LUIGI SPERANZA -- "GRICE ITALO: UN DIZIONARIO D'IMPLICATURE" A-Z S SO

 

Luigi Speranza -- Grice e Soave: la prammatica filosofica – filosofia italiana -- Luigi Speranza  (Lugano). Filosofo italiano. Soave. Figlio di Carlo Giuseppe Soave, italiano, e la tedesca Clara Herik. SOAVE Francesco Soave, all'anagrafe Gian Francesco, nacque a Lugano, città della Svizzera italiana che a lungo seguì le sorti della vicina regione Lombardia e in particolare della città di Milano, sotto il cui dominio rimane fino all'occupazione francese e infine svizzera dei primi anni del Cinquecento. Al momento della nascita di S. il comune fa quindi parte della confederazione elvetica, ma la sua configurazione socio-linguistica presentava caratteri fortemente italiani. S. è ben presto avviato agli studi canonici presso il collegio S. Antonio della sua città natale, sotto la guida dei padri somaschi, e dove veste l'abito. Spostatosi a Milano per concludere il suo anno di noviziato, prende i voti nel convento di S. Pietro in Monforte e nello stesso anno si trasfere a Pavia nel collegio di S. Maiolo, dove rimane per i due anni successivi e compì i suoi primi studi di carattere FILOSOFICO. Continua poi con gli studi a Roma presso il collegio Clementino, dove si dedica nuovamente alle teologia e affinò le sue conoscenze nelle lingue classiche, oltre che nelle lingue moderne romanze e non (l'inglese, il tedesco, il francese e presumibilmente anche lo spagnolo). Lascia Roma e, dopo un periodo a Milano, si stanzia a Parma dove lo aspetta VENINI, suo amico e confratello, direttore, su nomina del ministro Tillot, del collegio della Reale Paggeria, dove S diviene docente di lettere. Successivamente S., a causa della chiusura del collegio e sempre sotto la protezione di Tillot, insegna poesia a Parma, ruolo per il quale compose un'antologia latina e una grammatica della lingua italiana. Il testo e le teorie linguistiche annesse richiamano la dottrina sensista di Condillac e dello stesso VENINI (si veda). S. s’interessa ben presto dei problemi relativi al linguaggio, ispirandosi alle riflessioni di altri studiosi, per lo più stranieri, come Leibniz, Descartes, Wilkins, Kircher, Dalgarno, Locke, e nei confronti dei quali poco ha d’invidiare in fatto di riconoscimenti. Partecipa a un concorso che vaglia le teorie sull'origine del linguaggio bandito dall'Accademia delle scienze di Berlino, fondata da Leibniz stesso, dove raggiunse il secondo posto, preceduto solamente dal lavoro di Herder. Il saggio che gli valge il podio si intitola “Ricerche intorno all'istituzione naturale di una società e di una lingua e all'influenza dell'una e dell'altra sulle umane cognizioni,” ed è rivisto, tradotto in italiano e pubblicato a Milano nell'opera miscellanea Istituzioni di logica, metafisica ed etica. È da sempre affascinato dalle teorie di Locke, di cui cura la traduzione in italiano del compendio di Wynne dei libri II, III, e IV, relativi rispettivamente ai suoi ragionamenti intorno alle idee – the way of ideas --, alle PAROLE – the way of words – title of Grice’s collection -- e alla conoscenza dell'allora già celebre Saggio sull'intelletto umano. Empirista, grammatico, traduttore e, assieme a CESAROTTI (si veda), maggior esponente del sensismo italiano, S. frequenta gl’ambienti più prestigiosi del suo tempo. CESAROTTI (si veda) nacque a Padova e ivi muore. È abate e professore di retorica e belle lettere nella sua città natale, prima di trasferirsi a Venezia come precettore della famiglia Grimani, dove conosce, tra gli altri, Goldoni. Traduttore di Voltaire, è nominato professore di lingua greca ed ebraica a Padova. Traduce opere dal latino e dalle lingue moderne, divenne teorico dell'estetica e della lingua come dimostra il Saggio sopra la lingua italiana, stampato in edizione definitiva col titolo di Saggio sulla filosofia delle lingue applicato alla lingua italiana. Nel saggio, che si appoggia alle idee sensiste di Brosses e Condilllac, lo studioso condivide le sue teorie circa l'origine della parola e delle parole - teorie del tutto simili a quelle di Soave- e, dopo aver spiegato, secondo idee anche piuttosto moderne, che non ha senso considerare alcune lingue migliori di altre, parla dei rapporti arbitrari che sussistono tra le parole (i suoni) e le idee che esprimono, e delle incomprensioni che questi possono comportare: «Il rapporto tra I...] il vocabolo e '1 corpo visibile è vago, confuso, moltiplice, avendo un corpo molti e molti aspetti per cui può appartenere ad un altro, né potendo chi ascolta aver mezzo di conoscere in che si faccia consistere cotesta relazione» [CESAROTTI (si veda), Saggio sulla filosofia delle lingue, Padova, Brandolese]. Nel corso del suo saggio affronta i più comuni problemi di retorica e scrittura, analizzando le varie parti del discorso, lodando o rimproverando i vari usi, ma rimanendo comunque conscio del fatto che la lingua muta continuamente e che «Le cause morali e politiche colla loro lenta influenza portano un'alterazione nel sistema intellettuale del secolo, e ne configurano il genio, la scelta linguistica. In questo senso egli costruisce una sorta di grammatica universale, una grammatica che deve tendere all'etimologia e deve essere libera da tutti gli elementi che possono creare ambiguità.fu maestro personale del nipote del governatore austriaco di Milano, Carlo Gottardo di Firmian, lo stesso che gli affidò la cattedra di filosofia morale e poi di logica e metafisica presso il liceo di Brera. Trovandosi nuovamente a Lugano, insegna lì dove i suoi studi erano cominciati, al collegio S. Antonio, e dove ebbe come alunno MANZONI (si vda) – si veda: TRABALZA (si veda). Ancora si trasfere a Napoli su invito del principe di Angri Marcantonio Doria che lo volle come precettore del figlio. Viene richiamato a Milano per dirigere le scuole cittadine. Ènominato, da Napoleone Bonaparte in persona, membro dell'Istituto nazionale, ente nato per conservare e riunire le nuove scoperte dell'arte e delle scienze. Fu autore della Grammatica ragionata della lingua italiana che, assieme alla Grammatica di CORTICELLI (si veda), si situa tra le grammatiche più importanti. CORTICELLI nasce a Piacenza e muore vicino Bologna. Prete, filosofo, teologo, studioso della lingua e membro dell'Accademia della CRUSCA (“I don’t give a hoot what the dictionary says” – Grice), tratta ampiamente della lingua toscana nella grammatica Regole ed osservazioni della lingua toscana ridotte a metodo e nello scritto dal sapore boccaccesco intitolato Della toscana eloquenza discorsi cento detti in dieci giornate da dieci nobili giovani in una villereccia adunanza. Nei suoi ultimi anni si dedica alla critica della dottrina fenomenica kantiana, che si situa su posizioni opposte rispetto al suo empirismo moderato, e delle idee di altri filosofi come Darwin e Tracy, pur sempre empiristi, ma evidentemente volti all'aspetto materialistico di quelle teorie. S. si spense infine di un male improvviso a Pavia. Le informazioni biografiche qui riportate si trovano nella pagina relativa a S. alla Treccani, Dizionario-Biografico dell’ENCICLOPEDIA, cur. Micheli. Gli Opuscoli Metafisici come summa: Locke, Herder, Condillac e il linguaggio. Nella ricerca italiana di una lingua internazionale e, prima ancora, di una lingua "perfetta", trova un posto di riguardo la figura di S., per il suo interessante contributo e la sua vivace curiosità verso questi argomenti. Nei suoi Opuscoli metafisici. Istituzioni di logica, metafisica ed etica troviamo i due saggi, “Ricerche intorno all'istituzione naturale di una società e di una lingua e all'influenza dell'una e dell'altra sulle umane cognizioni” e “Riflessioni intorno all'istituzione d'una lingua universale,” in cui S. riflette sul linguaggio, sulle sue origini, sulla perfezione di una lingua. Il carattere evidentemente FILOSOFICO di questi trattati deve spiegarsi in relazione agli studi coevi d’altri filosofi e del dibattito linguistico tanto attivo in quell'epoca. La linguistica risiede ancora tra le attività della RIFLESSIONE FILOSOFICA – l’opinioni di Grice --, non potendosi avvalere di un metodo e di una trattazione scientifica e rigorosa. L'interesse di S. per la materia deve sicuramente avere tre radici ben distinte: da un lato la sua ampia conoscenza delle lingue moderne e delle lingue antiche, nonché la sua attività di traduttore, devono aver creato la base per le prime elucubrazioni sui disagi che le differenze linguistiche portano nel campo della comunicazione scritta e orale internazionale; in secondo luogo gli studi filosofici sull'empirismo e i suoi propugnatori devono aver sollecitato le riflessioni sull'origine del linguaggio e, di riflesso, sulle caratteristiche che una lingua perfetta - o naturale - dovrebbe avere e il cui risultato è la teorizzazione di come dovrebbe apparire un'ipotetica lingua artificiale ad uso internazionale; in ultimo, la sua professione di professore, nonché la pubblicazione di opuscoli e grammatiche per l'assimilazione della lingua italiana, devono aver allenato la sua capacità di spiegare le intricate forme di una lingua e svolto una qualche influenza sulla volontà di rendere più semplice l'apprendimento.La filosofia di S. si fa sostenitrice della teoria sensista, come dimostrano le parole di apertura del secondo capitolo delle Ricerche che recitano «Che le umane cognizioni come da prima sorgente derivino dalle sensazioni, ella è cosa già troppo manifesta. S., «Ricerche intorno all'istituzione naturale di una società e di una lingua e all'influenza dell'una e dell'altra sulle umane cognizioni», in Istituzioni di logica, metafisica ed etica, Venezia, Graziosi. la conoscenza deriva allora per S. dall'esperienza che l'uomo fa del mondo, e in particolare dalle sensazioni che questa esperienza provoca in esso. Poiché non sarà allora conoscibile qualcosa che non siasperimentabile, egli rigetta la teoria innatista, che vuole che vi siano nella coscienza umana delle idee o dei principi ingeniti, così come qualche anno prima aveva fatto anche Locke nel suo Saggio sull'intelletto umano, dove, parlando delle idee e da dove esse derivino, così dichiara: Supponiamo dunque che lo spirito sia per così dire un foglio bianco, privo di ogni carattere, senza alcuna idea. In che modo verrà ad esserne fornito? Da dove proviene quel vasto deposito che la fantasia industriosa e illimitata dell'uomo vi ha tracciato con una varietà quasi infinita? Da dove si procura tutto il materiale della ragione e della conoscenza? Rispondo con una sola parola: dall'ESPERIENZA. Su di essa tutta la nostra conoscenza si fonda e in ultimo deriva. LOCKE, Saggio sull'intelletto umano, a cura di Abbagnano, Abbagnano, Milano, RBA Italia S.r.l., 2017 («I grandi filosofi RBA»), e come sostenne anche Herder circa un secolo più tardi nel Saggio sull'origine del linguaggio del 1772: Se proprio vogliamo chiamare linguaggio questi accenti immediati della sensazione, a me pare, dunque, che l'origine di esso sia affatto naturale. Non soltanto essa non è sovrumana, ma è innegabilmente animale, in quanto legge naturale di una macchina sensitiva. HERDER, Saggio sull'origine del linguaggio, cur. Amicone, Milano, RBA Italia («I grandi filosofi RBA»). Le idee di S. offrono un evidente e continuo richiamo alle teorie di questi studiosi, sebbene le espressioni con cui egli si riferisce agli stessi concetti siano a volte differenti: succede allora che le sensazioni di Locke e Herder, ovvero l'azione primariamente inconscia attraverso la quale l'animo - termine che valga qui come sinonimo di coscienza o ragione - riconosce le cose esterne e, in ultimo, le idee stesse delle cose, vengano chiamate percezioni, e l'atto riflessivo, cioè l'atto che permette di determinare e individuare le singole idee e di comporle fra loro a creare idee più complesse, modificazione. Il linguaggio per Soave è una diretta derivazione di questa facoltà umana di disporre della ragione: esso si sviluppa fin dal primo pensiero, che si ha in occasione della propria nascita. Ecco che la facoltà di linguaggio, e la sua stessa struttura e grammatica cominciano a costruirsi nel momento stesso in cui si viene al mondo, ed è condizione fondamentale e costituente dell'essere uomo: la ragione determina l'essenza umana al suointerno, il linguaggio al suo esterno. Ogni esperienza a cui l'individuo partecipa determina la formazione di nuove idee o amplia o combina quelle esistenti, in un processo che non può dirsi finito fino alla sua stessa morte, e la presenza di queste idee suscettibili di ragione scatena parimenti il mutare e l'ampliarsi del sistema di linguaggio che a esse è riferito. Secondo questo principio, il linguaggio, che è espressione esterna dell'idea interna, «si evolve secondo lo sviluppo della mente».RAFFELE SIMONE, «Seicento e Settecento», in Storia della linguistica, II, a cura di Giulio C. Lepschy, Bologna, Il Mulino, 1990, p. 361. Si consideri anche che «l'idea che le lingue determinino, almeno fino a un certo punto, il carattere nazionale e il modo di pensare dei parlanti, è estremamente diffusa nel diciottesimo secolo e risale anche più indietro. Solo per citare alcuni nomi, idee simili si trovano in Francia con Condillac, Diderot, ecc.; in Italia in parte con Vico e certamente con Cesare Beccaria e Cesarotti» [MORPURGO DAVIES, «La linguistica dell'Ottocento», in Storia della linguistica, cur. di Lepschy, Bologna, Il mulino]. Non è quindi improbabile e, anzi, è del tutto possibile che Soave fosse entrato in contatto anche con le teorie secondo le quali la percezione della realtà è in qualche modo condizionata dal linguaggio. E in ultima si può immaginare che egli concepisse la realtà e il linguaggio come due entità che a vicenda possono condizionarsi. La riflessione poi deve essere anch'essa intrinseca: se l'uomo percepisce fin dal primo istante e ne è in qualche misura conscio, egli deve essere in grado di riconoscere tale operazione, e ciò è possibile solamente tramite la riflessione: così Locke intende quando afferma che «La percezione è la prima idea semplice della riflessione» ° Quest'ultima, coadiuvata dalle operazioni di memoria, che consentono di ripescare idee precedentemente conosciute, è l'aspetto che permette all'intelletto di creare nuove ipotesi e teorie, ovvero in ultimo ciò che permette la scoperta.Proprio l'abbandono di questo secondo requisito fondamentale della conoscenza Soave rimprovera a Condillac: abate francese di qualche anno più anziano, fu il maggiore esponente del sensismo, grazie soprattutto al suo Saggio sull'origine delle conoscenze umane. Tuttavia nella sua ultima opera, il Trattato delle sensazioni, Condillac abbandona la distinzione tra l'esperienza e la riflessione e riconosce nella sola sensazione il principio che sviluppa tutte le facoltà umane, di fatto subordinando ad essa ogni altra azione.'' Étienne Bonnot, abate di Condillac, nacque a Grenoble e muore a Beaugency. Vive a lungo a Parigi, dove entrò in contatto con gli ambienti filosofici illuministici. Il suo Saggio è considerato la più coerente e compiuta formulazione della gnoseologia dell'Illuminismo francese. Nelle Ricerche Soave distingue due tipi distinti di memoria, la memoria dei segni e quella delle idee, la prima delle quali di molto più estesa rispetto alla seconda poiché, asserisce, «è assai più agevole il richiamare i segni delle idee, che non l'idee medesime, specialmente ove trattisi d'idee astratte»: nel caso in cui quindi vi fossero due ragazzi selvaggi che incontrandosi dovessero tentare di comunicare, per loro sarebbe difficile se nonimpossibile ricorrere alla memoria dei gesti, non condividendoli affatto. I secoli successivi vedeno un proliferare degli studi antropologici e linguistici eseguiti non di rado anche su popolazioni lontane dall'Occidente: la scoperta dell'America, l'intensificarsi dell'esplorazione e della colonizzazione dei territori dell'Africa e dell'Asia offrirono agli studiosi notevole materiale di studio. Complicato risulterebbe allora anche affidarsi alla facoltà di riflessione, giacché in mancanza di memoria «le congiunzioni d'idee si faranno in loro quasi tutte fortuitamente»$ il linguaggio, inteso dapprima come sistema di segni - con riferimento sicuro al segno gestuale, ma non si esclude un'allusione forse al segno linguisticamente inteso - appare allora elemento costituente della capacità non solo comunicativa, ma anche di riflessione e di memoria.Il fatto che tra due potenziali interlocutori sia impedita (dalla barriera dell'ignoranza) la condivisione del sistema di segni, preclude qualsiasi tipo di scambio comunicativo e quindi di arricchimento conoscitivo. Ciò, per S., non significa che dalle parole derivi la conoscenza delle cose e a questo proposito egli dubita dell'asserzione di Rousseau secondo il quale «le idee generali I..] non si possono nell'animo introdurre, che col soccorso delle parole, e l'intelletto non le apprende, che per via di proposizioni». S. sostiene piuttosto che le qualità intrinseche alle parole ne permettano la conoscenza e che le stesse, assieme alle proposizioni, permettano di esternare questa conoscenza interna. Certo è che la discussione è permessa solamente se il sistema delle parole è condiviso, altrimenti a ciascuno rimarrebbe oscuro il significato associato alla determinata realizzazione fonica. E cioè, in fondo, parlando lingue difterenti è permessa si la conoscenza del mondo esterno, ma non lo scambio comunicativo. Glice Ceresiano e la lingua internazionale in caratteri mistz Dalle precedenti riflessioni filosofiche deve essere derivato il bisogno di indagare sulla diversità linguistica dei popoli e sulla possibilità o meno dell'adozione di una lingua universalmente utilizzata, quantomeno per le conoscenze scientifiche. Così S. pubblica il saggio in esame, le Riflessioni intorno all'istituzione d'una lingua universale. Dato alle stampe con lo pseudonimo di Glice Ceresiano Nome che S. utilizza anche in occasione della pubblicazione di un opuscolo contro la Rivoluzione francese e intitolato Vera idea della rivoluzione di Francia, lettera di Glice Ceresiano ad un amico. e dedicato a un certo Clottofilo Euganeo, forse da identificarsicon il linguista padovano CESAROTTI (si veda), costituisce il primo esempio e il più interessante tentativo di ideazione di una lingua internazionale in Italia. L'epiteto 'ceresiano' deriva con ogni probabilità dal secondo nome del lago di Lugano, ovvero il lago Ceresio, dalla leggenda che vede coinvolto il signore del lago, Céreso, e un pesce senza nome. Glice puo valere come nome parlante e significare allora 'dolce', dal greco yukús, ma il riferimento è più incerto. In 'Clottofilo', probabile errore di stampa per Glottofilo, è facilmente riconoscibile un amante della lingua, o del linguaggio, e 'Euganeo' esprime il luogo di provenienza del destinatario così come è per l'autore in 'Ceresiano'. Il trattato si apre con le considerazioni circa l'innegabile utilità che una lingua universale avrebbe nello scacchiere internazionale. Soave argomenta in favore di tale utilità in maniera piuttosto breve, perché ritiene che la praticità di una lingua universale sia immediatamente comprensibile e, come tale, inconfutabile: Una lingua, che intesa fosse da tutte le nazioni, e che riparasse così al disagio della babelica confusione, e chi non vede di qual vantaggio sarebbe? Alla propagazione soprattutto, e all'accrescimento delle scienze sembra ella a' nostri giorni divenuta omai necessaria; perciocché le opere interessanti, che nelle lingue latina, italiana, gallica, Inglese, Tedesca, ec. si van tuttodì pubblicando, o in buona parte riescon nulle per noi, o ci costringono a consumare con lungo tedio quel tempo, e quell'industria nello studio delle parole, che nello studio delle cose più utilmente sarebbesi impiegato. S., Riflessioni intorno all'istituzione d'una lingua universale», in Istituzioni di logica, metafisica ed etica, Pisa, presso Nistri. S. individua due metodi attraverso i quali è possibile raggiungere l'utilizzo di una lingua internazionale. Il primo, e più complicato, prende come base una lingua gia esistente. Il secondo, per certi aspetti più semplice, compone ex novo un sistema che prende dalle varie lingue le soluzioni più ingegnose e, a suo dire, facilmente praticabili. Muovere da un sistema linguistico già esistente presenta degli inconveniente legati alla successiva supremazia che sarebbe riservata alla nazione dalla quale verrebbe scelta la lingua d'utilizzo. Ogni paese avrebbe interesse che la sua fosse la lingua imposta alle altre poiché ciò dimostrerebbe la sua superiorità, dapprima in ambito comunicativo, e poi in tutti gli altri. Possedere il dominio linguistico significherebbe in un certo senso possedere anche quello sociale e poi economico, a discapito di tutte le altre lingue - e nazioni - escluse. Per questo motivo ogni nazione pretenderebbe di essere la prescelta e un congresso di tutte sarebbe forse l'unico mododi prendere in considerazione tutti i candidati. Ma anche allora il problema non sarebbe di certo risolto. La lingua è parte fondante dell'identità nazionale, tanto che qualora si procedesse con una riunione di tal guisa «ogni verbo, ogni nome, ogni menoma particella vi desterebbe liti infinite, nelle quali volendo ognuno esser giudice, mai non avreste decisione. Senzaché, quando pure si componessero gli animi, dalla misura di tanti varj idiomi qual risultato ne avreste voi? Una lingua a mosaico, un vestito da Zanni, una Babelle peggior dell'antica» 58Egli quindi scarta anche l'idea di comporre la lingua secondo una commistione di quelle esistenti, ovvero di creare una lingua composita a posteriori. E non accetta nemmeno la possibilità di creare una lingua con vocaboli tutti di nuova fattura poiché, spiega, pochi sarebbero pronti ad accettarla e a mettere da parte l'amor proprio in virtù di un bene maggiore. Neanche l'istituzione di una lingua del tutto simbolica, come quelle numeriche o le pasigrafie, sarebbe soddisfacente, visto che la sua lettura risulterebbe particolarmente complicata. E ancora, per ovviare al problema dell'imprecisione semantica delle parole, nemmeno la tentazione di esprimere ogni idea con caratteri a sé stanti risulterebbe praticabile, vista l'incapacità dei più a imparare una tale mole di simboli legati all'infinità di concetti e oggetti potenzialmente esprimibili.Nonostante si dimostri sempre scettico sulla reale applicabilità internazionale di una lingua inventata e consideri più concretizzabile il semplice mantenimento dell'uso della lingua latina tra i dotti, S. non si esenta dal tentare di creare un linguaggio universale e passa quindi all'esposizione del suo progetto, definibile di tipo misto, composto d’elementi di lingue preesistenti e d’elementi di pura invenzione, le cui conditiones sine quibus non devono essere la chiarezza espositiva e la facilità di apprendimento e lettura. Per essere tale la lingua ideale deve presentare due caratteristiche fondamentali: ad ogni idea deve corrispondere uno ed un solo segno, in modo da non lasciare spazio ad ambiguità o interpretazioni. La lingua deve essere composta dal minor numero di segni possibile, così da evitare di sovraccaricare la memoria. Prima di analizzare nello specifico la proposta di S. è bene sottolineare che egli lavorò su di un piano prettamente teorico, così come molti altri fecero a quel tempo: con il suo trattato non consegna ai posteri un nuovo codice pronto all'uso, ma si limita ad esporre le caratteristiche che questo dove avere, evitando di fornire esempi concreti. I caratteri che egli propone per esprimere le cose fisiche non sono alfabetici, ma quanto più imitativi. Per indicare il sole, ad esempio, S. propone che si utilizzi un simbolo che lo richiami il più possibile, e così deve essere anche per i caratteri che designano il fiore, la luna, l'uomo, ecc. Per quanto riguarda invece tutti gli altri nomi egli si avvale del sistema alfabetico latino inteso nelle sue forme tonde, maiuscole e minuscole, corsive, e composto anche delle sue «lettere molteplici» come 's' e 's' (da intendere come [s] e [z]), ¡' e 'j, 'u' e 'v', i nessi di geminate, i nessi composti, le abbreviazioni, le abbreviazioni in corsivo, in maiuscolo, ecc. e così giudica a sua disposizione un parterre di lettere che supera il centinaio. Non contento, assume che il numero di questi simboli possa duplicare, triplicare, e ancora di più se si usassero dimensioni differenti (es. a a a 2). Come ultima ratio, se nemmeno un inventario segnico così formato dovesse bastare, Soave propone di ricorrere agli alfabeti greco, ebraico, arabo e agli altri. Il tutto può essere ulteriormente ampliato grazie all'uso dei segni diacritici come l'apostrofo, i vari accenti, il punto, le linee, le virgolette, dei numeri in esponente e insomma tutti quei simboli e segni che potevano facilmente trovarsi in una stamperia dell'epoca. Sulla disposizione di questi caratteri egli dispone solamente che ogni segno che specifichi il carattere a cui si accompagna sia a questo vicino - ma ben riconoscibile, a mo' delle lingue tipologicamente agglutinanti -, e così sia anche nel caso di parole formate da più caratteri insieme; per il resto, ogni carattere deve essere separato dagli altri. Si veda ora nello specifico com'egli intende questi caratteri. I pronomi e nomi personali identificati dai nuovi caratteri, di cui non fornisce la grafia, significherebbero 'io', 'tu', 'sé', 'egli', 'questo', 'codesto', 'quello', ', 'il medesimo', 'che', 'il quale'. La scelta successiva è quella di non creare altri caratteri ex novo per indicare il femminile, il maschile plurale e il femminile plurale; preferisce piuttosto inserire nel sistema linguistico dei segni diacritici (un apostrofo, una tilde, non viene specificato) che li distinguano dai corrispettivi maschili singolari - segni la cui applicazione è estesa anche alle altri parti del discorso - a guisa di morfemi grammaticali. In aggiunta asserisce che il pronome 'egli' è in fondo superfluo visto che sua la funzione può essere compresa in 'quello' e 'il medesimo'. Infine, 'questo', 'codesto', 'quello' e 'medesimo' possono ricoprire ugualmente la funzione di aggettivi, per cui non è necessario avere caratteri differenti per questi.Le preposizioni e le congiunzioni Per quanto riguarda le preposizioni Soave riconosce che basterebbero ben pochi caratteri per sostituirle giacché sono poche - 'di"', 'a', 'da', 'per', 'con', 'senza', 'sopra', 'sotto', 'tra', 'verso' e 'contro' -, brevi nella realizzazione ed esprimenti idee o relazioni semplici. I caratteri delle congiunzioni esprimono i significati di 'e', 'né', 'ma', 'anzi, 'perché', 'perciò', 'siccome', 'così', 'benché', 'pure'. Le interiezioni Soave propone la riduzione delle interiezioni a soli sei segni, che esprimano i sentimenti di dolore, allegrezza, desiderio, supplica, minaccia e timore.Gli avverbi L'avverbio di affermazione 'sì' e quello di negazione 'no' sarebbero esprimibili ugualmente con due caratteri - ipoteticamente brevi, vista la frequenza d'utilizzo - che indicassero l'affermazione e la negazione. Il carattere esprimente l'avverbio 'no' vale anche per le frasi negative il cui senso sarebbe introdotto da 'non'. L'autore tace sulla possibile posizione di questi avverbi, per cui non sappiamo se essi siano da anteporre o posporre alle particelle del discorso che accompagnano. Ai significati degli avverbi di luogo 'qua', 'là', 'costà', 'su', 'giù' suppliscono rispettivamente: per i primi tre i caratteri che hanno significato di 'questo', 'codesto' e 'quello' assieme al segno avverbiale; per gli ultimi due quelli delle preposizioni 'sopra' e 'sotto'. Gl’avverbi di quantità significanti 'molto', 'poco', 'quasi', 'abbastanza' sono indicati con il segno diacritico avverbiale in aggiunta ai caratteri esprimenti i significati aggettivali di 'molto', 'poco', 'vicino' e 'bastante'. Allo stesso modo sono trattati gli avverbi di qualità 'bene' e 'male'.I verbi Soave sceglie di semplificare la grammatica della sua lingua universale (almeno rispetto a quella italiana o latina) facendo confluire la pluralità di tempi verbali a lui conosciuti in sole tre unità esprimenti l'idea di passato, presente e futuro. Con l'aggiunta di altri due segni diacritici costanti ai caratteri verbali principali è poi possibile dar loro delle sfumature di significato differente, identificando così «i passati di poco o di molto, e i futuri prossimi o rimoti. Per quanto riguarda i verbi che derivano da sostantivi, è necessario indicarli con il carattere del nome da cui derivano assieme al segno che ne indichi la natura di verbo. S. sceglie di creare tre segni distinti: un segno per i verbi transitivi attivi; un segno per i verbi transitivi passivi; un segno per i verbi intransitivi o neutri;assieme ai quali esso indicherà l'infinito del verbo. Per indicare le diverse persone, tempi e modi sono necessari altri segni: per indicare le persone basta premettere i caratteri che indicano i pronomi o i nomi personali; per indicare i tempi sono necessari gli stessi caratteri che indicano gli avverbi di tempo; il modo, se non fosse già intuibile dal contesto, varia da caso a caso: il condizionale sarà dato assieme all'interiezione di desiderio; l'imperativo con il proprio segno distintivo; il congiuntivo nuovamente con un altro segno distintivo; il participio ha un suo segno distintivo e deve esservene uno per ogni tempo, alla maniera dei greci; a ciascun participio è accostato allora un carattere degli avverbi di tempo; l'indicativo sarà riconoscibile perché mancante di questi segni aggiuntivi, ma pur sempre accompagnato dal numero e dal genere della persona. Non è necessario inventare dei segni particolari per il gerundio e il supino in quanto essi possono essere sostituiti: dalla costruzione di [preposizione + infinito] al modo dei latini o dei greci, così come il lat. IN AMANDO (it. 'nell'amare') o AD AMANDUM, it. 'ad amare'; dai participi, come il lat. AMANS, it. 'amando. Per una comprensione più rapida si propone una tabella riassuntiva. Ciascun tempo verbale e le sue peculiari caratteristiche vanno immaginate accompagnate dal carattere esprimente il significato del sostantivo da cui il verbo deriva. I te mpi verbali sono ordinati in ordine crescente di segni diacritici o caratteri da cui sono composti. «NATURA» (transitivo attivo/passivo - intransitivo) ALTRI SEGNI O CARATTERI (caratteri degli avverbi di tempo/segni delle interiezioni) NUMERO E GENERE (carattere dei pronomi o dei pronomi personali con relativi segni aggiuntivi) MODO INFINITO INDICATIVO IMPERATIVO PARTICIPIO CONGIUNTIVO CONDIZIONALE Gli articoli Per S. è sufficiente solamente un unico articolo che sia in grado di esprimere il maggior grado di determinatezza qualora accompagni un nome. Di nuovo, esso è un semplice segno diacritico.I nomi Una volta esposte le regole che soggiacciono alla formazione delle parti del discorso per così dire "mobili". "mobili", cioè che fungono da collegamento tra i nomi e ne esprimono i movimenti, le azioni e le relazioni, S. passa alla trattazione della parte del discorso che esprime la cosa in sé e che necessita del maggior numero di caratteri come gli oggetti, i pensieri, i sentimenti, le cose del mondo sensibile, ecc.I significati dei nomi generali sono suddivisi in una prima macrocategoria di classi (di cui non è dato l'elenco completo, ma che l'autore esemplifica in 'animale', 'vegetale', 'minerale') espressa da un carattere ciascuno; successivamente ogni classe presenta al suo interno la specificazione dell'essere particolare (come 'gatto', 'quercia', 'marmo'), anch'essa espressa tramite dei caratteri particolari. I due caratteri vanno allora composti, ad ottenere un duo di grafi che significhi qualcosa di simile a 'animale-gatto' e così che, qualora non si conoscesse il significato dell'essere particolare, ma si conoscesse quello della classe di appartenenza, sarebbe facilmente accessibile - anche deducendolo dal contesto - il significato finale dei due caratteri composti, e viceversa.Per quanto riguarda i nomi propri non è necessario, poiché inutilmente difficile e dispendioso, inventare nuovi caratteri, ma basterà anteporre il carattere esprimente 'individuo' ai caratteri distesi del nome per intero. Supponendo per esempio che il segno per indicare l'essere umano sia un apostrofo anteposto al nome del soggetto, il risultato sarebbe qualcosa del tipo «'Giovanni».Questo tipo di procedura Soave sceglie di mantenerlo anche per tutte quelle classi di nomi che necessitano di essere specifici, come i nomi di botanica, medicina, fisica, anatomia, metafisica, cioè tutti quei nomi la cui abbreviazione comporterebbe, più che una facilitazione, una ulteriore ambiguità. Come suggerisce l'autore infatti, se in un trattato di geografia si scegliesse infatti di utilizzare ad esempio l'abbreviazione «'Ro», chi potrebbe dire se si tratti di Roma e non di Rouen?La possibilità di scrivere per esteso questi nomi affinché vengano compresi in ogni paese, sostiene Soave, è data dal fatto che essi sono nomi universalmente condivisi e conosciuti. Qui però è facile individuare un punto debole di questo sistema di scrittura, poiché è evidente che l'ultimaattermazione non può dirsi veritiera nemmeno per la sola Europa: per fare un esempio piuttosto semplice, il nome della Germania è conosciuto nei vari paesi come Germany, Allemagne, Deutschland, Tyskland, Niemcy, ecc., ed è certo che chiunque - in questo caso italiani e inglesi esclusi - non abbia una certa qual conoscenza delle altre lingue sarebbe spaesato alla lettura di «Germania» nel proprio libro di testo, così come se un italiano che ignora le lingue slave si trovasse di fronte a «'Niemcy». I problemi, ovviamente, si moltiplicherebbero per quanti hanno sistemi di scrittura differenti da quello latino. Per ovviare al problema Soave propone però di redigere un vocabolario che riporti l'insieme di questi nomi propri.Per quanto riguarda i nomi comuni che non appartengono a nomenclature scientifiche, Soave suggerisce di introdurre due segni che indichino 'opposizione' e 'negazione': così ad esempio il concetto di 'tenebre' potrebbe esprimersi attraverso il carattere della 'luce' opportunamente accompagnato dal segno diacritico o dal carattere che ne esprime la negazione, e l'"odio' potrebbe essere indicato dal carattere dell'amore' accompagnato da quello di 'opposto'.Lo sguardo attento dello studioso è alla ricerca, come già detto inizialmente, dell'esattezza linguistica e della non ambiguità tra i significati che le parole (o i caratteri) veicolano. Se questi accorgimenti non sono possibili in una lingua storico-naturale per sua stessa costituzione, essi lo sono in una lingua inventata a tavolino e, per questo motivo, egli prende delle ulteriori decisioni in merito, predisponendo: l'abolizione dei perfetti sinonimi - sebbene nelle varie lingue essi siano pressoché rari, se non inesistenti, a ben vedere; per termini simili ma non perfetti sinonimi, ovvero tutti quei termini che esprimono delle sfumature diverse di significato ma si riferiscono allo stesso referente/idea/ecc., l'indicazione con lo stesso carattere accompagnato da segni opportuni che esprimano questa differenza di significato.Gli aggettivi Tutti gli aggettivi derivanti da sostantivi sono da indicarsi mediante l'apposizione di segni che ne indichino la funzione sintattica. Il significato di 'terrestre' si otterrebbe con [carattere 'terra' segno 'aggettivo'] e il risultato potrebbe essere qualcosa del tipo «Õ», considerando «*» simbolo aggettivale e «O» il carattere per la terra. Lo studioso rende noto al lettore che vi è anche il caso contrario, ovvero quello in cui il sostantivo deriva dall'aggettivo, ma, prosegue, poiché non in tutte le lingue i processi di derivazione seguono le stesse vie e poiché in una lingua inventata nessun senso ha curarsi dell'origine delle parole, ribadisce che i caratteri di base costituiranno i sostantivi e quelli accompagnati dal segno aggettivale gli aggettivi. Per la formazione dei comparativi è sufficiente anteporre al carattere aggettivale i segni «+» (maggioranza) e «-» (minoranza), del tipo intuitivo «+ [carattere che indica 'alto']» = 'più alto di' o «- (carattere che indica 'alto']» = 'meno alto di'. Allo stesso modo, a discapito forse della chiarezza espositiva, ma guadagnando in semplicità, si compongono anche i superlativi relativi e assoluti. Non sono fornite indicazioni sui comparativi di uguaglianza.Il numero Per esprimere il plurale di nomi, aggettivi, verbi, pronomi è necessaria l'esistenza di un segno apposito; nel caso in cui questo segno non sia scritto allora significa che il carattere in questione esprime valore singolare.I generi La distinzione di genere nei nomi è utile solamente nel caso degli esseri animali e fuor di questi ogni altro carattere è di genere neutro e non deve riportare alcun segno. Il vantaggio è che in questo modo, se un carattere è accompagnato dal simbolo del genere, si potrà dedurre con sicurezza che si tratta di un animale o, in generale, di un essere animato. Gli aggettivi seguiranno la stessa soluzione dei nomi che accompagnano e gli avverbi si accorderanno ai nomi che sostituiscono, secondo il genere e il numero.In via del tutto sperimentale, e in mancanza di esempi concreti nell'elaborato di Soave, si propone una personale realizzazione in lingua inventata di una celebre frase di Orazio, tratta dalle Epistole, che Soave sicuramente conosceva poiché ne curò la traduzione in italiano: Caelum non animum mutant qui trans mare currunto? La frase latina di Quinto Orazio Flacco è tratta dalle Epistulae: 'coloro i quali corrono attraverso il mare, cambiano cielo, non animo'] - e con essa egli ricorda ai suoi lettori che non si sfugge mai a sé stessi.Supponendo di utilizzare dei caratteri imitativi per le parole caelum (lett. it. 'cielo', ma qui vale in senso lato per 'luogo') e mare; un carattere intermedio tra l'imitativo e il puro segno per il pronome qui (vale per soggetto, it. 'coloro i quali'), per i verbi mutant (lett. it. 'mutano', 'cambiano') e currunt (lett. it. 'corrono', ma vale per 'attraversano'); caratteri alfabetici per indicare animum (it. 'animo', qui 'mente', 'pensiero'), risulterebbe allora qualcosa di simile: - ANIMUM F X" 0o "Segni aggiuntivi sono il simbolo dei secondi (che si trova in apice dei caratteri per 'mutant', 'qui', 'currunt') che aggiunge il significato di plurale, e i punti sovrapposti ai caratteri dei verbi, che corrispondono a valore transitivo quando sono doppi (anche in riferimento alla valenza verbale), e a valore intransitivo quando sono singoli.In via teorica la lettura e la composizione di questo tipo di linguaggio paiono facilitate dalla non trascurabile componente intuitiva che la lingua comporta, grazie all'introduzione di caratteri imitativi, lettere già note e segni ricorrenti che ne modulano il significato; ma a ben vedere il risultato finale è più un rebus che un codice che goda delle caratteristiche della semplicità e dell'esattezza. Al netto delle sue stesse conclusioni in campo linguistico, Soave in persona scredita l'idea che si possa realmente introdurre dal nulla una lingua studiata a tavolino e pretendere che questa venga assimilata dalla popolazione. Peraltro - aggiunge Soave -, nel caso fortuito in cui pure si riuscisse a diffondere un tale codice, l'operazione non avrebbe nemmeno senso, perché equivarrebbe ad adoperare una lingua gia esistente e ben rodata.La sua proposta a questo punto restringe il campo d'azione, perché «Lascio la difficoltà di recarla fra i popoli dell'Asia, dell'Africa, e dell'America, a' quali pure per essere universale dovrebbe farsi comune. Qual commercio letterario, direte voi, abbiamo noi coi Tartari, cogli Abissini, e cogli Huroni, onde importare ci debba, che la nostra lingua da loro venga accettata? Or ben, e restringiamoci pur soltanto all'Europa» Una volta ristretto il campo alla sola Europa, Soave sostiene che una lingua internazionale (ma non più inventata a questo punto) sarebbe utile affinché tutte le genti del Vecchio Continente possano intendere le opere letterarie degli altri paesi senza dover ricorrere al sussidio di un traduttore. Ma per far ciò ogni opera fino a quel momento composta ed edita avrebbe dovuto essere riscritta nella lingua universale, e quale paeserinuncerebbe a scrivere nella propria lingua madre? E qualora anche vi si riuscisse, perché spendersi per inventarne una nuova e non utilizzare invece una lingua già esistente? A questo punto pare evidente quindi che per Soave la glossopoiesi ad uso internazionale non può essere accolta, non tanto per le sue caratteristiche intrinseche che, anzi, sono da considerarsi più che valide, ma quanto per l'inapplicabilità reale di tali sistemi linguistici dovuta a problematiche di tipo sociale e di supremazia. Così sul finire delle Riflessioni, e dopo aver descritto ampiamente il suo progetto di lingua, l'autore rivela che l'unica lingua che davvero potrebbe - e dovrebbe - definitivamente assurgere a internazionale è il latino, lingua già condivisa dai dotti, ma, in fondo, senza nazione. Soave. Keywords: semantica filosofica. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Soave”. Soave.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Solari: la ragione conversazionale dell’iustum/iussum, o il tutore fascista – la scuola d’Albino -- filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Albino), Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Albino, Bergamo, Lombardia. Frequenta il collegio S. Francesco di Lodi retto dai Barnabiti per poi proseguire gli studi a Messina, da dove poi si trasfere presso Torino. Si forma nel laboratorio di economia politica di MARTIIS, per poi scegliere la filosofia del diritto sotto la guida di CARLE. Anche membro di una tra le istituzioni culturali più prestigiose a livello nazionale: i lincei. Autore di un idealismo sociale e studioso di PAGANO, esponente della scuola di filosofia del diritto di Torino, dove tenne questa cattedra quando succede a CARLE all’anno in cui è sostituito da BOBBIO. Ha tra i suoi allievi lo stesso BOBBIO, TREVES, SCARPELLI, GOBETTI, ENTRÈVES, PAREYSON, FIRPO, COLLI, LEONI, EINAUDI, e GORETTI. Si dedica esclusivamente all'insegnamento universitario, rifiutando qualsiasi incarico pubblico -- non diventa nemmeno preside della sua facoltà --; le cattedre da lui ricoperte sono state nelle Messina, Cagliari e Torino. Presta il giuramento di fedeltà al FASCISMO. Saggi: Il diritto naturale nelle dottrine etico-giuridiche, Torino, Bocca; “L'idea individuale e l'idea sociale nel diritto privato”; “Lezioni di filosofia del diritto” (A.T.U., Torino); “Filosofia del diritto privato”; “Lezioni di filosofia del diritto”; “Studi storici della filosofia del diritto” (Giappichelli, Torino). Fiori, Il professorie che dice "NO" al duce, in La Repubblica, Lezioni di filosofia del diritto; Carle e Solari, raccolte da Bruno” (A.T.U., Torino); “Studi storici di filosofia del diritto” (Giappichelli, Torino); “Nella cultura” (Angeli, Milano); Contu, “Questione sarda e filosofia del diritto in S.” (Giappichelli, Torino); Cugini, “Commemorazione” (Albino); “Agostino, Il problema del diritto e dello STATO nella filosofia del diritto di Hegel (Giappichelli, Torino); Firpo, La filosofia politica (Laterza, Bari). Treccani Dizionario biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Lib. doc. di Filosofia del diritto nella E Università di Torino C. LA SCU0LA r7 DELDIRITTO NATURALE NRLLE dottrine etico -giuridiclie dei secoli XVil e XVill TORINO. BOCCA LIBRAI DI S. M. IL RB d'iTALIA ROMA MILANO FIRENZE Corse. 216 Corso Vittorio Em., 21 F. Lumacbi Sucu. Depoait. gener. per la Sicilia : O. FIORENZA, Palermo -w«K«sp^^LA SCUOLA DEL DIRITTO NATURALE .NELLE DOTTRINE ETICO-GIURIDICHE. Scienza e filosofia. La filosofia e la riforma cartesiana. Le scienze morali e l’indirisso raiionale. Caratteri propri dei sistemi metafisici. Valore e significato della scuola del diritto naturale. Il rapporto tra morale e diritto secondo la scuola del diritto natnrale. La rinnovazione delle scienze giuridiche e sociali e il grande lavoro. Essa segui l'applicazione dell'indagine storica e positiva allo studio dei fatti morali e sociali.. Le condizioni però che prepararono e resero possibile una tale rinnovazione devono rintracciarsi nel periodo metafisico delle scienze morali che segna il risveglio dell’intelletto umano in traccia di nuove direzioni air infuori delle premesse teologiche e dogmatiche. Le grandi idealità etico-giuridiche che vediamo affermarsi e svolgersi nel campo dei fatti colla rivoluzione francese trovano la loro elaborazione astratta e ideale nei sistemi filosofici che sbocciarono vari e numerosi in quell'epoca di rara fecondità intellettuale che abbraccia questi tempi. Lo spirito anti-teologico penetra allora nelle manifestazioni del pensiero nella sua duplice direzione, la scientifica e la filosofica. Ma, nonostante questo carattere comune, per molti altri rispetti filosofia e scienza tendevano a distinguersi e a contrapporsi, generandosi tra esse un contrasto che solo in epoca vicina a noi doveva comporsi. L'origine e i motivi del contrasto devono rintracciarsi nella distinzione accentuata da Cartesio tra la mens e la res extensa, tra lo studio della materia di cui si occupavano sopratutto le scienze e lo studio dello spirito che parve costituire il campo proprio della speculazione filosofica. Fin dal loro primo costituirsi le scienze bandirono ogni APRIORISMO teologico e RAZIONALE. Esse si mantennero rigorosamente empiriche, oggettive, analitiche, né intesero l'importanza e la necessità di una generalizzazione filosofica dei loro risultati. Del resto nò lo sviluppo delle scienze e tale da comportare una filosofia naturale, nell'indirizzo metafisico e razionale della filosofia puo conciliarsi colle tendenze materialistiche della scienza. La separazione della scienza dalla filosofia non e che l’espressione della concezione dualistica dell'uomo e della sua natura, concezione che Cartesio e sul suo esempio i cultori delle scienze naturali accentuano, certamente nell'intento di sfuggire alla sospettosa vigilanza della Chiesa. Sta di fatto che le scienze incontrano sempre minori resistenze da parte della Chiesa: ciò deve in gran parte attribuirsi alla cura gelosa dei loro cultori di condurre l'indagine scientifica con metodo rigorosamente obbiettivo evitando ogni discussione sulle cause prime dei fenomeni studiati nonché sulle conseguenze ultime per le quali dal campo solido e sicuro della scienza si passa nel campo infido e pericoloso della filosofia. La scienza puo solo affermarsi e svolgersi assumendo veste e significato anti-filosofico. La rinnovazione della filosofia iniziata da Cartesio deve intendersi in un senso ben diverso da quello con cui e intesa la rinnovazione della scienza, cosi come l'anima che forma il presupposto della filosofia e concepita come un principio sostanzialmente diverso dalla materia, oggetto dell'indagine scientifica. Mcntj'C neìÌQ scienze della natura contro l'autoriià non pur della fede ma della ragione stessa pre^ialse l’autorità del fatto osservato, nella filosofia la ragione sola non sorretta ne dalla rivelazione né dall'esperienza sensibile divenne criterio di verità. Lo spirito per altro della riforma cartesiana e profondamente sovvertitore. Per essa la metafisica razionale assurgeva al grado di scienza prima, sostituendosi alla teologia nel fornire alle altre scienze i principi primi: scossa la cieca fede nell'autorità, le tendenze razionaliste e critiche dell'intelletto umano potevano affermarsi in una serie indefinita di sistemi. Le conseguenze della riforma cartesiana passano inavvertite finché essa non usce dal dominio teoretico e metafisico: né si deve dimenticare che il metodo cartesiano rigorosamente deduttivo ricorda nella forma lo scolastico, e della scolastica e conservata la concezione psicologica. Il carattere innovatore della riforma cartesiana comincia a farsi palese nelle sue applicazioni alle scienze morali. I nuovi metodi in uso nelle scienze fisiche non si comprende come potessero applicarsi alla scienze morali. Tali metodi parvero propri delle scienze il cui oggetto e la natura, in guisa che alle stesse menti più spregiudicate e indipendenti da preconcetti teologici non balenò l'idea, famigliare nei tempi moderni, di considerare le scienze morali alla stregua delle scienze fisiche e naturali. A ciò si oppone la concezione psicologica dell'anima sostanziale, fornita di facoltà intellettive e volitive, fondamento delle scienze teoretiche e pratiche. Tale dottrina psicologica continua ad essere la premessa delle concezioni etico-giuridiche che si originarono dalla riforma cartesiana. Nel sistema del Wolff, che riassume il lavoro filosofico anteriore, la psicologia figura ancora pressoché inalterata nelle sue basi tradizionali. Si comprende quindi come le scienze morali dovessero assumere veste e carattere metafisico e colla filosofia trasformarsi sulle basi del razionalismo critico. Troviamo pertanto due elementi nelle discipline morali e giuridiche: un elemento tradizionale costituito dalla concezione psicologica deiraniraa e delle facoltà concepite come forze generatrici di tutti i fatti dello spirito: un elemento nuovo, implicito nella riforma cartesiana, secondo cui la ragione umana e fatta capace di trovare i principi delle scienze dello spirito all'infuori della religione e dell'autorità. È bene però fin d'ora notare che assai prima della riforma del metodo filosofico per opera di Cartesio, le scienze giuridiche, sotto l'influsso delle condizioni storiche e sociali mutate, hanno iniziato la loro trasformazione in senso razionale. Le scienze morali nel loro primo costituirsi a scienze autonome e indipendenti mostrarono la spiccata tendenza a modellarsi sulle scienze matematiche e geometriche. Il carattere deduttivo di queste scienze, la forza di evidenza che scature dalle loro premesse e dimostrazioni le rendeva particolarmente attraenti in un'epoca in cui la speculazione anda razionalizzandosi. Meglio di ogni altra scienza esse mostrano la forza e la potenza dell'intelletto umano, fatto capace di costruire colle sole, sue forze un edificio mirabile per precisione, simmetria, eleganza. Parve che un analogo procedimento puo applicarsi alle scienze dello spirito e che basta andar in cerca di idee chiare e distinte per trarre da esse un sistema filosofico capace di resistere agli assalti del dubbio e della critica. E per circa due secoli assistiamo a una singolare fioritura di sistemi metafisici, che hanno comune fondamento l'ipotesi, essere le leggi dello spirito umano e collettivo generalizzazioni conseguite mediante lo studio dei fatti della coscienza individuale e collettiva. Si define l'uomo, lo stato, la società, il diritto, il bene supremo astrattamente all'infuori della realtà psicologica e storica. Per lo più il principio da cui si move risponde al consentimento universale o si fonda sull’OSSERVAZIONE INTERIORE (INTROSPEZIONE) e necessariamente unilaterale dello spirito umano: talvolta gli stessi principi tradizionali, spogliati di ogni veste dogmatica servono di fondamento alla deduzione che procede rigorosa sdegnando il controllo e la verifica dei fatti. La fctj ultura logica e sistematica è costante carattere al quale si riconosce la dottrina metafisica, che si presenta in un numero grande di sistemi, riflettenti le variabili condizioni d'animo e di mente del filosofo. Lo stesso principio si presenta in forme e gradazioni diverse per il concorso di cause soggettive indefinibili. La potenza dell'intelletto misura l'altezza talvolta vertiginosa delle concezioni metafisiche, che procedono, sotto l'azione della logica interna che le incalza, senza limiti prestabiliti, senza freni di sorta. A noi è facile rilevare l'errore di tali costruzióni metafisiche. Come già Aristotele e più ancora gli scolastici, questi metafisici fanno consistere la conoscenza nella generalizzazione logica, la quale consiste nel ricondurre un concetto più determinato a un concetto meno determinato ma più esteso. Per essi, dice Masci – Logica, Napoli, Pierro --, la lerie logica dei concetti e la serie reale coincidono e l'universale è causa. Tale generalizzazione ha come risultato un astratto, un genere, un'entità mentale che contiene meno dei particolari dai quali è astratto e come tale non può servire a intendere e spiegare la realtà complessa e concreta. Ben diversamente procede la generalizzazione nelle matematiche e nelle scienze naturali. Una formula matematica o una legge scientifiche e una generalità comprensiva, cioè non contengono meno ma più della formula che ne derivano, o dei casi particolari da cui la legge e indotta. Il diritto di natura, l'uomo di natura, lo stato e la società di natura sono le idealità astratte da cui trassero alimento i sistemi etico-giuridici. E però errore paragonare le discussioni sul diritto naturale con quelle scolastiche sui generi e le essenze delle cose. Le teorie sul diritto naturale acquistano un valore speciale per l'epoca in cui sorsero, per le condizioni sociali e politiche che le generarono, per le conseguenze che ne derivarono. Tali teorie non sono né vane né inutili. Esse sono l'espressione di bisogni reali, di tendenze prepotenti, d’istinti mal repressi di rivolta, di reazione contro il passato. Esse ufFermavano la volontà di sciogliersi per ciò che riguarda la vita morale e giuridica dalle tradizioni, dall'influenza oppressiva dello stato e della Chiesa, alleati a danno doir individuo e della sua libertà esterna e interna. Esse nascondeno un'idealità vivamente sentita che tende a tradursi nel dominio del reale. In esse si sente l'eco dell'anima moderna che sdegna i vincoli creati dal privilegio o dall'interesse, che astrae dalla realtà oppressiva e anela a un sogno lontano di uguaglianza, di felicità, di pace. Sotto questo aspetto la dottrina del diritto naturale è in sommo grado significativa e può essere studiata con utilità e interesse anche nei tempi nostri non foss'altro per la corrispondenza con le odierne idealità sociali che preparano, come quella, nuove condizioni del vivere collettivo. Colla, scuola del diritto naturale acquista particolare importanza la questione dei rapporti tra la morale. e il diritto. Sotto le parvenze di una discussione teorica essa implica una grave questione di indole POLITICA, dalla cui soluzione dipende il raggiungimento di quelle idealità che costituivano la ragion d'essere della scuola del diritto naturale. Il terreno per una separazione della morale dal diritto e stato preparato dalla Chiesa stessa, la quale per le sìie finalità religiose richiamando di continuo l'individuo alla spontaneità e alla indipendenza della vita interiore da ogni costringimento esterno, ha efficacemente contribuito ad acuire il senso della personalità e della resistenza contro qualsiasi imposizione di autorità esterna fosse essa ecclesiastica o politica. Il movimento protestante intese appunto a emancipare la coscienza individuale dalle imposizioni arbitrarie della chiesa romana. Se la riforma e da un lato un grido di protesta contro gl’abusi di autorità compiuti dalla chiesa a danno di quella libertà di critica che anche in materia religiosa deve essere riconosciuta all'individuo, la scuola del diritto naturale insorge dal canto suo contro le pretese dello stato di invadere colla sua legge il campo riservato alla religione e alla morale, di penetrare cioè in quella sfera di interiorità che deve essere sottratta all'azione dello stato e del diritto come quella che costituisce la garanzia dell'individuo e della sua libertà interiore contro lo stato. La scuola del diritto naturale intuì che nella questione dei rapporti tra diritto e morale e implicita quella dei rapporti tra l'individuo e lo stato, e tale questione in un'epoca in cui l'individuo scende in lotta contro lo stato in difesa dei cosidetti diritti naturali, che sono in realtà i diritti di personalità, assume significato particolare. Ciò serve in parte a spiegare l'importanza assunta dalle dottrine giuridiche su quelle strettamente morali e teologiche. I principi morali non sono in discussion Ci nò si vagheggiavano riforme morali. La morale evangelica risponde pur sempre alla coscienza etica generale: e se troviamo per parte dei filosofi tentativi diretti a dare alla morale un fondamento razionale, bisogna riconoscere che tali tentativi non riuscirono a scuotere la base dogmatica della morale, in ordine alla quale la chiesa, fosse cattolica o protestante, continua a esplicare un'azione decisiva e quasi incontrastata. La questione dell'epoca più che morale e POLITICA e sociale. La chiesa stessa più non puo opporre eflìcace resistenza al sorgere di nuove teorie tendenti a delimitare l'azione dello stato nei suoi rapporti coll'individuo. Qualunque sia il giudizio che sull'opera della scuola del diritto naturale si può arrecare, sarà pur sempre per essa titolo esclusivo di merito l'aver efficacemente contribuito a quel processo di differenziazione per cui il diritto distinguendosi non pur dalla religione ma anche dalla morale, ha acquistato un suo contenuto specifico. Epperò a nostro credere il valore e il significato delle dottrine etico-giuridiche sorte nei secoli XVII e XVIII è misurato dal grado con cui seppero tale distinzione porre e accentuare. ar3W8S5Fl*«f r che mentre regolano i rapporti di coesistenza tra le due autorità, serveno di norma alla condotta degl’individui e degli Stati. AQUINO (si veda) ed ALIGHIERI (si veda) personificano in sé le due correnti e diedero alla morale e al diritto un significato rispondente al modo diverso con cui intendeno il rapporto tra chiesa e impero. AQUINO riassunse nell'opera sua monumentale tutti gli sforzi della scolastica diretti a conciliare il cristianesimo colla filosofia, la rivelazione colla ragione, lo spirito colla materia, la terra col cielo. Ma tale conciliazione suona per AQUINO subordinazione e talvolta sacrificio e disconoscimento dei diritti della ragione, degli interessi umani e civili alle esigenze religiose e teocratiche. Ciò deve dirsi sopratutto in ordine alle scienze morali, che dovendo tradurre nei fatto gli ideali cristiani, abbisognavano di un fondamento saldo ed incrollabile. La volontà divina è fonte per gli scolastici di ogni moralità pubblica e privata. Il rapporto tra religione e morale non destò interesse di sorta nel Medio Evo, tanto e universalmente radicata l'opinione che la morale dove trarre dalla religione il suo fondamento, le sue sanzioni. Gli stessi avversari più risoluti della chiesa non sollevarono dubbi al riguardo. Il compito della filosofia in ordine alla morale si riduce pertanto a dar forma e veste razionale alle massime evangeliche, e tale e il lavoro compiuto d’AQUINO, le cui dottrine morali mentre dominarono incontrastate nel Medio Evo, sono destinate ad esser in ogni tempo abbracciate da quanti non vogliono appagare la ragione col sacrificio delle credenze religiose. Maggiore interesse doveva destare il rapporto tra morale e diritto, come quello che si riconnette al dissidio tra potere laico ed ecclesiastico. Non bisogna dimenticare che nel Medio Evo il diritto appare generalmente come l'espressione della autorità civile, mentre in fatto di morale domina incontrastata l'autorità della chiesa. Tale stato di cose provoca un secreto dissidio tra la norme giuridica e la norma morale, dissìdio che teologi e difensori dell'Impero cercarono siastica e laica, di cui l’una disconosce i diritti della ragione e della società civile, l'altra troppo servile alla tradizione romana non e riuscita a raccogliere a sistema le sue dottrine, ALIGHIERI si interpone sovrano. Come nel suo poema cerca di conciliare gl’interessi del corpo con quelli dello spirito sulla base della mutua indipendenza e correlazione, cosi nel risolvere la questione dei rapporti fra i due poteri egli mette in rilievo l’azione morale della chiesa di fronte a quella dello stato, la cui attività si esplica sopratutto mediante il diritto. Nel campo morale ALIGHIERI, se si toglie qualche fugace accenno ad una morale più larga e umana, si mantiene rigorosamente stretto ai principi e alle dottrine scolastiche: ma ciò non fa che accentuare viemeglio la sua indipendenza e originalità di criterio nel trattare la natura del diritto in ordine ai limiti e alle funzioni dello stato. ALIGHIERI più che giureconsulto è filosofo del diritto; l'importanza della definizione che di questo diede sfuggi forse a lui stesso, certo non e compresa dai contemporanei e dovettero passare molti secoli prima che per opera di VICO il suo concetto e raccolto e sviluppato. Per ALIGHIERI il diritto scaturisce dalle condizioni sociali, esso è un vinculum humanae societatis inteso a mantenere tra gl’uomini associati l'equilibrio, che le inevitabili disuguaglianze umane tendono di continuo a rompere. Esso non ha origini soprannaturali, più che al perfezionamento dell'uomo singolo tende al progresso della società, di cui è norma direttiva la legge, destinata ad attuare quel concetto di misura, di proporzione, di equilibrio che sta a fondamento del diritto. Se da un lato ALIGHIERI riconosce come precipuo scopo della morale l'attuazione della virtù e nel suo poema si pro- [CARLE, Vita del diritto, Così Dante defiaisce il diritto : las est realis ac persona lisbomiuia ad hominem proportio, qino servata hominnm societatem conserva t, corrnpta corrumpit -- De Monarchia. La legge è da lui deli n ita : regala directi va vitae — la ginstizia poi è, secondo ALIGHIERI € quaedam rectitado sive regala, obliqaam hinc inde abiiciens. a quelli deplorati d’ALIGHIERI in ordine alla confusione del potere laico e religioso. Tale corrispondenza accresce- valore ai suoi argomenti, alle sue dottrine, le quali possono ancor oggi utilmente concorrere alla soluzione della dibattuta questione. Il tentativo d’ALIGHIERI di gettar le basi di una filosofia giuridica, non e coronato da successo. E l'opera di un genio che precorre i tempi. Il seme però da lui posto, gelosamente custodito per tradizione non interrotta, e raccolto nell'età moderna e concorse efficacemente allo sviluppo della filosofia etico-giuridica ITALIANA. Dopo ALIGHIERI, le due correnti ripresero ciascuna la propria via; l'ostilità si fa più viva, le differenze più profonde. I giuristi con BARTOLO e BALDO si mantennero sopra un terreno esclusivamente pratico, sdegnando le teorie, e rifuggendo da qualsiasi tentativo di raccogliere a sistema filosofico le loro idee. Libero rimase il campo alle teorie etiche e giuridiche d’AQUINO. La Chiesa dominando sovrana nel campo dei fatti e in quello delle intelligenze fini per creare intorno a sé una legislazione, una scienza e un'arte a base teologica; sull'ordine religiosa si volle foggiare non solo l'ordine morale, ma ancora l'ordine giuridico e sociale. La teologia scolastica parve assorbire tutte le altre scienze nella propria grandezza. Ma all'occhio dell'osservatore attento non riusce diffìcile scoprire nel seno stesso della teologia, il germe della decadenza, dovutar alla esagerazione del principio a cui si informava. Particolarmente dissolvitrice e l'opera dei nominalisti nelle scienze morali. Essi sono i difensori dell’indeterminismo etico, in quanto considerano la volontà assolutamente libera, non mossa né dalla ragione né dalla divinità, e riponeno l'eccellenza morale nella conformità tutta esteriore ai precetti religiosi e morali. Per tal modo l'etica cristiana si laicizza, nonostante la proclamata obbedienza assoluta in materia religiosa. Duns Scotus e GuCarle. nasconde una nuova orientazione della mente umana di fronte ai problemi della natura e della vita. In ordine sopratutto alle scienze morali, il naturalismo e l’umanesimo sono tra i prodotti più notevoli del rinascimento. La natura colla ricca varietà de' suoi fenomeni attrasse gli spiriti irrequieti, infiammandoli di sé, e sottraendoli alla contemplazione della vita celeste. La scolastica trascura e disprezza lo studio della natura. Gli spiriti religiosi del Medio Evo guardano alla natura con un senso di misterioso terrore, quasi presagissero il pericolo che dal penetrarne i misteri puo derivare alle loro credenze. Ma per l’uomo moderno lo studio della natura e la palestra nella quale prima si addestra all'infuori del campo chiuso della scolastica. Tale studio dove pertanto assumere particolare carattere antireligioso e antiteologico: aprendo la via alle invenzioni e scoperte, costituiva un grave pericolo per il principio di autorità e per la rivelazione. L'umanesimo accenna alla profonda modificazione che il concetto dell'uomo, della sua natura, della sua finalità subiva nel Rinascimento. Il corpo rivendica impaziente i suoi diritti da secoli conculcati; le soddisfazioni dei sensi non trovano più alcun ritegno. Un senso nuovo di umanità si diffuse in aperto contrasto coll’ascetismo medievale. La vita terrena non più coordinata colla futura, cessa di apparire un mezzo per acquistare una finalità sua propria. Il desiderio di vivere in un mondo le cui bellezze si svelano sempre più attraenti allo sguardo, di soddisfare stimoli a lungo repressi oppera indomiti, il ridicolo gettato a larga mano sulle idealità che formano la delizia del Medio Evo, finirono per dar vita al SENSUALISMO morale, più che esposto nei saggi praticato nel fatto, al quale non riusci a sottrarsi neppure la Chiesa. La filosofia dell’ORTO nella sua parte meno nobile, e nel suo significato volgare, divenne l'ideale morale del Rinascimento. Quest'ultimo trova nello stato delle coscienze un terreno predisposto al suo sviluppo, opperò si comprende come la morale, SI Le idee morali che si generarono dalla riforma e dal rinascimento non sono raccolte a sistema filosofico: ciò in parte si deve alla chiesa di Roma che dopo di avere riformato sé stessa, inizia un movimento di reazione contro lo spirito del rinascimento e il moto protestante, in parte si deve allo spirito non meno intollerante ed ascetico delle nuove confessioni religiose. Gl’audaci tentativi di pensatori forti e originali, quali TELESIO (si veda), BRUNO (si veda), e CAMPANELLA (si veda) sono soffocati: ad essi rimase la gloria di esser stati i precursori perseguitati e incompresi dei metodi e dei sistemi filosofici dell'età moderna. L'Etica e soprafatta dallo spiritualismo risorgente, e rimane asservita alla-religione. Il protestantesimo non fa che ribadire tali vincoli e ritardarne l'emancipazione. Le voci che invocano per la morale un'esistenza indipendente dalla religione non mancano. Montaigne e Charron in Francia, BRUNO in Italia, pensano e scriveno in tal senso. Ma passano per sovvertitori della religione e della morale e i loro sforzi, rimasti isolati, non esercitarono azione efficace sul progresso scientifico della morale. Su quest'ultimo esercita un'influenza diretta e decisiva il rinnovamento delle scienze giuridiche, le quali nel costituirsi a scienze filosofiche indipendenti attrassero nell'orbita loro la morale, sottraendola cosi lentamente all'azione della religione e preparandone la definitiva emancipazione. Nel Medio Evo non si e formato un diritto filosofico distinto dalla morale, e le scienze giuridiche propriamente dette si riassumevano nell'opera dei pratici intesa a piegare la norma di DIRITTO ROMANO agl’usi, consuetudini, statuti che la scomposta vita medievale genera. Ma tale lavoro di adattamento a misura che i tempi progredeano, e le condizioni sociali si modificano si fa sempre più diffìcile e ingrato. Col Rinascimento sorge tutta una nuova schiera di giureconsulti che Vico chiama FILOLOGI. Non distratti dai bisogni della pratica, essi si preoccuparono solo di FAR RI-VIVERE IL DIRITTO ROMANO nelle sue fonti e ne' suoi testi antichi, che 2à — )0 e degl’interpreti hanno profondamente di revisione e di ricostruzione storico-filo>mpiuta, segna un'era nuova negli studii di la se e di grande giovamento alla conoscenza fonda dei testi dell'antico diritto, essa scredo dei pratici, accentuando la discrepanza tra e le condizioni nuove di vita sociale, rendeva 3rso a nuovi principii giuridici. E questa e >nza finale a cui porta la riforma combate teocratiche della chiesa e la sua azione 30 e sociale. Ma più che tutto e stimolo detudio filosofico del diritto la formazione degli toria della CONVIVENZA SOCIALE il Medio Evo periodo di transizione dalla città antica allo lotto un aspetto esso e un crogiuolo in cui si venne dissolvendo ne' suoi elementi priun altro aspetto e un periodo di incubazione ma di convivenza sociale. Il feudo prima, il versi per origine, costituzione, carattere si -zionarsi della sovranità in un numero grande azioni politiche, che di fatto viveno di vita idente. Dai feudi e dai municipii in perpetua vennero svolgendo gradatamente organismi t seconda della prevalenza dell'elemento feu5, si dissero contee, signorie, principati. Queste associazione politica in Italia si mantennero 3 prepararono l'asservimento allo straniero; bissate e abbattute dal potere regio risorto, ritto di sovranità. Dall'azione concorde del polo si formano pertanto lo STATO moderni, itrati e con carattere nazionale. 4c Lo Stato Carle, occupa un posto di mezzo fra il t., particolarismo del Medio Evo, rappresentato dai feudi e dai municipii, e il cosmopolitismo della chiesa e dell'impero. Sorto nelle lotte tra la chiesa e l’impero, lo stato si mantenne ugualmente lontano dalle dottrine teocratiche e dalle tradizioni romane. Né le une nò le altre potevano efficacemente concorrere al lavoro di organizzazione interna, di unificazione legislativa, giudiziaria, amministrativa dello stato. Del tutto insufficienti apparvero quando si pose il problema dei rapporti di reciproca convivenza fra i diversi stati, sorti dallo sfacelo dell'unità medievale. In occasione di esso sorsero i giureconsulti filosofi e i primi sistemi di filosofia del diritto. La violenza, l'astuzia, la frode, come servirono a formare lo stato, cosi costituirono l'arte di governo a cui principi e sovrani apertamente ricorsero per consolidare e conservare il potere, il MACHIAVELLI e maestro insuperato di questa politica violenta e immorale che si inspira solo alle dure necessità dei tempi. In ogni epoca l'intelletto umano traviato dall'ambiente e dalle condizioni di vita esteriore, si rigenera e si apre nuove vie astraendo dalla realtà, rifacendosi a certi principii generali che rimangono pur sempre patrimonio inalienabile della natura ragionevole dell'uomo. La ragion naturale e la fonte da cui i giureconsulti filosofi trassero norma e criterio a regolare la vita dello stato. Si venne per opera loro formando una scienza nuova, detta del diritto naturale la quale, nel suo comparire, parve riconnettersi ai concetti del IVS GENTIVM e del IVS NATURALE elaborati dai giureconsulti ROMANI nell'ultima fase di sviluppo dell'antico diritto. L'espressione jus gentium significa dapprima presso i Romani i principii di diritto che il magistrato e chiamato ad applicare quando non essendo comune alle parti in causa la qualità di cittadino romano, e inapplicabile lo jus civile. Praticamente, lo IVS GENTIVM comprende i principii di diritto comunemente ammessi e riconosciuti da tutti i popoli coi quali I ROMANI sono più a contatto . Lo jus gentium non ha il Bitohiei Naturai righta, London, IC 3 determinato del jus civile : applicato sopra argo, regolando rapporti più complessi dove ispirarsi all'equità e nel fatto accostarsi al e dì NATVRA, che I ROMANI hanno appreso eca. Lo IVS GENTIVM fini per confondersi col jus colTestensione progressiva della cittadinanza, e differenze politiche tra le varie parti delsto xeanQ a comprendere popoli diversi per li, leggi : allora si forma nel seno dei giureetto largo e generale del IVS NATVRALE che Ulr. QVOD NATVRA OMNIBVS ANIMALIBVS DOCVIT. generalità e indeterminatezza e suscettibile iplicazione. In ROMA quindi lo IVS NATVRALE e ossario delle speciali condizioni politiche deisi svolse per gradi dal jus IVS CIVILE e dal jus etti di jus gentium e di jus naturale risorgono carattere e significato diverso. Nel 500 lo jus come in Roma la generalizzazione del diritto appresenta da un lato un indirizzo di riforma, lisce una fonte di diritto affatto nuova, che il i rapporti fra LO STATO ROMANO e un’altro stato, da poco tempo costisaria. Epperò lo IVS NATVRALE e dapprima invoi rapporti di pace e di guerra fra LO STATO ROMANO e un altro stato, gentium, che corrisponde solo di nome al jus nani, e che meglio potrebbe chiamarsi un jus azionale. Questo nuovo IVS GENTIVM ha caie in quanto la sua norma si inspira ai a retta e illuminata ragione voleva applicati i diversi Stati. Se non che lo IVS NATVRALE pur tosse da rapporti di carattere pubblico interiva un nuovo metodo nel campo delle scienze ava le basi filosofiche del diritto, e fini per ipo del diritto privato, sottoponendone a re- morale stessa. Il perfezionamento deiruomo-individuo interessa cosi come interessano le questioni attinenti la olitica e giuridica degli Stati: la vita contemplativa di apparire come l'ideale della perfezione, e si comincia ire LA NECESSITA DI FORMARE PIU CHE L’UOMO, IL CITTADINO -- l'uomo nella pienezza de' suoi DIRITTI CIVILI E POLITICI: moriva lo svolgersi delle dottrine giuridiche, così come icuranza degli interessi terreni favori nel Medio Evo fezionamento interiore dell'uomo, da cui si svolge la vita Né solo ad una inversione del rapporto tra morale e ) assistiamo nel passaggio dall'Evo medio al moderno, l una totale confusione di criterii e di principii tra le 3ienze: nel Medio Evo la confusione si avvera a tutto ^io della morale, nel 500 assistiamo al sacrificio di ultima agli interessi del diritto. Tutte le opere sul dinaturale presentano uno spiccato carattere di indistinfra la morale e il diritto, e ben può dirsi in linea ge) che la scuola metafisica non riuscì a distinguerne aente i rispettivi dominii, malgrado gli sforzi fatti da ) de' suoi più celebri rappresentanti. Pure anche la scuola metafisica ha la sua impornello studio dei rapporti tra morale e diritto. Sorta in zione allo spìrito teologico, essa raccolse anzitutto i suoi nel trovare alle scienze morali una base indipendente religione. Era questo compito delicato e difficile, se si alla natura della questione, all'opposizione vivissima diverse chiese, cattolica e protestanti, mossero a quanti ano in dubbio il loro diritto a regolare la condotta, alla one grande delle tradizioni spiritualiste, che nell'età na trovano nuovi e autorevoli rappresentanti. Né qui 5stò l'opera della scuola metafisica. Essa affronta la quedei rapporti tra morale e diritto, che teologi e cultori ritto naturale continuano per cause diverse a manteconfusi. Essa si rese esatto conto delle conseguenze ulche datale indistinzione puo derivare nel definire ti dell'azione dello Stato. Il modo di intendere l'uomo e la sua natura può assumersi a criterio di classificazione dei diversi indirizzi che in ordine al rapporto tra morale e diritto sorsero in seno alla scuola metafisica. Grozio e la sua scuola traggono dalla natura socievole dell'uomo il fondamento delle loro concezioni etico-giuridiche. Nella storia del rapporto tra morale e diritto essi rappresentano l'indirizzo giuridico più che filosofico. Ma il concetto da cui movevano se giova agl’interessi del diritto, disconosce le energie intrinseche dell'uomo da cui si svolge la vita morale. Hobbes e in genere i filosofi inglesi fondano la distinzione tra morale e diritto sulla natura egoistica dell'uomo, e rappresentano l'indirizzo utilitario e individualista. L'indirizzo cartesiano, che culmina in Kant, eleva e nobilita la ragione umana, la quale cerca in sé stessa un precetto categorico e assoluto, che possa esser posto qual fondamento all'edifizio morale e giuridico. Da ultimo questi diversi concetti, entrando come elementi costitutivi della filosofia francese, gettano le basi di una FILOSOFIA SOCIALE, da cui traggono vita e significato la morale e il diritto. Questi diversi indirizzi derivano il loro carattere metafisico dal concetto imperfetto o parziale, che si formano della natura umana: con tutto ciò si collegano strettamente colle vicende storiche e politiche dei tempi e dei paesi che li produssero: più particolarmente essi preparano quelle premesse teoriche che la rivoluzione francese cerca tradurre nella realtà. analizzata nella .sua essenza, ne' suoi elementi costitutivi, essa parve fornire i principii atti a regolare la vita degl’individui e degli Stati. Tali principii, superiori alla volontà degli uomini, non soggetti alle mutevoli vicende storiche, trovavano nell'ordine stesso delle cose create la loro base salda e incrollabile. Si anda cosi generalizzando il concetto del diritto naturale, espressione ultima dell'ordine dell'universo nel campo dei rapporti individuali e sociali. Mira costante dei cultori del diritto naturale e di risalire, mediante un processo di astrazione rigorosamente applicato, dall'uomo storico quale nella realtà si presenta co' suoi vizii, abitudini, pregiudizii, tradizioni, costumanze all'uomo naturale, quale appariva al lume di una ragione illuminata, spogliato delle qualità e determinazioni successive che sono l'opera lenta ed inevitabile del tempo e della storia. L’uomo naturale venne pertanto a contrapporsi all'uomo storico, come l'ideale al reale, l'astratto al concreto, l'universale al particolare, l'assoluto al relativo. Si comprende allora come il diritto dove intendersi, l'insieme della norma e delle facoltà spettanti all'uomo naturale, e a somiglianza di questo dove considerarsi assoluto, immutabile, universale, in contrapposto al diritto storico, quale era inteso dai giureconsulti pratici e filologi. La ricostruzione dell'uomo naturale dischiuse la via alla concezione dello STATO DI NATURA. Si ricostruì l'uomo collettivo cosi come si e fatto per l'uomo singolo. Le tristi condizioni politiche del 500 parvero giustificare la credenza in una profonda alterazione della società umana quale là natura e la ragione consigliano, opperò fa sorgere il concetto di UNA SOCIETA IDEALE, riunione di UOMINI REGOLATI NEI LORO RECIPROCI RAPPORTI da una norma del diritto naturale e contrapposta alla società storica e reale. Nel concetto largo e indeterminato che dell'uomo e dello stato di natura si formano i giureconsulti e i filosofi, noi possiamo riscontrare la causa originaria della confusione tra morale e diritto. Questi due concetti a misura che si allonrealtà storica tendono a confondersi in una iella quale scompaiono le differenze specifiche, ridica, quando si derivi non dal concetto di aimente organizzata, ma dall'uomo individuo e ira, facilmente assume forma e contenuto etico, natura, concepito all'infuori di ogni organizzagenerava rapporti di carattere morale più che iva lo svolgersi di doveri più che di obbliga- iparsi del diritto naturale sono non i filosofi, iulti. Trionfando dei tentativi e delle incertezze Grozio inizia il nuovo indirizzo nello tto. Contro di lui uscirono dal seno della chiesa sitori, di cui e mira costante la conciliazione eriche sul diritto naturale colle dottrine reliali. Nelle vicende di queste due scuole, si riasione giuridica nelle scienze morali, in cui vive ed esplica la sua attività Grozio il periodo delle lotte religiose e dei contrasti quali lo stato parvero uscire rifatto alle fondamenta. Tutto si rinnova nel periodo chiude colla pace di Westfalia; il lavoro di diversi elementi dapprima contrastanti, è comi di guerra, l'arte di governo, si trasformano geniale di uomini quali Richelieu, Gustavo). Al succedersi non interrotto di uomini illustri la politica nel campo dell'azione, fa riscontro pensiero la prevalenza quasi esclusiva degli se politiche e sociali.Grozio ha un'imjerto minore di quella dei grandi dell'età sua, iicU et comaais utilitatis causa sociatus. della norma proposta per farla considerare giuridica. Né meno profondamente radicata e l'idea che la vita morale si concentra nell'individuo, al cui perfezionamento interiore dove sopratutto mirare: opperò e naturale la tendenza a considerare come giuridica ogni norma diretta a regolare rapporti esterni sorgenti tra gli individui, o tra questi e lo stato, o sopratutto tra Stati diversi, senza por mente che tali norme si traevano da quello stesso principio, da cui in epoca non di molto posteriore altri avrebbe derivato la vita morale. Grozio pur assecondando l'indirizzo generale favorevole alle costruzioni astratte, tradisce la naturale tendenza del suo ingegno verso gli studii giuridici. Grozio riconosce l'importanza decisiva della tradizione e dell'autorità nel determinare i rapporti di natura giuridica, intravede la distinzione tra morale e diritto quando osserva che la morale è inseparabile dalla religione e là ove parla di un diritto nel suo vero o stretto senso {eius juris qvtod propìzie tali nomine appellatur) e di un diritto in un senso improprio, che noi meglio faremmo rientrare nel campo della morale. Ancora distingue Grozio tra ciò che è dovuto per debito di giustizia e ciò che è dovuto per motivi di liberalità, misericordia, affetto, ossia per obbligo morale. Il dominio di sé e dei propri appetiti costituisce per Grozio un obbligo che non può imporsi né per forza d'armi. Proleg. $ 2, n. 2: altrove osserva ohe le verità del diritto sono tali ohe anche l'ateo è costretto ad ammetterle e praticarle. Cfr, Op. cìt. Proleg. 0: al $ 44 dice: « cum injtistitia non aliaju naturam habeat qnam alieni umrpationem ecc. ». Con tale espressione Grozio coglie la vera natura del giusto e dell’ingiusto. Cfr.: Illud quoque sciendum, si quia quid debet non ex justitia propria sed ex virtute alia, puta liberalitate, gratia^ misericordia, dilectioue, id sicut in foro exigi non potest, it^ nec armis depoaci. Altrove fa rientrare il dovere di allevare i figli nella sfera del diritto in seuao ampio, oasia della morale. Si noti che Grozio non parla nell'opera sua di doveri : il ano silenzio prova ch'egli li escludeva dal campo della filosofia giuridica, e li considerava appartenenti alla religione o alla morale. irtù di legge. L'adempimento di tale obbligo, se può nella sfera del diritto naturale largamente inteso, interessare che indirettamente l'ordine giuridico)onde si vede che Grozio intuì le esigenze della vita e tra i cultori di diritto naturale solo seppe evitare :uenze estreme, a cui conduceva l'applicazione del azionale in ordine al diritto, meritandosi giustamente il nome di giureconsulto del genere umano, tezza che Grozio dimostra nel distinguere la morale to, si riflette nella determinazione dei rapporti tra ) e Stato. Secondo la dottrina di Grozio lo Stato non istenza e una realtà propria, distinta dagli individui impongono. Lo stato deriva la sua esistenza da UN PATTO VOLONTARIO che gl’uomini, seguendo i dettami della stringono tra di loro per conseguire gli scopi propri SOCIETA RAZIONALE, la pace e la sicurezza. Di qui zione di uno stato immutabile ne' suoi diritti e nelle igazioni, la cui opera è intesa ad attuare l'utile cobene pubblico. Pur riconoscendo il carattere astratto irio di tale concezione, non può negarsi l'idea feconda ssa si conteneva, esser lo Stato distinto e indipenLlla persona del principe. Fondando la Stato sopra 3 razionale e immutabile, scuotendo dalle fondamenta e comune al suo tempo che lo personifica nel prin)zio sottraeva lo stato alle vicende dei governanti, lastie, delle forme di governo; determinando i limiti lizioni per l'esercizio della sovranità, egli pronuncia,nna della tirannide e dei governi assoluti. Grande pertanto viene ad essere l'importanza di Grozio )ria delle scienze morali. Per apprezzarlo al suo giusto Proleg, ove P A. afferma che IL PATTO origiuò civile e la società civile. Op. cit., ove tratta della coudizioiie giuridica ;i, e sopratutto il capo XIV in cui parla dei doveri e obblighi pf, ecc. valore bisogna tener conto della condizione creata alla chiesa e*airimpero dai tempi nuovi. Le dottrine della chiesa inspirate alle massime evangeliche mal potevano piegarsi a regolare rapporti d'indole politica. Lo stato e sorto in opposizione al principio ecclesiastico, e svolgevasi all'infuori dell'azione morale della chiesa, la quale mantene ancora incontrastato il suo dominio nell'intimità delle coscienze individuali. E coir autorità della chiesa nei rapporti sociali e venuta meno l'autorità dell'Imperatore, che in altri tempi personifica in sé l'ordine sociale e politico ed e chiamato giudice supremo delle controversie tra i popoli. La teorica dell'illimitata volontà del sovrano in materia giuridica e politica anda radicandosi ed estendendosi ovunque : essa porta alla separazione assoluta tra morale e diritto, al trionfo dell'utile, dell'egoismo, e apre la via alla tirannide più odiosa. IL POPOLO ROMANO venivano ad esser abbandonato ALL’ARBITRIO DEL PRINCIPE, e la forza e la violenza diventano sinonimi di diritto e di giustizia. Grozio che sente vivo nell'animo il desiderio dèi bene, l'amore alla libertà e alla giustìzia, si leva con tutta la vigoria del suo intelletto contro il diffondersi di tali teorie: alla volontà illimitata del principe increduli e spregiudicato Grozio oppose l'autorità eterna e immutabile della ragione. All'egoismo imperante nei rapporti tra sovrano e sudditi, e dei popoli tra loro, egli oppone la concezione di un diritto e di uno Stato naturale, derivati dall'umana natura: nella guerra stessa egli mostra come le leg^i non rimangono mute. Il popolo dove pertanto riconoscere in Grozio il primo autorevole difensore dei loro diritti, e delle loro libertà: come tale egli precorre i razionalisti, ma di essi non conosce le esagerazioni: passando dalle concezioni teoriche alle applicazioni pratiche, egli ammise e adottò temperamenti, pei quali si rileva giureconsulto e uomo d'azione. Grozio esercita una notevole influenza sullo sviluppo ulteriore delle scienze morali: egli fa convergere nel suo sistema due indirizzi diversi, l'indirizzo filosofico razionale, amente giuridico, derivata dalla storia sti due indirizzi, il primo più rispone intorno a sé più numerosi seguaci, va per il momento eclissarsi, e confon[uelle della scuola storica, che solo più irsi nel campo delle scienze morali. Tra nente si inspirarono alle dottrine di e Pufendorf. Egli appartiene, quando l'era delle lotte e il periodo della formazione degli Stati imente tramontato. La questione dei Stati aveva perduto di attualità e di L considerare nella coscienza dei popoli ipii proclamati da Grozio. Maggior inestioni attinenti la sovranità, la costili Stati, i rapporti tra i sudditi e il del diritto. Pufendorf si propone aplla parte del sistema di Grozio, che in forma di prolegomeni all'opera sua; originale, ma di svolgimento e di sistetro questi confini Pufendorf riesce in-: di Grozio egli svolge il lato filosofico uridica, e disconoscendo la distinzione le nel sistema di Grozio e adombrata 3nuta: subisce l'influenza de' nuovi ini all'epoca sua si sono affermati nelle generale per opera di Cartesio, nelle colare per opera di Hobbes e di Spinoza, ja tenta senza riuscirvi l'applicazione allo studio del diritto naturale , e jolutiste subisce l'influenza di Hobbes, li combatterlo e di far trionfare le idee la jìiris unìversalìs methodo mathematlcaf Hagae Per Pufendorf Toiiesto e il giusto, che sono gli elemei generatori della vita morale e giuridica, NON HANNO ESISTENZA OBBIETTIVA: sono qualità soggettive inerenti non alle cose i alle azioni, in quanto queste si conformano alla legge pi scritta dalla volontà di un superiore, il quale viene pertar ad essere la fonte della vita morale e giuridica. Morale diritto hanno comuni le origini, e la natura. La morale este ai rapporti sorgenti tra le persone diventa GIUSTIZIA, la e osservanza non pur esteriore, ma intrinseca costituisce dovere. Con Grozio ammette l'ipotesi dello stato di natui concepito all'infuori di ogni istituzione civile, nel quale le leg della condotta sono imposte dalla ragione in conformità al natura socievole dell'uomo, da cui scaturisce il principio g neratore del diritto naturale, e tutta la serie dei doveri e l'uomo ha verso sé stesso. Necessità egoistiche di sicurez più che naturali sentimenti di benevolenza hanno indotto { uomini a uscire dallo stato di natura, a stringere un co tratto da cui trae origine la società civile, la legge positi^ lo Stato. Nella società civile fonte della morale e del ( ritto è la volontà del principe: in questa parte Pufend( Cfr. Pnfe^idorf : Dejure naturae et gentium, e. 2, $ Honestas sive necessitas moralis et tarpitudo suut affectiones actiom huiuaDarum, ortae ex couvenientia aut disconveuientia a norma seu le[ lex vero est inssum superioris ; non apparet qnomodo honestas aut ti pitndo intelligi possit ante legeni et citra snperìoris impositionem » Cfr. anche Lib. I, e. vi, $ 4 : € lex est decretum quo snperior sibi snbìecti obligat ». Cfr, Pufendorf, e per il conce della giustizia L'A. tratta dello stato di natura nel Libro II, e. il, . Vllo Stato. Cosi se da un lato disconosce completamente natura del diritto, trasformandone la dottrina in una dottrina dei doveri dell'uomo, dall'altro fa della volontà del sodano la fonte di ogni obbligazione morale e giuridica col Lcrificio incondizionato dell'individuo e delle sue naturali ndenze agl'interessi dello Stato. A Pufendorf spetta incontrastato il merito di aver lCCoUo a sistema il materiale che da ogni parte sulle orme Grozio si e andato accumulando: quindi in lui i caratteri onerali e le conseguenze ultime dell'indirizzo che mette capo Grozio e che sul continente trovò largo seguito di cultori, manifestano nelle forme più spiccate. Studiando Pufendorf )i possiamo misurare tutta là portata scientifica e pratica dio stqdio sul diritto naturale, il quale costituisce la scienza iciale dell'epoca, intorno alla quale gli spiriti nuovi, deside»si di riforme si raccolgono per tentare la soluzione dei più • ariati problemi religiosi, etici, politici. Si viene pertanto aturando nel campo delle scienze morali una rinnovazione laloga a quella^ che si andava dispiegando nel campo delle ienze fisiche e naturali. Nella storia del diritto naturale, :*ozio rappresenta la mente inspiratrice, Pufendorf la mente ordinatrice. Si comprende allora come in Pufendorf dovesse jcentuarsi la confusione tra morale e diritto. Anch'egli di- ci) stingue tra « forum internum et exteriium », ma quello abbandona alla teologia e fa materia della filosofia giuridica il vasto campo del forum externum ossia della condotta in generale ne' suoi rapporti esteriori . Nell'estensione assunta dalla scienza del diritto naturale, svoltasi all'infuori della religione e sopra basi razionali, tendente a quella costanza e immutabilità, che in altri tempi attribuivasi alle manifestazioni della volontà divina, si nascondeva un pericolo grave per l'avvenire delle scienze morali. La confusione tra morale e diritto nelle forme esagerate, ch'essa assume nei sistemi di Hobbes e di Pufendorf, minacciava risolversi nel fatto in una tirannia delle coscienze per parte dello Stato, analoga a quella che in altri tempi erasi deplorata per parte della Chiesa* Chi si rese perfetta coscienza del pericolo e corse al riparo e Thomasius. Spirito irrequieto e veemente, ingegno satirico, sprezzante Thomasius ebbe la mania del nuovo, non però, come spesso capita, del paradossale: che anzi il suo odio per gli aristotelici, il suo disprezzo per la metafisica rappresentavano in lui la reazione del senso comune contro il convenzionalismo aristocratico della scienza ufficiale, le sottigliezze inutili e dannose nelle quali il pensiero del suo tempo si perdeva; fu sua mira costante rianimare la filosofia col contatto della realtà, infonderle uno spirito nuovo, e sopratutto indirizzarla ad uno scopo di utilità individuale e sociale. Era naturale ch'egli si volgesse di preferenza verso gli studii di diritto naturale, che rappresentavano l'indirizzo nuovo e nello stesso Vedi in proposito la critica severa che il Leìbuitz fa dei prinoipii esposti dal Pufendorf, cli^ egli teneva in poco conto e come filosofo e come giureconsulto. Leibnitz : Opera, Ed. Dutens. Thomasias insegna matèrie giuridiche a Lipsia: per sfuggire alle persecuzioni esalò a Berlino presso l'Elettore Federico III, che gli offerse una cattedra ad Halle. npo pratico della scienza filosofica. Anche in questo campo, r non uscendo dall'indirizzo iniziato dal Grozio e continuato 1 Pufendorf, ebbe modo di dar prova del suo spirito originale. \bbiamo di Thomasius due opere sul diritto naturale, ritte a distanza di 17 anni, le quali misurano il progresso to dal suo pensiero in questo periodo di tempo. Egli riasme quanto prima di lui si era fatto nel campo degli studii iridici, e si fa eco delle tendenze nuove, da cui si generono riUuminismo tedesco e la filosofia kantiana. Nella ima delle opere sopra ricordate noi possiamo scorgere tutta ifluenza esercitata da Grozio e da Pufendorf sul suo peniro: con essi concorda nel dare alla scienza del diritto turale come fondamento la natura socievole dell'uomo sotlendolo ad ogni vincolo teologico, nell'accettare le finzioni Ho stato di natura e del patto per la costituzione della scita civile, nel derivare, sull'esempio di Pufendorf, il •itto dalla volontà di un superiore. Fin da questa prima e Thomasius mostra di meglio comprendere la natura del •itto, affermando recisamente che non si dà diritto fuori Ila società, né società senza diritto : ma non pone ancora 'suoi veri termini la questione dei rapporti tra morale e 'itto: ciò fece solo più tardi sotto la pressione di speciali •costanze di fatto e per motivi pratici, che costituiscono la usa intima e motrice di tutto lo sviluppo della sua dottrina. 27, La Sassonia, in cui Thomasius viveva insegnando a psia, era in quell'epoca teatro di aspri dibattiti religiosi, protestantesimo attraversava in Germania una crisi labo)sa. Le lunghe, interminabili polemiche teologiche ne avevano InstUutiones jurisprudentiae divinoCj Fundamenta juris naiurae gentium ex sensu communi deducta ecc. Cfr. InstUutiones ecc. C(r, Institutiones ecc. profondamente falsato il carattere: la fiducia del popolo, la influenza sul costume erano scosse, perchè non potevano conciliarsi col dogmatismo arido, intollerante, scolastico, al quale si era ridotta la vita religiosa. Si destò allora un movimento di reazione, noto sotto il nome di « Pietismo » che ebbe a primo legislatore se non a promotore Spener, e che proponevasi di far rinascere il sentimento religioso nelle sue forme schiette e popolari. Le lotte tra ortodossi e Pietisti, condotte con un'acrimonia incredibile minacciavano risolversi iii moti separatisti: gli eccessi di misticismo, a cui i Pietisti si abbondonavano, provocarono l'intervento dei principi, partigiani dichiarati degli ortodossi: si promulgarono editti di repressione, e i Pietisti furono perseguitati, processati, condannati come colpevoli di stregonerie: la tortura, l'inquisizione per opera dei protestanti parvero ritornare in onore. Thomasius prese parte attiva a questi avvenimenti: nel movimento pietista egli vide il ritorno ad un sentimento religioso più vero e naturale. I Pietisti e quanti erano accusati di malia trovarono in lui un difensore tanto più efficace in quanto alla sua mente di giureconsulto tali processi costituivano altrettanti attentati alla libertà di coscienza, un'invasione della pubblica autorità in campo che doveva considerarsi sottratto all'azione punitiva. In occasione di tali fatti egli si rese conto del pericolo derivante dalla mancanza del criterio distintivo tra ciò che era di competenza della morale e ciò che rien-r trava nella sfera del diritto. Tali idee maturarono nell'esilio, a cui egli stesso andò incontro e si presentano in forma definita nell'opera sul diritto naturale pubblicata. Thomasius nella sua tendenza al nuovo, ne' suoi intendimenti pratici fu sotto molti aspetti benemerito della Thomasius combattè la tortura e i processi contro le streghe nell'opera 4L De crimine magiae. Federico II disse di lui che aveva rivendicato alle donne il diritto di vivere senza pericolo. La difesa dei Pietisti e i primi accenni alla distinzione tra morale e diritto si trovjino nelVo- filosofia tedesca. Prima di Kant egli intravide il nesso esistente tra il problema conoscitivo, etico e giuridico: primo osò affermare che la ragione non deve andar disgiunta dal senso, e che solo la conoscenza dei fenomeni è fonte di certezza. Nel rispettare ed accrescere l'essenza delle cose consiste il bene, e la maggior felicità dell'uomo costituisce lo scopo ultimo della morale. Nel concetto amplissimo di diritto naturale Thomasius fa rientrare la morale e il diritto, ma nel determinare il principio generatore abbandona Pufendorf, sostituisce al principio della socialità l'istinto alla felicità, e su di questo fonda il criterio di distinzione tra le due scienze, di cui l'una tende ad attuare la felicità interna, l'altra la felicità esterna. Né solo per lo scopo diverso a cui mirano si distinguono, secondo Thomasius, la morale e il diritto, ma anche e sopratutto per la natura dell'obbligazione, la quale si presenta nelle due scienze diversa per ciò che riguarda l'origine, l'oggetto, i caratteri. L'obbligazione giuridica nasce dal comando di un superiore, ossia trae la sua forza obbligatoria da una forza esterna: l'obbligazione morale invece scaturisce dall'intimo della coscienza individuale, e più propriamente dall'apprensione di un male o di un pericolo al quale l'agente si espone nell'atto di agire. In ordine all'oggetto, l'obbligazione giuridica si riferisce solo a rapporti esterni sorgenti tra uomini uniti dal vincolo di società. L'obbligazione morale invece ha una sfera di applicazione molto più larga: essa non solo comprende i rapporti esterni, ma ancora gli interni che l'uomo ha verso sé stesso. pera € Sai diritto dei principi evangelici neUe controversie teologiche ». In questa parte non ho potato valermi, come mi valsi altrove, dell'opera magistrale di BUFFINI sulla « Libertà religiosa ». Ed. Bocca, Torino Cfr. Fundamenta ecc. Precisando meglio il suo concetto Thomasius aggiui oggetto dell'obbligazione morale possono essere Vhom il decornun, mentre dell'obbligazione giuridica solo lo, Sotto questi tre concetti rientrano tutti i doveri: Vhc comprende i doveri che l'uomo ha verso sé stesso, i riassumono nel principio di fare a sé quello che si à altri faccia: il decorum e ìojusium abbracciano tutti verso gli altri: ma di essi, i doveri di convenienza e lenza rientrano nel decorwn, i doveri di giustizia nello, il diritto pertanto non solo non è ciò che di sua n semplicemente onesto, ma neppure consiste in ciò e sua natura semplicemente decoroso. Da queste premesse deriva il carattere negativo e dell'obbligazione giuridica, il carattere positivo e im della obbligazione morale. Il diritto deve limitarsi a quelle azioni che appaiono inconciliabili con una vita ordinata: donde la necessità che abbia limiti fissi e celle sclei>ze fpotall. Bacone e saa posizione nella storia del pensiero Bac e le scienze morali Etica e scienza civile in Bacone Il metod Hobbes ^ 35. Hobbes e i suoi tempi — Sistema etico-giuridico di Hot Il rapporto tra morale e diritto in Hobbes L'opposizione a Hobi Cumberland Locke e i suoi tempi Morale e diritto in Locki Da Locib a Hume Humé e i suoi tempi Filosofia di Hum Rapporto tra morale e diritto in Hume — Adam Smith e sua im] tanza. Sistema etico-giuridico di Smith Bacone è il profeta della nuova epoca, è il Mosè e ha dischiuso la vista della nuova terra promessa. Questo C( cetto espresso dal Macaulay non risolve la dibattuta qi stione risguardante il posto che Bacone occupa nella sto: del pensiero. A risolverla conviene considerare a parte Baco e l'opera sua, Bacone e i suoi tempi, Bacone in rapporto a sviluppo del pensiero scientifico e filosofico posteriore. Considerata in sé stessa l'opera di Bacone racchiude un a significato, come quella che, sotto un'apparente riforma metodo, prelude ad un nuovo orientamento del pensiero, ad rinnovamento radicale del sapere. Sotto tale aspetto Bacc occupa un posto eminente non solo nella storia delle scien come ritiene Adam, ma ancora della filosofia. Primo e assorse al concetto tutto moderno e per l'epoca sua prematu dell'unità dello scibile sulle basi della filosofia naturale r novata dal metodo induttivo. Per Bacone l'unità del metod correlativa all'unità della scienza, e questa è a sua volta riflesso e il prodotto della unità che si ammira nella natu Le scienze formano un tutto unico e continuo in cui le pa si distinguono, ma non si separano; quando una reale se] razione si verifica, la parte divisa isterilisce e muore. T; Cfir. il noto saggio del Macaulay (Lord Bacon, EssaySf ed.Tauchn ). Ch, Adam, Philosojìhie de Francis Bacon, ed. Alcan, sulla via tracciata da Bacone: non la scienza, poiché il prevalere degli studii astronomici sullo studio delle scienze naturali propriamente dette, fece preferire il metodo geometrico al metodo strettamente induttivo di Bacone: non la filosofia che segui un metodo soggettivo ed empirico più che positivo quale era da Bacone indicato. Nell'azione diretta a scuotere il giogo della teologia ben si rivela Bacone figlio dell'epoca sua, ma tra i dogmatici e gli scettici egli si apri una via sua propria, che non fu né la razionale di Cartesio né l'empirica di Hobbes. Bacone è il vero precursore di quella filosofia positiva, che il Comte dove opporre alle aberrazioni metafisiche; di ciò può. far prova la sua dottrina etico-giuridica. Sotto l'aspetto speciale delle scienze morali Bacone ò non fu preso in considerazione o non fu rettamente giudicato sia per parte di coloro che vollero derivare da lui lo svolgimento del pensiero etico inglese, sia per parte di quelli che negano alle sue dottrine morali ogni valore. Ciò si deve in parte a Bacone stesso il quale più che un sistema etico-giuridico svolto nelle sue singole parti, ci lasciò l'abbozzo di un sistema, il quale non attrasse mai l'attenzione degli studiosi, mentre pur permetteva la ricostruzione intera del suo pensiero. Due furono le preoccupazioni costanti di Bacone in ordine alle scienze morali: sottrarle al dominio della, teologia e della metafisica. Con Montaigne e con Charron egli ebbe comune lo Le scienze naturali dopo le scoperte di VINCI (si veda), di SERVETO (si veda), d’Harvey, subirono un arrèsto nel secolo xvii di fronte ai notevoli progressi dell'astronomia e con essa delle scienze matematiche : la geometria in particolare divenne per oltre un secola la scienza madre, alla cui iniSaeDza non seppero sottrarsi le stesse scienze morali. È noto che Bacone fa fierapiente avverso all'estensione delle matematiche allo studio della natura. Comte accennando all'unificazione del sapere come allo scopo ultimo della filosofia posi ti vn^ e costretto a ricordare le geniali intuizioni di Bacone {Cours de philosophie posUivef I,). sofi inglesi che lo seguirono, e solo può riconnettersi ai t tativi fatti per dare alle scienze morali fondamento positivo. Elemento generatore delle scienze moi è per Bacone la natura, in ciò coerente al principio secoi il quale la scienza della natura non solo è scienza madre cui tutte le altre devono coordinarsi, ma in tanto ha valor significato in quanto può servire a dar norma e indirizzo a vita individuale e collettiva. Nella classificazione delle scienze posta da Bacoi l'Etica e il Diritto rientrano nel largo campo delle sciei relative all'uomo; ma mentre l'Etica è il ramo più nobile de Filosofia umana, che studia l'uomo a sé, in quanto consta elementi corporei e spirituali, il Diritto colla Politica costuisce la parte fondamentale della filosofia civile, la qu move dal presupposto dell'uomo associato e già eticamei formato. I rapporti e i limiti tra le due scienze sono in tal me implicitamente segnati: l'Etica forma l'individuo, la Scien civile mediante il diritto provvede alla prosperità e alla pi interna di uno Stato : quindi differiscono tra loro per l'ogget lo scopo, la sfera diversa in cui si svolgono. Niun dubbio e il contenuto della scienza civile, risultando di elementi as$ varii e disparati, con grande difficoltà si lascia ridurre a le| e abbia letto le sue opere. Certo conobbe VANINI (si veda) a Londra sopratntto apprezza TELESIO (si veda) che chiama amantem veritatis et scien ntileni, hominam novoram primuin. La decadenza della filosofia morale e civile è attribuita da Bacne notevole, per quanto non avvertita, nella ndividuo segue suo malgrado il moto generale cui riflette i sentimenti, le idee, le tendenze, on può far assegnamento sull'azione di queste Qè subisce i vincoli e le repressioni sociali formazione dell'uomo interiore. Ancora l'Etica ne interna dell'uomo, e sulla bontà dell'inteninsiste: per la vita e per il progresso sociale liformità esteriore degli atti alla legge, e per D servire mezzi sensibili e materiali, l'uso dei agli scopi della morale. Le proporzioni stesse sua stessa perennità di esistenza, la complesiti che lo costituiscono sviluppano un gioco Bazione, per cui le cause deleterie agiscono 3 insensibilmente: nei singoli individui, data vita, e la costituzione più semplice del loro ^uenze delle azioni disoneste si svolgono più lutamenti nell'opinioni e nei costumi sono più i. Per tal modo Bacone sotto colore di accenItà diverse, contro cui l'Etica e la Scienza ttare, tocca le differenze tra le due discipline, apporti che corrono tra individuo e Stato. Le devono tener conto delle condizioni variabili vidui : le norme giuridiche valgono per l'orforme, perchè più vasto, dello Stato, e in esso osserva Bacone (De Aug,) che Soggettò è pili di ogni altro « materiae immersum^ ideoque mata redncitur. compaiono le differenze dell'individuo, che è l'atomo della vita sociale. La stessa modernità di vedute Bacone dimostra nel trattare a parte l'Etica e il Diritto. Dal modo di comportarsi degli esseri in natura, egli trae la soluzione del problema teorico relativo alla natura del bene. Ogni cosa in natura, esistendo ad un tempo per sé e come parte di un tutto, tende a conservarsi, accrescersi, moltiplicarsi: cosi esiste per l'uomo un bene individuale e collettivo; nello svolgere sé stesso e le proprie facoltà in guisa da rendersi atto a far il bene del tutto, di cui fa parte, sta la perfezione morale dell'uomo. Determinata la natura del bene, bisogna che l'uomo sia in grado di raggiungerlo con una serie di mezzi, che solo può indicare lo studio della costituzione psichica speciale di ciascuno, variabile secondo i tempi, i luoghi, l'età, il sesso. In ciò sta la morale pratica, nel trattare la quale il moralista deve fare come il medico che studia il corpo umano per conoscerne i mali e indicarne i rimedii. Lo studio del bene collettivo fa parte dell'Etica non della filosofìa civile come a tutta prima potrebbe p/irere. Finché prepariamo ed educhiamo l'uomo a convivere in società, a preferire il bene comune al proprio, la vita attiva alla contemplativa, noi non usciamo dai limiti e dai compiti della morale. I rapporti tra l'Etica e la Scienza civile sono svolti da Bacone nel De Augmentis. La dottrina etica di Bacone è contennta nel De Augìnentis : la dottrina giuridica, e. m, sopratatto nell'Exemplum iractatus de justitia universali; sive de fontibus juris > che è aggiunto come appendice. Distribuisce Bacone la dottrina etica in due parti: l'una teorica € de exemplari boni » tratta della natura del bene ; l'altra pratica « de regimine et cultura animi » tratta delle norme atte a conformare l'animo al bene : senza quest'oltima, la prima è come una statua « pulchra quidem aspectu, sed motu et vita destituta » (De Aug.). In quella guisa che è cosa diversa fabbricare una macchina, e metterla in moto, così la scienza civile si distingue dalla dottrina del bene collettivo che conforma l'animo alla vita sociale. senato moralmente l'individuo, entra in campo la Scienza avente per oggetto l'uomo congregato. Nell'abbozzo filasciatoci da Bacone è la parte che presenta maggiori 3 e imperfezioni. Però nel trattare dell'azione dello Stato ipporti interni fra i cittadini, azione che si esplica meì il diritto, Bacone dà novella prova di larghezza e orità di vedute. Il diritto non è fine a sé stesso, ma per procurare il benessere materiale e morale del poNel trattare di legislazione Bacone dichiara dì voler seun metodo suo proprio, distinto da quello adottato dai consulti filosofi e pratici, dei quali i primi fanno leggi jinarie per stati immaginarli, i secondi sono schiavi leggi e degli usi locali, non hanno la guida dei prinche è condizione di equanimità e sincerità nei giudizii. :islatore deve conoscere la filosofia civile, e l'equità ale da un lato, ed essere dall'altro esperto conoscitore >stumi e dei bisogni del popolo, pel quale fa le leggi ., varietà delle leggi può bene associarsi, secondo Baalla loro unità, poiché sotto le moltiformi leggi degli e dei popoli, non é difficile rintracciare certi principii Lstizia costanti, su cui può elevarsi un sistema di legisle ideale, a cui tutte le leggi diverse si riconducono, e i tutte discendono (3). Ma la sapienza del legislatore non solo consistere nel conoscere e determinare le legum ma ancora nell'applicazione della legge (4). Quest'aspetto La dottrina deUo Stato è da Bacone distìnta in dne parti : Tiina mo 8ive de repuhlica administranday l'altra de justitia universaUf sive ihu8 juriSy ossia la parte politica e la giuridica (De Atig,). Xr. De Aug,, ove dice: philosopbi multa prò-, dictn pulchra, sed ab usu remota. Jnrisconsnltì antem, suae qnisqne leguin, yel etiam ROMANORVM aut pontificiarum, placitis obnoxii, sincero non ntnntnr, sed tanquam e vincnlis sermocinantur »'• I!fr. De justitia univeì^sali, Aph. 6. i La saggezza del legislatore, egli scrive, consiste non solo nellMli giustìzia, ma nella sua applicazione^ nel prendere in consideramezzi per i quali le leggi sono reso certo, le cause e 1 rimedi delle Lcertezze. formale del diritto, trascurato dai fìlosofl del diritto naturale,,ha un'importanza nell'attuare gli scopi della giustizia, che non sfuggi a Bacone; se vario è il contenuto delle leggi, la forma è costante e può ridursi ad assiomi; se la perfezione delle le^i non può facilmente ottenersi, almeno devesi cercare la certezza coi mezzi formali. Là certezza è condizione necessaria per conseguire VaequUasjuris, ossia l'uniforme interpretazione e applicazione della legge, da cui dipende la efficacia e l'autorità del diritto sostantivo. Poco meno di due secoli dovevano trascorrere prima che le idee di Bacone fossero accolte e applicate: erano premature. Bacone fece come colui che avendo trovato una nuova via vi si slancia con entusiasmo e la percorre rapidamente fino alla fine: ma gli altri per tal via non lo seguirono come quella che contrastava troppo alle tendenze e ai metodi filosofici del secolo: ailcora la mente umana non aveva condotto il metodo razionale alle sue estreme conseguenze per ricredersi, e porsi sulla via più modesta, ma più sicura aperta da Bacone alle scienze morali. Hobbes fu chiamato il primo discepolo di Bacone : tale filiazione intellettuale, sostenuta fra gli altri dal Kuno Fischer, fu generalmente accolta: le stesse relazioni personali che corsero tra Bacone e Hobbes parvero confermarla. Il Wundt stesso fa dell' Hobbes un continuatore di Bacone nel campo delle scienze morali. Studii più recenti vennero in opposto parere, a noi crediamo col Lange, collo Jodl, col Sidgwick, che si debba negare qualsiasi rapporto di filiazione tra Hobbes e Bacone. La diversità del metodo rispettivamente usato e ornai posta fuori di dubbio dal Lange e dallo Jodl. Lange. Il criterio della bontà di una legge sta in ciò ch'essa sia « intimatione certa,' praecepto jnsta, executione commoda, cum forma politiae congrua, et generans virtutem in subditis (Ib. Aph.. Cfr. Wnndt: Ethik, Libro II, e. ni. Cfr. Sidgwick : Outlines of the history of Ethics, London Cfr. Jodl: Gesc'xiichte der Ethik, definisce il metodo di Bacone induttivo, quello dell' Hobbes ipotetico-deduttivo, ossia cartesiano. Mentre il primo procede analiticamente movendo dall'individuo per elevarsi €\ genere e quindi giungere direttamente alle cause reali dei fenomeni, salvo poi ricorrere alla deduzione per utilizzare e generalizzare le verità discoperte, Descartes e sulle sue traccio l'Hobbes procedono sinteticamente premettendo la teoria a guisa di ipotesi, spiegando mediante essa i fenomeni, per poi controllare la bontà della medesima facendo ricorso alla esperienza, a cui spetta la pai'te principale e decisiva nella dimostrazione. Ninna comunanza quindi di metodo tra Bacone e Hobbes: entrambi ricorsero all'esperienza, ma Bacone vi ricorse per elevare su di essa la scienza, Hobbes per confermare la teoria, posta innanzi come ipotesi. Osserva il Lange che il metodo ipotetico-deduttivo è assai più vicino al vero processo seguito nello studio della natura che non quello induttivo di Bacone: qualunque sia il valore di tale affermazione, essa è vera pel secolo XVII, nel quale prevalsero l'astronomia e le scienze matematiche. A questo metodo, prevalente nel campo stesso delle scienze naturali, non ancora trasformato in razionale puro per opera dei fanatici seguaci di Cartesio, appartiene Hobbes. Questi contrariamente a Bacone studiò ed apprezzò le matematiche: in istretto rapporto coi tempi egli riconobbe e accolse senza restrizioni (ciò che non fece Bacone) gli importanti risultati ottenuti nel campo delle scienze naturali: e mentre a Copernico rivendicava l'onore di aver fondato l'astronomia, a Galileo la fisica, all'Harvey la fisiologia, sperava che altri potesse dire lo stesso di lui in ordine alla filosofia politica. Come Cartesio egli mosse da un presupposto teorico alla costruzione del suo sistema, e cercò nella esperienza e osservazione fisiologica argomenti a sostegno della sua teoria. Cfr. Lange: Histoire du matórialisme, Lange. IC p''yiHBI'PUV''^l-l'^- 5& -La filiazione tra Bacone e Hobbes come non e«i I)el metodo cosi non esiste né diretta né indiretta per la ( trina. Se comune ad entrambi é l'avversione ai vieti pres posti metafisici e teologici, nonché il sentimento di ribelli all'autorità di Aristotele e la tendenza a secolarizzare scienze morali, non per questo si può dire col Wundt Hobbes continuò Bacone, ma solo che entrambi subir le stesse condizioni generali dell'epoca, ciò che non impe» Hobbes di elevare una metafisica di nuovo genere, div€ dall'antica teologica, ma non meno contraria alla filosofia coniana. Ma se con Bacone subi l'influsso generale del ten non da lui Hobbes trasse motivo e ispirazione a scrivere cose morali e civili, ma direttamente dalle condizioni pa colari dell'Inghilterra del suo tempo. Egli non assiste ind rente e quasi ignaro come Bacone ai gravi rivolgimenti poli e religiosi che agitavano il suo paese e che dovevano a\ una importanza decisiva sull'avvenire del popolo inglese: vi partecipa direttamente, proponendo quella che a lui pa la vera soluzione, e sopratutto richiamando sui problemi rali, religiosi, politici l'attenzione degli studiosi e degli uon di Stato che sotto l'influenza delle sue dottrine dovevano vidersi in due campi opposti e ostili. E cosi mentre Bac isolandosi dai suoi tempi non sollevò intorno all'opera proj né le ire né le lodi dei contemporanei, Hobbes inspirandosi suoi scritti direttamente ai fatti che prepararono la Gra Rivoluzione inglese, esercitò un'influenza decisiva sull'i rizzo e sullo sviluppo ulteriore delle scienze morali. La rivoluzione che si andava maturando nell'Inghilt^ I, era ad un tempo ec( mica, politica, religiosa; ma nelle sue diverse forme essa ] presentava pur sempre l'emancipazione dell'individuo dai coli che ne ostacolavano la libera attività. Proprio in ( l'Inghilterra cessava di essere un paese esclusivam( Wundt: Op. cit., Lib. II, e. ni. agricolo per divenire in un certo grado paese commerciale e manifatturiero; la proprietà mobiliare frutto del lavoro si affermava vigorosamente di fronte alla proprietà terriera, nata dalla conquista: cadevano le corporazioni d'arti e mestieri, i monopolii, i privilegi; lo Stato cominciava a legittimarsi in proporzione della libertà e dei vantaggi che derivavano all'individuo. L'individualismo economico mette capo all'individualismo politico: una trasformazione in senso democratico dello Stato si rendeva oramai inevitabile; a misura che la coscienza della propria forza si diffondeva nella classe media lavoratrice cresceva l'avversione contro il lusso smodato di Corte, contro le arbitrarie imposizioni, contro le indebite ingerenze dello Stato, di cui volevansi ridotte al minimo le funzioni, e si voleva controllata l'azione nei rapporti coi cittadini. L'individualismo economico e politico traeva nuova forza dalle credenze religiose sorte dalla Riforma Protestante. Il Calvinismo penetrato in Inghilterra nella sua forma più rigida, aveva prodotto i Presbiteriani scozzesi, e i Puritani inglesi. Era appunto nell'essenza del Calvinismo democratizzare le credenze religiose, porre l'uomo in rapporto diretto colla divinità, farne l'interprete della legge e della volontà divina, senza bisogno di intermediarii, che facevano servire la religione a scopi ambiziosi e politici. Il trionfo dell'individualismo nelle sue diverse forme non fu senza contrasti: esso lottò contro le tendenze reazionarie e assolutiste del potere regio che ebbe ad alleata docile e passiva la Chiesa anglicana o episcopale. Non rimasero i forti pensatori dell'epoca estranei e indifferenti alla lotta: tra tutti si distinse l'Hobbes, la cui dottrina concepita quando più accanita ferveva la lotta, trovò eco profonda negli animi. E l'in Cfr. per le condizioni economiche deU* Inghilterra in quest'epoca il Cnnningham, English Commerce and Industry— per le condizioni politiche il Burgess,Politicai Science and Comparative Constitutional law — per le condizioni religiose il Ruffini, « Libertà religiosa. fluenza da lui esercitata fu in proporzione del disinteresse e^ della sincerità dell'opera sua di scrittore. All'assolutismo non fu condotto da motivi di interesse personale, ma da quello stesso individualismo che trionfo colla Rivoluzione, e che in niun tempo trovò un più forte e convinto sostenitore; ma appunto per ciò parve ad Hobbes che l'assolutismo solo potesse contenere lo sfrenato egoismo della natura umana. Il vecchio e il nuovo vengono pertanto stranamente a incontrarsi nella dottrina dell'Hobbes senza confondersi: la base psicologica del suo sistema, rispondendo ad un lato costante della natura umana, potè vivere di vita propria, e servir di punto di partenza allo sviluppo ulteriore del pensiero etico inglese, indipendentemente dalla forma politica da lui vagheggiata. Per opera d’Hobbes penetrava nel campo della speculazione fìlor sofica e sopratutto delle scienze morali quell'individualismo, che fino allora ne era stato lontano per l'influenza delle opposte teoriche del diritto divino, e della morale cristiana, e vi penetrava nella sua forma più rigida senza temperamenti di sorta. Di qui la importanza e il significato della dottrina etico^iuridica dell'Hobbes. Hobbes intese sopratutto col suo sistema risolvere un problema politico, e a questo subordina come mezzo al fine la morale e il diritto. Anche sotto tale aspetto più che a Bacone egli deve riconnettersi a quella corrente generale di pensiero, che originatasi dalla Riforma e svoltasi nella formazione degli Stati moderni, aveva elaborato il concetto di una legge di natura, ossia di una norma ideale, morale e giuridica ad un tempo, tratta dallo studio della natura umana, su cui dovevansi modellare i rapporti politici. Ma contrariamente al Grozio e ai cultori del metodo razionale, l'Hobbes nello studio dell'uomo e nella concezione di uno stato e di una legge di natura diffida della ragione e della storia, e si Con frase felice U Tulloch chiama l’Hobbes un radicale a servizio della reazione. si esclusivamente dei risultati condotta con criterii empiri % lui come a un precursore d 5 altri si preoccupa delle esig lobbes con concetto assai più r dell'operare umano, e sili i eri, della osservazione psicolc il suo sistema. Quindi è che Hobbes devonsi, secondo noi, ma fondata sull'osservazione ] jato carattere empirico-indutti i risultati della prima ha car r runa l'Hobbes sopravive a' s iza per l'elaborazione ulterio •a partecipa alle astrazioni mei mpo psicologico Hobbes è un ) nell'uomo due sostanze, ma ( psichici; il moto dei corpi si ai nostri sensi, che lo trasmett: segue la sensazione, ossia ui reazione dall'interno all^esteri d allontanare l'oggetto esterno od ostacola la vita, ossia a i ile: effetti soggettivi concomitj e e il dolore. Il piacere è la mis . In questa concezione material ra si fondano la moralità e il erò non perde nella società civile la sua persoica e morale: lo Stato riposa pur sempre sul tae sulla tacita cooperazione degli individui e la rova limiti efficaci in una saggia separazione di )ntrollo permanente del popolo, nella legge stessa cui le leggi civili non possono contraddire. nenticare che nel sistema politico di Locke spiega )cisiva la pubblica opinione, le cui norme risponsialmente a quelle della legge di natura, modifi. costume e dagli usi locali, sono tali da tenere acemente cosi le azioni dell'individuo come quelle iti. sistema etico-giuridico del Locke, come in quello due diversi indirizzi convergono, l'indirizzo utili;o, e l'indirizzo metafisico-razionalista, proprio dei iritto naturale. È innegabile che nella determiflne e dei motivi della moralità, egli continua e 3todo di osservazione psicologica iniziato dali senza allargarne i limiti fino a comprendere gli ili tra le condizioni della felicità e i motivi di combattere poi l'innatismo, egli rappresenta un presso sull'Hobbes, in quanto dischiuse la via, da non percorsa, alla conoscenza sperimentale e pomoralità., e. Bull^Bsteusione e limiti del potere legislatÌTO. D'altro canto nella parte ricostruttiva Locke è un razionalista, subisce l'influenza della scuola del diritto naturale, e segue con Cumberland l'indirizzo di Grozio distaccandosi da Hobbes e dalla sua dottrina. Infatti nel Locke il concetto della legge di natura presenta un carattere di universalità e di obbiettività che in Hobbes originariamente non ha, e la sua teorica del governo, scritta à giustificazione di fatti compiuti, e rappresentando le aspirazioni popolari è le idealità politiche de' tempi nuovi, e destinata a esercitare un'influenza notevole in Francia ove la trasformazione sociale ed economica in senso individualista stava iniziandosi. La concezione della legge di natura, come norma razionale, il concetto dell'individuo fatto sovrano ed esecutore della medesima, i principii della sovranità popolare, d'uguaglianza, della separazione dei poteri sono dal Locke enunciati nella forma più suggestiva e diventano patrimonio comune delle coscienze nuove. Ma se era più consentanea alle aspirazioni^e alle esigenze razionali dell'epoca, la teorica di Locke mancava di quel fondamento positivo che riscontrasi invece in Hobbes, la cui dottrina dello stato di natura, fondata sull'osservazione ristretta ma vera della natura umana, si ravvicina ne' suoi risultati assai più che non quella del Locke alle reali condi-zioni dell'uomo preistorico. La teorica della legge merita speciale attenzione in Locke come quella che rappresenta un tentativo fatto per distinguere la morale dal diritto e stabilirne i rapporti reciproci sopra una base nuova, suscettiva di svolgimento e di progresso. In omaggio alle idee dominanti Locke assorge al concetto di una legge di natura generatrice di ogni altra, misura obbiettiva, universale, immutabile della condotta in generale: ma questa legge soddisfa ad una esigenza puramente teorica e ha una esistenza ideale, mentre nel fatto si risolve in legge civile e in legge del costume, che rispondono rispettivamente alla legge giuridica e alla legge morale. L'ordine naturale obbiettivo rappresentato dalla legge di natura i operatasi in- quel secolo per parte dei NON-CONFORMISTI (Herbert Grice), là quale colla lunga oppressione scosse 1’influènza tirannica della chiesa ufficiale. A. misura che il dispotismo politico e religioso perdeva terreno cresceva l'interesse per le indagini di natura morale, e civile. Hobbes e Locke avevano posto i germi per un nuovo orientamento degli studi morali, iniziando l'indagine psicologica: ma mentre l'uno fu indotto dalla logica inesorabile de' suoi principii a soffocarne i risultati nel dispotismo, l'altro cercò temperare le premesse psicologiche, ancor sempre ristrette e unilaterali, facendo ricorso ad elementi razionali. Il dualismo tra ciò che era risultato dell'analisi psicologica e le esigenze della ragione e della pubblica opinione, si risolve dopo Locke in due indirizzi distinti, personificati in Clarke e in Schaftesbury. In Clarke la ragione riacquista intero e incontrastato quel primato nella formazione della moralità e del diritto che la scuola empirica tendeva a scuotere in favore della volontà: movente all'azione e criterio di moralità è l'evidenza e la certezza dei principi! morali, non innati nell'uomo o rivelantisi intuitivamente all'intelletto, ma razionalmente dedotti dai rapporti immutabili e naturali delle cose. Le idee morali e giuridiche vengono per tal modo a confondersi colle verità intellettuali, la necessità lògica si converte in necessità morale, e il dovere diventa Passenso necessario dato alla suprema ragione delle cose. Il RAZIONALISMO penetra col Qlarke in Inghilterra, distinguendosi a un tempo dall'innatismo professato anteriormente dalla scuola di Cambridge, dall'intuizionismo posteriore del Butler e del Reid: esso rispondeva alla segreta ispirazione di molti di trovare, secondo il concetto espresso dal Locke, alla condotta una base cosi sicura come quella trovata da Newton alla meccanica. Ma tale indirizzo inteso a fondare le scienze morali e giuridiche su principii astratti Cfr. del Clarke l’opera pubblicata col titolo, A Discourse, concerning the Being and Attrihutes of God ecc, il quale, sottratto alla ragione e alla riflessione, è fondato sul senso, divenuto capace non pur di impulsi egoistici ma anche altruistici. Con Schaftesbury sono definitivamente acquistati all'etica empirica due concetti nuovi: la naturalezza delle affezioni socievoli, che concorrono coll’AMOR DI SÉ (H. P. Grice, SELF-LOVE) a regolare le azioni umane, — il senso morale, ossia un elemento tutto interiore sostituito alla volontà divina e umana, alla ragione stessa come criterio di approvazione, e fatto capace di determinare all'azione. Senonchè il difetto di rigore scientifico nelle affermazioni dello Schaftesbury, l'ottimismo esagerato che lo anima tolsero efficacia e autorità alla sua dottrina, ugualmente combattuta da liberi pensatori come Mandeville e da ortodossi. I germi da lui posti furono raccolti e innalzati a dignità di sistema da Hutcheson, il noto fondatore della Scuola Scozzese. Nell'Hutcheson il problema della condotta assume l'ampio e sistematico svolgimento, di cui dopo Cumberland. non si aveva avuto esempio. Anche per Hutcheson fonte originaria della vita morale e giuridica è il senso morale, elevato a criterio modellatore e ordinatore degli affetti umani, tra i quali esso dà il primo posto alle affezioni benevoli, aventi un grado diverso di estensione e quindi di eccellenza intrinseca. Dalle forme della simpatia, pietà, gratitudine, amore, affetti domestici, amicizia, patriottismo, l'affetto benevolo si eleva gradatamente fino all'amore verso l'umanità in generale, spogliandosi mano mano degli elementi impulsivi, violenti, egoistici per raggiungere uno stato di calma determinazione verso il bene di tutti. La ragione non spiega un'attività sua propria nello sviluppo della vita morale; essa deve solo con Le opere principali di Hntoheson sono: An Inquiry into the Originai of our ideas of Beauty and Virtm, e qneUa postnma edita dal figlio dell' A.: A System of Moral Philosophy, Ci siamo valsi dì qaest'alttma peU'edizìone francese. Cfr. Systeme, ove tratta del «enso morale. ire e confermare sulle basi dell'osservazione e dell'espea le naturali manifestazioni del senso morale. Dall'eserdelle affezioni socievoli e disinteressate scaturiscono i ri più puri e durevoli, e deriva all'uomo il massimo : donde la perfetta armonia e corrispondenza tra virtù icità. Il senso morale come ci fa rilevare la bontà, così intuire il carattere del giusto nell'azione, carattere che ^ela nelle affezioni tendenti al bene generale; vien cosi nata la coincidenza tra bontà e giustizia, tra azione a e giusta in guisa che basta agire bene per agire giusto, me pertanto è il fondamento psicologico della morale e liritto. Ma se l'intenzione è condizione necessaria perchè :ione sia buona e giusta intrinsecamente (bontà aliate), per gli scopi e le conseguenze pratiche della condotta i, secondo Hutcheson, la bontà formale, ossia la conforanche solo esteriore ai dettami del senso morale. ) spiega perchè Hutcheson passando dai principii teorici costruzione concreta di un sistema di norme etico-giufie si preoccupa sopratutto di assicurare la bontà forcome quella che più interessa la convivenza sociale: e scopo sostituisce al criterio soggettivo del senso moil criterio oggettivo del bene pubblico . per determinare oralità più propriamente la giustizia dell'azione, adot) il principio che divenne in epoca posteriore la base istemi utilitarii, ai quali prepara la formola (2). Preocto quindi del bene pubblico e della bontà formale, l'Hut)n doveva insensibilmente esser portato a sacrificare alle nze giuridico-sociali, gli interessi della moralità propriae detta : lo prova il fatto che nell'indicare le norme di Cfr. Op. cìt.y ibid.y lib. Ili, ove spiega i concetti di giustizia e di tizia^ di bontà materiale e formale, di diritto e di legge, di diritti ti e imperfetti. Ecco le parole precise di Hutcheson: « that action is best which res the greatest happiness for the greatest numbers. Questa forcorrispoude a quella di Bentham. 1fVa«fr'J»K •?.!•"% condotta esso segue il sistema e la classificazione dei giurisi anziché quella dei moralisti. Questo costante equivoco ti moralità e diritto si rivela ancora nella distinzione da li posta tra diritti (e quindi obbligazioni) perfetti e imperfetl di cui solo i primi sono assolutamente necessari alla vii sociale, e possono essere coattivamente imposti, mentre i s libertà ;, in cui tratta del governo civile, del contratto sociale, delle leggi civili. Cfr. Miller, Laio of nature and nationa in Sootland, Edinbur: saggio primo, p. 3-35 ove si tratta della filosofìa giurìdica del Scuola scozzese, e in particolare del sistema dell' Hutcbesou, condotta. Senonchè il fondamento ra capace di analisi ben più prolato della dottrina dell'Ha tcheson th, per opera dei quali la teorica lo deirosservaÉione psicologica ap)lsero e si perfezionarono. 'Hutcheson nel campo delle scienze dell'Hume e dello Smith ed ebbe a a. La rivoluzione ilterra la triplice trasformazione ja. Col trionfo del sistema pariaio, della libertà religiosa sull'ina libertà economica sul protezioLlismo sotto tutte le sue forme si dominio incontrastato. Nella Scozia storiche, la rivoluzione aveVa preantesimo contro il sistema episcoil trionfo della libertà nazionale da un lato, dell'intransigenza re:ico dall'altro. La lotta politica luove energie commerciali e inducata da questioni religiose: epperò entrambi i paesi conseguita, essa pagnata e integrata dalla libertà necessario che l'annessione della enuta definitivamente, e a rivoluzione, esplicassero i loro esse scuotere il giogo della super-, religiosa. Né deve far meraviglia III, proprio quando più fioriva lo storia del pensiero uomini come le loro dottrine, contrarie all'in-, non trovarono eco nella Scozia, M)«a, Torino, Boccs, mentre esercitarono grande influenza in Inghilterra, ove furono apprezzate e discusse: secondariamente Tesser essi nati e cresciuti nell'ambiente scozzese spiega le caratteristiche del loro intelletto, e sopratutto la natura del metodo seguito, che fu essenzialmente deduttivo e contrario all'induzione empirica dominante in Inghilterra. Vedemmo l'Hutcheson trarre dal postulato indimostrabile del senso morale tutto il suo sistema filosofico: analogamente fece Smith movendo dalla simpatia: l'Hume fu avversario dichiarato dell'indirizzo baconiano, e subordinò costantemente il fatto all'idea. Speciale importanza hanno l'Hume e lo Smith in ordine alla determinazione del rapporto tra morale e diritto: per opera loro il problema si avviò verso una soluzione che fu sotto molti aspetti notevole e decisiva. L'osservazione empirica della natura umana confermata dall'esperienza fece convinto l'Hume che esiste un'attività interiore originaria e istintiva, il senso morale che determina all'azione, e che la ragione può solo regolare ed esplicare. L'Hume non si preoccupò tanto dì studiare direttamente questa facoltà innata dell'uomo e di penetrarne la natura, quanto piuttosto di rilevarne gli effetti e le manifestazioni oggettive e soggettive. L'azione determinata dal senso morale, ossia l'azione virtuosa è oggettivamente utile, soggettivamente piacevole: perciò il giudizio sulla moralità dell'azione, il motivo dell'approvazione e disapprovazione morale, la determinazione di ciò che l'Hume chiama il merito personale si risolvono oggettivamente nella valutazione del grado di utilità inerente all'azione, soggettivamente nell'intensità del piacere provato. Né si creda che l'Hume limiti le manifestazioni del senso morale all'utile e al piacere individuale: egli riesce a generalizzare e ad umanizzare i concetti dell'utile e del piacere mediante la simpatia, per la quale ciò che è solo utile ìndi- ci) SaUe condizioni politico-sociali della Scozia in quest'epoca e soprattutto si^l ci^rattere della filosofia scozzese cir, i} Btickle. e piacere soggettivo e variabile diventa utile generale e comune. Il senso morale e la simpatia vengono per tal costituire i motivi psicologici della morale dell'Hume, l'utile e il piacere in senso largo ne costituiscono le maioni e i criteri di valutazione pratica e immediata. Ma l'minatezza di tali concetti allarga oltre misura il campo 3rale fino a comprendere in essa, secondo il concetto ;uttociò che è naturale : il dissidio dell'etica cristiana ihe è utile e piacevole e ciò che è razionale e morale, tra ha carattere obbligatorio e ciò che è meramente sponistintivo è pressoché scomparso nell'etica di Hume. Pochi come Hume hanno inteso e accentuato la distina morale e diritto. L'Hume non era solo filosofo ma ippassionato, e autorevole parve ogni qual volta emise rere sopra questioni economiche, politiche, religiose. e e diritto non hanno comunanza di origine, di natura, . Mentre la morale si svolge dall'intima costituzione tura umana, la giustizia si origina per riflessione dalle ì della civile convivenza. La giustizia non può conciliarsi ito di natura quale era descritto dall'Hobbes, che la resa impossibile, e neppure collo stato di natura immani Rousseau, che l'avrebbe resa superflua; essa si svolge lente colla convivenza sociale, nella quale essa tende to a garantire la proprietà privata. La morale si svolge riduo, e alla felicità dell'individuo intende: i suoi prenno carattere di spontaneità e di indeterminatezza, 3lli che si fondano sul senso morale, proprio di ciascun e di natura misteriosa. La morale si vale essenzialjlla cooperazione dei singoli, e le fasi del suo progresso rapporto col grado di sviluppo e di perfezione ragagli individui. La giustizia non trae origine dal sen'anno prova le sue notevoli opere storiche, e i saggi namerosi )ta, suUa bilancia commerciale, sul credito, snU' interesse ecc., noto saggio : The Triturai hUtory oif religion» iimento ma dalla ragione: essa ha costantemente di mira l'interesse del tutto, alla cui stregua e non a quella dell'individuo le sue norme devonsi valutare e giustificare. Frutto di calcolo e di riflessione, imposte dalla necessità della convivenza, le norme di giustizia costituiscono altrettanti attentati alla libertà e felicità dell'individuo; quindi mentre sono coattive, devono essere al minimo ristrette, precise, determinate. Le norme morali sono come le pietre ciascuna delle quali concorre all'erezione dell'edificio; le norme di giustizia sono come la volta che sta per la mutua cooperazione di tutte le sue parti non per l'azione isolata delle singole pietre che la compongono. La natura stessa della giustizia rende inevitabili gli Stati e i governi, che la conquista e l'usurpazione più che il consenso fanno sorgere, e che l'azione del tempo e il consolidarsi degli interessi finiscono per legittimare La figura di Hume ha un'importanza notevole nella storia delle idee morali e giuridiche dell'Inghilterra: egli riassume per molti aspetti il passato e prelude a nuovi indirizzi di pensiero. Concorda coU'Hobbes e col Locke nel rilevare il carattere razionale o convenzionale delle norme di giustizia: con Hutcheson difese la morale del sentimento contro gli Intellettualisti : nel ridurre al minimo l'azione dello Stato, nel restringere la giustizia alla difesa della proprietà egli subì l'influenza dell'individualismo dominante all'epoca sua in Inghilterra: nell'importanza data ai concetti della simpatia e dell'utile apri la via da un lato allo Smith dall'altro lato a Bentham. Sintomatico per il metodo è il dispregio che Hume ebbe pei fatti, a cui raramente fece ricorso per confermare le sue Le dottrine etico-giuridiche deU' Hume sono contenute particolarmente nei seguenti saggi : 1) e An inquiry concerning the principles of morals, Of the origin of government, That polìtìcs may be reduced to a scìence, Of the first principles of government, Of the originai contract. Questa è la ragione per la quale l’Hume e ingiustamente severo nel giudicare Bacone Cfr. Ektory ofEngland, Lond» 19d« ai quali ad ogni modo riservò un posto secondario e aato alle idee. L'eccezionale acume e potenza d'intelrmise all'Hume di intuire il vero, e di trarre da' suoi lì conseguenze non contradette dai fatti: per lui la la religione, il diritto hanno un corso naturale, che me solo può determinare, e che spesso contraddice alla storica: determinare questo corso ideale delle cose Ito precipuo della filosofia. L'analisi dei sentimenti in quanto sono stimoli all'o- umano fu con larghezza e originalità di vedute contila un terzo grande pensatore scozzese. Smith, isse con metodo deduttivo tutta la sua dottrina ecodall'esame dei sentimenti egoistici, cosi come fece dei inti altruistici o simpatici la base della vita morale. œconomicus da un lato, l'homo eihicus dall'altro secondo Smith, a movente dell'azione sentimenti Moral sentiments e Wealih of nations anziché con5i, come vogliono alcuni, si completano a vicenda e )no due esempi insuperabili di astrazione psicologica a con logica geniale e rigorosa. mpatia è un sentimento originario e irreducibile dei- associato. Essa consiste in un accordo di sentimenti, accordo ha luogo in noi, quando i sentimenti che agnano l'azione nostra si accordano coi sentimenti di 30sto spettatore imparziale, che si erige a giudice in provano le sne affermazioni geniali e confermate dagli stadi pòiiU' origine deUe religioni e dei governi, sulla condizione deU'uomo 1^ sai fenomeni economici ecc. a deUe opere pili originali di Hume è The naturai history of re* cui arriva alla conclusione vera che il politeismo ha preceduto n monoteismo : la prova però che ne dà è essenzialmente teorica ca. le osservazioni del Buckle, Op. cit. e. xx, sul metodo seguito th, e sui caratteri della sua filosofìa. Cfr. anche Lange, Histoire aliarne f Paris. Smith pubblicò The moral sentiinente nel 1759 e nel 1776 pubblicò Wealth of nations. 'i«^r: noi di noi stessi ; ha luogo fuori di noi quando il nostro sentimento si accorda coi motivi e col l'intenzione dell'agente da un lato, coi sentimenti della persona che è termine dell'azione dall'altro. L'Hume fece scaturire la simpatia dalla considerazione degli effetti utili e piacevoli dell'azione : non tenne conto dello stato emotivo proprio di chi compie l'azione e di chi la riceve. Lo Smith più che agli effetti esteriori dell'azione rivolse la sua attenzione al sustrato psicologico dell'azione stessa, e distinse nettamente la simpatia diretta o soggettiva coi motivi e l'intenzione dell'agente, la SIMPATIA indiretta o oggettiva collo stato d'animo della persona a cui l'azione si riferisce. Dire che un'azione è conveniente o sconveniente, buona o cattiva, significa solo simpatizzare o non simpatizzare colla causa o coi motivi che determinarono l'agente a compierla. Questo senso di simpatia diretto che nel giudicare l'azione nostra o di altri jion tien conto delle conseguenze dell'azione, ma dell'accordo di sentimenti di chi giudica imparzialmente l'azione e di chi la compie costituisce il dominio proprio della morale. Il fondamento psicologico della giustizia, che Hume aveva disconosciuto facendo della giustizia opera esclusiva della riflessione e della ragione, deve ricercarsi nella simpatia indiretta o oggettiva, cioè nella simpatia che nasce dalla corrispondenza coi sentimenti di chi è termine dell'azione. L'azione benefica o dannosa fa simpatizzare col beneficato col danneggiato e desta in questi e negli spettatori imparziali un senso di gratitudine o di risentimento verso l'autore. In questo impulso retributivo, in questo stimolo al contraccambio, che dalla persona interessata si diffonde a quanti contemplano imparzialmente l'azione, noi troviamo la ragion d'essere del merito e del demerito, del premio e della pena, Cfr. Theory ecc. Smith tratta della simpatia diretta o soggettiva nella Parte t dell'opera sua; in occasione dei giudizi sulla proprietà delle azioni. erio per distinguere le azioni beneficile é le Le manifestazioni della beneficenza sono posi- mo limite nella loro esplicazione: il senso di lanifesta sopratutto negativamente quando cioè )voca la reazione e la pena. Le azioni che non danno né vantaggio, che non meritano né premio destano né simpatia né antipatia, o in altre paLtudine né risentimento, costituiscono la classe giuste, in quanto rivelano in chi le compie il intimento di giustizia, ma non l'animo disposto Smith che il senso naturale di SIMPATIA può, to Non sempre noi siamo in condizione di idici imparziali e sereni delle nostre azioni: le itutto tendono a corrompere il nostro giudizio e Lizzare con motivi d'azione non degni di appro?o canto nel giudicare le azioni da altri compiute, 3re tratti in inganno dai risultati meramente ?imii dell'azione, dall'utile o dal piacere che ne are. Non é a credere che lo Smith disconosca li questi elementi estrinseci dell'azione: é prove l'utile e il piacere da un lato, il successo tino simpatia, e costituiscano un criterio pratico ila bontà dell'azione: ma tali elementi devono lostri giudizii, nel regolare la simpatia un posto secondario. re la serenità e imparzialità dei nostri giudizii e il demerito dell'azione, si rendono pratica)atia oggettiva Smith tratta nella Parte ii Op. cit. in itinieuto di merito o demerito deUe azioni. Sui rapporti ) giustizia. ò del traviamento del senso di simpatia. 3naa dell'utilità sul sentimento di approvazione. inente indispensabili norme generali direttive. Queste norme, che resp3rienza ripetuta, non l'intuizione, ha suggerito, si presentano con caratteri e natura diversa, secondochè tendono a regolare i'esplicarsi dell'attività benefica, oppure sono dirette a impedire le lesioni del senso di giustizia: le une non escono dal campo della morale, le altre hanno carattere propriamente giuridico. La natura della beneficenza è tale che non si presta ad essere ridotta in formole precise e minute. Il suo campo è illimitato, opperò la norma che ne regola l'esplicazione non può che esser vaga e indeterminata. D'altro canto il carattere negativo della giustizia, ne restringe il campo di esplicazione. Le sue norme segnano i confini oltre i quali l'attività dell'individuo, esplicandosi, lede il senso della giustizia: pertanto devono essere precise, chiare determinate. Per servirmi del paragone dello Smith, le norme di giustizia sono come le regole di grammatica, poche, precise, determinate: le norme di BENEFICENZA hanno l'indeterminatezza e l'elasticità propria delle regole del bello scrivere che ninno può precisare e costringere in poche formole. L'osservanza delle norme generali, sieno esse di beneficenza di giustizia, è condizione di benessere e di sicurezza sociale. Ma nulla è più contrario alla natura della beneficenza della coazione. Essa vive di libertà, di spontaneità. Per quanto possa desiderarsi che i vincoli sociali traggano forza e consistenza dall' affetto e dalla mutua assistenza, l'esercizio delle virtù benevole può consigliarsi ma non co-attivamente imporsi. Ma se l'osservanza delle norme di beneficenza è condizione di perfezionamento e di prosperità della vita sociale, l'osservanza delle norme di giustizia è condizione di esistenza: la vita sociale è possibile anche se i rapporti tra i suoi membri, a somiglianza dei rapporti che sorgono tra i membri di una società commerciale, non sono regolati dalla beneficenza, ma da mere considerazioni di interesse: ma senza le norme della giustizia si rende inevitabile la dissoluzione sociale, Che se sj tien conto della naturale debolezza dei vincoli sociali di fronte alla forza degli stimoli egoistici, si comprende come solo colla coazione e con un ben regolato sistema di pene si può garantire l'osservanza delle norme di giustizia, che rappresentano il minimum di sacrificio individuale che la vita sociale richiede per sussistere. Nei rapporti colla vita sociale, dice Smith, lo norme di giustizia stanno alle norme di beneficenza, come in un edificio il muro maestro sta alle decorazioni. Mostra peraltro Smith di avere della giustizia un concetto non esclusivamente negativo. Egli osserva che nello stato di natura, cioè anteriore alla società costituita civilmente, tutti essendo eguali, la giustizia non può avere che un significato s erettamente negativo: ma nelle società civili in cui abbiamo distinzioni di classi, in cui abbiamo superiori e inferiori, l'azione dei governanti non deve solo esplicarsi nel senso di impedire Vivjuria, ma deve promuovere la prosperità morale dolio Stato imponendo norme positive di vera beneficenza. Senonchè, osserva giustamente lo Smith, l'azione del legislatore nel campo riservato alla beneficenza, quando non sia prudente e illuminato, costituisce un grave pericolo per la libertà, la sicurezza, la giustizia. Rimprovera lo Smith agli antichi di avere esteso l'indeterminatezza propria delle norme morali alle norme riferentisi alla giustizia. Nel difetto opposto incorsero i casuisti medioevali nello sforzo fatto di sottoporre a regole minute e complicate tutti gli atti della vita morale e giuridica degli individui. I cultori del diritto naturale nel determinare le norme da imporsi coattivamente invasero bene spesso il campo riservato alla morale. In tutti Smith nota la deplorevole coufusione tra norme morali e giuridiche, il disconoscimento dei criteri coi quali le une e le altre devono essere stabilite. Ammette Cfr. Sull’origine delle norme morali: sai caratteri di tali norme, sui rapporti tra norme di beneficenza e di giustizia: atìcóra Smith la ragiofle d'essere del diritto naturale, ÓSàia di un complesso di norme generali e costanti, capaci di fornire una meta ideale alle leggi positive. La dottrina di Smith è un capolavoro di analisi psicologica condotta con metodo deduttivo. Per la prima volta vediamo la questione dei rapporti tra morale e diritto risolta al lume della psicologia. L'aver fatto astrazione dagli elementi egoistici concorrenti nell'operare umano, giovò a mettere in rilievo gli elementi altruistici o simpatici, di cui vivono soprattutto i rapporti morali e sociali, ma giustificò l'accusa di unilateralità opposta alla sua dottrina. L'analisi della simpatia ne avrebbe certo allargato la base, non essendovi dubbio che a costituire la simpatia concorrono pure elementi egoistici. Ma il difetto maggiore della teoria di Smith, difetto che nel determinare 1 rapporti tra morale e diritto si rende più evidente, è l'assoluta mancanza della veduta storica, la quale se non poteva distruggere le sue affermazioni psicologiche, avrebbe giovato certamente à completarle e ad estenderle. Il progresso delle scienze morali dall'Hobbes allo Smith fu sotto ogni riguardo notevole : esso fu parallelo alla trasformazione economica, politica, religiosa che in Inghilterra si anda attuando. Hobbes e Locke intesero sopratutto a emancipare le scienze morali dalla teologia e trovare loro un fondamento nuovo : al principio divino considerato dalla filosofia tradizionale come fonte di moralità, l'uno sostituì la volontà del principe, l'altro la legge di natura, elaborata dalla coscienza popolare e che si concreta in legge civile e in legge del costume. I filosofi scozzesi affermarono il fondamento psicologico delle scienze morali, derivandole dal senso morale e dalla simpatia. Ad essi dobbiamo i primi tentativi fatti per distinguere la morale dal diritto. Notevole a questo riguardo circa i metodi seguiti dai diversi scrittori nel determinare le norme pratiche di moralità. Hobbes e Locke non intesero l'importanza teorica e piratica di tale distinzione. Le condizioni economiche e politiche dell'Inghilterra richiamarono su di essa l'attenzione. L'invasione dello Stato o meglio del principe nel campo riservato alla moralità, cosi come nel campo dei rapporti economici, e norma dominante. La riforma protestante, lungi dallo scuotere, aveva riaffermato tale principio. L'autorità civile in Inghilterra asserviva a sé la religione, mentre in Scozia ne era asservita. In entrambi i casi il risultato era identico, il disconoscimento (li ogni distinzione tra norme morali e giuridiche. Il movimento individualista che si diffuse in Inghilterra rappresenta la reazione contro le indebite ingerenze dello Stato nei rapporti economici, religiosi e morali, la difesa di ciò che parve patrimonio intangibile dell'individuo. La discussione circa i limiti del potere dello Stato nei suoi rapporti coll'individuo, doveva teoricamente presentarsi come questione concernente i rapporti tra morale e diritto, e cosi fu intesa e trattata dall' Hume e da Smith. L'Hume fa aperto avversario dell'invasione dello Stato nel campo dei rapporti non solo economici, ma anche morali: secondo lui l'azione dello Stato non deve esplicarsi che negativamente e solo a difesa della proprietà, alla quale riduceva il contenuto del diritto. A questo poi negava ogni origine psicologica, limitandosi a giustificarne l'esistenza dal punto di vista razionale e della necessità sociale. Smith con veduta più larga e scientifica ricerca nella natura stessa dell'uomo un criterio di distinzione tra morale e diritto. L’impulso retributivo mentre provoca il senso di gratitudine verso l'azione benevola, giustifica psicologicamente la reazione verso l'azione ingiusta: né deve, secondo lui, l'azione dello Stato manifestarsi in senso esclusivamente negativo, ma deve in determinate circostanze, per quanto cautamente e colle dovute garanzie, potersi estendere a favorire il progresso morale. Senonchò la storia posteriore delle scienze morali abbandona l'indirizzo psicologico perfezionato dallo Smith, per riattaccar all'Hume, il quale, avendo posto a criterio misuratore del bei e del male, del giusto e dell'ingiusto il concetto dell' util schiudeva la via a Bentham e all'indirizzo utilitarista. Ti le cause di tale arresto devesi ricordare il metodo deduttr seguito dallo Smith nell'indagine psicologica, metodo che i chiedeva qualità personali di astrazione e di sintesi, poss dute in grado eminente dallo Smith, ma non facili a riscoi trarsi in altri. Si aggiunga che alle esigenze della pratiparve meglio rispondere il criterio oggettivo dell'utile, ci teneva conto delle conseguenze dell'azione, che non i crite soggettivi fondati sui moventi psicologici o interiori dell'azioE Che se la dottrina morale dello Smith per tali ragioni non e venne popolare, ed esercitò scarsa influenza all'epoca sua confronto alla dottrina utilitaria, essa però al risorgere de studi positivi di psicologia, fu in molte sue parti conferma e apprezzata al suo giusto valore. Che se vogliamo stabilire un parallelo tra la scuola d diritto naturale in Germania, e quella empirica inglese in o dine alla questione dei rapporti tra morale e diritto, noi tr veremo che in entrambi i paesi essa fu provocata dalla n cessità di difendere l'individuo contro l'ingerenza dello Sta in materia di morale e di religione. Il movimento culmina Germania col Thomasius, in Inghilterra con Hume e Smitl senonchè là le resistenze furono maggiori, la questione fu sopr tutto sollevata e con grande calore discussa dai giureconsu! allo scopo di salvaguardare la libertà morale e religiosa, ment irf Inghilterra l'invasione dello Stato fu sopratutto combattu in favore della libertà economica. Ad ogni modo il risulta finale fu in entrambi i paesi di mettere in rilievo l'import an: teorica e pratica della questione. Vlf>^itlxzo cmtt^mimtio ideile sclei^ze ff|otall. SOmiABIO : 4& CftrtMlo l’epoca ioa - 49. Cutesio 1« loianM morali fio. Ma1«branoh« • V indiriuo spiritaalitta-oartMÌano nella soienae morali L'Olanda a il iitama atico-ciuridioo di Spinosa. Le oondiaioni politloha • rali^oM dalla Germania. La dottrina etico-giuridica di Leibnia. L'opera metodica del Wolff. Parallelo tra l'indiriaio flloeoflco e ginridico nelle loienae morali. Chiunque voglia ricercare le origini prossime dei metodi e indirizzi diversi che si riscontrano nel campo delle scienze morali dell'età moderna, deve risalire e precisamente ai tre paesi che di tali indirizzi furono i centri di origine e di sviluppo: l'Olanda, l'Inghilterra, la Francia. Dove la riforma religiosa gettò più profonde radici, dove le mutate condizioni economiche affrettarono l'avvento dello Stato moderno, ivi si svolse vivace l'opposizione allo spirito teologico, e le questioni d' indole morale e politica sorsero numerose e insistenti. La Riforma non impedi anzi per molti riguardi accentua l’intransigenza religiosa. Le guerre religiose divamparono ovunque con questo solo risultato di rendere necessario l'intervento spregiudicato dello Stato, e di far sentire il bisogno di dottrine politiche e giuridiche dapprima, morali poi, indipendenti da ogni presupposto religioso. Col comporsi delle questioni religiose l'attenzione fu rivolta allo Stato e ai rapporti sorgenti tra Stato e individuo: gli interessi morali e giuridici vennero per tal modo ad occupare il primo posto. Questo processo storico, comune a tutti i paesi nei quali penetrò la Riforma, si manifestò prima che altrove in Olanda, Inghilterra, Francia: in questi paesi abbiamo con Grozio, con Bacone, con Cartesio i fondatori dei nuovi indirizzi di pensiero, dei quali alcuni, come quelli di Grozio e di Hobbes Cfr. Ifuffini, «n^;v;^r--jV' "farono direttamente determinati dalla necessità di trovare un fondamento nuovo alle sciènze morali, mentre quelli di Bacone e di Cartesio, mirando a un generale rinnovamento del metodo e del sapere jOilosofico, solo indirettamente sovvertirono le basi ti'adizionali delle scienze morali. La Francia in particolare fu per oltre quarant'anni teatro di sanguinose lotte religiose: la vita politica e intellettuale del paese parve subire un arresto: più che la forza dell'armi valse a predisporre gM animi alla conciliazione e alla tolleranza lo scetticismo morale e religioso, che s' impadroni degli animi stanchi e disillusi, e che rappresenta la reazione inerte del buon senso, dello spirito laico e liberale contro il dogmatismo religioso, cattolico e protestante. Privo di ogni carattere scientifico e ricostruttivo, tale scetticismo scaturiva dalla impotenza, dalla sfiducia nella capacità intellettiva, e si svolse sopratutto nel campo pratico per opera di quei cattolici moderati, chiamati i Politici che formatisi tra l'intemperanza e l'intransigenza dei partiti, furono efllcaci cooperatori della politica illuminata e tollerante di Enrico IV. Rappresentanti di questo scetticismo pratico e popolare furono il Montaigne e lo Charron : essi non si fecero banditori di metodi e sistemi nuovi, ma entrambi, e sopratutto lo Charron in forma garbata si fecero a sostenere principii che in quell'epoca dovevano sembrare rivoluzionarli, quali ad esempio che l'errore religioso non costituisce reato, che le opinioni religiose sono il prodotto dell'abitudine, che le differenze che dividono intorno ad esse gli uomini sono puramente formali, che è possibile la morale senza il fondamento religioso. L'aver fatto buon viso a quéste idee, l'esser stati i loro autori letti e apprezzati prova non tanto che i tempi erano maturi per accogliere tali principii, che lo spirito irreligioso e l'ateismo fossero diff*usi, quanto piuttosto la stanchezza e l'impotenza degli animi a reagire contro il diffondersi di tali idee che trovavano nella storia dolorosa e recente qualche conferma. Ad ogni modo se tala scetticismo non ebbe alcuna importanza teorica, ne ebbe una grande pratica: esso preparò quello stato degli animi che ;e possibile il trionfo di Enrico IV, l'Editto di Nantes, e a politica inspirata non agli interessi religiosi, ma civili e itici del paese. La politica di Enrico IV e elevata a sa- mie sistema dal Richelieu, di cui fu meta costante T intense dello Stato inteso come espressione dell'unità nazionale 'interno, come preminenza assoluta di fronte all'estero, olto da ogni preoccupazione di classe, di religione, di moe, umiliando all'uopo la nobiltà, reprimendo i tentativi di lellione dei protestanti, facendo della tolleranza la base ila politica. Al Richelieu deve la Francia sua grandezza politica, il consolidamento dell'unità naziole, il risveglio intellettuale. Ed è degno di nota che proprio andò la politica del Richelieu aveva toccato il massimo iluppo, appariva il Discorso sul metodo di Descartes, destinato a produrre nel campo filosofico effetti analoghi a quelli eseguiti dal Richelieu nel campo della politica. Il successo e l'opera di Cartesio incontrò in Francia, quando l'eco delle te religiose non era ancor spenta, dimostra il progresso delle je; al dubbio pratico sterile e vano sottentra il dubbio iagatore e scientifico. L'influenza di Cartesio nella storia delle scienze naturali supera per molti riguardi quella pur tanto notevole ircitata da Grozio e da Bacone. A tutti fu comune l'avrsione verso i metodi e i sistemi tradizionali e teologici; L se Grozio fu sopratutto preoccupato di sottrarre alla inenza della religione il fondamento del diritto e contrappose metodo teologico il metodo storico-razionale che alla sodone delle controversie giuridiche mostravasi particolarjnte adatto, Bacone, fatto audace dai progressi mirabili Ila scienza, e condotto a proclamare la generale trasfor Cfr. suUe vicende religiose in Francia il Kuffini. Sulle condizioni storiche deUa Francia U Bnckle, Viilmazione ^el sapere filosofico e scientifico, sulla plicazione del metodo induttivo. Ma quel dualism e materia che costituiva l'essenza della filosofia e che Bacone aveva attenuato nell'unità del met( risorge per opera di Cartesio, la òui dottrina se della metafisica manifesta evidente la tendenza lismo, cioè verso l'unità di tutte le cose nello sp mantiene netta la distinzione tra materia estesa appare essenzialmente dualistica nel metodo e nel ( L'aver accentuato questo dualismo permise a Ci ad altri del suo secolo, di essere ad un tempo file ziato: a tale dualismo provvidenziale devesi se ( volando sul rapporto tra il mondo psichico e il rale potè trattare con metodo soggettivo i fatt accogliere nello studio della natura un metodo duttivo, che si avvicina assai più di quello di Bz processo seguito da chi studia la natura. Secc la causalità domina sovrana nella natura fisica ( questa esula ogni concetto di finalità: tutto v forza di proprietà immanenti nei corpi e secondi riabili, che la scienza deve determinare non eh particolare al generale, come proponeva Bacone, tosto alle cause reali dei fenomeni, ma piuttostc corso ad ipotesi da controllarsi coU'esperienza: L'originalità e l'importanza di Cartesio più eh delle indagini scientifiche, si esplicò sopratutto ne Cfr. La vi osa, Filosofia scientifica del diritto in Tngh Claiison. L'osservazioue e la denomiuazione di metodo ipotet del La Ugo, Histoire du matérialismef Paris, mazioiitì dui Lauge è vera e trova couferma in alcaui pai sul Metodo; ma dove completarsi col metter in rilievo il diverso che lo stesso Cartesio proponeva per lo stadio dt e che i>nò considerarsi psicologìco-deduttivo. Sotto questo aspetto Cartesio coopera efficacemente materialismo. Cfr. Lange sofico. Le scienze dello spirito, di cui le scienze morali erano parte integrante, all'epoca di Cartesio continuavano a mantenere stretti legami colla teologia. In questa parte Bacone fu e rimase per lungo tempo nell'Inghilterra stessa un solitario. K La filosofia che si svolse in Inghilterra sulle traccio di Hobbes, con tendenze essenzialmente pratiche, rifletteva troppo strettamente il carattere e le speciali condizioni politiche e k religiose del popolo inglese per incontrare favore sul conti- Spinoza riasHUiue hi dottrina cartesiana relativa al nirofoii(la che egli faceva tra il mondo delle idee e il mondo dei fatli. La quarta pai-te mpie in virtù di sentimenti che il desiderio della vita ossia il desiderio a perseverare nell'essere fa nascere: la nozione del male e del bene sta nella tristezza o nella gioia che accompagna il desiderio contrastato o soddisfatto: questo stato psicologico unito all'esperienza genera per gradi la nostra scienza e costituisce la causa vera del progresso morale. E coli' elevazione morale dell'uomo va di conserva la sua elevazione intellettuale. A misura che l'uomo si fa libero cioè obbedisce alle determinazioni del suo proprio essere all' infuori dell'azione degli agenti esterni, la visione dei rapporti delle cose in Dio si fa sempre più adeguata, finché al sommo dell'evoluzione verità e virtù si confondono nell'amore intellettuale di Dio, sintesi della moralità, della conoscenza, della felicità. La dottrina di Spinoza segna un progresso reale e decisivo nella storia delle scienze morali: essa costituisce il punto di partenza di tutti gli indirizzi di pensiero che si delinearono nella filosofia posteriore. L'indirizzo intellettualista che voleva regolata la condotta su verità eterne, immutabili stabilite dalla ragione, lo spiritualismo che poneva il fondamento della vita morale in Dio, l'empirismo edonista e utilitario che ricercava nell'uomo la tendenza affettiva sul cui predominio doveva elevarsi la morale, tutti si riscontrano sapientemente coordinati nella dottrina di Spinoza in virtù del negato dualismo tra spirito e materia. La sua morale si svolge nell'uomo stesso mediante un progressivo e autonomo perfezionamento della natura umana che non contemporaneamente ma successivamente é sentimento e ragione, necessitata e libera, egoistica e altr teistica. Facendo del sentimento lo stimolo che sospinge l’uomo a sublimarsi, a spiritualizzarsi, a' conoscere il pQsto che occupa nel gran mare dell'essere, Spinoza evitò Terrore fondamentale del razionalismo. Spinoza fonda l'etica sull'egoismo, né parla di tendenze psicologiche di carattere sociale: a questo riguardo subì l'influenza dell'individualismo dell'epoca. Come per Hobbes e per Malebranche cosi anche per Spinoza l'unione sociale è qualcosa di secondario: l'uomo è un modo% di Dio, non è una cellula dell'organismo sociale: la BENEFICENZA attiva, le tendenze sociali hanno valore subordinato alla personalità dell'individuo. Il determinarsi nell'operare da CONSIDERAZIONI ALTRUISTICHE E SIMPATICHE significa rendersi schiavo di emozioni passive, e trascurare quel perfezionamento interiore, su cui sopratutto si fonda la vita morale. Ma individualismo e utilitarismo non significano per Spinoza oppressione del prossimo, sete di vantaggi esteriori: l'egoismo illuminato e sapiente si identifica coll'altruismo: il vero utile è solo ciò che è razionale. Da ultimo facendo l'uomo capace di elevarsi a Dio e di vivere della vita stessa di Dio, Spinoza diede alla morale un carattere profondamente religioso. L’individuo al sommo della evoluzione intellettuale e morale si assorbe nella contemplazione di Dio. Per lui come per Malebranche l'assorbimento dell'uomo in Dio è indice di perfezione e di scienza. Ma mentre Dio per Malebranche è un principio vivo e reale che agisce direttamente e attivamente sull'uomo, per Spinoza è un principio razionale indeterminato, che risponde a esigenze razionali. Il panteismo di Spinoza è geometrico, quello di Malebranche è sentimentale. La religione di Spinoza è privilegio di poche nature elette, capaci di abbracciare i profondi rapporti che legano Dio all'uomo: quella di Malebranche era pur sempre la religione tradizionale e popolare nutrita di fede e di amore, fondata sulle audaci e immediate intuizioni del sentimento. Cfr. Jodl, ove tfatt sicurezza : per forza di cose sì forma sopra il diritto naturale e il potere dei singoli, un potere e un diritto collettivo o civile, colla funzione speciale di mantenere tutti nella sfera del diritto e di garantirne l'esercizio. Il potere collettivo, una volta sorto, si organizza, diventa stato e si svolge per gradi secondo le tendenze proprie di ogni essere. Con una concezione ancora inadeguata de' suoi scopi e delle sue funzioni, nella necessità di affermarsi contro la prepotenza delle passioni individuali, lo stato deve dapprima necessariamente assumere forma dispotica : esso concentra in sé tutti i diritti, regola con le sue norme le manifestazioni della vita politica, intellettuale, morale e religiosa degli individui, eccede nella sua azione ogni limite razionale. Ma il dispotismo, come giàl'anarchia primitiva, trova in sé stesso rimedio. Esso risponde ad una condizione di cose necessaria ma transitoria: unica forma di governo possibile quando si deve opporre la violenza della repressione alla violenza delle passioni, esso diventa, a misura che la coscienza di sé si risveglia nell'individuo, uno strumento sempre più debole e pericoloso di governo. Lo Stato non può a lungo contare sull'obbedienza puramente esteriore degli atti, quando ad essa si accompagna la ribellione interna dei sentimenti. Epperò il passaggio dal dispotismo a un sistema liberale di governo, diventa condizione di vita e di durata per il potere sociale e si concreta nella lotta per la graduale emancipazione dell'individuo dalla tutela dello Stato, ossia per la graduale differenziazione tra i diritti naturali e soggettivi da un lato, di esclusiva spettanza dell'individuo, in ordine ai quali l'azione dello Stato non può essere che negativa, e deve limitarsi a garantirne la libera Ad. Menzel, Maohiavelli-Studien in Zeitacrift fUr das Privai und offent. Bechi tratta dei rapporti e analogie tra MachiaveUi e Spinoza. Questi cita lo storico fiorentino dae volte (Trac, poliUcu8^ e.) e mQstr^ di t^i^lo grande consjd^razio^e, iiritti oggettivi dairaltro costituenti la potentto proprio dello Stato e che diventano per Tina osservarsi nell'interesse collettivo. In Spinoza mente espresso il concetto che lo Stato deve sua azione di ogni considerazione di carattere ISO. Qualunque riserva altri possa fare circa ntendere il diritto naturale, non vi è dubbio '0 filosofo seppe come Spinoza affermare con diritti del pensiero e della coscienza indiviallo Stato. Nella dottrina sua politica si sente >tta che l'individuo moderno doveva sostenere patrimonio sacro de' suoi diritti naturali, cioè che riflettono l'esplicazione della sua persocontro le usurpazioni del dispotismo. Più di non solo intese ma vivamente senti il rapporto 'a morale e diritto, il quale rientrava nel con> tra individuo e Stato, contrasto che fu per nello che era stato per il Medio Evo il consa e Impero. L'ideale politico di Spinoza era rmonica dell'individuo collo Stato, dell' interi pubblico, della libertà morale colla libertà :ione morale nell'individuo, l'evoluzione polidevono procedere concordi e integrarsi reci- regressivo riconoscimento da parte dello Stato 'ali, corrisponde nell'individuo una coscienza ^ dell'interesse pubblico e una sottomissione itanea e incondizionata alla volontà sociale, odo gradualmente delineando quello stato di 'azione delle parti nel tutto infinito, che si teol. pol.y e.Cfr. Raffini, Storia della filosofia del diritto (tradazione Conforti, Lor minio r, Philoao^hie du dvQitf presentava dapprima come una fanta: gione umana. La teoria teocratica del diritto di di Hobbes, la teoria del contratto so( fendorf rientrano nella concezione spi che nel suo sistema la potenza e qui] partecipa della potenza infinita, ossi che si genera, secondo Hobbes, dallo sione e di guerra, secondo lo Spinoza principio della evoluzione morale e se la tendenza alla vita sociale sia con tendenza a vivere, si può ben parlare tratto tacito e spontaneo, inteso a re^ dividui e Stato, che sono poi i rappc e giuridica. La logica dei fatti dove delle idee: nessun altro sistema filosofi trovò nella realtà storica tanta cor incontrò la concezione etico- giuridic nell'età moderna ebbe a lottare per pregiudizio religioso, e al dispotismo azioni ai principi di cui si fece soster Il Cartesianismo dalla Frane e alleato del dogma, daH'Olanda, ov trionfo della ragione autonoma, si di opera dei Leibniz, ingegno universale seppe unire l’immaginazione poetica d e temperare gli slanci del pensiero C( tica. Di mezzo al popolo tedesco, di carattere, le aspirazioni, le condizion missione, e più di ogni altro concorse a Cfr. Delbos, Op. cit., e. vir, vni. Cfr. Delbos, Op. cit., Farteli, ove tn neU'età moderna. di Stati, ne aveva posto in evidenza l'interna debolezza; tutto era in essi da riformare e costituire; mancavano i criterii per regolare i rapporti tra i vari stati, tra l'autorità civile ed ecclesiastica, tra le varte confessioni religiose nello stesso Stato: sopratutto importava garantire l' individuo, la sua personalità contro le indebite ingerenze dello Stato e della chiesa, alleati a' suoi danni. Gli stessi problemi, le stesse difficoltà accompagnarono ovunque il sorgere degli Stati moderni, e la loro soluzione fu compito speciale dei giureconsulti e dei cultori dei diritto naturale Grozio in Olanda, Hobbes in Inghilterra avevano elaborato sistemi etico-giuridici rispondenti alle esigenze razionali dell'epoca, e alle tendenze individualiste dei popoli moderni. Pufendorf, conciliando i principi! di entrambi, raccogliendoli a sistema chiaro e ordinato seppe renderli famigliari e noti in Germania, dando loro una portata pratica che altrimenti non avrebbero avuto. La scuola del diritto. naturale soprafatta dalla filosofia in Olanda, dalla morale in Inghilterra, si svolse rigogliosa in Germania, ove mantenne più a lungo il suo carattere originario, e per oltre un secolo prevalse sopra ogni altro indirizzo di pensiero: assorta a dignità di scienza sociale, e politica essa forni le armi all'individuo in lotta contro il dispotismo dello Stato e della Chiesa ufficiale, per rivendicare le sue libertà politiche e civili, religiose e morali. La questione della libertà religiosa, quella dei rapporti tra morale e diritto, altrove trattate da .filosofi, da moralisti, o da teologi, furono in Germania discusse dai giuristi, come quelle che erano considerate questioni essenzialmente giuridiche, che rientravano Sai Damerò e attività dei giarecoasalti pratici e filologi io OteV" mania cfr. R. Stintzìug, Geachichte der deutechen Reohu swi88en8ohaftf Mtiuchen - Leipzig, ove però nessana parte è fatta ai enitori del diritto natarale. Sotto qaesto aspetto, e per la giarispradenza tedesca è da consaltarsi la contìanazione dell'opera dello Stinzing fotta da E. Landsberg ohe pubblica il volome teraso e quarto. nelle questioni più larghe dei rapporti tra Chiesa é autorità civile da un lato, tra individuo e Stato dall'altro. E mentre i Pietisti rappresentavano la protesta del sentimento contro le abitudini ufficiali ed esteriori della Chiesa, nonché contro l'esclusione della comunità dei fedeli dal governo della medesima, i giuristi, giovandosi della logica giuridica, prepararono il trionfo della libertà religiosa e di coscienza, contrapponendo da un lato al sistema episcopale il sistema territoriale^ che limitava i poteri del sovrano al governo esteriore della Chiesa, contrapponendo dall'altra alla varietà discorde delle confessioni religiose, il concetto unitario di una religione naturale, sulla base di pochi dogmi di carattere morale, da tutti facilmente accettabili. D'altro canto la distinzione tra forum internum ed externuìn elaborata dalla scuola del diritto naturale, offriva un criterio empirico, ma praticamente opportuno per separare la sfera giuridica da quella morale e regolare i rapporti tra individui e Stato. Per opera dei cultori del diritto naturale e dei Pietisti il movimento in favore delia libertà si era diffuso in Germania, destando le latenti energie del popolo, avviandolo per vie nuove verso nuovi ideali. Ad agevolare l'opera del progresso, ad assicurarne i risultati concorse efficacemente il Leibniz, a cui l'universalità e profondità dell'ingegno, i lunghi viaggi compiuti in Francia, in Inghilterra, in ITALIA, le estese relazioni coi dotti e i principi di ogni paese, giovarono per prender parte attiva a tutte le correnti della vita pubblica e Cfr. Raffini. Cfr. quanto da noi fa detto saUa Scuola del diritto naturale in Germania al. Leibniz soggiorna due anni in ITALIA e vi conobbe BIANCHINI (si veda) a Roma,VIVIANI (si veda) a Firenze, GRANDI (si veda) a Pisa, MURATORI (si veda) a Modena, MALPIGHI (si veda) a Bologna. Abbiamo lettere scritte da Leibniz al Fardella, filosofo a Padova, e poi dietro insistenza dello stesso Leibniz, nominato professore di filosofia a Napoli. FARDELLA, maestro di Vico. Cfr. Foucher de Careil, Nouvelles lettrea et opusoulee de Leibniz, Introduzione. dell'attività scientifica del suo tempo, e per farvi partecipa suo paese. Tutta l'attività veramente prodigiosa di Leibn costantemente rivolta ad armonizzare le vedute esclusive dominavano all'epoca sua in politica, in morale, in fìlos nelle scienze. Egli polemizzò coi Cartesiani per il metodo Locke pel problema conoscitivo, coi giansenisti e con ^i branche per questioni teologiche, con Spinoza pe' suoi prin metafisici ed etici, con Pufendorf sul fondamento del di naturale. Nell'opera sua filosofica convergono le corrent pensiero più disparate, e dopo di averne rilevato le coni dizioni, le esagerazioni, talora le riproduce corrette e : grate, talora le ripudia ricostruendole su altre basi: se d iato integra le idee di Cartesio e di Locke sul metodo e si rigine dell'idee, dall'altra parte contrappone teorie sue prc ai sistemi di Spinoza e di Pufendorf. li Leibniz ha stretti vincoli colla corrente teologico-cc siana che trionfava in Francia con Malebranche: come qi era credente sincero. A Dio lo portava il senso dell'uni dell'armonia dell'universo, acuitosi in lui per gli studi scoperte fatte nel campo delle scienze fisiche e matemati L'idea di Dio non lo lasciava indilferente, ma lo riempi\ entusiasmo, di gioia serena e tranquilla, gli comunicava senso schietto e profondo di venerazione e di amore all'in) e al di sopra di qualsiasi confessione positiva. Il sensc reale e della vita in tutte le sue forme lo trattenne dal m cismo e dalle esagerazioni del Pietismo; e mentre in IS branche teologia e filosofia si compenetrano e quasi si fondono, in Leibniz procedono parallele e distinte. Nella restaurazione dei diritti della ragione contro i spregio in cui era tenuta dagli scolastici e dai mistici, Lei ben può considerarsi successore e continuatore dello sp . cartesiano: ma allo stesso tempo non crede al contrasto j (1; Sai rapporti tra Leibniz e MalebraDche cfr. Ollé-Laprunej. da Cartesio tra ragione e fede e vi sostituisce la necessità dell'armonia; né partecipa alle esagerazioni dei Cartesiani delllepoca sua, che erigevano a dogma l'onnipotenza della ragione e ripudiavano qualunque altra forma di conoscenza. Epperò tra Locke che considera il senso esterno (sensazione) integrato dal senso interno (riflessione) fonte di conoscenza nel campo delle scienze morali e Cartesio che riconosceva solo l'autorità della ragione, Leibniz si attenne a una via intermedia, distinguendo il metodo razionale (anaZisis per S2lium) diretto a disciplinare la ragione, a porla in grado di sfruttare i dati del senso e dare chiarezza e precisione geometrica alle verità conosciute solo imperfettamente e confusamente, e il metodo naturale (analisis per gradus) che procede per gradi dal noto all'ignoto, secondo la via offerta dalla natura stessa, trasformando i problemi semplificandoli, formulando leggi generali, su cui poter fondare il ragionamento. L'autorità, l'esperienza storica, costituiscono un valido aiuto per lo studio delle scienze morali, e utile freno alle astrazioni e alle intemperanze della ragione. In ordine alla dibattuta questione circa l'origine delle idee che Locke sosteneva acquisite dal senso, i Cartesiani innate nello spirito chiare e distinte, Leibniz sostiene che non dai sensi e dall'esperienza solo noi deriviamo le nostre conoscenze. Cfr. God. Guil. Leibnitii opera philosophica quae exMant latina gallica germanioa, edidit Erdmann. lu uua lettera a un amico (v. Erdmaun) il Leibuiz dice, (Erdmanzi) e I e confuse dì Leibniz rispondono alle rappresentazioni adeguate e inadeguate di Spinoza, e come questi supplisce la conoscenza mediante Temozione, cosi Leibniz supplisce la rappresentazione mediante lo sforzo, e la rappresentazione chiara mediante uno sforzo chiaramente conscio che involge la felicità e consiste nell'amor di Dio e de' nostri simili. Leibniz facendo dell'individuo specchio dell'universo e immagine di Dio veniva a porre a ugual grado l'amor di Dio e del prossimo: e se si pensa alla impossibilità di esercitare l'amore verso Dio, l'amor del prossimo diventa sorgente precipua della moralità pratica. In ciò veniva a distinguersi da Spinoza e da Malebranche, i quali, assorti nella divinità, consideravano secondarie e derivate le tendenze altruistiche. Ancora distinguono Leibniz da Spinoza l'ottimismo e l'idea di sviluppo: l'uno procedeva dalla fiducia illimitata nelle energie inesauribili della natura umana, l'altra dal considerare la tendenza alla perfezione, legge fondamentale della natura e dello spirito. Tali caratteri congiunti a un senso vivo di umanità che traspira da tutta la sua concezione etica, spiegano l'influenza grande che questa esercitò in Germania. Nel campo del diritto naturale il Leibniz si pose in opposizione con Pufendorf, il quale dìscostandosi dalla tradizione di Grrozio, tendeva a far del diritto l'espressione arbitraria della volontà di un superiore, anziché derivarlo dai rapporti eterni inerenti all'ordine naturale delle cose. La distinzione tra forum internum ed eocternum posta dal Pufendorf per se-Cfr. Noìiveau eoe, lib. U, o. 20. Cfr. Nouveaueoc.f lib. II, e. Nella parte 3» del tomo IV, dell'edizione delle opere del Leibniz fatta dal Datens, sono raccolte le piti note opere giuridiche del Leibniz: ma molti altri scritti di natura giaridica rimangono inediti. L'edizione pili recente e più completa delle opere del Leibniz è quella curata da I. Geihardt, t Die phylosophischen Schriften von Leibniz », Berlin: ma videro la luce solo sette volumi, e le opere giuridìcbe non sono ancora pubblicate.Cfr. sulle idee giuridiche del Leibniz Landsbefg, era morale dalla giuridica era un criterio dì ditrinseco e artificiale. Nell'intenzione di Pufendorf ternum era il campo proprio del diritto naturale, )rum internum era dominio esclusivo della filosa; con ciò estendeva oltre misura la sfera Mei ^ale, mentre confondeva la religione colla morale, [vendica alla filosofia il forum internum, e senza i diritti della teologia vuol costituita su basi strina razionale dei doveri interni, ch'egli chiama:ale: d'altro canto non crede possa limitarsi il liritto naturale ai rapporti esteriori di condotta, ne delle obbligazioni verso Dio che si svolgono della coscienza. Egli rimproverava al Pufendorf i di attitudini filosofiche, che gli impediva di rincipii di ragione e derivare da essi la dottrina diritto di diritto naturale che formano il contenuto della nno con le verità etiche comune l'origine e lo in quanto procedono non dalla volontà (Pufendorf) iza di Dio (Spinoza) ma dalla sua infinità sapienza dai rapporti eterni e immutabili inerenti alla cose, e si riflettono nello spirito confusamente di intuizioni innate e di tendenze altruistiche, da )no per gradi sempre più elevati di perfezione la ;a e la vita sociale. La giustizia è la virtù sociale za, e di essa è anima la generosità per cui l'uomo ce di compiere nei rapporti con altri, azioni rae della sua origine divina. Definendo la giustizia lientis » Leibniz la fa consistere nella benevolenza ssia nell'abito di provar piacere all'altrui felicità 2k aspra che, contro il suo costume, il Leibniz move al •ntenuta nei « Monita quaedam ad 8, Pufendorfii principia » >0. cit.). . rvationes de principio juris, sotto la guida della sapienza, che è la scienza della felicità individuale e sociale. Il diritto ha uno sviluppo parallelo alla vita sociale, e coll’ampliarsi di questa quello allarga il suo contenuto. Esiste un diritto positivo e volontario frutto del costume e del volere dei governanti: esso comprende da un lato il jus civile che regola la vita interiore di uno Stato, e trae la sua forza da colui che ha nelle mani il supremo potere, dall'altro il jus gentium che regola i rapporti tra Stati diversi e si forma per tacito consenso di popoli. Il diritto volontario o positivo svolgendosi tende a modellarsi sul diritto naturale i cui principii si estendono oltre i limiti di uno Stato particolare per abbracciare la società del genere umano, e inspirarsi alle esigenze razionali dell'uomo astrattamente considerato, sciolto dalle limitazioni di tempo e di luogo, che sono una conseguenza della sua natura animale. Il diritto naturale concepito dal Leibniz come una facoltà naturale a cui risponde una necessità morale (dovere, obbligazione) si manifesta sotto tre forme che ne costituiscono altrettanti gradi di perfezione. Nel periodo primitivo di sviluppo delle società umane, il diritto si manifesta nella forma di jus strictum, o di giustizia communativa che si inspira al precetto: neminem laedere^ precetto che presuppone l'uguaglianza di tutti gli uomini, e risponde alle più elementari e imprescindibili condizioni del vivere sociale. In un grado più elevato di sviluppo sociale, le disuguaglianze derivanti dalle attitudini e dai meriti diversi, dalle distinzioni di classe e di condizione civile, fanno prevalere il concetto deWaequitaSy q della giustizia distributiva, che inspirandosi al precetto: unicuique suum tribuere, genera da un lato doveri di indole morale (gratitudine, beneficenza), dall'altro la facoltà di chiedere ciò. che per gli altri è solo compito di equità prestare. Vi è una terza fonte di diritti e Sai concetto di giustizia cfr. le lettere scritte dal lueibni? a Hea. Eru. Kestnertpn (si trovano nel Dutens), di obbligazioni, la pietas, che si inspira al precetto: honeste vivere, attua i fini della giustizia divina, scaturisce dall'ordine e armonia delle cose: essa risponde alle esigenze della società universale degli esseri intelligenti che hanno comune la credenza nella immortalità dell'anima e riconoscono in Dio il reggitore supremo dell'universo. L'uomo viene pertanto, secondo Leibniz, a far parte d'una triplice società, della società particolare di uno Stato, della società più ampia del genere umano, della società universale divina:. ognuna di queste società ha il suo legislatore, i governanti, la ragione. Dio; tutte svolgono il concetto di giustizia, ampliandone progressivamente il contenuto, e generando una triplice serie di norme, civili, naturali e divine. Ciò che trattiene l'uomo nell'ambito della legge e lo spinge a conformare le sue azioni all'interesse collettivo, che è poi quello della giustizia, non è solo la paura, l'interesse, l'egoismo : 3gli può essere tratto al bene e al giusto anche da naturale propensione e rettitudine dell'animo, da energie altruistiche ben più profonde ed efficaci, dall'amore, dalla pietà. Lo studio poi delle azioni in quanto sono giuste o ingiuste, ossia in [juanto sono utili o dannose in rapporto alle finalità proprie di ciascun ordine di società, è compito speciale della giurìsprudenza, la quale, sfruttando le tendenze altruistiche dell’uomo, si fa interprete dell'interesse generale nel suo triplice ^rado di sviluppo e detta norme dirette alla conservazione B al perfezionamento sociale: justum est quod societatem ratione utentium perficit La teoria di Leibniz sul diritto naturale e sulle diverse fasi di sviluppo del medesimo è svolta nelle due dissertazioni premesse al Codex diplomaticus. Cfr. doperà giovanile di Leibniz : Nova Mvthodus disoendae dooendaeque jurisprudentia. In essa dice >S55l notevole è il significato e l'estensione data naturale. Nel suo concetto questo dovrebbe ie di filosofia pratica universale, ossia di ^ettiva, a cui spetta porre i principii me alla natura dell'uomo e delle cose: il ipplicazione spetta all'etica soggettiva, mezzi per i quali l'uomo bene usando delle ^uendo la virtù conseguire la felicità e arone. In questa parte soggettiva il rigore neno ed elementi eudemonistici e utilitari r ai seguaci di opposti indirizzi di pensiero, portanza dell'esperienza e del senso comune, il dolore gli stimoli direttivi dell'intelletto cita diventa l'indice misuratore della persta tendenza a fare del perfetto l'equivaconcepire l'ordine delle cose da un punto e utilitario, doveva insorgere il Kant. Ac:gettiva il Wolff riconosce la necessità di le del diritto civile, destinata ad adattare ùtto naturale alle esigenze della vita so[10 cerchiamo nel Wolff un criterio per la zione del diritto civile rispetto al diritto presenta l'insieme dei principii etici. La itto perfetto e imperfetto, posta da Tho-. tema del Wolff importanza secondaria, né, 1 Wolff indicò il criterio per distinguere 1 non coattivi. nel Leibniz manca la coscienza della im^uere la morale dal diritto; in quella vece oggettiva è trattata dal Wolff neUa Philoaophia . ni è argomento della Philosophia moralis sive Ethica ractata. i d'essere delle InMHntiones juria naturae et gentium abbiamo la tendenza a ricondurre entrambi a una fonte unica, al diritto naturale. L'interesse collettivo distinto e indipendente dal benessere individuale non fu inteso dal Wolff: la vita sociale, e quindi il diritto che ne è l'espressione, devono sopratutto concorrere al perfezionamento e alla felicità dell'individuo: la perfezione altrui deve intendersi subordinatamente alla propria e come mezzo per meglio perfezionare sé stesso. Non si può però negare che la filosofia del Wolff, spogliata della forma scolastica di cui egli si compiacque rivestirla, era in istrettà corrispondenza collo spirito dei tempi, e preparò quel' movimento illuminista, di cui l'eudemonismo, l'ottimismo, il perfezionismo individuale e sociale furono i caratteri più spiccati, e che cooperò efficacemente a sollevare l'individuo contro le oppressioni dello stato e della società. La corrente cartesiana nelle scienze morali dalla Francia ove ebbe le origini si estesa all'Olanda e alla Germania: quivi solo trovò terreno favorevole al suo naturale sviluppo: il genio profondo e conciliante del Leibniz seppe tenerla ugualmente lontana dal panteismo mistico del Malebranche, dal panteismo razionalista dello Spinoza e dischiuse al Wolff la via per elevare un completo sistema che tutto abbracciasse il vasto campo del sapere filosofico. In Germania venne per tal modo delineandosi un sistema razionalista che ne' suoi metodi, ne' suoi principii, nelle sue finalità si contrappose a quello che dopo Hobbes e Locke si era venuto jS3rmando in Inghilterra per merito sopratutto della scuola scozzese. Nel campo etico l' indirizzo tedesco movendo dal concetto astratto dell'uomo, considerato particolarmente come essere razionale, aveva prodotto un intero sistema rispondente ad esigenze razionali, inteso a metter in evidenza l'ideale etico più che l'aspetto concreto e storico della morale, riuscendo per tal via al realismo e all'ottimismo etico: l'indirizzo inglese poco tenero della logica concatenazione delle idee, ma più direttamente interessato a rilevare gli elementi soggettivi e irrazionali dell'uomo, fu indotto a trovare nelle ' ''AB dsteriose regioni del sentimento il fondamento della vita lorale. Ma entrambe queste correnti di cui l'una mette capo I Wolff, l'altra all'Hume, obbediscono a esigenze filosofiche hanno di mira la soluzione di un problema etico più che iuridico. Se hanno strette attinenze colla scuola del diritto aturale non la costituiscono essenzialmente, e rappresentano iuttosto l'estensione dei principii etici a regolare rapporti iuridici e sociali, di cui non intendono quasi mai la vera atura e che subordinano quasi costantemente alla morale. II particolare la corrente razionalista tedesca, se giovò a ottrarre le scienze morali alla teologia e all'empirismo, ostaolò sotto un certo aspetto il processo di differenziazione tra fiorale e diritto, in quanto tendeva a ricondurre alla ragione .stratta la morale e il diritto, perdendo di vista i caratteri iifferenziativi, per accentuare a scopo di unità e di armonia caratteri comuni. A questo riguardo la scuola del diritto naturale o dei giureconsulti filosofi iniziata da Grozio e che in Germania sopratutto si svolse col Pufendorf e col Thomasius, mantenen[osi distinta dalla corrente filosofico-cartesiana, se non sempre ibbedi alle esigenze logiche, mostrò di apprezzare al loro :iusto valore i problemi interessanti la vita giuridica in lontrapposizione alla vita etica. La coscienza di tale opposi;ione appare sopratutto in Thomasius, a cui si deve il primo entativo realmente efficace per separare la sfera giuridica [alla morale. La scuola del diritto naturale venne pertanto n Germania a scindersi in due campi nettamente distinti e ;he si svolsero paralleli: l'uno filosofico personificato dal Adolfi*, l'altro più propriamente giuridico personificato dal ?homasius: a Kant spettava riassumerli nel suo sistema e >orre su nuove basi il problema dei rapporti tra morale e liritto. VICO 6 le sciet^ze elicoH^iatiolicl^e It) ITALIA. Condizioni generali d'Italia. Galileo eia filosofia naturale. Gli studi giuridici e il rinnovaménto della filosofia in Italia. Vicende degli studi giuridici in Italia. Gli studi giuridici in NAPOLI: giureconsulti pratici Il progresso degli studi giuridici in NAPOLI: giureconsulti eruditi : ANDREA (si veda) e GRAVINA (si veda). La Vita Civile di DORIA (si veda). Bisv«glio filosofico in Napoli. Posizione di VICO in ordine agli indirizzi filosofici del suo tempo. VICO contro Cartesio e la questione del metodo nelle scienze morali. Il criterio della verità in VICO. VICO e gli studi giuridici. La filosofia del diritto nel Vico. Il rapporto tra morale e diritto. Il diritto nella sua formazione storica. Diritto e scienza sociale. Le sorti di Vico e i critici. Seguaci di Vico: STELLINI (si veda) e DUNI (si veda). Nei principali paesi d'Europa si va delineando la struttura dello stato tra le rovine dei rapporti feudali e dei privilegi municipali, in mezzo agli sconvolgimenti delle lotte religiose sotto l'azione unificatrice delle monarchie assolute. Inghilterra, Francia, ed Austria si presentano potentemente unificate nella persona del sovrano, i cui interessi parvero identificarsi coli' interesse generale del popolo. La formazione dello stato si accompagna ovunque col sorgere della scuola del diritto naturale, a cui spetta indicare i principi giuridici adatti al nuovo ordine di cose. A questo movimento di concentrazione e di unificazione politica che percorse l'Europa provocando il ridestarsi di energie nuove, di una coscienza politica e civile moderna, RIMANE INTERAMENTE ESTRANEA L’ITALIA divisa in numerosi stati, deboli e discordi i quali come assistettero senza commuoversi alle controversie religiose e alle guerre di prevalenza con Francia, cosi accettarono senza opporsi le nuove condizioni create dall'Europa alla penisola col trattato di Chàteau-Cambrésis. L'umanesimo se fa ri-vivere l'Italia nel passato glorioso classico, l'ha distratta dal presente in cui si ma gl’eventi destinati a modificare profondamente il ll'umanità. Manca all'Italia la coscienza di un in)ubblico e comune, intorno a cui raccogliere le energie 3, epperò doveva ricevere dal di fuori, da autorità nemiche forza e impulso a progredire. La reazione e l'influenza, rivolgendo ai propri scopi e le risorse economiche e morali di altri paesi, costituirono ;e servitù politica e religiosa, che pesa per oltre un ille sorti del popolo italiano. atamente il sistema di governo inaugurato da Filippo jna, fatto per rovinare e soffocare qualunque forma di ì, ha in sé stesso molte cause di instabilità e di i. La potenza veramente meravigliosa raggiunta dalla lel XVI secolo, frutto di fortunate combinazioni sto^ll'abilità tutta personale dei re che si succedettero da do il Cattolico a Filippo II, non accompagnata da un idente elevamento della coscienza civile e dell'intelpopolo, non puo che essere transitoria ed La politica di Filippo li, diretta a restaurare il Medio )ffocare ogni manifestazione di vita nuova, a contrarcè uno spirito protettore violento e tirannico ogni d’emancipazione intellettuale e religiosa, se era de- un sicuro insuccesso nei paesi nei quali lo spirito Torma, come in Olanda, o l'influenza del classicismo, Italia, oppone valida resistenza, trionfò pienamente igna, dove l'alleanza secolare degli interessi nazionali 5i, i sentimenti di fedeltà e di riverenza tradizionali alla estrema ignoranza e superstizione, tolsero al po^nolo ogni possibilità di reazione. Per tal modo Buckle e. xv ove si fa la storia dell'intelletto spa» età moderna, e si mettono efficacemente in rilievo le oaase di rispetto agli altri paesi. — È sintomatico il fatto ffini, facendola storia della libertà religiosa nei diì di Earopa non nomina, evidentemente perchè questa porse l'occasione. toccò iu sorte n lo spirito reazionario e proto berta e del progresso. In ciò la quale, dopo di aver riform Concilio di Trento, e di aver i Gesuiti e l'Inquisizione, spiej sistematicamente inspirata a denza nuova. E ripetuto e si ripete tut corrente e della ( unica della decadenza Italia mazione deve rettificarsi di 1 delle condizioni d'Italia nel s cadenza politica d'Italia in e dominio e alla reas cercarsi nella sopravvivenza avevan fatto l'Italia forte e fii delle Signorie e del Rinascin in Italia, come altrove, contri mento protestante e dalla for partecipò attivamente alle g alle grandi lotte che commos la sua non fu immobilità, sii e ne segnò la decade le idee, le passic secolo anteriore attenuate o a dell'Europa iniziano un nuovo il passato per rinnovarsi dal] il suo corso storico e trae da La nota pessimista prevale nei preconcetto porta Ferrari a considerare conio e si produsse di notevole in Italia. 1 fondamento di tali giudizi intorno diamo Forti (Istituzioni civilif F gli elementi per rinnovare sé stessa. Il dominio potè affermarsi e sostenersi giovandosi dell'indifferenza politica del popolo italiano : ma se influi sulle forme esteriori di vita, non ne estinse le energie intime e vitali : a misura che nel corso del seicento andò perdendo di autorità, di dignità, di potenza, Tltalia vera, quella che sembra estinta sotto il giogo straniero si ridesta, mostra di conoscere le nuove condizioni di vita moderna, si afferma d'un tratto tra le altre nazioni, le precorre mostrando che la servitù politica e civile non significa morte d'un popolo quando l'anima si mantiene salda e forte. Il classicismo e pur sempre una forza viva e operante nella vita del popolo italiano e ne costituì l'elemento unificatore, spiegando un'azione analoga a quella compiuta altrove dalla religione o dalla monarchia. Come il dominio, cosi la reazione cattolica, che richiama alla mente l'Inquisizione, i roghi, le arti gesuitiche, esplica un'azione del tutto esteriore sull'andamento generale del pensiero italiano. La istintiva ripugnanza degl’italiani alle guerre di religione, la indifferenza opposta al movimento della Riforma, l'azione energica spiegata dalla chiesa secondata dai governi nel reprimere i pochi centri infetti d’eresia, LA DIVISIONE POLITICA DELL’ITALIA IN PICCOLI STATI, NUMEROSI E RIVALI, aventi vedute diverse in fatto di politica religiosa, la presenza del papato, che dove seguire una linea di condotta prudente e moderatrice, se da un lato rendevano inutili le misure repressive, dall'altro tolsero loro efficacia e intensità. La reazione dove spuntarsi contro il temperamento degl’italiani, abituati per lunga consuetudine a quello sdoppiamento psicologico, non privilegio di poche personalità ma proprio di quanti sono intelligenti e colti, per cui sanno conciliare la sincerità delle credenze colle audacie del pensiero: solo la forma esteriore del pensiero e delle opinioni dove subire restrizioni e accomodamenti, e ciò spiega le frequenti concessioni e gli accorti espedienti a cui ricorsero anche i più alti intelletti, per non offrire il fianco a inutili persecuzioni. E invero, nonostante il malgoverno degli Stati, lo sfruttamento permanente dell’energie produttive del paese, l'ignoranza delle plebi sistematicamente insubordinate e affamate, la mancanza di virtù pubbliche e civili, di una coscienza politica nazionale, il pensiero italiano nelle strettoie in cui doveva muoversi, si mantenne più che mai desto, dando novelle prove della sua inesauribile fecondità. L'Italia, unica tra i paesi dell'Europa, offre l'esempio nel secolo XVII di una produzione intellettuale in cui l'antico e il moderno si associano, e mentre da un lato conserva e perpetua la tradizione classica, dall'altro elabora forme nuove e precorre i tempi moderni. Scienza e filosofia trovano cultori e innovatori, il cui nome basta per porre l'Italia al livello e al disopra delle altre nazioni europee. L'Italia ha nel il suo Bacone in GALILEI (si veda), il suo Cartesio in CAMPANELLA (si veda), come più tardi ha il suo Grozio in VICO (si veda), il cui pensiero si educò e si formò nell'ambiente e secondo le tendenze di quel secolo. La Toscana e il Regno di Napoli sono rispettivamente i centri della filosofia. La Toscana, culla dell'arte per opera d’ALIGHIERI, e Ja culla della filosofia esperimentale per opera di GALILEI. Nulla di più inesatto, sopratutto rispetto a GALILEI della frase di Ferrari « essere stata l'Italia nel seicento il paese delle grandi eccezioni: non fu una eccezione GALILEI, il quale riassunse in sé il lavoro di molte generazioni precedenti, e e il capo d'una scuola numerosa di seguaci che ne continuarono gloriosamente le orme. Un secolo prima VINCI proclam l'esperienza >ola interprete della natura ed iinaugura il felice connubio della matematica coi dati sperimentali in cui propriamente consiste il pregio e la novità del metodo galileiano. Prima di Galilei, Telesio dice che la natura è il gran libro in Sai carattere toUerante degli Italiani in materia religiosa efr. Raffini, s cui si contiene tutta la filosofìa: Galilei addita i caratteri coi quali il libro e scritto. Prima di Cartesio, Galilei coacepi le forze naturali come capaci di peso e di misura, e dai rapporti ideali delle quantità cercò intuire i rapporti reali dei fatti. Prima di Bacone egli insegna che il senso porge la materia greggia dell'esperimento e che dall'osservazione deve nìuovere la ricerca scientifica. Per tal guisa Galilei se da un lato precorre, dall'altro supera, completandoli, Bacone e Cartesio nello studio dei fatti naturali. In lui l'esperienza e il ragionamento, quella fondata sul senso, questo sulla ragione, si associano e si completano a vicenda. A Bacone invece parve sufficiente la semplice osservazione, a Cartesio la speculazione pura. Il metodo naturale fuori d'Italia si sdoppia in due indirizzi opposti, in Italia e più specialmente in Toscana per opera dei continuatori di Galilei si mantenne nella sua integrità e divenne lo spirito informatore dell'Acciidemia del Cimento. Galilei non usce dal campo dei fenomeni fisici: sotto questo aspetto e superato da Cartesio e da Bacone, di cui l'uno crea per le scienze speculative un metodo nuovo, l'altro consiglia l'estensione del metodo sperimentale alle scienze morali. Ad associare il metodo razionale e sperimentale, Bacone e Cartesio, nello studio delle scienze morali sopravvenne Vico che restaura la filosofia italica, come Galilei aveva restaurato la filosofia naturale. Il rinnovamento filosofico in Italia e assai più lento e contrastato. Sulla scorta di Mamiani e di Gioberti noi potremmo facilmente rintracciare in Italia fin dal secolo XV una triplice azione diretta contro la scolastica, la teologia, Aristotele. Né mancano nuovi sistemi che contraddicono Sai precursori di Galilei e sul metodo galileiano ne' suoi rapporti con quello adottato da Bacone e da Cartesio cfr. Fiorentino, Beìmardino Tele8i0f Firenze Cfr. A. E e che r, La fisica spei'imentale dopo Galileo nella Vita italiana. Cfr. Mamiani, Del rinnovamento della filosofia antica italianaf Parigi. In quest'opera, come nelle opere più note rinnovamento della filosofìa italica. Tale corrente è rappresentata dalle scienze giuridiche e morali. Altrove osservammo che nell'Europa l'impulso ad una trasformazione filosofica deriva d’esigenze di carattere morale e giuridico. L'ITALIA pur non sottraendosi a questa le^e tenne diverso cammino. In Olanda, Inghilterra, Germania sorse e si afferma la scuola del diritto naturale: scarsa e imperfetta era la tradizione giuridica in questi paesi,' e del tutto insufficiente a soddisfare le nuove esigenze create dalla formazione dello Stato. Il concetto di un jiis natiirae che permette alla ragione di sciogliersi dai vincoli dell'autorità e della tradizione giuridica del passato, divenne il fulcro intorno a cui si svolse una letteratura etico-giuridica copiosa, destinata a dare nuove basi alle scienze morali. Ma né in Francia né in Italia sorge una vera scuola di diritto" naturale. In Francia e soffocata nel suo sorgere dal dispotismo reazionario di Luigi XIV. In Italia non ha ragion d'essere per la mancata formazione dello Stato. Il diritto filosofico che altrove procede dalla ragione in opposizione alla tradizione giuridica, in Italia scaturisce spontaneo e per filo non interrotto dalla tradizione giuridica stessa, trasformata e adattata alle nuove condizioni dei tempi moderni. Solo per questa via si può spiegare la restaurazione giuridico-filosofica compiuta da Vico, e vien meno quel carattere di eccezionalità che ancora circonda la figura del grande filosofo napoletano, a cui spetta nel campo delle scienze morali, come a Galilei nel campo delle scienze naturali, riassumere il passato e dischiudere l'avvenire. Le scienze giuridiche fornirono anche all'Italia occasione alla restaurazione filosofica, la quale per altra via incontra difficoltà quasi insor/nontabili. Alla glossa di Irnerio e di Accursio ossequente alla lettera della legge, e seguita con Bartolo e Baldo la scuola degl’interpreti, i quali applicando alle leggi la dialettica scolastica, accomodano IL DIRITTO ROMANO alle esigenze del foro e alle necessità dei tempi, ampliandone e done il contenuto, facendo spesso opera di legislatc di giureconsulti. Tali interpreti costituirono la giureconsulti pratici, la quale si mantenne nume fluente in Italia. Neil' ignoranza e confusione delle leggi, i pratici contrib serva CARLE, a svolgere quell'aspetto della scienza che chiamasi ora giurisprudenza. Sul finire del Medio Evo l'amore della critica stoi logica applicata agli studi giuridici vi produce una schiera di giureconsulti culti o eruditi, che astraci sogni della pratica, deplorando le alterazioni che dei pratici i testi del DIRITTO ROMANO hanno subito, con ardore ammirabile a purgare la lezione dei test; l'antico diritto « colla cura, dice CARLE, con cui si una statua antica i cui frammenti sieno disgiunti gì altri. Dalla scuola dei giureconsulti culti iniziat da filologi come POLIZIANO e VALLA e da giurecom ALCIATO, svoltasi sopratutto in Francia col Cuiacic i primi romanisti, e i primi storici del diritto. La diversità di scopi e d’indirizzi mantenne a li e ostili i giureconsulti pratici e colti, per quanto cassero tentativi per conciliare e i due indirizzi E mentre in altri paesi di Euroj CARLE, Vita del diritto, Torino. Vico vi accenna nel De universi juris eoe. (Proloquiì CARLE. Ricordiamo Jne italiani SIGONIO e PANCIROLO. Ricordiamo GENTILE il qnale pur appari scuola dei giureconsulti colti ne criticò aspramente le esaj Dialoghi siigli interpreti delle leggi (pubblicati a Londra nel GENTILE fu ad un tempo nelle numerose sue opere pratico ed ^^:''WH.-; terra di conquista e la volontà dispotica del principe tien luogo di legge, — in cui i viceré nominati per tre anni possono impunemente violare la legge pur di arricchire nel più breve tempo possibile, dopo di aver inviato 8,000,000 di scudi.