire che vi sia, nè i nostri sensi lo po trebbero percepire, un cambiamento di luogo; poichè cambiamento di luogo importacambiamento di rapporti, e rap porti possono bensì esistere tra i corpi, ma non tra i corpi e il nulla. Lo spazio e laduratasonoquantità, ribatteva Clarke, dunque sono qualche cosa di veramente positivo. Ma qui il discepolo di Newton non rifletteva che nè lo spazio nè la durata sono quan tità, ma che le quantità sono propria--mente i corpi che occupano lo spazio onei quali si manifestano ifenomeni di successione che rappresentano la dura •ta. Egli aggiungeva quest' antico argo mento: Stenda un uomo il suo braccio ai confini dell'universo; questo braccio deve essere nello spazio puro, poichè esso non è nel nulla ; e se si risponde che esso è ancora nella materia, il mondo in questo caso è dunque infini to, il mondo è dunque Dio. Leibnitz che era deista, nonostante la sua teoria delle monadi, doveva trovarsi non poco im barazzato per rispondere a questa do *manda. Come mai un deista avrebbe potuto ammettere la materia infinita ? Newton si appoggiava forte a questo argomento, che oggidì non ha piú alcun valore, giacchè esso ha anzi condotto direttamente al panteismo ed al mate rialismo. Di tutti gli argomenti addotti con tro la negazione dello spazio come re altà uno solo è adoperato dai filosofi dei nostri giorni, i quali lo adducono ancora come una prova inconfutabile. Se tutto il mondo è pieno, opponevano qualsiasi movimento, giacchè l'impene trabilità della materia non permette rebbe che un corpo entrasse al posto occupato da un altro corpo. Ho veduto molte volte addurre que st' argomento ne' tempi nostri, da uo mini eruditissimi, tra cui anche Tyndall, i quali mi parvero che neppur sospettassero che Descartes vi aveva già sufficientemente risposto. Ecco, infatti, in qual maniera un autore anonimo suo contemporaneo riassume la dimostra zione della possibilità del movimento nel pieno. Per assai tempo, continua l' amico mio Miron, io ho frequentato un cena colo spiritista nel quale le comunica zioni si fanno con un cestello munito di una matita, sul quale un frequenta tore delle sedute e la padrona della casa pongono le loro dita. Codesta ultima signora è uno dei medium più famosi, avvegnachè dicesi che ella abbia otte nuto un libro che in certo qual módo serve di vangelo a una delle chiese spi sitiste. Alle sue serate s' incontravano spesso le sommitàdel magnetismo e dello spiritismo, prova evidente che quello era uno dei centri più importanti di rivela zione. Là ogni spettatore può a suo ta lento evocare lo spirito col quale vuol essere in comunicazione. E tosto fatta l'evocazione un signore, chepuò riguar darsi come co-medium, prova una vio lente scossa e annuncia che lo spirito evocato è presente. L'evocatore fa poi tutte le domande che crede, e il cestello, mettendosi in movimento sotto le dita del medium principale, traccia le risposte. Parecchie fiate alcuni evocarono de gli esseri immaginari, oppure dicendo di voler fare l'evocazione mentale, nulla invocarono. Il co-medium non perciò cessava di provare le sue scosse, e at testava con piena sicurezza la presenza degli spiriti evocati. Malgrado poi la diversità di questi spiriti, le loro ri sposte sono di un carattere uniforme e di una povertàveramente umiliante. Si evochi CICERONE (vedasi) o Cadet Roussel, lo stile ei pensieri sono sempre identici, edenotano la stessa ignoranza. Eccone un saggio. L'illustre astronomo Arago essendo evocato, dichiara che la scienza terre stre èun nulla in confronto della scienza celeste che egli possiede attualmente. Or è possibile che così sia; ma siccome non si possono revocare in dubbio le matematiche, bisogna credere che quanto aquesto ramo delle umane conoscenze 'gono di esercizi presso a poco eguali a SPIRITISMO la scienza celeste non può essere diffe rente dalla nostra. Arago, divenuto più sapiente, non può dunque aver disim parate le matematiche. Lo si interroga su questo proposito, e si vede che il cestello, nè comprende la domanda, nè pure il valore delle parole di cui si serve. Lo si interroga allorasul sistema del mondo, e il cestello risponde che la terra non gira intorno al sole più che il sole giri intorno alla terra, ma che la terra oscilla (se balance ) intorno al sole. Si domanda allora di quanti gradi sia l'ampiezza dell'oscillazione, lo spirito risponde : quattro miliardi di gradi. L'interrogatore manifestando allora qual chestupore per una tal risposta, il co medium, iniziato certamente ai misteri del cestello spiritico, si affretta a sog giungere che questi gradi sono di 25 leghe ciascuno. I devoti sono incantati di tal risposta ed hanno pietà della scienza terrestre che non avrebbe mai scoperte sì belle cose! Gli evocatori ingeneralenon hanno alcun dubbio sulla identità degli spiriti che si manifestano. Però talvolta alcuni vogliono accertarsene, ed invitano lo spirito a fornirequalche prova indicando peresempio il suo nome, o il tempo della sua nascita o della morte. Lo spirito allora risponde: scrivete dieci nomi fra i quali io indicherò quello dello spirito domandato. Per altro, cotesta prova non riesce quasi mai.Unasignora di mia co noscenza la quale avevaevocatoilmarito, evoleva che egli indicasse il suo pre nome, scrisse come gli fu prescritto, i dieci nomi, fra cui era quello che si doveva scoprire. Il cestello si mise in movimento e percorse lentamente la lista, e di tempo in tempo lapunta della matita si avvicinava a un nome, mentrechè il medium, cogli occhi fissi sull' evocatrice, cercava di leggere sul suo viso qualche traccia che gli accen nasse aver egli ben indovinato. Non trovandosi l'espressione cercata, il ce stello fint col segnare a caso un nome: scoraggiarsi, indicò unsecondo, poi un terzo e fino a sette nomi senza coglier nel segno! Cotali svarioni nonnocquero minimamente al medium. Si sa bene che gli spiriti liberati dai legami ter restri obliano spesso le particolarità della loro vita passata. Grande è la lezione che ci dà oggi lo spiritismo sull'attitudine dell'uomo a credere e a creare il maraviglioso. Se la scienza non fosse giunta ad una so luzione abbastanza negativa, e non ci garantisse oramai da ogni durevole traviamento, lo spiritismo sarebbe di ventato religione elegislatori inappella bili i suoi sacerdoti. Il lato temibile di questa nuova su perstizione, destinata fra noi a morire col secolo che le diede vita, non tanto sarebbe statala sua stravaganza, quanto l' l'apparente sua connessionecolla scienza, alla quale i suoi sacerdoti tentano rian nodarla. Approfittandosi essi della u mana credulità e delle superstizioni cor renti, cercano di provare l'esistenza di spiriti incorporei che col mezzo di tra smigrazioni, vengono sulla terra ad a nimare gli uomini, e ritornano nello spazio dotati di una personalità e di una volontà propria. Essi hanno inoltre una forma, sono limitati, si trasportano negli altri mondi a piacimento, e fra loro si distinguono in più o meno puri, cosicchè, come si è creato una scala saliente e progressiva per gli esseri viventi del nostro globo, lo spiritismo la crea per gli spiriti. Possono essere più o meno buoni, secondo il grado di perfezione a cui sono giunti; ipiù im perfetti sono anche quelli che tengono ancora alla materia, dalla quale vanno allontanandosi gradatamente, per avvi cinarsi a Dio. Del resto, l'uomo, come gli spiriti, sono destinati a progredire e aperfezionarsi, sino aqual punto poi, lo spiritismo non lo dice. Essi si incar nano, siaper compiere unamissione, sia per espiazione, e in tal caso diventano ciò che volgarmente chiamasi l' anima. Come nel mondo materiale, vi sono esso si eraingannato Ricominciò senza nel mondo spiritico sensazioni e piaceri, libero arbitrio, gerarchia, e tutta la sequela dei mali, che,sebben diversi dai nostri, non cessano però di esser mali. Il fine ultimo della perfezione ci è rap presentato dagli spiriti superiori, i quali non potendo più oltre perfezionarsi, sono interamente occupati aricevere diretta mente gli ordini di Dio, a trasportarli in tutto l'universo ed a vegliare diret tamente alla loro esecuzione (Le livre des Esprits, par Kardec). Evi dentemente lo spiritismo, che mostrasi, nemmen fa d' uopo dirlo, una religione o filosofia che pre tende insegnare il modo di evocar gli spiriti, che con mille illusioni tenta di traviar le menti dei creduli ; che dichiara il sonnambulismo l'effetto di tanto avverso al suo mortal nemico il materialismo, pare che non abbia sa puto inventare di meglio che il tra sporto della gerarchia sociale nello spazio! Il sistema, bisogna confessarlo, è in gegnosissimo; esso però ha un difetto solo, quello di mancar di prove. Infatti, qual'è la base dello spiritismo? Il si gnor Allan Kardec, che si può ritenere sia stato il maestro di questa nuova superstizione in Francia, lo dichiarava in modo esplicito: la rivelazione, i mi racoli, il sovrannaturale sono, secondo lui, il fine ultimo della dottrina spiriti ca, ed a questo fine pare che egli miri sopra ogni altra cosa, procurando di conformarvi la rivelazione degli spiriti (L'Evangile selon le spiritisme). « Essi non riflettono, dice egli, parlando degli avversari, che facendo il processo al meraviglioso, fanno anche quello della religione che è fondata sulla rivelazione esui miracoli ; ora, che è mai la rive lazione se non una comunicazione extra umana? I fratelliPettyhannopresentato parecchi dei fenomeni che essi avevano annunciati, allorchè non venne presa alcuna precauzione, tale da prevenire lapossibilità di inganno, oallorchè que ste precauzioni erano indicate dai te stimoni e non escludevano perciò la possibilità di questo inganno. I fenomeni promessi o non si sono prodotti, oppure la frode dei fra accolto questa proposta. Alla seconda | telli Petty è stata svelata ogni volta che seduta della Commissione essi hanno enumerato i generi di fenomeni che co noscevano ed hanno raccomandato di studiare quelli che avvengono in pre senza dei medium, cioè delle persone coll'intermediario delle quali i fenomeni si manifestano con maggior intensità e precisione. Il signor A. Axakof ha pro messo di presentare dei medium alla Commissione. Questa, da parte sua, ac cogliendo con riconoscenza il concorso che le era in questa guisa offerto pel compimento del suo mandato,hadeciso di ammettere ai suoi esperimenti tre testimoni designati dai medium, ha pro posto di limitare le ricerche ai più sem plici fra i fatti dello spiritismo, ed ha dai membri della Commissione furono prese lepiù elementari precauzioni per confondere l'impostura. I testimoni, riferendosi ad una lunga pratica dello spiritismo, ed ime dium stessi, hanno posto alle sedute delle condizioni, le quali escludevano la possibilità di una osservazione esatta, quali l'oscurità, la mezzaluce o l'allon tanamento dei membri della Commis sione ad una certa distanza dai medium. I testimoni adiverse ripresehanno determinato molto diversamente le con dizioni che essi pretendevano favorevoli alla manifestazione dei fenomeni spi ritici. Alla sedutadel 20 novembre, si fissato il termine di un anno per la du- | constato la rottura di una cortina po rata dei suoi lavori. Due medium, i fratelli Petty, di Newcastle, che Axakof invita a recarsi a Pietroburgo, sono stati presen tati alla Commissione. La loro qualità di medium era attestata dauna dichia razione scritta del signor A. Axakof e danumerose testimonianze stampate che provenivano dagli spiriti. «La Commissione tenne sedute coi fratelli Petty; i testimoni erano i si gnori Axakof e Boutlerof. Secondo il desiderio dei testimoni, le due prime sedute furono occupate dai medium nel far conoscenza coll' ambiente nel quale erano chiamati ad agire. Le quattro se dute successive sono state consacrate allo scopo della Commissione ed ebbero luogo nel mese di novembre. I loro ri sultati furono i seguenti: sta vicina al medium per isolarli dal campanello, il cui tintinnio doveva co stituire un fenomeno annunziato. > Dopoquesti fatti il sig. A. Axakof ha allontanato i medium dalla Commis sione. I testimoni dichiarano oggi che i fratelli Petty sono dei medium assai deboli. In quanto alla Commissione, essa ha, nella sua seconda seduta, dichiarato che i fratelli Petty erano due impo stori. Nelmese di gennaio 1876, il signor A. Axakof avendo annunziato l'arrivo dall'Inghilterra di madama Clayre, me dium dilettante, la Commissione si èdi nuovo radunata in seduta. I testimoni hanno certificato alla Commissione che la signora Clayre era un medium po tente e che il professore Crooks aveva fatto con lei inInghilterraparecchi degli esperimenti che sonopresentati co I sollevamentideitavolini ordinari me prove in favore dello spiritismo. La Commissione decise di procedere imme diatamente all'esame dei fenomeni spi ritici manifestati in presenza della si gnora Clayre, adoperando degli appa recchi a questo effetto preparati, affine di sostituire alle ossrrvazioni dirette, che sono incomode e non lasciano trac cia di sè, l'osservazione più probativa delleindicazionidiapparecchi, la testimo nianza dei quali è irrecusabile. Il sig. A. Axakof ha riconosciuto l'uso degli apparecchi possibile in questa circo stanza, vista la potenza singolare del medium e le esperienze di questo ge nere che erano già state fatte con quella persona. La Commissione tenne nelmesedi gennaio quattro sedute colla signora Clayre come medium e coi signori Axakof, Boutlerof e Wagner come te stimoni. I risultati furono i seguenti: I testimoni hanno insistito sulla necessità, per lo sviluppo dei fenomeni, di tenere le sedute intorno ad una tavola,ordinaria ; alcuni membri della Commissione non furono ammessi nella sala delle sedute; fu loro persino im pedito di fare delle osservazioni dalla stanza vicina. Le sedute stesse attorno ad una tavola ordinaria ebbero luogo, grazie ai testimoni, in condizioni che escludonolafacilitàd'osservare,lasciando al medium piena libertà d'azione, senza sindacato. É stato pure richiesto, per esempio, che tutte le persone presenti stessero contro la tavola, quando si u diva il moto di questa, ciò che facili tava la possibilità di farla muovere col che si osservarono nelle sedute colla signora Clayre, erano, per desiderio dei testimoni e del medium, circondati da condizioni tali, che il medium stesso poteva scuotere il tavolino, avanzare i piedi sotto il mobile e sollevare anche questo . I membri della Commissione hanno più volte osservato dei tentativi di questo genere, ed hanno veduto il piede del medium sotto quello del tavolino. Itestimoni nonhanno acconsen tito che una volta all' uso d'una tavola manometrica, provveduta d' apparecchi destinati a misurare lo sforzo delle mani apposte su quella tavola. Non avvenne oscillazione, nè movimento, nè sollevazione di quella tavola. I testimoni hanno poscia respinto a più riprese l'invito della Commissione di procedere adelle osservazioni mediante apparec chi misuratori. Un tavolino apiedi curvi, che in grazia della sua costruzione non era facile a farsi oscillare colla semplice pressione delle mani sulla tavoletta, e che allontanava la possibilità di porre un piede sotto il piede del mobile, non si mosse una volta sola, sebbene si fosse adoperato quando dei movimenti erano avvenuti con una tavola ordi naria. Tutti i fenomeni chesiprodus sero in presenza della signora Clayre possono esser prodotti da qualsiasi per sona che si trovasse nelle condizioni favorevoli alla frode in cui, per deside rio dei testimoni, questo medium era collocato durante le sedute della Com missione; i membri della Commissione lo hanno provato da se stessi. Nelle ultime sedute colla signora Clayre, la Commissione ha richiesto ca piede senza esser veduti. I movimenti e le oscillazioni di una tavola ordinaria che ebbero luogo nelle sedute, mentre le persone pre senti tenevano sulla tavolale loro mani, tegoricamente che non si fossero più sono stati incontrastabilmente prodotti coll'aiuto delle mani del medium, come impiegate delle tavole ordinarie, e che I' osservazione dei fenomeni non a si potè indurlodallaloro tensione e dai loro cambiamenti di posto che prece devano le mutazioni della tavola. vesse luogo che col sussidio dei mezzi proposti da essa. I testimoni vi hanno aderito, ma esprimendo ildesiderio che questi apparecchi fossero loro portati a domicilio per essere anticipatamente e sperimentati. Dopo aver ricevuto due di questi apparecchi, i te stimoni hanno sospeso le sedute e in seguito vi hanno definitivamente posto termine. Nelle dichiarazioni che essi hanno allora presentato, i testimoni hanno rinnovato l' assicurazione delle potenti facoltà me dianiche di madama Clayre, e hanno mo tivato il loro rifiuto principalmente sulla prevenzione della Commissione contro lo spiritismo, e sul desiderio di questa di non fare l'osservazione dei fenomeni dello spiritismo che con l'aiuto d'appa recchi. > La Commissione ha considerato al lora come raggiunto il suo scopo, per chè essa si era accertata che fra i fe nomeni prodotti dal piùpotente medium, in tutte le condizioni più favorevoli, non ve ne era stato un solo che potesse in dicare la esistenza di un ordine parti colare di fenomeni costituenti lo spiri tismo. >> Nelle quattro sedute che essa ha te nuto nel mese di marzo, la Commissione ha discusso: Dei dati stampati sui fenomeni spiritici e sullo spiritismo in generale; Delle prove ed osservazioni fatte dai suoi membri, fuori del suo seno, sopra dei fenomeni attribuiti allo spiri tismo e prodotti con o senza la presenza dei medium.. I suoi processi verbali e lestampe ricevute alle sedute che essa tenne coi medium Petty e Clayre, in presenza dei signori Axakof, Boutlerof e Wagner, testimoni. > 4. Ledichiarazioniscritte da questi testimoni alla Commissione. contrastabilmentedeterminati dall'effetto della pressione esercitata, intenzional mente o no, dalle persone presenti; si riferiscono cioè a dei movimenti mu scolari consci e incosci; per spiegarli non è necessario ammettere la esistenza della forza o della causa nuova, accet ta dagli spiritisti. Dei fenomeni, qualelasollevazione delle tavole o il movimento di diversi oggetti dietro una cortina o neila oscu rità, portano il carattere irrecusabile di atti di frode commessi scientemente dai medium. Allorchè delle misure efficaci sono prese contro la possibilità dell'im postura, questi fenomeni non avvengono, oppure l'inganno è svelato. I rumori e i suoninei quali gli spiritisti vedono dei fenomeni aventi un senso, e che possono servire a comuni care cogli spiriti, stanno negli atti per sonali dei medium ed hanno la stessa importanzae lo stesso carattere dell'acci dentalità o della frode, dei vaticini e dei presagi di buona fortuna. I fenomeni attribuiti all'influsso dei medium chiamati medium plastiques dagli spiritisti, come la materializzazione delle varie partidegli spiriti e l' appari zione di figure umane, sono incontra stabilmente falsi; si deve infatti così conchiudere, non solo per l'assenza di qualsiasi prova precisa, ma ancora: Dall' assenza di attitudine all'os servazione scientifica nelle persone che credono alla autenticità di questi-feno meni, le quali descrivono ciò che hanno veduto; b) Dalle precauzioni che gli spiri tisti e i medium chiedono ordinaria mente alle persone davanti alle quali devono compiersi questi fenomeni; Finalmente, dai casi numerosi nei quali i medium furono direttamente Da quest' esame la Commissioneha convinti d'avere prodotto coll' impostura tratto le seguenti conclusioni: simili manifestazioni, sia da sè stessi, Quelli fra i fenomeni attribuiti allo spiritismo, che avvengono coll' im posizione delle mani, come, per esem pio, i movimenti delle tavole, sono in sia col sussidio di terzi. Nelle loro manifestazioni, le per sone simili ai medium mettono a pro fitto, da unaparte imovimenti inconsci SPIRITUALISMO einvolontari delle persone presenti, e dall' altra parte la credulità dellagente onesta, ma superficiale, che non sospetta la frode e non prende precauzioni per prevenirla. Lamaggior parte degli aderenti allo spiritismo non danno prova nè di tolleranza per l'opinione delle persone che nulla di scientifico scorgono nello spiritismo, nè di critica per l'oggetto della loro credenza, nè di desiderio di partecipazione di persone umane alla produzione di quei fatti; quando si os servarono i principii razionali delle ri cerche scientifiche, come consigliano Gay Lussac, Arago, Chevreuil, Faraday, Tyndal, Carpentier e altri, è stato provato che i fenomeni attribuiti ai medium so no il risultato, o di movimenti involon tari, che provengono da particolarità naturali dell' organismo, o dalla furbe ria, o dall' inganno di persone che por studiare i fenomeni spiritici coll' aiuto dei mezzi d' investigazione ordinari della scienza. Però gli spiritisti diffondono con ostinazione le loro idee mistiche, dandole per nuove verità scientifiche. Queste idee sono accettate da molti perchè rispondono a vecchie supersti zioni contro le quali la scienza e la verità da gran tempo combattono. Gli uomini di scienza che sono trascinati dallo spiritismo, si comportano verso di questo come dei dilettanti passivi di spettacoli e non come dei cercatori di fenomeni della natura. > 7. Lepoche esperienze con apparec chi atti a misurare, che si citano quali prove in favore dello spiritismo, sono state eseguite in condizioni, le quali permettono giudizi precisi, e mostrano che gli sperimentatori non conoscono sufficientemente i metodi adatti allo studio scientifico dei fatti nuovi e dub biosi. Questi sono, per esempio, gli e sperimenti eseguiti dagli spiritisti con una membrana o con delle bilancie. Ogni volta che degli spiritisti fu rono invitati, o che si sono offerti a provare coll' esperienza ciò che essi af fermavano nei circoli delle persone che conoscono le scienze esatte, esse si sono volentieri messi all' opera, maognivolta hanno interrotte le prove, hanno allonta nato i medium e si sono lagnati delle prevenzioni degli esperimentatori, appe na trovarono che i fatti osservati erano sottomessi ad un esame critico. Allorquando lo studio dei feno meni spiritici è stato circondato da pre cauzioni atte a mettere in luce la tano denominazioni analoghe a quelle dei medium. E ciò è quanto la Commissione ha pure constatato nelle sue osservazioni sui tre medium inglesi, che le furono presentati dai nostri spiritisti. Fondandosi sul complesso di ciò che essi hanno appreso e veduto, i membri della Commissione sono unanimi nel for mulare la seguente conclusione: ifeno meni spiritici provengono damovimeuti involontari e da una impostura consa pevole, e la dottrina spiritica è una su perstizione. Firmati: i membri della Commis sione: Bo Bylef, aggregato di fisica al l'Università di Pietroburgo.- Borgman, preparatore al gabinetto di fisica del l' Università di Pietroburgo Bouly guine- Hezehus, licenziato in fisica Elenef preparatore al laboratorio di chimica dell'Università di Pietroburgo-Krajëvitch, maestro di fisica all' isti tuto delle miniere e alla scuola degli ingegneri-Latchinof, maestro di fisica all' istituto agronomico di Pietroburgo Mendèleief, professore di chimica al l' Università di Pietroburgo- Perrat, professore dimeccanica-Pétrouschevski, professore di fisica all' Università di Pie-- troburgo- Khmolowsly, maestro di fi sica Van der Vliet, aggregato di fi sica all' università di Pietroburgo. Pietroburgo. Spiritualismo. Dottrina di co loro i quali credono all'esistenza dello spirito. La filosofia spiritualista è essen zialmente cristiana, nè vi è esempio tra i filosofici pagani, il qualeprovi che gli antichi concepissero l' anima secondo l'astrazione dei moderni spiritualisti. Anzi, alcuni tra gli stessi padri della Chiesa concepirono l'animain un senso affatto materiale, come una sostanza sottilissima, ma tuttavia molto diversa daquella dello spirito. ANIMA SPIRITO. Tra i filosofi cristiani, non mancarono coloro che, come Priestley, riconobbero non essere necessario am mettere l'esistenza di uno spirito per spiegare i fenomeni del pensiero, giac chè Dio ha benissimo potuto dare alla materia la facoltà di pensare, come le ha dato quella di muoversi e di agire. Anche Voltaire, che era Deista, aveva sposato questa opinione V. SPIRITISMO. Sensibilità. Suolsi definire la sensibilità la facoltà di sentire; poi la si considera come un fatto reale in se stesso ben distinto dalla sensazione. Ma se i metafisici facessero attenzione più alla sostanza delle cose di cui trattano, che alle parole colle quali le definisco no, si accorgerebbero che la sensazione contiene già in se stessa la sensibilità, giacchè non vi può essere sensazione che non sia sentita. Anzi, a propria mente parlare, la sensazione non è al tro che l'atto col quale sentiamo che una modificazione si è prodotta in noi. Or che cosa è la sensibilità? L'astra zione appunto di questo atto, e non per altro questo vocabolo entra nella cate gioria dei nomi astratti. Sensibilità è la possibilità di sentire. Ma questa possi blità é qualche cosa od è niente? Per essere qualche cosa bisognerebbe rap presentarcela in azione; ma nel mo mento in cui la sensibilità é, per così dire, in atto, essa diventa sensazione. Se poi si considera la sensibilità non in atto, essa non ha niente di reale in se, e indica solamente la facoltà che hanno gli esseri vivi di provare sen sazioni. Questo così elementare ragionamento basta a mostrare la vacuità di tutte le disquisizioni che i metafisici si credono in dovere di fare sulla sensibilità e mi limito a rimandare il lettore all' arti colo SENSAZIONE, per quella stessa ragione che un professore di meccanica, do po avere lungamente parlato del movi mento, troverebbe affatto inutile didilun garsi sulla mobilità, la quale non è unacosa in se, ma una semplice parola creata per indicare che icorpi possono entrare in movimento. Cionondimeno un filosofo contemporaneo, il signor A. Franck membro dell' Istituto, ha tro vato il modo di scrivere molte pagine intorno a questa voce, sulla quale ci dà delle notizie veramente peregrine, come, per esempio, questa che non mi sarei certamente immaginato di dover leggere nei nostri tempi: « La sensibilità, se si eccettuano le passioni, che sono l'opera dell' uomo, é un movimento che emana da Dio, una azione immediata della sua potenza, che ci inclina senza costrizione verso il nostro fine, e ci penetra senza assorbirci ». Io capisco bene che col l'intervento del Deus ex machina, i metafisici spiegano facilmente ogni cosa, ma sarebbe pur tempo che siffatti me schini espedienti fossero lasciati ai te ologi. Senso comune. (Dottrina del) Da tempo immemorabile teologi e filo sofi cattolici hanno combattuto lo scet ticismo coll' autorità della rivelazione e col senso comune, o consentimento u niversale. L'esistenza di Dio, la verità della fede, la stessa autorità della rive lazione, dicevano certissimamente con fermate dall' universale consentimentodi tutti gli uomini, i quali in tutti itempi ein tutti i paesi hanno creduto e cre dono in un Ente creatore e conserva tore del mondo. Finché le cognizioni antropologiche ed etnologighe furono limitate a poche relazioni di missionari, che d'altronde non erano divulgate, questa dottrina sembrò fare buonapro SI e va; ma quando le comunicazioni stesero e numerosi viaggiatori intrapre sero lo studio dei costumi de' popoli lontani, appari chiaramente che questa supposta unanimità di credenza erame SENSO COMUNE ramente effimera; che vi sono popoli increduli o credenti in esseri che non possono in alcuna maniera riferirsi al Dio metafisico immaginato dai cristiani. (ν. ΑTEL, DIO, IMMORTALITÀ, SPIRITO). Nemmeno come principio la dottrina del senso comune potrebbe addursi in prova di checchessia, giacché l' ade sione unanime di tutti gli uomini non 173 Fra gli autori cattolici favorevoli alla dottrina del senso comune, vuol es sere ricordato Lamennais. Egli ha detto che i nostri sensi c' ingannano, che la ragione individuale è impotente a sco prire la verità, e che l'uomo ridotto alle sue sole risorse, non potendo cre proverebbe che le cose sulle quali vi ė unanime accordo siano vere; essa pro verebbe solamente che gli uomini si accordano a ritenerle tali; ogni di più eccederebbe i limiti del sillogismo e costituirebbe una conseguenza i princi pii della quale non sarebbero contenuti nella premessa. Infatti, perché la conseguenza fosse corretta, il sillogismo dovrebbe costru irsi così: dere, nè a Dio, nè all' universo, nè a se stesso, cadrebbenel più assoluto scet ticismo. Solo rimedio efficace contro il dubbio egli credeva che fosse l' univer sale consentimento, fondato sulla tradi zione costante dell' umanilà alla quale é stato rivelato quel vero ch' essa stes sa è impotente a scoprire. Ma come si potrebbe consultare questo senso co mune? Lamennais trovava che il mezzo era molto semplice. LaChiesa cattolica, legittima depositariadella tradizione, era anche l'organo per mezzo del quale la Ciò che tutti gli uomini credono sic- tradizione parlava; e il papa che é il come vero, é vero realmente. Tutti gli uomini credono in Dio. Dunque Dio esiste realmente. Ma, domando io, esiste un solo filo sofo il quale sia disposto ad ammettere la maggiore di queste premesse? Io non lo credo, giacché non vi é alcuno che non veda a quali stolti giudizi esso ci condurrebbe. Se ciò che tutti gli uomini credono é realmente vero; tutti hanno creduto che il sole si muovesse intorno alla terra; dunque sarebbe vero che il sole si muove! Con questo principio non vi sa rebbe errore santificato dai secoli e dal l'ignoranza che non potrebbe essere di mostrato per vero; e allascienza non re sterebbe altro che raccogliere le antiche credenze, siccome le più attendibili e le più universalmente credute CERTEZZA REID [citato da H. P. Grice, “Personal identity”]. Nella stessa religione il principiodel senso comune potrebbe essere rivolto contro la verità di molti dommi; e per fino il cristianesimo dovrebbe essere con siderato come una falsa rivelazione, quando fosse confrontato colla gran maggioranza dei settatori di altre reli gioni (V. RELIGIONI). capo visibile di questa Chiesa ne era il legittimo interprete (Essai sur l'indif ference). Grazie e questo consentimento uni versale, Lamennais conferiva alla ragione umana collettivamente, ciò che singolar mente rifiutava ad ogni ragione parti colare, e concretava poi in un solo uo mo la collezione di tutte queste ragioni. Finché Lamennais si attenne a questa si poco liberale applicazione della dot trina del senso comune, la Chiesanulla trovò a ridire; ma venticinque anni ap presso, quand' egli, piegandosi al movi mento generale del pensiero, dettò l'E squisse d' une philosophie, nella quale, pur sempre restando prete, cessò di in carnare nella Chiesa cattolica la rap presentazione della ragione collettiva dell'umanità, papa Gregorio XVI trovò che quella dottrina era vana, futile e incerta, e solennemente la riprovò nel modo che segue: « Egli é assai deplo revole il vedere in quale eccesso di de lirio si precipiti l' umana ragione, al lorché l'uomo si lasciapigliare all'esca. della novità, e sforzandosi, malgrado l'avvertimento dell' apostolo, a riescire piu saggio di quel che abbisogni, troppo fidente di se, reputa che la verità possa cercarsi fuori della cerchia della Chiesa cattolica stupenda definizione che ha solamente il difetto di non esser chiara; manon si può volergli male per que sto: il miglior professore di sentimen talismo non potrebbe dircene di più. Servet Nasce a Villanova nell' Aragona. Si recaa Tolosa per studiarvi il diritto, che abbandonò poi per dedicarsi inte ramente alla teologia. Fra tutti i dommi religiosi quello della trinità gli parve il più strano, e il mendegno dellapub blica fede, sicchè cercò di renderlo, se non altro, più intelligibile, considerando le tre persone divine come la semplice manifestazione di un solo Dio. Trovata questa spiegazione per lui soddisfacente; sperò che i capi della riforma in Ger mania sarebbero stati del suo avviso; ne scrisse perciò ad Ecolampadio, ed egli stesso si trasferì a Strasburgo per conferire con Bucero. Ma ildabben uo mo non aveva pensato che i capi della riforma erano per lo meno tanto intol leranti quanto i papisti: egli fu detto un bestemmiatore ed un messo del diavolo » e Zuinglio trascorse fino a maledire il maledetto e scellerato Spa gnuolo. Nonostante questa opposizione pubblica il libro sugli Errori della Trinità e l'anno seguente i Dia loghi sulla Trinita. Lo scandalo destato da questi due scritti fu tale, ch'egli si vide costretto a cambiar di nome e a rifugiarsi a Lione, ove visse parecchio tempo in una tipografia, correggendo | lo calunnia, lo insulta, nè si sta pago, bozze di stampa. Fatto che ebbe qual finchè la sentenza di morte è pronun che risparmio, si trasferì a Parigi, ove stu diò le matematiche e la medicina,scienze nella quale fu addottorato. Dopo avere professato nel collegio dei Lombardi, Pietro Paumier, suo discepolo nominato vescovo a Vienna nel Delfinato, lo chia mò presso di senellaqualitàdimedico. Servet visse così tranquillamente dodici anni, nel qual tempo alternò i suoi studi di medicina con quelli di teologia, e venne compilando un libro col titolo Restitutio Cristianismi, nel quale in tendeva di proporre una nuovariforma della religione. Prima di pubblicarlo egli entrò in corrispondenza con Calvino, sperando forse di poterlo trarre alle sue idee. Ma dopo parecchie lettere, il capo della riforma di Ginevra, irritato forse dall' ostinazione e dalle arguzie di Ser vet, ruppe ogni commercio con lui. Intanto il Servet mandò alla stampe il suo libro, e poichè trovavasi in paese cattolico, lo fece imprimere con tutta segretezza, ma non tanto che Calvino non ne avesse sentore. Il furore teolo gico allora invase costui a tal punto, ch'egli, capo della riforma, non temette di far denunciare il suo avversario al l' inquisizione cattolica. In quell' occa sione, dice Gabriel, Calvino si mostra talmente acciecato dal fanatismo, che perde perfino le nozioni distinte del bene e del male » (Hist. de l' Eglise de Genève T. 2). ciata contro di lui e, mandata ad esecuzione mediante il rogo. Benchè oltre ogni dire abbattuto, Ser vet rifiutò mai sempre di ritrattare le sue opinioni, anche allora che gli fu promesso di convertire la penadimorte mediante il rogo,conquellaper la spada. Egli perì tra le fiamme dopo mezz' ora di inauditi tormenti. Tra i capi d'accusa della sentenza si leggono questi, i quali possono mettere in luce quali fossero le eresie che cat tolici e protestanti imputavano a Servet. « Item. Ha spontaneamente confes sato che nel libro Christianismi resti tutio egli chiama trinitari edatei coloro che credono nella Trinità. io, con è fatto arrestare dall' inquisizione e sot- tinua Calvino, essendo corrucciato di toposto a processo. Un giorno però gli una assurdità si grossa, replicai di ri vien fatto di fuggirsene; egli pensa di scontro: come, povero uomo, se qualcuno recarsi a Napoli per esercitarvi la me- battesse col piede questo pavimento, e dicina, e per la via delle Alpi scende a dicesse che calpesta il suo Dio non i Ginevra all' osteria della Rosa. Appena norridiresti di aver assoggettata lamae Calvino ha sentore dell' arrivo a Gine- stà di Dio ad un tale obbrobrio? Allora vra del suo avversario, tostolo denun- egli rispose: io non dubito menoma cia all' autorità criminale, e mette in mente che questo banco e questa cre cauzione il suo stesso segretario accioc- denza e tutto ciò che si potrà mostrare chè, secondo le leggi d'allora, avesse non sia la sostanza di Dio. Nuovamente egli la parte di accusatore. Egli assale gli fu opposto che, a parer suo, dun il suo avversariod' innanzi al Consiglio, | que il diavolo sarebbe sostanzialmente SESTO EMPIRICO Dio. Ridendo, egli arditamente rispose: dallo affermare qualcosa,così senza mal ne dubitate voi? Quanto ame tengo per massima generale che tutte le cose sono una parte e porzione di Dio, e che ogni natura è il suo spirito sostanziale ». animo contro altri, eglino espongono le proprie dubitazioni sopra ogni ma niera di discipline; dacchè non rinven Sesto Empirico. Il luogo e il tempo preciso della nascita di questo filosofo si ignora. Sulla fe le di Diogene Laerzio che lo annovera tra i discepoli di Erodoto di Tarso, si crede general mente ch' egli sia fiorito verso il prin cipio del terzo secolo, e che sia origina rio d' Africa. Ch' egli fosse medico ed esercitasse l'arte salutare non è dub nero in nessuna la verità che cercavano con gli studi. « Nega, anzi tutto, l' esi stenza della disciplina, argomentandone e dalla indeterminata controversia dei filosofi circa la essenza sua e dal non potersi affermare quale si è la cosa in segnata, chi l'istruttore, chi l' ammae strato, e quale il modo dello appren bio, poichè egli stesso lo afferma; e che fra i medici egli appartenesse alla setta degli empirici pare altrettanto certo, per quanto dice Diogene, e per lo stes so nome di Empirico che gliene è de rivato. Null' altro si sa della sua vita, nè pure delle sue opinioni in medicina, giacchè le sue Memorie di medicinale, nè la istorica, né quella che con andarono perdute. dere. E come i principii e il metodo generale della asserita disciplina si por gono della grammatica; chiamandola unalusingatrice sirena, entra sottilmente amostrarla arbitraria ne' propri ele menti, nelle leggi stabilite per le sil labe, pei nomi, per lametrica, per l'or tografia, per la etimologia; e ne deduce non esistente nè la parte sua artificia cerne i poeti e gli scrittori (L. 7) e tanto meno quella chehaper iscopo di rizzata la filosofia di Pirrone. Nel suo libro Contro i matematici, egli confuta i dommatici inqualsiasi scienza, i gram matici dapprima, quindi i rettorici, i geometri, gli aritmetici, gli astrologi, e i musici. Più conosciute sono le sue Ipotiposi pirroniane, che furono tra dotte in francese prima da un tal Huart col titolo: Les Hipotiposes ou Institu tions pirroniennes (Amsterdam 1725) e poi da Samuele Sorbière. L'autore riproducendo le obbiezioni di Pirrone contro i dommatici si di chiara apertamente in favoredegliscet Sesto Empirico é invece conosciu tissimo nella filosofia per avere volga- persuadere, ossia la rettorica (L.). Passa ai Geometri; e subito toglie concludenza alle loro argomentazioni chiarendo inefficace ogni discorso che non abbia base dimostrata, come sono i loro; costruiti sopra ipotesi, e con principii egualmente indimostrabili (qua li il punto e la linea), e da cui nessu no può mai nulla togliere nè tagliare (L.) Conlo stesso argomento della impossibilità di aggiungere o sottrarre qualcosa, confuta le teorie degli arit metici massime pitagorici (L.). Ingegnosi ed afforzati da giusta erudizione, sono gli argomenti contro gli Astrologi Caldei i quali, dice, in vario modo fanno onta alla vita, fab bricandoci una grande superstizione, nè consentendoci operare nulla confor. me a ragione (L.) tici. Le parti principali di questo libro vôlto in italiano da Stefano Bissolati, essendostate riprodotte all'articolo PIRRONISMO, gioverà qui citare il sunto che lo stesso antore dà del libro contro i matematici. > Siccome i pirroniani accostatisi alla filosofia per desiderio di incontrarsi al vero, e non lo avendo trovato in nessuna parte, per l' eguale peso di ra gioni che stanno in tutte, si astennero > Pur accordando che dalle armo nie si sia potuto trarre bene, e dol cezza, e conforti; incalza i musici col mettere in aperto la nonesistenza delle modulazioni e de' ritmi (L. VI). > Spiegata la forma generale della 478 SOCINIANISMO scettica, viene alla particolare, ossia a quella che parzialmente combatte la filosofia divisa in razionale, naturale, morale. Nel primo libro (L.) contro i logici diffusamente espone e sottil mente oppugnaquanto erasidetto, circa il criterio della verità, dai filosofi che ne negavano la esistenza e da chi la ammetteva; bene avvertendo essere que sta la suprema delle indagini. Giac ché o non si trova la regola per cui conoscere la vera esistenza delle cose, ebisognerà finirla coi grandiosi vanta menti dei dommatici; o scorgerassi qual cosa che valga acondurci allacompren sione della verità, e meriteranno censura di audaci gli scettici che sanno andare contro alla comune credenza. « Nel secondo (L. VIII) discorre in particolare del vero, del segno, degli oscuri, della dimostrazione, della materia della di mostrazione e se la dimostrazione esi sta. E poiché ha concluso che tutto è incomprensibile e indimostrabile; e con tro l' obbiezione che, quando non ci abbia possibilità di dimostrazione, an che il discorso dello scettico non vale ed egli non può trarre arma che ab batta il dommatico, risposto con l'ar gomento dato nel Libro I. c. 8 delle Istituzioni; entra in lotta (L. IX) coi Fisici. E la critica è intorno i principii naturali, gli dei, la causa e l'effetto, circa il tutto e la parte e sopra il cor po; e appresso dice contro del luogo, del moto, del tempo, del numero,della generazione e del corrompimento. Chiu de la serie dei combattimenti opponen do ai filosofi moralisti sopra i sette punti fondamentali dell' etica: quale sia il bene, e il male, e l'indifferente; se per natura ci sieno il bene e il male; se pure ammessa la esistenza del bene e del male in natura, sia possibile il vi ver felice; se chi astiensi dallo ammet tere o dal negare l'esistenza del bene e del male, incontri ed essere felice, se una qualche arte si trovi per con durre la vita; e se quella possa venire insegnata ». Socinianismo. Dottrina inse gnata da Lelio e Fausto Socino, con traria alla Trinità. Nel 1546 dopochè le dispute di Lutero ebbero fatto ri sorgere il gusto per le controversie re ligiose, alcuni nobili stabilirono in Vi cenza una Accademia collo scopo di discorrere di siffatte materie. Lelio So cino era nel numero di costoro, i quali interpretando le scritture, dommatizza rono che vi è un sommo Iddio che hacreato tutte le cose pel ministero del suo Verbo, che il Verbo è Figlio di Dio; che il Figlio di Dio è Gesù di Nazareth; e che Gesù di Nazareth è un uomo. Questadottrinanon faceva molto onore alla logica dei novelli Accade mici; e tutto ciò che vi era in essa di chiaro era la riproduzione della eresia di Ario ( Vedi ARIO) che negava la divinità di Gesù, e la sua consustan zialità col Padre. Ma di pensare inque sta guisa in quei tempi, nemmeno ai nobili era cosa lecita,laonde, saputasi la cosa, il governo ne fece arrestare alcuni che mandò amorte; mentre altri, tracui il Socino, si rifugiarono nella Polonia dove l' unitarismo aveva fatto de' sen sibili progressi. Lelio Socino fu ospi tato dai nobili Polacchi, ma morì a Zurigo il 17 Marzo 1562 senza aver fatto molti proseliti. Alcuni anni dopo Fausto Socino nipote di Lelio, dopo aver brillato alla Corte ducale di To scana, divisò d' intraprendere la car riera teologica dello zio; fu a Basilea, quindi nella Transilvania, e finalmente l'anno 1579 giunse in Polonia. Quivi, posto al sicuro dalle persecuzioni cat toliche, non men che da quelle dei nuovi protestanti pure tremendi nelle loro vendette, armeggiò contro Lutero e Calvino e ottenne di riunire in una sol comunione le trenta e più Chiese an titrinitarie che esistevano nella Polonia. Morì nella villa di Luclavia l'anno 1604 e sul suo sepolcro fu posto un epitafio latino che diceva così: Lutero distrusse il tetto di Babilonia, Calvino ne ro- vesciò le muraglie, ma Socino ne strap SOFISMA pò le fondamenta. Dopo la morte di Socino non si spense l'eresia sua. Molti nobili erano venuti al suo partito, e questi in sì buon numero che nella Dieta riuscirono ad avere il sopravvento e a far proclamare la libertà di coscienza. 479 Nome dato da Augusto Comte alla fi losofia della storia. Nel sistema positi vista essa costituisce la prima parte della filosofia morale, e si propone di scoprire le leggi costanti che reggono la successione degli avvenimenti sociali. Ma non andò molto che Cattolici e Protestanti insieme intolleranti che si negasse la divinità di Gesù, unirono i loro suffragi e riuscirono a far décre tare che i Sociniani, o rientrassero in una delle chiese tollerate, o uscissero dai confini dello stato; il qual decreto fu il segnale della persecuzione gene rale di tutti gli stati contro i Sociniani che riparavano entro i lor confini. Dal catechismo di Cracovia compilato da Socino si deducono i seguenti prin cipii fondamentali della sua dottrina. La sacra scrittura è la sola regola di fede, ed è interpretata dalla ragione. Conseguenza di questo principio è che i dommi della trinità, dell’incarnazione, della divinità di Gesù cristo, del peccato originale, i quali non sono chiaramente annunciati nella scrittura, non hanno diritto alla nostra fede. Del pari la creazione dal nulla non è domma comprensibile nè credibile, poi chè Dio non chiaramente lo palesò nella Scrittura, dov’egli forma il mondo da una materia preesistente, Vedi CREAZIONE. Gesù è il divin verbo, figliuol di Dio; Dio manifestatosi in carne, ma questi simboli usati dai Sociniani non hanno per loro che un senso puramente metaforico. 5. Il battesimo e la cena, come credono i protestanti, sono i due soli sacramenti istituiti da Gesù, ma non hanno altra virtù che quella di eccitare la fede. 6. La risurrezione della carne è impossibile, le pene eterne in giuste: le anime dei malvagi saranno V. POSITIVISMO. Chiamasi SOFISMA ogni sillogismo il quale, sebbene lasci intendere di condurre a conseguenze assurde, pure presentasi con certe forme sotto le quali s’è imbarazzati a scoprirlo, o almeno si è imbrogliati a dire in qual parte il ragionamento è falso e capzioso. Varie classi di sofismi si distinguono nelle scuole, e a ciascuna classe l'antica filosofia applicato uno special nome. La grammatica fallace o amfibologia e una sorta di sofismi che derivano o dall' ambiguità dei termini o dall' equivoco. Esempio: Dio è dovunque; dovunque è un avverbio, dunque Dio è un avverbio. L’Ignoratio elenchi consiste nell' ignoranza del soggetto in questione. Petizione di principio succede quando si vuol spiegare la cosa che è in questione con un' altra cosa ch’essa stessa dev' essere provata, per cui si torna ancora alla questione di principio. Esempio: La Bibbia è infallibile perchè lo afferma la Chiesa; la Chiesa è infallibile perchè lo afferma la Bibbia; dunque la Bibbia e la Chiesa sono infallibili. Si capisce facilmente che i libri dei teologi sono pieni di petizioni di principio. Del falso supponente,o supporre vero il falso è vizio più comune di quel che si pensa, ond'è che in questa classe di sofismi cadono facilmente i credenti, i quali deducono lo annichilate. A niuno è lecito guereggiche conseguenze da falsi principii. giare nè reclamare in giudizio la riparazione d’una ingiuria, essendo queste cose chiaramente divietate dal vangelo, equesto principio è comune ai Qua CHERI e agli ANABATTISTI. Sociologia, o Scienza sociale. Non causa pro causa e prendere per causa ciò che non è causa. In quest' anno è succeduta una guerra; ma la guerra è stata preceduta dalla comparsa di una cometa; dunque la cometa è stata la causa della guerra. SONNO E SOGNI Consequentis. Sofisma | tative, e sopprime solamente i fenomeni che si fa quando si reciproca dove non della coscienza, della volontà, i movi si può, perchè il soggetto della propomenti muscolari e l' attitudine dei nervi sizione non contiene tutto il suo predi- a trasmettere le sensazioni. La respira cato. Ogni cubo è una figura, dunque zione e la circolazione deifluidi durante ogni figura è un cubo. Fallacia dicti non simpliciter si fa quando da quel che è vero in parte si conchiude che è vero in tutto. Esempio: Pietro è buono; ma Pietro è pittore; dunque Pietro è buon pittore. Il sonno e i sogni sono stati argomento di non poche controversie tra i psicologi, e hanno fornito a Dugald-Stevart l' occasione di un serio studio, per determinare quale sia lo stato dell'anima nel sonno. I fisiologi poi si sono occupatidello stesso argomento per stabilire di qual natura sia la funzione fisiologica del sonno, e inqual maniera essa succeda. Comin cerò da quest'ultimo argomento, dal quale principalmente dipende la solu zione del problema che si sono propo sti i psicologi. Cabanis ha definito il sonno uno stato che non è puramente passivo, ma che è una funzione particolare del cer vello, la quale succede quando si sta bilisce in quest' organo una serie di movimenti particolari, la cessazione dei quali conduce il risveglio (Rapport du physique et du moral). Que sta proposizione avrebbe bisogno di es sere provata, né alcuno ha ancor po tuto determinare quali siano i movi menti intracerebrali che producono e mantengono il sonno. Buffon ha detto più genericamente, ma perciò appunto con maggior verità, che il sonno é un modo di esistere altrettanto reale e più generale che ogni altro; che tutti gli esseri organizzati i quali mancano di sensi esistono in questa maniera (Hist. nat.). Questa definizione mi pare preferibile a quelle più o meno ampollose, date da vari fisiologi. In ef fetto, il sonno lascia intatte tutte le funzioniche, sarei tentato di dire, vege il sonno continua regolarmente, ma i nervi riposano, e coi nervi il cervello. Tuttavia questo riposo non succede immediatamente e in un sol tratto per tutti gli organi. Generalmente laprima azione che si sospende è lamuscolare; le membra si rilassano e cadonopel pro prio peso restando immobili nella posi zione che si sono scielta e secondo la disposizione delle articolazioni. Dumeril ha dimostrato che nessuna azione vo lontaria nè alcun sforzo muscolare de vono esercitare gli uccelli per mante nersi dritti sui rami durante il sonno. Egli sostiene che uno dei tendini del crurale passa sulla rotella per unirsi ai tendini motori dei pollici, cosicchè quando lagamba degli uccelli è pie gata, i pollici si trovano mantenuti nella flessione in una maniera fissa, perma nente e solida, quantunque passiva. Durante il sonno tutti isensi dimo rano in uno stato di riposo. Non biso gna però confondere questo stato colla soppressione assoluta della sensazione, poichè se ciò fosse si correrebbe peri colo di non svegliarsi più. Il sonno ot tunde i sensi, ma non li sopprime, e numerosi esempi ci dimostrano che la semplice eccitazione di un senso basta a svegliarci. Spesso però accade che quando l'eccitazione non è sufficente mente forte e che il sonno è profondo, la sensazione avvenga senza essere per cepita. L'uomo addormentato spesso si toglie da una posizione incomoda, ed eseguisce dei movimenti muscolari. La luce, dice il Prof. Longet, può manife stare durante il sonno la sua azione sulla retina senza che visia percezione. Infatti le pupille dell' uomo che dorme in un luogo oscuro sono dilatate, men tre quelle di chi si addormenta alsole cogli occhi rivolti verso quest' astro sono contratte, come si contraggono eziandio quelle di chi, senza svegliarsi, sia fatto passare dall' oscurità alla luce. Il Prof. Longet attribuisce quest' azione a un movimento riflesso dell' asse ce  Gli spiritualisti si sono proposti il problema: Quale è lo stato delio spirito rebro spinale. É certo però che alcune volte l'impressione luminosa giunge fino all' encefalo ed è da noi percepita sebbene spesso non sia così forte per svegliarci. L'udito è l'ultimo senso che si ad dormenta. Già i muscoli sono nel riposo, e l'occhio più non percepisce la luce, quando encora persiste l' udito. La vi sta trova nelle palpebre un riposo con tro le moleste impressioni esteriori, ma I'udito non ha mezzo alcuno per sot trarsi naturalmente all' azione dei suoni, Quest' organo, dice Longet, che è il più ribelle alle influenze del suono, è ezian dio quello che più resiste agli attacchi della morte: si ode ancora dopo che tutti gli altri sensi hanno cessato di vivere, nella stessa maniera che si ode ancora quando tutti gli altri sensi dor mono. É per l' organo dell' udito, con tinua Longet, che penetrano sovente le influenze soporifere, ed è per il suo in termediario che gli altri sensi dormono mentre esso veglia ancora. Però que sta osservazione non mi pare esatta, giacchè se è vero che certi rumori mo notoni sembrano conciliare il sonno, è pur vero che questo fatto non può at tribuirsi ad altro che ad una nostra illusione. Infatti, niuno può negare che il silenzio sopratutto sia favorevole al riposo, e che chi si addormenta nel si lenzio è senz' altro svegliato da ogni piccolo rumore. Che se noi riusciamo ad addormentarci nonostante certi ru mori regolari e continuati, ciò si deve attribuire al fatto che tutte le impres sioni eguali e continuate, divenendo, do po un certo tempo, abituali, l'organo finisce per adattarvisi e a restarvi pres sochè indifferente. É in questa maniera durante il sonno? E tutti si sono ac cordati nella sentenza, che durante il sonno lo spirito non è come il corpo in uno stato speciale, ma ch'esso ve glia sempre. Essi erano condotti neces sariamente a questa affermazione, dalle conseguenze imperiose del loro sistema, imperocchè ammessa che sia una so stanza semplice, indivisibile, immutabile ed essenzialmente pensante, com'è lo lo spirito, la cessazione del pensiero non avrebbe potuto a meno di condurre la cessazione o la modificazione della sostanza. Ma nè lo spirito può cessare di essere senza diventare mortale, nè può trasformarsi, perchè essendo sem plice e indivisibile ogni trasformazione cambierebbe essenzialmente la sua na tura. Gli spiritualisti hanno perciò as serito che nel sonno del corpo la vo lontà esiste pur sempre, tuttochè perda la sua influenza sui membri del corpo. Io consento che il corpo del Si gnor Voltaire sia trasportato senza ce rimonia, rinunziando a questo riguardo a tutti i diritti curiali che mi competono. Attesto e dichiaro che io sono stato chiamato per confessare Voltaire, che ho trovato, permancanza di sentimenti, incapace di essere ascoltato in confes sione Non tocca a noi parlare delle opere semplicemente letterarie di Voltaire ed esporne i pregi ed i difetti. Non accen neremo quindi che i suoi lavori filosofici e quelli che hanno una qualche re lazione colla filosofia. Presentasi prima il saggio sui co stumi e lo spirito delle nazioni, che è forse l'opera più ragguardevole usci ta dalla sua penna. Con tutt'altro scopo continua il lavoro omonimo di Bossuet, rire in pace! Il curato di S. Sulpicio | incominciando ove questi fini,dalla fon ciò udendo, rivolto ai circostanti: voi dazione, cioè, dell'Impero diCarlomagno. VOLTAIRE Ma mentre Bossuet proponevasi di ser vire alla gloria ed al consolidamento della religione cattolica, Voltaire invece combatte arditamente per avvilirla, anzi per distruggerla. Bossuet riferisce alla istituzione del cristianesimo come al loro unico fine tutti gli avvenimenti: Voltaire gli attribuisce come a vera causa di quasi tutti i delitti e dei mali che desolarono l'universo dalla fondazione dell'Impero d'occidente in avanti. Implacabile nella ricerca del vero, distrugge, nella sua rapida corsa attraverso i secoli, la fa di Voltaire vogliono essere menzionati le Questioni sull'enclopedia, pubblicate in seguito col titolo, per vero poco me ritato, di Dizionario filosofico; il Filosofo ignorante; La bibbia infine spiegata; Esame importante di milord Bolinbroke; Commentario su Malebranche, Trattato della tolleranza; Storia dello ma di civilizzatore usurpata dal cristia nesimo, lacera il velo che copriva le infinite infamie commesse dal clero e dai suoi seguaci in nome della religione, ne palesa le debolezze, i vizi e i de litti, imprimendo al papismo ed ai suoi ministri un marchio disonorante che non potrà più venir cancellato. Così l'opera spetta meglio alla filosofia che allastoria, perché gli avvenimenti vi sono riferiti non tanto per sè stessi, quanto come argomento alle riflessioni che vi fanno seguito. Fedele al suotitolo attende principalmente a far conoscere i costu mi e lo spirito delle nazioni, e nulla conveniva meglio al suo ingegno tanto abile nel cogliere i tratti caratteristici dei costumi, degli usi, delle opinioni e dei pregiudizi. Poche letture poi sono dilettevoli quanto i romanzi di Voltaire, e quasi tutti hanno uno scope filosofico. Cosi Candido, quadro giocoso delle miserie della vita umana è una confutazione del sistema ottimista, che già l'autore aveva combattuto in modo più serio manon più efficace nelpoema: il Disa stro di Lisbona. Mennone tende a pro vare che il proporsi di essere perfetta mente ragionevole è pretta pazzia, tanto gli avvenimenti trascinano l'uomo con maggior forza de' suoi propositi. I Viaggi di Scarmentado, la visione di Babuc, Micromegas ecc; celano sotto finzioni d'ordine naturale qualche principio di filosofia speculativa o qualche verità di morale pratica. Tra i libri di filosofia stabilimento del cristianesimo; e molti scritti minori. La maggior parte di queste opere comparve sotto una quantità di pseudonimi, ch'egli per la necessità di nascondersi, cambiava ad ogni tratto. Senonchè quando alcune volesse de terminare in che precisamente consista la filosofia di Voltaire, arrischierebbe di trovarsi gravemente imbarazzato. La sua, più che altro, è una dottrina nega tiva: sottrarre l'umanità al predominio di quell'ammasso informe di assurdi e di pregiudizi che costituiscono le reli gioni rivelate, ecco l'unico concetto che predomina nelle numerosissime opere di Voltaire. Le altre questioni filosofiche lo preoccupano generalmente benpoco: talora con quell'acutezza onde il suo genio getta così spesso splendidi lampi, d'una sola frase incisiva affronta e ri solve i problemi più difficili: talora in vece si lascia trascinare daidee precon cette, cade in inesplicabili contraddi zioni, e assale con indegni improperi i materialisti più illustri, tali che Hol bach e La-Mettrie ch'egli combatte, non già argomenti, ma col sarcasmo. Leggendo gli scritti di Voltaire più volte accade di trovarlo in contraddizione con sè stesso, sì perchè sovente egli stesso si compiaceva di occultare il suo pensiero, sì perchè talora le sue idee stesse si vennero modificando. Ad esem pio, mentre nel 1839 in una lettera ad Helvetius egli sostiene il libero arbitrio, nel Filosofo ignorante, partendo dal principio che nessun effetto vi è senza causa, conclude che se noi siamo liberi di seguire gl'impulsi dellanostravolontà, questa volontà è però necessariamente determinata da cause. Voltaire si dichiarò più volte puro sensista ; la teoria delle idee innate sembrava a lui come già a Locke il nec plus ultra dell'assurdo. A convin cersene basta leggere in Micromega il brano in cui adopera la sua sottile ironia contro quel paradosso: » Il car tesiano prese la parola e disse: l'anima è uno spirito che nel ventre della ma dre ricevette tutte le idee metafisiche, e che uscendone è obbligato di andare alla scuola per imparare tutto ciò che sapeva così bene e che non saprà più. Non valeva adunque la pena, rispose l'animale di otto leghe, che la tua ani ma fosse così sapientenel ventre di tua madre, perchè poi tu avessi a finire cosl ignorante, quantunque abbi già il barbuto mento. Un piccolo seguace di Locke. io non so, disse,come penso; so che non ho pensato che all'occasio ne de' miei sensi. La bestia di Si rio sorrise, non trovando costui ilmeno saggio, e l'avrebbe abbracciato senza l'estrema sproporzione (Micromega) Eppure ad affermazioni così recise, invano si ricercano conseguenze egualmente risolute. Voltaire non sa indursi a negare nè l'esistenza di una legge morale, né Dio, nè la libertà e nemmeno la vita futura. Dirò di più: egli anzi, quanto al meno alla legge morale, a Dio, alla li bertà, le ammette in guisa da escludere ogni equivoco. Perlaprimaveggasi ad esempio quan to esso scrive in Cu-Su et Kou: » Kου La setta di Laokium dice che non vi ènè giusto, nè ingiusto, nè vizio, nè virtù. Cu-Su. La setta di Laokium dice forse anche che non vi è nè salute nè malattia? E nel filosofo ignorante: Vi sono mille differenze, in mille circostanze, nella interpretazione della legge morale: ma il fondo rimane sempre eguale, ed è l'idea del giusto e dell'ingiusto. Voltaire èdeista e per sessan t'anni lotto in tutti i modi a difesa di questa idea: negò la generazione spon tanea che era un argomento in favore dell'ateismo, e fece ogni sforzo per com battere lecause finali,mentre poi, senza pur avvedersene, deducela maggior co pia delle sue prove dell'esistenza di Dio dalla perfezione del creato. Il pensiero di Voltaire non è così esplicito intorno alla natura dell'anima, ch'egli ammette possa anche essere ma teriale. » Le voci materia e spirito, scrive nel Filosofo ignorante, non so no che parole; noi non abbiamo alcuna nozione completa di queste due cose. In sostanza, vi è tanta temerità a dire che un corpo organizzato da Dio stesso, non può ricevere il pensiero da Dio me desimo, quanto sarebbe ridicolo di dire che lo spirito non può pensare ». Diffatti Voltaire non ammetteva che la ragione fosse privilegio esclusivo del l'uomo, e su questo argomento com battendo l' opinione contraria dei car tesiani, diceva: Quelli che non ebbero il tempo di osservare la condotta degli animali, leg gano nell' Enciclopedia l'eccellente ar ticolo ISTINTO: saranno convinti dell'e sistenza di questa facoltà, che è la ra gione delle bestie, ragione tanto infe riore alla nostra quanto lo è uno spiedo all'orologio di Strasburgo: ragione limi tata ma reale: intelligenza grossolana, ma intelligenza dipendente dai sensi COME LA NOSTRA ecc. (Dialogo Gli adoratori e le lodi di Dio). In sostanza, giovaripeterlo, Voltaire nè segui, nè creò alcun vero sistema filosofico positivo: indipendente da tutti, bene spesso anche dasè medesimo, non esaminò con attenzione delle dottrine filosofiche che quelle le quali servivan gli per il grande scopo della sua vita: la lotta contro la superstizione; le altre non approfondi, ma accetto o respinse,ZENONE  meno per convinzione ragionata che  per inclinazione. Cionondimeno egli  resterà sempre uno delle più splendide  figure del suo secolo, ed il suo nome  sarà sempre onorato, perchè indissolu bilmente congiunto alla storia della lotta, iniziatasi prima di lui ma da lui  capitanata per tanto tempo; lotta del  buon senso contro lasuperstizione, della  tolleranza religiosa e politica contro  l'assolutismo del progresso,contro l' im mobilità e l'oscurantismo. ZENONE nasce a Cizia nell' isola  di Cipro e muore ad Atene. Figlio di  un ricco mercante d' origine greca, si  esercita per tempo nello studio della  filosofia coi libri che il padre gli por restano i titoli, tali che quelli dei libri  sull' Etica di Crate, Sull' istinto, Sulle  passioni, Sull' Essere, Sui segni, e l'Arte  dell' Amore. Ciò che si sa della dottrina  di Zenone, grazie agli scritti dei filosofi  e deicommentatori antichi, è abbastanza  confuso; nè è facile a distinguersi cid  tava, ritornando dai suoi viaggi nella  Grecia. Venuto ad Atene si fece disce- | che gli appartiene in proprio da quello  polo di Crate il cinico e dalui apprese  a disprezzare i bisogni del corpo e a  dominare coll'impero della volontà le  che alle sue opinioni fu aggiunto dai  discepoli.  Dicesi che fosse il primo ad intro durre il dilemma nelle dispute filosofi che, e ch'egli usasse una dialettica ro busta e incalzante che distruggeva le  argomentazioni piùsicure de' dommatici.  passioni, i desideri e il dolore. Ma se  adottò le massime della scuola cinica,  non così ne approvò le forme esterne,  e l'ostentazione che i cinici ponevano  nel mostrarsi in pubblico noncuranti nel | Par che ammettesse un'unitàdetta Dio,  vestire. Si aggregò in seguito alla scuola  e che questa unità confondesse col mon megarica ed all' accademica, e, se cre diamo aDiogene Laerzio, vent' anni più  tardi, prese egli medesimo ad insegnare  filosofia in Atene. Scelse a luogo dei  suoi convegni coi discepoli il portico  (Stoa) dell' Azora, d'onde derivò il no me alla scuola stoica da lui fondata.  (V. STOICISMO). Presto egli salı in tanta  fama, che Antigone Gonata, re di Ma cedonia, si ascrisse ad onore di mettersi  fra i suoi discepoli; Tolomeo Filadelfo  lo chiamò, sebbene invano, nell' Egitto,  e Atene gli conferì il diritto di citta dinanza.  Resistendo alle splendide offerte che  gli venivano fatte, Zenone preferì re stare in Atene, ov' egli condusse vita  frugale, e mantenne ne' suoi costumi  una purità che nessuno gli contesta.  Gli scritti di Zenone andarono tutti  perduti, e d'alcuni di essi soltanto ci  do che diceva eterno. La creazione ne gava pel noto principio che dal nulla  si fa nulla, e che ciò cheesiste da tutta  l'eternità non può produrre cosa di versa da se. Più unità, ossia più Dei  non poteva ammettere, conciossiachè se  essi anche avessero perfezioni eguali,  non potrebbero esser Dei, non essendo  ciascun di loro, preso isolatamente, nè  il più grande, ne il più potente, nè il  più perfetto. Zenone sostene con Senofane che se Dio è uno deve avere  forma sferica, giacchè la Divinità per  essere perfetta deve essere in ogni parte  simile a se stessa; e la sfera non può  essere nè infinita nè circoscritta, giac chè circoscritte sono le cose finite, e  infinito è il solo nulla, il quale nonha  principio, nè mezzo, nè fine. L'unità  non può essere neppuremutabile o im mutabile, non essendovi d'immutabile ZUINGLIO  che il solo nulla, il quale non può cam biarsi nè unirsi con le cose esistenti;  nè pure potrebbe mutarsi, poichè ogni  cambiamento importa movimento, e per chè col cambiamento la sostanza unica  cesserebbe di esser tale. La divinità di  Zenone è dunque un essere unico, sfe rico, sempre eguale a se stesso; nè fi nito, nè infinito; nè mutabile, nè in mo vimento.  Sulla pluralità delle cose Zenone  cadeva nello scetticismo, giacchè egli  si sforzava a dimostrare che il ragio namento è impotente a provare che e sista qualche cosa o che esista nulla.  Essere o non essere eran per lui forme  di dire, e il nulla a suo credere esisteva  tanto bene quanto l'esisteate. Le prove  empiriche respingeva siccome inefficaci  acondurci alla ricerca dellaverità; per chè secondo lui contro il ragionamento  che dimostra non potere esistere che  un essere unico, l'esperienza a nulla  giova. Quanto all'essere unico, egli  argomentava che fosse prova, non ne gazione del nulla, poichè, diceva, se e siste un essere unico, quest'uno è in divisibile; ma ciò che non è divisibile  non è qualche cosa, perchè non si può  porre nel numero degli esseri ciò che  per sua natura, se è aggiunto ad un  altro, non arreca aumento, distaccato  non vi produce diminuzione: dunque  I'essere unico è nulla, e non esiste pro priamente un essere.  Le sottigliezze di Zenone per negare  il movimento e l'empirismo l'hanno  fatto considerare da alcuni come un  sofista. Certo è che l'unitá del suo es sere sferico lo dimostra fedele alle ten denze panteistiche degli eleatici e che  i cavilli da lui adoperati per negare  la realtà obbiettiva delle cose, ci ri cordano le vane disquisizioni degli i dealisti. Aveva molti discepoli, che al cuni sommano fino a ottantamila, nu mero per certo esagerato, ma che ad  ogni modo prova sempre il facile di vulgarsi della sua dottrina. Questo fi losofo, che fu riguardato siccome un Dio,  presso amorire confessò ai suoi seguaci  che aveva loro sempre taciuta la verità,  e che essendo venuto il momento di  togliere le metafore ond' egli usava, li  ammoniva che nessuna ricercapuò farsi  con speranza di conseguire la cono scenza delle essenze, giacchè il nulla  ed il vuoto sono il principio di tutte  cose.  ZUINIGLIO e il capo della  setta protestante che da lui s' intitola. Nasce nella Svizzera ed e curato della  primaria parocchia nella città di Zurigo. Disputano iprotestanti per sapere  se prima o contemporaneamente a Lu tero predicasse la riforma. Certo è che,  o prima o poi, questi due riformatori,  senza nemmeno affiatarsi nèconoscersi,  predicarono quasi insieme li stessi prin cipii. Per altro, Zuinglio dissentiva dal la riforma luterana intorno a due punti,  il primo dei quali è la rigida prede stinazione predicata da Lutero, in forza  della quale niuno può salvarsi se non  è daDio predestinato. Zuinglio sperava  di addolcire quest' empio domma sup ponendo che eziandio i pagani potes sero salvarsi colle loro virtù e per una  certa qual grazia giustificante che, al  postutto, diventava ancora predestinante,  poichè proveniva dall' alto e non dal l'uomo. Il secondo punto dottrinale sul  quale Zuinglio differiva da Lutero, era  la cena, od eucaristia intorno allaquale,  mentre Lutero sosteneva il domma della  presenza reale di Gesù Cristo, quan tunque negasse la transubstanziazione,  Zuinglio invece non voleva riconoscere  che una semplice commemorazione. On de diceva che nelle parole di Gesù:  questo è il mio corpo ecc. il verbo è e quivale a significa, nello stesso modo  che nella Bibbia è detto: L'agnello è  la Pasqua, per indicare che è il segno  0  la rappresentazione della Pasqua  (Esodo). WICLEFF  W  Wicleff. Nacque a Wicleff nella  provincia di Yorck; èprofessore di teologia e capo della setta  dei Wicleffisti. Egli accusò il papad'es sere simoniaco ed eretico; il potere dei  vescovi negò, gli ordini monastici chia md sette, l'eucaristia una falsità, le  preghiere per i morti inutili pratiche.  D'onde si vede che Wicleff fu uno  dei più arditi precursori della riforma  inglese. Molti seguaci egli ebbe, e come  lui arditi, ma il papa ancor troppo do minava nella Chiesa inglese perchè potessero i loro sforzi sortire allora piena  efficacia. Wicleff mori paralitico, non prima di aver  sentita l' Università di Oxford condan nare 278 proposizioni estratte dai suoi  libri. Il clero scomunicò poi i suoi pro seliti e ottenne dal re vari editti, in  grazia dei quali alcuni eretici furono  mandati al rogo. I libri di Wicleff por tati nella Germania furono stimolo e  fondamento alla nuova eresia di Gio vanni Huss. The fabric of philosophical Latin has undergone a series of crucial transformations induced by historical events as well as intellectual reasons. To begin with, the translation activity from Greek into Latin carried out by several humanists in Italy and their own reflection on that activity has a profound impact on the practice of philosophical writing, on both the stylistic and the conceptual level.   In this context, BRUNI, VALLA, and PICO, to mention only a few, are perfect cases in point.  But the debate about the style of philosophical Latin involves quite a number of humanists and schoolmen, continuing long after.  By injecting the germs of historicity, cultural relativism, and social constructivism into the body of metaphysical knowledge —a kind of knowledge viewed as stable and self-sufficient, humanistic reflection helps accelerate the crisis of philosophical Latin in the early modern period.  Closely connected to characteristically humanist discontents about the status of scholastic jargon is the renewed eagerness to provide Latin translations from Greek, Arabic, and Hebrew sources.   While some of these works were in fact re-translations of previously translated texts, others were original versions of treatises that had never been translated before. The recovery of Platonic and Hermetic sources and Ficino’s influential translations represent some of the most significant instances in this field.   