LUIGI SPERANZA -- "GRICE ITALO: UN DIZIONARIO D'IMPLICATURE" A-Z S SI
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Siciliani: la ragione conversazionale e la critica della
filosofia zoologica e la psico-genia di Vico – la scuola di Galatina -- filosofia
pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Galatina).
Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Galatina Lecce, Puglia. Studia a Otranto,
Lecce e Napoli, dalla quale fugge dopo essere stato segnalato alla polizia a
causa delle sue simpatie liberali. Si laurea a Pisa sotto STUDIATI, stringendo
inoltre un proficuo rapporto di collaborazione con PUCCINOTTI, che influsce
molto sua filosofia. Sringe rapporti di profonda amicizia con personalità
importanti e influenti della cultura, quali: CENTOFANTI, PACINI, CAPPONI, e
BUFFALINI. Seguendo la sua vocazione, orienta i propri studi verso le
discipline filosofiche e ottenne la cattedra di filosofia nel regio liceo di
Firenze. Iniziato in massoneria nella loggia fiorentina "La Concordia.”
Nominato professore di filosofia a Bologna. Divenne docente ordinario della
stessa disciplina sempre nell'Ateneo felsineo. A Bologna tenne anche un corso
di sociologia. Qui, inoltre, strinse amicizia con CARDUCCIi, anch'egli
accademico a Bologna ed entra in contatto con FIORENTINO e SPAVENTA. Dirige la
Rivista bolognese di scienze, lettere, arti e scuole. Ne abbandona la direzione
per divergenze maturate in seno alla direzine generate, probabilmente,
dall'impostazione eclettica che S. intende dare alla rivista e che contrastava
con l'indirizzo idealistico voluto da FIORENTINO. A Bologna istitue un centro
di studi pedagogici, contribuendo all'elevazione della pedagogia al rango di
scienza. Convinto assertore della valorizzazione della persona e perciò la sua
azione educativa, per giungere alla conquista della libertà e del carattere
morale da parte del soggetto da educare, prevedeva l'intervento della famiglia
e della società. Altro sua filosofia fondamentale e il principio
dell'autodidattica che, pur non escludendo l'azione dell'educatore, mette in
primo piano il protagonismo del soggetto da educare. Ricevette onoranze e
attestati di stima da parte di molti studiosi europei e americani, mentre in
Italia la sua fama fu oscurata da giudizi negativi, espressi anzitutto da
Gentile che vede in lui un'espressione benché autonoma del positivism. Di
recente è stata rivalutata l'influenza vichiana sul suo pensiero. A lui è
dedicata la biblioteca civica di Galatina, nella quale è conservato il
"Fondo S." la raccolta, cioè, dei libri appartenuti al filosofo. A
lui è dedicato anche il Liceo di Lecce. Di formazione giobertiana, si accosta a
VICO, tentando di inaugurare una filosofia mediana -- detta della terza via --
che individua una sintesi tra opposte e differenti discipline. Dal suo punto di
vista, infatti, ogni filosofia contiene del buono e delle esagerazioni. Metodo
della filosofia mediana e dunque, quello di salvare ciò che c'è di buono della
filosofia per rigettarne le astrattezze e le esagerazioni. Con il saggio
“Zoologia filosofica” (Napoli) approde nel più ampio dibattito, ricevendo
apprezzamenti e pareri favorevoli dai più illustri scienziati internazionali.
Nel frattempo approfonde e da il suo contributo speculativo alle nuove
discipline che muovano alla ricerca di un'identità epistemologica: la
sociologia (“Socialismo, darwinismo e sociologia” (Bologna); “Teorie sociali e
socialismo” (Firenze) e la psicologia – “Prolegomeni alla psicogenia”
(Bologna). SANCTIS confere a S. la presidenza di congressi a Firenze, Venezia,
Genova, Milano, e Roma. Queste esperienze lo portano a un approfondimento
sempre maggiore della filosofia alla quale contribue a conferire un indirizzo
scientifico, positivista e ampiamente laico (v. le sue opere Rivoluzione e
pedagogia moderna, La scienza nell'educazione). “Filosofia della scienza”
(Firenze); “Il metodo numerico e la statistica” (Firenze); “Della legge
storica” (Firenze); “Della libertà ed unità organica della filosofia”
(Firenze); “Della fisiologia sperimentale” (Pisa);” “Medicina filosofica”
(Firenze); “I principi metafisici di VICO” (Firenze); “Il triumvirato:
ALIGHIERI, GALILEI, E VICO” (Firenze); Ai popoli salentini e al gonfalone di
Galatina un saluto e un augurio (Firenze); “Il criterio filosofico” (Bologna);
Critica del positivismo (Bologna); Le fonti storiche della filosofia positiva
in Italia in GALILEI (Bologna) Gli hegeliani in Italia (Bologna); La condanna
del positivismo (Bologna); Della pedagogia all’educazione in Italia (Bologna);
L’educazione (Bologna); Sul rinnovamento della filosofia in Italia (Firenze);
“La scienza dell'educazione nelle scuole italiane come antitesi alla pedagogia
(Bologna); Dei massimi problemi della pedagogia (Roma); Il sacro secondo i
dettami della filosofia (Firenze); L’nsegnamento della pedagogia (Torino);
Della pedagogia scientifica (Milano); Rivoluzione e pedagogia moderna (Torino);
Storia critica delle teorie sociali (Bologna); Fra vescovi e cardinali (Roma);
Rivoluzione e pedagogia (Torino); “L’educazione secondo i principi della
sociologia” (Bologna); Rinnovamento e filosofia internazionale (Bologna); La
nuova biologia (Milano) Le questioni contemporanee e la libertà morale
nell'ordine giuridico (Bologna). CALOGERO, Enciclopedia Italiana, Gnocchini,
L'Italia dei Liberi Muratori, Mimesis-Erasmo, Milano-Roma, Gentile, Le origini
della filosofia contemporanea in Italia. Calogero. Enciclopedia Italiana, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Invitto e Paparella, “Ri-leggere S.”
(Lecce); Capone Galatinesi illustri, Guida Biografica, Galatina, Tor Graf
Galatina, Carteggio familiar, Luceri, Centro Studi Salentini, Lecce, P. S. e
Pozzolini. Filosofia e Letteratura, Convegno Galatina Treccani L'Enciclopedia
italiana, Psicologia filosofica. SUL RINNOVAMENTO DELLA FILOSOFIA POSITIVA IN
ITALIA PROFESSORE DI FILOSOFIA NELLA R. UNIVEBSITÀ DI BOLOGNA, QlX PB0FES80BE
NEL B. LICEO DI FIBENZE, FIRENZE, G. BARBÈRA, PRINTBD IN
ITALY-;atana.Quest'opera è stata depositata al ministero d'agricoltura,
industria e commercio per godere i diritti accordati dalla logge sulla
proprietà letteraria. G. BarbI'.ra. !', (rcnuitifi TERENZIO MAMIANI DELLA
ROVERE (vedasi). Mio SiQsoR Conte. Ella è primo tra i moderni italiani a
tentare un rinnovamento della filosofia e a Lei pure spetta il vanto d' aver
continuMa e compiuta la nobile tradizione de' Galuppi, de Rosmini e de'
Giobertij della quale per fermo rimarranno durevoli tracce nella storia dd
pensiero nazionale. A chi dunque meglio che dUa, S. V. Potrei intitolare questo
mio saggio j il quale mira al fine medesimo cui Ella indirizza il suo primo
lavoro? Che se talora per quella libertà di giudizio alla quale Ella stessa
educa le nostre menti colle sue dotte scritture troverà contbaittUi in queste
pagine akuni jprincijpii da Lei propugnati non vorfà perciò reputare scemato
qud senso di schietta riverenza chcy come ai pochi sommi onde si onora U paese
nostro, le professano tutt^ i cid tori degli studi severi. Anzi novella prova
di questa larga tolleranza io m’èbbi testé, quando, colla squisita gentilezza
che in Lei è natura, Le piacque accettare V offerta di questa mia fatica. La
qualeio spero vorrà giudicare benignamente: al che mi conforta pure il ricordo
di certe argute parole ch^ Ella dicevami ima volta chiudendo un lungo
conversare circa le gravi divergenze delle diverse scuole filosofiche: «porro
unum necessarium ! coscienza e fervore nel lavoro: il resto verrà da sé. » Suo
deditissimo P. S. BiTiglìano presso Monte Senario In questo salutare
innovamento politico d'Italia cui assistiamo trepidanti, un saggio di
rinnovamento filosofico dovrebbe giugnere opportuno e gradito. Perocché se
tutti oggi andiamo ripetendo l'arguta frase d’AZEGLIO fatta ormai l’Italia,
Insogna far gl’taliani parmi sia d'uopo cercare di rifarci innanzi tutto
nell'intimo di nostra coscienza, nella radice, nella sorgente stessa d'ogni
umano e civil progresso, eh' è dire il pensiero filosofico. Andare a Roma,
grazie agl’eventi fortunati e al nostro buon diritto nazionale, non è stato
guari difficile, né sarà difficile, speriamo, potervi restare. Ma vi staremo
senza dubbio materialmente, se Roma, la vecchia Roma, il pensiero cattolico non
si verrà anch'esso riformando e svecchiando. La qual cosa certo conseguiremo
per gradi e colle arti che dovrebbe saperci dare la sapienza politica, civile e
amministrativa ; ma gioverà non dimenticar mai come l' espediente più
d'ogn'altro efficace e sicuro ad opera siffatta, sia per appunto una rinnovata
filosofia n bisogno di restaurar la filosofia surse di buon'ora neir animo
degl’italiani; il che parrebb'essere un d^' caratteri speciali della storia
della nostra speculazione, sino da quando gli scrittori del Rinascimento,
scosso il giogo della scolastica, mandavan fuori i lor libri col titolo De
PhilosophÙB renovatione. Né quindi è a meravigliare se cotal necessità sia
venuta crescendo sempre più nelP animo e nella mente nostra col succedersi
degli anni, tanto che a siffatta impresa nobilissima abbiam visto provarsi gV ingegni
più illuminati e fecondi: primo fra tutti, in questo secolo, il Mamiani col
Binnovamento della Filosofia antica italiana e, poco appresso, SERBATI col
Binnovamento della Filosofia in Italia; indi il Gioberti con la Introduzione
aUo studio dèlia Filosofia, con la quale mirava anch' egli ad una restaurazione
filosofica nel nostro paese; e, per ultimo, il professore Spaventa ha
procacciato volgere anch' egli al medesimo intento le sue dotte scritture, in
ispecie quella su la Filosofia dd Gioberti. Se non che rinnovare, pel filosofo
di Pesaro, altro non voleva dire se non restaurare certi principi! e richiamare
in vigore alcune industrie metodiche de' filosofi appartenenti, la massima
parte, all'età gloriosa del nostro Risorgimento. Talché, quando Rosmini gli
fece toccar con mano i pericoli ne' quali s' era messo mostrandogli come il
Binnovamento proposto da lui conducesse diritto ad una maniera di sensismo, e'
venne modificando siffattamente le dottrine propugnate nel suo primo libro, che
dopo trenta e più anni s' é studiato nelle Confessioni d'un Metafisico
d'inaugurare un novello Platonismo, siccome forma di filosofare acconcia air
indole della mente italiana. H Roveretano poi non solo mirò a restaurar cose
vecchie, ma volle produrre altresì qualcosa di nuovo. E pur nullameno, chi
guardi ben addentro ne' copiosi e disameni volumi che seppe darci quella mente
potentissima, tranne il • problema psicologico eh' ei giunse ad illustrare in
guisa davvero originale, ogn' altra cosa in lui parrebbe invecchiata e quasi
stantia. Della stessa menda riesce offesa la Introduzione di Gioberti. Che V
ardente e generoso autore del Primo^ intendeva svecchiare (come diceva,
gloriandosene, egli stesso) le idee cardinali di quattro o cinque filosofi
cristiani, il cui sussidio e autorità invocava quasi ad ogni voltar di pagina.
Non parlo qui del rinnovamento eh' e' veniva meditando nella protologia: nella
quale senza dubbio avremmo avuto germi fecondissimi di vera e solida
ristorazione filosofica, se a queir ingegno privilegiato e supremamente
italiano fosse stato pur conceduto imprimere valore diffinitivo, forma netta e
coerente, alle diverse dottrine che con ansia febbrile andava saggiando e
trasmutandosele in sangue. Per contrario SPAVENTA, del quale abbiamo in
grandissimo pregio l'ingegno e l'amicizia, intese dare anch' egli nuovo
indirizzo al pensiero italiano, ma battendo ben altra via; la via
dell'Idealismo assoluto. E studiossi d'inserirci nell'animo e nella mente i
principii dell' Hegelianismo, per due ragioni: sì perchè egli pensa esser
questo il vero e compiuto sistema di speculazione, almeno secondo che viene
interpretato da lui; e sì perchè gli è parso d'averne rintracciato i germi in
certi nostri filosofi a cominciare dal Telesio, per esempio, fino a Gioberti.
Fer noi rinnovare non vuol dir solamente richiamare, instaurare, svegliar dalP
antico, né solamente importare dal di fiiora; che sì nelF un caso come nelr
altro il rinnovamento, anziché naturale, spontaneo, autonomo, storico,
riescirebbe artifiziale, imposto, incosciente e, dirò quasi, meccanico. Vuol
dire bensì far da noi: far da noi con elementi che ci appartengano, ma tali che
serbino (ciò che più monta) ^virtù d' originalità e di verace modernità. Vuol
dire » insomma esplicare; né si può esplicare senza correggere, compiere,
inverare. Avremo sbagliato strada anche noi? Potrebb' essere! Non saremmo i
primi, e, certo, neanche gli ultimi. In qualunque modo . ci sembra che, pure
sbagliando, noi non resteremo troppo indietro fra le mummie, né avremo corso
tropp' oltre col pericolo di fiac \ card '1 collo. So ben io che i Positivisti
fan presto; ad innovar la filosofia radiandola addirittura da' libri ^ e
dandole il ben servito dalle nostre scuole grandi e mezzane, quasi fosse un
trattato di teologia dommatica. Ma costoro avrebber fatto i conti senza Toste.
£ r oste in tal caso é lo stesso pensiero, anzi la mente stessa, dalla quale
per nostra fortuna mai non riesciranno a sradicare il profondo e sempre più
acuto bisogno del filosofare: senza dir già che, s' ei riescissero ne' loro
intenti, scambio di sciogliere V intricato nodo, altro non avrebber fatto che
tagliarlo di netto; e che potessero giugnere a tagliarlo con sicurezza ninno il
crederà, pensando come la spada eh' e' ci brandiscon sul viso non par che
somigli quella del gran discepolo d'Aristotele! Accennato il carattere generale
ed il proposito del mio saggio, toccherò della sua forma e del suo disegno. Mi
si potrà chiedere: È egli cotesto vostro saggio un lavoro di genere critico,
storico, monografico, ovvero dommatico? A parlar proprio non è nulla di tutto
questo. Un lavoro d' indole dommatica, per solito, dee racchiuder l'esigenza
d'un sistema nuovo, d'una dottrina originale, se pur non voglia esser vana
ripetizione ed increscevole imitazione del passato. Ora un novello) sistema
filosofico oggi sarebbe impresa da muovere a riso, od a pietà. Sono ormai
ventidue secoli, e noi, tardi nepoti, ci andiamo pur sempre aggirando, ivi
sostanza, fra il Platonismo, e l'Aristotelismo. La qual cosa non recherà
maraviglia a chi consideri bene la storia del pensiero filosofico, nella quale,
volta e gira, non si può esser che con l' uno o con l' altro sistema, ovvero
fra l' uno e l' altro, e però con tutt' e due, se pur non vogliamo smarrirci
inevitabilmente e miseramente in una forma di scetticismo, o di nullismo. Ai di
nostri, dunque, un nuovo sistema filosofico p^rmi utopia, sogno e, stavo per
dire, ciarlatanismo. L’ingegno filosofico oggi deve assumer valore di funzione
critica rintegrativa, nella quale si faccia luogo alla concorde attività di due
forze, la storia e'1 pensiero, che vuol dire il fatto e'1 da fare. La
monografia poi, o è d'indole semplicemente storica e obbiettiva, ovvero d'
indole critica. Se storica obbiettiva, ella avrebbe a essere, dirò così, un
fedel ritratto, una perfetta immagine della mente d'un filosofo, 0 di tutta una
scuola di filosofi. Or cotesto immagini e ritratti, se da una parte tornano
inutili e infruttuosi stantechè non facciano che ripeter sott' altra forma cose
che potremmo leggere nella stessa lor fonte, dalP altra mi paion quasi
impossibili, perchè è impossibile penetrar davvero nelle intime viscere del
pensiero altrui, e farai dentro alle occulte pieghe della mente d'un filosofo.
H notissimo detto di Kant si può e devesi applicare anche qui: quidqtUd
recipUur, ad modum recipietUis recipitur. Che se poi la monografia è di genere
critico, ella riesce assai pericolosa; perchè trattandosi d'interpretare, è pur
facilissimo affibbiare agli altri quel che invece frulla nel capo nostro; nel
qual vizio intoppano, com' è noto, gli Hegeliani, sì per la natura stessa del
loro metodo, e sì per le secreto esigenze del loro sistema. Da ultimo, un
lavoro di genere puramente istorico oggi non dovrebb' essere impresa molto
ardua fra tanti libri storici che ci piovon da tutte le parti. Basta sposare un
sistema, una dottrina da farla servire qual criterio giudicativo; basterà un
po' d' acume critico, un po' di tedesco per le citazioni obbligate a pie di
pagina, e poi molta e molta dose di pazienza e di sgobbo per raccogliere e
adunar notizie e teoriche da farle servire al criterio giudicativo che ci torna
comodo. Per me l'ideale d'un buon libro, l'ideale d'un libro serio, coscenzioso
e positivo di genere filosofico, oggi dovrebb' essere, diciamo così, una sintesi
di tutt' e quattro cotesti aspetti o condizioni le quali, guardate
disgiuntamente e solitariamente, si palesan manchevoli tutte e difettose. Ha da
essere perciò, nel medesimo tempo, monografico, isterico, critico, e anche
dommatico sino a certo segno. Cotesto ideale (negozio non molto agevole, come
sanno coloro che se ne intendono e che possiedono quel che dicesi gusto de^
lavori filosofici), non può essere un ricamo sovra una stoffa altrui, e neanche
un parto assoluto del nostro cervello; sibbene ha da essere il risultamento di
due forze combinate, come dicevo poco fa; ciò è dire della mente di chi scrive,
e di chi per avventura possa più spiccatamente rappresentare il corso
tradizionale della scienza. A questo sol patto sarà dato pervenire al connubio
fra la teorica e '1 fatto, tra la scienza e la storia della scienza, portandole
entrambe ad un fiato^ come direbbe il filosofo nel quale io amo attingere
ispirazioni. Laonde chi volesse oggi filosofare con coscienza, dovrebbe saper
costruire, come dicon gli Hegeliani (e qui dicon benissimo); ma dovrebbe co ^
struire senza tradire, che è per V appunto il gran guaio della critica
hegeliana. Questa grave difficoltà parmi d' averla superata, s' io molto non m'
illudo, E mi pare d' averla superata, perchè il mio libro è come la sintesi e
vorre' dir la fusione razionale e organica de' quattro aspetti quassù
rammentati; e tal sarebbe la novità Cquant' al disegno e alla forma del lavoro)
alla quale vorrei pretendere, se avessi coscienza d' aver raggiunto lo scopo. Cotesto
scopo, lo veggo da me, io non ho potuto raggiugnerlo, perchè ho dovuto
costringere e rannicchiare il mio pensiero entro un dato numero di pagine,
affogando in nota molte e molte cose alle quali avre' voluto pur dare ben altro
svolgimento e fisonomia. Però chiedo un po' di compatimento quant'al modo col
quale ho incarnato il disegno, ma domando severità di giudizio quant' alle
idee. Le quali, meditate da me per tempo non breve, sento di poter difendere
contro chi vorrà farmi l’onore d' una critica non leggiera, non velenosa, non
da scuola, né da sacristia (alla quale non saprei rispondere, né risponderò),
ma d'una critica seria, onesta, profittevole. Il Gioberti scrisse che il
critico onesto e coI scienzioso deve durar la metà della fatica spesa dall' autore
nel meditare e scrivere un' opera di scienza. |Leibnitz andava molto più in là,
e richiedeva da'lettori quasi '1 medesimo lavoro sostenuto dallo scrittore. Io
non pretendo, né davvero posso pretender l' una cosa, né r altra: ma certo
potrò desiderare che, chi voglia giudicarmi con qualche serietà, debba leggere
e (se oggi non fosse troppo) meditare un po' le cose ch'io dico. 11 che ho
voluto qui avvertire, perché, se può dubitarsi che in politica esistano le cosi
dette consorterie, certo é che tra' filosofi cominciano a far capolino certe
fratellanze le quali giudicano d' un lavoro a priori, guardando solo al titolo
e al nome dell'autore. Dio ci liberi dalle fratellanze filosofiche! Esse per
me, a dirla schietta, sono altrettante Compagnie di Gesù negli ordini del
pensiero e della libera speculazione metafisica. Questo mio saggio, e l' altro
che terrà dietro su' principi della Sociologia^ non é l' espressione di nessun
partito, di nessuna setta, di nessuna scuola. Non é frutto di speculazioni e
ricerche passionate, perche io non mi sento schiavo di nessuna scuola, servo di
nessun nome, né milito sotto nessuna bandiera più 0 meno germanica, italica o
francese che sia. \Baiùmem, quo ea me cumgue ducete sequar: ecco tutto. Neanche
sarebbe una di quelle novità sbalorditole alle quali siamo avvezzi da dieci
anni a questa parte. Esso anzi è la più modesta cosa del mondo: che per quanto
il titolo paia ardito, non sarà tale per chi ripensi, come la sostanza delle
dottrine eh' io propugno non mi appartenga in modo assoluto. S'altri mi darà
dell' ecclettico, risponderò d'esser tale precisamente, ma nel profondo
significato che costumava dare il Leibnitz a questa usata e abusata parola. E
se qualcuno poi trovasse, che questa o cotesta dottrina alla quale verrò accennando
non sia propriamente dell' autore eh' io dico d' ormeggiare nel metodo e
Dell'indirizzo filosofico, tanto meglio per me. Rispondo come in un caso simile
rispose egli medesimo a certi suoi avversari: Che se finalmente non volete »
ricevere questa sentenza come di Zcìione^ mi dispiace » di darlavi come mia; ma
pur la vi darò sola, e B non assistita da nomi grandi. » € Le cose fuori del
loro stato naturale non dnrano né s' adagiano. » Vico. Non intendo scrivere la
storia, e tanto meno far la crìtica minuta del Positivismo; indirizzo che, come
ognun sa, non senza buon§ e diverse ragioni invade oggi e pervadeTa mente di
molti filosofi, di scienziati, di storici e scrittori d'ogni maniera. Altra
volta m'avvenne d'accennare alla parte debole di cotesto, diciamolo pure,
sistema filosofico. E allora parvemi, fra 1' altro, di provar questo: che il
Positivismo, secondo il concetto che se ne sono formati segnatamente i
Francesi, non pur mancava di storia, ma non può averne avuta di nessuna sorta.*
Oggi poi dovrò intrattenermi a ragionare su le dir. verse forme che il
Positivismo ha preso e può prendere in avvenire, giacché ormai comincia ad
avere anch'egli una storia, per brevissima che sia, da raccontare; e [quindi
rilevare certa parentela ch'egli ha con l'Hege'lianismo. Nel quale riscontro
probabilmente meriterò anch' io, dall' alto giudicatorio su cui siedon gli
Hegeliani, la solita commiserevole sentenza che, com'è pur [Vedi Critica del
Positivismo, Bologna, Monti]. 5ICILUM. 1 troppo noto, suona così: Pover'uomo,
non ne capisce niente di niente; non Im dramma di potenza speculativa, ne
briciolo di nerbo dialettico! Mostrerò, da ultimo, se . una vera forma di
Positivismo, ch'io chiamerò Filosofia Positiva italiana, sia per avventura
i)ossibile; e] in qual maniera si possa, mercè sua, pervenire a corregger r uno
e compiere l’altro de' due sistemi suddetti, accogliendo quelle parti veramente
pregevoli che in essi certamente non mancano. Comecché il Positivismo non sia
ne voglia essere un sistema, pure quant' all' origine psicologica, per così
dirla, non mi sembra eh' e' s'abbia a distinguere gran fatto dagli altri
sistemi filosofici. La ragione immediata del suo apparire parmi risegga nell'
esigenza di contrapporsi ad una forma contraria di filosofare creduta affatto
erronea; e questo filosofare in tal caso è il dommatismo metafisico. (IJom' è
chiaro, cotesta in sostanza è l'origine stessa dello scetticismo, secondo che
c'insegna tutta una storia di ventidue secoli, ne' quali affermazioni risolute
souosi contrapposte a risolute e persistenti negazioni. Il Positivista,
infatti, reputa inconcludente ogni speculazione! trascendentale. Positivismo
quindi vuol dire esigenza! della prova, esigenza, bisogno della dimostrazione;
maC della prova di fatto, della dimostrazione sperimentale. Se non che, a
guardarci bene, lo stesso Positivismo manifesta già senz'addarsene un bisogno
filosofico, una tendenza speculativa, un'attività trascendente là dove, per
dirne una, procaccia di raggiungere la così detta complessità crescente nel coordinamento
de' fatti, e nel volere imprimere forma gerarchica all'insieme delle
particolari discipline. Col che non intendo dire che il Positivismo sìa già una
metafisica; ma è per lo meno una metafisica incosciente, come un illustre
scrittore francese, non senza cert' aria di meritato rimprovero, ha detto al
Littré. Per la qual cosa paimi, che il Positivista contraddica*^ apertamente a
sé stesso quando vien su gonfio e pettoruto a dichiarar guerra sino all' ultimo
sangue contro a ogni maniera d'indagini metafisiche; tanto che la tendenza de'
Positivisti a filosofare, tendenza del resto naturalissima e necessaria,
diventerebbe atto, facoltà, vo'dire diventerebbe metafisica vera, quando
potesse avverarsi una condizione. Mi spiego subito. Io non credo offendere
anima viva osservando che fra' Positivisti irancesi sia un bel po' difficile
trovare un solo che abbia studiato con amore, per esempio, la Ragion Pura di
Kant, segnatamente la Critica dd giudizio: difficilissimo poi ritrovare uno
solo, fra'Positivisti italiani militanti ^ sotto le bandiere del Comte o meglio
del Littré, che con pari amore e spassionatezza d' animo abbia letto, per
esempio, il Nuovo Saggio di SERBATI. Prescindendo dalle mende svariate di che
non va esente il Criticismo e nemmanco il metodo psicologico rosminiano, io non
so persuadermi come, dopo aver letto e inteso a dovere lei due scritture
mentovate, si possa essere o dirsi Positivi vista, secondo il concetto volgare
che di questa parola ci ha dato e ci dà oggi chi piti ne parla. Se non che
nessuno immagini eh' io qui intenda far \ un fascio del Positivismo Francese,
del Positivismo In \ glese e, se vogliamo, anche del Positivismo Germanico; 1
benché quest'ultimo, assumendo sempre più forma di schietto e nuovo e ardito
materialismo, mostri esser già un sistema beli' e buono, checché se ne sia
detto o voglia dirsene in contrario. Ma di questo, fra poco. Quant' all' altre
due forme di Positivismo, ninno sarà che ' ignori le polemiche tanto gravi,
pacate, esemplarmente ' serene fra Mill e Littré avvenute or fa un anno. \ E
molti conosceranno le obbiezioni che quel robusto ingegno di Herbert Spencer ha
saputo muover contro certe dottrine del Comte. Chi abbia vaghezza poi di sapere
qual sia il carattere e il resultato di queste due maniere di Positivismo,
potrà innanzi tutto guardare alla forma, al fine, persino al titolo delle opere
nelle quali tale dottrina è insegnata e propugnata. Così, mentre Stuart Min ha
fatto una logica, o, a dir meglio, un ft Sistema di Logica, che potrebbe
riguardarsi addirittura \ come un contr' altare al sistema della logica
hegeliana;; il Comte, almeno nei primi volumi delle sue opere, ci ha lasciato
(chiedo perdono a tutti gV iddii della Senna) una specie di rassegna, ma di
rassegna ragionata, giudiziosa e, dicasi pure, ingegnosa, delle particolari
discipliiie, massime di quelle che a lui tormivan più familiari. Ho detto nei
primi volumi, perchè nelle opere posteriori, com' è noto, desiderando compier V
edifizio, egli ammannì un sistema di politica, un sistema di religione e d'
educazione, un sistema di morale positiva, e financo d'igiene: morale senza
principio, se pur non vogliamo appellare così certa regola di condotta eh' egli
espresse con quella brutta parola d' Altruismo: religione senza Dio, se pur non
vogliamo piegare il ginocchio e dar incenso a quella divinità chiamata il
Grand*Essere; intomo alla quale, com'è noto, il fondatore del Positivismo
francese finì per fantasticare alla maniera de' neoplatonici Alessandrini e del
FICINO. Checche ne sia, può dirsi ch'egli predicasse bene quant'a metodo, ma
razzolasse male quant'a sistema, perchè affermava, anzi esagerava nella pratica
ciò che sdegnava e risolutamente negava nella teoria e nell'ordine speculativo;
intendo il concetto dell' unità o Sistematismo nd sapere, secondo il suo
linguaggio. Da questo primo riscontro, che diremo esteriore perchè riflette la
forma generale delle opere e un po' anche il valore del metodo ne' due
filosofi, si può ai^omentare che Mill guardi la scienza sotto l'aspetto
subbiettivo, cioè come una serie di concetti, mostrando così d'aver piena
fiducia in una logipit che sia atta a risolvere un problema distinto sì cJaT
problemi e sì dal soggetto in che versano le speciali discipline/ Esiste
infatti, egli dice, una conoscerla scientifica déWuomo in quanfè un essere
intéUettude, morale e sodale, e quindi una dottrina delie cognidom détta
coscienza umana.* Agli occhi del Comte, per contrario, non esiste logica tranne
che intrinsecata con la natura stessa di ciascuna scienza. Se volete conoscere,
per esempio, la logica della chimica (egli dice), studiate la chimica. Ecco la
scienza sotto r aspetto puramente ed empiricamente obbiettivo; in quanto che
considera le cose in sé, e solamente come oggetti. Tal difiFerenza, com' è
evidente, non è lieve, massime quando tengasi conto de' risultati. Il risultato
cui giugno il Positivismo inglese è questo: la} metafisica esser possibile, ma
solo come ricerca logica,! come investigazione e analisi di concetti. Il che,
s' è| pregio nella logica del Mill per la fede eh' e' ripone nelle forze del
pensiero, è auche il suo difetto massimo, stante che siffattamente ei chiudesi
tutto nel formalismo logico, secondo che altrove mostrai.' So che il Mill se ne
vuol difendere, facendo vedere qual divario corra fra la logica formale e
quella eh' e' dice logica della verità. Ma la pecca di nominalista in lui è
chiara. Ed è chiara per chi abbia convenevolmente considerato quelle quattro
teoriche, nelle quali il filosofo inglese vuol darsi addirittura per
innovatore: intendo ' le dottrine della dimostrazione, della definizione, degli
assiomi e della induzione. In tutto questo egli è per* Vedi Stuart Mill, A.
Comte et U Pontivitme, Paris. Vedi la Ont, del Po9ÌHv. innanzi citata, VI, pag.
19. fetto Baconiano, checché ne dica egli stesso. Perocché, se la inente
ne'suoi concetti, secondo questo filosofo, è superiore ai fatti; non però cessa
d'essere un artifizio, logico, un artifizio psicologico, un intreccio a cui
nulla; d' obbiettivo potrà mai rispondere. E di qua proviene i poi un' altra
conseguenza, eh' è questa. Se nella logica la posizione di Mill riesce
evidentemente unilaterale e subbiettiva, è pur d' uopo eh' ella si manifesti
impotente anche nella scienza storica, eh' è dire nell'organamento ^ razionale
de'fatti storici. Ora se il metodo positivo giunge a legittimar 1' analisi de'
concetti e la critica delle idee, non bisognerà dire che, come esigenza
critica, ei contraddica a sé medesimo quando dichiara di non potere in alcun
modo studiare idee e concetti nell'obbiettivo lor significato? E donde questa
impotenza? Dalla natura stessa della mente, si può rispondere. Ma, s'egli è
così, la possibilità della scienza si traduce in impossibilità vera. Che poi
questo non sia e non possa essere, ne porge guarentigia sicura il processo istorioo
delle scienze tutte, e l' incessante progresso ond' elle ci dan prove luminose.
La ricerca in senso obbiettivo, adun-? que, è possibile; dove che per Mill è
addirittura impossibile. Questa è la parte debole del Positivismo inglese.; L'
errore opposto è il Jifetto del Positivismo francese. Se per Mill psicologia e
logica sono scienze che s' alimentano di sé medesime; per il positivista
francese, al contrario, elle non sono che appendici della biologia, al modo
stesso che la sociologia é come un allargamento della storia, ciò é dire una
generalizzazione del fatto istorico, ma del fatto verificato mercè la deduzione
delle leggi della natura umana. Qui, ripetiamo, la differenza è profonda. La
scienza della civil società, secondo il' Positivismo inglese, pone radice nella
così detta Etologia, li' Etologia è la vera scienza dell'uomo, egli dice. .
Essa è una generalizzazione non già verificata, ma sì primiti/vamente suggerita
dalla deduzione détte leggi della natura umana.^ Ora la funzione deduttiva, nel
Positivismo inglese, non è operazione immediata, non è operazione secondaria
alla induzione, com' è nel Positivismo francese, ma è funzione a priori, è
funzione i cui risultati vonn' esser giustificati con T osservazione, e con la
scrupolosa ricerca delle leggi empiriche. Brevemente, dunque: pregio singolare
del Positivismo inglase è il metodo deduttivo-concreto (per usar la frase di
Mill) applicato alle scienze morali in generale. Questo metodo è costituito di
due processi che si svolgono, per così dire, di fronte; non già di due parti d'
un medesimo processo, l’ una delle quali sia conseguente all' altra, com' è per
i Francesi positivisti. Per tal prerogativa massimamente parmi che il
Positivismo di Mill mostri accostarsi all' indole della filosofia nostrana, e
molto allontanarsi dal baconianismo alla maniera che questo metodo s'intende
da'più.* Carattere e pregio poi del Positivismo francese, parmi stia nel
credere alla j)ossibilità d'una filosofia come risultato di tutto quanto il
sapere umano, e quindi nel porre come inevitabile o sua condizione la necessità
della storia. L'indagine storica, il metodo di filiazione: ecco il distintivo
del Comtismo, eh' è anco il massimo suo pregio.' Contro Comtismo è facile
muovere la medesima difficoltà, quantunque in senso contrario, mossa testé
contro Mill. Se infatti è possibile una ricerca e una critica storica; perchè
non sarà possibile una ricerca logica, una critica dei concetti, come tali?
Perchè dunque negare una logica e una psicologia supef * Vedi Mill, Sy^time de
Logique. Vedi CoMTB, Pha. Pontive. Voi. V, Lez. 48". . riore alla storia?
Se non che delle due maniere di Positivismo, quella de' Francesi va piii
facilmente soggetta a contradizione; la qual cosa tiene alla doppia origine
storica per cui si distingue cotesto sistema. Parecchi scrittori francesi
infatti hanno avvertito, che ove il Comte parla di natura e di scienze fisiche,
è decisamente sensista, materialista e nominalista; mentre che ove parla di
filosofia politica e storica si mostra panteista, ma senza dar prova di quella
speculazione ingegnosa, di quella mirabile unità razionale, cui sanno poggiare,
bene o male che sia, i Panteisti moderni.' Donde tal contraddizione?
Dall'essere il Comte, } per una parte, figlio del Sensismo francese; dall'
altra ì poi figlio del Sansimonismo, che, com' è noto, è forma j grossolana di
panteismo. Per questa doppia tendenza | i Positivisti di Francia non possono
salvarsi dal cadere j nelle conseguenze d' uno de' due sistemi: materialismo, 0
panteismo. So eh' e' fan presto a difendersi dall'una taccia come dall' altra.
Ma la logica vale qualcosa più delle parole e delle calde proteste. E veramente
checché se ne possa dire, uno degli scrittori poco fa citati ha fatto toccar
con mano al Littré, che inevitabile resultato del Positivismo è il
materialismo.* E d'altra parte sappiamo, come tutti i Positivisti oggi, e
propria ' mente i Comtisti, faccian causa comune con que' della \ sinistra
hegeliana, co' quali hanno intimo legame, se-l condo che mostreremo. Ho detto
come per ragion d'origine al Positivismo francese tomi più facile inciampar
nelle contraddizioni. Ne poi^o qualche esempio. Non si vuol sapere nulla di
cause finali! Ma non è forse il medesimo Lit[Vedi Rbkocttibb, Annuairephìl Q
nell^altro . VaohbBOT, Metaphi9iq\w potive. ; Trattenim. Jakbt, Onte phiL *
Vedi Janbt] tré quegli che, mentre grida contro il principio della finalità, lo
afferma là ove dice, per esempio, l'essenza stessa della materia oi^anizzata
esser la causa prima della finalità? Eccoci in pieno materialismo, e in pieno
sistema; tutto che i Positivisti non vogliano esser detti né materialisti, né
sistematici. Ancora, io domando: se per domma del metodo positivo nulla è da
accettare che non sia guarentito immediatamente o mediatamente da' fatti;
perchè, al di là de^ fenomeni e dell' esperienza e delle leggi che se ne
traggono, voler credere in un obbietto il quale, per inconoscibile che sia, é
sempre un' affermazione della ragione? Domando: è egli atto di metodo positivo,
di critica, di ricerca, il parlare di certo grande oceano qui vieni battre
notre rive, et pour lequd nous n'avons ni barque, ni voiles, mais doni la dcdre
vision est aussi sahUaire que formUàble? È egli atto di Posh tivismo e di
ricerca che sdegni qualunque spiraglio di soprassensibile e di soprannaturale,
parlarci così d'un Infinito, comecché non se ne riconoscano tutti quelli air
tributi che il fanno tale? E se ponete la possibilità di conoscere cotesto
vostro inconoscibile per il quale dite di non aver barca né vele che bastino,
ma la cui cMaroi visione é pur tanto sàkiiare al pensiero; in che maniera non
accorgervi come tutta la storia della filosofia non altro sia stata per tutt'i
secoli scorsi fuorché una serie di risposte, per così dire, a cotesta medesima
domanda che neanche voi dite illegittima, né strana? Sarann'elle erronee tali
risposte: ne potrò convenire. Ma saran tutte errori da farne proprio tavola
rasa? Da siffatte considerazioni ci é dato trarre una conseguenza. Nel
Positivismo oggi avverasi una legge; quella legge che accompagna sempre ogni
novello indirizzo nella filosofia, eh' é dire l' opposizione nel seno % stesso
del sistema. Ecco una ragione di più per dichiarare, che dunque il Positivismo
è un sistema come tutti, gli altri ! La cagione profonda, dice il Littré, che divide
/ Comte da Mill, è il punto di vista psicologico e logico nel quale s'è messo
il filosofo inglese, e la definizione reale, obbiettiva, non già formale né
psicologica, con che si presenta la scienza nel filosofo francese.^ Ora se il
Positivismo inglese è principalmente un formalismo logico, e il Positivismo
francese è essenzialmente un empirismo ! storico; ne viene di conseguenza che,
in virtiì della stessa critica positiva, noi dobbiamo riconoscer legit-^ tima
una terza forma di Positivismo, la quale sappia sebi Vedi Op. di Vico, ediz.
Predar!, pag. 762. Vedi Risposta a FINETTI] cosmologici sparsi nel LS}ro
Metafisico, e in questi attingere forza a meglio interpretare e propugnare le
applicazioni fatte dal Vico nella Sdenisa Nuova. La contraddizione, dunque,
passata dal maestro al discepolo * e il non aver saputo cogliere il principio
cosmologico del Vico, fece sì che tale polemica, nel modo ch'era sostenuta da
DUNI, apparisse inefficace e manchevole. Debole e manchevole infatti ci sembra
questa maniera di ragionare: « Voi vorreste che i primi fondatori delle nazioni
fossero stati dotati d' innocenza di costumi. Ma, caro signor censore, come
potete voi spiegare le origini dell’idolatria, la barbarie, l’immanità negli
usi delle orride loro religioni piene di duro materialismo? Come l'immanità
delie loro leggi e costumi, le cui religioni si sono per lungo tempo conservate
finanche nei tempi della maggior loro cultura, per qui tacere le origini delle
lingue, delle poesie, della frode e cose simili? Come finalmente i progressi di
tali nazioni di cui ne abbiamo le memorie troppo sicure, e non soggette alla
minime dubbiezze? Ma, giacché i monumenti e la storia degli antichissimi e de'
presenti barbari popoli sono per voi sogni, favole e delirii, perchè non ci dite
con quali altri principii, origini e progressi di cose umane debbasi ragionare
di questo mondo, degli uomini, deUe nazioni, delle tante umane istituzioni,
delle origini e progressi delle umane industrie nelle colture delle
cognizioni,alle tante maravigliose invenzioni, nei governi e polizia de' popoli
ed in tante altre maraviglie che osserviamo nel gran teatro di questo mondo
degli uomini? Come non sapete che i costumi e le leggi umane debbano
necessariamente trarre loro origine e progressi daUe idee degli stessi uomini?
Come potete negare il vario corso di tali costumi, che di grado in grado
spogliandosi del materialismo, li troviamo di fatto più puri nell' età avanzata
che nella fanciullezza di tutte le nazioni.* Io non dico che tutto ciò non sia
vero: dico * Vedi Risp. a FINETTI che DUNI, a difendere invittamente la
sentenza del suo maestro, avrebbe dovuto movere dai principii cosmologici e
psicologici, i cui germi non mancano certamente nelle opere di Vico. Gasuista
acutissimo, quanto insolente, il Finetti sorrideva a sentir elogiare e
difendere questa dottrina della Scienza Nuova; e tutto pieno d'entusiasmo
religioso rispondeva con XXIII obbiezioni cavate dai libri santi.' Quindi
esclamava: Dottrine veramente altissime ! religiosissimi e ammirevoli pensamenti
! Tra le varie cose onde pretende il Vico di far grandemente spiccare la divina
Provvidenza, una è quel capriccioso di lui corso delle nazioni sulle regole,
diciam così, del trel II Duni andrà in estasi a tal pensamento; e pure a me è
soggetto da ridere, spezialmente quando si pretende con à costante ternario di
far spiccare la divina Provvidenza ; essendo chiaro eh' ella rìsplende nella
grandezza ed importanza de' fini e nella idoneità e giusta proporzione dei
mezzi, e non già nel far correre le nazioni pe' numeri di tre o quattro. Un
tale giuoco non sembra certamente degno dell' infinita sapienza di Dio. » E
altrove, allargando la sua critica, aggiunge: « La maniera di filosofare
inventata dal Vico è tale, che può porgere delle armi per oppugnare la Religione.
e non poco corredo a chi voglia farne uso per impugnare e mettere in dubbio la
Sacra Scrittura e la divina rivelazione....; » tanto che paragonandolo al
Boulanger, uno. degl'increduli de suoi tempi (com' egli stesso nota), non
dubita porre a riscontro le dottrine dell'uno con quelle dell'altro per otto
diflferenti capi. Com' è chiaro, FINETTI non ebbe tutt' i torti se gli venne in
grave sospetto la Scienza Nuova. Avea torto bensì nel confondere, come ROMANO,
tale dottrina del Vico difesa da DUNI, con quella de' filosofi francesi Vedi
Sommario delle oppoeizioni del Sietema Ferino di Vico alla Sacra SeriUura, de'
suoi tempi. Ed è a confessare che questo medesimo torto hann' avuto di poi
parecchi altri critici, anche viventi, laddove parlano della dottrina su lo
stato ferino propugnata nella Sdeiiza Nuova» Avvertiamo una volta per sempre
che lo stato di natura di Vico noa ci ha che vedere con quello de'
giusnaturalisti. E tornando a FINETTI, a meglio capire la maniera della sua
critica, nonché il carattere delle sue opposizioni, giova qui rammentare certe
parole, da lui stesso riferite con aria di trionfo, d'un personaggio"^
napoletano. Il quale, stato già scolare per più anni di Vico, raccontava come
il suo maestro in Napoli fosse ritenuto per uomo veramente dotto, ma che poi
fosse stimato pwsfjso a cagione delle sue stravaganti opinionL Finetti si degna
dirci d' aver chiesto a quel gentiluomo partenopeo se quando Vico scrisse la
Scienjsa Nuova fosse dotto, 0 non più veramente pazzo. ediz. Siena] ligente fu,
al pari di DUNI, PAGANO, di cui il solo nome è ricordo pietoso ad ogni anima
gentile e aperta ai sensi di libertà. Come in DUNI, così pure in PAGANO le idee
vichiane leggiamo esposte con chiarezza e facilità, ma anche con troppa
imitazione; che anzi è da confessare come in lui faccian difetto alcuni pregi
di DUNI, per esempio là dove pone questi principii: che lo stato della
primitiva barbarie non fosse generale ; che la gelosia, piuttosto che un certo
vago senso religioso, spingesse l’uomo al matrimonio; e che tra la barbarie
originaria e la barbarie medievale Vico non iscorgesse divario di sorta: il che
a noi non sembra punto vero. Ma grave errore di PAGANO è quello di volere
interpretare la storia in un senso troppo fisiologico; e questo tiene alla
efficacia che nella sua, mente esercitò la filosofia francese di quell'età. E
alla stessa cagione forse è da riferire s' ei non seppe vedere come il processo
storico non sia . né possa essere unilaterale, ma complesso, organico, dovendo
abbracciar tutte le manifestazioni e tutti gli elementi d' una data storia e
civiltà. Per le quali cose non possiamo accettare la sentenza ond' altri ha
pronunziato, che i Saggi del PAGANO siano la interpretp,zione più fedele della
Sciema Nuova: tanto piii che il Pagano, intendendo in maniera grossolana al
pari dello Stellini la dottrina del corso e ricorso, non dubita sostenere che
le nazioni tutte a per lo stesso movimento onde son rimenate alla luce della
cultura, ricadono nelle tenebre della natia barbarie. » Nel che non s'accorge
quel nobile e sventurato ingegno come il ricorso di Vico sia anche progresso, e
come il suo svolgimento abbia luogo in età diflFerente da quella in che accade
t il corso della civiltà; mentre al contrario in un medesimo popolo, per
esempio nel greco, egli vede insieme un | eorso e un ricorso storico.* Il
Pagano dunque non iscorge * Vedi PAGANO, Op. edlz. Capolagro, il modo con che
il suo maestro intese coordinare i diversi momenti de' grandi periodi della
storia eh' ei disse corsi e ricorsi storici. Non riesce a salvam dall'errore,
nel quale intoppò lo Stellini, d'ammettere una prima età storica non ferina, ma
innocente. Non sa vedere l' errore di VICO, oggi assai grave, delle catastrofi
e dei cataclismi fisici onde gli uomini furon da prima scossi e menati a
civiltà. Finalmente, come origine assoluta delle famighe ponendo il ratto delle
donne per opera degli uomini forti, non s' avvede che nelle dottrine del
maestro, più che cagione, cotesta era semplice occasione, non altrimenti che le
suddette catastrofi e cataclismi di natura. Ma è da notare che fra tanti errori
egli talora sorpassa il maestro, non che i mitologi suoi contemporanei, quando
sostiene, per esempio, che i Greci, \ quant' a mitologia, non facevano che
vestir poeticamente racconti d' origine primitivamente orientale. Né a quel
tempo erasi ancor difi'usa quella febbre, che tutti oggi invade, dell'
orientalismo indiano. E CUOCO, benché seguisse Vico nelle esagerate,
interpretazioni del suo Platone in Italia, romanzo fatto sul gusto délVAnacarsi
del Barthélemy; ne divina talora qualche idea originale come quando pone, a
dirne solo quest'esempio, un'origine spontanea anzi che comunicata e
artificiale alle manifestazioni storiche, religiose, mitologiche, poetiche e
poUtiche. Così mercé PAGANO e CUOCO, entrambi ingegnosi discepoli di Vico,
temperavasi quella dottrina del maestro che, come vedremo in altro luogo,
potrebb'essere interpretata con opposti e contrari significati. E vuoisi che
CUOCO meditasse e anche scrivesse un lavoro sulla Sdenta Nuova, ma che da sé
medesimo avesse poi distrutto, forse per que' motivi politici che sì
crudelmente gli funestaron l'animo, il quale, non meno di PAGANO, egli ebbe
pieno di carità patria. Di CUOCO in sostanza non abbiamo ne interpretazioni, né
esplicazioni del pensiero che informava la Scienza Nuova, degne d'esser
rammentiite. È bene anzi avvertire com' egli ne accogliesse alcune idee al
tutto erronee: quella, per esempio, d' un' antichissima sapienza italica,
anteriore alla romana e alla greca per cui riteneva che gli Etruschi, sparsi un
tempo per tutte le terre italiane, avessero costituito un popolo solo. Non
pertanto CUOCO dà s^ni evidenti d'avere studiato la Scienza Nuova ed essersene
giovato, chi consideri quanto egli imitasse e ripetesse le idee del Vico, ma
sempre in modo ingegnoso, acuto, geniale, sul corso della civiltà, su la co-l
stituzione di Roma e su la legislazione in universale. Chi dovea più d' ogn'
altro valersi di Vico in fatto I di principii legislativi fa il Filangieri. Il
quale, se stu• diasse le opere del nostro filosofo, e se in grande venerazione
avesse alcuni principii di lui, ce lo attesta, da una parte, una lettera del
Goethe scritta da Napoli, e dall'altra le citazioni ch'egli stesso £a e le
dottrine eh' e' non di rado toglie dalla Sdenta Nuova. Dalle opere del Vico
infatti esce luminosa la prova dell' esistenza d' un elemento universale e
assoluto nelle leggi guardate lungo il processo istorico, e per cui la
legislazione nella storia non è altro che la incarnazione dell'idea del
Diritto; della quafe egli aveva additato, come vedremo, il principio -nelr
opera sul Diritto Universale. Perciò nella Scienza Nuova avverte che la
filosofia del Diritto considera Vuomo guai ddb' essere mentre la legislazione
censi ' dera V uomo quale è per farne buoni usi neW umana società} Ora appunto
la seconda parte di questa sentenza tolse a studiare il Filangieri, e però
diciamo che la . scienza della legislazione altro non sia, chi ben guardi, '
che un' applicazione di questo concetto vichiano. E veramente, se ad applicare
ottime leggi al civile consorzio * Vedi nel Cintohi, Studi oritiei, ec. Vedi
Degnità VU. è necessaria l'esperienza; e se l'arte dello sperimento non è
possibile in siflFatt' ordin di cose tranne che mediante la storia; perocché se
la storia elevata a filosofia è atta a mostrare che i fatti legislativi,
guardati nella loro idea e nelle attinenze con altri fatti pos8on essere
considerati come altrettanti esperimenti che la civiltà va seco medesima
operando: se tutto ciò è vero, .è da concludere che l' antecedente logico della
Scienea deUa LegislcusAone sia per l' appunto la Scienea Nuova. Laonde non
parmi che il Lerminier s' apponga, dicendo FILANGIERI seguace del Montesquieu,*
per la semplice ragione che il medesimo Filangieri ebbe coscienza di non dover
battere le vie già con tanta gloria calcate dal filosofo francese, com'egli
stesso ci assicura. FILANGIERI non intese a ricercar leggi, né a descriver |
costumi: volle anzi levarsi alla teorica dei costumi e • delle leggi. Ora cotesta
teorica, come vedremo, è inutile cercarla nel Montesquieu; ed è inutile
cercarvela anche per confessione degli stessi Francesi. Ripeto quindi che la
Scienza della Legislazione, chi la guardi nella originalità del suo disegno, è
di fattura tutta italiana, e possiamo designarla perciò come una pagina
(splendida pagina in vero!) della Scienza Nuova. Ciò non pertanto è da
confessare come FILANGIERI talvolta s'accosti, forse anche troppo, al fare di
ROMAGNOSI, il cui pensiero mostra d' avere tanta affinità con la filosofia
francese. In gran parte meccanica e artificiale riesce infatti la sua dottrina
storica, alla quale si riferisce la legge ch'egli espone su le Religieni e eh'
è pure una debole imitazione attinta in Vico; 1 ma è tal legge, ch'io starei
per dirla disorganata. Filangieri è da lodare per piil conti, massime per aver
I saputo cogliere il vero di quel principio vichiano sulla incomunicabiUtà
originaria dei miti presso popoli differenti: * col che mostra d' aver
attinenze sempre piiì ' ItUroduction generai eo. Vedi Scienxa ddla Legialanone,
apffini con gli altri seguaci e imitatori d' un comune maestro e d' un
ispiratore comune, quali abbiam visto essere stati per differenti guise DUNI,
CUOCO, PAGANO. Se non che, come la tendenza alla pura imitazione eccita spesso
la critica, parimenti la critica efficace! e produttiva viene più spesso
eccitata dalla critica infeconda e negativa. Così DELFICO CIVITELLA quantunque
più volte citi Vico e ne accetti perfino al ) cune dottrine su la
Giurisprudenza romana, si presenta come negazione dì lui quando si pensi che
Vico e primo interprete critico del Diritto Romano, e dicasi pure della Storia
romana. Il dubbio critico e fecondo dell'uno su le origini di Roma e delle XII
Tavole, diventò dubbio scettico nell' altro. Egli infatti giunse a dire che la
comune opinione sulla grandezza romana devesi ridurre al solo ingrandimento de'
confini, ottenuto spesso con mezzi rei ed infami.* E se GRAVINA appoggiandosi
all' autorità di CICERONE appella Diritto per eccellenza il Diritto Romano; il
Delfico, in su lo scorcio 1 dello stesso secolo, non teme affermare che Roma,
tuttora barbara e ignorante, avea già veduto a' suoi fianchi gli Etruschi, i
Sabini, gli Umbri, celebri già per leggi e per giustizia, gli Equi e gli
Equicoli, così appellati perchè giusti. Che cosa ne fecero i Romani se non
distruggerli, piuttosto che imitarli?' Le grandi lodi poi fatte in ogni tempo
ai frammenti delle XII Tavole, egli chiamava letterario fanatismo. Il tanto
encomiato Diritto Civile riguardava come risaltato delle interpretazioni dei
Giurisprudenti e delle dispute forensi. Incertezza, arbitrio, volontà di
conservare r aristocratico dispotismo diceva essere il carattere proprio del
Diritto Romano. Che se Roma cadde, Vedi Riocrehe nU vero earattere della
Oiurttprudenxa Romana e dei \ 9uoi cultori. Firenze, Introd. non cadde perchè
oppressa dal pondo dell' estrema sua grandezza, ma per mancanza di base e
difetto di solida architettura nell'edifizio. E conchiudendo poi la prima parte
del suo libro, afferma che: (c la giustizia di Roma fu in principio quale può
essere neUa barbarie; d'indi| quale dev' essere nell' anarchia, nella
confusione delle leggi, e nella generale corruzione. Talché in ogni età al
pensiero del Delfico CIVITELLA Roma si presenta in antitesi con la ragione e
con la umanità: la giurisprudenza per lui è il fatale retaggio eh' ella ci
lasciò, e i secoli ne hanno moltiplicato le specie.* Vedremo altrove, che se
Vico fu primo a studiare con riservatezza guardinga e saviamente scettica la storia
del popolo e del Diritto Romano assai cose distruggendo accolte già e
sanzionate dall' autorità di molti secoli; non però cadde in quell' aperto e
desolante scetticismo che, uccidendo i fatti nella storia, spegne ad un tempo
la fede nell' animo di chi ne interpreta il significato, com'è appunto il caso
del Delfico CIVITELLA. Vico anzi pervenne a dimostrare, come vedremo, una legge
d' intimo progresso nelle successive manifestazioni storiche ' del diritto
romano. E questo evidentemente contraddice al dubbio scettico del Delfico. Così
può dirsi chiuso il primo periodo degli scrittori che han discorso di questa o
quella dottrina del nostro filosofo. Nel qual periodo, ciò che ha molto valore
| per noi, è la polemica fra Duni e FINETTI: il resto è lavoro d'imitazione
piii o meno fedele che solamente nel Filangieri comincia ad assumere forma d'
esplicazione ' originale. E questa tendenza imitativa, che finisce con lo
scetticismo giuridico e storico del Delfico, ci mostra poi quanto sia vera
quell'osservazione fatta da parecchi storici nostrani, che la snervata
filosofia firancese principalmente scemasse originalità agli scrittori italiani
d' allora, togliendo loro il poter discemere qual novità di principi! avesse
introdotto il Vico nel regno della scienza e della storia umana. Possiamo dire
che corra un abisso. Nell'ordine puramente speculativo ci è di mezzo il
Criticismo; e nell'ordine delle idee stori 1 che e giuridiche, come in quello
de' fatti politici, abbiamo i filosofi giusnaturalisti francesi, e la grande Rivoluzione.