— in cui l'educazione era affidata ai gesuiti e la chiesa domina le coscienze e la vita civile colla superstizione, colle sue ricchezze, co' suoi privilegi, col numero enorme di corporazioni religiose e di fondazioni in cui il popolo ignorante e affamato e sempre pronto alla rivolta inconsulta — in cui l'amministrazione della giustizia e corrotta, la distribuzione dei tributi ingiusta, il commercio insignificante, l'agricoltura abbandonata, le campagne percorse da banditi in cui l'arte e la letteratura sono servili — in cui il sistema, feudale si perpetua co' suoi abusi e la nobiltà si corrompe nell'ozio. In questo periodo di generale decadimento l'attività filosofica si esercitai a nel foro e nelle materie giuridiche. La giurisprudenza- e il campo aperto agli studiosi, e raccoglie intorno a sé quanto di più eletto per ingegno e coltura esisteva in Napoli. I pratici sono in prevalenza, ma si distingueno per acume giuridico, per l'analisi profonda dei fatti, per la rara diligenza nel porre le questioni. L'influenza dei curiali e l'alta considerazione in cui sono tenuti costituie l'unica difesa contro le frodi, le ingiustizie, i disordini del mal governo. Il giureconsulto inspirandosi all'equità naturale compie opera sociale notevole, poiché trova per tal via modo di supplire alla insufficienza o mancanza della legge scritta. SaUe condizioDÌ generali di Napoli iu questo periodo ofr. Giano o ne,. Storia eivile del Regno di Napoli. Parlando deUo stato della giurisprudenza napoletana in questo periodo GIANNONE, e. 8, dice che « gli avvocati di questi tempi non collocano molto studio nell'oratoria, sicché i loro aringhi comparissero al foro luminosi e pomposi: si studiano ricavar l'eloquenza più dalle cose che dagl’ornamenti dell'arte. Perciò i loro discorsi in Ruota sono corti e tutto sugo: il principal loro studio e nel porger con metodo ed energia i fatti ecc. Caravita, Aulisio, giureconsulti di gran nome poranei di Vico. Né solo gli studi giuridici attinenti alla prat incremento e lustro Napoli, ma anche gli studi storici del diritto ce intendimento filosofico trovano un degno rappres Gravina. Questi porta la interpretazi della scuola napoletana alla sua maggior perfezioi iniziò gli studi sulla storia e sulle origini del dirit raccogliendo tutte le conoscenze che si hanno medesimo, indovinando il nesso tra le varie parti le lacune, facendo opera pe' suoi tempi nuova e Nella produzione giuridica di Gravina è evidente far servire IL DIRITTO ROMANO a scopi filosofici. Tra restringevano la legge naturale alla legge raziona che ne allargano il concetto fino a derivarla dal golanti l'universo, Gravina si attiene a una so termedia che dove più tardi svolgere e accentu; L'uomo, secondo Gravina, per la sua natura corporei alia legge generale delle cose che è legge di moto di conservazione e d’evoluzione continua : per la i spirituale ha una legge sua propria che è legge di di moti volontari. Per diritto naturale il senso de^ narsi alla ragione, il cui cibo è la virtù, e il cui ] pace dell'animo, conseguita per mezzo della conosc naie delle cose. La vita sociale si inizia colla far flcata nel padre a cui spetta per diritto naturale Ti mestico. Dalla necessità degli scambi sorgono i cont: Lo riconosce il Vi 11 ari nel suo saggio sol FILANGIERI, (S critica, politica, Firenze. I principi di filosofia giuridica di Gravina si trovane nel juris oivilis libri treSy Napoli, Mosca, Nel I libro fa 1 origini e del progresso del DIRITTO ROMANO pubblico e privai (3; Gravi na. De origine juris. generano rapporti più ampi, fondati non sopra vincoli uè, ma sulla considerazione del VANTAGGIO COMUNE, di isura la legge, definita giustamente da Platone « distrilentis. Su questa base dell'INTERESSE COMUNE e sulio delle società private di commercio, si formano le civili, di cui sono organi necessari, la legge ossia la voluntas intesa a REGOLARE I RAPPORTI SOCIALI, e la potestas a cui spetta prevenire e reprimere anche amente le violazioni delle leggi. Se l'idea dell'ONESTA mto universale e costante della legge, questa può assurrme diverse secondo i tempi, i luoghi, il carattere dei inche i rapporti tra levarle società civili devono essere L da ragione, e il diritto che ne deriva costituisce il disile genti, le cui violazioni giustificano le guerre intese ionfare nei rapporti fra due stati la ragione sugli istinti ì antisociali (2). Come nell'interno dello stato ai saggi mti alla ragione espressa in leggi scritte spetta goverai sudditi, schiavi del senso, obbedire, così nei rapporti zionali spetta a un stato più civili dominare e sottometuno stato che violano le norme del diritto naturale. Il a. previene Vico nella ricerca delle cause per le quali i sorgono, si conservano, rovinano. Se non che Gravina )n essendo assorto al concetto di società come un tutto ;o e considerandola solo come la somma degli individui compongono, ricerca tali cause nell'uomo e fa dipendere t)rio sociale dall'equilibrio di tutte le facoltà dell'indi^). Precorrendo il futuro egli mostra le sue predilezioni sverno popolare e mette in evidenza l'importanza 3 medio o terzo stato per mantenere l'ordine e l'armonia [verse classi sociali. jNel diritto e nella costituzione p. Gravina, Op. cit., Lib. II, e. lO-lS". r. Gravina, Op. cit., Lib. II, e. 14. r. Gravina, Lib. III, ci. r. Gravina, Lib. III, e. 16. r. Gravina, Lib. Ili, e. 14. politica del POPOLO ROMANO, alla cui illustrazione l'opera sua di giureconsulto è sopratutto intesa,' Gravina, come più tardi Vico, vede l'esempio ideale da semr di guida e di insegnamento agli uomini politici e ai giuristi. La filosofia giuridica del Gravina non ha valore che per l'epoca e le circostanze in cui sorse. In essa la funzione etica del diritto non si distingue dalla sua funzione sociale. La legge naturale si confonde colla legge morale, come per gl’antichi il sommo bene è riposto nella virtù congiunta alla felicità e acquistata colla scienza. Ma in Gravina troviamo i germi dell'indirizzo che dove prevalere in Italia con Vico, cioè LO STUDIO STORICO DEL DIRITTO ROMANO fatto servire A ILLUSTRARE PRINCIPI TEORICI, e alla ricerca delle leggi regolanti il corso della nazione italiana. Del risveglio effettuatosi in Napoli nelle scienze morali e giuridiche, è novella prova la Vita Civile di BORIA, alla cui pubblicazione Doria, non ancora distratto dalle polemiche cartesiane, e forse indotto dalla lettura delle opere di Gravina, o più probabilmente dalla famigliarità con Caravita, nella cui casa conveniva con Vico. Doria nell'opera sua si dimostra, a differenza del Cfr. del Gravina H libro “DE ROMANO IMPERIO” - in cai tratta della costituzione dell’Mmpero romano come della COSTITUZIONE IDEALE. Le idee religiose di Gravina sono dal lato dogmatico qulle dei cattolici del suo tempo, ma con questi e in disaccordo nel campo etico. La sua “Hydra mistica” è una critica severa della morale gesuitica mostrando una grande indipendenza di pensiero. VICO conosce Gravina, lo ricorda con espressioni di stima e di affetto nella Autobiografia. Se non ne cita le opere, ciò non deve attribuirsi a malanimo o a distrazione come afferma Cantoni (VICO, Torino), ma al fatto che in Vico anche le idee altrui si elaborano e si trasformavano in guisa da diventare sue pròprie e originali. Doria, di famiglia genovese, visse e morì a Napoli dove erasi recato fanciullo. E amicissimo di Vico il quale lo ricorda nell’Autobiografia, e gli dedica il iasimano quelli che vogliono ricavare la politica dalla sola pratica e i filosofi che credono potersi governare il mondo ooll'astralta metafisica. Nella Vita Civile dice che la politica e la morale sarebbero la stessa cosa e non vi sarebbe punto bisogno di politica qualora le norme di moralità fossero da tutti comprese e attuate. Doria. La politica deve fondarsi sulla conoscenza della natura umana quale appare alla ragione: solo per tal via si potrà evitare l’empirismo e ridurre la politica a sistema. Come non è vero giureconsulto chi dalle leggi particolari del luogo non sa elevarsi alla ragion della legge, cosi non è vero politico colui che ha solo una naturale e raffinata malizia, spoglia di ogni conoscenza dell'uomo, de' suoi rapporti coll'ordine delle cose, dell'essenza della vita civile, di ciò che contribuisce alla felicità degli uomini. Dalla metafisica, che per Doria significa conoscenza degli universali a scopo di applicazione pratica, deve la politica trarre il suo fondamento scientifico. Nello studio dell'uomo Doria segue l'indirizzo psicologico mediano proprio della filosofia italica e che Vico dove svolgere. Rileva il dualismo tra spirito e materia, ammette che a costituire la vita morale concorrono la ragione e il senso, l'universale e il particolare, che la felicità consiste nella retta conoscenza e nel buon uso dei sensi, che naturale è l'inclinazione alla vita sociale, che l'uomo per necessità della sua natura tende a emendarsi, a cercar rimedio ai mali, a sollevarsi gradatamente dal senso, ossia dai particolari agl’universali principi, cioè alle idee innate del vero e dell'onesto. Tutti questi concetti ravvalorati dalla esperienza storica ritornano in Vico. Alla morale impossibilità dell'uomo di possedere tutte le virtù e al fatto che tutti sono forniti di qualche virtù, supplisce la vita civile, la cui vera essenza sta nel comporre armonicamente insieme le energie virtuose disperse nei singoli, in guisa che SI AIUTINO RECIPROCAMENTE, e si formi una condizione di cose atta ad assicurare a ciascuno la felicità. Doria dopo aver RI-COSTRUITO RAZIONALMENTE o piuttosto PSCIOLOGICAMENTE L’ORIGINE E L’ESSENZA DELLA VITA CIVILE, cerca, come Doria. Cfr. il Capo II delia parte prima dove è esponila la dottrina i)sicologica del Doria. Cfr. Doria, più tardi Vico, nella storia conferma a' suoi principi. Respinta l'ipotesi di una pretesa età dell'oro, riconosce che gl’uomini, cresciuti di numero, premuti dal bisogno attravesano un periodo di lotte e di violenze, da cui uscirono raccogliendosi e organizzandosi intorno a uno di loro più forte che li difendesse: ROMOLO. Ssi costituirono allora le famiglie e si hanno i governi patriarcali. Quando gl’uomini non paghi della difesa aspirarono a un genere di vita più regolare e civile, fanno ricorso al prudente – NUMA -- che detta leggi ordinate alla umana felicità. Colle leggi e ordinamenti si inizia la vita civile che si svolge dapprima nelle città di ROMA, poi nei regni e si hanno le monarchie, trasformatesi col tempo in aristocrazie e in democrazie. Col graduale estendersi e complicarsi della vita civile, l'economia domestica si fa commercio, la difesa della casa si trasforma in vasta arte di guerra, la naturai prudenza diventa scienza di governo o politica. Una progressiva divisione di poteri ossia d’ordini si rende necessaria, e si formano le classi dei guerrieri, dei legislatori, dei magistrati, i quali a loro volta vanno distinguendosi in magistrati di politica, di giurisdizione, di commercio. Tra i sudditi poi si vanno formando le classi dei padroni e dei servi: da quelli si svolge la nobiltà, da questi la ricca varietà dell'arti servili. Dalla STORIA DI ROMA trae Doria argomenti ed ESEMPI alla dimostrazione della sua dottrina. Passando dalla costituzione politica a descrivere le fasi del progresso sociale, quale risulta dalla storia, Doria pone come legge regolante il corso dell'umanità il graduale passaggio dalla vita barbara o difettosa alla vita civile moderata da leggi e da ultimo alla vita civile pomposa, in, cui la civiltà si accompagna col lusso e colla magnificenza degli esteriori ornamenti. La vita pomposa genera l'ozio e il popolo ricade nella servitù. Cfr. Doria, Op. cit., I, e. in e iv. Cfr. Doria, Op. cit., I, e. v, ove si descrivono diffusamente le diverse fasi deUa vita civile. Per quanto erroneo sia il concetto fondamentale della dottrina civile di Doria, noi crediamo di trovare in essa i germi di molte idee e dottrine svolte più tardi da Vico. Il concetto che la filosofia deve tendere a scopo pratico, che anche la politica può fondarsi su principi saldi e costanti tratti dalla conoscenza dell'uomo e delle sue passioni, la storia e sopratutto la romana invocata a conferma della dottrina, la progressiva differenziazione degli ordini e dei poteri, il passaggio graduale dell'umanità dalla barbarie alla vita civile e il ritorno fatale alla barbarie, il progresso identificato col passaggio dal senso alla ragione, sono concetti che ritornano in Vico svolti ed estesi a nuove e più lontane conseguenze. L'opera di Doria, molto apprezzata ai suoi tempi, non e. senza influenza sui principi italiani ancora infetti da machiavellismo, incitandoli a saggie e razionali riforme. Essa precorre i tempi e non merita l'obblio in cui è tenuta dagli storici della filosofia del diritto. Ad ogni modo essa getta viva luce su quell’ambiente di Napoli in cui e concepita e pubblicata, e nel quale si matura il genio di Vico. Il progresso negli studi giuridici e sociali in Napoli non e che il riflesso di una. ben più larga e profonda trasformazione del pensiero napoletano al contatto delle correnti filosofiche, le quali, penetrate in Napoli malgrado l'attenta vigilanza della chiesa, si sono rapidamente diffuse conquistando gli spiriti oramai maturi ad accoglierle. Prime a conquistare il favore delle nuove generazioni sono le dottrine dell’ORTO e di Locke, come quelle che interessavano la vita pratica e schiudevano un ideale morale che e in aperto contrasto colle idee e coi sentimenti tradizionali. La rivoluzione iniziatasi n Vico uéìV Autoìnografia ci dice che del tempo nel quale egli partì da Napoli si e cominciata a coltivare la filosofia dell’ORTO sopra Piar Gassendi, e due auui dopo ebbe novella che i filosofi a tutta voga si era data a celebrarla. Ciò conferma Doria nell'introduzione air opera : Difesa della metafi»ioa degl’antichi contro G, Locke eco, nel costume si estese al campo speculativo e l'occasione fu offerta da Cartesio nelle cui opere filosofi, giuristi, matematici, fisici e fisiologi trovano argomenti per un nuovo indirizzo di metodo e di studi. Cartesio e in Napoli nome di battaglia e di partito. Esso significa libertà di pensiero, opposizione ad Aristotele, al principio di autorità, allo scolasticismo, all'erudizione filolcfgica e storica, all'empirismo. Esso divenne l'arma poderosa che servi a scuotere, dice Giannone, il durissimo giogo che la filosofia dei chiostri ha posto sopra la cervice dei napoletani. Primo a introdurre in Napoli e a far conoscere la dottrina di Cartesio e CORNELIO (si veda), naturalista della scuola del Telesio, il quale ha ad alleati influenti il giureconsulto Andrea, Capoa, e sopratutto Caloprese, che approfondi la dottrina cartesiana e primo si da a insegnarla. Del favore che Cartesio incontra in Napoli fa prova gli’investiganti istituiti in casa propria dal marchese dell'Arena, allo scopo di studiare e discutere la filosofia cartesiana col concorso e l'adesione di quanti si distinguevano in Napoli, per coltura e ingegno nei più diversi rami della filosofia. Al primo periodo di entusiasmo e di fanatismo, di ammirazione cieca per le nuove idee che venivano dal di fuori, succede un lungo periodo di reazione e di opposizione tendente a richiamare le menti alle buone tradizioni della filosofia italica, a restaurare l’accademia che e stato -- Cfr. Giannone. Di Cornelio parla Fiorentino. Vico (Auiob,) lo chiama gran filosofo renatista. In quest'epoca abbiamo una vera ri&oritura di gruppi di gioco in Napoli. Oltre a quello degl’investiganti ricordata da Giannone, notiamo quello fondato d’Argento alla quale convenne Giannone; quello fondato dal duca di Medina Coeli; quello degl’infuriati ricordato da Vico nella Autobiografia, quello degl’oziosi, senza tener conto delle numerose private. -- valido strumento di guerra contro il LIZIO e la scolastica. Anima dell'opposizione contro Cartesio, l'idolo del giorno, e Vico, al quale le varie correnti di filosofia che si sono andate svolgendo in Napoli convergono. Egli potè apparire un genio solitario solo perchè e l'astro luminoso, dice Villari, in cui si concentra la luce di tutta uaa moltitudine di minori pianeti, perchè riassunge in sé tutta un'epoca e sui materiali da questa forniti eleva un sistema di cui i contemporanei non possono valutare l'importanza, e di cui parve egli stesso vuole rimandare all'avvenire la prova dei fatti. Nell'opposizione contrergli indirizzi filosofici prevalenti all'epoca sua Vico non e solo. Egli ha ad alleati quanti per avversione a Cartesio e allo scolasticismo miravano a restaurare la filosofia dell’accademia e a richiamare gl’ingegni al culto della tradizione italica. Tra questi devesi ricordare Doria, il quale dopo aver combattuto Cartesio nel campo della della metafisica, si fa sostenere l’accademia. Il suo tentativo lascia gl’animi indifferenti. A lui nocque il carattere polemico delle sue opere, l'esagerazione con cui combattè senza distinzione tutti gl'indirizzi nuovi di filosofia solo perchè non rispondenti alle sue predilezioni o prejudizij. CIt. il saggio su Filangieri du Villari in Saggi di storia aHitea e politica, Firenze. Villari, iJ Carle sono tra quelli che cooperarono a sfatare la leggenda di genio solitario che unita all'altra di genio incompreso si e andata dopo Ferrari creando intorno a Vico, e che e accolta sopratntto dai critici francesi: Michelet, Michaud, Janet. Bovio -- Conferenza su Vico in Vita i^aZiana -- dice che Vico non e genio incompreso, ma deve annoverarsi tra i filosofi solitari, che sono quelli che hanno larghe visioni e piccola prova. Giustamente osserva Villari che tale errore nasce dall’esser generalmente poco o punto conosciuta la storia degli studi che allora fiorisceno in Napoli. Vico nella AtUobiografia dice che Doria frequenta con lui le conversazioni le quali hanno luogo in casa di Caravita e di . Ben altra importanza ed efl Vico. Essa trova fondamento zione ricevuta, negli studi da 1 delle sue naturali tendenze ini scientifiche e particolarmente n INGEGNO SPICCATAMENTE ITALIANO. Vatolla ritorna in Napoli nel suoi studi, e le sue opinioni fi sono quelle che troviamo svolte discorso sul metodo degli studi tìquissima. In questo pei soflche del sapere. Delle diverse che agitano l'ambiente di ? sfuggi all'osservazione e alla mei Vito di Sangro. Parlando di Doria il mira come sublime ed originale in ( e cornane negl’accademici >. Ciò fa a mi tesiano, mentre il p.'isso di Vico prov; tempo in maggior pregio di Vico la do se Doria e per qualche tempo seguac un deciso avversario. Egli comincia v l'applicazione da lui fatta del metodo lo combatte nel campo metafisico n alla filosofia di Renaio des CarieSy non loaofia di Doria con la quale si Queste due opere gli suscitarono cont principe della Scalea, discepolo del Gal contro Doria nell'opera intitolata Bi Doria oppone nello stesso auuo le su monografia citata del Geriui: Difesa della metafisica degl’antichi e che in questi contrasti tra cartesiani e di Vico: ciò deve, secondo noi, attr in quest'epoca ne' suoi nuovi studi gii diretta parte a questioni di carattere fil comune il desiderio che gl’italiani delle scienze degl’oltramontani, dov pienza in quella guisa che fecero i 1 Misantropo. egli accolse interamente poiché era profondamente convinto che nessuna risponde al carattere nostro nazionale e alle esigenze delle scienze morali che costituirono il campo proprio in cui si afferma sin dal principio il suo ingegno, e alle quali ha sempre rivolto il pensiero sia nella scelta degli autori da formar oggetto di studio, sia nella scelta del metodo da seguire, sia nel porre il criterio della verità, sia nel determinare la natura e la finalità (metier) dell'uomo. Nelle sue predilezioni per l’accademia e TACITO già si intravvéde quel dualismo tra il senso e la ragione, che dove essere il fulcro intorno a cui si svolgono le scienze morali e il corso storico dell'umanità. Coll’accademia lo spirito, il mondo delle idee esce per la prima volta fuori dall'involucro mutevole del senso. Niuno prima e dopo di lui seppe dare dell'uomo, quale dove essere secondo la sua natura razionale, un concetto più vero e profondo. Colla guida dell’accademia Vico puo in seguito rintracciare nell'uomo e nelle sue manifestazioni individuali e collettive gl’elementi costanti e universali. TACITO descrivendo l'uomo reale dominato dai sensi e dalle passioni, che opera spesso inconsciamente dietro lo stimolo degli istinti, dei bisogni, delle utilità puo costituire ottima guida per la conoscenza dell'uomo storico e di ciò che vi è di vario e di mutevole nelle azioni umane. TACITO completa Platone e sulla scorta di entrambi la chiave per la comprensione dell'uomo singolo e collettivo era trovata. n carattere mentale di Vico possiamo desumere dalla serie delle sne opere, e dalla vita scritta da lui stesso. 'NéìV Autohiografia Vico fa sé stesso oggetto di osservazione, descrive la saa vita mentale, ci dà la genesi delle sue opere, il procedere dela sua filosofia. Primo Carle rileva la stretta analogia tra il Diaoorso sul metodo di Cartesio e la Vita del Vico. Ma Tanaìisi psicologix^a fatta dai due filosofi sopra sé stessi li conduce a conseguenze opposte. Cartesio si convinse della necessità di concentrarsi in sé stesso e di ricavar la sciènza col proprio intelletto. H Vico invece si convince che l'uomo deve guardarsi bene dall'esser solo a pensare una cosa^ perchè o si mata nel divino o si pone in contraddizione col senso comune. Per ciò che riguardava l’ordine e il metodo da seguire nello studio dell'uomo, Vico, guidato dal suo ingegno divinatore ferma l'attenzione su Bacone. Non dimentichiamo che le opere di Bacone passano inosservate nella stessa Inghilterra per la prevalenza incontrastata che vi assunse il metodo soggettivo nello studio delle scienze morali. Gli stessi enciclopedisti, ammiratori di Bacone, lo celebrarono come fondatore del metodo induttivo, ma non ne rilevarono l'importanza in ordine alle scienze morali. Pochi danno dvalore al suo trattato De Avg mentis che a Vico parve giustamente dischiudere un'era nuova nello studio delle scienze morali, come quello che mentre fa rientrare anche quest'ultime nel vasto campo delle scienze sottraendolo all'impero della metafisica, indica alla loro restaurazione il metodo induttivo. Nel culto per Bacone Vico rimane a lungo solo in Italia e fuori. Vico comprende e svolge il concetto adombrato da Bacone di porre le scienze morali sulla salda base dell'osservazione storica e psicologica. Egli costituisce l'anello di congiunzione tra Bacone e Comte che con piena coscienza volle restaurato tutto il sapere filosofico sulle basi del metodo induttivo. Ma se Bacone rileva le lacune del sapere umano e indicato il nuovo metodo di indagine, non dice il modo con cui colmare tali lacune, come praticamente applicare il metodo dell'osservazione allo studio delle scienze morali: l'una e l'altra cosa fa Vico e puo con giusto orgoglio dire di aver creato una scienza “nuova”. Platone, TACITO, Bacone, vengono per tal modo a personificare i tre capisaldi della filosofia vichiana applicata agli studi morali e sociali, la ricerca dell'universale nel particolare, dell'idea nel mutevole succedersi delle azioni umane mediante Vedi sopra pag. 49 e seg., saU'opera e suUe sorti di Bacone. Primi a far conoscere Bacone in Francia sono Voltaire nelle sue Lettere Persiane e Diderot nel sno discorso preliminare all’enciclopedia. -- un procedimento di induzione. L'uomo nel concetto di Vico deve assumersi nelle scienze morali nelle integrità della sua natura, né deve esser lecito al filosofo di foggiarsi una natura umana che contraddice al senso comune e alla realtà delle cose. L'analisi psicologica non deve spingersi al punto di far violenza alla natura. La specializzazione soverchia delle scienze se rende gl’uomini dotti nei particolari li rende meno atti ad abbracciare il sapere nella sua integrità. Essa poi riesce particolarmente dannosa alle esigenze delle scienze morali aventi carattere e scopo pratico e che presuppongono l’uomo operante nell'interezza della sua natura tra i due poli estremi del senso e della ragione, dell'istinto e della libertà, secondo una legge di progressivo predominio degli elementi razionali sopra i sensibili. Le scienze morali devono valersi di concetti sintetici e i cultori delle medesime devono essere uomini d'ingegno, cioè, capaci di scorgere il comune tra cose lontane e disparate. Fermo in tali concetti Vico dove trovarsi in disaccordo cogli indirizzi della filosofia dominante in Napoli e che in piccole proporzioni riflettevano gl’indirizzi che in seno alla filosofìa si erano andati delineando e che Vico riconduce genialmente a correnti di idee che hanno dominato nell'antichità. Scarsa e difettosa e la conoscenza che Vico ha dei sistemi filosofici antichi e moderni: ma suppliva con una intuizione lu una lettera a Gaeta VICO definisce l'indazione secondo il concetto di Bacone. Per le opere del Vico ci siamo valsi della edizione napoletana curata da Ferrari: ad essa ci riferiremo per le citazioni. "L^ Epistolario del Vico fa parte di quella edizione. Vico svolge tale concetto nella sua orazione tenuta a Napoli. V orazioni di Vico ancora inedite sono pubblicate da Galasso e formano parte dell’edizione citata. Cfr. De Antiquissima. Sappiamo che Vico conosce Platone nelle opere di FICINO, L’ORTO In quelle di Gassendi. Egli confuse il semita Zenone del PORTICO coll’italiano Zenone di VELIA e cadde in altri simili errori. U asi sempre felice, la quale gli permette di rilevare il catterò generale delle varie dottrine e sopratutto di intraverne le lontane conseguenze nel campo pratico. Senza preocparsi dei pericoli e delle inimicizie a cui egli, povero e cora oscuro, si espone, parla un linguaggio nuovo di verità standosi pubblicamente contro i critici compiacenti, contro l’ostinati delle sette, contro gl’impostori che infestano il anda degli studiosi, contro i falsi dotti che studiano per sola utilità, e i dotti cattivi che amano più l'erudizione Le la verità. Tra coloro che si occupano di scienze moli condanna senza pietà gli stolti che non vedono né le verità trticolari né le universali, gl’illetterati astuti abili nell'altare la scienza alla pratica, i dotti imprv/Xenti sprezzanti realtà e tendenti a tradurre nella pratica le loro teorie. Non e invidia o umore bilioso o spirito di parte che iniravano Vico ma profondo amore del vero, nobile risentiento contro quanti, sfruttando la scienza, ne compromeno serietà con grave danno dell'educazione. L'intimo connubio L'egli vagheggia tra filosofia ed educazione, lo rende avirsario delle dottrine filosofiche che non si indirizzano a nder migliori gl’uomini e a guidarli verso la felicità indiduale e collettiva. Dell’ORTO combatte il materialismo che non riesce a spie-,re le cose della mente: e la sua morale chiama morale di iccendati CHIUSI NEI LORO ORTICELLI fatta cioè per uomini litari NON DESTINATI A VIVERE IN SOCIETA, che pretende regore i doveri della vita coi piaceri dei sensi. Morale solitaria [1) Cfr. Orazione terza. [2) Cfr. Orazione quarta. Cfr. Lettera a Giaoohi, Ediz. cit., 1. VI. '4) Cfr. il De nostri temporis eco, Il carattere pedagogico dell'opera di Vico e rilevato da Tommaseo, ìggio 8U Vioo)\ da Flint (Vico, Edinburgh); dai Gerini {Soì^ttoH ìagogici italiani Paravia). cioè di meditanti che studiano non sentir passione la morale del PORTICO, alleati dei Cartesiani, come qu I, § 3, 4, 7, 9), nel De Antiquisaima, nella Risposta seconda al « G-iornale dei letterati d* Italia, nelle lettere ad Esperti, al Vitry, a Solla. Aòntamente osserva Vico che il metodo geometrico trasportato in cose che non sono numeri e misure prova qualunque cosa {Bisp, al Oiom, eoo»). che può raggiungersi nelle scienze fisiche aventi un oggetto determinato e nelle quali si cerca la causa per cui molte cose si eflTettuano in natura, non nelle scienze morali che hanno per oggetto i fatti degl’uomini, la cui natura è incertissima per l'intervento dell'arbitrio, in guisa, che delle molte cause di un sol fatto non si può mai dire quale sia la vera. Porre alle scienze morali per fine il vero, bandire da esse il verosimile è condannarle alla sterilità e all'impotenza. Vico, superando Bacone, precorre le più moderne dottrine positive circa il metodo da seguirsi nelle scienze morali. Tra ì cartesiani fautori della critica, che vogliono banditi i veri secondari e pongono il primo vero fuori del senso, che vogliono educate le menti all'analisi, logorandole in sottigliezze e minuzie senza tener conto dell'indole dell'animo umano, delle sue tendenze alla vita civile, dei vizi, delle virtù, del carattere e del costume secondo l'età, il sesso, la condizione, la famiglia, la nazione italiana, che si illudono di ridurre a norma tutto ciò che si attiene alla vita e fanno troppa fidanza sulle norme der metodo, che finiscono per ostacolare l'ingegno e distruggere la curiosità — e i fautori della topica, seguaci del LIZIO, che, paghi di un sapere empirico, si affidano ciecamente all'autorità, Vico propugna l'unione della critica colla topica, cioè della dimostrazione coll'invenzione, dell'analisi colla sintesi, del vero col verosimile, della ragione col senso comune. Solò per tal via l'uniformità si consegue nell'operare e si formano non gli scienziati, ma gl’uomini prudenti, gl’oratori, gl’uomini di stato, che è lo scopo proprio delle scienze morali. La dottrina del metodo si completa in Vico con quella relativa al criterio di verità ch'egli contrappose al criterio cartesiano della percezione chiara e distinta ottenuta per mezzo dell'osservazione interiore. Vico affrontando una delle più ardue questioni di metafisica non perdette mai La questiouò del criterio di verità è trattata da Vico nel De Antiqui88ima S. di mira le esigenze delle scienze morali, e il suo pensiero riassunse nella formola della conversione del vero col fatto, cioè che conoscere una cosa significa farla. Mediante l'intelletto l'uomo conosce e conoscere significa comporre insieme tutti gl’elementi di una cosa e formarsene la perfetta idea. L'intelligenza umana ha un potere di comprensione limitato, poiché degl’elementi costitutivi delle cose solo gl’esterni, e parzialmente anche questi, riesce a combinare: opperò se l'uomo può pensare a tutte le cose, non può che intendere quelle che fa, ossia quelle di cui arriva a comprendere la genesi o la guisa di formazione. La scienza per Vico è essenzialmente genetica ìr\ quanto si riduce alla conoscenza del modo o delle cause con cui una cosa è prodotta -- vere scire per causas scire. I limiti della conoscenza sono quelli del potere. Di qui l'incertezza e imperfezione delle scienze morali, le quali avendo pell’oggetto le azioni umane che non possono riprodursi e sono continuamente mutevoli, non possono proporsi a loro unico scopo il vero, mentre le scienze sperimentali hanno un grado di verità assai maggiore in quanto studiano la natura riproducendola, e le scienze matematiche racchiudono il grado massimo di verità in quanto sono prodotti mentali, vere e proprie creazioni dello spirito.Vico parlando di produzione della cosa come sinonimo di conoscenza della cosa non intende, come mostra di credere Cantoni, una produzione ideale, ma una produzione reale, che trova cioè un qualche riscontro nella realtà quale appare ai nostri sensi. La chiara e distinta idea della cosa non può assumersi a criterio del vero, come sostiene Cartesio, poiché il pensare distintamente a una cosa non significa ancora conoscere il contenuto della medeisima, e iioh ci autorizza ad affermare la realtà della cosa pensata,. La certezza di pensare non é scienza ma COSCIENZA: scienza si ha Cfr. Cantoni. La miglior interpretazione del pensiero metafìsico del Vico ò quella data da Flint. delle cose la cui verità è dimostrata o dimostrabile, cioè delle cose che riusciamo a fare, mentre la COSCIENZA è proprio di quelle cose di cui non possiamo dimostrare il modo di loro e^- stenza. Neppure la scesi dubita di pensare e di esistere, ma dichiara solo di ignorare le cagioni del pensiero, ossia come esso ha esistenza. Il pensiero è indizio, non causa della realtà. Una critica più acuta e stringente del principio metafìsico cartesiano non si potrebbe immaginare e ninno prima di lui può vantare di averla fatta. La coscienza può attestarci la esistenza delle cose ma per intuizione non per dimostrazione. Apprendere le cose non ancora significa conoscerne la natura. Per tal modo Vico eleva una distinzione netta tra verità di scienza e di coscienza, tra verità di ragione e di sentimento ò per usar la sua espressione abituale tra ciò che è vero e ciò che è CERTO. Dell'esistenza dell'anima, dei principi delle scienze morali possiamo avere una cognizione CERTA ma non vera. Di quanto Vico restringe il campo del vero di altrettanto allarga la cerchia del CERTO, pel quale riconosce che unico criterio applicabile è il senso comune. Vico però a differenza dei positivisti, non eleva una barriera insuperabile tra la sfera del CERTO, delle CREDENZE e- la sfera della verità, della scienza. Egli ammette che le verità di sentimento, di intuizione, sono capaci collo svolgersi della riflessione di trasformarsi in veri scientifici. Anzi egli pone come legge generale dello spirito individuale e collettivo e delle sue singole manifestazioni il graduale e progressivo passaggio dalla coscienza alla scienza, dalla autorità alla ragione, dal certo al vero. Quanti nell'età moderna si fanno sostenitori della relatività del sapere, accolgeno, senza ricordarlo, il prudente criterio di Vico. Ma di essi più accorto, Vico mostra Vico usa le espressioni vero e certo in un significato speciale. Per lui è vero ciò che si converte col fatto. Certo è tutto ciò che si fonda sul senso comune, ossia le verità intuite ma non dimostrate. Noi invece siamo soliti considerare termini equivalenti il vero e il certo.] di intendere e di apprezzare anche le idee e sentimenti che hanno il loro fondamento nell'autorità del senso comune. Vico e profondamente convinto che le scienze morali non possono astrarre dal verosimile per correr dietro a una vana e formale apparenza di vero che trova nella realtà continue smentite. Il De Antiquissima chiude il periodo filosofico-critico del pensiero di Vico. Le dottrine in esso esposte sono in regolare armonia colle sue opere posteriori, di cui formano il presupposto metafisico. Il Libet meiaphisicus ribadisce il concetto che la vera sapienza è operativa e la filosofia non deve solo proporsi la solitaria e sterile verità ma ancora l'utilità e la dignità della vita. Vico non si restrinse a una critica negativa, mentre critica integra: e come sul terreno metafisico e metodico integra Bacone e Cartesio, cosi si prepara a integrare Grozio nel campo etico e giuridico. Le predilezioni di Vico per gli studi giuridici rimontano al primo periodo della sua vita, allorché imbevuto ancora di metafisica scolastica, dietro consiglio del padre si applica àgli studi legali. La casuistica giuridica, rappresentata allora in Napoli da Verde indispone Vico, come quella che si perde nel casi particolari senza elevarsi a principi razionali -- ottimo esercizio di memoria, egli osserva, ma tortura dell'intelletto. La dottrina metafisica di Vico ancora aspetta di esser giudicala al suo giusto valore. Esagerarono nelle lodi per uiì sentimento di legittimo orgoglio nazionale, ROVERE, Gioberti, Siciliani: la snaturarono adattandola ai propri sistemi filosofici gli hegeliani -- Spaventa, Vera, Fiorentino -- e gli spiritualisti – Serbati --: mostra di non comprenderla affatto Cantoni, che chiama W^Liher metaphiaious una strana anomalia nella storia del pensiero di Vico. Non ci convince interamente l'affermazione di Labanca -- (6^. B, Vico e i suoi orifici oaitolioif Napoli -- che Vico fa della metafisica dogmatica, fondandosi sul fatto che i critici la considerarono tale e non sollevarono dubbi al riguardo. Cfr. Autobiografia per tutte le notizie biografiche in questo paragrafo indicate. li interpreti antichi e gli interpreti parve riscontrare i filosofi dell'EQUITA storici del DIRITTO CIVILE ROMANO: fin i di far convergere i due indirizzi a itto filosofico. A formarsi una coltura ale scopo, Vico attende per un periodo li a elaborare è a fissare quei principi lostituire il sustrato metafisico di tutte . Non trascura Vico neppure in giuridici. Ne abbiamo la prova nella so sul metodo delle vicende sto per metterne in evidenza il carattere )mento per un nuovo indirizzo degli rva Vico che in Grecia la giurispruntemente divisa tra filosofi, prammatici, onevano i principi razionali attinenti gl’altri fornivano le leggi agl’oratori eloquenza l'equo. IN ROMA la giurispruorigini divisa tra giureconsulti-filosofi no dal lungo esercizio delle pubbliche elaborazione della civil prudenza sacra ano dalla parola allo spirito della legge [uo, gli uni custodi del GIUSTO, gl’altri ir età moderna le diverse parti della assunte in una sola dottrina gli giurearatore, ha cessato di essere filosofo; interesse privato, a cui giova particoifica IL PUBBLICO INTERESSE, meglio tute 1 VICO traeva motivo per insistere sulla EQUITA NATURALE colla filosofia giuridica per lui era la dottrina del pubblico rende i uove anni passati nlla solitndiue di ani poi trascorsi in Napoli fino alla pubblica reggimento che i Greci apprendevano dai filoj dalla pratica stessa delle cose pubbliche, mentr Vico e trascurata tanto dai pratici preoccup trionfare l'equo e l’utile privato, quanto dagli er far risorgere in tutta la sua purezza il diritto; rendersi conto delle nuove esigenze dei tempi. Il divisamente di richiamare gli studi giurid sua divisi tra la pratica e l'erudizione ad una b si venne meglio determinando in Vico colla coi di Gravina e sopratutto colla lettura di Grozio ai tempi di Vico Grozio e pressoché ignora Gravina mostra di non averne approfittato. Tale verso Grozio e naturale in Italia, estranea al mazione dello stato e strettamente lej dizione giuridica e all'AUTORITA DEL DIRITTO ROMANO cercato reagire Grozio. Ma ben intese i scuola del diritto naturale di cui e stato fonda aveva efficacemente cooperato a restaurare qi del pubblico reggimento, di cui difettavano i no sulti. Si comprendono pertanto le sue simpatie lui posto nel novero degli autori prediletti acca a TACITO, a Bacone. Grozio era assorto al e Vico neìV Autobiografia ci fa sapere che la Vita é pubblicata gli conciliò € la stima e l'amicizia d letterato d'Italia Gravina col quale coltiva s denza infiuo ch'egli morì. Le provano che egli conosceva di fama anche prima di qu£ vina, e certamente ne aveva letto le opere, Vico p( l'opera di Grozio nell' apparecchiarsi a Scrivere la F L'opera di Grozio era stata messa sìlV Index Ex^ Chièsa cattolica. La sincerità delle credenze religiose no Vico di studiare e apprezzare scrittori condannati dalla ma per prudenza si astenne molte volte dal citarne i n citandoli li cita vagamente e quasi di sfuggita. In leti abbondano le citazioni di scrittori stranieri e mostra di co: nei concetti fondamentali . arsale sottratto a delimitazioni di tempo e di luogo, na e immutabile di giusto che Vico coll’accademia innata e propria della natura razionale dell'uomo, cerca far scaturire dallo STUDIO DELLA LINGUA DEI ROMANI ed estendere alla gran mere umano. La lettura di Grozio forni a Vico i prender conoscenza dei divèrsi indirizzi che del diritto naturale si sono andati svolgendo in Germania e Francia. Di Hobbes, yle, ricorda il nome e le opere e riassume in poche issime l'indirizzo generale del loro pensiero in orlenze giuridiche e sociali. Altrove mostra costemi di Selden e Pufendorf, di cui associa costandottrina relativa alle origini della società umana ii Grozio. Ma a quest'ultimo Vico direttamente e conciliandolo colle nostre tradizioni giuridiche. zò assorgere dal concetto dell'EQUITA NATURALE, eiapratici, COL SUSSIDIO DEL DIRITTO ROMANO, restaurato i, a quell'idea eterna del GIUSTO che Grozio ha mte derivato dalla ragione umana, ordine ai fondamenti filosofici delle scienze morali, di Vico è per molti aspetti definitiva. Nessuna filosofia antica e moderna sorto in seno alle scienze mostra di ignorare : di tutti rileva acutamente le difetti. I greci trattato della giustizia e in termini troppo generali e astratti, I ROMANI in '. Vno^ (Proloquium^f ove ricorda il Principe di MACHIAVELLI, ìli' Hobbes, il Tractatua theologico-politicua dello Spiuoza, il 1 Bayle. — "SeW Autobiografia accenna ad uua corrispondenza is, di cui mostra apprezzarne il valore. Questa conoscenza iutte le correnti fìlosoficbe dell'epoca sna fa riurie in La filosofia del diritto nello Torino, Unione tip, ontro coloro, sopratutto stranieri^ cbe facendo la storia del Je non ricordano affatto Vico. — concreto. Gl’antichi interpreti non conoscheno che le esigenze della pratica, i nuovi astrassero da ogni indagine di carattere filosofico per concentrarsi nello studio filologico dei testi di legge. Hobbes, Spinoza, Bayle fanno dell'utile o del piacere il criterio del diritto, fanno del timore o del CONTRATTO IL FONDAMENTO DELLA SOCIETA, dell'arbitrio la fonte della legge. Grozio stesso tratta del diritto naturale delle genti e trascura il diritto civile, opperò se quello risponde a esigenze razionali, questo lo contraddice nel fatto. L’uomo di Hobbes che agisce sotto lo stimolo dell'utile e del bisogno è condannato dalla ragione, ma trova conferma nell'esperienza della storia. La scienza del diritto naturale sembra dibattersi tra i due termini opposti della ragione e del senso, dellar filosofia e della storia senza speranza d'uscita : a risolvere la contraddizione si accinge Vico. Il concetto di un'armonia provvidenziale balenata alla mente del Leibniz per comporre il dualismo metafisico tra anima e corpo, ricorre per una strana coincidenza in Vico per comporre la corrispondente contraddizione nel campo delle scienze morali Filosofia e storia, idea e sensazione, scienza e coscienza, ragione e autorità, lungi dall'escludersi si richiamano, si integrano, si spiegano a vicenda nell'uomo, nelle sue varie fasi di sviluppo, nelle sue manifestazioni individuali e collettive. La dottrina pertanto del diritto naturale o universale che Vico identifica colla dottrina civile in opposizione alla dottrina morale, si fonda sulla duplice base del vero e del certo, ed è svolta nel De Uno da un punto di vista puramente astratto. L'idea del GIUSTO innata nell'uomo non è che un aspetto Del juB civile Vico accoglie la definizione di Ulpiano -- quod neqae in totum a j are naturali recedit, nec per omnia ei servit, sed partim addit partim detrahit. Cfr. Ferrari. Cfr. De Uno eoe*, Proloquium. Vico pubblica il De uno universi juna principio et fine uno. VICO chiama UNIVERSALE ciò che altri chiamano diritto naturale. scambio dei beni, che segui alla prima divisione dei campii passa da forme violenti e arbitrarie a forme sempre più razionali e si genera il dominio. La volontà dapprima dispotica e sfrenata, nell'usare dei beni e delle persone, facendosi sempre più moderata e ragionevole genera la libertà. 'L’attività guidata dal senso e conservazione e tutela della vita fisica, guidata dalla ragione divenne tutela e conservazione della personalità intellettuale e morale. La proprietà, in quanto è ristretta alle cose finite e corporee, la tutela in quanto è difesa del corpo, la libertà in quanto è libera estrinsecazione degl’affetti dell'animo costituiscono il diritto naturale primario che Ulpiano define: quod natura omnia animalia docuìL avente CARATTERE NEGATIVO in quanto indica ciò che la ragione non riprova ma PERMETTE, if dominio, la libertà, la tutela, sciolti dal senso e regolati dalla ragione costituiscono il DIRITTO NATURALE secondario o NECESSARIO, che Giustiniano defini quod naiuralis ratio inter omnes homines constitiiit et apud omnes gentes peraeque custoditur, in quanto vieta e comanda conformemente all'eterno vero. Le due parti del diritto civile ne costituiscono rispettivamente la materia e la forma, il corpo e l'anima, l'elemento mutevole ed eterno, la ragione civile e naturale, ossia la mens legis e la RATIO LEGIS, di cui l'una è ir certo delle leggi che spectat ad uiilitatem qua variante variatur^ l'altra è il vero delle leggi, cioè la conformazione della legge al fatto, che spectat ad honestaiem qtme aeterna est. Dalla libertà, proprietà, tutela, si genera Vauctoritas, la quale lungi dall'essere creazione arbitraria del legislatore, come vorrebbe Hobbes, ha il suo fondamento nella natura stessa dell'uomo, in quanto questi conoscendo ciò che è proprio della sua natura, lo vuole e lo attua colla mente e col corpo. Questa Sui concetti di libertà, proprietà, difesa e loro genesi psicologica cfr. De Uno Sui rapporti tra diritto primario e secondario cfr. De Uno auctoritas naturale o razionale attuata nei fatti costituisce l’auctorUas jtiris, la quale e dapprima monastica, spontanea espressione della personalità individuale, propria degl’uomini che vivono solitari all' infuori di qualsiasi organizzazione sociale: poi costituita la famiglia diventa domestica ed è l'espressione del dispotismo ancora rozzo e violento dei patres. Infine col formarsi dello stato romano diventa civile, ed è l'espressione dell'intelligenza, volontà, ATTIVITA COLLETTIVA, ossia della personalità civile. Dal diritto civile proprio del popolo romano si distingue il diritto civile comune, ossia il diritto naturale dei giureconsulti fondato sui comuni costumi dei popoli. Abbiamo da ultimo IL DIRITTO NATURALE DEI FILOSOFI, DEDOTTO da' principi puramente razionali e riferito alla gran città del genere umano. Col diritto privato si svolge parallelamente il diritto pubblico. Primo a sorgere è il governo degl’OTTIMATI, reso necessario dalla tulela dell'ordine, proprio degl’uomini forti, poco amanti delle conquiste ma molto della loro libertà e dignità. Esso si regge colle costumanze e mantenendo inalterato e arcano il diritto. Dalle repubbliche d’ottimati ROMANI, numerose ma piccole, i popoli molli e rozzi passano alle monarchie, i popoli di ingegno acuto ma molli cadono presto sotto i tiranni, mentre i popoli di ingegno acuto e forti si organizzano in repubbliche libere e popolari, sulla base dell'eguaglianza del suffragio, della libertà di opinione, dell'egual diritto agl’onori. Mediante PATTI statuti si possono costituire governi misti e temperati a base monarchica, aristocratica o democratica. auotoritas e sue forme cfr. De Uno Vico lo chiama IVS CIVILE OMNIVM CIVITATVM COMMVNE -- De Uno, o IVS NATVRALE GENTIVM, e ad esso riferisce la definizione del IVS CIVILE data da GAIO (si veda):: OMNES POPVLI QVI LEGIBVS SEV MORIBVS REGVNTVR PARTIM ANO PROPRIO PARTIM COMMVNI OMNIAM HOMINVM IVRE VTVNTVR. Cfr. sui rapporti tra IVS NATVRALE GENTIVM ET PHILOSOPHORVM, De Uno. Sulle tre forme fondamentali di governo d’OTTIMATI, regio, libero, il De Uno ha tutti i caratteri di un vero e prò di filosofia giuridica, che Vico con novità ec espressione chiama CONSTANTIA IVRIS. Per esso il una posizione netta e precisa di fronte ai tre in( mentali che vedemmo essersi distintamente delii alla scuola del diritto naturale e che dovevano accentuarsi e arrivare alle consegue Ai seguaci di Hobbes, moderno ORTO, Vico l'esclusiva importanza data agl’elementi sensibi e perciò mutevoli del diritto. Ai cartesiani, mode Vico contesta la possibilità di formare una teoi del diritto colla guida esclusiva della ragione, conto degl’appetiti, degl’affetti, degl’interes tanta parte della vita dell'uomo e della società due indirizzi estremi Vico si attiene all'indiriz che tra tutti mostra di intendere la comi natura umana e di assorgere al concetto di un dir universale, depvandolo dalla ragione associata e alla storia. Ma di Grozio non e Vico pediss( come il Pufendorf Egli lo integra sotto, un dupl: vista, filosofico e storico. Nell'uso pretazione della tradizione e della storia Grozi il paragone con Vico : ci basti per ora affermare Uno Vico SUPERA IN RIGORE E PROFONDITA di concet giuridica contenuta nel De jure belli et pacis. In questo trattato Grozio si rivela più giur erudito che filosofo: i suoi PRINCIPI FILOSOFICI sono BEN DETERMINATI: gli fa difetto il RIGORE LOGICO, Y matico, la precisione nel definire e nel distingue] cipì opposti talvolta non sa decidersi per nessun sempre riesce a farli concorrere alla dimostrazi assunto. Vico rileva questi difetti di Grozio rispondenti rispettivamente ai tre concetti fondamentali de tutelaf dominiOt libertày cfr. De UnOj rizzo mediano più rispondente alle esigenze delle scienze etico-giuridiche, ancora imperfetta e quasi incosciente in Grozio è attuata da Vico con rigore di principi e con piena coscienza. E mentre il suo sistema filosofico sembra coordinarsi ai sistemi sorti in seno alla scuola del diritto naturale, nel fatto egli non fa che continuare l'opera degli interpreti nostri che portano l'elaborazione dell'equità naturale ad un alto grado di perfezione. Egli ne compie e corona l'edifìzio colla dottrina dell'equità civile. E accusato Vico di aver confuso l'etica col diritto, di non aver chiara la coscienza dei loro rapporti e dei loro caratteri differenziativi. L'accusa, se fondata, fa torto al suo acume ed e in contraddizione col senso finissimo per cui egli sa sceverare IL FATTO GIURIDICO dagl’altri fattori concorrenti. A noi pare che anche sotto questo aspetto Vico affermi la sua superiorità di fronte ai giusnaturalisti, ponendo la questione dei rapporti tra morale e diritto sopra nuove basi atte a facilitarne la soluzione. Prima di Thomasius noi assistiamo per parte dei sistemi usciti dalla scuola del diritto naturale a un progressivo assorbimento del fatto morale nella sfera giuridica. Il concetto del diritto si allarga fino a comprendere la vita morale e vien meno ogni criterio di distinzione tra le discipline etiche e le giuridiche. Vico ha certo coscienza di tale confusione quando afierma che per opera dei seguaci di Hobbes e di Cartesio sono rinnovellati gli antichi sistemi dell’ORTO e del PORTICO, di cui l’uno confonde la giustizia colla felicità e coll'utilità, l’altro colla onestà e colla virtù morale. Non sfugge a Vico TimpoCfr. Cantoni. Dei critici del Vico Cantoni equello che mono ri usci ad afferrare la dottrina metafisica e giuridica di Vico. Di ciò lo rimproverano SICILIANI (si veda) e LABANCA. Cfr. Carle, La filosofia del diritto nello stato (Torino, Unione) ove tratta da un punto di vista del tutto nuovo della elaborazione dell'idea di GIUSTIZIA. teiiza dell’ORTO e del PORTICO ad assorgere al concetto del GIUSTO, nel quale gl’elementi dell'UTILE (neo-Trasimaco) e dell'ONESTO (neo-Socrate), dell'INTERESSE e della moralità, insieme convengono. Da un punto di vista puramente pratico in antico i ROMANI, gli interpreti della scuola di Bartolo e Baldo elaborano il concetto dell’ equo-bono, inteso a commisurare l'utile tra gl’uomini viventi in società secondo le norme dell'onesto. Il diritto naturale, che l'Hobbes deriva dall'utile e i seguaci di Cartesio tendevano a far derivare dall'onesto, è da Vico fatto scaturire dal concetto intermedio dell’equo bono. Per lui infatti il diritto naturale est utile aeie>^no commensu acquale, cioè è l’ÆQVVM BONVM dei giureconsulti romani e dei nostri interpreti antichi. Prima di Vico Grozio e Leibniz cercano di svolgere il diritto naturale sull'ampia base dell'utile e d’elementi razionali di natura etica. Ma Grozio non arriva a fondere i diversi elementi in un concetto unitario che serve di fondamento sicuro al suo sistema, Leibniz stabili un rapporto puramente metafisico tra l'utile, il giusto, l'onesto, astraendo dai bisogni della pratica. MANCA A GROZIO E LEIBNIZ LA BASE SALDA DELLA TRADIZIONE ROMANA su cui Vico eleva la sua dottrina filosofica. Grozio e Leibniz trascurano il concetto dell'equo e assorsero al concetto del giusto colla guida esclusiva della ragione. Vico pervenne al giusto per naturale svolgimento dell'EQUO. Per Vico il giusto è un genere, un'astrazione, un'idea. Come tale si distingue dall'EQUO che è l'idea del giusto tradotta nel FATTO, in quanto cioè tien conto delle ultime circostanze dei fatti. Ninno prima di Vico tenta UNA GENESI PSICOLOGICA del diritto nei suoi rapporti colla morale e cogli altr’elementi della Cfr. De Uno Nel Ve Ant, Vico dopo aver detto che v&i' . e Uno il rapporto tra diritto e morale è trattato da un punto L vista essenzialmente metafisico: nelle opere posteriori do-iva essere svolto sulla base dell'osservazione psicologica e )lla storia. Nel Da Uno VICO appare il filosofo del diritto inso a porre i fondamenti metafisici di una dottrina civile. Il diritto ROMANO vi si rivela nei suoi cai'atteri universali e costanti lale espressione dell'eterno vero, rispondente alla natura izionale dell’uomo. Puo alcuno credere che Vico avesse,tto opera aprioristica analoga ai sistemi usciti dalla scuola 3l diritto naturale. In realtà Vico segue diverso immino. La sua filosofia giuridica non e opera arbitraria della ragione, ma il risultato di una potente astrazione fatta sopra materiali ofierti dalla storia del diritto. A Vico sabbe parsa opera vana una dottrina filosofica del diritto, le non avesse trovato nel fatto conferma. Il criterio della mversione del vero col fatto doveva farlo convinto che il diritto filosofico se veramente risponde alla natura umana ^trattamente considerata, non può trovarsi in contraddizione )\ fatti e se contraddizione esiste essa è transitoria. La loca delle idee deve per essere vera identificarsi e confondersi fila logica e l'ordine delle cose. Ma tale identificazione è Dta e graduale. DAPPRIMA IL DIRITTO ESISTE COME FATTO POSITIVO, si attuatto l'azione della necessità e dell'UTILITA. Solo in uno stadio ogredito di riflessione l'uomo avverte sotto le mutevoli forme oriche il progressivo attuarsi dell'idea eterna del giusto. Dimostrare col sussidio della filologia, cioè della storia lar.mente intesa la progressiva attuazione nell'ordine dei fatti il diritto naturale, divenne la meta a cui si indirizzarono ricerche e gli studi di Vico. Tale dimostrazione egli dove pprima chiedere al DIRITTO ROMANO RICOSTRUITO ricostruito ne' suoi testi nuini dai giureconsulti colti e nella sua storia da Gravina, diritto romano appariva a lui come ai giureconsulti nostri. Gravina, a Doria un prodotto di formaziorie naturale e 3ntanea mirabilmente atto a servir di guida e di modello per la determinazione delle leggi costanti e universali che segue il diritto nella sua evoluzione storica. Dominato da questo concetto che risponde alle nostre più costanti tradizioni Vico si diede nel De Constantia a ricostruire con larghezza e originalità di vedute IL DIRITTO ROMANO per trarne argomenti alla dimostrazione de' suoi principi filosofici. La scuola del diritto naturale fin dal suo sorgere con Grozio dichiara GUERRA APERTA AL DIRITTO ROMANO. Descartes e si levato contro gli studi storici e filologici. Vico posto nell'alternativa di negare la storia o la filosofia, l'autorità o la ragione, il DIRITTO ROMANO o il diritto naturale non ha un momento di esitazione: si attenne alla TRADIZIONE ROMANA mostrando come da essa potessero derivarsi principi per una concezione filosofica del diritto. Egli volle essere l'anello di congiunzione tra i metafisici e gli storici del diritto. Come vi è una fisica e una metafisica della natura, cosi vi è un diritto fisico e metafisico. IL DIRITTO FISICO POSITIVO E IL DIRITTO ROMANO quale esiste nella storia: il diritto filosofico fondato sulla contemplazione astratta della natura umana se non vuol essere arbitrario deve potersi convertire nel fatto. A questa condizione il diritto fisico per forza naturale di cose finisce per incontrarsi e coincidere col diritto filosofico. Di qui ir rimprovero da lui mosso da un lato all’accademia per aver confuso il giusto ideale col giusto eterno, l'uno inconvertibile, l'altro convertibile col fatto, dall'altro a Grozio e a Pufendorf per non aver tenuto conto della storia e per aver foggiato un diritto filosofico che non è praticato nel costume. LA STORIA DI ROMA S’INIZIA COLLA GUERRA DI TUTTI CONTRO TUTTI. Da questa guerra esce la feudalità solitaria delle famiglie che comandano ai clienti e lottano contro i nomadi. Il De Constantia jurisprudentis diviso in due parti, De Constantia Philosophiae -- breve riassunto dei princìpi filosofici ampiamente esposti nel De Uno -- e De Constantia Philologiae. Tali rimproveri si possono leggere nella Prima Scienza Nuova. Ili séguito alle rivolte dei clienti I PATRIZIJ si chiudono nelle città, si organizzano in ordini, combattono i ribelli e dai vinti si formano le plebi. Ma queste col tempo cresciute di numero si rivoltano di nuovo, e l'aristocrazia è costretta a cedere, a estendere al popolo leggi, campi, matrimoni, cittadinanza. Cogli imperatori abolite le classi e i privilegi, le leggi appaiono altrettante generalità filosofiche. Scompare l'antico diritto rozzo e violento e la forza dell'autorità si confonde con quella della ragione. L'armonia tra il senso e la ragione, tra il vero e il certo, tra filosofia e filologia sembrava raggiunta. Ma nel trarre dalla storia di Roma il corso ideale del diritto, Vico dove colmare lacune, completare tradizioni, adottare un'arte nuova di critica e di interpretazione atta a penetrare il significato di intere epoche storiche e fondata sulla osservazione psicologica e SULLO STUDIO DELLA LINGUA LATINA. La ricostruzione storica del diritto romano dischiuse a Vico la via alla ricostruzione storica del diritto quale si manifesta ne' suoi caratteri costanti nel mondo della nazione italiana. Ma ben comprende Vico che tale ricostruzione non puo dirsi completa se il fenomeno giuridico non e studiato ne' suoi rapporti colla religione, colla morale, colla politica considerati come altrettanti prodotti storici che si svolgono parallelamente al diritto e ne attraversano le stessi fasi di formazione. Nella Prùna Scienza Nuova il diritto naturale non è più studiato come prodotto storico del popolo romano, ma come formazione collettiva, cioè come la scienza dell'uomo solitario che vuol la salvezza della sua natura e la conquista per gradi nel consorzio sociale sotto la pressione delle necessità e delle utilità. Alla mancanza di documenti storici, di tradizioni certe, di testimonianze sicure supple Vico colle sue intuizioni audaci e divinatorie, coll'autorità del senso comune che è la mente dell'uomo collettivo da cui traggono E sopràtutto notevole per la formazione storioa e sociale del diritto. origine quelle massime di sapienza volgare in cui tutti il popolo romano convenne ed e universalmente praticato. Dal primitivo stato di solitudine e di abbandono in cui manca ogni freno al senso e il diritto è sinonimo di forza l'uomo invaso da terrore religioso esce contraendo stabili unioni in sedi fisse. La famiglia rappresenta la prima fase dello sviluppo sociale: solidamente costituita sul principio religioso essa si allarga fino a comprendere quanti per sfuggire ai pericoli e alla miseria della vita nomade invocano la protezione dei forti. Costumi, diritto, politica riflettono in questo antichissimo stadio di vita sociale lo stato mentale dell'uomo. A uomini ignoranti e superstiziosi, privi del necessario alla vita, insofferenti di freno, amanti della solitudine, devono convenire religioni spaventose e crudeli, costumi barbari ma moderati. È questo il periodo divino o teologico del diritto naturale in cui mancando le leggi, i diritti si custodiscono colle religioni. I padri sono sapienti, sacerdoti, re nelle famiglie che costituiscono una libera e assoluta monarchia. Coll’ampliarsi delle famiglie in gentes, coll’ammutinarsi dei plebei e conseguente organizzarsi dei paires in ordini e nelle città, sorgono i governi aristocratici e quindi i regni eroici. Le plebi lottano per la libertà di ragione, per l’uguaglianza dei diritti, per il possesso dei campi. I costumi sono sempre severi ma meno feroci, il diritto eroico si mantiene rigido, crudele, arcano, privilegiato. Ma gl’eroi decadono convertendosi in tiranni. Nelle città i plebei ottengono di esser parificati ai nobili nel godimento dei diritti e si iniziano i governi civili nella forma di repubbliche libere o di monarchie civili. I costumi si ingentiliscono e con essi SI FA UMANOe civile IL DIRITTO NATURALE. Coll'estendersi della NATURALE EQUITA delle leggi sorgono i filosofi a meditare Circa i caratteri del diritto, deUa morale, della politica iu questo, primo periodo cfr. P. S. N, Del diritto, della morale, politica eroica U Vico tratta, il vero delle cose e con essi si iniziano la metafisica e le diverse scienze e arti. Dai rapporti fra le città si svolge il diritto naturale delle nazioni, e dall'unione delle nazioni il diritto universale del genere umano. Per tal modo le varie fasi di aggregazione sociale, le forme di governo, i costumi, il diritto si succedono secondo una legge costante riflettendo il corso delle idee espresse a loro volta nelle lingue. I concetti di diritto civile, di, diritto naturale, delle genti, non più considerati da un punto di vista puramente astratto, non più ristretti a un popolo determinato ci si presentano concetti vivi e reali, formazioni storiche strettamente legate col graduale sviluppo dello spirito umano nelle sue manifestazioni individuali e collettive. Nella Prima Scienza Nuova l'idea predominante è pur sempre l'evoluzione storica del diritto considerato, come dice Carle, la quintessenza dell'aggregato sociale. IN ROMA IL DIRITTO SEMBRA ASSORBIRE TUTTI GL’ALTR’ELEMENTI DELLA VITA SOCIALE IN GUISA D’APPARIRE QUASI L’ELEMENTO ESCLUSIVO. Perciò Vico vuole porsi da un punto di vista più elevato per meglio determinarne i caratteri, le leggi universali e costanti del suo eterno divenire storico. Il problema relativo alla natura socievole dell'uomo, all'origine della società e della sovranità, e stato argomento di vivaci discussioni in seno alla scuola del diritto naturale. Tale problema, osserva Carle, e necessariamente implicito nel concetto da cui aveva esordito la filosofia, secondo cui l'uomo come tale, cosi come esce dalle mani di natura e non in quanto fa parte di un qualche gruppo sociale, è capace di diritto. Dei due termini, individuo e società, per tal modo dissociati solo al primo, nei vari sistemi usciti dalla scuola del diritto naturale, e attribuita esistenza reale. Dei tempi umani tratta Vico Vedi Carle, Fil, del Dir, nello stato, in cai è trattato l'argomento dell’indivìduo e della società nella filosofia del diritto. in cui si discorre della ipotesi di UNO STATO DI NATURA, della genesi della società e sovranità. All’individualismo religioso, filo repoca e naturale compierne della società. Tutti gl’indirizz: scienze morali pito, UNO STATO DI NATURA aiiter l'uomo godeva di una indipende sconfinata, e da cui sarebbe us( lontari ACCORDI, nei quali riponev come della sovranità. Grozio, turalmente socievole, ammise ne un periodo, circa un secolo, di Yenne meno il sensimi natii7^a homines. Tale stato di nomadi, dette necessario ammettere per prietà privata, e del rispetto et tale. Lo ritenne composto di se allo stato civile per un certo e di famiglia. Il Pufendorf, sull'c decaduti gentili come uomini senza aiuto divino. Hobbes i carattere di tendenza originaria dal senso, dagl’appetiti, dagli natura come un vero stato ferin stato di natura anteriore alla s mebondi se non furibondi come \ della tradizione medioevale coni da Grozio, Selden \ tilità decaduta non si era mai l'intervento diretto della diviniti con criterio diverso la storia deg Gli stessi problemi si affacciar L'opera di Selden, dotto ebn col titolo : De jure naturali et gentium Cfr. Labanca contrasto coi filosofi solitari o monastici, fautori alismo egoista e razionalista, mentre riservò tutte itie per i filosofi politici, le cui opere sono intese ire l’uomo nella civile società. Nella sua ammirapistianesimo, nella sua avversione pel movimento entra come elemento la considerazione- deirinociale ch'egli giudica compromesso dallo spirito ta che anima la Riforma. La sua ammirazione ch'egli si compiace di chiamare sociniano, non gine. Nell'avvertire i pericoli dell' individualismo ielle scienze morali, nell'additarne le cause, nelL rimedi, Vico e solo ed inascoltato. Nel De Uno natura socievole dell'uomo e delle origini e cause 3nza sociale da un punto di vista puramente astratto ntegrare Grozio e a contrapporsi ai cartesiani di Hobbes. Nella Seconda Scienza Nvxyoa egli si ire del problema la dimostrazione storica e psicolendo a conclusioni che fanno di lui il precursore ìza sociale. Il fatto che risalendo alle origini dà la qualifica di sociuiano a Grozio in due passi deUa PrivMi e in entrambi i to degli uomini immaginati da Grozio originariamente bivoni deboli, soli e bisognosi di tutto; Vico chiama tale ipotesi Il Labanaca corregge l'affermazione del >8i sul fatto che Grozio era ariuiniano e che scrìve una contro Socino. A questo lavoro di Grozio contro Socino non iffini neir opera citata sulla Libeì'tà religiosa: in quella vece argomenti decitivi la stretta affinità tra la dottrina di Socino arminiaui. Grozio, dice Rnffini, proclama altabnona intesa con i Sooiuiani, coi quali e specialmente col [ìtimo rapporto epistolare. L'affermazione di VICO non destituita di fondamento. Cfr. Ruffini, e più studiato da letterati, filosofi e storici che non da nze morali e sociali. In generale i crìtici di Vico non rito sociologico della Seconda Scienza Nuova, Vi accennano dliani: lo dimostrò ampiamente Carle nelle sue Lezioni \ale » (inedite) da cui sono tratti molti concetti in questo tenuti. più remote della storia non si ha memoria di uoi airinfuori del consorzio civile, costituisce per il mento decisivo in favore dell'esistenza originaria che è quanto dire della natura socievole delì'uon cose fuori del loro stato naturale non possono a durare. Il presupposto della Seconda Scienza Ni l'umanità abbia un corso uniforme ed immutabile nata da leggi costanti, che tutti gl’uomini nor membri di un gran corpo che non muore mai, istante per il continuo mutare degli individui si molteplice ed uno ad un tempo. Religioni, leggi, : altrove lo definisce: mente illiisbta, cuor retto e lingua fedele interprete di entrambi mettendo in vo l’armonia che deve esistere fra le diverse facoltà. Tali principi assiomatici Vico chiama e dignità > e sono iu Cfr. Dignità, sapere il vero deHe cose si attiene nell'operare al certo, a ciò che a lui sembra vero, al senso comune. L'uomo in qualunque stadio e condizione di vita sociale ama principalmente l'utile proprio; a misura che la cerchia dei suoi interessisi, allarga alla famiglia, alla città, alla nazione, al genere umano, si estende d'altrettanto il suo egoismo. Dalle necessità e utilità della vita regolate dal senso comune, trae sopratutto l'uomo impulso ad operare: esse costituiscono il criterio saldo per l'interpretazione della condotta presente e futura. A beneficare, a contrarre i vincoli sociali, ad accettare le diverse forme di governo, le leggi, le istituzioni, sino gl’uomini sopratutto tratti dall'utile che ne ritraggono. Prima a svolgersi nell'uomo è la vita del SENSO, poi quella del sentimento, quindi della ragione. Epperò se prima gl’uomini sentono senza avvertire, poi avvertono con animo perturbato e commosso, finché da ultimo riflettono con mente pura. Il progresso morale è in stretto rapporto collo sviluppo psichico. Quando sieno successivamente soddisfatte le necessità, le utilità, le comodità della vita, l'uomo che npn domina gl’appetiti e non intende la voce della ragione, si abbandona al piacere, al lusso, finché non rovina nella dissolutezza. Tali osservazioni di psicologia individuale Vico completa con osservazioni generali di psicologia collettiva. I popoli, come gli uomini, hanno periodi di infanzia e di giovinezza. Fatti adulti invecchiano e quindi muoiono. I popoli rozzi e barbari come i fanciulli favellano per universali, sono inclini a imitare, hanno vigorosa la memoria, vivida la fantasia, debole il raziocinio, profondo il culto delle tradizioni. Lentamente e per gradi si inducono a rinunciare alla loro libertà, ai loro patri costumi: ribelli a ogni freno sono domati dalla religione: impenetrabili nella loro [Dig., S. S. N., lib. I, Del Metodo. Dig. barie cedono alla violenza delle guerre o alle attrattive commerci. I costumi dei popoli sono dapprima crudi. Poi eri, quindi s’ingentiliscono, per farsi nell'ultima fase del ) sviluppo raffinati e dissoluti . osservazione psicologica si completa in Vico collo studio oU'interpretazione della storia, ch'egli chiama la biografia l'umanità. Gli studi storici all'epoca sua sono degnamente presentati in ITLIA da Giannone e MURATORI. GIANNONE lon tratta dalla storia una scienza nuova, aveva certaite studiato la storia con criteri nuovi. In lui troviamo non olito espositore dei fatti politici, ma lo studioso della vita ile e interiore dello stato : primo mostra di saper ragionare fatti, e di trarne argomenti alla dimostrazione di una i Muratori fa della critica e della erudizione storica ì a sé stessa : ricercatore e raccoglitore indefesso e sagace )lvette, dice Manzoni, tante questioni, tanto più ne e, ne sfrattò tante inutili e sciocche. Ma egli non penetra •e il fatto, non raccoglie a unità tante cognizioni. Di queste L vede né i principi né le conseguenze. Sotto questo etto egli fu il vero contrapposto di Vico, il quale si forma [) Dig.y 4 Giannone, appartiene a qneUa schiera di ginre»nlti storici ed eruditi c\t^ aU'epoca di Vico iUnstravano Napoli. Fa allievo Aulisio e frequentò la casa d’Argento, avvocato e magistrato di Napoli. Dopo veut'anni di la Giannone pubblicò in Napoli la sua Storia civile del Regno Napoli in cui si fa difensore dei diritti dello » contro le usurpazioni deirautorità ecclC'iiastica. Vico conosce o Giannone ma non lo ricorda per evidenti ragioni di prudenza. Muratori pubblica l'opera sua maggiore « Rerum Icarum Soriptoros. Vico ricorda Muratori ma lettera a Gaeta a proposito del trattato di filosofia morale del Muratori. Manzoni, -- Opere varie, Milano, aelli -- contrapponendo Muratori a Vico dice che rvando i loro lavori^ par qyasi di vedere, con ammirazione e con •lacere insieme, due. gran forze disunite, e nello stesso tempo come uu ame d'un grand'effetto che sarebbe prodotto dalla loro riunione. della storia un largo concetto fino a comprendere in essa t le manifestazioni umane, la interpretò agli effetti delle sci^ morali, se ne valse per la costituzione di una scienza nu Egli spinge il suo sguardo nelle epoche più oscure, là e più scarse e misteriose sono le memorie e le tradizioni,aiuta con criteri derivati dalle proprietà costanti della moli, Pierre Cfr. Labanca, Op. cit.> per le notìzie biografiche o bibliografiche intorno ai citati critici. Thomasius, Wolff, critica la dottrina dello stato ferino del Vico chiamandola erronea impiaque e dimostrandola contraria alla metafisica ed alla storia latina. L'accusa di empietà sollevata da Pinetti colpiva non pur Vico, ma quanti ne ammettevano la dottrina dello stato ferino. Tra questi DUNI (si veda) che risponde con acredine. Di qui e offerta a Finetti l'occasione di scrivere l’Apologia, in cui sottopone la Scienza Nuova a una critica minuta. Ribadisce Finetti la critica contro lo stato ferino, rimprovera a Vica di intendere la Provvidenza in un modo non sempre conforme alla teologia cattolica, di aver disconosciuto il cristianesimo, di aver preferito solo a parole la storia sacra alla profana, di aver bandito il divino dalla storia. I fatti posteriori rendero giustizia all'oculatezza di Finetti nel mettere gli studiosi in guardia contro il veleno tanto più temibile quanto meno avvertito che nella Scienza Nuota si nasconde. In Vico non e abbastanza rilevato quel fenomeno di sdoppiamento psicologico a cui ci hanno abituato i, nostri grandi filosofi e che in Italia e il mezzo più efficace per sfuggire alle persecuzioni e per conciliare la sincerità della credenza colla libertà del pensiero. Se non si tien conto di questo fatto la figura di Vico appare incomprensibile. In lui bisogna tener costantemente distinte le due figure dell'uomo e del filosofo. Come UOMO Vico e Finetti e veneto, sacerdote, censore ufficiale dei libri da proibirsi come contrari alla fede cattolica. Cfr. Labanca. La Eisposta apologetica di Dani. E pubblicata da Finetti sotto il pseudonimo di Filandro Miaoterio -- cioè amante dell' Mwawo e sprezzante del /mtio. Ricordiamo che la controversia tra Duni e Finetti si e così allargata in Roma da originare le due scuole dei ferini e anti-ferini, L’Apologia e passata inosservata agli studiosi di Vico. Spetta a Labanca l'onore di averla fatta 'conoscere nel suo contenuto storico -e critico. -- sinceramente cattolico. La religiosità di Vico risulta non tanto dalle sue insistenti dichiarazioni fatte nelle opere destinate al pubblico, quanto dalle lettere private e da alcuni passi dell’Autobiografia in cui non preoccupato di far pompa delle sue credenze, manifesta intero l'animo suo. I critici del resto, Finetti stesso, non elevano dubbi al riguardo. Essi si limitano a dire che Vico non puo sempre considerarsi cattolico nelle sue dottrine. Nel distinguere l'uomo dallo FILOSOFO essi intuirono il vero, e noi dobbiamo seguirli per questa via premettendo che le accuse e i rimproveri dei critici si convertono per noi in altrettanti titoli di onore. A Vico non sfugge il pericolo che a lui e alla dua dottrina puo derivare dalla critica, e non tralascia occasione per spuntarne gli stral. Ma questi sono abbastanza acuti per far di lui una vittima della scienza, sebbene, osserva Labanca, non vi e da parte de' suoi critici il deliberato proposito di esserne carnefici. Dato il temperamento di Vico non temprato alla lotta, timido e servile al punto di abbandonarsi ad azioni poco dignitose, ad adulazioni convenzionali, sempre incerto del domani, preoccupato di non perdere le potenti protezioni da cui trae i mezzi per vivere e gl’aiuti per pubblicare i suoi saggi, si comprende come la lotta sorda, persistente dei critici, ben più di quella che possono movergli i cartesiani, dove esser per lui motivo di continue paure e di tormenti fisici e morali. Essendo scoppiata in Napoli una congiura contro il viceré Filippo, Vico scrive contro i faziosi l'opuscolo De parthenopea conjuratione. Con l'entrata degl’austriaci in Napoli trionfano le idee dei congiurati. Vico e pronto a lodare i vituperati. Scrive quattro saggi intorno alle gesta diCarafa e fa un eroe di un uomo ignobile e odiato universalmente. Vico e molto ammirato ma POCO AMATO da' suoi contemporanei. Le cause de' suoi dolori sono in parte in lui stesso. Sappiamo che muore di infermità mentale ed e nevrastenico. Nella lettera indirizzata a Giacchi VICO allude chiaramente ai critici quaiido parla di dotti Se si pensa alle miserande condizioni dei liberi pensatori in Italia e Francia, ai pericoli a cui si esponeno, sopratutto in Napoli sotto il governo austriaco, si comprende lo stato d'animo di Vico, audace nel filosofare, timido di carattere, portato nelle sue dottrine ad offrire ad un tempo il fianco all'offesa e alla difesa. Malgrado le dichiarazioni contrarie di Vico, nella Scienza Nuova si trovano i germi di una profonda rivoluzione nelle scienze morali. Lo spirito innovatore e implicito nel titolo stesso. Vico aveva la coscienza di aver fatto opera del tutto nuova, e nuovo e ricercare del mondo umano le leggi sue proprie di sviluppo, senza chiederle alla teologia. Nuovo e rivoluzionario e far del mondo umano autore e fattore l'uomo ad esclusione del divino. Nuovo e ardito e rintracciare il vero nelle favole, nei miti, negl’errori della tradizione romana. Nuovo e pericoloso e fare della Provvidenza un principio IMMANENTE, panteistico, nella storia e trasformare la religione in un mero prodotto storico, derivandola per legge naturale dal timore, dal bisogno di vivere immortali, dall'istinto delle analogie, dalla curiosità di spiegare i fenomeni dell'universo ; sopratutto cattivi f % quali colle tinte di una simulata pietà lo oppnmevano, nella stessa guisa ohe sempre han soluto rovinare coloro ohe hanno fatto- nuove disooverte, Labanca trae argomento dal fatto che i critici non attaccarono il De Antiquissima per affermare che Vico fa della metatisica teologica. Secondo noi il silenzio della critica ha altre caate. Nelle prime opere Vico non usce dal campo filosofico e rende servizio alla causa nel combattere Cartesio, Hobbes, Locke. Nel De Constantia e nella Scienza Nuova egli invade il campo dell'erudizione storica sacra e profana, facovasi egli stesso innovatore, dove suscitare legittimi sospetti da parte di critici abituati a considerare vero l’antico e falso il nuovo. Basti dire che Muratori per pubblicare un saggio sulla moderazione degli spiriti nelle cose di religione, dove pure confuta l'arminiano Ledere, e riconosce al principe la facoltà di procedere anche con l'estremo suplicio contro gl’eretici, dove stamparlo in Francia sotto falso nome: con tutto ciò dice il Ruffini, le diatribe degl’intransigenti gli piovvero addosso e non schiva il temuto indice se non per il bene, chè gli vuole Benedetto XIV. gravi erano le conseguenze per il dogma dal far derivare il genere umano da uno stato ferino di isolamento senza religione. Sono pertanto fondati i timori dei critici cattolici e reali i pericoli da essi affacciati per la causa della fede. Solo l'abilità di Vico nel trovar espedienti atti a tranquillizzare gl’animi timorati, a coprire le audacie della sua filosofia, a dar veste cattolica all'opera sua, solo le protezioni di cui gode nell'alte sfere del mondo ecclesiastico, e la convinzione ch'e in tutti della sincerità delle sue credenze, solo la profondità dei concetti e l'oscurità della forma, che toglie popolarità all'opera sua, poterono salvarlo dalle persecuzioni, ma non valeno a far tacere la critica. A due finzioni sopratutto Vico ricorge per temperare l’asprezze dela sua filosofia e garantirsi contro l'accusa d’eresia e di empietà. Egli pone ogni cura nel dichiarare che la provvidenza concepita come principio trascendente, è l'architetta del mondo delle nazioni, che queste si svolgono secondo un disegno eterno preordinato dal creatore e che gl’uomini non sono che mezzi e strumenti alla attuazione dei disegni divini. in ciò sembra accogliere il dogma cattolico della divina provvidenza, ma non e che una lustra, poiché alla provvidenza cosi concepita Vico si affretta a negare qualsiasi azione diretta e indiretta sulla storia, la quale si svolge ESCLUSIVAMENTE PER OPERA DELL’UOMO conforme alle sue tendenze e alla sua natura, salvo a fatti compiuti dichiarare che questi sono in corrispondenza colla volontà del divino. La provvidenza e la religione ritornano pur di continuo nella Scienza Nuova, ma in un senso del tutto diverso. La provvidenza perde ogni carattere, teologico, diventa piuttosto, come già ha ad osservare n Vico dedica la prim e la seconda edizione della Scienza Nuova a Corsini, che in poi papa Clemente XII, evidentemente allo scopo di crearsi nn potente mecenaterinfatti tale dedica conserva quantonqne Corsini, ricchissimo di censo, fin dalla prima edizione si e scusato presso lui di non potergli fornire :i mezzi per la stampa, mezzi che Vico si provvide vendendo uà anello. innelli, la persuasione che gl’uomini hanno del divino su loro : religione poi perde ogni carattere positivo per divenire il ko religioso in generale, che stimola e accompagna la cita dei popoli nei loro inizi e prepara nei tempi umani il onfo della sapienza riposta o filosofica. Nessun accenno troimo a idee intolleranti, neppure per stornare da sé le ire cattolici. La tolleranza traspira dal concetto largo e mo'UO che egli si forma della religione. Vico porta un conbuto prezioso alla causa della libertà religiosa, per quanto 1 apprezzato: egli che invoca la tolleranza per sé la èva per gl’altri. Altri potè con argomenti e teoriche razionaliste cooperare al trionfo della libertà religiosa. VICO coopera trasportando le questioni religiose dal campo delle e al campo dei fatti, mostrando l'origine e la formazione ;urale delle religioni, traendo dai fatti la loro giustificane, astraendo da qualsiasi forma di religione particolare. li per tal modo ponevasi da un punto di vista nuovo e che -èva ingenerare l'equivoco: la veduta storica se lo rese da lato fautore della religione e del culto nazionale, dall'altro portava suo malgrado ad escludere dalla storia ogni reline rilevata : potè quindi fornire argomenti tanto ai fautori mto agli avversari della libertà religiosa. Dena larghezza di vedute di Vico in fatto di religione fanno prova stndl da lai fatti dei filosofi protestanti più. avverai alla chiesa catolica, le sue amichevoli relazioni con uomini apertamente fautori della rtà religiosa come Ledere e Thomasius. Avversò la Riforma testante per una ragione storica piti che religiosa ; ne condanna le lenze individualiste, ribeUi ad ogni freno di autorità. Non cremo che Vico sìa stato deciso avversario della tolleranza religiosa le mostra di credere Ruffini. Tale convinzione Ruffini fonda particolarmente sopra un passo della Seconda Scienza Nuova 3ui Vico dice: € le nazioni, se non sono prosciolte in un'ultima liba di religione, lo che non avviene se non nella loro ultima decadenza, [) naturalmente rattenute di ricevere dei tadi straniere. Raffini ima paradossale e mostruoso tale principio e a ragione se Pinterpreone da lui data fosse la vera: ma ci sia permesso dubitarne. Il passo luestione si legge nel libro secondo della Seconda Scienza Nuo^àf e pre- [La seconda finzione a cui ricorse VICO per evitarle inevitabili conflitti coll’EBRAISMO e quella di separare la storia degl’ebrei da quella dei ROMANI gentili. Alla stessa finzione per lo stesso motivo hanno fatto ricorso Grozio e Pufendorf. Il popolo ebreo e considerato dai stessi ebrei come un popolo eletto, la cui storia si e svolta eccezionalmente sotto la diretta azione del divino ebreo all'infuori delle leggi naturali e ordiiiarie di sviluppo cui erano sottostati i ROMANI Gentili, che formano per altro l'umanità. Là distinzione e accolta ed accentuata da Vico, il quale cisameute là ove Vico tratta dell’astronomia poetica. Premettiamo che il secondo libro deUa S» S. N» si intitola Della sapienza poetica ed è la ricostrnzione della storia relativa ai tempi favolosi e oscuri. Dopo di aver discorso della metafisica, della lingua latina, della morale, della vita famigliare e politica di quest'epoca primitiva, Vico passa a studiarne le concezioni cosmografiche e astronomiche. L'astronomia poetica assume per Vico un particolare significato. Essa è la storia religiosa degli antichissimi popoli italici:, gli dei e gl’eroi – ENEA, ROMOLO, SCIPIONE -- sarebbero stati trasportati dalla terra in cielo a popolarvi i pianeti e le costellazioni, che rispettivamente dagli dei o dagl’eroi prendono nome – MARTE, padre di ROMOLO. Per agevolare la via al ritrovamento dell' aaitronomia poetica Vico pone alcuni principi filologici e filosofici. Tra questi ultimi troviamo quello sopracitato, il quale espresso in forma generale e riferito a tutte le nazioni senza distinzione di tempo e di luogo può far credere ad una implicita condanna della libertà religiosa. Ora noi crediaoK) che in questo passo la religione è considerata da un punto di viata storico e non teologico, e che l'affermazione di VICO, sebbene espressa in forma generica, vuole essere la constatazione di un fatto storico particolarmente riferito ad epoche primitive. È noto che i popoli primitivi senza conoscere il dogma della esclusiva salvazione sono gelosissimi delle loro credenze religiose, considerate come parte di loro stessi e precipui fattori d’educazione e di unità nazionale. Sappiamo ancora esser stata convinzione di Vico, assai discutibile del resto, esser le nazioni nella loro barbarie impenetrabili, e che le infiltrazioni straniere di qualunque natura né snaturano il carattere e sono elementi di decadenza. Interpretato storicamente il passo di Vico e non come affermazione di un principio teorico trova fondamento nella storia di tutti i popoli antichi, ai quali del resto la maggior parte dalle osservazioni filosofiche di Vico devono riferirsi. Certamente non troviamo nelle opere di Vico apertamente proclamato il principio della libertà religiosa. Ciò del resto non fanno né Doria né Giannone, i quali, osserva Kuffiui, non osando esprimere esplicitamente le loro opinioni tolleranti ricorsero all'espediente di lodare la tolleranza del Komani. traddire alle nostre tradizioni e alle esigenze del nostro LO nazionale. Sarebbe stato strano che al sistema di Vico e mancata in Italia l'opposizione cattolica. Può invece iar meraviglia il fatto che mancò a Vico in Italia quella lizione che non manca ad altri capiscuola all'estero. Bila per altro non dimenticare che l'Italia sopporta le ^eguenze della duplice secolare servitù politica e religiosa, il risveglio delle coscienze e delle menti alla vita moia manca in Italia quasi affatto nel seicento, e lento e trastàto, e segui sotto lo stimolo di in^u^ inieri che traviarono l'intelletto italiano dalle sue naturali iizioni. Queste però, sebbene deboli e incerte, si conservano, 3po Vico noi le possiamo rintracciare sia nelle dottrine ora asservite alla tradizione scolastica, sia nelle dottrine )irate agli influssi stranieri. a dottrina di Vico trova i seguaci più fedeli. . essi ricordiamo Stellini e Duni. Stellini svolge 3ndo il metodo e il concetto di Vico la filosofia morale, >uni la filosofia giuridica: malgrado le loro credenze sinimente religiose cercano entrambi dei fatti etici e giuridici la formazione naturale, movono dallo studio dell'uomo le appare all'osservazione psicologica e storica all'infuori qualsiasi premessa dogmatica e religiosa. Duni è l'autore di un intero sistema di filosofia giuridica quale le dottrine di Vico si riproducono chiare e orite Vico ha posto nella vis veri il comun fondaito delle scienze morali. Già FINETTI ha acutamente jrvato che non il vero in genere, ma il vero in ispecie, le naturalis ordo rerum deve assumersi a fondamento del ) Per ciò ohe rigaarda STELLINI e la saa dottriua morale cfr. nostro 'oblema morale Torino, Bocca, Dani nato a Matera e professore a Roma. Tra i suoi saggi ricordiamo il Saggio sulla spradenza universale e la Scienza del oostu^e ossia sistema df io universale diritto universale. Di questa critica del Finetti risente la distinzione stabilita da Duni tra vero matematico, metafisico, morale. Non il vero in genere, ma quella forma speciale di vero che dicesi morale è il fondamento del diritto universale, che è la scienza del costume ossia della condotta umana largamente intesa., Sul vero morale si fondano l'etica e il diritto. Duni nel porre il criterio di distinzione tra morale e diritto, riproduce sostanzialmente la dottrina di Vico. Questi deriva la morale dall'interno sentimento del pudore, il diritto dallo svolgersi e dall'estrinsecarsi della libertà. Duni non usa i termini pudore e libertà, ma ricorre alle espressioni equivalenti, ma più generiche e comuni, di ONESTA – H. P. GRICE, “am honest chap” -e di giustizia. L'onesto è il vero morale riferito alla condotta interiore dell'individuo. Il giusto è il vero morale riferito alla condotta esterna dell'uomo in quanto fa parte della società. L'uno non esce dall'individuo, l'altro SUPPONE IL CONSORZIO SOCIALE – cf. Grice, breakdown of relevance. L’uno si risolve nell'equilibrio delle facoltà umane e nella purezza dell'intenzione, l'altro nella retta distribuzione tra gl’uomini de' vantaggi e delle utilità. Non vi è dubbio che Duni iutese chiaramente il rapporto tra morale e diritto. Ma forse ne accentua troppo l'opposizione, mentre Vico insiste piuttosto sulla loro coordinazione e accanto al pudore che è un fatto di coscienza pone il costume che è il fatto etico COLLETTIVO che prepara ma non costituisce ancora il fatto giuridico. Non crediamo che DUNI interpreta esattamente il concetto di VICO facendo derivare il diritto delle genti da quelle antichissime costumanze che si andarono formando durante l’età patriarcale per l'autorevole e sovrana volontà dei padri di famiglia e che si incontrano pressoché uniformi in Cfr. Finetti, ediz. di Venezia, C£r. Duni, Scienza del costume, ed. napoletana, Cfìr. QcU rapporto tra ^iuatp e onesto. Punì, .-•-TT VavVy -Slatti i popoli. Formatesi colle città le società civili, tali coimanze modificate e adattate alle speciali condizioni di npo e di luogo avrebbero costituito il diritto civile, [n altre parole secondo Duni il diritto di natura è il diritto filosofico quale appare alla mente rischiarata dal vero, Q ottenebrata dagl’afletti e dall'errore. Il diritto delle genti il diritto civile sono formazioni storiche rispondenti ai due idi di aggregazione sociale della famiglia e della città. Il itto poi civile svolge l'equità naturale e la civile, di cui na si ispira al privato interesse l'altra al pubblico. Nel ni le dottrine e i principi di Vico diventano famigliari iccessibili alle menti meno colte. È doveroso riconoscere e le sorti di Vico in Italia sono stretnente legate al nome di Duni. Nei saggi, dalla cattedra Roma per Duni tenne desto il Ito e la tradizione di VICO negli studi giuridici. Cattolico li stesso potè con tanta maggior efficacia difenderne la memoria e i saggi contro i cattolici intransigenti, frustrandone secreto desiderio di far condannare come eretiche e peritose le opere di VICO. Egli fa opera più di avvocato e di critico. E più amante di Vico che della verità. Ma si tien conto delle tristi condizioni in cui versavano le enze morali e giuridiche in Italia, minacciate dalla reazione cattolica da un lato. He influenze materialiste francesi dall'altro, l'opera di Duni 'Otta a far conoscere nella sua genuina purezza le dottrine l VICO e a salvarle dalle conseguenze di una condanna ecleisiastica non può a meno che essere altamente apprezzata. La formazione storica del diritto deUe geùti e civile è argomento. Duni, Sopra accennammo alla polemica tra Duni e FINETTI in ordine allo bo ferino. Qui ricorderemo che la Biaposta apologetica di Duni e stama con l'approvazione del Giorgi, professore di scrittura a Roma e di Nerini, consultore del Santo Officio. Si voUe così dare una 3ntita ufficiale a Finetti, il quale non volle perciò apparire l'autore la Apologia che pubblica con altro nome. Quando in Italia e sopratutto in Napoli gli ingegni subivano il fascino degli enciclopedisti, la tradizione di VICO impede l'asservimento completo della nostra filosofi. Liberi pensatori come PAGANO, FILANGIERI, e CUOCO trassero dalla scienza nuova gl’elementi più originali e duraturi dei loro saggi. Se non può pertanto sostenersi che la tradizione di VICO sia stata svolta e apprezzata al suo giusto valore in ITALIA, non può neppure ammettersi che e andata perduta. LA FILOSOFIA ITALIANA ondeggia incerto tra la tradizione spiritualista e gl’indirizzi di origine straniera del sensismo, dell'hegelianismo, del positivismo. Ma è notevole il fatto che dai seguaci delle scuole più diverse l'autorità di Vico e invocata in appoggio dei loro sistemi e da tutti VICO e considerato come il rappresentante di un indirizzo di filosofia ESSENZIALMENTE ITALIANO. L'età classica dei capiscuola e dei sistemi di diritto naturale si chiude con VICO, la cui dottrina se da un lato è in rapporto colle correnti della filosofia dell'epoca, dall'altro lato per gl’elementi storici é psicologici, di cui si arricchisce, preannunzia sistemi e indirizzi venuti in onore in tempi posteriori. Ben può dunque VICO considerarsi un gigante della filosofia^ una mente comprensiva che della realtà vide gl’aspetti più diversi e seppe fonderli, unificarli in una dottrina che per i tempi in cui sorse può veramente chiamarsi nuova. L'importanza di Vico sta nell'aver posto a fii^eno e a guida della speculazione filosofica la realtà, o il fatto, come egli dice, nell'aver intuito il metodo proprio delle scienze morali, nell'aver dato alla sua speculazione il fondamento saldo della psicologia e della storia, nell'aver analizzato l'uomo in se e nella sua natura socievole, nell'aver tratto da elementi disparati e opposti un sistema che ha tutti i caratteri di una sintesi filosofica, storica, e sociale. Per questo l'opera sua presenta in sommo grado i caratteri della modernità e perennità . della modernità in quanto anticipa sull'indirizzo storico, so« - àu - ologico, psicologico nello studio dei fatti morali; della perenta in quanto a’suoi insegnamenti l'intelletto umano ritorna mpre dalle estreme, eterne aberrazioni dell'idealismo e del lalismo. I^a SGixoim del dlfltto t^atUfale Qe^sUol tappotti coiriliafx)li7lSfX)o e col l^aiftlsf^o. Origine, sviluppo e caratteri deU'Iuazninisino. La scnola del diritto naturale nei suoi rapporti coll’illaininiBnio. L'illuminismo in Francia e suoi caratteri. L'Illuminismo in Germania e l'opera dei giuristi. L'IUuminismo in Italia e suo carattere generale. La scuola del diritto naturale nei suoi rapporti ooUa dottrina giuridica di Kant. La scuola del diritto naturale rappresenta una nuova ientazione filosofica in ordine ai fenomeni giuridici e ciali. Essa e l'opera di filosofi seppe contrapporre alle istituzioni che avevano per sé la rza dell'autorità e della tradizione le armonie ideali di una ta conforme alla natura delle cose, ossia ai principi univerli e immutabili della ragione. A questo rivolgimento filosofico si aggiunge per opera m di filosofi, ma di pubblicisti, letterati, uomini di Stato, un svolgimento delle coscienze, espressione di un nuovo modo di nsiderare il mondo sociale e morale, noto sotto il nome d’illuminismo. Tra l'Illuminismo e la Scuola del diritto naturale rrono stretti rapporti, ma anche profonde differenze. Agli opi di questo saggio basta affermare che l'Illuminismo è i fenomeno assai complesso, risultante d’elementi diversi, sieme fusi e diretti ad uno scopo ultimo di riforma sociale politica. L'illuminismo non può considerarsi una filiazione tè. Non deve sembrar strano il nome di razionalisti applicato ai principali rappresentanti deirilluminismo. Tale nome è giustificato per due motivi : anzitutto perchè le manifestazioni più spiccate del materialismo presentano tutti i caratteri di costruzioni razionali, nelle quali la fantasia e il ragionamento suppliscono spesso la insufficienza e la scarsità dei dati di fatto oflferti dalle scienze ancora in formazione r in secondo luogo perchè le idealità sociali e giuridiche, che la scuola del diritto naturale aveva elaborato, rivivono nell'epoca dell'Illuminismo e ne costituiscono il fattore aprioristico e razionale. L'origine contrattuale della società e dello Stato, i concetti dell'uomo e della società di natura rappresentano il contributo che la scuola del diritto naturale arrecò all'Illuminismo. Tali concetti che negli scrittori del diritto naturale rispondevano essenzialmente ad una esigenza razionale, negl’enciclopedisti ricompaiono arricchiti di un contenuto sentimentale, in forma poetica e attraente acqui- stando per questo solo una efficacia pratica che prima non avevano. Nell'illuminismo pertanto venivano a convergere tutte le diverse correnti della speculazióne filosofica e scientifica e assieme fuse vennero a costituire una nuova più vasta corrente a intenti di riforma e di trasformazione morale, religiosa, politica, sociale. La chiesa e lo stato, le due iorze maggiori che da secoli tenevano soggiogati gli spiriti e ne impedivano ogni libera espansione furono prese di mira: da un lato le premesse materialiste, gli stretti rap- porti col progresso e le applicazioni delle scienze naturali rendevano l'Illuminismo antireligioso e nelle sue ultime conseguenze ateo; dall'altro lato le concezioni dello stato di natura e del contratto sociale battevano in breccia le teorie del diritto divino, nonché il fondamento dei governi assoluti. Il materialismo esplicò la sua influenza sovvertitrice nel campo religioso e morale : la scuola del diritto naturale scosse le basi tradizionali dell'autorità e dello Stato. Se si aggiunge che ài?- l'Illuminismo non fu solo movimento di idee m; sentimenti, che si distinse per la sua cieca fede i del sapere, nella trasformazione della società per scienze, nelle energie inesauribili dell'uomo, fati creare a sé stesso i suoi propri destini, si com esso in sé racchiudesse tutte le condizioni per l'antico regime e preparare le condizioni della v L'Illuminismo è un fenomeno generale del t ovunque i popoli si destano ad una vita nuova, 1 lavoro e dalla scienza, . ovunque si acquista cosi de' propri diritti e si avvertono i sintomi di un; rispondente agli ideali di giustizia e di prosperiti e sociale, il fenomeno dell'Illuminismo' appare, tutti i paesi si presenta cogli stessi caratteri. La Francia fu la patria dell'Illuminismo e da ei in altri paesi sopratatto in Germania e in ITALIA, in Francia l'Illuminismo si svolge co' suoi carati cali, ci si presenta completamente sviluppato. F cipio del secolo XVIII in Francia lo scetticisr Bayle aveva distolto le menti dal passato pre ad accogliere teorie più consentanee ai tempi. A fase di scetticismo dissolvitore, di critica nega il periodo in cui le più elette intelligenze si fa dere le dottrine scientifiche e filosofiche dell'Ing è considerata la terra della libertà e del progres; le sue forme. A questa fase risalgono i rapporti tra la Francia e l'Inghilterra, gli scritti polemici diretti a far trionfare in Francia il sistema di pera del Montesquieu intesa a far conoscere politiche e costituzionali inglesi. In un terzo luminismo entra in una fase costruttiva; abl lato col La Mettrie e col Cabanis i primi 1 trarre la vita intellettuale e morale dal sustra e fisiologico dell'uomo, dall'altro col Condillac derivare dal senso la vita dello spirito; più tar abbozza un sistema morale informato all'egoismo e al pre- supposto dell'uomo preoccupato solo della propria felicità: da ultimo il barone d'Holbach in un'opera che fu il codice la bibbia del materialismo riduce a sistema le leggi del mondo fisico e morale. £ parallelamente a questa concezione naturalista e meccanicista del mondo e della vita vediamo per opera del Diderot, del Rousseau, del Morelly, del Mably risorgere la fede in uno stato di natura, sinonimo di moralità e di felicità, vediamo l'opera della ragione e della volontà invocata a dar origine e svolgimento alla società e allo stato. E quest'ultima corrente di natura ideale e che aveva per se l'autorità di quasi due secoli di speculazione, più consentanea alle tendenze razionaliste di un'epoca per la quale le concezioni materialiste erano premature, finì per prevalere e per dare al movimento illuminista quel carat- tere ideale e razionale nel quale si manifesta nella rivoluzione francese. In Germania l'Illuminismo francese penetrò per l'influenza personale di Federico il Grande, la cui corte divenne il ritrovo geniale delle più elette intelligenze dell'epoca. Il favore che il grande uomo di stato dimostrò per il movimento di idee sorto dall'Illuminismo rispondeva oltreché a un bisogno della mente, ad un alto disegno politico. Preoccupato della rigenerazione intellettuale e morale del suo popolo Federico il Grande comprese come l'avvenire di esso dipendeva dal grado nel quale avrebbe partecipato alle nuove correnti di pensiero. Ma astraendo dalle tendenze e dalle vedute politiche personali di Federico II devesi riconoscere che il materialismo inglese e francese non trovò accoglienza in Germania, né prevalse contro l'idealismo spiritualista che poneva capo al Leibnitz (I), per quanto non si possa negare che anche la speculazione del Leibnitz e del Wolflf informata all'eudemo- [Cfr* Lange, Hietoire du matérialisme, Paris gli studiosi delle scienze giuridiche ed economiche, i quali possono trovare in ITALIA l’attuazione anticipata di quelle ri- forme legislative e finanziarie che altrove furono provocate dai torbidi rivoluzionari. E bisogna riconoscere che in Italia i principi meno stretti alla tradizione, più a contatto col po- polo seppero attuare quanto dì meglio T illuminismo in sé riu- niva spontaneamente, con perfetta coscienza, senza attendere la pressione degli avvenimenti. Nello studio poi deirillumi- nismo italiano non può trascurarsi un elemento non derivato dal di fuori ma del tutto nostro, la tradizione cioè del pensiero del Vico, che si rivela, come già accennammo, in tutte le opere uscite dalle menti più elette dell'epoca e che senza dubbio concorse a dare un indirizzo pratico, un fondamento più saldo, una fisionomia particolare all'Illuminismo italiano. Ma l'argomento da noi appena sfiorato dell'Illuminismo italiano merita per la sua importanza una trattazione speciale, e qui non si voleva che richiamare l'attenzione sul carattere generale ch'esso presenta e per cui si distingue dall'Illuminismo francese e tedesco. La scuola del diritto naturale non ha solo stretti rapporti coll'Illuminismo ma rientra come elemento integrante nel nuovo indirizzo filosofico che si personifica in Kant. Il kantismo se fu per il suo stesso carattere critico una reazione contro la speculazione filosofica dei secoli XVII e XVIII, rappresenta d'altra parte uno svolgimento di quelle idee che la scuola del diritto naturale aveva in due secoli elaborato. Il carattere di reazione si rivela sopratutto nella parte teoretica della speculazione kantiana. La critica della conoscenza e della ragione umana nella ricerca del vero, che il Kant considerava come il problema fondamentale della filosofia, era implicitamente la critica e la condanna di tutti i sistemi usciti dalle diverse scuole filosofiche, nessuno dei quali aveva rispettato quei limiti oltre i quali la ragione umana non può conoscere il vero. Per questa parte il Kant si contrappone al passato e apre vie nuove alla speculazione Stato nei suoi rapporti coirindividuo e a stabilire quella d'interiorità che deve considerarsi interamente sottratta alsiasi coazione esteriore e da cui si originano i cosi diritti soggettivi dell'uomo e del cittadino. concezione stessa di un diritto naturale non è abban- ta dal Kant, ma è solo presentata sotto un diverso aspetto, non cerca il fondamento del diritto naturale nella esperà e nell'osservazione empirica dell'uomo come l'Hobbes pure nell'autorità e nell'universale consenso come Grozio, iella ragione stessa, e riduce tutta la scienza del diritto cognizione sistematica del diritto naturale. Da ultimo nò che riguarda il concetto e le funzioni dello Stato, il ; se non si foggiò uno stato di natura, vagheggiò certo stato di ragione, ossia uno stato che i moderni chiame-3ro piuttosto di diritto, non avente altro scopo all'infuori lello di garantire il diritto ossia di assicurare l'accordo libertà. Che se un siffatto concetto dello Stato non può >ndersi collo Stato sognato dagli Illuministi e dai giusnalisti, che ha per fine la felicità e il perfezionamento dei dini, non vi è dubbio che nei due casi il metodo seguito jostrurlo è identico e lo Stato giuridico di Kant è una uzione altrettanto astratta e arbitraria quanto è più dello Stato paterno di Thomasius e di Wolff. Sotto atto pertanto del metodo seguito, dei risultati ottenuti lobbiamo considerare la dottrina giuridica del Kant un pale svolgimento della dottrina elaborata dagli spiriti linati, che in Germania all'epoca in cui I Kant, si confondono coi seguaci della scuola del diritto pale. Hóbhes e l’indirizzo empirico nelle scienze morali Bacone e sua posisione nella storia del pensiero Bacone e le scienze morali Etica e scienza civile in Bacone Il metodo di Hobbes Hobbes e i suoi tempi. Sistema etico -^inridico di Hobbes. Il rapporto tra morale e diritto in Hobbe<t L'opposizione a Hobbes : Cnmberland Locke e i snoi tempi Morale e diritto in Locke Da Locke a Home Hnme ei snoi tempi Filosofia di Hnme Rapporto tra morale e diritto in Hnme Smith e sna importanza Sistema etico-ginridioo di Smith L'indirizzo cartesiano nelle scienze morali .Cartesio e l'epoca sna Cartesio e le scienze morali. Malebranche e l'indirizzo spiritualista-cartesiano nelle scienze morali L'Olanda <o il sistema etico-giu- ridico di Spinoza. Le condizioni politiche e religiose della Germania La dottrina etico-giu- ridica di Leibniz L'opera metodica del Wolff Parallelo tra riudirizzo filosofico e giuridico nelle scienze morali. Vico e le scienze etico-giuridiche in Italia .Condizioni generali d'Italia Galileo e la filosofia naturale Gli stndl giuridici e il rinnovamento della filosofìa in ItaliaVicende degli studi giuridici iu Italia Gli stndl giuridici in Napoli giureconsulti pratici n progresso degli studi giuridici in Napoli: giureconsulti eruditi : d'Andrea e Gravina. La Vita Civile di Dorìa Risveglio filosofico in Napoli. Posizione di Vico in ordine agli indirizzi filosofici del suo tempo Vico contro Cartesio e la questione del metodo nelle scienze morali Il criterio della verità nel Vico Vico e gli studi giuridici La filosofia del diritto nel Vico Il rapporto tra morale e diritto Il diritto nella sua formazione storica Diritto e scienza sociale Le sorti di Vico e i critici cattolki Se- guaci di Vico: Stellini e Dnni La Scuola, del diritto naturale ^ne' suoi rapporti coli' Illuminismo e col Kantismi .Origine, sviluppo e caratteri dell'Illuminismo La scuola del diritto naturale nei suoi rapporti coll'Uluminismo L' Illuminismo in Francia e suoi caratteri L' Illuminismo in Germania e l'opera dei giuristi L'Illuminismo in Italia e suo carattere generale La scuola del diritto naturale nei suoi rapporti colla dottrina giuridica di E. Kant. Gioele Solari. Solari. Keywords: roma antica, Giorgio Guglielmo Federico Hegel, Spaventa, hegelianismo, iustum/iussum – storia della filosofia del diritto romano – cicerone; diritto naturale, IVS NATVRALE, Gaio, citato da Vico, Giustiniano, diritto romano in eta del principato, IVS GENTIVM, IVS VNIVERSALI, sato di natura, i ferini di Vico, il metodo pirotologico di Grice – ri-costruzione razionale, Bennett, significato naturale. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Solari” – The Swimming-Pool Library. Solari.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Soldati: la ragione conversazionale e la rettorica conversazionale (Pistoia). Filosofo italiano. Pistoia, Toscana. Professore di rettorica nel seminario e collegio di Pistoja. Pur valente latinista. L'ARTE RETTO RICA SPIEGATA DALL'ABATE MATTEO LUIGI S. AD USO... Matteo Luigi Soldati COLLEZIONE PISTOIESE R0SSI-CASSI60LI 3IBLIOTECA NAZIONALE CENTRALE - FIRENZE e. j ♦ R. BIBLIOTECA NAZIONALE CENTRALE DI FIRENZE COLLEZIONE PISTOIESE RACCOLTA DAL Cav. FILIPPO ROSSI-CASSIGOLI nato a Pistola il 23 Agosto 1835 morto a Pistola il 18 Maggio 1890 Pergamene - Autografi - Manoscritti - Libri a stampa - Opuscoli - Incisioni - Disegni - Opere musicali - Facsi- mile d' iscrizioni - Sditti - Manifesti - Proclami - Avvisi e Periodici.  -» / I  j L' ARTE RETTORICA SPIEGATA DALL ABATI MATTEO LUIGI S. AD USO DEL SEMINARIO E COLLEGIO VESCOVILE DI PISTOJA S DE DIC AT 4 fflO ino ALL' ILL. E RfcV. MONSIGNORE FRANCESCO TOH VESCOVO DI PISTOJA E PRATO PRELATO DOMESTICO DELLA SANTITÀ* DI N. S. PAPA PIO VII. BD .ASSISTENTI AL SOGLIO *ONTIFICI^vj^Ì3^^ '9 IN PISTOJA 1804. PRESSO GIOVANNI BRACALI E FIGLIO STAMPATORI TBSCOTILI. Co» Approvatine*  \ ♦ » ■ i  tuo wo ILLVSTR. E REVEREND. MONSIGNORE Jl desiderio sincero di rendermi utile alla studiosa Gioventù tielf impiego di Retore , che da non pochi anni ho \# more d'esercitare nel vostro Seminari^ Digitized by Google e Collegio Pistoiese, IL L USTR ISS. , e RE- VERENDISS. MONSIGNORE, il rispar- mio del tempo, che toglie alle quotidiane Le- zioni la dettatura de' precetti , la facilità maggiore di studiarli r e d' apprender- li in libro stampate , che in scritti t per lo più informi y e ripieni d? errori y le istanze finahn^e^ * lz brame di motti , efffi^WÓtfyi , the nf hanno in- dotto, e determinato ad esporre queste mie Rettoriche Istituzioni alla pubblica luce. Non ho però rammentato lo sti- molo più forte ad entrare in questo per me troppo critico y e difficile impegno . La degnazione , onde compiaciuto vi sie* te di permettere , che questa mia Ope- retta comparisca fregiata del vostro ri- spettabilissimo Nome , mi ha sopra tut- to incoraggiati ; e se dall' animo mio non ha dileguato affatto il timore , che mi ha sempre trattenuto dal sottoporla agli occhj del Pubblico, lo ha almeno dimi- nuito in gran parte . Il pregio maggio- re di essa sarà , che Voi rigettata non ne avete l 9 offerta . Qualunque ella sia, è vostra , Se non è nata interamente sot- ti V to i benigni votivi auspicj , da 9 v$stri ausptcj pero è stata promossa , sotto i vostri auspicj ha la sorte di comparire alla luce . Se non piacerà per quello % che è , piacerà per quello , che dice , e dirà sempre di Voi . Dirà , se non es- sere , che la più piccola prova , e P ef- fetto men rilevante di quella sollecitu- dine , con la quale riguardando Voi que- sto vostro Seminario, è Collegio , come la pupilla degli occhi vostri, visitando- ne sovente i Convittori, e gli Alunni , con tenerezza di padre accogliendoli f ricercandone con premura i portamenti , e gli stndj , soffrendone con pazienza le debolezze , riprendendone con dolcezza le negligènze , e i difetti , animandone con lodi , e con dimostrazióni generose r e benigne V industria , ben fate conosce- re , quanto vi stia a cuore la loro Cri- stiana , civile , e letteraria educazione. A loro vantaggio unicamente voi me ne avete in fatti raccomandata più volte r ed affrettata con tanta premura , e bon- tà la pubblicazione . Sarebbe desidera- bile , converrebbe anzi, che alle provi- ds  ▼I de vostre intenzioni ella appieno corri- spondesse . Ma come sperare , ed otte* ver tanto da me ? Disponetevi , MONSI- GNORE , all' esercizio di vostra sofferen- za i se mai in qualche momento più li- bero dalle gravi, e moltiplici cure del vostro Pastoral Ministero vi piacerà di fissare in questo mio meschino lavoro uno sguardo . V esempio vostro nell* an- nunziare , come sovente fate , al vostro amatissimo tregge con semplicità, e di- gnità insieme la Divina Parola, quale animata, e più efficace istruzione è mai ali 9 Ecclesiastica Gioventù di tutte le re* gole, che prescriver si possono i e che voti ho trascurato d' accennare in più luoghi anche intorno alla Sacra elo- quenza ! Se di Voi troppo indegna ritro- verete l 7 Opera, che ardisco di consa- crarvi, valutate almeno f animo, col quale ne accompagno l' offèrta , pieno di gratitudine sincera alla bontà singo- lare , con cut vi degnate non solo di soffrirmi nell'impiego, che esercito, ma di farmi ancora oggetto de 9 vostri più benigni , e da me non meritati 4 riguar- di Digitized by Google di . Se ho motivo d 9 arrossire ripeusan- do alla piccolezza del dono , che vi pre- sento , mi conf&ta il riflesso , che sarà esso almeno tìn perpetuo monumento del* la mia riconoscenza. Pegno di questa non meno , che della mia più Ut stinta stima y ed intiera dipendenza , sia in- tanto l'umile ossequio, e la profonda venerazione, con cui vi addimando ri- spettosamente V onore di professarmi Di VS. Illustriss,, e Da questo Vostro Seminario, e Collegio di Pistoja 20. Giugno 1804, Umiliss. Dcvotiss. Gbhlìgatiss. Serva MJTTMO S. %  r AVVISO AL LETTORE* II ì Trattato intorno tir Arte Ora tori t , che ho fi- lialmente risoluto di pubblicar con le Stampe, è quello stesso, che fino dal ttmpo , in cui fui chia- mar^ all' impiego di Retore in questo Seminario, e Collegio Vescovile di Pistoia ; incominciai a scri- vere , e preparando giorno per giorno le opportu- ne Lezioni proseguii nel primo biennio fino al suo termine. Di questo ho continuato in appresso a far uso, tornando più, é più volte a correggere, 2 mutare, ad aggiungere quello, che mi sembra- va, che più lo richiedesse, per renderlo meno im- perfetto , e più utile che fosse possibile tlla stu- diosa Gioventù . lo non pretendo di presentare al Pubblico nuove idee , e nuove regole intorno all' eloquenza. Altro proposto non mi sono, che d'e- sporre con la maggior chiarezza, e brevità il mol- to, che ne hanno scritto gli antichi Retori, e spe- ciatmeRtc Aristotele, Cicerone, e Quintiliano , pro- fittando ancora della spiegazione , che ne hanno fatta molti fra i moderni , i quali sulle tracce di quelli si sono con lode occupati d'un sì nobile, e dilettevole argomento . Taluno forse questa mia Ope- retta leggendo dirà , che dimenticato mi sono di questo mio oggetto , allontanandomi troppo dal me- todo tenuto comunemente da' Retori , e lo dichia- rerà smentito, e dì! piano di Studj , che secondo r Albero delle ,Scienze con sì giusto, e profondo criterio ideato dal cel bre Bacone di Verulamio , e più ampiamente esposto dal Sig. D' Alembert * prc- Digitized by Google A IX presento anticipatamente ài Giovani studiosi nelP jntrodurmi a parlar loro de' Luoghi Oratorj , e dal breve trattato di Logica , che ho creduto ne- cessario inserire nel Capitola , clic riguarda 1* Ar- gomentazione , ò 1* arte d' esporre le ragioni, e le prove nella parte dimostrativa dell' Orazione . Se prendessi io stesso a liberare da ogni cen- sura un tal metodo , potrei con ragione temere t che di non molto peso esser potesse nell* animo de' Leggitori la mia giustificazione v CB[i per altro non si sottoporrà di buon . grado in slitte; materia al giudizio di Cicerone? Parli egli adunque 3 get ; njwU e dica egli stesso, altro non aver' io fatto , che se- guir le sue orate, e ripeter quello, che in pia luoghi delle sue Opere egli mtdesimo ha insegna- to . Io ho detto, che lé Arti » e le Scienze sono ì veri fonti dell' eloquenza . Posto come incontrasta- bile , e certo questo principio > io doveva almeno accennare ai Giovani , a quali studj debbonsi con diligenza applicare per divenire un giorno perfetti Oratori. Ed il gran Retore, il grand' Oratore , il gran Filosofo di Roma non ha forse fatto lo stésso ? Senza riandar tutto ciò, ch'egli dice intorno alla -dottrina , t alla scienza, di cui esser dee l'Ora- tore copiosamente fornito, nel primo Libro della sua eccellente ,. e più completa Opera intorno all' Oratore, ascoltisi quello , che ripete nel suo Li- bro intitolato VOntore. „ Nec vev Dialecticif ìn^do sit instrtictus , sed babrat omnes pbiiosopbiae notos , et tractatos locos fctbil enim de religione , % uibil de morte y uibil de pietaté , nibil de ebari- % tate patrie , uibil de bouis rebus aùt maiis , nibil de virtutibtts , aut vitiis , nibil de officio , nibil de dolore , nibil de vaiuptate, nibil de perturbationthus animi , et erroribus, que sepe cadttnt in cans.ts, Sed jejtìtiius agùntur \ uibil , /» quatti , si né ta scieniìd % quam dixi , gravi ter , ampie, copiose dici , et eX- f l'icari potett . . . Sé pbysicorum quidtm ignarum Digitized by Google I € sse voU . Ornata profecto , eum se a caele- itibus rebus t'eferet ad bumauas , excelsius > magnìficentiusque , et dicet , et sentiet . Cum- que ili a divina co g noveri t , nolo , i gnor et ne haee qui dem bimana . Jus civile teneat , qu9 §gent causae forehses quotidie .... Cognoscat etiam rerum gestarum , f# memoriae veteris ordinem , maxime scilicet nnstrae civitatis Commemorati^} autem avtiquitatis , exemplorum- que protatio summa cUm dclectatione , et au* ctóritatem crathni affert . et fidem . „ Ed in tltro luogo abbracciando sorto il solo nome di Fi- losofia le Scienze tutte , così si esprime:,, Positum sit ìgttur in primis , quod post magis intellige* tur, sine philosopbia non posse effici , quem quae* rimus , eloqttentem . E se giudica Cicerone così necessaria all' Ora- tore la Filosofia, che presso di lui suonano lo stes- so questi due Nomi Filosofo , ed Oratore , e nel terzo Libro della citata Opera per bocca di Crasso altamente si duole di quei Filosofi, che dall'arte Oratoria* la separavano, e rei gli dichiara di tur- bato . ed usurpato possesso per avere espulsi i Re- tori dalla Provincia Filosofica: „ Nestra baec . ... emnis ista prudentiae , doctrinaeque possessio , in quam bomines quasi eaducam , et vacuam , abttn- dantes otio , nobis occupa tis , involaverunt ; ed in altro luogo : -, Sed quoniam de nostra possessio- ne depulsi in parvo , et co litigioso praediolo re-, lieti sumus , et aliorum patroni nostra tenere » tuerique non potttimtts , ab iis ( quid indignisi sinium est ) qui in nostrum patrimonium irru* Perunt , quod opus est nobis , mntuemur ; „ re* sra del pari giustificato da lui il mio compendioso Trattato di Logica , ò di Dialettica , la quale apre la via, e prepara all'eloquenza non meno, che alla Filosofia. Chi può infatti acquistarsi il nome, e la gloria di buon Dicitore , se non è buon Dia- let- / Digitized by Google lettlco* L'afte di fcen parlar* suppone l'arte di |>en pensare Non è possibile , che nel ben parlar si distingua, chi l'arte ignora di rettificare là mente nelle sue idee, ne* suoi giudizi, ne' suoi raziocini , nel metodo di dimostrare . Con ragione perciò nel Libro intitolato l'Oratore Cicerone in- segna, che la Dialettici ha una stretta affinità, e relazione co*n Parte Oratòria, e che V Oratore chiamar h dee in soccorso della medesima .,, Es- se igìtur perfecte ehqaentis ptito , non eam so- lum facilitatevi < quae sit ejus propria , fa se , Ia : teqae didèidi , sed ettam vicinato cjus , atqìte fi- nitimam Dialecticorum scienti am assumere. ,, Chi potrà inoltre a buona equità condannare la separazione, che ho fatta, delle figure di Sen- tenze dalle fisure di paróle , dando luogo a quel- le nella prima parte, ove degli affetti sì parla , ri- sei bmdo queste alla terza parte, che riguarda V elocuzione? Non è ella certamente conforme allo Stile della maggior parte de* Retori . Io però non credo, che dar si possa un'idea più giusta delle figure di sentimento che riguardandole, come il linguaggio naturale de' nostri affetti . Sono ess* il vario tuonò , e direi quasi Y aspetto , e ri colore , che U passione coerentemente al suo genio placi- do ò impetuoso . sommesso ò ardito . aspro Ò gentile, nobile ò abietto, lieto ò mesto, dolce | ripentito , pietoso ò ctudele da al discorso , co- sicché il cuore umano diversamente commosso im- ene IO TO ai ian "5"^-» * > p - esempi tratti per l'uno, e per l altro oggetto dai migliòri, e più passionati Scrittori daranno , io spe- to , il maggior grado dr verità al mio sentimento. I Libri finalmente dr Cicerone intorno all' Oratóre, e V altro, che ha per titolo /' Oratore a Mrnto da me ài sepra rammentati mi hanno fervi* CO XII to ancor di modello iteli* esporre , come in tante Dissertazioni , ed in tanti continuati ragionamen- ti i precetti dell'arre Oratoria, per isfuggire , quanto si poteva l'aridità, e la noja , che Arrecar suole una maniera affatto digiuna, e Scolastica. Quanto in ciò, co ne in tutto il rimanente dell' Opera io sia riuscito, ne lascio il giudizio al Pub- blico disappassionato, e sincero. Se arrò la sorte, che ella sia benignamente accolta, e giudicata non iff.tto ind °na della pubblica luce, prenderò co- raggio a sottoporre a suo tempo al comune giudi- zio anche V Arte Poetica / condotta essa pure da me quasi al suo termine . Dovrei certamente ar- rossire di questo mio ardito disegno , ripensando a' bei Trattati intorno all'eloquenza comparsi, e . in Italia , e fuori d' Italia modernamente alla luce, tra i quali meritano special menzione le Lezioni intorno all' Arti- Rettorica d' Ugone Blair, celebre Professore di Belle Lettere nell' Università d' Edim- burgo , le più atte a far concepire dell'eloquenza la più nobile idea, e ad ispirare il vero, e sodo gusto, dettate dalla più giudiziosa cririca , ricche della più profonda , e più ragionata Filosofiate che ai più interessanti precetti uniscono la manie- ra più facile di metterli in pratica; riè s'attri- buisca a mancanza di stima verso di sì ecrellente Scrittore, ma ad un diverso aspetto, in cui ho forse poco avvedutamente riguardate le cose , se dal suo sentimento mi sono talvolta allontanato. Mi ha animato il giudizio non svantaggioso, che hanno fatto della mia Operetta due de' più insigni , ed eruditi Uomini de' nostri tempi . Uno di questi è il P. Carlo Antonioli delle Scuole Pie , Professore di Belle Lettere nell'Università di Pisa, la di cui perdita pochi anni addietro seguita non sarà mai deplorata abbastanza. Ben volentieri io nomino un sì illustre , e virtuoso Soggetto con sentimento non solo di stima, e d'onore, ma di do- Digitized by Google XIII dovuta riconoscenza eziandio per aver non solo con la missima sofferenza, ed esattezza letti i miei scritti, ma per avermeli accompagnati an- cora con le più giuste, e savie osservazioni, le quali sono a me servite di rególa per renderli meno difettosi , e meno indegni della pubblica lu- ce . L'altro è il Padre Maestro Giuseppe Maria Pagnini , il quale pure professa le Lettere Greche, e l'eloquenza nell'Università di Parma con tanto lustro, e splendore non meno di quella , che di que- sta nostra Città, che è pure sua Patria. Il solo suo nome tien luogo di qualunque più magnifico elo- gio . Siami dunque permesso non a mia gloria , ma a decoro di sì insigne Educatorio, quale è srato sempre, ed è questo Collegio, e Seminario Vesco- vile di Pisroja , ad uso del quale è stato composto, ed ora si pubblica con le Stampe il mio Libretto, di riportar qui la Copia genuina delle Lettere, onde si compiacquero essi d'onorarmi, dopo aver- lo letto nella maniera , che dalle medesimi Lette- re chiaramente apparisce . KIT LETTELA DFL P. CARLO ANTONIO LI DELLE SCUOLE PIE. N. ella Settimana passata non potei , come desU derava , rimandare a VS. Riv. per mezzo del no- stro Sig Rettor Comparini i due Tomi delle sue belle Istituzioni Retoriche , essendone stato impe- dito da alcune domestiche nostre Funzioni . Le ri* mando in questa , e le rimando accompagnate dalle più sincere congratulazioni che le fo , e ripeto per questa letterario lavoro , il quale escendo alla pub- blica luce le farà senza dubbio onore, e la farà conoscere per una persona ben fondata , e nelle Belle Lettere , e nella buono Filosofia Giacche el- la mi stimolo a farlo , mi sono presa la libertà di notare alcune cosarelle in un foglio , che ella tro- verà piegato dentro al secondo Tomo. Ella ne farà quel caso , che crederà a proposito ; intanto peri conoscerà dal medesimo , che io con tutta l* atten- zione ho letti ambedue i Tomi , e che con tutta l* sincerità le dico il mio sentimento , qualunque sia- si . La prego per mia quiete a darmi qualche ri* scontro d % aver ricevuto il Plico , ò Involtino ; Le r innuovo le mie congratulazioni , e le offerte della mia debole set vith , e con tutta la stima , e rispct* $0 passo a confermarmi Di VS. Riv. S. Giovannino. Firenze 18. Settembre 1794. Dcvotiss , ed Obbligatiss. Servitore CARLO ANTONIOLI delle Scuole Pie.  » XV LETTERA DEL PADRE MAESTRO GIUSEPPE MARIA P AGNINI Ex - Provinciale Generale de' Carmelitani . T X-/ m ristrettezza del tempo , e le molte distrazio- ni , e incombenze sopr aggiuntemi ve' pochi giorni di mia dimora in Pistoja dopo il ritorno da Lucca non mi permiser di leggere altro , che il primo de* due Tometti da lei favoritimi del suo Trattato su t eloquenza . Con gran piacere osservai i più giu- sti , e i più importanti precetti di quest\ Arte da lei esposti elegantemente , giudiziosamente concate- nati , e rischiarati opportunamente con V uso , che ne hanno fatto i più valenti Scrittori delle due lin- gue Latina , e Italiana . Sopra tutto m' ban diletta- to le osservazioni da lei fatte su le Operazioni deh la nostra mente , su V arte Critica , e sul linguag- gio delle passioni . Le più solide regole della Logi- ■ ca , e della Metafisica vi si trovano dichiarate in una maniera facile , e ben adattata all' intelligen- za di quelli ancora , che non sono assuefatti al lin- guaggio della Filosofa . Molte Dottrine poco , o nulla comuni ho qua , e là riscontrate nella sua Opera , e quelle , che sono comuni , maneggiate da lei acquistano una cert* aria di nuovità , ò per rap* porto all' ordine , ò per rapporto alla maniera d 1 e- sporle . Io son rimasto col desiderio di leggere per intero , e con maggior posatezza questo suo dotto , ed ingegnoso lavoro , e frattanto co* più si acori sen- timenti di stima mi protesto Di VS. Illustrisi. Firenze 19. Ottobre 119 A- Dhotisf , e Obbligatisi Servitore PAGNINI Carmelitano . . r Digitized by Google 1/ s \ Digitized by Google PREFAZIONE, La celebre questione da Orazio accenna^ ta nella Lettera, che indirizza ai Pisoni, e. nella quale prende ad esporre le più sode regole di ben poetare , se cioè più contribui- sca T arte , ò la natura a formare un ot- timo Poeta „ Natura ficret laudabile carmen, ari arte, Quaesaum est , sembra eziandìo opportuna , allorché si tratta di rintracciare la vera origine dell' Eloquenza , ed il moda di forma- re un ottimo Oratore. Nello scioglier però anche nel caso nostro una simil questione, allontanar non ci dobbiamo dal giudizio d' un Poeta sì grande, il quale soggiunge : „ tgo nec studium *ine aivite vena, Nec rude quid possit, video, ingenium: alterius sic, Altera poscit opem res , et conjurat amìce * Un arte al certo non è V Eloquenza, nè per ammaestramento , nè per via di pre- cetti s' acquista . Ella è un dono della na- tura , è un' talento spontaneo, è un impe- to, un fuoco, un incendio dell' anima (di- ce il chiarissimo Abate Bettinelli nella sua Introduzione allo studio dell' Eloquenza) e non da' precetti de' Retori, nè dalle rego- le , ma da una certa ispirazione, da un'in- timo sentimento, da una profonda commo- zione della mente , e del cuore riconosce i B trac- Digitized by Google fi tratti sublimi, co' quali negli altrui animi altamente s' insinua, e ne trionfa . Può dun- que T Eloquenza star senza 1' arte; anzi talvolta senza di quella meglio si sta. Con- viene perciò T Eloquenza distinguere dalla Bettorica, come Cicerone distingue sempre f Oratore dal Retore , un maestro del ben dire da un uomo facondo, ed eloquente. Sembra esser la Hettorica riguardo all' Elo- quenza quello, che è la Poetica riguardo alla Poesia, lo strumento al suono, T arte riguardo alla natura. Erano di ciò persuasi quei medesimi, che del ben dire tramanda- rono a noi scritte le regole. Dice infatti Cicerone , che non 1' Eloquenza dall' arte , ma T arte dall' Eloquenza la sua origine rico- nosce. Lo stesso afferma quasi colle mede- sime parole nel III. Libro delle sue Orato- rie Istituzioni Quintiliano : w Initium dicendi dedit natura, initium artis cbservatio » . Che altro infatti sono i precetti Rettoria , che giudiziose osservazioni fatte da Uomini sag- gi sopra i discorsi de' più insigni Oratori , le quali poi sono state in forma di canoni, ò di regole ordinate , e disposte per facili- tare la via, che all' Eloquenza conduce? Non andrebbe a mio parere lontano dal vero, chiunque asserisse, che gli aurei precetti in molte > e diverse sue opere da Cicerone a noi tramandati , furono piuttosto frutto delle attente osservazioni , eh' ei fece sulle Ora- zioni de' più eccellenti Oratori della Grecia c del suo grand' esercizio nel perorare , che delle Digitized by Google delle Istruzioni ricevute dai Retori . Dal chà facil cosa è il comprendere, quanto sia da preferirsi ai precetti la lettura de' buoni Scrittori, senza la quale la Rettorica diver- rebbe sterile e muta, vero essendo ciò, che osservò Quintiliano, aver cioè maggior efficacia gliesempj, e la pratica, che i pre- cetti : y) In omnibus fere minus valent praece- pt a , quam experimenta ». Non vi rechi ma- raviglia pertanto , o Signori , se di ciò per- suaso, quanto nel dirigervi all' \eloquenza sarò breve ne* precetti, altrettanto mi stu- dierò di mostrarveli messi in pratica dai migliori Scrittori, che si andranno conti- nuamente, e con attenzione leggendo, si- curo, che maggior frutto da un tale eserci- zio raccoglierete di quello, che da un nume- ro grande di precetti anche bene intesi , ed imparati possa a voi derivare. Sebbene però le qualità, e le disposizioni naturali sieno il principal fondamento dell' Eloquenza , e sole bastino talvolta a forma- re un buon Oratore , non può negarsi per altro, che di non piccol vantaggio sia T arte Rettorica. » Io non pretendo certamen- « te d* asserire (a) (*dicc un moderno Ingle- se ^=^=m=rr=: z=z 1 =zr=« (a) Ugo Blair Lez. I. che serve cT introduzione alla sua eccellente Opera intorno alla Rettorica , o alle Belle Lettere, tradotta, e comentata da Fran- cesco Soave, ò per dir meglio ridotta all' uso, e al vantaggio della letteratura Italiana senz.i stare in molti luoghi attaccato ad una intiera , e lettera- le Traduzione . 4 » se Scrittore ) che le sole regole Rettoriche , 99 per quanto giuste elle sieno, possan ba- w stare a formare un'Oratore. Supposta una 95 buona dose di naturale ingegno , la feli- 95 ce riuscita dipenderà assai più dall' ap- 55 plicazione, e dallo studio privato, che ,5 da qualunque sistema d* istruzione, che 95 dar si possa pubblicamente. Ad ogni mo- 95 do sebbene le regole , e le istruzioni non 55 valgano a fornir tutto quello, che si ri- O A, 55 chiede, possono tuttavia recare mo 1 rissi- 95 ino giovamento; se non ponno infonder 95 T ingegno, posson dirigerlo, ed ajutarlo ; 55 se non sanno rimediare alla povertà , san 55 correggere la ridondanza. Esse accennano 55 gli opportuni modelli da imitarsi : metton 55 sott' occhio le principali bellezze, che 5, debbonsi studiare, e i principali difetti, 55 che vogliono esser fuggiti, e con ciòten- ,5 dono ad illuminare il gusto , ed a con- 55 durre T ingegno da* suoi traviamenti sul 55 retto sentiero. 55 Quando adunque altro vantaggio dallo studio delle regole non si ricavasse/che quello d' imparare la manie- ra di leggere con profitto le opere de* più beli' Ingegni, tutta meriterebbero la nostra attenzione, e diligenza. Come in fatti pos- simi ci sarebbe lo imitarli nelle nostre com- posizioni senza penetrare il loro spirito senza conoscerne le bellezze , T ordine , la forza, e 1' artifizio, il quale è , ed esser dee sempre nascosto? Come ottener ciò senza la scorta di coloro, che nella lettura degli Scrit-  Scrittori ci hanno preceduto, ed avendone, per dir così, estratta l'essenza, e lo spirito, r hanno a noi ne' precetti manifestato ? Allo studio pertanto di tali precetti , che sulle tracce oV Aristotele, di Cicerone, di Quintiliano intraprendo a spiegarvi, vi muova il grandissimo, ed interessante frut- to, che vi promettono, d' aprirvi, e di fa- cilitarvi la via all' Eloquenza, a quella Eloquenza , della quale niente con ragione ravvisa Tullio, né di più ammirabile, nè di più eccellente. w Ninna cosa (dice egli 55 nel I. Libro dell' Oratore , introducendo 55 Crasso a parlare ) niuna cosa sembrami n tanto pregevole, e vantaggiosa, quanto 99 la virtù , e 1' arte di mantenere nell' w unione, e nella concordia le società, e le 55 radunanze degli Uomini , di volgerne 99 ovunque piaccia, i voleri. Qual cosa vi 95 ha d' ammirazione cotanto degna, quan- , 5 to che nella infinita moltitudine degli 99 Uomini alcuno si trovi , il quale ò solo, , 5 ò con altri pochi far possa quello, chea 99 tutti è stato dalla natura concesso? Che ,5 di più dilettevole , e grato alle nostre orec- , 5 chic, ed al nostro intendimento d' un 99 parlare pieno di sodi, ed utili sentimen- . 9? ti , e per gravi, e leggiadre espressioni ,5 elegante, ed ornato? Qual cosa sì splen- 99 dida, sì nobile, sì liberale, quanto ai sup- 55 plichevoli porger soccorso , dall' abbatti- 55 mento, e dall' oppressione altrui solleva- « re, ad altrui recar salvezza, liberar dai pe- Digitized by Google 6 K pericoli, contenere gli uomini nei doveri 55 della vita sociale, e civile? E chi non » si adop era con tutta la premura, per 55 sollevarsi al di sopra degli altri uomini a col mezzo della Eloquenza, di quella Elo- 55 quenza, che agli animali tanto superiori » ci rende , e da essi in modo particolare 55 ci distingue, di quella Eloquenza, che 55 gli uomini richiamò dalla rozza, e sel- 95 vaggia vita ad ut. viver colto , ed urna- 55 no; dispersi gli riunì ne* Castelli, é nel- 55 le Città, e per loro tranquillo, e pachi - 95 co governo stabilì giudizj, dettò leggi, 55 diritti prescrisse? 55 Che se a questi, ed altri importanti oggetti espressi nel citatò libro da Cicerone quelli si aggiungano più nobili, ed interessanti, ne' quali a' tempi nostri impiegasi per lo più V Eloquenza ( se pur non vi sia, chi biasimevole abuso ne faccia, ad oggetti opposti, ed indegni rivol- gendola) di promuovere la Religione, ed inculcare le sante verità, che eia ne inse- gna , d' animare alla virtù coli' elogio iel- la virtù medesima, e di coloro, che mira- bilmente la praticarono , di zelare 1* onore di Dio , e la salute dei prossimi , di dar lus- tro alle utili arti, ed alle scienze; chi ali* acquisto di essa non sentesi grandemente infiammato ? 55 Proseguite adunque , ( vi di- 55 rò con Cicerone) ottimi Giovani , V intrà- 55 presa carriera, e a quello studio, cui fi- fe volte sono le vostre mire , con impegno 55 applicate , per essere un giorno alla Patria ,  6 D ed a voi stessi di decoro * e vantaggio . # Formi r Eloquenza la vostra gloria, e le vostre delizie, come lo fu degli uomini più insigni in tutte le eulte, e ben rogola- te Citta. Con le altre arti, e con le scien- ze dall' Asia, e dall' Egitto passò nella Gre- cia. Con le arti, e colle scienze vi andò essa del pari ne' suoi progressi. Il libero • governo della Grecia esser non poteva più adattato a condurla ben presto alla sua per- fezione. Atene, la prima, e la più insigne •delle Greche Città , fu anche il luminoso te- atro, in cui si distinsero tanti Retori, e tanti Oratori . Senza parlar di Pisistrato, che con la forza del suo dire si fece strada al- la sovrana potenza, fu Pericle assai famoso non solo per la sua singoiar perizia nell* armi, e nella politica, ma per la sua ro- busta eloquenza eziandio , talché fu chiama- to col nome d' Olimpio, perchè col suo fa- vellare tuonava al pari di Giove . Lo segui- rono Cleone, Alcibiade, Crizia, e Terame- ne, illustri Cittadini d'Atene. Una troppo studiata, ed artificiosa Eloquenza introdus- sero, e fomentarono fra i Greci alcuni Re- tori , i quali vennero dalla Sicilia, e sorse- ro anche in Atene, chiamati ancora Sofisti, un Corace, un Tisia, un Lisia, e di tut- ti il più celebre Gorgia Leontino,di cui fu discepolo lo stesso Isocrate , e 1' Eloquenza decadde non poco dalla sua antica robu- stezza , e maestà, cosichè d'Isocrate istesso lasciò Cicerone, benché appassionato per lui, e <  e forse troppo amante» e troppo imitàtòrè del di lui stile pieno, ed armonioso, questo giudizio: , 5 Pompae magi* quam pugnae aptior; ad voluptaum aurium accommodatus potius, quam ad udiciorum certamen n A far rivivere la ma- schia Eloquenza di Pericle era riserbato De- mostene. Parlava egli la lingua di tutti; rioniva i caratteri, ed i pregi degli altri Oratori, il patetico d 1 Antifonte, la chia- ■ rezza, e la semplicità d' Andocide, la sot- tigliezza di Lisia, la soavità d' Isocrate, la magnificenza d' Iseo , V acutezza d' ìpe» ride, la copia, e l'armonia d' Èschine, suo emulo, il vibrato di Licurgo, il veemente di Dinarco, 1' affettuoso di Demade, il tuo- no di Pericle, anzi tutti gli superava .» Unus Demonsthents ( dice perciò compendiando Ci- cerone nel' tiruto il suo Elogio ) eminet inter omnes omni genere difendi . » Passate le scien- ze, e le arti dalla Grecia nel Lazio, vide Roma per il £enio de' suoi Cittadini , degli Àntonii, de' Crassi, de' Sulpicii, dei Cotta, de' Pisoni, de' Lentuli, degli Ortensii, de' Cesari, e soprattutto di Cicerone rinnuovà- ti i secoli felici di Pericle, e di Demoste- ne. Aureo, e felice fu egualmente per 1 Ita- lia il secolo XVI. dopo che il Dante, il Pe- trarca , il Boccaccio ebbero dissipate le te- nèbre , nelle quali avea tenute sepolte le lettere la barbarie degli Alani , de' Goti , de' Vandali, de' Longobardi, e d' altre na- zioni, che la inondarono. Con quanto mag- gior ragione ripeter si può della Casa di Lo- Digitized by Google Lorenzo de Medici d immortale memoria elicilo, che Cicerone disse della scuola d* trocnre » cwus eludo, tamquam ex equo Tra- ja> o innumeri princìpeè e.vierunt n ! Diven- ne essa il tempio delle M.'se aperto ai più valenti nomini di quell'età, che vi si aduna vano. Celebri tra questi sono Cristoforo Lan* divo, Angelo Pollano, Laonico Càlccndila, Manilio Ficino, Ermolao Barbaro, Gio.Pico Mirandolano, Gio. Cesare Scaligero, è per tacere i moiri altri, Piero, Giuliano, e Gio- vanni de' Medici ( il quale fu poi Sommo Pontefice col nome di Leon X.) figli dell' i • istesso Lorenzo, e suoi generosi imitatori nel proteggere le Lettere, e i Letterati. $ Al Hemb» però, ed al Casa { dice il Sig. Giardini nella Prelazione erudita alla sua Rettori, a ) dee la sua maggior perfezione la nostri lingua , e se /' uno ravvivò il Petrar- ca , e il Boccaccio nella purità, ed eleganza, del suo scrivere, /' altro Je rinascere nel se- no della Toscana la vera Eloquenza (V Ate- ne, e di Roma. A questi vennero in seguito Jacopo Sadoleto , Piero Vettori 9 Latino Latini , Albert* folli), Bartolomeo Cavalcanti, Ales- sandro Miiorbetti, Luigi Alamanni, i Ma- nuzi', i Murai, i Tassi, i Sanazari, i Buon- mattei, i Tolomei, ed altri innumerevoli, e dopo qualche tempo un Zappi, un Menzini, Un Lorenzini, un Salvini, un Lazzerini , un Facciolati, un Volpi, un Maffei , un Gravina, un Z annotti, e cento, e mille altri, che vis- sero, e vivano anche al presente per gloria , e Digitized by Google IO t decoro delle Muse Italiane » La memoria di queste Epoche fortuna- te per ogni genere di Letteratura non me- no» che per T Eloquenza , le quali io per bre- vità mi contento d' avervi semplicemente accennate , quale stimolo esser dovrebbe per voi , e per tutti i Giovani ad applicarsi con tutto T impegno allo studio di essa per pre- venire, ed allontanar le fatali vicende, a. cui è andata molte volte, e per lungo tem- po soggetta, e delle quali sembra, che pur troppo sia di nuovo minacciata dal poco conto, e studio , che comunemente si fa delle dotte Lingue della Grecia, e del La- zio non solo, ma della nostra medesima Italiana favella. Che Digitized by Google Oze cosa sia la Rettorica , quale ne sià il fine , la materia , V ufizio , le parti . JLj insegnamento di Cicerone, che di qua^ lunque cosa ragionamento si tenga, prima di tutto se ne determini, e se né spieghi, per mezzo d'una esatta definizióne la na- tura, ò per meglio dire, le distintive qua- lità, e così dalla mente di quelli, che ci ascoltano, qualunque dubbio, ed oscurità si rimuova. Un tal precetto seguendo io 11 eli' incominciare a parlarvi della Retori- ca, a consideraré brevemente, ed in gene- rale, che cosa ella sia, richiamo la rostra attenzione . La Rettorica pertanto, se la forza , ed il significato di questo vocabolo si ricerca, è una voce derivante da Greco* verbo, fche significa parlare . Non sarebbe ben de- dotto un tal vocabolo da altro verbo Greco' che al Latino jluo , ed al nostro Toscano scorrere corrisponde. Ma se giusta fosse una tale derivazione, esser non pò- treb- Digitized by Google 12 irebbe più adattata a spiegarci la natura dell'Arte, che a ben parlare ne in-egna. Infatti risveglierebbe in noi l' immagine del- la fluidità, della limpidezza, del moro, della copia delle acque d'un fiume, e a meraviglia ci adombrerebbe le qualità d* un ornato, elegante , e persuasivo discorso. Se poi per mezzo d'una esatta definizione, desiderate di sapere, che cosa sia in *e medesima la Rettorica, vi dirà Cicerone, che ella è C arte di parlare : Che è /' arte di ben parlare, vi d.rk (Quintiliano: v'insegne- rà Aristotele, esser V arte di vedere, ò di ritrovare ciò, che in ogni ma- cria, ò argo- mento è arto a persuader l'Uditore. Esamina Quintiliano le varie definizioni dare di quest'arte dai Retori, e senza eccettuare quelle d'Aristotele, e di Cicerone tutte le giudica poco esatte, e poco adattate a dar- ci una giusta idea di quest'arte medesima. Quantunque ineriti d'essere approvata la definizione di Quintiliano, io però non ose- rei d'asserir col medesimo, che poco es ir- tamente sia stata definita da Cicerone la Rettorica, chiamandola l'arte dì dire, se il dire, come spiega Cicerone istesso, altro non è, che parlare con nobiltà, con sodez- za di sentimenti, con facondia, con ele- ganza. Più esatta ancora, e più chiara mi sembra l'idea, che ce ne dà Aristotele , di-» cendo, esser Carte, che insegna a vedere , ò ritrovare ciò , che in qualunque materia è atto a persuadere. In- Digitized by Google Infatti sebbene a prima vista sembri, che una tale definizione non comprenda tutto quello, che è proprio della Rettorica, ma ne esprima soltanto una parte, vale a dire T Invenzione , la quale disgiunta dall' Elocuzione, come ben riflette Quintiliano, non può t'ormare un discorso; pure, se at- tentamente si esamini, niuna cosa avremo da desiderare in questa definizione. Due sono le cose, che in qualunque esatta de- finizione, secondo il commi parer de' Filo- sofi esprimer si debbono, il Genere cioè, e la Vi '/e re n za . // Genere altro non è se non una proprietà universale, che la cosa defi- nita ha di comune con tutte le altre dello stesso genere. Quello poi, che è proprio soltanto della cosa definita , e che da tutte le altre dello stesso genere la distingue, Differenza s'appella. L' una , e l'altra veg- gonsi a maraviglia espresse nell' accennata definizione d'Aristotele, il quale, quando chiama la Rettorica un Arte, dimostra, che la Rettorica appartiene al genere delle arti, raggirandosi, come le arti tu: te, in- torno alle Regole, ed ai Precetti di bene imitare la Natura , e in ciò distinguendosi dalle scienze, le quali fondate sono nelle cognizioni, che per mezzo dei sensi , ò per via di riflessione, e di raziocinio si acqui- stano. Quando poi aggiunge essere la Ret- torica r arte di vedere , e ritrovar ciò , che in qualunque materia atto sia a persuadere , quello esprime, che è proprio solo della Rei- Digitized by Google Rettorica, e che da tutte le arti la distin- gue , non eccettuata la Poesia, la quale, sebbene abbia con 1 arte Orator.a una stret- tissima relazione, pure ella è dalla medesi- ma molto diversa, proprio essendo del Poe- ta il rappresentare, e dipingere soltanto il vero, dell* Oratore il persuaderlo. Che poi una tale definizione sia anche universale, ò comprenda tutto ciò, che è proprio di quest'arte, nè alla sola Invenzione si ri- stringa, come vuol Quintiliano, facile co- sa ci sarà il conoscerlo, qualora si rifletta, che vedere , e ritrovar tutto e lo stesso , che niuna tralasciare di quelle cose, che a que- st'arte appartengono. Infatti per formare un'ordinata, e compita Orazione, non solo è necessario, come Cicerone medesimo in- segna, che T Oratore ritrovi le sentenze, ò le co*e, ma l'ordine ancora, con cui dee disporlc, ma le parole istesse, colle quali esprimer le dee, perchè tutta la bramata impressione facciano nell'animo dell'Udito- re. E perciò quando Aristotele definisce la Rettorica V arte di vedere, òdi ritrovar ciò, che è atto a persuadere, non alla sola In* venzione la limita, ma vi comprende, eia Disposizione, e l'Elocuzione, e quant' altro, per un ben tessuto ragionamento abbisogna. Nè meno chiaramente dalla stessa de- finizione, apparisce, qual sia della Rettori- ca il fine, quale Tufizio, quale la mate- ria. Imperocché essendo la Rettorica l'ar- te di ritrovar ciò, che è acconcio a persua- de- Digitized by Google % dere, è manifesto altro non avere ella in vista, che di formare un'ottimo Oratore, un' Oratore cioè , il quale parli in modo, che coloro, i quali lo ascoltano, restino in- timamente persuadi, di quanto ad essi pro- pone. A questo fine debbono pure essere ri- volte dall'Oratore tutte le mire, il quale allora potrà lusingarsi d' avere dell' Oratore adempiute le parti tutte, e i doveri, quan- 'do giunto sia a persuadere col suo parlar gli Uditori. Otterrà egli poi il suo intento coli' istruire , col muovere, col dilettare. Istruirà colle ragioni, e con le prove, muo- verà amplificando le ragioni stesse, e le prove, e maneggiando con arte gli affetti, diletterà coli' eleganza , e colla proprietà dello stile. Questa persuasione dovendosi, secondo la definizione d'Aristotele, avere in vista , e procurare dall' Oratore in qua- lunque argomento, ne segue da ciò, che tutto può esser materia della Rettorica. Materia d'un' arte dicesi infatti tutto ciò, intorno a cui l'arte istessa si raggira. Es- sendo pertanto la Rettorica l'arte di ben parlare , ò di parlare con persuasione , e ciò far potendosi in qualunque materia , ò argomento, è manifesto, che qualunque questione, che venga proposta a trattarsi, può esser materia dell' Arte Oratoria . Lo stesso in più luoghi delle sue opere inse- gna Cicerone , ma specialmente nei Libri dell'Oratore dicendo, che la facoltà, e la professione Oratoria sembra richiedere , che di Digitized by Google di tutto ciò , che venga ali 1 Oratore propo* sto, esso parli cori facondia, e con ora a-* mento. E* da avvertirsi perai' ro, che. adora quando si dice, che tutto può esser mare- ria, della Rettorica non s'intende g<a, die di tutto prenda e>sa a tratrare, cosi; che ci renda in qualunque arte, ò sc:euza ;st -li- ti; ma che avendo essa per oggetto d: fer- mare un'ottimo Oratore, atto lo rend a parlare di tutto con facondia, e con eie- ganza, a qualunque arte, ò scienza appar- tenga l'argomento» ò la causa, che a trat- tare intraprende. Non può dunque la ma- teria della Rettorica limitarsi ad una qual- che-' arto, ò sci nza particolare; aver può ella bisogno di turte le arti, ò scienze, perchè tutte somministrar possono materia all'Eloquenza. A tutte le arti, e scienze ella è utile, e necessaria, perchè a tutte dar può risalto, forza, e bellezza. Langui- rebbero i Filosofi nei loro raziocini , e nel- le loro dimostrazioni, nelle loro arringhe i Giure - Consulti , nelle loro Narrazioni gl Istorici, ie mancassero di quegli ornamenti, e di quei colori, che proprj sono dell' elo- quenza . Che se tutte le arti, e tutte le scienze materia dir si possono dell' Eloquen- za , dedurra forse alcuno da ciò, che in tutte le arti, ed in tutte le scienze debba essere l'Oratore istruito? Scarsa certo esser non dee nell'Oratore l'erudizione, e la scienza. Che cosa sarebbe mai l'Eloquenza, se di sentimenti, e di cognizioni non fosse. Digitized by Google arricchita? E <T onde le cognizioni , ed i sen- timenti si traggono, se non dalle scienze, c dall' arti? Niuno a mio parere potrà dir* si perfetto Oratore ( dice Tullio ) se dell* arti , e delle scienze acquistato non abbia la necessaria cognizione, psser dee dunque V Oratore nel tempo stesso e profondo Fi- losofo, ed eccellente Teologo ? ed abile Giù* re -consulto? Ignorar non dee la Pittura, la Scultura, la Musica, ò altra qualunque siasi scienza, p arte? Tanto io non pre- tendo dall'Oratore, risponde Quintiliano: mi basta, che egli sia bene istruito di ciò, di cui intraprende a parlare. Non dico, che egli debba essere appieno intendente di tut- te le materie, che trattar si possono; dee però poter di tutto parlare. Di quali cose adunque parlerà egli? Di quelle, che ha già imparate i e riguardo a quelle, che non ha imparate , e delle quali dee parlare , pro- curerà d' acquistarne una piena cognizione, prima di accingersi a favellarne. Due cose poi sono essenzialmente ne- cessarie per qualunque siasi discorso, i sentimenti cioè , e le parole ; e certamente se questo sia breve, e ristretto, niente al- tro per avventura ricercasi. Ma più cose ri- chiede una più lunga Orazione. Imperocché non solo importa il ritrovare, e X esaminar . ■ seriamente ciò , che dir si dee intorno al proposto argomento, ma ancora qual' ordi- ne tener dobbiamo nel nostro discorso, per- chè tutto sia al suo luogo ben collocato , e C di Digitized by Google 18 \ disposto. Ed ecco, che all' Invenzione dee necessariamente succedere la Disposizione, la quale serve, non solo mirabilmente alla chiarezza, ma non poca forza aggiunge an- cora al discorso. A che poi gioverebbe aver ritrovata la materia, e con beli* ordine distribuita, se nell* esporla man- casse V aggiustatezza, e 1' eleganza delle parole? Quanto diletta il par- lar colto, ed elegante, altrettanto di- sgusta, ed aliena l'animo degli Uditori il parlar rozzo, ed incolto, e possibii non è» che si concili l'altrui attenzione, e persua- da colui, che alla sodezza, e al buon ordi- ne dei sentimenti, e delle idee non unisce V eleganza, e la proprietà dell'espressioni. Una parte essenziale adunque al discorso è ancora 1' fclocuzione . Delle cose poi già ri- trovate, e disposte, come pure delle paro- le, colle quali sono espresse, la custode, e la conservatrice è la Memoria, della quale l'Oratore non solo ha bisogno per compor- re, ma ancora per recitare agli Uditori la sua Orazione . Non può finalmente abba- stanza spiegarsi, quanto contribuisca a far risaltare il pregio d' un' Orazione, cosicché tutta 1 ? impressione faccia nell'animo degli Uditori, la bu^na maniera di recitarla sì nel gesto, che nella voce. Da tutto ciò chiaramente si raccoglie , cinque esser le cose necessarie per qualunque Orazione , /' Invenzione cfoè, la Disposizione , V Elocuzio- ne , la Memoria , e la Pronunziamone , ed al- tret- , Digitized by ....... *9 trettante per conseguenza esser le parti del- la Rettorica, il di cui principale oggetto essendo, come si disse, il formare un otti- mo Oratore, ad essa pure appartiene il di- rigerlo con i suoi precetti in tutto ciò, che è necessario per formare un ordinato, ed eloquente discorso (a) . hd eccovi in questa divisione riunito, ed espresso quello, che formerà il soggetto di tutte le nostre rifles-^ sioni intorno a quell'arte , di cui ho già intrapreso ad esporvi le regole , per diriger- vi nello studio, e nell'esercizio dell' Elo- quenza . PARTE I. ptlV Invenzione. N on sfuggirebbe certamente la taccia di temerario, e d* imprudente, nè mai sareb- be (a) Omuis die e n di rati» , 'ttt fiutimi, maxnnique auctores tradideru :t , qui^que partiùus constata hi* veutione , Dispositioue , b toc ut ione Memoria, Pro* fiunciattone , sive actione , utroque enim modo dici* tur . . . Non enim tantum refeft , quid , et quo moda dicamus , sed etiam quo loco; opus ergo est Dispo* sitione Sed neque omnia, qude r,s postulat , dicere, neque suo quaeque, loco poterimus , nisi jdjuv/.ute, memoria . quapropter ea quoque pars quarta erit . Verum baec cuncta corrumpit , ac propemodum perdit indecora vel voce , vel gestu pronuuciatio. QuWl. Insc. Rhct. Lib. ili. Digitized by Google be possibile, che si acquistasse la fama di dotto, c giudizioso Oratore, chi d' un qual- che «oggetto s' accingesse a parlare, senza averlo prima ben meditato , c senza aver messa insieme, ed ordinata la materia, che per trattarlo con dignità, con persua- sione , e con diletto di chi ascolta , è necessaria . La chiarezza, 1' ordine, la facondia, prin- cipali pregj d'una perfetta Orazione , sono una conseguenza , secondo Y insegnamento » d' Orazio, della buona scelta della materia, e del pieno possesso, che si è acquistato della medesima: Cui leda potenter erit res t Nec facundia deserei hunc, nec lucidus ordo. Questo solo riflesso sembrami bastante, per rendervi persuasi della necessità di que- sta prima parte della Rettorica . Viene essa definita da Cicerone un ritrovamento dico* se vere, b verUimili, che probabile rendon la causa (a). Infatti dovere essendo dell' Oratore il persuadere chi ascolta, tuttala sua premura, ed industria impiegar dee primie- ramente nell* immaginare, e nel rinvenir quelle cose , che atre sono a produrre negli ani- mi degli' uditori un simile effetto. Tale es- scudo pertanto la' natura dell' uomo, che per quel! 1 innaro amore, che porta alla ve- rità, di buon grado alla medesima cede, e si sottopone, quando sia a lui fatta cono- scere , e chiaramente dimostrata, tutto l'im- pe- » : " . (a; De Invent. Lib. 1. Digitized by pegno dell* oratore confister dee nel ri- trovar quelle ragioni, e quelle pro- ve , che render possono V uditore per- suaso della verità dell' assunto, che ha preso a trattare, E siccome in tutte le cose aver non si può una verità certa, e chiaramente dimostrata, ma della sola pro- babilità, ò vensimiglianza bisogna sovente appagarsi ; con tutta ragione vien definita da Cicerone V Invenzione un ritrovamento di cosò non solamente vere, ma ancora pro- babili , e verÌ6imili * Ma d' onde trarrà egli queste ragioni , e queste prove su la verità , ò su la* verisimiglianza fondate? Sarà ques- ta la prima cosa, che in parlando dell' In- venzione ricercheremo, additando i fonti, da' quali ricavar si possono gli argomenti opportuni , per dimostrare le proposte verità . Ma poco gioverebbe T averli ritrovati, e molto perderebbero della lor forza, se la maniera ignorassimo d' esporli con chiarez- za, e con ordine. Si ottiene ciò per mezzo dell' Argomentazione, e di questa in secon- do luogo noi parleremo. Le semplici prove per altro esposte per mezzo d* una nuda, e concisa Argomentazione, come fanno i Fi- losofi, possono bensì istruire, ma non già muovere gli animi degli uditori. E' neces- saria perciò kopra d' ogni altra cosa ali* Oratore 1' arre d' amplificare, e di mettere nella sua più bella, e viva comparsa gli argomenti, che ha già ritrovati, ed esposti; e quindi nasce la necessità di parlare dell' Ani- Digitized by Google li Amplificazióne, fcbbene giunger mal ìiòìi pc/trà a trionfare dell altrui cuore, sé non ne sappia maneggiare , ed eccitare opportu- namente gli affetti, nè mai il saprà, se de- gli affetti medesimi ignori la naturai . Sem- bra però soprattutto importante cosa il trat- tare in quarto luogo degli affetri medesimi . CAPITOLO t t>è Luoghi Oratori Ci uando poco sopra vi feci di passaggio osservare > poter le arti tutte , e le scienze somministrar materia al discorso, sembrami avervi anticipatamente accennati i fonti, da* èui trae V Eloquenza la materia d* ogni $uo ben tessuto, ed ornato ragionamento. Benché non sieno esse tra i luoghi Oratori annoverate espressamente da Cicerone ; per al- tro si Scorge, questo essere stato il suo sentimen- to, mentre nel libro" de// Oratore ampiamente di- ci ostra, dover' esser nelle medesime non poco istruito, chi l'Oratoria professione brama di esercitare con lode. La qual Professione , come per lo più si ristringeva allora alle cause del Fo- ro , così egli si fonda Specialmente nel rile- vare la necessità della Giuris-prudenza in un Oratore. Come in fatti senza unà piena, cognizione delle leggi difender si può, ò impugnare una causa, che tutta sulle leggi *i " Digitized by * 3 si raggira* e s' appoggia? Ma più esteso sembra essere di presente l'oggetto dell'Elo- quenza , mentre per lo più sacri, morali, filosofi- ci, e d'erudizione sono gli argomenti, che occasione porgono di scrivere , ò di favel- * lare. Trattandosi adunque d' accennarvi i fonti, ai quali ricorrer dovete per trovare la necessaria materia per i vostri ragiona- menti , ai fonti stessi delle Umane cogni- zioni, ò alle Arti, ed alle scienze mi con- viene di richiamarvi. Permettetemi perciò, che come in un quadro delineati, e ristret- ti a voi li presenti , per animarvi ad ac- celerare il corso de* vostri studj, e ad a- prirvi quanto prima 1* accesso a questi me- desimi fonti, per fecondare la vostra men- te di cognizioni, e d'idee, senza le quali ad un vano suono di parole riducesi 1' Eloque n- za. Rifletter dovete adunque, che tutte le nostre cognizioni ridur si possono alle due principali facoltà del nostro spirito, alla Memoria cioè , ed alla Ragione ; ed è lo stes- so, che dire, che tutte le nostre cognizioni ridur si possono a due principali capi , alla Storia cioè, che serve alla Memoria, ed alla Filosofia, la quale è tutto lavoro, ed ope- ra della Ragione. Verrà il tempo opportu- no d' accennarvi un' altra sorgente delle cognizioni Umane, che è i Immaginazio- ne » ed allora il farò, quando parlerovvi della Poesia , che all' Immaginazione spe- cialmente appartiene. La Storia altro non è , che una nar- ra-  &4 fazione di cose, 6 di fatti, sia che ella ci inetta sotto degli occhi, quanto ne' passati tempi è avvenuto, sia che alla memoria de* posteri tramandi gli avvenimenti del nostro secolo. Ella è con ragione chiamata da Ci- cerone la maestra della vita, poiché rammentandoci le virtù, ed i vizj degli uomini, ci apre una scuola, dalla quale apprender possiamo quello , che da noi pu- re far si debbe , e quello , che si dee con Ogni premura fuggire . E siccome i fatti , é le cose , che ella racconta , sono opere , o di Dia, ò degli Uomini, ò della Natura, indi ne nasce la generai divisone della Sto- ria in Sacra, Civile, é Naturale. La Storia sacra dividesi in Sacra propriamente detta , ed in Ecclesiastica . La prima è la Storia medesi- ma della Divina Rivelazione dal principio del Mondo fino al principio , ed allo sta- bilimento della Cristiana Religione, ò vo- gliam dire la Storia delle Figure, e dello Profezìe, che precedettero la ^venuta di Ge- sù Cristo, e dei compimento delle medesi- me in Gesù Cristo, e nella sua Chiesa. La seconda è la Storia della Tradizione , àdéi- le cose apprese dalla bocca istessà di Ge- sù Cristo, e tramandate a voce dagli Apos- toli., delle quali, come pure della Rivela- zione contenuta nei Libri dell' antico, e nuovo Testamento, depositaria, custode, e Giudice infallibile è la Chiesa medesima. Ed ecco i due fonti, che somministrano ampia materia per ogni sacro, e morale ra- Digitized by H ragiónàthehtò; ecco per conseguenza lo stu* dio, che principalmente intraprender si dee,' fe non mai interrompere dà coloro, che destinati sono ad istruire gli altri nella scien- za di Dio, nella Religione , nei santi costumi. Là storia Civile prende di mira ì' uo- mo ò nelle sue azioni, ò nelle sue cogni- zioni, e perciò divider la possiamo in Ci- vile pròpriamente detta ; ed in Letterària. Le memoria, e le antichità riguardanti le imprese civili j e militari , la Religione , i costumi, le usanze, le leggi degli- antichi popoli somministrano la materia ad una storia completa, ed una storia completa è» il fonte d'ogni erudizioné- Come dunque arric- . chir potrete i vostri scritti, e i vostri ragiona- menti d'erudite cognizioni; còme illustrare, e confermare ancora con opportuni esenipj le ve- rità, che da voi si vogliono nell'animo de- gli uditori insinuare, se allo studio della.. Storia con impegno non v' applicate ? E per àpplicarvi ad essa con frutto, separare noa he dovete la Cronologia, e la Geografia, ò la scienza dei tempi, e dei luoghi, la pri- ma delle quali colloca, per dir così, gli Uomi- ni nel tempo, gii distribuisce V altra sul Globo térraqueo. Separar non ne dovete la La- pidària , e la Numismatica , la cognizione • cioè delle Iscrizioni,- e delle Medaglie an- x tiche , d:lle quali riconosce un gran lume Ivi Storia , essendo ad esse debitrice delia notizia di tanti avvenimenti, e di tanti uomini , che senza di esse rimasti sarebbe- ^ ro t r Digitized by Google 26 ro per sempre sepolti nell' oblìo. La Storia Naturale ci presenta come* in un quadro la Natura medesima nei dif- ferenti suoi oggetti. E siccome la Natura ò è uniforme, e costante nelle sue produzio- ni, e ne' suoi effetti, ò devia dal suo corso ordinano, come nei Mostri, ò è obbligata, e piegata ai diversi usi, come nelle Arti; indi ne nasce la triplice divisione della Storia naturale in Istoria della natura uni- forme, in Istoria della natura mostruosa, in Istoria della natura applicata ai diversi usi degli Uomini . La Storia della natura uni- forme si può dividere in tante Storie par- ticolari , quanti sono i corpi , quanti gli ef- fetti , quante le produzioni della Natura medesima. Quindi senza entrare nelle ca- use fisiche, che gli producono, tesser si po- trebbe la storia de' Corpi Celesti , delle Me- teore, ò de* Fenomeni dell' aria, la Storia della Terra, e del Mare, degli Animali, de' Vegetabili, de' Metalli ec. Lo stesso far si può riguardo alla Stona della Natura mo- struosa, potendo la natura talvolta deviare dal suo corso ordinario nel Cielo, nella Terra, negli Animali, nelle Piante ec. La Storia finalmente della Natura ap- plicata agli usi diversi degli Uomini com- prende le arti, 1 mestieri, le manifatture, che altro non sono, che applicazioni delle diverse produzioni della Natura , dei Me- talli, per esempio, delle Gemme, delle Pie- tre, e de Cristalli al bisogno dell' uomo, e Digitized by at e pur troppo ancora alla delicatezza, ed al lusso . Molto più estender mi dovrei parlan- dovi dell' altro tonte delle umane cognizio- ni , che è, come si è detto, la Ragione, ò la Filosofia, infiniti essendo di questa gli oggetti . Ma per giusto riguardo di non pro- lungarmi di troppo , e di non proporvi cò- se alla capacita vostra di preseme alquan- to superiori, mi conterrò dentro i limiti della brevità, c d* un' idea, che da voi pu- re esser possa ben concepita, ed intesa. E perciò a considerar vi propongo tutto quel- lo, che alla Ragióne, ò alla Filosofia ap- partiene, riunito in tre principali oggetti soltanto, che sono Iddio, V Uomo, la Na- tura; cosicché quando udite nominare la Filosofia, quella scienza intender dovete, the tutta si occupa nella contemplazione di Dio, nella contemplazione dell'uomo, nella contemplazióne della natura. E senza che io en- tri in un minuto , ed inopportuno dettaglio delle tóse appartenenti a ciascheduno di questi tre rami , nei quali di videsi la Filosofia , questa sola divisione sembrami esser bastante, pefr farvi concepire , 'quai copia immensa di cognizioni, e di materia somministri all' Eloquenza la Filosofia, e quanto si renda principalmente ad un oratore necessario il più attento, e profondo studio della medesima. E adat- tando questo principio all' Eloquenza sacra, 6 del Pulpito, come è possibile, che un sa- tiro Oratore parli con aggiustatezza di Dio , e delle < I 28 delle infinite sue perfezioni , e ai doveri in- dispensabili di adorazione » di lode, di rin- graziamento» e d' amore verso di Esso ri- chiami, e muova le menti degli Uditori, se dallo studio di una buona, e Cristiana Filosofia appreso non abbia e di Dio, e delle sue perfezioni queir idea» che può dall* uomo acquistarsene? Parla di Dio la ragione; rielle opece di Dio la ragion© discopre la necessità, e la venta .della di lui esistenza , discopre una gran parte de* suoi divini attributi, la sua sapienza, la sua onnipotenza» la sua provvidenza, e bon- tà infinita; e 1* universo, e quanto in esso si contiene, è come uno specchio, che ci presenta l 1 immagine di questi stessi attri- buti , è un magnifico palazzo, che, al dir di Cicerone, dimostra la grandezza, e la sapienza del padrone, che vi abita , e che ne è stato V ottimo, ed ammirabile arte- fice. Ecco come nella contemplazione di Dio occupa le nostre menti la Filosofia. I lumi della ragione per altro son deboli, e cor- ti. I vaneggiamenti, e gli errori degli an- tichi Filosofi intorno alla Divinità ne sono stati pur troppo una prova, ed una prova ne sono gli empj sistemi di non pochi tra* moderni , i quali idolatri della Ragione qualunque altro lume rigettano. Iddio ha parlato di se medesimo, e si è degnato di rivelarci quello, che con la sola scorta del- la Ragione non sarebbe giammai V uomo ar- Digitized by Google z 9 arrivato a scoprire. Non può dunque un sacro Oratore parlare degnamente di Dio, e de' suoi incomprensibili misterj, se non ascolta Iddio medesimo , e non si applica al- lo studio, ed alla cognizione di quelle ve- rità, che egli ci ha rivelate. JWa se la li- mitazione, e la debolezza della Ragione è un motivo per un Filosofo di consultare nel- la contemplazione di Dio la Divina Rive- lazione, e di sottomettere rispettosamente ai suoi Domini infallibili la ragione, non dee un sacro Oratore sdégnare i lumi, che la ragione ne somministra, per viepiù con- fermare , e persuadere le verità rivelate con prove dal lume naturale dedotte ; ed una gran forza a convincere, e persuadere avrà quella dimostrazione, in cui ali* autorità, infallibile di Dio, che ha parlato, si unis- ca ancora la voce della ragione. Nè meno necessaria ad un Oratore è la contemplazione dell* Uomo> la quale, come si disse, è il secondo oggetto della Filosofia. L' intelletto, e la volontà sono le dire facoltà principali dello spirito uma- no. Come dotato d' intelletto Y uomo è capace di conoscer la verità; come di volontà for- nito, ama, e desidera il bene; e, siccome Io scopo della Filosofia è d' additare all' uo- mo il sentiero, che alla vera felicità con- duce, così prende ella ad esaminare queste due facoltà dello spirito, per diriger 1* uo- mo alla cognizione del vero, per dirigerlo alla virtù, essendo questi i due mezzi per / giun- . 3 ° giungere alla felicità. La prima di queste due» cose è r oggetto di quella parte di Filosofia che Logica s' appella, oggetto della Morale la seconda. Benché la Logica riguardar non si possa, come un fonte di materia peri* Elo- quenza, non è però meno necessario ali* Oratore lo studio di essa, quella essendo, che all' Eloquenza prepara, e dispone, e contribuisce non poco a fermare un buon Oratore. Consiste infatti la Logica nell' ar- te di pensare, neli ? arte di ritenere le acqui- state idee, nell' afte di comunicarle altrui per mezzo del discorso. Non è possibile, che ottimo Oratore addivenga, chi non ha appreso a rettificare la propria mente nelle sue idee , ne' suoi giudizj , ne' suoi raziocinj , e nel buon metodo di dimostrar le cose: non è possibile, che parli con eleganza, e con proprietà, chi per mezzo d* un fon- dato studio della Grammatica non ha ap- preso il retto uso dei vocaboli, e delle lin- gue , chi dallo studio della Rettorica non ha imparato a conoscer le qualità, che aver debbe il discorso. Nè di piccol vantàggio sarà ad un Oratore, come ognun di voi ben comprende, T applicarsi all' arte r ò ai mezzi di ritener le proprie idee, ò di con- servarle per mezzo della Memoria , doven- do a mente recitare ciò, che ha scritto, ò meditato sul soggetto, che ha preso a trat- tare. Quanto feconda però di materia è per un Oratore la Morale, ò quella scienza, che ha per oggetto il diriger V uomo nelle sue  «ue azioni secondo le regole, ed i principi della rettitudine, e dell' onestà! L'uso più lodevole, e vantaggioso, che far si possa dell' Eloquenza quello è d* ispirare air Uo- mo T amore, e la pratica della virtù, 1* odio, e la fuga del vizio. Neil' adempimen- to dei doveri, che all' uomo sono imposti dalle leggi naturali, e positive, divine ed umane, consiste la virtù: nella violazione, ò trascuratezza dì tai doveri consiste il vizio. Non potrà dunque esser giammai in grado di stimolare gli al- tri alla virtù, ò di richiamarli dal vizio col dimostrare i pregi, ed i vantaggi di quella, la deformità, e le funeste conse- guenze di questo , chi per mezzo dello stu- dio il più profondo della morale non è arrivato a conoscere in tutta la loro esten- sione, ed in tutti i loro rapporti sì fatti doveri. E dove meglio acquisterà una tal cognizione , che ne* Libri della Sacra Scrit- tura, e nelle opere de Santi Padri? Questi sono i fonti , da' quali attinger potrà i prin- cipi , o le regole della più sana, e pura morale ; .questa è quella scuola, alla quale apprenderà quella semplice, ed insieme no- bile Eloquenza, colla quale deve sempre più animare i buoni all' esercizio delle vir- tù , ed ora atterrire salutevolmente i catti- vi per richiamarli dal vizio , ora dolcemen- te invitarli alla penitenza , ed al retto sentie- ro della salute. Quanti sono finalmente i corpi, che ci pre- Digitized by Google 3* presenta la vista dell* universo nel Cielo, nel!' aria, nella superficie, e dentro le vie «cere della terra, e nel mare; le proprie- tà universali, e particolari dei medesimi corpi , le cause , che li producono, 1 loro ef- fetti , le leggi' ammirabili , alle quali gli ha assoggettati il Creatore per la cqnservaz.o- ne , e per X ordine dell' universo stesso , tanti sono gli oggetti di quella parte di Fi- losofia, che nella contemplazione, e nella scienza della Natura si raggira, e che perr ciò viene col nome di Fisica appellata. Che poi una tale scienza sia anche all' Oratore necessaria , ed opportuna non solo quando tratta espressamente soggetti alla medesima appartenenti , ma in qualunque genere di com- posizione, basta, per comprenderlo, il riflet- tere, che la vera Eloquenza imitar dee la natura, e nella natura medesima trovar quelle bellezze, che allettano, e rapiscono gli animi degli uditori . Le vive , e nobili de- scrizioni, le similitudini proprie, e signifi- canti sono gli ornamenti, ed i lumi sì delia prosa, che della poesia. Ma perchè tali es- se sieno , esser debbono naturali, debbono cioè non solo esser prese dalla Natura, ma esprimere al vivo la Natura medesima. Se f Oratore, ò il Poeta, richiedendolo il sog- getto, che tratta, ò volendo porre in chia- ro per via di similitudini quelle), che dice, descrive per esempio una tempesta, un. incendio, una inondazione, una pestilenza, una rovina, ed sclere simili cose, ma nelle . sue Digitized by Google 33 lue descrizioni , ò similitudini io non veggo ta- li cose come in un quadro dipinte al natu- rale, ed espresse, quali realmente esse sono f e quali succedono, anziché diletto, noja, e disgusto mi recheranno le sue descrizioni , e le sue similitudini. E come potrà in questo ben riuscire T Oratore, ò il Poeta senza studiare, e contemplar la natura per potè*» la bene imitare ? Da quello , che fin qui vi ho general- mente esposto riguardo ai fonti deli Elo- quenza, che sono i fonti stessi dell' uma- ne cognizioni, due conseguenze dovete me- co dedurre . La prima si è , che applicar vi dovete con impegno allo studio delle belle arti, e delle scienze, ad oggetto di fecon- dare per mezzo d' un tale studio la vo- stra mente di cognizioni , e d'idee; la secon- da , che , qualunque volta vi avverrà di do- ver comporre qualche ragionamento, esami- niate prima, a qual branca di scienza, ò arte ne appartiene il soggetto , studiate quindi il soggetto medesimo profondamente, cosicché arriviate a vederlo , e conoscer- lo in tutte le sue parti, in tutta la sua estensione, ne' suoi rapporti, nelle sue circostanze. Frutto di questo studio sarà l* abondanza della materia, che si presenterà da ogni parte al yostro spirito, cosicché lungi dal temere di trovarvi nella mancan- za, e nella sterilità, vi sgomenterà piuttos- to molte volte la copia per la difficoltà di ben disporla , ed esaurirla nel giro d' una discreta Orazione. D " Do- Dopo queste osservazioni intorno ai ve- ri fonti dell'Eloquenza potrebbe alcuno giu- dicare superfluo , che io vi trattenga intor- no a ciò, che de' Luoghi Oratorj in lunghi trattati hanno esposto gli antichi Retori, e su le loro tracce molti ancora de' moderni. L' esame critico , e giudizioso , che fa di ta- li trattati il celebre Sìg. Blair nelle sue Le- zioni di Rettorica, e di Belle Lettere ten- de a dimostrarne l'inutilità. Ecco le sue riflessioni. L' Invenzione è certamente la ba« se, ed il fondamento di tnttóciò, che è ne- cessario per formare una compiuta Orazio- ne ; ma intorno ad essa io temo ( dice e- gli , ) che ecceda il potere dell' arte il som- ministrare soccorso veruno. Niuna arte può fornire ad un Oratore argomenti sù d'ogni soggetto, quantunque esser gli possa di gio- vamento grandissimo nel disporre , ed espri- mere quelli , che la cognizione del sogget* to gli abbia fatto già discoprire. Imperoc- ché altra cosa è il trovare le ragioni più atte a convincere , altra il maneggiare que- ste ragioni nel modo più vantaggioso . Que- st' ultima è la sola cosa , a cui la Rettori- ca può pretendere . Troppo adunque estese- ro i limiti, e l'efficacia di quest'arte colo- ro, che tentarono di renderla capace d'as- sistere gli Oratori non solo nel presentare nel modo migliore, ma nel ritrovare gli ar- gomenti medesimi sopra qualunque «sogget- to. I Greci Sofisti furono i primi inventori di questo artificial sistema d'Oratoria, e mo- Digitized by Google mostrarono una sottigliezza , ed una fecon- dità ammirabile d'ingegno nella formazione de' Topici, ò de' luoghi, e delle sedi de- gli argomenti , che altro in sostanza non sono, che idee generali applicabili ad un gran numero di diversi oggetti , che 1 Ora- tore è obbligato a consultare per trovar materia al suo discorso. Da un tal piano abbagliati i Retori susseguenti lo ridussero a sistema sì regolare , che sembra quasi , che presumessero d'insegnare, come uno potesse divenire meccanicamente Oratore, benché sfornito d'ingegno. Ma per verità, sebbene lo studio di questi Luoghi Oratorj ( prosegue il c t'ito Inglese Scrittore ) pos- sa produrre delle pompose declamazioni, non potrà mai produrre un utile ragiona- mento . Somministrano essi bensì un' esu- berante fecondità di materia; e chi altra mira non avesse, che di parlare copiosa- mente , consultandoli sù qualunque sogget- to , e valendosi di tutto quello, che sugge- riscono , potrebbe parlar senza fine , anche quando nofi avesse, che una superficial co- gnizione della cosa . Ma sì fatti discorsi non possono essere, che triviali. Il sodo vera- mente, e persuasivo dee trarsi dalle visce- re della causa, da una piena cognizione del soggetto, da una profonda meditazione 6or>ra di esso. Quei, che vogliono incam- minare gli studiosi dell' Oratoria ad altre sorgenti d' argomentazione, non fanno, che deluderli; e col tentare di render la Retto- rica Digitized by Google S6 rica un* arte troppo perfetta, la rendono realmente un arte vana, e puerile, Per quanto giuste > e savie io ravvisi le riflessioni di sì illustre Retore, pure pen- so di non abbandonare il piano, che ho fin ora seguito, ed entrerò ben volentieri nel numero di quelli, i quali non credono al- meno affatto inutile la cognizione dei luo- ghi Oratorj per migliorare (coni' ei dice) /' Invenzione. Accordandomi eurli , che una tal cognizione aprir può un' esuberante fe- condità di materia, perchè chiudere ai Gio- vani studiosi una sì fatta sorgente? Dopo aver dunque inculcato a voi quello, che egli con rutta ragione insegna, che so- prattutto bisogna studiare il soggetto, di cui si dee parlare, e che nella piena co- gnizione di esso convien ricercar la mate- ria ai discorso, non credo inutile V aprirvi almeno la strada alla intelligenza delle ce- lebri, e sagge opere d' Aristotele, di Cice- rone , e di Quintiliano. L' esame intorno ai Luoghi Orarorj , quando anche riguardar £i coglia come inutile per il ritrovamento della materia, mi somministrerà almeno oc- casione d' esporvi molte utilissime regole, riguardo al modo di scrivere, e di parlare con proprietà , come pure di corregger mol- ti difetti, nei quali sovente si cade i e di mettervi per V uno, e per 1' altro oggetto sotto degli occhi x più luminosi esempi d eccellenti Scrittori (a). Lo stesso io farò, e per * . ! =r ; , zz * (a) Conferma il mio Sentimento il i>ig. blu Giar- 04 per le sfesse ragioni riguardo agli affetti i benché altronde io creda ben fondato il dubbio del citato Retore, se un esame Fi- losofico intorno alla natura di essi giovar possa molto a rendere un Oratore più pa- tetico di quello , che render lo possa una certa forza , e sensibilità cT animo sortita dalla natura . Distinguendo adunque sulle tracce (T Aristotele, e di Cicerone i Luo- ghi Oratorj in intrinseci, i quali cioè som- ministrano argomenti, e prove dedotte dail* intima natura della causa ò dell' argomen- to, che si prende a trattare, ed in estrin- seci » ò che somministrano prove , e ragioni alla causa, ò air argomento affattor estrin- #z=z=m~ . ' . =± r- v r- « dini Pubblico Professore à° Umanità nell' Uuiver- sirà di Pavia . fccco , come Fgli s* esprime in una Nota all' Atticolo I. de* Luoghi interni, ò artifi- ciali nel suo eccellente Trattato intorno all' Arre Rc-ttorica : Credono alcuni inutile il trattar de 9 Luoghi Oratorj , perche dicono essi : come la mag- gior parte degli Uomini camminano benissimo senza sapere le regole del ballo , o almeno senza rifletter- vi attualmente \ cosi un buon Oratore prova egre giamente il suo assunto Senza pensar nemmeno a % Luoghi suddetti. Ma sappian costoro* che i puceU ti scrivonsi fer chi non sa, non per chi è già buon Oratore , e che questi nùn sarebbero tali , se prima con un continuo esercizio formati non si fossero su le regole istesse; in quella guisa appunto, che chi fatto uomo cav mina velocemente , e Senza indugio sopra un sentiero, ebbe da bambino b'sogro d'uva mano pievsn , che lo scortasse e dirigesse affine che ad ogni pasio non cadesse miseramente al suolo.,, Digitized by Google estrinseche; (a) io vi parlerò primieramente della Definizione, quella essendo (come Ci- cerone insegra nella introduzione all' au- rea sua opera intorno ai Doveri dell' unno) da cui dipartir si debbe qualunque ben or- dinato Ragionamento. - §. t . .Bella Definizione* IL* a Definizione adunque , secondo Cicero- ne (b) , è un discorso , mediante il quale si spiega, quale sia in se medesima Una qualche cosa, ò quali sieno le qualità essenziali, che da ogni altra cosa la distinguono; poi- ché essendoci delle cose ignota la natura * e T essenza , arrivar non si può a compren- derla , e ad esprimerla con le parole . In due maniere si può definire una cosa, delle qua- ' li una è propria de' Filòsofi, T altra degli Oratori . Ripetiamo più opportunamente irl questo luogo quello, che abbiamo nel de- finir la Rettorica semplicemente accennata. Quando i Filosofi definiscono una qualche cosa ricercano primieramente ciò, che la cosa da definirsi ha di comune con le altre dello stesso genere , e questa universale , ò co- (a! Argumevta ducentur ex ìocis aut in re ipsa insìtis , aut assumptis . Cic. Part. Orat, (b) Cic. Topic. Digitized by > comune proprietà vien da essi chiamata Cenere. Esaminano quindi con attenzione quello, che è proprio soltanto della cosa, che definiscono, e che da ogni altra del medesimo genere la distingue, e questo par- ticolare , e distintivo attributo sogliono col nome ài Differenza appellare. Essi però de- finirebbero 1' uomo dicendo : L' uomo è un Animale ragionevole, esprimendo con la vo- ce Animale il suo genere, ò ciò, che 1' uo- mo ha di comune con tutti gli altri Ani- mali, e con T epiteto Ragionevole la Diffe- renza, ò quello, che lo distingue da tutti gli altri Animali , -vale a dir la Ragione . Gli Oratori poi non stanno ad una sì rigorosa legge attaccati; ma amplificando le loro definizioni oltre al Genere, ed alla Diffe- renza esprimono ancora della cosa definita le altre qualità, le parti, oud' ella è com- posta, le cause, che la producono, gli ef- fetti, che ne derivano, il fine, e T uso a cui è destinata , e quant' altro le può per qualunque ragione convenire- L'uomo (dir potrebbe perciò un Oratore nel definirlo) è l'opera più bella tra le visibili, che dalle inani escisse del Creatore; di due diverse • sostanze composto corporea, e spirituale; a differenza degli altri animali d' intendimen- to , e di rag. ere detato; che porta in se scolpita V immagine del suo stesso Divino Autore; e dopo il breve corso della vita \ presente è destinato ad una felicità perfet- ta , ed immortale. Della Definizione Ora- lo- Digitized by Google 4* tória esser potrebbe uri esempio quella cKè liei suo Laberintodà il Boccaccio dell' Amor profano: g Federe adunque dovevi, amore estere una passione accecatrice delV animo; disviatrice dell' ingegno, ingrossar rice , anzi privatrice della memoria, dissipatrice delle terrene facoltà i guastatrice delle forze del corpo, nemica della giovanezza, e della vec- chia/a morte, generatrice dei vizi, ed abita- trice de 9 vacui petti , cosa senza ragione ,senz % ordine i e senza stabilità alcuna , vizio delle menti non sanè, è somthergitricc delV umand libertà». Dà. questo solo tempio rilevar po- tete , che là definizione Oratoria» anziché definizione , una descrizione piuttosto può con tutta* ragione chiamarsi. Bella, ed ele- gante è àncora la maniera, che usano tal- volta gli Oratòri nel definire le cose, di; cendo prima quello, che esse non sono, ne può loro in alcun modo convenire, é pas- «ando quindi à spiegare quello, che sono» lo che ad esprimerle con maggior vivacità, e chiarezzà non poco contribuisce, onde me- glio s* imprimano , e maggior colpo faccia- no nel!* animo degii uditori: in quella gui- sa appunto* che màggiore impressione fa in noi, e più bella ci comparisce la luce pel confronto, che ne facciamo con le tene- bre, che la precedono. Familiare perciò noi vegliamo essere statò à Ciceróne uh tale artifizio nel definire, di cui mi contenterò d' addur qui uri solò esempio trattò dali'* Ora- zione Pro domò $Udi dove dar volendo unà Digitized by Google , 4i chiara idea del popolò Romano èfcpòtiè pri- iiià quello, che non era , dicendo : » An tu Pòpulum Potnanum lesse iiliùn putas,qui cons stat ex iis , qui mercede, cohducuntur ì qui impeUuntur, ut miri ajferant magistratibusf Ut ibsideant senatumì optent quotidie caedem, incendi u rapinasi .... O speciem , dignitatetri- ijue Populi fiumani , quatn reg eS i qudm natio- hes exteràe ; quam genies ultimàe perdine* scànt; inulta udincm hominum ex servis cori* dudii i ex Jacinorosis, ex egentibas congrega* iàm »! Quindi venendo ad esprimere, quaì era veramente il Popolò Nomano soggiunge: ///e, Uh Popnlus est domimis regurrt, vi- ti Ctut *, atque imperdtor otti niu tri gentiumec.ft Ma veduto avendo, conte definir si pos- sono le cose, rimane solo, che àcceuiniàmOj fcorrie da questo Luogo Oratorio trar si pós- ta materia di favellare. Esso infatti è sì fecondo, che una sola deftnizioné può tal* volta somministrar la materia per uh inte- ro , e ben lungo ragionamento . Serva cT esémpio Alessandro Seghi nella sua Orazio- ne dèi peccato, tra le Prose Fiorentine VóL V. Par. I. nella quale preso avendo» al di- mostrare , che il peccato stesso e ih questi viti del peccatore la péna* dalla definizio- ne del peccato ne deduce le prove' più còtf* Vincenti : a Si sà pure, Uditori, altro non es- # sere il peccato , che V allontanamento delia i$ volontà per mezzo della disubbidienza da Dio; E quale, Uditori, può darsi péna pià rigorosa, quale assegnarsi gastigo più *<t- 43 9 5 vero, quale decretarsi supplicio più atroce*, 95 che lo star lontani da tHo, che il ritro- 95 vani lungi dalla sua grazia vivificante , 55 che V esser privi de" suoi a uti potentissimi? w E che disavvenmre non sovrastano , che z/i- 9» felicità non accompagnano , che pericoli non 55 circondai! colui, che in tal pessimo stato, 95 ed abominevol si giace 15? Ma poiché lun- go sarebbe il riportar qui tutta la sua di- mostrazione, basterà semplicemente l'aver- la accennata, potendosi agevolmente indi comprendere, qual'uso voi pure far dovete della definizione. Da questo Luogo Oratorio sembrami, che disgiunger non si debba quello, che Etimologia , 0 notazione del nome , s ap- pella, non altro essendo questo, che una definizione, per mezzo della quale la forza di un qualche nome , ò vocabolo si dichia- ra. Ecco come per mezzo dell'Etimologìa spiega il Passa vanti, che cosa sia la Con- trizione: 55 La Contrizione si dice da tritare. Come noi veggiamo in queste cose corporali, che alcuna cosa si dice tritata , quando si di- vide, ò rompe in minute parti, cosicché non vi rimanga niente di saldo ; così il cuore del peccatore , il quale il peccato fa duro , intiero , ed ostinato nel male , quando ha sufficiente dolor del peccato, quazi si rompe, e si trita, in tal maniera, che V affetto al peccato non vi ha parie, ò luogo veruno, ove possa ri- manere 95- Una tale definizione non solo serve alla chiarezza, ma somministra tal- vol- Digitized by Google Veltri pròve, e ragioni, e specialmente ili arre ir er.ri di lede, ò di biasimo; ed ih quella maniera, che Cicerone per mettere in rid colo Verre , e Gnsogono ha scherza- to su r interpetrazione de' loro nomi, adat- tando il primo a sign, furare uno, che per mezzo di l'urti, e di rapine spazza, e por- ta v;a ogni cosa, l'altro, che nato dall' òro significa, a meraviglia convenendo ad uno, che è dalla passione dell'avarizia do- minato: così potrebbe taluno prender moti- vo di celebrar le lodi di Gesù Cristo dal si- gnificato dell'augustissimo nome di Gesù, e di tèsser l'elogio della SS. Vergine dall' interpet» azione del nome di Maria, come ha fatto uh S. Bernardo, di lodare V elo- quenza, e la dottrina di S. Gio. G ri sorto- telo, bene espressa nel di lui Greco nome» che aurea bocca significa. — ì-ì.. §. ti. Dell' enumerazione delle Parti. M a vanghiamo adesso ad accennare tìn Élltro luogo Oratorio, che Enumerazione del- ie partì h appella -, della definizione nori meno certamente fecondo, e di essa senza dubbio più atto all' amplificazione , ed ai movimento degli affetti . Il nome stesso poi abbastanza dichiara, non altro doversi in- ten- Digitized by Google 44 tendere per ennmerazlott delle parti, se non che diviso nelle sue patti un Qualche tutto, ò fisico, come il corpo umano ne* piedi, nelle mani, nel capo ec. ò morale, come la virtù in Prudenza, Giustiziai Tem- peranza, e fortezza, l'Oratore va ad una ad una individuandole, e venendo quindi alla conclusione dell'argomento afferma, ò nega del tutto, quanto ha delle parti» af- fermato, ò negato. Così Cicerone dopo aver dimostrato, che si ritrovavano in Potn-_ £eo la scienza dell'arte militare, il valore, l'autorità ò il credito, e la fortuna, quali- tà, che formano un ottimo Generale, con- clude, ed afferma tale essere stato Pompeo. Affinchè però convincente sia l'argomento, voi ben vedete, così esatta dover essere T enumerazione delle parti, che niuna se ne tralasci*. Infatti una delle sopraccennate qualità, che mancata fosse in Pompeo, ba- stava per contrastargli il titolo, e la gloria d'ottimo Generale. Non si può esprimere quanto sia grande l'uso di questo luogo Oratorio in ogni genere di composizione, quanta forza , e bellezza aggiunga al di- scorso , quanto vaglia a muover gli affetti. L' enumerazione delle parti è tanto neces- saria, quanto lo sono le vivaci, ed esatte descrizioni, le quali non altrimenti si fan- no, che enumerando le parti, le qualità, le circostanze tutte delle persone, dei luo- ghi, delle cose, che si descrivono. Ed in che alno mai consiste 1' arte di ben parla- re Digitized by Google 45 re , e comporre , che nel dipingere per mez- zo d' esatte., e vive descrizioni le cose, tal che chi ascolta, ò chi leg.ce,, ne concepi- sca una vivissima idea, e ne rimanga alta- mente sorpreso, e commosso? Perchè mai fanno tanta impressione in noi , e la descri- zione della tempesta fatta da Virgilio nel Libro primo dell' Eneide, e nelT XI. delle sue metamorfosi da Ovidio, le descrizioni, che in quest'ultimo Poeta s'incontrano, della tela d'Aracne, e di Minerva, dell' invidia, della fame, dell'abitazione del sonno, della reggia del Sole, e la descri- zione del Concilio degli Dei infernali, della siccità fatta dal Tasso, se non perchè veggonsi in esse così bene enumerate le parti tutte, che niente da desiderar ne ri- manga? E per accennarne alcuna in parti- colare, qual crsa manca ad una viva, ed esatta descrizione d' un luogo il più ameno in quella, che nel Canto Vf. fa 1 Ariosto dei Regno d'Alcina, ove dall' Ippogrifo fa trasportato per l'aria Ruggiero? Non vide ne il più bel, riè il più giocondo Da tutta l'aria, ove le penne stese, Nè se tutto girato avesse il inondo Vedria di questo il più gentil paese; Ove dopo un girarsi ai gran tondo Con Kuggier seco il grand' augel discese : Culte pianure, e delicati colli, Chiare acque, ombrose rive, e prati molli. Vaghi boschetti di soavi allori, Di paino,, e d* amenUtime mortelle , Ce- Digitized by Go< 46 Cedri, ed aranci, cti avean frutti, e fiorì Contesti in varie forme , e tutte belle, Faccan riparo a fervidi calori De* giorni estivi con lor spesse ombrelle: E tra qu$ rami con sicuri, voli Cantando se ne giano i rosignoli. Ira le purpuree rose, e i bi a fichi giglj , Che tepid aura freschi ognora serba , Sicuri si vedean lepri , e coni/a , E ceni con la fronte alta, e superba; Senza temer , clic alacn gli uccida , ò piglj Pascano, ò stiansi ruminando V erba , ^aitano i daini, e capri snelli, e destri, Che sono in copia in què luoghi campestri . Ninna, ò poca impressione in noi farebbe- ro le cose nudamente, e compendiosamente espresse; e chi dicesse per esempio, che grandi, e continue stragi faceva in una Citta, ò in un esercito la peste, racchiude- rebbe in queste poche parole, quanto di più funesto suole in tali casi avvenire ; ma dir si potrebbe di lui lo stesso, che Quinti- liano asserisce d'uno, il quale accennasse soltanto essere stata presa da' nemici una Città, senza individuarne le circostanze più luttuose, e terribili, che egli cioè niente muoverebbe gli affetti. Qual colpo maggio- re non fa leggendola descritta da T- Livio , la pestilenza, che afflisse presso l^i Citta di Siracusa l'esercito di Marcello, e dei Car- taginesi! v Et primo teniporis, ac loci vitio et atgri crant, ce moriebantur Postea cura- tio ipsa, et comactus aegrorum vulgabat mor- bos  47 bos , ut aut neglecti , desertique, qui inciiis* sent i morerantur , ara assidentes , curantesque eadem vi morbi repletos secum traherent \ quo* tidianaque funera, et mo^s ob omnium oculos esset, et un iique d'us noctcsque ploratus alt- direntur . Postremo ita assuetudine mali effe- ravjrant animus, ut non modo lacrymis , ./tt- 5t0{Ue comploratu prosequzrentur mortuos , sei ne eferrent quidem , jacerentque strata exanima corpora in conspeetu simiiem mor- tali e\'p:ctantium : morr.ui.jue acgros , aegri validos cum metti* tum tabe , ac pestifero odore cor por uni conficerent (a) . Qual mera- viglia insieme, e qual terrore con la più alta idea della grandezza, e dell'infinito potere di Dio ( non mancano nei sacri Li- bri , e neir opere de' Santi Padri, tratti d' Eloquenza non solo eguali, ma superiori ancora a quelli, che negli antichi Poeti, ed Oratori della Grecia, e del Lazio s'in- contrano ) non risveglia ìa descr zione, che Mose nel divino suo Cantico fa degli Egi- ziani nel nut Rosso prodigiosamente som- mersi! Pareva, che il sacro Scrittore tutto avesse racchiuso m quelle magnifiche parole, con cui dà principio al suo Cantico: » Can ' 55 temus Domino, gloriose enini magnificatus 55 est, equum , et ascensorem proiecit in ma- 55 re ,5 . Ma dallo Spirito di i)io illuminato, ed acceso prosegue il quadro ammirabile, che ha, per così dire, in queste parole sem- pli- c i = ~ (a) T. Liv. Dee. 111. Lib. V. Digitized by Google 4» plicemente abbozzato, e qua vi metta sottg tìegli occhi i carri rovesciati i là un esercir- lo avvolto, e sepolto nell' acque insieme co' più distinti Principi, ed Ufi/iah; Currus Pharaonis, et exereitum ejus t>r<>je? cti in mare: llecti Principe* e us submersi sunt in filari rubro ». Sembra di veder ie acque stesse del mare, che al soffio d' ua vento impetuoso suscitato dall' ira divina pi ritirano, s' accavallano, e T une sopra dell' altre ammassate formano un alta, ed immobil montagna , lasciando nel fondo del m^re aperto, ed asciutto un sentiero: „ In spirjtu Jìtroris tiri congregarle sunt aquae, stetti nuda fluens , congrega t ae sunt Abyssi in medi» mari n . Sembra di veder queste medesime , montagne d ? acqua pre- cipitar di nuovo al soffio divino, e piomba- re sopra gli Egiziani già inoltrati per i\ fondo del mare divenuto il loro sepolcro, e le acque la pietra smisurata , che lo chiù- de: » Flai'ti spiritus ejus y et operuit eos mare» Compiono finalmente il quadro gli Egizia- ni , che tentando di venire a galla delle acque precipitano di nuovo ^1 tondo a gui- sa di pesante sasso, e le acque istesse , che come una massa enorme di piombo nel fon- do stesso del mare li tien fermi, ed ini* pv bili; , 5 Deseenderunt in prtìfundum } quasi lapis... Submersi sunt quasi plumbum in a- quis ve/iementibns n . Paragonate la descri- ^/one, che $ incontra in Virgilio nel L,i.- |V9 XI- 4eir Eneide, del cavallo, a cui vie- Digitized by Google ^riene assomigliato il Rè Turno: Qualis ubi abruptis fugit praesepia vinclis Tandem liber equus , campoque potitus aperto ► Autilleinpastus, armentaque tertdit equarum , Aut assuetus aquae perfundi flamine noto* Emicat , arrectisqne Jremit cervicibus alte Luxurians, luduntquejubq per colla, per armos , imitata , ò per dir meglio tradotta dal Tas- so nel Canto nono; Come destrier, che dalle regie stalle f Ove ali 7 uso delV armi si riserba* Fugge libero alfin per largo calle, ' \ Va tra gii armenti al fiume usato, alV erl&> Scherzan sul pollo i crini , e sulle spalle » Si scuote la cervice alta, € superba: Suonano i piò nel corso , e par che avvampi , Di sonori nitriti empiendo i campi, paragonatela, io dico, con quella, che si legge al Cap. XXXIX. del libro d; Giobbe, e che piacemi qui riportare con le paròle istesse del divino Scrittore: » Numquid praebebis equo fortitudine m , aut circumdabis collo ejus hinnitum ? Numquid suscitabis eum quasi locustas ? Gloria narium ejus ter- ror ; terram ungula fodit, exsultat audacter , / in pccursum pergit armatis, contemnit paio- rem, nec cedit gladio-, super ipsum sonabit pharetra, vibrabit hasta, et clypeus ; Jlrvens , et fremens sorbet terram, nec reputat tubae sonare clangorem . Ubi audierit buccinarti di- cit: Vali! Procul odoratur bcllum, exhortatio- nem ducum , et ululatus exercitus » . Uditela ridotta in versi Latini dal J>. Wavassof ,-che E ha Digitized by Google f ha pur ridotto In tal metro ; ed Interpetrato tutto intiero il libro di Giobbe: Jtobur equo forti num tu robustior addesì filum magis hinnitu geminato efaucibus aids Terribilem facies ? num subsaltare docebis , In numerum,gressusqueparesglomerarelocustis> Gloria vero ingens utraque a nare pavores Exspirare novos . Hujus fodit ungula terram , ^ Exsultatque ammis , audax itque obvius hosti Armato, temrlitque minas yferroque resistit .{sta Jllum supra equitis pharetra instrepet , etlevis Aa- Vibrabit , clypeusque ; solumfervetque ,fremitque Bffbditns , nec signa tubae , curatque receptus . Quia avida postquam aure bibit , vali ! reddit acuto Exsiliens hinnitu , et longe praescius ante Occupat adventum belli, et jam prdecipit hostem Karibus, hortatusq. ducumfremitusq. sequcntum. Uditela con non minore eleganza, e viva- cità in ottave tradotta da Francesco Rezza- no, di cui abbiamo in simil metro tutta la Traduzione del citato Divino libro poetico; Farse il destriero per tua man guernito I fianchi, e il collo di virtù robusta . Mostrerà col magnanimo nitrito , Va generoso ardir l' anima adusta? Forse ad w breve minacciar col dito fuggirà , come celere locusta ? , Quando avvien, che alla pugna si prepari. Sbuffa tèrror dalle orgogliose nari. Percuote il suol colla ferrata zampa. Morde ilfren , scuote il crin , s' agita , e s alza, Jn un luogo medcsmo orma non stampa, Ardimento, e furor f agita, e sbalza: v Cor- Digitized by Google 5i Corre, e affronta l ostil schiera, che accampa. Sprezza il timore , armi ed armati incalza , E suonar fi nel violento corso Scudo , faretra , e strai scossi sul dorso, Impaziente, e di sudor fumante Così precipitoso si disserra , Che wm appetta udir tromba sanante, E par nel corso divorar la terra. \ Dove sente il rumor ai spade infranttz Cola, dice tra se, ferve la guerra; E de duci gli sembra udir le voci, E gli ululati de guer rie r feroci Nel far però V Enumerazion delle parti nelle descrizioni è necessario usar cautela » e discernimento. La troppo minuta enume- razione delle parti, anziché dilettare , tal- volta noja, e disgusta, e invece di far con- cepire delle cpse una grande e sublime idea, lo avvilisce - Non solo adunque non è necessa- rio dire minutamente, quanto in una cosa fi trova, ò le conviene, ma deesi a bella posta tralasciar tuttociò, che ò non è a proposito nel caso nostro, o è capace di re- car nausea, e di diminuire il pregio, e la grandezza delle » cose, che si descrivono. Può inoltre V Oratore allontanarsi dall or- dine naturale delle parti , quando in seguir- lo comparisce troppo lo studio, e 1' affetta- zione, tanto più che dee egli nobilitare, e variare con gli ornamenti delle figure le lue descrizioni. Digitized by Google J5* § Ili Della Similitudine , e Dis similitudine . -A vendo per quanto sembrami, della De- finizione, e della Enumerazion delle parti fin qui bastantemente parlato, di due altri luo- ghi Oratori passo a far brevemente parola, della Similitudine cioè , e della Dissimi! itudi- ne 9 i quali Luoghi invero sono più di chia- rezza, e d' ornamento, che di ragioni, e prove fecondi. La Similitudine altro non è, che una certa relazione, ò convenienza, che hanno tra loro due, ò più cose di ge-* nere diverso. N.ente vi ha di essa più at- to a porre in chiaro le cose, e perciò spe- cialmente ne è opportuno V uso, quando essendo la cosa , di cui si parla , alquanto oscura, e non agevole ad intendersi dagli Uditori,- e volendo, che meglio s' imprima nei loro, animi, si procura di renderla ad essi sensibile, e di porla loro quasi sotto degli occhi % paragonandola ad altre cose ad essi ben note, e che hanno qualche con- formità, e rapporto con 'quella , di cui si tratta. Due parti comprende la Similitudi- ne. Nella pnma, che Protasi s appella, «sprimesi ciò, eoa cui si paragona la cosa della quale si.jpftfla; nella seconda che di- casi Apoduài^èe ne fa T applicazione, o si spiega la somiglianza, e la .conformità , che ha ìa cosa» di cui si parla, con ciò, a cui 3i assomiglia. D' una Similitudine in am- Digitized by beduc le parti accennate perfetta vi som- ministra Oraa^o T esempio nel!' Ode II. del libro IV. Monte decurrens velut amnis, imbres Quem super notas aluere. ripas , Fervei immensusque rult prof lindo Findarus ore. E per tralasciare altri innumerabili esempi, che addur si potrebbero , leggete 1 Ottava V. del secondo canto dell' Orlando Furioso: Come soglion talor due tari mordenti v 0 per invidia , ò per altr odio mossi Avvicinarsi digrignando i denti , . Con aspri ringhi r e rabbuffati dossi ; r. Indi a* morsi venir di rabbia ardenti Con occhi biechi, e più che bragia rossi* Così alle spade da* gridi, e dalt onte _ Venne il Circasso, e quel di Chiaramonte. E* da avvertirsi però, che non vi. ha alcu- na legge, la quale ci obblighi a seguire quella disposizione r e queir ordine di parti» che negli accennati esempj si osserva po- tendosi, come torna più in acconcio far preceder T Apodosi alla Protasi, ò sia do- po d' aver espressa la cosa, di cui si trat- ta illustrarla colla Similitudine, come fa il Tasso neir Ottava 6% del canto IX., dove descrive la discesa, dell' Arcangelo S. Mi- chele dal Gielor. Fenia scuotendo con l r eterne piume . la caligine densa, e i cupi orrori, S' indorava la notte al l vn lume , i Che spargea scintillando il volto fuori: Ti- Digitized by Google S4 - Tale il sol nelle nubi ha per èostuttri Spiegar dopo la pioggii i bei colorii lai suol fendendo il liquido sereno Stella cader de la grati madre in seno, Pnò usarsi talvolta la similitudine in mòdo che non la preceda , e non là segua unal chiara, ed espressa applicazione, la quale per altro dal contesto deesi facilmente ri- levare. Non è inoltre necessario , che nelleì Similitudini la cosa paragonata corrisponda in tutte le sue parti a quella, con cui si paragona ; ina basta, che passi tra T una» e 1' altra una somiglianzà tale , che ponga in chi tiro l'idèa, che con là Similitudine abbiamo preso a spiegare', non può anzi irt mòdo alcuno aversi una perfetta somiglian- za, fijentre come si è di sopra avvertito # tra cose di diversò genere si raggira sem- pre il paragone; e si dirà, per esempio, sm- inile il governo d' una Repubblica a quel- lo d' urla nave: le discordie civili ad unà, tempesta: à gonfiò, e' precipitoso torrente tm esercito forte, ef vittorioso. Due cose ancora avvertir dobbiamo, riguardò all' uso* delle Similitudini. Procurarsi dee primiera- mente, che là Similitudine corrisponda al- la qualità delle còse, che si paragonano. Le cose grandi paragonar si debbono colle grandi, le piccole colle piccole, perchè le cose grandi paragonate colle piccole non perdano là loro grandezza, e nobiltà: le piccolo paragonate colle grandi non acqui- stino una grandezza, e nobiltà, ebe loro* noi* Digitized by Google ! jton conviene-, bisogna in una parola con* servar nelle Similitudini la proprietà. Ec- cettuar potrebbesi il caso , in cui per met- ter maggiormente in ridicolo le cose s' at> tribuisse loro una grandezza superiore alla loro condizione, e qualità. Rammentar ci dobbiamo in secondo luogo, che siccome le Similitudini servono più air ornamento, ed Ella chiarezza, che alla forza del discorso, il frequente uso di esse quanto rende lu- minosa, e piacevole la Poesìa, altrettanta disconviene alla Prosa . Le Similitudini trop- po frequenti snervano * e rendon vuota 1* Orazione , come le Similitudini troppo este- se, anziché provvedere alla chiarezza, re- can talvolta oscurità, avvenendo bene spes- so , che T Uditore distratto , e deviato dai una lunga descrizione perda di vista il sog- getto principale di cui si tratta , e rendasi a lui più difficile il far della similitudine la necessaria applicazione. Rare scorgerete in Cicerone le Similitudini, e quando le usa, le troverete espresse in poche parole, ma benché brevi, non hanno però meno di bel- lezza, e di forza. Mi contenterò finalmen- * te d' osservare Sol di passaggio , che le metaforiche espressioni ci somministrano la più facil maniera di trovare adattate Si- militudini. Dicendosi intatti metaforicamen- te, che, per esempio, 1* amore arde: la morte miete le vite degli uomini; da tali espressioni ricavar possiamo altrettante Si- militudini, assomigliando al fuoco, ò ad un in- Digitized by Google incendio V Amore; la Morte ad un mietl- -tore, il quale colla curva falce recide sen- za distinzione i fiori tutti , e 1 erbe del pra- to Ma io non vi ho parlato fin qui della Similitudine, che come d' una figura , e d' un ornamento del discorso , ed avrei do- vuto f r.se riserbare quanto ne ho detto, allora quando delle Figure (a) verrà il tem- po opportuno di favellare . Ma per evitar qualunque inutile ripetizione, ho stimato proprio di riunire in questo luogo tutto quello , che alla Similitudine appartiene, intorno alla quale altro non mi resta, che farvi osservare % poter ella non di radosom- mi- »  1 : ==z * (a) Non gii delle figure di sentenze, ma delle figure di parole, poiché le figure di sentenza so- no, come in appresso vedremo , il linguaggio pro- prio , e naturale delle passioni . Ora come giudi- ziosamente osserva il Sig. Blair Ler. XVII. le comparazioni non sono già , come le altre figure . * il linguaggio delle forti passioni . Sono esse piut- tosto il linguaggio dell' immaginazione , e d* una immaginazione vivace Sensi , e fervida , ma non turbata da alcuna violenta commozione . Una forte passione è troppo seria per ammetter questo scher- zo di fantasia . Non ha agio a" andare in traccia degli oggetti , che si assomigliano ; ella sta fissa in quello , che s" e impadronito dell' anima , e vr si* gnoreggia. Troppo occupata dalai si sente , per volgere altrove lo sguardo ò fissar V attenzione su d 1 altra cosa. Non può quindi un autore commet* ter maggior fallo , che in mezzo alla passione in- trodurre una Similitudine . . . La pompa , e la so- lennità a" una formale Similitudine alla passiona r sempre straniera .  ministrare anche delle ragioni ali* Oratore per dimostrare il suo Assunto. A queste in- fatti ridur si possono tutti gli argomenti ri- cavati dagli esempj , i quali non hanno po- co di forza per convincere anche i più roz- zi, e idioti, i quali pure son capaci di coni- > prendere, che quello, che è stato in qual- che .circostanza tatto da alcuno, può in si- mili circostanze da altri farsi, come meglia vedremo, quando vi proporrò a considerare? r esempio? come una specie d'argomenta-. 2Ìone nel seguente Capitolo. Anche la dissimili tudine allo schiari- mento delle cose non poco contribuisce \ mentre facendo essa vedere la diversità, che passa tra la cosa , di cui si tratta , e le: altre , fa sì , che ella non poco spicchi , e risalti . Molti esempi veder ne possiamo in Cicerone, e specialmente neir Orazione prò Archia, e quando paragona lo studio delle Lettere con le altre arti, le quali di tutti i tempi, di tutti i luoghi, e di tutte reta, proprie non sono, come quello è; quando paragona il Foeta dalia natura stessa for- mato con quei, che professano altri fitudjf nell'arte fondati, e nei precetti; e quando confronta la lingua Latina, con la Greca, che chiamar si poteva allora il linguaggio» comune di tutte le Nazioni. Quanta poi non solo alla chiarezza , ed all' ornamenta serva la dissimilitudine , ma qual forza ab- bia anche talvolta a muoverò e persuadi- le T uditore , meglio comprender nofl si pu© „ elle Digitized by Google che dall'esempio di Monsignor della Casa:» il quale mdur volendo i Veneziani alla le- ga col Rè di Francia, e col Papa contro T Imperatore, paragona nella ter/a parte del- la sua Orazione le forze della le^a medesi- ma con le Imperiali, e dopo aver detto, che l'esercito dell'Imperatore poteva esser composto ò di Tedeschi, che l'odiavano, ò d'Italiani, che avevano tutto il motivo d* odiarlo, ò di Spagnoli, che oltre ad essere in piccol numero, se non l'odiavano aper- tamente, dovevano esser tra loro in diffi- denza, e discordia; dice esser tutto l'oppo- sto riguardo all'esercito della lega, poiché gli Svizzeri nazione valente, copiosa, e na- ta tra le armi erano attaccatissimi al Rè di Francia , e gì' Italiani al Rè , ed al Pa- pa, cosicché quando la lega superate non avesse le Truppe dell'Imperatore nel nu- mero, era al certo superiore ad esse nella fedeltà , e nella concordia . lo vi ho accen- nato soltanto un tale esempio r potendolo ciascun di voi riscontrare , e leggere in tut- ta la sua estensione presso il medesimo elo- quentissimo Oratore. Del genere , e della , specie - Troppo forse prolungato mi sono in par* lan- / Digitized by Google lindo della similitudine, e della dissimili- tudine . H' tempò oramai, che di due altri luòghi Orarorj io paàai à ragionarvi, dei quali uno suole dai Retori appellarsi Gene- re , e Spetìe l'altro, h per procedere con chiarezza , è con ordine opportuno sani lo spiegarvi pr ma, che cosa debbasi iritender qui per genere, é per specie. Dicést gene- re ciò, che p;ù parti, Ò specie? simili in se comprende : Tale sarebbe per ésém-piò ifc virtù, là q 'àie ih se racchiude, ed àbbrac* eia la Giustizi i; la Prudenza, e tutte le altre virtù particolari. Dicesi poi specie quello** che e contenuto nel genere; come le virtù particolari riguardo alla virtù pre- sa" generalmente . Adattando questo princi- pio ài caso nostro, noi intenderemo per genere una proposizióne universale ; che dicesi tèsi, e per specie una proposizione particolare, che chiamasi ipotesi-, consisten- do l'uso di quésti due luoghi Oratori ap- puntò nel passaggio, che fanno sovente gli Oratòri nelle loro difn detrazioni dalle pro- posizioni particolari alle ùniversàli, è dalle ti ili versali alle particolari. Gli esèmpi Schia- riranno niegtiò tutto ciò, che può és£er d* oscuro in una' tal manièra di favellare . Ci- cerone far volendo l'elogiò del Poeta Ar- chià, parla" prima generalmente dello Stu- dio delle Lettere , e specialmeóre della Poe- dia, dimostrando in cjual pregio, e in cjual onore sono stati sempre i Pòeti dà futti te- nuti . Ed ecco, che per meglio dimostrai Digitized by Google 6o la sua particolare proposizione, che è di lo- dare Archia, ricorre alla proposizione uni- versale , e dal genere trae la materia del $uo discorso, estendendosi nel lodare uni- versalmente i Poeti. Il medesimo dimostrar volendo la proposizione particolare, che Clodio fu giustamente ucciso da Milone, premette la dimostrazione della proposizio- ne universale , esser cioè permessa dalle Leggi, e per conseguenza giusta l'uccisione dell aggressore . Questo passaggio dalla pro- posizione particolare all'universale, da cui discende, e nella quale è compresa, è spe- cialmente opportuno nelT introduziqni , e negli esordj, come pure nel principio della ' confermazione. Così darlo Dati nell'Orazio- ne in lode del Commendator Cassi ano dal Pozzo, preso avendo a dimostrare il di lui affetto air antichità, nel conservarne, ed il- lustrarne le più belle memorie, i vantaggi recati al secolo , in cui viveva , con tante sue singolari virtù, la gloria, che si acqui- stò presso l'età future, si rifa nell'esordio dal parlare generalmente del tempo, e do- po aver detto » che Y uomo ozioso , ed igno- rante non gode nè del passato , ne del pre- sente, nè- del futuro, dimostra esser Top- * posto dell'uomo saggio, il quale domina il tempo, godendo i frutti del passato con la memoria; usando bene del presente con V opere, e disponendo con providenza del fu- turo; vive addot inato con gli antichi, in- vestigando le loro memorie vive felice i ra >  gli applausi de* coetanei, tutti i buoni amando, amato da tutti; vive rinomato con i posteri, riportando il premio di sue vir- tuose fariche , c far tasi così strada alla pro- posizione particolare, ed alla divisione, ta- le dice essere stato ii Commendato!