One should also add, however, the various editions of Aristotle’s collected works supplied with Averroes's commentaries, which, as was the case with the celebrated editions of the Venetian Giuntine press, come out with new translations and editorial contributions (Schmitt; Burnett). Among the new translations of Averroes's works, his Destructio destructionum refuting an earlier Destruction of Philosophers by Al-Ghazali) becomes certainly the most significant addition, first commented upon by NIFO in a slightly revised version of the translation by one Calonymos ben Calonymos of Arles, and later published in a new translation by a Neapolitan physician who also called himself Calonymos, entitled Subtilissimus liber Averois qui dicitur Destructio. Another factor in the transformation of philosophical Latin is the increasingly more frequent appearance of cases of philosophical bilingualism, evident among authors who began to write in both Latin and the vernacular, such as Ficino,  Patrizi, Bruno,  Bacon, Campanella, Descartes, Hobbes and Spinoza. Such a close proximity of Latin and the vernacular, besides signaling a growing tension between traditional institutional sites of  Latin knowledge such as the university and milieus that were becoming more and more receptive to philosophical discussions in the vernacular (courts in the first place, but also academies, convents, chanceries, and salons), result in particularly creative phenomena of hybridization and cross-pollination between different linguistic currencies. An important medium that more than any other reflects the early modern evolution of philosophical Latin is the genre of the Latin dictionary of philosophy, which became extremely popular between the sixteenth and the eighteenth century, as a by-product of a diffuse interest in lexica, glossaries, and other linguistic tools.    Dictionaries are meant to handle and organize an increasingly unmanageable load of information that pours out throughout Europe, as a result of the combined action of the printing press, geographical discoveries, technological progress, and a singularly vibrant culture of intellectual confrontation and debate. Among the various attempts to harvest and index philosophi-cal information, the most significant case was  Goclenius's Lexicon philosophicum  and Lexicon philosophicum Graecum. But but we should add Micraelius's Lexicon terminorum philosophis usitatorum and Chauvin's Lexicon rationale, sive thesaurus philosophicus. Bruno compiles his own dictionary of philosophical concepts, Summa terminorum metaphysicorum, probably devised as a teaching tool while he was lecturing in some German universities (Canone; Bruno). This tradition culminates with Bayles vernacular Dictionnaire historique et cri-tique and had its witty coda with Voltaires Dictionnaire philosophique. Major linguistic turns periodically affect the course of philosophical inquiries in Europe. In ancient Greece, the fifth-century sophists are  able to question the idea of an original correspondence between reason and reality by emphasizing the inherently conventional and contractual nature of language. While doing so, they act as powerful catalysts for both Plato's and Aristotle’s responses in the domain of metaphysics. Likewise, the effort to test the boundaries that separate reality from its linguistic descriptions became a recurrent leitmotif in philosophy, in both the Continental (Heidegger) and the analytical traditions (Wittgenstein). The Renaissance represents another of these decisive linguistic turns. The debate concerning the relationship between reason and language takes place on two different levels: one of a technical character (the nature of scholastic Latin), the other of a broader cultural significance (the issue of multilingualism). With respect to the first level, it should be pointed out that  a large part of the philosophical output is written in Latin. Starting with BOEZIO, a momentous effort in translation and exegesis, marked by a sophisticated level of analytical precision and linguistic creativity, results in a formidable corpus of knowledge. Its Latin is one of the principal reasons for its long-lasting success (Gregory; Dionisotti). Precisely because of its aspects of raw artificiality, free from the strictures of idiomatic decorum, Latins turns out to be a most flexible tool for the exercise of thinking, open to all sorts of experiments with respect to both language and logic. Here I am deliberately using the oxymoronic label "raw artificiality."    Latin is largely an artificial creation produced in the great translation laboratories of medieval Europe (Sicily) and remains characterized by a distinctive quality of unpolished immediacy that suits very well the task of thinking, and thinking outside the historical box. Due to particular circumstances, this encounter of Latin and philosophy is quite a unique episode in the history of Western culture, more so than in the fields of law and medicine, where the question of the relationship between verbal and nonverbal knowledge never manages to rise to the status of foundational issue, as happens in metaphysics. A number of philosophical innovators charge Latin with being a parasitical construction in relation to the free exercise of thought. In fact, that kind of Latin has long been an uncanny symbiosis of mind and word. As far as the second level is concerned —that is to say, the emergence of national vernaculars as legitimate media for literary pursuits of all kinds and orders—a generalized state of multilingualism creates the ideal conditions for the rise of original considerations on the nature of language. The humanist revolt against the use of Latin is fueled by discussions about the nature of translation. In De interpretatione recta, designed as a manifesto stating the requisites for a good translation, Bruni prefers to dwell on the technical aspects of the question rather than explore the speculative implications underlying the activity of thinking. Criticizing the medieval translator of Aristotle's Nicomachean Ethics, whom we know to be Grosseteste, Bruni points out the "(imperitia litterarum) of the latter-that is, both the naiveté with which he had undertaken a task well beyond his capabilities, and his obvious lack of literary taste, which had prevented him from reproducing the original flair of Aristotle'stext (Bruni). In Bruni's opinion, the "efficacy" and "rationale" (vis and ratio) of a good translation lie in transferring the written form of a particular language into the form of another language. In order to do so, a translator needs to have a vast and confident knowledge of both languages, acquired through long and careful readings of different kinds of writing (multiplex et varia ac accurata lectio omnis generis scriptorum;  Bruni). Being a transfer of forms more than an exercise in thinking, translation was first and foremost a reenactment of the original experience of literary enchantment and largely an aesthetic experience. This also applied to the field of philosophy, for, Bruni pointed out, Plato's and Aristotle's essays were "replete with  (exornationes) and venustates)" (Bruni). The best translator was therefore that artisan of the written word who was capable of transforming himself entirely-with both his mind and will-into the author he was translating (sese in primum scribendi auctorem tota mente et animo et voluntate convertet). Bruni argued that if a translator is not capable of recovering the spirit of the original, he cannot aspire to preserve its meaning (sensus). The skill lies in keeping the stylistic template of the original (figura primae orationis) and the verbal coloring (verborum colores). The model is therefore painting, not philosophy. More specifically, with respect to philosophical translation, the translator is supposed to combine knowledge of reality (doctrina rerum) with style (scribendi ornatus), for the ultimate aim behind all his efforts is to recover the life of the author's thoughts, their vividness (splendor sententiarum) and the naturally harmonic flow of the original (tota ad numerum facta oratio; Bruni). A militant anti-philosophical attitude lingers in Valla's Dialecticae disputationes composed in three different redactions).  As in Bruni's De interpretatione recta, Vallas arguments were grammatical and aesthetic rather than philosophical (Valla; Dionisotti). In focusing on the aspects of aesthetic and grammatical awkwardness among scholastic philosophers, Lorenzo Valla was close to Bruni's position. Like Bruni, he dismissed the scholastic tendency to reify adjectives and pronouns (sometimes even adverbs) into philosophical objects as an illegitimate and pointless practice, for they were abusing, as it were, the natural-grammatically correct-process of deriving abstract nouns from adjectives, such as sanitas ("health") from sanus ("healthy"). Contrary to the logic of historical lan-guages, philosophers made instead quiditas ("whatness") out of quid ("what"), perseitas ("per se-ness") out of per se and haecceitas ("thisness") out of haecce ("this"), and this was all the more irritating because creations of this kind could not even be found in Aristotle's own works (haec ab Aristotele non traduntur). Most of all, Valla condemned the artificial decision of giving a name to the very essence of being, entitas (literally  "being-ness," later entering standard English usage as "entity"), out of ens, which was a fictional present participle of the verb esse ("to be"), never used by Latin writers. Pico tackles the question of Latinate forms of philosophical expression by appealing to the ancient trope of contrasting nature with convention. In Pico's opinion, the effort to understand reality was always more pressing than finding the correct linguistic expression. Reworking in an original way the classical argument used to defend the power of language over freedom of thinking, Pico assigns a priority to philosophy over Latinity based on both nature and conventions. Addressing the Venetian scholar  Barbaro (Garin), Pico claims that he was even ready to embrace the argument based on convention, which is the traditional prerogative of rhetoricians and sophists. If the foundations of any language are deemed to be conventional, Pico goes on, every linguistic community on earth is entitled to have its “normae dicendi” and to philosophize in accordance with those “normae.” Indeed, it is precisely the thesis of the conventional, historical, and social origins of language, so often championed by the humanists, which, in Pico's opinion, make their charges against Latin irrelevant. However, Pico believes that anxieties against Latin are even more out of place if the discussion pertains to the natural origin of meanings and words. If “rectitudo nominum” depends on nature, Pico goes on, why should one turn to the rhetoricians to know more about the nature of this “rectitudo,” and not to those philosophers “who alone examine and clarify the nature of all things?" Formulated with a precise anti-rhetorical aim in mind, the tone of Picos question is clearly rhetorical. We know where Pico's allegiances lies — namely, for the philosophers and against the rhetoricians. “That which the ears reject as being too harsh, reason accepts as more in tune with reality (utpote rebus cognatiora)" (Garin). Pico is convinced that by revealing the unsettling domain of things that is not verbally articulated, the limits of language expose reality in its more perplexing aspects. The need for the philosopher to stretch the boundaries of the common use of words comes, therefore, directly from a perceived rift between what may and what may not be said. “Why does a philosopher need to introduce innovations into the language?” Pico asks, “if they were born among Latins?" This time, the question is not rhetorical. Indeed, it is the most crucial question of all.    Pico, like Plato, is convinced that, ontologically speaking, there is an original surplus of meaning that no historic language ever encompasses (Garin), and even a language as nuanced as Latin is not equal to putting into words the full range of human ideas and experience.    Not only is reality ontologically richer than any description language provides; it also evolves faster than a historic language like Italian. At a time when the overflow of information demands new words and new linguistic solutions, philosophers, whether metaphysicians, logicians, or natural and moral thinkers  do not have time to check their Latin grammar or dictionary and repertoires of verbal elegantiae. In his Dialogo delle lingue, Speroni — one of the most illustrious members of the Paduan Infiammati, represents the contrast of “arbitrio” and “natura” by imagining a duel between Lascaris and Pomponazzi.     In this case, a curious reversal of roles occurs between nature and convention. Lascaris, who in the dialogue defends the need to be proficient in Latin in order to be able to practice philosophy, appeals to nature as a norm that is not changed by a social or a cultural intervention.    Pomponazzi, by contrast, resumes the well-rehearsed humanist argument about the conventional origin of languages in order to vindicate the right a nation like Italy to philosophize in the vernacular (Speroni). Stimulated by the broad linguistic turn that took place during the Renaissance and by individual contributions of humanist scholars (Schmitt), a good number of philosophers, including the most stylistically and linguistically alert, reach the conclusion that thinking requires a deeper investment than simply relying on grammatical and rhetorical proficiency. The reason is that reality itself is richer, and evolving more quickly than words. Thinking is also a more integral and wholesome experience than the one provided by a correct description of the thing, both grammatically and stylistically. Any verbal account of reality is inherently partial and effete compared to the freedom and poignancy of inner meditation.  As Pico points out to Barbaro, philosophers are always in search of a language is close to reality as a whole, including the reality of the soul. In this way, reasons of intellectual honesty make inward experience more valuable than linguistic proficiency. Those who create a disagreement between the heart and the *tongue* are mistaken. However, isn’t he who “totus est lingua” precisely because he is “excordes” simply a dead dictionary, as Cato says?" (Garin, Kraye). Starting with Dante's ITALIAN Convivio  in Italy, GALLIC  translations of Aristotle's Nicomachean Ethics and Politics  and a teeming output of mystical treatises in TEDESCO (Eckhart being the most representative case), the use of the vernacular to compose a philosophical essay is prompted by rhetorical, political, and religious motives, such as the need to extend the range of the author's readership, the will to reach a social class not directly involved in courtly or intellectual life, the urge to give immediate expression to some lofty theological speculation, and a pathetic dearth of administrative and diplomatic personnel trained in the fine art of ‘classical’ argument. And yet, in all these cases, there is still a link that connects a neo-Latin vernacular such as Italian to the template of ‘palaeo’-Latin. Even the rising of a philosophical discourse in TEDESCO with strong mystical overtones emerges out of Latin (De Libera). When Segni, to give another example, translates and comments the Nicomachean Ethics into Tuscan Italian (Segni), the technical language remains appropriately highly Latinate when a vernacular couplet is even available (implicatura, empiegatura). Bruno, to mention someone who is as linguistically creative in his vernacular Italian as he loathes both scholastic obscurity and grammatical pedantry, fully recognises the speculative value of the scholastic tradition  Averroes, Bruno famously retorts, knows his Aristotle better than any of his Greek readers (Bruno). The relationship between Latin and the vernacular in the domain of the philosophical essay becomes increasingly more sophisticated. The practice of translating from palaeo-Latin into the neo-Latin Italian  vernacular and the complementary trend to turn a vernacular philosophical essay into Latin respond to different but parallel communicative strategies. While the move from palaeo-Latin into the vernacular like Neo-Latin Italian is largely aimed at expanding the social spectrum of the philosophical audience, the tendency to transpose vernacular essay into Latin makes the most recent and innovative results in the field accessible to a readership beyond the vernacular-only one. To these general lines of exchange one should add individual cases of self-translation, in which the philosopher,  depending on his specific needs and rhetorical preference, switches from one medium to another and experiment with different linguistic resources. To mention a few examples of self-translation, Ficino turns his “De amore and De Christiana religione” into Tuscan; Campanella translated his Città del sole, II senso delle cose, and Ateismo trionfato from Italian neo-Latin into palaeo-Latin. Hobbes provides a palaeo-Latin version of his Leviathan with significant changes and additions to the original in his vernacular — Anglice — Malcolm in Hobbes. A translation into vernacular and Latin as well as self-translations are all ways of testing (sometimes breaking) the limits of linguistic rectitudo and of demonstrating that the boundaries of reason in different contexts (between different languages, nations, and classes) is in fact porous. Leibniz advocates the need to start  (Germanice philosophari) and rejects a distorted use of palaeo-Latin (cfr. Peano, Latino) as a way of narrowing the social compass of philosophy by excluding the plebs) and  (feminae) from its exercise (Leibniz  The use of a vernacular like neo-Latin Italian often ensures greater freedom of expression and a certain level of stylistic playfulness, which may turn out to be refreshing and inspiring (Dionisotti. Significantly, by the time Montaigne had written his Essais in Gallica "a type of philosophy had been created which was both colloquial and militant" (Zambelli  Within the general debate about the philosophical potential of palaeo-Latin in its relationship to both its contemporary neo-Latin vernacular like Itala or Gallica and other languages (first and foremost Greek, but also Hebrew and Arabic), some technical points betray specific assumptions of a more theoretical order. Bruni believes that all languages may be translated into each other without losing any of the original meaning and style. Bruno is not however interested in defending the special status of any particular *historical* language as better suited to the exercise of philosophical inquiry. Bruni’s position differs from the one championed by such philhellenes as those depicted by Speroni in his dialogue Lascaris and Buonamici), who show no qualms about advocating the philosophical primacy of Greek, claiming that it had been no accident that philosophy had originally been written in Greek and that Greek should continue to be the model — (philhellenism by the way, is a recurrent vogue in the history of philosophy, from  to Heidegger! By contrast, even an admirer like VALLA of the expressive potential of Latin and a firm believer in the superiority of both history and poetry over philosophy remains convinced that a philosophical concept — or twist of idiom: think the optative — that was originally elaborated in Greek may not find adequate expression in Latin and should be left UNtranslated. (V) multa belle dicuntur Graece quae non belle dicuntur Latine  (V) inclusa Valla pomponazzi, a philosopher trained in the subtleties of scholasticism considers the question about what language Palaeo-Latin, neo-Latin is most suitable for composing a philosophical essay as irrelevant and looks at the philosophical discussion about the veridical import of a historical language as a waste of time (Paccagnella. The  thesis that one is allowed to philosophize in one of the available idioms represents a further argument against the dogmatic belief that there is only *one* true description of the world. Speroni's recommendations to (filoso-far volgarmente), without knowing palaeo-Latin" (Speroni is a sign that the time has come when a philosopher  could compose an essay not only in Italian, or French — but Dutch, German, and beyond.    The philosophical potential of the vernacular neo-Latin Italian, being a question that is closely intertwined with issues of readership and communication, also bear on the problem of distinguishing between what is safe to say!    Resuming a characteristically Academic posture,  Pico does not miss the opportunity to describe the relationship between language and philosophy in terms of esoteric and exoteric communica-tion. Philosophers, Pico argues in De ente et uno, should  sentire quidem ut pauci, loqui autem ut plures), for (loquimur ut intelligamur; Pico. This was another situation that requires the philosopher to strike a balance between intellectual novelty and linguistic tradition.   Since language represents the vehicle of conventional wisdom (Grice on Austin), a philosopher was supposed to accept the rules of the linguistic game (with its attached social conventions) while skillfully circumventing the traps of linguistic pressure. The NEO-Latin lexicon gets enriched with new terms as a result of discovery, invention, insight, and the successive waves of Latin translations from Greek, Arabic, and Hebrew, from Boezio to Wolff's Latinization of Leibniz's metaphysics, and it is worth recording the most significant changes that affect the Latin philosophical vocabulary. Some Latin keywords mark the evolution of the philosophical lexicon: res subiectum obiectum conceptus intentio   intentionalitas Transliterations and calques from other languages, such as entelechia — or from a non-Aryan source colchodea (the intellect as "giver of forms"), enjoy a remarkable fate in Latin and continue to be the subject of heated debate among humanist philosophers. Poliziano devotes one of his essays in Miscellaneorum centuria prima  to clarify the many pphilosophical issues involved in a discussion of the difference between entelechia, an activity as the fulfillment of apotentiality,  and endelechia, the (activity as a perpetual movement; Poliziano whereas Pico saw it as a vulgar typo! If it is true that not as many transliterations from the nonAryan Arabic became part of the technical lexicon of philosophical Latin as for mathematics, astrology, and alchemy (Burnett the impact of the translations from Arabic result in significant additions to the specific vocabulary of the internal senses ([virtus) aestimativa, i.e., animal instinct, and cogitativa, e. G. human rea-son. Some illustrious Greek transliterations also enjoyed a new life such as of energeia and energeticus which, begin to be used with increasing frequency to denote the life and energy of matter and a material being. Glisson is probably the most interesting case, with his De natura substantiae energetica, a foundational work of physiology. New words — such as Sidonius implicatura — are created by the philosopher who feels the need to hone his expressive tools and expand the range of the available vocabulary. Other examples are Campanellas primalitas,  essentiatio  specificatio ), corporatio  and toticipatio — Giglioni    In philosophy, where  (verba) find themselves in a relationship of uneasiness with res) from the very beginning, it is precisely the use of the neologism -in the technical sense of linguistic expressions contravening the standard of good use and purity-that often facilitate the task of finding words for a particularly vexing notion. Bruni recommends that translators avoid neologisms and new ways of expressing old things (et verborum et orationis novitas).  Above all, a translator is supposed to shun (inepta et barbara).    Bruni's main contribution is his idea that any language could be turned into any other: nihil Graece dictum est quod Latine dici non possit; Bruni While concerned with the use of the neologism in philosophy, others like Gockel, displays a more tolerant attitude. For instance, Gockel describes the use of “vigorari in Zabarella's commentary on Aristotle's De anima as an innovation, which is necessary to explain the heightened condition undergone by the intellect when invigorated by the power of a forceful intelligible (i.e., object of understanding; vehemens ac excellens intelligibile; Goclenius. It is significant to note that, a scholastic philosopher by training and profession, Govkrl allows for certain latitude in philosophese.  Among the innovators" Duns Scotus is probably the most creative, and Gockrl  carefully surveys his influence over philosophical Latin tlexicon. Gockel notes that even  Scaliger's (lautissima lingua) entertains  a conceptual closeness with Scotist ideas (Goclenius Glocker is so concerned with the influence that Latin innovations exercise on the philosophical tradition that he adds to his *Greek* dictionary a little APPENDIX to his earlier *Latin* dictionary, entirely devoted to a meticulous analysis of all sorts of inappropriate ways of expressing philosophical notions: a  Sylloge vocum et phrasium quarumdam obsoletarum, minus usu receptarum, nuper natarum, ineptarum, lutulentarum, subrusticarum, barmi-barbararum, soloecismorum et hyposoloikön Of the specific technical terms in philosophy, res may be considered one of the most important ones. In his Lexicon philosophicum, Goclenius defines res as (quodlibet conceptibile)non includens contradic-tionem), in the domain of both (ens rationis) and (ens reale). Glocker explains that in philosophy res may  be taken com-munissime), communiter), or i (strictissime seu appropriate). Combining Aristotle with Quintilian, and perhaps aware of Vallas sophisticated treatment of the matter in his Dialecticae disputationes, Goclenius identifies res in the strictest sense with (substantia; Goclenius. Here it is crucial to point out that, while Goclenius reconfirms the primacy of substance as the ontological marker of reality (and in this sense, res were substantiae), Valla follows the opposite route and brings substantia back to res, understood, in line with the rhetorical tradition, as that which can be said of a particular reality. By thus resolving  "substance" into "thing," Valla, like other humanists in fact deflates the ontological content of res by transforming it into any subject that could be conceptual-ized through words. Among the most illustrious Latin words that enter a phase of remarkable decline, actualitas can be taken as a vivid example of a term with a glorious past in the sphere of philosophical learning, which, finds itself heading towards extinction. Any professional philosopher trained in a university would have called reality actualitas. As recorded by Goclenius in his diction-ary, actualitas prima, is conceived as the principal ontological requirement behind the existence of anything. This alleged process of reifi-cation or actualitas through which the notion of being as activity (energeia in Aristotle) mutates into that of being as static presence (be that presence subiectum or res) is interpreted as the dominant event in the history of metaphysics. In an attempt to come to terms with the powerful consequences of Descartes's philosophy and the way he polarizes reality between the extremes of the res cogitans) and the res extensa) Gilson dissects with painstaking precision the many layers accrued by the principal categories of Latin ontology (esse, ens, entitas, and essentia), making a powerful case for the vitality and creativity of scholastic philosophy. After all, Descartes's great accomplishment, in Gilson's opinion, lies in the way in which the Gallic-speaking philosopher takes advantage- both speculatively and linguistically - of scholastic lore, fertile and productive as it is (Gilson Latin is also a source of speculative inspiration for  Heidegger,  who secures his philosophical credentials by detecting in the process through which energeia becomes actualitas the symptom of a lingering metaphysical malaise; that is, the gradual obfuscation or oblivion of the true meaning of being (Seinsvergessenheit. Here it may be useful to point out that behind Heidegger's effort to reawaken our awareness of the energeia of being, there is no humanistic intent, as he clearly intimates in his Brief über den Humanismus,. Indeed, the opposite is true for Heidegger. The legacy of scholastic philosophical Latin (and significantly Heidegger's first foray into the domains of philosophy had been a dissertation ion Duns Scotus's ontology) is clear and strong in his mind. Or perhaps, we might say that a peculiarly humanist urge underlies Heidegger's warnings about the "presentification" oGegenwärtigung), of being  in that, like Lascaris and Buonamici, he thinks that Greek is more suitable than Latin to metaphysical inquiries for the ominous Seinsvergessenheit had already happened with the Italic pre-Socratics in Crotone, Girgenti and Velia, and therefore the truth had begun to hide itself (Verborgenheit) quite early on. In the specific domain of thinking, unlike Latin, Greek is inherently philosophical, for Latin helps disseminate the Gegenwärtigung of being. It is by referring to Heidegger that Libera asks the crucial question: Is Latin a language suitable for philosophy? Libera’s answer to this question is unambiguously positive. Libera characterises the "multilingual translatio ["transfer"] of philosophy" (in particular its Latin transfer) as a "linguistic event" that affected the development of modern thinking in a significant way (De Libera Libera draws our attention to a moment in history when Latin stops being a language of philosophy to become the language of philosophical taxonomy (not to say, taxidermy). In other words, the moment in which Latin moves from the status of a language that is philosophically alive to that of a language that is *philosophically* dead" (Libera That is not the case  the transfer of learning prompted by t(translatio studiorum), when Latin plays a fundamental role in the "philosophi-cal acculturation of Europe" (Libera And yet, from its very beginnings at Rome — Appio — philosophy has always had an extremely uncomfortable relationship with the Latin language. The act of thinking cannot help stumbling over words. According to Libera, the most fascinating aspect of  Latin  is the far-reaching linguistic experiment—an extremely successful one, it must be said, through which, in the translation and exegetical laboratories of European studia and universities, masters of arts and theologians forge a language suitable for philosophy, a privileged medium that allowed a trans-national, trans-linguistic, and trans-cultural discussion for the transmission of ideas. So it happens that precisely the artificiality condemned by the humanists may be seen as the major innovation and resource introduced by the philosophical Latin of the schools, for that raw neo- Latin expands the scope of the thinking exercise. Petrarca and Bruni fail to understand this Addressing Grosseteste, Bruni, who asserts himself as part of the neo-Latin community, proudly declared his inability to make sense of Grosseteste's Latin. ego Latinus, istam barbariem tuam non intelligo ; Bruni From a genuinely philosophical point of view, what Bruni fails to understand is that not mastering a language, with all its idioms and elegancies (which, in the final analysis, we should admit is rather harmless, betrays the philosopher's effort to come to terms with a much deeper issue that is, the remorselessly foreign and alienating experience of thinking of the other qua other.Bruno opposes the obsession with linguistic decorum (an obsession that is for him the defining feature of "grammarians" and "pedants" to the philosophical disorientation that derives from delving into the depths of the thinking process (profondano ne' sentimenti, Bruno Bruno  Ciliberto Perhaps, the most significant point we can make out of this whole discussion is that, more than in any other discipline, novitas, the perplexing nature of what is unfamiliar) is the very hallmark of philosophy. Reality is inherently challenging" because it is every time foreign and new to the human mind, and it challenges the mind's attempts to represent it. This sense of ontological "novelty" was clear to Giovanni Pico, who as a philosopher was equally open to reasons of linguistic perspicuity and philosophical inquiry. His was a subtle mediation between language (tradition) and thought (novelty). In De ente et uno, Pico praises Poliziano, "vindicator of a more elegant lan-guage," for allowing the use of "a few terms that are not entirely Latin, but necessary in any case because of the (ipsa rerum novitas]" (Pico The fact is that reality is for the most part brutally opaque, while language is often employed to confirm and reassert its opacity (through the use of rhetorical and literary devices, for instance), more than to shed light on it. The exercise of thinking, as an attempt to dissolve this resistance to interpretation, finds itself uneasily squeezed between a reality that is perceived as already given and the expressive resources made available by a particular linguistic communities. The Latin of scholastic philosophy, precisely because of its artificiality is more than well equipped to cope with bouts of  reality, and it continued to do so. To Libera we should therefore add here  Schmitt: scholastic Latin was in good health Schmitt. Indeed, the taxonomical and taxidermic use of Latin, so much feared by de Libera, if we bear in mind thatthe imposing system of Leibnizian scholasticism Latinized by Wolff became the breeding ground for  Kant's  pre-critical production.    On the development of philosophical ideas in Latinate contexts f see "Latin and philosophy" in ENLW  Garrod, Rees, Kraye, De Bom, and van Bunge). The close link between philology and philosophy is examined by Kraye The research institute Lessico Intellettuale Europe has been publishing regular contributions to the study of philosophical Latin keywords in their developments from antiquity to the eighteenth century. (Florence: Olschki): Ordo Res Spiritus   Phantasia/Imaginatio  Idea   Ratio    Sensus/Sensatio   Signum   ), Experientia   Machina   Materia Bruni, Opere letterarie e politiche, cur. Viti. Turin: Utet. Bruno, La cena de le ceneri. Cur. Aquilecchia. Turin: Einaudi.    De la causa principio e uno." In Dialoghi Italiani, cur. Gentile e  Aquilecchia, Firenze Sansoni.    Summa terminorum metaphysicorum. Cur. Gregory e  Canone. Roma: Ateneo. Burnett, The Enrichment of Latin Philosophical Vocabulary through Translations from Arabic: The Problem of Transliterations." In Les innovations du vocabu-laire latin à la fin du moyen âge: Autour du Glossaire du Latin philosophique, cur. Weijers, Costa, e Oliva, 37-44. Turnhout: Brepols. "Revisiting the Aristotle-Averroes Edition." In Renaissance Averroism and Its Aftermath: Arabic Philosophy in Early Modern Europe, cur. Akasoy e  Giglioni, Dordrecht: Springer. Canone Phantasia/Imaginatio come problema terminologico nella lessico-grafia filosofica " In Phantasia-Imaginatio, cur. Fattori e  Bianchi,  Roma: Ateneo.    Ciliberto, Lessico di  Bruno. Roma: Ateneo  et Bizzarri. Libera, . Sermo mysticus: La transposition du vocabulaire scolastique dans la mystique allemande du XIV° siècle." Rue Descartes   Le latin, véritable langue de la philosophie." In Hamesse   Dionisotti, Philosophie grecque et tradition latine." In Hamesse   Dionisotti,  Introduction to Prose e rime, by Bembo, Turn: Utet.  Garin,  Prosatori latini del Quattrocento. Milan: Ricciardi.  Giglioni, "Primalità (primalitas)." In Enciclopedia bruniana et campanel-liana, ed. Canone/Ernst, Pisa: Serra.Gilson, Index scolastico-cartésien. Paris: Alcan.  Being and Some Philosophers. Toronto: Pontifical Institute of Mediaeval Studies. Goclenius, Lexicon philosophicum quo tanquam clave philosophiae fores aperiun-tur. Frankfurt: Becker.  Lexicon philosophicum Graecum ... accessit adiicienda Latino lexico sylloge vocum et phrasium. Marburg: Hutwelcker.  Gregory, Origini della terminologia filosofica moderna: Linee di ricerca. Firenze, Olschki.  Hamesse,  Aux origines du lexique philosophique européen: L'influence de la  Latinitas. Louvain-La-Neuve: Collège Cardinal Mercier.  Hobbes, Leviathan, ed. Malcolm,  Clarendon.  Kraye, Philologists and Philosophers." In The Cambridge Companion to Renaissance Humanism, edited by Jill Kraye,  Cambridge: Cambridge, Pico on the Relationship of Rhetoric and Philosophy." In Pico della  Mirandola: New Essays, edited by Michael V. Doughert. Cambridg.  Leibniz, Die philosophischen Schriften, 7 vols., edited by Carl I.  Gerhardt. Berlin: Weidmann.  Paccagnella, La lingua del Peretto" In Pomponazzi: Tradizione e dissenso, edited by Marco Sgarbi.  Florence: Olschki.  Pico, De ente et uno." In De hominis dignitate, Heptaplus, De ente et uno, e scritti vari, edited by Garin, Florence: Vallecchi.  Poliziano, Angelo. "Miscellaneorum centuria prima." In Opera omnia, Basel: Nicholas Episcopius.  Schmitt, Aristotle and the Renaissance.  Harvard. The Aristotelian Tradition and Renaissance Universities. London: Variorum. Renaissance Averroism Studied through the Venetian Editions Aristotle-Averroes (with Particular Reference to the Giunta Edition  In Schmitt, Aristotelian Textual Studies at Padova:  The Case of CAVALLI (vedasi), in Schmitt. SEGNI (vedasi), L'Ethica tradotta in lingua volgare fiorentina et comentata. Firenze: Torrentino.  Speroni "Dialogo delle lingue." In Opere,  Venezia, Occhi. Valla, Dialectical Disputations. Ed. Copenhaver/Nauta. Harvard. Zambelli, From the Questiones to the Essais: On the autonomy and  Methods of the History of Philosophy, In Astrology and Magic from the Medieval Latin and Islamic World to Renaissance Europe: Theories and Approches, Farnham:  Ashgate. Nome compiuto: Luigi Stefanoni.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Stella: la ragione conversazionale dell’ iustum/iussum, o la causa dell’anormale come l’ implicatura d’Honorè – la  scuola di Sernaglia -- filosofia veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Sernaglia). Filosofo vento. Filosofo italiano. Sernaglia, Treviso, Veneto. Grice: “What is it with Italian philosoophers that they are all into what at Oxford we would call jurisprudence?” Grice: “It seems like all Italian philosophers are like Italian versions of H. L. A. Hart!”. Studia a Treviso e Milano, sotto CRESPI. Insegna a Catania e Milano. I suoi saggi si diregeno su alcune tipologie di reati, successivamente sugl’elementi strutturali del reato.  Il suo contributo filosofico più noto, presso gl’operatori del diritto penale e la comunità accademica, è “La spiegazione causale dell’azione umana” (Milano), in cui  ricostruisce il problema del nesso di causalità prospettando il criterio della sussunzione sotto una *legge* come strumento per la soluzione di casi dubbi. Solo mediante una legge di copertura, atta a spiegare il rapport causale fra la condotta dell’attore ed il effetto e possibile formulare un giudizio sulla responsabilità dell’attore. Ad es., solo dopo aver dimostrato, sulla base di una legge, che l'ingestione di un determinato farmaco determina casualmente malformazioni del feto, e possibile imputare alla ditta produttrice il reato di lesioni gravissime, colpose o dolose. In difetto di questa spiegazione causale non puo formularsi alcuna responsabilità a regola di giudizio dell'"oltre ogni ragionevole dubbio" trovasse applicazione anche in un processo. Il principio venne accolto in tema di nesso causale dalla corte suprema di cassazione, anche a sezioni unite. Oggi è norma codicistica. Dirige riviste giuridiche di diritto penale ed è fra i curatori di raccolte normative di largo successo presso la comunità forense. S’interessa anche nella teoria generale del diritto e la filosofia del diritto, mediante saggi maggiormente agili rispetto ai saggi penalistici. Esercita la professione di avvocato, partecipa in qualità di difensore d’alcuni imputati, al processo del petrolchimico di Porto Marghera, dove fa applicazione, dal principio della spiegazione causale. Altri saggi: “L'alterazione di stato mediante falsità” (Milano);  “La descrizione dell'evento” (Milano); “Giustizia” (Milano); “Dei giudici” (Milano); “ll giudice corpuscolariano” (Milano); “Le ingiustizie” (Bologna); “il galantumo del diritto”, Corriere della Sera. Grice’s implicature: ‘only abnormal cases require a cause’ (Teoria causale della percezione). Nome compiuto: Federico Stella. Stella. Keywords: Grice, implicature della descrizione d’azione umana, H. L. A. Hart, Honoré, J. L. Austin, responsibity, aspets of reason, alethic reason. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Stella”.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Stellini: la ragione conversazionale dell’ortu morum – filosofia friulese --  la scuola di Cividale – filosofia friulana -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Cividale). Filosofo italiano. Cividale del Friuli, Udine, Friuli, Friuli-Venezia Giulia. Nasce da Mattia Rodaro, e da Adriana Piccini. Il cognome S., usato spesso anche dal padre, deriva dal nome della nonna Stella Rotar. Della famiglia non si sa molto. Mattia è sarto come la moglie. S. ha due sorelle: Maddalena, sposa di Muschione -- la cui figlia, Adriana, commissiona con il marito Peretti un ritratto del filosofo -- e Stella. Studia presso i padri somaschi di Cividale con il maestro di retorica Leonarducci; vestì l’abito religioso ed entra a Venezia nella congregazione con i voti solenni. Oltre a teologia con Visconti, studia ebraico -- con Birone -- , greco – con Patrussa --, latino e matematica nel seminario patriarcale di Venezia. Dall’anno dell’ordinazione sacerdotale, è maestro di retorica ai chierici della Casa della Salute a Venezia ed insegna presso l’Accademia dei nobili alla Giudecca; Emo, senatore e mecenate, lo prende allora come consigliere ed educatore dei figli Pietro, Alvise e Angelo.  A seguito della morte di Giacometti, con la prolusione Oratio habita in Gymnasio Patavino -- pubblicata dal seminario --  entra come professore ordinario di filosofia morale a Padova.  Piccolo, brutto della bruttezza di Socrate – Mabil --, oppresso da fastidi di stomaco e intestino, senza denti, pur non dotato di particolari doti oratorie riusciva ad appassionare studenti e uditori – fra cui anche Casanova – che accorreno alle sue lezioni. Trascorse la sua esistenza fra l’Università e le mura del convento di S. Croce. Sebbene schivo e non desideroso di onori, conosce fama e successo, come testimoniano anche gli elogi scritti immediatamente e ancora qualche decennio dopo la morte; è uomo coltissimo, di garbata conversazione e curioso di diverse discipline, dalla musica, alla filologia alle scienze che studia con passione, come risulta anche dalle lettere. La sua opera più importante, De ortu et progressu morum atque opinionum ad mores pertinentium specimen – edita presso Occhi e volgarizzata a cura di Valeriani, a cura di Spada – gli valse il raffronto con VICO (vedasi), valorizzato da Croce. In vita uscirono anche le Dissertationes presso l’editore Comino di Padova. Sempre a Padova vennero pubblicati, a cura di Barbarigo C.R.S., gli Opera omnia dall’editore Penada, che stampò anche i 6 volumi delle Opere varie curati da Evangeli C.R.S.; questi mise mano anche alle numerose e arruffate carte manoscritte lasciate da S., ora conservate presso il liceo classico di Udine a lui intitolato.  Le opere che hanno suscitato maggiore dibattito sono quelle che trattano di morale e pedagogia -- non a caso questi scritti vennero tradotti dal latino --, ma S. si occupa anche di diritto, psicologia, matematica; l’amore per la poesia e la conoscenza straordinaria delle lingue antiche e moderne gli permisero di attendere a traduzioni e componimenti poetici.  Di modeste origini, si trova a Venezia e poi a Padova calato in un ambiente ricco di fermenti scientifici e metodologici, che approfondiva con letture e studio continui. Se la sua eccezionale cultura venne apprezzata da Algarotti a Cantù a Giordani, l’originalità della prospettiva filosofica venne invece dopo la sua morte pian piano ridimensionata fino a lasciare il posto a un interesse prevalentemente storico. Vi sono stati però autori che hanno rivalutato la sua filosofia, come ad esempio Rensi, riconoscendo la cifra dell’etica di S. nella ricerca dell’idea del BENE COMUNE e sociale avvicinando proprio su questo aspetto la figura di S. a quella di ROMAGNOSI (vedasi) che al filosofo friulano dedica pagine importanti nell’opera L’antica morale filosofia, in cui sottolinea l’aristotelismo riformato di S. S. è infatti debitore al pensiero dello Stagirita, che però ripensa alla luce della filosofia inglese -- in modo particolare Hobbes, Locke e Mandeville -- e francese -- segnatamente Condillac, la cui prima edizione italiana del Trattato delle sensazioni contiene una lettera di S.-- mettendo a fuoco una visione equilibrata del rapporto uomo-mondo, senza eccessi materialistici. Padova d’altronde non è luogo di metafisica dogmatica e S. conosce a fondo Newton e Leibniz, tratta della storia naturale e di molti aspetti della scienza dell’epoca, che intreccia alla riflessione sulle teorie morali; adotta il metodo newtoniano deducendo le conseguenze note in base all’esperienza, valorizzando sempre il documento umano e l’osservazione empirica. Per questa impostazione venne accusato di sensismo, anche se in realtà la sua morale va intesa come pratica di vita e criterio di valutazione degli uomini, rivelando la dimensione operativa della sua filosofia tutta volta, alla VICO (vedasi), alla valorizzazione del divenire e del progresso umano. Un aspetto interessante della riflessione di S. è la centralità assunta dal corpo come strumento dello spirito, evidenziata non solo nelle opere, ma anche in prospettiva biografica nelle numerose lettere in cui riferisce sulle condizioni del suo stomaco, sulle conseguenze del freddo prolungato, sui benefici del latte caldo: a S. preme la ricerca dell’equilibrio – cioè della felicità – sia mentale sia fisico, perché l’uomo va considerato nella complessità delle sue relazioni dinamiche, lontano da ogni forma di rigore stoico. Da questo nucleo teorico si svolge la sua riflessione, caratterizzata dall’intendere i principi morali semplici e invariabili, posti nella mente dell’uomo forgiata da quella divina, la quale contiene in sé le leggi di tutto l’universo. La RAGIONE umana è però soggetta a corruzione e per evitare la decadenza sono centrali l’osservazione diretta e il metodo induttivo. Da questo punto di vista diventano importanti la riflessione pedagogica e il processo educativo, in cui il maestro insegna all’allievo sia come adattarsi all’ambiente sia come sviluppare in modo armonico e organico le proprie facoltà.  Muore a Padova a seguito di un ictus; fu sepolto nella chiesa di S. Croce. Due lapidi ricordano il filosofo friulano: una nella chiesa, ai piedi dell’altare maggiore; la seconda nel convento di S. Croce.  Opere Oltre alle edizioni già citate, si vedano: Opere scelte filosofiche e poetiche, Udine ; Etica volgarizzata da F. Bottini, Venezia 1843; Della filosofia morale, trad. di C. Frediani, Firenze 1846; Opere di filosofia morale e civile, trad. di F. Mestica, Macerata 1849; Dell’educazione, trad. di Micheli, Siena ; Opere scelte, Udine, Scritti filosofici, a cur. Rocco, Milano. Caronelli, Elogio di Giacopo S. C.R.S., Venezia ; P. Cossali, Elogio di J. S., Padova ; L. Mabil, Lettere stelliniane, Milano  (poi I-II, Padova ); F. Croce, Elogio di Giacopo Stellini detto il 18 novembre nel solenne riaprimento del C.R. Liceo di Porta Nuova in Milano, Milano ; ROMAGNOSI (vedasi), L’antica morale filosofia esposta quanto alla peripatetica dal Zanotti, alla stoica e pitagorica da vari greci; aggiuntavi la delineazione di quella di J. S., Milano ; G. Montanelli, Ragionamenti intorno alle dottrine morali di J. S., Pisa 1833; A. Podrecca, Della patria di J. S. e del suo sistema di morale, Padova 1871; V. Zanon, Iacopo S,. Studi e ricerche, Cividale ; Luzzato, Contributo agli studi stelliniani, Udine ; Id., La morale sociale di J. S., Bologna Ardy, J. S., Udine ; E. De Goetzen, L’opera di S., in Archivio di storia della filosofia italiana, Deva, L’educazione nella filosofia morale di J. S., Torino 1957; E. Garin, Storia della filosofia italiana, III, Torino ; A. Toso, J. S. filosofo friulano, Udine ; Il Liceo classico “S,”. Duecento anni nel cuore del Friuli, a cura di F. Vicario, Udine  (in partic. S. Perini, Vita di S.,Venier, Aspetti letterari e filologici nell’opera di S.); S. Perini, S., in Dizionario biografico dei friulani (con ampia bibliografia), http://www.dizionariobiograficodeifriulani.it/stellini-iacopo/ .La sua fama è dovuta soprattutto al “Saggio dell’origine e del progresso de’ costume e delle opinion a’ medesimi pertinenti – con quale ordine si sviluppassero le facolta degl’uomini, ed appetite ne uscissero loro connaturali” (Siena, Porri). La sua concezione morale è di stampo liceale -- e sotto alcuni aspetti può essere considerato uno dei precursori della sociologia. A lui è stato dedicato il liceo classico di Udine e che nella sua biblioteca contiene gli scritti autografi. Enciclopedia Treccani, su treccani. Dizionario biografico friulano, su friul. SAGGIO so PK A L'ORIGINE ED IL PROGRESSO DE’ COSTUMI, DELLE OPINIONI A’ MEDESIMI PERTINENTI DI giagopo stellini VOLGARIZZATO DA Valeriani. 2lfeum sempcr jadlcmm omnia nostros aiti iwenwe per se sapientius quam GreBcos, aut aecepta ab illts ^ccisse meliora . Cecrroj^e TascuL lib* i* r. MILANO .Presso Pi ROTTA e Maspero Stampatori-Librai in S. Margherita ragionamento OEL traduttore. CHIARISSIMO SI MONE ST RAT ICO VALERIANI. ^ ■ QQiene Amico Veneratissimo, Cill Opere di cert'* -Ingegni ciò che avveniva nel Paganesimo a" boschi sagrati a qualche Divinità . Si o/zo- ravano, si rispettavano ^ se ne dicevano maraviglie ; ma ninno usa- appressarvisi, ninno era vago di venerarvi per sè medesimo la r t % \ IV moesfft soUtana de’ loro Da . Co Sé U.Ù i prodi,!, C. ne rc,aoo per il ^ol,o, non ^rano cU „cn-.0inc di alquanti pn noaelhe- ri, /.none piuttosto a * ragione umana al cospetto ro- mulgassero anch* essi nell* idioma de* Pajnnìani e de* Cesari : nù gli ern certo di freno V esser dig^ aià questa lingua jiress' ogni j'io- polo spenta nella memoria del volgo . Perchè a tenere le genti nella unità delle massime bastava farla comune a quelli, che in ogni Stato governano la mente e il cuore del popolo; e s* era ad essi già resa ^ non solo amabile, ma necessaria con tutti i mezzi ^ che possono e lusingarne e costring,erne il sentu mento, altronde tal generale igno* ranza felicemente contrihuwa a coprir gli oracoli di quelle tenebre, dentro le quali fnchè sien chiusi gli oggetti del culto pubblico ser- bano sempre inconcussa V autorità senza pericolo di mai scemare nella comune opinione di riverenza. As~ sunta di questa forma ad intera prete del Santuario e del Foro j qual maraviglia che fosse ancora trascelta per dirozzare e diffondere le scienze e V arti ^ che piu cimentano la riflessione, ed impegnano la estimazione degli uomini ? Piace agV ingegni estesa celebrità ; nè piace meno di vivere per fama splendida nella memoria de" posteri, che di fiorire per sentimento onorevole nella opinione de" coetanei . Quando ella pure non fosse stata per se medesima commendabile su quante oTìdcivciTìO ITI tanta pertUThazio ne di popoli rusticamente abozzan- dosi 3 e quando ancora le fosse venula meno la digfiltà conferitale dal Sacerdozio, valeva a render^ la degna di preferenza^ nelle più nobili discipline la facoltà di rapire l nomi degli Scrittori dulie strettezze di una provìncia o di un regno f>er farli chiari iti ogni angolo deW universo . iVé finche Jìoma tenne tranquilla il jmimato nel Cristianesimo tale opinione invi^ lì . Ma non s) tosto si ruppero le Cermanie j che il primo impegno de’ Voratori, doi inique spirit o di libertà religiosa insinuò, fu di ritogliere i Libri sacri alla iiiterpre- iazione (le* j> 0 (hi addetti a* misteri, e nudi esporli ne’ jiopola ri diai etti alla moltitudine, cui semjire igno^ tu è l’oggetto di riti arcani . /71 Inghilterra intanto alle tiranniche rinnovazioni di culto successero le feroci rivalità di governo ; e la pre* mura involgere nelle contese di Stato il popolo strinse a discutere neW idioma del popolo ogni ragie- ne di Stato. E questo accadde mentre la Francia, piena di Greca e di Latina eloquenza ^ spingeva il secolo di Luigi ad emulare la gloria de'piu distinti per gentilezza di lettere ; talché ben presto per tutta Europa si sparsero volumi ogni argomento, nativamente scritti da que^ due popoli ^ arbìtri già del commercio delle nazioni. Correano allora per noi qué' giorni, che guasta la poesia, contaminato ogni genere di eloquenza ^ pareva poco agV ingegni di segnalarsi per frenesia di concetti, se non rendevali ancor piu stolti la insania delV espressioni ; cosicché trattine pochi e spezialmente de* trattatori di fisiche proprietà . era comune il delirio di travagliare a corrompere con mostruose arditezze la dignità della patria letteratura.^ Nel maggior impeto appunto di €piel farnetico fu presa Italia da quel dispetto per le civili dottrine., che presto degenerò e in colpevole dimenticanza per gli anlenaù,, che avevanle sujìcriormente illustrate., e in esecrabile indifferenza pe^ successori, che allo spuntare di miglior secolo arditamente prendevano a ristorarle . Rinacque allor vera~ mente con la purezza delle maniere il desiderio e C amore di quelle scienze ., che nostre parvero, e sono j per evidente cortforinila di carattere ; ma ricevutesi, ed apprezzatesi come straniere, incominciarono ancora come straniere /a trattarsi . Quindi la stima sLifyerstlzio- sa pe* libri d^ altre naziorii; quindi la nausea per ogni cosa ^ moderna o antica f che fosse nostra; (pùndi la smania di conformare la mente e il cuore j, come le mense e le vesti cC costumi altrui ; di qui naque alfine per quanto io stimo doversene ar fomentar e ^ che mentre in altre nazioni Vinvilimen- to della Romana crebbe decoro e vaghezza alla propria lingua, tra noi col pregio scemato a quella venne il languore, il fastìdio ^ e finalmente la corruzione, e lo strazio deir Italiana, F* ebbero sempre dé^ Grandi, che V una e V altra onorarono; perchè in Italia si può sopire ne* più, ma non estinguere in tutti il senso della verace grandezza patria ; nè volse tempo così infelice per noi, che non brillasse d* un raggio della primiera maestà. Ma le concordi querele di questi Grandi sul depravato carattere del* la nazione fanno argomento, che Fuso, arbitro delle lingue e de^ costumi de'* popoli, già insolentiva per modi barbari nelV obbiezione d'ogni nativa eloquenza, Erano certo rpieste sciae bastantemente già grapi per sè medesime, se non cfte resele ancor più. gravi, ciò eh'è di estrema de- j/rara zinne argomento, V esser si fatta per esse vana ed infrutfuosa a’ jffogressi de* nostd ingegni nelle utili faroìtà la estimazione serbata pure incorrotta a fjne* sommi uo- miìù^ che più tra r/ffi le illustrarono, J^oichò non basta che s*ahhian essi la debita celebrità, perchè la gloria de* trapassati divenga stimolo di virtù j)er ar(tendere la c- mulazione de* jiosteri. Conviene sia noto il titolo ; se ne conosca il carattere^ la rjnaiità, V estensioneche non solo aveste patria 'comune- con lui, ma suo Collega pur foste nello splendore di antica Università; lui per lungh^ anni congiunto ancora co* vincoli della più ferma ed mge- uUfa benevolenza. Quando pur fosse la sua dottrina di tenebroso oarat- ter e per ingegni ritrosi ad alte speculazioni > avrebbe potuto egli non acquistarsi la stima cZe* più volgari intelletti? Urb Uomo d?ab- bietta . e\ misera condizione j che nella infanzia stessa muove la maraviglia di un Istituto piamente inteso alla pubblica utilità ; che ammesso a tale Istituto j splendido già per carattere di sapienza;, fas- sene tosto raro e pregiato ornamento ; che il primo aringo tentato in sua giovinezza è di sforzare la patria lira a render libera i sensi della Tehana y cercando adentro e chiarendo V arcano spU rito d^un Poeta, che i>aTve, ai- dire d^illustre Critico, altro di se non volesse svelare asti uomini, che quanto loro bastava per am- mìrarln senza permettere di cono-' scerlo ; che non contento do co- irlier fiori d'agni vaghezza nella tolgar poesia, tratta anche i numeri latini e greci ; c/te in ogni nohìLe estranea lingua niostra perizia e valore eguale che nella patria ; che in età giovane ancora vedesi assunto aW incarico, dovunque arduo, m.a somiTiamente gel(f- so in oligarchia 3 di ammaestrare i figli del più distinto Patrizio della sua Patria, c del Ministro più benemerito e caro alla sua Repubblica; che dall' onore di tal privata istruzione viene di pubblica aìitorità destinatoad espor la scienza, come la più necessaria al bene delie nazioni e degli uo^ r m mìni j co5Ì la più malagepole per lo contrasto implacabile de^ costumi e delle opinioni^ in quella Città che ricorda e Galileo e Santorio ^ ammira e Luzzarini e Morgagni ^ a cui / affrettano già di succedere un Cesarotti ^ un Toaldo, nè la modestia vostra se ne quereli 5 uno Stratico ; che per interi sei lustri così la espone^ che non più solida o più benefica la propose nè V Accademia, nè il Portico ^ nè il Liceo ; che ne* riposi pur 7 nostrasi qual ne* cimenti gV ingegni meglio addestrati ^ perocché sono suoi passatempi eruditi e liberare Euclide dalle censure de* matematici j e vendicar dalla sferza dello Scaligero Giorgio di Tre- bisonda ed Ermogene, chiarire Aristide Quintiliano^ proteggere dalle aggressioni di Meìbomio Epicuro, purgar Platone dalle bruttezze appostegli da traduttori ed interpreti^ pili mloroii nella grammatica che nella greca filosofia y svolgere i sensi creduti già inestricabili di Aristotile, crearsi in fine tal credito di universale intelletto^ che a Zui il- corrano scienziati d ogni maniera ^ quale a maestro e ad oracolo ; che mentre illustra e feconda e con precetti e con opere ogni arte e scienza profana e sacra ^ medita e compie V ardito proponimento di stringer tutte le cognizioni in sistema i emulo di Bacone j di Cìiarrl- hers ^ di Diderotto; un Uomo di tal carattere per quanto veli sè stesso agli uomini ^ non è possibile che non tpeuminài una lucc'^ che ìjfmwof i cuori più stupidi a ripe- penza . E come poi lo sarebbe ^ se a tarile doti di spirito le piu soavi^ si unissero prerogative del cito-^ re? Parlo di quelle virlit morali,^ che parvero così belle al Giovine Plinio in Eufrate Filosofo ; virtù > che rendono V uomo caro agli uomini _j e cjie rendeva nello Steliini più luminose ed amahili quella natica modestia rara ^ per cui pareva lui solo non aver cuore per apprezzare se stesso . JVon p’ ha carattere ^ che non si pieghi benevolo a C 05 Ì. nobile immagine di virtù, I sommi ingegni compìaccionsi di ravvisare in lei,, come in cristallo purissimo, senza macola quella eccellenza di spirito j,' che li sublima dai vó lgo : i piccioli vi si affisano ^ come a Sole ^ Il qual riscalda ed illumina senza offendere : pur quegli stessi j che tanto un* ombra di scienza in sè stessi onorano quanto ne ahborrono ogni sostanza in altrui y timidi sempre che il merito possa decidere della fortuna y questi medesimi non ricusano di riverir e ^un Filosofo, che sempre chiuso in sè stesso non si dà briga per niuho di quegli eventi, che romo- t'Bggiano 6 pOiSsoiTio* I*^iufio stupoìc adunque ^ che lo Stelliiii ^ vissuto nella benevolenza, morisse nella venerazione degli uomini : niuno stupore 5 che ne sonassero elogj per tutta Italia^ ed uomini sapientis- simi si consagrassero per anni interi a raccogliere quanto di grande lasciò morendo senza curare che fosse per sop)ravvivergli : niuno stupore alfine^ che così viva la sua memoria nel sentimento di quanti personalmente ammirarono la sua virtù ^ che il nome vadane ancora di lìngua in lingua ^ siccome d^iio- mo sempre mai degno di pubblica ricordanza . Può questa dirsi e parere in vero assai splendida celebrità. Per dichiarirne il merito consideriamone la sostanza. Pochi v’han certo ^ che nominando Steliini non lo ricordino.} come il decoro di Padova pe^l suo mirabile magistero. Gioiti pur sono y che si compiacciono di replicarne il giudizio datone dalV Algarotti y che non vi fosse arte o scienza y ne^ cui segreti non penetrasse y talché potesse in un anno spiegare in tutte carattere di maestro y siccome appunto quel Mimo, di Lucianoy che in una danza contraffaceva tutti gli Dei. dorranno alcuni sino convincervi e persuadervi y ch^ egli ebbe forme e carattere pressoché simili a Socrate . jVoii vi sarà finalmente chi non lo esalti siccome un gran metafi- ficOy senza neppure permettervi di riflettere che vaglia il suono indistinto di un tal vocabolo . Qual è frattanto generalmente il suo credito sopra le Scienze Morali ? Dico generalmente y perche siccome da pochi mal s^ argomenta il costume y cosi mal cercasi in pochi il giudizio pubblico, Non egli è impresa di poche pagine stringere in hreoe argomento V Etica, intera dello Steliini . Pure non è difficile con lievi tratti, che ne di- stinguan lo spirito, mostrarla lale^ quale non mai s* adombrò . Fu della Veneta Signoria sapientissima istituzione tra le dottrine da esporsi a’ giovani collocar quella ^ che tutte le perfeziona indirizzandole tutte alla pubblica felicita la scienza della ragione e de costumi degli uomini. Perchè qual cosa più stolta, siccome aweite piacevolmente il dottissimo Fonte- nelle, che rilegar la filosofia nel cielo a calcolarvi oziosa i dìopì- menti degli astri, ovver condurla raminga sopra la- terra a vagheggiar quanto s* offre dalla natura alV mnana curiosità ^ senza per^ metterle che mai s* approssimi all* uomo per trarne leggi di vita cor- rispondeìiti ah carattere delle'‘ sue splendide attribuzioni F Socrate fu per r uso di coiai proi^^ida peritò detto il più 5 apio degli uomini . JJegno fu pure di tanto senno in^^ stituire a maestro di questa scienza Aristotile t Imperocché di quanti presero in Grecia a distinguersi nella dottrina messa in onore da Socrate solo Aristotile seppe acconciarla al carattere delle abitudini umane . Chi trasse V uomo a tale felicità, quale da pochi appena si può raggiungere ^ e che raggiunta niun bene arreca alla società voluta dalla natura tra gli uomini; perciocché pochi son quelli ^ che distaccandosi affatto da quelle cose^ di cui si allegrano i sensi, trag- gansi dietro ad oggetti, che solo possono attingersi con V intelletto j perdendo V animo in vane contemplazioni . Chi ne forrrpò tale immagine ^ che non potesse lusingar V uomo se non rinchiuso in sè stesso 5 talché per ogni contatto di cosa estranea s* inamarisse, can- giando Vuomo in un essere inerte e timido i che si tenesse beato qiian^ do si fosse condotto a credere d’essersi fatto insensibile ad ogni umana COSI straniera che propria necessità . Ohi tutto il volle ne sensi immerso, ammaestrandolo a non curare che quanto stimola il corpo per disputare a'bruti una felicità ^ la quale > appena toccati ^ fugge da quegli oggetti ^ che più fan mostra alV istinto di possederla . Chi finalmente non trovò meglio per V uomo, quanto distruggergli in cuore ogni regola di certezza^ ed infoscargli nelV intelletto ogni luce di veri!