Con la Scienza Nuova noi avevamo già prevenuto l'esigenza critica, dal puro
mondo dell'attività psicologica trasferendola e compiendola nel regno dell'
attività storica; e nell'ordine delle idee avevamo sorpassato al-tresì la
Rivoluzione, perchè, ammesso il processo istorico al quale, secondo la Scienza
Nuova, deon soggiacere tutti i fatti e tutte le idee, non v'è pagina in questo
libro dove non si senta la necessità, e non si tocchi con mano, per così dire,
lo scoppio d'un radicale innovamento negli ordini del consorzio civile,
politico e sociale.* Brevemente: nei tempi moderni veggiamo accadere nel nostro
pensiero quello stesso che venne verificandosi nell' età del Risorgimento. Co'
nostri vecchi filosofi noi avevamo arditamente sorpassato la Riforma, nel modo
stesso che con le nostre scuole politiche (sempre nell' ordine dell'idee) *
Nella Sociologia mostreremo che co*principii del suo Diritto C7ni-1 vende il
nostro filosofo Compie la dottrina della Socialità di Orozio, corregge i
prìncipii e quindi le consegoonze der Naturalimno speculativo e wteta/meo di
Spinoza, inrera il Natwali«mo empirico di Hobbes, contraddice al
TeoeraiÌ9wu> della scuola di Bossuet, alio Scetticismo giuridico di Bayle,
di Pascal e di Montaigne, e previene le idee principali di Montesquieaj e di
Rousseau legittimandole nel suo concetto istorico. avevamo già sorpassato le
tendenze nonché i bisogni politici di quell'età.* Col primo schiudersi del
nuovo secolo, adunque, non può non ischiudersi un periodo novello di studi assai
più severi circa le dottrine del Vico; talché V abisso fra' due secoli poco fa
accennato per noi non esiste, e in ogni modo la Scienza Nuova avrebbe trionfato
nelr animo nostro come nelle nostre menti: avrebbe trionfato nella nostra
storia civile come nel nostro pensiero filosofico, quand' anche il gran fatto
della Eivoluzione non ci avesse scosso. Ci saremmo arrivati da per noi J forse
più lenti, ma certo più securi. D segnale dunque de' nuovi studi s'inaugura cqu
coscienza più chiara sul valore delle dottrine vicinane, e tal segnale ci è
dato innanzi tutto da im poeta assai splendido nella forma quale e MONTI, e da
un poeta assai potente e insieme potentissimo prosatore quale si e FOSCOLO. In
una delle nostre più illustri Università, MONTI pronunzia quella beUissima
sentenza che poi tutti hsìn ripetuto e ripetono parlando di Vico: La Scienza
Nuova è come la montagna di Golfonday irta di scogli e gravida di diamanti. E
quindi soggiungeva: Chi amasse di chiamare a rivista le idee generatrici e
profonde delle quali si è fatto saccheggio nel Fico, tesserebbe lungo catalogo,
e nuderebbe a moUe riputa^zioni.* Ma MONTI sente la verità e grandezza delle
idee vichiane com' un poeta. FOSCOLO dà un nuovo passo e va molto più innanzi
allora che nel celebrato discorso d'apertura all'insegnamento letterario nella
stessa Università Pavese, piglia a trattare con l' usata maschiezza d'ingegno
il vasto soggetto dell' origine e dell' ufficio della letteratura; nel quale
prova insieme quant' avesse studiato le opere del nostro filosofo, e come sotto
novelle forme si possa applicarne le dot* Ferbari, Cforto augii aeriUori
Politiei italiani^ V. Monti, Proluaùme agli atudi delV Univeraità di Pavia,
MUano, trine anche nei temi letterari. FOSCOLO ha colto il valore d'alcune
sentenze psicologiche sparse nei lihri del filosofo napoletano; e da queste
appunto ei seppe trarre il concetto posto come principio fondamentale del suo
ragionamento. Egli, infatti, ricorre ai bisogni dell'uomo nel rintracciar
l’origine delle lettere; e quindi reputa necessario investigarne la natura
psicologica studiando le facoltà stesse dell' uomo.' Che poi avesse meditato e
inteso le altre dottrine del filosofo, lo mostra il modo, per dire un esempio,
con che egli discorre \ ea l'origine e su la natura della parola; la quale,
traducendo quasi lo stesso linguaggio dinVico, dice essere ingenita in noi e
contemporanea dia formazione dei sensi estemi e delle potente mentali. Seguace
del nostro filosofo anche si palesa quand' accenna fuggevolmente a certe idee (per
esempio a quelle del diritto e del dovere) le quali, manifestandosi dapprima
idoleggiate con simboli ed immagini, si snodano poscia e parlan quasi da sé
stesse nella nuda verità di ragione. Seguace altresì quando tocca delle origini
del consorzio sociale e dell'imperio civile: del che poi egli stesso ci
assicura dove, accennando a' poeti filosofi, dice che delie verità sui
principii di tutte le nazioni vedute dal VicOy egli s' è studiato dimostrare e
applicare le conseguenze alla storia dei nostri tempi} Dottrine del Vico,
finalmente, applica nel discorso su le De^cazioni nella Chioma ' di Berenice,
secondo che confessa da sé medesimo. Ma alla Scienza Nuova volge tosto gli
occhi con ben altro acume di critica il napoletano Cataldo lannelli; la qual
critica, come vedremo, esagerandosi nel Romagnosi, finisce per esser
perdutamente scettica nel Ferrari. Di tutte le opere o studi fatti su la
Scienza Nuova quella che più d'ogn' altra merita d'esser letta e me ! ditata è
appunto l' opera del modesto impiegato della • Vedi Ditearto dell’origine e deW
ufficio detta LettercUura^ nel volume deUe Lesioni Queste osservazioni hann'
anch' elle un aspetto di verità; ma se ROMAGNOSI avesse meditato la Sdevusa
Nuova con più amore e men disprezzo e meno boria a lui, del resto, tanto
naturale, avrebbe visto che Vico altro non intese dire, come vedremo, se non
quello precisamente eh' egli stesso ha detto qui assai male e senz' alcun
metodo filosofico. E perchè poi reputa impossibile la similarità de' circoli
storici? Perchè intese anch' egli, in modo volgare, come parecchi altri, il
valore di cosi fatta legge. Ei non poteva persuadersi come nella storia ci sia
ritorni e ripetizione di forma (meccanismo); ma non s'avvide che se pel Vico
nella storia ci è ripetizioni, cotesto ripetizioni non sono possibili senza
veraci innovazioni (dinamismo). Io non so capacitarmi come l' ingegno
potentissimo di ROMAGNOSI non penetrasse nell' intimo della Scienza Nuova. Non
so capacitarmi com'ei facesse una critica Certo U Romafirnosi non TÌde che se
Vico prevenne Roasseau e tutti qnei giasnataralisti dell’epoca, i quali sì
volentieri ciarlavano sa lo ttato di natura, li prevenne correggendoli, cioè
legittimando razionalmente cotesto stato natarale, col porre in opera ben altri
prineipii di psicologia e di storia cho non eran quelli de' saddetti filosofi.
debole e scucita cosi che gira sempre attorno senza mai coglier la sostanza
delle dottrine di Vico. U che senza dubbio terrà alla forma della sua
filosofia, della quale il Rosmini pose in evidenza i molti e sostanziali i
difetti, e, nonostante le calde e lunghe difese del Nova, i giudizi del
Roveretano restano pur oggi intatti e verL Romagnosi, in ima parola, non poteva
pregiar la Scienza Nuovii, perchè le sue dottrine putiscon di meccanismo.
Artificiale e meccanica è in lui la dottrina sul governo dello stato, ch'ei
paragona al cervello dell'animale. Artificiale e meccanica la dottrina dei
Tesmofori in politica e in religione; le quali per lui sono bensì strumenti
benefici al popolo, ma nelle mani dello stato. E dottrina presso che meccanica
quella de' suoi Fattori dell' incivilimento. Perfino la terminologia eh' egli
adopera ne palesa l' indole della mente e delle idee: storia naturale dei
popoli, fisiologia degli stati, funzioni meccaniche e dinamiche della società,
dinamica e meccanica morale, e simiU. Come passaggio della critica empirica e
negativa del Romagnosi alla critica scettica di FERRARI, si presenta la
traduzione e l' anaUsi che della Sdenjsa Nuova die alla Francia 6 alla eulta
Europa l' illustre Michelet. Agli occhi degl'Italiani questo scrittore ha due
grandi meriti: d' aver fatto conoscere il nostro filosofo isin dal 1827 fuori
d'Italia, e, che più monta, d'averlo fatto capire nella sua verità mercè quell'
arte facile, disinvolta e con quel fare schietto e rapido con cui,
traducendola, seppe imprimere alla Scienga Nuova forma netta e fedele. Se non
che, per quanto Michelet non sia crìtico interprete (né egli vi pretende) ma
critico espositore, non pertanto i suoi giudizi son tutti co* Si yegga la
definizione che ne dà nello Leggi dtlV ineivUimento, FERRARI ha rilevato con
molta esattezza la differenza tra Vico e ROMAGNOSI nel lihro La menu di
Romagnoti. E noE a torto poi il chiarissimo FERRI pone Romagnosi come primo
ponHvi^ta In Italia. Ved. RÌ9t. de la PhU. lud., scienziosi e pressoché tutti
pieni di verità. Eccone un saggio. Ci ha due Scienze Nuove, egli dice; ma se le
Scienze Nuove son due, la prima d' esse è insieme I r ultima parola dell'
autore; ultima quant' alla sostanza delle idee. Un'altra osservazione è questa:
carattere e intento supremo di codesta Scienza Nuova è quello d'essere una
filosofia, e nel medesimo tempo una storia dell'umanità. E un'altra riflessione
che merita sia ricordata, è la seguente: il concetto d'una perfezione
stazionaria accennata dal Vico nella Scienza Nuova e riprodottasi poscia in
tanti libri, non riappare altrimenti nella seconda Scienza Nuova. Mi giova
notare con ispedalità quest' ultimo pensiero del Michelet, per corregger la
sentenza di tutti quegl' interpreti i quali per d lungo tempo ci han detto e
ridetto che dei corsi e ricorsi entro cui Vico chiuse V umanità (per dir la
parola consacrata), ei non abbia parlato fuorché nella seconda Scienza Nuova.
Non ne ha parlato mai, in nessun libro, in veruna pagina de' suoi libri I La
stazionarietà (sia detto unU buona volta per tutte) non è concetto vichiano. Io
noi trovo esplicito, né implicito in lui; e non iscaturisce in verun modo dall'
insieme delle sue dottrine. Il concetto del corso e ricorso storico, adunque,
alla maniera volgare ch'é inteso da' più, è concetto che assolutamente ripugna
al pensiero e alle scritture del nostro filosofo. Ma non tutti i giudizi del
Michelet ci paiono ugualmente giusti. Ei non giugno a spiegar convenevolmente,
per esempio, il concetto storico del nostro filo1 sofo su la forma del governo
monarchico; tanto meno que'due principii accennati piii d'una volta nella
iScien^^a Nuova e nel DvrìUo Universale su la necessità in che può ritrovarsi
un popolo di consentire a lasciarsi governare ov' ei non sappia governarsi, e
su l' affidar l' impero del mondo alla solerte prudenza dei migUorì. Il
Michelet seppe delle opere del Duni, ma forse non potè leggerle: così parrebbe
almeno dal modo con che lo SrnuAiii. ff cita fiiggevolmente solo una volta. Se
quindi avesse conol scinto DUNI, avrebbe dato al Jus Gentium del Vico il suo
proprio valore. E s'inganna poi quand' aflFerma, che il Libro Metafisico sia la
sola scrittura, le cui dottrine non fossero state trasportate nella Scienza
Nuova, del che lo riprende giustamente il Predari. Ma il Michelet ci compensa
di cotesti erronei giudizi laddove con acume non ordinario confessa di
riconoscere nel Vico U metafisico sottile,e profondo. E poi ci dà prova sicura
d'animo spassionato e libero da ogni boria nazionale, quando, egli francese,
francamente dichiara essere Vico r antagonista per eccdlenaa del CartesianismOy
l'avversario più illuminato e più eloquente dello spirito del secolo XVIII.'
Anche quest'osservazione è d'ogni parte vera e luminosa; perocché se carattere
di quel secolo, come giustamente si crede, fu la negazione assoluta, la
negazione in tutto e di tutti, distintivo, al contrario, delle dottrine del
Vico si fu quello di tutto restaurare, e tutto affermare mercè l'opera del
metodo isterico.* E poiché siamo a parlare de' Francesi, occorre far menzione
degli altri che in quel paese, nell'epoca di che trattiamo, non reputarono
tempo perso volger la mente al nostro filosofo. E primo fira tutti il
Lerminier, * Vedi Prtncipet de la PhU. de VHiat, traduite de la Scietua Nuova
de J. B. Vieoy BruxeUes La ridazione fatta dal Michelet détte occasioce iu
Italia ad una critica del Kicci pubblicata nell’Antologia del Vieusseax RICCI
mostra come lo storico francese altro non desse alla Francia che ì frantumi
della Scienza Nuova, e per cinque diversi capi ne rileva la incompiutezza.
Oltre a questo pregio, negli articoli del Btcci re n' è un altro; l’aver posto
in chiaro, meglio forse che non facess^i il Dani, il significato della parola
Autorità^ che ne* libri del nostro filosofo non è di lieve momento, e mostra
che talora egli assume questa parola nel senso del Gius Komano come sorgiva de*
diritti pubblici e privati; talora com*effotto del consenso d’una nazione in un
dato principio; tal* altra come potestà, come potere ch*ò negazione di ragione
e di coscienza speculativa. Notiamo altresì come il Ricci è quegli, fra*
critici, che più insiste su l* ufficio del Seneualiemo nelle idee storiche delj
Vico. Ved. Art. I, pag. 85. come quegli che nelle due principali sue scritture
ne discorre sempre con entusiasmo, con amore e grande venerazione. Ben s'
appone a designar la Sciema Nuova come il monumento sublime e hieearro^ in cui
è viva la impronta delle fofrme e dei colori dd medio evo, e che fa del Vico
centro dette antiche tradizioni, e insieme precursore déUa Scienza Nuova:
talché non a torto fino dal 1829 lo considerò come il vero predecessore de'
Wolf, de' Niebuhr, e degli Hegeliani. Se non che non sempre questo dotto e
simpatico scrittore dà nel vero, come quando lo dichiara padre dell'
JEfcfewswto moderno,^ o come laddove osserva che nella storia del mondo egli
trasportasse quella di Roma. Lerminier non vide che di questa seconda istoria
ei gioV06SÌ a meglio intender la natura della prima, alle storie tutte e
perfino alla storia universale trasferendo gli elementi essenziali, originari,
universali costituenti la natura umana. Assai meglio avrebbe detto d'aver egli
trasferito la psicologia nella storia, anzi che la storia di questo 0 quel
popolo alla storia di altri, ovvero a quella di tutt'i popoli in universale.
Né, d'altra parte, il Vico intese applicare una legge alla storia in generale;
errore, come vedremo, dei Teologisti e degli Hegeliani: intese bensì applicarla
ai popoli considerati nelle individuali lor tradizioni e civiltà. Tanto meno
poi é lecito creder eh' egli ponesse identità fra' tempi eroici primitivi e' '1
medio evo: bensì è vero eh' e' vi discemesse un moto perenne di ripetizione
essenzialmente progressiva. Altrove il Lerminier, parlando del Machiavelli,
osserva come r autore* della Scienza Nuova correggesse lo spirito storico del
Segretario fiorentino, mercé una pciitica ideale e platonica. ' Questa sentenza
in parte è vera; e dico in parte, poiché si può chiedere se co' suoi principii
applicabili alla politica, il Vico abbia • Vedi Introd. gin. à VHitioire du
Droit, cap. Xm. *0p. cit. pag. 167. •
Vedi JKrt. de la Phtl, du Droit, Tom. U, pag. 102.
corretto, o non piuttosto compiuto ciò che nel Machiavelli è solamente arte
politica. Tutt' insieme dunque può dirsi, che se la critica del Lerminier non è
molto acuta né molto sicura in alcuni giudizi, ella riesce nondimeno a cogliere
con lucidezza tutta francese la natura e '1 fine della mente e deUe opere del
nostro filosofo.' Su' giudizi del Lerminier riguardanti le idee giurìdiche e
politiche di Vico torneremo in altra occasione. Qui giova notare come in
Francia, quasi nel medesimo tempo in che gli scrittori di cui abbiamo accennato
facevan conoscere il nostro filosofo, altri presero a parlame come il Gousin,
Teodoro Jouffroy, il Ballanche. Tutti ripeton le usate lodi, e qualche giudizio
del Gousin, al solito, a volerlo sottilmente esaminare, non riesce molto
esatto. Quando vuol fard credere, per esempio, che Vico, benché combattesse
Gartesio ne seguiva nuUameno la filosofia generale^* ognuno capisce com'ei si
studi attaccare al gran carro del cartesianismo perfino il Vico; quasi che,
anco a detta del francese Michelet, non ne fosse stato anzi V avversario piii
terribile. E va lungi dal vero quand' osserva, che tutto ciò che è nel Bossuet
e in Vico trovasi in Herder; quasi che si possa ignorare che Fautore della
Metacritìca contro il Kant non fosse altro che un buon sensista, il quale '
perciò non dubitava credere che dall' organismo pullulasse ogni nostro pensiero
e facoltà:^ nella quale sentenza ci conferma il suo traduttore francese il
Quinet. U Gousin poi dice il vero laddove pone l'Herder ' come compimento del
Vico quant' al concetto della natura e della efficacia che la natura dispiega
sulla storia. Ma avrebbe dovuto avvertire che s'egli è compimento * Eccone, per
esempio, una prora nella seguente arguta osserraxione: w/tico più che scettico,
con la sua critica egli comincia a riprender V andamento pacato e sereno dello
. lannelli. Il Cattaneo è come Y anello fra FERRARI e TOMMASEO. Noi non
possiamo, egli dice, studiare con profitto lo spirito umano in sé, nella sua
essenza, bensì nelle sue elaborazioni storiche, e nelle situazioni più numerose
e diverse che si possa. Però bisogna studiare il poliedro ideologico nel
fluissimo numero di sue faccey e da questo terreno tutto storico e
sperimetitàle dovrà sorgere la vera cognizione dell'uomo; la quale indarno si
cerca nei nascondigli della coscienza. Lo studio dell' individuo nella società,
l’ideologia sodale: ecco una sentenza piena di verità per cui CATTANEO si
chiarisce assennato seguace di Vico. E che egli abbia inteso il pensiero del
filosofo napoletano lo pruova l'altra osservazione su le successive
trasformazioni storiche del diritto, per cui nella Scienza Nuova a troviamo
fusa la dottrina d^l' interessi come campeggia nel Machiavello con la dottrina
della ragione i esposta da Grozio, togliendo eoa la contraddizione che divideva
la storia dalla filosofia.' » Che se anche il Cattaneo s' addolora al pensiero
dei Circoli fatali che Vico ebbe in comune, secondo lui, col Machiamipremi
principii d'umanità, PuDOR e Libbrtas, che sono il cardine della ' Scienza
Nuova, e per cui anch* il servo, anch’il bimane un bel giorno diventa uomo,
personalità ? é'* Cade col Machiavelli nd »iHema delU dué fati, V ima harharay
V altra eivtU, No, introduce nn nuovo sistems nelle due differenti fasi, Tuna
tpantanea e raltrart^faMo; e questo non è circolo fatale, identico, ma
progressivo. Dice poi che il Vico eroit que la vdonU peut eorrompre Vceuvre de
la roMon. Qui evidentemente FERRARI non ha saputo, né poteva col suo
scetticismo, intender* e comporre in organismo i principii psicologici del suo
maestro. * Firbàri, Vieo et VltaUe. Paris CiTTRinBO, nel Politeonieo. Vedi Periodico
oit velli e col Campanella, una consonanza mirabile però sa trovare fra i più
recenti sistemi umanitari e quello del Vico, agli occhi del quale la
Provvidenza, con V occasione degV interessi delle inique passioni, trae la
giustizia effettuandola gradatamente nel mondo delle nazioni. Laonde osserva
come prima di Fichte, segnatamente prima di Schelling, a lui fosse dato
riguardar la ragione ' qual facoltà che occasionalmente si sveglia nell'uman
genere.' •CONTINUA IL PERIODO DE' CRITICI E DEGLI ERUDITI. Co' suoi Studi
Critici V illustre TOMMASEO segna il passaggio al terzo periodo, e quindi ad
una terza classe di scrittori che si sono occupati di Vico. Critico e filosofo,
infatti, egli stabilisce V anello fra i puri critici e gì' interpreti filosofi
negli studi riguardanti il nostro autore: Imitazione e riproduzione, come negli
scrittori del primo periodo, non era possibile nell'ingegno versatile, duttile,
acuto ed elegante del Tommaseo; e tanto meno possibile in lui una critica
scettica alla maniera del Ferrari. Piena la mente e l'anima di fede e di
profondo sentire, questo scrittore è anche filosofo, e vi pretende. Egli ha
scritto libri di filosofia; ha interpretato, e non di rado con sottigliezza
scolastica ha difeso il princìpio speculativo del Rosmini, e propugnatolo con
ardore giovanile. Nessuno dunque può negare a quest'ingegno artistico e severo
buona dose di virtù speculativa. Sarà filosofo scologizzante, sarà filosofo più
che rosminiano, ma è filosofo, oltre che critico de' più sottili: è filosofo e
critico, e, senza conNel PoUteenico trasto, quant' a proprietà di linguaggio
occupa oggi 1 primo seggio fra i viventi scrittori del nostro paese. Nessuno
meglio di lui poteva farsi a rilevar le bellezze nella parte letteraria ed
estetica delle idee del nostro filosofo. E, facile a spigolare ne' campi
altrui, anche in questo egli è andato scegliendo fior da fiore, e ne presenta
cotal mazzo che lascia scorgere l'arte di chi n' ha fatto la scelta. Chi, prima
di lui, avea saputo ritrar r indole, per esempio, di certe composizioni
poetiche del Vico, additar la possente originalità nello stile, la selvaggia
lobustezza della parola, la forma singolare dell' ingegno, e segnatamente l'
animo e tutto il carattere morale dell'uomo? Una delle più notevoli pagine della
prosa italiana, egli osserva, è la nobile immagine di donna egregia lodata dal
Vico: ed è verissimo; e vere ed argute non meno ci paion quelle considerazioni
su la storia del Caraffa, nella quale spesso questi è dipinto non qncd era ma
guai doveva essere, per meritare le lodi di VICO. La dignità del lodatore si
vendica per tal modo della indegnità del lodato j e la lode diventa condaivna.^
Ma il Tommaseo, ho detto, è anche ingegno speculativo, e spesso è felice
nell'intravedere il vero di certe idee filosofiche del Vico. Ecco un'acuta
riflessione: Fólibio e gli antichi deducono osscì-va^ioni generali da* fottio U
MACHIAVELLI trae consiglif Vico determina leggi. Ma le SUE LEGGI NON PANNO
FORZA ALLA PRATICA, anzi egli dice cìie l'uomo dee nelle teorie r attenersi
come cavallo aìiimosoy per poi nelle pratiche cose correr di maggior lena}
Altra bella osservazione è quando nota come da Platone egli traesse non l'idea,
sì la ispirazione della sua storia ideale. Il che mi piace avvertire col
Tommaseo contro chi pretende rimontare sino al filosofo ateniese a ripescarvi
un antecedente alla Scienza Nuova! Verissimo altresì che le due Scienze Nuove
paiono entrambe due grandi edifici secondo la medesima idea architettati:
Tommaseo, Studi Critici. Venezia, questo avverta chi ha creduto vedere nella
seconda di esse non so che stravaganze, follie o puerilità. Con salde ragioni
poi contro parecchi critici del Vico egli dimostra come nelle opere di lui si
manifesti potente, vera, chiara l'idea del progresso; perchè se aUe cose umane
vide un corso e ricorso in orbita fissa, non disse che V orbita non si potesse
più e più sempre cól volger de' tempi allargare^ E non meno della critica che
riguarda per diretto il Vico, preziose paionmi anche quelle undici appendici
indirizzate ad illuminare il testo dove il filosofo napoletano sorge principal
figura: dico le appendici sopra STELLINI, Grozio, ROMAGNOSI, FOSCOLO, sul gius
sacro e sul gius romano, su le origini sociali, su gli Sciti, Illirici, Slavi,
sul Niebuhr ed altri. Il Tommaseo vuol esser rammentato ed encomiato eziandio
per un altro lavoro speciale sul Diritto Univer1 sale,^ È un esame critico, al
solito, assai condensato e sparso di riflessioni ingegnose, d'opportuni e
fedeli riscontri e di felici divinazioni nel penetrare le idee del filosofo. Ma
è pur d'uopo confessare che se come critico nessuno può entrargli innanzi per
sobrietà e giustezza di giudizi, come filosofo non tutti sapranno accettarne
ogni sentenza. Molte interpretazioni e parecchie confutazioni eh' ei move al Vico
noi non potremmo accogUere: quella per esempio dove, accennando alla luce
metafisica del nostro filosofo, si studia vederci non pili che Tessere ideale
di SERBATI,' e T altra onde presume che dal concetto della Trinità egli traesse
l' ordinamento delle facoltà umane, e nel medesimo concetto scorgesse radicarsi
la metafisica, la morale e fin la giurispruden• fe anche di TOMMASEO quesV
altra bellissima osseryazionc: Dalle proprie averUure Vico dedusse H mondo
invecchiato: ma ^gìi medesimo ci vieta di crederlOf egli che pronunziò: mundus
enim jaTenescit adhuc; interpretazione luminosa deUa sua /rantesa dottrina
delh* legje de ricorsi, e risposta sufficiente a dà lo accusa di negare al
genere umano ogni forza (T avatuamenfo. Dizionario Estetico» ^kudi Filosofici,
Venezia mdoooxl, . l« Stwli OrUici, ] za. Sbaglio grave, dice, Taver negato la
trasmigrazione I delle civiltà da popolo in popolo innalzandovi mura di bronzo.
Errore gravissimo poi da restame scandalizzati, più che uno, mille Tommasèi,
gli par la sentenza, che dopo il diluvio gli uomini si disumanassero 1 * E qui
r illustre critico si fa forte delle censure di LAMI, di ROMANO e di FINETTI e
di tutti gli oppositori del primo periodo, co' quali dopo un secolo e mezzo par
ch'ei si trovi in pieno accordo. TOMMASEO non poteva penetrare nelle dottrine
speculative di VICO, e da quéste trarre, più che dai due o tre passi d'autori
lettini o dagli urli dell'uomo bestiale assordante l'aria e le selve, nuove
dottrine e vere su le origini dell' umanità, non discordanti oggi co' risultati
delle scienze naturali. Come si vede, con una critica sempre acuta nelle sue
osservazioni tuttoché non sempre vera ne' suoi giudizi, il Tommaseo è stato il
primo fra noi ad esprimerci '1 bisogno d' interpretare in maniera filosofica le
dottrine del nostro filosofo; ma non vi giugne, né il poteva, perchè non gliel
permettevan né le esigenze della fede tanto salda e vigorosa nell' animo suo,
né la filosofia schiettamente Kosminiana nella quale è uso attingere i
principii filosofici e i criteri metodici. Usciamo ora un'altra volta dal
nostro paese, e vediamo se nel giro degli anni di che parUamo gli studi, i
giudizi e la stima circa il nostro filosofo sian venuti sempreppiù progredendo
anche presso altra letteratura come presso di noi. L'illustre Renouvier avrebbe
stimato manchevole la sua storia della filosofia moderna ove anch' egli non
avesse accennato all'autore della Scienza Nuova. Vico, egli dice ripetendo
un'aflFermazionedel Michelet, ToMMAsio, Studi Filotojiciy Studi Gritici, Due o
tre pa$9Ì d* autori latini e H troppo reU^oto rispetto di tutu torta tradizioni
in tali togni tmarrirono tale ingegno. del CDUsin, del Lerminier, dello
JoufiFroy e d'altri francesi, ha fatto alla scienza una rivelazione nuova
creando la filosofia della storia; talché dopo la morte de' due martki suoi
compatrioti Bruno e Campanella, ei ci si presenta davvero qual rivelatore d'un
mondo nuovo.* Un' altra osservazione, di cui è bene prender nota, è quella dov'
egli afferma che, quant' a Cartesio, il Vico ebbe pieno diritto a biasimarne
l'incompiutezza del metodo, egli che, considerando come scienze la poesia, la
storia e la filologia, potè gettar -le basi d'un metodo novello supremamente
sperimentale, storico e comprensivo. Ma quali sono propriamente i principii filosofici
del Vico? Ha egli una serie di principii metafisici? Renouvier non risponde a
questa domanda, e si tiene contento nell' affermare solamente eh' egli ama/va
la metafisica di Descartes. Sarebbe questo il luogo di rammentare il Bouchez; *
ma, fra tutt' i francesi, questi è l' unico scrittore che del Nostro abbia
parlato in guisa assai meschina, tanto che a veder come lo cita e come n'
espone le idee, farebbe sospettare di non averlo letto, o che ne abbia
solamente discorso per sentita dire.«£ noi non avremmo tirato fuori il nome di
questo debolissimo filosofo della storia e tenutone conto, se nel suo libro non
si vedesse confermata certa notizia della quale giova prender nota. Citando un
vecchio periodico di Francia, Bouchez dice come le opere di Vico fossero quivi
note già sino dai primi lustri del secolo passato. I francesi dunque molto
probabilmente non ignoravano il primo libro del Diritto \ Universale e, che più
monta, neanche il secondo nel ' quale è racchiusa, com' è noto, la sostanza
della Scienza Ifuova. La qual cosa abbiam voluto qui avvertire col fine di
rinfiancare vie piii la sentenza d'alcuni critici su l'origine delle molte
affinità fra alcune idee del Vico, * RBiroinriBB,Jfaraii««Z de PhUot. moderne;
Paris et Uipsig BouoHBZ, Inltrod. è la Scietkce de VHiet, ec. Paris, e quelle
di certi filosofi e storici francesi anteriori alla rivoluzione, massime del
Tm^ot e di Condorcet. Nel tempo di cui parliamo novella traduzione comparve in
Francia per opera dell' autrice anonima del Saggio sulla formaeUme dd damma
eaftólico. E anche qui e' è progresso; perchè se la traduzione det Michelet,
come si disse, è una riduzione non molto fedele e mancante di critica, la
traduzione di che discorriamo, oltre d'esser propriamente traduzione, è poi
fornita d'un lungo lavoro su le opere e su le dottrine del Vico, pregevole
soprattutto per V analisi cui è sottoposto il pensiero del nostro filosofo.* L'
autore di questa prefazione s' accorge subito ov'è il nodo delle dottrine e del
metodo vichiano. Cotesto nodo, evidentemente, è nella distinzione e insieme
nella relazione tra il vero e il certo, tra la ragioìie e Vautoritcu^ E innanzi
tutto osserva come la parola autorità pel Vico voglia dir volontà, coscienza, 1
voce interiore, sorgente di quel conoscere ond' all'uomo non riesce additar le
ragioni scientifiche e universali. Brevemente; la coscienza è autorità anzi la
piìi grave delle autorità. La ragione poi è facoltà che giugno a dimostrar la
cosa scientificamente, e quindi produce il vero. E poiché tutto ciò che 1' uomo
dimostra è fatto da lui e però ha natura finita, ne segue che il vero debb'
essere inferiore al certo. V è pertanto differenza tra il vero metafisico e '1
vero matematico: questo è nostra fattura, e quindi è vero; quello, in vece, non
ci appartiene come nostro effetto, e in conseguenza riguardo a noi è solamente
un certo. Ora siccome conoscere vuol dire scomporre ed astrarre per cavarne gli
elementi; così di Dio non potremo aver nozione vera, ma certa, stantechè non ne
sia dato scomporre ciò eh' è essenzialmente uno, né ritrovar cause di ciò che è
causa per sé. È necessario adunque un modo nuovo di conoscere Dio; La lunga ed
elaborata prefazione a coi alludiamo si vaole scrìtta da un celebre storico
firancese, A. M., amico della traduttrice. La Seience NouveUe, trad. etc.,
Paris, e però necessaria una nuova facoltà. Questa facoltà è appunto il volere,
che si rivela col mezzo della coscienza. La nozione di Dio quindi è un fatto di
coscienza e di autorità, perchè autorità e coscienza tornano il medesimo. Ho
voluto accennar brevemente queste osservazioni non solo a mostrare che la
prefazione di cui parliamo non è da annoverarsi fra le solite ampolle messe in
fronte alle traduzioni delle opere di grandi autori, ma a far Tederò altresì
come in essa racchiudansi interpretazioni davvero ingegnose. Il traduttore poi
avverte la confusione fatta da VICO tra Zenone lo stoico al quale è attribuita
la dottrina del punto metafisico, e quel Zenone a VELIA che riguarda i corpi
siccome aggregati d'infinito numero d^ atomi o di punti. Nota essere esclurivo
di VICO quel concetto per cui si considera il corpo siccome |?wn^o metaifisico
esteso. Osserva (e qui prego gli altri critici H tener conto di tale
osservazione) che il Vico non volle né poteva respinger l' idea del progresso,
attesoché avrebbe contraddetto alla propria metafisica: le$ cercle4 doni il
entoure l’hutnanité doit nécessairement marcher en avant.^ La qual sentenza,
che cioè nel padre della scienza storica rifulga chiarissima, chi sappia
discemerla, l'idea del progresso, è sostenuta in modo splendido da un altro
francese vivente, dal De Ferron come appresso vedremo. Fra le idee originali di
Vico il traduttore pone anche questa: V uniformità originaria di civiltà appo
differenti popoli più come eftetto della comune natura e dell' unità di fine
che ne presiede allo svolgimento, anzi che come resultato di comunicazioni
dirette avvenute fira popoli diversi.' Riferisce al Vico la scoperta de' tipi
fantastici di differenti classi d'uomini contro chi non vi sapeva scorgere
altro fiiorchè personificazione di forze naturali. À lui medesimo riferisce l'
aver dimostrato storicamente il processo delle tre forme politiche generali, [
La Science Nouvdle OVli. aristocrazia, democrazia, monarchia; V aver avuto
coscienza come né l’eloquio né la civiltà latina fossero provenute di Grecia;
e, anziché divinato (come vorrebbero alcuni tedeschi), aver egli dimostrato in
gran parte i suoi principii storici, né solamente dato impulso alla presente
filosofia della storia, ma avere concorso propriamente a svolgerla, a
costituirla: al qual proposito notiamo come il traduttore giustamente
rivendichi a Vico il merito attribuito a Champollion, d' aver interI pretato e
svolto le conseguenze del celebre passo di San Clemente Alessandrino. Fa vedere
poi come in pili cose ei mirasse più giusto e più sicuro dei suoi successori
quant' alla storia del Diritto; per esempio, su la tanto vitale distinzione fra
popolo e plebe, non veduta da ! Livio, e comprovata dopo il Vico dal Beaufort e
da Niebuhr. Mostra quindi essere assolutamente nuovo il modo con che V autore
della Scienza Nuova considera e risolve la questione circa l'origine delle XII
Tavole; nel che lodiamo la forza e la maniera ingegnosa ond' anch' egli sa
difenderne la verità. Verissimo, finalmente, quel giudizio su la dottrina
risguardante Omero e i poemi omerici, accorgendosi come il Vico non intendesse
con tal dottrina negare un Omero personale che 'impresse forma esteriore ai
suddetti poemi, ma negare bensì, nel che egli ebbe ed ha ragione, un Omero che
fosse creatore de' medesimi, come vedremo a suo luogo. Tali sono i pregi di
quest'assennato lavoro critico che va innanzi alla seconda traduzione della
Scienza Nuova. Ma non vi mancano difetti; e ne cito qualche esempio. Come non
iscorger l' attinenza fra il vero e il certo di VICO? Come non veder che 1'
autorità altro non è che la stessa ragione considerata quale obbietto che
propone sé a sé medesima, essendo due termini cotesti che, come altrove diremo,
van soggetti anch'essi alla legge di conversione? Se questo avesse inteso il
traduttore, non avrebbe affermato che dell' assoluto non si possa aver nozione,
ma sentimento. Nella Ragione e jìeW Autorità del Vico egli forse ha voluto
scorgere qualcosa della Ragion pura e della Ragion pratica del Kant, ' G certo
non s' è intieramente ingannato. Ma non s' incanna egli quando si piace di
scendere a conclusioni cosi immediate col Criticismo? Che poi tanto in
metafisica quanto in geometria il punto sìsl principio d^ estensione; che però
la matematica, sia come dire, copia materiale atta a farci conoscere il tipo
immateriale eh' è appunto la r»i avverato dopo la pubUicaiione di tale storia,
aTcndo questo scrittore poeto il gran princìpio per cui la storia è aommesea
{dVimpero di leggi univeraali. Ma non è questa per l’ appunto la grande
scoperta della Scienza Nuova almeno quant*al suo principio? E tutte le leggi su
la costanza de* fatti sociali trovate da Buckle e più dal Quetulut, non sono
forse altrettante applicazioni sociali di quel princìpio? Ma prima di procedere
innanzi giova rispondere ad mia difficoltà non diffìcile, a nascer nella mente
di qualche pedante. Si domanderà: perchè insieme co' puri critici ed eruditi in
questo secondo periodo avete messo filosofi di gran nome? La risposta è facile
e chiara: primo, perchè tale è l'ordine cronologico di cotesti filosofi;
secondo, perchè costoro han parlato o accennato alle dottrine del Vico,
adoperando una critica più presto erudita e storica che filosofica. Qui non
potevamo disporre e coordinare gli autori in ragione delle opere scritte e per
gli studi eh' essi han coltivato e per la forma del loro ingegno, bensì pel
valore della critica ch'essi hanno esercitato su le dottrine del nostro
filosofo. Nessuno ha dato segno d'elevarsi ai veri prindpii di queste dottrine,
non perchè non sapessero, ma sia perchè alcuni di essi non ebbero tal fine
parlando dinVico, sia perchè non han creduto ad una filosofia ' di
quest'autore. Nondimeno a contar dai primi fino agli ultimi scrittori
appartenenti a questo secondo periodo, dallo Jannelli, per esempio, al secondo
traduttore francese della Sdenta Nuova, è evidente un progresso mercè cui la
critica sul nostro filosofo, da erudita e sto \ rica e filologica, viene
assumendo gradatamente valore sempre più filosofico; di modo che T ordine
logico, in questo nostro saggio di storia sulla Scienza Nuova, risponde
perfettamente all' ordine cronologico. La critica nel senso d' interpretazione
filosofica sarà quind' innanzi il carattere per cui si distingueranno gli
autori a' quali verremo accennando nel seguente capitolo. periodo degl'
interpreti filosofi. Il terzo periodo degli studi sul filosofo napoletano, se è
vero che ha da risolversi logicamente, come s'è detto, in una critica
filosofica, doveva esser dischiuso propriamente da' filosofi come quelli i
quali, più che fermarsi alle applicazioni, costumano anzi risalire ai principii
e alle ragioni di esse. Or le ragioni e i principi! ( della Scienza Nuova
giacciono sparsi, quasi germi fecondi, nelle opere latine del nostro filosofo;
e a queste vediamo accennare più spesso, e ad esse volgersi più che ad altro la
mente degli scrittori che noi verremo adunando ed esaminando in questo terzo
periodo. Primo di tutti, infatti, al Libro Metafisico ricorre r illustre
ROVERE; e, trovatovi il criterio del vero e del fatto che è come il nodo vitale
di tutte le teoriche vichiane, nel Binnovamento dell' antica filosofia I
italiana viene applicandolo a quella dottrina ch'ei disse della hvtuijsione.
Sennonché, un criterio qual è questo di valore essenzialmente universale, come
vedremo, un criterio che nelle più elevate questioni di metafisica assume
qualità e forma di principio; nelle mani del filosofo pesarese invece piglia
natura e proporzioni, per cosi dire, di norma psicologica, o ideologica che
sia: né quindi ebbe torto il Rosmini se in cosiffatto innesto operato dal
Mamiani vide annidarsi difetti non pochi, né lievi magagne, confessate oggi
tacitamente e nobilmente dall' autore delle Confessioni d’un metafisico.
Vedremo a suo luogo se quando Vico propose quel criterio, non intendesse né
punto né poco uscir da' termini della Intuizione, come allora pensavasi '1
Mamiani.* Il quale, ove oggi tornasse a parlarne, certo ne discorrerebbe in ben
altri sensi e co' riguardi di buon platonico, più che di filosofo naturale
seguace della filosofia del comun senso, al modo che con sì acceso entusiasmo
prese a fare trentacinque anni addietro.* Del • Vedi Del Rinnovamento della FU.
antica Itah, Parijri. 1 Difatto nelle Con/esnoni ROVERE designa il filosofo napoletano
come il vero e ardito rinnovatore della teorica delle idee, ma non dice come,
non dice perchè, e non giustifica in alcun luogo ed in vernn modo tale
affermazione. Nò Teramente il poterà, stantechè rimanente il merito a cui egli
può e dee pretendere panni questo. Primo d' ogni altro ei richiamò alla mente
degl'italiani non pur la dottrina su l'anzidetto criterio, ma eziandio alcune
teorie cosmologiche sparse nel libro De Antiquissima Itàlorum sapientia. Tale
si è quella de' punti metafisici come generatori di solidi, in quanto ci
significano una forza unica che in ciascun corpo meditiamo sotto la concezione
d' un punto: tale queir altra su la continuità che questa forza infonde a tutte
cose: * tale anco la idea del conato motore identico per tutto: tale il
concetto della incomunicabilità del moto onde ogni particola materiale si può
dir che possieda in proprio il principio motivo già ricevuto da tutto il
subbietto, talché il moto sia da ritenere per al tutto spontaneo:' tale,
finalmente, l'idea della impossibilità del vuoto assoluto, e 1' altra che il
divisibile accusi r indivisibile, l' indefinito e l' immutabile in seno alle
fenomeniche e divise realtà.' Ognun vede quanto ROVERE del Rinnovamento
cogliesse giusto in queste idee cosmologiche di VICO. Dopo trenta e piii anni
però egli è ritornato a parlarne, ma troppe cose nella nuova cosmologia
scordandosi della vecchia. Ristringendoci infatti, per ora, al concetto
istorico, se dell' antico maestro invocato sei lustri innanzi ei pur si
rammenta, se ne rammenta sol per addolorarsi anch' egli che il Vico fosse stato
l' autore della dottrina Corsi e ricorsi storici (malaugurata dottrina!) né sa
darsi pace pensando come mai nella mente di quel sommo tal gravissimo errore
fosse potuto capire. Al contrario oggi egli stima d'aver gettato le basi alla
filosofia storica, mercè l' idea dell' finità organica del mondo isterico. Ma,
diciamolo con buona pace dell'illustre U sua teorica neopIatoDìca delle idee
sia diametralmente opposta a quella che, come redremo, scaturisce dall* insieme
delle dottrine richiane. Dd Rinnovamento^ ec pai|^. 297. nomo, cotesto a noi
sembra ed è un concetto assolutamente vìchiano. Per tre fattori, infatti, dice
il Mamiani, il mondo de' popoli forma unità organica; e sono questi: 1* natura
comune e perpetua negli uomini; 2 È una relazione * Vedi negli Atti
dell’Accademia di Torino, celesta, tra Kant e Vico, della quale giova tejier
conto; e abbiam voluto farlo citando le parole del valoroso BERTINI. CONTI,
pensatore profondamente cattolico e altrettanto onesto e sincero nelle sue
convinzioni, ha voluto consacrare intera una lezione alle dottrine del I nostro
filosofo nel suo Specchio della storia generale della filosofia. Chi conosce i
principi! filosofici dell' illustre ed elegante scrittore toscano saprà
indovinar subito quale esposizione egli faccia di VICO, e sospettare in che
senso ne interpreti le dottrine. Può dirsi eh' e' sia il rovescio degli
hegeliani; perchè si studia di tirar tutto dalla sua parte l' A. della Scienza
Nuova, segnalandolo naturalmente com' uno de' tanti anelli della sua filosofia
perenne. Io non istarò qui a negare ne che il Vico sia cattolico, né che la
critica del prof, pisano sia fatta male. Sarà anzi critica savia e coerente: ma
è tutto Vico della prima maniera quello eh' ei ci dà, perocché niente vi sappia
discemere che non si ritrovi più o men palesemente in Agostino, in AQUINO, in
AOSTA, e simili. Però in VICO nulla ci é di nuovo, nel senso del filosofo
samminiatese, salvo che il concetto d'una filosofia civile. Né potrebb' esser
diversamente, ammessa la maniera con che suol procedere in tale esposizione
critica appoggiandosi per lo pili in certe aflFermazioni generali e
duttilissime del nostro filosofo, qual è, per esempio, questa: Dio, com'è U
principio ddV essere, così è anche del conoscere. Quante mai conseguenze non si
potrebbero far rampollare da cosifiatto principio ! Un giobertiano, per
esempio, vi mostrerebbe com' ei si sgomitoli tutto nelle note formolo e cicli
creativi e concreativi assoluti e relativi di cui al solito egli ha piena la
bocca; dovechè un hegeliano non mancherebbe darvi pruova di tal destrezza, da
sciorinarvi sotto gli occhi a fil di logica tutta la rete delle sue leggi
dialettiche. In VICO c'è parecchie di cpsi fatte sentenze; né a CONTI poteva
riuscir difficile tirarle alla sua filosofia comprensiva. Ma egli dice
benissimo dove osserva che i prìncipii del Vico, anzi che condurre al
panteismo, lo combattono; e in ciò noi conyeniamo pienamente. Or non sarebbe
stato mestieri dimostrar come non vi condncano e conte lo possan combattere?
Consentiamo altresì col dotto scrittore in tutte quelle saggio riflessioni eh'
e' sa fare su l'indole comprensiva e storica del metodo vichiano. Ma non
sapremmo concedergli che la dottrina dei corsi e ricorsi apparisca solo nella
seconda Scienza Nuova. È quistione di fatto eh' ei potrà risolvere col ridar
un' occhiata al sommario della 1* Scienza Nuova. Farà male anche a lui cotesta
dibattuta e combattuta dottrina; ed è forse per questo ch'egli procaccia di trovar
modo a scusarne l'autore: ma, più che scusarlo, avrebbe dovuto e potuto
difenderlo. Crede anch' egli poi, erroneamente, come FERRARI, che VICO
s'ispirasse alla teorica delle monadi di Leibnitz; ma contro il Ferrari mostra,
e fa benissimo, quanto il Vico fosse lungi dal confonder la causalità con l'
identità ideale. Finalmente osserviamo che i principii ond' il Vico resiste al
Cartesianismo e che il Conti riduce a tre, sono da lui debitamente
interpretati, meno T ultimo poco fa menzionato; che Dio, cioè, essendo
principio dell' essere, è anche principio del conoscere. Accettando questa
sentenza accetta anco l' altra tanto familiare al Vico, per cui la metafisica,
la matematica e l'etica siano da Dio. Anche cotesta è afi'ermazione generale,
onde nnlla può concluderai finché non si giùnga a mostrare come precisamente
accada che quelle scienze rampollino da Dio. Per ciò medesimo accoglie e ripete
quelr altro pensiero che il sommo della certezza risegga nella metafisica;
contraddicendo cosi a ciò eh' egli stesso ana pagina innanzi aveva accettato da
Vico: la certezza somma potersi l'aggiugnere unicamente con le matematiche.
Bisogna pur confessare che con la sua critica il Conti ha lasciato il Vico dove
appunto l' avean A. CoNTf, Storia della Filotofich Firenze condotto, per
esempio, il Duni, Tlannelli, il Tommaseo, r Amari, il Rosmini e tutti
gl'interpreti filosofi cattolici. E noi non sapremmo fargliene carico: con la
sua maniera di filosofare non poteva far diversamente. Anche l'illustre
Franchi, scettico ingegnoso, onestissimo, sincero, e critico furibondo, pare
talora siasi data la pena di leggere qualche libro del Vico; e ne parla I in
due luoghi neUe sue Letture sulla storia della filosofia moderna. È noto come
il Vico più volte accenni a Bacone, nella Scienza Nuova, nel Libro Metafisico,
nel^ r Orojsiotie sugli studi, e fin nelle sue Vindicue contro gli Atti degli
eruditi di Lipsia. Lo rammenta sempre con parole amorose e riverenti,
annoverandolo, com'è noto, fra' suoi maestri. Il valoroso Ausonio reputa esagerati
cotesti elogi, massime, die' egli, quando si pensi a GALILEI. Non possiamo qui
intrattenerci sul valore speculativo di Bacone: il divario e le somiglianze fra
lui e il nostro GALILEI accennammo altrove.* Ma gli elogi del Vico al filosofo
che primo ebbe coscienza della teoria sperimentale (dico della teoria) non
dovrebbero parere esagerati a nessuno: Franchi anzi avrebbe dovuto chiamarsene
contento, se avesse badato all'indirizzo storico e però sperimentale cui è
tutta volta la Scienza Nuova. Né qui giova gran fatto invocar l'autorità di
Cartesio, dicendo ch'ei fece appena menzione di Bacone; del Newton che noi
nominò mai; del Locke che lo citò solo una volta, non come filosofo, bensì come
storico. Questa anzi è una ragione di più per apprezzare gli elogi che ne fa
VICO. Qual è il motivo principale onde r autore della Scienza Nuova encomia
tanto spesso r autore del Nuovo Organo? Questo, parmi; l'esigenza in Bacone a
dimostrar con esperimenti la verità già concepita, e quasi preveduta col
pensiero.* La ragione dunque ond' al Vico piaceva Bacone, ci mostra com' egli
sapesse intendere e pregiare la mente del filo[Vedi la nostra memorìa su
GALILEI. Bologna. Vico, Vindìeke^ nve NoUb in Ada erudiUìrvm lAptitnna] sofo
inglese. E dico intendere e pregiare, perciocché -egli non iscorgeva nel Nìmvo
Organo quel rachitico sperimentalismo che ci san vedere i positivisti, e per
cui solamente e con tanto calore costoro invocano a maestro il conte di
Sant'Alban. Di che proviene poi un'altra riflessione ; ed è che dalla citazione
di VICO testé riferita è manifesto, come gli sperimenti non sieno la sorgiva,
bensì la riproduzione, la conferma di ciò che in qualche ' maniera si è innanzi
concepito; e per cui i diritti dello spiritò restano salvi di fronte a
qualsiasi forma d'empirismo. D'altra parte, poiché senza sperimenti ciò che s'è
speculato riesce al tutto sterile e vuoto, ne segue che non senza buone ragioni
nella Scienza Nuova il metodo di iilosofare del Nuovo Organo è detto essere il
metodo più accertato. Avea dunque torto il Vico nel profondere •encomii al Gran
Cancelliere? Esagerazione é il dire, nell' Autobiografia, essere stata grande
fortuna per lui aver avuto notizia del libro del Signor di Verolamio? Ma e' é
di pili. Il Franchi reputa Bacone padre di quella storia che l' autore del
nuovo Organo disse letteraria, e senza cui la storia del mondo pare vagli come
la statua* di PoUfemo priva dell' occhio. Or come va che l' acutissimo critico
non s' è accorto esser la Scienza Nuova precisamente cotest' occhio dato dal Vico
al Polifemo di Bacone? E non é ella cotesta un'altra relazione fra' due
filosofi? E non è in questa relazione appunto il motivo degli encomii
esagerati? FRANCHI parla di VICO anche a proposito del Cogito di Cartesio. È
noto come l' autore della Scieìiea Nuova, ragionando di questo criterio,
facesse menzione altresì del detto di Sosia: quum cogito, equidem certe idem
sum qui semper fui. Ne parla €ome fatto inconcusso inverso a cui le lance dello
Scetticismo, per acutissime che paiano, rimangono spuntate appunto perchè il
dubbio, essendo anche pensiero e quindi importando identità personale,
racchiude certezza. Il Franchi domanda (e nel domandare, dà segno di stupire in
che maniei'a la penna d'un Vico abbia potuto scrivere tali enormezzel): che
cosa mai ci ha che vedere il motto volgare di Plauto col principio filosofico
di Cartesio? Ma, buonissimo e valoroso Ausonio, trattasi per T appunto di
questo I La posizione Cartesiana è ella davvero un principio, o no? È egli un
vero, o non piuttosto un certo? Tra i filosofi vi è anche MAZZARELLA, che in
quest' nltim' anni ha parlato di Vico nella sua Storia della Critica, e ne ha
considerato l'ingegno critico in relazione alla critica anteriore e posteriore
all'autore della Scienza Nuova. Con la solita chiarezza e semplicità e
dirittura di pensiero egli ha saputo mostrar che cosa rappresenti il filosofo
di Napoli nella Storia della Critica: !• il disprezzo della critica meramente
erudita: 2 zioni poco fa rammentato, niun altro fra noi ha parlato del Diritto
Univermle tranne roi:rregio prof. Luchini nella sua Critica della penalità^
condotta secondo i principii del filosofo napoletano. Egli ha messo a riscontro
ia dottrina del Nostro con le teoriche di Kant, del Bentham, di ROMAGNOSI, di
ROSSI e della Scuola toscana, e se ne dichiara seguace. Vedremo nella
«Socto^ofTtd s'egli siasi apposto nello mterpretar la teorica della penalità
dell* autore del Diritto Univtrtale, anteriori. Di fatto, porre a fondamento
della società un doppio bisogno materiale e morale, eh' è dire l'istinto al
bene essenzialmente morale e all'utile tolto nel significato di equo-buono;
dimostrar Funo anteriore logicamente all’altro e questo mostrar co' fatti
anteriore a quello per sola ragion cronologica; trame quindi il principio
giuridico ed etico d' una doppia società (soci^as veri e sodetas (squi-boni);
far consistere la natura d'entrambe in uno scambio di beni materiali e morali
fra gì' individui; porre il concetto di giustizia come proporzione onde questi
beni vonn' esser distribuiti, ri che quand' anco non esistesse un bene di
genere morale ma solo beni materiali ci avrebbe a essere ciò nullamanco una
misura secondo la quale siffatti beni devano andar ripartiti, e quindi la
necessità del medesimo concetto di giustizia anche nelle attinenze puramente
materiali fra gli uomini: presentare siffattamente la scienza del diritto, dice
il Franck, vuol dire creare addirittiu*a la filo ' sofia delie relimoni civili
e sociali, la benintesa Sociologia. Due sono perciò le regole fondamentali
dell'umana condotta che scaturiscono da'principii di VICO: operare di buona
fede rispettando la verità in tutto, ed esser utile ai propri simili.
("onvien confessare, diciamolo di passata, che ove il Franck avesse tenuto
conto principalmente di questi criterii, non avrebbe speso molte parole a
biasimare il Vico a proposito dell'esagerato concetto che questi ebbe intorno
alla carità, la quale talora, com'è noto, egli confonde con la giustizia. Altro
pregio insigne di questo scrittore è l'aver saputo cogliere i veri principii del
Diritto punitivo del ' nostro filosofo, mostrando com' egli, col tener d'
occhio nella sua dottrina non pure il colpevole ma anche i diritti e gì'
interessi della società, compia nel medesimo tempo le due opposte teoriche
penali; quella, cioè, dei sistematici platoneggianti che nel comminar la pena
mirano soltanto all' ammenda del colpevole, e l' altra degli ntilitarii e
positivisti che della parte morale non ^ sanno tener conto, ne punto, ne poco.
Ma sopra tale argomento ci rifaremo altrove di proposito. Seguitando intanto,
parmi che il pregio massimo della crìtica di questo scrittore stia nel modo col
quale considera i principiì delia politica; prìncipii che, quantunque nello
stato di germe, possiamo rintracciare nel Diritto Umversale. La politica del Vico,
egli osserva giustamente, è tutta fondata sul Diritto, ma in armonia con la
storia. Sentenza verissima e feconda, che Franck avrebbe dovuto rifletter
meglio dove censura il Nostro per alcune applicazioni eh' ei venne facendo alla
storia. Laddove il Vico, egli dice, s' accinge ad applicare il metodo allo
studio del Diritto, urta evidentemente ad un doppio scoglio; da una parte,
quand' egli chiede soccorso alla sola ragione, risica di confondere e spesso
confonde il dominio della giurisprudenza con quello della metafisica;
dall'altra poi, quando chiede aiuto alla storia, altro non fa che aggirarsi in
mezzo alle istituzioni e ai destini del popolo romano, quasiché la storia di
questo popolo fosse la storia universale. In altre parole il Franck dice così:
VICO da una parte, svapora nell'a priorismo e dà nelle astrazioni; mentre poi
dall' altra intoppa nell' empirismo. Il Franck dice benissimo. Nel filosofo
napoletano questa doppia tendenza è manifesta. Ma anziché difetto cotesto,
perché non dirlo pregio? Non é egli stesso, infatti, che non rifinisce
d'incelare il metodo vichiano appunto perché consiste nel connubio della
filosofia con la filologia, della metafisica con la giurisprudenza, della
ragione con l'autorità? Or l'esigenza d'un doppio organo, d' un doppio
strumento nel metodo, non é la condizione legittima, e propriamente la parte
vitale d' una dottrina, doveché gli errori d' appUcazione hanno valore Affatto
secondario? Il non aver poi riflettuto a questo ha fatto sì che il Franck
giugnesse ad una conseguenza non vera, dicendo che il Montesquieu, quant'al
metodo, vinca e superi il filosofo italiano. Paragoni, somiglianze, analogie,
riscontri fra questi due scrittori non sono possibili. Montesquieu non ebbe
neanche sentore àeV n metodo vichiano; ed ecco perchè l'opera su lo Spirito
ddle leggi non è una filosofia della storia, non è la Scienza Nuova, né quindi
credo che lo scrittore francese siasi ispirato né punto né poco neir italiano,
come inchinerebbero a supporre Lerminier, Carraignani, Amari ed altri. Il senso
delle storicità, come primo fra tutti osserva FERRARI, manca affatto nel
Montesquieu; e manca in lui, come tutti oggimai ritengono, il compimento
razionale filosofico; vi mancano insomma i principii, 0, per dir la parola che
usano gli stessi Francesi a tal proposito, vi manca il carattere détta
raziofialità. ^j L' ultimo libro nel quale si parli cou serietà scientifica del
nostro filosofo, è quello di Ferron, ingegnoso e abilissimo filosofo. Nessun
francese meglio dì 1 lui ha saputo cogliere il significato razionale della
Scienza I Nuova, comprenderne il metodo isterico, e pome l'autora in quel
seggio che gli spetta fra i pensatori dell' evo moderno. Tracciata la storia
dell'idea del progresso,^' egli entra a discorrer su la scienza de' fatti storici
qual' era concepita prima di VICO, sul DIRITTO ROMANO rispetto alle dottrine di
lui, su la Scienza Nuova di fronte alla critica moderna, e con erudizione
eletta, acconcia, sobria e non affollata, prende a trattare la ' Il Canuignani
dice benissimo dove affernia che il metodo del Mon ) tesqaien rassomiglia al
microscopio, in mentre che quello del Vico rende imagine del telescopio.
(Storia della FU, del Diritto) Che poi il difetto di razionalità costituisca la
parte debole deiropora del filosofa francese, è cosa ormai detta e ridetta e
provata fino dal secolo passato, e confermata sempreppifi dai moderni. Non
potendo trattenerci in questi particolari, rimandiamo i lettori al giudizio che
in proposito danno i seguenti scrittori, e che torna conforme al nostro
espresso poco fa: Duxi, Saggio mila Giuritpr. univ., FlLAKOlRRI, Se. della
Legialaz.^ lotrod. MaCKINTOSH,
Vige, nur Vétude du Droit de la nature, ec. RoTTBSKAg, Emil, Fra i moderni poi
cons. Lebminirr, Biat,^ ginér, Barkt, Hiwf. dea idéen morale» et politiquea en
France Jakrt, Hiat. ec. yol. II, pag. 516. DaFAO,^; De la méth. d*olaervation
aux aciencea mor. et poi.,. Qneit* ultimo anzi dice
mancare affatto nel Montesquìon una teorica. quistione su Tetà dell'oro, e
l'altra su T orìgine e sul valore de' poemi omerici. Il buon senso di Ferron
nel saper rilevare in siffatte quistioni il merito del nostro filosofo a me sembra
davvero mirabile. Con dirittura di giudicio intende la relazione fra il diritto
civile e '1 diritto filosofico; e con tal chiave nelle mani riesce ad
interpretar debitamente la storia ideale che l' autore della Scienza Nuova
seppe cogliere nello svolgimento del gius romano. Uno per lui è il sistema del
Vico; onde le due Scienze Nuove non sono da riguardarsi altrimenti che come
detix rédadions éCun ménte sujet: al che dovrebbe por mente il nostro Cantoni.
Ritiene egli pure che lo Champollion non discoprisse, bensì confermasse
pienamente la dottrina del Vico su la storia della scrittura, tale essendo
infatti la triplice scrittura egiziana geroglifica, jeratica e demotica.