* Cas- siano dal tozzo. Non debbo qui tralasciare di farvi osservare un difetto, nel quale ca- dono bene spesso coloro, che solleciti di metter fuori tutto quello, che sanno, e che hanno potuto raccogliere, tanto si tratten- gono nel genere , e si diffondono nel dimo- strar la tesi, ò la proposizione universale, che non vengono , se non che tardi, ed ormai sranchi alla specie, e poco, ò nulla dicono dell' ipotesi, ò della proposizione particolare» sebbene formi questa il pnncipal soggetto dell'Orazione. Così per esempio farebbe» chi impreso avendo a celebrare le lodi d* un quale he Santo , ò di qualche insigne personaggio, e le sue virtù, a lungo par- lasse delle virtù medesime considerate in se stesse, e in astratto, e poco, ò nulla dicesse poi delle azioni del Santo, ò del personaggio, di cui celebrar pretese le lodi. Farebbe in tal caso l'elogio della virtù, non di chi seppe eroicamente praticarla. Debbonsi,è vero, nell'Orazione gettare cer- ti semi, e certi principi, per procedere con tutto l'ordine, e con tutta la sodezza nel ragionare, e questi trar si possono dal ge- nere, ò dalla proposizione universale. Ma TÌcordar ci dobbiamo, che non formano es* li Digitized by Google te ti il principal soggetto dell Orazione, ed imitar perciò gli abili Architetti, i quali si studiano di proporzionare la profondità, e la stabilità de' fondamenti all'altezza della mole, che sopra di essi hanno ideato di co- struire Non dobbiamo inoltre prender per •istema, e per regola di rifarci in tutti i nostri discorsi dal genere, quasiché niun/ altra maniera sapessimo di dar principio al nostro favellare; ma potremo talvolta subi- to venire all'ipotesi, ò alla proposizione particolare, quando specialmente dal gene- re ricavar non si possono , che co*e a tutti ben note, intorno alle quali renderebbesi imolesto chi troppo lungamente trattenesse gli uditori. Ma diciamo brevemente qualche cosa dell'altro luogo Orarono di sopra accenna- to, onde meglio si ponga in chiaro che co- sa sia argomentar? dalla specie al genere, à dalla proposizione particolare passare all' universale. Non può comprendersi ciò più agevolmente, che dagli esempi . Dalla spe-> eie al genere argomenterebbe, chi per esempio dicesse; un'atto di magnanima; fortezza è i\ soffrire il martirio; è dunque ui} atto della più eroica virtù. Lo stesso fa* rebbe, chi dopo aver dimostrato, essere ai- curio fornito d' una fedp sincera , e costan- te , d'una singola^ prudenza, d'una mode* jratezza, d'una rettitudine, pietà, ed oner ptìi a u: mirabile , concludesse, esser' egli ve- f&ment§ virtuoso , e perfetti ed all'oppi no Digitized by Google * sto dopo avere enumerati molti vizi parti- colari, per malvagio caratterizzasse colui, . che ne è infetto Convien rifletter per al- tro, che l'argomento, per cui dalla specie v si deduce il genere, non è egualmente for- te di quello, per cui dal genere si deduce la specie; poiché, quanto è certo, che af* fe rmar si può con ragione la specie riguar- do ad uno, di cui si afferma il genere, al- trettanto è incerto, e soletto ad errore 1* ' affermare il genere d'uno, di cui non si afferma, che la specie. Dall'essere alcuno veramente vimioso concluder posso con tut- ta ragione, che egli è ancora giusto, sag- gio, moderato, e forte. Ma dall'essere al- cuno ò giusto, ò saggio, ò moderato non posso sempre con sicurezza dedurre, eh' ei sia virtuoso, mentre a qualche particoiar virtù unir può molti vizj, e molti difetti. Più concludente è l'argomento dalla specie t ai genere, quando è negativo; d uno, per esempio , che non è giusto , si dira benissi- mo, e con verità, che non è virtuoso. Ma allora specialmente è forte, e persuasivo T argomento dalla specie al genere, quando, enumerate le specie particolari contenuto nel genere si dimostra ritrovarsi queste in qualche soggetto , potendosi allora anche il genere con tutta ragione di esso affermare . L'esempio di Cicerone, tratto dall'Orazione in difesa della Legge Manilia, e da me già accennato nell' enumerazion delle parti, ren- der può chiara la maniera, ò l'arte, d'ar- go- Digitized by Google <$4 fomentare dalla specie .al genere, mentre . avendo egli dimostrato, che in Pompeo si ritrovavano tutte le qualità, e particolari prerogative proprie d'un ottimo Generale, con tutto il fondamento conclude, che tale Ugli pur 1 era , §. V. Della Comparazione . Frequentissimo presso gli Oratori è J'iwo di quel luogo Oratorio, di cui prendo or^ fL ragionare, detto dai Retori Comparazione. Altro poi non s'intende da essi per Compa- razione, che un discorso, nel quale si fa il paragone di due co^e con una di terzo ad <esse comune. In tre nianiere far si può questo paragone, ò si può da questo luogo Oratorio argomentare. La prima si è» quain^ d<* paragonate insieme con una di terjo due cose si conclude, che ciò, che véle nel meno, dee valere anche nel più, ò quando .da ciò, che è meno probabile, si deduce il più probabile, e dicesi argomentare a mino-? ri ad majus , come chi, dicesse: se due Le- gioni possono superare V esercito nemico, jnolto più lo potranno cinque Legioni: La seconda, quando, fatto il medesimo parago- ne, concludasi valere anche nel meno quel- te, clip vale nel più, ò quando dal più prp* ba- Digitized by Google fcabile si deduce il meno probabile, e chia- masi argomentare a matori ad mintfs , per esempio; Ettore uomo valorosissimo non po- tè difender dai Greci la Patria: tanto me- no sarebbe ciò stato possibile a Paride uo- mo timido, ed effeminato ; la terza final- niente, quando conchiudesi, che ciò che vale in una cosa , dee valere in un' altra al- la medesima eguale, ò quando da una cch sa probabile un altra se ne deduce egual- mente probabile e dicesi argomentare a pa- ri per esempio: Pompeo dopo aver disfat- ti i nemici della Repubblica chiese, ed ot- tenne l'onor del trionfo; potrà dunque chiederlo, ed ottenerlo anche Cesare dopo le sue vittorie non inferiori a quelle da Pompeo riportate, Ma per meglio conoscere - qual' uso . far dobbiamo di tali maniere d argomenta- re, opportuno sarà illustrarle con esempi de migliori Scrittori. E riguardo all'argo- mento, che dicesi a hìinori ad majus > mol- ti esemp a noi ne somministra Cieerone neir Orazione prò Archia , e quando para- gona il Poeta Archia con il comico Roscio, e quando fa il confronto del medesimo col Poeta Omero , esponendo le contese di mol- ti , e diversi popoli int< rno alla gloria d* aver dato alio stesso Omero i natali . La- sciando a voi la libertà di leggere, e ri- scontrare tali esempj, mi contenterò di ram- mentarvi quello, che si lerge nella prima parte dell'Orazione in difesa della Legge F Ma- Digitized by Google 66 Manilia: Major e s vcstri saepc, mcrcatoribus , ac naviculatoribus injuriosius tractatis , bella gesscrunt: vos , tot civium Romanorum milli- ,bii$ uno nuncio, atque uno tempore necatis , quo tandem animo esse debetis ? Legati quod crant appellati superbius , Corinthum patres vestri , tofizzs GraccLte lumen, extinctam esse voluerunt : vos eum Rcgem inultum esse pa- tiemini , <?:/i Legatura Pupilli Romani consula- rem vinculis, ac verberibus y atque omni sup- plicio exeruciatum necavitì Un breve, ma chiaro esempio della seconda maniera d'ar- gomentare a majori ad minus vi si prcsjii- ta in quelle parole di Terenzio: (Jnem Jeret, si parentem non fcrt suum ? ed in Cicerone, il quale parlando d' Anto- nio dice: » Quid Jaceres domi tuac , cuni alicnae tam sis insolens »? Ma più chiara- mente- comprenderete la forza, e V artifi- zio cT un tale argomento dall' esempio del Casa, il quale nell' Orazione per la resti- tuzion di Piacenza dimostra , che avendo r Imperatore per la pubblica quiete ceduto altrui r intiero stato di Milano, che era pur suo , tanto più doveva essere alieno dal ritenere la sola città di Piacenza, che forse non era sua. Cicerone finalmente ci somministra un chiaro esempio dell' argo- mentazione a pari nelf Oraziqne prò domo sua dicendo , che se potevasi toglier la cittadinanza ad un nuovo cittadino, ragio- ne non vi era, perchè spogliar non se ne potessero tutti i patrizzi , e i citta dini più no- bili , ed antichi . §. Digitized by Google L 6Z §. VI. Degli Aggiunti e circostanze , che preceder possono una cosa, accompagnarla, ò seguirla, e che col nome d* Aggiunti * appellano , un altro luogo Oratorio costituiscono, da cui trar si può ampia materia di favellare. Sono state queste per ajuto forse della memoria es- presse , e compendiate tutte in questo qua- lunque siasi verso : Quis,quidyiibi,quibu3 auxiliis>cur,quomodo,quando. Quis esprime la circostanza della perso- na, Quid la circostanza dell'azione, Ubi la circostanza del luogo, Quibuà auxiliis , la circostanza dei mezzi, che si sono adoprati per eseguire una qualche azio- ne , Cur la circostanza del fine , e dell' inten- zione, che si è avuta nell' intraprenderla, Quomodo la circostanza del modo, onde è stata eseguita, Quando finalmente la circo- stanza del tempo Ognuno ben sa, quanto le circostanze contribuiscono ad accrescere il merito , ò il biasimo delle persone , la bon- tà, ò la malvagità delle azioni. Quali ar- gomenti dunque, e qual materia sommini- strar non ci possono esse , qualunque sia il soggetto del nostro favellare? Se intrapren- diamo a far V elogio di qualcheduno , qual campo di ragionare non ci aprono le cir- costanze della patria, della nascita, e con- dizioni, dell' età , dei beni sì di fortuna , e del cor- Digitized by Google corpo, quali sono le ricchezze, 1* avvenen- za, la forza, la sanità, che dello spinto, quali sono il talento, la scienza, e tutte le morali virtù? Se trattasi d' una azione ò virtuosa, ò malvagia, quanto potremo far- ne risaltare il pregio , ò mostrarne la de- formità , la gravezza , non solo dicendo quel- lo, che ella è in se medesima, ma tutte esponendo le circostanze del tempo, del luo- go, del fine, dei mezzi, del modo, che f Scompagnano ? Troppo lungo sarebbe di tutte le circostanze distintamente parlare, adducendone per schiarimento opportuni esempj dei migliori Scrittori. Io mi contente- rò d accennacene soltanto alcuni, cosicché per altro vi sia da questi agevole il com- prendere , come dalle circostanze ricavar si possa materia di favellare . E tosto mi si presenta alla mente T Orazione prò Archia , nel- la quale fa risaltare il suo mento dalle circo- stanze sì della sua patria, e della sua nascita , che dell' ingegno, e della fama, che si era con esso acquistata . Non avete, che a leggere V Orazione di Cristoforo Landino in lode di Donato Acciaioli per intender, come non solo da' beni dello spirito, ma ancora da quei di fortuna, e del corpo ricavar si pos- sa materia di lode ; come pure 1' Orazione d* Alberto Lollio in lode del Giovane Bar- tolomeo Ferrini, il quale tra le altre cose dalla circostanza della di lui ignobile, e bassa condizione rileva il merito maggiore di $sso, che seppe e se medesimi, e la sua ca- Digitized by Google casa nobilitare con la virtù. Leggete inol- tre f Orazione in favor di Milone, nella quale dalle circostanze del luogo, e del tempo, come pure del fine, e del modo, onde da Roma partendo fece Milone il suo viaggio alla volta di Lanuvio, dove trovarsi dovea necessariamente nel determi- nato giorno per creare il Flamine , ò sa- cerdote di Giunone Sospita , e da altre simili circostanze argomentando, e lo stesso facen- do riguardo alla partenza di Godio da 'RÌ* ma, prova Cicerone, che Milone non tese insidie a Clodio, ma bensì Clodio a Milone. Da tutti questi esempi , e da altri , che per brevità trala- scio , comprender potete , quanto fecondo d' ar- gomenti, e di prove sia il luogo Oratorio , del quale vi parlo. Ma non meno utile, ed op- portuno ne sperimenterete 1* uso nelle nar- razioni , e nelle descrizioni , le quali allo- ra riescono vivaci, »e dilettevoli, quando con esatta > e chiara maniera s* esprimono , e si rilevano le circostanze, che accompa- gnano le cose* che descrivere, ò narrare si vogliono. Guardar però ci dobbiamo dal renderci troppo minuti, mentre* ci studia- mo di comparir diligenti , poiché le più piccole , e minute circostanze, anziché aggiunger bellez* za alle Descrizioni, e dar risalto alle cose , av- vilirebbero queste, e renderebbero quelle nauseanti, e moleste. Leggendo inoltre i buoni autori , osservar potete con qua!' ar- te, e cpn qual giudizio in parlando delle cose rilevino quelle circostanze» che ren- der Digitized by Google fex possono a chi ascolta grato il discorso* p a bella posta tralascino quelle , che po- tessero nell' animo dell' uditore generare a* versione, e disgusto. Quant' altre cose, per esempio , esprimer poteva Virgilio parlando dell' anime de' Greci , cmando in esse s' in^ contro Enea disceso ali Inferno? Rammen- tar poteva il valore da quelli tante volte dimostrato, l'incendio, e la rovina di Tro. ja, le ferite , che Omero racconta aver rice- vute da essi Enea medesimo, ed altre simi- li cose le quali erano affatto inopportune, e sarebbe stato lo stesso l'esporle, che ram : mentare ad Enea la cagione funesta de' suoi dolori . Essendo inoltre Enea l' eroe del Poe- ma , doveva il Poeta far sempre spiccare il merito, e la glofia di esso, e. ..perciò par- lando de* Greci conveniva rammentare sol- tanto le circostanze onorevoli ad Enea, c a' Trojani. Ed infatti ,ci rappresenta i Gre- ci alla vista d. Enea pieni di spavento, ed in atto di darsi ad ona foga simile a quel- la , con cui si ritirarono un tempo , come narra Omero nel Libro XV. dell'Iliade, al- le sue navi: .- 2 . _ ^ r At Danautn próc&xs r Àg&meftT(onideq. pfialangcs. Ut videre vin£pk$dffentiqque arma per umbras r JngentLJ^^fd(fl^rifTifitu- 9 pars vertere terga Ceu ^onftam 1 petiere rates , pars tollere vocetn Exì&tì&ec ■ - f Degli Antecedenti, e Conseguenti. D a ciò, che precede una cosa, ò un* azione, ed ha con* essa un rapporto tale, che necessariamente la riguarda , ed è come una disposizione , ed un preparativo alla medesima, come gli odj,e le risse precedo- no le* stragi , la colpa precede , e trae ad- dosso al reo la pena; da ciò, che deriva da una cosa, e da un'azione, ed è come un effetto, ed una conseguenza della mede- sima, come la pena deriva dalla colpa, la rovina delle Città, e degli Stati dalla guer- ra, possono ricavarsi vere, ò almeno proba- bili ragioni per dimostrare il nostro assun- to, e indi risulta quel luogo Oratorio, iL quale perciò col nome d' Antecedenti , e di Conscguenti s'appella, e che adesso a spie- garvi intraprendo . Ma senza che io mi trat- tenga nell'espcrvi a lungo la natura, e 1* uso di esso, meglio rilevar lo potrete dagli esempi, che andrò ne' Latini, e ne' Tosca- ni Autori additandovi. E primieramente a legger vi esorto l'Orazione di Cicerone in difesa di Milone, e vedrete, come dagli antecedenti argomentando dimostri essere atato Clodlo insidiatore di Milone, adducen- done per prova, e l'odio, che Clodio portava ( a Milone: » Me erat , ut odisset primum de- Jhìóorem salutis meac , deinde vexatorem Ju- ed il di- v « Digitized by Google ? 2 disegno , che avea pubblicamente manifesta- to d'uccider Milone : » Palam agere coepit, et aperte dicere , occidendum MVonem , 5 , e V opportunità del viaggio di Milone, i? del luogo , che Clodio scelse^vicino ad una sua possessione per tendergli insidie, ed assa- lirlo: Interim cum sciret < lodi'ts iter so- lenne, legiimum, nécessarìum ante diem XllL Kal Ftbr. MiLoni esse Lanuvium ad flaminem prodendum Poma subito ipsé vrofectus pri\ie est, ut ante siiutn fundum ( quod re iiuellectum est ) Miloni insidiai collocare. Osserverete poi, come il medesi- mo Oratore dai Conseguenti dimostra l'in- nocenza <ii Milone, rammentando la pron- tezza del suo ritorno a Roma, e l'aria di sicurezza , con cui si fece vedere ed in Se- nato, ed in Pubblico senza temere d'alcuna cosa dopo l'uccisione di Clodio: w Quod si non ium satis cerniti* , cum res ipsa ioi* tatti Claris argumentis* signisque lue eat , pura men- . te . atque integra Milonem nullo scelere imbu- tum, nullo metu perterritum, nulla conscien- tia exanimatum, Romam revertisse \ recorda- mini per tseos immortale** quae fuerit cele- ritas redttUs éjus, qm ingressus in forum, ardente curia, quae magnitudo animi , qui vul- ius, quae orano. Seque vero se populò so* ìum, sed etiam Cenatiti tradì ut; neque Sena- iui modo, sed edam pubhcis praesi iiis , et àr- vus , neque hìs tantum, veruni etiam ejus po- testaiii 'cui Sendtus totam Rémpublicdm, or*-' tetri Italia* vùlem , cuncta P. Romani artàd] co/n- t ?3 . éornmiserat , cui se hunquam prqfecio tradì* disseti nis causae suae confiderete pfaesértìrti àmnia auditnti, magna metuenti i multa susp'i- canti , nonnulla credenti. Magna vis est con* scientiae , judices, et magna in ùtratnque par- tem, ut neque timeahty qui nihil commiserint§ et poenam semper ante oculos versóri putent * qui peccarmi i » Dàcrìi Antecedenti dimostra il Casa, quanto lontano fosse l'Imperatore dall'om- bra, e dal sospetto di tirannìa, e quanto per conseguenza dovevasi credere alieno dal ritenere la Città di Piacenza: „ Ne di ciò puote alcuno dubitare, se si avrà diligen- • temente riguardo alla preterita ita di vostra. Maestà , ed alle maniere, che ella ha tenute nei tempi passati; conciossiachè ella potendo agevolmente spogliare molti Stati della lor li- bertà, anzi avendola in sua forza , 1* ha loro renduta, ed hanneli rivestiti, ed ha voluto piuttosto u&ando magnanimità provar la fede altrui con pericolo , che operando iniquità macchiar la propria con guadagno w ; ed in appresso adduce per prova di ciò molti esempj, e fatti dello stesso Imperatore, co-^ ine voi potete leggendo la sua orazione ve- dere. E chi dimostrasse V eccellenza, la ve- rità, e la divinità della Religione Cristia- na dalle Figure, e dalle Profezìe, che la precedettero, che altro farebbe, se non che argomentare dagli Antecedenti ? E chi l£ stessa cosa dimostrasse dall' ammirabil pr^' paglione di essa, e dalia con visione' nel Digitized by Google ""giro di pochi anni seguita distanti Popoli , e di tante Nazioni della Terra, non sareb- be questa una prova dai Conseguenti de- dotta? Come inoltre dagli Antecedenti ai- gomentar si possa ve l'insegna Cicerone nel libro de SenectutCy dove dimostrar volen- do, quanto siano da fuggirsi i piaceri del corpo, espone le gravissime conseguenze, che da essi derivano. Dai Conseguenti pu- re argomentando dimostra il Casa , che so i Veneziani non s' univano col Rè. di Fran- cia, e col Papa a prender : armi contro 1* Imperatore, pericol grande correvano di perder la propria libertà . D'alcuni altri Luoghi Oratorj intrinseci. P JT rima di por fine a questo Capitolo, che i Luoghi Oratorj riguarda, piacemi d'accen- narne almeno di passaggio alcuni altri, dei quali come superflua cosa sarebbe il tene- re lungo ragionamento , così a negligenza mi si potrebbe con ragione ascrivere , se fossero affatto da me tralasciati. * Uno di questi è quel luogo Oratorio, che col nome di Repugnanti vien chiamato dai Retori. Repugnanti poi, ò contrarie di- consi quelle cose, le quali trovar non si, possono insieme in uno stesso soggetto, ma t una Digitized by I una esclude l'altra, una V altra distrugge* cosicché se una è vera, è falsa l'altra, se una è, r altra non è. Tali sarebbero, per esempio la virtù ed il vizio* l'amore e ì* odio, la pace e la guerra. Da ciò voi ben comprendete , quanta forza abbiano le prò* ve, che da questo luogo Oratorio si traggo* no, mentre dimostrata avendo vera una pn> posizione , ne viene per necessaria conse^ guenza, che sia falsa l'opposta. Di tutti gli esempi > che addur vi potrei, quello mi contenterò d'additarvi , che ne somministra il Casa nell'orazione per la Lega, nella quale dai Repugnanti argomentando parla così dell'Imperatore: » Se egli amasse la pjce, se anzi egli non l'odiasse* la sua vita sarebbe lieta , c la sua vista serena , e la sua mente da infinite cure libera, e scaricai poiché voi vedete , che ella è in sua mano 9 ed in suo potere. Che vagitoti dire adunque tanti pensieri, e tante vigilie} Certo , Serenis- simo Principe \ chi doglioso è in pace* spera in guerra trovar letizia; chi del suo stato non si contenta , appetisce V altrui: e chi le più parti, e le maggiori avendo non si chia- ma pago, vuole il tutto 95 . Rifletter dovete poi, che l'opposizione censiste iti semplici parole, ò in interi sentimenti, e serve tal- volta non poco all'ornamento, ed alla bel- lezza. E riguardo all'opposizione di seni pi i* ci parole quanto mai è bella, e leggiadra quella quartina del Sonetto del Petrarca ; Qui tutta umile, e qui la vidi altera, Or.. Digitized by Google Or aspray or piana, or dispietata y or pia, Or vestirse onestade , or leggiadrìa. Or mansueta , or disdegnosa , e fera ; come tutto il Sonetto, che incomincia: Pa- ce non trovo , e non ho da far guerra ec* tutto composto di Repugnanti , e d'Antitesi . (a) Riguardo poi all' opposizione di sentimenti , quanto mai fa risaltare il Boccaccio nella sua Fiammetta la descrizione, che fa de* suoi tempi, contrapponendo a questi la bel- la età dell'oro, che pure leggiadramente de- scrive. Troppo lungo sarebbe il riportarla qui intieramente: l'averla soltanto citata può farvi chiaramente comprendere , quan- to in breve accennai. Le cause, e gli effetti formano un'al- tro luogo Oratorio, di cui frequentissimo è l'uso presso gli scrittori, avvenendo bene spesso di dover dimostrare dalle cause buo- ne , ò cattive i buoni , ò perniciosi effetti , (a* B* però da avvertirei che il frequente uso àeìV Antìtesi , specialmente quando f opposizione delle parole sia troppo ricercata , suol render lo sti- le disaggradevole ... Quando una lunga serie di tai sentenze l' una alt altra succede . quando in un autore diventa la consueta , e favorita sua manie- ra d 1 esprimersi , il suo stile divien vizioso ; e Se- neca ( potrebbe unire ad esso la maggior parte de* così detti Secentisti ) per queste appunto assai spesso, e meritamente fu censurato. Sì fatto, stile sente troppa di studio, e di fatica > e fa sospetta-' re che fautore ubbia ptìt atteso alla maniera di dir le cose, che alle cose medesime. $lair Lez.  e da' buoni, ò cattivi effetti, come ciarli effetti grandi, ò piccoli l'eccellenza, ò la viltà, l'efficacia, ò la debolezza delle cau- se. Cicerone infatti dimostra l'eccellenza della vera amicizia, e la preferenza, che ella merita sopra tutti i beni terreni dall' eccellenza della causa, che la produce, ed è la virtù: r> Haec ipsa virtus amicitiam gi» gnit , et continet, nec sine virtute amiciuaes* se itilo pacto potest »; ed in appresso dimo- stra la medesima cosa dai preziosi,. ed uti- li effetti, che dall'amicizia derivano, rac- chiudendoli tutti in questa bella sentenza: iSam , et secundas res splendi iiores Jack ami- citia , et adversas patiens , corri munii ani que lev io res . Così dimostrar si potrebbe 1 ordine, e la mirabile struttura del Mondo dall in- finita sapienza, e potenza del Creatore, ed all'opposto argomentare l'infinita sapienza, e potenza di esso dall'ordine maraviglioso dell'universo, dalla bellezza delle cose create. §. IX. De Luoghi Oratorj estrinseci. jA vendo fin qui parlato abbastanza de' luoghi Oratorj intrinseci, altro rimaner non sembra , se non che alcuna cosa si dica an- cor degli estrinseci, di quelli cioè, 1 quali som- Digitized by Google ? 8 somministrano prove, e ragioni non giade- dotte dalle viscere della causa , ma ali » causa medesima affatto straniere, cosicch : non vi ha bisogno dell' arte dell' Orator 5 per rinvenirle. Cinque ne assegna Aristote- le, le leggi, i testimonj, le convenzioni, i giuramenti , i tormenti . Quintiliano poi n ; annovera fino in sei, e soao i pregiudizi, <> giudizj, e sentenze date antecedenrement 5 in simili cause, la fama, ò la pubblica ve- ce , e testimonianza del popolo, i tormenti , eh 2 fci danno ai rei, ò a' testimonjper trar da essi li confessione della colpa, ò della verità , le ta- vole, ole scritture sì pubbliche, quali sono le leggi , e i decreti , che private , come i testamen- ti, i contratti eci giuramenti, co' quali si con- ferma la verità d' una qualche cosa , finalmente i testimoni. Di tutte queste cose mi conver- rebbe particolarmente trattare, qualora in- dirizzar vi dovessi specialmente all' Elo- quenza del Foro. Voi stessi infatti ben co- noscete", quanto ne sia frequente, e neces- sario 1' uso nelle cause forensi, e di ciò rimaner potrete sempre più persuasi leggen- do le orazioni di Cicerone , delle quali pia- temi rammentar quella in favor del poeta Archia, nella prima parte della quale con la legge di Silvano, e di Carbone, con le tavole di Metello, e con la testimonianza di Lucullo, e di tutta la Città d* Eraclea dimostra essere Archia cittadino Romano. Ma giacche in niuna cosa meno, che nel- le cause del Foro, avviene a' dì nostri, che im- Digitized by Google impieghisi T Eloquenza, basterà riguardo a questi luoghi Oratori estrinseci averli a mag- giore intelligenza degli antichi Oratori sol- tanto accennati, e ci atterremo piuttosto al sentimento di Cicerone , il quale ne' suoi Topici insegna, che tutti i luoghi Oratorj estrinseci ad una sola cosa ridur si possono ed è questa T autorità : „ Haec ergo argu- mentatio, quae dicitnr artis cxpers y in te- stimonio jjosita est. Testimoniurn autem mine dicimus omne, quod ab aliqua re extern*, su- jnitur ad faciendam fidem 95 . Considerati in questo generale aspetto i luoghi Oratorj estrinseci di grand'uso sono anche nella moder- na Eloquenza . Agevole vi sarà il compren- derlo , qualora riflettiate, potersi V autorità distinguere in Divina , ed Umana . L' Au- torità Divina si contiene nei sacri Libri sì del nuovo, che dell' antico ^Testamento , e nella Tradizione, ò nella parola di Dio non scritta, che sono i due fonti infallibili del- la Divina Rivelazione , e questi , come v* accennai sul principio, sono i fonti , dai qua- li attinger debbono i sacri Oratori la ma- teria dei loro ragionamenti , procurando d* esporre la parola di Dio con quella maestà e semplicità insieme, con cui si trova es- pressa nei sacri Libri , e soprattutto guar- dandosi dall' interpetrarla arbitrariamente, e rigorosamente seguendo il senso, e T inter- pretazione della Chiesa, e de' Padri. L' Au- torità umana poi consiste e nelle leggi da- gli Uomini promulgate , e nella testimonian- za ■ So 2a, e nel parere d uomini illustri sì per dottrina, che per probità. L' autorità vi : vi* na somministra prove incontrastabili in fai* libile essendo V autore della rivelazione, cioè Iddio. Nò di picciol peso è ancora 1* autorità degli uomini ; ma riguardo a q e- gta non è sempre il numero de più g nel lo che menta il nostro assenso, e la nostra crevlenza, ma bensì le iasioni più forti e convincenti, sulle quali s' appoggia 1 ai- tr 11 opinione, ò tesnnion.anza Ma ristrin- g.amo in poche paro'e tutta la mate a, di cui abbiamo finora trattato : La retta ragion^ e 1' autorità di Dio, 1 autor,' à, e la te- gtimonian/a degli uomini Mjno quei fonti , ai quali ruorrer dovete secondo la olia *ta < , eiL* argomento, che imprenderete a trattare , pei? provar la materia de' vostri ragionava enti . - A DclV Argom esazione . Itro fin qui non feci, ottimi Giovanf , che mostrarvi i mezzi di fecondare la vo- stra niente di pensieri, e d' idee, additane dovi i fonti, dai quali queste si attingono. Ma come poco gioverebbe ad un architetto \ } aver pronti tutti i materiali alla costruì z one d un' e.lili/.io neoessarj, se la ma- niera ignorasse di metterli in opera, di ri* D r 81 pulirli, d* affinarli, cosicché disposti poi al suo luogo appaghino V occhio dello spettatore; così niuno, ò poco vantaggio a voi reche- rebbero le ragioni , e gli argomenti con gran diligenza, e studio ritrovati, nè mai giungereste a persuadere gli uditori, se vi contentaste di esporli rozzi , nudi , e scon- nessi, quali ritrovati gli avete. Troppo adunque importa V imparare ancor T arte di maneggiare, e d' esporre in modo gli argomenti, e le prove, che tutta la t'ora, e T impressione facciano nell' animo di chi ascolta . Questo è ciò , che apprender dove- te nel presente Capitolo, in cui prendo a trattar dell' Argomentazione, ò sia della maniera d' esporre 1 ritrovati argomenti per dimostrar con persuasione la venta del soggetto, che preso abbiamo a trattare. Pri- ma però d' individuarvi le diverse maniere d' argomentare, voglio, che meco breve- mente consideriate la natura dell argomen- tazione, ed alcune altre cose notiate, che io giudico necessario premettere a maggio- re intelligenza di ciò, che io sono per dir- vi , di ciascuna specie d' argomentazione favellando. E primieramente rifletter dove- te, non esser possibile V arri are a ben comprendere, che cosa sia argomentazione senza dare un' occhiata al nostro spinto, e le principali facoltà attentamente esamina- re, delle quali è fornito, e che colla ge- nerale denominazione d' attività di pensare fi esprimono, la Percezione cioè, il Ciudi-' G zio Digitized by Google tu zio, ed il Raziocinio. Benché a prima vista sembri , che 1' esame da me alla vostra attenzione proposto sia alieno dal nostro istituto, e a quella parte di Filosofia pro- priamente appartenga, che Logica s appel- la, da quello che in appresso dirò, spero, che chiaramente comprenderete » quanto an- cora al nostro scopo sia il medesimo relati- vo, e necessario, cosicché niuno condannar mi possa, quasiché io abbia nell'altrui mes- se posta inopportunamente la falce, (a) e ripetere contro di me quello., che presso Cicerone dice Scevola contro di Crasso: Multis praeessem , qui aut interdicto teoum contenderent , aut te ex jure mamun consertimi vocarcnt, quod in alienarti passessionem tam temere. imnsseS* ■  Della Percezione. L a Percezione altro non è, che quella fa- coltà, o quella operazione, per cui l'intel- letto nostro acquista la cognizione delle ca- se 4» . :== ; ; = : * (a) Nell'avviso al Pubblico io ho già prevenu :a. e come spero, dileguata una sì fatta censura, -a maniera facile, e adattata anche alla capacità • e' teneri giovanetti , con cui studiato mi sono di trattare un soggetto tutto metafisico, renderà f r* *e compiuta la mia giustificazione . *e, senza che di esse formi ancora alcun giudizio. Questa cognizione, ò vogliam di- re apprensione, ò visione intellettuale degli oggetti fu da Platone chiamata con Greco vocabolo Idea, a cui corrispondono le voci simulacro, figura, immagine ec Due poi sono le maniere , ò le vie , per le quali T intelletto nostro acquista una tal cognizio- ne , la via de' sensi cioè , e la riflessione , e quindi nascono due sorte d'idee, l'idee avventizie, le quali ci vengóno da' sensi, e per mezzo de* sensi s acquistano, e l'idee fattizie, ò sia quelle idee, che lo spirito per mezzo della riflessione si forma, ed acquista da se medesimo. Ecco poi qual'è la maniera , onde per mezzo de' sensi acqui- stiamo l'idea delle cose. Gli esterni ogget- ti fanno impressione su' nostri sensi , sull' occhio, sull'orecchie, nel palato, nelle na- rici ec. Questa impressione è quella appun- to, per cui la mente acquista l'idea delle cose esterne , e corporee , mentre propagan- dosi per mezzo dei nervi , che servono ai sensi, una tale impressione fino al cervello, dove i nervi tutti del corpo sono riunitile donde si partono , e si diramano , e che perciò comun sensorio g appella , lo spirito , che in questa parte più verisimilmente ri- siede, unito intimamente dal Creatore al corpo, apprende una tale impressione, ed a questa succede in lui l'idea dell'oggetto che ha fatto impressione sù i nostri sensi. Per mezzo della vista apprende l' idea di tut- \ 84 tutti i colori, dell' estensione , e della figu- ra dei corpi, ed il mezzo, per cui gli og- getti agiscono, e fanno impressione su' no- stri occhi, è la luce, la quale dagli ogget- ti medesimi partendo, e riflettendosi viene a ferire le nostre pupille. Per mezzo dell' udito si acquietano l'idee delle voci, e de* suoni, ed il mezzo ne è Tana, la quale messa in moto dal tremore indotto nelle parti d'una corda per esempio, ò d'una campana comunica il suo moto ai nervi delle nostre orecchie. Così discorrete degli altri sensi, del gusto, dell'odorato, del tat- to, per i quali s'acquistano l'idee dei sa- pori, degli odori, della durezza, ò mollez- za de' corpi . Rifletter dovete però , che tut- te le sensazioni riferir si possono al solo tatto, il quale si può riguardare, come il senso universale, mentre gii oggetti esterni agiscono sopra di noi toccando mediata- mente , ò immediatamente il nostro corpo. L'idee avventizie, ò acquistate per mezzo de' sensi sono occasioni, e sorgenti allo spirito di nuove idee Imperocché alle medesime riflettendo esso, combinandole, e paragonandole insieme, altre idee ne dedu- ce, e ne forma, le quali non riconosce che da se stesso, e per le quali accresce, ed estende sempre p ù il numero delle sue cognizioni . Per mezzo de' sensi acquista per esempio l'uomo l'idea dell'universo, e delle cose create. Riflettendo l'intelletto nostro 1 e ragionando sull'idee, che gli pre- se n- Digitized by Google Senta la vista dell'universo, ne deduce la necessità d'una prima causa creatrice , si forma, ed acquista in una parola T'idea di Dio. A qual' altra cagione fuorichè a se stesso è debitore lo spirito di tutte 1' idee astratte, quali sono l'idee d' uguaglianza , e di disuguaglianza, l'idee della bianchezza, dell'estensione, dell'umanità, della sapien- za , ed altre simili ? Ed eccovi brevemente spiegata la natura della Percezione , e i due principali mezzi , per i quali essa in noi si produce. Tralascio le molte cose, che 1 Fi- losofi insegnano intorno all'idee, ed alle lo- ro diverse specie per non dilungarmi di troppo dal mio oggetto • principale . Sembrami per altro opportuno il farvi osservare almen di passaggio, che le paro- le, e le voci, di cui siam soliti servirci per indicare una qualche cosa, altro non sono, che i segni arbitrari delle nostre idee. Se agli uomini fosse dato di fissare imme- diatamente lo sguardo gli uni vicendevole mente nell'animo degli altri, se ciascuno viver potesse solitario , e separato dal com- mercio degli altri uomini, niuna necessità vi sarebbe di tali segni per manifestarsi scambievolmente i proprj pensieri. Ma non potendosi, che mediante il corpo, conoscer ciò, che altri pensa nell'animo, e fatto es- sendo l'uomo per la società, è del pari ma- nifesta la necessità della comunicazione scambievole de' proprj pensieri , e de' segni esterni, onde questa possa effettuarsi. La Digitized by Google 96 lingua è il principale istmniento , di cui ait- ino stati a quest'oggetto forniti dal Creato- re, e le parole, ò i suoni articolati e di- stinti, che si formano mediante la bocca, le labbra, e la lingua, sono appunto i se- gni , con i quali hanno convenuto gli uo- mini di palesarsi i proprj pensieri. Le voci adunque , ò il discorso esterno suppongono r id ee, ò il discorso interno, e quando si parla altro non si fa , che indicare agli al- tri quell'idee, che abbiamo concepite nell' animo. Non si può per conseguenza cono- scer meglio la natura, e le diverse qualità de' vocaboli, che esaminando le diverse specie, e qualità dell'idee, che per mezzo di essi s'esprimono. Come pertanto tutte l«a nostre idee riguardo ai loro oggetti, ò sono idee di sostanze ò di modi , rappresentano cioè al nostro spirito, ò cose realmente, e per se stesse esistenti, ò qualità, ed attri- buti delle cose medesime; così i vocaboli « con 1 quali s'esprimono l'idee di cose, ò di sostanze Sostanti vi s' appellano, come cor- po, spirito, sole, fuoc© ec. Diconsi poi Adjettivi quelli, de* quali ci serviamo, per esprimer le qualità delle cose medesime, ò delle sostanze, cui sono inerenti, come sag- gio , buono , forte ec I verbi poi , come di- remo in appresso, servono a manifestare il giudizio, che noi facciamo internamente delle nostre medesime idee, ò delle cose, che per esse ci vengono rappresentate. A questi si riducono i segni principali, pei? 8? .mezzo de' quali manifestiamo i nostri pen^ .sieri, a questi per conseguenza i principali elementi delle lingue. Le altre voci sono tutte accessorie , nè sembra , che dir si pos- sano segni d' idee particolari , e distinte , ma unite ai sopraccennati vocaboli ne modifica- no diversamente il significato. Infatti tutti i pronomi, ò le voci, che pongonsi in luo- ,go de' proprj nomi, ad altro non servono» che a render meno nojoso, e meno confuso il discorso, evitandosi per essi la frequen- te ripetizione de' medesimi nomi. Le pre- posizioni poi, e gli avverbj altro non fan- no, che limitare a certe circostanze, a cer^ te qualità , a certi gradi , ed a certa esten- sione le azioni, ò per meglio dire i giudi- zi espressi con i verbi, come pure ad un certo grado le qualità delle cose, ò delle sostanze espresse dagli adjettivi. Le prepo- sizioni poi per esempio da , a, per unite al nome d'un qualche luogo preceduto, ò seguito dal verbo muovere, non esprimono, che le diverse circostanze del moto, che si fa da un luogo, ad un luogo, ò per un luogo. Così gli avverbi per esempio ve/o- cemente, lentamente uniti al medesimo ver- bo muovere, altro non esprimono, che lè qualità, ò gradi dello stesso moto. In simil guisa gli avverbj grandemente, poco ec. uni- ti agli adjettivi buono, saggio, valoroso ec esprimono soltanto i gradi diversi delle qua- lità da' medesimi vocaboli significate . Tale essendo pertanto la relazione, che passa fra le  > le nostre Idee, ed i vocaboli, voi ben ve* dete, che il ben parlare dal ben pensare dipende Oliando adunque giunti saremo a formarci delle cose idee, per quanto è pos- sible, chiare, e distinte: quando imparata avremo la maniera di legar bene » e con- nettere insieme le nostre idee, di ben com- binarle, ( al che non si giunge, se non per rezzo d uri ser o esame, e d un'attenta ri- flessione s iile nostre medesime idee ) ap- presa avremo anche l'arte di beri parlare # mentre allora altro a far non ci resta , che esprimer le medesime idee chiare, e ben' ordinate già nella mente con i vocaboli proprj, e adattati a significarle. Dissi essere i vo aboli segni puramerl- te arbitrari delle nostre idee (a). Infatti V ar*- n So o ir birrari le voci, ma gli uomini sono stati guitti n Ila form37.ione di esse dalla natura, ed hanno a^uto una ragione d'accennare le cose CI con un suono, ò nom<- piuttosto che con un'altro, é qui sta ragione è l'analogia del- suono con la qualità delle cose, imitando, quanto più poteva- no, col suono drl nornt la natura dell' oggetto 9 che nomin ivano. Questa è specialmente la pro- prietà delle lingue più antiche, e primitive, seb- bene tutre abbiano d'*' termini , che col loro suo- fio direi quasi dipingono gli oggetti , che Sono peo essi indienti. 1 Ianni vocaboli ulalatus , rumor 9 mprmttr , tatttuf \ tremefacio , fremitus , sibilo , ed ip numerabili altri strvir possono d'esempio. Non, ne abonda meno la nostra Toscana favella. Le vo- ci fischiare* rotore "giare , tromba , Stridere* scuo- ter? , rimbombare , ed altri ne sono una prova .  89 arbitrio, e 1* istituzione degli uomini è T unica ragione, per cui con quel dato nome viene una qualche cosi significata, ed in- tanto le parole significano le nostre idee, in quanto che hanno voluto gli uomini con quelle date voci indicarle, senza che siavi tra le parole , e 1' idee alcuna natura- le , ed intima relazione. Molto adunque s* ingannerebbe chi pensasse, che i vocaboli* ed i nomi tratti fossero dall' intima nasuta dell^ cose, e la natura stessa delle cose si- gnificassero Quello che chiamasi per esem- pio orai potevasi col nome d' argento appel- lare, se così fosse agli uomini piaciuto ; poi- ché non chiamasi oro per quello, che è in 6e medesimo questo metallo, ma perchè gli uomini hanno così voluto nominarlo. Se i Vocaboli fossero tratti dall'intima natura, ed essenza delle cose, non si parlerebbe che un solo linguàggio nel monda. In fatti là stessà essendo la nàtura delle còse in un paese, che in un altro, le medesime sareb- bero pure presso tutte le nazioni le voci, con cui le cose s'esprimono. Eppure quan- to sond diversi i vocaboli, con i quali dal- le diverse nazioni s'esprimono le medesime cose? Niente io dirò delle mutazioni, cui son soggette le lingue vive, e* che servir possono d'una prova incontrastabile, che i vocaboli sono segni meramente arbitrar; * e nori 'naturali delle nostre idee, mentre non cangiandosi mai* ma % sempre la stessa man- tenendosi ia, natura delle cose, cangiar non  9° si dovrebbero neppure i vocaboli , e le lin- gue, se le parole la natura delle medesime cose significassero. Meglio perciò esprimer non se ne poteva la vera , e giusta idea di quello, che fatto abbia nella sua Poetica Orazio: Multa renascentur , quacjam ceciderc , cadentque Quae mine sunt in honore vocabula , si volet usus , Quem pcncs arbitrium e$t>etjus,et norma loqitendi. Da un tal principio certo, ed evidente si deduce, che nelT interpetrare i vocabol^ non dobbiamo riferirne il significato alle cose con i medesimi espresse, ma all'idee di chi parla ò scrive, ed a quelle della sua na- zione, e della sua setta; che le parole non si debbono interpretare secondo le proprie idee, ma secondo l'idee di coloro, che le usano/ che essendo stati dagli antichi usati gli stessi vocaboli, che dai moderni si usa- no, ed i moderni per mezzo dr.nuove sco- perte, e di più esatte ricerche avendo per- fezionate le arti e le scienze, ed estese per conseguenza le loro idee, non si debbo- no attribuire ai vocaboli dagli antichi ado- perati le stesse idee, che con i medesimi si esprimono dai moderni, e sarebbe un erro- re il credere, chq gli antichi usando gli stessi vocaboli abbiano pensato delie cose neir istessa maniera, che i moderni. Quan- to è meno esteso, a qual minor numero, a qual minore esatte? zi d' idee è ristretto nel- la bocca degli antuhi Filcsofi, che in quel- la de* modem;, il significato .dc\ nomi Fisp ea [Jigitized by 9 i ed , Itìattemàtica , Nautica > Astronomia ! Il paragone dello stato della Filosofia in quei riinoti secoli con quello, a cui pervenuta si vede ne tempi nostri , porrebbe in chia- ro una tal verità . §. IL > Del Giudizió* A vendo fin qui brevemente considerato* la natura della Percezione, ò di quell'atto, per cui la mente si forma , ed acquista T idee , atto che ogni altro nella stessa men* te precede > ,ed è di tutte le altre sue ope- razioni il principio, ed il fondamento, non raggirandosi queste, che intorno ali* idee acquistate, l'ordine proposto richiede, che con la medesima brevità del Giudizio ades* so vi parli . Non s'arresta scià l'intelletto nelle serri- plici idee che acquista, ma intorno ad esse occupando la sua riflessione le combina in- sieme, e le paragona, e nel far questo pa- ragone, discoprendo tra esse rapporti di con- venienza; insieme le unisce; vedendo poi, che fra loro discordano , e trovar non si possono unire nello stesso soggetto, le se- para. Quest'unione d'idee è ciò* che dicesi affermare, questa separazione è ciò, che di- teti negare, e nelT affermare , c nei negarì? C0Hr-  consiste appunto il Giudizio, il quale per- ciò con ragione definir possiamo queir ope- razione, per cui l'intelletto nostro affer- mando unisce insieme quell'idee, che tra loro convengono, e negando separa le re- pugnanti, ed opposte. Così nel paragone • che fa di queste due idee Iddio , Giustizia , discoprendo la convenienza, eh» passa tra l'una, e l'altra, le unisce insieme, e dice affermando : Iddio è giusto. E vedendo all' opposto, che dall'idea di Dio è affatto alie- na , e discordante V idea dell' ingiustizia , separa questa da quella, e negando dice; Iddio non è ingiusto. Siccome poi de' vocaboli ci serviamo, come si è detto, per manifestare altrui le proprie idee, dei medesimi facciamo pure uso per esternare i nostri giudizj, e questi giudizj per mezzo delle parole manifestati Proposizioni s'appellano. Esaminando adun- que la natura delle proposizioni verremo sempre più a conoscere come ne' suoi giu- dizj si diporta lo spirito. Non essendo per- tanto il giudizio, che il risultato di quel paragone , che l'intelletto fa dell'idee, e due idee almeno richiedendosi per fare un tal paragone» due vocaboli esprimenti le medesime idee sono principalmente necessa- ri nelle proposizioni . Uno di questi espri- mer dee. l'idea, di cui qualche cosa si af- ferma, ò si nega, e che perciò soggetto del- la proposizione si chiama; l'altro esprimer dee ciò, che della medesima idea, ò del Digitized by yo soggetto si afferma , ò si nega , e dicesi at- tributo , ò predicato. Così nell'esempio di so- pra riferito, Iddio è giusto, il vocabolo li" dio è il soggetto, di cui si afferma la giu- stizia, ed il vocabolo giusto è l'attributo, ò il predicato, che si afferma di Dio. Il sog- getto , ed il predicato diconsi materia , ò ter* mini della proposizione. I soli termini per- altro della proposizione non bastano per farci comprendere T interna operazione del- la, nostra mente nel giudicare. Si è detto di sopra, che giudicare altro non è che uni- re, ò separare due, ò più idee, nelle qua- li la mente discopre della convenienza, ò della ripugnanza. E* necessario adunque nella proposizione qualche altro vocabolo, che indichi quest'unione, ò separazione 4' idee, ò sia Tatto, con cui si afferma, ò si nega. Si ottiene ciò per mezzo del verbo essere, e di qualunque altro verbo, onde chiamansi i verbi nessi-, ò forma delle pro- posizioni, quelli essendo, che uniscono il predicato al soggetto, ò da questo lo sepa- rano, avendo a se unita la particella nega- tiva non. Neil' addotta proposizione: Iddio è giusto, il verbo è spiega T unione, che ha fatta la mente dell' idea della giustizia con quella di Dio, e Tatto, con cui afferma di Dio la giustizia. Nell'altra proposizione: Iddio non è ingiusto, il verbo è unito alla particella negativa non esprime la separa- zione dell'idea d'ingiustizia dall'idea di Dio, e Tatto, per cui si nega di Dio T in- giù- giustizia medesima. Osservar dovete però, che sì negli ordinarj discorsi degli uomini, come nell'opere degli Scrittori spesso per brevità si tralasciano nelle proposizioni al- cune delle accennate voci, le quali pèrò facilmente vi si sottintendono. Troverete talvolta la proposizione mancante del sog- getto, ò del predicato, il quale però e con- tenuto nel verbo, come queste proposizioni: son incerto: Cesare vinse; mancando nella prima il soggetto, che esprimer si dovrebbe con la voce io, nella seconda il predicato, e l'uno, e l'altro essendo racchiuso nel verbo, cosicché le dette proposizioni corri- spondono a queste: io son incerto: Cesare Ju vincitore. Il solo verbo forma talvolta un' intiera proposizione. Il celebre detto di Cesare espresso con queste tre sole voci: veni, vidi, vici, contiene tre intere proposi- zioni. Anche il soggetto, ed il predicato formano senza verbo una proposizione . A- vendo detto per esempio ad uno: tu sei de- gno di gastigo, ei mi risponderà: io? oppu- re: io degno di gastigo ì sottintendendosi nella prima il predicato, ed il verbo, e nel- la seconda il verbo soltanto, ed equivalen* do ambedue a questa proposizione: io son degno di gastigoì In varie specie poi si distinguono le proposizioni, ma per non prolungarmi di troppo ne accennerò soltanto le principali, e le più necessarie, e senza che alcuna Spiegazione aggiunga, a quanto Enora dissi, voi Digitized by Google voi a prima vista intenderete , quale sia la natura delle proposizioni affermative, e ne- gative. Queste poi sono, o universali, o particolari. Universale dicesi quella propo- sizione, il di cui soggetto è universale, ò comprende in se tutti gl'individui di quel genere, ò di quella specie, a cui il sogget- to medesimo appartiene , come per esempio : ogni uomo è mortale: tutti i corpi son gra- vi. Se poi il soggetto della proposizione è particolare, ò esprime soltanto alcuni indi- vidui d'un genere, ò d'una specie, e di quesri si afferma, ò si nega l'attributo, ò il predicato, la proposizione è particolare, come per esempio: qualche uomo è saggio: alcuni animali son feroci. Riguardo alle pro- posizioni universali però bisogna avvertire, che l'universalità di esse si distingue in metafìsica , ed in morale. L'universalità me- tafisica non ammette eccezione alcuna, on- de metafisicamente universale è questa pro- posizione: ogni uomo è mortale , poiché niuno và esente dalla morte. L'universali- tà morale ammette le sue eccezioni, e per- ciò moralmente universale sarebbe questa proposizione; tutto il mondo fu soggetto ai Romani, intendendosi il mondo tutto non metafisicamente, ma moralmente, ò sia una gran parte di esso. Necessarie si dicono quelle proposizioni, nelle quali 1* attributo conviene , ò disconviene talmente al sogget- to, che non gli si può attribuire, ò nega- re, senza distruggere la sua essenza, e can- gia- 9* giare te leggi comuni, ed universali dell* natura, e tali proposizioni son sempre uni- versali , come per esempio : i corpi sono esten- si. Contingenti, ò casuali si dicono all'op- posto quelle , nelle quali il predicato con- viene , ò disconviene al soggetto non essen- zialmente, ma accidentalmente, potendo il soggetto avere, ò non avere quel dato at- tributo, salva la sua sostanza e natura, come per esempio: V uomo è saggio: il cor- po è luminoso-, e tali proposizioni son sem- pre particolari, ed equivalgono a queste; qualche uomo è saggio; qualche corpo è luminoso. Le proposizioni finalmente, altre son semplici, hanno cioè un sol soggetto, e un sol predicato, come: Iddio è onnipo- tente; altre son composte, hanno cioè più soggetti, ò più predicati, come: le ricchez- ze, ed i piaceri son cose manchevoli , e fal- laci , e <i* ostacolo alla virtù . Osservar do- vete però, che le proposizioni non lasciano d'esser semplici, sebbene al soggetto, ed al predicato sieno unite altre proposizioni,, le quali spiegano, estendono, e limitano il si- gnificato dei predicato, e del soggetto me- desimo , e diconsi proposizioni incidenti , per esempio; Iddio, che ha create tutte le cose j>e" fini i più nobili, e più sublimi, ha de- clinato l'uomo ad una felicità, che non avrà mai termine. Semplice è una tale pro- posizione, sebbene a. prima vista sembri composta . ©all'ideai che finora ci siamo formati del Digitized by del giudizio ben si raccoglie, che ne* no-? stri giudizj medesimi consiste la verità, co- me da essi derivano i tanti errori, ne' qua- li bene spesso cadiamo. Infatti quella veri- tà, che da* Filosofi si chiama Logica non consiste in altro , che nella convenienza de* nostri giudizj con gli oggetti , dei quali giu- dichiamo, come nella disconvenienza consi- ste Terrore. Se ciò, che nel giudicare af- fermiamo d'una cosa, ad essa realmente conviene, se ciò che d'una qualche cosa neghiamo, realmente non le conviene, è ve- ro il nostro giudizio. Air opposto se nel giu- dicare d'una cosa affermiamo d'essa ciò, che non le conviene, ò neghiamo quello, che le conviene, noi siamo nell'errore, e nella falsità . Molte sono le cagioni , per le quali in giudicando delle cose cadiamo in errore, ma a due principalmente ridur si possono, alt imperfezione cioè delle nostre idee, ed alla mancanza di riflessione. Evite- remo gli errori, che nascono dalla prima di queste due feconde sorgenti, se non giu- dicheremo giammai delle cose fondati so- pra idee vaghe, ed incerte; se prima di giu- dicar delle medesime procureremo d'acqui- starne la più chiara, e distinta cognizione; se fuggiremo le dispute, e le ricerche in- torno a ciò, che è superiore ai nostro in- tendimento; se parleremo soltanto di quel- le cose, che studiate abbiamo, ed apprese con fondamento; se per apprenderle con fondamento intraprenderemo pochi studj al- ti la 9 3 la volta, a questi con la più seria atten- zione ci applicheremo , terremo in essi un, buon \Ordine , ed un giusto metodo , il qua- chiarezza, ed alla distinzione dell'idee. Fuggiremo poi gli errori, che dalia man- canza di riflessione, e d'esame derivano, se allontaneremo da noi tutto ciò, che è capace d' impedir questa riflessione , e que- sto esame . E primieramente fuggir dobbiamo nei nostri giudizj la precipitazione , non correndo subito a giudicar delle cose, ma premettendo al giudizio una seria conside- razione, ed esame delle medesime. Sospen- deremo ancora i nostri giudizj , quando sia- mo dominati da qualche passione, perchè a ben giudicare delle cose è necessario, che la mente si trovi in un certo equili- brio, cosicché non inclini più per una par- te , che per un' altra , ma a tutto rivolga in- differentemente la sua attenzione. Le pas- sioni rompono , e disturbano questo equili- brio, e fanno sì, che la mente rifletta più a quelle cose, alle quali più inclina per la passione , e quelle ricusi , e trascuri <T esa- minare, dalle quali la passione la rende aliena, e contraria. Spogliamoci finalmente de' pregiudizi, e delle prevenzioni, che so- no tanto polenti a mantenerci negli errori contratti, e ad impedirci d'arrivare alla co- gnizione della verità. La verità poi dei nostri giudizj, ò del- le nostre proposizioni distinguevi in certa , contribuisce alla e Digitized by Google e probabile , come in certa, e probabile la falsità. Diconsi certamente vere quelle pro- posizioni, le quali si appoggiano sopra una. sicura esperienza, ò sopra un manifesto, ed evidente principio, cosicché io niente ne dubiti, e mi senta dalla mia propria co- scienza mosso a prestarvi interamente l'as- senso; ed all' opposto hanno il carattere dì certa falsità quelle, che sono manifestamen- te contrarie ad un' esperienza sicura, ò ad un principio incontrastabile , ed evidente . Probabilmente vero dicesi ciò , che si ap- poggia sopra alcune ragioni, ed ha alcuni caratteri di verità, ma queste ragioni, e questi caratteri di verità tali non sono, che escludano affatto il dubbio dell' opposto. Probabilmente falso si dirà dunque ciò ,che si oppone ad un sentimento appoggiato so- pra alcune ragioni, ma le ragioni sono ta- li, che non tolgono affatto ogni dubbio, ed incertezza . La verità probabile convince as- sai meno della verità certa, ed evidente. Ma stolta cos* sarebbe il rigettarla total- mente, ed il pretendere in tutto una veri- tà certa, q dimostrata. Oltreché la proba- bilità ha i suoi gradi di verità, e gradi ta- li , che talvolta confondesi colla certezza , quanto mai. sarebbe ristretto il numero del- le nostre cognizioni, se quelle soltanto si dovessero ammettere , le quali sono certe » ed evidenti ? Poche sono quelle cose , delle quali abbiamo una certa , ed evidente co- gnizione ia confronto delle moltissime, di cui IO© cui non slamo, nè esser possiamo giammai totalmente certi , e perciò appagar ci dob- biamo le più volte della semplice probabi- lità, e solo rivolgere la nostra attenzione, le nostre ricerche , e le nostre premure a ben distinguere, ed abbracciar quello, che di più probabile in qualunque cosa si tro- va . Dal che ne segue , che anche gli Ora- tori non sempre fanno uso nei loro ragio- namenti di prove certe ed incontrastabili, ma si fondano ancora su quelle, che sono meramente verosimili, e probabili. Tra le verità solamente probabili riporre si deb- bon quelle, che conoschiamo per la parti- colare autorità degli uomini, e per la testi- monianza d' alcuni Scrittori,*! quali ci han- no trasmessa la cognizione dei pensamenti, de' costumi, e delle leggi degli antichi tem- pi, ò ci narrano cose a' tempi nostri ac- cadute, e delle quali non 6Ìamo noi stessi stati spettatori, e testimoni. Il fondamento di questa probabilità, che dicesi /storica si appoggia sù questo canone universale: E* probabilmente vero , ciò che un uomo <fe- gno di tutta la credenza attesta esser vero . In virtù di questa regola noi crediamo quel- lo , che Polibio delle guerre Cartaginesi rac- conta; crediamo, quanto Giuseppe Istorico c; referi.sce dell' eccidio di Gerusalemme. Per non errare per altro nella nòstra cre- denza, non solo è necessario esaminare la qualità dei testimonj, e degli scrittori, che narrano un fatto , come pure la qualità del- le  101 le cose, che essi raccontane* , ma anche il modo, con cui le raccontano. Proprio essen- do dei Poeti V inventare, e V immaginare, degli Oratori V amplificare, e 1* esagerare talvolta le cose , e degli Storici narrare i fatti con semplicità , ne segue , che i Poeti danno alle cose il minor grado di probabi- lità , un grado maggiore gli Oratori , il mas- simo grado gli Storici. Nulla vi ha di più contrario al do.ver d* uno Storico, eh» 1* udite, nè scritte da alcuno, formare più se- condo il suo genio che secondo la verità i caratteri delle persone, inserire nei raccon- ti ragionamenti non mai tenuti dalle per- sone, in bocca delle quali si pongono, in- grandire le cose più minute , e più pic- cole. Dovere d* uno Storico si è V appog- giare le sue narrazioni sopra monumenti certi, e sicuri, e spogliandosi di qualunque passione, e d' ogni spinto di partito colla stessa ingenuità raccontare i fatti favorevo- li , e contrarj anche della sua setta me- desima , della sua nazione , della patria , e delle persone più favorite, e più care; usar precisione, chiarezza, ed ordine, ed al semplice racconto dei fatti, e delle loro circostanze unire la semplicità, e la natu- ralezza dello stile. E siccome la probabili- tà istorica si appoggia sulla testimonianza degli Scrittori, per non errare è necessario seguir le leggi d' una buona Critica, ed assicurarsi non solo, che le opere sieno di inventare a capriccio quel- , io* quelli scrittori, ài quali vengono attribuite? e tali quali sono uscite cMla loro penna i senza che siavi stato indotto qualche can- giamento, ò fatta alcuna alterazione, ma ancora, che le dette Opere sieno state giu- stamente, e secondo il senso inteso dallo Scrittore interpetrate* §. Iti ' Del Raziocinio, e della prima specie d f Argomentazione* b del Sillogismo. t M t , 1 utté quéste còse dovevànsi necessaria- mente premettere , e da voi con attenzione esaminare prima di parlare di quella facol- tà, che ha lo spirito di ragionare, e che è 1* oggetto principale di questo Capitolo . Ca- gionare altro' non è, eh© dedurre da certi principi legittime conseguenze. Posti per esempio questi due principi incontrastabili: ogni uomo è mortale , Pietro è uonìo, da questi deduce la mente la conseguenza: dunque Pietro è mortale. Se di tal penetra- zione dotata fosse la mente nostra, che al primo presentarsele di due idee ne disco^ prisse il vero rapporto, passerebbe tosto a formarne il giudizio. Ma siccóme le più vol- te accade, che non subito vede con chia- rezza il vero rapporto delle idee ò degli ©gr * Digitized by Google .103 oggetti, a fine di discoprirlo, e di separar- le, ò di unirle insieme come conviene , e così giudicarne rettamente, fa uso di quél- la operazione, che raziocinio s' appella. Prende ella una terza idea, e con questa paragona ambedue le idee, che vuol sepa- rare, ò unire insieme, e fatto questo pa- ragone, se vede, che ambedue con quella terza idea convengono, le unisce insieme, e ne giudica affermativamente. Trovinoli poi , che colla medesima ambedue non con- vengono, lo separa, e ne forma un giudi- zio negativo . Riprendiamo per maggior chia- rezza T esempio di sopra accennato. Per as- sicurarsi della verità di questo giudizio, ò di questa proposizione: Pietro è mortale , prende la mente una terza idea , ed è que- sta T idea dell' uomo. Coli' idei dell' uo- mo paragona primieramente 1* idea d' es- ser mortale, e vedendo, che ambedue in- sieme convengono, e che dell' uomo è pro- prio l'esser mortale asserisce francamente: ogni uomo è mortale . Colla medesima ter- za idea dell' uomo paragona quindi 1* idea di Pietro, e scorgendo, che anche V idea di Pietro conviene coli' idea dell' uomo, forma T altro giudizio: Pietro è uomo. Può dunque con tutta ragione unire 1' idea di Pietro con quella d' esser mortale , e de- durne la conseguenza: dunque Pietro è mortale . Chiamasi una tale operazione con Greco vocabolo Sillogismo , che significa ra- ziocinio,, ò discorso, e le tre idee, che per for- f0 * /ormarlo nchledonsi , sono comunemente dai Filosofi chiamate termini del Sillogismo. Ciò, di cui alcuna cosa ricercasi, si dice termi- ne minore , quello, che del minor termine si literca, si chiama termine maggiore* quello finalmente* con cui si paragonano i termini maggiore > e minore, dicesi mezzo- termine . Neil* addotto esempio pertanto Pietro Sarà il termine minore , di cui si cer- ca , se sia nuortale, ò nò: mortale sarà il termine maggiore , quello essendo, che si ricerca di Pietro, e V uomo sarà il mezzo- termine, coti cui si paragona il termine maggiore* mortale , ed il termine minore Pietro. Il termine minore, come voi ben ve- dete , è il soggetto di quella proposizione chef a dimostrare si prende col Sillogismo, e T attributo , ò il predicato di essa è il termine maggiore , " il mezzo-termine poi è quella terza idea, cori cui si paragona il soggetto, ed il predicato di detta proposi- zione. Da tutto ciò vi potete ancora com- prendere di tre giudizj, ò di tre proposizio- ni esser composto il Sillogismo . Si forma il r *rno, quando paragonato il maggior ter- no ine col mezzo-termine si uniscono questi, ò separano, come: Vuotilo è mortale. Il se- -rìdo si fa quando paragonato il minor termine col mezzo - termine si asserisce, ò 5. nega, che fra loro"* convengono, come: Pietro è uomo. Il terzo giudizio si deduce da due antecedenti, ed in esso si uniscono ò si separano il maggiore , ed il minor ter- rai- Digitized by Google . . . ios jnine, e dicesi perciò: dunque Pietro è /nor- tale Le prime due proposizioni si chiamano premesse, e per distinguere 1' una dall' al- tra dicesi maggiore la prima; perchè in essa si uniscono, ò si separano il termine mag- giore, ed il mezzo -termine ; dicesi minore Ja seconda, perchè si uniscono, ò si sepa- rano in essa il termine minore, ed il mez- zo-termine; sì chiama conseguenza la ter- za, perchè nasce, e si deduce dalle due prime. Tutta la difficoltà, che nel formare il Sillogismo s' incontra, consiste, come voi ben vedete, nel ritrovare il mezzo-termine adattato per paragonar con esso i termini di quella proposizione, che si vuol dimo- strare. Per togliere questa difficoltà, eccovi una regola, quanto facile, altrettanto, come\ a me pare, sicura. Altrove cercar non do- vete il mezzo -termine i che nella proposi- zione medesima, di cui bramate conoscerò appieno la verità . Esaminate attentamente i termini di detta proposizióne , e studiate- vi di conoscere 1' intima qualità delle co- se , che per mezzo di detti termini vengo- no espresse, é ciò otterrete per mezzo di una esatta analisi, ò definizione di detti term ini , del soggetto cioè , e del predicato delli proposizione . Infatti se la: proposizione è aff*er- r mativa, ó tale, che debbansi unire insieme i Suoi tèrmini , in questi esóer dee la! ragione di tale u* fiione , e quc'sta ragione non può in altro cònsi- Ètere , che in una qualchè cosa , che i detti tétf- Digitized by Google mini hanno di comune fra loro, e propria è d* ambedue . Trovata questa proprietà co- mune ad ambedue i termini, è trovato il mezzo -termine. Se poi la proposizione k negativa , ò il soggetto, ed il predicato di es- sa sono tra loro incompatibili, dee neces- sariamente in uno esistere qualche proprie- tà contraria , e ripugnante alla natura dell* frltro. Questa proprietà deesi in tal caso ri- cercare, e trovata che sia, prendersi per mezzo» termine. Daranno una mas^ior chia- ss* rezza ad una tal regola gli esempj. Vogliasi per esempio dimostrare con un Sillogismo la verità di questa proposizione: Varia è grave. Esaminando f attributo grave, ò sia la natura, e la proprietà de' corpi gravi, troviamo esser proprio di essi il premere i sottoposti corpi . Prendo questo efletto della gravità per mezzo-termine, e poiché 1' ho dedotto dalla natura stessa della gravità, senza punto esitare unisco questo mezzo- termine col termine maggiore, grave, e di- co : ci* , che preme i sottoposti corpi è gra- ve . Passo quindi ad esaminare, se la qua- lità di premere i sottoposti corpi anche ali* aria convenga, e dall' esperienza ammaestra- to, che anche un tale effetto da essa pur si produce, francamente asserisco: Varia pre- me i sottoposti corpi; indi legittimamente deduco; dunque Varia è grave. Quantun- que poi in un tal raziocinio abbia forse più luogo T arte, che la natura, "e perciò da alcuni moderni filosofi si voglia affatto dal- le Digitized by Google ìè àaióìe sbandito, io però mi lusingo, che a voi inutile non sarà Y averne fatto pa- rola, mentre imparato avrete almeno uno de* più efficaci mezzi per assicurarvi della verità d' una qualche proposizióne, e per dimostrarla cori tuèto Y ordine, é con tut- ta la forza. Infatti la dimostrazione, che si fà mediante il Sillogismo * quando sia ben fatta, è egualmente certi, che questi Assiomi ; o proposizioni per se stesse chiare, ed evidenti* Sulle quali è fondato il Sillo- gismo: i. Quellé cosej che conrertgoiio con tina di terzo ; convengono anche fra lóro: Se A è egudle à B, e C è eguale parimente a B , tinche C sarà eguale ad A . 2. Quelle cose, che non convengono con una di terzo , neppure con- venir poàsoriò tra loro: Se A è eguale a B, e C non è eguale a B , non può essere À tguale a C. 3. Quelle cose, che si afferma- no, o si negano universalmente d' un sog- getto, ò d' un genere ì si affermano, ò si neganò con tutta ragione delle parti, ò in- dividui compresi nei medesimo soggetto, d Tiel genere. L'uomo per esempio è rnor- tale : Pietro è uomo ; dunque Pietro è mor- tale. Il corpo non è capace di pensare: ma. qualunque minima particella del corpo è corpo \ dunque ogni minima particella del corpo è incapace, di pensare . Èssendo il Sil- logismo la principale specie d* argomenta- zione, a cui, come vedrete ih appresso* le altre tutte si possono ridurre * ho stimato Opportuno il trattenermi uù poco più Imi* to8 . . . ' gamente nel ragionarvi di esso. Più breve sarò nello spiegarvi la natura dell' altre specie d' argomentazione, riserbandomi in fine di questo Capitolo a farvi vedere T uso, che di esse fanno gli Oratori, e quanto questi si allontanino dalla maniera d'argomentare propria de' Filosofi, e degli Scolastici. Dell 1 Entimema E primieramente di quella specie d' ar- gomentazione piacemi di far parola, che Entimema, s' appella. E' V Entimema un argomento di due sole proposizioni compo- sto, delle quali la prima dicesi antecedente $ conseguente la seconda . Eccovene per mag- gior chiarezza V esempio : Ogni uomo è mor- tale; dunque Pietro è mortale. Egli è infat- ti un perfetto Sillogismo nella mente, ma imperfetto nell* espressione, tacendosi in es- so una delle proposizioni dell* intero Sillo- gismo, che ha già formato la niente^, la quale proposizione si può da ognuno facil- mente sottintendere. Voi già avete a pri- ma vista compreso, che nell' addotto Enti- mema la proposizione tralasciata, e sottin- tesa è la minore, ma Pietro è uomo: men- , tre V intero Sillogismo esprimer si dovreb- be Digitized by Google be in tal guisa: Ogni uomo è mortale; Pie- tro è uomo, dunque Pietro è mortale. Si tra- lascia talvolta anche la proposizione mag- giore dell'intero Sillogismo nell'Entimema per esempio; Iddio è giusto; dunque Iddio premier à i buoni, e punirà i cattivi. E' ma- nifesto da tale esempio, che la proposizione del perfetto Sillogismo, che qui si tralascia, è la maggiore, poiché il perfetto Sillogis- mo, sarebbe questo: Proprio è della giustizia punire i malvagi, t premiare i buoni: ma Iddio è giusto; dunque lidio premerà i buoni e punirà i malvagi , Essendo adunque V En- timema in sostanza la medesima cosa, che il Sillogismo , è affatto inutile il trat- tenerci più lungamente in parlando di esso, bastar potendo , quanto di sopra si è accen- nato ^ del Sillogismo. Avvertirò soltanto, che l Entimema è quella specie d'argomen- tazione, che più d' ogni altra al naturai raziocinio s' accosta, altro non richiedendo il naturai raziocinio, che una connessione tale d idee, e di proposizioni, che una ser- va di antecedente, V altra di conseguente ,una fiasca, e sia dall' altra legittimamente de- dotta. Di rado avviene, che s' ascoltino negli ordinarj discorsi degli uomini, e s'in- contrino negli Scrittori perfetti, ed interi Sillogismi* S ama la brevità, e la chiarez- za, e perciò si tralascia quello, che facil- mente nel discorso si può da ognuno sottin- tendere, e che per conseguenza è superflua 1 esprimere. Del Sorite- Sorite è un argomento composto di mol- te proposizioni insieme unite» e concatenato in modo , che il predicato della prima ser- va di soggetto alla seconda, il predicato della seconda serva di soggetto alla terza , e così successivamente» finché venendo alla collusione si uniscono in essa , ò si sepa* rano il soggetto della prima proposizione col predicato dell' ultima , che sono appunto f termini maggiore, e minore dell' argomen- to. Ponghiamo in chiaro con un esempio una tale definizione: Gli avari son pieni di desiderj; quelli , che son pieni di desiderj, mancana <ìi molte cose; quelli, che mancano di molte cose son miserabili', dunque gli avari son miserabili. Formasi il Sorite nella stessa maniera, che il Sil- logismo , trovando il mezzo-termine , con cui paragonarsi possano i termini maggiore, e mi- nore, o sia il predicato, ed il soggetto di quella proposizione, che si prende a dimo- strare, per unirli poi, ò separarli nella con- seguenza. Ma se dopo aver nella prima pro- posizione paragonato il termine minore col mezzo- termine, io non vedo ancora il rap- porto, che ha con lo stesso mezzo -termine il termine maggiore, trovo un secondo mez^ zo- termine, col quale paragono il predica- to della prima proposizione , ò sia il prima prezzo -tergine; e 6e neppure per mezrq di Digitized by Ili di questo io discopro la chiara connessione de' termini maggiore, e minore, ne trovo un terzo, un quarto ec., e formo altrettan- te proposizioni, finché non giunga ad una proposizione, che abbia per predicato il pre- dicato medesimo della proposizione, che io voglio dimostrare . Così dimostrar volendo , che gli avari son miserabili, trovo il primo mezzo-termine nel carattere medesimo de- gli avari, de' quali è proprio V esser pieni di desiderj , e formo la prima proposizione : Gli svari son pieni di desiderj. Io non veg- go però chiaramente la ragione , per cui gli avari essendo pieni di desiderj concluder si possa, che essi son miserabili . Cercodun- que nel predicato di questa prima proposi- zione un altro mezzo-termine, e rifletten- do , che chi è pieno di desiderj manca di molte cose , formo la seconda proposizione , e dico : Quelli , che son pieni di desiderj , mancano di molte cose. Anche una tale pro- posizione sembra ancora alquanto lontana dalla conseguenza, che gli avari sono mi- serabili. Nel predicato adunque di questa seconda proposizione , e nella mancanza di molte cose cerco un terzo mezzo - termine , e riflettendo, che nella mancanza di molte' cose consiste appunto la miseria, proseguo T argomento con questa proposizione: Quel- li, che mancano di molte cose, sono misera- bili. Ed eccomi giunto alla legittima con- seguenza, nella quale unir posso, come di sopra ho osservato, il soggetto della prima prò- 112 proposizione col predicato dell' ultima, e concludere: Dunque gli avari son miserabili. Quanto un tale argomento è efficace per dimostrar la verità 4' una qualche proposi- zione, e perciò in uso specialmente presso i Matematici, altrettanto è facile, che di- venga vizioso, e degeneri in un Sofisma. Una sola proposizione, che vera non sia, uè legittimamente dedotta, altera la verità, 4i tutto T intero argomento. jf. yi Del Dilemma Dilemma dicesi quell' argomento, in cuj diviso un qualchè tutto nelle sue parti si conclude affermativamente, ò negativamen- te del tutto ciò, che si è delle parti con- cluso . Se dimostrar volessi con un Dilem- ma questa proposizione: V uomo non può godere in questa, terra una vera felicità; bi- sognerebbe ordinare così 1' argomento : 0 V 'uomo in questa vita seconda le sue passio* ni , ò le combatte ; se le seconda , non $ in uno stato felice, nè può trovarsi contento , non potendole pienamente appagare; se le combat- te è parimente infelice, perchè in uno stato di guerra , e di violenza contro se stesso ; dun- que V uomo in questa vita non può godere Una vera , e piena felicità . Scorgesi a prima vista in quest'esempio un tutto diviso nelle sue parti nella prima proposiaione , la qua^ le è sempre disgiuntiva: ò V uomo secondisi in questa vita le sue passioni 9 ò le combatte ; ed il tutto, che si divide, è lo stato deli* uomo nella vita presente, U. quale stato è bene, ed interamente diviso > pQichfe trovan- dosi neir uomo le passioni, dar noi* ai può stato di mezzo tra il secondarie ,.$4 il con*- batterle. Da questa prima proposi&ÌG8e.,i§ passa a concludere riguardo alle parti, ©• nel caso proposto si conclude T infelicità? dell' uomo nella vita presente in qualun- que stato ritrovisi ò di combattere , ò 4* secondare le proprie passioni, appoggiando sopra qualche prova ò ragione una tal conclusione , e però si dice : Se le seconda , non è felice, perchè non si trova contento f non potendole pienamente sodisfare . .Se le combatte non è parimente felice > perchè è in. uno stato di guerra contro se stesso. Ed es- sendosi concluso , esser T uomo infelice sì neir uno, che nelT altro stato, si passa $ concludere generalmente: V uomo adunque* non può in questa vita godere una piena:, e ver a felicità . Quest' argomento , come ognun, vede, s'appoggia sopra T incontrastabile As- sioma, che essendosi diviso un tutto nelle sue parti, ciò che si afferma ò si nega non di una qualche parte soltanto , ma di tutte 9 con ragione si afferma, ò si nega del tut- to. L' arte adunque di formar bene un ta- le argomenta, il quale ha una grandissima % " for- Digitized by Google H4 forza per convincere , e per persuadere , in- vestendo per qualunque parte V uditore , ò T avversario, consiste nel dividere esatta- mente il tutto nelle sue parti, cosicché la divisione esaurisca il tutto, e parte non sia- vi, che non resti in essa compresa; poiché altrimenti sarebbe falso e vizioso , e facil- mente ritorcer si potrebbe contro di chi lo ha formato. Tale sarebbe il dilemma diso- pra riferito, se si desse uno stato di mezzo per r uomo fra 1 secondare, ed il combat- tere le proprie passioni . Ma poiché ua ta- le stato non si dà, esatta è adunque la di- visione, vero e concludente é il Dilemma. Falso è il Dilemma degli antichi Filosofi esposto da Cicerone nei suo libro intorno alla vecchiezza. Per dimostrare non doversi temere dall' uomo la morte: O V animano** stra (dicevano essi ) perisce insieme col corpo ò alla morte del corpo sopravvive: Se và a perire insieme col corpo, non ha V uomo mo- tivo alcuno di temere la morte, mentre privo rimarrà d* ogni senso , e d 1 ogni dolore . Se V anima sopravvive alla morte del corpo, anziché temer la morte, dee V uomo desiderarla , mentre dopo di essa passa ad uno stato migliore , e più felice .* dunque in niun modo deesi dati* uomo temer la morte . La falsità di questo argomento deriva appunto dal non essere esatta la divisione dello sta- to dell' uomo dopo la morte . Infatti tra 't non«ssere , e V esser felice v' è un altro stato di mezzo non compreso nella divisione , ed è Io : ita- Digitized by H5 t etato di pena, e di tormento per quelli > che avranno male operato . Ora la conside- razione di questo stato può rendere , e ren* de infatti formidabile agli uomini la morte. • §. VII. Dell' Induzione, e dell' Esempio. A Ile fin qui accennate specie d' argo- mentazione altre due aggiunger ne dobbia- mo, l'Induzione cioè, e V Esempio, e di que- ste è d* uopo , che facciamo adesso brevemen- te parola. jL' Induzione è queir argomento, in cui fotta T enumerazione di molte cose particolari appartenenti allo stesso genere , ò alla medesima specie si conclude univer- salmente del genere , e della specie quello , che si è concluso delle parti ò degl* indivi- dui dello stesso genere, e della specie me- desima, per esempio : L' oro si liquefò, al fuoco , al fuoco si liquefanno V argento , il ferro , ed il piómbo ; dunque al fuoco si li- quef anno tutti i metalli. Ha V induzione per suo fondamento il medesimo Assioma, che si è di sopra accennato : Quello, che si nega è si afferma delle parti d' un qualche tut- to , e degl* individui d' un genere , e d una specie, si può con tutta ragione afFet?- maire, ò negare del tutto, del genere, e della Specie. Affinchè y^i V induzione sia giù- Digitized by Google \ giusta, esatta esser dee parimente V enu- merazion delle parti, e degl* individui. Fa d' uopo inoltrerete quello, che si afferma, d si nega degl' individui, necessariamente, ed essenzialmente loro convenga, ò discon- venga -, poiché se la qualità , che si affer-* ma, ò si nega delle parti, ò degl' indivi- dui, fosse loro soltanto accidentale , non si potrebbe affermar con verità del tutto, del genere, e della specie, mentre ciò che è proprio d* alcuni individui soltanto, conve- nif noii pud a tutto il genere, ed a tutta la specie. False sarebbero però queste In- duzioni.- Pietro i dotto: Cesare è dotto, tale è ancora Filippo, dunque tutti gli uomini so- no dotti. L % agnello è mansueto ; mansueta è la Colomba ; V uomo è mansueto ; dunque tut- ti gli animali son mansueti; e sono false, perchè la dottrina, e la scienza non è a tutti gli individui dell' umana specie essen- ziale, ma accidentale , e propria soltanto d* alcuni; come non essenziale a tutti gli animali , ma propria soltanto d' alcuni è toanswtudine V Esempio finalmente è quella specie «T argomentazione, per cuir 4^ *i* a qualche cosa particolare un' altra pure particolare il deduce, per esempio: Orazio fa dal Popo- lo Romano assoluti, benché uccisa aliefs* l * propria sorella. Dunque dovrà essere anche Milone assoluto, dopo V uccisione di elogio* Questa è la proya, che dair esenrpio trae Cicerone medes$x^. nejl* orione, in &y«r di Digitized by Goògle di Milone . Con tale memento animava pure se «tesso S. Agostino alla conversione j poiché considerando la vita santa, e mor- tificata di tanti uomini, e di tante Vergi- nelle della stessa sua età e condizione, andava a «e ripetendo:,,^ non poteri* ,quod isti , et istae » ? Infatti un tale argomentò non solo mette in una chiara veduta la ve- rità, ed ancora ai più rozzi, ed ignoranti la rende intelligibile, ma fà un* grandis- sima impressione nel cuor dell' uomo, il quale più dall' esempio, che dalle ragioni rimane persuaso e convinto, scorgendo ol- tre alla ragione nell' esemplo adattata alle proprie forze 1' esecuzione di ciò, che gli viene insinuato . Per questo noi osserviamo esser piene d' esempi, e di parabole le S. Scritture . §. vnr. »... ». Deltuso delV Argomentazione presso gli Oratori , A vendo fin qui bastantemente parlato delle diverse specie d* argomentazione , al- tro non rimane, che considerar brevemente qual sia V uso , che di esse far sogliono gli Oratori . Nel trattare de* diversi argomenti, affine di discoprirne più chiaramente la na- tura, ho stimato bene seguir lo stile de* Dia-  -uè Dialettici « Ma un assai diverso uso «écdrf* do r insegnamento d'Aristotele fanno ài questi i Filosofi» e gli Oratori. Semplice, .nuda, e concisa i l'argomentazione filosofi* Ti «Y c 1 n.gt.i/iti»tuv**»* *» • — r — — ì, — istruire, e di persuadere. Infatti quanto più la ragione semplicemente è espressa \ tanto più è capace di produrre un simile effetto. Dovendo però l'Oratore non solo istruire , e convincere , ma eziandio muove-* re e dilettare, di tutta l'arte abbisogna t per dare alle sue ragioni, ed a' suoi argomenti quella forza, e quell'ornamento, che recar possa diletto , e muover V animo di chi a* se Ita. Non poteva però Zenone Principe degli Stoici esprimer meglio la diversità, che passa tra l'Oratorio, ed il Filosofico ar- gomentare, che ad una mano aperta e distesa il primo , ad una mano chiusa e stretta assomigliando il secondo. Di rado vi avverrà d'incontrare negli Oratori sem- plici Sillogismi* ò Entimemi nudi, quali ( come avete finora osservato ) formar si sogliono da' Dialettici. Troverete ancora presso di essi tali argomenti , nla esposti di- versamente, propria essendo degli Oratori!* abbellirli , ed amplificarli , e non seguire ri- gorosamente l'ordine delle proposizioni da* Dialettici prescritto , ma a stfo talento va* riarlo, e secondo l'opportunità della causa < Meglio coaoseex non potete l'arte d'esteiH de- - «- U Digitized by n 9 dere , e di variare gli argomenti propria de- gli Oratori , che facendo un' attenta osser- vazione sulle loro orazioni. Leggete tutta T Orazione HI. di Cic contro Catilina , e vedrete , come gli Oratori alle semplici pro- posizioni d' un Sillogismo , ò d'un Entime- ma, ò d'altra argomentazione aggiungono 1© prove ; come alle ragioni , ed alle prove danno tutta la possibile estensione, come viie fanno risaltare la forza per mezzo delle figure, e di tutti gli ornamenti dell'elo- quenza. Prende Cicerone a dimostrare in quest' Orazione doversi con pubbliche pre- ghiere, e ringraziamenti agli Dei celebrare quel giorno, nel quale era stata scoperta la congiura di Catilina, fuggito era egli da Roma , erano stati da Cicerone scoperti , ar- restati, e puniti i complici della congiura. Tutta l' Orazione ridur si può a questo sem- plice Sillogismo : Deesi con pubbliche preghie- re, e ringraziamenti agli Dei celebrare quel giorno , in cui dal più grave pericolo è stata, sottratta la comune salvezza. Ma tale è il presente giorno. Dunque deesi questo con solenni preghiere, e ringraziamenti agli Dei celebrare ; se pure non ci piaccia ridurla a quest'Entimema: Nel presente giorno è stata sottratta dal più grave pericolo la salvezza della Repubblica: Dunque deesi questo cele- hrar con solenni preghiere, e ringraziamenti agii Dei. In questo Sillogismo, ò Entimema si contengono tutti i semi, e tutto il dise- gno, e la condotta dell' Orazione, talché ia * Digitized by Google -essa altro non fa Cicerone, che sviluppa^ -ed amplificare le proposizioni dell'uno, 6 dell'altro di questi due argoménti. Primie- ramente pianta sul bel principio la proposi- ■zione , che contiene il soggetto dell' Orazio- ne . Quindi alla proposizione maggiore del •suddetto Sillogismo , che è la sottintesa neir Entimema, aggiunge la sua prova dicendo èsser la conservazione della salute, e della vita un benefizio più grato, é di maggiore allegrezza per l'uomo, che quello della na- scita Venendo poi alla proposizione mino- re, niuna parte tralascia di quell' argomen- tazione, che dai Retori Collezione vien det- ta, e che è di cinque parti composta, dei- te quali la prima è la proposizione medesi- ma, nella quale con brevità e chiarezza accenna V Oratore ciò , che vuol dimostrare ; là seconda è la ragione , sù la quale ap- poggia la verità di detta proposizione: la terza è la confermazione, ò la dimostrazio- ne Hella ragione medesima ; la quarta chia- mata dai Retori esornazioné consisté nel da- re alle ragioni * ed alle prove, che s'addu- cono ttfttst l'estensione v tutta la forza, e tutto T ornamento possibile: la quinta final- mente è la complessione, nella quale riepi-' legando V Oratore tutte le parti della; sua argomentazione conchiude con brevità, é con forza il suo ragionamento, ripetendo, a differenza: del Sillogismo, nella! Conclusione mtedesima la: prima sua proposizione. Infat- ti alla proposizione: tale è il presente gioirà Digitized by f 21 unisce là sua ragiorié, là quale è , che la Repubblica era stata liberata dal più fu- nesto pericolò . Passa quindi alla confermazio- ne , adducendo per prova la fuga di Carili- ria da Roma, e narrando à lungo le dili- genze, colle quali egli aveva procurato di «coprire i capi della còrìgiùra. Vanendo poi all' Esornaziohé prerìde motivo d'ampli- ficare, e di mettere nellà più forte, é mit- ri, veduta la grandezza d' uri tal fcérìefizié dagli Dèi alla Repubblica com partito ; e dal carattere di Catiìinà medésimo; e dagli stra- òrtìinarj fenomeni, che s* osservarono in quéi giorni nella natura, e dall'osservazio- ni degli Aruspici , e finalmente dal para- gone, che fa della maniera, onde furori ter- minate molte antecedenti guerre civili, con quella onde fu dissipata la congiura di Ca- rlina , quelle còn lo spargimento di xrìoito sangue , e con la mòrté de' più illustri Cit- tadini , questa senza alcuna strage , e solo per mezzo d' un Console . Viéne finalmente alla complessione , e corichiude , doversi un tal giorno còri pubbliche preghitfc, é rhw graziamenti agli Dei celebrare; Quest'esempio, e questa brevé analisi decorazione di Cicerone pare a me, ché ti discopra uri altro artifizio , ed uria rego- la ci additi per condurre cori buort órdine» € cori dirittura il nostro discorso. Sembra" infatti, che Cicerone istessó c'inségrix i formare il piano, é l'orditura: dell' pe> dimostrando con un Sillogismo r & tori 122 un Entimema la proposizione, che presa ab- biamo per soggetto della medesima, come pure ciascuno de' punti, ne' quali 6Ì fosse la detta proposizione divisa . Questo Sillogis- mo però , ò quest' Entimema non dee espri- mersi dall' Oratore , ma dopo averlo nella sua mente concepito , senza più dee venire alla dimostrazione delle proposizioni del suo mentale argomento, principiando dalla pro- posizione maggiore, la quale terra il luogo del genere, passando quindi a dimostrare la proposizione minore , che terrà il luogo del- la specie, e formerà per conseguenza il principal soggetto dell'orazione, ed alla pro- va di questa specialmente procurando di da- re tutta l'estensione, come si è detto al §. IV. del Cap. t parlando del Genere, e della Specie; e dopo aver dimostrate cosi le prime proposizioni dell'argomento potrà venire alla conclusione, riepilogando i capi principali della sua orazione . Voi ben com- prendete da ciò , che le proposizioni di que~ sto Sillogismo, ò Entimema, che forma 1' Oratore nella sua mente , lo stesso sono per lui, che per un Pittore le prime linee, colle quali forma il disegno del suo quadro, e le quali tirate avendo altro non gli ri- mane che distribuire, e ravvivare i colori, da cui le medesime lince restan del tutto occultate, sebbene anche esse nel quadro sussistano. Opportuno a tal' uopo essere io dissi specialmente il Sillogismo , ò l' Enti- mema , perchè delle altre specie d* argomen- tar . .. Digitized by Ì2Ì Azione, carne dèi Dilemmi, dell' tnJuzio* ne , e dell' Esempio ( senzà escluder però il Sillogismo , e 1' Entimema medesimo ) più che nel formare il disegno, e 1* orditura dell* orazione fanno uso gli Oratoti nel corso dell'orazione medesima : del Dilemma per esempio, del Sillogismo, e dell' Entimema , quando si tratta di dimostrare con forza qualche punto Ò proposizione, d di ribar* ter le ragioni degli avversar); dell' Iriduzio*- ne, e dell'Esempio, quando dar si vuole alle cose un lume, ed uni chiarezza mag- giore * Siccome poi quasi continuo è V uso di tali argomentazioni nel decofsò dell' Ora- zione* la quale altro essèì* rìori dee, ché una continuata * e connessa serie d'argo- menti e di prove, e dovendo pèr conse* guenza 1 Oratore usar più volte é Sillogis* mi, ed Entimemi, e Dilèmmi, àffin/dl toglier quella noja* che fechetebbò àgliudi* tori, esponendo sempre iiellà stessa guisa gli argomenti i adoprerà perciò tutta T àrté per variarli. Tante poi esser possonò le ma-* mere di variare 1' argomentazione* quàiité sono le figure di sentenze , delle quali par- leremo in appresso. Una tal Varietà oltra che dà all' argomento una forza maggiore* diietta mirabilmente gli uditori.- Quahtd maggior forza , e bellezza non acquisti in fatti per la figura d' interrogazione 1' àrgò* mento, che Cicerone nel Librò dell' èritì* cizia trae dall' esempio, per" prdvàfé, V uòmo non pud non amara katutelri la la virtù, amandola in persone* non solo sconosciute, ma ancora nemiche, e non odia- re il vizio, in qualunque persona si scorga? Quis est, qui Q Fabricii, M. Curii non cum charitate aliqua, et benevolentia memoriam Msurpet, quos nunquam videritì Quis autem csty qui Tarquinium Superbiim, qui Sp. Cas- sium i qui Sp. Maelium non oderit ? Cum duo- bus ducibus de imperio in Italia certatum est Pytrho et Hannibale; ab altero propter prò- bitatem ejus non nimis alienos animos ha- bemus, altefum propter erudelitatem semper haec civitas oderit. Lo stesso dite del Di- lemma, che trovasi nelT orazione in favor di Quinzio : An antequam postulasti , ut bona possidereSy misisti-, qui air areni, ut Dominus de suo Jìindo dejicereturì Utrumlibet elige\ clterum incredibile est, alterum nefarium, et ante hoc ternpus utrumque inauditum. Sexcen- ta millia passuum vis esse decursa biduo ? Afe- gasi ante igitur misisti* malo; si enim illud diceres, improbe mentir i viderere; cum hoc confiteris, id te admisisse concedis, quod ne mendacio quidem tegere posszs r Tralascio molti altri esempj, che ad- dur potrei, e piuttosto vi richiamo ad un attenta riflessione intorno a ciò, che fin dal principio di questo paragrafo v' accennai. Io dissi essere ancora proprio degli Oratori T alterar V ordine delle proposizioni degli argomenti, cosicché sovente dalla conclu- sione partendosi risalgono ali* antecedente del suo Entimema, ò alle premesse del suo SU- Digitized by Go 1^5 Sillogismo. E perchè più agevolmente ciò da voi si comprenda, sembrami opportuno 1* avvertire due essére le maniere, onde si può la verità d* una qualche proposizione dimostrare, la prima quando dai principj si scende alle conseguenze» la seconda quando dalle conseguenze si sale ai principi La pri- ma Metodo sintetico , ò di composizione si chiama da' Dialettici; Metodi analitico » ò di risoluzione la seconda, L* una, e l'altra è di grandissimo uso anche presso gii Ora-* tori. L' Oratore, che segue nelle sue dimo* strazioni il metodo analitico , nasconde T intendimento suo, dice il Sig.-Blair, in riguar-? do a ciò, che ha in animo di provare, fin- ché non abbia condotto gradatamente gli uditori alla disegnata conclusione. Sono egli- no da lui guidati passo passoxla una verità co- nosciuta ad un' altra , finché la conclu- sione ne scappa fuori, come una naturai conseguenza delle proposizioni precedenti* Così dall' esistenza delle cose create si de- duce la necessaria esistenza d' una causa suprema, e creatrice , che è Dio. Ma pochi $ono i soggetti, che ammetter possono que- sto metodo, e rare le occasioni, in cui sia convenevole d' usarlo. Il metodo di ragio> nare più frequentemente adoperato, e più adattato al parlar popolare è il sintetico, n§t quale a dirittura si stabilisce il punt*> che vuol provarsi, e se ne recano gli ar- gomenti r un dopo T altro* finché V Udi- tore ài^a»«tmente convinta. Gii esempi schiariranno meglio V uno e f altro me- todo di dimostrare. Neil' orazione che Bar- tolomeo Cavalcanti compose per esortare i Fiorentini a difendere la propria libertà con- tro T esercito del Papa Clemente VII. che nel 1529. teneva assediata Firenze, per ri- stabilirvi la famiglia de' Medici , dimostrar volendo egli la- necessità dell'obbedienza, che prestar doveano i Fiorentini a' suoi Ca- pitani, pone prima la conseguenza del suo argomento, ed a poco a poco si fa strada al principio universale, dà cui è dedotta, cioè che non potendo qualunque società sussistere senza chi comandi , non può del pari sussistere senza che i componenti la detta società eseguiscano pronramente i co- mandi di chi presede: » E quanto sia in questa militar compagnia necessaria V ubbi- dienza) chi è quello, che benissimo non in- tendili Perocché essendo manifesto, che ella - non può mancar di chi comandi, si conosce ancora chiaramente, che conviene, che in essa sia , chi obbedisca . Dove noi dobbiamo consi- iterare quanto abbia riguardato a questa obbe- dienza la Repubblica nostra , la quale non ad altro fine ha ordinato, che noi medesimi ci eleggiamo i superiori nella milizia, alcuni de quali, come i Capuani, sono dopo confermati dal Senato, acciocché noi Jbssirno più. pronti ad obbedire per non incorrere colla disobbé* dienza in un medesimo tempo nel brutto vU pio dell' incotte n**> ripugnando al giudizio di noi medesimi , e nel grave peccato dell' in$o« len> Google lenza , contrafacendo alla pubblica autorità . E dcbbe veramente ciascun di noi considera- re , che se ogni uomo volesse comandare , mancherebbe chi obbedisse, e mancando V oh* Iwàcnza, si dissolverebbe questa militar coni- p gaia, la quale di chi comandi, e di chiob- b lisca, conviene che sia composta, non al- trimenti che le civili compagnie , le quali tan- to si conservano , quanto in esse V osservan- za delle leggi, e V obbedienza ai ministri di quelle regna ». Dimostrar poteva la stessa venta rifacendosi da quest^ principio gene- rale, e deducendone la necessità dell'ebbe-" mza neir esercito , come appunto fa in appresso , adducendone un'altra prova a- minori ad niajus per mezzo d'un amplifi- cato Entimema : » Ma quanto nella nostra propria , e bene ordinata milizia sia da sti- mar V obbedienza, non ce lo dimostra ancora la mercenaria , e mal disciplinata ? Nella qua* le è pur da' suoi Capitani, e da quelli che virtuosamente l'esercitano, reputata nel sol* dato la propria , e principale virtù osservar fedelmente i comandamenti de loro Superiori; come ancora nelle città è reputata del citta- dino V obbedire riverentemente ai magistrati . Perciocché il disobbediente soldato partorisce nella guerra danni incredibili, siccome V obbe- diente produce frutti maraviglisi . Ed il con- tumace cittadino alla sua Repubblica è perni- ciosissimo, l'obbediente a quella utilissimo ^. E dopo avere esposto così, e provato colla $ua ragione f antecedente dell'argomento, ec- pcqo, come egli passa alla conseguenza? n Per il che dobbiamo con somma riverenza obbedire ai nostri maggiori , e conoscere, che se de' mercenari disobbedienti soldati è gra- vissimo il peccato, non è peraltro che uri so* Iq; ma noi , che con le armi servendo alla, nostra città, di cittadini e di soldati la per- sona insieme rappresentiamo, se nella milizia siamo disobbpjtifnti , commettiamo doppio er- rore e contro la patria , come cittadini , c contri i militari ordini , come soldati w . Dovendosi jQpi ciascheduna prova e- sporre per mezzo delle accennate specie d* argomentazione, è necessario, che V Orato- re eviti T uniformità, cosicché non sempre usi il Sillogismo , non sempre V Entimema , ò altra argomentazione, ma dopo avere per mezzo del Sillogismo espressa la prima prova potrà nella seconda usar T Entimema , nella terza il Dilemma ò V Induzione» procure- rà in una parola di adattare alle diverse prove che adduce, diverse specie d' argo- mentazione , sicuro che una tal varietà con- silierà n°n pqcq di bellezza sua Orazio? rie, e non cicco} dilejtto r§ch$^ a chi ascol- ta . Userà inoltre di tatto i\ giudizio neltf adattare le diverse argomentazioni ed alle diverse parti dell' orazione, e alla materia ^he tratta, ed alla qualità delle persone,, She ascoltano. Sul principiq 4eli% , conferà n^aziqne non sarà 4isdicevole fare uso di Qilg4e ^rgon^entazipni che hanno meno di fojza, nerbandogli Entimemi, e i Dilen** Digitized by Google mi, che più atti sono a stringere, e con- vincere gli uditori, ò gli avversar], quando è nel calore della confermazione medesima e della confutazione . Opportunamente ancora si suole far succedere all' altre argomen- tazioni 1* esempio, il quale non tanto ha forza di convincere , quanto di schiarire ciò che per mezzo delle altre argomentazioni gì è già dimostrato. Così fa appunto il sopra riferito Oratore , il quale dopo le accen- nate argomentazioni passa a dimostrare la necessità d* obbedire ai Capitani con gli esempj di Licurgo e degli Spartani , di Ciro » e de' Persiani , de' Romani , e nominatamen- te di Torquato. Se la materia, di cui si tratta , è sublime , come se riguardasse la Fi- losofia, ò altre scienze, opportune saranno le più strette , e sottili argomentazioni ; se poi la materia non è tanto sublime, come «e riguardasse semplicemente i costumi, po- trà allora usarsi un' argomentazione più piana, ed estesa, e vi potranno aver luogo anche le meno forti argomentazioni. Dicasi lo stesso riguardo alle persone , che ascol- tano. Le sottili argomentazioni ò razioci- ni quanto convengono parlandosi a perso- ne intendenti , e letterate , altrettanto di- sconvengono, se a persone idiote > e volgari si parla. capitolo in. Dell' Amplificazione. N on v è dubbio , che nell amplificazio- ne il principal pregio dell' eloquenza con- sista , dopo che il principe tra i Latini Re- tori, ed Oratori lo ha chiaramente espresso in quelle parole: » Summa attieni laus £/o- quentiae est amplificare rem ornando (a) . Che altro infatti è secondo il medesimo T elo- quente parlare, che un parlar grave, orna- to, e copioso? E d'onde riconosce V Elo- quenza la gravità, l'ornamento, e la copia «e non dall' amplificazione? Non dobbiamo però formarci dell' amplificazione 1' idea medesima, che, come narra Plutarco, ne aveva Isocrate , il quale la riponeva nel far grandi le cose piccole, e piccole le gran- di. E chi non comprende, che una tale idea dell' amplificazione distrugge affatto la na- tura della vera eloquenza, e di sostegno, e difesa quale esser dovrebbe delia verità, della verità medesima nemica la rende , oc- cupandola nel rappresentarle cose per quel- lo > che in realtà non sono , e per conseguen- za nell' ingannare piuttosto , che nel con- dur gli uomini al conoscimento del vero? Negar non si può, che per mezzo dell' am- plificazione , come Cicerone insegna, s' ac- crescono , e si diminuiscono le cose : » Quod va- 00 De Orat. Lib. UL Digitized by Google 131 valet non solimi ad augendum ahquid, ettoU Icrnium altius dicendo, sed etiam ad exte- nuandum , atque abjickndum (a). Ma questo ingrandimento di cose non in altro consiste, che in ben rilevare , e porr$ nella più chia- ra comparsa la loro vera sublimità , e gran- dezza , come una tal diminuzione nel bene esprimerne la picciolezza e la viltà. Non vi maravigliate per altro, se nel trattare ...d'- una parte così interessante dell' arte Or*-, toria più breve io sarò, che fino ad ora, stato non sono. Voi rifletter dovete, che dell' amplificazione non comincio ora a far- vi parola, dovendosi ad essa riferire tutti i fin qui da me accennati precetti. Infatti che altro feci nello spiegarvi i Luoghi Ora- tori» le diverse specie d' argomentazione» e 1* uso, che di queste fanno gli Oratori, che additarvi i fonti dell' amplificazione mede- sima , e T arte insegnarvi d' amplificare le cose ? Riguardar dovete pertanto quel poco , che in particolare dell' amplificazione sono per dirvi , come un' appendice , ed uno schia- rimento di ciò, che finora avete ascoltato. L'amplificazione non consiste in altro» secondo Cicerone , che in una più grave af- fermazione d' una qualche cosa , affine di persuadere, e muovere gli animi degli udi- tori; » Est igitur amplijicatio ( ecco, come egli la definisce nelle sue Partizioni Orato- rie ) gravìor quaedam affirmatio, quat motum ani- 8*." 1 . »» ^ I animerai* conciliet in dicendo fidem » . Per questa più grave affermazione poi sambra, che altro intender non si debba , che una maggiore spiegazione, ed una dilatazione, ò estensione degli argomenti , che in prova del nostro assunto adduciamo . E' necessario intanto avvertire, che due specie d'amplifi- cazione si danno, di parole Tana, di cose T altra, ò di sentimenti. Si fa la prima per via di sinonimi, d' epiteti, di perifrasi, di metafore, ed altri simili ornamenti di par- lare , per mezzo de* quali s' esprimono con maggior vivezza le cose. Questa maniera d'amplificare meglio apprenderete, quando delle figure di parole noi tratteremo . Si fa poi T altra dimostrando estesamente , e con grande apparato di ragioni, e di sentenze ciò, che in breve dimostrar si potrebbe; e di questa specialmente intendo adesso di fa- vellarvi . Riguardata in quest' aspetto 1' am- plificazione può essere ella nel corpo stesso dell' argomento , e dopo 1' argomento mede- simo opportuna . Usata insieme con V argo- mento altro non fa , che provare più este- samente quello, che si potrebbe in poche parole dimostrare . Se poi al fine dell' argo- mento , ò delle prove s'adoperi, riguardar si dee, come una prolungazione, ò dilata- zione della conseguenza, per cui si procura di confermare con altre ragioni, e con al- tri sentimenti dall' argomento medesimo de- dotti quello, che già si è dimostrato. La prima non è sempre necessaria, potendo 1" Oratore usar talvolta opportunamente una pai stretta, e concisa argomentazione, e specialmente allora, che ha in mira di con- vincer piuttosto, che di muovere l'uditore. La seconda poi non si dee quasi mai trala- sciare , essendo necessario, che agli argo- menti, ed alle prove, onde ha convinti, e persuasi gli uditori, dia l'Oratore per mez- zo dell' amplificazione una forza tale , che ecciti ne' loro animi gli affetti , gli muova, e ne trionfi pienamente . Ma specialmente tralasciar non si dee al termine della con- fermazione, consistendo in una tale ampli- ficazione quella , che Perorazione vien chia- mata dai Retori. E perchè un tal precetto meglio s'imprima nelle vostre menti, osser- vate, come Alberto Lollio nella sua elegan- tissima Orazione in lode della Toscana fa- vella amplifica l' argomento , che in prova del pregio di essa deduce dall' antichità , e dal luogo di sua origine : » Tanto più , che se noi vorremo andare minutamente V antichi- tà* V origine , la nobiltà, e le altre circostan- ze di questa bella* ed onorata lingua cercan- do, troveremo, lei ( son già più di 500. an- ni ) esser nata in Italia, la qual provincia per spedirmi in una parola si può di consen- timento d 1 ognuno sicuramente chiamare il giar- dino, e la delizia d'Europa. Particolarmente poi ella per patria ha Fiorenza ( Dio buono! che bella, che nobile, che famosa Città ! ) rcina, e capo di tutta la Toscana, ornamen- to f ed onore non pure d! essa Italia > ma dell 9 Eh- Digitized by Google tu Muropa ancora, la quale, oltre ali* esser ma- dre di questa bellissima lingua, ed oltre chè ella è stata sempre abondante produttrice d f uomini ingegnosi, ha eziandio avuto questa singoiar grazia dal Cielo d'esser la prima, in che ritornasse in uso V arte oratoria già quasi estinta. E non pur questa, ma tutte le huone lettere Greche, e Latine dalla rabbia dei Barbari affatto spente sono state da' Fiorenti- ni, e massimamente da Cosimo, e da Loren- zo de 9 Medici rimesse in pregio, ristorate* onorate, è tratte di mano alla morte — E* dunque questa lingua non meno per V antichi- tà della sua origine ', che per rispetto del pa- terno suolo chiara, ed illustre „. Se da uri tale esempio apprender po-ete l'uso dell' amplificazione nel corpo dell'argomento, il medesimo Oratore nell' orazione da lui fat- ta , quando in sua casa fu trasferita in Fer- rara l'Accademia degli Elevati, v'insegna altresì , come usar la dovete al termine dell' argomento . Poiché dimostrato avendo egli sul principio , che M. Antonio Antimacó meritava il posto di Dittatore, e di capo dì detta Accademia , così la sua dimostrazione conchiude, così ne dilata, ed estende la con- clusione: » Per la qual cosa essendo V Anti- macó dotato di molta prudenza, di somma dottrina, e d'un giudizio acutissimo, in cui rilucono tanti lodevoli costumi, e risplendono tante belle virtù , quante forse in molti altri non si ritroverebbero di leggieri, come potre- mo noi dubitare, che egli sopra d'ogni altrui — ~ non ■ Digitized by noti meriti d'essere eletto Dittatore, e capo della nostra Accademia? Certo se M.Antonio si trovasse ora in Grecia, ò altrove, parmi, che noi dovremmo e con prieghi, c con pre- mj invitarlo, e persuaderlo ad accettar questa, impresa. Ma essendo qui presente, e per la molta sua umanità, e gentilezza desiderando di compiacerne, che stiamo noi più a pensa- re ? Anzi perchè piuttosto non ringraziamo noi la grandissima providenza di Dio, il quale per utile , e comodo nostro a questi tempi ha fatto nascere un tant' uomo? Il mormorio vo- stro, Accademici , fa, che io agevolmente com- prenda , che dubbiate esser tutti circa a questa deliberazione conformi col mio parere- Però* oltre il lodarvi di ciò sommamente io mi rallegro molto ancora con esso meco, che nel fare questa buona elezione, .quanta sia stata, la prudenza, e quanto il giudizio vostro, sia- te per dimostrare j). Sarebbe questo il tempo opportuno d* individuarvi tutti i 'luoghi, e tutti i fonti dell' amplificazione da Cicerone accennati. Ma riguardando questi specialmente il ge- nere giudiciale, io penso di non trattener- vi nel ragionare di essi , e mi ristringo a farvi soltanto riflettere, che tanti esser pos- •sono i fonti dell'amplificazione, tante le maniere d'usarla, quanti sono i luoghi Ora- tori, donde si traggono gli argomenti, quan- te le figure di sentenze , giacche a queste due cose , agli argomenti cioè, ed alle figu- re tutu T arte d' amplificare si riduce , al- Digitized by Google tro non avendo essa in mira, che di dare una maggior forza alle prove, che si addu- cono , con estenderle , e con ravvivarle per mezzo delle figure , affinchè non solo per- suadano, ma muovano ancora gli animi de- gli uditori. I luoghi Oratorj pertanto, dai quali si traggono gli argomenti , la materia ancora ne somministrano d' amplificarli. In- fatti se T argomento è, per esempio, tratto dalla definizione , potrà questo estendersi esponendo tutte le parti, le qualità , le cau- se , gli effetti , ed altre simili cose riguar- danti ciò, che si definisce, come bene vi . rammentate aver fatto il Boccaccio nel de- finire T amore profano , « come fa Cicero- ne nel definire la Storia: » Historia ( dice egli ) testis est temporum , lux veritatis , vi- ta memorine y magiara vitae-, nuntia vetusta- us ». Se si trae l'argomento dall'enumera- zione delle parti, dagli aggiunti, dalle cause, dagli effetti, ò da altri luoghi Oratorj , si potrà questo amplificare esprimendo molte di que- ste parti , molti aggiunti , molte cause , e molti effetti . Quando io volessi di tali cose particolarmente ragionarvi , che altro farei , se non ripeter quello , che ne ho già detto ? Rammentatevi adunque ciò, che dei luo- ghi Oratori parlando vi esposi, e niente avrete da desiderare intorno a questo pro- posito . Oltre l'accennata maniera d'amplifica- re dai medesimi luoghi Oratorj ricavata, e che da Quintiliano è detta amplificazione  per congeriem , ò sia per ammassamento , ed accumulazione di molti sentimenti, come di più definizioni, di più circostanze, di più effetti ec. , altri modi d' amplificare ci ven- gono esposti dal medesimo Pletore , J' ampli- ficazione cioè per incremento, e Y amplifica- zione fatta per raziocinio. L'amplificazione d' incremento non consiste in altro, che nel disporre in modo i sentimenti, che il di- scorso vada sempre crescendo , e sieno più forti le cose che seguono * di quelle che precedono , e ciò che dicesi in ultimo luo- go, sia di tal natura, che più oltre avanzar non si possa. Della quale amplificazione un breve, e chiaro esempio presso Cicerone nelT Orazione contro Verre leggiamo: 95 Fa- cintts est vincire civetti Romanum , scclus ver- belare, prope par acidumi necare, quid dicam in crucem tollere ? Nihii addi jarn videtur ad hanc amcntiam, improbitatem , crudc!itdtem-< que posse ?? . Amplificare poi per raziocinio è lo stesso, che esporre nella sua più chia- ra veduta una cosa per far risaltare V oppo- sta. Meglio infatti spicca la gloria del vin- citore, quanto più grande si dimostra la potenza, ed il valore del vinto. Più risplen^ de la costanza e la fortezza , quanto più grave si dimostra il pericolo, ed il male coraggiosamente superato, e sofferto. Più comparisce il pregio d' una virtù , quando in tutta la sua estensione si è conosciuta la deformità del vizio ad essa contrario» Contento però d'avervi tali modi* d' ampli- li- Digitized by Google *3Ì Ucare soltanto accennati darò fine a questo Capitolo , alcune regole generali additando- vi, le quali è necessario avere in vista, ed osservare nell'uso dell'amplificazione. E primieramente rifletter dovete, non sempre essere opportuna l'amplificazione, ma allo- ra soltanto quando si tratta di cose per se stesse grandi, importanti, e sublimi. Nep- pure ha essa luogo per sentimento di Cice- rone in ciascuna parte dell'orazione, ma so- lo dove è necessario di muovere gli affetti , come nella Perorazione, ed anche quando T Oratore, dopo aver provato qualche pun- to, vuol meglio insinuarsi negli animi de- . gli uditori. Debbesi ancora fuggire l'ampli- ficazione troppo lunga, e troppo minuta, poiché essa in vece di dar maggior lustro , e forza alle cose, ne estenua, e ne avvili- sce la grandezza, e la nobiltà. Difetto an- che maggiore sarebbe, come riflette Longi- no nel suo trattato del Sublime, se l'ampli- ficazione scendesse a cose basse , vili , ed in- decenti, le quali troppo disdicono a nobile, e bene accostumato dicitore. Degli Affetti \-j a materia, di cui intraprendo adesso a ragionarvi, è certamente d' ogni altra la. Digitized by Google t jp più difficile insieme, e la più importante, I diversi affetti, che agitar sogliono il cuc- re umano, sono l'oggetto, che richiede la vostra più seria attenzione ; d quando a considerar vi propóngo questi medesimi affet- ti i al più diligente studio io vi richiamo del cuore umano. < v Ui ai cosa pertanto imma- ginar si può d' uh tale studio più malage- vole, ed intricata ? Parrebbe certamente , che tanta difficoltà in tale studio incontrar non si dovesse, mentre a tutti comuni so- no gli affetti,© tutti ne sperimentano di conti- nuo i moti, egli stimoli. Eppure quegli scessi filosofi, che applicati si sono ai più profon- do esame del cuore umano, quanto maison discordi nelle loro opinioni intorno alla na- tura, all' origine, ai nùmero degli affetti! Una tale difficolta però rimover non ci dee dall' intraprender Questo esame, nò privar- ci di quel vantaggio', che dalla cognizione degli affetti può derivare a nói, che all' acquisto aspiriamo della vera Eloquenza. Niuna cosa vi ha in fatti $ la di cui cogni- zione sia tanto necessaria ad un Oratore i quanto gii affetti. Il movimentò di essi, al dire di Quintiliano, ì i anima e lo spi- rito dell' Eloquenza; senza di questo nudai languida, stenle ed ingrati rimane l'ora- zione; da questo il vero Oratore si distili-» gue ; a questo diriger dee tutta la sua at- renzione, e tutti i suoi sforzi, sicuro d'ave-* re ottenuto pienamente il suo intento, quàn* do sia giunto à muovere gli affetti nel!' * ani- Digitized by Google 14© animo degli uditori: n Huc igitur incumbat 9) Orator , hoc opus ejus , hic labor est , si- M ne quo cadeva nuda , jejuna , infirma , m- „ grafa su/it; aieo velut spiritus operi* hujus* , 5 <z£cji£e animus est in affectibus ». Non è dunque meno necessario a noi T esaminare le diverse passioni del cuore umano, per apprendere più facilmente V arte di eccitar- le , ò sedarle opportunamente neir animo degli uditori, per muoverli alla virtù, ò al- la fuga del vizio , di quello che lo sia ai filosofi per conoscerne la natura, V origine, ò prescrivere i precetti, e le regole più adat- tate a moderarne gli sregolati movimenti. Inutile sarebbe al certo, che nel movimen- to degli affetti si occupasse T Oratore, se gli uditori fossero di per se stessi disposti ad abbracciare quanto vien loro semplicemen- te proposto, e dimostrato (a). Il Wossio in- fatti nel libro II. della sua Rettorica ram- menta sulle tracce di Quintiliano il divie- to # , , (a) Nelle ricerche della pura verità ( dice il ,, Sig. Blair ) nelle materie di semplice in- ,„ formazione, ed istruzione, non v' ha dubbio, „ che le passioni non debbono aver parte, ed è „ assurdo il tentare di muoverle. Ovunque ilcon- vincemento è il solo scopo , al solo intelletto si „ dee parlare.. . Ma se lo scopo è la persuasione, „ il caso è diverso. In tutto ciò, che si referisce „ alla pratica , niuno mai crede seriamente di po- , ter persuadere altrui senza dirigersi più, òme- ,, no alle sue passioni , e ciò per questa ragione „ apertissima , che le passioni sono la principale ,> sorgente delle umane azioni .  < I4t to fatto agli Oratori nell* Areopago d' im- pegnarsi nella mozione degli affetti, essen- do che a quei giudici di somma probità do- tati la sola ragione bastava per muoverli a giudicar rettamente. Ma per quanto gli uomini conoscano il bene, ne sieno con- vinti, e 1 approvino, accecati però e se- dotti dalle sue passioni, non solo non si muo- vono ad abbracciarla , ma al peggio talvol- ta s' appigliano; e se non dirado resiste l* uomo alla più fervida , e patetica Eloquen- za, quale impressione sperar potrebbe di far negli animi altrui un languido, e fred- do Oratore ? Della natura, e divisione degli Affètti. %3 ono le passioni , ò gli affetti cotanto al- la natura dell' uomo conformi, che da esso separar non si possono. E che sarebbe mai V uomo privo, ed incapace di passione, o d* affetto, come osserva Cicerone nel libro dell' Amicizia, se non simile, non dirò già. ad un bruto, ma ad un sasso, ad un tron- co, o a qualunque altro insensato corpo , ed inerte ì Quando però rammentar noi sentia- mo le passioni, formar non ce ne dobbia- mo queir idea, che ne hanno ordinariamen- te gli uomini , i quali ne parlano solo , co- me Digitized by Google rne di cosa cattiva, e al male inducente, E chi non vede, che posta la necessaria , e indivisibile relazione , che esse hanno col- la natura dell' uomo , come della stessa umana natura, così delle passioni, o per meglio dire della disposizione a concepirle lo stesso Dio riconoscer si dee come autore, il quaie non può averci inserito neli' animo incli- nazione alcuna al male.? Anche 1' uomo appena uscito dalle mani dei Creatore, ed in uno stato perfetto di giustizia, e di san- tità collocato , era capace di passioni, e di affetti; ma questi affetti, e queste passioni avevano iri lui alla ragione una tale su- bordinazione, e dipendenza, che ad altro oggetto non miravano, che al vero bene, alla virtù, a Dio. Che se sono di presen- te per V uomo sorgenti di disordine, e d* iniquità, deesi .questo attribuire alla depra-e vazione dell' uomo cagionata dal peccato, per cui essendosi 1' uomo ribellato da Dio , nelT uomo stesso le passioni, ed il corpo alla ragione, ed allo spirito in qualche modo pure si ribellarono; cosicché purtrop- po è vero ciò che dell' uomo dicesi nel li- bro della Genesi, che tutti i pensieri, e le inclinazioni del cuore umano piegano al male fino dalla sua adolescenza. Sebbene non possono anche in questo stato le pas- soni essere a noi come del male, così del lene ministre? Di quello stesso caratte- re, e di quelle stesse qualità si rive- tta esse, che propria sono deU'cgge*, Digitized by Google to, che In noi le risveglia. Se V ogget- to è buono ed onesto, onesta pure e lo- devole è la passione , che a goderne , e a procurarne il possesso ci stimola . Se poi 1* oggetto è cattivo, e non onesto, malvagia è ancora la passione, che ci spinge a se- guirlo. Da ciò chiaramente rilevasi, qual cosa aver si debba in vista nella mozione degli affetti dall' Oratore Quanto studio, e quanta attenzione impiegar dee nell' ecci- tare quelle passioni, che al bene ci porta- no , altrettanto adoprar si dee per sedare e moderar quelle, che ne spingono al male. Ma per formarci una più giusta, e chiara idea che sia possibile delle passioni , ten- tiamo di esprimerne per mezzo d' un* esat- ta definizione la natura . Affetto , e passio- ne pertanto ( giacché prender si possono co- me Sinonimi questi due vocaboli, posta fra loro la differenza , (a) che passa tra un mo- vimento più forte e gagliardo dell'animo, qual' è la passione, ed un moto meno for- te, e violento, quale può considerarsi l'af- fetto ) altro non è che un movimento dell' animo eccitato dall' apprensione di un be- ne, ò d' un male con qualche commozione ò cangiamento del corpo . Questo è ciò , che » ...=« (a) La sana morale aggiungerebbe la differenza', che passa tra una inclinazione , ò tendenza natu- rale, ed innocente, che per lo più col nome d* affetto si chiama, ed un movimento sregolato, e figlio della concupiscenza , quale sembra che suo- ni ordinariamente: il nome di passione. x 44 che ognuno In se medesimo sperimenta al destarsi nell* animo qualche passione. Gli oggetti fanno impressione nel nostro corpo. Per mezzo di questa impressione acquistai* intelletto nostro V idea di essi . Dalla sem- plice cognizione passa la mente a giudicare ae buoni sono, ò cattivi. A questo giudizio succede un' inclinazione, ed una tendenza dello spirito verso di essi, se gli ha giudi- cati buoni, T a versione e 1" orrore, se gli ha appresi, come cattivi. Questa ten- denza , ò a versione , nella quale la passio- ne ò T affetto consiste, produce poi diver- ge mutazioni , ò movimenti anche nel cor- po , cosicché dall' insolita accensione, ©pal- lidezza del volto, dall' agitazione delle mem- bra , e da altri simili esterni contrassegni argomentiamo la passione, che agita inter- namente lo spirito, riflettendo saggiamente Cicerone nel Libro i. de officiis , che dalle passioni non modo animi perturbantur , sed etiam corpora . Licet ora ipsa cernere irato- rum , aut eorum , qui aut libidine aliqua , aut inetti sunt commoti , aut voluplate nimia ge- Stiunt , quorum omnium vultus , voces , motus 9 statusque mutantur . Ma per meglio intendere r accennata definizione rifletter dobbiamo, avere Iddio talmente unita 1* anima al cor- po, che uno scambievol commercio d' azio- ne passi tra V una e V altro, cosicché i moti suscitati nel corpo sieno allo spirito cagione di molte affezioni, e lo spirito da queste medesime affezioni commosso diversi can- Digitized by Google *45 cangiamenti, e moti induca nel corpo. Es- sendo pertanto 1' uomo naturalmente por- tato ad amare il bene, e ad aborrire il ma- le, se lo spirito apprende un oggetto, che sia buono , ò tale almeno lo creda » sentesi subito verso di quello portato, e nel tem- po medesimo si suscita anche nel corpo un movimento tale , che disposto si rende ad ajutare, e secondare lo spirito nel procura- re del medesimo oggetto il possesso. Ali* opposto al presentategli 1' immagine di qualche cosa cattiva, ò appresa per tale, si eccita neir animo un movimento, che lo porta ad aborrirla e sfuggirla, e a que- sto moto dell' animo succede un moto tale nel corpo, che atto strumento diviene allo spirito per la fuga del mal concepito. Da ciò, che si è detto, si può facilmente de- durre, che non sempre le passioni, ond* è agitato V animo nostro, la sua origine ri- conoscono dall' attuale impressione degli oggetti esterni, flientre in noi pure bene spesso si destano , anche quando niuno og- getto ci è presente, nè fa sul nostro corpo impressione. Basta che 1' animo stesso ri- svegli in se la memoria d' un oggetto buo- no ò cattivo, benché lontano, perchè ali* apprensione di esso rinnovata dall' immagi- nazione si suscitino nel!' animo, e nel cor- po affezioni simili a quelle , che la presen- za medesima dell' oggetto vi produrrebbe . Infatti pensando noi ad un qualche ogget- to buono ò cattivo, non ne proviamo forse L la la medesima allegrezza » ò il medesimo or- rore, come se fosse presente? Quantunque poi sembri , che le passioni piuttosto che all'intelletto, appartengano a quella poten- za dell'animo, per cui esso ama, vuole, o- dia , desidera , debbonsi però talvolta distin- guere dagli atti liberi della volontà. Infat- ti non sempre accade, che al suscitarsi d' una passione nell' animo , la volontà si por- ti liberamente verso l'oggetto, che ha ecci- tato la passione; imperocché molte volte trovasi l'animo dalle passioni agitato, seb- bene non solo non vi concorra la volontà , ma sia ella alle passioni medesime del tut- to ripugnante. Dal che ne segue, che la passione essendo un affezione , ed un moto na- turale, quando anche abbia per oggetto una cosa mala, e vietata dalle leggi divine, ed umane, non diviene essa per l'uomo ca- gione, e materia di colpa, finché in qua- lunque modo non vi concorra liberamente la volontà, ò volontariamente dando moti- vo alla passione, ò alla medesima accon- sentendo. Che anzi cangiasi la passione in occasione di inerito e di gloria , se la vo- lontà vi resiste , se ne modera gli sregolati movimenti, se schiava la rende dello spi- rito , e della ragione . Esaminata fin qui brevemente la natu- ra degli affetti, passiamo ora alla divisione di essi . Ben volentieri mi astengo dal rife- rire le varie opinioni degli antichi , e de* moderni Filosofi intorno alla natura , e al nu- Digitized by Google 147 numero delle passioni , persuaso, che 1* espor- ti con chiarezza, e semplicità ciò, che più mi sembra alla ragione, ed alla esperienza di noi stessi conforme , sia per riuscire a voi cosa non solo meno molesta , ma anco- ra più vantaggiosa. E dove meglio possia- mo noi rintracciare una retta divisione del- le passioni, che nella diversità degli ogget- ti, che in noi le risvegliano ? Far non si può una reale . divisione degli affetti con- siderati cornee atti della mente; poiché tut- ti appartengono alla stessa facoltà , che ha lo spirito d' amare , d* odiare , di desidera* re, di temere ec. Distinguonsi però le pas* sioni riguardo agli oggetti; poiché secondo la diversità di essi, diversa è pure T ira> pressione / che fanno in noi, e questa di- versa impressione è quella appunto, che distinguer ci f a , e riguardare come diverse le nostre passioni . Siccome pertanto tutti gli oggetti, che possono in noi risvegliarle, a due specie si riducono, ad oggetti buoni , e che fanno in noi una grata impressione , e ad oggetti cattivi , che in noi una dolo- rosa, e trista impressione producono; così le passioni tutte a due principalmente ridur si possono, all' amore cioè, il quale è una. tendenza verso T oggetto che si stima buo- no, e che piace , e ali* odio, per cui s'abor- re, e si fugge tutto ciò, che si giudica cat- tivo, e nocevole. Ma siccome secondo la diversa impressione degli oggetti , e la diversa idea, che ne apprende lo spirito, in diversa ma- 14* maniera ancora esso tende verso gli ogget- ti medesimi , ò diversamente gli ama , di- versamente gli odia e gli aborre, da que- sti diversi modi d' amare e d' odiare di- verse passioni ne nascono, le quali altro in sostanza sembra che dir non si debba- no, che modificazioni diverse delle due principali passioni , che ho rammentate , dell' amore cioè , e dell' odio . Infatti altro non ij il desiderio, che un amore più veemente, per cui T animo aspira al possesso d' un oggetto, che ama. Che se questo oggetto è lontano, ma possibile se ne scorge F acqui- sto, ne nasce la speranza; se come insupe- rabili si apprendono gli ostacoli , che ne im-* pediscono il possesso , la disperazione ; se è presente e si possiede, l'allegrezza; se poi il male, e ciò che si odia, è lontano, ma pure una volta ci può divenir nocivo, si unisce all' odio il timore; se è presente, e si soffre, il dolore e la tristezza. Non son mancati però autori , i quali hanno riferite le passioni tutte all' amore , cosicché altro esse non sieno, che modificazioni dell'amo- re , ò diversi modi d' amare . Tale è il sen- timento dello stesso S. Agostino, 4 quale nel Libro XIV, della Città di Dio così s 1 esprime : tlupiditas est amor inhians s bono , quod non fiabe* mus ; laetitia est amorjruens bono, quod habcmus', metus est amor tnalumjìigiens venturunv, tristitia est amor nolens mahun , quod habemus . Sembra infatti , che le passioni stesse , le quali compari- scono all' a more contrarie , quali son o l' od io , lo ' ' * ' fide- Digitized by Google sdegno, il timore, la tristezza figlie dir si pos- sano dell' amore, mentre se s* odia, se si teme , se con dolore i I male si soffre , ciò addiviene perchè il male ci priva del bene, che fi' ama, nè mai T odio, lo sdegno, il timore , la tristezza sorgerebbero ad assalire, ed agitare 1* animo nostro , se niente privar ci potesse di questo bene, che si ama* si desidera, si spera, si gode. Ed eccovi bre- vemente accennato, qual sarà il soggetto de' seguenti articoli , nei quali particolar- mente tratteremo dei diversi affetti, in qua- lunque maniera riguardar li vogliamo, ò sia che all' amore, ed all' odio, come a due principali fonti * ò air amore soltantcr Ci piaccia di riferirli è Del linguaggio degli affetti, ò sia delle figure di sentenze . IP rima però, che di ciascuno affetto in particolare vi parli, opportuno mi sembra V esaminar brevemente , qual sia il lin- guaggio, onde si esprimono dagli uomini le proprie passioni. Che se alcuno di voi si maraviglia , che avendovi io sul prin- cipio del II. Capitolo parlato delle voci , ò dei segui, con i quali ordinariamente gli Uomini si scoprono a vicenda V interno del i5o ,d$l proprio spirko , prenda ad esso a trac tar particolarmente del linguaggio delle pas- sioni , vi prego a riflettere , che sebbene jper lo più delle voci V uomo si 6erva per manifestare sii pensieri, che gli affetti dell' animo, assai diversa però è la maniera di parlare, quando da qualche passione è com- mosso , da quella, onde senza alcuna pas- sione altrui discopre le proprie idee . In- fatti essendo le voci segni soltanto delle nostre idee , non potremmo giammai per mez- zo di queste manifestare agli altri, nè yi-> ceridevolmente negli altri discoprire ol-* tre le idee anche le passioni , da cui è commosso lo spirito, se delle voci in un modo particolare non facessimo uso, quan- do siamo da qualche passione agitati. Per- lochè se le voci sono i segni delle nostre idee , le maniere di parlare diverse , e lon- tane dall' uso comune sono i segni delle nostre passioni . E siccome in questi modi di parlare dall' uso comune diversi consisto- no appunto quelle, che figure di sentenze s' appellano, con ragione adunque sotto il nome di linguaggio delle umane passioni a voi le propongo. Queste son quelle vivaci* e straordinarie maniere di parlare, per le quali il discorso acquista veemenza, e di- gnità y diletta, commuove, e rapisce il cuo- re di chi ascolta. Ha ben ragione pertanto Cicerone di riporre in queste figure il prin- cipale ornamento, e pregio d' un Oratore * e di dare a Demostene sopra tutti gli altri Ora- Digitized by Google Oratori la preferenza, perchè sopra d' ogni altro nell' uso di esse si distingue : » Schema- ta enim-> quac vocant Graeci, ea maxime or- nant Oratorem : quo genere quia praestat omnibus Dcmonsthenes , idcirco a doctis Ora- torum est princcps jiuiicatus». Ella è dunque cosa molto importante il far parola di tali figure, che formano il principal pregio dell* Eloquenza. Non altro però io mi propongo in questo articolo , se non che di accennar- le, e di spiegarne brevemente la natura, riserbandomi a far vedere T uso grande , che esse hanno nel discorso, quando trat- terò in particolare degli affetti. E neppure di tutte, ma delle principali soltanto inten- do di favellare , e perciò al numero di 24. io le riduco, delle quali osservar potete lo schiarimento nel Libro IV. della Rettoricaad Erennio presso Cicerone, ò qualunque^altri siane stato 1' autore, e presso Quintiliano Libro IX.'Cap. II. e sono queste: L* Interro- gazione , la Subjezioue ò soggiungimento , la Prolepsi detta ancora occupazione, la Cor- rezione, la Dubitazione, la Comunicazione , la Prosopopeja, V Apostrofe , /' Ipotiposi , V Etopeja, V Aposiopesi , V Enfasi, la Sospensione , la Preteri- zione, la Licenza, la Concessione , la Permis- sione, V Ironìa, V Interruzione, la Distribu- zione, la Preghiera, V Imprecazione, V Epi- fonema, V Esclamazione. Non debbo però tralasciare d* avvertirvi, che quando voi sentite definirsi dai Retori le figure di sen- tenze, coinè niodi di parlare lontani dall' or- ! Ordinario linguaggio degli uomini, non de- duceste da ciò, eh' elleno non sieno un linguaggio naturale > ma artificiale delle pas- sioni. Niente anzi in queste straordinarie miniere di favellare vi ha, che naturale non sia, e bene spesso v avverrà d' osservar- le anche nei discorsi degli uomini idioti, e volgari i nei quali là passione parla talvol- ta un linguaggio più persuasivo, più ani- matole più forte di qualunque studiata» ed artificiosa eloquenza. Che cosa adunque intender dobbiamo per modi di parlare lon- tani, e diversi dall' ordinario discorso de- gli uoihini? Noi! altro ; che certi caratteri » certe modificazioni, certe impronte,' e di- vise particolari, onde la passione adorna, anima, riveste, e distingue il discorso in -quella maniera appunto, che i diversi limi- ti dell' estensione nei corpi,' ò sia là diver- sa loro forma," e 'figura gli uni dagli altri distingue. Per conoscer poi là bellezza, e la forza, che aggiungono le figure al di- scorso , miglior mezzo a mio parere non vi ha, che quello di spogliare il discorso me- desimo di quel!' ària, é di , quella forma; che gli dà là figura, é ridurlo al parlare semplice, e piano per farne il confronto, e dal confronto rilevar la bellezza del parlàr figurato. \ Digitized by Google $ i 1 Figura (V Interrogazioni. H3 E V Interrogazione una, figura, per cui non s[ ricercano già cose dubbie , ed igiio- tè , ma si usa per dare uni forza maggióre a ciò che si dice. Non vi è figuri più at- ta di questa ad esprimere i più gagliardi, e violenti moti dell' animo, e olle per con- seguenza renda il discorso più patetico, ed insinuante, e trovisi più spesso usata dai Poeti, e dagli Oratori. Veder ne potete un breve esempio hell' orazione del Casa per là lega, nella quale per dare una maggior forza all' esortazione, che fa in ultimò' ai Veneziani, in questa interrogazione pro- rompe: N071 sentite - voi fra le meste, e fred- de voci di pace rimbombare il crudo suono, è V orribile strepito dell 9 armi Imperiali* Perche tardiamo noi dunque? ò perchè nóh muoviamo noi a sì salutifero scontro la hó- stra poderosa , e vincitrice schiera ? Ed il Pe- trarca nel Cap. X. del Trionfò della morte: (/' són or le ricchezze? If soii gli onorilf E gli scettri, e le gemme, e le corone, E lè mitre con purpurei colorii E poco dopo : „ Che vale soggiogar tanti paesi, È tributarie far le genti strane Con gli animi al suo danno sempre accesi? Digitized by Google < 154 §• n. ■ Figura di subjezione, ò sogglungimcnto . N è meno forte, nè dì minor uso è la fi- gura , che subjezione , ò sogglungimcnto si ap- pella . Si fa questa quando all' interroga- zione T Oratore medesimo , ò il Poeta sog- giunge la risposta , e forma con se stesso una specie di dialogo . Frequentissimi ne sono gli esempi presso Cicerone . Serva per tutti quello > che leggesi nella Filippica ot- tava. Sed quid plura? D. Brutus oppugnatur , Non est belluini Mutino, obsidetur . Ne hoc quidem bellum est ? Gallici vastatur . Un al- tro esempia ce ne somministra il Petrarca nel Sonetto, che comincia : B % questo il ni- do , in che la mia Fenice ; poiché , fatta nel- la seconda quartina questa interrogazione r Ov* e il bel viso , onde quel lume venne. Che vivo , e lieto ardena\ò mi mantenne ? rispondendo poi a se stesso , e allo stessa viso rivolgendo il parlare, soggiunge: w Solo cri in terra, or se* nel del felice, E m hai lasciato qui misero, e solo , Talché pien di duol sempre al luogo torno* Che per te consecrato onoro , e colo » . r Digitized by Google ^5 §. Iti. figura di Prolepsi, o sia d' occupazione ■ La Prólepsi, ovvero Occupazióne è quelli, figura, per cui V Oratore previene ciò, che contro la sua causa oppor si potesse dagli avversar), ò le difficolta , i dubbj , che in- sorger potessero negli anirhi degli uditori , a fine di porre nella maggior chiarezza le cose, e sempre più persuaderli . Eccovene un esempio tratto dall' Orazione dei Casa ' all' Imperatore per la restituzion di Piacen- za, nella quale dopò aver detto* che le ma- gnifiche opere soltanto atte sono ad infiam- mar d' amore gli ànimi delle genti , pre- viene così, e dilegua dall' animo dell' Im- peratore la falsa credenza, ih cui esser po- teva, che la potenza e la fortuna, oggetto della comune ammirazione, capaci fossero a guad&griargii 1' affettò di tutti : A 7 c creda vò- stra Màestà, che siavi alcuno, Che grande, stupore abbia della vostra potenza , e della Vostra mirabile, e divina fortuna. Ihvidia^ e dolorò ne hanno bcit molti, forse in mtig* gior dovizia > che a voi bisogno non sarcb» , be; poiché tanta forza , e tanta ventura i genera e Umore, ed invidici eziandio nei benevoli, e negli amici, i quali temendo insieme odiano, conciossiachc quelle cose, che spaventano, s 9 inimicano, ed al lóro ac- creschhehto ciascuno , quanto pub $* oppa- Digitized by Google n». Ma la prodezza del cuore, e la bontà dell' animo , e le cose magnìficamente fat- te , siccome le vostre passate opere sono f commuovono con la loro bellezza, c col lo- ro splendore ancora gii avvcrsarj , ed i ne- mici ad amore, e meraviglia, anzi a rive- renza, € venerazione. Leggete inoltre V e- sordio dell' Orazione di Cicerone prò Sexto Roscio Amerino, e della Divinazione contro Verre , e troverete che con queste figure d^ principio Cicerone ad ambedue queste Ora- zioni . 'Figura di Correzione. .uando 1 Oritore avendo espresso un sentimento si ritratta, ed in qualche modo si corregge," affine di metter fuori sentimen- ti più opportuni, più sublimi, e più forti » chiamasi questa figura; di correzione , la qua- le è attissima a conciliar forza , ed orna- mento al discorso, e a risvegliare negli udi- tori una maggiore attenzione a quello , che T Oratore è per dire . Bello è T esempio > che d' una tal figura somministra il Casa nella citata Orazione, in cui rammentando T universa! cordoglio per la disgrazia av- venuta all' Imperatore in Algeri , prosegue così per mezzo della figura , di cui parlia- mo Digitized by Google ino; » Che parco io degli uomini} Qucstater* ra , Sacra Maestà , e questi lidi parevano , c/ie avessero vaghezza di farvisi allo 'n- contro, ed il vostro travagliato, e combat- Ulto naviglio nei lor senile ne 7 lor porti ab- bracciare 9 , . Ne meno bello è l'esempio , che se ne legge in Virgilio nel Libro IV. dell' Eneide, ove per esprimere 1' agitazio- ne, e la disperazione di Bidone alla par- tenza d' Enea , avendole messo in bocca il comando d' andar subito ad attaccare il fuoco alle Navi d' F^nea : Ite, Ferte citiflammas , date vela , impeline remos , le f così ritrattare il suo pensiero: (tati Quid loquorìaut ubi sumìquae mentern insania ;n«- Jnfelix Dido, ■ nunc te fata impia tangunt , Tum decuit , cum sceptra dabas. Che la figura di correzione s' usi ancora ri- guardo alle parole, alle già espresse sostituen- do parole più forti, e più significanti, co- noscer lo potete dal sopra riferito esempio del Casa , nel quale quasi che poco fosse aver detto , che le opere magnifiche com- muovono ad amore? e meraviglia, correg- ge quasi una tale espress ione, aggiungendo: anzi a riverenza , e venerazione . $• v. ; - Figura, di Dubitazione, % L a Dubitazione c quella figura , per cft «58 T Oratore mostrando d esser dubbioso, ed incerto, d' onde cominciar debba il suo di- scorso, qual cosa dire, a quat partito ap- pigliarsi , tiene anche mirabilmente sospeso V animo dell' uditore, e concepir gli fa una più alta idea delle cose, di cui vuol favellare. Non si può meglio, che con que- sta figura non tanto esprimere 1' importan- za, la sublimità, e la grandezza dell' argo- mento , ma la meraviglia, 1' allegrezza, il timore , il dolore , lo sdegno , ed altre passioni. Di questa figura si serve T. Li vici nella concione, in cui Scipione parla ai soldati, i quali udita la falsa nuova della di lui morte, suscitata avevano una sedizio- ne: (a) » Apud vos quemadmodiun loquar nec CQnsdium , nec oratio sappeditat, quos ne quo nomine quidem appellare debeam, scio . Cives ? Qui a patria vostra deschi- stis ? An milites ? Qui imperium , auspb- ciumqtie abnuìstis , sacramenti religionem rupistis ? Hostcs ì Corpora , ora vestitimi, habitum civ'uun agnosco; Jacta, dieta, Con- silia animos hostium video n . Con questa figura nel suo Poema sulle nozze di Teti , e di Peleo fa Catullo parlare Arianna ab- bandonata da Teseo: „ Nata quo me rcjlram, quali spe perdita nitar? Idaeosne petam montes? ah ! gurgite lato, Discernens Pontum truculentum ubi divida qquorì An patris auxilium sperem ? quemne ipsareliqui /?c- • V. 1 " ; — ■ ' • r -  T, Liv. Lib. XXVIII, Rcspersum juvcnem fraterna caede secuta ? Conjugis an fido consoler memet amore} Quine J'ugit lentos incurvans gurgite ventosi §. VI. Figura di Comunicazione* Q uando V Oratore per mostrar la fidu- cia, che ha nella sua causa, che ha intra- presa a sostenere, consulta 1' uditore me- desimo ò V avversario, ed in qualche mo- do al loro giudizio s' appella, sicuro, che debbano necessariamente venire nel suo sentimento, dicesi questa figura di Co- municazione. Eccone da Cicerone V esem- pio^neir Azione contro Verre: » Nunc ego , jùclKes,jam vos consulo, quid mihi facien- dum putetis. fd enini consilii mihi profectò dabitis, quod egomet mihi necessario capien- dum intelligo ».Ed il Salvini imitando Cice- rone, anzi letteralmente traducendo il cita- to esempio in una delle sue orazioni, dice: „ A voi stessi, sapientissimi Giudici, chiedo consiglio, cosa stimate, ch y io debba fare; e tale certo lo mi darete, quale si è quel- lo, che io stesso intendo di dover prender necessariamente »- §. VII. j5o § VII, Figura di Prosopopeja , ò di Personificazione . p er la figura di Prosopopeja , come rilevar SÌ può dalla forza del Greco vocabolo espri- mente formazione ò fingimento di persona» s' introducono nel discorso a parlare perso- ne assenti, e non solo quelle che attual- mente vivono, ma ancora gli antichi, ed i tra- passati , nè solo le cose animate , ma le ina* nimate eziandìo , come la patria , le città , le proyincie , le contrade , i templi , le piaz- ze ec Quanto abbia in se questa figura di vivacità , di bellezza , e di forza , meglio in- tender non si può, che per mezzo d' esem- pj. Quanto bella, quanto patetica, e forte è la parlata , che Orazio mette in bocca a^ Attilio Regolo neir Ode V. del libro ìjfL , 5 Signa ego Punicis Affixa dclubris , et arma Militibus sine caede , dixit , Direpta vidi : vidi ego civium P etorta tergo brachia libero x Portasque non clausas , et arva Marte coli populata nostro . n Quanto affettuoso, e tenero è il discorso, che il Petrarca mette in bócca a Madonna Laura dopo la di lei morte nel Sonetto, che comincia : Se lamentare augelli , ò verdi frond ". » Dehl perchè innanzi tempo ti consume} Mi dice coi\ pictadc, a che pur versi Da- Digitized by Google < Dagli occhi tristi un doloroso fiume} Di me non pianger tu, che i miei dì j ersi Morendo eterni, e nelV eterno lume Quando mostrai di chiuder gli occhi apersi . Quanto sia frequente 1 uso di questa figu- ra anche presso gli Oratori, basta leggere le Orazioni di Cicerone per comprenderlo Si avverta pero, che una tal figùnf si* fi. ancora, quando non solo a parlar si intro- ducono, ma si rappresentano ancora in at- to di far qualche cosa le cose sì animate > che inanimate, come rilevar potete da Ci- cerone medesimo nell' orazione prò Milone* dove si vedono personificate le leggi, e in atto di porger di propria mano la spada per dar la morte a qualcheduno; Aliquando gla- dius ad occidendum hominem ab ipsis porri* gitur legibus- 9 e dall' orazione del Casa per la restituzione di Piacenza, ove dice par- lando all' Imperatore: » Dt ciò vi pregano similmente le misere contrade £ Italia , ed i vostri ubbidientissimi popoli , e gli altari, e le Chiese , ed i sacri luoghi , e le religiosa vergini , e gli innocenti fanciulli , e le timide , e spaventata madri di questa nqbil provincia, piangendo, ed a man giunte per la mia lin- gua vi chiedon mercè. M $. Digitized by Google §. Vili. Figura cC Apostrofe . da quelli, a cui parla, rivolge in. un 6ubito T Oratore il suo favellare ad al- tri ò pj-esenti, ò lontani, ed anche a cose inanimate, (a) una tal figura chiamasi Apo- strofe con Greco nome, che altro non si- gnifica, che conversione, ò rivolgimento da una cosa ad un'altra, figura più d' ogn' al- tra atta a ravvivare, e render nobile il di- scorso . Ella è *il linguaggio più frequente degli Oratori , e de' Poeti . Quante sono in- fatti le Odi , che Orazio incomincia con que- (a) Sembra a prima vista strano, e ridicolo il linguaggio di questa, e dell' antecedente figura, come saggiamente osserva il da me tante volte ci- tato Inglese Scrittore. Direbbesi quasi privo di senno, chi immagina parlanti le fiere, i sassi, i fiumi , ò chi loro rivolge il discorso. Eppure e questo il linguaggio dell'uomo, quando special- mente e agitato da qualche passione. L'uomo ha una mirabile propensione ad animare tutti gli og- getti . Tutte le passioni cercano di sfogarsi , e se trovar non possono altri oggetti, si sfogano co' bo- schi, co' monti, e con le cose più insensibili , spe- cialmente se alcuna di queste ha qualche connes- sione con le cause, ò con gli oggetti, per cui V anima c abitata. Chi urti col piede in un sasso, contro di quello inveisce con le più ingiuriose pa- rale . Chi si separa da un'oggetto caro, e piacevo- le , quando anche fosse una casa, una città, una campagna, rivolge al esso nel dipartirsi, come per dargli 1' ultimo addio, il suo favellare. sta Digitized by Google i6 3 ata figura ! Quanto è bella 1 Apostrofe , e 1 invocazione di Virgilio nel principio della sua Georgica! n Vos , o durissima mundi w Lumina, labentem Caelo quae ducitis annum, n Liber, et alma Ceres ec. Con questa figura comincia il Petrarca una gran parte de* suoi Sonetti , de* quali a mente mi viene e quello, che comincia: 93 Aura, che quelle chiome bionde, e crespe e quello; w Arbor vittoriosa, trionfale » ; e l'altro: » Quanta invidia ti porta, avara terra ». Ma lasciando da parte ogni altro esempio , mi piace di riportar qui la bella Apostrofe, che fa alla pace Claudio Tolo- mei neir Orazione a Clemente VII. per esor- tarlo ad interporsi per la conclusione della pace tra '1 Rè di Francia, e l'Imperatore Carlo V. : w 0 santissima pace discacciatrice del viver reo , o speranza di nostro bene , o apportatrice d! ogni quiete , e d* ogni salute f Tu dunque siei quella, che puoi co* tuoi rie- , chissimi doni ristorar V Italia dai passati oU traggi. Tu siei, che tra noi fermandoti puoi farci questi anni avvenire viver sicuri. Tu puoi la mente tranquillandoci ed in questa vita porgerle sicurezza, e del sommo bene dell' altra più ardente farla . Perciocché se nelV apparir tuo spariranno le discordie, ed i fu- rori y che contento sarà questo a tutti noil Se col tornar tuo farai le belle arti , e costumi ritornare , quanta gioja crescerà negli uomini alloral Se venendo tu si vedrà per nutrimen- to ■ Digitized by Google to loro larga abbondanza venire, quale allegrezza sarà quella di tutti i popoli ! Se per tuo do* no si renderà la maestà alla giustizia , ed al- le leggi, che contento credi, che i buoni ne sentiranno! Se la Religione vera regolatrice dell* anime nostre con Vonor tuo s onorerà tra i Cristiani, quanto si faranno gli uomini migliori, e con le opere buone cercheranno qui la contentezza , e nel Cielo la beatitudine godere! » §. ! ix. Figura d'Ipotiposi. i-*a forza, ed il significato della greca pa- rola Ipotiposi abbastanza spiega in che cosa consista questa figura derivando ella da un verbo Greco, che significa delineare, ò dipingere. Questa figura infatti detta dai Latini demonstratio altro non è, che una viva, ed esprimente descrizione, ò pittura d' una qualche cosa , cosicché sembri all' udi- tore d'averla presente, e con i proprj occhi vederla. In questa figura, come voi ben vedete, consiste il più bel pregio dell'elo- quenza . Il retto , ed opportuno uso di essa i veri Poeti, e i veri Oratori distingue. Non si limita ella ad alcune cose soltanto, ma è propria di qualunque materia, ò ar- gomento. Sì l'esterne» come l'interne qua- DigitizeO by Google lità delle persone , sì le cose animate , co- me le inanimate, i tempi, i luoghi, tutto può esser soggetto di essa. Ella è il linguag- gio di tutte quante le passioni, e non vi ha cosa , che tanto diletti , e tanto muova gli animi altrui , quanto le descrizioni vi- ve, e naturali accompagnate da nobili, ed eleganti espressióni, e per mezzo d' altre fi- gure, quando la materia il richieda, varia- te, e ravvivate. L'opere intiere degli Ora- tori, e de' Poeti più insigni servir ci pos* sono d'esempio, nelle quali non vi ha for- se pagina , che non contenga la descrizio- ne , ò la pittura di qualche cosa. Non vi sembra di vedere con i proprj occhi Caron- te, quando lo leggete nel Lib. VI. deli* Eneide così da Virgilio descritto? w Portitor has horrendus aquas, etflumina servat Terribili squalore Charon ,• cui plurima mento Canities inculta jac et; stant lumina fiamma, Sordidus ex kumeris nodo dependet amictus? cui imitando Dante nel canto III. dell'In- 1 ferno dice: , ? Ed ecco verso noi venir per nave Un vecchio bianco per antico pelo Gridando: guai a voi, anime prave. E poco sotto; „ Quinci fur quete le lanose gote Al nocchier della livida palude, . . - Che intorno agli occhi avea di fiamme ruote* Quanto vivamente descrive V Ariosto il com- battimento di due Cavalieri in quest'ottava! 95 Fanno or con lunghi, ora con finti, e scarsi Col- \66 Colpi veder, che mastri soft del gioco , Or li vedi ire alteri, or rannicchiarsi. Ora coprirsi, ora mostrarsi un poco: * Ora crescere innanzi, ora ritrarsi, Fibatter colpi, e spesso lor dar loco, Girarsi intorno, e d'onde V uno cede, V altro aver posto immantinente il piede; Nè troveremo questo Poeta inferiore a Vir- gilio, come in altre descrizioni, così in quel- la, che in molti luoghi fa della tempesta. Io però per brevità tralascio infiniti altri esempi tanto pià che molti ne ho accen- nati nel §. IL del Cap. I. trattando dell' enumerazione delle parti , che è sì necessa- ria in qualunque descrizione. Figura rf' Etopejd T T na specie d' Ipotiposi, ò di descrizione y ma limitata alle persone, ed alle loro qua- lità sì esterne, quali sono le fattezze del corpo 1 come interne, quali sono le virtù, i vizj, è la figura detta con voce Greca Eto- peja f die altro non significa, che imitazio- ne, ò formazione di costumi . L' uso di que- sta figura è assai frequente e presso gli Oratori, e presso i Poeti, ma de Comici, e de' Tragici è specialmente propria, il principale scopo dei quali quello si è d' espri- Digitized by esprimere al naturale il diverso carattere delle persone, che introducono sulla scena. Nel prescrivere un tal precetto nella sua Poetica , ed illustrarlo con diversi esempì insegnar volendo Orazio, quale rappresen- tar si dovrebbe un Achille, ne esprime egli medesimo il più vivo carattere, e ci da V esempio della più bella Etopeja in questi versi: » hnpiger, iracundus, inexorabilis , aver Jura ncgctsìbi nata, nihil non arroget armis ir$ Eccovi la pittura naturale d'un uomo latta dall' Ariosto in quest' ottava : •> La sua statura, acciò tu lo conosca. Non è sci palmi , ed ha il capo ricciuto , Le chiome ha nere y ed ha la pelle fosca , Pallido in viso, oltre il dover barbuto* Occhi gonfiati, e guardatura losca, Schiacciato il naso, e nelle ciglia irsuto; V abito , acciò eh' io lo dipinga intiero , IT stretto, e corto, e sembra di corriero Mirabile è ancor Cicerone in tali pitture . Osservate come nella sua Orazione dopo il ritorno in Senato ci rappresenta Pisone, e Gabinio: » L. Piso, tunc ausus est isto ocu- lo, non dicam isto 'animo, ista fronte, non vita, tanto super cilio, nqn enim possum dice" re rebus gestts, cum A. Gabinio consociare Consilia pestis meae ? Nec te illius unguento- rum odor, non vini anhelitus, non frons c&~ lamistri notata vestigùs in eam cogitationem adducebat, ut cum UH re similis fuisses ,fron- tis libi integumento ad occultanda tanta fla~ ghia diutius uti non licer et ? $. Digitized by Google t6Ì r §. Xt V Figura cC Aposiopesi . r' l^i Aposiopesi detta ancora coerentemente alla forza del Greco vocabolo figura di re- ticenza, ò d* interruzione è quella, per cui T Oratore tronca ai un tratto rincomincia- to discorso , e senza ultimarlo passa ad al- tre cose, lasciando, che gli uditori medesi- mi immaginino ciò, che avrebbe egli dovu- to dire . Molto naturale è V uso di questa figura in coloro, che agitati sono dal dolo- re , e dallo sdegno , che hanno , e mostrano orrore, ò ribrezzo d'alcune coso per render- le viepiù odiose agli altri, e che vogliono far più risaltare, e far comparire come grande una qualche cosa. Noto è l'esem- pio, che d'una tal figura trovasi in Virgi- lio nel Libro I, dell Eneide, ove Nettuno parla così sdegnato ai venti: Tantane vos generis tenuit fiducia vestri ? Jam Caelum , terramque jneosine numine, venti , Miscere, et tantas audetis tollere moies? Quos ego . . . sed motos praestat componere fiuctus Post mihi non simili poefla commissa luetis ». A questo è simile quello del Tasso : » Che si, che sì.., ma intanto Conobbe, ctì* eseguito era V incanto . Ma per ogni altro esempio, che addur si potrebbe , basti quello , che leggesi nell' Ora- zione funebre, che Benedetto Varchi recitò nelT Accademia Fiorentina in lode del Bem- bo Digitized bo: » V andar di luì, nbn che altro, lo sta- re, il vestire pieni di gravità, di modestia, di leggiadrìa mostravano bene, che egli fosse piuttosto — ma che vò io, folle mei nume- rando ad una ad una le stelle del Cielo Ed in altro luogo dopo aver detto, che Pao- lo III. in vista del merito, e delia virtù del Bembo, mosso si era a crearlo Cardinal le , soggiunge : » Sperando forse , che sua Si* gnorìa Reverendissima dovesse un giorno..,, ma ohimè ! non era degno di tanto bene que- sto Secolo. §. XII. Figura d'Enfasi. 1' JLj Enfasi è quella figura, la quale consiste in un parlar sentenzioso, e grave, che e- sprime più di quello, che dicono le parole, figura "la più adattata perciò a far concepi- re delle coie l* idea più grande , e più su- blime. Quanto enfatica è l' espressione, che in una conclone T. Livio mette in bocca ad Annibale : w Annibal peto pacem (a) . Il nome solo d'Annibale quanti sentimenti in se racchiude, e di qual lungo ragionamene sto somministrar potrebbe materia a chi e- fitenAr gli volesse, esponendo il valore ,^1* im- » * (a) r. Liv. Lib. XXX. imprese, la gloria d'un tal Capitano, come col solq suo nome pare , che tuttociò ei ram- menti a Scipione? Chi non concepisce de* Trojani, e d'Enea la più alta stima, leg- gendo quegli enfatici versi del Libro VII. dell'Eneide di Virgilio nella parlata, che fa Ilioneo al Rè Latino : 91 Ab Jove principium generis ; Jovc DarJanapubes Gaudet avo ; Rex ìpse Jovis de gente suprema Troius Aencas tua nos ad limina 7nisit . A questa figura ridur si possono i detti gra- " vi, e, sentenziosi, quali sarebbero e quello di Cicerone nell' Orazione in favor di Mar- cello: 99 Numquam enim temeritas cum sa- pientia commiscetur, ncc ad consilium casus admittitur n e quello , che Orazio nell' Ode XXIX. del Libro I. mette in bocca ad Ar- chita : 99 Scd omnes una manet nox% Et calcanda semel via Lethi -, e quello, onde il Petrarca chiude il Sonet- to, che comincia: » Quel che d'odore, e di color vincea 99. 99 Pieno era il mondo de* suoi onor perfetti > Allorché Dio per adornarne il Cielo La sì ritolse, e cosa era da Lui. §. XIII. Figura di Sospensione. Quando r Oratore per qualche tempo tieja so- Digitized by GòOgle Sospesi gli ildirori , dicendo lóro molte cose prima di venire allo scopo principale del suo discorso , una tal figura chiamasi Sospen- sione, per la quale non solo rende più at- tenti, ed ansiosi gli uditori d'ascoltar ciò, che dira, ma ancora fa sì, che maggior- mente rapprendano per cosa grande* ed im- portante. Bello è Tesenipio , che di questa figura dà Cicerone nell' Orazione VII. con- tro Verre per far concepire ai giudici la più grande idea del suo delitto: 9 > Ergoejus jussu isti homines comprehensi. Quid deinde ? Quid censetis? E unum Jbrtassa, aut praedam expedatis aliquam Etiam mine mihi ex- pectare videmini. Expectate Jacinus quatti vullis improbnm , lineam tameh expectationcnt omnium. Quod inulto improbius est y UH no- mine sceleris coiijurationis damnati, àd sap- pi icium traditeti , ad pallini alligati , repente multis millibus nominimi inspectantibus occisi sunt y> . Un esempio di tal figura è T inte- ra Ode XXXII. del Libro I. in Orazio: „ Quii dedicatum poscit Apollinent Vates ce. , 9 nella quale dopo aver detto, che non chiede ad Apollo ne oro, nò avorio, nò feconde, ed ampie possessioni, ò altre simili cose, e do- po aver così tenuto sospeso chi legge, ter-* mina finalmente la sua Ode con risponde- re all'interrogazione, con la quale le ha ; dato principio; Frui paràiis, et valido inihi, Latoe, deiits, ac precor , intégfd Cam mente, nec tiirpem scnecuvri Ite- Degere , nec cithara carente tn . Una continuata figura di sospensione è pu- re il Sonetto del Petrarca, che comincia: „ Ponmi, ove il sole uccide i fiori, e V erba» nei quale dopo aver rammentato varj luo- ghi, e diverse condizioni, e stati, in cui poteva esser collocato, chiude così il suo Sonetto : Sarò qual fui , vivrò corri io son visso Coutinuando il mio sospir trilustre. na delle figure più usate, e comuni, e nel tempo stesso piena di gravita, e di bel- lezza è la figura di Preterizione , per la qua- le finge V Oratore di passar sotto silenzio, ò d'ignorare o d* aver difficoltà ed orrore ad esporre ciò, che nel tempo medesimo dice. Non solo conciliasi per essa brevità alle cose, le quali in altro modo esposte manderebbero troppo in lungo il discorso, ma concepir fà agli uditori maggiore orro- re per quello, che mostra di non voler rammentare, rende meno ingrate le cose vili, e basse, meno odiose quelle, che det- te in altra maniera potrebbero offendere, e disgustare, e rende inoltre più attento, chi ascolta per la speranza di udir cose più ri- Figura di Preterizione. le / Digitized by Google levanti, e più sublimi di quelle, che l'Ora- tore finge di tralasciare. Abbiamo di que- sta figura un esempio presso Cicerone nell* Orazione in difesa della legge Manilia , in vigor della quale, come sapete, veniva tra- sferita tutta 1 amministrazione della guerra contro Mitridate nella persona di Pompeo, nella quale orazione così risponde all' obie- zione di Catulo , il quale diceva, esser cosa affatto nuova, che un solo avesse il coman- do assolino della guerra: 99 At enim nihil 99 novi fiat cantra exempla , atque institela ma- r) forum, Non dico hoc loco majorcs nostros 95 in pace consuetudini , in bello utilitati pa- li ruisse ; semper ad novos casus temporum n novorum consiliorum rationes accomodasse. 55 Non dicani duo bella maxima Punicum y 99 et Hlspaniense ab uno Imperatore esse con- vjecta; duas urbes potentissimas , quae huic 9 ) imperio maxime minabanlur, Carthaginem , 99 et Numantiam ab eodem Scipione esse de- 99 letas . Non commemorabo , nuper ita vobis , 95 patfibusque esse visum , ut in uno C. Mario 99 spes imperii ponerctur , ut idem cum Iugu- li rtha, idem cum Cimbris, idem cum Theutonis 59 bellum administraret» . Un altro esempio ne somministra il Petrarca nella Canzone : 95 Italia 99/72 za, benché il parlar sia indarno 99 alla strofe ^V. 99 Cesare taccio , che per ogni piaggia Fece V erbe sanguigne Di lor.vene, ov il nostro ferro mise; e nel trionfo della castità: 99 Passo qui cose gloriose, e magne Ch %  i J4 Cli io vidi, e dir non oso ; alla mia donna Vengo , ed alC altre sue minor compagne . Un altra leggiadra maniera d' usar que- sta figura e* insegna Virgilio nel Libro IL della Georgica : n Quid tibi odorato referam sudantia Ugno Balsamaque , et baccas semperfrondentis acanthiì Quid nemora Aethiopum molli candida lana § Vellcraque ut foliis depcctant tenuip Sere<? Aia quos Oceano propior gerit India luco^ , Extremi Sinus Orbisi . » Figura, di Licenza La Licenza è quella figura, per cui V Oratore parla con tutta la franchezza, e con tutto il coraggio anche presso le per- sone, le quali ingerir gli potrebbero timo- re. Questa figura anziché rendere V Orato- re odioso a chi ascolta, concilia verso di lui attenzione, benevolenza, ed autorità» quando manifestamente si scorge, che la franchezza, e la liberta, con cui parla, na- fcce dalia fiducia, .che egli ha nella pro- pria causa, dall' importanza della medesi- ma, dallo zelo per l'altrui vantaggio, dalL* emore della verità, non da animosità , non da alterigia, ed orgoglio, non da man^ canza di rispetto verso degli uditori- Ve-- dee Digitized by Google der ne possiamo un esempio nell' orazione di Cicerone in favor di Ligario, nella qua- le confida tanto d* ottener da Cesare cle- menza verso di lui, che non ha difficoltà di confessare apertamente alla di lui pre- senza d essere stato egli medesimo più at- taccato al partito di Pompeo, ed* aver non ostante da Cesare ottenuto il perdono. » Nul- lum igitur, diesar, in Q. Ligario signum alicnae a te voluntatis, cujus ego causam, animadverte quaeso , qua fide defendam , cutn proda meatn — M. Cicero apud te defhidiù, alium in ca voluntate non f iris se , in qua se- ipsuni confitenti' Jais se ; ncc tuas tacitas co- gitationes extimescit , nec quid tibi de alio audienti de se ipso occurrat, reformidat. Vi- de , quam non reformidem ; vide, quanta lux liberalitatis , et sapientiae tuae mihi apud te dicenti oboriatur . Quantum poterò voce con- tendami ut hoc Populus R. cxaudiat ec. Figura di Concessione, e di Permissione . Per la figura di Concessione V Oratore di- mostra specialmente la fiducia, che ha nel- la causa intrapresa a difendere, molte cose accordando agli uditori, ò all' avversario, le quali ha già dimostrato, che non sareb- bero da accordarti , per stringerli con . più Digitized by Google J ' 6 .... forti, e convincenti ragioni. Frequenti sono d* una tal figura gli esempj presso Cicerone. Leggete quello, che trovasi nell' Orazione in favor di Sesto Roscio A merino, nella quale all'avversario rivolgendosi dice: n E- sto, causam prqferre non potes . Tametsi sta- tini vicisse debeo t tamen de meo jure decedam, et libi , quod in alia, causa non conceierem , in hac concedam Jretus hujus innocentia. Non quaero abs te quare patrem Sextus Roscius y quaeroy quo modo occiderit ». A questa figu- ra sembra a molti somigliante, molti anzi con essa confondono la figura di Permissio- ne. Ma dall'idea, che ne danno Cicerone, e Quintiliano, una gran differenza tra V una, e l'altra discopresi. Infatti per la figu- ra di Permissione non accorda già l'Orato- re agli uditori, ò all'avversario una qual- che cosa, come veduto abbiamo; e.^er pro- prio della figura di Concessione, ma si ri- 1 mette del tutto al volere degli uditori, ò dei giudici, ad essi in qualche modo se, e la sua causa abbandona, ed al loro giudi- zio totalmente si assoggetta: p Permissio est y cum ostendimus in dicendo nos aliquam reni totam tradere, et concedere aliorum volitata- ti »i come fa Cicerone nell'Orazione in fa- vore del Rè Dejotaro: In tuis oculis, in tuo ore , vultuque , Caesar , acquiescB , te unum tntueor y ad te unum mea omnis spectat ora- tio w ; Ed in un altra Orazione: , 5 Sed ego jam , judices , summum ac legitimum causae meae jus omino , vcbis , quod aequissimurn videatur, ut constituatis , pennuto ». Figura dC Ironìa . Per la figura d' Ironìa si dice una cosa , e si vuole» che nel senso del tutto opposto sia intesa, procurando, che ò dall' espressio- ni alquanto caricate, ed iperboliche, e daL tuono medesimo della voce, o dal carattere già noto delle persone , e delle cose , di cui si parla, comprenda facilmente chi ascolta questo contrario significato . Per questa figu- ra la lode è un biasimo, le dimostrazioni d'affetto odio ed aversione, l'onore e T ossequio derisione e disprezzo, ed in essa consiste l'arte più fina di mettere in ridico- lo le cose . Quanto bella è l' Ironìa , eoa cui Cicerone nell'Orazione in favor di Mi- lonè mette in ridicolo il processo, che fa Clodio de* suoi servi per indurgli a confes- sare, che egli tese non aveva insidie a Mi- lone : n Age vero quae erat , et qualis quae- stio ? Heus l Ruscio ( verbi causa ) cave , merc- tiaris . Clodius insidias fecit Miloniì Fecit . Certa Crux. Nullas fecit. Sperata libertas . Quid hac quaestione certiusì Subito abrepti in quaestionem, tamen separantur a caeteris , et in arcas conjiciuntur , ne quis cum iis collo- qui possit . Hi centum dies penes accusatorem cum fuissent, ab eo ipso accusatore producti sunt. Quid hac quaestione dici potest inte- grasi quid iacorruptius „? Piacerai di rife- rire àncora 1' esempio , che si legge ia Ome- N " ro Digitized by Go< t?8 ro nel Libro IX. dell'Iliade nella parlata, che fa Achille ad Ulisse , ed agli altri Gre- ci, che da Agamennone erano stati ad Achil- le inviati per muoverlo ad andare alla guer- ra contro i Trojani; e di riferirlo secondo' l'elegante latina traduzione d' un moderno Autore (a) . Achille adunque parlando d' Agamennone dice, che Agamennone non ha bi- ' gogno di lui , e mette in ridicolo le sue im- prese, ristringendole alla struttura d'un mu- ro, allo scavamento d'un ampia fossa, ad una palizzata: w Sed tecum, Laertiade, cum Regibus, et* tot Consilium Argivis capiat , quo denique pacto Instantem valeat fiammam depellere classi. Me quid opus? Rerum sine me jam plurimajèlix Conjecit, murum struxit ,jossamque cavavit Circum amplamdngentemyvallosqdnfodit acupos. Breve , ma assai pungente è pur l' Ironia , onde Ajace parla d' Ulisse presso Ovidio nel Libro XIII. delle sue Metamorfosi: g Ergo aut exilio vires subduxit Achivis , Aut nece\ sic pUgnat, sic est metuendus Ulysses . Che se all' Ironìa sia unito ancorà. l' insulto , questa figura dicesi allora Sarcasmo, che è una derisione più amara , più mordace , e più maligna dell'Ironìa. Tale è .il Sarca- smo, con cui i Giudei insultavano il Figlio di Dio pendente dalla Croce: i 5 Vali! qui destruis templum Dei, et in tribus diebus il- ' ; - lud * ,^t-z = " ■ — — » (tf) Hnmcri llini> Latinis versilus expressa a Ray- munto Qmicbio liagusitio . Digitized by lud reaedificas : Si Filius Dei es , descende de Cruce ». Tale è quello, onde nel Canto XIX. del Tasso Tancredi risponde ad Argante, che avealo insultato, chiamandolo uccisor di femmine, quasi che la più gran prova del valor di Tancredi stata fosse l'uccisio- ne di Clorinda: p Vieni in disparte pur tu, che omicida Siei de Giganti solo , e degli Eroi , V uccisor delle femmine ti sfida. Molti altri esempj a questi simili addur po- trei, ma per brevità gli tralascio, stimando meglio il proseguire la spiegazione di quel- le figure, delle quali mi resta ancora a trattare , . t Figura d'Interruzione. E primieramente/ vi. esporrò in breve, che còsa sia la figura d* Interruzione . La stessa ella è, che quella, che dicesi comunemen- te Parentesi , ed in altro non consiste, che neir interrompere rincominciato discorso, per 'inserirvi , e frapporvi qualche sentimen- to per maggiore spiegazione delle cose , che si vanno dicendo, ò qualche sentimento grande e patetico, il quale talvolta altro non è che lo sfogo di un qualche affetto, quali sarebbero per esempio y esclamazioni . E* Digitized by Google » E* questa figura così comune e frequente , che basta accennarla, perchè a voi subito se ne presentino infiniti esempj . Serva per tutti quello di Virgilio nel Libro I. delia Georgica nell'Apostrofe, che fa a Cesare Augusto : nQuidquid eris(nam te nec sperent Tartara regem , Nec tibi regnandi veniat tara dira cupido y Quamvis Elisios miretur Gr accia campos , Nec repetita sequi curet Proserpina matrem ) Dafacilem cursum ec s € T altro del Libro III. dell' Eneide , ove Achemenide parlando di Polifemo dice: w Ipse arduus, altaque pulsat Sidera ( Dii, talem terris avertite pesterà ) Nec visu facilis , nec dictu affabilis ulti. Giudiziosa è peraltro V osservazione di Blair, il quale parlando della struttura delle sen- tenze» ò de' periodi dice, che sebbene tal- volta possano le parentesi avere un certo brio, quando nascono da una vivacità di spirito , che passi a guisa di lampo , ordina- riamente però rompono T unita de' periodi medesimi, e li rendono intralciati, ed oscu- ri . Sono esse , per usare le sue stesse parole , ruote entro ruote , ò sentenze entro sentenze , che r autore non ha saputo ben compartire ne* proprj luoghi. E quando uno Scrittore * per provvedere alia chiarezza offesa, e diminui- ta dall'interposte parentesi è obbligato a ri- pigliare il sentimento con le note, e comu- ni espressioni, io dico, io diceva , io dissi, è questo per lo più un indizio sicuro di mal costrutto periodo. §. Digitized by Google t8t Figura di Distribuzione, La Distribuzione è quella figura, la quale divide nelle sue parti un sentimento, per* chè così più chiaro, ed amplificato maggio- re impressione faccia negli animi degli udi- tori. Di questa figura si serve Cicerone per dimostrare i vantaggi, cn e dallo studio del- le Lettere , e specialmente dalla Poesìa si ricavano nell'orazione in favor del Poeta Archia. Quanto è bella la divisione, che egli fa e dei luoghi, e dèlie diverse età, e dei diversi stati di contraria, ò di favo- revol fortuna* nei quali l'uomo può ritro- varsi ! n Nam ceterae neque temporum sunt , ncque aetatum omnium , neque tocorum. Haec studia adolescentiam alunt, senectutem oble- ctant, secundas res ornant, advcrsis perfu- gium, ac solatium praebent , delectant domi* non impediunt foris , pernoctant nobiscum 9 pe- regrinantur, rusticantur ^ . Questa figura , co- me voi ben vedete, riducesi ad un' esatta divisione , ò enumerazione distinta di parti , la quale non poco giova ad amplificare, ed a porre nella più vera, e chiara veduta le cose . Figura di Preghiera. N on vi ha figura , che più della Pregine* ra commuova gli animi degli uditori . Si fa questa quando ò riconoscendoci rei di qual- che mancanza ne imploriamo il perdono , ò chiediamo ai nostri e agli altrui mali com- passione e soccorso , ò alcun bene per noi , ò per gli altri addimandiamo. In qualun- que parte dell'orazione può ella aver luo- go, ma è specialmente opportuna nella pe- rorazione, in cui T Oratóre dà il più forte, ed ultimo attacco agli animi degli uditori per muoverne gli affetti, e guadagnarli in- teramente. Non di rado troverete intere composizioni, d' un' estensione peraltro non molto grande, le quali non sono che* tini continuata preghiera. Tali sono oltre molte altre l'Ode d'Orazio: g 0 Vénus regina Gni- di, Paphique ,5 del Libro I.; e l'Inno seco- lare: w Phoebc, Silvarumque potens Diana»; Tale è l'intera bellissima Canzone del Pe- trarca : Vergine bella , che di sol vestita 95 . Infiniti sono gli esempi, che d' una tal figu- ra in ogni Oratore, ed in ogni Poeta s'in- contrano. Piene ne sono l'orazioni di Cke^ rone , e tra i mplti quello piacemi di ripor- tarvi, che leggesi al termine dell' orazioner in favor del Poeta Archia, ove rivolto ai Giudici così gli prega: » Quae 9 cam ita sint> petimus a vobis , Judiees , siqua non modo ha- ■ Digitized by Google i8 3 fiumana, verum edam divina in tantis nego- tiis commendano esse debet, ut eum , qui vos, qui vestros Imperatores, qui Populi R. res ge- stas semper ornavit Sic in vestram acci-' piatis fidem , ut humanitate . vestra levatus potius , quatn acerbitate vioiatus esse videa- tur », Ed ^lberto Lollio nelf orazione in difesa del Celebre Orazio vincitor de* Curia- zj e degli Albani, il quale ritornando dal- la battaglia uccise la propria sorella, cosi in ultimo prega il Popolo Romano per muo- verlo a compassione di se , .e della sua. Famiglia: » Laonde torno umilissimamente a. pregarvi d'aver compassione, e pietà di que- sta nobile, ed illustre Famiglia in poco tem- po poco meno che del tutto estinta per voi. Jbbiatela di questo povero, ed infelice padre r il quale dal tenore delle sentenze vostre asvet- ta ò di continuar con allegrezza, ò di finir con dolore il rimanente degli anni suoi ». E per tralasciare ogni altro esempio riporterò in ultimo la Preghiera , che ,fa Virgilio agli Dei infernali, implorando il lóro soccorso, onde narrar possa ciò , che vide Enea nel- la sua discesa all'Inferno: (lentes yi Dii, quibus imperium est animarum r umbraeq. si- Et Chaos , et Phlcgeton loca nocte tacendo. late t Sit mihijas audita loqui y sit numine vestro Véndere res alta terra, et caligine mersas. I i$4 • Figura d* Imprecazione . !Per la figuri d i Imprecazione ò nel calof dello sdegno, ò nello sfogo dell'odio contro d'alcuno, ò in contestazione della propria innocenza, ò in prova della costanza nel seguire la rettitudine , e la verità V Orato- re ò il Poeta chiama sopra di se , ò sopra degli altri qualche male, ò castigo. Neil" uso però di questa figura imitar dobbiamo gli antichi Autori allora soltanto, quando . esser può lecita, ed onesta l'Imprecazione. Tra i molti esempj di questa figura , quel- lo io scelgo di Catullo nel Poemetto sulle nozze di Teti, e di Peleo, in cui Arianna invoca le furie, e le prega a punir Teseo della crudel perfidia, con cui l'aveva ab- bandonata : v Quare facto, vitum mulctantes vindice poena , EumenideSy quibus anguineo redimita captilo Frons exspirantis praeportat pectoris iras, Huc, hac adventate, meas audite querelasi . Quasego(vae! mi^eraé)extremisprqferreineduU Cogor^ inops , ardens , amenti caecajìirore . ( lis Quae qitoniam vere nascuntur pectore ab imo , Vos nolite pati nostrum vanescere luctum ; Sed quali solam Theseus me mente reliquit 9 Tali mente, Deae , funestet seque, suosque. Figura £ Epifonemd . JL Ppifonemd consiste in un detto grave , e Sentenzioso, con cui si termina qualche nar- razione > ed in cui in qualche modo si rac- coglie , e si riepiloga tuttociò che per V avanti si è esposto, dando non poca mae- stà, e forza alle cose antecedenti, ed espri- mendo a meraviglia la loro importanza , e grandezza. Gli esempj schiariranno meglio l'idea, che ho espressa in poche parole. Parlando Cicerone dell'autorità propria del- la vecchiezza nel libro, che intorno a que- sta età compose, dopo aver moltissimi «em- pi recati di chiarissimi personaggi, n quorum non in sentcntia $olum> sed in nutu residebat auctoritas n f hiude V enumerazione di tali esempj con questa sentenza: 93 Hàbet sene- ctus honorata praesertim tantum auctoritatem , ut ed pluris sit , quam omnes adolescentiae voluptates ». Ed in altro luogo del medesi- mo libro, ove parla del piacere, recato f esempio di Duilio , il quale sebben vecchio nel ritornare da cena alla sua casa accom- pagnar si faceva con le torce accese, ed al suono di trombe, termina la breve narra- zione con questo detto sentenzioso : » Tan- tum licentiae dabat gloria »; ed Orazio nell' Ode IH. del Libro I. dopo aver rammentate molte audaci imprese tentate dagli uomini ne chiude la narrazione con questa sublime sentenza : JSil f86 Sii mortalibus ardtium est ', Caelum ipsum petimtis stultitia , ncque r Per nostrum patimur scelus , Jracunda ] ovetti ponere fulmina. Leggete il Sonetto del Petrarca, che comin- cia » In mezzo di due amanti onesta, alte- ra ec. g ove finge il Poeta, che egli , ed il sole stessero mirando M. Laura , e che offe- sa questa dai raggi del sole si rivolgesse verso il Petrarca , ed il sole ne provasse do- lore e dispetto , quasi che quel voltarsi che ella fece, fosse stato un segno della preferenza, che ella dava. al Petrarca; e do- po aver detto , che al sole ricoperse un nu- \ oletto la faccia trista e lacrimosa , chiu- de co,n questo Epifonema il Sonetto : n Cotanto V esser vinto gii dispiacque. / 9 /' Figura rf' Esclamazione'. D i quella figura mi resta finalmente a' parlare, la quale si può dire d'ogni gagliar- da passione il linguaggio; poiché niuna ve ne ha, che degli affetti esprima con mag- gior forza la veemenza , e T ardore . E' que- sta la figura £ E sciatti azione % la quale con- siste neir interrompere il discorso, prorom- pendo in qualche sentimento vibrato, e su- blime accompagnato da qualche particella Digitized by Google l A 1 Interjezione, e da un tuono maggiore di voce. Quanto è bella l' Esclamazione , nella quale Cicerone nel Libro della vecchiezza introducendosi a parlar dei piaceri fa pro- romper Catone: » Sequitur tenia vituperatiti senectvtis , quod eatn carere dicUnt voluptati- bus . Oh! pracclarum munus aetatis ! Siquidem id aufert a nobis, quod est in adolescèfttia vi- tiosissimum ». Darò fine con l'esempio, che ne somministra il Petrarca nel Sonetto , che comincia: » Sento V aura mia antica, e i dol- ci colli ec. ,5 0 caduche speranze, o pertsier Jvllt ! Vedove V erbe , e torbide son V acque , E vuoto , e freddo il nido , in eli ella giacque Nel quale io vivo, e morto giacer volli . Degli affetti in particolare , e primieramente dell' Ammirazione. A il vendo fin qui, per quinto mi sembrai abbastanza parlato del linguaggio, con cui l'uomo esprime naturalmente i moti diver- si del suo animo, e posta in chiaro là na- tura delle figure di sentenze,- le quali, CO" me dalle cose finora dette potete aver fi-- cilmen te compreso, altro non sono* che le* diverse maniere, con le quali si esternane* • nel discorso gli aflerti del cuore, all'esame di / Google 188 di essi fino dal principio di questo Capitola da me proposto vi richiamo adesso, affinchè niente da desiderar vi rimanga per la cogni- zione di ciò, che più importa nell' Eloquen- za, la quale nel movimento degli affetti " principalmente consiste. E primieramente parlar- vi voglio dell'Ammirazione, non già di quella, che è un effetto di stupidita, e d'ignoranza, per cui anche le cose più pic- cole , e dispregevoli recano maraviglia , ma di quella bensì , che dalle cose veramente grandi è in noi risvegliata. Sembrami però, che dir non si possa l'Ammirazione un af- % - fetto , mentre non è ella un inclinazione , ò aversione per qualche oggetto, ma piut- tosto una sorpresa cagionata in noi dalla vista , ò dall' apprensione di qualche ogget- to ò nuovo ed insolito, ò grande e subli- me , senza che muovasi 1* animo ad amar- lo , ò ad aborrirlo, finché in questa sorpre- sa rimane . Piuttosto adunque che un affet- to, diremo esser la maraviglia una gagliar- da impressione da qualche oggetto in noi eccitata , per cui V animo sta sospeso , e fis- so nella contemplazione dell'oggetto mede- simo, incapace di volgere allora ad altra oggetto il pensiero, impressione, la quale precede il movimento degli affetti, e ad esso dispone, perchè dalla meraviglia passa lo spirito all'amore, al desiderio, all'alle- grezza, ò all'odio, alla tristezza, al timo- • re ec Non potevansi meglio esprimere i se- gni, e gli effetti esterni dell'Ammirazione di Digitized by Google i8p di quello , che fatto abbia in quest* ottava, T Ariosto : ?> Rimari Leon sì pien di meraviglia Quando Ruggiero esser costui gli è noto , Che senza muover bocca, b batter ciglia, O mutar piè, coni una statua è immoto ; A statua più , che ad uom si rassomiglia , Che nelle Chiese alcun mette per voto , Ben sì gran cortesìa questa gli pare , Che non ha avuto , e non avrà mai pare. Da tuttociò chiaramente comprendesi , che per eccitare negli altrui animi T Ammira- zione uopo è proporre ad essi oggetti tali, che con la sua grandezza , e novità gli sor- prendano. Imparar ne potete l'arte da Ci- cerone leggendo la sua Orazione in difesa della legge Manilia, nella quale esalta tal- mente le virtù di Pompeo , che non può far- si a meno di non concepirne meraviglia , e stupore . Da essa apprenderete ancora , qua- li sieno le figure più atte ad esprimere, ed eccitare negli altri V Ammirazione. Udi- te, come per via d' interrogazioni , e d'en- fasi commenda la scienza militar di Pom- peo: n Quis igitur hoc nomine scicntior aut fuit, aut esse debuti, qui e ludo, ac pueritiae disciplina, bello maxìmo, atque acerrimis ho- stibus ad patris exercitum, atque in militiae disciplinam prqfectus est ; qui extrema pueri- tia miles fuit summi Imperatoris , ineunte ado* ' lescentia maximi ipse exercitus imperator ; - ' qui saepius cum hoste conflixit, quam quis- fuam cum inimico concertavi, plura bella Digitized by Google gessit, quam^ caeteri legerunt, plures proviti* cias confecit, quam alti concupiverunt; cujus adolescentia ad scientiam rei militaris non alie~ nis praeceptis, sed suis impcriis , non offerì* sionibus belli , sed victoriis , non stipendiis , sed triumphis est erudita n ? Ma più confor- me alla natura dell' Ammirazione è forse la figura d'Esclamazione. Volendo perciò espri- mer Cicerone V ammirabil valore di Pom- peo, in questa esclamazione prorompe: 9 , Proh Dii immortale* ! Tantamne unius ho- minis incredibili?, ac divina virtus tara brevi tempore lucetn affìirre Peipublicae potuit, ut vos qui modo ante ostium Tyberinum classem flostium vidcbatis , ii mine nullam intra Ocea- ni ostium praedonum navitn esse audiatis ^ ? Gli Epifonemi .ancora , siccome fanno risal- tare la grandezza , e la sublimità delle co- se, non poco contribuiscono allo stupore, ed alla meraviglia. Quanto più ammirabile comparisce la celerità di Pompeo per quel bello Epifonema, con cui termina Cicerone 1' enumerazione dell' imprese dal medesimo in breve tempo incominciate , ed a glorioso fine condotte! » Ita tantum bcllum, tam diu- turnum, tam longe latequo dispersum, quo bello omnes gentes premebantur , Gn. Pompe- jus e y trema hyeme apparavit, ineunte vere fiuscepit , media aestatc confecit . Est haec in- credibili* , ac divina virtus Imperatoris ». Ma •per tralasciare ogn' altra figura, la quale e^er potrebbe opportuna, quando si tratta, eccitare l' Ammirazione, contentatevi, eh©  alle finquì rammentate aggiunga ancora 1* Ipotiposi. Tanto più sorprendono, e recano meraviglia gli oggetti, quanto più d' appres- so, e più chiaramente si scorgono. Quailto efficace adunque esser dee nel risvegliare 1* Ammirazione questa figura," là quale non consistendo in altro, che in una iìaturale, e viva descrizione delle cose, più. d'ogn' altra discoprir può, quanto è in esse di maraviglioso, e di grande! Bisogna necessa- riamente restar sorpresi da quel medesimo stupore, da cui Virgilio nel Libro I. dell' Eneide ci rappresenta sorpreso Enea: 55 Haecdum Dardanio Aeneae miranda videntur, Diun stapet , obtutuque haerct dejixus in uno , quando leggiamo la descrizione della guer- ra di Troja, che Enea vide effigiata nel Tempio da Didone fabbricato: 55 Namque videbat uti bellantes Pergama circum Hacjìigcrent Graiiypremeret Trojana Juventus, Hac Phryges , instaret curru cristatus Achilles. Parte alia fugiens amissis Troilus armis , Jnfelix pu0 m , atque impar congressus Achilli, Fcrtur equis , curruqne haeret resupinus inani , Lora tenens tamen,huic cervixq.comqq.tr ahuntur Per terram , et versa pulvis inscribitur hasta . Dell' Amore . Prendendo l'amore per una passione, ò affetto del cuore umano, altro non è> che una tendenza, un' inclinazione, un attacco a quegli oggetti, nei quali risplender veg- giamo qualche lampo di bene , ò di felici- ta. Questa è la principale passione dell'uo- mo. L'uomo è fatto per amare, e lo è in guisa, che non può non amare. Creato da Dio per Li felicita ne corre in traccia, e a tutti quegli oggetti si porta, e si attacca, dai quali si ripromette quella felicità, che desidera- Egli è nel presente stato infelice, poiché cercar dovendo la sua felicità nel sommo, vero, ed unico bene, che è Dio, e in quelle cose che a lui ne conducono, la cerca, la spera, la colloca bene spesso in oggetti, i quali non hanno di felicità, che -una seducente apparenza; e benché dall' esperienza medesima sia convinto d' una tal verità , pure a cagione dello sr^golamento delle sue passioni persiste nel suo inganno, e prosegue ad amar quelle cose, le quali addormentano per poco le sue brame, ma non le saziano , le calmano , ma solo per ir- ritarle maggiormente. Sarebbe desiderabile, che molti scrittori impiegato avessero nell' estendere il regno del vero, ed onesto amo- re queir arte, che hanno vilmente consa- crata al dominio, ed al trionfo d'una pas- sio*  I » fiione perniciosa ed infame . Imitiamoli ne' bei tratti d'eloquenza, che in -essi s'incon- trano, ma ad onesto e lodevole oggetto miri l'amore, che vogliamo negli altrui animi eccitare. Si eccita poi l'amore dimo- strando la grandezza del bene , verso del quale è diretto, facendo veder l'obbligo, che si ha d'amar coloro, con i quali abbia- mo strettissima relazione, come la patria, i genitori, i parenti, gli amici rammentan- do i benefizi , che da alcuno si son ricevu- ti , e che richiedono gratitudine ed amore, esponendo finalmente i meriti e le virtù, di cui alcuno va adorno . Dagli esempi , che 10 son per addurvi, chiaramente compren- derete, che le figure d'Etopeja, d' Esclama- zione , d' Interrogazione , e d' Apostrofe sono 11 linguaggio , onde alcuno esprime il suo affetto, ò studiasi d'eccitarlo negli animi altrui . Osservate infatti come per mezzo dell' Etopeja , d' Interrogazioni , d' Esclama- zioni , e d' Enfasi esterna Didone Y amor concepito per Enea presso Virgilio nel libro IV. dell'Eneide, dove accennate le cagioni del di lei amore in questi versi: * 3 Multa viri virtus animo , multusque recar sat Gentis honos , liaerent injixi pectore vultus , Verbaque ; così il Poeta fa parlar Didone ad Anna sua sorella : Anna soror,qu$ me suspensam insomma terrentì Quis novus ine nostris successit sedibus hospes ? Quem sese oreferenslquam forti pectore,et armid O Cre- Digitized by Google 194 Credo equidem,nec vanafides y genus esse Deorumi Degeneres animos timor arguti . Heu ! quibus Me Jactatusjatis! Quae bella exhausta canebat 7 Non meno affettuosa 5 tenera , e sparsa di tali figure è la parlata, che fa il Sole a Fetonte presso Ovidio nel libro IL delle Metamorfosi per fargli cangiar la richiesta, che fatta gli aveva di guidare il suo coc- chio, e specialmente sul fine di essa, dove esprime così il suo paterno amore verso di lui : ^ Ah ! tu funesti ne sim tibi muneris auctor , Nate , cave, dum resque sinit, tua corrige vota . Scilicet ut nostro genitura te sanguine credas , Pignora certa petis ; do pignora certa timendo , Et patrio pater esse metu probor . Aspice vultus Ecce meos ; utinamque oculos in pectora posses Inserere, et patrias iterurn deprehendere curas . Dall' esempio , che io son per addurvi, ri- cavato dall' Orazione di Bartolomeo Caval- canti, nella quale esorta i Fiorentini alla difesa della patria contro l'esercito di Cle- mente VII. che la teneva assediata, com- prenderete , quanto non sólo la Prosopopeja , con la quale introduce la patria stessa a parlare ai Fiorentini , per risvegliare in es- si il suo amore, fcia molte altre figure da me di sopra accennate , dalle quali è accom- pagnata la stessa Prosopopeja, efficaci sieno per eccitare quest' affetto : » Di cotal virtù, desidera la nostra patria , che sieno ornati i religiosi, ubbidienti, e periti suoi difinsori, ai guai: raccomandando la sua salute , e già a ri- Oigitized by ricever per lei morte invitandoli , par che di- ca: Figliuoli miei, poiché con questo patto fui io dalle tenacissime unghie dei Tiranni tratta , e libera a voi restituita , che prima la vostra carità verso di me dovessi io provare nelle miserie mie, che voi nelle prosperità gustare le dolcezze della libera patria vqstra , confor- tami grandemente in queste mie calamitadi il conosciuto vostro ardente amore ; e dovete voi molto rallegrarvi , che di dimostrar quello con 'tanto onore, e lode vostra vi sia stata data occasione » . Ecco poi come a fine di accen- dere in essi semprepiu quest' amore per mez- zo d'una bella Ipotiposi interrotta da tene- re esclamazioni e da forti interrogazioni ac- compagnata, descrive la patria il suo stato infelice: » Voi vedete, come da tutte le par* ti quasi mansueto animale da fameliche,- e del mio sangue sitibonde fiere son circondata* e come da crudelissima morte, la quale ( ohi- mèl ) di darmi ognor minacciano? altro scam- po ( misera! ) non ho, che la vostra virtù E fi* vana giammai questa speranza, la qua- le da così pietosi animi , e di vera gloria co- tanto cupidi deriva ? Zi non vedete voi > come V inferrila , ed inerme et ade de vostri stanchi padri a voi grida soccorso, acciocché quel po- co d' onorata vita , che le avanza , non sia lo- ro da crudo ferro tolta ? Non vedete , come i vostri teneri , e dolci figliuoli voi soli riguar- dano , e tacendo vi pregano, che dal seno del- le loro care madri crudelmente svelti non li lasciate condurre, in estrema servitù , ò a mor* Digitized by Google te atrocissima trarli? Non vi muovono le la- crime delle vostre caste , e sbigottite donne , le quali supplichevolmente vi chiedono , che il tanto da voi pregiato loro onore da quelle vio- lenti , e sedevate mani virilmente custodiate? Non penetrano dentro gii orecchi vostri , non vi trafiggono il cuore le continue voci delU sacre vergini da amaro pianto interrotte, le quali di conservare immacolata a Dio la con- sacratagli verginità hanno dopo di lui in voi soli riposta ogni speranza »? Ecco finalmen- te come per via d'esclamazioni gli eccita all' amor suo , ed alla sua difesa , spiegando la gloria, che ad essi deriverà: » Oh! bella occasione, che vi è prestata ò di fruire la vostra vittoriosa patria , distrutti i suoi nemi- ci, ò oppressa da quelli ( il che voi proibite ) di viver, se non breve tempo per questo vitale spirito, certo eternamente per le lodi della vo- stra virtù! O beati, ed infinitamente beati co- loro, ai quali è conceduto potere insieme e vo- lere con la loro morte' la vita della patria di- fendere , e quanto più possono conservare » ! t y Del Desiderio . T- jo stesso, che l'Amore, è il Desiderio, nè altra differenza passa tra l'uno e V al- tro, se non che l' amore riguarda genera 1- men- Digitized by ttiente il bene, presente ò lontano ch'egli aia, il desiderio poi ha per oggetto un be- ne lontano, al di cui possesso, ò godimen- to ci stimola T amore , che abbiamo per es- so concepito. Essendo adunque il desiderio figlio dell'amore, eccitar si potrà negli al- trui cuori nella stessa guisa che l'amore , di- mostrando la grandezza del bene , a cui di- rette sono le brame , i vantaggi , che dal possederlo derivano , e soprattutto i mezzi facili, e sicuri per giungerne al godimento, e al possesso . L' istesso pure per conseguen- za sarà il linguaggio * con cui esprimer si potrà il desiderio, le stesse le figure* che quelle da me in parlando delf amore accen- tiate. E primieramente dagli esempi che io sono per addurvi , comprenderete agevolmen- te, quanto opportuna sia , e conforme alla natura di questo affetto la figura d' Escla- mazione. Di questa usa Cicerone nel libro della vecchiezza per esprimere il desiderio, che in conseguenza della sua persuasione dell' immortalità dello spirito aveva di rive- der dopo la sua morte ed il suo Catone , ed atltri distinti personaggi della Romana, Re- pubblica : » Oh ! praeclarian illuni diem , cum ad illud divinimi ammarum concilium 9 coe- tuinque projìciscar , cumque ex hac turba , et t alluvione di s ce dain ! Projiciscar enimnon ad eos solum viras , de quibus ante dìxi v sed edam ad Ca- toritm nieiiM,quo nemo vir melior natiis est, nemo pietate praestarrtior n . Di questa pure usa il Petrarca in quel Sonetto , che comincia : » Giuri-  *9« ' „ Giunto Alessandro alla famosa tonibd Del fero Achille sospirando disse : 0 fortunato, che sì chiara tromba Avesti, e chi di te sì alto scrisse! Virgilio inoltre ci fa chiaramente conosce- re , quanto di forza abbia per esprimere il desiderio l'Apostrofe, quando nel libro Vi. dell'Eneide introduce la Sibilla a pregar Museo, e gli altri, che con lui si trovava- no , perchè indicar le volessero il soggiorna d'Anchise negli Elisj : r Diche ,felices animae , tuque , optime vates , Quae reg io Anchisen.quis habet locusì Illius erga Venimus, et magnos Èrebi tranavimus amnes. Quanto sia ancora efficace per accendere il desiderio d' una qualche cosa la naturale , e viva descrizione d'essa, ò la figura d' Ipo- tiposi, ben lo dimostra Ovidio nel!' Elegìa 12. del libro III. de Tristi, nella quale ri- chiamate alla sua mente, e descritte le fe- ste , e gli spettacoli , che in quel tempo ce- lebravansi in Roma, passa quindi ad espri- mere anche con la figura d' Esclamazione T ardente desiderio, che una tal memoria in lui eccitava , di ritrovarvisi egli pure pre- sente : i , 5 Otta nunc istic , junctisque ex ordine ludis Cedunt verbosi garrula bella fori . Usus equi nunc est ,levibus nunc luditur armisf Nunc pila , nunc celeri votvitur orbe trochus . Nunc ubi perfusà est oleo lab ente Juventus <% Defessos àrtus virgine tingit aqua. ■ Scena viget , studiisquc favor distantibus ardet f Pro- Digitized by Google 199 Proque tribus resonant terna theatrajbris . 0 quater, o quoties non est numerare beatum y Non interdicta cui licei urbe fruì ! C' insegna inoltre il medesimo Poeta nel li- bro III. de Ponto Epist. I. , quanto naturai-* mente avvenga d' usare la figura d' Interro- gazione neir esprimere il desiderio: „ Aequor Iasonio pulsatimi remige primum , Quaeque nec hoste fero, necnive, terra ,cares 9 Ecquod erit tempus,quo vos cgoNaso relinquam In minus hostilem jussus abire locum ? Ma vaglia per tutti l'esempio, che Cicero- ne ne somministra nell* Orazione in favor di Milone, in cui troverete riunite molte di quelle figure, che proprie sono di quest* affetto , T Interrogazione , il Soggiungimento , r Apostrofe, l'Esclamazione, e 1 Enfasi, men- tre esprime il suo desiderio, e si studia d* eccitarlo anche nei giudici di difendere, e di salvare Milone: £ Oh! me miserimi! Oh inf elicetti ! Revocare tu me in patriam potui- sti per hos ; ego te in patria per eosdem reti- nere non poterò? Quid respondebo liberis meis , qui te parentali alterimi pittanti Quid tibi % Quinte frater , qui mine abes , consorti mecum temporum illorum ? Me non potuisse Milonis salutem tueri per eosdem-, per quos nostrani ille scrvasset? At in qua causa non potuisse? Quac est grata gentibus . A quibus non potuis* sei Ab iis, qui maxime P. Clodii morte acquie-. runt. Quo deprecante? Me.... Hiccine vir pa- triae natus usquam nisi in patria tnorietur ?• Hujus vos animi monumenta rctincbiiis > cor-i «<SÒ foris in Italia nullunt sepulcrum esse patié* <rnini ? Mine sua qvisqùam sententia ex hac Urbe expellet , quem urbes otnnes expulsum d vobis ad se vocabuntì O terram Ulani beatami <}uae hunc virum exceperit, hànc ingrata m , si -ejecerity miserarne si amiserit n ! - La speranza è uri movimento dell* ani- ino, ò un' inclinazione verso d'un bene, ché attualmente non si possiede , ma che ci^ lu- singhiamo di possedere , ravvisandone come facile l'acquisto, ò come superabili almeno le difficolta, che per procacciarlo s'incon- trano. Dovete qui peraltro osservare , esser- vi alcuni affetti , che aver possono per og- getto sì il male, che il bene. Tali appun- to sono in primo luogo il desiderio , e Jal speranza. Infatti non solo si spera, e si de- sidera il bene, che non s' ha, ma si desi- dera ancora, e si spera la liberazione dal male, che si soffre. A fine pertanto di rav- vivare negli altrui cuori la speranza, se questa riguarda il bene , oltre al dimostra- re dello stesso bene là grandezza , faremo ancora vedere , esserne facile l'acquisto, ed i mezzi sicuri additeremo per arrivarvi . Se poi riguarda il male, procureremo d'inspirar có- Digitized by 201 coràggio, e costanza nel. soffrirlo in vista della sicura liberaziorie dal medesimo', e del bene grande, che né aspetta, dopoché iie saremo interamente liberati. Non vi hi inoltre cosa alcuna, che tanto incoraggisci à superare il mal presente , quanto il ram- mentare la gravezza de' mali, che già si son superati. Questo è l'artifizio, con cui Ènea presso Virgilio nel libro I. dell'Enei- de anima i suoi Trojani a sostenere le sventure, in mezzo alle quali si ritrova- vano, rammentando i mali più gravi, ché àvean sofferti , facendo loro sperare d'esser- ne finalmente liberati , e mettendo loro* ia vista la felicita , che avrebbero goduta * ?;iunti che fossero nel Lazio a tenore dei-' e promesse degli Dei. Ivi osserverete anco- ra, quanto le figure d'Apostrofe, d'Escla- mazione, e d' Epilbnema efficaci sienó pef muovere uri simile affetto : g 0 SociU(ncque eniiri ignari sumus ante rriaìorum) O pasòi gràviofa , dabit Deus his quoque Jinem . Vos et Scyllaeam rabieni , penitusque sonanies slccestis scopulos , vos et Cyciopea saxd Èxperti , revocate animos, moestumquetiniorcni Mittite,Jbrsàn et haecoliin memìnissejuv abiti Per varius casus , per tot discrimina rerum Tehdimus in l.atium , sedes ubi fata quieias Ostenduntj illicjas regna resurgere Trojae: Durdte , et vosmei rebus servate secundis . Dalla seconda Catilinaria rileverete ancora, quanto abbiano di forza per eccitar la spe- ranza le figure d'Interrogazione, d' Ipofìpo* ti 202 si, e d' Etopeja. Avendo Cicerone espresso il carattere de' seguaci di Catilina, e de* cittadini Romani suoi nemici trae quindi un forte motivo di sperare una sicura vit- toria , quando contro di essi si fosse dovuto combattere : » Ex hoc enim parte pudor pu- gnat, Mine petulantia; fiinc pudiehia , Mine stuprum ; hinc fides , Mine fraudatio ; lune pietas, Mine scelus; hinc constantia, Mine fu- ror ; hinc honestas , Mine turpitudo\ hinc con- tinentia , Mine libido ; denique aequitas , tem- peranza , Jbrtitudo , pr udenti a , virtutes omnes certant cum iniquitate , eum luxuria , cum ignavia, cum vitiis omnibus; postremo copiai cum necessitate , bona spes cum rerum om- nium desperatione confligit . In hujusmodi ccr- tamzne , ac praelio nonne etiam si hominuni studia deficiant, Dii ipsi immortalcs cogant db his praeclarissimis virtutibus tot, ac tan- ta vhza supcrari „? Siccome poi tanto la li- bertà, con cui l'Oratore parla, quanto il concedere alcuna cosa all' avversario, ò agli uditori , ed il mostrare di voler passar sot- to silenzio molte di quelle cose, che prò* vano a meraviglia l'assunto, sono manife- sti contrassegni della speranza, e della fidu- cia , che ha I' Oratore nella sua causa , per- ciò anche le figure di Concessione , di Licen- za, e di Preterizione sono opportunissime: per maneggiar quest' affetto. Ciò agevolmen- te comprender potete digli esempi da me addotti in parlando ci tali figure. Io mi contenterò d'accennare soltanto quello, che xi- Digitized by tiguardo alla figura di Concessione ne som* ministra il Casa nella tante volte da me ci* tata Orazione per la restituzione di Piacen- za : ,5 Ma posto ancora quello , che non è da concedersi, nè da consentire in alcun modo, cioè che i Principi , postergata la ràgiorié , va- dano dietro alla cupidìgia, , ed all'avarizia, ancor ciò presupposto * dico io , che Vostra Maestà non dovrebbe negare Piacenza al Du- ca suo genero, ed ai suoi Nipoti n . » i L* Allegrezza , L Allegrezza è uri movimento dell'anima eccitato dair apprensione d'un bene nuovo, e presente, ò dalla cessazione d'un male* d'una sventura, d'un pericolo, che ne af- fliggeva . L' ilarità del volto , la sereniti della fronte, la vivacità del guardo, il riso, ed altri movimenti straordinarj del còrpo, talvolta le lacrime istesse, come rilevasida Virgilio nell'incontro d'Enea con Anchise? ne' campi Eiisj : ftìsque ubi tendentem adversum pergramihd yidit Aenean , alàcris palmas utrasque tetendit , Effns acque genis lacrymae, sono indizj manifesti, e conseguenze del piacere, e del traspòrto, che pfjva lo spiri- to nella contemplazione dell' oggetto, che I 204 è cagione della sua allegrezza. Esprime 1 at meraviglia il Tasso gli effetti di questa pas- sione y quando racconta; l'allegrezza dell" esercito Cristiano al primo scoprir da lungi la città di Gerusalemme : » Ali ha ciascuno al cuore, ed ali al piede, JVe del suo ratto andar però s' accorge , Ma quando il sol gli aridi campi jiede Con raggi assai ferventi, e in alto sorge v liceo apparir Gerusalern si vede? Ecco additar' Gerusalern si scorge, Ecco da: mille' voci unitamente Gerusalemme salutar si sente \ imitando^ in ciò Virgilio medesimo, che nel Libro III dell' Eneide esprime nell' istessa guisa T allegrezza de* Trojani , quando do- po tante sventure scoprirono finalmente le spiagge d' Italia, unico oggetto, e bramata meta de* loro lunghi, e penosi viaggi: njamque rubescebat stellis Aurora fugatis , Cum procul obscitroscolles, humilemque videmus Italiani, Italiani primus conclamat Achates , Italiani laeto sodi clamore salutant . L! Esclamazioni per le quali si esprime per così dire il trasporto, e V estasi dello spi- rito nella- contemplazione delle 1 nuove feli- cità r le interrogazioni, per le quali talvolta mostrasi di dubitare se sia verità, ò in- ganno ciò, che di tanto piacer ci ricolma, i soggiungimenti , per cui volentieri con se medesimo deir acquistato bene si parla, le Ipotiposi, per cui e a se, e a gli altri si dipinge in tutta la sua estensione , l'apostrofe o:> Digitized by 30$ onde rivolgesi il discorso all' oggetto che ci rallegra, ed altri s' invitano a goderne insieme con noi, e molte altre figure sono il linguaggio, con cui naturalmente questo affetto s' esprime, come dagli esempj po- trero meglio rilevare. Infatti quanto bene ìnmiiiesta con una esclamazione il Petrarca il contento, ed il giubilo, che provava-, 'q-u.ivido finge» che essendogli comparsa do- po la di lei morte M. Laura gli parli , e lo prenda per mano: Dehl perchè tacque, ed allargò la manol Che al suon di detti sì pietosi , e casti Poco marnò, chi io non rimasi in Cielo. Osservate inoltre, quanto bene per mezzo della figura d' interrogazione esprime An- chise presso Virgilio il suo contento nel ri- vedere il suo figlio Enea negli Elisi! : » Venisti tandem , tuaque expectata parenti Vicit iter durum pietas ? Datar ora tueri, frate, tua , et notas audire, et redderevoceìì Nè con minore energìa per mezzo della fi- gura d* interrogazione e di soggiungimelo ancora esprime Orazio il suo contento nelV Ode IV. del Libro III. immaginandosi dive- dere, e d' ascoltar la Musa Calliope per gli ameni boschi sacri alle muse: ,5 Auditis ? An me ludit amabilis Insania? Audire, et videor pios Errare per lucos amoenae Quos et aquac subeunt, et aurae. Ma i più belli esempj delle figure proprie d' un tale affetto incontrerete, leggendo f Orazione di CICERONE (vedasi) ai Romani dopo il suo ritorno dall' esilio, nella quale Y allegrez- za d' aver riveduta la sua Patria, e V Ita- lia, è il principale affetto, che in tutta T Orazione con i più vivi tratti d' Eloquenza si studia d* esprimere . Quanto è bella V Ipotiposi, ò la descrizione della sua patria, e dell' Italia dalle più tenere, e patetiche espressioni ravvivata! , 5 Ipsa autem patria , ( DU immortales ! ) dici vix potest , quid cha- ritatis, quid voluptatis habeatl Quae species Jtaliae! Quae celebritas oppidorum! Quae for- ma regionum l Qui agri! quae Jrugesl quae fulchritudo urbis ! Quae humariitas civium ! Quae Reipublicae dignitas ! Quae vestra ma- jestas » \ E continuando con una specie d' Epifonema :»Quibus ego omnibus antea rebus sic fruebar , ut memo magi* . Sed tamquam bo- na valetudo jucundior est iis , qui e gravi morbo recreati sunt , quam qui nunquam aegro corpore fuerunt ; sic ca omnia desiderata ma- gts, quam assidue percepta delectant »; pro- segue quindi con le figure di soggiungimene to , e d" Enfasi : » Quorsum igitur haec di- Sputo ì Ut intelligcre possiiis , neminem un- quam tanta eloquentia Juisse , ncque tam di- vino, atque incredibili genere dibendi , qui ve* strorum magnitudinem , multitudinemque be* neficìorum 9 quae in me , fratremque meum , et lìberos nostros contulistis , non modo ali- gere, et ornare oratione , sed enumerare, aut QQìisequi possft . 79 E prima di ciò così espres- sa aveva per mezzo della %ura d' interro- ga- Digitized by gazione la ma allegrezza: » Quid dulciti* hominum generi a natura datum, quam sui caline liberi} Milli vero et propter zndulgen- tiam medili , et propter cxceUens eorum inge- nium vita sunt mea cariores . Tamen non tan- ta voluptate crant suscepti, quanta mine sunt restituti 95 . Tralascio per brevità tutti gli altri esempj- che dalla medesima Orazione non solo , ina dall' altra ancora detta da Cicerone dopo il suo ritorno in Senato, e dalla seconda Catilinaria ricavar potrei, e che le medesime orazioni leggendo può ciascuno di voi di per se facilmente osser- vare . M L ,, hi i i  V Odioy e lo Sdegno, nisco a bella posta insieme queste due passioni , e stimo opportuno il trattare nell' istesso tempo d' ambedue, poiché a consi- derarne direttamente la natura, non trovo fra esse una notabile diversità, che anzi una grandissima uniformità osservo di genio, d' origine, e d' effetti. Infatti dopo aver Cicerone- nel Libro IV. delle Tusculane Que- stioni definita 1' ira un desiderio violento di punir colui, che sembra averne con qual- chè ingiuria offeso: » Ira sit libido puniendi >eju$, qui videatur laesisse infamia », venen- Digitized by Google a ©8 fio quindi a spiegare la natura dell'odio , pe£ pn vero sdegno lo caratterizza, nè dallo Sdegno per altra ragione io distingue, se non per la lunga durata del tempo, che 1* odio si conserva neir animo: » Odium ira inveterata; n Laddove lo sdegno, come be- ne lo definì Orazio nella seconda Epistola del Libro I. è un breve furore, che in un cubito accende, e commuove lo spirito, ma che ben presto si calma: „ Ira furor brcvis est». Siccome dunque V odio giustamente si di- un' ira invecchiata, così può appellarsi Jo sdegno un odio violento, che ci porta alla vendetta, e se possibile fosse, alla di- struzione dell' oggetto, che si odia e si aborre. Per concepire di questi due affetti una più chiari idea potrebbesi paragonar lo sdegno a quelle furiose tempeste , che nelT esti- va stagione ad un trattosi suscitano, e dopo un breve spazio di tempo si dissipano; l f odio dir si potrebbe simile a quelle, ond' è accompagnato il tristo e rigido inverno, le quali d* ordinario non sono nè sì gagliarde 9 nè sì precipitose, ma per molti giorni con- tinuano per altro ad accrescer V orrore, e T asprezza della molesta stagione . Tutta ciò 5 che si oppone ai nostri disegni, a' no- stri voleri e vantaggj, che offende ò sem- bra offendere il nostro onore, la nostra vi- ta» i nostri beni, che in una parola sotto un aspetto di male ci si presenta, è capa- ce di nsvegiiare in noi quts:e passioni , te qua- Digitized by Google quali quanto sono lodevoli, quando han- no per oggetto quello , che è veramente ma- le , e da fuggirsi , perchè alla natura ed al- la retta ragione contrario, altrettanto sono detestabili e brutali, quando nello sfogo di esse, come per lo più addiviene, offendesi la verità, 1 umanità, la giustizia. Essendo pertanto di natura, e di ge- nio sì uniformi e somiglianti fra loro que- ste due passioni, con lo stesso linguaggio e con le medesime figure, onde esprimesi 1* una, esprimer si potrà V altra. E perciò dagli stessi esempj , che io sono per addur- vi, imparar potrete la maniera, e 1' arte di maneggiarle. E primieramente così per mezzo d' una bella Ipotiposi descrivendo, ed enumerando i perniciosi effetti del pia- cere, studiasi Catone d' inspirarne V odio pres- so Cicerone nell' elegantissimo Libro della, vecchiezza, riportando il discorso intorno ai piacere tenuto dal celebre Filosofo Archita: nHinc Patriae proditiones, hinc Rerumpublica- rum eversiones , hinc cum hostibus clandesti- na colloquia nasci. Nullum denique scelus , mdlum malum facinus esse, ad quod susci- piendum non libido voluptatis impelleret » . Nè minor odio inspira contro 1' avarizia la vi- va descrizione, che ne fà T Ariosto sotto T allegorìa d' un orribil mostro : N v Quivi una bestia uscir dalla foresta, Parea, di crudel vista, odiosa e brutta. Che avea V orecchie d 1 asino , e la testa Di lupo, e i denti , e per gran fame asciutta-, P gran- Digitized by Google aio Branche avea di leon, V altro che resta ? Tutto era volpe, e parea scorrer tutta E Francia , e Italia , e Spagna , ed Inghilterra , V Europa, e V Asia, e alfin tutta la terra. Par, che dinanzi a questa bestia orrenda Cada ogni muro , ogni ripar , che tocca , Non si vede città, che si difenda, Le s'apre incontro ogni castello, e rocca; Par, che agli onor divini anco s* estenda, E sia adorata dalla gente sciocca, E che le chiavi s' arroghi d' avere Del Cielo, e dell 9 abisso in suo potere. Nella parlata , che fa la furia Aletto sotto la mentita sembianza di Calibe vecchia Sa- cerdotessa di Giunone a Turno Rè de* Ru- tuli nel libro VII. dell' Eneide , osservar po- tete quanto a risvegliare nell'altrui animo r odio , c lo sdegno atte sieno le figure d' Interrogazione, d'Ironìa, e d'Enfasi: w Turne tot incassumfusos patiere laborcs , Et tua Dardaniis transcribi sceptra colonis ? Ecco la figura d'Interrogazione. I due ver- si seguenti tengono luogo d'ipotiposi, espo- nendo l'affronto, che veniva fatto a Turno dal Rè Latino; ma giudiziosamente s'astie- ne il Poeta dal farne una lunga descrizio- ne, poiché stata sarebbe questa poco con- forme al genio , ed alla natura dell' ira , la quale ama, e parla naturalmente un lin- guaggio forte, vibrato, e conciso: .,5 Rex tibi conjugium,et quaesitas sanguine dotcs Abnegat , externusque in regnimi qiteritur hcrcs . Proseguendo quindi con la figura d'Ironìa ce : /  V 211 »I nunc, ingratis offer te, irrise., periclis Tyrrhenas, i, sterne acies: tege pace Latinos.. E dopo averlo esortato ad armarsi contro i Trojani , aggiunge questi versi pieni d' En- fasi , e di forza: Coelestiun vis magna jubet . Rex ipse Latinus .Ni dare conjugium, et dicto parere fatetur , Sentiat , et tandem Turnum experiatur in armis . Dall' orazione di Monsignor Giovanni Gui- diccioni Nobile Lucchese, e Vescovo di Fos- sombrone, nella quale parla contro i disor- dini , che regnavano nella Repubblica di Lucca, apprenderete ancora con qual forza per mezzo delle figure d' Interrogazione , di Dubitazione, e d'Esclamazione esprima il suo giusto odio e sdegno , e si studi d' accen- derne i suoi Cittadini contro Tempie mas- sime, ed i pessimi costumi, che si erano nella Citta introdotti : » Ma come giudichia- mo noi esser tolerahili nella possessione di que- sta nostra Repubblica coloro* i quali nella Cri- stiana non possono non manifestare la loro empietà ? Io non sò , d' onde possa dar prin- cipio a raccontare i sentimenti , e /' opere perr fide di alcuni di quelli, che siccome dall'ol- tramontane Nazioni hanno riportate le ricchez- ze , così ancora hanno appreso i costumi bar- bari, e V eretiche discipline di quello, il qua- le io non sò se V ho a chiamare velenosa pe- ste, mostro infernale, pessimo Lutero — In- sieme adunque con quella furia rabbiosa avran- no ardimento gii uomini della Repubblica Luc- chese di spargere i semi della discordia nei : * cam- Digitized by Google campi Cristiani , di fabbricare nuove opinioni contra le santissime istituzioni divinamente ordinate , ed approvate da tanti ccncilj, e d* oppugnare , ed annullare la verità di Cristo... Oh ! incredibile , e scelerata audacia ! Oh ! inau* dita perfidia! Oh! diabolico insegnamento Leggete finalmente le orazioni di Cicerone contro Verre, contro Catilina, le sue Filip- piche , e molte altre , ed infiniti esempj in- contrerete, dai quali vi sarà facile il cono- scere, quale siav il linguaggio e l'arte, on» de esprimere e maneggiar si debbono que- ste due passioni. Due soli basterà accennar- ne a fine d'intendere, con quanta ragione alle nominate figure aggiunger si possono quelle di Preterizione e d'Etopeja. Eccovi iL primo tratto dalla quarta orazione contro CVerre : » Ac jam illa omitto , quae disperse a m* multis locis dicentur, ac dieta sunt y fo- rum Siracusanorum , quod introitu Marcelli pu- ritm a caede servatum est , id adventu V er- ris Siculorum innocentium sanguine redundas- se ; portum Siracusanorum , qui tum et nostris ' classibus 9 et Carthaginiensium clausus fuisset , eum, isto Praetore Cilicum myoparoni 9 prae- donibusque patuisse . Mìtto adhibitam vim in- genuis , Matres faanilias violatas , quae tum urbe capta commissa non sunt, ncque odio hostili, neque licentia militari > neque more bel- li , neque jure victoriae ; mitto , inquam , haec omnia , quae ab isto per triennium perfecta sunt ». Leggesi l'altro nell'orazione in fa- vor di P. Sestio, nella quale a line di ren- der- Digitized by Google derlo odioso» così esprime il carattere di Pi- sone: w Alter ( o Dii boni ] ) quam teter m- cedebatl quàtrt truculenta s ! quam terribilis a- spectu! Unum aliquem te ex barbatis illis excmplum imperii veteris , imaginem antiquita- tis , collimai Reipublicae diceres intueri . Vesti- na asper nostra hac purpura plebeja, ac pe- ne f usca , capillo ita horrido, ut Capua, in qua ipse tum imaginis ornandae causa Duum- viratum gerebat , Sepia Siam sublaturus videre- tur* Num quid ego de su percilio dicami Quod tum hominibus non supcrcilium* sed pignus Reipublicae videbaiur\ tanta erat gravitas in oculo , tanta contractio Jrontis , ut ilio super- cilio , tanquam Atlante Caelum , filiti videre- tur Ego autem ( vere hoc dicam % judices ) tantum esse in homine sceleris , audaciae , crii- delitatisi quantum ipse cum Republica sensi, nunquam putavi ec. » . // Timore* 1 1 timore , al dire d' Aristotele , è una per- turbazione, ò dolore dell'animo, che nasce dall'apprensione d'un male, che ci sovra- sta, e che recar ci può qualche grave dan- no ò molestia, la perdita d'un qualche be- ne , la morte . Non ogni male secondo la dottrina del medesimi antico Retore, e Fi- lo- 1214 losofo eccita nell'uomo il timore. Poco S nulla si teme d' ordinario il male , 'quando è lontano. Tutti sanno per esempio d' esser mortali, pure non temesi la morte, se non; quando ò ne sovrasta il pericolo , ò per mez^ zo della riflessione, e dell' immaginazione" si figura vicina, ò presente. Perchè adun- que il male di timore e di spavento ci riempia, oltre al presentatisi per ufi male grande, e di gravi danni cagione, bisogna ancora, che vicino ed imminente si scor- ga . Tanto più grande poi è il timore, quan- to il male, ò il pericolo ci giunge pià ina- spettato . La stupidezza , e Io sbigottimento y T immobilità del gtòtì^; il tremore in tut- te le membra, là- fÉSlidezza del volto, il freddo sudore^ «Peltri simili effetti sono prodotti dal'gfMde spavento , quali narra Virgilio itel libro VII. dell' Eneide aver ca-» gionat&tìt Turno la vkta improvvisa della fuf#*Aletto: '? n&t juvcni oranti subitus tremor occupat artusf Diriguerc oculi; tot Erymnis sibilat hydris Tantaque se facies aperit ; E poco dopo: ffllli somnum ingens rupit pavor.ossaque.eì artus 9 «Pcrfudit toto proruptus corpore siidor. Nè con minor vivezza espressi fai ono dall' Ariosto narrando lo spavento d'un nocchie- ro in tempo di fiera burrasca : 95 Quel , che siede al governo alto sospira Pallido, e sbigottito nella faccia , E grida invano , e ftvan con mano accenna * Or Digitized by 2IS Or di voltare, or di calar V antenna. Ma andiamo rintracciando nei migliori scrit- tori alcuni jesempj, dai quali meglio rilevar sì possa la maniera d'eccitare negli altrui animi un tale affetto. Uno ce ne presenta il Casa riguardo alle figura .