à ^ perchè, non più da speranza o da paura condotto, si abbandonasse senza consiglio alV impulso di quegli eventi ^ cZe’ quali, mai non osando esplorar le cause^ mai non sapesse nè temperare;, nè rompere le conseguenze ^ Sempre guardingo Aristotile dalle insidie della immaginazione e de^ sensi ^ mentre dagli altri si apriva alV uomo un cammino ^ non prati- cabile che a ritroso della ragione o del cuore ^ egli svolgendone le attribuzioni e le primarie spiandone facoltà, lo trasse dove ciascuno ^ che umano vivere non abborra, dee pur conoscere e consentire doversi affrettar chiunque abbiasi fior intelletto, Imperocché cercò egli quella felicità ^ che il meno si allontanasse dal comun senso degli uomini ; che r uomo intero > quanto e qual fosse ^ abbracciasse ; che lo rendesse geloso amico di sè medesimo, e cittadino benefico ed operoso ; che lo impegnasse in somma y non a dibattersi vanamente per farsi libero,, ma per giovarsi utilmente di quelle cose y tolte le quali è pur forza che si disciolgano i vincoli d* ogni civile e domestica società . Mostrò ^ che il senso non dweniva inimico della ragione, che quando già- la ra- gione pià rì,on curava se stessa y che ninna cosa esteriore corrompe i sensi, od* essi stessi non prenda-^ no ad alterare il carattere delle cose, disordinando le relazioni, che uniscon V uomo ad ogni eS" sere deir universo ; che tra lo spi^ rito e il cuore v^ ha di natura tale corrispondenza y che quando questo sia retto y quello non può suW ordine della vita essere mai tenebroso ; che le virtù morali sono di tale carattere y che rimanersi non possono y dovunque allignino, infruttuose ; che in conseguenza può ciascheduno egualmente cori» darsi a tale felicità che altrui si renda benefico nel provvedere a se stesso. Meritamente adunque fu tal Morale distinta per ogni 56 * colo, come la più civile che pre5en£a55e alV umanità la greca fi-’ lo sofia : meritamente da’ saQj d’o- « gni nazione fu sempre ornata in maniera di affezionarle gV ingegni j eh’ amano instituirsi prwata- mente con arti buone al possesso di una virtù non difficile a conservarsi, e procacciarle nel tempo stesso il favore de’magistrati s che aspirano a stabilire la pubblica felicità sopra leggi > che guidino con dodi freno i costumi sempre variàbili e sempre varii degli uomini, Talmentechè que’ Sapienti^ che nel risorgere delle scienze si argomentarono a svolgere la morale secon- dochè da filosofi d'altro carattere fu composta, furono pochi e rivali rimpetto a molti e concordi s ebbero fama d’ingegno più che frequenza di scuola ) soti chiari in fine per merito di erudizione, fna non in grido egualmente per magistero di umana felicità * Lad- doQe f caduta ancora la signoria che tenne ferma Aristotile su le scienze sinché le scienze furono schiave di tali, che più temevano la ragione che non i vizj degli uomini ; quando ancor pure si nau~ seava per moda ciò che per moda in prima divini zzavasi ; e il Precet- tor di Alessandro si ricordava per giuoco sino in que^ circoli ^ ne^ quali i nomi de^ grandi ingegni ^ pur pronunziati con riverenza, si disonorano ; furono e V Etica e la Politica Aristotelica sempre onorate ed accette^ siccome quelle che illustrano ed avvalorano ^ non vi-^ zìan V uomo o V insultano, e in luogo di provvedere a pochi con la disperazione dei più mostransi pronte a’ bisogni j e Ze speranzè sostengono delle nazioni. Basta dunque ^ per essere veracemente utile e grande j che si attenesse Stellini alV ordine di Aristotìle; hastam certo^ che Verme sue ricalcando, non 5’ impegnasse che a svolgerne i sensi astrusi ^ a* renderne più luminosi i prìncipi, a costruirne più solidi gli argo* nienti, ad ampliarne le conseguen^ ze j, ad estenderne le istruzioni ^ perchè amoreooli e facili si pre^ stassero alle occorrenze e al carattere delle variate abitudini y si prevalesse in somma della infinita sua erudizione per illustrare di nuova luce le massime del Peripa~ io 3 con la eloquenza esponendole 3 che in lui fi.oriva spontanea, ed era di tal carattere 3 che mentre con il calar delle iminagini agitava la fantasia 3 con il vigore de* sentimenti sforzava il cuore, e sì traeva despotica Vintelletto. Ma non contento di correre gloriosamente un aringo già segnalato da molti 3 volle egli aprirsi una strada 3 per cui potfssse così distinguersi 3 che 3 TìlCTltr6 pOjTCVOi iìltCìltO ^ SB^IMT altrui fi riuscisse dove chiunque hra^ masse pure di spiri, ger si ad e guai mela dovesse jmr confessare non rimanergli che seguitare lui stesso. Il primo impegno fu dunque dare alle cose morali quella certezza, sommo argomento di verità ^ ^ cui negò loro ÀristoLile ^ e che 2 ora maso d'Jquino stesso nel suo Com-^ mento aW Etica Aristotèlica non seppe loro concedere j e la qual mentre diceva Loche non esser loi o impossibile di sostenere fi si dimostrava da Vico SI bene ad esse acconciar si fi siccome a cose^ che han di natura tal regolare andamento fi qual si conviene a sostanze j, che hanno attributi e forme e relazioni i iwariahili non altrimenti che qualunqu- essere organico deW universo, Ma Vico non guardò V uomo individuo j che per librarlo operante in massa con gli altri uomini ; i suoi riguardi non si fissarono sopra gli umani caratteri costituenti Iq> spezie umana j, che per isQolge^ re e misurare e conchiudere V in-' tero corso costante e certo nella sostanza quantunque incerto nelle apparenze e volubiledelle umane generazioni. Steliini adunque ìnsU stendo su que^ principi, ch^avea già Vico proposti siccome base d^ ogni morale argomento, principi ingenu ti j che rivelati una volta non pos-> sono non rimanersi eternamente uni per tutti ^ prese a discuter Z’uo- TUO individualmente per avverare quali dalla spiegata natura sua regole uscissero e forme di umana felicità . Ei conosceva assai bene quanto contribuisse a mettere in luce e in forza ogni ragione di verità la via tenuta .nel rintracciarla per consentire filosofando alla massima di Bacone, che quella forma di ragionare, la qual d da" fird, cui s^è proposto V Autore della natura, intende scoprir U leggi particolari degli esseri, vuoisi considerare, come una vergine a Dìo votata e in feconda . Quindi ei non mosse dalla dichiarazione del foie per poi discendere alla generazione delle virtù ed’alla forma degli abiti, qualificando le azioni umane più dal soggetto parziale che le dispone, che dal principio universale che V anima rispetto al fine che le necessita • jyia, tutto inteso a discerner V uomo per il carattere delle distinte sue attribuzioni, da cui può,solo evidente’^ mente raccogliersi a qual ragione di vivere sia condotto, fecesi egli primieramente a considerare quelle facoltà umane, che dalle umane attribuzioni si avvivano, e che pur tutte, benché non tutte in un gta- do, sensibilmente negli uomini si manifestano; gli usi, ne" quali coynunemente sogliono adoperarsi da- gli uomini ; gli effetti in fine^ che al par io ed agitato lor vipere ne risultano, Conosciuto di questa guisa non solamente il carattere ^ ma la estensione ancora di ciascheduna y ed avvisato per conseguenza come tra loro son élleno di forze molto ineguali y tali però da poter si. accordare insieme per attuarsi accordate insieme ad un termine y dal contrapposto delle diverse lor indoli spiegò gli uffizj di ciascheduna y segnando i limiti a tutte da contenersi y affinchè y ognuna contribuendo (ù bisogni umani sol quanto lei sì conviene si avvalorassero insiemey non / implicassero, nè soperchiandosi smodatamente si riduce ssej'O ad essere scambievolmente disutili. risto però che uomo non solamente nascevasi dal consorzio y ma nel consorzio ancora di altri uomini y e cK era tale consorzio disposto in t zarà col crescere » in ciascun uomo guisa da rlnfor", chiarì tal essere il carattere delie parziali sue facoltà, che non sol queste si sviluppassero in comunw- ne con altri uomini, ma che da tal comunione principalmente pulso e lena prendessero a svilupparsi. Quindi ei si accinse a mostrare il segno, insino al juale dee V uso loro dagl’ individui distendersi, non altrimenti rispetto a sè che ad altrui, chiarificando comè tal uso per dirsi retto consiste nel provvedere alla vita individuale giovandosi de* soccorsi, che appresta all* uomo la comunione degli uomini : soccorsi certo maggiori di quanti altronde ne possa attendere ; ma che si perdono, anzi in rovina si volgono per qualunqu* uomo si attenti a vivere senza rispetto ad esseri, che similissimi a lui son come lui provveduti delle medesime facoltà. Così fu tratto dal fine stesso della Worale a connettere essenzialmente con essa ^ e in conseguenza a discutere la sostane za i le relazioni e il carattere di quella prima società umana ^ senza di cui nè giammai stata sarebbe fumana stirpe^, nè mai sarebbe per conseri^arsi e per essere. Parlo della famiglia y della doìnestica società parlo y la quale è tale y che^ qualunqu^ altra ragion di vwere si pongan gli uomini amplificati a popolazioni) non può non essere il fondamento e il vincolo di tutto il pivere umano* Tale carattere Steliini in lei ravvisò ; ne investigò la sostanza in modo y che ciascheduno vi contemplasse y noti contraffatta dalle opinioni degli uomini) l'opera stessa della naturay traen- dola dalla caligine y ove giacea per antica rivalità di sistemi ; C 05 Ì fi"" nalmente esposela y che si mostrasse legata in guisa con il parziale^ ben essere 3, che solaìnénf e da lei nascessero 3 e solo in forza di lei si rannodasser que vincoli 3 che stringer debbono gli uomini in quel-’ lo stato 3 in cui pur dopo le agitazioni domestiche 3 e per il bene deW individuo e per la utilità della spezie 3 son violento ti a comporsi dalla natura . Di questa forma pesando V originale carattere di questo stato 3 avverandone i fonda- menti 3 chiarificandone le naturali sue relazioni 3 sempre rispetto al principio della individuale prosperità raccolto dalle individuali facoltà umane 3 condusse VEtica sino a quél punto 3 oé ella deve arrestarsi per non turbar le ragioni della Politica 3 cui si convien dalla essenza della Città desumerne le varie forme per congegnarle in modo 3 che sempre a* voti rispondano della natura e degli uomini* E questo fu V altro assunto ^ per cui Steliini cercò distinguersi trcd maestri della maral facoltà. Imperocché gli è pero ^ che fu la scienza morale introdotta in Grecia per soi?P€nire alV indole delle cibili occorrenze ; gli è pero ancora ^ siccome ho già divisato j che il più fra quanti accinsero a segnalarsi neir arte nobilitata da Socrate fu certamente Aristotile^ che la vestisse di umana forma perchè guidasse benefica le inclinazioni de-- gli uomini. Ma svolgere cosi Vuo- tno j che le medesime facoltà sue palesassero V insufficienza propria di svilupparsi utilmente senza il commercio degli altri uomini j cosi discutere gli usi loro 3 che si apprendesse per essi come sia d*uopo accordarle utilmente insieme ; disaminarne così gli effetti eh* essi medesimi suggerissero a quali regole convenga attendersi per ben giocarsi degli uomini^ mostrare in somma nel virtuoso .operare nx>n solameàtè la^ perfezione . del fio-e preposto' àlV uomo y» d \mezzo ancora essenziale d'abilUm^fO'raggiunger e 'un colai fine ; e -in i. con ^ seguenza verificare e propor le basi d^ 'Ogni sociale rallori di n^ere ^ non solo come illazioni > a cui debba andarsi dopo la istituzione d^or- gni moral carattere per abbellirlo ^ ma quali temi così connessi con V argomento della parziale felici-- tà, che separare non se ne posso^ no senza corrompere la istituzioni delV uomo stesso ; fu questa impresa onorevole di Steliini . Opera sua. fu pure ^ che le morali proposisioTbt -SI conducessero, ikii f orma ^ che ciascheduno per accertar- nè^ la 'verità xrrxm avesse clw a rintracciarne i principi tacila coscienza^ à 6 doGunienti attenderne dalla esperiénzà di sè medesimo* Nè vuol tacersi y di' ei veramente per non viziarne V essenza la tenne ferma a quel fine y che le prescrisse Aristotile y e che Tommaso (TA^ quino stesso interpretando Aristotile le assegnò y di procurare alVuo- rao tale felicità y quale può solo nel corso di questa vita raggiun-- gersi. Non però volle siccome il greco Filosofo ridurla a tale da trasandare negli uomini y se non forsbanco distruggere y ogni speranza di perfezione avvenire y dal che può sorger neWuom.Oy temporalmente anche preso y un turbamento inimico della terrena stessa felicità. Ma senza mescervi estranee cose y COSI gli attributi umani considerò y che mentre il retto esercizio loro mostrasse a tutti la via del temporale ben essere y mettesse pure vigore ed animo a quelli j che s^ indirizzano a miglior fine con vie. migliori speranze. Quindi quelle qui- xlij stìoni, che in altre opere di mo- vale, o si dibattono con uno zeta inimico della morale e degli uomini, oppur vi sono siccome a pompa dHngegno senza un legame che le congiunga alla umana Je- licitày nella Morale dello Stellmi discendono dal carattere della morale medesima i mostrano vivo l impegno di provvedere a tutta la^ spezie umana, pesano solo alV em- pio 5 nè intimidiscono che lo stolto. Si aggiunga a ciò la maniera ^ ond^ egli prese ad esporla, Imperocché attenendosi nelV ordinare la tela de' suoi pensieri severamente al carattere dii /éristotile ^ che preferiva al pomposo pensare il solido ^ € procedeva negli argomenti per vie spedite a convincere V intelletto ^ volle nel presentarli imitar Platone, il quale offrì colorito ai sensi ^anto potevasi astrattamente dall animo concepire p non risparmiando grazia e vigore immagini ^ nè vezzo o numero di parole per impegnare a convincere la ragione la stessa iimnaginazione degli uomini, iVè lo S. era tale di fantasia j, che irresoluta e timida gli si prestasse aW incarico . Imperocché^ oltre alV essere vivace ardita e feconda per sé medesima ren- densi ognora più vigorosa e pronta con la consuetudine de’ poeti ^ de’ quali usava non solamente a ristoro delV intelletto, ma per avverare in 65^1 principalmente il carattere delle opinioni e degli usi predominanti de’ secoli ^ siccome in quelli f che le impressioni più vivamente ne soffrono s più se ne irritano 5 e quindi con più calore ne avvertono, e con più senso re’ esprimono V andamento, Da ciò pur venne eh’ ei così scrisse latinamente j, che mal direttesi a qual latino esemplare si conformasse j perche da tutti cogliendo il fiore cosi trattò questa lingua^ quasi^ pur fosse nativa in lui e fattasi in lui domestica o ne^ Comizj agitando il popolo j o colloquiando aneli ei di filosofia negli ozj del Tusculano. Se dunque fosse tal Etica venuta a luce quando V Italia pregiava Cantica lìngua come reiag- gio non tenue di antica gloria ^ ne aveva appreso agli estranei a sprezzare i suoi col farsi bella di non conoscerli o non curarli essa stessa ^ avrebbe certo incontrata tale celebrità ^ che nè splendore di commentari f nè copia di traduzioni j nè tipografici adornamenti niun le sarebbe restato in somma a desiderare di quegli onori ^ onde si videro illustri né* tempi andati o- pere nostre dibassai minore importanza. Ma lo Stellini fiorì nel tempo f che intiepidito generalmente il fervore di segnalarsi nelV idioìna, lutino ^ leggi nè forti à reg^ gere piìi i costuìni y nè sagge al~ meno di concordarli con gV inte^^ ressi degli uomini y perseuerai^ano CI riguardare come sacrilega qua~ lunque lingua y che avesse arditó d^ esporre giovani con altre for~ mole y che latine y le facoltà necessarie a svolgere V ingegno umano. La scienza astrusa per sè medesima j il nuovo aspetto da riguardarla y V impegno di presentarla in relazione immediata co’ fondamenti sempre agitati deWuman vivere y la rigidezza delV ordine per sostenerla in tale argomento y V erudizione recondita nel dichiararla y una latinità finalmente y cpianto nervosa e florida y tanto più scabra ed ardua y erano in vero cagione y che lo Stellini sì udisse dalla sua cattedra con maggiore curiosità y che frutto y e accagionato pur fosse di oscurità y come attestane il li SUO- discepolo e splendidissimo lo- dator suo Carondli, prima per debolezza dagli uditori 3 quindi^ per interesse dal volgo de"" letterati > alfine poi per invidia dagli scienziati medesimi. Nè miglior sorte potea succederle^ quando per onera altrui tal Etica si pubblicò : perocché gli usi f già guasti, non promettevano ancora miglior fortuna. Da questo avviene, che ancor fiorendo la fama di tanto ingegno scodano molti 3 chiari eziandìo per lettere j nel noverar gli argomenti e i titoli di gloria patria dolersi ninno aver noi che ne agguagli nélla dottrina della morale agli estranei ; i quali in vero non so in quaV arte voglian maggiore V Italia ^ se quelle a lei non concedono^ che per giudizio degli stranieri medesimi sue sempre furono ^ e che per tanti scrittori di chiaro merito ^ mancandole pur tal Etica j le xlvij si appartengono . E come infatti potrebbe altrimenti credersi ^ quando lo Storico nostro della filosofia^ yiel punto stesso di accingersi a conservare aW Italia la primazia nelle morali dottrine ^ trascelti alcuni ^ che benché sommi non erano i più opportuni al bisogno, nomina appena Stellinì in truppa con altri nomi y non egualmente onorevoli a ricordarsi ? Quindi non è maraviglia, se nella Istoria sua de^ sistemi il Signore Degerandò non colloca tra gV istorici della jilosojia lo Steliini ^ che tale istoria della morale adornò, quale non altra d^altra dottrina può superiore aspettarsi, dimenticandolo affatto con GENOVESI (vedasi) e con Fico ^ i quali se fra gV inorici della filosofia non han luogo ^ non saprei quale più degno ne resti a lei secondo i grandi caratteri di Bacone, Ma chi disprezza sè stesso xlvilj mn,^-diritto alla stima altrui; '^''hu.ésta per qualche tempo fu nostra calamità* Per altro come stupirsi^ che V opere di Stellini venute a luce, lui morto, sì poco grido muovessero tra gli stranieri ^ e tra' suoi j, se quella pure che vivo lui si 2>rodusse j anzi eh' egli medesimo nel fiore espose dell'età sua^ quasi ad esperimento del suo valore^ nel magistero che apparecchiavasi ad intraprendere tale fortuna incontrò 3 che fu quasi generalmente dimsniicata. Io non ignoro eh' essa formo la delizia di Peccaria; che pAlgarotti la predicava eguale aZ- la Dis’^crtrCzione del metodo di Cartesio c il ^o&tì'Q illustre FrateU i 'sómmo per, eloquenza non meno che per-d'ól’vfirialà "Estimò de- gnq> di meritar le sue cure per esser fatta 3 di .lìngua arkcorag italiana.r- E cosu^')Ure fosse piaciuto alla sua modestia di non inandare perduta almeno quest* opera con Valtre molte) non tali certo da togliersi al desiderio della posterità) coinè tal Saggio or avrebbe si in nostra lìngua quale potea recarcelo chi seppe usarla con tanta pompa ad onore de* trapassati^ Ma tal proposito stesso ) penato in lui non certamente d'altronde che dalVardore di propagare la fama di tanto senno ) basta sol esso a convincerne ) che fu tal* opera) quale per altr* indlzj noto è che fosse ) non solo ignota alla moltitudine pur disadatta ad intenderla ) ma neppur messa coni* era debito in pregio da que* medesimi che più doveano onorarla. Varie cagioni concorsero a coiai esito ma somma fu V esser ella di tenebroso carattere sopra ogni altra ) che lo Steliini imprendesse a scripere nella medesima lingua ♦ La rese tale primieramente la sua .maniera di esprìmersi . Il preseritare con i colorii de^ sensi allOi magmatica i concetti deW intelletto y perchè discendano piu dolci e facili al cuore, è ardua impresa per ogni lingua y w.a spezialmente per quella, che mancò alVuso degli uomini primachè loro^ si ofirisserò e nuovi oggetti a discutersi, e nuove immagini a disegnarsi . Grandi maestri seppero certo adattarla a ciò; ma non è agevole a tutti di poi discernere speditamenn te sotto il velame di antiche forme pensieri e cose di fresca origine, principalmente ove sieno di non volgare carattere, La quale difficoltà vieppiù sHncontra in taV Opera, perchè Stellini, impegnato a stringere in poche pagine ciocch e- ra pure argomento di piu volumi, così raccolse i concetti, che si potessero per così dire agguagliare al numero delle parole ; e di tal guisa intrecciandoli, che gravi e Ij CLTinonici sostenessero la maestà del-^ V oratorio andamento. Uarduità del subbicito inoltre crebbe durezza d^ intelligenza allo stile. Imperoc^ chè non intese ad altro ^ che a di-^ mostrarci spiegata dinanzi agli occhi la vera istoria del cuore e dello spirito umano, dalV età prima alla nostra^ storia che in quel volume sol potea leggersi i in cui sì bene Vico avverò i principi delle civili catcì- ' strofi y nella natura cioè delVuomo in relazione con Verdine delVuniverso . Talmentechè rinchiudendo ^ siccome in germe ^ in, tal Saggio quanV ha e può avere corrispondenza con il morale ben essere ^ non solamente insegnò come tracciare e svolgere e le opinioni e i costumi de^ tempi andati ^ ma come ancora distinguere e governare il carattere delle correnti abitudini ^ e prepararle a que^ cangiamenti ^ quali senza consiglio andrehbono^ con il lij disegno di renderli, se non propizjj non tanto molesti almeno alla pace delle nazioni. Così rwelando alV uomo V origine e il fondamento d’ ogni moralità mostrò a’ rettori degli uomini le sorgenti della pe- ì'ace utilità pubblica^ e dimostrando filologi quale filosofia si conpe- nlsse aW istoria diede il modello a filosofi come condur la storia d o- gnifilosofià. Tale è il carattere di questo Saggio j e tale essendo gli e forza inarapigliarsi non meritasse altr^ onore dal chiaro Degerandò ^ cN essere con altr^ opere nudamente rammemorato ^ alcune pur delle quali poco alV Italia dorrebbe in pero che andassero dimenticate. E a rendere le dwisate due qua- lità pieppià disposte a pelare il nervo de’ sentimenti altra ragione aggiunse. Era Steliini di massima^ come dichiarasi nel Proemio che non si debbono tutte ^ o che tdmen sempre non dehbonsij in pie^ na luce mostrare agli uomini le verità . Quindi si dee ripetere V a~ bitudìne di presentar molte idee con forme poco sensibili; di preferir le * maniere non usuali agli autori stes^ si delV aurea latinità ^ traendole ancor talvolta da^ primi suoi for^- matori ; di usare in fine vocaboli, frequentemente di equìvoco, e talor pure di opposto significato* E avea ben egli onde credere, che procedendo altrimenti, con le piu rette intenzioni ancora, correa pericolo di molto nuocere a se poco giovando ad altrui . Poich^ egli volle discuter V uomo secondo che la ragione, senz^ altra luce che quella del naturale intelletto, potea discernerlo; che anzi, com^egli stesso esprimesi, prese le cose morali a svolgere, come Neutono le fisiche ; poste cioè alcune leggi, per esperienza note, dedurne le conse- liv guenze^ senza nè inpesf igare j nè la ragione determinare delle medesime leggìi S'egli è f e fu sempre, come pur sempre sarà bisogno di tutt i popoli i che pipan gli uomini oì lestamente ^ se il conf ori are a condui si ad onesto vipere è il fine ingenuo della morale' dee certo dirsi onorata impresa trarne le regole da relazioni ^ che tutti sentono esistere in sè medesimi e a tutti possono dimostrarsi purché abbian senso di esistere y piuLtostochè da princi- pj ^ Tie’ quali sgraziatamente tutti non possono o PogHono consentire j e che infoscaii una volta nelV intelletto o per imbecillità di mente o per nequizia di cuore debbono ancor offuscare in esso il carattere della morale, ove non voglia permettersi di formarlo da cosiffatti principi indìpisam.ente. Nè punto può nuocer questo alla stessa veracità de^ principi • P^^^oechè, sendo primaria attribuzione del pero che sia mai sempre concorde a sè ^ gua~ lunque parte dipisamenfe se ne di* mostri non può stenuar la forza o la chiarezza delV.altre ^ ma col riuscir necessariamente ciascuna allo stesso termine si presteranno a pi- cenda chiarezza, e forza, altronde il bene sensibile^ che frutta al genere umano V onesta vita degli Uomini ) e le miserie ^ di cui lo aggrava sensibilmente 02;ni vipere hru- tale o stolto ^ sono argomenti opportuni alV uopo delle nazioni per tener gli uomini concordi e docili nelle regole di una morale solidamente benefica . A questo mirò Platone né suoi Colloquj sulla repubblica j ne^ quali Socrate non già disegna la forma d* un^ ideale città f per farsi giuoco degli uomini siccome credesi volgarmente ^ ma insegna agli uomini V importanza della giustizia per il ben essere d^o^ni città, mostrando^ d quali fortune onorata meni e gV in-^ dioidui e i governi, vilipesa. E la innocenza^ di questo metodo fu rispettata m maniera per lunga età, che Aristotile, il qual restrinse più già d ogd altro filosofo la morale a regger Vuomo nel corso di questa vita non olire certo all’acquisto della civile felicità, ebbe il primato fra quanti antichi s" ebbero in essa a maestri, e per consenso d interpreti e per numero di settarj, nella eminenza medesima del Cristianesimo. Prese a combattersi con asprezza, dappoiché l urto di alcune massime mise m impegno chi le guardava per argomento di regno di opporsi all impeto via via crescente col dimostrare fatale agli uomini qualunque genere d^ istruzione che non mirasse a consolidare quella unità di credenza sopra gli affari del cielo y che già costala tanti delit^ tij, e tanto sangue e vergogna all* iiTìianità . JE tal politica inferocì, fonando Bayle spiegò V audacia di credere potersi giusta repubblica stabilire senza nozione di Dio, La quale temerità ^ quantunque avesse Plutarco già molto prima inségna^ to doversi così ricevere come il de~ lino di un sognatore ^ che si van^ tasse posseder Varie di costruire e consolidare una città fra le nuvole ^ e in conseguenza comhattere non con altt* arma che qual s* impiega a correggere una follia manifesta ^ pure non fece che raddoppiar le ferocie centra ogni sforzo della ragione, irritò dunque lo zelo in quella classe di uomini y che si potrebbero ben propriamente chiamare y com^ altra razza molesta d’ uomini da Cicerone si nominò uccellatori di sìllabe y i quali cosi notavan gli accenti de* ragionanti ^Iviij come que" delatori di Tacito i volti de\ virtuosi^ per accusare colpevoli di vilipesa deità chi più cercava Onorarla con la ragione ^ siccome quelli a rovina degV innocenti pone- van fieri V accusa di violata maC’- sta. Da questo io credo avvenisse che la sentenza da Grazio già senza scandalo intesa, esservi tale intrinseca moralità nelle azioni da strina- s;er gli uomini ancora neganti Iddio, fu con tanf ira ascoltata da Fuffendorfio . erano in vero con i costumi alquanto pur le opinioni appiacevolite, quando Steliini illustrava V Dùca ; non però a segno O^TÌTB ^ %Th ItCL—^ Ha, sicurtà piena di ragionare . jV’ è chiara prova egli stesso, Imperocché nè gli valse la circospetta maniera di presentare un tal Saggio ; nè gli giovò presentarlo al Pubblico dopo di averne deliberato con uomini di timorosa pietà; nè fu schermo in fine un curai ter e di religione austerissima. Villane e perfide accuse di SpinonUmo e Obbesismo V ojfeser vwo, nè rispar- miaronlo morto. Che se non giunsero ad intristirlo fu che il suo vivere sì poco ambiva il romor del mondo, che non turbava le pratiche dei zelatori del cielo ^ ed ebbe sempre cuor saldo come la sua virtù* Fu però stretto ad usare di apologie con amici postisi a lite per lui. Così quesf Opera ^ tale da spingere oltre ogni credere alla civil perfezione governi e popoli e per la propjria sua luce ^ e per maggiore ^ che avrebbe dovuto accenderne y fu pe^ suoi pregi medesimi e di argomento e di lingua,^ generalmente dimenticata. Quanto sia poco il favore, che aspettar possa dà* dotti conoscitori delle due lingue il mìo volgarizzamento ^ da niuno certo minore accoglienza attende y Amico Venera* tissimo, che da Foi. Perciocché guanto sia grande la bontà vostra in accogliere le cose mie per la benevolenza di cui solete onorarmi^ pur è mestieri ^ che avendo viva nelV animo la maniera onde fu reso italiano questo latino esemplare dal vostro illustre Fratello j, Voi vi dogliate di tanta disparità ^ quanta è forza che tra noi due s^ in^ terponga. Io certamente nulla intermisi f pìerchò perdendosi nella mia copia le grazie ^ che rendon vago V originale ) serbasse almeno non alterato lo spirito de^ concetti. Quindi curaV ho sempre di non ampliarne o restringerne l’espressioni 3 fuori di casi rarissimi j in cui la giunta di qualche voce esigevasi dalla chiarezza, senza la quale è di peso la fedeltà. E ciò con tal diligenza che avendo io preso a recare in versi s quando noTè ]xj fossB ancof fatto od a me dato non fosse di prevalermene quanto S. de’latini poeti adduce, ho jìreferito esprimerlo co- m"* ei presentalo, ove altrimenti pa* resse nuocere alVargomento. Perciò, studiandomi a volgere altre sentenze in modo più consenziente agli originali che alle versioni recatene, volli seguirlo nel presentare unita la diceria di Prometeo, la quale in Lschilo viene interrotta dal Coro, sostituendo pwrciò una poco /e* dele e languida traduzione alV ottima di Giacomelli, ed alla egualmente chiara di Cesarotti. Mi venne poi tal proposito dall* impegno, che da qualch*anno mi stringe, di provvedere alla istruzione civile di florida gioventù . Imperocché avvisando quanto da meno fossero al carico le mie forze, mi sono sempre studiato di soddisfarvi con ajutarla di que* Maestri, cui seguitando an- Isij drehhe sicuramente a bene^ simile a chi colendo, ma non avendo onde spegnere V altrui sete, si affretta almeno a mostrare sof'genti pure e ahbondevoli per ogni brama Primo a trascegliersi non poteva sicura^ mente non essere da ine Stellini^ e perchè sommo in tal genere d^ istituzioni j e perchè nostro di patria potendo i nostri destare in noi maggior fiamma di emulazione ^ per esser massimi nella dottrina affidatami a senno ancora degli esteri^ e per offrirci uni^ immagine della primiera virtù . Se dunque lai fu Vimpegno che a ciò mi trasse^ V oi non dovete maravigliarvi j se in questo ragionamento io presi a discorrer cose j che mi sarebbe stato assai meglio da Voi conoscere come 50720 j che palesarvi quali io presumo doversi congetturare che sieno . E necessario ^ mostrando un fine alla gioventù^ metterle innan- 1 » * « XJ]j zi le cause ^ le quali o spensero o indebolirono i mezzi da conse-^ guirlo ; nè tali cause possono meglio indicarsi quanto swlgendo il carattere delle incende, che precedettero o accompagnarono il cambiamento delle opinioni . Di questa forma o si pongono veramente, lo che non penso aver fatto ^ o 5 ? cimentano migliori ingegni a proporle f come io pretesi di fare . Mao Vuno o V altro che facciasi ne siegue sempre tal frutto a giovani j che non più dubbio rimane il fine ove intendere. Vorrete dunque permettermi j che mentre in segno della mia stima altissima io P’ offro cosa ) che appartenendo ad Uomo per tanti titoli caro a voi non può non essere a voi carissima ^ mi valga pur della stessa autorità vostra per infiammare la gio^ pentii ad apprezzarla . Io certamente non dubito ^ op ella sia me- Ixiv ditata 3 che basti sola ad amrnae* sfrarla a che ne meni il disprezzo de* nostri patrii idiomi: Vuno de* quali} come nativo ancora ^ può darci proprio carattere ; V altro ^ siccome frutto della romana gran-^ dezza ^ può dare a tale carattere parte d*antica maestà. Ma soprattutto le mostrerà^ che la stima pressi ata a massimi ingegni per cono^ scenza di merito, quanto è di loro, più degna, tanto più frutta alla patria di utilità. SI avranno allora come que* Genj benefici che, venerandosi pel carattere delle azioni, a belle azioni infiammavano, diversi affitto da quelli che si godevano una diylnifà usurpata nella opinion-e del volgo senza neppure ì mpegnare i sensi con qualche dolce prestigio a patrocinarla . SAGGIO SOPRA L’ORIGINE ED IL PROGRESSO DE’COSTUMI. E DELLE OPINIONI A’ MEDESIMI PERTINENTI. Quantunque le istituzioni e le ordinanze de’ popoli sovente aliene dalla onestà 5 e le discordi fra loro opinioni e massime de’ filosofi estenuare la forza di quelle leggi non possano, cui la natura ammaestrane dover sol reggere in vita ed in società umana generazione; pure un cotal miscuglio di costumanze e di regole in tante tenebre avviluppò la ragione, di tanto sozze lordure il vivere contaminò, che malamente potrebbesi restituir la nativa sua luce a quella, ravvivar questo alla pristina semplicità. Laonde perchè non troppo ^lle sentenze degli uomini e agli usi delle nazioni concedasi da coloro, a’ quali, per istimare e magnificare alcuna cosa per retta, basta il vederla in riverenza e in pratica fra gli antichi, o sostenuta ancora dai credito di Scrittore fattosi commendevole per opinion di sapienza ; e perchè pure gli scioperati semplici non sieno illusi da quelli, che quali disperatissimi cittadini possono solo nello scompiglio e nel guasto della repubblica la potestà procacciarsi d’impunemente osar tutto; venni in proposito di nuovamente ritrai* la cosa dal primo suo nascirnent®, ed i suoi gradi e quasi procedimenti ordinatamente raccogliere. Imperocché, ristrettane in brevi linee la immagine, agevolmente ciasCLino comprenderà, da quali fonti sgorgassero ed opinioni e costumi di tante forme ; come, al frequente scoppiare di nuove usanze 5 le antiche o dissipate ne andassero, o sì ne fossero modificate, che fune all’altre annestandosi, benché dissimili di qualità, pure insieme prosperamente fiorissero ; donde avvenisse in fine, che trascorrendo tali costumi ampie terre, non solamente allignassero tra fiorentissime genti, ma v’impetrassero ancor l’onore de’ simulacri e de’ templi, sino a parere non trapelativi furtivamente, ma di consiglio invitativi, nella città ricevuti con l’approvazion degl’iddìi e degli uomini, e felicissimamente co’ sacri riti medesimi incorporati. Perchè ciò possa più chiaramente conoscersi, dee primamente avver tirsi con quale ordine secondo il vario spiegarsi delle facoltà umane 5 datasi loro gradatam.ente occasione, si sviluppasser gli aifet- ti, ed opinioni conformi a" distrigatisi affetti sopranna scessero ; di poi con quale tenore e modo, ampliatasi appoco appoco la vigoria dell’ingegno, si usasse esporre ed insinuare tali opinioni agli altri; e da qua’ capi diversamente si deducessero, secondochè ciaschedun potè con la osservazione assidua esplorar le leggi, che tutta reggono la natura, o indovinarle o fìngerle ardi secondo quella dot-* trina, che più gli fosse autorevole e familiare . Imperocché o le necessità della vita, o un animo insofferente di posa, o l’alterazione di quello stato, ove a ciascuno è aggradevole di rimanersi, quelle facoltà spingon fuori, che sieno a rompere più disposte, e più ne 5 apprestino insieme di utilità. Le sviluppate facoltà poi spiegano e svolgono cupidità a sè adatte e corrispondenti . Poiché ciascuno ordinariamente tanto desidera ed. osa, quanto per vizio ingenito delPuman cuore stimasi valido a prendere e a conseguire. Appena poi che prorompono gli appe- ^-iti 5 checché pur loro s’acconcia pongono in conto di beni, e tutto debito estimansi di pien diritto. Avvegnaché ciascuno perversamen- te reputi, essergli stato dalla natura ed assegnato e concesso quanto gli sia pur data dalla natura medesima facoltà di acquistare. IVTa perciocché quelle cose, alle quali può dietro spingersi un appetito ardente di tutte brame 5 né senza contraddizione altrui procacciare 5 né conservar procacciate senza fatica si possono, quindi a. pensarsi occorsero alcune regole le quali o corroborassero, ed a buon fine gli stimoli dell’appetito indri..assero, o con prudente avviso in certi e giusti confini i contenessero. Conciossiachè le regole allora principalmente convengono, quando le cose non d^ un tenore procedono, ma soglion essere disturbate dalle altrui brame sopravvegnenti, o veramente impedite dalle discordi fra loro^ inclinazioni degli uomini . Cotali le— gole poi, siccome furono varie per la natura de’ tempi e la qualità delle spiegate affezioni, cosi vesti- ronsi ad ora ad ora di varie forme e da più fonti s’ attinsero, secondo la cognizione molti pi ice delle cose, per cui l’energia dell’ animo e dell’ingegno più largamente si dilatava. Perchè però IMntel- letto massimamente di ciò si piace, che sia talmente continuato e disposto, che benché unito di molte cose e tra sè dissimili, pure si possa in una stessa ragione e forma come una sola comprendere ; quindi 5 qualunque ohbietto gli sia proposto ad investigarsi jed a svolgersi 5 lo paragona con quello, eh’ ei penetrò più adentro e con più cura studiò, esplorane le somiglianze, e l’uno adatta con Tai- tro e lega. Ora la conoscenza nostra, nata di quelle cose, che ognuno sente in sè stesso occorrere o da’ suoi simili avvisa farsi, a quelle prima inoltrò ^ che il più negli altri animali avvengonsi, e per le mosse e qualità varie, per cui lo stato di quelle mutasi tratto tratto, più vivamente coramuo- von gli occhi e gli spiriti ad osservarle ; cresciuta poi di vigore tutta spiò la natura; allora dalla materia appoco appoco staccandosi, svolte le convenienze delle grandezze e de’ numeri ed applicatele alF armonia moti ur-» tanti le orecchie e aggirantisi in»* nanzì agli occhi, scioltasi affatto da® sensi spiccossi a ciò finalmente, che veramente è, e che di natura sua ogni composto ahhor- l’e 5 e in esso lui s’arrestò. Con progressione eguale gradatamente si trassero le iustruzioni per governar la vita da’ fatti stessi degli nomini, dalle leggi della na^ tura spiegate negli animali e negli esseri inanimati j dair astronomia musica aritmetica geometria metafisica j Sendone a guida i sensi la fantasia T intelletto, e loro procuratrici le immagini delle cose 0 vere o fantasticate. Da tal descrizione che intraprendiamo, benché a misura dell^ argomento lievemente adombrata, rilucerà lo svolgersi delle facoltà umane ; la nascita ed i progressi delle opinioni e degli appetiti. / che il più convengano con alcuna facoltà svoltasi divisamente dall’ altre ; la causa in fine perchè i costumi, 1 quali dalle opinioni e dagli appetiti si propagarono, gli uni degli altri sìeno più antichi e durevoli. Imperocché siccome spiegasi e vige il senso mentrechè anneghittisce quasi assonnata in carcere la ragione, e sono i sensi più pronti ed alacri a muoversi che r intelletto ; così più ratto si schiudono, e più altamente s’imprimono que’costumi, che più dal corpo s’informano che dall’ animo. Ma la ragione o non può fiorire nel tempo dato dalla natura, quasi germoglio in terreno ingombro d’erbe selvagge e maligne, o perchè suole corrompersi, quasi inzuppata di quell’ umore cadutole esteriormente vicino di cui si pascono i sensi ; o benché invigorisca, e splenda libera e pura d’ogn’infezione corporea, pure è mestieri che ad arte appannisi e velisi affinchè agli occhi del vulgo non sia di noja, nè rigettata dal corso delle ordinarie abitudini . Conciossiachè qualunqu’ uomo, valendo assai di ragione, voglia che tutto a norma della ragione adempiasi, nè si conceda punto a’ costumi signoreggianti, se costui rechisi di società in solitudine, e distaccatosi dagli affari s’addica tutto agli studj della sapienza, abbandonato dagli altri uomini sarà sapiente soltanto a sè ; ove operoso mischiisi tra la turba, ributterà per odiosa ritrosia tutti gli altri; se di favore prevalga e d’autorità, susciterà tempeste importune. Laonde per pravità dicata nella natura avvenne, che la ragione potesse apporre a’costumi faccia e color di onestà, non però loro infondere dell’ onestà la sostanza e quasi il sangue incorrotto ; e che allor pure che la virtù pregiavasi 5 e aveva agli uomini intelligenti spiegata tutta la sua potenza ed il suo splendore, fossero annoverati fra gli ottimi quelli, che larve ostentassero di virtù, più lontani da’ vizj popolareschi, che di verace e reai virtù possessori. Nè quegli eroi, dice Tullio *, Marco Catone, e Cajo Lelio, i quali si reputarono e nomi naron sapienti, sapienti furonoj neppur que^ sette; ma di sapienti, pel frequentar de’ mezzani ufRzj, certa sembianza ed immagine sostenevano . * Cicerone degli offi&j l^’ 3- cap, 4’ Con quale ordine si sviluppassero Le facoltà degli uomini ^ ed appetiti ne uscissero loro connaturali. I." u io che osserviamo accadere singolarmente agii uomini nel breve tratto di vita a ciascheduno segnato dalla natura, deesi pur dire avvenisse in più largo giro di età alle nazioni medesime. Avvegnaché, per valermi delle parole di Tullio 5 come ha ciascuno in principio tale confusa ed incerta costituzione, che mira solo a curar sé stesso, ma non intende nè ciocch'e’ siasi, nè ciocch’ e’possa, nè finalmente che la sua stessa natura sia ; quindi avanzatosi al- ^ Cicerone de’ Fini Uh, 5. cap. g. guanto, e fattosi ad avvertire sino a qual segno ciascuna cosa lo scuota e attengagli, comincia allora insensibilmente a spandersi, ed a conoscere sè medesimo, ed a comprendere donde in lui muova quel vivo ardore di posseder quanto sente alla natura acconciargli- si : cosi pur anco 1 Muterò vulgo, di cui dapprima formaronsi le nazioni 5 soleva reggere e governar tutto il vivere con quella prima oscura ed incerta raccomandazione 5 che ne vien fatta dalla natura di noi medesimi, e con quel primo animale istinto, il quale anela soltanto a procacciarne salvezza ed integrità ; coll’ inoltrar poi de’ tempi appoco appoco, o tardamente più tosto, prese a discernere quale pur fosse il vigore della natura e delle parti individuali, ed a sentire che fosse alfine una mente partecipe della ragione, ed a spronarsi all’acquisto di quegli oggetti^ cui ciascheduno è pur nato. INel quale discorrimento molte incontrandosi quasi pause e molte sinuosità, sogliono gli uomini da varie dimore essere 5 chi qua ohi là, trattenuti, e da varj declinamenti, qual più qual meno, isviati. Imperocché, siccome avverte Plotino *, usando noi prima i sensi che V intelletto, e necessariamente applicando Tanirno a quanto vellica il senso, per questo alcuni si restano a sensuali argomenti, e reputando* le prime ed ultime ad agognarsi ripongono ogni sapienza nelP abbondar parziale di quelle cose, che al corpo destan piacevoli sensazioni ; non altrimenti costituiti, che quali i più corpulenti uccelli, che soperchiati dal grave ca- * Plotino Ennead, 5 . h 9 . rico di terra tolto non posson alto elevarsi, benché di penne guer- niti dalla natura. Ma certi, cui dal piacere spinge all’ onesto ed al bello un più gagliardo vigor di spirito, levansi alquanto in vero da queste cose inferiori, ma non potendo affisarsi in alto per non aver dove affiggersi, col nome stesso della virtù ricadono ad occuparsi ed a pascersi di quegli oggetti, da cui sforzavansi in prima di sublimarsi. La terza, maniera in fine è di uomini, che provveduti di più robusto ed acuto ingegno, possono sostenere la viva luce del cielo, e sollevatisi di gran tratto sopra le nebbie delle ter- fene caducità, quai cittadini restituiti da lunghi pellegrinaggi alla patria, godonsi la regione ov’ abita la verità, e eh’è la sede nativa degl’intelletti . Tra cosiffatti gradi, ne’ quali o l’animo interamente al corpo, o il corpo all’ animo serve, o l’uno e 1 ^ 1 " tro con bell’ accordo fra sè le veci del comandare e del servire com- partonsì, altri assai gradi frap- pongoiisi, i quali 5 secondochè sie- no schiuse le facoltà del corpo e dell’animo, e tutte pronte le cose attevoli a metterle in esercizio, tra loro in varie maniere insieme e pressoché inestricabili s’inviluppano . E in quella età, in cui la energia dell’animo quasi era stupida per torpore, nè presenta va n- si a’ sensi che pochi obbietti, da cui riscosse le incarcerate e sepolte voglie si alimentassero, ogni appetito shramavasi con parco e rigido vitto e con que’ piace-ri, cui la natura stessa, non irritata oltre il debito da niun’ estranea libidine, dimandava, per ampliar di forze ed accorrere alla perpetuità dell’ umaiia generazione. Rozzi palati di rozzi cibi appa- gavansi ; nè prevenivano la natura per obbedire a piaceri ingordi, nè l’aggravavano di soverchio per satollar piaceri insaziabili. Lie produzioni spontanee si reputavano sufficientissime ad ogni necessità della vita j perche non era ordinata ancora nè manifesta la maestria dell’ agricoltura e dell' altre arti, le cjuali, meii- trechè aumentano la varietà ed insegnano le utilità delle cose soggette a’ sensi, e in certo modo si fan la stessa natura schiava sforzandola a conformarsi obbediente a’ bisogni umani ^ aizzano intanto e irritano gli appetiti, e avvivano la lussuria 5 eh’è vivo sprone a sè stessa e coll’ ingegno francheggia i vizj, siccome fu con la favola di Prometeo e Pandora egregiamente significato. Iniperoc- 2i eh’è Prometeo la immagine di coloro, i quali con l’invenzione dell’arti sembrano avere ottimamente giovato l’umanità. Pandora poi simboleggia P arti medesime e gli appetiti, cui Parti quasi con porger loro esca moltiplice e varia accesero, e soprapposer tiranni alP umana stirpe 5 insinallo- ra ignorante affatto di tutte malvagità, Poiché in tal guisa Prometeo confitto al Caucaso gloriosamente millantasi appresso Eschi- lo : * Io trassi il fuoco dalle sfere, io 1 diedi Di tutt’ arti maestro all’ uomo in dono. Sasso stupido egli era ; io gl’ ispirai Vita, e gl’ infusi intelligenza. Invano Erravan gli occhi per le cose; invano EscMlo Prometeo legato. I>ì (juesta mia versione de’ tratti d'Eschilo ristretti e recati in prosa latina dallo Steliini, veggasi la mia Lettera proemiale al chiarissimo StraticQ., A’ suoni lor s’apHan le orecchie : muta Era natura, perchè sorda e cieca Degli uomini la mente, e quale ì sogni Confusamente immagini mescea D’ogni sembianza; e lunga età tal sogno Fu la vita mortale. Alzar di pietre Non sapeasi una casa ; era all’ uom casa Grotta incognita al sole, e avea l’Istinto Della vita il governo. I nascimenti De’pianeti e i tramonti io gli mostrai; L’ arte scoprii de’ numeri, dell’ arti Luminosa rema, ed II vocale Delle lettere accordo, e la memoria Operatrice d’ogni cosa. Io primo Strinsi al giogo le fiere, e le addestrai A sottentrar ne’ gravi incarchi all’ uomo. Io primo al cocchio sottoposi, e dolce Resi il freno a’ cavalli, orgoglio e pompa Dello splendido lusso. Altri non seppe Spronar, che me, de’ marina] gli alati Veicoli a lottar con l’onde e i venti. Chi ’l rame e ’l ferro, e chi l'argento e l’oro, Della vita conforti, estrar dal seno Della terra s’ardì, pria eh' i’ le cieche Viscere ne cercassi ? Io sono, io padre D’ogui arte all’ uom, che il viver suo fa belìo. ao Esiodo ^ poi, per espor vive agli occhi le conseguenze di cosiffatte invenzioni^ formò tal Donna ^ nella qual fossero unite insieme di tutte Tarti le qualità e gli ornamenti. Poiché Minerva nel lanifìcio l ammaestrò ; le sparse Venere al capo di leggiadria ; le Grazie e Suade- la il corpo d’aurei monili fascia- ronìe; le bionde ore la coronaron di fiori di primavera ; Mercurio aggi unse le in fìne impudente animo, tratti insidiosi, e parola. Il qual presente appena che fatto agli uomini fu dagli uomini ricevuto^ mentre se ne deliziano, riman- gon presi da tristi affetti e da cure divoratrici, dovechè prima traevan vita scevera di fatiche ^ d'affanni:, e d’infermità apportatrici della vecchiezza . Poiché la Donna, dischiuso il vaso recato I Esiodo I laoorì e le giornate Uh* 2 . ax in mano, ver^onne fuora tra gli nomini ogni maniera di voglie, e cotal piena infinita di tutti i mali, che terre e mari per ogni dove occnpai'ono, senza offrir loro speranza di liberarsene ; la quale speranza, essendo già per volarsene via del vaso, postovi sopra il coperchio fuvvi respinta dentro, e sola dentro restò. Tale stagione, come d’industria così sfornita d’ogni strumento di voluttà, au rea fu detta e mirabilmente no- hilitata da quelli, a’quali o vennero a noja le umane cose, o cui ^ da sè la fortuna, che a’diligenti [; e operosi prodigamente donasi, f- come infingardi e torpidi ributtò. ^ Viveano tutti nella maggiore egua- ^ glianza ; perchè mancava occasio- ^ ne d’usare ingegno e fatica, onde jr l’un l’altro avanzasse. Si dice y che la giustizia albergasse in ter- ^ ra, perocché in tanta tenuità di T 2 ^ 3, cose e sonnolenza d’affetti non V* era luogo ad ingiuria. Vita sicura e libera si godevano; perchè non eravi incitamento a voglie e gare inimiche, nè a fomentarle e irmasprirle argomento si presentava. Parca soavissimo quanto a ventura V inculto suolo e selvaggio offriva ; perchè neppure potevasi conìetturare quali soavità di frutta si ritraessero da un terreno messo a travaglio e in appresto per generare. Si dilettavano finalmente di beni tali, quali e la inerzia e la infìnga rdezza, non eccitata da niun' ardenza interiore, nè da veruna impulsione estranea 5 poteva porgere in tenuissime cose, apparecchiate dalla ignoranza di più eccellenti ; di beni in somma, quali da Pindaro s’ at^  Pindaro Pition. io . Lo StelUni riferisce questi versi di Pindaro secondo la versione tribuiscono alienazioni iperboree: Cinta di lauro almofrondoso esulta A lieti deschi banchettando : sacra Stirpe beata ! in lei morso non puote Di letal malattia ; vecchiezza in lei Fior di vita non strugge. Affanni e doglia Son con la guerra e la fatica in bando. Nè teme il cor, puro di colpe, il rio Flagello della Dea delle vendette. Ma prestamente cotale ignavia fu scossa, e via rapitane quella felicità, che più nella mancanza de’ mali, che nel possesso de’ beni si comprendeva . Imperocché con asprissimo e frugalissimo vitto s’ingenerava nel corpo fermezza e lena infinita; e il cuore, non addolcito per ninna cultura ed arte, irrequieto ed indomito ribolliva . Avvegnaché di rozza fruga- fattane in metro Oraziano dal celebre Sudo“ fio. lo nel recarli in Ttaliano ho avuto cura di conformarmi più. alT originale, che alla traduzione recatane dallo Stellinì * a4 lità son compagne sanità vegeta ^ e smisurata audacissima gagliar- dia. Per lo che reputa Luciano * 5 doversi il vivej'e di alcuni popoli, tratto air estrema vecchiezza 5 attribuire all’ uso di un vitto sobrio ed agreste ; e Dicearco appresso Porfirio ^ dice, non darsi miglior consiglio, nè ad incorrotta e durevole sanità più conforme, quanto il rimuovere le ridondanze dal corpo. Imperocché il soperchio rompe le forze, o dal salutare impegno di tener viva la vita e fioiida in ogni membro svagale a logorarsi per alleviarla e purgarla d’ogni malignità. A membra poi di gran nerbo una brutale ferocità s'accoppia, se la coltura non ammansisca Panimo,6 non comprima il rigoglio soprab- I Luciano ?ìe* Macrobj. 3 Forfirio Ub. 4- astinenza. fondante d’iina scoppiante energia. In quella maniera certo, siccome avvertesi da Platone ’, che un cuore disanimato dalla vergogna e dair onta, e privo di risoluzione e d’audacia, appoco appoco si fa più vile, e tutto alfine, quasi rappreso da una tal quale stupidità, intorpidisce; così per l’opposto un animo commosso e vivido, se con acconcio temperamento non sia represso ed a giustizia ridotto dalla onestà, primieramente, quasi robusto in radice, e di vigore e di spiriti lussureggia, poi finalmente rompesi tutto in insania. Laonde appunto dannò Aristotile le istituzioni spartane, perchè indurati oltre il debito alle fatiche calle asprezze gli uomini inferocivano. ^ 4.® L’ animo dunque, pieno di * Platone della PepaUblica, * Aristotile de' Got^erni lib, 8. capi 4* fiere e d'orrende for^e, e pronto ad ire precipitose e implacabili s'avventò prima con tutto l'impeto Contro alle bestie feroci, da cui potesse temersi oltraggio alla vita, o cibo trarsene e vestimento; poi contr'agli uomini stessi si scatenò, ove pure incontrasse ostacolo il ventre inquieto e la importuna libidine, ch'avea già preso a sforzare i limiti apposti dalla natura. Per la qual cosa, venendo spesso afferrata e data oc- casion di risse rapine e stragi, fa da tal uso ogni senso di umanità sopraffatto; nè conoscendosi cosa di maggior pregio nell’ uomo quanto la vigoria del corpo messa in furore da non so quale veemenza d’animo, si cominciò a reputar© sovrana cosa, e degna d’ uomo da numi nato e destinato ad essere egli medesimo un dio, qualunque azione ripiena di bestialissi- nia atrocità. Imperocché se talamo, come riflette Polibio % incontri a caso contrasto all’ efFre- nata libidine, non avvi cosa nefanda e barbara ch^ egli non sia per commettei’e 5 e a vanto recasi ed a virtù lo sbaragliato ardimento. Ma come da guel rancore, che nasce e sopravviene nell’ animo di chi respinge e di chi muove l’ingiuria, vieppiù l’audacia innasprivasi ed il furore infiam- mavasi di coloro, a’quali in nervose membra feroce indole a idea; così gli spiriti più mansueti e deboli s’infervoravano a svolgere e palesare V idea del giusto e del buono, solo rifugio degl’impotenti ; e chi prestasse conforto ne’ casi miseri, oppure astrettovi lo ricusasse, porse con l’utile procurato o con l’apprestato danno * Polibio Istoria Ub. j. occasione, che sì traesse da’nascondigli deir ànimo e a piena luce venisse il valore dell’ onestà, la quale è principio e fine della giustizia, e si fondasse un concetto di convenienza e turpezza, come Polibio osservò. Ma impadronitasi d’ogni cosa tenne la forza il mondo con aspra dominazione, gran tratto innanzi che la equità potesse trovare asilo fra gli uomini ; e la ferocia esercitò Inngamente signoria barbara, prima che s’accordasse imperio giusto e legittimo alla ragione, Conciossiachè richiedendo questa animo dolce e tranquillo, perchè sì possa distintamente e ordinatamente spiegare un senso comune di umanità; quella per lo contrario piacendosi d’allignare in selvaggio fiero alterato I Polibio Istoria Uè. 6, spirito, gli uomini robustissimi, resi più baldi dalle frequenti risse e,da’fatti prosperamente operati, ^lon si poteano reprimere dal macchinar novità per arricchirsi di i>uove spoglie, e scapriccire il talento, cui maggior fiamma agitava, che mai potesse per brama di alcun riposo acquetarsi. La quale o avidità di preda, o frenesia di cuore efferato, non avendo per lo più spazio abbastanza vasto da insolentire tra’suoi, contro l’altrui sì scagliava. Onde ogni cosa fu guasto di ruberie, ad ora ad ora cambiaronsi le abitazioni, nè più soggiorno fisso ad alcuno restò. Imperocché se taluno si ricovras- se in luogo, che desse pure negli occhi per ubertà di frutti o per altra comodità, o ch’egli andavane a sacco per rovinoso scarico d’assassini, o espulso di sua dimora veniv’ astretto a cercar mendico alla raminga vita altro cielo . Nè quella forza 5 la quale con cieco impeto prorompeva ovunque la veemenza e l’ardore della passione la trasportasse, era a delitto e ad infamia ; rna, come già da’poeti antichi inferi Tucidide % anche ad onore si attribuiva . Perciocché fanno tali poeti interrogar quelli, che innanzi e indietro corseggiano la marina, da quelli a’ cui lidi approdano, se sien ladroni colà venuti a predare . E nè coloro, che son di ciò dimandati, il niegano qual opra indegna; nè que’, cui preme di saper ciò j come di cosa obbrobriosa ne li riprendono. Per lo che, dice a Telemaco Nestore e a’ suoi compagni % * Tucidide Istòria Uh. i. 2 Omero Odissea Uh, 3. secondo la versione elegantissima recentemente datane dal chiar* Soave . 3i .Onde le acquose vie Gite scorrendo ? per alcuno affare ? O alla ventura, quai corsali erranti, Che espongon Talma e recan danno altrui? Chè veramente un* indole impetuosa ed indomita non crede operar cosa più grande, nè quindi reputa darsi cosa più degna di cuor sublime e magnanimo, quanto fornire imprese piene di stento fatica e rischio ; e se la impresa difficile arrechi ancora splendide utilità, coloro, a’quali nella energia de nervi sta la ragion d’ogni cosa, non credon già d'oltraggiare chi a torto assaltano, ma d’essern’ anzi oltraggiati, seppure ardiscasi di resistere e contrariare al più forte. Per il qual vizio dell* unian cuore, agitato da un turbolento fervor di sangue, avvenne che si apponesse alla violenza carattere di ragion somma,6 dal potere si 3 a misurasse iu ciascuno ^ il giusto ? nè alcun dovesse spogliar»! ^ tro, che quanto forza e necessita ne rapisse. E questa legge nata dalla barbarie, avendo insensibilmente preso carattere di grandezza e d/autorità, si propagò dalla prima salvatichezza per sino al tempo, che la ragione pareva con giuste leggi signoreggiasse ; e mansuefatta la crudeltà sinallora da lei mostrata, valendo l’animo appena ad altro che a rendei gli ■uomini più perniciosi tra loro delle medesime fiere, conservò pur questa legge la gagliardezza e la forza, la quale non come prima traeasi ad atto per voglie tumultuarie, ma con la utilità governa vasi prudentemente avvisata, e solca stringersi o rallargarsi secocidochè pa- rean chiedere le cose e i tempi, a cui doveasi adattare, Per la qual cosa gli Ambasciadori Ateniesi nell’ Assemblea Spartana asserirono francamente, esser di naturale ragione eterna prescritto, che serva il debole al forte, nè stato uomo giammai, eh’ ove abbondasse di forze e d’armi per eejuità si frenasse dal crescere signoria ; e se taluno conducasi più doverosa e modestamente, che dell’ imperio la vastità non comporti, muoverlo solo necessità di temprarsi all’ ingegno umano, e di tener più sicuro gli altrui voleri obbedienti *. Ma tale moderazione 5 messa nel cuore da un senno prudentemente inteso all’ utilità, non conosceasi a que’tempi, ne’ quali tutto a furore si governava . Ond’ è 5 che agli animi imbestialiti dalla barbarie e di ferocia esultanti, per non andare sbranati vivi o dilaniati morti dagli * Tucidide Istòria lib, i. 3 avoltoj e da’ cani, indarno i miseri la pietà della religione, indarno della comune umanità la forza i tribolati opponevano . Folle, il Ciclope, Folle ben sei, rispose, o di ben lunge A me ne vieni tu, che a me proponi Di riverire e paventar gli Dei . Conto di Giove o degli Dei non fanno Punto i Ciclopi assai dì lor più forti. Nè per tema di Giove a’ tuoi compagni O a te Eia cbe perdoni, ov’ io noi voglia. E Achille ad E-ttore, che nelle strette di morte lo scongiurava a non frodargli il cadavere di sepoltura, intima averlo già destinato pasto alle fiere, e la viltà maledice dei suo dolore, che a membro a membro noi stracci, e gli stracciati marciosi brani non si divori *. 1 Omero Odissea Uh. g. secondo la detta versione, 2 Omero jUade Uh. aa, 6 .® Laonde traendo i deboli assai meschino conlbrto dalla giustizia, tanto per guarentirsi, quanto per togliersi dalle ingiurie, cui bestialmente gl’ impetuosi spiriti si scatenavano, saltò fuori scossa dalle sciagure tal forza ingenita 5 onde schernire le violenze de^ cuori privi di umanità . Perciocché l’animo per ogni parte compresso sprigionò tale destrezza e sagacità, che affinandosi come il poteva in que’tempi, in cui tant’era l’ingegno umano imbecille e rozzo quanto addestrato e indurato il corpo, immaginò stratagemmi, sortite, astuzie, ripari; cosicché quelli, che non potevano di robustezza agguagliarsi, con una certa callidità respingessero od allentassero ogni nemica irruzione. La qual furberia veramente, sendo ''argomento di un cuore non animoso ad esporsi palesemente e timido di sè medesimo, era odiosissima a quelli che solo al vanto anelavano di robustezza invitta, nè ad altro inteso avean ranimo, che a non mostrare poca di sè fidanza, nulla curanza d altrui. 11 perchè queirAjace, che appresso Omero ^ protestasi non temer niuno, nel Filottete di Sofocle rabbuffa Ulisse, che suggeriva a sottrar con fraudo quell' armi, che non poteansi rapire a forza j perche ciò fosse a buon no™ mo vituperevole. Chè buoni allora appellavansi que’che di forze e dispiriti soprastassero. Avendo poi, tralignato alquanto da sè, consentito alla scaltra volpe, riprende tosto il natio carattere, e si ricusa all! impresa per non cessare, mentre di saggio briga celebrità, d'esser buono. Poiché sic- t Omero Iliade Ub^ ^ come diceasi buono chi a niun pericolo impallidisse; cosi di saggio ebbe nome chi astutamente tramasse inganni aU’occasione opportuni . Onde Minerva, eh’ è quasi il simbolo della sapienza, sè con Ulisse paragonando gli dice * .Entrambi al pari Siam nelle frodi esperti: ogni mortale Tu nel consiglio e ne’ raggiri avanzi ; Io per senno ed astuzie ho il primo vanto Su tutti i Numi. 7.° Quantunque però la forza sdegnasse in prima d’accompagnarsi all’astuzia 5 l’ utilità nondimeno di mano in mano pacihcolle, e spesso insieme le collegò. Onde l’astuzia fu assunta anch’essa al governo de’ fatti umani, e reputandosi per lo innanzi vituperoso checché la forza non operasse Omero Odìssm Hi. i3. secondo la delta versione. prese ad aversi anche in onore ringegno; perchè sebbene rompa gli stimoli e afFreni Timpeto del vigore, spiana ciò non ostante ed assicura la strada alte difficili imprese . Che anzi venendo spesso costretto V animo dalla necessità a rivolgersi per ogni lato 5 e le facoltà sue messe in campo espressamente mostrando 5 esser meschina 5 come dice Euripide, la robustezza umana,ove affrontisi con doppia e cupa sagacità, la qual doma quanto mai l’aria la terra e il mare alimentano ; quindi te- neasi per uom compiuto e perfetto chi fosse insieme di mani armigero e poderoso d’ingegno ^ . Sebbene poi l’astutezza contribuisse assaissimo ad ispedir grandi imprese, pregiavasi tuttavia più di 1 Euripide appresso Plutarco della sagacità degli Animali t 2 Omero Odissea Itb, i6. necessità che per nativa eccellenza y ed ove non affettasse temerità era per sè medesima di vituperio e di scherno. Per la qual cosa 5 dopo che la violenza per astutezza degli uomini si fece industria, chi non avesse principalmente sortito dalla natura una statura Orionèa non defraudavasi della debita estimazione 5 se gran vigore a maggior cuore accoppiando si procacciasse dalla sagacita quegli ajuti, che gli negavano i polsi e i nervi, e mentrechè, come si esprime Pindaro % simigliava nell’ ardimento il lione ferocemente rugghiante nella fatica, contraffacesse con la scaltrezza la volpe, la qual pontata la schiena scompiglia e rompe la violenza dell’ aquila. Ma spezialmente a quelli 5 che soprastando per digni- T Pindaro htmA Ode 4* 4 o tà fiorissero di potenza, a maggior onta ascrivevasi usare speziosa fraude ^ che aperta forza ; sendo- chè questa si reputasse intentarsi, come non nega Brasida presso Tucidide * ^ per il diritto di quel potere, che ne donò la fortuna ; quella procedere dalle trame d’ingiusto proponimento : quasi equità pur fosse tollerar quanto l’altrui libidine sostenuta da pari forza ne scarica, e sì dall’esterne forze compiasi la potenza ^ che nulla possa un variato e pronto intelletto aggiugi>erle. Ma queir astuzia, che braveggiava armata sinché le forze vegete per età soperchiavano, fatta più mansueta nello sfiorire degli anni degenerava in quella sa- gacità, eh’ è prudenza, ed ha temperato ingegno, e prende forza e I * Tucidide Js$oria lib, carattere dalla ragione. Perciocché avendo preso a calmarsi Pani- mo, che per T innanzi qua e là furioso agitavasi, e pel mancare degli appetiti, che con il sangue e la vita si raffreddavano, essendo messo in balia, di stringere nel suo pensiero più cose, paragonando insieme i turbolenti moti delle ostilità e delle risse con quel benigno e tranquillo vivere, di cui la età declinante muoveva alcun desiderio, poteva intendere di leggieri, queir ira essere commendabile, che ne apprestasse pace sicura ed onesta ; quell’ ira poi, che discordie battaglie stragi sovvertimenti perpetuasse, essere abhomi- nevole e al naturale diritto opposta ; sendo la prima quasi un cotale boiler di sangue purgantesi d’ogni contratta malignità; l’altra poi come un’insania d’uomo in frenesia per febbre già soper-chiarite le forze della natura . Per lo che gli uomini di canuto di- scernimento appUcaronsi a persuader quelle massime, che da^ ferini usi e da’ mortiferi odj ritrai' potessero a mansuetudine e ad a- inicizia l’umanità. Ma ne i calmati i>;vvisi di Nestore, dalla cui bocca sentenze usciano assai piu dolci che mele, potean d’Achille disacerbare il furioso animo ^ nè l’eloquenza di Ulisse, il qual versava parole simili a neve d’inverno, iusinuaiitesi lieve lieve nell* animo esulcerato ne potea svolgere la fitta collera, sicché ammollito si aprisse pure una volta a qualche benignità Imperocché gracchia al vento chiunque affannasi a persuadere, doversi in petto frenare gli alteri spiriti per essere 1 Omero Iliade Uh, i. 3 Omero Iliade lib, 3. assai migliore Pumanità, a que*, eh’ essendo poderosissimi e di nessun paventando, stimano indegno egualmente di vigoroso e grand’ a- nimo cedere al senno dì consigiier prudentissimo, che al fiero scontro d’un inimico soccombere. 9.® Quanto però non poteva operare ancora il consiglio e l’autorità di quelli, che di prudenza e per età sopra stavano, lo effettuarono alfine gli evenimentì medesimi delle cose 3 i quali insensibilmente volsero gl’ imbestialiti costumi ad umanità, e da un’ infesta e tumultuosa ragion di vivere ad una li trasportarono, la quale colla giustizia e col senno, più che con l’appetito e con le ardenti passioni, si governasse. Imperocché 0 spossati da risse eterne cadeano loro di mano l’armi spontaneamente ; o più e più volte respinti dalle uguagliate forze erano astretti a cessare la vana impresa; o fracassati a segno 5^ che lena e onore mancasse da liten tar la fortuna, abbandonavano ogni ragione divina e umana all arbitrio df^l vincitore per non sospingersi con resistenze inutili ad un totale esterminio . Onde, sottratta ogni oagion di combattere, cestrinser gli animi alteri e disiosi di vincere ad usar cfualche riposo, e mentrechè si quotavano le turbolenze tutti effondendosi, o per impulso di sentimento, o per consiglio ispirato dalla necessità, ad ossequiar coloro, cui prevedevano già non potere per alterigia tenersi a lungo nell’ozio, ed ammassando su d’essi a gara per ogni parte tutti que’ fregi, co’quali può venerarsi e placarsi una preeminenza e potestà segnalata, ottennesi finalmente che da siffatte lusinghe quasi, addormito S'illanguidisse il furor di quelli5 © piegasse l’animo a quelle arti, le quali in fiore mettessero con opportuno coltivamento le signo- l’ie procacciate, perchè quel frutto non isvanisse che ne potevano somministrare. Perciocché l’ani- uio 5 innanzi rìgido, pe’ conseguiti onori allentandosi e rallargandosì nel riposo, apriva alcuni intervalli, per cui potevano insinuarsi ad agio le ammonizioni de’ savj per ottenere, che si frenassero con le leggi le agitazioni intestine, e gli uomini gareggiassero ad oh- hligarsi l’un l’altro con iscam- hievoli offizj. Del quale accordo e consenso di sentimenti compresa la utilità, cominciò pure ad amarsi da que’ medesimi, da’ cui invecchiati costumi più discordava . Imperocché la esperienza e il medesimo interior senso manifestarono, sebbene avesse taciuto pur la ragione, essere piu gioconda e sicura cosa e più dicevo e ad uomo esser da’ suoi per coscienza dì benefizi adorato 5 che a ingiuriati cuori temuto ; e soprastare ad uomini spontaneamente ojeferenti ogni pompa di maestà, che tirannescamente signoreggiare a riottosi, e col timore costringerli ad ogni via disperata per non servir laidamente, o invendicati morire . Que’ poi che fossero di più benigno temperamento, e usciti fosser di tanto scompiglio illesi, qual cosa mai po- tean credere e a disiarsi piu cara, e a conservarsi gelosanaente più degna, che il menar vita scarica di paure; da niun assalto improvviso di malfattori esser cacciati dì nido ; per niuna civil tempesta essere dagli studj e costumi suoi distornati? Allora quasi rammorbidita quella durezza, che per l’innanzi ostentava brutal carat- tere, si modelìò tale immagine di fortezza, quale ad umani costumi avviensi. La giustizia allora, che oppressa dal tempestoso mescersi delle cose teneasi ancora nascosta, e cacciata dalla violenza si tramenava raminga ed esule per ogni dove, liberamente alzò il capo, e incominciò ad aggirarsi pubblicaìmente fra gli uo-' mini, e a posseder finalmente supremo grado ed autorità . Allora certo si dirozzaron gP ingegni, trassersi a luce le arti e le discipline, da cui io spirito avvivasi, e sogliono amplificarsi le utilità della vita, le forze della repubblica, e gli ornamenti della maestà, IO.® Ma intantochè con le leggi e con i giudizj si fortifican le ragioni del retto e del convenevole, dall’altra parte le proprietà delle cose e la industria, messa in ardore dalle utilità concorrenti, spingono dentro allo Stato to può scuotere i cardini ^ ^ giustizia, e fomentar le primarie nemiche sue, discoi'dia e gara tu multuaria d’affetti. Imperocché d’ordinario avviene, che vada con la tran Cornelio Nepote nella vita di Alcibiade . maniera dMngegni, con naturali lusinglio adescano gli animi ardenti di cupidigie; con una posticcia indole di virtù gli austeri e gravi guddagnansi; tengon poi pie* si di stupida maraviglia i popolari intelletti. Ma Uavarizia di quelli, cui son di traffico i splendidi vizj altrui, s^ alimenta dalla lussuria de’ ricchi e dalla boria de’ prepotenti, e si corrobora dalla temerità de’ facinorosi, che non han seco speranza uè cosa buona ; al primo genere de’ quali uomini giova che nulla sia ne’ costumi d’intatto, alTaltro che a guasto mettasi ed a rovina ogni cosa. Poiché chiunque brigasi d’arricchire con deferenze turpi e con prave arti, quanto più il vivere sia scapestrato 5 tanto più larga e spedita via credesi aperta al guadagno, ed afferrando occasion di sacco da’ rovinati costumi altrui stima suo grande interesse, chea ciascheduno sia lecito sbizzarrire e disbrigliarsi a talento, per aver mezzi rnoltiplici da secondarli. Per lo che in Plauto quell’ impudico dice ' : .gii uomini onesti Riduconmi *n miseria, gli sciaurali Mi danno da mangiare, e qu e'perduti M’Ingrandlscon l’entrate. I cittadini Di vaglia a me mi son di danno, e la Canaglia è quella, che mi è di guadagno. A chi però non ha molto nè che sperare, nè che poter conseguire in fermo e solido stato, giova che rompasi dalla licenza ogni freno, perchè non manchi occasione da macchinar novità ; nè tali uomini altro più agognano ardentemente, quanto che v’abbia molti, che tr.avagliati dalla vergogna dalla 1 Plauto nel Trappola secondo la vaghissima versione dell’ Angello Atto 4' ‘Scen® 7- miseria da^ debiti, non abbian onde saziare le ingorde voglie, e a temerario colpo sia pronto un capo, nella cui guardia chiusi, c congiurati di forze e di volontà spronino arditi l’impresa. Per la qual cosa apportando i voluttuosi alla dissoluzione dell’ordine le libidini, i barattieri e’ famelici deir altrui le usure ed i ruifSane- simi, gli ambiziosi fazioni e cor» rompimenti, gli ardimentosi ed i poverissimi violenza e disperazione, avviene insensibilmente che i be’ costumi attaccati per ogni parte, e tutti sì delle leggi che de’ gìudizj spezzati i vincoli, l’intero stato precipiti finalmente nel più sfrenato disordine. 11° I mutamenti adunque delle vicende umane per questi gradi trascorrono, promovendoli quella potenza dell’animo, che sviluppatasi il più di tutta quanta la vita s’impadroni. Da un’ aspra e dura ragion di vivere, da cui si nutre la gagliardezza, a quella vita con- duconsi le nazioni, in cui l’astuzia e la ferocità si combattono, ed ogni cosa governano la violenza e la insidia da prepotente furore convalidata . Da questo ferino stato, in cui sogliono i principati occuparsi, a quello poi si trasportano, che alla fortezza e prudenza at- tiensi, ed è opportuno a curare gli acquisti fatti, ed a comporre in bell’ ordine le signorie turbolente . A questa di poi sottentra quella perfetta costituzion di città, che reggesi dalla giustizia, e vincolata conservasi dalle leggi; ma che per essere piena d’ ozio e di grandi mezzi, onde accrescere le ricchezze e coltivare le arti, è perciò sommamente propria a gustare tutte le morbidezze e giocondità della vita . Ma dall* assodato ozio, dalle fortune ingrandite, e dagli agj e da’ piaceri del vivere moltiplicati fatto più ingordo il talento, si sforza a sciogliere i vincoli delle leggi, e così batte e dirompe gli argini della ragione e del giusto, che gli e- stuanti appetiti più contenere non possono. Omero, il quale come ritrasse ne’ versi suoi la natura, che sempre simile a sè medesima equabilmente discorre ; così raccolse e restrinse in nn tempo solo tutti ì costumi gradatamente variabili d’ogni età, perchè dall’urto di tante forme disparatissime eveni- menti riuscissero più ammirabili ; ne’ persoraggi primarj espresse le progressioni della natura umana r dalla natia barbarie sino all’estrema dissolutezza, e i succedevoli gradi meschiati insieme distinse e in una immagine sola rappresentò. Imperocché, trasandati do la efferatezza, eh’è tutta propria de’ bruti, in Polifemo adombrata, Achilie è forma della fortezza invitta e del coraggio indomabile ; Ulisse della scaltrezza forte di braccio e di cuore ; Nestore della prudenza corroborata dalla fortezza dell’ animo ; Ettore della fortezza e della giustizia ; Antenore della giustìzia e della imbelle prudenza ; Paride finalmente d’ una licenza si rotta, che nulla stima interdetto alla sua libidine. Gli altri Capitani e Magnati empiono i gradi interposti, da’ quali come da tante aneli a intermedie sono intrecciati insieme quelli che spiccano il più. i 3 .° Ma tali stati, secondo la varia indole così de’ luoghi come degli uomini, posson per varie accidentalità intraversantisi in mille guise alterarsi e mescersi confusamente : ed i costumi e le leggi delle nazioni, che di lor nacquero, e debbon loro apportar fermezza ed accrescimento, sogliono correre le mutazioni medesime ch e gli stati. Perciocché agli uomini dì scarso avere, di pingue ingegno, e di valida corporatura, per lungo tempo l’asprezza appiccasi delle maniere e del vivere, che seco menasi d’ordinario costumi duri e selvatici. Con quelli poi, che son di cuore più ardenti e di pieghevole e vivo ingegno, a lungo quella fierezza allignasi, che si trae dietro la fraudolenza, e che spossata dalla fatica prende alternatamente ristoro e total sollievo nel seno della mollezza ; talché quell’ animo, che più a’ pericoli indura, suole nell’ ozio con più veemenza diffondersi ad ogn' invito e lusinga di voluttà. Que’ finalmente, i quali siffatta d’ani- mo costituzione sortirono, che sieri lontani egualmente dalle virtù subì imi e da’ vizj più impetuosi, sviluppando essi più prestamente la ragion loro dalle passioni tumultuose posson le cose più quetamente fra loro paragonare, e più diligentemente nel valor vero apprezzarle . Laonde fiorisce in essi e la prudenza e la scienza delle malvage ed oneste cose, cui fida accoppiasi la giustizia, e la verace grandezza ed altezza d’animo. Perciocché quelli, in cui ragiona buon senno e guida il senso e lo spirito di lor natura già placidi, agevolmente posseggono virtù reali; ma tutti gli altri o innocenti sono per ignoranza di vizj, o incitati da un cieco ardore dell’ animo pro- ducon larve ed immagini di virtù. Conciossiachè nella prima dell© due spezie d’uomini sopra esposte la temperanza non è che la sazietà de* naturali appetiti, che son pochissimi, dal senso stesso indicata 5 la fortezza alle sole fope del corpo attiensi; altra giustizia che quella appena conoscesi, la qual sedate le rozze voglie tollera eh’ altri s* abbia quanto è disutile a sè; appena poi la prudenza ha luogo per la rarità de’ successi in tenuissime cose ed in selvaggi appetiti : dove nell* altra spezie è temperanza astenersi da que* piaceri, i quali allignar non |xtnno in un animo, che raramente è padrone di sè medesimo; fortezza tentare imprese, ch’abbian feroce carattere; giustizia non rapir Ta- nima a quelli cui già strappasti le facoltà, oppur se legge di soggezione durissima non ricusino stringerli a giogo men aspro, e far che quanto non togli loro sia loro a prezzo di servitù ; prudenza alfine snervar con fraudi ed insidie quanti Jion puoi con la forza . Ma dell* ultima spezie d’ uomini il temperante è quegli, che svaga Tanimo da quegli affetti, i quali con la ragione e col pregio della natura umana mal si confanno; forte è colui, che dalle cose altamente labili, e sottoposte all’ arbitrio della fortuna, prenda vigore e baldanza, nè per le avversità si fiacchi, nè follemente si gonfj per le prosperità; giusto chi nìun offenda e voglia a tutti concesso ciocché gl’ ingeniti diritti umani e le leggi da tai diritti ordinate vollero proprio a ciascuno ; prudente è quei finalmente, che veglia il corso dubbioso de’ casi u- mani, e s’apparecchia e fornisce providamente di tutto ciò, per cui possano o prevenirsi o correggersi. Poiché però delle cose spettanti al vivere ciascuno giudica secondo sia passionato (chè le opinioni dell’animo sogiion per cosi dire improntarsi delle affezioni del cuore) quindi ciò ^ che fortezjza nominali quelli cui la ragione consiglia, bassezza d’animo chiamasi da coloro, che non iscossero ancor dal petto la ferità; i costumi ordinati ad umanità languidi e molli s’appellano ; le fraudolenti ed ingiuste opere siccome azioni sì encomiano di vasto animo, a somme cose anelante, e di sapiènza fornito pari alla sua vastità, Ma quando poi gli appetiti, ammaestrati alle tresche d’ogni dissolutezza, s’impossessaron d’un animo voto di retti pensieri e di affezioni onorate, e lo invasarono di petulanti opinioni loro connaturali 5 allora, come Platone dice *, la verecondia, la temperanza, la regolarità delle spese sogliono dirsi * Alatone neWct Jìepuhhlicek Uh, 8. sciocchezza, ignavia, rozzezza, illiberalità ; la petulanza al contrario s’ acquista nome d’indole ingenua liberalmente educata; la sfienatezza, di libertà ; la prodigalità, di magnificenza; di magnanimità, l’arroganza, ii4* bla tali fonti quella effu- sion di costumi si rovesciò, la qual vizio la ragione, e corruppe o spense i germogli quasi in lei chiusi della virtù; poi successivamente per altri ed altri sopraccresciuta, quale torrente rigonfio d’aoque ingor- gantisi, contro la vita e le fortune degli uomini, e contro ad ogn’ istituto e legge senza ritegno infuriò. Ma quale aver può mai peso ed autorità, che la natura umana per lei si debba apprezzare, e giudicar per lei debbasi delle cose desiderabili, e degne dell’ eccellenza della ragione e dell’ animo ? Perciocché allora sgorgò tal piena, che la ragione quasi da sonno era prega, 0 vaneggiava qua e là distratta dalle passioni, di un animo tempestoso, o stemperata dalle lascivie de’ sensi si macerava . Ma tosto- cbè si diè campo alla ragione o di scuotersi o di raccogliersi o di riaversi, coloro eh’ erano vaghi di que’costumi, ne’quali s erano casualmente imbattuti, o a quelli sperano conformati, placato siderio di migliorare dall’ abitudine 5 o soffocato da que terrori che sono sempre alle spalle de tramatori di novità nemiche alle comuni maniere, stretti dalla grandezza delle contrarietà compresero, che sì dovevano e riprovare e abolire le instituzioni usitate. Imperocché, siccome non avvertiamo co’ sensi la gravità dell’ aria, in mezzo a cui siam pur nati, mentre ne siam d’ ogn’ intorno equabilmente compressi j ma se conimossa da moti insoliti crolli le cose più solide, e attortigliata in turbine quasi avviluppi con le sue spire e diradichi quanto scontrasi, colla esperienza apprendiamo allora qual forza eli® abbiasi, e qual Be possa recare oltraggio ; così coloro, che generati e cresciuti fossero fra costumi dalla ragione discordi, non presentandosene jni- gliori quali paragonarli, svagati da Ile usuali pratiche forse a Ila loro malvagità non attendono ; riscossi poi dalla varia perturbazion delle cose, la quale aumentasi con i costumi degeneranti dall’onestà, son presi allor finalmente dalla vaghezza d’instituzioni, che poss;rQ togliere siffatti danni, e preveggono essere vieppiù nobile e salutare l’imperio della ragione, che la despotica signoria degli affetti. Per lo che i Cirenesi rovinati dal lusso chiesero nuova legislazione a Piatone celebratissimo per opinion di sapienza ^ ; e gli Ateniesi commisero il sommo imperio a Solo- ne, perchè ordinasse i rozzi ed infieriti costumi della citta . Che veramente il carattere delle cose disconvenienti dalla natura è tale 5 che finalmente danni gravissimi accusano quella mentita immagine di utilità, con cui sedassero rappetito : checché poi tiensi alle regole dell’ onesto e del convenevole, quanto più opponsi al senso, tanto più sano e giovevole con la esperienza continua si manifesta . i 5 .