Dimostra ch'egli prima d'ogn' altri ritrovò e compose in armonia parecchie
dottrine accettate oggi e rassodate difinitivamente dalla scienza, quali sono,
per citarne qualcuna, la formazione del dramma satirico riguardato come
sorgente d'ogni poesia drammatica, l'anteriorità del linguaggio poetico al
linguaggio prosaico, e simili. Da ultimo fa rilevare come, non contento d'
avere scoperto la legge secondo cui si vanno svolgendo nel corso isterico le
grandi civiltà nonché le forme semplici del reggimento politico, profondasse la
mente nel ricercare e determinare il carattere d' un' epoca anteriore alla
città ed alle aristocrazie feudali, epoca che costituisce appunto l'età divina.
La quale osservazione, fatta da un francese, dovrebbero oggimai
spassionatamente meditare i positivisti francesi che non rifiniscon di
celebrare la scopei'ta della legge sociologica del loro maestro! Ma nel De
Ferron incontriamo riflessioni che non ci è venuto fatto ritrovare in verun
critico. Base della città, die' egli, fondamento del formarsi delle nazioni per
r A. della Scienza Nuova non è Y istinto della sociabilità, come credevano i
giusnatnralisti suoi contemporanei. Se tale istinto può aver creato la
iaiiiiglia e le tribiì, non però basta a fondar la città, non riesce a condurre
un popolo ad una data costituzione politica. È necessaria dunque una l'orza
estrinseca, senza cui r uomo rimarrebbesi nello stato pastorale. Ora cotal
forza estrinseca e tutta naturale consiste nel fatto del successivo migrare
delle tribù da alcuni centri; nel loro successivo aggrupparsi in dati luoghi;
nel fissare lor sedi, ond' è resa possibile l'agricùltura; e finalmente) nel
fatto delle conquiste, le quali hanno virtù di creare e rendere sempre più
stabili e quasi organiche le nazioni sedentarie. Tutto questo, dice benissimo
il De Ferron, scaturisce a fil di logica dalle dottrine del Vico. Diciamolo ora
con parole nostre: l’organismo sociale, la società, è da natura; è nella
natura: l'organisiifo dello Stato, in vece, è sottoposto a processo; questo
processo tiene ad arte; ma quest' arte è fondata aqch'ella in natura. La
relazione storica, dunque, ecco il concetto del Vico che il De Ferron ha
interpretato a meraviglia., Altra osservazione assai notevole parmi questa. Non
v'è stato né v' è, die' egli, chi i;on abbia celebrato il filosofo di Napoli
qual padre della filosofia della storia; mais on se garde d'exposer sa méthode
historique, aristoteliemie, i cui principii son oggi venuti applicando, in
diverse ricerche storiche Macaulay, Michelet, Guizot.' Con queste parole il De
Ferron mostra d' aver pienamente compreso il metodo della Scienza Nuova; metodo
essenzialmente aristotelico, checché ne abbian' detto e si piaccian dire certi
hegeliani. Ed ecco perché egli s' allontana da parecchi altri critici nell*
apprezzare il concetto vichiano sul progresso; rispetto al quale consente con Y
anonimo traduttore francese, col Tommaseo, con lo Spaventa e con altri, per
citare qui ' È uno de' principii su' quali è fondata la Sociologia del Comte e
ch'eglif spesso appella contenBo, cospirazione {Coum de PhiU posity voi. V).
Sarà anche questa una scoperta del Positivista francese? Db Ferron, tre nomi
che, quantunque discordanti nel resto, convengono ciò nondimanco nel credere
che in Vico esista r idea del progresso. E a chi neghi o dubiti che cotesto
concetto ritrovasi nella Scienza Nuova, il De Ferron è pronto a rispondere:
cela parati impassible a PRIORI, car le progrès décovUe de son sy stèrne; mais
en otUre U le prodame formellemeYU} Si dirà che il Vico non vide 1' elemento,
la molla principalissima delprogresso, cioè la trasformazione dei rapporti
econo spirito. Uno de' suoi pregi, come s' è detto, è la posizione del pensiero
qual inizio di scienza indipendente da ogni qualunque autorità: ma di ciò, com'
è noto, Cartesio non può vantarsi d' essere stato primo divulgatore e
sostenitore nel regno della scienza.' Vero pregio, pregio massimo dell'autore
delle Meditazioni sta neir aver considerato come originaria virtù dell'anima
l'attività stessa del pensiero; aver posto r anima come il pensiero stesso, e
però come soggetto e obbietto.' Senonchè il pensiero per lui non era altro che
rappresentazione, e, come tale, unione a dir cosi meccanica, incosciente,
immediata di due oppositi elementi, dell'universale e del particolare,
dell'infinito e del finito. Come dunque potev' egli riuscire al vei'o
organamento del sapere filosofico, posto un fatto empirico, Dt$c et le
Cartinanimne, Introd. Franchi, St. detta FiL mod., Tol. 1, letlnrs Jaitbt, (Euw,
phiL de LeibnitZj ToL I., Introd. TrnmtiiAinf, Su ddla FU. La riforma
cartesiana, cosa arvertita presso che da tutti gli storiografi, non giunse
nuova fra noi, tanto clie la si riguardi come rinnoramento filosofico, quanto
che come reazione scolastica. ATevamo avnto già PETRARCA, poi VINCI, la scuola
Telesiana – TELESIO (si veda), poi la scuola Galileiana – GALILEI (si veda).
(Vedi Libri, HUt. de» •eienc, math., ~ PncoiiroTTi, Sl della Med,^ voi. ult.)
Potremmo dire altresì che TAconzio, come osserva giustamente il Franck [Diet,
de» »eiene. phiL) fosse stato in ITALIA il devander \ del metodo cartesiano.
Avevamo avuto anche BRUNO; e segnatamente CAMPANELLA, le cui opere non
dovettero esser del tutto ignote a Cartesio, come nota il Bitter {Hi»t. de la
phU. mod.). Ma anche qui, al solito, s* inciampica neir esagerazione quando si
vuol risalire fino a sant'Agostino a ripescar 1* antecedente del pronunziato
Cartesiano ! Nò io mi ci vo' opporre, sapendo che in quel Santo Padre e' è pur
troppo r esigenza cartesiana (Vedi per es.: De Lib. Arò., e specialmente De
Civii. Dei). Ma il valore della posizione è tanto diversa ne* due filosofi,
quanto diversi i tempi in ch*ei vissero, trattandosi ben più che di certezza
d'esistenza. Il Cousin poi, com'è noto, va fino al No»ee te ipeum di Socrate !
Contentiamoci di questo, che non è poeo: un eclettico ne potrebbe far di
peggio. • DiBOARTBS, Médit., Lettre», U II, U». Obi. répotue», I, 4. posta una
dualità empìrica? E in che maniera spiegare nel pensiero l'unione del finito con
l'infinito? Ma che davvero l' idea di Dio sia innata e a priori nella nostra
mente com' egli stesso afferma, * al modo eh' è innata, non nata, cmmcUa l'
idea di noi medesimi (ciò eh' è proprio la novità di Cartesio) è ancor cosa da
dimostrare. È ella possibile nel nostro pensiero l'idea dell'infinito veramente
detto? L'essere adegua il conoscere, dicono certi interpreti hegeliani; e
poiché nel conoscere v'è r infinito, il pensiero è dunque infinito: ecco la
novità vera di Cartesio, su la quale s' imbasa propriamente la filosofia
moderna. Ma il pensiero è egli propriamente l'essere, come si vorrebbe darci ad
intendere? Non potrebbe stare che cotesta fosse un'affermazione arbitraria di
Cartesio, fatta legittima, più che altro, dal desiderio, nonché dall' artifiziosa
interpretazione che gli hegeliani porgono all'entimema cartesiano? Diranno non
ci essere artifizio di sorta in questa loro interpretazione. Ma non è forse
egli stesso, Cartesio, il quale a chiare note ci dice in che senso parli
d'innatismo, afiermando, la natura stessa averci fornito d'una facoltà mercé
cui produceìido queUPidea possiamo conoscere Dio?* Checché ne sia, era d'uopo
rivedere, chiarire e correggere in gran parte la posizione cartesiana del
pensiero. Questo quant' al Descartes, come iniziatore del novello indirizzo.
Quanto poi agli esplicatori del Cartesianismo, in generale, era d' uopo
restituire alla scienza'' il concetto delle cause finali invocando segnatamente
lo studio della storia; porre l'assoluto come obbietto • Descartes, Médit. 8«.
Vedi nella Troinhn. oljection9f Z" Rép,: e nella Rép. à M. Begiut. Non
ignoro che nella Meditaz. 3^ e 5" egli dice apei-tamente, Tidea di Dio
essere innata in quanto ci ^ imprenta da lui medesimo. E qoi è chiara la
contraddizione tra ciò eh* egli afferma in queste Meditazioni, e le
illustrazioni ch’egli stesso ne dà nelle Risp. alle obbiezioni poco fa
indicate. Bisogna dunque levarla di mezzo tale contraddizione; è fuori dubbio.
Ma perchè pretendere di leTarla con T identificare Dio e pensiero, facendo contro
cosi a tutte lo esigenze della metafisica cartesiana ? anziché come principio
di ricerca; accomunare in un subbietto dinamico universale tanto la
costituzione del mondo fisico, quanto quella del mondo morale; e quindi statuir
le norme d'un metodo non geometrico, non puramente psicologico, né
assolutamente a priori nella, costruttura della Scienza Prima. Questo per V
appunto presero a fare il Leibnitz in Germania e, poco appresso, VICO IN
ITALIA. Non vorrei che i lettori stimassero inconcludente il ravvicinamento di
questi due nomi, e inutile e vuoto un riscontro delle loro dottrine. Non è
cotesto, intendiamoci, uno de' soliti riscontri onde rigurgitano certi libri
odierni appo cui non di rado si dà per concreta, storica, reale un'attinenza
meramente logica, o ideale che sia. Il riscontro tra il filosofo di Napoli e il
filosofo di Lipsia è tutto ideale; ma la ragione di esso pone radice, meglio
che in qualche riposta e fatai legge dialettica, in queste due ragioni
principalmente: !• nella forma e natura stessa di lor mente: 2* nelle
condizioni della filosofia del secolo XVII. E innanzi tratto ricordo anche qui,
non esser possibile dimostrare che il filosofo italiano siasi ispirato nel
filosofo ) di Lipsia ormeggiandone metodi e dottrine, com' altri hann'
affermato.' Nullamanco l'affinità fra alcune dot[Vico ha coscienza della
propria posizione specalativa, e scientemente opponevasi alP esagerazioni ed
errori cui ruppero le diverse direzioni e scuole nate dair indirizzo
cartesiano. £gli conobbe lo opere di Spino}^, di Locke, di Malebranche, e Tisi
oppose. Quant'a Spinoza, cfr. Op. voi. QnanV a Locke, Quant'al Malebranche,
INon è dunque niente vero ciò che è stato affermato da un hegeliano che il
Vico, posto eh* abbia speculato, speculasse incosciamente e senz" alcuna
relazione alla storia della scienza. * In tutte le suo scritture ne rammenta il
nome appena appena due volte a proposito, non già di qualche dottrina
filosofica, ma delle controversie fra Newton e Ldbuìtz. Una di queste citazioni
è nella seconda Sa meth,, ec, Leibnitz, Meth, nova ditte, dpcend. juritpr,, P.
II, § 29. Amendne si presentano al pubblico con questioni di metodo; ricerca
degl* ingegni veramente grandi, anziché da filosofi pedanti e scolastici, come
si crede. ' Nella Ragion degli Hudi v' ha i criteri per lo studio della
ginrisprndenza. * Vedi quant'
al Leibnitz Mimoire» de VAeadfmie de Berlin^ voi. I,art.
1. ' Leibnitz, Xouv. Et», . il sustrato della Scienza Nuova, si che vede
svolgersi cotale idea anche attraverso gli antichi poemi. Quant' alla fisica
poi, alla res extensa di Cartesio, agli atomi fisici del Gassendi,
contrappongon gli (domi di sostanza, gli atomi metafisici,^ i punti, i momenti
metafisici e lo sforzo impedito nell'essenza stessa dell'universo.' Per questa
medesima ragione entrambi parlano linguaggio somigliante circa la natura delle
matemati-i che. Di fatti contro Cartesiani e Hobbesiani Leibnitz mostra la
inefficacia di siffatte scienze nelle indagini propriamente filosofiche, e al
di là del calcolo aritmetico e geometrico crede esserci luogo ad un altro e più
rilevante calcolo che tiene all' analisi delle idee; stantechè nella sostanza,
die' egli, ci abbia sempre qualcosa d' infinito.' La medesima insufficienza del
metodo geometrico scorge anche il Vico in più luoghi delle sue scritture; e lo
reputa difficile, anzi impossibile alla mente del metafisico.^ Col che essi
anticipano alcune idee di Kant in proposito. * Lbibnits!, %ff. noìit;. etc,
Vico, Risp. 1« al GiomaU de' Letterati, L* affinità de*dne filosofi, come si vede,
è mirabile anche nel linguaggio: punti metaJUici, conato («VTf^i'X^'av)
tramezzante la potenza e Tatto (Lbibkitz, Op.), 0, come direbbe il Vico, la
Quiete e il Moto; per cai la matteria, anziché passiva, ò per entrambi una
forza viva. Anche i punti matematici per entrambi non sono che simboli de*
metajitici; e i punti jieiei per tutt'e due riescono indivisibili, ma solo in
apparenza. La ragione poi ond*essì adoperano la parola punto è la idedesima; ed
è, che il punto racchiude infinito numero di relazioni. Finalmente si potrebbe
dir propria anche del Vico la nota sentenza del Leibnitz: eonatue e*t ad motum,
ut punctum ad epatium; e pel Vico vedi nelle Risposte al Oior. de* Lett.). In
omnibu» èubetantiis aliquid eet infiniti; unde fit ut a nobie per/ecte intelligi
potint sciite notionee incompUtfr, qualee eunt numeromm, figurarumj aliorumque
hujuemodi modorum a rebus animo abstractorum. Lkibxitz, Op., Vedi neW
Autobiografia, AìtroY e dice che la matematica è la più certa di tutte le
scienze, perchè prova per cause [De Antiq, Ital.), ma il metodo di essa riesce
esiziale, sterile e pericoloso quando si voglia adoperare nelle altre
discipline (Risp, a Gaeta), disastroso poi nella fisica, neir educazione degT
ingegni (/&»', passim), utile solamente neir ordinare anziché nello
scoprire (De Antiq., Ital. Entrambi poi riconoscono in Dio le stesse primalità:
potenza, volontà, intelligenza;* e se nell'uno troviamo il principio che Dio
creando non possa produrre altro che il migliore e il più perfetto de' mondi,
in Vico tale dottrina si lascia argomentare, come vedremo, dall' insieme delle
sue dottrine. Quant' alla storia, V un d' essi riconosce un progredire continuo
nel tutto, e la possibilità del regresso nelle parti;' dovechè l'altro, meglio
determinando e dimostrando cotal concetto, pone la dottrina dé*c(/rsi e ricorsi
storici, in cui sono racchiuse le idee di progresso e regresso, governati da
una medesima legge. Che se è stato detto esser d'uopo risalire, meglio che al
celebre Discorso del Bossuet, alla metafisica del Leibnitz per ritrovare un
concetto spe! culativo che fosse come il vero antecedente della filosofia della
storia, s'è detto giusto; atteso che veramente il filosofo di Lipsia, col
sommettere al principio della ragion sufficiente l' ordine delle cose fisiche e
morali, dischiuse la via alla dottrina del Determinismo universale, perocché
tutto per lui si annodi nel mondo, tutto si corrisponda, tutto armonizzi. In
Vico veggiamo questa medesima esigenza; ma nello stesso tempo ne troviamo la
correzione. Perciocché se anche per lui il passato è gravido del presente, al
modo stesso che il presente partorisce il futuro; non tutto però nel mondo
delle nazioni é avvinto a leggi fatali e cieche, perché nel regno dello spirito
vi è agli occhi suoi la ragione, v' è pur la libertà, sicché tutto il processo
isterico per l'Autore della Scienza Nuova non é altro, in sostanza, j che la
soluzione del problema della libertà, sia che tu la consideri negl' individui,
sia che negli Stati. Dinanzi alla mente d'entrambi, dunque, risplende chiara la
legge della continuità nel giro de' fatti umani e storici. Né si creda che l'
affinità fra ^ i due filosofi non si Lribnitz, MonaU., Op., ediz. Erd., Vico»
De Univ. Jur, Idem, Theod., 8. * Idoin, eod., 8. lasci scorgere altresì nelle contraddizioni
e non di rado anche nelle strettoie fra cui gi resta impigliata la coscienza
religiosa. Ei cominciano a scrivere innanzi d'aver fissato, determinato e
organato le proprie idee; di modo che, se l' uno fin quasi ai quarant' anni,
fino alla comparsa delle Meditazioni,* va fluttuando non libero da
incongruenze, l’altro va tentennando fino alla terza edizione della Scienza
Nuova. Onde non è a meravigliare se tutt' e due si contraddicano quant' al
concetto di creazione; perchè, se V uno ponendo la moltiplicità delle monadi
come primitiva ed esistente per necessità metafisica, dice nullamanco esser Dio
quegli che sceglie r ottimo fra i mondi, e immagina delle monadi create par des
fidgurcUiotis continudles dalla divinità; l'altro poi, stabihto il criterio
della conversione in senso metafisico, non dubita parlarci del miracolo della
creazione, e dell'annullamento del mondo! Quanto aiprincipii, in generale, si
palesano entrambi eclettici; ma è d' uopo intenderci nell' applicar loro
cotesto nome. Sono eclettici appunto nel significato e nel valore che lo stesso
Leibnitz dav' a tal voce; nel qual valore ci confermerebbero molte sentenze del
Vico. Sono eclettici, io dico, non perchè raccolgano in un tutto ciò che si
presenta come vero squadernato ne' differenti sistemi, eh' è precisamente il
fiacco e volgare eclettismo sfornito d' ogni originalità; ma sì perchè,
aggiugnendo anch'essi qualche altra cosa di proprio, riescono a comunicare
novello impulso a tutti gli ordini delle scienze. Rispetto alle fonti del conoscere,
o fondamenti del sapere, alla doppia sorgente vichiana del vero e del certo
risponde ' Meditationea de cognitionet veritate et ideiti f 1684. Lribnitz,
Monad,f Vedi questa sentenza del Leibnitz nelle Lettre* à Rémond de Montmort,
edlz. Erd., e ne* Nouv, £»»., Hb. I. Nel Vico poi troviamo molte affermazioni
del tenore seguente: Chi ai trae fuori da questi prineipii, guardi clC ei non
traggati fuori deìV umanità, E eh* egli poi sia eolettico in questo senso,
anziché nel significato voluto dal Cousin, dal ristica e popolare col suo
concetto della monade. (La FU. di Oiohertif ) Più chiaro e più accoucio di
tutti sembraci il modo col quale il Chalibosus pone relazione fra' successori
di Leibnitz. Kant, egli osserva, col concetto della cosa in s?, col noumeno,
nega Leibnitz; la scuola di Jacobi con r ide& d* un contenuto razionale
accessibile solo al sentimento, s' oppone all'idealismo critico di Kant, e nel
medesimo tempo all'idealismo subiettivo di Fichte; mentre la scuola di Herbart
col realismo delle monadi e col realismo psicologico, si oppone all'idealismo
obbiettivo e assoluto di Schelling e di HegeL (Willm) Questi due gruppi
rappresentano un doppio svolgimento del pari esclusivo del concetto moMen
fortunato del Leibnitz il Vico non ispiegò grand' efficacia in Italia,
nettampoco in Europa, per le ragioni ormai dette e ridette da' suoi critici ed
espositori. Ma anche in questo gioverebbe guardarci dal cadere in esagerazioni.
Posta la storia della Scienza Nuova da noi tracciata, nessuno, crediamo, vorrà
più oltre dubitare che l'azione del filosofo italiano fosse stata nulla, così
ne' suoi contemporanei, come ne' suoi seguaci. Legami intimi, vincoli
speculativi necessari, storici, nou vi sono; e quindi è inutile cercarvi
continuità e processo veramente detto. GENOVESI e GALLUPPI, per dire un
esempio, tuttoché non ignorassero, in ispecie il primo, le opere di lui,
scrissero non pertanto come s' egli non fosse esistito al mondo mai. Verso il
sesto lustro del presente secolo, in quella che co' seguaci di Hegel comincia a
declinare il moto filosofico originale di Germania, e in Francia come in
Inghilterra odonsi i primi rumori del Positivismo, vedemmo come anche fra noi
si cominciasse a sentir più acuto il bisogno al filosofare. E cosi il Mamiani
(il Mamiani del Rinnovamento), e quasi nel medesimo anno il Rosmini, si provano
a rannodar gli anelli della nostra tradizione filosofica, ma con efficacia
assai lieve. E dico lieve, perchè, quantunque ella ingagliardisse vie più col
crescer degU anni e col succedersi de' nostri filosofi, non pertanto pretendere
di stabilire in essa tradizione un vero processo ed una continuità logicamente
progressiva, a me sembra vana impresa e, fino a certo punto, anche infruttuosa.
Giova ripeterlo: a voler rintracciare alcun filo di cotesta tradizione in
maniera positiva, ciò è dire storica, né soltanto ideale, io per me non iscorgo
altra via tranne quella che noi abbiamo, anziché percorsa, additata; intendo la
via che dal Vico ci mena ai nostri ultimi filosofi, ma per mezzo de' giusnatuoadologico;
ma vi ò certamente un progresso fra 1 rappresentanti del primo e qaelli del
secondo. Vedi per le notizie particolari di questo periodo fllotollco tedesco
il Barohoc dr Ponhoem, Hìh, de la Phil. depuU UibnitK juMqu'à Hegel. BuuLE,
Hi9t. de la PhU,, voi. Vili. ralisti, de'sociologisti, de'critici e degli
storici attraverso i tre differenti periodi già discorsi. Altre vie ci saranno,
io lo so; ma tutte artifiziali, tutte pericolose, tutte vuote 0 rigonfie de'
soliti riscontri ideali che agli occhi dello storico e del critico positivo
valgono fin' a certo segno. Con la qual cosa non è a credere che noi
pretendiamo dare alla filosofia italiana caratteri e prerogative eh' ella non
ha, né può avere di fronte a quella di Grermania. Il professore Spaventa
osserva, che la filosofia italiana non costituisce processo, né assomiglia, per
così dire, ad un filo che si sgomitoli necessariamente e razionalmente, com' é
quello che in organismo vivente e palpitante annoda l' Idealismo critico con l'
Idealismo assoluto, mercé l'Idealismo subbiettivo di Fickte e l'Idealismo
obbiettivo di Schelling: non é, in somma, unevolturìone strettamente logica, un
dispiegamento serrato, compatto, e come chi dicesse inquadrato e chiuso tutto
in sé medesimo com' una severa dimostrazione geometrica. Il professore di
Napoli dice benissimo. Questo oggi dicon tutti; e questo medesimo ripetiamo
anche noi. Solamente chiederemmo: non potrebbe stare che cotesto filar compatto
e processuale; che coteste filiamoni seriali, com' ha detto lo Spencer ai
Positivisti francesi; che, in somma, coteste annodature organiche, considerate
(già s'intende) nell'ordine istorico, fossero per avventura altrettante
immaginazioni del nostro cervello, meglio che relazioni di fatto a cui ci
spinga la ragione, meglio che attinen/ie concrete in cui ci confermi la storia?
Annodamenti, giunture, articolazioni intime formano di certo il pregio massimo
della Scienza; costituiscono r essenzial condizione del sistema; sono la vita
della ragione, avvisata come funzione filosofica e metafisica. Ma si vorrà dire
che tutto ciò sia anche pregio e condizione vitale ove dall'ordine astratto e
teoretico e individuale si discenda in quello delle applicazioni e della
storia, per esempio ad un periodo storico nel quale ci sia dato assistere
all'opera svariata di molti ingegni, al lavoro molteplice di più menti fra loro
diverse per infinito numero di condizioni, condizioni differenti per luogo,
tempo, educazione, carattere individuale, e civiltà? È egli pregio, di grazia,
o non più veramente difetto il prendere un dirizzone e andare sino in fondo
diritto come fil di spada? E dov'è, dunque, la necessaria moltiplicità di
direzioni, e quella ricchezza d'aspetti differenti, e quella varietà di vedute
e di metodi e dottrine in cui risiede, a dir proprio, il moto e l' essere e la
vita feconda della storia? I quattro filosofi di Germania costituiscono, come
dire, una mente sola, un sol pensiero; formano quasi un sol uomo che svolga e
determini la propria attività: e, in effetti, come un sol uomo essi hanno
saputo filar sillogismi e tesser la scienza cosi da comporre, sto per dire, una
catena salda e compatta di soli quattro anelli.* Per contrario la filosofia
italiana non ci pone sott' occhio nulla di simile. Ella non è un processo, o al
più è un processo distratto, rotto, saltellante, fatt'a pezzi e a bocconi, Qual
relazione mai tra VICO e GALLUPPI? tra GALLUPPI, SERBATI e GIOBERTI? tra
GIOBERTI e lo scettico Fer? fra Ausonio critico radicalissimo, e il
cattohcissimo Conti? fra il neoplatonico ROVERE e il severo storico BERTINI ?
fra' nostri Hegeliani e i nostri redivivi Tomisti? Riconosciamo francamente i
pregi del periodo filosofico germanico; e non meno francamente riconosciamo i
difetti della nostra moderna filosofia considerata sotto r aspetto storico. Ma
ci si permetta una confessione, ed è che noi saremmo tentati a scegliere più
presto questi difetti, anziché que'pregi; per la semplice ragione accennata
poco fa, che gli uni, nella mancanza d'unità e d'un'euritimia stecchita e
geometrica, ci presentano il fecondo moto * Ecco come il Remnsat riduce quasi a
forma geometrica V andamento progressivo del pensiero germanico, o meglio, de*
quattro filosofi in discorso: L* idea^ dice Kant, non prova che «d «fe««a:
l’idea^ ripigìiè Firkte^ produce Veuere: Videa, soggiunte Schelling^ riproduce
V e«itcrc: V idf^, eondwe Hegel,, > Vetsere. (De la Phil. ÀUem,) del fatto
istorico, dovecchè gli altri, nell' evoluzione serrata e compassata di loro
speculazioni, ci traggono e e' incatenano allo spirito dommatico, esclusivo,
unilaterale del filosofare, e perciò medesimo racchiudon la morte del pensiero
appunto perchè presumon di chiudere il circolo dello stesso pensiero. Non
dimentichino gli amatori de' periodi storici filati e serrati, come la storia
della scienza e delle grandi età, presso cui rifulse più splendido il pensiero
filosofico, stia tutta contro di loro. Si rammentino che nell' età gloriosa del
Rinascimento in Italia cotesto filar sottile di speculazione, cotesto fitto
annodarsi di più scuole e stringersi e allacciarsi di più filosofi
impersonandosi quasi in un sol filosofo, non ebbe luogo. Non ebbe luogo,
checché se ne dica, nel più celebrato periodo che ci presenti la storia del
pensiero umano, il periodo della filosofia greca, né prima né dopo Socrate; ma
in esso il critico vede una moltiplicità sempre più crescente e feconda da'
primi Ionici agli ultimi Stoici, agli ultimi Scettici, agU ultimi Neoplatonici,
tuttoché quelle scuole così differenti si fossero succeduta sotto l' impero
d'una legge universale, storica e psicologica insieme. Questa legge conforme
alla quale si venne svolgendo il pensiero speculativo nelle scuole greche,
possiamo trovarla accennata dal Laerzio (come hanno osservato il Brandis e il
Ritter) là dov^egli afferma che presso quei popolo la filosofia sMniziò con la
nozione d*una pluralità^ indi venne progredendo con quella d* un' assoluta
um'rà, e appresso cercò di stabilire una relazione fra' due concetti. E questi
caratteri, in generale, ci additano veramente la scuola ionica e pitagorea, la
scuola eleatica e poi quelle d'Anassagora e d'Empedocle; ma sempre in maniera
esclusiva, grossolana, oggettiva e naturale. La comparsa di Socrate segna un
ricorto della medesima legge, ma con ben altro significato e indirizzo
razionale. Accanto a lui vediamo sorgere la Sofistica: il che vuol dire che,
oome in ogni ritorno istorico, nel 2fi periodo della filosofia greca ha luogo
un doppio lavoro di demolizione e di ricostruzione; l'uno rappresentato da'
Sofisti» l'altro da' Socratici. Ond'è che la sofistica né vuol esser avuta in
dispregio, come' fanno alcuni fra'quali il Ritter, e nemmanco esagerarne il
valore e l'importanza isterica secondochò fanno altri, per esempio l'Hermann,
col porre i Sofisti a capo d'un periodo novello di filosofare. Nella storia del
pensiero greco (passaggio al 2o periodo), tanto vale un Sofista, quanto un
Socratico; appunto perchè se la negazione del primo non è annullamento di
speculazione, l'affermazione del secondo non Un vincolo storico, reale,
positivo, cosciente, lo troviamo fra Platone e Aristotele. Al di qua e molto
più al di là de' due luminari non ci ha che relazioni ideali, gran numero delle
quali è, piò che altro, l'effetto della critica armeggiona di certi
storiografi; essendo già note le spostature a comodo che son venute mulinando
certe fantasie hegeliane dietro l'esempio del maestro, ponendo, per dime una,
dopo la scuola Zenoniana d' Elea quella d' Eraclito, con aperta smentita della
storia, de' fatti, della cronologia e de' dati storici più sicuri, e considerando
Socrate, per dirne un'altra, come logicamente posteriore ai Sofisti, mentre è
noto .come il gran figliuolo dell'umile Fenareta fosse loro contemporaneo!
Rammentiamoci che cotesti lambicchi e distillatoi, cui si pretende sottoporre
la storia, non ti può dir neanche posizione sistematica, ovvero esplicazione
organica d'nn dato ordln d' idee. Ma la ricostmzione rappresentata da Socrate è
essenzialmente psicologica ed etica, non più naturale, empirica ed estrinseca;
stantechè in loi, come incontra in ogni ricorto ttoricOf ripetesi il carattere
della pluralità oggettiva (però come eoncetH, i quali importano la coscienza),
e quindi in Platone ed Aristotele si ripetono, ma trasflgorati, gli altri due
caratteri. Platone infatti pone V unità assoluta in 8Ò, mentre che Aristotele
si studia ritracciare una relazione fra quella mmo e il moluplieet sforzandosi
di levare il dissidio fra 1* immanenza deU*a8ffoInto nel mondo, e la permanenza
del mondo neir assoluto avvisato in sé stesso. Dopo il *i0 la Log, d^Ari»U^ T.
U, 19^. ' n Barchou de Penho^ln dice anche lui non di rado, come il Boullier,
qualche enormità tutta francese. Per esempio questa, che Cartesio, Spinoza e
Malebranche formino una mrd4>nlmn icuofa^ e una ntf^itm dot' trino/ Vedi Op.
cit., p. 101. discredere ad ogni processo istorico nel pensiero filosofico?
Tutt' altro! L'esigenza del processo, in tutto, non è meno salda e men vivace
nella nostra, che nella vostra mente. In noi non sistematici assoluti eli' è
piii vera, più legittima, più pratica, positiva: ecco la nostra pretensione.
Sarà puerile o troppo ardita cotesta pTetensione: ma, fra tante pretensioni che
c'è al mondo, e delle quali si mostrano cotanto ricchi gli annali della
filosofia, non ci potrà capir anche questa? Un processo nel pensiero filosofico,
tanto nella storia universale come ne' suoi differenti periodi e sin nelle
diverse scuole d'un sol periodo, ci ha da essere; e ci ha da essere appunto
perchè la storia, anche agli occhi nostri, è sempre l'opera d'un disegno. Ma
poiché l'incarnazione di cotesto disegno non è soltanto effetto di pensiero
incosciente, ma è la risultante di condizioni molte, svariate, complesse per
numero e complicate per natura, fra cui signoreggiano le intuizioni, prevalgono
i sentimenti, primeggiano le tendenze istintive; ne seguita che il processo non
può manifestare, come si pretenderebbe, una forma squisitamente organica e
seriale, Ei debb' essere incompiuto, com' avviene d' ogn' altro fatto storico.
Or s'egli è incompiuto, non bisognerà pur compierlo? E chi potrà compierlo, chi
potrà integrarlo fuorché il pensiero che lo studia e sommette alla propria
speculazione? Un processo dunque ci ha da essere; ma ha da essere insieme
obbiettivo e subbiettivo, storico e speculativo, essendo l' opera combinata non
già dalla nostra fantasia, com' è vezzo di certi storiografi che annodano, per
esempio, Cartesio e Kant co' fili ch'ei sanno maestrevolmente rimaneggiare a
tutto lor profitto, bensì r opera combinata fra il pensiero che fa, e il
pensiero che, facendo, vede, scopre e progredisce e sale sempre più in su.
Spieghiamoci meglio. Non si tratta di combinare fra loro le diverse menti de'
filosofi d'un dato periodo: si tratta di combinar tutto il periodo, o, per lo
meno, i risultati di tutta la speculazione d' un dato periodo filosofico, con
noi medesimi, cioè con la nostra mente, co' bisogni della presente
speculazione. Nel primo caso, plasmando a nostra immagine e simiglianza una
data serie di dottrine e di filosofi, la storia sarebbe fatta da noi: nel
secondo, invece, ella sarebbe fatta mercè una doppia forza, in virtù d'una
doppia leva; cioè da sé stessa, e anche da noi. Non è quindi la storia, la
storia come storia, quella che possa e deva render compatto organando appuntino
il processo; il quale perciò non può esser costituito nella sua forma organica
da più scuole e da più menti considerate queste alla maniera d'una scuola od'
una mente; bensì dev'esser fatto tale da chi, venendo dopo, è deputato a
raccoglierne l'eredità. Se non fosse così che cosa ne seguirebbe? Ne seguirebbe
che per nessun miracolo al mondo sapremmo salvarci da questa conseguenza: che,
cioè, la storia della scienza s' identificherebbe, si compenetrerebbe con la
scienza stessa;* e quindi per inevitabil necessità dovremmo giungere ad uno di
questi due corollari: credere, cioè, o che il sapore filosofico 1' avremmo oggi
beli' e conseguito, o che noi conseguiremmo giammai, essendo indefiniti i
limiti della storia. Dimodoché dovremmo, com'è evidente, imbrancarci o con gli
Hegeliani, ovvero co' Positivisti. E, se co' primi, non avremmo torto
dijicantar su tutt'i tuoni d'aver già piantato le colonne d'Ercole; né, se co'
secondi, c'inganneremmo menomamente nel predicare illusorie le speranze d' un
sapere propriamente scientifico e metafisico. La condizione dunque del processo
istorico del pensiero filosofico non istà nell'esserci fUicusione e continuità
ne' suoi rappresentanti: basterà che ci sia svolgimento e progresso, e quindi
vincoli ideali ove sieno impossibili gli storici; i quali non di rado è impresa
ben vana il cercare, non potendo esistere, o, pur esistendo, non * È questo,
coni* è noto, ano de* dommi supremi deU* Hegeliauismo, (Tedi Hrocl, Logique) e
del Positivismo, tuttoché il significato ne sia diverso.Vedi CoirrB e Littbì
nelle Op. innanzi citate. sarebbero che eccezioni. Anche noi quindi crediamo
che nella storia della filosofia c'è attinenze; ma aggiungiamo che c'è anche
salti: e se c'è attinenze e salti, la conseguenza (conseguenza buona solamente
per noi, anziché per gli aggomitolatori e sgomitolatori de' periodi storici) è
questa, che una critica è necessaria; necessaria una critica filosofica atta a
scoprire le une, e colmare gli altri. Tornando ora al proposito, nella storia
della filosofia italian«r ci è salti, per esempio, fra BRUNO e VICO, fra VICO e
GALLUPPI, fra GALLUPPI e SERBATI e GIOBERTI: ma non ce ne maraviglieremo per
ciò, sapendo che se questo non è pregio, non può dirsi nemmanco difetto. Poiché
il punto, ad ogni modo, sta nel vedere se tomi possibile scoprirvi una
progressione ideale; e questa per appunto debb' esser l'opera concorde de'
viventi filosofi, e il frutto d' una storia saviamente critica. Nulla infatti è
inutile nella storia della scienza, e tantp meno in quella della filosofia.
Agli occhi dello storico spiegano egual valore tanto il moto speculativo
attuatosi dal Leibnitz ad Hegel, quanto quello che, pur con varietà
d'indirizzi, è venuto effettuandosi fra noi da VICO a GIOBERTI Nello svolgersi
di*questi due periodi filosofici potremo verificare una gran legge; la legge
medesima che presiede alla storia generale del pensiero filosofico. Mi spiego
subito e in brevi termini, anticipando un' idea che altrove giustificherò.
Platonismo e Aristotelismo sono due parole di significato altamente comprensivo
per la storia della filosofia occidentale. Non solamente elle racchiudono una
legge che ritrae la natura del processo isterico della filosofia, ma cotesta
lor legge è anche principio, un principio d'indole teoretica. Non v' è infatti,
né v' è stato filosofo, il quale non si possa dir seguace dell' uno o dell'
altro indirizzo, ovvero d'entrambi, ma accordati e accostati insieme in uno de'
tanti modi tentati e ritentati già fino da antico, a contare da CICERONE a
BOEZIO, da BOEZIO a BESSARIONE, e dagli altri molti che nel Rinascimento si
provarono in simili accordi, fino al Rosmini. D'altra parte chi pigli per poco
a filosofare con serietà scientifica anziché da burla, come par che vogliano
fare oggi critici e positivisti, non può a meno di non riconoscer nelle cose un
fondamento assoluto. Ora tal fondamento assoluto non può esser posto tranne che
in uno di questi tre modi: o nel senso dell' idea platonica, o nel significato
della categoria aristotelica, ovvero in una terza maniera nella quale tomi
possibile un accordo fra l'esigenza dell'uno, e quella dell' altro indirizzo.
Qual debba esser la natura di tale accordo e come porlo in opera, diremo
altrove. Qui giova avvertire che siffatta legge non solo racchiude il nodo, per
così dire, della storia della filosofia, tanto guai-data neir insieme del suo
svolgimento universale quanto nei suoi particolari periodi, ma costituisce ad
un tempo la vera scienza della storia del pensiero speculativo, appunto perchè
forma il triplice aspetto sotto cui può esser considerata in sé medesima la
mente del filosofo nella soluzione del problema metafisico. Si dirà per
avventura che cotesta maniera di considerare la storia del pensiero filosofico
sia merce hegeliana? Può darsi che in apparenza la si dimostri tale. Ma fin
d'ora avvertiamo che cosiffatto principio è superiore all' hegelianismo stesso,
in quanto costituisce il criterio col quale potrà esser giudicato il valore
speculativo di quel sistema. Tornando al proposito, posto il Cartesianismo,
Leibnitz e Vico non potevan essei-e, e nel fatto non sono, né puri platonici,
né puri aristotelici. Essi bensì ci esprimono il conato verso un accostamento
scambievoli dei due indirizzi; tale essendo il valore della loro universalità,
e di quella sintesi confusa ond' inaugurano, come avvertimmo, i due periodi
moderni della filosofia tedesca e italiana: i quali perciò, rappresentando
l'analisi, costituiscono il lavoro a cui necessariamente conduce quella
sintesi. Invero dopo Leibnitz in Germania e dopo il Vico in Italia, la
filosofia assume, tanto nell'uno quanto nell'altro paese, il vecchio contenuto,
ma sotto novelle forme: da una parte, la filosofia fondata nel sentimento, e
l'idealismo assoluto; dall'altra, lo psicologismo scolastico, e l'ontologismo:
indirizzi più o meno esagerati del platonismo e dell' aristotelismo. E
lasciando qui de' due aspetti vieti della filosofia germanica e dell'italiana,
le due forme che in esse addimostrano più spiccata originalità rassomigliano
quasi a due correnti che riescono a due punti fra loro opposti e contrari, e
sono la filosofia ctisiologica, e quella dell'assoluta identità. Se nella prima
vi è, come s'è detto, processo e continuità di sviluppo; nella seconda non
manca già un carattere comune tra i suoi propugnatori, n Teismo fra noi è
venuto assumendo evidentemente forma sempre più netta, meno impacciata, men
grossolana; perchè se il concetto religioso, per dime un esempio, agli -occhi
di GALLUPPI e di SERBATI e di GIOBERTI costituisce un elemento essenziale
nell'organamento del loro sistema, la rdigion civile di cui ci parla ROVERE, è
una parola com' un' altra; una parola che non dice nulla, o pochissimo; e pure
ha fatto e fa tanto comodo all' autore ! Questo processo e questo risultato
della filosofia itaUana è come una risultante di più forze: fra cui è da notare
innanzi tutto r educazione storica tradizionale e cattolica, la forma e natura
speciale dell'ingegno italiano non così facile, come dissi, a dar negli
estremi, e segnatamente gl'influssi della stessa filosofia germanica. Queste ed
altre cagioni partoriscono il movimento filosofico in Italia nel nostro secolo.
Il pensiero filosofico nostrano (e qui han ragione gli Hegeliani) è venuto
promosso, eccitato dal pensiero germanico; a quel modo, potremmo dire, che le
diverse forme di filosofia del nostro Risorgimento vennero eccitate dal sùbito
risvegliarsi della filosofia greca e platonica; da' comAatori arabi e
aristotelici delle scuole di Padova, di Bologna, di Firenze. Il Criticismo
esercita grande Zone sili GALLUPPI; e le tre forme dell'Idealismo gern/anico,
subbiettivo obbiettivo ed assoluto, spiegano alla lor volta influssi potenti,
immediati sul Gioberti e sul Rosmini, come ci dimostrano la Protologia del
primo e Ja Teosofia del secondo, e anche in gran parte sul Msaniani. Ma se è
vero, com' è verissimo, che i nostri filosofi han procacciato d'ormeggiare i
Tedeschi, e questi sono valsi ad eccitare in quelli piìi gagliarda la virtù
speculativa; è altrettanto vero che gì' Italiani mai non cessaron di combattere
le pretensioni sistematiche assolute del Germanismo; e questo è un altro
carattere comune che li distingue. Si può dire, in somma, che il pensiero
italiano sia venuto affilando le armi nella fucina dello stesso avversario:
ecco tutto. Di chi sarà il trionfo? Chi canterà gl'inni della vittoria ?
Parliamoci tondo e netto. Il trionfo dell' Ontologismo e del Neoplatonismo,
come ci è dato da' nostri filosofi, è un' illusione; ma non sarà meno illusione
il trionfo dell' Idealismo assoluto. Noi dunque non faremo festa ne all' uno ne
all' altro, né batteremo le mani alla vittoria del Grermanismo né
dell'Italianismo, per la semplice ragione che in siffatt' ordin di cose le
credute vittorie ci paiono sogni di menti ammalate. Queste due scuole, queste
due filosofie (ci sia permesso stringerle entrambe sotto due concetti o
indirizzi distinti) ci rappresentano la speculazione ardita del nostro secolo;
ma per opposte ragioni si dilungano entrambe dalla castigatezza della sintesi
ontologica, discostandosi in pari tempo dalla severità del metodo istorico e
psicologico. Sennoncthè, oggi segnatamente, chi ben le guardi, elle cercano
allearsi e compiersi a vicenda, giusto perchè rappresentano e riproducono
anch'esse l'antica lotta fra r Aristotelismo e il Platonismo, tanto in sé
stessa e nel loro insieme, quanto nelle loro particolari divisioni,
esprìmendoci perciò il bisogno perenne e crescente di quell'accordo sperato
sempre, ma non attinto mai. Questo panni, dunque, tutto il significato del loro
svolgimento; e questo mi sembra il problema alla cui soluzione elle s'
affaticano da un secolo e mezzo a questa parte. Non è egli giusto quindi
affermare che chi spera nel trionfo assoluto dell'una su l'altra spera invano,
e chi s' affida in certi accordi e temperamenti in sostanza esclusivi e
unilaterali non ispera peggio? Citiamone un esempio. Il Gioberti dello
Spaventa, lavoro (checché se ne dica dagli hegelianissimi) d'una potenza
critica veraramente singolare fra noi dopo i libri del Rosmini, nelle
intenzioni dell' autore dovrebb' essere un accordo tra la filosofia italiana, e
la così detta filosofia moderna Europea. Lasciando stare quel moderna e molto
piii Y europea (frase, la quale a me rammenta quella che han su la punta della
lingua i Pontefici di Roma quando costoro menan vanto de' creduti e desiderati
dugento milioni di cattolici), io chiederei, se il fare assorbire à quel modo
eh' egli ha fatto il filosofo italiano dal filosofo tedesco, sia da dirsi
accordo, o non più veramente un solenne trionfo del secondo sul primo, e quindi
'1 trionfo assoluto del divenire sul creare? ¥* allora dov'è mai l'accordo fra
le due filosofie? Un accordo, come suona la parola, è necessario, ed è
razionale; che posta l'analisi, posto il lavoro analitico di quel doppio
indirizzo, una sintesi ne dovrà sgorgare di necessità. E il fatto stesso ce ne
porge prova e guarentigia. Il Mamiani, l'autore delle Confessioni^ ha
pronunziato, fira le altre, questa gran verità: d'aver egli concluso e chiuso,
fra noi, un periodo filosofico nel quale egli stesso, con GALLUPPI e con
SERBATI e con GIOBERTI, è venuto cogliendo allori molti, e ben meritati. L'À.
delle Confessioni ha detto benissimo: ha chiuso davvero un periodo; ma solo ha
dimenticato avvertirci che in esso egU ha chiuso anche sé medesimo. Chi
consideri infatti il suo neoplatonismo, per quel tanto che contiene di correzione
verso gli altri nostri filosofi, l'illustre Pesarese ha merito grande; ma
avvisato in sé stesso cotesto neoplatonismo, specie quant' alla parte
psicologica, è già morto in sul nascere. E doveva esser così, almeno per chi
voglia ammettere che la storia della filosofia non possa esser ripetizione
inutile e infruttuosa di teoriche trascendentali. D'altra parte l'Hegelianismo,
checché se ne voglia dire, ha oggimai esaurito la propria vitalità con lo
scindersi nello tre note scuole di destra, sinistra e centro. Oggi dunque non è
impossibile raccorre i frutti di così lungo, di così ostinato lavoro, e di
lotte e contrasti e discussioni infinite attuatesi nei due paesi, appo cui l'
ingegno europeo serba piii acconcia e vigorosa virtù speculativa. A tale impresa
hann' influito efficacemente i nostri hegeliani, r opera dei quali riguardata
stòiicamente, io non dubiterei chiamarla provvidenziale. Nelle mani di questo
infaticabile artefice che appelliamo storia, i nostri hegeliani sono, mi si
lasci dir così, un istrumento, un mezzo, acciocché nel possibile accordo delle
due filosofie abbia a trionfare il vero. Più che apostoli e messia e
predicatori della buona novella, com' essi medesimi si piaccion segnalarsi, sia
col tradurre le opere di Hegel, come fa VERA (si veda), sia col modificarne e
interpretarne le dottrine, come fa SPAVENTA (si veda), e' mi paion la
condizione imprescindibile, efficace, perché il pensiero filosofico possa
innovare sé stesso nella pienezza d' una coscienza speculativa chiara, intima,
vivace, sceverando dal vero quel carattere arbitrario di costruzioni dommatiche
il quale accompagna i pronunziati dell' Idealismo assoluto. L' Hegelianismo é
cosa nostra: lo ha detto SPAVENTA (si veda); ed é verissimo. Ma é cosa nostra
in quanto è anche un assoluto realismo; realismo obbiettivo nel vero senso
della parola, non già campato a mezz'aria, com'è quello di Hegel, il quale
perciò usurpa, non legittima il significato della obbiettività. Ripetiamolo: se
la filosofia ha bisogno d'innovarsi esi i stro \ ica. i diventando positiva e
razionalmente positiva, tale esi genza del pensiero italiano e tedesco, pia che
dal nostro cervello, ha da scaturire dalla stessa ragione istorica Osservando
lo svolgersi di queste due forme del pensiero filosofico moderno, è facile
accorgersi com'elle assomiglino (ci si permetta un paragone) al cammino di due
linee le quali, partendo lontane fra loro, nondimeno si vadano accostando
sempreppiù. L'una s'è mossa prima dell' altra; e assai più spedita e più rapida
ne' suoi passi e difilatamente ha percorso assai più lungo tratto che non abbia
guadagnato la seconda. Questa poi s' è mossa dopo, e spesso è venuta sviando e
svagando per più e diverse ragioni; ma, non altrimenti che ne' fenomeni
elettrici d'induzione, passo passo ne ha sentito gì' influssi, e le si è venuta
più e più avvicinando. Un punto di coincidenza, dunque, fra queste due linee
convergenti è necessario; ma la grave difficoltà sta nel trovare cotesto punto.
Usciamo di figura. Se i due periodi filosofici nel dischiudersi per opera di
Leibnitz e del Vico mostrano, come vedemmo, cert' affinità spontanea e
incosciente, è pur mestieri che cotest' affinità s'abbia da palesare altresì
nel loro chiudersi; ma s' ha da palesare cosciente, riflessa, e quindi
promossa, eccitata, ricercata e partorita dalla stessa ragione come funzione
filosofica. E pensiero moderno debbe aver coscienza di tale affinità: né può
averla se non la cerca; né può cercarla efficacemente se non la pone. Ninno si
meraTigli se fra* vari indirìzzi moderni della filosofia noi qui non abbiamo
tenuto conto altro cbe della speculazione tedesca, e dell* italiana. L'
ingregno inglese procede sempre a un modo, ne da due secoli A questa parto ò
mai uscito dalle orme segnategli dal suo Bacone, e poi dal Locke, da Hume e dalla
Scuola scozzese. Spencer e Mill ce *1 dicono chiaramente; ne* quali filosofi è
pur chiaro un progresso rispetto ai loro antecessori, ma è un progresso
monotono, omogeneo. L’ingegno francese poi, dopo le grandi tracce lasciategli
dal Cartesianismo, si è svolto sempre fra il Sensismo eil un acquoso
Spiritualismo; né la scuola eclettica, i cut ultimi rappresentanti oggi fan
tanto onore alla Francia, ha nulla di veramente originale. )£ una bella
eccezione in quel paese la scuola e gli studi iniziati dal Main^de Biran. Se
dunque originalità di Italia e Glermania, madri d'ogni grande filosofia e
dìvinatrici delle più ardite concezioni metafisiche, per necessità isterica
hann'a risalire alle loro primitive sorgenti moderne, Leibnitz e VICO; ma
risalirvi (intendiamoci) con tutta quell'opulenta ricchezza che a noi porge il
lavoro di specukzione compiutasi nello spazio di due secoli. Il trionfo ha da
esser comune, perchè comune, quantunque diviso, è stato il lungo lavoro. Se non
fosse cosi, la conseguenza, per le menti che con ansia febbrile e con ignorati
e crudeli tormenti ma con altrettanta fede si travagliano invittamente nella
ricerca d'ogni parte spinosa della verità, sarebbe dura davvero, sarebbe
sconfortevole. E la conseguenza è, che la storia sarebbe un' ingiustizia:
ingiustizia altrettanto manifesta e insopportabile, quanto inesplicabile.
Ancora: se questi due periodi, queste due filosofie di cui si parla, non
avessero quelle attinenze e quel valore e quel fine che noi diciamo, elle
assomiglierebbero a due forze distratte, inconsapevoU, naturali, sciolte da
ogni legge, libere da ogni ragione; sì veramente che le analogie e le
differenze e l'intero loro svolgimento sarebbero tutte cose accidentali,
estrinseche, meccaniche, fortuite, e perciò stesso empiriche, perciò stesso
inesplicabili, perciò stesso insignificanti, non altrimenti che que' riscontri
ingegnosi ma vani, ma inconcludenti, che alcuni storici sanno scorgere fi-a la
storia d'un popolo, e quella d'un altro, fra la China, per esempio, e l'Europa,
tra Confucio e Pitagora, fra il Celeste Impero e il Teocratismo papale, come fa
il nostro FERRARI Or noi domandiamo alla coscienza di tutti gl'indefessi
indagatori del vero; domandiamo alla coscienza degli amici sinceri e de’sinceri
nemici della filosofia : È egli mai possibile speculazione oggi è possibile, è
d' uopo ricercarla, quantunque sotto forme diverse e con risultato e valore
differente, nell* ingegno tedesco e italiano. So che gli Hegel ianissimi
sorrideranno di gran cuore a queste parole. Ma io qui vo’restringermi a
chiedere, se da quarantanni a questa parte fuori d’Italia ci sìa stato filosofo
che possa reggere al paragone dell'ingegno del Rosmini, miracoloso per acutezxa
speculativa. che la storia, massime la storia del pensiero filosofico, abbia da
essere, o un' opera cotanto ingiusta, ovvero un artifizio cotanto sterile,
infruttuoso e meccanico? Concludo per ciò che riguarda il nostro filosofo
nonché la seconda parte del nostro lavoro. Si è detto e si dice che il Vico non
ispiegò efficacia di sorta nel soQ. secolo. E poi s' aggiunge che, quand' ei
venne scoperto (e fu vera scoperta) noi già l' avevamo sorpassato. Sarà vera V
una cosa e l' altra. Ma gli uomini grandi e ì grandi ingegni, se vogliamo stare
all' osservazione di Mill, i quali per difetto di favorevoli occasioni non
poteron lasciare traccia alcuna di sé nella loro età, spesso sono stati di gran
valore per i posteri.* Tale per noi è Vico; e tale si é pure la sua Scienza
Nuova. S'ei nulla valse pe' nostri padri (il che non è vero), vale moltissimo
per noi. Solamente in lui potremo rannodar gli anelli della nostra tradizione
scientifica: in lui ricongiugnere il nostro Rinascimento col nostro moderno
Risorgimento. Per andare avanti debitamente, come suona il motto volgare, è d'
uopo dare un passo indietro: Chi vuol salire, pigli V aire. Se questo é vero,
se questo é necessario in tutto; non sarà altrettanto vero, altrettanto
necessario in filosofia? Con sifi'atti intendimenti noi prendiamo ad
interpretare il principio filosofico della Scienza Nuova. L' acuto Littré lia
detto benissimo: Tout annonce gu'on ne verrà plus aucune grande éruption
métaphysigue, comparàble à celles qui otit signaU Vére moderne depuis
Descartes, et qui ont abouti à HegeV Ma la conseguenza vera non è quella che ne
trae il positivista francese, bensì quella che ne ricaviamo noi: e tal
conseguenza é la necessità di critica, la necessità di ritomo critico su la
feconda speculazione degli ultimi grandi filosofi, e quindi la necessità d'un
accordo fra essi. ' St. Mill.
SytL de Log., LiTTRi, Princ de Phtl. Poeit., Pré/,,
pag. 59, Paris, 1868, Il concetto della Scienza e '1 concetto del Criterio si
richiamano a vicenda, poiché non si può determinar l'uno senza additare nel
medesimo tempo il significato dell' altro. La prova più facile e megUo
convincente di tale affermazione ci è data dalla storia della filosofia; non
v'essendo sistema, non dottrina filosofica, nella quale que' due concetti non
rispondan fra loro per caratteri comuni, e per note affini ed omogenee. E
poiché applicare il criterio vai come imprimere forma al conoscere, onde poi
risulta il metodo; è naturale che, tanto l' idea della scienza, quanto quella
del criterio, abbiano a racchiudere altresì la nozione del metodo. Se non che,
scienza metodo e criterio sono tre concetti dipendenti dalla soluzione d' un
medesimo problema, del problema della conoscenza: nel quale perciò si radica
propriamente, direbbe il Trendelemburg, l' ultima differenza de' sistemi. Sono
dunque tre aspetti diversi, sono tre diverse determinazioni d'un medesimo
subbietto; le quali noi non possiamo definire, ma espUcare, stanteché la
definizione, secondo il detto di CAMPANELLA, sia come la conclusione e quasi l'
epilogo della scienza stessa. Nel circolo della riflessione infatti la mente,
ripiegandosi in sé medesima si compie, si pone, si determina, cioè si
definisce; e si definisce perchè si è venuta esplicando; e con r esplicarsi
mostra col fatto che cos'è mai l’intendere, quali vie abbia percorso, e con che
guarentigie si possa pervenire ai risultamenti più sicuri del sapere. Nondimeno
ci è cose che noi potremo sapere fino da ora; voglio dire le condizioni del
sapere. In che mai dobbiamo fondare la scienza? In che porre i limiti del
sapere metafisico? I più de' filosofi, com' è noto, si fanno tosto a
rispondere: « su la natura e sul valore dell'uomo stesso. » Ma il punto è
precisamente questo: qual' è mai la natura, qual è il valore dell' uomo ? La
risposta più seria e positiva a tale domanda, se non vogliamo perderci nelle
solite ciance trascendentali, panni questa: che l'uomo, l'uomo quale ci è dato
da' fatti e dalla storia, non l' uomo concepito sotto forma di spirito del
mondo {der WéUgeisf), non sia tutto, e nemmanco nulla: di che ci porgono
guarentigia nel medesimo tempo la coscienza, l'esperienza e la ragione. Ora se
questo è vero, due conseguenze n'emergono innegabili; la prima, che la scienza,
tolta nel significato di sapere metafisico, non può esser né propriamente
negativa, né propriamente assoluta; la seconda, che non si può esser sistematici
e dommatici, non essendo noi tanto fortunati da possedere una formola assoluta
entro cui mostrar chiusa la ragione ultima e propriamente essenziale delle
cose. Ma diremo perciò che il filosofare altro non possa essere fuorché una
pura e semplice ricerca sfornita di qual si voglia risultamento metafisico che
sia positivo, sicuro, determinato?' Che se anche per noi filosofia suona ri'
Homo quia neque nthU e«(, neqite omnia^ nee nihil percipit, nec in,' Jinitum,
De sntiqaiss. Italoram sapientia, Filosofo dommatieo e filosofo nttematioo
a$8oluto per noi suona il medesimo, anche ammesso che un sistema possa esser
costruito per sola Tìrtù di ragione, e innalzato (se fosse possibile) ad
evidenza matematica, secondo che pretendon gli Hegeliani. Il dommatismo volgare,
teologico, fondandosi in un principio estrinseco alla ragione, è da ripudiarsi
per difetto; ne conveniamo. Ma il dommatismo sistematico de* metafisici
assolati col pretender troppo, anzi tutto, non è da ripudiarsi per eccesso ?
Différiscon ne' mezzi infinitamente, io lo so; ma il risultato è il medecerca e
amor di sapere, nondimeno è ricerca effettiva, è ricerca non solo atta a
raccogliere il fatto, ma tale che sia un fare altresì ella medesima, cioè una
funzione critica, ma efficace, positiva, attuale, come può e debb'essere dopo
il Kant; funzione quindi capace non già a rimandarci al futuro, cioè ai
risultati della storia, sibbene a saperci dire qualcosa anc' oggi su' grandi e
terribili problemi di nostra esistenza, del mondo, della vita, della società.