Ài ^Soggiungi- mento, e d'Esclamazione nella' prima par- te della sua orazione per la Lega, la quale tutta consiste nel risvegliare nei Veneziani il timore, dimostrando il pencolo grande»* che loro sovrastava per parte dell' Imperato- re : 9) Vera cosa è, che egli in tanta fiamma di desiderio, e d'avarizia a voi perdonerà, e struggendo, ed ardendo i membri, e l'ossa, della sconsolata , e dolente Italia ad uno ad uno , V onorata sua testa , cioè questa regal Città, ed egregia risparmierà forse} Ohimè ! che ella Jìi;na già, e sfavilla, e voi soli pa- re, che V arsura non sentiate ». C'insegna, inoltre Orazio nell'Ode 27. del libro III. quanto ad inspirare il timore adattata sia la figura d'Interrogazione: « , 5 Sed vides, quanto trepidet tumulai Promis Orioni Ego quid sic ater Adriae novi sinus , et quid albus Pece et Japix. Ma poiché niente è più efficace a risveglia- re il timore, quanto il nastrare nel suo più terribile aspetto il male che sovrasta , niuna figura perciò sarà più opportuna dell* 1 Ipotiposi. Un più beli' esempio non saprei! addurvene di quello, che ne somministra Cicerone» nell' orazione in favor di Murena; / enu- Digitized by Google &x6 enumerando i mali, che per parte di Ca- tilina sovrastavano alla Repubblica, esempio da cui rileverete sempre più , quanta forza aggiunge per la mozione di quest' affetto la figura d' Interrogazione: n Sed quid tàn- dem jiety si haec elapsa de manibus nostris in euitt annum qui consequitur redundarintì . . . Illa pestis, immanisi importuna Càtilinae pro- rumpet * qua poterà , et jam Populo Romano jninatur, in agros suburbanos repente advola- bity versabitur in castris furor , in Curia ti- mor , in foro conjuratio , in Campo exercitus , in agris vastitas , omni autem in sede ac lo- co ferrum , flammamqae metuemus n * Non posso a meno di non aggiungere a questo un altro esempio d* un' Ipotiposi accom- pagnata da una bella Apostrofe, ed anima- ta dalle più forti , ed enfatiche espressioni ricavata dalla IV. Catilinaria, ove Cicerone esorta i Senatori a provvedere con tanto maggiore impegno alla salute della Repub- blica, ed a punire i seguaci della congiura, quanto maggiore era il pericolo, che per parte di loro alla Repubblica sovrastava : r Quare , P. C incumbite ad Reipublicae ód* bitettl* circumspicite omnes procellas , quae impendent. Nisi provideatis , non Tib< Grac- chus , qui iterum . Tribunus Pleb. fieri voluit > non C. Gracchusy qui agrarios concitare conatus est , non L. Saturninus , qui C. Memmium oc- cidity in discrimen aliquod, atque in vestrae severitatis judicium adducitur. Tenentur ii,qui ad urbis incendium, ad. vestrum omnium cae- dem Digitized by defili ad Catilitiam accipiendum Kotnac're- stiteruat. Tenentur llteràé+signa , mamis,de- fitjueuniuscujusquc confessi** Sollicitantur Al- lobrogcs, scrvitia excitantur , Catilina accer- sitnr . id est inituin consilium , ut interfectis omnibus nemo ne ad dcplorandum quidam Rei- publtcae nomea* ac lamcntandam tanti Impe- rli calamitatali relinquatur , 5 . Tralascio per brevità le figure di dubitazione , di comu- nicazione, di Reticenza, ed altre, che alla natura di questo affetto sono molto confor- mi» e solo aggiungo un esempio, onde veg- giate, quanto naturalmente chi teme un qualche male, con le preghiere si rivolga a colui, che può liberamelo. V esempio è di Cicerone istesso, il quale nell' Orazione in favor del Rè Dejotaro prega in tal guisa Cesare: » Quare hoc nos primum meta* C. Càesdt, per fiderà r per constaatiam , et clemea- tiam tuam libera, ne residere ia te ullampar- tem iracundìae suspicemur . Per dexteram te ipsam oro, quam Regi Dejotaro hospes ho- spiti porrexisti, istam, inquarti, dexteram non tam in bellis , et in praeliis , quam in promissis , et fide firmiorern . . // Dolore. c *J e il male è lontano , ma ne sovrasta so* te 10 il pericolo, risveglia in noi il timore* Dal male presente, c che attualmente si soffre, s'eccita quella passione nell'animo, che dolore s'appella. Ciò, che ad accresce- re in noi il timore può contribuire, rende ancora più grave il dolore. Cresce infatti 11 dolore a proporzione , che è più grande , ò come più grande s'apprende il mal che si soffre. Se il male consiste nella perdita d'un qualche bene, tanto più una tal per- dita ci affligge, quanto maggiore è il bene, di cui rimasti piani privi, quanto più gran- di, e singolari sono i pregi della cosa, ò della persona perduta . tf acerbità del dolo- re corrisponde in tal caso alla grandezza [ dell'affetto, che alla medesima si portava. Noi vediamo infatti, che Orazio nell'Ode XXV. del libro l. trae motivo di maggior dolore per la morte di fhiintilio dall' affet- to , che aveva verso di lui, e dall'ottime qualità, che l'adornavano: 9 ; Quis desiderio sit pudor , aut modus Tarn cari capitisi Prototipe lugubres Cari tu s , Melpomene , cui liquidavi Pater Voccm cuni cit/iara dedit . Ergo Quintilium pcrpetuus sopor Urget? Cui pudor, et justitiae sor or Jncorrupta fides , nudaque veritas Quando ullivn invenicnt parenti Cresce anche il dolore, se ci pare di soffri- re ingiustamente , e senza averlo meritato il male che ne affligge, ed in tal caso can- giasi sovente il dolore in sdegno, e furore * • con- fcòntro di chi ne è la cagione . Da questi due affetti ci rappresenta Virgilio agitata z. vicenda Didone. La partenza d'Enea da Car- tagine la riempie di dolore, perchè perde colui, che ama, la mette in furore, perchè si vede ingiustamente abbandonata da colui, che ella aveva tanto beneficato : n Saevit inops animijotamque incensa per urbem Bacchettar * E poco SOttO! I) Ire iterimi in lacrymas , iterum tèntare preCàniò Cogitur , et supplex animum submittere amori \ Ne quid itiexpertumjrustra moritura relinquat. Àlolti sono i segni esterni di questa passio- ne , i- sospiri, i clamori, le lacrime, lo scom- porsi il crine, il lacerarsi le vesti, il per- cuotersi il petto, ed altri* Diversi però essi sono secondo la maggiore , ò minore inten- sità del dolore i II dolore grande, e inaspet- tato rende stupido l'uomo, e lo getta in un estremo languore. La pallidezza del volto, il silenzio, l'immobilita del guardò ne sono i contrassegni. Tale ci viene dall'Ariosto rappresentato Orlando presso il feretro, ove giaceva il corpo di Brandimarte suo amico * e compagno : n Senza parlar stette a mirarlo alquanta Pallido i come colto al mattutina E da sera il ligustro $ ò il molle Ìtcant0 f E dopo gran sos^ir tenendo fisse Sempre Le luci in lui così gli disse, tri diverso aspetto poco dopo lo rapprèsfitf- ta, poiché ebbe v dato qualche sfogo al Suo" dolore : Poi Digitized by Google s 220 » Poi seguìa Orlando, e ad or ad or suffìisi Di lacrime avea gli occhi , e rossi, e mesti . Non vi ha forse figura, che direnir non possa il linguaggio di questa passione . A fine però di non rendermi a voi troppo mo- lesto con una lunga serie d'esempi, che mi converrebbe addurre, se ciascuna figura pro- pria di quest'affetto volessi accennarvi, ne andrò ora uno, ora un altro qua e là rac- cogliendo per non tralasciare almeno quel le, che più frequenti sono nella bocca di coloro , che esprimono , ò destar vogliono . in altri questa, che per la misera condizio- ne dell'uomo è la passione, che più frequen- temente ci agita, e ci molesta. E primie- ramente leggete quel Sonetto del Petrarca pieno di patetiche esclamazioni , e nel qua- le per mezzo d'una viva Ipotiposi, ò Eto- peja , narrando le qualità di M. Laura sfo- ga così il sua acerbo dolore per la morte di lei: » Ohimè! il bel viso, ohimè! il soave sguardo , Ohimè ! il leggiadro portamento altero, Ohimè! il parlar, che ogni aspro ingegno , efero Faceva umil r ed ogni uom vii gagliardo ; Ed ohimè! il dolce riso r onde uscio il dardo > Di che morte altra bene ornai non spero, Alma real degnissima d'impero, . Se non Jbssi fra noi scesa sì tardo . Con la figura di Dubitazione dà principio il medesimo Poeta a quella Canzone: » Che debbo io far ? Che mi consigli amore? Tempo è ben di morirei Ed ho tardato pià , eh* io non vorrei . Quanta forza aggiunge la figura d' Interro- gazione a quel Sonetto : „ Ov è la fronte-, che con piccol cenno Volgea U mio cuore in questa parte , e in quella} Ov è il bel ciglio , e V una , e /' altra stella , Che al corso del mio viver lume dennoì Ov 1 è il valor, la conoscenza, il senno. L'accorta, onesta, umil , dolce favella ? Ove son le bellezze accolte in ella, Che gran tempo di me lor voglia fanno? Quanto beila , ed affettuosa è T Apostrofe , che forma il soggetto di tutto quel Sonetto: „ Falle, che de lamenti miei se piena, Fiume, che spesso del mio pianger cresci, Fere silvestri, vaghi augelli, e pesci, Che funa, e l'altra verde riva ajfrena ; Aria de' miei sospir calda, e serena, Dolce scntier , che sì amaro riesci, Colle, che mi piacesti, or mi rincresci, Ove ancor per usanza amor mi mena -, Ben riconosco in -voi V usate forme , Non, lasso! in me, che da sì lieta vita, Son fatto albergo d! infinita doglia . I detti ancora gravi, e sentenziosi, quali sono l'Enfasi, e gli Epifonemi sono assai naturali a questa passione , come ben dimo- stra questo Poeta nell' ultima terzina del Sonetto, che comincia: » Quel rusignol , che sì soave piagne ec. p Or conosctìio, che mia fera ventura Vuol, che vivendo, e lacrimando impari, Come nulla quaggiù diletta, e dura. la Z 32 V invettiva inoltre, che è una specie d'im- precazione frequentemente si usa nello sfo- go del dolore , rivolgendoci sdegnati contro chi è stato la cagione del nostro male. Op- portunamente perciò il mentovato Poeta nelle sestine, che cominciano: » Mia beni- gn a fortuna , e viver lieto ec. » rivolgendosi nella seconda contro la morte, dice: » Crudele, acerba, inesorabil morte', Cagion mi dai di mai non esser lieto, Ala di menar tutta mia vita in pianto > E i giorni oscuri, e le dogliose notti. Tralascio tutte le altre figure, che voi po- trete osservare leggendo lo stesso Poeta , dal quale in parlando di questa passione non ho voluto allontanarmi, non vi essendo sta- to forse, chi con maggior vivezza, e con più ammirabjl varietà V abbia espressa , che questo Principe della nostra Toscana Lirica Poesm nella seconda parte delle sue Rime. ARTICOLO XI „ La Compassione . A vendovi nelT Articolo antecedente spie- gato in che cosa consista il dolore , per dar- vi una qualche idea anche della compassio- ne, altro non mi resta che farvi riflettere, essere ella una cosa medesima, che il do- lore, e la diversità , che tra V uno e Tal- f tra Digitized by Google 223 .tra passa, consìstere unicamente nel sog- getto, che soffre il male. 11 dolore infatti è dal proprio male risvegliato, dal male che gli altri soffrono, la compassione. Am- bedue dall' amore la sua origine riconosco- no. Si duole 1 uomo del proprio male, perchè ama se stesso e la propria felicità -, si duole, e prova compassione del siale al- trui, perchè ama naturalmente i suoi simi- li. Questo dolore però, che dalla natura viene nell' uomo eccitato alla vista dell' altrui male, cresce non solo a proporzione della grandezza del male, per cui gemer veggiamo alcuno, ma ancora a propoizione delle qualità , e relazioni della persona che soffre. Un congiunto, un amico, uno dotato delle più singolari doti , ed indegno di soffrir quel male, che lo affligge, deste- * ra in noi maggior compassione, che una persona sconosciuta, straniera, per niuna qualità rispettabile, e che soffre in conse- guenza di qualche sua colpa . Quanto mag- giore adunque si dimostrerà il male da al- tri sofferto, quanto più indegna di soffrirlo si farà vedere la persona, che ne è angu- stiata , e per dir tutto in una parola, quan- to maggiori si proverà esser le ragioni fi* amarla, tanto più facilmente muover potre- mo gli animi altrui a compassione di essa. Meglio che dalle mie parole , impari po- trete dagli esempj l'arte di maneggiar quest' affetto, ed il lingua Sirio ò le figure > cne Ubar conviene per esprimerlo con quella  224 za, che sia capace di risvegliarlo nell'ani- mo di chi ascolta . Leggete soprattutto la bella perorazione dell'orazione del Casa a Carlo V. per la restituzione di Piacenza al Duca Ottavio suo genero: » Vuole adunque V. M. dal nobilissimo stuolo dell'altre sue magnifiche laudi scompagnar questa difficile, e rara virtù ? E se ella non vuole y che la sua gloria scemi , ed impoverisca di tanto , dove potrà ella inai impiegare la sua misericordia con maggior commendazione degli uomini , e con più mento verso Dìo , che nel lìtica Otta- vio , il quale per la disposizione delle leggi è vostro figliuolo , e per la vostra genero , e per la sua vostro servidore? E voi, la cui usan- za è stata fino a qui di render gli Stati non solo a Principi strani, ma eziandìo barbari, e Saracini, sosterrete, che egli vada disperso e sbandito e vagabondo, e comporterete, che quella vita , la quale pur dianzi ne' suoi tene- ri anni si pose combattendo per voi in tanti pericoli, ora per voi medesimo tapinando sia cotanto misera , ed infelice » ? Chi non vede da ciò, quanto sia opportuna per risvegliar quest'affetto la figura d'Interrogazione? Udi- te adesso con quanta forza prosegua con le figure d' Apostrofe, di Prosopopeja, e di Sog- giungimelo: , 5 0 gloriose, o ben nate, o be- ne avventurose anime, che nella perigliosa guerra della Magna seguiste il Duca, e di sua milizia foste , e le quali per la gloria, e la salute d' Cesare i vostri corpi abbandonan- do, ed alla Tedesca fierezza del proprio san- glie Digitized by Go I J gue 9 e di quel di lei tinti lasciandoli , dalle fatiche , e dalle miserie del mondo vi diparti- ste , vedete voi ora in che dolente stato il vostro Signore è posto ? Io son certo , che sì ; e come quelle, che lo amaste, e da lui foste sommamente amate, tengo per fermo, che mi- sericordia, c dolore de suoi duri, ed indegni affanni sentite ». Quale impressione non fa ciò , che segue espresso per mezzo della fi- gura di Preghiera, unita a quelle di Proso- popeja, d'Enfasi, di Concessione, ed alle più vive Ipotiposi : 55 Ecco i vostri soldati , Sacra Maestà, e la vostra fortissima milizia fin dal Cielo vi mostra le piaghe, che ella per voi ricevette , e vi prega ora , che il vostro grave sdegno per V altrui forse non vera col- pa conceputo , per la costui innocente gioventù • si ammollisca, e che voi non al Duca, ma ai vostri nipoti, non rendiate come loro, ma. doniate come vostra quella città, la quale voi possedete ora, se non con biasimo, almeno senza commendazione — Di ciò pietosamente , e con le mani in croce vi prega Madama II- lustrissima vostra umile serva, e figliuola, la quale voi donaste all' Italia, e con sì nobil presente, e magnifico degnaste farne parteci- pi del vostro chiarissimo sangue Ella non puote in alcun modo esser infelice, essendo vostra figliuola . Ma come può ella senza mor- tai dolore veder colui , cui ella affettuosamen- te, come suo, e come da voi datole ama, ca- duto in disgrazia di Vostra Maestà vivere in doglia, e in esilio? Ma se ella pure depones- O se 2l6 se V animo £ ardente mogliera , come può el- la deporre quello di tenera madre, ed il suo doppio parto sopra ogni altra cosa vaghissi- mo , delicato, ed amabile non amare tenerissi- mamente? Questi le tenere braccia , ed innocen- ti distende verso V. NI. timido e lacrimoso, e con la lingua ancora non ferma mercè le chiede. Perciocché le prime novelle, che il suo puerile animo ha potuto per V orecchie riceve re, sono state e morte, e sangue, ed esilio, ed i primi vestimenti, con i quali egli ha do- po le fasce ricoperto le sue piccole membra* sono stati bruni , e di duolo ; e le feste e le carezze , che egli ha primieramente dalla scon- solata madre ricevute , sono state lacrime e singhiozzi, e pietoso pianto e dirotto. Questi • dunque al suo avolo chiede misericordia e mercè, ed Italia al suo Signore chiama pace € quiete, e V afflitta Cristianità di pace, e di concordia il suo magnanimo Principe priega , e grava ; ed io da celato divino spirito com- mosso, oltre a quello, che al mio stato si converrebbe , fatto ardito , e presontuoso la sua antica magnanimità a Carlo V. richieggo , e la sua carità usata gli addimando ». Io spero > che questi esempj dalla medesima perora- zione qua e là separatamente raccolti, in- vogliar vi debbano a leggerla interamente, c per ordine . Simili figure voi troverete in q-uella tenera parlata : che fa presso Virgi- lio nel libro VI. Palinuro ad Enea per muo- verlo a compassione del suo stato infelice , ed a procurargli un sollecito passaggio nei cani- Digitized by campi Elìsj. Proseguendo egli a narrare la sua lacrimevole avventura, dice: „ Paidatim adnabam terrae, et jam tuta tenebam , iVi gens crudelis madida cum veste gravatimi Prensantemq. uncis manibus capita aspera montis Ferro invasisset , praedamque ig naraputasset . Nunc mefluctus habet , versantque in littore venti. Quod te per coeli jucundum lumen , et auras , Per genitorem oro , per spem surgentis Juli , Eripe me his, invicte, malis . Aut tu mihi terram Injice , namque potes , portusque require Velinos , Aut tu si qua via est , si quani tibi Diva creatrice Ostendit , (neque enim credo sine mimine Divum Flumina tanta paras, Stygiamque innare paludem) Da dextram misero , et tecum mctolle per undas* Sedibus ut tandem placidis in morte quiescam » . A tutti questi esempi aggiungerò la viva e patetica descrizione , che presso Dante nel Canto XXXIII. dell' Inferno fa Ugolino de* mali estremi da lui, e da' suoi figlj nella prigione sofferti: » Quando fui desto innanzi la dimane Pianger sentii fra 7 sonno i miei figliuoli, Che eran con meco, e dimandar del pane. Ben se crudele se tu già non ti duoli Pensando ciò , che al mio cuor s* annunziava , E se non piangi, di che pianger suoli?... t non piangeva, sì dentro impietrai: Piangevan elli, ed Anselmuccio mio Disse: Tu guardi sì, Padre, che hai? Però non lacrimai , nè rispos* io Tutto quel giorno, nè la notte appresso, • Infin che V altro sol nel Mondo uscio. Co- Digitized by Google 328 Come un poco di raggio si fu messo ' Nel doloroso carcere, ed io scorsi. Per quattro visi il mio aspetto istesso, Ambo le mani per dolor mi morsi , E que pensando, ch y io 7 fessi per vaglici Di manicar, di subito levorsi, E disser: Padre, assai ci fia meri doglia. Se tu mangi di noi \ tu ne vestisti Queste misere carni , e tu ne spoglia . Quetami allor per non farli più tristi; Quel dì, e V altro stemmo tutti muti, Ahil dura terra, perchè non i apristi*. Poscia, che fummo al quarto dì venuti ' Caddo mi si gettò disteso a piedi Dicendo: Padre mio, che non m aiuti ì Quivi morì , e come tu mi vedi Vi£ io cascar li tre ad uno ad uno Tra *l quinto dì, e *l sesto, on£ io mi diedi Già cieco a brancolar sopra ciascuno, E tre dì li chiamai , poi eh' e* fur morti ; Poscia più -che il dolor potè il digiuno. V Emulazione, Io darò fine a questo Trattato intorno agli affetti, parlandovi brevemente dell' Emula- zione . u Emulazione secondo la definizione datane da Aristotele nel Capitolo 24. del Libro II. della sua Rettorica altro non è, Digitized by £29 che quel dolore, ò rincrescimento, che pro- viamo dell' altrui bene , non perchè in al- tri lo veggiamo ritrovarsi, ma perchè ne conosciamo privi noi stessi, e noi pure ne bramiamo 1' acquisto. Voi perciò ben vede- te, quanto diversa sia 1* emulazione dalla, malvagia, ed inumana passione dell' invi- dia, la quale del bene altrui si rattrista, perchè non vorrebbe, che altri ne godesse. Quanto adunque da biasimarsi sarebbe colui che col suo dire ad invidia accendesse gli animi altrui, altrettanto di lode degna è queir Eloquenza, che impiegasi nel risve- gliare negli uditori i moti più ardenti di virtuosa, e nobile emulazione. Ella infatti ha. per oggetto la virtù , la sapienza , gli ottimi costumi, le gloriose imprese, e tut- to ciò, che può condurne all'acquisto della gloria, e della felicita. Qnal cosa adunque più onesta, e più lodevole immaginar si può, che 1' eccitare una passione sì bella, e nel tempo stesso sì necessaria, niente es- sendovi,. che tanto ecciti 1' uomo ad intra- prendere cose grandi, ed illustri, quanto V esempio d' altri, che le hanno con corag- gio intraprese , e con somma felicità ese- guite? A fine adunque di risvegliare effica- cemente quest'affetto negli uditori, bisogna propor loro ssempj d'uomini illustri, dimo- strarli proporzionati alle loro forze, e con- formi al loro grado ed alla loro condizio- ne , e mettere in vista il vantaggio, e l'ono- re pubblico e privato, che dall' imitarli de- rir 43° riva . Così appunto fa Cicerone nella pera- razione dell'orazione in favor di Sestio, esor- tando i giovani Romani a seguir l'esempio de' suoi maggiori nella difesa della Repub- blica: » Vosque adolescentes , et qui nobiles estis , ad majorum vestrorum imitationem ex* cùaboy et qui ingenio, et virtute nobilitatevi potesti-: consequi, ad eam rationem, in qua multi homines novi et honore , et gloria fio- rucrunty cohortabor w . E dopo aver rammen- tati alcuni personaggi Greci, i quali si di- stinsero nel difendere la loro patria a fron- te de' più gravi pericoli, venendo ai Ro- mani dice: y> Quare imitemur nostros Brutos, Camillos, Ahalasy Decios , Furios, Fabricios , Maximos, Scipiones , Lentulos , Aemilios, in- numerabiles alios , qui hanc Retnpublicam sta- biliverunt, quos equidem in Deorum immor- talium coetu , ac numero repono . Amemus pa- triam , pareamus senatui , consulamus boris* praesentes fructus negligamus , postergati ser- viamus , id esse optimum putemusy quod exit rectissimum y speremus , quae volumus , se<t quod acciderit , feramus ; cogitemus denique corpus virorum fortium , magnorumque homi" num esse mortale , animi vero motus et vir- tutis gloriam sempiternam ! t . » • Riflessioni generali intorno agli affetti. li nutile sarebbe V avervi fin qui a lungo spiegata la natura degli affetti, e mostrato il linguaggio , con cui naturalmente s' espri- mono, se tralasciassi d'accennarvi i mezzi più efficaci, onde giunger possa l'oratore al movimento di essi, che è l'oggetto princi- pale della vera eloquenza. Non basta, che» un' orazione sia elegantemente scritta , ma fa d'uopo, che ella sia ancora insinuante e patetica , e ovunque vuole, gli animi de- gli uditori l'oratore rivolga, potendosi con ragione all'arte Oratoria adattare il precet- to dato da Orazio riguardo alla Poesìa: 99 Non satis est pule hr a esse poemata^dulcia sunto. Et quocunquevolenty animum auditoris agunto . Ciò, che per acquistare un tal dominio so- pra gli altrui animi principalmente richie-. desi giusta l' insegnamento dello stesso Poe- ta si è, che l'oratore, ò il poeta sia da que- gli affetti medesimi agitato, e commosso 7 che ei vuol risvegliare negli altri: (a) Si * . - -rzz - . 1  // me zzo di bette eseguire la parte patetica ( dice anche il Sig. Blair Lea. XXXII. ) fi è il di- pìnger V oggetto di quella passione, che vuoisi de* stare, nella più naturale, e piò forte maniera, il descriverlo con tali circostanze , che facilmente pos- sano eccitarla negli altri . Ogni passione più facil- mente si sveglia per una sensazione attuale , comt lo  ,j Si vis me fiere , dolendiim Primum ipsi tili , tunc tua me infortunio, laedent . Non è possibile infatti, dice Cicerone nel libro II. dell' Oratore , che gli uditori con- cepiscano dolore, odio, e timore d'una qual- che cosa , che si muovano alla compassione ed al pianto , se tutti questi movimenti , che eccitar vuol l'oratore nell'animo dei giudici, neir oratore istesso non compariran- no, come stampati ed impressi: » Ncque fieri poteste ut doleat is, qui auditi ut odé- riti ut pertimescat aliquid, ut ad fletam^ mi- scricordiamque deducatur , nisi omnes ii mo- tus , quos oratot adhibere volet Judiciyin ipso oratore impressi essd atque inusti videbuntur . Non è questo possibile, dice Quintiliano, come non può giammai avvenire, che al- cun' altra cosa ci riscaldi e c'infiammi, se non il fuoco, altra cosa ci bagni se non V umore, e che una cosa dia e comunichi ad Io sdegno al ricevere d > un' offesa * ò al presentarsi de IP offensore . Dee perciò V oratore cercar di feri' re V immaginazione degli uditori con circostanze , che nella vivezza , e nella forza somiglino a Quelle della sensazione , e della memoria . A tal fine il mezzo più efficace si è . . . che l oratori medesima sia viva m ente commosso . Mille circostanze interes- santi vengono suggerite da una passione reale , che ni un' arte pub imitare, e con nitiu raffinamento sup- plir si possono . . . « V interna commozione del dici» tore aggiunge alle sue parole , a 1 suoi sguardi, a 9 suoi gesti , a tutte le sue maniere un patetico , che esercita un potere quasi irresistibile su tutti quei , che l' ascoltano . Digitized by Google I ad un'altra quel colore, che ella non ha: 3, j\ec incendit, nisi ignis , ned madescimus 9 nUi humore, ncc res lilla dat àlteri colotem , quetii ipsa non habet », La ragione di tutto ciò è al dire d'Orazio nella stessa natura dell'uomo riposta, imperocché l'uniati voi* to al riso con chi ride , al pianto si compo» ne con chi piange : w Ut rìdentibus adrident, ita flentìbus àdflent Humani vulias. Perchè adunque l'uditore concepisca una passione, fa d'uopo, che la veda impressa, sensibilmente nei sentimenti > nell' espressi©* ni, nel gesto, nella voce, nel volto, e ne- gli occhj dell'oratore; poiché come le cor- de d'una cetra rendono diverso suono, se- condo che sono diversamente toccatt, così il gesto, la voce, il volto, e tutto quanto il corpo dell'uomo resta diversamente mo- dificato' secondo la diversità delle passioni f ond' è agitato lo spirito; ^ Omnis motus animi ( son parole di Cicerone ) suum quem- datti a natura habet vultum , et sonimi , et ge.stuni; totumque corpus hominis , et ejus om- 7>is vultus , omncsque Voces , ut nervi in fidi~ bus , ita sonant , ut a mota animi sunt puU sac v . Ala come risveglerà in se medesimo l'oratore queste passioni? Per lo più tratta egli di cose, che non riguardano la sua stes- sa persona, ma gli uditori, ò altri > di cui ha preso a perorare la causa . Se di se stes- so, e delle cose sue favellar dovesse, il fa- rebbe certamente in guisa, che all'interes- se Digitized by Google *34 se , che egli ha per la causa, corrispóndesse la forza dell'orazione. Tutta la difficoltà adunque nel muover gli affetti, quando si tratta la causa altrui, consiste nel prender di essa quell'interesse , che della propria si prenderebbe, e nel considerare come appar- tenente a se ciò, che gli altri unicamente riguarda. Tanto c'insegna Quintiliano nel capitolo II. del libro VI. dove parlando egli in particolare dell' affetto di cani passione av- verte > che l'oratore creder dee, e persua- dersi intimamente, essere avvenuto a se stesso ciò, di cui si duole, e considerar co- me sue le disgrazie , e le miserie di quel- li, verso de' quali eccitar vuole gli uditori a compassione : » Uhi vero miscr adone opus erity Jwbis ea, de quilms qucrimur , accidisse credamus , atque id animo persuadeamus . Nos? UH simus , quos gravici , indigna , tristia pas- so* qucramur, me agamus rem quasi dlienam * sed assumamus parumper ilium dolorem. Ita dkemus quae in simili nostro casa dicturi es~ seimis Ajficiamur , antequam afficerc cone- mur n . E quello , che egli insegna in que- sto luogo riguardo all'affetto di compassio- ne,, di qualunque- altro affetto intender si dee, poiché nella stessa guisa non potcà V oratore mostrare, per esempio, tutta l'alle- grezza dc4 bene altrui , se come suo proprio non lo riguarda. Da tutto ci& chiaramente com prendesi, che la mozione degli affetti è una conseguenza , ed un effetto dell' imma- ginazione detta dai Greci fantasìa . Per la for- Digitized by 2 3S forza di questa l'animo nostro come pre- denti considera le cose lontane, e come sue quelle, che agli altri appartengono, ed in qualche modo si trasfonde nella persona de- gli altri , rivestendosi del medesimo loro ca- rattere, dei loro sentimenti, de' loro affet- ti; cgsicchè quei, che sono d'immaginazio- ne più vivace, e più forte, sono ancora al dire di Quintiliano più capaci di concepir© gli affetti , e di risvegliarli per conseguen- za anche negli altri: , 5 Quas phantasias Grac- ci vocanty nos saiic visiones appellcmus , per quas imagines rerum absentium ita repraesen- tantur animo, ut eas cernere oculis vidcamur* Has qui bene conceperit , is erit in affcctibils potentissimi^ 55 . Non è certamente possibile, che il bene, ò il male presente, ò questo noi medesimi, ò gli altri riguardi, non ci commuova. Perchè adunque una tale im- pressione in noi pur faccia, quando è lon- tano, fa d'uopo, che l' immaginazione a noi sì vivamente lo dipinga , e quindi sì vi- vamente agli altri lo rappresentiamo, che sembri presente. Leggete l orazione di Cice- rone contro Verre , e specialmente la VII. nella quale con i più vivi colori descrive x mali per la crudeltà di Verre dai Romani Cittadini, e dagli Alleati nella Sicilia sof- ferti, e spero, che rimarrete serflprepiù per- suasi di ciò, che io dando fine al mio ra- gionamento intorno agli affetti vi Uo fatto brevemente osservare: » Ipse ( Verres ) in- Jlammatus sedere, et furore in Jbnim tenti* # ■ 236 Ardcbant oculi ; tota ex ore crudelitas emine* lat. Exspectabant omnes, quo tandem progress suriis, aut quidnam acturus csset; cum repen- te hominem ( Gavium ) proripi, atque in fo- ro medio nudar i , ac deligari, et virgas expe* diri jubet Caedebatur virgis in medio foro Messanae civis Romanus , Judices; cum* inte- rea nullus gemitus , nulla vox alia istius mi- seri inter dolorem-, crepitumque plagarum au- dicbatur, nisi haec: Civis Romanus sum. Hac se commemoratane civitatis omnia verbera de- pulsurum , cruciatumque a corpore dejecturum arbitrabatur . Is non modo hoc non perfecit, ut virgarum vim deprecaretur y sed cum ini- ploraret saepius, usurparetque nomen civitatis , crux , cruxy inquam , infelici, et aerumnoso > qui nunquam istam potestatem viderat, com- parabatur . 0 nomen' dui ce libertatis ! & jus exjmium civitatis! 0 lex Porcia , legesque Sem- proniacl 0 graviter desiderata , et aliquando reddita plebi Romanae Tribunicia potestas ! ce, Della disposizione Oratoria. D alla scelta del soggetto, che imprende T Oratore a trattare, accompagnata dal ri- trovamento , e dai pieno possesso delle ra- ' gioni , e degli argomenti al medesimo sog- getto adattati deriva (giusta T insegna- mento d' Orazio, che all' arte Oratoria si può con tutta ragione estendere ) la facon- dia , e quel beli' ordine, che sparge d' un' ammirabil chiarezza , e splendore il discorso : n Cui lecta potenter crit res , Nec facundia deserei Juuic , nec lucidus ordo. Quest* ordine, e questa disposizione è ali* Oratore così necessaria, che giungere ei non potrebbe giammai ad istruire , e dilet- tare e muovere gli uditori, se la sua ora- zione, per quanto esser possa altronde ele- gante ed ornata, di questo pregio man- casse. L' ordine, la simctria , ò la retta di- sposizione delle parti, cosicché ciascuna oc- cupi quel luogo, che le si adatta e con- viene , forma certamente di tutte le opere la bellezza , ed il pregio . Un mostro sa- rebbe, anziché un oggetto degno dei nostri sguardi il corpo umano , se le membra tut- te non fossero in esso al suo luogo disposte . Ed Digitized by Google 23» Ed a che altro mai servirebbe» se non che a se medseimo d' imbarazzo, e d' ostacolo un esercito disordinato, e scomposto? Da queste e molte altre riflessioni, che ag- giunger potrei, ognun di voi agevolmente comprende, che 1' Oratore limitar non dee la sua fatica , ed industria ad ammassare in gran copia la materia del suo favellare, ma dopo averla ritrovata, tutta 1' arte, co- me insegna Quintiliano, gli è d' uopo im- piegare nell* ordinarla, imitando in ciò gli esperti artefici, i quali, messi insieme, e preparati i materiali alla costruzione d* una fabbrica necessarj, si studiano in ap- presso di collocarli, e disporli in guisa, che sorgendo V opera secondo la bene intesa, e già concepita idea, grato spettacolo pre- senti agli occhj de' riguardanti : » Ut opera exstruentibas satis non est sax a , et materiam et caetera' aedificanti utilia congerere, nisi disponendis iis , collocandisque artificum ;na- nus adhìbeatur; sic in dicendo quamlibet abun- dans rerum copia cumulum tantum habeat , atque congestum , nisi Mas easdem disposino in oniinem digest as , atque inter se commis- sas devinxcrit ». Conviene adunque, che dopo avere nella prima parte di queste Ret- toriche ^istituzioni parlato dell' Invenzione, indicati i fonti , onde attinger si possono gli argomenti, e la materia per formare un. discorso, insegnate le maniere diverse di esporre i medesimi argomenti, e di ampli- ficarli; dopo aver finalmente considerato il cuo- Digitized by cuore umano, ed esaminati gli affetti, nel- la mozione dei quali la vera Eloquenza consiste, ed insieme trattato del linguaggio proprio ad esprimerli con tutta la forza ed energìa, conviene, io dico, che della di- sposizione Oratoria adesso vi parli. CAPITOLO PRIMO . In cui si dà un idea generale delia disposizione Oratoria, e delle parti dell' Orazione. E rifacendomi per maggior chiarezza dalla definizione , quanto breve , altrettanto giu- sta mi sembra quella , che ne dà Cicerone dicendo esser la disposizione Oratoria un* ordinata distribuzione della materia, che per compor la sua Orazione ha V Oratore già ritrovata (a). Apprenderemo poi da Orazio , in che cosa consista questa ordina- ta distribuzione, insegnando egli nella sua Poetica, questo essere il pregio, questa la bellezza dell* ordine v che V Oratore metta fuori a suo tempo, ed a suo luogo le cose già ritrovate, cosicché dica prima quello, che prima dir si conviene , e ad esporre si riserbi in appresso ciò, che detto in altro luo- - ■ -* (a) DispQsitio est rerum ìnventarum tu ordinem distribu::o . De Invent. lib. I. &4° luogo, e posteriormente può dar maggior grazia e bellezza al discorso, e far mag- giore impressione nell'animo degli uditori (a) . Distribuire adunque ordinatamente la materia d' un discorso non consiste in al- tro , che , diviso in alcune parti il discorso medesimo, neli' esporre ordinatamente in ciascuna quello, che a ciascuna più 9Ì adatta e conviene. E siccome a fine di per- suadere gli uditori ( lo che è dell' Oratore il principale ufizio, ed oggetto ) fa d' uopo che prima di tutto gli uditori medesimi di- sponga ad ascoltarlo con piacere , ed atten- zione , spieghi in appresso lo stato della questione, quindi con forti, e convincenti ragioni dimostri la verità del suo assunto, 6 nel tempo medesimo, quando fia d'uopo, confutile objezioni degli avversari , e fi- nalmente si adopri nell' espugnare il cuore degli uditori già persuasi, e convinti della verità col movimento degli affetti; ne se- gue, potersi V Orazione in quattro parti principalmente distinguere > che sono 1* Esordio, la Proposizione, e talvolta an- che la Narrazione, la Confermazione, cui va bene spesso congiunta la Confutazio- ne, la Perorazione, alla quale s'unisce anche 1' Epilogo, quando la lunghezza dei discordo il richieda. Imparata che avre- mo • : : , ; ,, — * {a) Ordìnis bnec virtus erit , et vettus , aut ego fallir , Ut jam nane dìcat jam huhc dtbentia dici , Pltraquc differat , et praeseus tu temptts omìttat . Digitized by Google ino adunque T arce di discernere ciò , che in ciascuna di queste parti dir si convenga , e con qua!' ordine, appreso avremo ancora tutto ciò, che alla disposizione Oratoria ap- partiene. E perciò 1' intraprender V esame delle diverse parti dell' Orazione lo stesso sarà > che studiar T arte di ben disporre • ed ordinare la materia, che avremo eoa tutta la diligenza, e con tutto il giudizio ritro- vata, e scelta. L’esordio, secondo la definizione che ne dà CICERONE (vedasi), è quella parte dell' Orazione f che acconciamente dispone V animo degli uditori ad ascoltare Attentamente ciò, che t Oratore è per dire in appresso (a). Da questa definizione voi ben comprendete , che T Oratore non si propone in questa parte altro oggetto, che quello di rendersi docile, benevolo, ed attento 1' uditore. Se in tali dispo*izioni di per se si trovassero gli udito- ri, potrebbesi dall' Oratore tralasciar que- sta parte, e proposto e spiegato in breve il R sog- {a) Exordtum est ovatto animum auditori* ido» nee compartii* ad reliquam dittiontm . De Invent, lib. I. Digitized by Google «oggetto del suo favellare , passar subito al- la dimostrazione, ed alle prove. Così co- fitumavasi infatti nel celebre consiglio dell' Areopago in Atene, ove leggesi, che era come inutile sbandito qualunque Esordio, poiché trattandosi d' un Assemblea di sag- gi uomini composta bisogno non v' era a eccitarli alla docilità, ed all' attenzione . Ma siccome per lo più favellar conviene a persone d' ordinaria, e comune capacità, e non sempre ad ascoltar ben disposte, è ne- cessario , che T Oratore faccia uso di tutta la sua arte ed industria, per guadagnarsi fino dal bel principio della sua orazione l* animo degli uditori . Io non avrei anzi dif- ficoltà d' asserire , dover' egli maggiore stu- dio, e diligenza impiegare in questa parte che nelle altre , che la seguono . La mag- giore difficoltà neir espugnazione , e nella presa d' un campo, ò d' una piazza con- siste nell' aprirsi in essa V ingresso. Una volta che il nemico vi abbia posto il piede , ed introdotti alcuni soldati , facile se ne rende V intera cònquista. Lo stesso pare che dirsi debba dell' Oratore , cui se avvie- ne di cattivarsi fin da principio la benevo- lenza , e attenzione degli uditori, può con tutto il fondamento sperare un esito felice della 6ua causa. Tutto il contrario avverreb- be, se dall' ascoltarlo fossero affatto alieni, e contro la causa, ò contro l* Oratore me- desimo mal prevenuti. Un ben tessuto, ed elegante Esordii è capace d' incantare a se- Digitized by segno gli animi degli ascoltanti» che facil perdono trovino presso di essi anche i di- fetti, che esser potessero nell'altre parti dell' orazione; in quella guisa appunto, che in- contra sempre il genio , e r approvazione de' riguardanti quell' edifizio nella sua pri- ma facciata , e nel suo ingresso vago e ma- gnifico , benché non senza difetto nell'inter- ne sue parti . Conosciuta pertanto la neces- sita di lavorar con tutto l'artifizio, e di reitt- der perfetta questa prima parte dell'orazio- ne , con tutto T impegno ci applicheremo ad esaminare le qualità, onde esser dee accom- pagnata, e i difetti, che debbonsi in essa evitare. Ma per meglio discoprire l'artifizio, con cui esser dee l'Esordio composto, piac- ciavi d' osservare le diverse maniere , onde si può dare all' orazione principio , e che io andrò accennandovi , procurando nel tempo stesso d'illustrarle, e d'autorizzarle con op- portuni esempj tratti da' più eccellenti ora- tori . A due si possono queste principalmen- te ridurre, dalle quali altrettante specie d* Esordj risultano Imperocché ò V oratore pren- de nell' Esordio a rimuovere , e sgombrare dall'animo degli uditori qualunque contra- ria prevenzione, e allora dicesi Esordio d' Insinuazione; ò entrando subito nel soggetto della sua orazione senza più si studia di conciliarsi l'attenzione, e la benevolenza degli uditori , ed un tale Esordio vien chia- mato da Cicerone Principio . L' uno , e V al- tro però , secondo il precetto di Cicerone , deve esser tratto dalle viscere della causa medesima , e non approva , pare anzi , che altamente condanni quegli Esordj , che sono alla materia, di cui si tratta, affatto stra- nieri, e da essa disgiunti (a). Nel che sem- bra esser Cicerone contrario ad Aristotele, il quale ammette talvolta anche quegli Esor- dj, che si dipartono da cose, le quali niu- na relazione hanno col soggetto dell' orazio- ne. Ma forse Cicerone non ha preteso, che di biasimar gli: Esordj dal soggetto principa- le separati , ma non già quelli, i quali» seb- bene dedotti sieno da cose alla causa del tutto estrinseche, pure in questi con tutta la facilità a poco a poco V oratore s' insi- nua, e si conduce nella materia, di cui si è proposto di favellare, e così conciliarsi potrebbe il sentimento dell' uno , e dell' al- tro Retore . Opportuno è V Esordio d' Insi- nuazione, quando l'oratore sappia, ò tema, che gli uditori sieno mal prevenuti e di- sposti, ò contro il soggetto, che prende a trattare , ò contro la sua stessa persona , e se si tratta d' orazioni in genere giudiciale , prevenuti contro la causa , ò i Clienti , che ha intrapreso a difendere, ò in favore de- gli avversar j. In tal caso a fine di conciliar- ci la benevolenza e l'attenzione loro, bi- sogna, che .a poco a poco s'insinui ne* lo- ro ■-! (a) Haec aupem in dicendo non extv'tnucus ottun- de quaerenda , sed ex ipsis visceribus causae sutnen- da sunP. De Orat. Lib. II. Digitized by Google US fo animi , procurando di toglier dai essi tut* ti quegli ostacoli, che render potrebbero mo- lesto , vano, ed inefficace il suo favellare. Possono poi gli uditori esser contro la cau- sa mal prevenuti * ed alieni dall'ascoltar volentieri, ò per esser di sentimenti, e d* opinioni contrarie imbevuti , ò perchè appren- der possono come arduo, e malagevole ad eseguirsi ciò , che vien loro proposto, ò per- chè la materia è al loro genio* ed alle lo- ro inclinazioni contraria , e per altre simili ragioni, che io per brevità tralascio. Quan- do ciò sia, conviene, che l'oratore si ado- pn per disingannare gli uditori, e rimuo- verli dalla persuasione , in cui sono % pro- mettendo di far loro conoscere 1 e toccar con mano la verità, e la rettitudine di ciò» che vuole ad essi proporre ; conviene preve- nirli, ò dimostrando che la cosa non ha in se quella difficoltà * che si vanno immagi- nando, ò se pur l'abbia, trattandosi di co- sa importante e necessaria , devesi da ognu- no superare; fa d'uopo finalmente, che 1* oratore diminuisca riversione, che aver pos- sono contro la verità, facendo loro- vedere la necessita d' abbracciarli , ed i vantaggi che ne derivano, hi simil guisa procurerà di togliere dall'animo loro tutte le preven- zioni i che avessero contro di lui concepito ò per T età , ò per la patria , ò per la na- scita, ò per lo stato e ministero , ò per al- tre ragioni, che render potessero meno au- torevole il suo parlare. Diverranno essi bc- s. Digitized by Google • nevoli verso i clienti, se venga loro dimo- strata l'innocenza, il merito, e lo stato in- felice di essi. Potrà finalmente dall'avver- sario renderli alieni, facendo loro conce- pirne un'idea totalmente diversa da quella, che prima ne aveano. Ma per via d' esem- pj 1' artifizio d' un tale Esordio si renderà a voi più manifesto . Leggete quello dell' ora- zione, che fa Monsignor della Casa per in- durre i Veneziani ad entrare in lega col Rè di Francia , e col Papa contro V Imperatore , e vedrete con qual' arte egli procura di to- gliere qualunque prevenzione, che aver po- tevano e contr© il soggetto , che prendeva a trattare, e contro la sua stessa persona, Erano i Veneziani del tutto alieni dall' ab- bracciare questo partito, amanti della pace, e nemici della guerra. Da questa persuasio- ne si studia egli di rimuoverli, proponendo di dimostrar loro , che non potevano in al- tra maniera aver pace , e difender la liber- tà, senza resistere all' Imperatore coli' armi : Se alla violenza si potesse resistere in al- -cun modo fuori che con le armi, io temerei v .Serenissimo Principe , ed eccellentissimi Signo- ri , di poter essere ripreso da voi meritameli-' te di . ciò f che io son costretto ad esporvi net mio presente ragionamento; e stimerei , chela nateria, della quale io favello, fosse alla mia condizione, ed al mio presente abito del -tatto contraria , e difforme . Ma siccome dal- la forza non può V uomo altramente difender- *i, che col vigore delV animo, con le armi, e con . • Digitized b^Googl ■con la guerra y io vredo; che nessuno- possa- <%. buona equità biasimarmi, se io parlerò non volentieri , maiper forza,* non di quello , c/ie 7?:z piacerebbe di dire, ma &>quello> che è ne- cessario di Ja/e non meno a\$uesto eccelso, e magnifico donymo,.che al fjpa, e ad altri, cioè di procacciar difesa, e scàiripo_ alla, co* mun salute^ alla comun vita \ alla comnn li- bertà w . Era egli Ecclesiastico , e perfr tesjè- va di non essere volentieri ascoltato favài? lar di cosa, che sembrava dal suo sta» troppo difforme e lontana, ed una tal pre- venzione procura di togliere dall' animo lo- ro, esortandoli in tal guisa a considerare non chi egli era, ma la verità e l'impor- tanza di ciò, che loro proponeva: » Sia dunque V animo vostro alle mie parole aperta, ed inteso, ne per voi si miri ciò, chtm.M&y, di che abito vestito , ma odasi ciò, cfte jQ^di- co; perchè io non chiedo, che la mia autorità vi muova, ma le mie ragioni , le quali: ^àr- ie saranno ò false, o scarse , non le. renda fa persona mia, nè quella d' alcun altro ne mi- gliori, nè più gravi, ma sieno ricusate , e non ratificate da voi; ma se elle avranno il lar debito valore, e il lor legittimo peso , accettar- tele per buone, e per tali le usate, ncn guar- dando, che noi abbiamo grande, e giusta, ca- gione di sdegno, e d y odio contro C Imperato- re, nè ad alcun altra condizione, ò qualità nostra riguardando ^ . E poco dopo scggimv- ge : » jCome voi leggereste p dunque un tibrx> non sapendo chi se ne fosse V autore: cosivi - Digitized by Google jpre^o ora za, c/ic vai ascoltiate me • e<£ it mid ragionamento con quelV equità i riceviate nel? animo , cAe #e egtf <£<z nascosa, e da voi non conosciuta persona vi fosse porto, è dettato w . Lo stesso artifizio voi scorger potete neh* Esordio dell 5 orazione da quésto medesimo oratore indirizzati all' Imperitor Carlo V. per indurlo aliai restituzione di Piacenza, che tolta aveva al Duci Ottavio suo gene- ro* a fronte del contrario sentimento dei Ministri Imperiali* é del di lui medesimo interesse . Non vi ha forse? in Cicerone ora- zione i dalla quale -non possiate? 1 inoltre im- parare, come l'oratore possi irridere? nell' Esordio i giudici, €?%li uditori benevoli ver- so i clienti, <hé prende a difendere, e muo- verli: ad iversióne , ed ad odio contro i rei, e coàtro gli avversar). Leggete l'Esordio dsliforizione m favore del Re Dejotaro, dèli? orazione in difesi di Quinzio , V al- tro dell'orazione ai- Pontefici irf difesi del- la sua casa, nelli quale orazione' per* poter più facilmente render vani i tentiti vi di Clodio studiasi primi di renderlo odioso ii 'Pontefici, mettendo nelli pift chiari veduti il di lui pessimo ciratfere, . - Venendo poi atf altri specie d' Esordii * cfce vien chiamiti di Cicerone principio »■, ^ in- torno i questui* ittenzione vostra deesi prin- cipalmeiillf impiegare , quello essendo, di cui 4ri# comune, e frequente è l'uso ne' no- sapr tempi . Di rado addiviene (a), che gli Ora- W Esser dovrebbe almeno così , quando di sacri Digitized by Aratòri òcctipàr si debbano in rimuoverci al- cun pregiudizio , ò alcuna prevenzione dall' ànimo degli uditori, i quali sospettar non si pnà, che sièno contrari aile materie, che loro si trattano, mentre si raggirano queste per lo più intorno a verità pràtiche , ò spe- cu- * - ! ! — ragionamenti si tratta . Non dovrebbero aver biso- gno i Cristiani d'esser preparati ad ascoltar volen- tieri le verità, the vengono loro dai ministri del- la Divina parola annunziate. Figli èssendodi Dio , dovrebbero sempre con santa avidità , con attenzio- ne , con rispetto ascoltare la Vote del loro Celesté Padre. Ma poiché la verità , e le regole d'una sa- na morate , se non trovano opposizione neli' intel- letto degli uditori, avviene pur troppo, che He' loro cuori la incontrino, ed hanrto pur troppo de' nemici , che se non le combattono in teorica , le negano , e le combattono co' tatti , onde riesce as- sai molesto l'ascoltare tali verità, a chi è dispósto a secondare lé proprie passioni, ed il guasto, libe- c fo , e dissipata viver del mondo , cui le medesime Verità sono irfeconciìraDilmente contrarie", e nemi- che ; si rende perciò bene spesso necessario anche sul Pergamo l'Esordio d' Insinuazione per* allettare Con le maniere più soavi insieme , éd energiche t più Schivi ad ascoltarle. Con tali maniere ed arti si studia di conciliarsi l'attenzione degli uditori il P. Segneri parlar volendo nella terzi sua Predici della dilezióne de' nemici , contro il qual precetto la debolezza* la superbia umana, e 1' amor proprio Oppone tante difficoltà. Tale è pure l' Esordio del- la Predica, in cui fa Vedere, che il mondo è un traditore , ed altri , corhe veder potete leggendo Questo sacro Oratore , il quale se talvolta non vi alletterà con la maggiore eleganza delta stile , vi toccherà peraltro il cuore con le più forti» e pa* tetiche dimostrazioni « Digitized by Google 25° culative . Che se presso gli antichi oratori %rovansi più frequenti esempi d' Esordj d' In- sinuazione , che di Principio, rifletter dob- biamo , esser le loro orazioni per la maggior parte in genere giudiciale, nel qual genere, come facil cosa è, che quelli, dai quali la decisione della causa dipende , abbiano ò contro la causa, ò contro l'oratore, ò con- tro ì clienti , ò finalmente in favor degli avversar) qualche prevenzione, così rendesi bene spesso necessario l'Esordio d'Insinua- zione. In altri generi d'orazioni poi tutto lo studio, e l'impegno dell'oratore ordina- riamente ristringesi a cattivarci per mezzo d'un ben tessuto Esordio l'attenzione, la docilità, e la benevolenza dègli uditori, al- le quali disposizioni facilmente piegar potrà, l'animo loro, e col parlare modestamente di se , e col mostrare verso di loro tutta la fiducia e tutto il rispetto, e con esporre con brevità e chiarezza il soggetto del suo ragionamento, e principalmente col rileva- re la nobiltà, la grandezza, l'utilità, e T importanza del soggetto medesimo. E riguar- do all'attenzione può non poco contribuire a conciliarla il chiederla nella più solleci- ta , modesta, e rispettosa maniera, lo che far si può non solo nell'Esordio, ma ripe- tere nel corpo stesso dell'orazione, e spe- cialmente , quando alcun punto si tocca più interessanti, cui l'oratore desidera 7 , che bel- ile inteso sia dagli uditori , e resti ne' loro animi altamente impresso quando *i può t Digitized by temere , che per la lunghezza del suo discor- so sieno oramai gli uditori alquanto anno- fati , e stanchi dall' ascoltarlo . Cosi appun- to nell* orazione in favore di Cluenzio fa Cicerone , il quale dogo aver sul bel prin- cipio di lor benigna attenzione richiesti x giudici: Quamobrem dura multórum antiorun^ accusationi breviter , dilucideque respondeo, quaeso , ut me, judices, sicuti facere instimi» stis, benignò, attenteque audiatis; nel decoj- so poi della medesima orazione rinnuoya ,così la stessa dimanda : Vos quaeso , ut me adhuc attente audistis , item quae reliqua sunt, audiatis. Prqfecto niliil a me dicetur, quod non dignum hoc convenni, et silentio , dignutn vestris studiis, atque auribus esse vidcatur. Tanti poi esser possono i fonti, dai quali si può ricavar la materia dell' Esordio , quan- ti sono gli aggiuntile le circostanze e del luogo e del tempo*, in cui l'oratore dee favellare, e delle persone, alle quali è di- retta la sua orazione , e del line c delle ragioni, che mosso lo hanno a comparir lo- ro davanti per tenere sopra d'alcun soggetto ragionamento, ed altre simili circostanze, che accompagnar possono la càusa, ed alle quali ponendo mente V oratore può da al- cuna di esse, e da molte insieme riunite prendere opportunamente occasione di dare al suo discorso principio. Molti esempj di tali Esord) incontrerete presso Cicerone* e tralasciando quello dell'orazione in favor di Celio, e dell'orazione in favor di Dejctaro, ci Digitized by Google ed altri, che voi stessi legger potete 1 quel- lo piacemi di farvi brevemente osservare, che nelf orazione in favor di Milone si leg- ge. E' questo quasi interamente tratto dal- le circostanze e dello stra ordinario giudi- zìo , che si faceva della causa di Milone , e della persona: di Pompeo, che presedeva a questa causa, e del luogo, ove doveva Ci- cerone difenderla circondato per ogni parte d'armati: » Etsi vereor, judices, ne turpe sit prò fortissimo viro dicere incipientem timer e* jiìinimeque deceat tamen haec novi judicii nova forma terret oculos , qui quocumque inci- derintr veterem consuetudinem fori , et prisii- num morem judìciorum requirunt . Non eniin corona conscssus vester cinctus est-, ut sole- bat , non usuata frequentia stipati sumus. Nam Ma praesidia, quae prò templis omni- bus cernitisi etsi contra vim collocata sunt f non ajfcrunt tamen oratori alìquid r utinforo 9 et in Judith r quamquam praesidiis salutaribus septi sumus y tamen ne non timere quidem si- ne aliquo timore possimus Sed me recreat, et reficit Gn. Pompeii sapientissimi , et justis- simi viri consiliuni w -. Sebbene però abbia il suo pregio un tal* Esordio* dalle diverse cir- costanze , che accompagnano la causa dedot- to, attesa quella semplicità, che in esso si scorge, e fa sì, che studiato innanzi, e me- ditato non sembri dall' oratore, ma nato flelT atto stesso, che incomincia a parlare, e dal- le medesime circostanze del luogo, del tem- po, e delle persone a lui quasi inspirato 353 e dettato; non è però a mio parere da pa- ragonarsi con quello, che dall' inrima natu- ra, ò per usare la comun frase de Pretori, dalle viscere della causa si trae . E* questo infatti d'ogni altro più atto a conciliarsi la benevolenza, e l'attenzione degli uditori, perchè più grave, più nobile, più interessan- te, perchè dì maggior lume e chiarezza al soggetto dell' orazione , perchè comune non sembra, nè adattabile ad altri soggetti (a). A fine però di bene riuscire nella composi- zione d'un tale Esordio, uopo è aver pri- ma ben meditata , e compresa in tutte le sue parti la materia , che si prende a trat- tare (b) , poiché richiedendo principalmente un tal' Esordio , che in esso gettati sieno i fondamenti, e sparsi i semi delle prove, e degli affetti , che 1* oratore dee poi sviluppa- re , e maneggiare nel progresso dell* orazio- ne *■ : 1 '■■ ■ ■ a . . Ita et momenti aliquid afferente cum erunt pene ex intima definitone depromptae , et apparebit , eas non modo non esse communes, nec in alias causai fosse transferri , sed penitus ex ea causa , quae tur» agatur , effloruisse . Cic. de Orat. Lib. II. {b) Non è da condannarsi perciò il costume di coloro, che all'Esordio non pensano , che dopo aver lavorata, e distesa Finterà orazione. Un tal me- todo sembra approvato dall' esempio di Cicerone istesso , il quale nella sua Opera intorno aìT orato- re così si esprime: Omnibus rebus consideratis ,tum denique t d , quo A primum est dicendum , postremum soleo cogitare , quo utar exordio . Nam si quatto id primum invenire volui , nullum occurrit nisi aut exile , aut nugatorium , aut vulgate . ne, talché dell'orazione medesima scorga 1* uditore in un colpo d'occhio delineato il piano e il disegno, come insegna nel sud- detto libro Cicerone (a) , non può farsi que- sto se non da chi ha un pieno possesso del- la materia, che imprende a trattare. Fra i molti Esordj, che addur vi potrei per esem- pio, onde più agevole vi sia il comprende- re, come esser debba lavorato e tessuto 1* Esordio, che nasce dalle viscere della cau- sa, quello vi esorto a richiamarvi alla men- te dell'orazione del Commendatore Cassiano dal Pozzo da me citato parlando del Gene- re, e della Specie. Molti ne ritroverete anr cora presso Cicerone, ma di tutti gli altri più opportuni mi sembrano, e quello dell' orazione in favor del Poeta Archia, e 1' al- tro, deli' orazione in favor di Marcello. Ma ripetiamo in breve tutto ciò, che dell'Esordio finora si è detto, parlando del- le qualità, che lo debbono accompagnare, e nel tempo stesso i difetti accennando, che debbonsi in esso evitare . Sono queste prin- cipalmente la Proprietà, l'Accuratezza, la Verecondia, e la Brevità. La Proprietà con- siste nell' unione e nella connessione , che aver dee l' Esordio con il restante dell' ora- zione , cosicché dir si possa , che le sia pro- prio , e le appartenga. Non mancherà ali* Esordio una tal connessione, qualora nasca dal- (a) Rei tot i us , quac figetur , significai io nem ha* lere debebit . Digitized by Google dalla materia stessa che si tratta, e sìa de- dotto dalle viscere della causa. Difettoso adunque dir si dovrà quel!' Esordio , che è volgare e comune , che dalla causa è af- fatto separato e sconnesso, e che ad altri soggetti si può facilmente adattare. L'Ac- curatezza poi richiede , che nelT Esordio 1* oratore impieghi tutta l'arte, tutto lo stu- dio, e tutta l'industria, cosicché scorgasi nell'Esordio, siccome Cicerone insegna, no- biltà, e gravità di sentenze, ed eleganza d'espressioni (a). E' sì necessaria all'Esor- dio questa qualità, che da essa, direi qua- si, dipende l'esito della causa. Può infatti tutto sperare quell' oratore , il quale ha sa- puto per mezzo d' un ingegnoso , ed elegan- te Esordio allettare, e guadagnarsi l'animo degli uditori. E perciò se in ogni parte dell' orazione esser dee accurato e diligente , ta- le principalmente è necessario ch'egli sia nell'Esordio (b). Viziosa però sarebbe la troppa accuratezza, il troppo artifizio, ed una troppo ricercata ed ornata eloquenza. Ammette anche l'Esordio la- sua argomen- tazione, ed il suo raziocinio, ammette le sue figure, e la mozione degli affetti, ma ri- & . -— % (a) Principia autem dicendi semper cum accura- ta y et acuta , et instructa sententiis , opta verbi* , tum vero causarum propria esse debent . (b) Prima est cairn quasi cojtjitio , et commenda- tio oration'ts in principio , quae continuo eum qui audit ptrmulcere , atque alitcere debet . rigetta un raziocinio troppo sottile £ diffii* so , esclude le troppo gagliarde , e vivaci fi- gure , e richiede un movimento d* affetti placido e moderalo . Altrimenti facendo , oltreché inutile, e molesto si rende il restan- te dell'orazione per gli uditori, che fin dal principio rimasti sono persuasi e commossi, troppo è facile il cadere nel difetto accen- nato dg. Orazio nella sua Poetica, di spar? ger cioè sui principio i più bei lampi di lu- ce, e far succedere a questi il fumo e le tenebre; quando tutto all'opposto far si do- vrebbe passando dal fumo *lla luce per sor- prendere T animo degli uditori co' più bei trat- ti d* eloquenza nel progresso dell' orazione (a) . Intendo però d* eccettuar quegli Esordj , cliQ detti sono dai Retori ex abrupto, per queir impeto, e per queir entusiasmo, con cui dà. V oratore principio ai suo ragiona- mento, se pure Esordi dir si debbono que- sti» e non piuttosto s^inplicemente principj dell' orazione. Tale è quello della prima Catilinaria presso Cicerone : w Quousque tan- 4emabutere,Catilina, patientia nostra? Quam- diu etiam furor iste tuus nos eludet? Quem ad finem sese effroenata jactabit audacia ? 9 Os r {a) ffec sic iucipies , ut scriptor cyclicus oltm : Fortunam P riami cantato, et nobile bellum . Suinto rectius bic , qui //il molitur inepte ; He mibiy Musa, virum captae post tempora Trojae, Dui morti bomhum multarti™ vidit , ft urbes . No» fumum ex fulgore , sed ex fumo dare lucem Cogita? , ut speciosa de hi ne miracttla prono? .  CjO > Osservate Imitato egregiamente un tal' esor- dio da Paolo Segneri nella sua quinta Pre- dica sul giudizio universale: » E fino a quan- do ardirassi più d'abusare tanta pietà, quan- ta Dio finquì si è degnato dimostrarci} Ha. egli finor taciuto non altrimenti , che se sta- to fosse insensibile ad ogni oltraggio. Ma che per questo? Aon sappiamo noi bene, che la pazienza lungamente irritata divien furore ? Su , date fiato alle vostre trombe , o voi Angeli destinati per banditori del giorno orrendo, t dimostrate a' protervi, s'io dica il vero. Os- curatevi , o Cieli , e lor negate spaventosi o- gni luce, fuor che di folgori ; piovete, o fiam* me , e loro incenerite voraci le possessioni ; apriti , o terra , e loro ingoja famelica gii edi~ fi z J «-Da questo esempio apprenderete, che in tali Esordj, ò si tratti di sfogare qual- che grave sdegno , e dolore , ò qualche jStraordinaria allegrezza e consolazione , han- no luogo le più forti , e vivaci figure d" interrogazione, di ripetizione, d' apostrofe, d' esclamazione , e per conseguenza il più gagliardo movimento delle passioni. Quan- to poi sia necessaria nel principio dell'ora- zione la verecondia , la quale non consiste in altro, che nel dimostrare basso sentimen- to di se medesimo, diffidenza nelle proprie forze, stima, e rispetto per gli uditori, ognu- no può facilmente comprenderlo, rifletten- do con quanto piacere si ascolta un discor- so , dal quale lontana sia V animosità, T alterezza» e la stima di se medesimo. CICERONE (vedasi) perciò > il quale confessa di se me- desimo, che da tremore in tutte le membra e da timore straordinario nell' animo veni- va assalito, quando compariva neir adu- nanza per favellare , fa con ragione un ma- gnifico elogio dell' Oratore Crasso rilevando in lui questa proprietà, come la più atta a conciliare T attenzione, e la benevolenza degli uditori: r> Fuit enim in L. Crasso pu- dor quidam, qui non modo non obesset ejus crationi, sci etiam probitatis commendatone prodesset. # Quando adunque ci converrà di parlare di noi medesimi , ci studieremo <T imitare lo stesso Cicerone, il quale senza negare assolutamente la sua abilità, e le sue doti, con tutta la modestia così si espri- me neir esordio dell' Ofazione in favore del Poeta Archia: » Si quid est in ine inge- nti , judices , quod sentio , quam sit exiguum, aut si qua exercitatio diccndi, in qua me non injicior mediocriter esse versatum, aut si hujusce rei ratio aliqua ab optimarum artium studiiSy ac disciplina profccta-, a qua ego nul- lum confiteor aetatis meae tempus abhorruisse , corum omnium vel in primis hic A. Licinius fructum a me repetere prope suo jurc debct». Se la brevità, (di quella brevità intendo di favellare, che niente diminuisce la forza, e la chiarezza del discorso ) suol' essere or- dinariamente grata a chi ascolta, più op- portuna , e più grata ella riesce nell' esor- dio, godendo gli uditori di veder presto ap- pagata la brama , che hanno di sapere qual Digitized by G s 59 sia Il «oggetto dell'orazione, e di sentirne .la dimostrazione, e le prove. Consiste la brevità nel fare l'esordio proporzionato alT orazione. Non si possono perciò prescrivere determinate regole intorno alla sua brevità, ò lunghezza ; poiché come conviene ad una breve orazione un breve principio > così si potrà ad un lungo ragionamento un alquan- to più lungo esordio adattare . Quegli poi a mio parere non oltrepasserà i limiti d' urna giusta brevità, il quale contento d' aver con chiarezza esposto nell' esordio un generale disegno della *ua orazione, non verrà ad una troppo minuta enumerazione di ciò , che dir vuole in progresso del suo discorso , enumerazione non solo difettosa, perchè ren- derebbe troppo esteso 1' esordio, ma perchè diverrebbe il restante dell' orazione una ri- petizione molesta , ed inutile di ciò , che fin dal principio è stato detto . Della Proposizione, ' x jA 11' esordio và unita sempre quella par- te dell' orazione , che Proposizione si appel- la . Infatti altro non essendo ella , che una semplice, e breve esposizione di ciò, che T oratore ha in animo di trattare, pare che andar non debbp, dall'esordio disgiunta, ren- dei Digitized by Google dendosi specialmente per mezzo di cs6a at- tento, e benevolo l'uditore. Chi mai lusin- gar si potrebbe di esser volentieri , ed atten- tamente da coloro ascoltato, che ignorano il punto principale, intorno a cui si raggi- ra il discorso? Tanto maggior forza avrà poi la proposizione a conciliarsi l'attenzio- ne degli uditori, quanto più si studierà V oratore di presentarla > quando specialmente sia troppo comune, in una cercaria di no- vità, che li sorprenda, e li metta in curio- sità d'udirne la dimostrazione. L'unità, la Jwrevità, la chiarezza sono le altre qualità principali , che accompagnar debbono la Pro- posizione. Siccome unico esser dee, secondo il precetto d'Orazio, il soggetto di qualun- que componimento, cosicché tutto ridur si possa ad una semplice sentenza (a); così unica esser dee la Proposizione , la quale altro' oggetto non ha, se non che di far ben comprendere agli uditori , qual sia dell' ora- zione il principale argomento. La Proposi- zione è nel discorso ciò, che è il punto di prospettiva nei quadri, che presentano la vista d'un qualche edifizio, ò d'un qual- che paese . E siccome in questi è necessa- rio principalmente un punto , in cui si riu~ niscano tutte le linee, che tirar si possono dalle diyerse parti del luogo, ò delK edifi- zio medesimo; così nell' orazione dalla Pro- po- * -  - -&  Penique sit quodvis simplex dumtaxat'* tt unum . Digitized by Google <z6t posizione nascer debbono, ed alla Proposi- iione debbono potersi riferire tutte le cose, che nel decorso dell' orazione si dicono. Non otterrebbe ptrò l'oratore il suo intento, che è di rendersi attenti gli uditori , se la Pro- posizione mancasse dell'altre due accennate qualità* vale a dire della chiarezza,^ del- la brevità . La Proposizione dee esser talmen- te chiara, che non possa non esser da tutti intesa ; e tale sarà , quando sia espressa con semplici, e note parole, e accompagnata dalia brevità. Affinchè adunque ella riman- ga facilriiente impressa nell' animo degli udi- tori , cosicché non la perdano mai di vista, si contenterà l'oratore di accennare, ef ri- stringere 1' argomento della sua orazione in una semplice sentenza , senza individuare? minutamente le cose, che egli è per dire. Importa molto , che gli uditori fino dal prin- cipio- acquistino una chiara idea della ma- teria , cne l'oratore prende a trattare. In- tesa bene , e bene impressa nella mente la Proposizione del discorso, con facilità inten- deranno gli uditori ciò che sentiranno in appresso. Al contrario oscuro , ed inutile sa* rà per essi l'intero ragionamento, se non hanno* potuto comprendere fino dal princi^ pio, quale ne sia il soggetto. Nè all' unità della Proposizione è quel- la divisione contraria , che ordinariamente far si suole al termine dell' Esordio, ò do- po la narrazione, in quella maniera che non togliesi T unità al corpo con la distinzione, e I e divisione di esso nelle diverse parti, & membra , che lo compongono . Deesi perà osservare, che le parti, nelle quali l'orazio- ne si divide, sieno tutte nella Proposizione comprese, e da essa derivino, e che l'una sia dall'altra distinta, talché non sieno una medesima cosa diversamente espressa, ed una confonder non si possa con, 1' altra . E sicco- me la divisione non meno , che la Proposi- zione servir dee alla chiarezza, ed alla me- moria degli ascoltanti, così fa d'uopo, che ella sia fatta fon tutta la semplicità , e pre- cisione. E per maggiormente evitare la con- fusione e l'oscurità prescriver sogliono i Re- tori, che la Proposizione non si divida più- che in due ó tre parti, per la ragione che difficilmente dagli uditori apprender si po- trebbe, e tenere a memoria ùria divisione, che un riamerò maggiore di parti cómpren* da (a) . Ma V arte , e T abilità dell' oratore spiccar dee principalmente nella disposizio- ne , e nel!' ordine delle parti stesse dell' ora- zione . Se queste hanno una tal connessio- ne fra loro j come aver la debbono, che una ' na- (a) A ragióne perciò il chiarissimo Traduttore Italiano di Blair condanna il éoStume di coloro , ! quali alla divisione della proposizione principale aggiungono tante divisioni, e suddivisioni defun- ti, ne' quali è Stata quella divisa, riflettendo sa- viamente, che oltre al generare oscurità, e cari- car la memoria degli ascoltanti danno esse al di- scorso un'aria più d' uri trattato scolastico, che e? un'orazione. Digitized by Google nasca , e dipenda dall' altra , dar si dovrà sempre il primo luogo a quella, che serve ali* altra di base e di fondamento , e di cui questa sia come un effetto, ed una conse- guenza . Debbonsi inoltre distribuire in mo- do queste parti , che V orazione „ vada sem- pre crescendo,' e perciò quelle debbono ali* altre succedere , le quali porgon motivo , ed occasione di metter fuori cose sempre >piit forti, ed interessanti. Di tutti questi precet- ti fin qui brevemente accennati scorgerete manifestamente la pratica nei seguenti esem- pi. Sia il primo quello, che ne dà Cicero- ne nell'orazione in difesa della legge Ma- nilla, nella quale dopo la narrazione divi- de così brevemente, e con tutta la sempli- cità la sua orazione : » Primum mihi videtuf de genere belli, deinde de magnitudine , tum de Imperatore deligendo esse die endum 55. N bri metto semplice , chiara , ed ordinata è la di- visione , che fa nel!' orazione in favor del foeta Archia: »Quod si miài a voiis tribui v concedile sentiam , perficiam prqfecto , ut hunc A. Licinium non modo non segregandnm , cum sit civis , a numero civiiun , verum enarri si non esset , putetis adsciscendum juisse » . Ser- va finalmente per tutti gli altri, che addur potrei , V esempio del Casa nell' orazione ai Veneziani per la lega: n Nel qnal ragiona- mento , acciocché le mie parole con qualche ordine procedano , io dirò prima del grave , e mortai pericolo, che sovrasta, anzi che tocca, e percuote la misera Italia e voi per la so- ver z *64 pèrchia potenza dell* Imperatore; ed appressò dichiarerò, die a schivare, e fuggire sì fatto pericolo non si pub trovare altro scampo, nè altro ricovero fuorché un solo senza più , cioè se voi collegherete le forze vostre, e V armi vostre congiungerete con S. Chiesa, e con il Eè Cristianissimo di Francia; e dopo a que- sto proverò , che se voi accetterete la lega , e la compagnia dei suddetti Principi , voi pren- derete buono , ed opportuno scampo alla vo- stra salute, il quale scampo ò gii basterà a fermare il corso, e V impeto del comune av^ versano, ò avremo ozio, e sicura paca sic- come io spero, e desidero; e se ciò non potrà essere , egli sia sicuramente atto d sconfigger- lo, ed abbatterlo, ed avremo gloriosa vitto- ria , e certa , e sai dà. libertà  . -  f 1 : =2*  A fronte di questo esempio , che ci presen- ta la più fiella imitazione di Cicerone nell'orazio- ne in difesa della legge Manilia , non so con quaf fondamento asserisca il più volte citato Traduttore di Blair, dopo aver detto esser ben rare le formi- li divisioni in Demostene, e in Cicerone, che le orazioni del Casa pur ne va» senta . Cori tutta ra- gione poi egli s' unisce con Blair a non approvare il sentimento di Monsignor Fenelon , i( quale rie* suoi Dialoghi su V Eloquenza si dichiara contro il metodo di fissar nelle Prediche i punti della divi- sione. L'esempio di Demostene, di Cicerone, del Segneri , nell'orazioni de' quali fcen rare sono , co- me egli dice, le divisioni formali, dimostra al più, non essere assolutamente necessaria la divisione* rendersi talvolta anzi opportuno il tralasciarla , co- ine quando di breve ragionamento si tratta , ò/tfftw do Dèlia Narrazioni. Là Narrazione è 1' esposizione di fatti, ò feàlìiiehte avvenuti , ò tali almeno , che sia* vi tutta la verisimiglianza, che potessero Avvenire : » Narratio est rerum gestarum , aut ut géstarum expositio „ . Così la definì Cice- rone nel I. dell' Invenzione. Definizione è questa, come voi beh vedete * universale, che # - - v  -fr do r oratore per fare una grata sorpresa agli udito- ti giudica meglio di non prevenirli nè riguardo al metodo , che vuol tenere , nè riguardo alla conclu- sione i a cui ha ideato di Condurli *, ma poco ag- giunge di peso air opinione dell'Arcivescovo di Cambray • Perchè infatti escluder affatto dall'ora- zione quello, che può molto giovare è all'oratore rispetto air ordine, e alla disposizione, e agli udì-* tori rispetto non solo siila più facile intelligenia , e memoria di ciò che ascoltano, ma riguardo an- cora al piacere , che provano , come avverte sag- giamente Quintiliano, nel prevedete vicino il ter- mine dell* orazione insieme , e della lor sofferenza , disponendosi così ad ascoltar più volentieri quello, che ancora rimane , tome con maggior coraggio prosegue il suo cammino quel viandante che dalle miglia notate nelle lapide rileva , quanta strada ha percorsa, e quanta a percorrere ancor gliene resta per giùngere al termine destinato? „ tkeficit *»- dientern certo singularium partitivi fine . non a/iter quam facientibus iter tnultum dctrabnnf foiigafkh nis notata spatia inscriptis lapìdibus ? nam et ex- haitstì laborit nosse tnensuram voluptatis est, et bortatur ad reliqua fottius exequenda sette , quan* tum supersit „ , Digitized by Google 266 che qualunque narrazione abbraccia, ó ve- ra sia, quale è la narrazione istorica, ó verisimile, qual' è T Oratoria , ò nè vera, nè verisimile, qual' è la narrazione poeti- ca, e favolosa. Della Narrazione Oratoria, come parte dell' Orazione considerata con- verrebbe > che qui facessi soltanto parola ; ma nè inopportuna, nè inucil cosa sarà, che anche della Narrazione istorica bre- vemente vi parli, tralasciando tutto quello, che alla Narrazione poetica , e favolosa ap- partiene , per non ripeter ciò che della me- desima nella Poetica abbiamo già detto .Pri- ,ma però di quello io giudico dover favellare, che a tutte le accennate specie di Narra- zione è comune, delle qualità cioè, da cui qualunque buona Narrazione debbe es- sere accompagnata. Queste voi troverete chiaramente spiegate nel citato Libro dell" Invenzione, e sono la brevità, la chiarez- za, la probabilità (a); alle quali un' altra nelle sue partizioni Oratorie Cicerone ne aggiunge, ed è la soavità; ed Aristotele nel ni. Libro della sua Ilettorica insegna f * che in ogni narrazione un' altra qualità scorger si dee , ed è la costumatezza . Ed ecco la maniera, eon la quale secondo Ci- cerone, da cui nel darvi di queste una giu- sta e chiara idea, non mi dipartirò-, ren- der si può breve la narrazione. Non deesi que- 9z ■' -t Oportet igìtur eam tres balere res , ut (ne- vi: , ut aperta , ut proba bi ti s sit .  i di Questa da più alto principio ripetere > che dall' origine stessa del fatto, nò più oltre estender di quello , che il fatto stesso ri- chieda; e ci guarderemo dall' imitar colui, il quale , come dice Orazio nella sua Poe- tica, narrar \ olendo la guerra di Troia in- cominciò dall' ovo di Leda, da cui nacque anche Elena cagione principale della me- desima guerra. Fuggir si debbono inoltre le inutili digressioni , che troppo dallo scopo principale ne allontanano, come pure le ripetizioni delle medesime cose. Niente in- somma dicasi più di quello , che è neces- sario per una chiara, e distinti cognizione - di ciò che si narra > e fuggasi la moltitu- dine non meno delle cose > che delle paro- le non necessarie (a). Là chiarezza,' che di qualunque discorso al dire di Quintiliano è il pregio principale, non mancherà cer- tamente alla narrazione , quando si fugga il parlare equivoco ed ambiguo, si adoprino parole proprie, e dà tutti intese ed usate * si notino distintamente, e si spieghino tin- te le necessarie circostanze dei fatti , e nel narrarli si segua 1' ordine dei fatti mede- simi e de' tempi e de' luoghi, in cui so- no avvenuti ; quando finalmente alla nar- razione quella dote non manchi, che si è di sopra accennata , cioè la brevità , la qua- le (a) Noti vììhus rerum non necessariarttm i quam verborum multiiudine supersedeudum est . {b) Prima autem Oratiòuis virtù* est perspicuità!: Digitized by Google 2Ó8 ;lc più d* ogni altra cosa ne rende fàcile i* intelligenza (a). Probabile poi, ò •verisimile sa rà quella Narrazione , nella* quale sem- brerà , che nulla manchi di ciò, che in uri fatto vero suol ritrovarsi (b) . Perchè adun- que sia tale , fa d' uopo conservare i ca- ratteri delle persone , cosicché non s intro- ducano a dire, ò far cose, le quali esser non possono nè dette ne fatte . Bisogna espor- re i motivi, e le ragioni del fatto, e nel tempo stesso neir autore del fatto la pos- sibilità, e la forza d' effettuare quanto narrasi essere stato da lui operato. \J op- portunità del tempo e del luogo, in cui è stata fatta V azione , sempre più probabile renderà la narrazione, alla quale aggiun- gerà nuovi gradi di probabilità, e di ve- risimiglianza la voce, e la fama comune , T altrui testimonianza, ed autorità, la sem- plicità ed il candore dello stile, la cono- sciuta probità dell' aurore medesimo della narrazione-. I quali precetti se osservar si debbono in una vera Narrazione , insegna 1' autore della Rettorica ad Erennio, tanto più doversi ciò fare in una Narrazione finta e favolosa , per darle tutta V aspetto- possibi- le » . . : - ■ r-=r *  Qttae praecepta de itevi tate sunt hoc quoque iti genere sunt conservando , nam scmper res par uni est intellecto longitudine magis , qua-m obscuritate narra t ioni s , (b) Probabili^ erit narrati» , si in ea videèuntur inette , quae solent apparere in ventate . Digitized by 269 le <U verisimiglianza (a) . La soavità della Narrazione da due cose principalmente de- riva , dalla qualità cioè di quel che si narra, e dalla maniera, onde si narra. Le cose grandi, nobili, nuove, ed inaspettate render sogliono soave la narrazione. Ma tanto più soave, e grata addiviene, quan- do le cose per se stesse grandi, e singolari espresse sono con uno purgato ed elegan- te stile, con una frase scelta ed esprimen- te, con una semplice e naturale, ma nel tempo stesso armoniosa, e piacevole dispo- sizione di parole. I Dialogismi inoltre, ò sia i discorsi, che taluno tiene, ò finge di tenere con se stesso, ò con altri , esprimen- do le vicendevoli interrogazioni, e risposte, le figure, colle quali conviene adornare, o ravvivare di tanto in tanto la narrazione, gli affetti diversi, che in essa si possono opportunamente esprimere, ( specialmente se della narrazione Poetica , ed Oratoria si parli) più d' ogni altra cosa secondo T in* segnamento di Cicerone contribuiscono alla soavità della narrazione (b). Finalmente la probità, sincerità, il buon nome del dicito- re, la decenza, e l'onestà sì delle parole, co- me *  ~ ==« {a) Si vera res erit , baec omnia conservando , eo m a gis , si fi et a . (b) Suavis antem varrai io est , quae habet ad- tniratioues , exspectat'iones , exittts inopiuatos , in- terpositos mot us auimorum, colloquia per sonar um , More$ , ir oc un di a$ , metus , laetitias , cupiditates . Partit. Orator. Digitized by Google *ne de sentimenti, V esattezza tìelf espiri-» niere, e conservare i costumi, ed i carat» teri delle persone, che s' introducono a par- lare , rendono, secondo 1* insegnamento d' ■^Aristotele, costumata la narrazione. Esposte le qualità, ed i pregj d' un'ot- tima narrazione, conviene adesso, che dopo avere alcuna cosa opportunamente accenna- ta in questo luogo intorno alia narrazione istorica, ci affrqttiamo a parlare di quella narrazione , che forma una parte del discor- so . La narrazione istorica quella essendo , che segue sempre per scorta la verità non può allontanarsi da quelle leggi , che nel IL jLibro dell' Oratore sono da Cicerone giu- diziósamente prescritte La prima legge , che osservar dee un Istoiico quella si è, di non dir cosa, che vera non sia, e di non tacer quello , che è realmente avvenuto (a) . Li- bero esser dee da qualunque passione, che indur lo potesse a favorir piuttosto un par- tito che un altro, e per conseguenza dallo spirito d'uno smoderato amor della patria, da ogni parziale riguardo per la parentela, ò per r amicizia, da ogni prevenzione con- traria , ò favorevole , che per alcuni potes- se aver concepita , essendo queste le prin- cipali cagioni, che impediscono di scoprire, e distinguere la verità > e con sincerità ma- ni- 4r ' • - ~T- n . t *• * (a) Quis nescit primsm esse historiae legem , ue fluid falsi dicere audeat , 4*i*4t »f veri fi uba | ; ■ Digitized by Google infestarla, quando anche siasi riconosciuta (a). E distinguendo, come fa Cicerone, ri- guardo all' Istoria i fatti, che si racconta- no, e lo stile» onde si debbono narrare, ri- spetto ai primi dee seguirsi esattamente dallo storico V ordine de* tempi, nei quali sono avvenuti , e non è lecito ad esso , come al Poeta, il variarlo . E se si tratta di fatti ce- lebri, e rilevanti, si debbono distintamente esporre le mire, ed i motivi, per cui furo- no intrapresi, la maniera, onde furono ese* guiti, e le conseguenze, che ne derivarono, facendo vedere, se effetti furono della pru- denza, ò del caso, ò dell'inconsideratezza, e della temerità. Conviene ancora, che di- ligentemente descriva i luoghi , ove sono le cose avvenute, e dia una cognizione chiara specialmente delle persone illustri, e famo- se, che gran parte ebbero nei fatti, eh' ei narra {b) . Riguardo poi allo stile, che richiede la nar- gz=:=: . $ (a) Ncque stupido sit gretta* in scribeudo , ne- que simultatis . (b) Rerum ratio ordinerà temporum desiderai , re- gionum descriptionem; vult etiam ( quoniam in re- bus m agni s , memoriaque diguis Consilia primum , deinde tieta , postea eventus exspectantur) et de con- siliis significari , quid scriptor probet , et in rebus gestis decUrari , non solum , quod acuivi , aut di- etimi sit , sed etiam quomodo , et cum de eventu di- catur , ut catfsae explicentur omnes vcl casus , vel sapicutiae, vel temeritatis , hominttmque ipsorum non solum res gestae , sed etiam qui fama , ac no- mine ex celi uni] de cttjusque vita, ac natura. Digitized by Google narrazione Istoria » il medesimo Cicerone insegna dover esser questo elegante sì, ma nel tempo stesso piano» semplice» e mode- rato» lontano dagli ornamenti dello stile oratorio , e molto più dallo stile pungente, ed aspro dei foro (a). Della narrazione Oratoria, la quale forma il nostro principale scopo, parlando, fa d* uopo distinguere la narrazione , che i* oratore premette alla causa, dall'altre nar* razioni che nel suo discorso inserisce, e ch$ dalle descrizioni non si distinguono. La pri- ma, che è quella* di cui principalmente si tratta, quando come parte dell'orazione la narrazione si considera» in altro non consi-» gte, che in una chiara esposizione del tat- to, da cui nasce la questione, che serve di fondamento alla causa. Così nell'orazione in favor di Milone racconta Cicerone 1' uc- cisione di Godio con tutte le circostanze, chela precedettero, e l'accompagnarono, per poter quindi dal fatto stesso rilevare ra- gioni bastanti a dimostrare , che Clodio te» «e insidie a Milons» e che per conseguenza Milone uccidendo Clodio altro non fece che rispingere la forza con la forza , ed uccide- re l'ingiusto aggressore. Così nell'orazione in favor della legge Manilia dopo l'esordio per {a) Getius Qratìonis fusum , atque tractum , ac cum lenitati quadam aequabili profluenf , fine bac judi* fiali asferitate , et sìne settfenfìaruffiforenfiumac** Uh persefucndum est , Digitized by G » per mezzo d' una breve , e chiara narrazio- ne mette al fatto il popolo Romano della guerra mossagli da Mitridate, e da Tigra- ne, e con ciò si fa strada a dimostrare la necessità d'armarsi contro questi nemici, e d* affidare a Pompeo T amministrazione delia guerra . Questi , e molti altri e* sempj , che per brevità tralascio leg- ger potete presso il medesimo Cicerone. 1/ Oratore però, come può vedersi leggen- do le orazioni di Cicerone , fa servir sempre la narrazione al suo intento, cosicché òdel tutto la tralascia, quando non è alla causa» che tratta , opportuna e necessaria , ò quel- le cose espone soltanto, che far possono a suo favore, ed accrescer peso, e forza alla sua orazione . Nè in questo soltanto si al- lontana T Oratore dalla semplicità , e fe- deltà della narrazione istorica, ma le cose stesse eh' ei narra, quanto più può, colle sue riflessioni e raziocini ingrandisce, e in queir aspetto pone, che più gli è favore- vole» ravvivando le sue narrazioni coir uso delle figure , e colla mozione degli affetti . Rifletter dovete intanto , che una tale nar- razione, sebbene abbia luogo specialmente neir orazioni in genere Giudiciale, raggi- randosi questo intorno ai fatti, dai quali nascono le questioni civili e criminali , el- la è opportuna però in ogni Orazione, a qualunque genere ne appartenga V argomen- to. Sono le orazioni in genere dimostrativo, ed esornativo una quasi continua narrazio* T ne. Digitized by Google e . Ma oltre ali esposizione dei fatti , che servono di materia alla dimostrazione, ed alle prove , può aver luogo sui principio la narrazione di qualche fatto, ò di qualche circostanza particolare, che apra V ingresso alla confermazione , e le serva di principio e di fondamento . Lo stesso dicasi dell' ora- zioni in genere deliberativo , nelle quali terrà luogo di narrazione una chiara espo- sizione del fatto, ò della materia, che ser- ve di soggetto all' orazione. L* esempio ri- ferito della narrazione, che Cicerone pre- mette, della guerra, che sovrastava all' im- pero Romano per parte di Mitridate , e di Ti- grane nell' orazione in difesa della legge Manilia, la prima parte della quale riguar- dante la qualità , e t importanza della guer- ra, è in genere deliberativo, basta per con- fermare , e schiarire quanto vi dico . Questa spiegazione del soggetto , sul quale s' ha da ragionare, è opportuna non solo, ma anche necessaria ne' sacri , e morali ragionamenti . ^ Lo spiegar con proprietà la dottrina del testo ( dice il Signor Blair ) il dare una piena e chiara contezza della virtù , b del dovere , che forma il soggetto del discorso, è propria- mente la parte didattica, ò istruttiva del predicare, e dalla retta esecuzione di questa parte assai dipende la persuasione, che viene in appresso. La grand* arte di ben riuscirvi consiste nel meditare profondamente il sogget- to, onde poterlo mettere in un chiaro, e viva punto di vista Sia il Predicatore ben per- saa- Digitized by Google a?5 sliaso, che con un opportuno , e distinto schia- rimento delle conosciute verità della Religio- ne ei potrà non solo mostrar gran merito nel comporre-, ma quel che più importa, ren- dere i suoi discorsi robusti, istruttivi, e pro- ficui n . Presso i più insigni Oratori osservar potete la pratica d'un sì importante precet- to. Leggete la Predica XXIII. del P. Segne- ri , e vedrete come si fa strada a dimo- strar 1a gravezza del delitto di chi profa- na le Chiese , con lo stabilir prima , e spie- gare il principio, e la massima riguardo al culto , con cui Iddio , benché si trovi in ogni luogo presente, e si possa, e debbasi in ogni luogo riconoscere, e rispettare li. sua adorabile presenza, vuole però esser nelle Chiese particolarmente riconosciuto, ed onorato. CAPITOLO V. Della Confermazione. Le parti dell' Orazione , delle quali vi ho finora parlato , non riguardano propriamen- te l'orazione medesima. Altro non hanno esse per oggetto, come ognun di voi ha po- tuto facilmente comprendere, che di prepa- rare l'animo degli uditori ad ascoltare con piacere ed attenzione, e con facilità in- tender ciò, dre l'orat or e è per dire. Rani- men- men- jnentar vi dovete quello, che fin dal prin- cipio di queste Rettoriche Istituzioni accen- nai, che il fine, cui l'oratore propor si dee, quello si è di convincere, e di persuader gli uditori; il qual fine ottener non poten-. dosi, che per mezzo d'una forte e ben ra- gionata dimostrazione, ne segue, che in- torno a questa debba in special modo l'ora- tore con tutta l'arte, e con tutto l'impe- gno occuparsi. Quanto io dico vien confer- mato da Quintiliano, il quale nel libro V. delle sue Istituzioni Oratorie , introducendo- si a parlare delia Confermazione dice : » Nani neque proemii, ncque narrationis est alius usus , qnam ut judicem praeparet , et status nosse , et ea 9 de quibus supra scripsimus , m- tueri supervacuum Jorety nisi ad liane perve- nir emus ». Tempo è adunque, che di questa parte dell' oraziane da noi pure si parli , la quale forma il principale scopo del discor- so. La Confermazione pertanto è quella parte dell'orazione, nella quale con chiare e convincenti prove studiasi l' oratore di persuadere gli uditori della verità di ciò, che fino dai principio si è proposto di di* mostrare . Ma* siccome restar non potrebbe- ro gli uditori pienamente persuasi, e con- vinti, se dileguate non fossero l'opposizioni degli avversari, e le difficoltà, che nascer potessero nell'animo degli uditori medesimi contro quello, che l'oratore dice; due par- ti perciò comprende la Confermazione, nel- la prima delle quali dimostra l'oratore di- re t- Digitized by Google rettamente la verità del suo assunto, indi- rettamente nell'altra, confutando, e dimo- strando false le ragioni degli avversar^ e sciogliendo le giudiziosamente prevenute difficoltà, che potrebbero essergli fatte da- gli uditori. Della prima parte della Confer- mazione , ò della dimostrazione diretta del- le proposizioni converrebbe, ch'io vi par- lassi. Ma qual cosa mai aggiunger potrei a ciò, che intorno a questo proposito avete già ascoltato? Ed in che altro consiste la Confermazione Oratoria, che nel persuade- re gli uditori della verità proposta per via di moiteb en ordinate, e adorne ragioni? Ma di questo ho già nella prima parte am- piamente favellato , accennando i fonti sì esterni che interni, dai quali gli argomen- ti si traggono, parlando delie diverse ma- niere d'esporli, ò delle diverse specie d'ar-> gomentazione , dimostrando l'uso, che di queste fanno gli oratori, e finalmente addi- tandovi il modo cf amplificare , e adornare gli argomenti stessi e le prove, onde com- pariscano in tutta la sua forza, ed atti si rendano ad espugnare, e convincere l'ani- mo degli uditori . Tutto ciò richiamate alla vostra mente, e nulla vi rimarrà da desi- derare intorno alla prima parte della Con- fermazione. Io mi contenterò d'aggiunger soltanto in questo luogo qualche osserva- zione intorno alla disposizione ed all'ordi- ne, che dar si dee alle prove Oratorie, tri diverse opinioni trovo divisi intorno a que- sto sto proposito i Retori, mentre stimano al- cuni, che dovendo l'orazione andar sem- pre crescendo, dispor si debbono in tal gui- sa le prove, che sempre alle più deboli le più forti, e le più convincenti succedano. Altri sul riflesso, che molto importa guada- gnare fino dal bel principio, e lasciar pie- namente persuaso , e convinto V uditore , so- no di parere , che i più forti argomenti aver debbano luogo sul principio , e nel fine dell* orazione , e i meno forti nel mezzo (a) . Ma 6enza esaminare quale di queste opinioni meriti d'esser preferita, potremo, a parere del medesimo Quintiliano, dare alle prove queir ordine , che sia più conforme alla na- tura della causa, che presa abbiamo a trat- tare , purché per altro V orazione da' più forti argomenti partendosi, non venga a languire , passando ai più deboli . (b) La Confutazione, che col nome di Ri- prensione viene da Cicerone chiamata, quel- la è, per cui dall'oratore si ribattono argo- mentando, e si rendono vane, ed inutili le ^ ^r- — - ■ 1 ■ 1 1 — g (a) Quaesitum etiam potentissima argumenta pri- gione ponendo sint loco , ut occupent anima* , art summo, ut dimittant y an partita primo, sammo- $ue , ut in medio sint infirma , an a minimis ere- scant . Quinti!. Inst. Orat. lib. IV. (b) Quare prout ratio causae cujusque postulabit , ordin abuntur , uno , Ut ego censeo , tantum exce- pto , ne a potentìssìmis *d hvissima decrescat ara- tio , Digitized by Google ragioni degli avversari (a\> oppure si sciol- gono le obiezioni , e le difficoltà , che da- gli uditori, ò da altri che>$ono di contras- rio sentimento, far si potrebbero contro la causa che si tratta. In divèrse maniere poi far si può questa Confutazioae > ò di- mostrando assolutamente falso ciòcche da- gli avversari si dice , ò quando sia genial- mente vero, dimostrandolo falso nel caso particolare, di cui si tratta; alle forti, e vere ragioni degli, avversar) altre opponen- done non meno forti, nè meno convincenti , ò viziosi ed ingannevoli dimostrando i loro raziocinj, e vani gli sforzi degli avversar}. Ma tra le maniere di confutare niuna ve ne ha più forte di quella , con cui V orato- re rivolge contro gli avversari quell* armi istesse, ò con quelle stesse ragioni li con- fonde e gli abbatte , di cui essi si sono serviti contro di lui. Dall'attenta lettura dell' orazioni di Cicerone meglio assai che dalld regole imparar potrete l'artifizio, la sottigliezza, ed i sali della Confutazione. Osservar dovete intanto, non esser questa necessaria , se non quando si tratta di ri- muover qualche ostacolo, che impedir po- tesse la piena persuasione degli ascoltanti, ed esser anzi affatto inutile, quando la ve- rità del proposto argomento non è da al- cu- (a) Repvehetìsio est , per quam argument*ndo ad' versar iorum confinasti* diluitnr , «ut infirmatur , aut adfevatur. a8o «uno contrastata , ed è sì evidente , che dì ftiuno può revocarsi in dubbio. Può essa farsi avanti ò dopo la Confermazione ò la dimostrazione diretta, come si rileva dair esempio de' più celebri oratori. Ma e ri- guardo al luogo opportuno per la Confuta- zione , e riguardo al modo di farla prescri- ver non si possono regole universali, di- pendendo tutto dal criterio* e dai buon di- scernimento dell'oratore, il quale deve sa- per distinguere ciò, che pòssa più contri- buire all'esita felice della sua causa. Delia Perorazione. D opo avervi bastantemente spiegata la jiatura della confermazione Oratoria, e del- le altre parti dell' Orazione y che ia prece- dono* conviene, che io mi affretti versò li conclusione ed il termine di quésta parte delle nostre Istituzioni Oratorie, favellando- vi della Perorazione, che è 1' ultima parte, e forsé la più interessante . In questa infat- ti trionfa principalmente V arte dell' ora- tore, é la forza dell' eloquenza, ed è, per cosi dire , il colpo , é 1' assalto , che décide della vittoria, e del buon esitò della causa. É' molto 1' avere per mezzo d' una bén ra- gionata, e forte dimostrazione conviriti, e' per- persuasagli uditori. Ma se dalla persuasio- ne dell' intelletto non passa 1' oratore àlli mozione degli affetti, e non giunge a gua- dagnarsi il cuore, e la volontà déglt udi- tori , ed a trionfarne , vano ed inutile ri- marrebbe in gran parte il |uó discórso . Li Perorazione dunque è un àrti£ttìds8 terminò dell' Orazione ; ò quella parte, nella quale* T Oratore riepiloga, é compendiósslmenté ripete le cose principali nel decorse* dèli* orazione diffusamente esposte j e cori mag- giore veemenza , é calore si studia di ot- tenere quei fine; che si era in tutta T ora- zione proposto. Due parti però distinguersi debbono nella Perorazione, come nelle sue partizioni Oratorie insegna Cicerone, ì' enu- merazione cioè , ò vogliàni dire V epiloga ; è r amplificazione . L'epilogo, che far si può ò avanti* ò dopo r amplificazione,* cotir éiste nella breve ripetizione de' punti prin- cipali , e de principali, e più forti argo- menti nel decorso dell' orazione àmpiàhiéii-* x te trattati, ripetizione, la quale altro nòti avendo in vista, che d' ajutare la memoria degli uditori, inutile addiviene, quando bre- ve sia il ragionamento , e dubitar non si pòssa ; che sia rimasto bene impresso' neir animo degli uditori. Che se al contrà- , fio di lunga orazione si tratti , ella è , co^ me insegna Quintiliano, non solamente op- portuna al termine dell' orazione, ma ari- cora di qualunque dei punti principali , nei quali ti è V orazione' divisa. Due redole Digitized by Google $82 debbonsi secondo il medesimo Quintiliano osservar nelT Epilogo. La prima è, che non sia troppo minuto, e non si ripeta in esso tutto ciò che si è detto , poiché al- trimenti non un epilogo , ma un' altra ora- zione dirsi dovrebbe (a) ; la seconda , che V epilogo non sia tanto semplice, nè tanto spogliato d' ornamenti, quanto la proposi- zione, e la divisione di essa , ma ravvivato, sostenuto da gravi sentenze, e dalle più belle figure variato, ed ornato (b). Di tut- te queste regole voi scorgerete manifesta- mente la pratica, e l'uso nell'orazioni de* più illustri tra gli antichi,e moderni oratori . Op* portuno mi sembra addurvi qui per esempio la Perorazione dell' orazione di Cicerone in favor del Poeta Ardua, nella quale non so- lo si vedono brevemente ripetuti i due pun- ti principali, nei quali ha divisa sul prin- cipio la sua orazione, ma giudiziosamente toccate, ed enumerate le principali prove per dimostrare, che Archia era cittadino Romano, e che quando tale stato non fosse meritava V onore della Romana Cittadinan- za: 95 Quare conservate, judiccs , hominem f udore eo, quem amicorum studiis vidctis comprolari, tum dignitate, tum edam verni- sta- * Z = — # (a) In bac quae repetemus , brevissime dicendo sunt .... nam si morabimur , non jam enumeratio , sed altera quasi fiet oratìo . (b) Quae autem enumerando videutur , cum fon» dete aliquo dicendo sunt , et aptis excitanda sen* tentiis , et figuris utique variando . Digitized by Google j state, ingenio autem tanto, quantum td con- venti existimari, quod summorum hominum ìngeniis expetitum esse videa tis ; causa vero ejusmodi, quae benefìcio legis , auctoritatc mu- nicipii, testimonio Luculli, tabulis Metellicom- probetur Nè meno bello è T epilogo, » che fa neir orazione in favore della legge Manilia, in cui si propone di parlare della necessità della guerra contro Mitridate, del- la di lei importanza e grandezza , deU* elezione d' un buon Generale atto a soste- nerla con buon esito; e dopo avere di ciò ampiamente trattato, prima di passare alla confutazione delle ragioni, che gli avver- sari adducevano contro 1' elezione di Pom- peo all' amministrazione della guerra, così riepiloga i capi principali della sua orazio- ne ; » Quare cum et bellum ita necessariurn slt , ut negligi non possiti ita magnum , ut accuratissime sit administrandum , et cum ei imperatorem praeficere possitis , in quo sit eximia belli scientia, singularis virtus, eia- rissima auctoritas , egregia fortuna; dubita- bitis 9 Quirites, quin hoc tantum boni, quod a Diis immortalibus oblatum , et datum est, in rempubl. conservandam , atque amplificandam conferatisì » Per tutti gli altri esempj, che addur potrei serva finalmente quello , che Monsignor della Casa somministra nella sua prima orazione per la Lega, nella qua- le essendosi proposto di favellare prima del pericolo, che ai Veneziani per parte dell' Imperatore sovrastava, quindi del mezzo à* evi- Digitized by Google Ì84 cavitario collegandosi col Re di Francia, e col Papa , finalmente dell' esito felice di questa lega, riduce così in ultimo alla me- moria degli ascoltanti i punti principali del- la sua orazione : » II Papa adunque , e il Cristianissimo Fè di Francia , e la magnani- ma, e forte , e fedele nazione degli Svizzeri questa elettissima città con la mia lingua ad alta voce ora chiamano, ed invocano a difen- dere la libertà d* Italia , e la sua , e a par- tire fra noi le guardie , e le vigilie, sicché noi possiamo resistere agli assalti dell' Impe- ratore* e da' suoi agguati difenderci . Non tardate adunque, e bene avventurosamente le virtuose armi con sì forte, e fedel compagnia prendete-, imperocché il pericolo, e la tempe- sta, ove la vostra salute vacilla e sommcr- gcsiy è grandissima ed inestimabile, e niuno argomento abbiamo e in ninna parte ne terra , ne porto prender possiamo per salvarne, se non quest'uno di raccozzare le nostre forze divise, e un corpo farne, e all' onde opporlo 95 . In che cosa consista poi la seconda parte della Perorazione, che , come avete udito, viene da Cicerone Amplificazione chia- mata, imparar lo potete dal medesimo Re- tore , il quale nel libro II. dell'oratore in- segna, che se tutto nell'orazione conchiu- der si dee con amplificare le cose, infiam- mare ò calmare giusta l'opportunità della, causa l' animo degli uditori , e tutto adope- rar si dee , e dirigere a muovere le loro menti, * disporle ia nostro favore* e- ai no- stri Digitized by 285 stri sentimenti richiamarle, ciò far si dee specialmente, e con maggior forza ed im- pegno al termine dell'orazione (a). Nella Perorazione adunque ha luogo principalmen- te la mozione degli affetti, e di quello in particolare, che richiede la causa, e da cui della causa medesima l' esito felice dipende . In essa perciò più che in altra parte dell* orazione opportuni sono i più vivi, e i più sublimi tratti d'eloquenza, le più belle, e le più energiche figure. Ma e degli affetti, e delle figure atte ad esprimere con tutta la vivezza gli affetti medesimi , avendovi nella prima parte diffusamente parlato-, nul- la mi rimane da aggiungere a questo pro- posito. Solo vi esorto a leggere con atten- zione le belle, e forti Perorazioni, che pres- so Cicerone specialmente incontrerete, e presso il più insigne fra' Toscani oratori Monsignor della Casa e nell' orazione a Car- lo V. per la restituzione di Piacenza ( la di cui Perorazione ho interamente riportata , e come il più bel saggio di soda, ornata, e patetica eloquenza proposta , dell' affetto di compassione favellando) e nelle due ora- zioni per la lega, della seconda delle qua- li mi ristringo soltanto a proporvi per esem- pio  Omnia autem concludenda pUrumque rehus augendis , vel infiammando judìce vel mitigando , omniaque , ettm superioribus orationis locis , tum maxime extiemo ad mentes judicum quam maxime permovendas , et ad ut aitatevi nostrani voeandas conferenda . ag6 pio r energica, ed elegante Perorazione. Ri- volgendosi egli adunque sul, fine del suo ragionamento ai Veneziani, così a prender T armi contro l'Imperatore, e a difender la patria gì* incoraggisce, e gli esorta: n Non vogliamo noi dunque un poco gli occhi apri- re , e alla salute della nostra nobile , e vene- randa patria rivolgerli, la quale le sue mara- vigliose bellezze, e le sue virginali membra miW anni e più intatte, pure, e monde sco- prendoci, mercè ne chiede, e le reti e le in- sidie alla virginità di lei da potente, e sfre- nato adultero tese lacrimosa, c dolente ne dimostra? La Religione, Vanni, gl'inganni, le lusinghe, le minacce, i prieghi, la violen- za* V Impero , la Germania, e la Spagna, e V Italia sono in punto , ed in assetto contro di noi , e schiera , e stuolo contro a questo Stato fanno, e muovono-, e ciò vede ciancino fuori che noi soli, cui il soverchio desiderio di pace ha gii occhi velati, e rinchiusi. Apria- moli adunque , e questa fredda pigrizia da noi cacciamo , e dell* accidiosa morbidezza spogliamoci, e virile animo prendiamo, poiché riè tempo ornai, Serenissimo Principe . Ricor- diamoci , che i savj , prudenti e magnanimi nostri passati renderono questo Stato di picco- lo, e dimesso ch'egli era, grande, ed eleva- to, e tale a noi lo lasciarono, quale la Sere- nità vostra lo possiede oggi, bello, ricco, e forte, è glorioso, non colla pigrizia e col sonno e con V ozio , ma con V industria , e « col travaglio, e con la virtù. E fermamente » Digitized by Google se le felici anime loro sono in parte, che es- se la. nostra lentezza, e la nostra tardanza mirino , e Z' amore , che i valorosi uomini di qua alle patrie loro portarono, dura eziandìo dopo la morte, come fa certo, essi sono ma- linconiosi, e dolenti, e solleciti delle Imperia* li forze , senza modo , e senza misura alcu- na cresciute, e moltiplicate. Anzi son io cer- to, che essi fra noi ora si seggono, e i salu- tiferi suffragi , ond y eglino nei loro tempi que- sta Repubblica a Reale altezza sollevarono, a noi ora tacitamente porgono , forte , e aspra- mente della nostra pericolosa tiepidezza, e della nostra viltà cotanto dal loro vigore , e dalla loro virtù traviata riprendendoci . Piglia- moli adunque, e i passi nostri con più solle- cito studio a quel cammino, ove segnati sono i gloriosi vestigj loro , rivolgiamo , e questa poderosa lega accettando, studiamoci di trar- re la nostra inclita Venezia di questa tacita servitù , e di recarla in suo stato, libero , e franco, acciocché, quale noi dalV onorarissime mani de nostri antichi Avoli la ricevemmo , tale ai futuri loro , e nostri discendenti ren- dere la possiamo. Dei diversi generi di Cause, e d* Orazioni- t* ine daranno a questa seconda parte al- ca- a«3 enne brevi osservazioni, che andremo fa» Cendo intorno ai diversi generi, ai quali jridur si possono tutte le cause. Il fine del nostro instituto e 1' ordine delle cose ri- chiede infatti, che dopo avere dell' Orazio^ ne e delle sue ditverse parti trattato , bre- vemente io vi parli de* diversi generi d* orazione derivanti dalla diversità delle co- se , che a trattare si prendono dall' oratore . Ed essendo dovere dell' Oratore di parlare acconciamente, ed ornatamente di qualun- que cosa , che vengagli proposta , voi veden- te , che più vasto esser non può il campo dell' eloquenza, e che tutto può esser sog- getto dell' arte Oratoria. Ma sì V orazioni, come le cose, che in esse si trattano, atre generi si riducono Giudiciale , Dimostrativo 7 e Deliberativo, Le cause forensi ò criminali quali so- no le accuse 5 e le difese di coloro, che ò realmente sono rei di qualche colpa. , ò come tali vengono falsamente supposti, ò cìviliy come quando si tratta di difendere, ò d' impugnare un diritto, un possesso, un credito, e simili , formano siccome Cicerone insegna nel primo libro dell' Invenzione , la materia- per Je orazioni di quei genere, che giudiciale si appella (<*)• Tali sono per la maggior parte le orazioni del medesimo Ci- ce- S '- — 1 i- " i — - (#) Jttdiciale est, quod pusitum in judicio hnbet in Se fiCCUSatÌQHtm , et d*fen$ÌQfjem , (tilt petit ione !h 9 9t rgeusatìonem » Digitized by Googl cerone , il quale in esse ha messo in pra« tica rutti quei precetti , che ci dà intorno alla maniera di comporre orazioni di que- sto genere. Dalla lettura adunque di esse apprender potete , quale artifizio usar deb- ba T oratore, e per guadagnarsi fin dal principio T animo dei Giùdici, e per com- parire unicamente difensore della verità , e della giustizia, senza che scorgasi in lui spirito d* odio , ò di vendetta contro il reo che accusa, ò troppa parzialità verso colui che difende, e per dimostrare con eviden- za la reità, ò 1 innocenza dell' accusato, e finalmente nel confutare tutte le ragioni contro la causa addotte dagli avversar) (a) . Le cause del foro, come vi ho fatto più V voi- »=s = Osservi per altro con molto giudizio il Sig. Blair , che sebbene anche ai dì nostri non debbasi da un legale , e da un avvocato trascurare la let- tura di Cicerone , pure attesa la maniera diversa , onde si trattavano un tempo , e si trattano adesso le cause del foro , inopportuno , e forse anche ri- dicolo sarebbe di presente lo strepito , e V ardore di quella eloquenza , che domina nelle orazioni di Demostene, e di Cicerone. Parlavano essi alla pre- senza d* un intero popolo, 6 in adunanze di mol- ti giudici composte , e si rendeva necessaria un* eloquenza , che agisse anche sul cuore degli ascol- tanti , e ne infiammasse gli affetti. Ora parlano gli avvocati ad uno, ò a pochi giudici, e basta convincerli della giustizia , e della verità . per altro una scuola anche per questi l'eloquenza, V ordine, la forza, il raziocinio, che regna nell* orazioni degli antichi oratori .  volte osservare, erano un tempo presso i Greci» e presso i Romani il soggetto, intor- no a cui d* ordinario s' occupava 1* elo- quenza, e una sola e medesima professio- ne era quella d' avvocato, e d' Oratore. Sembra adesso, che una sia dall' altra af- fatto disgiunta, e che l'arte Oratoria abbia quasi del tutto presso di noi abbandonate le cause del foro, ed in tutt' altro, che in queste s' impieghi. Poiché adunque ò non mai, ò di rado vi avverrà di dover com- porre orazioni di questo genere , stimo su- perfluo , ed inutile il trattenermi di più nell' csporvi minutamente tutti i precetti , e tut- te le regole riguardanti lo stesso genere , di cui piene sono le opere di Cicerone, di Quin- tiliano e degli altri antichi Retori intorno all' arte Oratoria . Il genere dimostrativo abbraccia tutte quelle orazioni , che intorno alla lode , ò al biasimo si raggirano, quali sono i Pane- girici , le orazioni funebri , le orazioni gra- tulatorie, T eucaristiche, ò di ringraziamen- to, ed altre simili orazioni, che uno stile più elevato, più fiorito, più elegante richie- dono che le altre , e nelle quali è neces- sario maneggiar bene quell'affetto, che, al- la natura stessa dell'orazione è più confor- me; l'ammirazione, e il desiderio della virtù nelle orazioni panegiriche , il dolore e la compassione nelle funebri, la gratitu- dine e l'amore nell'orazioni di ringrazia- mento, l'allegrezza nelle gratulatorie. I fon- Digitized by fonti poi , dai quali trar si può la materia di lode, distinguer si possono in interni, ed esterni. Gl'interni sono le virtù istesse , e le gloriose azioni del personaggio, che si prende a lodare; gli esterni poi sono la no- biltà della stirpe , la patria , le ricchezze , le dignità, gli onorevoli impieghi, e si- mili altre cose : e quando di persona si par- Ji, che tali esterne qualità non possegga, dalla stesja mancanza, e dal virtuoso di- sprezzo delle medesime trar si può argo- mento di lode , dimostrando , come senza questi esterni, e luminosi ornamenti, e con la sola virtù saputo abbia meritarsi la sti- ma , e la venerazione degli uomini . Benché poi condannar non si possa come vizioso il metodo di coloro, che nel fare L'elogio di qualche insigne personaggio seguono I" ordi- ne istorico de' fatti ; più oratorio per al- tro, più sublime, e più ragionato riesce 1* elogio medesimo, quando ad una sola pro- posizione , che della persona lodata conten- ga, ed esprima il vero e distintivo carat- tere , tutta la serie delle sue virtù , ed a- zioni si riduce, in due ò tre parti dividen- do, quando sia d'uopo, la proposizione me- desima, e disponendo in guisa le virtù, e X illustri azioni , le quali in tali ragiona- menti servono di prove, che ne dimostrino con forza , ed evidenza Ja verità . Con tut- ta ragione poi al genere dimostrativo , ò esornativo, oltre le orazioni panegiriche det- to abbiamo, potersi ridurre le orazioni di nn- Digitized by Google ringraziamento, le gratulatoria, le funebri, mentre se di queste ancora esaminar e; piaccia la natura, ritroveremo, che esse pu- re contengon sempre l'elogio delie persone, che sono 1' oggetto delle nostre congratula- zioni , de* nostri ringraziamenti, delle no- stre lacrime. E' da avvertirsi ancora, che non le persone soltanto, ma i tempi, e i luoghi, le virtù possono essere oggetto di lode, come per esempio chi intraprendesse a far V elogio della giustizia , delia filosofia , dell' eloquenza , della pittura , dell' Italia , della lingua Toscana ec. Gli stessi poi so- no i fonti, che di biasimare alcuno mate- ria ne porgono, vale a dire l'interne, e V esterne qualità delle persone, contro le quali si parla. Delle orazioni sì di lode, che di biasimo possono servirci d'esempio quelle di Cicerone in favor di Marcello, e del Poeta Archia, contro Catiiina , contro Verre, contro Pisone, contro d'Antonio. Al genere deliberativo riduconsi tutte quelle orazioni, nelle quali si tratta di per- suader gli uditori a fare una qualche cosa, ò di dissuaderli, e rimuoverli dall' intra- prenderla. Queste sono al dir di Cicerone le più difficili orazioni, e che un oratore ri- chieggono, in cui alla dottrina, ed all*elo- quenza vada congiunta 1' onestà, e la pro- bità della vita, e per conseguenza una buo- na opinione, un gran credito, ed una sin- golare autorità presso le persone , a cui par- la (a) . E poiché in tutte le azioni altro non - — „ - 1 (*) Sunt enim plernque commutila , sed tamensu- Digitized by 293 non si propongono gli uomini, che il van- taggio e la glona, affine di persuaderli a fare una qualche cosa, è necessario dimo- strare, quanto riuscir possa loro ed utile, ed onorevole. Ed all' opposto volendoli dal fare alcuna cosa rimuovere, d* uopo sarà 1* esporre con la maggior forza, ed evidenza il disonore, e i danni gravissimi, che de- riverebbero dall' intraprenderla, additando insieme i mezzi più facili , onde alcuna co- sa eseguire, ò evitare si possa, e procuran- do di togliere dai loro animi la prevenzio- ne, per cui aver potessero come troppo ma- lagevole appreso, quanto loro si propone. A questo genere come voi ben vedete ap* partengono per lo più i ragionamenti sacri , e morali, (a) nei quali d' altro non si trat- ta » =-. - - n adere ali quid , sed fame» dissuadere gravissimae fjjf.br vi de tur esse personae . Nani et sapientis est cousilium explicare sttum de maximis rebus, et bone- iti, et diserti, ut mente provi de te , auctoritate prò* bare , oratione persuadere possit . De orat. Lib. If. {a) Non so , con qual fondamento, parlando il Sig. Blair dell' eloquenza del Pulpito, decisivamen- te asserisca , esser ella d'una natura affatto distin- ta , e non potersi ridurre propriamente sotto veru- no de* tre capi dell 1 antica divisione. Ripete pur egli in più luoghi , che la Predicazione esser do- vrebbe V arte della persuasione , e che il fine, cui propor si dee un sacro Oratore , quello è di per- suader gli uomini ad esser buoni , di dissuaderli dall' esser cattivi . E non è a questa analoga , e conforme V idea, che gli antichi Retori ci danno delle orazioni in genere deliberativo , insegnando , che la persuasicne, e la dissuasione ne sono le par- Digitized by Google 294 ca, che d' istruire gli uditori intorno alle verità importanti di nostra Santa Religione * e all' esercizio d' una qualche virtù, ò al- la fuga d' un qualche vizio eccitarli. Ecco l' importantissimo oggetto , che un sacro Ora- tore non dee perder di vista giammai. A questo anzi gli è d' uopo rivolgere tutta la sua sollecitudine, il suo zelo, la sua elo- quenza. Ed io non credo inopportuno V ac- cennare in questo luogo tra le molte cose , che a conseguirlo richiedonsi, almeno le principali, e le più necessarie. Riguardano queste e la persona stessa dell' oratore , e quei che lo ascoltano, e gli argomenti che tratta, e lo stile, con cui conviene trattarli. Se in qualunque siasi oratore è neces- saria , ct>me si è detto, la probità, tanto più richiedesi questa in colui , il quale al- tro non predica , che la pratica della virtù e la fuga del vizio. Vivo, sincero, profon- do dee essere in lui il sentimento della fe- de riguardo alla verità de' principi, che agli altri inculca. Darà questo alle sue esor- tazioni un calore, e una forza superiore ne* suoi effetti a tutte tg; arti della pii dotta, ed elaborata eloquenza ;'tx) spirito di pietà par- lerà al cuore degli ascoltanti con madore ef- * =S ! — ■ * ti, e gli oggetti principali? Ci sia adunque per- messo con pace di sì eccellente scrittore di riferi- re a questo genere i sacri ragionamenti , quelli specialmente, che diretti sono alla morale istruzio- ne del popolo . Digitized by Google ... . efficacia, che uno spirito illuminato, ma non riscaldato dall'amore di Dio, dallo ze- lo per la sua gloria , per la difesa della ve- rità , per T altrui eterna salute, non pur- gato dal fuoco celeste, che arde suir altare di Dio . Non mancherà al suo favellare quella , che unzione comunemente si ap- pella, e per la quale altro non sembra do* versi intendere, che un parlar tenero, toc- cante, persuasivo, che nasce nell* oratore da una viva sensibilità per la verità, che in- culca, e da un puro ed ardente desiderio, che ne restino mossi , e penetrati del pari i tuoi ascoltanti . Faci! cosa è il compren- der da ciò, quanto necessario sia ad un sa- cro Oratore, come ho già nella prima par- te dimostrato , non solo uno studio esteso e profondo della Religione, ma una piena cognizione dell' uomo eziandio, per adat- tare alle diverse età, alle diverse condizio- ni, ai diversi caratteri le sue istruzioni, ed i suoi ragionamenti, e per interessar gli uditori, penetrando nei nascondigli del loro cuore, scoprendoli a se medesimi, quali es- si sono , e mettendoli così in istato di con- frontare con le regole del Vangelo , e della ragione la propria condotta, di correggerla, se è viziosa, di migliorarla, se buona. Un oratore, che abbia a tali cose diligentemen- te riguardo , lungi dal parlare di teatri ai contadini, di giuochi, di conversazioni, di domestici doveri alle Religiose, di frodi nel- la mercatura agli Ecclesiastici, riflettendo, eh' *9 6 ài ei parla ad un popolo composto per la maggior parte di persone non illuminate , uè dotte, si studierà di rendersi popolare, adattando alla loro capacità e le parole, e i pensieri , e perciò non solo sfuggirà le Sottigliezze scolastiche, ma aborrirà ancora la vanità , che alcuni hanno di comparire istrutti nella moderna Filosofa , e d' intro- durre ne' loro ragionamenti la Fisica , la Chimica, la storia naturale. » La stessa Logica , e Metafisica troppo raffinata ( dice in una sua nota il Traduttore di Blair ) è con- traria al vero fine dclV Eloquenza del Perga- mo y ò perchè non intesa dal comune degli uditori, ò perchè non abbastanza conducente alle pratiche verità, che più importa d' insi- nuare... Poco conforme al vero fine, che aver dee di mira il Predicatore, è la stessa Teo- logia speculativa... massimamente quella, che aggirasi sopra alle questioni scolastiche', e al- le dispute de' partiti ». Termina le sue sa- vie riflessioni con dire, che neppure ha mai sapuro approvar gran fatto le Prediche, che negli ultimi tempi son venute di moda con- tro gli spiriti fora, è gl'increduli , mentre nel popolo che accolta , neppur uno forse 6i traverà, che metta in dubbio le verità della Religione, e quando anche per caso vi si trovasse, ne troppo utile forse per lui, ed inutile sarebbe il discorso per la molti- tudine, e quasi direi ingiurioso per il so- spetto, che mostra, d'incredulità anche in -essa. Cura adunque del Predicatore esser dee Digitized by Google -9? dee solamente lo spiegar con chiarezza 1 doveri, che imposti ci sono dalla Religione, e con tutta la forza dell'eloquenza persua- der gli uditori ail adempirli. Userà a tal* uopo -di tutto il discernimento nella scelta de' soggetti, su i quali vuol ragionare, e quelli preferirà, che riescir possono più fruttuosi, e più adattati sono alle circostan- ze degli ascoltanti. Niuno dir si può elo- quente ( dice il più volte citato Inglese Scrittore ) il quale in un 1 adunanza di ta- li cose, e in tal modo favelli, che niuno ò pochi l'intendano. Il buon senso, e la probità s'uniscono nel persuadere il disprez- zo degli applausi insensati , che gì' ignoran- ti fanno a tutto ciò, che supera la loro ca- pacità . L'eloquenza va sempre accompagna- ta con l'utile*, e niuno può lungamente es- ser tenuto per buon Predicatore, quando non faccia alcun frutto. Coerentemente a questi principi meno s' occuperà egli d' uri sottile, e prolungato raziocinio, e più sol- lecito di persuadere , che di convincere i ■ suoi uditori, con maggior calore insisterà nella pratica, e à questo fine dopo un di* screto numero di prove le più utili t t lm più convincenti farà succedere gli esempi f e i fatti, di cui abondano le" sacre Scritta-* re, e gli annali della Chiesa * e mettendo con 'questi nel maggior lume le verità * e facendo del costume una viva pittura, è si* curo di fare ancora una maggiore impres- sione nell'animo de<jli uditori, che con 1* più Digitized by Google 2p8 più sottile, e studiata dimostrazione. Quan- to sarebbe ancora il discorsa più insinuan- te, più energico, e di più. facile intelligen- za, se preparato non fosse in iscritto, ma dettato estemporaneamente dalla mente e dal cuore , da una mente però , che si è in- . nanzi formata un'ordinata selva delle cose almen principali che si vogliono esporre, da un cuore riscaldato, e vivamente pene- trato e commosso dalla premessa, e seria meditazione delle medesime ì Ma una gran fecondità di cognizioni e d'idee, una gran fluidità e prontezza d'espressioni, un grand' esercizio abbisogna per ben riuscirvi . Non è lo stile l'ultimo oggetto da prendersi in considerazione da un sacro ora- tore. Dee questo soprattutto esser chiarissi- mo . Le parole inusitate , un linguaggio ri- cercato, poetico, e filosofico troppo è con- trario a quella chiarezza, che in modo par- ticolare richiede una tal sorta Ai ragiona- menti. Sarebbe desiderabile, che piacessero • per l'eleganza alle persone dotte, piacesse- ro per la chiarezza agl'ignoranti. Ma quan- do non potessero trovar»! insieme uniti que- sti due vantaggi , si sacrifichi , dice S. Ago- stino, il primo al secondo , si trascuri T or- namento, e la stessa purità della lingua, purché non ci rendiamo non intelligibili srl popolo: 95 Melius est, repre/iendant nos gram- matici, quam non intelìigant pvpuli » . Esser non dee il parlare rozzo ed incolto, ma neppure troppo fiorito ed ©legante- Gli Digitized by Google Studiati concetti, le arguzie, le sottigliezze * le oscure ed ardite metafore» la ridondan- za delle similitudini, le frasi ricercate dan- no al discorso un'aria d'attillatura, e d* affettazione, che troppo disdice in un sacro Oratore . L' eloquenza sacra richiede sempli- cità insieme, e dignità, dignità senz* gon- fiezza , semplicità senza bassezza . Quanta bène perciò ha espressi i caratteri di que- sta eloquenza S. Ambrogio nei I. libro -de- gli Ufizj , dicendo : » Oratio stt pura , sim* plex, dilucida, atque manifesta, piena gravi-- ' talis, et ponderis , non affectata degantia , sei non intermissa grada m. Osservateli eerreffia- niente , e più distintamente ancora accen- nati da S. Isidoro nel libro IL degli Ufizj ; r> Hujus sermo debet esse purtis, simplex, apertus , plenus gravitati*, et honestatis , pie- tius suavitatis , et gratiac .... unùmqueinqiie admonens diversa exhortationc juxta profes- sionem, morumque qnalitatcm , sciliect ut prae* noscat, quid, cui, quando, vel quomodo pro- Jerat Tale è appunto il linguaggio, e la stile delle Sante Scritture . La Santa Scrit- tura, come saggiamente riflette il Rollili nella sua Opera delle belle Lettere, non ci. è data per una scuola d'eloquenza, ma di virtù, e di santità. Pure quanto semplice e nobile insieme, quanta sublime, quanta patetica, quanto ricca di vive descrizioni , e d'energiche figure è l'eloquenza de sa- cri libri, e specialmente de' Profetici, de ? Cantici, de' Salmi! A questa scuola adunv  t 3°° . que, c a quella de' Padri impari un sacro Oratore il linguaggio, e lo stile, che usar debbe ne' suoi ragionamenti . Guardisi però dal difetto di coloro, i quali per far pom- pa d' un fraseggiar scritturale scelgono dal- la Scrittura appunto quelle espressioni , che dal comune degli uditori son meno intese, ò per mostrar possesso della Scrittura, e de* Padri ad ogni proposizione ancor più chia- ra, ed evidente applicano un testo per con- fermarla, che è lo stesso che in Geometria dimostrar gli assiomi . Neppure sono da imi- tarsi coloro, che empiono le loro Prediche di tali testi recati in latino senza darne la spiegazione . Non son queste parole gettate al vento per la maggior parte degli udito- ri, che non intendono un tal linguaggio? Senza parlar di quelli, che seguendo il co- stume di premettere nelle Prediche special- mente della Quaresima un qualche testo preso dal Vangelo della Domenica , ò Feria, corrente lo perdono affatto di vista, e non lo applican punto al soggetto della Predica, più riprensibile mi sembra, chi stravolge i passi della Sacra Scrittura con applicazioni , ed allusioni stiracchiate, e lontane dal ve- ro senso, non esponendo la parola di Dio, ma facendola servire alle proprie idee . Non prolungo le mie riflessioni intorno alla sa- cra eloquenza , adattandosi anche a questa la maggior parte delle regole, che l'arte Oratoria generalmente riguardano . Dell' Elocuzione. D ue sono le cose, dalle quali, al dire di Cicerone qualunque discorso risulta, le sentenze cioè, e le parole, nè una può an- dare nel discorso disgiunta dall' altra. Un vano suono senza soggetto son le parole, se niun sentimento esprimono. Privi d' or- namento, e di forza sono i sentimenti, se da un elegante parlare non siano accompa- gnati , ed espressi (a) . Niuno adunque aspirar potrebbe alla gloria della vera eloquenza, se contento d' avere con grande studio, e fatica ritrovate, e disposte con beli' ordine le cose, che servono di soggetto, e di ma- teria al discorso, niuna cura si prendesse d* esporle con quella eleganza, che si ri- chiede, perchè il discorso sia non spio con persuasione, ma con piacere ancora ascol- tato . Ne io avrei che in .parte al dovere di dirigervi nello studio della vera eloquen- za sodisfatto , se dopo avervi dell' Invenzio- ne, e della Disposizione Oratoria parlato, niente io vi dicessi dell' Elocuzione, e co- sì # ■ ~ — T zn z irz * (a) Nam cum omnis ex re, et verbis constet ora- tìo , ncque verba sedem balere post UH t , si rem sul?- traxt ìis, ncque res lumen, si verba submoveris . Digitized by Google gì quella parte tralasciassi, la quale se va del pari con le altre nella necessità , le su- pera però nella estensione , mentre propria non è ella soltanto degli oratori, ma si ri- chiede egualmente ne' poeti, negli istorici f ed in qualunque genere di composizione, che non dalla sola gravita, e sublimità. de % pensieri, nè dalla loro buona disposizione , ma dall' eleganza , e dalla proprietà, e- ziandio dell' espressioni riconosce il suo pregio. L' Elocuzione è quella parte, nella quale più, che in ogni altra spicca 1* abi- lità d' un eccellente oratore. L' Invenzio- ne, e la Disposizione, dice Quintili no all' autorità di Cicerone appoggiato marrano un uomo illuminato, e filosofo; ma Elocu- zione è per così dire la pietra del parago- ne, per cui si conosce qual sia il valore, ed il pregio d* un oratore (a). Ella è però nel tèmpo stesso a giudizio di tutti la par- te più difficile, e quando altra prova non avessimo della sua difficoltà, lo scarso nu- mero dei veramente eloquenti oratori basta per rendercene pienamente persuasi . Soleva dire M. Antonio, come dopo Cicerone ri- ferisce il medesimo Quintiliano, se aver ve- duti moki uomini facondi, ma niuno aver- ne giammai trovato, che dir si potesse elo- quente ; n Nam & M. Antonias . . . . ait, a se di- * n — — rzzz^- ■ TTfr (a) Et M. TuU'uts inveutionem qttidem , tic di~ $positionem prudenti* bominis futat , ehjuctttiam Oratori* , Digitized by Google 3°3 disertos visos esse multos, eloqucntcm omnino nemineni » . Sebbene poi la scarsezza de* buoni oratori, e la difficoltà di ritrovarne tra essi alcuno veramente eloquente , deri- vi in gran parte dalla moltiplichi delle co- se , che ignorar non si debbono da un ora- tore, T esperienza pur troppo ci fa conosce- re, scarso essere il numero di coloro , i qua- li benché di somma dottrina, e d' erudizio- ne forniti esprimano con tale eleganza , pro- prietà, e ornamento i loro pensieri, che meritino il nome d' eloquenti. Ma se lu- singare non ci possiamo di giungere al gra- do della più perfetta eloquenza , studiamo- ci d' avvicinarci ad esso per quanto è pos- sibile , e con tutto T impegno applichiamo- ci a quei precetti, che specialmente Cicero- ne ci ha lasciati intorno a Cmest* arte , da lui più che ogni altra ampiamente , e con diligenza trattata. L' elocuzione adunque secondo esso, ò qualunque altri sia V autore della Rettorica ad Erennio, in altro non consiste, che in adattar parole, e senten- ze proprie' a ciò, che si è ritrovato: 55 Elocu- tio est idoncorum v erborimi , et sententiarum ad inventionem accommodatio^ ,ò come più chia- ramente dice Quintiliano, n^ll* esprimere, ed all' orecchie degli ascoltanti esporre tut- to ciò, che si è concepito, ed immaginato neir animo, paragonando per darcene una più chiara idea V Elocuzione con V Inven- ♦ zione e con la disposizione , e dicendo, po- tersi quella ad una spada nuda , queste ad • una- r una spada riposta nel fodero assomigliare:,, Elò- qui enim est omnia , quae mente conceperis , pro- jnerc, atque ad audientes perferre , sine quo super- vacua sunt priora ( 1 invenzione cioè , e la Disposizione ) et similia gladio condito atque intra vaginam haerenti Tre parti, secondo Cicerone abbraccia V Elocuzione, V Eleganza cioè , la Composizione , la Di- gnità. L' Eleganza consiste nel!' ottima scelta delle parole, la Composizione nell* artificiosa collocazione delle medesime, la Dignità nel giudizioso uso dei traslati, e delle figure (a). Ed eccovi in breve esposto tutto ciò, che andremo in questa parte del- le nostre Istituzioni con la solita brevità, e chiarezza esaminando . DelV Eleganza. I-> a «celta delle parole , nella quale si è detto consistere V Eleganza, richiede prin- cipalmente» che le parole sieno proprie di queir 4 ~~ =) E he ut io commoda , et perfecta tres res In se balere iìebet , F.legantiam , Composttionem , Digni- tatem . Eleganti* est , quae factt , ut unumquod- que pure et aperte dici debeat Compositio est ver- korum constructio , quae facit omnes partes Ora" jionis perfolitas . Digvitas est , quae reddit orna- ta* Orattones varietatè disùn^uens . Digitized by Google 305 quella lingua, in cui si parla, ò si scrive, ed esprimano con chiarezza i sentimenti, e le idee, che si vogliono altrui comunicare, e neir usarle tutte quelle leggi si osservi- no, che proprie sono delia, lingua . Al chq sebbene giungasi specialmente applicandosi con tutto T impegno allo studio della lin- gua per apprendere tutte le regole ^ed i' modi usati di parlare, che di essa sonipiQ*? prj , e per evitare ogni incolta , e viziosa locuzione, viene per altro mirabilmente ac- cresciuta T Eleganza , secondo che insegna Cicerone nel Libro III. dell' Oratore , dalla lettura de' buoni, ed antichi scrittori Sed omnis loquendi elegamia quamquam cxpolitur scientia literarum, tamen augetur legendisOra- toribus , et Poetis . Sunt enim UH veteres , qui ornare nondum poter ant , quod dicebant ,omne$ prope praeclare locuti, quorum sermoni assue- facti qui erunt, ne cupientes quidem poterunt nisi latine loqui n . Quello che del latino lin- guaggio Cicerone insegna, dicasi ancora della nostra soave, e leggiadra Toscana favella, la quale non potremo a meno di parlare, quando anche noi volessimo , con tutta la grazia, e con tutta 1' eleganza, se per mezzo d' una continua , ed attenta lettura assuefatti ci saremo ai semplici, tersi, ed armoniosi modi di parlare, che in Dante, nel Petrarca , nel Boccaccio s' incontrano . Ecco però come riguardo alla nostra lingua si esprime Benedetto Menzini nel primo Li- bro della sua Poetica: X Sic- , ? Siccome son degli edifizj tstrutti Prime le fondamenta , il parlar bene Ha miti* altri bei pregj in un ridutti . Pria conoscer bisogna il puro argento Del Toscano Parnaso, e il pronto acume Fissar più che al difuori, al bel eli è drento . Dolce d' ambrosia, e d'eloquenza un fiume Scorrer vedrai dell 1 umil Sorga in riva*, Per quei , che è de poeti onore e lume . Nè chieder devi, onde egli eterno viva, Perchè il vivere eterno a quel si debbe Stil puro , e terso , che per lui fioriva . Perchè per poetar non ti propóni L'esempio di coloro, ond' e, che in pregio Italia vince V Europee nazioni ? « E perchè tutti i vocaboli ò sono proprj , e- sprimono cioè quell'idea, ò quella cos^» a significar la quale furono instituiti , ò sono traslati , esprimono cioè idee , ò cose diver- se da quelle , a significar le quali furono primieramente adattati, e per dare una mag- gior chiarezza , e colore al discorso si ado- prano, quali sarebbero per esempio questi: i prati ridono, i lieti campi, i detti mordaci* non essendo proprio nè de' prati il riso, uè de' campi la letizia , nè dei detti il mor- so, ma soltanto degli uomini, e degli ani- mali; tra i vocaboli proprj quelli, dice Ci- cerone, sceglier conviene ,che sono più adat- tati, ò sia più nobili, più esprimenti , ed al favellare delle persone colte, e civili, non Digitized by non già a quel della plebe conformi ; ri- guardo poi ai traslati quelli adoperare si debbono, che hanno una maggior somiglian- za con le cose , che voglionsi rappresenta- re , e che sono comunemente ricevuti , ed intesi, l'uso troppo frequente anche di que- sti, e soprattutto quelli, che fossero troppo arditi , studiandosi d' evitare (a) . Guardar ci dobbiamo inoltre non solo dall'espressioni sordide e vili, ma ancora dalle antiquate, e ornai rigettate dall'uso, cui riguardar con- viene con Orazio, come l'arbitro, e la nor- ma del ben parlare, riflettendo esser le lin- gue a continui cangiamenti soggette, come abbiamo già in altro luogo osservato, e per- ciò biasimevole addiviene V uso d' alcuni vocaboli, che un tempo fiorivano, come ne* tempi avvenire lo sarà forse di molti tra quelli , che ben suonano adesso nella bocca di tutti. Non deesi tralasciare certamente la lettura de' primi, e più antichi Scrittori, ma come dice il Menzini nella sua Poeti- ca, a guisa d'api industriose fa d'uopo co- glier da essi quel che v' ha d' elegante , e di bello, e tralasciare le aspre, ed incolte espressioni. E come sarebbe stato degno di biasimo chi a' tempi di Cicerone, d'Orazio, e di Cesare adoperato avesse il linguaggio d' Ennio ; così renderebbesi del pah ridicolo , chi ne' suoi scritti a bella posta inserisse tut- : I» propriis (iptissima eltgamus , in fransi atis sìmilitudìncm sccttti vereconde utamur alieuis . S o8 tutte l'estranee espressioni, che a. motivo della rozzezza, e povertà della nostra ancor nascente Toscana favella s'incontrano in Dante. Abbiasi perciò sempre presente 1' avvertimento , che fece per testimonianza di A. Gellio nelle Notti Attiche il Filosofo Favorino ad un giovane , che affettava il rozzo ed antico linguaggio: » Vive moribus p'aetcritis , loqucre verbis pniesentibus , 5 . Un altro difetto , che deesi con tutta la cautela fuggire, a mio giudizio, quello si è d'usare con troppa facilità voci, e ma- niere di dire nuove, ed alla nostra lingua ò a qualunque altra , di cui in parlando ò scrivendo facciamo uso, affatto straniere: difetto, che forse a danno della purezza, e maestà soave della Toscana favella si è reso tanto comune, che non di rado addi- viene, che invece del puro idioma Italiano si ascolti , e si legga non senza nausea un linguaggio oltramontano toscanizzato (a). e (a) Non è, che troppo nccessa»ia ai giovani una tal riflessione , pershè non si lascino abbagliare dall'aria seducente di novità, che hanno certe fra - si coniate altrove, ed introdotte pur troppo anche fra noi da Ufi genio, che si vanta rigeneratore fino de' tempi, e delle lingue. Si preparino i' tordi] per V edizione d'un nuovo Dizionario , il quale serva di schiarimento all'amico, che presto p»ù non s'intenderà. S" eriga una nuova cattedre, eie s'imponga il penoso, e difficile impegno di deter- minare, e spiegare il significato di certe strane voci , che si sentono risuonare a scapito ancora del- Digitized by Google 3°9 Ni penso io già, come neppure il pensava Orazio, che vietare si debba l'inventare, ed introdurre nella nostra lingua nuovi vo- caboli : v Licuit, semperque licebit Signatum praesente nota producere nomert. Sarebbe questo un voler chiudere affatto la via a nuove ricchezze, ed all'acquisto di nuovi pregj, di cui esser può ella capace , perchè ancora viva , e dominante . Ma ero- do altresì troppo necessario l'osservare in ciò le regole da Orazio medesimo prescrit- te, e sì. rigorosamente ai suoi tempi riguar- do alla lingua del Lazio osservate, che a picco! numero riducevansi le voci da Ceci- lio, da Terenzio, da Cicerone, • da altri per lo spazio di quasi tre secoli introdotte. Ecco tutte queste regole in pochi versi rac- chiuse : r> In verbi* etiam tcmiis, cautusque serendis ; E poco dopo: Si forte necesse est Indiciis monstrare reccntibus abdita rerum Fingere cinctutis non exaudita Cethegis Continget , dabiturque licentia sumpta pudenter. Dalle quali parole facilmente rilevasi, che per formare, ed introdurre nuovi vocaboli in » — 1 = ■ - » della buona pietica armonìa . Presto vedremo for- se alla luce dell'opere, che imploreranno, e mo- veranno la pazienza d'alcuno ad illustrarne il lin- guaggio con cementi più lunghi di quello , che fe- te il Landino a tinta la divina Commedia di Dante . Digitized by Google iti una lingua si richiede primieramente Uri gusto fino, e delicato: tenuis, un gusto for- \ jnato e dalla lettura de* buoni Scrittori e dalla piena cognizione della lingua, e dall* uso delle persone colte, e civili, che me- glio la parlano. Richiede in secondo luogo Orazio una gran cautela per non lasciarsi sorprendere dalle lusinghe della novità* tal- ché prima d'avanzare nuove espressioni, ben sarà l'aspettare almeno, che sieno ap- provate dall'uso delle persone sagge, ed il- luminate: cautus . Non permette inoltre T uso di nuove voci, se non quando la neces- sità lo richiede, quando cioè manchi la lin- gua di termini per esprimere una qualche cosa per T avanti ignota, e recentemente scoperta (a) , e lo permette a condizione i che * - ' — 1 " * (a) A tal fine prima d'usare un termine stranie- ro , è necessario saper bene, se la propria lingua non somministri V equivalente ; il che non fanno gli Scrittori trascurati , i quali si valgono delle stra- niere locuzioni per ignoranza delle proprie . Anche quando alla nostra lingua realmente manchi il ter" mine equivalente non si dee tosto adottar lo stra- niero , qualora con un diverso giro di frase , ò con qualche aggiunto supplir si possa agevolmente al di- fetto . ,, Così il traduttore Italiano di Blair . Afa perchè in tal caso non far uso' del termine stra- niero , scrivendolo, e pronunziandolo , come Io pro- nunziano, e lo scrivono le persone di quella lin- gua, dalla quale si prende in prestiro, ed aspet- tando intanto, che l'uso l'approvi, e lo conii se- condo il senio, e carattere della nostra, come os- serviamo aver fatto Cicerone riguardo a tanti vo-- caboli Greci ? Digitized by Google 3*t che s' adopri «empre moderazione, e riser- va nell'uso di una tale libertà: 0 Si forte necesse est Indiciis monstrare recentibus abdita rerum Fingere cinctutis non exaudita Cethegis, Continget, dabiturque licentia sumpta pudenter . Ma per qualunque regola servit ci può il beli' avvertimento di Quintiliano: » Usitatis tutius utimur , nova non sine quodam pericuto fingimus n . Deesi inoltre osservar nel di- scorso la brevità , e la naturalezza . La bre- vità consiste in questo, che più non dicaii di quello che è necessario , e perciò anche ad un lungo ragionamento non mancherà il pregio della brevità, quando niente con- tenga di superfluo, si fuggano le inutili ri- petizioni» nè si moltiplichino le parole, che hanno un istesso significato, e niente ag- giungono di bellezza, e di forza al discor- go. La naturalezza poi del parlare richiede, che in esso non comparisca troppo l'arte, e lo studio. Conviene perciò distinguere il linguaggio poetico dal prosaico, ò dall'ora- torio. Parlando i poeti come dalle Muse in* «pirati , e ripieni di un quasi divino furore s'innalzano sopra il parlar comune, e ado- prano espressioni pellegrine, grandiosi tra- slati, e vocaboli pomposi, e magnifici. Ma non altro essendo la prosa, al dir d'Ari- stotele, che una imitazione del comune, e familiare discorso, ad essa convengono sol- tanto quei vocaboli, e quelle maniere di dire, che in ogni familiare ragionamento- so- v » goglionsi adoperare. Troppo opportuno era il far qui una tal distinzione per non ca- dere nel difetto di coloro , i quali ignoran- do forse, che quasi tutte le lingue hanno . dell'espressioni soltanto alla Poesìa consa- crate, imitano a bella posta anche nella prosa il linguaggio de' Poeti, ed allora si lusingano d'aver composta un' elegante ora- zione, quando di tutte le poetiche bellezze l'hanno arricchita. Dicendo io però, che la. prosa esser dee una imitazione della lingua comune e familiare, di quella lingua in- tendo di parlare usata dalle persone colte e civili, non dalle ignoranti e volgari , do- • vendosi sempre imitare la natura in ciò, che ella ha di più puro, e di più perfetto, non già nelle sue imperfezioni . Finalmente guardar ci dobbiamo da un vano studio di parole, nè affaticarci tanto intorno alla Scelta di esse, quasiché in ciò solamente il ' ben parlare consista . Le parole esser fiori debbono nè troppo comuni, nè troppo dot- te e ricercate. La fecondità de' pensieri, la gravità, e l'aggiustatezza dei sentimenti dee soprattutto é occuparci, non vi essendo cosa più stolta, al dir di Cicerone, d'un vano strepito di parole, benché eleganti, che niun sentimento contengono, nè alcu- na cognizione ci somministrano (a). Quan- do y. - T"" Quid est eiiim tam furìosum , quam verbo- rum vt l op timor um sonitus inanis , nulla fubjecta setj te /itia 9 et scieutiaì Dlgitized by Google do si sono concepite bene, ed in tutta la * sua estensione e vivezza le cose, che t- 1 sprimer vogliamo, le idee medesime ci met- teranno naturalmente in bocca * secondo V insegnamento d'Orazio, le più adattate e- spressioni : H Vevhaque provisam rem non invita sequciitur . n CAPITOLO It « Della Composizione. N on deesi però la diligenza nostri ri-» stringere alla scelta delle parole, le quali per quanto esprimenti , e leggiadre essef possano, capaci non sono di render grato ali* orecchie degli ascoltanti il discorso, se non sieno fra loro ben coliegate , e con beli' or- dine disposte. L' ordine, e la disposizione delle parole è uno de' più bei pregj dell' eloquenza, e come non basta ad un dipin- tore, che nel suo quadro tutte le figure sie- no ben formate, e con vivi e naturali co- lori espresse , ma è necessario che sieno àncora ben disposte, ed abbiano tra loro una giusta proporzione ; così non basta ad un dicitore, che il suo discorso sia pieno di belle parole, e di scelte frasi, ma sarà sempre lontano dal meritarsi il nome d r eloquente , se le parole e le frasi non sie- no in guisa tale collocate e disposte, che giuri*  I giungano con la loro armonìa ad appagare 1' orecchie degli ascoltanti. Necessaria, ed util cosa sarà adunque, che dopo aver noi parlato della Eleganza, ò della scelta delle parole , 1* arte apprendiamo di ben collocar- le, e disporle , nel che consiste quella, che da' Retori chiamasi Composizione . E primie- ramente osservar dobbiamo con Quintiliano, tre cose esser necessarie in ogni buona Com- posizione, l'Ordine, la Connessione, e l'Ar- monìa : 55 Iti omni compositione tria sunt neces- saria* ardo* junctnra, et numerus.^ Di que- ste andremo 1 in seguito , e con la solita bre- vità favellando. DeiV Ordine. (Considerar si può l'ordine, dice il mede** simo Quintiliano, e relativamente a ciasche- dun vocabolo, e relativamente ai concetti r e sentimenti espressi con più parole Ejus olscrvatio est mvtrbis singnlis , et. contextis». Riguardo alle parole semplici, staccate, e che sole esprimono una qualche idea , deb- bono esser queste ( come abbiam detto de* sentimenti, alla disposizione de' quali quel- la delle parole dee corrispondere ) in tal guisa ordinate, che le meno forti, le men* belle, le meno nobili e grandiose preceda- no i  ho quelle, che hanno maggior bellezza, maggior forza, e maggior nobiltà, cosicché il discorso vada sempre crescendo , e da un' idea grande e sublime a più grandi, e più sublimi idee la mente degli uditori condu- ca , e sollevi (a). E tanto importante èque- sta regola, che da tutti i buoni scrittori si vede esattamente osservata , e sembra , che dall' uso di essa tutta là sua gtazia , e ro- bustezza riconosca la loró eloquenza . Per non parlare de' poeti > presso de* qUàlinon dico frequenti, ma quasi continui se ne in- contrano gli esempj , una s'ola orazione di Cicerone prendete, e questa con attenzione leggendo comprenderete, quanto per la pra- tica, e per 1' uso di questa règola si rènda il suo stile ammirabile, ornato, e sublime. Un solo periodo tratto dall' orazione in fa- vor di Marcello a considerar vi propongo, nel quale quanti sono i membri, quanti gì' incisi, tanti sonò gli esempi della pra- tica di questo precetto i » Domuisti gentes im* manitate barbaras , multitudine inniuhcrabilcs locis infinitasy omni copiar atri genere abutì- dantes ; sed tameti ea vicisti , quae et nàta* ram , et conditionem , ut vinci possente have* bant . Nulla est enim tanta vis , qttac non Jer-* ro, oc viribus debilitarli frangiqucpossìt . Ani* munì vincere, iracundiam cohibere, Vittoriani temperare , adversarium ingenio, vinate prdt- stati* (a) In bis cavendutn est , ne decrcsc. $ ora ti 9, fp fortìori ìufytngatur aliquid infirtpiuf , 3i6 Stantem non modo cxtollerc jaccntem , sed t~ iiam amplificare ejus pristìnam dignitatem v haec quifacit, cum non ego cuni summis vi- ri. s comparo , sed simillimum Deo judico w . A voi lascio il farvi le opportune riflessioni . Non deesi inoltre tralasciar V altra regola» benché meno importante, che intorno all' ordine delle parole viene da Quintiliano prescritta, ed è, che trattandosi di rammen- tar cose, delle quali alcune sono per con- dizione dell' altre più nobili, diasi col pri- mo luogo la preferenza alle più nobili , e non si dica per esempio : il suddito e il Principe ; il popolo e il Senato ; la notte e il giorno, ma bensì; il principe, e il suddito, il Senato ed il popolo; il giorno e la notte , /' uomo e la donna (a) . Con maggior di- ligenza deesi a mio parere nella disposizio- ne delle parole osservare, che non diven- gano alcune inutili, perchè posteriormente all' altre collocate. Può questo avvenire specialmente riguardo agli epiteti, quando al nome sostantivo succedono. V arte di chi compone, consiste nel tener sospesi gli animi degli uditori con V espettazione , e la curiosità d* udir quello , che si dice in appresso, e non soggiungere idee, le quali da ciò che hanno ascoltato, possono avere già concepite . A queste due cose si oppone il » - ~ # (a) Est alias ordo naturali* , ut viro* et foe- mìnas , diem ac noctem , oitum cioccatimi dicas r fotìus quam rctrorsum . Digitized by Google S 1 ? il collocare gli epiteti, ò |ìa i vocaboli di qualità dopo quelli esprimenti cose ò so- stanze, poiché, udito che hanno questi, possono nel tempo stesso avere appresa V idea delle qualità per mezzo degli epiteti posteriormente espresse, ed in tal caso di- vengono gli epiteti superflui, e V uditore non ne fa oggetto di sua particolare atten- zione. Non è però sì generale, e sì rigoro- sa una tal legge , che non ammetta ec- cezione. Spesso vi avverrà d' incontrare anche ne' migliori scrittori epiteti posti do- po i loro sostantivi . Osserverete per altro , che essi allora specialmente ciò fanno , quan- do T idea per mezzo dell' epiteto espressa è egualmente grande, ed importante, che quella dal nome di sostanza indicata. Per quello poi, che riguarda il conte- sto, ò le parole, che insieme unite forma- no un sentimento, tale dee essere il loro ordine, e la loro disposizione i che non so- lo rendano un grato suono all' orecchie , ma quello che più importa, esprimano il sentimento medesimo con tutta la chiarez- za, cosicché niuno equivoco, e niun dubbio nasca nell' animo degli uditori, e non pos- sa non essere inteso . Perchè adunque di questa chiarezza non manchino i nostri di- scorsi , ò i nostri scritti , con tutta la di- ligenza procureremo, che non sia dalla in- terposizione d' altri vocaboli turbata , e scpn- nesta la relazione, che hanno fra loro i vo- caboli stessi; che per esempio non sia dal suo Sii «no nome principile troppo lontano T epi- teto, e il verbo; che più vicini che sia possibile ai verbo» ed al nome, di cui mo- dificano diversamente il significato, accre- scendone, ò diminuendone la forza, sieno collocati gli avverbj; che tra le parole, che formano un sentimento, altre voci non s* inseriscano appartenenti ad un altro sen- timento già espresso, ò da esprimersi po- steriormente; ed altre cautele, e diligenze? si adoprino per fuggire le trasposizioni trop- po lontane dal parlar semplice e naturale, [fi) le trasposizioni strane e ricercate, le qua- »  z== (a) V uso di questa osservazione rendesi molto più necessario nella nostra lingua, ed in quasi tutte le lingue moderne. La natura di queste accorda nel- le trasposizioni una mincr libertà di quella , che scorgesi usata da' Latini, c da' Greci. Il pregio, che ha la lingua Greca, e la Latina di variare quasi in ogni caso la terminnzione de' nomi, di dare in ogni modo, in ogni tempo, in ogni per- sona una diversa desinenza ai verbi, fa sì, che a prima vista si distingua la relazione, che hanno fra loro i vocaboli , benché posti a qualche distan- za gli uni dagli altri , gli epiteti da' sostantivi , i verbi dalle persone che pli reggono, dalle cose, o c^alle persone , sulle quali cade V azione espressi fìa* verbi . Simili trasposizioni giudiziosamente fat- te rendono in tali lingue leggiadramente, e con- venientemente armoniosi i periodi senza scapito d'ella chiarezza . Mancherebbe questa ai nostri di- scorsi , quando volessimo nel giro, e nella dispo- sizione delle parole imitare V esempio de 1 Greci, * de* Latini, .come hanno facto i primi scrittori • del- Digitized by Google quali tolgono al discorso il più bel pregio f che è la chiarezza. §• IL Della Connessione. Ma „ i v«,M, , tó bono in guisa tale disporsi , che ben colle- gati essendo, e dipendendogli uni dagli al- tri vengano a formare un giro pieno, e perfetto , che appaghi , e diletti V orecchie insieme, e la mente degli uditori: » Collo- cabuntur igitur verba, ut inter se quam apris- simo cohaereant extrema cutn primis, eaque àint quam suavissimis vocibus, ut forma ipsa* con- •= — = « della nostra lingua, il Boccaccio, il Bembo, ed al- tri , che gli hanno preceduti , ò seguiti . Convien rammentarsi, che la nostra lingua, benché fra tut- te le moderne la più leggiadra, ella pure non ha nelle sue voci , che quelle terminazioni , le quali servono a distinguere i numeri , e i generi , ed ha bisogno delle non molto soavi , ed armoniose par- ticelle degli articoli, de* segna -casi, de* pronomi per indicare la relazione, che hanno le voci fra loro nel discorso . Questo ci obbliga a seguitare nella collocazione di esse un ordine più semplice , e più naturale per non renderci oscuri , e spe* cialmcnte nella prosa , accordandosi una maggior libertà d* inversione , ed un giro più artificioso e studiato nella poesia, la quale anche in questo può alquanto sopra lo stile ordinaria innalzarsi . 320 concinnità sque verborum conjlciat orbcm suum n fix questo giro pieno, e perfetto di senti-' nienti, e di parole consiste quello, che pe- riodo comunemente si appella, e dicesi giro pieno di parole, e di sentimento, perchè il concetto, e il sentimento, che in esso rac- chiudevi, dee essere talmente intero e per- fetto, che nulla rimanga da desiderarsi ne dalia mente, ne dall' orecchie degli udito- ri. Se il periodo non ha per entro alcuna posata, ed è d* una sola e semplice pro- posizione composto, semplice vien chiamato da Aristotele anche il periodo . Tale sareb- be quel del Boccaccio: „ Ninna gloria e ad un aquila V aver vinta una colomba „ . Tali pure son questi di CICERONE (vedasi); „ Nullum vffi- ciiitn reverenda grada magis est nccessa- rium Ac belli quidem aequitas sanctissime Feciali populi Romani jure praescripta est „ . Se poi il perìodo non è tutto d una tirata, ma ha i suoi riposi, ed è distinto in più proposizioni 6 parti, chiamasi allora campo- - sto, e queste parti diconsi membri, ò incisi. Membri dei periodo sono quelle parti per mezzo di due punti, ò del punto e della virgola distinte, che in se contengono uri sentimento preso separatamente perfetta, ma imperfetto relativamente a tutto il pe- riodo, perchè ancora sospeso, e non piena- mente dimostrato (a) . Più chiara ne acqui* ste- *K-» ~ $ (a) Mtwbrum orationis appellatili* res brevìter risoluta sì ne totius sententiae demoni trattone >#tiap denuo alio membro orationis excipìtur . Digitized by filerete l'idea per via d'esempi. Osservate questo periodo di Monsignor della Casa : Perocché come i figliuoli con troppa tene- rezza dalle madri allevati crescono per lo più, poco sani , e poco valorosi', ( eccovi un mem- bro del periodo, ed un sentimento in se medesimo perfetto, al fine del quale si può prendere un breve riposo, ma ancora soppe- so ; ) aggiungete V altro membro , che ne se- gue: ?5 Così la pace, con troppo amore dalle città ritenuta poco J) anca, e poco sicura es- ser suole Ed eccovi il sentimento in tut- te le parti spiegato, e perfetto, eccori l'in- tero, e ben chiuso periodo; il quale non di due membri soltanto, come è l'accenna- to, ma di tre, e di quattro eziandìo può esser talvolta composto, come voi stessi le altrui opere leggendo potete continuamente osservare ; ed allora vizioso addiviene , quan- do con la sua troppa lunghezza arriva a stancare ed il petto del dicitore, e la men- te e l' orecchie degli ascoltanti . Incisi poi diconsi quelle parole , ò unioni di parole , che sole non racchiudono un sentimento perfetto , e quantunque fra loro distinte da alcuni intervalli ò virgole, sono però sì strettamente unite , che tutte insieme un solo sentimento formano, ed un solo mem- bro , e non ammettono posa se non in fi- ne . A schiarirvene meglio la natura serva per qualunque altro esempio questo periodo del mentovato Toscano Oratore: » Percioc- ché se noi vogliamo alt altezza dell'animo Y suo 3 2a 4110 , e durOf e pensoso, e faticoso suo costila me riguardare , noi troveremo lui essere sem- pre sollecito, sempre desto, se7iipre armato , sempre intento; le quali cose, serenissimo Principe, annunziano a questo Stato, e a cia- scun altro non ozio, nè tranquillità, ne pace* ma tumulto, ed affanno, e guerra , e servi- tù w . Osservar dovete intanto, che quella parte d'uno, ò di più membri composta, nella quale resta ancor nel periodo sospeso, e non ben dimostrato il sentimento, vien chiamata da Aristotele principio del perio- do, e da Ermogene sospensione; fine poi, ò scioglimento del periodo dicesi l'altra, in cui va a terminare, ed in cui si scio- glie, e si perfeziona il sentimento medesi- mo , come dagli addotti esempi rendesi chia- ro e manifesto. Un' altra osservazione più importante quella si è, che in alcuni pe- riodi , i membri , onde sono composti , han- no tra loro una connessione tale, e gli uni dagli altri talmente dipendono, che a\er non si può un senso pieno e perfetto, se non al termine del periodo. Tali periodi riescono magnifici e maestosi , e perciò ne è opportuno l'uso, qualunque volta avven- ga di dovere esprimere qualche sublime , e grandioso pensiero, purché, come insegna Cicerone, nè sieno più brevi di quello che 1* orecchio richiede, nè più lunghi di quel- lo che il petto comporta (a). Può servire d' 4^:= ta (<t) Sec circuii** ips€ verborum sit aut hrevìor , Digitized by Google 3-3 d'esemplo questo periodo di Cicerone me- desimo nell'orazione in favore del Poeta Ar~ ch ia , ad altro proposito ancora da me riportato : v Quae cnm ita sint , petimus a vobis , judi- ccs , si qua non modo fiumana, verum etiam divina in tantis negotiis commendatio dcbcù esse, ut tutti 9 qui vos , qui vcstros imperato- res , qui populi Romani res gestas semper or- navity qui eliamhis recentibus nostris , vestris- que domesticis periculis aeternum se testimi** nium laudum daturum esse profitetur, quique est eo numero, qui semper apud omnes sancti sunt habiti, atque dicti, sic in vestram acci- piatis fidem , ut humanitatc vestra levatus po* tius, quam acerbitate* violatus esse videatur „ . Leggete anche l'altro, con cui da principio alla sua orazione dopo il ritorno dall' esi- gi io. Altri periodi troverete di varj mem- bri composti , ma questi membri sono indi- pendenti l'uno dall'altro, e ciascuno con- tiene una sentenza piena e perfetta, cosic- ché si potrebbero ancor separare, e formar- ne altrettanti periodi. Tali periodi, sicco- me oono semplici e senza artifizio, hanno luogo specialmente nelle narrazioni, e nel- le descrizioni, nelle quali debbonsi esporre le cose con tutta la semplicità. Eccovene un esempio tratto dall' orazione in difesa della legge Manilia , ove trattasi della qua- lità della guerra, che far si dovea contrp quam aures èxspectent , cut hn%ior , quam vires aut anima patUtur Mitridate: # Genus est enuh hujusmodi, quod maxime vestros animos eccitare, atque infiammare debct, in quo agitar populi Roma- ni gloria, quae vobis a majoribus cani ma- gna in rebus omnibus , tum summa in re mi- litari tradita est; agitur salus sociorum , at- que amicorum, prò qua multa majores vostri magna, et gravia bella gesscrunt; aguntur certissima populi Romani vectigalia, et maxi- ma , quibus amissis et pacis ornamenta 1 , et subsidia belli requirtfìs ; aguntur bona multo- rum civium , quibus est a vobis, et ipsorutn , et Reipublicac causa consulendum Final- mente nelle confutazioni , nel parlar senten- zioso, e quando si tratta d'esprimere qual- che gagliardo affetto, danno non poca bel- lezza, e forza al discorso 1 periodi compo- sti d* incisi. Ciò manifestamente di que- sto energico, e concitato periodo del Casa nella tante volte da me citata orazione per la Lega apparisce: » Perocché non è da aver di lei , ( della fortuna ) molta considerazio- ne , non perchè ella non abbia forza , e potè- re sopra di noi, ma perchè noi sopra di lei nè forza abbiamo, nè potere alcuno, ne in- tendere , nè persuadere , nè reggere la possia- mo; ò se pure noi vogliamo fare de' futuri accidenti alcuna stima, molto più convenevole cosa è, che noi crediamo, che+omai le mise- rie di tanti afflitti popoli, e U lacrime di tan- ti innocenti fanciulli , e le strida disperate di tante madri, di tante pulzelle, di tante vedo- ve, e ta7iti santi luoghi ripieni di sangue, di ra- Digitized by Google rapina, e di sceleratezza , c /a misera Cri- stianità guasta, e deserta^ ed in ciascuna parte per le costui mani piagata e sanguino- sa, e le persecuzioni, che egli fa ora a Santa Chiesa, h\divina giustizia abbiano mossa a frenare, ed abbattere tanto, e sì frenato, e sì incomparabile orgoglio » . Da tutto ciò voi ben comprendete, che secondo la diversa natura e qualità delle cose , c dei pensie- ri, che debbonsi esprimere, e secondo i di- versi affetti, clic eccitar vogliamo, diversi ancora esser debbono i periodi. Ai pensieri grandi, e sublimi adattar conviene periodi sostenuti e magnifici T alle cose semplici e piane, piani e semplici periodi, ad un parlar veemente, ed appassionato periodi vibrati, e concisi, ò periodi di molti senti- menti insieme aggruppati , i quali espressi con tutta la precisione, e senza interrom- pimento gli uni agli altri succedendosi ren- dono il periodo concitato ed impetuoso, co- me il richiede l'impeto, e l'ardor dell'af- fetto- , cui sfogar si vuole, e risvegliare nell* animo degli ascoltanti. Che questa sia l'ar- re maravigliosa praticata da tutti i più ec- cellenti oratori , e poeti , leggendo con at- tenzione le loro opere , e sopra di essi le più diligenti osservazioni facendo, rimaner ne potrete appieno persuasi. Voi avete fra mano l'orazione di Cicerone in difesa di Milone. Osservate meco, quanto è sostenu- to, pieno, armonioso, e perciò adattato al- la grandezza del pensiero,, c del sentimen- to 3*6 to, che racchiude, e che è quello d'ani- mare i giudici a difendere , e sostenere la causa de' buoni nella persona sua, ed in quella di Milone, quel periodo .- „ Nam si vnquam de bonis, et Jbrtibus viris, si un- quam de benemeritis civibus potestas vobis ju- dicandi Jìiit, si denique unquam locus amplisi simorum orditili m delectis viris datus est, ubi sua studia erga Jones 9 et bonos cives , quaa vultiii et verbis saepe significa ssent, re, et sententiis declararent; hoc projecto tempore eam potestatem omnern vos habetis, ut sta- tuatis 7 utrum nos , qui semper vestrae aucto-r ritaii dediti fuimus , semper miseri lugeamus , an dià vexati a perditissimis civibus ali- quando per vos, ac vestram fidem, virtutem , sapientiamque recreemur ». Piano, semplice, naturale è all'opposto quello, in cui per modo di sentenza esprime il carattere del popolo, e dei cittadini: » Nihil est emiri tam molle, tatti tenerum, tam autjr agile , aut fiexibile , quam volunlas erga nos, sensusquc civium , qui non modo improbitati irascuntur candidatorum , sed edam in recte Jactis sae-* pe fastidiunt ». Tali sono i periodi, eh© compongono la narrazione dell' uccisione di Clodio. Quanto esprimon bene l'affetto del dolore provato da tutta Roma nella morte di Scipione Affricano quei periodi vibrati e concisi, con i quali ne accompagna la ri- membranza: » Quantum luctum in hac urbe Juisse a nostris patribus accepimus , cum P. Africano domi suae quiescenti Ma notturna vis »' , Digitized by GoogI vis esset illata! Quis tura non gemuitì Quis tum non arsit dolore} Quem immortalem , si fieri posset , omnes esse cuperent, ejus ne ne- cessariam quidem exspectatamjlùsse mortem n ? Nè meno ammirabile è Orazio nell'adatta- re diversi periodi alla diversa qualità de* pensieri, e delle immagini. Poteasi per e- sempio con un periodo più sonoro, e mae- stoso esprimere la grandezza di Giove, co- me egli fa nell'ode IV. del libro Ut? n Scimus , ut impios Titanas , immanemque turmam , Fulmine sustukrit caduco, Qui tcrram inertem y qui mare temperai Ventosum , et umbras , regnaque trislia , Divosque , mortalcsque turbas Imperio regit unus aequo . Trattandosi poi d' esprimere una sempli- ce sentenza , niun periodo sembra più a- dattato di questo: „ Vis consili expers mole ruit sua-; Firn temperatam Dii quoque provehunt In majus , iidem odere vires Ojnne ntfas animo moventes. Lascio a voi il fare altre riflessioni , leg- gendo questo giudizioso, ed inimitabil Poeta, in cui quante sono le Odi, tante esser pos- sono le prove, tanti gli esempi della rego- la da me accennata. §• nr. c Dell' Armonìa. ome nella musica altro non è 1 armo- nìa , che quella grata impressione , o quel sentimento, che in noi viene eccitato dal rapporto, che hanno i . diversi tuoni fra loro, ò questi si facciano sentire nel tem- po stesso ed insieme uniti , e formino quel- lo che dicesi accordo e concerto, ò sepa- ratamente e successivamente, e producano il casto ò la melodìa; altro pure essa non è riguarlo al discorso che quel piacerete queir allettamento, che porge all' orecchie il suono distinto, e particolare degli scelti ed eleganti vocaboli, e V ottima disposi- zione, e soave unione dei medesimi, allet- tamento e piacere, senza del quale mole- sto, ed ingrato addiviene qualunque anche più. erudito discorso , e che forma perciò il più bel carattere, ed il pregio più singolare e necessario d' un buono scrittore . Due sono le cose al dire di Cicerone, che ren- dono armonioso, e grato all' orecchie il di- scorso, il suono cioè, ed il numero (a). Il suono risulta dalla qualità stessa de* voca- boli, ò delle voci, il numero poi, ò vogliam dire la cadenza, la misura, la consonanza dalla buona, loro disposizione . Per quello che (a) Dune rcs t qua e pcvmulcc.it àUYCS , souus , et *ì timer u s\ Digitized by Google che riguarda il suono,- due còse si debbono parimente osservare , il tuona cioè delle lettere, e delle sillabe, dalle quali risulta il vocabolo, e la relazione del medesimo tuono all' idea dal vocabolo stesso espressa ed eccitata neil' animo. Una 1 proprietà co- mune a tutte le lingue quella* si è di espri- mer cose di diversa natura , e quàlitàv con diversi tuoni di lettere, e di sillabe . .Que- ste! tuono diverso deriva nelle' vocali dalla maggiore, ò minore apertura della bocca nel pronunziarle . Un tuono aperto , e sonòro' ha la vocale /4, e perciò ricorrendo essa nel discorso e nelle parole , non solo è atta ad esprimere le cose grandi, maestose, e ter- ribili, come in quel verso di Virgilio: g Horrcndas canit ambage* , antroque remugit, ed in quello d' Orazio : # Dextera sacras jaculatus arce* ; ma ancora le cose liete, leggiadre, ed ame- ne, come nel verso di Virgilio : n Molila lutcola pingiù vaccinici cattha ; ed in quello: V Quid neinora Aethiopum molli cancntut lana , e ncll' altro : V Italiani, Italiani primus conclamai Achates', come pure in quello d' Orazio : ,5 Aniocnac Quos et aqttac s ubarne , et attrae . La lettera 0 hit un suono grave, e mae- stoso, ma meno aperto e chiaro de il' A - ed è perciò adattata ad esprimere c o- e gran- di >■ c maestose. Tale è V effetto 7 che la sua n- Digitiz&d by Google 33°. ricorrenza produce in quel verso cT Orazio z „ Regina longum Calliope melos, ed in quel di Virgilio; » O nimium Cado , et Pelago confise sereno . La lettera U pronunziandosi piuttosto con stringimento di labbra , e chiudimento di bocca, ha un suono oscuro, ed è perciò op- portuna, quando si tratta d' esprimere spa- vento, ululato, mormorio , e tumulto, co- me osservar si può in quel verso di Virgilio r » Tom plausiufremituq. virimi 9 $tudiisq.favcntum, ed in quello d* Orazio ; v JSccvespertinus circttmgcnut ursns ovile. Le vocali £, ed / hanno un suono dolce , benché più delicato è forse quello della lettera is, perchè si pronunzia con una inedia apertura di bocca; tenue, e schiac- ciato è il tuono della lettera 7. Ne osser- verete T effetto in quel verso d' Orazio: » Sublimi Jeriam sidcra vertice* inopportunamente, e senza fondamento can- giato dallo Scaligero in questa guisa, „ Sublimi Jcriam vertice sidcra , per la ragione, dice egli, che la lettera A in fine del verso lo rende (forse alle sue orecchie) più sonoro, e maestoso. Lo stesso dicasi delle lettere consonan- ti, delle quali altre sono più dolci, altre più aspre, e dal concorso delle quali dipende un vario suono nelle parole. Che se il suo- no delle parole corrisponde alla qualità dell' idee, e delle imagini , che con esse si espri- mono, e giunge a rappresentavle con tanta Digitized by Google vivezza, ette quasi le renda sensibili ali Orecchie ed al guardo, tanta armonìa , tan- ta grazia, e tanta forza acquista il discorso, che rapisce, e incantagli animi degli ascol- tanti. Soilo ammirabili in ciò specialmente i poeti , i quali sanno variare così bene 1* elocuzione, e la rendono sì convenevole, e adattata alle cose, che ne esprimono rni- labilmente la natura e lo spirito, imitan- do col basso e delicato suono delle parola la bassezza e la mediocrità, e la soavità de' sentimenti, e tuonando col metro, comé dice Un modèrno scrittore, e lampeggiando con le parole , quando grandi , e sublimi inal- bano lo stile. 1/ attenta lettura di Virgilio può sola convincerci d* una tale verini . Quanto opportunamente ricorre la Ietterà F, che non si pronunzia senza spinger fuori una parte d* aria, e formare una specie di vento in quel verso dello stesso poetai 3 Ceu fiamma furentìlms austri$> e nell'altro simile: )3 Loca Jbeta Jìirentibus austris, La lettera 5, la di cui pronunzia è accompa- gnata sempre da una specie di sibilo , ed è perciò da Persio chiamata Serpentina , non potevasi più acconciamente dà lui adopràre che in quel verso: , 5 Tot Efinhys àibilat hyXrié f imitando col suono ripetuto di questa lette- ra il sibilo dei serpenti attorti al capo della furia. La lettefa R , che pe '1 Silo aspro suono è è chiamata <Ia Ovidio canina, è adattatisi- ma ad esprimere il fremito, ed il furore degli uomini, e degli animali: n Fremit fwrridus ore cruento r qualunque strepito, come per esempio quel- lo , che fa nel suo cadere la grandine: ^ Crepitans salit horrida gran do r ed il mormorio, specialmente quando è uni- ta alla lettera M, ed U , come in quel ver- so di Virgilio : „ Nemorum increbrescere murmur , e nell'altro; ,ì Map.no cum murmurc montis Gratin chmstra fremunt . Dovete però osservare, che quanto di bel- lezza ha la ripetizione delle medesime let- tere, quando imita col suono il senso delle parole, altrettanto è per lo più difettosa, e perciò da 'evitarsi con tutta la diligenza, perchè produce un suono spiacente , ed in- grato. L'orecchio formato all'armonìa de* buoni Scrittori debbe esserne il giudice . Ap- pena si può pronunziare quel verso di Plau- to per T ingrata ricorrenza della lettera P : v Non potuti paucis plura piane prohqui , ed io con buona pace del Vossio non lode- rò mai , come uno de' versi più felici di Virgilio quello del libro IX. » Ceti septery. surgens sedettis amnibus altus Per tacitum Ganges , nel quale la ricorrenza della lettera S norr solo non ha alcuna bellezza, ma produce una poco grata armonìa. Da tutti questi esem-  ! serapj, e da altri che pei* brevità trala- i io, comprender potete, che l' armonìa del discorso dipende non solo dal suono delle parole, ma anche dalla loro collocazione , e che perciò adoperar sl dee tutto il giudizio , e tutto il discernimento nello scegliere quel- le , che sono più adattate, e nel collocarle in guisa, che rendano col suono quasi sen- sibili le cose, che si esprimono. Io non credo, che ad alcuno di voi sembrar possa superflua cosa, ed inutile il favellare più a lungo di quell'armonìa , che aver deve il discorso, perchè piaccia e di- letti, riflettendo con Cicerone, e con Quin- tiliano , esser noi dalla natura stessa invi- tati , e mossi a ricercarla (a). Nella verità, nella nobiltà, e grandezza dei sentimenti, nella forza delle ragioni, nell'ordine delle cose trova, e vero, principalmente il suo pascolo, e il suo diletto la niente, ma do- vendosi tutto per mezzo dell' udito comuni- care, uopo è, che una grata impressione faccia neir orecchie il discorso per mezzo dell* armonìa , senza la quale i sentimenti medesimi per quanto sublimi, e leggiadri sieno, anziché dilettare l'animo degli udi- tori divengono loro in guisa tale molesti ed ingrati, che ricusano ancor d'ascoltarli. Che se, come avete fin qui veduto, è ne- ces- {a) Natura ducimur ad modos . Auiviadverten» thtm est, cadevi tintura admonente , esse qttosdam cortes cursus , conclusiouisque verùortim . 334 cessarla una particolare attenzione riguarda al suono delle parole per isceglier quelle , che non solo più. grate all' orecchio riesco- no , ma col vario loro suono esprimono me- glio i sentimenti e l'idee, non minore es- ser dee la nostra diligenza nel collocarle, e disporle in guisa, che abbiano i periodi quel numero, quella misura, e quella ca- denza, che renda pienamente pago e con- tento l'orecchio. Di questa disposizione di parole sì necessaria per rendere numerosi, e sonori i periodi, hanno con tanta accu- ratezza parlato gli antichi Retori, che giun- ti sono a prescrivere riguardo alla prosa quelle medesime leggi di Dattili, di Spon- dei, e d' altre sorte di piedi, ò misure, che nel verso si osservano, purché non si ven- ga a formare il verso medesimo, il quale pome vizioso viene nella prosa riputato da Cicerone : » Versus enini in oratione si e$- citur , vitium est n . Senza trattenersi nella minuta osservazione di tali precetti, panni, che un solo bastar possa per tutti. Consiste questo nell'avere un orecchio così squisito e delicato, che capace sia di distinguere quel che può render soave ed armonicso, ovvero aspro- ed ingrato il periodo. E ben- ché dipenda questo da una certa armonica organizzazione, e disposizione naturale, mol- to per altro può contribuire a formarlo, e perfezionarlo l'arte e lo studio. Quest'ar- te e questo studio consiste nell'attenta let- tura de 1 migliori, e più eleganti scrittori. Ab- Digitized by ^ * Abbiate sempre fra mano gli esemplari La- tini, e Toscani, questi giorno e notte leg- gete, recitatene ancora ad alta voce i pe- riodi, sicuri, che quando assuefatto avrete 1* orecchio all'armoniosa cadenza de' perio- di di Cicerone , del Boccaccio , e del Casa , senza fatica imparerete il modo di stende- re, e di chiudere i vostri periodi con quelf armonìa, e con quella varietà, che rechi piacere e diletto agli ascoltanti. Io dissi ancora con varietà, perche difetto grandis- simo sarebbe il terminar sempre con la stes- sa cadenza, e con parole d 1 eguai misura i periodi, i quali benché armoniosi e soavi offenderebbero però con la loro continuazio- ne l'orecchio, non meno che l'unisono continuo nella musica. Questa varietà os- serverete ne' buoni scrittori , presso i quali i periodi ora vanno a terminare con parole quadrisillabe, ora con trisillabe, ora con dissillabe, e talvolta ancora con monosilla- be . A questa ragione aggiungete 1' altra an- che più importante, per cu: tanto più ne- cessaria si scorge la varietà ne* periodi , per- chè si tratta di adattarli sempre alia varie- tà de' sentimenti, e degli affetti, che suc- cessivamente si vanno esprimendo, come parlando della Connessione ho già con va- xj esempj ancor dimostrato. Della dignità delV Elocuzione . . Fra le cose, dalle quali, come fin dal pria» cipio dicemmo, la buona elocuzione risulta, quella, di cui mi resta ancora a parlare, non è certamente meno necessaria, e la me- no atta a render leggiadro, nobile, e mae- stoso il discorso. Da essa ricevono anzi le al- tre ornamento, c bellezza. Infatti per quan- to scelti ad eleganti sieno i vocaboli , armo- nica, e dilettevole la loro disposizione, ri- marrebbe sempre oscura, e senza quella gra- zia, che rapisce V animo degli ascoltanti, queir orazione, che fosse priva di dignità. Condiste questa ne' più vaghi , ed ornati mo- di di dire, dal comune ed ordinario favellare degli nomini alquanto lontani, quali sono appunto i traslati, e le iìgure . Io non saprei meglio esporvi la natura , e nel tempo stes- so la necessita di tali ornamenti , che con la bellissima similitudine da Quintiliano adope- rata . Qual bellezza avrebbe mai una statua , in cui ben formate, e disposte fossero le par- ti tutte , ma si vedesse poi tutta piana, tutta d' un pezzo da cima a fondo, col capo dirit- to, e senza alcuna piegatura, con le braccia stese, e pendenti lungo il corpo, con i piedi insieme uniti? Tale appunto sarebbe un'ora- zione spogliata degli ornamenti, che danno anima e vita al discorso non meno, che al- lo statue gli atteggiamenti de' pi<?di, delle ma* Digitized by Google frani, del volto, del capo, in mille guise va- riati, secondo la diversità de' soggetti (a). Da queste ultime parole di Quintiliano rile- var potete, di due sorte essere i traslati e le figure, di parole cioè, e di sentenze - In tatti nelle parole, e nelle sentenze tutta raggirandosi I' eloquenza, tanto a queste» che a quelle convien dare quelT ornamen- to, di cui possono esser capaci . L' ornamen- to delle parole dalle parole stesse , e dalla loro disposizione deriva, dai traslati cioè» e dalle figure di parole, cosicché tolte, ò mutate le parole ogni ornamento svanisce. Le sentenze poi riconoscono il loro orna- mento dalla sua medesima qualità , e na- tura, e dall' aria, ò modo, onde sono per mezzo delle figure espresse , talché quando anche si mutino le parole, non si muta pe- rò la figura di sentimento, ma sempre ri- mane la stessa (b) . Delle figure di senten- ze avendo io nella prima parte a lungo>, e forse più opportunamente parlato, resta so- Z lo Nam recti quidem cor por ts vel mìnima gra- tta est , nempe e Htm adversa sit facies , et bracbia demiss a , et juncti pedet , et a Summit ad ima ri- peti* opus . Flexus Me , et ut dixerim mottis dat actum quemdam effictis , quatti quidem grattarti af- feruut figurai % quaeque in sensibus , quaeque in verbi s Su ut . {b) Inter conformationem vertorum , et senten- tiarttm hr>c interest , quod verborum toltitur , siver- ba mutaveris )Sententiarum permauet, quibusque verbi s ut: yelis f la, che dei traslati, e delle figure di paro* le in questo luogo ragioni. Facile vi sarà poi il comprendere, qual differenza passi tra i traslati, e le figure, qualora vi piac- cia riflettere, che sebbene tanto queste, che quelli altro non sieno, come dicono i Re- tori, che modi di parlare lontani dall' uso comune, i traslati per altro detti con gre- ca voce Tropi, consistono in un trasporto d* un vocabolo dal proprio in un altro significato fatto con qualche leggiadrìa ; lad- dove le figure, le quali più nella colloca- zione , e vario uso de' vocaboli , che ne' vo- caboli stessi consistono, si fanno ancora con vocaboli proprii, 6enza punto cangiare il lo- ro significato, come meglio vedrete da quel- lo, che trattando in particolare di ciascun tropo , e di ciascheduna figura dirò in ap- presso. Dei Tropi, b Traslati, E per meglio intendere la natura dei Tro- pi, ò de' traslati, conviene rintracciarne con più d'accuratezza l'origine. Voi ben sapete, ( ed io già nella prima parte l'ho abbastanza spiegato ) che altro non sono i vocaboli, che segni, per mezzo dè' quali scambievolmente si manifestano gli uomini Digitized by Google Videe, ed i pensieri conceputi' nell' animo. Allora dunque dicesi usato in senso proprio un vocabolo, quando esprime queir idea, a significar la quale fu dagli uomini istituito, e da essi comunemente si usa. Che se ado- pransi i vocaboli per esprimere idee diver- se da quelle, a significar le quali furono istituiti, un tale uso dei vocaboli chiamasi col nome di tropo, ò di traslato, essendo- ché si fanno passare dal proprio significato in un altro. Così il vocabolo Riflessione fa dagli uomini adoperato per esprimere il moto d'un corpo, che in un altro urtando ritorna indietro . Ma di questo vocabolo ci serviamo ancora per spiegare l'attenzione della mente, la quale si porta a considera- re un oggetto, e da questo poi ritorna in qualche modo indietro, e ad altro oggetto «i volge. Nel primo caso la voce Riflessio- ne in senso proprio è usata, in un senso non proprio, ò traslato nel secondo. Fre- quentissimo è l'uso, che si fa dei tropi an- che ne' discorsi familiari, ed ordinai) degli uomini. Tali sono quasi tutti i vocaboli, da' quali ci serviamo per esprimere idee a- stratte, e idee di cose non soggette ai sen- si, per significar le quali quelli stessi vo- caboli si adoprano, che nella sua origine sono stati dati alle cose sensibili, e mate- riali, rendendo in qualche modo sensibili, ed intelligibili agli altri le interne opera- zioni, ed affezioni dell'animo con i voca- boli di cose sensibili e corporee, le quali han- hanno con le operazioni, ed affezioni stes- se dell' animo qualche analogìa, e somiglian- za. Così per significare la sostanza spiritua- le, che anima ed informa il nostro corpo, ci serviamo delle voci anima, spirito, che in origine altro non significano, che un soffio; ed un'aura sottiliss.ma, e diciamo inoltre profondità, estensione , capacità , li- mitazione di mente, inclinazioni* e movi- menti dell'animo, voci tutte, ed espressioni, che si adoprano per significare le diverse proprietà, ò 1 diversi stati dei corpi. Da ciò' voi ben potete comprendere, che la ne- cessita è stata la prima cagione , ed origi- ne dei traslati, poiché non avendo gli uo- mini tanta copia di vocaboli , che servir po- tesse ad esprimere tutte le loro idee, prese- ro per così dire in prestito vocaboli a si- gnificare altre idee già destinati, e si ser- virono d' immagini, e di similitudini ricava- te da cose sensibili, e materiali per spie- gare le co e invisibili, e spirituali. Da quel- lo che si dira in appresso osserverete in- fatti, che i traslati sempre racchiudono in se l'immagine, ò la similitudine. Ma ciò, che fece :o sul principio gli uomini per ne- cessita, e per scarsezza di termini, si fece poi ( dice Cicerone nel libro IH. dell' Orat. ) per ornamento lei parlare, e per diletto de- gli uditori; in quella guisa appunto, che fu- rono sul principio per difesa solo del corpo ritrovate le vesti, e quindi per aggiungere Sii medesimo ornamento, e bellezza adope- ... , ...» » j * - _ ' ra- > / « . rate (a)> Tale è il sentimento di Cicerone, cui quando adottar non si voglia in tutte le parti, e ci piaccia piuttosto non senza fon- damento pensare, che non già dalla necessi- ta derivante dalla scarsezza, e povertà del- le lingue abbiano avuto origine £ traslati, ina dalla natura medesima (b), dalla fervi- da immaginazione cioè, e dalla passione, la quale ci mette in bocca tali modi di par- lare, quando avviene di dovere esprimere qual- _ ' r=r  :* {a) Modus transfer elidi ve' hi late patet , quem iieCiSSitas gei.uit tno'pia ccacta , et angustia, post aut<m dclcctatio , jucurditasqùe celebravit . ham ut vestis frigo ìs it pei feudi causa reperto primo fast adhiberi coepta est ad ori atum etiam corpòris, et di'. luì tate vi ; sic verbi trans/atto insti tuta est itjcpiae causa ^frequentata delectatiovis . {ù) Nel principio delle Società le lingue sì tro- vano più povere di voci . Non alla sola scarsezza di queste peraltro, ma alla forte immaginazione, ed alle ^nginirde passioni de' popoli ancora incol- ti , e selvaggi dee attribuirsi in gran parte l'uso più frequente d'un linguaggio metaforico, è figu- rato. Tale , erme dice il Sig. Blair, e il carattere delle lingue Americane, e Indiane, ardite, pittore- sche, metaforiche , piene di forti allusioni alle qualità sensibili di quegli oggetti , che più li feri- scono nella loro selvatica , e solitaria vita . Un Ca- \ po degli Indiani tarla alla sua Tribù con più for» ti metafore , che un Europeo non userebbe in un poema . Che tale fosse anche V antica lingua de* Celti, sembra, che i poemi d'Ossian chiaramente il dimostrino ; e se non fossero 'abbastanza cauti i giovani nella lcttuia di essi, potrebbero facilmen- te bevervi lo stile ardito, e misterioso de' Secen- • •• tisti . * qualche Oggetto nuovo, e sublime da cui sla- mo 6tati altamente sorpresile commossi; sa- rà sempre vero peraltro, che molte volte la necessità è quella, che ci obbliga a fare uso de' traslati, mentre molte cose, quali sono tutte le insensibili , e spirituali , espri- mer non si possono dall'uomo, che con im- magini sensibili , e con similitudini . Gran- de è la forza, e l'ornamento, che aggiun- gono al discorso i traslati . Hanno essi deli* ingegnoso, dipingono sì vivamente le cose, che ci sembra averle presenti allo sguardo , e T uditore ha piacere di vedersi trasporta- to fuori di ciò che. si tratta, senza smar- rirsi. Ci offrono il piacere di vederci presen- tati insieme due oggetti senza confusione , va- le a dire Videa principale, che è il soggetto del discorso , e V accessoria , che ne è l' orna- mento. Noi veggiamo, come dice Aristotele, una cosa nell'altra, il the sempre alla, men- te è di diletto. Niente più appaga, e intertic- ne V immaginazione, che il confronto, e la somiglianza degli oggetti , e tutti i tropi sono appunto fondati su qualche relazione , ò aria- logia d! una cosa con V altra (a). Molto a- dunque importa l'esaminare attentamente le diverse maniere, onde usar si possono i traslati. E per andare con la maggior chia- rezza, ed ordine, due specie di traslati di- stingueremo , quelli cioè , che nel variato senso d'un sol vocabolo consistono, e quel- ir W Bhit T. I. Lez. XIV. Digitized by 343 li, che si fanno in più parole, e talvolta in un intero discorso. Questa distinzione di traslati accennò Quintiliano medesimo nel definirli un cangiamento, ò trasporto d'una parola, ò d'un discorso dal proprio in altro significato fatto con giudizio , e con leggia- drìa : » Tropus est verbi , vel sermonis a prò* pria signific adone in aliam cum vi r tute muta-* ' tio n . Alla prima specie riduconsi la Meta- fora , la Sineddoche, la Metonimia, la Ca- tecresi, la Metalepsi; alla seconda l' Alle- gorìa , l' Ironìa , V Iperbole , e la Perifrasi . §. I. Bella Metafora. La Metafora, Greco vocabolo, che fnx- sferimento significa, allora si fa, quando il- nom,e d' una cosa ad un' altra si adatta, che ha con quella qualche somiglianza, ò rap- porto: 5> Translatio est 9 cum verbum in quam* dam rem transfertur ex alia re, quod pro- pter similitudinem recte videtur posse trans- ferri w . Dicesi per esempio: Argentei umo- ri in vece d' acque; acceso, ed infiammato di furore, in vece di furibondo, essendovi qual- che somiglianza tra l'ardore del fuoco, e quello, che eccita nell'uomo il furore, tra la lucentezza dell'acqua, q quella dell'ar- gento. In quattro diversi modi può adope- rar- 344 farsi questo traslato; t. Quando una voce propria d'una cosa animata ad un altra pa- rimente animata si adatta. Così nel Canto VI. del 1 aradiso adatta il Poeta Dante il verbo latrare proprio sola dei cani a Bruto, e Cassio , dicendo : » H ritto con Cassio nelV Inferno latra , É nel canto V. dell' Inferno adatta a Mi- nosse il verbo ringhiare t che è parimente proprio de' cani: £ Stavvi Minosse, e orribilmente ringhia. Quanto bene col verbo advolat, che è pro- prio sol degli augelli esprime Virgilio la ve- locita d' un leone, che precipita dall' alto d' una montagna per far preda d' un toro, clie ha scorto nel piano: $ Utque leo specula cu ni vidit ab alta Stare procul campis medvantem prtfia taìirum , Advolat-, • ■ d. Quando un nome di cosa inanimata , si usa per esprimere un' altra cosa parimente inanimata, come quando dicesi: splendor dei natali fiamma a" amore ; ed il Petrarca disse; Amor, quando fioria mia speme: ben- ché sia proprio solo lo splendor della luce,' la fiamma del fuoco, il fiorir delle piante'. 3. Quando una cosa animata coi nome di cosa inanimata s' esprime . Tale è la metafo- ra di Cicerone in q ielle parole : r> Hujus lucrosissimi belli semen tu fuisti », tale è' quella di Catullo : » 0 qui flosculus es juvcnculorum ? tale quella del Petrarca; * - Digitized by Googl t • 345 0 E due folgori secondi battaglia 11 maggior, e il minor Scipio africano; presa dai libro VI, dell' Eneide di Virgilio,' dove parlando de' due Scipìoni ini siimi guisa 1' Epico Latino s' espresse: „ Oeminos duo fulmina belli* Scipiadas , claaem Lybiae. 4. Finalmente quando un nome di cosa ani- mata ad una inanimata si adatta, ed è que- sta la più frequente metàfora specialmente presso 1 poeti, e quella che più d' ogni al- tra ravviva, ed abbellisce il discorso, dan- do vita, ed azione alle cose stesse inani- mate, ed inerti. Per esprimere un luo;ro , dove non penetrano i raggi del sole, adat- ta il Poeta Dante Rei primo Canto dell' inferno il verbo tacere , che è proprio solo 5 degli animali, al. sole medesimo: „ Tal mi fece là bestia senza pace, Che venendomi incontro a poco a poco, Mi rispingeva là, dove il sol tace; éà usa la, stessa metafora nel Canto V. di- cendo : , 5 Io venni in luogo d' ogni luce muto. Quanto son belle le metafore contenute in è|uei versi di Virgilio: 55 Fior rida per latos acies Vulcania campos Ille sedens Victor fl-im mas despectat ovante* i ne' quali versi ci rappresenta al vivo la qualità delle fiamme, che producono l'in- cendio coli' idea d' un numeróso esercito ,» ecl anima le fiamme* stesse rapide tentandole' liete, e trionfanti, come un vincitore. Si- Digitized by Google nriìi metafore voi scorgerete pure in queste •spressioni dello stesso poeta : » Omnia nunc rident . . Vitio moriens sitit aerU herba . . . Stratum silet aequor Pontem indignatus Araxes» .Affinchè però sia d' ornamento al discorso la metafora, e non degeneri in ri- dicole, e troppo stravaganti, e ardite imma- gini , molte cose prescriver sogliono i Re- tori intorno all' uso di essa. Io osservo pe- lò che tutte si riducono a questa semplice regola dedotta dalla natura stessa della me- tafora, che tra le cose, dalle quali pren- donsi come in prestito i nomi, e quelle, alle quali si trasferiscono r e si adattano, deve esservi somiglianza e proporzione, e sarà sempre aggiustata, e degna d' appro- vazione la metafora, se di questa propor- zione, e - somiglianza non manchi. Infatti voi ben vedete, che una tal regola, come viziose rigetta e condanna le metafore dure, e forzate , lontane , e difficili a scoprirsi , come chi dicesse:» Syrtim patrimoni^ Carybdim honorum; scorse tutto lo zodiaco degli onori w ; come pure le metafore che hanno troppo dell' ardito , e del gonfio , quali sarebbero queste: montes belli fabricatus èst y ai bronzi tuoi serve di palla il mondo ; le metafore troppo vili, e nauseanti ,qual' è quella notata da Orazio: /àM$*^ n Juppiter hybernas cana nive conspuit alpes ; e Cicerone biasima un oratore del suo tem- po per aver chiamato stercus curiae vm suo nemico; Quamvis sit simile , dice egli, tamert est Digitized by est defbrmis cogitano similltudinis . Viziosa è pure la metafora , se è troppo oscura , e ripugnante) quale dal Muratoti vien giu- dicata, e condannata quella d' un poeta, che parlando di S. Maria Maddalena, che asciu- gò con i suoi capelli i piedi del Salvatore dal di lei pianto bagnati, e paragonando il suo crine al Tago, ed i suoi òcchj al sole, dice : » Se U crine è un Tago, e sotidue soli i lumi) Non vide mai più bel prodigio il Cielo, Bagnar co* soli , ed asciugar co* fiumi . Simile a questa è la metafora del P. Ghir- landi , il quale in un sonetto sopra una mo- naca , che entrò nel Convento degli Angeli di questa Città, seguendo V immagine d* un leone , e d* una lionessa ? conchiude il sonet- to così: „ Onde appo me raro prodigio è questo* Che gentil lionessa senza sprone Fra gli angiol corrale un ahgiol sia sì presto. Nè meno insulse, fredde, e stravaganti so- no altre sue espressioni, come quando chia* ma se stesso farfalla d y Apollo, ò dice: a Inalzò contro Lete argin 4* ambrosia. imbalsamò col miele del canto, espressioni, che s' incontrano spesso specialmente in quegli autori , che Secentisti vengono ordi- nariamente appellati, tra i quali non è mancato chi ha chiamato Davidde scettro penitente , un S. Luca pennello Evangelia^ , ed ha paragonato un S. Carlo Borromeo ali 9 ovo sodo benedetto . E qual giudizio far dovremo 4* di queste espressioni: / nitrei sdegni dei ghiaccio: I sogni pargoleggiano; j^ibai le tazze degli achei precetti, e molte altre usate da un moderno Poeta ? §. ir. Cella Sineddoche, La S^aocUe * U*U c«. M « lectio è quel traslato , per cui nominandosi una parte di qualche cosa si vuole, che in- tendasi nominato il tutto, e nominandosi il tutto prendasi come detto d' una parte sol- tanto: ^ Intellectio est, cum res tota parva de parte cognoschur , aut de toto pars w . In molte guise trovasi usato questo tropo . Tal- volta si nomina una parte per significare il tutto, come quando Virgilio nomina la Ger- mania, e i Parti soltanto per denotare qua- lunque dei popoli Orientali, ed Occiden- tali: % Aut Ararìm Parthus bibct,aut Germania Tigrim ; ed all' opposto si nomina il tutto per signi- ficare sólamente una parte, come quando lo stesso Virgilio nomina un bosco, ò una ' selva , volendo intender soltanto alcune piante : „ Viridemque ab humo convellere sylvam. Così troverete bene spesso nominata la pop- pa, e la carena d'una nave, l'antenne, ò le Digitized by Google le v^le per significare tutta intera la nave. Inoltre per denotare una cosa si nomina soltanto la ma ter a , onde ella è composta . Cesi il Petrarca in vece delle navi nomina s. Lauto 1 legni, onde son costruite: n Ni per tranquillo mar legni spalmati; c per significare il sepolcro di Madonna Laura nomina il sasso, ond' era fabbricato, e chiuso il sepolcro medesimo: p Ite rime dolenti al duro sasso, Che il mio caro tesoro in terra asconde. Così troverete presso Virgilio, e gli altri Poeti in mille luoghi in vece delle navi no- minati i pini e gli abeti, onde sono for- mate , nominato l'oro in vece delle tazze di questo metallo. Ordinario è -ancora presso efi essi il nominare la specie per il genere, ed il genere per la specie . Così si nomina il vento Euro, V Austro, l'Aquilone, lo Ze- firo per qualunque vento impetuoso , ò leg- giero: ^ Loca foeta furentibus Austris 55 Zephyro putris se gleba resolvit Così troverete nominato generalmente un augel- lo, sebbene si parli dell'aquila, ò d'un au- gello particolare: » Album mutor in aUtem»i 55 qualem ministrimi fulminis alitem w . Spes- so trovasi il singolare per il plurale , come in questo verso di Virgilio: 9 5 Depresso incipiat jam tum mihi vomere taurus In gemere , ed all'opposto il plurale per il singolare, come fa il Salvini nell' orazione in morte di Benedetto Averani: 55 Ecco in breve giro di di tempo , i/i questi cinque anni i Viviani, £ Bellini, i Corsini, i Filicaia, che io qui d % elo- gj non fregio, perchè sufficiente elogio si è il rammentarli, sono da questa nobile adunan- za , e da questa vita spariti » . Finalmente in vece degli antecedenti si pongono i con* seguenti , come fa in quei versi Virgilio 9 dove per il declinar del giorno, ò per la sera, esprime di questa declinazione , ò del- la sera i segni, e gli effetti: nEtjam stimma procul villarum culmina fumante Majoresque cadunt aids e montibus umbrae > ed all' opposto in vece de' conseguenti si e- sprimono gli antecedenti, come fa il Pe- trarca : „ Quando il pianeta *, che distingue V ore Ad albergar col Tauro si ritorna , Cade virtù dall' infiammate corna , Che veste il mondo di novel colore. ■ §• in. 9 Della Metonimia, ò fpallage* D icesi da Greci Metonimia, ò Ipallage, e dai Latini denominano quel traslato, per cui i. in vece dell'effetto, ò di qualche ope- ra', ò ritróvamento si esprime la causa , V autore, e V inventore del medesimo, come quando si nomina Marte cagione, e princi- pio della guerra per la guerra medesima ; quan- Digitized by Google qùando si nomina Bacco , Cerere, l'albero di Pallade , e Pallade stessa in vece del vi- no, del grano, dell'olivo, dell'arti, e del- le scienze, delle quali cose tali Dei furono secondo la favola gli inventori; quàndo si nomina Platone, Aristotele ce, in vece del- le opere da essi composte ; a. in vece della causa si esprime l'effetto, come quando si nomina il pallore dei volto, il tremor del- le membra effetti di timore e di spavento, per significare il timore, e lo spavento me- desimo, il vigor delle forze, la prima la- nugine , che comincia ad ombrare le guan- ce, per significare l'età giovanile; il crine canuto e la rugosa fronte, per denotar la vecchiezza; 3. quando si nomina il conti- nente in vece del contenuto , come le tazze in vece del liquore, onde son piene, la cit- tà in vece dei cittadini , l' Italia , e la Gre- cia in vece degli abitanti di queste Provin- cie; quando all'opposto si prende il conte- nuto per il continente , come le acque sal- se per il mare, le stelle per il Cielo, i na- viganti per la nave ; 4- in vece della cosa posseduta si nomina il possessore, come fa Virgilio nel II. libro dell' Eneide, dove in vece della Casa d'Ucalegonte nomina Uca- legonte medesimo: » Jam proximus ardet Ucalegon w ; ò come farebbe chi dicesse, spo- gliare 9 ò dilapidare Apollo, o Marte , o Dia- na, in vece dei templi loro consacrati; 5. in vece degli uomini virtuosi, ò viziosi si no- mina il vizio, ò la virtù. Così perciò si e- spri- aprirne Cicerone: n r »w ignavia, cum Incu- ria, cimi amcntia decertandum est , 5 ; e Fe- dirò in una delle sue favole dice: 35 rerum est aviiitas dives , et pauper pudor - f 6. finalmente si nomina il segno in vece della cosa da esso significata, come i fasci, e le scuri per il consolato, ò generalmente per la pubblica autorità, l'olivo per la pa- ce, l'aquila per l'impero. Dalle q-.iaU cose manifestamente si scorge, che la Metoni- mia, come insegna l'autore della R erronea ad Erennio, altro non è che un traslato, per cui nominandosi una co*a un'altra se ne vuole denotare, che ha con quella qual- che affinità, ò relazione: Denomriario est, quae a propinqui* , et finiti rebus tra hit prationem qua passit vitellini rcs, quae non suo vocabulo sit appellata 9) . § iv. ■ Della Catacresi. Cj^uando per significare una cosa ci ser- viamo d'un nome, che non le può conve- nire, ma è proprio d' un altra, cosicché sem- bra un abuso, e un parlare improprio, un simile tramato si appella Catacresi, che al Latino vocabolo abusio corrisponde (j) . Cor ' _ U) Abusio est , quae verho simili, et propinquo fro certo , et probrio abutitur . > * Digitized by Google si chiamò Virgilio cavallo quella macchina, che fabbricarono i Greci sotto le mura di Troja , quantunque cavallo non fosse , ma ne avesse sol la figura: » Equum divina Pai* ladis arte aedificant », ed Orazio si servì del verbo equitare sì per esprimere il tra- stullo de' fanciulli nel correre sopra una canna , ò un bastone , come se fosse un ca- vallo : equitare in arundine longa, che lo scorrere impetuoso, e furibondo delle fiam- me per un bosco , ò dell* turo per il mare : » Ceu fiamma per taedas , vel Eurus Per icitlas equitavit undas . Così abusivamente dicevasi dai Latini par* ridda anche uno, che ucciso avesse il fra- tello, ò la madre, sebbene ali'uccisor del padre un tal nome solo convenga, trovan- dosi di rado usati i nomi di matricida, e ài fratricida* A questo traslato riducesi an- cora T uso improprio , che si fa talvolta da* poeti d'alcune espressioni, le quali hanno un significato totalmente diverso , come quando Virgilio adopra il verbo sperare, sebbene di cosa parli , che piuttosto temere si suole, ed aborrire, dicendo: » Hunc ego si potui tantum sperare dolor em? A a §. 334 L §. V. Della Metalepsi. a Metalepsi detta dai Latini participatio , si fa, quando una proprietà, che ad una cosa conviene, si attribuisce ad un'altra, come quando «i dice dell'effetto ciò, che è propriò sol della causa . Chiamò infatti Vir- gilio opaco il freddo: » Frìgtts captamus opa- cum £, epiteto, che conviene solo all' om- bra, ò al luogo ombroso, cagione del fre- sco; chiamò atro, ò nero il terrore: « Ca- ligantem nigra Jbrmidine lucum w , epiteto, che è proprio solo del* bosco, che con la sua oscurità cagiona terrore. Si usa ancora questo traslato , quando per significare una cosa un'altra se ne nomina, ma così lonta- na, che conviene passare come per diversi gradi prima di giungere all' intelligenza di ciò, che si vuole significare. Ne abbiamo un chiarissimo esempio in Virgilio nell* Ecloga prima , dove per dire secondo qual- che interprete, che dopo alcuni anni torna- to sarebbe a rivedere i suoi campi , si espri- me così: 9) Post aliquot mea regna vidcns mirabor arisths . Ognun vede, che per giungere all'intelli- genza di questo passo bisogna far tutto que- sto discorso: Per le spighe s'intende la mes- se, per la messe l'estate, per Testate ( pren- dendosi la parte pe '1 tatto ) s' intende l 1 anno, ed in tal guisa si giunge a compren- de- Digitized by Google 3oS dere , che per le spighe altro non ha volu- to esprimer Virgilio, che gli anni, dopo i quali tornato sarebbe ai proprj campi. Neil* istessa guisa, sebbene in una maniera me- no lontana dal vero significato , si dice : do- po molti soli: dopo molte lune-, per significa- re gli anni , ed i me«i > e con i vocaboli desiderium, desideror esprimevano i Latini la morte di qualche persona cara, la per- dita, e la mancanza di qualche cosa. i i §. VI. Dell' Antonomasia . T ' V-j Antonomasia poi è quel traslato, per cui irt vece d'usare il fiome proprio d'una persona , s' adopra un nome comune , come quello della nazione , quello della professio- ne, in cui taluno si è reso eccellente, ò quello, che per qualche illustre impresa ta- luno si è meritato. Dicesi per esempio Poe- nus , ò il Cartaginese in vece d'Annibale; Citerea , Nume Delio in vece di Venere , e d'Apollo, il Poeta in luogo d' Omero, ò di Virgilio, ò di Dante , V Oratore d! Arpino , ò il Principe della Romana Eloquenza per Cicerone , il Legislatore d' Mene , ò di Sparta per Solone , e Licurgo; il disrruttor di Cartagine, e di Numanzia per il secon- do Scipione Affricano. E4 all'opposto si usa un un nome proprio per un nome comune, e dicesi per esempio un Aristarco per signifi- care generalmente un critico ò un censo- re , un òardanapalo per denorare un uomo voluttuoso i un Iroy ed un Creso per un uo- mo ò estremamente povero, ò sommamente ricco, un Mecenate per un protettor dell' arri, e delle scienze, un Catone per un uo- mo di vita austera» e d'uno spinto Repub- blicano , e simili. Dicesi Allegoria – cf. H. P. Grice, “Philosophical eschatology”: Lewis’s allegory of love, parable, and metaphor -- da' Greci, e da' Latini Permutatiti quella metafora, per cui 1' ora- tore , ò il poeta esprime colle parole una cosa, e vuole, che un' altra se ne inten- di . In due maniere trovasi questa dagli oratori, e da' poeti adoperata. Talvolta el- la e di metaforiche espressioni tutta com- posta, talvolta di parole in parte metafo- riche, e in parte usate nel suo senso pro- prio, e cornane. Della prima specie d' Allegorìa due bellissimi esempi abbiamo da Ora- zio noli' odi XV. e XVI. del libro primo, nella prima delle quali sotto l'allegorìa d'una na- ve *=— - j   Perwutr.tìo est ovatto aliud veròii , aliti J se u- tentici significati* . Digitized by GoOfil ve annunzia ai Romani i pericoli , e' le calamità, cui di nuovo sarebbero stati sog- getti , se sofferto avessero , che Augusto dal governo di Roma si dimettesse: 0 navi.s re- Jerent in mare te novi fluctus . Nella secon- da con T esempio di Paride , che forma ìL soggetto di tutta 1' ode, si studia di ri- muovere Antonio dalle sue corrispondenze con Cleopatra, e dalle guerre civili „ Pastor cum traheret per j reta navibus Idaeis Helenam perfidus hospitam ec. Il sentimento di Quintiliano, che riconosce in queste due odi una continuata allegoria e le propone per esempio della medesima, sembra doversi preferire a quello di M. Da- cier, che non le vuole allegoriche, e ca- ratterizza, come un mostro, un' allegorìa che occupi un' intera composizione . Nè me- no belle sono le allegorie , onde è compo- sta quella canzone del Petrarca, che co- mincia: Standomi un giorno solo alla finestra , nella quale sotto 1* immagine d* una fiera da due veltri inseguita , e morsa , <T una nave ricca di merci, e da una tempesta sommersa, d' un bel lauro fulminato, e svelto dal suolo , d' un chiaro fonte ad un tratto in profondo speco assorbito , d* una vaga Fenice , che vedendo disseccato il fon- te, e svelto il lauro volse contro se stes- sa il rostro, e sparì, d* una leggiadra don- na, che punta da un serpente nel piede languisce finalmente, e muore, sotto que- ste immaginilo dico , leggiadramente espresse 358 ie parla della morte di Madonna Laura « Ma poiché troppo lungo sarebbe riportarla qui intera, a leggerla di per voi stessi vi esorto, e vi pongo intanto sotto degli oc- chi un altro esempio non meno bello, che il medesimo Poeta ne somministra nel pri- mo capitolo del Trionfo d'Amore, dove sot- to V immagine d' un trionfante Duce Amo- re descrivendo, dice: „ Vidi un vittorioso, e sommo Duce Pur come un di color , che in Campidoglio Trionfai carro a gran gloria conduce, Quattro destrier viepiù che neve bianchi, Sopra un carro di Jìtoco un garzon crudo , Con arco in mano , e con saette ai fianchi* Contro lo qual non vale elmo, nè scudo, Sopra gli omeri avea sol due grand' ali Di color mille, e tutto V altro ignudo, intorno innumeràbili mortali, Parte presi in battaglia , e parte uccisi , Parte feriti da pungenti strali. In sim il guisa sotto V immagine d' una lonza, d* un leone , e d' una lupa descrive Dante nel 1. Canto dell' Inferno i tre vizj princi- pali, che maggior guerra fanno all' noma nel suo cammino per V oscura , ed aspra sei-' va del Mondo, la lussuria cioè, la superbia, e T avarizia , e parlando di (Juest' ultimo vizio sotto V immagine d* una lupa, dice : 55 Ed una lupa, che di tutte brame Sembrava carca con la sua magrezza, E molte genti già fe viver grame -,  E poco sotto: w Ed ha natura sì malvaggia, e ria, Che inai non empie la bramosa voglia , E dopo il pasto ha più fame , che pria . D' un'allegorìa mista servir possono d' esem- pio . e la prima strofe dell' ode XV. del li- bro TV. in Orazio: n Phoebus volente m praelia me loqui > Victas et urbes increpuit lyra, Ne parva Tyrrhenum per aequor V eia darem ; e tutta l f Ode VI. del Libro V., che co* mincia : w Quid immerentes hospites vexas canis » ; e tra le molte, che presso Cicerone &' in- contrano, quella dell' Orazione contro Pi- Sone : » Neque iam fui timidus , qui cum in maximis turbinibus , 'ac fluctibus Reipublicae navetn gubcrnasscm , salvamque in portu col- locasscm , frontis tuae nubeculam , aut colle- gae tui contaminatnm spiritum perhorrescerem. Alios ego vidi ventos , alias perspexi animo procellas , aliis impendentibus tempestatibus non cessi ». Un grande ornamento 1 del discorso sono le allegorìe,' dice Cicerone, ma perchè tali sieno fuggir si dee 1' oscurità , e pro- curare, che 1' allegorìa non divenga un e- nimma(rt). Nè meno importante c T osser- va-  = , ssa — •. 1  « {a) Intendasi qui dell' enimma , che per la su 1 troppa oscurità non intelligibil si rende , e non di quegli enimrai , ò indovinelli fatti con ingegno, e con ▼azione , che fa Quintiliano , insegnando # che comin> iato con un' allegorìa un senti- mento , ò un discorso, nella medesima al- legorìa si dee continuare e finire , e non pa-sare per esempio dall' allegorìa d* un in- cendio a quella d* una tempesta -Ma soprat- tutto guardar ci dobbiamo dalle ridicole , troppo lunghe, male adattate, ed insulse al- legorìe, che si trovano specialmente negli scrittori , che detti sono del Secento , tra i quali il nostro P. Momigno sull' allegorìa <f un giardino lavora tutto il suo Panegi- rico dell* annunziazione di Maria , impie- gando la prima parte nel parlare delle fon- damenta di questo giardino , e chiamando da diverse provincie della terra diversi santi Scrittori , altri per gettarne da abili archi- tetti le prime pietre, ed altri ad alzarne le facciate , proponendosi nella seconda parte di volerne odorare il fiore, che è fa vergi- nità d: Maria , e di gustarne nella terza il frutto , che è il Verbo incarnato. g— === * co«i giudizio, ne' quali il srnso trasparisce f:cil- rot-nte a traverso la figura adoprata per adombrar- lo, e che sono tante allegorìe. Tante allegorìe erano pure ne' tempi antichi le istruzioni, come x flette il Sig. Blair, e quelle, che noi chiamiamo favole , v Ò parabole , nelle quali per mezzo di pa- role, ò d'azioni attribuite alle bestie*, ò alle cose inanimate fìguransi le operazioni degli uomini, e cuelh che dicesi moralità, è il senso letterale d ir allegorìa . Digitized by Google $. viti. Dell' fperbote * N lente sembrami di dovere aggiunger* in questo luogo riguardo ali* Ironìa , aven- done già nella prima parte bastantemente trattato. Passo perciò senza più a spiegarvi che cosa sia l'Iperbole, e la Perifrasi, giac- ché tanto T una che V altra viene da* Re- tori fra 1 traslari comunemente risposta, quan- tunque rigorosamente parlando non fra i traslari, ma piuttosto tra le figure annove- rar si dovrebbero, mentre in esse non segue àlcun trasferimento di parole dai proprio in un altro significato, ma da parole risaltano prese nel svio senso proprio , e naturale L* Iperbole infatti, nome che al latino super* latto corrisponde , quella è , che ingrandisce ed esagera , ò estenua ed avvilisce taimen* te le cose, che più grandi, ò minori com- pariscano di quello, che sono in realtà : # Superiamo est orati) superati s ventatali ali* cuj u s augtiiìdL minuendique causa .Questo è ciò, che si la anche negli ordinar) discorsi degli uomini , i quali quando d* oggetti si trat- ta, che sorprendono per la loro singolare bontà e grandezza, ò per la loro bassez- za e deformità , si abbandonano ali* im- maginazione, ed alla passione , e sembra lo- ro di non presentarli mai abbastanza in quelL* appetto , in cui li dipinge alla loro mente la. passione , e 1' immaginazione medesima, e e perciò si studiano d* ingrandire quanto più possono, e di portare all' eccesso 1' og- getto , che li ha gagliardamente colpiti . Tan- to si scorge , come in molte altre , in quelle espressioni del Petrarca : 95 Le stelle, e il Cielo, e gli elementi a prova Tutte lor arti, ed ogni estrema cura s Poser nel vivo lume , in cui natura Si specchia , e il sol , che altrove par non trova. Iperbolico è pure V intero Sonetto, che co- mincia : » Io vidi in terra angelici costumi n -, ma specialmente la seconda quartina : 55 E vidi lacrimar que duo be lumi , Ch* han fatto mille volte invidia al sole f E vidi sospirando dir parole, Che Jariaru gire i monti , e stare i fiumi . Molte iperboli troverete pure in Virgilio si- mili a quella del Libro X. dell' Eneide: 0 Fert ingens toto connixus corpore saxum , - Haud partem exiguam montis . Molte ne troverete in Cicerone, di cui per non prolungarmi di troppo tralascio di ri- portar qui gli opportuni esempi • Bisogna pe- rò con gran giudizio, e non frequentemen- te far uso dell' iperbole, cosa facile essen- do cadere in difetti (a) . Convien riflettere , che r  Come troppo stravagante, ed ardirò viene con ragione censurato Lucano. Chi non ravvisa Fa stravaganza, e l'arditezza di quel poeta Spagnolo in quel distico sopra Cario V. Pro tumulo popas orbem , prò tegmine eaehim « Siderei pio facibus , prò lacrymts marini Tale troverete essere stato il gusto degli Scrittori 'etti del Secento . Digitized by Google 1* aggiustatezza dell' iperbole consiste nel far credere, che la cosa sia, quale si dipin- ge, ò si descrive. Se ciò, che si dice, ben- ché falso, non eccede l'idea, che se ne ha, ò aver se ne può, sarà giusta l'iperbole; ina se dicesi più di quello, che naturalmen- te pensar si dovrebbe, diviene allora falsa, e ridicola; e voi avrete bene spesso osser- vato, che i buoni, e più giudiziosi scritto- ri per mezzo di certi particolari aggiunti, ò circostanze si studiano di render credibi- le , e probabile ciò, che altrimenti sarebbe ad ogni probabilità, e ad ogni credenza su- periore . Dtila Perifrasi . \J no de' più belli ornamenti del discorso è certamente la Perifrasi, per cui non so- lo si amplificano, e si pongono nella più chiava luce le cose per se stesse grandi, e dilettevoli, ma non ingrate, e meno orri- de si rendono quelle, che nominate senza alcuna circollocuzione offender potrebbero le orecchie, e la modestia, ed ispirare or-* rore. Consiste adunque la Perifrasi nello spiegare con più parole quello, che con una fola parola potrebbesi esprimere. Quan- to è bella la Perifrasi, di cui si serve il Pe- Petrarca, allorché in vece di nominare sem- plicemente Iddio, dice* »Quel, che infinita provvidenza, ed arte Mostrò nel suo mirabil magistero, E creo questo, e queir altro 1 emisfèro , E mansueto più Giove, che Marte ec. e nei Trionfo della Fama in vece di nomi- nare la Fama istessa, così noòj/mente la descrive: v Quando mirando intorno sopra Inerba Vidi dalV altra parte giunger quella , Che trae Vuoili dal sepolcro, e in vita il serba ; e nel medesimo Canto in vece di nominare M. Popilio, Manlio Capitolino, Orazio Cor elite , e Muzio Scevola , così s* esprime : ,5 Eravi quel , che il Rè di Siria cinse D' un magnanimo cerchio, e con la fronte* E con la lingua a suo voler lo strinse ; £ quel* che armato sol difese il monte* . Onde fu poi sospinto , e quel , che solo Contro tutta Toscana tenne il ponte v E quel ' 9 che in mezzo del nemico stuolo Mosse la mano indarno , e poscia V arse Sì seco irato, che non sentì il duolo .. Nè meno leggiadramente vien descritto da. Dante nel I. Canto dell' Inferno il Sole per mezzo di questa figura : n Guarda 1 in alto, e vidi le sue spalle Vestite già dai raggi del Pianeta , Che mena dritto altrui per ogni calle;, E poco sotto invece di nominare il tempo di Primavera , in cui credesi da alcuni essere stato da Dio creato il Mondo , dice : E Digitized by Google r E il sol montava in su con quelle stelle, Cli eran con lui , quando V amor divino Movea da prima quelle cose belle. Son sempre difettose quelle perifrasi , che non presentano nuove idee, ma esprimono in di- versa maniera un' idea già espressa, quelle , che niente contribuiscono alla chiarezza , ed air ornamento del discorso , quelle , che in vece d' esprimere con maggior forza, e no- biltà un pensiero, lo presentano più snerva- to e più langaido , che se fosse espresso con semplici parole. ARTICOLO II. Delle figure di parole. Tn che cosa consistano principalmente le . figure di parole , e qual differenza passi tra esse, ed i traslati, lo abbiamo già sii prin- cipio di questo capitolo osservato . Altro a- dunque a fare non mi resta, che parlare- particolarmente di ciascheduna, perchè niuo no da voi s'ignori di quegli ornamenti, eh, abbellir possono il discorso, e render grata - e leggiadra l'elocuzione. E per meglio di- . stinguerne la natura, a tre classi le ridurci remo, riponendo nella prima quelle, che fanno per via d' aggiungimento, nella se- conda quelle, che si fannp per discioglimen- to, nella ter; a quelle , che si fanno per si- n mi- Digitized by Google 5 66 miUtudine. Figure fatte per via d* aggiun- gimene si dicon quelle, che consistono nel ripetere per puro vezzo, ed ornamento al- cune parole, le quali possono ancora mu- rarsi , ò tralasciarsi , e 6ono la Ripetizione , la Conversione, la Complessione, la Condu* plicazione, la Traduzione, la Sinonimia, la Gradazione , il Polisindeto , V Apozeugma . Diversa è la natura delle figure fatte per discioglimento, consistendo esse nel trala- sciare nel discorso alcune voci, ò parole, che facilmente si sottintendono. Sono que- ste la Disgiunzione , lo' Zeugma ? e la fleti* cenza. Quattro sono finalmente le figure fatte per similitudine, la Paronomasia, i Pari'finienti, i Pari-condonanti, e 1' Isocolon , ò uguaglianza di membri; e diconsi fatte per similitudine, perchè consistono in un certo scherzo, che nasce da due, ò più pa- role somiglianti nel suono, e diverse nel si- gnificato, ò da un suono eguale, e da una stessa, ed eguale terminazione delle parole medesime . §. I. > Della Ripetizione. 1^ a Ripetizione è quella figura , la quale consiste nel cominciare alcuni brevi senti- menti , alcuni membri , ò periodi del discor- so Digitized by so con la medesima parola . Dagli esempj, che io vi porrò sotto degli occhi, e che fre- quenti s'incontrano negli Oratori, e ne* Poe- ti, facile vi sarà il comprendere, quanta gra- zia, e quanta forza essa aggiunga ai discor- so. Di questa, figura usò Gatulio nel suo Poema delle nozze di Teti, e di Peleo: » Tum Thetidis Peleus incensus fertur amore, Tum Thetis humanos nondespexit Hymenaeos , Tum Thetidi pater ipsejugandum Pelea sensit, E poco sotto: aliene t Thetis, temdt pulcherrima Ncptunine, Tene suam Thctys concessit ducere neptem Oceanusque mari, totum qui amplectitur orbem ? Con questa figura dà principio Dante al can- to III. dell' Inferno : » Per me si và nella città dolente , Per me si và nelV eterno doloro , Per me si và fra la perduta gente. E lasciando tra i molti altri esempj , che ne somministra il Petrarca , e nel Sonetto , che comincia: y> Nè per sereno Cielo ir vaghe stelle », e nell'altro: » Onde tolse amor V oro, e di qual vena w , quello piacemi di ri- portare, che dice: n Ponmi, ove il sole uccide i fiori, e V erba, E dove vince luVl ghiaccio, e la neve, Ponmi , ov è il carro suo temprato , e lieve E dov è chi ce'L rende, e chi ce'L serba Ponmi in umil fortuna , od in superba ce . , imitando egregiamente il Lirico di Venosa, il quale non meno leggiadramente di lui così s' espresse nell' Ode' 23. del libro I. Po- „ Pone me pigris uh nulla campi* Arbor aestiva recreatur aura, Quod latus mundi nebulae, uialusque Jupptter vrget: Pone sub curru ni ninni propinqui Soli* in terra domibus negata; Dulce ridentem lalagen amabo, Lutee Icquentem. Questa figura è anche usata da Cicerone xieir orazione in favor della legge Maniha, allor quando dice : » Testis est Itali. i qua:n We victor L. Siila hu us vi tute, et sub ilio confessus est Uberatam . Testis -Lilia 9 quam multis undijue pericuhs c:.;.ij,'i n m terrore belli, sed celeritate con. iliì exp-^a- vit . Testis est africa, quae m*: : p:L< < yyr^sa, hostium copiis eorum ipsorum sai^uinn re-.uui- davit. Testis esc Gallia ec. » r * - - ' § II. Della Conversione. a uando all' opposto con la medesima pa- rola si chiudono varj merabretti » ò perio- di del discorso, chiamasi questa figura di Conversione . Ne avete un esempio chiaris- simo nella seconda Filippica di Cicerone: 9 ; Doletis > tres ma.xi nos exercitus P. Roma- iti interfectosì Interfecit Antonius . Desidera- tU Uarissimos civesì Los quoque eripuit vo- 4 3<*9 bis Antonius . Auctoritas hujus ordinis affli- età est} afflixit Antonius » Un altro esem- pio ne somministra Catullo in quell'Epi- gramma a Quinzio: n Quinci i, si tibi vis oculos debere Catullum, Aut aliud , si quid ca>ius est oculis* Eripere ei noli , multo quod carius UH Est oculis , seu quid carius est oculis. E tra i molti, che re' suoi lepidi Epigram- mi ne somministra Marziale, quello piace- mi di riportare dell'Epigramma contro un certo Gauro, che così comincia: » Quod nimio gaudes noctem producere vino , Jgnosco ; vitium » Oaun» , Catonis habes . Carmina quod scribis Musis , et Apolline nullo , Laudari aebes ; hoc Ciceronis habes . §. IH. Della Complessione, Se negli stessi membretti, ò periodi riu> nite si trovano le nominate figure , cosicché essi da una medesima parola incomii\cino, e da una stessa parola siano terminati, que- sto è ciò, che figura di Complessione si ap- pella. Di tal figura usa Alberto Lollio nell* orazione in lode dell'Eloquenza: » Chi spin- se gli Ateniesi a sottoporsi ali impero di Pi" Bistrato t se^non la facondia? Chi fece riuscir Temistocle superiore al giusto Aristide , se non B b U - Digitized by Google 3?