® Ma non perchè alcuni usi disconvenevoli tra le nazioni prevalsero, deesi però immaginare che fossero ovunque e sempre di I Plutarco mi Libro che un Principe bisogna esser dotto, * Eliano Ist. Var, lib, 8, cap. io. pari stima onorati. Poiché non tutti egualmente alle medesime cose inclinano ; nè se i legislatori dissimularono, o veramente prescrissero alcuna pratica, deesi già credere eh’ eglino la commendassero, o la stimassero tale da preferirsi per sé medesima . Concios- siachè tollerarono alcuni usi, perchè ajOTrettato medicamento non inasprasse un morbo insofferente di medicina ; accarezzarono quelli, cui prevedeano più duri a svellersi, perchè si potesser altri più facilmente estirpare; misero certi in onore, affinchè gli uomini da* contrarj, a’ quali fosser per indole più inchinevoli, si ritraessero ; non poterono affatto sforzarne alcuni 5 perchè interpostasi ne li cacciava la religione diversamente, giusta la varia depravazione degli animi, deformata. Era a’ Germani lecito mettere a ruba i vicini, perchè tenendosi viva la gioventù non marcisse d infingardaggine *. Le leggi degli Spartani non apponevano pena al ladro, sì bene al ladro colto nel furto, affinchè fossero piu. vigilanti a prevenire le insidie, più scaltri ad apparecchiarle, e d’ogni strazio e dolore pio. sofferenti *. In Egitto, non si potendo affatto sbandare i furti, travagliò solo il legislatore a far sì che ad un Erodoto Istoria Uh, r. . Stratone, lìb. i6. 2 Arriano delle Cose Indiane. 7a davano di calzari *, Mogli comu- ni, quali nella repubblica di Piatone, dagli Agatirsi e Limirnj usavansi ; perchè meschiati di sangue e di affinità, come racconta Erodoto % non si rendessero scambievolmente odiosi, nè con invidie reciproche si lacerassero . Que’ finalmente, che pe’selvaggi costu- jjiì ^ o per soverchia alterezza neppure han gli altri per uomini, nè cosa alcuna comune con essi vogliono ( la quale per testimonio di Erodoto ^ fu de’ Persiani arroganza, che riputavan sè ottimi, e tutti gli altri tanto più vUi ed abbietti quanto più loro lontani), tratti da cieca passione, o da insolente disprezzo dell’ uman gene- 1 Sesto Emp. Ip- Pir, Uh, i. cap. r4* iVic. Damasceno appresso Stoheo Serm. 44» 2 Erodòto Istoria Uh, 4 - . 3 Erodoto Istoria Uh. i, cap. i34* re rompono in empie nozze queir istrumento, per cui potrebbe più largamente diffondersi l’affratel- lanza degli uomini. 11 perchè Eolo appresso Omero le figlie a’ figli accoppiava ' ; ed a’ Persiani Cam- bise ne fece l’uso autorevole col proprio esempio * . Anzi tra gli Arabi la figliuola d’un certo Re lu dal fratello imputata di vituperio, perchè credeva si avesse dato r accesso ad uomo d’altro IP gnaggio, cui disdiceva si d" entrare a lei con il segnale de posto, ed era certo l’imputatore niun altro dentro aver seco de’suoi fratelli i 6 .® Essendoché tali cause della malvagità de’ costumi sien cosi varie, e così pure tra lor connesse e ravviluppate, per quanto possano variamente e con forze varia * Omero Odissect liÒ^ lii* ^ Erodoto Istoria Uh* l* cap^ 3r. 3 Stratone Ut. i6* le facoltà dell’ animo svilupparsi « ed essere in consonanza o in contrasto fra loro stesse, mal prenderebbe a patrocinare la pravità e la ignoranza connaturale alT uomo chi sostenesse non darsi costituzione alcuna, e quasi ottima conformazione di simili facoltà 5 ma ciascheduno doversi tenere a quella, cui per ventura sortì fra’ suoi; tutto condursi dirittamente secondo i patri! statuti ed usi ; nè mai potere ordinarsi ragione alcuna di vivere solida e impermutabile; perciocché gli uomini, tramutandosi con le cose, varj costumi addomandano . Avvegnaché il bisogno, che in armonia si concordino le facoltà, in armonìa risultante dalla reciproca loro corrispondenza, si manifesta principalmente da quel tumulto ch’arde neir animo, quando passioni tra lor nemiche senza consiglio e proposito si tramischiano, e eh’ è da Dion Prusense, nella sua quarta orazion del regno, adombrato. Poiché Dione, avendo principah niente partito in tre gli stati del vivere, a’quali avvengonsi gli uomini ^ tratti più dair istinto e dal caso che da matui’a saga cita, voluttuoso, avaro, e ambizioso; e avendo accuratamente, ad uso e stil de’ Poeti, una dall’ altra divisamente dipinto le cupidigie ^ cui Genj appella di ciascheduno e a ciascheduno stato assegna per condottieri ; sovente, die’egli, due o tutt’ insieme que’Genj, uno contrario all’ altro, uno stesa’ uomo sortirono, e ognun di loro con la minaccia di un qualche massimo danno a favor suo spaventandolo, se riverenza nieghigìi per compiacere ad alcuno de’ suoi rivali. Il Genio voluttuoso tutto comandagli di profondere su quelle cose. 76 che un qualche senso piacevolmente lusingano ; il Genio avaro all’ incontro ne lo ritiene, e minaccia di macerarlo di fame sete e miseria, se presti a quello obbedienza. Di nuovo il Genio ambizioso lo preme e stimola, perchè all’onore e alla gloria sostanze e vita sagrifìchi; dall’ altra parte quel Genio stesso, tenace ed avido di guadagno ^ con forte braccio ghermitolo ne U ritrae. IN è già tra loro il cupido di piaceri e il bramoso dì gloria accordansi. Perciocché è quegli disprezzator d’ o- gni lode, e reputa accattar baje chiunque briga onorificenze, e gli tien sempre la morte agli occhi, che con la vita ne invola il senso d’ogni giocondità; P altro poi da piaceri e da lussurie frastornalo con la paura, fittagli viva in cuore, della ignominia e del biasimo. J\on sapendo egli che farsi o a qual partito appigliarsi, furasi ad ora ad ora al cospetto umano 5 e fra le tenebre appartasi per isfogar tutto solo la sua libidine, ma P ambizione lo trae di tana, e nella pubbica luce lo risospinge. Gli è forza dunque che un animo qua e là rapito e distratto, e sempre in guerra con sè medesimo, sia finalmente del tutto misero. Perchè siccome è difficile e perigliosa la cura di malattie complicate, e d’inimico carattere ; così pur Panimo, ove contrarj affetti casualmente commischiarisi, e chiusi in petto ferocemente battagliano, è da gravissima angoscia e da infermità, difficilmente sanabile, travagliato. Chi poi le nostre facoltà reputa potersi in Bella e perfetta armonia comporre per i costumi del popolo, che non son opera, a detto dell’allegato autore*. I Dione Orazione 76 . d’alcun sapiente, ma della vita e del tempo; e’ non intende certo, nulla potersi attendere di regolare e immutabile denti’O inconcussi limiti da consuetudine aku- na. Imperoccliè la consuetudine, come lo stesso scrittore osserva *, da niun periodo si vincola e circoscrive. Per la qual cosa ogni giorno di nuova giunta aumentandosi, cresce ed avanza insensibilmente, come cert’ulceri appunto^ che via via si profondano e si dilatano. Avvegnaché forza è dire, essere a* sapientissimi legislatori avvenuto ciò che di sé protesta candidamente Solone, che interrogato j se agli Ateniesi ottime leggi imponesse, P ottime, disse, di quante fossero per sopportare Perchè temeva lo scaltro ed assen- * .Dione Orazione Rhod, 3 Plutarco nella oita di Salone. nato filosofo non esser valido a rinnovar dalle basi ricomponendo in bell* ordine la repubblica j se tutta quanta 1 * avesse confusa e volta : ma bene si argomentò, debitamente accordate insieme giustizia e forza 5 ad operar quelle cose, le quali egli o esortando, o usando tale violenza quale potevano comportare, affidavasi di conseguire ; prendendo 1 * uomo espertissimo più sano avviso, ed agli umani costumi più convenevole, che Platone uso ad immagini perfettissime, il quale, chiesto dagli Arcadi e da* Tebani per impor leggi alla nuova istituita città, fu a quelle genti scortese dì tanto bene, perchè avvisatele ricalcitranti alla equabile ripartizione delle sostanze ^ Qiie* finalmente, che temono di non parere, seppur volessero I Diogene Laerzio Uh, 3i part, i, n. 3* 8 o sottomettere Tuman genere a’ dog- ani della ragione immutabili, quasi tenere un Prometeo con insol ubil catena confìtto al Caucaso, mentre non pongono alcuna regola certa, ma tutto estimano da commeK tersi alla temerità de’ casuali accidenti, un quasi Proteo introducono, che sappia regger la scena, e cessi d’essere tratto tratto ciò che già fu, ed oggi ignori che e’ siasi per divenire domani, oche domani a sè buono giudicherà. Coloro, certo, che solo agognano rendersi presso chiunque si vivano graditissimi, potranno credere un mostro di bella e rara natura quell’ Alcibiade, cui parve aitarsi ogni forma, siccome quegli, che gli Ateniesi più splendidi, stando in Atene, con la lautezza ed eleganza del vivere superò ; in Tebe nella fatica e nella forza del corpo avanzò i Beozj applicati più alla gagliardia delle membra5 che alla sagacità dell’iDgegnoj a Sparta vinse tutti i Lacedemooj, giusta il costume de’ quali nella pazienza ponevasì la virtù somma, nella frugalità del vestito e del vitto ; in tresche e in crapole sorpassò i Traci servi del vino e del ventre ; così emulò de’ Persiani 1 © costumanze, appo i quali era il cacciare e vivere lussuriosamente gran lode, che in tali cose mosse persino a stupore la Persia stessa Ma quella indifferenza, onde nasce che alcuna cosa si reputi onesta o sconcia, secondochè n’ è di peso o di utilità, se oltre il dovere estendasi, e giunga sino alle stesse regole y che prime prime germogliano dalla ragione, e spante quasi in moltiplici ramoscelli arrivano a quelle minime cose, le I Cornelio Nepote nelloi vita di AlclHade >' 6 8a quali possono dirittamente o tortamente operarsi, cangiasi Tuomo in tal mostro, del quale ninno più orribile ne creò la fantasia sfrenatissima de’ poeti. Imperocché se ad un uomo quanto mai 1 ’ avarizia, la crudeltà, la lussuria, e r ambizione produssero si appropriasse; e ad uso pur de’ poeti, che in una immagine sola più cose unirono per alcuna conformità consenzienti, e fabbricarono Giove Prometeo Ercole, si compendiasse tutta la umana stirpe in un uomo, ed in tal uomo i costumi di tutte Pindoli, regioni, età si ammassassero ; che mostruosa, che sregolata, di che discordi e fra loro contraddittorj caratteri composta immagine sorgerebbe \ Quanto v^ha nelle favole di portentoso accozzato dalle diverse affezioni degli animali, se unito quasi con più grappelii ai costringesse a te- 63 nersì appiccato insieme, non offrirebbe un mostro di così turpe ed orrendo aspetto, qual la natura umana sopra west ita di costumanze cotanto sozze e cosi male augurate. Le quali cose essendoché sieno aliene dalla eccellenza dell’ intelletto e dal perfetto carattere della ragione, la qual n’è data per guida e governo all uomo, si con vie n pure che v’ abbia un che immutabile e semplice, al cui modello la mente regoli ed i eonsiglj e i costumi. Laonde benché le cose, che di materia costano, sien tutte labili, e r uomo stesso, per ciò che tiene di corpo, soggiaccia ogni attimo a mutamento, e, come dice Epi- carmo *, ciascuno cangi natura, né fermo tengasi in un sol essere, ma già io stesso tntt’ altro facciasi X MpicHiTtno nell0 Rcùccolta di Gr’ozio^ dall’ uomo ch^ ora passò ; pur la ragione, per cui difFerisce 1’uomo da li* altre cose, è costante, ed i dettami del vivere, che ne procedono, perpetui sono, uniformi, e sempre a lei consentanei. Può la ragion veramente spesso nascondersi e rilasciarsi. Ma se producasi, e chiesta sia di consiglio, risponde sempre il medesimo a chi la interroga, e pone le stesse massime. Imperocché la ragione umana, che della vita e del vivere tutta s*occupa, fu generata dalla ragione di Dio, la quale * È dì beir arte creatrice, a tutti Compagna sì, cKe a ciascheduno insegna A còr deir oprar suo frutti onorati. Che non dell’arte istitutor fu Tuomo; Ma Dio la trae di sua ragione, e il cieco De’ mortali intelletto e cuor ne avviva. * Questa sentenza di Epicarmo, che io reco gwì in t>ersi Italiani^ si riferisce dallo Stellini, secondochè trovasi nelVallegata Kaccolta posta in metro Latino da Groaìo. Chè dalla mente divina certo Retarne leggi contengonsi delle cose, le quali estendonsi a tutti gli esseri; ma la nostra, portando in un certo modo quasi improntata quella porzione di esse leggi, che delle facoltà umane l’onesto uso risguarda e stendesi ad ogni cosa che può dall’ uomo operarsi, mentre si affisa in questa e i suoi progressi, datalesì occasione, inten^ tamente considera, nell’offerirsele partito a scegliere conosce quale consiglio avvengasi ad ogni necessità. Talvolta pure interviene, che appunto come le vene, che propagate dal cuore per tutto il corpo si spandono, furansi per la troppa finezza al guardo tosto che per le estremità si diramano; cosi ove giungasi a quelle azioni, che son di lieve importanza, v’ha perspicacia di mente appena, che possa chiaro i precetti delia ragione là pervenuta discernere. Ma deesi pure concedere alla fralet.- za del nostro spirito, che impunemente possano le tenuissime cose o trascurarsi imprudentemente 5 0 temerariamente operarsi; avvegnaché non sien esse di tal valore, che sommamente all’ u- mana società importi non vadano vilipese. Che anzi essendo ogni cosa pieno dì seduzioni, molte le strade all’ errore aperte, molte all’inganno le guide pronte, molte le cupidigie rovinatrici e lacera- trici dell’ animo, alquanto pure a’ costumi donisi, donisi alla natia debolezza dell’ intelletto, a quella dolcezza donisi di umanità, di cui gli uomini si compiacciono, e chi la rifiuti estimano essere in ira agli Dei; purché coloro, che punto all’appetito accordassero, si persuadano abbisognar d’ una scusa qualunque possano; ma non ardiscano protestarsi così operato5 perchè sia lecito. Confessino averlo fatto per connivenza, non per assenso della ragione, la qual tenendosi unita alla verità, di tutti i boni, siccome dice Platone *, ed agl’ iddìi ed agli nomini operatrice, ha la sua stessa stabilità, ed è separata da ogni leggerezza, incostanza, temerità, sedizione dì affetti, opinioni, ed usi; nè apprezzar può cosa alcuna, che alla equabilità e costanza di un moderato e diritto animo sia ripugnante. * Fiatone dellt ^ Con quale tenore e modo nascessero le opinioni sopra le cose speitànti al i>ivere . I ® Come dalle spiegate facoltà umane varj appetiti per ordine germogliarono, così egualmente sopra le cose appetibili vennero fnora opinioni agli appetiti medesimi convenienti ; e quale di costumanze, tale di errori, per molti continuati e gli uni agli altri intrecciantisi, una infìnìta serie si congegnò. Poiché i giudi- zj, che formansi delle cose, dalle affezioni dell’animo di ciascheduno emergono, e dalle cospira- trici affezioni degli altri uomini, fra’ quali trovasi a vivere, si rinforzano. Conciossiachè ciascuno così delle cose giudichi secondo- chè siane affetto; ma (jue giudi- zj •, niuna per sè medesimi avendo solidità 5 scorrono e sfumano agevolmente 5 se dagli altrui giudizj tendenti tutti al medesimo non si contengano. Se però molti consentano, e simulacri esprimano di una medesima stampa 9 ad uno ad uno fra sè lor sogni paragonando, dalla conformità che tra quelli si raffigura argomentano 9 niun apparenza vana sicuramente deluderli, ma in que’ fantasmi rimirar eglino veracemente espressa di una reale e sincera cosa la immagine. Donde avviene primieramente, che gli uomini principalissime estimino quelle cose, le quali pensano che seco più si con- vegnano di ragione e di qualità. Imperocché ciascuno quasiché d’ogni cosa 9 come Protagora * ^ si fa * Platone nel Cratilo, misura j cosicché tali realmente sieno, quali da ciascheduno singolarmente s’* apprendono. Laonde credendo T uomo ^ che tutte quan« te misurar debba osi da sé medesimo^ pone ogni cosa vie maggior essere j, quanto si scosta meno da quella cb*ei può grandissima concepire. Tostochè poi abbiasi alcuno acquistato, o con presunzione stolta aversi acquistato estimi quanto sbramar può sua voglia, non però tienseiie soddisfatto s* e- gli sol abbialo in conto, ma si argomenta e si sforza perchè pur gli altri lo tengano d’inestimabile dignità. Perciocché quanto più gli altri ammirano e onorano quelle cose, che in suo potere eì già trasse, tanto più scorge dovern’e- gli essere necessariamente apprezzato . a.® Niun uomo adunque, per giudicar di sé e delle cose esteriori, ricerca se in sè medesimo, ma in quelle immagini vane, che d’Ogni parte l’attorniano j e in «jue^ giiidizj rimirasi, che gii altri, involti delle medesime larve, portan di lui ricoperto di quella estranea sembianza, la qual con luce fallace e torbida inganna ^ per dir così, gli stravolti e cispo&i occhi deir animo. Laonde a quelli, che da’ prestigi di tal maniera son guasti, e situati fra uomini contaminati da que prestigi medesimi, gli è certo forza che accada ciò, che sarebbe per avvenire a colui, che d occhi sconci e malsani si collocasse nel mezzo di un gabinetto per ogni parte di specchi a vari colori e forme incrostato . Imperocché ovun^ que si rivolgesse, vedrebhes egli configurato di membra a mano a mano variarti colore, forma, at titirdine. Egli sarebbe in un attimo rincagnatoj orecchiuto, di fronte e capo Bformato, guercio, rattorto, strambo, e gli si aiFac- cerebbe una efbgie, ora oltremo- do stravolta, or anche in bella e vaga armonia di membri atteggiata. Ma distraendo ei gli occhi dalle sembianze di mostruosa apparenza, in quelle estatico affise- rebbesi, che di bellissimi lineamenti sparsi di grazia e dolcezza ridono ; e spezialmente se molti specchi la vaga forma concordi gli presentassero, con tanto maggior fidanza e* la si approprierebbe, e da quella giudicherebbe se stesso; Taltre figure poi, benché in alcuna di loro la effigie sua raffrontasse, rigetterebbe ostinatamente come non sue, e quale affascinamento degli occhi disprezzerebbe . Così colui spezialmente, che alla veduta di molti è posto, e sopra il volgo signorilmente grandeggia, è d’ogni parte stipato di cotal gente, che lo disegna e colora secondo i tratti e le tinte 5 cui le affezioni e il carattere di ciascheduno sogliono somministrare, Ma fra i giudizj perversi e buoni, eh’ e’ sopra sè vede farsi 5 quelli ei disprezza i quali no’l favoreggiano ; veri all’ opposto reputa quelli, a quelli stupido appigliasi 5 che sommamente ingrandiscono la opinione concetta già di sè stesso, e sè da questi misura e dall’ altre cose, che soprappostegli e aggiuntegli esteriormente gli accrescon luce e maestà. Perciocché quel Comandante, il qual co ’l nervo e lo spirito de’ suoi guerrieri, mossi dalla ragione presenza e fortuna sua, guastò campi 5 sbaragliò fior di nemici, agghiacciò popoli di spavento, sforzò città, e i popolani suoi con prede terre e malia di gloria si affezionò s qualunque volta a sè pensa non guarda sol tanto a sè; ma per crearsi una itnmagine di sè medesimo 5 ravviva e pinge nella sua mente le schiere pronte al comando, le debellate guerre, i fiumi travalicati, le terre corse colle vittorie, le messe provineie al giogo, i munimenti, i doni, i trionfi ^ o la intora postoritE con gli occhi e il cuore a’volumi delle sue gesta. Le quali azioni, mentre gli si raggirano entro il pen- siere romoreggianti per lo fragor delle trombe, lo strepito de’ soldati, e gli applausi de’ cittadini, si scorda già d’esser uomo ; nè più considera, benché col capo sollevisi tra le nuvole e colla parte miglior di sè dal popolo sia diviso, di star co’ piedi alla terra, e d’ essere per tal parte confuso an- ch’ esso col popolo . Chi ha poi pochissime cose., che da vicino gli facciali mostra e riflettanglì porn- posamente illustrata la propria immagine, drizza lo sguardo a lontanissimi oggetti, e si diletta di quella esangue e sparuta effigie, che può da cose squallide per la muffa rendersi a lui di lontano. Ciò fanno quelli principalmente, che lo splendore si appropriano degli antenati j e credono poter di quello ampiamente senz’altra luce risplendere; quantunque il lustro delle fumose immagini, se punto in essi ne può trasfondersi, per tanta distanza appannisi, e per le interposte ombre talmente annegrisi, che non si possa ueppur discernere, e sfugga sino lo sguardo. Se finalmente sia privo alcuno d’ogni esterior sostegno, e tutto quanto restrin* gasi in sè medesimo, ei, quale i bachi, si fabbrica un inviluppo, cui poscia quasi eoa nuove tinte vernica 6 liscia 5 e dentro a (juel si vagheggia. Benché però 1 opinione di sé medesimo a suo talento adornata sia scema affatto di quel valore, che dall’approvazione e consenso altrui suole apporsi, e’ tuttavia vi si attiene, e ferma e solida la considera ; spaccia poi tutti gli altri o stolti, che giu- dicar sanamente per ignoranza non possano, ovveramente invidiosi, che per lividezza d’ animo, guardando tutte le cose con occhi torti, ne falsin quante ne affisano. Sino a tal segno da’popolari costumi proscritta fu quella massima di Chi- Ione conosciti ; nella qual massima Platone insegna nel suo File- ho racchiudersi tre precetti, cioè, che ognuno conosca sé, le sue cose, e checché ad esse appartiene; o, come spiega appresso Stobeo Porfirio ' ^ 1 ’ uomo interiore pri- I Stobeo Serm, ai* mìeramente e immortale; poscia il fugace uomo esteriore ; in fine tutte le cose, che all’uno e all’ altro si riferiscono ; cioè, la mente, in cui sta propriamente ciò che si dice uomo; cotesto corpo soggetto a’ sensi, ch^ è solamente ombra ed immagine di ciascuno ; le cose in ultimo poste d'intorno al corpo, le facoltà delle quali gli è pur mestieri conoscere, perchè alla parte mortale la dignità non appongasi dell’ immortale, o air immortale i vantaggi della mortale non si trasportino. 3 .° Ma i più degli uomini con incredìbile accordo quella porzioa di sè stessi migliore estimano, la qual de’ sensi è stromento ; perchè è la prima a spiegarsi, d’uso continuo è nel vivere, e ne siam tutti commossi gagliardamente : quella per lo contrario, che di ragione partecipa e d* intelletto, quasi confondesi con que’ vanissimi simulacri, cui già Epicuro sognò disvoìgersi ed esalare da’ corpi. Imperocché quantunque sia questa parte interiore attaccata a noi, ed abbia virtù e natura sicuramente celeste, ci è pero men famigliare, più tarda svolgesi, e son più vividi i movimenti de’ sensi che del pensiero. Reputan poi delle cose esterne quelle essere più eccellenti, le quali sogliono più vivamente commuoverli; quelle più grandi, che rigonfiate per cosi dire da un cieco ardore deir animo, occupan quasi un più vasto spazio nel cuore, siccome acqua per sottoposte vampe so- prabhollente. Per lo che, omesse le cose, guardiam concordi le loro immagini, le abbracciamo, le vagheggiamo, definiamo secondo queste le qualità de’ beni, li compartiamo in ispezie, li disponiamo ^ ed a ciascuna d’esse potenza ed essere attribuiamo. Ciò stabilito, qualunque volta avvengane ad aver punto a decidere su beni ©’ mali, ci conduciamo precisa- mente come una volta certi filosofi usavano, ove il ragionamento ad obbietti fisici si traesse. Con- ciossiachè come questi, creati alcuni vocaboli universali, a quali determinarono doversi già riferire quanto della natura può chiederai delle cose, interrogati esponevano il lor giudizio secondo questi vocaboli, secondo questi vocaboli argomentavano, e tolta inquisizione della natura circoscrivevano l’intera scienza ad una comoda ed ingegnosa disposizion di parole, che surrogate alle cose potevano agiatamente trattarsi; cosi disegnati i beni ed i loro gradi secondo que’ simulacri, che aboz- zati da’ sensi perlezionaroiisi ed abhellironsi dalla immaginazione, ove ne occorre a deliberare qual cosa mai più si debba bramare o scegliere, non si considera già quella congruenza, che tra le cose e noi s’interpone, ma solamente indagasi con qual ragione sieno fra loro composte quelle fantasi- me, che sottentrarono a tener vece di noi e delle cose medesime. 4.° La Principal cosa poi ^ cui statuirono i più dover ciascuno agognare, è di saziar l’appetito senza che ostacolo si frapponga. Imperocché sin d’allora, che addormentate r altre potenze languono o cela risi inviluppate, fiorisce vivido il senso, per cui senza pur niun’ avvertenza nostra suole il piacere nell’ anima insìnuarcisi. Ma o son gli ostacoli nell’ uomo stesso, o sono fuori de Ih uomo. Nell’ uomo stesso è la imperfezione e la fralezza de’ sensi: fuori di lui la penuria di quelle cose, donde si trae diletto, e la violenza degli uomini, che lo circondano, all’uso delle medesime ripugnante. Laonde, quali ministre, al piacere ag- giungonsi la integrità de’ sensi, la copia soprabbondante di quelle cose le quali a’ sensi conforrnansi, e il pieno arbitrio di usarle, ciascuno a sua volontà : la prima certo perchè non manchi il sub biotto, da cui le cose cagionatrici dì voluttà si ricevano; l’altra perchè la materia, che dee riceversi, non venga meno; la terza in fine perchè sijflPatto ricevimento non s’impedisca . Ma perchè più per la privazione che pe’I possesso avvertiamo quanto ne sien giovevoli quelle cose, che per alcun sentimento ci affezionarono ( sendo noi tali, che il desiderio di un qualche bene intermesso j perchè niun voto ci re- r t t. r ioa sti in cuore, più a lungo infìara- mane ^ che non ci gonfj il soave dell’allegrezza, la qual coll’uso insensibilmente languisce); e perchè più d’ordinario a noi mancano gli ajuti estrinseci del piacere, che i sensi stessi, la sazietà de quali ^ benché in ciascheduno va- riino di potenza, da quella capacità misurasi, cui da principio ciascun sortì ; perciò più spesso sprigionasi, e più vivamente scoppia la brama di libertà e di ricchezza, che di fiorita e vegeta sanità. La qual brama in vero quanta più vìvida cresce, tanto più estenua e consuma ancora la cupidigia di quel piacere, per lo cui stimolo s’infervorò; e avviene insensibilmente che tutta sola ella domini, e alle ricchezze la voluttà dia luogo, e servan esse ricchezze alla libertà. 6 .° Ma succedendo assai volte. io5 che moìti egualmente anelino alla medesime cose, e ciò dovendo tanto più spesso avvenire, quanto pa loro più simili e più contigui sieri gli uomini ( poiché arde in tutti la stessa brama di esercitai le me desime facoltà), nè cosa alcuna di circoscritta grandezza realmente siavi per quanto vasta, la qua le in tutti distribuita la cupidigia insaziabile ne satolli; quindi, se tutti di forza pari valessero, chi pur volesse alcuna cosa appro priarsi divisamente dagli altri, verrebbe da tutti gli altri, aspiranti a quell’oggetto medesimo, ributtato. Per la qual cosa la libertà j che fondasi nelle forze equilibrate di tutti, potendo solo serbarsi illesa tra quelli, che o son del tutto infìngardi e vivonsi eternamente torpidi, o tutto l a nimo volsero a quelle cose, che nulla di comune hanno con quan- io4 te allettano i sensi ; per questo in quanti e di forze e di cuore ab- Londano alla vaghezza di libertà F appetito di signoria sopranna- sce 3 ed a gran bene ascrivesi il soprastare agli altri di potestà, ed alla stessa ragione ponesi qualunque obbietto, ch’abbia sembianza di principato, o che in qualche modo possa al medesimo contribuire. 7.*^ Tale potenza poi dee con le forze acquistarsi o proprie, o d’altri alle proprie unite, ed insieme ad uno scopo medesimo cospiranti. Le forze proprie di ciascheduno consistono nella energia delle membra 3 nella penetrazione e sagacità dello spirito, ed in un impeto ardente di quegli affetti, che sogliono più vivamente infiammarci ad imprese ardue, e sospingerci ad intentati, difficili, precipitosi ardimenti. Perciocché ognuno tan- io 5 to più vale, quanto maggiore vee» menza incitalo a cavar fuori sue facoltà, e quanto maggiori sono queste facoltà sue : cioè con quan- to più vivo sforzo può ciascheduno affrontare qualunque appostasi difficoltà e con quanta maggiore callidità può guardarsene. Per lo che molti una volta furono dalla gagliardia delie membra nobilitati; e coltivati con somma cura, furono in onoranza tutti quegli esercizj che lena accrescono e agilità 5 ed assuefanno gli animi a non curare i dolori, ed a mirar con disprezzo tutte le cose terribili, Ma successivamente la perspicace o prudenza o sagacità, con cui sogliono, comunque possano, o procurarsi gli ajuti per intraprendere, o dissiparsene gl’ impedimenti, talmente fu riputata, che quanti più se ne ornassero si giudicavano prossimi agl’Iddii stessi, e si credevano ammessi alF intima familiarità de’ naedesimi. 8 .® Ma non potendosi che tenuissima stimar la forza, per quanto grande ella siasi, di cui ciascuno è fornito, se con le forze congiunte, che posson muoverle impaccio, si paragoni; perciò non puossi potenza niuna acquistar mai grande, nè mai durevole conservare da chi non sia già da molti fatto signore ed arbitro de* loro affetti. Ciò poi, che suole ordinariamente stimolar gli uomini a cospirare di forza con esso noi, è o la paura di un qualche sconcio, o la speranza di un utile, o la opinione di una eminente virtù, la quale abbagli con luce straordinaria, e prometta vantaggi grandi ed a molti. Reputiam dunque esserci bene avvenuto, ove ci teme assai gente, o ci ama, o sommamente ci estima ; e ne solleticai! tutti, e tutti illustri nc pajono quegli argomenti, quali sogliono gli altri significarci alta opinione di noi ; e questo infiammaci in petto violente brame di gloria, onore, ed autorità. 9.° Ed a creare negli altri timor di noi contribuiscono quelle cose, che noi dicemmo costituire la for2a di ciascheduno, indole ardita a cimentar tutto, sagace e scaltro vigor di mente, anima e corpo indomabili dalla fatica ; e quelle cose, che a queste necessariamente conseguono, temerità minacciosa, vanto arrogante, furia precipitosa e infrenabile. A. tali uomini certamente gli animi dolci e di soavi costumi, impauriti dall’apprension delle ingiurie, non osano contrapporsi; e qualche volta, per trarsi con lieve danno da somme calamità, li secondano: ma que’ eh’ hann’ indole impetuosa e feroce si uiiiscon loro spontaneamente, incitati dalla speranza di maturare imprese, che ripugnando quelli sarebbero pericolose a tentarsi . Imperocché quelle cose, che sommamente mimiche nocciono, se per ventura a noi leghinsi d’amistà giovano sommamente. Tutti amiam poi spezialmente quelli che agevolmente potendo essere altrui di molestia, sono da certa bontà di cuore impegnati ad obbligarsi moltissimi co’ benetìzj piut- tostochè con la forza 5 e ci crediamo di apparecchiare e di assicurare un certo asilo a noi stessi, ove ingrandiamo e ravvaloriamo di tutto sforzo quegli uomini, l quali ricchi di facoltà non le usan già per opprimere le fortune o la libertà de’ più deboli, ma pronte l’hanno e disposte o a conforto de’ cittadini afflitti, o ad onore de’ cittadini fiorenti, 0 a crear pubbliea ilarità nel teatro e negli spettacoli. Siam usi in ultimo di venerar coloro, ch^ hanno in dileggio e a vile quanto mai temesi o bramasi avidamente dal volgo, e i quali 5 sia che concedano, o sia che apprestino e guarentiscano agli altri cose che arrecano alcun diletto o vantaggio, niun altro merito de* lor travagli sembrano attendere 5 f'uorichè onore e celebrità . Dalla qual gloria veggen- dosi il più degli uomini assai lontani per la mancanza di quegli ajuti 5 che debbono sostentarla, o rinunziandola spontaneamente perchè impediti da que* mestieri, co* quali essa non può congiungersi, non solo altrui non invidiano tal capitale infruttuoso per sè, ma loro grande interesse estimano che attribuiscasi a quelli, e si consolidi in quelli a perpetuità. Imperocché qual uomo pur non vorrebbe rinfieritare quegli agj, da quali non può senza molestia astenersi, con quella cosa, la qual da lui trasferita in altri non lascia alcun desiderio di sè medesima ? E chi sdegnerebbe mai di promuovere quelle virtù, da cui span- donsi a larga vena que’ beni tut-^ ti, che della vita stessa gli son più cari ? . T IO.® Di questi mezzi, i quali vaglion moltissimo a far potenza e fortuna, il timore abbassa gli animi altrui sino alla stupida condiscendenza ; r ammirazione con l’abitudine delle profuse lodi genera 1 * adulazione, eh e il genere di servitù più deforme, la speranza de' comodi all’ amicìzia alletta, annoda le clientele, e stringe le affinità. Le qttali cose, accrescendo 1 ’ autorità senz’ adoprare violcaza, sogUon perciò spezialmente esser pregiate assaissimo il £ ed avendo una certa immagine di grandezza e di gravità possono ancora tenersi grandi per sè medesime, Ma perchè quanto più antiche sono sifFatte cose^ denno aver messo radici tanto più vaste e profonde ; però crediamo esser pur eccellente cosa l’antichità del li- gnaggio nobilitata da’ gesti di assai remoti antenati ; e tanto più strettamente a tale antichità ci attenghiamop in quanto i lontani oggetti non sottostanno all’invidia, e tanto più favoreggiasi quella eccellenza di stato, con la qual voglia taluno su tutti gli altri risplendere, se comparisca involta da un’ apparenza di antichità ; perocché allora ne sembra non usurpata certo, o rapita altrui maliziosamente 5 ma in certo modo concessa dalla natura medesima . Conciossiachè come gli uomiin por- tan invidia a’ presenti, così subii- jEnan gli assai lontani molti precetti del quale5 dice Plutarco *, non variar molto da’ geroglifici Egizj. Poiché somigliano a quegli oracoli, i quali appunto potean mostrare predetto innac*;i qualunque caso avvenire, perocché nulla di certo e chiaro significando lor s’accordavan benissimo tutti i sensi, quantunque più discordanti . Scelsero poi tali enigmi o maliziosamente per guadagnarsi P ammirazione del popolo, e fargli credere in certo modo aver dal consiglio di Giove attinto quanto sovente spacciassero di più volgare; o perchè il volgo, che d’ordinario più ammira cose che meno PlhìttarQù nel Libro di Iside e di Isiride^ i intende continuamente d’interprete abbisognasse; o perchè avendo essi contezza piena di poche cose 5 paragonarono tra loro quelle, che per niun modo potevano consentire. Imperocché bisogna, che ne sien certe e manifeste moltissime, perchè si possano trasceglier quelle, che più tra loro convengano, affinchè ninna quasi a ritroso del suo'carattere sostituiscasi a ir altra; e ninna avendo per così dire un aspetto solo, ma innu- merahili uno velato dalP altro, convien che sieno con accortezza ammirabile svelate tutte le qualità, che in ciascheduna si celano; perchè si possa perfettamente discerner quella, che r una all’altra concorda. Quindi Aristotile dice essere impresa di prode in- I lizio delia RETTORICA Uh, 3. cap, Jl. « delia Poetica cap. a a. \ gegno, ed accorto a drizzar sua niii'a 5 veder somiglianze in esseri, che più tra loro discordano. 7.° Come poi gli uomini dì acuto ingegno, e gli ambiziosi ancora 5 dalle figure a’ proverbj e a tenebrosi enigmi sì trasportarono j cosi gli spiriti più mansueti, i quali più compiacevansi della dolcezza che della mordacità del parlare fecero passo agli apologhi ; e mentre quelli involgevano gli uditori fra la caligine di sensi arcani, questi con novellette ornate a schiette maniere li trattenevano piacevolmente sponendo loro le conferenze e i colloqui, non pur de bruti, ma delie piante eziandio. Con la qual arte sicuramente ottennero, che quanto all’uomo fosse increscevole e duro mirare in sè e ne’ suoi simili, placido e ad occhio fermo ragguardi in esseri di assai diverso carattere, e mentre i 5 o 5 n oggetti, che non gl* irritano ii cuore per essergli assai dissimili, gli esempj osserva della demenza e della cupidità, apprenda intanto, a tutt’altro inteso, ciò che gli giovi a ben vivere. Così lo sparviere in Esiodo ^, nel dileggiar Tusignolo, perch’e’ su lui, benché siasi dolce soave gorghegglatore, abbia ragione di vita e morte, ammaestrane, essere imprudentissimo chiunque prenda a cozjsare co’ prepotenti, sendogìi forza, oltre lo scorno, inghiottire qualunque strazio ed acerbità, Oltracchè sono sijffatti modi più acconci, essendo pur malagevole, siccome osserva Aristotile ^, ritrovar simili cose realmente operate, agevolissimo poi jfigurarle finte a chi pur sappia discernere le qualità delle si- * £siod,o i Tj^votì 6 Is GioviicttG * 2 Aristotile della Rettorica libé a. cap* ao. \ i5i tnili, abilitandone a ciò la filosofia. Hari di più tale comodità 5 che sendo odioso il nome di precettore V acerbità de’ precetti si raddolcisce con la giocondità della favola; talché quegli nomini, i quali rigetterebbero una palese ammonizion pedantesca, I ab- braccian quasi spontaneamente nata, ove si occulti il maestro, o 1 ’ a man pure qual parto del proprio ingegno, siccome osserva TVIas- simo Tirio *, quasi di se medesimi la traessero. Onde quel I^rigio novellatore ^ il quale, al dire di Gellio non gravemente, non autorevolmente spose e chiari quanto fosse degno di avviso e consiglio, ma chiuso in giocondi apologhi negl’intelletti e ne cuoii lo insinuò con vezzo lusingatore * Maòsìmo Tirio Serm, 09 a A, Gelilo Notti Attiche Uh, a cajp. ag. degli animi 5 non solo agli altri poeti si preferia da Apollonio presso Filostrato, perocché quelli le orecchie degli uditori corrompono, e con lo stimolo di grandi esempi spingono gli animi a scellerati amori e a brama d’oro e di regno, dovechè Esopo favoleggiando mostra che farsi o lasciarsi debba, e chiaramente additane qual verità sotto bella menzogna ascondasi; ma si ammirava scolpito ancor da Lisippo innanzi a’ sette che furon detti sapienti: lo che espressamente lodasi da Agatia ^ j perchè quelli severamente ed aspramente ammoniscono, questi scherzando giocosamente gravissime cose insegna, e raddolcendo con blande parole il cuore l’empie di sani consigli. i Fìlostrato Uh. 5. nella i>ìta di Apollonio» * Antologia Uh,  .® Ma mentrechè con apologhi velavan questi utilissime osservazioni j altri offuscarono le medesime con inviluppi allegorici, tessuti non de’ costumi degli animali, ma sì delle proprietà d’ogni qual altro oggetto più conoscessero ; o che una certa grandezza li seducesse 5 o che una qualche paura li consigliasse. Poiché talvolta avveniva che f ardimento e la forza di chi doveva ammonirsi togliesse ogni libertà di parlare. Così non osando Alceo * palesemente lacerar Mirsilo, che travagliava i Mitilenesi con barbara signoria, simboleggiò il tiranno ed i cittadini con la tempesta e una nave, e mentre deplora il legno già soperchiato dall’ onde piagne la schiavitù della patria, e lacera l’op- pressor della libertà. La qual ma- I J^raQÌide Pontico nelle allegorie di Omero, niera, forse dapprima inspirata dalla necessità, si usò dappoi per vaghezza, ed anche a pompa d’ingegno . Ma dove imprima sotto la forma di alcuna cosa ordinaria così celava si la verità, che di leggieri 136 trasparisse ; incominciò appoco appoco, quasi incrostata di false immagini, ad occultarsi in guisa che gl’imperiti non sospettava n pure di oggetto ascoso in quella vana corteccia, e per la cosa prendeano il simbolo della medesima, e in esso lui s’arrestavano, Al quale effetto concorsero con ammirabile accordo il vulgo stesso, i filosofi, ed a’ filosofi i succeduti poeti, pe ’l tramezzarsi de’ quali gli osservatori e gli operatori si uniscono delle cose. Perciocché come le favole, per quanto Massimo Tirio afferma ^ 5 sono tramezzo alla scienza I ilfafiimo Tirio nel cit, Sermé 99. ed alla ignoranza ; cosi coloro, che si applicarono con ogni cura a trattarle, debbono aversi come un legame comune de’ dotti e degl’imperiti ; essendo essi, che astrinsero la sapienza, i cui penetrali sono inaccessibili al volgo, a conversar mascherata nelle assemblee degli uomini più numerose, e spesse volte a prodursi in abito di comediante sopra la scena. E veramente il volgo inettissimo a quegli oggetti, che per essere intesi vogliono mente astratta da’ sensi, mirabilmente però disposto a quelli ch’abbian qualità proprie da porre i sensi in ardore j diede motivo di tratto in tratto d’ immaginar cose nuove a quegl’ ingegni che amassero brillare agli occhi del popolo, o trarlo ad usi migliori. Per lo che, presa baldanza dall’ imperizia e leggerezza del volgo quanti brigava usi credito di sapienza, qualunque oggetto dovesse proporsi al volgo, lo presentavano a lui vestito di alcuna forma invievole per i sensi. Furono poi molto utili ed opportuni tai velamenti filosofi per onestare quelle opinioni, che immaginate s’erano della natura universal delle cose. Imperocché poiché alcuni forti d’ingegno mos- ser dal nido con ali già vigorose, e dalle immagini delle cose, che aperte spiegansi al sensi, alla interiore ed astrusa natura loro in- nalzaronsi, strani portenti si presentarono a’sognatori sopra le cause, l’ordine, e la struttura dell* universo. E prima, ciocché fu in tanta oscurità facilissimo, in due sostanze divisero la natura, talché una fosse, per adoprar le parole di Cicerone efficiente, l’altra * CicsTOìiB j4ccad6ìuich$ 2t i# poi 5 quasi alla efficiente prestan- tesi, effettuata . Nell’ efficiente cre- devan essere la potenza ; una materia poi nell’ effettuato j ma e questa e quella in entrambi; che nè la materia stessa avria potuto accozzarsi senza una forza vinco- Jatrice, nè senza materia niuna esercitarsi la forza. Chiamavano dunque Iddio o V universo stesso, o una potenza oppur mente diffusa in tutte le cose, e sotto la varia immagine delle cose occul- tantesi. Da tale principio ritrasse Escliilo " quelle espressioni H terra ed aere e cielo e firmamento, E scaltro v’ha nell' universo, è Giove; X io Steliini riferisce questa sentenza di fischilo secondo la versione poetica datane in Latino da Grazio nella già citata Raccolta Groziana. Io nel recarla in versi Italiani ho procurato di adattarla più all’originale che alla Ti-adazione. Di qui nasce la varietà, ehe si può incontrare, nella espression de concetti. io che alla prima sentenza accordasi e consuona con la seconda : Non confondere Iddìo con mortai cosa, Nè a lui caduca (jualitade apporre. Eì si cela al tuo sguardo : impetuoso Orribil fuoco ora si mostra, or veste Delle tenebre il velo, or d’acqua prende Sembianza ; talor ha di fiera aspetto, Di nuvola, dì turbine, dì vento, Dì saetta, di folgore, di tuono. Pensavan poi che una mente per ogni parte del mondo si diffondesse, in quella maniera che giudicavano la nostr’anima sparsa per tutto il corpo, la qual per Fossa c pe’ nervi diramasi come abito, tiene al principio poi come mente. Perciocché presso Laerzio * cre- deasi da Possidouio, che F anima delF universo, o il purissimo etere si diffondesse col senso in quanto esiste nell’aria, negli animali, e * Diogene Laerzio lib, i, partiz* rSg, in tutte le piante ; nella medesima terra poi siccome vitale abito s’internasse. E ad Epicarmo pareva che avesse mente qualunque cosa vitale *. Pitagora gii;dicava partecipar della vita chi di calore partecipasse ; e perciò essere le piante ancora animate * ; la qual fu pur di Democrito e di Platone sentenza ^ ; ed affermavano Empedocle ed Anassagora, essere anch’ esse mosse dal senso, dall’appetito, dalla melanconia, dal piacere Anzi poi molti estimavano, come ne attesta Porfirio % che la ragion degl’ iddìi e degli uomini, siccome d’ogni animale, non differisse tra loro per la so- JEpicarmo nella cit- Raccolta Groziana. Diogene Laerzio Uh. 8. partiz. a8. 3 Plutarco nelle Qiiestioni Platoniche, 4 Clemente Alessandrino Strom. Uh. 8., Arir Piotile delle Piante Uh, i, 5 Porjirio delVAstinenza Uh, 3. stanza, ma solamente per certi gradi, talmentechè T una fosse in un medesimo genere più perfetta, F altra inferiore: dalla qual cosa avvenne, che strascinati da una catena d’idee statuirono T uomo essere quasi di tutte le cose un centro, in cui pur tutte o accresciute o diminuite potessero terminarsi. Per lo che la materia, per cui la potenza penetra con varj nomi appellata, essendo spinta da un movimento continuo, credean fra tali commovimenti della natura potersi tutto consecutivamente di tutto fare; pe’l quale oggetto nuli’ altro si richiedeva, se non che una cosa si disunisse da un’altra, ovveramente ad un’altra si approssimasse. Quinci ^ cavarono gli Dii dagli uomini, e gli uomini dagli Dii; e in bestie, in alberi, e in sassi questi medesimi trasformarono. Quinci presso Elia no * Einpedocle trasse alcuni esseri generati da due dissimili spezie p e in un sol corpo con doppia natura uniti. Quinci finalmente si propagò quella metempsicosi 5 cui tratta dalle immondezze Egiziane Pitagora nobilito Poiché asserivan gli Egizj I anima di Osiride esser passata in un .bove, dal quale poscia ne’ posteri si trasfondesse, giusta la relazion di Diodoro ; secondo poi la testimonianza di Eliano ^, intanto gli Eliopollti odiavano il coccodrillo, perchè credevano che quella forma vestito avesse Tifone uccisor di Osiride. io.° Afferrarono avidamente tali opinioni i Poeti, e non altrimenti che di principj trasser di * JZUano Istoria degli Animali Uh* i6. cffp.  - * Diodoro $lciL Istoria Uh. l. 5 EUano Istoria degli Animali I r lòii quelle quai corollarj le loro trasformazioni, e le varie forme onde vestiti gl’iddi! usavan cercare ogni angolo dell’ universo per riconoscere le virtù e’ vizj degli uomini, Perciocché quelle trasmutazioni di cose, che si credeano i filosofi a tempo certo uscir dell’ ordine eterno dell’universo a grado a grado spiega ntesi, a lor piacere i poeti nella natura medesima le intrometteano, qualor vaghezza o bisogno li stimolasse j nel che nuir altro si conveniva far loro 5 se non che poste opportunamente apparissero quelle occasioni e cagioni, cui ciaschedun evento congiunto fosse di qualche necessità. Queste di vero si mendicavano spesso da qualche alterazione dell’ animo, o d’alcun vizio o virtù, perchè avevansi come i più proprj argomenti da ingenerare negli uomini spavento ed odio p"' torti affetti, e riempierli di sentimenti onorati. Ma temerariamente ammassando e spacciando importunamente trasformazioni di ogni maniera que’ che cercavan miracoli per mostrarsi più venerabili al volgo, tali prodigj perde ron fede, e annoveraronsi tra que’ fantasmi, di cui si può la fantasia dilettare e ornare il mondo poetico, variato poi coll’accrescimento di azioni, di movimenti, e di forme. ii.° Mentre però che questi di larve tali coprivano la sapienza per farla pvù ragguardevole al popolo, altri qualche particola ne dìvelsero, e chiusa in breve ed a- cuta massima la proposero. Siffatte massime, o perche tratte dalla natura medesima delle cose per una osservazione diuturna, o perchè espresse con la meditazione dalle nozioni serbate nell’in tei letto 5 hanno grandissima autorità, sì per la gravità ed il peso delle parole che le ristringono, come per la loro fecondità e per lo agevole e libero adattamento loro ad assai casi del vivere. La stretta brevità loro fa veramente, ch'el- ìeno apprese pur sieno dagl’imperiti e sfaccendati egualmente, e pronte accorrati ovunque ad o- gni cenno delf animo. Perlo che il volgo ignorante si vai dì loro frequentemente, e d’ordinario da quelle giudica il bene e il male. Se l’ebbe certo in tal conto l’antichità 5 che scoi piansi agl’ ingressi de’ santuarj, e adopravansi a pronunziare gli oracoli; o perciocché talvolta se ne ignorava per la vec- diiiezza l’autore, si noveravan tra que’principi, attingonsi dalla natura medesima, e a cui dà peso il concorde assenso delle nazioni e de’secoli. Onde i fanciulli apparavanle per poi giovarsene in ferma età 5 siccome asserisce E- schine nell’arringa contro dì Te- sifonte . ia.° Ma nulla s’ era sin qui con certa ragione e regola sopra i costumi determinato, perchè non era la mente per anco pari a tant opera 5 o perchè quelli che avrebbero principalmente potuto farlo s’ eran»o agli esercìzj d’ altri mestieri applicati,60 ninna cura essi posero sulla maniera del vivere, o se pur tolsero a meditarla non presentarono che opinioni espresse in forme allegoriche. Per la qual cosa le regole de costumi non eran altro che o un indi- gesta massa dì brevi e facili detti ; o corollari di naturale istoria raffazzonata in ogni maniera applicati alle costumanze; o gesta illustri die’ trapassati, le quali o rinchiuse in inni cantavansi fra le mense, o propinavansi al popolo ineschiate a’* riti divini, o contraffatte di favole si produceano a spettacolo sulle scene. Comparve Socrate finalmente, il qual s* abbattè per sorte in que’ tempi, che rovinati i costumi degli Ateniesi dal lusso erano inzavardati d’ ogni lordura : 1 ’ arroganza poi de’ Sofisti, forte d’ inganni e le- nocinj rettorìci, signoreggiava ; ammaestrava i giovani già corrotti dagli ordinar] usi del vivere in quelle arti, per cui potessero nella ignoranza massima delle cose ammaliare il popolo in parlamento, e rinchiudeva tutta la scienza in un girar di parole e di concetti splendidi comodamente adattabili ad ogni assunto, o di ventose speranze pasceano il cuore del popolo. Per lo che Socrate, siccome affermane Cicerone % pensò * Cicerone Questioni Tuscularte Zi&, 3* doversi distrar la filosofia dagli arcani gelosamente nascosti dalia natura medesima, ed applicarla al governo delia repubblica ; quindi ei la trasse dal cielo, e la po se nelle città ^ e la introdusse ancor nelle case, e a meditar l’obbligò sopra la vita e i costumi e le buone e malvage cose : raccolse in un certo ordine gli ammaestramenti del vivere, che vagava no dissipati; illustrò definendoli i tenebrosi caratteri delie virtù; i complicati e confusi sbrogliò partendoli e dichiari; investigò gl i- gnoti con la induzione de simili, e mise gli altri in cammino d’investigarli . Quindi elegantemente dice Temistio * che, quale Atene da Teseo, fu in un sol luogo da lui raccolta la sparsamente abi tante filosofia . Temistio Orazione it* i 3 .° Quanta ignoranza ^ qual Lnjo Ja scienza de’costumi ingombrasse, chiaro è da ciò, che ne disputa nelle morali sue conferenze Platone. Poiché non crasi ancora determinato qual fosse e la natura e il valore della virtù ; lo che si prende a rintracciare nel Mennone . ]Non s’ era ancor definito per quai caratteri fra loro il giusto e Fingiusto si dipartissero5 le quali cose nel primo cerca usi e nel secondo colloquio su la Repubblica . Che innanzi a Socrate mai non si fosse indagato qual cosa aversi per santa e pia, V apprendiamo dalPEutifrone. Per la quale ignoranza avvenne, che quelli che professavano d’insegnar tiitto, quantunque nulla assolutamente sapessero, poteano comodamente a vane ciance dar peso, ni un altro avendo così fornito l’ingegno da scompigliare le reti fragili de’ Sofisti. Nè già le cose ignoravano solamente, ma ne fa chiari Platone stesso che non sa- pesser neppure il tenore e il mezzo da conseguirne sicura e limpida conoscenza. Imperocché, siccome afferma nel Fedro, niente può stringersi con l’intelletto, o svolgersi col discorso, ove le cose qua e là disperse in un ordine non sì raccolgano, affinchè possa una sola definizione abbracciarne quante fra loro per alcun modo concordano; e vicendevolmente ove le cose raccolte insieme gradata- mente non si di nielli brino in parti, perchè sì possa spiegare ognuna distintamente. Ed oltracciò nel Filebo, poiché, dice Socrate, quelle cose, che sempre sono, sono una e molte, ed hanno un certo naturai termine e insieme han corso infinito; per indagarle adunque e insegnarle agli altri è me- lyo stìeri primieramente, che rintrac- ciarn quella forma, nella qual tutte contengonsì ; la qual trovata si denno poscia ricorrer tutte, perchè non solo sappiamo essere quelle insieme ed una e molte e infinite ; ma quante ancor quelle molte sieno ; nè ad esse molte Ti» dea deir infinito adattiamo pri- machè ci sia noto evidentemente il numero di tutte quelle, che fra runo e l’infinito frappongonsi. Lo che vuol dire, che essendo il genere uno, più poi le spezie al genere sottoposte, ed infiniti gli oggetti individuali che sottopon- gonsi a queste spezie, dehhesi prima di scendere a’ singolari considerare gradatamente e percorrere tutte le spezie del genere investigato. Ma quelli, come pur ivi avvertesì, che allor brigavano credito di sapienza, oltre saltando i frapposti oggetti, dall’ uno ratti passavano all’ infinito ; raccoglievano in una forma 5 siccome s ha nel Politico, simili reputandole $ cose fra loro discordantissime ^ dovechè avrehhon dovuto stringere dentro un medesimo genere cose fra loro affini} dopo che avessero tutte esplorate le discrepanze } che fossero nelle parti, Per lo che chiaro affermasi nel Sofista, aver essi V ingegno e Fuso della divisione ignorato, onde avvenne che fosser poveri di parole. Perciocché quanto più sono ravviluppate le idee, vie meno segni per ispiegarsi addoman- dano ; quanto più sono distintamente partite, tanto è mestieri che più s’ accresca la vena delle parole ^ perchè a ciascheduna idea proprio segnale s’apponga, per cui discernasi nell’annunziarla. Nulla poteasi adunque sperar di saggio^ nulla di chiaro da quelli. che nè raggi unta avevano la verità, nè conoscevano i mezzi da rintracciarla; e ridncevano l’arte del disputare e del dire j, onde cotanto si pompeggiavano, a mere baje ed a vanissimo strepito di parole. Per intuzzare il fasto de’ quali uomini giudicò Socrate doversi quella sapienza, della quale era ei solo veracemente maestro, velar con quella sua celebre dissimulazione, per non respingere da’ suoi colloqui quanti volea costrignere a confessare di nuli’affatto sapere, prima che avessero a piena bocca versata tutta la scienza, nella qual più si fidavano, ed invescati dalle interrogazioni di un uomo, che sol bramasse istruirsi, ben comprendessero non esser ella che vanità. Perciò eloquentissimo essendo, e avendo insegnato il primo, come ne attesta Laerzio, l’arte del ragionare 5 usava umile e / disadorna orazione, seconclochè nel convito di Piatone afferma Alci- Liade, per animare coloro, di cui ■fingeasi discepolo, a cavar fuori più arditamente quella, di cui si boriavano, suppellettile di eloquenza, e dopo avere sfoggiate tutte siffatte merci di belJa stra e di niun valore, a'’loro segni medesimi se ne svelasse la nullità . Perciocché nulla ad ducendo egli del proprio, ma rivolgendo per tutti i lati quanto ne avea concesso il contraddittore, appoco appoco inoltrandosi, colà pingevaló filialmente ove forz*eraglì di confessare non si poter già difendere quanto animosamente poco dinanzi asseriva. Ma raentrechè prestandosi alP occasione mettea più cura a distruggere le altrui maniere, che a rassodare le proprie ^ destò sospetto in alcuni, ©h’ ei ne insegnasse più tosto qua- ie duL.bie2Sza chiudasi nelle cose, che quale s’ ahbian certezza e veracità, e dicrollasse, piuttostochè invigorisse, le fondamenta del conveniente e del buono . Ciò ad Aristofane ^ diede appicco per accusarlo, quasi ponesse in dubbio quanto mai ha di più certo, e più ne importa sia vero, e questionasse che tanta sia probabilità in ogni cosa, quanta potesse ap- porlene una insidiosa allettatrice eloquenza. Per la qual cosa malignamente chiamalo antesignano di quelli che si gloriavano di possedere e r uno e 1 ’ altro parlare, che superiore e inferiore dicesi, il quale può veramente dare alle stesse cose eguale aspetto di vere come di false . Ma benché Socrate, per non torcere dal suo proposito, nulla affermasse 5 pure col * Aristofane nelle ISfuvolei disputare ed abbattere le opinio= ni alla ragion ripugnanti, faceva sì che ciascuno agevolmente inferisse qual fosse il massimo bene, quali virtù, quali vizj alla natura umana distribuita nelle facoltà sue rispondessero. 14*'^ Ciò fatto, quasi la tromba sonato avesse, mirabilmente eccitò gli affetti degli uomini a coltivar la filosofìa de’ costumi ; ma ciascheduno amando meglio parere autore di cose nuove, che apprendi to re delle scoperte, e perfezionatore delle abozzate, miseramente molti la deformarono, e la constrinsero di quando in quando a vestirsi di nuove forme. Perciocché ora mostravasi con increspata fronte 5 con barba squallida^ e in sordido niantellaccio, e spoglia d’ogni vergogna sfacciatamente lorda vasi d'*ogni bruttura; ora splendidamente e mollemente abbigliata 5 ed odorosa d’unguenti si in cerca di delicati conviti ^ nè riputa vasi a scorno far viso e lezio di parassito ad uomini sontuosi . Alcune volte invaghita della piacevolezza degli orticelli, e soddisfatta di semplicissimo vitto, abbandona vasi neghittosa alla soavità di un ozio infingardo^ alcuna volta ingolfa vasi nelle civili tempeste, e arma vasi di quante forze può mai natura e fortuna somministrare, per acquistarsi, prudentemente operandole, tutti quegli agi che possono crear diletto nel vivere. Talvolta sopra le cose umane di lungo volo innalzandosi nelle divine affissavasi che sono eterne, e procurava di richiamare la nostra mente, staccata affatto dalla materia, a quella mente, da cui credevasi derivata ; talvolta sprezzando uomini e dei, ed ogni cosa mettendo sotto di sè$ con Giove stesso di libertà e d imperio rivaleggiava ^ e prometteva ardita di crear essa monarchi e numi tutti coloro, che non prestandosi ad altri sol tanto a lei s’ attaccassero . Alcuna volta agi* tavasi irresoluta, e vacillante cercava dove fermare il piede ; alcun’ altra disperatissima di mai trovarlo 5 nè più curando soggiorno stabile e fermo ospizio lasciava trarsi dagli accidenti secondo il corso incostante della fortuna . Ciascuno in somma di quella forma la rivestì, che più gli fosse in acconcio o a cuore. i 5 .° Imperocché Platone, sendo fornito di sommo ingegno, compiuto in ogni dottrina, ed egualmente grande, pregio serbato a pochi, si nella facoltà di scemerò quelle cose, che sgombre d ogni mortale impasto si svelan solo ad un’ anima tutta staccata dal senta so, come nelTaltra facoltà di mostrare, quasi dipinte e illustrate pomposamente, sensi stessi le cose, che dalla mente si percepì- scono ; unendo insieme queste fra loro discordantissime facoltà, creò tal genere di orazione dell’ una e l’altra composto, che per lo splendore delle parole, e la pittura de’ sentimenti d’ogaì colore imbellita, frequentemente diletta più, che non istruisca. E veramente fu spesso si stemperato in lisciar io stile, che non mancò solamente alia gravità di filosofo ; ma deesi dire che trascendesse la intemperanza medesima de’ poeti. Quindi, siccome Longino attesta io censurarono alcuni, che quasi preso da frenesia si abbandonasse a traslati arditi e a tumidezze allegoriche ; e Dionigi Alicarnassen- I Longino del Sublime cap, a8.se * gli pone a colpa di avere, più che al valor deile cose5 messo l’ingegno ai frastagli delle parole . Per la qual cosa, mentre dagli argomenti sensibili agP insensibili 5 e dalle immagini eternamente lubriche delle cose trasporta gli animi a* loro stessi e- semplari 5 che nè mai nascono, nè sono mai per perire, affinchè il lume del vero sgombri un errore contratto per la consuetudine di cosiffatte apparenze ; ei rivestendo ogni cosa di ailegorie ritira gii animi alle apparenze medesime, e di sì vivo splendore gli scuote e abbaglia, che stupefatti lasciali di maraviglia piu tosto che rischiarati dalia evidenza. Perciocché avendo raccolto per ogni parte tutti i fioretti poetici ed i misteri 1 Dionigi d"Alicarnasso della Graokà dell Orazion Demostenica .de* numeri, e avendo cercato a- dentro il sistema adombrato sopra le idee da Epicarmo, congiunse insieme siffatte cose scambievolmente impacci antisi 5 e ravvolgendo gli animi per tortuosi argomenti sparsi di tratto in tratto di favolose immagini, menali tutti sin dove ni uno più riconoscasi, ma resti assorto dalla medesima universalità delle cose, e finalmente unitosi a quella mente, da cui ciascheduno emana, si creda essere Iddio . Poiché, siccome si esprime Tullio giusta il parer di Platone \ è Dio chi vive, chi sente, chi si ricorda, chi prevede, chi questo corpo, ch’egli ha in governo, così conduce e amministra, come il sommo Iddio questo mondo ; talché non debba sembrare maravi- glioso, che tanti uscisser di que- ì Cicerone nel Sogno di Scipione cap. 8.sta setta fanatici ed invasati ; e che tanti concetti ornati di favolette poetiche si co^iessero da poeti cupidamente, e si garrissero sino alla sazietà . 16.® Aristotile per lo contrario, uomo egualmente di sommo acume e di gravissimo discernimento, può ^ « 1 • • s^ttribuirc 3 - sè solo di suo diritto ciò, che generalmente da Massimo Xirio affermasi de filosofi. 5 imperocché la sua mente rinvigorita e intollerante di enigmi cavò la filosofia d^ogn’invoglio 5 de fregi suoi la spogliò ^ ed usò nude maniere. Costrinse a legge determinate © chiarite per ogni parte le argomentazioni ; da singolari, avanza agli universali, che soli possono produr la scienza, la prima entrata de’ quali essendo già 1’ esperienza stessa, n’ è più. dirit- ^ MOtSSITUO TÌTW SbTTUì.  ta e sicura la progressione; poiché ciascheduno è certo donde parti, qual via Batta, e dove gli è da sospingersi. E per toccare ciò che più vale al proposito, Platone avendo opinato j userò le parole di Cicerone ^, che fosse V intero mondo una città comune degli uomini e degl’iddìi, ed esser gli uomini di generazione e di stirpe agl’iddìi congiunti; e avendo perciò abbracciato co’ suoi precetti tal vastità, quale da uomini, tutti occupati dei vivere, difficilmente si può comprendere; parve più comodo ad Aristotile, che ciascheduno si reputasse, non dell’intero mondo, ma solo d’una repubblica cittadino; ed a tal uomo acconciò la filosofia de’ costumi, perchè stimava vieppiù valevole a tener gli uomini nel dovere un’affinità più Cicerone delle Leggi Uh. i. cap. 7. ristretta © da scambievoli e chiarì uffizj corroborata, che una la quale 3 -gguagìi in ampiezza la infinità della natura medesima, incomprensibile affatto dalia comune degli uomini, la qual si dee provvedere d^ instituzioni, Laonde mentre Platone con il soccorso dell Aritmetica Geometria Astronomia si sforza a sublimar gli uomini dalle concrete alle cose intellettuali, da’ sensi alle astrazioni, e insegna doversi 1’ animo scevra re affatto dal corpo, trasse Aristotile ciascun uomo là dove ognuno, che meni vita civile, si lasceia facil mente persuadere doversi aggiungere ; e quante cose vedeva^ si care agli uomini da non soffi irne la perdita, mostrò in qual modo valersene rettamente. Poiché qua lunque co’ suoi precetti piovveda a que’ solamente, cui basta a beatamente vivere la pura contemplazion delle cose intellettuali, e’ certo pensa, che o la più parte deli’ unian genere sia dispregevole, lo che è superba arroganza, o nata unicamente agli a£PannÌ, lo che guanto è ridicola supposizione, è altrettanto inumana ferocità. Quindi Platone stesso, che argomentossi a comporre una città, non di uomini, ma d’intelligenze scariche d’ ogni corpo, e col lega ria con P accomuna mento di quelle cose, che sfuggono ad ogni forza di senso ; perchè nondimeno tale città non sia ripudiata affatto dal popolo, le accorda l’uso de’ sensi © delle cose esteriori, e pone esser© le virtù, le quali civili appella, in quella mediocrità, cui trattò poscia profusamente Aristotile, e il maggior numero de’ filosofi commendarono. Ma per fondare o per figurare tale mediocrità trasse da varie dottrine e scienze ciascuno varj argomenti. Imperocché Platone dalle corrispondenze de^ suoni approvate dalla sagacità delle orecchie cavò le leggi, onde i massimi cittadini dispostamente attemperati con gPinfimi, siccome suoni dissimili ^ si concordino e formin quasi pura e soave armonia j ed egli pure insegnò doversi in ciaschedun uomo le tre facoltà deir anima, appetitiva, irascibile, e razionale, contempo rare secondo quegP intervalli, con cui tra loro si rispondevano la corda somma, mezzana, ed infima nelle cetere. Le quali cose spiegando crede Plutarco *, Platone aver la lagione alla somma corda. Pira attribuito alla media, alP infima P appetito; essendo tale il carattere della ragione, che signoreggi; delP ira, 1 JPlat&ne de Ilei Mepuòbiiw 4' 2 jPlutdTCO nelle Queitioni J^iutoniche - che ajutatrice ed ancella della ragione governi e sia governata; dell’ appetito poi che interamente ob- bedisca, siccome quello, che da Platone estimasi d’ ogni ragione incapace. Fu poi la cosa assai più lungi portata da Tolomeo \ Poiché non solo costui pensò consentire la facoltà razionale con il diapason 5 la irascibile vicina a lei col diapente, e la concupiscibile più a lei discosta con il diatessaron; ma tante qualità ancora ad ogni facoltà attribuì, quante son pur d’ ogni spezie le consonanze ; cioè tre alla concupiscibile, alla irascibile quattro, sette alla razionale. Conciossiachè tre, dice, della concupiscenza le virtù sono, come del diatessaron le consonanze; la temperanza nello sprezzare i piaceri; la continenza nel sopportare Tolomeo deWArmonia lib. 3, cap» 5 .il bisogno; la verecondia nello sfuggire le turpitudini: quattro irascibile come le consonanze del diapente; cioè la mansuetudine nel temperare la collera; r intrepidezza nel solFocare i ter- ji'ori delle pendenti calamita 5 la fortezza nel dispregiare i pericoli; e la tolleranza nel sostenere i travagli : sette son finalmente le virtù della razionale, come già del diapason le consonanze ; cioè V acutezza, di cui è proprio muoversi speditamente; T ingegno ^ a cui si conviene dirittamente colpire ; la perspicacia, onde le cose discernonsi ; il giudizio, per cui si estimano rettamente ; la sapienza, che s’occupa nella contemplazione ; la prudenza, che nell’azione raggirasi; e la perizia, che versa nell’ esercizio . Di più avendo partito i suoni in unisoni, consonanti, e concordi, ed appellato unisoni que^ che il diapason costituiscono j consonanti quelli che fondano il diapente, concordi in fine quelli che sono tonici, e quanti compongon mai la minima delle consonanze; le cose, e’ disse, che spettano al retto uso dell’ intelletto e della l’agione agli u- nisoni consomigliansi ; ai consonanti le cose, che al ragionevole temperamento de’ sentimenti e del corpo, alla fortezza e alla temperanza si riferiscono ; ai concordi poi quelle cose, che si rapportano ad una qualche affezione; finalmente l’intera filosofia de’costumi risponde al pieno concerto d’un’armonia perfettissima; talché si debba e la virtù chiamare una certa armonia degli animi ^ ed una certa virtù de’ suoni nominar debbasi V armonia '. Prova JEudemo Uh, a. cap, i. però Aristotile * le virtù starsi in un mezzo, così per V indole di tutti quanti gli affetti, i quali tanto per soprabbondanza corrom- ponsi quanto per mancamento; come per la natura della quantità o continua o discreta, nella qual sempre si può raccogliere il pari, il meno, ed il più. Ma tocca generalmente siffatte cose Aristotile ; i Pitagorici poi, che s’eran tutti applicati alla dottrina della quantità discreta, ossia numerica, minutamente le sposero. Poiché !Nicoinaco Oeraseno, avendo nella introduzione alla scienza de’ numeri esposta da Giamblico insegnato essere il numero ( il quale per sé medesimo è pari e totalmente libero d’ogni affinità col dìspari ) altro più che perfetto ; altro mancante e contrario a quel- Aristotile deir £!ti€c^ lib* si» 6 * Io ; altro perfetto e mezzano tra l’uno e l’altro; uno cioè, la cui somma è maggiore delle sue parti; uno, la cui somma è minore; uno, a cui totalmente è pari la somma stessa ; prese il numero perfetto 5 che primo è dopo dell’ u- 3TÌtà il senario, a dimostrazione delle virtù, le quali disse non essere alcuni estremi, siccome a certi sembrò ; ma sol mezzi fra la soprabbondanza e la deficienza; e veramente il male al mal contrapporsi ; e i’ uno e l’altro de’ mali opponersi al solo bene ; non mai però il bene ai bene, ma i due beni insieme ad entrambi i mali; come all’audacia la timidità, alle quali è comune la infingardaggine ; r audacia poi e la timidità alla fortezza . Pose altresì consistere la simiglianza della virtù e del vizio col numero perfetto, e col soprabbondante o igi deficiente in ciò, che troverai i im nitori soprai) Ijondtin ti 6 ma n— chovo^lì esser© assai di più ©d infiniti, qua e là disposti disordinatamente e da ni un termine certo non ordinati ^ raro per lo contrario ritroyerai i perfetti, e con facilità numerabili ; essendo assai pochi quelli, che sono con fermo ordine procreati Imperocché la rarità del numero perfetto, come d’ un bene ^ non già del male vario e nioltipìice, n’offre per legge di natura uno sol tanto ne’ numeri, che sono sotto della decina j uno nelle decine, che sono sotto del centinaio; un nelle centinaja, che sono sotto al migliajo ; e così poi in infinito. 117.