Se la scienza è possibile, come alcuni, positivisti cominciano a credere,* non
vuol essere in qualche maniera attuale? Poiché, giova bene ripeterlo anche qui,
un possibile che mai non esca dalla nuda possibilità, in realtà non è alti*o
che un impossibile! È da dire perciò che tanto V idealista assoluto o
l'ontologista Giobertiano, i quali in una formola, tuttoché diversissima, ti
assommano la ragione d'ogni umano e divino sapere, quanto il positivista e il
puro critico che ogni sapere metafisico dichiarano impossibile, escano tutti
dal positivo, perchè chiudon l'indagine, e spengono siffattamente ogni bisogno
critico nel pensiero. E così neir uno come nell' altro caso, la mente si rimane
impigliata in un' affermazione supremamente dommatica: dommatica positiva
(sistematica) nel primo, dommatica negativa (esclusione della metafisica) nel
secondo. Or la filosofia intanto può assumere forma e valore di speculaziope
positiva, in quanto riesce a schivare non pure il donmiatismo (il sistema
assòluto propriamente detto), ma eziandio l'assoluto positivismo (scetticismo,
nullismo metafisico). Fra questi contrari il filosofo che Simo, perchè Tano con
la credenza e l'altro con la dimostrazione presamono darci tutto il vero.
Entrambi quindi negano 1* attività speculatÌTa; il primo la nega dichiarando la
ragione impotente, il secondo la nega reputandola esauribile anzi esaurita e
soddisfatta. Che nel]* insieme delle dottrine del Vico non vi sia pretensione
di gUtema propriamente detto, Tabbiam visto riportando alcune parole della
Conchu. del Libro MetaJUieot e meglio si può vedere laddov*egli accenna ai
dommatici del suo tempo ch'erano i Cartesiani. De Antiqui^, etc., Vedi la
Conclus. dell'ultimo libro del Taine suìV Intelliyenza, voglia esser davvero
positivo, sa di non esser dommatico; ma poi sa qualche altra cosa. Egli sa di
non poter esser mai dommatico, non mai sistematico assoluto. Sa di non saper
tutto, e, che più monta, può giugnere a conoscere la ragione per cui deve
ignorare qualche cosa. È il caso del sapere del non sapere, appunto perchè se
ne ha coscienza. E non è ignoranza cotesta? mi si dirà. Sì, certo, è ignoranza:
ma è ignoranza dotta, direbbe il Cusano. Tre ci sembrano adunque le condizioni,
tre i caratteri precipui del filosofare che voglia riescire seriamente e
razionalmente positivo; e sono questi: La speculazione filosofica non può esser
fondata sopra elementi che non siano sperimentali, ma di esperienza intema ed
esterna. Tutto è processo, genesi, attività nel pensiero; stantechè tutto in
lui sia generato, tutto edotto mercè i dati sperimentali. Né questo vuol dire
sensismo, psicologismo grossolano, nettampoco materialismo ed empirismo, come
potrebbe parere a tutta prima; perocché non per nulla ne' ricchi annali della
moderna filosofia esistono, chi voglia meditarli sul serio, i Nuovi Saggi del
Leibnitz, la Critica della Ragion pura e quella sul Giudizio di Kant, il Nuovo
Saggio del Rosmini, e qualche altro libro di questo genere, ma non certo d'
egual valore. Fatti dunque (ripetiamo anche noi co' Positivisti) e leggi de'
fatti; ma, aggiungiamo, la ragione anche degli uni e dell'altre. La filosofia
non meriterà titolo di positiva, dove pretenda procedere scompagnata dall'
altre scienze, e far da sé. Come nella soluzione de' grandi problemi queste non
bastano a sé stesse, parimenti non v' è ragione a credere che anche quella da
sola non abbia a soggiacere alla medesima condizione. Che se mossa da antico
orgoglio presuma d'essere scienza di tutto, per ciò appunto eli' abbisogna di
tutto; abbisogna di tutt'i fatti, di tutta r esperienza, del concorso di tutte
quante le sfere e discipline dell' lunana enciclopedia. Il perchè non si può
dire in modo assoluto esser la metafisica quella che generi le scienze; vecchia
pretensione del teologismo che ci ricaccerebbe nel più fitto medio evo: ma
neanche si può aflFermare esser le scienze quelle che, come altrove notammo,
possano di per sé sole partorire la filosofia. A due patti la funzione
filosofica riesce positiva: quando sia generata dalle scienze, e quando, generata
che sia in qual si voglia modo, possa e sappia come ogni produzione organica
viver da sé, e far vivere. Non è dunque vero che all'altre discipline ella
porga principii e dispensi metodi e partecipi criteri. Riceve anzi dal di fuori
tutte queste cose; ma per legittimarle, organarle, ricrearle: il che non può
esser riconosciuto dal positivista conseguente a sé stesso, senza ch'egli
inciampichi in contraddizioni per quanto evidenti altrettanto inevitabili. Il
terzo carattere, conseguenza da' due primi, è questo; che concepita così la
filosofia di fronte alle altre scienze, ella riesce positiva, ma non però cessa
di possedere un valore metafisico. Diventa metafisica, non metafisica
teologica, né metafisica a priori e tutta d'un pezzo; orditura dialettica ideale
somigliante a rete d' acciaio che stringa, affoghi e strozzi tutto ciò che
tocca o ricopre. Diventa bensì metafisica atta a costruire sé stessa, ma in
quanto costruisce anche le scienze; in quanto, in somma, é attività filosofica
d'un' attività anteriore, dell'attività scientifica, sperimentale, molteplice,
essenzialmente analitica e particolare. Non é quindi lecito confondere, né
identificare queste due sorgenti d'attività, sia riducendo la prima alla
seconda, sia facendo che questa venga tutta assorbita in quella. Evidentemente
contraddiremmo ad un fatto; contraddiremmo al bisogno potente in ogni tempo, in
ogni luogo per la speculazione. Perocché non è possibile (per dirla con le
memorabili parole di Kant) che V uomo rinunei alla metafisica, come non rinunzia
cMa respiratone anche con la paura di respirare uri aria malefica. Queste
condizioni che noi poniamo alla ricerca filosofica sono, quanto semplici,
altrettanto positive. Non è a dirsi eh' elle precludano e arrestino in modo
alcuno la funzione critica, secondo che incontra tanto ai nemici d'ogni
sistema, quant’ai sistematici assoluti. Nel determinare infatti la natura e '1
fine della scienza, i primi ci dicono: « non bisogna tentar l’impossibile
prefiggendoci '1 fine di conoscere VinconoscìbUe, l’assoluto. Ecco posta al
sapere una condizione essenzialmente negativa, perchè contraddice alla natura
stessa del pensiero e dell’attività critica.* I secondi poi, cioè i
sistematici, sostengono che la scienza non solo può e deve attingere r
assoluto, ma ha da ridurlo trasparente così da adequarlo, da conoscerlo sicuti
esty altrimenti vai come nulla conoscere.* Ma se cotesto conoscere
(metafisicamente) il tutto, fosse un bel sogno; non ne verrebbe che nulla * I
poBitWisti credono anch* essi no fatto il bisogrno specalativo; e come fatto
noi negano. Ma dopo aver distinto quel che in esso ?* ha di permanente, cioè la
presenza perpetua dell'infinito nollo spirito, da ciò che è transeunte, eh' è
dire 1* inutile sforzo a risolverò problemi per se medesimi insolubili,
sogrgiungono : e Se l'Assoluto è qualche cosa, non può essere che una realtà.
Ora og^ni realtà si conosce mercè l'esperienza, la quale, del resto, non
potendosi applicare all’assoluto, ci fa piombare In un circolo senza uscita.
Dunque la metafisica e una fase tratmtorta dello spirito umano (Littré,
Prineip. de Phtl. Posiu Prófac.) Innanzi tutto domandiamo, se condizione
permanente del fatto, che nel caso nostro è il bisogno della speculazione, ò la
presenza nel pensiero d'un infinito, non sarà appunto per ciò possibile una
ricerca metafisica? Quant'all'inutile sforzo poi non approda fondarsi nella
storia, non potendo in siffatt' ordin di cose indurre legittimamente dal
passato al futuro. Finalmente, quant'al circolo senz'uscita, osserviamo che
l'assoluto è reale, realissimo, ma non di realtà sensata e tangibile; e non è
vero che ogni realtà non si possa altrimenti conoscere se non per l'esperienza;
errore capitale del Positivismo. Queste ed altre risposte han dato al Littré i
medesimi francesi, specialmente Janet, Caro, Vacherot, Rénouvier, Pillon,
Reville, Laugel. A noi piace rammentargli un'altra bella sentenza d'un filosofo
poco fa citato non certamente benevolo ai matefisici: Una metajinca è tempre
enttita e tempre eneterà nell* umanità^ perche etto ì inerente alle
invettigagioni della ragione umana che epecìda. Kant, Critica ddUi Ragion Pura^
noli' Introd. alla 2.* odiz. Niente ni conosce te tutto non ti conotce.
SPAVENTA, Lex. di FU. Vrba, specialmente nell' /n6 resultato d'azioni e
reazioni fra il mondo fisico e quello dello spirito, e quindi d' una doppia
serie di leggi, naturali e psicologiche, modificate dalle diverse,
attribuendogli caratteri e valore non propri: avrete falsato la natura delle
scienze; le avrete confuse; ne avrete guasta V ìndole, turbando cosi tutta r
economia razionale del sapere. Questa dottrina, essenzialmente psicologica e
quindi razionalmente positiva, contraddice, com' è evidente, alla distribuzione
enciclopedica de* sistematici, per esempio a quella del Gioberti e di Beerei; e
nel mentre racchiude i pregi della classificazione de* Positivisti inglesi e
francesi, ne corregge insieme i difetti. Ma i pregi e la verità d* un criterio
ordinativo non può vedersi altro che nelle sue diverse applicazioni, nelle
•quali non possiamo intrattenerci. Solo notiamo che tal dottrina ò un*
interpretazione de* principi! psicologici del nostro filosofo, come vedremo. *
T. BuCKLS, History of OivUiMation in England . fa benissimo. Ma nella sua
dottrina cotal distinzione à un'inconseguenza. La costituzione d'una scienza
muove dalla ragione: la evoltmone di essa, per contrario, è frutto della
storia. Or se F una cosa non è V altra, è da concludere che la scienza è
superiore alla storia. Perchè dunque compenetrarvela? D'altra parte, non è
punto vero che, vuoi nella genesi ideale o psicologica delle scienze, vuoi
nella lor genesi storica, procedasi dalla parte al tutto, dal semplice al
composto, dal rudimentale e irreducibile al complesso, come vogliono i
Francesi. È vero bensì che dal tutto si va al tutto, cioè dal tutto iniziale al
tutto attuale, o, come direbbe lo Spencer in suo linguaggio, dall' omogeneo
slVeferogeneo,^ La genesi storica del sapere, infatti, rassomiglia quella della
società stessa: nella quale dapprima i poteri dello Stato, per esempio, anziché
distinguersi fra loro, formano un potei'e unico; e, anziché individui liberi,
vi esiste un solo individuo. Parimenti le scienze forman dapprima una scienza;
uno le possiede, uno o pochi le insegnano, come uno è quegli che comanda. Però
diciamo che la genesi storica di esse procede per tre momenti (vecchio concetto
aristotelico) cioè: Sintesi iniziale e confusa, poi Analisi, e poi Sintesi
finale. Nel primo di cotesti momenti non s' ha una data serie di scienze, come
dice il positivista francese. S' ha bensì tutte le scienze, ma fomite d' un
carattere comune ; il qual carattere sta nel comporre il sapere traendone le
ragioni da tutt' altra fonte che non è Y intimità stessa dello spirito. In
questo primo momento, in somma, [La legge secondo cui Spencer chiarisce la sua
teorica del progresso con tanta sapienza ed erudizione da lasciar maravigliata
la mente d*ogni lettore, si potrebbe applicare benissimo alla genesi delle
scienze intesa storicamente. Egli, come 8*ò detto, non ha fatto
quest'applicazione. Ma ci è da sospettare che, facendola, rieacirebbe
incompleta, com’è incompleto il principio su cui è basata. Il procedere daW
omogeneo alV eterogeneo è davvero un processo: ma è processo che non risolve,
mancandoci un terzo momento necessario a compiere il primo e 1 secondo. Oltre
questo difetto, il principio di Spencer ha l’altro di non esser nuovo, anzi
vecchissimo, perchè risale ad Aristotele: *Aft 70?^ sv tw iffS^C \jncf.p^st To
vfpÓTtpov, De An. II, m. lo spirito è, come dire, fuori di sé, nella natura,
nelr autorità, e quindi la scienza è quasi indotta; ma tale induzione dapprima
è affatto empirica, naturale, grossolana, divina, direbbe il Vico. Nel secondo
momento ci ha distinzione, analisi, astrazione: e qui la mente, accostandosi a
sé medesima, deduce. Nel terzo, finalmente, il pensiero possiede sé stesso,
perchè possiede l'altro: egli é filosofia perchè è scienza; ed è scienza vera
perchè è filosofia. Ci è dunque rispondenza, ci è armonia fra la genesi ideale
e la genesi stòrica della scienza, non già compenetrazione, come vorrebbe
Comte. Anche noi quindi crediamo in una legge di successione nell'attività del
pensiero; né respingiamo una disposizione gerarchica e genealogica del sapere.
Ma né r uua è assoluta filiazione, né 1' altra è composizione organica e
compatta sì che le scienze che seguono altro non possan essere fuorché semplici
appendici di quelle che precedono. È vero: il pensiero nella storia assume
innanzi tutto forma teologica. £ quando accada eh' egli abbia carattere
metafisico, il suo contenuto sarà sempre di natura mitologica, religiosa,
tradizionale, rivelata, essendo sempre un prodotto d' autorità. Appresso
riveste forma naturale; stanteché sorgano le scienze le quali, svolgendosi com'
elementi particolari del papere, si vanno liberamente determinando con metodo
appropriato a ciascuna di esse. In un terzo periodo, finalmente, piglia forma
complessa e insieme universale come nel primo; toa non più sotto forma
teologica, né metafisica ed a priori, bensì filosofica; appunto perché è deputato
a raccoglier la ricca eredità accumulatasi negli antecedenti periodi. Or se è
vero, come dicemmo, che il pensiero è superiore alla storia tuttoché emerga
dalla storia, non è men vero che la speculazione riflessa trascende anch'olla
le scienze, comecché dalle scienze sia venuta germogliando. CJondanniamo
dunque, anche noi, la metafisica che si presenta com' elaborazione teologica
riflessa. Condanniamo, per dirla col Littré, quel punto di vista metafisico eh'
è trasformaeiane del punto di vista teologico. Ma potremmo condannare quella
metafisica eh' è insieme critica e inveramento del punto di vista positivo? In
altre parole, condanniamo rìsolutamente la metafisica fatta a priori; ma non
meno risolutamente neghiamo che la terza fase^ il terzo stato della scienza,
abbia da esser positivo nel senso che i Francesi tolgon questa parola. Lo staio
positivo de' Gomtiani, afferma un giudice non sospetto, non è che un'ignoranza
confessata della causa: an avowed ignoring of cause àltogether^ Ed è veramente
così. L'attività riflessa della ragione intanto giugno ad esser funzione
critica feconda e profittevole, in quanto riesce a superare il positivo
mediante il positivo. Or è tejnpo d' interrogare il nostro filosofo. Che cosa
ci lascia indurre Vico tanto riguardo al concettx) della scienza in generale,
quanto rispetto alla costituzione e coordinamento delle umane discipline?
Rifacciamoci da questo secondo punto. Ei non parla di formolo dommatiche, né
d'alberi genealogici. Anzi ci avverte come in certo senso la metafisica abbia
da esser subordinata aUa fisica; la quale dà per vero ciò che sperimentalmente
possiamo imitare} Sennonché qui è da far piìi osservazioni. Una scienza è
indipendente nel metodo e autonoma nel processo. Questo è il nostro pensiero.
Ma potrebb' esser ' Sprncrb, The daasif. of The Scienc,, De Anttq. hai, Sap,^
nella Condunone, Si dirà che per lai la scienza tovrana sìa la teologia: ed è t
ero; ma è sovrana solo in quanto è la piil oerta. Ora il eerto nelle sue
dottrine non è il vero, ciò ò dire un prodotto di ragione, bensì un effetto di
persuasione, un prodotto di natura empirica inseritoci nell* animo dall*
autorità. Quanto egli poi si mostri avverso alle scompartÌEioni sistematiche
delle scienze, vuoi nel senso pontivteta, vuoi nel senso metajUieo dommatico^
può vedersi là dove con sottile ironia parla de' Cartesiani (dommatici del suo
tempo) i quali unum Metaphyeicam «Me docent qua notte indubium det verum^ et ab
eOf TAKQUiM a fontr teeunda in aUa» teientiae derivari.»,, quare metaphyeieam
eeterie »eientu9 fundo»^ euique 9uum aatedere exietimant. anche tale nelle sue
ultime conclusioni? No, certo: stantechè queste, essendo di natura universale,
hann' a dipendere dal lavoro, anziché d^una, di tutte quante le umane
discipline. Più ancora: potrebb'ella dirsi indipendente rispetto alle
condizioni logiche e formali? Nettampoco: se così fosse, tornerebbe impossibile
l'unità della enciclopedia. Finalmente si potrebbe osservare, con Spencer, che
a sapere se i corpi esistano la fisica non abbisogni nuli' affatto della
metafisica. Ed è vero. Ma evidentemente cotesta notizia, più che razionale, è
notizia empirica. Or bene, quando il fisico volesse darsi dimostrazion
razionale del soggetto o della materia eh' egli ha fra mano, e cod legittimare
il postulato onde move il suo pensiero, non diverrebbe per ciò solo un
filosofo? Diverrebbe, io credo. Nel processo della scienza, dunque, v'ha un
momento nel quale il fisico, od altri che sia, non può far a meno della
speculazione metafisica. Se a tal esigenza egli sappia e possa per avventura
soddisfare da sé, tanto meglio: vuol dire che, oltre d' esser fisico e
fisiologo e geologo e simili, egli è anche filosofo. Ma ov' egli non senta
questo bisogno, con che diritti e ragioni disco)ioscere ogni valore alla
ricerca filosofica? Il vincolo che tutte aduna e stringe le scienze son le
norme logiche ; la necessità logica che scaturisce dall' intima costituzione
dello stesso pensiero. Intesa quindi come logica, la filosofia precede e
accompagna le sfere diverse del sapere; ma, in quant'è metafisica, ella tien
dietro ad esse, e ne é il risultato finale. E anche in ciò siamo Aristotelici.
Mei., Tal si è pure la sentenza del Vico. In questo senso egli afferma che
ninna geienta bene incomineia »e dalia mektfieiea (logica) non prenda i prineipii;
perchè ella ì la eeienna che ripartieee alle altre i lor propri eoggetti; e
poichi non pud (in quanto metafisica) dare U 9W>, dà loro immagini del euo.
Onde la Geometria ne prende U punto e V dieegna; VArUmetiea V uno, e *l
moltiplica; la Meccanica il conato, e V attacca ai corpi. (Risp. al Oiomale
de^Lett.) In queste parole parmi chiaro T ufficio della filosofia, in generale,
rispetto alle altre scienze. Filosofia è logica. Veniamo al concetto della
scienza; ma gioverà fare innanzi tratto un' osservazione storica. Dicemmo com'
Vico sia tra Cartesio e KAnt, vuoi storicamente, vuoi teoreticamente. Posizione
puramente psicologica è quella del primo; puramente logica e psicologica quella
del secondo, la cui dottrina perciò molto acconciamente è stata detta Idealismo
crìtico, o Criticismo ideale. Nella posizione cartesiana, avvertimmo anche
questo, il pensiero non è altro che un fatto: la coscienza trascendentale di
Kant poi tiene doppio rispetto; è una e molteplice, è diflferenza e
medesimezza, in quanto importa il doppio elemento formale e materiale nella
cognizione. Ora, per quanto diverse, queste due posizioni han comune un
carattere; quello d'esser solitarie, astratte, puramente suhbiettive, e quindi
insufficienti; nel che ci confermerebbe, s'altro mancasse, il resultato
puramente speculativo cui pervennero le scuole diverse inaugurate da que' due
filosofi. L' analisi della Ragion pura alla fin fine a che mai riesce? A
metterci in guardia dell'assoluto di ragione, rilevandone i paralogismi e le
antinomie, e facendoci assistere scontenti e umiliati a quell'inutile ideale
che ci rende immagine, a dir cosi, dell' acqua di Tantalo: per cui s'è detto
che l'autore del Criticismo, sempre per quell' esigenza d' un ideale rimastogli
in tronco, scambio di chiudere, apri anzi le porte ad una varietà di
scetticismo, come osserva il B. Saint-Hilaire: nel che tutti convengono,
perfino Hegel, il quale appunto con l'idealismo obbiettivo e assoluto cercò
soddisfare aU' insoddisfatto bisogno della Ragion pura.^ Cartesio poi dove
psicologia, metafisica e simili. Come logica eli* è scienza madre, in quanto è
universale condizione d* ogni disciplina. Che poi in senso di metafisica debba
riguardarsi come risultato finale, ci è avvertito dnl medesimo filosofo dove
accenna alla relazione ch’ella ha, per esempio, cou la geometria: Geometria e
Metaphy$iea mum verum tMccipity et aecepttun (e però elaborato) in iptam
Metaphynctim refundit. De Antiq.y Giusta quindi, per tal motivo, l’accusa fatta
al criticismo dallo stesso B. Saint-Hilaire: Kant a voulu /aire une revolution}
il na guère en/anté qu'iine anarokie plue fatale. Log. d' Axist., Pref. si
riduce egli? Alla necessità d' invocare il solito Deus ex machina, tornatogli
insufficiente il criterio delPevidenza e deir idea chiara e distinta; senza dir
già eh' egli medesimo annunziava il Cogito qual semplice ritrovato atto a
soddisfare il bisogno di sua mente, non già pel fine d' insegnare agli altri un
metodo a ben governare il pensiero: seulement (son sue precise parole) de faire
voir en quelle sorte fai tàché de conduire la mienne. Nella posizione di Vico,
per contrario, è schivato nel medesimo tempo tanto il fatto empirico di
Cartesio, e quindi V indirizzo dell' ecclettismo e di quel timido spiritualismo
che da lui hann'oggi redato i Francesi, quanto lo scetticismo al quale pur
tiene aperto il fianco il criticismo, nonché quella serie di posizioni che,
nate da Kant, riescono all' Idealismo assoluto. Con qual mezzo? Con un mezzo
semplicissimo. Col criterio del vero e del fatto; ma elevato a dignità e valore
di principio. L'osservazione che Vico fa a Cartesio è, quanto agevole,
altrettanto efficace. Neanche gli scettici dubitano di pensare, egli dice: essi
aifermano solo che del pensiero non si possa avere scienza, bensì cosdensa} Ora
il pensiero cartesiano è un eerto, non già un vero; quindi ha natura di segno,
d'indizio certo (rsxfxyj/jtov), della cui certezza ninno al mondo non ha mai
saputo né voluto dubitare. Di qui si vede come la sua posizione speculativa non
istia già nell'aflFermare una verità di fatto, sì nell' indagarne l'origine, la
genesi, la guisa: cioè nel far la critica del vero che appare alla coscienza,
perché sdre est tenere genus seu formam qua res fiat. E si vede come il
criterio vichiano del fare il vero acchiuda una dottrina schiettamente
aristotelica, eh' è dire la ragion vitale di quel* Yed. le bello riflessioni
del Rsnottvzkb in proposito. EnsaU de Oritiqne generale^ toni. Il, part. 3. ' I
difetti che nella posizione Cartesiana scorge il nostro filosofo gli abbiamo
già riferiti. GIOBERTI non s'ingannava nel dire che Oarteno non ebbe il menomo
sentore de* teeori che n acchiudono nel SUO Cogito. (Protol. VOLTI) l'artifizio
logico secreto, naturale, onde la mente nel discorso rinviene il medio termine.
La mente sa perchè fa: AtTtov Sort vójfjffef >? i^épytia} Or di cotesta
attività occulta, superiore ed essenzialmente eduttiva, sensisti, scettici,
empirici, positivisti non hanno coscienza. Essi ignorano cogikdionis causs€e,
seu quo poeto cogitalo fiai^ * ilTTff ff9.ittpòit OTt ra ?ov«p£i ovra tiQ
ivspysiav àva'^òiJLstfx gUjOtcxerai. Airtov 5'ò?i vónii^ >j èvipynx. ÌItt'
$5 ève py e loti >i Sxivafii^' xa« Antiqui^. ItaLf Anch' egli quindi è
scettico la sua parte: e debb' essere, in forza del suo medesimo criterio.
Ritiene infatti che, quantunque la mente conosca sé stossa, ignora nondimeno la
propria genesi: Dutn «e mens cognoscttp non facit; et quia non /acit^ neacit
genvs quo «e cognoscit. Con la qual sentenza potrebbe sembrare cb'ei cada in
contraddizione con sé stesso; ma riflettendo che la mente che «» conotce qui ya
intesa non come facoltà, bensì come potenza (della qual distinzione ragioneremo
appresso), la contraddizione si dilegua. Così pure è da intendersi quell'altra
sentenza ove dice che l'occhio Tede le cose, e pur non vede sé stesso; che a
veder so medesimo egli abbisogna d'uno specchio; e però chiama insufficiente
l'idea chiara e distinta di Cartesio. Dal tutt' insieme quindi possiamo
argomentare tre conseguenze: 1° Che la posizione del Vico non è né dommatica nò
scettica, ma essenzialmente critica; e Critica del vero per eccellenza egli
definisca, ricordiamolo anche qui, la metafìsica: 2» Che a pervenire al sapere
scientifico non basti il eerto, il fatto, l'indizio, nò il criterio che il vero
sia il fatto; ma è d'uopo che cotesto criterio sia levato anche a principio:
3" Che a Ini non manca il nuovo pensiero, il nuovo Cogito reoo bum, come
vorrebbe Spaventa; anzi possiede chiara l'esigenza, per lo meno, della critica
psicologica, bastevole a prevenire il Kant. Dico esigenza, perché il problema
critico a lui si presenta sotto 1' aspetto isterico, ciò che forma la sua
novità; e avvertimmo come V aspetto storico importi già r esigenza psicologica.
Se poi si vuol dire che a lui manchi il Cogit*» nel significato di mediazione
assoluta e però di perfetta trasparenza deWesaercf Spaventa ha ragione. Ma
questo per noi, anziché difetto, é pregio grandissimo. E qui il filosofo di
Napoli é tanto dappresso a quel di Kcenisberg, quant' altri non s' immagina.
Dommatici e sistematici, hegeliani e ontologisti cattolici, unisconsi ad una
voce nel battezzare scettico l'autore del Criticismo. Perciò gli Hegeliani
credono compierlo dicendo, che la ragion pratica ò siffattamente collegata con
la Ragion Pura, che la prima in sostanza non sia altro che l' incarnazione, il
complemento della seconda, ma che questa di per sé stessa inevitabilmente meni
allo scetticismo. Io non vo' negar tutto questo. Osservo solo che due sono i
grandi concetti di Kant: che non si possa giungere al vero sistema, alla
dottrina propriamente dommatica^ che, ciò non Non si può ridire il mal governo
che s' è fatto e seguita a farsi del criterio vichiano. In molti libri
leggiamo: criterio del vero è il fatto; e da tutti è stato inteso • 0 in modo
materiale ed empirico, ovvero in significato trascendentale e assoluto. Se così
fosse, quel filosofo avrebbe consacrato, da una parte, ogni sorta d'empirismo e
di materialismo; e dall' altra avrebbe fatto ragione ad ogni maniera di
panteismo. La formula vera, la vera posizione della scienza e del pensiero, per
lui, non è questa: Criterio dd vero essere il fatto; bensì quest' altra: La
conversione del vero col fatto. Fra la prima e la seconda ci è un abisso
addirittura. E per veder cotesto abisso e ritrarsene, è mestieri penetrar
Bell'insieme delle sue dottrine con la luce del medesimo principio. La chiave
di volta d' ogni positiva speculazione, e quindi il vero Deus intus adest della
mente di questo filosofo, e però il bandolo a strigar tanti nodi che
avviluppano il suo pensiero, è appunto cotesto criterio, secondo che noi lo
interpretiamo. Il criterio ha da esser egli un segno, un indizio del vero, 0
piuttosto un primo vero? Ha da esprimerci un dato, un fatto, o pur V essenza
del vero, la condizione originaria e trascendente del conoscere? Intendendolo
al primo modo, la scienza tornerà impossibile, e trionfa lo scetticismo;
perocché non ci salveremo dal noto circolo eh' è questo: per conoscer la
ostante, non si cada nollo scetticismo, appunto perchè egli non crede che il non
esser sistematici Teglia dire essere scettici addirittura. (V. Critica dtUa
Ragion Pura) Per me la riyoluzione operata dal filosofo prussiano nel regno
della speculazione, cioè quanta alla natura del sapere, sta tutta qui. Il Vico
in ciò lo prevenne: almeno era su la medesima strada. Quindi può dirsi che
entrambi condannino le due posizioni esclusiye del Si^temaH^mo e dello
Soetticinno. verità è necessario il criterio; e per ayer il criterio è
necessaria la verità. Pigliandolo poi nel secondo modo, difficilmente
schiveremo un sistema esclusivo e dommatico. Il vero criterio, dunque, ha da
esser Tuna cosa e l'altra; indizio e principio. Come indizio, come postulato
atto a conquider lo scetticismo e inaugurare la scienza, e' consiste nel porre,
come si è detto, il fatto qual criterio del vero; né e'' è altra via. Come
principio, sta nel porre, dall'una parte, la conversione del vero cól fatto, e
dall'altra, come appresso mostreremo, la conversione del fatto nd vero,
applicandolo all' essere e a tutte le categorie dell'essere. Or in questa
seconda forma assume egli davvero natura di principio? Di certo, l'assume;
giusto perchè importa l'essenzial condizione dell'essere stesso. Ma non
anticipiamo. Abbiam detto che di questa dottrina del Vico s' è fatto mal governo.
Mostrammo già come primo fra tutti ne discorresse il Mamiani, e, poco appresso,
SERBATI. Giova qui riassumer le ragioni della controversia fra' due filosofi.
Il Mamiani accogliendo questo criterio, come si disse, osserva che con esso il
Vico non intende propor nulla che esca da' termini della intuinone (secondochè
allora diceva l'A. del Rimiovamento), ma considerare in essa, oltr' a'
caratteri universali, alcune doti più particolari, col fine di proferire a un
tempo medesimo il criterio della certezza, e '1 criterio della scienza. In
altre parole egli dice: col suo criterio il Vico intende guardare non pure al
formale della cognizione, ma eziandio al materiale obbiettivo.* Tutto questo è
vero; ed è verissimo che, tranne la natura fisica e quella degli atti del mondo
estemo, tutt' altro pel filosofo napoletano sia produzione del pensiero,
com'avviene dell'algebra e della geometria. È fuori dubbio altresì che il
criterio per lui non pure ha da esser segno del vero, ma anche principio. « Nee
ulla »ane alia patct via qua eeepticit re ipaa convelli poétit, niti ut veri
criterium 9Ìt id ip»um fecitte* t De Antiquisi, Ttaì, • ìiAìttAVif Rinnovdm,
ec, Sennonché FA. del Rinnovamento non vide allora ciò che avria potuto e
dovuto veder oggi V A. delle Confessioni. Non vide che l'aspetto originale di
tal dottrina non istà nel riguardare il criterio vichiano qual semplice segno
ed inizio di scienza, ma qual principio, qual legge dell'essere stesso in
universale. Laonde non avendone còlto altro che il significato psicologico,
accadde che alla possente lima di Rosmini non poteva tornar guari difficile
ridurre in polvere cotesto criterio al modo che maneggiavalo il Mamiani.' Se
non che è da confessare come neanche il Rosmini dal canto suo valesse a cogUere
né la dottrina in discorso né quella parte di vero che, con altrettanta verità
quanto calore, propugna il Pesarese. È noto che il criterio pel Rosmini ha da
essere un principio, e dev' esprimere la verità prima, l'essenza della verità.
Or qual è l'essenza del vero? Eccotelo ricorrere al solito rifugio àeW Ente
idmle! Ma se cotesta potrà dirsi condizione di conoscenza, non però é principio
di scienza, criterio del sapere per via di scienza. Che cosa potrà insegnarci
mai con la sua vuotaggine l'essere possibile? l^ou è dunque cotesto il criterio
di cui parlava il Mamiani, e tanto meno quello del Vico. Non potendo indugiare
in minute osservazioni sul modo con che il Rosmini interpreta la dottrina di
che parliamo, osserveremo solamente che sapere il vero, pel filosofo di Napoli,
non é solo un conoscere il vero, come vuole il Rosmini, ma è porre, è fare, é
creare il vero; altrimenti per nessun miracolo al mondo giugneremmo ad averne
notizia. Conoscere per Vico non RosMiKT, Rinnovami, ddla FU. in Ttalia, Milano.
Gioverebbe Ieg(?ere in questo copioso volarne del Roveretano qnel lungo
capitolo e que* prolissi cementi nonché quelle sette conseguenze che la invitta
dialettica Rosminiana seppe cavare dal criterio secondochè intendevalo il
Mamiani. A lui bastò congegrnare, al solito, una di quelle sue tavole
sinottiche nelle quali ei dimostra di quanta e qual vena analitica fosse ricca
la sua mente, per metter Tavversario col suo criterio accanto ad Elvesio, ad
Epicuro e ad altrettali! Ved. Tav. Sinottica (WSitt. FU.j intomo al criterio
della cert&ma^ voi. è vedere, non è patire, non è semplicemente apprendere.
È vedere, patire, apprendere, appunto perchè il pensiero è essenzialmente un
conoscere. In una parola, se il vero non si conosce facendolo, non si conosce
nuU'aifatto; non s'intende.* Quand' è infatti che diciamo di pensare? Giusto
quand'abbiamo idee. Avere idee importa cólligere dementa rei; ex quibus
perfecHssime exprimatur idea. Il vero è l' idea, ma l' idea innanzi che sia
tale: è l'idea germe, l'idea potenza, la stesso spirito in potenza, il pensiero
non per anche attuatosi come tale: in una parola è il senso che si leva a
dignità d' intelletto. Raccolta l' idea, fatta l'idea, cioè dispiegatasi la
meìite, eccoti il vero-fatto. Mi si domanderà in che maniera il Vico chiami
esterni gli elementi onde risulta l'idea? Perchè, rispondo, l'eduzione
dell'idea suppone la formazione del concetto; e il concetto suppone una serie
di atti induttivi che appresso determineremo. Tutto ciò è come estemo all'idea;
è condizione, non causa del suo processo. Senonchè col raccorre gli elementi
esterni la mente pone qualcosa di proprio: pone se stessa come pensiero;
diventa ella stessa le cose; diventa tutte le cose. Ond' è agevole vedere come
il criterio del Vico sia il principio del metodo geometrico, che per lui,
ricordiamoci,, suona genetico. Mi spiegherò con un esempio. Come si hanno gli
assiomi, le verità prime e necessarie, secondo i positivisti? Mercè 1'
esperienza, risponderebbe il Mill. L' assioma che due rette non cTiiudono
spazio [Leggere è raccogliere gli elementi della tcriUura onde le parole tono
composte; con V intendere è COLLIORBB elbmbnta RBI, KX QUIBUS PRRrBCTis-31VA
RXPRIMATOR IDRA. Donde è lecito conghietturare che gl’antichi itttliani
conveniseero in queeto pensiero : Vbrum rssr ipsuv factum.» Qual è cotesto
fatto? È il pensiero, il vero-fatto: perchò ricevuto, indotto, raccolto, e
anche edotto dalla mente. In tale questione il nostro filosofo, contro il
solito, non manca di chiarezza. Egli infatti dice: e AUora il vero 9Ì converte
col /atto, quando trae il 9uo essere dalla mente d^ lo eonoece; HI QDOD YERUM
00GNO8CIT0R SUUM K8SR A MBNTB HABBAT QUOQaR A QOA cooKosci'TOR.» De Antiqui^,,
De Origine et ventate Scientiaruni.. Sgorga immediate dall'esperienza. Che se
apparentemente si origina dal pensiero, cotesto pensiero in tal caso non è
altro salvochè una ripetizione dell'esperienza : è r immaginazione che allarga
i limiti del fatto. Ma questa, evidentemente, se è una maniera di sapere, non è
il vero conoscere; perchè cotesto conoscere non sarebbe una mia fattura,
sibbene imitazione, copia dell'esperienza. Che cosa, invece, vi direbbe il Vico
a tal proposito? Direbbe: non istate a immaginarvi due rette portevi già dall'
esperienza e poi prolungate all'infinito: fatevele da per voi medesimi coteste
rette. Ma come farle ? Generandole entro voi, per voi stessi, con elementi
sperimentali; e così, più che l' immagine del fatto, avrete la vera
definizione, e però la genesi del fatto. Concepite il punto come prolungato
verso un altro punto: eccovi la linea. Or se due rette hanno in comune due
punti, potrann'elle chiudere spazio? Non potranno. Questo precisamente è il
vero-fatto, il vero da me stesso fatto, da me stesso prodotto, da me stesso
generato.* Per non chiamare il vero fattura di nostra mente, il Roveretano si
puntella nel solito argomento de' caratteri della verità: immutabilità,
assolutezza, eternità, necessità, università e simili. Ma ci sarà lecito
chiedere Men« humana eontinet dementa verorum quce digerere et eomponere
poMt'ti et ex quibu$ dUpontU et compoeitie, exittit verum quod demoiutraiU
{teientice) ut demontiratio eadem ae operatio «i/, et verum idem ao faetum.
> Ve Antiq.f cap. Ili, 4. Né Yale che SERBATI, chiamando in soccorso lo
stesso Vico, dica, questi elementi esser le idee e coteste idee crearti ed
eccitarti da Dio negli animi degli uomini. Per questa frase VA., della Scienza
iVuova è stato battezzato Malebranchiano ! Ma come non vedere che in quel luogo
il filosofo intende parlare del senso dato a questa dottrina da coloro che
eteogitarono tali locuzioni, le quali ei non accetta perchè non sempre accetta
il significato delle parole latine, come osserva lo stesso Rosmini a proposito
del verum e del factum f Bastino queste parole: e Par, igitur eet ut qui ha»
loeutione* excogitarint, ideas in hominum animi* a Deo oreari exeitarique eunt
opinati, Fa meraviglia che il Rosmini non siasi accorto come quattro righe più
giù l’autore contraddica apertamente a Malebranche {Malebranckii doctrina
arguitur): e come, se fosse vera V interpretazione eh* ei ne dà, il Vico
avrebbe sciupato addirittura il senso verace e originalissimo del suo criterio.
una proposizione d' Euclide serba ella questi ed altrettali caratteri perchè ve
li abbia inseriti la mente di Euclide come tale, o non piuttosto il pensiero
medesimo, il pensiero in quanto è identico appo tutt' i pensanti, identico
nelle sue leggi essenziali, identico nelle condizioni logiche originarie? Nella
proposizione 4 -j 4 = 8 havvi necessità. Perchè? Perchè lo stesso pensiero ne
ha messo gli elementi. Ma perchè vien fiiora 8 e non 10? Precisamente perchè ci
abbiam posto il 4 -h 4: cangiate questo, e avrete cangiato anche quello. E
perchè serberà egli un valore universale tanto da non parer fatto né d' ieri né
d'oggi, né intuito solamente in Francia o in Australia, nell' età della pietra
ripolita 0 nel bel mezzo del secolo XIX? Appunto perchè il pensiero è anch'
egli necessario, universale nelle sue native condizioni in ciascun individuo
che in qual si voglia tempo o luogo sia capace di pronunziar 4 -f 4. Le
critiche dunque che altri potrebbe trarre dal RoHmini là dov' ei si studia d'
interpretare a suo modo la mente del Vico rispetto al problema del conoscere,
tornano tutte vane, tutte manchevoli. Ma veniamo al più sodo. Il criterio del
nostro filosofo si porge altresì come il fondamento più saldo della dottrina
della prova. Nel conoscere per cause, egli dice . seguendo lo schietto
Aristotelismo, sta la vera scienza: il che si riduce al medesimo criterio della
conversione del vero col fatto.* Che cos' è in sostanza il provare per cause?
Al solito è un raccoglier gli elementi della cosa.* Provar dunque per cause, e
convertire il vero col fatto, suona il medesimo. Un esempio. Il principe
Alberto, dice St. Mill, morirà. Perchè? Non perchè tutti gli uomini (egli
risponde) sian mortali ; si perchè tutti quelli a me noti e che son vissuti, *
« Probare per cauMaat e/Jhere eat, Effecttu eH verum quod eum facto
eonvertitur. (De Antiq. }TCx>j, ri x fitriy^o^Tx ti ^caviac, ntpi aiTcaec
xxt ^px^i sVtiv, if o^xpi^ivripa^, -il dn'koìjvripaiy {Mttaph.\,\), Or questo
precisamente ò U metodo che il Vico, certo in modo assai confuso, esitante,
arruffatissimo, adopera nelle sue ricerche; nò quindi il De Ferron s' ò apposto
male nel dichiararlo, come vedemmo, metodo essenzialmente aristotelico. * Dice
anzi così: H mio criterio i in me aeeieurato daUa eeienga Hi Dio, eiCl fonU e
regalia dT ogni vero. (Risp. II al Oior. de^Lett.) eh' ella non possiede, ma
che pur va con infinito processo e per gradi accostando sempre più. Talché
quando sentiamo il metafisico teologista e Tontologista affermare la scienza
divina essere norma e regola dell' umano sapere, mostrando credere con ciò
d'averne contezza vuoi per virtù d'un rapido volo d'intuito, vuoi per notizia
chi sa come e da chi graziosamente rivelataci, e' non dicon nulla di serio,
nulla di positivo addirittura. Per affermar tutto questo con tanta sicurezza,
non dovremmo possederla cotesta scienza? Non dovremmo anzi dominarla e
rimaneggiarla a nostra posta così come l'agrimensore fa del suo compasso? Norma
vera, norma che noi dominiamo davvero, norma già nota al mondo prima d'ogni
altra, semplice, evidente, inconcussa, è per l'appunto la matematica. Della
quale l'A. della Scienza Nuova, non altrimenti che Leibnitz, GALILEI, BOEZIO,
CICERONE, Aristotele, Platone, Pitagora, è grandemente innamorato, e sempre ne
parla, e sempre con passione viva ne esalta i pregi* La contraddizione ch'altri
vede nel porre ch'ei fa qual modello del sapere or la scienza divina or la
matematica, è affatto apparente. Che nell'un caso parla, o intende parlare,
deìVidea massima della scienza, della scienza divina, la quale altro non potrà
essere salvo che la perfetta conversione del Vero col Fatto, la compenetrazione
assoluta dell'oggetto col soggetto. Nell'altro, invece, discorre non già
dell'idea massima, bensì d'un tipo, d'una forma che, più d'ogni altra
accostandosi alla prima, più fedelmente la esprima e la rappresenti. Tal si è
per appunto la matematica. Tipo infatti del sapere squisitamente razionale per
lui è la scienza dell'astratta quantità; tant'è vero che Dio stesso, die' egli
in suo linguaggio, non altrimenti opera nel mondo delle forme reali, di quel
che faccia il matematico nel mondo delle figure.* Questo parmi '1 significato
più acconcio da dare Ved. Risp. n al CHorn. de' LetU, § IV. a tal sentenza del
Vico se non vogliamo farlo cadere in aperta contradizione con seco medesimo;
non già che Dio e la sua scienza abbian da esser davvero norma immediata,
origine e sorgente del sapere umano 1 È un paragone, è una figura e nulla più.
E poiché intende a questa maniera la scienza divina, perciò riesce a salvarsi
dagli estremi cui per vie diverse rompon l' idealista assoluto e il teologista
ontologo. Pel primo scienza umana e scienza divina son tutt'uno: pel secondo ce
n' è tal divario quanto fra il finito e V infinito. Se non che Rosmini e
Gioberti nelle opere postume, ormeggiando gli aprioristi, pongono anch'essi
medesimezza fra V una e Y altra scienza, distinguendo solamente, specie il
Rosmini, la materia dalla forma, e questa reputando identica, e quella diversa
nelle due scienze.* Ma, s'egli è così, divario essenziale non ci è, né ci può
essere; stanteché l'essenziale nel conoscere, più che nella materia, stia nella
forma. Invece secondo la dottrina del Vico può dirsi, che se tra l'una e l'
altra scienza non corra assoluta identità, non vi possa esser nemmanco assoluta
difi'erenza. Il pensiero divino conosce, perché raccoglie gli elementi; e nel
raccorli reci' meivte li pone. Il pensiero umano va raccogliendoli anche lui, e
nel raunarli idealmente li pone. E tale veramente appare la sua sentenza là
dove osserva che il conoscere umano si discerne dal divino quanto il solido dal
piano, quanto 1' effige in rilievo dal monogramma. SERBATI, Teosofia^ GIOBERTI,
ProtoUy Altra difficoltà, secondo alcuni critici, sarebbe questa. Se vero
sapere è il sapere per cagioni, se conoscere Tal produrre, se pensare è fare;
com* è possibile arere scienza dell* assoluto senza farlo, senza produrlo?
Conoscere Dìo a questa maniera non è un assurdo? anzi una bestemmia, a detta
del medesimo Vico? Per tutta risposta io to* riferire alcune sue parole le
quali racchiudono, panni, il significato sincero di sua mente, checché ne possa
dire in contrario egli stesso: (Hist. ) E altroTO, parlando del perìodo della
filosofia greca, dice il suo processo esser e eon/orme au déveloj^ment
iiUelìeetuel de Vhofinne, don» Vindividu eomme dan» Veipèoe, ear la
civili»ation tend toujour» de la circonférence au oenlre, periodi storici
perchè la materia si presta a tal fine, come farebb'egli, il Ritter, a rilevare
e ponderare acconciamente i caratteri delle differenti scuole e sistemi senza
il sussidio d'una norma anteriore e superiore alla storia? Eccoci ricascati
nella solita necessità d'un criterio che valga ad imprimere forma razionale
alla storia: senza di che lo storico potrà esser pregevole per erudizione,
prezioso per esattezza storica, saggio e conscienzioso per fedeltà critica, ma
non per questo avrà valicato i confini dell' empirismo. Tale è il Ritter fra
gli storici contemporanei della filosofia. Egli è critico savissimo, checché ne
dica la scuola di Hegel. È interprete coscienzioso, indipendente, scrupoloso,
accuratissimo; ma non è filosofo. A lui fa paura il dommatismo; fa paura il sistema
nella interpretazione istorica: e non ha torto. Ma non si può essere storico
filosofo senz* esser dommatico e sistematico? Il gran pregio di Ritter sta nel
carattere d' indipendenza eh' ei dà alle differenti scuole. Ma un principio
sopra cui s'incardini la sua critica, e gli porga ragione di tale indipendenza,
a lui manca assolutamente. 11 criterio mercè cui lo storico potrà render utile
lo studio della storia ed elevarla insieme a dignità scientifica, sta neir
interpretar la successione e la genesi e le attinenze de' sistemi filosofici
ponendo in opera il criterio delle tre posizioni che noi abbiamo accennato.
Queste tre posizioni (e altre non sono possibili) invocate a chiarirci nel
magistero della critica e della interpretazione della storia, non costituiscon
già un criterio empirico, né un criterio d' indole eclettica; tanto meno un
criterio dommatico, sistematico, ricostruttivo. Non è criterio empirico, perchè
non sono i fatti storici (e nel caso nostro i fatti storici sono i sistemi
filosofici) che lo partoriscano, 0 lo spieghino; ma egli stesso è che spiega la
comparsa delle^differenti scuole e dottrine filosofiche nel regno della storia.
Non è poi criterio eclettico perchè non iscaturisce dalla storia, né da'
sistemi; anzi ci fa capaci d' interpretar V una e giudicar gli altri senza
esser sistematici: sentenza che per taluno avrebbe faccia di paradosso, ma non
è.* Finalmente il nostro criterio non è sistematico, perchè non isgorga dalle
viscere stesse di alta metafisica, né quindi importa ombra di necessità
dialettiche, a priori, metafisiche. Ma qui dobbiamo intenderci con gli storici
hegeliani. Qual è il criterio storico di Hegel? È il principio stesso cella sua
filosofia; V identità assoluta. Una infatti per lui è la filosofia, uno il
sistema; e le dottrine particolari non altro che forme diverse d' un medesimo
contenuto. 11 dommatismo sistematico nella storia de' si* La H;nola del Cousin
scimmiottando Hegel, com'è noto, Terrebbe far germinare la filosofia dalla
storia, o considera perciò come elementi organici necessari, aempiici e
irriducihili solo quattro sistemi; Sensismo, Idealismo, Scetticismo,
Misticismo. Da questi fa risultare la storia d'ogni tempo e ln)go; o da essi
medesimi vuol far germogliare la filosofia: La teoria deve emergere dalla storia.
[Court ec. Ber.) Or 80 la storia in ogni grand’età e in ogni periodo filosofico
presenta qne soliti qiattro demetiti organieif ne segue che la teoria, dovendo
pullulare appuiÉo da essi, altro non potrà esser che un accozzo eterogeneo e,
meglio che un eclettismo, un sincretismo. Se gli elementi infatti sono
contraddittorìi ed eterogenei, non dovrà esser tale altrosì l’insieme che ne
verrà fuom V Che se per tale accozzo è mestieri d* un criterio, eccoci tosto
fuori della storia; e allora non sarà altrimenti vero il gran domma che la
teoria abbia da emerger dalla stessa storia. Altro difetto di Cousin è, che
iella sua divisione non trovan luogo parecchi sistemi, come per es. il
Critclsmo, e Y Idealismo assoluto: 1’uno perchè non è sistema, e nemmanco icetticismo;
l'altro perchè, sotto il riguardo psicologico, sarebbe l’ unione di due
sistemi, secondochè avverte egli stesso. Inoltre non giunge a determinar
nettamente la fiinzione dello Scetticismo nella storia, e distinruerla dalla
funziono che esercita il Misticismo, il quale definisce, le eotf> ds
désespoire de la raièon humaine: quasi che il secondo fosse un atto legativo
cosciente, com'è il primo, e non già positivo in qnanto che imprta fede,
contemplazione, sentimento e simili. Finalmente chi non vorrà legare p^li
Eclettici che il Misticismo, il Sensismo e lo Scetticismo siaio da riguardarsi
come altrettanti sistemi V Ecco a che mena un criteri) erroneo su la divisione
e genesi de' sistemi filosofici. Non s' intende h storia, e poi si precipita
senza rimedio in una teoria affatto sincretici e però assurda. La storci della
filosofia mani/estaf ne* vari sistemi che sono apparsi, una sola i medesima
filosofia che ha percorso diversi gradi, e prova che i prineipii particolari di
ciascun sittema non sono che parti d’un solo e medesimo utto. > (Hbgel, Log.
Introd. trad. Vercu Wilmx, stemi non potrebbe risaltare più evidente, più
rigoroso, più universale, più assoluto. Noi innanzi tutto neghiamo
risolutamente che le vario dottrine non possan essere altro fuorché momenti
diversi d* una filosofia. Dov'è identità di contenuto, a dirne un esempio, fra
Idealismo e Materialismo? Tra Teismo e Panteismo naturale o ideale che sia? Ci
vuol davvero la pupilla lincea degli hegeliani a vedere, o meglio, a travedere
siffatte ideatità di contenuto ! D' altra parte, se posta la evoluzione della
idea 0 contenuto dello spirito ne seguita (come dicono) che la filosofia ha da
esser identica alla storia: non è egli codesto un principio degno d' un
eclettico francese? Non è la negazione più aperta, più schietta del progresso
in filosofia, meno, s'intende, epoca memoranda in che con la sua bacchetta
d'acciaio il gran negi-omante del Nord ebbe diffinitivamente segnato e chiuso
in perpetuo il circolo della filosofia? S'egli è così, la dottrina ^é* circoli
e de' ricorsi storbi che il Vera dice esser l' errore madornale della Sdenzii
NuovOj per me sarebbe anzi una conseguenza logica, immediata, inevitabile dell'
Hegelianisrao, almeno quant' al pensiero speculativo.* Hi9t., voi. IH). La
successione istorica de' sistemi perciò riesce identica a quella delle
determÌDazioui logiche della Idea: il perchè in fondo a tuttM sistemi non si
occulta altro che un medesioo oontenuto. Chi consideri bene le dottrine e
applichi con acciiiatezza le esigenze del metodo vichiano alla storia de'
sistemi, si accorgerà tosto corno nella filosofia, guardata storicamente, ci
abbia da esser moIiipUcità di momenti, e, che più monta, diversità di
contenuto; del che /a storia dt'Ila filosofia greca, come accennammo porge splendido
esempio. Ma, si badi, ciò non toglie punto che ci abbia da esser», come di
fatto ci è, differenze di forma. Se i ritomi e i rieorgi «tarici nm
importassero anche in filosofia un contenuto nuovo pur occultato sotto vecchia
forma, che cos' altro sarebbe la storia del pensiero filosofico salvo che an'
og;,Mo8a e sterile ripetizione d'un medosiuio uggiosissimo spettacolo'? Nella
storia de' sistemi, più che in altre, il moto e lo svolgim4Qto storico non
somiglia ad una linea retta, come dicono alcuni, e mmmanco ad un circolo, come
pretendono altri. La storia della filosofia 3 linea retta e circolo
insiememente. È linea retta, chi guardi al contenuto; ed è poi circolo, chi
consideri la forma, cioè la parto meccanica do' fatti; giacche la storia, lo
dicono e lo credon tutti, ò fornita alch'ella del suo Un' altra osservazione
contro gli Hegeliani poiché ci calza. Se V ingegno filosofico (quello, ben
inteso, degl' imperturbabili e severi negromanti in filosofia) racchiude in sé
tanta virtù e tal vena architettonica da costruire con lavorio tutto a priori
il sistema della scienza dell'essere e del conoscere; la conseguenza parmi
chiara, irrepugnabile: ed é che la storia della filosofia non potrà non
riescire affatto inutile e insignificante. A che sciupar tempo, a che sprecar
la nostra attività critica a studiar ne' bozzetti piii o manco smorti e melensi
e sconci e abortivi che ci presenta la storia, se abbiamo già dinanzi agli
occhi in marmo vivo e quasi palpitante il Davide e '1 Mosè? Dicono: « Noi
invochiamo la storia de' sistemi, é vero, ma per semplice guarentigia del
sistema: la invochiamo com' una riprova di fatto, com' una conferma
sperimentale.... » Conferma di che? Della costruzione a priori,^ Dunque codesta
vostra costruzione è una congegnatura inefficace! D' altra parte, se il sistema
giace ascoso e beli' e apparecchiato nella storia e non fa che germinare da
essa, in questo caso non sarà inutile la vostra costruttura ideale, a priori?
Brevemente, una delle due: La costruzione a priori del sistema é ella assoluta?
Dimque è faccenda inutile la storia de' sistemi. Il sistema giace egli beli' e
apparecchiato nella storia? Dunque inutile ogni alma meccanismo. Ora dunque per
noi il pensiero fllosofico ò daTvero progressivo; è progressivo sul serio;
progressivo noi verace senso della parola progresso, appunto perchè si svolge
anche, e sopratutto, nel suo contenuto. £ qui, com* è chiaro, noi rispetto agli
Hegeliani siamo addirittura a:rU antipodi; e non è altrimenti il nostro povero
don Giambattista quegli che non ebbe la fortuna (sic) di scoprire la gran Ugge
dd progredire della utnanità, ma è proprio il loro Hegel cui toccò la sventura
(abbiano pazienza!) di non conoscerla, anzi di negarla cotesta legge; o almeno,
riconosciutala da Talete, Tha poi negata a tutt*i secoli avvenire,
condannandoli senza scam(H> a ruminare eternamente la medesima formola
metafisica! Il concetto del vero prògre99o è concetto propriamente impossibile
nella mente degli Hegeliani, come vedremo nella Sociologia. MiOHKLiT, Exam,
Crit, de la Mèi. d'Arisi., Paris] nacchìo architettonico dialettico a priori.
Nel primo caso voi sarete altrettanti Dii; e noi non v'intendiamo, perchè
confessiamo di non esser capaci d' intendere un linguaggio e un pensiero
sovrumano. Nel secondo poi sarete eclettici, o positivisti; e noi vi superiamo.
Non v'è scampo. Se la storia de' sistemi ha da servire di per sé sola a darci
la filosofia; se, d'altra parte, la congegnatura a priori ha da essere assoluta
e tutta d'un pezzo: come legittimarle entrambe? perchè invocar la necessità
d'entrambe? Intendo l'eclettico che, non sapendo rinvenir filo d' energia
speculativa ne' bisogni intimi del suo pensiero, viene a chieder soccorso alla
storia. Intendo non meno il positivista che con le mani sotto le ascelle tutto
aspetta dalla storia appunto perchè non ha briciol di fede nelle native forze
della ragion filosofica, e sorride agli sforzi ne' quali nobilmente altri si
prova. Ma come potrò intender gli hegeliani che invocan la storia nel momento
istesso che vantano la singoiar pretensione di costruir l' edifizio scientifico
a priori rifacendosi dal tetto ? Che cosa dunque è da concludere? Precisamente
r opposto di ciò eh' essi pretendono: che ne la storia contiene il sistema, né
la mente può costruirlo e dedurlo a priori. Né induzione, al solito, né
deduzione neanch' in quest' ordin di cose. La possibilità d' una dottrina
metafisica può germinare dall' azione combinata delle due forze; dalla storia
de' sistemi interpretati a dovere, e dalla energia intima del pensiero speculativo.
Or tutto ciò potrebb' egli esser possibile, se questo pensiero non fosse ad un
tempo e dentro e fuori della storia?* Schmidt divìde la storia de’ sistemi
filosofici morendo dal concetto della filosofia elio per lui è teienza del
fondamento ultimo del nottro pentierOf e delV a$§oluto, E poiché cotest'
obbietto si può concepire in tre gaise, cioè obbiettivamente, sabbio ttiv
amente e neirun modo e nell* altro riconoscendoli entrambi come identici, però
ne deduce 1’opposizione de* sistemi, e la divisione della storia. La prima e
più generale divisione è questa; 1» filosofia grreca; 2o filosofia nuova avanti
Kant; S*" filosofia Il nostro criterio non è niente di tutto questo. Non è
empirico, non è eclettico, non è sistematico, non è dommatico. E positivo, e razionalmente
positivo. Ed è tale perchè piglia di mira non già i sistemi propriamente detti,
anzi le posizioni ultime, più semplici, irreducibili del filosofare,
squadrandole sotto doppio rispetto; sotto il rispetto della scienza, e del suo
oggetto. Le posizioni possibili dell' ingegno filosofico, di fronte al sapere
metafisico, dicemmo esser tre: !• impossibilità della metafisica (Scetticismo);
2» sua attualità (Sistema beir e compiuto); 3» sua possibilità (Critica). Anche
tre, dicemmo, le posizioni del suo oggetto, cioè le possibili soluzioni del
problema metafisico. Dunque tre han da essere i sommi generi sotto cui la
storia può venir adunando, disponendo, ordinando le dottrine, gì' indirizzi, i
metodi, le esigenze speculative formanti le specie e sottospecie, le recente
dopo Kunt {St, della FU.). Innan^ù tutto questa è una diTisione essenzialmente
sistematica, e riesce alla filosofia dell* identità: il che solo basterebbe a
condannarla. Il concetto inoltre nel quale è fondata • è superlativamente esclusivo;
tanto cbe rimaui^on fuori del corso isterico interi periodi di speculazione
occidentale, per non parlare della filosofia orientale. Così precisamente egli
tratta, per esempio, la scolastica: la quale, tuttoché non si possa dire
speculazione metafisica, non però cessa d'essere 8peéulazione,quantunque in
servigio della teologia e del domma. K poi, come mai dalla filosofia greca, con
un salto più che mortale, si piomba a Cartesio? Dov* è qui, non dico la verità,
ma la realtà del processo storico della filosofia? Un'altra domanda. Schmidt
pone Videntìtà come contrassegno del 8^ periodo della filosofia. Ma, con qual
diritto, con che verità qualificar tutt* i filosofi di cui egli parla nel suo
S"* periodo col carattere dell* identità? Come si vede, lo Schmidt cade
nel1’ a pr»art«mo hegeliano, ma senza far pompa de* grandi pregi di Hegel.