* la facondia* Chi salvò la vita al medesimo condotto al cospetto del Ri de' Persi , se non la facondia} Leggiadri ssimo poi è l'esempio, che ne abbiamo presso Marziale nell'epi- gramma XCV1II., in cui indirizzandosi a Giulio, ed inveendo contro un suo rivale, ed invidioso, così gli dice: g Rumpitur invidia quidam, carissime Juli 7 Quod me Roma legit, rumpitur invidia E così continua il suo Epigramma, che chiu- de poi con questo distico: n Rumpitur invidia quod amamur.quodq. probamur Rumpatur, quisquis rumpitur invidia. §. IV. Della Conduplicazione . La figura di Conduplicazione si fa ripe- tendo immediatamente due » ò tre volte la 6tessa parola per dar maggior forza, e bel- lezza al discorso . Piena di tali esempi è la prima orazione di Cicerone contro Catihna; 55 Fuit,fuit ista quondam in hac Republica virtus 55, e poco sotto: 55 Nos , nos, dico a-? pene y consules , desumus 55, ed in altro luo-» go: 55 Hic , hic sunt in nostro numero P. C. ec. 55 Con una tale figura chiude Eustachio Manfredi il suo Sonetto, che comincia: 55 Vidi V Italia col enn sparso , e incolto , ec. 5? E s* udia V Apenmn per ogni lato So-  Sonar d' applausi, e di festosi gridi: ' Italia , Italia, il tuo soccorso è nato-, e comincia T altro: 9> E tu pur fremi, e tu pur gonfi , e spumi Ruscel malnato, e a questo colle il piede i A questo colie, ove Filippo ha. sede, Scuoter rodendo, ed atterrar presumi} Della Traduzione. JLa Traduzione è quella figura, per cui si ripete talvolta la stessa parola con qualche -variazione, cosicché frèw una tale ripeti- zione in vece di recar noja, ed offender V animo, e T orecchio degli ascoltanti, rende più vago, e più dilettevole il discorso: » Tran? ductio est , quae facit , ut , cum idem verbum crebrius ponatur, non modo non offendat anf- rnum, sed edam concinniorem orationem red~ dat ». Un esempio di tal figura è quel pas- so di Cicerone nella prima Catilinaria: 99 Quamdiu fuisquam trit , qui te defndere audeat, vives , tt vives ita, ut mine visis mul~ tis meis , et firmis praesidiis obsessus 9) . Un -altro esempio ne somministrano quei versi di Virgilio neirEcloga X : » Omnia vincit amor, et nos cedamus amori, Surgamus, solet essegravis cantantibus umbra. ì Juniperigravis umbra,nocent etjrugibus umbre?. Di questa figura usa leggiadramente il Pe- trarca, e nei Sonetto, che comincia: » O giorno, o ora, o ultimo momento » : „ Ma innanzi agli occhi m era posto un velo , Che mifea non veder quel ch'io veiea , Per far mia vita subito più trista ; E nella Canzone: » Solea dalla fontana di mia vita » alla strofe IV. : „ Bello, e dolce morire era allor , quando Morendo io, non morìa mia vita insiem€ f Anzi vivea di me V ottima parte . Chiamasi Sinonimia – H. P. Grice and P. F. Strawson: “bachelor” =df ‘unmaried male’ – cf. Grice on ‘means the same as’ in ‘Meaning -- quella figura, la qua- le unisce insieme molte parole , che hanno quasi lo stesso significato. Il bello però di questa figura consiste in far sì, che una parola esprima la medesima cosa con mag- gior forza dell'altra. Un tale artifizio scor- gerete nell'uso di questa figura presso Cice- rone, e nella prima Catilinaria, quando di- ce: » Quàé cum ita sint, Catiliha, perge, quo coesisti, egredere aliquando tx urbe, putent portae, proficiscere » ; e sul principio della seconda: n Abiit, excessit* évasit , erupit Molti esempi di questa figura troverete in- sieme riuniti in questi versi di Catullo rrat- Digitized by Googl Sii ti dal iuo Poema sulle nozre di Teti, e di Peleo: n Deseritur Scyros , linquunt Phthiotica Tempe, Qrajugenasque domos , ac ntoenia Larissaea\ Pharsalon coeunt,Pharsalia tecta frequentanti Rura colit nemo , mollescunt colla juvencis , Non humilis curvis purgatur vinea rastris, Non glebam prono convella vomere taurus, Nonjalx attenuatfrondatorum arboris umbram^ Squallida desertis rvbigo infertur aratris. Ma si danno eglino in una lingua vocaboli sinonimi? Questa è la questione mossa, e trattata dal Girard nella sua opera dell' ag- giustatezza della lingua Francesce che sul- le tracce di esso promuove ancora M. de Marsais nel suo eccellente libro intorno ai Tropi , questione , che egli scioglie facendo una tal distinzione: Se il termine di Sino- nimo si prende in un senso esteso per una semplice somiglianza di significato, si dan- no questi vocaboli sinonimi, vocaboli cioè, che esprimono una stessa idea principale, come Jerre, bajulare> portare , tollere 9 susti- nere , gerere, gestore; ma se per sinonimi in- tender si vogliono parole, che hanno una sì perfetta somiglianza di significato, eh© una dica nè più, nè meno dell'altra, e che per conseguenza sia indifferente l' adoprar piuttosto questa, che quella, in questo sen- so non si danno sinonimi. Ferre per esem- pio significa portare, questa è l'idea prin- cipale; bajulare è il portare sul collo, ò sulle spalle, portare .significa il trasporto» che 374 , the si fa sulle bestie da soma, sopra d'un carro ec tollere significa portare in alto ; mstinere significa portare per impedire, che una cosa non cada ; gerire vuol dire porta- re in dosso; gettare far pompa di ciò, che si porta . Lo stesso si dica dei vocaboli nex e mors, che sembrano sinonimi, ma il pri- mo significa una aorte violenta» il secondo setnolicememe la morte. Molte altre osser- vazioni far si potrebbero in questo genere iul-la scorta di giudiziosi, e dotti scrittori. Le poche per altro, che abbiamo accenna- te, bastano per farci comprendere, qual giu- dizio adoperar si dee nell 7 interpetrare , e tradurre i latini Autori, e nello scegliere scrivendo tra i vocaboli di simile significa- to quelli» che esprimono meglio un idea, e sono più adattati alle diverse circostanze della medesima* §. VII. Della Gradazione* L a figura di Gradazione si fa , quando nel discorso si va sempre dalle piccole alle più grandi cose crescendo, in modo però, che passando da una proposizione ad un'altra si ripiglia qualche parola, ò una parte del- la proposizione antecedente. Eccovene un esempio presso Cicerone neir orazione in Digitized by Google 373 favor della legge Manilla: „ Sed ab Uh tem- pore annum jam tertium , et vigesimum ré- gnat, et ita regnat , ut se non Ponto, nequt Cappadociae latebris occultare velit „. Usa pure di questa figura Dante nel Canto III. del Paradiso : » Noi semo usciti fuor e Del maggior corpo al del, eh* è pura luce*, Luce intellettual piena d'amore, Amor di vero ben pien di letizia , Letizia , che trascende ogni dolore ; èd il Tasso nel < anto IX. ,3 Non cala il ferro mai, che appien non colga, Non coglie appien, che piaga anco non faccia, Nè piaga fa , che V alma altrui non tolga . §. VIII. - Del polisindeto, I a figura detta Polisindeto, parola, che in greco unione di molte congiunzioni si- gnifica, si fa, quando molte cose insiemte *i nominano, distinguendole per mezzo di particelle copulative, ò disgiuntive. Una tal figura ravviserete in quelle parole di Cice- rone contro Verre : „ Ncque privati^ ncque publici, nzque profani, neque sacri tota in Si- cilia quidquam reliquzsse „. Come pure in quelle del Casa nelT orazione per la Lega: » Queste medesime lusinghe per il fraterno ospi- - bspizio del #è Cristianissimo Francisco, che e lle"avean trovato lietissimo, ed abbondante di lealtà, e di fede, e di magnanima ^benevo- lenza, renderono incontinente pieno di tuba- zione , pieno di pericolo , pieno di strida , e di duolo, e di sangue, e di veleno , e di mone » . Un esempio ancora ne abbiamo in quel ver- so di Virgilio, in cui nomina i Ciclopi: „ rrontesq- Steropesq. et nudus membra Pyragmon; Ed in quei versi del Petrarca nella bellissi- ma Canzone alla SS. Vergine : w Vergine io sacro , e purgo _ " Al tuo nome, e pensieri, e ingegno, e sul» , La lingua, il cuor, le lacrime, i sospiri. Con questa medesima figura dà pure il me- desimo Poeta principio a quel Sonetto: „ Anima, che diverse cose tante Vedi , odi , e leggi , e parli , e scrivi , e pensi . J § IX. DelV Apozeugma* L Apozeugma è quella figura, la quale a ciascheduna delle molte cose, o sentenze, che si esprimono, adatta il suo verbo par- ticolare, le quali per altro riunir si potreb- bero, cosicché fossero da un sol verbo re- golate . Serva per esempio di questa figura Cicerone, il quale nell'orazione per Ja ìt g- gc Maailia potendo con un sol verbo dire , \ Digitized b*y Google $7? che »! voleri di Pompeo non solo i cittadi- ni, gli alleati, ed i nemici, ma i venti stessi, e le tempeste obbedirono, così si e- sprime: » Ut e,<us temper voluntntibus non modo cives a<senserint 9 sodi obtemperaverint , hostes obedierinty sed etiam venti > tempesta- tesque obsecundarint (a) ». Jl J iversa dal Polisindeto è la figura di Disgiunzione, nominandosi per essa molte cose insieme senza distinguerle con alcuna delle particelle copulative, ò disgiuntive. Eccovene un bellissimo esempio presso Ci-  Dal l'aver' io d<tto, che riunir poteva Cice- rone sotto un so! verbo le diverse immagini , che ha qui leggiadramente riunite, ed espresse, niuno prenda motivo di credere, che io riguardi, come totalmente sinonimi , e perciò come superflui i quattro verbi , che quel celebre Oratore ha giudi* ziosamente a ciascheduna immagine adattati , men- tre proprio essendo de' cittadini il libero consen- timento , degli alleati la deferenza, de' nemici V obbedienza e la soggezione , de* venti , delle tem- peste , c de' varj srati dell'atmosfera, e del mare una certa opportunità nè volontaria, n« forzata, ma accidentale per qualche impresa , tutte que- ste cose mi sembrano ne' quattro divisati verbi a ce- maraviglia caratterizzate . Nerone nell* orazione prò domo sua ad Poh- 'tificcs: » Quod si ullo tempore magna causa Sacerdotali Popidi R ju.ùcio , ac potestate versata est, kaec profecto tahta est, ut omnis Reipublicae dignitas , omnium civium salus , "l'ira, libertas, arae,foci, Dii penates, bona % fortunati domicilia vestrae sapientiae, fidez, potcstatique commissa, creditaque esse videati- iur v>- Usa di questa figura il Petrarca, co- me in moltissimi luoghi , così nel principio di quel Sonetto: » Fresco, ombroso , fiorito , e verde colle ec. e dell'altro: w Real naturà, angelico intelletto , Chiar alma, pronta vista, occhio cervero, Provvidenza veloce , alto penserò, E veramente degno di quel petto, (a) §• . - & (a) Iiispetto alle dne figure di Polisindeto, e di Disgiunzione , di cui abbiamo parlato , giova il ri- portar qui le giudiziose osservazioni di Blair nella Lez. XI T. , nella quile prosegue a parlare della struttura delle sentenze: E* uva particolarità ri* warchevole del linguaggio , dice egli , che /' omis- sione delle particelle copulative serva qualche volt* a render gli oggetti piti strett aulente connessi , e la ripetizione di' esse serva per lo contrario a distin- guerli , e separarli f uno dall' altro y sicché /' omis- sione s'adoperi a mostrare rapidità, la ripetizione a dinotare ritardo . La ragione di ciò sembra esse" re , che nel primo caso la mente si suppone correte con tanta fretta nella rapida successione degli og- getti , che non ha tempo di segnarne le connessioni, e lasciando da parte nel suo impeto- le copulative stringe insieme tutta la serie , come se fosse un og- gezto solo. Laddove quando si fa un e numerazioni* per  L £*9 § xr. Dello Zeugma» a figura detta con Greco vocabolo Zeu- gma , che congiungimento , ò connessione significa, è quella, che con un sol verbo posto in principio, ò in fine , e talvolta an- che nel mezzo unisce insieme, e regge va- ri concetti . Frequentissimo tanto presso gii oratori, che i poeti è l'uso di questa figu- ra . Voi la ravviserete in quel periodo deli* orazione del Casa a Carlo V. » Sì fatto pri- vilegio hanno , Sacra Maestà, le giuste opere* € magnanime ) che esse sono nell'avversità, felici , e nelle perdite utili , e nei dolori liete e conti nte riflettendo, che il verbo sono regge anche gli altri due membretti, né* squali intendesi ripetuto. Due esempj ne somministra Orazio, e nell'Ode XVII. del libro V. in quel verso: » Vrget d'iem nox> et dies noctem, ed in quella strofe dell'Inno Secolare; 55 Dii , probos mores docili Juventae 9 Lii , scnectuti placidac quietem , Rotnulae genti date remque prolemque » Et . » per dare alle cose vie maggior peso , allor si sup- pone , che la mente proceda con passo più grave e posato , osservi pienamente la relazione di ciascun Oggetto con quello , che gli succede, e insieme u+ nendcli con varie copulative faccia votare , che gli oggetti , sebfon connessi , sono però fra loro distin- ti i soao molti , e non uno „ . I Et decus omne. Questa figura troverete usata dal Costanza in quel Sonetto: n Mancheran prima al mare i pesci , e V onde 9 Al Ciel tutte le stelle, alt aria i venti , . Al sole i raggi tuoi rivi, e lucenti, E di Maggio alla terra erbette, e fronde: e dal Filicaja nella Canzone a Giovanni III. Rè di Polonia, chiudendo così la IV. strofe: i> E quei* eli ai venti le grand 1 ali im penna , Quei la spada a te regge , a me la penna ; e nella Canzone, che comincia: » Dal bal- zo d % Oriente ? > termina in questa guisa la strofe X : 9) Serva V Russino , e dalla vostra mano Giogo abbia il Az7o, e libertà U Giordano. §. XII. Della Reticenza . s i fa la figura di Reticenza , chiamata dai Greci Ellipsi, quando nel discorso qualche parola si tralascia , la quale per altro dal contesto facilmente si sottintende. Così per- ciò disse Cicerone nell'orazione in favor di Rabirio: » An pietas tua major quam Grac- chi? an ammusì an consiliumì an opesì an auctoritasì an eloquentia „.?nel qual luo- go voi ben vedete , che oltre air esser ta- ciuto nel primo membretto il verbo est, .«i sot- Digitized by Google * sottintendono ripetute nei seguenti molte altre parole, come per esempio: ,> an ani- mus tuus major est, quam Gracchi , 3 . ? E' co- la frequentissima tanto in prosa, che in verso il tralasciare i verbi cocpit , dixit, iti* quit ec. Infatti T. Livio lascia il primo ver- bo , quando dice: n Ad ea Ruwanus , se in praesidio positum esse dicere ab Imperatore suo » ; e poco dopo tralasciando il verbo inquit , così assolutamente s'esprime: Tum Pinarius : at UH si ad consulcm ire grava- rentur w . Lo stesso fa il Petrarca nel primo capitolo del Trionfo d'Amore, tralasciando il verbo disse, ò rispose: ?j Ona" io maravigliando disti: or come Conosci me, eli io te non riconosca? Ed ei: questo mi avvien per /' aspre some* Dei legami, ch'io porto. Il Frugoni finalmente in quel suo Poemet- to in verso sciolto al Conte Bajardi, così dice : * Dalla sempre frondosa arbor vivace , Già dolce pena , ed or sott* altre forme * Cara al divino Apollo ombra, e ghirlanda , la qtiale fu cioè un tempo dolce pena, ed ora è sotto altre forme ec. WL<èteiè>lfifltl/e<l/l ? ? è TvTv v 7 > 'i 1 1 ri (iti* §. XIII Della Paronomasia . M a per venire a parlare di quelle figu- re Digitized by Google 3** jre, che per similitudine si fanno , la prunài ài queste detta Paronomasia dai Greci , e da' Latini Adnominatio consiste ò nel porre in vicinanza fra loro due voci simili nel suono , ma diverse nel significato , come fa Cicerone nella Filippica III.: » kn cuti //ja- gister ejus ex oratore aratur Jactus sit »; e come fa il Tasso: r> Rapido disserra La porta, e porta inaspettata guerra; & nel ripetere la stesha parola con qualche cangiamento , del che oltre gli esempi , che frequentissimi incontrerete specialmente ne- gli endecasillabi di Catullo , uno ne som- ministra il Chiahrera, quando parlando d* Ercole dice: 9 , t le tre fauci immense, Alta guardia di ulte, inclito mena Mostro immortai sotto mortai catena; ed il Filicaja: , 3 Vedrei la Jcrhrice Asia ferita ; ed in altro luo'*o : w Muovi or tu nova guerra, e co tuoi strali L % assalitore assali . / . IL a Le Pari-finienti . figura detta de* Pari-finienti allora si fa , quando neil' istesso periodo due , ò più pa- parole concorrono poste nel nredeslmo tem- po, nel medesimo caso, nella stessa perso- na , ancorché non abbiano la medesima ter- minazione, nè facciano rima. Ne abbiamo un esempio presso Monsignor della Casa nell'orazione, che è a noi pervenuta sol- tanto imperfetta sulle lodi della Repubbli- ca di Venezia: n Anzi è il dimorare appo voi a ciascuno citiceli egli si si i per la vo- stra possanza sicuro , e per la vostra dovi- zia comodo, e per la vostra mansuetudine Ji- lettevole w ; e presso Cicerone nell'orazione in d.fesa della legge Manilia: » Hunc in il- io timore , et fuga Tigranes Pex Armenius excepit, diffidentcmque rebus suis confirmavit* afflictiun erexit, perdkumque recreavit », . » Ee Pari-consonanti. > (iuando poi le parole, che si trovano nello stesso periodo, quantunque diverse di caso, di tempo, e di persona hanno però un istessa terminazione, e formano in fine un istesso suono , una tal fi rura dicesi de* Pa,ri-consonanti. Questa osserverete in quel periodo di Cicerone nella IV. Filippica: w Hoc virtute major es vestri primum univerr sam Italiam devicerunt , d£Ìnde Carthaginem exscideriint, Numanliam everter unt , poteritis*. simos Peges, beUicosissimas gentes in ditio* nem huus Impirii redegerunt come anco- ra neir orazione d' Alberto Lollio in difesa di M Orazio : 15 Q u *l co*a si può pensare , non che dire, più brutta, e più biasimevole » che attristare chi ci ha consolato, vituperare chi ci ha esaltato, affliggere chi ci ha libera- to, dar la morte a chi ci ha dato la vita »? DeW hocolon . JLj Isocolon, parola, che uguaglianza cV mem- bri significa , allora si fa > quando i mem- bri d' un periodo sono quasi d' una stessa misura, e terminano ion una eguale ar- monìa . Eccone l esempio presso Cicerone neir Orazione per la Legge Maniha : Bel- lum extrema hyeme apparavit , ineunte vere suscepit, media aestate corifee it : » ed un al- tro presso il Casa neli* Orazione in lode della Repubblica Veneta: „ Ch* io conosca adunque le magnanime virtù della vostra pa- tria , mi dee ciascuno attribuire a ventura , e che io le approvi, a bontà , e eh 9 io presuma di poterle acconcia mente narrare altrui > v ad. onore, e che in ciò j are io mi affatichi , a. gratitudine » . Io porrò fine a questo Capitolo col ge- nerale avvertimento, che intorno a questi fi- V  8^3 fi dure ci da 1' autore della RettOrìca ad E- rennio, e che ciascuno dee nella sua mente imprimere, ed è , che quanto di bellezza hanno queste figure, quando sono con natu- ralezza» e di rado usate, altrettanto puerili divengono , ed a chi ascolta nojose , e mole- ste, se compariscono a bello studio ricerca- te, e nel discorso sono troppo frequenti ; „ Chiomoso igitur si crebro his generibus ute- ir 'ir y puerili videblnur elocutione delectfLrijita ci raro lias inferemus exornationes , et in cau- ò tota varie asper genius , comode luminibus diitinctis illustraUmiLs orationem ». Le figu- ro hon belle , quando son figlie della fanta- £ a, e della passione. Nascer debbono spon- vincamente, e derivare da una mente ri- scaldata dall'oggetto, eh* ella cerca di de- scrivere, nè mai interromper si dee il cor- so de' pensieri per andare in traccia delle figure. La studiata ricerca degli ornamenti è un gran difetto. La condannò anche in Isocrate Dionigi d' Alicarnasso . Quando gli ornati cosran fatica, la fatica sempre si ma- nifesta; e quando non ne costassero alcu- na , la cop t a eccessiva in vece di dilettare disgusta chi legge ò ascolta, scorgendo in essa uno spirito vano , e leggiero , che lus- sureggia in foglie inutili , ed è povero di frutti. Bisogna, dice Quintiliano medesimo, adattare gli ornamenti , e le figure ai luo- ghi , ai tempi, alle persone. Il fine loro è il diletto . Ma quando è tempo di destar 1* orrore, lo sdegno, la compassione, chi può goffrire, che un uomo adirato > ò piangente, ò supplichevole perdasi in rintracciare a bella posta le antitesi , i pari-finienti , i pa- ri-consonanti? In questi casi la cura sover- chia delle parole toglie ogni fede alle pas- sioni, e dove si fa pompa dell'arte, lonta- na credesi la verità: » Sciendum in primis est , quid quisque postulet locus , quid perso- na, quid tempus . Major eniin pars harum fi- gurarutn posita est in delectatione . Ubi vsro atrocitate, invidia, miser adone pugnandum est, quis ferat verbis contrapositis , et consi- milibus , et pariter cadentibus irascentem , fientem, rogantem, cum in his rebus cura ver- borum dcroget affèctibus fidem, et ubicumque ars ostentatur, vcritas abesse videatur u? Lo stesso insegna pure Dionisio citato, e tra- dotto in una sua nota dal Retore Inglese.- „ Quando uno s" alza, dice egli, a dar pub- blico consiglio intorno alta guerra, e alla pa- ce, b piglia a difendere ne tribunali un uo- mo, che è in pericolo della vita, queste deco- razioni studiate, queste grazie teatrali , que- sti fiori giovanili son fuor di luogo . In vece di giovare pregiudicano alla causa . Allorché la contesa è di genere serio, gli ornamenti , che in altre occasioni avrebbero avvenenza » sconvengono, e apertamente s'oppongono a quegli affetti, che cerchiamo destare negli udi- tori , 5 . Cniaderò queste brevi, ma necessa- rie , ed utili osservazioni con quelle parole di Quintiliano : „ Ego illud de iis figuris , quae vere fiunty adjiciani breviter , sicui or* nant Digitized by Googlé J 3«? nant orationem opportune positae, ita ineptis* simas esse, ^um immodice petuntur „, ■ CAPITOLO IV. DeZ/o SrzVe. (guanto finora intorno ai precetti dell* ar- te Oratoria , e dell Eloquenza vi ho espo- sto, ottimi giovani, riguardar si può come una introduzione a quella materia, di cui sono adesso per parlare, materia importan- tissima, la quale se da voi- sarà bene inte- sa, e messa in pratica, certo son :, che il frutto raccoglierete di tutte le da me fin qui spiegate regole , e d' eloquenti Scritto- ri conseguirete il nome, e la giona. Io deb- bo dello stile ragionarvi, il quale altro non essendo, che la maniera d' esprimere i pro- prj pensieri, chi non vede, che questa di- pende dal retto uso de' precetti , che avete finora ascoltati, ed appresi specialmente in- torno all'elocuzione? Non solo dalla quali- tà dell'immagini, e de' pensieri, ma dalla scelta delle parole ancora, dalla varia ar- monìa , e tessitura de' periodi , dall' uso del- le figure, e delle metafore nasce l'ottimo stile Quegli lusingar si può d' essersi il buo- no stile formato, e di essere per conseguen- za veramente eloquente, il quale ha appre- sa l'arte d'adoperare opportunamente i va- r) ornamenti , e di saperli «;lla diversa na- tura delle cose, che tratta, adattare, cosic- ché e le paiole, ed i periodi, e le figure, e le metafore con il suono, e con Ja loro armonìa, con la loro varia bellezza imitino la semplicità, la mediocrità, la sublimità de' pensieri . » Ts enim est eloqucns ( dice Cicerone nel suo libro intitolato il Bruto ) qui et humilLx subtiliter , et magna graviter, et mediocria temperate possit dicere „ . A que^ st* effetto io mi studierò di darvi la più giu- sta, e chiara idea, che mi sarà possibile de' diversi stili, perche avendo voi le pro- prietà di ciascheduno conosciute, voi pure usar ne possiate, come conviene, e secon- do la diversa natura della materia, che im- prenderete a trattare . Ben vi rammenterete , che tre sono d'un ottimo Oratore gli essen- ziali doveri, l'istruire cioè, il dilettare, ed il muovere. Da questi derivano ancora tre diversi generi di parlare," ò tre stili, il sem- plice, il mediocre, e il sublime , proprio es- sendo particolarmente di chi istruisce lo sti- le semplice , di chi vuol dilettare il medio- cre, opportuno, e necessario specialmente alla mozione degli affetti il sublime. Dello stile semplice , ò infimo. I stile semplice è quello, che neli espri- me-  mere i concetti , ò i pensieri poco si disco- sta dal comune, e familiare discorso delle persone colte, e civili. Se in qualunque ge- nere di composizione deesi conservare la semplicità, e la naturalezza, cosicché nien- te comparisca l'arte, e lo studio, tanto più è ciò necessario in quelle, le quali intorno a cose semplici, e familiari raggirandosi, con semplice, ed infimo stile richiedono d* # esser trattate. Tali sono i dialoghi, le let- tere, le narrazioni, e tali ancora quelle parti dell'orazione, in cui l'oratore si pro- pone soltanto d'istruire, e di convincere gli uditori . Sembra a prima vista , che le com- posizioni di questo genere sieno dell'altre più facili, e ciascuno lusingar si possa di riuscirvi con buon esito. Tali però, dice CICERONE (vedasi), sembrano soltanto a chi ne giudi- ca, quando le ascolta , ò le legge scritte da altri, ira non così "la pensa chiunque s'ac- cinge a farne la prova: „ Orationis subtili- tas imitabilis Ma quldem videtur esse existi- nuvuì, scd nihil est experienti minus ». Ci fa anzi 1' esperienza conoscere, che niente vi ha ranto difficile, quanto lo scriver be- ne, ed il comporre in questo stile. E' vero, che esso imita i modi più semplici, e fa- miliari, che comunemente si usano in parlan- do dagli uomini; ma chi vi ha, che possa conservare questa semplicità, e questa na- turalezza , e nel tempo stesso sparga nel suo discorso tutti quei vezzi, rutti quei sa- li, e tutti quegli ornamenti; di cui capaci so- I 39° sono anche i familiari discorsi? E* cosà dif- ficile il far sì, che non troppo ricercati, ma nel tempo stesso sodi , e giusti sieno i peri- sieri, l'accoppiare con una certa negligen- za, che piace ed alletta, un parlar pulito ed eloquente, l'evitare i periodi troppo la- vorati, sonori, e maestosi, ma renderli in- sieme dolci, grati, e soavi, il rigettare le « figure i ed i traslati troppo forti e grandio- si, ed insieme far usò di tutti quegli orna- menti, che anche a familiare discórso non disconvengono: , 5 Sermo purus erti et Lati- nus ( dice Cicerone parlando delle proprie* tà di questo stile ) dilucide, planeque dice- tur . Kemovebitur omnis insigni* ornatus qua- si ir argarit arimi > ne calamistri quidem adhìhe- buntur ; elegantia , et muniìitia remanebit . . . be- rutti quaesitae venustates, ne elaboratd concinni- tas , et quoddam aucupiiuh delcctatiunis manifeste dcprehensnm appareat r>. Quanto pòchi infat- ti sono stati 1 buoni imitatori di Cicerone nelle sue lettere, e ne' suoi libri Filosofici, del Boccaccio nelle sue novelle, del Casa, nel suo Galateo , di Virgilio nelle sue Eclo- ghe, d'Orazio ne' suoi Sermoni , e nelle sue Epistole? Sono per altro questi gli esempla- ri , che dobbiamo giorno, e notte studiare, poiché la lettura di essi , T attenta osserva- zione intorno alla naturalezza., che 1 vi si scorge, unita alla pura e schietta elocuzione potrà metterci in grado di superare la di£- ricolta, che nello scrivere irt tale stile s'in- contra, e renderci non infelici imitatori di essi . Dello Stil sublime. !Per formarsi una giusta idea dello Stil sublime , uopo sarebbe , che da tutti voi si leggesse l'aureo trattato, che ne scrisse Lon- gino, trattato veramente ammirabile, pie- no delle più sane regole d'una vera e so- da eloquenza, ed il più atto a formare il gusto dei giovani, cosicché sarebbe vera- mente desiderabile, che non fosse a noi per- venuto imperfetto . Affinchè però non restia- te del tutto defraudati di quel vantaggio, ch« dalla lettura del molto, che ancor ne rimane, rilevar potreste, altro io non farà nel parlarvi di questo Stile, che seguire le sue tracce, ed esporvi in compendio quan- to egli diffusamente ne ha detto. Troppo facile essendo il confondere la vera gran- dezza con la falsa ed apparente, ed il pren- dere uno stile gonfio per uno stile vera- mente sublime, e magnifico, dà egli prin- cipio alla sua opera additando i segni, ed i caratteri , dai quali distinguer si possa il vero sublime dal falso, ed insegnando, che il vero sublime è quello, che con un pro- fondo sentimento tocca, e rapisce l'animo, e lascia considerare più di quello che si dice , quello , che per cesi dire non smonta giammai, nè mai decade, nè punto' perde della sua natia bellezza, ma quanto più si considera, sempre più piace, ed a tutti. Coe- ren- fentemente a questo principio osserva il Cor- ticelli nelle sue dieci giornate intorno alla Toscana eloquenza * che sublimi dir si deb- bono senza dubbio il i etrarca , ed ii Boccaccio ( aggiungiamo a questi Omero , Vir- gilio, Orazio, e gli altri Scrittori de' bdcni tempi ) mentre da tanti secoli in quà sono stare le loro opere sempre nelle mani de* dotti , e semp.e ne hanno formata , e ne 1 formeranno la delizia. Passa quindi Longi- no ad additare i fonti del sublime, e cin- que ne assegna; 1. la matura y giusta,- ed alta felicità di pensare, e d' immaginare ; 2. gli affetti gagliardi, ed entusiastici ; 3. uri certo modellamento di figure sì di senten- ze, che di parole; 4. la frase nobile , ed elegante; 5. finalmente la composizione ele- vata > ed armoniosa (a). La sublimità dei * : ~ * (a Parlando il Sig. Blair nella Lez. IV. dello' Stil sublime, benché si protesti di non conoscere critico , uè antico, uè moderno, che meglio di Longino mostri di gustar le finezze dello scrivere nel suo Trattato dei Sublime, benché lo chiami Scrii*> tore ecce Unite \ pure non approva in tutte le sue parti V iò a, che il medesimo dà del sublime; e quanto volentieri con lui s'accorda nel riconosce- re , come fonti del sublime , i pensieri grandi , eòi elevati,- ed il patetico, ò la gagliarda espressione, e pittura delle passioni, altrettanto lo condanna per aver riposto tra i fonti del sublime le figure , le frasi nobili, ed eleganti, i ben tessuti, ed ar- moniosi periodi , dicendo , che il suo piano sarebbe acconcio per chi avesse a formare un Trattato di Ret- uigitizeo uy . - i 393 pensieri nàsce primieramente dall elevatez- za #  » JXettbrica , i/o» per chi voglia particolarmente trattar del sublime *, che i tropi , le figure , e f ar- monìa de periodi non hanno maggior rapporto al sublime , che a qualunque altro genere di bellezza , e forse a quello meno che ad ogni alt ro , perche mi- nore ajuto richiede dagli ornamenti . Troppo ardi* to io sarei» se pretendessi d'alzar qùì tribunale, e di citarvi un sì rispettabile, e savio censore. Bisogna convenire con lui , che la sublimità delle* stile ha il suo piincipal fondamento nella grandez- 73 à( o]\ i.agetti , che si descrivono , o sia che Questi orsetti sieno grandi per la loro illimitata, estensione , come l'altezza , e là vastità de' Cieli, lMrvuta, e dirupata cima d'un monte, la profon- dità d'un abisso, d'un precipizio, d'una caverna, d'una voragine; ò per qualche forza straordinaria messa in r.-.ione, e cagione per conseguenza dì Strepitosi tn\tri, quali sono i terremoti, /' eruzio- ni de' Vulcani, gl'incendi, le vaste inondazioni, il nmre in tempesta, ia furia de' venti, i tuoni, i fulmini ; ò per il terrore, che ispirano, qual'i- spirnr «noie per lo più l'oscurità, il silenzio, la solitudine ; ò per tacer molte altre cause per la Sublimità s?ntimcntale consistente in alcuni pen- sieri ispirati da una certa grandezza d'animo, ò da qualche forte, e gagliarda passione, quale è il rimprovero fatto da. Cesare al Nocchiero atterrito* dalla tempesta.- Quid tintesi Caesarem vehis ,, j la risposta di Poro ad Alessandro, che lo richiese Come bramava d'esser trattato, dicendo solo: da Rè, ed altri simili dotti pieni di sentimento, e di forza, e perciò sublimi. Ma non è egli vero, che ai grandi oggetti, ai sublimi, e nobili pensie- ri dee andar del pari Li nobiltà dello stile? Lo in- segna pure egli stesso dicendo nella sua IV. lèzio* iìc: Nop basta pero , che l'oggetto sia sublime itt 394 za, e generosità dello spirito avvedo a con- cepire, ed immaginare cose grandi, e ad- duce per esempio di tali sublimi pensieri , e Mosè, il quale non potea più nobilmen- te esprimere la grandézza, e l'onnipotenza di Dio nella creazione delle cose, che di- cendo soltanto: w Parlò Iddio: sia la luce y e fu la luce ; sia la terra , e fu la terra ; e tutta r Iliade d'Omero, 'a confronto della quale dice essere l'Odissea opera della vec- chiezza, ma però della vecchiezza d'Ome^- ro, simile al sole, che tramonta, un Ocea- no, che rientra, e ringorga in se medesi- mo, e da' suoi termini si ritira. Nasce an- co- g ,, „ r r $ se stessa , dee anche esserci presentato in quel lu- me . eie possa farci una chiara, e piena impressio- ne . dee esserci descritto con forza , con semplicità, coi.' rapidità , e concisione . Ma questi colori , co* quili dee lo scrittore dipingere gli oggetti , non sono eglino le metafore » le figure, le nobili, ed cU^antt tscressioni , la varia armonìa de' periodi? T li ragione, che tali colori , ò qualità proprie so- ro ancora di qualunque siasi genere di parlare, ò di scrivere, sarà ella bastante, per escluderli af- fatto da un trattato intorno al sublime? Sembra che lo Scrittore fngtese trovato avendo uniforme al suo sentimento quello di Longino nel fissare co- me vere , e principali sorgenti del sublime la gran- dezza , e nobiltà di pensare, e il patetico, non avesse poi dovuto così di leggieri riprenderlo, se come secondarie sorgenti del sublime h come aju- tt • che lo debbono accompagnare, ha riguardato le figure, le scelte frasi, l'armoniose sentenze, e ha dato loco fra le medesime sorgenti almeno un po- sto inferiore . e fcòra da un retto giudizio nello scegliere tra le circostanze, che un fatto accompagnano, le grandi, e nel tralasciare le frivole, ed inutili i nasce dall' ampi ideazione > la quale dice essere dalla prosa diversa, poiché que- sta semplicemente dimostra , quella ricchig- simamente come un mare si diffonde in un* aperta , è dispiegata grandezza, e facendo a questo proposito il paragone di Demoste- ne, e di Cicerone, assomiglia il primo per il suo dire vibrato, e conciso ad un fulmi- ne, che tutto rapisce, arde, ed abbatte eoa impeto, il secondo ad un vasto incendio, che ovunque trova pascolo, ed ovunque cori molto ardore, e sempre costante si volge. Ripete finalmente la sublimità, dei pensieri dall' imitazione degli antichi Scrittori, pa- ragonandola al Tripode dell i Pitia; e come questa accostandosi al Tripode restava in- vasa dalla virtù divina, così dalla sublimi- tà degli antichi nèM' animo di quelli, che gì' imitano, si trasmettono certi effluvj, da cui ispirati anche quelli , che non sono mol- to dispósti ad essere agitati dal furore di Febo, concepiscono l'entusiasmo. Insegna poi, che nell' imitarli bisogna figurarci, co- me si sarebbe espresso quell'autore, che prendiamo per modello, se avesse dovuto dire la medesima cosa , e quasi al di lui tribunale presentandoci , e sottoponendo al» la sua censura i nostri scritti, figurarsi, qual giudizio ne formerebbe. Passando quin- 4=^=r:  #  Daremo a tali principi tma maggiore estea quindi alla seconda cagione del sublime, che è la fantasìa, ò l'immaginazione, dice alrro non essere ella, che un certo entu- siasmo, ed una certa passione, la quale di- pinge alla mente dello Scrittore in sì fatta guisa le cose, che gli pare di vederle, e tali poi egli pure le rappresenta agli occhi degli uditori. Distingue la fantasìa, ò T im- maginazione in Poetica, ed in Oratoria, di- cendo esser proprio di questa lo schiarire - e T illustrare le cose, di quella il sorprende- re, e sì dell'una, che dell'altra il muove- re . Avverte però, non dover l'Oratore avan- zare , come i Poeti, la sua immaginazione a favolosi infingimenti, ma limitarla a quel- lo, che è verace, e fattibile. In luogo d* Euripide r d' Eschilo, e di Sofocle, che egli adduce per modelli della sublimita, la qua- le nasce dagli affetti ardenti , e gagliardi > io vi esorterò a leggere la parlata d'Arian- na abbandonata da Teseo presso Catullo nel Poemetto sulle nozze di Teti, e di Peleo, quella di Didone contro Enea presso Virgi- lio nel libro IV. dell'Eneide, quelle di Ve- nere cóntro di Giunone , e di Giunone con- tro di Venere' nel X., conteatandomi di qui riferire soltanto la pittura , 'che nel libro IX. fa lo stesso Poeta della Madre d' Euria- lo, quando riceve la nuova della morte di suo figlio , e il discorgo patetico , che le mette in bocca:. .sNun- sione, parlando espressamente dell'imitazione nel seguente Capitolo. » Digitized by ^Nunciafama ruìt% matrisque adlabitur a re* Furiali, ac subitus miserae calor ossa reliquie 9 Excussi manibus radii, revolutaque p^nsa . Evvlat vfelix , et foeminco ululata Scissa comam , muros amens , atqueagmina cursiL Prima petit* non illa virimi, non illa perieli Telorumvc memor,C$lum dehinc questibus implet : Unric ego te, Euryale , aspicio ? Tune illa senectae Sera meae requies ? Pontisti linquere solam Crii del is? Nec te sub tanta pericula missum Affari extremum miserae data copia Mairiì Heu ! terra ignota canibus data praeda Latinis 9 Alitibusquc jaces , nec te tua funera mater Produxi, prcssive oculos , aut vulnera lavi Veste tegens , tibi quam noctes Jestina diesquv Urgebam , et tela curas solabar aniles . Quo sequar? ec. Con quanta ragione poi tra le cagioni, ed i fonti del sublime egli riponga le metafo- re, e le figure sì di sentenze, che di paro- le, ( le quali per altro vuole, che non com- pariscano fatte a bella posta, e studiate» ma ne resti coperto l'artifizio dalla subli- mità de' pensieri ) la frase scelta, nobile» ed elegante, la buona composizione, ò la buona tessitura, e collegazione dei membri, ed il giro armonioso, e grato de* periodi» il potete agevolmente comprender da ciò» che di tali materie ragionando vi ho già esposto, senza che io mi trattenga nell' ac- cennarvi minutamente quanto egli dice in particolare intorno a ciascheduno di tali soggetti . Non voglio però tralasciare il dub- bio, che egli muove nella Sezione.» se migliore riputar si debba la sublimità con qualche difetto, ò la mediocrità in tutte le sue parti perfetta. Decide egli in favore dei- la sublimità non esente da qualche bassez- za ò difetto , e lo prova con 1' esempio di moiri, dicendo, che sempre sarà più stima- to Omero con i suoi difetti che Apollonio» più Archiloco che l' irreprensibile Poemetto d' Eratostene intitolato V Erigane, più Pin- daro che Bacchilide, più Sofocle che lo- tte, e Chio. Molte erano le qualità, che ren- devano Iperide superiore a Demostene , pu- re la sublimi- à del suo stile a fronte de* suoi difetti ebbe sopra tutti la preferenza. Lo stesso dice di Lisia rispetto a Platone, e dalla natura stessa dell'uomo traendo 1* ragione della preferenza , che si dà alla su- blimità in qualche parte imperfetta, dice» che l'uomo suole ammirar più le cose ina- spettate, e grandi, sebbene imperfette, che e le piccole, sebbene nel suo ^ v j^é-| tratti sublimi e gran- iosi ricudpróno ; e 1fèn%ó ti , che non si av- vertano, ò non si valutino i piccoli difetti» che T emendato non si vitupera, ma il gran- de s'ammira, che l'esatto, ed il perfetto è 0 proprio dell' arte , ma il grande della natu- ra . Dopo avere per altro così espresso, e confermato il suo sentimento intorno alla preposta questione, lascia a ciascuno la li- bertà di pensare ciò, che gli piace. AR- uigitizeo uy Dello stile mediocre , e temperato . I^ra i due stili diversi, de' quali ho fin qui ragionato, un altro stile tiene il luogo di mezzo, e dell'uno e dell'altro parteci- pa; non s'innalza, non grandeggia, non tuona, non rapisce, come il sublime, nè al basso, al semplice, al familiare discende,, come lo stile infimo , ma prende dal subli- me tutti gli ornamenti, e tutte le figure più. moderate e soavi, e le forti e gran- diose rigetta; adotta tutti i vezzi, tutte le grazie s ed i sali propri dello stile infimo, allontanandosi nel tempo stesso da ciò, che ha troppo del familiare, e dicesi per que- sto stile mediocre, e temperato. Cicerone lo chiami ancora fiorito ed ornato, poiché proprio essendo di esso principalmente il di- lettare, ammette tutti gli ornamenti dell' arte, tutti i fiori dell'eloquenza, i pensieri, e le immagini più brillanti, le più terse e- spressioni, i periodi più armoniosi e soavi. E se ad impetuoso torrente , che con gran strepito scorre, e quanto incontra svelle, abbatte, e porta seco, dir si può simile lo . stile sublime, a picciol ruscello, che in mez- zo a fiorito, ed ameno giardino placidamen- te muove, l'infimo, ed il semplice; a ric- co, e limpido fiume, che per ampia, e ver- deggiante campagna si aggira con le sue acque, potrà io stile temperato e mediocre as- 4 00 &6sojniglia.rfcì. Le Storie di Cesare, di Sallu- stio, di T. Livio, gli Ufizj di Cicerone i suoi Paradossi, il sogno di Scip one, ed al- tre sue opere, la Georgica di Virgilio, la maggior parte dell'Elegìe di Tibullo, e di Properzio, TEroidi d'Ovidio, gli Ufizj del Casa, la Fiammetta del Boccaccio posson servirci di modelli nelT uso di questo stile . Ma quale dei tre accennati stili dovre- mo piuttosto imitare, e quale agli altri an- teporre ? Senza dare ad alcuno sopra dell' altro la preferenza, quello riputar dobbia- mo il migliore, che più si adatta alla na- tura delle cose, che trattar vogliamo. Qua- lunque composizione ammetter può dentro di se tutti i tre accennati stili; anzi dalla -varietà dello stile, che alla varietà dell' im- magini , e de' pensieri dee corrispondere, riceve ella il suo più beli' ornamento . An- che la Commedia, disse perciò Orazio»' al- za talvolta il tuono, e lo stile, e s' ode con- trastare sdegnato Cremete; ed all'opposto depone alquanto di gravità la Tragedia, e talvolta in stile familiare stoga il suo pianto: „ Interdum tamen, et vocem Comoedia talli t y Iratusque Chremes tumida delitigat ore, Et Tragicus plerumque dalet scrinane pedestri. In qualunque composizione le cose grandi debbonsi, al dire di Cicerone, esprimere con sublimità, e grandezza, le piccole con stile semplice» e familiare, ori uno stile tempe- rato le mediocri; e quegli non può, dice Orazio , il nome di Poeta arrogarsi , che usar Digitized by Google tisar non sa opportunamente di ciascheduna stile, e conservare i colori, che a ciascun sog-euo convengono: 9) Lcscriplas servare vfces , operumque colores Curerò, si nequeo , ignuroque, Poeta salutur} Io vi esorto in ultimo ad aver sempre pre- sente l'insegnamento dell' isresso Orazio, il quale ci avverte di sfuggire con tutta la. premura, e cautela il difetto di coloro, che volendosi sollevare danno in gonfiezza , e si perdono tra le nuvole ; volendo far pompa dei fiori, e degli ornamenti dello stile me- diocre, divengono freddi, e snervati; volen- do per timore di sollevarsi , seguire lo stile semplice, ed infimo, si abbassano di troppo e radono il suolo; „ Sectantem lenia nervi Deficiunt, animique, pnrfessus grandia target, Serpit hami pulus nimiiim 9 timidu$que prucellae. La distinzione , che sulle tracce degli anti' chi Retori abbiamo fatta finquì dello stile in semplice, sublime, e temperato, è a dir vero più fondata su la diversità delle im- magini , e de' pensieri , che sulla maniera d esprimerli, la quale per altro debbe sem- pre, per quanto è possibile , esser confor- me , e corrispondere alla qualità de* senti- menti, cosicché 1 elocuzione col suo diver- so tenore , e con i varii suoi ornamenti ne esprima la semplicità , la mediocrità , la gran- dezza. Che se riguardar si volesse lo stile relativamente al genio di chi scrive, in va- no si tenterebbe di ridurne la moltiplicità P d ad 402 *d un* esatta, e generale divisione , tanti potendo essere giusta V osservazione di CICERONE (vedasi) gli stili, quanti son gli scrittori. O- gnuno in fatti secondo il naturale suo ge- nio ha una maniera sua propria Ài pensare e di parlare , ò di vedere e di sentire le cose, e di dipingerle con le parole . Da essa prende un colore ed un carattere talmen- te proprio anche lo stile, che sebbene uno •crittore dalla diversa qualità delle cose , che tratta , sia obbligato a cangiare anche lo stile ( come quando T. Livio, e Tacito dalla narrazione istorica passano al tuono delle concioni ) pure ne' diversi tratti dell* opera scorgesi sempre la stessa mano, ed il carattere proprio dello scrittore . Infatti an- che nelle concioni distingnesi lo stile dif- fuso, e magnifico di T. Livio, il conciso di Tacito . Dove anzi non vedcsi questo carat- tere, e questi impronta d' un gènio parti- colare , si concluda pure , dice il Sig. Blair, che coperà d'uno Scrittore triviale, d'uno, che scrive non per proprio genio, ma per una servile , e stentata imitazione. Sonovi per altro alcune proprietà gene- rali dello stile, delle quali altri più, altri meno partecipano , ed a cui ridur si può se non in tutto , almeno in gran parte lo stile pro- prio di ciascheduno. Vi ha, chi esprime in poche parole i suoi pensieri , tra le parole ii*a le più espressive, rigetta come ridon- dante, e superflua qualunque frase, che niun peso, e ni una forza aggiunge al sen- ti- Digitized by Google timento, studiasi di presentar la prima vol- ta gli oggetti nel più vivo lume» fa uso degli ornamenti, ma in questi cerca più la forza, che la leggiadrìa, dà a le sentenze» ò a periodi un giro più stretto , che armo- nioso e soave, segue in tutto la precisio- ne, ed ama di dire alla mente di chi W- ge, più di quello, che esprime . E' questo lo stile conciso, questo lo stile di Demostene, questo lo stile di Tacito. *ltri all' opposto espongono in tutta la loro estensione i senti- menti , li presentano in diversi aspetti , gli am- plificano , gli adornano , li dispongono in perio- di per lo più estesi ,e magnifici .Questo è lo sti- le diffuso , e Cicerone ne è il più luminoso mo- dello .E' difettoso il primo, quando la troppa precisione genera oscurità , quando per la man- canza totale d' ornamenti diviene lo stile arido* e secco . E* difettoso il second- , quando è ecces- siva , smoderata , e troppo lussureggiante la co- pia degli ornamenti ( quale d' ordinario s* osser- va ne' giovani , ne* quali per altro è più deside- rabile che la sterilita , più facile essendo il to- gliere in essi quello che abonda , che il supplire a quello che manca ) e quando V estensione che si dà ai sentimenti , ne snerva la forza , e si cad© in uno stile debole e languido, capace di stancar piuttosto , che di dilettare chi ascol- ta , ò chi lejge. Lo stile conciso impegnan- do più con la rapidità de ? pensieti, che si succedono, V attenzione, è più opportuno nell* opere a leggersi soltanto destinate, come pure ne' tratti patetici, perchè più confor- me me al genio degli aderti', i quali amano la precisione, la forza, la brevità. Ne' com- ponimenti poi, che debbonsi ascoltare, e quando s: tratta d'istruire, di dimostrare, e di parlare più alla mente, che al cuore de- gli ascoltanti, senlbra, che si richieda, e si desideri piuttosto lo stile diffuso. La natu- ra , ò sia il genio particolare degli scrittori saKi sempre la misura del grado, per cui uno s accosta più a questo che a quello , più d^lT uno, che dell' altro partecipa. Io cre- do però potcr.-i non senza fondamento os- servare, maggiore essere il numero de' buo- ni modelli ne.lo stile diffuso che nel conci- so, e la ragione principale, come io penso, si è, che lo stil conciso richiede un genio singolare, rapidità, elevatezza , penetrazione di mente, viva e forte immaginazione, un cuore sensibile, ardente, impetuoso, dispo- sinoli, che non così spesso, nè facilmente in molti si trovano. Questa osservazione per altro n:enre diminuisce il mento del mag- g,or n un^ro degli scrittori , che non men volenrien si ledono, b*nohè lo stile dif- fuso sia qujllo, che domini nelle loro ope- re, sì perchè lo sonteugono se nure con no- biltà, sì perchè sanno ancora opportunamen- te esser concisi , e sono per conseguenza più degni d' ammirazione e di lode, per- chè riuniscono 1 pregj dell'uno e dell' altro sti- le. Orazio, Virgilio, Cicerone, il Casa, il Petrarca , il Tasso , e molti altri di simil merito formeranno sempre la delizia de' dot- ti Digitized by Google ti/ Il genio medesimo dellt lingua può avervi gran parte, e questa ancora può es- ier non 1 ultima delle ragioni per cui so- no per ìo p:ù diffusi gì* Italiani scrittori, concisi i Francesi. Ma vi è una proprietà comune a qua- lunque sorta di stile, e che di qualunque stile forma il pregio più bello, ed è que- sta, come avverte il Sig. Blair, la sempli- cità, presa nel senso d' uno stile naturale, d' uno stile, che ci presenta i più sublimi pensieri, le più vive pitture, i più nobili, e più leggiadri ornamenti, Y espressioni più eleganti, ed energiche, i più armonio- si, e soavi periodi, in una parola tutto il bello dell' eloquenza senza ombra d' arti- fizio, di studio, di fatica, di sforzo-. Nien- te di più dilettevole d* un opera, in cui si scorga questa maniera facile , e sponta- nea, quali sono le opere di tutti gli eccel- lenti scrittori. Niente di più ingrato dell'af- fettazione, che a questa naturalezza, ed aurea semplicità è contraria r tutto compa- rendo per essa ricercato, studiato, artificio- so, forzato; e la ragione si è, dice il Sig. lUair , perchè le maniere di scrivere più studiate ed artificiose , quantunque belle han sempre questo difetto, che presentano un autore sotto la forma d'un cortigiano, in cui lo splendor delle vesti , ed il con- tegno cerimonioso nascondono quelle parti- colari qualità, che distinguono un uomo da im altro. Ma il leggere un autore» che scri- ve 406 <*e con semplicità, e coli naturalezza, èco* me conversare con una persona ragguardevole in casa sua» e a beli* agio, dove si ravvi-* gano in essa le naturali maniere, ed il suo distinto carattere. Nel capitolo, che segue* m' afTretro a farvi vedere, quanto sia utile per 1* acquisto del buon gusto, e del buono «ile il conversare spesso con tali scrittori* e la maniera di trar profitto da una sì fat* ta conversazione. ♦ CAPITOLO V. Dell 9 Imitazione. M a come arriveremo iioi a fuggire tali difetti, e facile ci renderemo la vìa all'ac* quisto, ed all'uso' d' un buono stile in qualunque genere di composizionè, che da noi s' intraprenda ? Questo è ciò, che sono in dovere di mostrarvi, passando dai pre- cetti * «-he a ete finora ascoltati, alla prati- ca ed ali esecuzione di essi, senza di che sterili in voi rimarrebbero, ed infruttuosi. LUmita/ione* e l'esercizio sono pertanto i due mezzi, per cui il buono stile nello scri- vere * e nel parlare si apprende. Nell'imi-- razione, dice Quintiliano, fondate sono in gran parte le arti tutte, e da essa in gran parte i loro avanzamenti , e la lor perfe- a- • • • zione riconoscono (a). E se questo principia non » l«J Ntque enim dubitati potest , f */» artis pars Digitized by Google non è che troppo vero per rispetto alla pit- tura , alla scultura , alla musica , e a qual- sivoglia arte ò meccanica, ò liberale » non è meno vero, nè di minor uso, e vantag- gio riguardo all' eloquenza . Richiamate alla vostra mente gli scrittori più celebri d' ogni secolo , e d* ogni nazione . Che sono eglino mai? Non v* ingannerete al certo, se tutti li riguarderete come eccellenti, e industrio- si imitatori, i quali studiando i migliori esemplari, e di ritrarne una somigliantissi- ma copia affaticandosi , a tal pregio , e per- fezione condussero i proprj scritti, che me- ritaron poi di passare essi pure per altret- tanti originali degni dello studio, e dell* ammirazione de* posteri. Non si sa, quali esemplari servissero di scorta ad Omero ne* • suoi maraviglisi poemi ; ma non senza fon- damento si crede , che questi a lui pure non mancassero , benché ignoti ne siano a noi i nomi, e le opere, e venga considerato Ome- ro come il padre, ed il maestro di tutte le arti. L' Iliade, o l'Odissea divennero la scuo- la di tutti i Greci, che gareggiarono chi in una, chi in un altra professione, d' imitarlo. Lo stesso fecero i Latini riguardo ad Ome- ro, ed agli altri Greci di lui imitatori. Dei Latini, e de' Greci calcarono gloriosamente le orme tutti gì' Italiani , e tra gì' Italiani i più moderni non poco si sono affaticati per emulare con una talvolta nobile, e non ser- mngna contincatur imitatiiiic . servile imitazione gli antichi. E chi dopo di ciò lusingar mai si potrebbe di giungere al- la gloria d'ottimo, e d'eloquente scrittori senza lo studio, e senza V imitazióne di ta.- li esemplari? Giorno, e nòtte abbiate nelle mani, e leggete le opere de Greci poeti, dice a Orazio ai Pisoni: „ Vos exemphiria Graecd Notturna venate manu , versate diurna -, avvertimento, che io non saprei giammài à voi pure abbastanza ripetere, ben cono- scendo* che dall' uso di questo dipendono in gran parte i progressi < che far potrebbe ciascuno nell'eloquenza. Ma perchè più fa- cile, e più fruttuosa ai voi si renda una ral- le imitazione, troppo necessario, ed oppor- tuno mi sembra I'esporvi, quali regole do- vete in essa seguire. REGOLA  . \ a prima, e la nori meno intéressante di oneste redole è certamente la scelta giudi- ziosa de Vioni Scrittori. Quelli, che sorio- si oramai formato il buono stile, possono impnntvriente spaziare nella lettura anche di scr 'rr^ri , ne' quali regna uri cattivo gu- «to. Ouclli poi, che hanno bisogno di for- marlo, e a quest'oggetto s'applicano; allo gridio delle lettere, quali appunto voi sie- te , por debbono un qualche freno al desi- .... de* Digitized by Google 4^9 derio di lecere, per non incontrarsi in cer* te opere, nelle quali in vece di succhiare il fiore d'una soda, e vera eloquenza, contrar possono tutti i diretti d' un' eloquenza falsa, e corrotta. Non meno importa ai giovani ancor principianti ed inesperti l'istruzione, e l'esempio de* buoni scrittori, che a tene* ro barn inello di fresco nato il nutrimento d'un latte sostanzioso e salubre. Conviene perciò nella moltitudine immensa de' libri, onde siamo assediati j scegliere i buoni, é tra i buoni sempre i migliori, e nella let- tura di questi impiegare tutto lo studio. Non c' inganneremo in questa scelta , se tra gli esemplari preferiremo sempre i più an» iichi, quelli cioè, che hanno il favorevol giudizio di tutti i secoli, e* di tutte le na- zioni, e come veri maestri sono stati sem- pre riconosciuti. Che giova ( dice però il chiarissimo Bettinelli ) cercare Francesi (a), ed #: [ai Tanto è lontano il Sig. Bettinelli dal mo- strare con t-ile espressione poca stima per gli scrit- tori delle due eulte da lui nominate nazioni , che pillando degli Oratori Piancesi nell'appendice If. su li Predic.i?ione , ò sacra Eloquenza non ha dif- ficoltà d'asserire, che. non può altra scuola emù* lar quelle di Grecia , e di Roma, come il può quél- la di Francia co' suoi Hossuet , e Bordaloue, Mah sii! on , e Qbcmlndh $ La-Tute e Flecbier , t* tant' al* tri ( anche non sacri ) e noi medesimi dobbiamo àrder la pnlw a in quel genere , come quella del Teatro. Dal non averli io giammai citati nel cor* so di questa Operetta -muno vi sia, che argomenti. Google ed Inglesi, «e abbiamo I nostri; e perchè prefiggerci i nostri soltanto, se abbiamo i loro esemplari, e maestri dell'antichità? Giusto è dunque incominciare dagli antichi , e sopra di essi gettare i sodi fondamenti del gusto, e del comporre. Ed ecco perchè sì pochi fra tanti oratori, e poeti veggiam riuscire a qualche eccellenza; perchè non si vk alle sorgenti, ma si beve ai ruscelli, ne* quali assai spesso nè limpide, nè abbon- danti sono le acque. Giudizioso, ed utile è ancora T avver- timento di Quintiliano, il quale dice, che non a , z :  che :« non m' unisco con lui ad ammirarne la so- da eloquenza. Ho scritto principalmente per gV Italiani E* ella cosa opportuna , ed utile il proporre <* questi per esemplari , e modelli . per quan- to siroo eccellenti* gli Oratori Francesi? Io mi ri- stringerei ad invitare la nostra studiosa gioventù ali», lettura di essi . quando si fossero già formati i! buon gusto nello scrivere la propria- lingua , c fossero ben premuniti contro la facilità d' introdur- re io essa, come da molti si fa, un gusto, ed uno stile tutto Francese . Per questa ragione , ed anche per non moltiplicare di troppo gli esempi io mi so- no astenuto dal far uso di tanti chiarissimi stranie- ri scrittori . Per la medesima ragione di provvede- re alla brevità ho tralasciati tant'insigni Oratori Italiani , il Casini, il Tornielli , il Bassani , Quiri- co Rossi, il Terzi, il Venini , il Vanini , il Tur- chi , ed altri , i quali tutti, dice in una sua nota y Traduttore di Blair, chi piti , chi meno, ò per Evangelica libertà, ò per coltura ili stile, • per dottrina, ò per forza d'argomenti, ò per woziout d % affetti hanno un merito assai distinto . Digitized by Google non consiglierebbe mal alcuno a limitare il fcuo studio, e la sua imitazione ad un solo scrittore (a) Perchè infatti render ci dob- biamo sch/avi d'un solo, e questo sì rigo» irosamente seguire, che in parlando, ò scri- vendo tutto sia da noi perfettamente lavo- rato secondo lo stile . e la norma di quello scrittore, che preso avessimo per nostro e- semplare, 6 ci facciamo scrupolo di usar frasi , e vocaboli, che non sieno stati dal medesimo adoperati ? A questa schiavitù tan» ti, è vero - s' assoggettarono , e tanti pur s* assoggettano , lusingati del vano onore di comparire chi Ciceroniano, chi Petrarchesco* e chi Dantesco. Ma qua!' esito ebbo mai* ed ha una cosi servile", e ristretta imitazio- ne? Non ci dobbiamo maravigliare sé tan- to inferiori sono ai loro esemplari questi troppo superstiziosi, ed idolatri imitatori. La perfetta somiglianzà di chi imita cori ì* esemplare non solo è difficile , ma direi qua- si affatto impossibile . E* ordinariamente più facile il Fare più di quello, che altri ha fatto, come avverte Quintiliano, chd il fare appunto quello, che ha fatto (b). Quello* fcnzi , che vi ha di più nobile , e di più in- teressante negli scrittori , rìorl è punto imi- tabile , come T ingegno , la fantasìa , la pd* detrazione, la facilità, e tutte le àltre di-* spo- (a) Ne hoc quidem s un s trita , uni se alieni prò* frfè, quem per omnia seqtiatur , addico?, {b) Facili us est plus fa cere , quam idem , spedizioni, che dalla natura, e flou dall' af* te dipendono (<z). Bisognerebbe avere nel medesimo grado tutte queste disposizioni » "bisognerebbe averle egualmente coltivare per giungere alla medesima perfeziore dell* esemplare. Oltre di che il prendere ad imi- tare un solo è lo stesso , che por freno a quella libertà d* ingegno , che è troppo ne- cessaria per avanzarsi nella camera delle lettere, è un limitare i progredì , che far si potrebbero ai di là ancora dei confini, ai quali è giunto quel dato scrittore . Con la sola imitazione , dice il medesimo Quinti- . liano , non si fanno progressi (b) Il vero , e saggio imitatore non dee appagarsi di ciò» che altri ha fatto , ma dee avanzare più ol- tre le sue mire, e tentare quello ancora » che non è stato tentato. Se così fatto non avessero tanti antichi, ed eccellenti imita- tori, quali progressi mai fatto avrebbero le Lettere (e)? Quali ricchi fonti finalmente non si chiude chi gì dà servilmente allo studio» ed ali* imitazione d' un solo ? Miglior con- siglio adunque sarà lo studiar molti, ma sempre ottimi modelli , e come le api con l'umore da molti, e diversi fiori succhiato compongono il miele, così per mezzo di va- *= — r- :   Ad de fuod e a , quàe in oratore maxima sunt 9 ìmitabilia non stinta ivgcuium , inventi* , vis , faci' iitas ' , et quidquid arte non traditur . (*> NiM crescit sola imttattone • (<? Quid futururn erat , si nemo plus effe ci s set e$ r * sequebatur ? Digitized by Google 4*3 rj pregi raccolti da varj Scrittori formar ci dobbiamo, e adornare uno stile proprio, uno stile, che ci distingua, e ci faccia coni- par re non semplici imitatori, ma originali. Ls. uno per conseguenza si prenda Telocu- 7!' • e, da un altro le immagini, da questo la forza, da quello la grazia, da Demoste- ne un parlar vibrato e conciso, da Cicero- ne la copia , dall' Ariosto il colorito , dal Tas>o il disegno, da Tibullo, e da Ovidio la fluidità e la copia, da Virgilio, e da Properzio la maestà, e la robustezza. Bella è però la risposta, che dà Quintiliano ad uno, che detto avesse: Non basta parlare, come ha parlato Cicerone? » Mihi quidetn satis es*et, ( dice egli ) ri omnia consequi possem , quii tamen nocet vim Caesaris , aspe* ritatem Caecilìi , duigentiam Pollionis , judi- Ctum f alvi quibusdam in L>cis assumere »? E' opportuno per altro avvertire , che quan- do s'intraprende una qualche opera, ò coni-, ponimento, conviene più,ò unicamente stu- diare quegli Autori, che sono in quel ge- nere i migliori esemplari. Dobbiamo per con- iejuenza studiare Omero, e Virgilio, se ten- tiamo un poema Epico; Sofocle, Euripide, Corneille, Racine , Voltaire, il MarTei, f Alfieri, se compor vogliamo una Tragedia; Teocrito, e Virgilio, se ci piace scriver Ecloghe ; proporci per esemplari Tibul- lo , e Properzio nell Elegìe , Orazio nclT Odi, e ne' Sermoni, il Petrarca ne' Sonet- ti , e nelle Canzoni ; e così del resto . REGOLA n. D alla scelta degli scrittori passar dob- biamo alla continua, ed attenta lettura .te* medesimi, senza la quale non ne sarebbe mai a noi possibile V imitazione. Ad altro infatti non tende V imitazione, che a ren- derci simili agli esemplari, ò per dir me- glio a trasformarci tutti ne* medesimi, co- sicché nella stessa guisa pensiamo, nella stessa guisa parliamo, ed in noi passi, e si trasfonda il loro spirito, la loro forza, la lor leggiadrìa . A ciò voi ben comprende- te, non potere alcuno arrivare senza vive- re , e conversare giorno e notte con essi , senza averli sempre fra mano, senza torna- re più e più volte a rileggere in essi quel che più volte vi ha letto, senza esaminarli con attenzione, senza internarsi profonda- mente nei loro spinto, senza famigliarla-, zarsi talmente con essi, che finalmente lo loro immagini, le loro espressioni divengano quasi per abito sue proprie espressioni, ed immagini. Di ciò persuaso Orazio non cessa- va d' insinuare ai Pisoni questa continua, attenta, e diligente lettura de' Greci Poeti, con le parole, che poco sopra hò riportate; » Vos exemplaria (ìraeca. Notturna versate marni, vergate diurna. Ma perchè questa sì necessaria lettura de* buoni scrittori produca in noi un sì van- taggioso, e nobile effetto, diportar ci dob- biamo in. essa, come un industrioso peroro nel uigitizeo uy nel tentare la copia di qualche beli' origi- nale. Qual cosa vi ha in esso, che sfuggì alla sua attenzione? Ne osserva diligen- temente il disegno, T armonìa e la gius a. proporzione delle parti, V ottima disposi- zione , la varietà , la vivacità , la soavità , le de- gradazioni , i passaggi de' colori, i difetti me- desimi anche i più piecoli, tutto esamina, sopra tutto fissa con lo sguardo la sua attenzione . Nella stessa guisa tutto noi pure esaminar dobbiamo in leggendo le ope- re altrui, e tanto più saremo in grado d* intraprendere un simile esame, quanto più ci avanzeremo nell' intelligenza delle me- desime. E siccome T imitazione esser non dee alle sole parole ristretta , così contentar non ci dobbia no d' osservare, quanto uno scrittore sia elegante, vivace, e giudizioso nell* espressioni, armonioso, e soave ne* pe- riodi ; ma internandoci nell' argomento , che tratta , scoprirne il disegno , conoscerne V ordine* e la connessione delle parti, la pro- gressione, la condotta, i passaggi, notare la varietà , la copia , la forza , 1' amplificazio- ne , e la disposizione delle prove , rilevare la bellezza delle figure, la proprietà delle similitudini, l'accuratezza delle narrazioni, la sublimità de' pensieri, i caratteri ben con- servati delle persone, e delle cose , 1' arte di maneggiare gli affetti, e quanti altri pre- gi lo rendono commendabile, e degno d* imitazione (a). Non ci lasciamo però se- dur- : : — ^ =r=» {a) Imitati» autem non sit tantum in verbi s , Digitized by Google durre intanto da una troppo parziale ge- nerazione per X autore, che leghamo, co- sicché non ne conoschiamo, e condannia- mo nei tempo stesso i piccoli difetti , dai quali non vanno esenti anche le opere de più grandi incesi». e che destare non ci debbono, ne ^ahenare da lui m graz.a delle tante, e maggiori bellezze, che in lui si ravvisano, (a)* da questi medesimi difetti tra- endo anzi prefitto, con farli se vire alia nostra maggiore istruzione Ma più d' una sem- plice, ed attenta lettura ci condurra a di- # scoprir meglio tutte queste cose negli scrit- tori, e per conseguenza ne V esercizio di tradurre nella nostra lin- gua le loro opere . Questo è 1' esercizio, che soprattutto raccomanda Quintiliano sull esempio di L. Crasso, di Cicerone, di Mes- sala, i quali traducendo in latino le opere de Greci, tanto profitto ne trassero, che se non gli superarono, giunsero almeno ad emularli, ed aggiungendo di questo suo Si utile, ed opportuno avvertimento le pia :i ragioni: „ Quid quod (dice egli) auctQ^ res llluc tute idenda mens > quantum f<u rit ìllis viris de- foris tu rebus , et in per soni s , quod con si li um , quae dispoutio , . . . . quid ava tur proemio., quae ratio , et quaw farfa narrati di , quae vis probandi , ac reft llendi , quanta in affectibus omnis generis mo- Vendi* teienùa . Quintil. ia I Ret urn ubi plttra nttent in Carmine , non ego paucit Offt„à*r waculis , quas aut incuria fudit , Aut bumana parum cavit Natura . . . Horat. i Digitized by Google res maxitn'r sic diligcntius cognoscuntur? Aon enini scripta Ustione secura tfan$currimus 9 sed tracta; us singul&i et necessario iniro- spicimu.* , et quantum vinutis habeant, vel hoc ipso cognoscimus auodimitari non possumus » Niuno ancora vi sia, che non reputi di gran- dissimo vantaggio 1 impararne a mente i y ù l*ei tratti, le più nobili sentenze, le fra-» si più eleganti, sui rifesso i he tanto mag- giore avanzamento dir potremo d' aver tat- to nello studio e nella cognizione d' una lingua, quanto maggiore ^ark il numero delle voci, e delle maniere di dire, che avremo presenti alla mente , REGOLA . IVJ a qui non s' arresti lo studio, che far deggiamo de* buoni crittori, se bramiamo d* emularli. Alla lettura di essi succeda, e vada unito il continuo esercizio dello scri- vere, e del comporre. Frutto della lettura non dee esser soltanto il fecondar la me- moria d' idee, d' erudizione, e di frasi . Bi- sogna tentare lo stile, bisogna gareggiare imitando con gli esemplari, bisogna con- vertire in suo sangue, ed in propria sostan- za ciò che leggiamo. Si cominci adunque dall' esprimere qualche sentimento simile a quello d' un qualche buono scrittore fiu- tando alcune poche parole , ò frasi ; si pas- E e s; 4*8 si a dare ai sentimenti, ed all' immagini al- trui un diverso aspetto, servendoci di voci/^ di maniere di dire, e di figure diverse; si tenti d* amplificare ciò , che altri ha espres- so con precisione, e brevità; vi si aggiun- ga qualche cosa del proprio-, gli si dia, se- è possibile, un maggior lume, ed una mag- gior bellezza, si seguano ancora in un di- verso argomento le sue tracce , imitandone il disegno, V ordine, e la condotta, ed in questa guisa diverremo a poco a poco per 1' imitazione simili ai più eccellenti mo- delli , giungeremo anzi ad emularli . Questo è ciò, che hanno tatto tutti coloro, che go- dono il nome, e la fama d* eccellenti scrit- tori. Rammentatevi quel sonetto del Pe- trarca : « (Jiunto Alessandro alla famosa tomba Del fero Achille, sospirando disse: 0 fortunato, che si chiara tromba Avesti, e chi di te sì alto scrisse. Il pensiero ed il sentimento è preso, come sapete, da Cicerone nell' Orazione prò Ar- dua Poeta: ,5 Is tamen ( Alexander ) cum in Sio-aeo ad Achilli* tumulimi adstitissct: 0 fortunate, inquit, adolcscens , qui tuae virtù- tis Homerum pracconem inveneris . » Come però lo ha bene non solo imitato, ma no- bilitato ancora, ed abbellito il PoeralRim- mentatevi la bella sentenza d' Orazio nelL Ode terza del Libro I. p Illi robur , et acs triplex Circa pectus c/\U, qui fragile m truci Com- f 419 Commisti pelago ratem -, e poi dare uno sguardo a quel Sonetto del Manfredi : p Ben ha di doppio acciar tempre possenti Intorno al petto, ò adamantina pietra, Se alcun v ha, cui no 'l frange , e non lo spetra , Doleva , il suon de* tuoi divini accenti ; ed al principio di queir Elegia del Sana- zaro : 1 v> Q ai pfrimuf potuit patrios liquisse Penates , Et marisy et longae taedia ferre viae;(tes> Quem non inasta domus>quem non revocare pareri- Non potuit fusis blanda puella comis , Impius et scopulis, et duro robore natus Atque inter tigres editus ille fuit . Non mihi circumstat circum praecordiajerrum , Nec riget in nostro pectore dura silex , Vtpossim dulcesque lares, limenque puellae Linquere, et ignoto quaerere in orbe domum . E' egli possibile distinguere tali copie dall' originale ? Per non ripeter quello che nella Poetica ho detto riguardo ai poemi Epici d* Omero, e di Virgilio, una bella imitazione di Teocrito, e degli altri Buccolici Greci sono T Ecloghe di Virgilio, una bella imita- zione di quelle di Virgilio sono le scritte dal Sanazaro, dal Giannettasio , e dal Vi- da . E non sembra , che Monsignor della Casa avesse avanti gli occhi Y orazione di Cicerone in favor della Legge Manilia quan- do fece il piano, e V orditura di quella^ che per la Lega compose? Riducetevi alla memoria gli esempi, che ne ho riporrà ti ^ par- 4M parlandovi della proposizione, e della di* Visione di essa in un ragionamento . Questi csempj, ed altri innumerabili, che voi stes- si incontrerete in leggendo i buoni scritto- ri , mentre ci d mostrano, come tanti han* no saputo emulare i pregi , e la gloria dei grand' ingegni, sono una pratica scuola, alla quale noi pure apprender possiamo 1' arre di ben imitarli ne' nostri componimenti. Non è quesr arte .senza le sue grandi dif- ficoltà, ma q ìesre sgomentar non ci debbo- no, nò desister dobbiamo dallo scrivere per T esito infjlice delle prime nostre produzio- ni . Al buono , al granJe , al perfetto non si £Ìunjre che a poco a poco, e per gradi, e dopo molti tentativi (a). Soffriamo adun- que in pace le nostre medesime imperfezio- ni; non c'incresca la fatica, ci animi la si- cura speranza , che il continuo , e diligente esercizio correggerà i nostri difetti, c racco- glier ci farà delle nostre fatiche , e del no- stro studio frutti sempre più abbondanti e migliori. Bisogna scrivere con somma dili- genza, bisogna scrivere moltissimo; io vi parlerò con i medesimi sentimenti di Quin- tiliano per. non defraudarvi dell' ottime re- gole intorno all' esercizio del comporre da — =! " in* \a) N'bìl f erutti ìpsa natura voluit subito w#- gtìunt affici, prtìcposuirqnc pttlcherrìmo cuiqne operi difficili taf em , (fune nascondi quoque b me fecerit A*- gem , ut may.ra anim it i diutias visceribus pareti- tur» contiuercntur . Quintdian.  42 T esso con la maggiore accuratezza prescritte. Sia pure sul principio quanto si vuole tar-» i do lo stile, purché non manchi di diligen- za (<i) . Non ci compiacciamo troppo delle prime idee, e delle prrne espressioni, che ci si pre.^ent.no. Facciamone giudiziosamen- te là scelta, e adottiamo le migliori. A. quest'effetto esaminiamo la forza delle pa- role, studiamo la maniera di collocarle al *uo luogo, nè sia l'ultimo oggetto di no- stra attenzione, e premura la varia, ed ar«- moniosa tessitura, e cadenza de periodi* unita alla chiarezza, e ad una semplice, e naturale disposizione. Rispetto poi all'idee, ò alle cose, che sono il pnncipal fonda- mento del discorso, alcuni vi hanno, che senza esaminare, se proprie sono della ma- teria che trattano, e al suo luogo disposte, prendono subito in mano la penna, e la- sciando libero il corso alla riscaldata fanta- sìa , scrivono, come si direbbe, ad un fiato, ed ex terpure tuttociò, che loro s'offre al- la mente, quel confuso ammasso di cose formando , che chiamano selva . Riprendo- no, è vero, ciò che hanno scritto, e ritor- nando su i loro medesimi passi si studiano di dargli una forma migliore. Ma per la più la correzione si ristringe alle parole, ed al suono, e le cose intanto senza giudi- rio, ed a caso ammassare rimangono, qua- li erano prima, disordinate , frivole ,. ed ; im- per- — " - * iaj &t priiho vtl tardus , dum diligens st)lus. Digitized by Google fette (a). Meglio adunque sarà prima > che a scrivere incominciamo, esaminare pro- fondamente T argomento , concepirne il piag- no, e il disegno, dividerlo, se bisogna, nel- le sue parti, immaginare, e ritrovare al- meno le cose principali, che sul principio * nel mezzo, e sul fine diremo, cosicché nel- lo scrivere non vi sia bisogno di comporre interamente 1' opera , ma sol d' adornarla (b) . Tutte queste, ed altre diligenze dovendosi soel comporre da noi adoperare , maravigliar non ci dobbiamo, se sul principio special- mente saremo nello scrivere alquanto tar- di. Rammentar ci dobbiamo, che il nostro principale scopo, ed impegno * quello e^ser dee di scriver bene. Lo scrive^ presto non fa sì> che bene si scriva; itia con lo seri* ver bene s'acquista nello scrivete prontez- za, e facilità (c). La facilità, e la prontez- za sarà conseguenza dell' esercizio , e dell' uso (d). A poco a poco ci si presenteranno più facilmente le idee* più pronte ci ver- ranno T espressioni, più facile ci si renderà il dare a 1 1* u ne> aU* altre quella connes- sione, e qud£!§MM^ ^ello del- Verha èiktudantur , et numeri ; manct in re hus temere congesti s quac fuit levitas . .{li) ProtinuS ergo adbibere curam rectii/s erit , ut^ue ab initio sic opus ducere , ut ctretandum , non ex integro fabricdndum sit . (c) Cito scribendo non jìt , ut bene Scribatnrì he" rie scribendo fit , ut cito . (</) Qeleritatcm dabit consactudo . Digitized by Google della composizione. Intanto a fronte di tut- te le difficol à si geriva. La diligenza, che nello scrivete adopreremo , le renderà sem- pre minori, e finalmente a pieno ne trion- ferà . Guardiamoci però dal crearci da noi medesimi questa difficoltà. Io non saprei de- cidere, dice Quintiliano, se manchino più, ò sieno più degni di riprensione coloro, ai quali rutte piacciono le proprie cose, ò quel- li, ai quali nulla piace di ciò, che scrivo- no, di nulla son contenti, tutto voglion mutare, tutto esprimere in diversa maniera da quella , onde la prima volta sonosi espres* si; si sdegnano con se medesimi, si consu- mano con la fatica, e per l'eccessiva bra- ma di dir bene si riducono a non dir nul- la, simili perciò ad un certo Giulio, il qua- le, come Quintiliano stesso racconta, si di- sperava, perche in tre giorni, non a vea po- tuto trovare un bell'esordio al suo discorso , e fu con ragione ripreso da Floro con quel- le parole: » Quid tu melius dicere vis 9 quam. potes , 5 ? Nostra premura esser dee di dir meglio, che sia possibile, ma pure bisogna dire, come possiamo (a). A tutte queste giudiziosissime, e ben fondate regole , ha tutta la ragione di uni- re il medesimo Retore , per un tratto della consueta sua , e singolare accuratezza in tutte le cose, alcuni altri avvertimenti i l'uso de'  (a) Curati invi est , ut quam §ptime dicawus*, ... dietndum ramai prò facilitate * 4*4 de' quali è molto utile, ed opportuno ri eif atto che si compone. Ed in primo luogo non Senza motivo condanna il costume di colò- fo, i quali dettano, e si servono dell opera altrui per scriver ciò, che compongono. Di qual distrazione infatti * di qual disturbo, ed ostacolo ali attenzióne, ed alla liberta dello spirito riuscir non dee ó la lentezza di chi scrive, ò il rossore di chi compone di comparir neL dettar troppo tardo ; ò il timore di divenir troppo molesto col farsi p ù vol-e leggere le cose già scritte, col tor- , nare più e pifi volte a mutarle, ed a cor- reggerle, di rendersi tal olta anche ridicolo per certi arti, che nel calore detta fanta- sìa inavvedutamente si fanno? Osserva an- cora, che questo costume ci toglie da quel ritiro, da quella solitudine ì da quella quie- te e liberta, che è troppo necessaria per chi compone (.1). E siccome a nulla giove- rebbe la quiete, e la solitudine esterna, quando fosse agitato lo spirito; così si ren- de principalmente necessaria la tranquillità di questo , cosicché riori vi sia alcuno estra- neo pensiero r : 00^^0^f<^e £ affligga, che lo ài8^0^Sm^^ér& ' di Quintiliano espressa ttV$$*èjj?^te mente Ovidio la neces- sità di ^vf&tk quiete sì esterna, che inter- na in quel verso: Car^ *=J^==Z=Z = r'-Z=zr~* (a) Deniqui' ti{ scm l quod est potentissimtim di" enm , sccrctum , qund dictando perii , ne libertini trhhrn hettm , et quam altitsimttm si lenti wh seri* ivntibus maxime convenire verno dubitaverit < Digitized by Google 9, Carmina secessum scribehtis , et oti a qua frìttiti Finalmente per non tralasciare alcuna d'i quelle co.se, che esser possono di vantaggio ai giovani studiosi, all' istruzione de' quali tutta è direna l'opera di Quintiliano, gli avverte il medesimo a lasciare nelle carte, ove scrivono, qualche spazio nel margine per le correzioni, e per 1 aggiunte t che con- venisse di fare, e d'avere ancora a parte un fogl.o per notarci subito quelle idee * che nel comporre vengono in mente , ma che allora non sono opportune, per poter- ne a suo luogo far u»o . Ma di tutte le regole, che intorno ali* esercizio del comporre prescrive, non sono certamente le meno importanti quelle, che riguardano l'emendazione di ciò, che si è scritto. Bisogna però confessarci esser que- ste le Dreno dai giovani attese, ed osserva- te. 0' sia l'amor proprio, che loro nascon- de i difetti 4 e le imperfezioni de' suoi scrit- ti, ò sia l' intolleranza della fatica , si sfug- go e .si ricusa d' emendarli con tutta la di- ligenza. Eppure dalia diligente emendazio- ne deriva iri gran parte non solo il profittò particolare di chi scrive, ma il felice pro- gresso ancora delle lettere; ed Orazio- non ha difficolta d'asserire, che i Romani cedu- to non avrebbero ai Greci nella gloria del* le lettere, coinè non la cedevano loro lift quella dell'anni, se i lo;ò poeti sdegnate? non avessero la fatica di limare, e correg> gore i proprj componimenti.:- 4*6 m Isiec virtute foret , clarisve potcntius armis Quatti lingua Iatium, si non offènderet unum* Quemque poelarum limae labor, et mora; ed ha tutta la ragione d' avvertire i Pisoni a non giudicar degno della loro approvazio- ne quel componimento, il quale non sia «tato più e più volte con tutto il rigore emendato, e ridotto all'ultima perfezione: » 0 vos, Pompilius sanguisycarmen reprehenditc,quod non Multa dies, et multa litura cocrcuit , atque Praesectum decies non castigavit ad unguetn . Consiste poi l' emendazione nelT aggiungere nel togliere, nel mutare Non è , dice Quin- tiliano, molto difficile la prima, e la secon* da di queste tre cose . Più difficile assai è la terza , la quale consiste nel moderare la troppa gonfiezza, nei ravvivare e sollevare le cose troppo languide, e basse, nel tron- care le ridondanti, ordinar le scomposte, le* gar le sconnesse, frenar le troppo libere; questa anzi seco porta una doppia difficoltà, mentre si tratta e di condannar ciò , che a noi prima piaceva , e di ritrovare quello, che ci era dalla mente sfuggito. A fine poi di premunirsi contro l'inganno, che produr sogliono naturalmente i proprj parti di fre- sco nati, e per metterci in istato di giudi- carne più rettamente, e senza passione, sa- rà molto a proposito il riporre per qualche tempo ì propri scritti, per riprenderne quin- di con mente libera, e disappassionata l'esa- me il più diligente, e scrupoloso. Sebbene- fi- Digitized by Googl non ci dobbiamo totalmente del no* stro giudizio, ma di buon animo sottoporre- mo i nostri scritti al giudizio , ed alla cen- sura di qualche onesta, e saggia persona, la quale, come dice Orazio: „ Versus rcprchendct incrtcs , Culpabit duros , incomptis ali ine t atrum Transverso calamo signum, ambuiosa recidet Ornamenta , paruni claris lucem dare coget , Arguet ambigue dictum, mutando, notabit, Fiet Aristar chus ; ed a questo giudizio sottometter ci dob- biamo con tutta la docilità, persuasi, che gli altri conoscono meglio di noi i nostri difetti . Questo è ciò che Orazio medesimo raccomandava a' Pisoni: « Si quid tamen olim Scripseris in Metti desccndat judicis aures , Et patris,ct nostras,nonumquc prematur in annum\ Membranis intus positis ,  Vt Lei buon Gusto. ì m-j a scelta, la lettura, 1 imitazione prati-* ca de' buoni Scrittori non solo produrrà in noi il prezioso frutto d* un buono stile nello scrivere, e liei comporre, ma molto ancora à noi gioverà per formarci a quello, che comunemente si chiama buon gusto, e che non 428 non bisogna col buono stile confondere,po<i tendo almeno una parte dics.so, quella par- te cioè che consiste nel conoscere il buono, ed il bello dell* opere altrui, ritrovaci an- che in persone altronde saggie, ed intelli- genti , ma che tentato , ed esercitato non hanro nel comporre il proprio srile . Di ciò re.-tercte molto r ù ^ersna*: , quando avrete compreso » quai' è .a \ era idea, che formar ci debbiamo del Inori grsro. Se all' elo- quenza, alia pre-ìa , ed a tutte le beile ar- ti il b *on g 'sro si riferisca ella è questa, come sa^giamenre avveri e il Muratori, un' espressione ai, arto me»afor >a, mentre nel suo proprio significato aìtro non impiega, che la iacoltà, ò la naturale disposizione a distinguere, e sentire il buono ò cattivo gaoore ne' cibi, e nelle bevande. Questa idea però ci conduce mirabilmente ad in- tendere, che cosa sia il buon gusto rela- tivamente alle produzioni dell' ingegno, e dell' arte. In. quella guisa adunque, che colui dicesi esser d' un gusto delicato, e squisito, che nei cibi, e nelle bevande di- stingue perfettamente-^ faggEtìi sapori; cosi dir si potrà il buon giste» ritrovarsi in co- loro, che nel|s- produzioni specialmente del- lo spirito- um$io sanno discernere il buono dal cattivo £if bello dal deforme, e retta- mente ire- giudkano-. Il buono, ed il bello infatti è la sorgente , e la materia del buon Susto, poiché il buono, ed il bello in noi, lo risveglia,, intorno al buono, ed al bello si Digitized by Google si rasura. E come il gusto nei sanori vien prodotto da quella impressione, onde i cibi e le bevande scuotono diversamente i nervi, de' quali ha tessuto mirabilmente la natu- ra la lingua, ed il palaro; co4 il bion gu- sto nel!' opere dell* ingegno nas e da juella varia impressione, che eccita nell' animo riostro la cognizione del buono» e del bel- lo, che in quelle si trova. E* questa una ne- cessaria conseguenza dell* inclina/ o ii , che la natura medesima ha in noi inserite - Ta- le infatti è la nostra naturale costituzione» che non possiamo non amare il bello, ed il buono, e non sentirci verso di esso gagliar- damente rapiti, cualunque volta al nostro spirito con assai chiara luce si rappresenti; non possiamo non aborrire, e disapprovar quelle cose, nelle quali questa bellezza , e questa bontà non si scorge. Non piò me- glio definirsi il gusto, che la facoltà di ri- cever piacere dalle bellezze della natura, e dell' arre. Questa ficoltà è comune a tutti quanti gli uomini. Ella si manifesta negli stessi fanciulli, nelle persone idiote, ne' popoli incolti , e selvaggi per quel prin- cipio di, discernimento, che tutti hanno del buono, e del bello . Ma in tutti non si trova nel medesima grado . Ne hanno alcuni un picco! barlume, e non son tocchi, che dalle più. sensibili, e grossolane bellezze In altri ne è così vìva, e sottile la percezione, che giunge alle bellezze più fine. Infiniti sono i gradi di mezzo tra V uno, e 1' altro di que- 43° questi due estrèmi. La cognizione adunque del buono , e del bello , come pure la man- canza di esso , e la cognizione del contrario produr dee in tutti un sentimento. Secon- do questo sentimento lo spirito ne giudica , ed in questo giudizio se è retto, vale a di- re se lo spirito vede, e sente il buono ed il bello, dov' è, se ve£e, e sente, dove non è , consiste appunto quello , che si chiama buon gusto. Secondo questi principi biso- gnerà adunque il vero gusto dal falso di- stinguere. Il vero gusto consiste nel ravvi- sare il bello, ed il buono, il cattivo e il deforme, dove realmente si trova; gustd falso si dira ali* opposto quello, che vede- il bello, ed il buono, il tristo, e il deforme, dove non è. Non v' ha dubbio, che questo falso gusto deriva dal non saper conoscere il buono, ed il bello, ò dipenda ciò da ignoranza, ò da un animo non suscettibile dell' impressioni del buono, e del bello, ò: da una- seduzione cagionata da qualche ap- parett«**di bontà, e di bellezza, ò final- mente da qualche prevenzione, e passione, che e' impedisca di ravvisare il buono, ò il cattivo, che nell' altrui opere si trova. Nè meno necessaria per bsiie intendere, che cosa sia. il buon gusto , è la distinzio- ne , che il mentovato Muratori ne fa in universale, e particolare. Il buon gusto universale non si distingue dalla generale idea dei buono, e del bello, qualunque sia l'oggetto, che in noi la risveglia, e la ri-* *ve- ì Digitized by Google sveglia, qualunque volta si vede in esso be- ne imitata la natura, essendo che il buono ed il bello dell* arri nell' eccellenti imita- zioni della natura stessa è riposto. E sic- come il buono, ed il bello naturale è un solo, un solo è parimente questo buon gu- sto universale. Ma benché unico, ha però tanta estensione, quanta ne ha V idea ge- nerale del buono, e del bello , ed ab- braccia tu ti i gusti particolari , i quali perciò a lui come a principio, e a regola universale debbono essere subordinati . Que- sti gusti particolari poi tanti esser possono, quante sono le menti degli uomini. Se im- prendessimo a fare un attento , e profondo esame sù tutti quanti gli scrittori, a fronte di quella somiglianza, che V imitazione avesse indotta fra loro, ci avverrebbe di discoprire un gusto particolare, che gli uni dagli altri distingue. Ritroveremmo Virgilio diverso in molte cose da Omero, da Esiodo da Teocrito; Cicerone da Demostene, Ora* zio da Pindaro, e da Anacreonte, T. Livio da Cesare, da Cino il Petrarca, dal Petrarca il Costanzo, e gli altri di lui imitatori. Questa diversità di gusto non meno si scor- ge in coloro, che dell' opere altrui diver- samente la pensano. Taluno vi sarà per esempio così trasportato per Omero, per Virgilio, e per Orazio, che soffrir non po- trà, ò almeno valuterà poco la lettura d' Ovidio. Altri all' opposto allettato dalla fa- cilità, e fecondità di questo Poeta non si com- *3S compiacerà che del suo stile. Uno innamo* rato del Dante, ò del Petrarca non avrà gusto, che per questi poeti * e per coloro, che li seppero con qualche felicità imitare. Gli appassionati per i' Ariosto muna, ò po- ca .stima faranno del Tas>o. In una parola quanti sono gli Scrittori, altrettanti sono quasi gli stili, ed i gusti, ripeterò con Ci- cerone: 9) ( uot or.ttores, tpt idem, pene repe- riuntur genera dicen.d. » Quanti sono gi in- gegni umani, altretrante sono quasi 1* idee e le opinioni intorno all' onere a^li altri composte: Miad allis videtur optimum ( dice il medesimo Cicerone nel Libro dell' Ora- tore a Brut') ) Ennio detector , ah quispiam ; Pacuvio, inqiiit alias * Ma d' onde nasce que- sta sì grande diversità? Una ragione io ne georgo primieramente nella natura me lesi- ma, della quale sebbene unico sia univer- salmente il buono, ed il bello. pure diver- si sono gli oggetti, nei quali questo b iono, e questo beilo diversamente si mostra; di- verse sono per conseguenza le v : e, per le quali si giunge al buono, ed al bello uni- versale. Una seconda ragiono ci si mani- festa nella diversità non solo degli organi ò de' sensi, ma dell' ingegno ancora degli uomini. Non tutti vedono nella stessa gui- sa, e con la stessa estensione il buono, ed \\ bello, ne in tutti fa il buono, ed il bel- \o la stessa impressione . Qua! maraviglia adunque i se secondando ciascuno la sjana-» turale disposinone, alcuni amano piuttosto a 433 \\ maestoso, ed il sublime, altri il semplice, e il temperato, questi il leggiadro, ed il piacevole, quegli il serio, ed il grave, po- tendosi anche a questo proposito ripetere quel verso d' Orazio : n Denique non omnes eadem mirantur, amantqne- 9 e parlando specialmente di produzioni let- terarie non può essere questa diversità an- che un effetto di queir abito, che ciascuno a poco a poco si forma, applicandosi alla, lettura, ed allo studio piuttosto d' uno che d' un altro Scrittore ? Chi studia , e legge più Virgilio, che Orazio si formerà un gusto più conforme, allo stile dei primo, che del secondo. Chi legge, e studia più il Petrar- ca , che Dante , un gusto maggiore acqui- sterà per lo stile del primo, che del secon- do, e questo gusto dimostrerà poi sì nel comporre , che nel giudicare dell' opere al- trui . E chi può dubitare, che da questo amo- re di preferenza, ò da questa passione più per alcuni, che per altri Scrittori sia deri- vato in gran parte il buono, ò cattivo gu- sto , che si è veduto in diversi secoli domi- nare nelT arte oratoria non meno, che nel- la poesia? Ha regnato, ò è risorto il buon gusto , quando si è tenuto dietro ai buoni scrittori, ed in questi si è impiegato lo stu- dio . Al buon gusto è succeduto sempre il cattivo, quando abbandonati i migliori esem- plari si son lasciati gli uomini sedurre da una perniciosa novità , e trasportare alla lettura, ed all' imitazione di quelli Hcritto- F f rj 434 ... fi » che per rendersi singolari tentarono una via diversa da quella calcata dai buoni, ed alle vere bellezze dell* Eloquenza, e della Poesìa sostituirono un bello falso, ed appa- rente. Rammentatevi ciò, che di Seneca, e del Cavalier Marino , e di tutti i loro ap- passionati ammiratori , e seguaci vi ho già nella Poetica accennato. Basti averlo qui notato sol di passaggio. Passiamo piuttosto a fare col citato Muratori un' altra distin- zione del buon gusto. Avvi secondo esso un buon gusto sterile, ed un buongusto fecon- do (a) . Consiste il primo nel conoscere , e nel #=±=i- . — : (a) Non la pensa diversamente dal Muratori il Sig. Blair, quando distingue col nome di Critica quello, che il Murarorì chiama gusto sterile , col nome di Genio quello, che il Muratori dice gu- sto fecondo. La eritrea applica il buon gusto, e il buon senso alle belle arti col distinguere in ogni opera ciò che vi ha di bello, ò di difettoso) e col* giudicarne rettamente; piantando sull' osservazioni fatte sopra V opere degli scrittori alcuni principi, ed alcune regole , le quali giovano non poco per ben decidere del merito, òdel demerito delle me- desime. In questa cognizione, e in questo giudi- zio consiste appunto il gusto chiamato sterile dal Muratori. Se la critica giudica , il Genio eseguisce . Il Genio è quella disposizione, che riceviamo dalli natura , e a riuscire eccellenti in qualche cosa . Questa c l'idea, che ci dà il Muratori del gusto fecondo. Con qualunque nome distinguasi il gusto, benché nel suo principio si riduca ad una sensibi- lità naturale, saggiamente insegna l'Inglese scrit- tore, che può esser perfezionato dalla iasione, dal- Digitized by Google 43S ne! gustare le bellezze, che sono sparse neli* opere altrui; il secondo nell' arricchire del buono, e del bello le nostre medesime pro- duzioni , in quella guisa appunto, che può un dipintore dimostrare il buon gusto ò coi fare egli stesso eccellenti pitture, ò col giu- dicare rettamente di quelle, che sono d'altri pittori invenzione, e lavoro. Merita lode chi sa distinguere il bello ne^ii scritti de- gli altri; ma di maggior lode degno è co- lui, che con buon gusto scrive, e compone, non # dallo studio attento de' buoni modelli, dalT eserci- zio . ,, Le prime volte, egli dice, che uno pren- i) de ad esaminare , e conoscere le opere de' mi- gliori scrittori, il scncimenro , che prò va , è oscu- ,, ro , e confuso. Non sà indicare i varj pregi dell' il opera , che và scorrendo y non sà » dove fermare il suo giudizio. Tutto quello che può da lui ,, aspettarsi è, che dica, se gli piace, ò nò. Ma », lasciamogli prendere esperienza nell'opere di i» questo genere , e vedremo il suo gusto divenire », più esatto, e più sagace. Comincerà a rilevare i» non solamente il carattere del totale , ma i pre- i» gj , e i difetti di ciascuna parte , e saprà indi- fi care, e descrivere le particolari qualità, eh' ci ii biasima , ò loda . Si dissipa allora la nebbia , che ti pareagli coprire l'oggetto, e giunge finalmente ii a pronunziar fermamente, e senza esitazione il ,» suo giudizio. Tal' è il miglioramento, che il gu- «» sto anche considerato, come mera sensibilità, 9i trae, dall' esercizio ,, . Gli stessi progressi fari Per via dell'esercizio, chi tenta» di che cosa sia capace il suo genio, come abbiamo osservato nel capitolo antecedente. Rozze , e meschine saranno sul principio le sue produzioni , ma ir. seguito con U facilità crescerà il raifinamenro , e la deiit'uC-.Zia , non solo, perchè una tale impresa k accon\*- pagnata da maggior faticale difficolta, mg, perchè chi è capace di scriver bene, atto è ancora a gustare il buono, e il , bello degli altrui componimenti, e perciò riunisce in se T uno,, e V altro buon gusto , lo sterile ed il fecondo . Non è per altro piccol pre- gio del primo T aprirci , e facilitarci la stra- da al secondo. Bisogna infatti incdnnnciare dall' assaporare il bello, ed il buono negli altrui scritti, prima di tentare di che cosa è capace il nostro ingegno. Un gran passo, dir potrà d' aver fatto nell' arte di scrive- re, chi per mezzo d' uno studio profondo, ed attento, degli ecceduti Scrittori , : è. arri r . vato a discoprirne, e gustarne le vere bel- lezze, e a saperne formare un retto, giudi- zio. Un ingegno infatti, che ha succhiato il buon gusto nell'opere altrui, porrà facil- mente spargerlo negli 6tessi suoi scritti. Ma che cosa è mai quel bello, e quel buono, intorno a cui, fco;ne si è detto, si raggira il buon gusto? Trattandosi qui del buon gusto per rispetto: «oj tanto alle pro- duzioni dell' ingegnO£,^t£.ptfò avervi luogo, che una bontà , ei ^Std bellezza conforme alia natuf.aj^elló spfirito umano. Ora non vi è, $h^4I vero , ed il bene, di cui lo spirito iipstro. si appaghi, oggetto il primo 'dell'intelletto, il secondo della volontà. La cognizione del vero, e il godimento della felicità sono quel bello, e qtiel buono, di cui soavemente si pasc$ l'anima nostra, - — _ quan- ( qualità *.u.* rfia ne suoi pensieri , e ne' suoi voleri guasta, e viziosa. Queiti appunto so- no gli oggetti principali dell'Eloquenza, e della Poesìa. Dee 1' Oratore mostrare il ve- ro per persuaderlo, il vero, ò verisimile ha. per oggetto il Poeta per dipingerlo, e per rappresentarlo; l'uno, e l'altro esser dee maestro di virtù, e di buoni costumi, e co- ti additare la via , che al vero bene condu- ce . Ma perchè la verità, e la virtù diletti, non basta , che in qualunque modo al no- stro spirito venga rappresentata. Bisogna ve- stirla d' un lume , e d'un sembiante , che ca- gioni dentro di noi un dolcissimo piacere» un gratissimo movimento. Ecco il lavoro particolare dell' Eloquenza , e molto più del- la Poesìa. Brevità, chiarezza, energìa, no- vità, grandezza, ordine, eleganza, armo- nìa, ed altri simili ornamenti, ecco ciò , che dà al vero, ed al buòno quell'aspetto lumi- noso, che diletta, che rapisce, che incanta. Chi sa così rappresentar ne' suoi scritti il vero, ed il buono , chi lo sà scorgere $ e gustare così rappresentato negli altri, può con ragione gloriarsi di possedere il buon gustò . Della Memoria, e della ProtvXhziazione . I~ ccovi condotti al termine di questo miò qualunque siasi trattato , in cui studiato mi sono non già di rintracciar nuove regole in- torno alla difficilissima , e nel tempo stesso amena, e piacevole arte del parlare elegan- te, ed ornato, ma quelle nel miglior mo- do, e con la maggior chiarezza, che mi è stato possibile, esporvi, che da' più eccel- lenti Maestri di quest'arte .furono già sa- viamente prescritte, ed insegnate. Altro orà a far non mi resta, che poche cose aggiun- gere intorno all'ultime due parti dell'arte Oratoria nella general divisione fin dal prin- cipio accennate , che sono la Memoria , é la Pronunziazione , parti, che suppongono 1' Oratore bene istruito, e formato, ed altro non hanno per oggetto, che di renderlo in stato di produrre nella miglior maniera quanto ha già con studio , e con arté'idea- to, e composto. Quando adunque osservan- do tutti i precetti , che e per ritrovar la ma- teria, e per ben disporla, e per esprimerla con una scelta, elegante, ed ornata elocu- zione si danno ; giunto sarà al termine del- la Digitized by Google 439 la sua Composizione, altro fare egli noti dee , che imprimerla bene nella sua memo- ria, e quindi recitarla alla presenza degli ascoltatori. Molte sono ie regole, che per bene riuscirvi si debbono osservare. Io non farò , che accennarvi sol di passaggio le prin- cipali f rimettendovi piuttosto a Cicerone ro a Quintiliano, presso de' quali ampiamente, e minutamente esposte le ritroverete ; E riguardo alla Memoria lascio ai Fi- losoli r esaminare, d' onde abbia in noi ori- gine, e come si formi, e si eserciti questa facoltà, che pure in noi tutto giorno speri- mentiamo, di conservare, ò per dir meglio, di richiamare alla mente queir idee, che anche da lungo tempo si sono acquistate , e che sembravano ornai del tutto cancellate dall' animo nostro. Quintiliano stesso dopo d'avere accennata la ridicola, e falsa opi- nione degli antichi Filosofi, 1 quali diceva- no , altro non esser l' idee , che certi segni , e certe orme , ò figure nel cervello come sulla cera impresse, cosicché per ricordarsi delle cose altro non fa lo spirito, che rian- dare, ed osservare queste figure, che sem- pre indelebili nel cervello sussistono , si ri- stringe ad ammirar piuttosto, che a spiega- re questa facoltà, che non meno dell'al- tre, di cui è la mente nostra dotata, è in- vero degna d'ammirazione. Non poco in- fluisce nella memoria l'ottima struttura dei bensì, l'irritabilità del cervello, e soprattut- to la buona asscciazione ; e il buon ordine dell' .44® dell' idee , per cui risvegliatasi nella menté un' idea percorre ella con facilita, e pron- tezza tutta la catena , e la serie dell' altre idee, che hanno con quella qualche rela- zione, e che insieme con essa s'acquistaro- no . Ma benché dalla natura riconosca la. sua origine una tal facoltà, può non ostan- te ricevere un gran soccorso dall'arte. Con- siste quest'arte, al dire dello stesso Quinti* liano, neir esercizio. Bisogna imparare à mente molte cose , e fino dalL gioventù a questa fatica assuefarsi. E' questa una po- tenza, che si accrésce, e si rende più pron- ta, ed attiva col coltivarla. E venendo lo stesso Quintiliano a parlarne riguardo all' Oratore dice, che quando la memoria lo as- sista, quando ne abbia il tempo dee tal pos- sesso acquistare di ciò, che ha compostò, che neppure una sillaba gli sfugga. Ma per- chè mai in ve e di darsi la pena d' impa- rare a memoria le nostre composizioni > non leggonsi piuttosto, quali le abbiamo già scrit- te ? Io rispondo con Quintiliano, che oltre la fama, ed il credito di pronto, e vivace ingegno , ché là buona memoria concilia al- la persona dell'Oratore, non poco giova al- la causa stessa, mentre sembrando, ché 1, Oratore non venga già preparato, ina nelf atto stesso mediti, e dica quello, che dice» non solo a maraviglia * ma ad una mag- giore attenzione, e persuasione dispone, è tnuove l'animo degli uditori (a). Ma sò- JMt" j =^=z==z* {*) Memoria autem facit etiam prompù ingenti Digitized by Gc prattutto necessaria ali Oratore è la buona pronunziazione, ò sia V arte di produrre, e di recitare con grazia , e con espressione lè proprie composizioni. Di ciò fcht talmente persuaso il più gràhde Oratore della Grecià Demostene, che interrogato y qttal còsa prin- cipalmente considerare, e più d'dgit altra valutar si dovéssé heir Eloquenza , non *b* be difficoltà di dare alla pronunzia* ione il primo y il secondo, ed il terzo luogo, quasi che a suó giudizio Fosse questa non solo la. più importante , ma in qualche senso V uni- ca prerogativa d'un Oratore. Intatti qua! composizione vi ha benché mediocre , e di- fettosa, cui la buona maniera di recitarla capace non sia di far comparir tale , che riscuota gli applàusi degli^éio0^ati ? Date- mi all'opposto una compo*izio&à T ^fo*cui regni l'eleganza* l ordine, il buon gusto, sia in una parola in tutte le sue parti per- fetta y non awien forse sovente y che perda se non affatto, almeno in gran parte pres- so di chi l'ascolta il suo pregio, e la sua bellezza per la cattiva rrianiera'di recitarla? Non sarà duncjue ne inutile, ne inopportu- no, che in parlando d'una cosà sì necessa- ria, ed importante alcun poco ci tratten* ghiamo. A due cose riducesi la Pronunzia- mone * alia voce ed al gesto * ò vogliattt di- famarn , ut Ma quae dirimili , non domo attilline t Sed ibi proti nus suwpsisse videa wur , quod et Ora» Uri , et ipsi causa* piurimum conj.rt » / 442 dire al linguaggio di voce, e a quello d' azione, due linguaggi, per mezzo de' quali gli uomini si comunicano scambievolmente i proprj pensieri, e per cui si manifestano, e si trasfondono nel cuore degli altri que- gli affetti medesimi, da cui noi siamo agi- iati, e commossi. La voce esser dee pri- . mieramente chiara, e distinta; bisogna arti- colar bene tutte le sillabe, e battere spe- cialmente quelle, in cui termina la parola, e il periodo . Ma più bisogna calcare , e pro- nunziare con forza, e con enfasi alcune pa- role, le quali siccome sono le più rimar- chevoli > ed hanno una maggior forza dell* altre nel periodo , ò nella sentenza , così con la stessa maniera di pronunziarle dob- biamo fissare sopra di esse l'attenzione de- gli uditori. Non può esser più bello T esem- pio scelto da Blair per schiarimento d'una regola tanto importante: # Tu tradisci con n un bacio il Figliuol dell'uomo? Facendo 95 forza sul tu si mostra, dice egli, l'ingra- 55 tinnirne di Giuda per la relazione che 55 avea col suo Divino maestro ; facendola 55 sul tradisci risalta 1' enormità del delitto 55 del tradimento; facendola sulle parole 55 con un bacio si rileva l' indegnità del mez- ,5 zo adoperato, rivolgendo ad offesa un se- ^5 gno d'amicizia, e di benevolenza; facen- „ dola sul Figliuol dclC uomo 8 indica la „ gravita dell'oltraggio per la dignità dcl- 53 la persona oltraggiata 55. Nè sono mena ne- Digitized by Google necessarie nel recitare le pause (a) , ed i re- spiri, per cui vengono a staccarsi, e distin- guersi gli uni dagli altri i membri, i perio- di, e i sentimenti, cheli compong<J^!llè^>E , dun- que un gran difetto il recitare coilfcjtroppa velocità i cosicché vengano a., mangiarsi , ò sopprimersi molte sillabe, e si fatti arto per- dere all' orecchie degli uditori molte parole^ e molti sentimenti. In uri difetto a questd con-  (ti) Oltre le pause , ò le fermate , che fa Talvol- ta l'Oratore per rissare l'attenzione dell'udienza su qualche cosa particolare, vi sono quelle, dice il medesimo Blair, che servono a distinguere i sen- si . Sono esse d'un gran giovimcnto per l'Orato- re, il quale .prende fiato * e può senza stanchezza, e senza confusione di sentimenti continuare ì più funghi periodi *, giovano non meno agli uditori per ìa chiarezza, purché sieno regolate dal senso,, e stacchino un senso dall'altro ora con una maggio- re , ora r con una minor sospensione di voce , ora con più lur.gi , ora con più breve fermata ai debi- ti luoghj . Applica il non mai abbastanza lodate* Inglese scrittore una tal regola al modo di leggere ò recitare i versi , ed olrre alle pause, ò fermare, che distinguono il senso, comuni anche alla prosa, altre sorte di pause dice esser necessarie nella re- cita specialmente de' versi sciolti , alla fine del versò cioè per renderne sensibile all'orecchio là misura, e il passaggio da un Verso all'altro senza però dare alla pausa un'aria di cadenza finale, ma di semplice, e breve sospensione, e nel me? 7.0 del verso, dove ricorrdno gli accenti, da 1 quali ricono- sce il verso il suo flujdd, ed armonioso andamen- to, avvertendo, che all'armonia, ed al suono de* Versi non decsi mai sacrificare la chiarezaa de 5 seri* timenti . contrario cadon coloro, i quali sono nel re* citare sì lenti, che pare, che vadano nume- rando tutte le sillabe. E la troppa velocità, e la troppa lentezza dee dunque da noi e- gualmente evitarsi. Dee la voce essere an- cora tacile, flessibile, ferma, dolce, e sono- ra; ma la varietà di essa principalmente contribuisce alla grata prónunziazione. Nien- te vi ha di più disgustévole, e nojoso all'o- recchie, quanto la monotonìa, e .1* unisono. Siccome per mezzo della voce si manifesta- no i pensieri, e gli affetti dell'animo, va- ria esser dee secondo la diversità de' pen- sieri» e degli affetti medesimi. I pensieri grandi , e sublimi richiedono un tuono di voce più alto , e più sostenuto ; un tuono basso, e temperato i pensieri mediocri. Il tuono di voce, che è più atto ad esprime- re la compassione, è diverso da quello, che richiedono gli affetti dell'odio, e dello sde- gno. Altre sono le voci d'allegrezza, altro quelle di dolore. Questa varietà di voce dee anche comparire nelle diverse parti dell' ora- zione. Placida, e moderata sia nell'esordio, e nelle narrazioni, un poco più forte, e gagliarda nelle prove, concitata nella con- futazione, alta, e sonora nelle perorazioni- Sempre però guardiamoci dalla cantilena. Ogni difetto si eviterà da noi, se prendere- mo per scorta la natura, e procureremo, clie niente d'artificioso, e d'affettato com- parisca nella modulazione della voce. Dee darsi al discorso il tuono d'una sensibile, ed $d animata, conversazione Neil' istesso mo- ciò, con cui si parlerebbe in questa di qual- che serio, ed imporrante soggetto, decsi par- lare al pubblico , fuggendo ogni forzata , c studiata declamazione, la quale riesce sem- pre al sommo noiosa a chi ascolta . E quan- do anche il discorso alzi lo stile, e richie- da una modulazione più grave, e più ro- tonda di voce, dee questa aver sempre per base i tuoni naturali d'una seria, e dignitosa conversazione. Non è però la voce, come si è detto, il solo mezzo, per cui l'Oratore manifesta, e nelT animo degli uditori studiasi d' insi- nuare , ed imprimere i proprii sentimenti ed affetti . Tutto in lui parla , parla il vol- to, e la fronte, parlano gli occhi, parlano le mani, parla il corpo tutto con i diversi suoi movimenti, e con un linguaggio, che con maggiore chiarezza , ed energìa talvol- ta, si esprime, che quello della voce. E per ciò, che riguarda specialmente gli occhj , ed il volto, non vi è bisogno d' arte, ò di studio per renderli espressivi, e parlanti. Tali la natura stessa gli rende. Basta, che 1' animo sia veramente agitato da qualche afletto, perchè se ne veggano tosto nel vol- to, e negli occhi dipinti i più sensibili se- gni. L' allegrezza rende gli occhj brillanti, e vivaci, ridente e sereno il volto; per il dolore comparisce questo pallido, e smorto, quelli quasi da una nube velati, e quello, e questi infiammati , ed accesi , quando T ani- 44$ animo è dall' odio, dal furore, ò da altra, simile violenta passione commosso. Col vol- to, e con gli occhj in una parola 1* Orato-, re minaccia, accarezza, supplica, intima, co- manda, è mesto ed allegro , % è umile ed altero , ed ora mostra tenerezza , amore , e compassione, ora aversione e sdegno, é so- vente dice più , eh' e' non direbbe col più eloquente discorso. Languida sarebbe, di- ce Quintiliano medesimo, f azione, ò sia la pronunziazione, se ajutata, e ravvivata non fosse dal gesto delle mani. Di quanti movimenti non sono elleno capaci? Con queste affermiamo, ò neghiamo, ricusiamo ò accettiamo , si accennano le cose , si mi- sura T altezza, la lunghezza, e la profon- dita, si esterna l'allegrezza, la meravi- glia, il dolore» e qualunque altro affetto. Tutti questi movimenti però far si debbono a tempo, debbonsi cominciare, e finire col sentimento, debbono essere sostenuti , gravi, e decenti, cosicché niente abbiano del co- -jnico, e dell* effemminato , Siccome però al giù- (a Dominatur autem maxime vultus Hoc supplì- (es :, hoc minaces , hoc blandi , hoc triste? , hocbila- res , hoc erecti , hoc submissi sumtts . Hoc pendent homineSs hufic intuentur , huuc spjcta/it etìam a ti te guani dicimus \ hoc quosddm ama mas , hoc \odimus , toc plurima intelligimus , hìc est sa epe prò omni- bus verbi* . . . Sed in ipso vulth plttrimum valent oc uìi , per quos maxime animus emanati ut atra moduia quoque et hilaritate etiitescant , et tristi-, fia auoddam uubitum dticant . Digitized by Googl giusto regolamento di essi contribuisce più T esercizio, e V uso, che i precetti, e dar non si possono inoltre a giudizio di Quin- tiliano intorno a questo proposito regole universali, e costanti, mentre quel che ad uno conviene, disconviene ad un altro, quello, che in uno è grazia, è deformità in- un altro , io mi astengo dui riferirvi minutamente tutte le regole prescritte dai Retori , e solo vi rammento anche riguardo al gesto delle mani, e agli altri movimen- ti del corpo la regola più importante, che osservar si dee nell' azione, e che consiste ncir imitar la natura, e nel fuggir tutto ciò, che comparir potesse troppo artificioso, e studiato (a). Non potrei meglio dar fine alle mie riflessioni intorno ali azione, che mettendovi sotto degli occhi una giudiziosa Nota , -che il Sig. Blair aggiunge alla sua bellissima lezione intorno a questo propo- sito . Ecco come riunisce, ed accenna in essa le più, importanti regole da osservarsi riguardo al gesto: 9? Chi parla in pubblico 55 (dice egli) dee studiarsi di conservare la 55 maggior possibile dignità in tutta V at- 55 titudine del corpo . Dee sceglier general- 55 mente una positura diritta, e piantarsi ,5 fermamente , sicché abbia una franca , e 55 piena padronanza di tutti i suoi moti. Ogni Q tiare fiorii se quisque , '.eque tantum ex cQwwunibus piajccpns, sed tiam ex untava sua fiat toast lium format da e acthttis. p Ogni inclinazione-» che adoperi (leve eg- r ser all' innanzi verso gli uditori, che è 95 T espressione naturale delist premura . v Quanto al contegno la principal regola si » è * che dee corrispondere alla natura del 3 discorso, e ove non f' abbia ad esprime- „ re una particolar commozione, un conte- , 5 gno serio, e virile è sempre il migliore. 95 Gli occh; non debbono mai esser fissi so- „ pra d' un solo oggetto, ma placidamente ,5 girare su tutta T udienza. La parte prin- „ cipale del gesto consiste nel movimento w delle mani . Gli antichi condannavano ^ tutti i movimenti fatti con la sinistra; 55 ma io non veggo, che questi abbiano sem- ,5 pre ad offendere, quantunque sia na,t"ra- „ le, che la destra abbia più frequer.temen-. ,5 te ad usarsi. I caldi affetti richieggono, ,5 che il moto d' ambe le mani unita ne .-ire ,5 si corrisponda.. Ma ò si gestisca eoa la 9 5 destra, ò con la sinistra, ò con ambed le, 9, ella è regola essenziale, che tutti i lor ,5 movimenti sien liberi, e facili. I moti w ristretti, e legati han' poca grazia; debbono perciò derivare dalia spalla piuttosto, 95 che dai gomito. Anche i movimenti verticali 95 dall' alto al basso, cui Shakespeare nelT 95 Hamlet chiama salutar V aria con le ma- ,5 niy di rado* sono gradevoli. I moti obbli- ,5 qui generalmente son pLÙ graziosi. Schi- 95 var si debbono parimente i moti troppp 9 9 subitanei, e rapidi. La premura si può; 99 mostrar benissimo senza di quelli. I sug- ge- Digitized by Google 449 » ferimenti di Shakespeare su questo par- » ticolare son pieni di buon senso. Fa tut- 5) to, dice egli, soavemente , ed anche nel v torrente e nella tempesta della passione sap- a pi usare un temperamento , che la raddol-% a cisca* \ IN- Ai °  JLtettera Dedicatoria - - Pag. UL. Avviso al Lettore • Vili. Lettere di due celebri Professori - xiv. e XV. Prefazione - - L Che cosa sia la Rettorica, quale ne sia il fine, la materia, V ufizio, le parti il. P RTE PRIMA. Dell* Invenzione De* Luoghi Oratorii De/'/a Definizione De//' enumerazione delle parti - Della Similitudine y e della Dissi* militudine De/ Genere , e cfeZ/a Specie Del/a Comparazione De#ti Aggiunti - j - - ófr De#Zz Antecedenti, e de Conseguenti ^ Vili. D' a/càrti a/tri Zzzog/u Oratorii intrinseci Ve Luoghi Oratorii estrinseci Dell' Argomentazione Della Percezione De/ Giudizio De/ Raziocinio, e della prima spe- cie d* Argomentazione i ò del Sillogismo mz. 45Ì A §. IV. Veti Entimema, Del Sor ite - i io. Dei Lilemma De// 1 induzione %• e délV Esempio ng. . Ì)cW u-so <ie//' Argomentazione presso gii Oratori - 1 DeZ? Amplificazione Deg/i ometti - - - ijS* Are L DcZ/a natura, e divisioni degli affetti TeZ linguaggio degli Affetti ò sia delle figure di Sentenze Figura dL Interrogazione Figura di Sàbjezione, ò Soggiungi- mento Figura di Prolepsi, ò sia d* occu- pazione  Igg. Figura di Correzione Figura di Dubitazione Figura di Comunicazione Figura di Prosopopcja , ò di Personificazione Figura ii' Apostrofe Figura d 1 Jpotiposi Figura d! Etopcja Figura £ Aposiopcsi Figura <f Enfasi Figura di Sospensione JFigura di Preterizione JFfcara di Ticenza figura di Concessione, e di Per- missione  figura d' Ironìà figura d y Interruzione figura di Distribuzione Figura di Preghiera figura d Imprecazione Figura d' tptfbnetr.a - figura <t Esclamazione -  ULL Degli Affetti in particolare, e pr intieramente delV Ammirazione L’Amore Il Desiderio La Speranza L’Allegrezza - - 203. Art Vili. L' Odio, e lo Sdegno - . /Z Timore  // Dolore La Compassione L' Emulazione Riflessioni generali intorno agli Affetti - sai -  DeZZa Disposizione Oratoria Capitolo pr.mo In cui si dà un idea generale della Disposi- zione Oratoria , e delle parti delC Ora- zione DelV Esordio Della Proposizione Della Narrazione DriZa Confermazione a i £ 275. Capitolo Sesto DeZZa Perorazione * llfìo. Cap tolo Settimo /V diversi generi di cause > òi' orazioni  De//' Elocuzione  DeZZ' Eleganza JPeZZa Composizione De//* Orctae - .DeZZd Connessione De/Z' Armonia Della Dignità dell' Elocuzione  /V Tropi, ò Traslati DeZZtf Metafora De//a Sineddoche DaZZa Metonimia , ò Ipallage - Della Catccresi Della Metalepsi Dell' Antonomasia Lei'/ 1 Allegorìa Dell' Iperbole – H. P. Grice: “Every nice girl loves a sailor” -- DeZ/fl Per if rad - - - 363. Art. IL «e//c di Parole - - . L £>e//a Ripetizione DeZ/a Conversione . Ut Ce//a Complessione Dc//a Conduplic azione Delta Traduzione De/fo Sinonimia Della Gradazione Del Polisindeto  ' elC Apozeugma -DefZa Dwgiimzicme Detfo Zeugma Della Reticenza Della Paronomasia De Pari-finienti De' Pari-consonanti DeW Isocolon DcHo Stófe' - Dello Stile semplice, ò infimo Dello Stile sublime Dello Stile mediocre, ò temperato - : DeW Imitazione - 4 0 &' a 0 m 45 a Regola Regola Regola  Del buon Gusto Pella Memoria, e della Pronunziazione AVVISO. I* imettendo al benigno Lettore gli sbagli pù piccoli, e di facile correzione, ci limi- tiamo ad avvertirlo soltanto, che alla pa- gina 50. in vece di subsaltare legga subsul- tare ; alla pag. 131. osservi doversi dire mo- tti, non motum; . sostituisca all' avverbio tunc il pronome personale uni- to alla particella d' interrogazione urne , leg- gendo inoltre alla pag. 251. prendere in ve- ce prenlcre, alla pag. 252. turpe in vece di urpe, e ovunque occorre, in vece di Aga- mennoniae , d' Ecloga , e di Demonsthenes , A- gamemnoniae , Esloga, Demosthenes , . Ca;?io ATATX in vece di HI. dolzore in vece di dolore, e così facendo in altri luo- ghi, dove manca, ò è variata qualche let- tera, come è troppo tacile ad avvenire a fronte di tutta l'attenzione, e diligenza de' Revisori, e degli Stampatori. Nome compiuto:  -- Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e S,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.  

 

Luigi Speranza -- Grice e Soleri: la ragione conversazionale ed implicatura conversazionale -- funzionalità veritativa dei connettivi – la scuola di Macra – filosofia piemontese. filosofia italiana – Luigi Speranza (Macra). Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Macra, Cuneo, Piemonte. Studia a Milano sotto OLGIATI. Insegna a Saluzzo. Saggi: Il problema metafisico del male, Sapienza – cf. Grice, Ill-will; Inevitabilità e decisività del problema teologico; La proprietà, S.E.I. Torino; TELESIO, La Scuola, Brescia, LUCREZIO, La Scuola, Brescia, ANTONINO, La Scuola, Brescia; L'immortalità dell'anima, S.E.I., Torino; Economia e morale, Borla, Torino; Essere, atto, valore; Il problema del valore, Morcelliana, Brescia, Incisività e decisività del problema teologico, Studia Patavina, Orizzonte della metafisica”; Ettore, “S.” (Saluzzo). Ettore Soleri. Soleri. Keywords: Telesio, Lucrezio, Antonino, Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Soleri” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Solonghello: la ragione conversazionale (Roma). C G Tòddi -- Pseudonimo del giornalista Pier Silvio Rivetta. M. Roma. Ottimo conoscitore di lingue, addetto all'ambasciata italiana a Tokyo, è poi prof. incaricato di giapponese e cinese all'Istituto orientale di Napoli. Ma soprattutto dedica il suo versatile ingegno al giornalismo come direttore dei periodici La Tribuna illustrata, Noi e il mondo, Travaso delle idee, e redattore del quotidiano La Tribuna. Autore di numerosissimi volumi, di vivace stesura, in cui si riflettono i suoi molteplici interessi e una notevole vena di narratore umoristico (Grammatico giapponese; Validità giorni dieci; La pittura moderna giapponese; Itinerari bizzarri; Avventure e disavventure delle parole; Che bella lingua, il greco; Grammatica rivoluzionaria della lingua italiana; Geometria della realtà e inesistenza della morte; ecc.). «Non tutto il male vien per nuocere? Bugia! Ogni male viene per nuocere. Se produce qualche beneficio, è un male fatto male» (S.)  Pietro Silvio Rivetta di Solonghello, noto anche con lo pseudonimo di Toddi, è stato un filosofo, giornalista, scrittore, illustratore e cineasta italiano.  Membro di una famiglia aristocratica di conti originari di Solonghello, nel Basso Monferrato, nacque da Vittorio S. e Chiara De Blasio. Compagno di classe del critico teatrale Amico, il conte S. si laurea in giurisprudenza ed esorde come giornalista al quotidiano romano La Tribuna.  Trova impiego all'ambasciata italiana a Tokyo. Tornato in Italia, collabora a L'Epoca, e successivamente collabora a Noi e il mondo e a La Tribuna illustrata. Poliglotta, S. conosce ben 14 lingue, tra cui il cinese e il giapponese. Appassionato della cultura orientale, ottenne la cattedra di docente di lingua e cultura giapponese e cinese presso il Regio Istituto Universitario Orientale di Napoli. Pubblica inoltre numerosi volumi riguardanti la cultura, la grammatica e la storia del paese nipponico.  Personalità poliedrica, S. si cimenta nel cinema, con la direzione del film Il castello dalle cinquantasette lampade e in seguito con la creazione a Roma della casa di produzione Selecta-Toddi, dove è principale regista e soggettista con lo pseudonimo Toddi, affiancato da sua moglie, la vignettista russa Vera Ангара, Михайловна, prima attrice e anch'ella soggettista della casa. Attiva per poco più di un anno, la Selecta-Toddi produce complessivamente 12 pellicole, come "L'amore e il codicillo", "Fu così che..." e "Italia, paese di briganti?". Tra gl’attori che lavorano nella casa vi sono Jacobini, Pierozzi, Parpagnoli, Malavasi e altri. È nominato reggente consolare in Giappone. Passa a Il Tevere, è direttore della rivista satirica Il travaso delle idee e in seguitò collabora con Il Popolo di Roma. Collabora all'EIAR, e alla radio S. idea, e conduce le puntate di un programma radiofonico, L'ora del dilettante, le cui trasmissioni partirono dall'auditorio di Torino e che è uno dei più popolari del periodo antecedente alla seconda guerra mondiale. In precedenza S. aveva ideato e condotto, insieme a Campanile, un altro programma radiofonico dal titolo Il mondo per traverso, ove narra al pubblico le curiosità incontrate durante i suoi numerosi viaggi all'estero. Il film Validità giorni dieci diretto da Mastrocinque, il cui soggetto era tratto dall'omonimo romanzo di S., ottenne un discreto successo di pubblico e di critica. È direttore della rivista mensile italo-giapponese Yamato, organo della Società degli amici del Giappone.  Sempre agli inizi degli anni quaranta, istituì a Roma la “Scuola del Benessere Integrale”, fondata sul principio del minimo sforzo e del massimo rendimento. S. infatti è tra i padri della demo-doxalogia. Al termine della guerra è docente alla Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Roma.  Scrittore molto fecondo S. pubblica numerosi volumi, inerenti per la maggior parte alla storia e cultura giapponese, ma anche manuali linguistici e divertenti libri in cui "gioca" con le regole grammaticali della lingua italiana, e altri scritti in varie lingue. Opere (parziale) Saggistica Il teatro al Giappone – Milano, Chronologia Japonica - Firenze, Società Asiatica Italiana, Shinto: la religione nazionale dei giapponesi - Roma, Società Editrice Laziale, Una dinastia che crolla – Milano, Un conciliabolo di scienze. Il I Congresso Internazionale di Fonetica in Amburgo - Roma, Noi e il Mondo, La guerra europea e il Giappone - Roma, Scotti, Rettangolo-Film (25x19) - Articolo apparso sulla rivista "In penombra" con lo pseudon. E. Toddi) Storia del Giappone, dalle origini ai giorni nostri secondo le fonti indigene - Roma, Ausonia, La pittura moderna Giapponese - Roma, Istituto Nazionale LUCE, Momotaro - Fiabe giapponesi come sono narrate ai bimbi del Giappone - Milano, Hoepli, Il paese dell'eroica felicità. Usi e costumi giapponesi - Milano, Hoepli, Il benessere integrale (Alimentazione economica e redditizia. L'arte di respirare, Grafoterapia, Tecnica della Felicità) - Roma, De Carlo, Geometria della realtà e inesistenza della morte. Manuale teorico-pratico per la serenità in questa vita e nell'altra - Roma, De Carlo, Linguistica e didattica Rudimenti di Cinese - Napoli, Regio Istituto Orientale, Katakana, testi ed esercizi - Napoli, Regio Istituto Orientale, Hiragana, testi ed esercizi - Napoli, Regio Istituto Orientale, Grammatica della lingua giapponese parlata - Venezia, Ferrari, Come parlano le trincee – Milano, I cartelli indicatori... nei libri dei popoli – Milano, Metodo rapido e ortodosso per imparare il Mah Jongg - Roma, La Tribuna con lo pseudon. Toddi, Guida per la versione automatica dalla lingua latina - Firenze, Bemporad, Avventure e disavventure delle parole. Bizzarrie e curiosità linguistiche, Milano, Ceschina, Guida per la lingua francese viva, parlata e scritta - Milano, Ceschina, Preferite i prodotti nazionali: curiosità linguistiche stravaganti e sagge - Milano, Ceschina, Che bella lingua, il Greco ! - Milano, Hoepli con lo pseudon. Toddi, I numeri, questi simpaticoni - Milano, Hoepli, con lo pseudon. Toddi, Il centauro maltese. Mostruosità linguistiche nell'isola dei Cavalieri - Milano, Ceschina, Giro d'Italia in cerca della buona lingua - Milano, Hoepli, Kanji ye no dai ippo: ideogrammi per il I Corso di giapponese - Roma, ediz. eliografica, Istituto per il Medio ed Estremo Oriente, Nippongo gaikan; Tavole sinottiche della lingua nipponica - Roma, ediz. eliografica, Istituto per il Medio ed Estremo Oriente, Nihongo no Tebiki - Avviamento facile alla difficile lingua giapponese parlata e scritta - Milano, Hoepli, Grammatica rivoluzionaria e ragionata della LINGUA ITALIANA e di orientamento per lo studio delle lingue straniere - Roma, De Carlo, L'anima delle lingue - Firenze, Le Lingue Estere, L'alfabeto parla di sé - Roma, Ave, Bussola inglese d'orientamento linguistico e culturale - Firenze, Valmartina, Narrativa Il carciofo bisestile. Manuale per nascere felici - Roma, Tiber, con lo pseudon. Toddi, Apri la bocca e chiudi gli occhi - 20 dosi di buon senso per la cura del buon sangue (con nove intermezzi) - Bologna, Cappelli con lo pseudon. Toddi, Validità giorni dieci - Roma, Sapientia, con lo pseudon. Toddi) La felicità col manico - Seconda edizione riveduta ed ampliata del "Carciofo Bisestile" - Milano, Ceschina, con lo pseudon. Toddi, Zero in amore - Milano, Ceschina, con lo pseudon. Toddi, Il destino in pantofole - Milano, Ceschina, con lo pseudon. Toddi, Il sorriso dietro la porta. Psicologia casalinga - Milano, Ceschina, con lo pseudon. Toddi, Itinerari bizzarri: curiosità italiche - Milano, Ceschina, Synetikon marca Toddi - Mastice per il buonumore familiare - Milano, Ceschina, con lo pseudon. Toddi, La patria dei punti cardinali - nuova serie di "Itinerari bizzarri" - Milano, Ceschina, Dove le ragazze non possono dir di no - e altri itinerari bizzarri - Milano, Ceschina, con lo pseudon. Toddi, E tu no! - Milano, Ceschina, I 15 ministeri visti da un non-funzionario - Roma, Cremonese, con lo pseudon. Toddi, Il viaggio di nozze di Re Alboino (Viaggiatori e interviste fuori tempo) - Milano, Ceschina, con lo pseudon. Toddi, Filmografia Il castello dalle cinquantasette lampade, L'isola scomparsa, Al confine della morte, Fu così che..., Il miracolo dell'amore, Le due strade, Dva sagapà para, Italia, paese di briganti?, L'amore e il codicillo, La crisi degli alloggi, Per salvare il porcellino, Il suocero di se stesso, Tocca prima a Teresa, Una tazza di thè, Validità giorni dieci, regia di Camillo Mastrocinque, Note ^ Scheda su S. dal sito della Regione Piemonte, su regione.piemonte.it. Amico, Cronache III tomo, Novecento, 2005, p. 561 ^ AA.VV., Gli italiani trasmessi: la radio, Accademia della Crusca, Sica, A. Verde, Breve storia dei rapporti culturali italo-giapponesi e dell'Istituto Italiano di Cultura di Tokyo, Longo,  ristampato in "Tra una film e l'altra: Materiali sul cinema muto italiano 1907-1920" - Marsilio, Venezia Bibliografia AA. VV. - Annuario della stampa italiana (a cura della Federazione nazionale della stampa italiana e del SINDACATO NAZIONALE FASCISTA dei giornalisti - Milano, Garzanti,  AA. VV. - Bianco e nero, vol. 65 (a cura del Centro sperimentale di cinematografia ) - Milano, Il castoro, Bragaglia - Il piacere del racconto: narrativa italiana e cinema,  Firenze, La Nuova Italia, Formiggini - Chi è?: Dizionario degli Italiani d'oggi - Milano, Formiggini editore, Collegamenti esterni Opere di S., su Liber Liber. Opere di Pietro Silvio Rivetta / Pietro Silvio Rivetta (altra versione), su Open Library, Internet Archive. Pietro Silvio Rivetta, su IMDb, IMDb.com.  "Shinbun: il giornale giapponese" - Articolo di Toddi apparso sul settimanale "Novella" (Anno VII n. 6, Giugno 1925), su blognew.aruba.it. Portale Biografie   Portale Cinema Categorie: Giornalisti italiani del XX secoloScrittori italiani del XX secoloIllustratori italianiIllustratori del XX secoloNati nel 1886Morti nel 1952Nati l'8 luglioMorti il 1º luglioNati a RomaMorti a RomaRegisti italiani del XX secoloSceneggiatori italiani del XX secoloProduttori cinematografici italianiCinema muto italianoStudenti della Sapienza - Università di Roma [altre] GRAMMATICA rivoluzionaria e ragionata DELLA LINGUA ITALIANA e di orientamento per lo studio delle lingue straniere con lIO grafici dell'autore e 16 tavole fuori testo DE CARLO. L’Autore e l’Editore si riservano ogni diritto per tutto ciò che, in questo volume, è nuovo ed originale. De Carlo S. R. L. Roma STAMPATO E RILEGATO NELLO STABILIMENTO DELLA CASA EDITRICE DE CARLO AVVERTENZA. Nella trascrizione dei vocaboli stranieri sono stati adottati alcuni ripieghi tipografici. Così, ad esempio, per il rumeno e il turco l's con la sediglia è stato sostituito con il digramma « sh » o eccezionalmente con ‘ «s,», ed il rumeno t con la sediglia è rappresentato con il digramma «ts» o «tz». Nell'espressione gràfica « a0 » -- svedese, giavanese, siamese --, il circoletto deve intendersi sovrapposto all’a; parimenti, nelle forme «C'», «g'», «n’», ecc. l'apostrofo ha valore di accento sovrapposto alla consonante. Nelle voci portoghesi, l'accento circonflesso sta talora a rappresentare la til di nasalizzazione. Per le lingue indiane, americane, africane e vceaniche son stati seguiti i sistemi più comunemente diffusi nelle rispettive grammatiche. Il cinese è reso con grafia italiana, e va quindi letto a modo nostro. Gl’esponenti numerici indicano il tono delle varie sillabe. Per il giapponese si è adottato il sistema R6maji Hepburn, usando l'accento circonflesso come segno di vocale lunga. Il sistema Nipponsiki (Nipponshiki) a, più razionale, ma il R6maji è più diffuso e più semplice, poi che le vocali van sempre lette all'italiana, sia isolate che nei dittonghi, e le consonanti sempre all'inglese. Analoga è la trascrizione del coreano, osservando però che la vocale i dopo a, u ed o equivale allo umlaut tedesco. Quindi kai= ki, uihata = linata, yoi = yÒ. x pos, 2 — de ‘>! Il lettore intelligente correggerà gl’errori di stampa, dovuti alle circostanze eccezionali. Il repertorio – concetto usato da H. P. Grice: avere un procedimeno nel repertorio -- in fondo al volume potrà servire per il controllo ortografico. Essere.  L’energia verbale. Numero e armonia. Non filiazione ma evoluzione. Le cellule del discorso – chioe che H. P. Grice chiama la ‘conversational move’ -- I modi dell’energia verbale, La localizzazione nel tempo, Psicologia, fisiologia e anatomia del verbo i Rel, L’androceo e il gineceo dei sostantivi sw > è Il plurale è a i corte I tipici surrogati dei sostantivi I pronomi integrali Parole-catena e parole Il pronome-specchio e il Sig. N. Ne Le voci determinanti Le voci descrittive Le parole sulle terre, sui mari e nei cieli é Dai luoghi alle persone e viceversa  - I termometri delle azioni e delle qualità, Gli eredi della declinazione, Le voci connettive, Le voci appassionate INTERMEZZO, Quando si è « di scena » Il discorso personale REPERTORIO degli argomenti delle persone e dei vocaboli ln Essere. Iddio è. Soltanto Iddio è. Il verbo “essere,” nel suo significato completo – cf. H. P. Grice, “Aristotle on the multiplicity of being,” H. P. Grice, “Aristotle on being” --, assoluto e senza limitazione nel tempo o nello spazio o nel modo, può usarsi solamente se riferito a Dio. L’essere è indefinibile, perché è il più semplice e generale di tutti i concetti. Non si può tentare di definire l’essere senza cadere in un assurdo, giacché non si può definire una parola senza cominciare con questa: “è”, sia espressa, sia sottintesa – o implicata come preferisce H. P. Grice, che sa greco – anthropos mikrocosmos. Quindi per definire l’essere bisogna dire che è, e così adoperare nella definizione la parola da definire – Pascal. Ma cf. H. P. Grice on Fa – Tom works --. Dell’essere abbiamo diretta intuizione: ed essa è fondamentale. L’oggetto dell'intelletto è ciò che è -- objectus intellectus esi enis. Dalla fondamentale affermazione: esistono enti, ed enti diversi fra loro, si giunge alle più alte vette del pensiero speculativo, pur in aderenza perfetta con l'obiettiva realtà. Il nostro intelletto non può non dare il suo spontaneo assenso all’evidenza oggettiva del reale e dei primi principî in esso impliciti. di La philosophia perennis aristotelico-tomista – AQUINO (vedasi) è la scienza dell'essere. La grammatica perennis è parte della filosofia, in quanto è un settore della conoscenza e della normativa saggezza. cala e ‘essere ? ATL . o î Le. Ae = dA È . 0 \ | 1 { z °° RA Su "ia & \\ ° % VAI Q a - ERE AN mM) Lod gr ° VISSE & ° N I 1°. 7, er. Pad parc Sta Cc sue divo rn — ÈY@ cip Ò CY —...-+ nz, EGO SVM Su ci» VI SVM tz. o al —.. ; Altive MECCA O ” # Did “ é e i. Fid ® ” - Pd ® ld Solamente Iddio « È » (È n) 4. La grammatica è l'insieme delle norme e leggi che regolano il valore e il nesso dei suoni articolati onde esprimere con precisione e correttezza per mezzo di essi (a voce o con simboli grafici che li rappresenti- x Roio RI SOLTANTO IDDIO « È » no) le limitazioni dell’essere, in corrispondenza coll’obiettiva realtà esistente e pensata. e * * *  Iddio è colui-che-è: in lui si identificano soggetto e predicato verbale. In lui non dobbiamo infatti distinguere l’agente dall’azione, poi che egli è atto puro, e la sua essenza non è distinta dal suo essere. Di lui soltanto si può affermare che è. Ed egli soltanto poteva dare di se stesso la adeguata definizione. Ego sum qui sum. Nelle lingue la cui scrittura rappresenta più o meno regolarmente i suoni dei vocaboli. La grammatica assume aspetto diverso per quelle lingue la cui scrittura è ideo-grafica, ossia con SEGNI che simboleggiano DIRETTAMENTE l’idea, indipendentemente, più o meno, dalla loro manifestaziofie orale. Il pensiero formulato è anch’esso una obiettiva realtà: ed è possibile pensare ed esaminare il pensato, come ente a sé: è una realtà psico-fisica, in quanto nessun pensiero umano è possibile senza l’intervento dello strumento fisiologico – o ‘naturale’ come preferisce H. P. Grice -- dell’intelletto, ossia il cervello, nelle cui cellule corticali il fatto del pensiero produce variazioni bio-chimiche specifiche, connesse con quel che si pensa. Da ciò non deve dedursi che il pensiero possa considerarsi una secrezione del cervello. Al contrario, le cellule cerebro-corticali sono tipicamente modificate dall’attività spirituale, pur essendovi sempre tra spirito e corpo un nesso di inter-dipendenza. S., Geometria della realtà e inesistenza della morte, Roma, De Carlo. Esodo. Il testo ebraico dice letteralmente. Disse Dio a Mosè. Sono colui che è “Io sono.” Ed aggiunse: Così dirai ai figli di Israele: “”Io sono” m'ha inviato a voi. È da notare che, in ebraico, “io sono” – il ‘sum’ di Cartesio – H. P. Grice, “Descartes on clear and distinct perception” -- è regolarmente la prima persona singolare del verbo “essere,” cioè Ehyeh, la quale è qui usata perché dio parla di se stesso. Quando invece L’UOMO – e. g. Mose -- parla di dio lo chiama con la TERZA persona singolare dello stesso verbo, “egli è,” cioè Yahveh (Jahvé). La sacra Bibbia. Introduz. e note di Ricciotti, Firenze, Salani. In qualsiasi altro caso il verbo “essere” ha un significato non assoluto ma limitato o RELATIVO – chioe che H. P. Grice chiama IZZING HAZZING --, e perciò è sempre accompagnato da elementi – co-copulativi -- i quali esprimono tale limitazione. La più semplice limitazione temporale può aversi dando al verbo “essere” il significato – ma non il senso che e unico – univocalita -- di “cominciare ad esistere,” es.: “Sia la luce, e la luce fu. – Genesi – cited by H. P. Grice in Intention and uncertainty – FIAT LUX – Let there be light – future intentional, not future indicative; o dando al verbo “essere” il significato – ma non il ‘senso’, che e unico – univocalita -- di “cessare di esistere,” es.: “Ei fu.” -- Manzoni, Il 5 Maggio); o ri-unendo nel verbo essere le due limitazioni a) e D), es.: Il misero orgoglio d’un tempo che fu. – Capponi. Ignoriamo come gl’ebrei intendessero realmente PRONUNZIATO il nome di dio — che è del resto ineffabile ossia innominabile per rispetto, giacché i testi non indicano le vocali. Le quattro consonanti – TETRAGRAMMATAON -- che io compongono -- JHVH -- implicano, comunque, l’idea dell’essere. Non certo nella mente del compilatore dell’esodo puo spontaneamente, o per elucubrazione filosofica alla H. P. Grice, sbocciare una definizione tanto perfetta. Assai più tardi i Presocratici, in VELIA e in Grecia, cominciarono a porsi il problema dell’essere e della realtà, problema che tuttora assilla le menti più acute e più allenate alle profonde speculazioni filosofiche – vide: H. P. Grice, “Aristotle on the multiplicity of being” and H. P. Grice, “Aristotle on being” -- : e nessuna di queste menti – cf. AOSTA -- e di quelle future saprebbe escogitare una sì grandiosa, semplice e precisa definizione. Non è ciò prova luminosa, atta a dimostrare l’ispirazione diretta dei sacri testi? Super-naturali ipse – iddio -- virtute, ita eos – gl’agiografi -- ad scribendum excitavit et movit, ita scribentibus adstitit, ut ea omnia eaque sola quæ ipse iuberet, ut recte mente conciperent et fideliter conscribere vellent et apte infallibili veritate exprimerent. Secus non ipse esset auctor sacrae scripturae universae . Leone XIII, Enciclica providentissimus deus, Enchir. B.. Vanno sotto il nome di Capponi, sia nei manoscritti come nelle stampe, i Commentari dell’acquisto di Pisa; ma par che piuttosto ne fosse autore il figliolo Neri Capponi. Cfr. L. A. Muratori, Rerum Italicarum Scriptores.: said RETTA E SEGMENTI D’ESSERE. Acconciamente, il valore del verbo “essere” può esprimersi con una RETTA, la quale è infinita nei due sensi, per il significato integrale di essere -- iddio è --: possono raffigurarsi con semi-rette i casi a) e bd). Il primo caso è limitato dal punto o momento iniziale: “La luce fu” equivale a “La luce D’ALLORA fu.” Nel secondo caso, la semi-retta è determinata dal punto terminale: “ei fu” equivale a “ei fu [fino a quel RETTA:» “Dio è” 1000000 0000005: I .. “e la luce fu” YTYT SEMI-RETTE i SEGMENTO: I Pili tempo che fu” (8 7) momento]. In tanto però è esprimibile con una semi-retta, in quanto non si tien conto che l’esistenza di Napoleone HA un inizio. Giacché in tal caso l’essere sarebbe rappresentato da un segmento, quale è appunto nel caso c), in cui l’essere è limitato da A e da B. La limitazione temporale, de-limitante il valore del verbo essere nel suo significato di esistenza -- o accadere --, può essere espressa o implicita – chioe che H. P. Grice chiama l’implicatura. La limitazione è espressa quando altri elementi indicano il principio, la fine, o entrambi. I limiti dell’esistenza. Nel verso “Dinanzi a me non fr cose create”—ALIGHIERI, Inferno -- il complemento “dinanzi a me,” ossia “PRIMA DI me,” è chiaro confine temporale. Nel Verso “Nacqui sub Julio, ancor che FOSSE [è] tardi – ALIGHIERI, Inferno --  l'indicazione “tardi,” connessa a “sub Julio,” localizza nel tempo il momento -- segmento d’essere nel senso, o meglio, SIGNIFICATO o USO, d’avvenire, della nascita di VIRGILIO (vedasi). La limitazione è implicita – o implicata come preferisce H. P. Grice -- allorché il soggetto stesso ha valore temporaneo, istantaneo o di durata, Es.: “È primavera.” [H. P. Grice: “Spring exists”] – “Sono tre mesi che...” – “It’s been seven hours and fifteen days” — “Sono le 4 e 40.” “Saranno le tre meno un quarto.” “Era già l'ora che volge il disìo ai naviganii. – ALIGHIERI, Purgat. La limitazione temporale può mancare quando il verbo “essere” sia – è -- accompagnato da una negazione, poi che in tal caso la sua durata si riduce a zero – The king of France aint’s bald --. Es.: “Non c'è modo di...”; “Né creator né creatura mai — cominciò el — figliol, fu senza amore.” – ARIOSTO (vedasi), Orl. Fur. È evidente l’affinità d’“essere,” nel senso – o meglio, significato, implicatura, od uso -- di esistere, in tempo e luogo limitati, e quello in cui essere ha significato di accadere, avvenire, in quanto esiste la realtà dell’evento – cf. H. P. Grice, “Table alla von Wright” in “Actions and Events” – You have not ceased to eat iron – Non cessas edere ferrum --, es.: “Che è?” – “Che è sfalo?.” Nato nel 70 av. Cr., VIRGILIO (vedasi) era appena ventiseienne quando GIULIO (vedasi) Cesare fu assassinato -- 44 av. Cr. --, e forse il Poeta non era ancora venuto a Roma. La corrispondente espressione dialettale romanesca va scritta “Ched è?,” e NON “Che d’è?”. Pascarella scrive: “E mo ched’è laggiù fra li cancelli? -- Er fattaccio. ma l’apostrofo è abusivo, poi che nessuna vocale è RE pai FUNZIONE DEL VERBO “ESSERE” “Quel che è stato è stato. “Gli domandai che della donna fusse” -- Ariosto, Orl. Fur. Il verbo “essere” può avere una limitazione spaziale. Anche questa limitazione, come la temporale, può essere espressa o implicita, es.: “Chi è?,” ossia: “Chi è qui?”. “Sono io!” (id.). “Quel ore è lî.” “Le chiavi del Mediterraneo sorto nel Mar Rosso” – Maneini. Può aversi anche una localizzazione spaziale metaforica – alla H. P. Grice, You are the cream in my coffee: “Im vino veritas” -- sottinteso o implicato: “est”: “Nel vino *è* la verità. In tutti i casi sin qui elencati, il verbo essere ha significato autonomo, ed equivale ad esistere o stare oppure ad accadere, avvenire, senza altra limitazione che quella temporale o spaziale. In tutti gl’altri casi il verbo essere ha la funzione di affermare o negare un'identità: constatare o negare una qualità nel soggetto; constatare o negare nel soggetto uno stato prodotto dall'azione compiuta di un verbo; constatare o negare nel soggetto uno stato prodotto dall’azione in atto di un altro verbo. La grammatica tradizionale confonde le due prime funzioni, ben diverse fra loro, riunendole in una sola, cui vien dato la impudica ed impropria denomi- stata elisa: ched è il latino “quid” -- italiano “che”. La consonante “d” è rarissima come finale, ma l’abbiamo nella parola “sud.” Andava invece apostrofato il “mo',” tronco per “modo.” (= “ora, adesso.” Come il “Ched è?” romanesco va graficamente trattato quello napoletano, pronunziato quasi “Cher è?” Seduta parlamentare. ria  DI «| nazione di “copula.” Se la proposizione è negativa, la grammatica burocratica parla, con patologica contraddizione in termini, di “copula disgiuntiva”!  Ben distinte tra loro sono le due prime funzioni -- es.: “Questo fiore è una rosa canina” — “Questo fiore è bianco.” Quando afferma o nega una identità tra il soggetto e un altro termine, il verbo essere si basa su uno dei principî fondamentali del nostro pensiero, quale è appunto il principio di identità, affermando, o negando, la « me- EGUAGLIANZA a+b=c Ù Ù ---q90c00d- <--- IDENTITÀ I due valori d’essere (8 13) desimezza » della cosa. Allorché diciamo che “l’ipotenusa è il lato opposto all’angolo retto di un triangolo rettangolo” --  non constatiamo una proprietà o qualità del soggetto, ma defi- Per l’inriverenza che ebbono al sacramento matrimoniale, di copularsi prima che avessono la dispensagione. Guicciardini, Storia d’Italia, Firenze, Torrentino. Disgiuntivi si dicono quei nessi che servono di copula negativa di un predicato a un subbietto. TOMMASEO (vedasi). ii EGUAGLIANZA E IDENTITÀ niamo con altre parole la stessa cosa espressa dal sostantivo, o altro vocabolo o insieme. di vocaboli in funzione di sostantivo. Allorché, invece, si afferma che “il quadrato costruito sull’ipotenusa è uguale alla somma dei quadrati costruiti sui cateti -- Teorema di Pitagora --, s’afferma un’eguaglianza, ossia una delle proprietà del quadrato stesso, il quale non è la somma dei quadrati costruiti sui cateti. Questi son due quadrati diversi da esso. Nei primo caso, infatti, il predicato deve essere un: sostantivo, o vocabolo o insieme di vocaboli in funzione sostantivale, appunto perché NON SI PUÒ AFFERMARE L’IDENTITÀ DI DUE COSE DIVERSE, mentre nel secondo caso il predicato ha carattere aggettivale, attributivo, predicativo. Esprime un connotato, una DIODRIEIA, una qualifica. Nel verso dantesco ALIGHIERI (vedasi): “Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte...” – Inferno -- il verbo essere esprime un'identità, che è rafforzata dal “quel” e “quella;” e fonfe e Virgilio sono LA STESSA COSA – allora – H. P. Grice on time-relative identity -- che tu. Né deve trarci in inganno l’uso pratico fatto da Forte – “=def.” -- del segno matematico dell’uguaglianza – “=” --, adoperato correntemente per le due diverse funzioni, ossia anche per esprimere l’identità. Riferendosi alle figure qui riprodotte, il segno “=” – cf. H. P. Grice, “SYSTEM G – first order predicate calclus with identity -- ha ben diverso valore nelle ‘due affermazioni: AB = ipotenusa atb=c. Nella prima affermazione il segno significa “è;”nella seconda significa “equivale a,” “è *uguale a*.” Nel simbolismo della logica matematica, escogitata da Leibniz per assoggettare gl’enti logici ad un calcolo simile a quello algebrico – H. P. Grice, EINHEIT WISSENSCHAFT -- e perfezionata da varî filosofi e matematici e specialmente dal nostro PEANO (vedasi), il segno “ε” – l’iota iniziale del greco “esti,” “è,” significa “è,” “è un ...” --Forti, Logica matematica, Milano, Hoepli. Più ristretta funzione ha quindi il verbo essere, ossia quella di affermazione o negazione parziale – H. P. Grice: “Someone is not hearing a noise” --, quando non stabilisce un'identità ma predica un accidente, ec.: “E li parenti miei furon lombardi, e mantovani. – ALIGHIERI – Inferno. – ma cf. Kripke, che pensa che la sua identitia e essentiale a lui. Non è sempre facile distinguere se il verbo essere abbia – o ha -- l’una o l’altra funzione. Ma la difficoltà di distinguerle, in taluni. Casi, non implica che esse siano – o sono -- identiche e neppure analoghe: Nel verso, “Qual che tu sii, od ombra od omo certo” – ALIGHIERI, Inferno -- quale è la funzione di essere – “sii”? Cf. H. P. Grice: “Love that never told can BE” – “Love that never can be told.” La mancanza di articolo lascia propendere per la interpretazione attributiva, qualificatrice. L'esame in profondità di simili casi è utilissimo, addestrandoci alla comprensione dei processi logico-linguistici e psicologico-linguistici. Attraverso questi meccanismi si rivela la peculiare forma mentis di un popolo come l’italiano, e, anche, di un individuo, come io. Un errore – o malapropismo -- di sintassi o di morfologia può equivalere, come sintomo – o SEGNO -- rivelatore, ad una dislalia cui corrisponde una anomalia — sia pur lievissima — fisio-psichica – Tarzan: “Me, Tarzan; thee, Jane.”. — <+_——€@6»@m6_  In realtà, non si è mai tanto idioti da non aver nulla da dire. Se un idiota non parla, s’è perché ha un ostacolo nella formazione dei simboli motori della parola, nella loro evocazione e nella loro esecuzione. Chi pensa, sia pure con immagini ottiche e tattili-muscolari, deve esprimere il suo pensiero. Se l’idiota a-fasico non parla, s’è che manca della percezione dei rapporti fra le cose ce I SEGNI, ha un difetto specifico d’esprimere in simboli verbali le rappresentazioni e i sentimenti che possiede e le sensazioni che prova. Lo sviluppo del pensiero logico e quello della lingua sono paralleli. Bilancioni, La voce parlata e cantata, normale e patologica, Roma, Pozzi – citato da H. P. Grice, “Models of implicature”.  ROVERE (EE NON AUSILIARE MA PRINCIPE * >» %* Inesattamente si dà al verbo “essere” la qualifica di “verbo ausiliare.” Il verbo “essere” è verbo principe, non servo ma signore. Il verbo “essere” vive sempre di vita propria, anche quando ha la funzione di affermare, o negare, uno speciale stato del soggetto, derivante dall’azione di un altro verbo. Non esistono, anzi, altri verbi se non in quanto contengono, come principio attivo e vitale, il verbo “essere.” POSTULARE CHE IL VERBO “ESSERE” SIA OD È “AUSSILIARE” NEL DISCORSO È COME AFFERMARE CHE L’ANIMA È L’AUSSILIARE DEL CORPO. Ogni voce verbale è scindibile nei due elementi logici ed espressivi che la compongono: cioè appunto nel verbo “essere” elemento indispensabile pell’azione, e nell’elemento specifico che determina il tipo di azione. Na Se l’azione s’esaurisce interamente nel soggetto stesso ed ha il suo risultato completo, -- e perciò l’azione stessa è terminata -- il verbo, detto comunemente IN-transitivo – ma cf. H. P. Grice, aIb, a IZZ b, aHb, a HAZZ b, a IZZES b, a HAZZES b -- , si scinde nei suoi due elementi, Il verbo perde infatti le sue caratteristiche “verbali” di “persona” -- prima, seconda, terza --, di dinamismo sotto i varî aspetti – “modo” --, ed assume quelle tipiche dell’aggettivo -- genere: maschile, femminile. Rimane integro invece il verbo essere, per affermare o negare il risultato statico di questo processo dinamico. Nella proposizione “io sono venuto,” il verbo “essere” ha piena vitalità. “Sono” afferma, nel soggetto, il risultato della compiuta azione IN-transitiva di venire. Nella proposizione, “Questo fiore è sbocciato,” il verbo “essere” afferma nel fiore le condizioni derivanti dalla compiuta azione IN-transitiva di sbocciare. In alcune lingue, più o meno sintetiche, questa separazione o scioglimento, che potremmo chiamare “logo-litico” per la sua analogia con il processo elettro-litico — non avviene. Il latino “veni” equivale al nostro passato remoto ed al nostro passato pros- Analogo al processo di elettro-lisi è quello per cui l’italiano scinde il latino VENI nei due elementi dei quali. consta. L’ideo-gramma cinese dell’azione terminata: l'antico segno del bimbo (a), stilizzato dal pennello nella forma moderna (b), ha perduto le braccia (c) pormanco così l’ideo-gramma lia03, (8 the, -- simo. In questo secondo caso, l’italiano lo scinde in “sono venuto,” ossia “sono” – “esisto” -- nelle condizioni risultanti dalla completa esecuzione dell’azione IN-transitiva “venire.”. Nelle lingue interamente analitiche, come l’isolanti, nelle quali ogni idea, anche accessoria, costituisce un elemento a sé, questa compiutezza dell’azione ha una sua speciale espressione fonica, e, nella scrittura, un simbolo specifico. L’ideogramma ci- Ms RISULTATI DELL’ANALISI Non dissimile è ia funzione del verbo essere nelle forme passive. Qui l’azione verbale è compiuta da persona diversa dal soggetto, e può perciò co-esistere nello siesso tempo. L’intera Îlessione passiva latina -- epistula scribitur -- è scomparsa, per lasciare il posto alla cosiddetta forma passiva italiana. La lettera *è* scritta da “littera (= epistula) scripta est. Anche qui il verbo “essere” ha tutta la sua vitalità, né può essere “passivo” – cf. H. P. Grice on P. F. Strawson: The exhibition was visited by the King of France” -- tipico passivo, nella forma e nel significato, è il participio passato del verbo transitivo, il quale ha perso ogni connotato verbale di persona -- 1°, 2°, 3° --, per assumere quello aggettivale del genere -- maschile, femminile. + poi che il risultato dell’azione non è nella persona o cosa che la compiono, ma nel SOGGETO PAZIENTE di tale azione “transitiva,” più esatto sarebbe chiamare “participio passivo” quello che s’accompagna col verbo essere ad indicare tale stato, e che ufficialmente è detto “participio passato.” Questa distinzione e questa denominazione presenta due vantaggi: chiarisce il diverso uso e significato dei due “participî” passato e passivo -- l'uno è proprio il rovescio della medaglia dell’altro. In “Ho letto il libro,” nese per tale idea è stato ricavato dal segno esprimente « bimbo, fanciullo: questo era raffigurato da un neo-nato con le gambe riunite nelle fasce e le braccia aperte -- in azione: rendendo invisibili le braccia, fuse cioè con il corpo -- perché non più in azione -- l'ideogramma così semplificato esprime la compiutezza e il termine dell’azione espressa dall’ideogramma specifico. li segno si pronuncia lido3, o lao? o la, a seconda della maggiore o minore energia affermativa di tale compiutezza. In molte lingue l’indicativo passato – perfetto -- serve anche da participio passato. Il suffisso “-ed,” tipico del passato e participio passato dell’inglese, è la contrazione di “did,” passato di “to do.”
 = il participio /etto è attivo e passato. In “Il libro è letto da me,” il participio letto è passivo e PRESENTE -- e inoltre elimina il ridicolo contro-senso — al quale legittimamente si ribellano i nevizî di grammatica — per il quale il “soggetto” di un “verbo passivo” resta “soggetto” sebbene l’azione espressa dal verbo sia compiuta da altri. Ad un fanciullo che aspira a conoscere, dalla grammatica, l'aderenza delle parole con il pensiero e con i sentimenti, riesce ben difficile intendere che nella proposizione “Pietro (Strawson) è picchiato da Paolo (Grice),” Pietro STRAWSON è il soggetto del verbo “picchiare,’ sia pure in forma passiva. Assai più facile sarà spiegare a quell’anima semplice, ed anche agl’adulti, che Pietro STRAWSON è, ossia ESISTE, ma nelle condizioni di “picchiato”. Al vocabolo corrisponde la realtà obiettiva, il corpo fisico contuso: dolorosa limitazione dell’essere. Ma se Pietro STRAWSON non fosse – Have you stopped beating your wife? --, non potrebbe essere in tale condizione. I mirabili versi foscoliani “Ahi, sugli estinti Non sorge fiore ove non sia d’umane Lodi onorato e d’amoroso pianto” – Sepolcri --  hanno vera vita e bellezza, nell’accento e nel significato, solamente se “fiore” sia – e -- considerato SOGGETTO di “sia,” e questo come vero verbo “essere,” non “ausiliare,”ma completato anzi, predicativamente, dal “participio passivo.” Non v'è ragione legittima per cui, avendo la lingua italiana scisso alcune voci verbali latine nei loro componenti, questa scisssione, rispondente ad una forma di pensiero e di sentimentò, sia negata da un formalismo nominalistico che continua a considerare tempi composti quelli che sono proprio il risultato di una *s*-composizione. IL SOLO VERBO INDISPENSABILE. Resta invece incorporalo nel vocabolo specifico, per formare il “verbo in azione,” il verbo essere, onde conferire a quello vitalità e diretia efficacia, allorché l’azione va più immediatamente espressa. Ideologicamente, però, anche queste forme risultanti sono sempre scindibili nel verbo essere, indispensabile, e nel participio presente: es.: “Quel fiore olezza” = “Quel fiore *è* olezzanie.” Ogni voce verbale esprime dunque l’idea dell’esistenza reale o intellettuale o l’idea di una determinata modificazione unita all'esistenza. “Essere,” pur limitato e modificato, e pur morfologicamente incorporato nelle voci verbali, rimane sempre l'elemento essenziale dell’azione o dello stato espressi d’esse. “Essere” è il solo verbo indispensabile, persino nel limitato, come l’“essere” assoluto è l’unico necessario in senso assoluto.
On pourrait se passer de tous les verbes, excepté de celui-là seul qui, dans chaque langue, est destiné à exprimer l’idée de l’existence ou réelle ou intellectuelle.Landais, Grammaire générale des grammaires francaises, Paris, Didier. Tutte e singole le cose dell’universo si muovono perché sono mosse, causano perché sono causate, esistono perché c’è chi le fa esistere, hanno varî gradi di perfezione perché li ricevono, tendono al fine perché vi sono dirette. Ma non è possibile procedere all'infinito nella serie delle cose che ricevono il moto, la causalità efficiente, l’esistenza, la perfezione, la tendenza finalistica; bisogna arrivare ad un essere che tutto dà e nulla riceve. Se vogliamo spiegare dunque il moto, la causalità efficiente, l’esistenza, la perfezione e l’ordine del- l'universo, al di là dei motori mossi, delle cause causate, degli esseri contingenti, partecipanti la perfezione e diretti al fine, bisogna collocare un motore immobile, una causa non causata, un essere assolutamente necessario, un essere sommo, una suprema intelligenza ordinatrice, Dio. ZACCHI (vedasi), Dio, Roma, Ferrari. l'i “L'energia verbhale. Il verbo è la parte vitale della lingua. Ogni espressione del pensiero a mezzo della parola, se non sia una semplice interiezione, s’impernia sul verbo. Il verbo è la parola fondamentale ed essenziale del discorso. Il verbo è la parola per eccellenza. Tutti gl’altri elementi del discorso servono a limitare e precisare il fenomeno espresso dal verbo. Talora il verbo può rimanere fonicamente -- e quindi graficamente anche – in-espresso – il “Fa” di H. P. Grice --. Ma ciò non significa che esso manchi interamente nella proposizione, la quale è espressione del pensiero: e, nel pensiero, il verbo è sempre presente ed agente. Allorché, ammirativamente, esclamiamo “Bello!”, intendiamo DIRE – indicare --: “È bello!”. Quando invochiamo “Aiuto!,” questo solo vocabolo non avrebbe nessuna -- La parola, in latino, è “verbum”: traduce il logos greco che, psicologicamente, è il termine della cognizione intellettiva, ossia idea, concetto, “parola della mente.” Teologicamente, il verbo è la seconda persona della SS. Trinità, che procede dal padre per via d’intellezione e di vera generazione spirituale. S. Giovanni ne afferma l’eternità, la personalità, la natura divina e la potenza creativa. In principio erat. Verbum. Omnia per ipsum facta sunt, et sine ipso factum est nihil, quod factuni est; in ipso vita erat.  Joh., I,  —upa  efficacia, se l’appello non significasse: “Datemi ailito! Prestatemi aiuto!”; “Silenzio!” non produrrebbe l’effetto voluto, se non fosse detto ed inteso nel significato completo di “*Fate* silenzio!”: persino i cartelli nelle vetrine dei negozi sottintendono altrettanti verbi quanti sono i “concetti” numerici o di altro genere cui si accenna sinteticamente nei cartelli stessi. [INGRESSO | LIBERO | [OGGI FORTI RIBASSI Persino i cartelli nelle vetrine dei negoziî. Nella comune grammatica tradizionale, il verbo e gl’altri elementi si chiamano parti del discorso. Possiamo accettare questa denominazione, pur generica ed imperietta. Ma dobbiamo dividere le “parti del discorso” in tre distinte categorie: a a) il verbo, o parte vitale ed energetica del discorso; | LE PARTI DEL DISCORSO b) il nome o parte sostantiva del diSCOrso; | | c) le parti accessorie del discorso. Gl’uomini sono arbitri di usare i vocaboli a loro piacimento, ma le parole hanno speciali proprietà, indipendentemente dalla pnl; | È Pri d_P stav Sad. ESTR .. sottintendono altrettanti verbi...  volontà di chi le adopera: e perciò esistono leggi grammaticali precise. Taluno ha negato la grammatica normativa, asserendo che la grammatica si impari “leggendo, leggendo, leggendo, e intanto parlando, parlando parlando: come per capire appunto le regole del nuoto, bisogna buttarsi in acqua, e restarvi un pezzo, e muovervisi, e nuotare; e si sa che si impara a patto che Il verbo può esistere anche isolato, ed esprimere un fenomeno generale, senza soggetto e senza complementi. I verbi esprimenti fenomeni meteorologici sono esempi del verbo isolato – H. P. Grice on P. F. Strawson: “It is raining” – what is “it”? -- e senza limitazione: piove, iuora, grandina, nevica, lampeggia... È artificio di grammatisti voler trovare un “soggetto” sottinteso di “32 persona” in questi verbi – detti peraltro “im-personali”! --, che sono la più evidente manifestazione dell’energia verbale non limitata nei riguardi di un “soggetto” – cf. H. P. Grice and P. F. Strawson on ‘substantial’ like ‘Socrates’ being basic in not being able to be a predicate --. La lingua italiana, logica e geniale insieme, non esprime il soggetto di questi verbi laddove altre lingue – come la gallica -- hanno la necessità formalista di dar loro un soggetto grammaticalmente convenzionale Con ciò non si intende affermare che l’energia verbale possa stare a sé, senza una subsiantia. Commetteremmo lo stesso errore nel quale si dibattono i fisici, i UN PO’ D’ACQUA DA PRINCIPIO SI BEVA. GENTILE (vedasi), La nuova grammatica italiana -- Leonardo. Se così fosse, i migliori nuotatori sarebbero coloro che tanto energicamente si sono immersi, inesperti, nell'acqua e tanto hanno bevuto, da affogare. Esistono invece saggissime “regole del nuoto,” alle quali non è estraneo il “principio di Archimede” e sulle quali premono inderogabili leggi cinematiche e fisiologiche. Così esistono norme e leggi grammaticali. Le limitazioni, determinate dai complementi, sono d’altra natura, e sempre “impersonali.” Anche quando diciamo semplicemente “Piove!,” l’affermazione non è illimitata, ma ben definita nel tempo e nello spazio. Il latino plui: -- senza soggetto -- diventa “il pleut,” ossia “egli piove,” “esso piove” in francese. Ciò è dovuto alla forma mentis nordica, che si rivela nelle forme similari dell’inglese – “it rains” -- del tedesco – “es regnet” --, dello svedese – “det regnar.” Omettono invece l’artificioso pronome lo spagnolo – “llueve” --, il portoghese – “chove” -- , il rumeno – “ploua” -- , che non hanno subìto tale influenza. IO NU CHI PIOVE? quali, affermano che “tutto è vibrazione,” confondono “energia” e “materia,” imponendoci di riuscire a concepire che “tutto vibri,: ma che quel “tutto” è la vibrazione stessa. Logicamente ci chiediamo “che cosa vibri.” Parimenti siamo autorizzati a chiederci “che cosa piova, nevichi, grandini, ecc.” E la risposta ci viene spontanea. “L’acqua, la neve, la grandine!”. I latini dicevano “pluit aqua” – cf. cats and dogs -- La “sostanza” -- e quindi il “sostantivo” o “soggetto” -- è per noi implicito nello stesso verbo meteorologico -- facendo ideologicamente corpo con esso. Questa logica interpretazione ci Îa comprendere perché, con il “participio passato” di questi verbi si debba usare il verbo essere, e non mai avere. Si usa sempre essere con il “participio passivo. S’usa essere nelle iorme riflessive, anche per i verbi che richiedono normalmente avere – “egli ha lavato,” ma “egli s’*è* lavato”: a maggior ragione si deve usar essere per questi verbi, nei quali non si tratta di un’azione, ma di un fenomeno che si esaurisce in sé, d’un avvenimento che accade: perciò dire e scrivere “ha piovuto,” “ha nevicato,” “ha spiovuto,” -- Supponiamo che taluno chieda se il camminare, l’esser sano, lo star seduto, e qualsiasi altra cosa di tal genere siano ciascuno un essere o un non-essere. Nessuna di tali cose esiste per natura da sé, né può esser separata dalla sostanza. Sarà un essere ciò che cammina, ciò che sta seduto, ciò che è sano. LIZIO Aristotele Metaphys. – cf. H. P. Grice and P. F. Strawson, ‘Categories’ – ‘Socrates as substatial in that it cannot be a predicate. -- In italiano, “piove” significa “l’acqua cade dal cielo,” o, più scientificamente: “Avviene una precipitazione atmosferica allo stato liquido. Il giapponese usa un verbo unico – “furu” -- per le varie precipitazioni, ed ha quindi necessità di specificare se CIÒ che “cade” – “furu” -- sia «pioggia» (ame), «neve » (yuki), « grandine » (arare), facendo di questi vocaboli il soggetto del verbo. Ame ga furu, yuki ga furu, arare ga furu... Ri), pr  ecc. è altrettanto erroneo quanto lo sarebbe il dire o scrivere “Ha accaduto,” “ha avvenuto,” “ha capitato”: “Questi giorni è piovuto soavemente.” Usati in senso traslato, questi verbi meteorologici cessano di Îar parte di una speciale categoria, possono avere un soggetto, e anche forme del plurale, non essendo più “impersonali” – “Cats and dog rain.” “Vedi ben quanta in lei dolcezza piove” -- Petrarca.  Astrologhi eccelsi d’ogni parie piovono a dire delle stelle il corso. Sacchetti, Rim.). Il verbo “denota esistenza assoluta o modificata” – TOMMASEO (vedasi); esprime positivamente o negativamente ciò che è avvenuto, avviene o ha probabilità di avvenire. Il verbo è tanto più autonomo e generale quanto meno è accompagnato d’altre “parti del discorso,” le quali diminuiscono la sua ampiezza. L’area di significato nel verbo – H. P. Grice, “Fido is shaggy” -- è in ragione inversa degl’elementi determinanti. Nelle proposizioni seguenti, qui date come esempi, è sempre più precisa, ma sempre più ristretta la zona verbale, ossia quella in cui si svolge il fenomeno verbale, nel tempo, nello spazio, nel modo. Piove. Stamane piove. Stamane a Roma piove; Stamane a Roma piove a calinelle. Nella gran maggioranza dei casi, l'avvenimento espresso dal verbo non è è gene- Salvini, Prose toscane, recitate nell’Accademia della Crusca, Firenze, Manni. DI i hi n’ AREA DELL'AZIONE VERBALE -- rale, ma si limita ad uno o più individui, ad una o più cose. Persone, animali o cose cui è limitato il fenomeno espresso dal verbo costituiscono il soggetto, es.: “urna fanciulla cania.” “Hulti quegli uccellini fuggirono.” “Il treno parte.” “Lo giorno se n’andava” – ALIGHIERI, Inf.; “Venga il Regno duo.” “L'area dell’azione verbale è inversamente proporzionale al numero degl’elementi che la determinano. Il soggetto è un nome – sostantivo -- o una parola che ne fa le veci, o un insieme di parole in funzione di sostantivo. L’avvenimento espresso dal verbo può esser limitato non soltanto dal “soggetto,” ossia non esaurirsi in esso, ma completarsi su un altro elemento; es.: “Il soldato canta uno slornello.” Mo, pre  L'elemento della proposizione sul quale si compie l’azione – transitiva -- espressa dal verbo è il complemento oggetto. Anche il complemento oggetto è sempre un “nome” – “sostantivo” -- o una parola -- o insieme di parole -- che ne fa le veci. Il “verbo” è l’elemento vitale ed energico della proposizione. Sel' energia verbale rimane nel soggetto, il verbo è intransitivo. Nei verbi transitivi, invece, avviene la scarica dell'energia verbale -- azione istantanea -- o il Îlusso dell’energia verbale -- azione continua. È forse audace, ma chiarificatore il parallelo tra energia verbale ed energia elettrica. Considerando il fenomeno linguistico del verbo affine a quello fisico dell’elettricità, comprenderemo come soltanto alcuni vocaboli siano “buoni conduttori” dell’energia verbale. Questi sono i nomi –"sostantivi.” Soltanto i “nomi” – o vocaboli o gruppi di vocaboli che ne assumano le proprietà funzionali -- possono compiere o ricevere l’azione espressa dal verbo, es.: “L’uomo pensa.” Il leone insegue la gazzella.” “La goccia scava la pietra.” “La notte porta consiglio.” Oltre il “soggetto” e il “complemento oggetto,” altri “sostantivi” possono limitare indirettamente l’azione espressa dal verbo, ec.: “La fortuna addice agli audaci.” Penetrando nella natura intima dei vocaboli, comprenderemo che i “sostantivi neutri” – speme, spes -- nelle lingue che posseggono tale genere -- non sono tali solamente perché né maschili né femminili, ma perché presentano una certa inerzia rispetto all’energia verbale, e perciò non assumono forme diverse per il nominativo (soggetto) e per l’accusativo o meglio causativo -- complemento oggetto. In inglese questa continuità è espressa dalla scissione del verbo in “essere” e la tipica forma in “-ing” – inglese antico: ‘-and’ latino italiano CONVERSANDO – “Vado a Londra”, “I am go-ing to London. ca DA a INTEGRITÀ DEI SOSTANTIVI Anche aggregandosi Îra loro e con altri vocaboli, e qualunque sia la loro funzione nella proposizione, i “sostantivi” -- appunto perché tali -- non perdono mai le loro qualità e proprietà intrinseche. Quando diciamo “ ur martello di ferro,” il martello resta martello . verbo : verbo intransitivo transitivo Solamente i “sostantivi” e î vocaboli – o insieme di vocaboli – “sostantivati” sono “buoni conduttori” dell'energia verbale. -- e il ferro resta ferro, sia dal punto di vista grammaticale che da quello fisico e ideologico. “Il ferro del martello” è un’espressione diversa, nella quale però i due “sostantivi” conservano integri i connotati, le proprietà e le caratteristiche. Nelle due formule, “un uomo alto” e “un monte alto,” la parola “alto” ha un significato in funzione del sostantivo al quale si riferisce. Nella proposizione “La casa di Cristoforo Colombo è tutta coperta di edera,” i sostantivi -- casa, n. ESSI -- Cristoforo Colombo, edera -- non sono influenzati dalle altre parole con le quali si trovano in connessione. Queste possono variare, senza alterare la forma, la sostanza e il valore dei “sostantivi.” Il verbo “è” afferma l’esistenza di quella casa in quelle condizioni, e perciò dà vita alla proposizione. L’aggettivo “tutta” ha un significato non totale, ma determinato esattamente dalla dimensione del “sostantivo” al quale si riferisce, ed assume anche la forma del femminile, modificandosi cioè a causa di esso; e lo stesso dicasi di “coperta.” Parimenti, non l’articolo la determina il “genere femminile” della casa, ma viceversa: e la preposizione di ha due funzioni diverse nei due diversi casi: di specificazione – cf. H. P. Grice on Hardie, “And what did you mean by ‘of’?” --  -- “di C. Colombo” -- e strumentale – “d’edera”. – “The house of Columbus is all covered of ivy.” Il discorso è l’esposizione dei fenomeni verbali che si svolgono nei sostantivi, sui sostantivi e tra i sostantivi. Questa introduzione apparentemente prolissa serve a dare un concetto unitario della grammatica, collocando al legittimo posto il verbo, elemento attivo, ed il sostantiivo, elemento “sostanziale.” – H. P. Grice and P. F. Strawson, “Socrates is a substantial because it cannot be a predicate and thus it’s basic. Tutte le alire parti del discorso – ONOMA RHEMA da Platone nel CRATILO -- vanno considerate in rapporto con il verbo e con i sostantivi. Esse infatti possono essere: 4) elementi che fanno le veci del nome, assumendone perciò le caratteristiche e proprietà; e sono: a) il pronome; b) l'aggettivo o il verbo sostantivati; B) elementi che determinano o qualificano il nome; e cioò: c) l’articolo – H. P. Grice, the listing of ‘the’ --; d) l’aggettivo; cla LA GRAMMATICA, PRIMA ‘ARTE C) elementi che qualificano 6) modificano l'azione del verbo; e cioè: e) avverbio; D) elementi che esprimono speciali rapporti tra più sostantivi c più verbi, o tra sostantivi e verbi, -- o eventualmente tra più ag-o gettivi e più avverbî -- ; € 10è: Î) la congiunzione; g) la preposizione; E) elementi che esprimono l’intervento passionale di chi parla; e cioè: h) l’interiezione. Come si vede, anche in una visione grammaticale nuova e anti-burocratica SÌ pos- sono conservare le denominazioni tradizionali, purché queste non formino un’arida terminologia da museo, ma concorrano a dare una limpida interpretazione della “rappresentazione: linguistica.” Affinché questa “rappresentazione” -- nella quale il verbo è l’azione, i sostantivi sono gli attori e le altre parole gl’accessorî del costume e della messin- scena -- sia opera d’arte, è necessario che essa sia armonicamente costruita, secondo precise norme che la grammatica deve insegnare. “Arte prima” è detta la grammatica d’ALIGHIERI – H. P. Grice: “And if Austin loved Chomsky it was just because he dethroned logica and crowned grammatica instead!” --, il quale, tra gli spiriti beati della seconda ghirlanda del cielo quarto, collocò l’autore dell’ars grammatica — codice secolare per ben parlare e ben scrivere – “quel Donato che alla primarie degnò porre mano. – Paradiso. Pone Elio Donato grammatico tra i sapienti, in compagnia dei teologi, poi che la parola è dono di dio. E ogni sgrammaticalura è quasi una bestemmia. Re, x VE  LI Numero e armonia. L'esame dei fenomeni linguistici con i medesimi criterî e metodi che si impiegano nella speculazione delle scienze esatte – H. P. Grice: “Well, I do borrow the radicals from chemistry!” -- e per la tecnica ci permette di riscontrare insospettate analogie, convincendoci sempre più che tutto è coerente nell'universo e che a questa generale armonia debbono intonarsi, e normalmente si intonano, anche le manifestazioni umane, Le norme e leggi grammaticali, che regolano la formulazione del pensiero in parole, son norme e leggi d’armonia: armonia dei vocaboli tra loro, e armonia tra i vocaboli e la realtà, obiettiva e pensata. La presente grammatica è è “rivoluzionaria” non nel senso che essa voglia de-molire l’edificio costruito nei secoli – H. P. Grice: “Austin too thought he was the head of a minor revolution!” -- . Al contrario, intende liberarla dalle artificiose super- strutture, dall’occlusioni abusive -- e dalle aperture non meno arbitrarie --, ed anche dalle numerose “scritte murali’ che ne alterano la simmetria e l’estetica, mentre ostacolano l’orientamento, la comprensione logica, l’interpretazione naturale, intralciando non poco l’uso pratico. È detto uni-versum perché riconosciuto unitariamente e armonicamente rivolto – versum -- un unico fine. Fsso è “governato da Dio con una perpetua ragione” -- O qui perpetua mundum ratione gubernas – BOEZIO (vedasi), De Consolatione Philosophiae.  Vedi 8 4. Ree0,, | E  E sembrerà più “rivoluzionaria” proprio iì ove intende semplificare – VIA L’IMPLICATURA DI GRICE COME GRAMMATICA RAZIONALE -- l’interpretazione dei fenomeni linguistici, rendere le definizioni aderenti alla realtà, snellire le regole, dimostrandone l’armonica derivazione dall’indole della lingua e dal buon senso comune – H. P. Grice, “Common sense and ordinary language: the lay and the learned”. Molto ha nociuto e nuoce alla purezza e dignità della lingua italiana l’illegittima identificazione di essa con il dialetto della TOSCANA. È una vecchia pretesa, che Alighieri — cui non si negherà la competenza come autore italiano e come fiorentino — qualifica “insania.” Colla riflessione si formano le idee di relazione, si raggruppano le idee – sintesi -- , o si dividono -- analisi. E quando io adopero la riflessione per analizzare un’idea, e separare ciò che è comune in essa da ciò che è proprio, allora formo quella operazione che si chiama astrazione. L’astrazione si deve dividere dall’universalizzazione; e l’averla confusa è causa di molti errori. Coll’astrazione si toglie via qualche cosa alla cognizione -- p. es. le note proprie; coll’universalizzazione, s’aggiunge, s’amplifica, in una parola s’universalizza: sottrarre e aggiungere sono parole contrarie. SERBATI (vedasi), Saggio sull’origi- ne delle idee. La lingua italiana è, con certi contemperamenti e mescolanze, il dialetto di FIRENZE, venuto a prevalere per virtù propria, per opportunità geografiche e storiche, per l’eccellenza degli scrittori che ebbero a servirsene, fra tutte le parlate della nostra nazione. Rajna. cit, in Fiamini, Compendio della storia della letteratura italiana, Livorno, Giusti. Post hoc veniamus ad Tuscos, qui, propter amentiam suam infroniti, titulum sibi vulgaris illustris arrogare videntur; et hoc non solum plebea demertat intentio, sed famosos quamplures viros hoc tenuisse comperimus. ALIGHIERI, De Vulgari Eloquentia. E Trissino d’ORO (vedasi) efficacemente traduce. Vegniamo a li Toscani, i quali per la loro pazzia insensati, pare che arrogantemente s'attribuiscano il titolo del volgare illustre; ed in questo non solamente la opinione dei plebei impazzisce, ma ritruovo molti uomini famosi averia avuta -- Ediz. Opere, in Verona, Vallarsi. I LINGUA NAZIONALE E DIALETTO Il “risciacquare in Arno” è uno dei peggiori lavaggi cui possa esser sottoposto il nostro idioma, il quale, al contrario, va mondato di qualsiasi impurità regionale, specialmente quando questa sia in contrasto con i caratteri fondamentali e tipici della lingua nazionale. È vocabolo non nazionale, ossia non italiano, quello che non sia inteso e “sentito” ed usato dalle classi colte di qualunque regione d’Italia. È locuzione non nazionale, ossia non è locuzione “italiana,” quella che non sia intesa, “sentita”  e -- Nel più moderni sistemi di insegnamento delle lingue estere è ritenuto importantissimo elemento il “feeling,” ossia appunto il “sentimento” che ogni vocabolo desta in noi. Esso ci stimola direttamente verso l’“immagine” o l’“idea”: e ci dà anche l'esatta “sfumatura” – H. P. Grice: implicatura -- di significato – shades of meaning, Platts, ways of meaning --: così, ad esempio, il vocabolo inglese fair, riferito aggettivamente al “tempo” -- clima, stato atmosferico --, significa “bello,” ma da esso irradia anche un “feeling” – connotazione – atleta/alto – Grice STEVENSON -- di luminosità. Quando, per intendere un vocabolo, dobbiamo ricorrere alla “traduzione” di esso – “shaggy”, ‘hairy-coated’ --, perdiamo questo feeling e quindi non “sentiamo” il vocabolo. Allorché, fuori di Toscana, s’usi un vocabolo o un’espressione regionale, chi ascolta ricorrerà ad una mentale traduzione, e non avrà quindi la possibilità di “sentire” direttamente il vocabolo o l’espressione “che non appartengono alla sua lingua.” Due secoli prima che la filosofia della lingua ponesse così in rilievo questo elemento psicologico del linguaggio, un coltissimo e geniale prete italiano, professore di greco ed ebraico nell’Università di Padova, lo identificava e gli conferiva la dovuta importanza. I termini oltre il senso diretto ne hanno spesso un altro accessorio di favore o disfavore, di approvazione o di biasimo. Questo secondo senso è ora intrinseco, ed ora estraneo. Ma l’estraneo può abolirsi o quando il vocabolo passa da una nazione all’altra, o anche nella nazione stessa col progresso del tempo; e talora uno scrittore riabilita l’onor di un termine, usandolo con desterità e collocandolo acconciamente. Il senso accessorio è quello che distingue fra loro voci sinonime, e la conoscenza di questo doppio senso è una parte essenziale del gusto. CESAROTTI (vedasi), Saggio sulla filosofia delle lingue. SUR usata dalle classi colte di qualunque regione d’Italia. È buon toscano, eccellente fiorentino ed è armonico dialettalmente con Piazza della Signoria e S. Frediano, dire: « Noi si era in ire» o «Ci si vede al tocco!”. Ma è pessimo italiano: e perciò non è “italiano.” È non meno improprio e scorretto che di- re: « Erimo in ire » o « Se vedemno all'una », romanescamente. I due “toscanismi” s’allontanano infatti dalla buona lingua assai più di quel che se ne allontanino i due “romanismi,” pur volgarissimi, in quanto lo “scarto” dei due primi non è di natura morfologica -- come “erimo” e “se vedemo” --  ma *sintattica* -- H. P. Grice and G. J. Warnock. The syntax of illusion – syntax in linguistic botanising --, ossia incide proprio nella struttura e nella forma mentis dell’idioma. “Noi si era in tre” è errato in sede della logica linguistica italiana. Poi che “noi” è il soggetto della proposizione, il verbo deve avere anche formal- Insistendo sull’affermazione che “il vulgare che noi cerchiamo sia altro che quello che hanno i popoli di Toscana -- ALIGHIERI, loc. cit. trad. Trissino d’ORO --, il Poeta sostiene che, altrimenti, anche le altre parlate regionali avrebbero il medesimo diritto. Il romanesco “erimo” si allontana dall’italiano “eravamo” non molto più di quel che se ne allontani il dantesco « eram »: « Già eram desti, e l’ora s’appressava » (Inf.); e nel romanesco « se» permane integro il latino se, anche quando esso si attenua nel «si » italiano. «Quanto ai modi di dire genuinamente romani, essi — secondo noi — oltre il privilegio di essere nati sulle rive del Tevere, autentica espressione del sentimento del popolo, conservano in maniera efficacissima il ricordo vivo e perenne di antiche costumanze, d'avvenimenti e persino di personaggi, il tutto sapientemente velato dalla nebbia o levigato dall’uso.” Romano e Ponti, Modi di dire popolari romani, Roma, Ars. Non poche di tali espressioni hanno emigrato in altre regioni, e parecchie si sono affermate nazionalmente, appartenendo quindi ‘oramai alla « lingua ». Ra. e LOGICA LINGUISTICA “Noisi era in tre” = 3 campanelli suona o nana 0° aoroppononosooso® Peo no L’analogia elettrotecnica dimostra l'errore di un toscanismo “Noi st-erea- in, tre” eravamo ll verbo esprime l'energia vitale rispetto a tutto il soggetto (8 53) «ada  mente l’estensione che ciò che esso esprime ha nella realtà: deve perciò essere espresso in forma plurale. L’espressione fiorentina è mal congegnata quanto lo sarebbe un impianto elettrico nel quale non vi fossero tante connessioni di circuito quante sono le lampade, i campanelli o altri congegni che debbono essere in funzione; e l’intrusione del pronome indeterminato « st» — del quale sarebbe difficile determinare la natura. e il significato — non fa che accrescere la confusione. Lo stesso dicasi della proposizione: « Ci si vede al iocco », nel senso di « Ci rivedremo all'una ». È esatto e corretto dire « Qui ci si vede bene », nel senso generico — e perciò con un « SÌ » generico — di « Qui le condizioni di visibilità sono buone ». È esatto e corretto dire « Qui ci si vede » nel senso di « Qui qualcuno ci può vedere », « Qui noi siamo visibili »: il « soggetto » è generico, indeterminato: la «zona di azione » del verbo è correttamente determi-  « È chiaro che la differenza tra la lingua volgare -- sermo rusticus, H. P. Grice, ‘ordinary language’ -- e la lingua dotta -- sermo nobilis -- non si limita al lessico, ma si estende alla morfologia e, ancor più, alla sintassi. Quanto alla morfologia, la persona dotta, dopo averne ricavate le leggi con lo studio della lingua viva, si conforma strettamente; né può dirsi, per questo, che la sua lingua non sia naturale.” Tondi, La lingua greca del Salento, Noci, Cressati. Qualche grammatica sente persino il bisogno di chiarire che «il tocco» significa «un'ora dopo mezzogiorno; non il mezzogiorno, come s'intende in alcuni dialetti» -- Morandi & Cappuccini, 8 357. E i vocabolari non son neppure concordi nell’accettare -- Tommaseo, Palazzi -- o escludere -- Petrocchi, Zingarelli -- che «il tocco» possa dirsi anche della prima ora dopo la mezzanotte. L’indicazione oraria «il tocco» è «regionale » quanto lo sono le espressioni partenopee «le due meno un terzo » (i ddoie manco ’nu terzo = le 1 e 40), «le nove e un terzo » (= le 9 e 20). Il « terzo » d’ora non è una misura oraria « nazionale ». E, I SINTOMI DELLA COERENZA nata pronominalmente dal «si»; e il chiaro complemento oggetto » è « noi », rappresentato dal pronome « ci », e il verbo è legittimamente al singolare. È esatto e corretto dire « LÌ ci si vede bene » nel senso generico di « Lì le condizioni di visibilità sono buone ». Perciò il pronoine generico «si» è qui legittimamente usato; e il « ci » non è pronome, ma avverbio di luogo (= « Lì ci sono buone condizioni di visibilità ». È esatto e corretto dire: « Cosfì ci si vede », nel senso di « Costì qualcuno ci vede, o può scorgerci », « Costì noi siamo visibili ». Anche qui il «soggetto » è generico, indeterminato: la «zona» dell’azione verbale è indicata pronominalmente dal «si »: e il chiaro complemento oggetto è «noi», rappresentato da ci, che qui è pro-nome. In queste proposizioni tutto è armonico, equilibrato: la logica linguistica è ben disciplinata e disciplinante. « Ficcordo » o « concordanza » implicano armonia: nel campo logico sono il sintomo della coerenza. Per coerenza, il verbo concorda con il « soggetto », poi che esprime l’azione di questo, limitatamente cioè ad esso. © ‘Dev’essere perciò in forma plurale, quando il soggetto è plurale, e singolare quando il soggetto è singolare. Può essere espresso in forma singolare il verbo che sia retto da più soggetti, 1 quali però vengano considerati come un -- È scorretto, artificioso e lezioso dire: « C'è delle persone che non la pensano così». E si arzigo- . gola che si tratta di un verbo «impersonale »! Ma quelle « persone » ci sono, e sono appunto il « soggetto ». «sie  complesso unico, formando cioè una sola idea (singolare). Nell’efficace distico dantesco « Grandine grossa, e acqua tinta e Neve per l’aer lenebroso si riversa » (Inferno) il verbo è in forma singolare, poi che l’infernale precipitazione atmosferica del 3° cerchio è considerata globalmente come un tutto unico, come appare anche dai versi precedenti: « lo sono al terzo cerchio della picva eierna, maledetta, jredda e greve » A quesla pioggia (« piova »), unica, pur se composta, corrisponde un « soggetto » considerato singolare, pur se formalmente plurale, e appunto ciò rende i versi danteschi più espressivi e aderenti alla realtà. Analogo, pur nel significato inverso, perché negativo, è il fenomeno meteorologico-linguistico nel 59 girone del Purgatorio: « Per che non pioggia, non grando, non neve, non rugiada, non brina più su cade... » Purg. Il «soggetto » formale è composto di ben cinque sostantivi, ed è quindi plurale, ma v'è una negatività totale che li fonde, in perfetta corrispondenza con la purezza atmosferica: e perciò il verbo sta in forma singolare. Al contrario, il verbo può avere forma di plurale allorché il soggetto ha significato collettivo o numerico plurale. Anche in questo caso, la « realtà » si impone, es.: « Una immensa turba di persone lo seguivano »; « La metà dei deputati diedero volo favorevole ». In questa concordanza al senso, il soggetto pensato è quello (plurale) de- — (0 LA MISURA È IL NUMERO gli elementi costituenti il soggetto espresso in forma singolare (collettivo). Tale concordanza col pensiero trova espressione anche nella disposizione e persino nella diversa accentuazione della parola. Infatti, il verbo al plurale sarebbe meno armonicamente usato allorché il nome collettivo (singolare) sia posto in evidenza. In ogni caso, alle due diverse formuiazioni -- verbo al singolare e verbo al plurale -- corrispondono due DIVERSE INTENZIONI – alla H. P. Grice -- nel pensiero di chi parla: dicendo « Dei depu- tati, la metà diede voto favorevole », si considera questa metà del corpo parlamentare come un tutto unico, mentre dicendo « La metà dei deputati diedero voto favorevole », si considerano i deputati singolarmente votanti. Singolarmente considerate dal Poeta sono lc anime componenti la « schiera » dei Sodomiti: « Quando incontrammo d’anime una schiera che venìan lungo l’argine, 2 ciascuna ci riguardava come suol da sera guardar l’un «altro sotto nuova luna ». Inferno. E, pur nel particolare minuto, la prova della grande armonia, della « misura e del numero », che reggono tutta la mirabile struttura della Comedia. La misura e il numero regolano il Creato: «patet quod rerum diversitas exigit quod non sint omnia aequalia, sed sit ordo in rebus et gradus». AQUINO (vedasi), Summa contra Gentiles, Il vero credente spontaneamente e fervidamente si intona a questa universale armonia: l’artista credente vi si ispira, sì che essa si riflette nelia struttura dell’opera d’arte. « L’alta fantasia di Dante costringeva se medesima in una rigida disciplina, al « fren dell’arte » -- Purg.: e può esser curioso notare che dei 14.233 versi onde il poema è coposto, 4.720 costituiscono la I cantica, 4.755 la II, 4.758 la III; e delle 99.542 parole, 33.444 la I, 33.379 la II, 32.719 la III. Ciascuna cantica si chiude poi con la parola stelle. Scherillo, Le origini e lo svolgimento della letteratura italiana: Le Origini: Dante, Petrarca, Boccaccio, Milano, Hoepli. a È La sintassi — ossia l’ordinata disposizione delle parole nel discorso, ed il coerente nesso tra esse — è regolata dal pensiero, e non viceversa. La sintassi ha le sue norme e regole, in quanto queste son conseguenti a quelle del pensiero razionale e affettivo, L’armonia e la coerenza grammaticali e sintattiche non vanno cercate soltanto nella forma, ma, entro e dietro il fenomeno linguistico, va sempre indagato quello logico e psicologico – chioe che H. P. Grice chiama ‘intention-based’. Così molte apparenti contraddizioni e stranezze linguistiche vengono chiarite, e rientrano anch'esse disciplinatamente nella generale armonia. Un'analisi superficiale può farci apparire discordanti l’articolo e il sostantivo della comune espressione: « fe ore una » -- o semplicemente « le una ». Tali espressioni -- analoghe a « lire una » « chilogrammi uno » -- derivano dalla preesistenza di un modulo mentale, corrispondente a quei materiali moduli nei ‘quali bisogna riempire i « bianchi », e che hanno una dicitura fissa: peso: chilogrammi... prezzo: lire... (asta a8s11) Sullo spazio bianco di questo modulo mentale applichiamo -- quasi scriviamo mentalmente-- il valore numerico – “zero tolerance” -- specilico, lasciando al plurale la formula fissa preesistente: e diciamo perciò «chilogrammi uno », « lire una e ceniesimi 50 », « ore una », « le -- In questi moduli l’indicazione metrica è al plurale, poi che la probabilità che il numero da scrivere nello spazio bianco sia superiore ad 1 è assai maggiore che non il caso contrario. Aa L’ARITMETICA È UN’OPINIONE? ore una », e anche semplicemente «/e una ». Il verbo, coerentemente, assume la forma del plurale, accordandosi con il modulo fisso: « Sararmo le ore una ». Sarà bene, però, evitare queste forme, che sanno troppo d’orario ferroviario e di ragioneria: il sostantivo metrico, preposto in tal modo al numerale, serve ad esprimere una precisione pedante: « lire cento » -- ‘couple lires -- son proprio esattamente 100 lire, mentre « cento lire » -- a couple of lires -- può anche avere un valore approssimativo. Paradossale regola può apparire quella che prescrive il verbo al singolare quando il soggetto sia « più d’uno », es.: “Più d'uno la pensa così.” “Più d’uno” è evidentemente plurale, sia nell'espressione che nella numerica realtà. ‘L’aritmetica è dunque un’opinione? Possiamo però chiederci, appunto con matematica pedanteria, in che punto della progressione aritmetica incominci il « plurale ». Evidentemente, poi che non possediamo il « duale » -- che bello e il greco – S. e H. P. Grice – ambidue --, il plurale incomincia con il numero 2. L’èspressione “più d’uno” è però matematicamente e psicologicamente diversa da « almeno due » -- H. P. Grice on ‘some’ at least one – at least two --: v’è uno stato d’animo e un’indeterminatezza per cui, pur oltrepassando l’« uno », non specifichiamo oltre. L’espressione « più d’uno », ha -- « Ore una » significa piuttosto « un’ora di tempo », mentre «le ore una» ha valore indicativo del momento. I DUE SIGNIFICATI SON BEN DIVERSI. Nel primo caso si indica un « segmento » di tempo, nel secondo un « punto » nel tempo: ed infatti alcune lingue hanno due vocaboli ben diversi (es.: Stunde e Uhr in tedesco). i -- A dimostrare come non tutti i popoli la pensino allo stesso modo, e quindi differentemente si esprimano, è interessante notare che in russo, ad esempio, il significato è approssimativo quando il sostantivo metrico PRECEDE il numero: rubljéi sorok è « cir- ca cento rubli », mentre sorok rubljéi ha valore più preciso. Dall’antico ‘indo-europeo, il duale, conservato nel greco in Omero, scomparve nel latino – ma cf. ambidue --. sii Bois quindi un valore simile a quello che in matematica st chiama «asintotico »: tende cioè al «2», ma non lo raggiunge. Inoltre, la presenza del chiaro ed alquanto enfatico « uno » — sul quale infatti cade l'accento principale e significativo dell’espressione — acutizza nel- l’espressione stessa il carattere e ii « sentimento »  di unicità, ossia del « singolare », concorrendo a farci prescegliere appunto la forma singolare del verbo. Altrettanto singolare, ma proprio in senso contrario, appare la regola che impone la forma del plurale per il verbo retto da due sostantivi singolari disgiunti però in modo che, nella realtà, uno solo sia il vero e proprio soggetto: si dovrebbe dire « O Tizio o Caio sposerà Sempronia », poi che uno solo dei due convolerà a nozze con lei – cf. O. P. Wood and H. P. Grice, O. P. Wood, review, Mind – “No passageway: “She is in the kitchen or the bedroom” – bigamia -- , ma si dice correntemente e correttamente « O Tizio o Caio sposeranno Sempronia »; e, in ogni ca- -- Non si confonda l’asìntote, termine matematico, che esprime la «tendenza » geometrica di una curva verso una retta senza mai raggiungerla (e la corrispondente «tendenza » aritmetica o algebrica), con l’asìrndeto, che è l’omissione di congiunzioni nelle enumerazioni: « di que, di là, di su, di giù li mena -- Inf.. Il numero 1,9 è assai vicino al 2; e ancor più lo è il numero 1,99; l’approssimazione cresce aggiungendo ancora i 9/10 dell’unità dell’ultimo ordine espresso; ma anche 1,999999999... non è 2, né pur proseguendo in infinitum, si potrà raggiunger mai il 2. Tra i due valori vi sarà sempre non soltanto una differenza, ma un « salto ». Gli stessi Leibniz e Newton sentirono che qualcosa di insidioso s’annidava - - matematicamente c filosoficamente -— nell’arduo probiema, ma non riuscirono a capire con chiarezza di che si trattasse: e ciò condusse — e conduce — non pochi matematici e filosofi ad « una idea erronea, che per molto tempo ha gettato un’ombra assai oscura sulle basi de! calcoio infinitesimale ». Waisman [esilato da Germania a Oxford], Introduzione a! pensiero matematico, Trad. ital., Torino, Einaudi. Vedi 8 52 a pag. 28, nota. SERI. IS nd PSICOLOGIA E GRAMMATICA so, non si può dire altrimenii che « O Caio o io sposeremo Semprottia » con il verbo al plurale, sebbene il vero soggetto sia singolare, e Sempronia non possa esser BIGAMA, il che è appunto escluso anche formalmente dalla disgiuntiva « o ». 8 qposerd . D sposerò “’Sposeremi N (0 empronia Un plurale (« sposeremo ») che NON IMPLICA bigamìa...  Il caso è interessante: ed è grammaticalmente e psicologicamente complesso. È evidente che «o Tizio sposerà... o Caio sposerà...»: ma entrambi hanno questa « possibilità », e ciò è espresso appunto ‘dalla forma plurale, determinando con essa l’« area verbale », la quale comprende l’azione di entrambi i soggetti. Abbiamo, grammaticalmente una somma dei due singolari, e cioè: sposerà -- sposerà = sposeranrio. È evidente che, in casi simili, la forma plurale del verbo è obbligatoria allor- sla la)  ché, usando quella singolare, non si avrebbe la concordanza di « persona » con il soggetto: bisognerebbe poter dire: sposerà 5 «O Caio o io sposerò Sempronia », ciò che non è possibile – o Caio sposera o io sposero Sempronia -- : onde la necessità del plurale, comprensivo delle due forme. – cf. I promesi sposi – due maschi? -- Il problema non si pone neppure al. lorquando la congiunzione « o » (o altra equivalente) non ha funzione separativa – dilferenziativa -- ma dichiarativa poi che in tal caso Il soggetto è non soltanto singolare, ma unico: si dirà perciò: « La miosotide o occhi della” Madonna o non-ti-scordar-di-me o falco cele- ste è una borraginea », poi che si tratta di un unico soggetto, di un’unica pianta, della stessa cosa. Le altre « denominazioni », dopo la prima, non hanno neppure un loro articolo, appunto perché sono in pura funzione dichiarativa. Si dirà invece: « Lo strofanto o la digitale curano l'arilmìa cardìaca», pur se uno -- Nel testo di questo paragrafo la proposizione « La congiunzione « o », O altra equivalente non hanno funzione separativa» è un altro esempio della apparente discordanza tra il verbo (forma. plurale) e il soggetto -- sostanzialmente singolare --, in quanto una particella separativa esclude l’uso dell’altra equivalente. Abusivamente taluno dice « il miosotide »: il sostantivo è di genere femminile: etimologicamente significa « orecchio di topo », ma poi che la nozione di ‘tale significato non si presenta con il nome, esso ci appare assai più poetico. Si noti anche come un'intera proposizione può « sostantivarsi »>: non-ti-scordar-di- me è un «sostantivo ». a -- La corretta pronunzia «strofànto » è ora rispettata soltanto da alcuni vecchi medici e dagli insegnanti di botanica e di farmacologia. Le « classi giovani» e men legate alla tradizione dicono « stròfanto », sì che probabilmente tale forma finirà per imporsi. Già i latini dicevano che « Graeca per Ausoniae fines sine lege vagantur », non intendendo però che.i vocaboli greci potessero esser pronunziati a capriccio: so Ala ® PENSIERO E REALTA dei due medicamenti esclude l’altro, nel soggetto grammaticale e nell’uso. Il numero, nel significato grammaticale, esprime la singolarità o la pluralità del sostantivo: perciò con esso deve concordare, in forma plurale o singolare, ogni vocabolo che esprime l’azione o lo stato o la qualità o quantità del sostantivo, disciplinando il pensiero in armonia con la realtà. « È nel vero colui che pensa esser diviso ciò che è diviso, e composto ciò che è composto; e nel falso invece chi la pensi altrimenti che le cose non siano. l'accento era regolato o sull’accento greco o sulla « quantità » della penultima sillaba: il vocabolo poteva esser quindi pronunziato o « alla greca » o «alla latina ». Così « stròfanto » è ‘pronunzia « alla greca », e « strofànto » alla romana. Aristotele, Metaphys, VI, 29. Ma 66 ® « “ a Non filiazione,, ma “evoluzione, RI RI A rin (Iv) 64. LA LINGUA ITALIANA NON DERIVA DELLA LATINA, MA È LA STESSA LINGUA LATINA, in un grado ulteriore della sua evoluzione. Una delle più antiche frasi in latino arcaico che ci siano rimaste (« MANIOS MED VHE- VHAKED NUMASIOI »)  differisce dal latino classico (« MANIUS ME FECIT NUMASIO ») assai più di Quel che il latino classico differisca dall’italiano («MANIO MI FECE per NUMA- SIO »). Se chiamiamo « latino arcaico », cioè latino nella Prima fase del suo sviluppo, quello di cui abbiamo campioni i quali tanto si allontanano dalla lingua di CICERONE (vedasi), di GIULIO (vedasi) Cesare, di VIRGILIO (vedasi) e degli altri classi- ©!, non meno legittimamente possiamo considerare “latino » l'idioma in cui ALIGHIERI (vedasi), PETRARCA (vedasi), Boccaccio - _— nel li È l'iscrizione su una fibula d’oro, LAI la sal Lin una tomba di Palestrina e conservata nel- « Mu i XL del Museo Preistorico ed Etnografico (già So Kircheriano »), a Roma. i cn f sla Volta, grande è la differenza che inter- doc parle Prime frasi italiane che si trovano nei TMiRti del Medio Evo, a cominciare dai secoli VII dere deb Italiano d’ALIGHIERI. p. es.: (anno 759). « Red- 960): « S “ uno soldo bono expendibile » — e fini ke I dC ko (= «so come ») kelle terre por kelle Sedette ») € Monstrai trenta anni le possette (= « pos- "te Sancte Marie». — Cfr. E. Monaci, 'estoma>j, è A ; ch ; Ì ttà di Castello, 18gocaliana dei primi secoli, 3 voll., Ci e gli altri grandi classici italiani composero i loro capolavori, e che è, strutturalmente e sostanzialmente, anche la lingua italiana dioggi. ua B11814AM TMT ap MANIOS MED VHEVHAKED NVMASIOI MANIVS ME FECIT NVMASIO A . fece Maniîo mi hé fatt 5 per Numasto Lat. arcaico * Lat. classico :: Lat. classico Italiano In alto: l’antichissima fibula romana (6 64) 65. Tra le lingue dette neo-latine, l'italiana non è, quindi, la « discendente » diretta del latino, ma la CONTIUAZIONE di esso. Le altre lingue neo-latine si diversificarono dal latino, ossia ne derivarono e ne sono quindi la filiazione, per le stesse cause che, in Italia, determinarono a formazione dei dialetti. Pa  Un dialetto –cf. H. P. Grice, idio-lect, coined dopo S. -- assurge all'importanza e funzione di lingua allorché sia « portato alla scrittura e sia diventato mezzo di espressione di una collettività per i suoi bisogni letterarî, politici, amministra- tivi... ». P. Savj-Lopez, Le origini neo-latine, Milano, Hoepli. Per i dialetti italiani è interessante constatare « come le linee degli antichi dominii linguistici ed etnografici pre-romani corrispondano fedelmente ai confini dialettali moderni. Pullè, Le origini dell’Italia contemporanea, Bologna, Monti. Analogamente, le linee che delimi- 4 46 FORZA FONICA E FORZA ANALITICA AI di sopra di tuiti i dialetti italiani si è formata la « lingua italiana », ossia si è sviluppato in latino moderno il latino parlato. Due fattori hanno principalmente concorso a trasformare la lingua latina tanto che essa divenisse la moderna lingua italiana, la quale è sostanzialmente quello che Alighieri usa e fissa nella Divina Comedia. Questi due fattori agirono come due vere e. proprie forze deformanti: possiamo perciò denominarle lorza Îîònica, tendente alla vocalizzazione e, al tempo stesso, alla eliminazione dei contrasti consonantici e delle consonanti finali; e forza analitica, tendente a scindere le forme sintetiche nei loro elementi ideo-logici. Colla declinazione la lingua latina da a ciascun «caso » del sostantivo, degli aggettivi e dei pronomi una particolare desi- = tano i territorî delle varie lingue neo-latine -- spagnolo, portoghese; francese o gallo-romano, ladino, rumeno -- coincidono con quelle etnografiche dei popoli spagnolo, lusitano, gallo-celtico, daco-danubiano. Se la lingua latina è considerata « madre » di questi idiomi, la « paternità » -- maternita -- va” attribuita a ciascuno di detti popoli: e quindi il processo è di « filiazione », e non di « evoluzione » come nella lingua italiana. Anche i nostri dialetti derivano dalla lingua latina per « filiazione »: non la lingua italians. — Cfr. Toddi, Giro d'Italia in cerca della buona lingua, Milano, Hoepli. « Il lessico neo-latino non è formato soltant dal latino volgare, ma anche dal latino letterario, il quale con l’altissimo prestigio della cultura pone il suo suggello sull’unità idiomatica già creata dalla conquista romana: e ancora una volta potremo ripetere che le lingue neo-latine continuano veramente non il latino volgare ma tutto il latino. P. Savj-Lopez. Usiamo il verbo « deformare » non nel senso di « render deforme » o «guastare la forma», ma semplicemente in quello di « alterare la forma, modificarla ». cad forza fonica x forza analitica quei che il latino perse irta PALI cCaresrosgIT o rene vente 0a Rie è N è . . > 7) . Z3A - 9 A ci Po 4 z i ° D : rà ISAIA F A piana na PARA LAROOGI28 8 a ZE a; b'-quel che Ge @ 2 suoni lessicolibi [#f D' x nie ( \ ) we db 5) S dro Sul latino, rappresentato dal quadrato ABDC, hanno agito le due forze ® e a, sì che, come in un parallelogramma di fisiche forze, la risultante ha sollecitato tutto il quadrato a deformarsi, in modo che il punto p passasse in p’. Il lettore immagini il quadrato formato da un filo di ferro, e facilmente lo vedrà assumere la forma del rombo AB'D’C della figura II, in cui il punto p è passato in p’, e tutta l’area si è de- formata, non coincidendo più con quella che il quadrato occupava: ha abbandonato alcune zone (AC°CA, ossia a, e AB’ BA ossia b), e queste rappresentano ciò che, del latino, è andato perduto, sia nella pronunzia che nel lessico: ma la superficic della lingua italiana si è estesa oltre l’area della lingua latina, ed ha coperto nuove zone, sia nei suoni (C°D’°DC’ ossia a’) che nel lessico (B'D’'DB’ ossia b’) Oramai le due figure debbono apparire chiare al lettore. (8 67) BE, gs . 40.000 DISPOSIZIONI DIVERSE nenza, la quale ne esprimeva la funzione sintattica: era quindi possibile riconoscere la funzione stessa indipendentemente dal posto occupato dal vocabolo, e senza necessità di speciali « preposizioni » che la indicassero – H. P. Grice, “I, me, mine” --. I due versi con i quali, dopo i nove introduttivi, ka inizio il racconto nella 22 favola di Fedro, si compongono di 10 parole: « Ranae vagantes liberis paludibus clamore magno regem petiere a Jove ». Comunque vengano disposte tali parole, il significato della proposizione rimarrebbe inalterato e perfettamente comprensibile. Ciò è possibile appunto in virtù delle tipiche desinenze dei « casì ». L’abolizione delle terminazioni tipiche avrebbe reso impossibile il riconoscere la. « funzione » dei vocaboli declinabili, e implica perciò la necessità di indicare (con la – La lingua latina, però, non è «sintetico » al punto da eliminare totalmente le preposizioni, le quali esisterono sin dai primordi di tale lingua. Ne è esempio il « complemento d’agente » a Jove. Il latino arcaico ha il « caso locativo », esistente nel sanscrito, rimasto poi soltanto per alcuni vocaboli. Ed è sintomatico che, a misura che si risale nel tempo, la paleo-linguistica ci mostra lingue sempre più complesse e complicate, fenomeno che non depone certo a favore della teoria secondo la quale la parola sarebbe un’invenzione umana. Soltanto l’espressione «a Jove » è inscindibile, e l’ablativo magno non dev’esser collocato in modo da poter esser ritenuto riferito a Jove: ogni altra disposizione è teoricamente possibile, e i due versi significherebbero sempre: « Le rane scorazzanti per le libere paludi chiesero con gran strepito un re da Giove ». Il fecondissimo e geniale sacerdote matematico Ozanam calcolò che 8 chie- rici possono disporsi in 40.320 modi diversi! (J. Oza- nam, Récréations mathématiques et physiques, Paris. Altrettante disposizioni, e più, potrebbero quin- Ai prendere le 10 parole dei due versi di Fedro. RAR, (> pete PORTOGHESE: . peixe FRANCESE: poisson RUMENO peste Sat ar bere E 0 0 TE 0 e 5 atum PORTOGH, thon - FRANC. ton RUMENO Dalla lingua latina alla lingua italiana. Se la cosa rappresentata subisse le medesime trasformazioni che il vocabolo che l’esprime, il pesce o tonno sagomato nel quadrato della lingua «latina» si modificherebbe prendendo la forma sagomata nel rombo della lingua « italiana ». Si constata che la modificazione è coerente e proiettivamente regolare, appunto perché la lingua latina è « evoluzione » della lingua italiana. Ciò non avviene per le altre lingue, dette neo-latine: ‘elementi estranei al latino concorrono a. determinare un fenomeno non di « evoluzione » ma di « filiazione », nel quale cioè la lingua latina rappresenta uno dei genitori. Delle differenti forme che, nei successivi stadî evolutivi, i vocaboli hanno assunto prima di consolidarsi in quella attuale, abbiamo innumerevoli docu- 600 ‘IL TRAMONTO DELLE DECLINAZIONI. posizione più o meno fissa dei vocaboli nella rase e con l’uso di altri vocaboli specifici) in quali rapporti sintattici stessero le parole fra loro. Ciò corrisponde, del resto, alla tendenza analitica che si anda sempre più affermando nell’indole della lingua latina. Le due « forze » modilicatrici svolgevano, così, un’azione concomitante e interdipendente, in quanto la semplificazione fònica delle finali determinava la necessità della scissione analitica, e questa, a sua volta, rendeva inutili le terminazioni tipiche — o « desinenze » — dei casi. Né tale duplice ed armonico processo si ridusse alle sole « declinazioni »: anche i « gradi di paragone » degl’aggettivi e le « coniugazioni » dei verbi subirono lo stesso destino. Comparativo e superlativo ed alcune voci verbali assunsero forma analitica, scindendosi negli elementi ideo-logici, ossia nelle « parole » corrispondenti alle singole idee componentimenti nei testi delle lingue più diverse. E assistiamo anche a fenomeni evolutivi linguistici che si svolgono sotto i nostri occhi, nel corso di una sola generazione in periodi ancor più brevi, e possiamo riconoscere le cause che determinano tale « evoluzione », perfettamente identificandole. Il principio evoluzionistico geologico di Lyell può esser accettabile, poi che gli strati terrestri sono la concreta documentazione dei successivi stadî. Ma si può legittimamente rimaner saldamente aderenti alla teoria della « fissità della specie » sostenuta dal buon vecchio Linneo nel campo biologico e respingere le teorie trasformiste di Lamark e di Darwin quando queste si presentano tanto sprovviste di « pezze d’appoggio » documentarie, e pretendono imporci una degradante concezione della nostra origine presentandoci soltanto qualche isolato resto di osso, miserrima documentazione che pretende esser « probante » di un fenomeno quantitativamente grandioso: l’evoluzione del genere umano attraverso i millenni! Anche da questo punto di vista lo studio dei fenomeni linguistici è profondamente istruttivo ed ammonitore. La « parola» italiana non ha dunque la medesima «area di significato » che quella latina, allorché questa sia sottoponibile a « Îlessione ». Tipico delle « lingue flessive » — alle quali continua ad appartenere la nostra pur nella sua semplificazione analitica — non è soltanto il fatto che alcune « parti del discorso » assumono forme diverse per le varie funzioni, ma anche ii fatto che tali vocaboli non possono usarsi che in tali forme « flesse ». Ed a ciò corrisponde una non meno tipica forma mentis, quindi con un diverso sviluppo logico-linguistico. Nella lingua greca, nella lingua latina — come in san- scrito e nelle altre lingue « flessive » — la parola « idea » non poteva essere espressa — e quindi « pensata » nel pensiero discorsivo — se non in « nominativo » o « genitivo », o « dativo », ecc., al singolare o al plurale. Finche în italiano, noi dobbiamo dire o « idea » o « idee ». Tipico delle lingue non flessive -- «isolanti » -- è invece la possibilità di esprimere -- e quindi di pensare – Occam, sermo mentalis non ha casi -- anche nella connessione discorsiva -- l’idea pura da ogni specificazione sintattica o grammaticale. E perciò è più appropriata la denominazione di « lingue isolanti » che quella di « lingue monosillabiche », in quanto la loro monosillabicità è un connotato puramente fònico teorico, limitato alla lingua scritta -- oggi incomprensibile senza l’ausilio compensatore della speciale grafia. Nella espressione orale, tali lingue -- quali il cinese, il siamese -- uniscono più sillabe -- generalmente due -- per costituire quelle unità fònico-ideologiche che i moderni grammatici cinesi chiamano ming?-tsz? (letteralm. « espressioni denominanti ») ossia « vocaboli » -- cf. H. P. Grice, “Utterer’s meaning, SENTENCE-meaning, WORD-meaning” – what is a ‘word’? -- Cfr. Aldrich, Hua yù hsiù chih: practical Chinese, Peiping, Vetch. Tipico invece è che in tali lingue ogni elemento ideo-logico semplice costituisca un’entità linguistica a sé, inalterata e « isolata ». Le lingue a g- glutinanti rappresentano lo siadio intermedio fra. le « flessive » e le «isolanti »: posseggono « desinenze », ma queste conservano una relativa autonomia, e si attaccano semplicemente -- si « agglutinano » -- al vo- 69 La _- MENTALITÀ ED ESPRESSIONE La conoscenza di una lingua non soltanto nei suoi aspetti morfologici superficiali. ma in profondità, e lo studio razionale e ragionato della sintassi permettono di comprendere la mentalità del popolo che in quella lingua ha la sua coerente espressione. Utilissimo è perciò io studio ragionato della grammatica italiana, come preparazione indispensabile per ben imparare le lingue estere e per comprendere la peculiare indole di ciascuna di esse. Le lingue flessive sono coerente espressione di quei popoli che, come i mediterranei in genere e particolarmente i latini, hanno per caratteristica fondamentale della loro forma mentis la determinatezza e la precisione, e la innata tendenza a conoscere la realtà per via SPERIMENTALE, analitica e razionale. Gl’asiatici invece, e particolarmente gl’etremo-orientali, e specialissimamente i giapponesi, son portati per natura e per tradizionale allenamento alla comprensione intuitiva e sintetica. Non è facile, per noi, concepire che si possa pensare all’idea « mano » senza associarla ad una mano concreta, e noi determiniamo —- anche mentalmente — se si tratta di una o più mani, e la pensiamo ò le pensiamo in riposo o in azione, oppure, ma successivamente, nei due diversi stati. Perciò, al diverso numero e alla diversa condizione corrispondono « voci » diverse o in diversa funzione: il sostantivo « mano » non può essere espresso che al singolare oppure al plurale ed avere funzione di soggetto, o di complemento oggetto, o di strumentale, ecc. Ad un giapponese, invece, il vocabolo « mano » -- l’idea «mano » --, rappresentato da un «ideogramma », desta l’idea astratta di « mano», aderente più al simbolo – Saussure EQQVS -- che alla realtà, mentre, al tempo stesso, egli ha la rappresentazione intima della mano concreta, né cabolo senza alterarlo (« fletterlo »).  