® Ma in tantoché tai filosofi da cosiffatte origini ripetevano i Boezio citato da 'Benullt all allegato passo di iSlicornace, iga londatiienti di una virtù conveniente al consorzio umano, siccome quella che rende F uomo at- tuoso ed abile ad operar quelle cose, per la perfetta esecuzìon delle quali tutti di tutti abbisognano; altri d’altre sorgenti si affaticarono a derivare una virtù di tal foggia, che mentre credesi che perfezioni ogni uomo divisamente, spezza in un certo modo il primario vincolo di società. Imperocché Zenone, il qual mosso da innata severità tenne e nobilitò la setta de’ Cinici, purgatene le sordidezze e rasane la impudenza, avendo tale opinione, che la nostr’ anima fosse una particella dell’ anima dell’universo, cioè del purissimo etere penetrante tutte le cose; la natura poi essere Dio medesimo tramescolato col mondo j ossia il fuoco partecipe della ragione e dell’ordine, e segnalato ài varj nomi secondo la varietà delie parti, cui variamente informa nel penetrarle ; insegnò V ultimo fine deli’ uomo essere uniformarsi a Dio, o, alla natura conformemente vivere, o a’ sentimenti attenersi di un fermo animo, che sia discìolto da’ lacci del materiale impasto, nè di godere impedito sua naturai perfezione. Poiché Dio essendo V animo di ciascuno, essQ è perfetto per sè medesimo j per la cjnal cosa dee cu^ rar solo a rimuovere quegli ostacoli, che il puro uso ed intero di una perfetta natura potrebbero frastornare. ^Nascono poi tali ostacoli dalle cose fuori di noi per nullo consiglio umano variabili; siccome quelle che giudicavan gli Stoici si conducesser dal fato, cioè da una potenza immutabile governante ordinatamente questo universo. Laonde estimò Zenone doversi allontanar dal sapiente qnaT- luncjLie cosa esteriore ; perchè, se il sapiente creda che oggetti inori di siJa balia gli appartengano, non sia da pensieri arditi e da sediziosi affetti agitato; di che nulla vi è più contrario alla stabilità imper- mntabile della natura . Gli è d''uopo adunque, che l’animo in sè medesimo si raccolga, riponga tutto in sè stesso, e solo a sè stesso basti, perchè del tutto sia libero. Ma benché 1’ animo del sapiente sia pur a neh’ esso implicato nel se m pi t e r no ordine tl e11 e cose, non però fiore di liberta gli si macola, perchè adempie ciò ch’ei medesimo sceglierebbe, se ancor nessuna fatale necessità il violentasse j, e amministrando ed usando tutto dì suo consiglio segue spontaneo il lato, non è dai fato rapito forzata niente, come del serve e iusensato volgo è costume. Per io contrario Epìciiro portando avviso ohe iì mondo fos- se aggirato dal caso, e avendo tolta ogni sapienza e costanza dall’ universo 5 e rotto l’ordine delie cagioni, che da una prima spie- gantisi nella medesima si rivolgano, volle che 1 ’ uman genere fosse una parte dell’universo staccata affatto dall’ altre ^ e dall’ imperio e dal timor degli deilo sciolse, i quali, dilungi a noi rilegatili, collocò oziosi negl’intermon ' dj, perchè nè eglino ci sien di noja j, nè lor siarn noi di molestia, donde la pace deli’ animo sì avve- ienh Quanto poi può s’ argomenta a liberar gli uomini, a libertà redenti e tolti ad ogni governo della possanza regolatrice dell’universo 5 dalla tirannide ancora di quelle cose, che ne riguardano e stringono più dappresso. Imperocché degli affetti, i quali ad esse ci attaccano e sottoinettono, vcg- gendo alcuni eccitarsi dalla «a^ tura medesima, alcuni dalla opinione 5 la qual può essere cosi conforme come discorde dalla natura 5 e però certi di questi affetti e naturali essere e necessari ; naturali, ina non necessari, molti; i più veramente nè necessari, nè naturali; prima stimò doversi di- veglìer tutte le cupidigie super- due ; impose poi di recìdere quelle ancora, die non sovvengono all indigenza, ma solamente formano la varietà de^ piaceri ; onde non s’abbia quindi a tnenare vita straziata e carica di travagli. Zenone adunque ed Epicuro, movendosi da punti opposti, idscontransi insieme a credere, abbisognare il sapiente di poche cose, e dojjo quasi aver corso uniti per bteve tratto tornano a dipartirsi, uno a sfidare arditissimo tutta la forza della natura, e a cimentarsi, pieno di cuore è d.i sapienza, con lei ; l’altro a schivarla avveduta- mente e declinarne gli assalti, per non averla con <jualche dan— no a combattere; ambedue liberi di paura, quei perchè giudica essergli forza spontaneamente seguitar r ordine dell’universo; questi, perchè solò dì sè geloso reputa nulla appartenergli tal ordine, dal quale è affatto diviso. 19.° E a questi primarj capi ri- dur si possono quanti sistemi i filosofi immaginarono su la ragione del vivere. Imperocché o sollevarono l’uomo a celesti idee, o alle bisogne umane lo richiamarono; e gli uni e gli altri principalmente diressero i loro ammaestramenti al vivere o solitario 0 civile. Poiché sforzaronsi alcuni di sublimare il sapiente loro alla contemplazione di quelle forme che sono eterne ; e perchè ognuna di quelle abbraccia quante ve n’ha dello stesso genere, con il soccorso loro si argomentarono ad associare insieme le menti portate via dal sensibile al mondo intellettuale, cui posson tutti egualmente par^ tecipare, altri educarono i citta^- dini agli affa??!, e a coltivar qpe’ doveri, co’ qiiali scambievolmente si confortassero in ogni necessità della vita; altri estimando essere ognuno parte del mondo perfetta per sè medesima, si allontanavano di lungo tratto dagli uomini, e tutti scioglieano i vincoli, che a comunanza di vivere ne costrìngono, per non iscuotersi punto dah la concetta loro immutabilità, se a quelli si accompagnassero, che soglion essere dalle passioni diversamente agitati. Conciossiachè il sapiente fra loro di nulla misericordia commovesi, a ni un fa gra-? ^ia j e giudica tutti gli altri essere mentecatti, schiavi, ribaldi. Altri deliberarono finalmente dovere ognuno curar sè stesso, nè mesco^ larsi in affari altrui per non ritrarne gravezza o inamarirsi il pia-^ cere, se a caso scostisi d* un sol dito, o metta fuori la testa de* suoi orticelli. Tutti estimarcn poi la virtù essere necessaria o a mon<- dar r animo, perchè si dedichi più pronto e libero alla contemplazione, o a renderlo atto agli affari, o a vestire quella fermezza, per cui il sapiente j se fracassato subissi il mondo, o eh’ ei sia posto nel toro ad ardere di Talari^ de, non crolli punto di sua pacifica securtà: altri in fine, per acquistarsi pace e dolcezza di spirito senz* affanno. Mentre però i filosofi più che non deesi esaltano, o indurano, o snervali gli uomini, li rendono disadatti alle civili occorrenze ; o mentre cacciano i riottosi per luoghi inospiti, o i già pendenti sospingono giù per la china, corrompono gli uni e gli altri j e li distornano da que’ prin- cipj, cui la natura gittò per base di umana felicità. ao.® Le quali massime essendosi tutte originate dalle opinioni, che gli uomini, forse mossi o dalla disposizione del proprio cuore, o da una oscura ed equivoca analogia, sulla natura forraaronsi delle cose; ne avvenne che quelli principalmente sconciarono e intorbidarono la ragione, che il più sem¬ bravano avere inteso a perfezio¬ narla. Imperocché d’ordinario chi molto vale di ingegno, ed usalo assiduamente j mentrechè sdegna le cose facili e spia le arcane, in¬ torniato da quelle tenebre fra cui sepolte si celano ^ egli mede¬ simo acconciasi fallaci immagini delie cose 5 © colora e irnhel- lettale a suo talento; e ad uso de’ sognatoli, non conlVontando mai tali immagini con esse cose, xieppuf s’ avvede esser nebbia ciò cb’e’ si crede Giunone. E se per caso destisi T animo finalmente, e ad esse cose rivolgasi, già estenua¬ to da vane speculazioni non vale a sostener quegli oggetti, de quali percbè si possa ricevere l impres¬ sione havvi mestieri di un fondo in certa guisa più solido. Laonde quel eh’ è più grave trapela e scorre, per cosi dire, per le fessure di un’anima attenuata e forata per ogni parte; quel eh è più lieve e di più volume v’è dalla sua medesima leggerezza soprattenuto. Indarno adunque ricerche- rebbonsi dalle massime de’ filosofi le regole della vita ordinate dalla natura e dalla sana ragione; es¬ sendo spesso inimica alia ingenua l ragione e pura, più che i costumi, inconsiderati del volgo ^ T arte di alcuni ammaestratori: talmente- chè non a torto si lagnò Seneca % che la filosofìa sì trovasse non a rimedio dell'animo, ma ad esercizio d’ingegno, e fosse a molti Cagione già dì pericolo . Smeca Epìstola io3.flo3 Hagtonameetto del Tràdcitto- riE. . pon quale ordine sì sviluppasi sero le facoltà degli uomini, ed appetiti ne uscissero loro connaturali, Con quale tenore e modo na¬ scessero le opinioni sopra le cose spettanti al vivere, Con qual tenore siensi propo¬ ste e da che fonti attinte le instiiuzioni del pwere e de\ i^ostuTni .UNIVERSITÀ' D! PADOVA Dipartimer^to di Storie e Filosofìo del Diritto e Diritto Cononico ed i costumi e le leggi mo costituzione sortirono, che sien. Diaitized b v ..’- y L . >-’-*£.  ±  v ' ; Ì .. - w;®'% , WÈm$ i ;v :• • irjj  V jt. v ■% ♦? : ' - fSV--‘v 4 '’tìX K «ii. ’Tlj Jd . '• Ì«£fi ; 3-4 r  ; Si .•'►> 4 pA. T* « *r*. r.' . f.-\ (K. •»■ 4*. r y# % V^ 1 .-- r\y * iv *«£&^ _• 1 t r ’ r*l ■pV ‘ aBt ..v-'- 4 Ù 3 A> ■ J- .- vvj i : I - \--T \ . |k^ t V> ;> !nr, .£ >/.-!{ 'v:  *&r.} M  V ’ vf-! y . _• Vi '- r ’tÌ-'I. V V &'. 1 » , v ■+ v a* 4 <% •*• i - * 1 ^i •: B„ .Jfe*: 2 ^'' Tfiì *1 . /s '^1 ■' .V* >^ A : * ìr>?^ s m ' r ►; ^k. « 'tS < V * i :»yT fc y* jèt- - • .k i . WV« A| % I I  % OPERE VARIE DI S. C. R. S. VOLUME I. JlL. * ^ 0 . CONTENÈNTE ORAZIONI ED ALTRI RAGIONAMENTI • r Format ttnut vertebar in omnct . Propcrt. IN PADOVA.. N E L. JfcyV^ STAMPERIA PENADA. V/..' Con L $ c, de' Su p. v.  % 0 • !  / Opportuna mea efi cunBis natura figurts : In quamcumque voles verte , decorus ero . Vertumnus apud Propert. ei. u lib. 4* A  . u< DPREFAZIONE DI EVANGELI C R. S. Uegli uomini ri , che forniti dalla natura d’ una ftraor- dinaria forza d’ inge- gno , e dall’ arte ar- ricchiti d’ una dottrina all* ingegno propor- zionata , giganteggiarono fra letterati det loro fecolo , per quanto fieno ftati poco premurofi di provvedere alla lor fama pref- fo la pofterita , non fono mai periti nell’ obblivione per difetto di banditori della lor gloria, nè a pofteri anno mancato mo- numeriti , che ad efli certa fede faceffero delia loro eccellenza. Siafi egli effetto dell 1 amore a si fatte perfone da noi profeffa- to , mentr’ erano in vita , il quale ci fac- cia credere di mancare al dover noftro fe ommettiamo di procacciare al loro nome quel maggior luftro , che per noi .fi può; 0 veramente dell’ amore , che porfiamo a noi ftefii y il quale ne muova a ftudiar-i ci d 1 immortalare una gloria , della qua- le è in certo modo a parte chi fu co’ pof. feffori d 1 efla congiunto con qualche vin- colo ; o di quello finalmente , che fentia- mo verfo 1’ umanità , alla quale fiam per- fuafi di far un benefizio confervandole e* terna la rimembranza di chi fembrò aver- la follevata ad un non ordinario grado d 1 altezza , o provvedendola di monumenti y da’ quali penfiamo eh’ ella trar ne pofla alcun frutto ; o da qualfivoglia altra ca- gione ciò nafea ; qualunque volta vengafi per morte a perder alcuno di que’ fublin mi intelletti , v’ k fempre chi la cura fi prende di ravvivarlo e renderlo immorta- le col raccoglier e pubblicare le produ- zioni che di elfo gli vien fatto di rinve- nire . E non pur quello fi ritrova chi faccia, ma fe avvenga mai che nulla ab- bian eglino lafciato ferino , v’ à di que- gli , che non paventano la fatica di an- dar nella propria o nell’ altrui memoria ripesando gli eccelfi penlàmenti di quelle grand’ anime , onde confacrargli all* im- mortalità . Illultre ih quello genere fi è f efempio dato a molt’ altri , che furono dopo di loro , da’ nobililfimi lìlofofi Plato- ne , Senofonte, ed Efchine detto il So- cratico : i quali veggendo con pena che 1’ incomparabile lor maellro Socrate punto non fi curava di fcrivere quelle belliffi- me cofe , ond’ eran ammirabili i Tuoi ra- gionamenti , e per cui era giunto ad ef- fer riputato il maggior favio , che nella Grecia tutta vi fofle , a gara 1’ uno deli’ altro grande Audio e fatica impiegarono nell’ efporre i pellegrini concetti del cele- * ber- s  N .  berrimo Ior precettore. Con che i bene* meriti e grati difcepoli e la di lui più nobil parte eternarono , ed a se fteffi mol- tiffimo vennero ad obbligare la pofterita , che lor mercè dopo tanti e tanti fecoli può dir di converfare ancora con Socrate , ed ancor gufta gli fquifiti frutti del divino ingegno di lui. Animato io pure da’ fentimenti di que- lli grand’ uomini , allorché fi trattò di ri* fiorare in qualche parte la perdita gravif- fima d’ un novello Socrate fatta dalla re- pubblica letteraria nella morte del rino- matiffimo mio concittadino, confratello, e maeftro Giacopo Stellini col mandar alla luce ciò, ch’egli in Padova dalla pub- blica Cattedra di Filofofia Morale aveva molti e molt’ anni infegnato , non potei non accettar di bonilfimo grado 1’ invito fattomi dal eh. P. Barbarigo di concorrer colla mia opera alla fpaventofo non che difficile imprefa . Imperciocché febbene a differenza di Socrate aveffe S, lafciate fcritte le fue dottrine , le aveva però lafciate in tal confufione ed olcurita involte , che a liberarle dall’ una e dall’ altra , un incredibile Audio ed applicazio- ne fi richiedeva. A che grado precifamen- te gi ugnelle la fatica di Pififtrato , il qua- le già ritolfe al difordine , in cui erano al fuo tempo i libri d’Omero, c s’ avvisò di difporgli in quel fiftema , nel quale prefentemente gli abbiamo ; o quel- la d’ Ariftarco , che i libri medefimi ri- purgò ed alla lor vera lezione ridulfe , non faprei dirlo : fo bene-, che quelle due fatiche infieme congiunte , ed al più alto grado che immaginar mai fi polfa porta- te , formarono la nollra. Balta che a ri- dur quegli fcritti a quello flato , in cui ora fi trovano tra le mani del pubblico , vi vollero tre anni e più di continuo la- voro ^Fatica al certo fu la nollra bene Ipe- * . H, ' <4 i « . '- jù* i*  CICERONE (vedasi),  I. 3. de Oratore. Aelian. Vàr. HHl. I. 13.C. 14. • % (X ) fpefa quant’ altra mai , per aver prodotto il riforgimento del più gran maeftro di cofiumi , che da molti fecoli vi fia fin- to , mercè un’ opera tale , che la Moral Filofofia non ne à forfè alcun altra , di cui pofla cosi lieta andarne e fuperba • Non è quello il luogo di fpiegarne a par- te a parte i pregi fingolarifiimi , onde far apparire da quali ragioni io fia con-» dotto a cosi penfare ; ma mi riferbo a farlo in altro mio * Icritto , che ufcir'a quando che fia . Intanto mi rimetto al giudizio , che ne an dato pubblicamente alcuni dotti uomini , e principalmente gli eruditiflìmi Signori Giornalifti di Pi- la , i quali in tre Eftratti da lor non à molto pubblicati ( a ) dell’ Etica Stelli- niana ne an ben valutato il merito , e con onore non men loro che dell* Auto- re anno additato molte delle Angolari bel- lez- (4) Nel Giornale de’ Letterati. Pifa .lezze , che in effa rifplendono. Oltrac* ciò ann eglino làputo affai giudiziofamen- te collocarfi nel punto di villa , da cui vuol effer guardata la Morale di quel va- lentuomo per poter dare del fiftema di lui una diritta e vera fentenza : - il che non avendo alcuni faputo fare , an detto o fcritto delle cofe , che inoltrano bensì il loro zelo , ma non la direzione e la ragionevolezza , che ne debbon effer la guida. Cosi aveffero que’ faggi e valoro- fi Giornalifti , ficcome an per ogni par- te giuftificato i libri dell’ Etica , cosi an- che voluto pigliarli la briga di far lo Iteffo d’ una Dilatazione vivente 1’ Au- tore llampata , contro di cui , dicon elfi. , non è mancato chi à pubblicamente fatte le fue doglianze ! eh’ io fon perfuafo , che ad elfi verfati come fono nelle cofe filofofiche y e di buona critica forniti , non farebbe venuto meno il potere • Ma s’ eglino , qualunque ne fia la cagione , non an creduto opportuno di ciò fare , non ( XII ) non refterà per quello S. senza la dovuta difefa. Con un’ opera cosi eccellente parrk for- fè a taluno , che il mondo letterario ab- bia interamente ricuperato il P« Stellini, e che nuli’ altro ornai redi a bramarli per aver , diciam cosi , un perfetto e vi- vo ritratto del felici flimo ingegno di lui , e della fua rara dottrina : ma ella non è certamente cosi. S’ è unicamente ravvi- vato il fommo Profeffore di Etica ; e V ' quaddo ciò dico , intendo un perfetto co- nofcitore della natura dell’ uomo , e di quanto an fu di lui’ meditato tutti gli an- tichi - e moderni Fiiofofi ; un gran Me- tafifico , un valente Giureconfulto , un uomo delle Storie perniili rno ; perciocché fenz’ elfer tutte quelle cofe non farebb’ egli mai giunto a quell’ apice : ma non s’ è già ravvivato un uomo , che non tanto per effer in tutte quelle cofe eccel- lente è flato la meraviglia de' noftri tem- pi , quanto . per 1’ uni ver Tali t'a del fuo Ta- pe- ( XIII ) pere. Come ? mi dira qui taluno : 1* E- tica fola del P. Stellini non batta ella forfè a dimoftrare un uomo univerfale ? Io non nego , anzi confetto di buon gra- do , di veder io pure quegli ferirti dif- feminati tutti e adorni d’ ogni maniera di dottrine ; talmentechè chi volefle far ciò , che fecero nelle lor Vite d’ Omero Dionigi d’ Alicarnaflo e Plutarco , i qua- li fi prefer 1’ aflunto di far vedere P u- niverfale feienza di quel gran Poeta col trar da’ fuoi poemi , e metter infieme i paffi qua e la fparfi , che ne danno indi- zio ; farebbe uno (lupare veder Mate- matica > Mufica , Fifica y Medicina , Ret- torica , Poetica , Chimica , e cent’ altre facolta intervenir tutte ad illuflrar tratto tratto ed abbellir 1’ opere dell’ Autor no- ftro. Ma un tale (poglio , ov’ altri il fa- cefle 5 farebbe poi egli baftcvole a far del fapere dello Stellini concepire un’ idea , che pareggiale la verità ? Egli pretto i più dotti uomini del fuo tempo fi guadagna ’l concetto d’ aver una cognizione non folo eftefa maravigliofamente per tut- te quafi , dirò cosi , le provincie dello /cibile , ma , ciò eh’ è affai maggior co- fa , foda infieme e profonda. Ecco ciò , che di lui fcriveva ( a ) un giorno il ce- lebratiffimo Co. Algarotti : Non c è arte \ nè fetenza , ne cui fecrcti penetrato non abbia . Potrebbe leggere nel corfo di un an- no fcolaflico fu qualunque cattedra 5 come quel pantomimo di Luciano , che in un balletto contraffaceva tutti gli Dei . Ora non è poffibile in un’ opera ad un fol ar- gomento dedicata toccar cosi di paffaggio e per incidenza infinite altre co fe in mo- do che appaja Tempre fin a qual puti- to fia lo fcrittore in ciafcheduna d’ effe verfato. Quindi è , che i due famofi Bio- grafi dianzi •. mentovati , ed altri antichi e mo- ( <* ) In una Lctt. inferita tra le Memorie per fervir alla Storia Letteraria ft. in Ven. dal Valvafenfe.  e moderni  ammiratori d’ Omero , i quali nell’ opere di lui an pretefo di tro- vare un teforo inefaufto di tutte le defi- derabili dottrine , fono (tati da più d’ un Critico dottiflìmo (b) a. buona equità trat- tati da vifionarj e pregiudicati di trop- po in favore del loro Eroe . Come dun- que fperar potrebbe d’ andarfene immu- ne da fimil taccia chi voleffe cimentar- fi di far lo fteffo in riguardo all’ ope- re Etiche del P. Stellini ? Nefliino , è vero , potrà negare , che in ciafeheduna di quelle cofe ftraniere , che va quefti nell’ argomento fuo principale inneftando , non riluca d’ ordinario anche nel poco il molto , cioè a dire ? un làpere in quella ta- ( a ) Angelo Poliziano nella Prefazione ad Omero , la qua- le fi legge tra le fue opere latine , chiama etto Omero re - gem difciplinarum omnium , e i Tuoi libri omnium dottrina- rum fapientiaque thefauror . Nè diverfamente parla il Pope nella fez. terza del fuo EJfay on Homer . Vedi M. Perrault Paralelle de r Ancienr & det Moder- ne r en ce qui regarde la Poefie . Anon. Ingl. An Enquiry imo tbe Life and Writings of Homer , Seft. 12. P. Giambernardo ritenti Leeone f opra lo Scudo <P Achille , tra gli Opufc. del Calogeri .  tale sfera affai più eftefo , che a prima giunta non apparifce , ove confideri , eh’ ei cosi a tempo e cosi acconciamente a varj propofiti quelle varie dottrine viene applicando , che non folo non fi feorge la menoma violenza nell’ adattarle , ma fembran effe nate foltanto per fervire a* bifogni di lui. Poich’ egli è chiaro che chi opera in tal modo non può a meno di non fcegliere , e che non fi può fee- gliere dove non fi ritrova opulenza. Ma in ogni modo quello non è ancora Ican- daglio 5 che badi a toccar fondo nel fà- pere d’uno Stellini. A quello s’ aggiun- ga , che alcune facolta delle più confide- rabili , così portando la condizion loro , nella Morale non vi fon punto tocche ; ed inoltre che tutte quelle , le quali v’ an luogo y v’ entrano per lo più con dottri- ne prefe in prellito da altri , e non pro- prie dell’ Autore , che ve le inferifee . Rella perciò a delìderarfi in ordine ad> al- cune claffi adempiuto alla mancanza y che nell’ • tori grideranno il bello , e perdoneranno a ciò che v* a d’ illodabile. Anche a Ca- tullo nel fuo Epitalamio -per le nozze di Peleo fi perdona Y anacronifmo della nave , e lo fmifurato epifodio, ingrazia de’ molti e bei pregi , di cui rilplende quel compo- nimento ; e fu quello mai femore la deli- zia di tutti gli amatori della bella poesia # E per parlare di cofe recenti , anche nel poemetto del cel. Ab. Frugoni intitolato il Fero fi tollera un difetto del rutto fi- mile a quello del P. Stellini ; e vien elfo a pcrderfi tra ’l molto lume , di che fpar- gono quella poesia le molte fue belle pre- rogative. 11 terzo Epitalamio fu fimo dall* Autore , e 1 ’ Inno due anni dopo. Due produzioni fon quelle , 1’ una nel genere e- pico , l’altra nel lirico, pregevoliffime . L’ Inno fingolarmente affai IT; mo dee piacere a chi ama la foda e robufta poesia per la novità de’ concetti , e per 1* energia e vi- vacità dell’ immagini. ** A’ ( xvm ) A’ verfi fciolti fuccede uni traduzione effa pure in verfo fciolto di parecchie Ode di Pindaro. Innamorato il P. Steliini , di quedo fublime poeta come prima fu in idato di lecerlo nella fua lingua origina- le , fi pensò di recarlo in Italiano , d’ il- luderlo con note ovunque fembrato gli foffe opportuno , e di accompagnare ciaf- chedun’Oda con un difcorfo diretto a (pia- nare r idea del poeta , a modrar gli arti- fizj da lui adoperati ne’ Tuoi componimen- ti , e le bellezze in quedi contenute. Bel penfiero per certo e degno di lui ; e che y jfe foffe dato pienamente efeguito , fummo onore avrebbe recato all’ autore ed all’Ita- liana letteratura , e giovamento grandifìi- mo agli dudiofi della poesìa. Ma avendo le lue circodanze chiamato lo Steliini a più gravi dudj; egli abbandonò a mezzo ilcor- fo Timprela , e quanto aveva ferino lafciò giacer per fempre nell’obblio, fenz’ aggiu- gnervi dopo pur una dilata. Delle quaran- tacinque Ode , che ci redan di Pindaro-, ventidue fole ne ò io trovate ne’ mano- fcritti del noftro Volgarizzatore ; annota- zioni pochilììme ; ed un folo degli accen- nati difcorfi , cioè quello eh’ è intorno al- la terza Nemeonica. Se oltre quello nella ftampa prefente fe ne leggon due altri , di ciò fe ne dee faper grado al gentile nulla meno che feienziato Sig. Ab. Toaldo Pub- ' blico Profeffore d’ Aftronorma in quefta Univerfita di Padova , il quale avendogli ritrovati autografi tra’ man oleritti dell’ im« mortale Ab. Conti fiato già amicifiimo del P. Steliini , a voluto cortefemente comu- nicarmegli. Se la gentilezza di quell’ illu- ftre Profeffore folle più comune, che non è , chi fa di quanti altri Difcorfi intorno a Pindaro , c di quant’ altre Ode dal- lo Steliini volgarizzate ricca farebbe que- fta Edizione ? Certa cofa è , che parec- chi frammenti d’ altre Ode da lui tradot- te ò io trovati tra le carte dell’ Autore ; • e tra quelle vi è pure un foglio di ofler- vazioni critiche fatte da non ,fo chi fopra la ** 2  li bilia traduzione della prima Pitionica, in line al quale cosi Ita fcritto : OJfervo poi r Idea dell’ Oda , che è fatta eccellen- temente . Ad ogni modo quell:’ opera cosi imperfetta , com 7 è , è Tempre una cofa in liane . Una fola traduzione di tutto Pin- darò a finor avuto 1 ’ Italia , ed è quella d’ Alelfandro Adimari , la qual comparve alla luce. Ma quella poco è da contarfi , perchè non avendo il tradut- tore un ingegno proporzionato alla gran- dezza dell’ originale , nè certa finezza di gufto ; ed oltracciò elfendofi legato a trop- po Hrette leggi di rima , ci ìi dato di Pin- daro un ritratto affai poco fomigliante. Dopo f Adimari qualche Oda ne tradulfe Francelco Cappone , egli pur lècentifta , aliai mediocre poeta , ed ignaro della lin- gua Greca . Nel no Uro fecolo poi due Ode di Pindaro fur tradotte dall’ illultre poeta. Girolamo Tagliazucchi , le quali fi leggo- no tra le fue rime ; altre due fe ne tro- vano nel Giornale di Modena tradotte dal dotto Ab. Vifconti , unite ad altre quat- tro interamente , e ad alcune folo in parte volgarizzate dall’ Ab. Ceruti (oggetto affai noto nella Repubblica letteraria ; ed una finalmente n’ abbiamo volgarizzata dal cel. Sig. Saverio Mattei , da lui inferita nella terza delle Tue Differtazioni Preliminari al. la Traduzione de’ Salmi . Oltre quelle , altre , eh’ io fappia y non ve n’ à. Cofa in vero maraviglio fa che un poeta si gran- de , e tanto dall’ antichità celebrato , abbia in Italia avuto cosi pochi amatori y e fia (lato lafciato da parte perfino dal dot- tifiimo Ab. Salvini traduttore di tanti Gre- ci poeti , il quale di Pindaro nuli’ altro ci à dato , che uno (quarcio della prima O- limpionica , da lui inferito in una fua an- notazione al c. II. del libro pur II. della perfetta Poesia Muratoriana . Il P. Stellini dunque avrà la lode d’ effere (lato colui , che più d’ ogn’ altro Italiano abbia con onore inoltrato il paffo in quella diffidi carriera. Il modo da lui tenuto nel tradurre c da ftimarfi il migliore , eh’ ei Iceglicr potef- fe . Imperciocché avendovi tre principali maniere di traduzione ; I’ una religioni , che non curandoli gran fatto di piacere, fi contenta d’effer utile a chi non la la lingua d’ un autore , col rapprefentargli parola per parola la fua opera ; un’ altra licenziofa , che proponcndofi unicamente di dilettare , cangia , aggiunge , leva , riftringe , dilata; cfpone in fomma gli altrui concetti in quel modo , che le par più adattato a con- feguir il fuo fine ; ed una terza , che qua- fi mezzo fra due eftremi cerca di concilia- re in qualche modo 1’ utile col dolce ; fe- guendo le pedate dell’ originale con fedel- tà s\ , ma non però così Icrupolola , che non fi faccia lecito alle volte di fcoflarfe- ne alcun poco o per fervi re alla chiarez- za , ove torna bene il farlo , o per am- mollire qualch’ efpreflìone troppo dura , o per render più leggiadro ed armonico il verfo : quell’ ultima è appunto quella maniera , die generalmente parlando k fegui* to il P. Steliini . Maniera per certo , che da chiunque diritto giudica debb’ effer ap- provata molto più dell’ altre due , e maf- fi inamente della parafrafi . Poiché i para- frasi direttamente s oppongono al fine della traduzione , eh’ è di rapprefentar un autore con fedeltà. Quindi dice benififimo il March. Maffei  ; Poco plaufibili fii-, mar fi foglio no da chi ben in tende le tra- duzioni libere ed arbitrarie » Una tradu- zione debb ’ ejfer un ritratto , che tanto fi loda ^ quanto famiglia. Chi altramente fa , inganna il fuo lettore , non V infimi fee . Oltre di che cotefti traduttori , a ben confi- derai , d’ ordinario neppur ottengono il lor fine ; poiché le parafrafi pollone bensì piacere ai poco intendenti * c a coloro, che le leggono difpersè , e fenza il confronto dell* originale ; ma al paragone di quello 4 per- (O Vedi il lib. intit. Traduzioni’ Poetiche , o fi a Tentativi per ben tradurre in vtrfo : Verona  perdono gran parte del loro pregio . E in vero qualunque volta fi tratti di traslatare un eccellente poeta , egli è pur difficile per non dir imponìbile, togliere, e nulla emmetter d’ importante ; dilatare , e non indebolire ; cangiare , e non dar nel men buono ; aggiungere , e non caricar la poe- sia di co fe fuperflue e talvolta anche con- trarie alla mente dell’ autore . E perchè fi tocchi con mano la verità di quanto io di- co , mi fia lecito , giacché fi tratta di Pin- daro , di porre innanzi a miei lettori la foprammentovata Ode tradotta dal Sig. Mattei , che è la nona delle Pitioniche . Bello è il cantar cf Jltene , c dell 9 ili ufi re bianconi a famiglia . Ov è fra tutte xAltra città , che il capo cflolla a paro Dell ’ alma %Atene ? Ov è piu chiara flirpe Di figli <r Jllcmeone ? Ovunque i raggi Giungon del Sole , audace Penetra ancor de * forti jfteniefì Il chiaro nome * e la tua flirpe ancora y Caro Megacle amato , Canta la fama in ogni parte , e dice , Come il barbaro giogo De Pìft firati fcoffó , al^ò di Febo Nell * tf/no a/fere *wo/i , e tutti i danni Già riparò de * barbari tiranni . Baflan tai coJe*~ a risvegliar [e langue Il / acro mio furor : che farà poi Se te , fe gli avi tuoi Di frondofe corone ornati il crine Cinque volte in Corinto , e due rimiro Nel Piofo agone , e un altra volta al fine Ne iT Olimptca polve ? Aggiungi a quefle Dell* ultima corona il nuovo onore , Che nel Delfico corfo Tu fra tutti , tu fofli il vincitore . Spiacenti fol che in me^gp Alle glorie , alle palme Atropo indegna * Ad Ippocrate tuo recife il filo , E gr illuflri trionfi ' Tentò di funeflar . Ma qual riparo Contro a Parca sì cruda ? Or fappi , amico 5 Che le gioje interrotte Sempre a ’ mortali cjfcr dovranno , e penfa , Che la dubbia fortuna è piu coflante Quando col bene il male Mefcendo va.' ma quando è fempre e in tutte Favorevole e buona , Jlilor tofto ti lafcia e t* abbandona . In quella parafrafi , ove leggali fola , e con buona fede , non vi fi difcernc forfè cofa , che non piaccia ; ma s’ ella fi confronterà coll’ originale , vi fi troveranno parecchi nei . Il principio di quell’ Oda in Pindaro è 1’ apprelfo: KaM,/ro» «* [Lty oChoiroK'ts A'Sxyxt TIp00tfJU09 A'hXfJLOUOVtly.V ÌLvpvrS’tnì yinx , xptp ir?S* olot^xt T'mroiTi fixXÉrd’xt . Ma la troppa vaghezza del Sig. Mattei di metter in Alterna ordinato ed efatto un poeta, che come faggiamente riflette il P. Steliini (/*), d’ ordinario mal foffriva d’ effere tiretto da certe catene ; e 1’ elferfi egli dimentico , che un traduttore non è altrimenti un pittore , che liberamente di- pinga le proprie fantasìe , ma bensì uno che dee fedelmente copiare un quadro al- trui , ( 4 ) Vedi il Difcorfo [opra la prima Olimpion. alla fac. 112. di quefto Vok trui , an fatto , che il penfiero del Greco poeta ne’ citati verfi contenuto è altera- to in guilà , che più non fi raffigura per quel deflo , eh’ è nell’ originale. Ecco il vero concetto di Pindaro parafrafticamen- te efpreffo da Giovanni Benedetto : Pul- cherrimum eft , Megaclis Atbenienfis , qui genus ad Alcmaonem refert , laudum i - nitium ducere ab Atbenis ita ut fun - damentum & exordium byntni y quo celebra - mus- vittoriani ab ipfo quadrigis partam y ducamus a patria ejus commend attorie . Nel fine poi della prima Stanza non vedo perchè fiafi voluto aggiugnere quell’ il bar», baro giogo De Pifijlrati fcojfo ; e quell’ e tutti i danni Già riparò de barbari tiran- ni , che nel tefto non fi leggono . Quelle circoltanze dovendo già cfler note a* Tuoi uditori y Pindaro le tralafcia . Potrà rifpon- derfi , che s’ eran note a que di Pitone , non lo fono a noi • E' vero : ma fenza far dire al Poeta ciò, ch’ei non dice, un bre- ve argomento premeffo all’ Oda può metter ter noi pure , benché fenz’ alcun bifogno* , nel cafo medefimo de’ Pizj. Nella terza Stanza e perchè mai a ag- giunto il Sig. Mattei le parole : Atropo indegna Ad Jppocrate tuo reci fé il filo , le quali nell’ originai non fi trovano ? Si dira forfè , per informar alla bella prima il lettore d’ un fatto , a cui il poeta allu- de. A bell’agio: bifogna vedere fe ciò lì può fare fenza pregiudizio di Pindaro . Io per me dico, che s egli a ommette quelle parole , l’à ommeffe perchè cosi dovea fare. E vaglia il vero: Pindaro veggendo, che la fciagura occorfà a Mcgacle molto a lui do- veva intorbidar il piacere dell’ ottenuta vittoria , penfa di renderglielo più puro col inoltrargli in sè fletto uno che com- piange il fuo cafo , e col dichiararlo in poffeffo d’ una fiabile felicita. Ma veggen- do egli dall’altro canto, che quefla era una colà affai dilicata , e da trattarfi con fom- ma circofpezione , onde volendo produrre un effetto , non ne veniffe a produrre , com’ com’ era facile , uno del tutto oppoilo ; riflette di dover guardarfi da due cole, ciò fono dall’ adoperar modi , che poteflero troppo gagliardamente urtar la piaga ancor frefca ; e dal fermarfi troppo a lungo fo- pra colè alla piaga medefima relative. Poi- ché s’ei non avelie avuto la prima ri ferva , rifvegliandc a Megacle un dolor troppo a- cuto, il fcnfo di quello avrebbe alforto tut- ti gli altri affetti e penfieri di lui , e re- folo Tordo a tutti i conforti dell’ ami- co. Se poi fi folfe il poeta troppo a lun- go trattenuto a parlar intorno alla difgra- zia ; ciò , che non aveffe fatto un urto ga- gliardo coll’ intcnfione , fatto 1’ avrebbero molti piccioli urti colla durazionc , obbli- gando il vincitore a rifletter troppo fopra la propria di fav ventura . Com’ k dunque fatto il favio Pindaro per ifchivare il pri- mo inconveniente ? A' egli con tinte s'i leggere tocca , e cos'i in diftanza rappre- fentata la morte d’ Ippocrate , che fe un Greco Scoliafle dato non ce n’ aveffe contezza, noi l’ ignoreremmo onninamente, e crederemmo che il poeta a tutt’ altro al- luder volefle che a quello. Egli mai non nomina Ippocrate , e per certo con molto avvedimento ; poiché chi non là quanto al vivo ne tocchi il nome d’ una perfona ca- ra da noi perduta di frefco? E' celebre la veemente commozione , che deflò nel cuor d’ Ottavia Torcila d’ Au^ufto il Tu Mar- cellus eris di Virgilio. E pure il poeta aveva nominato (a) non il Marcello per- duto da Ottavia , ma bensì il vecchio, vo- lendo dire , che quegli , Te fotte vivuto, farebbe flato un altro Marcello . Per la fleffa ragione , per cui non nomina Ippo- crate , Pindaro non nomina mai neppur morte , e nulla in fine tocca di particola- re (a) Il dottiamo P. Catrou Gefuita cosi parla nella 14. delle fue Notes & Dijfertatiens fur le VI. livre de P Ett. Il fatte rcmarquer qtte depuis le comrmnccnmn de ce bel iloge , le pocte ri* avoit parie que eP un jeune Prime , fans le mmtner . Il ne le nomine pat mime tei , à proprement parler . Il dir feulement , que ce jeune Hérof fera un tour femblable au grand Marcellus . Cependant le min )eul de Mar cellus fit , fur une mere afjligée i P impreffton , que nous venons de dire . re ; ma folo in generale dice , dolergli che V invidia mal ricambi le belf opere : rp * f/ . — To ò oc%wp.xi , «fS'ovov xfxst. Solevo* Tot xx\x 'ipyx. Artifizio fomigliantiffimo a quel, che usò Cicerone nel narrare a fuoi giudici 1’ ucci- fione di Clodio . Egli dice la cofa , ma fenza nominare nè morte nè Clodio. Im- perciocché effendo il fuo fine di affezionar gli animi di quelli a Milone , nulla fareb- be flato a tal fine più contrario , che il nominar cofe , che potean verfo Y avverfa- rio rivolgere quella compaffione , ch’ei cer- cava di dettar pel cliente. All’ oppofito il Sig. Mattei non contento d’ aver partico- Jarizzato il fatto, e d’aver mentovato una volta Atropo nelle fopraccitate parole, po- co dopo foggiunge: Ma qual riparo Contro a Parca sì cruda? Riguardo poi alla brevità , che , come dicevamo , doveva tener Pindaro trattando si fatto argomento , ei n’ è flato s N i cauto oflervatore > che da effo fi fpaccia con cin- que verfetti e mezzo ; laddove il fuo tra- duttore fa una ftrofa di tredici verfi per la maggior parte interi. Ma ciò 5 che re- car debbe più meraviglia , fi è , come dagli ultimi tre verfetti di Pindaro > fenza ag- giugnervi alcun nuovo fentimento , abbia egli potuto trar materia da far fette verfi . E che direbbe mai , le gli vedefle , l’om- bra di quel Pindaro , il cui Itile , per det- to del Sig. Mattei licitò , è conci fo 5 ftretto , c laconico ? M’ immagino y ciò che dille a quel fuo interrogatore la Co- lomba d’ Anacreonte : Ax\is~épxv fi Éd’VKxs 9 A'vd’pCOTS , <C TLOp'J'J'ÌS . Dicafi pure , eh’ elfendo le lingue fra loro dilfimili y nè fi potendo perciò corrifpon- der 1’ una all’ altra cosi per f appunto; nelle traduzioni s’ anno a pelare non a contar le parole : eh’ io certamente non , laro (O Veggafi la Tua feconda Diflertaz. Prelimin» farò mai alla noltra lingua un torto sì palpabile di crederla Icarlà di pefo a tale, che per bilanciar quelle quattro parole gre- che, Ctvfyì T Xp [AQv'ipLXV Ox)\oiTX V EUÙxiUQvixV fc Tx <c rx (péperd'xi • cì fia bifogno tra interi e rotti di fette verfi Italiani. E pur quello è quel Mat- tei , che poco prima di quella fua ver- done cosi làggiamente declama contra i traduttori afiatici . Io non faprei che mi dire , le non eh’ egli è pur troppo vero che molte volte nelle cofe altrui damo o- culatilfimi , e nelle proprie fìam ciechi. Di ciò . forfè nel Sig. Mattei può averne avuto colpa il Sudori o ,• la cui traduzione (a) elegante elfendo per avventura a lui Eccola t Vrbi o Cecropidum maximg , vatibut Pulcbrum Alcmaonidar , acre virum gtnut , T 'eque ornare fonantis Plettri materiam gravem . Nam qua turrigero vertice eivitas piaciinra di troppo , 1’ avru tratto inavve- dutamente ne’ Tuoi difetti. ' - Se dunque il Sig. Mattel y uomo di quell’ ingegno e di quella dottrina y che fa ognu- no , nel fare una parafrafì a urtato in tali fcogli ; conchiudafi pure y che chiunque ufa una foverchia liberta nel tradurre un gran- de Graduiti Palladi a cel/ior enti net ? Qh* jlirpi alti or a [quatti Forti Alcnueouidutn domo? Quafcumque axe placar fol obit aureut TJbefeidarum b ilari s gloria permeai . Nec non fama , Megavles , Gentctn narrai adirne fusili. Vi Piftfbr andai vicerit , ocym Infiaurajfe novis nudi bus stria Phabi , nuper iniqua; Flamini s ufla tyrattnidtt . Hoc prjrter rapiunt me quoque , Ó* in ttijr Campimi Isudis agttnt quinque Corimbi re Palma; , Pytbia duplex, Vna illuflris Ol/mpica , Quas otnncs fuperi vel tibi , vel tuie Largiti proavi t Istitia Cf recati Me vittoria niulcet Curfui filia Dclpbict . Vnum illui dolco , pojì tot adoresr Te Ufum Hippocratis morte domcjlics . Verwn , ut di ci tur, b<ec ejl Duratura beat it ai , Quando no» bominì currttur orbita Felix una diu , fed modo prof per a Ccdunt , & mala rurfum Hurnanas variarti vidi de originale , porta Tempre pericolo di gua* darlo ; e che perciò la via dallo Steliini battuta fora Tempre la più Ticura per - con_ Tervare, per quanto ad un traduttore è per- meilo , le bellezze originali , e nel tem- po medeTimo ancora per piacere. Mi rin- crefcc , che tra le Ode da lui volgarizzate non ci Tia la tradotta dal Sig. Mattei y per- chè ponendola al confronto di quella , ap- parile la verità di quanto afferiTco. Pure affinchè polla vederi! in qualche modo , mi Tia permeilo portarne una mia traduzione lavorata a un dipreffo alla maniera Stelli- niana , per quanto per altro me T à con- Tentito la rima , di cui ò voluto Tar qual- che ufo , come P x a fatto nella Tua il Sig. Mattei . Io dunque Y ò a quello modo volgarizzata: O grand * %Atene , t vago La palma di cantar £ inclito germe DelP sAlcmconia ftirpe , Pih bello , che da te , a lui di laude Trar principio non fo * Q%al mai cittade , Qjxal Qiial piu chiara nomar pofs ’ io famiglia Nell' lArgive contrade ? Di quejli d' Eretico figli pojfenti aleuti non à così remoto lido , Ove non corra il grido . St tempio auguflo egregio Prcjfo all' alma Pìton , Febo , a te forge , £' lor mercè. Ma me piu c altro fregio Move , o Megacle , lo fplendor altero Onde cinque in Corinto , Una in Olimpia , e due nel Pitto agone La nobil chioma an cinto x/T te , agli avi tuoi belle corone • Che di quefia dirò , che tu poc an^i Col tuo valor t * ai compra ? %Ah ! chi* ella tutto Tutto gioir tni fa. Solo m' increfce , Che la maligna invidia Delle bell * opre il frutto * Goda d* amareggiar . Ma ti conforta : In vati , s ’ ognor è *ntera , Stabil per uom felicità fi fpcra . Per tornare al P. Steliini , (è le file tradu- zioni, in riguardo al metodo da lui ufato nel farle , degne fon d’ ogni lode , non van per per altro ‘ e Tenti da giufta cenfura per qualche altro rifpetto. Primieramente non fi può lodare la maniera da lui alcune vol- te ufata nel traslatare le voci greche com- pofte di più vocaboli . Egli alcuna volta le trafporta formando una voce comporta all* ufànza Greca : a cagion d’ efempio da y'KaiuKÓùTris e’ fa occhiazzurra ; da rar fcotitcrra * da chiomintonfo , ec. ] ftile praticato dal March. Maffei ne’ libri dell’ Iliade da .lui tradotti , e dal Salvini nel volgarizzar molti Greci poeti . Io in que- lli due celebri Scrittori non faprei condannar tal coftume , ficcome quelli , che an pre- tefo di tradurre con fomma fedeltà ed ine- renza a’ lor tedi , ond’ altri porta precifa- mente vedere le forme di fcrivere proprie de’ Greci autori . Ma nello Steliini , il quale non fi è obbligato ad un si fervi- le attaccamento , e fembra aver cercato di fcrivere con gufto Italiano, io non pof- • fo aflolutamente lodarlo ; ficcome non pof- fo neppur approvare il Maffei medefimo , ^  j jj  il quale dopo aver detto faggiamente (*): Per rapprefcntarc Omero in ogni fua par- te 5 b ardito formare alquante parole nuo- ve y quelle trafportando , eh' egli pur di nuovo eompo/e ; palla a commendare tai voci y come atte ad abbellire 1’ Italiana poes'ia , e dice fra V altre cofe : Ejfendo rotali voci patrimonio fpezialc della poe- sìa e ben formate che fi ano , riufeendo graziofijjìme y fi è ojfervaro 5 come quelli non le gufi ano , che non fono fiati dalla natura a quefi ' arre indirizzati e difpofii : che quanto alt aver faccia dì Grecifmi y balla ojfervare y come anche le maniere piu poetiche de * Latini nafeono dal parlar Gre- co in Latino y come in Virgilio e in Ora- zio chi dclt una e dell ' altra lingua ab- bia pratica può riconofeere . Con buona pa- ce di quello grandiflìmo uomo y le fue ra- gioni non poffono appagare alcuno , che ben conofca il genio delle lingue Latina ed (4) Nei fopraccitato libro Traduzioni poetiche ec. ed Italiana . E per quello , che alla Lati* , na s appartiene , e’ non fi vuol di tutte le maniere 'da’ Latini tolte a Greci farne un fafcio , e dir eh* effe tutte riefeon be- ne . Bifogna diftinguere maniera da manie- ra , ed offervar i gradi della riulcita delle varie lor claffi , mifurandogli dall’ ufo de* gli eccellenti Scrittori , e dal giudizio de’ Critici più avveduti di que’ tempi. Per ve- rità fe parliamo degli accozzamenti di più voci in una , non può negarli , che molti i Latini poeti non ne adoperaffero ; ma non può altresì negarfi , che la loro liber- tà non folle da brevi confini circolcritta In fatti fe fi confronti Virgilio con Ome- ro , ed Orazio con Pindaro , fi vedrà che nel particolare , di cui parliamo , non an fra loro proporzione veruna ; effendo in -quello la lingua Latina per fua natura mol- to più ritenuta della Greca , come ne fa fede Quintiliano , critico di finiffimo di- Icernimento . Parlando egli de’ collega- menti delle parole , che s ufàvano ' nella ***4. lin-lingua Latina, così conchiude: Sed res tota magis Gracos decet ; nobis minus fuccedit ; ?iec td fieri natura puto , fed a - lienìs fa'bemus ; ideoque cum Kvpw^évx mirati fumus , incurvicervicum vix a rifu defendimus * Ciò , che queir avvedutilfimo Retore diceva della Tua lingua , polliamo dir noi della noftra . Ammette ella , non v’ k dubbio , delle compofizioni di più vo- ci ad imitazione della lingua Latina , di cui è figlia ; ma ad imitazion pure di eflà è in ciò fobria aliai e modella, non ofan- do nelle poesìe nobili adoperare neppur tut- te quelle , che lodevolmente s’ utavano dal- la fua madre . Di che ci pofibn chiarire gli fcritti de’ noflri più illuftri poeti , i quali di tai Grecifmi fono par^hiffimi, tranne il folo Chiabrera ; il quale per al-** tro fe più degli altri ne usò , il fece ad u- nico fine di fperimentare fe la noftra fa- bijlit . Oratar. I. i. c. $. ($) Vedi ia fua Vita nell’ Ediz. Romana  favella comportar poteva tai forme di voci . Dove quefta è più ardita, ed anche feli- cemente , è nelle poesie piacevoli e cari- cate come fono i Ditirambi , e nel parlar familiare, in cui riefcon beniflimo taglia - borfe , acconci aft agni , votapozzi , falifcen - di , buonavoglia , fai/, 'ariga , bellimbufto , ar - cibai li (fimo , ed infiniti altri di fi-mil fatta . A torto dunque applaude  il eh. Giufep- pe Torelli al fuo concittadino Maffei , per aver, coiti’ ei dice, arricchita la noftra lin- gua poetica di pieveloce , bianchibraccia , occhinegra , guancifiorita , ditirofata , bo- viocchiuta , e d’ altre tali dizioni . Quefta non è altrimenti una benemerenza verfo la lingua noftra , ma sì bene un demeri- to . E lo fteflo fi dica di coloro , che an- no introdotte ne’ dizionari tai voci, come à fatto il dotto P. Bergantini ( b ) , e le an così mefle in commerzio , mentre doveva- no lafciarfi ne’ luoghi, ove Tavean pofte i tra- (4) Nella Pref. al cit. lib. Traduzioni poct. ec* (O Nell* fctilifs. fuo Diz. intit. Voci Italiane cc. Ven, 174$.  traduttori , ii che fàggiamente anno fatto i dottiflimi -Compilatori del Vocabolario della Critica : o fe pure regirtrar fi -voleva- no ne’ ledici , fi doveva almeno imitar la prudente diligenza del Napolitano Editor della Crufca , il quale a tai duri Grecif- mi da effo alle volte aggiunti a quel Vo- cabolario fuol apporvi ; Voce ditirambica. • Pare , che lo Steliini vedeffe aneli’ egli la poco buona lega di tali dizioni , e per- ciò a dir vero ne è flato affai parco , per- chè nella fua traduzione di quelle , che s anno a confidcrar per viziofe , non fe ne contano più che fei : ed à in quella ve- ce ufato più frequentemente di fcioglie- re le voci greche compofte in più voci Italiane. Con ciò ù egli fuggito, è vero, il barbarifmo , ma à dato molte fiate in uno fconcio quali dilli peggiore del primo, affai togliendo di nerbo alla Pindarica poesia. Dilli rholte fiate , perchè non Tem- pre è cofa biasimevole il cangiare in più parole un Greco vocabolo comporto . Due sono le maniere , in cui fi può fcioglie- re efempigrazia il vocabolo che fi legge nella prima Olimpionica : fi può dire , come il Salvini , abbondante di gregge , o che di greggi abbonda , come lo Scellini : ma non tutte due fono dello fteffò valore; elfendo la prima miglior di lunga mano che non è la feconda. E la ra- gione fi è quella. Efprimendo gli aggiunti., de’ quali parliamo, una qualità 'o per natura o per ufo o per avventura inerente alle foltanze ; ficco me una foftanza e la fua qualità o in realta o in apparenza forma- no una colà fola , e vengono fimultanea- mente da noi concepite ; cosi a voler che l’ efpreffione adegualfc il concetto, Info- gnerebbe che folle elfa pure una fola . Ma a tal perfezione non potendo noi , fe non di rado , pervenire ; conviene che almen ci Itudiamo d’ appreflàrvici il piu che fi può , efprimendo gli aggiunti con tratti vibrati e rapidi . Ciò , ove 1’ epiteto abbia a rapprelèntare una fola idea , non è difficile ; poiché fi può egli agevolmente ef- primere con una fola dizione. Ma ove Y ■ ' aggiunto contenga due o più idee 5 come , che include motti tudine y e pe- cora , s’ ei ncn fi può fpiegare con un fol vocabolo , e’ fi vuol almeno ufare il pof- fibile ri (par mio di parole , e maffimamen- te di quelle , le quali impedifeono , che Y idee accefforie corrati velocemente addoflb alla principale . Il perchè eflendo tutt’ uno , quanto al lignificato , il dire abbondante dì gregge , e che abbonda di greggi , quello fara migliore di quello primieramente per- chè più breve ; e poi , quel che più rile- va , perchè , come ofTerva Longino (a) , le con- ( a ) T» ivo T4»r K, tu* xh \uv vpsffB‘>;<ur tu- vo$ic,cfxtr etyxrx'.TH ' t .» yxp tKtv&iOix* xro^of* t # of:/xv y Xj to tif aV’ òpyàvt i to!< «u . De fublimit. feti. 21* In conformità di quefta Longiniana offervazione , il celebra- tiflìmo Sig. March. Beccarla nel Cip. Vili, delle fopraccita- te fue Ricerche cosi fcrive : Virgilio nelle Georgiche dice : Satpe etiam fteriles incendere profuit agros , Atque leves ftipulas crepitantibus urere flammis. Sciogliamo queflo fecondo vtrfo aggiungendogli le parole gramma- ticali , cP ei pud ammettere , dicendo cori : atque ftipulas , qu* funi leves , urere flammis , quae funt crepitantes. Svani (et ogni fall cg.%a di quel bellijfnm verfo , perchè la doppia infer - congiunzioni illanguidifcono affai e ritar- dano la rapidità e 1’ empito , con cui le cofe libere da cotali paftoje fi {caglierebbe- ro. E da quefto giunger che fa più tardi r aggiunto al fuo foftantivo per colpa del che , ne nafte che fermandofi troppo fovra l’aggiunto fteffo 1’ attenzione , 1’ accefforio diventa in certo modo principale ; e ad effo fuccede ciò che fuccederebbe nella mu- fica ad una di quelle picciole noterelle, che appoggiature s’ appellano , qualor fi can- giaffe in una minima o femiminima fimi- le a quella , innanzi a cui foffe pofta. Quinci è manifefto quanto fopra il no- ftro fia vantaggiato il Greco idioma , il quale abbonda di tanti accozzamenti di pa- role ; e che una delle mire principali di chi volgarizza poesie Greche , effer dovreb- be di far ogn opera per efprimere con una fola Zito ne delle parole grammaticali quae funt allontana e feparo troppo le accejforie dalla principale e fra di loro ; ciò , che pri - ma era un colpo fimultaneo eP imprejfioni , non è più che una lenta fuccejfione di fen fazioni nude ed ì folate.  fola voce di guflo Italiano quelle Greche compofizioni che può : e potrebbe certa- mente più che comunemente non fi crede. Vaglia il vero : non fi potrebb’ egli la vo- ce fopraddetta iro\uux\'& convertire in pe- corofa? O, quella voce non c’è nella Cruf- ca , nè in altri dizionarj. E' vero : ma è formata fui conio di tant’ altre voci Ita- liane lignificanti abbondanza d’ alcuna co- là , quai fono facoltofo , danarofo , ghiajo- fo y bofcofo ec ; ma 1* orecchio non n’ è difguflato ; ma viene da un’ ottima fonte, cioè dal latino. Quelli fono i cafi di ar- dire e cf introdur nella nollra lingua qual- che nuova parola , come an fatto alle vol- te alcuni de’ nollri celebri poeti . Così il Chiabrera k efprcffo la voce fceptvwn tenens y con fcettrato ; vhptxim , tri dente inclytus , con tri dentiere , alla maniera che i nollri antichi voltarono ‘ t&£o$ óp®* , arci tenens , in arderò ; il Ma- rino k cambiato il latino filvicola con bof- chiere\ (intra colens con cavcrniere / e mol- ti ( XLVII ) ti altri efempj abbiamo di tal fatta . Che fe anche la voce , che fi adopera * perfet- ■ tammte non corrifpondeffe alla Greca o Latina , ciò* fara affai minor male , che # adoperare un vocabolo duro , o {temperar- la in molte parole. Cosi per atto d’ e- fempio T epiteto di {leyatvwp dato da Pin- daro alle ricchezze , farà affai meglio tra- dotto , benché indefinitamente , con fuper - bo , di quello che più precifamente dallo Steliini col verfo , Di magnanimi genj ec - chatrki ; e meglio farli tradurre yjpvTo\otU r ns con biondo , che con oricrinito , od aureo la chioma J txvvfSetpa con crinita , come ottimamente a fatto il P. Steliini , che con [par fa i crini ec. Tutte quefte cofe , eh’ io finora ò det- to , non ci farebbe flato meftiero di dir- le y fe il P. Steliini , che volgarizzò que- fte Odi giovine di forfè ventitré anni, a- veffe in età più matura ripigliato in ma- no il fuo lavoro con animo di ripulirlo e perfezionarlo. Avrebb’ egli , non ne dubito punto colla Tua naturai perfpicacia, che cogli alfidui ftudj s’ andava ognor più inacutendo, veduto meglio di qualunque al- tro quelli inconvenienti , e n’ avrebbe fpur- gata la fua traduzione. Un* altra colà ancora io mi perfuado, eh’ egli avrebbe fatto, cioè a dire che vo- lendo tradurre , come faggiamente ei fece, in verfi fciolti , avrebbe cambiato il me- tro della nona Olimpionica , che è di fe- narj , e di altre Ode da lui traslatate in quinarj doppi , almeno le più lunghe. I fenarj non effendo capaci di molta va- rietà , perchè gli accenti cadono collante- mente fulle medefime fedi ; e ’1 decafillabo compollo di due quinarj effendo egli pur invariabilmente {pezzato nel mezzo , a lun- go andare tornano llucchevoliffimi con quella loro monotonia , la quale a qua- lunque collo fi vuol fuggire . Anche i La- tini lirici più giudiziofi offervo che fi guar- davano dal fare componimenti lunghi di verfi , ne’ quali i piedi fono invariabil- men- Digitized by Google V ( XLIX ) - mente gii fteffi; e per evitare il nojofo ri- torno di limili numeri ufavano mefchiarli con verfi d’ altra forte. Orazio in tutte le ^ fue Ode non ne k che fei , le quali fian for- mate d’ una fpezie fola di verfi , che abbiano tutti i piedi obbligati; ciò fono tre in af- clepiadei maggiori, e tre altre in afclepia- dei minori: l’ altre tutte fon compofte qual di due, qual di tre maniere di verfo. Catul- lo egli pure nel fuo Carme fecolare , e nell’ Epitalamio per Manlio e Giulia com- pofe ciafcheduna ftrofa di tre gl iconici , e d’ un ferecrazio. Quanto agl’ Italiani , i verfi fimili a foprammentovati allora folo poffon fra noi piacere , quando .fono ri- • mati . Imperciocché la rima v’ introduce primamente un nuovo elemento di varie- tk ; e poi fpargendovi un dolce incanto fupplifce al diletto , che ne’ verfi lunghi , com’ è ’l noftro eroico fciolto , producono F ondeggiamento vario , e la libertà di collocare gli accenti in un luogo piuttofto che nèir altro , e di metter le cefure do- •. , Tl »  V3 più torna bene ; per le quali belle fue doti atto fi rende quel verfo , benché dalla pima fcompagnito > a guifa del latino cfametro , a qualfifia genere di componi- menti y ed c capace di tutta la maefta ed avmonìa, che può defiderarfi, checche fcrit- tu n’ abbia in contrario il tante volte ci- tato Sig. Mattei (a). Mancando dunque i piccoli verfi di tai privilegi , non può y di- ce il Co. Akarotti nel fuo eruditismo 1/ Saggio fopra la Rima (£), cader dubbio y a mìo credere y che non ci abbia da aver luogo la rima . Del fèntimento fletto era anche il Salvini , come fi pare da una fua lettera al Lazzarini (c). Dopo avere , die egli y tradotto in verfo fciolto i poeti eroici Greci , io non ò tocca molto i tragici y e da Pindaro mi fono del tutto ajlemtto / non parendomi y che ne Cori e itelle Ode y ove . ( * ) Vcggafi la terzi delle fue Diflertazioni Plrelimin. alla Traduz. de* Saltiti . (£) Nel tomo 3. delle fue Opere ft. in Livorno nel 1764. (e) Qucfta lettera fi trova innanzi all* Ulijfe il gitnmnt ft. in Padova nel 1720. ( LI ) ove fi ufano ver fi piccoli , potè fero molto i verfi fciolti pojfedere di grazia e di for- za. Nè è gik da crederli , che fi fofs’ egli poi cangiato di parere , • perchè fubito do- po foggiunge : Ma ella mi dà animo col farmi vedere , che ella ne à faputo , come fi dice , Cavare finimento , alla' maniera che fecero anche i Tri fini e gli Speroni nelle loro tragedie. Quefte parole ci dico- no y effere fiato fentimento del Salvini , che far fi potefle a meno fol tanto d’ una rima continua e ftrettamente’ obbligata; ma non già d* una rima libera di tempo in tempo giudiziofamente introdotta. Quella appunto è la maniera per lo più dal Lazzarini pra- ticata ne’ Cori del fuo Uliffe , dal Trilli* no nella Sofonisba, e dallo Speroni nella Canace . Chiudono la Ichiera degli Stelliniani ver- fi alcune compofizioni latine congiunte ad una,Greca. Le cofe latine, ed in particola- re i poemetti , feorrono dolcemente da ricca e libera vena, c fpi’rano una terfa elegan- Digitized by Google (LII) za degna di quel Virgilio , colla cui pen- na fembrano fcritti. Nel primo tai do- ti (piccano tanto piu , quanto che è e- gli parto d’ un giovine di diciannove o vent’ anni , di che il carattere , con cui è Icritto , a me ne fa fede ficura. Il fecondo è pofteriore di qualche anno ; e ben lo dimoftrano , oltre il carattere , alcune altre qualità, intrinfeche , e maflr- mamente la Cartefiana fimilitudine , che cosi a propofito vi è inferita ; ficcome per lo contrario dalla poco decente fimilitudi- ne di Clizia polla nel primo , fi fcorge elfer quello produzion d’ una mente , la quale contuttoché , fpiegato innanzi tempo un rapido volo , elevata fi folle ad abitar un elemento più puro e fereno di quello, ove llan 1’ anime volgari ; non s era per altro cos'i all’ improvvifo tanto potuta pu- rificare , che alcuna reliquia non le rima- neffe ancor appiccata del balfo e nebbio- fo luogo , ond’ èra dianzi partita. Ciò che' del merito de’ verfi latini ò det- to, ( liii ) ro , dicali ancora della Greca Elegia dal- lo Steliini comporta per le nozze ( a ) della eh. memoria dell’ Eccellentiflìmo Sig. Principe D. Cammillo Borghefe padre di S. E. il vivente Principe D. Marcantonio, e dell’ Eminentirtìmo Sig. Cardinale Sci- pione ; le quali nozze feguirono T anno 1723 in Loreto. E' erta pure d’ ottimo fapore, e ci fomminiftra una chiara ripro- va di quanto il fuo autore forte nudri- to della lettura de’ migliori lirici Gre- ci , fingolarmente d 1 Anacreonte e di Pin- daro . In fomma , per terminare quefta ormai troppo lunga Prefazione , parmi di poter conchiudere fenza punto dilungarmi dal vero , che i pregi delle cofe , che in quefto Volume fi contengono , tanti fo- no ( a ) Di quelle notizie fon debitore alla gentilezza del mio pregiatiflìmo Padrone ed Amico Sig. Ab. Pierantonio Seraffi > da cui s* afpetta in breve una nuova Vita di Tor- quato Taffo , deli derata nndtiffìmo da chiunque conofce il giudizio , la diligenza, e 1’ eleganza di si dotto Biografo ben noto alla Repubblica delle lettere per molte belle produzio- ni. ( LIV ) no , e quantunque offufcati da alcune mac- chie , che in opere per lo più poftu- me e giovanili , come quelle , fono inevi- tabili , relìano ancor si chiari , che balle- rebbero a render illultre il nome di chic- cheflia* Bella colà pel P. Steliini, che quel- la gloria , la quale fé formafle 1’ inte- ro ornamento d’ un altro, egli andar ne potrebbe a ragione fattolo, non fia fe non picciola parte della Tua? Qiiantus in poetica es ! Plin. Prsf. Hift. N. SONETTI t S Effondo Pt/fnt»vc flato aggregato ad mi Accademia  T ^ Ivc. che in guardia 1* immortai teforo De’ carmi avete in full’ Aonio monte i E quel , che premio delle dotte e conte Fatiche crefce, tèmpre Verde alloro: Or che mi facra a voi quell’ aureo coro A voi diletto, li fecreta fonte Moilrate.a me degl’ inni, onde la fronte Splende agli Eroi , e della cetra d’oro I dolci modi. Se m’accende utì raggio Voflro , coi canti , onde qui tratte fpeffo Siete, accordarli potrarm’ anco i miei. Pnftor dell* ngne avvezzo al fuort tèlvaggio Voflra mercè pur nell’ Afcrco recedo Cantò 1* Erculeo feudo e gli alti Dei . Pa' A 2 , 4 Per fnnile argom&nto «  Silvie pianta in ermo arido orrore Degli sdegni del cielo or giaccio feorno: Non fcherza augello tra’ miei rami , o intorno Gode all’ ombra danzar Ninfa o pallore. Ma fe la tleftra di gentil cultore Mi trapianta hi piu lieto almo foggiomo,’ Graditi forfè darò frutti un giorno, E del prato farò non vile onore. Del più bel lauro a par, che tra le fponde ■ S’ erga di Pindo , e del Caftalio rio Abbia in forte di ber le limpid’ondc. Andrà mia gloria : e d* albergare anch’ io Godrò 1’ Aonie fuore, e di mie fronde Coronar 1’ aureo crine al biondo Iddio. Per Per un Vefcovd.  j^^El dì che là dal? Iperboreo gelo Oltre le vie del Sole Alba s’ aperfe Nuova , F ignota luce al freddo ciclo Ogni fguardo ogni mente a sè conv^rfe* Tal oggi, che d’ errore il folco velo Da noftrc menti il volto tuo difperfe. Sacro Pallore, ed il tuo faggio zelo D’alme faville i nollri cori afperfe, Stalli rapito in te F occhio e ’1 penliero : Ed ogni Ipirto di sì bei defiri S’ accende al folgorar di tue virtudi ; Che fi fente full* ale affai leggero , Ond’ egli formontando al varco afpiri , Che tu trafeorri, e coll’ tempio fchiudi PrefagiQ di /confitta all' E] svelto Tur chef co .  O nc1c t legno fuperbo, onci’ cfcl Fuora D’or, di gemme sì carco? e imperiofo. Quali a domar t’ "accinga il procellofo Regno, ove volgi la roftrata prora? Non odi a’ danni tuoi , non odi ancora Nero intorno fifehiar turbo fragofo? Non vedi come torbido fpumofò Vortice già t 1 aflbrbe e ti divora? Veggo già l’ Aquilon , che d’ogni parte L’ onde fconvolge e a farti guerra sfida; Veggio notar pe’ flutti arbori e far te. Odo de’ naufraganti odo le grida; Ma il mar, che porta tue ruine fparte, Nulla cura i fofpir, nulla le Arida. In- Digitized by Google 7 Inflitto alle perdite del medefimo .  j^^Ave* non tei difs’io? cedono infranti Del fìer Borea tuoi membri ecco • a’ furori , E fpflrfe per l’ irate onde fpumanti Van di piu regni le ricchezze e gli ori. Vanne fuperba* ai bene onde ti vanti; Dclufc ai F ire già degli Auftri e Cori , Sofpefì in cielo i turbini fonanti. Di Nettun vinti i procellofi orrori . Naufraga e nuda dell’ infano ed empio Tu’ orgoglio ricevetti ah! quanto degno Premio, a’ fuperbi fpaventofo efempio. Erri difperfa pel ceruleo regno Tua baldanza piagnendo ed il tuo feempio. Scherzo de’ venti e dell’ ondofo fdegno. A 4 ** 8 Pel Principe EuGEtflO DI Sav'OJA .  legar Belgrado già la fronte al piano , ( Del cader di Bizanzio altero pegno ) E col fuo fcempio debellar T infano Euror doveva dell’ Odrifio regno. Gli Eroi piìi forti a lor virtude in vano Cercar le fue ruine illuftre fegno. Ma vergognofli, Eugenio, ed ebbe a sdegno D’altri all’ urto crollar che di tua mano. Non per genio d’aprire al tuo valore Novo eccelfo fentiero , ond’ ei fi porte Al facro tempio dell* eterno onore: Ma r orgogliofa alteramente forte Volle, che la virtù del vincitore Sem di nobil vanto alla fua morte. Per 9 Per lo fteffo,  I. Se giufto priego da te grazia impetra , Febo, fui tergo a 5 volator deftrieri Per poco il fren deponi , e di guerrieri Mufici ftrai t' appresa aurea faretra. Prendi in man P arco e la (onora cetra , Onde, i Giganti minacciofi e fieri Domi, goderti celebrar gli alteri Trofei del forte regnator dell’ etra: E il canto accorda, che le glorie intorno Feo rifonar del vincitor Tonante , Tra la letizia di si faurto giorno. De' tuoi carmi ben degno è'1 trionfante Eugenio, che d’ invidia empie e di fcorno „ Qual più l'antica età celebri e vante.  « o .... V«/U al piìi l’antica età celebri e vante ' Guerrier, che di sè fparfe alte memorie, Cogli altri, che a narrar dier tante e tante Palme all* Argive alle Latine iftorie, • Sorga pur dalla tomba oggi, e di quante Ebbe ne’ fuoi trionfi eterne glorie Far goda altera pompa , e tragga innante D’ augufte fpoglie onufto e di vittorie: E chi fupefrbo della Perfìa doma Vada , e chi vanti del furor d’ awerfe Spade ferbato il petto a Grecia a Roma. Fa rà 1* alto valor , c’ ora difperfe Il Trace, e 1’ aggravò di fervil Toma, «Vergognar chi già vinfe e Dario e Serfe. Ergognar chi già vinfe e Dario c Serie Al fulminar vedrei di quella fpada. Che mentre il pian d’ eftinti ricoperfe, Fulmine raffembrò, che dal ciel cada» Nunzia di morte , d’ atro fangue afperfe Le rive all’ litro, e ne flampò la ftrada, t Che fovra i corpi degli ancifi aperfe. Onde in petto a ferir Bizanzio vada . * Che itupor, fe non vai piaftra nè maglia Contra il gran brando ? fe ogn’ usbergo cede ? Se il colpo atterra , e lofplendore abbaglia? A ferir F addeftrò full’ alta fede , Allor che vinfe la fatai battaglia, Pria di donarlo, Eugenio, a te, la Fede. Per Digitized by Google i IZ Per un Proveditore di Cividale del Friuli . v  ^^VlJando al tuo zelo A Area commife l’opra, Signore , onde coglierti eterna loda , Va , difle , e ’1 brando , che t’ affido , adopra Sì che opprefla ne fia Nequizia e Froda. Qual folgore tremenda ad ognor fopra Sei vegga l’ empio , e fi contorca e roda : Sia feudo al giurto, che Io guardi e copra, E mentre il mira e’ fi rinfranchi e goda. Venirti , e quanto i cenni alti adempierti , Saggio rettore, padre amante, e giurto Giudice , fe mirarlo in te non vuoi * Ne’ volti noftri lagrimofì e mefli, Or che ten parti d’ alte lodi onufto , Scritto veder a chiari fegni il puoi . In j ! In lode di N. N, V  S ’ Erge fovra degli aflri eccelfa fede , Ond’ a un fol guardo fi rimira quanto L’ ampio cielo circonda, e dove à’1 vanto Stampar rare veftigia umano piede. Reina augufla e imperiofa flede D’oflro trapunta lo (Iellato manto: A piedi il Tempo incatenato, e accanto La terra il cielo e l’ocean fi vede. Ivi a chi giugne di fue danze degno, D’eterna ambrofia rifiorando i lafii Sudor d’ Eternità li facra al regno . Telici Spirti, che feguendo i palli Di Tommafo gi ugnelle a sì alto fegno! Quello è ’1 fentier, ond’ alla gloria vaili. Per Digitìzed by Google *4 Per utia Dama di mirabile fanti tù . SONETTO iNfeguita dal Mondo, entro i. rigori La Santità fuggìp d’ aulleri chioftri ; E i fogli odiando e lo fplendor degli oflri Amò fol muti e fblitarj orrori , Ma dall’ efilio indegno in fra i fulgori Degli alberghi reali ella a’ dì noli ri A' chi la chiama, e infiora, onde fi moftri Piu gentil di fembiante, e allctti i cori. Di tc, grand’ Alma, che di foco fanto Accefa molili con efenipio egregio Come Dio s’ ami , quello è nobil vanto - Tu r oro e T oflro , cui sì ’l mondo h ’n pregio C’ infegni a non amar , fc non in quanto Alle virtù fon di iòfiegqo e fregio . Pel *5 Pel Dottorato de* Signori Conti Giuseppe e Francesco Tartacna Nobili Udine/i. SONETTO Aghi di merci peregrine ufciro Dal patrio nido due gentili ingegni , E del laper entro gl’ immenfi regni Spingere i palli avidamente ardirò. Scorti da faggia guida al loco e’ giro , Che ferba intatti gl’ immortali pegni Delle due dotte lingue ; e i due sì degni D’ Atene e Roma ragionare udirò . Il vallo campo indi a varcar fi diero Delle Leggi , per cui conferva Roma Savia le genti ancora il prifco impero. Ed or beati oltre la ricca Toma De bei tefori , onde Facquifto fero. Di lauro ornata anno la nobil chioma . \ Per 1 6 Per No^ze .  I. L » Efca , Spofi , onde crebbe il voftro affetto , Non fu d’ un guardo il lampo aureo fereno La lufinga non fu d’eburneo feno. Non fu la grazia di ridente afpetto. Pura fe , nobil core , alto intelletto , Che de* voftri defir governa il freno* Santo coftume di dolcezza pieno Son le faville , onde v* avvampa il petto . Spofi felici! L’ amorofo foco, Onde langue e s* avviva il voflro core , Col fior degli anni non darà già loco. Dagli anni anzi trarrà novella forza : Poiché 1* efca, che nutre il voflro ardore. Piu che langue 1* età , più fi rinforza . SO- *7 eViJ^s . J^_Identi Grazie, onde tra noi difccndc Ciò che di faggio e di gentil s’ ammira , Che piti tarda la Spofa? Intento mira La foglia Amore , ed Imeneo 1* attende . Ma già fpunta , già viene. Ah! quanto fplende Del voltro nume nel fuo volto, e fpira Dal portamento! Entro a qual altro gira La luce , ond’ ella i dolci fguardi accende ? Ma dir vi fento: Ah! fe vedefli il core! Ei fu la noflra cura : agli atti al ciglio Ei le dolci comparte arti leggiadre. Ed or che palla nel fuo regno, Amore, Se di bell’ Alba un di fercno è figlio. Di qual prole da te s’ afpetta madre! B SO- i8 « CVJ^>3 . J^Rano in ciel due Spirti, infin d’ allora Infiammati d’ onefto e puro ardore ; Leggiadri in sò , ma più leggiadri ancora Il rifletto gli fea di lor fplendore k Scefe un di lor quaggiufo , c 1’ altro , Fora A me , ditte , il rettar noja e dolore : Non andrai foi; ti terrò dietro or ora. Lo fpron feguendo dell’ antico amore. Di bel garzone 1* uno , e 1’ altro accolto Fu di gentil donzella entro la falma : L’ interna fiamma trafparìa fui volto. Cogli occhi appena fi feontrar, che riede Dolcemente ad unirli alma con alma , Ed il nodo ne ftringe eterna fede . SO- Ip CK&1 é . Il di che Amor con aureo nodo avvinfe D’alme la più gentil c’ oggi tra noi Coppia s’ onori , ed i paflati fuoi Vanti maggior di sè medefmo vinfc* Della Reina d’ Adria al foglio fpinfe I vanni altero, e Sperar, difie, or puoi L’ aurea ftagione de* famofi Eroi , Che a te la chioma d’alta gloria cinfo. Indi agli avi parlò falito in cielo; Novi germogli ai vofìro ceppo intorno Sorgono ; di mia man 1* opra vi fvelo . Dopo volò nel più bell’ aftro adorno L’alma a trovar, che del corporeo velo V edita adempia l’alta fpeme un giorno. B 2 Per ( Digitized by Google 20 Per le No%%c dell ' EE. de' Signori Pietro Corraro e Maria Quirini.  V. N A tura allor eh’ ebbe la falma intefta, Che quello ammanta sì leggiadra e viva Spirito , Or fa che tu V adorni e velia De’ vezzi tuoi , dille alla Palla Diva . Ed ella al labbro ed alla guancia innella Rofe, che nutre 1* Acidalia riva* Indi la bacia , e col fuo bacio della Nel volto il brio, che la bellezza avviva. Cogli anni grazia e leggiadrìa crefcea, E fiamma ufcìa dal dolce fguardo ardente. Onde ’1 foco d’ amor fi nutre c crea : E già n’ ardea piu d’ un * ma la divina Cura il penderò alla Corrara gente Volgea la bella ornando alma Quirina . Per Monaca. SONETTO I. Hortus ccnclufus. Cult. 4. 12. Gì.* » por. » h* Paftor nè gregge: che l’ eterna cura Per sè lo feo ; cT adamantine mura Lo cinfe , c in guardia ad Oneftà lo diede Serbano a* fior gentili eterna fede Sempre fcreno il Soie e P aura pura . Meravigliando il guarda alma Natura , Che 1’ antica fua forma ivi rivede . Il Senfo per entrarvi oltre fi fpinge • L’adito cerca collo (guardo’ gira. Parte , torna , s’ arreda , c in sè fi ftringe . Ma l’Angelo di Dio, che d’alto il mira, Col ciglio minacciando indi il refpinge. Freme, e, guatando in. dietro, ei fi ritira 1 *»  IL T Irli piantava un rarftufcCl di lauro * D’ argenteo rio fui margine , e dicea : Abbiafi in guardia, e da ventura rea Serbi il favor del cielo il bel tefauro . Ei crebbe tal , che dal mar Indo al Mauro Pianta si bella il Sole non vedea. Già de’ penficri il nido in lei ponea Un cor gentile, e ne chieder riftauro. Pafsò dove la Pianta il rivo adombra Il buon Pallore , e dimandò : Per cui Lauro si bel la verde fponda ingombra ? Mortali , egli non è cofa da vui . E trafportollo in parte, ove coll’ombra Xempri l’ardore in fui meriggio a lui.  .^^Priafi il cielo, e di gentil roffore Tinte le foglie al dì Rofa fchiudea, E dal materno feno le piovea L’ Alba ridente rugiadofo umore . Su vi fcherzava , cd il più puro odore Tra l'ale accolto 1* Aura ne fpargea. Ed i pallori ad ammirar traea L’alta bellezza del novello fiore: Ma il finto Amor per sè la volle, e quelle Note v’ incile, che tra foglia e foglia L’ ale battendo mormorava il vento : „ Non fia chi di toccarmi abbia ardimento* Il fanto Amore afpetto che mi coglia, Per farmi eterna nel giardin ceiefle. . JP Er far mofira del bel , che in sè chiudea , Raro efcmpio ci diè di leggiadria Il Cielo: ma ritrarlo a sè volea. Quando fatto più bello anco di pria » Tra noi lo vide. Alla tua prima idea Riedi, e’ diceva , per V eterea via. Non è ragion, la Terra rifpondea, Che tolto il frutto, ch’io nudrii, mi fia. Convien, che gli altri si bell* opra adorni, Ei difle * ed ella: Chi farà mia guida E luce , a te quando colici ritorni ? Allora Dio, Finché tra voi convenga, Soggiunfe, ed a chi tocchi fi decida , Sacra- cella il bel pegno in ferbo tenga. Spiani » Celelli , a veder la gloria noftra, Ond’ il fuolo è fuperbo , e ’l cicl giojofo, Ditte chiufa mirando il facro Spofo La Tua Diletta entro a romita chioftra. Un gli dicea: La luce , onde s’ innoftra La guancia, e il dolce (guardo arde amorofo, Dì , non è quella , ond’ arfe il maellofo Tuo volto allor che di te felli molìra Sul monte ? e F altro : I fior , che a piè le miri Sorger , fon quei , che alF antro , ove nafcelli , Spuntato intorno infra la neve e ’l gelo . Ei ne gode ; e con voce da fofpiri Interrotta , Laggiù mentre tu redi , Ditte, Amor vuol, eh’ io per te lafci il cielo. SO. -!■ 2 6 evifc/j . iu io di luce in chiufa ftanza ofcura Entra rifratto da crirtal convello, E degli ertemi obbietti, ond’ è rifleflo. Gli atti i colori i volti ne figura. Sulla cangiante e mobile pittura , Sofpende il ciglio da rtupore oppreflo Il vulgo* e al fìnto intefo, che d’ apprerto Lo tocca , il vero , eh 1 ò lontan , non cura . Così 1* immago del fuo bello in quella Del mondo ofcura chioftra imprefle Iddio. L’ammira l'uomo, e qui le voglie arrefta . Ma non appaga la fugace forma, Vergine , te , che faggia il tuo desìo Rivolgi a lui , che dell’ immago ò norma . r SO. j . XJ Na forza il pianeta al Sol fofpinge , Diverfa forza ad altra parte il tira; Ed egli al Sol d’ intorno fi raggira Lungi o da pretto , nè giammai V attinge . Tal verfo Dio celefte impeto fpinge La parte , che nell’ uom ama e defira ; Da Dio la ftorna il fenfo; ond’ ella gira Ed erra intorno al ben , nè mai lo ftringe,, Ma qual , fe f urto fotte unqua rimoffo , Che l’ altro altrove porta, ei fi vedria Ratto gettarfi nel folar fuo centro; Tal tu 7 Vergin, da te 1* impeto fcoflb , Che dietro a vano ben 1* alme difvia , A Dio t’ affretti , e vi ti perdi dentro . 