Tranne V opposizione fra' sistemi, nonché la triplice maniera onde in essi è
concepito l'assoluto, ei confessa dì non saper altro per via a priori di
concreto, di particolare circa la storia delle scuole e delle dottrine
filosofiche: doveccbò Hegel non pnr move dalla logica, come s'ò detto, e dalle
alture logiche procaccia dedurre i sistemi ed i momenti della storia, ma più
ancora li costruisce; li costruisce indipendentemente dalla storia. Il metodo
dello Schmitd, quindi, avrebbe una parte accettabile, un aspetto vero; che,
cioè, r indagine storica, per lui, non riescirebbe un di più affatto inutile,
come in sostanza dovrebb' essere per Hegel. Se non che cotesto bel pregio svanisce,
tostraf«, appresso il vero metafinoo. Or questa genesi a cui egli accenna, si
applica evidentemente tanto al processo delle scienze, quanto a quello della
filosofia; e, di più, risponde appnntìno alla storia e al processo ideale de'
metodi. I metodi per lui sono ìtq;V Induzione^ il Sittogiemo, il Sorite. {De
Antiquiee.) È bene avvertire com'ecfli, discorrendo del Sorite^ sbagli
nell'attnbuire a Socrate quella forma. d'induzione cui allude nel Libro
metafìtico; e non meno sbaglia, come osservammo, quando chiama sillogistico il
metodo aristotelico. Ma questi, com' ò chiaro, sono sbagli di storia,
inesattezze di fatto, non già di dottrina. Ciò che importa è che sin nel Libro
metaJUico egli sa scorgere un vincolo, un processo, e quindi un progresso fra
le tre posizioni metodiche del pensiero: Induzione, Dedazione, Eduzione,
rispondenti alla storia delle scienze, come a quella della filosofia. Giova
perciò intenderci bene. L' Induzione, per lui, è un artifizio sintetico, ma
d'indole empirica; ondo la mente non facendo che raccogliere, adunare, procede
dall'effetto alla causa, e quindi è analisi, diremmo, sintetica. (Inductio,
pioura ànalytica; Stllooismus, stntrtioa. Ved. De Conet, PhUologim) Il
Sillogismo invece è un artifizio deduttivo, è ainteei analitica per cui la
mente procede dalla cagione all'effetto; ma è incerto nel euo procedimento e
però inetto a scoprire {De AntiquÌ9$., cap. II, VII, 4). Questo è quel metodo
eh* ei condanna ne' Cartesiani, ed è quel 9ÌUogi»mo debole oÌ79iv'/ì^
i7uXXo7(7]txo; che Aristotele biasimava in Platone (>lna/. Poet.,!,)
Finalmente il Sorite, per lui, è tutt' altro di ciò che ne dice la logica
ordinaria. II Sorite non è, a dir proprio, nò sintesi, né analisi. Non è
analisi sintetica che dall'effetto ealga alla cagione, e nemmeno è sintesi
analitica che dalia causa eeenda all'effetto. Invece è funzione che oofuxitena
caute con caute: Qui utitcb borite gauss ab oaussis, ouiqur proxiMAif ATTBXIT.
{De AntiquÌ89„ De certa /acultate eciendi, ) Perciò il Sorite essendo la funzione
sillogistica nella forma pid compiuta, presuppone e racchiude in sé l'analisi e
la sintesi, la deduzione e l'induzione, e di fronte a queste debb* esser
superiore e posteriore. Dunque la funzione discorsiva che egli appella Sorite e
che pone nel terzo momento della storia Se tutto questo che noi siamo venuti
sin qua discorrendo è vero, quale ne sarà la conseguenza? Sarà che tanto nella
storia deUa filosofia, quanto nel succedersi de' sistemi, il progresso non è,
come ci predicano i positivisti, un' illusione de' filosofi di mente ammalata e
nebulosa, ma un fatto storico e psicologico ad un tempo; una storica e
psicologica necessità. I diff'erenti sistemi, ci dicono i filosofi deW
avvenire^ possono conferire al progresso non come cagioni determinanti, ma come
semideale de* metodi, non è altro che il processo ednttiro di cai altrove
abl)iaino discorso. Neir annodar cau»e con carne sta V invenzione del termine
medio, e perciò la conversione dd vero col fatto. Se non che talora anche in
ciò egli si contraddice ! ifferma, per es., che V analisi (la qaale abbiam
visto essere per lui posteriore alla sintesi, e però, come artifizio deduttivo,
posteriore ali* induttivo), sia il metodo puramente critico de* Cartesiani; e
non senza ragione lo condanna, perchè esclusivo e solitario. Ma più volte poi
dice esser tale anche il Sorite; cioè un artifizio puramente critico e
analitico. {De AnUqxUss,^ Ds Nos. Temp.
Stud. Jiat,, Argum. RUp, i* al Glor. de' Lett., § IV. - /?« Oonst. PhiloL, Sec. Se. Nuo.) Ma non abbiam vist ) com'egli medesimo
ponga il Sorite dopo Vlnduzimie che è analisi-sintetica, e dopo il Sillogismò
che è sintesi-analitica? Come, dunque, se è posteriore e superiore, potrà esser
non altro che pura critica e pura analisi, e perciò anteriore e inferiore? Non
è contraddizione palpabile cotestaV A levar di mezzo siffatti controsensi,
bisognerà stare alla definizione eh' ei medesimo ne porge del Sorite: funzione
che concatena cause con ca«we, non già effetti con causcy o eause con effetti.
Ella compenetra, come dicemmo, in un medesimo circolo l'analisi e la sintesi,
l'artifizio induttivo e '1 deduttivo]. fe insomma il nwtodo ch'egli sposso
appella geometrico (Risp. al Oior. de' LcU.). È, ripetiamo, il metodo ednttivo,
genetico, il quale non è geometrico in quanto debba essere tolto cosi com' è
dalla matematica, ma nel senso che dalla geometria s'ha da pigliar la
dimostrationCf cioè la guisa per far la scienza. Lo dice egli stosso; non
m^hodus geometrica^ sed demonsb'otio. E dopo ciò auguriamoci che alcuni suoi
crìtici non vorranno maravigliarsi più oltre ch'egli abbia voluto appellar
geometrico il metodo proprio della sua Scienza Nuova! {i^ Se. JVuo.). Uno de'
continovi lavori di questa scienza d dimostrare FIL PILO.... lo spiegarsi delle
idee umane . Concludendo: Col porre la genesi psicologica de* metodi e '1
processo isterico delle tre funzioni metodiche, il nostro filosofo ci ha dato
insieme la dottrina su la genesi positiva delle scienze, secondo
l'interpretazione che noi altrove abbiamo accennato (p. 230), e sopra questa
legge si modella eziandio la storia ideale della filosofia^ com'egli dice, o la
storia naturale de' sistemi JUoéoJtci. Sono germi cotesti, io lo veggo; ma
germi fecondissimi. plici condizioni del progredire; cioè com' errori che si
combattano, e che nel combattersi a vicenda si correggano. La contraddizione
qui è palpabile; e non è la prima né l'ultima nella quale intoppino i
positivisti. I sistemi filosofici non sono che errori, e pur si correggono !
Ma, so correggonsi, in clie maniera saran tutti un errore? È possibile
correzione senz'una parte di vero? Or se racchiudon parte di verità, certo non
avrebbe a parere impresa disperata poterli assommare; per la semplice ragione
che se la mente umana è quella che ha potuto partorirli e poi di mano in mano
correggerli, ella medesima potrà venirli adunando in organismo, nel che, come
si disse, è necessario un criterio superiore/ Abbiamo detto esser triplice il
processo delle cose governato da un medesimo criterio, il quale perciò assume
valore di principio: la Conversione del vero col fatto. Ora il primo processo a
cui è d' uopo fare cotesta applicazione è appunto la storia, perocché lo
spirito nasce nella storia, e la fa. E poiché nel medesimo processo isterico é
racchiuso il processo psicologico il quale n' è il fondamento più immediato in
quanto é la I sistemi si combattono, è vero: essi rappresentano il transito a
verità; e anche questo è verissimo. Ma ciò fanno non tanto perchè sono errori,
non tanto perchè lottano, qaanto perchè racchiudono in sé medesimi un elemento
di speculazione e perciò di verità metafisica. In una parola, essi lottano, ma
non per distruggersi a vicenda, sì per legittimarsi, e compiersi. Giova
ripeterlo anche qui: Positivismo e Idealismo assoluto mancano del vero concetto
del progresso nella storia de' sistemi. L* uno considerandoli come produzioni
fantastiche della mente, crede che poco alla volta essi finiscano per divorarsi
a vicenda senza verun incomodo degli spettatori; dovecchò l'altro, avvisandoli
come organi e vegetazioni d' una medesima pianta, nega loro ogni ulteriore
progresso giunto che sia a vedere sbocciato quel fiore nel quale sono contenuti
in atto rami, fronde, foglie, tronco e radici della pianta. Questo fiore, si
sa, non può essere altro che la filosofia dell'identità. Ora a me pare che, se
hegeliani e positivisti vorranno per poco tenersi conseguenti a sé stessi, la
storia della filosofia agli occhi loro non potrà essere altro che un caput
mortuum; sempre per la solita ragione, che gli uni hanno intera fiducia nella costruzione
ideale della metafisica, mentre gli altri non ne hanno punto, anzi la negano.
Caput mortuuml nò più, né meno. La logica è inesoraWle. stessa nostra
coscienza, perciò la prima applicazione di quel principio riguarda la genesi
psicologica. Ma, innanzi tutto, che cosa ci dice la storia della psicologia
rispetto al problema psicologico? Capitolo Quarto. platonismo e aristotelismo
nel problema psicologico. Il nodo al quale per ragioni più o manco immediate si
rappicca la soluzione de' piii vitali problemi delle scienze morali, e stavo
per dire anche quelli della metafisica, è il problema psicologico, che un
moderno filosofo ha giustamente appellato problema generatore.^ La psicologia
segue anch' ella una legge cui vediamo soggiacere ogn' altra parte della
filosofia. Pigliando a considerare il problema psicologico sotto l' aspetto
teoretico, ci accorgeremo tosto della possibilità d' una doppia soluzione, che
si riferisce a due sistemi fra loro opposti e contrari: i quali sistemi, per
quanto si voglian fregiare di titoli vistosi e facciano pompa di nomi pili 0
meno appariscenti, ci rivelano sempre alla fin fine l'esigenza del
materialismo, ovvero quella dello spiritualismo. Se pigliassimo poi a guardare
il medesimo problema sotto r aspetto isterico, sarebbe agevole il vedere come
quelle due soluzioni mettan capo a' due maggiori filosofi dell'antichità,
Platone e Aristotele, ne' quali s'imbatte sempre la mente dello storico quando
meno se '1 crede. Che se oltr' ai due massimi filosofi di Grecia togliessimo ad
esame anche la teorica psicologica degl' insigni rappresentanti della sapienza
cristiana. Agostino ed AQUINO, i quali non fanno che ormeggiare i due Fichte,
Doetrine de ki Seienetf trad. Grimbl^t,] greci quanto le necessità del domma
comportavano, avremmo beli' e fissato l' obbietto e determinato i confini della
critica intorno alle principali soluzioni date sul problema in discorso, e
fors'anco avremmo tirato le somme linee d' un intero disegno isterico della
scienza psicologica fino all' età del Rinascimento^ I quattro filosofi
menzionati comprendono in germe tutte le posizioni psicologiche possibili, meno
una; meno quella, cioè, che, nulla serbando di filosofico e di psicologico, si
riduce tutta a negozio di biologia, come vorrebbero certi moderni fisiologisti.
Nella storia della filosofia, infatti, avviene quel medesimo che in ogn' altr'
ordin di cose morali: le prime tracce dello sviluppo, i germi del processo,
come germi, s'annidan tutti nelle origini. Nelle origini la virtù spontanea e
divinatrice dell' ingegno emerge vigorosa e potente così che basta ad
alimentare i' attività analitica di più secoli, ed eccitar 1' ansia e '1
bisogno speculativo di più e più generazioni. Le origini . riflesse della
speculazione occidentale pongono lor prima radice nel pensiero greco; massime
in quel perìodo in cui Platone e Aristotele rappresentando, per così dire, 1'
analisi in cui sdoppiossi e ingagliardì la sintesi socratica, giungono a toccar
l'apice della riflessione metafisica sotto duo forme distinte; distinte nell'idea,
diverse nella forma e anco nello stile, ma atte ad integrarsi e compiersi a
vicenda. Il vivente storico inglese della Grecia ha detto che la speculazione
europea, nonché gran parte dell'orientale, altro non sia stata in sostanza
fuorché un commentario intricato e perpetuo de' due massimi filosofi. A
compiere il concetto avrebbe potuto •e dovuto aggiugnere che in cotesto
commentario, in cotest' analisi, tanto più evidente appare il progresso, quanto
più intenso é lo svolgersi delle dottrine, e più fitto e più variato il
succedersi delle scuole. Chi dunque pigliasse a far la storia critica del
Platonismo e dell'Aristotelismo, e' sarebbe già in grado di far la storia della
filosofia: in cui lo scetticismo avrebbe quella funzione e queir ufficio che
gli spetta; ufficio senza fallo assai rilevante, ma, come dicemmo, di semplice
strumento più che d' artefice; funzione di mezzo, d' espediente, d'incentivo
piii che d'elemento vitale della scienza. Se infatti v' ha cosa nella quale
consentano appieno i due massimi filosofi, è questa: che il concetto del
sapere, del sapere per via di scienza, debbasi appuntare neir universale,
stante che dall' universale possa emergere unicamente la possibilità della
metafisica. Ecco perchè tale possibilità è già beli' e dimostrata, s' altra
prova mancasse, dal fatto storico, dalla storia della filosofia. Ecco perchè lo
scetticismo, siane qualunque la forma, è distrutto, o meglio, è ridotto al suo
legittimo valore, dall'esistenza atessa e dallo svolgimento cui son venuti
soggiacendo il Platonismo e l'Aristotelismo. Ed ecco perchè, ripetiamolo,
questi due grandi sistemi racchiudono un significato supremamente comprensiva
per due rispetti diversi, l'uno storico e l'altro teoretico, e per due diverse
ragioni altrove accennate. Sul carattere precipuo del Platonismo ci sarebbe a
sperare che né critici, né storici qund' innanzi avessero a discutere più
oltre. Volumi in foglio scrissero antichi e riscrissero moderni, sia per
determinare il concetto platonico del Bene, sia per isgroppare que' tanti
viluppi su la natura delle idee, sia per ispecificar l' attinenza peculiare fra
esse e Dio, o per lumeggiare il processo della dialettica e chiarir la forma
verace del metodo filosofico platonico, o, finalmente, per additare il rapporto
fra '1 pensiero e l' obbietto sovrassensibile di esso. Pare che i più oggi
consentano a ritenere, il distintivo platonico star nella teorica dell'
esemplarismo, e quindi nella dottrina (vera o no che sia) delle idee avvisate
oom' eteme conoscibilità, e com^ eterne e assolute specie delle cose, 11 che
tanto più avrebbe a parer vero, in ^Ytìov wjTTioòc To (zé^iov (iTxpct^ityt/y.)
iS\tntv. Tm. Cfr. quanto che il punto attorno a cui s'aggira la critica dello
Stagirita sta tutta qui: Videa non pure esser Buperiore alle cose, ma tutta al
di là e tutta al di fuori delle cose. Né le tre scuole d' interpreti che hanno
a capo Herbart Hegel e Bitter, e che in Germania oggi dividonsi '1 campo della
critica sul significato essenziale e speculativo de' dialoghi platonici, dissentono
guari intorno a cotesto particolare, quantunque tutt' e tre riescano a dissidii
profondi nell' applicar la critica non tanto erudita, quanto d'interpretazione
filosofica. Difficoltà pili gravi porge l’Aristotelismo; col qual nome intendo
abbracciare tanto Aristotele, quanto la interminabile tratta de' suoi
commentatori. Queste difficoltà senza fallo tengono all' indole stessa della
dottrina aristotelica, all'esser eUa, per così dire, bifronte, racchiudendo i
germi di due contrarie ed opposte direzioni speculative: cosa che, ove non
fosse universalmente riconosciuta, basterebbe a comprovarcela, s' altro
mancasse, la critica che neanc' oggi ha smesso e certo mai non ismetterà la
speranza di porre in accordo lo Stagirita con sé medesimo. Eertanto, riconosciuta
l' ambiguità e r indeterminatezza del sistema aristotelico nonché il difetto d'
impasto omogeneo in parecchie sue teoriche; considerato come Aristotele uscito
del tirocinio platonico dovea serbare, come serbò evidenti, alcune tendenze già
inseritegli nell' animo dalla viva e potente e drammatica parola di chi seppe
concepire e scrivere il Protagora e '1 Filébo; tenuto conto sopratutto
dell'opposizione gagliarda e severa ch'ei mosse contr'al maestro; e,
finalmente, considerato lo svolgersi così vario, così intricato, così opposto
ne' suoi resultamenti cui r Aristotelismo andò «oggetto attraverso civiltà
diverse, tempi diversi, luoghi divedi : non avrebbe a parer Stallbacm, ne*
ProUgom, al Parmenide di VELIA, SERBATI, Aritt. eep. ed esam.f Introd. Zkllbr,
DeU^ espogiz. aritt, della fil, di PUxtone, c. rV. Tbbndelsnburo, Plut. de id., Mabtik, Éhui. mr le Tim.,
Àrgom, CousiN, Du vrai, du beau et du bien, loz. IV.
troppo ardito T argomentare, come dal tatt' insieme delle sue teoriche, in
ispecie dalle tendenze molteplici degli esegeti d'ogni età, cotest' indirizzi
devan essere tre, meglio che due. De' quali indirizzi noi chiameremo il primo
ip&rpsicólogko; il secondo. Triturale oàempirico; e il terzo medio, ovvero
aristotelico-platonico propriamente detto. Dal significato stesso di queste
parole, ognuno s'accorgerà come il nostro criterio diflferenziale, e la
divisione riguardante gì' indirizzi della dottrina aristotelica nonché le
diverse esegesi a cui elle conducono, sia per noi principalmente di natura
psicologica; e non può non esser tale. Aristotele, infatti, non cessando d'
essere Aristotele, è anche mezzo platonico. Un criterio diflFerenziale, dunque,
circa le dottrine de' due filosofi, non potrebb' essere attinto in altra
sorgente salvo che in quella della psicologia, dove appunto riluce piii netto
il dissidio, checché ne dica il Ravaisson,* tra i due filosofi della Grecia. D'
altra parte cotesta nostra divisione non solo si porge come criterio a
discemere e giudicar le diverse scuole aristoteUche, ma ci somministra modo
altresì per valutare l' esplicazione storica del Platonismo al lume di quel
terzo indirizzo che noi pensatamente abbiamo appellato medio. 11 quale, se con
gli altri due l' abbiam detto aristotelico, non è meno platonico perciò.
Cotesto indirizzo medio, infatti, non è originario, ma secondario. Non è nato
fatto, ma capace di farsi, di generarsi, d'assumere fattezze proprie e
fisonomia sempre più individuale e spiccata nel corso della storia. Però più
d'uno storico della filosofia ha paragonato 1' Aristotelismo e '1 Platonismo a
due fiumi che risalgono verso due sorgenti diverse; e meglio avrebber detto due
correnti distinte d' un medesimo fiume, le quali, scorrendo, sempre più si
rimescolano e conifondono per entro a un medesimo alveo. Nelr Aristotelismo
quindi ci è il Platonismo, o meglio ci * E9$ai de Ifitaph, d' ÀrUt, Tom. I,
Introd. p. Y. è germi di due maniere di Platonismo, legittimo e spurio. Il
Platonismo spurio in sostanza è Arabismo; e la cagion prossima, X origine
immediata di esso non risale già alla dottrina platonica, come altri ha creduto
cogliendo a frullo qualche sentenza qua e là sparsa ne' dialoghi del filosofo
ateniese; ma risale al medesimo Aristotele; e ciò per due diverse ragioni. La
prima delle quali, come ha osservato un illustre storiografo,* si radica
nell'opposizione che lo Stagirita ingaggiò contro il maestro; e questa, più che
cagione, noi diremmo sia stata occasione, incentivo alla dottrina averroistica.
La seconda poi vuoisi riferire, come toccammo, all'indeterminatezza e ambiguità
della stessa dottrina aristotelica su l'intelletto; tant' è vero che Alessandro
d' Afrodisea, intendendolo in parte sotto l'aspetto empirico, potrebbe aver
fatto più sdrucciola, per parte sua, la strada all'Averroismo.' Se dunque tale
è l'Aristotelismo di fronte al Platonismo, si può dire che, ove altri pigliasse
a far una storia compiuta del primo conforme al criterio che noi diciamo,
farebbe anche la storia del secondo, cioè del Platonismo vero, del Platonismo
legittimo, appunto perchè nell'uno e' è, anche 1' altro, ma corretto, o a dir
meglio, compiuto per più d'un rispetto.' Ora che i tre indirizzi non siano per
avventura tre fantasie del nostro cervello, potrebb' apparir manifesto dalle
sentenze diverse che noi potremmo agevolmente venir adunando nel medesimo
Aristotele, se potessimo, anche a far bella mostra di peregrina ma non
difficile erudizione, ingolfarci in esami di esegesi minuta e particoleggiata,
e se il Rosmini non avesse già, meglio che * Renan, Averrhoé» et VAverr.^ pag.
42. * Ravaisson, Bonghi parlando della metafisica d'Aristotele osserva, c^
tutti qtianti % »Ì9temi fino a Carteno ei »% »ono tpecehiati dentro^ e ci hanno
jwù o meno riconoeciuto il proprio vieo, (Lett. al Rosm., Trad. della Metaf.i).
Nourisson dice fino a Leibnitz. {Tabi, de» progrU, ec., 2* ediz, 1S59 nella
Condu$,) Perchè non dire fino ad Hegel addirittura? ogn' altri, posto in sodo
con maniera davvero magistrale r esistenza nello Stagirita de' due primi
indirizzi. Ma una prova più chiara potrebbe averla chi guardasse al modo con
che sonosi venute svolgendo e diramando e poi intricando e vie più
ravviluppando fra loro le varie scuole aristoteUche non solo per tutte quelle
dieci età che il nostro Patrizi distingue nella storia degli esegeti
aristotelici, ma eziandio per tutto il periodo che corre dall' epoca del
Rinascimento fino agli ultimi critici tedeschi hegeUani e non hegeliani,
Michelet, Pranti, Zeller, Trendelenburg. Da Teofrasto, per eserapio, a Stratone
di Lampsaco incomincia a prevalere di già r indirizzo naturale, pigliando forma
sempre più empirica di guisa che si potrebbe dire non v'essere stacco assoluto
fra questo indirizzo aristotehco, e quelle scuole che vi tenner dietro,
segnatamente l'Epicurea e la Stoica.* 11 Nominalismo del medioevo che SERBATI
più acconciamente appellerebbe Bealisfno aristotelico, nonché il naturalismo
d'alcuni peripatetici, ci palesano anch' essi l' indirizzo empirico. ' I
Positivisti, finalmente, credono anch' essi oggidì potersi agganciare allo
Stagirita, ne in verità avrebbero gran torto se troppo facilmente non
dimenticassero come accanto all'Aristotele positivista ci sia un Aristotele
filosofo anzi metafisico propriamente detto. D'altra parte, il Neoplatonismo e
più l'interminabile serie dei commentatori arabi o arabeggianti che smarrivansi
in quella grossolana forma di panteismo ])sicologico annidatasi nella dottrina
dell'intelletto agente così balordamente interpretata in Aristotele, non ci
palesano schiettissimo l'indirizzo iperpsicologico? Fra questi estremi quanto evidente
nella storia al[Ravaisson. SERBATI, ArUu eiip. ed etam.y Introd. Roussblot,
Étud^ tvr la Phil. dan» le moì/en àgef l» Saint-RinÌ Taillak> DntB» Seot
Erigene et la Phil, Seolwtt., CousiN, Fragni, de PkiU du fnoyen Age, [trettanto
necessaria in teoria è la posizione mediana. Ella si studia porre nn accordo
fra l'esigenza fondamentale del Platonismo, e quella dell' Aristotelismo; fra
l'uniTersale in sé, e Y universale anche nel mondo. Se non che è facile vedere
come questa posizione abbia a rendere immagine, diremmo quasi, del ferro
magnetico il quale senza posa oscilla fra mezzo al polo positivo e al polo
negativo. Tale davvero è l' indirizzo medio, un ferro magnetico: per cui non è
impresa agevole stabilire, per esempio, se certi realisti e certi nominalisti
dell' evo medio, de' quali il Rosmini con l' usata pazientissima industria andò
scovando più e diverse famiglie, sLin da dichiararsi aristotelici meglio che
platonici. L' indirizzo medio nelle dottrine filosofiche, massime parlando di
Platonismo e d' Aristotelismo avvisati nel loro svolgimento istorico, spicca
per questo contrassegno: d' esser la molla maestra, per così dire, del
progresso nello sviluppo del pensiero speculativo. Or s'egli è tale, non debb'
esser rappresentato da que' filosofi che Pretendono alcuni storici ctie il
nominalismo non dlfForìsca punto dal Concettualismo (per es. il Cocsin, (Euvres
cT Abelardo Introd., in ciò confutato meritamente da SERBATI, Atìm, ec.) Meno
a?7entato degli altri il Roverotano si contenta designare il secondo com* una
gpecie del primo. E sia pure. Ma se fra Tun sistema e T altro non fosse alcun
diyario, dovremmo porre in un fascio, non diciamo con quanta verità, i nomi di
Roscellino, di Guglielmo di Champeaux e d'Abelardo? Per noi la differenza delle
tre direzioni filosofiche medievali è precisamente quella che esiste fra le tre
posizioni dell' universale rispetto alle cose: ante rem, in re, poH rem. Non
dico già che tra Nominalismo e Concettualismo corra quel medesimo divario che
pur troppo intercede fra essi presi insieme, e quella specie di Realismo per
cui si distingue, 'per es., Anselmo d* Aosta. Ma la differenza è pur evidente,
essendoci differenza, parmi, tra V ammettere e 'I negare Vunivenalenel
concetto. Checche se ne dica, la scuola di Roscellino è nominale pura. Quella
di Guglielmo di Champeaux è schiettamente realista. Ma un barlume di vero
progresso nella scolastica traluce nel concettualismo. Esso ci rappresenta,
almeno compera possibile in quell'età e in quelle condizioni della scienza,
l'indirizzo aristotelico medio. Il Concettualismo è tanto superiore al
Nominalismo, quanto Io spirito all'esperienza, -le idee ai fatti, il senso al
pensiero. Il Rimuaat e il Nouritaon han saputo rilevare a meraviglia i meriti
di questo indirizzo nel periodo scolastico. (Abìlakd, Tahleaux de» progrì») la
critica non radamente finisce per battezzare con titoli diversi e disparati e
talvolta anche opposti, non altrimenti che gli zoologisti adoperano riguardo a
certe specie zoologiche le quali, in via di formazione specifica, non possiedon
per anche caratteri netti, spiccati e ben determinati? Tal si è agli occhi
nostri, per dire un esempio, Afrodisio; il quale, tuttoché meritasse titolo di
secondo Aristotele, ninno però vorrà dichiarare schietto aristotelico. S'egli
infatti, combatte la dottrina atomistica degli Epicurei nonché quella delle
forme seminali degli Stoici, é questa una buona ragione perché non sia detto
seguace dell' indirizzo aristotelico empirico. E, inoltre, se contro Avveroé
piglia a corregger la dottrina dell' intelletto possibile, ciò dimostra com' ei
non sia nuli' afiatto un iperpsicologista, e per la stessa ragione non é a
confondersi co' puri platonici. Che se, finalmente, opponendosi allo stesso
Aristotele procaccia dimostrare come la specie anziché nell'individuo sia nel
pensiero, con ciò si manifesta chiaramente seguace dell'indirizzo mediano. L'
Afrodisio dunque, se potessi designarlo così, sarebbe il concettualista per
eccellenza fra gli esegeti ellenici, e quindi potrebbe rappresentarci l'antecedente
ideale del Concettualismo mediqevale. Egli per primo nella storia dell'
Aristotelismo ci esprime il bisogno d' accordare le due opposte direzioni
aristoteliche, restando egli stesso aristotelico, e però non arabo, né
sensista. Si potrebbe facilmente dimostrare, se qui fosse luogo, che il
medesimo indirizzo ci esprime e la medesima funzione esercita san Tommaso nel
medioevo; talché nell'età medioevale AQUINO rappresenta ciò che l' Afrodisio
fra' primi commentatori greci.* * Parlando d’AQUINO BONGHI dice: Quello che
m'ha fatto molto maravigliare, e di cui non mi $on reso cofUo pienamentef come
•' accordi in tanti luoghi coW A/roditeo^ tema perft citarlo mai, ìé accordo ^
tale che non pud ewer casuale. (LeU. al Rosm.) È vero, AQUINO non conoscerà che
di nome rAfrodisio. Lo conosceva per mezzo d’Averroé; eppure tanto spesso
trovasi d'accordo con lui neir inAltri esempi più spiccati potremmo averli nel
Rinascimento; esempi di filosofì che a tutta prima non paiono stare né di qua
ne di là. Tali per noi sono, a dime questi, PORZIO, ZABARELLA, LAGALLA,
CASTELLANI; e non esiteremmo annoverarvi anche il Sessano, come quegli che finì
per combatter l'Averroismo e dar molto da pensare a' seguaci dell' indirizzo
empirico fra' quali in cima a tutti siede il Pomponazzi * Che se il Patrizzi e
più FICINO, fra gli altri, si palesano schietti neoplatonici, cotesto lor
platonismo non va certamente confuso con l'Arabismo. Anche noi crediamo che
certi Platonici e certi Peripatetici arabeggino la lor parte, e tanto
s'assomiglino fra loro quanto due gocciole d'acqua. Ma perchè pretendere porli
in un mazzo? La lor mente muove da sorgive diverse; così che, interpretando a
lor modo Aristotele e Platone, gli uni spesso vaporano, come s' è detto, in una
forma confusa di panteismo psicologico, in mentre che gli altri svolazzano sì
da restare immersi e balordicci in mezzo agli splendori d' un misticismo il
quale se non è panteismo poco ci corre. Arabismo quindi non è Platonismo; 0, se
si vuole, è i) fiacco, è il grossolano Platonismo venuto fuori, come to^tommo,
attraverso la critica male interpretata d' Aristotele contro il suo maestro. Se
dunque la storia dell'Aristotelismo è lì pronta a mostrarci incarnate nelle sue
scuole tre diverse tendenze, ciò vorrà dire più cose. Vuol dire che queste tre
tendenze debbono esistere, ma esistere come in germe nelle dottrine e nella
mente stessa del Caposcuola. Vuol dire terpretare il JUo$ofo, che davvero tale
consenso non può esser ccituale. Quale n' è, dunque, la ragione? BONGHI non ne
avrebbe fatto le meraviglie se avesse pensato eh* eran tutt' e due nel medesimo
indirizzo, nelr indirizzo aristotelico mediOf per quante possano esser le
differenze. Molti filosofi italiani, che d'ordinario sono mossi iu fascio con
POMPONAZZI 0 con gli schietti averroisti ovvero co' puri platonici (come
appunto NIFO) a noi paion seguaci più o mono spiccati dell'indirizzo medio,
quando siano interpretati con benignità di giudizio, e senza le traveggole
d'una critica sistematica. ch'elle hann'a distinguersi e sdoppiarsi e correre
il palio del processo istorico. E vuol dire, perciò, che a questo ior
successivo distinguersi ha da presiedere una legge di progresso che per passi
lenti, ma sicuri, valga a ricondurre r analisi alla verità della sua sintesi
primitiva. Aristotelismo e Platonismo, ripetiamolo, non sono a dir proprio due
filosofie; né sono due serie di filosofi gli Aristotelici veri ed i veri
Platonici. Sono ben due filosofie que’due commenti così opposti fra loro e
contrari, che, fondandosi in un concetto b empiricamente naturale o
esageratamente iperpsicologico del pensièro, vennero fabbricandosi col
succedersi de' secoli, con l'incalzarsi de' filosofi, e con 1' avvicendarsi
delle scuole. Non seguiremo perciò, a questo proposito, la sentenza del Buhle,
del Bitter, del Renan tb d' altri storici che altro divario non sanno scorgere,
fra' peripatetici del Rinascimento, se non quello eh' è possibile riconoscere
fra' commentatori d' un medesimo caposcuola. Come confonder ACHILLINI con
PORZIO? e PORZIO con NIFO? e NIFO con ZABARELLA e con GONTARINI? e tutti questi
con ZIMARA e con altri di simil tenore? Il criterio innanzi stabilito ci può
far comprendere perchè mai tutti quelli che han sempre sospirato un accordo fra
l' uno e l' altro sistema, risentano piii dell' indirizzo platonico anziché
dell' aristotelico; e perchè accanto a BESSARIONE, a PICO Mirandolano, al
citato Gontarini, al MAZZONI, e a tutti gli altri che credono toccar col dito
il vagheggiato accordo, non manchino i Donato, i Folieta. i Buratella che
reputino pazzia cosiflFatto accordo. I primi ci dimostrandoci fatto che
nell'Ari[Una prora estrinseca che fra il Platonismo e l’Aristotelismo primitivi
non V* è, masdme in certi ponti di metafisica, divario sostanziale, potrebb*
esser tolta dalla maniera ond' Aristotele conduce la crìtica inverso alla
fllosofia del sno maestro. Lo Scbleiermacher Tha chiamata critica da maestro di
scuola: e, per alcuni rispetti, non a torto. Zeller infatti ha mostrato ad
evidenza come il discepolo stiracchi non di rado il maestro per meglio
abbatterlo. Ved. Op. cìt. trad. da BONGHI specialmente nel Cap. iV. stotelismo
c'è il Platonismo, e però l'indirizzo medio; i secondi poi che nello Stagirita
ci ha i germi delle altre opposte e contrarie direzioni. Un accordo è
possibile; ma non fatto a maniera ^meccanica e per sovrapposizione, come si
pensano certi viventi neoplatonici col trasferire all'un filosofo ciò che si
crede faccia difetto all' altro, e dando per esempio ad Aristotele l' idea
platonica, e a Platone il concetto della Juva^c? o della ytvevii aristotelica.
Il discepolo ha pur egli la sua idea, cgme al maestro non manca la virtù del
fatto e il valore dell'esperienza. L'accordo quindi è opera della storia; ed è
r opera travagliosa della critica rintegratrice. La quale, rotondando le
sporgenze e ammorbidendo le angolosità che pur troppo si lasciano scorger ne'
due filosofi, li modifica, li rimpasta, li trasfonde 1' uno nelr altro e li
trasfigura siffattamente che ci scompaian dagli occhi Aristotele e Platone,
senza che perciò abbia a scomparire ed estinguersi quell'eterna e vivace
esigenza cui levossi il pensiero indoeuropeo fin da' primi momenti della sua
riflessione speculativa e metafisica. Ripetiamolo anche qui. Il risultamento
finale dell'Aristotelismo e del Platonismo non è già il trionfo dell'uno su
l'altro, od al contrario. È il trionfo d'entrambi, per una ragione altrove
rammentata a proposito delle due moderne filosofie. E que' critici che tanto
sudano e s' arrovellano a mettere in trono vuoi un Aristotele passato attraverso
i lambicchi d'una critica infedele ed eunuca, vuoi un Platone rimpannucciato
co' cenci d'un troppo vieto tradizionalismo, negano, senz' addarsene, la
storia. Negano la storia, perchè disconoscono gran parte del lavoro storico già
compiutosi per opera degli esegeti ellenici, arabi, alessandrini, latini,
italiani del Risorgimento. Reca marayiglia davvero il pensare come in questa
maniera di critica incappino perfino, parlando d'Aristotele^ gli hegeliani più
assennati quando affermano, per esempio, che aìVidea topra le cose di PlaUme
AnstoteU SOSTITUÌ Videa delle coae^ o la forma. Basterebbe già la parola
909Htu\ a far cangiare ftsonomia, non pure airAristotelismo e al Platonismo, ma
a tutta Premesse queste considerazioni generali, veniamo alla quistione psicologica.
U problema psicologico al quale si connette ogn' altro, è quello che risguarda
la relazione fra V anima e '1 corpo. Se cotesta relazione interviene fra mosso
e movente, per usare l' antico linguaggio, s'ha l'indirizzo platonico; il quale
j>wò trovar riscontro con la posizione iperpsicologica della esegesi de'
commentatori averroisti. Se è relazione di potenza e Aleuto, pigliando l' atto
come determinazione o semplice la storia della scienza. B tal si è infatti il
linguaggio tenuto nella ìot critica da Hegel, dal Michelet, dal Franti, dallo
Zeller, ne' quali attingono ispirazione i nostri hegeliani. Ma dicendo che
Aristotele sostituì oc, non sembra che lo Stagìrita abbia inteso di negare
addirittura V idea platonica? Giacché a poter sostituire bisogna innanzi
negare; e per mettere qualcosa, è d^uopo averne levato qualche altra. Ora il
vero si è che Aristotele, oltre la specie come predicabile, il che costituisce
proprio la novità sua di rimpetto a Platone, riconosce altresì la specie
separata^ la specie in sé, là forma in sé, spoglia di materia. La qual forma in
sé (s Zi poi aurvj x^-^' aur^fv vj uo^^tj) è altrettanto chiara in
Aristotele,'quanto la forma mista alla materia (ùtgjùti^jvvj (uterà rrì;
vItiq). lì divario fra* due ftlosoft perciò non risguarda la prima, vo* dir la
specie per eccellenza, ma si la seconda, cioè la cosa contenente la specie. Di
che si vede come per lo Stagirita, oltre l'insieme de' due elementi (to au
voXov) ci sia ben altro ancora. Al di là del to' slSoz sv fn uXv), infatti, vi
ha l'essere, vi ha la ragion delle cose, tÒ tìSo;, (Ved. Metaph.). Intanto, che
cosa ti fanno i critici hegeliani ? Essi pigliano quel che loro toma comodo.
Pigliano il to' oùvoXov, e il resto considerano come un caput mortnumj o
sentenziano: Ècco qua il vero Aristotele! Che sia l'Aristotele del loro
cervello, è chiaro, né vi cape ombra di dubbio. Che sia l'Aristotele che ci
porge la storia, lo neghiamo risolutamente; né ci mancherebbe modo a darne
dimostrazione, se questo fosse il luogo. Si dirà che quel caput mortuum sia
come il Deus ex machina dì Cartesio? una contraddizione? Innanzi tutto potrebbe
stare ch'ella non fosse tale: e tale infatti non la reputarono i nostri vecchi
critici del Rinascimento, né tale è creduta oggi da' massimi e più severi interpreti
moderni, qual è Trendelenburg in Germania, SERBATI in ITALIA, Ravaisson e B.
SaintHilaire in Francia. Checché ne sia, la critica seria e feconda starebbe
appunto nel levar di mezzo la contraddizione, ma senza negare nò radiare in
Aristotele l'esigenza platonica; se no, risicheremo d'incespicare nel solito
scoglio, quello cioè di far la storia zoppicando, e far camminare la macchina
con una sola ruota. Nessuno de' quattro critici poco fa rammentati, fra'
moderni, e neanche fra gli antichi il nostro Simone Porzio per esempio,
avrebbero detto, né dicono, sostituì. Avrebbero dette aggiunse, a/mpìè,
eon-ewT, iiirern, t' simili. modificazione della potenza, avrai la posizione
empirica dell'Aristotelismo, il cui rappresentante più logico, più originale nell'
età del risorgimento dicemmo essere il Pomponaccio. Se cotest' attinenza, per
ultimo, è quella di forma e di matefia, ma intesa in maniera che la prima
tuttoché rampolli dalla seconda non però sia come assorbita da questa e ne
dipenda in modo assoluto, ma anzi la superi, la informi di sé e basti ad
alimentarsi di sé medesima; in tal caso avremo una terza posizione, la cui
esigenza é pur manifesta in Aristotele, e nella quale pone radice la soluzione
più acconcia del problema psicologico. L' indirizzo iperpsicólogico, nome che
d' ordinario scambiasi con l'altro di platonico, ha natura deduttiva, e
costituisce il metodo degli spiritualisti di tutt' i tempi: nelle cui mani la
psicologia assorbe siifattamente la fisiologia, da ridurla alle umili
condizioni di sem.plice appendice della prima. L'indirizzo aristotelico
empirico ha natura puramente induttiva; ed é il metodo de'mateiialisti d'ogni
età, nonché di certi moderni biologisti e positivisti, agli occhi de' quali la
scienza dell' anima é com' un' ultima pagina, una modesta appendice della
fisiologia, ovvero una specie d'enumerazione, come direbbe Hegel, di ciò che é
l'anima, di ciò che in lei avviene, di ciò eh' ella opera. * L' indirizzo
medio, finalmente, facendo giusta parte e ragione tanto alla psicologia quant'
alla fisiologia, interpreta il rapporto fra la potenza e l' atto col sussidio
del metodo genetico; e così giugno a salvare ad un' ora medesima i diritti
dello spirito e quelli della materia. A siffatto risultamento ci mena la
critica e la storia delle differenti soluzioni date a quest' arduo problema.
Rifacciamoci brevemente dal Platonismo. Il concetto psicologico del gran
figliuolo d' Aristone, se é parso profondo a molti in quanto che mira, come
direbbe Cousin, a congiugner la natura intelligibile * Phil, de VEnprit, trad.
VERA, con la materiale maritando due mondi opposti nell'anima razionale e
sensitiva [cf. Grice, The power structure of the soul], pur nullameno e' riesce
manchevolissimo chi pensi come anima e corpo al filosofo d’Atene s’affacciassero
dislegati, scissi, e solamente appaiati così fra loro com' il nocchiero col suo
naviglio.* Nessun vincolo secreto, adunque, nessun nodo, né ombra di processo
nelle funzioni psicologiche pel padre del Platonismo.' Di qua proviene che per
lui la mente, vivendo d' una vita superiore, non abbisogna, a dir proprio, di
pareli^; il pensiero essendo già per sé stesso un discorso con sé medesimo:
Sto^UyaSat^ Perciò stesso una divisione razionale e organica degli atti
psicologici teoretici nella dottrina platonica è impossibile: laonde quant'
all' essenza propria e specificante l' anima, piuttosto che generarsi, si
compone; o, come osserva acconciamente un acuto scrittore, si raccozza, non si
esplica.® Il concetto psicologico dunque del primitivo Platonismo é tanto
incompiuto, quanto incompiuto si palesa quello della sua cosmologia, nonché l'
altro delle relazioni fra il mondo e gli etemi paradigmi. Il processo
psicologico é assai meglio determinato neir Aristotelismo. Ed é tale in grazia
della dottrina dell'entelechia, e della relazione fra la materia e la L' anima
uriiana è formata alla stessa maniera dell* anima del mondo. {Tim., trad.
Coubin) È qualcosa d' intermedio fra il mondo sensibile e V idea. (Zeller,
Eapo»tx. arìatotelica della jUoBofia platonica) * Di qui la celebre definizione
dell* uomo alla quale han fatto e fauno buon viso tutti gli spiritualisti:
Avro^f tu toO» (Tw^aro; OLpy^ov (àjÀo'koyTntTafisv «vO^owttov govai etc. Ved.
nel Primo Alcib.f 51. • Chaigkbt, De la Paycologie de Platon^ Paris, Ved. nel
Soph,, trad. del Cousin, La classazione accennata nella Repub. si riferisce
agli atti morali; e lo stesso può dirsi dell'altra simboleggiata nel mito
poetico del Fedro. Solo nel Teeteto havvi un principio di divisione teoretica
delle funzioni psicologiche, ma anche questa manchevole. • BONQHI, Storia del
concetto deWAnipia neUe varie scuole antiche e del medio-evot, nei Saggi di FU,
Civile^ Genova' Arist., 2)« i4»., : W\j'/ri sanv «vtc>«x*** **^/'**'''*'
arà^y.roc yuTtprou Sovy.jjLH Zwvj'v j^^ovto?. forma. Tale anche dove si
rifletta al valore che Aristotele porge al senso come rappresentazione com'
elemento essenziale del pensiero,* nonché all'ufficio eh' egli attribuisce
all'immaginazione (>3stxaT«a) come facoltà mediana fra senso e ragione;*
anticipando così la dottrina su la relazione che il Kant stabilì fra questa
facoltà e le altre due estreme funzioni dello spirito. Con queste idee
fondamentali, checche ne dicano coloro che col B. Saint-Hilaire non rifiniscono
d'incelare la psicologia platonica," Aristotele creò la psicologia come
scienza indipendente dalla biologìa, gettando insieme le basi della
zoopsicologia che, nelle mani segnatamente del Darwin e dell' Agassiz, oggi
comincia ad assumere dignità e significato razionale. Ecco dunque uno degli esplicamenti,
una delle correzioni dell'Aristotelismo verso il Platonismo neU' àmbito delle
ricerche psicologiche. Nel Timeo Platone riguarda l'animo qual moto originario
e spontaneo fàuToxtv»Toc); Aristotele, meglio avvisandosi, estende
siffattamente cotal virtii da riferirla altresì all' animale.^ E questo, senza
dubbio, fu un passo gigantesco. Ma se nel filosofo di Stagira vi ha passi cCoro
ad ogni pie sospinto, non per questo vi manca la scòria. La sua psicologia,
come quella del suo maestro, è manchevole ; ed è manchevole, perchè riesce tale
altresì la costituzione della sua cosmologia. Il sistema dell'universo per lui
è quasi una catena di cui gli anelli principali ' rappresentati dalla forma e
dalla materia, dalla potenza e dall'atto (5uvx/:xtc ed ivtpyéia), si ripetono,
s' ingradano e moltiplicano viepiù col distendersi di essa. * Akist., Ve An.f
lib. I, cai). L ^ * Idem. Ta y.iv ovv e*trìvì rò vokjtcxov «v toìc
(por.vróÌ9fia9t voti. De An., B. SAnrr-HiLAiRK, Tmité de VAme^ Introd. *
Abist., Melaph. X. * Intendiamo accennare a* due princìpii intemi che per
Aristotele costituiscon r essere e sono anzi Tessere; a differenza degli altri
4no ntemi che ne costituiscono i Jimiti. (Meutph. ) È una scala in cui per moto
continuo, dallo stato di sonno e di stupore, la potenza s'aderge al più alto
grado dell'attività pura. In cotesta relazione trovasi precisamente la materia
corporea di fronte agli esseri vegetabili e sensitivi; il vegetabile e '1
sensitivo rimpetto all'essere intellettivo; e T intellettivo inverso agi'
intelligibili.' Ma in che risied'egli cotal passaggio? Tutto ciò che agisce non
può non essere un ente in atto, cioè la specie che operando sopra un ente
potenziale vien così traendolo dal nulla.' La forma dunque che germoglia dalla
materia è davvero il passo d^oro nella cosmologia aristotelica; come il
passaggio empirico e al tutto materiale e puramente generativo dall' uno all'
altro, n' è la parte inaccettabile ed erronea. La potenza non movesi da sé per
intima energia, ma solo in virtii del movente, della forma. Il potenziale, in
una parola, non giugne all'attualità, salvo che per mozione d'un attuale.* Or
com'è possibile che la potènza riesca anteriore all'atto, se in realtà è sempre
un atto quello che ha da movere il termine correlativo ? Che se l'atto è
antecedente alla potenza e la precede altresì di tempo; ^ non è egli chiaro che
cotesta potenza abbia a riescire affatto vuota e sterile e infeconda, posto eh'
ella abbisogni sempre d' un atto che la tragga ad atto? • Ma c'è di più. Se
l'originalità d'Aristotele risiede neir aver visto l' elemento formale
intrhisecarsi col materiale ; e la forma in quanto reale costituire perciò la
sostanza (ouVJa); e questa esser non altro che processo. V? fuo-c;, wTTff rin
trvvtyjia XavOoévscv to' TtsBóptov aur&ìv xat tÒ ^ttjoy wOTi/Owv ««TTt'v. Hi»U Anim.f Vili. Arist., Metaph., De Oenerat.
Aninu. O ffTTÌv VI xcv)}(7(; «V Tw xtv>jTw, Stj'koy'
i'»Ts\éyr^siwc, 7ivj(T5a£ rt): la parte fiacca di sua dottrina, invece sta
nell'aver posto, com'ho toccato, medesimezza di natura, fra le due supreme
determinazioni degli enti nell'ordine delle sensate realtà, onde poi accade che
rimanga difettosa tutta la cosmologia. La potenza avvisata in sé medesima è
Sivafii^, In quanto fluisce verso l'atto è tvspysia. In quant'è atto, stato,
riposo, stasi, è 5VT«>ex«ta. In quanto poi transigi ad atto novello ripiglia
valore d' Bvspyùv., e così di seguito. Il moto (KlvYiTit:), il conato^ come
direbbe il Leiljnitz, il conato 0 lo sforzo, come direbbe il Vico, costituisce
l'essenza di tutti questi tennini diversi; in lui s'incentrano potenza ed
atto;* il perchè formando fra loro continuità, compongono un sol ente capace di
passare attraverso stati o momenti in sé stessi diversi per intrinseca
eccellenza. La produzione si fa sempre nella medesima specie, ed all' univoco.
* Or se cotest' appunto è la natura del passaggio, non è egli chiaro che le
cose devan liescire identiche nella sostanza? Non é chiaro che, ov' elle
progrediscano, cotesto lor progresso altro non sarà che trasformazione, ninno
potendo affermare che trasformarsi vai progredire ? E s' é così, a qual fine e
con che ragioni mover critica al maestro, nella cui dottrina il mondo non è che
parvenza, fenomeno, ombra vaniente e passeggera? Nella dottrina cosmologica
aristotelica, dunque, il pròcessus è al tutto apparente. Apparente e fallace la
spontaneità e r intrinseca attuosità delle forze. Né AQUINO ebbe torto d'
affermare, contro gli arabeggianti dell'età sua i quali così appunto
interpretavano Aristotele, che una forma sostanziale novella mai non appare, *
"iÌTxs \sins70n TO 'key^Biv slvxc xat ivépystav xat fivj 9* ecyae,
Metaph,, Mrtaph. ove la vecchia non isparisca; e che la generazione, concepita
qual moto continuo e come incessabile trasformazione d' un subbietto identico,
renda le forme novelle affatto accessorie e accidentali.' Se quindi il genie
possente d'Aristotele seppe scorgere e dimostrare una delle grandi leggi della
realtà, vo' dir la continuità tra forma e materia (tò (ruv-^sf), la relazione
intima fra la ^uvaj^xì; e r £VTf>èX5*«» P^rò il profoudo concetto della
£V5/>7sia; non però giunse a vedere quell'altra condizione, non meno
imprescindibile della prima, la quale seguendo una vecchia frase pitagorica
potremmo appellar legge ddV intervallo {StitTTviiia), I medesimi pregi e le
stesse manchevolezze nella sua psicologia. L' uomo è tu vo>ov: dunque è
materia e forma ad un'ora medesima. L'anima intellettiva, quindi, è atto. E la
potenza di quest'atto? È il senso.... Lasciando le induzioni favorevoli che si
potrebbero fare circa tal dottrina d'Aristotele interpretando il concetto del
senso ch'ei chiama generale, si potrebbe domandare: in che sta la relazione, e
qual' è mai la natura del passaggio fra' due -termini? Se ci è continuità, in
che maniera il senso può diventar ragione, l'esteso inesteso, la materia
pensiero? Se poi non v'.è continuità (né ci può essere una volta eh' ei
medesimo invoca la mente dal di fuora^), com' è che alla fin fine si ritrovan,
por cosi dire, sovrapposte le tre anime che sono anch' elle forma e materia,
atto e potenza? Trendelenburg e Rosmini, fra gli altri, han messo a nudo, com'
è noto • Summa e fe bene arvertire come gli storiografi hegeliani, imbattendosi
in questa dottrina Aristotelica, credano scoprir le Indie e vi s'aggancino
tenacemente, senz'addarsene ch'ei s'agganciano, anziché al vero e genuino
Aristotele, ad nn tronco arabo ! E' non s'accorgono come già da sette secoli
siano stati mlnerati da quel modesto fraticello che, primo e meglio d' ogn'
altri, mise a nudo le magagne dell' Averroismo ove dimostra Averroè
peripatetiofn philotopJUm depravatore Ved. Opusc. Contra AverroytUy; e nella
Somma q. LXXIX. * Aribt., Or Gerterot, Anim., questo sconcio aristotelico. L'
un d' essi non capisce in che maniera lo Stagirita interrompesse la serie preclara,
e però si studia correggerlo facendo che la mente in potenza (tw Travra 7£vsf
cor*»;), ma anche potenza del corpo (d^jv^im tow jw/xaro;).' E nello stesso
metodo fu poscia ormeggiato da parecchi filosoh del Rinascimento: da quelli
segnatamente che tra V anima e '1 corpo introdussero un' attinenza di causalità
reciproca, stante clie la natura partorisca la forma in quanto é potenza anch'
ella, ma potenza attuosa; e la forma (juinci rigeneri e ravvivi la materia in
quanto la compie. Se non che il Tomismo, scordando spesso l'ottimo indirizzo
d'Aristotele, tìgge gli occhi nella materia, e in questa presume riporre talora
la ragione e '1 principio dell' individualità. Errore del quale secondo alcuni
storici tornerà sempre vano il voler difendere il dottore Angelico, quando si
consideri che la materia, perchè si ' Idem, eoci., XG: educitur e potentia
imtterice. Ved. ueirOp. cit. del RAyAiSHUN, porga qual principio
d'individuazione, ha pur bisogno d'esser determinata, suggellata, segnata: or
da che cosa mai può esser ella improntata sadvo che dalla forma? ciò che
formava appunto il nòcciolo della opposizione degli Scotisti.* Del buon
indirizzo aristotelico inoltre si dimentica san Tommaso dove, rasentando
l'aristotelismo emJ)irico, si mostra così titubante su la verace natura del
senso, che la potenza per lui non è così piena e così feconda come pur
domanderebbe la produzione dell'atto; e quindi sente necessità di chieder
sussidio a un lume piovutoci addosso non sai dir come * Io qui non intendo
propugnare la teorica sa T indìvidnazione di san Tommaso. Son anch' io del
parere che gli Scotistl non aressero poi tatt* i torti neir opporrisi, perchè
davvero non mancano sentenze nel Tomismo che debbano andar soggette ad una
critica severa. Ma fa meraviglia il pensare come non tutti che ne han parlato
siansi dati cura d' interpretare con benignità siffatta dottrina; e più
meraviglia il vedere come r abbian trattata male anco i più versati nella
filosofia scolastica e nello studio deir Àquinate, qual* ò, per esempio, lo Jourdain
che tanto nel 1® quanto nel 2* voi. Dell’opera poco fa citata, si mette a
sfatar l’Angelico AQUINO (si veda) in modo poco serio per le contraddizioni
nelle quali secondo lui, cade 1* autore della Somma, e per V inanUà con che
tratta siffatta questione. Si dice e si scrive che il principio d*
itulividwuione per TAquinate stia nella materia; e se davvero fosse così, non
s* avrebbe torto a dargliene biasimo. Ha, a voler interpretare con dirittura di
giudizio la dottrina tomistica, non è proprio e sempre la materia quella in cui
è da riporsi tal principio, slbbene ciò che in un ente ha ragione di primo
subbietto. Ecco le parole deirAquinate: Ulud qntodtenet rationem primi
tubieeti, est oausa individuationie et divieionin tpeciei in euppoeitis. E
qual' è questo primo «ubbietto t Est id quod in alio recipi non potesL Or le
forme separate, per ciò che non ponno esser ricevute in altro, hanno ragion di
primo subbietto; però s'individuano; e però In et« tot »unt epeeies, quot eunt
individua, (Ved. De nat. materia, e 8.) Or la materia è ella principio di
distinzione? Si, certo: ma in quanto e sin dove ha funzione di primo subbietto.