Hamit, Méthode directe et combinée pour l’étude de la langue rurque, Instanbul, Imp. Hamit Bey singolare né plurale, e simultaneamente egli può f- gurarsela (o piuttosto intuirla) in riposo ed in moto, mentre, sempre sinteticamente, l’ideogramma gli rappresenta tutte insieme le differenti pronunce che l’ideogramma può assumere. Così l’idea «idea» può esser considerata nell’astrazione più completa – the idea of idea, the meaning of meaning, citato da H. P. Grice --, pur aderendo, simultaneamente, a tutto ciò che possa avere comunque una struttura ideologica. Negli esercizî religioso-psicologici della sètta buddhistica Zen, la « meditazione » o « concentrazione » ha un carattere tutto speciale, che questi due nostri vocaboli non riescono a rendere, e che sarebbe difficile definire con parole nostre. Ma colui il quale abbia veramente compreso la struttura della lingua giapponese avrà fatto un gran passo per intendere che cosa sia lo Zen, e come in esso possa esser la chiave di tutta la psicologia giapponese, permeando ogni manifestazione spirituale e pratica, familiare e sociale, sentimentale c razionale. Non sembrino Îuor di luogo, in una grammatica italiana -- che però è « ragionata » -- queste note su una lingua ed un popolo così distanti da noi: servono a determinare un estremo dell’ampia gamma nella quale possono classificarsi le lingue in considerazione della -- Ogni « ideogramma », normalmente, ha almeno due pronunzie diverse in giapponese, quando non ne ha parecchie: il segno « mano » si può leggere te, specialmente se isolato, oppure, nei composti, te, shu, zu; l’ideogramma « idea » è letto Kangae e ké. Su que- sta almeno duplice lettura e le sue ragioni, cfr. S., Nihongo no tebiki: avviamento facile alla d:f- ficile lingua giapponese parlata e scritta, Milano, Hoe- pli. Questi esercizî sono molto praticati non soltanto dai sacerdoti e novizi, ma anche dai laici. E vi sono altre pratiche frequenti. le quali hanno sostanzialmente lo stesso fine di allenamento dello spirito all'equilibrio. Tra queste, la celebre « cerimonia del tè ». S., // Paese dell'eroica felicità: usi e costumi giapponesi, Milano, Hoenli. Come non è facile definire la dhyana indiana, dalla quale essa deriva. DR, LA GAMMA DELLE MENTALITÀ «mentalità » che a ciascuna di esse è con- nessa (1). * * %* Denominiamo « parola » in senso generico l’espressione orale, ossia fonica e articolata, del pensiero, o anche la forma del dire. Nella «selva oscura », Virgilio dice a Dante: « Si ho ben la tua parola intesa » (Inf.) ossia: « Se io ho ben capito quel che tu hai detto » -- « ciò che tu INTENDI dire » -- H. P. Grice, intention-based. Più genericamente ancora va interpretata la « parola » allorché Virgilio interrompe il suo dire nell’Anti-purgatorio: « E com'egli ebbe sua parola detta » (Purg.) ossia « appena egli ebbe finito di parlare ». Equivale invece a «favella », cioè «facoltà di parlare » allorché Buonconte da Montefeltro dice al Poeta: « Quivi perdei la vista e la parola». In questa gamma, ad esempio, la lingua inglese occupa un posto diverso da quello che si supporrebbe, ossia a notevole distanza dalla nostra lingua. Il vocabolo “hand,” – cf. Grice, ‘shaggy’ -- ad esempio, non evoca in un anglo-sassone soltanto l’idea di « mano », ma anche quella delle sue possibili attività -- verbo to hand, ecc.. Il fatto che, in inglese, quasi ogni sostantivo di origine sassone possa aver anche funzione verbale fa sì che lo «stimolo ideologico » del vocabolo sia diverso che nelle nostre lingue. Più raro è tale abbinamento per i sostantivi di derivazione latina, specialmente se polisillabi: sicché un inglese italianato – diavolo incarnato -- « sente » in modo diverso un vocabolo sassone e un vocabolo latino, pur se ne ignora la diversa provenienza. Alcuni dantisti sostengono che la proposizione (e perciò il senso) non terminano con la fine di questo verso dantesco, e leggono, con diversa. inter- punzione: e Quivi perdci la vista, e la parola nel nome di Maria finii... ». ossia « conclusi il mio dire pronunziando il nome di Maria ». ua  Parimente diciamo che taluno «ha /a parola facile », o che « la parola ha tradito il suo pensiero ». Oltre questi significati generici — e perciò senza pretesa di precisione — la parola « parola » ne ha anche uno specifico, e serve ad indicare l'insieme dei fonèmi – cf. fonetico, fonematico – Luigi Speranza, unita etica ed unita emica – H. P. Grice – inter-soggetivo -- che esprimono un'idea. In tal senso la parola è l'elemento costitutivo del discorso, equivalente appunto a ciò che l'ELEMENTO – alla GIRGENTI -- è nella chimica e ciò che la cellula è nella fisiologia. Nei suci significa:i generici, la « parola » -- in lingua latina: PARA-BOLA -- è semplice facoltà di esprimersi e l'espressione nel suo insieme: nel secondo senso, specifico, ha valore determinan'!e l’unità fondamentale del discorso. In questo secondo senso, « parola » ha significato affine a « vocabolo ». Il vocabolario di una lingua è la raccolta delle « parole » -- o « vocaboli » -- in uso in quella lingua. Il francese usa “parole” nel senso generico, e “mot” – italiano: motto -- nel senso di « vocabolo »: « C'est pour faire usage de la parole que le mot est établi. On a le don de la parole et la science des mots. GELLNER/Foucault, Les mots et les choses. Girard, Les vrais principes de la langue francaise ou de la parole reduite en méthode, cit. in Landais, Grammaire générale des grammaires francaises, Paris. In inglese, vocabulary ha un significato ancor più specifico: significa il particolare « repertorio di ‘ vocaboli » -- e. g. Grice’s Aunt Matilda’s ‘runt’ – under-sizd person -- di una branca scientifica o che siano noti ad una determinata persona -- idioletto. « My English vocabulary is very poor » significa « Il mio repertorio di vocaboli inglesi è molta povero». ossia « Non conosco molti vocaboli inglesi ». Questo è uro dei numerosi esempî i quali dimostrano che il significato di un « vocabolo » può variare da lingua a lingua, pur quando l’aspetto resti assai simile: e ciò può facilmente trarre in inganno lo studioso. Cfr. in proposito, l'eccellente volume di Rossetti, Tranelli dell'inglese,  Firenze, Le lingue estere; e H. Veslot & J. Banchet, Les traquenards de la version anglaise, Paris, Hachette LA PAROLA E LE PAROLE La « parola» (in senso generico: «facoltà di parlare ») è dono divino; è. universale e generale nel genere umano; le « parole » -- cioè i vocaboli -- -- cf. langue/parole Saussure -- hanno invece. aspetto fonico, uso e valore diverso presso i diversi popoli. Formati che ebbe il Signore Dio daila terra. tutti i volatili del cielo, li condusse ad Adamo, acciò vedesse come chiamarli; il nome infatti col quale Adamo ‘chiama ogni essere vivente, è il suo vero nome. E Adamo chiama coi loro nomi tutti gli animali, e tutti i volatili del cielo, e tutte le bestie della terra. Genesi, traduz. Ricciotti. Non vi è quindi un nesso universale per cui a determinati suoni articolati corrispondano determinate idee definite. Vocaboli di lingue diverse possono coincidere fra loro per suono, e significar cose del tutto. diverse nelle rispettive lingue. Così troviamo, ad esempio, non poche parole che si direbbero italiane ver la loro pronunzia, ma che hanno tutt’altro valore significativo in lingue prossime e lontane: è noto che burro, per gli spagnoli, significa « somaro », bisofio (pronunziato « bisogno ») equivale al nostro vocabolo « recluta »; facultativo è il « medico »; amo, che per noi è voce del verbo amare. significa « padrone » in spagnolo ed è negazione in coreano; in giavanese topi è «cappello » .e mitra è « amico »; per gl’albanesi, gas vuol dir « gioia » e urì è « fame », mentre per gl’arabi le urì son le note fanciulle semprevergini del paradiso coranico; panna è la «signorina » polacca; affàr significa « onesto » in amarico; in russo, pagoda è il « tempo » (stato atmosferico), e scirocco vuol dir «largamente »; /argo vuol dir «lungo » per gli Spagnoli. Il monosillabo tu, che per noi è pronome, vale « due » in coreano ed in inglese (two): tocco è « uno » in galla, salassa è «trenta ».in tigré, sfo è «cento » nelle lingue slave, mentre otto, in giapponese, significa « marito ». Nella lingua telefonica ed in usi similari, gli anglo-sassoni usano oggi il semplice suono o per indicare lo «zero » (es.: 307 = three-oh-seven), mentre lo stesso suono rappresenta il « cinque » (dal cinese ww) in sinico-coreano. Per noi, la sillaba « su » esprime l’idea di «sopra» -- preposizione e avverbio: in francese significa « sotto » -- sous, preposizione --, e anche « soldo » (sowu) e « satollo » (sot), ed in cinese vuol dire « informare », ed in basco « fuoco »; e giù, in giapponese, vuol dir « dieci »... sit Nel suo formarsi, ogni « parola » esprimente un'idea ha dovuto necessariamente stabilire anzitutto un nesso ed un confronto con altre nozioni conosciute già: partire da queste, per individuare, definire e de-nominare l’idea da esprimere: ha eseguito quasi quell’operazione di tiro, con cui, stando ‘| Dopo aver descritto una « parabola », una « parabola » è una « parola... »  i . in un punto, si mira e si colpisce un altro punto: perciò, nella sua formazione, ogni « parola » ha descritto una TRAIETTORIA o « parabola », proprio come quella di un proiettile che, emesso dal punto di partenza -- significato originario o etimologico --, va a colpire con precisione l’”idea” da Fopnimicre -- significato reale e d’uso. Ed è « parabola » anche nel senso di « racconto allegorico », -- H. P. Grice, echatological -- poi che si serve di allusi oni ad a!tro per individuare e definire l’idea. L’uso corrente confonde « parabola » e « traiettoria », sebbene, geometricamente, sian due curve ben diverse. — \4 NJ L'EQUILIBRATO ED EQUILIBRANTE REALISMO L'etimologia è branca linguistica interessante e divertente, poi che ci rivela insospettate origini delle parole e insospettate « parabole » che esse hanno percorso per arrivare al significato attuale. Così, ad esempio, l’etimologia ci rivela che da parabola è venuto parola. Dopo aver compiuto — in tempo più o meno lungo e con vicende varie — la sua traiettoria o parabola, ia « parola » si fissa a rappresentare l’idea specifica – Humpty Dumpty Impenetrability – Luigi Speranza --, salvo a mutar valore col procedere del tempo e attraverso nuove’ vicende, in connessione con un'evoluzione ideologica e come riflesso di un’obiettiva realtà. Il processo evolutivo delle lingue neo-latine, e specialmente quello della lingua italiana, si svolge in armonia col progresso scientifico-filosofico – H. P. Grice to Austin – no, to Warnock – how CLEVER language is! --, ossia con criterio analogo ad esso. Alcuni popoli hanno una mentalità prevalentemente intuitiva – Those spots mean measles, those spots ‘mean’ measles --, talora in contrasto colla « razionalità »: la mentalità latina-italiana ha una struttura sillogistica sintetizzante ed analitica: essa ha maturato quell’equilibrato realismo che, da Socrate a Platone, da Aristotele – la dialettica atenense -- alla mirabile sintesi scolastica. Dal verbo sophizo, « render sapiente » che lo forma, il vocabolo «sofista » qualifica in origine il dotto argomentatore, onesto addestratore degli altri sul cammino della saggezza; ma il prezzolato cavillar dei « sofisti » altera il valore del vocabolo, applicato perciò poi a indicar una trista genìa di pseudo-filosofi. Parimenti l’ingiusto dominio esercitato con violenza fa sì che il vocabolo « tiranno », originariamente significante « Signore, Principe, Sovrano », -- cf. H. P. Grice, ‘Can discs be square?’ -- acquistasse il truce valore che ha oggi. Al contrario, il vocabolo « martire », che in greco era semplicemente « testimone» (martyr), si circonfuse di gloriosa aureola, per l’eroica condotta di coloro che soffrirono tormenti e morte per « testimoniare » come vera la dottrina professata. Le « parole » costituiscono, così, anche l’indelebile registro del bene e del male, rispondendo armonicamente ad un fine generale di giustizia. 12 004 medievale – AQUINO (vedasi) -- , e attraverso i filosofi veramente italici -— e non importatori di nebbie nordiche — sospinge sul cammino assolato e mediterraneo della limpida conoscenza, il nostro intelletto al fine di porlo in armonia -- e quindi aderenza, adaequatio -- con l’obiettiva realtà. Questa armonia tra lo spirito e la realtà costituisce la « verità ». Pure la grammatica, fissando le « norme » RAZIONALI – H. P. Grice reasonable/rational -- del discorso, e disciplinandolo affinché risponda ai suoi fini, è tecnica -- ossia « arte » -- e « scienza »: e, come tale, è anche branca della « saggezza ». In processu generationis humanae semper crevit notitia veritatis». Duns Scoto, Theoremata. = 60 \ Le cellule del discors. Ogni discorso è formato di « parole ». Nel parlare, però, nessuna sensibile separazione fonica isola una parola dall’altra. Possiamo, in casi speciali — H. P. Grice, soot, suit -- ossia per valorizzare con l’espressione le varie idee — distaccare con pause una parola dall’altra, e dire, ad esempio: « È questa la quarta volta che....». o nelle esitazioni, es.: n « Insomma... non... vorrei... » È un artificio, o il risultato di incertezza, timore, ecc.; e le medesime cause possono produrre una pronunzia eccezionale, nella quale persino le sillabe sono articolate ben distinte una dall’altra: « As-so-lu-ta-men-te no! » -- cf. H. P. Grice, “STRESS – Ab-so-blooming-lute-ly!” Ma nemmeno in questi casi eccezionali è possibile sciogliere quei legami fonici che servono di saldatura acustica tra due o più parole; p. es.: « L'ho av-ver-ti-to per l'ul-ti-ma vol-ta ». Questa fusione Îònica avviene in tutte le lingue. Nessuna di esse è pronunziata parola per parola separatamente. Oitre la « pausa », si può avere una separazione ancor più violenta (pur se assai più breve) tra i suoni del discorso: l’« occlusiva laringea », ossia la completa chiusura della rima delle corde vocali. I tedeschi, allorché pronunziano la lingua italiana, non dicono “ioavevoancoravuto” -- io avevo ancora avuto -- , ma “io*avevo*ancora*avuto,” ponendo questa occlusione Ad esempio, la proposizione francese « Zls y ont DI retrouvé leurs bons amis d'’il y a trois ans», che è composta di ben tredici « parole », viene pronunziata correntemente in tre gruppi fònici: ilziòn riruvé loer- bonzamì diliatruazàn. Una delle maggiori difficoltà per chi oda parlare una lingua a lui poco nota, è appunto il riuscire a identificare i confini Îra parola € parola. Se poi egli sia assolutamente digiuno di quella lingua anche l’analisi più minuta non gli permetterà di stabilire dove. nella successione dei suoni ch’egli ode, cadano tali punti separativi. La divisione del discorso in « parole » è mentale e logica. Ed è tanto importante da influenzare persino la struttura fonica della « parola», la quale si afferma anche così come entità a sé. Nelle lingue regolate dalla legge dell'armonia vocalica, l’unità della « parola » come entità a laringea nei punti qui indicati con asterischi. Ma, in tedesco, tale frattura fonica si può avere anche nel corpo della parola: ad es.: « das Amtsalter », « l’an- zianità », si pronunzia « das*amts*alter »; -— in « beer- ben », « ereditare », vi è fra i due e un distacco (« be* erben » — che manca invece in « Beere », « bacca, aci- no ». È ben strano che nessun manuale per l’insegnamento del tedesco esponga questa importantissima caratteristica della pronunzia tedesca. È un appunto (il solo) che si può fare anche a Ferrero, Elementi di fonetica della lingua tedesca, Modena, S. T. mod.. Assai utilmente si potrà consultare: Panconcelli-Calzia, Experimentelle Phonetik, Berlin u. Leipzig, Géòschen. Pur nelle lingue che hanno l’accento in posto fisso – cf. H. P. Grice, conTENT, CONtent -- sempre sulla prima sillaba della parola, come in ungherese o in finnico; oppure sempre sull’ultima, come in francese -- tale connotato non è sufficiente guida alla separazione acustica, poi che si attenua nelle parole secondarie ed è invece accompagnato da accenti – H. P. Grice, STRESS -- secondarî nelle parole lunghe. Beyer und Passy, Elementarbuch des Gesprochenen Franzéò- sisch. Gòthen, Schultze. ea HIER L'UNITÀ DELLA « PAROLA » sé è sentita a tal punto che, in una stessa « parola » si trovano normalmente o soltanto «vocali basse » -- posteriori, velari --, o soltanto « vocali alte » --anteriori, palatali. | etkergettem. 1) A macskal az asztal alòl: (D tupakanpolito oni tall kielletty vocali alte \ (anteriori) P Ì . (2) 1 ra I (8) ù (y) vocail | - N basse a lingua € (a) (posteriori). Esempi di « armonia vocalica »: 1) ungherese: « Ho scacciato il gatto di sotto la tavola »; 2) finlandese: « Vietato fumare »; 3) turco: «Per un innamorato, Bagdad non è lontana» (proverbio) – cf. It’s a long way to Tipperary. L’equivoco interpretativo per il quale il dialetto romanesco dice « un apis » credendo – malaprops, an otter, cherry -- che lapis sia « l’apis », e per il quale abbiamo in italiano « la matita », formatasi da « l’ama-  La pronunzia popolare turca trasforma perciò l'italiano brillante in pIrlanta, modificando in / e a (vo- cali « basse ») i due nostri i, che sarebbero in contrasto con l’a accentata, la quale dà fisonomia fònica alla parola. Parimenti, dal francese congrès il turco popolare forma congrà. Il nome di Karagoòz, il noto protagonista del cosiddetto «teatro delle ombre », contrasta apparentemente con l’armonia vocalica, avendo vocali delle due specie: esso prova invece che, in turco, Kara-g6z è considerato composto da due parole: e infatti significa « Occhio (géòz) nero (kara) ». ii  lita », conferma tale sensibilità che il popolo ha della « parola », i cui confini vengono così stabiliti: in modo erroneo dapprima, per diventare definitivi. Anche la lingua italiana ha leggi fòniche particolari per l’inizio e la fine delle « parole », pur se queste, nel discorso, sono pronunziate legate le une alle altre, riunite in gruppi di respiro. Le leggi e norme delia buona pronunzia e della corretta scrittura formeranno un volume a parte – cf. H. P. Grice, suit, soot --. Qui sono però indispensabili questi cenni fonetici per definire il valore e, anche grammaticalmente, la funzione della « parola ». Molti popoli, nello scrivere, non usano la separazione tra parola e parola, rappresentando così,  __——r—r—r—r——_ 6  Per ematite (haematites), ossia « sanguigna », che designò una pietra da disegnare color sangue. Viceversa il francese chiama l’ugola «la luette », per aver creduto parola unica « l’uette » (da uvulette), cui premette perciò un secondo articolo. Una successiva interpretazione popolare -- a Parigi e nell’Est della Francia -- ha poi fatto sì che «/a luette» apparisse « l’aluette », e, per attrazione paronimica, anche l’ugola è divenuta «l’'alouette ». Sicché questa popolare « rondine » (alouette) inesplicatamente annidatasi in fondo alla bocca, non è che un chicco d’uva (uvuletta), proprio come la nostra « ugola (per uvula). Abbiamo delle vere e proprie idiosincrasìe – cf. H. P. Grice, idioletto -- foniche iniziali di parola: pur possedendo l’articolo maschile plurale gli, sempre prevocalico o precedente gruppi consonantici complessi (s impura, z [cioè is o ds], ps, gn, x [cioè Ks]), non abbiamo nessuna parola incipiente per tale suono: eppure diciamo, con raggruppamento fonico, « gl’ingegni, « gl’In- diani », ecc. Nessuna. parola, in basca, comincia per r; e chi si chiami Ramòn diventa Erramon in Biscaglia o Guipuzcoa. Arrigarai, Euskal- Irakaspidea: Gramàtica del Euskera, San Sebastiàn, S. Ignacio. Men buono, per lo studio del basco, il Método pràctico del Euskera, di M. de Inchaurrondo, Pamplona, Aramendia; povera cosa è il volumetto La lingua basca, di Portal, Milano. ina Ri mi mint + nontiinet Aziz oceania delemic ver asciariolmso mr ue ini iii siii derit iii ri DL e ii rr phi ai iii demi Rem tn ir entire im I d i de io © ©) O te a) fine O è n via (© ao) hs] mM uo ©) e le altre «part verbo Il RR RENTTRI ala l'TTOTo Cal tititrofe;tit TS 13 PIPE IRIZ,ZIA PIT dRtT Re Se RS PERL III TITIOR I <jo elia POILIticRaziot sat È | NARA AE VIII ADISONI ANDSION DI PON, a A GAARA SIATIZIA IRE A Ln II « Il tocco» è espressione regionale ... ($ 53). In alto: Piazza della Funicolare, a Capri, In basso: Firenze e l’Arno, da Palazzo Vecchio con il profilo della campana «la Martinella >, ii di agito © sg + . ae PAROLA E GRAFIA graficamente, la sola pronunzia, indipendentemente cioè dalle idee connesse con i suoni. Anche in sanscrito la scrittura era «seguitata » (kramapàtha): L’India ha dato un grande contributo alla grammatica e alla logica grammaticale, ma anche ora l’isolamento « parola per parola» (pada- pàtha) è più o meno commisto con la grafia « conte- sta ». Nella lingua italiana, l'isolamento grafico delle parole si afferma quando la lingua era già solidamente costituita, Di | Oggi non ci è facile leggere un testo nel quale le sillabe siano graficamente riunite come esse sono oralmente emesse: abbiamo bisogno di vederle raggruppate non come esse lo sono nella nostra voce, ma come lo sono nel nostro pensiero. Tale fenomeno è sintomatico, poi che rivela la forte tendenza analitica che è peculiare nell’indole della lingua italiana. Nel succedersi delle generazioni, ossia nel suo sviluppo, il genio della lingua – H. P. Grice: “How CLEVER Italian is!” -- ha compiuto costantemente un lavoro di indagine analitica. Come i fisiologi hanno ricercato nella struttura dei tessuti orga- Preziosa fonte filologica è l’antichissima grammatica indiana, che raggiunse la vetta nell’Astadhiaii (« Le otto sezioni [grammaticali] »), trattato comprendente circa quattromila regole, compilato da Pànini, vissuto, secondo alcuni, nel V secolo av. Cr. e che, con Vararuci Katiàiana e Patafijali, forma la triade dei grandi grammatici indiani. Secondo Pànini, la grammatica ha sì grande importanza, che la conoscenza profonda di essa può bastare per raggiungere la salvazione. Il grande filologo danese Jespersen – citato come JESPERSON da H. P. Grice (his editors) -- non esita a proclamare l’opera di Panini « la più completa grammatica esistente per qualsiasi lingua, viva © morta ».  In essa vale come criteria di separazione l’interpunzione oppure il non collegamento tra vocale finale e la seguente. tu e Mg rate” SERE det n ent ani SITE RT MV dt Sen no VENERE "POI. RT n Sese © Nd Sharing ii aeneon dai  micati  l'elemento unitario fondamentale, così la lingua italiana cerca di isolare l’unità biologica della lingua. Chiamiamo testo l'insieme dei vocaboli che sono organicamente disposti a formare un discorso -- il « testo » scritto è la rappresentazione con segni del « discorso » orale: e « testo » significa « tessuto ». In anatomia chiamasi «tessuto » il complesso di cellule che formano i varî organi del corpo. Il microscopio ha permesso la scoperta « cellula » -- H. P. Grice, “The theory of text and context – tissue and cell.. Quel che nel tessuto vegetale e animale è la « cellula », nel tessuto linguistico è la « parola ». L’isolamento della « parola » rappresenta quindi un progresso, in quanto attesta una più intima conoscenza, una più approîondita analisi del processo psicologico-linguistico. È un brutto neologismo: « organicato » è in uso da alcuni scienziati per definire quei composti e aggregati che non sono solamente « organici », ma di struttura co-ordinata ad un fine unitario.  Textus, donde textum, è il participio passato (e participio passivo) di texere, e perciò « tessuto ».  Per il fisico Hooke, che diede il nome alle « cellule », queste non possedevano una propria individualità – cf. A-TOMO – atomic semantic, cellular semantic --: erano semplici « cavità » in una massa fondamentale: « il primo naturalista che ha messo in vera luce la struttura cellulare nei vegetali è stato il nostro Malpighi », R. Galati Mosella, / più significativi trovati della citologia, Milano, Sonzogno. Dai fenomeni linguistici noi potremo trarre delle conclusioni sui caratteri generali del pensiero. Le forme diverse del pensiero, nel loro incessante mutamento, reagiscono sulla lingua, mentre questo influisce dal canto suo sul carattere del pensiero: noi non possiamo ammettere che i pensieri dei nostri antenati remoti, si siano svolti nelle stesse forme nostre; anzi, tali mutamenti avvengono sicuramente, sia pur in minor grado, in periodi molto più brevi. Wundt, Vòlkerpsychologie, trad. ital. (« La psicologia dei popoli »), Torino, Bocca. Ù Po — ESA LA CELLULA DEL DISCORSO La « parola », appunto come la cellula, è la più piccola entità significativa del discorso. Non si può quindi scinderla senza pregiudicarne la funzione, ossia il significato – soot, suit, H. P. Grice. Nel processo analitico, allorquando il nostro pensiero riconosce che un vocabolo, pur costituendo una entità semplice, contiene potenzialmente due idee, avviene un fenomeno simile a quello della cariocinesi nelle cellule: la formazione di un doppio nucleo -- due idee – “shag-gy” -- determina la formazione di due cellule distinte. Per questa tendenza analitica la lingua italiana — ossia la lingua latina in ulteriore sviluppo — ha trasformato in due o più parole quasi tutte le forme « declinate » e parecchie forme «coniugate», nonché i « comparativi » ed i « superlativi relativi ». Dopo tali premesse — che appariranno persino prolisse — dobbiamo concludere la lapalissiana verità grammaticale che sono separate quelle parole che non son più unite: dobbiamo rispettare cioè — nelle de-finizioni e nelle regole. — ciò che il genio della lingua ha voluto distinguere – H. P. Grice: “How CLEVER ITALIAN is!” . Impropria e contraria all’indole della lingua italiana è definire e considerare « tempi composti » del verbo, ossia ciascuno dei raggruppamenti di due o tre « parole», come unica « voce » del verbo esprimente l’azione compiuta (passata o passiva). Il latino “veni,” nel suo significato di « passato prossimo », si è scisso nell’italiano « è venuto ». Considerarlo ancora « voce » del verbo “venire" è altrettanto errone» quanto lo sarebbe il rappresentarlo graficamente in una parola sola: “evvenuto.” Nel volume di ortografia ed ortoepìa sarà adeguatamente esaminato l'importante fenomeno del rad- ld L0 Nella denominazione « tempo composto » si può anche intravvedere la preoccupazione di definire un fenomeno il quale non può apparire curioso e contraddittorio se si consideri “è venuto” come voce del verbo “verire”—or ‘went’ come voce del verbo ‘go.’ Allorché diciamo che « Caio è venuto », noi affermiamo anzitutto che Caio «è». Lo affermiamo presente, sia in senso cronologico che locale: sicché la voce « è » è proprio il presente indicativo del verbo « essere ». Ma affermiamo anche che egli è nelle condizioni derivanti in lui dall’aver compiuto l’azione di « venire »: e ciò è espresso dal participio passato del verbo « venire »: venuto. Sicché «Caio è venuto» significa chiaramente quel che significa e cioè che | Caio è venuto e ciò è espresso in tre «parole », manifestando uno pensiero formato da TRE idee: 1) Caio 2) è 3) venuto. Cf. H. P. Grice, Fido is shaggy. Impropria è anche la denominazione di « passato prossimo », appunto perchè il verbo « essere » al presente (« è venuto, sono venuti ») indica che si tratta di un presente: il participio, o attributo, è « passato ». Ma il verbo è presente. E trova, così, la sua logica giustificazione la regola sull’uso di tale forma. Si adopera il cosiddetto « passato prossimo » (ossia il presente del verbo essere con il participio passato come attributo): a) quando perdura la conseguenza o ‘ effetto indicato dal participio passato, es.: « Questa lettera è arrivata ire giorni fa », os- doppiamento consonantico iniziale nella buona pronunzia dell’italiano, ed in quali casi esso avvenga: per ora ci basti constatare che « è venuto » non si pronunzia come « eventuale », e che la durata dell’r non è la stessa in “A ROMA” e in “AROMA”. RETE; QUeBE IL PRESENTE E IL PASSATO sia « è » qui presente, nella condizione determinata dall’essere « arrivata »; Si potrà dire « La lettera arrivò due giorni fa», INTENDENDO – alla H. P. Grice -- che ogni effetto è oramai cessato. b) quando il periodo di tempo espresso non è ancora terminato: « L’anno (oppure il mese, il giorno, il secolo, ecc.) è cominciato bene! », INTENDENDO – alla H. P. Grice -- questo anno (0 mese, gior- no, secolo) che ancora dura; ma si dirà cominciò se tali periodi sono « passati ». C) in eccezione al comma precedente, quando l’evento (o lo stato) è incluso nelle 24 ore in corso. Nel pomeriggio, bisognerebbe dire « Stamane piovve », poi che non è più « stamane »; ma si dice « Stamane è piovuto », poi che l’evento è così vicino da esser considerato incluso nel « presente. Questa regola conferma che il pensiero espresso è di vero e proprio « presen- te ». In molte regioni d’Italia l'influenza dialettale spinge ad usare il cosiddetto « passato prossimo » anche fuori dei limiti prescritti – cf. Et Dieu crea la femme --  dalla regola del $ 96. AI contrario, i siciliani usano spesso il « passato remoto » anche per eventi inclusi in tali limiti temporali, sicché essi dicon persino, nella lingua italiana -- ma non la corretta lingua italiana: « Proprio adesso venne ».  « Il presente è la porzione di tempo che abbiamo la sensazione di occupare. Ma ogni evento che noi percepiamo come presente, per il fatto stesso che lo percepiamo è già avvenuto, ossia è passato. S., Geometria della realtà e inesistenza della morte, Roma, De Carlo. Dice infatti la grammatica tradizionale che il passato prossimo indica anche «azioni e fatti compiuti da così poco tempo, che paiono presenti ». Morandi & Cappuccini. Se « paiono » presenti, è logico che siano anche espressi come tali. È la letterale traduzione del siciliano: « Propriu ora vinni ». Perna, gp La distinzione del « tempo » in considerazione dell’« effetto » perdurante in seguito all’azione è di grande importanza nello studio delle lingue siraniere. Applicando questo criterio separativo e dando a ciascuna « parola » l’autonomia grammaticale che le compete, si rispetta grammaticalmente l’indole della lingua, mentre al tempo stesso si semplificano gl’artificiosi paradigmi, tormento dei giovani e imbarazzo degli adulti – H. P. Grice: “Careful speakers – that most of us are not –” . Tutti i cosiddetti «tempi composti» vengono scissi legittimamente nei loro componenti, sicché. i tradizionali « specchietti » delle coniugazioni vengono già, con ciò, ridotti del 50%.  I grammatici inglesi rimasero incerti nelle definizioni dei « tempi composti » (compound tenses), dividendoli anche in « first double compound », « second double compound », « third double compound » e « triple compound » Priestley, The Rudiments of Grammar, London, Rivington, finché non venne adottata una più moderna terminologia per tali « tempi »: il « passato prossimo » è chiamato « tempo presente perfetto » (present perfect tense), ed è giustamente considerato « presente », differenziato dal semplice « presente » e dal « presente continuo » (present continuous tense: es.: « He is writing ». « Egli scrive (= sta scrivendo) ». Brackenbury, Studies in Idiom, London, Macmillan., e A. Reed & B. Kellogg, Graded Lessons, New York, Maynard. I grammatcii svedesi considerano sia il «presens» (es.: han skrifver, « egli scrive ») che il «perfektum» (es.: han har skrifvit, « egli ha scritto ») come «tempo attuue, di oggi» (nàrva- rande tid). Cfr. A. Sundén,Svensk Spraoklira i sam- mandrag, 10de uppì., Stockholm, Deckman, 8 114. RE | RE I ‘“modi,, dell'energia verbale. Il riconoscimento formale (ossia la coerente formulazione in definizioni e norme grammaticali) di quel che sostanzialmente è avvenuto ed avviene nei fenomeni linguistici italiani, e perciò la interpretazione rivoluzionaria di essi conducono alla logica abolizione di tutto ciò che è artifizio burocratico. La nuova grammatica ha il triplice programma di: a) armonizzare; b) semplificare; c) chiarire. Possiamo considerare b) e e) come logica conseguenza da a). Formati ibridamente con il francese dureau, « ufficio », e il greco Kratos, « potere », i neologismi « burocrate », « burocrazia », « burocraticamente », nel significato peggiore esprimono la supremazia del criterio pedante e formalistico nella pubblica amministrazione, sì che la realtà scompare dietro la « pratica» da « emarginare » e da «evadere »: ciò che importa non è il provvedimento sensato da prendere, ma il « protocollare », 1’« archiviare » la pratica stessa. Nella sua acuta filosofia e con le volute ssrammaticature, Marginati (Locatelli) ha eternato, come tipica, quella « pratica » « che era un curato il quale dice che si non aripparavano l3 chiesa, ci cascava in testa e accusì ci si mettesse una pezza per via gerarchica »; e la complessa procedura fu tale che «un mese dopo cascò la chiesa acciaccando il curato; il capodufficio fu mandato sul posto indove lo fecero cavaliere per il contegno curaggioso. Locatelli, Come ti erudisco il pupo, 37° migliaio, ediz. « Il Travaso » Bologna, Cappelli.  Hausa le definizioni e le regole grammaticali all’obiettiva realtà (ispirarsi cioè anche nella scienza e nella tecnica grammaticali ai criterî di sano realismo su cui poggia sempre più stabilmente da millenni la nostra philosophia perennis) significa stabilire un'armonia. Tutto ciò che, non avendo il suo corrispettivo nella obiettiva realtà, è superiluo, impedisce l'equilibrio, e va perciò eliminato. Tale eliminazione del superfluo giova alla chiarezza delle definizioni e delle norme grammaticali. Come già constatato, le voci verbali della forma passiva latina si (1) Intenzionalmente usiamo il verbo adeguare. con allusione alla tomistica – AQUINO (vedasi) -- adaequatio, chiave di volta della «conoscenza ». «Les choses matérielles sont sensibles en acte, mais ne sont intelligibles qu’en puissance, et tout le procès de la connaissance humai- ne consiste à les amener progressivement, d’abord à l’intelligibilité -en acte (dans la species intelligibilis impressa), puis à l’état d’intellection en acte (dans le verbe mental et l’opération intellective). Maritain, Les degrés du savoir, Paris, Desclée. «Et quoniam tripliciter potest aliquis per sermonem, quem habet apud se, interpretari, ut scili- cet vel notum faciat mentis suae conceptum, vel ut amplius moveat ad credendum, vel ut moveat ad amo- rem vel odium; ideo sermocinalis sive rationalis phi- losophia triplicatur, scilicet: in gremmaticam, logicam et rhetoricam; quarum prima est ad exprimendum, secunda ad docendum, tertia ad movendum. Prima re- spicit raticnem ut apprehensivam, secunda ut indica- tivam, tertia ut motivam ». S. Bonaventura, De reduc- tione artium ad theologiam, T. V, pag. 308. (2) Applicando il criterio filosofico-economico lella « ragion sufficiente ». Cfr. Enriques, /! principio di ragion sufficiente nella costruzione scientifica, in « Riv. di Scienza. « Definitio sit brevis. Sobria enim brevitas per- spicuitati maxime inservit. Adde quod brevis defini- tio facilius retinetur... ». « In definitione nihil redun- det, nihil deficiat ». V. Remer S. I.,, Summa philoso- phiae scholasticae: I: Logica minor, Romae, Univers. Gregor. pas. 49. PER: (FRI « PASSA TO » E « PASSIVO » sono scisse: ognuna di esse è stata sostituita, in italiano, da più « parole », ossia dalle cor- ‘rispondenti voci del verbo essere completate con il « participio passivo ». Nel verbo essere è espressa l’idea verba- le; nel « participio passivo » l’idea passiva, | distintamente. Il« participio passivo » ha i connotati e le. proprietà intrinseche grammaticali dell’ a g- gettivo, e le funzioni sintattiche dell’ a t - tributo. Sebbene prodotto morfologica- mente dal verbo, esso, una volta formato, esorbita dall'ambito verbale: è un’altra par- te del discorso (vedi 8 47 B, d), e come tale va considerato (1). Viene così interamente abolita, nella gram- matica italiana, la coniugazione passiva, poi che non esiste nella linguistica realtà. 104. — Morfologicamente, il participio pas-. sivo coincide con il participio passato: poi che entrambi esptimono il risultato di un’azione compiuta: se il verbo è intransiti- vo, il nostro pensiero non la può considerare « com-- piuta » se non in quanto è semplicemente « passata »; se invece il verbo è transitivo, l’azione è com- piuta per quel tanto di essa che si è trasferito nella persona, nell’animale o cosa che risulta affetta da ta- le passaggio: questa « passività » è espressa dal par- ticipio passivo. 105. — Poi che il soggetto che è così af- fetto acquista la qualità derivantene, il verbo essere esprime tale stato (2). 106. — Le funzioni del « participio passivo » son: ben distinte da quelle del « participio passato ». (1) « Asinus non differt ab equo per solam for- mam, sed per materiam aliam specificam ». Bacone, Opus tertium, ediz. Bewer,  Il tedesco esprime il passivo usando il « par- ticipio passivo » retto dal verbo werden: es.: der Brief wird geschrieben, « la lettera è scritta »: l’idea di pas- sato è espressa o nel verbo werden oppure con il par- ticipio passato di questo: es.: der Brief wurde geschrie-- RR sE .  La prova che esse non si confondono è fornita dal ‘fatto che il «participio passivo » ha significato pre- PRESENTE | ‘Caio PASSATO PRESENTE | PASSATO “Caio A ha ai i COTSO. e eni to” “| (venire) (essere) PRESENTE | PASSATO “Caio ha portato sons e00eo ‘ “la valigia IPRESENTE > PASSATO — stata Ogni « parola » conserva la sua autonomia pur quando collabora intimamente con altre... (8 106). ben, « la lettera era scritta »; das Brief ist geschrieben worden «la lettera è stata scritta » (letteralm.: « è di- venuta scritta »). Cfr. O. Basler, Grammatik der deut- -schen Sprache; eine Anleitung zum Verstindnis des Aufbaus unserer Muttersprache, Leipzig, Bibliogr. ‘ Inst., . — Affine a questo « divenire » (« di-veni- re ») è il nostro verbo venire in sostituzione di essere: es.: « la lettera viene scritta ». A DARE E AVERE sente: per esprimere anche l’idea di passato, bisogna aggiungere il « participio passato » del verbo essere: es.: « il pacco è portato » (azione presente, poi che il participio è soltanto « passivo »); «il pacco è stato portato » (azione passata [« stato », participio « pas- sato » di essere] passiva [« portato »]). * * * 107. — Si comprende così anche perché, mentre il «participio passivo » richiede il verbo essere per esprimere l’esistenza di tale qualità (passività) nel soggetto, il « participio passato » dei verbi transi- tivi attivi richiede il verbo avere, poi che in tal caso il soggetto agisce. Il verbo avere non significa soltanto « pos- sedere ». Infatti lo si adopera non soltanto nel senso di « essere possessore », ma anche come opposto di dare: nell’espressione « dare e avere» c’è un’antitesi di direzione: î > PIA, dare avere AI nostro concetto di « avere » corrispon- dono, in alcune lingue, espressioni che, pur se coerenti con una jorma mentis diversa, gio- vano ad illuminarci: | all'italiano « egli ha molti amici » corri- sponde il latino « ei sunt multi amici »: le due formule, pur dicendo la stessa cosa, stanno Îra loro in posizione antitetica di direzione: italiano: « egli he molti amici »; latino: « a lui s o no molti amici ». È proprio un rapporto analogo a quello di « dare e avere ». Molte lingue ricorrono a locuzioni del tipo della latina per indicare l’apparlenenza e il possesso. L’arabo non possiede un verbo « avere »: « io avevo » si traduce «c’era presso di me» (kén ’andi). —- Nel cinese yu? si fondono le due idee di «essere » (« esservi ») e di « avere », ben distinte peraltro dalle idee di «essere» («esistere »: scih4) ed «esser in qualche posto » (tsai4).  Anche il tipico verbo inglese fo gef ci illu- stra eccellentemente tale rapporto. È un verbo ‘sui generis (1), il quale ha. apparentemente funzioni ed usi varissimi: ma l’idea che è con- nessa con questo verbo, in ogni sua accezio- ne, è unica: è sempre cioè allusiva ad un ac- quisto fisico, fisiologico o morale: molte volte questo « procacciarsi », od « ot!enere », nell’idea corrispondente italiana è incorpora- ta nel verbo: fo gef married, « sposarsi »; 10 get old, «invecchiare »: passare cioè nello ‘ stato di « sposato » 0 di « vecchio ». Allorché, in italiano, diciamo « aver fame >», « aver rabbia », o « aver voglia », si tratta di un « possedere » uno stato fisiologico o psichico, ossia quasi essere in possesso di un’azione. Ì Analogo è il feeling (vedi ìa nota al 8 52) allorché diciamo « ha corso» o « ha portato. E poi che il verbo avere, come ogni altro verbo, contiene il verbo essere (egli ha=egli è avente (8 21-23), il signicato logico che ha ispirato le locu- 0 zioni attive formate con avere + « participio passa- to » è «essere nelle condizioni di chi ha compiuto l’azione espressa dal participio passato ». La costruzione habeo + « part. passato » appare già, e non infrequente, in Cicerone. L’autentico verbo, in queste lo- cuzioni, è il verbo avere, che non va quindi considerato come ausiliare, poi che è, (1) « It gives to the English language a middle voice, or a power of verbal expression which is nei- ther active nor passive ». J. Earle, Philology of English Tongue, 1871.) es. « Get me some paper », « Procuratemi del- la carta »; — fo get evidence, « ottenere la prova »; — to get talked over, « far parlare di sé»; — e per- sino to get run over, « essere ‘investito da un veicolo » (quasi ottenere un investimento »!). (3) «Habeo scriptum », «rationes cognitas har beo », — Cfr. P. Thielman, « Habere » mit dem Part. Perf. Pass., in « Archiv fiir lateinische Lexikographie und Grammatik », Leipzig, II, 372, pag. 415. PA, E ENERGIA LIBERA O DIPENDENTE - al contrario, la « parola » energetica della pro- posizione. Ogni autentica voce verbale è dunque formata da una sola « parola », espri- mente autonomamente un’idea: lo stato o l’azione. L'azione espressa dal verbo può essere indicata come certa: tale forma è quel- la del modo indicativo: «Caio vie- ne », « Caio è venulo ».. I « ella giunse e levò ambe le paline » (Purg., VIII, 10) « Leva in roseo fulgor la cattedrale Le mille guglie bianche e i santi d'oro ». (G. Carducci, Sole e amore) 113. — Può essere congiunta, come ipo- tesi (per mezzo della « congiunzione » se) ad altra azione, o dipendente da altra azione per altro nesso (espresso da altra « congiunzio- ne »): tale forma è quella del modo con- giuntivo»: es.: - « Che l’ubidir, se già fosse, m'è tardi » (Inf.); « Come d’un stizzo verde ch’arso sia dall’un de’ Capi... ». (Inf., XIII, 40) Il congiuntivo può esser usato anche indipendentemen'e, con valore esortativo o imperativo: sulla porta dell’infer- nal città di Dite, i diavoli dicono a Virgilio: « Vien tu solo, e quei sen vada, che sì ardito intrò per questo regno. Sol si ritorni per la folle s'rada: pruovi, se sa...» (Inf., VIII, 89-92) 115. — L'azione espressa dal verbo può esser subordinata ad una condizione: tale forma è quella del modo condizionale: «Se a ciascun l’interno affanno si leggesse in fronte scritto, Sl a  quanti mai, che invidia fanno, ci farebbero pietà. (Metastasio, Giuseppe riconosciuto, I). La condizione non sempre è espli- citamente enunciata, e talora è una condizio» ne generica: es.: « Dovrebbero esser già le dieci ». — « Sarebbe mollo meglio non occu- parserne ». Poi che il « modo condizionale » serve ad esprimere non un avvenimento cer- to, ma più o meno probabile, in quanto dipen- dente dal verificarsi o no della condizione, lo stile giornalistico l’usa spesso (e più spesso ancora ne abusa) per segnalare la non cer- tezza di un evento: « Gli scioperanti accette- rebbero il lodo arbitrale ». Tali forme sono frequenti specialmente nei titoli. Talora la forma interrogativa inten- de diminuire la responsabilità di colui che se- gnala la « probabilità »: « La nota diplomatica sarebbe gia partita? ». Queste forme non nuocciono soltanto al bello stile, ma anche al prestigio giornalistico. Nell’uso di manuali per lo studio delle lingue straniere, si faccia attenzione al significato che spesso si dà alla definizione di « modo condizionale »: spesso infatti si de- finisce tale non quello con cui si esprime l’a- zione subordinata ad una condizione, ma quel- la che esprime la condizione stessa (2). (1) Tali titoli in forma condizionale interrogativa spingono il lettore del giornale a commentare: « E io si chiede a me, che ho comperato il giornale per sa- perlo! ».  Tali denominazioni, che rischiano di porre lo studioso su falsa strada, son frequenti specialmente nelle grammatichec per lingue orientali. Cfr., ad esem- pio: C. A. Bell, Grammar of Colloquial Tibetan, 22 edit., Calcutta, Bengal S.B.D., 1919, pag. 58, 8 15 e segg. — e l’eccellente Grammatica teorico-pratica del- la lingua araba, di L. Veccia Vaglieri, Roma, Ist. p. l'Oriente, 1938, vol. I, pag. 128, 8 262 e segg. sara REI Pi I DUE DIVERSI «SE» Lo studioso di lingue straniere porrà per- cid molta attenzione, distinguendo la prò - tasi, ossia la proposizione che, nel periodo ipotetico esprime la condizione, dall’ a pò - dosi, che esprime l’azione condizionata. La distinzione tra pròtasi e apòdosi è importante sia per il corretto uso del condizio- nale in italiano che per il coordinamento sintattico. nelle lingue straniere. Le norme per l’uso del condizionale non sono altrettanto rispettate dai dialetti quanto lo sono dalla buona lingua nazionale: l’impie- go dialettale del congiuntivo invece del con- dizionale e viceversa si infiltra talora nella lingua, specialmente allorché il periodo sia alquanto complesso, rendendo più difficile l'orientamento logico di chi parla o scrive. I nostri dialetti meridionali sono stati par- ticolarmente influenzati, in ciò, dallo spa- gnolo (1). 120. — Soltanto l’azione condizionata (apòdosi) può essere espressa con il condiziona- le, in buon italiano: non mai l’azione condizio- nante: è perciò crrato dire: «se egli vorrebbe... ». 121. — Si noti però che la congiunzione se può nascondere un tranello: essa non ha sem- pre il significato ipotetico, ossia non sempre serve ad introdurre la premessa (pròtasi) di un periodo condizionale: può avere valore du- bitativo o disgiuntivo. Si potrà dire correttamente: « Non si sa se egli accetterebbe tali condizioni », poi che qui non si tratta di un'ipotesi, ma appunto di un dubbio (2). (1) Ad es.: « Si hubiera venido, lo hubiera dicho » (o anche, indifferentemente, « lo habrìa dicho »), « Se fosse venuto, lo avrebbe detto ».  In tal caso, infatti, la lingua tedesca usa due ‘ congiunzioni diverse per i due diversi casi: « Se do- mani è tempo bello (pròtasi dell’ipotesi) andremo a sso DESCa colma :tAl iran o c0ce lisca te ren bna ttt ire Die ONTO |  Scorretto è, invece, dire: « Se egli accelte- i rebbe, tulti ne ‘sarebbero contenti », poi che in questo caso la congiunzione se ha valore ipo- tetico e serve ad introdurre la pròtasi: bisogna perciò dire: « Se egli accellasse... ». È corretto, nella seconda proposizione, l’uso ! del condizionale (« sarebbero contenti ») poi che costituisce l’apòdosi. I ! 122. — In italiano, la pròtasi può indiffe- | rentemente precedere o seguire l’apòdosi: es.: I « Se egli ci avesse penscto, (pròtasi), lo avrebbe fatto (apòdosi) », oppure « Lo avrebbe fatto, ce si avesse pensato ». Però sentiamo che nella’ prima di queste due costruzioni la condizione è espressa con mag- gior energia che non nella seconda: ed anche l’into- nazione nelle due costruzioni differisce: la pròta- si ha maggior rilievo fònico nella prima, mentre si attenua in tono decrescente nella seconda. Diisseldorf »: « Wenn morgen schònes Wetter ist, fah- ren wir nach Diisseldorf » — «Se dbmani sia tempo bello [o no] (quindi dubbio e non ipotesi) non lo si può sapere »: « Ob morgen schònes Wetter ist, das kann man nicht wissen ». — Cfr. R. Mohr, La lingua tede- sca per gli Italiani: metodo graduale ad uso delle scuo- le e delle persone colte, Roma, Signorelli. — In inglese, il se del primo ca-. so è reso con if (condizionale); nel secondo caso (du- bitativo), si può usare if o whether. -— Le lingue neo- latine hanno riunito nel se (spagn., portogh., franc. si, rumeno s,i) il si ipotetico latino e le varie particelle dubitative: « Rogavit consul adfuissentne ludis necne »: « Il console chiese se essi erano intervenuti ai giochi o no »; « Nesciunt an pro filia eam habeat, an pro an- cilla », « Non sanno se egli la tenga come una figliola o come una serva ». Cfr. in proposito l’ottima espo- sizione in W. Ripman, A Handbook of the Latin Lan- guage, being a Dictionary, classified Vocabulary, and . Grammar, London and Toronto, Dent, 1930, pag. 776 e segg.; la riduzione in italiano di questo manuale sa- rebbe preziosa per i nostri studenti, giovando a ben inquadrare le loro idee. Purtroppo continuano ad es- ser diffusi i manuali più o meno calcati su modelli te- deschi, filiazioni naturali o artificiose della nefasta grammatica di Ferdinando Schultz. — 80 — «mu Forma mentis ed espressione linguistica... ($ 73). Catecumeni della setta Zen, in meditazione. In alto: L'’ottantenne abate buddhista Sugawara Vestovò della «setta della meditazione » (Zen-sh{). hd ll LIPTPERA Edo RA LITTA LIETTA LITAPTERI LL LI IITOtenei delhcsi x . _ = 7 Treo agi Troooerergg IT \FTTTRe:ITT ET PIETER te be LAI LIT TO LILITIETAARO bha 1 CIO tte — asa pay _ —#—Pr _——razt L’ «infinito» è immobile sul quadrante del tempo: le «voci ver- bali» sono lie mobili sfere. DA sLa pensée» di A. RODIN (Parigi: Musée du Luxembourg), I TRE SOLI « MODI » DEL VERBO La nostra elasticità mentale permette an- che di insinuare la pròtasi come inciso nella proposizione esprimen'e l’apòdosi: «Tanto m'agrada il luo comandamento che l'ubidir, se già fosse, m'è fardi ». (Inf.,). - Simile libertà non esiste în alcune lingue, o per lo meno non è alirettanto ampia: e an- che questo fenomeno è interessante, permet- tendo di intendere l’indole dei varî linguaggi, corrispondente alla forma mentis dei rispeiti- vi popoli. Allorché il discorso è puramente narra- tivo ossia obiettivamente espositivo senza cioè im- plicare l’espressione imperativa (2) di chi par- la o scrive, il verbo non può manifestarsi che in uno di questi tre modi: indicativo, congiun- tivo, condizionale. Le altre « voci» sono erroneamente o per le meno impropriamente considerate apparte- nenti al verbo. Possono derivarne morfologi-  Soltanto la posizione determinava la coordi- nazione della proposizione secondaria alla principale nella lingua egiziana antica. Cfr. G. Farina, Grainma- tica della lingua ‘egiziana antica in caratteri gerogli- fici. Milano, Hoepli 1910, pag. 104-105. — Anche in giapponese moderno la pròtasi deve normalmente pre- cedere l’apòdosi. (Le costruzioni ipotetiche giappone- si sono magistralmente esposte, con lodevole limpidi- tà, nella Grammatica della lingua giapponese di O. & E. E. Vaccari, T6ky6, Vaccari, 1942, pagg. 353 e segg. 500, 504; e, per la lingua parlata — e purtroppo sen- za gli ideogrammi — in Balet, Grammaire Japonaise, langue parlée, Paris, Leroux — La Grarimatica giapponese della lingua parlata di G. Scalise, [Milano, 1942] condensa in 20 righe (15 alla pag. 156 e S alle pag. 209-210) le regole, neppur chiare ed esatte, delle proposizioni ipotetiche giapponesi). (2) L’intervento attivo o « presenza scenica » di chi parla o scrive provoca nel discorso tali mutamenti che tutto il problema sarà trattato unitariamente in altra parte della « grammatica rivoluzionaria », costi- tuendone uno dei connotati fondamentali. ==  camente, ma hanno le so taihi e le funzioni di aggettivi (participî), oppure di av - verbî (gerundio), oppure di sostantivi (infinito). Ogni ragionamento procede per «giudizi », che le «proposizioni » esprimono con « parole ». Le « aree di significato » dei tre termini del sillogismo. (È interessante ed istruttivo confrontare l’ergo della dialettica classica con l’erg che, nella moderna fisica, è l’unità di misura dell’« enERGia » nel sistema metri- co C.G.S. (centimetro-grammo-secondo): 1 chilogram- metro = 9,8 107 erg. Il nome di tale unità proviene anch'esso dal greco ergon, « lavoro, efficacia », come . lo scolastico ergo con il quale si esprime conclusiva- mente il risultato del « lavoro » logico, dell'energia dia- lettica, e la convincente efficacia del limpido ragiona- mento sillogistico aristotelico.  _- TT N] n i i ii IL VERO VERBO Il verbo è davvero verbo allorché ne ha le caratteristiche e le funzioni: allorché esprime l'azione in atto, e allorché, per tale proprietà vitale, può dar vita alla proposizione. Soltanto il verbo che venga espresso in uno di questi tre modi (1) rivela l’azione del soggetto, la defi- nisce e limita, e perciò, con il soggetto stesso e con gli eventuali accessorî o complementi, forma una proposizione (2). T_T —Sempre, non considerando per ora l’impera- tivo, per le ragioni di cui nella nota precedente. (2) Una proposizione è, secondo la defini- zione tradizionale, « un giudizio espresso con parole »: il nostro ragionamento procede per « proposizioni »; e « proposizioni » sono i due « giudizî » dai quali, nel sillogismo, si deduce la « conclusione », che è anch’es- sa un «giudizio » e quindi, grammaticalmente, una « proposizione »: « Ratiocinium sive syllogismus ex duobus iudiciis tertium concludit, quatenus instituta comparatione duarum idearum cum tertia, illarum aut identitatem aut diversitatem statuit ». J. Donat, S. J., Logica et Introductio in Philosophiam christianam, Oeniponte (Innsbruck), 1935, c® III, art. 1, 216, 10893 — Ul 1) La localizzazione nel tempo (VID) 125. — Caratteristica proprietà del verbo è quella di esprimere un’azione o uno stato localizzati nel tempo. Anche con altri mezzi viene indicata la lo- calizzazione nel tempo, con maggiore o mi» nore precisione: « alle due meno dieci », «.nel 1492 », « dopo il suo arrivo », « în primavera », « ieri >, « sempre », « spesso », « di quando. in quando », « mai »... Ma tutte queste espressio- ni, anche quando conslino di una sola parola, sono semplici indicazioni temporali, senza si- gnificare un’azione o uno stato: sono fuori della parola che esprime l’azione o lo stato. Nel verbo, invece, la stessa « parola » espri- me l’azione o lo stato e li localizza nel tempo: camminò nana i se camminava mmina camminera aspeltò : aspettava aspetta aspetterà piovve > . 1 pioveva piove pioverà 126. — Può apparire contrastante con l’in- dole analitica della lingua italiana il fatto che essa abbia conservato la coniugaz ione latina, ossia la flessione dei verbi, mentre ha abolito la declinazione ossia la Îlessio- ne dei nomi, dei pronomi e degli aggettivi, ri- solvendo i « casi » in costrutti composti di più parole.  - Tale contraddizione — che sarebbe a sca- pito dell'armonia unitaria della nostra lingua — non v'è: la coniugazione ha tuttora un legittimo nome, rispondente alla sua Îun- zione, pur se l'etimologia stessa ci dice che .non si tratta di un fenomeno analitico ma proprio del contrario. | — PO) — Due elementi concorrono nella « coniugazione» dei ‘ verbi...  B) Due cellule ideologiche, una significante l’azione o lo stato e l’altra localizzante nel tempo, si congiungono per formare un'unica «idea» (azione o stato localizzati nel tempo) e quindi una. « parola », coniugata in determinata forma, così come due cellule si « coniugano » a formarne una sola (ad es. nella nocti-. duca miliaris, protozoo rappresentato nella figura).  « Coniugare » (da con-jugare, « accoppia- re sotto lo stesso giogo (jugum)»), significa « Congiungere », e « coniugi» o « coniugati » sonoi due sposi congiunti in matrimonio, allo — 86— NOBILTÀ DEL VERBO scopo di generare prole (1). Nella « coniuga- zione » del verbo l’idea dell’azione specifica o dello stato specifico si congiunge con quella della localizzazione nel tempo: ma queste due idee, rappresentabili con due «cellule » lin- guistiche, ossia due « parole », si congiungo- no appunto per formare un'idea unica: l’azio- ne o lo stato localizzati nel tempo. Infatti, al- lorché diciamo « camminava », o « mangio », o «corre», o « starà», a ciascuna di queste « parole » non corrispondono, nel nostro pen- siero, due idee, ma una sola: e perciò unica è la parola, pur se generata da due elementi, appunto come, biologicamente, da due cellule che si coniugano si sviluppa una nuova spora o un nuovo germe. 127. — Il verbo è mirabile anche per tale sua intrinseca proprietà, che ci fa comprendere il suo valore funzionale e, insieme, il suo alto significato simbolico (2). Abbiamo così una conferma della necessi- tà di considerare autentiche « voci verbali » soltanto quelle che, in una sola parola, espri- mono l’azione o lo stato in atto nel tempo. Considerare «voci verbali » i cosiddetti « tempi composti » e le «voci passive », ossia pensare e de- (1) « Matrimonium ab eo dicitur, quod foemina idcirco maxime nubere debet, ut mater fiat... Coniu- gium quoque a coniungendo appellatur, quod legitima mulier cum viro quasi in jugo adstringatur ». Catechi- smus ex decreto SS. Concilii Tridentini ad Parochos, Patavii, Gregoriana, 1930, p. II, c. VIII, 2, pag. 284. (2) Cfr. l’evangelico: « Et erunt duo in carne una. Itaque non sunt duo, sed una caro. Quod Deus coniun- xit homo non separet ». Matth., IX, 5-6. (3) Teologicamente, il Verbo è l’'Idea che Iddio genera di se stesso ab aeterno: e perciò il Verbo è nell’eternità: «in principio erat Verbum » Joh., I, 1; — incarnandosi, il Verbo passa dall’eternità nel tem- po, nel mondo fenomenico: « et. Verbum caro fac- tum est, et habitavit in nobis; et vidimus gloriam eius » ibid., I, 14. TER og ‘ finire come scindibili in due o più parole un verbo (voce verbale) è altrettanto contrario all’indole della lingua italiana, quanto lo sarebbe il considerare fa- cilmente solubile il vincolo matrimoniale (1).  È verbo ogni parola la quale esprima di per sé l’azione o lo stato localizzati nel tempo. 129. — Perciò non è « verbo » l’infini- to, in quanto non localizza nel tempo, ap- punto perché ha il cara:tere di « infinito » os- sia, meglio, di un indefinito. Infatti l’« infinito » equivale spesso ad un « sostantivo »: « il mangiare » =" « la nutrizio- ne » ‘0 «il cibo »; ed è di fatto un « sostanti- | VO», potendo avere l’arlicolo, attributi aggetti- vi, lunzienare da soggetto, oggetto, comple- mento: | «Un bel morir lutta la vila onora » (Petrarca, Canzoniere, I, Canz. 20) In questo verso, «un bel morir » potreb- be, se il metro lo permettesse, esser sos!ituito da « una bella merte »: viceversa, nel verso «la morte è fin d'una prigione oscura » (Petrarca, Trionfi, III, 2) il soggetto «la morte » può esser sostituito con il soggetto « lil] morire »: la morte e il morire sono entrambi sosi!antivi; come tali funzionano gramma'icalmente e sin'atticamen- te, ed entrambi significano « cessazione della vita », mentre nessuno dei due significa «la vita cessa, o cesserà, 0 Cessò », L'infinito, come« parte del discorso » non è verbo. 130. — A causa della sua provenienza ver- bale, l’infinito conserva, pur essendo sostan- tivo, la proprietà di poter reggere, come suo complemento, un al'ro sostantivo, e cioè ave- re un « complemento oggetto » (v. 8 37) e non (1) Peggio, anzi, negandone il carattere di « uni- tà » che ne è essenziale. L’ACCUSATIVO CON L'INFINITO | soltanto i complementi che possono accompa- gnare i sostantivi di altra origine: « sì che possibil sia l'andare in suso; ché perder fempo a chi più sa più spiace ». (Purg., III, 77-78). Nel primo di questi due versi l'infinito (so- stantivo) andare può essere sostituito da cam- mino, marcia, percorso, o altro che non siano di diretta origine verbale, poi che il suo com- plemento («im suso») non è « complemento oggetto », mentre nel secondo verso l’infinito perdere, pur essendo sostantivo ed avendo un suo articolo, non potrebbe esser sostituito da un sostantivo non verbale (ad es. « la perdi- fa»), giacché regge un « complemento ogget- to »: la sostituzione obbligherebbe a sostitui- re questo complemento oggetto con un com- plemento indiretto («la perdila di tempo », complemento di specilicazione). L’attento esame di tali meccanismi è assai utile per comprendere la maggiore o minore vitalità dei vocaboli, ossia quanto permanga e funzioni in essi dell’ energia verbale, e so- prattutto sviluppa la facoltà di sentire il tem- peramento delle varie lingue. La comprensione di tale meccanismo ci è di valido aiuto anche per intendere, ad esempio, la natura della tipica costruzione latina dell’« infinito con l’accusativo », sia come soggetto che comc com- plemento oggetto: « vider pueros studere », « Vede i ragazzi studiare »: pueros studere forma un tutto uni- co, in quanto le due idee compongono un solo « com- piemento oggetto »: il caso accusativo dipende però. dal fatto che studere, non essendo un vero verbo non può avere il soggetto in « nominativo », poi che ciò è caratteristico dei soli verbi in funzione ver- bale, ossia effettivamente in azione. Nella proposizio- ne « Necesse est Deum mundum regere » possiamo chiaramente constatare simile fenomeno: infatti la proposizione Deus regit mundum, ha un soggetto in nominativo (Deus) ed un complemento oggetto in ac- ice Qi  cusativo (mundum) poi che l’energia verbale passa effettivamente dall’uno all’altro, e ciò è espresso con un verbo in atto (regit): allorché questa azione vien portata fuori della determinazione temporale e diventa perciò indefinita (infinito) perdendo quindi il suo carattere energetico verbale in atto, anche i due « conduttori » di tale energia cessano di avere la loro funzione specifica (v. $ 41): anche il « nominativo » deve quindi attenuarsi ed assume perciò la forma di « accusativo »: la non distinzione morfologica tra no- minativo e accusativo è una caratteristica del « neu- tro » (v. 8 239). Tutta l’espressione « Deum mundum regere » è « neutra » non solo come « genere » (1), ma anche riguardo all’energia verbale. Il costrutto latino di un infinito con il soggetto all’accusativo, usato allo scopo di esprimere l’azione avulsa dal tempo, è passato anche in italiano per conferire veemenza ammirativa o di sdegno o di altro sentimento alla frase. « Patrem repudiare fi- lium! », « Un padre ripudiare il figlio! ». È ovvio che, in questo caso, l’infinito con- . serva energia sufficiente per animare una vera e pro- pria proposizione. Non dobbiamo considerare « ver- bo » il gerundio, il quale non localizza di per sé nel tempo l’azione o lo stato: tale localizzazione è determinata dal tempo del verbo cui il gerundio avverbialmente si appone: es.: « sfa scrivendo », « stava scri- vendo », « starà scrivendo »j « Qual è colui che suo dannaggio sogna, che sognando desidera sognare ». (Inf., XXX, 136-137) in cui « sognando » equivale a « nel sogno ». (1) Questa minor capacità dei neutri in fun- zione di soggetto, rispetto agli altri due generi, è con- fermata dal fenomeno per cui, in alcune lingue, il soggetto neutro plurale può avere il verbo al singo- lare: es. il greco « panta rhei», « tutto fluisce »: let- teralm.: «tutte le cose (panta neut. plur.) scorre (rhei, singol.) ». 59) IL PRESENTE È PRESENTE Come l’infinito, anche il gerun- dio conserva dell’energia verbale tracce sul- licienti per reggere un « complemento ogget- to»: es.: « Perdonando ie offese si merita maggior lode che vendicandosi » (1). 135. — Parimenti non è «verbo » il partici- pio presente, il quale è «presente» soltanto quando è retto dal verbo essere in tempo presente. 136. — Il participio passato edil par- ticipio passivo esprimono l’azione compiuta o subìta, ma la localizzazione nel tempo è affidata esclusivamente al verbo essere o al verbo avere (o al verbo venire con valore di « divenire », v. 8 105) che li reggono. Perciò non vanno considerati come verbo... ù* * d* ‘137. — La voce verbale che localizza l’a- zione o lo stato nel momento in cui si parla o scrive, o presenta l’azione o lo stato come così localizzati, è in tempo presente; es.: « egli corre », « le stelle splendono »; « il Po ha molti affluenti », « Romolo è il fonda- lore di Roma ». Le voci verbali è e sono (verbo essere), ha ed hanno (verbo avere), viene e vengorto (verbo verire con valore di diveni- re) sono in tempo presente ed espri- mono perciò lo stato presente anche quando sono accompagnate da participio passato o da participio passivo. Non esiste perciò in italiano una forma verbale di passato prossimo e non esiste una forma passiva dei verbi. Esi- stevano in latino: la lingua le ha abolite; an- che la grammatica deve coerentemente rite- nerle scomparse. Per il passato prossimo avrem- mo la curiosa equazione. presente + [partic.] passato = passato (1) In latino: « Zniurias ferendo maiorem laudem quam ulciscendo meretur ». | =  e, per le forme passive, la non meno curiosa equazione: presente + [partic.] passato = presente, ossia be atb=b e atb=a equazioni ‘che non possono sussistere se non dando ad a (nella prima) e a b (nella seconda) il valore zero. | 139. — Rarissimamente il « presente » esprime un’azione istantanea: « sono le 10, 3° e 26” »: un’azio- ne ha sempre una certa durata, ed uno stato ha ne- cessariamente una durata: es.: « la bomba esplode » (1), « l’uccello vola », « il Po nasce dal Monviso e si getta nell'Adriatico ». La continuità e durata dell’azione sono in- dicate: ao a) dalla natura e significato del verbo stesso: « il fiore sboccia », «la palla rimbal- za », « Calo accende una sigaretia »... b) dalla estensione di significato tempo- rale che è implicita nel soggetto, nel comple- mento oggetto: « Je giornate si accorciano », «la Controriforma occupa la seconda metà del XVI secolo e la prima metà del XVII ». c) da un avverbio, o da un complemento di tempo: « è sempre qui », « viene di quando in quando »,.« mon lo si vede mai »... ° d) dalla connessione con altra espres- sione che implichi continuità o durata: « fin- chè c’è vita c'è speranza ». Normalmente, una voce verbale in tempo presente considera l’azione o lo stato specialmente nella sua stabilità, e spesso afferma appunto il perdurare dell’azione o del- lo stato: | « la bufera infernal, che'mai non resta, mena li spirli con la sua ruina... ». (Inf., V, 31-32) (1) Persino la bomba atomica esplode con un pro- cesso di reazione «a catena ». TAG 31 EOOO CON UNO O PIU’ FOTOGRAFI Sono generalmente espresse in tempo presente le verità generali e permanenti, le definizioni, le leggi fisiche, i dogmi, i teoremi, ecc.: « due quan- tità uguali a una terza sono uguali fra loro »; « ogni 2. ha diritto al voto », « l'articolo si usa quando... Il costrutto sta + gerundio (plura- le: stanno + gerundio) si adopera in italiano 99 ‘‘vengono °° opuauaa duunzs ‘*,, Un pezzo di film ci chiarisce la differenza tra « ven- gono » e «stanno venendo » (8 142) allorquando si vuol porre in evidenza la con- tinuità dell’azione: «i ire amici vengono » e «i tre amici stanno venendo » esprimono lo stesso evento, ma la seconda formula dà mag- gior risalto all'estensione dell'a azione che essi « stanno compiendo ». _ BC Con un paragone ispirato dalla cinemato- grafia, potremmo dire che « vengono » è la rappresentazione dell’azione in un solo Îoto- gramma, mentre « stanno venendo » rappre- senta la medesima azione, ma in più foto- grammi, Tale costrutto è molto usato in inglese (1). Alcuni autori chiamano « permansivo » quel tempo che, nelle lingue semitiche, non ha significato temporale specifico, e può quindi applicarsi ad eventi presenti, passati o Îu- {uri (2). * * %* 143. — La voce verbale che localizza l’a- zione o lo stato in momento precedente a quel. lo in cui si parla o scrive è in tempo pas - sato. 144. — La lingua italiana usa una iorma verbale speciale per esprimere l’azione pas- sata non completa, interamente concomitante con altra o ancora PEBGUTOIIE mentre un’altra abbia inizio: « Lo giorno se n’andava, e l'aer bruno toglieva gli animai che sono in terra dalle fatiche loro... (Inf., II, 1-3). (1) La tipica forma in -ing è molto abbondante in inglese giacché anche il «nome verbale » (verbal noun) termina oggi in tal modo, avendo alterato, per mimetismo, la terminazione sassone in -ung: soltanto un’acuta analisi può oggi distinguere la diversa fun- zione di building nelle due proposizioni: « Forty and six years was this temple in building » (« Questo tem- pio è stato in costruzione per 46 anni », « Ci son vo- luti 46 anni per costruire questo tempio ») e « He is engaged in building a sky-scraper » (« È impegnato a costruire un grattacielo »). — Cfr. J.M.D. Meiklejohn, The English Language: its Grammar, History and Li- terature, London, 1887, pag. 82. (2) In assiro, marush=<«è ammalato » o «era ammalato ». Cfr. G. Boson, Assiriotogia, Milano, Hoe- pli, 1918, pag. 38. SL 04 | L'AZIONE INCOMPIUTA Tale tempo si chiama imperfetto, appunto perché non esprime il completo per- fezionamento dell’azione. Non è necessario che l’altra azio- ne, totalmente o parzialmente coincidente nel tempo, sia esplicitamente indicata. L’imper- fetto è spesso usato come Îondale scenico dinanzi al quale il resto del discorso si svol- ge: es.: « era una bella giornata di primave- ra...»: « Scendeva dalla soglia di uno di que- gli usci e veriiva verso il convoglio una don- na, il cui aspetto annunziava una bellezza... » (1 Promessi Sposi). Con maggior evidenza ancora si può esprimere l’estensione dell’azione passa- ta e la sua incompiutezza in coincidenza (to- tale o parziale) con altra, usando il costrutto formato con sfava (plurale stavano) ed ii ge- rundio: la correlazione temporanea, in simili costrutti, è spesso espressa con congiunzioni quali « mentre » (preposta all’azione imperîet- ta), « quando » (preposta all’azione totalmente o parzialmente coincidente nel tempo). 147. — Anche per tali costrutti vale quan- to affermato nel 8 138: la « voce verbale » è soltanto quella « parola» che iocalizza nel tempo l’azione o lo stato, esprimendola in atto. È puro artificio grammatical-burocratico voler considerare « voce verbale » il costrutto chiamato tradizionalmente « trapassato pros- simo »: complica lo studio, disorienta lo stu- dioso e non corrisponde a verità. Nella propo- sizione « ella era uscila » il verbo (« voce ver- bale ») è soltanto la « parola » era con cui si esprime come perdurante nel passato lo stato del soggetto, e la « parola » uscita qualifica aggettivamente tale stato: uscifa ha Îunzione di « attributo »: ha terminazione femminile, appunto perché « aggettivo »: può essere so- stituita da un altro aggettivo, (ed es. « ella era assente »), senza spostare il valore di era nel sigg  tempo; può esser persino rimpiazzata con un avverbio (« ella era fuori ») (1): ed era rimane ‘mentre ANRITTZZZZZ ZEBRA VR N» i scriveva iquella lettera, dd @@@@$è}).YNNTCC___TCc AAA A NY VITARA ARA . ‘sorridevaì stranamente.” ARRAAAAEZZIACRRE CANE, s MUONRNRN* “A è stava \ancora scrivendo, vee S SS STESO quando \sopraggiunse B” aa “ella f era \ già vestita, Nanna! quando ‘giunsero le amiche.” MN VARAAAREAN: N “ella i era già uscita, quando Ègiunsero le amiche ” L’imperfetto è un passato non concluso, on « perfetto », e che totalmente o parzialmente coincide temporalmente con un'altro. (8 147) (1) Infatti in inglese fluido si tradurrebbe « she was out», non soltanto nel significato di «ella era fuori », ma anche in quello di «ella era uscita ». Pa- rimenti « è uscita» si traduce «she is out», poi che è è presente. — Anche la traduzione in tedesco è chia- rificante: « ella è uscita »: « sie ist ausgegangen », con ist in tempo presente: se fosse «voce verbale » ossia . « passato prossimo », la logica linguistica dovrebbe portare a dire « sie ist gegangen aus », trattandosi di « verbo separabile »: ciò non avviene appunto perché ausgegangen non è nemmeno in tedesco « voce ver- bale », ma participio, e regolato quindi dalle norme morfologiche 'e sintattiche degli aggettivi. Ma anche la burocrazia grammaticale tedesca ha accettato l’artifi- ciosa classifica complicante, delizia dei grammatisti di tutti i paesi europei e tormento di tutti gli scolari di tutti i paesi europei. Le lingue vanno sempre più semplificandosi e razionalizzandosi: je grammatiche ufficiali seguono la direzione opposta. Perciò è oppor- iO L'AZIONE PERFETTA imperfetto, perché una « parola » non può essere che quello che è: l'espressione di una « idea ». 148. — La denominazione di imperiîet. to dato a questo tempo, richiede che si deno- mini perietto quel tempo del verbo in cui l'azione è espressa come compiutamente pas- sata: «Nel pensiero di Dio poi simmerse; la croce strinse, e con fÎioca voce pregò », (G. B. Maccari, Nuove Joao 149. — Scompaiono dalla grammatica le denominazioni di « passaio prossimo » e « pas- sato remoto », ed a maggîor ragione quelle di « trapassato prossimo » e «trapassato re- moto ». Il passato è espresso in due forme sol- tanto, quella che esprime l’azione incompiuta (imperiîetto) e quella che l’esprime com. piuta interamente (perîfetio). 150. — Non tutie le lingue hanno questa distinzione (1). | tuna una «rivoluzione » che le renda snelle e in ar- monia col progresso linguistico teorico e pratico. La vera grammatica non deve essere una catena al piede, ma una provvidenziale bussola. (1) Il tedesco «er antwortete », l’olandese « hij antwoordde », \inglese «he answered» significano tanto « egli rispondeva » che «egli rispose ». — L’in- glese usa però il perfetto di essere con il participio continuativo in -ing, quando vuol porre in evidenza la non compiutezza dell’azione: he was answering, « rispondeva », « stava rispondendo »; he was going to London, :-« andava a Londra », « stava andando ‘a Lon- dra ». — In ungherese sono oramai inus!tate, nel lin- guaggio comune, le forme antiche dell’imperfetto in -a- ed -è-, e quelle formate aggiungendo vala («era ») alle forme del presente. All’imperfetto e al perfetto ita- liani corrisponde il perfetto magiaro. — Cfr. E. Vàrady, Grammatica della lingua ungherese, Roma, Edit. Roma. 1931, pag. 103, 8 148-149. "OTRS Il passato non ha valore sol- tanto perché è anteriore al momento in cui si parla o scrive, ma anche perché l’azione, non essendo « presente », assume i caratteri di mi- nore realtà attuale. Questa considerazione aiuta a comprendere perché il passato indica- tivo possa in alcune lingue essere usato là ove noi usiamo il congiuntivo (1): e persino come la semplice forma del passato possa, in altre, assumere addirittura il valore ipote- tico (2). * * %* 152. — Le voci verbali che localizzano l’azione o lo stato in un momento successivo a quello in cui si parla o scrive sono.in tempo futuro. Noi non abbiamo però, in italiano, un vero e pro- prio futuro, come l’aveva il latino, ossia specifica- mente ed esclusivamente riservato ad esprimere even- ti a venire. Più che la localizzazione nel tempo suc- cessivo al presente, il nostro cosiddetto Î u - tur'o esprime l'incertezza dell’azione o dello stato: è piuttosto un dubitativo in fun- zione talvolta di futuro e talvolta di presente. Allorché alla mia domanda « Dov'è la mia pi- pa? » mi si risponde «Sarà sul tavolo », la voce verbale sarà non esprime uno stato Îu- turo, ma afferma che la pipa « probabilmente è sul tavolo ». Con la domanda « Che età avrà quella bel- la signora? » non si chiede quanti anni avrà in avvenire, ma quale LOSS essere oggi, al- (1) Es.: in francese: « Sil était là, il parlerait ». « Se egli fosse (letteralm. « era ») lì, parlerebbe ». (2) Con l’inversione del verbo e del soggetto, l’in- glese esprime l’ipotesi per mezzo del passato, omet- tendo persino la congiunzione if: es.: « Had he been there...» « Se egli fosse stato lì »: letteralm. « [se] era . egli stato lì». Analogamente può fare il tedesco: « Hcitte ich dieses gestern gewusst (invece di: wenn ich...), « se l'avessi saputo ieri ». mr NON FUTURO, MA PROBABILE l’incirca, l’età di lei. Tale interrogazione at- tende infatti una risposta meno precisa di quel che, invece, si esige con la domanda « Che età ha quella bella signora? ». Non ha valore di futuro, ma di « presente probabile », il ripetuto saranno che la musica di Verdi ha reso famoso: « Saranno i disinganni, le veglie, le astinenze. saran le penitenze che il capo gli turbar ». (La forza del Destino) 153. — Morfologicamente, il nostro cosiddetto futuro non deriva dal latino: le forme uamabit, amabunt,- monebit, monebunt, audiet, audient, ecc. sono scomparse. Sembra che il futuro in -bit, -bunt della I e II coniugazione fosse praticamente in uso soltanto in Roma e dintorni: somigliava troppo all’imperietto; e quello in -(i)et, -(i)ent (III e IV coniugazione) si confondeva troppo con il congiuntivo. Per maggior chiarezza, e anche perché il significato si andava man mano modificando, l’italiano sostituì il futuro latino con la forma infinito-ha (plurale: infinito-hanno) così ama- bo fu sostituito da amare-ho=amerò; ad ama- bunt si sostituì amare-hanno = ameranno. Una forma diretta per il futuro è scomparsa in quasi tutte le lingue europee: quelle non latine ricorrono a forme periîra- stiche (2). | (1) Cfr. P. Thielman, « Habere » mit dem Infini- tiv und die Entstehung des romanischen Futurums, in « Archiv. fiir lateinische Lexikograpliie und Gramma- tik », Leipzig, II, 48, pag. 158 e 161.  A forme perifrastiche ricorrono tutte le lin- gue teutoniche e le slave. Il francese usa il verbo aller infinito per esprimere l’azione futura molto pros- sima: « Zl va venir sous peu». « Verrà fra poco ». Il finlandese manca di futuro e lo sostituisce con il pre- = 909 Potrebbe dedursi, da tale fenomeno, che l’intero continente europeo ha mutato opinio- ne in merito agli eventi futuri. 155. — La tendenza a ripudiare le Îorme future si rivela più evidentemente ancora nei dialetti: rarissimamente il romanesco dice « Domani annerà a Frascati»: sostituirà il futuro con il presente (« Domani va a Frasca- ti ») (1), se l’evento è espresso come certo, mentre userà un costrutto diverso a seconda che l’evento sia considerato come necessario, voluto, desiderato: « domani ha da annà a Frascati », « domani vo’ annà a Frascati » (2). L’esame di queste perifrasi dialettali è as- sai utile per intendere il « pensiero » che de- termina, ad esempio, l’uso di wil/ e shall per esprimere in inglese eventi Îuturi (3). 156. — Valgono, naturalmente, anche per il futuro le osservazioni fatte in merito ai « tempi composti ». Scompare dalla grammatica la comica de- nominazione di « futuro passato ». sente. (Cfr. A. Himilainen, Finnisch, Berlin, Langen- scheidt, (s. d.), pag. 29) — Hanno invece un vero e proprio futuro, con una tipica desinenza in -s, il li- tuano e il lettone. (Cfr. M. Aschmies,Litauisch, Berlin, Lingenscheidt, (s. d.) pag. 35; -— e W. Litten, Lettisch, Berlin, Langenscheidt, (s. d.) pag. 35). (1) Il presente per il futuro si trovo già in Cice- rone: « Cum volueris ire, imus tecum », — e, in S. Agostino, il venire habet prepara già il nostro « verrà » (= venire-ha): cfr. A. Regnier, De la latinité des ser- mons de Saint Augustin, 1886, pag. 128. (2) L’idea di volontà interviene anche in rumeno per la formazione di entrambe le forme perifrastiche . di futuro (viitorul I e viitorul II) ottenute con va « vuole », e vor, « vogliono », e l'infinito.  L’inglese usa will e shall per costrutti che spesso possiamo tradurre con il nostro futuro; ma non raramente il will può esprimere semplicemente consuetudine, evento ovvio, senza alcuna idea di fu- turo: ad es.: « Boys will be boys» non significa «I ragazzi saranno ragazzi », ma « Che volete farci? I ragazzi sono ragazzi! ». — — PER OGNI PAROLA UN'IDEA Allorché diciamo: « La letiera sarà arri- vaia mezz'ora fa», esprimiamo un presente dubitativo con le conseguenze di un’azione passata. Ma il vero verbo è sarà, con il valore di « probabilmente è ». E, infatti, la lettera è (con una ceria pro- babilità) nel luogo di arrivo. | Ila realtà corrispondono le « parole »,. ciascuna connessa con una «idea ». — Ne Psicologia, fisiologia e anatomia del verho (VII) L'idea di un’azione o di uno stato loca- lizzati nel tempo è diversa dall’idea della stessa azio- ne o dello stesso stato pensati senza tale localizza- zione. Perciò, come già detto, l’infinito ha carat- tere non di « voce verbale », ma di sostantivo: le « idee » e le « parole » camminare, mangia- re, sedere non includono una determinazione temporale né di momento né di estensione, appunto come passeggiata, cibo, sedia son vocaboli indipendenti da nozioni temporali. Il camminare, il mangiare, il sedere di ieri non differiscono, così espressi, né per forma né come pensiero, dal camminare, dal mangiare, dal sedere di oggi o di domani o di qualsiasi altro « tempo » espresso o pensato, appunto come passeggiata, cibo, sedia restano inva- riati, sia nella forma che nel pensiero, pur se altri elementi della proposizione o del periodo (« complementi di tempo») localizzano nel passato, nel presente o nel Îîuturo la cosa espressa da questi « sostantivi ». | Allorché diciamo: » // dipingere a tempera precedette la pittura a encausto: i primi pit- tori a encausto appaiono in Grecia soltanio nel 1 secolo ed avranno nelle opere di Apelle la loro più alta manifestazione», le idee . espresse dai « sostantivi » dipingere, pittura, pittori, opere, Apelle non sono di per se stes- se localizzate nel tempo; ma altre parole, nel periodo, fan sì che le cose e persone espresse da tali sostantivi siano mentalmente colloca- SUL QUADRANTE DEL TEMPO te in ordine temporale, rispettivamente in passato, presente e Îuturo (po- nendo il I secolo come «presente »: « presente storico »). Invece la determinazione temporale poirà essere contenuta nella medesima parola che esprima contemporaneamen!e l’azione di dipingere, usando tre « voci verbali ». « Si di- pinse (o dipingeva) a iempera prima che si dipingesse a erncauslo: nel ] secolo si dipin- ge già in tal modo, ed Apelle dipingerà pit- ture che... » Le « voci verbali » sono le mobili sfere sul quadrante del tempo, mentre l’« infinito » è inciso — immobile — sul quadrante stesso. Nell’« infinito » l’azione o lo stato non son pensati in atto; però l'infinito ne suggerisce la possibilità. Si comprende, così, come alcune lingue possano trasformare in « verbi » molti « so- stantivi », semplicemente ponendoli in moto, esattamente come si pone in azione un mo- tore che, quando è fermo, è « un motore » (so- stantivo) il quale ha possibilità di essere qual- cosa che « si muove » (verbo) (1). (1) Nella lingua inglese, la particella fo (espri- mente « moto a luogo ») somiglia proprio alla mano-: vella di messa in marcia di un motore d’auto: se la si premette infatti ad un vocabolo che di per sé è un sostantivo, lo si trasforma in «infinito », pronto cioè a divenire « verbo ». Ciò è frequentissimo soprattutto per vocaboli di origine sassone, perché congenitamen- te più rispondenti all’indole della lingua anglosasso- ne. Così, ad esempio, hand è la « mano », ma to hand è « porgere », da cui he hands, «egli porge»; they hand, « essi porgono »; — persino man, « uomo », può divenire to man, « fornire degli uomini necessarî » (una barca da mettere in mare, un argano da far funzionare, una fortezza da presidiare, ecc.): il no- stro comando marinaro « Arma la lancia!» è in in- glese « Man the barge! ». — E la lingua inglese, a sua volta, ci aiuta ad intendere la natura delle scritture ideografiche che, nello stesso segno, condensano spes- so l’idea verbale in potenza ostanayo, infinito) e in atto (verbo). Quando l’azione sia pensata in atto, l’idea rispettiva sembra « flettersi »: conserva il suo significato, ma par quasi curvarsi in direzione di- versa. i In questo senso, meglio ancora che in quello morfologico, si possono chiamare îlessive quelle lingue che, nella strultura della parola, esprimono tale modificazione, La coniugazione, infatti, si ottiene - non alterando o « curvando » (« Îlettendo ») la Satàru sh,8$, in hsieh? A B__ € Le scritture ideografiche condensano nel segno l’idea verbale in potenza e in atto: l’ideogramma « scrive- re », in cuneiforme (A), geroglifico (B) e cinese (C). parola, ma aggiungendo al tema espressivo: speciali terminazioni, le quali possono Incor- porarsi più o meno con esso (1). La vera e propria flessione è quindi piut- tosto ideologica che formale. Avviene, in questo « Îlettersi », un | fenome- no assai simile a quello per cui un raggio lu- TT Le modificazioni interne deîla parola sono più rare che le aggiunte in fine di essa. Tipicamente fles- si anche formalmente sono i cosiddetti « verbi forti », i quali però, appunto perciò, son considerati irrego- lari: ad es.: presente: fa, fanno; passato: fece, fecero; spagnolo: hace, hacen, e hizo, hicieron; portogh.: pres. faz. fazem; pass.: féz, fizeram; franc.: il fait, ils font; il fit, ils firent; tutti dal latino facit, faciunt; feci fe- cerunt. — Il fenomeno avviene anche in lingue flessi- ve non neo-latine: es.: tedesco: er tuf, « egli fa», pas- sato: er tat, imperf. cong. tùte.  UNIVERSALE ARMONIA minoso si « piega » passando da un mezzo di una certa densità ad un altro di densità di- versa: ad esempio dall'aria all'acqua. L’idea connessa con il: verbo, immergendosi nel «tempo », devia, proprio come un’asta im- mersa ‘nell acqua appare piegata: e possiamo. considerare anche che il diverso angolo sia dovuto alla diversa densità dei tre «tempi »: passato, presente e futuro (1). 160. — Queste analogie servono non solo a chia- rire il fenomeno, ma anche a confermare che, in ogni TR AMEN févorto = fiat (1) uit N uu S_ Sl” — ZITTI) sro dol LL Li: MTEMLOTOUMÉVWG | =fideliter  omm ma ni na a diem La più diffusa parola del mondo, che i Settanta tra- dussero « così sia» (1) e che per Aquila significò « fedelmente » (2) $ 160) La virtù arcana della. parola. La formula magico-reli- giosa di sci sillabe, da un talismano lamaista. campo, ogni evento si svolge naturalmente secondo . leggi armoniche, simmetriche, e tutte in funzione di un’unica finalità. ©  Questo « gomito » o angolo dell’idea potrebbe | essere anche studiato ispirandoci proprio al « princi- pio di Fermat » del « minimo percorso »: e per esso  Vi sono, pur nelle parole, nessi più intimi di quelli che una superficiale osservazione ri- velano (1). Le accurate indagini dei filologi dànno spiegazioni del meccanismo fònico dei fenomeni lin- guistici: meno chiariti sono quelli psicologici che li determinano (2): del tutto sconosciute rimangono le cause intime per cui le lingue si modificano secon- do determinate tendenze. E tanto più rimangono im- perscrutabili tali ragioni, quanto più le si voglian ri- cercare in puri fattori materiali di clima e di razza. viene a formarsi una vera e propria immagine « vir- tuale » di un evento che è « proiezione » dal punto di vista dal quale esaminiamo eventi passati, presenti o futuri. L’affermazione platonica che « Iddio geometriz- za» è vera in ogni fenomeno: pure in quelli del no- stro pensiero. (1) L’inglese spelling, ossia la « compitazione » (enunciare lettera per lettera un vocabolo) è la forma continuativa di to spell, che primieramente significò — e tuttora significa — «incantare, ammaliare », poi che spell è anche il « potere magico delle parole ». Non soltanto le superstizioni di quasi tutti i popoli attribuiscono virtù arcane alle parole, ma pur le più alte religioni considerano le parole non soltanto come espressioni di idee, ma anche come veicolo di ener- gie spirituali e superiori. Tutto il mondo buddhista ha iede illimitata nella potenza magico-religiosa della «preghiera in sei sillabe» («OM MA-NI PA-DME IUM »). -- La parola più diffusa che esista sulla ter- ra, perché passata integralmente o quasi nella grande maggioranza delle lingue e tradotta in tutte, cioè l’e- braica invocazione amen, ha tale efficacia intrinseca che il Chatechismus Romanus si conclude con una 'unga trattazione (P. IV, cap. XVII, art. 1-6) per il- iustrare « quis usus et fructus sit huius particulae », «quomodo dictio », e « quanta bona » da essa emani- no. Ed amen è voce verbale ed avverbiale, insieme: . 1 Settanta la tradussero con ghénoito (= fiat) (Ps. XL, 14); nel testo di Aquila è resa con pepistuménos (= fideliter): « ma poco importa che sia tradotta nel- l'uno o nell’altro modo, purché comprendiamo che abbia quella forza che abbiamo detto » (« Parvi re- fert, hoc an illo modo sit redditum, modo habere in- telligamus eam vim, quam diximus » (Catech. Rom.). (2) Cfr. A. Stoppani, La santità del linguaggio, Discorso all'Accademia della Crusca, 25, IX, 1883. == 0a IL SEGRETO D'UN COMUNE ISTINTO L’uso — che getermina la scelta dei vo- caboli e delle forme — « non è ciecamente ar- bitrario, ma vien guidato da certe norme di natura sapientissime, che sono l’umana ra- gione stessa, o, per dir meglio, rampollano da quell’istinto messo in noi da una ragione più alta, cioè dalla sapienza divina » (1). 162. — Per quali ragioni la « coniugazione » » la- tina si semplificò ed armonizzò in quella italiana, co- me rispondendo ad un piano prestabilito, se la tra- sformazione fu opera inconscia del popolo italiano? 163. — Le quattro coniugazioni del latino si ri- dussero a tre, secondo la vocale tematica; e possia- mo conservare la tradizionale divisione: 1 CONIUGAZIONE: verbi ai quali corrisponde l’infinito in -are; II CONIUGAZIONE: verbi ai quali corrisponde l’infinito in -ere; III CONIUGAZIONE: verbi ai quali corrisponde l’infinito in -ire. Ci limiteremo per ora all’esame delle sole forme verbali di quella che, nella grammatica tradizionale, è chiamata « voce di 32 persona (singo- lare e plurale). Questa separazione della cosiddetta « 3? persona » dalle altre è ispirata ad un criterio che è fondamentale nella « grammatica rivo- luzionaria » e ne costituisce forse la caratte» ristica più importante. Essa afferma infatti che il discorso obiettivo, cioè semplicemente espositivo degli eventi senza implicare né di- (1) I. Amilcarelli, Della lingua e dello stile italia- no, Napoli, Leitenitz, 1870, vol. I, pag. 25. — E nella sua profonda trattazione — pur ignorata o quasi non ostante il grande valore dei due grossi volumi — l’autore aggiunge che tale istinto «in nessuna cosa meglio si manifesta, che nel fatto delle lingue; dove non sarebbe possibile niuno general consenso della nazione, se non fosse che tutti parlano, secondo lor natura, come son mossi per la ragione segreta di un comune istinto ». /d. ibid., loc. cit.  rettamente né indirettamente l’azione di chi parla o scrive, ha caratteri differenziali che lo diversificano fortemente dal discorso il qua- le esplicitamente o implicitamente involva la « presenza in scena » del soggetto parlante o scrivente: tale partecipazione influenza i con- cetti, altera le forme ed i cosî!rutti in modo co- sÌ profondo da richiedere legittimamente una trattazione a sé. Molti fenomeni interessanti e significativi non vengono chiariti dalla grammatica tradizionale: non vengono anzi neppure segnalati. Essi passano inav- vertiti giacché l’arbitraria burocratica catalogazione. delle voci verbali in paradigmi artificiosi allontana proprio quelle voci che dovrebbero essere avvicinate e viceversa, sì che le somiglianze e le simmetrie scom- paiono, come scompaiono i significativi contrasti. 165. — L’elencazione delle « voci verbali » secondo la tradizionale cantilena «io ho, iu hai, egli ha, noi abbiamo, voi avete, essi han- no » è quanto di più innaturale vi possa esse- re nell’esposizione dell'attività verbale: nes- sun fatto linguistico o psicologico giustifica tale ordinamento, mentre non pochi legitti- memente vi si oppongono. Nella recitazione stessa del tradizionale ri- tornello o canzoncina grammalicale (coniuga- zione) avvertiamo facilmente l’aritmìa e la dissonanza della 1° e 2° persona plurale: spes- so non soltanto la forma, ma persino la radi- ce stessa è diversa: eppure ciò non ha arre- stato la burocratica manìa dei grammatisti, sì che la filastrocca scolastica continua imper- turbabilmente a suonare (0, meglio, a « disso- nare »): io dissi io ruppi io vado tu dicesti © tu rompesti tu vai egli disse egli ruppe egli va noi dicemmo noi rompemmo noi andiamo voi diceste voi rompeste voi andate essi dissero essi ruppero essi vanno. DOPO DIECI SECOLI... Da più che un millennio tale concatena- mento è stato spezzato nella realtà obiettiva linguistica: la tiritera « dixi, dixisti, dixit, di- ximus, dixistis, dixerunt » oppure « vado, va- dis, vadit, vadimus, vaditis, vaduni » poteva ancora trovare qualche giustificazione nella scuola dell'antica Roma. Ma poi che l’indole del linguaggio, per ragioni che vedremo, ha rotto formalmente e sostanzialmente questo concatenamento, riconoscendolo non confor- me alla nuova mentalità linguistica che modi- ficava parole e idee, ed ha persino attinto ad altre radici verbali alcune voci, proprio per separarle con maggiore evidenza dalle altre, sarà ben giunto il momento (dopo 10 secoli) di porre la grammatica in armonia con la realtà. . 166. — La « grammatica rivoluzionaria » aboli- sce la denominazione di «33 persona »: sicché non saremo più costretti ad affermare ridicolmente che sono « voci verbali di 32 persona » quelle contenute nelle proposizioni: « sul tetto il gatto miagola » (il gatto potrà esser considerato « persona » in una fa- vola di Fedro, non quando zoologicamente miagola sul tetto), « il sole tramonta alle ore 6 e 40 » (il sole, astro e non Febo); «il peggior passo è quello del- l’uscio » (il soggetto proverbiale è il «passo » e non la persona passante), « chiodo scaccia chiodo » (sen- za allusione né materiale né allegorica all’individuo che lo pianta), « /a somma degli angoli di un trian- golo equivale sempre a due retti » (proprio indipen- dentemente da qualunque « persona » che constati o meno tale verità geometrica), « il biglietto costa lire 100 » (e nessuna delle persone collegate direttamente o indirettamente con le operazioni di compra o ven- dita del biglietto ha rapporti grammaticali con il ver- bo «costare »), « piove, Governo ladro!» (né il Go- verno, né altra « 33 persona » sono soggetto del verbo « piovere »)... (1). (1) Pur nell’Inferno dantesco era necessario un minimo di apparenza umana perché le anime dei dan- Sarà facile constatare come l’abo- lizione dei paradigmi artificiosi e la netta di- stinzione tra « discorso obiettivo » e « discor- so con intervento personale » chiariscono i fenomeni linguistici e psicologici e pongono in evidenza le significative analogie delle vo- ci verbali. | * dd %* 168. — I verbi regolari tendono a conser- vare la vocale tematica; il presente è espresso con tale terminazione, l’imper- îetto con l'aggiunta di -va. Il plurale si forma con la voce del singo-. lare cui si aggiunge -i10. PRESENTE: singol.: am-a - cred-e vest-e plur.: am-a-n0 cred-o-no vest-0=J10 IMPERFETTO: singol.: am-a-va —cred-e-va — vest-i-va plur.: am-a-va-no cred-e-va-rto vest-i-va-m0 nati sembrassero « persone »: ..@ ponevam le piante sopra lor vanità che par persona. (Inf.) Per « persona » noi intendiamo un essere umano completo, anima e corpo, indissolubili in un « compo- sto » indistruttibile » (« quoniam Deus creavit homi- nem inexterminabilem », Sap. II, 23). Su questo punto è esplicito il parere di S. Tommaso: « Ego sum Deus Abraham et Deus Isaac et Deus Jacob » quia non est Deus mortuorum, sed viventium » [Matth. XXII, 31- 32]. Sed constat quod quando verba illa dicebantur,. Abraham, Isaac et Jacob non vivebant... Anima Abra- hae non est, proprie loquendo, ipse Abraham, sed pars eius: et sic de aliis. Unde wita animae Abrahae non sufficeret ad hoc quod Abraham sit vivens, vel quod Deus Abraham sit Deus viventis: sed exigitur. vita totius conjuncti, scilicet animae et corporis ». (Summa Theol. Suppl. Qu. 75, art. 1). La religione cri- stiana è rassicurante in quanto garantisce la totale resurrezione dell’uomo, anima e corpo, cioè nella sua unica possibile « personalità », integralmente. Cfr. in proposito Toddi, Geometria della realtà e inesistenza della morte, Roma, De Carlo, 1947. — lil — RIVOLUZIONE COSTRUTTIVA (Come si vede, la «grammatica rivoluzionaria » sistematizza la coniugazione e permette di stabilire delle « regole ». Sicché è «rivoluzionaria » nel senso costruttivo). Il singolare del presente dovrebbe termi- nare in -i nella terza coniugazione, conser- vando la vocale tematica: Îa invece in -e, co- me la seconda, perché già nel latino classico vi era qualche confusione tra la lI e la III co- niugazione (1). Inoltre, la tipica sensibilità acustica della lingua italiana attribuisce a que- sta vocale, particolarmente acuta (2), un valo- re espressivo proporzionale alla sua vivacità, e questa sarebbe eccessiva per la semplice for- ma indicativa presente. Nel plurale del presente le forme in -ono della II e III coniugazione son dovute all’in- îluenza della terminazione lalina -uni, sempre per la confusione delle due coniugazioni. È regolare invece la terminazione -a-no della I coniugazione, poi che già il lalino aveva net- tamente -ani. Si osservi che il suono consonantico fina- le # del latino (-ant, -uni) si è sostituito con la. vocale 0, perché l'italiano non ama i suoni consonantici in fine di parola (3). (1) Tale confusione è frequente nei nostri dialet- ti. — Nello spagnolo, tuiti i verbi della III latina pas- sarono alla II. (2) Vedi 8 208. (3) La determinazione -ono è sostituita da -eno in parecchi dialetti italiani: romanesco crédeno, na- poletano védeno (pronunzia quasi vérene) — In aitri, invece, il plurale non differisce dal singolare: in abruz- — ‘zese, cande significa « canta » e «cantano », candéve è «cantava» e «cantavano ». Identico fenomeno è avvenuto in francese, giacché il chante e ils chantent, il chantait e ils chantaient non differiscono che nella grafia. Lo spagnolo e il portoghese riducono rispetti- vamente a -n e -m (che però è semplice nasalizzazio- ne) tali finali: spagn. canta, cantan; cantaba, canta- ban; portogh.: canta, cantam; cantava, cantavam. Il rumeno si comporta in modo diverso nel presente e “= VIVACITA CONCLUSIVA 169. — Il perfetto si forma accenian- do la vocale tematica: questa, nel singolare della I coniugazione, si muta in -ò; ritorna però integra nel plurale. Il plurale si forma aggiungendo -ro-no al singo- lare, ossia lo stesso suffisso -no che per il presente e l’imperfetto, interponendo la sillaba -ro-. Sicché: PERFETTO: singol.: am-ò cred-é fin-i plur.: am-à-ro-no cred-é-ro-no Îin-i-ro-n0 Si ottengono così delle forme « sdruccio- le », per conservare alla sillaba accentata la sua espressiva vivacità fònica. Si chiaman legittimamente « paro- le tronche » in italiano quelle che terminano con vocale accentata, non soltanto perché molte di esse sono appunto risultanti da un «troncamento » (ciftà per ciltade, virtù per viriude), ma anche perché la voce non si pro- lunga sulla vocale stessa, come nelle « silla- be aperte »  delle parole « piane » (accen- tate sulla penultima): è « troncata ». nell’imperfetto: il latino audit diventa aude, mentre il plurale audiunt diventa aud; nell’imperfetto, audiebat diventa auzià e audiebant dà auziau. — L'italiano se- gue invece una linea costante, coerente a criterî più semplici e più armonici. — (Cfr. G. Savini, La gram- matica e il lessico del dialetto teramano, Torino, Loe- scher, 1881, pag. 63 e segg.). (1) Nella sillaba che termini in consonante, que- sta blocca la possibilità di prolungare la vocale stes- sa, e perciò la sillaba è « chiusa »: se, invece, la silla- ba termina in vocale, questa ha libertà di espandersi senza ostacolo, e perciò la sillaba si dice «aperta ». In italiano le vocali accentate in sillaba aperta sono lunghe e più basse, in sillaba chiusa sono brevi e più acute. Cfr. fato (pron. fato) e fatto. — Tale distin- zione è importante anche nella studio delle lingue straniere. Alcune lingue non hanno che sillabe aperte. Questo connotato avvicina moltissimo la lingua giap- ponese alle lingue del Pacifico: nella scrittura fonica indigena, nella pronunzia e nella metrica, nessuna consonante si appoggia sulla vocale precedente: o è Per ora ci basti notare che la « percussio- ne » che ne risulta si conserva nei vocaboli derivati « chiudendo la sillaba » (ad esempio raddoppiando la consonante seguente, sì che metà di questo doppio suono consonatico ap- partenga alla sillaba precedente) oppure con un espediente « sdrucciolo ». Per mantenere la vivacità Îònica alla vo- cale « tronca » che caratterizza il perfetto si è adottato, nel plurale, un suffisso bissillabo non accentato, formando il vocabolo sdrucciolo. Così si spiega la sillaba -r0-, conservata dal latino -runi (-averuni, -ueruni, ecc.). 171. — Nella II coniugazione oltre la forma © credé usiamo anche la forma credette per il singola- re, e credettero per il plurale. Qui il -f finale latino non è stato elimina- to, né mutato in vocale: si è aggiunta una vo- cale: per conservare però all’-é tematica la sua vivacità si è « chiusa » la sillaba, raddop- piando la consonante: cre-dét-te. Il plurale fa credettero e non credetterono, poi che era superfluo ricorrere all’espediente del suffisso sdrucciolo, quando la « chiusura » della sillaba era già assicurata da -{l-. 172. — Il futuro non ha terminazioni proprie, essendo il risultato dell’infinito + ho e, al plurale, dell’infinito+ hanno: FUTURO: singol.: amer-à creder-à finir-à plur.: amer-à-nroo creder-à-nno finir-à-nrt0 seguita da vocale o fa sillaba a sé. Nello stornello di Sazanami: kiku momiiji « crisantemi e acero Nippon-jti no di tutto il Giappone haregi kana son l’abito di gala ». il secondo verso non è un quinario come gli altri due, ma un settenario (Ni-p-po-n ju-u no), come prescrive la metrica di tale genere poetico. (kaiku). Cfr. Sh. Matsuoka, Go-san-shichi-chò (« Sul ritmo di 5, 3, 7 sil- labe »), in « Bungaku », Téky6, 1933, I, 6. 114. REGOLARITÀ DI FORME La vocale tematica della I coniugazione si attenua in €, per iniluenza della Il coniuga» zione. Il raddoppiamento dell’n nel plurale è do- vuto alla derivazione da hanno, il quale se- gue la norina della « vocale tronca » (ossia « percossa » con vivacità: lo stesso fenomeno si ha nella formazione del plurale di altri ver- bi monosillabi: fa, fanno; dà, dànno, sa, san- no) (1). 2 * * %* L'italiano affida alla vocale -a il còmpito di esprimere il congiuntivo, differenziando così questo modo dall’ indicati» vo. Poi che la differenziazione, così ottenuta, non avverrebbe nella I coniugazione giacché l’a c'è già nell’indicativo (perché è nel tema), si ha, per la I coniugazione la desinenza «i. . nu plurale si ha regolarmente con l’aggiunta di -no al singolare, come nell’indicativo pre- sente. Sicché si ha: CONGIUNTIVO PRESENTE: singol.: am-i cred-a vest-a plur.: am-i-N0 cred-a-No vest-a-N0 (1) In armonia con questa norma, la forma dia- lettale ponno come plurale di po (= può) è più rego- lare che possono, e la si trova anche in lingua: usato da Dante («il monte — per che i Pisan veder Lucca non ponno », /nf., XXXIII, 29-30; e Par., XXVIII, 101), è frequente ancora in Torquato Tasso: « Vansene gli altri e dan le membra al sonno; Ma i suoi pensieri in lui dormir non ponno ». Gerus. Lib., X, 78). (Cfr. anche VIII, 57; VII, 122; X, 16 e 44, ecc.). La forma possono è ottenuta aggiungendo la desinenza -no al singolare della cosiddetta 12 persona posso, come tengono da tengo e non da tiene. Si noti che anche il plurale del presente indicativo del verbo essere è ottenuto in modo analogo: sono (plurale) non è formato da è ma dalla cosiddetta 12 per- sona, con la quale anzi viene a coincidere (sum e«=io. sono », sunt= « essi SONO »). Nel congiuntivo passato resta invariata, ed è anzi « percossa » fonicamente la vo- cale tematica: il latino fornisce l’elemento consonan- tico adatto, poi che la sibilante s è, delle consonanti, la più penetrante ed espressiva (1), atta perciò ad in- dicare il passato o perfetto del congiuntivo, così come la vocale «tronca» (fonicamente percos- sa) lo esprime nell’indicativo: le tre coniugazioni han- no un’unica desinenza -sse. Il plurale si forma con l’aggiunta di -ro: è inu- tile aggiungere più sillabe, ossia entrambe cuelle del perfetto indicativo (-ro-no), poi che il vocabolo così formato ha già entrambi i requisiti ciascuno dei quali è sufficiente a mantenere « percossa » la vocale: è in sillaba chiusa (a causa del doppio s) ed è in struttura « sdrucciola ». Abbiamo perciò: CONGIUNTIVO PERFETTO: singol.: am-à-sse cred-é-sse — Îin-i-sse plur.: am-à-sse-ro cred-é-sse-ro Îin-ì-sse-ro Le forme sfesse e desse sono irregolari, e probabilmente scelte per evitare equivoci con slesse nel significato di « medesime » e d'esse. Da queste si formano regolarmente i plurali slessero e dessero. Il condizionale italiano non si formò dal latino (2) ma combinando l’infi- (1) Pronunziata isolata, la consonante ‘s « può raggiungere valori compresi tra 9000 e 10000 oscilla- zioni al secondo »». A. Gemelli e G. Pastori, L'analisi elettroacustica del linguaggio, Milano, Università Cat- tol. Sacro Cuore, Scienze Biologiche, 1934, vol. I, pag. 143. — Per chiamare qualcuno, per imporre si- lenzio, usiamo questa consonante: « (p)sss! », « Sss! ». Qualsiasi altra sarebbe inefficace: la labiodentale f ha una frequenza assai più bassa: non più di 5500 oscil- lazioni, e, generalmente, intorno alle 4000. — «La chiusura del velo palatino è la più forte, nell’emissia- ne della sibilante s». G. Panconcelli-Calzia, Experi- mentelle Phonetik, Berlin, de Gruyter, 1921, pag. 109. (2) Né dal condizionale latino si formarono i con- dizionali delle altre lingue « neolatine ». Si ricordi pe- 2% SIMMETRIA DELLE FORME nito con il perfetto del verbo « essere >: da amare-ebbe si iormò amerebbe; da credere- ebbe si ottenne crederebbe: ed i plurali si for- mano con il plurale ebbero: sicché: CONDIZIONALE: . singol.:amer-ebbe creder-ebbe vestir-ebbe plur.: amer-ebbero creder-ebbero vestir-ebbero Si osservi, nella I coniugazione, la mede- sima attenuazione della vocale tematica che nel futuro (amerebbe invece di amarebbe); ve- di $ 169). Così semplificata, la coniugazione del verbo (nel discorso obiettivo o narrativo) si ridu- ce a 7 voci per il singolare ed altrettante per il plu- rale. Semplificata ed esposta in tal modo, la coniugazione del verbo italiano pone in evidenza la simmetria delle forme, connotato tipico della nostra lingua. Non sappiamo come gli antichi Romani pronunziassero la loro lingua: nel latino cer- tamente esisteva, oltre l’accento tònico, un «tono musicale» (1): tale differenza di in- rò quanto già osservato nel 8 118: lo spagnolo ha amara (plur. amaran), « se] amasse (amassero) », di diretta derivazione latina (amaret, amarent): la gram- matica spagnola non ha una denominazione del « con- dizionale »: definisce modo subjuntivo e modo poten- cial i due modi, spesso intercambiabili fra loro. Cfr. Diccionario de la lengua espafiola dell’Accademia, Ma- drid. Il rumeno ha forme speciali. ‘ del verbo «avere » (a aveà) che si combinano con l’infinito, senza fondersi però con esso, ma, anzi, pre- cedendolo: ar studià, « studierebbe » e « studierebbe- ro »; e persino ar aveà « avrebbe » o « avrebbero ». (1) Cfr. E. Weil & L. Benloew. Théorie générale de l’accentuation latine, Paris, Durand, 1855. — Il « tono » ha fondamentale importanza anche in connes- sione con il significato, nelle lingue che hanno tale caratteristica: i Cinesi « stentano a comprendere gli stranieri che in nessun modo tengono conto dei toni  flessione determinò la peculiare prosodìa, la quale non corrisponde affatto alla interpreta- zione fònica che se ne dà nelle scuole (1). Ci- cerone afferma che persino nel comune di- scorso vi è « come un canto sommesso » (2). Il latino era dunque una lingua che po- iremmo dire «cantata » (3), la quale, man mano, venne perdendo il suo carattere melo- dico, ‘avviandosi verso la forma del recitati- VO (4). Questo mutamento richiedeva basi Îfò- niche diverse, menire conferiva la possibilità di un diverso nesso tra « suono » e « signifi- cato ». Tale nuova « armonia » rivela il genio e pronunziano il cinese con un monotono retto tono (cosa sconosciuta in Cina) o con una cantile- na simile a quella delal lingua materna ». F. Bortone, Sillabario Cinese, Zi-ka-wei, 1935 vol. I, pag. 100; — Nel presente volume, le parole cinesi citate sono ac- compagnate da un esponente numerico, il quale indi- ca appunto il « tono » di ciascuna sillaba. Cfr. D. Jo- nes & K. T. Woo, A Cantonese Reader, London, Uni- versity Press, [1912], che è eccellente, ma riguarda il cantonese e non la «lingua mandarinica » (kwuan!- huà4). Per il pechinese, ottimo è il corso del Lingua- phone (in due volumi e 16 dischi doppi) di J. P. Bru- ce, E. D. Edwards & C. C. Shu. (1) È assurdo pensare che i Romani pronunzias- sero i loro versi con un’accentuazione tònica diversa che nel. discorso, € che spezzettassero le frasi in « piedi »: òde- | -runt pec-|-càre bo-|-ni vir-|-tùtis a- e -mòre (F. Schultz, Grammatica latina, 172 ed., Tonno; Chian- tore, (s. d.), pag. 299.. (2) « Est autem in dicendo quidam cantus obscu- rior », De Orat., XVII. (3) Sappiamo da Dionigi di Alicarnasso che gli oratori latini arrivavano a fare anche l'intervallo di quinta, ascendente e discedente. (De compositione ver- borum, c. XI). (4) « La melodia gregori'ana nella sua linea archi- tettonica è calcata sugli accenti grammaticali del te- sto liturgico. Il che vuol dire che le sommità melodi- che coincidono in generale cogli accenti tonici delle parole ». P. Ferretti, Trattato delle forme musicali del Canto Gregoriano, Roma, Pont. Ist. di Musica Sacra, 1934, vol. I, pag. 16. — 1130tme MUSICALITÀ DECLAMATA musicale italiano, nella lingua che è espres- sione artistica del popolo che la parla, se- guendo istintivamente alcune norme di equi- librio sonoro che soltanto uno studio acuto rie- sce a riconoscere, e soltanto in parte. Accadde, nella parlata italiana, un feno- meno di insieme, del quale un episodio mu- sico-teatrale può servirci di esempio come ca- so singolo. Il libretto della Cavalleria Rusti- cana, nel primo testo compilato da G. Targio- ni Tozzetti, si concludeva con due quinarî: Hanno ammazzato compare Macca! Essi erano destinati ad essere musicati: in una melodia tutto l’effetto estetico sarebbe stato affidato alle note musicali: volendone Îa- re un « declamato », Mascagni comprese che bisognava mutare il suono della parola finale, che avrebbe compromesso V’eîficacia: la mu- sica avrebbe dato un tragico acuto; il « recita- tivo» doveva dare un « aculo vocalico » per avere il massimo dell’espressione. I due qui- narî divennero per ciò un endecasillabo, e il cognome Macca Îu sostituito col nome Turid- du (con un i tra due u), formando l’efficacis- simo finale: Hanno ammazzato compare Turiddu! « Tutta la parlata italiana segue sempre questo procedimento musicale » (1). —_==2=p=Hkk11_1À_ (1) M. Campana, La musicalità della lingua ita- liana, Roma, Augustea, 1934, pag. 45-47. — 129 — L'androceo e il gineceo dei sostantivi (IX) 177. — Tutte le parole che, isolate, posso- no essere soggetto o complemento oggetto di un verbo sono no mi, ossia sostantivi, oppure sono altre parti del discorso che fanno le veci o le funzioni di sostantivo (vedi $ 41). Anche un insieme di parole, può esser: soggetto o complemento oggetto id un verbo. In tal caso, l’intero costrutio ha, sintatti- camente, le funzioni di sostantivo: | « è duro calle lo scendere e ’l salir per l'altrui scale (Par., XVII, 59-60). Tutto l’endecasillabo. « Jo scendere e ’| sa- lir per l’allrui scale» serve da soggetto alla voce verbale è: può considerarsi come un’u- nica espressione algebrica incluse Îra paren- tesi e che quindi può esser globalmente ele- vata a potenza, moltiplicata per un numero, sottoposta a segno di «radice», servire da « nominalore » 0 « denominatore », ecc. Ha funzioni di sostantivo, ma è composto di più parole: quindi non è un nome o sostan- tivo. 179. — Nella lingua italiana ogni nome deve appartenere ad uno dei due generi grammaticali: maschile o femminile. Nella sua evoluzione, il latino moderno (ossia l’italiano) ha eliminato il genere neutro, che esisteva nel latino classico e nelle lingue precedenti, e che persiste in altre lingue (1). I nomi o sostantivi SONO « maschili» o «femminili» per ragioni prevalentemente etimologiche e fòniche, ma anche per altre cause che non è facile indagare. Possiamo adottare la denominazione di gene - re maschile e femminile, insistendo però soprattutto sul primo vocabolo di tale denominazio- ne, ossia sulla parola genere, e non attribuendo troppo il valore distintivo di sesso alla qualifica « ma- schile » o « femminile » (2). Sono, ad esempio, grammaticalmente « femminili » la sentinella e la spia, pur se in- dicanti un uomo; son « femminili » l'aquila e la friglia, anche se si tratti del maschio di tali animali. Sono ripartiti nei due generi anche i nomi che esprimono oggetti o idee che non posso- no avere un sesso nella realtà: il fosso è ma- schile, mentre la fossa è femminile; il /egro non è, fisicamente, diverso dalla legna; gran parte delle malattie hanno un nome femmini- le (scialica, idropisia, scarlatlina, influenza), mentre sono maschili il tifo, il carbonchio, lo scorbuto, ecc.; il Coraggio è maschile e l’au- dacia è femminile; maschile è lo spavento e femminile è la paura. (1) Tracce del neutro rimangono nelle lingue neo- latine: lo spagnolo /o bueno, lo malo differiscono da el bueno, el malo; esprimono, appunto con valore neu- tro, ciò che è «buono» o «cattivo » in senso gene- rale e astratto, o « qualunque cosa » buona o cattiva: e l’articolo /o (distinto da el) serve appunto a speci- . ficare tale genere. Parimenti si hanno in porto- ghese i pronomi neutri isfo, « questo », isso, « code- sto », e aquilo, « quello », distinti dai maschili éste, ésse aquele. Anche in italiano sentiamo un valore neutro nel pronome ciò e altri simili. (2) La lingua inglese usa il vocabolo gender nella sola accezione di « genere grammaticale ». Si consi- deri che il nostro vocabolo genere, pur essendo con- nesso con generare, significa semplicemente « specie », GENERE E DESINENZA Né la sola desinenza in -0 o in -a basta. a giustificare l’attribuzione all'uno o all’altro genere: l'asma e il colera sono maschili. Inoltre, la massima irregolarità presentano i nomi in -e, terminazione va- levole per entrambi i generi. Non v’è regola nemmeno per i nomi di ani- mali: il formichiere, il camaleonte, ecc. sono sempre maschili, mentre la vo/pe, la cimice, la pulce, l’anojele, ecc. sono femminili anche se indicano il maschio di tali animali. Oggi si può liberamente dire «il figre » e «la figre », « il [lepre » e la lepre ». Più restii ancora ad una catalogazione ge- nerale sono i sostantivi in -e al quali non cor- . risponde un «sesso» fisico in ciò che essi rappresentano; il mofore è maschile, mentre l'automobile e la juricolare sono femminili (1); il bafltaglione è maschile, mentre la divisione è femminile, Sono maschili i nomi dei mesi (aprile, settembre, ottobre) ed è femminile l’esfate (2); son maschili i nomi "degli alberi (abete, elce), ma è femminile la querce (3); son maschili il rame e l’oltone, ma è femmi- nile la pirife; maschile è il diamanie e femmi- nile è l’orice. « categoria », senza implicare l’idea di « generazione » e tanto meno quella di « sesso ». (1) S’intende « una vettura automobile » e « una ferrovia funicolare »: il francese ha un funicolaire, al maschile, come ellissi di un chemin de fer funiculaire: lo spagnolo preferisce conservare l’espressione intera: un ferrocarril funicular. (2) Le altre tre stagioni hanno la terminazione in -a ed -0. (3) Querce (plur. querci) invece di quercia (plur. querce) è usato frequentemente in Toscana, ed in poesia o nello stile elevato. Però Dante e Petrarca usa- no quercia: « La carne dei mortali è tanto blanda, che giù non basta buon cominciamento dal nascer della quercia al far la ghianda ». (Par., XXII, 85-87) « Spenti son i miei lauri, or querce ed olmi » (Petrarca, Rime, II, Son. 83)  Sono prevalentemente femminili i nomi astratti uscenti in -e, e specialmente i nume- rosissimi in -ione: questione, ragione, addi- zione, interpolazione. Maschili, invece, sono i nomi in -ore, anche se astratti: dolore, calore, valore, colore, sapore, ecc. Complesse e interdipendenti sono le ra- gioni per le quali un sostantivo può aver mutato ge- nere grammaticale dal latino divenendo italiano o BEIPANCS in una lingua neolatina. * x x Comunque, il popolo non ha seguìto un semplice capriccio, ma ha ubbidito ad un istin- to, poi che unanime è stato il consenso nel- l'assegnare al maschile piuttosto che al fem- minile o viceversa un sostantivo che era del- l’altro genere, oppure nel determinare a quale dei due generi dovesse essere assegnato un « neutro » (2). Le cause van forse ricercate in fattori che . non è facile identificare a distanza di tempo, e che forse erano anche difficilmente identifi- cabili nel momento in cui essi agivano (3). (1) I corrispondenti nomi astratti francesi in -eur sono invece femminili: /a douleur, la chaleur, la va- leur, la couleur, la saveur. Son però maschili honneur, déshonneur, bonheur, malheur: mentre è femminile la fleur « il fiore »: e, in spagnolo, son femminili la. flor, « il fiore », Za labor, « il lavoro » (donnesco o dei cam- pi). In portoghese sono femminili a flòr, «il fiore », a còr, «il colore », a dér, «il dolore »; «l’onore » è a honra, con terminazione femminile. (2) Si dice che i «vocaboli seguono l’uso », ma « l’uso può in verità definirsi: viva e certissima espres- sione delle naturali proprietà della lingua e dell’indole del popolo che la parla ». I. Amicarelli, op. cit., vol. I, pag. 25. (3) « Gli antichi, conoscendo più intimamente i valori dei vocaboli, doveano spesso gustare un’occulta allusione, ove noi non ne scorgiamo pur l’ombra... Così veggiamo che Eschine chiama spauracchi e mo- stri alcune frasi di Demostene, che a noi sembrano vi- vaci ed energiche ». M. Cesarotti, Saggio sulla filoso- fia delle lingue, P. II, XIV, 2. cu fia MUTAMENTI DI GENERE Il sostantivo basso-latino amuletum, neu- tro, divenne in italiano e in spagnolo un amu- - leto, ed in portoghese um amuleto, ossia al AMVLE ETVMO ein i Wmulett di “een amulet can amulet : un i pniuleto. fo ‘une amulette I ‘um amuleto. | {0 amuletà <> | - MASCHILE: - — “NEUTRO” Valtr > FEMMINILE: IE Quale sa ha trasformato l'amuletum (neutro) în maschile o femminile? Amuleto scozzese del XV s;e- colo: reca incise, come parole magiche: « Consumma- tum » ed i nomi dei tre Re Magi: Gaspare, Melchior- re e Baldassarre. - maschile, come gran parte dei neutri in -um (ablativo i in -0-, Inizialmente fu maschile an- che in francese (1): poi divenne femminile — une amulelte — com'è femminile i in rumeno. (1) Appare nel 1558 in Pontus de Tyard; è ma- schile in Tabourot, femminile in d’Aubigné. Una causa ha dovuto ben esservi per produr- re questo mutamento (1). ù* * %* 183. — Constatiamo anzitutto che l’assegnazio- ne al genere è determinato assai spesso dalla vo- cale finale del sostantivo, o, più esattamente, che vi è una stretta relazione tra vocale finale e genere grammaticale. Talora è stata modificata la vocale finale, proprio in armonia con il genere: meridies era già maschile in latino, ma con aspetto fem- minile, poi che femminili eran tutti i sostanti- vi in -es della V declinazione. L'italiano ne ha fatto meriggio, con uscita in -0. Tipica terminazione maschile è la robusta vocale o. | Sono infatti maschili in italiano i sostantivi uscen- ti in -0. Fanno eccezione: a) la mano, per diretta eredità dal lati- no (3); (1) Tatuno ritiene che ciò sia dovuto alla finale, -ette, presa per suffisso femminile. (A. Dauzat, Dic- tionnaire étymologique de la langue francaise, Paris, Larousse, 1938; pag. 33). Ciò è possibile, ma il fran- cese ha un squelette, « uno scheletro », al maschile. (2) Il lat. meridies è sempre maschile, sebbene composto da dies, che talvolta è femminile al singo- lare, allorché esprime tempo o termine: praestituta die, « nel giorno prestabilito »: ha assunto la termi- nazione in -a, ma è maschile, in spagnolo e in porto- ‘ghese (el dìa, o dia). (3) Già in latino manus è uno dei pochissimi ‘no- mi della IV declinazione (nominat. e genit. in -us, abiat. in -w) che sono femminili: il femminile acus ha dato il maschile ago all’italiano, e il maschile ac al rumeno (acul, « l’ago », un ac, « un ago », ma femmi- nile al plurale: ace, « aghi », acele, « gli aghi »), men- tre il diminutivo femminile acucula è divenuto aguja in spagnolo, agulha in portoghese e aiguille (< ago » e anche « scambio ferroviario ») in francese. Femminile era porticus in latina, e si è mascolinizzato in « por- tico », mentre arcus, che era maschile sia al singolare ECHI MITOLOGICI b) l'eco, al singolare (« un'eco », con l’a- postroîo), per un riguardo alla ninfa di que- sto nome. | Il plurale, però è maschile: gli echi, poi che la mitologia non registra che una sola Eco (1); c) la virago e l’imago, che stanno latina- mente per viragine e imagine (o immagine): .« Avrem Camilla La gran volsca virago... » (A. Caro, Eneide, XI, 695) « Vedi le triste che lasciaron l’ago, la spuola e °l juso, e jecersi ’ndovine: fecer malie con erbe e con imago ». (Inf.) « Astolfo, poi ch'ebbe cacciato il mago, Levò di su la soglia il grave sasso, E vi ritrovò sotto alcuna imago... » (Ariosto, Orl. Fur., XXII, 23) d) la spicanardo o spiganardo, secondo alcuni pedanti. Ma la graîfìa più corretta è Spi- che al plurale, ha dato al rumeno arc, che è maschile al singolare (arcul, « l’arco ») e femminile al plurale (arce, « archi », arcele, « gli archi »). Femminile era Idus, rimastoci soltanto nella forma plurale, mascoli- nizzandosi: « gl’Idi di marzo ». (1) Soltanto la lingua italiana estende cavallere- scamente anche al nome comune eco la femminilità della ninfa: è maschile in francese, (un écho), in spa- gnolo e portoghese (el eco, o echo) e in rumeno (ecou, « eco », ecoul, «l’eco »), ed è neutro in tedesco (das Echo). La mitologia greco-romana non è, nel nostro ricordo, svanita come presso altri popoli neolatini: l’esclamazione popolare « per Bacco! » documenta quo- tidianamente quanto sia rimasto di romanissimo nel nostro sentimento. Soltanto la malafede politica ga- reggiante con l’ignoranza può spingere un italiano (!) ad affermare che «tra Roma antica e noi c’è rottura . storica, etnica e morale » e che «noi non abbiamo niente a che fare con gli antichi Romani, di cui con- serviamo i ruderi per motivi unicamente topografici ». G. de Ruggiero nel discorso inaugurale dell’Istituto di Studî Romani (! 1944-45. (Cfr. « Avanti! », anno XL VIII, n. 168, 19 dic. 1944). | — 1 .canardi, anche al singolare: e, in ogni caso il genere femminile è determinato dalla parola “spica; | e) alcuni sostantivi moderni, abbrevia- zioni di parole femminili nella forma intera, come aulo per automobile, joio per fotografia, torpedo per torpedine, autoblindo per auto- blindata, ecc. Î) La dinarno e la radio. La prima può considerarsi come abbrevia- zione di « macchina dinamoelettrica »; la ra- dio è femminile per distinguersi dal radio, me- tallo oppure osso dell’avambraccio (1). Tale distinzione fa sì che si chiami « una radio » anche un apparecchio di radiotelefonia: e si dice infatti persino « una radiotrasmittente », « una radioricevente ». Vengono spontaneamente a polarizzarsi nel genere maschile i sostantivi importati dal- le lingue straniere, i quali terminino in -0, anche se non esprimano un essere maschio puro se, nella lin- gua d'origine, non siano di tal genere. Si dice perciò non soltanto « il mikado » (2) e il gaucho, ma anche « un igloo » (3) « un ki- (1) In un primo tempo si adottò radium per il metallo: e tale è il nome di esso nelle altre lingue. AI contrario, il « quanto » della fisica moderna (interpre- tazioni e formule di Einstein e di Planck) tende ad esser sostituito con il latino quantum. Meglio che « quanto di azione », che si presta all’equivoco, si di- rà perciò « quantum di azione », ecc. Così è talvolta opportuno, per chiarezza, sostituire « massimo » e « mi- nimo » con maximum e minimum ogni volta che si esiga una scientifica precisazione. (2) I Giapponesi non usano la parola antiquata mikado più di quel che noi adoperiamo Rege per Re, o Prence per Principe. Usano Tennò (« Celeste Sovra- no »), che ora è vocabolo in uso anche in italiano. In eschimese – H. P. Grice: “Austin was a master of it!” -- idg/o (da cui abbiamo preso igloo per esprimere la « capanna fatta di blocchi di ghiac- cio) è la forma tematica della parola che significa «casa » e che può prendere una ottantina di suffissi diversi, modificatori dell’idea. L’eschimese è un esem- LA VOCALE PIU’ FEMMINILE mono » (o chimono), « un kRakemono » (1), « il macao » (gioco), anche se questi vocaboli non sono di genere maschile nelle lingue dalle quali li abbiam presi. Sentiamo come tipicamente Îîem- minile la riposante vocale -a. Sono prevalentemente femminili, in italia- no, i sostantivi uscenti in -a. Fanno eccezione: | a) la massima parte dei sostantivi in -a i quali indicano persona di sesso maschile: es.: il papa, il poeta, l'artista, l'autista, il boia, l’ulema, il paria, lo scriba, il pediatra, l’au- riga, il pilota, il radiogoniomeirista, il fa- scista, il nazista, l’antinazifascista ed altri nu- merosissimi sostantivi di tal tipo, di vecchio e nuovo conio: giornalista, linguista, idealista, opporiunisia, legittimista, barisia, arrivista, camionettista... Eccezione a questa eccezione sono quei sostantivi in -a i quali, pur riferendosi ad in- dividuo maschio, coincidono con il sostantivo che indica la loro professione: si dice perciò, al femminile, «la guardia» (colui che fa la guardia), « la spia » (che fa la spia) (2), « la pio di lingua « polisintetica »: igdlo è « casa », igdlors- suaq « grande casa », igdlulorpoq (igdlu-lorpog) « casa- ch’egli-costruisce »; igdlorssualiorpog (igdlo-rssua-lior- poqg) « grande-casa-che-egli-costruisce ». 1  Il suono, spesso simile all’italiano, di molti vocaboli giapponesi, non deve lasciar supporre che questa lingua abbia i generi grammaticali: diciamo « una katana » (« spada »): ma il Giapponese non vede nel vocabolo un genere diverso che in kimono, « ve- stito », o kakemono (pannello decorativo). Non ha « genere » neppure kodomo (« ragazzo » o « ragazza », » figlio » o « figlia », come il francese enfant: un en- fant, une enfant, o il russo celavièk, « uomo o donna », « essere umano »). (2) Il familiare « far la spia» non significa sol- tanto « agire da spione » ma anche «dar notizia seguida » (che serve di guida), mentre «il ca- merala » non fa «la camerata », o «il Sren Lama » non fanno «la grande lama » (1), ed « il caricaturisia » non Îa «la caricaturista » ma la « caricatura », e perciò son tutti sostan- tivi maschili. L’uso lezioso toscaneggiante di dire «il guardia » (per guardaboschi ) è altrettanto ri- provevole quanto ‘quello partenopeo di dire «il guardio ». Questo, anzi, è più coerente, poi che mascolinizza la terminazione! Sono anche femminili birba e recluta (2). b) parecchi nomi di cosa o astratti, uscenti in -/a e in -ma e derivati dal greco, co- me poema, telegramma, cablogramma, feore- ma, pianeta, dilemma, dramma (3), ecc. È rò femminile fisima, che non deriva affatto. dal greco physema (4); c) alcuni nomi esotici di animali o di greta e delatoria », coincidendo con il significato che ebbe anche in lingua: dal gotico spànan (affine al lat. specio: ad-spicio, con-spicio) « esplorazione », tale fu il primo suo valore: «Il re cercar fe di Lucina bella, Né sin l’altrieri aver ne poté spia ». (Ariosto, Orl. Fur.)  In tibetano [b]la-ma significa « prete », ‘e la traduzione letterale di Dalai-lama è « Sacerdote-Ocea- no », ossia il più grande fra tutti. 2) Entrambe le pronunzie « rècluta » e « reclùta » sono giustificabili, per l’incontro muta-liquida (come « rùbrica » e «rubrica »): più corretto sarebbe « re- clùta », per la derivazione dal francese recrue, ma più diffuso è « rècluta ». (3) Dramma è maschil: come componimento tea- trale (dal neutro greco drama) e può scriversi anche drama (plur. drammi e, più raramente drami), mentre è femminile come nome di monéta (dal greco drach- me, femminile): plur. dramme. | (4) Forse da sofisma: anche in tal caso vi sareb- be mutamento di genere, poi che sophisma, in greco, è neutro.  « NULLA » cose: gorilla, puma, lama (1), pigiama, ben- gala (2). È regolarmente femminile froika (0 froica), che è femminile anche in russo (3). d) il vaglia, nel significato astratto (« uo- mo di gran vaglia », « scrittore di vaglia »), e in quello bancario o postale; e) il sostantivo nulla, che alcuni gram- matici definiscono arbitrariamente avverbio ed altri pronome. Di quale nome fa le veci il nulla? (4). N (1) Più esatto, parlando del ruminante sud-ame- ricano, è scrivere Îlama e pronunziare « gliama », alla spagnola: il vocabolo non ha nulla di comune con il verbo /lamar, « chiamare », provenendo dalla lingua indigena chiciua (quichua). (2) L’inglese coloniale pyjamas, o pajamas, plu- rale, passato poi nella lingua e quindi anche negli altri idiomi europei, è originariamente il persiano paejama, che letteralmente significa « indumento (jama) per le gambe (pae), e indica i pantaloni portati dai Musul- mani di entrambi i sessi. — Il nome bengala, dato ai colorati fuochi di artificio, proviene da quello della provincia indiana Bengala (in inglese Berngal, pronun- zia « bengdl »): si chiamarono « Bengal lights» (luci del Bengala) i segnali pirotecnici usati nelle campa- gne inglesi in India, donde il nome. I bengala a sco- po festivo son chiamati dagli Inglesi « candele roma- ne» (Roman candles) probabilmente in riconosci- mento della superiorità dell’arte italiana, specialmente meridionale, nella fabbricazione di essi. (3) Il russo froika non è il nome di un veicolo, ma dell’attacco di tre cavalli, come per noi « pari- glia » è l’attacco di due: perciò è ridicolo dire o scri- vere « viaggiarono molte verste nella veloce troika »: per voler dar troppo il « colore locale », lo si dipinge con strafalcione italo-russo. (4) L'italiano nulla viene dal latino nulla res, «nessuna cosa »: lo spagnolo e il portoghese nada stanno per res nata, «cosa accaduta », e richiedono perciò il verbo negativo (no es nada, ndo é nada), e la negazione è sottintesa quando vengano usati isolati. Per la stessa ragione vuole il negativo il francese (ce n’est rien, « non è nulla »), giacché rien è il lat. rem, accusativo di res, « cosa ». Contiene invece la negati- va il rumeno nimic, « niente », dal lat. ne mica « nem- — 131 Con l’occidentale nulla possiamo associa- re, grammaticalmente, il buddhico rirvéna. Solamente le vocali -a ed -0, come finali di sostantivi, rivelano una polarizzazione preferen- ziale di questi rispettivamente verso il genere fem- minile e verso il genere maschile. Per i sostantivi uscenti in altra vocale, predomi- na piuttosto, come fattore determinante la scelta, il significato. Tra gli uscenti in -e son maschili quelli indicanti persone di sesso mascolino, come pontefice, primate, fante, esule, ecc., ed i numerosi nomi di pro- fessionisti e artisti in -ere ed -ore: ragioniere, aviere, spedizioniere, parrucchiere, cerimoniere, gondoliere, ecc.; imperatore, genitore, tutore, pretore, ecc. Analogamente, esprimendo la caratteristi- ca e la funzione, sono maschili i nomi in -ere e -ore di animali, meccanismi, strumenti e og- getti a scopo determinato: frampoliere, formi- chiere; roditore, — candeliere, paniere, carnie- re; motore. carburatore, silenziaiore, compres- sore, ventilatore; e persino gli astratti mate- matici o fisici divisore, faflore, denominatore, vettore, i quali hanno anch'essi una funzione specifica ed operante. Gli altri nomi in -e son più difficilmen- te catalogabili secondo norme generali (vedi 8 181). Preferenza per il genere maschile mo- strano i nomi uscenti in -i, ma non son numerosi: es.: brindisi tranvai, beri-beri, harakiri (2): ma son fem- meno una briciola ». — L'inglese nothing è « nessuna cosa » (no thing). — Il tedesco nichts e l'olandese niets son le rispettive negazioni (nicht. niet) sostantivate e di genere neutro. (1) Da ni-vana=<« non essere », con un r eufo- nico interpolato.  Diffusa e persino registrata da qualche dizio- nario rispettabile, è l’errata forma di karakiri, che in giapponese non significa nulla: harakiri è «taglio (Ki- TRE PAROLE DA CORREGGERE | rate mah fràja | o nel significato... (8 190) ri) del ventre (lara) >»: ma i Giapponesi usano più correntemente seppuku, che ha Io stesso significato, e che si scrive quindi con i medesimi ideogrammi, ma invertiti (sep = setsu = kiri, e puku==fuku hara). — Il beri-beri deve il suo nome al singalese beri, « de- bolezza », essendo questa una delle consequenze di tale polineurite epidemica, diffusa in Estremo Orien- te, e dovuta all’alimentazione quasi esclusiva di riso brillato (avitaminosi).  minili quelli di origine greca: es.: metropoli, crisi, stasi, ipotesi, sintesi, analisi, crisi, dieresi; tisi, clo- rosi, elefantiasi, ipodermoclisi; ed in gran DErte so- . no astratti. : sciah sLò scacco. mata -\o matto Na DE Di, . CÀ Ne Ì: Zeliose FRANC. ! ica et 1 su. "” " \ a noi Ca i " Nrpa & a _Ò S_Ò i MA XMATBI Lo «scacco matto » ‘non implica idea di follìa...  Nestia sostantivo italiano termina in -U non ac- centata. Per il loro carattere fòrlico forte, sono ‘ di genere maschile i sostantivi uscenti in vocale ac- centata: esempî: in -à: sofà, baccalà, podestà, scià (1), pascia, DIAGIIZ, UL, i  È il persiano sciah, da cui abbiamo avuto an- che gli scacchi: e l’espressione « scacco matto » ‘non ha nulla di folle, ma è il persiano sciah mate, « il Re / i 134 ta I SOSTANTIVI TRONCHI gagà, ragià, maharagià (1), baccarà; —. in -è: caffè, tè, canapè, viceré, corsè, lacchè, gilè (2); in -ì: giurì, colibrì, lunedì, mariedì, mezzodì, cadì, ecc.; in -ò: falò, pagherò (« un pagherò »), oblò (3); in -ù: fisciù, caucciù, bambù. Fanno eccezione i nomi, quasi tutti astrat- ti) in -tà e -iù, che terminavaon in -fade (-tale) e -lude (- -tute), come città, verità, castità, ca- rità, virtù ,gioventù. Nell’Italia meridionale è frequente la forma està per estate. Per analoga ragione è femminile mercè (da mercede): « lo son ]atta da Dio, sua mercè, tale che la vosira miseria non mi tange » Unf., II, 91-92) È oramai introdotto nell’uso corrente il no- me della musmé, che è anch’esso femmini- le (4). — 192. — Sono maschili tutti i nomi terminanti in consonante: bar, bazar, radar, harem, nord, sud, est, è sorpreso ». Ciò spiega perché tale espressione abbia suoni simili anche in altre lingue: è lo stesso « matto » che si usa per distinguere il colore non brillante. (1) Non rajah e maharajah, con grafìa inglese, che spinge anche ad erronea pronunzia: l’indiano ra- gia significa « Re » (lat. rex, ablat. rege), e maharagia «gran Re». (2) Oramai corset e gilet hanno assunto forma na- zionale e l’uso li ha messi abbondantemente in circo- lazione. (3) I puristi ammoniscono che oblò non è buon italiano, e che si dovrebbe dire « occhio » o « portel- lino »: ma ogni cameriere di bordo riderebbe del pas- seggero il quale gli ordinasse di « chiudere l’occhio » o di « pulir bene il portellino ». (4) AI vocabolo nipponico musmé si è dato arbi-' trariamente un significato più o meno piccante, men- tre, nel paese di origine, vale « fanciulla » o « figlio- la »: la più borghese delle mamme giapponese dirà che ha futari no musmé, ossia « due figlie », come di- rà che ha sannin no muskò, ossia « tre figli maschi ».  ovest, referendum, autobus, film, urang-utang, bùme- rang. 193. — Sono maschili le note musicali, indipen- dentemente dalla loro terminazione: fa, la, re, mi, si, do, sol. 194. — Analogamente possiamo adottare un cri- terio il quale disciplini l’incertezza che regna il me- rito alle lettere dell’alfabeto: si dice « una emme» o «un emme »? Allorché si voglia esprimere il « suo- no », sarà meglio considerar « maschile » qualsiasi lettera: ad es. «l’erre siciliano », « il c schiacciato », «un d raddoppiato ». Considerate come segno grafico, lianno fisonomia femminile le lettere il cui nome termina in -a, mentre sono da considerarsi maschili tutte le altre, ed in special modo quelle che hanno una terminazione ti- picamente maschile: « un’acca maiuscola », «la dop- pia zeta»; ma «un ipsilon maiuscolo ». L’uso ha fis- sato, con espressioni correnti, il genere di alcune let- tere: si dice infatti: « mettere i puntini sugli i», « un trave a doppio T:, «il doppio v », «l’i lungo ». Nel linguaggio matematico, si può dire «un x» e « una x ». Nel primo caso si inten- de piuttosto il segno grafico; nel secondo si allude all’« incognita ». 195. — Sono maschili tutte le lettere greche, che nella lingua originale son tutte di genere neutro. Il rapporto fra diametro e circonîerenza si chiama « p greco », o « pi-greco », per distin- guerlo dal « pi » italiano, che ha lo stesso no- ‘me (1). I 196. — Si considerano maschili tutti i vocaboli e i gruppi di vocaboli «sostantivati »: «il perché », (1) Perciò è inutile la specificazione di « greco » nelle altre lingue, nelle quali il « p» nazionale ha un nome differente dal «pi» dell’alfabeto greco: in fran- cese basterà dire pi, poi che la lettera francece è pé; parimenti in tedesco a « das Pi »; in inglese la lettera latina è pe (pronunzia « pi »), mentre il @ è pi (pro- nunzia « pài »). PIU’ CHE IL LETTERARIO INCHIOSTRO DI «il dolce far niente », «è vietato transitare sui pra- ti», «sono arrivati quando l’ite missa est era già passato », « al fre per otto si può sostituire un sei per quattro ». 197. — Le speciali denominazioni, marche di fabbrica, tipo di merce, ecc. seguono il genere della parola che esprime la cosa: si dice perciò: « un Cin- zano » (intendendo vermut), « un bicchiere di buon Chianti » (vino); «una millecento » (vettura), « una diciotto-ventiquattro » (macchina o lastra o positiva fotografica); « una tre-cilindri » (vettura); « un Savoia- Marchetti» (aeroplano); «una tre-alberi» (nave); «una fuori-serie » (vettura), «un delizioso Lacrima Christi» (vino), «dell’autentico Vedova Clicquot » (vino sciampagna), « un elegantissimo tre-quarti » (ve- stito, mantello). | o 198. — Il genere di un sostantivo può mutare con il tempo e per speciali eventi: nessuno dice più, oggi, «il Genesi », parlando del 1° libro della Bibbia. Dopo ia Grande Guerra, il nome fronte si è militar- mente mascolinizzato: « Colpito alla fronte, cadde sul fronte della IV Armata ». Né i puristi possono cancellare ciò che è stato: scritto assai: più indelebilmente che con letterario in- chiostro. Il plurale è a onde corte (X) 199, — Invece che maschile e femmi- nile, meglio si chiamerebbero solare e luna- re i due « generi » grammaticali, e quindi anche « so- lari » e «lunari» i sostantivi appartenenti all’uno © all’altro. Come già detto, (8 180), le due denomina- zioni « maschile » e « femminile » in uso nel- la terminologia grammaticale non significano infatti che l'appartenenza all'uno o all’altro « genere » sia necessariamente connesso con il sesso della persona, dell'animale o della co- sa che il sostantivo esprime. Un banco, un orologio, un capello o un locomotore, non hanno nulla di mascolino che li distinguano da una sedia, una clessidra, una barba ed una locomotiva: quei sostantivi son definiti « ma- schili » perché, grammaticalmente, seguono le regole vigenti per la classe di sostantivi alla quale, insieme con numerosissimi altri di tut- l'altra specie, normalmente appartengono i so- stantivi che significano individui maschi (u0- mo, leone, gallo) o considerati come tali (ser- pente, verme, granchio); invece la sedia, la clessidra, la barba e la locomotiva si compor- tano, grammaticalmente, come la donna, la leonessa, la gallina (e la faraniola, la lumaca, l’ameba). 200. — Neppure le antiche e moderne nozioni di anatomia, fisiologia e genetica hanno determinato in modo decisivo l’attribuzione dei sostantivi all’uno o all’altro « genere » in considerazione della funzione e dei caratteri dell’uno o dell’altro « sesso ».  È maschile il seme (lat. semen, neut.), ve- getale o animale che esso sia (1), ma non in "i restate, “So i : Ù Arcane connessioni collegano î fenomeni umani — e quindi anche quelli linguistici — con i moti astrali... A) tavola astrologica medioevale di corrispondenze ed l influenze dello Zodiaco sulle parti del corpo umano. B) e C) «epatta» e é lettera domenicale » servono a stabilire le « feste mobili» cattoliche in connessioni con i periodi solari e lunari. — D) tracce di « raggi | cosmici» nella « camera di Wilson », alcuni dei quali curvati o deviati da un campo magnetico. (8 200) 4 (1) Gli antichissimi riconoscevano un semen an- che nella materia prima dei minerali (Lucrezio). CONNESSIONI ARCANE quanto sia fecondatore, poi che è maschile anche l’uovo (lat. ovum, neut.), e lo è anche l’ovulo, mentre è femminile la cellula (1). At- tribuire all’etimologia fonetica le ragioni del- l'attribuzione all’uno o all’altro « genere » non îa che spostare il problema nel tempo, senza con ciò risolverlo. Probabilmente più vicine al vero erano quelle interpretazioni fisiologiche che stabilivano arcane connessioni tra i Îe- nomeni umani e quelli astrali (2). (1) Biologicamente, l’uovo, come l’ovulo è una cellula. (2) Tali connessioni vengono oggi definite strava- ganze « astrologiche » e ridicolizzate come « supersti- ziose »: ma «oggi non si ha più alcuna idea di quel che l’astrologia antica poteva essere, e persino coloro che han cercato di ricostruirla son giunti solo a vere contraffazioni, sia per voler fare di essa l’equivaiente di una scienza sperimentale moderna, poggiante sulla statistica e il calcolo delle probabilità, e quindi infor-° mata da un punto di vista che in nessun modo può esser quello dell'antichità e del Medioevo; sia per dar- si esclusivamente ad un teutativo di restaurazione di - un’« arte divinatoria », la quale fu solo la deviazione di una astrologia già prossima alla sua scomparsa, da considerarsi al massimo come una sua applicazione assai inferiore e ben poco degna di considerazione, come si può ancora constatare nelle civiltà orientali ». R. Guénon, La crisi nel mondo moderno, traduz. ital. I. Evola, Milano, 1937, pag. 108. — Il superbo di- sprezzo ostentato dalla «scienza» moderna verso la sconosciuta o misconosciuta antica saggezza non im- pedisce che si facciano oggi tentativi serî — o almeno qualificati tali — per distillare i dogmi e le norme di un’« astroterapia ». Non si negano, ma anzi si inda- gano i nessi tra macchie solari, raggi cosmici e feno- meni biologici, ma si ritiene inutile e « superstizioso » riconoscere ragioni profonde nel meccanismo del « ca- lendario ecclesiastico », reputando non degni di atten- zicne gli « arcani » motivi (arcani per la nostra igno- ranza) per i quali ia religione cattolica -- pur nemica dichiarata di ogni superstizione — continui a fissare le più importanti manifestazioni del culto, ossia le « feste mobili », con criterî astronomici, ossia « astro- logici» (nel senso non deformato del vocabolo). — Cfr. Clavius, Romani Calendarii a Gregorio XIII P. M. restituti Explicatio, Romae, 1603; — L. Ciccolini, Formole analitiche nel calcolo della Pasqua, Roma, gl Il latino considerava grammaticalmente femminili gli alberi, e ciò poteva apparir logico, in quanto la pianta può esser considerata la madre dei frutti, che in latino erano di genere neutro (1). In italiano, invece, i nomi degli alberi divennero ma- maschili, e femminili, in generale, quelli dei frutti: il ciliegio dà le ciliegie; si chiamano castagno l’albe- ro e il legno, castagna il frutto: così « il noce» e «la noce ». . I grammatici tradizionalisti strepitano a torto contro il nome arancio, verso il quale. sembra propendere la simpatia del popolo, specialmente nell’Italia centro-meridionale, Si può dire « ha mangiato un arancio », senza ti- more che si intenda « un albero di arancio », poi che si dice « ha mangiato un portogallo e un mandarino » (2). E non son frutta mascolinissime (gram- maticalmente) il fico, il cedro, il pistacchio, il limone, l'ananasso? La tendenza maschile ha forse la sua giustificazione nel colore ru- . bicondo, che ha polarizzato quel frutto verso il «genere solare », come il pomodoro.. Il latino arbor (îemm.) è divenuto albero, che è maschile. Forma antiquata è àrbore, che è maschile o femminile, a seconda del « sen- timento » con cui lo si usi: « Portano le galee 1817; — Elementi del Computo Ecclesiastico, nel « Ca- lendario del R. Osservatorio e Museo Astronomico ‘di Roma », 1943, n. s., vol. XIX, pag. 29 e segg. (1) Il «pero» era pirus (femm.) e la «pera» pirum (neut.); così malus, « il melo », e malum, «la mela » « il pomo ». (2) Il francese distingue une mandarine (il frutto) da un mandarin (dignitario cinese). Quest’ultima deno- minazione non viene dal cinese (i Cinesi dicono kuan! o kuan!-fu3), ma dal portoghese mandarim « colui che comanda » (mandar= « comandare »); ed in porto- ghese il frutto è mandarino. Dal Portogallo (Portus Cale) vennero a noi i portogalli. 1490 RAGIONI CHE IGNORIAMO ordinariamente due arbori, quello di maestro e quello di trinchetto » (1); ma « di fiori onoraia arbore amica — le ceneri di molli ombre consoli... » (Foscolo, Sepolcri, 39-40) 202. — Non ragioni botaniche o considerazioni del rapporto di maternità e di figliolanza, e nemmeno la termînazione in -us hanno determinato la masco- linizzazione degli alberi e la femminilizzazione dei frutti (2). Verisimilmente intervennero ragioni di al- tra natura (3). Furon probabilmente le medesime ragioni. . per cui mar ed aèr, entrambi neutri in latino, divennero «il mare» (masch.) e «l'aria» femm.). Così la terra (lat. terra, femm.) assor- bì anche #ellus (femm. non ostante la termi- nazione in -us); il latino ignis (« fuoco ») iu abbandonato, e venne adottato }ocus, che era. piuttosto il « focolare » e specialmente « il bra- ciere acceso per il sacrificio ». L’assegnamento all’uno o all’altro genere andreb- be ricercato piuttosto in ragioni « arcane», in un: (1) Pant. Nav., 47. (2) Mascolinizzandosi, populus (femmin.; genit. populus) divenne «il pioppo». — La facile confu- sione con populus (masch.; genit. populi), « popolo » fece sì che a Roma si chiami Piazza del Popolo quel- la che dovrebbe essere « Piazza del Pioppo», così chiamata per un pioppo stregato, creduto sede dello spirito di Nerone, e che fu abbattuto da Pasquale II nel 1099 per erigervi una cappella, più tardi ingrandi- ta nella chiesa di S. Maria del Popolo. Ashby, The Piazza del Popolo, Rome, nella « Town- planning Review », dic. 1924, XI, pag. 73 e segg. — Î VE i Piazza del Popolo, Roma, Palombi, 1946]. (3) Ignoriamo i criterî in base ai quali i varî al- beri fossero consacrati a questa o quella divinità: il cipresso a Plutone, la quercia a Giove, l’alloro ad Apollo: si decorava con corona di quercia chi aves- se salvato la vita ad un cittadino romano; di alloro si cingevano il capo i flamines in determinate feste; con rami di alloro si decoravano i ritratti dei geni- tori e degli avi defunti. n agi  ‘tempo nel quale l'istinto popolare manifestava an- ‘cora più potentemente la sua « sensibilità collettiva », la quale è qualcosa di assai diverso dalla somma del- le sensibilità individuali (1). Nel periodo in cui la lingua italiana anda- va formandosi, agivano sulla sua formazione influenze tipiche, che del resto caratterizza- no tutte le manifestazioni ed attività di tale periodo. Nel suo «Cantico delle Creature», S. Francesco poteva lodare il Signore nel nome di « frate ventu » e « frate focu », per « sora acqua » e per « sora nostra matre terra »: que- sta « mascolinità » e « femminilità » hanno un vero e proprio carattere cosmico. Siamo pro- prio nel periodo in cui il più alto fervore mi- stico e, insieme, il più rigoroso ragionamento collaborano ad intendere e sentire le grandi leggi armoniche che reggono il Creato ed han- no il loro riflesso nello spirto umano (2). (1) «Les représentations appelées collectives... sont communes aux membres d’un groupe social don- né; elles se transmettent de génération en génération; elles s’imposent aux individus et elles éveillent chez ‘eux, selon les cas, des sentiments de respect, de crain- te, d’adoration, etc. Elles ne dépendent pas de l’in- dividu pour existér, mais parce qu’elles se présentent avec des caractères dont on ne peut rendre raison par la seule considération des individus comme tels. C’est ainsi qu’une: langue, bien qu’elle n’existe, à propre- ment parler, que dans l’esprit des individus qui la. parlent, n’en est pas moins une réalité sociale indu- bitable, fondée sur un ensemble de représentations collectives. Car elle s’impose à chacun de ces indivi- dus, elle lui préexiste et elle lui survit ». L. Lévy- Biiihl, Les fonctions mentales dans les sociétés infé- rieures, Paris, Alcan, 1910, Introd. (2) San Francesco muote nel 1226, ossia nell’an- no stesso in cui nasce S. Tommaso d’Aquino; e que- sto colosso della filosofia muore (1274) nove anni pri- ma della nascita (1265) dell’autore della Divina Co- media, tutta permeata di tomismo, (e non soltanto nella sua concezione filosofica e religiosa, nia anche in quella estetica e sentimentale). In questo periodo si forma e consolida la lingua italiana. iL VI I DUE GENERI: SOLARE E LUNARE 203. — Le denominazioni «genere solare» “e «genere Iunare» si intonano alla concezione ‘ sacra, ed hanno bellezza di poesia. Queste due nuove denominazioni, proposte dalla grammatica rivoluzionaria, non appari- rarino più stravaganti di quel che sia l’analo» ga ripartizione delle consonanti arabe in « lu- nari » e «solari» (1). | | si ò fitog O SOL SECITIO | i Do 1. &ile ODI cosesa NV 0 Goo n SEE, tutte le cose ge9, po ARA 19 CLCELCÌ stiro 159 | coecao ses ant rv! OSO id LI so oee0O | veosese. |. Tutte le cose e tutti i fenomeni son dipendenti da un .| «dualismo » affermato dai più diversi sistemi cosmo- gonici e filosofici. (8 203) . (1) Le consonanti arabe si ripartiscono in «so- lari» e «lunari» non perché abbiano diretta connes- sione con i due astri, ma perché posseggono o non . I «generi» grammaticali sono impor- tanti perché rivelano, anche nel campo linguistico, quel « dualismo » che, da Platone in poi, è servito di base a quasi tutti i sistemi filosofici più solidi e per- manenti. Nella cosmogonia cinese, tutte le cose esi- sienti (Warn+-wu*, le « diecimila cose », le « in- numerevoli cose») e quindi tutti i fenomeni dipendono dall’azione dei « due principî: yang? e yin', attivo e passivo, energia e materia, lu- ce ed ombra, ecc.: e questi trovano un riflesso nel po e mo tibetano, nello J0h e in nipponici. Con questi criterî. un nesso può esser ricercato, con reciproca influenza, tra suono e « ge- nere », intendendo però questo non nel senso di « ses- so» ma in quello di ampia ripartizione dualista, nel- la quale rientra (ma non tutta occupandola) anche la distinzione dei sessi (2). posseggono quella « energia assimilatrice » che agi- sce nell’iniziale del vocabolo «sole » a contatto con la liquida (/îm) dell’articolo (al+sciams= assciams), energia che l’iniziale del vocabolo «luna» non pos- siede (alt qgàmar resta inalterato). (1) La terminologia moderna cinese e giapponese si serve di questi due nomi per formare anche i vo- caboli speciali di elettrotecnica (« positivo » e « nega- tivo »). Tutta la medicina «classica » cinese — che è ora in pieno rifiorire in tutto l’Estremo Est — si basa sullo yang? e lo yin!. Importantissimi sono gli studî che si fanno in Giappone, a scopo scientifico e tera- peutico. N. Sakurazawa estende il valore dello yang? e dello yin! anche nel campo delle vibrazioni lumi- ‘nose: il dr. T. Nakayama in quello della biochimica. — Cfr. T. Nakayama, Acupuncture et médecine chi- noises vérifites au Japon, in « Hippocrate », Paris. — Utilmente gli studî vanno estendendosi nel campo dell’acidità e al- calinità fisiologiche, con una originale e chiarificante interpretazione estremo-orientale del « pH ». (2) Il latino sexus significa propriamente « divi- sione », « ripartizione », per la sua affinità con « sec- LIO ». Ut, III « -A », TIPICAMENTE FEMMINILE La natura « melodica » della pronunzia latina faceva sì che la vocale finale avesse valore so- prattutto per la sua « quantità », ossia per il « tono » con cui veniva detta (1). Già però la finale -a si afferma in latino come caratteristica femminile, ossia « lunare » (2). _In italiano, avendo maggior valore il timbro della vocale, (cioè indipendentemente dal « tono ») la finale -a è ancor più tipicamente femminile (vedi 8 186). La vocale a è la più pura e più semplice; è pronunziata con gli organi Îonatorî nello stesso atteggiamento che essi hanno nella po- sizione di riposo: per pronunciarla, basta aprir la bocca ed emetter la « voce », senza alterare la forma delle labbra né collocare in modo speciale la lingua (3). Per tale sua «inerzia »», ben le si addi- rebbe la qualifica di « lunare ». Ben differente è invece l’articolazione della vo- cale o, che nella sensibilità acustica italiana si affer- ma come finale tipicamente « maschile », ossia « so- lare ». . (1) La voce, cioè, si alzava o si abbassava: « Na- tura vero prosodiae in eo est quod aut sursum est aut deorsum: nam in vocis altitudine omnino specta- tur ». Schoell, De accentu linguae latinae veterum grammaticorum testimonia, Leipzig, 1902, pag. 75. (2) Maschili in -a son in latino parecchi nomi co- muni e proprî di individui maschi, nomi di popoli e di fiumi, parecchi dei quali assumono terminazione maschile in italiano, oppure femminilizzano il signi- ficato: agricola, l’« agricoltore »j scriba, lo « scriva- no »; conviva, il « convitato », l’« invitato »; Persa, il « Persiano »; — il fiume Mosa, che è maschile in la- tino, diventa «la Mosa»; il maschile Sequana diven. ta «la Senna», ecc. — Cfr. A. Dauzat, Les noms des Lieux, origine et évolution, Paris, Delagrave, 1932, pag. 197-198. (3) Più diffusamente questi argomenti verranno trattati nel volume di fonetica, pronunzia e grafìa. Le labbra assumono infatti il massimo del- l'arrotondamento, la lingua arretra verso il palato molle (velo palatino: vedi fig. a pag. 63): il suono è grave. 207. — Questa « polarizzazione » della vocale fi- nale verso i due generi persiste, ma in modo diverso, nelle varie lingue neolatine. Son terminazioni tipiche rispettivamente « maschile » e « femminile » le finali -0 ed -a in spagnolo e portoghese; in francese, l’-0 si perde e l’-a si attenua in un suono torbido (e muta): in rumeno si ha il fenomeno misto dei due: latino ital. spagnolo franc. rumeno portogh. portus porto puerto pori pori poria poria puerta porie poarta * * * 208. — l’indole musicale della lingua italiana, e quindi l’istinto collettivo del popolo a risolvere « vocalicamente » i problemi grammaticali, appaiono evidenti nel genialissimo e scientificamente razionale espediente per formare il plurale. Il plurale dei sostantivi italiani è espresso dalla finale vocale -i. La pluralità degli oggetti rappresentati in parole troverebbe la sua più semplice espres- sione ripetendo tante volte il sostantivo quan- ti sono gli oggetti che si intende esprimere: così libro significherebbe « il libro » 0 « un li- bro », librolibro «due libri », librolibrolibro « tre libri », e così di seguito (1). Ma tale si- (1) Alcune lingue hanno il plurale per raddop- piamento, ma soltanto in casi speciali e si tratta piut- tosto di un «plurale generale »: così, ad esempio, il cinese kuo? « paese », forma kuo!-kuo?, « tutti i paesi », «i varî paesi »; nello stesso senso il giapponese for- ma kuni-guni da kuni, « paese »: e toki-doki, « spesso, di quando in quando », da toki, «tempo, volta »;  2A A F‘FZ[(‘1ZI «-1», VOCALE DEL PLURALE stema non sarebbe fonicamente economico (1). Genialmente, l'italiano — istintivamente — invece che aumentare i in tal modo il vocabolo, aumentò al massimo il numero delle vibrazio- ‘ni della vocale finale scegliendo appunio quel- la a « frequenza » più alta, ossia la vocale -i. La vocale -i è tipica desinenza del plurale ita- liano perché è il suono più acuto, ossia a ciclo più alto. 209. — Il latino aveva due terminazioni tipiche per il plurale: in -i ed in -s, ossia vo- calico e consonantico: nella grande concorde evoluzione, l'italiano ha portato alla desinen- za -i anche quei sostantivi che, in latino, ave- vano la terminazione plurale in -S: così lupus, plur. lupi rimase lupi, ma anche piscs, plur. pisces divenne pesci. Lo spagnolo e il portoghese seguirono le via consonantica, unificando nell’uscita in -S tutti i plurali: anche quelli che in latino usci- pe in -i: spagnolo /obo, « lupo », /obos, « lu- ì »; pez, « pesce», peces, « pesci »; portog. lobo, lobos; peixe, peixes. tokoro-dokoro «varî posti», da tokoro, «luogo »; nichi-nichi, «ogni giorno », da nichi, «giorno». Il giavanese anche: ad es.: dongèng «racconto », don- géng-dongèng « racconti d’ogni sorta »; woh « frutto », woh-woh, « varie specie di frutta »; e persino con pa- role straniere: /ampu, « lampada », lampu-lampu, « lam- pade d’ogni specie ». Si pensi anche al valore di plu- ralità continuativa che è nel nostro «eccetera ecce- tera »: e nel continuativo onomatopeico della locu- zione familiare francese «et patati et patata» allu- sivo ad un discorso interminabile. -— Cfr. Toddi, Gui: da alla lingua francese viva parlata e scritta, Milano, Ceschina, 1936, pag. 418 — e L. E. Kastner & J. Marks, A Glossary of Colloquial and Popular French, Lon- don, Dent, 1930, pag. 279. (1) La parola è « un simbolo dell’idea » e il sim- bolo «exprime simplement d’une manière économi- que un acte que l’on juge trop grave pour l’accomplir en réalité ». P. Janet, L’intelligence avant le langage, Paris, Flammarion LADEN POT ARR ER RAT SATTA NA TAR e anta ara ARAN APCRAA TRAVIANZE BI AA RAS ANO ve e afro eni ae i e rei iau Il suono «s» (0 meglio «rumore ») è tra le consonanti ciò che il suono «i» è tra le vocali. (vedi nota al 8 174) (1): 211. — Alla regola generale della formazione del plurale con la desinenza in -i sembrano far ecce- zione i sostantivi femminiti in -a, i quali hanno il plurale in -e. | L’eccezione è apparente, poi che questa -e non è che la risultante di a+i. La desinenza -i esprime il plurale. Per indicare più cose, si usa la vocale che ha più vibrazioni. (8 206) (1) In portoghese l’s finale si pronunzia « SC » (come nell’italiano « scìa »): anche così palatizzata la sibilante è efficace e penetrante, e la si usa per im- porre silenzio. — +150 = L’« A» NON FEMINEO Il suono vocalico e è prodotto dagli orga- ni fonatorî in posizione intermedia fra quella necessaria per emettere il suono a e quella che serve per produrre il suono i. Nell’alîa- beto sànscrito — che è disposto con criterî Îfo- netici — tale suono non è considerato vocale semplice ma « dittongo »: e il suono vocalico lungo ad esso corrispondente è al. Ha $i Su Hr dll Has: dar de Fai) Flo =au) Vai cai) Il au eau) In sanscrito, la: vocale e è un dittongo (=a + i) (8 211) semplici idittonghi 212. — Non formano il plurale in -e, ma in -i, ossia perdono l’-a del singolare, quei sostantivi nei quali tale suono -a non esprime la femminilità (0 « lunarità ») del vocabolo. Questa è la ragione per la quale i « maschili » in -a hanno il plurale in -i: artista (masch.), pliur. arti- sti; ma artista (femm.), plur. artiste. Rimangono inalterati al plurale i sostan- tivi — maschili o femminili che essi siano — i quali già hanno -i come vocale finale al singolare: perciò si dice e scrive «i brindisi, le tesi, le sublimi estasì ». 214. — Rimangono inalterati al plurale i sostan- tivi femminili in -ie provenienti dalla IV declinazio- ne latina, come serie, specie, canizie, superficie (lat. series, species, canities, superficies). | — Quest'ultimo fa però anche, e oggi lo si preferisce, superfici. Il sostantivo moglie fa mogli, giacché deriva da mulier. ‘ 215, — I] due i che risulterebbero dalla modifi- cazione della vocale finale in -i dopo un -i- preceden- te si unificano: perciò abbiamo mogli e non moglii, superfici e non superficii; così anche nei maschili figlio fa figli; occhio fa occhi. A maggior ragione scompare il segno -i- quando, al singolare. serve soltanto ad indicare il suono schiacciato (palatale) del c o g precedente: per- ciò: sorcio, sorci; orologio, orologi. 217. — Però l-i- va conservato: a) quando sia accentato: leggio, leggîi; b) quando l’ometterlo potrebbe generare equi- voci: principio, principii; (per non confonder con prìncipi, da principe). La grafla -ii non è economica: oggi vien. sostituita con -î. L’uso dell’î lungo (principj) è antiquato: in un testo moderno o in un gior- nale fa l’effetto anacronistico di una biga in una stazione ferroviaria. ; Si può usare la grafia -î anche per espri- mere una maggior accuratezza di pronunzia, allorché appunto il suono della parola impli- ca un prolungamento, poi che l’-i finale è pre- ‘ceduto da un -i- tematico: es.: Umversità degli Studî. E talora è bene mantenere distinti i due i: es.: «i carmi dei Salli». 218. — Nei nomi femminili scompare l’-i- che sia puro segno grafico indicante la palatizzazione del _c o del g precedente: guancia fa guance; frangia fa frange; spiaggia fa spiagge. Si conserva però l’-i- quando abbia l’accento: magìa fa magìe; farmacia, farmacie. | . La si conserva anche in provincia (provin- cie) per reminiscenza dell’amministrazione  « PATER FAMILIAS » romana (1); in reggie (da reggia) per non confondere con la voce verbale « egli regge). Si conserva l’-i- anche in tutti quei nomi femmi- nili nei quali esso sia preceduto da vocale: acacia, acacie; socia, socie; camicia, camicie (2); valigia, va- ligie; guarentigia, guarentigie; minugia, minugie. 219. — Assai perplessi sono i grammatici per i plurali dei sostantivi maschili in -co e -go, non aven- do sinora potuto escogitare una norma direttiva, atta a stabilire quando il plurale debba essere in -chi e -ghi e quando in -ci e -gi. Tutte quelle finora formulate contemplano tante eccezioni da perdere il valore di «re- gola ». Unica guida sarà. un buon dizionario, il quale av- vertirà ad es., che cuoco, fuoco, fungo, valico, chi- rurgo, ecc. fanno cuochi, fuochi, funghi, valichi, chi- rurghi, mentre porco, amico, traffico, medico, antro- pofago fanno porci, amici, traffici, medici, antropo- fagi. Mago fa maghi (però «i Re Magi»). Piccola consolazione è sapere che tutti i nomi in -òlogo (di derivazione greca e indi- cante scienziato specializzato) fanno in -gi: feologi, filologi, otorinolaringologi.  Importanti sono i due plurali anomali uomini, da uomo, e dèi da Dio. (1) Alcune forme antiquate restano appunto per affermare una tradizione: il latino pater familias man- ‘tenne la forma arcaica perché essa fosse simbolica custode della tradizionale autorità paterna e della santità familiare: questa forza sentimentale ed espres- siva dell’eccezione non fu capita dai profanatori della grammatica latina: (Schultz e seguaci) i quali si limi- tarono ad elencare le eccezioni, con burocratica in- sensibilità al grandioso fenomeno. — La forza socia- le della nazione inglese ha la sua espressione lingui- stica nel fatto che «l’inglese si scrive come all’epoca Tudor e si pronunzia come all’epoca vittoriana »: co- sì due potenti epoche si perpetuano nel linguaggio e nella grafìa. (2) Invece camice fa camici, e la distinzione è utile per due vocaboli di significato affine ma distinto. Però morologo fa monologhi, perché non si tratta della persona. E così dialogo. Come spiegazione non basta il riferirsi al latino homo e homines, poi che i sostantivi italiani, normalmente, non si son formati dal nominativo ma dall’accusativo o dall’ablativo: da leone(m) e non da leo si è avuto il /eone, da ordine(m) e non da ordo l'ordine. Ma, nel mistico e possente Medio-Evo, calunniato quanto misconosciuto (1), l'aderenza della vi- ta con la fede ed il culto rendeva vivo il voca- bolo evangelico homo. Considerare questo sin- golare « irregolare », senza motivarlo è tra- scurare un fenomeno significativo, espressio- ne intensa di un’epoca (rivedi nota al $ 216): è come visitare una città e volerne intendere la storia medievale senza neppur sbirciare la cattedrale. Analoga spiegazione va data del plurale « irregolare » dèi, sebbene qui il fenomeno sia inverso: deus divenne « dio », come meus di- venne mio (2); ma il sentimento religioso eb- be il suo riflesso sulla lingua: il Dio della —  « Nel 1179 Alessandro III prescrisse che ogni chiesa cattedrale avesse un maestro, «il quale istruis- se gratuitamente i chierici e gli scolari poveri nella grammatica e nelle arti »; particolarmente per le chie- se metropolitane prescrisse che il grammatico fosse distinto dal teologo e che questi tenesse lezione an- che per j laici. Forse in quest’ultimo ordinamento si deve cercare la causa dell’eminente cultura teologica di uomini laici che tutto seppero il profondo sentire cristiano che tanta luce irradiò sui genii italiani del- l’ultimo Medioevo, e fu poesia inarrivabile in Dante, fu arte sublime in Arnolfo di Cambio, in Giotto, in Nicola Pisano: era l'armonia del divino e dell’umano, che risplendeva nei genii in cui tutto era luce, e che il cosiddetto oscuro Medioevo possedette ben più che il secolo dei lumi ». G. B. Nigris, Zl Medioevo, Mila- no, Vita e Pensiero, 1933, pag. 49. (2) Vedi D’Ovidio-Meyer Liibke, Grammatica sto- rica della lingua e dei dialetti italiani. Milano, Hoe- pli, 1919, pag. 60. == ° V'È UN SOLO DIO nuova fede non poteva avere «plurale: dii sa- rebbe suonato eresia: e perciò Îu detto dèi, alla latina, come si disse e sì dice dea, alla latina, lasciando pagani i due vocaboli, poi che pagane eran le idee espresse. Infatti Si può e si deve anzi dire Dii soltanto in senso negativo, allorché si afierma che « le tre Per- sone della SS. Trinità non sono tre Dii, ma un solo Dio». Solamente in tale accezione (negativa), si può avere il plurale grammati- cale e concettuale di Dio: il plurale dèi è tut- l'altra cosa: lo sì scrive infatti con la minu- scola, e sentiamo che, parlando di una singo- la divinità pagana, è ‘preferibile dire « Giove, sommo tra gli dèi », anziché « Giove, sommo dio dell’antichità ». È più chiaro, più ‘ortodos- so e più consono alle ragioni che hanno deter- minato la distinzione tra Dio e dèi, distillando istintivamente nella differenza formale un in- tero brano di Summa Theologica e di fede (1). In questo periodo formidabilmente signiîi-, cativo e plasmante per noi Italiani, si è for- mato, con materiale linguistico pagano (mea domina), il nostro Madonna, mentre il senti- mento e il fervore d'arte traducevano le fede in capolavori tali che il vocabolo si irradiò, e permane gloriosamente italianissimo, in tutti gli idiomi civili. 221. — Maschili al singolare, hanno il plurale , femminile i due sostantivi uovo e miglio, con la de- sinenza -a: uova, miglia. (1) La dottrina dei rapporti tra ragione e fede ha la più chiara formulazione in S. Tommaso: «il fer- vore mistico di cui è pervaso il suo spirito non gli impedisce di mantenere ‘al ragionamento un assoluto rigore: logico, e l’uso dell’argomentazione sillogistica, esente da ogni vano formalismo, e spesso addolcita da esempi e allegorie, aggiunge vigoria e precisione alla dimostrazione. L’equilibrio della mente di S. Tomma- so si manifesta in ogni aspetto della sua sintesi ». L. Stefanini, // pensiero antico e medioevale, Tori- no, S.E.I. III NI OLII I PARI PARO RIE ICI PEARSON E Ca IERIOT, SEE I sparitazana  La desinenza -a del neutro plurale (ovum, plur. ova; — millum e mille, plur. milia) ha prodotto questa îemminilizzazione. L’eteroge- neità del plurale crea dei con!rosensi appa- renti nell’uso: si deve infatti dire: « delle due uova fresche, egli ne ha mangiato uno solo », e « molte miglia delle quali il primo è stato percorso... ». 222. — Parecchi nomi in -o, maschili al singo- lare, hanno al plurale, oltre la forma regolare, un’al- tra forma femminile in -a, generalmente con signi- ficato lievemente o fortemente diverso (1). Così fempo ha il plurale fempi, e anche fempora, nel significato esclusivo, però, dei quattro giorni di digiuno prescritti dalla Chie- sa all’inizio di ciascuna stagione (2): «le Quattro Tempora ». Parimenti: membro, plur. membri; ma son «le membra » quelle del corpo; (1) La grammatica rumena considera neutru ogni sostantivo che sia « de un gen la singular si de alt gen la plural»: es.: vin, « vino », vinuri, « vini», vinurile, « i vini »; amor, amori, amorile; bal (« ballo »), baluri, balurile; amestec (« miscuglio »), amestecuri, ameste- curile; ecc. (2) Le Quattro Tempora ebbero inizialmente ca- rattere eucaristico per ringraziare Iddio dei frutti del- la terra e fargliene quasi sacrificio per mezzo del di- giuno. Nelle ricorrenze e feste cattoliche «tutto fu così ben disposto e alle singole circostanze adattato, cerimonie, parole, canto e ogni altra esteriorità, da far penetrare profondamente nell’animo i misteri e le verità, o i fatti celebrati, e da muoverlo ad affetti ed azioni corrispondenti. Se i fedeli fossero ben istruiti in proposito e celebrassero le feste con lo spirito vo- luto dalla Chiesa nell’istituirle, si otterrebbe una rin- novazione e un accrescimento notevole di fede, di pietà e di istruzione religiosa, e, per conseguenza, l’in- tera vita dei Cristiani ne uscirebbe rinvigorita e mi- gliorata ». Catechismo di Pio X, Append. II.  DA «LE OSSA » A «LE PECCATA » muro, plur. muri, ma son mura quelle di una città, di una fortezza, o anche di una ca- sa, se considerate nel loro i insieme; osso, plur. ossî, ma son «le ossa » quelle del corpo, se considerate nel loro insieme, o di un membro, oppure quelle di grandi ani- mali. . Perciò si dirà:' « i due membri di un'equazione », « il co- mitato si compone di sette membri effettivi », ma « quel bimbo ha le membra gracilissime »; ca « è vieato scrivere sui muri »; ma «fra le mura di un convento »; « O patria mia, vedo le mura e gli archi... » (G. Leopardi, All’Italia, 1) « mangiar la polpa e lasciar gli ossi », ma « le ossa del cranio »; — « è proprio lui in carne e Ossa », «un Sasso che distingua le mie dalle injinite ossa che in terra e in mar semina Morle ». (U. Foscolo, I Sepolcri, 14-15) Un buon vocabolario dà gli opportuni av- vertimenti per l’uso corretto, e indica quelle locuzioni nelle quali il plurale regolare non è ammesso: sarebbe infatti ridicolo sostituire con i plurali regolari maschili quelli femmi- nilizzati in -a delle locuzioni seguenti: « leccarsi le dita »; « avere il lalte alle ginocchia »; «Jar saltar le cervella »; « roba da far cascar le braccia »; « gli Ja le corna »; « volger le terga »; poeticamente, in Dante: «E quel conoscitor delle peccata » (Inf., V, 9) AIAR rr ani IT TI dI TON NOTIFICA rn grI Zona; 4 RR e PILATO LOTITO IERI ONION 3» Maga ISIN PARI NEMENTORI RINT . Non hanno forma differente per il plu- rale, ossia non mutano nei due numeri tutti quei sostantivi la cui vocale finale non è passihile di mu- tamento: e cioè: a) i sostantivi uscenti in vocale tronca; Il troncamento implica la perdita di una sillaba, nella quale avveniva il mutamento: virtù è abbreviazione sia di virtute che di vir- tuti; città può significar citfade o ciltadi; an- che il monosillabo Re è abbreviazione di Rege odi Regi. I sostantivi a vocale « tronca » perché per- cossa tonicamente non possono alterare que- sta tipica vocale (1): si ha perciò « gli scià », «i caffè », «i falò », « gli gnu» (2). b) i sostantivi in consonante; - È erroneo dire e scrivere «i filmi », poi che non si dice o scrive « gli haremi », «i ba- zari » o «i trami »; ma è non meno erroneo, oltre che antinazionale, scrivere «i films», « gli sporfs », con una desinenza plurale che non è italiana e non è pronunziata. c) le parole sostantivate ossia che han- no solo « funzione » di sostantivo, ma non ne ‘hanno acquistato la natura e le proprietà: Si deve perciò dire «i quando e i come »; « | distinguo »; «1 bravo! »: «1 bene! »j «I bis ». (1) La lingua inglese, per la quale la vocale fina- le non dittongata è rara, la isola graficamente nel piurale: e ciò spiega perché il plurale di potato, do- mino, negro sia potatoes, dominoes, negroes, mentre fanno regolarmente boy, day, key, bee (boys, keys, bees). La vocale in fine di parola ha in inglese valore tonale simile alla nostra accentata. (2) Il nome di questa antilope africana, derivato dalla lingua ottentota, va pronunziato cen il g duro (ghnu) e non con il suono gn come in « sogno ». Abu- - sivamente gli Inglesi lo pronunziano « niù ». PROPRIETA TIPICHE DEI VOCABOLI A questa categoria appartengono i tre so- stantivi vaglia, boia e domino (1). d) i cognomi e i nomi proprî usati come tali, ad indicare individui di una stessa fami- glia o di uguali qualità fisiche o morali: Si dirà perciò: « i Bentivoglio », «i Colon- na», «i Savoia »s — «Î Pietro e i Paolo », « sono altrettanti San Tommaso », « due veri Quasimodo », « fre autentici Barabba ». L’uso è incerto sui due plurali possibili: « due ottimi ciceroni » o « due ottimi cicero- ne ». È evidente che, trattandosi di persone che servon da guida nelle visite dei musei o delle città, si dirà «due ciceroni », come si dice « due automedonti » (2); mentre di due orato- ri, valenti quanto Cicerone si dirà « due Cice- rone », lasciando questo nome al singolare e scrivendolo-con l’iniziale maiuscola. e) a maggior ragione sono invariabili i cogno- mi e nomi di scrittori ed artisti quando significano le loro opere: «alcuni magnifici Carpaccio », « due Tasso in elzeviro e tre Ariosto in-folio ». I nomi delle gentes e delle familiae latine ‘hanno però il plurale regolare: «i Giulil », (quelli della gens Julia), «i Claudii » (della gens Claudia). (1) Il nome vaglia è propriamente voce del ver- bo valere, ossia valga (="« abbia il valore di lire... »). Sconosciuta è l’etimologia del sostantivo boia, e quin. di ignota è la causa della sua invariabilità grammati- cale. — Il gioco del domino deve il suo nome al rin- graziamento che i giocatori (originariamente i mona- ci che lo avevano inventato) pronunziavano alla fine della partita: « Laus Domino! ». È dunque un dativo e non un nominativo. Ciò prova come i vocaboli con- servino delle proprietà tipiche, all’insaputa di coloro che li adoperano. — (E il gioco prova pure che si può servire il Signore ed onorarlo anche con il gio- co, specialmente in una religione che prescrive di « servire Domino in laetitia »). (2) Come il cicerone deve il suo nome al celebre Marco Tullio, così l’automedonte perpetua quello del guidatore del cocchio di Achille. al 'etdiaitron ina IECIAALILI 7797000100044 1] IPT97 0O6d pe EI è; Tonsono L*rRra.. (01 a6e/8 trrde das (PE Sd REbiSdr ASA 3 331% MILIARI AIA cotone nio  f) i sostantivi — in massima parte neologismi . tecnici — che han forma abbreviata o sintetica (vedi 8 184-e e 197): es.: «le foto», « due Cinzano », « po- tenti dinamo », « alcune moto », «tre o quattro mi- tra»; i g) i nomi delle lettere dell’alfabeto italiano o di quello greco, anche se bissillabi o trissillabi: « le acca », (o « gli acca, vedi 8 194), «due enne», « gli omega » (1); | Quelli di una sola sillaba sono invariabili anche perché rientrano nella categoria a), ter- minando in vocale necessariamente accentata perché unica. Per la stessa ragione è inutile elencare a parte, come invariabili, le note musicali: «i ja», «ire»,«i sol» (uscente in consonante). h) i nomi composti, dei quali la seconda parte sia un sostantivo diretto dalla prima parte del com- posto stesso. Generalmente questo secondo elemento del composto è già un sostantivo in forma plura- le: « il portasigarette », «i portasigarette »; il guardacoste, un mangiapreti, un serrafili, un cavatappi, un caccialorpediniere, un lanciasi- luri, un acchiappanuvole, un fagliacarie, un copialettere, ecc., tutti invariabili al plurale. Alcuni però hanno il secondo elemento al sin- golare, ma ciò, generalmente, non impedisce l’'invariabilità: il reggipetto, i reggipetto; il pa- rabrezza, i parabrezza; il portalampada, i por- falampada; e così sono invariabili lo stringi- (1) È corretto pronunziare « òmega » e non « omè- ga », poi che si scrive come parola unica (in greco è «o méga», ossia «o grande »), seguendo la norma la- tina della « quantità » della vocale (l’e è breve) e non quella dell’accento greco; altrimenti bisognerebbe dire: anche « omicròn » (in greco «o mikròn», ossia «0 piccolo ») e «ipsilòn », (in greco «y psilòn», ossia « y spelato, nudo, semplice », perché non dittongato), ed « epsilòn ». — Cfr. L. Macinai e L. Bianchi, Gram- matica greca, Roma, Lux 7 HEI IAA 17 6; 4 4; TE di ji 6; LA LOGICA DEI COMPOSTI naso, l’abbassalingua (strum. med. ), il para- pioggia (1). Non tutti i composti di deine ca- tegoria seguono però la regola: si dice «i parafan- ghi», «i ficcanasi », «i guardaportoni », «i lavama- ni», ecc.; plurali di i ficcanaso, guardapor- tone, ecc. Questi sostantivi hanno un plurale norma- le, perché hanno perduto oramai il loro carat- tere di composto. 225. — Con troppa disinvoltura alcuni gramma- tici hanno affermato *che «il plurale di queste parole composte non è sempre sicuro » (2). Al contrario, l'esame di questi vocaboli e dei rispettivi plurali è interessante e persino divertente, poi che dimostra con quanto acu- me logico ed istintivo equilibrio la lingua sap- pia distinguere ed armonizzare. (1) I superpuristi hanno in orrore questo voca- bolo: bisognerebbe usare « ombrellino » per il para- sole e « ombrello » per il paracqua. (C. Meano, Com- mentario Dizionario italiano della Moda, Torino, En- te Naz. della Moda, 1936, pag. 267). Il Fornaciari trova giustamente ridicolo che si. chiami ombrello lo strumento che non serve a far ombra ma si usa proprio quando non v'è il sole, e piove: il Fanfani, in testa alla falange dei puristi, sostiene che ombrello non deriva da ombra, ma da imber, « pioggia ». Sta a dimostrare il contrario l’inglese umbrella preso dal- l'antico francese umbelle, nel quale i Francesi stessi inserirono nuovamente l'r nel XVI sec. (1588, Mon- taigne): e il latino umbratilis corrobora tale deriva- zione lampante. Ma il Fanfani adduce di « aver sen- tito gattigliare un Senese con un Fiorentino a pro- posito di questa voce ». Sarà più saggio e italiano, ossia non regionalistico ma nazionale, non seguire i dettami di coloro che usano il verbo « gattigliare » come moneta a corso.legale: e diremo parapioggia, limpido vocabolo sostantivo italiano nella forma e nel buonsenso. Ché, se ombrello viene da imber, « piog- gia », sarebbe improprio usarlo come parasole! — Ma la lingua cammina e si perfeziona, anche se i « puri- sti» si affannano a mettere i bastoni o gli ombrelli fra le ruote! (2) A. Panzini, Gwida alla Grammatîca italiana, con un prontuario delle incertezze, Firenze, Bempo- rad,  La forma assunta nel plurale pone in evi- denza il processo mentale e linguistico attra- verso il quale il vocabolo composto si è for- mato. La figura di una mezzaluna rappresen- ta la metà di una luna: al plurale avremo al- . trettanie metà quante sono le mezze-lune raî- ligurate: perciò si dice e scrive mezze-lune: e così mezzenolli, mezzelinte, ecc. Tipici sono i nomi composti con capo-: la seconda parte può infatti esser connessa alla prima in modo diverso: se il secondo ele- mento è un sostantivo o aggettivo con valore attributivo, entrambi gli elementi prendono il suffisso del plurale: un capocuoco è un capo che è cuoco; al plurale saranno altrettanti ca- pi che sono cuochi: quindi capicuochi; il capo- saldo è un capo ossia un punto che è ben sta- bile cioè saldo: al plurale avremo altrettanti capi i quali dovranno esser tutti saldi al loro posto: e quindi capisaldi. Ma un capostazione è capo ossia dirigente della stazione: al plura- le avremo tanti capi, ma il numero delle sta- zioni non varia per ciascuno di essi, e posse- no esser persino parecchi capisiazione della imedesima stazione. Il composto caporione ofire un bell'esem- pio dell’armonia tra forma del plurale e signi- licato: se il caporione è inteso come capo di un rione, il plurale sarà capirione; ma se in- vece si intende non nel senso storico e signi- fica colui che sia capo di una combriccola di bricconi o burloni, perde il caraitere di com- posto, l'etimologia passa in secondo piano, 0 mi. svanisce, ed il plurale è caporio- ni (1 (1) Anche una sottile differenza di pronunzia di- stingue i due significati: come «capo di un rione» il vocabolo diventa di 5 sillabe (caporione), mentre nel significato traslato è di 4 sillabe, senza insistenza fònica sull’-i-. E la stessa sfumatura di pronunzia è, più accentuata ancora, nel plurale: capirione, capo- riont. UNA BUONA GUIDA Molti vocaboli hanno perduto appunto la loro fisonomia di « composti »: perciò sostan- tivi come falsariga, madreperla, melarancio, biancospino, cartapecora sono oramai consi- derali come semplici, ed hanno quindi il plu- rale normale. La sensibilità linguistica è buona guida: essa, ad esempio, ci îa percepire la differenza che v'è tra due plurali possibili del nome pomodoro: si può dire pomidoro e pomodori: nella seconda forma il vocabolo è considerato semplice, ed esprime l’idea nel suo insieme: Invece pomidoro è più lezioso ed insiste sul valore dei componenti: « pomi d’oro ». V’è poi una terza forma di plurale, più popolare, più SImpatica e più pittoresca: pomidori. — 163 — Digitized ù Google I tipici surrogati dei sostantivi (X1) Un sostantivo, il quale sia già noto a chi legge od ascolta, in modo cioè che non vi sia possibilità di equivoco, può essere sostituito da un surrogato. Questa sostituzione ha un triplice scopo: a) economizzare fonèmi; | b) evitare ripetizioni esteticamente nocive; c) porre in rilievo speciali rapporti. 227. — Il vocabolo che serve da surrogato di un nome si chiama «pronome, poi che sostituisce il nome ». da SÈ Secondo la ufficiale definizione della gramma- tica tradizionale, il pronome è quella parte del di- scorso che fa le veci del nome (1).  Non è dunque « pronome » un vocabolo al posto del quale non si possa collocare il nome del quale esso fa le veci. Nel periodo testé enunciato, le due espres- sioni « del quale » e «esso» possono esser sostituite da « del pronome » e « il pronome ». Nella figura qui annessa, la prima propo- sizione contiene tre sostantivi (San Martino, un povero ed il mantello): nelle proposizioni successive, raggruppate sotto i numeri 2 e 3, - (1) Il latino pro (dall’umbro pru, sanscrito pra) aveva il significato fondamentale di « avanti »: da que- sto si svilupparono i due significati di « difesa, van- taggio, favore » (pro-fitto, proteggere, « pro patria », « far buon pro ») e di « sostituzione, scambio » (pro- sindaco, pro-cura); in questo secondo senso esso en- tra a far parte del vocabolo « pro-nome ».  la ripetizione di tali sostantivi non avviene, poi che essi sono sostituiti da surrogati, o « pronomi »: questi, alla lor volta, possono esser sostituiti dai sostantivi che ciascuno di essi rappresenta, e ciò senza alterare né la forma né il significato delle proposizioni. ‘S.Martino € nni - senza un povero “IS i copertose-. i me, se ne va, il dopo aver: fp lo rin- val. ii graziato td È "0 n } ì “Sid on tutto il egli are sino le N0I e ® 6 et pla oznanini Il complesso gioco dei pronomi... (Le due figure son ricavate da un manoscritto miniato del XII secolo) Nella prima proposizione (contrassegnata con il n. 1) era indispensabile usare nomi (so- stantivi), per indicare di quali persone ed 0g- getti si intendeva parlare: erano necessarî vo- caboli con significato specifico: e questa è proprietà essenziale dei « nomi ». Se non si «nomina » la cosa, non si può « conoscere »' VALORE « ALGEBRICO » DEI PRONOMI di che o di chi si parli o scriva (1). Nelle pro- posizioni seguenti basta, invece, quel tanto di allusione che permetta l’identificazione: da ciò l'espediente genialissimo dei « pro-nomi », vo- caboli con significato generale, il quale diven- ta specilico a causa della loro collocazione formale e quindi ideologica. 229. — I « pronomi » sono, nel dis@orso, ciò che le lettere sono nel linguaggio algebrico. L'equazione atb=c— b non ha nessun signilicato quantitativo, poi che ciascuna delle ire lettere che in essa ap- paiono può avere qualsiasi valore (2). Infatti l'equazione stessa risponde perfettamente al- l’interpretazione aritmetica. (I) 0,00005 + 0,00001 = 0,00007 — 0,00001, ma. è anche altrettanto vero che essa corri- sponde non meno esattamenie alla interpreta- zione aritmetica _dD 1.235.336 + 6.444 = 1.248.224 — 6.444, (1) IH sanscrito naman (donde il greco ò-noma, dorico onyma; gotico namò, tedesco name, slavo [n]i- me; — lat. nomen, ital. nome) sta per [g]jnaman, don- de il lat. co-g-no-scere, come ben appare dai compo- sti co-gnomen, co-gnitio, ecc. (2) Le lingue isolanti, alcune agglutinanti, e, fra le europee, l'inglese, ci mostrano come alcuni prono- mi possano presentare una tendenza a ridursi e scom- parire, seguendo cioè un processo evolutivo di sem- plificazione. Cfr. J.M.D. Meiklejohn, The English lan- guage; its Grammar, History, and Literature; Lon- don, Blackwood, 1887, pag. 23. — Vedi anche 8 271. — La ricerca di una «paleolingua » rudimentale e senza pronomi sarebbe altrettanto infruttuosa quanto lo è stato l’affannosa e vana ricerca di un « paleopo- polo » o popolo primitivo senza Dio. (I due problemi hanno una connessione più intima di quanto possa apparire a prima vista). — «L'esplorazione storico- culturale ha constatato che, prima di ogni mitologia astrale e al di sopra di essa, si trova la figura del- l’Essere Supremo ». G. Schmidt, Manuale di Storia comparata delle religioni, 33 ediz., Brescia, Morcellia- na, 1943, pag. 131 (con ricchissima bibliografia). In unequazione, il. simbolo (lettera) può esser sostituito dal suo valore numerico, sen- - za mutare il significato (valore) dell’intera espressione. Non possiamo però scambiare il valore che una lettera ha in un’equazione (ad es.: nella (I)) o serie di equazioni connesse, S.Martino 0000 I gua, incontra —. > un povero | (Senza po gue D: Ti iL mantello; __| QUegli 3 É \; è | prende È me, Se ne va, dopo aver- “o rin- graziato g contutto il “Suo cuore. ha bad. ba Gi a: DI di. epli SI toglie ca S il suo nie ta-?h; 9 glia la metà, eglieladà. | I I pronomi sono i simboli algebrici nel discorso (8 229) con quello che possa avere in un’alira equa- zione (ad es.: nella (II)) o serie di equazioni connesse. | Cosìil valore (significato) di tutti i « pro- nomi » contenuti nella figura della pag. 166 e , Il loro complicato gioco nelle proposizioni UNIVERSALITÀ DEL PRONOME nelle quali compaiono sono dipendenti dalla premessa: in virtù di questa a= San Martino; (III) b= il povero; C = il mantello. Se la premessa fosse stata: « Giorgio incontra un amico senza cappel- lo », le proposizioni successive avrebbero po- tuto esser composte con i medesimi pronomi che nella figura in esame, ma i! valore di essi sarebbe ben diverso, poi che, per la premessa, a = Giorgio; (IV) b= l’amico; c = il cappello. Il pronome questi può dunque significa- re S. Martino, Giorgio o qualunque altro per- sonaggio; il pronome gli può significare « al povero, all'amico, all'individuo N. N. »; il pro- nome /o può sostituire il mantello, il cappello o qualsiasi allro oggetto, come le lettere alge- briche a, b, c possono rappresentare qualsiasi numero; ma non è possibile ad un pronome usato nelle proposizioni del gruppo (IV) il valore (significato) che essi hanno nelle pro- posizioni del gruppo (III) o viceversa. 230. — In questa universalità e, insieme, nella possibilità del significato specifico è la geniale carat- teristica dei pronomi. | E, poi che i pronomi sono, tra le parti del discorso, ira le più antiche, e complicatissimi nella forma, nella connessione ideologica e nell'uso, e presenti nelle lingue considerate « più primitive » (1) essi stanno formidabil- (1) «Il Lévy-Bruhl non ha mai definito in modo esatto che cosa intenda per primitivo... L’autore pone tutti i primitivi allo stesso livello in modo così con- fuso da ricordare per questo i classici dell’evoluzio- nismo ». R. Boccassino, La religione dei primitivi, in « Storia delle religioni » di P. Tacchi Venturi, Torino, UTET, 1939, pag. 53. mente a documentare (con una imponente massa di esempî probanti, in ogni tempo € paese) che il linguaggio non può esser opera di « evoluzione » nel senso che esso sia stato congegnato dall’animale (pitecantropo, antro- poide o altro fantasma scomparso senza trac- ce) il quale decise un bel giorno di trasîor- marsi in uomo ragionevole, artista, creatore, forse per l’arcana virtù magica di coloro che, nei secoli del razionalismo, avrebbero trasmes- so a ritroso nel tempo l’energia miracolosa (1). Il mirabile e logico criterio di economia e del « massimo rendimento », il quale regola tutto il Creato e i suoi fenomeni (2) irova nell’uso dei pro - nomi una sua interessantissima manifestazione. Il ripetere un sostantivo, ossia usare la medesima quan- tità di suoni (e perciò di energia muscolare) per espri- mere idee che, per esser state già espresse, non han- no più il medesimo rilievo che ebbero nella prima emissione (allorché cioè si presentavano come nuove all’ascoltatore) sarebbe stato in contrasto con tale principio, poi che sarebbe bastato un minimum di suoni per riconoscerle. Anche il fenomeno dei pronomi trascende il puro fatto grammaticale, concorrendo a convincerci che (1) Non è raro che i programmatici negatori del- la fede obblighino i loro « fedeli » a credere in feno- meni miracolistici assai più « eccezionali » di quelli che essi per partito preso combattono. E la scienza « arcipositiva » moderna non ha portato forse al mi- steriosissimo dogma irrazionale della « materia-ener- gia? ». Cfr. L. de Broglie, Materia e luce, Milano, Bompiani, 1940. (2) Un massimo scienziato ed artista tipicamente italiano, Leonardo da Vinci, formula e ripete questo fondamentale criterio: «// principio di causalità si identifica col principio di finalità e col principio di ragion sufficiente, senza residui... ” Ogni azione na- turale è fatta per la via brevissima” — ” Nessuna azione naturale si può abbreviare” — ” O mirabile e stupenda necessità, tu costringi colla tua legge tutti gli effetti per brevissima via a partecipare alle lor cause, Questi son li miracoli!” ». F. Orestano, Leonardo da Vinci, Roma, Optima, 1919, pag. 83-86. PRONOMI « SCIENTIFICI » mon è troppo esagerata l’affermazione per cui «la grammatica è parte di metafisica la più sublime » (1).  Brevi e sintetici, i pronomi possono an- ‘che sostituire tutto un insieme di vocaboli, sostanti- vando tutto il loro complesso è ponendosi quindi al posto di tale sostantivo ideologico. Così, ad esempio, dopo aver riferito tutta intera la celebre Prima Catilinaria pronunzia- ta da Cicerone nella storica seduta senatoriale dell'’8 novembre 6 av. Cr., possiamo aggiun- gere: « Cicerone, detio ciò, sollevò le braccia, €... ». La semplice sillaba ciò, pronome, rap- presenta, globalmente sosiantivale (e con la sostituzione del « pronome » al «nome» o « sostantivo » ideologico), tutte le parole e idee dell'intera orazione. ‘’ Anche per questo caso vale il paragone al- gebrico: complicatissima, ad esempio, è, nel- la moderna fisica, la formula quantistica di Planck riassumente la legge dell’intensità di radiazione lungo lo spettro del corpo nero: E, =2hcX—5 i e ben complicato sarebbe il riferirla tutta in- tera ogni volta che ad essa si allude. Sempli- ce e pratico, data l'equazione, è servirsi del solo simbolo E; , intendendo con esso la for- mula completa. Sicché E, è proprio un « pro- nome » scientifico (2). (1) P. Giordani, Opere, Milano, Botroni & Scotti, 1854-65, in 14 voll., vol. I, pag. 323. (2) Parimenti, in chimica il simbolo Cy può es- ser considerato un « pronome » dello stesso tipo, in quanto rappresnta un « gruppo di atomi » (il cui « no- me » è CN): il gruppo, costituito da un atomo di car- bonio ed uno di idrogeno, funziona infatti precisa- mente come un atomo di un metalloide monovalente. — Tipici connotati e proprietà di prono- mi e solamente di pronomi hanno quelli che la gram- matica tradizionale chiama «pronomi dimostrati- vi» (1). i | Questi pronomi tipici, ossia veri e proprî pronomi, si usano infatti per rappresentare individui, animali o cose di cui si sia già parlato o si stia per parlare e ne sostituiscono il nome, senz'altro: riferimento o rapporto. È 235. — Sono «pronomi tipici» (o « dimostrati-. Vi», O « indicativi »): egli, quegli, colui, questi, costui per il maschile ella, quella, colei, questa, costei per il femminile ESSO) cd pae 0000 sei per il neutro I « maschili » (o « solari ») si usano per indicare: le persone o. gli animali umanizzati (ad es., nelle fa- vole). Chiamiamo «neutri» i due pronomi esso e ciò in quanto, pur avendo aspetto maschile (giac- ché l’italiano manca di genere neutro formale), cor- rispondono ad un’« idea» che non è né maschile né femminile. Tali pronomi si usano infatti per surroga» re anche un complesso di vocaboli presi glo- balmente (vedi 8 232). 236. — I pronomi questi (questa) e costui (co- stei) fanno le veci di nomi che, nel periodo, sono più . La grammatica tradizionale considera a parte: egli, ella, esso, definendoli « pronomi personali », in- sieme con io e tu. La grammatica rivoluzionaria nega persino l’esistenza di « pronomi. personali », non ri- scontrando in essi nessuno dei connotati e nessuna delle proprietà dei « pronomi », (vedi $ 480). ‘ (2) Potrebbero venir inseriti qui anche i pronomi neutri quello e questo, ma essi sono propriamente aggettivi dimostrativi sostantivati. Lo sono anche le forme quella e questa, ma la loro « pronominalizza- zione » è più forte, appunto per il carattere di genere, DECLINAZIONE PRONOMINALE prossimi, mentre colui (e colei) sostituiscono nomi più lontani (I). Prescindiamo qui dal valore che gli stessi vocaboli hanno nel discorso nel quale inter- viene come attore colui che parla o scrive (vedi 8 480 e segg.). 237. — In tutti questi pronomi tipici si conservano abbondantemente le tracce della « decli- nazione », pur se le forme si siano allontanate da quelle latine, e sia stato persino spostato il valore delle desinenze dei casi (2).. Abbiamo infatti: Singolare: genitivo: ne (per i tre generi); dativo: masch.: gli; — femm.: le; accusativo: masch.: lui, lo; — femm.: lei, la; neut.: /o. . (1) In alcune lingue tale vicinanza o lontananza è espressa con speciale evidenza: il francese, ad esem- pio, usa l’enclitica -ci nel primo caso e l’enclitica -là per il secondo: celui-ci, celui-là; celle-ci, celle-là; ed usa cela («ciò ») riferendosi a cose già dette, mentre ceci si riferisce a cose che seguiranno: « Après avoir dit cela, il lui dit encore ceci», « Dopo avergli detto tutto ciò, gli disse ancora questo [che segue] ». — L’inglese ha vocaboli specializzati per riferirsi alle persone in connessione con l’ordine in cui sono state già indicate: «Jack and John are in the garden; the former is reading, the latter is singing», « Gianni e Giovanni sono in giardino: il primo legge e il secon- do canta ». (Si noti che Jack è diminutivo di John ed equivale a « Giovannino », « Giannetto » e non a « Gia- comino! »). (2) L'italiano loro, valevole per tutti i casi, si è formato sul genitivo illorum, sebbene il genitivo non sia normalmente sfruttato per la derivazione in ita- liano, essendo un caso che non è retto da alcuna pre- posizione, e la tendenza analitica scindeva perciò il genitivo in « de + ablativo ». sla . Plurale: nominativo: masch.: eglino (1), essi; femm.: elleno (2), elle, esse genitivo: loro; ne dativo: loro; (e le forme del nominat.) accusativo: masch.: loro, lis | e le forme del femm.: loro, le J nominativo Si hanno anche, per i casi diretti, i plurali: quelli, quei, (ant. queglino); questi; coloro; costoro; per il maschile; — quelle; queste; costoro; coloro per il femminile. I pronomi riservati alle persone non van- no usati riferendosi ad animali e tanto meno per sostituire nomi di oggetti. , Perciò si dirà correttamente: « gli mette il cappello », poi che gli significa « a lui » (per- sona); e « le mette la cultia », poi che /e= a lei: ma sarebbe improprio dire « gli mette il coperchio », trattandosi di un oggetto (= ad esso) (3). (1) Forma antiquata: «E alla madre narrò lo °’nganno, il quale ella ed eglino da Gisippo ricevuto avevano », Boccaccio, Decam., g. 10. (2) Forma antiquata: « E elleno conoscono me », Fioretti di S. Francesco, ediz. Firenze, Tartini, 1718, pag. 60. (3) Questa distinzione tra esseri animati e oggetti è importante, e si rivela ancora più evidente in alcune lingue: il francese, ad esempio, pone precise limita- zioni all’uso di pronomi riservati alle persone: è abu- siva, è vero, l’espressione « on en parle » (nel senso di « si parla di lui »), frequente nel linguaggio fluido: ma anche, nella conversazione più familiare, alla doman- da «Parlera-t-il de Jean? » nessuno risponderebbe: « Certainement il en parlera », si dirà: « Il parlera de lui ». Viceversa, anche parlando di un animale, è cor- retto dire: « Ce chien mord, n’en approchez pas », ap- punto perché l’animale non è persona. Parlando di nersone si dirà « Elle leur a répondu », « Ha risposto loro », ma, parlando di lettere, si dovrà dire: « Elle y a répondu », «Ha risposto ad esse» (letteralmente: « vi ha risposto »: e perciò si dirà, di un recipiente (oggetto) « il faudra y remettre un couvercle ». — Cfr. ANIMATO E INANIMATO . — Importante è constatare un’altra parti- colarità dei pronomi tipici: che, cioè, essi for- mano il plurale assumendo le desinenze caratteristi- ‘che del plurale dei verbi (8 168-169): eglino corrono; costoro dissero; coloro amerebbero; Queste forme, nelle quali è implicita un’i- dea di energia, non sono mai connesse con l’idea neutra, la quale rimane limitata al sin- golare (1). Si può affermare che l’italiano, nella sua struttura e nella sua mentalità linguistica, ha soltanto in questa occasione il concetto e l’e- spressione di « genere neutro ». Non bisogna infatti confondere il « neutro » grammaticale con il concetto di « oggetto inanimato ». Que- sta coincidenza, invece, esiste in alcune lin- gue (2). I 240. — Significativa è anche, in questi « prono- mi tipici» la desinenza in -i del nominativo singola- re (vedi 8 208), sintomo della loro vitalità. — P. Martinon, Comment on parle le francais, Paris, Larousse, 1927, pag. 291. — Questi esempî ci chiari- scono il processo mentale in relazione con l’espressio- ne linguistica. — Non per imitare una lingua straniera, ma per porre l’espressione in- buona lingua nazionale più aderente al pensiero, diremo perciò: « mettercì (o: mettervi) un coperchio ».  Vedi nota al 8 180. (2) L'inglese, salvo specrali eccezioni, usa il pro- nome neutro if, «esso », per tutto ciò che non sia persona. — I Giapponesi, i quali pur conferiscono una sensibilità e persino un’« anima » anche alle cose (cfr. I. Yamazaki, La concezione giapponese della Natura, in « Yamato », 1942, a. II, XII, pag. 296), usano due diversi verbi «essere », uno per gli oggetti e l’altro: per gli esseri animati (persone o animali): hon ga ari- masu, « c'è un libro »; neko ga ori-masu, « c’è un gat- to ». — L’inerzia del neutro è messa in evidenza dal- l’uso del russo TO, dimostrativo neutro, che, aggiun- to encliticamente ad un pronome o avverbio indeter- minato, ne esaspera l’indeterminatezza: ktò-to, « qual- cuno, non so chi », gdjé-to, « in qualche posto, non so dove »; kudà-to, id. (moto a luogo). i Le Questa terminazione, espressione di vita- lità, si trova anche nel nominativo dei femmi- nili (costei, colei); il pronome ella esce in -a per la sua origine aggettivale (lat. illa): ma hon ga arì-masu ì (9 "po - pri Cedesi Pai pri ceti - i! A) esseri animati e cose: in giapponese, il verbo « es- sere» non è il medesimo per un soggetto animato e per un soggetto non vivente (neko ga ori-masu, « c’è un gatto »; hon ga ari-masu, « c’è un libro ») — B) lV’i- nerzia del neutro: il neutro russo «-TO » unito encli- ticamente ad un vocabolo, ne accresce l'indetermina- tezza, (vedi nota al $ 239). l'uso, appunto per questo, tende a sostituirlo con lei (uscente in -i) anche nel nominativo. | 241. -—— I pronomi lui e lei sono propriamente due accusativi: l’uso però tende a dar loro anche il valore di nominativo, e ciò a causa della loro inten- sità tonale. — 176 — (4%) sO = " el : S he” Q v no) % _Ò = v v po iu e) = gas 9 3) 5 $ >= pronome monosillabo sost Cat n U Inaria ») ... il a lin i at cne e C icet C ( ARI MACC IG affresco d lare dell’ | PN POT ICO (parti icerone seaCanaltnan oa C Tre M "na SI ABBUET uan i di i; È hi SEUI È Hi FEAR He sisi ERA, dti ;) MII iii e n A di; FORME E TONALITÀ DI Non soltanto è lecito, ma è obbligatorio adope- rare queste forme, tonalmente. più forti: a) quando, per inversione: (ossia per la prece- denza del verbo), l'intonazione richiede maggiore in- tensità tonale sul soggetto così posposto; b) nelle opposizioni concettuali ad altre per- sone; c) quando siano isolate, sottintendendo il verbo. Perciò sarà erroneo dire «lui arriva con l'elettrotreno delle 5 »; si dovrà dire « egli ar- riva... »; — ma si dirà benissimo « con l’elet- irotreno delle 5 arriva lui, e con il seguente arriva lei ». — Alla domanda: « Chi è stato? » non si può rispondere « È sfafo egli! », ma si dovrà dire « È sfato lui! », 0 anche semplice» mente « Lui! ». Per le stesse ragioni si dice « Poveretto ‘ lui! », « Felice lei! » (1). Al contrario, allorquando, per il minor rilievo che il pensiero dà all’idea espressa dal prono- me, anche l’intensità tonale è minore, l’accusativo di tali pronomi tipici assume una forma «atònica »: lo, la, li, le. | Queste forme atòniche precedono il verbo, pro- “cliticamente (il /o ed il /a potendosi anche ridurre alla sola consonante: «I°» apostrofata); oppure lo seguono encliticamente, sì che, nella scrittura, si fon- de in unica parola con esso: « /o vede, l’abbraccia; li ammira; credevalo; lodanli »; «io l’odiai sì, che non potea vedella » (Ariosto, Orl. Fur., XLIII, 45) In questo verso, vedella sta per vederla, con un’assimilazione che è frequente in molti dialetti. (1) Rivelatore del nesso che lega il « sentimento » con il «caso » grammaticale è il latino, il quale pone in accusativo il nome della persona o cosa che desta il sentimento espresso esclamativamente: infatti, do- po 0 si può usare non solo il vocativo ma anche (ed è più efficace) l’accusativo: « O stultum hominem! » =« Ma che imbecille! »). Il raddoppiamento della consonante si ha invece normalmente quando tali pronomi se- guono una voce verbale « tronca », per la già nota legge fonetica (vedi $ 172): « farallo, ve- stilli » (= « lo farà, li vestì »). Anche altre forme pronominali (dativi gli, le; ge- nitivo ne) diventano atoniche e si aggiungono encli- ticamente al verbo. Non si può raddoppiare la consonante ini- ziale di gli, perché di natura composta (=1+ D | e già quindi equivalente ad una doppia (1): perciò si ha vedranne = ne vedrà; mostrolle = le mostrò; udillo = lo iudì; ma diragli = gli dirà; lanciògli = gli lanciò (2). « e ’I grifon mosse il benedetto carco sì che, però, nulla penna crollonne ». (Purg., XXXII, 26-27) Gli atonici possono anche unirsi Îra lo- ro: in tal caso il pronome gli assume eufo- nicamente la forma glie: e si ottengono così i gruppi: glielo, glieli, gliene, ecc., che si pos- sono scrivere anche staccati: glie /o, glie li, glie ne, ecc. 243. — Il complicato gioco dei pronomi e, spes- so, l’intricato intreccio ideologico che essi determi- nano nelle proposizioni che li contengono richie- (1) L'articolazione italiana del suono gli si può insegnare facilmente agli stranieri, addestrandoli fa- cendoli pronunziare sempre più rapidamente « fil-li-jo, fil-1jo », « filljo, figlio ». (2) Questo vocabolo, così congegnato, non è trop- po bello, ma può servire, ad esempio, nello stile fa- ceto: è bene scriverlo con l’accento (/anciògli) per non confonderlo con il presente in 12 persona (/ànciogli). In greco — sia antico che moderno — il fatto che più enclitiche possano seguirsi (ciascuna inviando il proprio accento sulla precedente) non impedisce che esse si scrivano staccate: es.: dòs moi to, (« damme- lo »: pron. mod. « dhos-mi-to »); an tis pote éipe («x se alcun dicesse »: pron. « an-tìs-pote ìpi »). Cfr. C. Ca- pos, Nouvelle grammaire grecque (gr. moderno), Hei- delberg, Groos, 1908, pag. 11 e segg. Ma . — — ur—» & “o —= Faa Lera IL SIGNIFICATO INTUIBILE dono la massima attenzione è cura nel loro uso, af- finché questi ottimi strumenti di semplicità, eleganza: e chiarezza non si risolvano invece in coefficienti di oscurità e confusione: sarà bene che il «nome» che ogni pronome sostituisce non sia troppo lontano da questo nel periodare; la « concordanza » serve appun- to a determinare una maggior chiarezza: un nome maschile o femminile, singolare o plurale deve avere come suo «surrogato » un pronome dello stesso ge- nere e numero. Non è raro, nel parlare familiare, l’uso er- tia del dativo maschile gli per il femmini- e le. Talora può essere imbarazzante stabilire quale sia il nome che il pronome rimpiazza. Vi sono dei casi in cui, ad esempio, il pro- nome la sta invece di un nome femminile che non è espresso perché tale nome non esiste nella lingua italiana: è vano arzigogolare di grammatisti il voler trovare ad ogni costo il «nome » che il « pronome » la sostituisce nel» le espressioni: « Chi la dura la vince ». « Chi la fa, l’aspetta ».. « Me la pagherà! ». «L'ha fatta grossa! ». Ma sappiamo benissimo che cosa si inten- da: il «sentimento » ci rivela intuitivamente Il vero significato, che qualunque « nome » preciso attenuerebbe. , E si ha anche il plurale le, con analogo significato; efficace perché indefinibile: « Ma le pensa proprio tultel ». ta I pronomi integrali (XII) 244. — Mentre i « pronomi tipici » hanno la li- mitata funzione di sostituire il nome, e possono quin- di esser sostituiti alla lor volta con il nome che essi rimpiazzano, poi che non aggiungono alcun altro ele- mento all’idea espressa dal nome stesso, vi sono altri pronomi i quali non hanno puramente e semplicemen- te questa funzione di sostituzione, poi che contengo- no qualche altro elemento. Ricollocando al posto di essi il nome del quale sono « pro-nomi », è infatti necessario aggiungere ancora qualche vocabolo, che cor- risponde appunto a tale elemento inte - grante il significato del nome. Allorché diciamo « uno è venulo », « cia- scuno la pensa a suo modo », « nessuno è lì », «Checché se ne dica », usiamo, come prima parola in ciascuna di queste proposizioni un pronome,. che sostituisce il nome di persona o cosa, ma che non potrebbe esser sostituito semplicemente con il nome che es- so rimpiazza, dovendovisi aggiungere — per mantenere inalterati il significato e il rappor- to ideologico — qualche altro elemento inte- grante il nome stesso: « un uomo è venu- to », « ciascun individuo la pensa a suo mo- do », « nessun uomo è lì », « qualunque cosa se ne dica ». A Paolo e Francesca Dante dice: « venite a noi parlar, s'altri no! niega! » (Inf., V, 81) ss  con una proposizione ipotetica, nella quale il pronome altri sostituisce « persona, Individuo, essere », ma non senz’alira indicazione: ed è infatti una riverente ed eîlicace espressione. che significa « Iddio ». 245. — Come si vede, l’aggettivo specificante che va aggiunto al nome perché questo abbia un signifi- cato equivalente a quello del pronome, coincide spes- | so per forma, e sempre per significato, con il prono- ‘me stesso. Nella grammatica tradizionale questi pro- nomi sono chiamati « indefiniti ». Tale deno- minazione è vaga ed inesatta. Nella grammatica « rivoluzionaria >» essi assumono il nome di pronomi integranti o inte- grali. a 246. — Definizione' di tali pronomi può dunque essere la seguente: « Chiamasi pronome integrale quella par- te del discorso che, sostituendo un nome (e perciò « pro-nome »), aggiunge all’idea espressa da questo l’elemento-limite nel quale essa va intesa » (1). (1) Intenzionalmente usiamo l’espressione mate- matica di «elemento-limite », appunto per stabilire un’analogia con il signicato che la qualifica di « inte- grale » ha nel calcolo differenziale: l’area (di signi- ficato) del pronome è data appunto da tale concetto di limite che il pronome integrale pone all’idea espres- sa dal semplice nome: la definizione corrente di « pro- nomi indefiniti » potrebbe esser accettata con la ri- serva di dare ad essa un valore matematicamente as- sai complesso («integrale indefinito » della funzione della variabile per la: quale s’intende il valore del pronome stesso), e ciò non gioverebbe alla chiarezza. — È interessante notare come i grammatici, nel de- finire « indefiniti » (ossia «illimitati » nel significato) questi pronomi, abbiano commesso un errore assai simile a «quello che per molto tempo ha gettato un’ombra oscura sulle basi del calcolo infinitesimale » (« il cosiddetto rapporto differenziale non è affatto un rapporto, ma è semplicemente il limite di una succes- sione di termini, che sono dei rapporti ») F. Waisman, Introduzione al pensiero matematico, Trad. ital., 22 ediz., Torino, Einaudi, 1941, pag. 205. — Al lettore 2a 182 — usi gie lr PRE INIE Siia rai I a rie RO « TUTTO » NON HA PLURALE 247. — Il «limite» che determina l’ampiezza massima dell’« area di significato » di questi pronomi può essere anche 0 (infinito = indefinito), ma, nel- la grande maggioranza dei casi, il contesto pone un limite più o meno ristretto: sicché questi prono- mi sono quasi sempre «relativamente indefiniti ». Allorché diciamo: « Chiunque avrebbe agi- to come lui », il pronome esprime qualsiasi persona, senza limitazione. Parimenti nel pro- verbio « Ognuno per sé, e Iddio per tuffi ». 248. — Va qui notato che il pronome tutti è ap- punto il plurale di ognuno, ciascuno, come appare — evidente dal proverbio or ora citato (1). Che, per forma, esso sembri il plurale di lutto non deve indurre nel facile errore. Il pronome tutto (con valore neutro = lat. omnia, « tutte le cose ») non può avere plurale, poi che già ha l’estensione massima. 