28 CV*fc>5  Viri, Il Re de’ cori in quefta baffo chiortra Mentre il guardo volgea dall’ alta sfera , Vide condurfi bella prigioniera Da’ fuoi : rara a mirar leggiadra ni offra ! Quant’ io vaglio , un dicea , ben ti dimoftra Quefla , Signor , d’ affetti ancifa fchiera : L’ altro : Chi d’ eguagliar mia gloria fpera, • Miri a cortei qual piaga il feno innoftra. La preda offrirò al gran Monarca intanto. Ei vagheggiolla , e dille : Or abbia i fui Premj voftra virtù dopo il fuo vanto. A vili dertino il bei crin d’oro; a vui Il bel tefauro del gemmato manto : Ma il gentil cor fi ri Turbò per lui. SO- ~9 . \ \ E incontra il Sol vapor gelato avvolto In vapor acqueo, ei dentro vi fcolpifce Co’ rai rifratti il fuo fplendente volto, E fpetto il ver tra due finti apparifee. Ma dall’ ardor frattanto il gel difciolto Retta , e ’l doppio parelio impallidire; S’ appretta al Sole, e tra’ fuoi raggi involto L’ un dopo F altro al fin langue e fvanifee . Tal a noi tralucea lume cedette Da due bell’ Alme, ove folea moftrarfe Vivamente, ritratto il fanto Amore. Ma quanto aveavi di terreno in quelle Dileguatofi , pria F una difparfe , E F altra oggi ci toglie il fuo fplcndorc . SO- 3 ° e^fe>3 SONETTO X. (jEnfil vapore, cui la luce fpefìò Lafsù nel ciel di color varj pinge , Mentre s’ attiene a pigra malfa e ftringe * Staffi dall’ altrui pefo al fuol comprelfo . Ma dall’ impaccio , ond’ è cinto e depreflo , Allor che il Sole co’ fuoi rai lo fcinge ; Da sè T aere più grave lo refpinge , E P erge a quel , che s’ equilibri ad elio. Tal in sè più tenere il balTo mondo Te, Vergine, non può, che fciolta vai De* terreftri penfier dal grave pondo. Ma da sè ti fofpinge a facro chioftro, Che tutto fplende di celefti rai , E dal cielo divide il mondo noftro . Or che di zelo accefa onelto e Tanto Vai , per eflergli fpofa , al tuo Signore, Vergine , ond’ ò eh’ io veggo adorna tanto Te delle fpoglie del mondano errore? L’ oro le gemme i fior f argentea manto Nebbia fon d’ alma pura allo fplendore. Cerchi d’ efiemo culto il folle vanto Del bel fembiante chi men bello à ’l core . « Ma già depor ti veggo il ric«o fregio. Col gran rifiuto , che l’ai prefo , moftri Sol per far più folenne il tuo difpregio. Ed avvolta altrui dici jn rozzo velo: Profani , fe negletta agli occhi voftri Sembro , fon bella a chi mi gparda in cielo. SO- i 3 l  r. XJ Na coppia di rai da un punto fcende Di luce , e T uno nel cammin fi fvia Dall’ altro raggio , e quanto è piu di pria Divifo e fparfo , tanto mcn rifplende. Ma fe cavo quaggiù fpecchio T attende , Cui centro il punto , ond’ ella venne , fia* Rimbalza in dietro , e per la fletta via Là } d’ onde motte , a riunirfi afeende . Da Dio così , dov* anzi eran congiunti , Due fpirti ufeiro , e per fentier dive rii Seguiano il corfo lor da sò difgiunti. Ma facro chioftro , di cui centro ai giro E' ’1 ciel , gF incontra , e in dietro ambo convcrfi Li riflette al principio, onde partirò. sa \ . vetro mai , che dal natio fentiero Torce i rai , tra 1* oggetto e T occhio ficde L’occhio ingannato dal Tuo loco vero « Trafportando l’ oggetto ,• altrove il vede. 7 Tal le tra ’l bene e tra T uman penfiero Si pone il fcnfo , l’ intelletto crede C&e fìa nel mondo il ben puro ed intero, Che da Dio procedendo in Dio rifiede. Ma tu, cui dritto feende entro alla mente, Vergine faggia, il fovrumano lume, Non vedi il ben, che nella fua forgente. Quindi T orme feguendo il tuo desìo Del fido raggio, oltre T uman coftume Per la piu corta via sj addrizza a Dio . . ^^^Ualora avvicn, che trapelar fi lalfi Raggio. in parte, che al di l’adito nega, E per criftallo di tre lati palli, In piU colori ed in piu rai fi slega . Tal il noflro defio, che unito ftafli A Dio tendendo, in piu defir fi fpiega Quando palla pe’ lenii , e incontro fifffi L’uno a beltà, l’altro a ricchezza piega. E negli oggetti, lovra cui fi fvia, Immagini di ben varie dipinge , Come , ove cade , i fuoi colori il raggio . Veigine, quanto il tuo configlio è faggio. Che de’ fenfi al defir chiufa la via , Per la via della mente il guida e fpinge ! j . ^^Uando T Onnipotente in un raccolfc L’ acque fuperne , e dall’ ufata fede ■ Richiamò 1* oceano , e quanto vede % L’.aftro diurno entro il. diluvio avvolte ; La Colomba dall* Arca il voi difciolfe , Che fui naufrago mondo intatta fede* Ma non trovando ove pofare il piede,- L’ umid’ ale tremanti indietro volfe . Tal ufcifti anche tu dal facro albergo , • Che tra’ perigli dell’umana vita Nè di procella nè di nembo teme. Ma P aere e l’ onda , che d’ intorno freme , Pallida rimirando e sbigottita , Volgi alla terra tempeftofa il tergo. . FI Cco la Pianta , ove il mio core afpira , Nido di pace, di letizia, e vita! La fcorgo all* aura , che i fofpiri imita Dell* alme amanti, e dolci fenfi ifpira. Nembo d’ Amori , che d’ intorno gira , Con giocondo fufurro alT ombra invita : Vagando un altro tra le fronde addita « Il frutto, e va dicendo: Ama e fofpira. Ma già dentro di me difcende tutto Lo fciame alato , e quanto è di terreno Arde, fvelle, e ne fa foave ftrazio. Indi m’ innefta dell* eterno frutto Mille defiri entro il già vuoto, feno. O frutto , onde il mio cor non fìa mai fazio ! Chì di monte filvoftro alla radice Mira tremula della in cheto Lago , Volge lo fguardo^al cielo, onde 1* immago Nell* onda imprefla la Tua forma elice . Chi tra gli orror di cava erma pendice D’ eco il rifponder ode , incerto e vago • Gira l 1 orecchio , ed allor fol n’ è pago , Che il fuono fcorge, ond’ ella è imitatrice. Tal in mezzo agli error del mondo rio Odo le voci , e veggio i nobil atti , , Che due Donzelle facran oggi al tempio. Ma in quelle non s’ arreda il guardo mio : S’ addrizza, o Madre , in te, di cui gl’ intatti Co fiumi furo delle figlie efempio. . Pria che fpieghi il fuo frutto , il grano muore : La terra altrice entro il fuo fen 1* accoglie. Dall’ aere il guarda , e col fuo caldo umore La fco'rza , che 1* involve , allenta e fcioglie . Rifcoflo ei della il fuo natio vigore, E va fnodando le intralciate foglie : Rugiada il pafce, ed il folar calore L’ aflòda, e lieto l’arator lo coglie. Tal tu, Vergin, t’ afcondi in facro chioltro, Guardando i femi , che nell’alma chiudi, ‘Dagl’ infetti vapor del mondo noflro: E fciolti i lacci , onde i defiri onelli Da’ vani affetti fon involti , fchiudi Lieti germogli di virtù celelii . SO- . jAlLIo fpirar di lieve aura feconda Scioglie di rare merci onufta Barca , u 1 E del bel pondo altera, ond’ ella è calca Sprezza i perigli dell’ inftabil onda. Lo ftuol de’ numi , onde 1* oceano abbonda , V’ accorre intorno, c’1 glauco ciglio inarca* * E chiede a lei , che li trafeura e varca , Qual mai 1* afpetti avventurofa fponda . L’arreftano le Ninfe, e lufinghiera Serti le porge, e d’approdar ciafcuna La prega ali’ifoletta , ov’ ella impera. Ma l’alto Spirto, che la move e cura, Velo le fa di fottìi nube e bruna, Men lodata onde vada e piu ficura , C 4 SO. . Q> Ue’ vaporetti , che talor laffufo Afccfi , il ciel fan di parelj adorno ; Talor di bei color dipinti intorno Del feren nunzj an di moftrarfi in ufo Benché gli attenui il Sol , lenti quaggiufo Giacciono c gravi , fe un fottil contorno Di quella , che le flelle à per foggiorno , Materia non gli abbraccia e leva in fufo. Tal perchè s’ erga Filli alta dal fuolo , Dio la fcuote, e da terra la diffolve; Ma la falma mortai ricufa il volo. Ed effa al fin , che tanto afpira al cielo , Già fiaccata dal fuol , tutta s* involve, Per più leggera farfi , in facro velo .  D Ue vaghi Amori ( accende uno il penfiero D’ infano , e P altro di celefte ardore ) Di lucid’ arme adorni ambo fi diero Gli archi a prova ad armar contra ’1 mio core . Speli più dardi , la vittoria altero Al Tuo chiedea già quegli alto valore : Applaudìa Palma all* orgogliofo Arderò, E ’l cor dava in trionfo al vincitore . • * L’altro allor difle: Ir lungo tempo ornato Del fregio , onde faftofo efulti or tanto , Già non ti lafcerà quell’ arco aurato. Tinto nel feno a Crillo un dardo intanto Di quegli, onde a Franccfco aperfe il lato, Spenfe al fuperbo il baldanzofo vanto. SO- Digilized by Google 4 * <rc*3l/s sonetto xxir. P Er atra patta impura nebbia il raggio , Nò da’ vapori ò la fua luce offefa; Entra in acqua fangofa, e nel pattaggio Macchia non retta al ftio fulgore apprefa. Tal della vita il lubrico viaggio, Anima bella, trafcorrevi illefa* £*1 tuo bel velo non temea d’oltraggio Dall* alto fango, ond* ò la via diftefa. Ma riguardando nella valle immonda La turba avvolta entro il limofo vifchio Trarne a fatica i piedi anfante e greve , Di te paventi , e fovra f erta fponda , Che le tta fopra, ti fottraggi al rifchio Dove il fentiero è faldo e T aer lieve. . T V Uomo nafcendo a sè d’intorno trova Di vani oggetti l’ ingannevol efca : L’ aflaggia , e la dolcezza ignota e nuova , Mentre dorme la mente , il fenfo adefca . Svegliali quella , e quanto noce e giova Sceme • ma tanto nell’ error I* invefca L’ ufo de’ fenfi , che nojofo prova Il lume , e gode che l’ inganno crefca . Vergine pura , quanto devi a Dio , Che per tempo t’accolfe entro il ricetto, Ove s’ammorza ogni terren desìo! Ivi nudrita di piacer, che nafce Dal cielo, intendi quanto altro diletto E' fciocco, e chi di cibo altro fi pafce. Per ir Digilized by Google 44 Per la Profeffione delta N. D. Maria Giovanna Vezzi . .' Jtqua , quam ego dato e i , fi et in eo font aqujt falienttt in vitam atcrnam . Ioan. 4. 4. (jlovanna faggia , che la pura voglia Serbando illefa dal fangofo- umore , Che Ragna in quella valle, e crefcc al core , . Quand’ afpetta riftoro, affanno e doglia. Quello guftafli , che dall’ alta foglia Vivo fcendendo limpido licore , Terge qui forme del mondano errore, Rinfranca l’alma, e dilettando invoglia: 4 Indi rifale alla nativa altezza , Seco al mare portando della vita L’ anime , attratte dalla fua dolcezza. Stupor non è , fe vi t’ immergi or dentro , Ond’ ei ti rechi in feno all’ infinita Fonte del ben , che non à fponda o centro . Per Digitized by Google r % . # CANZONI. A  i V*  Per la ProfeJJione di due Monache . CANZONE V Ergini (acre , fé il mio petto or degno Fofie d’ un raggio del celefte lume, Che T alma a voi rifehiara , e infiamma il core , Cofe direi, che di gelato orrore Il cieco feoteriano empio Coffume Di sè medefmo incerto e del Tuo regno,. Di Tanto e pio difdegno L’ anime accenderei, cui denfo velo Avvolfe agli occhi , e ne’ terreni e frali Beni Tempio tiranno invefeò Tali Agili e pronte a formontare il cielo. Quanti defiri accenti D’ alzarfi detterei fovra de’ Tenti , E d* appreflarfì a Lui, che Tolo accoglie Il ben , che meta è dell’ umane voglie l Ma Digitized by Google 4 8 CANZONE I I. Ma non ritrovo in me si degno loco, Che inviti ad albergar la pura luce, Che difpiega i Tuoi rai nel voftro feno . Ma voi , deh ! mi (velate in parte almeno Gli alti pender, che Amore in voi produce, E le fiamme , che in voi della il fuo foco : Sicché volgete in gioco Quanto di più leggiadro e di più dolce Dagli (tolti quaggiù s’ammira ed ama; Nè forza à d’ adefear la voltra brama Piacer, che lufinghicro i fenfi molce. Di così piena gioja, A cui mai non fi mefee affanno o noja , Vi pafee il voftro Dio, che di lui paghe, Siete d’nnirvi a lui per fempre vaghe. Se PRIMA. 4 9 I I I. * / Se aperta ftanza agli Apollinei rai S’ affaccia, e li riceve entro a sè rteffa Quali per 1* aere vann’ errando fparfi * D* un indiftinto albor folo illurtrarfi Noi la veggiamo; nè l’ immago impreffa D* efterno oggetto ella ci moftra mai . Ma fe fi fa giammai , Che angufto foro per criftallo terfo Lor nella danza ombrofa apra il paflaggio Si fviluppa cqsì raggio da raggio, Che giugnendo ad urtar nel muro avverfo, Con dilcttofo inganno Ivi dipinti rimirar fi fanno Gli ertemi obbietti ; e vagamente tinto Di bei color non men del vero è ’1 finto. D Tal CANZONE S° I V. Tal fe tutte le vie V alma difchiude * De’ fenfi a’ beni , che le ftan d* intorno , Per entrar là nel loco, ov* ella fiede. Tutto vede confufo, o nulla vede. E fé di qualche lume b ’l loco adorno , Lume che folo à d’abbagliar virtude. Ma quando ad cflt chiude QgrT altro varco, e fol dell* intelletto Lor apre il paffo , li ravvila ; e fcopre Il bel , che infufe il fommo Fabbro all’ opre Del fuo potere , e quel , che il vano affetto De’ mortali vi finge: Scopre quanto s’ abballa , e quanto ftringe I fuoi deliri oltre il dover chi in quella Sfera angufta di beni i voti arrefla . In- Digitized by Google V. Indi fi volge alf infinito Bene, E mentre Io vagheggia a parte a parte, Vede che foio ei le fue voglie adegua. Qual ombra in faccia al fole fi dilegua La beltà, che alla terra egli comparte E del cielo alle piagge auree ferene. Da foavi catene Trarfi ella fente ; ode la voce amante, Che dolce la conforta , e dolce invita , E mentre il ben , che le promette , addita Le aggiugne per poggiarvi ali alle piante. Ratta eli’ allor dal fuolo Scuote le piume , e fpiega all* aure il volo Tanto varca del cielo , e tanto s’ erge , Che a Dio giugne anelante , e in lui $’ immerge D 2 Qual ■»*** 5 * CANZONE . V I. Qual divengali allor che aflorta è un’ alma Da quel mar , cui non ferra o fondo o riva Vergini facre , 1* intendete voi , Voi , eh’ il provate. E ben fa fede a noi Come beato il voftro core or viva , La ferena del volto eflerna calma. Dalla corporea falma Il novo fpirto , che l’avviva e informa, Traluce. In voi non gii pih voi vivete; Nè voftri fono i bei defir , che avete. In voi Dio vive : ei creatore e norma E' dei penfier celefte , Che vi toglie del mondo all* aure infette : Egli è , che il labbro a proferir vi fnoda li detto , che per fempre a lui v* annoda Pel Veflimento di nabli Donzella . C A NZONETT A. 53 G là s’ affretta La Diletta Allo Spofo , che la chiama Giunta è 1* ora, • Che dimora Piu non foffre la fua brama. Gentil core, Che T amore De’ Celefti intende a prova, La rimiri: Di fofpiri Vi vedrà dolcezza nova. Lieta e vaga. Di sè paga Tra la turba ammiratrice Ella palfa, D’ogni balTa Cofa fral difprezzatrice : D ^ Ed Digitized by Google k CANZONE Ed intanto Le dà vanto Chi di Taggia , chi di prode. Fortunata ! Che curata Non à qui grandezza e lode. Prefo a vile A' ’1 gentile Nome qui di dolce fpofa, • E T altero Suo penfiero , Fino a Dio fpinge animofa. Cosi parla Nel moftrarla Cogli fguardi e colla mano* Ma toccarla Lufingarla Non è dato a vanto umano; Mentre à volto, E raccolto Ogni fenfo ed ogni affetto Nell* immenfa Gioja intenfa, Che da Dio le piove al petto 55 SECONDA. Quindi luce Le traluce Sulla fronte e fovra il guardo , Onde incifo L’ è nel vifo : Quanto dolce è il foco , pud’ ardo ! Le fi accende. Le fi flende Sulle gote un bel vermiglio : ' L’alma Aurora Tal s’ indora D’ un color tra rofa e giglio* Velo quello Di modello Cor non è , che fi nafconda; E' vapore Deli’ ardore , Che foverchio il cor le ii a . Ma davante All’ Amante Suo celefte ella fi proto . Senza velo, Qual in cielo . Splende > intero ei k fi moto . D 4 .Or $6 CANZONE Or che mira Ed ammira «La Tua vita ed il Tuo bene, L* allegrezza La dolcezza Chi pub dir , end* ella fviene? Uom , che giunga Dopo lunga kia procella al lido amato, Laflo e fmorto. Quando a (Torto Si credea dal flutto irato; Angofciofa Madre annofa , Che rivegga unico figlio, Quando trema. Che lo prema • Lungi errante afpro periglio; Nè ftupifce Nè gioifce Come quella Veiginella, Che prefente Vede e fente • Il Tuo Dio , che le favella. 57 SECONDA. Ei le chiede : Chi ti diede Forme , o Bella , si gioconde? Quel , eh’ io fono , E' tuo dono: Riverente ella rifponde. Ch* io ti piaccia, Ch’ io mi sfaccia Al tuo lume , è tua virtude. Piu diria. Ma la via Della voce il gaudio chiude. Ei la mira , E le fpira Novo ardore , nova grazia. Co* fofpiri, E co* giri De* dolci occhi ella il ringrazia. Ma di tanti > Rai fiammanti , Che noftr’ occhio non adegua, Ei la vela. Che fi cela Ella al guardo , e fi dilegua . Jf S. VERSI SCIOLTI. ài sA S, E, il Sig. Paolo Antonio Labia per le fue No^ge con S. E. la Sig . Fiordiligi Emo , EPITALAMIO I. tridenti Grazie , che ad Amor compagne, Figlie e miniftre del divin configlio, Diftribuifte per gli eterei giri L’ordin eterno , onde s’abbella il mondo; E con mifura armonica accendefte Cintia di rai d’ argento , e d* oro il Sole , Giove di miti , e d’ infiammati Marte; Indi fcefe quaggiù di sfera in sfera, Sovra le cofe , che produce Amore, li fior fpargete di beltà , che nafce Dall’ armonìa , che con foavi modi Lega e contempra le difcordi parti ; E quel fpirate , che nell’ alme elette Senno valore e leggiadrìa rifplende , Nell’ alme elette a rifvegliar 1* ardore Ne’ cori eccelli d’eternar ne’ figli Del fangue il corfo da lontana vena Per lunga, ferie d’avi a lor trafmeflo: Se % 6i EPITALAMIO Se qual v’alletta altere opre leggiadre Di tempo in tempo dimòrtrar fra noi , L’arte anche forte di fvelarci vaghe, Onde formate le grand* alme e rare ; Or che due n’adornafte oltre 1* ufato Con pari cura , e le accordafte infieme Così , che come in fui confin fi vede Di due colori 1* un all* altro aggiunti Un fpuntame , che d’ambo in sè più dolci Le tempre unendo , è d’ ambo anche più vago ; Tal de’ voleri e de’ penfìer concordi Un voler folo , un fol penfier fi faccia * Quanto a voi più di gloria indi verrebbe, Tànto più fora di fplcndor cofparfo Sovra i miei carmi , e de* gentili fpirti Vera bel tate accenderla le brame . Così dianzi io dicea , quando repente La fofea nebbia , onde la mente ingombra Nulla al di là di quel , che fere i fenfi , Scorge , fvanì , e agli occhi miei davante Nova s* aperfe luminofa feena. Mercè fu delle Dee , fe dentro a*, facri Mifteri di natura al vulgo afeofi Non fummi in parte penetrar disdetto* E contemplando ne’ modelli eterni Ciò , » *3 PRIMO. Ciò , che veftito di corporeo velo Di sè non moftra che Fellema fcorza, A’ rai mirar della natia Tua luce L’alma Virtute, che la mente* empiendo Di puro lume , che. dal ver difcende , E coll’aura di placidi deliri Dolce animando la tranquilla calma Del cor fedato , ne tramanda agli occhi L’ aureo fplendor , che la bellezza avviva , E diffonde fui volto il bel fereno, Che in un d’ amore dolci fenfi fpira , E promette a chi l’ama e gioia e pace, Compagne eterne dell’ amor , che crebbe Non tra’ vapor di tempeflofo affetto, Ma tra’ rai di virtute e di configlio. Repente immerfo entro un fulgor mi vidi , Che quanto vince , tanto affina il guardo, Ed è diftinto di faville a guifa De* punti fcintillanti in ciel difperfi . . Qual fe in modo s’adatta ardente face, Che tra due fpecchi paralleli fplenda , Ella in virtù de’ ripercofli raggi In due file per entro a* vetri terfi Di cento faci fi propaga e cento: Così d’ intorno ad inelàufto lume Fean \  Fean di sè moftra in lunghi ordin diftinte Fiammelle innumerabili infinite , Varie d’afpetto , e di fplendor diverte; Poiché di quella parte , ov’ era volta Di quel di luce inefliccabil fonte, Avea ciafcuna la fembianza imprefla. E mentre aflòrto da sì ftrano obbietto Softengo immoto colla mente il ciglio , Voce improvvifa , che fonò dal centro , Dallo ftupor mi fcuote , e slega i fenfi. Quello , che vedi , folgorante cerchio Immenfo , difle , è P efemplar dell’ alme E tanto fpazio entro al fuo giro ferra. Quanto s’eftende la divina mente: E. ad ogni raggio , che dai centro parte. Laggiù di voftre fchiatte una rifponde. Con quello fi configlia , in quello guarda Quando tra voi 1’ onnipotente Amore Dà vita all’ alme : e tanto ognuna è bella Quanto l’ idea fimiglia , ond’ ella è prefa . Nè già deve afpettarfi il mondo vollro Di veder unqua col girar de’ lullri Nell’ anime create efpreffe tutte Le fimiglianze dell’ eterne idee . Molte ne fon , che rimarranfi fole Mai w • PRIMO. 6 s Mai fempre , ad altro ufizio non affitte, Che d’ empiere la ferie de* progredì Dell* infinita intelligenza. Quelle, Che ornate piu , che ricoperte miri Di fottil velo trafparir , le forme Dell* alme fon , che già n’ ufciro al giorno O ftanfi il gran momento anco afpettando , A cui de’ tempi nello fpazio immenfo Dal provvido delfino annette foro . Lieve rifletto di fulgor men puro , Che dall’ immago full* idea fi manda, Le vela qui di tenuiflim’ ombra ; Qual men chiaro color fovra un piu vivo Sparfo talora da maeftra mano , Senza macchiarlo , ne rattempra il brio . Lo fguardo aguzza , e per lo cerchio il volgi Ed i veli , che in punti or piu lontani , Or più vicini alternamente al centro * Sparir vedrai , fe colla vifla unifci; Vedrai la forma , in cui t’ appare il Sole, Quando da terra col nud’ occhio il vedi Vibrante rai con ordine ineguali. Da quefti norma in fui terrelìre globo Di voftre fchiatte la lunghezza - prende • Poiché tronca è cialcuna ivi in quell* alma E Che tralucendo lievemente ombrata, Seguita è qui dalle piu vive e chiare . Se chiedi ond’ è , che dalla propria fchiera Or per obbliqua or per diretta via Altre piegano a delira , altre a lìniftraj Tal che ogni ferie la fgura imita D’ angue , che ferpe fulla terra aprica* Effetto è quello di confenfo innato, Per cui le forme piu tra lor fimili Son l’una all* altra dolcemente attratte. L’alme , che d’efle col fembiante in uno Portano leco anche gl’ iflinti imprefli. S’amano infieme ; nè il defio s’acqueta Pria che le Aringa indilfolubil nodo* Qui la celefte ed increata voce, Che a me venia dalla Ragione eterna, Tacque, e lafciommi al maggior uopo. Ah ! dilli Ah ! fegui , e tu , che la deftafli , fazia La voglia accefa nel mio cor profonda. Deh! tu m’ addita il loco , ove fcintilla L* idea dell’ alma di colei , che novo Oggi all’ Adriache fpofe aflro s’ aggiunge . A quella ferie , che piu lunga fplende, E piu lucenti le fue flelle moflra, ( Odo la nota voce che rilponde ) i Por- PRIMO. 67 Porta le luci , e in quell’ idea le fida , Che piti dell’ altre folgorante e valla A sè chiama gli fguardi , e in sè gli arrefla . Ella il modello è dell* Eroe ( a ) , che padre Fu di colei che chiedi , e tanta parte Del voftro globo col fuo nome empieo. Di là fcendendo incontrerai coll’ occhio Una , che di piìx dolce e piano lume Splende . Di quella nell* afpetto porta Fiordiligi , e negli atti e ne’ collumi L’ immago . Amore al placido di quella Fulgor foave le gentili membra Adattando , la cinfe di leggiadra Salma: di quella al temperato ardore Del cor le Grazie accomodane i moti , Ed il governo ad Armonìa ne diero , Che loro è Italia , e tra’ mortai fi noma Virtute . A quello nome in me fi delia L’ alto defir , che fin d’ allor eh’ io vidi I vaghi modi , il portamento onelìo E z Di / Giovanni Emo Procura tor di S. Marco celebre nella memoria de’ Tuoi concittadini , e degli ftranieri , e negli fcritti dell’ Ab. Conti , del Card. Quirini , di Jacopo Fac-* ciolati, del Co. Al^arotti , del P. Steliini, e d’altri. 6 \\ EPITALAMIO . Di lei , che fu con tanta cura in cielo Ornata , al core di faper mi nacque L’alta radice afcofa , 'onde si rari Si fvilupparo dilettoli frutti. Ed in un punto di tai detti V aura Move a temprarmi rinfiammata brama: Non Tempre quel , che a mortai occhio fembra Più brillante , in sè fteffo è più perfetto . L’alme fublimi , e le virtudi eccelfe Voftro collume è milurar da* grandi Rapidi lanci , onde talora il core Alto fi vibra tralportato e fpinto Da chiufo fumo di bollente affetto*; Che d’ ogni parte ad allargarfi tende, Più che da fenno e da virtù condotto. Ma più quell’ alma è generofa e faggia , Che \ più ne’ moti Tuoi coftanza e modo, E par che men fovra il comun s’ innalzi . Speffo è macchiata altifonante fiamma D’ aliti folcili c di vapor nebbiofi * Poiché non lafcia la vorace vampa Spazio d’attenuar l’efca indigefta, Che pura aflorbe coll’ impura milta. Ma lume , che tranquillo arde e rifplende Più fchietta e pura la chiarezza ferba ; Per- PRIMO. 69 Perchè piu puro ed a sè Hello 'eguale E! ftmpre l’alimento , onde, fi pafce. Or fe a villa del ver , eh’ io ti dimoflro, La fallace da te luce difgombri , Che qual accela folgore tonante V* abbaglia P alma , e vi ftordifee il core Tanto gentil più ti parrà colei , Che pregi , e Halli di tua mente in cima Quanto 1’ afpetto à più modello , e fparfo Di placido chiaror ; da cui fi move Non fugace balen , che fere e palla , Ma fpirito fottil , che fol comprefo E' dall’ alme gentili. E mentre il nido A porre in lei de’ fuoi penfieri alletta Lui , che ad ampj tefori , a fangue chiaro Gran fenno accoppia , e fplendidi collumi, Lo raflìcura , che intemperie acerba D’ affetti ciechi al variar foggetti Mai non farà , che gli fconvolga ò turbi . L’uniforme tenor , che gli atti il vifo Fanno , la fua forgente à nel confenfo , Per cui confuona colla mente il core , E del cor 1 * un coll* altro ogni deliro . La divina virtù , che in sè contiene Le cole , e tutte le contempla accolte, E 3 Quan- 7 o EPITALAMIO Quando V idea del bel fovra di quelle , Che crea , feco d’ imprimer fi configlia , Sempre a sè fteffa è nell’ oprar conforme Or come feo , che la corporea luce Anima e vita del terreftrc mondo , * Finché tra lor , quali gli avventa il Iole Stanfi congiunti e rtretti i rai diverfi, Ond’ è comporta , di giocondo albore L* aere la terra il cielo adorni e verta: Ma fe dagli altri fi fcompagna il raggio Azzurro o giallo , ed in difparte moftra Fa del natio colore , ond’ egli è tinto , L’albor > che prima da’ colori uniti Nafcea , s offufchi , indi fparifca ^intero Quand’ ogni raggio dal vicin divifo Corre diverfa via libero e fciolto: Tal fe gli affetti, l’intelletto, il fenfo Vanfi difgiunti e fenza fren feguendo L’ impeto , che li porta a varie mete , Perde 1’ alma il fuo bello , ed incollante A tenor dell’ obbictto , che la move , Or fi difperge fuora , or fi concentra ; Or tra la fpeme ed il timore ondeggia ; Or fi rinfranca , e forge ardita e balda: E dell’ interno ftempramento T orme Nel PRIMO. 71 Nel vifo ftampa , e di colori il tinge Troppo o crudi, od ofcuri , o molli, o gai Ma quando avvien che non difcordi il fenfo Dalla ragione , e full* idee Tevere Quanto cofparge 1 ’ un d’ ameno e vago , Tanto l’altra di quello il brio foverchio Corregga , e quel , che appar , col vero adegui Nell’ alma forge una tranquilla gioja , Che fi trasfonde fui ridente volto : E de’ coftumi dolcemente alteri , Delle maniere oneftamente ornate . Di lei , che onori tanto , è 1 * aurea fonte . Felice Spofo , che sì dolce e faggia Avrai compagna de’ tuoi giorni allegri* E delle cure, onde l’umana vita Non può Tempre fchermirfi , alleggiatrioe. Nè tu dei meno , giovinetta Spola, Al del. cortefe , che sì bel foftegno Aggiunfc al fiore de’ verd’ anni tuoi . Ma più farete ancora ambo felici , Quando vedrete pullularvi intorno, Come virgulti i vezzofetti figli , Dell* ardor voftro avventurofi frutti , E Temi in uno di novello amore* Poi nell’ etade più robufta e franca E 4 Ca* 7 2 EPITALAMIO PRIMO. Cagioni a voi di memorando vanto, Ed alla patria d’ alt’ onore e pregio . Dille la voce , e ritornò qual prima Nube improvvifa ad ingombrarmi il guardo Tanto de’ bei prefagj il fuon giocondo A sè mi traile , e vi s’affitte tanto La mente mia , che me medefmo obblio. E a me più c’ altro nel penfiero impreflà Profondamente de’* futuri figli L’ immago retta , onde il tuo ceppo vecchio Inclito Paolo , fiorirà, mai Tempre Verde , e di rami frondeggianti onufto . 73 Per le No^%e delP EE. de * Signori N. N. Patria) Veneti . EPITALAMIO IL » v Enere bella , che ridente il volto Ai di fiorita giovinezza eterna , ‘ E dolce madre de’ leggiadri Amori Quaggiù le cofe a variar foggette Rinnovi , e quella vita , che ferbarfi Non puote in una , trasfondendo in molte Di grado in grado , Tempre verde Terbi: Alle rive dell’ Adria a te dilette Volgi lo Tguardo , onde gli eterei campi Sereni , ed aggiogando all’ aureo carro L’ alme colombe , pe’ Tentieri uTati Reggine il volo coll’ eburnee dita . Qui delle Grazie , che de’ doni tuoi La nova ornaro giovinetta SpoTa Te aTpetta e chiama la concorde voglia; Onde al fin tu 1’ accolga , e rechi in mano A lui , che il cor ne porta acceTo e punto. Ed ambo annodi con eterna fede . • • Ma già preflò è la Dea , che varie forme . Prendendo , fcorre per le vie celedi , E difpenfa con- provvido configlio Lo Ipirto infufo nella vada mole Dell’ univcrfo • onde in sì varie membra Non fi perturbi l’armonìa nativa. Ben fi conofce , eh* ella è già vicina, Al novo lume , onde fi vede il cielo; E la letizia, ondo Natura ride, E' dell* arrivo Tuo nunzia fedele . Già veggo Amor , cui 1* arco e la faretra Rifuona al fianco , ed alle tempie intorno Viva rifplende la materna rofa. Veggo Imeneo , che fu per 1* aure vibra La face ardente , ed odo il fuon confufo , Che agli Amoretti gai per 1* aria midi Fanno lo Scherzo, 1’ Allegrezza, il Rifo. Scende la Diva, e dove preme e tocca L’ argenteo piè , fpuntano a prova i fiori . Sul molle tergo alle colombe alate Pofa le rofee briglie , e drizza il pado, Dalle chiome fpirando aure divine , All’alta danza, ove la Ninfa trova Tra 1’ auree Grazie e tra le fiorid’Ore. La mira con quel volto, e con quegli occhi Onde un tempo al Padore in Ida aflifo Feo la cura obbliar di fenno e regno, E dal petto di Marte adamantino Scofle i penfier di debellate fchierc , Di Re domi , e di torri arfe e diftrutte . ■ E nel mirarla , nel bel vifo adorno Sparge ed imprime co’ poflenti rai Il vezzo,, il rifo, e lo fplendor leggiadro, Di che beltade peregrina armata Apre ne’ cor gentili alta e profonda Piaga, e n' elice alti fofpiri , e dolce Rende la piaga , ed i fofpir giocondi . Allo fpirar della virtù , che della Nell’alma i moti, onde s’avviva il volto, Di fovrumana leggiadria rifui fe Raggio divino alla donzella in vifo. Come quand’ entro a mufico {frumento Di varie canne armoniche contefto, L’aria in mantice chiufo attratta fpira, In ogni canna, che da dotta mano Sia con arte difchiufa, ella ugualmente S’ infinua, ed in ciafcuna il fuon rendendo , Che a ciafcuna convien , di molti infieme Temprati e mifti almo concento forma y Ed empie di dolcezza i cori amici Del biondo Apollo e deli’Aonie Dive. Ta» 76 EPITALAMIO Tale allor che animata dallo fpirto Fu della Dea la vergine amorofa j Nelle guance, negli occhi, c nelle labbra, Che le Grazie tra lor dianzi accordaro, Sorfe armonìa mirabile a vederli Di vaghi moti e di color gentili . Ma come allor che fui nativo «ftelo Stanfi fiori diverfi in faccia al Sole , Che gli avviva e colora • fe rugiada Tenue frapponi! , che rattempri alquanto L’efterno ardore ed il vigor interno, Quanto è ciafcun piu dilicato e molle, Tanto fi moftra in fuo color più vago* Tal fra la Diva e la donzella venne Modeftia a porfi , e i bei moti diverfi, Che nel fembiante inufitato brio Spiegava , dolce rifofpinfe , e lieve L un fovra T altro ripiegando , refe Piu venufto ciafcuno, e quella tempra Diede a ciafcun , che piu foavi infieme Gli unifce. A quella villa fi compiacque Dell* opra fua Ciprigna , e delle labbra I bei rubini a cotai detti Ichiufe: Figlia , del gran valore , onde fovrana In mare, in terra , e tra le flette io regno, Quella nell* alma e ne’ begli occhi tuoi Parte trasfufi , che dimoftra chiaro Quanto a me tu fei cara , e quanto volli Che te pregi , e da te fperi ed afpetti Il bel paefe , ove à fede ed impero Giuftizia e Pace ed aurea Libertade, Dell’ eccelfe virtù nutrice e madre. In te si bene i’ divifai coltami, E parole e fembianti ed atti e modi, Che fuo diletto nel* foave giogo Di tua beltà poneffe un cor leggiadro* ' E sì gli affetti del tuo cor compofi, Che quanto amata e defiata fei , Tanto folli collante in amar lui, Che il cielo à fatto dell’ amor tuo degno, E dietti in forte per compagno eterno . Che non è pregio di volgar virtute, Nè d’ una fola , benché rara , un’ alma , Che in amiffade e compagnia perfetta S’ adatti all’ altra , e 1 * una lìgnorìa Abbia dell* altra , e libertà ciafcuna . Alma , che fia foverchio altera e viva , , Benché nel fen racchiuda efimie doti , Non foffre inciampo in fuo cammin , che freni O volga altrove il corfo -a’ delìr fuoi . Come torrente , chè d’ alto difcelo Onda con onda impetuofo incalza , Seco portando ogni ritegno oppofto, Sdegna , che lo divida arte ed ingegno In rufcelletti limpidi e tranquilli , Onde s’ aggiri tra le vie preferì tte Di labirinti in feno ad orti regj Con artifizio egregio compartiti • O chiufo e ftretto entro ad aenee docce Si fpinga in alto , ed or nell’ aere formi Piegato in arco lungo tetto , ed ora Velo dipinto de' color , che fpiega L’ Iride in cielo di ricchezze altera. Ma gentil alma , che fornita fia Di chiari pregi , ed i fuoi moti a grado Altrui , quando ragion ed uopo il chiede Sappia cangiar fenza fatica e pena , E far fua voglia della voglia altrui , Può 'facilmente accompagnarli ad alma , Che le faccia tenor co* pregi fuoi . Felici Spofi , che tra voi di voglie E di penfieri e di virtù conformi Del pari trafeorrendo il mortai corfb, Sempre in voi troverete il piacer voflro : E col cangiarfi de' volubil anni Con- 79 SECONDO. Concordemente cangerete ancora E defiri e diletto ; ed uno amore. Che di fiagion non fia , di grado in grado Altro ne produrrà , che della vita Ben fi confaccia alla cangiata fcena. Onde non fia , che coll’ età crefcente L’uno dell’altro mai noja vi prenda, O di voftr’ amifià s’ allenti il nodo. Come tra 1* alma e ’l corpo , onde comporto E' l’ uom , tal delle cofe il fommo autore Maravigliofa mife alta armonia, Che di moti nell’ un mentre fi fvolve Lunga catena ; di penfier , di fenfi , ' Che a que’ moti rifpondono , fi fpiega Lunga ferie nell’ altra: e della vita, Che dal confenfo lor nafce e dipende , Forza quindi non è che ’l desìo fpcnga , Mentre coll’alma il corpo ognor cofpira, E dell’ uno al cangiar , l’ altra fuo ftato Cangia ella pur : così tal io fra voi Di voglie pofi e di piacer progreflò , C’ ambo uniformi e paralleli andranno Fino alla meta al corfo voftro fida. Per Per le No^ge dell* EE. de Signori Lodovico Vidiman e Quintilia Rezzonico.  T^ Temo Amor , che per la mole immenfa Delle cofe penetri , e compartendo Tuo valore infinito in varie guife Delle nature agli ordini diverfi Dai vita e moto e fenfo ed intelletto; Indi accordando variamente infieme Le virtù fparfe in sì difcordi eflenze, Leghi il corporeo all* incorporeo mondo: Or che del tuo poter tanta e sì rara Parte in Quintilia e Lodovico fpicghi , Ed eletti finimenti ambo deftini Di lunga ferie di leggiadri eventi Da fviluppaHi ne* futuri figli; Quello , che a te confacro , inno devoto In grado prendi , e la mia mente reggi Per lo fenticr dell* ammirabil opre. Che produci nell* anime gentili Di chiara fama e di virtute amiche. Qual chi s’abbatte in bel giardin fiorito All* apparir del primo raggio in cielo, Mil* . Mille colori in un momento vede Dettarli in ogni parte, e il raggio fletto Purpureo farli nella rofa , e bianco Nel giglio , e verde nella tener’ erba, E brillante de’ fiori e delle foglie Sulle tremanti rugiadofe cime: Tal un di , che d’ intorno mi s’ avvolfe Non fo donde difcefo alto penfiero. Tratto mi vidi in vafto globo e cavo, Ed attorniato da diverfe forme, In cui cangiarfi mi pareano i rai, Che dal centro uniformi ufcendo e fchietti, Givano a’ punti ettremi in modp porti, Che ripercofla fi vedea fovente 1/ una full’ altra immago , ed una farli Di due beltà ; qual in metallo terfo Di Conica figura fi raccoglie Di molte informi , e ftranamente fparfe Nel pian fuggetto, una lembianza fola Di vaghe tinte e di leggiadro afpetto • Volti io vedea di donne e di donzelle, V D’ alteri ero»»,, di giovanetti gai . Dagli òcchi fpira altri valor guerriero. Altri faville d’ amorofo foco' Chi nella fronte fpiega il bel fercno, . ? Qhc 8z EPITALAMIO Che nunzio è d’ alma grande e di sè paga • Chi dolce moflra , ed animato il vifo Da invifibili moti graziofi , Che partono da un cor gentile e vivo • Chi tien lo fguardo immoto e in sè raccolto , Qual uom , che lèco fi configlia e penlà. Dappoi che alquanto ebbi girato il ciglio D’ intorno al bel fpettacolo giocondo , /Quel , che duce mi fu , pcnfiero alato Mi fi venne a pofar fovra la mente, E prefe a ragionarle in. quelli fenfi : Quello , ove fei , mifleriofo loco L* opre d’ Amore e la portanza adombra. Sepolta flalfi entro gli umani petti Ogni virtute e generofa voglia. Quando Amor non la delli e tragga in luce . Torpe cieca la mente , e tardo il core, Se A mor l’ una non volge al vero al bello , E f altro col valor de’ raggi fuoi Non mette in moto, e la natia lentezza Non arma d’ ale di defir focofi . Quello,ch’ è f alma al corpo, è all’ alma Amore . L’ alma foflien le membra , e vita e fenfo Lor infonde, e dà pollo: Amore avviva Ed avvalora Palma, e la feconda ) D’ al- . . gj D’alti concetti, e le virtudi elice, Cli’ ei nell’ interne Iatebre;V afeofe , Quando la chiufe entro il corporeo chioftro. Di vetro puro trafparente globo, Che immoto giaccia , altra virtù non moftra, Che la pofiànza di cangiar la ftrada All* aure» luce , che per entro palla. Ma quando avvien* che indagatore accorto Degl’ involti fecreti di natura, L’aere n’eftragga, che v’ è. dentro chiufo, E sì l’ adatti in tenebrofa ftanza , Che rapido 1* aggiri intorno al centro, E lieve intanto colla man lo prema; Appare allor quel-, che celato innanzi Stavafi , interno foco , e fi diffonde Tanto , che di fplendore empie il criffallo. Tal anche l’alma , benché porti in feno Di virtudi infinite i Temi occulti , . Se langue ignava , non appar fornita Che di fenfo , e d’ affetti ofeuri e baffi , • Che dal fenfo commoffi intorno al fenfo » Vanfi aggirando. Ma qualora il vivo Spirto infufo d’ Amor l’agita e move, Ei. le virtuti addormentate informi Scioglie e figura; cd in cJafcuna imprime F 2 Della inefautta univèrfal bellezza Quella parte ", che propria è di ciafcuna. L’alma dalle celefli , ond’ ella è piena, Faville minutifiime inquiete Moda divampa , e là fi lancia ardente , Dove aprirli di laude un raggio vegga Accomodato alla virtù , che franca A' più di lena, ed è più fciolta e pretta. Quindi dell’ opre il bel concento nafee Severe , ardenti , fplendide , leggiadre , Rapprefentate ne’ diverfi afpetti , Che vedi * e benché varie di natura , Nafcono tutte dallo (tetto fonte. Quel , che ne* cor feroci , ov* uopo il chiegga Fierezza accende ne’ perigli invitta, E falda incontro a’ fulminanti bronzi , Ed alle orrende immagini di morte. Lo fletto ancora negli fpirti accefi Di nobiltate e di detto d’ onore Saggio detta e magnanimo difpregio Di ciò, che dona altrui forte incollante* E dalle nebbie iftabilì terrene , Che fugace balen pinge cd inaura, E momentaneo vento aduna e feioglie , Gli trae fublimi agl’ immortali obbietti.  In Cui fiammeggia Tempre puro il fole, E forza efterna non à dritto alcuno * Di quello effetto dell* Amor fovrano Porta f immago il volto (ignorile, Che di ferena maeflà qui miri Splendente , e cinto di bei genj alteri . Dirai , fe lo contempli : Il volto è quefto Di Carlo , che sdegnando onor mortali , Ed i penfieri ergendo alto da terra Sullo fplendore e le ricchezze avite Teforo ampio fi fe* d’aurei coflumi, Di Tanto zelo , e di virtù celefli , Ed or rifulge agli occhi delle genti D’ offro veflito infra gli augufti Padri , Che alla greggia di Crifto il gran Pallore Diero, cd in lui full* adorato foglio Di Pier locaro a governare il mondo innocenza , pietà , giuflizià, e fenno* Allato a Carlo, effetto altro d* Amore, . Brilla ridente un bel leggiadro vifo, In cui giunta la grazia ad oneflade Altrui diletta e riverenza fpira , E fifli fianno i vivi fguardi ardenti Di giovinetto, che all’incontro fparge Purpureo lume , dell* età fiorita F 3 Compagno ed -ornamento. Il volto è quello Della Nepote; e quella è la fembianza Di Lodovico, che la fpeme appoggia A lei de’ figli , che V onor vetufto Degli avi impaziente afpctta e chiede* Come accondarfi i bei fembianti vedi , Tal convengono i cori , ed una niente Ann’ ambo , un fol penfier, fol una voglia Però che ad ambo dall’ iftefla vena Difccfc il cibo , onde nudriti furo: Cibo , onde f alma qualitadi prende Non di volgare affetto impreffe e tinte , Ma di fe , di modeftia , e di decoro , Ond* anno atti c parole ordine e modo, L’ un nell’ altro contempla , c chiaro mira Ciò, che voler, ciò, che feguire ei deggia E nella voglia altrui fua voglia adempie. Poiché T una fi move dallo fteflfa Punto , ove V altra tende , e fi confonde Quella, che vicn, colf altra che fi parte* Come due rai , che movonfi all’ incontro Da’ fochi avverfi di convello vetro , Ambo ri fratti dal criftal frappofto Vanfi intrecciando, e l’uno fi raccoglie Nel punto ftelTo, onde fi fcioglic l’altro. Di §7 TERZO. Di si fi retto confenfo di defiri , E di virtudi oh ! quai faranno i frutti ! Quali i figli faran , che V Adria afpetta Da si bel nodo e da sì rara coppia! Come allor che due lenti criftalline Son T una all’ altra fortemente ftrette , Ordini varj di colori in cerchio Piegati intorno a* punti del contatto Nafcono , e raddoppiate Iri vagheggi Di maraviglia e di diletto pieno: Così d’ intorno a voi , Spofi gentili , Sorgerà di natura e d’ aurei pregi Varia progenie ad opre varie intenta Di valor, di configlio , e di bontate ; Onde la gloria de* maggiori illuftri Sia tramandata a’ fecoli remoti Di novi fregi rilucente è fparfa , Qui fi tacque il penfiero , ed alla voce Che dolcemente ragionava all’ alma , Succede il plaufo , che a ferir mi venne L’ orecchio , ond’ Adria celebrava il giorno Delle nozze felici , e le fperanze Cantava , e 1 lieti augurj , ed i difegni , Che fea la Patria fu i futuri figli. % *' * M 88 « Al Signor Cardinale Alessandro, Tanara Bolognefe , per la fua promozione . INNO. SlAcro Signor , che tra’ purpurei Padri Pii» che per l’oftro, onde velli to Tei, Splendi pe’ rai , che dall’ interna luce Sparli per entro i be’ coflumi tuoi , E dall’ opre , che ftanfi a te d’ intorno Sculte ed ornate da virtù celelle, RiflelTi d’ ogni parte a te tornando , Come a Tuo centro, del tuo lume ftclTo Ti fanno infieme aurea corona e velo: Se la mia lingua, che giacerli muta Non può tra’ moti armonio!! e lieti Dagli inni facri a te nell’aura imprefli, . Non à tratti sì vivi e sì leggiadri , Che nell’ aria ferena e pura ftampi Di te l’ immago; non è colpa tanto Dell’ intelletto , che la move e regge * Quanto del doppio fovrumano lume , Che r in sè t’ avvolge , e ti nafconde a noi Io pur entrar vorrei col guardo acuto De* pregi tuoi nella più interna parte, £ dell’alto valor , che tanto piacque A Lui , che Rege e Sacerdote impera In Vaticano , e ’1 merto e ì premio libra , Far un ritratto , che Tornigli al vero : Ond’ altri vegga la fublime idea, Su cui fi forma chi trafcelto è ’n cielo A far corona al foglio alto di Piero, Perchè tramandi alle rimote genti Puro ed intatto lo fplendor celefte, Che intatto e puro fi trasfonde in lui Dal fovrano Pafior , che mentre pofa Quaggiufo i piè fovra 1* augufto trono , La mente immerge entro gli eterei giri , E dall’ eterne idee del ver fuperno Prende 1’ immago , c faflene fuggello . Ma per quanto adottigli e affranchi il guardo, • Non vi vegg’io, eh’ il folgorar confufo Di molti pregi l’un full’ altro fparfi. L’un dall’altro ridotti a nova forma. E quand* anche divifi altri poteffe Raffigurarli , allor che in un raccolti E midi fono, cercherebbe in vano go INNO. Di ravviarli agli ufitati fegni . Nobiltà , che tra gemme ed or fiammeggi , Altra fembianza e valor altro acquila Quando a configlio ed a virtù s’accoppia. Più non raflembra altero idolo e vano. Che di torbida luce à pieni gli occhi , E falfa maeftà dal volto fpira. Che riverenza fpreme e culto ed ara Dal vulgo ufato ad eftimar la vera Grandezza dall* orgoglio , ond* egli è oppreflò \ Ma da* fuperni rai l’idolo fufo. Che dianzi di fua mole il guardo empica , Sparifce , e qual umor entro alle fibre Trasfufo di virtù, novo le aggiunge Polfo , e la rende più fplendente e vaga. Quando la gloria, che s’accefe intorno Agli avi , e fu i nipoti anco fcintilla , Cade in un’ alma d’ogni pregio nuda, Prende figura di vapor, che fatto Gel trafparente, e vapor altro opaco Nel fuo centro chiudendo, a Cintia il volto D’ aureo cerchio nell’ aria alcuna volta Circonda , o di più Soli il cielo adorna . Poiché come vapor denfo ed ofcuro, Allor .che involto è da pulita e chiara Scorza, che a’ raggi non contenda il palio, Dalla non Tua bellezza onore e vanto Tragge, e nel cielo a farli ftella arriva; Tal uom , che mille infra l’ofcura gente Non Ideerebbe nel mortai viaggio Pur orma , ond’ altri lo difeema e miri , Se della gloria di grand’ avi illuftri S’ammanta ed orna, a sè rivolge e chiama Lo fguardo altrui , che mentre erra difperfo Per F eftema chiarezza , fi diftoma Dall’ atra nebbia , ond’ è ì’ interno avvolto . Ma quando avvien , che generofa core , Com’apre gli occhi ad onorate imprefe, Pollo li vegga tra vetufti fregi , Crefciuti intorno al ceppo, ond’ egli furfe, Gli antichi vanti a* defir fuoi li fanno Terfo fpecchio, ove mira cfprelTa l’arte Dell’ opre chiare e de’ configli egregj : E dallo fpecchio il ripercoflò lume. Che fopra gli fi fpande , F apparecchia Sì , che virtute a figurarlo intefa Pofcia v’ imprime più leggiadre -e vive L* immagini de* pregi , ond’ è feconda*, Come pittor fulla diftefa tinta , Che la tela prepara a’ tratti fuoi ? Più pi INNO. Pili vaghi traccia ed animati i volti. Nè fol afpetto di cangiar fon ufe Le forme a’ fenfi efpofte , e di natura Varie ; ma quelle ancor , che F occhio vede Sol della mente , ed uniformi fono Nell’ origine loro, ed indi fvolte, Quafi vene lottili in verde foglia , Vanfi nell’alma diramando, e danno Nudrimento dell’ alma a varie parti , Ond’ anno di virtù nomi divedi . Di tutte le virtù nell’ alme eccelle Ogn atto è mirto , e d’ un color li tiige Che d’ alcuna non è, quand’ ella è fola. Qual uomo o divo, che di molti in uno Fufi metalli da Miron comporto, Starti tra lo fplendor di regia fala , Grande ornamento di ricchezza altera , D’ oro non porta nè d’ argento il vilo Tinto, ma d’ un color mirto e confufo Più che d’argento e d’or vago a mirarli' Cosi ne’ cori dove regna e fpiega Il vero e il retto fua portanza intera , Giunta è modelli a ad ardimento , giunta A giurtizia è clemenza , e fon compagni Alterezza umiltà, fchiettezza e fenno,  n INNO . Rigor e cortefia , dolcezza e zelo ;■ E beo puoi dir: Ogn’ atto è bello e raro; Ma dir non puoi qual in ciafcuno e quante Parte d’ ogni virtute adopri e mefea La mente che del core i moti regge. Per tal cagion vano è , ch’io tenti c fperi Di penetrar entro l’ idea , da cui , Alefìfandro , i coftumi aurei traefti , Onde chiaro te ftefiò, e chiara fai La Patria d’alti eroi nudrice e madre. Vano è , eh’ io cerchi 1’ ammirabil arte , Onde affinate e variamente inteflc Doti infinite , e d’indole diverfe D’ inclito fanguc, di vetufti onori. Di cor eccelfo, di fovrana mente Te formatti , qual alto fimulacro Ora traslato al Vaticano in cima. Ove non è che tu paventi oltraggio Da reo furore di fremente nembo. Nè da Borea, che avverfo urta e minaccia Col piè feroce le fuperbe moli . Ma fempre immerfa entro a fiderei lampi Tieni faugufta fronte, e fede altrui Dell’intero giudizio e faggio fai Di lui , che t’ erfe a si fublime altezza , % \ i ( I Digitized by Google 9 \ INNO. Già nota a’ tuoi , però che vive ancora Splendono le profonde orme divine, Che poc* anzi fegnò 1* illuftre Zio ( a ) , Di cui rinnovi la memoria e Topre* Cosi guardando te fol in te fteflo Didefir pieno e di fperanza privo . Io rimaneami fconfortato e lalTo; Quando una voce al mio foccorfo molla A sè mi fece attefo , ed ogni fenfo Della mente foppreffe e pofe in calma Col fuon pofTente de* foavi detti . Que’ foli, dille, la cui mente avvezza Alto a levarli da’ nebbioli fenli , E da* ciechi del cor moti inquieti Spello converla col principio noftro, E lieta fpazia ne’ configli eterni , An la poflànza di mirar le vere Virtù celefti nel fuo fonte ftefifo, Per cui falli la terra emula al cielo, E r uom confuona co’ beati fpirti La (O Sebaftiano Antonio Tanara creato Cardinale da Inno-\ cenzo XII. nel 169$. Fu egli Legato in Romagna , Vefcovo di Frafcati , e poi V anno lyu. Decano del Sacro Colle- gio . * * INNO. P5 ; La mente di lafsù fornita fcende Di tanta luce e di cotanto acume , Che ne* cori penetra, e dalla impreffa Notategli atti e^ne’ coftumi edemi, Il valor vero dell* interna forma Conofce , e fcerne i più fottili tratti , Che fono a* fenfi anche più fini afcoli. Pende da quelli la fincera e retta Stima dell’ opre dell’ Onedo figlie : E F uom , che {pedo incontro ad effi è cieco Confonde e mette nello deflò grado Atti , che di valor fon diffimili , Benché conformi , e dalla della vena Sembrino ufciti a chi da lunge mira Tra poco lume con ottufo ciglio. Ma chi gli vede a* rai del primo vero , Didingue i tratti, che terreno affetto, E quei , che di virtù puro defio Vi flampa; e quando non ifcopra alcuna Di vii didorta brama ombra cofparfa Sull’ opre., che fembianza anno leggiadra, Col fuo giudizio le fuggella, e pode In alto feggio, che lontan rifulga, Le confacra , onde fìano efempio e norma A quei , che d’ appreffarfi al ver fovrano Non f 6 INNO. « Non an poffanza, e formontar non fanno Del baffo immaginar Fangufla sfera. Or fe di lui , che nova Della illuftra L* effigie in terra del celefle regno, Defio ti prefe d’ eflimare i pregi , Lo (guardo affifa nel figlilo , eh' ebbe Dal gran Pallore (a ) , al di cui raggio innanzi Ogni bellezza di fallace merto Svanifce , e puote mantenerli intera Sola quell’ opra , che fcolpìo la mente Non in vapor d* ambiziofa voglia. Ma , qual in terfo e folido diafpro , Nell 1 amore del vero e dell* oneflo. Quello , che d’ Aleffandro ei fente e penfa , Nell’ oftro , che gli avvolfe intorno al crine , Rifleflò altrui dimoflra , quanto rara Sia la virtù , che in Aleffandro alberga : E T alto loco , ov’ ei 1’ à tratto , è prova D’alto intelletto e di perfetto core. Però che non può llarfi a lui vicino, Che centro ad alma è del Criftiano cielo , Chi Benedetto XIV., che creò Ordinale il Tanara l 1 an. 91 INNO. Chi folido non à f animo e fpeffo Qual adamante, in cui fenica il Sole. Come T altro , che avviva ed orna il mondo , E i globi erranti a sè d’ intorno fparli Di luce empiendo negli eterei campi, Mille diverfi accende aurei fplendori , Non (offre a sè da preflo i rari e lievi Corpi • ma provvidenza alta infinita SI gli difpofe per lo vano immenfo, Che fon dal centro de’ celefti giri Lontani meno i piu pcfanti e denfi; Ond’ è che più di fua Juce prendendo, E folcii incontro al faettar gagliardo. Giungono ad emular co’ raggi altrui Le ftelle ricche di fuleor natio: Tal ei, che regge i moti ed i penfieri Dell’ eccelfe quaggiufo anime , elette A rifchiarar le menti entro 1* umano Velo ravvolte , ed alT error foggette, Quelle più preflo a sè tragge e fublima , Che fon per fenno e per virtù più gravi; E reggendo al valor del Sol vicino , Mentre più fi fann’ effe ardenti e belle, Son più full’ altre ad operar poffenti. Ond* ei dalla virtù, che vi difcopre, G De- » I V \ l i i t  $>$ INNO. Deftina il loco , ove adattar le deaaia; E T uom dal loco , ove le mira afMe , ' Puote eftimar della virtute il grado. Tacque la voce , ed io le ciglia volli Immantinente al fovruman confjglio, Che te dell’ oftro facro in Vaticano Cinfe , Alcflandro ; nè più certo allora Di tua fomma virtù chiefi argomento. Però che legno di fovrano merto E' la mercede , onde corona altrui Sapienza ed in un Giuftizia accolta, Che non travia dal vero, ed ama il retto. OLIM ODE DI PINDARO TRADOTTE E alcune di quelle coll annotazioni e difcorfi illuftrate. OLÌMP IONICHE. • • O D A I. Per Jerone Siracusano vincitore net corfo del cavallo . ^^Ttima è F acqua ; c f oro (a) Qual foco, che la notte arda e fiammeggi. Splende tra le ricchezze G 3 Di . (tf) Il celebre Sig. Savèriò Mattel hella feconda delle fue Diflertazioni Preliminari alla Traduzione de 1 Salmi parlando del principio di quell’ Oda , dopo aver detto , che mai non fi è ben tradotto , né intefo , foggi unge : Chi ben intende po- trebbe acconciamente tfidurre il fentimcnto di Pindaro in quefia guifa : V acqua è il miglior tra gli elementi ; e P oro Tra ’ metalli è il miglior , che fplende a paro t)el foco a notte buja. Il giuoco Olimpico Tal è fra tutti ancor. Tuoi della Grecia Cantare i giuochi ? ah non cercar le jìelle Di mirar mentri il Sole Lucido fplende ; ogni albo lafcia , e volgi ìn Olimpia lo f guardo . Ma è ella nuova tal maniera d’ intendere quello principio? Chi non è del tutto ofpite nella letteratura , fa che nella ftciTa gtiifa affatto lo intefe fin da’ primi anni del fecole de- cimo folio il Lonicero , e dopo di lui Giovanni Benedetto . Da quelli due cementatori qualche cofa diverlamente 1’ à in- tefo il Boiieau ( Refiex/on vux. far Lonein ) feguito dal Muratori ( Ptrjctta Po*fia i.l.c.z. ) e dal Salvini ( ivi ) ; ma  lo» OLIMPIONICHE Di magnanimi genj eccitatrici* ' Ma fé battaglie di cantar Tei vago, Caro mio core, ah non cercar col guardo Aftro, che più cjcl Sole il d\ rifplenda Per ma la fua fpiegazione altresì è bella c buona. Come dunque può dire il Sig. Mattet , che nettuno prima di lui abbia in* tefo quel luogo di Pindaro ? Molto meno può egli dire , che nettano 1’ abbia mai bea tradotto , perchè non 1* à tradotto conlc lui . A quello prò-* pofito ci farebbe molto che dire , ma io , per non deviar pili che non conviene dal mio prefente iflituto , dirò folo, che due cofc principalmente ritrovo* nella verfione del Sig. Mattei , che non trovo nell’ altre fatte prima di lui ; ciò fono 1’ aver egli in cambio di dire , Ottima è P acqua , det-* to , V acqua è V miglior tra gli elementi ; e ’l non aver vo- luto lafciar in pendente , come ò fatto Pindaro , le due .comparazioni dell’ acqua c dell’ oro. Ma perchè mai quefle giunte? Si rifponde: perchè fenza di effe le traduzioni non fotta affatto intelligibili . E a chi? nf immagino alle perfone inefper- te affatto di cofe poetiche .* perchè chiunque abbia qualche tintura di poesìa non durerò certamente gran fatica a vede- re , che nel primo verfo s’ à a fupplire tra gli elementi , o qualche cofa di limile. Perciò il P. Steliini , il quale , co- me trovo ne’ tuoi manoferitti , aveva dapprima tradotto : V acqua tra gli clementi Siale teina ec. , à poi rifiutata quefta manieri, c ad ella A preferito la comune. Similmente i due paragoni dell’acqua c dell’ oro neffuno penerò molto a co- noscere qual relazione s’ abbiano co’ giuochi Olimpici : nè vi può eflerc chi dLa effe* inintelligibile il principio di queft’ Oda , fc non una perfetta eccetrivamente pregiudicata , come "M. Terrault ( Para/, det atte. & det moder. t. i. & z. ) , il quale per qltro fu dai dotto e giudiziofo Boileau , e dall’ illultre Sai vitti , pagato di quella moneta eh’ e* meritava. Si può dunque dir folamente che quello paffo fia ofeuro , ed oleure parimenti diremo cflerne le traduzioni che abbia- mo ? I Per T etere deferto ; Nè altra di cantar gioftra onorata Più di quelle , ond* Olimpia è si famofa ; Da cui s’avvolge intorno G 4 Alle tr.o ,• ma non per quello s’ à a dire che fian effe mal fatte . Ben tradurre un poeta importa egli forfè renderlo chiaro ed in- telligibile a chicchera ? Non nego , che non s’ abbia a cercar di farlo : ma fe fi tratti di dover fcegliere o la chia- rezza o la energìa nella traduzione d’ un bel palfo poetico, farà fempre minor male lafciarvi qualche ofeurità , alla qua- le fi può rimediare con una nota , di quello che per adat- tarlo alla comune intelligenza sfigurarlo e indebolirlo ; poi- ché lo feopo principale d’ un traduttore di poesìe debb’ effe- re confcrvarc il piu che può mai la forza e bellezza dell' o- riginale. Or a quefto bivio appunto fi trova chi fi mette -a volgarizzare il paffo prefente : talché s’ ei vuoi cercare la. perfpicuità , gli convien perder 1’ energìa , come à fatto il Sig. Mattei . Egli , come fòpra accennammo , dopo le compa- razioni dell’ acqua e dell* oro foggiunge : Il giuoco Olimpico Tal è fra tutti ancor . Così la cola è pili chiara , non v’ h dubbio . Ma chi non vede quanto fi vien a perder di forza con quefìa troppo affrettata applicazione ? Chi leva da que- fto pafTo Pindarico la fofpenfionc , gii toglie il maggior fuo pregio. Il poeta, con favilfimo accorgimento à Infoiate fen- za precila determinazione tutte le varie co fe da lui propofte in quefto fquarcio , acqua , oro , giuochi , Soie , fino aila voce O , affinché vadano tutte ad un tratto a piombar fovra d’ elfa , da lui fìudiofamente riferbata nel fine , per- chè fia come il fuoco d’ una lente , che raccoglie i raggi fparfi , e cosi raccolti gli rende abili a far un’ impresone pili vigorola . E non an dunque avuto ragione il Boiioau , il Muratori , il Salvini , il Ceruti , il P. Steliini , i quali tutti anno certamente affai ben intefo q&efto celebre paffo , di non fi voler nelle loro verfioni difcoftare dall’ordine tenuto da Pindaro ? Jltìt. Evértgclj.  Alle nienti de’ faggi Inno , che per le bocche erra di molti , E di Saturno a celebrare il figlio Li chiama nell’ agiato Felice albergo di Jeron, che regge Scettro alle leggi amico Nella Sicilia , che di greggi abbonda . Egli di tutte le virtudi coglie I più fublimi frutti • E de’ mufici fiori anco fi fregia, Qual noi cantori , che fcherziamo intorno Speffo ad amica menfa . Ma la Dorica cetra Al chiodo appefa in man ti reca ornai , Se di Pifa F onore , Di Ferenico fe Teccelfo vanto Ti fottopofe a dolci cure il core, Quando lungo 1* Alfeo rapido corfe , Senza che fprone gli pungeffe i: fianco, E tratte alla vittoria Il Siracufio rege Di cavalli amator. La gloria fplende Di lui nella colonia - Illuftre per eroi del Lidio Pelope, Per cui $* accefe d* amorofa fiamma . Nettun* poffentc , cht la terra abbraccia, Quando Cloto lo trafle Fuor dal puro lebete , D’ avorio ornatola lucente fpalla . Speflo la fama portentofe fole Sparge • e le menti de’ mortali inganna Oltre il vero talor di varie e fcorte Menzogne intefla e divifata ilioria . Poiché de’ carmi il lufinghiero incanto , Che tutte le dolcezze all’ uom condifce , I detti fuoi di maeftà ci vede, E fpeffo ottiene che fi creda ancora Quel , eh’ è fopra la fede . Ma i giorni dopo riferbati fono Saggi del vero tefiimonj. All’ uomo * Dir convien degli Dei l’onefio a dirfi, Perchè minore n’ è la colpa . O figlio Di Tantalo , diverfe io dirò cofe Da quelle, che finor altri credette. Dirò , che quando agl’ invitati numi Nell’ amica Sipìle alterno porfe Legittimo convito il padre tuo ; D’ amorofo delire allora vinto II Dio, che del tridente orna la delira, Fece di te rapina, e fu dorati De- i oó OLIMPIONICHE Deftrièr ti traile alla magion di Giove, Che dell’ alta fua gloria empie la terra. Dove poc’ anzi al regnator de’ numi Per 1* ufo fteflò Ganimede falfe . Ma quando fotti agli altrui fguardi tolto. Nè quei , che molto di te giro in traccia , Ti rimenaro all’ affannata madre, Alcuno immantinente Degl’ invidi vicini Ditte in fecreto , che fmcmbrarti intorno All* acqua , che bollendo Tra le fiamme ondeggiava, e ’n fulla menfa Spartirò le tue carni , E le fi divorare. • • Ma non fia mai , eh’ io chiami Un degli Dei rabbiofamente edace» Spedo raggiugne i maldicenti il danno» Se quei , che dell’ Olimpo anno l’ impero , Uom mortale onorare , Era Tantalo dello . Ma poflfente A digerir non fu 1’ alta ventura • E la fazietà madre del fatto \ Lo fottomife a infuperabil danno* Sopra gli appefe grave fallò il padre De’ numi , cui tentando Lo 107 DI PINDARO, Lo fventurato allontanar dal capo, Schernito Tempre in Tuo desìo (a) fi vede. Involto è in quella vita Ferma ne’ mali, e di foccorfo priva; Ed (e) Intorno alla punizione, di Tantalo varie furono le opinioni. Altri credettero, che Giove 1’ avelie pofto fotto il monte Sipilo nella Lidia per avere falbamente giurato a Mercurio , che non aveva predo di sè il cane , che Panda- reo gli aveva lafciato in depofito , ed avea prima rubato nel tempio di Creta , dov’ era rticflo per cuftodc. Altri di- cono , che per avere palcfati i facri mifteri agli uomini è flato meflo all’ Inferno in uno fragno immerfo fino ai men- to , in maniera che non può mai bere , benché Tempre lo defuleri , ed indente fi vede femore pendere un -fallò fovra la tefta in atto di cadere. Euripide dice, che Tantalo è fof- pefo invifibiltncnte nell’ aria per edere fiato di lingua intem- perante , e la pietra , che gli pende fulla tetta , altro non è che il Sole ; fecondo il penfaro d' Anaflagora , di cui lùiripidc era fiato fcolaro , efleudo il Sole una pietra info- cata . Le parole del te fio i roti* tirare» *;»ar fo- no parimente in diverfe maniere interpretate . Altri dicono, che nei tre celebri condannati Sififo , Tizio , ed Ilfione , Tantalo è fiato collocato per quarto : nitri , che oltre lo ftare Tempre in piedi , la fame e la fete che patifee , h la quarta pena del fadb .♦ altri , che fendo tutto quello , che può toccare agli uomini , tlivifo in tre parti , una di bene e due di male per que* , che noi chiamiamo in quefta vita felici , tutt* e tre di male per que’ che fi chiamalo infe- lici , onde da’ Greci era detto un pienamente mifero t&tXoù- (M>f , T£<(r«3-\i$- , cioè tre volte mifeto ; Tantalo quindi ol- tre le tre porzioni di. male fopraddette, che come gli altri infelici potea foffrire e foffrì , n’ ebbe una quarta particola- re. Quefta è la fpiegazione a tutte le altre dallo Scoliafte preferita , per edere quefta da Pindaro ftefiò confermata in un altro luogo , ove dice , che gli Dei per un bene diftri- buifeono due mali agli uomini , loS OLIMPIONICHE Ed alle tre congiunta Soffre la quarta pena * Perchè diede a’ compagni Furtivamente agi’ Immortali tolto * Il nettare e 1* ambrofia , Onde fatto egli fteflfo era immortale. Uom , fe facendo alcuna cofa , fpera Starfi occulto agli Dei, travia dal vero* Perciò di nuovo gl’ Immortali il figlio Gli rimandaro tra 1’ umana gente, Di cui là Morte a tergo affretta i pafli* Ed ei qualor nella fiorita etade Gli ricoprìa la guancia il nero pelo , A già pronto imeneo l’animo volfe, D’ impetrar defiofo L’ inclita Ippodamìa Dal genitore , che regnava in Pifa* Quindi venendo folo Del mar canuto a’ tenebrofi lidi , A lui gridò , che il gran tridente regge Alto fonante. Ed egli a piè gli apparve* Ed il prode garzone al Dio poffente Tal fe’ preghiera : Se ti fono a grado Di Ciprigna , Nettuno , i dolci doni * Raffrena d’ Enomao 1’ indomit’ afta* E me DI PINDARO, ic E me l'opra veloce Carro in Elide porta, e alla vittoria M’ apprelfa ; poiché tolti Tredici amanti già di vita, indugia Della figlia le nozze. Un gran periglio Preda non fa di neghittofo core. Ma fe di morte al varco Siam tratti alfìn da necelfaria forza, A che fepolti in tenebrofo obblio Ignobile vecchiezza Lungi da bella ed onorata imprefa Coviamo indarno ? A me quella tenzone Il delfino ferbò : della battaglia Tu feconda 1* evento . Difle, nè le preghiere all’ aura fparfe, Per efaltarlo il Nume Aureo cocchio , ed armati L* agiliflime piante Dellrier gli diè d’ infaticabil ale . Domò con efli d’ Enoraao la forza E la beltade ottenne Della donzella , che lo fece patire Di fei figli regnanti, Che le virtù pregiato . Ed or s’ onora Di fagrificj con folenne pompa Alla no OLIMPIONICHE Alla corrente dell* Alfeo fepolto , Ove un bofco fi cole ad eflo facro, Che aperto intorno intorno A' ’i varco a lato all’afa, A cui d’ ofpiti accorre immenfa folla* I luminofi rai Lungi fpande la gloria bell’ Olimpiche gare Di Pelope dal corfo illuftri refe. Dove la forza delle membra audace Nella fatica , e de’ veloci piedi L* agilità fanno ammirande prove. E chi ne riede vincitor , di dolce Sereno mira sfavillare i giorni , Che di vita gli ferba ancora il fato* Ma fempre alta ventura, Che ci giunga novella, Sulle paffate à ’l vanto. Or d’ Eolici carmi, Ond* an corona i cavalieri egregj , Cingere di Jeron la fronte io deggio. Però che fpero in vano D’ inni fregiare con infetto ferto Ofpite , che pih fappia , * o tanto poffa . Iddio , Jerone , che il tuo fato regge % A He- DI PINDARO. ni A lieto fine i tuoi defir conduce. Che fe benigna forte Qualche fpazio di vita a me concede, Spero , che ritrovata La via de’ carnai aperta, Di Cronio m’ udirà 1* aprico giogo Cantare un di con più foave metro - Te vincitore fu quadriga alata . Dardo la Mufa per me nutre e ferba L’ ire degli anni a faettar poflente. Chi d’ un s’illuftra e chi d’ un altro pregio; Ma de’ Re la grandezza L’ ultima meta è dell’ umane voglie . Non prendere però più lunghe mire. A te conceda il fato Varcare il corfo agli anni tuoi preferitto In sì fublime grado ; E a me tra vincitori a te limili Soggiornando col fuon de’ faggi verfi Per le Greche contrade illuftre farmi. DIS- Ili DISCORSO Sopra la prima Olimpionica . O Pindaro , o niun altro fa l’arte di veftire le cofe d* un’aria forprendente ; ed in Tua mano è l’arte del mi- rabile e del fublime. Ad efio non è difficile l'accoppiare le cofe piU difgiunte , ravvifare delle fomiglianze tra le cofe pili difparate , e dare della nobiltà alle cofe anche ordinarie collo fplendore delle fentenze , colla novità dell’ immagini, colla vivacità delle figure , e coll’ altezza dell’ efpreffioni. Si lafcia trafportare liberamente dall’ eftro , che 1’ agita ; niente nel fuo viaggio P arreda ; fi fa firada tra luoghi non piU tentati . Si getta alle volte ne’ precipizi , e quand’ altri ve lo crede fommerfo , d’ improvvi fo fi vede riforto . Si per- de in calli obliqui ed intricati , e quando pili fembra fmar- rito , ci comparifce di nuovo nella fua firada diritta . Defule- rofo non d’ iftruire, ma di forprendere, lafcia d’ affoggettar- fi all' ordine , che non s’ accorda coll* inafpettato . Non va dirittamente al fegno , che fi prefigge : efeo dalla ftrada pili femplice , perché non fi fappia dove à difegno d’ arri- vare prima che vi fi vegga arrivato. Quefto trafgrediment® d’ ordine però non è già fenz’ ordine. I componimenti Tuoi raffembrano que* pavimenti con artifizio intarfiati , ne’ quali le picciole parti , che li compongono , fi vanno tortuofa- mcnte raggirando ; e dopo che fono fiate vagando per varie linee 1’ una tra l’altra inviluppate , vanno deliramente ad incontrare le principali . Nel che quanto l' immaginazione de’ riguardanti fi confonde , tanto riceve di quel diletto , che nafee dalla maraviglia. Quindi non dobbiamo fiupirci , fe non DI PINDARO. 