Nella dottrina tomistica, dunque, il principio d' individuazione non sarebbe nò
la forma né la materia, ma or l'una or l'altra secondo che quella o questa
esercita funzione di primo subbietto. So che i dubbi non per questo si
diradano, né gli oppositori cessano. Ma io, ripeto, non difendo in tutto tal
dottrina, sibbene chiarisco la interpretazione da darsene, e la critica da
fame. Vedi in proposito le lettere dell' egregrio Aless. Bbrntazzoli assai
dotto nella filosofia d’AQUINO: Di un ulteriore e definitivo esplicamenio ddla
FlIoHofin /tcnlasttra ec, Bologna, ISCl. né perchè,* invocando così un atto
immediato di creazione. Se l'anima è forma, atto puro, potrebbe esser generata
dal corpo? Non potrebbe, risponde AQUINO: ciò eh' è immateriale è impossibile
che rampolli per via di generazione; la quale non è altro, a dir proprio, che
trasformazione. Ma potrebb' esser fatta della sostanza divina? Tanto meno;
perchè questa non è che un atto purissimo.' Eccotelo dunque anche lui all'
intervento del solito DetAS ex machina; alla necessità d' un atto peculiare di
creazione ex niMlo, Or non vi sarebb'egli altra via al nascimento dell'anima
fuori di queste due, generazione o creazione estranea e divina? CJom'è evidente
l'A. della Somma (non altrimenti che l'A. della OUtà di Dio risguardo a
Platone) eredita, co' grandi pregi, anch' i difetti della dottrina
aristotelica. Il concetto della individuahtà è concetto capitale nella storia
della psicologia. È propriamente la radice prima onde pullula, chi ben guardi,
tutto il pensiero moderno filosofico, politico, religioso. La teorica della
individuazione, perciò, è l' addentellato più acconcio per cui, nella storia
delle soluzioni riguardanti il problema psicologico, il medioevo, segnatamente
il Tomismo, si congiugne con l' età e co' filosofi del Rinascimento. Non
ostante i pregi e i meriti grandi che l'Aquinate può vantare verso
l'Aristotelismo e più verso il Platonismo, la sua dottrina doveva esser
corretta mostrando che il principio d' individuazione non istà, a dir proprio,
nella forma, né tampoco nella materia, ovvero nell'una o nell'altra secondo la
ragione del primo suòbietto. Meglio ponendo il problema psicologico si dovea
mostrare che 1' anima è individuale non perchè informi una materia, ma sì
perchè, materia ella medesima, diventa forma; perchè l' anima si fa coscienza;
perchè la coscienza empirica attinge valore d'autocoscienza e di libero pen[Summa,
!• 2», CXI, art. 2: impre9no divini luminii in noòw, refidgentia divincB
cIoritoiM in anima, • Summa] siero, nel cui regno non v' ha materia e organismo
che lo spirito non vinca e sorpassi, né fantasma o immagine eh' ei non superi e
sottoponga a sé stesso. Ora produrre, o almeno compiere cotal dimostrazione in
maniera positiva ponendola sotto novelli punti di luce, non era possibile senz'
il concetto della storicità, essendoché appunto in seno alla specie, in seno al
comune e alla moltiplicità appaia e si determini e spicchi vie più la nota
della differenza, tuttoché cotal differenza germogli nelP individuo, e sempre
per natia virtù dell' individuo. A tal' opera spiegarono grand' efficacia
innanzi tutto i nostri filosofi del Risorgimento. Altrove mostreremo come in
tal' epoca si riproduca il medesimo triplice indirizzo della scolastica, ma con
esigenza ben diversa, perché la storia è tale artefice che mai non ricopia sé
stessa. Qui notiamo solamente che nel medioevo le tre tendenze aristoteliche,
le quali abbiamo appellato iperpsicólogica, empirica e media, riproducono nel
Risorgimento l'esigenza del Realismo, del Nominalismo e del Concettualismo, ma
trasformandola. Se per queste tre scuole la ricerca filosofica versava su la
natura dell' universale dapprima, e poi, massime con r Aquinate AQUINO, su la
natura del medesimo universale ma in relazione col particolare (principio d'
individuazione); per i filosofi del Rinascimento, in vece, ella risguardava in
modo precfpuo la natura intellettiva dell'anima, nonché il rapporto fra il
pensiero e l'organismo. Essi modificano profondamente tanto il Platonismo
quanto l' Aristotelismo; così che alcuni, specie quelli che rappresentano r
indirizzo medio, non intendono ristringere l'intelletto nel puro senso, ma lo
allargano si che, 'ricollegando il problema psicologico al problema
cosmologico, si sforzano di rannodar l'anima in quanto intelligente con la
natura in quanto intelligibile.* * Noi avremmo buono in mano a dimostrare, se
qai fosse luogo, che r indirizzo medio aristotelico nel Rinascimento fa
rappresentato, sebbene in maniera incerta e assai confusa come portava il
carattere di quelIl Rinascimento apparecchiava la moderna psicologia, ma non la
costituiva. E non la costituiva perchè il problema psicologico non può ricevere
acconcia soluzione quando sia troppo confinato nelle pure indagini
psicologiche. V'era, per esempio, chi studiavasi di pro* vare V immortalità
dello spirito e chiarire le ragioni e i modi ond' il pensiero nel suo operare
s' addimostra indipendente dal corpo. E v' era poi chi facevasi ad invocare il
sussidio de' soliti influssi divini come fanno anc'oggi, a tre e quattro secoli
di distanza, i nostri neoplatonici. Or io non dirò che il problema su' destini
dello spirito possa esser risoluto così facilmente quant' altri s' immagina.
Dirò che alla psicologia potrà dirivare qualche sprazzo di luce non già
mostrando (inutile tentativo!) che l'anima sia indipendente dal corpo, ovvero
che Dio faccia piovere il suo influsso su r intelletto arzigogolando in che
guisa lo irraggi, lo il^ lumini e lo riscaldi; ma procedendo per altra via;
procedendo per una via men soggetta alle angustie dell'empirismo, 0 meno aperta
alle facili speculazioni dell' a priorismo. Se Dio influisce, comunque si
voglia, su l'anima, altro ei non potrà fare che modificarne l'operazione:
cangiarne la natura non può davvero. Che se, d' altra parte, si giugno a
dimostrare l' indi-pendenza dal corpo, non per questo s' avrà dimostrato
ch'ella sia proprio immortale, se pure non vogliamo r età, da parecchi
filosofi; fra' quali notiamo il Contarini, PORZIO, ZABARELLA, VIO, SPINA (si
veda), SCAINO (si veda) fra gì' interpreti, 0 anche SESSANO. Il quale, nella
forma ultima da lui data alla dottrina 8U r anima, si può dire che si rannodi
con AQUINO e perciò anche con TAfrodisio; onde BONGHI ha detto benissimo
affermando che, nell' interpretare Aristotile, il Sessano segue appunto il
commontatore greco {Meta/, rf'Arwt., Leti, ed Roam.). Questi ed altri vecchi
nostri filosofi andrebbero studiati, interpretati, e naturalmente anche
corretti secondo il criterio che abbiamo appellajto medio. Specialmente
andrebbe studiato il povero Nìfo cosi malconcio e sfatato dal nostro collega
Fiorentino: al quale il Franck, del resto, ha saputo dire che il Sessano non
pure fu il piò, Maggio metafisico del suo tempo, ma, più ancora, che il
Pomponazzi trovò appunto nel Nifo un contraddittore imbarazzante, e d'una
grande autorità. (Joum, dee Sav. Magg. 1869.) acconciarci alla celebre quanto
inutile distinzione del Pomponazzi dell'Io fisico e dell'Io intellettivo, e
dell' anima propriamente mortale e impropriamente immortale! Al pili potremmo
giugnere a dir questo; che r anima non finisca così come finisce il corpo, cioè
disgregandosi e trasformandosL. Ma cotesta soluzione non è affatto negativa?
Tutt' insieme dunque la speculazione del Rinascimento, per quanto riguarda il
problema psicologico, era piuttosto negazione anziché affermazione: negazione
del medioevo, e apparecchio a novelle affermazioni. Neanche il Pomponaccio, il
più schietto seguace dell' indirizzo aristoteUco naturale^ potrebb' esser detto
materialista nello stretto senso della parola. Il significato vero del suo
libro su la immortalità, diciamolo di passata, è quello di porre sott' occhio,
da una parte, le magagne delle viete dimostrazioni su la natura, e sul fine e
su r origine dell' anima; e manifestare, dall' altra, il bisogno di prove più
salde, e però la necessità in cui trovavasi il pensiero filosofico di tentare
ben altre soluzioni, e schiudersi altre vie. Qual' era una di queste vie? La
durata dello spirito, come personalità, doveva esser indagata nella medesima
essenza e costituzione intima del pensiero. £ a tal fine che cos' era
necessario? Era necessario lo studio del processo isterico; appunto perchè
l'intima costituzione del pensiero si rivela da sé medesima nello svolgimento
della vita dello spirito; e la vita dello spirito è appunto la storia. In altre
parole: era necessario vedere per via di fatto, cioè col processo storico, come
l' essenza dello spirito tutta nelP esser egli un conato, un'attività profonda
che sempre più si estrica da'viluppi di natura e di sé stesso; che sempre più
si determina in sé, e si compenetra con la natura e con sé medesimo; e come per
siffatta qualità egli sia capace di trascender la natura, di sorpassare
l'organismo, di superare anche sé medesimo, pur rimanendo sempre una
personalità. Ed eccoci pervenuti alia conclusione dove in questo capitolo
desideravamo giugnere, e per la quale abbiam dovuto fare sì lungo giro da risalire
fino alla doppia sorgente storica del concetto psicologico. Se per più e
diverse ragioni ne il Platonismo né l'Aristotelismo primitivi non pervennero,
in generale, a determinare il vero concetto dello spirito quantunque ne
apparecchiassero gli elementi da secoli molti, il che non è poco; se i due
massimi rappresentanti della filosofia cristiana, tuttoché introducessero due
nuovi concetti in siffatta questione, non però giunsero a salvarsi da
incongruenze manifeste; se, da ultimo, cop lo sdoppiarsi dell'Aristotelismo nel
Risorgimento fu messa a nudo la fallacia delle vecchie posizioni,
l'insufficienza d'im argomentare fiacco e barcollante esprimendoci così
l'esigenza di prove novelle in siffatte indagini: è chiaro come all'uscire del
medio evo importasse rannodare i quattro concetti attorno a' quali vennero
travagliandosi per sì lunghi secoli co' lor proseliti i quattro filosofi cui
siamo venuti accennando, correggerli, esplicarli, compierli, e statuire una
dottrina positiva circa la genesi psicologica. In altre parole: importava
accettar l'esigenza psicologica platonica risguardante il connubio del doppio
mondo sensato e razionale: ma occorreva anche correggerlo mercé il concetto
della triplicità intima, originaria cui poggiò, primo fra tut^i. Agostino.
Importava altresì accettar r esigenza aristotelica del processo psicologico, e
nel medesimo tempo modificare profondamente e trarre a maggior compimento il
concetto della generazione psichica dello Stagirita mercè il concetto di
creazione; il che tentò fare, e lo fece da par suo, AQUINO (si veda): ma più
ancora importava correggere il concetto creativo de' Tomisti e de' filosofi
cristiani, in generale, cancellando in esso queir immediatezza divina eh' è un
dato di fede anziché di ragione, avvisandolo invece com' essenzial condizione
dello spirito. Questo, possiamo dire, si studiaron di fare tutt' insieme
parecchi filosofi italiani de| Rinascimento, o per lo meno ne sentivano la
necessità. ^ Nessuno vi riesci compiutamente, per la ragione qua ^ dietro accennata,
d' aver voluto ristringer tale ricerca ^^ negli angusti confini della
psicologia. Ad essi mancava un altro grande concetto. Mancava un'altra
posizione, per cui si distingue infinitamente il Rinascimento dal tempo
moderno. Mancava l'esigenza di riguardare il pensiero innanzi tutto come genesi
psicologica, e questa genesi psicologica poi considerare qual fondamento
immediato della genesi storica. Però non è da meravigliare se alla scuola de'
nostri politici facesse difetto la vera nozione del diritto sopra cui si
puntella unicamente la scienza politica, nonché il concetto vero della
individualità, senza cui non può sorgere né perpetuarsi lo Stato libero. Né fa
meraviglia se i teologi assorbissero il gius nella morale, e se una riforma
religiosa allora non potesse fra noi essere effettuata nelr ordine civile,
comecché fosse già in gran parte penetrata nella mente de' nostri filosofi.
Mostrammo come il Vico si colleghi col Cartesianismo; e dicemmo che co' nostri
filosofi del Risorgimento ei si congiugne logicamente, più che per le quistioni
metafisiche, per la ricerca psicologica. In lui si compie la posizione
cartesiana, e si riproducono e ringiovaniscono i vecchi principii improntati
del sentimento della viva realtà. Vi é dunque un' attinenza ideale, vi é un
legame logico tra la posizione di VICO, della Scienza Nuova, e quella de'
filosofi del Risorgimento. Alla ricerca psicologica nuda, astratta, empirica e
subbiettiva, deve tener dietro necessariamente la ricerca informata alla
esigenza della storicità. Ecco perchè a ricostruire la storia del pensiero
italiano non avremmo guari bisogno né di Cartesio né del Cartesianismo, se non
fosse per alcune questioni cosmologiche e ontologiche. Egli si ricongiugne co'
filosofi del Rinascimento in tre modi, come nel prossimo capitolo mostreremo;
ma di più li trascende infinitamente, perchè se è vero che nel medio evo il
pensiero filosofico riponeva l'essenza dello spirito, a così dire, furori di
§è, mentre nel Rinascimento, attraverso forme diverse, inchinava a riporlo sotto
di se; è naturale che, col sentire la necessità del processo istorico, novello
sentiero egli avesse a dischiudersi, rintracciando quell'essenza nel seno
stesso dello spirito siccome centro e insieme processo della storia. Gli
storici della filosofia italiana, ripetiamolo anche qui, non potranno far a
meno, quando voglian discoprire un vincolo ideale fra le due epoche, di questa
relazione alla quale siamo venuti accennando, e su la quale ci rifaremo più
riposatamente in luogo più acconcio. ORGANISMO E PROCESSO PSICOLOGICO.
{Fxmdamenio razionale del processo istorico.) I punti sostanziali ne' quali
possiamo stringer la dottrina psicologica, seguendo le orme del nostro
filosofo, son questi: !• Concepire in maniera compiuta e vera la natura della
facoltà psichica in generale. 2« Distinguere nelle funzioni psicologiche due
processi, conoscitivo e operativo, ma formanti unico organismo, unico circolo.
Riguardar gli atti psicologici come una moltiplicità di funzioni distinte e per
sé stesse irreducibili; ma nondimeno determinate e recate in atto dalla virtù
d' unico principio originario. Finalmente, porre siccome base razionale e
immediata del processo istorico lo stesso processo psicologico. Col primo di
questi concetti il nostro filosofo si collega dirittamente con Aristotele, e
con gli Aristotelici del Rinascimento seguaci dell' indirizzo medio; e nel
medesimo tempo corregge, in ordine alla psicologia, quel vecchio domma del
falso Aristotelismo e del malinteso Platonismo che suona così: niente moversi
da sé, che non sia mosso. Col secondo e col terzo imprime forma razionale e
organica alla scienza dello spirito tanto contro Averroisti e Neoplatonici che
troppo distaccano i due elementi onde risulta V ente umano, quanto contro
quegli Aristotelici empirici che, troppo affogando r uno neir altro, finiscono
per confonder la sfera della psicologia con quella della biologia: ma, sì nel
primo come nel secondo caso, egli serba Y esigenza psicologica platonica che
dicemmo consistere nella distinzione dei due elementi, nonché V esigenza
aristotelica la quale riguarda il processo nelle funzioni psicologiche. CJon
gli stessi concetti onde corregge nella quistione psicologica il Platonismo e
l'Aristotelismo, previene l' esigenza del Criticismo intomo al doppio ordine
della Ragion teoretica e della Ragion pratica, e insieme la invera e la compie.
Col quarto concetto, finalmente, imprime significato razionale e positivo al
fatto storico, e crea la Scienza Nuova. Innanzi tratto intendiamoci sul metodo
acconcio a simili indagini. Tommaso Buckle osserva che i filosofi, parlando su
la natura dell'anima, non sanno pigliar le mosse altro che o dalle sensazioni,
o dalle idee; riuscendo così, nell'un modo e nell’altro, ad un metodo
solitario, astratto, inefficace, inconcludente.* Sennonché egli stesso, il
Buckle, non giugno a salvarsi dal primo difetto. 11 suo metodo isterico,
differente dal deduttivo inverso raccomandato dal Mill, é addirittura un metodo
empirico; onde inciampa in quel sensismo ch'egli condannando vorrebbe causare.
Checché ne sia, l'osservazione é degna d'un * HUtory of Civilization in
England]. positivista inglese; e noi, pur correggendola, non dubitiamo farla
nostra. A schivare infatti tanto le conseguenze d'un gretto empirismo, quanto
le arditezze d'un magro e sfumante idealismo, è forza movere non dal fatto
della sensazione, eh' è cosa estrinseca e quasi sopravvenuta allo spirito, e
nemmanco dalle ideej le quali in sostanza non sono, per noi, fiiorchè
produzioni di lui; ma da lui stesso; dallo stesso spirito in quanto pensiero.
Bisogna movere, in somma, dal centro, anziché dalla circonferenza; dalle
facoltà, ma dalle facoltà concepite quali sono in realtà, cioè come funzioni. A
tal uopo è necessario adoperare un metodo che non escluda, ma che sappia
includer le esigenze di tutt' i metodi; empirico, naturale, sperimentale,
psicologico astratto, fisiologico, e simili. In una parola, è necessario il
metodo genetico; il quale, rispetto alla psicologia, è ciò che il metodo
eduttivo è rispetto all'ordine del conoscere.' * Il metodo col qnale i
Positiristi presamono di far la scienza psicolosrica è al tutto empirico e
artificiale; ma qui non intendo porre in nn fascio psicologi positÌYisti
inglesi e francesi, com*ha fatto il Vacherot. {Betf. de» Deux MondeSf die.)
Spencer, Mill e Bain stimano che la psicologia è superiore, indipendente dalla
biologia, precisamente come la deduzione è indipendent-e e superiore air
induzione pel Mill, e come la Sociologia è indipendente dalla storia tanto pel
Mill quanto per lo Spencer. I Francesi, al contrario, facendo della Psicologia
una semplice appendice della Biologia, non sanno concepir r nna senza 1’altra.
lì ri'y a point de p9yeolog%e en déhors de la biologie. (LiTTRÉ, A. Oomte et
St. Mill) Tale anche è per la deduzione rispetto air induzione, la psicologia
rispetto alla storia, la Dinamica rispetto alla Statica Sociale. Sennonché,
qualunque ne sia la differenza, le due scuole intoppano in due errori diversi;
nel formalismo empirico Tuna, e nel materialismo Tal tra: e così entrambe rendono
impossibile la scienza della psiche. Rifacciamoci brevemente dagP Inglesi. Qual
debb* essere, secondo St. Mill, il fine della psicologia? Non altro che la
ricerca diretta delle ntceeeeioni mentali, (Sjfét, de Log,) E quaV è la legge
più semplice, più generale cui si riducono i fenomeni psichici? Quella àéiV
anaoeiazione delle idee; la grran legge osserrata da Hume. [La PhU. de
Hamilton) Innanzi tratto si può osservare: La legge dell’associazione è legge
empirica, e quindi ò un fatto: ma qual n'è la ragione? Senza questa ragione
potreste uscire dall'empirismo? st. Mill non ispiega cotesto fatto, ma
1’accetta dair esperienza. Altro difetto gravissimo, conseguenza del primo, è
questo; che Il metodo genetico applicato alla ricerca psicologica attinge valor
positivo e insieme razionale, quando la legge d* associazione nou racchiude
necessità psicologica di sorta. È una legge men che empirica, e può mancare.
Dunque una notizia scientifica circa la natura psicologica, per lui, è
impossibile. Più ancora: il prodotto ddV anaociaziowi è un fatto «t* generi»:
egli stesso ne conviene. {DUaertation and DiicuMiona) Or bene, come spiegare
cotesto 9ui generi» con la pura legge d’associazione? Ci ò qui rispondenza, ci
ò proporzione tra l’effetto e la causa? Finalmente, come spiegare con la
semplice associazione il gran fatto della coscienza f Bisognerà dunque
concludere che la legge, la quale St. Mill dice esser la più semplice e
generale fra tutte quelle d' ordine psichico, importi qualche altro fatto
anteriore, 0 irreducibile. La psicologia contemporanea inglese quindi cade nel
formalismo empirico. E se riesce a distinguer la psicologia dalla biologia e
dalla storia (eh* è il suo pregio), non riesce a trovare fra V una e le altro
vincolo di sorta. Tocchiamo ora della scuola psicologica de’ Positivisti
francesi. Il Littré riguarda la psicologia qual semplice appendice ed
applicazione della biologia; e vuol quindi trattarla con metodo analogo. Ma fa
una distinzione acuta e ingegnosa di cui giova tener conto, perchè forma la sua
stessa condanna. Egli pone un divario profondo tra la facoltà e il suo
prodotto. Logica, ideologia, psicologia (egli dice) non si distinguon
menomamente dalla biologia quando siano avvisato come funzioni; ma, guardate
nei lor prodotti, se ne differenziano in infinito. Parimente il linguaggio,
come facoltà, è faccenda biologica; ed ha la sua ragione in una delle
circonvoluzioni anteriori del tessuto cerebrale, secondochè ci assicuran oggi
gli sperimenti fisiologici: ma, come grammatica, se ne discosta per grand*
intervallo, o nou ci ha che veder niente con la biologia. Che cosa rispondere?
Rispondiamo, troppo antica e troppo vera esser oggimai la sentenza
aristotelica, che tra la natura della causa e quella dell' effetto non possa
esserci divario essenxiaie. Or negli esempi quassù arrecati il divario
essenziale e* è: gli st>essi positivisti non ardiscono dubitarne. Come
dunque spiegarlo cotesto divario? È egli possibile spiegarlo senza riconoscer
la differenza fra le due scienze non solo quant' a’ prodotti psicologici, ma
anche quant*alle facoltà? Como funziono il linguaggio non appartiene egli anche
al quadrumane? Ora in forza di che cosa riesce tanto profondamente diverso il
risultato nel bimane che ha pur comune col quadrumane la funzione? Si dirà in
forza dell' unione, del numero, dell* attrito nella specie, nella società? Ma
non vivono in società anche alcune famiglie di quadrumani? Eppure quella
funzione non ha dato, e mai non darà il risultato che pur dovrebbe! Àncora: se
il prodotto fosse tant^ diverso dalla facoltà solo per ragion dell'
associazione e del contatto, che cosa ne verrebbe? Che 1* uomo sarebbe fornito
di qualità e doti essenziali non per so stesso, cioè non perchè individuo, ma
per altri e da altri, cioè perchè membro della società. Or tutti sanno che la
£eicoltà della parola, cosi intimamente annodata col pensiero, non e dote
accidentale ìn& eÈsenziffova;i^«i!l; \iytxaiy to xvpiov in fvTf>f;i^sta
jctc. (Id. Eod.) È Vachu in aetu degli Aristotelici del Risorgimento segnaci
deir indirizzo medio, per esempio ^del Gontarini, come aTrertimmo. RàTAiBSOX,
Métaplu d'Aritt.,. psicologica. Lo spirito è essenzialmente processo, è
generazione, ma non trasformazione. Non va dalla parte al tutto, come avviene
delle combinazioni meccaniche; ma dal tutto al tutto, dal tutto potenziale al
tutto attuale, dal di dentro al di fuori, da una sintesi originaria e confusa,
ad una sintesi analizzata. Voglio dire che il processo psicologico s'inaugura
non già con questa o cotesta facoltà, anzi con tutte le facoltà. Le quali
perciò non sono funzioni determinate e specificate sin dalla loro origine, ma
convengon tutte nell'essere altrettante potenze, e, come tali, formano unica
potenza originaria, eh' è conato essenziale, sforzo incessante.* Che cosa sia
questo conato, si vedrà nell' altro capitolo. Qui dobbiamo considerar le
facoltà psicologiche come ce le presenta il fatto, cioè come una moltiplicità
di funzioni. Che cos'è la facoltà psicologica? È un passaggio dalla potenza
all' atto. Ella ci esprime la pronta necessità di fare, di determinarsi, d'
attuarsi; e quindi vuol dire facilità, prontezza, solerzia, agevolezza di
fare.' Or la facoltà intanto significa pronta e spontcmea solerzia di fare, in
quanto fa il proprio obbietto; in quanto si fa come funzione; in quanto si pone
come [Anche in ciò la psicologia somiglia alla fisiologia, ma non tì si
confonde. L’organogenia s' inaugura, meglio che con uno, con tutti gli organi
ad un tempo. Per esempio i centri primitiTi multipli del sistema nervoso, che
la microscopia ci pone sott* occhio, chiarisce e conferma quest' assunto. Cfr.
Vulpian, Physìologie gfn. et comp. du syaL nere. LhittS, SyH. New.
cerebro-spinale. Glkibbrrg, Intinto e Libero cwbitrio trad, del Langillotti,
Nap. Oonatum uni menti attrihuimu»f quce libero arbitrio prcedita pottH
BUB8TARB.... eoque pacto potett motitm subsistrre et stare in conato [De
Univ.). Ne* corpi e* è moto, secondo il concetto cosmologico del Vico, ma nell*
animo e è moto e eoncUo: o meglio, il moto qui assumendo natura di conato è
moto del moto, e quindi è aetw in actu. Expedita seu expromtn f'iciendi
solertia (De Antiquisn, TtaU Sap.^ . Facoltà suona anche proprietà, ma
proprietà cosciente: distinzione confermataci dal comun linguaggio che
attribuisce la proprietà alle cose, ma predica dell* nomo \h facoltà. Vedi le
belle riflessioni dello JouFPRoy in proposito {^filang. Phil., ed. Bruxelles
attività: FacuUaùes sunt eorum, quce fadmus. Ecco il concetto psicologico piìi
originale di VICO (si veda). Il germe di questo concetto è schiettamente aristotelico;
ed è la chiave ond' egli, anticipando la moderna psicologia, preveniva il
Fichte, e insieme ne correggeva V esagerazione. Dunque la facoltà posta come
funzione psicologica che fa sé stessa in quanto fa il proprio obbietto, è il '
passo d'oro del Libro Metafisico. Ad esso rispondono altri due che troviamo nel
Diritto Universale e nella Scienza Nuova; e tutt'e tre riescono a comporre
l'organismo del processo psicologico. Tale organismo, infatti, parmi racchiuso
in queste due sentenze: !• che r uomo è innanzi tutto SensOy appresso
Immaginazione e quindi Ragione: 2*» che l'uomo è un Potere, un Volere e un
Conoscere potenzialmente infinito. ÀRlST. De an. DoTe stanno, a mo* d'esempio,
i colori, i sapori, gli odori, il tatto? Se il senso è facoltà, ne segue che tu
in sostanza hai a far i colori nel vedere, tu i sapori nel guastare, tu i suoni
nelP udire, tn gli odori nelr annusare, tu stesso il freddo e '1 caldo \iel
toccare. Nam si «enatu facultates sunt, videndo colore», sapores gustando,
sono» nudiendo, tangendo frigida et calida rerum facimua. {De Antiquisa)
Parimenti con le immagini e con le rappresentazioni la yirtù fantastica
partorisce il proprio obbietto, e si fa; di modo che scegliendo il meglio di
natura ed elevandolo a valore di tipo, a questo vien conformando V opera d*
arte. De medio lectam {formam)
ttupra fidem extoUunt, et ad eam auos heroaa con/ormant. (Ibi,
2.) E la memoria, potenza che rifa e penetra so medesima, non potrebbe rifarsi
e penetrarsi ove innanzi non si fosse fatta; ne quindi può esser quella magra e
sterile ritentiva di che ci parlano i sensisti. L' intelletto è facoltà anche
lui, perchè col determinarsi viene a geminarsi nel giudizio, e perciò vede; e
vede, perchè occhio dell' intelletto è il giudizio: Judicium eat oculus intellectu;
né potrebbe intellettivamente vedere, se non intendesse; nò intendere, ove
anch'agli, al solito, non facesse il proprio obbietto. Intellectus verna faeultaa est, quo quum quid
intelligimua, id verum facimua, . In tutto questo il Vico
ormeggia Aristotele. Per es. la visione, secondo lo Stagirita, è Vatto dd
colore; l'udito è V aUo del auono. (Ravaisson Metaph, d^ Ariat., Aeist. De An.)
Il primo di questi due principii è evidentemente aristotelico, perchè dall* ou^SvitTiq
al voù^, com' è noto, ricorrono parecchi gradi e sfumature componenti tutte un
unico processo: ^ója, ^àvTacr|ua, se V Intelligenee^ Lauoel, Probi, de V Atne,
Litthé, Revue de Phil. Potit. Consulta anche le op. «it. di VuLPiAN e di Lhuts.
dell' immaginazione, cioè all' intendimento, nonché il passaggio
dall'intendimento alla ragione? Fra il termine sensato dell' intuizione e '1
fantasma e' è un abisso. Un abisso tra il fantasma^ tra il fantasma anche
salito ad universale poetico^ ed il concetto. Un abisso ancora fra il concetto,
e la nozione, l' idea, V universale propriamente detto. Bisogna credere,
perciò, che dall' un gruppo all'altro di funzioni psichiche non esista
continuità, ma transito; non passaggio immediato, ma intervallo. Or bene, come,
altro che per miracolo, l' una facoltà potrebbe trasformarsi nell'altra? Non è
dunque la facoltà che si trasforma e diventa; ma è lo spirito che si forma, che
si determina nel multiplo e mediante il multiplo delle facoltà. Laonde
attraverso e al disotto a questa multiplicità di funzioni, è mestieri supporre
una facoltà madre che, come facoltà deUe facoltà compia i diversi passaggi e
intervalli, e sia come il principio dinamico dell'organismo psicologico. Ma di
questo faremo parola nel prossimo capitolo dove ricercheremo la genesi del
processo psicologico. Seguitiamo. Quel che s'è dettò del processo conoscitivo,
dicasi pure del processo operativo e pratico dell' organisriio psicologico. Una
medesima legge governa tanto la genesi del conoscere, quanto quella dell'operare.
I diversi gradi e momenti del processo operativo rispondono a' diversi gradi e
momenti del processo conoscitivo. L'operare infatti è determinato dal conoscere
per necessità tutta psicologica. Come dunque potrebbe non riprodurre la
medesima legge? Il processo pratico suppone il teoretico, stantechò la funzione
yolitiva, alla quale si riferisce ogn' altra facoltà d'ordine operativo, sia
funzione essenzialmente secondaria. Accenneremo qui i diversi passag^ di questo
processo secondo i tre gruppi (no««ey oeU«,^oMe) additatici dal Vico; ma ci
ristringeremo a notarne i difTerenti gradi seguendo l'ordine ascensi vo,
tuituraU e, per cosi dire, cronologico. L a) Istinto fisiolooigo. Risponde alla
Sensazione; anzi è la sensazione stessa, ma sotto l'aspetto riflesso, attivo,
comecché incosciente. In esso quindi si ripeton le medesime condizioni, non
altro essendo fuorché unità incosciente e confusa fra Vagente e'I motivo
dell'azione. Additato così con fuggevoli tocchi il doppio aspetto onde risulta
il processo psicologico, potremo intendere ormai quella dottrina del nostro
filosofo a cui più di una volta venimmo alludendo nelP abbozzar la storia della
Scienza Nuova: dico la dottrina del Vero e del Certo, che ha riscontro con V
altra della Bagione e ddVAidorità, 11 vero è produzione di Ragione; il certo è
produzione d^ Autorità,^ Ma come nelP ordine conosci[Istinto uitano (il poste
del Vico nel sao primo grado empirico). Si ripeton le condizioni della
Percezione sensata. I due termini qui cominciano a distingaersi; ma VigUnto non
è por anche desiderio. L'istinto anche qui è immohile, è cieco, e pnr
nonostante è umano. Ed è umano principalmente perchò non può rimanere istinto^
ma dehb* esser superato dal desiderio, dee diventar desiderio. e) Dbsidebio. ~
Risponde alla Rappresentazione, e n' è l’attività. Il motivo dell* azione è
determinato, particolare. Quindi fra questo motivo e r agente havvi necessità
empirica, immediatezza. d) Passignk. Risponde ai primi gradi deirimmaginazione,
e, come questa, è mobile e varia; e perciò è meno indeterminata che non sia il
desiderio. Il Desiderio è uno,' la Passione ha più forme. L'obbietto che la
determina non è il particolare, e neanche il generale. Appartiene al-r
individuo considerato non come individuo, ma com' elemento di società. Segna
dunque un passaggio; il passaggio dal desiderio al libero arbitrio. II. e)
LiBRRo ARBITRIO. L* obbietto è generale, astratto; perciò è più mobile della
Passione, e quindi costituisce il passaggio dalla necessità empirica alla
necessità razionale (libertà volgarmente intesa). Risponde alla Immaginazione
imitatrice e riproduttiice eh* è tuttora schiava della natura; al modo istesso
che il libero arbitrio è dominato da un motivo tuttora eteronomo.)
Dbtkrminazionk (passaggio del libero arbitrio alla Libertà).Risponde, più che
all'Immaginazione (combinatrice), alle varie forme dell' Intendimento. Varietà
d* obbietti. g) SuK DIVBRSR POBMB {contrarietàf contraddizione j dezione).
Anche qui ha luogo un processo come neU* Intendimento. L* elezion razionale non
ò più libero arbitrio, ma Libertà. ) Libertà. È determinata dalla Ragione:
perciò importa la necessità razionale. Libertà quindi è dovere appunto perchè è
ragione. Ma può tornare ad una delle tre forme d'arbitrio, stantechè la
necessità, ond'è signoreggiata, sia necessità morale. ») Personalità. È
l’Autorità che si converte con la Ragione. È il risultato del processo
psicologico, e rappresenta il circolo delle facoltà perchò le suppone tutte, e
le contiene in atto. 1& dunque la circonferenza, cioè rio pienOf attuale.
Qual n*è il centro? (Vedi nel Gap. seg.) * n concetto à^ÀtUorità è una delle
idee cardinali dell'opera sul Piritto UniversaJle. Noi' qui ne parliamo per
incidenza; perchè questa tivo è mestieri che il vero si converta col fatto,
così nelr ordine pratico il certo fa d'uopo che si converta col vero. In altre
parole, se il processo teoretico guardato psicologicamente è una conversione
del vero col fatto; il processo operativo, al contrario, guardato storicamente,
è una conversione del certo col vero. La relazione che Vico pone tra il vero e
'1 Certo, somiglia quella che nell'Aristotelismo tiene la forma verso la
materia, ma considerata nel processo isterico. Risponde altresì alla relazione
eh' egli medesimo scorge tra la filologia e la filosofia. La filologia porge i
placiti dell' umano arbitrio (placita humani arbitri); la filosofia indaga i
principii necessari di natura (necessaria naturcey Perciò][aiferma. La
Filosofia contempla la Ragione onde viene la Scienza del Vero: la Filologia osserva
l’Autorità deW umano Arbitrio onde vien la Coscienza del Certo.^n Or la
Ragione, producendo il dottrina dovendo esser considerata principalmente sotto
T aspetto istorico (nel che sta tutto il suo pregio e la sua norità), dovrà
quindi formare oggetto d' interpretazione e dì studio nella Sociologia. Qui
dobbiamo avvertire solamente che, quantunque i siguiiìcati della parola
Autorità pel Vico sian diversi (Autorità polìtica, religiosa, monastica,
incononiica, civile e simili) nullameno tutte le specie d'autorità, chi
interpreti bene la sua mente, hanno d' aver per fondamento originario queir
An^ontò alla quale, propter rerum novitateìn^ ei volle dare un titolo nuovo, e
V appellò AUCTOttlTAS NATURALIS, ACCTOEITAS ì>tATURMj[De Univ. Jur., XCI).
PerciÒ la definisce: Humana: natura: proprietae. Perciò non dubita chiamarla
divina. Perciò la designa come T unità vivente delle tre funzioni costituenti
l' ordine pratico psicologico: noBsCf velie, posse. Perciò, finalmente, la dice
Suitas; e la Suitas nell'uomo vale, per lui, ciò che in Dio VAseitas. Vedremo
altrove esser questa una dottrina originale onde l'autore della Scienza Nuova
prevenne la moderna filosofia del Diritto. Del che niuno de' critici di cui
parlammo ha avuto sentore, tranne il Carmignani e l'Amari; ma l'uno, come
dicemmo, ne parla superficialmente, e l'altro in senso tutto cattolico e
tradizionale. De Constantia Jurispr., Proem., Sc. Nuova, Si noti qui, a
maggiore schiarimento del metodo vichiano, che la Filosofia è quella che
contempla, e la Filologia quella che ossava. Secondo il nostro linguaggio,
quella deduce, e questa induce. Or la Scienza Nuova non fa propriamente l'una
cosa, né l' altra. Essa pone in opera entrambe cotoste funzioni, e le
couipenctra in una terza che dicemmo essere il ma),àstoro eduttivo. vero^
costituisce il processo della coscienza; in mentre che r Autorità, producendo
il certo e legittimandosi nella ragione, forma il processo dell'autocoscienza,
e partorisce il concetto della personalità (Proprietas sui; Suikis). Sotto l'aspetto
isterico, perciò, l'Autorità è il libero arbitrio che diventa libertà, e quindi
Ragione: sotto l'aspetto psicologico è lo stesso libero arbitrio già divenuto
ragione. Ond' è che come il certo non è il vero ma una parte del vero così V
Autorità non è Ragione, ma è partecipe di ragione. Che cosa è da concludere da
tutto ciò? Che il processo pratico, riguardato psicologicamente, comincia là
ove finisce il teoretico. Questo, infatti, s' inaugura col senso, e, sempre più
ascendendo, si risolve nella ragione. Quello, invece, move dalla ragione
avvisata come semplice colioscere, e, transitando pel volere, finisce nel
potere; ma nel potere divenuto già attività concreta, piena, reale, vivente,
stantechè il libero volere importi la ragione. Che se tra conoscere ed operare,
fra coscienza e autocoscienza, 0 (per usare il linguaggio del nostro filosofo)
tra Ragione e Autorità, fra il Vero e il Certo e tra filosofia e filologia
havvi un processo; è necessaria, è inevitabile una conversione fra' due
termini. Dunque 1' Autorità devesi poter elevare a dignità di Ragione; al modo
istesso che la ragione operativa debbe aver coscienza di sé medesima anche come
ragion conoscitiva. Or che è ella mai cotest' Autorità convertitasi in ragione
se non l'autocoscienza? E non è appunto quest'Autorità autocoscente quella che,
assolvendo l' uno e l' altro pro' Ut autem VBRUM constai RATiONE, ita criltuu
nititur auotoritate, vd noHra $en»uum quat dicitur aUTO^i'a, vel aìtorum
dicti», qua in tpeei^e dicitur AUOTORlTAS, cx quorum alterutra naicitur
PRRSCASIO. Sed ipta auctoRITA8 e«t ^ar» ^rwofrfam RATiONis. {De Univ. Jur.y
Proloq.) Vedi le diverse applicazioni del Vero e del Certo. Il primo scolare
del Vico. Emanuele Dani, come arrertimmo, fin dal secolo passato colse giusto
in questa dottrina del suo maestro, massime quant* al valore e alla relazione
de' suddetti concetti. (Tedi Saggio di Oiuriprndenza Unirrr^aU, ed. cit., p.
CVIII). cesso, costituisce l'essere veramente umano (universale)? E che cos' è
l' ente umano, che cos' è VHumaniiaSj per cui l'individuo è davvero individuo,
subbietto veracemente universale, fuorché la personalità? E che cos'è la
persona se non queir unità vivente e operante del triphce diritto originario
(tutèla^ dominio e libertà) nella quale s' incarna e s' impersona la triplice
funzione del Potere, del Volere e del Conoscere?* Col concetto su la relazione
fra il processo conoscitivo e '1 processo operativo dell'organismo psicologico
Vico non solo previene l' esigenza Kantiana del doppio ordine di ragione, ma,
che più monta, la supera. La previene distinguendo la Ragion pura (Batio) dalla
Ragion pratica (Autoritas). E dovea distinguerla, perchè i due processi
conoscitivo e pratico, tuttoché formanti unico organismo, hanno, come s' è
visto, origine, natura, e andamento diverso. La supera poi, in quanto che
scorge la conversione (ripetiamolo) non pur fra l'una e l'altra ragione, ma
eziandio nell'una e nell'altra guardate ciascuna in sé stessa. Come processo
conoscitivo la Ragione dee convertirsi con sé stessa; e non potrebbe, ove non
divenisse anche Autorità. Come processo pratico l'autorità non potrebbe neanch'
ella convertirsi con sé medesima, s' ella stessa non divenisse Ragione. Li
altre parole: il conoscere non potrebb' esser vero conoscere, ove non fosse un
processo, una conversione de' tre gruppi di funzioni teoretiche innanzi
discorse. L'operare non sarebbe vero operare, se anch'egli non fosse una
conversione de' tre gruppi delle funzioni operative. Finalmente il processo
conoscitivo De Univ. Jur. Di qui nasce il concetto del gitu e della libertà
secondo le dottrino Yichiane, come altrove mostreremo. Ma già i lettori
prevedono qnal uso noi saremo per fare di cotesta dottrina nelle questioni
polìtiche, giuridiche, religiose e pedagogiche. Posto il concetto àdV Auctoritcu
naturalU^ e dell’Autorità in generale come particeptf RaHonUy cioè come facoltà
che devesi convertire con la Ragione, ognuno saprà argomentare qual valore
giuridico abbian per noi r autorità politica e 1’autorità religiosa nelle
teoriche sociologiche. e'1 processo operativo non sarebbero tali, ove non
fossero essi stessi una conversione tra se medesimi. Così il circolo è
compiuto; e così rimane sbandita ogni maniera di dualismo e di formalismo nel
regno della psicologia. Or la mancanza di processo è precisamente il tarlo che
rode le dottrine del Kant. Posto il noumeno come un'incognita, posta la
conoscenza com'una specie di combaciamento meccanico anziché come processo
dinamico del fatto con l'idea e della materia con la forma; non poteva non
chiudersi ogni via per intendere il fenomeno, e salvarsi dal cadere in quella
specie di scetticismo metafisico del quale altrove toccammo (p. 238). Senza
esempio nella storia della filosofia egli dimostra la necessità di certe
condizioni superiori all' esperienza nel fatto del conoscere. Ecco la massima
sua gloria. Ma non perviene a spiegar cotesto fatto, perchè non giunge a
risolvere il dualismo tra la sensibilità e l' intelletto col discoprirne il
germe comune eh' egli stesso )ion dubita chiamare sconosciuto. D'altra parte,
dal disegno della Critica della Ragion Pura egli trae quello della Critica
della Ragiofi Pratica, Nell'una move dal senso, e, attraverso l' intendimento,
giugne alla ragione. Nelr altra tiene un cammino opposto, perchè dal concetto
di libertà scende nelle facoltà inferiori. Or 1' errore non istà, certo, in
questo cammino, in questo circolo; ma piuttosto nell' aver interrotto cotesto
circolo. Donde avrebbe dovuto partire nell' organar 1' edifizio della Ragion
Pratica ? Precisamente da quel punto ove' pon termine la Ragion Pura, Egli
invece fa un salto; salto mortale; perchè voltando le spalle alla ragion pura
(né poteva altrimenti), si basa nel concetto di libera causalità.* Ov' è dunque
il processo fra l' un ordine e l' altro? Ov' è r unità, r organismo del circolo
psicologico? Nella distinzione Kantiana e' è del vero. Ed è che la Ragion Pura
è facoltà passiva in quanto ha per Kant, Crit, de la Raiaon Aire, Tissot. >
Idem, Crit. de la Maieon Pratique, termine il fenomeno, tuttoché s' addimostri
attiva nel concepire e disporre e costruir questo fenomeno mediante quella
mirabile tela delle categorie. La Ragion pratica, al contrario, è profondamente
attiva, stanteche con r atto del puro volere ella ponga il noumeno^ Se non che
il grand' uomo non vide che né la Ragion pratica è assolutamente attiva, né la
Ragion pura è assolutamente passiva. Il conoscere, certo, serba carattere di
passività; non altrimenti che V operare ha carattere d' attività. Ma sono tali
in modo relativo. Sono tali, cioè, in quanto T ordine pratico sopravviene a
compiere il teoretico, non già nel senso che nel secondo abbiasi a conseguire
ciò eh' è riescito impossibile nel primo, vo'dir la* posizione del noumeno. Che
cos'è infatti cotesto noumeno nell'ordine pratico? Perchè la Ragion pratica s'
ha da porre qual puro volere, cioè com'un fatto a priori? Insomma, che cos'è
questo rolere che vuole sé stesso? A tal grave quesito il Criticismo non
risponde, checché ne abbia detto poco fa uno della scuola della Morale
Indipendente che in ciò crede poter ormeggiare il filosofo prussiano. Che anzi,
se la legge morale procede dalla libertà come volontà indipendente e superiore
a qualsivoglia motivo, cioè come autonomia che trascenda ogni eteronomia; è da
confessare che un principio siffatto è condizione ni tutto subbiettiva, e
quindi sorgente mutabile appunto perchè assolutamente libera. Un atto assofuto
di volere, il volere come volere, io non l'intendo. Non intendo il voglio
perchè voglio^ giusto perchè non capisco un atto che sia razionale e insieme
scisso e quasi staccato dalla ragion pura. Brevemente: non intendo una Ragion
pratica che non sappia né possa convertirsi con la Ragion teoretica.'' Se la
radice del [Kant, Orìt, de la liaison Pure, Orit, de la Raiaon Pratique,
Secondo Kant la Ragion pura, oltr'esser fornita dell’uao tpeculiiivoy ha
eziandio un tntereaae pratico; il quale consiste semplicemente dovere sta nel
sapere; la volontà di sua natura sarà sempre una funzione secondaria, non mai
primaria: si che, ove nel processo istorico si svolga da sé, in tal caso ella
si determina non già come libertà, ma come potere, come desiderio, come
passione, come libero arbitrio. Laonde se il filosofo prussiano sente la
necessità d' un reale nel suo formalismo critico, cotesta necessità per lui non
può racchiudere il vero concetto del dovere, perchè importa una tendenza cieca.
Non è dunque un atto etico veramente detto, ma un bisogno assolutamente
empirico. Dal che si vede agevolmente non essere al tutto vero ciò che
aflFermano due serie di critici rispetto alla natura de' due ordini di ragioni
poste dal Criticismo. Alcuni credono esserci contradizione perchè, mentre Ja
Ragion pura è indirizzata solamente (tuttoché con artifizio formale) a regolare
V esperiènza, la Ragion pratica, invece, è destinata a ricostruire, a
costituire; e costruisce mercè la posizione del noumeno, del libero volere,
reintegrando siffattamente i postulati distrutti nell'ordine teoretico. Altri
pensano, fra quali Spaventa, che la contraddizione non istia già fra le due
Ragioni, ma in ciascuna d'esse. Per noi è vera l'una e l'altra sentenza, ma in
questo senso; che la contraddizione del Criticismo non istà, come abbiam detto,
nel porre due sfere diverse di ragioni; due ordini di processi psicologici, ma
si nel non aver risoluto nessun de' due. La contraddizione esiste non pure in
ciascuna delle due sfere, ma anche tra l'una e l'altra ad un tempo; con la
differenza, che nell' un caso eli' è essenziale, dovechè nell'altro è
secondaria. Togliete quella, e avrete insieme levato questa. Togliete il
dualismo e '1 formalismo nella Ragion pura, avrete parimente riparato al
formalismo e al dualismo della Ragion pratica. Perciò sommettete a processo nel
determinaref non già ne) eogtituire la Ragion pratica. La Ragion pura pratica
»i eoHituiace da «2. Ecco il grave difetto del kantismo nell’ordine morale. FU,
di Kant e «uà relaxione coUa FU, /tal., Torino, Puna e 1' altra, e avrete
schivata la contraddizione; e invece delle Idee sulla Storia Universale idee
che paion come disorganate, avrete l'organismo della Scienza Nuova.Or la
contraddizione, che per tre divers^e maniere offende il criticismo, potrà
essere tolta unicamente quando dalla dualità, onde non si potè liberare il
Kant, sappiasi risalire all' unità sua. Qual sia questa radicale unità da cui
move, ed alla quale ritoma il processo psicologico, diremo fra poco. Torniamo a
Vico. La Ragion pratica, l'Autorità, VAuctoritas naturalis^ che per lui
costituisce la base del processo pratico in tutt'e tre i momenti in che questo
si svolge, non è già un primo staccato da un altro primo al tutto formale, ma è
un secondo che si converte con un primo^ e per tale conversione formano
entrambi, anziché dualità irresoluta, unidualUà, Per l'Autore della Scienza
Nuova la ragione, in quanto ragione, è una non due,^ Non due perciò le sorgive
onde rampollano i ragionamenti; bensì Il significato della storia per Kant si
riduce a questo. Come gli uomini si son costituiti in società per ischivar la
guerra, cosi tutt* i popoli tendono a stabilirsi in federazione universale
{Idée de eeque pourrait ètre Vhiètoire universelle dana le» vuee d^n eitoyen du
monde). La P sentenza è un errore degno degli Hobbesiaui: la 2" è
un'utopia la quale partorisce 1’altra della Pctce universnlcf e V altra ancora
d* una Chiena filoeofica il cui fine dovrebb' esser quello di sorvegliare alla
morale del genere umano (Vedi nella Relig, dana lee lim. de la raiwn).
Sennonché è impossibile spiegar la stona col porne V origino in una condizione
accidentale, in una necessità euipirica qual' è appunto la guerra. II fatto
isterico può essere spiegato col risalire alle leggi psicologiche, e scoprirne
il processo. Or poteva egli, il Kant, prefiggersi tal fine s* ei non seppe
levare il dissidio fra le due Ragioni e mostrarne la conversione V Da ciò anche
dipende quel proporre, air attuazione del progresso, mezzi affatto artiflziali
com'è la federazione universale, la chiesa filosofica, e simili. « Con lo
apiegarai delle umane idee^ i fatti, i diritti e le cose umane si andaron
sempre più dirozzando, prima dalla acrupoloaità delle auperatìzioni, poi dalla
aolennità degli atti legittimi e dalle angustie delle parole, finalmente da
ogni eorpìdenxa; per ridursi al loro puro e vero principio che è loro propria
aoatanza. Or qual è questa aoatanza propria, qual è questo principio vero e
puro àe^ fatti e de' diritti umani^ eh' è dire dell' ordine pratico? È la
aoatanza umana, la noatra volontà determinata dalla noatra mente con la Forza
del Vrbo che ai chiama Coscienza. {Prima Se. Nuova) due le maniere del ragionare.
Di fatto, se lo spirito in quant' è conoscere (Batio) produce il vero e dà la
scienza; e in quant' è operare (Auctoritds) produce il certo e cosi esplica e
conferma la prima, ovvero la prenunzia e Y anticipa ; ne viene che tra Y ordine
teoretico e Y ordine pratico una conversione è necessaria. In che risiede r
intima natura della volontà? Intelletto e volontà, nelr ordine psicologico
spontaneo, hanno radice comune: per cui se r atto del volere non è propriamente
atto d' intendere, e nondimeno lo sforzo d' intendere: è lo stesso conoscere,
ma in quanto si realizza come Ragione universale, come operare umano, autonomo,
razionale. La ragione dunque è facoltà di conversione per eccellenza ; e quindi
lo spirito dee conformarsi al naturale ordin delle cose. E che è mai il
naturale ordin delle cose? È la Datura, l'essenza, il valore, l' essere stesso
delle cose.* Ora, conformarsi all'essere delle cose, non vuol dire convertirsi
con lui, diventar lui? Col concetto d' ordine adunque il Vico determina la
natura non del solo conoscere ne del solo operare, ma la natura d' entrambi;
cioè della Ragione vivente e concreta; della Ragione comune, universale,
imiana. La quale, supponendo già il concetto d'ordine, cioè dire supponendo il
processo Qpnoscitivo, importa anche il processo operativo come risultato
necessario dell' essenza umana. Con/ormatìo eum ipso ordine rerum e$t et
dicitur batio. {De Univ, Jur.^ Proem.j ) Questa con/ormatio mentis suppone già
il processo conoscitÌTO, e quindi il criterio della Convernone del vero col
fatto. Ella dunque è risultamento delle funzioni teoretiche, e insieme
principio delle funzioni pratiche. È la sostanza umana determinata con la Forza
del Vero. Rosmini nella FU. del Diritto fa la critica del concetto d* ordine
com' è inteso dal Vico. Il Finetti area fatto lo stesso fin dal secolo scorso
nelle sue polemiche col Dnni e col Concinna. {De Prineip. Jur. ) Ma né V uno nò
1* altro s*è accorto come la facoltà, che per Vico dee conformarsi air ordine
naturale, non sia il puro conoscere e neanche il solo operare; cioè non la
Ratio e nemmanco VAuetoritas, ma la Ragione per eccellenza, la Ragione in
quant' è risultato finale e quindi princìpio del doppio processo psicologico. £
la ragione, insomma, in quanto è conversione essenziale con la natura, con la
storia, con lo Stato, col supremo suo fine, e della quale il Duni dice che dove
Concludiamo quant' al processo pratico. La ragion pratica non contraddice alla
teoretica. Intanto eli' è pratica, in quanto è comando; ma è comando della
ragione fondata nel concetto del fine razionale, che vuol dire d' un fine il
quale iraponesi come legge, e perciò come imperativo. Cotesto fine imperante,
manifestato o imposto dalla ragione (e tutto ciò per noi è ragion pratica),
inevitabilmente importa la necessità etica, il cui soggetto è la volontà: ond'
è che tra la volontà e il suo fine, eh' è appunto il bene morale, òorre una
sintesi necessaria. Che se l' imperativo per Kant è la stessa volontà in quanto
è libera da ogni movente particolare e d'ogni particolare interesse; anche per
noi cotesto imperativo è il volere libero da ogni qualunque motivo, meno da
quello che scende dalla ragione, o per mezzo della ragione; ma di quella
ragione pura o conoscitiva la quale, essendo il vero convertentesi col fatto,
intende e legittima il fenomeno. Fra lei e’1 noumeno non esiste un abisso, com'
è pur troppo pel Criticismo. E in questo senso non ha torto Hegel d'affermare
che libertà è ragione, e ragione è libertà. Il motivo dell' azione, infatti, è
intrinsecato con la ragione; scaturisce non già dall' estemo, come incontra
nelle azioni di natura meccanica, ma dall' intemo. L'agente dunque è
razionalmente libero; e però è liberamente necessario. Il perchè se una sintesi
necessaria annoda il volere col suo fine, è pur mestieri che la volontà si
converta con la ragione, e produca la virtù. Così nella sfera pratica, non
diversamente che nella teoretica, il criterio è sempre il medesimo: la
conversione del vero col fatto, eh' è dire della legge con la volontà. E poiché
la legge neir ordine etico partorisce il dovere, e la volontà nelr ordine
giuridico produce il diritto; perciò accade che la Morale, nella dottrina del
nostro filosofo, deve stare al Diritto cosi come il vero sta al fatto, come la
Ra-non c'^ uniformaziont,, non e'? ragione, (Vedi noi Saggio di Giuritprw denzn
Umvermle^ .> gione air Autorità. Sono due sfere di fatti diversi; due ordini
di scienze differenti per origine, e per applicazione. Il Diritto non
iscaturisce dalla Morale, ne tampoco la morale puo emerger dal Diritto. Se cosi
fosse, l'una di queste scienze annullerebbe l'altra, assorbendola. Esse dunque
non s'identificano, ma si convertono.* Tal si è, come rapidamente l'abbiamo
descritto, l'organismo psicologico ne' suoi elementi e nella sua natura. Ma
quest' organismo può e debb' esser considerato riguardo a due soggetti, che
sono l'individuo e la specie, cioè dire psicologicamente e storicamente.
Nell'individuo ci è dato studiarlo, come chi dicesse, nella condizione statica,
cioè nel suo equilibrio, nella sua compiutezza, a cagione delle mutue relazioni
onde i due processi richiamansi a vicenda. Psicologicamente, infatti, il
pensiero inaugura, determina e compie il processo pratico. Lo inaugura come
senso in quanto eccita il potere: lo determina come rappresentazione,
immaginazione, intendimento che sveglia e sprona il volere: lo compie,
finalmente, come ragione, la quale costituisce l'essenza stessa della libertà.
La Ragione dunque è l'atto, la forma dell'Autorità; come l'Autorità è la
potenza e la materia della Ragione. Io voglio ed opero perchè conosco: né per
altro potrò conoscere se non perchè debbo operare. La ragion del volere pone
sua radice nel conoscere ; come la ragione e '1 fine del conoscere altro
potrebb' esser che Y operare. Chi vuol conoscere per conoscere è un mezz' uomo.
E la scienza per la scienza è frase ch'io non intendo, come non la intendeva
nemmeno Aristotele.^ I due processi, adunque, ne' quali si sdoppia e determina
l' organismo psicologico nell' individuo, s' importano a vicenda, e tutt' insieme
compon• Sotto il rapporto psicolosrico può dirsi, come più d*una volta arverte
il nostro filosofo, che ex Rottone Auctontas ipm orta ett. (De Univ. Jur.) * Rayaisson, Em, 9ur la Mitaph. ec.
gono un sol circolo. In questo circolo per 1' appunto sta
l'autogenesi dello spirito. Al contrario nella storia, che vuol dire nella
specie avvisata come un individuo attraverso il tempo, l'organismo psicologico
ci è dato considerarlo quasi in via di formazione, cioè sotto il rapporto
dinamico, e perciò nelle condizioni del movimento. Avviene infatti' in
quest'ordin di cose quel che la scuola di Lamarck pensa del REGNO ZOOLOGICO.
Nell'organismo compiuto, nel mammifero, ci è tutta la scala zoologica, ma in
atto; al modo istesso che nelle differenti specie d'organismi inferiori abbiamo
l'organismo perfetto, ma come squadernato nella successione seriale de' diversi
momenti del suo sviluppo. Se questa dottrina, secondochè altrove diremo, non è
al tutto vera in ordine alla storia naturale, è verissima nella storia umana.
La condizione statica non può verificarsi nell' ordine de' fatti, massime de'
fatti storici. Nel regno della realtà, anziché quiete ed equilibrio, tutto è
moto incessante, sviluppo, attrito, disequilibrio perpetuo: onde la Statica
sociale de' Sociologisti non è che un' astrazione del pensiero. Il processo
psicologico adunque, avvisato staticamente, è tipo, è realtà compiuta, alla
quale c'innalziamo scrutando la natura dell'individuo, investigando le leggi
della psicologia. Un processo psicologico in via di formazione non è altrimenti
Statica, ma Dinamica. Ora il processo psicologico è r atto, il tipo del
processo isterico; e quindi vana impresa è il pretendere d' imprimer ÌForma di
scienza alla storia, senza porvi a fondamento immediato la psicologia. La storia
non fa che ripeter la psicologia; ma al modo che la circonferenza ripete il
centro. Che è mai la circonferenza fuorché lo stesso centro considerato,
direbbe il Gioberti, fuori di sé? Tal è la specie rispetto all’individuo; tal
si é pure la storia di fronte alla psicologia.* Ciò che nell' una si compie *
Vedi le belle riflessioni del Noubisson in proposito. (La nature humainef Ess.
de Fsycol. appliquée, Paris) attaraverso lunghi secoli, nell' altra, cioè nell'
individuo, s' assolve attraverso una serie d' anni e di differenti età. E ciò
che sono i secoli per la storia e gli anni e le diverse età per l' individuo,
sono per la coscienza attuale que' diversi momenti necessari aftinché ella
possa recare in atto la doppia fimzione del conoscere e dell' operare. Ma per
quante sian le differenze, la legge è sempre una; non essendo possibile che le
note essenziali alla specie manchino ai membri, manchino agli elementi di essa,
ciò è dire agP individui.* Perciò nella storia tanto il processo teoretico
quanto il processo pratico s'inaugura cod come nell' individuo. U senso, lo
vedremo in altro luogo, sale a ragione attraverso le funzioni intermedie
dell'immaginazione e dell'intendimento. Il potere, l'istinto (il che
verificheremo nella sociologia) assume valore di Ubertà mercè la successione
delle moltiplici forme cui soggiaccion le passioni e le determinazioni del
libero arbitrio, e siffattamente crea il Diritto e lo Stato. Così la storia è
una correzione lenta ma incessante, ma progressiva di due forze che mai non posano,
Autorità e Rag^ne. La molla
occulta del[Ce qui 9e paage dan» Vévolvtion 4e Vindividu est la tacine de ce
qui se passe dans VévoìuHon de Vétte eoUectii*. (Littbé,
PatoUs de Phil. Posit.) Ognan vede che questo principio non è, come ci dicono i
Positivisti di Francia, una loro invenzione peregrina. È uno de* concetti
fondamentali della Scienza Nuova; ed è insieme la correzione del Comtismo, per
la ragione più volte rammentata che la psicologia pel Vico non iscatnrìsce
dalla storia, ma è anzi la storia, cioè la scienza istorica quella che dee
tórre a modello, a criterio la psicologia. * Tutte le opere del Vico sono una
dimostrazione continua di quésto concetto. Lasciando delle facoltà d* ordine
conoscitivo, basta meditare le diverse forme attraverso cui procede VAutotità,
per vedere come davvero ella sia potenzialmente ragione. Vi è progresso, per
dime un esempio, fra le tre forme d* autorità monasHcOf economica e eivUe (De
Univ. Jut.); e vi ò progresso nella storia dell* autorità considerata nelle diverso
maniere del reggimento politico {Ptima Se, Nuova Sec. Se. Nuova) Scoprire la
conversione dell' Autotità con la Ragione, è una delle sue principali esigenze,
e quindi uno de' precipui aspetti della Scienza Nuova. r umano progredire,
infatti, sta nella faticosa conversione d' entrambe. Perchè sé la storia è la
vita del genere umano,* il processo di questa vita, lo svolgimento di
quest'organismo altro non potrà essere fuorché il ridursi di quella dualità a
valore d' unità. Il processo istorico adunque non fa che ripetere, ma sotto
forme sempre diverse, il processo psicologico: talché se la psicologia, come ha
detto il Michelet, é quasi la storia in miniatura, cioè la storia come
raccolta, adunata e quasi concentrata in un sol punto; la storia alla sua
volta, secondo l'osservazione altrove accennata del Cattaneo, altro non sarà
che la psicologia stessa in più vaste proporzioni, e sotto aspetti molteplici e
svariatissimi. Ma quel punto, quel centro (ripetiamo la figura), vai tutta la
circonferenza; vai più che la circonferenza. Se la psicologia infatti nasce
dalla storia, chi vorrà dire che la prima non possa essere altro fuorché una
semplice appendice della seconda? La psicologia è superiore alla storia, come
il presente è superiore al passato. E le leggi psichiche sono anteriori a
quelle del fatto istorico, al modo istesso che il criterio e la norma, in
generale, sono anteriori alla materia interpretata e giudicata.' Perciò dice
che il suo libro è anche nn». JUotoJia deW autorità {Sec. Se. Nuova) atta a
ridurre a leggi certe V umano arbitrio di ma natura incertÌ9»imo. * Vita generila humani Hiètoria est, [De Univ.