249. — Generalmente, però, vi è una limitazio- ne, normalmente espressa con una proposizione rela- « letterato » queste « divagazioni » matematiche sem- breranno fuori luogo: auspicabile è invece il giorno in cui un intelligente Ministro dell’Istruzione Pubbli- ca comprenderà quale funzione chiarificante e coordi- natrice potrà avere sui giovani avviati nel cammino delle belle lettere lo studio del calcolo infinitesimale, della geometria analitica, e di tutti quegli affascinanti settori matematico-filosofici esclusi oggi dai program- mi della Scuola Media. — Legga il lettore «lettera- to » il delizioso volume dell’Ing. G. Bessière, ZI calcolo differenziale ed integrale reso facile ed attraente, Mi- lano, Hoepli, 1930, e scoprirà insospettati panorami, grandiosi ed inspiratori. E ricordi che Dante aveva una vasta cultura scientifica, e che Wolfango Goethe avrebbe avuto miglior successo nei suoi studî sulla teoria della luce e dei colori, se una maggior cono- scenza delle matematiche l’avesse controllato nel suo « dirizzone » anti-newtoniano. — Cfr. W. Goethe, Zur Farbenlehre, Tiibingen, Gotta, 1810. (1) Tale affermazione vale anche per le altre lin- gue: cfr. il francese « Chacun pour soi, Dieu pour tous »; spagn.: « cada uno para sì. y Dios para todos »; ted. « Ein jeder fir sich, und Gott fiir alle »; ingl.: « Every man for himself, and God for us al/». e  tiva: (vedi 8 266): parlando del proprio amore, dice il Petrarca: « e proval ben chiunque E infin a qui, che d'amor parli o scriva». (In morte di Mad. Laura, s. XLI, 10-11) limitando, nel secondo verso, l’estensione del prono- me chiunque | “chiunque o: chiunque contravvenga...” | ° { violazione della legge So °° a (d(0 ES I. Nella proposizione « La legge è uguale per tutti >, il pronome è illimitato. — II. Nelle disposizioni di legge la zona del pronome chiunque è « infinita» ma non «illimitata» (è limitata dall'angolo). (8 249) Per giuridica coerenza ha valore limitato il chiunque contenuto nelle disposizioni di leg- ge: «Chiunque contravvenga alle presenti LIMITI DELL'AREA PRONOMINALE norme sarà punito... ecc. »: è evidente che la pena non è comminata a chiunque nel senso generale, ma limitatamente a coloro che vio- lino la legge emanata. Tale limitazione può essere rappresentata geome- tricamente con un angolo, il quale ha un’area infi- nita ma non illimitata. Un angolo di 360 gradi esprime ottima- mente il valore di questi pronomi, allorché nessuna determinazione precedente o succes- siva interviene a limitarne l'ampiezza di si- gnificato: tale, ad esempio, è il valore di ognu- no nel detto: « Ognuno ha il suo ramicello [di follia] (1) e il valore di tutti nella massima: « LA LEGGE È UGUALE PER TUTTI » (2). * * * 250. — Analoghe limitazioni hanno i pronomi negativi, in quanto sono gli stessi pronomi che i precedenti, i quali hanno attratto e incorporato la ne- gazione che, propriamente, si riferisce all’azione o allo stato espressi dal verbo. « Nessuno è venuto » significa infatti che ognu- no si è astenuto da tale azione (venire), ossia « ognu- (1) Franc.: « Chacun a sa marotte »; spagn.: « To- dos somos locos, [los unos y los otros] »; ted.: « Jeder hat seine Schelle »; ingl.: « Everyone has his hobby ». (2) Anche tutti, perchè plurale di ognuno, ciascu- no, ecc., e il singolare tutto con valore neutro posso-. . no avere limitazioni: la limitazione numerica è espres- sa in italiano con una forma speciale, ossia interpo- nendo la congiunzione e tra tutti e il numero « tutti e cinque », « tutti e due »: non si tratta in realtà del- la congiunzione, ma di una trasformazione della pre- posizione a, come è rivelato da antichi esempî: « Mettiamo caso ch’un venga a sonare - *N un campanile ove cinque ne siano, E tutte a cinque (campane) le voglia adoprare (A. Firenzuola, Rime burl., I, 289). Tale forma idiomatica italiana non va trasportata nella traduzione in lingue straniere: in francese si dirà «tous les trois». Notare anche la forma idiomatica inglese all of them, « tutti loro » (letteralm.: « tutti di loro », come noi diciamo « due di loro »). se  no non è venuto »: da cui si è avuto, appunto con tale spostamento della negazione, « né-uno è venuto »: «niuno è venuto » (1). È così posto in evidenza il trucco del noto falso sillogismo dei sofisti, i quali pretende- ognuno non è venuto x II Nè a NANO Ci —, (| €DI < Di a cm ef \— 44/8 7. da DL) e . o ‘0, cotipa uno è venuto niuno è venuto La negazione negante il verbo è passata nel pronome... (8 250) vano di dimostrare che «ogni gatto ha tre code », ponendo «nessun gatto» come un gatto realmente esistente (2). (1) Le forme neuno e neuna si trovano ancor nei trecentisti: « Neuna ebbe mai gli dèi sì favorevoli » (Boccaccio, Fiammetta, V). (2) Il noto sofisma era: « Nessun gatto ha due code; ma ogni gatto ha una coda di più che nessun gatto; quindi ogni gatto ha tre code ». Questo falso sillogismo non potrebbe neppure es- ser formulato in quelle lingue nelle quali non esisto- no pronomi e aggettivi negativi: « Nessun gatto ha due code » deve tradursi in giapponese « A qualsiasi —  LA DOPPIA NEGAZIONE – L. J. Cohen on R. C. S. Walker on L. J. Cohen on H. P. Grice, “I don’t want more beer” -- Niuno (e niuna), nessuno (e ressuna) sono i pronomi negativi di ognuno, ciascuno. Poi che escludono persino il singolo individuo, a maggior ra- gione implicano l’esclusione di più persone. Perciò non hanno plurale. 252. — Si osserverà che l’idea connessa a questi pronomi ha sempre un contenuto di pluralità: la forma « singolare » è dovuta al fatto che queste « più persone » son conside- rate uti singulae (ciascuno, ognuno) mentre il plurale (futli) le considera uti universae: si tratta sempre dello stesso contenuto se di- ciamo: | « Ciascurto è padrone in casa propria, ma nessuno è padrone in casa altrui ». « Tutti son padroni in casa propria, ma, nessuno è padrone in casa altrui ». 253. — Il negativo di tutto è nulla o niente. Es.: « Chi tutto - vuole, nulla stringe » (1). 254. — Come il pronome tutto non ha plurale, così non lo ha il suo negativo nulla (e niente). In italiano non vige rigorosamente la nor- ma per la quale due negazioni affermano, ossia non è rispettato il criterio matematico per cui —(—a)= ta LI Si dice infatti « Non è venuto nessuno »: le due gatto, due code non sono » (Nan no neko ni mo, fu- tatsu no o ga nai), oppure « Gatti di due code non ve ne sono » (Futatsu no o no neko ga nai; — futatsu no o wo motte iru neko ga nai). Il sofisma poggia appunto sul fatto che la seconda premessa sembra af- fermativa, (« nessun gatto ha due code ») mentre è ne- gativa («nessun gatto » equivalendo a « [ciasc]un gatto non... »): ed interviene perciò, a dimostrare la falsità del ragionamento, la sana regola tradizionale del sillogismo: « Utraque si praemissa neget, nihil inde sequetur ». Non poche argomentazioni delle varie fi- losofie postcartesiane son gatti con tre code! (1) O «Chi troppo vuole, nulla stringe» — cfr. il ted.: « Der alles will haben, soll nichts haben ». negative dànno anzi maggior forza negativa alla pro- posizione (1). Tale duplicazione non è però ammessa allorché il pronome negativo precede il verbo: si dovrà dire quindi: « nessuno è venuto ». La negazione può essere espressa anche con altro vocabolo negativo: si dirà perciò « Senza che l’abbia visto nessuno », ma si do- vrà dire « Senza che alcuno l’abbia visto ». I pedanti obbietteranno che la doppia ne- gazione è sempre da evitare: ma le lingue — e non l’italiano soltanto — camminano pro- prio verso l’uso sempre più invadente di tale raddovpiamento: i « veto » contrarî a tali cor- renti « non otterranno nulla », « non serviran- (1) La doppia negazione appare anche in spagno- lo ed in portoghese: « No falta nada », « Nao falta nada », (« Non manca nulla »). Il rumeno può usarla anche quando il pronome negativo preceda il verbo: « Nimeni nu l’a vazut » (« Nessuno l’ha visto », lette- ralm.: « Nessuno non l’ha veduto »). — L'’equivalente francese « Personne ne l’a vu non contiene propria- mente una doppia negazione, poi che personne (lat. persona) non ha intrinseco valore negativo, e va quin- di sempre accompagnato da negazione. Questa può esser inespressa: alla domanda « Qui l’a vu? » si può rispondere semplicemente « Personne!» intendendo però «... ne l'a vu ». — La doppia negazione è da evi- tare nelle lingue nordiche (ed in altre): si dirà per- ciò in inglese « Nobody saw him »; in tedesco « Nie- mand hat ihn gesehen ». — Il cockney {dialetto-gergo di Londra) e lo slang (= franc. argot) americano in- frangono con grande frequenza il divieto della dop- pia negazione: nello East End londinese si può udire « You don't know nobody » per « You don't know any- body » 0 « You know nobody »; e nei quartieri an- che non popolari di New York non appare troppo «scandaloso dire: « He had never seen nothing like that » (« Egli non aveva visto non mai nulla di si- mile »). — Cfr. R. Kron & R. J. Russell, Slang and Colloquial English, Ettlingen, Bielefie!ds, 1929, pag. 34. — W. Matthews, Cockney Past and Present: a Short History of the Dialect of London, London, Routledge, 1933 — e C. Rossetti, Lingua Americana, Firenze; Lin- gue Estere, 1944, pag. 147. — 188 — “ranno, alcunché », PRONOMI QUANTITATIVI no a nienie», «non convificeranno nessu- no » (1). i * * * » 256. — Pronomi integrali quantitativi so- no troppo, poco, molto, tanto, quanto, ecc., che al- cuni grammatici definiscono impropriamente sostan- tivi: quando non siano avverbi (vedi 8 405) o agget- tivi (vedi 8 384) o chiaramente sostantivati (vedi 8 177), essi sono veri e proprî pronomi: possono es- sere collocati, grammaticalmente e ideologicamente, nella gamma pronominale che ha per estremi niente e tutto (ossia da zero alla totalità). “non lascia altrui passar i do Lal L, t LI Ù e d \ h n° Ù Ù | Ù I Pi IN ì "i 1) se So N Pa . SN L # e “- . Sei, o % ", VIZZAS ni eg 14 n , in A, « altri » = « chiunque » (tutti) fuorché la lupa »; in B, « altri» = « chiunque (tutti) fuorché gli uni ». (8 257) (1) Si dovrebbe dire, correttamente: « Non otte- «Non serviranno ad alcunché » « Non convinceranno alcuno »..Limitazione di natura del tutto speciale è quella che fa sì che l’« area di significato » del pro- nome altri sia illimitata, con esclusione però di una «zona di significato » determinata da altri elementi, estranei al pronome stesso. Nel I Canto della Divina Commedia, la lupa «non lascia altrui passar per la sua via » (Inf., I, 95) . Il pronome altrui (= altri) si riferisce al chiunque, ad eccezione della lupa stessa. Pa- rimenti, nell'espressione « gli uni e gli altri », il significato di aliri non ha altra limitazione che quella di escludere « gli uni ». 258. — Il pronome dltri richiede quindi neces- sariamente un’esplicita dichiarazione correlativa, la quale permetta di conoscere chiaramente la « zona di significato » che è esclusa (1). | 259. — Il pronome dltri ha la privilegiata desi- nenza in -i (caratteristica dei « pronomi tipici » (vedi 8 240); vale per i due numeri (singolare e plurale). Al singolare, però, si usa solo riferendosi a persone. 260. — Come corrispettivo con valore neutro si ha il pronome altro: es.: « altro è dire e altro è fare ». Il valore neutro e generico di tale pronome è evi- ‘dente in numerose espressioni tipiche della nostra (1) Inorridirebbe il lettore non simpatizzante con le matematiche se qui-si affermasse utile ed interes- sante lo studio di questo fenomeno con criterî « to- pologici », ossia riscontrando analogie con i postulati della nuova scienza (la topologia), che può ben defi- nirsi «la geometria senza forme e senza dimensioni ». Anche l’analysis situs è invece meno astrusa e meno lontana dalle pratiche applicazioni (grammaticali com-. prese) di quel che ne possa pensare il profano, atter- rito dall’aspetto esteriore. Lo studioso di buona vo- . lontà potrà consultare utilmente il bello studio rias- suntivo di K. Menger, Bericht iiber die Dimensions theorie, nello «Jahresbericht der Deutschen Mathe- matiker-Vereinigung », 1926, vol. XXXV, fasc. 5-8, pag. 113 essegg. IL COSTRUTTO RECIPROCO H. P. Grice: “He shaved” “He shaved himself” -- lingua: « fra l’altro », « senz'altro », «tutt'altro» (1), «ci vuol altro!», «non fosse altro», «...e tant’al- tro... ». 261. — Il pronome altri, al singolare, non è mai preceduto da articolo: questo si può usare con la for- ma altro, poi che è l’aggettivo sostantivato. Si dirà perciò « Un altro non agirebbe così », ma « Altri agi- rebbe altrimenti ». Sia altri che altro derivano etimologica- mente dal latino alfer, il quale però aveva il significato ristretto di « uno dei due » o « l’al- tro dei due »: es.: Audialur et altera pars (2). L'italiano vi ha incorporato anche il significa- to di alius « altro » (fra più). La distinzione se si tratti di « altro » fra due oppure di « altro » fra più di due è molto importante in alcune lingue (3). 262. — Sebbene tale distinzione si sia perduta in italiano, abbiamo però il pronome entrambi (femm. entrambe) che riunisce «l’uno e l’altro »: « Colei Sofronia, Olindo egli s’appella, D’una cittade entrambi e d'una fede ». (Tasso, Gerus. Lib., II, 16) 263. — Con questi stessi pronomi si forma l’ori- ginale costrutto reciproco «l’un l’altro », che va (1) Tale risposta è frequente, contro la domanda: « Vi dispiace? » o « Vi disturba? » o altra simile. (2) «Si ascolti anche l’altra delle due parti », « Bisogna udire anche l’altra compana ». I latini dice- vano altera ripa per « la sponda opposta »: talora alter equivaleva persino al numerale ordinale « secondo »: anno trecentesimo altero, « nell’anno 302 ». (3) L’inglese ha either, « uno o l’altro (di due) »: es.: either of them can go, « uno o l’altro dei due può andare ». — Ed ha anche il negativo neither: es.: nei- ther of them knows, « nessuno (dei due) sa ». Nel lin- guaggio corrente si usa, pur se abusivamente, anche il verbo al plurale: neither of them know, « nessuno dei due sa» (letteralmente «sanno », come noi di- ciamo « entrambi sanno »). Tale abuso non è troppo deprecato nemmeno dal Dizionario di Oxford. Cfr. The Concise Oxford Dictionary of Current English, 3rd edit., Oxford, 1934, pag. 759. — 191 — ” dea dbm or - Tizio | | = saluta —> _ Cai == saluta=3 Tizio: si salutano l al tro Menjehen follen| cinander helfen [ They are spoaki ng fo each other CETTE icnsicà A) Nel costrutto reciproco, i pronomi « l'uno » e l’al- tro » sono bi-valenti... — B) (tedesco) « Glì uomini deb- bono aiutarsi l'un l altro ». Formato con due pronomi, einander è un avverbio. — O) (inglese) « si parlan l'uno all'altro » (letteralm.: « al ciascun-altro »); each other è un costrutto globale, preceduto da preposizione. (8 263) — 192 — « UN, UNO » HA TRE VALORI DIVERSI considerato in funzione unica, poi che il significato risultante è diverso da quello dei due componenti: infatti la proposizione « Tizio e Caio si salutano l’un * l’altro » non significa soltanto che Tizio saluta Caio, ma che anche Caio saluta Tizio: sicché «l'uno» fa le veci di entrambi i nomi, e la stessa funzione ha « l’altro » Perciò questo idiotismo italiano non va tradotto letteralmente nelle varie lingue: ma soltanto in quelle che ammettono tale ampli- ficazione (1). 264. — Il pronome uno non va confuso con il mumerale né con l’articolo: soltanto come pronome può avere plurale: « gli uni ». Parlando del numero uno ripetuto più vol- te, sarà più corretto e più chiaro dire «gli uno ». È inesatto grammaticalmente e poco chiaro l'esempio addotto dal Tommaseo: « Scrivete cinque uni e ditemi che numero fanno » (2). Più correttamente, più moderna- mente e più elegantemente si dirà: « cinque, UNO », 0, a maggior chiarezza « cinque volte ciîra 1 » (3). (1) Per esprimere tale reciprocità, il greco si ser- vì del tema di dllos, « altro » ripetuto (allo-allo) e ne formò alléloin, « l’un l’altro », il quale, naturalmente, manca di singolare (e manca anche del nominativo): è in forma di duale o di plurale. — Il tedesco ha einander, che, pur formato con ein (« uno ») e ander (< altro »), è avverbio (= « reciprocamente »). — L’in- glese ha in each other (letteralm.: « ciascun l’altro ») un costrutto unico, che va préceduto dalla preposi- zione che noi, invece, inseriamo fra i due pronomi: «They are speaking to each other », « Essi si parlano l’un l’altro », «parlano l’uno all’altro » (letteralm.: « Essi parlano a Vun-l’altro »). (2) N. Tommaseo, Dizionario della Lingua Italia- na, ediz. UTET, Torino, 1929, vol. VI, pag. 340. (3) È vero che si dice « tre zeri », ma tale voca- bolo è di uso assai più frequente, ha aspetto fònico diverso, ed il plurale non ammette equivoci. — Il fran- cese non apostrofa l’articolo le né fa la liaison fònica dinanzi a un quando questo ha valore di numero e — 193 — . — Il « gioco dei pronomi», ossia la loro complessa funzione, ha molta importanza ideologica, grammaticale e stilistica. Chi apprenda una lingua straniera troverà gran giovamento osservando l’uso dei pronomi come rive- latore dell’indole della lingua stessa. Così considerati, gli appariranno più lim- pidi alcuni fenomeni, quali ad esempio, quello dello « stato costrutto » dei nomi érabi cui en- cliticamente venga aggiunto il pronome suî- fisso (1). Molti fenomeni linguistici appaiono strani se li consideriamo senza indagare il processo ideologico che li determina, o se prendiamo come unico punto di vista quello della nostra lingua nazionale. Le frequenti esplorazioni nelle lingue este- re vicine e lontane servono, viceversa, a me- non di.articolo: dice l'un et l’autre », ma «le un qui précède la virgule... »: pronunzia «c'est un fait! » (« c’et-t-un fait »), «è un fatto », «è così»; ma dice senza liaison: ce un est inal écrit, « questo uno è scrit- to male ». (1) L’arabo Kitéb diventa kitàbuhu, «il libro d> lui », e Kitàbuka «il libro di lei », che han significato determinato. Per « un libro di lui (o di lei) bisogna ricorrere ad una perifrasi: « un libro [appartenente] a lui (o a lei). Con due punti di vista di lingue diverse intendiamo il doppio fenomeno: le forme italiane en- clitiche -gli e -le (diedegli= diede +. gli; chiesele = chiese + le) ci fan comprendere come un suffisso pro- nominale possa esser aggiunto, in altra lingua, ad un nome come noi lo aggiungiamo ad un verbo (kirabuhu = kitàb + u + hu; hu=«-gli»; — kitàbuka= kitàb + u-+t-hà; hà = «-le »); ed il significato determinato ci appare più chiaro, quando pensiamo che il france- se « son livre », l’ingiese « his (o her) book », lo spa- gnolo « su libro » significano « il suo libro » (determi- nato), e che anche in queste lingue è necessaria une perifrasi per esprimere «un libro di lui (o di lei)»: «un livre à lui (à elle) », o « un de ses livres »; « one of his books»; o un’inversione come neilo spagnolo «un libro suyo ». IDIOTISMI glio renderci conto delle peculiarità idiomati- che del nostro idioma (1) la cui natura e la cui importanza ci sîuggono, poi che non pre- stiamo ad esse maggior attenzione che alle altre locuzioni, comuni a parecchie lingue: e rischiamo, così, di tradurre alla lettera o qua- si, in lingue straniere ciò che, in queste non ha alcun significato. (1) In inglese, idiom, « idioma », è correntemente usato nel significato di «idiotismo, modo di dire » La lingua inglese è formata prevalentemente di « modi di dire ». Per quelli tradizionali, e per riferimenti sto- rico-letterarî vi è il grosso (1440 pag.) Dictionary of Phrase and Fable, di E. C. Brewer, 105° migliaio, Lon- don, Cassell, 1897; — moderno ed agile è il volumet- to di J. M. Dixon, English Idioms, London, Nelson s. d.;: — abbondante di « idiomatic notes » il manuale pratico di M. M. Mason, English as spoken and writ- ten to-day, London, Nutt, 1910. — 195 — Digitized by Google Parole - catena e parole X O (XI) 266. — Alcuni pronomi hanno non soltanto la funzione di sostituire un nome, ma anche quella di indicare chiaramente il rapporto che intercorre fra questo nome sostituito e lo stesso nome contenuto in un’altra proposizione. Essi segnalano dunque la ripetizione della mede- sima «idea sostantivale » in due proposizioni diverse. Nelle due proposizioni « L'uomo che giun- ge è un amico », il soggetto fisico della prima (« L'uomo è un amico ») è un certo uomo; e il soggetto della seconda (« che giunge ») è an- che un certo uomo, rappresentato dal pronome che, il quale però ha anche l’ufficio di indicare che si tratta del medesimo uomo. Per espri- mere tale nesso non basterebbe dire « L'uomo è venuto; l'uomo è un amico »: bisogna ag- giungere l'indicazione specifica di relazione (identità) contenuta nel pronome relativo: « L'uomo è venuto; quell'uomo è un amico ». Il pronome relativo più usato in italiano è il pronome che, agilissimo, perché, invariato (in- declinabile), può riferirsi a persona, animale o cosa, di qualunque genere e di qualunque numero, in fun- zione di soggetto, di complemento oggetto, e, oggi più raramente, anche per i casi obliqui (1). Nel verso del Petrarca « Ed io son un di quei che ”l pianger giova », (In vita di Mad. Laura, c. III, 5) il pronome che può esser inteso come dativo, sebbene Non v'è altra parola italiana che sia usata con tanta frequenza, quanto la parola « che » (1). Diciamo « la parola che », poi che tale mo- nosillabo può essere anche congiunzione (ve- di $ 444) la quale è però pur essa derivata dal «pronome, sia nella sua Tunzione connettiva tra proposizione e proposizione, sia in quella con- sequenziale o comparativa, e persino quando, scritta con l’accento (ché) equivale a perché, poi che (poiché; vedi $ 448). 269. — Il nome, espresso in altra proposizione, ed al quale il che si riferisce, costituisce l’ante- il Leopardi ed altri lo intendessero come accusativo, alla latina (« Quem iuvat luctus »). — Il Boccaccio scrisse persino: « Che rusignuolo è questo, a che (= al cui canto) ella vuol dormire? » (Decamer., g. VIII, n. 3). Nel detto proverbiale « Paese che vai, usanza che trovi» il primo « che » equivale a « nel quale ». (1) Nel 1° canto della Divina Commedia il mono- sillabo che ricorre ben 55 volte in 45 terzine. Nell’ul- timo canto appare 59 volte in 48 terzine, con la mate- matica precisa proporzione: 55 145 1:59: 48 Il fenomeno è tale da stupirci come altri consi- mili nell’opera del Poeta, il quale certamente non contò i « che » man mano che li usava nei suoi versi. Né contò i versi di ciascuna cantica: e pure 4.720 compongono la I cantica, 4.755 la seconda; 4.758 la terza; e persino le parole (99.542 in tutto) son distri- buite con eguale regolarità: 33.444 nell’Znferno, 33.379 nel Purgatorio; 33.719 nel Paradiso. Ed ancor più stu- pefacente è la constatazione che persino la frequen- za del «che» secondo le diverse funzioni di prono- me, congiunzione connettiva, congiunzione comparati- va o consequenziale e causativa (che= perché, poi che) ha una proporzione rigorosamente costante nel- la 12 e nell’ultima cantica, e quindi verisimilmente anche nell’altra. Infatti abbiamo: Inferno, Canto I: 28+12+11t4=55 Paradiso, =» XXXIII: 29+13+14+3= 59 Dal che possiamo inferire che il monosillabo che sia ripetuto circa 5.700 volte nelle 4.744 terzine della Divina Commedia. — 193 — ae ri. > META fr ei ra, e UR di tr" Ai Tetide «6 a: saro LA PAROLA PIÙ FREQUENTE “- cedente, del quale il «relativo » che è apppunto. il conseguente; ad es.: « Chi guarda pur con l’occhio che non vede ». . sO (Purg., XV, 134) (occhio = antecedente; che = conseguente). PASTE SII ZASE , CANI] gli (1) y, LA > RO IE f) J La 14 Cantica della Divina Commedia contiene 55 volte la parola «che »... Verisimilmente questa è ripetuta 5.700 volte nelle 4.744 terzine del poema, Xilografia in un’edizione veneziana (ed. Matheo de Codecha) del 1493. (8 268) ‘ 270. — L’antecedente può anch’esso es- ser costituito da un pronome: | «Questo misero modo ‘tengon l’anime triste di coloro che visser sanza infamia e sanza lodo ». (Inf., III, 34-36).  La proposizione « antecedente » può es- sere — e assai spesso lo è — spezzata dalla « conse- guente », la quale viene così ad insinuarsi in essa co- me «inciso »: « Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende, prese costui... ». de (Inf., V, 100-101). . « Amor prese costui» è la proposizione antecedente: « ch'al cor gentil ratto s'apprende » è la conseguente. La proposizione «relativa », cioè conte- nente il pronome «relativo », ha infatti fun- zione globale di attribuito specifico nei riguar- di del sostantivo specificato. Il considerare come attributive (ossia con il valore globale di « aggettivo ») le proposi- zioni relative faciliterà la comprensione del loro comportamento sintatiico in parecchie lin- gue siraniere (1). Parecchie iingue collocano la proposizio- ne relativa in modo che essa sia evidentemen- te in funzione aggettivale rispetto al ncme che essa qualifica (2). Quando l’antecedente è indeterminato, quella che per noi è una «proposizicne relativa » perde il pronome « che » passando in arabo, ed i grammatici arabi la considerano un « qualificativo » del nome. Co- sì « Vidi una donna che aveva con sé un bimbo » si traduce: « Vidi una donna con lei un bimbo », (« ra’aya- tu ’mrahat(an) ma'aha tifl(un) >»), in cui con-lei-un- bimbo è il qualificativo di una donna. — Qualcosa di assai simile avviene nell’inglese corrente, appunto con la soppressione del pronome relativo quando sia .in accusativo o in caso obliquo: « Ha visto il bimbo che la donna portava» si traduce infatti: « Ha visto il bimbo la donna portava» (« He saw the child the woman was carrying »), in cui /a-donna-portava può utilmente esser considerato « qualificativo » di « bim- bo ». Ed infatti noi possiamo trasformare le due pro- posizioni in una sola, con un procedimento che ci chiarisce il fenomeno: « Vide il bimbo portato dalla donna ». I (2) Due lingue lontanissime, quali l’amarico ed il giapponese traducono infatti in modo del tutto paral- lelo l’espressione italiana «l’uomo che venne ieri»: IL SINTETICO PRONOME «CHE » Il sintetico pronome che può esser sem- pre sostituito dalle formule equivalenti il quale, la quale, i quali, le quali. i ‘ Queste, accordandosi chiaramente, per ge- nere e numero, con il nome o pronome che ne sono l’antecedente, servono ad elimi- nare la eventuale possibilità di equivoco, quan. do cioè l’uso del che potrebbe generarlo. Dante, dopo aver parlato « dell’alma Roma e di suo impero » (antecedenti), aggiunge la proposizione relativa: «la quale e ’I quale, a voler dir lo vero, Îùr stabiliti per lo loco santo u’ siede il successor del maggior Piero ». (Inf., II, 22-24). chiarificando nettamente in tal modo un rap- porto che il semplice « che » non avrebbe po- tuto esprimere: /a quale si riferisce a Roma e il quale all'impero. 273. —— Il pronome che (1) ha conservato traccia di declinazione: dal dativo latino (cui) e conglobando in esso anche le funzioni del genitivo (cuius) nonché quelle dei plurali, si è formato il pronome italiano cuì, che vale per tutti i casi tranne il nominatvo: « Molti son gli animali a cvi s'ammoglia » (Inf., I, 100). « Parea ciascuna rubinetto in cui raggio di sole paresse sì acceso... » Parad., XIX, 4-5) in entrambe le lingue essa diventa «i/ che-venne-ieri uomo » (amarico: «tfeulante yamaettàu saeaù »: in giapponese: « kinò kita hito». — Etnicamente, geo- graficamente e per struttura lontanissimo da entram- be le lingue è il basco, che pur ricorre ad espediente analogo, poi che manca di pronomi relativi: tale rap- porto viene espresso con la lettera n posposta al ver- bo, e la nostra proposizione relativa diventa un at- tributo dell’« antecedente »: eldu diran gizonak, « gli uomini che son giunti », letteralmente: «i giunger-che- sono uomini ». 0 (1) Il nostro che deriva dall’accusativo maschile latino quem. — 201 — GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA ‘ossia ciascun’anima sembrava un piccolo rubino (1), nel quale brillasse vivido un raggio di sole. 274. — Poi che il pronome cui può significare tanto «il quale » quanto «al quale », nel caso dativo lo si può usare con o senza la preposizione «a »: si può dire egualmente « la persona a cui faceva cenni » o « la persona cui faceva cenni ». Questa seconda for- ma è migliore. Nel genitivo, invece, la preposizione « di » è obbligatoria, tranne però quando l’espressio- ne genitiva venga a trovarsi fra l’articolo ed il nome: Beatrice dice a Virgilio: - «O anima cortese mantovana, di cui la fama ancor nel mondo dura, e durerà quanto ’| mondo lontana » (Inf., II, 58-60) poi che l’articolo segue l’espressione « di cui ». Non avrebbe potuto dirgli « /a di cui fama »: séltanto «la cui fama » era ed è la forma corretta. Ciò è dovuto alla permanenza, nel prono- me cui, anche del valore che aveva l’aggetti- VO latino cuius, cuia, cuium (2). ‘ok k 275. Gravissimo torto è fatto dalla gramma- tica tradizionale al pronome chi, classificandolo con gli altri « relativi », misconoscendo così le sue parti- (1) Il nome francese robinet, dato alla chiavetta terminale di un tubo, appare solo nel XV secolo: fu preso da Robin, soprannome fiabesco e familiare del montone, poi che i « rubinetti » raffiguravano spesso una testa di tale animale. Soltanto in tempi recenti il vocabolo è passato in italiano, ed è ancora ripreso «come « gallicismo » dai puristi. Si trasformò in rubi- netto per influenza del rubino, il cui nome è dovuto al basso latino rubinus, lat. classico rubeus, « FOSSO >. (2) Lo spagnolo dice: « E! padre à cuyos nifios he visto », « Il padre i cui figlioli ho veduto » (lat.: « Pa- ter cuius pueros vidi »). — Il francese direbbe: « Le père dont j'ai vu les enfants », usando un relativo di tutt'altra origine, poi che. dont si è formato da de . unde, come il nostro donde, il quale ha conservato il valore di provenienza da luogo (e PERCIO anche conse- guenza da premesse). — 202 — IL PRONOME BIVALENTE colari proprietà e funzioni, che nettamente lo diver- sificano dagli altri. Nel latino qui (1) e nell'italiano chi è condensato al massimo il valore « relativo ». I « suoni di relazione », ossia quelle paro- le o parti di esse che non esprimono idee spe- cifiche ma i rapporti ira esse (pronomi, arti- coli, preposizioni, congiunzioni, prefissi, suî- fissi) hanno ciascuno una propria struttura intima, che è interessante studiare, poi che essa presenta delle « linee di fcrza e di resi- stenza » proprio come un corpo materiale (2). Pur se non possiamo ancora — poi che è un vasto còmpito a venire — riconoscere e trac- ciare queste linee con un procedimento ana- logo all’esame fotcelastico della più moderna Scienza delle Costruzioni (3), dobbiamo per lo meno intuire tale mirabile insieme di linee di forza, e sentirle, sì che più evidenti ci ap- paiano le « proprietà » tipiche di tali « gruppi di suoni », e ci sia più agevole servircene in armonia con la loro naturale funzione. Un aviatore non può esser buon pilota se egli non conosca la struttura ed il funzionamento del velivolo, e non ne senia il meccanismo in azione. I pronomi che, cui, il quale, ecc. necessitano di un «antecedente »: essi si limitano ad indicare una (1) Dalla stessa radice (sanscr. Kos, ka, Kod: lat. qui[s], quae, quod {[quid]) si son formati anche qualis, quantum; e dall’analogo hwa gotico il sassone AWA, donde l’inglese who, what, which, where, when etc. (2) « Les signes dont la langue est composée ne sont pas des abstractions mais des objets réels ». F. de Saussure, Cours de linguistique générale, Paris, Payot, 1931, pag. 144. (3) Due valorosi tecnici, il prof. Danusso e l'ing. Oberti, banno compiuto nel laboratorio di Meccanica del Politecnico di Milano studî e ricerche di fotoela- sticità, che non sono affatto inferiori a quelli dello U. S. Bureau of Standards di Washington o del Na- tional Physical Laboratory di Teddington (Inghilterra). Da relazione con tale irecsnenie: ma appartengono in- teramente alla proposizione relativa. Il pronome « chi », invece, non necessita di antecedente, poi che lo contiene: è un pronome bi-valente, il quale equi- vale a due pronomi, uno dei quali appartiene alla proposizione antecedente, e l’altro alla relativa. « Chi m'ama, mi segua » è formato da due proposizioni, poi che vi sono due verbi: il pro- nome « Chi » è soggetto di entrambi: equivale infatti a « colui che mi ama mi segua », poten- dosi cioè scindere nei due soggetti. E possibile anche l’operazione inversa, 0s- sia fondere « colui che » in « Chi »: «Qual è colui che sommniando vede » (Parad., XXXIII, 58) può esser ridolto in « Qual è chi vede so- gnando ». 276. — Il pronome chi, indeclinabile, si usa uni- camente per le persone, e vale soltanto per il singo- lare (1): può avere perciò come equivalenti « colui il , quale », « colei la quale ». È interessante constatare che, in tutte le lingue europee (2) e nella gran maggioranza delle al- tre, i pronomi relativi coincidono con gli interro- gativi: la tipica intonazione (3) sembra trasfor- marne interamente il valore e la funzione. (1) Queste esclusioni non valgono per tutte le lin- gue; in ungherese, ad esempio, si usa aki (che ha il plurale akik) per le. persone: aki szeret, kbvet, « chi mi ama, mi segue »; e ami (plur. amik) per le cose in- definite: amire vàrtam, megérkezett, « ciò che atten- devo è avvenuto »; — amely (plur. amelyek) s’usa per cose definite. — In arabo, man, « chi, colui che», e mà, «ciò che» possono rappresentare, pur restando aio anche un caso obliquo: « Allah[u] Khalig{u] mà fî ’l-’alam[i] », « Allah è il creatore di ciò che è nell'universo ». o (2) Tranne il basco, che non ha pronomi rela- tivi. (3) L’intonazione interrogativa non è però ugual- mente modulata in tutte le lingue. Si può anzi affer- — 204 — LE « INCOGNITE » In realtà si tratta proprio dei medesimi pronomi, e la funzione è analoga. L’interroga- ‘a il “un povero | 4 mantello ?_2 sm i ra un inconi chi \é Senza, n, ) mantello <, N NS Î\ / v )) gpr-a SE DE” —>—-=55 il VAT I pronomi interrogativì sono, nel discorso, i simboli algebrici delle incognite’ (8 277) mare che essa varia, in misura minore o maggiore, in tutte le lingue, e persino in molti dialetti. Il tono interrogativo napoletano e siciliano differiscono non poco da quello romano, veneto o genovese. — 205 zione contiene infatti implicitamente una re- lazione con la risposta attesa, altrimenti sa- rebbe inutile rivolgerla. La risposta costitui- sce l’« antecedente virtuale » del pronome in- terrogativo. « Colui che giunge è un amico » è un’aî- fermazione; « Chi è colui che giunge? » è una interrogativa equivalente a « Colui che giun- ge è chi? », ossia « Colui che giunge è X », in cui X è l’incognita (1). I pronomi interrogativi corrispondono infatti a quel che le incognite (x, y, z) sono nella no- tazione algebrica. (1) In alcune lingue la struttura della proposi- zione interrogativa (pronominale o non) non differi- sce dalla positiva: la positiva « Quell’uomo è un ami- co » (cinese: « na4-ko sgén? scîh4 p'éng?-yu»; giappo- nese: « Ano hito wa hòyi desu ») diventa interroga- tiva con la semplice aggiunta di mo in cinese e ka in giapponese; e la domanda « Chi è quell’uomo?» si! traduce sostituendo «chi?» ad «amico », senza Va- riare l’ordine delle parole: « Na4-ko sgén? scîh4 sciùl? » (senza neppure il tono interrogativo). e « Ano hito We dare desu» (con una intonazione assai diversa dalla nostra interrogativa). — 206 — Il pronome - specchio e il Sig. N. N. (XIV) Del tutto a parte va considerato il pro- nome riflessivo, poi che esso « fa le veci» di un nome, ma vi aggiunge l’idea di « rapporto con se stesso ». Questo rapporto, evidentemente, differisce da qualsiasi altro. Nella proposizione « Giorgio si lava », os- sia « Giorgio lava sé » si può ancora scorge- re un’analogia con « Giorgio lava un altro », e si può sostituire il pronome sé (sì) con il nome che questo sostituisce: « Giorgio lava Giorgio ». L'espressione non è economica né elegante, ma il significato è comprensibile. Evidentemente, però, allorché diciamo « Gior- gio si sveglia », l’azione espressa è ben diver- sa da quella che Giorgio compie per destare un’altra persona: sarebbe perciò assurdo ri- solverla sostituendo « Giorgio » al pronome: « Giorgio sveglia Giorgio », Le lingue sono ricorse (1) ad espedienti varî per esprimere questo singolare rapporto. In geroglifico, il gruppo simbolico che lo indica significa « corpo » (h°); l’ideografia ci- nese adottò il segno che indica anch'esso il « Corpo » (ÎsZ') e che anticamente raffigurava il naso, sintesi dell'intera persona (2), oppure (1) Vedi 8 32. (2) Nell’embriologia cinese il naso è il punto di partenza dello sviluppo fetale. Cfr. G. D. Wilder & G. H. Ingram, Analysis of Chinese Characters, Pei- ping, College of Chinese Studies, 1934, pag. 40, n. 104. 200 |  . una linea curvata in modo da simboleggiare le volute dell’aria espirata (chi*) (1). L’amari- co, come altre lingue semitiche e cuscitiche, ie — | Muta bnuxKHero Kax camoro cea CA) i HMUero cede » TaK cede ‘‘così così” (BENE) Un campionario di « riflessivi »: A) « Ama il prossimo come te stesso » (russo) — 2) il tipico riflessivo sjebjà (russo) — C) il gruppo geroglifico per « corpo » — D) ideogrammi cinesi della personalità: (a) forma antica. — E) «Egli andò da sé » (amarico) (8 278) (1) Ossia « il potere emesso da una persona, la sua | azione », ibid., pag. 68, n. 101. — 208 — IL RAPPORTO CON SE STESSO non è riuscito a formare, un pronome riîlessi- | vo, ed usa perciò il pronome personale seguì- to da « testa », « mano », « bocca » € l’agget- tivo possessivo (1). Il più eîficace dei pronomi riflessivi è il russo s/ebjà, il quale vale per tutte le perso- ne (2). 279. — L'esame delle varie forme adottate è in- teressante ed utile per intendere — più intuitivamente che per precisa analisi — la natura di questo parti- colare « rapporto con se stesso », il quale può essere più o meno «intenso », in quanto l’azione espressa dal verbo è connessa più o meno intimamente con la personalità e l’attività psicologica del soggetto. Esiste in fatti una « gradazione » nelle di- verse azioni riflessive espresse nelle propo- sizioni seguenti: « Tizio si veste », « Tizio si peltina », « Ti. zio si nutre », ossia compie queste azioni in modo analogo a quello con cui vestirebbe, pet- tinerebbe, nutrirebbe un ‘altra persona; « Tizio si reca a...», « Tizio si accovaccia » ossia compie azioni che sono anche musco- larmente diverse da quelle che dovrebbe com- piere per recare altri in qualche luogo, o per farlo accovacciare; ‘ «Tizio si imbatte », ossia compie un’azio- (1) « Egli andò da sé» si traduce in amarico: « Essu rasùn hiedù », cioè « Egli la sua testa (ras= « capo ») andò ». (2) « Ama il prossimo come te stesso » si tradu- ce in russo « Ljubì blishnevo kak samavò sijebjà »: letteralmente: « come sé stesso », ma quel sé è rife- rito alla seconda persona. — Il valore di tale prono- me riflessivo è sensibile, più che spiegabile, nelle due tipiche espressioni correnti nicevò sjebje » (letteralm.: « niente a sé stesso »} e tdk sjebije (« così a sé stesso ») che significano entrambe « così così »; la prima però vale « piuttosto bene che male » e la seconda « piutto- sto male che bene ». ne che, in italiano, non può essere espressa se non in forma riflessiva (1); « Tizio si sveglia», « Tizio si ricorda», « Tizio si adira », ossia passa in stati d’animo e di intelletto che non possono essere che per-o sonalissimi. 280. — Il pronome riflessivo italiano ha due forme: sé e si. La prima è più forte, nell’accento e nell’espres- sione. Per tale accento tonale, e per distinguersi dal monosillabo omofono se, che è congiunzione ipoteti- ca, il sé riflessivo reca anche graficamente l’accento (acuto, poi che il suono è chiuso). È invalso l'uso di omettere tale i al- lorché il sé sia seguito da « stesso » 0 « me- desimo ». Non è esalto affermare Da tale omissione sia del tutto ingiustificata (2). L’ap- (1) Si pensi però sempre se vi siano anche altre espressioni equivalenti, in forma non riflessiva, pri- ma di tradurre in lingua straniera. Ii nostro incon- trarsi con equivale infatti a « incontrare »: e in ingle- se sarà to meet, e, per incontri fortuiti, ‘o meet with, to come across. Anche qui è importante il feeling del vocabolo (vedi 8 52 e 108). (2) «Non c’è ragione di creare questa doppia ortografia ». Morandi & Cappuccini, op. cit., pag. 117, 8 379. — Ma è anche inesatto affermare che «in que- sto congiungimento con stesso o medesimo l'accento è inutile perché non si può confondere con se, parti- cella condizionale ». (A. Panzini, Guida alla gramina- tîca italiana, Firenze, Bemporad, 1933, pag. 31). L’ac- cento grafico sui monosillabi che lo hanno rimane obbligatorio anche quando non vi sia possibilità di equivoci: (es.: « Di qua, di là, di giù, di su li mena». Inf., V, 43; — « del bel paese là dove ’l sì sona» "= Inf., XXXIII, 80). L’accento gràfico si conserva poi che rimane il rilievo tonale. — Contravvengono a questa istintiva norma grafico-musicale della lingua nostra gli innovatori che hanno voluto rimpiazzare con un accento l’% nelle due voci verbali ha e hanno (à, ànno), che, infatti, non hanno un rilievo nell’into- nazione. La tradizione aveva istintivamente conser- vato l’A: l'accento è una «stonatura », è uno stimolo ad una «stecca ». E son riconoscibili, nell’artificiosa inizino ‘n — L’AGENTE INDETERMINATO parente anomalia corrisponde invece al fatto ionico, poi che in tale posizione il sé perde il suo accento tonale, appoggiandosi procliti- camente sul vocabolo seguente (« stesso », « medesimo »): l'accento va però conservato anche graficamente quando l'intonazione po- ne fonicamente in rilievo tale monosillabo, per ragioni metriche o per intensità di espressio- ne: nella palude infernale del V cerchio il dannato Filippo Argenti compie un’iraconda « azione riflessiva », e l'accento del verso cor- risponde a quello gràfico: « e °] fiorentino spirito bizzarro in sé medesmo si volgea co’ denti »; (Inf., VIII, 62-63).  La forma atona si, enclitica o procli- tica, si usa specialmente ad immediato contatto con il verbo: se enclitica, si aggiunge ad esso formando una sola parola, e raddoppia l’iniziale se segue una voca- le « percossa » fonicamente «tronca» (8 170): « Asperges me » sì dolcemente udissi». (Purg., XXXI, 98) Con il si riflessivo si esprime anche un soggetto generico dell’azione verbale: « Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole... » (Inf., XII, 95-96 e V, 23-24) 282. — Per tale indeterminatezza dell’agente, il si può dare al verbo il valore passivo. « Egli si lava così» è riflessivo, ma « Questa stoffa si lava così» equivale a « Questa stoffa è lavata (o « viene lavata 2), così », implicando anche, spesso, un’idea di necessità, opportunità o consuetudine » (1): es.: «Si comincia grafìa le forme composte, quali hassi, hallo, hollo? Si dovrà dunque scrivere dssi, dllo, òllo? Sono voci in disuso, ma possono adoperarsi a scopi faceti o iro- nici. Hanvi cogitato (anzi, «ànvi cogitato ») gli in- novatori? 7, (1) La stessa idea è spesso connessa con il pro- nome indeterminato francese on: « Comme on fait son x  così, e non si sa dove si va a finire »; « Come si dice in latino...? »; Per andare alla stazione si volta a si- nistra ». * * %* 283. — Fuori serie, poi che non è un pro- nome ma un sostantivo, va considerato un cu- rioso vocabolo italiano, il quale ha una certa affinità con i pronomi, in quanto fa le veci di un altro nome, anzi di qualsiasi nome che non venga prontamente alla memoria o che si ignori. È il nome coso, da evitare per quanto possibile, ma talora indispensabile: «Che è quel coso? ». Lo strano vocabolo è stato formato stra- namente, ossia mascolinizzando il nome cosa, poi che si tratta infatti di una cosa, ma non definibile. E, finalmente, possiamo chiudere il reparto pronominale con quelli che potreb- bero a buon diritto chiamarsi pronomi propri, poi che fanno le ‘veci di autentici nomi proprî: i nomi Tizio, Caio e Sempronio, venuti in italiano dalla giurisprudenza latina, lit on se couche» (=<« Ciascuno è artefice del pro- prio destino »). Deriva da homme e l’etimologia spie- ga anche la persistenza dell’articolo in alcuni casi (l’on= l'homme). Analoga etimologia ha il pronome indeterminato tedesco man (da Mann, « uomo »): «Wie man sich bettet so schlift man» (proverbio corrispondente a quello francese). — « Ci si abitua a tutto » diventa « On se fait à tout» in francese e « Man gewòhnt sich an Alles» in tedesco. L’inglese usa il generico « one », « uno »: « One gets accustomed to everything ». (1) Con procedimento analogo, il francese ha for- mato il suo coso mascolinizzando in machin il sostan- tivo femminile machine; gli Inglesi usano un come-si- chiama: what-s-his-name o how-do-you-call-it; gli Ame- ricani preferiscono il whatyoumaycallit, e, nel lin- guaggio molto familiare, persino whazzit, abbrevia- zione di what-is-it. ; — 212, | «PRONOMI PROPRI» E NOME UNIVERSALE FULANO |puian zl also Tizio, Caio e Sempronio possono esser chiamati « pro- nomi proprî ». Il nome coso è, tra i sostantivi, ciò che il joker e la matta sono nelle carte da gioco e nei ta- rocchi: vale qualunque altro nome. equivalgono ai simboli algebrici delle quanti» tà indeterminate: rn, n... (1). : Analegamenle usiamo «il Tal de’ Tali», « il sig. N. N. ». (1) Nello stile forense inglese l’ipotetico attore è chiamato John Doe; lo spagnolo ha per « pronomi proprî » Fulano (dall’arabo fulan « un certo »), Zutano (da citano, per il lat. scitus, «noto »), e Mengano (dall’arabo man kana, «chicchessia »; il portoghese usa Fulano, Beltrano e Sicrano. — 214 — Le voci determinanti (XV) 235. — L'idea espressa da un nome può essere modificata, specificata, completata con parole che ne limitino la « quantità », determinandola con maggior o minor precisione, oppure che ne indichino una « pro- prietà » o « qualità ». La parte del discorso che ha tale funzione modi- ficatrice del sostantivo è l'aggettivo. 286. — Gli aggettivi si dividono in due grandi categorie: quelli che modificano il nome esprimendo — sia numericamente che con altra determinazione — la « quantità » della cosa espressa, e sono gli aggettivi determinativi; quelli che modificano il nome esprimendo una « qualità » o « proprietà » della cosa espressa, c sono gli aggettivi qualificativi, che più efficacemen- te potrebbero chiamarsi descrittivi. 287. — I primi (« determinativi ») hanno buon diritto ad una precedenza che la gram- matica tradizionale nega loro (1), mentre tale precedenza esiste nella realtà obiettiva del (1) Cfr. qualsiasi grammatica tradizionale. Una di queste, dopo aver enunciato che l’aggettivo « chia- masi qualificativo nel primo caso, indicativo nel se- condo », consacrando così la tradizionale illegittima precedenza del qualificativo, cita esempî manzoniani, nei quali « un indicativo ne determina un altro o dice la quantità del qualificativo » (perciò logicamente pre- cedendolo). — Trabalza e Allodoli, La Grammatica degli Italiani, Firenze, Le Monnier pensiero e del linguaggio. Infatti, prima di sapere come sia una cosa (qualificandola), dobbiamo conoscere di che cosa si tratti (de- terminandola tra più dello stesso nome). Nel pensiero e nell'espressione, gli agget- tivi determinativi precedono quelli descrittivi: altrio--_—T___ curiosi e lepidi — + Nel pensiero e nell’espressione gli aggettivi determi- nativi hanno la precedenza sui qualificativi. La xilografia è riprodotta dal Terentius, ediz. Joh. Griininger, Stasburgo. UNA LEGITTIMA PRECEDENZA es.: « Quei suoi due altri curiosi e lepidi per- sonaggi ». (1). 288. — Molti aggettivi determinativi coincidono, per forma e per significato, con i pronomi: si distin- guono da questi perché sono accompagnati dal nome: allorché diciamo: « Alcuni libri sono interessanti ed alcuni no », usiamo due volte il vocabolo « alcuni », la prima come aggettivo determinativo (perché ac- compagnato dal nome) e.la seconda come pronome (comprendente cioè anche l’idea del nome). 289. — Da notare l’aferesi del latino ista nell'italiano « sta- » che appare nei composti stasera, stamane, stanotte (2). Non si com- prende perché i puristi debbano criticare il comunissimo e fluido sfavolia. “Dallo stesso aggettivo pronominale iste, ista, istud si è formato lV’articolo sardo su (— « il, lo »), sd (= « la ») (3). 290. — Il più usitato aggettivo determina- tivo è l'articolo il, nelle sue varie forme, tutte derivate dal latino ille, illa, illud. n (1) Poi che si tratta di precedenza logica, essa è rispettata da tutte le lingue con la coerente prece- denza nell’espressione: « ces jolies fleurs », « quelques vieux livres »; « these beautiful flowers », « some old books »; così fin nel lontano Estremo Est: cinese: cé4- ko haoi-k'an4s-ti hua! », « hsieh!-pén chìu4-ti sciù? »; giappon.: « kono kirei-na hana », « ikura-ka-no furui hon ». Eppure «il pensiero orientale si svolge più ampiamente nel campo intuitivo che in quello logico » (P. S. Rivetta, Nihongo no tebiki, cit., pag. 77), e «si, comme l'Europe le pense, la philosophie est en son fond une théorie de la connaissance, on pourrait dire que notre philosophie est absolument étrangère à V’es- prit japonais ». G. Bonneau, Bibliographie de la lit- térature japonaise contemporaine, Tòkyò, Mitsukoshi, 1938, pag. XXXIV.  Non più in uso è la forma « esto, esta »: « Tutta esta gente che piangendo canta », (Purg., XXIII, 64). . (3) O forse dal latino ipse, ipsa, ipsum. — Dal la- tino volgare ecce-iste è venuto il francese ce, cet (femm. ceste dell’XI sec.). — Cfr. G. Rydberg, Zur Geschichte der franzòsischen. Determinativi sono anche gli aggettivi possessivi; quando non sono accompagnati dal nome cui si riferiscono ne fanno anche le veci, dive- «nendo così pronomi possessivi. Essi sono variabili e si accordano in gene- re e numero con il nome cui si riferiscono: però altrui serve, invariato, per entrambi i ge- neri ed entrambi i numeri: « fo pane altrui », « l'altrui sposa », «î diritti altrui ». Si potrebbe ‘considerare altrui come un persistente genitivo di altri (1); ma in tal caso si dovrebbe considerare genitivo anche /o0- ro (2), ch'è pur esso invariato per i due gene- ri e per i due numeri: «/a loro vanità », «i Jatti loro ». 292. — I pronomi possessivi possono esser con- siderati aggettivi possessivi sostantivati, o, viceversa, gli aggettivi possessivi possono considerarsi pronomi ‘che hanno assunto la funzione aggettiva. Spesso ciò che appare « derivazione » non è che formazione parallela. In parecchie lin- gue i pronomi possessivi differiscono formal- mente dai corrispondenti aggettivi possessivi. È perciò assai importante distinguere ideolo- gicamente le due categorie, affinché la coinci- «denza formale del vocabolo italiano non indu- ca a facile errore nelle lingue estere. 293. — È anche importante distinguere il genere e numero della cosa posseduta dal ge- nere e numero del possessore. Così, ad esem- pio, mentre l’italiano Îa concordare l'aggettivo con il nome cui si riferisce (cosa posseduta), l'inglese, -avendo tutti gli aggettivi invariabi- li (3) (e quindi anche i possessivi), usa agget- (1) Dal lat. alterius, genit. di alter, come lui da illins, genit. di ille. — Cfr.C. H. Grandgent, /ntrodu- zione allo studio del latino volgare, trad. ital., Milano, Hoepli, 1914, pag. 214, 8 395. (2) Da illorum, genit. plur. di ille (vedi $ 240). (3) Gli aggettivi inglesi restano invariati persi- no quando sono sostantivati: « The old suffer more from the cold than the young », «I vecchi (senza suf- CONCORDANZE tivi possessivi diversi a seconda che il pos- sessore sia maschile, femminile o neutro; noi diciamo « sua moglie » e « suo marito », per- ché moglie è femminile e marito è maschile: l'inglese dice « his wife » e «her husband », tenendo conto del genere del coniuge (« mo- lie di lui », « marito di lei »): ed il possessivo 11s allude ad un possessore neutro. Alcune lingue tengon conto di entrambe le distinzio- ni, ossia nei riguardi del possessore e della cosa posseduta (1). 294. — La concordanza degli aggettivi con il so- santivo cui si riferiscono si ispira ad un criterio mu- sicale e ideologico insieme (2). fisso del plurale) soffrono il freddo più che i giovani (id.) ». Le rare eccezioni, come the Ancients, « gli an- tichi », the goods, «ie merci» (letteralm. «i buoni » per «i beni») son dovute probabilmente a formazio- ni dirette; — Cfr. G. Brackenbury, Studies in English Idiom, London, Macmillan, 1925, pag. 133. (1) Il francese «ses enfants» può avere quattro significati diversi, ossia «i figli» o «le figlie» di lui o di lei: dicendo, in olandese, « zijne pantoffels », si capisce invece immediatamente che non può trattarsi che delle pantofole di lui (zijn è possessivo per pos- sessore maschio; laar se invece chi possiede è una donna). Lo stesso avviene in tedesco, nelle lingue scandinave, ecc. (2) Per quei popoli che non hanno tale concor- ‘danza nella loro lingua, è grave difficoltà uniformarsi a tale criterio allorché parlano una lingua straniera, appunto perché essa richiede connessioni mentali al- le quali non sono allenati. Viceversa a noi è difficile, parlando una lingua ideologicamente lontana dalla nostra, abituarci ad escludere dalle nostre frasi voca- boli che possono essere adoperati soltanto dall’uno o dall’altro sesso. Persino per esprimere l’avversativo «ma» o «però» una donna giapponese non userà shikashi o shikashîì nagara, poi che tali forme sono riservate ai soli uomini: ella dovrà usare ga :o kere- domo, leciti ad entrambi i sessi. Un uomo giapponese potrà dire « Kodomo ga aru shikashi musume ga ari- masen », « ho prole, ma non ho figlie femmine » (let- teralm.: « ragazzi (senza distinzione di sesso) vi sono, però ragazze (musume, pronunzia musmé, vedi 8 193, nota) non ve ne sono »): la stessa frase, in bocca ad una donna stonerebbe, a causa del « però » maschile SRI DTT ONE Liv bo t'trerenosisi.] Mi EA Dopo questi aggettivi determinativi, per- ché collocati dopo di essi nell’ordine mentale e nel- l’espressione linguistica, vengono i determinativi arit- metici ossia i numerali, i quali indicano la quan- tità della cosa espressa. 296. — Sono aggettivi numerali cardinali quelli che indicano il numero puro e semplice, ossia di quante unità simili fra loro si compone la cosa espressa dal nome: es.: «il gioco dei quattro canto- ni», «i Cento giorni», «millecinquecentottantotto lire ». « Nella profonda e chiara sussistenza dell'alto lume parvermi tre giri di tre colori e d’una contenenza ». (Parad., XXXIII, 115-117) 297. — Gli aggettivi numerali cardinali so- no invariabili, tranne l’uno. In latino erano declinabili, oltre unus, una, unum, anche duo, duae, duo e tres, ires, tria nelle unità semplici; le centinaia (ducenti, du- centae, ducenta, ecc... nongenti, nongentae, nongenta, «900 ») (1). Nelle lingue neolatine vigono regole varie, alle quali si deve fare attenzione (2). (shikashi), quanto se ella dicesse « jo Sono dale di soli maschi ». (1) Il latino mille non è un aggettivo ma un sostantivo cardinale, ed ha come plurale millia; indeclinabile al singolare (mille equites, cum mille equitibus), si declina al plurale (duo milia equitum, ossia « due migliaia di cavalieri »; cum duobus mili- bus equitum, «con 2.000 cavalieri »). (2) In francese ad esempio, vingt e cent assumono - forma di plurale nei multipli, purché non siano segui- ti da altri numeri: quatre-vingts soldats, « 80 soldati», ma quatre-vingt-dix soldats, « 90 soldati »; « deux cents francs, ma deux cent cinquante-huit francs ». — Lo spagnolo dice cuatrocientos hombres, « 400 uomini » e quinientas mujeres, « 500 donne », e parimenti il por- ‘toghese: quatrocentos homens, quinhentas mulheres. — Variabili in rumeno sono un e doi, ed hanno forme di plurale nei composti le centinaia (o suta= 100; MENTALITÀ ARITMETICA È anche interessante osservare e compren- dere il « regime » richiesto dai numerali nelle varie lingue, talora con costrutti che sembra- no molto strani, ma che hanno la loro radice nella « mentalità linguistico-aritmetica », tra- smessa atavicamente e persistente pur attra- verso i mutamenti lessicali (1). patru sute= 400) e le migliaia (o mie= 1000; cinci mii = 5000). (1) Un intero volume potrebbe scriversi sulia lin- . guistica aritmetica: l’idea numerica ha le più varie influenze sintattiche: l'arabo ha regole diverse riguar- danti il genere il numero e il caso del sostantivo, a seconda che esso sia determinato da numeri diversi: . i numeri dal 3 al 10 richiedono il plurale del nome, quelli dall’11 al 99 esigono l’accusativo singolare; cen- to, mille e miliardo vogliono il caso obliquo singolare; con il milione si può usare-il singolare o il plurale. — In russo i numeri sino al 4 incluso richiedono il ge- nitivo singolare, persino se sono terminali di numeri anche grossissimi: il genitivo plurale si usa invece per tutti i numeri dal S in su: e vi son regole speciali a seconda che si tratti di esseri animati o cose inani- mate. — In parecchie lingue d’Asia, il numerale espri- me l’idea numerica astratta, la quale non può quindi normalmente collegarsi con un nome che non abbia carattere metrico: si deve perciò ricorrere all’interpo- sizione di « numerali ausiliari » che servano di colle- gamento ideologico: questo criterio ha influenzato an- ‘ che la sintassi :del pidgin-English, ossia del bizzarro linguaggio confezionato nell’Estremo Est costiero con materiale linguistico prevalentemente inglese misto a voci cinesi, il tutto deformato e servito con sintassi cinese: così « You catchee one piecee wifey? » signi- fica « Siete voi sposato? » (letteralmente: « Voi preso ‘un pezzo moglie? »). Una canzonetta che nel 1938 era popolare a Scianghai — e forse lo è ancora — dice, fra l’altro: « Only some piecee word you have, One piecee word in ole Chinee You talkee-talkee «um to me ». « Soltanto poche parole tu conosci ma una (let- teralm. « un pezzo ») in Cinese, — dimmela, dimme- la! ». — Nella lingua cimci della Colombia Britannica, il nome stesso dei numeri varia a seconda della na- tura e forma degli oggetti numerati: così il numero 8 è guandalt, ma per le persone si usa yuktleadal, per i canotti yuktaltk, per gli oggetti lunghi ek tlaedskan; il numero 10 diventa anch' esso rispettivamente gy'ap, kpal, gy'apsk, kpéetskan... L’aggettivo determinativo numerale uno, femmin. una, assumendo valore indeterminato, ha for- mato l’articolo indeterminato, il quale è pur sempre un «aggettivo determinativo ». Nella sua funzione di articolo si è semplificato in un, rimanen- do nella forma intera sol dinanzi a gruppo consonan- tico di pronunzia complicata {(«s impura », Cioè se- guita da consonante, z, gn, ps, x): esempî: un uomo, un animale, un oggetto, uno straniero, uno zero, uno gnomo, uno psicologo (anche un psicologo), uno xilo- fonista. Dinanzi alla semivocale ] si può usare la forma intera o quella monosillabica: uno jo- duro o un jeduro. La prima è preferibile, per chiarezza iònica e per eufemìa. 299. — Che. si tratti di vero aggettivo, anche in tale funzione di « articolo » è provato dal fatto che esso può sostantivarsi e prendere, come gli altri ag- gettivi determinativi, le funzioni e proprietà di « pro- nome »: « un pilastro è caduto e uno è rimasto în piedi ». 309. — Tutti gli aggettivi numerali, quando non signo accompagnati dal nome, si sostantivano: diven- tano cioè veri e propri « nomi ». Se:così non fosse, l’aritmetica sarebbe una scienza che usa a ggettivi come materiale di studio e di operazioni quantitative! Son veri sostantivi i numeri nelle proposizioni: « due e due fanno quattro », « la radice quadra- ta di nove è tre », « 121 è un numero primo », « la regola del tre. fu chiamala la” prima re- gola” » (1). La struttura dei numeri è tra i sintomi più caratteristici i quali rivelino la tipica forma men- tale del popolo che se ne serve. In essa la tradizione (1) « Prima est regula proportionum, quam nunc corrupte vocant De Tri», De Numeris Libri Duo, authore Johanne Noviomago, esposti e illustrati da G. Frizzo, Verona, Dricker, 1901, pag. 110. — 222 — FRANCESE si DI quatre-vingt-di na x th 10. ; pr 99 | GALLESE w arpedwar ugain a deg dar PA Mast: %10° | I DANESE i ni og halvfemsmdstyve È 9 È 4 PrO Ne | =9+(--120])+(5x20) = =9%(- 29).100—= | =9+100-f0=99 | A) Le vere «cifre arabe» differiscono non poco da quelle cui noi diamo tale nome. — B) La numerazio- me a base decimale è dovuta al fatto che abbiamo dieci dita (*). — C-F) I quattro più complicati « 99 » europei. | ($ 301) (*) Da una incisione in legno del Perpetuale delle Feste mobili, & Lunario, di Serafino de Campora « Maestro d’abbaco », Roma, ed. Blado conserva elementi remotissimi resistenti alle forze in- terne ed esterne modificatrici delle lingue (1). 302, — Gli aggettivi determinativi ordinali precisano il posto in una serie in relazione con il nu- mero dei posti che precedono: « quattordicesima fila, quinta sedia », « quarto piano, sesta finestra » sono in- dicazioni che tengon conto dei posti precedenti, indi- cando in relazione a quelli quello occupato, nel tem- po, nello spazio o in un ordine mentale, dalla cosa così determinata Assai spesso il numero « cardinale » vie- ne usato per esprimere un’idea « ordinale »: ad es.: « Questo è il paragrafo 302 ». È facile distinguere i due valori, poi che in questo ca- so, qualunque sia il numero espresso, il signi- ficato è singolare. Nell’esempio citato, infatti, non si tratta di 302 paragrafi, ma del paragra- fo che occupa il 302° posto nella serie, Parimenti allorché diciamo « sono le tre », non affermiamo l’esistenza di tre ore di 60 mi- nuti ciascuna (2), ma indichiamo w'ora, anzi, il punto cronologico in cui ha termine la terza (1) Il francese, pur avendo tutta la sua numera- zione formata con vocaboli tratti dal latino, ha con- servato la base vigesimale, e perciò il « 70 » è reso con « 60 + 10 » (soixante-dix), l'« 80 » con « 4X20 » (quatre- vingts), sì che il «99» francese è espresso con una formula complicatissima: «4XX20+10+9» (quatre. vingt-dix-neuf). — Gili Yoruba della Nigeria non pos- sono nemmeno pensare ad un numerc senza concre- tizzare l’idea quantitativa in quel certo numero di cauri, poi che tali conchiglie servono loro come stru- menti di calcolo, e che distribuiscono in gruppi co- stanti: perciò; ad esempio, il numero 47 è, per essi, « cinque mucchietti di cauri meno tre ». — Cfr. Mann, On the numeral system ‘of the Yoruba nation, in « J.A.I., XVI, pag. 61. (2) Il tedesco distingue l’« ora » come durata (spa- zio di tempo di 60 minuti) che è Stunde, dall’« ora » come punto nel corso del tempo, che è «Uhr»: per- ciò drei Stunde significa « tre ore [di tempo] », mentre drei Uhr significa «le ore tre, le tre ». — 224 — POPOLI ED ORE A 139 Nere Stunde Co x/)l VOTA HORA EST f - Sa ésht ora? asa I | — Hur mycket dir klochan 2 SVED. = Hvor mange Klokken er? yogv — Wiieviel Ubr ites? teo _ Saat kag dîr? TURCO — Hany 6ra van? UNGHER, — Ktéra godzina? POL. -— KoaKo e YacbTb? = Bule. - Ce orà este? RUM. — Que horas so? 1 PORT. — jQué hora es? SPAGN. Ti épo elvat; GRECO — Quelle heure est-il? FR. — Koropni uac? RUSSO — Koja je ura? CROATO —Cik pulkstens? __1eTt. {? INCL. SERBO LT. _ What time Li n Koje je 1002: _ Kas laikas ti - Hoe laat ist?” ivano! — Ob kolikih je? SU. Non in tutte le lingue si chiede allo stesso modo « che ora è? ». (8 302) ora dopo mezzogiorno o dopo mezzanotte (1). Allorché i Francesi dicono Louis Quinze (che taluno traduce pur in italiano « Luigi Quin- dici » per mantenere il sapore gallico) non si tratta di 15 Luigi, ma del 15° dei Luigi (Luigi XV), mentre « quinze louis » sono davvero 15 monete di un luigi l’una (2). La distinzione è importante, poi che la tra- duzione varia, in parecchie lingue, a seconda che si tratti di cardinali veri e proprî o di cardinali in funzione di ordinali. Allorché il portinaio fornisce l’indicazione « Il signor Tale abita al 3° piano, interno 15, scala C », si tratta dell’uscio che è il 15° della serie della scala C, e persino questa indica- zione ha valore ordinale, poi che « C » signi- fica « terza » (cioè dopo la scala A » e la « sca- la B ») (3). ° (1) La domanda stessa « che ora è? » si può pre- sentare ideologicamente e linguisticamente diversa: in alcune lilingue si chiede, alla latina, « Quanta ora sia? ». (A, nella figura annessa): in altre (B), come nella no- stra, che ora sia; in altre ancora (C) che tempo sia; e vi sono infine lingue (D) con espressioni ancora. più tipiche, come l’olandese che chiede quanto tardi sia, o lo sloveno, la cui domanda è:. « Circa quanto è?». (2) Per convenzione, i numeri ordinali si scrivo- no con la numerazione romana, mentre le cifre arabe (dette arabe, ma provenienti dall'India) indicano i nu- meri cardinali: queste perciò, per esprimere gli ordi- nali, vanno completate con l’esponente che indica la desinenza: « 10° » = decimo »; « 4? edizione » = « quar- ta edizione »: non si scriverà « IVa edizione » né « se- colo XIX9 », o « Capitolo XXV° ». — Cfr.. S. Landi, Tipografia, vol. I, Guida per chi stampa e per chi fa stampare; vol. JI, Lezioni di composizione, Milano, Hoepli, 1914-1917, II, pag. 120. ° (3) Così, in qualunque elencazione, le lettere a), b), c), .. hanno valore numerale ordinativo. Quando « contiamo » gli oggetti, il procedimento è di carattere « ordinale »: la stessa idea numerica si basa sul princi- pio fondamentale che da un numero (ordinale) qual- siasi si può sempre passare ad un successivo, ma gli oggetti già contati, presi nella loro totalità costitui- scono un numero globale, nel quale ogni traccia della — 226 — I « DENOMINATORI » SON « NOMI » Gli aggettivi ordinali, sostantivan- dosi, servono anche come « denominatori frazionarî »: sono veri e proprî nomi (1) i quali indicano il nume- ro delle parti in cui è stata divisa l’unità: « un quindi- cesimo » significa il 15° frammento dell’unità che, con- seguentemente, è considerata divisa in 15 parti. Non bisogna però credere che questa coin- cidenza del denominatore Îirazionario con il numerale ordinale sia comune a tutte le lin- gue: molte di esse distinguono nettamente le due espressioni, usando termini diversi (2). successione ordinale scompare, ogni unità equivalendo interamente a tutte le altre. Di qui il concetto di nu- mero cardinale, senza il quale le matematiche non sarebbero possibili. Cfr. T. Dantzig, Le Nombre, lan- gage de la Science, Paris, Payot, 1931, pag. 14, 17 e segg. (1) Per eseguire un’addizione di frazioni, bisogna ridurle tutte allo stesso « denominatore », in modo cicè che siano tutte cose identiche, ed abbiano perciò lo stesso «nome », Nell’espressione «50 centesimi fdi lira] » il denominatore « centesimi » è un nome, come è « soldi » nell’espressione equivalente « 10 soldi ». — Cfr. Toddi, I numeri, questi simpaticoni, Milano, Hoe- pli, 33 ediz., 1945, pag. 119. (2) Anche in italiano, del resto, gli ordinali quali ventesimoterzo invece di ventitreesimo, decimo- sesto invece di sedicesimo, ecc. non possono usarsi come denominatori frazionarî. -- In portoghese, al- cuni denominatori coincidono con gli ordinali, ma la maggior parte ne differisce: così undécimo o décimo primeiro ha significato ordinale, mentre 1/11 si dice un onze avo; però centésimo vale nei duc sensi, poi che centavo si dice solo della moneta brasiliana. — In spa- gnolo la terminazione -avo si fonde con il nuraero: 1/25 = «un veinticincoavo; 1/100 è un centésimo o un centavo, ma si chiama un céntimo la centesima parte di una peseta, di un franco, ecc. — Al nostro « cente- simo » corrispondono tre diversi vocaboli inglesi: hun- dreth come ordinale o frazionario, centime per la cen- tesima parte di lira o franco, cent per la centesima parte di dollaro. — Il rumeno ha i frazionarî (0 cin- cime = 1/5; o zecime = 1/10; o sutine=1/100) ben distinti dagli ordinali (a/ cincilea= «il 50»; al zece- lea = « il 10° »; al sutalea = (il 100°); Aritmeticamente chiarissime sono le espressioni cui molte lingue ricor- rono: « di n parti, tot unità » (molte delle lingue asia- Anche in italiano il denominatore di 1/2 non è espresso con secondo, ma con metà (1). Il medesimo significato può avere | anche mezzo, che si adopera però prevalente- | mente in funzione di aggettivo: è quindi coe- rente accordarlo con il nome, anche quando ° MBNTI tiga- tenga °, (RS t 9 . Di Tedeschi e Giavanesi, pur così lontani tra loro, espri- mono allo stesso modo il numero misto « 2 e mezzo ». (8 303) | i i Ù | ‘tiche, alcune africane, ecc.). — È curioso che lingue lontanissime usino speciali espressioni analoghe: così - «2 e 1/2» si enuncia in giavanese tiga-téngah, «la terza metà », esattamente come il tedesco dritthalb. — Cfr. H. Bohatta, Praktische Grammatik der Javanischen Sprache, Wien-Pest, Hartleben, s.d.,-pag. 51. (1) Un tempo, «secondo» ebbe anche il signifi- cato frazionario: « Si divide [lo intero] in due parti fra loro uguali; e ciascuna di dette parti si chiama © la metà o un secondo dello intero ». Opere di Orazio Fineo, divise in cinque parti: Aritmetica, Geometria, Cosmografia e Oriuoli, Venezia, Franceschi, 1587, p. 26.. e ta; DERIVATI NUMERICI sia posposto: « mezza libbra », « due ore e mezza » (1). Più correttamente che «due mezzi fanno un intero », si dirà « due metà fanno un in- tero ». Con riferimento all’evangelico « ef eruni duo in carne una », «la mia metà » ha il si- gnificato di « mia moglie » (2). 305. — Il femminile dell'aggettivo ordinale vie- ne sostantivato, sottintendendo « potenza » per indi- care quante volte un numero (« base ») va moltipli- cato per se stesso: «2°» si legge infatti « due alla ° quinta ». Si possono anche, allo stesso modo, indi- care le « posizioni » ginnastiche o della scher- ma: « In prima! », « In seconda! » (3). Primo e secondo (con i plurali primi e se- condi) esprimono i « minuti » risultanti dalla « prima » o successiva (« seconda ») divisio- ne dell’ora in 60 parti (4). 306. — Innumerevoli sono, nelle varie lingue, i derivati numerici, a scopi pratici o scientifici (5). (1) Dissentiamo da coloro che vorrebbero si di- cesse: « due mele e mezzo », sostenendo che mezzo è indeclinabile se posposto al nome. (Cfr. F. Palazzi, Grammatica italiana moderna, Messina, Principato, 1939, pag. 99). — E perché? (2) Cavallerescamente l’inglese dice «my Better half », «la mia metà migliore ». (3) Cfr. J. Gelli, Ginnastica da camera, -da scuola compensativa e militare, 3% ed., Milano, Hoepli, 1921, pag. 63; — J. Gelli, Scherma italiana, 38 ed., Milano, Hoepli, 1917, pag. 98 e segg. (4) I sottomultipli sono denominati non numeri- camente, sino al « sigma » che è la millesima parte del minuto secondo. (5) Abbiamo così gli ordinali sostantivati otfavo e sedicesimo per i fascicoli stampati, donde le deno- minazioni di in-8° e in-/6° indicanti il formato risul- tante dal numero di piegature del foglio, Cfr. i! magni- fico grosso volume (1116 pag.) di Gianolio Dalmazzo, Il libro e l’arte della stampa, Torino, R. Scuola Ti- pografica, 1926, pag. 395. — Dai distributivi son deri- In alcune lingue e per alcune parole av- vengono i casi inversi: voci non numerali acquistano significato aritmetico più o meno preciso. Così, ad esempio, in italiano una grossa significa « 264 », ossia « dodici dozzine » (1). 308. — La totalità non numerica, ma « di massa » è espressa con il determinativo tutto, (femminile fut- ta), che non può avere plurale (8 248). I plurali tutti e tutte esprimono il totale numeri- co: debbono quindi essere considerati come plurali di ogni, che è invariabile, e che si usa soltanto per il singolare. Allorché diciamo « fulta la parete è imbrat- tala » esprimiamo una realtà oggettiva che è assai diversa da quella che è espressa nella vate la dozzîna, la cinquina, Ya sestina poetica, e la terzina (dall’ordinale l’ottava postica e musicale). Il croato ha forme speciali per indicare la capa- cità di un recipiente: dvojka, trojka, cetvorka, ecc. servono a denominare botti da 2, 3, 4, ecc. misure; e gli stessi nomi si usano per lle carte da gioco; — dvizak (femmin. dvizica o dviska) è un animale ovino di 2 anni, trec'ak (femmin. trec’akinja) un equino e. bovi- no di 3 anni; cetvrtak di 4, e così di seguito. — Il bulgaro può formare un solo vocabolo per indicare l’« età di 5 anni », o il « 150° anniversario ». Cfr. G. Nu- rigian, Grammatica Bulgara, Milano, Hoepli, 1930, pag. 65. (1) L’inglese score, che propriamente significa « in- taglio, intaccatura », passò a significare « còmputo » (perché si teneva conto del bestiame e dei giorni con intaccature su bastoni o asticelle), e quindi indicò — come indica — il « numero dei punti » (persino quelli delle partite a carte si chiamano oggi così), e fu poi fissato il valore: 1 score= una ventina; lalf a score = 10. — Nella lingua dei Cunama dell’Etiopia rara- mente si usa sceb bàre, che è il vero nome per «20 »: più comune è l’espressione koélla, ossia «un uomo completo (con tutte le dita delle mani e dei piedi)»; e, per «40», si dice koé bare, « due uomini ». — Tutte le numerazioni decimali, che prevalgono in ogni con- tinente, derivano dal fatto che abbiamo dieci dita; e_ quella vigesimale, persistente in basco, in francese, in “ix in norvegese, dal ,totale delle ditai (mani e piedi VOCABOLI E REALTA proposizione « tulte le pareti sono imbrattate »: la somma (plurale) non può variare il valore degli addendi (singolare). La prova inversa ‘l'abbiamo esaminando la proposizione « quei PIA. _r Nidi Vota a DI Gera ii ere, =” n TIRÒ ha cdi MOIO < 8 x Sc Oi Ve R e) t La parete A è « tutta imbrattata »: le pareti B non le sono, poi che sono semplicemente imbrattate; ma, poi che « ciascuna di esse » è îmbrattata, esse sono « tutte imbrattate ».. — Tutti (tutte) è il plurale di « ogni ». (ognuno, ciascuno). (8 208) vecchi sono tutti presbili »: non diremo certo che è il plurale di « que/ vecchio è tutto pre- sbite »! È esatto invece, nella realtà e nel pen- siero, che il singolare debba essere « Ognuno (= ogni uno) di quei vecchi è presblle ». Il numero indeterminato è espresso da qualche, che vale per i due generi ed.ha come plurale corrispondente alcuni, alcune: « Qualche casa è anco- ra in piedi» = « Alcune case sono ancora in piedi ». Nell’esaminare il valore dei vocaboli, non la loro forma deve esser considerata, quanto la realtà che essi esprimono. Un grande e ge- niale pedagogo, Giovanni Amos Romensky, detto Comenius, poco noto e pochissimo seguìto nei suoi saggi precetti pedagogici, si la- mentava perché « le scuole insegnano a fare un discorso prima che a conoscer le cose » (1). Pi —& — Comenius, Didactica Magna, Amsterdam, 1657, c. XVI, f. 1, 8 15.-— Ed aggiunge, in merito allo studio delle lingue, che «si fanno le cose fuori tempo, giac- ché non si comincia con la lettura di qualche autore o con qualche dizionario illustrato a dovere, ma con la grammatica, benché gli autori (come anche i dizio- narî) forniscano la materia del discorso, e la gram- matica aggiunga soltanto la forma, ossia le leggi per formare, ordinare e collesare i vocaboli ». (ibid. 8 16). — Nato nel 1592 in Moravia, Comenius morì nel 1671 in Amsterdam. La Didactica Magna, composta dap- prima in lingua ceka, (1628-1632) fu da lui stesso tra- dotta in latino. Buona è la traduzione italiana di V. Gualtieri, ediz. Sandron, Palermo, 1935. é — 232 — Le voci descrittive (XVI 310. — Ricchissima è la categoria degli aggettivi che esprimono una proprietà o qualità del soggetto, e. son perciò «descrittivi» o qualificativi. Otto efficacissimi aggeltivi esprimono « re- gola e .qualità » terribilmente costanti dei fe- nomeni meteorologici infernali del III cerchio: «.. terzo cerchio, della piova, etlerna (1), maladetta, fredda e greve; regola e qualità mai non l’è nova. Grandine grossa e acqua tinta (2) e neve per l’aer fertebroso $i riversa... ». (Inf., VI, 4-10). (1) Dante scrive «etterno », pur se il latino è aeternus; ma questo è contrazione di aeviternus, ossia una «durata » (aevum) che è «tripla» ((ernum) di qualsiasi altra. (2) Il latino tingere significò originariamente « ba- gnare »: ora tincta lacrimis sono, in Ovidio, « le guan- ce bagnate di lagrime »; dalla tunica sanguine tincta (Cic.) è semplice il passaggio al significato di « tin- gere » nel senso italiano. Per analogo fenomeno, l’ag- gettivo spagnolo colorado si specializzò a significare “« rosso ». Tale è il significato ne? nomi geografici Colo- rado e Rio Colorado, che son quindi parenti lingui- stici del « Mar Rosso ». — Nel dialetto cubano «el colorado » è la « scarlattina ». — Ed è anche interes- sante constatare che nell’espressione latina «/oca lu- mine tingere » (che si trova in Lucrezio, grande osser- vatore e interprete dei fenomeni naturali) nel signifi- cato di «illuminare », è adombrata intuitivamente la più moderna teoria delle radiazioni luminose, il colore non essendo una qualità intrinseca dei corpi, ma ri- sultante soltanto da uri «bagno di luce ». — E, nel- La qualità può essere espressa semplice- mente come aggregata al nome, ossia attribuita ad esso, ed in tale funzione attributiva l'aggettivo qualificativo ha un valore ornamentale (1), che è molto importante ai fini dell’efficacia e dell’eleganza lette- raria. Il] gusto e il senso di misura debbono gui- dare lo scrittore e il parlatore nella scelta e l’ultimo canto della Divina Commedia, la meraviglio- sa descrizione della Trinità come cerchi luminosi dei quali « un dall’altro — parea riflesso come iri da iri » non precorre forse la moderna analisi ottica basata tutta sulle divesse « lunghezze d’onda? ». La sensazio- ne coloristica è espressa assai più efficacemente in Dante che in Omero; cfr. W. E. Gladstone, Der Far- bensinn mit besonderer Bericksichtigung der Farben- kenntniss des Homer, Breslau. Nella lingua degli Zulù l’aggettivo /ullaza esprime tanto il verde che l’azzurro, e lo stesso fa la lingua dei negri Sotho con l’aggettivo talà: rosso e giallo son confusi dai Bongo in un’unica parola (kKamaheke), e lo stesso fan- no gli Abaka con il loro aggettivo sukim. — Cfr. Kir- chhoff, Zur Frage liber den Farbensinn der Naturvòl- ker, nella « Deutsche Revue », 1881, III. — « Il genere di vita, l’attenzione, la formazione delle idee astratte, che è l’espressione dello sviluppo psichico, influiscono sullo viluppo del linguaggio... Perciò prima si avran- no i vocaboli per indicare le cose più necessarie e più impressionanti; ed ecco quindi prima parole appro- priate per esprimere il rosso, poi quelle per esprimere l'azzurro ». G. Ovio, La scienza dei colori: visione dei colori, Milano, Hoepli. « Attribuire » significa « assegnare »: e perciò l'attributo è la semplice citazione della qualità | espressa, assegnata al nome cui si riferisce; « predi- care », invece, significa «annunziare pubblicamente una verità », e perciò il predicato afferma (per mezzo del verbo «essere» ad altro) una qualità del soggetto: nella quartina del.Tasso « Così all’egro fanciul porgiamo aspersi di soave licor gli orli del vaso: succhi amari, ingannato, intanto ei beve, e dall'inganno suo vita riceve ». (Gerus. Liber., I, 3). gli aggettivi egro, aspersi, soave, amari, ingannato, suo sono aggettivi usati come «attributi ». Essi sono in- vece « predicati » nelle proposizioni: «il fanciullo è egro (malato) », « gli orli del vaso sono aspersi », « il ESTENSIONE DELL’AGGETTIVO nell’uso di tali aggettivi: la penuria di aggetti- vi rende scarno il discorso, la soverchia ab- bondanza lo rende tronfio; l’impiego di agget- tivi sproporzionati per eccesso o per difetto significativo nuocciono alla sua ellicacia. Il linguaggio dei resoconti sportivi è un pietoso esempio di esagerazioni aggettivali (1). 312. — L'aggettivo « qualificativo » aderisce com- pletamente al nome, sì che la sua estensione-è limitata da questo: in «un foglio bianco » l’idea qualitativa di bianco @oincide, per estensione, con il foglio che essa qualifica: la loro estensione serve a definire la quan- tità delle cose che essi determinano. Mentre la « qualità » è aderente alla cosa, la de- terminazione quantitativa le viene da un rapporto con l'esterno. Allorché diciamo «quel gaio uccellino », « due fogli sovrapposti », « la luna crescente », «un muro dipinto », i determinativi quel, due, la, un sono indicazioni dirette verso le cose, mentre i qualilicativi gaio, sovrapposti, cre- scenie, dipinto esprimono qualità inerenti nel- le cose stesse. licore è soave », « il succo sembra amaro », e nel pro- verbio : «Chi tì lusinga più di quel che suole o t'ha ingannato, od ingannar ti vuole ». (Anche i « participî » aspersi e ingannato sono aggettivi: vedi 8 313). (1) Esageratamente laudativa è l’ode leopardiana « Acun vincitore nel pallone » (« magnanimo campion » — «te fiemendo appella — ai fatti illustri il popolar favore »... — « oggi la patria cara — gli antichi esempi a rinnovar prepara »); a meno che (l’ipotesi è audace) il Leopardi non abbia voluto, invece, fare dell’« iro- nia » o addirittura del sarcasmo. — Cfr. S. Tissi, L’iro- nia leopardiana, (Saggio critico-filosofico), Firenze, Vallecchi, 1920. — Del resto, abitualmente « Leopardi produce l’effetto contrario a quello che si propone... La profonda tristezza con la quale Leopardi spiega la vita, non ti ci fa acquietare, e desideri e cerchi il conforto di un’altra spiegazione ». F. de Sanctis, Scho- penhauer e Leopardi, in « Saggi critici », Milano, 1914, vo.l I, pag. 269. oggi Questa constatazione ci conferma: a) che gli «articoli» sono veri «aggettivi de-. terminativi » (o « indeterminativi »). Infatti nessuna differenza di regime e di funzione li diversifica da questi. Sono, come questi, preceduti dal determinativo futfo, che ha significato generale (« tutto il mondo », . ed fapposti, NEL L'aggettivo determinativo indica dall'esterno; l’agget- tivo qualificativo aderìsce al nome e coincide con esso per estensione... (8 312) « tutti i giorni », « tutte le volte », come direm- mo « fulto quesito mondo », « lutte quelle vol- te »), mentre sono seguiti dai determinativi di significato più ristretto (« l’aliro mondo », « le | poche volte »). Si comporta, insomma, esatta- mente come gli altri « determinativi ». I PARTICIPÎ SONO AGGETTIVI Tranne in italiano, una determinazione possessiva esclude l'articolo, esattamente co- me esclude gli altri determinativi (1). b) che i « participî » (presente, passato e passi- vo) sono veri e proprî aggettivi qualificativi; La qualità o proprietà da essi espressa è quella risultante dallo star compiendo un’azione, (« part. | pres. »), di averla compiuta (« part. passato ») o di averla subìta (« part. passivo »). L’aggeltivo crescente indica appunto la qualità o proprietà di chi cresce; e dipinto è la conseguenza dell’aver subìto l’azione del dipingere: tra rosso e colorato non v'è che differenza di tinta, il primo essendo di signi- ficato generale: ma ciò che è rosso è fisica- men!e e grammaticalmente colorato, e ciò che è coloraio è fisicamente e grammaticalmente rosso, o giallo, o verde, o di altro colore. I participî hanno anche la proprietà di po- ter essere « sostantivati », come gli altri ag- geltivi: es.: « i presenti », « il passato ». In ogni cerchio infernale, Dante trova «novi tormenti e novi tormentiali ». (Inf., VI, 4). (1) Noi diciamo «il mio orologio », laddove le al- tre lingue escludono questa doppia determinazione: spagn. mi reloj, franc. ma montre, ingl. my watch, ted. mein Uhr, ecc. — Il portoghese usa l’articolo: o meu relogio, e lo stesso fa il rumeno: ceasornicul meu, in cui ceasornicul= ceasornic (« orologio ») + ul (arti- colo). — In italiano escludono l’articolo i nomi di gra- di di stretta parentela preceduti dal possessivo: « suo padre », ma « il padre suo »; così « sua cugina », « vo- stro zio», ecc. Lo esigono, invece, quando siano ac- compagnati da aggettivo: « il suo caro nipote» o da un prefisso (che equivale ad un aggettivo) « il vostro pronipote », « il tuo bisnonno ». La regola non è sem- plice. — Il romeno ha locuzioni simili ad alcune no- stre dialettali: « tua madre » si dice mama-ta e (tran- ne il raddoppiamento dell’m) si pronunzia, anche co- me intonazione, proprio come il napoletano mammeta; e « tua sorella » è sord-ta. Gli aggettivi concordano in genere e nu- mero con il nome al quale si riferiscono. Essi ed i pronomi son ie uniche parti del discorso che hanno tale concordanza (1): gli aggettivi perché, nella realtà obiettiva, aderiscono completa- mente alla cosa che determinano o qualificano, e i pronomi perché fanno le veci del nome stesso. 315. — Questa concordanza linguistica è in per- fetta coerenza con la nostra mediterranea forma men- tis, la quale trova la naturale espressione nel più so- lido sistema filosofico che abbia durato e duri nei ‘tempi: la philosophia perennis: anche l’indole della. lingua italiana si è plasmata in armonia con questo criterio fondamentale di adaequatio tra lo spirito e il mondo esterno, tra il pensiero e l’obiettiva realtà, ot- tenendone un insieme coerente, unitariamente armo- nico (2). Tale concordanza si ritrova in tutte le lin- gue neolatine. L' aggettivo è invece invariabile in inglese; ha regole di concordanza molto complesse in tedesco, le terminazioni varian- Il verbo russo ha, nell’indica- tivo passato, tre forme diverse, per i tre generi: on byl, « egli fu, o era »; anà bylà, « ella fu o era »; anò bylo, « esso fu o era ». — Il polacco distingue anche negli altri tempi e modi: così, ad esempio, « sarebbe- ro » è byliby per soggetto maschile e di persona, byly- by per gli altri casi. Analogamente fa il ceko. — Le lingue semitiche hanno una forma verbale speciale per il femminile nella 22 e 34 persona, ma non distinguono il genere nella 1a. (2) Sin da giovane il nostro Rosmini « disegnava il saper umano in grandi alberi diramantisi con ordine bello di un’unica vita, e si addestrava a comporre quelle tavole meravigliose nelle quali le idee madri si veggono via via generare altre idee, e propagarsi giù giù la feconda famiglia, distintane la legittima di- scendenza e cognazione e affinità; onde l’astratto ren- desi quasi palpabile, e le sottili gradazioni del vero si colorano d’intellettuale bellezza ». N. Tommaseo, I! ritratto dì Antonio Rosmini, 1855, c. XIV. — 238 — é LA GRAN MURAGLIA do e spostandosi (1). Il fenomeno rivela, come altri similari — linguistici e non linguistici — la mancanza di un criterio fondamentale uni- co, in corrispondenza con il temperamento del popolo (2). A Ginevra, il monumento della Riforma ha l’a- spetto di una muraglia: e lo è: una muraglia che se- para due mentalità, la mediterranea e la nordica: due diverse visioni e interpretazioni del mondo, con tutte le conseguenze filosofiche, religiose, morali e so- ciali (3). (1) In un costrutto, la desinenza dell’articolo de- terminativo deve apparire in ogni caso una volta, o. nell'articolo, o in altra parola determinativa, o nell’az- gettivo: noi diciamo « in questa lunga strada » e « que- sta strada è lunga », mentre il tedesco dice «in dieser langen Strasse » e « diese Strasse ist lang ». (2) Il tedesco ha la possibilità di formare parolo- ni composti, riunendo in un solo vocabolo chilome- trico molte idee interdipendenti mentre pci scinde in due parti un concetto unico, con i verbi « separabili »: il « distretto di reclutamento di Corpo d’Armata » è Korpsaushebungsbezirk, la « capacità dei carbonili di una nave » è Kohlenfassungsvermògen, mentre « accet- tare » deve, in alcuni casi, spezzarsi in due vocaboli ossia in due idee: « Ha accettato il dono ringraziando » « Er nahm dieses Geschenk mit Dank entegegen », ma resta riunito, con interpolazione di un prefisso in « Er hat dafiir kein Geld entgegengenommen » (« Non ha accettato denaro per questo »). Eppure è lo stesso idio-. ma che è capace di espressioni monosillabiche ed ef- ficaci: « Sag ’mal, wer steht denn dort? », « Dì un po”: chi c’è lì? ». (Nella Germania settentrionale è frequen- tissimo l’uso di mal per einmal). (3) « Davanti al problema dell'Universo le attitu- dini che il pensiero umano può assumere si riducono in sostanza a due: o si ammette insieme a quella del soggetto la realtà del mondo esterno, o si afferma che lo spirito costruisce la natura. Si è realisti nel primo. caso, e nel secondo idealisti... L’idealista domanda, con una contraddizione male dissimulata, di salvare i fenomeni o le apparenze, il realista vuole ancora qualcosa di più ». A. Garbasso, La tradizione del pen- siero toscano, in « Scienza e poesia », Firenze, Le Mon- nier, 1934, pag. 245-246. — Per «idealismo » si inten- de qui il noto nordico indirizzo filosofico, che l’acca- demico F. Severi proponeva giustamente di chiamare  doo 316. — Il fatto che l'aggettivo qualificativo espri- ma una qualità non impedisce che esso, esprimendola, possa implicare una determinazione. Allorché un regolamento prescrive che « ogni conducente di veicoli deve far aiten- zione ai cartelli indicatori », l’aggettivo indi- catori è qualificativo, ma, al tempo stesso, di- stingue quei cartelli dagli altri (ai-quali il con- ducente non deve fare attenzione), e cioè li determina: ma questa sua funzione non altera sostanzialmente ii carattere qualificativo del- l'aggettivo e la sua aderenza al nome. 317. — Le lingue neolatine esprimono. questa spe- ciale funzione, armonizzando forma e pensiero, e pen- siero ed obbiettiva realtà. | Nella quasi totalità delle altre lingue l’ag- gettivo precede in ogni caso il nome cui esso si riferisce (1): le lingue neolatine, invece, piuttosto « ideismo ». — Opera di disorientamento han © fatto e fanno tutti coloro che, in terra nostra, sono coscienti o incoscienti apostoli di tali teorie contrarie alla nostra tradizione e all’indole della nostra stirpe, ed in netto dissidio con la nostra fede. (1) Il tedesco pone prima del nome anche gli ag- gettivi o participî modificati da altri vocaboli: « Die Quadratur ist die Flichenbestimmung einer von krum- men Linien begrenzten Figur » « La quadratura è la determinazione della superficie di una figura limitata da linee curve » letteralm.: « da una da linee curve limitata figura »; — « Die Biihnensprache soll eine edle und darum sehr rein gesprochene Sprache sein » (« La lingua teatrale deve essere una lingua nobile e quindi pronunziata molto pura» letteralm.: «una nobile e molto puramente pronunziata lingua ». — Infatti la Biihnensprache è presa come modello per buona for- ma e corretta pronunzia del tedesco). — Cfr. anche 8 271..— L'inglese invece colloca dopo il sostantivo l'aggettivo che abbia complementi: « A building 40 me- ters high», « Un edificio alto 40 metri»; nonché gli aggettivi comincianti con il prefisso « a- », come dii... « simile », asleep, « addormentato », ufloat, « galleg- giante », alone, « solo », ecc.; o pone dopo il sostan- tivo l’aggettivo cui voglia dare più efficacia: « in times long past », « in tempi molto remoti ». : {Usi SOCIETÉ NOUVELLELI pete DE PUBLICITÉ ::(7 ® Lt des Italiens, PARIS (2°) Na 67-90 (Numero unique 10lrgnes). sii « Cartello indicatore » (A) qualifica e determina insie- me, escludendo gli altri cartelli (B) (*)   L’illustrazione A è tolta dal volume « Circu- lez!, texte officîel du Code da la Route, illustré de 50 dessins humoristiques de Pacquérieux », Paris, Denoel, . Se il burocratico Codice della Strada può esser volgarizzato lietamente, non v’è ragione per cui anche la grammatica non possa avere la sua nota gaia. pongono prima del nome l’aggettivo che abbia pura funzione decorativa, mentre lo pongono dopo il nome allorché abbia una funzione de- terminativa: nella proposizione « Egli scorse la bionda fanciulla » l'aggettivo è preposto al nome avendo soltanto un valore decorativo, mentre « Egli scorse la fanciulla bionda » si- gnifica che si tratta di quella, identificabile per aver la qualità di bionda, e non di altra fan- ciulla; perciò l’aggettivo è posposto al no- me (1). 318. — Tale diversa disposizione è dovuta ad una norma di armonia: posposto al nome, l’aggettivo ri- ceve un rilievo fònico maggiore, cadendo su di esso l'accento ritmico della proposizione. Questa norma musicale Îîa sì che, ad esempio, l'aggettivo possessivo posposto al nome sia più intenso affettivamente; tale po- sposizione è abituale nelle esclamazioni, nel- le invocazioni: diciamo, perciò: « Padre no- stro, che sei nei cieli. Il collocamento dell’aggettivo prima o dopo del sostantivo produce non soltanto una diversa intensità espressiva, ma talora anche una differenza di significato. Così, ad esempio, un brav’uomo non è la stessa cosa che un uomo bravo; allorché diciamo «i primi due » intendiamo «il 1° e il 2° d: una serie», —_ ——=@& (1) La posposizione al nome può aversi anche nel caso di aggettivo ornamentale, ma è di rigore per gli aggettivi che implicano una determinazione. (2) Il francese non ha questa possibilità espressi- va dei possessivi posposti. Si pensi all’efficacia dell’i- taliano « patria mia!» portogh. « patria minha! », ecc. — Il rumeno può non soltanto posporre al no- me l’aggettivo, ma rinforzarlo anche con l’« articolo improprio » (articolul impropriu): si può tradurre « [il] cavallo bianco », calul! alb, e calul cel alb (lette- ralm.: «il cavallo quello bianco »); « rozele cele fru- moase ate Mariei », «le belle rose di Maria», («le rose quelle belle quelle di Maria »). DAI INUTILI CATEGORIE SPECIALI mentre quando diciamo «i due primi» intendiamo il 1° di una serie e il 1° di un’altra (1). 320. — L'aggettivo preposto anche all’articolo as- sume un valore ancora più intenso esprimendo la qua- lità come stato sopravvenuto: perciò « Ho trovato il bicchiere rotto » non ha lo stesso significato che « Ho trovato rotto il bicchiere ». Particolare attenzione va fatta per parec- chi aggettivi Îrancesi, i quali assumono un diverso significato a seconda che precedano o seguano il nome: così un galani homme è « un galantuomo », mentre un homme galani è « un uomo galante »; un petit homme è « un uomo piccolo (basso) », mentre uri homme pe- tit è piuttosto «un uomo meschino (moral- mente) »; la dernière année » è « l’ultimo an- no » (di una serie, di un corso), mentre l’an- née dernière è «l’anno scorso » (e lo stesso vale per altri nomi che indicano periodi di tempo: siècle, saison, mois, semaine, jour, ecc.). * * % 321. — Alcuni aggettivi esprimono una qualità in modo assoluto ed hanno perciò valore fisso: tali sono, ad esempio, quelli significanti un massimo, qua- li eterno, infinito, immortale, sublime, massimo, mi- nimo, ottimo, pessimo. Questi non possono essere mo- dificati da avverbî o con complementi che ne attenui- no o ne accrescano il valore. Come si vede, non è necessario costituire una categoria speciale per collocarvi i sel (1) Avviene una sostantivizzazione (o, per lo me- no, una «semisostantivizzazione ») dell'uno o dell’al- tro aggettivo: nel primo caso si tratta dei due (sost.), che sono primi (agg.), mentre nel secondo si tratta dei due (agg.) primi (sost.). Ma tale sostantivizzazione non vè quando il sostantivo sia espresso: «i due primi posti », «i primi due posti »; ma, così dicendo, la dif- ferenza è meno chiara, appunto perché non intervie- ne la sostantivizzazione indicatrice. 0  « superlativi » che ci rimangono dal latino (1). Essi hanno perduto tale significato « rela- tivo. Non modificabili sono anche gli aggettivi che si- gnificano qualità o proprietà fisiche, geometriche, fi- losofiche che non ammettono graduazioni, quali, ad esempio, sferico, circolare, rettangolare, sinusoide, in- solubile, monovalente (e bivalente, ecc.) primo (nel senso matematico di indivisibile per altro numero che se stesso e l’unità), immanente, impossibile, impro- crastinabile, assurdo. Il valore del significato della grande maggioranza degli aggettivi —ossia di tutti quelli che non esprimono una qualità o proprietà assoluta — può essere modificato o con avverbî o con speciali suffissi. Di una cosa si può dire che essa è buona, abba- stanza buona, non molto buona, piuttosto buona, ve- ramente buona (4); di una persona potremo afferma- (1) Le grammatiche elencano come tali: massimo, minimo, sommo, infimo, ottimo, pessimo, qualificando- li come « superlativi » di grande, piccolo, alto, basso, buono, cattivo. (2) Il latino « pessimus omnium poeta » significa- va « il peggiore di tutti i poeti », in summa Sacra Via «in capo alla Via Sacra »; minimus cibus, « la più pic- cola quantità di cibo ». (3) Si dice « Questo è ancora più assurdo », « Non è poi tanto improcrastinabile », ecc., ma sono espres- sioni improprie, o che nella forma di « graduazione » esprimono una negazione, giacché una ‘cosa o è assur- da o non lo è, o è rinviabile, impossibile, ecc., o non lo è. (4) In italiano, a differenza del latino, ottimo non è, morfologicamente — e nemmeno ideologicamente — il « superlativo » di buono, se non ‘in quanto espri- me un «limite ». Assai interessante sarebbe qui un paragone linguistico-matematico, applicando cioè al «grado di significato » degli aggettivi quello stesso criterio per cui, nel calcolo differenziale, per risol- vere qualsiasi problema di « massimo e di minimo » si deve calcolare il coefficiente angolare della tangen- — 244 — I « GRADI DI PARAGONE » re che è onesta, quasi onesta, assolutamente onesta, onestissima; del suò aspetto fisico diremo che è gras- sa, troppo grassa, grassottella, grassoccia, grassissima. 323. — La grammatica rivoluzionaria non nega che esistano dei « gradi » negli aggettivi, nel senso che la « qualità » possa essere espressa appunto in « gra- do » diverso: nega però che vi siano, nelle lingue neo- latine, i « gradi di paragone » degli aggettivi come vi ‘ erano in latino, e come vi sono in altre lingue. Con ciò la grammatica rivoluzionaria chie- de soltanto che si riconosca formalmente ciò che è avvenuto nella linguistica realtà. L’ita- liano, oramai da un millennio, ha scisso il - comparativo e il superlativo latino nei suoi componenti, distinguendo nettamente, ossia in due idee e perciò in due vocaboli, ciò che era morfologicamente e ideologicamente uni- to nel « comparativo » e nel « superlativo » del latino. È doveroso che la grammatica prenda atto di questa oramai millenaria scissione (1). 324. — Il « grado», ossia l’« intensità » dell’ag- gettivo qualificativo è espresso, in italiano, da uno o più vocaboli che modificano l’aggettivo stesso. Il si- gnificato di quest’altro vocabolo o di questi altri vo- caboli è chiaro, e non v'è quindi nessun bisogno di complicare nella grammatica ciò che venne semplifi- te ad una curva. La curva più primitiva è la retta, la cui equazione è del tipo y=a xt. La dblivata di y rispetto ad x è a = tg A; essa è una costante in contrapposizione ad x che è una va- riabile. Si potrebbe così arrivare a tracciare la « cur- va » della « funzione (esponenziale) » dei valori di un aggettivo. Il lettore che, amante di ricerche ed eserci- tazioni matematiche, voglia dilettarsi con lo studio di tali analogie, leggerà utilmente le acute osservazioni di un geniale matematico inglese sulle « curve espo- nenziali »: L. Hogben, La matematica nella storia e nella vita, trad. ital, Milano, Hoepli, 1940, vol. II, pag. 588 e segg. (1) I primi documenti scritti dell’italiano risalgo- no all'VIII e IX secolo: nel XX secolo è tempo di aggiornare la grammatica. cato nella realtà linguistica, in coerenza con il pen- siero, analiticamente (1). L’avverbio « più » significa «in quantità maggiore »: può esprimere una quantità nume- rica superiore all'unità: « Se una o più per- sone... », « Questo problema ammette più so- luzioni ». 325. — In questa funzione, l’avverbio diventa vero e proprio aggettivo determinativo, e può anche essere sostantivato: « Che i più tirano i meno, è verità, posto che sia, nei più, senno e virtù; ma i meno, caro mio, tirano i più, se i più trattiene inerzia o asinità » (G. Giusti) 326. — È notevole che, in italiano, l’espres- sione « più d’uno », che ha chiaro valore di plurale, richieda il verbo al singolare: « Più d'uno la pensa diversamente ». — Vedi, in proposito, il 8 59 (2). 327. — Può anche, sempre in funzione determi- lativa, indicare una maggior quantità della cosa espressa dal nome: « Più gente entra e più danaro si incassa ». È invece avverbio allorché, premesso ad un aggettivo qualificativo, lo modifica sì che venga espressa una maggior quantità della qualità signifi- cata dall’aggettivo: «Né contro il sonno credo che vi sia mezzo più pronto, antidoto migliore ». (G. Guadagnoli. Zl tabacco). (1) Vedi 8 67. (2) Anche l’analoga espressione inglese richiede il verbo al singolare: Many a scholar maintains that... « Più di un erudito sostiene che... » (Si ricordi che scholar ha comunemente il valore di « dotto, erudito, competente in una branca del sapere ». — Cfr. C. Ros- setti, Z tranelli dell’Inglese, 58 ediz., Firenze, Le lingue Estere, 1943, pag. 423). — 246 — IL «SECONDO TERMINE » In questo caso equivale all’avverbio « mag- giormente », che lo può sostituire, sebbene sia meno agile.  Anche gli aggettivi ‘possessivi possono essere rinforzati con avverbî di intensità: « Questa casa oramai è più mia che sua ». | In tal caso, però, l’aggettivo possessivo acquista il carattere e la funzione di qualificativo, inversamen- te cioè a quel che accade talvolta per gli aggettivi qualificativi (8 316). 330. — La grammatica tradizionale pone in par- ticolare evidenza, come « comparativi speciali », 6. ag- gettivi rimastici dai « comparativi » latini (1). Non v’è ragione alcuna per cui tali aggettivi me- ritino di essere considerati a parte: miaggiore di..., migliore di..., inferiore a..., ecc. sono costrutti che, for- malmente e ideologicamente, hanno gli stessi conno- tati che molti altri consimili: eguale a.., connesso con..., diverso da..., valevole per... ossia di aggettivi che esprimono una qualità, ma in connessione con un elemento estraneo all’aggettivo stesso, limitandone il significato in relazione a tale elemento. La matematica, la quale usa il simbolo « + » per indicare la voce «più», e ha simboli per indicare « maggiore di... », « minore di... », abbonda di costrut- ti linguistici i quali provano che tali espressioni van- no considerate tutte come appartenenti alla stessa ca- tegoria, sia ideologicamente che formalmente. Ed an- che gli aggettivi che formano tali costrutti non ap- partengono a categorie diverse. Se la grammatica tradizionale dedica una speciale trattazione al « secondo termine di paragone », essa dovrebbe coerentemente oc- cuparsi nella stessa misura e con lo stesso criterio del « secondo termine di somiglian- za », del « secondo termine di derivazione », del « secondo termine di diversità », ecc. ecc. (1) Cioè gli aggettivi: maggiore, minore, superiore, inferiore, migliore, peggiore; e corrispondono ai co- siddetti « superlativi » del 8 321. DIR La grammatica rivoluzionaria definisce con la denominazione di « complemento di paragone » l'elemento che determina il valore quantitativo o in- tensivo espresso dall’aggettivo modificato dall’avverbio più, dall’avverbio meno, dall’avverbio tanto (altret- tanto). | e = lenticoa ... = uguale a ... i maggiore di... minore di ... non uguale a ... non maggiore di ... non minore di... x moltiplicato per... : + diviso per... f | parallelo a... + non parallelo I fattoriale di AMA V a 060 A) La matematica usa molti. simboli equivalenti ad aggettivi qualificativi implicanti un rapporto, una con- nessione, un complemento. — B) L'aggettivo « duro.» ha. qualsiasi valore della « scala del Mohs » ed anche oltre... (88 330-331) ANALISI E BUROCRAZIA L'analisi logica, esaminando la proposizione « II topazio è meno duro del co- rindone e più duro del quarzo », afiermerà che gli avverbî più e meno modificano l’aggettivo. qualificativo duro per esprimere che la durez- za non va intesa in senso assoluto, ma rela- tivo: questa relatività espressa dall’avverbio richiede l’altro elemento di confronto o rap- porto, ‘che è appunto il « complemento di pa- ragone » (1). (Come si vede, per la grammatica rivoluzionaria l’analisi logica non va confinata burocratica- mente in un compartimento stagno accuratamente separato da quello dell'analisi grammatica- le: è necessario — se vogliamo comprendere i fe- ‘ nomeni linguistici — che la morfologia sia trat- tata sempre in considerazione della sintassi: la causa finale concorre a determinare la forma dei vo- caboli. Non basta l’anatomia a darci ragione della struttura di un organo: l’istologia è scienza incompleta se non ci dice il perché finale, ossia la relazione tra struttura e funzione. Purtroppo il «respice finem » non serve di bussola alla scienza « moderna » che si proclama obiettiva e che invece prescinde proprio dalla fondamentale obiettiva realtà: che, cioè, l’intero. (1) La durezza, ad esempio, è una proprietà che ha, come la maggioranza delle altre, un valore rela- tivo: di due minerali è più duro quello che riesce a scalfire l’altro: su questa constatazione era basata l’antica « scala di durezza » del Werner, che suddivi- de i minerali in teneri (scalfiti dall’unghia), semiduri (scalfiti dall’acciaio) e duri (non scalfiti dall’acciaio). Oggi si usa prevalentemente la «scala del Mohs», formata di dieci termini dei quali ognuno scalfisce il precedente: 1) talco; 2) gesso; 3) calcite; 4) fluo- rite; 5) corindone; 6) apatite; 7) ortoclasio; 8) quar- zo; 9) topazio; 10) diamante. L’aggettivo duro può avere tutti i valori della scala, ed un altro elemento, espresso o sottinteso, ne precisa l’intensità, con mag- giore o minore precisione. e Creato con tutti i suoi fenomeni è mirabilmente coor- dinato in un disegno e ad un fine) (1). * * %* 332. — Anche quando non siano modificati da altri vocaboli o con speciali terminazioni, gran parte degli aggettivi qualificativi, esprimendo una qualità passibile di gradazione, hanno un significato non as- soluto ma relativo. Così il valore degli aggettivi bian- co, rosso e verde non è nell’uso comune rigorosamen- te cuello determinato dalla lunghezza d’onda » (4) del- le fisiche vibrazioni luminose: infatti, allorché dicia- mo «la bandiera bianca, rossa e verde » intendiamo colori ben diversi da quelli che i medesimi aggettivi esprimono allorché descrivendo l’aspetto di una per- sona diciamo che ella è «bianca per la paura» o « rossa per la vergogna » o « verde per l’invidia ». Parimenti aggettivi quali grosso (o gran- de) e piccolo, largo e stretto, lungo e corto, al- to e basso, caldo e freddo, pesante e leggero, forte e debole non hanno mai un valore metri- co assoluto: un piccolo elefante è sempre enor- memente più grande che un grosso calabro- ne: si può benissimo « percorrere a lunghi passi un breve percorso » e ciò non significa che il passo abbia una dimensione lineare maggiore che l’intero percorso. 333. — Una maggiore precisazione metrica, ma sempre relativa, viene espressa modificando l’agget- tivo con avverbî, oppure con speciali suffissi. L'aggettivo qualificativo, modificato da un suffisso, acquista così un valore «accrescitivo », (1) La scienza moderna è in crisi per le stesse ra- gioni per cui tutta l’umanità è in crisi: ma «crisi si- gnifica richiamo a non ismarrire il senso di equilibrio nella valutazione delle cose, a non perdere di vista il trascendente fra il groviglio dei sensibili, a seguire senza preconcetti le esigenze e le eventuali conclusio- ni della ragione nella ricerca delle supreme finalità del mondo e della vita ». Nigris, Crisi nella Scienza, Milano, Vita e Pensiero A AO LT A SAETTA e PL ei NON « SUPERLATIVO », MA «INTENSIVO » « diminutivo », « peggiorativo », « comparativo », « vez- zeggiativo », ecc. Tra questi suflissi modificanli l’intensità va annoverato il suffisso -issimo, che è il più forte, ma che non implica necessariamente un grado superlativo assoluto: infatti possiamo dire: « questo cibo è salatissimo, ma quello di ieri era ancora più salato ». Talmente fluttuante è il valore di ciascuno di questi sulfissi, implicando anche sîumature di significato che esorbitano dalla specifica qualità espressa dall’aggettivo, che l’uso di essi è difficilissima per uno straniero: rosso, rossiccio, rossastro, rossissimo esprimono di- versità di intensità ma anche diversità di to- no cromatico; potremo dire grigiasiro, grigio- finto, ma non diremo mai grigissimo; abbia- mo grasso, grassotto, grassottello, grassoccio, grassone (usato piuttosto sostantivato) e gras- sissimo, ma non abbiamo grassastro (1). Nel III Congresso Internazionale dei Linguisti (Roma, 22 settembre 1933) il prof. Viggo Bréòndal del- l'Università di Copenhagen deplorò che le grammati- che delle lingue neolatine continuassero a parlare di un « superlativo », mentre si tratta di un « intensivo »: questo calco grammaticale sul sistema latino è stato condannato da molto tempo dal buon metodo lingui- stico (2). ° (1) Nella terminologia tipografica, grassetto è il nome di un carattere più marcato: e parimenti il ne- retto. Impiegando suffissi diversi, e con l’eventuale aggiunta di prefissi, la nomenclatura chimica ha po- tuto formare aggettivi e aggettivi sostantivati espri- menti la maggiore o minore ossidazione di un acido e del sale derivato: si hanno così, ad esempio: Hz S 04, acido solforico, H=? S 03 acido solfo- roso, K Cl 04 perclorato di potassio, K. CI O2 clorito di potassio; e si hanno anche un ossido manganoso-manga- nico, un ossido ferroso-ferrico, ecc. (2) « Le roman a perdu le superlatif en tant que superlatif (car ottimo en italien ne veut pas dire «le Non dunque « superlativo », ma inten- sivo: e l’intensivo è per l’aggettivo ciò che l’ac- crescitivo è per il nome: grossissimo sta a gros- so come palazzone sta a palazzo. Parecchi dei suffis- si accrescitivi o diminutivi o vezzeggiativi degli agget- tivi coincidono con quelli dei sostantivi (1). 336. — Questa chiarificazione e semplificazione grammaticale italiana giova anche per lo studio del- le lingue straniere: si eviterà di confondere i cosid- detti « comparativo >» e « superlativo » italiani, che non esistono, con tali gradi in quelle lingue che li hanno, come il latino, e le lingue europee derivate dal go- tico. Il cosiddetto comparativo, specificato con l'articolo, serve in italiano a formare il cosid- meilleur »; comme les formes en -issimo, c’est un in- tensif). Il est vrai que dans les grammaires on trouve toujours le système complet: bon, meilleur, le meilleur; bien, mieux, le mieun Mais ce n’est ià qu’un simple calque sur le latin, condanné depuis longtemps par la bonne méthode linguistique ». V. Bròndal, Structure et variabilité des systèmes morphologiques, Rome, 1933 (negli Atti del Congresso e in «Scientia », 1, VIII, 1935, vol. LVIII, n. CCLXXX-8). (1) Nel linguaggio faceto si aggiunge la desinen- za -issimo ad alcuni sostantivi, ottenendo vocaboli di indubbia efficacia, quali salutissimi (« saluti cordialis- simi »), banchettissimo. Oramai di uso corrente è il veglionissimo, che finirà certamente per passare nel linguaggio autorizzato. Abbiamo già il generalissimo. —- L’intensivo direttissimo, sostantivato a scopi ferro- viarî, ha funzioni analoghe a quelle che l’accrescitivo torpedone ha nell’automobilismo turistico. — Il lin- guaggio giudiziario ha ufficialmente adottato la for- mula « giudicare per direttissima », ed abbiamo «la direttissima Roma-Napoli ». — Non vi sono regole per decidere quali desinenze debbano esser usate per al- terare il significato degli aggettivi e dei sostantivi: vi sono simpatie e incompatibilità ideologiche e formali: abbiamo graziosetto, giallino, belloccio con tipiche .sfumature di significato: intelligentino ha sapore iro- nico, saputello esprime eccelttentemente la presuntuo- sità di chi vuol aver l’aria di tutto sapere (il linguag- gio faceto ha costruito, in tal senso, anche « sapone », come comico equivalente di « sapientone »). DI ATTENZIONE AI GRADI! detto « superlativo »: bello, più bello, il più bello. L'articolo determinativo è dunque rite- nuto caratteristico del « superlativo » (1). Pro- prio questa « ricetta grammaticale » può esse- re pessima consigliera per la traduzione in lingue siraniere o classiche. Nel verso del Pe- trarca « Veggio ’1 meglio ed al peggior m'’appiglio » (In vita di Mad. Laura, c. XVII) l’ariicolo che precede meglio e peggiore indu- ce a delinire « superlalivi » i due aggettivi so- stantivati: e, al contrario, essi corrispondono a due « comparativi » (comparativi veri e pro- prî) latini: il verso del Petrarca è infatti imi- tato dal latino: ..« Video meliora proboque: Deteriora sequor ». (Ovidio, Metamorph., VII, 20-21) 337. — Per ben tradurre in quelle lingue che hanno le forme « comparative » e « super- lative », bisogna prescindere daila « forma » italiana, ed esaminare se l’aggettivo modificato esprima una qualità in misura superiore ri- spetto ad altra cosa o altra qualità o altro tem- po, ecc., nel qual caso si tradurrà con il « com- parativo », o se si tratta, invece, di un « pri- (1) Infatti il francese ripete l'articolo allorché l'aggettivo modificato dal plus (o un aggettivo che ne contenga l’idea intensiva) è posposto al nome: l’ami le plus cher, «l’amico più caro » (e non «l’amico il più caro», che è riprovevolissimo gallicismo); /es meilleurs livres possible, oppure les livres les meil- leurs possible. Ma l’articolo può invece mancare quan- do si tratti di un partitivo: ce que j'ai vu de plus in- téressant; ce que nous avons mangé de meilleur. — Il confronto fra lingua e lingua giova a comprendere la vera natura, ossia l’autentico «grado » di questi in- tensivi.  Un intero gruppo di parole può valere da « intensificatore »: così ad esempio, la locuzione fa- miliare francese on ne peut plus in frasi a significato « superlativo »: es.: il est on ne peut plus aimabile. mato » in tale qualità, nel qual caso è eviden- te che la traduzione deve far ricorso al super- lalivo. Si spiega così, ad esempio, perché ad una nostra forma « intensiva » possa corrisponde- re in inglese tanto un comparativo quanto un superlativo: allorché noi diciamo «il più ca- ro », «il più a buon mercato », « il più ulile », « il più comodo », non facciamo differenza al- cuna per il caso che si tratti di due oggetti o di più: ciò prova che si tratta di un « inten- sivo », e che soltanto il « complemento di pa- ragone » stabilisce il valore dell’avverbio « più »: l'inglese, invece, che possiede i « gra- di » degli aggettivi e degli avverbî, dirà ‘he dearer, the cheaper, the more useful, the more comfortable (« comparativo ») se si tratti di uno dei due oggetti, essendo evidente il « pa- ragone » con l’altro, mentre dovrà dire the dearest, the cheapest, the most useful, the most comjortable, se gli oggetti sono ire o più, poi che si tratta di un primato (« superlativo »): non si possono paragonare tre cose come non vi può essere un « superlativo » in un « para- gone » di due cose (1). Noi siamo spontaneamente portati ad esagerare il grado della qualità affermata, appunto per dar maggior rilievo alla qualità stessa: diciamo « pal- lido come un cencio », sebbene nessun pallore epi- dermico possa arrivare mai al bianco assoluto, « rat- to come il fulmine », non intendendo certo la velocità di 300.000 km. a secondo. È la ragione stessa per la quale, sulla deposizione obiettiva dei nostri sensi, la (1) Nella forma mentis anglosassone, questa di- stinzione è fondamentale e si riflette anche in altre espressioni: noi diciamo «le classi ricche », ma nella mente inglese è spontaneo il paragone con l’altra ca- tegoria sociale, e l’espressione è perciò « the richer classes» («comparativo »), cui sono opposte «the poorer classes ». Invece «l’allievo più diligente della. classe » sarà « the most industrious boy in the form ». o) I LA TENDENZA A ESAGERARE tendenza amplificatrice ci porta alle «illusioni ottiche ». Diciamo «È un secolo che l’aspetto », «È ro- ba da morire». Psicologicamente interessanti sono perciò i modi con cui le varie lingue esprimono più o meno esageratamente l’« intensità » aggettivale, con avverbî e terminazioni. A un secolo che aspetto!” (un secolo=20 minuti) (NIITIITITITT) 0000000000000 Vi sono delle esagerazoni linguistiche dovute a cau- se fisio-psichiche analoghe a quelle che creano alcune « illusioni » ottiche... A) Nei « cerchi di Delboeuf » il cerchio interno della figura di sinistra sembra più grande di quello esterno della figura di destra, cui in- vece corrisponde per diametro e circonferenza. — B) Nei «punti di Ponzo», la linea verticale a sinistra sembra più corta di quella di destra, ed invece è del- la stessa lunghezza. (8 338) Le Précieuses si servivano abbondantemente di avverbî quali terriblement, furieusement, formidable-  ment (1). Nell’inglese moderno si dice awfully. good, (letteralm. « spaventosamente buono ») tremendously- glad (« terribilmente contento »). Invece mancano di terminazioni accrescitive, vezzeggiative o peggiora- tive. Noi abbiamo parole, paroline, parolone e. parolacce. (1) E vennero chiamati Zncroyables coloro che esagerarono nell’affettato modo di vestire, di parlare e di gestire. Il nomignolo venne dal loro intercalare « C'est incroyable!» che essi usavano frequentemente. e senza pronunziare la lettera r: « C’est incoyable, ma paole d’honneu! ». — Cfr. Toddi, Guida per la lingua francese viva parlata e scritta, Milano, Ceschina, 1936, pag. 313. Le parole sulle terre, sui mari e nei cieli (VII) Come congruo supplemento alla tratta- zione dei nomi e degli aggettivi, la grammatica rivo- luzionaria ossia aggiornata con i tempi, dà largo svi- luppo alle regole concernenti i vocaboli codificati in un volume diffusissimo e che, pure, non è un testo letteratio: è un volume sui generis, ricchissimo di nomi, alquanto ornato di aggettivi, con alcune pre- posizioni, rare congiunzioni, ma assolutamente man- cante di verbi, di avverbî, e tanto più di interiezioni: l’atlante (1). CSI . (1) « Ah! moglie mia! » è il nome geografico col- lettivo dato alle quindici province orientali e setten- trionali dello Honshà, a ricordo dell’accorata escla- mazione che, dall’alto dello Usvi, il grande guerriero nipponico del III secolo (ufficialmente del II) Yamato- takeru pronunziò ricordando l’eroico sacrificio della consorte Ototachibana-hime, immolatasi nella sotto- stante baia per salvarlo: dalla sua esclamazione (« A tsuma wa ya! ») venne all’intera regione il nome di Azuma, che non è più, però, un’interiezione. — Cfr. P. S. Rivetta, Storia del Giappone secondo le fonti in- digene, Roma, Ausonia, 1920, pag. 26; e Japan-Hand- buch, Nachschlagewerk der Japankunde, Berlin,-Japa- ninstitut, 1941, pag. 654. — Si dice che da un’ammira- tiva frase di Napoleone (« Mais quel beau lieu! ») de- rivi il nome di Beaulieu sulla Costa Azzurra. — Il nome del Capo Guardafui, ossia « Guarda e fuggi! », fu dato dai navigatori italiani all’imponente promon- torio orientale africano detto dagli Arabi Ras Assir, dall’aspetto di leone accovacciato, perché a chi venga da sud o da est, le nebbie frequenti fanno confondere con esso il Falso Capo Guardafui, provocando un pe- ricoloso dirottamento. —- Ma tutte queste interiezioni hanno soltanto valore etimologico, e non conferiscono  L’atlante è un libro senza testo: non ap- partiene alla lelteratura: ne è però ausilio pre- zioso, non soltanto ai fini geografici, ma an- che a quelli direttamente grammaticali relativi alla toponomastica (1). | 340. — Allorché, nell’atlante, un nome geografi- co appare accompagnato dall’articolo, questo va con- siderato come facente parte integrale del nome stes- so: non potrà esserne quindi mai separato, come non potrebbe esser separata la prima sillaba di un qual- siasi altro nome geografico. Perciò si deve sempre dire La Spezia, L'Aquila La Valletta, anche nei casi indiretti, potendosi però, in tal caso, aver anche la fusione con la preposizione (vedi 8 422). Si dirà perciò « La Spezia è capoluogo di provincia », « È partito per l'Aquila», « Ha ricevuto lettere dalla Valletta? ». Lo stesso dicasi per tutti gli altri nomi geogra- fici articolati, sia di luoghi italiani sia di luoghi stra- nieri: alcuni di questi nomi hanno una forma italia- nizzata, altri rimangono nella loro forma originaria. Abbiamo, in Italia, anche La Consuma, La Futa, Il Furlo, La Gaiola, ecc. Italianizzati so- ai nomi geografici derivati la qualifica di « esclama- zioni ». — Anche l’espressione « Zch bringe es dir! » - («Io porto ciò a te!» ossia « Alla tua salute! ») ha generato il nostro « brindisi » (non il nome della città, che è il latino Brundisium), che non va però. qualifi- cato « interiezione ». (1) Dall’italiano gazzetta, « giornale » (così chia- mata perché originariamente ogni numero costava una gazzetta, moneta veneziana del valore di 2 soldi cir- ca), gli Inglesi hanno formato gazetteer, che, dal signi- ficato originario di « gazzettiere » ossia « scrittore per gazzette » passò a quello attuale di « dizionario geo- grafico », in quanto questo fornisce le utili nozioni sui luoghi. Un gazetteer non manca mai nella redazione dei giornali, né negli uffici pubblici e privati: esso in- dica anche, generalmente, la corretta pronunzia dei nomi elencati. ni ARR L'ARTICOLO GEOGRAFICO no ll Pireo (1), La Canea (2), L’Aja (3), L’A- vana (4), Il Cairo (5), mentre restano nella forma originaria spagnola La Asunciòn del Venezuela, La Paz per tre ciità importanti di America (in Argentina, Bolivia e California), La Union (in Spagna, Cile e Salvador), La Plata presso Buenos Aires (6), La Corufia e El Ferrol in Galizia; in portoghese O Porto (scritto anche Oporto, non distaccando l’arti- colo O = «il »); in francese Le Bourget, pres- so Parigi, che ha dato il nome anche all’aero- porto, Le Mesnil le Roi, ecc.; in olandese De Kaapsche Hoop nel Transvaal, ecc. 341. — Importante è l’esame di questi articoli, poi che la loro presenza potrebbe indurre in errori (1) Dal greco Tò Péiraion, che i nostri vecchi na- vigatori chiamavano « Porto Leone ». (2) In greco è semplicemnte Kanià: l'articolo fu dato dai Veneziani, quando, nel 1252, fondarono la città sulle rovine dell’antica Cidonia. (3) Dall’olandese ’s Hag (tedesco Den Haag, in- glese The Hague, francese La Haye), abbreviazione di *s Gravenhage, « Il Parco dei Conti »), poi che la città si sviluppò, nel XIII secolo, intorno ad un castello nobiliare. In spagnolo La Habana, dal nome popolare dato ad una statua che è sulla torre di guardia del Castillo della Real Fuerza. Un detto cubano si burla di coloro che «hanno visto L’Avana senza vedere l’Avana ». — Sulle numerose curiosità locali, cfr. il vecchio, ma sempre interessante lavoro di J. M. de la Terre, Lo que fuimos y lo que somos, o la Habana antigua y moderna, La Habana, 1857. (5) In arabo e/-Kahireh, «la Vittoriosa »; gli Egi- ziani la chiamano abitualmente il Masr, « la Capitale ». Gli Arabi premettono l’articolo anche a nomi di altre città: Nazaret diventa in-Ndasre, Alessandria d’Egitto il-Iskandarîje. i (6) È la capitale della provincia di Buenos Aires, questa città essendo la capitale nazionale. In spagno- lo, plata significa « argento » ed è femminile: il nome Rio de la Plata venne dato al gigantesco fiume da Se- bastiano Caboto per i numerosi oggetti d’argento tolti agli indigeni rivieraschi. Più a sud di La Plata è Mar del Plata: in questo nome, Plata è maschile giacché si allude al «territorio » circostante.  di concordanza, sia in italiano che nelle lin- gue straniere. E potrebbe sospingere verso l'errore pro- prio coloro che, conoscendo una lingua stra- AQVISGRANV, VM SN Su ii TENEIORAARNA Lol SANCTE AGATH/E FAN vm ì YStì “N BO» se? Le alterazioni subìte dai nomi geografici sono spesso assai profonde... (8 341) niera, ‘sentirebbero maggiormente l'impulso ad accordare verbo e aggettivi con il numero e il genere indicati dall'articolo. Questo articolo, più o meno incorporato anche formalmente con il nome (1), ha puro (1) Le alterazioni dei nomi geografici sono spesso ancora più profonde che quelle delle parole comuni, con singolari mutilazioni e, insieme, singolarissime persistenze. Non ci stupiremo che il latino Aquisgra- — 260 — ‘ PLURALI APPARENTI valore etimologico, e quasi sempre è il resi- duo di un’abbreviazione (1). Così la città di Los Angeles ha un nome che va interpretato « città dedicata a Nuestra Sefiora la Reina de los Angeles, e la bella capitale della Gran Canaria si chiama Las Palmas a causa della lussureggiante vegetazione, sì che essa è «la città delle palme » (3). Tutti questi no- mi e altri simili vanno quindi considerati sin- golari femminili, indipendentemente dalla loro apparenza: si dirà quindi: « Las Palmas è collegata con il suo porto di La Paz con una tranvia' elettrica di 6 chilometri ». 342. — Questo criterio vale anche per quei nomi che, pur senza articolo, hanno forma num sia divenuto Ais (= Aquis) nella Chanson de Ro- land, poi che « Carles serat ad Ais a sa capele » (Chans. de Rol., 52) da questa cappella carolingia si è avuto il nome mo- derno francese di Aquisgrana Aix-la-Chapelle, mentre per i Tedeschi essa è Aachen, con un allontanamento, dall’originale, non maggiore di quello che, ad esempio, vi sia tra l’originario greco archìatros e il moderno tedesco Arzt, « medico » (in ceko è Cachy, che si pro- nunzia Tsdhi). — Si pensi che forum Livii si è sin- tetizzato in Forlì, e che delle sei sillabe di Sanctae Agathae Fanum: non ne sopravvivono che due in San- thià, ma è rimasta nella grafìa lA, pur eccezionalis- sima in tale posizione. — Cfr. P. Nigra, Notizie stori- che intorno al borgo di Santhià, Vercelli, Guglielmoni. — L’A etimologico eccezional- mente permanente nella grafìa si trova anche in Thie- ne, Rho; nell’estrema Calabria montana sono i due paeselli di Chorìîo e Roghudi. (1) E si trova anche in forma di preposizione arti- colata, come ad esempio nel nome di Desvres (nel Pas-de-Calais), che va pronunziato « dèvr ». (2) Così fu battezzato il 2 agosto 1769, ricorrenza festiva della Madonna degli Angeli, il villaggio che gli indigeni chiamavano Yang-ma. ; (3) La vegetazione tropicale fa ancor più impres- sione a chi abbia lasciato, come ultimo porto, un pae- se a vegetazione temperata. Perciò, ai provenienti dal- l’Europa il connotato appariva più tipico e suggeriva la denominazione geografica. SIA evidente di plurale, come, ad esempio, Buertos Aires. Sarebbe ridicolo e inesatto considerare tal nome un plurale maschile! (1). Si tratta anche qui di un’espressione sintetica: in ori- gine (1536) il nome della città era Puerto de Nuestra Seniora Santa Maria del Buen Hire (2). 343. — Ben diverso era il pensiero dei Latini al- lorché essi parlavano o scrivevano di Syracusae, Vol- sinii, Pompeii, Corioli, Veii, Athenae. Questi nomi erano veri e proprî plurali, poi che l’idea connessa era di conglomerati di rioni, o, meglio, città minori riunite a formare quella che aveva, così, significato collettivo. Si hanno perciò i genitivi plurali Syracu- sarum, Volsiniorum, Veiorum, ecc. Si diceva: « Athenae omnium artium inventrices jue- rutti », letteralm.: « Atene furono le inventrici di tutte le arti»; « Corioli diruti suni » (« furo- no distrutti »); e persino « Syracusas nomina urbs habet », ossia « La città ha i nomi di Si- racuse », ciò che, del resto, corrispondeva alla realtà toponomastica, poi che Syracusae era il nome-somma (quindi plurale) dei cinque Regio; dei quartieri, considerati altrettante cit- tà (3). In italiano tutti i nomi di città o paesi, antichi o moderni, sono singolari, anche se han forma e signi- ficato plurale nella lingua originaria. (1) In spagnolo, aire (come il francese air) è ma- schile; si dice el aire per ragioni eufoniche, come in francese si dice son air. (2) Dal titolo di una compagnia mercantile di Si- viglia; è leggenda che il nome sia stato suggerito dal- l'italiano Leonardo Gribeo, facente parte della spedi- zione di Pedro de Mendoza, e che avrebbe voluto ri- cordare un santuario cagliaritano, Santa Maria della Buon’Aria. — Cfr. V. F. Lòpez, Historia de la Repù- . blica Argentina, in 10 voll., 1883-93. (3) Ortygia, Achradine, Tyche, Epipole e Neapolis. — 262 — IL SAPORE LOCALE In rumeno hanno forma di plurale parec- chi nomi di città, a cominciare dalla capitale che è Bucuresti (1), genitivo Bucurestilor, ap- punto in forma di plurale: non per questo, però, esige al plyrale i verbi ed aggettivi (2). È singolare persino Budapest, che pur è formato, nella realtà e nel nome, dall’unione di Buda e di Pest: diremo perciò: « Buda e Pest formano” Budapest, la quale è... ». 344, —- Esigono invece regolare concordanza completa — in genere e numero — i nomi plurali, maschili o femminili, che indicano quartieri, rioni, lo- calità, passeggiate e simili, e richiedono l’articolo ve- ro e proprio (ossia non soltanto etimologico): così « i Parioli», «i Prati», «le Capannelle» a Roma, «le Cascine », «i Colli » a Firenze, « le Procuratìe » a Ve- nezia, «i Bastioni », «i Viali » ecc. in parecchie città. A Roma si dice indifferentemente « abita ai Prati » e « abita in Prati ». Questa seconda forma ha maggior sapore locale (3). I (1) La mancanza, tra le matrici della linotype, del carattere adatto impedisce di porre la sediglia sotto la lettera s (che dovrebbe averla come il € francese): pa- rimenti non è rappresentato esattamente il t con la sediglia, sostituito per approssimazione con ts, per renderne il suono. (La trascrizione sc per l’s con se- diglia altererebbe troppo l’aspetto grafico). Per le stes- se ragioni viene omesso il segno sulle vocali brevi. (2) Si dice quindi, al singolare « Bucuresti a fos! de multe ori ocupat de armate streine », « Bucarest è stata molte volte occupata da eserciti stranieri », Pari- menti: « Galatsi (plur.) se pomeneste (sing.) po vremea lui Alexandru cel Bun », « Galatz è ricordata sin dal tempo di Alessandro il Buono ». (3) Essa ha quindi una tinta dialettale. Il « Ro- mano de Roma » (v. pag. 127), anche quando parla ita- liano, omette l’articolo dinanzi ad alcuni nomi di rio- ni: dice «l’Esquilino », «la Regola », ma «si trova in Borgo » o « a Borgo », « abita in Panico »: « ... annamo dritti p’er Biscione, Piazza S. Carlo, traversamo Ghetto... » (Pascarella, La serenata, II, 7-8) (esattamente come un Londinese direbbe «we cross PI , — Come regola generale, prendono l’arti- colo tutti i nomi geografici, tranne quelli di città, pae- si e isole minori: sicché si dirà: « È venuto da Creta, passando per lo Stretto di Messina, avvistando lo Stromboli, sostando a Salerno e a Capri ed è sbar- cato al Molo Beverello a Napoli, tra il Vomero e il Vesuvio ». Per le stesse ragioni geografico-sentimen- tali (1) per cui si dice « a Trastereve », si usa dire senza articolo « a Posillipo »; ed è consa- crato sulle ali del canto che «a Marechiaro c'è una finestra » (2). Si può affermare che una imprecazione Piccadilly >»). È tipica la locuzione romanesca « passà ponte » (senza articolo) nel senso di « prendere una de- cisione irrevocabile » (cfr. P. Romano & E. Ponti, Mo- di di dire popolari romani. Roma, A.R.S., 1944, pag. 7). Si intende il ponte per eccellenza, ossia il Ponte S. An- gelo. « Per gli Ebrei di Roma, « ponte » riferito al ghetto è sempre il ponte Quattro Capi, mentre « Pon- tc » riferito alla città è, come per tutti i Romani, il ponte S. Angelo ». C. del Monte, Nuovi sonetti giu- daico-romaneschi, con note esplicative, Roma, Cremo- nese, 1932, pag. 120. — È il ponte cui allude Dante nell'VIII Cerchio: « Come i Roman, per l’esercito molto, l’anno del giubileo, su per lo ponte : hanno a passar la gente nodo colto, che dall'un lato tutti hanno la fronte verso "l castello e vanno a Santo Pietro; dall'altra sponda vanno verso il monte... ».. (Inf., XVIII, 28-33). Anche in puro italiano, non si usa premetter l’ar- ticolo a Trastevere, considerandolo quasi un nome di paese a sé: «tutto il popolo di Trastevere, ottimo sangue romano, da questa sede che sta fra il Gianicolo e Ripa Grande... ». G. d'Annunzio, cit. in L. Huetter, Trastevere, in Roma nei suoi rioni, Roma, Palombi, 1936, pag. 336.  Vedi 8 52 e 108. ù (2) « Marechiaro » non ha l’etimologia che sem- brerebbe ovvia, ma deriva da Mare planum, « Mare tranquillo ». ne D64 ca CON O SENZA ARTICOLO dantesca abbia definitivamente fissato l’arti- colo ai nomi di due isole minori del Tirreno: « Movasi la Capraia e la Gorgona, e jaccian siepe ad Arno sulla joce, sì ch’elli anneghi in te ogni persona! ». . (Inf., XXXIII, 82-84) (1). Le regioni e le grandi isole, così come i nomi degli Stati, possono avere e non avere l’arti- colo: e v’è una lieve differenza di significato. Si può dire indifferentemente: « in Sicilia » o « nella Sicilia » «in Spagna» o «nella Spagna »; si preferisce omet- terlo allorché si tratta di moto a luogo, mentre è di rigore quando si esprime la provenienza. Si dirà quin- di: « È partito dalla Turchia per recarsi in Svizzera » (meglio che « nella Svizzera »). 347. — Non è facile codificare i casi in cui si usi l'articolo o no dinanzi a nomi di Stati, grandi isole nazioni e regioni: generalmente, come si è visto, l’articolo è adoperato. Potrà apparire strano che le grandi isole extra-euro- pee (ed anche Maiorca e Minorca, Creta, Ci- pro nel Mediterraneo) vengano trattate come piccole isole, ossia escludano l’articolo: « a Giava », « da Sumatra », « oltre Luzon », e che invece sia sempre obbligatorio l'articolo per «il Madagascar ». Questa varietà di uso o meno dell’articolo è uno scoglio spesso insidioso allorché ci si esprime nelle lingue straniere. Fortunatamente, parecchie di esse hanno regole tassative ed unificatrici. Ad esempio, non v'è pericolo di errare in tedesco, poi che nomi di città, paesi e isole non vogliono mai l'articolo (2). (1) In questa terzina, invece, l'Arno non ha arti- colo. Si dice, per reminiscenza manzoniana, « risciac- quare in Arno ». A Roma è comune l’espressione « a Tevere » e anche « a fiume » intendendo appunto il Te- vere. (2) « Sein Onkel wohnt in Schanghai », « Suo zio abita a Scianghai »; « Kennen Sie Ungarn? », « Cono- La violazione delle norme grammaticali ‘e sintattiche implicanti localizzazioni geografiche pos- sono non soltanto generare errori, ma anche dar luo- go ad equivoci. Chi parla o scrive usa vocaboli e co- strutti che esprimano l’idea che egli ha già: nell’in- terlocutore o lettore quel vocabolo o costrutto può suggerire invece un’altra idea, la cui espressione coin- ‘cide con il vocabolo e con il costrutto udito o letto. Chi dica, ad esempio, che « Tizio è certis- simamente a Capri » può non sospettare che la sua proposizione possa avere due signifi- cati diversi: uno più vasto, affermante che Ti- zio è « nell'isola di Capri », l’altro, più ristret- to, limitato cioè al « paese di Capri? ». Nel pri- mo caso, Tizio potrebbe anche essere ad Ana- capri, o al Salto di Tiberio, o nella Grotta Az- zurra o sulla vetta del Monte Solaro, mentre nel secondo non deve essersi allontanato trop- po dalla tipica piazzetta intorno alla quale si addensa il paese di « Capri »: la Punta Tra- gara e la Via Krupp son già « fuori Capri » in tal senso, mentre sono «in Capri » nel primo significalo. L’ungherese usa suffissi diversi (corri- spondenti a nostre preposizioni, dato il carat- tere agglutinante della lingua) a seconda che scete l’Ungheria? »; però si dice «Sie gehen in die Schweiz und in die Tiirkei ». — Parco di articoli è anche l’inglese, che ne fa uso solo eccezionalmente «dinanzi ai nomi geografici: « These islands belong to Spain », « Queste isole appartengono alla Spagna »; « Does he like South America? », « Gli piace l'America, Meridionale? ». — Inoltre l’inglese considera nomi geo- . grafici — o per lo meno li assimila ad essi — anche il Cielo, il Paradiso, il Purgatorio, l’Inferno, l’Elisio e il Tartaro (Heaven, Paradise, Purgatory. Hell, Elysium, Tartarus), poi che li usa sempre senza articolo. — Semplificatore è anche lo spagnolo, omettendo l’arti- ‘colo: ir a Parìs, a Francia, a Espafia; — salir para América (« partire per l’America »), volver de Cata- lufia (« ritornare dalla Catalogna »), « la capa se lleva mucho en Espafia» (« Nella Spagna si porta molto il mantello »). LOCALIZZAZIONE AMPIA O RISTRETTA il nome cui si aggiungono debba intendersi come significante una città oppure la provin- cia: così, ad esempio, Szalmàron (= Szaf- _—» “Tizio rrtogTt è s ri 1 i a C pri. ALTO DI mimi E 9% erat SE ATI ION MONTE SOLARO - SPARE INDI SS =<CAPR ti o TTORE ly ==aezIe. NR: VI ll FEAVIVATA 7 ® TSRM EAU CAI d; pesa, TORRETESA NIUOSED? 4 - ARINA GRANDE <A: sa ia o se nata È o a = PE ep pu re i “Tizio è certamente pi @UGAL VA ci hi cf A) « Essere a Capri» può avere due significati diver- si. — B) In magiaro, due differenti suffissi specificano la localizzazîione ampia o ristretta. (6 348) màr+on) significa «in Szatmàr (città)», : mentre Szalmàrban (= Szatmar + ban) vuol ‘dire « nella provincia di Szatmàr »; Csongràd-  . ròl significa « dalla città di Csongràd », men- tre Csorigràdbò! vuol dire « dalla provincia di Csongràd » (1). ‘ 349. — L'articolo è obbligatorio ogni volta che il nome geografico sia accompagnato da un aggettivo, sia attributivo che facente parte del nome stesso: si dirà quindi « /a vecchia Castiglia » o « la Vecchia Ca- hia Castiglia ) IOBBIIA Les È) è csi) hY So AI DATO FAX Ta 9 DA Di Tri rr a Graficamente la maiuscola e. oralmente, una lievissi- ‘ ma differenza di pronunzia determinano un diverso | significato, (8 349) (1) Nello stesso senso i suffissi locativi -én (-on, -6n), -ròl, -ròl, -ra, -re si diversificano dai suffissi -ben, -bol, -bòl, -ba, -be. — La localizzazione ha una grande. importanza come connotato psicologico-linguistico. Proprio presso alcuni popoli non troppo amanti della precisione espressiva, si trovano costrutti che manca-.  « A » FEMMINILE E «A » MASCHILE stiglia » (1), « il Grande Belt e il Piccolo Belt », « l'I- talia Settentrionale », «la Venezia Giulia», anche quando l’aggettivo sia sostituito da un prefisso o da un genitivo di specificazione: perciò si dirà: « È stato in America ma non so se nel Sud-America o nell’Ame- rica del Nord ». 350. — Da quest’ultimo esempio si vede che le regioni, anche se di genere femminile, sono trattate come maschili allorché son precedute dal nome (che LI è maschile) di un punto cardinale: «il .Nord-Ame- rica» (2). Imbarazzante è la determinazione del genere per le nazioni e regioni il cui nome termina in -a: in America vi sono, allineanti lungo la costa atlantica ma alternantisi come « genere » grammati- cale, « Za Guiana, il Venezuela, la Colombia, il Pana- . ma, la Costa-Rica e il Nicaragua », tutti nomi uscenti in -a e fonicamente non molto diversi fra loro. In no alle nostre lingue: con il semplice suffisso -mo ag- giunto al verbo, la lingua kinyamwesi esprime che l’azione si svolge completamente nel luogo indicato: numba iyi tukulalamo «dormiamo in questa casa » (letteralm.: «la ecco-casa [in cui] dormiamo dentro [e non mai fuori] ». Allorché l’esquimese dice «io » intende sempre «io che sono qui», poi che uvanga è composto di uva+nga (= « iot qui »): Del resto, il francese, « moi qui vous parle » non dice forse qual- cosa di assai simile? (1) Le due espressioni hanno significato diverso, e si differenziano non soltanto graficamente, ma anche, sia pur leggermente, nella pronunzia; nel primo caso, infatti, l'articolo determinativo e l’aggettivo qualifica- tivo si uniscono in un solo gruppo fònico (« lavecchia Castigla ») intendendo così tutta la Castiglia, sempli- cemente qualificata come « vecchia »; nel secondo ca- so, invece « Vecchia » fa gruppo fònico con Castiglia, costituente con essa un’unità toponomastica («la Vec- chiacastiglia »). La differenza fònica è lievissima, ma avvertibile perché intenzionale e perciò particolarmen- te espressiva. (2) Sebbene jug significhi « sud » in serbo, Jugo- slavia è femminile, poiché si considera espressione globale: il punto cardinale si è incorporato con il nome etnico-geografico. — Cfr. U. Vukicevic’, /Istorija Srba, Hrvata i Slovenaca, Beograd, 1921. A Africa « la Rhodesia » è fra « il Beciuana » e « il Tan- ganyika »; in Asia «il Bengala » confina con «la Bir- mania » e fa parte dell’« India Britannica ». Come orientarsi per distinguere i due generi, poi che è noto che non si può dire «/a Nicaragua » né « il Birmania? ». FANFA_RA x “G RENI )) . *oe0000d8*0,° Ò e? 00, 0 Ud dd ‘ cz Si alternano, maschili (M) e femminili (F), nomi di nazioni, pur tutti uscenti in a-. (8 351) Proprio il nostro «senso di latinità » ci è di gui- da nel determinare quali di questi nomi in -a siano indubbiamente femminili e quali invece richiedano aggettivi ed articoli maschili. Per i nomi europei non v'è dubbio possibile, poi che essi sono stati appunto modellati alla latina, dalla Bulgaria all’Irlanda, dalla Lapponia all’ Andalusia; dalla Galizia alla Croazia e alla Siberia. Molti di questi nomi derivano dai nomi dei po- LA GUIDA DELLA LATINITÀ poli, e sono femminili, significando la regione: così la Francia è la regione dei Franchi, l’Andalusia la. regione dei Vandali, l'Arabia la regione degli Ara- bi (1). Son perciò femminili anche quei nomi extraeuro- pei nei quali appunto si è « femminilizzato » alla lati- na il nome di un popolo, o una qualità, o che siano derivati da un nome proprio di persona. Così l’Oceania deve il suo nome all’Ocea- no, la Polinesia alle « molte isole », la Micro- nesia alle « piccole isole », l'Australia al fat- to di essere nell’emisfero Australe. Come da Amerigo Vespucci e da Cristo- foro Colombo ebbero il loro nome l’ America e la Colombia o Columbia, così da Simon Bo- livar prese nome la Bolivia, da Cecil Rhodes la Rhodesia. Non hanno invece questo carattere di de- rivazione alla latina tutti quei nomi che sono la più o meno esatta trascrizione di denomi- nazioni indigene: perciò, pur se terminanti in -a, non sono femminili: così abbiamo « îl Tan- ganyika », «l'Uganda» (=<«/o Uganda»), « l’Angola » («lo Angola ») (2), «il Benga- la » (3), ecc. (1) Gravitano nella sfera storica e culturale « euro- pea » i paesi circummediterranei, appartenenti anch’es- si al mondo latino e che alla civiltà latina diedero un largo contributo: l’Europa in tanto è « civile », in quanto è « Mediterrania ». Da oltre i confini dell’Im- pero Romano, vennero a noi piuttosto i coefficienti ne- gativi, nella cultura e nella morale: dai Vandali a Kent, da Attila a Nietsche, dagli Sciti a Lenin. (2) In lingua suabili, nyika significa « bosco, bo- scaglia » e Tanga è una località costiera. Uganda è erroneamente invece del bantù Buganda, sì che ora si vuole ripristinare la forma corretta. — È curiosa la formazione del nome dell’Angòla, che è originaria- mente il nome indigeno « Ngola », cui i Portoghesi premisero l’articolo femminile « A Ngola »: fondendosi, formò un tutto maschile. (3) Dal regno di Banga o Vanga. La lingua che chiamiamo « bengali » è localmente chiamata Bangga- bhasa. LI — Sumatra e Giava debbono la loro femmi- nilità al fatto di essere grandi isole; Formosa è nome europeo (1). 352. — Nessuna incertezza è possibile per i nomi «di regioni o nazioni che abbiano altra desinenza, vo- calica o consonantica che essa sia: quindi «il Cana- dà », «il Cile», «il Messico », «lo Honduras », « il Marocco », « il Nepal», ecc. 353. — Sono femminili plurali e richiedono sem- pre l’articolo i nomi collettivi di isole, qualunque sia da loro etimologia e la loro terminazione: « le Ebridi », « le Canarie », «Je Ryl-kyà », « le Kurili », « le Antil- le », «le Hawaii »», «le Salomone », ecc. E Sono ‘invece maschili i nomi collettivi di scogli: «i Faraglioni », «i Galli», «i Fratelli ». 356. — Non si dovrebbe dir mai «/e isole Fàr Oer », poi che Oer, in danese, significa « isole » (2). Parimenti, poi che non si dice «il monte Monvi- s0 », « il monte Monte Bianco », non si dovrebbe pre- mettere il nome comune monte a quei nomi che già contengono tale vocabolo: ma, per attenersi scrupolo- samente a questa regola, bisognerebbe aver conoscen- ze linguistiche vaste quanto è vasto il mondo con i suoi numerosissimi idiomi (3). (1) Così chiamata da Spagnoli e Portoghesi: in "Cinese è T’ai? uàn!. Ceduta con il Trattato di Shimo- noseki (1895) ai Giapponesi, è da questi chiamata Tai-wan. (2) È il plurale di « 6 », «isola »: in islandese ey, plùrale eyjer. (3) Chi volesse meticolosamente applicare questa regola, teoricamente giusta, dovrebbe assicurarsi, pri- ma di premettere o no la qualifica di « monte », se il nome orografico straniero contenga o no berg o ge- birge in tedesco; monte, cerro, pefia, pefion in spagno- lo; planina o vrh in slavo; gora in russo, bulgaro, croa- to; ben, beinn, fell in celtico; kaln in lettone; mdggi in estone; iz o urr in samoiedo; mdki, tjùrro, tunturi in finlandese; aivi, péîé in lappone; fell, fjell, fjall, fjoll in islandese; berg o fjéll in svedese; bjerg o fiell in da- nese, hegy in magiaro, hori in sloveno; gora o brdo in jugosalvo; munte, muntele, muntsii, varful in romeno; ‘oros in greco; malj in albanese; dagh in turco. E ciò — 272 — IL « MONTE NON-DUE » adi idee dl de A 2 rali è . -| è Né chi lo contempli da lontano, né chi lo ascenda chiama il « Monte senza pari» con il deformato no- me di « Fusciyvama» — In alto a destra: Etichetta dell’« Albergo Fuji», in vista del sacro Monte, pres- so il Lago di Hakone. — A sinistra: Bollo che, culla vetta, viene apposto sul libretto turistico di chi ab- bia compiuto l’ascensione. —($ 356) Desa 18  Si potranno, però, evitare almeno gli erro- ri più grossolani. Così, ad esempio, dicendo « il Monte Fusciyama » si riesce a riunire tre improprietà in tre parole: infatti, yama signi- fica « monte », in giapponese: tale vocabolo non è mai collegato direttamente con Fusci, e, finalmente, non bisogna dire Fusci ma Fu- gi (1). 357. — Sono maschili tutti i nomi di monti e col- li, qualunque sia la loro terminazione: il Cervino, il Gran Sasso, l’Altissimo, il Monte Rosa (2), l’Everest, l'Olimpo, il Ruwenzori, il Monte Bianco, il Campido- glio, il Viminale, l'Esquilino. soltanta,per le denominazioni orografiche europee; chè, fuori d’Europa,dovrebbe considerare anche gebal arabo con le sue varie forme dialettali, kuh in persiano; kanda in singalese-tamilo; tagh in turki; gangri in ti- betano: doi, pou, kao in siamese; pnom in cambogia- no; goenoeng o gunong in malese; alin o ola in mon- golo; sciàn in cinese; san o yama o take in giappo- nese; senza contare le lingue africane, dal berbero tamgut al somalo bur e all’afrikaans klip. Qualche nome sud-americano contiene l’indio puna, che anche significa « monte ». Non è- possibile tener presente tut- to ciò; però, di quando in quando, assumono speciale importanza allcuni nomi, collegati ad eventi importanti, ed in tal caso, data la frequenza con cui essi ricorro- no nel discorso, è bene tener conto di questa buona norma, controllando l’etimologia. (1) Solamente con la -pronunzia Fuji (trascrizione all'inglese, corrente oramai in tutto l’Est per indicare la lettura « Fùgi ») è giustificato il bisenso con il quale i Giapponesi esaltano il monte veneratissimo, simbo:o della terra nipponica: essi dicono che Fuji è il « Mon- te Non-due » (Fu-ji), ossia «senza pari ». Con il me- desimo ideogramma si esprime graficamente sia il vo- cabolo san che il vocabolo yama, poi che entrambi si- gnificano « monte » e corrispondono quindi alla stessa « idea » (vedi nota al $ 73), e tale ideogramma si leg- ge san allorché è direttamente unito al nome: Fuji-san = «il Fuji-monte », e si legge yama sol quando ne è distaccato: Fuji no yama, «il monte del Fuji ». Ì (2) Il nome non è collegato etimologicamente con il colore, ma va congiunto con l’antico alto tedesco [h] rosa, « ghiaccio, cristallo »: dalla stessa radice indoeu- ropea proviene il nostro « crosta ». L09294 — NON « RISCIACQUARE IN ARNO! » Pochissimi fanno eccezione: la Majeila, la Jung- frau (1). 358. — Le catene di monti hanno generalmente forma plurale e possono essere maschili o femminili: così abbiamo i Pirenei, i Vosgi, i Sudeti, i Carpazi, gli Urali, gli Appennini, ecc.; e le Alpi, le Ande, le Ce- venne, le Madonìe, le Montagne Rocciose. Alcune catene, però, hanno nome singolare, ma- schile o femminile: son maschili /o Himalaya (2), il Caucaso, il Pindo, l'Atlante, ecc.; femminili la Sier- ra Morena, la Sierra Nevada, la Sierra de Grados in Spagna, la Sierra Madre nel Messico ed altre nell’A- merica del Sud, la Cordigliera (delle Ande). Come regola generale, si può affermare che sono maschili i nomi dei fiumi: il Tevere, il Rc- no, il Rodano, il Tamigi, il Nilo. Francesca da Rimini nacque in terra ravennate, «su la marina dove ’i Po discende per aver pace co’ seguaci Sui ». (Inf., V, 97-98). Di questi « seguaci » ossia affluenti, non pochi son di genere femminile: la Dora Baltea, la Dora Riparia, la Bormida, ecc. Nei Promessi Sposi, l’Adda è femminile: « Ftenzo, ora che l’Adda era, si può dir, pas- salta, gli dava fastidio di non saper di certo se lì essa fosse confine... » (cap. XVII) (3). (1) Propriamente la Maiella o Majella è piuttosto un gruppo, la cui zona culminale è costituita dalle cime del Monte Amaro (m. 2795), e dei monti Tre Portoni (m. 2663), Acquaviva (m. 2737) e Pesco Fal- cone (m. 2646); ma nella considerazione popolare e nella letteratura è trattata come vero e proprio « mon- te ». Lo stesso può dirsi del Gran Sasso, che già i Ro- mani chiamarono Fiscellus Mons. -— La Jungfrau è femminile anche nei significato: «la Vergine ». (2) L'articolo non va apostrofato, trovandosi di- nanzi alla più consonantica delle consonanti, ossia l’h aspirata, formata dalla semplice emissione di fiato con gli organi fonatorî in posizione neutra e senza inter- vento delle corde vocali. (3) Questo brano del Manzoni rivela quanto sia stato nocivo «risciacquare in Arno» il suo lavoro: i Da GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA In latino eran maschili, salvo pochissime eccezioni, tutti i nomi di fiumi, ed uscivano in -us molti nomi che si son poi feniminilizzati: la Sava, con il suo affluente la Drava, erano Savus e Dravus, la Drina era Drinus, la Ma- recchia Ariminus. Ma eran maschili anche quelli uscenti in -a, come Sequana, (« la Sen- na »), Mosa, Mosella, Duria (« la Dora »), ecc. Non corrisponde a verità l'affermazione che in italiano siano femminili tutti quelli uscenti in -a. Lo sono soltanto quelli che, già femminili nella lingua originaria, hanno assunto una fisonomia italiana che conferma tale genere: così /a Loire è divenuta la Loira, la Seine è la Senna, la Garonne è la Garonna, ecc. Son femminili la Sava, la Drava, la Duna; ma son maschili il Volga, il Lena, l’Oka, sebbene siano fem- minili in russo (I); e maschili anche son altri fiumi extra-europei, appunto perché lontani da una conce- « Renzo, gli dava fastidio » per « a Renzo dava fasti- dio » è una vera e propria doppia sgrammaticatura dia- lettale. — Nel VI capitolo, questo buon contadino brianzolo chiede a Tonio: « M'hai tu inteso? », inter- ragazione che si associa con la tipica intonazione fio- rentina; e questo buon brianzolo è riconosciuto tale, perché « questa sua qualità (di contadino brianzolo) si manifestava da sé nelle parole, nella pronunzia, ne- gli atti », mentre, dalle parole citate e dalla pronunzia connessa con esse, avrebbero dovuto crederlo toscano. Tra i ben 1556 appunti critici che un acre volume (M. Rigillo, Gnomologia dei « Promessi Sposi», Parte prima, Piacenza, Porta, 1929) muove al Manzoni, pa- recchi sono pienamente giustificati. Il romanzo «ci avrebbe guadagnato ad essere, cioè a rimanere in quel- la sincerità di forma in cui era stato concepito ». (Ibid. introduz., V). La 2 edizione, risciacquata in Arno, è molto meno italiana che la prima. (1) Un divertente scioglilingua (skorogovorka, pronunzia: « skaragavorka ») russo dice: — Eta riekà scirokà (pronunzia «scyrakà ») kak Okà (pron. « akà »). i — Kak? Kak Okà? — Tak! Kak Okà! ossia « Questo fiume (femm.) è largo («larga ») come. l’Okà! — Come? Come l’Okà? — Sì, come l’Okà ». È — 276 — VM‘. _11112k2z___mm_ _r__ I GRANDI FIUMI zione fonica latina della vocale -a intesa come desi- nenza femminile: si dirà quindi «i/ Brahmaputra », « lo Yarra Yarra» (che attraversa Melbourne), «il Sumidagawa » (che è «il Tevere di T6ky6 »), « il Loan- gua » (affluente dello Zambesi), « il Tana » (nel Kenia) e « il Giuba » (nella Somalia). Son maschili tutti i nomi di fiumi uscenti in altra vocale o in consonante. Per i nomi uscenti in -e vi poteva esser qualche dubbio in passato: prima della Guerra Europea, non pochi dicevano e scrivevano « la Piave »: il maschile è stato definitivamente sancito nella Leggenda del Piave: « Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio... » « Il Piave mormorò: ” Non passa lo straniero! Per ragioni analoghe a quelle esposte nel 8 356, si può dire «il Fiume Giallo », traduzione di Hoang?-ho?, ma non «il fiume Hoang-ho », poi che ho? significa « fiume »: uguale significato ha chiang! Yang-tze-kiang (2): sicché si dovrà dire o « lo Yang- tze-kiang » o «il fiume Yang-tze ». Tra le peculiarità linguistiche fluviali va notato il diverso collocamento del vocabolo river, « fiume » nell’inglese d'Inghilterra € nell’inglese d'America: l’inglese dice « Lon- don is on the river Thames >», « Londra è sul fiume Tamigi », preponendo river a Thames, (1) Versi e musica di E. A. Mario (pseudonimo di Giovanni Ermete Gaeta) — Cfr. C. Caravaglios, / canti delle Trincee, Roma, 1930 pag. 249. (2) Pronunzia quasi « Iànnz-dsz-ciànn! ». È detto anche, dagli Europei, « il Fiume Azzurro » (« le Fleuve Bleu », « the Blue River »), che non è però traduzione del nome cinese, di incerta etimologia, poi che l’ideo- gramma yang? significa « sollevare, estendere, lodare » e tze (tsz3) può avere numerosi significati. In cinese è chiamato anche C’iang?-chiang!, « Fiume Lungo ».  mentre l'americano dice che « the Hudson ri- ver empties into New York bay », «il fiume Hudson si getta nella baia di New York », po- sponendo river a Hudson. 361. — Ugualmente improprie, per ripetizione, dovrebbero esser considerate le espressioni « il deser- Non dovrebbe esser lecito dire «il deserto del Saha- ra» e « il deserto di Gobi... ». (8 361) to del Sahara » e « il deserto di Gobi », poi che Saha- ra in arabo e gobi in mongolo significano « deser- to » (1). (1) Propriamente sahéra è il plurale di sahrà, « de- serto ». — Al mongo'o gobi corrisponde il cinese Scia!- mo, « Mare di sabbia, deserto », con cui ‘esso viene denominato. Del tutto ingiustificata è la forma, che . pur si trova persino in qualche atlante e qualche ma- nuale di geografia « Deserto dei Gobi »! — Non v'è, purtroppo, una buona grammatica per lo studio del mongolo, né del manciù: assai sommario (50 pagine in tutto, sebbene di gran formato e molto dense) è il ma- nuale di P. G. von Méllendorff, A Manchu Grammar, with analysed texts Shanghai, Presbyt. Miss. Press, 1893. — Mirabile per accuratezza, ampiezza e in ma- — 278 — I NOMI IN CIELO Anche l’astronomia ha le sue norme gram- maticali, disciplinanti le denominazioni dei corpi ce- lesti. Poi che i pianeti hanno i nomi delle antiche divi- nità, il loro genere coincide con il sesso: è di genere femminile Venere, mentre son maschili tutti gli altri: Mercurio, Marte, Giove, Saturno, Nettuno, Urano, Plu- tone, che vanno sempre espressi senza articolo, come i nomi delle divinità corrispondenti. La stessa norma regola i nomi dei pianetini e dei satelliti: son quindi femminili i pianetini Pallade, Giu- none, Vesta; è maschile Eros; dei satelliti galileiani (1) di Giove, è maschile Ganimede, son femminili gli al- LI tri: Zo, Europa, Callisto (2). Dei satelliti di Urano è femminile Titania, son maschili gli altri tre: Ariel, Umbriel, Oberon (3), sempre senza articoli. gnifica edizione con tavole a colori fuori testo è il Méko-go daijiten, (« gran dizionario della lingua mon- gola ») compilato a cura del Ministero giapponese del- la Guerra: 2 voll., Tòkyé. 1932. i (1) Chiamati così, perché scoperti da Galileo: so- no molto più grandi che i non galileiani: Ganimede è 5 volte più grande che la Luna. (2) Comicissimo strafalcione è l’uso dell'articolo e di aggettivi maschili per Callisto la ninfa che, amata da Giove, fu da lui portata in cielo, e collocata dal- l'antica astronomia nel Carro. Dopo Galileo ha mutato sede, ma non sesso. (3) Questi nomi non son presi dalla mitologia gre- co-romana, ma dalle fiabe nordiche, popolando così il cielo anche delle belle fantasie di origine carolingia. Oberon, re delle Fate, appare nei Racconti di Canter- bury di Chaucer e nel Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare. Ed è interessante ricordare che il nome del gaio nano è incasellato nel cielo per ra- gioni che sono anche letterarie: il grande astronomo tedesco Federico Guglielmo Herschell, dopo aver sco- perto Urano nel 1776, scopriva i satelliti, dei quali il quarto nel 1787. Era già popolare quell’opera che giustamente è considerata la gemma tra tutti i. poemi di Cristoforo Martino Wieland, il poema eroico-roman- tico Oberon, compiuto nel 1780. Lo Herschell dimo- strò anch'egli il suo entusiasmo: ed ebbero, così, ono- ri celesti, nella terminologia astronomica, i personag- Regime speciale hanno il Sole, la Terra e la Luna, che richiedono sempre l’articolo, e debbo- no esser scritti con la maiuscola allorché son congsi- derati dal punto di vista astronomico. Si scriverà perciò « la terra » quando tale nome esprima l'elemento in opposizione al mare e al cielo, o sia considerata come mate- ria; in tal caso può mancare di articolo, si di- ce e si scrive « chiaro di luna », « in cielo, in terra e in mare e în ogni luogo », « asciugarsi al sole ». Sono nomi comuni, e possono aver anche il plurale: « Solto due negri e sottilissimi archi son duo negri occhi, anzi duo chiari soli ». (Orlando Fur.); e nel proverbio popolare meteorologico: « A la luna settembrina sette lune se le inchina ». Ma vogliono lo stesso regime che gli altri pianeti e satelliti, allorquando sono usati con analogo significato: « La disfanza dalla Terra alla Luna e quella dal Sole a Mercurio... ». Allorché consideriamo la Terra astronomicamen- te, essa diventa un corpo celeste come tutti gli altri: ci poniamo quasi al di fuori di essa: anche gramma- ticalmente essa si comporta perciò come gli altri. Non deve sottrarsi alla legge delle maiuscole, più di quello che, nella obiettiva realtà, possa sottrarsi alla Legge di Bode (1). gi del capolavoro letterario, che sarà ammirato « fin- tanto che la poesia resterà poesia, l’oro oro e il cri- stallo cristallo » (« Solange Poesie Poesie, Gold Gold und Krystall Krystall bleibt, wird das Gedicht als Mei- sterwerk poetischer Kunst geliebt und bewundert wer- den » Goethe). (1) Per la Legge di Bode, così chiamata dal suo scopritore J. E. Bode, le distanze dei pianeti dal Sole possono essere rappresentate aggiungendo 4 a ciascun termine della serie: 0, 3, 6, 12, 24, 48, 96, 192, 384, ossia 4 per Mercurio, 7 per Venere, 10 per la Terra, 16 per Marte, 28 per i pianetini, 52 per Giove, 100 per Saturno, 196 per Urano e 388 per Nettuno. 0280 — OLIMPO E ASTRONOMIA Se, a differenza degli altri pianeti e satelliti, la Luna e la Terra richiedono l’articolo, come lo richie- de il Sole a differenza delle altre stelle, ciò dipende da un’altra regola, che lo prescrive appunto quando il nome dell’astro è anche nome comunè. Vi è anzi perfetta correlazione tra la maiuscola e l’articolo, nella loro funzione, che è analoga. La maiuscola indica grafica- mente che quello è un nome proprio, ossia appartenente individualmente a quel corpo ce- leste (1). Fonicamente non v'è rischio di con- fusione, poi che quel nome non si usa che; per quel significato proprio. Quando invece il so- stantivo può esser anche nome comune, biso- gna determinare che si tratta di quella tra le cose possibili (in quanto tutte espresse dal nome stesso): « fa Terra » significa « illa n ra»; «la Luna» è « illa luna », «il Sole », « ille SOL ». Prendono l'articolo tutti quei nomi di astri i quali coincidono con un nome comune: si dice perciò «il Cane », «il Centauro », « la Giraffa », « la ‘Vergine », e tanto più quando il nome sia composto con un aggettivo o con una determinazione: «/a Stel- la Polare », « l'Orsa Maggiore », «la Croce del Sud », « la Chioma di Berenice », ecc. Come i gruppi di isole, prendono l’articolo le co- stellazioni che hanno nome plurale: «i Gemelli », «i Pesci », « Le Cefeidi », ecc. Si faccia ben attenzione nell’esprimere in lingue straniere questi nomi astronomici, poi che spesso la COLIGIASIZA tra nome comune e -  La maiuscola denota la singolarità o indivi- dualità. È strano che proprio un eccellente volume di volgarizzazione di astronomia (B. Berro, L’astronomia per tutti, Torino, S.E.I. 1935) degradi i nomi di tutti gli astri, umiliandoli con la minuscola. Nei cieli e nel- l’atlante astronomico, Giove e gli altri luminari hanno lo stesso diritto alla maiuscola che hanno Giove e gli altri dèi nel pantheon e nell’Olimpo: son tutti nomi | proprî.  nome siderale non v'è, in questa o quella lin- gua. Così, ad esempio, la coincidenza della Bilancia..(o Libra) con la comune bilancia, v'è anche in Îrancese (la Balancea) e in inglese (the Balance), ma il Cancro ha un nome ben distinto: fe Cancer e ihe Cancer: come sem- plice animale è rispettivamente écrevisse e crab. Sarebbe un grosso « granchio » collo- carli tra i segni dello Zodiaco. Parimenti i Ge- melli sono in francese /es Gémeaux, distinti dai jumeaux (« gemelli »); l'inglese ha The Twins, che coincide con fwins, ma ha, ad esclusivo significato astronomico, The Ge- mini. Variano, nelle varie lingue, le denomina- zioni dell'Orsa Maggiore e dell'Orsa Mino- re (1). NOR La fantasia dei popoli ha arricchito il firmamento con leggende e con nomi che poi la scienza ha san- zionato, continuando nella stessa via per le denomina- zioni nuove: l’astronomo si è sentito artista e non ha voluto tradire l’anima popolare, che interpreta con miti il ritmo degli astri: i cieli son costellati di lette- ratura e le letterature brillano di tutte le stelle, crean- do così una nuova armonia tra due armonie. (1) L’Orsa Maggiore resta « Maggiore » in spagno- lo (Osa Mayor), ma diventa semplicemente « Grande » in francese (Grande Ourse) e in romeno (Ursa mare); è « grande Orso » in parecchie lingue (ingl. Great Bear; oland. Graote Beer; ted. Grosser Bir; sved. Stora Bjòr- nen): in ceko è « Orsa siderale » (Souvezdì Medvéda). Come noi la chiamiamo anche « Gran Carro », i Fran- cesi la chiamano « Chariot de David », i Romeni «il Carro con i buoi » (Caru! cu boi.») ricordando i sep- tem triones, i sette buoi aranti, da cui il « settentrio- ne ». Per gli Inglesi è «il Carro di Carlo » (Charles’s Wain) trasformando Arturo in Carlomagno; e per gli Americani è the Dipper, ossia un uccello tuffatore. Più uniformi sono le denominazioni dell’Orsa Minore, che, tranne in spagnolo (Osa Menor), è semplicemente « Orsa Piccola » (franc. Petite Ourse, romen): Ursa mica), o « Orso Piccolo » (ted. Kleiner Bàr, ingl. Little Bear, oland. Kleine Beer, sved. Lilla Bjòrnen). — 282 — Bici lane "PR la ina biso: Lager ; LE DUE ORSE La realtà dei fenomeni non riconosce burocratici compartimenti stagni: e nemmeno la realtà viva ed umana riconosce frontiere tra arte, scienza, lettera- tura, filosofia, fede. ia L’Orsa Maggiore e. l'’Orsa Minore. hanno nomi varî nelle varie lingue... (8 366) Appartengono all’astronomia a alla prosodia clas- sica i due esametri latini che elencano mnemonica- mente i dodici segni ‘dello Zodiaco? —-,283, SASSI trio alt dep più A  DB | Il firmamento è co- stellato di miti... A) La costellazione di Andromeda, se- condo l’astronomo Abd-er-Rhaman al- Sàfi, da un mano- scritto arabo del X . secolo. — B) Due esametri mnemo- tecnici peri 12 segni dello Zodia- co. — C) Ogni an- no l’Estremo Orien- te commemora l’in- contro del pastore (Altair) e della tes- PII1SOA MW GUNTARIESTAURUS:GEMINI CANCER: LEOMIRGI: 9 PIAN DPI 1 = KS E, QUA RO STIVA NL ee Te sitrice (Vega) separati dal fiume celeste (la Via Lat- (8 366) sii CI SE Yamazaki, Tanabata-matsuri, la Festa ella stella Vega, in « Yamato, mensile gia Roma-Novara, 1941, I, VII, pag. siii - | [SI IIMBTOR8 RAC | «...««iiii..iIEÉiIECLL.Errt1rt11/<€€€ IL PIÙ ASTRONOMO DEI POETI N La Divina Commedia reca, nel primo canto, la da- ta d'inizio del gran viaggio, con preciso riferimento astronomico e biblico: il più astronomo dei poeti cen- densa con rigorosa esattezza nell’armonia di tre ende- casillabi l’indicazione rigorosa: « prime ore antimeri- diane dell’8 aprile 1300, con il Sole nella costellazione dell’Ariete, come nel giorno iniziale della Creazione »: « e ’l sol montava in su ‘con quelle stelle ch’eran con lui quando l’amor divino mosse da prima quelle cose belle ». ° (Inf., I, 38-40) — 285 — Dai luoghi alle persone e viceversa (XVID. 367. — Dai nomi di luoghi si formano gli ag- gettivi qualificativi geografici. Questa derivazione è, in italiano, assai varia, poi che essa non è ottenuta con suffissi costanti (1). — Predominano i suffissi -ese e -ano, in sostituzio- ne della finale del nome esprimente città, paesi, re- gioni, fiumi, laghi, monti, ecc.: abbiamo, così, da Pie- monte, piemontese; da Bologna, bolognese; da Capri, caprese; da Tivoli, tivolese; da Albano e da Albania, albanese (2), ecc.; e da Africa abbiamo africano, da Australia, australiano; da Orvieto, Orvietano; da Fra- scati, frascatano, ecc. 368. — Il suffisso -ese si può adoperare per for- mare l’aggettivo da tutti quei nomi geografici che con- servano la loro fisonomia esotica: così da New York si ha newyorkese o newyorchese (3); da Queensland, (1) Molto più semplice è la derivazione in tede- sco e nelle altre lingue nordiche, prevalendo il suffisso -ische, con o senza un’n eufonica: così da Italien si ha italienisch, da Amerika amerikanisch. Si formano in -er gli aggettivi sostantivati per indicare gli indigeni: c si hanno, così, ein /taliener, ein Amerikaner. Si han- no però anche formazioni diverse, quali der Deutsche « il Tedesco », der Franzose, der Grieche, der Chine- se, ecc. Sicché anche in tedesco non vi è regola fissa. Più varie ancora sono però le lingue neolatine. (2) Ed albanese è anche l’aggettivo formato da Albany, nome di più città dell'America Settentrionale. (3) La prima forma è preferibile: non v'è infatti nessuna ragione di italianizzare il k in ch, quando si conserva il w nella prima parte del vocabolo. La forma nuovaiorchese è pedante, poi che pochi son coloro che dicono oggi Nuova Iorca per New York. 287, Gi  queenslandese; da Tananarivo, tananarivese; da Can- ton, cantonese; da Pechino, pechinese; da Nanchino, nanchinese (1); dal Canton Ticino, ticinese (2); da Mal- ta, maltese (3), ecc. 369. — Oltre i due suffissi, alquanto frequenti, -ino ed -ense, ve ne sono altri ancora, alcuni dei quali derivati, con alterazioni più o meno gravi, da desi- nenze antiche o locali; così abbiamo perugino da Pe- rugia, sorrentino da Sorrento, spezzino da La Spe- zia (4); estense da Este, parmense da Parma (5), ecc.; ed abbiamo anche comasco da Como, casalasco da Casale (Casalmonferrato) bergamasco da Bergamo, va- resotto da Varese, brianzolo dalla Brianza, cipriota da Cipro, smirniota da Smirne, chioggiotto da Chioggia, (1) Nella lieve italianizzazione, scompare il g finale di Peking (Pei3-ching!, « Capitale del Nord »), Nanking (Nan?-king!, « Capitale del Sud »), che però non è sensibile nella pronuncia cinese: sta solo ad in- dicare il valore dell’n nasale velare sonorizzato (come nell’inglese thing, ring). . (2) Italianissimo è il Canton Ticino, e il fatto di esser politicamente fuori dei confini d’Italia non impe- disce che lo si debba considerare linguisticamente e letterariamente una delle migliori regioni nostre. (3) L’artificiosa promozione del dialetto maltese al rango di lingua non fa che provare maggiormente, con le sue mostruosità, il fatto che la lingua di Malta è l’italiano. — Cfr. Toddi, Jl Centauro maltese, ovvero mostruosità linguistiche nell'Isola dei Cavalieri, Mila- no, Ceschina, 1940. | (4) Mentre il nome della città si scrive con una sola zeta, l'aggettivo ne ha due. In realtà tale conso- nante è, fonicamente, sempre doppia, equivalendo a fs (e a dz se sonora): infatti nessuna differenza di pro- nunzia di essa vi è nel nome della Spezia e nell’agget- tivo. Il cognome dei due scrittori veneziani Carlo e Gaspare Gozzi non si pronunzia diversamente da quel- lo di Manlio Gozi, scrittore sanmarinese. (5) Dei due aggettivi, parmense e parmigiano, il primo è di rango più elevato, latinizzante, e perciò si dice « codice parmense », mentre il secondo è più cor- rente, e si dice quindi «formaggio parmigiano » o, sostantivando l’aggettivo «il parmigiano ». Il pittore cinquecente»co Francesco Mazzola è detto «il Parmi- giano » (e non «il Parmense »), perché quello fu l'ag- gettivo usato dai contemporanei. =D FINE I I I I, e, ‘-’Ò iii Tiosoiratoat_a i... Troesoetoiotiaiai pia tit A ILMITIA L'articolo nei nomi geografici... ($ Il Cairo (Cittadella) — La Turbie (Torre di Augusto) — La alletta (Porta Reale ‘i 3 4 : È è E Considerarstacttren nni inn i rr CITTÀ E ABITANTI palermitano da Palermo, cagliaritano da Cagliari, an- | conetano da Ancona. > i | 370. — La desinenza in -itano dovrebbe essere di rigore per tutti gli aggettivi derivan- bizantino | | costantinopoli fano I stambulino Byzantium | KovatavtivoonoÀ:c sic Tmy Téiv - Istanbul | suearo: Iapnrpaa® è pusso: Hapbrpaa croato. Carigrad ceco: Carihrad ‘amarico: PALTIMIS (Questentinèya) La città dai molti nomi... (Le iniziali contrassegnate con asterisco vanno pronunziate «ts». — Per i Ro- mani, Tsarigrad è una città della Bessarabia). (8 370) — 289 — = Gi A _TT O La  ti da nomi composti con -poli, come Costan-. tinopoli, Adrianopoli, Monopoli (cosiantinopo- litano (1), adrianopolitario, monopolitano, co- me, dal nome comune metropoli si ha metro- politano) (2). Da Tripoli si è formato però l'aggettivo ftripolino, riferentesi alla città, mentre fripoli- tano significa « della Tripolitania » (3). 371. — Con questi suffissi, gli aggettivi qualifi- cativi geografici si formano spesso non dal nome at- tuale della località, ma da quello antico, creandosi così degli allontanamenti tra i due vocaboli: ad esem- pio, l'aggettivo corrispondente a /vrea è eporediese (dal lat. Eporedia), per Gubbio abbiamo eugubino, per Mondovì monregalese, per Frosinone frusenate, per Tivoli tiburtino. | Tali aggettivi geografici eterogenei abbon- dano, ad esempio, in francese: per Forntaine- bleau si ha fontainibléen e bellefontain; per Saint-Julien si ha saini-juniaud; per Saini- Valéry-en-Caux si ha valéricain; per Saint- Paul-Chéteaux, tricastin o tricastinois; da Li- (1) Tre diversi aggettivi geografici derivano dai tre nomi topograficamente coincidenti, poi che la pri- mitiva Bisanzio (Byzàantion), ingrandita da Costantino e promossa al rango di « Nuova Roma » (Néa Roma) fu detta Costantinopoli: perciò nei paesi slavi essa ha tuttora il nome di Tsarigrad, « Città dei Cesari», o anche « Città degli Zar » per la vecchia aspirazione russa a possederla. I Greci la chiamano tuttora, cor- rentemente, Polis, «la Città »: e dalla locuzione greca « eis ten polin » (pronunzia « istimbòlin ») « alla città » (moto a luogo) è derivato il nome turco di /stanbul, unico ammesso oggi ufficialmente. Le lettere indiriz- zate con il nome corrente in Europa sono respinte, essendo Costantinopoli « sconosciuta al portalettere ». (2) Il femminile sostantivato «la metropolitana » significa già, in italiano, « ferrovia sotterranea urba- na », per imitazione del Métropolitain (maschile, che è sottinteso chemin de fer) parigino, abbreviato corren- temente in Metro. (3) Tale distinzione non v'è, ad esempio, in fran- cese: fripolitain significa tanto « tripolitano » che « tri- polino ». — 290 — rn ABITANTI, POPOLI E GENTI moges si ha limougeaud e limousin, donde il nome del veicolo limousine, ecc. Aitenzione anche agli aggettivi geografici francesi per - paesi esteri: « londinese » è loridonien; « ber- linese » berlinois; « lisbonese » lisbonninj; « ci- nese » chinois; « andaluso » andalou, femm. andalouse, ecc. Anche lo spagnolo abbonda di anomalie di tal genere: ad es., per Valladolid si ha valliso- letano o valisoletano (dall'antico nome Vali- soletum); per Madrid, madrilefio; per Càdiz (Cadice), gaditano (dal lat. Gades); da Gibral- tar ,Gibilterra), jibraltarefio; per Sevilla (Si- viglia), sevillano e hispalense; per Santiago de Compostela si ha santiagués, per Santiago de Cuba, sanliaguero; per Santiago del Este- ro, sanfiaguefio, e per Santiago del Chile, san- fiaguino; ecc. (1). Anche noi abbiamo distinzioni di tal genere, poi che usiamo reggiano ‘come aggettivo derivante da Reggio Emilia, e reggino da Reggio Calabria; da Mo- naco di Baviera formiamo monachese mentre da Mo- naco (Principato) formiamo monegasco. 372. — Alcuni aggettivi geografici non sono de- rivati dal nome, ma viceversa: Grecia deriva da gre- co (mentre ellenico deriva da Ellade), Turchia da tur- co, Serbia da serbo, ecc. Si faccia attenzione, nelle varie lingue, a questa « direzione » derivativa che non è ugua- le, pur per gli stessi nomi e aggettivi geogra- fici: per noi, persiano è derivato da Persia: lo spagnolo, invece ha, come aggettivo, persa, (per entrambi i generi). (1) Si tenga presente che lo spagnolo altera non poco anche parecchi nomi di città e regioni straniere, e, di conseguenza, anche gli aggettivi derivati: perciò, ad esempio, sueco è « svedese » (da Suecia, « Svezia »), mentre suizo è «svizzero» (da Suiza « Svizzera »); « tedesco » è alemàn (Alemania, « Germania »); « dane- se », danés e dinamarqués (Dinamarca); « cinese » chi- no (vedi 8 376). Anche il portoghese presenta, pur se in misura minore, peculiarità analoghe. In italiano, tutti questi aggettivi geogra- fici, sostantivandosi, assumono la doppia funzione di esprimere sia l’indigeno del luogo (1), sia la lingua ivi parlata: « gli Spagnoli parlan spagnolo ». 374. — È stata abbandonata una buona vecchia ‘ regola, la quale prescriveva che l’aggettivo gcografico sostantivato dovesse scriversi con la maiuscola allor- ché indica gli abitanti del luogo, mentre la minuscola basta per la lingua (2); nel primo caso, infatti, si tratta di vero e proprio nome proprio, mentre nel se- condo la sostantivizzazione è meno completa, sottin- tendendosi la parola «idioma »: « il francese dei Ca- nadesi è più antiquato che il francese dei Parigini », «un Americano che parli il tipico americano no: è compreso da un Inglese o da un Australiano, sebbene egli parli inglese ». Si scriverà quindi anche: « Quel signore è polacco », ma « Quel signore è un Polacco ». Viene, così, rispettata una buona norma grammaticale, e se ne avvantaggia la chia- rezza. | In merito alla grafìa, la quale, nel caso specifico, rispecchia anche la pronunzia, è Îre- quente l’erronea inversione delle due conso- nanti z/ nell’aggettivo e nome azieco: i due (1) I romanzi di avventura lasciano nei ragazzi una impressione la quale permane anche nell’età adul- ta: quella, cioè, che indigeno implichi più o meno l’idea di « uomo di colore »; e si ha, perciò, una certa rilut- tanza ad ammettere che noi siamo indigeni d’Italia. Ha il medesimo significato che native in inglese, natu- ral in spagnolo (equivalenti al nostro « nativo »). (2) « Obbligatoria l’iniziale maiuscola », Morandi e Cappuccini. Gli Italiani sono i soli che, possedendo le maiuscole, non ne fac- ciano uso per la dignità del loro nome nazionale. L’in- glese (lingua) usa la maiuscola per qualsiasi derivato da nome geografico, sostantivo o aggettivo che esso sia, tranne i casi che il vocabolo abbia nettamente as- sunto un altro valore; come china per « porcellana », turkey per «tacchino », ecc. — Il francese segue la buona regola della maiuscola per il nome del popolo e la minuscola per l’aggettivo e per la lingua.  : ihhd. AL UNA MINUSCOLA UMILIANTE suoni appartengono etimologicamente a due parole, riunite a formare un composto (1). 375. — Pochissimi sono gli aggettivi (sostanti- vati o non) i quali non abbiano la doppia funzione di riferirsi sia agli indigeni che all’idioma: così, ad esem- pio, siriaco, ebraico si usano prevalentemente per in- dicare la lingua, la letteratura, lo stile, mentre per le altre accezioni si adoperano siriano, ebreo. Parecchie lingue distinguono nettamente l’una dall’altra funzione, o come norma gene- rale o per casi specifici. Il tedesco, ad esem- pio, usa la stessa forma che per l’aggettivo per indicare la lingua: die deutsche Sprache, « la lingua tedesca», Sprechen Sie Deutsch? « Parlate tedesco? », ma non per il popolo: ein Deutscher, « un Tedesco » (2). Il primato di semplicità, nella formazione dei derivati geografici spetta alle lingue ag- glutinanti: in ungherese basta aggiungere -i al nome: così da Budapesi si ha budapesiti, « budapestino »; da Becs (pronunzia « bécc' »,) « Vienna », si ha becsi, « viennese »; da Ròma, (1) Gli Aztechi si distinguono dai Coroteghi e da- gli Zapotechi. Un grande contributo per lo studio del- la civiltà di questi popoli e delle loro lingue è stato dato dall’italiano B. Giacalone: Gli Aztechi, Genova, Bozzi, 1934. — Dello stesso autore, / Maia, Genova, Bozzi, 1935, ricco anche di documentazione fotogra- fica. (2) L’inglese differenzia per significato — e quindi anche nell’uso — tre aggettivi e sostantivi: Arab, si- gnifica «un Arabo o appartenente ad un Arabo », Arabian « dell'Arabia », e Arabic si riferisce solo alla lingua, alla letteratura, alla scrittura: si dirà perciò: an Arab girl, « una fanciulla araba », Arab fatalism, Arabian tradition, Arabian philosophy, ecc., ma the Arabian Gulf, « il Golfo d’Arabia », the Arabian fau- na and flora, mentre si dirà an Arabic word, « una pa- rola araba », Arabic literature, the Arabic numerals. Eccezionalmente, la « gomma arabica» è gum arabic (con la minuscola), poi che preso direttamente dalla terminologia farmaceutica. Crf. H. W. Fowler, Mo- dern English Usage, Oxford, Clarendon Press, 1927, (utilissimo anche per i costrutti sintattici). ròmai; da Euròpa, euròpai. In finlandese si ha il suffisso -lainen (o -léinen per l'armonia vo- calica, vedi 8 49 e 84), e quindi da Saksa, « Germania », si ha saksalainen; da Ruoisi, « Svezia », ruoisalainen; da Ranska, « Fran- cia », ranskalainen; da Rooma, « Roma », roo- malainen. Il giapponese aggiunge -jin per in- dicare il popolo, e -go per indicare la lingua: ° Nipponjin è «il Giapponese » 0 «i Giappone- si», Nippongo «il giapponese » (lingua); Ifa- riajin, «PItaliano » e « gli Italiani », ltariago « l'italiano », ecc. i = N PZ = rd ATL ” PES Ti Ne: bMT=<=>"< l "f È « Mapigrukhe Mae Ù \ z 4 K V O Di I (( i Ù e a VARA RI de, a 2 ISIN TATZAS? CRA TRAE AC VIA | IA UU ALUGATTEZIITAA fol \ ))) YI = Pre ant e Non è lecito ignorare alcune nuove denominazioni asiatiche, oggi ufficiali... ma neppure è lecito usare | peri cinesi un vocabolo a significato canino... (8 376) 376. — Poi che i traffici hanno avvicinato i po- poli e persino le guerre hanno avvicinato le lingue, la grammatica e il vocabolario debbono aggiornarsi al- meno quanto una: collezione di francobolli affinché questa non sia più istruttiva che il testo scolastico. Non è più lecito, oggi, usare i vocaboli China e A Ai BISOGNA AGGIORNARSI! chinese, senza aver l’aria di esser rimasti ai tempi in cui il treno era «la vaporiera » (1). Non è lecito oggi ignorare che la Persia ha ripreso l’antico nome di /ran (donde iranico) e che il Siam è oramai ufficialmente la Thai- landia (in siamese Thai, o 7’ai) fornendoci quindi ‘hai come aggettivo che sostituisce « siamese »; né che l'aggettivo e sostantivo corrispondenti al Manciukuo è manciù o man- cese. 377. — Un tempo era sufficiente conosce- re che gli abitanti di Londra, Parigi, Madrid sono rispettivamente Londinesi, Parigini, Ma- drileri. Oggi sono acclimatate da noi voci an- cora straniere, ma di uso comune, quali cock- ney e parigot (2), che avranno prima o poi una traduzione italiana. "o (1) Cina e cinese son più aderenti all’uso inter- nazionale, ed anche più esatti etimologicamente, poi che il nome occidentale deriva da quello della dina- stia degli Ts'ing (pronunzia «c’'ing!=«i Puri»). In cinese, la Cina è Ciùngi-kuo pronunzia quasi « giùn- nguo »), « il Paese di Mezzo ». — Per i nomi composti si deve usare soltanto la forma latinizzata, e perciò si dirà, correttamente, sinico-giapponese, e non cino: giapponese, giacché non si può dire spagno-portoghese o inglese-egiziano, dovendosi usare le forme latinizza- te: ispano-portoghese, anglo-egiziano. Dicendo o scri- vendo « il conflitto cino-giapponese » si intende un con- flitto tra i cani e i Giapponesi! ; (2) Al Romano de Roma, ossia il nato a Roma da genitori romani, corrisponde il cockney, che do- vrebbe essere, per definizione tradizionale, soltanto chi sia « nato entro [la zona in cui si ode] il suono delle campane [della chiesa] di Bow », nel Cheapside (« born within the sound of the Bow Bells»), ma si dice di chiunque si sia interamente acclimatato alla metro- poli. — Un Parigot non è semplicemente un Parisien, ma chi abbia in sé, esasperati, i connotati spirituali e spiritosi derivanti dal vivere a Panam, Pantruche, Pan- tin, tutti soprannomi di « Parigi » in argot parigino. Persino un moderno Giapponese è tutto orgoglioso al- lorché si riconosca in lui un autentico Yedokko, ossia un vero « Tochiese di T6ky6 » (Yedo o Edo è l’antico nome della città, usato sinché essa divenne, nel 1868, la capitale). - a — 295 —. , A  Poteva ancora esser scusabile chi, un se- colo fa, avesse scritto di « una bella creola » credendola congenitamente di pelle color caî- fellatte, ritenendola cioè di sangue misto: oggi MEestiz meticcio, half-breed DO 00098 dà 34 | Hindoo or x x Mohammedan | i DOO BO n BO @ O) DE vI®,C « Meticcio » e « mulatto » non rappresentano tutta la i gamma degli ibridi...  LINGUA IN CORSO E LINGUA FUORI CORSO gli Italiani dell’America del Sud son troppo vicini a noi, e quindi partecipi della nostra let- teratura, perché a questa sia ancora permesso ‘ un simile errore. E alla distinzione tra metic- cio e mulatto si aggiungeranno ben presto an- che le altre distinzioni terminologiche nella gamma degli ibridi (1). 378. — Accanto alla lingua libresca, spesso as- sai lontana dalla vita e dalla realtà tanto da costituire un idioma a sé, vive la lingua vera ed agile, che sarà la lingua letteraria di domani e che è, intanto, l’au- tentica « lingua parlata ». Nell’apprendere le lingue straniere, biso- gnerà quindi attenersì alla vera lingua che è in circolazione (2), spesso assai diversa da quella propinata dai manuali ad uso scola- stico. Non ci si reca in un paese straniero portando seco, come scorta finanziaria, delle monete fuori cor- so. Il repertorio di vocaboli e di frasi deve essere composto di « valuta corrente » (3). (1) Giuseppina, moglie di Napoleone, era intera- mente di razza bianca, e «creola» sol perché nata alla Martinica. Soltanto il luogo di nascita distingue i « creoli », nati cioè nel Sud-America da genitori euro- pei, dai direttamente immigrati. Si formarono i voca- boli mestizo, ossia « mescolato » e mulato (da « mulo ») per indicare rispettivamente il nato di sangue misto bianco-indio (americano di razza indigena) o bianco- negro, e da tali voci abbiamo meticcio e mulatto. Lo spagnolo d’America ha anche distinzioni terminologi- che speciali per il negro-indio (che è zambo) e lo indio-zambo, che è chino. Nello spagnolo di Cuba, chino indica l’incrocio negro-mulatto. — La lingua in- glese coloniale usa half-caste per il sangue-misto bian- co-indiano (dell’India: con sangue hindù o maomet- tano), mentre usa half- breed per il mestizo (chiamato pure in tal modo). (2) I Tedeschi chiamano Umgangssprache questa « lingua circolante », con opportuno avvicinamento an- che alle Umgangsformen, che sono le « buone manie- re », ossia le forme contemporanee della socevolezza. (3) Per un Inglese, vocabulary non è il « vocabo- lario » — per il quale si usa dictionary — ma piuttosto Molte espressioni classiche conservano integro il loro valore: l'Olimpo è ancora il soggiorno degli dèi, pur se essi siano, ad esempio, i « divi» e le « dive » di Hollywood; e Scilla e Cariddi hanno an- cora la loro piena efficacia simbolica, ma esse sono anche il nome di due modernissime navi-traghetto che trasportano da una sponda all’altra dello stretto i va- goni-letto dei grandi espressi europei. Il linguaggio figurato continua, non meno che nel passato, ad avere il suo pieno vigore: la metafora, la metonimia, la sl- neddoche, l’antonomasiasono « tra- slati » o « tropi » che hanno funzione non di- versa di quella che avessero nelle lingue clas- siche o nelle opere letterarie italiane del ‘300 o del Rinascimento: ma possiamo trovare « un Ercole » sostituito con « un Carnera » e Apol- lo rimpiazzato metaforicamente da Caruso. Alcuni nomi proprî, divenuti comuni, son passati a noi dall’antichità: Marco Tullio Ci- cerone ha dato il vocabolo cicerone a molte lingue europee; e abbiamo il nome di Vespa- siano utilizzato a fini non imperiali (1). La terminologia tecnica è ricca di voci, special- mente metriche, che furono nomi proprî: voli (da Alessandro Volta), watt, Ohin, Joule, ecc., e da cognomi si son formati verbi e parole composte come galvanizzare (dal nostro Gal- vani) e marconigramma, marconiterapia. il « repertorio » di veci. Dal dictionary bisogna intel- ligentemente estrarre il proprio vocabulary, a fini pra- tici, ossia selezionato con .criterî utilitarî. (1) Si dice che al figliolo Tito il quale trovava non dignitosa una tassa imposta sui gabinetti di de- cenza, Vespasiano mostrasse il denaro ricavatone e, fiutatolo dicesse « Non olet! » (« Non ha cattivo odo- re! »). Da questo episodio (cfr. Svetonio, Vita Vespa- siani, c. XXIII) sarebbe nato il vocabolo vespasiano. — In Francia, e specialmente a Parigi si chiama pou- belle il secchio delle immondizie domestiche, perché, nel 1883, ne fu imposto l’uso da M. Poubelle, pre- fetto della Senna. i ITINERARI COMPLICATI L’itinerario linguistico è spesso comples- so e con variazioni insospettate; (1) un ame- j Via Gaetana Palazzo Caetantr Per itinerario complicato, il nome della nutrice di Enea è giunto ad una vîa di Roma... (8 379) (1) Dal nome della nutrice di Enea, Caieta, ven- ne il nome alla città di Gaeta, ov’ella fu sepolta. Da Gaeta si ha il nome proprio Gaetano e da Gaeta è originaria la famiglia dei Caetani che diede alla Chie- sa due papi, dei quali uno fu Bonifacio VIII, il gran nemico di Dante, che pur aggiunse una terza corona alla tiara. Sicché la via Gaetana, a Roma, è «la stra- da che prende il nome dal palazzo della famiglia che  ricano è anche un aperitivo; a Parigi un furin è un vermut, e un martini (dal nome del fab- bricante italiano) ha oggi valore internazio- nale. Nella nebbia del passato scompare l Eli- cona, mentre altri nomi geografici assumono un significato iraslato: il Viminale, per il « Mi- nistero dell'Interno », Palazzo Chigi per il « Ministero degli Affari Esteri», Downing Street per il Foreign Office britannico, Scof- land Yard per la «Questura Centrale» di Londra, ecc. ecc. 380. — Intanto si accreditano anche, in italia- no, vocaboli esotici che son divulgati per via lette- raria, artistica, cinematografica, turistica, politica, co- me pampa, steppa, giungla, puszta, cafion, e, in qual- che scrittore di viaggi in oriente, si trova già, grafica- mente italianizzato in ricsciò il nome della vetturetta a trazione animale che è diffusissima in Estremo Oriente ed in Africa meridionale: il rickshaw (1). I vocaboli migrano e si affermano, e mu- tano significato e assumono nuova importan- za, sospinti da eventi grandiosi o da piccoli fatti banali: la rivoluzione russa ha immesso in tante lingue le voci « sovietico », « bolsce- vismo », ecc., mentre la semplice confezione dei fiammiferi in « bustine » ha reso necessa- prese il cognome dalla città denominata dalla balia di Enea ». Il processo etimologico è alquanto com- plesso, pur trascurando l’origine del nome di Caieta, nutrice di Enea, dovuto a voce greca che significa Montagna Spaccata. (Per strana coincidenza, la Mon- tagna Spaccata è proprio sotto il promontorio di Gaeta). ° (1) Il fin-riki-sha, ossia «vettura (sha) a forza (rikî) di uomo (jin) », fu inventata in Giappone da Yasuke Izumi, Késuke Takayama e T$@chiré Suzuki e prestissimo si diffuse in tutta l’Asia orien- tale e sulle coste sud-orientali africane, mentre il suo nome si trasformava, in inglese coloniale, in rickshaw. Ai tre inventori Tòky6 eresse un monumento, nel parco del monastero buddhico di Zenk6-ji. Cfr. H.S.K. ae We Japanese, Miyanoshita, 1936, vol. II, pag. 77. ir —— ". | | TT. — — ccm |. (E. pn 2 iù. forma senza et ra, nz PP tile LE IMPORTAZIONI RECENTISSIME ria l’estensione di questo vocabolo ad una nuo- va accezione (1). A PC$CP Poccniickan COLManucTUNECHaa: PenepaTMBHaA, Cosetckaa PecnyOnnka COBETCKHI, sovietico 00m1eBH3M, bolscevismo o CI W0O (Ad) | A) La rivoluzione russa ha diffuso alcuni vocaboli... (in alto: la denominazione ufficiale della « Repubblica Socialista Federale Sovietica Russa ») — B) ... la con- fezione dei fiammiferi in « bustine » ha creato una nuova necessità espressiva... — C) La « bomba atomi- ca » ha fatto assurgere a grande importanza un voca- bolo modesto... (I, II e III: Fasi di formazione di un atollo) (8 380) (1) L’inglese dice «un libro di fiammiferi », «a book of matches. — In italiano si va affermando il  Dalla lingua delle isole maldive era passa. to come semplice termine tecnico geografico nelle lingue europee il nome dell'atollo: ed ec- colo assurgere oggi a grande importanza, as- sociato ben tragicamenie alla più gigantesca viltà scientifica e sociale, associata domani a chi sa quale significato metaforico, E tanto più facile sarà la metafora ironica, in quanto proprio quella « scienza » che si è dimostrata così acuta nell'indagine dei segreti intra-atomici per ricavarne il più formidabile mezzo di distruzione, non è ancora riuscita a spiegare perché e come la Natura abbia dato ai minuscoli polipi zoofiti il còmpito di essere meravigliosi ingegneri, e costruire quei gran- diosi cerchi coralliferi, anelli di bellezza ver- deggiante sulle acque dei Mari del Sud (1). È gli animaletti assolvono la loro missione nel- l'universale armonia, assai meglio di quel che l’uomo, a Bikini e altrove, assolva la propria. vocabolo « stecca » per significare un pacco o scatola contenente venti pacchetti di sigarette, secondo la confezione americana ed inglese. (1) Cfr. W. M. Davis, The Coral Reef Problem, 1929 (con abbondante bibliografia, che dà un quadro delle varie ipotesi). Cfr. anche J. S. Gardiner, Maldi- vo nel « Geographic Journal », 1902, XIX, pag. 277- P. Sp pre Betti i N pe I go 7 nen nei i n | I termometri delle azioni e delle qualità (XIX) 381. — La funzione che l’aggettivo ha rispetto al nome, determinandolo o qualificandolo, è compiu- ta rispetto al verbo e all’aggettivo da un’altra « parte del discorso ». L’avverbio è quella parte del discorso che determina o qualifica un verbo o un aggettivo. 382. — Si chiama «avverbio » dal latino ad verbum, intendendo però questo vocabolo non soltanto nel significato di « verbo », ma anche in quello più generico di « parola ». In- fatti, oltre il verbo, l’avverbio può determina- re o qualificare un aggettivo, un sostantivo in funzione aggettivale e persino un altro av- verbio. Esempî: « Molto egli oprò col senno e con la mano; Moltò soffrì nel glorioso acquisto; E invan l'Inferno a lui s'oppose, e invano S’armò d’ Asia e di Libia il popol misto... » (Tasso, Gerusal. Liber. I, 1). in cui l’avverbio molto determina i verbi « o- prare » e « soffrire », mentre l’avverbio invano qualifica i verbi « opporsi » e « armarsi »; « E largamente a’ duo campioni il campo volo riman fra l'uno e l’altro campo.  AL in cui l’avverbio largamenie qualifica È in una certa misura anche determina) l’aggetti- vo « voto » (1). « /1llor sen ritornàr le squadre pie per le dianzi da lor calcale vie ». (Ibid., XI, 15) in cui l’avverbio dianzi qualifica il participio passivo (aggettivo) « calcate ». Nelle espressioni « molto prima », « poco dopo », « assai presto », « incredibilmente tar- di », « ‘assolutamente no », ecc., un avverbio ne modifica un altro, Nell’ espressione « ancor fanciullo », l’avverbio modifica un sostantivo che ha significato qualificativo ossia senso più aggettivale che sostantivo. 383. — In considerazione della loro funzione, gli avverbî possono quindi, non diversamente dagli ag- gettivi, dividersi in avverbi determinativi e avverbî qualificativi. I primi esprimono la « quantità » o «intensità » o servono a localizzare nel tempo o nello spazio; i secondi si riferiscono alla « qualità », al « modo ». Questa distinzione permette di compren- dere perché, logicamente, i primi (determina- tivi) siano prevalentemente adoperati per mo- dificare un aggettivo o un altro avverbio, men- tre i secondi si usano prevalentemente per modificare il significato di un verbo. « Sicco- me questi luoghi sono alquanto (avv. deter- minat.) pericolosi ed è già molto (id.) buio, sarà opportuno procedere cautamente (avv. qualificat.) ». 384. — A tal punto l’avverbio può consi- derarsi « l'aggettivo del verbo », che in non po- (1) La ripetizione, in rima, del medesimo voca- bolo, non è contraria alle buone norme stilistiche, al- lorché esso — come qui il nome « campo » — sia in- teso in due accezioni diverse. 22304 TE - a Pigilihatl.otototolaeiate A. Li: Lio nina re ARSA, MY DI PE pan mi _ a oaprrr[__ = = ne = — - - etna : -- - - et iii a crnt —- Voti io ___9[9[r@s‘@îpu@@cu’ ti si, cerci iii lA let zare tt 4 SNA P ACRI iv . mi Lit U 2% ” ; , F, % = fire ire fore e] Sf De + saretta NAZIONALE ji di} idr impari: = irta = rio a, ae e * Col (3 SII > + #0 or Da) Terre italianissine... ($ In alto: La stazione di Lugano, In basso: La « Piazza Reale», a Gozo (Malta), quando si chiamava ancora così, e non era scomparsa l'insegna del «Caffé Nazionale 2 \ e SSR Lasa RE È ea AVVERBIO E VERBO che lingue lo stesso vocabolo, inalterato, può îunzionare da aggettivo o da avverbio (1). Tale coincidenza è frequente specialmente quando il legame ideologico tra verbo e av- verbio è intimo, come, ad esempio, allorché l’avverbio contiene le idee di colore, sapore, suono e simili, e il verbo esprime la loro ma- nifestazione. Un Francese dice « Ca sent bon » e «ca sent mauvais » (letteralmente « odora buono », « odora cattivo ») per « emette buon odore », «emette cattivo odore », e che noi possiamo esprimere rispettivamente con un ‘unico verbo (« odora », « puzza »), appunto per l’intima connessione tra le due idee, verbale e. avverbiale. Un Inglese dice « This music sounds delighiful » usando l'aggettivo piutto- sto che l’avverbio (delightfully), ossia, let- teralm.: « Questo musica risuona deliziosa- [mente] » (2). | 5 385. — L’aderenza ideologica dell’avverbio con il verbo che esso qualifica è tale che, assai spesso, a) un verbo specifico può, per significa- (1) Il tedesco dice: « Diese Milch schmeckt nicht gut, sie schmeckt sauer », « Questo latte non ha buon sapore (letteralm. « non sa buono »), sa d’acido («sa ‘acido ») », usando avverbialmente gut e sauer, che han- no invece funzione di aggettivi (predicat.) nelle due proposizioni: « Diese Milch ist nicht gut, sie ist sauer .» « Questo latte non è buono: è acido ». (2) E parimenti dirà: « A rose by any other name would smiell as sweet »; letteralm.: « Una rosa sotto qualunque altro nome odorerebbe altrettanto dolce », laddove noi diremmo, in vero italiano fluido: « Co- munque la si chiami (« Qual che sia il nome che le si dia »), una rosa avrà sempre odore soave ». Questi esempî dimostrano come la «traduzione » diretta dal- 1a propria lingua non sia la miglior via per arrivare a rendersi padroni di una lingua straniera. Dalla frase italiana bisogna passare al pensiero non formulato in parole: svilupparlo quindi secondo la forma mentis che è tipica del popolo che si serve spontaneamente di quella lingua.  to, equivalere ad un verbo di significato più generico, accompagnato da un avverbio qua-. lificativo o da un insieme di più parole con valore avverbiale: ad esempio, divorare = mangiare avidamente; urlare = gridare molto forte; Ì b) (reciprocamente) un verbo modifica- to da un avverbio qualificativo può avere, Pa; k out Molta importanza ha la possibilità analitica e sinte- tica...’ (8 385) to wal come equivalente per significato, un verbo specifico nel quale si fondano le due idee: ad es.: imitare scimmiescamente = scimmiol- lare. | È molto importante tener presente questa possibilità analitica e sintetica, giacché le va- ANALISI E SINTESI AVVERBIALE rie lingue si comportano molto diversamente in casi obiettivamente analoghi: noi diciamo, ad esempio, « uscire a piedi »: la traduzione letterale sarebbe ridicola e incomprensibile i in parecchie lingue (1). Essa può ridursi, astraen= ‘do dalla nostra mentalità linguistica, al verbo « uscire » accompagnato da un avverbio che qualifichi specificamente il modo dell’azione: « uscire pedestremente ». L'inglese scinde il verbo « uscire » in « andar fuori », mentre in- ‘corpora con « andare » l’idea di « pedestremen- mente » («a piedi ») e fluidamente dice. « fo walk out » (letteralm.:« passeggiare fuori ») (2) Vi sono lingue nelle quali il processo di analisi e sintesi è talmente diverso dal nostro, che la traduzione nell’uno o nell’altro senso richiede il cambiamento strutturale dell’intera frase, poi che la connessione ideologica è diî- ferente. Alcune lingue africane sono singolarmente povere di avverbî, ma ciò non implica che i popoli che le parlano siano nella impossibi- lità di esprimere le idee corrispondenti ai no- stri avverbi: essi incorporano nel verbo quel- l’idea che, nelle lingue nostre, è espressa se- paratamente con un avverbio o con una locu- zione avverbiale: in lingua duala, per esem- pio, il verbo pumane significa, « venire 0 agi- (1) Ancor più comica sarebbe la traduzione lette- rale di altri idiotismi, quale, ad es., « far quattro pas- si »: il francese può dire « faire deux pas »: in altre lingue, però, si intenderebbe rigorosamente « percor- rere circa m. 1,40 ». In fluido inglese si dirà « To have a stroll», «To take a stroll ». ._ (2) I due procedimenti, analitico e sintetico, de- terminano, alternandosi, le due differenti forme dei verbi « separabili » tedeschi: (chiarendone, così, il fe- nomeno, il quale rimane però pur sempie una « ano- malia »): « Auf die Strasse muss man achtgeben », « Per la strada bisogna far attenzione » (achigeben=acht + geben, « agire attentamente »),, ma « Geben Sie acht! », « Fate attenzione! » (« geben... acht » = achtgeben). — 307 — è.  re presto o troppo presto »; indea, « venire 0 agire tardi o troppo tardi »; /ortdo, « fare vo- lentieri » (1). Pur a chi non intenda dedicarsi allo studio di queste lingue così lontane dalle nostre, è utile l’esa- me di queste differenze; per rendersi conto che ogni lingua ha la sua mentalità, e per affrancarsi da quella visione burocratica grammaticale nazionale, la quale è spesso il più grave impedimento per penetrare nello spirito di un idioma straniero, qualunque esso sia. vo * 386. — Poi che l’avverbio ha la funzione di «li- mitare » il significato del verbo e dell’aggettivo (2), tale limitazione può raggiungere il massimo, ossia far sì che l’azione verbale o la quantità o qualità espres- se dall’aggettivo siano ridotte a zero. Questo «mas- simo » è espresso dagli avverbî negativi, i quali sono quindi da considerarsi collocati ad un estremo della gamma degli « avverbî determinativi »: « Questo fiore non è una rosa canina »; « Questo fiore non è bianco », « Questo fiore non è sbocciato », DI « Questo fiore non olezza » (3); « Caio non è venuto », « Caio non ha corso », ecc. (4). 387. — Le espressioni negative costitui- scono uno dei connotati più caratteristici delle lingue, le quali possono distribuirsi in gruppi (1) La lingua giapponese esprime con una sem- plice terminazione verbale l’azione che avvenga alter- nativamente con un’altra, o che si interrompa per ri- prendere: « un po’ piove e un po’ no» si rende con questa tipica forma: ame ga futtari yandari shimasu, ossia «la pioggia compie [l’azione di] piovere-un-po’ e di cessare-un-po’ ». Parimenti « Qualche volta leggo il giornale, e qualche volta non lo leggo » diventa, in giapponese « Compio [l’azione alternativa di] leggere- un-po’ e non-leggere-un-po’ »: « shinbun wo vyondari yomanakattari itashimasu ». (2) Cfr. 8 4 e segg. e 8 246 e segg. (3) Cfr. figura a pag. 2. (4) Cfr. figura a pag. 74.  IL POSTO DELLA NEGAZIONE ii E A O ZIA - "353 RITMI = 35, j —__r__ rr | E è una signorina | ella non è una signorina | eg IMUONN!. 12) = | PESA TIT 7 e È i 0]o-san de wa i SGGANMEANGZIAZIZE nar | CMMMAM GU SSMDLLA4À Con il « modulo » italiano alla mano, possiamo con- sfatare gli spostamenti della negazione e del verbo nelle varie lingue... mo a P 9A -@  graduati, a seconda della maggiore o minore aderenza formale della negazione con il verbo. .La lingua italiana occupa un posto intermedio, poi che la negazione è espressa con un avverbio a sé, separato dal verbo. e precedendolo per determinarne la non-azione. Il tedesco, invece, pospone la negazione al verbo: oppure sposta la negazione su un al- tro vocabolo determinante il soggetto, l’ogget- to, un complemento: er kommt heute nichi, « egli oggi non viene » (letteralm.: « egli oggi viene non »); « Ist das ein Friulein? — Nein, das ist kein Fraulein, sondern eine Frau », « È una signorina? » — No, non è una signo- rina (letteralm.: «è nessuna signorina NI è una signora ». 1l francese esprime la negazione con due voci, una preposta e l’altra posposta al verbo: il ne vieni pas arjourd'hui, — elle n’est pas une demoiselle: elle est une dame. Ad un estremo della graduazione può esser collocato l'inglese , il quale non coniuga il verbo del quale si nega l’azione: esso rimane quiescente, nella forma inerte dell’infinito, mentre un altro verbo significa il « non ese- guirsi » dell’azione: al positivo « egli scrive » (he writes) non corrisponde, in inglese, un ne- gativo «egli non scrive», ma l’espressione « he does riot write » ossia « egli non esegue [l’azione di] scrivere » (1). All’estremo opposto van collocate quelle lingue che, come il. giapponese, conglobano la negazione con il verbo, possedendo cioè una ‘coniugazione negativa, con forme proprie, di- (1) Per analoga ragione rimane quiescente il verbo inglese anche nelle forme interrogative (does he wri-. te?, « esegue egli [l’azione di] scrivere? » ossia « scri- ve? »), ipotetiche (he would write, he should write, « compirebbe [l’azione di] scrivere », ossia « scrivereb- be »), future (he will write, he shall write). Slo fi LINGUA E LOGICA stinte dalle positive: Rakimasu, «scrive »; «kakimasen « non scrive » (1). I Altre lingue, infine, hanno entrambe le possibilità, come, ad esempio, il coreano (2). Nello studio di una lingua straniera qua- lunque essa sia, si tenga sempre conto di que- ste differenze strutturali, sempre collegan- dole con il contenuto ideologico. Non è possi- bile, ad esempio, intendere la sintassi araba delle proposizioni negative esaminandole se- condo la nostra « analisi logica »: è una logi- ca linguistica diversa, ma non perciò meno « logica »: (3). Per un Russo è perfettamente .(1) Il « verbo garbato » -masu, obbligatorio nella conversazione cortese, si comporta come tutti gli altri, ed in esso passa la negazione: omettendolo, la nega- zione passa direttamente nella forma verbale sempli- ce: kaku, « scrive » (o anche « scrivo, scrivi, scrivono, scrivete... »), kakanai «non scrive ». Propriamente il suffisso agglutinato -nai ha valore di aggettivo ver- bale, esprimente la non esistenza, e di esso può for- miarsi anche l’avverbio, corrispondente al nostro gerun- dia negativo: kakanakute « non scrivendo », Il nai può usarsi anche attribuitivamente, implicando il verbo. Frase usitatissima nipponica di rassegnazione o di im- posizione, nel senso di « Non c’è nulla da fare », « Bi- sogna accettare le cose come sono », «O mangiare questa minestra... ecc.» è shikata ga nai (letteralm.: « modo d’agire non V'è »). | (2) Se non vi fosse il coreano, il giapponese sa- rebbe per noi, Occidentali, la lingua più complicata: ma il coreano detiene il primato, contenendo tutte le diffi- coltà del giapponese (anche grafiche) più parecchie sue peculiari. La negazione, ad esempio, può esser espressa in un paio di dozzine di modi diversi, a se- conda dei casi. Cfr. A. Eckardt, Koreanische Konver- sations-Grammatik, Heidelberg, Groos, 1923, lezione 148, pag. 121-131. (3) «In modo particolare bisogna tener presente che i termini grammaticali nostri e arabi non sempre collimano, se si abbia un Arabo come insegnante. Di- versi infatti sono i principî di analisi logica donde si muove nei due sistemi grammaticali ». — L. Veccia Vaglieri, Grammatica teorico-pratica della lingua ara- ba, Roma, Ist. p. l'Oriente: e la  «logico » che un verbo negativo, ossia espri- mente un’azione che non si compie, non ab- bia un vero e proprio soggetto né un vero e proprio complemento oggetto: coerentemente, in questo caso, non Îa uso del nominativo per il soggetto né dell’accusativo per il comple- mento oggetto, ma adopera il genitivo: « il pa- dre non è a casa »: olsà met doma (letteralm.: « del padre [si dice chel non è a casa »: ossia si parla di lui, ma non è lui il soggetto vero e proprio); « egli non dà il bicchiere »: on nié daiòt staRana (se egli « non dà », non v’è com- pliemento oggetto, poi che non "dà nulla: ma poiché questa negazione è limitata, in quanto egli può dare altra cosa, il genilivo specifica il rapporto negativo: « egli non dà [e ciò è detto] del bicchiere »). * * %* 388. — L’avverbio negativo può essere usato an- che isolatamente, ossia come negazione sintetica, equivalendo ad un’intera proposizione: in tal caso as- sume una forma speciale, la quale è anche tonica- mente più energica. Per forma e per tono, il nostro no si distingue perciò dal non: questo accompagna sempre il verbo o aggettivo che esso modifica, mentre il no serve come pura e semplice negazione generale, prevalentemente in risposta ad una domanda. Può usarsi perciò anche quando, essendo omesso il verbo o l’aggettivo modificato dalla negazione, que- sta ha funzione sintetica: « Voglia o no, dovrà farlo », chiarissima arabista aggiunge: « Non possiamo trattare la materia secondo le idee degli Arabi, perché turbe- remmo la sicura conoscenza di quei principi gramma- ticali che spesso, con molta fatica, professori di ita- liano e latino sono riusciti a inculcare nelle loro men- ti quali verità assiomatiche » (ibid.). Ma appunto que- sta « assiomaticità » impedisce non di rado la com- prensione di fenomeni linguistici che ne esorbitano, perché derivanti da altra forma mentis. — 312 — IL «NO » ‘mentre si dovrà dire «Voglia o non voglia, dovrà farlo » (1). 389. — Il nostro no equivale a « mort è co- SÌ ». Contrario ad esso è l’avverbio sì, avverbio sintetico, equivalente anch’esso ad una intera proposizione: « è così ». Il latino non aveva un vero e proprio sì: la risposta affermativa si esprimeva ripeten- do il verbo principale della domanda. — Dor- mitne adhuc? (« Dorme ancora? ») — Dormit. (« Dorme » = « Sì »). Oppure si usava ila « COSÌ », abbreviazione di ila est. «è così »: tale forma rimase diffusa, specialmente nello stile curiale, anche quando il linguaggio cor- rente adoperava già il sì, derivato da «sic est », « è COSÌ » (2). Ne fa menzione Dante, nella sua invettiva contro la corruzione invadente a Lucca, ove. « del no, per li danar, vi si fa ita » (Inf., XXI, 42) (3). La negazione isolata era espressa con lo stesso espediente (ripetendo cioè al negativo il verbo principale della domanda) o con mom ita, minime, rinforzato in minime vero, mini- me hercle vero, ossia con un costrutto affer-  Anche il francese ha due forme diverse per la negazione isolata (non) e per quella modificante il verbo o l’aggettivo (ne... pas). Nelle altre lingue neo- latine, invece, le due forme coincidono: no in spagno- lo, ndo in portoghese, nu in romeno, mentre il tedesco. le distingue (nein e nicht) e parimenti il russo (niet e mie): in altre lingue la distinzione non è assoluta (l’o- landese ha neen e niet, ma può usare questo per quello; e parimenti lo svedese con nei ed ej, icke, ecc.). (2) « La frase dové esser popolare: valgano questi due esempî di Simone Serdini: « E non si può dir non quando si dice ita »; e « e non vale dir no al suo dir ita ». Scartazzini, Comm. Div. Comm., Milano, Hoe- pli, 1929, pag. 169. (3) Facile era anche la falsificazione grafica, tra- sformando no in ita. . mante che « [non è così eanichiel in minima parte » (1). Anche il mon (dal quale abbiamo ricavato il no) si è formato in modo analogo, derivan- «do da un arcaico noenum (= ne-oenum = ne- unum) « neanche uno ». n Ah #È A 3 # x pu' fel wu met Espedienti curiosi per ottenere ideogrammi negativi... (8 339) & Con diversi espedienti i popoli sono arri- vati ad esprimere la negazione, giacché ciò è ‘meno semplice di quel che potrebbe sembrare .a primo esame: poi che ogni vocabolo implica (1) Ponendo così il germe di costrutti esprimenti la negazione del tutto sin nella sua minima parte: -« non.. . punto », ne... pas, («nemmeno un passo »), .«« non... Mica » (ossia «nemmeno una mollica »): e il milanese « miga » del XIII secolo (Bonvesin da Riva), divenuto il « minga » del milanese d’oggi. Cfr. L. Pa- ‘via, Nuovi studî sulla parlata milanese, Bergamo, 1928, ‘pag.. 217 e 286. — Stesso significato ha il bolognese « brisa » (=<« briciola »). — Cfr. G. Gréòber, Vulgdrla teinische Substrate romanischer Woòrter, nell’« Archiv. fiir lateinische oa und Grammatik », V, 25, 234, 453, e VI, 117, 377. IL TONO DA SIGNIFICATO – L’IMPLICATURA DI GRICE – IL COLORE DI FREGE -- un riferimento ad altra idea (1), a quale idea o insieme di idee ci si può riferire per espri- mere ciò che non è? Le scritture ideografiche ci mostrano quali diversi espedienti son stati trovati per ottenere gli ideogrammi negati- vi (2). 