11$ non s’ incontra in Pindaro quella connefiìonc e fempiicità y che per lo piti s’ incontra in Orazio . Oltra la differenza del- la materia , in cui (i fono occupati , avvene un’ altra , che nafee da loro medefimi. Orazio aveva un difegno natural- mente dilicato , piacevole , giudiziofo , perfezionato fu* migliori efemplari Greci , non molto fecondo d’ invenzioni » come fi feopre anche dagli argomenti , fovra de’ quali fi è trattenuto ; offervandofene molti 1’ un all’ altro limili . Per- ciò s’ ingegnò di fupplire .con una finirti ma pulitezza e leg- giadrìa ne’ concetti , che volea fpiegare , alla efienfionej che mancava alla fua fantasìa ; ed offerviamo clic in molte cofe imitando i Greci nella AefTa maniera , la quale egli condanna nella Poetica , altro non fa che ftudiarfi di traf- portare con gentilezza nella fua lingua ciò che negli altri gli era piaciuto. Laddove Pindaro avea 1’ ingegno vailo ed elevato , 1’ immaginazione fempre calda ed impetuofa , che non potea ritenerfi tra brevi limiti , ma feoteva e sforzava tutto quello , che gli li par affé d’ innanzi . Dal che nafeeva che non potea reggere ad un efame fcrupolofo de’ fuoi pen- fitfri , perchè 1’ uno- all’ altro naturalmente fi fucccdc fiero ; perchè tutti foffero fpiegati coll* eftenfione , che loro avreb- be data un animo, che fi portìede ed è padrone d’ arreftaijfi quanto vuole fovra ogni cofa. In quella guifa che un uomo agitato da qualche parttone violenta, per la moltitudine del- le immagini , che gli s’ affollano , palla rapidamente dall’ una all’ altra ; ed il fuo parlare 'è inter/otto , i fuoi con- cetti feonnefiì , ed altri appena accennati , altri imperfet- tamente delineati ; onde molte volte piuttoAo ci addita ciò che intende di dirci , di quello che io dica : ed all’incontro molte volte parendogli fempre di dir poco , e di non trovar efprellìoni , che agguaglino i fuoi pcnficri , li travede d* H im- IT4 OLIMPIONICHE immagini nuove , e fovra le naturali innalzate ed ingrandi- te. Ma di ciò parleraflì altrove pili didimamente . Vegniamo all’ Oda. L’entrata dell’ Oda non poteva edere pili maertofa ; ed à perfettamente adempiuta il poeta la regola da lui ftcflfo nell’ Oda feda pteferitta , che nel cominciare d’ un’ opera fi dee porle un frontcfpizio magnifico. Ci prefenta in un tempo all’ immaginazione quanto avvi nella natura di pili bello, di pili {limabile , di pili necefiario ; l’acqua creduta da qualche- duno la fonte , onde fono ulcite tutte le cofc ; il fuoco, l’oro , il Sole , il cielo ; e tra l’ accompagnamento di que- lli oggetti tutti grandi ci fa paffire dentro la mente 1’ idea de’ giuochi Olìmpici. Chiunque fi fovveniva aver Omero chia- mato l’Oceano il padre degli Dei , avea già dell’ acqua un’ idea vantaggiofa . Se l’oro non forte fiato da lungo tempo te- nuto dal confentimento degli uomini in gran prezzo , badava a metternelo nella nofira fantasìa 1’ unire l’ idea d’ eflo pollo tra’ metalli all’ idea della fiamma acccfa tra le tenebre. Il Sole non potea rapprefentarfi per una proprietà tanto forpren- dente , quanto è quella di rifplendcr folo ucl cielo nel tem- po eh’ egli vi Ila . Dopo aver innalzato a quel grado tra’ giuochi gli Olimpi- ci , nel qual è 1’ acqua tra gii elementi , l’oro tra’ metal- li , ed il Sole tra le {Ielle , nc accenna la gloria , che gl’ inni comporti da’ faggi poeti , recano a’ vincitori , tra’ qua- li Jerone à avuto luogo. Nei tempo che lo nomina , v’ ag- gi ugne al fuo nome , per se (ledo grande per la vittoria , la fua ricchezza , la fua giurtizia , la fecondità del fuo regno , il pofledimento delle virtU pili perfette in fommo grado , 1’ intelligenza della Mufica a que’ tempi in molta dima. Cosi Jerone nel primo ingreflo , che fa nella nortra mente , i’oc- cu- f DI PINDARO. cupa tutta con uno fpettacolo tutto pien ■ di grandezza . Fatto quello volendoci metter il poeta nel punto di villa principale , ci prepara alla grandezza della cola , che ci vuo^ porre davanti » coll’ invito che fa a sè fteflo di prender in mano la cetra Dorica adattata a foggetti gravi ; e per darC pili d’ impulfo f lì figura al vivo nel Panimo Fifa nel tempo degli fpettacoli $ ed il cavallo di Jerone , nell’ atto che fenza fprone , che 1* eccitalfe , correva alla vittoria * Coh un’ immagine brillante contralfegna la gloria acquiftata , raf- fomiglìandola ad una fiaccola , che accefa in Elide fegue Tempre a rjfplendere. Il poeta avvezzo a non lafciare indietro alcuna cola , che poffa illuftrare il fuo foggetto , per dare pili di rifalto alla gloria del vincitore , riduce l’origine de’ giuochi , ne’ quali vinfe $ alla vittoria , che Pelope venendo dalla Lidia nel corfo delle carrette riportò da Enomao Re di Elide . Quello era un fatto nella immaginazione de’ Greci tanto illuftre , che meritò di far uno de’ principali ornamenti del ricco e fuper- bo tempio di Giove Olimpico . Ma Pindaro volea portarlo a quel grado di fplendore , di cui Un allora niuno s’ era avvi- lito « Perlochè non può far di meno di ripagar da principio ie avventure di Pelope » che diedero pofeia occafione alla fua vittoria $ e per viaggio di riprovare quegli avvenimenti ad eflò ed agli Dei poco onorevoli , che la fama comune gli attribuiva . Racconto dunque che Tantalo tenne un giorno a convito gli Dei : tra quelli Nettuno s’ innamorò di Pelope figlio di lui , e lo trafportò nel cielo. Quando Pelope lafciò di com- parire tra gli uomini , la gente naturalmente maligna divul- gò , che Tantalo 1’ avea porto agli Dei da mangiare ; che avendone quelli divorato un degli omeri , gliene iòftituirono H 2 un il 6 OLIMPIONICHE un <F avorio. Dopo qualche tempo per avere Tantalo data da bere dell* ambrofia a* mortali Tuoi compagni , un de’ ca- lighi , che gli diede Giove , fu rimandargli il figlio tra gli uomini. Ritornato Pelope in terra , ed eiTendo nell* età d* ammogliarli , com’ era d’ animo generofo, non s’ invaghì d’ altra moglie , che di quella , che potea col valore gua- dagnarli, Quella era Ippodamla refa celebre dalla fua bellez- za , e dalla condizione , eh 1 Enomao fuo padre avea propo- rla a chiunque fofle vago di fpofarla. Prega quindi Nettuno d’ aiutarlo a batter Enomao , fenza di che non potea ve- nir a capo del fuo deliderio. Fu da Nettuno efaudito, e Co 1 cavalli , che gli diè quello Dio , ne riportò colla vitto- ria la moglie; e quando egli fu morto , fe gli fecero dell’ efequie magnifiche , e gli fi erelTe un fepolcro predo all’ ai- tare di Giove , ove foleano facrificare i combattenti. Dalla vittoria di Pelope cominciò lo Splendore de’ giuochi Olimpi- ci y ed il frutto , che ne colgono i vincitori , li rende fe- lici tntto il tempo della vita . Perchè Jerone polla godere intieramente di quella felicità , propone il Poeta di celebrare la fua vittoria con un inno , qual conviene ad un equellre vincitore . Indi con una figura la pili atta a dominare fugli animi di chi ci afcolta , qual è quella di adeverare francamente la cola , che vuolfi perfua- dere , ce lo dichiara l’ uomo il pili faggio e potente che fede a que’ tempi ; nelle quali due cofe confi de 1’ idea pili alta , che poda farli d’ un Re . Che fe vi fi a'ggiugne anche la fortuna , nulla vi reila di pili. Per ifpiegare che quell» lo feconda in tutte le cofe , a lui rivolto gli fa credere, che Dio fia tutto occupato nel condurre ad effetto tutto quello eh’ egli defidera. Con quello gli addita fecretamente , che i fuoi defiderj non fono che di cofe onefte ed illuilri, ne-. a perocché fono degni che Dio fi prenda la cura d* effettuarli : ed infieme gli promette degli accrefcitnenti Tempre nuovi del- la Tua gloria , badando eh’ egli Tolamente li defideri ed in- traprenda-^ EfprefTamente gli dice , che Te vive , avrà da celebrarlo vincitore nel corfo delle carrette , t che già la' Mufa va preparando un inno da presentargli* E’ naturale agli uomini dimenticarti di sé medefimi , quan- xdo fi veggono fovra degli altri innalzati ; quindi prudente- mente il Poeta dopo aver eccitata nelP anima di Jerone la pih grand’ idea , che potefle formarfi di sé , gli mette qual- che freno , e P avverte di non edendere i Tuoi difegni piU di quello che ad un uomo è concedo . Quedo avvertimento però dovea Jerone ricevere con non meno di compiacenza di queila , colla quale àvea ricevute le Tue lodi , per edere un tedimonio dell’ intero podedimento dell’ umana felicità . Ter farglielo intendere chiaramente il Poeta nulla di piU gli de- riderà , che la durazione dello dato , nel qual erafi allora dabilito ; e perchè non a tutti è concedo P edere grandi nella defla cofa , fi contenta di defiderare per sé Tolamente la podanza di lodare pari vincitori , e di rcnderfi co’ Tuoi vedi famofo per la Grecia* h ODA x 1 8 ODA II. / Per Telone Agrigentino vincitore nel corfo delle carrette . JnoÌ , cui della cetra Diede Apollo 1* impero , Qual nume , qual eroe , Qual uomo canterem ? Pifa è di Giove, Su bafe eterna à ftabilite Alcide L’ Olimpiche battaglie. Primizie elette , ond’ ei fé* dono a Giov^ Di riportate in guerra inclite fpoglie • Alfin quadriga vincitrice invita - * I noftri canti a celebrar Terone • Terone ofpite giufto, Colonna d’ Agrigento; Rege , ond’ an le città gloria e foftegno; Fiore , che in sè trasfufo in vita ferba L’alto valor degli avi, Che dopo lunghi e gravi Affanni , onde gli affliffe iniqua forte, Fermaro il foglio in Agrigento alfine A Pai- i 4 DI PINDARO. li? A Palla facro , e di Sicilia furo L’occhio. Degli anni, che feguiro , il corfo Fu lor fecondo ; alle natie virtudi Ampio teforo di ricchezze aggiunfe, E di Trinacria fottomife i cori, io di Rea , che nell* Olimpo regni , E i piu fublimi tra gli agoni , e ’l corfo D’ Alfeo governi , 1* armonìa de’ carmi , Che dolcemente or ti diletta , impetri , Che a’ figli ed a’ nipoti Il patrio regno tu difenda e guardi . Giulie o ree che fian l’oprc, C’ anno una volta già veduto il giorno, Neppure il tempo , ond’ an vita le cofe , Può far , che ufeite unqua non fieno in luce . Può ben lieta ventura { ' Ricoprirle d’obblio : doma ed oppreflà Da dilettola gioja Muor la memoria de’ molefti eventi , Quando il dettino amico alta fortuna Dal cielo invia. Che non foffrir di Cadmo Le figlie or porte in maeftofo foglio? Ma cadeo dalla forza Di maggior bene oppreflo il grave pianto. Vive tra gl* immortali H 4 Da 120 OLIMPIONICHE / Da folgore tonante Percofla ed arfa la crinita Semele. Pallade l’ama e Giove, L’ama il Fanciul , che porta D’ edera ftretto l’ondeggiante crine. Fama pur è , che nell’ ondofo regno Del gran Nerèo tra le marine figlie Sia di goder concetto Vita ad Inon , che non vedrà mai fera. Incerto è ’l fin , che de’ mortali agli anni Darà la morte : e denfa nebbia ofcura Toglie il veder , fe dagli sdegni infetti Potrem guardarci di nemica forte, Finché fi chiuda il di figlio del Sole , Che ci trarrà dalle procelle in calma. Ittabili vicende Scorrono fu’ mortali Or d’ affanno or di gioja apportatrici. Tale il dettino , che del ceppo vecchio Di Terone la forte : Colla felici tade , Che la fonte à nel cielo, In fedele amiftà legata or tiene, . Volta in contraria parte La tratte in altro tempo in afpri mali; Da che ’l figlio fatale a Lajo incontro Per man condotto di ventura rea L’ uccife , e compimento Diede all* antico augurio , Che da’ facri di Delfo aditi ufcìo. L’ implacabil Erinni , AI di cui guardo acuto L’ empietà di celarli in damo fpera. Lo vide , e al genitore parricida I bellico!! figli Diftefe a terra in (ingoiar battaglia L’ un Covra P altro , 1* un dall’ altro uccifi . Eftinto Polinice, Reftò Terfandro , che di gloria colfe , Ampia mercede in giovanili aringhi, E ne’ perigli de’ guerrieri affanni : Germe , che forfè a vendicar del padre La morte , ed i fofpiri Della vedova Adraflide. Su quello tronco crebbe _ * » D’ Enefidamo il figlio, Che a contemprar mi chiama II dolce fuon de’ carmi , onde cofparfa Di bella lode alma virtù rifplende. , Poiché d’alto valore ;j Egli m OLIMPIONICHE Egli l colto in Olimpia aurea corona. Ed in Pitone e all* Iftmo Ad elfo , ed al fratello De* fudori compagno e della gloria , La comune vittoria forfè l’alta mercede Delle quadrighe, che fei volte e fei Volteggiaro la meta. A chi pugnando ardito Lordi di polve e di fudore il volto Il dolce acquifto della palma fgombra Dal cor gli affanni , che fofferfe in prima, aurea ricchezza , fe compagne à feco Le virtudi , e da lor prende configlio, A felici venture apre il fenderò ; E profondo defio fveglia e nudrifce Indagatore dell’ occulte cofe, Fulgida ftella , e vera Luce dell’ uom . Chi la pofliede aperto Ciò fcerne , che il futuro in sè nafconde . Sa che difciolte dal corporeo laccio L’alme, che alla virtù guerra oftinata Fero vivendo , a inevitabil pena Son condannate : e quanto in quello regno Di Giove s’ è commeffo D’ ingiufìizia e di frode Dee fòtterra afpettar da ineforabile Giudice neceffaria afpra fentenza. Ma la notte non meno Che il dì, fereni vagheggiando i rai Del Sol , godono i buoni Vita, cui non travaglia egra fatica. Da fiancar e* non an colle nervofe Braccia la terra e 1 * oceano infido , Per van guadagno , che gli Terbi in vita. Ma predò a' numi dilettoli i giorni Menano lungi da fofpiri e pianti Quei , che la fede inviolata e pura Serbar ne’ giuramenti ebbero in pregio. Laddove gli fpergiuri Soffrono pena , al di cui guardo folo Trema il ciglio , e 1 * orror le membra fcioglie , Ma quc* poi , che tre volte In quello alternamente e in quel foggiorno Albergando , poterò L’alma ferbar dall’ opre Nequitofe lontana * all’ alta rocca t Ove Saturno à il regno , Guida la via , che Giove a’ pii diflerra. Qui de’ beati all’ ifola d’ intorno L’aura marina va battendo l’ale, Splendono d* oro i fiori . D’altri cofparfe brillano L’crbofe fponde , fon adorni e gravi D’ altri i vaghi arbufcelli , E d’ altri il colle fi colora e ’l prato . Gentilmente inteflendo in varie guife L’ uno coll’ altro fiore Fanfi que’ lieti fpirti Aurei monili al braccio , e ferti al crine* Come decreta il giufto Radamanto , Che fiede a lato di Saturno padre Dell’ uni verfo , e fpofo Di Rea, che ’l piu fublime Trono preme infra i mimi. In quella di diletto eterna fede Cadmo alberga e Peleo; Ed impetrò la madre „ Con preghiere da Giove Di trasferirvi Achille , Che al fuolo Ettore fpinfe D’Ilio colonna inefpugnabil falda, Diede Cigno alla morte , e 1 * Etiope , . Cui l’ Aurora fu madre . Molte faette alate En- DI PINDARO.  Entro ad aurea faretra al fianco io porto. Che ragionano a’ faggi ; Ma non comprende il vulgo i fenfi occulti , Se interprete non à . Saggio è colui , Che per natura molte cofe intende; Ma chi per arte è dotto, Loquace ed importuno Voci imperfette rende, Qual corbo in faccia al divo augel di Giove , Alma , fu tendi 1* arco Ver gloriofa meta. Ma chi faetteranno i dardi illuflri , Che fiam pronti a vibrar dal core amico ; ■ Ad Agrigento le quadrella volte , Canterò, che cittade ( E giuro , che dal vero La lingua non travia . ) già da cent* anni Uomo in luce non diede Piu di Terone liberal di mano , E più largo agli amici Difpenfatore de’ tefori Tuoi . Ma livore infoiente Maligno afTalto a tante lodi à mollò; E la lingua adoprando e P empia delira P’ uomini infani, à meditato invano Di feppellir tra 1* ombre Del gran Terone i gloriofì pregi. Se non fi lafcia noverar 1* arena , Chi ridir mai potrìa quant’ egli à fparte Altrui cagioni d v infinita gioja? ODA IV. Per Psaumide Camarineo vincitore nell/t corfa de * cavalli . l^Ccelfo Giove , che d* ale armata Infaticabili la folgor vibri: ( Giacché pe’ torti fentier del Sole Fatto ritorno anno i tuoi giorni , E dell* eccelfe tra le battaglie Anno fpedito me teftimonio In compagnia d’ inno foave , Per ifpofarlo a’ varj modi Dell’ aurea cetra : che alla novella Dolce d* amabile palma , che cogliano Gli amici , brillano i buon di giubilo . } Grande Saturnio , che alberghi in Etna , Ventofo incarco, che ’I formidabile Per 127 DI PINDARO. Per le fue cento tette Tifeo Preme anelante : a nome pregoti Dell’ auree Grazie, quett’ inno accogli Rifvegliatore d’ allegra danza, Inclito fregio d’ Elea vittoria , Eterna luce delle poflenti Alte virtudi . Miralo affilo Già Tulle fervide rote di Pfaumide, Che coronato dell* oleaftro Eleo , la gloria di Camarina Detta ed avviva. L’ altre fue brame Secondi il cielo, che ben lo mettano Gl’ illuftri pregi, ond’ io lo lodo. Deftrier feroci ei nudrir ama; Le facre onora leggi ofpitali Di tutti gli uomini accoglitrici ; Ed alla pace de’ regni amica Puro e fincero P animo à volto . Nè di menzogne Ipargo il mio canto. La fperienza dell’ uomo è prova. Quefta di Olimene fottrafle il figlio Delle Lenniadi nuore al difpregio. Egli di ferrea lorica cinto Dille nell’ atto che vincitore Nel corfo , giva alla corona Voi- Digitìzed by Google n8 OLIMPIONICHE Volto ad Ipfipile : Quegli fon io , Che tu fpregiafti: del cor non meno Pronta ò la mano. Prima degli anni Talor d’ argento fannofi i crini . O D A V. j Per PsAUMlDE vincitore nella quadriga , nella carretta mutare , e nel cavalcare . o Camarina dell’ Oceano Figlia , con animo ridente accogli Quello dell’ alte virtù , dell* auree Corone , ond’ Elide fregia la chioma De’ vincitori , foave fiore , Cui la carretta infaticabile Nel corfo e Pfàumide ti porge in dono . Vago ei d’accrefcere la tua di popoli Cittade altrice, ornò de’ dodici Numi le fei are, immolando Elette vittime di molti buoi Ne’ dì folenni ad efli facri , E degli agoni ne’ cinque giorni Or aggiogando alla carretta Le Digitized by Google ? \ DI PINDARO. Le mule , ed ora reggendo a celere Quadriga il corfo , ed or premendo A corridore frenato il dorfo. A te v : ncendo novella gloria A' confacrata* e rifonare Fece d’ Acrone fuo padre il nome ,* <E della fede novellamente Rifabbricata . Or dalle amabili Sedi di Pelope e d’ Enomao Venendo , o Pallade delle cittadi Confervatrice , egli celebra Il fiume Oano, ed il tuo bofco Santo , e la patria palude , e i facri Canali , 1* Ippari per cui fcorrendo L’aurea cittade bagna, e conduce I legni , ond’ ergali di fermi talami Eccella felva * onde alla luce Da povertade trae quello popolo. Gaerreggia intorno alle virtudi Fatica, e fpefa incontro ad opera, Che di periglio Ila ricoperta: E chi ne venne a lieto fine Da’ cittadini ftefli è creduto Saggio. Te, Giove confervatore , Che regni altero full* alte nubi , I E nel Saturnio colle foggiomi , E d’alto onore degni 1 ’ Alfeo, Che fpaziofo difcorre , e d 1 Ida L’ antro divino , te prego fupplice , Su Lidie tibie dolce cantando. Di fregiar quella cittade d’ inclite Virtudi ed opre. Ed a te, Pfaumide, Che nelle Olimpiche gare vincerti , E di Nettunii dertrieri godi. Devoto i’ prego, che venturofa ' Vecchiezza al fine de’ dì ti guidi > E numerofa beata prole Ti fegga a lato . Quand’ uno , giunta Lode a ricchezza, di che fìa pago, D’ aurea fallite beato gode , Ei non agogni di farli Dio . ODA ODA VI. * 3 * Per A gesta Siracusano vincitore nel corfo delle carrette » U dorate colonne aito veftibulo D’ altero alzando e maeltofo talamo # Mole farò , cui di mirar s’invogli Il palfeggero , e di ftupor s’ arrefli * A fuperbo edifizio Fronte fi dee , che da lontano fplenda . Ma fe cuftode è dell’ aitar fatidico Di Giove in Pifa> fe di lauro Oliirtpico Il crin fi cinfe * e cittadin dell* inclita Siracufa è 1* Eroe , che m’ apparecchio A fregiare d’ eccello inno immortale; Fi dolce oggetto a* dilettoli carmi De’ cittadini amici , Di cui l’invidia col valor già vinfe. Quale non otterrà lode gioconda? Sappi* il figlio di Sottrato , Che già fermato in quello Talare egli à 1’ aVvcnturofo piede. Virtù , che ne’ perigli I 2 Di / Digitized by Google OLIMPIONICHE Di sè mottra non feo, fovra la terra Pregio non à , nè di Nettun nel regno Ma di fudor cofparfa opra animofa Nella lingua di molti è Tempre viva. Agefia, è pronta già per te la lode,' Che giuftamente Adralìo Porle d’ Oiclo al figlio Anfiqrao , quando la terra ed etto E le feroci Tue cavalle aflbrfe. Erano a fine già condotti i roghi De fette duci eflinti , e in quelle voci Il figlio di Talao la lingua fciolfc : » Dell’ efercito mio l’occhio deliro, Che di faggio indovino e di guerriero Prode accolto in sè vide il doppio vanto. Pregio, che all’ uomo Siracufio or tocca Re di quell’ inno delle danze amante. Io che in traccia di liti Non vo , nè fono de’ contratti amico , Ne fo con giuramento- aperta fede; Nè fi opporran le Mule, Che fpargono di mele il dolce cani» , Ànimo fu * tu , qual efperto auriga , Quanto fi può te pretto Ghignimi il nerbo delle mule al giogo * Onde DI PINDARO. %3ì Onde guidiamo per fentiero innanzi Non tentato Ja biga, ed alto i’ poggi Degli avi fuoi fin alla prima origine; Che tra 1’ altre elle fole Per quella via fapranno eflermi duci * Elle , che riportaro Nell’ Olimpico corfo aurea corona* Dunque loro m’ è d’ uopo Aprir degl’ inni le canore porte, E gir veloce , ove 1* Eurota corre, Oggi a Pitana , che a. Nettuno avvinta Con amorofo laccio Partorì, com’ è fama. La bella Evadne dalle bionde chiome, Ella celato in Icno Tenne il virgineo pondo: Sgravata al fin nel detonato giorno , Porfe Pinfarite a* fervi , onde portata Da nudrir ella folfe All’ Elatida Eroe , che fovra gli Arcadi In Fefana regnava, ed ebbe in lorte Per albergo T Alfeo. Com* ella giunfe All* etade matura ai dolci amori , Sotto ad Apollo il primo frutto colfe Di Venere : nè il feme I 3 Dèi 134 OLIMPIONICHE Del Dio celando potè ftarfi occulta Sempre ad Epito . Egli nel cor premendo La grave doglia e Fineffabil ira, Corfc' a Pi tona per udir 1* oracolo $u quello da foffrirfi acerbo cafo. Ella deporta intanto La zona intefta di vermiglia trama , E T urna argentea , tra gli opachi dumi Fanciullo partorì , che piena un giorno Avrìa la mente di divin configlio: Ed al parto artirtenti L’ oricrinito Nume Le conduffe le Parche, ed Ilirìa Di foavi penfieri infpiratrice , NelF amabile parto Dalle vifccre ufcì Giamo alla luce. Lalciollo in terra , e di dolor conquifa La madre fé n’ andò. Blandi fi fero Intorno ad effo per dertin de’ numi Due ferpenti occhiazzurri , e lo nudriro Col veleno dell’ api almo innocente . Quando ritorno in fui deftricr frenato Fe’ da Pi tona la faffofa allegro Il Re, del figlio, che avea dato al giorno Evadne, ricercava entro il palagio, E dicea , che da Febo egli era nato; Che tra* mortali 1 * indovin più faggio Agli abitanti della terra ei fora , E la fua ftirpe non vedrìa mai fera . ei fpiegava gli Apollinei detti : E negavano i fervi D* aver udito 0 villo Il fanciullo, ed il Sole avea compito Già cinque volte il fuo diurno corfo , Da che giva di lui la madre fcarca: Ma nafcofo giacea tra folti giunchi , Le membra molli afpcrfo ' Dalle viole porporine c gialle Di rugiadofe e di brillanti Dille . Quindi la madre dichiarò , che Giamo Folle chiamato , e gli durafìe eterno Sì bel nome . Ma quando il primo pelo , Dell’ aurea pubertà giocondo frutto, Gli fpuntò lidia guancia , Scefe in mezzo all* Alleo, Ed invocò fotto notturno cielo L’ avo Nettuno , Re di vado impero, Ed il fìgnor della divina Deio, Cui dagli omeri pende arco dorato , Fregio regale al capo fuo chiedendo. * I 4 Gli i z6 OLIMPIONICHE Gli rifpofe del padre La veridica lingua : Sorgi , dille , Figlio , e feguendo di mia voce il Tuono , Vieni alla terra , che farà comune Della Grecia ricetto ai dì felici. DifTe • ed ambo arrivati all’ erta rupe Dell’ alto Cranio , ivi tefor gli diede Di doppio vaticinio. Gli concede Per allora d’ intendere la voce , Cui dell’ empia menzogna ignota è Parte: Ma quand’ Ercole venga, Chiaro germe d’ Alceo , che pronto à il core Pronta la mano a perigliofe imprefe , Ed ordini la feda al padre facra, E de’ certami il piti folenne rito , A cui le genti accorreranno a fchiera- Di porre allor full’ ara alta di Giove Dell’ oraeoi la fede , a lui commife. Da quel tempo tra’ Greci illuflre fplende La ftirpe de’ Giamidi, ed à congiunta A gloriola fama ampia ricchezza. Chi la virtude onora Per fentier luminofo i palli volge. Quale ciafcuno fia 1* opra dimoftra . Ma degl’ invidi il morfo So- *37 DI PINDARO. Sovrafla a chi d’ intorno . Al duodecimo corfo La prima volta s* affatica c fuda, Quando gentile ed immortai vittoria • Sulla' f onie gli filila aurea bellezza. Ma fe i materni tuoi congiunti , Agefia , Che a piè del giogo di Cillene albergano, Spello divoti offrir vittime fupplici Al buon Mercurio meffagger de* numi. Che prefiede agli agoni , e la feconda Madre d’ eroi poffenti Arcadia onora; Egli col padre tuo Nettun fremente Conduce i tuoi defiri a lieto fine. Vienimi novo penfiero in fulla lingua, Che me 1* affina qual acuta cote, E me già defiofo Spinge ad enfiar la dolce tibia, ond* efe# Armoniofo fuono. E' la fiorita Stinfalica Metòpe avola mia; Quella è madre di Tebe Di fpumanti deftrieri agitatrice, « Di cui r amabil onda I* beo , teffendo a’ bellico!! eroi Inno leggiadro. Enea, fpnona i compagni Prima a cantare la Partenia Giuno , In- 1^3 OLIMPIONICHE Indi a moftrar , fe la ficura via Di fuggire i’ trovai P antico sfregio. Che di vergogna la Beozia copre* Mentre fedele meflagger tu lei , Tu fecretario delle bionde Mufe, Tu dolce vaio di fonanti carmi. Fa , che da loro fi rammenti ancora Ortigia e Siracufa, Di cui Jerone , che nel cor nudrifee Retti configli , il giufto fren corregge . Cerere ei cole , cui biondeggia il piede * E della Figlia la folenne fella , Che aflifa in aureo cocchio A’ nevofi corfieri il dorfo sferza; E P eccello poter di Giove Etneo: Eflb è noto alle lire e a* dolci canti . Il tempo , che verrà , non turbi e franga Il fuo felice flato. Ma con benigna fronte Egli cortefe accolga L’ inno d* Agefia , che di tetto in tetto Pafiàndo , e dell’ Arcadia Ricca nutrice di lanofi armenti La madre abbandonata , ora fi porta Da’ Stinfalici muri a Siracufa . Gio*  DI PINDARO. Giova a fermare F agitata nave Ancora doppia in tempeftofa notte . Di quegli e quelli Dio la forte illuftri E tu , dell’ ocean Signore, e fpofo D’Anfitrite di rocca aurea fornita, Porgi al nipote fortunato corfo ; Onde la via de’ mali egli non tocchi, E ’I fior foave de’ miei carmi accrefci. ODA VII. Per Di agora Rodio giucatore alle pugna» Qui s’ uomo porge a giovinetto genero Coppa , eh’ egli ebbe in don da ricca mano Entro cui ferve e fpuma Rugiada , che flillò da vite Coa , Onde la vuoti, ed il natio foggiorno Ad arricchir la porti • Coppa d’oro, fovrana altera parte D’ ampia ricchezza , di gioconde menfe Rallegratrice , ed onorato fregio Della contratta affinità* sì raro Pegno agli amici in faccia Ren- w » Ho OLIMPI O.N I C H £ Rende d’ invidia degno L* avventurato fpofo Per la fperanza del concorde toro: Anch* io Pillato nettare, Dono dell* auree Mufe , e del mio core Soave frutto , a’ prodi , Che riportar© negli agoni il pregio, Mandando , i vincitori D’ Olimpia e di Piton rallegro e beo. E' quegli avventurofo , Di cui già s’ ode ragionar la fama. Or a quello fi volge ed or a quello Colla foave armoniofa cetra, E colla tibia , che sì varie e tante Voci fa temperar , la Mula mia , Onde la vita degli eroi fiorifce . Ed or con ambo al fianco Inno recando alla marina Rodi, Figlia di Citerea, fpofa del Sole , E di prodi guerrieri illuftre madre, Da Diagora tratto io qui difcendo , Onde la defiata aurea mercede Si renda all’ uomo dalle valle membra , Che di Caftalia alle fiorite fponde , Ed in riva all’ Alfeo d’ allor fi cinfe . Nè dal figlio farà difgiunto il padre Damageto , che piacque alla Giuflizia, Col popolo , che venne Dall’ Argive contrade , ambo an la fede Nell 5 ifola fuperba Di tre città , vicina Dell 5 Alia fpaziofa a quella parte , Che l’Embolo fi noma. Pi Tlepolèmo la memoria antica Deflando , i 5 vo 5 che fia comune il canto Al popol Rodio , dell 5 invitto Alcide Poflente ftirpe. Ei di venir fi pregia Dall* alto Giove , ed il materno ceppo Stende ad Aftidamìa figlia d’Amintore. Stuol d 5 errori infiniti Pende alle menti de 5 mortali intorno : E mai non avverrà , che l 5 uomo (copra Ciò , che per elfo d’acquiftar fia meglio E nel prefente e nel futuro tempo. Mentre dall 5 ira vinto L’ uom , che porre doveva in quella terra I fondamenti di novello impero, Con una mazza di nodofa oliva In Tirinta percoffe e pofe a morte Licinnip d’ Alcmena 142 olimpioniche Fratei baluardo , che verna da’ talami Della, madre- Midea . Paflion folle , Che le menti fcompiglia , anche del faggio Fa forza al core , e nell’error lo fpinge. Ei corfe a Delfo , c dimandò configlio Ad Apollo , e dall’adito odorofo Lo confortò l’ oricrinito Nume, Che , le piagge Lernee lafciate addietro , D’ Argiva gioventù ftuolo animofo Ei conduce fle ad occupar la terra, Cui l’ocean freme d’intorno e fpuma* Dove T eccelfo regnator de’ numi Di neve d’ oro la città cofperfe , Quando Minerva dal paterno capo Per la via , che le aprì ferrea bipenne , Della Vulcania delira opra ingegnofa, Fuori balzando , di guerrieri gridi Feo rifonar il' mondo: La terra, il cielo di terror fi fcofie . Quegli allor , che a’ mortali il dì conduce, Prole d’ Iperione , a’ figli amati Comandò di vegliare al gran momento, Che doveva la Dea trarre alla luce ; Onde un’ara fublitne e maeftofa Fodero primi ad innalzarle , e primi, Pompofo fatto facrifizio , al padre Rallegraflero il core , ed alla figlia , Che di trattar fi pregia afta fremente f Puote faggio configlio, Che le cole previen , virtute e gioja Ifpirar de’ mortali entro le menti , Ma ci coglie talor nube improvvifa D’obblio , che 1’ alma dalla retta ftrada . Diftorna -delle cofe. All’ alta iticca Il popolo fall * ma non avca D’ ardente fiamma il feme , e fenza foco Sacrificando dedicò la felva Alla Dea. Ragunata un’ aurea nube. In pioggia d’oro la difciolfe Giove: E f occhiazzurra Diva Gl’ infegnò tutte V arti , ond’ ei vincefte Nell’ opre ognuno delle mani induftri . Già faceano le vie pompofa moftra Di fcol^i marmi eletti , Che pareano fpirar , movere i palli ; E ne giva la gloria alta e fuperba. Ma fe 1’ arte s’ accoppia alla natura , Crelce 1’ induftria dall’ error ficura. Racconta antica fama, Che quando (Jiove e gl’ immortali numi Di-  OLIMPIONICHE Divifero le terre , in mezzo all’ onde Marine ancor non era Rodi apparfa ; Ma f ifola giacca negli antri falfi Del mar fepolta . Era lontano il Sole , Nè fu chi la fua parte a lui ferbalfe. Quind’ il Dio , che rifchiara e purga il mondo Senza forte lafciaro e fenza regno. Ei ritornato dell’ errore accorti Li fece; 't Giove un’ altra volta* a forte Por le terre volea : ma gli s* oppofe Il biondo Dio , che già fpuntar dal fondo Del canuto oceano Terra vedea feconda D’ uomini altrice e di lanute gregge. Ed a Lachefi tolto Entro dorate bende avvolta il crine Egli ordinò di ftendere la delira , E di ferbare inviolato il grande Giuramento de’ numi , c in un col figlio Del gran Saturno confentir, che fia L’ Ifola ad effo deftinata in dono , Quando apparire olla fi vegga al giorno. Nè traviò dal vero Il prefagio , ed ottenne La fua dimanda il defiato effetto . Na- DI PINDARO. 145 Nata da’ fallì umor 1* ifola forfè, E ne gode 1* impero Il Dio , che padre è degli acuti rai, Ed i deftrier , che dalle nari foco Spirano , guida per 1’ eterea mole . Ivi giacendo colla ninfa Rodo Generò fette figli , Che fomiti di faggi alti penfieri Diero all’ antica età fplendorc e fregio. Uno di quelli padre Fu di Gialifo , di Camiro, e Lindo, Che, divifa in tre parti La terra , andaro ad abitar difgiunti Le città , che toccaro all’ avo in forte, E diè loro ciafcuno il proprio nome. Quivi il Tirintio duce Tlepolemo , onde fgombri Della fventura lagrimofa il duolo , Qual Dio s’ onora con folenne pompa Di vittime fumanti e di fpettacoli. Delle fue frondi coronò le tempia Diagora due volte. All’ Ifimo vinfe Quattro battaglie: e due l’una appo l’altra A Nemea. Lo conofce Atene la petrofa , Arcadia, ed Argo, K Che 1 4 <5 OLIMPIONICHE Che di feudo di bronzo ornato manda Il vincitore: lo conofee Tebe, E i legittimi agoni de* Beozj* E Pellene ed Egina Sei volte udirò a celebrarne i vanti : Nè sì frequente marmo D’ altri porta in Megara incifo il nome. O Giove , tu , che d’ Atabirio il giogo Signoreggi , quell’ inno , e 1’ uomo accogli Che d’Olimpica polve i membri fparfo Nella tenzon de’ pugni Di fua virtù feo memoranda prova. • Fa , che s* apprezzi ed ami Da’ cittadini c da ftraniere genti . Nel petto fcolti i bei configli ferba. Onde il formaro i genitori , e retto Sentier nimico dell’ ingiuria ei preme. Non obbliar , mio core , il chiaro feme "fri Callianatte e degl’ illuftri Eralìidi , Ond’ egli nafee , delle Grazie amici . Tra folenni conviti Lieta qui pure la città fefteggia. Ma fpeflo in un momento In infetta fi cangia aura feconda. ODA D A Vili. Per Alcimedonte fanciullo lottatore , e Tìmostene lottatore di lui fratello , • e Mi lesi A fingitore . Olimpia , o madre delle battaglie D’ aurea corona riportatrici , Del ver cuflode , dove con arie Vittime i vati 1* occulte cofe Invefligando , prova di Giove Fanno , che vibra gli ardenti fulmini , Se de* mortali cura fi prende , Che defìofi fon d’ adornarli fc Di virtù grandi 1’ alma , e rcfpiró - Cercano un giorno dalle fatiche: E il Re de’ luperi l’afcofa mente Difpiega a grado de’ vati pii. Ma tu , di Pi fa frondola felva , Cui corre a lato l’ onda d’ Alfeo , Quell* inno accogli de’ balli amante, Splendor d* attorta corona al crine . Grónde è la gloria dell’ uom mai fempre, K a Cui i 4 3 OLIMPIONICHE Cui la tua fegue mercede illudre. A chi de’ beni F un , e a chi F altro Arriva: molte le firade fono, Che col favore de’ numi guidano A lieto fine Fumane voglie. Voi pofe il fato fotto F aufpizio Di Giove prefidc dell’ uom nafeente: E fe* , Timodene , che di Nemea Tu ricco ufciffi di chiara fama* E Alcimedonte che di Saturno Appiè del colle di fronde Olimpica Si coronale l’altera chioma. Era il garzone bello a vederli , Nè la beltade macchiò coll’ opre. Nell’ afpra lotta allor eh’ ei vinfe , Fe , che d’Egina fua patria il nome, Che F onde folca co’ lunghi remi , Si rammentaffe. Dell’ ofpitalc Giove compagna qui la Giuflizia Delle cittadi confervatrice , Qual non altrove , s’ onora c cole . Dove s’ accoglie popolo vado E di codumi difeorde e d’ animo , Il governarlo con retto e faggio Configlio è un’ opra d’ ardua fatica . \ Al- V  ; Alto decreto degl* Immortali Quella da’ flutti rinchiufa terra Diò per divina colonna agli ofpiti, Che d’ ogni parte qui • fi raccolgono . Nè mai fi fianchi da sì bell’ atto L’ età futura . Dal tempo d’ Eaco A' qui 1 * impero la gente Dorica . Nettun fignore d’ immenfo regno, E di Latona 1 * imberbe figlio Quando Ilionc d’ eccelfe mura Di coronare difegno fero , Eaco chiamaro compagno all’ opra , Poiché ne’ fati era preferi tto , Che figgerebbe funefia guerra; E eh’ efalare nelle battaglie Delle cittadi diftruggitrici Doveva Troja nembi di fumo. Tofio che alzato fu l’alto muro, ‘ Tre ferpi glauchi della novella Rocca balzato fiotta la cima . Due ne cadero , e tramortiti Ivi fpiraro ; fifehiando il terzo Lancioflì dentro. Nel cor volgendo i I Febo F avverfo portento difle : Pergamo cade da quella parte , K i Éroe »«. * v. 9 t 5 o OLIMPIONICHE Eroe , che forfè per la tua mano, ' Come predice chiaro il prodigio , Che m’ à mandato Giove Saturnio, Che con orrendo fragore tuoni. Nè ciò dee farfi fenza i tuoi figli : Faranno i primi le prime prove * L’ opra trarranno a fine i quarti. Il Dio, ciò detto, drizzofli al Xanto, Ed alle Amaioni fovra i cavalli Snelle , ed all’ Iftro fpinfe il deftriero . Ed il Rettore del gran tridente Qui rimandato fovr* aureo cocchio Eaco , ver 1* Iflrno dall’ onde cinto , Ed il Corintio giogo rivolfe Il carro celere , dove per effo Splendide dapi dall’ are fumano . Varj degli uomini fono i diletti : Quindi fe il canto volgo a Milefia, E rammentando fe vo la gloria , Che tra gl’ imberbi colfe , con afpra . Pietra l’invidia non mi ferifea. Ebbe a Nemea la fteffa forte Tra’ giovinetti nella paleflra, Che nel pancrazio dopo tra gli uomini . Agevolmente quegli, che fa, Gli /  DI PINDARO. 151 Gli altri ammaeftra. Senza configlio Quegli è , che prima non apparò . Però che lievi degl* inefperti Sono le menti. Colui, che l’arte Pugnando apprefe , fovra degli altri Ad uom , che vago fia di raccogliere ' La defiata gloria da’ fiacri Certami, puote la via molirare, 1 Che alla vittoria lo condurrà . Or a Milefia luce immortale Alcimedonte reca , il trentèlimo De* vincitori , eh’ egli formò . Ei per divina forte , virtude Cui fu compagna , dille!! al fuolo Quattro fanciulli , lor odiofo Refe il ritorno : per vie nafeofe Ad ir furtivi gli aflrinfe e muti . Dell’ avo al petto vigore infufe , Che di vecchiezza compenfi i danni . Chi fe’ bell’ opra morte non teme . Ma già conviene , che de’ Blepfiadi Or io ravvivi l’alta memoria, / Ed inno canti delle vittrici Delire ornamento . Lor alle tempia Ornai la fella corona avvolgeli , K 4 Che i$z OLIMPIONICHE Che s’ acquiftaro nelle battaglie Apportatrici d’ eterne frondi . Agli avi eftinti non dee negarli Del vanto parte , che de’ nipoti Suol coronane 1* eccelle prove . Nè dalla polve , che loro copre Le fredde membra , già de’ congiunti Retta impedita l’illuftre gloria. Quindi Ifione , quando afcoltata Avrà la Fama , che da Mercurio Nacque , a Callimaco narri lo fplendida Fregio , che porle Giove in Olimpia A’ due nipoti. Mai Tempre Iddio A quelli aggiunga novelli beni, E rei malori lontano mandi . Deh! non permetta, che di sì lieti Giorni il fereno turbi l’ invidia De’ beni umani fcompigliatrice ; Ma lor donando tranquilla vita, Ed etti efalti Tempre e la patria. ODA *53 i 1 ODA IX. ! Per Efarmosto Opunzio lottatore . (jlà 1’ inno d’ Archiloco D’ illuftre vittoria Ufato fplendore, Che udifli tre volte Sonare in Olimpia , I balli a baldanza Al colle Saturnio Guidò d’Efarmoflo, Che lieto fefteggia Tra’ dolci compagni. Ed or delle Mule, Che lungi faettano, Tendiamo noi l’arco: E Giove fiammante La delira di folgori Accefe , ed il facro — ' • Eleo promontorio, Che in dote la figlia Recò d’ Enomao APe. ! Digilized by Google *54 OLIMPIONICHE A Pelope Lidio, Mio core , fi prenda Coi verfi di mira. Ma d’ occhio trattantò Pitone non perdafl: Là pure fi vibri Alata faetta * • Che dolce rifuoni • Intatti fi giacciane I carmi , che radono II fuolo , or che dei La cetra percotere Intorno alla lotta Dell’ uomo dall’ inclita Opunte , cantando Ed elio e la patria. Qui Temi , ed Eunomia Sua figlia , onde i popoli An gloria e falute, L’ albergo fortiro. Per alme virtudi De’ Locri la madre Illuflre arborofa Fiorifce alle fponde Del fonte Caftalio Non v \ i i . 15 $ Non meno che lungo L* Alfeo . D’ immortali Corone , che quello E quello le manda. Altera fi fregia. Di fplendidi carmi Farò , che 1* amata Cittade rifulga : E d* acre deliri ero Più ratto e di nave Alata , la fama Portar vo’ di quella Novella vittoria Ovunque le terre Il Sole rifcalda; Se pur delle Grazie L* eterno giardino Non fenza il favore De’ numi 'i’ coltivo. Da loro ogni cofa , Che piace e diletta , . Difcende : che prode Che s fàggio fia 1* uomo , E' dono d’ Iddio., Con quale altra forza • Alcide potéa Vibrare la clava Incontro al Nettunio Tridente , qualora A Pilo d’ intorno A fronte gli flava Il Dio fcotitore Del fuolo ? qualora La guerra gli fea Coll* arco d’ argento Apollo ? Nè tenne Plutone oziofa La veiga , che guida I corpi mortali Al cavo ed ombrofo Albergo de’ morti. Da quelli racconti T* aftieni, mia bocca. E' odiofa malizia Sparlare de numi , E fuor di flagione Vantarfi è follìa . Di quello ora taci : Ometti le guerre , E tutte le pugne, Qualora de’ numi Ragioni. Ma volgi La lingua d’ Opuntc All’ alta cittade . Qui Pirra e ’1 conforto Per fato di Giove Tonante difcefi Dall’ erto Parnaflò, Il primo foggiomo Locaro. Indi lenza Di Venere 1’ opra Si videro cinti DÌ prole novella A lor fomigliante Efprelfa da’ falli. Lor apri de’ carmi Il calle fonoro . Il vino, che conta • Molt’ anni, fi loda* E i fiori degl’ inni Novelli fon grati. E' fama , che d’ acqua Immenfo diluvio La terra fommerfe ; Ma 1' onda repente Di \ 15S OLIMPIONICHE Di Giove per arte • A (Torta da cupe Caverne difparve • Da quelli fortiro Armati i voftri avi Di ferrea lorica Del ceppo di Giapeto, E delle dilette • A Giove Saturnio Antica progenie , Che Tempre ove nacque Regnò. Della figlia D’ Opunte rapina Furtiva già fatta Avea dell* Olimpo Il Re. Degli Epei La tolfe alla terra , E lieto con éfià Ne’ gioghi di Menalo Si giacque , ed a Locro La refe • ondtf morte Fatai non toglieflelo Sfornito di prole. Portava la moglie Il Teme divino; Gioì- .' Gioiva T Eroe Del figlio non Tuo, E volle , che folle Dal nome chiamato Dell’ avo materno . Bellezza e Victude Infigne lo fero? • E il padre da reggere Gli diè la cittade E il popolo . D’ Ai^go , Da Tebe , da Pifa Concorfe , e d’ Arcadia Gran popolo d* ofpiti. Ma d’ Attore al figlio Menezio , e d’ Egina Tra gli altri , che amarono Piantarvi la fede. Fu grande I* onore. Che fe*. Di Menezio Il figlio venendo In un cogli Atridi. A’ campi di Teutra, Fu folo , che a lato D’ Achille il piè fermo Ritenne , qualora ióo OLIMPIONICHE Gli Achivi gagliardi In fuga rivolle , E fino alle navi Refpinfe Telcfo. Allora ciafcuno Conobbe di Patroclo Il petto feroce. Il figlio di Tetide Allor ne’ perigli Di Marte prcgollo, Che flefTe vicino All* afta fua fiera. Che gli uomini atterra • Oh Piami de’ carmi Aperta la fonte Mai Tempre 1 ond’ io vaglia Portar delle Mufe Affilo in fui carro A voi tra le genti Gli fplendidi nomi * Magnanimo ardire. Ed -ampia poflanza - La brama fecondi. Rapito dall’ animo Amante degli ofpiti , E dalla virtude, Io vegno di lodi A fpargere 1* Iftmiche , Corone , onde cinta La fronte à Lampromaco Nel dì , eh* E far modo A' vinto ad Olimpia. A quello di gioja Due nove cagioni Toccaro a Corinto, Ed altre a Nemea . Negli anni virili Ad Argo , in Atene Fanciullo di gloria Colfe ampio teforo,. Ma quale mirollo Allor Maratona,. Che a vile prendendo Gl’ imberbi garzoni, Ardì co’ provetti D’ etade in tenzone Entrar , defiofo Dell’ auree fiale, Mercede dell* alto Valor de’ vincenti! L OLIMPIONICHE Allora che domi Con agii’ inganni Ei faldo e collante Lafciò gli avverfarj, Tra quanti clamori Il circo palfava D’ età giovinetto, Leggiadro di volto, E chiaro per opre D’ eccello valore! Stupio di Parralìa Il popolo quando Ei fe di sè moftra Ne’ giochi di Giove Liceo : quand’ e’ carco Tornava del manto, Che guarda le membra Dall’ aure gelate, Pellene flupìo . Ci fa di Jolao La tomba , ed Eleufi Marina ampia fede De’ chiari fuoi vanti . Virtù , che natura Ci dona , è perfetta . p A $ Cercaro già molti Con arti acquillate Ornarli di gloria ; Ma quello , che fatto * E' fenza d 1 Iddio , E' meglio che muto Si giaccia . Son atte Ad altri altre vie : Nè tutti nudrirci Può fola una cura. Le vie delle fagge Sorelle di Febo Son ardue. Recando Quell 1 inno , d 1 illuflre Fatica riftoro, Ardito la voce • Innalza , mio core . Quell 1 uomo portate A' feco nafcendo Divine virtudi : • A' pronta la mano, A' delire le membra , E fpira dagli occhi Valor ei che P ara D 1 Ajace d 1 Oileo L - Digitized by Google 1^4 OLIMPIONICHE Di d^pi feftive Ornò vincitore Ne’ giochi , onde cole Opuntc il Tuo nome. ODA X. Per Agesidamo Locrese Epizefirio fanciullo , giucatore alle pugna • R Ammentatcmi in quale del core Parte incifo m’ è ’1 figlio d’ Archeftrato , Che d’ Olimpico Lauro il crine fi cinfe. Di dolce * Inno i’ oli era O Debitore ; ed obblio me ne prefe . Ma tu , Mula , e di Giove tu figlia , Veritade , ' i Ritorcete da me colla giufla Voftra mano rampogna , che nota Di mendace m’imprima , ed agli ofpiti D’ infedele . Mentre il tempo , che lungo è già corfo , Di vergogna A' mac-  A' macchiato 1 * immenfo mio debito. Ma f ufura può far , che difciolgafi L* onta acerba , che viene dagli uomini . Come Tonda , fe trova nel corfo Lieve fatto , travolto T immerge; Fia fgombrata la macchia , che coprenti , Quand* io renda con inno , che celere Per le Greche contrade difpergaG, La mercede a’ vincenti sì cara* A' la fede Veritade tra 1 Locri Zefirj; Ed in pregio tra loro è Calliope, E d’ acciar T afpro Marte veflito . Fe’ dar volta la pugna Cicnea Anche ad Ercole Più , che ad uom fi conceda , robutto . Alle pugna vincendo Agefidamo Ad Olimpia, Grato ad Ila ne fia , come Patroclo Ad Achille. Ei T amico fpronando A virtude , lo tratte ad eccella Gloria , Dio lui pfettando la mano. Raro è Tuomo , cui doni la forte Di gioire d’ illuttre vittoria , Della vita alma luce immortale, L 3 Se lóó OLIMPIONICHE Se fatica Non r impetra. Le leggi di Giove Sommi fprone a cantar del più grande Tra gli agoni. D’ Alcide il valore Al vetufto fepolcro di Pelope L* ordinò . Per avere delT opra Già predata ad Augea la mercede Dell’ altero a difpetto , avea morti L’ innocente Cteato Nettunio , Ed Eurito . Gli attefe nafcofo Nella macchia , che fopra à Cleone; E tra via li domò , perchè prima Gli fconfifle Di Molionc la prole orgogliofa Il Tirintio drappello , che d’ Elide Nelle valli ripofle fedea . Ed il Re t Degli Epei fchernitore degli ofpiti Indi a poco mirò la ricchiflima Patria fcofla dal ferro , e difciolta Dalle fiamme Struggitrici giacere fommerfa Negli abiffi del danno profondi . Ardua cofa E' fottrarfi al valor de* più forti . Tratto anch’ egli da folle confìglio, All’ affai to s’ oppofe , e da morte Non potpo fvilupparfi .'L’ invitto Figlio allora di Giove in Olimpia E la gente e la preda raccolfe . Volle , al maflimo Padre che facro Il divino Bofco folle : rinchiufe il piu puro Sito , al tempio Riferbollo ; e lo fpazio d* intorno Dettino per ottetto a’ giottranti Da curare cenando le membra . Infra i dodici numi regnanti Collocò la forgente d’ Alfeo. Ed al cotte, Che da prima , regnando Enomao , Era incolto e di neve cofparfo, Di Saturnio Diede il nome. Nè a quello folenne Primo giorno fdegnaro le Parche Di trovarfi , $d il Tempo , che folo E' del .vero certiflimo giudi.ee. Dopo lungo viaggio ei fé’ chiaro, Dove Alcide partendo le fpoglie , Che donogli la guerra , le ofFerfe L 4 « Agli Digitized by Google 1 6 S OLIMPIONICHE Agli Dei , come diede principia Alla fetta , che pofcia di nuovo Il quint’ anno condurre dovea. . Ma chi mai nella prova , che prima De’ deftrieri , de’ piè , delle mani S’ ammirò , la novella corona Ebbe in forte ? ed il vanto togliendo Col valore al nimico , di gloria Alla cima foli ? Nello ftadio. Che giammai dalla meta non torce, Vinfe Eòno fìgliuol di Licinnio. Da Midea , dove a’ popoli è duce , Egli venne* Lottando a Tegea Crebbe Echemo 1* onore . Doriclo La città di Tirinta abitante Nella gara de’ pugni la palma Riportò. Nell’ alata quadriga Celebrato fu Senio , che vanta Mantinea per fua patria. Di Fraftore La factta il berfaglio percoffe. Arrotando la deftra Eniceo Si lafciò tutti addietro nel difeo , E commoflè fettofo tumulto Tra’ compagni. Splendea Culla fera Della luna , che intiera la faccia . Già molìrava , 1 ’ amabile lume . *Tra le menfe gioconde fonava Tutto il tempio di lodi canore. Or il primo coftume ferbando . * ; Inno acuto cantar vo’ pur io, Che fia pregio d’ altera vittoria: Dir vo’ il tuono ed il telo trifulco. Che vibrare con delira di foco Giove fuole fco tendo 1 ’ Olimpo . Ei del fulmine ardente la mano Arma , quando convien che altrui moftri Quanto e’ può. Ma di carmi leggiadri Dolce fuono s accoppj alla tibia. . Tardi , è vero , dell’ inclita Dirce Alle fponde apparirò : ma quanto E' giocondo , ed il petto d’ amore Scalda ad uomo , che d’ anni già grave E' già predo a tornare fanciullo. Figlio nato da moglie pudica! Odiofa a chi more ò ricchezza. Quando pada ad erede Urani ero . E quand* uom , che già fece bell’ opre Senza lode ed ignoto , Agefidamo, Di Plutone alla foglia difcende, Vani fono i fudor , eh’ egli fparfè. Ed ijo OLIMPIONICHE Ed è breve la gioja , onde fco Travagliando guadagno infelice. Ma la lira , che dolce rifona , E la tibia a belT inno fpofata A te poFge immortale diletto, E dell’ ampia tua gloria cuftodi Son le Mufe , alme figlie di Giove. Alle Dive compagno i’ m’ aggiunfi. Ed allora , che 1’ inclito popolo Abbracciando de’ Locri , cofparfa La città d’ alme grandi feconda O' di mele , lodato d’ Archeftrato O' 1’ amabile 'figlio . Lo vidi Col valor della mano fregiarli All’ Olimpico altare di gloria. Era allora leggiadro di volto , E nel fior dell* etade , che tolfe Con allato la Diva di Cipro Ganimede di morte all’ orgoglio. ODA Digitized by Google / IJl ODA XI.. jfl mede fimo A cesi damo Ufura , Mortali di molt’ ufo Talor fono i venti celeri, D’ atra nube acquofe figlie. Ma s’avviene , che ludando Uom pervenga. a lieto fine; Di mel tinti inni canori. Che gturaro eterna lega All’ eccelfe auree virtudi, Fanfi guida ai dolci canti. Ma d’Olimpia a’ vincitori Riferbata è quella lode , Che d’ invidia il reo veleno Non paventa . Alto difio Ora fprona a farli duce La mia lingua a quello vanto. Che mai Tempre di penfieri Saggi un anima fìorifce. Se Dio F empie di Tua luce. Talor fon l’aerie pioggie Age- Digitìzed by Google 172 OLIMPIONICHÉ Agefidamo , che crefci Nova gloria al padre Archertrato, La battaglia , che vincerti , Ad incidere mi chiama Di bei carmi dolce fregio D’ oleaftro all’ aureo ferto , Ond’ or porti avvinto il crine J E de’ Locri Epizefirj A membrar l’illuftre popolo. Oblivi , Mufe , fnella danza Intrecciate : io vi prometto, Che verrete ad* una fchiera Non agli ofpiti nemica, Non ignota ai chiari pregi , Ma del fenno e del valore Già falita ali* erta cima . Nè la volpe il tergo fulva, Nè leone afpro fremente Canneranno unqua il cortume, Che natura lor imprefle. ODA Digitized by Google 175 » ODA XII.* Per Ergotele Imereo vincitore in lungo corfo. 1 E , di Giove donatore Dell’ amata libertade » Figlia invoco , alta Fortuna , Guardatrice degl’ imperi , Per Imera , che lontano L’ampia ftende Tua poffanza. Tu nel mar guidi le celeri Navi * tu nel fuol le rapide Guerre moderi , e governi V aflcmblee cojifigliatrici . De’ mortali le fperanze Or fu volgonfi ed or giù Per la via di vani fogni. Uom , che alberga in fulla terra, Dagli Dei non ave ancora Certo apprefo e fido fegno Degli eventi , che faranno , Sono ciechi del futuro I pcn- Digitized 174 OLIMPIO NICHE I penfieri , e molte cofe A’ mortali oltre la fpeme * Dal diletto lor difcordi Accadèro : e chi fu colto Tra procelle atre affànnofe. La (ventura in breve tempo Tramutò con alto bene . Come gallo, che rinchiude Le feroci fue. battaglie Entro il nido , ov’ egli nacque * Nell’ albergo tuo natio, Prole illuftre di Filanore , II valor delle tue piante Marcirebbe , come fronda , Che caduta al fuolo giace , Se dettata empia difcordia , Che l’uom arma contra l’uomo, Te dal feno della patria Gnoflia tolto non a Vette . Ma in Olimpia or coronato, E due volte in Delfo e all* Iftmo, Di tua gloria ergi full’ ale Delle Ninfe i bagni tepidi, Abitando le campagne, Che fceglietti per tua patria . ODA v Digitized by Google Per Senofonte Corintio curfore dello fladio vincitore nel corfo e nel pentatlo . i , O . V^/R che magione io lodo Già tre volte in Olimpia vincitrice, Cortefe a* cittadini , Offequiofa agli ofpiti , A Corinto il penderò , avventurofa Cittade, volgerò , polla fui varco Dell’ Iftmico Nettuno , Di leggiadre donzelle inclita madre. Quivi Eunomia loggiorna e le forellc, Che fon delle città bafe e foftegno, La ficura G indizia, E T unanime Pace • Di tefori a’ mortai difpenfatrici , Aurea prole di Temi Madre di bei configli. Lor brama e cura è di fugar 1* ingiuria All’ onte audace , figlia Della fatollità. Gentili pregi ijó OLIMPIONICHE t Da celebrare ò pronti* E di freno incapace Ardimento la lingua a dir mi fprona: Il coftume natio non può celarfi , Figli d* Alete , a voi L’ Ore di fior veli ite Spello dello fplendore Fero di liete palme illuftre dono , Mercè 1* alte virtudi Di que’ che formontaro L’altrui valore nelle facre gioftre; Ma fpeflo anche ne’ cuori Degli antichi ifpiraro arti novelle. Si dee d’ ogn’ opra all’ inventore il vanto . Onde ufciro alla luce Di Bacco le leggiadre Fefte col ditirambo. Che altero manda il vincitor d’un toro? Chi degli arredi equeftri Moftrò la fimnaetrla ? chi a’ tempj in cima , A fronte , a tergo pofe L’augel, che il regno à fui pennuto ftuolo? Quivi le Mufe , che foave fpirano , Quivi fiorifce Marte De’ giovinetti eroi \ Nelle  DI PINDARO. Nelle mortali guerre. Sommo padre de’ numi , Giove d’ Olimpia regnator , i miei Carmi fecondo in ogni tempo afcolta* E qued’ inclito popolo Guardando sì , che di nemica forte Non tema offefa , di propizio vento Sull’ ale la fortuna Guida di Senofonte , e accogli quello , Che da’ campi di Pifa adduce feco, Inno y poflente fregio, Vinto lo lladio , e infieme De’ cinque agoni il celebrato giro. Ciò mortai uom mai non ottenne in prima. ' Nell’ Illmiche battaglie Comparve ancora, e due ghirlande intede Di frondi d’apio gli velar le tempia. Nè difcorda Nemea; lungo d’Alfeo La corrente sfavilla , Lo fplendore , che impredo Lafciaro i piè di Teflalo fuo padre. Ed in Pitone ancora Dura la gloria , che acquidò vincendo Lo dadio , e ’l doppio corfo Entro un fol volgimento M Di 178 OLIMPIONICHE Di Sole , e nello fletto Mefe l’alato giorno . Pretto ad Atene alpeftre Di tre corone circondogli il crine. Tre volte e quattro nell’ Ellozie pugne Vinfe; ma negli agoni Sacri a Nettuno, cui d’intorno freme Il mar , verranno dietro Col genitore Pteodoro infieme A Terpfia ed Eri timo Più lunghi carmi . Quante volte in Delfo , E del Leone nell’ erbofa felva Dette d’alto valore illuftri prove! A foftener fon pronto Che il numero infinito Sia di voftre vittorie* Nè faprei già contarlo, Come il numero efpreflò Dir non faprei delle marine arene. Ma prefcritti ogni cola à i fuoi confini, Ed ottimo configlio è ’1 ravvifarli . Io , qual uno di voi , Spedito de’ vetufti Maggiori a celebrar la faggia mente, E le guerre , in cui fero Dell* eroiche virtù pompofa moftra , Del gran Corinto non dirò menzogna. Sififo membrerò faggio ed accorto Qual Dio ne’ Tuoi configli • Rammenterò Medea , Che malgrado del padre Le nozze apparecchiofli , La nave d’Argo e i condottier falvando. Un tempo in faccia alle Dardanie mura Mirar fi fero d’amendue le parti A calcare le vie delle battaglie Gli uni d’ Atreo colia progenie amica Elena ripetendo , c gli altri, a tutto Sforzo lor impedendo il caro acquifio. Glauco , che venne dalla Licia , empieo I Danai di terrore : egli vantava . Nella cittade , cui Pirene bagna, Del padre il regno e le ricchezze- immenfe E ’l palagio di lui , Che vago di frenar Pegafo figlio Della Gòrgóne al di cui capp. attorti Angui fifehiaro^ al patrio fiume in riva Molto foffrì pria che l’aurato freno Palla gli delle. Ella repente in fogno Gli fi feo manifefia, e dille : Dormi, M 2 ¥ Re  OLIMPIONICHE Re figlio cT Eolo ? Prendi Quello , che dei corfier 1* ire ammollifcc , Freno , ed al padre il moftra Domator de’ cavalli , im toro eletto Sacrificando. In fra 1* orror notturno Tanto, mentr’ ei dormiva, Dirfi udìo dalla Vergine Dell* egid* atra armata. Balza in piè ritto, e al portentofo dono, Che d’ appretto giacca , dato di mano, Trova giojofo 1* augure natio , E al Ceranide tutto efpon f evento : Coiti’ ei la notte giacque Sull’ aitar della Dea, giuda il configlio Dell’ indovino * e come Di fua mano la figlia Del vibratore del fulmineo telo Diegli l’aurato freno, Che de’ corfieri la ferocia domi . Quegli lo perfuafe Immantinente d’ ubbidire al fogno* E fcannato , eh’ egli abbia Il toro al Dio polente. Che la terra comprende, D’ erger un’ ara facra All' equeftre Minerva. Rende il poter de’ numi agevol opra Ciò , che all* uom fembra pollo Oltre le fue fperanze e oltre la fede . Quindi Bellerofonte Ardito e forte all’alta imprefa mofle, E intorno alle mafcelle Quel farmaco dell’ ire ammonitore Stendendo , fa cattivo L’ alato corridor * e fu montando Incontanente di ferrato usbergo Cinto provofli alla guerriera gioflra. Con efTo al faretrato Drappello delle Amazoni, Che dal freddo venia deferto clima. Di profonde ferite il feno imprcffe ; E la Chimera , che fpirava fiamme, Ed i Solimi ancife . La di lui tacerò morte fatale. Su nell’ Olimpo alberga Il corridor traslato Nell 1 eterne di Giove aurate Ralle . Ma per diritta via de*' dardi il volo Spegnendo , emmi disdetto Molte faette oltre il prefcritto fegno M OLIMPIONICHE Colle mani indrizzar* mentre alle Mufe Sovra fplendido trono A (fife , e agli Oligetidi Contra V ofeuro óbblio venni in foccorfo. Per le palme , che all* Iftmo ed in Nemea An colte. In poche note Molte n’ adunerò chiare cd aperte: Sia teftimon del vero il giuramento. Sefifanta volte vincitori udirli Preconizzare in quello ed in quel loco Dalla del banditor gioconda voce. * Già celebrate prima O' le corone , onde fregiolli Olimpia ; E le venture farò conte allora Che avverranno* Or lo fpero; Ma degli Dei 1* evento è nelle mani. Se il Genio, cui nafeendo e* fur commefli A nuove imprefe fpnoneralli , in cura Cederemo 1* evento a Marte e a Giove . Delle vittorie , onde ritorno ei feo Altero di Parnafio Dal giogo, da Argo , e Tebe, E dall’ Arcadia , teftimon ne fia L’ ara reina di Giove Liceo , Pellene , e Sidone, Me- DI PINDARO. 1S3 Megara , e degli Eacidi La felva intorno chiufa , ed Eleufme , té * La ricca Maratona , e Je cittadi Splendide per ricchezze Sotto T aereo Mongibello polle, Ed Eubea. Riandando Tutta la Grecia , troverai maggiori Di valor orme imprefle Di quello che tu pofla Immaginar. Ma con leggiero piede Deh fa , Giove , eh’ io n’ elea, Onor dandomi , e forte , Che il cor mi fparga di foave gioja. ODA . % Per Asorico Orcomenio, figlio di Cleodamo , curfore dello Jladio . (j Razie , voi , che avete in forte Le bell* onde di Cefìfo, E abitate antica lede Di deltrieri altrice illuflre : / J O del fertile Orcom^no M 4 Ce- i$4 OLIMPIONICHE Celebrate alme reine, E cuflodi del vetufto Popol ' inclito , cui padre Fu già Minio , or m’ afcoltate , Che a voi fon volti i miei prieghi . Da voi fcende fu’ mortali i Quanto gode il loro petto Di dolcezza e di diletto. O gentile , o faggio , o prode Che fia T uomo , è voftra lode . Tra gii Dei danza non menali, Non appreftafi convito , Che non regganlo le Grazie . A' lafsìi nel cielo ogn* opra Dalle Grazie ordine e legge, Che fedendo allato a Febo , Cui compagno indivifibile Pende al fianco T arco d’ oro , Del Piton faettatore, Fanfi gloria al fommo padre Dell* Olimpo regnatore. D’ alto onor Aglaja degna , Eufrofina a* canti amica , *• Del poffente infra gli Dei Figlie , udirmi non vi gravi. Te .  Te , Talìa de’ carmi amante , Pur invoco ’ che quell* inno Deftator di ballo amabile Leggier vedi Tulle penne Ire a voi d’amica forte: Perciocché fu Lidio tuono Con nov* arte e molta cura Dolcemente a celebrare Son venuto il prode Afopico, Che in Olimpia coronata À' di Minio la cittade Per tuo dono vincitrice. Eco , va di Proferpina All* albergo tenebrofo, E , trovato il buon Cleodamo , Tu gli narra , come il figlio A' di Pifa nella valle Celebrata il giovinetto Crin cerchiato delle frondi. Che fon 1 * ale , onde la gloria Va dell* inclite battaglie Della terra a* lidi eftremi • DIS- DISCORSO i$6 Sopra la decimaquarta Olimpionica. L ’ Economia dell’ Oda è fcmplicilfima . L 1 età del vinci- tore e la patria P anno al Poeta fomminiftrata . A To- pico era fanciullo , e perciò non ancora capace di virtU grandi e perfette ad anni pili maturi riferbate . L 1 ornamento delle bell 1 arti , la bellezza , la leggiadrìa fono le doti proprie de 1 fanciulli . In Orcomeno la prima volta fu fa- crificato alle Grazie da Eteocle figlio del fiume Cefifo : do- po la quale iftituzione il loro culto (ì dilatò per tutta la Grecia . Angelione e Tecteo nella ftatua , che fecero a’ De- lii , d’ Apolline gii pofero in mano le tre Grazie , che E- teocle avea (labi lite ; come abbiamo da Paufania ( Boto:, c. 35. ). Le Grazie presiedono a 1 fanciulli , e tutto ciò, che v 1 à di gentile , è loro attribuito. Quindi nel tempio ad effe in Elide dedicato , le loro ftatue tenevano in mano P una una rofa , P altra un dado , e la terza una fronde di mirto ; e fulla bafe a delira v 1 era la ftatua d 1 Amore , fe- condo lo ftelTo Paufania ( El. x. c. 14. ). Quelle circoftan- ze an data occafione alla prima parte dell 1 Oda. L’antico coftume di riferire alla patria ed a* genitori le lodi da 1 cit- tadini e da 1 figli acquiftate à preparato la materia alla fe- conda parte . L 1 entrata dell 1 OcU è grave e maeftofa ; la figura » che l 1 anima , della nell 1 uditore una dolce forprefa , che lo mette in afpettazione di qualche cofa di grande e di gen- tile. Non è cofa comune quella , che à bifogno dell 1 ajuto delle Grazie ; nè fi crede volgare un foggetto , che merita Pat- i I 1 DI PINDARO. 187 1' Attenzione di quelle grandi divinità. La numerazione de 1 loro attributi , che potrebbe fembrare un epifodio troppo lungo a chi non fa che una via di lodare , è tutta lode in* diretta d’ Afopico. Chi celebra il donatore di qualche cofa fuppone il dono . Chi loda in prefenza di qualcheduno qual- che virth , fuppone che la poffegga chi l’ode e chi gli dà P occafione di farne P elogio. Quindi il dire che le Grazie fono le largitrici delle belParti, della bellezza, e del valore, fa torto penfiire , che il foggetto , per occafione di cui fi dice quefto , non è fenza tai doti . Il dire , che nulla fen- za d’ effe v’ à di giocondo tra gli uomini nè tra gli Dei , naturalmente ci fi dedurre , che nella perfona , per onore di cui fi favella, non vi manca quefta giocondità, che nafee dal portello de’ beni dell’animo a quei del corpo congiunti. Dalla allufìone alle generali lodi di qualità d’ Afopi- co parta all’ aperta dichiarazione dell’ effetto , che n’ è rifultato , cioè 1 della vittoria ne* giuochi riportata . Senza determiuar la fpezie lo chiama in generale vincitore Olim- pico , per imprimere nella mente degli uditori un’ idea pili grande , quale il nome d’ Olimpia ne’ Greci in que’ tempi foleva eccitare. L’ ufo di que’ tempi , di cantare gP inni , e di adattare ad erti varj generi d’ armonìa , dà luogo al Poeta di determinare P età del vincitore dall’ armonìa , fili- la quale à comporto P inno. Quefta era la Lidia', la qual era di fuono molle , ed a’ fanciulli , come Ariftotele affer- ma , convenevole. Il rapportare che fa la vittoria alla pa- tria del vincitore , chiamando quefta vincitrice Olimpica, aggiugne alla vittoria piU di dignità, facendola divenire una cofa pubblica; e concilia al vincitore pili di gloria, attri- buendo ad erto il merito d’ un bene , che non termina in erto , ma fi ftende a tutti. La / i Digitized by Google 188 OLIMPIONICHE La morte di fua padre che avea preceduto quello fatto, dà luogo ad un’ immagine ingegnofa ed inafpettata . Non potendo il Poeta recargli sì lieta nuova , manda la Fama all’ Inferno ad annunziargli P o* ore , che il figlio in Olim- pia fi è meritato. ODA Digitized by Google 1 8p ODA PRIMA PITIONICA. Per Jerone Etneo Siracufano , che vinfe nel giuoco delle carrette . jAuUrea cetra d’ Apollo, e delle Mufe Da' violati crini Natio teforo cd immortai compagna ( a ) , Te ( a ) rtuoy M cktÒÌv trituro?. ìCictxot proprie dicuntur piu - res patroni , qui camdttn cattjfam defendun: . Inde vox trans - fertur ad fignifica/idas comites & adjutrices . Not. Lat. in edit. . Oxon. Dallo Scoliaftc Greco la voce {Iella $’ interpreta evira- to? , cioè trurrltf. c fecondo lo fteffo da Apollonio fu in- terpretata trirrfsvo ? . Tejlis , comes , adjutor fi fpiega dallo Screvelio quello medefimo vocabolo . I-a voce confon a dello Stefano , che corrifponde al avremo? dello Scoliafte , non mi pare che corrifponda nè alla intenzione del Poeta , nè alla lignificazione primitiva della parola trvyhto? ; come neppure la voce convenicns dello Semidio. La cetra non può dirli che troppo generalmente convenien- te pojfejftone delle Mufe : ella pili precifamente fi dice compa- gna e ajutatrice in quanto il Tuono accompagna d’ ordinario il canto , ed aiuta la fantasia nella compofizione de 1 verli , in quella maniera che ajuta i palli de’ danzatori Vegliando- li prima , c poi dirigendoli nell’ atto del ballare . Ond’ io non fapendo meglio efprimere il evàtxor xri%?o? , ò cangiato 1* aggettivo in fuftantivo , e vi ò aggiunti quegli epiteti , che mi fon venuti io mente , perchè i due fuftantivi mi pa- i 7 tpo PÌTIOMCA I. Te afcolta il piè de’ danzatori fusili Fregio e corona di giojofa feda ( a ), Alle tue note de’ cantor la voce Prontamente ubbidifee, Qualor tentata da maeftra mano (b) Le parevano troppo lecchi fé li lafciava foli . Natio ed immorta- le fono due voci , che fpiegano una perfetta convenienza ; efiendo quello convcnientiflìmo , che nafee colla cofa , c che fino eh 1 ella dura , non le manca mai. Onde così fo ufo di tutt’ e due le interpretazioni . ( • ) A'yKaÀ*' d;x* • A ?x* non s’ interpreta folamente ini titan , ma fecondo lo Semidio fi rende anche ape* , feu maxima pars. E rapporta quefto fenfo all* eìrx$>i / mot* t curar d’ Omero nell’ Odiil’ea A , dove Eurtazio : fo- no xio-fior <n? eirotxfi/uivy' rr, tauri t aennp moli a»at^ > orna- mentimi impofitum convivio , ut templi s anatbemata , feu d/,- naria . Ond’ io P ò refa colla voce corona , che porta fui la tefta fa io rteifo effetto , che i donarj ne’ templi fecondo P P efpreflìone d’ Omero. A'yxcùu non è lentia folamente , ma convivium fplendtdum , ÉT latiti a (2 bilaritate plenum . Ond’ io 1’ ò interpretata giojofa fejla j la voce fejla fignificando o- gni radunanza d’ allegrìa. ( b ) A r&xss Nelle note Latine: aW* interpretatur Ovidius Metani . /. 5. hoc ver fu : Calliope qucrulas prertentat pollice c bordar ; Ptndarus vero imitatur Ho - merum Odyjf. A , ut conjlat ex ver fu a Scbohajle citato. F.\«- A» ^o/uirei fingitur a fono *Ki\t . Lo Scoliarte: T«< vtoouupcri^M . *amaur/t^C«£*H « ut <c Cf fi ipor' H *tsi 0 QopfilZvr Kri&u>A.m nuXc» àùtfv * iKtK&julyx ìì tiaxtrsvfiim . Ond’ io non fapendo efpri- mere il fuono muto , che nafee dalle ofcillazioni alterne delle corde della cetra , con una voce fola corri fponden te alla Greca , ò efprelfo il tremito della corda nato non da un fuono perfetto , ma piuttofto da un imperfetto , eli’ è una preparazione ed un tentativo , che fi fa per trovare P armo- . nìa che fi vuole . DI PINDARO. • Le tremolanti fìJa, Fai dolce agl’ inni invito Guidatori de’ balli . Tu del trifulco telo Spegni l’eterno foco, E 1* Aquila reina Degli augelli ripofa Sullo fcettro di Giove Ambe lentando V ale ; ed al roftrato Capo intorno le fpargi ofcura nube, Che le palpebre dolcemente chiude. Da tue faette oppreffa ella dormendo Inarca il molle dorfo. Anche il feroce Marte Pofa 1 afta pugnace, e farli al core - Dolce diletto di tue corde ei fuole . Tua celefte armonìa* L alme pur degli Dei lufinga e molce Quando le fon compagni i faggi fenfi Del figlio di Latona, E delle Mufc dal profondo fieno*. Ma color , cui perfegue L ila di Giove , o nella terra albergl O del vallo ocean ne’ fieni algofi , ‘ Si fcuotono d’orror, quando la ve**. ipz PIT IONICA I. Rifuona intorno deli’ Aonie Dive . Tal è Tifeo , che nell’orrendo Tartaro Giace avverfo agli Dei , terror da cento Capi fpirando . Lo nudrì fpelonca , Che per lui tra le genti anco li noma. Nella Cilicia ; ed il vellofo petto Del moftro or preme la Sicilia , e il lido , Che l’onda frena, onde bagnata è Cuma. Colonna , che nafeonde infra le nubi La cima, gli Ita fopra, e fìtto il tiene D’ Etna il canuto monte, Di neve acuta nudritore eterno* Che da’ fuoi feni cavernofi erutta Pure fontane d* infinito foco . Gli ardenti laghi , onde ribolle il fondo , Di fumo al cielo nuvolofi vortici Mandano il giorno , e la rovente fiamma, Che per entro s’ avvolge , adulte pietre , Qualor annotta , con fragore orrendo Lancia del mare nell’ immenfo piano. . La belva ancora di Vulcanie fiamme Spaventofi rampolli alto fofpinge. Strano portento da mirare , e Arano L’udir non meno da chi preffo il vide Come tra 1* imo fuolo , ed i frondofi D’ Et* DI PINDARO, , i 9 $ D’ Etna ed opachi gioghi avvinto il moftro Giace ; e ’l pungente letto di profonde Orme gl’ imprime lo fdrajato dorfo ( a ) . Deh non Ila cofa in noi, Che a te , Giove, difpiaccia ; a te, che reggi Quella montagna, che la fronte eccelfa Erge dal feno di feconda terra . Del nome d’ efìfa la città .vicina Ornata ad alta gloria Per la virtude or fale Di lui, che pria le diede Grandezza e maeftade . Mentre annunziando la vittoria illuflre Della carretta di Jeron nel corfo A Febo facro il banditor memoria Fece di lei . La prima Da’ naviganti defiata forte E' che propizio vento empia le vele Nel cominciare del viaggio ondofo; Che di piu lieto fine N Lie- ( * ) ^Tpofjttù ài yjtpxffffOtfT ara? jutsv -rroriztKKifxiyst kbth. O* cangiato la voce x*?t« in participio, c la voce x*;«<r<ro«r* in verbo , e (Tendo la puntura anteriore alle orme , che (lampa, nella fchiena del Gigante lupino il pavimento (cabro» che £li ferviva di letto. j?4 PITIONICA L Lieta principio par che fi a prefago. Quindi fperanza io prendo Da si felici eventi , Che la futura età chiaro ed illudile Etna vedrà di vincitor defìrieri E di corone; e n’ udirà famolò Infra le menfe a celebrarfi il nome. O Licio Febo, o regnator di Deio, Che ti diletti del Caftalio fonte , Siati nel core imprefTo il voto mio, E la terra d’ eroi madre feconda. Mentre quanto d ’ ingegno e di virtude Nell’uom s’ ammira , dagli Dei difcende. Forti di mano , d’ intelletto faggi , E di lingua facondi Ci fa natura , non induftria ed arte. Ma defilando coronar di lode Il vincitor , io (pero Che la mia delira al fiaettare avvezza Non torcerà dall’ ideato fegno Il telo armato di ferrata punta; E sì lontan lo fpìgnerà , che doma Degli avverfarj .caderà 1’ invidia . Così gli duri eterna L’ alta fortuna -, che lo fa beato , Nè DI PINDARO. t?S Nè altrui fia di lue ricchezze avara : E diagli il tempo, che obbliar mai Tempre Poffa il dolore , onde affannato or geme. Rammentar gli potrà quali foftenne Battaglie in guerra con invitto core , Quando protetti dal favor de' numi Fero di. regno acquifto, Regno d' ampj tefor fregio fuperbo , Qual non ottenne mai Greco finora. EgT imitando il celebrato cfempio Di Filottete lampeggiò tra 1' arme : E tal , che in core alti pender volgea , Depofe a forza le fuperbe voglie* Che di provarlo non osò nimico. E' fama , che da Lenno ufciro in traccia Eroi , prole di numi , Del folio arderò di Pcante, infermo Di mortai piaga il piede. Di Priamo la cittade a terra ci fpinfe y E le fatiche terminò de 5 Greci , Lento movendo e vacillante il pafTo . Tal era il fato. A sì beata forte Il nume , onde falute anno i mortali , Jerone aggiunga • e nc’ venturi giorni Spazio gli dia , che le fue brame adempia . N 2 Mu- i 9 6 pitio nic a i. Mufa , a’ mici voti non avverfa, cinta Anche preflo a Dinomcnc Della quadriga vincitrice il pregio ; Che non dee fcompagnarfi La vittoria del padre • Dalla gìoja del figlio. Or via fi trovi Inno, cui d’Etna il rcgnator gradifca. Per farne dono a lui , Diede a quella città sì bella forma Jeron , che ornai tra le più chiare à loco . Di libertà celefte Amò d’ ornarla, e delle patrie leggi, Che diè Licurgo , le concede 1* ufo . Di Panfilo i nipoti e degli Eraclidi , Che del Taigeto albergano alle falde , Son deliofi di ferbar d’ Egirnio Le leggi Tempre. Abbandonato Pindo, Vennero Amicla ad abitar felici, • Celebrati vicini De’ Tindaridi avvezzi A* nevofi deflrier premere il dorfo, E in la gloria dell’ arme illuftri furo. Giove , d'erba immortale a* regi , a’ popoli , Che alle fponde d’ Amena anno la fede , Tanta ventura; e rifonar. la fama Sen- DI PINDARO. i 9 y Senza menzogna pofla , Che Libertade e le Spartane leggi An di loro il governo. Col tuo foccorlò di Sicania il rege, Che di virtude al giovinetto figlio Moftra il fentiero , e del novello popolo Crefce gli onori , nelle menti imprima Delire eterno di concorde pace. Saturnio , umile a te preghiera invio, ( Del tuo cenno la degna ) Che il Fenicio quieto , ed il Tirreno Tenga ne’ Tuoi coniini Il fuo furore a freno , intento il guardo Nella ftrage tenendo Che fi fé* de’ fuoi legni in faccia a Curaa . Rammenti egli quai danni Vinto (offrì dalle veloci navi Del Re di Siracufa , che nell’ onde Spumanti il fior di gioventù gl’ immerfe; E dal timore liberò la Grecia Del grave giogo , che le flava fopra. Da celebrare abbraccio L’ immortale trofeo , Che a Salamòia l’Attica virtude. Per la comune libertà pugnando, N 3 Del- I pS PITIONICA I.* Delle fpoglie adornò de* Perii domi. Canterò la battaglia , in cui fé’ Sparta Al Citerone in faccia Mordere il fuolo a’ faretrati Medi , Ma telfere vo’ prima Alle fponde d’ Tmera inno gentile, Che la virtù mi chiede De’ figli di Dinomene , Dolce mercede di fudor pucrricro , Che de’ nimici la. ferocia fpenfe. Non importuna lode, Che molti pregi in breve giro accoglia , De* mortali all* invidia è men foggetta • • Nojofo impaccio alle veloci menti E' lungo dire* ed onorata fama. Che dell* altrui virtudi alto rifuoni , Occultamente a’ cittadini il core Morde . Ma' fc più giova Farfi d’ invidia legno , Che di pietade , non ritrar la mano Dalle bell* opre. Il popolo governa Con giufta legge: e fia di veritade Interpetre la lingua. Non è sì lieve fallo, Che venendo da te , ftarfi nafeofo Po fifa DI PINDARO." r 99 Pofia , e non fembri grande. Re di molti tu fei; molti d’ intorno Del vero o falfo , che tu dica , fidi Tefiimonj ti ftan. Serba cofianza i * Nel bel penfiero di giovare altrui . Se brami , che di te mai Jion fi taccia , Non mai fi fianchi la regai tua defira D’ eflere larga de* tefori fuoi * Ma le ventole vele , Qual buon nocchiero fpandi . Non ti feduca lufinghier guadagno . L’ immortale memoria , Che ne’ carmi fi ferba e nelle ftorie , Sola dopo la morte altrui fa nota Di quei la vita , che Jafciaro il giorno. "Vive di bella luce Cinta di Crefo la virtù cortefe* E nera fama copre Il detefiato Falari, Che ( di fierezza non più vifio efempio! ) Nell* infocato bue gli ofpiti ardea • Nè cetra amica delle menfe allegre Loco gli dà ne’ dilettofi canti De’ fanciulli leggiadri . Il vincere è la prima 4 Del- o PITIONICA I. Della virtù mercede ; e la feconda E' T udirli fregiar d’ illuflre lode . L’ uom , cui la forte d’ amendue fa dono , Della felicitadc à la corona. NEMEONICA. Per Aristoclide Egineta vincitore nel pavcrazjo . O Veneranda Mufa , o madre mia , Ne* dì facri alle felle (a) Nemee vieni , ti prego , Alla Dorica Egina D’ ofpiti numerofi accoglitrice. Perocché ftanfi giovani teflori D’ inni melifonanti a’ balli amici Pref- ( a ) Con quelle parole indetefminate efprimo le Greche ì\pofMi»io c 'Nifxieiit . Non s’ accordano gli Scoliafti nella fpie- gazione della parola . Altri la prendono in vece di l'tpotojwirU , per edere il di primo del mele facro ad Apol- line , che rapprefenta il Sole . Altri credono , eh’ ella li- gnifichi il mele intiero della celebrazione de’ giuochi Ne- mei . Cosi gl iA tenie fi fecondo Filocoro con decreto pubbli- co ftabilirono che il mefe Demetrione, anticamente chiamato Munichione , avelie a denominarli Jeromenia, cioè tutto fefli- vo. In quello fenfo prendendofi la parola Jeromenia , cioè di mefe tutto fedivo , »fi deve intendere della folcnnità, che facevano i vincitori dopo la vittoria privatamente.  NEMEONICA III. Preflo all* Afopic’ onda ( a ) Di tua voce bramofi . Altr’ opra altra mercede ama e delira; Ma la “vittoria delle gare illuflri Sovra ogni cofa il canto Ama , di cui non è , che più convenga Alle corone alle virtù compagno. Fa che dalla mia mente Larga vena ne (gorghi. Inno gradito Comincia , o figlia al rcgnator del cielo , Vallo campo di nubi ; Ed io ne farò parte De’ cantori alle voci ed alla lira ; E prenderà quella fatica in grado Egina del paefe, , Che le fi llende intorno , alto ornamento . Ove prima abitaro i Mirmidòni ( b Di « C * ) Ariftarco fuppone , che abbiano cantato all* Afopo pretto a Nemea qualche inno eftemporaneo , c fi fian dopo trafportati ad Egina per cantar quel di Pindaro. Didimo ac- cenna, che vi fieno molti fiumi denominati Afopo , ed an- che in Egina ne mette uno. Forfè Pindaro intende l* Afopo della Beozia , e vuol lignificare , che i cantori d’ Egina fon venuti a pregarlo d’un inno per AriftocHtle. C ^ } Intorno all’ origine de’ Mirmidòni Efiodo poetica- mente riferifee 9 che Eaco figlio d’ Egina arrivato alla pu« ber- 10J DI PINDARO. Di cui l’antica celebrata fama Guada non à con biafimevol atto, ( Qual fi conviene al tuo dedin felice, Chiara Cittade ) da franchezza vinto E fciolto Ariftoclidc i nervi molli , Del pancrazio nell’ impeto robudo. Ma polente ridoro All* affannofe piaghe Reca ne’ campi di Nemea profondi Bella vittoria . Ma fe bello eflendo , E cofc oprando alla beltà conformi , ■ Del fovrano valore afeefo è in cima D' Aridofane il figlio , Varcar non è fpedito L’ onda inacceffa oltra 1* Erculee mete , Che de’ confini al navigar preferi tti In- bertà ftavafi mal volentieri folo , e che Giove trasformò le formiche dell’ Ifola in uomini , che furono i primi a metter infieme delle navi . Ma Teogene lafciando la favola riferi- fee , che gli abitatori d’ Egina e (fendo (i ridotti a pochi , fca- varono delie tane fotterranee per abitarvi dentro , e rico- vrarvi i frutti dalla terra prodotti ; e della terra fcavata fi fervivano per rendere la campagna , eh’ era falTofa , colti- vabile . Ciò vedendo gli ftranieri li raflòmigliarono alle for- miche , e li chiamarono Mirmidoni. Ma Eaco gl’ incivilì, vi {labili delle leggi , e li riduffe a fiftema politico; onde di formiche divennero uomini. 