Jur.) * Il Taine dice benissimo dove osserva che la pttyeologìt «« à ehaque
départentent de l’hintoire humaine ce que l^i physiologie generai^ e»t h la
phyaiologie partictdiire. de ehaque esplce ou doAèe animale. {De Vlntelligence, Pref.) Che oggi la psicolog^ia debba esser condizione
essenziale alla scienza del fatto storico, ninno è che ne dubiti. Ma la
questióne ò ben altra, e di ben altro valore che non crede il Taine. Come s' ha
da considerar la psicologia rispetto alla storia, e perciò r individuo rispetto
alla specie'? Ecco il punto! Predicarci la necessità della psicologia nella
indagine del fatto storico è un bel nulla, se innanzi tratto non si stabilisca
qual relazione corra fra le due scienze. Mi spiego subito. Se Io svolgersi
delle concezioni religiose, delle creazioni artistiche e letterarie e delle
scoperte scientifiche in un dato periodo istorico e presso un dato popolo non
sono in realtà altro che un’applicazione, un caso particolare di quelle
medesime leggi che in ogn'istante regolano lo svolgimento psicologico di
ciascun nomo; brevemente, se il fatto storico H nostro filosofo non pure colse,
ma dimostrò la relazione tra r uno e l’altro ordin di fatti, e fece quel che
non giunsero a fare i nostri platonici e aristotelici del Rinascimento; ciò che
non fece tutto il Cartesianismo; ciò che dopo di lui non seppe fare il
Criticismo in ordine alla storia; ciò che non han fatto, né sanno fare i Positivisti
e gli Idealisti assoluti; i quali trascendono il positivo perchè disconoscono
la difficile arte de' confini nella scienza del mondo e della storia. Alla sua
mente lampeggiò il vero concetto dell' ente umano: il concetìo àeW individuo
universale vivente, concreto, reale; e sotto doppia forma venne applicando il
suo massimo criterio della conversione del vero col foHo nel conoscere, e del
certo col vero nell' operare. Recò in atto quindi non una, ma due grandi leve,
la psicologia da una parte, e la critica de' fatti storici dall'altra; la
filosofia e la filologia; e perciò un a priori di natura puramente psicologica,
e un a posteriori indagato pazientemente con oculata osservazione: e così
gettando le basi del vero metodo storico razionalmente positivo, riesci a
comporre la scienza dello spirito. Però Storia e Psicologia non sono due cose,
ma una. Esse formano la vera scienza dello spirito, quando sian portate ad un
fiato, com' egli dice con significantissima frase. Ecco il grande valore della
Sdensfa Nuova, per quanti possano essere i suoi difetti nella forma, nel
disegno, nelle conclusioni, nelle applicazioni. Lo dichiara egli stesso: il mio
saggio è wrxR filosofia deW umanità. Perchè filosofia? non è che
un'applicazione delle lejrgi psicologiche: ne viene che nella psicologìa
solamente possiamo ritrovare il criterio, il principio, la teorica da applicare
nella intorpretaziono del fatto isterico. Dnnqne? Danque (mi par chiaro) la
psicologia è anteriore, e superiore alla storia. Or io non so davvero come
siffatta conseguenza possa accordarsi co'princìpii di Taine, specie con quello
ond'ei ci dichiara, che il fatto della coscienza non è altro che vm fantamna
metajinco! Il problema storico è problema psicologico: lo sappiamo anche noi da
un secolo e mezzo a questa parte. Quel che non sappiamo è il modo col quale il
valoroso estetico francese potrà giugnere a risolvere cotesto problema col suo
Positivismo. perchè ne inve^iga le coffionV Or le cagioni immediate e positive
del processo istorico, non s'hann' a radicar tutte nel processo psicologico,
eh' è, dire nella natura umana? Volere investigar le ragioni della storia
nonché i principii della sociologia invocando la dicdeUica immanente détta Idea
come fan gli Hegeliani, ovvero r opera della Provvidenza immediata come fanno
Ontologisti e Teologisti; è uscir dalla Storia, dalla natura umana, dalla
psicologia; ed è rendere il processo storico un processo affatto meccanico e
arbitrario. Un principio estrinseco e superiore che non emerga dalle viscere
stesse della storia, ma che alla storia si sovrapponga e s'imponga, che cosa
dee produrre? Da una parte, meccanismo, e arbitrio dall'altra. Ed è anche un
uscir dalla storia, dalla psicologia e dalla natura umana, queir invocare i soU
fatti siccome leggi empiriche riferendole a cagioni tutte estrinseche, tutte
mutabiU tutte acddentaU, come sono il clima, la razza, l'educazione e cento e
mille condizioni esteriori e secondarie di cui ci parlano i positivisti e i
filosofi dell’avvenire. Il fondamento razionale positivo del processo istorico
dunque è l'organismo psicologico, ma ravvisato come processo. Questa
precisamente è l' esigenza più legittima, la condizione più salda del metodo
istorico che scaturisca dalle opere, dalle dottrine, dalla mente del Vico.
Metodo isterico è anch'esso metodo genetico, metodo eduttivo. E metodo genetico
vuol dir metodo essenzialmente psicologico. Ne segue perciò che la legge
isterica delle tre età -divina, eroica, umana), pone sua ra[Ved. Prim, Se
Nuav.y Le tre/any o stati del Positvismo francese non sono che un fatto, una
legge empirica, non la ragione, non il principio delia storia. Lo confessa lo
stesso Littré; il quale perciò avendo visto la necessità di correggere e
compiere anche in questo il maestro, alle tre fasi del Comte sostitoisce le
cinque forme di civiltà calcate sopra altrettante facoltà psicologiche. (Vedi
A. Comte et la Phil, Pont.) Cosi il Littré ritoma a VICO, cioè al concetto
psicologico, quantunque sbagli nella scelta della strada. dice non già in un
fatto parHccHare quale sarebbe il nascere, il crescere ed il perire
dell'individuo, come vedemmo pretendere VERA, ma sì neljo stesso organismo,
nello stesso circolo delle funzioni psicologiche. Ciò che dunque è processo
teoretico e pratico deUe facoltà e quindi conversione del vero col fatto e del
certo col vero nell' individuo; nella specie, nella comunanza civile, assume
forma e valore d' organismo e di processo isterico. Ecco perchè nello
svolgimento della storia e delle diverse civiltà, lo stato, la fase, o (secondo
il linguaggio del Vico) V età divina ritrova sua ragione intima, immediata, nel
predominio ed esplicazione deUe due funzioni elementari, empiriche e naturali,
che sono il Senso ed il Potere. La fase eroica per contrario, è l’incarnazione
del volere e dell' Immaginazione. E, finalmente la fase umana è V attuazione e
quindi il trionfo e la signoria della Ragione spiegata, la quale neU' ordine
della vita civile, politica e sociale si traduce nel trionfo della libertà. La
storia dunque è un organismo come la psicologia; e quindi le leggi psicologiche
sono il criterio interpretativo principale del fatto isterico. Questo è il vero
concetto della VoUcer Psycólogie per VA. della Scienza Nuova. Dove sta il
difficile? Appunto nel far cotesti interpretazione; appunto nelr applicare le
leggi psicologiche alla storia. In tale applicazione occorre schivare (come
vedremo in Sociologia) que' due gravissimi errori ne' quali rompono Hegeliani e
Positivisti: cioè l'universalismo nel comporre la filosofia della civiltà, e il
particolarismo e '1 determinismo nel fissarne le leggi. Due perciò sono le
condizioni razionali per la scienza della storia: V applicare al fatto isterico
le leggi psicologiche; ma applicarle, non già all' umanità, come fanno i
seguaci di Hegel, bensì a' popoli, alle schiatte, alle tradizioni: 2 tener
conto delle mille cagioni estrinseche ed irraziouaU che in modi infinitamente
diversi e molteplici turbano lo svolgimento della storia; ond' emerge la
necessità, ripe* tiamolo, della psicologia e della crìtica storica nello
stabilire i principii deUa filosofia dello spirito. Or cotesto metodo, oltreché
nelle dottrine metafisiche, anche nelle teorie storiche e sociologiche risulta
logicamente, come vedremo, dallMndirizzo medio dell'Aristotelismo
rappresentatoci, ne' tempi moderni, dalla Sdenta Nuova. Nella Scienza Nuova, e
perciò nel metodo isterico e psicologico del Vico, abbiamo la condanna più
severa e la confutazione di fatto degli estremi indirizzi aristotelici
rinnovatisi in questo secolo per opera dell' Hegelianismo e del Positivismo nel
regno degli studi storici e sociologici. Ma qual è la genesi e quindi la
teleologia del processo psicologico? That is the question! Re la genesi e
teleologia psicologica. Lo spirito ha le sue leggi come la natura; ed è anch'
egli un organismo come la natura. Perciò dapprima è Sintesi iniziale, come si
disse, poi Analisi, poi Sintesi finale. Spencer direbbe che l' organismo
psicologico procede dall' omogeneo indeterminato, all' eterogeneo; e
dall'eterogeneo (avrebbe dovuto aggiungere;, fa ritomo all' omogeneo, ma all'
omogeneo determinato e universale. Fin qui abbiamo studiato la psicologia nel
fatto. Movendo da una dualità empirica, cioè dal senso che iniziando il
processo teoretico s' eleva a dignità d'intelletto, e A^X potere che preludendo
al processo pratico assume valore di libera volontà, abbiamo sorpreso
l'organismo psicologico nel momento stesso dello sviluppo, dell'analisi,
dell'eterogeneità, della diflFerenza e moltiplicità delle sue funzioni. Or è d'
uopo rimontare all'origine psicologica. È d' uopo ricercar la cellula madre di
quest'organismo. È d'uopo investigare il centro di questo cìroolo, la sintesi
origìiiaxia di quest'analisi che a noi porge la coscienza. La genesi dello
spirito vuol esser guardata in tre modi, sotto tre forme, per tre fini diversi:
psicologicamente, logicamente, ideologicamente. La Psicologia studia lo
spirito, ma in quanto è un multiplo di funzioni, d’operazioni, di facoltà. La
Logica studia lo spirito, ne ricerca le funzioni psicologiche, ma in quanto producono,
generano, partoriscono. L' Ideologia, finalmente, studia anch' essa lo spirito,
ne indaga le funzioni psicologiche, ma guardandole ne' lor prodotti generali La
Logica dunque siede in mezzo all' una e all' altra scienza. Ella studia non
altro che relazioni: studia le relazioni fra la causa e l'effetto, le attinenze
tra la forza e le sue produzioni, e quindi raccoglie leggi universali,
attinenze necessarie, poiché se lo spirito si differenzia appo gl'individui per
attività ed energia di potenza e per moltiplicità di risultati, non differisce
menomamente per le leggi alle quali dee soggiacere ciascun individuo. La Logica
è universale, obbiettiva; e quindi indipendente dal soggetto, non altrimenti
che la matematica. Or queste tre scienze che r analisi immoderata delle scuole
ha ridotto a frantumi, non sono che tre aspetti d'un medesimo subbietto: d'un
subbietto, cioè, avvisato P come forza e potenza: come atto e risultato;
finalmente come potenza in quanto diventa atto, e però come relazione dell' un
termine verso l'altro. Psicologia, dunque. Logica e Ideologia dovranno condurci
ad una medesima conseguenza nel problema su la gencHi psicologica. Nel processo
psicologico dicemmo esserci un primo ed un ultimo atto. Questo primo e
quest'ultimo atto, anziché facoltà, come pretendon gU Spiritualisti, anziché
semplici condizioni psicologiche riducibili alla fin fine alle funzioni
biologiche, come ci predicano i Positivisti,* sono invece facoltà delle
facoltà. E son tali per[Per esempio Mill [cf. Grice, “More Grice to The Mill”]
{La PhU, de Hamilton, trad. CazeUes). H. Taink (2>« VintelUgence). che runa
d' esse è originaria, e V altra è complementare; perchè la prima è potenza, e
la seconda è atto: perchè, in somma, quella è T Io in quant' è coscienza
primitiva, e questa è V Io in quant' è pienezza di personalità, auto-coscienza.
Or è mestieri ammettere che la coscienza, in quant' è facoltà détte facoltà,
esista dapprima come potenza originaria; preesista com’energia irreducibile;
preceda come atto che sia tutto, e nulla; e vaglia quindi a costituir la natura
stessa di quell'ente che nella scala zoologica diciamo ente umano, E innanzi
tratto, s'egli è vero che le fimzioni psicologiche convengon tutte nell'essere
un conato di natura essenzialmente teleologica, è d'uopo che, attraverso a
tutte e in fondo a ciascuna, si occulti un atto rudimentale, radicale, comune,
essenzialmente generatore, contenente universale e indeterminato del doppio
processo psicologico teoretico e pratico. D' altra parte, se il fatto ci addita
una dualità empirica, concreta ed elementare, cioè il senso e il potere; ne
viene che queste due facoltà, sia che le si guardino nel loro obbietto e
natura, sia che nel fine cui sono indirizzate, ci rappresentino due opposti, ci
esprimon due contrari; e, come tali, abbisognano d'un soggetto comune in cui
(secondo l'esigenza dell'Aristotelismo) elle sussistano originariamente. La
duaUtà empirica e, per così dirla, sensata, ci rimena infatti $ui una dualità
superiore e trascendente, la quale a sua volta non può non essere altresì
unità, unità confusa, unidualità anteriore, e della quale possiamo dire ciò che
Aristotele afferma delle parti avvisate in riguardo al tutto. Se la parte
potenzialmente e cronologicamente precede il tutto; attualmente e logicamente il
tutto dee preceder la parte.* ^Xou xai >f uX>i TT^c ouVtac" Jtar'
«vT«Xj;^tiav 5' u^7«/oov 5«aXxtBivroi y(/.p x«t* £vTi>JX«*av «(T']at. (Met.)
Ecco la ragiono (sia detto di passata) onde la Psicologia differisce in immenso
dalla Zoopsicologia, checché ne dicano il Darwin, V Agassiz, il Vogt ed
altrettali. Neir ordino zoopsicologico la dualità empirica del »etuo e dell'
i»Hnto esiste; ed è unità confusa, è unidualità: ma riman sempre tale, sempre
Questo tutto originario, quest' unità la quale anche come primigenia è numero,
cioè unìdualità e però facoltà déHe facóUà, è ciò che con antica ma
significativa parola il Vico suole appellar mente, mens.^ Alla medesima
conseguenza ci conduce la logica e r ideologia. Rammentiamoci della dottrina su
la conoscenza. Se neir ordine del conoscere il fatto è il dato, il fenomeno,
ciò eh' è posto, la cieca percezione; insomma, ciò che non può esser conosciuto
di per sé stesso: il vero, per conta'ario, è l’elemento ideale, astratto,
vuoto, formale, a priori; ma a priori in quant' origina immediate dal seno
stesso del pensiero. In che sta, dunque, il nello stato potenziale: mentre neir
ordine psicologico, cioè umano, ella diventa atto, numero, e quindi il Senso e
il Potere vi assumono anche valore di sentimento e di coscienza. Se dunque è
così, chi vorrà credere che quella dualità sia puramente animale come nella
Zoopsìcologia ? Se fosse tale, non dovrehhe restar sempre la medesima, come
incontra nel soargetto zoopsicologico? Dunque (la conseguenza parmi chiara)
quella dualità nell’ente umano deve importare qual cos'altro che non sia puro
Senso, né puro Istinto. * Quel che latinamente egli chiama men« cmimi è
essenzialmente pensiero; e pensare per lui è manifestare sé a sé medesimo: Mens
cogitando se extbet {De AsUiqHÌ9.). Or la mente è principio unico di tutte le
facoltà: principium unum Men»; e I’occhio di lei é appunto la ragione: eujw
oculua Ratio {De Univ. Proem.). Dunque ciò eh' è di là e dentro e dietro a
quest' occhio eh' é la Ragione, é appunto la MenU; la quale perciò è anteriore
a tutti i gradi, a tutti i momenti del processo conoscitivo. Se non che lo
spirito, in quant'ò menUf vede anch'essa; altrimenti come si farebbe a dirla
mente? Ma allora soltanto ella disceme, allora soltanto é oechiof e perciò era
visione, quando diventa ragione epiegata, e quindi processo teoretico. Per
intender meglio il significato della mente, ricordiamoci del »ene%u intemtu,
del eennu eui, della eoecienta, cwn-eeientia, di cui egli parla in più luoghi
delle sue scritture. In ispecie è da riflettere quando afferma, la coscienza
essere insieme univereale e particolare; e il senso intimo, individuaUt e
insieme comune, fi da riflettere dove accenna ad una facoltà naturale e
epontanea ond' é fornita la eomuiune natura degli uomini. È da riflettere,
finalmente, e specialmente, ove parla di certi giudizi istintivi eh' egli
chiama giudizi fatti sknza bifles8I0NK. (Vedi Prim. e See. Se Nuow% passim.) Or
di sotto a questo linguaggio esce chiara una conseguenza; la necessità, cioè,
di riconoscere come, attraverso a tutte le diiferenti forme psicologiche,
esista un punto centrale onde s' irradiano e dove si riconducon tutte le
funzioni dello spirito. Quest'esigenza psicologica nel Vico parmi evidente per
ciò che s* è detto, e per ciò che ancora diremo. conoscere? Nella conversione
de' due elementi. Intendere è legere; e legere è cdligere dementa rei, cioè
coUigere il vario sensato, il fatto. Questo fatto dunque vien raccolto e
innalzato a dignità di vero e quindi ad unità, appunto quando la mente,
generando sé stessa, conosca insieme la guisa onéPtma cosa è fatta. Or in
cotesta genesi hawi un intimo vincolo per cui V eiFetto è anche causa, e la
causa eflFetto; ed è questa quella tal funzione eduttiva onde la ragione,
annodando cause con cause, e però convertendo il vero col fatto e viceversa,
rintraccia il medio termine, e fa la scienza. Se intanto il conoscere è un atto
di sintesi ond'il vero è forma, predicato, categoria, ma non per anche
attributo e però cognizione, mentre il fatto è materia e parvenza fenomenale;
ne segue, esser davvero una grande scoperta della moderna psicologia quella
fatta dal Kant e legittimata in gran parte dal Rosmini, ma presentita dal
nostro filosofo; che, cioè, pensare sia essenzialmente giudicare.* Che cos' è
infatti il giudizio fuorché il predicato assumente forma evalore d'attributo?
Dunque, anziché nel cogliere il puro vero, o nell'apprendere il puro fatto il
giudizio risiede nel concetto. Ma che è egli mai il concetto salvochè la
conversione del vero col fatto, considerati questi com' elementi essenziali
nella sfera dell'intendimento? Ora, tornando al proposito, comecché il vero e
'1 fatto, convertendosi, generino il concetto e quindi il giudizio, e col
giudizio facKant, Orit. de la Raùon Pure. Log, Tra»cend., BosMiin, Nuo, Sagg,
L' atto del conoscere ò m'rtò di vedere il tutto di eitueheduna omo, e dì
vederlo tutto ineieme^ ehi tanto propriamente tuona intblliobri, e allora
veramente ueiam Tintblletto. (Vedi Lett. al Sotta.) È agevole scorgere, por
tutto ciò che abbiamo detto qui e altrove, quanto in Vico sia chiara Tesigeriza
kantiana deirunirà eintetica detTappereezione, non che quella della percezione
intellettiva Rosminiana, e meglio ancora (per qaèl che diremo), V altra del
Sentimento fondamentale. Ma in grazia del suo criterio, al solito, si può
riuscire a schivare il tubbiettiviemo e il formaliemo dell'uno e delPaltro
filosofo adoperando il metodo deduttivo. cian possibile ad un tempo la
coscienza e l'esperienza; nuUamanco, a somiglianza delle funzioni ond' essi
rampollano, restan sempre una dualità, ma dualità originaria; stantechè non
potendo T uno emerger dalP altro, né r altro dalF uno, debbano coesistere
entrambi nella coscienza. Se non che, una dualità originaria non è forse un
assurdo? Senza dubbio, un assurdo. Dunque è necessaria certa unità iniziale,
intima, primigenia, appo cui 1 vero e il fatto sussistano germinalmente come in
grembo ad una sintesi confusa. Alla medesima conclusione potrebbe giugnere chi
pigliasse a guardar Y intero processo logico, cioè le funzioni teoretiche tanto
nel lor movimento, quanto ne' lor risultati. Percezione, Giudizio e Sillogismo
son tre gradi, tre momenti, tre forme distinte d'una medesima funzione eh' è la
Mente.^ Nella percezione la Mente si manifesta come unità immediata appo cui oggetto
e soggetto sian tuttora confasi. Nel giudizio, invece, predomina l'analisi, la
differenza; perchè i termini standovi fra loro di fronte l'un r altro e quasi
irresoluti, avviene che la mente debbasi palesare come dualità. Ma poiché il
giudizio importa necessariamente un ritorno sopra sé stesso, e questo ritomo
appunto costituisce il sillogismo; accade che in questo ritomo, nel sillogismo,
la mente si palesi come unità e dualità in atto, come triplicità attuale, come
mente spiegai'a. Or se l’organismo logico e l'ideo-logico son anch'essi un
processo non altrimenti che l'organismo psicologico; se il risultato finale di
cotesto processo, la funzione terminativa di cotest' organismo è • € Tre»
mentit operationes: Pkroiptio, JUDIOIDM, Batiooinatio. Tribua artilM
diriguntvr: Topica, Critioa, Mbthooo. {De AntiquUe.? aavT6)v, Met.). E s'aggira
poi attorno alla seconda, cioè al senso e all' esperienza, perchè dee verificar
la prima, cioè dove inverare il principio, o, eh' è il medesimo, dee convertire
il vero col fatto^ il voù; potenziale con l'esperienza. Perciò il voù; attuale
è la conversione per antonomasia, massime quando assuma valore di Ragione,
Perciò stesso la scienza, diciamolo anche una volta, non può essere un
magistero deduttivo, nettampoco un artifizio meramente induttivo. * e
Metaphtfatei enim claritat eadem eat numero ae illa lueÌ9 quam non nin per
opaca cogno»eimu». Si enim in clathratam fenestram qua lucem in aedee
tuimittitf intente ac diu intueari»; deinde in eorpue omnino opacum aciem oculorum
eonpertae; non lucem «ed lucida ckuhra tibi videre videaria. Ad hoc imitar
metaphtfeieum verum illustre c«(, nullo fink ooNOL0Drr(TR, NTTLLA FORMA
disorrnitur; quia est infìnitìim omnium formorum principium: phy9Ìea mtnt
opaca, nempe formata et finita in quibu» metaphyeid veri lumen videmue (De
Antiquie) Come si vede, anche in ciò il Vico non fa che inverare l'
Aristotelismo. Che in Aristotele infatti ci sia il concetto del Noùc potenziale
come noi l' intendiamo, e però anziché passivo, come parrebbe, sia fornito
anch' egli d' attività stantechò possieda un oggetto somigliante alla luce che
fa essere in atto i colori, si può vedere dalla seguente sentenza: xa la mente
in potenua d'Aristotele, 2** V ettere ideale di SERBATI; ma levando 1 difetti
che certo non mancano nelle loro dottrine. Difetto d'Aristotele, come
avvertimmo, ò la mente che vien difuora. Difetto del Bosmini, poi, è V
immobilità originarla e la presenza non legittimata del suo Ente poetibile
dinanzi alla mente. Anche per noi la mente vien di fuori; ma questo di fuori è
la natura in generale. È un di fuori nel senso eh' ella serba intimi vincoli
con la natura e col sensibile, e sorge per virtù propria, ma col mezzo del
sensibile. Tal si è l'interpretazione che potremmo dare a questa celebre frase
aristotelica, nò ci mancherebbero testi in proposito per confermarla; tanto la
natura non può essere intelligibile in quant' ò semplice realtà, ma in quant' è
potenza attuosa, conato, processo, divenire. Or in che maniera potrebb' esser
tutte queste cose ove non includesse una legge, un ritmo, una misura, una forma
di moto, un moto ordinato? Che s'ella è per sé stessa intelligibile in quanto
che esplicandosi mostra sé medesima e si fa intendere; evidentemente non
potrebbe fai-si intendere ove non importasse tre condizioni, ciò è dire un
principio, un mezzo, ed un fine. Se dunque la natura è potenza attuosa e quindi
per sé stessa intelligibile, ha da essere altresì))otenzialmente intelligente.
E sarà intelligente attuale ove quelle tre condizioni siano insieme
compenetrate in unità: quando, cioè, il principio sia soggetto, il fine
oggetto, il mezzo relazione. Che cos'è dunque lo spirito nell'atto suo
radicale, nel suo momento originario? È soggetto, oggetto e relazione:
pensante, pensato e pensiero. Però l' intima sua struttura è insieme dualità e
unità, difi'erenza e medesimezza, e quindi, come si disse, triplicità; ma
triplicità sotto forma di sintesi iniziale e confusa. Ne segue perciò che l'
intuito, la mente, il NoJ; potenziale altro non possa essere, per noi, fuorché
il momento istesso in che la natura diventa pensiero; il momento per cui
l'anima attinge forma e sostanza d'intelletto. Ora il primo pensiero non
potrebb' esser triplicità, non potrebb' esser sintesi primitiva, quando non
fosse l’intelligibile divenuto altresì intelligente. Dunque la Mente è la
natura incarnatasi come individuo; l'intuito è l'individuo che, trascendendo sé
medesimo, assume valore di coscienza. più che interpretazione somigliante ne
dettero alcuni aristotelici del Rinascimento, fra cai meritano d* esser
menzionati PORZIO e ZABARELLA come quelli che considoramno la luce
intelligibile quasi di8»eminata tuHle /arme materiali^ e Dio come influente sa
V irUdletto potnbihf non in quanto intéUigente, ma solo in quanto intelligibile.
(Vedi SERBATI, Peieol,, Ddle Sentenze de' FU Rinnooam.) Possiamo dire perciò
che cotesto Noù? potenziale ci renda immagine della testa di Giano. Con una
delle sue facce ccrtesto Giano guarda al processo della sostanza; guarda alla
natura in quanto piglia valore d'individuo: dovechè con l'altra inaugura,
geminandosi, il processo psicologico, del quale son due forme essenziali il
processo sociologico, e il processo storico. Se non che, lasciando per ora del
processo della storia e della sociologia, importa notare come dalla
costituzione primitiva del pensiero, secondochè noi l'abbiamo designata,
emergano, fra le altre, alcune conseguenze risguardanti l'essere individuale,
l'origine e'I fine dell'anima. lUfacciamoci dalla prima. La triplicità
originaria, o, eh' è il medesimo, il secreto vincolo fra oggetto e soggetto,
costituisce la radice prima della individualità, e però il fondamento cardinale
della libera determinazione. Se infatti il N^uc potenziale è due cose e non
una, cioè mente e luce, ne segue che in quant'è niente è soggetto; e come
soggetto non può non esser reale, moltiplioe, diverso, individuale: in quant'è
luce, poi, è oggetto; e come oggetto deve serbar carattere indeterminato,
comune, universale. Ora il concetto di persona risale appunto al connubio di
questi due elementi primitivi. E invero, come mai l' individuo potrebb' esser
individuo se non fosse oggetto, fornito perciò della nota d'universalità? E
come, d'altra parte, potrebb' esser davvero universale ove non fosse nello
stesso tempo un soggetto concreto, vivente, particolare? Il particolare è il
fatto; e al pari del fatto e' sarà vero, quando assuma valore universale, non
ismettendo d'esser particolare. Similmente l'universale è il vero; e al pari
del vero sarà un fatto, quando rivesta, anche come universale, natura di
particolare. La conversione del particolare e del generale non può farsi che
nell'origine stessa del pensiero. Or se tutto ciò è indubitato, come potranno
salvarsi dall'errore più esiziale all'umano consorzio, eh' è l'annuilamento del
vero concetto di persona, tutte quelle diverse famiglie di filosofi che altrove
riducemmo ai due indirizzi estremi dell’Aristotelismo? Gli aristotelici
empirici e naturalisti e positivisti, infatti, distruggon la personalità perchè
negano il Nou; potenziale come diverso dal senso; perchè lo riducono al senso.
Ma la distruggono altred gP iperpsicologisti antichi e moderni, cioè gli
Averroisti e gli Hegeliani: i primi perchè separando i due elementi credono il
soggetto abbia a partecipare deir oggetto posto fuori e sopra dell'individuo; i
secondi perchè fanno assorbir l'individuo entro a quell'oceano immobile e
sconfinato, ch'essi addimandano Spirito Universale. La quale affinità di
risultati non avrebbe a recar meraviglia, chiunque sappia come la dottrina
dell'in^eZZ^^ agente, e l'altra non meno speciosa dello Spirito Vniversàlej
rappresentino, sotto forme diverse di speculazione, l’iper-psicologismo
aristotelico. Da questa prima conseguenza poi nasce una seconda di massimo
rilievo. Posto il Noù; potenziale non già come passivo, anzi come fornito
originariamente d'attività spontanea in quanto che nella sua nativa
indeterminatezza è pur determinato da un oggetto; si riesce a schivare così
quell'errore supremo a cui rompono, per vie diverse, i suddetti filosofi
seguaci de' due opposti indirizzi aristotelici, e che riflette i destini
dell'anima e dell'umana personalità. Se infatti nella mente, nel NoJc
potenziale risiede la ragione della individualità e quindi la radice prima
della personalità, ne segue che lo spirito, essendo coscienza originaria e
quindi soggetto superiore all'organismo, non può, tuttoché sgorgato
dall'organismo, finire così come finisce la funzione organica. Se l'organismo,
come dicemmo, è numero che diventa unità, o meglio, unione d'indole dinamica, è
chiaro com'ei non possa altrimenti finire, salvo che disgregandosi e
trasformandosi. Il suo fine è semplice ritomo; è ritomo propriamente detto: il
suo progresso è regresso nel significato di monotono rifacimento. Per contrario
lo spìrito è unità e numero sin dal momento ìstesso eh' egli è pensiero. Dunque
non può altrimenti finire fuorché attuandosi vie piii e compiendosi come
individuo, come coscienza, anziché annullandosi come tale per vivere in grembo
all' universale d' una vita che non é vita. Il suo finire non significa
ritornare, ma persistere. 11 suo progredire non è regredire, ma incessante
determinarsi. Non è insomma un monotono rifarsi, un ripetersi come la specie: é
uà perpetuo farsi: un perpetuo rinnovellarsi dell' individuo in sé, e per sé
medesimo. Che sia così, ce ne fa capaci l’essenza stessa del finito, delle
forze, della natura. Perché, davvero, se la natura é conato essenziale, non
verrebbe evidentemente a contraddire a sé medesima ov' ella non superasse il
senso e, trascendendo il fantasma, non se ne distaccasse rendendosene
indipendente?^ * A questa maniera di prora intende accennare Platone dove
afferma che r immortalità non è nò un eato di cui saremmo felici ore ci
toccasse, nò una aperanM della quale è pur bollo lusio^^are noi medesimi:
x3c).oV 7a/9 o' xtv'Tuvoc, X3tì jr^vj rà roiavra tò^mp ffTroé^scv eaurù. {Fed.^
ed. Stallbanm) Che se altri ci chiedesse notizia su la pecnliàr forma della
nostra esistenza sovramondana e sul modo con che il NoJ; attuale sarà unito coll’assoluto,
noi risponderemmo francamente di non ne saper nulla. WpoaithOfW razionalmente
poA/etVo, in siffatta quistione in che consiste? Consiste in ciò; che il Noù;
attuale, in quanto pienezza di coscienza e di personalità, finisco di necessità
neir Assoluto, cioò finisce col non finire; e quindi il soggetto
j>of«»ùifmeiUe tn/ìntro, qual si è appunto lo spirito, non può finire come
finiscon gli altri soggetti finiti, i quali finiscono appunto perchò non sono
propriamente aoggeui. Orda cotesto pentivo si dipartono tanto coloro che nella
soluzione di siffatto problema ci vogliono dar troppo, quanto quegli altri che
finiscono col non darci nulla addirittura. Escon dal positivo razionale o
fecondo, per cadere nel dommatico tradizionale, i Teologistt col loro inferno,
paradiso, purgatorio, eternità delle pene, e che so io. Escon parimenti da
questo positivo, per cadere neira priorinno dommatico e sistematico e nel
Nullismo, gli Hegeliani con la teoria dell* individuo accidentef fenomenico e
pataeggiero, £d escono finalmente dal positivo gli stessi Positivisti per
cadere nel negativo, sia che dicano col Littré esser davvero impossibile
indovinar nulla intomo a siffatto problema, sia che affehnìno col Feuerback di
saperne ogni cosa quando sia risoluto co* principii dello schietto
materialismo. 31a sopra questo tema ci rifaremo altrove. Qui ci basti d'aver
accennato ad una maniera non troppo usata di provare la immanenza necessaria
della personalità come coscienza individuale. Questo quant'al destino
dell'anima umana. Che cosa potrà dir la filosofia positiva nuant' all' origine
sua? Tutto nell'ordine psicologico move dal senso; ma nulla non può nascere per
ragion del senso. Se lo spirito è essenzialmente pensare e giudicare, e quindi,
come s' è detto, luce metafisica, intuito, mente e però triplicità; ne
conseguita ch'ei nasce a sé stesso, ch'ei genera sé stesso come pensiero. Ecco
il vero significato dell'innatismo, dell'idee innate, dell' innate facoltà.
Questa conclusione, circa l' origine psicologica, contraddice, al solito, tanto
al Materialismo che non sa elevarsi più oltre delle pure leggi meccaniche,
quanto a quell'astratto e nebuloso Spiritualismo che, incapace di scendere nel
regno de' fatti, non sa penetrare nell' esperienza, ed alimentarsene. Però la
filosofia positiva, nel problema su l' origine del soggetto psicologico, non
vuole, non può accettare il principio della trasformazione della materia come
pretendon gli aristotelici empirici rappresentati oggidì dagli Hegeliani di
parte sinistra; e non può del pari accettare il principio (pur ridotto a forma
squisitamente razionale e metafisica) d'una creazione estrinseca, immediata,
superiore, secondoché stimano, il tomista, il teologist^, l' averroista, il
neoplatonico, r ontologista. Dottrine ipotetiche entrambe, elle non sanno
reggere al martello della critica. La prima riesce insufficiente a spiegare il
fatto del penciero: la seconda torna inutile a legittimarne la natura. Tra il
senso e l’intelligenza ci ha intimo nesso ; ma ci ha da essere pure
indipendenza e diversità. Anche qui si verifica ciò che ha luogo attraverso a
tutti i differenti gradi della scala de' sommi generi cui si riducon le forze
di natura: si verifica, vo'dire, quella doppia legge che altrove appellammo
della continuità ideale^ o degl' intervalli reali, Havvi continuità perchè,
posto il senso, posta la natura, è possibile, anzi è necessario l'intelletto:
si che può dirsi che dall'uno scaturisca l'altro. Ma ci è pure intervalli,
perocché se l'intelletto germina dal senso, o meglio nel senso, non per questo
potrà esser lecito confonderlo col senso. Ci spiegheremo brevemente. Dicemmo
come l'esigenza massima, il principio che qualifica l’Aristotelismo sia quello
che si riferisce alla relazione tra la potenza e Tatto. Gli Aristotelici
empirici (per esempio gli Hegeliani di parte sinistra), ci dicon che la potenza
diventa atto; e, applicando siffatto pnncipio alla psicologia col fine di
determinare l' attinenza fra l'anima e '1 corpo, affermano che l'anima debba
rampollare dal corpo in forza della leggQ del diventare. Che cos' è per essi il
diventare? È il to 7$ vo? tolto in significato al tutto empìrico e
sperimentale; il quale perciò vuol dire trasformazione, generazione,
ripetizione e quindi passaggio incessante (attraverso infinito numero di forme)
d'un soggetto identico, d'un fondamento universale ma concreto e sensato, qual
è appunto la Materia.^ Gli Aristotelici iperpsicologisti poi (fra' quali sono
d'annoverarsi gli Hegeliani di destra), ci dicono an' È questa la teorica
propugnata, come altrove toccammo, da* moderni Materialisti tedeschi. Essa,
com' è noto, è rappresentata dal Feuerbach, è divulgata e sostenuta con
incredìbile superficialità dal Di' BUchner (Foror ei Matth-e, trad. Gamper,
Leipzig Science et Nature etc trad. Delandre, Paris), ed è applicata dal
Moleschott alle scienze fisiologiche. Ho appellato Arùtoteliei empirici questi
moderni materialisti usciti dal fianco sinistro doirHegelianismo, perchè
davvero considerati st>orlcamente e* non fanno che svolgere l’indirizzo
naturale deirAristotelismo. Bel qual fatto hanno coscienza essi medesimi,
segnatamente il Moleschott, il più ingegnoso fra tutti, quando afferma che
Vunion de laphilosophie et de la acience ne e^eH rialieée qu'une foie don»
ArÌ9tote, {La Oirculation de la Vie, Paris) Ora s'intende agevolmente comò pel
Moleschott questo connubio della Filosofia con la Scienza nella mente dello
Staglrita si compiesse tutto a scapito della metafisica. Aristotele, egli dice,
è conoscitore delle .opere d* arte, degli uomini e degli animali [Ibi).
Evidentemente il dotto fisiologo riconosce in Aristotele l'autore d'una
Rettorica, d' una Storia degli animali, e degli otto libri su la Politica. Ma
perchè dimenticar r autore della Ptieologia, della iSi'HoywKca, dell' £Wea e
segnatamente della Metafisica t Non è vero dunque che l’Aristotelismo de'
Positivisti, do' Materialisti e degli Hegeliani di sinistra è addirittura
falso, erroneo, mutilato storicamente o teoreticamente V ch'essi che ìsl
potenza diventa atto; ma il loro diventai^e, anziché grossolana ed empirica
trasformazione, è, per cosi dire, un' addizione ideale, cioè posizione e
contrapposizione, determinazione, individuazione progressiva, ma d' un soggetto
unico, universale, intimo, trascendente, assoluto, eh' è appunto l' Idea.^ Ora
il soggetto del diventare, tanto per l'empirismo quanto per l'iperpsicologismo
aristotelico, cioè tanto per la sinistra quanto per la destra hegeliana, è
sempre uno, sempre identico a sé stesso, chiamisi Idea, chiamisi Materia. Ecco
dunque la ragione per cui ne' risultati, massime nella soluzione del problema
psicologico, le due scuole s' accordano a meraviglia. Di fatto, l'anima per gli
uni na^e dalla materia, è materia, e finisce nella materia: per gli altri nasce
in virtù dell' idea, è l' idea, e finisce nell'Idea. Qual è dunque il fine
supremo dell'anima? Non altro che un ritomo, un estinguersi nell' Idea, o nella
Materia: ecco tutto. L'intima parentela tra il Positivismo e l’Hegelianismo non
potrebb' esser più evidente I Seguaci dell' indirizzo medio dell' Aristotelismo,
a noi pare che l' interpretazione legittima della sentenza aristotelica in
discorso non sia questa, che cioè la potenza diventi atto; ma quest' altra, che
la potenza passi ad essere atto. Se non fosse così, tutto affogherebbe sotto il
pesante domma dell'identità assoluta, né vi sarebbe differenza di contenuto fra
le cose in generale, e nemmanco fra il senso e l'intelletto in particolare. Or
se questo fosse, anziché progresso avremmo processo; e ' La materia e la forma,
la pot&Ma e V atto, la forma e il contenuto, non ooetitHÌacono altro che
due momenti deWIdea, (Hbgsl, Log., Vedi anche neir Introd. di VERA) L’Idea
perciò s’occulta eeaenxialmenu in entrambo i momenti; con questo semplice
divario, che nell* atto essa è piìi determinata, più individuata, più enudeata
(direbbe con parola significantissima Vittorio. Imbriaui) di quel che non sia
nella materia e nella potenza. Dunque, io concludo, la difTerenia non istà nel
quali, ma nel qoaktvm; e perciò diventare non altro Tale, a dir proprio, che traeformanL
Ecco il punto di coincidenza de* due estremi indirizzi aristotelici; ed è pur
quello nel quale per logica necessità debbono consentire (checché se ne dica)
la destra e la sinistra Hegeliana. quindi monotonia, eterno e indefinito
cangiamento di forme. Tutto quindi si ridurrebbe ad un meccanismo materiale,
ovvero ad un meccanismo ideale; e leggo universale del mondo sarebbe o la
necessità empirica e fisiologica, ovvero la necessità dialettica: fatalismo
cieco nell' un caso come nelF altro. Invece l' essenza del processo cosmico per
noi, come vedremo, sta nel canato secondo eh' è inteso dal Vico. Ma come il
conato potrebb' esser conato ove non includesse l' intervallo, la diversità
vera, cioè la diversità di contenuto? Conato è passaggio nello stretto senso
della parola (irjìpytx otTf)>?;); è transito, non trasformazione; eduzione
(edu* dio entis ad a4ium) ma eduzione intrinseca, e quindi conversione del
fatto ìid vero, cioè dire conversione della potenza nell’atto, creazione
intima, creazione spontanea. La potenza dunque recasi ad atto non in quant' è
potenza, ma in quanto cessa d' esser potenza, e passa ad esser atto; cioè in
quanVè potenza feconda. E come potrebb' esser feconda (tò ^warov), ove non
fosse privajsfione («rrf/jvjTc;)?» Or tutto ciò, come sarebb' egli possibile
senza la doppia condizione della continuità ideale e dell'intervallo reale?
Torniamo all' assunto. L' intelletto nasce dal senso: è vero. Ma forse che
nascere vài risultare? Se così fosse, r intelletto non essendo altro che un risultato,
starebbe rispetto al senso così oomQ precisamente nella storta del chimico sta
un sale rispetto agli elementi onde risulta, cioè all' acido e alla base. Or
questo (chi noi ' Questo è il senso che noi diamo al principio aristotelico
della pn«astone. {Metaph.) Anziché principio negativo^ la pr«ea«ira posto
oggimai nella sua massima evidenza sopratutto da Rosmini. A niuuo è lecito
dubitare della necessità d’una forma oggettiva originaria nella sfera de* fatti
psicologici. Con salde ragioni il Kant ha dimostrato, contr*ogni maniera
d'empirismo psicologico, che lo spirito intanto pensa in quanto giudica; e più
ancora Rosmini ha posto in chiaro che lo spirito giudica appunto perchè è
toggeito e oggetto insiememente. Vedi Nuo. Saggio passim. Rinnowm, Psicologia,
Introd, alla FU.) I difetti della teorica Rosminiana li accenneremo in
quest'altro capitolo. Qui osserviamo che in tale dottrina il filosofo italiano
si ricollega con AQUINO (si veda), e, chi volesse andare più in su, anche con
Alessandro Afrodiséo, e quindi con Aristotele. Nello Stagirita infatti ò chiaro
questo principio: NotjtvÌ ^i in iTÌpcK. do. Ma nemmanco è presupposta al corpo,
come dice lo stesso Platone, 0 piovutagli addosso dal di fuori e dall'alto in
certo mese e in certo momento della vita intrauterina, come affermano tomisti e
teologi, senza dirci ne come né perchè: e tanto meno potrebb* esser venuta
fuora e venir fuora qual risultamento di leggi meccaniche e fisiologiche.
L'anima è creata; o, per dir meglio, l'anima crea sé medesima per una legge
profondamente dinamica che si confonde e compenetra con l' essenza stessa della
natura e del finito. Perciò alla domanda, se fra l'anima e '1 corpo come fra il
sentire e l'intendere oi è salti ed abissi, rispondiamo subito che sì; ma tosto
aggiungiamo, che, a colmare cotesti abissi e varcare cotesti salti, né la
psicologia positiva ha punto bisogno d' invocar l’atto immediato d' un deus ex
machina, né r ideobgia ha mestieri d' un a priori che, dardeggiando all' anima
il raggio dell' intelligibile sovramondano, svegli ed ecciti in essa la virtù
dell' intelletto. Questo, e solamente questo, noi potevamo dire 'quant' alla
genesi e quant' alla teleologia dell' anima umana, puntellandoci unicamente su
la natura dell' atto essenziale, dell' atto radicale onde vuol esser costituito
il pensiero. La psicologia non sarebbe famMndoèi bel bello diventa
miracolosamente intelletto, ignorando cosi o facendo le Tlste d'ignorare gli
studi profondi e le parti accettabili deUa psicologia Rosminiana; sì serva
pure: noi non istaremo a perderci ranno e sapone. Ma non sarà certamente
villania il dover dire di lui con Aristotele: uoeo; yixp f^fw o toiowtoc y,
toéoùtoc 'A^ril davvero positiva, non sarebbe razionalmente positiva, quand'
ella presumesse di risolvere diffinitivamente, donimaticamente,
sistematicamente questi due problemi, che non senza ragione Leibnitz appellò
terribili. Ella deve saper contraddire a due estremi opposti e contrari. Da una
parte dee contraddire allo Spiritualismo e al materialismo; dall'altra al positivismo.
Dee contraddire al volgare spiritualista e al materialista, perchè entrambi
pretendono, tuttoché per vie e risultati assai diversi, d'aver risoluto in
maniera invincibile cotesto doppio problema, mentre nel fatto l'un d'essi
disconosce il valore intimo, l'autonomìa dell'anima, e l'altro finisce per
impugnanie perfino l'esistenza. Deve poi contraddire al Positivismo, perchè
questo, al solito, non volendo sapere di siffatti problemi, ne dichiara
impossibile tal soluzione, e quindi inutile il parlarne. Il filosofo seriamente
positivo può fare qualcosa di più che non sappia il Positivista. Ma confessa di
non saper giugnere fin dove, con volo icario e fatale, sanno spingersi
materialisti e spiritualisti, empirici e tradizionalisti, hegeliani di destra ed
hegeliani di sinistra, mistici e ontologisti. I principìi della psicologia
positiva che abbiamo interpretato nell' autore della Sdenza Nuova ci possono
far capaci di determinare siffattamente la genesi e la teleologia dello
spìrito, da chiuder l'adito allo scetticismo e al nullismo. Il che non dovrebb'
esser poco, anzi dovrebb' essere moltissimo, agli occhi almeno di coloro che
modestamente sanno e voglion riconoscere i confini del pensiero umano. Abbiam
visto come la genesi del processo psicologico sia essenzialmente genesi
teleologica. Ella dunque ci vieta d'essere scettici per sistema, ci vieta
d'esser nuUisti circa il sapere metafisico. Se il mondo della natura e quello
dello spirito, come altrove toccammo, sono processo e conversione, stantechè il
primo sia numero che volge ad unità e il secondo unità che, in sé medesima
attuandosi, divien numero; anche l’assoluto, serbando medesimezza di legge, ha
da esser non altro che conversione, processo, mediazione. È dunque possibile
che la mente penetri in qualche maniera nel regno delle realtà metafisiche. Ma
se la legge è comune, sarà pur tale il contenuto? Agli occhi del modesto
indagatore del vero la metafisica è la scienza de' confini. Or questi confini
appunto ignorano tanto i Neoplatonici quanto i Neoaristotelici per opposite
ragioni. Di fatto anche qui, e sopratutto qui, navighiamo fra Scilla e Gariddi:
siamo fra que'due soliti estremi, come si disse, in che travagliasi '1 pensiero
filosofico fino da' tempi in cui sovraneggiarono i due grsmà'' istitutorì déW
uman genere, come il vivente filosofo berlinese non dubita chiamare Platone ed
Aristotele.' Qual è, in generale, l'esigenza e quindi '1 distintivo de'
Platonici e del Neoplatonismo di tutte l'età nell'afifermar l'assoluto? È il
propugnare la conoscenza immediata e primitiva dell' obbietto metafisico,
qualunque ne sia 1' ampiezza, il grado, il valore dell'intùito. Qual è, invece,
l'esigenza degli Aristotelici e del Neoaristotelismo? È il * 1|I0HIL«T, Metaph,
d'ArUL. mantenere la mediatezza del conoscere metafisico, ovvero menomarla cosi
da renderla inefficace, e talora persino affatto negativa.' I metodi de'
Neoplatonici nelP attinger l'assoluto ' In armonia con le idee accennate già
nel Gap. Ili di questo secondo libro sa la storia generalo del pensiero filosofico,
noi togliamo in sig^nificato largo le parole Neo-platonismo e
Neo-aristotelismo. In esse comprendiamo più e differenti scuole di filosoft. E
quindi non sono soltanto filosofi Neoplatonici gli Alestandrini o quelli àeXht
scuola Toscana « od altri simili tra' filosofi cristiani. Filosofo neoplatonico
è chi, pur modificando il Platonismo, ne sorbi, come notammo, due esigenze, di
cui 1’una ò p9Ìeologtea e 1’altra è tnetaJUica. La prima consiste nel porre un*
attinenza primitiTa, e quindi una connessione originaria Tra la mente e
l'obbietto metafisico. Secondo tal criterio, fra* neoplatonici andrebbero
annoverati parecchi filosofi arabeggianti, avvegnaché per ragione isterica ei
risalgano, come toccammo, allo Stagirita. La seconda esigenza poi risiede nel
riguardar le idee siccome entità aottanxialmente eaemplatrici; il che
costituisce davvero il distintivo del Platonismo in generale. Or le diverse
famiglie o varietà di platonici e di neoplatonici possono esser coordinate,
nella storia della filosofia, secondochè queste due posizioni si presentano più
o meno modificate. Per iVeoameoCetùn poi intendiamo qne'filosofi che
contraddicono, in generale, ali* anzidetta esigenza psicologica e metafisica. E
poiché il Platonismo, come dicemmo e come avverte il Barthélemy Saint-Hilaire
{Phif9. d*ÀrÌ9t., Pref.), si riproduco e si trasforma in Aristotele non pure
quanto alla filosofia ma eziandio quanto ad ogni altra sfera di scibile, cosi
noli' Aristotelismo è d’uopo saper rintracciare i germi del triplice indirizzo
speculativo da noi altrove accennato, massime deirindirìzzo mediof nel quale
unicamente è possibile rinvenir la correzione del Platonismo e
dell’Aristotelismo. Ripetiamolo anche qui: tutta la storia del pensiero
filosofico occidentale consiste nelJo svolgimento fecondo e svariatissimo di
questi tre indirizzi; ciò ò dire nella lotta perenne delle due estreme
posizioni, e nel trionfo lento e faticoso, ma immancabile, della posizione
mediana. Se questo è vero, ne segue (almeno per chi serbi alcuna fiducia nel progresso
della ragion filosofica) che se nessun filosofo oggi può dirsi od essere un
puro platonico od un puro aristotelico, tutti invece dobbiamo essere e dirci
neoplatonici, o neoarìstotelici, ovvero seguaci del terzo indirizzo; il quale,
sia storicamente, sia teoricamente, vien fuora tostochè sian dati i due primi.
Noi non possiamo intrattenerci sopra questa materia e corredar di prove
isteriche tale assunto, essondo ben altro il compito del nostro lavoro. Ma
riteniamo per sicuro che una storia particolare 0 generale della nostra
scienza, la quale non sia condotta con silEatti criteri, altro alla fin fine
non potrà esser che un lavoro d* intarsio, come tanti se ne vedono, ovvero un
arbitrio sistematico, dommatico e fftntastico dairnn capo ali* altro. (Vedi
tutto ciò che abbiamo discorso a tal proposito ( potranno differir nella forma
più o manoo arbitraria con che ci è data la dottrina delP immediatezza. Ma
tutti ci palesan lo stesso difetto: l'esser dommatici, Tesser sistematici;
poiché tutti trascendon T esigenza d'un positivo e fecondo psicologismo. L'
esagerazione di cotesto indirizzo è rappresentato da chi presume conseguir la
notizia dell' assoluto con la ragione, ma con la ragione che si lasci guidar
dalla fede, e sorreggere dal sentimento. Con siffatta maniera di speculazione
noi non ci abbiamo che vedere. Essa ci rappresenta quella posizione metafisica
che altrove appellammo DommcUismo empirico. Dobbiamo dunque rifiutarla. E
dobbiamo rifiutarla, sia perchè in sostanza ella riesce a negar la speculazione
trascendente, ùa perchè s'oppone alle condizioni più elementari della scienza
Le altre forme di Neoplatonismo afferman l'immediatezza dell' oggetto
metafisico ponendo l' intùito, ma l' intùito che legittima sé stesso in quanto
che, assumendo virtù riflessa, diventa ragione. Secondo tale indirizzo appunto
è venuta svolgendosi la speculazione italiana nel moderno periodo della nostra
filosofia. Talché noi dovendo, come richiede l'indole stessa del nostro lavoro,
tener conto non pur della ragion teoretica, ma eziandio della ragione isterica,
verremo accennando alla dottrina di Rosmini, Gioberti e Mamiani, che ne sono i
più legittimi rappresentanti. Rifacciamoci dal primo come quegli che per ragion
cronologica e per valore di speculazione va innanzi a tutti. A SERBATI s' é
voluto dar titolo d' idealista piatonico. * Con egual ragione altri potrebbe
dargli titolo di realista aristotelico. Il Roveretano corregge davvero il
neoplatonismo nella ricerca psicologica; ma v' è un punto vitale nel quale,
come si vedrà, ei si palesa più che ne* È un titolo in gran parte sbagliato.
Quelle eh' ei dice propriamente idee per lui sono eeemplari delV eetenxa
inteUigibiUf non' già eeemplatrici per «è medeeime, {ArieU E«p. ed eeam,,
Pref.) Come dunque ò idealista platonico ? platonico. Con ingegno potentemente
analitico, temprata alla severa speculazione d' Aristotele e dell’Aquinate egli
ha dimostrato ciò che in modo assai vago eran venuti affermando gli
aristotelici su la necessità d^ una forma oggettiva nella mente. Ma egli non si
contenta dell'essere in quanto essere: lo dichiara altresì immobile,
immutabile, obbiettivo, inalterabile, se^nplice, uno, immescibile, infinito^
necessario, insussistente, ideale} Ecco il puntello ond' egli s' augura di
spiccare il volo inverso ali Assoluto. Ma innanzi tutto guardiamo tale dottrina
sotto il rispetto psicologico eh' è appuntò il tema precipuo del presente
capitolo. Col porre l'Essere come oggetto primitivo della mente, e col
dichiararlo fornito del carattere d' universalità, il Rosmini taglia i nervi,
come dicemmo, ad ogni maniera di sensismo, e nel medesimo tempo corregge il
Criticismo: lo corregge non già mondandolo (com' ei si vanta) della magagna
della subbiettività di cui non sa neppur liberare sé medesimo, bensì
dimostrando quant* inutile fardello sia quella moltitudine di categorie
originarie ond' il Kantismo si distingue fra' moderni sistemi di filosofia.
Ecco ciò che forma l'onore della psicologia rosminiana. * Ma qual è il suo
difetto? È il non aver indagato fino alla più fonda radice quel eh' egli stesso
appella il minimum della cognizione; e quindi l'aver fatto pesare su l'obbietto
originario un ingombro di note e d'attributi cotanto copioso, da fargli
smarrire affatto il carattere dell' originarietà. E, davvero, cotest' oggetto è
egli ideale? Dunque è già beli' e determinato. Ór come un obbietto determinato
potrà esercitare fun-[PAGANINI mostra 1’affinità fra SERBATI od AQUINO
quant'alla teorica del lume intellettivo. {Sagg. 9opra «an Tomm, éC Aquino e t7
Roeminif Pisa) Vedi Rinnovam. Ptieologia, Nuo. Sagg. SPAVENTA ha pasto in sodo
questo gran merito del filosofo italiano di fronte al Criticismo nel prezioso
opuscolo altrove citato so la ' FUo9ofia di Kant e la tua relazione con la
FUotoJia Italiana, Torino. 2Ìoni di Primo psicologico? Non verremmo cosi a
turbare e confonder l'ordine primitivo della conoscenza col riflesso? Dunque Y
essere ideale nell'organismo della psiche, anziché Primo psicologico, sarà il
Primo logico. Quanto poi air attributo della infinità, egli ha ragione dove
aflerma con san Tommaso, la natura del soggetto dover partecipare a quella
dell'oggetto: e quindi se a questo appartiene il carattere della infinità, non
si vede perchè non debba appartenere anche a quello. Or s' egli è cosi, è
dunque infinito il pensiero? Lasciamo agli hegehani cotesta innocua pretensione
finché non ce n' abbiau dato valide e serie dimostrazioni." Se, inoltre,
cotal forma innata è immobile, immutabile, immescibUe e inalteràbile, perciò
non le sarà dato moversi di per sé stessa. Ella si move bensì, ella diventa, ma
in virtù d' una determinazione, in forza d' un' oppliccunone. Chi recherà ad
atto cotest' applicazione? La [SPAVENTA ha ragione: « V errore di SERBATI non ì
il fare ddV eteere come eeeere il primo eeientijico o logico, ma di fame jil
primo peiedogieo: non U primo pensabile, ma il primo eonoeeibUe, » (Le prime
categorie della Log, di Hegel, negli Aui dtUa B, Accad, di Nap.) SERBATI stesso
prevede questa grave difficoltà, e tenta rispondere in più modi riparando al
solito arsenale delle distinzioni; ma questa volta con assai poca fortuna.