390. — Nel linguaggio parlato, grande im- portanza ha l’intonazione (3), poi che essa può attenuare e persino capovolgere il valore del vocabolo negativo o affermativo. Esiste infat- ‘ti un « tono » di incredulità e di sfida, per cui il no assume il significato di « ma è incredi- bile! », il che è ben diverso dalla negazione . pura e semplice: ed il sì, pronunciato in « to- no » ironico, acquista il valore dubitativo e prevalentemente negativo. Alcune lingue hanno speciali forme per i diversi « no » e per i diversi « sì » (4). (1) Cfr. 8 78. (2) Il segno geroglifico (an) rappresentava due braccia aperte separatesi appunto per esprimere il di- niego. Originariamente l’ideogramma cinese pu‘ raffi- gurava un uccello che tenti inutilmente di raggiungere gli strati superiori dell’atmosfera; il segno fei! era composto da due parti opposte fra loro; l’ideogram- ma wu: mostrava una foresta entro la quale si sia inoltrato un carro dileguandosi tra gli alberi; ‘e final- mente il carattere mei? constava di « acqua » (rappre- sentata dalla corrente e da alcune gocce, e oggi sti- lizzata e sintetizzata dalle «tre gocce »), di un « vor- tice » (in alto a destra) e di una « mano », intendendo, così, che «la mano cerca inutilmente di acciuffare qualcosa che, nell'acqua, sfugge alla vista e alla pre- sa a causa del movimento vorticoso del liquido ». (3) Vedi 8 277. (4) In amarico, ad esempio, auò(n) è la risposta affermativa ad una interrogazione; escì esprime il con- senso o la rispettosa prontezza ad eseguire un ordi- ne; egcuò ha il senso di «sì, davvero! »; degh neu equivale a «sì, va bene »; m’-n cheffà significa «sì: non c’è nulla in contrario », « non c'è nulla di male » ed è quindi concessivo, mentre ihuonàl è dubitativo; e finalmente aiè è dubitativo-interrogativo (« Ah sì? »). Per la negazione, aidèllem è la pura negazione obiet- tiva (« non è così »); embì è un «no» di rifiuto scor- ce Isa me si vede, . — Generalmente, con la negazione pura e semplice si intende escludere l’azione espressa con il ‘verbo sottinteso: e questo verbo è il medesimo della cui non ja nein Za. HET vai, parata = oùyi, dx. APT uom ALLNI° + esci aidèliem Fieccnd embi h 2A . ; "7 | nu Me) — m’-n cheffa iellèm“(\7° LIFE Aihuondi vid AT Afaiè ALFA 9° aiccia-l-m L’amarico ha forme speciali per i diversi « sì » e « no » ($ 390) domanda cui si risponde o che sia stato precedente- mente espresso. Es.: «— Piove? — No» (= non piove). tese, e lo è anche asciafferègn; iellèìm constata che «non vi è », mentre aiduòli-m significa che «non è »: e finalmente aiccià-l-m nega persino la possibilità. Co- a tutti questi diversi vocaboli corrispon- dono altrettante nostre diverse « intonazioni ». — 316 — 22 e A a n « SÌ » E « NO » DIPENDENTI L’affermazione pura e semplice attesta il verifi- carsi dell’azione o dello stato espressi dal suddetto verbo. Es.: « — Piove? — Sì» (= piove). In italiano, e nella IMA GGIoranza delle lin- gue, il no e il sì hanno tale valore, indipen- dentemente dalla forma in cui sia stata rivol- ta la domanda, ossia tanto se la premessa sia in forma positiva che in forma negativa. Es.: « É venuto il sig. Tal de’ Tali? », op- pure « [Nori è venuto il sig. Tal de’ Tali? ». Le risposte « Sì » e « No » affermano o negano rispettivamente che egli sia venuto, senza te- ner conto se la domanda sia stata rivolta nella prima o nella seconda forma, ossia in forma positiva o negativa. In qualche lingua, inve- ce, vi è un nesso di significato tra la forma della domanda e la risposta, in quanto questa conferma o nega l'affermazione o la negazio- ne contenute nella domanda (1). Anche in lingue meno lontane dalle no- stre possiamo trovare una connessione di tal genere, pur se non così rigorosa. Il îrancese, ad esempio, oltre l’affermazione oui, ha anche l'affermazione si (rinforzata eventualmente in « mais si » e « si fait ») che serve ad affermare (1) In giapponese, ad esempio, alla domanda « So- regashi San ga kimashita ka> (« È venuto il sig. Tal de’ Tali? » forma positiva) si risponde come in italia- on: « Sì: è venuto » (Hai: kimashita), o « No: non è venuto ». (Zie: kimasen-deshita »): ma alla domanda espressa in forma negativa (« Non è venuto il sig. T. d. T.? »: Soregashi San ga kimasen-deshita ka ») biso- gna rispondere con criterio inverso che il nostro, poi che il «sì» significherebbe che non è venuto, ossia che le cose stanno proprio come sono espresse nella domanda, mentre il no, negando la negazione della domanda, afferma la; venuta del sig. T. d. T. — E ciò dipende anche dal fatto che la « domanda » nipponica ha, nel tono e nell’intenzione, un minor grado interro- gativo che la nostra: è piuttosto dubitativa che inter- rogativa. — Cfr. nota al 8 277. = GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA in contraddizione ad una domanda rivolta in forma negativa (1). 392. — Gli avverbî sintetici sì e no si usano an- che, in italiano, per esprimere l’intermittenza o alter- nanza dell’azione o dello stato, in espressioni come «un giorno sì e uno no», « una finestra sì e una no », ecc. i Anche questi idiotismi non possono veni- re trasportati letteralmente nelle lingue stra- niere: in tedesco, ad esempio, « un giorno sì e uno no » è einen Tag um den andern, oppu- re alle zwei Tage: quest’ultimo costrutto cor- risponde al Îrancese fous les deux jours, lad- dove in inglese si dice every other day (lette ralm. « ogni altro giorno ») (2). Non è buon italiano dire « ogni secondo giorno », pur se questa espressione sia frequente, specialmente nella Venezia Giulia. 393. — Particolare attenzione va posta sul non pleonastico, il quale, non avendo valore nega- tivo, non può esser sempre trasportato in altre lingue. Nel suo primo colloquio con Virgilio, Bea- trice dice: « e temo ch’ei non sia già sì smarrito, ch'io mi sia tardi al soccorso levala » (Inf., II, 64-65). ma ciò che ella teme è che Dante sia già sl smarrito. Abbiamo qui, in italiano, una reminiscenza del tipico costrutto latino dei verba timendi, i  « N’est-il pas venu? — Mais si! » (= « Mais si qu'il est venu! »). — Da quest’ultimo tipo di risposta derivano quelle, così frequenti nel discorso familiare: « Que cui; que non »; « Que si, oh! que si! », con tipi- cissime intonazioni. (2) o anche every alternate day, every second day, every two days. Così every other boy significa « uno scolaro su due ».  «NO » = « SÌ » quali spesso rendono perplessi gli studenti classici (1). | 394. — Anormale può apparire anche il fatto che in talune espressioni, la presenza o la mancanza della negazione non influiscono sul significato, il qua- le, invece, dovrebbe essere inverso nei due casî: noi diciamo indifferentemente: a) « Bisogna camminare finché non si arrivi al binario del tram »; i Talora la negazione e l'affermazione dicono la stes- sa cosa...  (1) Ottima è la ricetta pratica data dall’eccellente Dizionarietto della sintassi latina di E. Levi, (Firenze, Barbèra, 1933): « Occorre osselvare che timere etimo- logicamente e sintatticamente risponde al nostro « sgo- mentarsi », « sperar poco », « disperare », assai meglio che al nostro « temere ». «Ciò premesso: a me p. es. la pioggia farebbe comodo, ma ho scarsa speranza che piova: in italiano dico: « Temo che non piova »; in latino: « Timeo uf pluat ». Invece: la pioggia mi dan- neggerebbe, e io dico: « Temo (ho paura) che piova ». In latino: « Timeo ne pluat » (pag. 411).  B) « Bisogna camminare finché non si arrivi al binario del tram». Riferendosi però alla realtà obiettiva, constate- remo che le due espressioni, apparentemente contra- rie, esprimono il medesimo punto di riferimento, con- siderato però da due punti di vista diversi. Infatti, seguendo la prescrizione ©, si deve camminare sino al punto (p) in cui si incro- cia il binario: si percorre cioè tutto il segmento in ciascun punto del quale mon si arriva al binario del tram, se non nel punto finale P (1). 395, — Nella gamma degli avverbî deter- minativi (8 383 e 386), la «limitazione » che essi | determinano può aver differenti gradi: esprimono in- fatti una misura crescente di quantità o intensità gli avverbî nulla, niente, poco, alquanto, abbastanza, as- sai, molto, troppo: * * %* «e quando l'ali juro aperte assai... » (Inf., XXXIV, 72) « era una fraude pur troppo evidente » . (Ariosto, Orl. Fur., V, 26). 396. — Propriamente, nulla e niente hanno più il carattere sostantivale e pronominale che avverbia- le: talora si usano come avverbî, specialmente il se- condo, nel linguaggio corrente: « Ecco una cosa nien- affatto piacevole ». 397. — L’avverbio affatto non ha valore negati- vo, ma esattamente il contrario, poi che significa «completamente »: sicché l’espressione « É affatto dello stesso parere » significa che la persona di cui si tratta condivide interamente l’opinione accennata. Si (1) È una ragione analoga a quella per cui un avvenimento che duri fino alla mezzanotte del 31 di- cembre 1946 ha termine alle ore 0 (zero) del 1° gen- naio 1947. — Negli orarî ferroviarî, la mezzanotte è indicata come «ore 24» per i treni in arrivo e come «ore 0» per i treni in partenza: pur trattandosi dello stesso punto nel tempo.  4 =. fa AVVERBÌ CORRELATIVI DI dirà, per il significato negativo, « Egli non è affatto dello stesso parere ». 398. — Gli avverbî correlativi di quantità @€ di intensità determinano in correlazione con altra - quantità o intensità (tanto..., altrettanto..., COSÌ..., ecc.) e richiedono perciò, espresso o sottinicso, il « termi- ne » con il quale essi stabiliscono la connessione: «Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia quando ella altrui saluta, che... 3 (Dante, Vita Nova) A questa categoria appartengono gli av- verbî più e meno, per mezzo dei quali la lingua ita- liana ha sostituito i « gradi di paragone » del latino, che ora non esistono più, morfologicamente (vedi 8 321 e segg.). 400. — Sono avverbi determinativi temporali quelli che localizzano nel tempo l’azione o lo stato, oppure ne determinano la durata, la frequenza, ecc., come ora, .allora, ancora, prima, poi, quindi, presto, tardi, ieri, oggi, domani, alquanto, spesso, sovente, ecc.: « Da ch’ebber ragionato insieme alquanto... » (Inf., IV, 97). 401. — Sono avverbî determinativi tempora- li correlativi quelli che indicano tale localizza- zione o durata in riferimento ad altro termine espres- so o sottinteso: tali sono quando, allorquando, allor- ché, appena: Le forme allorché, allorquando equivalgono ad al- lora che, allora quando: « Allor che fulminato e morto giacque il mio sperar... ». (Petrarca, Canz., IV, 3) 402. — Sono avverbî determinativi locativi quelli che localizzano nello spazio: qui, là, costà, co- stì, colà, sopra, sotto, avanti, dietro (antiq. retro): « Allor si mosse, ed io gli tenni retro». (Inf., I, 136). — 321 — z2I Sono avverbî determinativi locativi correlativi quelli che esprimono una localizza- zione in correlazione ad altra indicazione espressa o sottintesa: donde, dove, ove, e vi, ci, ivi: « Quivi sospiri, . pianti ed alti guai risonavan per l’aer sanza stelle... » (Inf., III, 22-23) 404. — L'italiano non distingue lo « stato in luo- go » dal « moto a luogo »: «il luogo dove si è, e il luogo dove si va». Questa distinzione è importante nella gran maggioranza delle lingue. Alcune lingue riuniscono nel medesimo avverbio le due funzioni temporali e locative: ad es., il francese dice non soltanto /e pays où il éfait, («il paese dove egli era »), ma an- che le momeni où il l'a renconiré, « il momen- to in cui (letteralm. « dove ») l'ha incontrato ». * >» 3 405. — Abbsidanti stia è la categoria degli av- verbî qualificativi, perché, oltre quelli che banno una forma speciale, se ne possono formare da tutti gii aggettivi qualificativi con la semplice aggiun- ta del suffisso -mente. Con l’ablativo menie qualificato da un ag- gettivo, il latino cominciò a denotare uno stato d’animo: forfi mente, obstinala mente, jocunda mente, dubia mente (1). Nei testamenti diven- ne comune la formula sana mente, finché l’uso si estese, con significato più generale, gene- rando così i numerosissimi avverbî di manie- ra nelle DRBHE neolabne (2). (1) Apuleio, I, 6; V, 23. (2) Cfr. H. Goelzer, Etude lexicographique et grammaticale sur la latinité de Saint Jérome. Questa formazione degli avverbî in -mente non è comune in rumeno. Cfr. W. Meyer-Liibke, Die lateinische Sprache in den romanischen Ltindern, in «Grundriss der romanischen Philologie, 1904, vol. I, pag. 487. — 322 — UN FALSO PRIMATO Lo spagnolo e il portoghese hanno la ca- ratteristica di poter Îar servire un’unica desi- nenza per più avverbi: Ciceròn escribiò clara, concisa y elegantemente »; « O senhor Dou- tor jalou (« parlò ») simples e humildamenie ». Il francese, da comme, « come», ha for- mato l’avverbio commeni (= « comemente »). Gli avverbî in -mente si formano con ‘ l’aggettivo femminile in -a, se l’aggettivo ha tale for- ma, altrimenti togliendo la vocale finale -e; a meno che essa non sia preceduta da due consonanti o da c: perciò da caro si ha caramente; da facile, facilmente; da triste, tristemente; da pari si ha parimente; da semplice, semplicemente; da feroce, ferocemente. 407. — Tutti gli avverbî possono sostantivarsi: « Ma quella ond’'io aspetto il come e ’l quando del mio tacer... ». (Par., XXI, 46-47) 408. — Gran parte di essi possono assumere la forma intensiva, peggiorativa, diminutiva; ad es. spesso, spessissimo; — bene, benino, benone, benissi- mo; — male, maluccio, malaccio, malissimo. Per gli avverbî in -mente le desinenze intensive ed eventualmente le altre (più rare) si pongono all’ag- gettivo formante, prima dell’aggiunta della desinenza verbale: da facile avremo perciò facilmente, ma faci- lissimamente. 409. — Possono anche esser rinforzati con prefissi, come ad esempio nel bellissi- simo avverbio italianissimo ed ingiustamente detronizzato, il quale forma da solo un solen- ne Ra supermagnificentissimamen- fe (1). Precipitevolissimevolmente è un ridicolo avverbio artificioso il quale ha usurpato il titolo di cam- pione di lunghezza tra i vocaboli italiani. Il legittimo avverbio in -mente formato con il non frequente ag- gettivo precipitevole reso « superlativo » (intensivo) è precipitevolissimamente. Per farne un endecasillabo, vi si è insinuata un’arbitraria metrica « zeppa », ossia Tee RR TEOR O Abbiam visto per quale processo logico i pronomi relativi assumano funzione interrogativa. Il medesimo fenomeno si verifica per le stesse ragioni, in alcuni avverbî correlativi: essi possono, infatti, esprimere una correlazione (re- lazione) con un elemento incognito e che si desidera conoscere. Tale incognita (x, y, z del simbolismo alge- brico) può riguardare il tempo, il luogo, la quantità o intensità, il modo: ed abbiamo perciò i quattro tipici avverbî interrogativi: .quando?, dove?, quanto?, come? (1). 411. — Il parallelismo diviene evidente, se tali avverbî vengano analizzati risolvendoli ideologica- mente negli elementi costitutivi: un secondo -vol- in aggiunta a quello che già conte- neva. L’avverbio « supermagnificentissimamente » ende- casillabo solidamente costrutto, sonoro, prosodicamen- te ben accentato, armonico tra forma e significato, presenta anche un certificato di prim’ordine: quello di Dante Alighieri che, nel De Vulgari Eloquîo, lo po- ne fra gli « ornativa polysyllaba, quae mixta cum pexis pulchram faciunt harmoniam compaginis». Cfr. Toddi, Il processo al « precipitevolissi- mevolmente », in « Sapere », Milano. Il confronto con le «categorie » aristoteliche ci dimostra quanto intimo sia il nesso tra gramma- tica e filosofia, non soltanto per la «logica» inter- pretazione dei fenomeni linguistici, ma per la loro aderenza all’essenza stessa delle cose e degli eventi, passando quindi dalla /ogica alla ontologia e alla stessa metafisica. « Aristoteles decem suprema gene- ra distinguit; quibus omnia entia creata, exsistentia et possibilia, substantias et substantiarum determina- tiones subsumit... Categoriae a praedscabilibus diffe- runt quia non exhibent diversos modos logicos prae- dicandi, sed diversitates essendi sive discrimina et , classes rerum. Ideo non tam ad logicam, quam potius ad ontologiam pertinent ». J. Donat, Logica et intro- a philosophiam christianam, Innsbruck, 1935, pag. 75. 994 - Ù #7 "EN e # . IL PERCHÉ DEL « PERCHÉ » Infatti: { (positivo) = nel tempo mel quale... « quando > (interrog.) = in quale tempo? {(positivo) = nel luogo nel quale... \(interrog.) = in quale luogo? Una apparente analogia induce molti grammatici a considerare avverbio an- che il vocabolo perché, sia nella sua Îunzione esplicativa (causale) che in quella interroga- tiva. Il vocabolo perché non ha, invece, le ca- ratteristiche avverbiali, né ‘morfologicamente né ideologicamente: esso si scinde infatti in per-che = « per ciò che » ed è quindi, morîo- logicamente, una congiunzione. Inoltre, esso non modifica un aggetti- vo né il solo, verbo ma regge tutt’intera la pro- posizione. La confusione fra avverbio e pre- posizione va anche evitata. Molti avverbî coincidono formalmente con preposizioni. La distinzione però è assai Îacile, giacché l’avverbio non può mai aderire direttamente ad un nome. Così, ad esempio, sopra e sotto sono avverbî quando non reggano un sostan- tivo: « 4 tutti altri sapori esto è di sopra» (Purg., XXVIII, 133) « E io sentì chiavar l’uscio di sotto » | (Inf., XXXIII, 46) Sono invece preposizioni quando reggano un sostantivo: (o pronome): . «Così vidi adunar la bella scola di quel signor dell’altissimo canto | che sovra li altri com’aquila vola » (Inf., IV, 94-96) « dove » (1) L’intera proposizione è sottintesa, retta ap- punto dal perché, quando questo vocabolo è usato isclato, come interrogazione. 1,  «... Una nave piccioletta venir per l’acqua verso noi in quella, sotto ’1 governo d'un sol galeolo ». (Inf., VIII, 15-17) « Ed adombrando il ciel par che s'anneri Sotto un immenso nuvolo di strali ». (Tasso, Gerus. Lib., XVIII, 68) invece, il vocabolo prima, è sempre avver- bio, poi che non regge mai direttamente un sostantivo: si dirà « prima di...» e la « prepo- sizione» di serve ad esprimere la « correla- zione » tra l’avverbio e il termine correlativo. Questo di, infatti, va tradotto coerentemente alla sua îfunzione « comparativa » (1), e ciò dimostra: a) che si tratta anche qui di un « para- gone »; * b) che il nesso non è diretto, e che quin- di il vocabolo prima è avverbio, necessitando appunto di una preposizione per collegarsi con un'idea sostantiva. Facile è anche la confusione tra avver- bio e aggettivo allorché i due coincidono per forma. L’avverbio è invariabile, l’aggettivo invece con- corda in genere e numero con il nome che esso de- termina o qualifica. « Troppo mia morle |jOra acerba e rea, Se innanzi a me vedessi morir lei ». (Ariosto, Orl. Fur., VI, 10) (l’avverbio modifica gli aggettivi femminili acerba e rea, ed è invariabile) « Qui vidi gente più ch'alirove troppa » (Inf., VII, 25) (l'aggettivo troppo concorda con il nome gen- ie, che esso qualifica). (1) Si intende perché questo di non vada tradot- to con un genitivo ma con un comparativo quam in latino; e perché in inglese si dica before than (com- parat.) e non before of. Però before può essere an- che preposizione, e perciò può reggere direttamente un nome o pronome: before him « prima di lui ».  & IL GERUNDIO È UN AVVERBIO La grammatica rivoluzionaria non esita a classificare tra gli avverbî tutti i gerundî: «questi si formano dai verbi mediante ii suffisso inva- riabile -ando, -endo, come la massima parte degli av- verbî qualificativi si formano dagli aggettivi per mez- zo del suffisso -mente: ed anche il significato è ana- logo, esprimendo il « modo » in cui viene compiuta l’azione espressa dal verbo principale, che il gerundio (avverbic) modifica. «Su per la viva luce passeggiando menava io gli occhi per li gradi, mo’ su, mo’ giù e mo’ recirculando » (Inf., XXXI, 46-48). (I due avverbî in rima modificano il verbo menare. L’ultimo verso della terzina è, ad esclusione della congiunzione e, composto interamente di avverbî: il triplice mo' è av- verbio temporale (== « ora »);j Su e giù sono avverhî locaiivi, e recirculando è anch'esso un avverbio (di modo), che Saluvale a « circolar- mente ». | 416. — Ogni avverbio può venir risolto in un so- stantivo retto dall’acconcia proposizione ed eventual- mente determinato o qualificato da un aggettivo: qui =. in questo luogo; così = in. questo modo (1); pre- sto=in modo veloce (oppure di buon mattino, ecc.); abbondantemente = con abbondanza; sempre == in ogni tempo; mai= qualche volta (2); ecc. Anche il gerun- DI (1) Chiarita e chiarificante è perciò l’espressione inglese this way (« [in] questo modo ») nel senso di « COSÌ ». Propriamente « mai » significa « qualche vo!- ta» e richiede quindi la negazione per aver signi- ficato iù .Né lagrime sì belle Di sì besli occhi uscir mai vide il sole ». (Petrarca, Son. 107). E il significato positivo è evidente in espressioni quali « Se mai egli capitasse da queste parti...» e simili. Ciò non impedisce, però, che mai, pur senza la negazione esplicita, la sottintenda, come, ad esem- pio, nel proverbio « Meglio tardi che mai ».  dio può risolversi analiticamente in un sostantivo ret- to da preposizione o in un infinito (che è sostantivo: vedi $ 129 e segg.) retto da preposizione: nella ter- zina dantesca, il gerundio passeggiando =a passeg- gio, nel passeggiare; e recirculando = con movimento circolare. Nella notissima poesiola « La vispa Tere- sa » si susseguono parecchi gerundî: « A lei supplicando l’ajflitta gridò: « Vivendo, volando, che male ti jo? Tu, sì, mi jai male, stringendomi l’ale... » essi possono esser tutti risolti nel modo sud- detto: supplicando = con tono supplichevole (supplichevolmente); vivendo = con la Imia vita; volando = con il Imio] voto, con il [mio] volare; stringendo = con la [tua] stretta, con il tuo] stringere. Il fatto che il gerundio possa ‘ avere un complemento oggetto o altro com- plemento non attenua la sua qualità di avver- bio, come ($ 131) l'infinito non perde il suo carattere di sostantivo pur se regga un com- plemento oggetto o altro complemento. « .. Seggendo in piuma in fama non si vien, né sotto coltre » . (Inf., XXIV, 46-47) (Il gerundio — ossia avverbio — seggeri- do esprime il « modo » (la posizione) nella quale non si viene in fama; e in piuma speci- fica tale posizione avverbialmente espressa. Il dialetto veneziano esprime con una locu- zione avverbiale (« star in sentòn del leto ») la posi- zione di chi stia assiso nel letto, ma a gambe diste- se: l’equivalente italiano dovrebbe essere «stare a bioscia » (Cfr. P. Contarini, Vocabolario portatile del dialetto veneziano, 3% ediz., Venezia 1888, pag. 156), GLI « AVVERBI-RUMORE » Tra gli avverbî vanno classificati ‘quei tipici ed insieme eccezionali vocaboli che riproduco- no direttamente dei suoni o rumori, ossia le onom a topeiche. Le onomatopeiche sono senza dubbio di. natura speciale per quel che riguarda la loro etimologia, ma la loro funzione ha nettamente carattere avverbiale. Esse costituiscono l’accompagnamerito so- noro (1) dell’azione, e perciò qualificano il baglio con funzione più o meno ornamenta- le (2). ma non si può considerare appartenente alla lingua viva una espressione incomprensibile al 96% delle persone colte. — ‘Abbiamo in italiano avverbî che esprimono speciali posizioni del corpo: bocconi, gi- nocchioni, carponi, tutti con la stessa desinenza, espri- mendo la direzione della bocca, dei ginocchi, del car- po (della mano) verso terra. Per « carponi » il dialetto lugudorese ha le espressioni avverbiali imbàttula, ad s'imbàtula, che valgon forse « gattescamente » (battu = « gatto »). Cfr. V. Martelli, Vocabolario lugudo- rese-campidanese, Cagliari, Il Nuraghe, 1930, p. I, pag. 76; p. II, pag. 179. — Soltanto con gerundî pos- . sono .rendersi in italiano parecchie espressioni av- verbiali còrse, quali a salticchiéra, « saltellando »; a frauléra, «scagliando »; a lampéra, «lanciando (0 lanciandosi) precipitosamente »; nei quali -era è una « desinenza usata a formare modi avverbiali indi- canti la maniera esagerata e frequente di fare una cosa» P. T. Alfonsi, // dialetto còrso nella parlata Balanina Livorno, Giusti, 1932, pag. 58. — Morfolo- gicamente simile ai nostri avverbî in -oni è il còrso camminoni-camminoni, « a passo svelto ». (1) Il coreano, ossia la lingua che più abbonda di voci onomatopeiche, le considera appunto come ele- menti musicali decorativi. Le enciclopedie coreane antiche (fino cioè alla fine del ’700) trattano queste voci sotto il titolo « Musica »: è vero che conside- rano « musica » anche molti altri fenomeni che noi classifichiamo come « fonetici ». Comunque, anche in “coreano, queste voci onomatopeiche sono veri e pro- prî avverbî (pusa).  “"t>a  Son perciò veri e proprî avverbî, tranne nel caso che siano sostantivate, dovendo allo- ra considerarsi nomi non diversi dagli aliri: il ghiaccio dell’infernal lago Cocìto, anche percosso da una gigantesca rupe cadente su di esso, « non avrìa pur dall’orlo fatto cricch. (Inf., XXXII, 30) « i cricch » equivale a « far rumore » con li differenza che il nome « rumore » è sosti- tuito da un avverbio sostantivato, meglio spe- cificante il rumore, perché « onomatopeico ». Così diciamo «il tic-iac dell'orologio », «il prolungato dritin di un campanello », ecc. (1). Ma allorché, generalmente come inciso ossia îra due virgole, la voce onomatopeica inter- viene per esprimere il « modo » in cui il fe- nomeno espresso dal verbo si svolge, evi- dentemente si tratta di un vero e proprio avverbio: « e gli uccellini, cip-cip, cip-cip, ac- correvano giocondi »: l’onomatopeica cip-cip equivale ad un gerundio (« cingueltando ») os- sia ad un avverbio (2). 419. — Le onomatopeiche non mancano in al- cuna lingua, sebbene alcune ne siano poverissime.La presenza dell’articolo conferma la qualità di sostantivo. In alcune lingue, in tali casi, si può an- che formare il plurale: es. « on entendait bien claîre- ment les deux ronrons du chat et de la bouilloire », « si udivano chiaramente i due ronron del gatto e del bricco ». (2) Nelle lingue che più abbondantemente e tipi- camente ne fanno uso, molte di queste onomatopei- che assumono un suffisso avverbiale: ad es. in corea- no il suffisso -taîta o -hata, che è tipico dell’avver- bio: così da gororòk-gororòk, « chicchirichì », si ha ‘gororòk-gororòk-hata (letteralm.: « chicchirichimen- te »). Egualmente può fare il giapponese, anche ric- chissimo di onomatopeiche, usando i suffissi -niî e -to: ad es.: kisha ga poppo-to kemuri wo haite... « il tre- no, sbuffando (letteralm. « vomitando fumo poppo- mente ») »; taiko ga dondon-ri natte iru, «un tambu- ro rulla con il suo rataplan» ({letteralm. « don-don- mente »). PAESE CHE VAI, GALLO CHE TROVI È molto interessante osservare che i medesimi suoni o rumori non sono ugualmente interpretati e resi fonicamente nelle diverse lingue, persino quelli che a noi sembrano evidentemente corrispondenti alla nostra riproduzione fonetica. Per noi è evidente che l’abbaiar canino non possa meglio esprimersi che con « bù-bù », menire il vocabolo infantile francese iouiou deriva dall’interpretazione dell’abbaiamento (tou-tou) (1), e l'inglese ha bow-wow (2) ed il giapponese lo esprime nientemeno che con ghin-ghin. Il chicchirichì del gallo ha tante interpre- tazioni onomatopeiche diverse quante sono le lingue che lo riproducono. Vi sono rumori i quali non hanno, acusti- camente, alcuna Îfisonomia che ne Îfaciliti la trascrizione i in vocali e consonanti, sicché l’o- nomatopeica è puramente arbitraria. A noi sembra naturalissimo esprimere con pafapun- fete e con palatrac i rumori di una caduta e di un crollo, mentre per un Anglosassone l’ono- matopeica bang! è impiegata per gli usi più diversi, spesso equivalendo al nostro pum! o bum! Per noi il campanello ha l’indiscutile suo- no di flin o tino, se elettrico, di drin, laddove per un Tedesco esso suona R/ingling. È anche molto interessante constatare che le lingue non hanno soltanto delle vere e pro- prie onomatopeiche, ma anche delle pseu- do-onomatopeiche, se così vogliamo chiama- re quelle voci che riproducono suoni e rumori non esi- stenti: hanno cioè un carattere evidentemuente musi- cale, esprimendo un suono immaginario: il suono cioè che sarebbe prodotto da un’azione, se questa produ- cesse un suono. (1) Il vocabolo appare anche letterariamente nel XVII secolo (Cyrano de Bergerac). (2) Pronunzia « bàu-uàu »). --,La più tipica ed eificace di queste voci è zip-zag, esistente in tutte le lingue europee. In italiano è un sostantivo, dal quale però si for- ma la locuzionne avverbiale «a zig-zag »: SOT E dukup: ou ju pi ur! eL0 "i & g catia P) cock-a- doodle-doo! Biba B 34K3aKaMH A) Il canto del gallo per noi è « chicchiricchì » (1) € quasi lo stesso è in ceko (2), in tedesco (3), in spagno- lo (4: pronunzia kikirikì), ma diverso è in francese (5), in portoghese (6), in rumeno (7), in russo (8: pro- nunzia kukuriekù, poi che la lettera p è un r e y un u), in giapponese (9: pron. kokekokkéo), in coreano (10: pron. gororok-gororok), in mongolo (11: pron. gogou), in tibetano (12), e, per gli Anglosassoni (13) è cock-a-doodle-doo. — B) « Zigzag » é un sostantivo, come das Zickzack tedesco: e, in russo, lo si usa in «caso strumentale » (zigzakami). LE « PARA-ONOMATOPEICHE » « camminare a zi ig-zag », « ‘un tracciato a. zig- zag» (1). A tale categoria appartengono anche altre voci, alcune delle quali evidentissimamente avverbiali, es.: « procedere lemme-lemme. Il corretto uso delle onomatopeiche ha importanza non minore di quello degli altri vocaboli: (1) In inglese, zigzag può essere sostantivo (a zig- zag, some zigzags), avverbio (to run zigzag), verbo (fo zigzag, zigzagging): in tedesco è sostantivo de- clinabile (der Zickzack, des Zickzacks; plur. die Zick- zacke) o avverbio (zickzack laufen); il russo ha lo strumentale zigzakami, con funzione -avverbiale. (2) In questa categoria di pseudo-onomatopeiche Oo « para-onomatopeiche », o « onomatopeiche metafo- riche » appare ancora più evidente il temperamento artistico del popolo, poi che l’interpretazione musicale di ciò che non ha suono lascia libero corso alla fan- tasia. Ad un italiano non sembra naturale che. pop possa esprimere efficacemente una partenza improv- visa: e ad un Inglese, invece, è naturalissima l’espres- sione « he went off with a pop», «se ne andò via con un pop », cioè « di colpo » (il pop sarebbe appun- to il « rumore » immaginario di questo «colpo »); ed un Francese dice: « Crack! le voilà parti! ». Le due lingue estremo-orientali onomatopeiche per eccellen- za ci offrono gli esempi più curiosi: il coreano usa l’avverbio onomatopeico napsin-napsin-hata (hata = « -mente ») per esprimere ciò che si fa gingillandosi, scherzevolmente; al nostro « delicatamente, tenera- mente » corrispondono gli avverbî onomatopeici mal- làng-mallàng-hata, mullong-mullong-hata, mulsin-mul- sin-hata, nalsin-nalsin-hata; « nostalgicamente » è ghi- rùk-ghirùk-hata; « velocemente » gallòk-gallok (che cor- risponde al cinese k’udis-k'uàis, k'uài4-K'uài4-ti); « len- tamente » kKamàn-kaman (cinese man4-man4, man4-man4- ti). Per un Giapponese il sapore acre « fa hiri-hiri » (Giri-hiri suru); la carta sottile dà una sensazione « pera-pera », e « parlare fluidamente giapponese » si dice « Nihongo wo pera-pera-ni hanasu > (letteralm.: « Parlare giapponese pera-pera-mente »); altri curiosi esempî sono: O-jiisan mada pin-pin shite iru « il non- no agisce ancora pin-pin », cioè «e arzillo » kodomo wa pata-pata arukimasu, « qual bimbo cammina pata- pata », cioè «a passettini » (cfr. l’inglese « the child walks pit-a-pat »): persino per gli alberi cresciuti ra- pidamente si può usare un’onomatopeica efficace: ano. matsu no ki wa zun-zun sodachimashita, letteralm.:  anzi, poi che esse rappresentano un elemento espres- siva e musicale insieme, ogni erroneo uso, nel parlare una lingua straniera, equivale ad una ridicola stona- tura (1). « quell’albero di pino è cresciuto proprio zun-zun »; € possiamo confrontare il giapponese « osoroshisa de ashi ga wana-wana furuela» (« per lo spavento le gambe tremavano [facendo] wana-wana ») con il no- stro «le gambe fanno lippe-lappe »: ed alla stessa categoria appartiene la curiosa espressione familiare «le gambe fànno Giacomo-Giacomo ». Anche l’ita- liano ha dunque le sue « giapponeserie » avverbiali onomatopeiche. (1) Vi è poi un effetto onomatopeico ottenuto con il raggruppamento di più vocaboli consonanti o asso- nanti producenti nel loro insieme un voluto effetto so- noro rappresentativo. Tipico e bellissimo esempio è il famoso esametro vergiliano descrivente con mira- bile efficacia il rumore del galoppo del cavallo: « Quadrupedante putrem sonitu quatit ungula campum » cui corrisponde il daharòth dahardth del testo ebraico dei Giudici (V, 22). de pen (Gli eredi della declinazione I (XX) 422. — Speciale sviluppo hanno avuto le preposizioni nella trasformazione del latino in italiano. _ Ad esse infatti è stata affidata quella fun- zione connettiva che, nel' latino, si impernia- va sulla deélinazione (1). | Bvratooe / « Declinare » è « assumere una inclinazione »... Esem- pî di «casi» in greco (A), tedesco (B), serbo (C). (8 422) (1) Vedi 8 68. — 335 — À E: IUYATNO \ see  « Declinare » è, etimologicamente, assumere una maggiore pendenza, « inclinare »: implica cioè una no- zione angolare. L’azione del verbo transitivo passa direttamente (ossia nel senso che potremmo rappresentare geome- ‘tricamente come « verticali ») sulla cosa che è « ogget- to» di tale azione, ed il sostantivo (o vocabolo so- stantivato) che lo esprime è appunto il « complemen- to oggetto » o «caso diretto »: l’accusativo del latino e delle altre lingue che hanno una declinazione. Allorché diciamo: « Chi lava la testa all’asino per- de il ranno e il sapone », abbiamo, la chiara nozione che l’« oggetto » che si lava è la festa e ciò che si per- de sono il ranno e il sapone, mentre l’asino, pur in- teressato nella faccenda, non ‘è direttamente (ossia tutt'intero) l'oggetto "del primo verbo: è connesso con l’azione di esso in un senso che possiamo appunto considerare « angolare » (2). (1) Nel linguaggio nautico si chiama « declina- zione » appunto l’angolo che l’ago magnetico fa con il meridiano geografico. Questa coincidenza dei due vocaboli, grammaticale e nautico o astronomico, non deve però indurre a confonderli in altre lingue: in inglese, ad esempio, essi, pur coincidendo per etimo-: logia, sono distinti: è declination (o anche variation) quella magnetica o astronomica, mentre è declension quella morfologica grammaticale. Molti termini gram- maticali sono, in inglese, distinti da quelli comuni: così il « genere» è gender (in scienze naturali è ge- nus), il « tempo » è tense e non time; per « far l’ana- lisi grammaticale », l’ingiese ha un verbo speciale, fo parse; e per « compitare lettera per lettera» il verbo to spell (cfr. la nota al 8 160): « How do you spell your name? ». « Come si scrive. il vostro nome? », (2) Il latino esprime in accusativo (caso diretto) ed in dativo (caso obliquo) i due diversi rapporti. — Il proverbio latino non coincide, per vocaboli, con quello italiano, ma mantiene i medesimi rapporti grammaticali, poi che dice: « Zrngrato benefaciens per- dit oleum et operam », « Chi fa bene ad un ingrato (dativo) ‘spreca olio e fatica (accusativo). — Lo stesso concetto non è però espresso con il medesimo « an- golo » nelle varie lingue (cfr. 8 434), potendo ciascuna usare un diverso caso obliquo: il proverbio francese, ad esempio, dice: « A laver la tète d’un dàine, on perd — 336 — L’OBLIQUITA DEI CASI Questa nozione « angolare » (ossia di « declinazione ») è espressa appunto con le - preposizioni, le quali pongono i nomi in « caso obliquo », aîfinché essi possano assumere la iunzione di « complemento indiretto ». Nel latino — come in tutte le lingue che conser. vano la declinazione — tale còmpito era affidato alle desinenze. Per quanto ricca di desinenze potesse essere Q possa essere una lingua, le « possibilità » angolari so- no limitate: il latino aveva sei casi (1), il greco cin- que (2), il tedesco ne ha quattro (3), le lingue slave sei o sette (4), però, con frequenti coincidenze morfo- logiche fra caso e caso. son savon », e lo spagnolo « Lavar cabeza de asno, perdimiento de jabòn »: il proverbio tedesco lava l’asi- no tutt’intero: « Wer den Esel mit Seife wdscht, hat schlechten Lohn davon ». (1) Senza calcolare il « locativo », che nel latino classico ha lasciato solo poche tracce isolate: domi, «in casa»; ruri, « nella villa »; humi, « per terra, in terra »; e nei nomi di luogo. Il domi (e anche domo) di Cicerone diventa in domo in Seneca. — Cfr. C. H. Grandgent, op. cit., pag. 57, 8 86. (2) Nel greco classico rimangono tracce degli altri casi, cioè dell’ablativo, dei locativo e dello strumen- taie. Cfr. L. Macinai e L. Biacchi, Grammatica greca, 22 ediz., Roma, Lux, 1900, pag. 47, $ 19-bis. — Il greco moderno conserva il dativo soltanto nella lingua scritta: la lingua parlata lo sostituisce con l’accusa- tivo preceduto dalla proposizione eis (pronuncia is). —: Cfr. C. Capos, Nouvelle grammaire grecque, Hei- delberg, Groos, 1908, pag. 20; e Palumbo, Grammatica del greco volgare, Heidelberg, Groos, 1907. (3) Lo stesso numero di casi, cioè, che aveva il gotico: nominativo, genitivo, dativo e accusativo: il vocativo non aveva forma propria: si usava — come si usa in tedesco — il nominativo, ma, in alcuni casi, l’accusativo. — Cfr. 8 241. — Cfr. S. Friedmann, Lin- gua gotica, con speciale riguardo al tedesco, inglese, latino e greco, Milano, Hoepli, 1896, pag. 14. i (4) Il russo non ha l’ablativo, ma lo «strumen- tale » (tvarìtelnyi padièsg’) esprimente, senza prepo- sizione, lo strumento, il mezzo dell’azione, ed il « pre- posizionale » (prédlosg'nyi padièsg’), che è sempre ret- — 337 — Tese dgo as ASA E TL ni dn rl|L1111_——1—_mr—90Ò0ooIÒT  ‘I «casi» son dunque insufficienti ad esprimere tutta la grande varietà dei complementi. Perciò anche. le lingue con nomi a flessione (declinazione) necessi- tano di preposizioni, destinate ad ovviare a tale deficienza espressiva. | | Persino quelle lingue che hanno un grandissimo numero di casi necessitano di preposizioni (o postpo-. sizioni). Il primato per dovizia di «casi» spetta a due lingue agglutinanti: il finlandese con i suoi 15 casi (1) ed il birmano con 17 (2); ma neppure tanta ricchezza morfologica. impedisce a queste due lingue di dover ricorrere a costrutti preposizionali. 424. — Le preposizioni sono così. chiamate perché si « prepongono » al nome, a differenza delle desinenze che erano aggiun- te ad esso nella declinazione. 425. — In origine, la preposizione non era che un avverbio, esprimendo appunto una mo- dificazione ‘dell’azione verbale. Anche nella sua funzione attuale essa, pur reggendo un to da preposizione. — Cfr. R. Gutmann-Polledro & A. Polledro, Grammatica russa teorico-pratica, 3% ediz., Torino, Lattes. Il serbo e il croato hanno anche il «locativo », il quale esige però an- ch’esso la preposizione. — Cfr. B. Guyon, Grammatica teorico-pratica della lingua serba, Milano, Hoepli, 1919, pag. 45 e segg. — G. Androvic’, Grammatica della lingua croata, 4% ediz., Milano, Hoepli, 1942, pag. 53 e segg. (1) Nominativo, genitivo, accusativo, partitivo, in- struttivo, comitativo, privativo, essivo, traslativo, ines- sivo, elativo, illativo, adesivo, ablativo, allativo, senza tener conto di un «prolativo » di alcuni sostantivi come meri, « mare » (meritse, « per via di mare »), maa, « terra » (maitse, « per via di terra »). — Cfr. A. Hà- màlainen, Finnisch, Berlin, Langenscheidt, 1917, p. 22 e segg. (2) Nominativo, nominativo specifico, nominativo enfatico, oggettivo, oggettivo specifico, possessivo, da- tivo, dativo finale, causativo, strumentale, connettivo, locativo, locativo specifico, ablativo, ablativo nomi- nativo, vocativo, espletivo. — Cfr. A. Judson, A Gram- mar of the Burmese Language, Rangoon, Phinney, 1888, pag. 17 e segg. NATURA DELLA PROPOSIZIONE sostantivo, è ideologicamente connessa con il verbo, che ne resta modilicato. Allorché diciamo « passarono sotto il ponte» e « passarono sopra il pontc», percepiamo benissimo che non soltanto il ponte è affetto dalla nozione pre- posizionale, ma anche l’azione del passare ha una mo- dificazione. Il valore avverbiale viene con- servato e reso ancora più evidente allorché le stesse parole che servono come « preposizio- ni » si combinano con un verbo, generando un verbo composto. È evidentissimo che in verbi quali comporre, sot- tostare, percorrere, trasferire, addurre, circondare, ecc., i varî prefissi (« con- », «sotto- », « per- », lat. trans-, « ad- », lat. circum-) non potrebbero aver fun- zione più tipicamente « avverbiale », cioè modificatri- ce del verbo, poi che formalmente si incorporano ad esso, formando quindi anche nel pensiero un’idea unica con il verbo stesso. La natura avverbiale della preposizione af- fiora nuovamente, allorché essa viene a trovarsi priva (1) Infatti il gesto eventuale che accompagni tali espressioni non allude soltanto al ponte, ma anche allo specilale modo di-passare. — Il gesto, spontaneo ed atavico in ciascun popolo, è commento, interpre- tazione e complemento del linguaggio orale, quando non ne è addirittura un surrogato. Verbo ed avverbio si unificano nell’interpretazione mimica. Presso molti popoli, ad esempio gli Halkomelen della Columbia Britannica, « un terzo almeno dei significati delle loro parole o delle loro frasi è intimamente legato ai gesti. Se un Coroado vuol dire «io andrò nel bosco » egli dice « andare nel bosco » e con un movimento della bocca indica la direzione che vuol prendere ». Ed al- tri numerosi esempî son elencati da L. Lévy-Bruh], Les fonctions mentales dans les sociétés inférieures, Paris, Alcan, 1910, pag. 182 e segg. — « Nell’Africa occidentale non si può parlare nelle tenebre, essendo invisibili-i gesti» A. H. Kingsley, Travels in West Africa, London, 1897, pag. 439, — e «la determina- zione del verbo è stabilita dal gesto che l’accompa- . gna » J. L. Wilson, cit. dal DEE Primitive Culture, vol. I, pag. 149. — 339 — Fe a. I usnesntiotnt -29T YFre pois *» d. del sostantivo cui si riferisce. Perciò il francese può dire « /ls prirent son manteau et s'en allèrent avec », « Presero il suo cappotto e se lo portarono via »: in cui « andarsene-con » forma un’idea unica. E analoga struttura (sintattica e quindi ideologica) è ancor più frequente in inglese: the man she was speaking with, « l’individuo con il quale ella parlava » (letteralmente: « l’individuo [che] ella parlava-con »); the book he is looking for, «il libro che egli sta cercando » (dlette- ralm. « il libro [che] egli guarda-per »). Considerando la « preposizione » aggregata al verbo, e perciò in fun- zione avverbiale, queste strutture ci divengono chiare, e ne è quindi facilitato l’uso. 427. — Queste premesse sorio indispensa- bili perché, chiarendo la natura e le funzioni della preposizione, servono a spiegar- ci anche altri fenomeni che ci apparirebbero illogici se non addirittura paradossali. Così, ad esempio, può sembrar curioso che, nel distinguere lo « stato in luogo » dal « mo- to a luogo », le lingue fornite di declinazione pongano in caso diverso non il nome espri- mente la cosa che sta ferma o si muove, ma il nome esprimente il luogo, le cui condizioni reali non mutano. Si dice in latino Caius Romae habitat, « Caio abi- ta a Roma», e Caius Romam venit, « Caio è venuto a Roma », ponendo in genitivo-locativo oppure in ac- cusativo proprio Roma, che resta immutata, mentre non varia Caio, nel quale è la differenza reale di sta- to o di moto. Parimenti, in altre linguc, l’espressione « nella scatola » assume una forma grammaticale di- versa, a seconda che l’oggetto vi stia o vi sia posto, sebbene la scatola non muti affatto nella realtà. L’apparente stranezza ha invece la sua lo- gica spiegazione allorché si consideri che di- cendo in der Schachiel o v Raròpku o v iàsc’cik (moto a luogo) invece che in der Schachtel o v Raròpkie o v iàsc’cikie (stato in luogo) non si intende che il recipiente subisca una modi- ficazione, ma che sia diverso il rapporto di esso con il verbo: tale diverso rapporto è co #40 = I TRE STADI LOCATIVI mn capsa n ‘capsàm in der Shaohtel in Sie Shadtel B kopoòke _ B Kopo0xy B AIMMKe B SHIHK mn the box into the box nella scatola | en la caja —. | STATO nacara MOTO IN LUOGO dans la boîte AA LUOGO Tre stadî grammaticali: I) Il mota influenza morfo- logicamente il luogo; II) Il moto influenza la prepo- sizione; III) Il moto non influenza né l'una né l'altra  — 341(=, affini: e EST £ Ye koh «a.  espresso dalla desinenza, la quale è un com- pletamento dell’idea preposizionale: 0, più esattamente, la preposizione ha la funzione di completare ‘specificamente l’idea che la sola desinenza del « caso» non è sufficiente ad esprimere. L'uso del « caso » completato da una preposizione rappresenta uno stadio in- termedio tra l’espressione sintetica e l’anali- tica. Più vicino all’espressione analitica è il co- strutto di quelle lingue nelle quali la difîe- renza tra « stato in luogo » e « moto a luogo » è resa con differenti preposizionui (2). Completamente analitiche son le lingue neolatine, avendo abolito ogni differenza an- che nelle preposizioni: queste hanno il sem- plice significato locativo: se si tratti di « stato » e « moto » sono di pertinenza espres- siva del verbo. 429. — Come si vede, l’esame di differenti lingue serve ad illuminarci sulla evoluzione della mentalità linguistica. Con questi con- ironti constatiamo inolire la grande coerenza della lingua italiana con il criterio fondamen- tale prevalentemente analitico che ne regola le espressioni. Si noti anche l’analogia per cui ila preposi- zione in non è necessaria, in latino, dinanzi a quegli stessi nomi (città e piccole isole) che nelle lingue neolatine non prendono l’articolo (vedi 8 345-347). Essi necessitano di una minor determinazione, poi che la localizzazione è già espressa con sufficiente precisione. ._ (2) Intermedio tra i due stadî (I e II) ossia con le caratteristiche di entrambi è il costrutto locativo greco classico, in cui lo «stato in luogo » è espresso da en con il dativo, ed il « moto a luogo » con eis e l’accusativo. Il greco moderno segue ie norme classi- che nella lingua scritta, mentre nello stile parlato non fa distinzione, usando sempre eis (pronunzia is) o es, o 5 o sé con l’accusativo, sia per lo Stato che per il moto: « eis tèn pòlin», «in città, nella città, alla città. Lama 1 e lAbiuian e cera | amm —_—ointe n, TRE DIVERSI « DOVE» less 430. — Il medesimo criterio ha indotto la nostra lingua ad abolire la differenza morîfo- logica degli avverbî locativi, non di- stinguendosi in essi lo « stato in luogo » dal «« moto a luogo » né dal « moto da luogo » (1). hol? )honnan going to? î coming from? La localizzazione può essere statica o implicare mo- to...  - Gli studenti di latino non debbono stupirsi se l’in- segnante considera gravissimo errore l’uso di ubi per quo e viceversa. Questi -paragrafi son collocati qui, appunto per la loro analogia con le preposizioni locative. Queste rispondono alle domande dei pronomi locativi inter- rogativi. (2) È nota ed istruttiva la barzelletta, utilmente ripetuta ad ogni novizio di studî latini. All’allievo che chiedeva: « Ubi vadis, magister? », l’insegnante rispon- de: « Ad reperiendum quo! » (« A ritrovare il quo! »). i 7. ? 4 dI di hd Pur nelle lingue più lontane, questa differenza, se esiste, va rispettata rigorosamente. Per un Ungherese o per un Giapponese, esatta- mente come per un Tedesco, i tre avverbî interroga- tivi locativi rappresentano tre domande ben diverse, in due delle quali essi riconoscono una vera e propria « freccia di direzione » esprimente il « moto a luogo» o la « provenienza ». L’inglese ha un solo «dove» iniziale, ma esso è completato con una preposizione (propriamente av- verbio; vedi 8 428): il to della domanda per il « moto a luogo » è il medesimo che trasforma la preposizio- ne in (stato in luogo} in into (moto a luogo) (1). Nelle lingue che hanno tale differenza, lo scambio dei diversi avverbî è errore grave, poi che essi corrispondono a tre differenti idee: quo? = [stando] dove? ubi? = [andando] dove? unde? = [venendo] da dove? È perciò un controsenso dire «ubi vadis? », poi che equivarrebbe a « vai stando dove? », oppure « quo es? » che significherebbe «stai fermo movendo verso dove? ». La lingua italiana ha escluso dall’avverbio loca- tivo ogni idea di stato o di moto, e perciò il nostro «dove» ha sostituito tre diversi avverbî latini. In tanto li ha sostituiti però, non in quanto il « dove » equivalga ad essi, ma perché, in coerenza con il gene- rale criterio analitico, ha scisso dall’avverbio ed ha affidato al solo verbo ogni còmpito espressivo delle idee di «stato » o di « moto ». (1) Ed è il medesimo fo, implicante idea di « mes- sa in moto », che l’inglese prepone all’infinito. (Cfr. 8 150 a pag. 97). L’aderenza del to con l’infinito è anzi così intima che l’inserzione di un avverbio o lo- cuzione avverbiale tra i due equivale a «spaccare l’infinito » (to split an infinitive), e ciò è condannato dai puristi come « norma abusiva dello stile scadente » («a shibboleth of second-rate style ». J. F. Genung, The working principles of Rhetoric, Boston, Ginn, 1900, pag. 230. — Cfr. anche la divertente trattazio- ne in H. W. Fowler, A Dictionary of Modern English Usage, Oxford, Clarendon Press, 1927, pag. 558-561). Id _. ni AE ho - 7 dr I VARI UFFICI DEL «DI » * * %* 431. — Il limitato numero di « casi » con- tro la grande varietà di complementi possibili rendeva necessario l’uso di un medesimo caso per complementi diversi, accompagnandolo 0 non con preposizioni. Il genitivo latino, ad esempio, non è mai accom- pagnato da preposizione: sua funzione caratteristica è quella di esprimere il « complemento di specificazio- ne »: ma anche tale complemento può avere significati ben differenti: il « genitivo » che è in flumen Italiae non è del medesimo significato di quello che è in am- phora aquae: nel primo caso si specifica che il fiume è «d’Italia » (genitivo) in quanto è «in Italia », men- tre nel secondo l’anfora è «di acqua» (genitivo) in quanto è piena di acqua, ossia è proprio l’acqua che è nell’anfora e non l’anfora nell’acqua (1). Persino in casi in cui il « complemerto di speci- ficazione » sembra grammaticalmente identico, una certa differenza è osservabile. Allorché diciamo «la casa di Dante », la preposizione « di» non esprime il medesimo rapporto con Dante che allorquando di- ciamo «il poema di Dante » o «il ritratto di Dante »: la casa appartenne a Dante, il poema fu scritto da Dante, il ritratto raffigura Dante: i tre « rapporti » son ‘ben diversi. Ed esiste persino una differenza di rap- porto con Dante allorché diciamo «la casa di Dante » oppure «la tomba di Dante »: in quella era Dante vivo, in questa giacciono i resti di Dante. 432. — Oltre i suddetti complementi, la preposi- zione « di» può servire ad esprimerne parecchi altri, i quali possono non coincidere affatto con il genitivo latino o di altre lingue, né la nostra preposizione va sempre resa con le equivalenti preposizioni in altre lingue (inglese of, tedesco von, francese, spagnolo e portoghese de, ecc.). (1) Tra i numerosi manuali di avviamento allo studio latino ve ne sono di eccellenti: particolare se- gnalazione merita, per chiarezza, quello — pur rigo- rosamente tradizionalista — di Q. Ficari, /anua: analisi logica e prime letture latine, Roma, Sormani, 1938, con un nitido « Quadro sinottico dell’uso dei casi». — 345 — murzvpr Suri fici ire US  Può trattarsi, ad esempio, di un complemento di origine, natura, patria, provenienza: pesce d’acqua dolce ,Dionigi d' Alicarnasso; vien di lontano, porcella- ne di Sèvres, nuovo di zecca, fresco di bucato. « di quella nobil patria natìo » (Inf., X, 26). Può esprimere misura: un foro di 4 millimetri, una pistola di calibro 8, una tensione di 20.000 vol- ta (1), ecc. l Può indicare il soggetto, l'argomento: si parlava molto di lui, un libro di grammatica, che c’è di nuo- \o?; oppure di maniera: di corsa, di trotto, di sfug- gita, dì traverso, di fretta (meglio in fretta). Può anche esprimere complemento di agente o causa: «semo perduti, e sol di ‘tanto offesi, che sanza speme vivemo in disìo ». (Inf., IV, 40-41). E la serie è ben lungi dall’esser completa. . 433. — Non meno ricca di significati diversi è la preposizione da, che ha anch’essa numerosissime accezioni differenti, come appare dalla vignetta ac- clusa, nella quale pur non son compresi molti altri usi: es. un motore da 8 cavalli-vapore, chi fa da sé fa . per tre, l’aspettiamo da tre ore, questa porta si apre da dentro, di là dal confine, ecc. Percepiamo benissimo che tutti questi da esprimo- no relazioni differenti. 434. — Praticissima e facile regola per ri- conoscere di quale complemento si tratti, os- sia come debba esser espressa la preposizione passando ad altra lingua, è quella di sostituire la preposizione stessa con un costrutto che dica esattamente la stessa cosa. Allorché, ad esempio; diciamo la città di Firenze, sentiamo che il rapporto con Firenze non è il mede- . . (D Oppure di 20.000 volt, adottando il vocabolo internazionale; ma non volts, con una desinenza eso- tica per un vocabolo tanto gloriosamente italiano! (cfr. 8 223). i n pra * POLIEDRISMO PREPOSIZIONALE simo che allorché diciamo una veduta di Firenze o i palazzi di Firenze. In questo secondo caso la prepo- sizione di ha il suo vero valore di « specificazione », mentre la città di Firenze significa la città che ha no- me Firenze; e così, diventa evidente che in latino si debba usare non il genitivo ma il « nominativo ». una donna dai capelli ne- ri guarda dalla finestra CARTE DROGHERIA il pacco DAPARATI] | @z--1.datole i stag 7 / \) va dal droghiere ma esce dal | droghiere non lontano a dal droghiere i Una medesima preposizione può aver significati ben differenti esprimendo rapporti diversi... (8 433) Non facile è il corretto uso delle preposi» zioni nelle lingue straniere, e spesso proprio in quelle che maggiormente sembrano avvi- cinarsi alla nostra, poi che più agevole è l'er- rore di trasportare 1 In esse quel tipo di « con- nessione » che ci appare naturale e logico e che, invece, è tipico della nostra lingua, e che 0  quindi può essere — e assai spesso lo è — ben diverso in un altro idioma (1). Analisi e riflessione ci riveleranno, ad esempio, che « andare in bicicletta » non significa essere nel veicolo come quando si va «în treno » o « in barca » o «in aeroplano », e ci sarà agevole comprendere e ricordare perché il francese dica, invece, « aller à bi- ciclette », come dice « aller è cheval », poi che la po- sizione è la stessa. Allorché diciamo « parlare col raso », la preposizione con esprime un rapporto ben diverso di quel che essa esprime allorché diciamo « parlare con un amico »: ed il francese dice infatti « parler du nez », il tedesco « durch die Nose spre- chen ». | 435. — Per analogia con la matematica, possiamo applicare il criterio della « scompo- sizione in fattori primi ». Se il significato della preposizione non è scomponibile in altre idee, la preposizione ha il suo pieno valore, appun- to come un numero non scomponibile in fatto- ri primi è un numero « primo », cioè inscin- dibile (2). 436. — Buona guida è anche il « sentimen- to », specialmente in quelle espressioni che hanno appunto un contenuto affettivo. Il «dativo etico » esprimeva appunto, in latino, questo rapporto che è parzialmente « finale », mentre esprime anche interesse, affetto, piacere o dispiacere: tale « dativo » — per indicare il quale la qualifica di © (1) « Toute collectivité humaine identifie ou as- simile les idées d’une manière particulière et caracté- ristique. Les peuples divers voient les choses et les faits sous des angles différents et sont diversement impressionnés; chaque nation persoit les étres et les mouvements d’une facon qui lui est propre ». I. Ep- stein, La pensée et la polyglossie, Paris, Payot, 1910, pag. 100. . (2) Per la comprensione razionale dei numeri pri- mi, cfr. Toddi, / numeri, questi simpaticoni, 32 ediz., Milano, Hoepli, 1945, pag. 60 e segg. VE EE (IRE SE BE sa . IL DATIVO ETICO etico è ben appropriata — è conservato in italiano: id vobis bene est, «ciò va bene per voi», questo vi sta bene!» (anche nel senso ironico): « quid mihi Caius agit? « Che diamine mi sta combinando Caio? ». La comprensione di questo fattore sentimentale in una preposizione giova non di Firenze dildi 3131 2}? 4j 1 | . ni Analizzare le preposizioni con il criterio della scom- posizione in fattori primi... (Firenze, in una xilogra- fia di Michele Wohlgemuth e Guglielmo Pleydenwurff nel Liber Chronicarum di Sebaldo Schedel, . 1493). | i ‘ (8 435) soltanto a renderne la natura e l’efficacia al- lorché si voglia esprimere la medesima cosa in una lingua straniera, ma l’analisi psicolo- gica e linguistica di tali espressioni ci rivela connotati interessanti sulla mentalità dei po- poli e persino sulla loro visione della realtà. Sol chi si ponga da un punto di vista del creden- te potrà infatti intendere tutta l’efficacia espressiva della comune invocazione italiana « Fatelo per le ani- me sante del Purgatorio! »: la preposizione ha ap- punto un contenuto etico-religioso: e si intenderà anche il valore, che non è aridamente grammaticale, dei numerosi per che sono nel Cantico delle Creature . di S. Francesco: « Laudatu sii, mì Signore, per frate ventu et per aere, et nubilu, et serenu, et onne tempu. Il sostantivo inglese sake è tipicamente espres- sivo di questo valore affettivo adombrato in un voca- bolo. Originariamente affine al tedesco Sache, « cosa», ha acquistato un significato prevalentemente etico, proprio come il latino causa, da: cui il nostro « cosa», ha anche dato «causa» nel senso di procedimento giudiziario nel quale sia in gioco l'interesse‘ mate- riale e morale delle parti. (Cfr. E. Weekley, The Ro- mance of Words, London, Murray, 1925, pag. 2). — Le espressioni « for charity's sake! », « for Goodness sake! », « for charity's sake! » (« per l'amor di Dio! »), « for mercy's sake », « for pity's sake! » (« per pietà! »), « for old sake’s sake!» («in nome dei tempi passa- ti! ») illuminano questo feeling, che si ritrova in name- sake che non esprime soltanto « omonimia »: se ad un bimbo è imposto il nome di Jàmes in onore del nonno, il rapporto di esser namesake, ossia « omoni- mo » non è soltanto onomastico ma anche. affettivo. — Parimente non si può intendere la vera differenza intima tra le due postposizioni locative giapponesi ni e de (equivalenti grammaticalmente alla nostra pre- posizione «in») se non si prende come chiave la mono no aware, ossia quel sentimento di tenerezza e sintonia che armonizza in un tutto affettivo esseri umani e cose, e per la quale anche l’ambiente « par- tecipa » all’azione umana. Si comprende così perché il Giapponese usi ni come semplice indicazione di « stato in luogo » senza azione, mentre usa de (strumentale) allorché vi si compia un’azione, qualunque essa sia. poi che anche il luogo è « strumentalmente » connes- so con essa. Es.: niwa ni wa kodomo ga orimasu, « nel giardino c’è un bimbo »; niwa de wa kodomo ga aso- bimasu, « nel giardino un bimbo gioca ». -fé Le voci connettive. — I concetti, espressi in « pro- posizioni » (vedi $ 125), sono connessi fra lo- ro. | | Alla concatenazione mentale corrisponde la concatenazione dell’espressione linguisti- ca (2). Tale concatenazione è talora evidente di per sé, ed il nesso tra i concetti non necessita di speciale indicazione con parole specifiche: è sottintesa nella pausa, breve o lunga, che intercorre tra le proposizioni di un periodo e tra i periodi del discorso. Anche nel discorso in cui «si salta di palo in (1) Secondo R. Avenarius il concetto rappre- senta un risparmio di energia, permettendo di abbrac- ciare con il minimo sforzo un gran numero di oggetti, e ciò risponde al criterio che lo Avenarius pone a base della conoscenza, per cui — per il principio d’i- nerzia e del minimo consumo di forza — l’anima non adopera in una percezione più forza di quella che | sia necessaria. Avenarius, Kritik der reinen Erfahrung. — Vedi oltre, $ 452. (2) Secondo un felice paragone di J. Piaget, «il linguaggio fa uso costante di spago », poi che le con- giunzioni e le preposizioni son lo spago del linguag- gio, per tener unite le idee. I bimbi che non sanno an- cora far uso di tali parole di collegamento « sont des enfants qui ne savent pas faire de paquets ». J. Pia- get, La pensée symbolique et la pensée de l’enfant, in «Archives de Psychologie », Genève, Py VEO dd a.t.  frasca » vi è una connessione, per associazione di idee (I). Ad esprimere la connessione tra le propo- sizioni serve una speciale « parte del discor- so » e cioè la congiunzione. 439. - La congiunzione compie, ri- spetto alle proposizioni, la stessa funzione che la preposizione compierispetto ai nomi ed altre parole. In alcune lingue molte congiunzioni coincidono con le preposizioni (2). La correlazione tra congiunzione e preposizione è dimostrata dal fatto che una preposizione può so- stituirsi ad una congiunzione allorché un verbo di mo- do finito sia mutato in un sostantivo (infinito, cfr. 8 129 e segg.): es. « Siccome egli ha scritto, si è final- mente saputo dov'è » —« Dal suo scrivere (o « dal . l'aver egli scritto ») si è finalmente saputo dov'è ». 440. — Le congiunzioni sono così chiamate perché « congiungono » le proposi- (1) Allorché questa associazione ha calatteri tali da poter apparire stravagante all’interlocutore, sen- tiamo il bisogno di segnalargli l’inattesa ed apparen- temente illogica deviazione. A tale scopo è destinata la formula « a proposito », la quale — contrariamente al significato letterale — serve generalmente ad in- trodurre concetti i quali non presentano una connes- sione con i concetti ai quali fan seguito. Pur se non v'è connsssione «logica », v'è però pur sempre una connessione « ideologica », -costituita appunto dall’as- sociazione di idee. E ciò dimostra ancora quanto complesso e interessante sia lo studio del nesso tra formule linguistiche e pensiero. (2) Il giapponese Kara, ad esempio, è una « post- posizione » che vale la preposizione «da» (prove- nienza, causa) se regge un nome, mentre vale una congiunzione (causale) se regge un verbo: sono tega- mi kara, « dalla sua lettera », Kaita kara, « poich8 [egli] ha scritto »: con la postposizione concretiva no si può sostantivare tutta una proposizione, la quale diventa così un nome e può esser retta da postposi- zioni (= preposizioni): sono tegami wo kaita no de, «per (de, postposiz. strumentale) il fatto di (no) aver scritto la lettera ». ni: 850) tn Scilla e Cariddi non fanno più paura. n TREZIN x SA YSIAVNAL®S> ANDÒ CONCITA POR NOCEREPOLTAROioa ... diversi valori della preposizione « di» ($ 431). La casa di Dante (a Firenze) — La tomba di Dante (a Ravenna)— Il poema di Dante (tavola di D. pA MIcHELINO, in S. Maria del Fiore). RANGO DELLE PROPOSIZIONI zioni: queste possono essere dello stesso ran- go o di rango diverso. Nel primo caso le con- giunzioni sono coordinanti o coordi- native, nelsecondo sono subordina n- tio subordinative. « Lo giorno se n’andava, e l’aer bruno loglieva gli animai che sono in terra dalle fatiche loro; e io sol urto m ’apparecchiava... (Inf., II, 1-4). Le tre proposizioni (1) esprimono tre eventi che «sono sul medesimo piano: sono l’esposizione di tre fatti che avvengono parallelamente, espressi senza nesso di interdipendenza: ia congiunzione e, indican- te tale « coordinazione » è una congiunzione Ccoor- dinativa. Allorché, invece, diciamo: « Se non ‘è vera, è ben trovata », la prima proposizione non è sullo stesso piano che quella principale: esprime una condizione, ossia quasi un retroscena, un «secondo piano »; ap- partiene insomma ad un altro rango. Vi è un nesso di dipendenza, e tale nesso è espresso appunto dalla congiunzione ipotetica se, che è congiunzione subo T- dinativa. 441. — Le preposizioni possono ripartirsi in tante specie quante sono le relazioni di coordinazione e di subordinazione che esse esprimono. 442. — Tra le congiunzioni coordinative le più importanti e Îrequenti sono: le congiunzioni copulative, le qua- li si limitano ad esprimere una pura e sem- plice unione di due proposizioni, affermativa- emnte o negalivamente: tali sono €, ariche (positive); né, neanche, neppure, nemmeno (negative); (1) Non tenendo conto dell’inciso «che sono in terra ».  Specialmente quelle negative possono usarsi cor- relativamente: ed in tal caso si noti che in alcune lin- gue hanno forma diversa pur quando noi useremmo la ripetizione del né: p. es.: « Non mangerete di esso, né lo toccherete » diventa, in inglese: « Ye shall not eat of it, neither shall ye touch it » (Genesi, III, 3). le congiunzioni disgiunitive, le quali stabiliscono un’alternativa, in modo che una delle due proposizioni escluda l’altra: tali sono e, ovvero, oppure, ossia; Valgono anche per queste le osservazioni prece- denti: p. es. «O entrate o uscite! » diventa, in ingle- se: « Either come in or go out! ». le congiunzioni avversative, le quali esprimono un’opposizione; tali sono ma, anzi, tultavia, peraltro, pure, però: « Il mini- stro si ricordi che non i {itoli illustrano gli uomini, ma gli uomini i titoli » (Machiavelli, Pensieri, XIV, 26); le congiunzioni dimostrative o dichiarative, le quali introducono una diversa esposizione dei medesimi conceiti (1): tali sono le congiunzioni cioè, ossia, infatti. 443. — Tra le congiunzioni subordinative le più importanti e frequenti sono: le congiunzioni temporali, di con- temporaneità, precedenza, durata, successio- ne, ecc.: tali sono quando, allorché, come, ap- perta, ecc.: «. Quel giusto figliuol d’ Anchise, che venne da Troia, quando il superbo Ilion ju combusto » (2) (Inf., 1, 73-75) (1) Alcune grammatiche denominano « dichiara- tive » le congiunzioni integranti (vedi 8 444). (2) Secondo taluno deve leggersi invece: « poi che ’l superbo Ilion fu combusto »; ma anche « poi che » è un costrutto congiuntivo temporale. (Cfr. $ 447). — 354 — CONGIUNZIONI INTEGRANTI le congiunzioni condizio nali, e- sprimenti un'ipotesi o condizione: tali sono se, qualora, purché, Con la congiunzione condizionale se coincide la congiunzione dubitativa se, la quale esprime una con- nessione ben diversa: « Se la domanda sarà presen- tata in ritardo, non si sa se essa sarà accettata » (il primo se è condizionale, il secondo è dubitativo). Di tale differenza bisogna tener conto esprimendosi in quelle lingue che hanno voci distinte per i due diver- si casi. (Cfr. $ 113). le congiunzioni causali (perché, poi. ché, giacché), finali (affinché, acciocché, perché), concessive (quantunque, seb- bene, ancorché), ecc. le congiunzioni integranti. Si può dare il nome di inte- granti a quelle congiunzioni che hanno il còmpito di conglobare in un tutto unitario la proposizione che esse reggono, sì che essa possa servire da soggetto, oggetto o comple- mento circostanziale al verbo della proposi- zione cui è subordinata. La più usitata di tali congiunzioni è che: « E par che sia una cosa venuta di cielo in terra a miracol mostrare » (Vita Nova) Tutta la proposizione che segue la congiunzione che è, in questi versi, il soggetto del verbo pare. Pa- rimente accade nei versi: I «Non è ver che sia la morte il peggior di tutti i mali» (Metastasio, Adriano in Siria, a. III, sc. 62) nei quali tutto ciò che segue la congiunzione che serve da soggetto alla proposizione principale « non è ver ». : « Gioco che l'hanno in tasca come noiî » (G. Giusti, Sant'Ambrogio, v. 93) — 355 = ia /S/SS(‘\),\(\‘\‘\‘\‘#|E e e grzEE A AAIENSINIE  « l'hanno in tasca » (=«l'hanno in uggia », cioè « non lo possono soffrire ») è il complemento oggetto di gioco (= « scommetto »). 445. — Questa congiunzione che può es- ser chiamata anche determinativa, in ° quanto ha Îunzione affine a quella dell’ artico- lo determinativo: è quasi un articolo determi- nativo preposto a tutta la proposizione che es- sa unifica obiettivamente. Infatti, in latino, tutta la proposizione soggettiva o obiettiva si sostantiva nel tipico costrutto del sog- getto in accusativo con il verbo all’infinito: « Deum esse certum est», « È cosa certa che Dio esiste», « Aristoteles censet omnia moveri », « Aristotele cre- de che tutto si muova ». Il che determinativo non va conîu- so con il che consecutivo (vedi 8 267), il quale è sempre preceduto da un antecedente con il quale è in correlazione: « Il freddo è tal che i bajfi stala!titificanomi- [SI » (1) (A. Boito) 447. — Funzione intermedia Îra la deter- minativa e la consecutiva ha il che quando concorre a formare i costrutti congiuntivi, os- sia accoppiamenti di parole con valore di con- giunzione: fosfo che, appena che, non osianie che, ecc. Talvolta forma un vocabolo unico, fon- dendosi con l’antecedente: poiché, giacché, al- lorché, ecc. equivalgono a poi che, già che, allor che: e si usano, infatti, in entrambe le (1) Questo vocabolo è un arguto campione della possibilità che la lingua italiana ha di collocare l’ac- cento lontano dalla fine quanto ne dista la sillaba più significativa: abbiamo in esso una parola sestisdruc- ciola, la quale, pur avendo nove sillabe, conta metri- camente per quattro sillabe, poi che le cinque sillabe che seguon l’accento contan per una sola. — 356 — « PERCHE » forme, Così son nate anche alire congiunzio- fi, quali acciocché, fuorché; benché, finché, ecc., tutte risolvibili nei loro componenti. Analoga formazione ha avuto la congiunzione causale e finale perché. 449. — Il perché interrogativo è, invece, un avverbio, edilche in esso contenuto non è la congiunzione che ma il pronome che con significato neutro, equivalente a « che co- sa. La distinzione tra il perché della doman- da e il perché della risposta — che esiste nel- la gran maggioranza delle lingue — v'è anche in italiano, ed a questa differenza ideologica (2) corrisponde anche una differenza di pronun- zia, coerentemente con il significato. Allorché la bella fiamma della curiosità ci fa esprimere il desiderio di conoscere la causa o il fine delle cose noi chiediamo « per che » (3) ed il che è sostanziale (pronome sintetizzante l’incognita -che vo-. gliamo conoscere) e perciò espresso anche fonicamen- te con energia, mentre nella risposta il che del perché è puramente congiuntivo del per con ciò che segue, e vien perciò pronunziato con minor energia. Ciò avviene anche nelle interrogative indirette, nelle quali il perché, appunto perché interrogativo, (1) Cfr. 8 268. (2) Caratteristica della domanda è contenere l’e- spressione dell’incognita (la x matematica, che era ori- ginariamente chiamata res), oppure di porre il dubbio interrogativo su un dilemma (dubbio ha la stessa ra- dice di due, come il tedesco Zweifel deriva da zwei). Il cinese ha particelle interrogative diverse, a se- conda che la risposta si possa esprimere con un sem- plice «sì» o «no», oppure se richieda indicazioni più specifiche. ° (3) L’interrogativo latino cur (formatosi da quoi+ rei, cuirei, poi cuire, cuir, cur) è stato scisso nell’ita- liano perché = per+t che, in coerenza con il criterio analitico informante l’evoluzione del nostro idioma. -GRAMMATICA PELLA LINGUA IS H0N conserva la sua importanza. In due versi consecutivi danteschi abbiamo i due perché: « Ma. perché poi‘ ti basti pur la vista, intendi come e perché son costretti » 7 (nf., XI, 20-21). See TED. warum? \i\ weil INGL. ARABO INGL. why? Ri Fa... sen 2 rm OTUerO? ur sy to CUR. perche erche . PEG MT 6. La bella fiamma del « perché? ».  | cciQsgica È OR ‘2 - _ Fi ti GIUDIZI ARTICOLATI FRA LORO Il primo perché è congiunzione finale, equivale ad affinché ed ha perciò l’ultima sillaba (congiun- zione) fonicamente tanto debole che la parola diven- ta quasi piana; il secondo perché, invece, è avverbio con contenuto di derivazione interrogativa: in esso il che ha carattere pronominale, (equivale a «che cosa, quale ragione ») ed è perciò fonicamente percossa da nitido accento, conservando pur nell’intonazione un che di interrogativo. 450. — Tale distinzione è molto importan- te, non soltanto ad intendere con chiarezza ciò che diciamo, ma anche per la traduzione in altre lingue. Infatti il secondo perché della citazione dantesca va reso con il perché dell’interrogazione — diretta o indiretta — nelle lingue che hanno tale distinzione formale (1). 451. — Normalmente, la congiunzione uni- sce due proposizioni: essa può anche unire, formalmente, due parti della stessa proposi- zione: si tratta, in tal caso di una proposizio- ne composta, nella quale ciascuna delle parti equivale ad una proposizione intera: « È arrivato, ma troppo tardi » equivale a « È arri- valo, ma è arrivato troppo tardi. La congiunzione è propria delle lingue arrivate ad un notevole grado di svi- luppo. Difatti, ciascuna delle. altre parti del discorso non esprime altro che un elemento del giudizio. La congiunzione invece, che uni- sce e articola tra loro i diversi giudizi, e di più (1) E queste lingue, alla lor volta, ci rivelano in modo evidente la differenza ideologica fra i due per- ché: il rumeno ha: pentru ce, in cui ce è pronome, e pentru ca, in cui ca è congiunzione; il francese ha pourquoi (= pour+quoi) e parce que; il russo ha tre interrogativi diversi (« perché? », «a quale scopo? » e « per qual ragione ») formati con diversi casi del pro- nome neutro c’to, mentre il perché di risposta ha, ben distinta, la congiunzione (indeclinabile) c’fo. Re  ne esprime esattamente le diverse relazioni, rende possibile la manifestazione di tutta una ordinata serie di giudizî, ossia di tutl’intero un ragionamento » (1). (1) Morandi & Cappuccini, op. cit., pag. 230, 8 683. — Cfr. anche la nota al $ 436. Le voci appassionate Onomatopeiche degli stati d’animo — intendendo l’« onomatopeica » (0 « parao- nomatopeica ») nel senso chiarito dal $ 418 — possono considerarsi le interiezioni o esclamazioni, in quanto sono la diret- ta interpretazione e manifestazione Îfònica dei sentimenti e delle passioni. 454. — Nella loro forma più genuina, esse sono l’espressione sonora di uno stato d’ani- mo, senza collegamento con radici linguistiche significative. Le interiezioni possono ripartirsi quindi in tante specie quante sono le diverse passioni e i varî sentimenti e stati d’animo. Il valore delle interiezioni non di- pende tanto dall’articolazione, ossia dai particolari fonèmi che la costituiscono, quanto dalla intonazione. Il medesimo monosillabo o polisillabo può acqui- stare significati diversissimi, a seconda. deli « tono » con il quale è pronunziato. Così, ad esempio, l’interie- zione ah! può essere di stupore, di ammirazione, di dolore, di contrarietà, di ammonimento severo o bo- nario, di incredulità, ecc. L’interiezione «A! può esprimere la sorpresa, lo (1) Le radici significative, anzi, hanno un’origine onomatopeica o « paraonomatopeica », associata cioè ad uno stato d’animo. spavento, l’intolleranza, l’acquiescenza o approvazio- ne completa (nel senso di «altro che! ma certo! >»), diversificandosi soltanto per il «tono ». La grafìa non registra tali differenze tonali, e neppure la diversa durata della vocale che il « tono » altera, prolungandola più o meno e modulandola su note diverse (1). - Persino quella tipica interiezione che è costituita da un suono emesso a bocca chiusa e prodotto cioè dalla semplice vibrazione delle corde vocali (2), può significare « sì » nel senso più completo, oppure un « sì » con riserva, mentre può essere interrogativo, du- bitativo, ecc. 457. — Anche nel campo delle interiezioni le lingue si diversificano, ciascuna interpre- tando fonicamente sentimenti e stati d'animo secondo il proprio temperamento e lo speciale senso acustico, mentre altri coefficienti pos- (1) Lo ah! di meraviglia può essere breve e senza variazione di nota musicale, oppure prolungarsi con modulazione decrescente (daaal’), mente lo ah! di. disapprovazione e di rimprovero ha un crescendo di intensità (aaaàh!). . (2) Questo suono viene reso graficamente, spe- cialmente dagli Anglosassoni, con « hm! » 0 « hum! », e ne è stato derivato il verbo to hum (olandese hom- melen) il quale significa appunto emettere tale suono a bocca chiusa, o il prodursi di esso: « my head hums » (letteralmente: « la mia testa fa hm ») equivale al no- stro « ho un ronzìo nel capo », o, meglio che un ron- zio, appunto quel suono confuso che la grafia « hm! » o « hum!» vuol esprimere. Il verbo to hum si trova anche in Shakespeare: « The cloudy messenger turns me his back, and hums... ». Nelle antiche assemblee sassoni l’approvazione si esprimeva con tale suono e la disapprovazione con suoni sibilanti. — Il « doppiaggio » cinematografico, dovendo usare per la «riduzione » in italiano suoni la cui articolazione corrisponda all’atteggiamento del- le labbra nell'immagine proiettata, conserva general- mente tale suono, cooperando alla sua diffusione nel nostro linguaggio. DIFFUSIONE DELLE INTERIEZIONI sono intervenire ad influenzare la formazione e l'evoluzione delle espressioni interiettive. Esempio tipico dei risultato di tali influenze è l’interiezione telefonica « allò » che ha oramai una diffusione quasi universale (1). Per tramite sportivo sì è invece diffuso lo urràh! (hurrah!), originariamen- te scandinavo. Insieme con i numerosi vocaboli arti- stici e musicali che, in ogni lingua, documentano il prestigio dell’arte e delle melodie italiche, ha emi- grato negli idiomi. più diversi il nostro aggettivo « bra- vo », diventato interiezione: conserva più o meno il suono italiano, (2) ma, appunto come interiezione ri- mane invariabile pur nelle lingua che hanno la « con- cordanza »: il francese esclama « Bravo! » pur per ap- provare una cantante. A differenza delle onomatopeiche, che sono veri e proprî avverbî e quindi più o meno collegate con il verbo espresso o sottin- teso (cîr. $ 418), le interiezioni hanno caratte- re più autonomo e possono stare anche a sé, in quanto non sono l’espressione di un’idea, o, per lo meno, in esse il « sentimento » preva- le sul concetto. 459. — L’interiezione ha tanto mag- giormente il carattere esclamativo quan. to minore è il significato lessicale che essa contiene. | Lo ahi! di dolore, ad esempio, può esser consi- derato una reazione fisiopsichica ad uno stimolo do- lorifico: come tale, esso è ai margini tra il linguaggio (1) I Giapponesi, che pur hanno sì vastamente adottato la terminologia inglese (specialmente nella forma americana) e chiamano erebétà (= elevator) l'ascensore e birudingu (= building) ogni grosso edi- ficio moderno, rispondono al telefono con il nazio- nale moshi moshi. (2) Poi che in greco moderno il f si pronunzia « Vv », la trascrizione mprabo serve appunto a con- servare all’interiezione il suo valore. fònico italiano. razionale e la pura espressione animale; questa rea- zione fònica, però, si distingue dal semplice « grido » di dolore, che non è articolato. Appunto perciò ha caratteri linguistici, e l’interiezione è « par- te del discorso ». 460. — L’interiezione può essere in diver- so grado connessa sintatticamente — e quin- di anche ideologicamente — con gli altri Voca- boli della proposizione o del periodo di cui a parte. « Ahi! su gli estinti Non sorge fiore ove non sia d’umane Lodi onorato o d’amoroso pianto ». (U. Foscolo, Dei Sepolcri, 88-90) Qui lo ahi! iniziale serve di introduzione interiet- tiva all’intero periodo. Invece, nei versi danteschi « Ahi quanto a dir qual era è cosa dura questa selva selvaggia... » (Inf.) lo ahi serve a intensificare passionalmente il valore determinativo di « quanto », e parimente nei versi man- zoniani : «oh! quante volte, al tacito morir di un giorno inerte... » . (Il Cinque Maggio, 72-73) l’interiezione iniziale oc’! aderisce al determinativo « quante ». La più o meno intima connessione influenza an- che la pronunzia, sia nell’intonazione che nella pausa fra l'intonazione stessa e le altre parole che sono o non sono ideologicamente collegate con essa. 461. — Si può avere persino il fenomeno della interiezione che si fonde con un voca- bolo significativo: così, ad esempio, l’escla- mazione di dolore ahi! forma composti — esclamativi anch'essi — quali ahimé! ahilui!, o, in spagnolo, ay de mi! Il rumeno ha, similmente, vai de mine! — 364 — ee TT — ia ON DESINENZE INTERIETTIVE In latino una interiezione può reggere un caso, sicché la si può considerare una preposizione passionale: ad es. heu me miserum! (Cicerì.); heu stirpem invisam! (Verg.)). In turco alcune interiezioni, quali aferin, vay, yaz k, reg- gono il dativo: aferin sana, « bravo tu!» (ietteralm : | «bravo a tel»), vay sana, « disgrazia a tel», yazik sine, « mal per voi! ». Interessantissimo, e tipico, è il fenomeno morfo- logico della lingua coreana, la quale possiede veri e proprî « suffissi interiettivi » (1). . Il fenomeno, del resto, è meno peregrino di quel che possa sembrare, giacché il caso vocativo del gre- co, del latino e di altre lingue è appunto un «caso », nel quale la desinenza ha valore interiettivo: « Eheu fugaces, Postume, Postume, _labuntur anni... » (2). (Orazio, Odi, II, 14, 1-2) La desinenza -e del vocativo è affine all’interie- zione eheu, ma intimamente collegata con il nome, per « declinarlo » (cfr. 8 422). 462. — Dalle interiezioni autonome deri- . vano quelle che, per la maggiore aderenza ad' (1) Ed essi sono anche molto numerosi, ciascuno significando uno speciale sentimento o stato d’animo (cfr. 8 440). Così, ad esempio, il suffisso -rokòn (-iro- kòn dopo una consonante) esprime la meraviglia e si affigge al sostantivo: es.: tjohun ahai-rokòn, « ma che bravo ragazzo!» (letteralm.: «bravo oh-che-ragaz- zo! »); — il suffisso -tjukedta aggiunto al tema ver- bale gli conferisce il senso interiettivo di eccesso: es.: usoso-tjukedta! «c'è da morir dal ridere!» (let- teralmente: « rider-oh-che-non-se-ne-può-più! »); pun- hai-tjukedta! «c'è di che far uscir dai gangheri! ». Persino nel linguaggio infantile abbondano tali desi- nenze, alcune delie quali esclusive nella parlata dei bimbi: ad es. il suffisso -ne (pronunziato quasi -nai per l’enfasi interiettiva) che implica gioia e meravi- glia e che si aggiunge al tema verbale: ajko tjoha! apotji osi-ne! «che gioia! viene papà!» (letteralm.: « Come bello! Il babbo venir-oh-che-gioia! »). (2) « Ohimé, o Postumo, veloci fuggono gli anni! ». at  un vocabolo, assumono funzioni avver- biali o preposizionali. ‘ Così, ad esempio, dall’interiezione oh! deriva lo 0 interiettivo (preposizionale) che si premette ad un nome, ad un aggettivo o ad altro vocabolo. È utile la distinzione grafica, per la quale si scri- ve « 0h! » nel primo caso e semplicemente «o» nel secondo: ma è opportuno scrivere « oh» anche nel secondo, qualora possa sorgere dubbio se si tratti del prefisso preposizionale interiettivo o della congiun- zione disgiuntiva «o » (1): (1) « Oh! che dolci accoglienze caste e pie! » (Petrarca, /n morte di Mad. Laura, son. LXXI) (II) «O passi sparsi, o pensier vaghi e pronti, o tenace memoria, o fero ardore, o possente desire, o debil core, o occhi miei, occhi non già, ma fonti; o fronde, onor delle famose fronti, o sola insegna al gemino valore; o faticosa vita, o dolce errore, che mi fate ir cercando piagge e monti; o bel viso, ov Amor insieme pose gli spronì e ’l fren, ond’è mi punge e volve com’a lui piace, e calcitrar non vale; o anime gentili ed amorose, s'alcuna ha ’! mondo; e voi nude ombre e polve; deh! restate a veder qual è ’! mio male. (Petrarca, /In vita dî Mad. Laura, son. CX) (2) (1) L'inglese ha la pratica regola per la quale si deve scrivere oh quando sia seguìto da segno di in- terpunzione, che appunto isola l’interiezione (« Oh, what a lie! », « Oh! che bugia! »; « OA! how do you know that? », « Toh! E come lo sai? ») mentre si scri- ve senz’h allorché ‘è direttamenie legato alla parola seguente: «O Rome! my country! city of the soul! » (Byron, Childe Harold's Pilgrimage) (2) Questo sonetto dettene il primato interiettivo con i suoî 13 o. Giacomo Leopardi commenta: « È da sapere che O in questo Sonetto sta in due guise: do- dici sono che stanno in forza di dolore ed uno, cioè l’ultimo, in forza di chiamata ». — 366 — bn ani I n De INTERPUNZIONE E INTONAZIONE (111) (Congiunzione): « Lassare "1 velo o per sole o per ombra, Donna, non vi vid'io.. “n ballata 1). 463. — "de nella pronunzia, nettamen- te si distinguono l’« 0h!» e «0» interiettivi dalla congiunzione « 0», poi che questa pro- voca il raddoppiamento della consonante ini- ziale della parola seguente, se consonante v'è (Vedi 8 172 e 242). ΰ facile controllarlo rileggendo il sonetto del Petrarca e constatando che «o pensier» non si pro- “ nunzia come «coperare », né «o dolce» come « odo- re », ma V'è una maggiore « implosione » nell’emissio- ne del suono consonantica che segue l’o iniziale. Anche quando nessuna desinenza o altro fonèma stia ad indicare il sentimento che accompagna la parola, esso può essere espresso dall'intonazione. Il punto esclamativo non ha il carattere di « segno ortografico di inter - punzione» come gli altri, i quali indica- no una « pausa » più o meno lunga o una se- parazione Îra più idee o concetti: il « punto esclamativo » segnala l'intonazione. Raggiunto finalmente il mare, i diecimila greci di Senofonte prorompono nel celebre grido: « Thàlatta! T'hàlatta! ». Il vocabolo « mare » fu da essi arti- colato come nel comune discorso, ma nella into- nazione fu espresso tutto il giubilo dinanzi allo spettacolo del Ponte Eussino, promessa di ritorno in patria. (1) « C'est le plus ou lc moins de liaison entre les idées voisines qui doit seul régler le degré de force . de la ponctuation ». O. C. V. Boiste, Traité de la ponctuation, 1829. — Non a tale criterio si ispirano i due segni grafici che indicano l'interrogazione e l’e- sclamazione. Apparso per la prima volta nel famoso Un vocabolo, un costrutto o un’in- tera proposizione possono assumere un valo- re diverso da quello letterale o addirittura op- posto ad esso, se l’intonazione sia ironica 0 sarcastica: « Ma bertone! benone! »; — « Ah! Sì, sì! È proprio il fior fiore dei galantuo- mini! ». 0 Nell’VIII cerchio della 53 bolgia, Dante afferma, per bocca d’uno dei diavoli arroncigliatori, che a Lucca I «ogn'uom v’è barattier, fuor che Bonturo » ° (Inf., XXI, 41) intendendo appunto al contrario che nel senso lette- rale, che proprio Bonturo Dati fosse il peggiore tra i barattieri . i Illimitato è quindi il numero delle interiezioni possibili in ogni lingua, poi che Salterio di Schoeffer (1459), il punto interrogativo fu formato con la prima e l’ultima lettera del vocabolo latino quaestio, sottoposte l'una all'altra, ad indicare appunto l’intonazione di domanda: ed il punto esclamativo è costituito dall’interiezione latina /o, scritta verticalmente. — Nella scrittura armena non esiste un « punto interrogativo » né un « punto escla- mativo »; si usano due « accenti », i quali contrasse- “ gnano quella vocale che ha tipico rilievo nelle doman- dl de e nelle esclamazioni. Si ha così la possibilità di se- gnalare graficamente quale vocabolo serve di fulcro ‘ alla domanda, il cui significato può esser diverso a seconda che, pur non variando i vocaboli, questa o quella parola sia interrogativamente accentata. (1) Cfr. Minutoli, Dante e il suo secolo. PRE: VNKVYWù È reali rs ÈLNYYYÒÎ cc age ES UDO TT Ne TT" RE ; jp 0 VICLG CELA EAT, TYÒ U {ik SRI TRVTTRTOVTZTZETE*eÈ+®É® i) Ni IRE Ò ù \ ì S LI o d TÙ Ò LTT N dd NIN NY T_T} E ” Y >) î serrata Ò TRN TT I Ò TRINÌ REAR \Ò Ò AÒ NN N x CTR TTTA\ & saetta ti È i Mie PAESE CHE VAI... qualsiasi vocabolo o costrutto può assumere valore esclamativo. Esistono, però, tipiche interiezioni e carat- teristici costrutti interiettivi per ciascun po- polo, e persino peculiari interiezioni regionali o ancor più ristrettamente limitate ad un de- terminato paese. i Una interiezione può esser quindi sufficiente a rivelare la nazionalità ed anche il più preciso terri- torio di origine di colui che parla: uno « hombre! » o un «caramba! » rivelano uno spagnolo, « pécaire! » un provenzale e, con una tipica intonazione, persino un Tarasconese (1): lo « heusch! » è caratteristico de- gli Olandesi, e l’interiezione « bre! » pur priva di si- ‘gnificato, è sufficiente a far riconoscere un Serbo. 467. — Alcuni dei vocaboli usati interiet- tivamente conservano la forma ed il signifi- cato originario, mentre altri hanno subìto mo- dificazioni più o meno profonde. Il « good-bye » inglese è « God by you! », il no- stro «ciao! » è la corruzione di « schiavo » (2); il fre- quentissimo « spasìbo » russo è usato anche dal co- munista ateo (o proclamantesi ufficialmente tale) seb- bene sia ancora evidentemente la trasformazione di « spasì Bog », « Iddio! ti salvi! » (3); e, al contrario, il più cattolico degli Spagnoli o il più religioso dei Portoghesi esclameranno rispettivamente « ojalà! » e (1) Cfr. il capitolo « Tarascona senza Tartarino » in Toddi, /l viaggio di nozze di Re Alboino, Viaggia- tori e interviste fuori tempo, Milano, Ceschina, 1941, pag. 165 e segg. (2) Ha il significato di «sono ai vostri servigi »: più evidente è la derivazione nella forma «s'’ciao », dialettalmente frequente nell’Italia Settentrionale. (3) L’originario « spasì Bog! » è tuttora usato dai mendicanti russi, i quali sono grandi recitatori di « Versi spirituali » (duhovnie stihì) ossia compianti re- ligiosi. Un’interessantissima raccolta di tali « com- piaintes » e di canti di accattoni in generale è stata fatta da P. A. Bezsonov, con il titolo Ka- Ijèki Pierehòsgie, « gli storpi erranti », « oxalà! » non ostante la derivazione musulmana delle due interiezioni (1). cuacnoo ‘Il bolscevico ateo dice «spasìbo », ringraziando nel nome di Dio, ed ìl cattolico iberico esclama invocan- ‘do Allah... (8 467) (1 Derivano entrambe da «in 5cia Allah >, 0 « u scia’llah », o — secondo l’Academia Espafiola — da «na scia Allah », « voglia Iddio! ». STORIA E INTERIEZIONI 4Nelle espressioni interiettive si ri- flettono usi e costumi, sì che alcune di esse sono veri cimelî linguistici, ricchi di carattere e di interesse, | Ne tenga conto lo studioso di lingue estere, poi che una di tali interiezioni, acconciamente usata, può arricchire di «colore locale » il discorso, e giovare anche per la buona intesa con l'interlocutore, quanto — se non più — una dotta citazione poetica o storica. L’avvertimento arabo zalraka, « attenzione » è, letteralmente «il tuo dorso!», con allusione al peri- colo che minaccia da tergo: ed è infatti il grido dei vetturini, come lo sportivo « pista! » è la richiesta di « via libera » degli sciatori. Di uso comune in portoghese è « agua vai! » che sarebbe espressione misteriosa senza la opportuna chiarificazione (1), ed altrettanto Jo sarebbero i co- strutti interiettivi lusitani, tipici e frequenti: «ò da guardia! aqui del Rei! » (2). (1) Quando le città erano sprovviste di fognatura, e tubi di spurgo — come tuttora nei piccoli agglomera- ti non ancora modernizzati igienicamente — alla man- canza di tali impianti si rimediava (e si rimedia) lan- ciando dalla finestra l’acqua immonda facendo prece- dere la non piacevole cateratta dal grido ammonitore per il passante « agua vai! ». Di qui, oltre l’interiezio- ne, anche l’espressione « sem dizer agua vai », che va- le « senza preavviso », specialmente per cosa spiace- vole, con al!usione etimologica alla non gradita doc- cia. Esattamente identico, per significato e per eti- mologia, è il costrutto interiettivo partenopeo » «’a sotto!» (=«da sotto! »), il quale è persino accom- pagnato da una mimica coerente al senso originario, con accenno cioè all’atteggiamento di chi sia brusca- mente irrorato dall’alto. (2) In queste espressioni è il ricordo dei tempi in cui, in caso di pericolo, si invocava l’intervento delle « guardie del Re»: son contrazioni di « acuda aqui a gente del Rei! ». — E si noti anche che, pur oggi, il vocabolo Rei, quando significhi un sovrano porto- ghese, è accompagnato dall’articolo in forma antica (el Rei, o El-Rei, invece che o rei), con intenzione onorifica. Cfr. anche il 8 218 — Cfr. J. Leite de Va- sconcellos, Licéòes de philologia portuguesa, 33 ediz., Lisboa. Lo studioso di lingue straniere dovrà pre- stare molta attenzione anche alle interiezioni, alla loro forma grafica, all’intonazione tipica nell’espres- sione orale, al gesto che le accompagna. Osserverà anche, prendendone buona nota, in quali circostanze ed in quale ambiente esse vengano usate, per evitare figure ridicole o inconvenienti ancora più gravi. Il Serbo che, esprimendosi in italiano, isasse la nazionale interiezione kuku per significare il dolore non otterrebbe che un effetto di ilarità. Per interiezione negativa, in molte lingue si usa un fonema ottenuto con il distacco rapido della lin- gua dagli alveoli degli incisivi superiori: presso altri popoli tale fonèma è scorretto, perché usato soltanto per richiamo verso gli animali domestici, come noi usiamo, per chiamare il gatto, un fonèma che corri- sponde al suono di un bacio ripetuta (1). Persino rivolgendosi agli animali i diversi popolî usano interiezioni diverse: in russo si usa Kys-Kys per chiamare il gatto, mentre in portoghese si usa bizbîz. In Spagna si adopera « tus! » per chiamare i cani, ed in Portogallo « tiztiz! » (2). (1) Questo fonèma può esser trascritto con « p* », intendendosi convenzionalmente l’asterisco come indi- cazione della «inspirazione » invece che della nor- male « espirazione »: infatti il rumore del bacio viene articolato esattamente come ‘il suono consonantico « p», ma l’aria viene « aspirata » invece che emessa. Parimenti potrà indicarsi ‘con « uì* », la tipica pro- nunzia dello «cui» francese, che è interiettivo an- ch’esso e che si usa per far intendere all’interlocutore che si è attenti a ciò che egli dice e se ne intende il senso. E qui, per affinità ideologica e in connessione con la intonazione, può esser menzionata la locuzione « plaît-il? », che serve a chiedere la ripeti- zione di ciò che non si è ben inteso. Nello stesso sen- so l’inglese usa «/ beg your pardon! » (pronunziato spesso contratto in «'beg ’pardon »), con intonazione ben diversa di quella che la stessa espressione ha al- lorché si chiede scusa per disturbo che si arreca. Lo stesso dicasi del tedesco «bitte! », nei due usi ana- loghi. Allorché i Giapponesi udirono i primi Anglo- sassoni dir «come!» per chiamare i loro cani, cre- TSE 3 p E “Re —. K —,,jìi PARLANDO AGLI ANIMALI Il richiamo tpru è dai Russi riservato ai cavalli, come l’albanese pri! Ma in albanese, per i muli, si adopera mus! 470. — li iniefizione può dunque avere anche un significato ambientale, non meno importante che quello diretto. Se, per pregare taluno di spostarsi, gli si dica « poggia! », ossia si usi un .-comando che ha il signi- | ficato di « farsi da parte », ma che si usa dirigendosi a quadrupedi, l’invito non è certo amabile: può es- sere offensivo o scherzoso. | La locuzione francese, che è anche letteraria, « n’entendre ni à hue (oppure à huhau) ni à dia » si- gnifica « non sentir ragioni », ma deriva dai due gridi dei carrettieri per ‘far voltare il cavallo a destra o a sinistra (1). | ° * * %* Grandissima importanza ha anche il rango delle interiezioni, ossia il livello di maggiore o minor cortesia che esse impli- cano. dettero che questo fosse il nome dell’animale, e per- ciò ne formarono il sostantivo kame, che significò e significa tuttora «cane di razza straniera ». (1) A queste interiezioni corrispondono quelle in altre lingue: l’inglese gee, (o anche gee-ho, gee-up, gee-hup, geewoo) comanda al quadrupede di voltare a destra, mentre haw è il comando contrario. Ed è in- teressante notare che le due interiezioni ippiche han- no esattamente il valore inverso negli Stati Uniti e nel Canadà: ciò deriva dal fatto che, mentre il con- tadino britannico cammina a destra del carro, quello americano usa camminare a sinistra, ed i due gridi di comando esortano l’animale a piegare in direzione del padrone o ad allontanarsi da lui. È ancora una prova dello stretto nesso tra usi locali e peculiarità ‘linguistiche. — Il linguaggio agreste tedesco ha hott e hii (=<«a destra» e «a sinistra»): e la combina- zione dei due comandi ha generato Hottehii e Hotto, che nel linguaggio infantile significa « cavallo » (equi- valente cioè al nostro infantile « tettè »). Dal solo gee si è invece formato il « tettè » pei bimbi anglosassoni, che è gee-gee (pronunzia gigîi). — 373 —  L’interiezione « pss!» (scritta anche « psst ») ser- ve di richiamo, ma non è corretto usarla per attirar l’attenzione di persona di riguardo. Lo stesso dicasi dello « ehi! » dello « ohi! ». È esclamazione di richiamo anche il turco bana bak, ma, poi che lo si usa soltanto dirigendosi ad un facchino, ben s’intende quale significato esso possa assumere se rivolto a persona di altro rango sociale. Gentile ed affettuoso è invece il richiamo catalano noy!, ma, poi che lo si adopera normalmente soltanto dirigendosi ad un bimbo, il significato divienc ironico o scherzoso se tale interiezione è usata verso un adulto. Pur quelle interiezioni che non si rivolgono direttamente all’interlocutore hanno un loro rango, nel senso che, pur riferen- dosi ad eventi che non lo riguardano ed espri- mendo lo stato d’animo e il sentimento di chi parla, hanno connotati espressivi che ne de- terminano lo stile. Così, ad esempio, l’interiezione diamine! è più raf- finata che diavolo!, della quale è un surrogato: acci- denti! non è esclamazione del linguaggio garbato, spe- cialmente se usata avverbialmente come rafforzativo di altro vocabolo (« Non so dove accidenti si sia fic- cato! »). 473. — La maniîfestazione violenta dei pro- prî sentimenti non è mai indizio di buona edu- cazione: tale criterio regola l'uso delle interie- zioni, poi che su base etica va posta Ve- spressione linguistica, pur là dove essa non è riconoscibile alla superficiale analisi. 474. — Il maggiore o minore riguardo ver- so la persona alla quale ci rivolgiamo non è espresso soltanto dal significato letterale dei vocaboli, ma appunto dal loro rango e dal sentimento che è adombrato in essi. Sono dunque espressioni di stato d’animo non soltanto le interiezioni ma tutte quelle espressioni le quali, oltre il significato — 374 — - ,  = 5  P—6€—_—T— \R%ccii -—i r— ;|I+++o o wm. fo LINGUE ASCENDENTI E DISCENDENTI diretto, implicano un « sentimento di rispetto » verso la persona alla quale si parla. In alcune lingue tale criterio genera addirittura due linguaggi diversi, che possono chiamarsi rispetti- vamente « ascendente » o « discendente »: il giavanese ha due stili, il kra°-ma°, che si usa rivolgendosi a su- periori, e lo ngoko, che si usa rivolgendosi ad infe- riori: fra pari grado si usa uno stile misto, che è detto ma?dya?. Non soltanto i costrutti, ma anche i più elementari vocaboli differiscono nei due stili (1). Le lingue dell’Estremo Oriente hanno, in questo campo, regole complicatissime, le qua- li sono non meno importanti che quelle mor- fologiche e sintattiche. Per la corretta e naturale applicazione di esse è indispensabile porsi dal punto di vista dell’indige- no, e sentire come lui. In giapponese, in cinese, in coreano, in siamese esistono verbi e costrutti « ascendenti » e « discen- denti », prefissi « onorifici » ed «auto-umilianti » (2). (1) Persino la numerazione varia nei due stili: i primi cinque numeri, ad esempio, sono rispettiva- mente: . | kra°mao: 1: satunggil 9. kalih 3. tiga° |. sa-kawan ngoko : °° sa-wiji, siji”’ ro ‘ telu ° pat Sy gangsal lima Vi è poi anche un Kra°ma0-hinggil o « linguaggio ascendente superiore » che si usa verso coloro più altolocati che i semplici superiori diretti: il « rango » è chiamato hinggil-lan in kra°ma°, e duwur-ran in ngoko: coloro che sono «in rango superiore » si chia- mano pa-nginggil in kra°nia° e panduwur in ngoko. Una « domanda » sarà pi-takèn se ascendente e pi- takon se discendente; e la «risposta» sarà jawab se data da un superiore, e wangsul-lan se da un inferio- re. Persino la stessa isola di Giava è Jawi in kra°oma e Ja°wa° in ngoko, ed il Giavanese è rispettivamente tiyang-Jawi e wong-Ja?°wa°. (2) Ciò complica e semplifica al tempo stesso: ad esempio, la nostra domanda « Volete favorirmi il Vo- stro riverito nome? » è totalmente espressa nelle due sillabe cinesi kuei4hsing4, poi che hsing4 significa « co- gnome », e nella sillaba precedente (onorifica) si con- densa l’espressione del massimo riguardo. — 3755 — a  Il più tipico esempio, in quanto più si allontana dalle nostre concezioni linguistiche, ossia dalla nostra for- ma mentis in connessione con il linguaggio, è quello del tibetano, in cui persino il corpo umano ha una doppia terminologia anatomica, una corrente, e l’al- tra di formale etichetta: e tali « pezzi anatomici di cortesia » servono a formulare speciali costrutti lin- guistici esprimenti rispetto ed ossequio (1). 475. — Alla nostra intonazione, che è diretta manifestazione dello stato d’animo, può corrispondere una diversa intonazione nelle lingue straniere, in quanto parte di tale funzione espressiva è devoluta alla forma stessa del vocabolo, implicante un significato passionale. Diversa infatti è l'intonazione in quelle lingue nelle quali la varietà « tonale » ha an- che qualche alira funzione. | | Anche in questo settore, la lingua italiana, in coerenza con il criterio analitico al quale si ispira, ha distinto il «tono » dal puro conte- nuto lessicale semantico dei vocaboli (2). (1) Così, ad esempio, la comune « chiave » è di-mi, ma «la Vostra chiave » diventa «la chiave connessa con l’onoratissima mano » (chhan-di); « aver sete » è kha-kom-pa, ma se si tratta di persona di riguardo, essa sarà letteralmente « venerata-bocca-sete » (sh'’e- kyem-pa); ed il « fazzoletto » (nap’-chhi, « panno da naso ») è « panno da pregevol naso» (sh’ang-chhi); « mostrare », che nel linguaggio corrente è tem-pa, diventa chem-pe-sh'u-wa, ossia «chieder che l’augu- sto occhio intervenga ». Vi sono delle espressioni che sono riservate alle azioni dei soli lama: soltanto di essi, allorché muoiono, si può dire che ku-sh-ing-la phep'-pa, o, ancora più onorificamente, sh'ing-la chhip'- gyu nang-wa, ossia « si son degnati di recarsi in cielo ». (2) Nelle lingue che hanno i « toni », il medesimo fonèma, pronunziato in tono diverso è un altro voca- bolo. (Cfr. nota al $ 176). — « La parola contiene in se stessa il pedem (quantità de’ tempi), il rhythmum (os- sia la relazione dell’arsi e della tesi), e il modum (ossia la chiave del tono). ... Le parole dei latino e del greco antico non sono più pronunziate corretta- mente dai volghi di quelle due nazioni, ‘quindi non fa meraviglia se, corrottasi la -pronunzia della parola, ZA II 70 Pe » + I | LE VOCI INCIVILI . — Inîimo rango, non soltanto tra le interiezioni, ma tra tutti i vocaboli, occupano . le bestem mie, le quali sono anche rive- latrici del grado di inciviltà di un popolo e dei singoli individui che ne fanno uso (1). I Storicamente, la diffusione della bestemmia è re- lativamente recente (2). Dal punto di vista linguistico e logico, « la bestemmia è l’espressione impotente dello sta- to anormale di un individuo... Diceva il P, Se- gneri: «O ci credete o non ci credete: nel primo caso non vi è maggiore empietà che in- sultare il proprio creatore, nel secondo caso non vi è maggiore imbecillità che prenderse- la col nulla » (3). non furono più distinti-gli organismi ritmici... Rileg- gete il latino ed il greco secondo l’accento tonico delle parole, siabilito dalla ragione quantitativa, e non dagli immaginati accenti srammaticali, voi ve- drete tosto riapparire l’uniformità dei principio rit- mico delle parole, voi le vedrete, come i rettangoli delle mura tebane al suono della lira di Orfeo, al- zarsi e collocarsi di per se stesse nella classica crea- zione poetica greca e latina, come nella non meno splendida della poesia italiana ». S. Becchetti, Ritmica oraziana, 28 ediz., Taranto, Martucci, 1898, pag. V-VI. (1) Giustamente afferma un grande sanscritista che «quanto più bassa è la condizione morale del- l'individuo, quanto più ruînosa la china che egli batte del disonore e del vizio, tanto più acre, intenso, effi- cace, frequente è il turpiloquio di lui ». A. Ballini, La parola, conferenza, Padova, Teatro Garibaldi, 12, II, , e Torino, Teatro Regio 14, V, 1923. (2) « La bestemmia nel Medio-Evo fu linguaggio di eretici e di apostati, ma non divenne mai popolare. Il nostro popolo, la magnifica plebe italiana, che fa- ticosamente assurgeva verso l’altezza dei liberi comu- ni, ebbe sempre in orrore la bestemmia ». « Nella fe- tida corrente di depravazione morale che sgorga dal Manicheismo, la bestemmia serpeggia e si moltiplica ». G. Chiot, La bestemmia attraverso i secoli, in G. Cà- prez, Bestemmia e turpiloquio, Bologna, Cappelli, 1923, pag.. 22 e 20. (3) G. Spagnolo, cit. in G. Càprez, op. cit, pag. 194. Il volume contiene, oltre interessanti mono- grafie, 461 giudizî e massime di personalità sulla be- stemmia. — 377 — Intermezzo ll dualismo, inelutiabilmente conse- guente da ogni sana speculazione, e quindi saldissima base per ogni forma di filosojfare — speculativo o normativo — irova la sua con- ferma e la sua pratica applicazione anche nel- la grammatica, sia per la spiegazione dei fe- nomeni linguistici che per la formulazione delle norme disciplinanti l’uso della parola. Il dualismo è fondamento della phi - losophia perennis, ponendo come certa la realtà obiettiva, che « è », ed « è » in- dipendeniemente e distinta da colui che la pensi. iu | Nel cartesiano « cogito, ergo sum », l’equi- voco sul valore rell’ergo è stato causa dell’er- rore }ondamentale, dal quale sono scaturiti lutti gli altri, sino alle esireme degenerazioni dialettiche, psicologiche e morali dell’« idei- smo » hegheliaro (1) con tutte le sue filiazio- ni, sino alle recentissime, nelle quali van ri- cercafe le cause profonde dell'immane trage- dia mondiale,  In una sua conferenza su «L'infinito e la mente umana » (Roma, Associazione per il progresso degli studî morali e religiosi, 9 maggio 1946) l’Acca- demico prof. Francesco Severi giustamente proponeva che si chiami «ideista », meglio che « idealista », l’in- dirizzo filosofico per cui l’idea è considerata princi- pio dell’essere: sarà quindi «ideismo critico » quello di Kant; «ideismo trascendentale » quello di Fichte, Schelling, Hegel; «ideismo volontaristico » quello di Lai  Come i più efficaci slogans della pubblici- là commerciale (1), il « Cogito, ergo sum » è luttora sbandierato da non pochi quale vessil- lo della riscossa filcsofica, mentre è il fitto velario oscurante l’obiettiva realtà. Descaries (2) ju arlefice e vittima dell’e- quivoco dialettico (3): non pochi errori gram- matîicali somigliano al suo, ché dovuti anch’es- si ad un burocratico equivoco verbale (4). La grammatica « rivoluzionaria » lo è so- prattutto in quanto vuol liberare quest'arte e scienza dalle artificiose strutture: vuol ricon- durla alla sua naturale funzione di scienza interpretatrice della realtà linguistica, e, quin- di, alla sua funzione di arte normativa, jormu- Schopenhauer; « ideismo assoluto » quello di Gentile, non molto diverso sostanzialmente dall’« ideismo » di Benedetto Croce: tutte deviazioni « donec paulatim scepticismus et cogitandi dissolutio oritur, quam hoc tempore observamus », J. Donat, Summa Philosophiae Christianae: I: Logica, Innsbruck, Rauch, 1935, pag. 25. (1) « A dir le mie virtù basta un sorriso », « Chi beve birra campa cent’anni », ecc. hanno oggi non minore importanza linguistica che « Datemi un punto di appoggio e vi solleverò il mondo », « Suonate pure le vostre trombe e noi suoneremo le nostre campane ». Grandissimo merito ebbe Renato Descartes (Cartesio) nel campo delle matematiche, ed.al suo ge- nio è dovuta la geometria analitica: nella sua ricerca dei « metodi generali » è la caratteristica di tutta la matematica moderna. Ma la sua impostazione filoso- fica fu la prima causa del grande sbandamento del quale tuttora tragicamente soffriamo. (3) Nel « Cogito, ergo sum », la semplicistica iîn- terpretazione gioca sull’equivoco: « Penso, quindi esi- sto »: ma non esisto, invece, in quanto penso: al con- trario, impossibile mi sarebbe pensare, come qualsiasi altra attività, se non esistessi: il mio pensare è « pro- va », non «causa » del fatto che, anzitutto, io « so- no »: « Cogito, ergo sum» doveva essere interpretato sanamente (scolasticamente): « Penso, quindi è certo . che io esisto [altrimenti non potrei pensare] ». Cfr., ad esempio, il 8 308, in cui si segnala come il «vocabolo », formalisticamente considerato, assuma un’interpretazione contrastante con la obietti- va realtà. AERE PERENNIUS lalrice delle regole per il corretio uso del lin- guaggio. Nel qualificaria grammatica peren. nis, l'auiore è ben lungi dall’osar ripetere l'oraziano « exegi monumentum aere peren- nius! ». A/ contrario, egli fa sua la formula di Ez-Zaggiàg Abu Isciaq Ibrahim ben Sali (1). La presente grammatica è qualificata « pe» rennis» soloin quanto essa si ispira a quel- le norme fondamentali che fanno appunio del- la filosofia aristotelico-tomislica un « monu- mentum aere perennius ». Il limpido dualismo iomisticò ci conduce a riconoscere come cerio che ogni jenomeno « è » (2), cioè esiste in sé, indipendeniemente cioè dal fatto che « io » lo pensi o no. Persino il faito stesso che «io penso » è indipenden- fe dal jatto che « io pensi che stia pensando. Esiste una obiettiva realtà dei fatti e fe- (1) Allievo del grande grammatico El-Mobarrad Mohammed ben Yezid el-Azdi (l’autore del celebre trattato Kamil), il filologo Eì-Zaggiàg’, professore a Damasco e a Tiberiade, ove morì ottantenne nel 949, scrisse il Kitab el-Giumal (« Libro delle frasi », opera grammaticale) alla Mecca: dopo aver terminato cia- scun capitolo compiva setîe giri intorno alla Ka’ba, come fanno i pellegrini, e chiedeva ad Allah perdono per gli errori che il capitolo potesse contenere. Il tomismo è stato giustamente definito «la filosofia dell’essere. Per Tommaso l'essere non è qualche cosa di oscuro, di misterioso, di incom- prensibile, ma, al contrario, è ciò che la nostra intel- ligenza coglie meglio e subito, in ogni cosa.... La scien- za dell’essere si applica ad ogni forma del sapere, si estende a tutti gli esseri e domina quindi tutte le . scienze». E. Bianchi, Tommaso d'Aquino: la dottrina . dell’anima e la teoria della conoscenza, Firenze, Val- lecchi, 1937, pag. 14-15.  Se infatti fosse vero il principio -‘hegheliano, la « realtà » sarebbe soltanto l’idea, ossia in tanto « real- tà » in quanto «io penso di pensare ». Ma anche que- sta dovrebbe esser realtà solo in quanto io Îa pensi,  nomeni (1), delle azioni proprie o altrui, indi- * pendentemente dal jalto che essa sia consia- lata ed espressa con parole. Da questa prima fondamentale nozione si può passare alla seconda: che, cioè, l’esposi- zione dei jenomeni per mezzo della parola può esser semplicemente obiettiva: esporre cioè il fenomeno in sé, senza riferimento alla persona parlante. I concetti espressi son pur sempre « personali », in quanto generati e jor- mulati nella mente di chi parla, e da lu espressi con parole: ma la persona parlante non interviene come elemento del discorso: non è « attore » nel fenomeno espresso dalle parole. Questa forma, prevalente in bilta la pro- duzione letteraria e nel quotidiano linguaggio orale, è quel che si chiama comunemente — ed ufficialmente nella grammatica iradizio- nale — il « discorso in 3° persona ». Si chiama invece « discorso in 1° perso- ria » quello nel quale colui che parla o scrive è « allore» nell'azione: può agire (soggetto del verbo), oppure essere il personaggio su cui cade l’azione alirui (complemento oggetto del verbo), oppure esser semplicemente « di scena » (trovarsi in « caso obliquo » o in altra ossia in quanto «io pensi che penso di pensare »: è così in infinitum, con un comico risultato che è la miglior dimostrazione della sua fallacia. (1) Oltre gli eventi e le azioni, anche lo «stato» è un fenomeno. Del resto, il « divenire » è sempre e dovunque, nel « tempo ». Per tale importante nozione, e per la distinzione tra ciò che è fenomenico, tempo- rale, transeunte, e ciò che è permanente, immutabile ed eterno, cfr. Toddi, Geometria della realtà e ine- sistenza della morte, Roma, De Carlo, 1947, tomo I. pag. 105 e segg. Mn ed by \aO0QLC ©) I DUE DISCORSI connessione complementare con i concetii e- spressi) (1). I due discorsi sono di tipo talmente diver- si, con proprietà e caralteristiche che netta- mente li distinguono uno dall’aliro, sì che è lo- gico, e anche praticamente utile, separarli nei- famente nella grammatica, così come essi s0- no distinti nella linguistica realtà. Ù* * I capitoli seguenti, conclusivi della « gram-. malica rivoluzionaria », Iraltano appunto di lali differenze fra i due tipi di discorso, a se- conda cioè che colui che parla o scrive sia «in scena » o « fuori del palcoscenico ».. Non esiste un « discorso in 2° persona », in quanto l’uso di quesia deriva dal fatto che chi parla o scrive esprime in 2° persona ciò che si riferisce all’azione della persona alla quale egli parla o scrive. È dunque pur sem- pre «discorso in 1° persona»: chi parla 0 scrive è « di scena ». Lo stile letterario nel quale il lettore si rivolge al lettore può esser considerato anch'esso «discorso scenico », nel quale l'« attore » (attore) parli dal prosce- nio, rivolgendosi al pubblico invece che agli altri ‘attori. Questo « intermezzo » era necessario, non soltanto per introdurre l'innovazione (distin- zione Îra i due tipi di discorso), ma anche per creare pure materialmente un distacco tra le due traitazioni. (1) Basta, ad esempio, che una proposizione con- tenga un aggettivo possessivo di 18 persona (« mio, miei, mia, mie ») od un riferimento locativo che im- plichi una relazione con chi parli o scriva (« qui. co- sì... »), perché la «18 persona» sia necessariamente coinvolta grammaticalmente e ideologicamente, ossia « sia di scena. Quando si è “di scena,, (XXIII) Perché possa esservi un discorso è necessario, evidentemente: a) che vi sia una persona la quale parli; b) che ella abbia qualcosa da dire. Il « soggetto » parlante non è però neces- sariamente il « soggetto » della proposizione: può essere, anzi, del tutto estraneo alla pro- posizione, ed all’intero discorso. — Ailorché M. Porcio Catone, nelie sedute senato- riali, affermava: « Carthago est delenda », il soggetto grammaticale — e quindi anche ideologico — della proposizione era Cartagine, pur geograficamente lon- tana: Catone era presente in Senato, ma non nella proposizione, che pur egli stesso pronunziava. La sua proposizione, pur esprimendo un pensiero di lui, lo esponeva come indipendente da chi lo aveva pensato e formulato: chiunque altro avrebbe potuto dirla in sua vece, e in nulla la proposizione avrebbe mutato, né formalmente né ideologicamente. « Allorquando, invece, egli diceva: « Ceterum cen- seo Carthaginem esse delendam », « Del resto io cre- do doversi distruggere Cartagine », egli entrava in scena, diveniva attore nell’azione linguistica, « sogget- to » grammaticale del verbo: personaggio, insomma, nella proposizione. Nessun altro avrebbe potuto pronunziare in sua vece quelle stesse parole, poi che censeo (« io credo »), detta da altri, avrebbe significato un’altra cosa, ossia che non Catone, ma un altro era di quell’opinione. == 9gfinca. . — In latino si chiamò originariamente persona la maschera teatrale, così detta perché destinata ad amplificare e far risonare (per-sonare) la voce dell’attore: poi indicò il « personaggio »: dramafis personae erano ap- punto i « personaggi del dramma » (1). Possia- mo perciò riferirci a questo stadio etimologico del vocabolo e chiamare persona quella parte del discorso che esprime il « personag- gio » intervenente come attore nella scena ver- bale. | È esatta l’espressione « parlare in 12 persona», poi che la « 12- persona » è, evidentemente, quella che parla o scrive (vedi 8 477). Chiameremo dunque semplicemente « 13 persona » il vocabolo «io », e gli altri « casi » dello stesso voca- bolo: io è soggetto di 12 persona; me e mi sono oggetto o casi obliqui di 12 per- sona, a seconda che corrispondano ad un accusativo o a un dativo latino (vedi $ 422 e 498). (1) E, poi che ogni personaggio teatrale ha una sua individualità con peculiari connotati fisici e di azione, persona acquistò il significato. attuale, impli- cando l’idea di « personalità ». Esattamente inverso è stato il cammino semantico del vocabolo inglese cha- racter, che significa non soltanto «carattere » ma, | esprimendo l’insieme dei connotati morali ed il tem- peramento di un individuo, assunse anche il signifi- cato di « personaggio » teatrale o letterario: Shake- spearian characters sono « personaggi shakespearia- ni»; — e character può significare anche « reputazio- ne, buona reputazione », e quindi persino il « certi- ficato » che ne fa fede; the character of an employee, the character of a servant possono significare non sol- tanto il «carattere » di un impiegato o di un dome- stico, ma anche l’« attestato » del suo buon carattere, il «certificato di benservito ». — Peculiare della lin- gua inglese è la facilità con cui essa dilata l’« area di significato » di un vocabolo, esprimendo con esso idee che, in altre lingue, sono espresse con « derivati » dal vocabolo.  I NON « PRONOMI » MA « PERSONE » Contraria alla natura, alle proprie- tà ed alla funzione di fali vocaboli è la deno- minazione di « pronomi » data a tali vocaboli. Il pronome Îa le veci del nome, e può per- ciò esser sostituito dal nome che esso rimpiaz- za, senza che la sostituzione alteri la forma o il significato della frase (1). Nome e pronome debbono cioè equivalersi ideologicamente e funzionalmente (2). Nei 88 229 e 277 è stato abbondantemente illustra- to, anche figurativamente, l’ufficio dei « pronomi », ponendo in evidenza che essi equivalgono a simboli algebrici: sostituiscono i nomi, e la sostituzione non provoca alterazione alcuna né nel nesso logico, né nella forma, né nel significato della frase. Soltanto i vocaboli che rispondono a tali requisiti possono essere definiti « pronomi »: arbitraria ed erronea è l’inclusio- ne tra essi dei cosiddetti « pronomi personali ». (1) Appunto perciò nei cap. XI e XII si è abbon- dantemente insistito sulla chiara definizione dei carat- teri e delle proprietà dei « pronomi ». (2) Pronomi e nomi debbono essere in quel rap- porto che nel linguaggio giuridico è definito « fungi- bilità », ossia la totale possibilità di surrogarsi a vi- cenda: ogni moneta o banconota è « fungibile » con altra del medesimo valore. I cosiddetti pronomi personali di 12 e 22 persona hanno come loro caratteristica fondamentalmente tipica proprio la non fungibilità con il nome della persona che essi rappresentano. “Io sono Tizio” – “I am Grice” -- ha un significato, esprime un concetto, ha una ragione di esser detto: “io” rappresenta la persona di Tizio, ma non fa le veci del suo nome, e non è perciò sostituibile con esso: « Tizio è Tizio » significa tutt'altra cosa: è un’ovvia ed inu- tile constatazione, del tutto diversa dall’affermazione « io sono Tizio ». — La grammatica deve « rettamente definire », estendendo nel proprio campo il principio giuridico del suum unicuique tribuere: «la ragione umana serve a sentenziare quello che spetta e quello che non spetta ai soggetti di essa » (Taparelli-d’Aze- glio, Saggio teorico di diritto naturale appoggiato sul fatto, 48 ediz., vol. II, c. IT, art. 3). La grammatica ha affinità quindi con la morale e con il diritto. Le regole grammaticali costituiscono la « giurisprudenza del di- SCOTSO ». . — Appunto perché sono « personali », ossia « personaggi » (dramafis personae) in azione diretta sulla scena, agiscono (o parte- cipano passivamente all’azione o sono indi- rettamente ad essa collegati) ben diversamen- 1 incontro. A un povero _| rcntello; _| Quegli 3) y|laprende e, a copertose- \ / ne, sene va, | dopo aver. mi Tin: graziato con tutto i o mitolgo, _. suo cuore. RE il MIO, ne tal "2 2 glio la metà, eglie lado. San Martino entra in scena « in 1° persona »: La per- sona «io» è insostituibile con il nome; non è « pro- nome », e provoca anzi il mutamento dei verbi e dei possessivi che ad essa si riferiscono, mentre i « pro- nomi » che la indicano debbono divenire anch'essi « 1® persona ». Restano inalterati i pronomi, i possessivi ed i verbi che si riferiscono al « povero » ed al mantello, espressi da « nomi» e dai « pronomi» che ne fanno le veci. te che allorquando, invece, rimangono assen- ti dalla scena verbale, la quale si svolge inte- ra obiettivamente, perché esposta in pura Îor- ma narrativa,senza tale intervento pe r- sonale. —s  Ss O OLIC 1008 le «IO » È INSOSTITUIBILE L'evento che serve di esempio nei 88 229 e  per illustrare l’uso dei pronomi e la loro funzione è 2Spo- sto in modo assai differente se esso sia espresso « in 1a persona » da S. Martino: »_.«Ilo incontro un mendicante e... ». (Osservare attentamente la vignetta e ia dicitura). Forma e contenuto ideologico son mutati, pur esprimendo lo stesso evento: i pronomi non son più sostituibili con i nomi, gli aggettivi possessivi espri- ‘ mono in modo ben diverso i rapporti di appartenen- za: i verbi hanno mutato desinenza. Non è possibile sostituire con i nomi i vocaboli « io », « mi » senza al- terare tutta la realtà linguistica e scenica. Di tutti questi fenomeni sostanziali e for- mali la grammatica tradizionale non tiene con- to, definendo « pronomi » proprio quei voca- boli che, generando così profonda trasforma- zione, conferiscono un personalissimo carattere al discorso, che diventa « personale, drammatico, scenico. Queste elementari considerazioni e constatazioni inducono la « grammatica rivo- luzionaria » a proclamare che «io» è non « pronome » ma « persona » (appunto « 1° per- sona »). Unici pronomi personali sono quelli che, altrettanto impropriamente, son det- ti « pronomi di 3° persona ». Poi che sono « pronomi », ossia sostitui- scono i nomi, e tutti i nomi esprimono le idee sostantive «in 3° persona» la definizione « pronome di 3° persona » è altrettanto impro- pria quanto lo sarebbe la definizione di « no- me di 3? persona »: Come esistono nomi di persona, animale o cosa. fungibilmente con essi esistono « pro- nomi di persona » (pronomi personali), « pro- nomi di animale », « pronomi di cosa », a se- conda: del « nome » del quale fanno le veci. Così, ad esempio, quegli, questi, egli, son « pronomi di persona » (maschile); colei, ella —  son « pronomi di persona » (femminile); esso è « pronome di cosa » (1). San Martino .. © incontra mantel la prendoe, copertome- ne,me ne VI, cd 3 graziato con tutto il mio cuore. me la dà. li si toglie i eg , BI suo, ne ta: 2 glia la metà, e Il provero entra in scena in «© persona »: La persona « io » (« me ») è insostituibile con il nome; non è « pro- nome », e provoca anzi il mutamento dei verbi e dei possessivi che ad essa si riferiscono, mentre i « pro- nomi » che la indicano debbono divenire anch’essi « 12 ‘persona ». Restano invece inalterati i pronomi, i pos- sessivi ed i verbi che si riferiscono a San Martino ed al mantello, espressi da « nomi » e da « pronomi » che i ne fanno le veci. (8 482) (1) L'appartenenza al genere maschile o femmini- le non implica che il pronome sia perciò « personale »: parlando anche di cosa, essa è espressa con pronome femminile. L’inglese, che pur considera neutri tutti gli oggetti, usa il pronome she ir alcuni casi. Una corazzata, che è oggetto, è chiamata man-of- war (« uomo di guerra »): ma di. essa si dice, ad esem- pio, che « she is in the harbour », « essa (pronome fem- minile) è nel porto ». i 0 me senza e er | io 3 sii | ‘Li i » fe 22 C_..° ‘‘P.00666460’’«—»a. di i ro ieri «TU» È INSOSTITUIBILE Non meno radicale è il mutamento, nell'intera struttura morfologica e ideologi- ca, pur quando la persona interviene non co- me « soggetto » ma come « complemento og- getto » dell’azione verbale. il mio, ne 2 taglio la metà, e te lado. San Martino è in scena in « 19 persona», e il « pove- ro » è in scena in 29 persona: Le persone «io » e « tu» (« te ») sono, insostituibili con i nomi: non sono « pro- nomi »: provocano, anzi, il mutamento dei verbi e dei possessivi che ad esse si riferiscono, mentre i « pro- ‘ nomi » che le indicano debbono divenire anch'essi, ri- spettivamente, « 132» e «22 persona ». Restano inalte- tello, espresso da un nome e da « pronomi » che ne rati ) pronomi e i possessivi che si riferiscono al man- fanno le veci.. Nell’esempio citato, il mendicante, rimanendo « complemento oggetto », ma intervenendo «in 12 per- sona », ossia come attore della'scena linguistica, pro- vocherà mutamenti analoghi a quelli già citati: «San Martino incontra me e, vedendomi. Il bimbo, allorché incomincia a far uso della parola, non ha ancora una chiara idea della per- sonalità. Egli vi arriva lentamente, per gradi, con un laborioso processo mentale di analisi. Egli ode pai- lare di sé, e comincia ad intendere che egli è « Pieri- 1) tu e ch: Pb eo Ea santz: yo incontri aa pit Lo la prendoe, copertome- ne,mene vo, dopo aver: ti rin: graziato con tutto il mio cuore. il tuo, ne ta- = 2 gli la metà, e mela dèi. e _-- San Martino è in scena in « 29 persona » ed il povero è in scena in « 1° persona ». Le persone « io » (« me ») e «tu» sono insostituibili con i nomi: non sono « pro- nomi »; provocano, anzi, il mutamento deil verbi e dei possessivi che ad esse si riferiscono, mentre i « pro- nomi » che le indicano debbono divenire anch'essi, ri- spettivamente, « 18 persona » e « 22 persona ». Restano inalterati i pronomi), i possessivi ed i verbi che si rife- riscono al mantello, espresso da un nome e da « pro- nomi » che ne fanno le veci.  no» o « Giorgio »: perciò, nelle sue prime espressioni, usa questi «nomi» per indicare se stesso, come usa altri «nomi» per indicare persone ed oggetti del mondo esterno: « Pierino vuole il pane », « Giorgio è stato bravo »,  =_= =- "E" E. x A na LA PERSONALITÀ Poi che ode il pronome «lui », anche riferito a sé, usa pur questo per indicare se stesso: « Lui vuole il pane », « Lui è stato buono »: usa il pronome, come sostituto del nome: fin qui, nella evoluzione mentale- linguistica, non vi è differenza né formale né ideolo- gica nel discorso: il pronome fa le veci del nome (1). Solo più tardi, con lo sviluppo dell’intelligenza e la maggior comprensione del mondo esterno, ed il più preciso coordinamento tra parola (ossia pensiero) e realtà (2), egli arriverà a comprendere il valore gram- maticale della persona, ed importantissimo mo- mento per ia sua personalità sarà quello in cui egli dirà: « Zo voglio il pane », « Zo sono stato bravo ». Ha abolito il nome, ha sorpassato il pronome: ha. mu- tato stile cioè forma mentis: è divenuto persona, grammaticalmente e mentalmente. Ha la completa coscienza di se stesso, e perciò sa esprimerla. L’uso della ragione l'ha portato a questa grande conquista (3). Cioè «lui» non equivale ad io: equivale a « Pierino » o « Giorgio ». Alla treenne Gianna, la mamma chiede: « Gianna, vorresti andare alla spiag- gia? ». La piccina intende già che la risposta deve contenere un’affermazione della propria personalità: ma la forma condizionale del verbo, nuova per lei, le rende difficile la trasformazione in « 18 persona »: e perciò, dopo uno sforzo anglitico-sintetico, rispon- de: « Sì, mammina, ci andresto volentieri ». L'episodio chiarisce il valore delle desinenze personali, mentre: pone in evidenza, appunto con esse, la distinzione tra discorso obiettivo e discorso con intervento personale. (2) « La raison humaine est bàtie sur le langage: elle n’est au fond qu’une manière de parler, d’assem- bler les. mots les uns avec les autres ». P. Janet, L’in- telligence avant le langage, Paris, Flammarion. La razza umana, presa in massa, concorda largamente, a proposito di ciò di cui può aver notizia e a cui può dare un nome... V’ha tuttavia un caso del tutto straordinario in cui non si trovano due persone che facciano la stessa scelta. Ognuno di noi divide l’Universo intero in due metà, e per ognuno di noi quasi tutti gli interessi si riferiscono all’una o all’al- tra di queste due metà; soltanto che ognuno disegna -hifi lrn  Quando però siederà sui banchi scolastici, la gram- matica burocratica non terrà conto di tutto ciò; la grandiosa realtà scomparirà, negata da una visione artificiosa, ed egli dovrà apprendere che io è « pro- nome », cioè « fa le veci del nome», ed equivale per- ciò a « Pierino » o a « Giorgio ». Poi che la grammatica ha il diritto e il do- vere di formulare regole che rispecchino la realtà obiettiva e linguistica, sarà « rivoluzio- nario » nel senso costruttivo il denominare « persone » e non « pronomi » quei vocaboli insostituibili (io, tu...) la cui presenza nel di- scorso esprime l’azione scenica linguistica, corrispondente alla realtà esposta, e che ri- chiede perciò forme speciali in ogni vocabolo che si riferiscono alla persona stessa. Còmpito della grammatica, è quello di ren- der chiari i fenomeni linguistici, razionalmen- te qualificandoli, e non complicarli, o, peggio ancora, deîormarli. L’erronea interpretazione e quali- fica, e la tendenza a burocratizzare con in- controllato formalismo hanno prodotto altri | errori e false qualifiche. Per burocralica simmetria si è voluto for- zare la « persona » negli schemi morfologici | degli altri pronomi; e si è affermato che « i0 » ha per suo plurale « noi ». È possibile il plurale di me stesso? bi Basta che io dica che tutti chiamiame le due metà con gli stessi nomi, cioè me e non me, rispettivamente, perché si veda a colpo d’occhio ciò che intendo. Ognu- no di noi dicotomizza il Cosmos in un punto diffe- rente ». G. Tarozzi, Compendio dei principî di psico- logia di W. James, Milano, S.E.L.,  — Di questa divisione dell’universo in due parti, essen- ziale per il nostro pensiero, non tien conto la gram- matica formalistica tradizionale. la linea di divisione fra esse in un punto differente. SINGOLARITÀ DELL’« IO » Caratteristico dell’« io » è la sua « individualità », e quindi « singolarità ». La qualifica di «.noi » come plurale di « io » assu- me addirittura un carattere patologico (1). È esatto affermare che egli, esso, colui, colei, essa, ecc. siano « pronomi » (di persona e di cosa) e che abbiamo per loro « plurali » rispettivi eglino, essi, coloro, esse, ecc., poi che ciascun egli o ciascun es- so, ecc. si trova nel medesimo rapporto ideologico con il soggetto parlante, mentre vi è un solo «io» possi- bile, ed è lo stesso soggetto parlante (2).  Non sembri esagerata tale affermazione. « Les obsédés ne peuvent se débarasser d’une opposition qui tiraille leur esprit en deux sens différents et qu’ils traduisent souvent en disant qu'il y a plusieurs per- sonnes en eux ». P. Janet,. La convinzione del maniaco, il quale si immagini di essere un altro, troverebbe piena conferma in questa defini- zione della grammatica tradizionale. Il « plurale » è il totale di.una somma, la quale può aversi soltanto con addendìî omogenei: la grammatica tradizionale affer- ma cioè che, come individuo -+ individuo + individuo... = individui così » io + io + io... = noi in cui tutti gli «io» si equivalgono. Sicché Tizio, il quale affermi di essere Cristoforo Colombo o Napo- leone trova sua piena giustificazione in questo plurale « noi », poi che la grammatica lo autorizza ad affer- mare che io (Tizio) + colui (Colombo) + colui Napoleone = noi, LI e, poi che noi è « plurale di io, ossia noi = io + io + io, io e colui si equivalgono; e perciò Tizio = Colombo = Napoleone. — «Lo studio fisio-psicologico della pazzia illumina quello filosofico sulla condotta della ragion sana ». B. Cassinelli, Storia della pazzia, Mila- no, Corbaccio, 1936, pag. 15. (2) Questa assoluta individualità e quindi singo- darità dell’« io » non vien meno neppure quando pa- recchie persone dicano in coro «noi», giacché per ciascuno dei parlanti tale vocabolo significa « to e co- loro che sono con me». L'unico caso di vero « plu- rale » della persona «io » si ha nel pluralis majestatis,  La morfologia è in perfetto accordo con l’idea espressa, poi che tutti questi plurali sono formati dal singolare: conservano lo stesso tema (significativo dell’idea stessa), cui si aggiunge un suffisso (signifi- cante l’idea di pluralità). Questo suffisso è, in italia- no, il medesimo che serve ad esprimere il « plurale » nelle forme verbali (1). Ù | Abbiamo infatti, al singolare: egli canta; — colui corse e, al plurale: | eglino cantano; — coloro corsero, con un parellelismo assai sintomatico. 486. — Che questi suffissi derivino, eti- mologicamente da suffissi latini diversi non diminuisce l’importanza del fenomeno, né ne altera il valore sintomatico. L'italiano è il la- tino trasformato con criterî generali e co- stanti: questi criterî hanno determinato la scel- ta e le modificazioni dei suffissi (2). 487. — Nelle lingue neolatine, come in tut- te le altre europee, e nella quasi totalità delle extraeuropee (3), il « noi » non ha alcun lega- tà IO “ cioè nel « noi » usato dal Sommo Pontefice e dai So- vrani: è un autentico « plurale », ma soltanto formal. mente, rimanendo singolare l’idea espressa. (1) Per « forme verbali » si intendono quelle che la grammatica tradizionale chiama « voci di 32 perso- na» e che la grammatica rivoluzionaria non ha biso- gno di qualificare in tal modo, poi che esse rappre- sentano la forma normale o semplice (narrativa, obiet- tiva) del verbo, ossia senza intervento scenico della persona.  Troviamo applicato qui lo stesso criterio per il quale in italiano vengono condotti al plurale in -i anche quei nomi ed aggettivi i quali hanno in latino il plurale in -s. (Cfr..8 208). (3) Pur in quelie lingue nelle quali il « noi » sem- bra formato dal singolare « io », il fenomeno va com- preso intendendo il vero significato dei vocaboli. ]l cinese wo3-mén, « noi », si forma da wo03, « io », aggiun- gendo l’ideogramma mén?, il quale implica l’idea di « pluralità », ma non nel nostro senso di « suffisso plu- rale ». Graficamente esso è costituito infatti dal sim- bolo dell’uomo (o dell’azione umana) e dalla figura- | JJ‘tl/ GIG: SI « NOI » NON È IL PLURALE DI «IO » ir” | PRONOMI | itaLno { ord si o pt bn (o Se ii olii Fid dueic n | sorico Ivi Tui Veis" SIR TEDESCO e i ihr er, n | sassone { - la Po è ded | inerese Ile eg hey SERBO | E ip pi | RUSSO Ca | moti); ta mi e | n | tonno f& n pre di Nella linguistica realtà, nessuna affinità etimologica o) morfologica lega «noi» con «io», né «voi» con «tu ». (8 487). zione dei «due battenti di un uscio », i quali non sono uguali ma simmetrici. Ed è sintomatico chse tale « plurale simmetrico » si usi appunto per quelli che la grammatica tradizionale chiama « pronomi personali ».  me etimologico con « io »: non è mai formato | À | secondo lo schema « 10 » + sulîfisso plurale. Se i popoli han distinto nettamente, sia nell’idea (radice, tema del vocabolo), sia nel- l’espressione (forma del vocabolo) il singolare dal plurale, lo « io » dal « noi », ciò documenta nel modo più assoluto e completo che si trat- ta di due cose ben diverse. La grammatica non ha alcun giusto titolo per unire ciò che è nettamente distinto nella obiettiva linguistica realtà. Nel V canto dell’Inferno, Francesca da Riminì dice a Dante: « Noi leggiavamo un giorno per diletto di Lancialotto come amor lo strinse ». (Inf., V, 127-128) Il vocabolo lo è vero e proprio « pronome »: fa le veci di Lancillotto, e infatti questo « nome» può esser sostituito al pronome senza alterare né la for- ma né il significato del periodo: ma « noi » non è né « pronome » né « plurale di (0 »: come plurale di « io », ossia di colei che paria in 18 persona, dovrebbe esser il plurale di « Francesca »! Il «noi» non può esser sostituito da nessun altro vocabolo senza alterare la forma e il significato del periodo. Qualsiasi nome so- stituito ad esso provocherebbe addirittura il passaggio del periodo intero dal « discorso diretto » al discorso obiettivo, narrativo: Francesca e Paolo non sarebbero più gli attori parlanti: si parlerebbe di loro: la 12 per- Sicché anche il plurale cinese non fa che confermare la diversità di questo plurale sui generis dagli altri plurali veri e proprî. — Anche il « noi» giapponese (boku-ra, ware-ra, watakushi-domo) si forma da «io» (boku, ware, watakushi) ma i suffissi -ra e -domo esprimono piuttosto una «categoria» che una « plu- ralità »: sicché questi « noi » hanno il valore di « per- sone come me ». (L’ideogramma è il medesimo che si usa per significare « classe » persino nel sigrificato ferroviario: sicché il giapponese considera il « noi» “come comprensivo di « coloro che sono nella stessa classe con me »),  « NOI » NON HA SINGOLARE . sona perderebbe proprio questo suo connotato essenziale. Il plurale « noi » non ha singolare. È un vocabolo a significato collettivo: esprime più persone (e perciò è plurale), nelle quali è compresa la f° persona. Non è, quindi, un « plurale di 1° persona » ma un « plurale con 1? persona » (1). Questo plurale sui generis è meno eccezionale di quanto potrebbe sembrare. Esso .presenta infatti una certa analogia con quei nomi che hanno soltanto la forma plurale; alcuni di questi si riferiscono ad og- getti materiali simmetrici come le forbici, le manette, i calzoni, le nari: altri esprimono collettivamente l’in- sieme di più cose concrete o astratte le quali presen- tano una certa eterogeneità pur costituendo nella lo- ro somma qualcosa di unitario: tali sono, ad esempio, le sartie, le regaglie, le fattezze, le moine, le nozze, le esequie, gli sponsali. Nessun grammatico o mari- naio sosterrebbe che sartie sia il plurale d: draglia, o di strallo o di paterazzo, sebbene ciascuna di queste corde (2) sia compresa nel vocabolo sartie; né gram- matico o massaia asserirebbero che regaglie sia il plu- rale di cresta, bargiglio o fegato o di qualsiasi altra parte del pollo che costituiscono ideologicamente tale nome plurale. Parimenti le nozze e gli sponsali impli- cano necessariamente la benedizione nuziale, ma non ne sono il plurale: ché, anzi, non può aversi più di una benedizione nuziale in tutte le cerimonie che (1) Infatti noi può significare « io + tu», «io + voi », «io + colui», «io + tu + colui », « io +-colo- ro », ecc. ossia « io +chiunque altro che non sia io ». Allorché taluno dice «noi Italianî » non intende « 44 milioni di io », ma «io + tutti i miei connaziona- li »: basta, cioè, che nell’idea collettiva espressa dal vocabolo sia contenuta quella della 7/35 persona, la quale non può essere che una sola. (2) Le draglie sono tese tra il-trinchetto e il bom- presso per farvi scorrere i fiocchi; gli stralli o stragli sostengono gli alberi delle navi dalla parte di prora; i paterazzi frenano lateralmente le parti medie degli alberi. | complessivamente sono espresse dal vocabolo plura- le, nozze o sponsali. Analogo è il rapporto del plu- rale noi con il singolare io, in quanto zoi non è il « plurale » di io, sebbene necessariamente io conten- ga (1). * * %* 489. — Le medesime considerazioni sono, nella loro quasi totalità, estensibili anche alla «2° p<ersona». . La « 2° persona » presuppone però neces- sariamente l'intervento in scena della 1. Si può dire «tu» solo dirigendosi direttamente alla persona, la quale è «2° » appunto perché la « 1° » è parlante, ossia interviene direttamente nell’azione linguistica (2). L'analisi di due terzine dantesche, nel notissimo episodio della Antenora ci permette di ben osservare la radicale differenza tra persone e «pronomi». «Io non so chi tu se’, né per che modo venuto se’ qua giù; ma fiorentino mi sembri veramente quand’io t’odo. Tu dei saper ch'i fui conte Ugolino, e questi è l'arcivescovo Ruggieri: or ti dirò perch’i son tal vicino ». (Inf., XXXIII, 8-15) (1) Il « plurale» grammaticale equivafe a quel che, in aritmetica, è una «somma », la quale presup- pone più addendi omogenei; a, meglio ancora un « multiplo », che è la somma di più addendi uguali tra loro. Questa identità, o, per lo meno, omogeneità (ossia identità deil caratteri essenziali sc non quanti. tativi) è indispensabile affinché sia possibile un’addi- zione. Più frazioni non possono addizionarsi se non siano ridotte allo stesso denominatore, ossia ad una medesima denominazione. 1l plurale « noi » corrispon- de ad un «numero misto »: potrebbe chiamarsi per- sona mista:è infatti misto di « io » e di « non-io ».  La persona «alla quale si parla » è detta in tedesco die angeredete Person, usando il participio passivo del verbo anreden, «rivolgersi parlando» (« parlare [reden] a [an]}); ugual valore ha l’espressio- ne inglese ihe person spoken to (letteralmente: «la =. 400 _hknmTeoeet" ’w@"r—_—_—»_TrT, .yry—_-> -<-1}_r *—m@—@m@1@——@—@—@—@—@—@—@—È@È@——nÈk21k1kh2kì41kt1kx.c== “e Ì)Îa gt ===“. e = SOLO LA 32 PERSONA HA PRONOMI I vocaboli chi, questi, e i (== gii) dell’ultimo ver- so sono pronomi. Il primo è pronoine interrogativo: equivale a « quale uomo » (cfr. 8 275) ed esprime l’in- cognita (nel significato algebrico); questi fa le veci di « l’uomo che è qui » ed è pronome dimostrativo, sosti- tuendo un nome, con l’agsgiunta di una determina- zione, ed i’ (= gli) significa « a lui » ed è perciò pro- nome personale (i). ossia « all'uomo già nominato » o «arcivescovo Ruggieri ». Le sostituzioni dei «nomi» ai «pronomi» che i ne fanno le veci è possibile, senza che ciò provochi alterazione alcuna né nel significato né nella struttura linguistica delle due terzine (2) Analoga sostituzione ‘ non è invece possibile per i vocaboli io (ed i’ del 40 verso), fu, mi e ti. Ad essi, infatti, non corrispondono, nella realtà linguistica obiettiva, due semplici indivi- dui, ossia il conte Ugolino e Dante, ma due « per- sonaggi in azione linguistica », che sono il conte Ugo- lino e Dante; e sia la forma che le idee che i voca- boli esprimono stabiliscono che il Conte Ugolino è la « 12 persona» e Dante la « 22 persona ». Il valore di « io » è quindi « il-Conte-Ugolino-che- sta-parlando »; e quello di « iu » è « Dante-cui-il-Con- te-U golino-parla ». Anzi, neppure sostituendo con tali complesse formule i due vocaboli si avrebbe la legit- tima e totale sostituzione con equivalenza completa, poi che il significato completo di «io » è « io-Conte- U golino-che-pario », e il significato di « tu» è « Dante- i cui-parlo-in-seconda-persona ». Nei vocaboli usati per . « far le veci» dei due da sostituire bisognerebbe ne- . cessariamente includere questo elemento persona- —— ; persona parlata-a », cioè « alia quale si parla »). Que- «ste formule pongono in maggior evidenza il carattere «diretto del rapporto tra 1? e 22 persona. ; (1) Non « pronome di 38 persona », poi che sol- «tanto la 38 persona può esser rappresentata da un “« pronome »: i vocaboli indicanti la « 13» e la «22» “non fan le veci di esse, ma direttamente le csprimono: “@ perciò son persone, nel senso già chiarito. | (2) Prescindendo, naturalmente dall’alterazione “metrica e prosodica, dipendente soltanto dalla misura : diversa dei vocaboli scambiati. sad _ mC _—_mm——_—_eeeRaI Ti.  le che ne costituisce il fondamentale connotato lin- guistico e ideologico. Essi sono perciò insostituibili. 490. — Il vocabolo « voi » può essere in alcuni casi il plurale di «tu». Rivolgendosi direttamente a più persone, esse son tutte e- gualmente « 2? persona »; sicché abbiamo, per la loro omogeneità, la possibilità di conside rare lu+t1+ iu... = voi. Ma il « voi » può significare anche « fu ed aliri » e può anche significare « voi ed altri »: lu + colui = voi fu + tu + colui = voi. Sicché anche « voi » va definito « plurale con 2* persona », 491. — Tali formule useremo anche per definire grammaticalmente le voci del verbo relative all’azione compiuta dalla 1° o dalla 2? persona, o alla quale partecipino la 1° o la 2? persona. Si dirà. perciò che scrivo è voce singolare indicativo presente del verbo scrivere, in 18 persona; scrivemmo è voce indicativa passata del verbo scrivere, plurale con 12 persona; scrivereste è voce condizionale presente del verbo scrivere, plurale con 22 persona; ecc. L’innovazione potrà apparire stramba e disorientante, ma un po’di riflessione la rivelerà utile, chiarificatrice, giovando a porre în Ta la grammatica con la linguistica realtà Il discorso personale. Il discorso personalizzato o discorso diretto costituisce un tipo di discorso del tutto speciale, poi che le persone lo influenzano con le proprietà e caratteristiche che sono loro esclusive. Il discorso personalizzato viene anche graficamente distinto, ponendosi tra virgolette: Noi veggiam, come quei ch’ha mala luce, ele cose » disse «che ne son lontano ». Inf.. Ciò non impedisce che esso possa essere normalmente commisto con il discorso espositivo o obiettivo anche nell’interno delle virgolette stesse. La persona, quando divenga soggetto del verbo, influenza la forma verbale. Chiamate virgolette, inverted commas in inglese, comillas in spagnolo, ecc. per la loro forma grafica, esse sono funzionalmente segni di citazione quotation marks in inglese, Anfùhrungsstriche in tedesco, citationstecken o anfòringstecken in svedese, ecc. Attribuitane l’invenzione ad un impressore Guillaume o Guillemet che le avrebbe adottate per primo, i francesi le chiamano guillemets, donde anche il rumeno ghilemele. Più ampiamente ne tratterà il volume sull’ortografia e pronunzia. Nei due versi danteschi le proposizioni « ch'ha mala luce » è «che son lontano », entrambe relative, hanno la medesima forma e lo stesso contenuto ideo-logico che avrebbero in un contesto narrativo, poi che sono appunto narrative. Perciò il verbo assume desinenze diverse allorché non sia semplice esposizione dell’azione o dello stato, ma implichi e perciò esprima la presenza attiva della 1° o della 2° per- sona. La grammatica rivoluzionaria abolisce quindi i paradigmi tradizionali delle coniugazioni, qualificandoli anzi artificiosa e bu. rocratica elencazione nella quale vengono ar- bitrariamente abbinati fenomeni linguistici che sono invece nettamente separati nella obietti- va realtà. Esiste una sola forma verbale narrativa (0 espositiva o obiettiva), la une ha il suo rego- lare plurale: l’uomo cammina; gli uomini camminano; la bimba cantò la bella canzone; le bimbe caniarono le belle canzoni. Esistono poi le due diverse forme deter- minate dal fatto che il soggetto è o contiene la 1* o la 2° persona: io cammino; tu cammini; io canto; tu canii. Esistono anche forme verbali plurali, le quali non sono però « plurali di 1° o di 2° per- sona », ma, parallelamente a quanto si è detto per i plurali roi e voi (che ne sono il sogget- to), « plurali con 1° o con 2° persona ». Che esse non siano da considerarsi « plu- rali » delle forme singolari è convalidato dal fatto che, anche morfologicamente, esse non hanno alcuna connessione con. quelle: îo cammino, noi camminiamo; tu canti, voi cantate. Sintomatico è invece il fatto che il « plurale con 1° persona » contenga sempre nella desinenza il fonèma significante la 1° persona: questo fonèma è m, richiamante lo stesso suono consonantico che è in me, mi: PLURALI CON 12 E 22 PERSONA noi camminiamo; noi cantammo; noi vorremmo; se noi fossimo. Parimente, il « plurale con 2? persona » contiene sempre, nella desinenza, il suono f, richiamante lo stesso suono consonantico che è in fe, ti: voi camminate; voi canfaste; voi vorre- sie; se voi foste. Questa coincidenza non è fortuita, ma. rivelatrice e sostanziale. Si è conservata, dal sanscrito (1), in gre- co ed in latino e si è mantenuta in italiano, confer- mando anche in questo settore la grande coerenza che la nostra lingua costantemente mantiene fra suono e significato. Il fenomeno è invece molto attenuato nelle altre lingue neolatine. Il caratteristico suono conso- nantico m si conserva nella forma « plurale con 1 persona » nella desinenza -mos dello spagnolo e del portoghese, e nelle desinenze -[a]m, -[e]m, (i)m del rumeno, mentre il t della forma verbale « plurale con 28 persona » è divenuto -s nelle due lingue iberiche, conservandosi nella desinenza rumena -tsi (scritta -ti con la sediglia sotto il t). Il francese ha unificato tutte le forme verbali, poi che alla differenza grafica non cor- risponde una diversa pronunzia: je marche, tu marches, il marche e ils marchent si pronunziano tutti allo stes- so modo: ma anche in francese è sintomatico che i due piurali personali abbiano una forma diver- sa: nous marchons, in cui la nasalizzazione è appun- to una corruzione dell’m; e vous marchez, in cui -ez = -ets. Delle altre lingue indoeuropee (2), il gotico distin- Le desinenza personali plur. con 18 pers. -ama[h], -ima e plur. con 22 pers. -tha, -[i]ta richiama- no rispettivamente il mà (accusat.) e me (gen., dat.) della 13 persona edil tvà (accus) c fe (gen., dat.) della 22, (2) «La plupart des langues actuellement em- ployées en Europe sont des transformations d’une méme langue, dite indo-européenne, dont la période d’unité est préhistorique, et dont les élémenits compo- sants ont depuis longtemps fortement divergés. L’unité  gueva le due forme plurali « personali » : tale dif- ferenza si è perduta nel tedesco. Plurale unico (perso- nale e narrativo) aveva il sassone e quindi unico è anche in inglese. Le desinenze -em, -im (plur. con la pers.) e -ete, -ite (plur. con 2? pers.) conservano in russo le caratteristiche foniche personali. 496. — Esclusivo del discorso perso- nale è la forma « imperativa » del verbo, in quanto essa presuppone necessariamente la presenza attiva di colui che comanda o im- plora. Tale presenza essendo indispensabile, l’imperativo esprime questa sua parte- cipazione diretta esprimendo non soltanto l’a- zione della 22 persona, ma anche lV’ele-. mento volitivo della 1?. L’imperativo, pur indicando l’azione della 22 per- sona, contiene anche un elemento interiettivo della 1® persona: onde il suo carattere esclamativo, il quale tende a contrarre la forma verbale. Per- ciò, in quasi tutte le lingue, l’imperativo assume la forma più semplice, riducendosi spesso al puro tema verbale. du groupe n'est plus sensible aujourd’hui au premier coup d’oeil. Il n’en subsiste d’appréciable qu’une va- gue ressemblance générale de structure ». A. Meillet, Les langues dans l'Europe nouvelle, Paris, Payot, 1918, pag. 15.  Le desinenze -am del presente, -um del pre- terito, ed -aima, -eima dell’ottativo per il plur. con 1? pers., e le corrispondenti -ith, uth, e -aith, eith per il plur. con 28 pers. richiamano il mik, meina, mis (ac- cus. gen. dat.) della 13 persona, ed il thuk, thei- na, thus della 22. Il fenomeno è analogo a quello per cui, inte- riettivamente ossia nel vocativo, molte forme dialet- tali dei nomi proprî siano tronche sulla sillaba accen- tata: il romanesco dice: « Ah Michè! » per « Michele! », e persino « Ah Giù"! » per « Giulio! » e « Ah Ro!» per « Romolo! »: parimenti il napoletano: « Neh, Gen- nà’! » (Gennaro), «’onna Carmè’!» (« donna Car- mela! »). MO a al L’IMPERATIVO TIPICO I E forma tipica imperativa è soltanto quella per da 22 persona, ossia del comando diretto (1). Coerentemente, minor vigore ha, nei riguardi del- l’azione espressa dal verbo, l'imperativo negativo: il comando o la preghiera possono esser assai forti pur nella negazione, ma più sulla negazione che sul ver- bo è il carattere imperativo. E si spiega perciò perché, in tal caso, l'italiano usi la formula « Non + infinito» (« Non fare!», « Non dire!», negativi di « Fa! » e « Di! »), ed anche altre lingue usino forme che si allontanano dall’imperativo positivo. L’imperativo in 38 persona, non essendo rivolto direttamente, ha minor energia interiettiva, e perciò non è espresso con forme tipiche, adottando quelle di altri « modi »: dica, vadano. La persona può essere « com- plemento oggetto » o « complemento indiret- to ». In tal caso, poi che essa non compie l’a- zione espressa dal verbo, questo rimane in forma normale (narrativa o obiettiva): però la « persona » è presente in scena, rappresentata rispettivamente dalle forme me, mi; te, fi. Le forme me, te conservano il valore di accusa- tivo che avevano in latino quando seguono il verbo e sono poste in rilievo con l’accento. Perciò vanno ‘ scritte separate da esso. Deiivano dall’ablativo quan- do dipendono da preposizione. Le forme mi e ti, deri- vanti dai dativi latini mihi e tibi conservano il loro valore quando precedono il verbo. In posizione diver- sa, i valori si invertono. Per ragioni eufoniche, i dati- Lo spagnolo ha forme speciali anche per l’imperativo plurale: comed!, « mangiate! », diverso da « vosotros coméis » « voi mangiate » (indicativo); e il portoghese ugualmente: « tirai », « tirate! », diverso da tirais (indicativo). Latino ne facias! (0, meglio ancora, ne fece- ris), «non fare! »; noli me tangere! « non mi tocca- re! ». Alcune lingue hanno però la forma negativa formata con la negazione della positiva: ne fais pas!, «non fare! », ne me touchez pas! »; tedesco: vergiss mein nicht! « non ti scordar di me! ». dacia ai  vi mi e ti diventano me e te quando siano seguiti da pronomi, appoggiandosi procliticamente su essi. E lo stesso dicasi per i plurali ce, ci, e ve, vi: «Non vi mettete in pelago, ché, forse, perdendo me, rimarreste smarriti ». Par.. \ « Per me si va nella città dolente » Inf.. «lo son Beatrice che ti faccio andare » (Inf., I, 70). Queste regole rendono spesso perplesso lo stra- niero che parli italiano, come dubbioso può esser lT'I- taliano allorché voglia esprimere in una lingua estera questi rapporti pronominali connessi con quelli per- sonali (1). Interessante è notare che, mentre le altre parti del discorso (nomi, aggettivi, pronomi) non hanno più, in italiano, le « declinazioni », le persone costituiscono l’unica parte del discorso che le abbia conservate. È ancora una prova che esse si diversificano dagli al- tri vocaboli (2). È un altra caratteristica peculiare del d:- scorso personale. Le persone influenzano, natu- ralmente, anche gli aggettivi possessivi, i qua- li variano per indicare rispettivamente l’appar- tenenza alla 1° o alla 2° persona: «Quando sarò dinanzi al Signor mio, di te mi loderò sovente a lui ». (Inj., II, 73-74) Le persone influenzano anche gli aggettivi determinativi, in quanto la pre- senza del soggetto parlante sulla scena rende possibile la « localizzazione » con riferimento ni n (1) Il francese dice « donne-le moi » laddove l’'i- taliano dispone diversamente la « persona » e il « pro- nome »: « dàmmelo ». Le forme lo e gli della cosiddetta « 32 perso- na » son dovute alla influenza delle persone. LOCALIZZAZIONE E CORTESIA alla persona stessa: quesito, codesio e quello esprimono appunto una localizzazione con riferimento alla 1° persona: questo indica la vicinanza ad essa; codesto la vicinanza alia 2° persona (la quale implica la presenza della 1°) e quello la distanza da entrambe. Lo stesso dicasi per gli avverbîì analoghi: qui, così, lì. E, finalmente, la « presenza in scena » determina speciali formule per esprimere i diversi gradi di cortesia, ossia il maggiore 0 minor riguardo con cui il discorso è diretto alla 2° persona. | Alcune lingue usano anche per la 18 persona vo- caboli diversi, indicanti la posizione morale e di eti- chetta di essa rispetto all’interlocutore. Per la 22 persona, l’italiano genuino usa il « Voi »,. che solo in tal caso è «plurale » (ma solo formal- mente) di 22 persona, ossia di «tu ». Esso è infatti un «tu» ampliato (pluralizzato) per un atto di riguardo, magnificando la persona cui si parla. L’aggettivo che ad esso si riferisce resta al singolare, documentando che si tratta di un plura!e improprio, perché fittizio. In alcune lingue la localizzazione rispetto a. colui che parla influenza anche l’espressione fònica, sì che la maggiore distanza è indicata con un raffor- zamento interiettivo: in kinyamwesi essa è indicata in- fatti con una maggiore intensità di accento sulla sil- laba finale: « quell’albero » (non molto lontano)» è mti gwen-ugo, e « quell’albero [là giù] » è anche mti gwen-ugò, ma pronunziato con la vocale finale pro- lungata e più intensa. In giapponese, ad esempio, l’uso di boku o watakushi per la 12 persona implica che si dà rispet- tivamente del « tu » (omae, kimi) o del « Lei » (anata) alla persona cui si parla. Il coreano, oltre il normale na, può servirsi di altri numerosi « io », connessi per-- sino con la diversa credenza religiosa: umile prono- me cristiano di i? persona è sintja, e ancor più umile è tjOiin, mentre sosung viene usato soltanto dai bud- dhisti. Il tibetano può usare non soltanto nga o nga- rang, ma anche un «io» più umile, ossia da e, nello stile epistolare, thren.  = Il « Lei », relativamente recente e di importazione. spagnola, è anch’esso fittizio, ma presenta caratteri di maggior anomalia. Il « Lei» di cortesia sta a rappre- sentare la « Signoria » della persona alla quale si par- la: questa non è più considerata come presente in sce- na, ma collocata fuori di essa: si parla ad essa o di essa considerandola un’astrazione estranea al « discor- so personale ». st | RIiGlì $ Vo ifiansscnÒ ITA Li z:eenò Il discorso a carambola... Il « dare del Lei » è un bizzarro espediente di cortesia con il quale alla « perso- na » si sostituisce la sua « Signorìa », la quale, collo- ‘cata artificiosamente « fuori scena », può esser perciò sostituita a sua volta con un pronome. (8 500). Questa finzione è artificiosa, e, poi che il prono- me è femminile anche se rappresentante una persona fisicamente Mascnlle, può dar luogo a curiosi equi voci. —'dld ae L’ITALIANISSIMO « VOI » La coerenza e la chiarezza hanno perciò oppor- tunamente consigliato il ritorno all’italianissimo « Voi ». Nessun fanatico del «Lei» oserebbe mai sosti- tuirlo al « Voi» nel linguaggio solenne o nelle pre- ghiere. *o Ro >* I 500 paragrafi che precedono non preten- dono di contenere fulte le norme per un lim- pido e corretto discorso, ma appena le fonda- mentali e di orientamento. Non è esagerato aî- fermare che 5.000 paragrafi con altrettante «regole» sarebbero ancora insulficienti, pur se ogni fenomeno morfologico, sintattico e di connessione Îra pensiero ed espressione fosse formulabile con una regola, Un periodo, una proposizione, una parola, o anche una semplice intonazione sono il ri- sultato di più « regole » o « leggi », che diffe- rentemente confluiscono e — jogicamente — con differenti effetti. Vi è una ragione per cui noi diciamo « sa- le e tabacchi » e non mai «tabacchi e sale »: a noi è spontaneo dire« bianco e nero », « cani e gatti », ecc., mentre per un Anglosassone quest ordine è del tutto « anormale », poi che egli pensa e dice « black and while » (« nero (1) Il « Voi» non altera la direzione della parola, mentre il « Lei» si dirige fuori scena, convenzional- mente, appunto per evitare quel « discorso diretto » che, nella realtà, pone i due interlocutori nella stessa scena linguistica. — La campagna contro il « Lei » e per il ripristino del « Voi» fu iniziata dall’autore nel 1928 (cfr. La Tribuna, 31 ott. e 10 nov., Giornale d'I- talia, 16 dicembre). Ripresa da Bruno Cicognani un decennio più tardi, fu inconsultamente trasformata in provvedimento autoritario. Altrettanto inconsultamente, la questione filologica divenne anche più tardi 0g- getto di polemiche a base politica. Per la chiarezza letteraria del problema, cfr. Toddi, Perché il « Lei » non è italiano, in «Sapere », Milano, 15, V, : N. ,  . n Uli  e bianco ») e « cats and dogs» (« gatti e ca- ni »). Più che una ragione, vi è tutto un insie- me di ragioni. Ma anche là ove sarebbe complessa l’analisi dei fattori storici, psicologici, fisiologici, climatici che determinano il particolare fenomeno linguistico, ciò che soprattutto importa è la constatazione della diversità di espressione in quanto rivela una diversità di pensiero. E, in ciascuna lingua, l’espressione è chiara e corretta allorché rende esattamente il pensiero: ed è sintomo che il pensiero stesso si è ben coordinato in idee: un’espressione linguistica torbida o inesatta, cioè comunque « scorretta, rivela una mal congegnata connessione di idee, non corrispondente cioè ad una disciplinata realtà. Coerenza e chiarezza sono i due connotati fondamentali del nostro idioma, il quale è non soltanto armonioso nel senso musicale, ma anche armonico, nel significato più essenziale, ponendo in armonia l’espressione del pensiero con l’obiettiva realtà, ossia ciò che realmente è. REPERTORIO degl’argomenti, delle persone e dei vocaboli. a, caratterist. del femm,, .(—a)=+a, . a, prep. . a-, pref. ingl., . -a, femm., persiste nel plur., . -a, nei nomi geogr.,. | Aachen, ted., , fig. abbassalinguu abbastanza a, b, c, - A, B, C, valore ordinale Abd-er-Rhaman, pag. 184. abete, 181. abitanti (nomi di), . ac, rum.,  acacia  accento latino accento in lingue straniere, accentuazione latina, . accidenti!, . acciocché, . accrescitivi, . accusativo,  - nelle e- sclamaz., ; - nei pro- nomi, 237. Achrad°ne, . achtgeben, ted., pag. 3072. « adaequatio », , n. adal, mald. Adamo, pas. , n. 1. , aér, lat., . aferin, turc., 461. affar, amar., . affatto, . affinché,  ‘ afloat, ingl., aggettivo: funz. da avverbio,  agg. e avverbio, concordanza,  - gradi, posizione,  - uso e sti- le,  - con valore as- soluto, aggett. composti geograf., . è aggett. determin., cap. XV aggett. geograf., 367 e segg. aggett. determinat. locat., . aggett. numer., 295 e segg. aggett. possessivi, rinforz. da avverbio, . aggett. qual:ficat., in funzione de- termin.,  - in funz. attribut, . aggett. qualificat. geogr., aggett. qualificat. nei no- mi geograf., . aggett. sostantivati ago agricola, , agua vai!, port. !. aguja, spagn., !. ah!, , n. 1. iah!, !. ahi!, . ahimé!, . ahilui!, . aicc.a-l-m, amar., , aidèllem, amar., , aiè, amar., . aìguille, franc., . air, franc., . aire, spagn., . aiuto!, . aivi, lapp., . Aix, franc. ajédrez, spagn., pag. 134, fig. aki, ungh., albanese,  albanese (lingua) vedi lin- gua albanese. alberi (nomi di), . - in lat.,  albero alcunché alcuno, . Aldrich H. S., . alemàn, spagn., . algebra, simbol., alike, ingl., !. all, ingl., Allah, . alle, ted., . alléloin, gr., , fig.; . allora, . allorché, . allorquando, . alone, alouette, franc., . | Alpi, . alquanto, . Altair, . alter, lat., alternanza Altissimo altrettanto, . altri, altrui, , fig. ‘amulette, franc., alto, ame, giapp., pag. . ameba, . amely, ungher., amen, ebr., americano », . ami, ungher., , n. Amilcarelli amo, spagn., . amtsalter, ted., amuleto, . an, egiz., analisi e sintesi, 385. analisi grammatiicale, . analisi logica, . analogie, . ananasso, . analysis situs, . anata, giapp., . anconetano, . ancorché, , andalou, franc., Andalusia, 351. Ande, . -ando, Andromeda, Androvic’ G., , n. anfòringsticken, svedese, . anfiihrungsstriche,  anglo-, . Angola,  anima, delle cose, :. ted., ‘anima + corpo = perso- na, pag. ill, n. animali, masch. e femm., . i -ano;, suff. aggett., . anofele, . anreden, ted., . antecedente, nelle relati- ve,  e seggio Antille, . antînazifascista, antonomasia,  anybody, ingl., apis, romanesco, . apodosi, Apollo,  — wr-m<W W È 'ÀÈÉÉÈhrhqJÎq UPE€©’_'wwo_——uE::[[|k<;iI:-(:(:(::Ii5  appena, , Appennini, . Apuleio, Aquisgrana, . , fig. Arab, Arabian, ingl., . aqui del Rei!, port., . Arabia,  | arancia, arancio, arare, giapp., . arc, rum., , n. arbor, lat., . _archiatros, gr., , fig. Archimede, , n. area di significato argot aria Ariel Ariminus Ariosto ari-masu, giapp., , fig. Aristotele armonia universale armonia vocalica Arnolfo di Cambio, arrivista, articolazione e intonazio- ne, arte e interiezione, . articolo,-èaggett. determinat., nei nomi astronom.,  - nei nomi geograf. coi nomi di parentela,  n. - nei nomi di quartieri, rioni, ecc.,  - artic. e numerale, 298 - art. sostantivato, articolo apparente, 84. articolo doppio, , n. articolo etimologico, . artista, . as’, lit., . Arabic, asciafferègn, amar., . «asco, suff. aggett., . asindoto, , asintote, . asleep, ingl., assai, . associazione d’idee, . assurdo, . astri (nomi di), astrologia, astronomia (nomi), aten, ar., . Atene, , Athenae, lat., , atlante Atlante, . atollo,  fig. attributo, . atum, port. atùn, spagn., pag. 50. arzt, ted.,  fig. ‘ auò(n) amar., . autista, auto, . autoblindo, autobus, automobile, . avanti, . Avenarius R., . avere,  - forma il futuro,  - manca in arabo,  aviere, .0 avo, port., . avverbio - av- verbio e aggettivo,  - aggettivo del verbo,  - incorporato nel verbo,  - etimol. avverbio e prepo- siz.,  - vale sost. + preposiz.  - avv. + verbo = verbo specifico avverbî affermativi,  avverbî correlativi, avverbî determinativi  avverbî interrogat., . avverbî locat., . avverbî in -mente, . avverbî negat., negat. sintet., . avverbî onomatopeici, . avverbî qualificat., . avverbî sostantivati, 407. avverbî temporali, . \ jay de mi! spagn., . azione alternata, . azione verbale angolare azione verbale dir., . Aztechi, . azteco, Azuma baccalà, . baccarà bacio, . Bacone, Balance, franc., ingl., 366. Ballini bambù, . bana bak!, turc.,  banchettissimo, banggabhasa, beng., pag. LDIAEE bar, Barabba,  d). barista,  base etica delle zioni, Basler basso, . battaglione, . bazar, 192, 223. Beaulicu, . because, ingl.,  fig. Becchetti S.,  Beciuana,  becsi, ungher., . bee, ingl., beer, ted., . beerben, beinn, celt. Bell interie- , bellefontain, franc., . Beltrano, port., . ben, celt., . benché Bengala bengala Benloew L., berg, ted., . bergamasco,  beri-beri, berlinois, franc., 371. Berro B., . bestemmia,  Bessière G.  Beyer F., pag. 62!. Bezsonov P. A., 3. Biacchi Bibbia,  CIVITAS bien, franc. Bilancia, astron., Bilancioni birba, . birudingu, giapp., bitte!, ted., . bizbiz, port., . bjerg, dan., blanco, spagn., . bocconi, . Boccaccio BOEZIO (vedasi) Bohatta H., . boia, . Boito A., . Boiste O. C. V., !. boku, giapp., : . boku-ra, giapp., Bolivar S., . Bolivia, 351. bolscevismo, 380. bomba atomica, . bon, franc., . bonheur, Bonifacio. Bonvesin da Riva, book, ingl., . ì rvmò0_ù_—òwo WWW ‘él0@q1#10@e’ MMM) Size REPERTORIO Bormida, . Bortone F., . bow-wow, ingl., . boy, ingl., . Brackenbury G., . Brahmaputra, . bravo!, tranc., . brdo, jugosl., . bre, serb., 466. Brewer E. C., , brianzolo, 369. Brindisi, ; brindi- si, brisa, bologn., Bròndal V., . Bruce Bucarest, Budapest, ; budapesti, ungher. Buenos Aires Biihnensprache », . building, ingl, !. Bulgaria, . bùmerang buono, . bureau, franc., . ° burocrazia,  - bu- rocrazia grammaticale, . burro, spagn., bustina, . byl, bylà, bylo, russ., 1. byliby, bylyby, pol., , ted., cablogramma, 186. Caboto, . cacciatorpediniere, . Càchy, boem., . cada uno, spagn., . cadì, Càdiz, spagn., . caffè, . cagliaritano, . Caio, . calcolo differenziale calcolo integrale Callisto, astron., . camaleonte camerata, . camice, camicia camionettista, Campana M., Campidoglio, Canadà, . canapé, . candel:ere, . Cane, astron,. canizie, . cafion, spagn., 380. canto gregoriano, Canton Ticino, . cantonese, . Capannelle, . caporione Capos capostazione Capponi Capraia Caprez Capri icaramba!, spagn. caratteristiche nazionali nelle esclamazioni, . carburatore, Carducci G., . caricaturista, . Caridd?, . carità, . Carnera, . carniere, Caro A., . Carpazi, Cartesio, . Carul cu boi, rum., . Caruso, . casalasco, . Cascine, . casi, in latino  - abbon- danza di casi, . caso ablativo, caso adesivo, , caso allativo, . caso comitativo, caso connettivo caso dativo etico caso diretto, . «dla   caso elativo caso espletivo caso essivo, caso genitivo caso illativo caso inessivo caso istruttivo caso locativo caso obliquo caso partitivo caso possessivo caso preposizionale caso privativo caso prolativo caso strumentale caso traslativo caso vocativo Cassinelli Castiglia, castità, Cataluîia, categorie aristoteliche, p. 3241, | catene di monti (nomi), . Catone M. P., . cattivo, Caucaso,  caucciù, . causa, lat., . ce, ci, pron., . cedro, Cefeidi, astron.. . celaviek (celoviek), . celle-ci, celle-là, franc., cellula, . celui-ci, celui-là, franc., . cent, ingl., . Centauro, astron., 366. centavo, spagn., . centime, ingl., franc., céntimo, spagn., centesimo, . « 3 di Delboeuf », D. cerimoniere, 188. russ., cerro, spagn. Cervino, Cesare, . Cesarotti Melcn., . cetvorka, croat., Cevenne, chacun, franc. chaleur, franc., . character, ingl., . Chariot de David, franc. . Charle’s Wain, ingl., Chaucer, . che, congiunz., ; consecut., ; de- terminat. . che, pron., checkmate, ingl., pag. 134 fig. chem-pe-sh’u-wa, tibet. ched è?, roman., . chess,.ingl., fig. chi, pron. bivalente, . Chianti, . chicchirichì, chimica, . chimono, 1. . China china, ingl., chino, spagn., chinois, franc., chioggiotto, . Chioma di Berenice, . Chiot G., . chiunque Chorìo, chove, port., . ci pron., . -ci, franc., . -cia, gia, (plur. dei nomi in), C’iang?-chiangi, . ciào, . ciascuno, CICERONE (vedasi) cicerone, dee RI LIZIEoRAI Rita AAA DL ILILIIITIT TTI i i  Cicognani B., Cile, . Cina cincilea, rum., cincime, rum., cinese, . cino-, . cinquina, Cinzano, . cioè ciò, 235. cipriota, circolare, 321. città (nome di), . città, citationstecken, sved., civiltà e lingua, civiltà latina, . -C0, -g0, (plur. dei nomi in), cockney doppia negazione in, cocoroco, rum., codesto, . cognomi (plur. dei), colà, . colei, . colibrì, . colli (nomi dei), Colombia, 351. Colombo Cristoforo colorado, spagn., colore, . colori (parole indicanti i), . coloro colui, . comasco, come  - come? . come!, ingl., . Comenio,  comillas, spagn., comparativo compa- rativi spec., . complementi, . complemento di agente, . complemento di causa, complemento di denomi- nazione, complemento di misura, complemento di natura, complemento oggetto, complemento di origine complemento di prove- nienza, complemento di specifica- zione, . « compound tenses », ingl., . Computo Ecclesiastico, concatenazione mentale e concatenaz. verb., . concetto, concordanza, 54 - di ag- gett.  - criterio mu- sicale concord. e forma mentis,  - c. dei pronomi, condizione - non sempre espressa: 116. Congiunzione congiunzioni . congiunzioni causali, congiunzioni . congiunzioni condizionali, 443 congiunzioni consecutive congiunzioni coordinative, . congiunzioni . congiunzioni determinative. congiunzioni dichiarative,  avversative, concessive, copulative, congiunzioni dimostrative, congiunzioni disgiuntive,  congiunzioni disgiuntive, congiunzioni finali, congiunzioni integranti, . congiunzione nei nomi geograf., congiunzioni ipotetiche, . congiunzioni subordinati- ve, congiunzioni . | congrà, turc., . congrès, franc., . coniugare temporali, coniugazione,  - non in antitesi con l’in- dole analitica, ; I, II, III coniug.; . coniugazione semplificata, coniugazione passiva (non esiste in italiano) consonante iniziale, 298. consonante (nomi in), . conviva, Constantinoupolis, gr.,  fig. Contarini P., coordinazione, coquerico!, franc. copula còr, port. Cordigliera, Corioli, . Coroteghi, . correlazione tra domanda e risposta, . corsè, . corset, franc., Cortesia e interiezioni, .. cosa, così, costà, . coso, Costantinopoli, Costa Rica costei, . costellazioni (nomi delle), . costoro © ‘costrutti congiuntivi,  costrutti esclamativi, . costrutti interiettivi, . costui, . couleur, franc.,  crab, ingl., . crack, franc., . creolo, . Creta crisi, . crisi della scienza, criterio analitico e into- nazione, criterio econom., . criterio fondament. Croazia, CROCE (vedasi) Croce del Sud, . c’to, russ., . cucurigu, rum., cui, cui, lat., cuius, lat., cur, lat., . curve esponenziali cuyo, spagn., . « Cy »,  pag. da, ; par. 433. da, tibet., . dagh, tur., . Dalai Lama, danés, spagn., D'Annunzio G., . Dante Alighieri — e ||" €/}])  Dantzig T., pag. 227. dare, . dare-avere, dativo, nci pronomi, D’Aubigné, Dauzat A., . Davis W. M., D'Azeglio Massimo, de, spagn.., port., . de, giapp., De Arrigarai B., declension, ingl., . declination, ingl., declinazione, . declinazione latina, 68 - scomparsa in italiano, . declinazione delle « persone declinazione pronominale, declinazione e coniugazio- ne, differenza, 126. definizione,  - è al presente, 141 - suoi re- quisiti, 101. degh neu, amar., De Kaapsche Hoop, olan- dese, Demostene, den Haag, denominatore denominatori derivati numerici, . dernier, franc., De Ruggiero De Sanctis F., . De Saussure F., Descartes, vedi Cartesio. deserto, 361. deshonnheur, franc., desinenza e genere, Desvres derivata determinatezza delle lin- gue flessive, deutsch, Deutscher, ted.. 375. i di, prep., . dia, franc., . dia, port.; dia, spagn., . dialetti arabi, (nomi geo- _ gr.) dialetti italiani, . dialetto,  - d. e lingua, vocat. dialetto abruzzese dialetto bolognese, dialeto brianzolo, p. 276. dialetto cantonese, . dialetto còrso, pag. 329. dialetto fiorentino, dialetto genovese, dialetto lugudorese, dialetto maltese, dialetto milanese, dialetto napoletano, dialetto romanesco, dialetto sardo, . dialetto siciliano, . dialetto toscano, 51. dialetto veneziano, diamante diamine Diavolo dicotomia dell’Universo dictionary, ingl., did, ingl., . dieresi, . dies, lat., . dietro, dilemma, di-mi, tibet., diminutivi, dinamarqués, Dinamarca, spagn., dinamo, Dio, popoli sen- za D., Dionigi D’Alicarnasso, Dipper, ingl. direttissima, direttissimo discorso narrativo e discorso personale, . discorso obiettivo discorso in 3* persona discorso personalizzato, dita e numerazione, divinità (antiche, genere, . divisione, divisore,  Dixon J. M.,   do, ingl., ; . do; nota mus., doko, giapp,. , fig. dogmi, espressi al presen- te,  domanda, correlaz. con la risposta, . domani, . domi, lat.,  domino,  domo, lat., !. -domo, giapp., Donat donde, , . dongèng,dongéng-dongèng giav., donna, . dont, franc.,  - doppia negazione, . dòr, port., . Dora Baltea, D. Riparia, . douleur, franc., . dove, ; dove?, . D’Ovidio, Downing Street, . dozzina, . dramma, . Drava, . Drina, . dritthalb, ted., . duale, . dubbio, . dubitativo (futuro), . Duna, . Duns Scato, . durata dell’azione, . . einander, ted., pag. durata dell’imperf., . durata del presente, . durata dello stato, . durezza, . dvizak, croat., . dvojka, croat., . duwur-ran, giav., !. e=ati, . -e (nomi in),  - nomi dei fiumi in -e, . each other, ingl., , - . Earie J., . ebraico, ebreo, . Ebridi, . eccuò, amar., . échec, , fig. echo, port., écho, franc., . Eckardt A., . echo, economia di energia,  economia nel linguaggio,. economia in Natura, economia, proprietà dei pronomi, . ecou, rum., ! écrevisse, franc., . Edo = Yedo, °. Edwards., . egli, . eglino, . ehi!, . einmal, ted., . Finstein A., . eis, gr. mod., . either, ingl., pag. . ej, sved., . elce, . elefantiasi,  elevator, ingl.,  Elicona, . Elio Donato,  el-Kahireh, ar., . ella, . elle, . ellenico, . i MOD  ellenò, . El-Mobarrad, . el-Rei, port., . Elysium, . ematite, . embì, amar., . en, franc., enclitiche greche, . enclitici. (pronomi),  -endo, . energia nei neutri, . energia verbale, . enfant, franc., , -ense, entrambi, epatta, , fig. Epipole, . eporediese, . Epstein J.,  equazioni, . -. equivoco cartesiano,  er, ted., . erebéta, giapp., . erg, . ergo, gr., 2. Eros, astron,. esagerazione, Eschine, . escì, amar., . -ese, . esortazioni ippiche, . espressioni negative, . Esquilino esse, pron. . essere,  - fun- zione del verbo e.,  - = «accadere », 10 - li- mitaz. spaziale, 11 - li- mitaz. temporale,  - nei verbi riflessi,  “. con partic. passivo, . essi, . esso, . est, . estasi, . està, estate, estense, . esule, . eterno, .‘ etimolozia delle zioni,  eugubino, . «eur, franc., . Furopa, . europai, ungher., . Everest, . every, everyone, ingl. . evoluzione, . evoluzione delle espres- sioni interiettive, . evoluzione della persona- lità, . ey, isuand., . Ez-Zaggiàg’, interie- fa, nota mus., facultativo, spagn., . fair, ingl., pag. , falò, . Fanfani, . Fir Oer, . Faraglioni, . Farina G., . farmacia, . fante, . fascista, . fattore, 188. fattore etico relig., . fattore psicologico,  fattore sentimentale, vedi feeling. fattori primi (scomposiz.),  Fedro, . feeling, . fe, cin., . fell, celt., isl., . fenomeni umani e astrali, . Ferretti P., . Ferrero: V. C., . fiat, lat., . fico, . figlio, . film,  filosofia dell’essere, . Fineo O., , Firenzuola A,. . SI, IA  fisciù, . fisima, . fiumi (nomi di),  Flamini F., . flessione dell’idea, . fleur, franc.,  flor, spagn., . flòr, port., ’. flusso dell’energia verba- le, . fiall; island., ficill, sved.,. fiell, dan., island., . fjoll, island., . focus, lat., . fontainibléen, franc., . forma mentis linguistica,  - sviluppo, . forma mentis e cortesia, , forma passiva,  forma verbale narrativa, . forma verbale personale, formazione . former, ingl.,  formichiere, . Formosa, . Fornaciari, . forza analitica, . forza fònica, FOSCOLO (vedasi) foto, . Fowler H. W., . Francia, . frangia, . Fratelli, . frazioni, . fronte, . Frosinone, . frusenate, . frutti, . Fuji no yama, Fujisan, . Fulano, spagn., port., , dell’italano, fungibilità dei pronomi, . funiculaire, franc., :. funicolare, . funzione sintattica funzioni mentali colletti- ve, . fuoco, . fuorché, . fuori-serie, . furu, giapp., . Fusciyama, vedi Fuji. fusione fònica, . gaditano, spagn., . Gaeta, . gagà galant, . Galizia. . Galli, gallòk-gallok, corean., . galvanizzare, . gangsal, giov., . Ganimede, astron.,  Garbasso Garonna, . gas, alban.,  gaucho, . gazetteer, , gdjé-to, russ.,. gebirge, ted.,gee, gee-gee, gee-up, gee- wo, ingl., Gelli J., . Gémeaux, franc., . Gemelli, astron., 366. Gemelli Gemini, ingl., . Gender, ingl., . generalissimo, . genere,  - nei nomi geogr.,  masch. e femm.,  - neut.  - del possessore, . genere lunare,  e segg. genere solare, . Genesi, genitivo, ne’ pron. Genitore Google O dè  Gentile Genung J. F., . geometria, . geometria cartesiana,  geroglifico, negaz., . gerundio, . gesto,  [to] get, ingl., . ghilemele, rum., , ghnu, ottent., , -gia, plur. dei nomi in, Giacalone B.,  giacché, . Giava, . gilè, . gilet, franc., Giordani P., . giornalista, . Giotto, . Giove,  gioventù, . Giraffa, astron., . Girard A., . gif. giapp., vedi ji. Giuba, . giudizio espresso con pa- role,  giungla, . giurì, . Giusti gli. gliela, glieli, glielo, gliene. . Gladstone W. E., . gnu, . ‘-g0, plurale dei nomi in, . Gobi, . Goelzer H., . Goethe W., . gogou, mong.. . gondoliere, . good-bvye, ingl. gora, russ., bulg., croat., jugosl., Gorgona, gorilla, -c. gororòk-gororòk, corean., Gozi Manlio, Gozzi Carlo e Gaspare, . gradi di paragone, . grado superlativo, . grafia e tono, . grammatica, . grammatica araba, . | grammatica indiana, . grammatica latina, . grammatica normativa, , grammatica perennis, 3. grande, , Grande Belt, . Grande Ourse, franc., . Gran Lama,  Gran Sasso, . Great Bear, ingl., . greco,  Gribeo L., . Gròber G., . Groote Beer, oland., Grosser Br, ted., . grosso, gruppi di respiro, 85. gruppo di vocab. sostan- tivato, . | Guadagnoli G., . guancia,. guardia, . Gubbio, . Guénon R.,  Guicciardini, , guida, . Guiana, . guillemets, franc., . Gutmann-Polledro R., . _h etimolog, . hai, giapp., . half, ingl., ? half-breed, ingl., 5 a  Himilainen A., , -i, sui. plur., . -i, nei pronomi, Hamit I., . icke, sved., . hand, ingl., , idealismo e realismo, . hara, giapp.,  idealista, . harakiri, giapp., , ideismo,  ideografia . harem, . ideogrammi, ! - -hata, corean., . - negazione, . haw, ingl.,  identità, 13. Hawaii,. idiom, ingl., . he, ingl., sass., . idioma e idiotismi,  - Heaven, ingl., . traduzione Hegel idiosincrasie fòniche, pag. hegy, ungher., , helios, gr., , fig. Idus, lat., . Hell, ingl., . iellèm, amar., . her, ingl., !. ieri, . Herschell F. G.,  if, ingl, heu!, lat., . igdlo, eschim., . heusch!, oland., . igloo, eschim., . hie, sass., . ignis, lat., . hinggil-lan, giav., !. hr, ted., . Himalaya, .. ihuonàl, amar., . his, ingl., . ile, giapp., . hispalense, spagn.,  dk, got., . hm!, . il Cairo,  Hogben L., . © il Furlo, . homo, lat., . illusioni ottiche.  Honduras,. i il-Masr, . honneur, franc., . il Pireo, . honra, spagn,  imago, lat., Hooke R., . imbàttula. cors., . hori, siov.,  imber, lat., . hott!, ted., . immanente, . hottehii, ted., . immortale, . hotto, ted., . _ imperativo, . Hoang?-ho?, . imperatore, . ihombre!, spagn.,  impossibile, . .how-do-yo-call-it, ingl., p. in, ital., lat., ingl., ted, . hsieh3, cin., . . in, giapp., . hsing4, cin., . Inchaurrondo M.. . hii, ted., . inciso relativo, Hudson, . incognita (nel « perché »), hue, franc., . hum. . Incroyables, pas. . hundreth, ingl., . indea, duala, . hwa, got., !. India, . . indigeno, . I, ingl., . indio, spagn., . 1, segno grafico,  indo-europeo,   — o" " "PT T|-|,,,,;MiIOiIO  . individualità dell’« io », . inerzia del neutro, . infatti, . inferiore, . infimo, . infinito, . infinito, nonè verbo, . - idea non localizzata,  - immo- bile,  - idea, verbale in potenza, . infinito con l’accusativo, :. infinito esclamativo, . «ing, ingl., Ingram G. H., . in-Nasre, pag. . «ino, . in-8°,  | in scia Allah, ar., . inspirazione, . in-16°, . insolubile, . intensità degli aggettivi, . intensivo, . intensivo degli avverbi, . interiezione, nei nomi geogr., . interiezione telefon., . interpunzione, . intonazione, . intonazione interrogat., , intonazione ironica, . into, ingl., . intuizione dell’essere, 2. inversione e tonalità, . inverted commas, . Io, astron., . io, .,  - non ha plu- rale, . -ione (nomi in), . -iota, suff., . ipodermoclisi, . ipotesi, . - hd Iran, iranico,  Irlanda, . -irokon, corean. ironia, . -isch, ted., . isole (nomi di), . isole maggiori, . isole m.nori, . isole (nomi collett.),  ispano-, . «issimo, , Istanbul, . istinto, mentalità colletti- va, !. it., ingl., :. ita, . «itano, . Itariago, giapp.,  Itariajin, giapp., . Îvi, . ja, ted., . ja, serb, russ., . Jack, ingl., ". James W., . Janet P., , Ja°wa°o, giav., !. jawab, giav., . Jawi, giav., ". jaque-mate, spagn.,  fig. je, lit., . jieder, ted. Jespersen [citato da H. P. Grice as “Jesperson”!] . jibraltareîto, spagn., . jin-riki-sha, giapp., . jis, lit., Jones D., . joule, jù, giapp., p. Judson A.,  Jugoslavia. . Julia (gens), . jumeaux, franc., . Jungfrau,  jus, lit., . k, . ka, giapp., . ka, sanscr. kakemono, giapp., . kalih, giav., . kaln, lett., . kamaheke, sotho, . kamàan-kaman, corean.,  kame, giapp., . Kant E., !; . kara, giapp., . Karagòz, . karakiri (errato),Kastner L. E.,. katana, giapp., . Kellogg B., !. key, ingl., . Kha-kom-pa, tibet., 1. kikeriki, ted., . kikiriki, ceko, . kimi, giapp., . kimono, giapp., . Kingsley A. H., kiri, giapp., . Kitab-el-Giumal,  kleine Beer, oland., , kleiner Bùr, ted., kod, sanscr.,  kodomo, giapp., . koébare, cunama, . koélla, cunama, . kokekokkéò, giapp., . Komensky G. A., . kos, sanscr., !. kra°ma°, giav., . kraomao-hinggil, giav. , kramapàtha, ind., . Kroan R., . kt6-to, russ., . kR’uais-k'uai4-ti, cin., . kuant, kuan!-fu?, cin. , kudd-to, russ., . kuéi4, cin, . kueis-hsing4, cin., . pag. kuku, serb.,  kukuriekti, russ., . kuni, kuni-guni, giapp., p- I  kuo?, kuo?-kuo, cin.,  Kurili, . - ku-sh-ing-la-phep”-pa, tib., . kys-kys, russ., . fa, pron., , nota mus.,  là, avv., . La Asunciòn,  labor, spagn., . lacchè, . La Canea, . La Consuma, . La Corutta, . Lacrima Christi, . La Futa, . La Caiola, . La Habana, . La Haye, . L’Aja, . lama, [b}lama, tibet., . Lamarck, G. B., . lampu, lampu-lampu, giav., . Landais N., , Landi S., . lao3, cin.,  La Paz, . lapis, . La Plata, . Lapponia, . L'Aquila, . largo, spagn.,  Las Palmas, . La Spezia, . latinità nei nomi geogr. . latter, ingl., . La Uniòn, . le, pron., . Le Bourget, . legame ideologico. . legge di Bode, . leggi fisiche, . = e veÌ7:55;CC0om  . leggi grammaticali, . leggio, . . Iegittimista, . lei, . Lei, . Leibniz, . Leite de Vasconcellos J.,  lemnie lemme, . Le Mesnil le Roi, . Lena, . Lenin, !. leo, lat.,  Leonardo da VINCI (vedasi), , | Leone LEOPARDI (vedasi). lessico neolatino, . lettere dell’alfab., ge- nere,  - invariabile, . lettere greche, 195. lettere a b c, . Levi E., , Lévy-Bruhl L., , li, pron., . lîao3, cin., . Libra, astron., . Lilla Bjòrnen, sved., . lima, ar., , fig. — limitazione avverb., . limitazione temporale, 7. limite nei pronomi, . limone, . limougeaud, franc., . limousin, limousine, franc. . linee di forza, . lingua abaka, . lingua afrikaans, . lingua albanese,  - ora,  - nomi geogr., . lingua amarica,  - affermaz.,  - prop. relat., , lingua angola, !. , lingua araba,  - «avere» - in- teriez.,  - ipotet.  - nomi geogr.,  - pron. enclit.,  - pron. relat.,  - prop. relat., lingua assira,  - permans., . lingua bantù, . lingua basca, - a- crof., nume- raz., relat., . lingua bengali, lingua berbera, nomi geo- gr., . lingua birmana, lingua bongo,  lingua bulgara, nomi geo- gr.,  - numer. spec.,  - ore, . lingua cambogiana, nomi geogr., . ‘ lingua catalana, interiez., . lingua ceka, nomi astron., . lingua celtica, . lingua cimci, . lingua cinese,  avere, cortesia  interrog., negaz., piur., nomi geogr., toni, lingua coreana, cortesia, desin. interiett.,  - negaz., onomato- peiche, . lingua croata, casi,  - nomi geogr.,  - numerali spec., . lingua cunama, numerali, . lingua danese,  - nomi geogr., lingua ebraica, onomato- pe.che,  lingua egizia, ideogram- mi,  - negaz.,  - sintassi, . lingua esquimese,  - locat.,  - pron. 18 pers., . lingua estone, nomi geo- gr., . lingua finlandese, accento, ! - casi,  - fu- turo,  - nomi geogr., nomi di po- poli, . lingua francese,  accento,  - aggett.,  - ‘agg. possess.,  - agg. geogr.,  - aller+infin., - alternanza,  - artic.  - avverbî in -ment.,  - complem. indir.,  - doppia negaz.,  - genere dei possess.,  - gradi di parag.,  - imperat. negat.,  - interiez.,  - lo- cat. e tempor.,  - masch. e femm.,  - negaz., nomi astronom.,  - nomi in eur.,  - nomi geo- gr.,  - numerali,  - num. ordin.,  - nu- meraz. vigesimale,  - onomatop.,  - ore,  - passato ipotet.  - persone verbali, plur. ge- ner.,  - possess.,  - preposiz. posposta,  - pronomi, risposta,  - si con- diz.,  - si affermat,,  - verbo plur. e sing., . lingua galla, lingua gallese, numeraz., . lingua giapponese,  - azione alter- nat.,  - congiunz. e postposiz.,  - inte- . riez. telefon.,  - in- terrogaz.,  - -masu,  - mentalità,  - sillaba,  - ipotetiche,  - nomi geogr., nomi di lingue,  - nomi di po- poli,  - onomatop,  - relative,  - risposte,  - senti- mento,  - sesso di chi parla o scrive, intassi,  - strumen- tale,  - verbo negat,, . lingua giavanese,  - cortesia,  - denomi- nat. fraz.,  - plur. gener., . lingua gotica, casi,  - plur. verbi, 495. lingua greca, casi,  - enclitiche,  - nomi in -i,  - nomi geogr,  - pron. recipr,,  neutro, . lingua greca moderna, in- teriez.,  - ore - Jocat., . lingua india, lingua inglese  carattere,  - aggett. e avverbio,  - aggett. invariato,  - ag- gett. possess.,  - al- ternanza,  - area di significato,  - con- giunz.,  - fo do,  feeling,  - forma continua,  - genere neut.,  - gradi di pa- rag.,  - genere del possessore,  - imperf. e perf.,  - interiez.  - interrogat.  - ipotetiche,  - locat.,  - negaz.,  - nomi astron.,  - no mi geogr.,  > nomi ultraterreni,  - a : REPERTORIO onomatop,.  - ore,  persona,  - possess.,  - pre- cedenza aggettivi,  - preposiz. e avverbî,  - processo analitico e sintetico,  - pron. recipr., pron. re- lat.,  - raggrup- pam. ideologico,  - termini grammat.,  - vocale finale,  - pas- sato ipotet.  - superlat., tempi composti lingua islandese lingua italiana, non deriva dal lat., primi documenti, lingua. kinyamwezi), suffisso locativo verbale, locativi, lingua lappone, nomi geo- gr., lingua latina, sintetismo, accusat. accusat. interiett. affermaz., avverbî in -mente avver- bî locat. Casi casa genit. dativo,  dativo etico declinaz. esclamaz. futuro, fut. perifrast., habeo+t-part. pass., imperat. negat., infinito accusat., infin. esclamativo, interiez., interrogat.  masch. in -a,  moto a lungo. negaz., nomi di fiumi,  nomi di luogo, neutro, nomi in -us, numer., onomatop.,  - ore, plur. in -i, in -s,  plur. nei nomi geo- gr., quam comparat:, religione, stato in luogo, tradizione, verba timendi, vocativo, lingua latina arcaica, lingua lettone futuro, nomi geogr.,  ore, lingua lituana, futuro,  ore, . lingua malayalim., . . lingua maldiva, . lingua malese - nomi geo- gf.... lingua manciù, lingua mandarina,  lingua mong., nomi geo- gr.,  ono- matop.. . lingua nazionale, . lingua norvegese - nume- raz.,  - ore, . lingua olandese, articolo, genere del possessore, imperf. e perf., negaz., nomi astron., nomi geogr.,  - ore, lingua ottentotta, , lingua parlata, . lingua pechinese, . lingua persiana, nomi geo- gr.,  lingua pidgin-English, lingua polacca,  - ore, . lingua portoghese, aggett. pos- sess., articolo nei nomi geogr., avverbî in -mente,  - denominat. fraz.. interiez., no- mi geogr., masch. e femm.,  - negaz. numerali,  - ore,  - si ipotet., genere grammat.,  - imperat., neutro,  - plur. pers., verbi forti,  - i @l-ea REPERTORIO verbo plur. e sing., . lingua rumena,  - agg. possess.,  - avverbio interrog.,  - cong. causale,  - futuro perifrast.,  - condizionale,  - de- nominat. fraz., doppia negaz., masch. e femm.,  - negaz.,  - nomi a- stron., nomi geogr., numer.,  - ore,  - plu- rale eterogeneo,  - plur. geogr., plur. pers.,  - verbo piur. e sing., trascriz., vocali brevi, . lingua russa, casì,  - con- cord. del verbo,  - congiunz. causale,  - interiez.,  - interro- gaz.,  - moto a luo- go, negaz., nomi geogr. numer.,  onomatop.,  - ore, scioglilin- gua,  sogg. e og- getto con negat.,  stato in luogo, To, verbi, lingua samoieda, . lingua sanscrita, casi,  desin. verb.,  - scrittura, . lingua sassone, . lingua serba, casi,  interiez., nomi geogr.,  - ore, . lingua siamese, cortesia, - nomi geogr., . à lingua singalese,  - nomi geogr., lingua slovena, ore, . lingua somala, nomi geo- PILEnaAo; lingua sotho, colori, . lingua spagnola,  - artic. nei no- mi geogr., avver- bî in -mente,  complem. indir.,  - con- dizion.,  - denomi- nat. fraz.  - doppia negaz., imperat,,  - masch. e femm,,  - neutro,  - no- mi astron., nomi geogr.,  - aggett. geogr., interiez.,  - modo potenziale,  negaz.,  - numerali,  - ore, pag.  - plurale pers.,  - possess.,  verbi forti,  - verbi di III e II con., . lingua svedese,  - negaz.,  - nomi a- stron.,  - nomi geo- gr.,  - ore,  - passato pross., lingua suahili, nomi geo- gr., . lingua tamil, nomi geogr., pag. . lingua tedesca,  - agg. geogr.,  - agget- tivi,  - in funz. di avverbio,  - alter- nanza,  - artic. nei nomi geogr.,  - casi,  - complem., concordanza, de- nominat. fraz.,  - im- perat. negat.,  - im- perf. e perf.,  - mo- to a luogo,  - negaz.,  - nomi astron., nomi geogr.,  - onomatop., part. pass,  - passato ipot.,  pers.,  - proces- so analitico e sintetico,  - pronunzia, ! ky = «Go 0g le Eee ‘’_,.KL0M0  - stato in luogo,  - Umgangssprache,  - verbi forti,  - verbi separabili,  - wer- den+pass.,  - wenn e ob,  lingua tibet., ipotet.,  - nomi geogr.,  - onomatop., . lingua turca,  - armonia vocalica,  - interiez.,  - nomi geogr.,  - ore, . lingua umbra, pru, . lingua ungherese, -accen- to,  - antico im- perf.,  - locat., nomi geogr.,  - nomi di popoli- ore, - pron. relat.- suffis- si locat. lingua yoruba, numeraz. lingua e civiltà lingua femminile lingua infantile lingua nautica lingue africane lingue agglutinanti casi lingue flessive - fless. delle idee lingue indiane lingue indoeuropee lingue isolanti | lingue neolat., . - avverbî in -mente,  - se, lat. si,  - concordanza,  - condizioni, gradi di pa- rag.,  - negaz., numerali e realtà plur. person. tracce di neutro, . lingue nordiche, doppia negaz. lingue orientali, numerali lingue del Pacifico, sillabe aperte lingue polisintetiche,  > lingue povere di avverbî lingue primitive,  lingue semitiche, tempo permansivo,  - con- cordanza del verbo,  lingue sintetiche, . lingue slave,  - casi,  - futuro peri- frast. nomi geo- gr., . lingue teutoniche, futuro perifrast. linguista, . Linneo, . lisbonnin, franc. Little Bear, ingl. liturgia significato llama,  Ilueve, spagn.,  lo, pron., . lo, artic. spagn., . Loangua, . lobo, spagn., port., . localizzazione nel tempo, . Locatelli locomotiva locomotore logica e teologia, . logica linguistica, , logica orientale, . Loira, . londinese, . londo, duala, . londonien, franc. lontananza dalla 12 persona, loro, pron. agg. possess. Los Angeles LUCREZIO (vedasi) luette, franc., . luhlaza, zulù, . lui, pron. da  luna,  - Luna, . Lunedì lunghezza d’onda lupus, lat., . Luzòn Lvyeil, pag. SI. ma, . maa, finl. Maccari MACHIAVELLI (vedasi) machin, franc. Macinai Madagascar, . Madonie Madonna madrilerio, spagn., . ma°?dya?, giavan. miiggi, eston. maggiore di fig. magia Mago maharagiah, .1 mai,  Maiorca, . maitse, finl., . maiuscole nei nomi di po- poli Majella miki, finl., . mal, ted., ag. . malattie, genere malheur, franc., . mallàng - mallang - hatu, giavan. Malpighi Malta maltese malum, lat. malus, lat. mama-ta, rum. man, ingl. man, ted., . man, ar. mandarin, mandarine, fr., . mandarino, . mancese, . Mancini P. S. manciù, Manciukuò man4-man4, cin. mano manus., lat. many a..., ingl. MANZONI (vedasi) mar, lat. Marconigramma marconiterapia mare Mar del Plata Marechiaro MARIO (vedasi) Maritain Marocco Marte martedì Martinon martyr, gr. marush, assir. massimo massimo rendimento in Natura mat, franc., sved. mata, pers., . matita, Matthiae Matthews maximum me Meano C.. medicina cinese Medio-Evo Mediterrania,  [to] meet, ingl., . mei?, cin. Meiklejohn J. M. D., , meilleur, franc., . membro, . méen?, cin. meno mentalità collettiva mentalità greco-latina mentalità linguistica mentalità e numeraz. mentalità orientale, pas. mentalità tedesca î i ERE 1 O MEI iii, è » REPERTORIO -mente mentre mercé, . i meri, finì. meridies, lat. mes, lit. Messico mestizo metà metafora Metastasio  meticcio metonimia métro, franc. metropoli métropolitain, franc. Meyer-Liibke mezzaluna, mezzo, -a, mezzodì mi mi, nota music. Micronesia mieux miglio migliore migrazione di vocab. mihi, lat. mikado milita, lat. miliuni, lat., . mille, ital., lat., . millecento minga, milan.. ming?-tsz?, cin., . minime, lat., . minimo,. minimum minimus, lat. minore di... Minorca mitologia e astronomia, . mitra,  f). mitra, giavan mme, finl. m’n cheffà, amar. mo, cin., mo, tibet. mo, kinyamwesi, . modi del verbo modo condizionale in lingue stra- niere, - anom. modo congiunt.,  - pas- sato, ; pres., esortat., modo imperativo modo indicativo modo potenziale moglie molto monachese Monaci E. Monaco Mondovì monegasco, . mono no aware, giapp. monologo, . Monosillabismo monovalente monregalese Montaigne Montagne Rocciose, . monte, spagn. Monte Bianco Monte Rosa monti (nomi di), . Morandi & Cappuccini Mosa Mosella moshi moshi, giapp. mot, franc. moto a luogo moto da luogo motore mulato, spagn. mulatto mulier, lat. mullong-mullong-hata, co- rean. mulsin-mulsin-hata, . munte, rum.. muntele, tum., . COr., —. Uh  Muratori L.A. muro musica e onomatopeiche musicalità dell’ital. mus[u]ko, giapp., . musmeé, giapp., . mY, russ. nada, spagn., port. nai, giapp. Nakayama nakute, giapp., !. naman, sanscr., !. name, ted., . namesake, ingl., . namò, got. Nanchinese Nan?-kingî nao, port. nap'-chhi, Tibet napsin-napsin-hata, cor. na scia Allah native, ingl. nazioni (nomi di) nazista ne né ne, corean. Né né ne... pas, franc.. neanche Neapolis, . neen, oland. negazione, . nei, sved., . neither, ingl. nemmeno Nepal neppure Nerone nessuno Nettuno, astron. neutron Newton New York nga, tibet. ngarang, tibet. RA rc—oqqMmMPm°P—ngoko, giavan. -ni, finland. ni, giapp., . Nicaragua, . nichi, nichi-nichi, giapp. . nicht, ted. nichts, ted. niente. nie, russ.. niet, oland., russ. niets, oland. Nigra P., . . Nigris G. P., Nietsche Nihongo, giapp. Nihonjin, giapp. Nilo nimic, rum. Nippongo, giapp. Nipponjin nirvana niuno -nne, finl. No no, spagn.. -no, suff. verb. plur. suff. pron. plur, 239, 485. nobody, ingl. noi nome, . nomen, lat., . nomenclatura chim., . nomi, - buoni con- . duttori di fiumi in -a,  - geograf. in -a, . - astron. di città di colli di costellazioni di fiumi geogr.,  di isole di lingue di loca- lità di monti di paesi di parentela di pianeti,  -di popoli proprî divenuti comuni,  - di quar-  | Ò°  tieri di regioni, . - di rioni,  - di scogli di Stati, 346. nomi in -a, 186. nomi in -e, . nomi in -i, . nomi in -o nomi composti, nomi invariab. nomi proprî, . nomi topografici non, no pleon. non, franc., . non ita, lat., . note musicali nothing, nord Nord America noy, catal., . -nsa, finland, nu, rum., !, nulla numerali ausil. numerali cardinali numerali ordinali numerali speciali, . numerazione e tradizione numerazione giavn. numerazione romana, . numeri arabi, 302. numero indetermin. numero singol. e plur. numeri primi Nurigian G.,  nyika, suabili, O, vacat. o, congiunz. o, numerico, ingl., . o, numerico, corean. ò, dan., Oberon, astron. oblò occhio, . occlusiva laringea Oceania oggi Ognuno oh! ohi! ohm ojalà spagn. olo, . -ologo (nomi in) Okà Olimpo ombrello Om.mani padme hum, . on, franc. on, russ., serb. one, ingl. i oni, russ., serb. ‘onice, . “ono, suff. piur. onomatopeiche onze avo, port. Opportunista oppure ora, . ora, avv. ORAZIO (vedasi) ordine nel Creato, .. ore una, . ori-masu, giapp. orologio, oros, gr. Orsa Maggiore Orsa Minore ortografia Ortygia Osa Mayor Osa Menor ossia Osso ota Otorinolaringologo ottava ottavo ottimo. otto, giapp. -otto ottone, . oui, franc.out, ingl.  oxala, port. Ozanam ove Ovest OVIDIO (vedasi) ovulo ovum, lat., ovvero TT . pùii, lapp. padapàtha, ind., . paesi (nomi) pagherò Palazzo Chigi paleolingua Palermitano Pallade, astron. pampa, . Panam, franc. Panama panduwur, giav. pa-nginggil, giavan.paniere, . Pantruche, franc. Panzini papa paradigmi superflui Paradise, ing!., . parafango, . parallelo a.. fig. Paraonomatopeiche parce que, franc. parentela (nomi di) paria, 186. parigino., parigot Parioli », . parmense, parmig. Parola parole sdrucciole, . parole sostantivate, . parole tronche parrucchiere [to] parse, ingl. parti del discorso personaggi . . Pesci, participio part. passato e p. passivo  - p. presente Pascarella Pascià passato prossimo passato remoto passioni e interiezioni, . passivo (lat.), . pat, giavan.pata-pata, giapp., . patati-patata, franc., . patatrac! pater familias, :. pausa e intonazione Pavia Pechinese eggiorativi Peggiore Pei3-ping!, . peixe, port., . pefia, pefion, spagn. pentruca, pentruce, rum., , fig. per, . pera- pera, giapp., . Perché perfetto persa, spagn. Persia, . persiano, . Persone pers., . del discorso, personne, franc., perugino astron. pessimo pessimus, lat., . pes,te, rum. petit, franc.Petite Ourse Petrarca dia morso — | 7 im  Pez, spagn. pH philosophia perennis pianeta, . pianet; (nomi dei), . physema, gr., . Piaget J., . Piave, . pi, franc., ingl., ted., . Piazza del Popolo, . pidgin-English, !. Pindo pin-pin, giapp. piccolo Piccolo Belt pigiama Piove Pirenei, 358. pirlanta, turc. pirite, . pirum, pirus, lat. piscis, lat., . piscis, lat. pista! Pistacchio pi-takèn, giavan pitecantropo più più d’uno plaît-îl, franc., . Planck, planina, slav. plata, spagn., pleut (il), franc. PleydenwurtF G., ploua, rum., . pluit, lat., 30. plurale,  - dei pron. eterogeneo p. generale,  - pl. in i-,  - in -î,  pl. invariab.,  pl. con 1? pers. pl. con 2a pers, pl. dei verbi pluralis majestatis, . plus, franc.,  Plutone, astron. po, tibet. Po, . poarta, rum. poco podestà Poema poesia e astronomia,  poeta, . poi, . poiché, . poisson, franc., . -poli, 370. Polinesìa, . Polledro A., . pomodoro, . Pompeii, . pontefice, . Pop, ingl. popoli (nomi di) popoli primitivi populus. lat. porqué, porque, spagn., , fig. | port, franc., rum. porta, ital., lat. portasigarette, 223. porte, franc., . porto, . portogallo, . portus, lat., ; posizione dell’aggett., . posizione dei vocaboli, . posizione del corpo, . potato, ingl. potenza, aritm., . poubelle, franc. pourquoi, franc. fig. | « Prati precedenza degli aggetti- vi, . Précieuses precipitevolissimevolmen- te predicato, pag. 234!. prefissi intensivi preposizione preposizioni . interiettive, = 9 REPERTORIO preposizioni articol. present continuous », in- gl. present perfect tense », ingl., . presente presto, . pretore Prima primate primo (ma- tem.,  - i primi due prìncipe, principio principî grammatic., . principio economico principio del min. sforzo principio di Fermat pro, lat., . processo analit. processo logico-linguisti- COMLDI processo psicologico-lin- guistico, . processo sintetico, . pronome,  - an- tichissimo, . pronomi atonici pronomi di cosa, . pronomi di cortesia pronomi dimostrativi pronomi enclitici pronomi indefiniti, . pronomi integrali pronomi interrogat., . pronomi negat., . pronomi neutri pronomi personali, . pronomi di persona, . pronomi proclitici pronomi quantitativi . pronomi reciproci, . pronomi relativi, . pronomi tipici, cap. XI, 226 e segg. pronomi di vicinanza e lontananza DEIMOTTSIDTEZII A ENI pronunzia brianzola pronunzia fiorentina pronunzia latina, pronunzia latina del gre- co, . pronunzia tedesca proposizione,  - prop. relat. prosodia latina pròtasi provincia, . psicologia linguistica,  pss!, pssst!, . pu4, cin. puerta, puerto, spagn. pulce, . puma, . pumane, duala punti cardinali nei nomi geografici, 350. « punti di Ponzo », . punto esclamativo punto interrogativo purché Purgatory, ingl.,  puszta, . pyjama(s), ingl. qamar, ar. quae, lat. quale qualora quando quando quanto quantum, lat.,  quantunque, , quartieri (noms di), , queenslandese quegli quella quelli quello, , quem, lat., . querce, questa, questi, . questo qui, . qui(s), lat., . quid, lat., . SC GAURE <JOOCQqoo@o @‘lI'‘IIII:SIEGER:'R'IGÉ50 TL TT gu _ quindi quiqueriqui, spagn. quo, lat., . quod, lat. quotation marks, ingl., . r, iniziale ra, giapp, radar, . raddoppiamento conson. iniziale, . radici (origine onomato- ‘ peica), . radio,  f.). radiogoniometrista, . raggi cosmici,  fig. ragia[h], . ragionamento e congiunzioni ragione e fede ragione e lingua ragioniere ragion sufficiente,  rains (it), ingl, . Rajna P., . rango delle interiezioni, . Ranska, finl., . ranskalainen, finl., . ras, amar., . Ras Assir, . Re, . re, re, nota mus. realtà e grammatica, . realtà linguist. recluta, . Reed A., '. referendum, . Rege, . reggia, . reggiano, reggino, Reggio Cal., Reggio Em,,  i regioni (nomi di),  regnar (det), sved.,  regnet (es), ted., . Rei, port., . religione e linguaggio, . Remer V., . Reno, . res, lat. retorica e teologia,  rettangolare, .Rho Rhodes Rhodesia ricsciò rickshaw, ingl., . rien, franc., . Rima Rio Colorado, . Rio de la Plata, . « risciacquare in Arno », . risparmio di energia, pag. 3511, river, ingl., . Rivetta P. S., . ro, giavan., . . ‘ro, sufl.,  robinet, franc. roditore Roghudi, . -rokòn, corean., . ròmai, ungher., . romanità dell’italiano, . « Romano de Roma », , “rono, suff., . ron-ron, franc. Rooma, finl., . roomalainen, finl. Rosmini- SERBATI (vedasi) A., Rossetti C. Ruotsi, finl., . Russell Ruwenzorì, . Ryi-kyiî, . s, vibrazioni,  - rumeno,  - im- pura, 298 - suff. plur., . Sacchetti F., pag. . DIO. ge REPERTORIO sache, ted., . s,ah, . Sahara, . saint-juniaud, franc. Saint-Valéry-en-Caux,  sa-kawan, giavan. sake, ingl. Saksa, finl. saksalainen, finl., . salassà, tigré, . Salii, . Salomone, is., salutissimi Salvini A. M,. S. Bonaventura FIDANZA (vedasi), . S. Agostino S. Francesco, . Santhià, . Santiago,  santiaguefio, spagn. santiaguero. spagn., . santiaguifio, spagn. Tommaso AQUINO (vedasi) sarcasmo, . sataru, ass.-babil. satelliti (nome dei), . satunggil, giavan., , Saturno, astron., . saveur, franc. Savini G., Savj-Lopez Savoia, . Savoia-Marchetti, . sa-wiji, giavan., . scacco matto, scala di durezza scala del Mohs scala del Werner, scarica dell’energia verb., 4l. sceb bàre, cunama sehachmatt, ted., , schack, sved., . Schelling Scmidt G., Schopenhauer, pag. 380. Schultz sciah, pers., !. sciams, ar., . s’ciao scienza moderna Scilla, . score, ingl. Scotland Yard, . scriba, . scogli (nomi di), . scrittura ideografica, , scrittura di lingue stra- niere, . scrittura sanscrita, 86. sé, pron, . sé, prep., . sé, stesso sebbene, secondo, . sedicesimo, . Segneri, . Seine, . selene seme, 200. semien, lat., . Sempronio Senna sentimento ed espressio- ne, - sent nelle pre- posizioni,  - e inte- riezioni, sentòn, venez., . seppuku=harakiri, . Seguana serie sesso sestina, shall, ingl..ag Ac.agzbzbzbzb sh'ang-chhi, tibet., . sh’e-kyem-pa, tibet., ! she, ingl., , - -should, ingl., . Shu C. C., . si, pron. sì si (nota music.), . si, franc.. -si, finl., .  a  Siberia sich, ted., . Sicrano, . sie, ted., . sierra, spagn., . signa, significato lessicale, . significato dei pron., . siji, giavan., , sik, got. Silenziatore sillaba aperta sillaba chiusa simboli algebrici Sineddoche sinico-, . sintassi, . sintesi e analisi, . sintja, corean., . sinusoide,  Siracusa, . siriaco siriano, . sjebjà, russ. skorogovorka, russ., . | slang americano, . smirniota Socrate Sofà sofista soggetto soggetto collettivo, . soggetto parlante o scri- vente, . soggetto personale, soggetto della proposiz. soggetto sing. e plur., . soggetto sing. disgiuntivo,  soggetto di verbo passivo, . soggetto in 12 pers., . sol, lat., . sol, nota music. sole solforico, solforoso, . Sommo sopra, . sono sora-ta, Sorcio Sostantivo sostantivi astratti,  sostanza, . sosung, corean., . sotto, . sou, franc., . soll, franc. sous, franc., Sovente sovietico Spagnolo G., . spasìbo, russ. specie, . [to] spell, . ° spelling, [ spesso, . spezzino, . spia spiaggia, . spicanardo, spiganurdo sport, . sport e interiezioni, . squelette, franc., . stagioni, 181. stare--gerundio, . stasi, . stati (nomi di),  stato d’animo e interiez. stato in luogo Stella Polare steppa stile giornalistico, . sto, slavo, Stoppani A., . Stora BjOrnen, . strofànto, . su, basco sublime subordinazione,  Sud Sud-America Sudeti suffisso locat., . sukim, akaba, . sueco, Suecia, spagn. . suizo, Suiza, spagn., . Sumatra Sumidagawa summus, lat., . Sundén A.,  Syracusae, lat. t, rum. Tacchi - Venturi T'ai,  T'aiz-uàn!, . Tai-wan, . -taita, corean., . Takayama K., . tàk sjebje, russ., . talà, sotho, . Tamigi, . Tana, . tananarivese, . Tanganytka, . tanto, . tardi, . Targioni-Tozzetti G., pag. -tari, giapp., . Tarozzi G., . Tasso T te, . te, . telefono (interiez.), . telegramma, . tellus, lat., . telu, giavan., pag. 3751. tem-pa, tibet. tempi composti tempo tempo futuro, tempo imperfetto, 144 e segg., 168. tempo passato, tempo passato ipotet. tempo perfetto, . tempo permansivo tempo presente tempora Tennò tense, ingl. teologia e grammat., . teorema, . teoremi, . terminazione dei casi la- tini terminologia araba terminologia chimica terminologia tipograf. terra, it., lat. Terra, astron. Terzina LESTIRZI Oa testo tettè Tevere, . textum, lat., . Thai, Thailandia Thames The Hague, . they, ingl., . Thielman P.,  Thiene, . thon, franc., . thou, ingl., . thren, tibet. thu, got., sass. thunnus, lat.,  thygater, gr. . te, pron, . ti, . ti, serb. tibi, lat., . tiburtino, . ticinese, . i tiga°,:giavan., . tiga-tenga, giavan., . tigre, . time, ingl., . timere, lat, . tingere, lat., !. tisi, . Tissi Titania, astron. Tivoli, . tiyang-Jawi, giavan., , Tizio, . tiz-tiz!, port. tjirro, finl.,  tjoiin, corean. to, ingl. to, russ., . tocco, tokko, galla, .0 tochter, ted. Toddi tomismo, TOMMASEO (vedasi) toki, toki-doki, giapp., , TOkyò, ,  tokoro, tokoro-dokoro, giapp., . ton, rum., . tonno, . z tonalità dei pronomi, . Toni tono e significato,  tono interrogativo “topi, giavan. topologia, . torpedo, . toscanismi, . totalità numerica, . toutou, franc.,  tradizione,  - e numerazione, . trampoliere,  tranvai,  trapassato prossimo, Trastevere, . tre-alberi, . trec'ak, croat., . tre-cilindri, . tre-quarti, tricastain, tricastinois, fr., tripolino, tripolitano, . Trissino G.-G., . troika, . trojka, croat., . troppo, . tunturî, finl., . tsai4, cin., . Tsarigrad, . Ts'ing, cin., . tsz4, cin., . tu, . tu, lit., . fu, corean., . turin, franc., . turkey, ingl.,  tus!, spagn. tutore tutto, . Twins, ingl., , two, ingl., . ty, russ., . Tyche, . ubi, lat., Uganda, ugo, ugò, kinyamw. : ugola, . uguaglianza apparente, uguale a...,  fig. uh!, . uhr, ted., !. ulema, . Umbriel, astron., . umgangssprache, . Uno unde, lat. universum, !. uomo, . uovo, . Urali, . urang-utang, . . Urano, astron., . urì, alban., arab., . urr, somaiedo,  urrah!,| Ursa Mare, rum.,  Ursa Mica, rum., . u scia Allah!, . uso, uvanga, eschim. Vaccari O. & E.E., . vaglia,  a). vai de mine!, rum., . valéricain, franc., . valeur, franc. valisoletano, spagn., . Valladolid valore relativo delle affer- N maz. e negaz., . valore dei vocaboli valore metrico d. aggett. Vangelo, . vaporiera, . Varady varesotto, . varful, rum., . vay, turc., . ve, Vecchia Castiglia, . Veccia, Vaglieri L. Vega veglionissimo, . Veii, . Venere, astron., . Venezia Giulia Venezuela, . venire, aus. passivo,  - divenire, . ventilatore, . « verbal noun », ingl., . « verba timendi », lat.,  verbi, in geogr., . verbi ausiliari, . verbi composti verbi forti, . verbi meteorologici verbi transitivi. Verbo, teol. verbo localizzaz. nel tempo, . verbo intransitivo,  verbo singol. e plur. verbo sostantivato verbo transitivo verbum, lat. Vergine, astron. verità vermut vespasiano, . Vespucci A. Veslot H. Vesta, astron. vettore vezzeggiativo vi vi, serbo, . via Gaetana, . Via Lattea, pag. . vicinanza e lontananza viitorul I» e « II » rum.,, . Viminale, . virago, . Virgilio, . virgolette, . virtù, . virtù magica della parola vocabolario vocabulary, ingl., . vocale accentata, . vocale aperta, . vocale chiusa vocale finale vocali alte, . vocali anteriori, . vocali basse, . vocali palatali, vocali posteriori, . vocali velari,, . vocativo, . voce verbale,. voi,  - voi e Lei,  Volga, . volontà; . Volsinii, . volt,  - volt, volta, . VOLTA (vedasi) von, ted. Vosgi, . vrh, slav., . vy, russ.,  Waisman wana-wana, giapp., . Wangsul-lan, giav., , wan4-wu4, cin.,. ware-ra, giapp.  warum, ted. watakushi, giapp., . pas. watakushi - domo, giapp. . we, sass., ingl., . Weerley E., . weil, ted., . Weil E., . werden, ted., . what, ingl., . what's-his-name, . whatyoumaycallit, whazzit, when, ingl.,  where, ingl., . who, ingl., . why, ingl.,  fig. Wieland Wilder will, ingl., Wilson J. L., . wir, ted., . wit, got., . woh, woh-woh, giavan., . woì, cin., . Wohlgemuth M., . wo3-men, cin., . wong - Ja°wa° giavan.,  Woo K. T., . would, ingl. . wu}, cin.Wundt. x, . xadrez, port., . Y, franc., . Yahveh, . yama, giapp., !. Yamazaki I., Yamaguchi H. S. K. Yarra-yarra yang?, cin., . yang e vin!, cin., . Yang-ma, Yang-tze-kiang, . yazik, turc. Yedo yedokko, giapp. yin! cin.Yò, giapp. yu3, cin. yuki, giapp. Zacchi zahraka!, ar. zambo Zapotechi zecelea, rum zecime, rum, zen, e lingua giapp. zickzack, ted. zigzag Zodiaco zona verbale zunzun, giapp. Zutano, spagn. zweifel, ted. == dia FINITO DI STAMPARE nello stabilimento della CASA EDITRICE DE CARLO in Roma i % n Se a cn i n e i N n nn a rafPalilià_" posta daC. Nome compiuto: Pietro Silvio Rivetta di Solonghello. Pier Silvio di Solonghello. Pseudonimo, A. Toddi.  Rivetta. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Rivetta,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria.

 

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