104 NEMEONICA Iti. Incliti tefiimonj Pofe l’Eroe tra gli alti Dei traslato. Ei le vaRe domò marine belve, E da sè RefiTo ad indagar fi mofle Delle palufiri il corto acque limofe , Ove dechina il lido, Che l’audace nocchier rimanda in dietro, E dimofirò la terra. A qual Rranicro Pro- ( a ) Ti tefto Greco portai 'T f?xy l'or podi , et*. tI/avi/ao* KuriiìxAtt rJr* Quello parto nella edizione ultima di rindaro fi traduce : Staguorum fluxus , quoufque redufloriut ad occsfrtm verni t reditut terni inut. La verfione comune por- ta .* Ubi reduci jrium defceitdit ti reditus finem . Lo Scolia tic fpiega in generale , linde redire quit potefi : e deducendo la parola urxy>i dai verbo rùtu o t iyyv , la prende per uno fporto di terra , che fi (tende in un fiume , ed è da erto bagnato. Lo' Scapula aderendo ad un pafTo di Polibio la prende per un luogo paludofo , o per Io fango d’ un’ acqua morta e da erba interrotta, [o m’ immagino , che Pindaro voglia con tali efprertioni indicare il lido , che va feendendo nell’acqua , la quale prefio alla terra avendo poco corfo fuol eflerc limacciofa : e m’ induco a ciò credere , perchè v* ag- giunge dopo f die Ercole navigò fintantoché vi trovò terra ierma. Platone nel Timeo : Allora quel mare era navigabile, avendo alla [uà bocca quell* Ifola , la quale fi chiama , come voi dite , le Colonne d* Ercole: e fi dice , che quell* Ifola era inficine la Libia e l* Afta m.ippiirc , dalla quale vi era P ad- dito allora alle altre vicine Ifole , e dalle Ifole a unta la ter- ra ferma all ’ incontro vicina a quel vivo mare . Ma dentro a quella bocca , che mi diciamo , appare ej fere fiato un porto di uno firetto golfo. E quel pelago bene fi potrìa dire vero mare , e la terra , che da ogni parte è da quello abbracciata , veramente in tutto terra ferma nominare. DI PINDARO. io* Promontorio il mio corfo, animo, torci ? W che ad Eàco tu la Mufa fcorga Ed a’ nipoti. Di giuftizia il fiore Accompagna la lode, Che a’ buon fi porge . Ma non è desto Saggio al prode recar pregi ftranieri . Cercane di domeftici . Opportuno Argomento ricevi a dolce canto. Dell’ antiche virtudi il Re Pelèo Gioì , quando troncata ( a ) Ebbe l’afta tremenda Solo fenza guerrieri. Ei , Giolco prefo , * Strinfe 3 fatica la marina Tcti (4); Ed il polente Telamone , a lato ( c ) Stari- C a ) Omero II. ló. tut&4 $i*Ap W/u» Xw : e Pindaro la fa tagliare non a Chirone , ma a »’e- leo Oeflo . Non fu Peleo iolo , che prefe Giolco , ma in compagnia di Giafone e de’Tindaridi , come narra Ferecide, combattendo contro ad Acafto figliuolo dì Pclia. Tctide influita da Peleo fi cambiava ora in fuo- co, ora in acqua , ora in qualche fiera. Di quefte trasfor- mazioni di Tetide parla anche Sofocle nel Troilo : E tòt iy»(xyr «ji &cyyttf y 'ifjt.it', T* vetrrtLu ; 'rv/XTKxiùt wsri l C negl’ Innamorati d’ Achille: Tis yùp ju# ** »V»s-»t« ; ÀIW , Cazzar -r» , tu;, vtvp . Jola figlio d 7 Ificle era auriga di Ercole ; e Tela- mone in compagnia ali Ercole fu nella fpedizione contro a Troja , c coti tra le Amazoni ; ed Ellanico narra , che tut- ti quei, eh’ erano nella nave d’ Argo, feguirono Ercole nel- la fpedizione . 20 6 NEMEONICA III. Stando ajola in battaglia, Laomedonte flefe ; E gli fi feo feguace Contro ’i valor dell* Amazonie fchiere D’ arco di rame armate . Nò timore , che doma i petti umani , La fortezza nel core unqua gli fpcnfe , Per innata virtude ad opre illuflri Di levarfi taluno à gran poflanza • Ma chi dall’arte apprefe Le cofe, ofcuro Raffi, ed or a quello Or a quello afpirando inclito pregio, Su fermo piè mai non fi regge , e mille Virtudi e mille afiaggia Con imperfetta mente . Ma ’l biondo Achille , fin d’ allor eh’ ei flava Entro all’ albergo Filirèo (*), fovente Fanciullo ancora colla man fcherzando Grand’ opre fea. Di corto ferro armato Vibrando il dardo , e pareggiando i venti ( a ) Cioè di Chirone. Perocché fecondo Omero Achille fu fidamente irtruito da Chirone nella medicina ; ma fecon- do i moderni fu anche allevato. Chirone fu figlio di Satur- no] e di Filira , come narra anche Apollonio . In  DI PINDARO. In battaglia , i leoni Metteva a morte più felvaggi e feri , Ed ancidea cignali , cd al Centauro Figlio a Saturno i corpi ancor fpiranti Portava , e d’anni fei maggior non era. Dopo con iflupor Tempre lo vide Diana , e P animofa Minerva fenza cani e fenz^ reti Ingannatrici ( perocché polente Era ne’ piedi ) ad ammazzar de* cervi . Nè cofe io dico , che da prima dette Non fian. Chirone di profondo fenno Nudrì Giafon (a) entro a felvaggio fpeco ; Ivi nudrì pofeia Efculapio , e 1’ arte Gl’infegnò di trattar con molle mano* I farmachi . Alle nozze egli conduflfe ( b ) La figlia di Nerèo per belle braccia Ammirata , e Ja prole Predante n’ educò, l’alma accrefcendo Delle doti opportune * ond’ ei portato Dall’ ( a ) Che Giafone Ila fiato allevato da Chirone , lo narra Efìodo ; che Efculapio , Socrate Argivo . ( b ) Chirone tenne a convito gli Dei nelle noaze di Tc- tide. io8 NEMEONICA III. Dall’ impeto de’ venti incontro a Troja, De’ Dardani e de’ Frigj Solteneffe e de Licj I guerrieri clamor col fuon confufi Dell’ acciaro percoffo ; ed alle mani Cogli Etiòpi aitati Venendo , in mente ei fi teneffe fiflò , Che F animofo Mennone cugino D’ Elcno , e loro duce , Far non dovea ritorno al patrio regno. Splendor , che da lontano i raggi fpande , Agii Eacidi quindi , o Giove, forfè* Ed a ragion , perchè tuo fangue fono , Ed è tua la tenzon che colla voce Di giovinetti a faettar va l’ inno , I.’opra cantando , onde s’ allegra e gloria La loro patria : e al vincitor fi dee Ariftoclide il canto, Che quell’ Ifola traile A gloriofa fama , ed alle cure Inclite de’ poeti il tempio augulto D* Apolline commife Pitio. La prova moflra Quanto nell’ alte imprefe uom fia preltante • Egli è tra* giovinetti Gio- Digitized by Google DI PINDARO. aop Giovinetto , maturo è tra’ maturi . Degli flati , che noi , gente mortale , Trafcorriamo , tra’ vecchi il terzo à loco. Ma tutt’ e quattro fcorre Le virtù lunga vita. Perocché la vecchiezza Ultima ci configlia Di penfar al prefente . Arifloclìde Lungi non è da sì beati doni . vi , amico , felice . I* mirto a bianco Latte ti mando quello mel : rugiada , Ch’ io vi verfo co* fiati D’ Eolia tibia , benché tardi , cinge Il mufico licore. Tra* volatori è l’aquila veloce, Che da lunge tracciando in un momento Coll’ artiglio ghermifee L’ infanguinata preda . Ma di terreftre cibo La garrula cornacchia Si pafee . Per favore a te di Clio Dall’ aureo trono , in grazia Della vittoria al tuo valor compagna , Da Nemea , da Epidauro , e da Megara Lume forge e rifplende. O DIS- 1 IO DISCORSO Sopra la ter^a Ntmeonica . Ome il Poeta non ebbe occafione di comporre quefV Oda nel tempo della vittoria , ma ne fu ricercato molto dopo ; così non fentendo P ardore , che detta nella fantasìa la prefenza de* fatti ftrepitofi , ricorre alla Mufa, perchè gli rifvegli P agitazion nella mente. Quindi la prega di portarfi ad Egina ; e non eflendovi cofa , che pili degP inni convenga alle vittorie , la invita ad ifpirargliene uno , eh 7 ei pofeia darà da cantare al coro de 7 giovanetti , che lo ftanno nfpettando . | Nafcendo lo fplcndore c la gloria delle città dalle azioni illuftri c dalla lode de 7 cittadini , è naturale , che il Poeta lodando Ariftoclide fi perfuada di obbligarli Egina fua pa- tria. Quindi egli dice , che quella fatica le farà cara. Penfando alla gloria , che ne r;Tulta ad Egina dalla vit- toria riportata da Arittoclide ( perchè ad una mente , che abbia della vivacità , quanto è facile il rapprefentarli in un tempo P idee di molti oggetti anche lontani e difparati ; tanto è giocondo il rapportarle Puna alP altra , e per mez- zo delle fomiglianzc , che vi difeopre , ridurle all’ unità . ) non può trattenere il Poeta la fervida fantasìa dallo feorre- re per la ferie degli eroi pili famoli , clic con opere di va- lore di mano in mano contribuirono ad illuftrarla ; nè pri- varla dell’ eftretno piacere , clic trova ne’ paragoni , che fo- no una fpezie di raziocinio. « Il richiamare alla memoria le cofe antiche , fe piace al Poe- DI PINDARO. . « t Poeta per la naturale inclinazione , che anno i fervidi in* gegni di confrontar inficine le cofe l’ima <hriP altra piti lon- tane , e all* apparenza diffimiii ; dovea fotnmamente pia- cere a* popoli della Grecia per un altro principio • Si fa quanta gara di antichità , di riputazione tra le città Grecite ardeva: e come quella era la pafliou dominante di ciafchedu- na , cosi qualunque volta nafceva qualche fatto celebre , r.on arredavano in elfo le loro mire , ma dovcauo fempre rapportarlo alla pretensone nella mente radicata e perciò fempre prefente, che ognuna avea iovra l’altra, A preferen- za , e confederarla come argomento , che la prova , o co- me confeguenza che ne rifui ta . Dall’ accoppiare infieme uomini e fatti antichi e nuovi, oltre l’ accrefcimento , che ne riceve l’idea, che ci formia- mo d’un popolo , d’una fucceflìone continuata di cofe illu- flri comporta ; anche l’uomo , che fi prende a Rodare , ne trae del vantaggio. Fcrocchè le prefeuti colle partale para- gonandofi , fi compone , per cosi dire , un lume totale cd uniforme di molti lumi particolari e diverfi : e preftandofi quelle fcambievolmente la vivacità , che anno le prefenti , per le imprertìoni che fanno attualmente , e la grandezza, che dalla fama fi attacca alle lontane ; fi confondono l’una coll’altra nella immaginazione agitata , e perciò di rifleflb incapace , come dalla illuftrazione de’ vapori , che fi rtcn- dono qualche volta d’ intorno al Sole , e dalla luce del So- le rtdTo fi forma un’ eftenfion luminofa pili grande del So- le , e talmente unita ed uniforme , che non è facile Sepa- rare il lume naturale del corpo folarc dall’ afei tizio . Quin- di l’avvenimento prefente , tuttoché fia porto fotto gli oc- chi , fenza che vi fi fcuopra fproporzione , fi rende capace dell’ ingrandimento , che la fervida fantasia di chi loda ; O 2 vuol ili NEMEONICA . vuol adattargli , quando principalmente le cofe tra di loro difparate fi leghino con dellrezza e leggiadria . L’arte di tai legami fi pofiedeva da Pindaro a maraviglia. In vece di nominar Egina , quando dice che la fua fatica le farà cara , la chiama il fimolacro del paefe anticamente a« hi tato da’ Mirmidoni ; tra quelli cd Arilloclide trovandovi della fomiglianza , ne accenna il valore , eh’ egli à mo. tirato nel pancrazio : fe lo figura nell’ atto della battaglia, e vi vede la robullezza neceflaria al doppio combattimento, le piaghe che ne riporta , la vittoria che ne rifulta , e la mercede che l’accompagna. E quello completo di cofe gli riempie in modo la mente , che non crede altra cofa poter*» fi aggiugnere alla umana felicità < IST- * 1 * ISTMIONICHE. ODA  Per Erodoto Tlbano* o Madre mia, Tebe dall’aureo feudo, Cura , che te riguardi, 10 porrò fopra ancora All’ occupazion . Deio faflofa , Sovra cui la mia mente or è diffufa. Meco non t’adirar. Qual cofa è a’ buoni De’ venerandi genitor piu cara? Apolloniade , cedi: Ch’ io mercè degli Dei 11 compimento accoppierò di quanto Devo ad ambo, cantando Cogl’ ifolani in Ceo Dal mar percofla, che le corre intorno. Il chiomintonfo Febo , - E ’l, giogo fra due mari Iflmico chiufo, Che al popolo di Cadmo Dalle battaglie fei corone porfe* O 3 In-  M4 1STM IONICHE Inclito fregio alla vittrice patria , Ove Alcmena alla luce Diè T intrepido figlio , a cui davante Inorridirò i cani Di Gerion feroci . Ma gloriofo fregio TefTendo alla quadriga D’ Erodoto , che reffe Di propria mano a* corridor le briglie , Adattargli vo* 1’ inno Di Caflore e Giolao , t Che tra gli eroi di carri agitatori . Nacquero a Tebe e Sparta i piu predanti . Di tenzoni infinite ambo la mano Stefero a’ premj , e fa magione ornaro Di fiale d’or, di tripodi e lebeti , Guftando le corone, onde s’accende Bel defio di vittoria in cor gentile . Chiara la lor virtude Splende ne’ corfi inermi , Splende ne’ corfi armati Di rifonanti feudi. Quali appariano colla man lanciando Or dardo acuto , ora marmoreo difeo! Che formato il pentatlo ancor non era ; -v Ma DI PINDARO. 215 Ma premio aveafi ogni tenzon divifo. Quindi alla chioma attorte Portando fpeflo vincitrici fronde, Si prefentaro a Dirce ed all* Eurota D* Ificle il figlio , che à comun la patria Col popol nato dagli fparfì denti , E^la Tindarea prole, Che di Terapne entro alla fede eccella . Soggiorna cogli Achei. Rimanetevi in pace , Eroi beati; Ch’io bell’inno intrecciando all* Iflmo (acro Al gran Nettuno, ed all’Oncheftie fponde, Tra gli onori del figlio Celebrerò d’ Afopodoro il padre L* inclita forte , e 1 * Orcomenia terra , Che tra 1 * orrore avvolto D’atra tempefla, e dagli avverfi flutti Gravato lo raccolfe Da mar , che lido non avea . Di nuovo Or il natio dettino Lo ricondufle a’ lieti giorni antichi . L’ uom da’ travagli acquifta Antivedenza e fenno . Che fe virtude alberga ove fi fpande L* oro in nobili ftudj , e fi fatica ; O 4 Con  ISTMIONICHE Con non invida mente Convien , che a chi trovolla Lode fi rechi , ond’ ei ne vada altero. Perocché lieve dono è all* uomo faggio In ricompenfa di fatiche immenfe Con un buon detto ftabilir la gloria De’ popoli. Dell* opre altra mercede Ad altri è dolce. L’arator, chi tende Lacci agli augei , chi guida l’agne alpafco, E chi del mar fi nutre , è folo intefo Dal ventre a dilungar la fame grave. Ma chi pugnando ne’ certami coglie Splendida gloria , alta mercede trova Nella lode , che il fiore è della lingua De’ cittadini e foraftier. Ma il canto Convien , eh’ io volga di Saturno al figlio Vicino feotiterra , Lui ringraziando , che agli equeflri corfi Prefiede , ed accompagna Col fuo favore i cocchi . Anche i tuoi figli illuftri , Anfitrione , oltrepafiàr non debbo , Non di Minio ’l riceffo, Non Eleufina celebrato luco Di Cerere , o d’ Eubea Le DI PINDARO. m'7 Le molte volte raddoppiate corfe. Protefilao t v* aggiungo anche il delubro, Che in Filaca facraro a te gli Achei. . Ma 1* inno entro a confini Brevi riftretto noverar mi toglie Ad una ad una le vittorie equeftri , Che ad Erodoto diè delle tenzoni Mercurio almo cuftode. Ma di maggior diletto ' Spello è cagione anche taciuto pregio . Deh venga il dì , che ’n Tulle fplendid’ ale * Delle Mufe canore alto levato Empia la mano dell’ efimie frondi Di Pitone e d’Olimpia ! ond’ ei la gloria Compia di Tebe dalle fette porte. . Che Te taluno ampj tefori afcofi Guarda nell’ arca , * e balda nzofo forge Contro chi li difchiude ad opre illuflri, ■ Ei non s’avvede , che tributa all’Orco Inonorata l’alma. ODA Per Senocrate Agrigentino. J Saggi , Trafibùlo, Prifchi, che rincontrando inclita cetra. Saliano il carro delle Mule il crine Avvolte in naftri d’oro, Feano repente fegno A* melifoni ftrali Degl’ inni un bei fanciullo , In cui maturo già fpuntafle il frutto, Onde l’alma a’ deliri Dolci fi della della Dea, che nacque Dalle fpume, e fu trono aureo rifiede. Mercenaria la Mufa Non era allor , nè di guadagno amante; Nè le dolci canzon di mei cofparfe Molle fuono fpiranti , Inargentate il volto Terficore vendea. Ma dell’ Argivo Il detto , che s’ accoppia A verità , coniente or che fi fegua : L’ar- Digitized by Google DI PINDARO. %i 9 L’ argento è 1* uom , 1* argento ( * ) . Colui , che il difie , era d’amici privo E di ricchezze inficine. Saggio tu Tei : non ad ignaro io canto Iftmia vittoria equeflre. Quando la diè Nettuno A Senocrate , intefta Di Doric’ apio gli mandò corona, Ond* ei cerchiale il crine. Onorando l’auriga Predante , luce d’ Agrigento . Apollo , Che regno ampio poffiede, Lo vide in Crifa , e lo colmò di gloria * E nello fteflb tempo Nella fplendida Atene , * Quando agl’ incliti prem; De- ( * ) Quello detto è di Ariftodemo Spartano , come fi legge nel frammento d’ Alceo , riferito dallo Scolialte Gre- co , che divenuto povero fi vide abbandonato dagli amici . Ne fa menzione anche Laerzio nella vita di Talete , ed ag- giugne , che quello proverbio era famofo tra gli Spartani. In vulgar proverbio fi dice anche da’ Tofcani : Chi non à non è. E nello (tetto fenfo fi legge una fentenza greca d’un Comico feonofeiuto: V or genio è de 1 mortoli il / angue e Palmo : C hi noi pofiiede , morte avrà no ’ vivi  IST MIONICHE Degli Erettìdi ei s’ adattò, non ebbe A condannar del prode sferzatore De’ cavalli la delira Del carro fpronatrice, Che Nicomaco a tutte, Quand’ uopo lo chiedea , le briglie porle . Lo ravvifaro ancora I preconi dell’ ore, E facerdoti del Saturnio Giove Eleo , che di cortefe atto ofpitale Goduto avean entro ai fuo tetto accolti • E con voce fpirante Dolcezza 1 * acclamaro , Mentre all’ auree ginocchi* Della Vittoria in atto ei di proftrarfi \ Sfavali nella terra , Che delubro fi noma Dell’ Olimpico Giove* Ove fon ufi con eterni onori D* Enefidàmo frammifchiarfi i figli. Perocché non ignoti , o Trafibùlo, Sono alla vollra cala Gli amabil inni delle danze amanti, Nè gli afperfi di mele alteri carmi . Ch’ erta via non opponfi , o rupe alpeftra A chi zzi DI PINDARO, A chi gli onori porta Dell* Eliconie Dive Entro all’ albergo de’ famofì eroi , Deh ! tanto a me d’ oltrepaffar fia dato D’ ogn’ altro il fegno faettando, quanto Ne’ foavi coftumi Senocrate lafciofli ogn’ altro addietro ! Co’ cittadini egli era Nel converfar modello: Ei di nudrir cavalli, Come legge è tra’ Greci Univerfale , fi prendea diletto, I fellivi conviti . Ei frequentava degli Dei: nè vento, Che procellofo fpiri , unqua riftri nfe Le vele intorno all* ofpiral. fua menfa * Ma pafiava la fiate Al Fall , e il verno alle Niliache fponde . Ora perchè pendenti Stanfi alle menti de* mortali intorno Maligne voglie , ed invide fpcranze • Nè la virtù paterna, Nè l’inno mio fa che giammai fi taccia. Ch* io non 1* 6 già contefio , Ond’ oziofo c lento ei fi rimanga. Tu Dlgitized by Google 211 IST M IONICHE é Tu, giunto che farai, Leggilo , Nicafippo, Al mio divino albergatore Etneo . ODA III. Per Melisso Tebano vincitore co ’ cavalli . Se mortale felice O per illuflri pugne, O per ampia ricchezza , Entro al core raffrena Arrogante alterezza , Degno è che infra le lodi De’ cittadini loco abbia il fuo nome . Da te , Giove , a* mortali Scetidon le gran virtudi . E la felicitade a lungo vive. De* faggi e pii : ma nelle torte menti Non  Quell’ Oda fu da Pindaro mandata per mano di Ni- cafippo a Trafibulo figlio di Senocrate vincitore , fuocero di Jerone Re di Siracufa . DI PINDARO. Non già Tempre così mantieni! in fiore . Il premio fegue i glorio!! fatti. Onde con inni il prode Dee celebrarfi , e tra conviti e danze Con lufinghieri carmi alto levarfi. Anche a Meliffo il fato Due vittorie conceffe * Ond’ ei converta a dolce gioja il core. Una corona ei colfe Nelle valli dell’ Iftmo , e l’altra ottenne Del Leon pettoruto entro alla cava Forefla , e proclamò Tebe vincendo Nel corfo de’ cavalli . Ei degli avi Y ingenita virtude Non difonora: è nota L’ antica gloria , onde fi refe illuftre Cleonimo co* carri . E i maggior Tuoi materni Da’ Labdacidi nati Trafcorfero la via delle ricchezze Sulle quadrighe affaticando il fianco. Ma col volger de’ giorni Sì bel corfo alterò l’ invido tempo . Sol i figli de* numi illefi fono. ODA 2 24 O D A V. Per Filaci de Ecineta vincitore nel pannarlo O Tea P er molti nomi Chiara , madre del Sole , Per te l’oro fi pregia Grand ipoflente dall’ umane genti Sovra gli altri metalli . Nelle rapide gare Per la gloria di te fono ammirande , Reina , in mar le tenzonanti navi , E ne’ piani i cavalli a’ cocchi aggiunti . E ne’ duri contraili Inclita fama, che de* cor gentili Efca è al defiro, guadagnò chi fpeflo Colla robulla mano, O co’ veloci piedi Vincendo, auree corone al crin s’avvinfc. Ma dal favor divino Pende il giudizio del valore umano. E tra beata florida ricchezza Sol da quelle due cofe Si 22-5 DI PINDARO. Si nutre della vita Il più foave fiore , Se giunto a lieto fin d’ illurtri fatti Uomo afcolta di sè detti onorati. Non afpirare a farti Giove. Ai tutto, Se di quelli due beni Ti perviene la forte. Ad uom mortai convien cofa mortale. Ma rtafli a te nell’Iftmo, Filacide , riporto Doppio fiorito pregio Del Pancrazio , e in Nemea Ad ambidue, Pitea. Ma la dolcezza Non può lenza gli Eacidi il mio core Guftar degl’ inni . In compagnia venuto Son delle Grazie di Lampone ai figli In quella d’auree leggi Città fornita. Che fe volti i parti Eli’ à dell’ opre dagli Dei concerte Al puro calle, non vi fìa ehi tinto Porti d’invidia il volto, ' Se col mio canto io verfo Sull’ illuftri fatiche altero vanto . Però che fu coftume * e Sempre de’ prodi bellico!! eroi P Far nò ISTMIONICHE Far di lode guadagno ; e in Tulle cetre, E ne’ concenti delle tibie railli Hi Tuona il loro nome Eterno : ed onorati Per volere di Giove , offrirò a’ Taggi Dolce argomento d’ ingegnoTe cure . Godono i Torti Enidi Inclito premio nelle fede illuflri Degli Etoli • lo gode In Tebe di deftrieri L’agitator Giolao; In Amo PerTeo; e dell’ Eurcta all’ onde Di Cadore e Polluce La bellica virtute. Ma d’ Eaco e de’ figli I magnanimi ardori Sono in Enone chiari . Efli compagni Prima ad Alcide, indi agli Atridi, il guado Diero due volte alla città de’ Teucri. O Mula , alto da terra Ora ti leva , e canta: Chi fu , che ucciTe Ettorre , uccife Cigno, E T intrepido duce Degli Etiopi Mennone , coll’ afta Apportator di flragi ? Chi Digitized by Google DI PINDARO. $ Chi fu , che colla lancia il petto aperfc Al buon Tclèfo del Caico in riva ? Lo fur coloro , di cui patria Egina Si vanta dalla fama* Ifola, che tra 1* altre illuftre fplende. Fin da’ vetufti tempi eretta furfe Torre', ove lor colle virtudi eccelfe Fu di falir coftume. Molti à la mia verace Lingua fonanti Arali , Onde può farli fegno. Ed atteftarlo Può la città d’ Ajace Salamina ■ Ne* marziali affanni Dalle navi fuffulta e da' guerrieri Entro a nembo di Giove Sterminatore , e tempeftofa ftrage Di mortali infiniti . Ma di filenzio il gloriofo .vanto Cofpargi . I lieti ed i finiftri eventi Giove com parte , Giove Signor dell’ univerfo. Ma dagli onori ancora, Che feguono le imprefe afpre di Marte S’ ama la gioja , che d’ amabil mele Sparfa , dagl’ inni nafce , ) ' P 2 2,2.8 ISTMIONICHE Di cui fi fregia avventurofa gara. Altri di Cleonico Nelle battaglie la progenie vegga , E d’ emularla oprando indi fi provi. Tra cieca notte avvolte Degli avi e de’ nipoti le fatiche Lunghe non fon; nè pentimento mai Lor punfe il cor d’ampio teforo fpefo Per la fperanza di felici imprefe. Tra’ domatori delle membra i’ lodo Anche Pitea , che dritti Di Filacide i colpi al fegno feorfe, Dcflro di mano nel ferir , di mente Nello fchivar fagace. Tra le dita ti reca Corona , e benda intefta Di lana molle, e al vincitor la manda In compagnia d’alato inno novello. ODA ODA VI. 'Liy Per Filacide, Pitea , ed Eutimene loro %to materno. C^Ual a florida menfa D’ uomini avventurofi , Di mufici tempriamo Carmi fecondo nappo Per la progenie di Lampon guerriera. A te , Giove , in Nemea temprammo il primp Cogliendo il fior delle corone: ed ora Che Filacide vinfe , ultimo germe Di Lampone , fi vuota Il fecondo nell* Iflmo al Re Nettuno , E alle cinquanta figlie Di Nereo . Deh ! conccfTo anche mi fia , Ch* io ne prepari il terzo , onde ne vada Di melilbni canti Egina afperfa. Però che tra* mortali Se v’ è chi d’oro e di fatica fpefi In bell’ opre s’ allegra, e le virtudi Cole da Dio prodotte , e ij fato amico P 3 Gl’ 2.3 o ISTM IONICHE Gl’ inncfta amabil gloria ; al porto ei getta Della Fclicitade L’àncora già , (l’onore Splendendo adorno, che da Dio procede. Da tali fiudi a tal ventura uniti , Prega , che feompagnato La vecchiezza canuta e il fato diremo Non lo raggiunga , il figlio Di Cleonico. Ed io l’ affila Cloto Su d’alto foglio, e 1’ altre fuore invoco, Onde 1’ inclite brame D’ uomo , che m’ è si caro , Il favor delle Parche oda e fecondi. O fu dorati cocchi Eacidi famofi , alto protetto Eflermi legge , che qualora il palio A quell’ Ifola i’ movo, Per me di lode ve n’andiate afperfi. Mille a voi di bell’ opre Non interrotti ampj fentieri Hanno 7'ra l’ Iperboree felve Difchiufi , ed oltre le Niliache fonti . Nò barbara cotanto, Nò di linguaggio evvi città diverfa, * Che dell’ avventurofo eroe Peleo, Ge- DI PINDARO. Genero degli Dei , non oda il grido ; Nè eh? non oda il grido •Del Telamonio Ajace, E di Tuo padre , cui d’ Alcmena il figlio Colle Tirintie lchiere Traile alla guerra, che tra l’arme gode, Pronto compagno in Tulle navi Argive Sotto a Troja , fatica afpra agli eroi. Per vendicar la frode Laomedontea. Coi fuo foccorfo prefe Ei le Pergamee torri ; Col fuo foccorfo uccife De’ Meropi le genti. E colto in Fiegra il guardian de’ buoi Alcionèo , che pareggiava i monti , Giacque trafitto: nè trattanto Alcide Rifparmiò colle mani L’ orrifonante nervo . in pieno convito L’Eacide invitando al corfo ondofo. Dell’ alta imprefa il proclamò compagno . Ed il buon Telamone invito feo Al poffente nell’ afta Anfitrioniade , che ravvolto flava Entro la fpogiia del leone ancifo, P 4 Ond’ , ISTMIONICHE Onci’ ci libafìe a Giove Con nettareo licore • e tazza d’oro Di vino accoglitrice ad etto porfe , E per intagli fcabra . Ercole allora al cielo Le mani invitte alzando Ditte tali parole : O Giove padre , Se mia preghiera con propizio core Udirti mai , te priego in quello punto Con voce , che m* ifpira impeto lacro , Perchè da’ fati impetri , Che da Eribea fia fatto Padre quell* uom di coraggiofo figlio Ofpite nortro un giorno . Ei come quella Ipoglia Della fiera , che un dì fieli in Nemea , E fu la prima delle mie fatiche , Sia d’indomite membra, e l’accompagni Un cor feroce. Appena detto egli ebbe, Che Giove gli fpedio Grand* aquila reina degli augelli. Ed ei fentiffi punto Da dolce gioja il core, ed alto ditte, Qual fatidico vate : Il figlio avrai , O Telamon , che chiedi • e dall’augello DI PINDARO.  Apparta lo chiamò robufto Ajace, Negli affanni di Marte afpri tremendo. Diffe , e torto ei s’ affife . Ma troppo lungo fora, Se tutte le virtudi Io celebrai. Ad Eutimene, o Mufa, A Filacide venni , ed a Pitea D’ inni difpenfator compagni a’ balli . Ma fìa corto il mio dire all’ ufo Argiva. Però che tre vittorie DalP Ittmo , ed altre da Nemea frondofa Nel pancrazio portaro i figli illuftri , Ed i materni zii. . . Ed oh! qual d’inni avventurofo frutto » Alla luce recaro ! e delle Grazie Colla rugiada più gentil cofparfa De* Pfalichiadi anno la gente ; e, in piedi Riabilita la giacente cafa Di Temiftio , il taggiorno anno fermato In quella agli alti Dei città gradita . Ma Lampone apprettando all’ opre cura ( * ) , Mol- ( * ) MfA(TJ) li tu ipyof . Hef. Op, & Di. 1 » 2. ▼. 41 z. 2J4 ISTM IONICHE Molto d’ Efiodo il detto onora e cole , E coll’efempio e colla voce a’ figli Lo configlia, recando A sè comune ed alla patria fregio . Agli ofpiti cortefe, Ne coglie amore: ei fegue Mediocritade col penfier , nell* opre Mediocri tade ei fcrba, E dalla mente non travia la lingua. Tra gli atleti il potrefti Dir , qual tra V altre pietre Naflia cote del ferro domatrice. Ed io la temprerò coll* onda pura Di Dirce , che alle porte Ben murate di Cadmo Tratterò al giorno l’alticinte figlie Di Mnemofine avvolta in peplo d* oro . ODA ODA  5 Per Strepsiade Tebano vincitore nel pancra^lo. % Qual de* veturti , avventurofa Tebe, Tuoi domertici pregi T’afperfe il core di maggior diletto? Goderti più quando alla luce defti L’ ampicrinito Bacco, Che di Cerere amica De’ bronzi ripercofli a lato fiede? O quando il piu poflente infra gli Dei Difcefo a mezza notte in neve .d’ oro Alla foglia accoglierti D’Anfitrione, ov’ ei fermando il piede Furtivo fi condurti: Alla conforte coll’ Erculeo feme? Il vanto a te piu caro Son di T.irefia i faggi Configli? o l’arte, onde Giolao nel corfo Refle i cavalli? o nel trattar la lancia L’ infaticabil delira De’ nati croi da’ feminati denti? Piu ne gioirti quando Dal- 2 $6 1STM IONICHE • Dalla battaglia da clamor feroce • Accefa rimandarti Ad Argo atto a’ cavalli Adrafto privo Di mille e mille de’ compagni ? o quando La Dorica colonia Su dritta ftabilifti e ferma bafe* Nel fuol Spartano ; ed occupare Amicla Gli Egidi figli tuoi Dall’oracolo Pitico condotti? Ma dorme antico fregio; Ed i mortali d’obbliar fon ufi Ciò , che dall’ inclit ? onda De’ carmi non è tratto in cima al fiore Di fapienza. Dunque anco a Strepfiade Dcrta una danza al fuon d* inno foave , Però che nel pancrazio ali* Iftmo ei porta Vittoria e per robufie Membra tremendo , e per beltà leggiadro E sì virtude ei cole, Che a’ pregi di natura onta non reca. Or delle Mufe a’ rai Gl* inanellati crin tinte in viola Splende ; e al materno zio , A cui comune à ’1 nome, Refe 1’ onor comune , . i Che w • DI PINDARO. *37 Che germogliò dalle fue cure illuftri. L’invitto Marte per aeneo feudo Ben lui tra morte avvolfe* Ma di rincontro a’ buoni i ' f 1 Staffi la gloria. Sappia Qualunque doma dalla patria amata Tempefta atra di fangue, Che le fovrafta da nimico nembo, ■ Sappia , che diffamando Con eferci to avverfo Da’ cittadin la ftrage, Difmifurata gloria alla fua ftirpe E vivo e morto accumula. Or tu , di Diodoto inclito figlio , Lodando il bellicofo Meleagro , lodando Ettòr e Anfiarao, L’ età fpirafti nel piò verde fiore * Entro alle prime fchiere , Ove della battaglia Il più fiero contrailo Si foftenea colla fperanza eflrema ; De’ più robufti : ed i fofferti affapni Lingua non è, che raccontando adegui. Ma dopo la tempefla Gior- \ 13* ISTMIONICHE Giorni mi diè fereni Il gran Néttuno , che la terra abbraccia. Or adattando le vittrici chiome Alle corone , canterò . Nè meco L’ invidia degli Dei Si fdegni , le diletto Seguendo giornaliero , io mi conduco Tranquillo e cheto alla vecchiezza , e il tempo Delfina to trafeorro . Però che tutti a morte , Del pari andiamo, ed è la forte ignota. Ma fe lungi taluno i guardi Itende , Ei troppo breve à il palio Per ergerfi de’ numi All’ alta aenea fede . Dal tergo fcolTe il volator deftriero Bellerofonte , che poggiar del cielo Alla magion volea ) Tra il conlelfo di Giove. Acerbo fine afpetta Ciò, che di dolce oltre il dover fi brama. Ma tu , per aurea chioma Febo lucente , nelle tue tenzoni Anche in Piton corona A noi concedi di bei fiori intefta . ODA 2 3 p ODA Vili. V Per Oleandro Egineta . Oxiovanetti leggiadri, Alla fplendida foglia N’ accorra alcun di Telefarco, e delti Al figlio fuo Oleandro Ed alla gioventude inno de’ balli Compagno , inclito prezzo Che l’alma dagli affanni Gli rifeatti , e mercede D’ Ilìmica in uno e di Nemea vittoria, Mentre delle battaglie Ei fovrano s’ è fatto - Anch’ io richiedo , Benché porti da doglia il core opprelTo , Son l’ aurea Mufa d’ invocar per lui . Ora , che fiam difciolti Da’ lagrimofi danni, Non è ben che in difagio Di corone fi cada , e tu fomenti Gli afpri penfieri, afflitto animo mio. Or che fon iti a voto I mi- z 4 o ISTM, IONICHE I minacciati mali, Anche dopo il travaglio Divulghiam qualche colà Di dolce e di giocondo : Mentre dal noftro capo ave diftolta Propizio nume la Tantalea pietra. Che non era fatica Da fuperarli dalla Grecia fola ; E in me fedato de’ perigli fcorfi A' lo fpavento e la gravofa cura . Ciò, che dinanzi a* piedi Ci fta , fempr’ è migliore* Perchè dubbiofo ed infedele è ’1 tempo , Che fovra de’ mortali Pende volgendo della vita il corfo • Ma puote libertade Spegner il fenfo de’ piìi gravi cafi : E l*uom di buona fpeme Dee farfi fchermo al travagliato core. Ma convien , che ad Egina Chi dentro a Tebe dalle fette porte Crebbe, difpenli delle Grazie il fiore. Ultime delle Afopidi Nacquero al padre due gemelle figlie: Ne divenne amorofo Gio- DI PINDARO. 241 Giove regnante ; e F altra a Dirce in riva Che di bell’ onde corre , Duce e cuftode feo Della cittade alle quadrighe attica: Te nell 7 ifola Enopia Trafportando , fi giacque Teco . Al Padre tonante Ivi il divino Eàco Fu da te partorito , infra i terreftri Piu d’ ogn 7 altro onoratole de’ celefti Eletto ancora a terminar le liti • Di quello i figli pareggianti i numi, Ed i figli guerrieri De’ figli fi lafciaro ogn’ altro addietro Nel valore , trattando Il ferreo della guerra Strepito luttuofo * - E furo temperati, E di configlio pronti . Anche nell 7 aflemblea De 7 beati fi fe 7 di quelle colb Ricordo , allor che Giove E l’ illullrc Nettuno Per le nozze di Teti contendendo. Ambo voleano , che fua fpofa folle <ì La 24 * ISTRIONICHE La bella , poiché amore ambo avea prefi . Ma le menti immortali degli Dei Non conduffero a fine il lor desìo , Quando i decreti de’ dcftini udirò. In mezzo agli afTembrati Numi la Taggia Temi Dille , come da’ fati era prefcritto , Che la marina Diva Partorirebbe un figlio , Che Re fora del padre Piu poflfente , e altro dardo Scoterìa colla delira Del fulmin più robulìo, E del tridente invitto, Se a Giove fi fpofafle, O a 5 fratelli di Giove. Ma da quello penfiero Defiftete* e la Dea letto mortale Abbiali in forte, e vegga in guerra morto Il figlio a Marte nella delira eguale , E nelle piante a’ lampi. Or mio configlio E* , che il premio fatai di quelle nozze Si dellini all* Eacide Pdeo, Che dd più pio, che di Giaolco il fiiolo Abbia nutrito , à fama. La novella Im- Digitized by Google DI PINDARO.  Immantinente all* incorrotto fpeco Di Chiron fe ne rechi ; Nè più fparga tra noi Temi di liti La figlia di Nereo. Ma quando Efpero forga, E l’uno e l’altro corno empia la luna, Sciolga fotto all’Eroe l’amabil freno Della Verginitade. Così la Diva di Saturno a’ figli Dille: e vi confentiro Colle ciglia immortali; Nè fi difperfe delle voci il frutto. Anzi è fama , che Giove anche promofic Di Teti abbia le nozze. E le lingue de’ faggi al vulgo nota Fero d’Achille la virtù novella. Di Mifia ei fparfe e tinfe I vitiferi campi Dell’atro fangue di Telèfo eftinto; Stcfe al ritorno degli Atridi il ponte; Elena fciolfe , colf indomit’ alla D’ Ilio i nervi troncando , ond’ egli un tempo Stornato fu dall’omicida pugna, Mentr’ ei l’opra incalzava Per la campagna, e il violento orgoglio Q. 2 Di  ISTMI O NI CH E Di Mennonc ed Ettorre, e gli altri duci: Cui la magione aprendo Atra di Proferpina Degli Eacidi Achille inclito germe, Novo fplendor fovra d’ Egina ei fparfe, E full’ illuftre ceppo , -ond’ egli crebbe. Neppure allor che morto Cadde l’Eroe, l’ abbandonato i carmi; Ma d’ intorno alla pira ed al fepolcro Gli li fermaro l’ Eliconie Dive, E vi flillaro memorando pianto. Agl’ Immortali piacque , Che i’uom prode anche morto Agl’inni folle delle Dive facro. Nè fpento ancor n’ è ’l celebrato grido. Al corfo fi di (ferra Il carro delle Mufe-, onde fi defli La memoria ed onori Di Nicoclc ne’ pugni Valente , che fortio D’ apio Dorico intefto Iftmico fregio : Però che travagliati anch^ egli un tempo Colla tenace incvitabil mano I finitimi vinfe. Nè deli’ inclito zio la prole il mente . Per  DI PINDARO. Per lo pancrazio or a Oleandro intefla Alcuno de’ compagni Molle’ cerchio di mirto : Però che d’ Alcatòo L’ agone , e pria la gioventù l’ accolfe In Epidauro con felice forte ; E de’ buoni alla lode ora lo porge. Che dentro a bujo fpeco ci non opprefle La prima etade alle bell’ opre ignota. Q. 3 IN  IACOBI STELLINI CARMINA * LATTINE ET CR^ECE SCRIPTS. 249 IN M A RI AMJV I RGI N E M Et gelidam obfervata fequens veftigia retro Alter ab undecimo jam fol luftrayerat Ar£ìon, Poftquam magna Dei foboles remearat ad aftra, Laeta triumphata referens de morte tropaeum • Cum tandem fenfìt fìnem adventare laborum Alma parens,fimul exauditaque vota precefque,. Queis oculos caelo n oéìes defixa diefque Laflarat natum , ut mortales folveret artus , Neve diu miferse torqueret matris amorem. Forte ergo ad Solymum variis e fini bus urbem Convenere patres , tot >quos e millibus heros PraeconeS operum voluit , teftefque laborum . Affatu triftes tum dimifiura fu premo Primores matrefque vocat, folatia curis, Quas inter triftis fallebat taedia vitìe , Oreque laetitiam prodens ita farier infit : In cxlum translatam CARMEN I. curru peragraverat orbem Expe&ata dies nimium , nimiumque vocatum Tempus adeft, focii, pofito quo corpore liber Atque indignatus mortalis vincula clauftri Gefliat aptherias animus volitare per auras. Me tandem altra vocant* me ftans in limine Carli Laetus ad amplexus invitat & ofcula natus, Et nimium dilata parat nova gaudia matri. Per no£lem rutilo facies o clacior auro , Atria quar acterno caeleftia tornine comples, Iam jam te afpicio, lartorque fruorque beato Intuitu, fuperamque datur depafcere lucem. At vos, o comites, quos fervat ad afpera fata Natus , adhuc & multa manent difcrimina rerum , Egregias animas, mox lucida fiderà cadi, Vivite* ne duris pigeat fuperefle pericl is . Pandam iter ad fuperas mea per veftigia fedes , Nec fero excipient cadi vos atria ovantes. Interea exanimes artus ornare fupremis Muneribus de more juvet , confpergere lympba Gorpus , & extremum affàtos decorare fepulcro . Tu vero, & nati quondam & mea maxima cura, ( Se fignari oculis Ioannes fenfit & ore ) Quem nobis trilli moriturus in arbore natus Tradidit , ut miferse penfaret damna parentis, Claude oculos: hoc fit lupremum pignus amori* Harc w • CARMEN I. 251 Hax extrema dari pofcit fibi munera mater. Dixerat, utque oculos fupera ad convexa tenebat, Hxfit : tum infuetus diffulfit fplendor in ore ,. Pallentefque genas linquens collapfaquc membra, . Spiritus ad fuperos volat axes praepete penna: Signat iter lucem longo dans limite iiilcus. Non morientis erat facies, fed ad aurea te£la Qux fugienti animae nifu Comes ire pararet. N»c mortis jam pallor erat, fed quo folet ora Pingerc, dum nimiis amor urit pecora flammis. Sic amens Phoebi Clytie dum flagrat amore, Perque poli fpatia ampia oculis comitatur euntis Ora dei, quoties Titan jubar abdidit undis, Languefcit moriens , rofeus color ora relinquit , Demittitque caput veluti comitata fub umbras, Donec ab Eoo tra£lu confurgat , amantem . Quis , pia turba , tibi cernenti talia fenfus ? Quofve dabas gemitus , heu ! dum pallcfcere morte Profpiceres rofeafque genas, vultufque decoros, Nec licuit notas audire & reddere voces! Extemplo ut vultum morientis vidit 5 & ora Exanimae, ftupuit, faxoque fimillimus haefit Quifque. Sed ut tandem paullum laxata dolori eli Semita, lu£lifcnis refonant clamoribus ardes, Difcinduntque comas xnatres , & pecora pulfant : Pri-  IN MAR 1 AM VIRGIN. Primores ipfi lacrimis haud parcere poffunt . Ante alios nefcit gemitu faturare dolorem ioannes • amplexa tenens at frigida membra Fletibus hume&at vultus, atque ofcula fàgit , - Multaque fufpirans trahit has e pecore voces : Quo te, diva parens , hinc quo te proripis ? cheu Deferere & folum potuifti linquere natum? Nec te nofler amor, nec te fub flipite quondam CommifTum denti tenuit miferabile pignus? Haec tua magna fides? fervas fic matris amorem Amplius ergo frui dia non luce licebit, Nubila qua quondam tempcftatefque fugabas ? Non dulci affatu triftes avertere curas, Verfantemque flmul veterum monumenta vi^orum Altius humanis animos extollere rebus? Quod te fi tandem pofeebat regia cadi. Et meritos matri properabat Olympus honores, Quid fi me comitem non dedignata vocafles, Noftra nec in tantum fervaffes fata dolorem ? % Plura queri lacrima’, quas inter fingula fundit Verba, vetant, & vox crcbris fmgultibus haeret . Tum lu&urn matres & femineos ululatus Ingeminant: nullus lacrimis fìnifvc modufve. Interea tepidis alias frigentia lymphis Membra lavant, ali* nardo myrrhaque perungunt Ro- CARMEN  Rorantes flccat paflis harc crinibus artus, Haec properat corpus nivco circumdare peplo. Tum magna ftipante fenum juvenumque caterva, Concierà t triftes fati quos rumor acerbi , Ducitur haud umquam fat lamentabile funus. Devenere Iccum , ante alios quem proxima morti Cptarat Virgo, facros fervaret ut artus. R ore levi fparfum , deficntdum multa gemuntque, Corpus humocondunt, adduntque noviflima verba. Pofl: ubi digrefli comites, populufque ferebat Virtutem egregiam memorans ad moenia greflus, Solus Ioannes, quo non pradlantior alter Ore fuit quondam , macie confe£lus honeftum Percuticns pe£ìus, tumulo madliflìmus hxret. Expleri lu£ìu nefeit: non vertere vultus , Non ili ine auferre pedem , nec membra quieti , Lumina nec finit indulgere cadentia fomno . O Ingemit at faxo pronus, repetitaque figit Ofcula ; fxpe manu tenet , amplexuque fatigat : Non refponfurum conclamat voce fepulcrum , Et matrem : folum refponfant flebile montes . Terquc adeo Titan oriens mediufque cadenlque Viderat hxrentem tumulo, tam fxvaque paflum; Sera quies tandem feflos cum corripit artus , Accipit ifque oculis ingratam & pecore no&em . Arti- 254 IN M A RI AM VIRGIN. Aftitit hic fubito manifefto in lumine matris, Non qualis vcl quanta fuit, cum carpcret auras Mortalcs nuper , fed nota major imago , Os habitumque dea» fimilis , vocemque genalque : Demifia ex humeris ardebat murice veftis, Et gemmis longe ftellatum fyrma trahebat. Obflupuit vilu juvenis, pulcherrima Virgo Quem (jc aggreditur, rofeo folatur &.ore: Degeneri lu&u quid 5 nate , parentis honorcs Funeflas , & te nimium crudelibus angis Suppliciis? Tandem vano jam parce dolori: Non lacrimas pofeit noftrum, fed gaudia , fatum. Haud tulit , aetherius quam Rcx habitavit , ut aulam Ambitiofa diu mors in ditione teneret, Exuviis vi&rix & fe ja£laret opimis. Aeternum fed, quale vides, radiifque corufcum Sidereos inter ccetus fuper aera corpus Evehet, & regni fublime in parte locabit. Surge ei^o, & fociis tanta» pramuncius erto Laetitiae : properent altum fpcflare triumphum . Dixit, & attonitum linquens, & multa parantem Dicere, confcftim in tenues evanuit auras, Et late ambrofium fiigiens ditFudit odorem . Excutitur fomno, lu£ìumque immobilis haeret Laetitiamque inter. Tandem fibi redditus ille In- CARMEN I. Invifit focios. Stupidi vix talia credunt : Continuo tamen approperant, urbemque relinquunt, Iamque propinquabant tumulo, cum vifa repente Ampia poli regio puro radiare feretro «, Atque nova circum compleri littora luce . Aetheris aula patet recali fplendida luxu: Velantur feda poftes & meenia fronde;; Murice fternuntur pi&is auroque tapetis Limina : multa aditus ftellatus jafpide fulget. Se interea fundit portis bipatentibus agmen Caeleftum aligerum : gemmi s oftroque fuperbi Difcurrunt volucres, & multicoloribus alis Dant plaufum,luftrantque polum,indulgentque choreis. Hi manibus Isti geftant rutilantia ferta, Purpureafque rofas calathis & lilia fundunt, Lilia fidereis, quas nutriit aura viretis. Intendunt alii nervos, fìdibufque itiaritant Carmina* permixti refonant lituique tubseque. Ingeminant Mariam crebro, Mariaroque celebrant , Et Mariam montes, Mariam cava littora clamant . Emicat ecce autem forma pulcherrima Virgo , Cui natus rutilafque comas, lumenque juvetite, Atque immortales oculis afflarat hónores , Et laetos inter plaufus per lucida fertur Regna: pii ccetus dextram contingere certant. Talis erat facies terrarum principis urbis, Dux quoties domito curru veheretur ab Iflro, Ditibus extremi aut fpoliis orientis cnuftus, Atque altas viftor Capitoli fcanderet arces. Mirantur tantum per inane vagantia monftrutn Sidera ; mirantur , caelum quos educat , ignes . Ornatum capiti radiis fulgentibus offert Titan , & fcamnum pedibus fe Cynthia prabet. Attonitis haec dum fociis miranda videntur , Ardcntefquc oculos tendunt, & mente fequuntur Solennem pompam , Virgo caput intulit aftris , Et vifum fugiens fubiit penetralia caeli . Certatim currunt proceres ad inane fepulcrum : Hinc permixtus odor fefe diffundit in auras , Quo non turiferis redolet Parchaia filvis, Quem non Paeftanis edu&a rofaria campis. Non virides Libani fpirant in vertice cedri. Acclinis tumulo dum quifque haerctque ftupetque Pallentes violas, et purpureos narciflòs, Et permixta rofis pr© corpore lilia cernunt. IN MARIAM VIRGINEM In ceri tim trans lat am CARMEN IL OR quarti res Èrebi , fedemque evertere Ditis , Fraude potens odiifque ferox qui viélor habebat Iamdudum terras , regi , qui temperat orbem Omnipotens, vifum Gabriel demifit Olympo, Panderet ur Maria; ( Diti lacrimabile nomen ) Admirandum ingens, animo quod preflèrat alto, Confilium, fummumque olii deferret honorem. Exuit ille alas, juvenis mutatus in ora: Caefarie Titan caput induit ; aRra ferenos Accendere oculos* intexuit Iris amiéìum. Non adeunda viro penetralia Virginis intrat, Et falvere jubet matrem dominamque futuram. Audiit ut vocem primum , primum ut confpexit AdRantem Virgo juvenem , tremor occupat artus, Inque vices pallorque ruborque per ora recurfat * ObRupet ipfa fui jam nefeia* peélora pulfat I&ibus alternis fubfultans pratrepidum cor. Omnia tuta timet ( pudor eR res piena timoris R Vit> . Virgineus ); verfatque animo, rex invidus Orci Quas ftruat infidias , artes cui mille noccndi; Quamque agitant ftimulis obliquis livor & ira, Quid mala mens poflit . Nimium fiat mente repoftum Exemplum antiqua; , heu quam lamentabile ! frnudis . Aft ubi vis fuperae disjecit pe6io r e nubes Aurai , juvenifque fidem fé fecit ab alto Miflum ( talis erat , credi qui poffet ab alto MiiTus ) , & expofuit, dederat mandata per auras Quae ferre omnipotens; fummiflo vertice adorat Virgo Deum, tollenfque cculos ad fiderà fatur : O pater, o tandem cafus miferate tuorum, Quem culpam delere juvat , fed parcere fonti , Ergo Dei foboles aeterni aeterna parentis Ventura excidio Stygii raptoris iniqui Non indignatur noftris ex artubus artus? Illum ego, qui caelo incedit de numine numen, Appellem natum , materque appeller ab ilio ? Sed tibi fi placitum ( nodi quando optima folus ) Olim expeftatum me gentibus edere partum, ^Mi quidquid jubeas fit inelu&abile fatum. Quo me cumque vocas, en adfum: gloria non me Non me laudis amor, tua fed reverentia tangit. Vix ea finierat Virgo , cum protinus aether Pennarum crepi tu reboat, plaufuque canentum. Narri. CARMEN IL  Nam chorus aligeri:m tremulis fufpenfus in alis, H#c dumres agitur, compleverat omnia late, Pars ut labenti fecreto tramite regi Adfint , parfque pios properent invifere manes , Atque ferant venifle ditm , quo maximus ultor Tartara dcbellet, poftefque refringat Averni. At Pater #ternus jubet alta filentia c#Io Nutu : jufifa filet Phcebi domus utraque pennis Se librant aur# ; omnipotenti ipfe incipit ore : O gentis decus human#, mea gloria, Virgo, Emendas virtute tua qua: crimen avorum , Quam te confpicio! Veteris veftigia form# In teagnofcohominis, qualern jam mente recondo, Ordine ubi ftant cun£Ia Tuo, mea dextera qualern Finxit, in imperlimi curri primum mitteret orbis. In te nofter honos, in te manet integra fola Laus operis, quo me quondam magis omnibus uno Afpeftans oble&abar, magnumque ferebam , Sol niteat quamvis rutilo pulcherrimus axe. Ergo eadem maneat te nunc fortuna, pararam Quam prius human# genti , vefana ftetiffet Si juflis, ulli qu# nunquam frangere tutum efh Oblitufque fui , fretufque audacibus aufis Certavit noftri fe in partem obtrudere regni C#cus Adam , dicique Deus , divihaque nolfe ; R z In- ìrfo . Infdix! illi feci letum rcddita mcrces , Morborumque cohors ignotum vcnit in orbem : Et federi ut patrio , patriis obnoxia fatis , Qualunque ex ilio foboles le ftipite fundit, Nafcitur . Aufpiciis fed tu melioribus orta, Arcanos fervata mihi non nupcr in ufus, Virgo parenfque cadem culpa; morfumque luemque Vt non fenfifti , culpa; nec damna timebis. Sed cum tempuserit , terras quo , Diva, rclinquas. Et ca;lo nova lux accedas , arthera fupra Alcendcs , quali fque foles hisdegere tcrris, Auras tranabis , lolioque locaberis aureo* Numen eritque tuum fanftum , populifque vercndum , Atque aris pia turba tuis imponet honores . Audiat hxc manes Adam, dolcatque , fub imos. Annuit; & capita incurvarunt ardua montcs. Excepit Vocem plaufu Natura Tonantis, Vcntiquc , aligerique chori crepitantibus alis Aethcra findebant* illuxit purior orbi Sol , Mariaeque domum denfum circumftetit agmen Caelicolum , ut caneret div«T felicia fata. Interea Ccdcftis Amor, qui cunda pcrcrrat. Ad metas & quoque fuas trahit undique, fìxit Qiias femel omnipòtens lex rerum , ajternus Se ordo • Offa per & fìbras arcana fe inlìnuans vi , Vir. CARMEN IT. i6t Virgìneos artus jam tum fuper attra tuliffet, Eervidus & facris uflìflet pecora flammis, Illorum ni vis, fati qua conditor olim Sanxcrat , indomiti vini comprefliffet Amoris. At pottquam omne datum jus illi in Virginis artus , Lu&antcs folvit nexus, fpiramina laxat, Humor ut cxfudct , lentus qui praegravat artus . Ardens inttat Amor ; nunc huc , nunc fubjicit illue Igncm , invi&um ignem , qui permeat omnia , doncc Abfumat quidquid mortalia corpora tardat. Sidereos veluti qua; nunc interni tet orbes , Sidus Se ipfa , decus cadi , vis ignea , erutta * Si forte obdu&a ctt, 'partes Se partibus haercnt , Iam gravior, fedemque polo minus apta tueri , Truditur inferius , quo corpora tarda feruntur, Et ferale rubens , adverfo Iole , cometes Caudam agitat,fpargitque comam, terrifquc minatur. Att , intus quae fe mi feet , pars setheris alti Stare loco impatiens, vincla indignataque, tergo Pondus ut cxcufììt, connitens impcte magno, Et tnolem implexam disjccit, difpulit, atque Compedc fc rupto purgavit in aera clarum , Tarn jam fe rapicns fupcra ad convexa, fcrcnum Invi fi t caelum , fublimis & infidet axi Stellifero , atque attris circuiti plaudentibus ardet . R 3 Haud i6i I. Maud ali ter Mariae per vifcera diditus ardor , Perque oculos felè , per corda , per oraque verfans , Terrenos artus depafcitur; offa perurit, Ncrvorumquc moras , venis hauritque cruorem < Exanima» fimilis ftupet, ac mortalibus ultra Non fpe&anda oculis , non tangenda amplius ulli , Iam levior fiamma, rapidis pernicior auris Puro invefla polo rofeum caput intulit aflris . Accepit circum venientem fufa juventus Cadicolum portis bipatentibus : obvius ultro Procedit natus media inter millia matri , Praetendcns dextra fceptrum , lacvaque coronam, Qua pontus ftabat , tellulque, & fignifer arcus. Natura artifìcis non enarrabile textum; Amplexatque parens natum, natufque parentem . Ifacidum pia turba fenum , pia turbaque matrum Miratur luce infolita radiifque corufcam, Ac fecum: Tu ne illa Dcum quae pevere callo Claulifli ? o noftra falve unica caufia falutis ! Haerent interea defixi in Virgine vultum, Ora fnnulque rigant lacrimis . Sed tendere contra Non audent oculos, generis primordia noflri, Mater,Adamquc parens, pudibunda at lumina fle£lunt . Incedit radiata comam, radiataque frontem Conventu in medio , jamque lios , jam refpicit illos , Et CARMEN II.  • , Ft centum gradibus folium confcendit : id unus Format onyx * adamante gradus , adamante columnae Stant , quibus incumbit ftellis ardentibus aptum Teftum auguftum ingcns.Sceptrum divum atque homi- Inferit auratum dextra; diademate cingit ( num rex Sidereo caput, & qua olim omnia voce crea vi t , Audiat haec , inquit , tellus , haic audiat aether : Quidquid ubique vides,quidquid fub numine noilro eft , Tu ditione reges ; uni tibi ferviat orbis : Tc cadi facio, terra te, Diva, potentem. Dixerat - y & dominam venerantur protinus omnes : Reginam obfequio , reginam voce fatentur . In Senem EPIGRAMMA Vtrique es, Ditique & Soli, injurius; illi' Quod te furripias , hunc quod adhuc videas. Efc Redditum ex fequenti , quod ineft c. 4. 1. J. Grac- co Angiologia:: A '/mprripif àitxitf ftì» ITakti« <c ^xi3-t>yrx * T òf ftt» tr nr:p:uf , àv3KtrrófAt^ J . R Eis To'y yxpLov kami'aaot b o t p r h j r o r kxÌ A’TNH'2 KOAOfMNAS E’ A E m A, J^Pxt* póSois ocyxvxls ttt pvyemv xep* E’Vt%to yvSópLEVOS rxrxv eV xìxv eptcs , ( S’éjs A 'yyelkxs Pttfjxys té JiXéos , S’eToy rs [/.éhyfjLx Ovpxvx y oKoiriv t ì^ven yyjSorvv.iv . K xfhipótf rvtyyf -^Mpirixx TrxpetyeTo SevSpuv A'kxxp o8*  irrepoeis e pere re Se upo Seos . Koct (X evpuv xpytsvTx ófAoxXyrxTKe r xp' oySxis' n xvTtóv ti Tiyxs rrò piovos qìSopce'ywv * Oy '(x$éys Ayvys yxia,<& evyevé'& te Kxpu'M.* T oì virò ‘hxu'irpoTx-mis (ppovTin 3-ijx.e vóov * eìircóv [/.tv eScoHe kupijY * tt othocrSe tvv xvtuj Etve yxptrrófxev'& rolsye o-oqóìs xekxSeìv. E’v ^etpercriv c^wy % epixxM.es e^xuulxtx Scopov . A>) 8’ xItetxe kvpy arp C ekeki^ouéyx. Et Xks Tt [A aòfiv, 805 <c pLè\lyypiv ocoiSocv , 'PxTXQV EpXTl * Opwy 8’ CUTI EpOùTX &kéwU) . Apxuoov ocrepoev totxvos Txyx Su.u eZe&yixh O'J pXyÓd’EV HkfHTXV US qépoi EVTQKtXY . EA- / EADEM ELEGIA In Camilli Bvrghesii % & AGNETIS C‘o LVMNAE nuptias Latine reddita . • \ vin&us Amor rofeo, fulgentibus alis Luftrarat quidquid Phoebus uterque videt; Romulea?que novum vulgarat jam decus urbis , Et divum curarti, hetitiamque hominum. Lene fluentis aquse murmur, ludentis & aura Invitat lafifum forte labore \ìx . Labiturhuc, ftratumque videns me in margine rivi , Increpat: Hic mutus tu quid inerfque jaces? Non tibi nonAgnes, cado aufpice, jun£la Camillo Inftigat curis pecora nobilibus ? Sic ait, inque meumeitharam , nam plurima facro # Pendebat lateri , projicit ille finum . Lsetabar tacite miratus nobile munus , Pofcebatque melos pulfa chelys zephyro . Vin’ cantem? dixi ; mibi tu qux dulcia cantem Des . Circumfpicio , nec mihi vifus Amor. Prapete ftelliferum penna confcenderat axem , Dignam ut avis fobolem deferat & patria  N O I f RIFORMATORI Dello Studio di Padova. A Vcndo veduto per la Fede di Reviiìone , ed Approvazione del P. F. Gio : Tommafo Mac- cheroni Inquifitor General del Santo Offizio di Venezia nel Libro intitolato Opere varie di Giam copo S telimi C. R. S. Volume fecondo MS. non v* efler cofa alcuna contro la Santa Fede Catto- lica, e parimente per AtteRato del Segretario noRro , niente contro Principi , e buoni Colta- mi , concediamo Licenza a Giovambatijla Penada Stampator di Padova , che polii eflere Rampa- to , oflcrvando gli ordini in materia di Ram- pe, e prefentando le folite Copie alle Pubbli- che Librerie di Venezia , e di Padova . Dat. li 4. Gennaro. ( Andrea Querini Riformator. ( Niccolo' Barbarico Riformator. ( Girolamo Ascanio Giustinian C. r Rif. RegiRrato in Libro a Carte 2 p. al Num. 272. Davidde Mar chef ni Segr. TAVOLA Di quanto fi contiene in quello Volume. Refazione . Pag. Ili Sonetti Cannoni .  Ver fi Jciolti . Ode ventidue di Pindaro tradotte , e alcune di quefte con annotazioni e di f cor fi illujlrate • ioi lacobi Steliini Carmina Latine & Grtece feri • pta* ' 24 p NUO-  NUOVI ASSOCIATI. BELLUNO INJob. Sig. Co. Luigi Pagani Cefa. BERGAMO Kob. Sig. Pie trr> Bali-Ara Nunzio ili Bergamo in Venezia. Nob. Sig. Co. Berretta. Ilimo Sig. Ab. D. Stanislao Gorini . CASTELFRANCO Sig. Valentino Moietta. Sig. Matteo Puppato . C E N E D A Nob. Sig. Girolamo Perrucchini . COMO M. R. P. D. Aleffandro Pagliari C R. S. ( per la 3. Copia ) FELTRE Nob. Sig. Co. Angeli. MILANO I Fratelli Reycends Librai. PADOVA Illmo Sig. Francefco Baracbetto. Nob. Sig. Co. Annibaie Baffoni Pub. Prof. M .R. I 2 Ó? M. R. P. D. Francefco Belgrado Mon. Caflinefc . M. R. Sig. Ab. D. Camini Ilo Bonvicini . Nob. Sig. Co. Marco Carburi Pub. Prof. Illmo Sig. Ab. Melchiorre Cefarotti P. P. (per la 2. Copia) Nob. Sig. Marino ('orai A . Illmo Sig. Ab. Francefco Dottor Fanzago Pub. Precett. di Belle Lettere . S. E. Reverendi fs. Monfig. Niccolò Antonio Giuftiniani Vef- covo * Nob. Sig. Mariani. Nob. Sig. Marino MetaxA . Iilmo Sig. Ab. Antonio Dott. Pierato Pub. JVecett. d’ Urna-» nità . M. R. Sig. D. Bartolommeo Prane . Illmo Sig. Ab. Bartolommeo Dott. Renier. Illmo Sig. Benedetto Sandi . Sig. Scappino Librajo. Il Seminario Ve '.covile . PIOVE DI SACCO. Illmo c Rmo Sig. Canonico D. Giammaria Dott. Bocchini « Jllmo c Rmo Sig. D. Francefco Dott. Moretti Cau. Teol. Illmo Sig. Ab. Dott. Perfico . Illmo e Kmo Sig. Canon. D. Giandomenico Dott. Pinato. Ilhno e Rmo Sig. Canon. D. Stellano Dott. Scola. PORTOGRUARO S. E. Rma Monf. Santo Balbi Decano della Cattedr. Illmo Sig. Dott. Vincenzo Binda M. F. Nob. Sig. Dott. Diodati M. F. SESTO NEL FRIULI Illmo Sig. Ab. Antonio Cremon . VENEZIA Sig. Giovanni Biondini . Illmo Sig. Bagolin. M. R. P. D. Benedetto Buratti C. R. S.  lllmo Sig. Angelo Calicbiopolo . Illmo Sig. Marcantonio Crivellari. Nob. Sig. Co. Angelo dalla Decima ( per Copie 2 . ) Illmo Donà . S. E. Sig. Tcrefa Corner Duo do . Illmo Sig. Ab, Benedetto de Luca . S. E. Sig. Alvife Marin fu di f. Antonio. S. E. Signora Chiara Zen Moeenigo. S. E. Sig. Cav. Giovanni Mocenigo. S. E. Sig. AlclTandro Molin. Sig. Ambrogio Pefenti. Illmo Sig. Ab. Giovammario Ortes. S. E. Sig. Alvife Pifani fu di m. 1 uigi Cav. Troc. S. E. Sig. Francefco Pifani fu di m. Luigi Cav. Proc. Nob. Sig. Antommaria Santorio. M. R. P. D. Carla» tonio Volpi C. R. S. M. R. Zucchiatti . VERONA Nob. Sig. Co. Pellegrini . Nob. Sig. Co. Pindemonre , ERRORI CORREZIONI Nel Volume primo. rag. . Piantoti Nel Volume congiunzioni 10. v. io. del furor  v. 6. fpargea. . v. 8. fiore; p6. v. il. ad alma 103 nelle note 0\i/xrU< Illmo Sig. Luigi Pianton prefente . vois congiunzioni ed altre giunte dal furor fpargea : fiore . ed alma Okvfxv'imi f t IN PADOVA NELLA STAMPERIA PENADA . ADDI' IV. APRILE. » 1 ? r»  - i r   0Nome compiuto: Jacopo Stellini – dalla nonna Stella – Modaro. Stellini. Keywords: liceo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Stellini” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Stenida: la ragione conversazionale di Romolo, il primo re – Roma – la scuola di Locri – filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Locri). Filosofo italiano. Locri, Reggio, Calabria. A Pythagorian, cited by Giamblico – sometimes as “Stenonida.” Stobeo preserves a fragment of a work on kingship attributed to him. Nome compiuto: Stenida. Keywords: re, regno, principe, Romolo.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Sterlich: la ragione conversazionale dei georgofili – la scuola di Chieti – filosofia abruzzese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Chieti). Filosofo abruzzese. Filosofo italiano. Chieti, Abruzzo. Nato da Rinaldo e da Margherita Alfieri, dopo i primi studi in casa è mandato a Napoli, dove frequenta il collegio dei nobili e la scuola privata di Serao, noto professore. Abbiamo anche notizia di suoi studi a Roma. Essendo figlio unico è indotto a sposarsi e a seguire gli affari della sua famiglia.  Tornato a Chieti, vi intraprese una vivace attività di promozione culturale. Crea infatti una biblioteca aperta al pubblico che nella Chieti ha un'importanza notevole, sia per il numero dei volumi, sia per la tempestività con cui veniva aggiornata e per il valore delle opere che vi si trovavano.  Ricca di classici latini, la biblioteca è ben fornita di autori della letteratura italiana. Numerose erano poi le opere di storia, di filosofia, i dizionari enciclopedici; numerosissimi i giornali. Presenti anche molte opere scientifiche, soprattutto di medicina, di cui S. è un ottimo cultore. La caratteristica più importante, però, che fa di questa biblioteca un momento di rottura con la cultura circostante, è la presenza delle opere degli illuministi. La biblioteca S. divenne uno dei centri più attivi del rinnovamento della cultura abruzzese. In essa si forma una generazione di filosofi che danno un contributo politico notevole nel periodo delle riforme prima e della rivoluzione dopo. Ma l'attività culturale di S. e il ruolo che anda acquistando la biblioteca non passarono inosservati ai gesuiti: lo attaccano pubblicamente accusandolo di empietà e di possedere libri proibiti. S. non si fa intimorire. Anzi, per controbattere le accuse, compose i Duedialoghi di fra' Cipolla e la Nanna, che circolarono manoscritti a Chieti suscitando molte polemiche. Una copia è mandata a Firenze a Lami per la pubblicazione, che fu però bloccata dalla censura. I Dialoghi restarono così inediti tra le carte di Lami, a cui F. Fontani -suo biografo - li attribuì. Anche manoscritti, hanno comunque una notevole diffusione.  Scritti per difendersi dalle accuse dei gesuiti, i Dialoghi sono caratterizzati da una forte carica polemica. In essi l'autore non nega l'accusa dei reverendi padri, anzi la conferma con le numerose citazioni di autori licenziosi -- Boccaccio, Berni, Aretino -- o poco ortodossi dal punto di vista della dottrina -- Pascal, Bayle. Egli si difende facendo discutere due personaggi letterari: Nanna e fra' Cipolla. Il primo è il noto personaggio dei Ragionamenti di Aretino, che qui viene rappresentato sulla via della redenzione. È però ignorante, bigotto e superstizioso, quindi facile vittima dei gesuiti. In realtà - così come viene caratterizzato - Nanna rappresenta chiaramente il pubblico cui S. si rivolge: gli abitanti di Chieti, come lui li descrive nelle sue lettere. Fra' Cipolla - personaggio intelligente e disincantato tratto dal Decamerone - è il personaggio da cui S. si fa rappresentare nel compito di illuminare i suoi concittadini.  Pur se scritti in modo brillante - soprattutto il secondo - i Dialoghi non risultano comunque originali e di ciò è cosciente lo stesso autore, che attribuiva loro piuttosto una funzione divulgativa. Egli utilizza ampiamente, come fonti, da un lato le Lettere provinciali e altre opere anti-gesuitiche allora molto diffuse, dall'altro i Dizionari di Bayle e di Moreri, da cui trae un vasto repertorio di accuse contro i gesuiti. Il materiale è però ben organizzato e l'autore riesce a mettere in luce le contraddizioni sia della dottrina sia dell'azione della Compagnia. Attraverso i richiami a quegli autori licenziosi di cui si è detto, egli riesce, inoltre, a fare una critica di costume pungente e a volte anche divertita e compiacente.  Per superare l'isolamento culturale della sua città, intanto, S. si era andato creando una vasta rete di amici e di corrispondenti in tutti i centri più importanti dell'Italia. La gran mole di lettere pervenutaci - risultato di un'attività di epistolografo molto intensa - oltre a documentare la ricchezza e vivacità culturale del nobile chietino, costituisce oggi una fonte importante per lo studio di vari argomenti: la formazione del pensiero illuministico nel Regno di Napoli, l'attività culturale di GENOVESI (vedasi) e, soprattutto, lo studio della fortuna della cultura europea nell'Italia. Tra i suoi molti corrispondenti ricordiamo: Bandini, Gori, Antinori, Argelati, A. e F. Vettori, Mamachi, il suo maestro Serao, i ministri della corte di Napoli M. Imperiali principe di Francavilla, C. De Marco, Fragianni e anche Tanucci, che incontrerà più volte in occasione di un suo viaggio a Napoli. I corrispondenti più importanti sono comunque Lami, Bianchi e, soprattutto, GENOVESI (vedasi). Con Lami - il redattore delle Novelle letterarie di Firenze - la corrispondenza si protrasse. Attraverso Lami S. collabora per molti anni alle Novelle letterarie con notizie sulla cultura napoletana e con recensioni di opere dell'illuminismo, argomenti sui quali scrisse anche per il Giornale de' letterati di Roma. Sempre tramite Lami, entrò nell'Accademia della Crusca, per la quale compone una Lezione, di cui ci è pervenuto solo il riassunto nel verbale della seduta in cui fu letta.  Nella Lezione si dimostrava - come si legge nel verbale della seduta - che le scienze ed arti più nobili hanno sempre ricevuto illustrazioni ed ingrandimento dalle lingue più celebri e rinomate, cioè dalla greca, latina e toscana; e di queste si lodavano principalmente i più insigni scrittori, che coll'opere loro l'avevano sommamente arricchita.  Con Bianchi - il noto riminese - egli iniziò la corrispondenza i due polemizzarono, S. sostenendo i valori di una cultura politica ed economica capace di trasformare la realtà, Bianchi facendosi fautore della cultura erudita ed antiquaria. Di qualche interesse in questo carteggio sono le discussioni scientifiche.  Per quanto riguarda GENOVESI (vedasi), è sicuro che S. non lo conobbe nel suo primo soggiorno di studi a Napoli e che non fu suo discepolo. Infatti, quando Genovesi arrivò a Napoli, egli era già tornato in Abruzzo da tre anni. Il primo contatto con Genovesi è invece epistolare. A far da tramite tra i due era stato Thaulero, che aveva studiato con Genovesi e che era a Chieti, in familiarità con S.  L'amicizia con Genovesi è determinante per il nobile chietino. L'amico di Napoli lo rende partecipe dei progetti e degli entusiasmi che andavano maturandosi nel gruppo di Intieri, e quando S. gli mandò una lunga lettera sulla natura dell'uomo e sull'origine del male, Genovesi lo invita a lasciar perdere la metafisica e ad impegnarsi attivamente per conoscere lo stato dell'economia in Abruzzo e cercare di migliorarla. Col passare degli anni Genovesi si convinse sempre di più di aver trovato in S. l'uomo capace di realizzare praticamente le sue idee. Non a caso, a lui dedica la traduzione della Storia del commercio della Gran Bretagna del Cary.  Sotto l'influenza dell'economista napoletano, S. evolse verso una cultura illuministica. Infatti, se ancora lo vediamo impegnato in discussioni erudite intorno alla storia ecclesiastica e in ormai stanche discussioni teologiche -- ne è un esempio la polemica con Mamachi sulla residenza dei vescovi --, è uno dei più attivi rappresentanti del partito genovesiano. In questo processo di maturazione hanno però una notevole importanza anche le letture di autori come Montesquieu, Rousseau, Morelly e BECCARIA (vedasi), intorno ai quali più di altri si concentrò la sua riflessione.  Primo - insieme a Sanctis e a Thaulero - ad aderire in Abruzzo al programma genovesiano e sicuramente il più attivo nella diffusione di queste idee nella sua regione, S. fa conoscere le opere di Genovesi anche in Toscana, dove ne diventarono propagatrici le Novelle letterarie e l'Accademia dei Georgofili, alla quale sia Genovesi sia S. sono associati. Negli anni successivi quest'ultimo è eletto socio anche di un'altra accademia fiorentina: La Colombaria.  Ad aumentare l'impegno di S. nel campo degli studi economici giunse l'incarico della reggenza di preparare una relazione sulla situazione economica dell'Abruzzo. Questa relazione - dal titolo Riflessioni economiche - circola a Napoli in molte copie manoscritte ed ebbe un encomio personale del re, ma non ci è pervenuta. Possiamo comunque ricostruirne parzialmente il contenuto da alcune lettere.  Dopo alcune considerazioni generali sulla natura fisica della regione e sull'indole dei suoi abitanti - chiaramente ispirata al Montesquieu - l'autore si soffermava sugli inconvenienti e sui sacrifici che la transumanza portava ai pastori, si lamentava inoltre per "gli abusi delle dogane e le avanie de' pubblicani"; raccomandava una riduzione del numero e del potere del clero, la creazione di porti e di strade, un servizio postale più efficiente. Infine, proponeva di rendere navigabile il fiume Pescara, che così sarebbe diventato la principale fonte di ricchezza della provincia.  S. muore a Chieti. Firenze, Arch. dell'Accademia della Crusca, Diario verbali delle sedute Diario, verbale della seduta Bibl. Marucelliana, Lettera di S. ad A. F. Gori, Lettere di D. ad A. M. Bandini, Bibl. Riccardiana, Lettere di D. a G. Lami, Dialoghi di fra' Cipolla e la Nanna, Lettera di T. M. Mamachi a D. sulla questione della residenza dei vescovi; Lettera di C. I. Ansaldi al marchese De Crescenzi sulla polemica tra D. e Mamachi; Lami, Diario storico, aLettera di D. in risposta alla lettera di C. I. Ansaldi sulla residenza dei vescovi; Milano, Bibl. Ambrosiana, Mss. Trotti Lettere di D. a F. Argelati, Rimini, Bibl. civica Gambalunga, Fondo Gambetti, Lettere di D. a G. Bianchi, in Lettere autografe al dottor G. Bianchi (in due buste al nome del mittente); Sc. Ms. Bianchi, Minute di lettere; Bibl. apost. Vaticana, Autografi Ferraioli: Lettere di R. D. a G. Bianchi; Savignano sul Rubicone, Accad. Rubiconia dei Filopatridi, Lettere di D. a G. C. Amaduzzi, Genovesi, Lettere familiari, Venezia  (ora in Autobiografia e lettere, a cura di G. Savarese, Milano). Molti riferimenti al D. sono nelle Novelle letterarie di Firenze, dove furono pubblicati anche numerosi suoi articoli, per lo più anonimi; le sue lettere al Lami ci hanno consentito d'identificarne molti. Sul D. si veda: G. Ravizza, Notizie biografiche che riguardano gli uomini illustri della città di Chieti, Napoli, Justi, Winckelmann und seine Zeitgenossen, II, Leipzig; E. Appolis, Le "tiers parti" catholique au XVIIIe siècle, Paris, Berselli Ambri, L'opera di Montesquieu nel Settecento italiano, Firenze, Illuministi italiani, V, a cura di F. Venturi, Milano-Napoli, Venturi, Settecento riformatore, Torino Utopia e riforma nell'Illuminismo, Torino, Masetti Zannini, La storia del nostro baronaggio, in Rivista araldica; Id., Chieti e l'Abruzzo nella seconda metà del Settecento, in Atti del III Convegno sui viaggiatori europei negli Abruzzi e Molise, a cura di G. De Lucia, Teramo pubblica anche alcune lettere del D; U. Russo, Nel museo di R. D., in Riv. abruzzese, Masetti Zannini, Voltaire e Rousseau nel carteggio R. D.-Jano Planco, in Misura, Russo, Figure e aspetti della vita culturale a Chieti nell'età illuministica, in Abruzzo, Bernardi, Morelly e Dom Deschamps, Firenze 1979, passim (riporta ampi brani di lettere del D.); F. Montefusco, La cultura illuministica in Abruzzo: la figura di R. D., in Incontri meridionali, Parodi, Quattro secoli di Crusca, Firenze; A. Genovesi, Scritti economici, a cura di M. L. Perna, Napoli ad Ind.; U. Russo, L'accesso a Rousseau del "genovesiano" R. D., in Itinerari. Riv. bim. di storia e lett., Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani Studia a Napoli nel collegio dei nobili, gestito dalla compagnia di Gesù. È proprio questa esperienza che lo porta a concepire la sua profonda ostilità verso i gesuiti, che è uno dei tratti caratteristici della sua filosofia. La cura dei beni ereditati dal padre, di cui era l'unico figlio maschio, lo portano a dover compromettere le sue aspirazioni letterarie. Ma la filosofia rimase sempre la sua prima passione e per superare l'isolamento culturale che gli venne imposto dal dover vivere a Chieti, comincia a costituire la sua biblioteca. Questa cresce in misura esponenziale di anno in anno, divenendo così una delle migliori biblioteche del regno. Il suo intento e di mettere la stessa a disposizione di Chieti per la sua crescita culturale. Sfortunatamente il suo desiderio è reso vano dall'incuria di chi gestì la stessa dopo la sua morte. Cospicue parti della biblioteca sono stati individuate in tutta Italia: nelle biblioteche di Pescara, Chieti, Napoli, etc. Aggiornatissimo sui dibattiti filosofici e commentarista di Montesquieu, Rousseau, Voltaire, e di altr’illuministi. Di questa partecipazione all’illuminismo  è testimonianza un copioso scambio di lettere con GENOVESI, BATTARRA, LAMI, BIANCHI, e TORRES. Questo carteggio è un documento prezioso per delineare l’illuminismo. Lascia anche alcune testimonianze della sua filosofia anche in due dialoghi di fra' Cipolla e la nanna. In essi trova largo spazio la sua antipatia per i gesuiti. Tramite la solida amicizia con LAMI, e membro della crusca e uno dei georgofili. L'illuminismo nell'epistolario (Sestante, Bergamo). Nome compiuto: Dei marchesi di Cermignano. Romualdo de Sterlich. Sterlich. Keywords: illuminismo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Sterlich” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Stertinio: la ragione conversazionale del tutore di filosofia – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Portico. Tutore di Damasippo. Nome compiuto: Stertinio. Keywords: Damasippo.

 

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