{Peieologia) In altre opere, e anche nel Nuo, Sag., avea chiamato infinito il
pensiero, non però eotto tuui gli aepeUi. Ma un inAnito di cotesta foggia chi
vorrà accettarlo? La creduta infinità dell* oggetto primitivo non ò infinità,
ma indeterminatezza, E di fatto la nota epeeijicante della Ittee metaJUiea^
secondo la sentenza di VICO (si veda) altrove riferita è appunto la
indeterminatezza, la potenzialità, ma la potenzialità non vuota e subbiettiva
de’ AQUINISTI AQUINO e de* Peripatetici, bensì piena, feconda, oggettiva,
essendo nella sua essenza un eonato. Or se questo ò il carattere dell* oggetto,
e se la natura del soggetto ha da rispondere a quella della sua forma, ne
seguita che alreggette indeterminato dee far riscontro una facoltà d*indol6
somigliante. Ma che cos*ò un pensiero indeterminato nel suo oggetto salvo che
un essere potenzialmente infinito, un subbietto che tendit ad infinitum, come
lo deRnisce lo stesso VICO? Dunque 1* indeterminatezza è il carattere precipuo
della luce metafieiea, tuttoché in so stessa ella sia determinata In quanto che
non cessa, ripetiamo, d’essere un oggetto; mentre che la potenzialità feconda è
il carattere del pensiero inteso come soggetto. S. 2Ì ragione. Or bene, la
ragione non vi potrebb' essere mossa tranne che da sé stessa, ovvero dal senso.
Dal senso, no; che saremmo sempre impigliati in una forma più 0 meno schietta
di sensismo, dal quale indirizzo il filosofo di Rovereto rifugge ad ogni patto.
Dunque da sé stessa. Ma, si può chiedere: muovesi ella da sé in quant' è
soggetto, ovvero in quant' é oggetto? In quant' è soggetto, no. Un soggetto
spoglio di forma è una pò* tenza vuota; è la pura potentia, la purafaeultas
degli scolastici: e come tale riesce incapace d'esercitar funzione di Primo
psicologico. Movesi dunque siccome oggetto; movesi in quant' è luce
fnetafisica. Or come si potrà movere s' ella é immobile, immutabile,
immescibUe, iikiZterabile? Da ultimo, il difetto che in tale indagine egli ha
comune con parecchi altri aristotelici, e pel quale vuol esser segnalato come
neoplatonico, risguarda l' origine di cotesta forma ideale. Donde mai cotal
luce? Piove dall' alto, 0 piuttosto rampolla dal basso? Non dall'alto, non
dall' assoluto in maniera diretta, egli risponde; nettampoco dal basso, cioè
dall'esperienza. Rosmini qui ha ragione: nessuno, crediamo, vorrà fargliene
carico. Donde e come, dunque, ella viene? ' • Vedi Antropologia. Sistema
FUotofieo, p. 82. ' Bisogna confessare che nel punto più vitale delle sae
dottrine, eh* è Torigine dell* obbietto primitiro della monte, questo filosofo
fu sempre titubante anche ne* suoi lavori postumi. In alcune opere
evidentemente 8* accosta a san Tommaso, dove dice, per esempio, che Tessere
ideale è un cotal raggio ddla divinità, il quale noi tftdremmo in modo
ineffabile identijì earai con etaa quando ci si potesse disvelare la divina
e$»enMa. (Atto. Sagg., vol. II.) Altrove ritiene che la forma intellettiva non
ci abbia che vedere con Dio; e • dove pur ci fosse un* attinenza, difficilmente
(egli sogin»?"®) ci salveremmo dal panteismo. {FU. dd Diritto, voi. II, p.
195.) E con tutfaO questo el non dubita alTermare, additando la nota scappatoia
della distinzione tra forma reale e forma idecUe, che Dio si comunica al
pensiero idealmeìUe, non già realmente ! Ma che cosa ò mai, e come avviene
cotesta eomunieagione ideale f Che 8*ella è possibile, come, in tal caso,
potrete salvarvi dal panteismo ideale? Il Rosmini parla chiaro (Teoeojia, su la
Partecipazione del divino nella inteUigmza) ove dice che 1* essere iniziale
della mente e 1* estere divino sono addirittura identici. Dunque non v* è
scampo: o egli non riesce a salvarsi dal panteismo, ovvero deve attribuire all'
obbietto della mente la 11 Rosmini crede potere attinger la notizia dell'
assoluto ponendo in opera alcuni espedienti, per esempio il processo d'
dimincunone, d' intcgrcmone e slmili. Ma sopra qual fondamento si basano
cotesti processi? Appunto sul concetto dell'Essere ideale. Da cotesto concetto
egli stima possibile trar gli elementi a comporre quello dell' obbietto
metafisico. Perciò dagli attributi dell' ente ideale vuol concludere a quelli
dell' essere in sé: perciò dal simile vuol procedere al simile. Or cotesto è un
processo senza processo: è un processo apparente, illusorio, perchè dal simile
non si procede al simile, ma si è nel simile. D' altra parte, per isquisiti che
si voglian supporre i metodi eh' egli adopera a tal proposito, mai non avverrà
che gli attributi dell' ente ideale possano porgere quelli del reale. In che
maniera convertir le note d'assolutezza, d'universalità e d'infinità, che son
proprie dell'uno, con quelle dell'altro? E dove e come poi andare a ripescar
l'attributo della realtà? Checché se ne dica, a tale domanda ei non risponde, o
ricasca nel ginepraio delle viete argomentazioni scolastiche. E mentre crede
compiere o correggere il celebrato argomento di sant'Anselmo, non s' accorge il
grand' uomo come restino tuttora incrollabili le gravi difficoltà affacciate
dal Criticismo. Pur non ostante egli reputa negativa l' idea di Dio. Or come
negativa se ci avete saputo disasconder tante peregrinità a questo riguardo? E
s'ella é davvero negativa, non siamo già nel Positivismo? E se non é
assolutamente negativa, perchè non è tale? perché non può esser tale? nota
della realtà alla maniera del Gioberti. In altra opera postuma {Ari9t, Etp, ed
etam,) le titubanze non iscemano; perchò quantunque modifichi in alcune parti
la sua dottrina l’essere nondimeno ^W si prosenta sempre come ideale^ e crede
confermar la propria sentenza con r autorità d'Aristotele. Dalla prima ali*
ultima opera del Rosmini, dunque, il problema su la conoscenza s’aggira sempre
nelP equivoco tra il Primo pticologieo 6 il Primo logico; ne qnindi crediamo
che l’Idealismo Rosminiano siasi di mano in mano accostato air Ontologismo del
Gioberti, come pensa il eh. FERRI (Est. tur VHist. de la Phil. en Italie) La
guisa ond^ il Boveretano crede poter penetrare nel mondo metafisico non
sarebbe, a parlar proprio, un processo, una mediazione. Nessuna conversione
sarà mai possibile fra due termini simili appunto perchè fra questi, ripetiamo,
non è possibile un intervallo. £ dato ci sia cotesto intervallo, è poi
necessaria una continuità ideale; la quale, unzichè per comunicazione dell'
oggetto, com’egli pensa, avviene per eduzione per parte del soggetto. Né è
maraviglia eh' ei non abbia visto tali necessità, chiunque pensi come la
filosofia di SERBATI partecipa a quel difetto che, come altrove notammo, è il
verme pia micidiale che roda il kantismo. Tutto in lui sembra immobile, freddo,
sterile come il suo ente ideale. Psicologia, ideologia, cosmologia, storia,
diritto, politica e religione, nel loro insieme, paion quasi altrettanti
organi, anziché un organismo, perocché uiun soffio vitale imprima forza e
movimento a tutte queste membra. A lui, in somma, fa difetto l’esigenza del
processo. Eppure air A. del Nuovo Saggio non sarebbe mancato il fondamento
positivo sopra cui avrebbe potuto innalzar r edifizio della psicologia, e
apparecchiare cori la soluzione d'alcuni problemi cosmologici. Avrebbe avuto
una gran chiave nella sua teorica sai Sentimento fondametìicde, intomo a cui
nessuno, dopo Aristotele, ha saputo discorrere con eguale acume e accuratezza,
come saggiamente osserva il Ferri.^ Ma neanche in questo ei potè pervenire a
disascondere quel secreto vincolo che in seno all'unità primigenia del Noù;
potenziale annoda [Però Gioberti non a torto rassomigliò ad uno ttaUauUe il
sistema Rosminiano. La forma stessa del suo iugesrno mostra cotal difetto. Kcco
perchè non gli fa dato cogliere, come accennammo il valore del metodo Tichiano.
Ecco perchè altra lllosoila della storia agli occhi suoi non dovrebb* esser
possìbile, fuorché quella d* Agostino, del Bossuet, dello Schlegel, del De Maistre.
Non altro concetto sociologico, salro che quello della società divina
naitirale. Non altra cosmologia che quella del Tomismo. Non altra fisiologia e
patologia, tranne che quella de* Tocchi vitalisti. . la visione ideale, la
percezione empirica, nonché il sentimento fondamentale.' I difetti del Rosmini
prese a correggere GIOBERTI; ma die neir esagerazione. In maniera invitta egli
mostrò la fallacia della posizione dell' ente ideale, ma cadde nell’arbitrario
anche lui quando ingolfossi nel mare magno del suo intùito. Se infatti havvi
dottrina psicologica la quale più spiccatamente contraddica al criterio della
conversione, e quindi all' esigenza metodica aristotelica della Sdema Nuova, è
appunto quella del Neoplatonismo che con entusiasmo senza pari, con ingegno
mirabile e con vena fecondissma di speculazione egli prese ad innovare fra noi
con anima ITALICAMENTE generosa. A nessun italo oggi potrebb’esser lecito
disconoscere i grandi meriti del filosofo subalpino: a nessuno i benefizi
grandissimi che in età assai triste sepp' egli operar nella mente e nell'animo
di tutti con le sue scritture. ' fi noto come per SERBATI sia U tentimeruo
intimo e perfettamente uno che uniece la eeneitività e V intelletto. {Nuov.
Sagg. ; Ariet.). Ma in che maniera poi accordare questa sentenza con
quell’altra ove dice, la ragione eeeer quella che unieee il eentibile e V
intelligibile f {Pncologia). L* anità de* due elementi qui sarebbe posteriore,
mentre sarebbe ante^ riore la dualità, e quindi, come dualità primitiva,
inconcepibile. Il che ci è confermato da lui stesso dove afferma, la vitione
ideale non aver relazione di torta con la percezione empirica, {Antropologiaf
C. VILI). Ora a me pare che il Sentimento fondamentale avrebbe potuto porgrersi
a lui come base d* una dottrina psicologica razionalmente positiva, quando
avesse pigliato a considerarla come unità Iniziale, come sintesi originaria del
doppio elemento della conoscenza: il che non apparisce in alcun luogo delle sue
scritture. Che cos*è, infatti, il Sentimento fondamentale f te V atto onde V
anima vivifica il corpo, {Antropohf.), Or bene, checché se ne possa dire,
cotesta evidentemente è psicologia neoplatonica, e però tutt' altro che
positiva. Invece per noi il Senso fondamentale ha natura di conato, e quindi
rappresenta, anzi incarna il momento in che la vita, la ^uvauc; biologica,
superando so medesima, passa ad assumere anche valore di pensiero. In altre
parole: l'anima pel Rosmini è energia primordiale, ò una originariamente (Ibi,
e. IX); ma è una come anima, non già come anima e corpo, come vita e pensiero.
E con questo difetto, eh egli ha comune co' platonici e con sant'Agostino come
v^emmo, contraddice evidentemente all'indirizzo medio arittoulico secondochè
noi lo intendiamo. Ma chi è oggimai che vorrà propugnare sul serio la sua
teorica psicologica tuttoché sia da accogliere e svolgere non pochi principii
della sua Protologia? ^ Fra le molte e gravi obbiezioni mosse contro V
ontologismo giobertiano, noi ci restringeremo a ripetere quella semplicissima
affacciata poco fa contro il Rosmini, e che con assai più ragione s' attaglia a
GIOBERTI. Come oggetto primitivo del pensiero, la formula dell' Etite creante è
un oggetto determinato, sia che si tolga a considerar la natura de' suoi
membri, sia che la specie di relazione che li rannoda in organismo. In che
maniera dunque può essere inizio, principio della genesi psicologica? Anziché
il minimum del pensabile, qui s' avrebbe il maximum del conoscibile. Or s' egli
é così, la scienza, io chiedo, sarà ella generazione, conversione, eduzione, o
non più veramente copia, imitazione, ritratto d' un vero che non ci appartiene?
La posizione dell'Intuito giobertiano è dunque arbitraria, ipotetica,
oscurissima, come primo d'ogn' altri ebbe a mostrare lo stesso SERBATI. Perciò la
formula non può essere riguardata, secondochè pretendon gli ontologisti, come
sorgente d' ogni scienza, criterio d' ogni scibile, fondamento d' ogni
dimostrazione, come Primo ed Ultimo del pensiero. Il Nov; degl’ontologisti
italiani è la vecchia dottrina dell' Intelleito agente^ ma passata attraversò
la scolastica, e ricorretta dal pensiero filosofico cristiano. È r
IntelligibiHtà, la VerUà di sant'Agostino, ma determinata, concreta, reale. È
la Reminiscenza platonica, ma fatta viva, presente, parlante al pensiero. Egli
dun* Ved. il nostro opusc. Introduzione allo ttttdio delle acìenxe naturali e
ttoriche, Firenze, Celiini, Ved. GIOBERTI e il Panteismo, Lucca. Dopo il
GIOBERTI di SPAVENTA è impossibile difendere l’intuito del filosofo di Torino:
se ne persuadano gli ontologisti. Noi accettiamo la sua critica: ma chi ?orrà
accettar le conseguenze eh «i ne trae, o la relazioni eh' egli pone fra Io
Ctisiologismo, in generale, o l’Idealismo assoluto? Anche qnant*al concetto
creativo della /Vo(o/o^ fra Tuno e r altro sbtema, come avvertimmo, corre un
abisso. ' « que è r esagerazione del Platonismo. È un iperpsicologismo avente
il suo primo puntello nel catechismo, né può quindi essere accettata dalla
ragion filosofica positiva.* Sennonché gli ontologisti si fan forti, come
accennammo, della celebre sentenza vichiana su la rispondenza fra r ordine
logico e Y ordine ontologico." Il nostro filosofo non parla d' ordine
logico e ontologico, ma sì d' un Primo logico, e d' un Primo Vero Me[Qui
abbiamo inteso accenDare alla dottrina deir Intuito come ci è data nelle prime
opere di GIOBERTI. Ognuno sa che nelle scritture pòstnme egli Tiene talora a
modificarla sì che s* accosta a SERBATI, o meglio, ad AQUINO. Per esempio,
dice: {De Univ, Jur. Da questo lemma è agevole argomentare che Dio è Primo, sia
che tu lo consideri come essente, sia che come conoscente. Qui non v* ha luogo
ad interpretazioni. Ma vi è il lemma VII che dice: Itaque Primum Verum
Methaphysieum et Primum Verum Lo ' gicum, unum idemque esse. Qui la critica interpretativa
è necessaria, perchè qui la contraddizione con l' insieme delle altre sue
dottrine è pur troppo evidente. Se la rispondenza cai allude il nostro fosse da
interpretarsi come pretendono ontologisti e nooplatonici, olla contraddirebbe
alla dottrina del conoscere e del metodo; la quale in siffatte ambiguità dee
prevalere nel pensiero del critico, come quella che costituisce propriamente
l’originalità di VICO. Se dunque in forza del suo criterio la scienza
debb’esser frutto d’uno s?olgimonto riflesso e di ricerca e di critica
essenzialmente eduttiva, parmi evidente come il rapporto fra r ordine delle
cose e quello delle idee, anziché di corrispondenza originaria e di
parallelismo primitivo, abbia da essere invece di rispondenza derivata, e di
parallelismo riflesso. In una parola: cotesto parallelismo,cotesta equazione,
non è un principio, è un risultato. Nel che 11 fliosofo di Napoli, com* era da
sospettare, interpreta ed invera il beninteso Aristotelismo, perchè è lo stesso
Aristotele quegli che osserva come la radice di tutti gli errori de' Platonici
sia per l'appunto la confusione dell'ordine logico con l'ordine dell'essere, e
però delle causo reali dell'essere, con lo cause formali della scienza: KW ou
TtdvroL o€a tu \6yù» zjporepoiy xaì tVì oÙTc'a vipÓTspx^ {Metaph.). tafisico,
considerandoli entrambi come unum idemque. Siamo dunque nel panteismo? ovvero
in una dottrina neoplatonica? Intendiamoci. Qual debba essere per lui il Primo
psicologico, s' è visto. Or quali han da essere, in armonia con le sue dottrine
psicologiche, il primo logico e '1 Primo ontologico? Il Primo logico sarà, né
vi cape dubbio, un principio mediato, risultante, secondario, cioè posteriore
al Primo psicologico. Se infatti il processo della psiche s' attua ingradandosi
in pili gruppi di facoltà componenti fra loro un organismo; e se il processo
conoscitivo importa una serio di leggi atte a governare le diveree funzioni,
che vuol dire le facoltà stesse avvisate in relazione co' loro prodotti
(rappresentazioni, fantasmi, concetti, nozioni, idee, giudizi ec.); avviene che
come, data una funzione, è già beli' e dato logicamente il suo prodotto e
quinci una serie di leggi che ne regga lo^'svolgimento; così, posto il Primo
psicologico, non potrebbe a verun patto mancare il Primo logico. Ora se il
Primo psicologico è V essere indeterminato, eh' è dire il Nov; potenziale, in
quant' è luce metafisica; quale sarà il Primo logico? Non altro che l’essere
nella sua prima determinazione riflessa: l'essere in quanto ideale; il quale
perciò suppone, sotto il riguardo cronologico, il sensato reale, il fatto;
stantechè il senso, come toccammo, resti incluso nel circolo psicologico.
L'ente ideale adunque è un primo: qui ha ragione SERBATI. Ma è anche un ultimo;
uUimo psicologico, e primo logico. Al qual proposito giova notare che ove il
Roveretano avesse riguardato a questa maniera 1' Ente possibile, non sarebbe
caduto nell'aperta contraddizione di considerar l'essere come ideale^ e come
immobile ad un tempo; stantechè se in quanto è luce metafisica, cioè in quanto
originario ei non può non essere indeterminato, come ideale invece è
mobilissimo, essendo già beli' e determinato, e come tale ci esprime lo stesso
moto della facoltà, la facoltà in quanto è funzione. Quale sarà intanto il
Primum Verum Metaphysicum? Posto il primo logico e quindi '1 processo della
logica e r orditura de' concetti, il lavoro speculativo della mente non può ad
altro pervenire fuorché ad uno di questi due risultati: o air essere
indeterminato riflesso qual è, per esempio, l’indeterminato secondo eh' è posto
dall’Hegelianismo quasi chiave di volta dell'edifìzio dialettico; ovvero all'
essere determinato mercè Tartifizio del metodo compositivo sintetico, d'
integrcurìone; voglio dire, all'essere pieno, all'essere fornito delle note più
eminenti o delle primalità cui sappia poggiare il pensiero speculativo soccorso
dall'esperienza. Ora il Primo vero metafisico al quale accenna Vico non può
esser l' ente indeterminato inteso come luce metafisica, perchè questa, essendo
essenzialmente indeterminata, cioè indeterminata per necessità di natura in
quant'è oggetto primitivo della mente, è quindi un Primo psicologico anrichè
metafisico. Non può esser neanco l' Indeterminato così detto dialettico al
quale, come voglion gli Hegeliani, per un' assclida e subitaifiea astrandone si
levi la mente e vi si estingua, e in grazia di siffatta estinzione scoppi la
prima scintilla dialettica. E non può essere, sia perchè cotesto Indeterminato
contraddirebbe al con* cetto che il Vico ci porge dell'assoluto, sia perchè,
frutto d'un lavoro onninamente astrattivo, manca necessariamente d'ogni
condizione d'obbiettiva e metafisica sussistenza. Se dunque non è l'
indeterminato né come luce metafisica né come posto dall'astrazione, che eoe'
altro sarà fuorché l' ente concepito come determinato nelle sue primalità
essenziali, l’ente trascendente, il Nosse-Velle-Posse infinUum? Sennonché, per
metafisico che sia cotesto essere, ninno vorrà dirlo reale. Donde trarre
siffatta determinazione? Forse da un intuito primigenio? Ipotesi! Dal regno de'
fatti e della ' Il Primo Hegeliano, dice Spaventa, ò queUo che non ha altra
denominanione che di non averne alcuna, {Ddle prime Categ. della Log. di Hegti,
Hbqil, Log., trad. VERA) esperienza? Impresa vana! Dalle viscere dello stesso
pensiero per astrazione assolila e subitanea? Illusione! D' altra parte,
tuttoché entità ideale, non per questo sarà lecito credere che il Primo
metatìsico abbia da essere assolutamente astratto, poiché come determinato,
cioè come concepito e costruito dalla mente, è pur mestieri eh' e' risponda ad
una realtà. Egli dunque è metafisico ma non per questo può cessare d'essere
identico al primo logico. Perchè? Perchè da questo appunto lo trae la virtù
speculativa. Vico dunque ha ragione: il primum verum metaphysicum è unum
idemque col primum logicum, giusto perchè il pensiero vien costruendo l'uno
mediante l'altro. Brevemente: egli è metafisico, perchè ha valore obbiettivo;
ed è poi unum idemque con l' essere logico e però col Primo psicologico, perchè
non è, a dir proprio, una realtà, quantunque per necessità metafisica abbia un
riferimento alla realtà. Ma qui si può chiedere: dunque il Primo metafisico non
sarà egli né assolutamente reale, né assolutamente ideale, né obbiettivo, né
subbiettivo? Precisamente così. Non è l'una cosa né l'altra, ma è r una e l'
altra insieme, stantechè sia potenzialmente infinito. E poiché come infinito
potenziale non è perfetta conversione di sé con sé medesimo, però fugge, quasi
diremmo, sé stesso. EgU è, in somma, un essenzial conato; e come tale non può
non riferirsi necessariamente ad una realtà, e in questo senso possiede natura
metafisica. Dico necessaria tale oggettività, perchè il Primo metafisico,
quando sia determinato dal pensiero speculativo, non è altro che la stessa
triplicità psicologica, ma riguardata nella sua universalità. Che cos'è mai
cotesta triplicità universale? È mentalità in sé, è dialettica in sé, è
oggettività in sé. Ella dunque non può esser considerata nell' individuo, ma
fuori dell' individuo, in un soggetto appo cui le primalità dell' essere si
convertano e compenetrino: il che è davvero impossibile nell' individuo, come
quello che non è il pensiero (voùc) ma la facoltà del pensiero (vouc ^wa^ust)
secondo la sentenza aristotelica. Se il Primo metafisico, inoltre, fosse
indeterminato, non avrebbe alcun opposto, quantunque serbasse distinzione come
oggetto di pensiero. Al contrario éoncepito come determinato, e' tosto diventa
obbiettivo ; e così da Primo vero metafisico assume virtù di Principio metafisico.
Or che cos' è questo principio metafisico? Che cos'è la realtà alla quale ei si
riferisce? È l'Assoluto: ma l'Assoluto che è davvero assoluto, come appresso
mostreremo. ÀR1ST., De An.t li, iv. Cfr. anche la Metaph. Secondo
l'interpretazione che noi qui abbiam dato alla sentenza del Vico 8i può dire
che il Primo Metafisico, essendo il vero in attinenza col realtf sia il fatto,
cioè il fatto del pensiero speculativo, il fatto della scienza che convertesi
col Vero assoluto, il quale, come vedremo, è il primo fatto per eccellenza.
Accade perciò che il Primum Verum Metaphysicum debba riguardarsi come anello di
congiunzione fra la Logica e la Metafisica; ond'ò che fra queste due scienze,
anziché esserci quella mediazione Hegeliana la quale in sostanza ò una compenetrazione
assoluta, ci è invece conversione; e la conversione esprime non già identità
nella difTerenza, ma identità e insieme differenza. Vi è, in altro parole,
medesimezza di legge, di forma, e qnìndi continuità ideale; ma ci è pure
differenza, differenza essenziale, differenza di contenuto, e però intervallo
retde. Ecco perchè il Vico, svecchiando un principio aristotelico, afferma: «
Qìullo eh* è metafisico in quanto contempla le co»e per tutti i generi delV
eteere, la steesa è la logica in qwanto considera le cose jìer tutti i generi
di eignificarle. Questa relazione fra la Logica e la Metafisica fu dal nostro
filosofo incarnata sotto forma simbolica nella IHpiniura ; e nell' Introduzione
alla Scienza Nuova la venne determinando nel concetto del M(»ndo DILLE Menti r
di Dio. Menti pensiero spirito, e perciò Psicologìa Logica e Ideologia, come
vedemmo, formano tutt*un processo. Un processo ha da essere anche l’Assoluto.
Ma le Menti e Dio formano anch' essi un processo, un organismo, un Mondo: in
quanto che fra que'duo termini ci ha da essere conversione. Questo tutto
organico lo dicemmo proceeto ideale per parte del primo termine, cioè delle
Menti, nel senso che ha da essere mediazione razionale, conoscitiva. Perciò
Primo vero metafineo e Principio metafinco. Logica e Metafisica, Menti e Dio,
compongono un Mondo; un Mondo superiore a quello della Natura nonché a quello
dello Spirito, inteso questo come sviluppo isterico, come storia che è Vita
Humani Qeneri, Dal tutt' insieme quindi si vede come il suo Primo Vero
metafisico non sia nient' affatto una vuotaggine, un’entità formale e puramente
astratta. È la sua luce metafieica^ non già indeterminata, anzi determinata
mediante sé stessa; determinata mediante il processo eduttlTO. È il risultato
estremo del Noùc attuale e Veniamo al vivente rappresentante del Neoplatonismo
in ITALIA. L'illustre ROVERE ha visto la necessità d'imprimere novella forma e
rigor logico alla dottrina platonica della conoscenza, modificando la teorica
di GIOBERTI, e correggendo quella del Rosmim'. A spiegare perciò l'elemento
universale del pensiero ei si raccomanda alla solita àncora di salvezza,
l'Intuito del l'Assoluto, ma con l’interposmone delle idee; le quali per lui
somiglierebbero quasi ad altrettanti spiragli ond'alla mente lampeggia la
Divinità. Tutto ciò, del resto, non toglie eh' egli abbia da ammettere doppio
ordin di conoscenze, percezioni e intellezioni, assai diverse fra loro e pur
fra loro collegate per via di rappresentansia. Ma non potendo intrattenerci a
riassumer le ragioni sopra cui si regge cotal dottrina, ci ristringiamo a far
poche osservazioni guardandola segnatamente sotto l'aspetto psicologico. Due ne
sembrano i difetti principali: l’nvocare l'intuito dell'Assoluto nello spiegar
l'elemento universale della conoscenza; 2** non dimostrare per che mai ragioni
l' ordine delle percezioni abbia a rispondere a quello delle intellezioni. Se
ne l'intellezione, come vuole il Mamiani, può rampollare in modo alcuno dalla
percezione, uè questa ci ha che vedere con quella tuttoché entrambe devano
esser congiunte in armonia; la dottrina psicologica del rifleASo; epilogo della
scienza psicolo^^ica, e però Defìnwione e Principio della Metafisica. Or la
luce in quant’è oggetto del Noù; potenziale no! la dicemmo metafitioa perchè,
quantunque superiore al sensOf è nondimeno po9ta da natura, ò originaria, e
quindi essenzialmente obbiettiva. La conclusione dunque parmi chiara: Primo
pticologico, Primo logico' e Primo vero metaJUioo non sono tre entità ruote e
formali, giuochetti d'astrazione, indovinelli da algthritiij come direbbe lo
stesso Vico, ma sono tre anelli d’una medesima catena, tre momenti dinamici d*
una medesima energia essenzialmente obbiettiva. Questa (per concludere contro i
Neoplatonici ontologisti) parmi V interpretazione più acconcia del rapportoche
il filosofo di Napoli pone fra il /Vìnto logico e’1 Primo vero metafisico, e
quindi fra l’ordine logico e l’ordine ontologico. Ogn' altra non riescirebbe a
salvarlo dalle contraddizioni col proprio metodo, e tanto meno poi dalle
incongruenze con la ragion filosofica positiva. Pesarese parrebbe, come ad
altri è parsa, una specie d'alcliimia. Per quanto diverse, le percezioni e le
intellezioni hann'a convergere si da appuntarsi quasi due raggi in un centro
comune, cKè V unità sostaiìzUàe dello spirito. Or non è questo precisamente ciò
che da ventidue secoli va chiedendo il pensiero filosofico: come mai, cioè, se
diverse, elle compongono fra loro unità? Abbiamo un intùito di qua, e un
intùito di là: la percezione che avvertendo un termine estriìiseco lo apprende
siccome forza, e la visione, l'intùito ideale^ che con T interposizione delle
idee coglie l'Assoluto. Non siamo già in una forma di dualismo psicologico che
fu ed è sempre la pietra d^nciampo d'ogni fatta platonici? Non abbiamo qui
sott' occhio Y etemo e gravissimo difetto del Neoplatonismo, la mancanza di
processo? Oltre l’alchimia (col dovuto rispetto al grand' uomo) qui veggiamo
una macchina a doppio retaggio: senso e concetti, esperienza e luce divina,
fatti e Assoluto splendente cui lo spirito inerisce con marginale adesione, e
per via di contatto spiìituale. Chi fa tutto ciò? Come avviene tutto ciò?
L'illustre di Pesaro ci dice e ripete a sazietà, che fra l'ordine delle
intellezioni e quello delle percezioni ci ha corrdaeione ordinata e continua,
rispondenza puntualissima^ squisitissima armonia. E sta bene: chi non è
scettico sistematico non penerà gran fatto a riconoscere e sentire cotesta e
ben altre armonie. Ma quel che ignoriamo, e pur vorremmo sapere, è appunto il
motivo di cotesta squisita rispondenza. Or questo motivo, non ci è, o almeno è
impresa non molto agevole rinvenirla nelle Confessioni d*un metafisico Perocché
s'io ho da coglier l'Assoluto mercè l'idee, o, meglio, se è l’Assoluto quegli
che ha da comunicarmele Mamiaki, Con/ftioni d'un mttaJUieOf Idem, eo: € come
avvenga che ad una data pereenone rieponda una daUx idea? non già
graziosamente, anzi inevitabilmente, quale ne sarà la conseguenza? Sarà che la
ragione onde questa 0 cotesta percezione ha da rispondere a quella o
quell'altra intellezione, in altro non si potrà occultare fuorché in un vieto
occasionalismo, od in una vieta e grossolana armonia prestabilita. Non v'è
scampo. No' parecchi cangiamenti cai è andata sogrgetta la mente del Mamiani,
sol una dottrina è rimasta immutata nelle sue scrìttnre, e della quale ei si
loda più d* una volta. È la dottrina su la percezione, che il nostro egregio
amico prof. Ferri dichiara bellissima. Bellissima sarà: ma è altrettanto salda?
Forse che Ano SERBATI con r acuta lama della sua crìtica non la ridusse a
polvere nel suo Rinnovamento f Intendiamoci bene. La percezione del Mamiani non
è senso, e nemmanco, a dir proprio, giudizio. Che cos*ò dunque? È e im intuire
V atto involto nella 8en9axione die congiugne in uno due termini^ oggetto
eentiio e avvertito come fortOy e soggetto tentenìe. » {Oonfeasionif ;
Meditazioni Carte»). Or bene, che è egli mai cotesto intuire? Quar è la natura
intima di quest'atto? È difficile averne risposta ben determinata. L'animn,
dice il Mamiani più d*una volta, è dotata d^una veduta it^eriore di ti
medeaimaj e questa interior veduta è quasi occhio mentalcf pupilla spirituale,
anteriore al fatto della percezione. Che cos* è, di grazia, cotest oeeAio,
cotesta pupilla, cotesta veduta interiore f È forse un giudizio? No, risponde:
che alla funziono giudicativa devq andare innanzi la percezione. {Confeenoni).
Che cos*ò dunque? Per quanto altri voglia andar ricercando no' copiosi volumi
di questo Neoplatonico, mai non gli verrà fatto ripescarne risposta. Ora a noi
pare che tal veduta interiore di si altro non possa essere tranne che un
ritorcersi, un geminarsi primitivo, e perciò un insieme d'oggetto e di
soggetto, una triplicità iniziale, uu giudizio. Sarà giudizio sui generis; sarà
giudino fcUto stnxa riflessione come direbbe il Vico; ma, in sostanza, ò
giudizio. Se dunque è tale, non importa un oggetto? Or quale sarà l'oggetto
dell' infmor veduta, cioò la luce di queir occhio, dì quella pupilla t V Ente
possibile no, certo: e il Mamiani con dialettica stringente e per quattro
differenti capi s' accinge a far minare dalle fondamenta la teorica rosminiana,
e in parte vi riesce. Che cosa dunque sarà? A quel che ne pare, neanche qui
egli risponde. E, checché possa dirne, certa cosa è che so l'anima è davvero
dotata d'una interna veduta (la quale perciò è logicamente anteriore alla
percezione), a spiegar questa non si può prescindere da quella. Se la cosa
infatti non procedesse così, in che maniera la percezione verrebbe capace di
trascendere i limiti del puro sensato ? Brevemente: l' Io non percepisce, V Io
non avverte un termine esteriore siccome /orsa, senza eh' e' /)ereept«ca e
avverta so medesimo. Or che cos' ò il percepire sé stesso, tranne che un atto
giudicativo ? Dunque anteriormente al fatto della percezione (com' ei la
intende), ci ha da Se non che, la più fresca novità delle Confessioni è r
intuizione dell'Assoluto; quindi la invitta prova che ne scende, secondo ROVERE
(si veda) Mamiani, su l'esistenza di Dio; quindi la salda costituzione a priori
della Metafisica. Innanzi tutto: se cotesta intuizione non è altro fuorché una
semplice contiguità, un' adesion marginale del pensiero con l'Assoluto, non è
chi in essa non sappia ravvisare quel toccamento spirituale de* Yecchi
Neoplatonici, dottrina rinverdita, quindici anni avanti '1 Pesarese,
dall'illustre neoplatonico Pomari. Vero è che la sentenza la quale a tal
proposito risulterebbe dall'insieme delle sue dottrine potrebb' esser questa:
che il suo intùito non sia già un atto originario, potenziale, essenziale,
bensì tutt' un ordine d' intuizioni per quante potrann' esser le idee
attraverso alle quali avvien che traspaia l' Assoluto. Or s' egli è così (né
sappiamo dir davvero s' e' sia così), perché aflFermare più d'una volta, esser
necessaria, inevitabile uxìl intuizione perenne e immediata délV Etite
sortitaci da natura e dalla essenza dd nostro spirito? * Se l' intuizione
dell'Assoluto é un atto essenziale, come potrebbe non esser primitivo? E s'
egli é primitivo, non è a reputarsi anteriore logicamente alla percezione? In
sostanza, se l’Assoluto é quegli che ^presenta al pensiero, e' s'ha a mostrare
fino dal primo atto della mente; la quale perciò sarà mente, sarà penessere
qualcos'altro che ne sìa la vital condizione. Evidentemente r acuta pupilla
speculativa del Pesarese non s’è profondata nolla natura di siffatta
condizione. E puro con quest* alchimia e' non dubita credere d* avere una buona
volta composto in armonia 1* antica lotta fra Platonismo ed Aristotelismo ! '
ROVERE dice: « balena con evidenza V intuito cT una poeitiva, immota ed
universale realtà^,, indeterminata e inqualiJiiMta e perciò oeeura e non
deecrivibile, > {Meditaz, Carte».) Non è egli cotesto V ohbiette
intelligibile colto dall* intùito, nulla interpoeita creatura, di che parlano,
per esempio, i seguaci di sant* Agostino, e, fra questi, il Fornarì? (Ved. VelV
Armonia Univ.). Meditai, Cartee, Questa sentenza, come ò chiaro, è in aperta
contraddizione con quell'altra onde il Mamiani afferma e ripete, nulla non
v'esser nolla sua dottrina d'innato, nulla di primitivo. Vedi Riep, al eig,
dott, Akt», Brentazzoli, Bologna] siero, solo in grazia di chi le sta dinanzi.
Ora se il yero, metafisico o no che sia, non è fatto dalla mente, ma da essa
ricevuto, evidentemente il Neoplatonismo di ROVERE viene a contraddire alla
dottrina psicologica del Vico, rompe contro alle severe obbiezioni mosse al
Gioberti, e massimamente soggiace a quella grave difficoltà che Aristotele
oppose al suo gran maestro circa la inu* tilità deir esperienza e de' fatti e
delle percezioni, posto che il vero e l'universale, in che risiede propriamente
la scienza, debba ne' suoi principii derivarci dall'alto e dal di fuori, meglio
che dal didentro/ Se non che, ingegno elegantissimo e ricco di vena poetica,
questo filosofo spesso indovina. Talora infatti sembra non esser l'Assoluto
quegli che determina e significa se medesimo nelle idee; bensì la mente stessa
la quale, generando cotesto idee, determina idealmente, esprime e significa l'
Assoluto : tanto che non sarebbe altrimenti lo splendor divino che penetrando
quasi attraverso gli esilissimi spiragli delle idee ne promoverebbe l'intùito,
ma la stessa virtù riflessa ne verrebbe argomentando r esistenza e la natura
per necessità eduttiva. Ora solo * AbisTm M«iaph.y Mamianì potrebbe dire: il
mio intiiito sta in ciò, che ogn* idea, avendo a significare per propria natura
un obbietto, debba importare un' enistenza etema, ed una $peciaU determinazione
ddVente aMolìtto e infinito. Accettiamo anche questa posizione. Che cosa ne
Terrà? Poiché gli obbietti tignijiecuiei dallo idee non potranno esser altro
salvo cho determinazioni ad intra o determinazioni ad extra delr assoluto,
sorge la necessità di spiegare se 1* intuito s* appunterà verso le une, meglio
che verso le altre. Stando alla dottrina della maboinalb ADS8I0NR e del
toecawtento epirituale, V intuito, non essendo un atto penetrativo, coglierebbe
le seconde anzi che le prime: e quindi, innanzi ogni altra determinazione dell*
assoluto, dovrebbe afferrar quella dell* atto creativo. Or se questo è vero,
parmi evidente come la dottrina del Mamiani su la conoscenza non si discosti
neppur d*un apice, quanValla sostanza, dalla dottrina di Gioberti, il quale non
ha mai preteso che il suo intùito abbia da essere un atto penetrativo. Ma il
termine esterno, il sensato (egli dirà) si ha per via di percenone, Ad un acuto
Qiobortiano qui non tornerebbe guari difAcile cogliere l’autore delle
Oonfe99ioni in aperta contradizione con so medesimo. Nelle Con/e99Ìoni è sempre
T Assoluto quegli che s'affaccia ed eccita e promovo lo spirito al pensiero, e
solo in qualche luogo (per per cotesta via egli avrebbe potuto correggere il
Gioberti, e riconoscere insieme la parte di vero che è pur nelle dottrine
Rosminiane. Solo per cotesta via avrebb'egli inverato il Platonismo, e
dischiuso fra noi un periodo novello di speculazione feconda, razionale,
positiva e, che più rileva, conseguente alla storia della scienza. E solo per
cotesta via non sarebbe incappato nella incoerenza di porre l'assoluto come
uiroOt^tc, e in un'ora medesima dichiararlo oggetto d'intùito. Perocché se con
l'analisi delle idee ci è dato risalire per logica necessità fino a cotesta
uttotsjc;, a me pare che una dottrina psicologica 0 ideologica, la quale
invochi '1 sussidio d'un intuito, sia un fuor d'opera addirittura. Con ciò
stesso avrebbe corretto il valor rappresentativo delle idee, eh' è r altra
originalità cui pretende il Neoplatonismo di ROVERE. Quale attinenza è mai fra
l'idea e l'ideato? Non quella di somiglianza come han creduto balordamente i
Malebranchiani, egli risponde; ma si quella d'una vera e propria
significazione. Eccolo dunque anche qui, senza addarsene, alla famigerata
wa/jo^ix platonica tanto invocata da Gioberti nella sua prima maniera di
filosofare. Nel che il Pesarese, anziché progredire, è rimasto molto indietro
all' autore della Protólogia nella quale, com' é noto, il concetto della
piOiSi; rivelasi improntato d'una forma novella, e, fino a certo segno,
originale. Ma lasciando stare del regresso e dello scadimento notevolissimo che
nella specuhizione italiana ci segnano le Confessioni d' un metafisico ove si
ponga a riscontro lo dottrine del ROVERE (si veda) Mamiani coll’ultima forma
cui s' era levato r ingegno potentissimo del Gioberti, è bene qui accennare
un'ultima osservazione su l' attinenza che il pesarese pone fra le intellezioni
e il loro obbietto) fa trasparire la nuora tendenza cni allodiamo. Ma noU*
opuscolo dì risposta ni BONATELLI (si veda) (Bologna) questa tendenza è pid
chiara, tuttoché manifestata foggevolmente e forse Inconsapevolmente. Dico
inconsapevolmente perchè nelle Meditazioni rinnovate e* ricasca nella solita
presenaialità, nella tolita marginale ndenone^ come ci attestano le sentenze
qna dietro riferite. Le idee importano il divino, egli dice; poiché non sono
fuorché altrettanti simboli, altrettante significazioni dell' Assoluto. Se
questo è vero ne segue che, in quanto simboli e segni, elle non avran valore
infino a che cotesti simboli non siano intesi e interpretati. Macome la mente
potrà giugnere ad intendere e interpretare siffatti segni? Mercé l'ordine delle
percezioni. Or bene, se l' idea non basta a significar sé medesima né a farsi
intendere da sé, evidentemente per noi ell'é come un chiaror confuso, vago,
indeterminato, insignificante, e quindi al tutto inutile alla scienza. D' altra
parte, se l' ordin delle percezioni é di sua natura cosiffattamente limitato da
essere incapace a darci r universale, non potrà non riescire anch' egli
d'ingombro inutile alla mente. Si dirà di poter superare il fenomeno e attinger
la scienza mercé il connubio dell'ordine percettivo con l'intellettivo? Questo
é per l'appuntò ciò che pretende il Mamiani. Ma, se eoa fosse, non vedremmo ad
assomigliare il regno della scienza e delle idee a quello di natura e delle
fisiche efficienze, ove se a due cavalli non vien fatto di tirarsi dietro un
carro vi potranno benissimo riescir quattro? Mamiani afferma non dimostra la
platonica 7ra/)0Tc«: afferma, non dimostra la platonica xotvwvèa. E per tutta
dimostrazione ci annuns^ia che l'idea é significativa, perché? perché havvi un
obbietto nel quale debb' ella necessariamente terminare.Or in che modo
legittima egli cotesto obbietto? Lo legittima, come s' é visto, dichiarandolo
presente^ ponendolo presente! Questo é proprio il nocciolo magagnato del
Neoplatonismo. La preserunalUà dell'Assoluto è un'ipotesi, un'affermazione
arbitraria: ecco tutto.Corte dottrine di ROVERE ci ricacciano addirittura fra i
Plotino, i Proclo e gli Ammonio, appo cai facilmente troverebbe riscontro il
sno concetto del Bene. E chi pigliasse poi a rovistare attentamente nelle
antiche scuole, per esempio nel vecchio e anonimo autore della Teologia
(Rayaibson), potrebbe ritrovar più che un germe della dottrina sn \*influxu$
divintu che neir Arabismo e anche nella Sco[Concludiamo. Noi abbiam dovuto fare
una critica rapidissima del Neoplatonismo italiano considerandolo segnatamente
sotto l'aspetto psicologico, perchè i tre filosofi di cui abbiamo toccato ci
rappresentano le posizioni più serie, le forme principali ond'il Platonismo
crede attinger l'obbietto metafisico. Rosmini è il meno dommatico, il meno
arbitrario, il piii positivo e quindi il meno platonico fra tutt' i platonici.
Egli pecca nel porre l' essere della mente come ideale; e lo sbaglio di
siffatta posizione vale a spiegarci le contraddizioni in cui spesso ha
inciampato nella psicologia, nonché le gravi manchevolezze nel suo disegno
ontologico su le tre forme dell' Essere. Assai piii di SERBATI pecca GIOBERTI
nella dottrina psicologica affermando l'essere come reale e, che più monta,
come recde determinato. Non meno di GIOBERTI e di SERBATI pecca ROVERE ponendo
cotesto reale come infinito in se, e come presente al pensiero mercè l'
interposizione delle idee. Si direbbe dunque che il Neoplatonismo italiano, in
questi tre filosofi, abbia progredito su la via dell' a priorismo e dell'
iperpsicologismo. Essi han dato tre passi, ma indietreggiando sempre più;
perchè con l'esagerare l'esigenza platonica han trascurato l' esigenza
aristotelica, tuttoché ciascun d' essi abbia creduto d' aver impresso oggimai
un accordo definitivo fra' sistemi de' due vecchi filosofi. L'ultimo
segnatamente, il Mamiani, mostra d'aver progredito assai più di SERBATI e di
GIOBERTI in questa via. Sotto certi rispetti, infatti, il Neoplatonismo del
Pesarese par che confini col Teologismo: talora anzi vi si confonde, chiunque
ripensi a quelle cinque differenti maniere (oltre la sesta della comunione
ideale ond' abbiamo parlato) mercè cui egli stima debbansi attuare gV influssi
divini. E Dio che crea l' anima, e la fa esistere. Ma è anche Dio che le fa
intendere presentandosi a lei attraverso le idee. È Dio che le fa ammirare il
bello, e incarnarlo. È Dio che lastica tien luogo del processut.Vedi lo stesso
Rayaisson. Vachebot, Hi8t, critique de VÉcole d'^Alexandrie, T. II, iv.) le fa
operare il bene e la virtù. Che più altro? È Dio perfino che, disponendola
ineffabilmente, la eccita, la trae all'adorazione. È proprio il regno di Dio su
questa nostra terra 1 E Y illustre Mamiani potrebbe oggi ripetere le pietose e
calde parole del Malebranche: 0 Dieu! exaucez ma prière, après que vous Vaurez
formée en mai! Capitolo Ottavo, continua lo stesso argomento. {Critica del
NeoarigtoteUsmo), Notammo come il principio del conoscere metafisico immediato
ponga radice, per dirla con le parole di Hegel, nel rapporto d' un nesso
primitivo ed essenziale fra il pensiero e T Assoluto, fra il soggetto e T
oggetto/ Àbbiam visto come il Neoplatonismo italiano moderno propugni questa
connessione sotto tre forme più o manco razionali; e come abbia quindi a
tornare assai difficile al Rosmini, e molto più al Gioberti e al Mamiani, li
potersi difender dair accusa di panteismo ideale. Gli estremi si toccano anche
qui. Con la teorica dell' intuizione e deir immediatezza i nostri Neoplatonici
riescono, checché se ne dica, a' risultati cui perviene la dottrina della
mediazimie propugnata dagli altri nostri viventi filosofi, seguaci caldissimi
dell'Idealismo germanico. Dicemmo qual sia la doppia esigenza onde il
Neo-platonismo si divaria dal Neo-aristotelismo quant'al conoscere metafisico.
Per la natura istessa di questa doppia esigenza avviene che, come nel primo,
cosi pure nel secondo indirizzo sono possibili più forme, più maniere, più
metodi, sia che si tolga di mira il modo con che si crede poter attinger
l'assoluto, sia che il risultato ultimo a cui si potrà giugnere. Non « Hegel,
Log. volendo tener conto di quella vieta e volgar maniera di mediatezza che,
quantunque sotto aspetti differenti, fa sempre un salto mortale quando presuma
levarsi dall'effetto alla causa e dal dato alla condizione del dato; possiamo
ridurre a due le forme più generali e comprensive di tal mediazione. Esse, al
solito, risalgono a que' due estremi in che dicemmo sdoppiarsi r Aristotelismo:
perchè anche nella quistione metafisica il primo di cotest' indirizzi ci è oggi
rappresentato dal Positivismo e dal Materialismo; l'uno affermando, nulla mai
non potersi conoscer di metafisico, e l'altro innalzando a dignità d' assoluto
la stessa materia, senza legittimarne menomamente il concetto. Il secondo poi
vuol essei^e anch' egli avvisato sotto doppio rispetto, potendo assumere due
forme che, per due differenti ragioni, rivestano entrambe carattere
iperpsicologico. Si può infatti mantener la posizione d' un. immediato
irradiamento per virtù d'un principio superiore, generale e comune e s' ha uq
indirizzo averroistico; il quale, benché storicamente sìa come un virgulto
sbocciato nel giardino dell'Aristotelismo, può siffattamente svolgersi e grandeggiare,
come nel fatto è avvenuto, da toccarsi e talora confondersi col Neoplatonismo.
Ma, d'altra parte, può assumere forma squisita di scienza, e s' ha, come ne'
tempi moderni, una delle tre maniere dell'Idealismo germanico appellate
subbiettiva, obbiettiva, assoluta. Sennonché è da notare come fra tutt'i
sistemi quello dell'assoluta identità serbi '1 distintivo d'esser naturalismo e
ipei-psicologismo insieme, e racchiudere, co' molti pregi, i moltissimi difetti
dell'uno e dell'altro indirizzo. In metafisica l'Hegeliano è iperpsicologista.
Perocché quantunque non attinga l' assoluto per opera d' un intuito e
d'un'immediata visione più o meno spiccatamente neoplatonica, dice e crede
mostrare di poterlo cogliere quasi d'assalto, come toccammo, cioè per stibitanea
ed assoluta astraeione dd pensiero puro. Dice e crede mostrare di poter dedurre
a tìl di logica la dialettica che per lui costituisce la chiave di volta d'
ogni scibile e d' ogni ordine di realtà.. Anch' egli dunque trascende; e però
anch' egli vizia l'esigenza d'un positivo e severo psicologismo. Ma, oltreché
iperpsicologista, l'Hegeliano è anche naturalista. Checche se ne dica, la sua
logica obbiettiva, la dialettica intrinsecata e compenetrata con la stessa
metafisica, non è altro alla fin delle fini che imitazione e ripetizione della
stessa natura, delle stesse leggi di natura, tuttoché ridotte al grado più
universale e squisito di trasparenza ideale, pura, assoluta, per cui la forma
costituisce lo stesso contenuto, e viceversa. Il perché se l'Idealismo
assoluto, come altrove notammo, è stato detto con felice espressione esser
l’àlgebra dd naturalisino, con altrettanta verità può dirsi essere un' algebra
della psicologia, del pensiero e delle idee; tanto che ci sarà lecito designar
come indovinello d'algebristi (direbbe Vico) quell'assoluto che gli Hegeliani
con miracolo non mai visto fanno venir fuora dalle nebbiose alture della
dialettica. Possiamo dunque affermare che Positivisti e Idealisti assoluti oggi
rappresentino gli estremi indirizzi dell' Aristotelismo. E queste due forme
neoaristoteliche, tuttoché fra Joro si differenzino toto cedo nel metodo e nel
concetto della scienza, nuUameno si toccano ne' risultati, massime in quello
risguardante il valore e '1 destino dell' umana personalità. Chi tien conto
della necessità d* ìndole tutta fisiologica ed empirica secondochò è intesa da'
positivisti e da* niaterìalisti, e della necessità tntta dialettica ideale
assoluta com'è concepita dagli Hegeliani, tosto 8* accorgerà d' un* altr’
attinenza fra queste due tendenze della moderna speculazione. Il dinamismo
noli* essere, nelle cose, nella scienza e nella storia, sparisce cosi per 1*
una come pet 1* altra dottrina. Meccanismo ideale, come dicemmo, e meccanismo
fisiologico e materiale: necessità logica e formale, e necessità empirica e
meccanica; ecco tutto. Oggi dunque potremmo affermare dell'una e dell'altra
scuola ciò che Aristotele diceva de' pittagorìci e de' platonici: 'A).Xa yiyovi
roì fiscBrifixrcx. To?c vvv >j ^tXoao^ia {Metaph.) Cosi Hegeliani e
Positivisti, come avvertimmo nella Introduxione, tuttoché movano da due punti
Uh loro interamente diversi ed opposti, riescono pur nullamanco fid una
medesima legge. E come al Platonismo primitivo tenne dietro la scuola di
Rifacciamoci da' Positivisti, i quali, ove discoiTono intorno al problema del
conoscere metafisico, non mostrano quella serietà scientifica della quale non
pertanto vanno lodati quando parlano de' principi! metodici da applicarsi alle
scienze. Quant' al problema d'una realtà metafisica e' non sofirono d'esser
messi in un fascio con gli scettici sistematici e co' nullisti; e, davvero, non
han torto. I Positivisti infatti ci parlano d' un Inconoscibile. Dunque essi
confessano V esistenza d' un obbietto trascendente. Ma come legittimano cotest'
obbietto? Come ne determinano l'idea tosto che ne parlano? I Positivisti
francesi ne discorrono, ci piace ripetere anche qui la frase, come d' un oceano
immenso doni la daire vision est amsi salutaire que formidable.* I Positivisti
inglesi poi ci porgono un concetto più determinato di cotesto Deus àbsconditus,
àicenàoìo potenza, forzc^ di cui V universo è simbolo e manifestazione} Il
positivista francese qui, com' è evidente, s' addimostra pili positivo, 0
meglio, più negativo dell'inglese, e quindi più timido, più circospetto, più
scettico di di Speusippu cbe radiò addirittara il numero ideale (yortroc,
sc^yjtcxo;) sostitueodoTì il nunioro sensibile appunto perchè queir idea come
astratta e generale parevale cosa inutile (Arist. Metaph,, Rataibbon, i!^>eu9ippe);
parimente oggi Positivisti e Materialisti, in luogo dell* /iea, pongono' II
Fatto e la Materia; e cosi mentre negano V Idealismo assoluto, mostrano d'arer
con osso doppia ed intima relazione, una storica e l'altra teoretica. La storia
del pensiero filosofico progredisce, non v'ha dubbio: ma anche nel progredire
si ripete. Ecco qua -una prova, chi vuol vederla. E. LiTTBi, A, Comte et la
Phil. Poeit. Per quanto negativo, nullameno questo concetto del Littré su V
Assoluto è una correzione deir idea del Orand' Eetere intorno alla quale con
tanta vuotaggine avea finito per arzigogolare Comte. Spencer, Firft Prìnci^ee^
Alcune idee di questo scrittore su V obbietto metafisico superano quelle di St.
Hill. L’Autore del Sietema di Logica parla del soprannaturale, come notammo in
altro luogo, da schietto formalista, senza poterlo quindi legittimare in altra
guisa che per empirica credenza. (Ved. A, Comte et Le Potitivitme) La
relatività del eonoecere per lui non è, a dir proprio, quella di Spencer, e
neanche quella de* Positivisti francesi. Vedi il novero eh* egli stesso fa
de’diversi modi con che può intendersi la relatività della conoscenza nella
PhiL de Hamilton, ed. cit. e. I. fronte alla scienza: ma le contraddizioni in
che restano entrambi avviluppati son le medesime. Anch' essi infatti, i
Positivisti, obbediscono e rendono omaggio al bisogno speculativo che punge ed
eccita continuo il pensiero filosofico, stantgchè non solo riconoscono la
realtà d' un oggetto trascendente, ma lo determinano, lo pongono, lo
specificano in qualche modo. Che cos'è, per esempio, l'Inconoscibile onde ci
parla l'illustre Spencer? È il fondo occulto delle religioni, e insieme
l'estremo termine a cui riescono le scienze. Le religioni pongono tale obbietto
per virtù d'istinto: le scienze lo subiscon per legge del proprio svolgimento.
Tra fede e ragione, perciò, non v'è antagonismo: l'Inconoscibile n'è l'
obbietto comune. Conciliarle dunque è possibile, tosto che s'abbia diffinito le
idee madri onde scienze e religioni sono inviluppate. E poiché le une in
sostanza Aon fanno che riconoscere ciò che le altre contengono ed esplicano
istintivamente, ne segue che lo spirito umano' per mezzo della scienza perviene
là ond' egli stesso era partito con la fede, cioè all'Inconoscibile. Il pensiero
del filosofo inglese è chiaro e spiccato, ma non altrettanto vero. Innanzi
tutto: perchè le religioni e molto più le scienze non potranno pervenire a
render conoscibile in alcun modo l' Inconoscibile di cui pur confessate la
realtà? Forse che tale impossibilità, ripetiamolo, non contraddice apertamente
all'attività critica del vostro pensiero speculativo, alla stessa esigenza del
vostro metodo critico e positivo? Non dubitate affermarlo esistente cotesto
Inconoscibile. Giungete anzi a determinarlo come forza di cui l’universo è
manifestojsnone. Or bene perchè non dare un altro passo? Perchè non ispecificar
l'attinenza eh' è tra l'Inconoscibile e '1 conoscibile? In altre parole,
domandiamo: col porre i termini, non siete già nella necessità logica di mostrarci
in qualche maniera la relazione di essi, dirci quale attinenza interceda per
avventura tra la forjsfa e la sua manifestazione, quale sia il vincolo che
annoda insieme la potenza e l'universo onde quella potenza è simboleggiata?
Brevemente: siete qui in una forma di panteismo, o di teismo? Il Positivista
non risponde; e pur dovrebbe: dovrebbe se davvero amasse mostrarsi ed esser
positivo. Inoltre, l'Inconoscibile onde move la fede, e Finconoscibile cui
giugno la scienza, dice lo Spencer, sono una cosa. Ma perchè? Perchè col
prodotto confondere due facoltà fra loro diverse? L'Inconoscibile della fede
incontra un limite invalicabile in questa o cotesta intuizione particolare in
cui l'Assoluto è compreso dal sentimento religioso appo un dato popolo, e presso
una data civiltà. L' Inconoscibile delle scienze, invece, è l' inconoscibile di
ragione; e, come tale, non può restare perpetuamente indeterminato, pel solito
motivo che, ove rimanesse cosi necessariamente, l' indagine positiva
annullerebbe sé stossa; e annullerebbe sé stessa perchè r esigenza critica non
sarebbe altrimenti un' esigenza invitta, naturale, un irresistibile e crescente
bisogno speculativo. Ora se il contenuto della fede è condizionato ad una forma
speciale; se per la natura stessa della funzione psicologica ond' ei rampolla
riman chiuso e quasi cristallizzato nella particolarità d'un sentimento:
perchè, domandiamo, voler condannare alla medesima sorte l’Inconoscibile delle
scienze? Perchè così inesorabilmente pretendere di segnare i confini alla
ragione ponendo limiti all' attività del pensiero speculativo, eh' è pur la
forza più libera dell'universo? Non è anch' ella, cotesta, una forma di
dommatismo? 11 PositiTÌsto dirà: tosto che voi pigliate a determinare
Vlitcono9cihile, siete già beli e uscito dalla scienaa^ e cadrete nella
metafisica. verissimo: questo accade, e questo appunto deve accadere. Altrove
mostrammo come ciascuna scienza, come tutte le scienze, riescano inefftcaci nel
tentare la soluzione di certi problemi, segnatamente nel determinare il
concetto dell’Assoluto. Il Positivista che è tutto scienza e solamente scienza,
da una parte ha paura della speculazione, mentre dall* altra sente il bisogno
di determinare in qualche modo cotesto assoluto, e lo determina, per esempio, alla
maniera di Spencer o del [Concludiamo quant' a’ Positivisti. Il Positivismo
gallico rispetto al conoscere metafisico ci dà un Immenso indeterminato; un
Incondizionato reale, il positivismo inglese poi, facendo un altro passo,
determina vie più cotesta ignota realtà, e giugne ad affermare che le forze, la
materia, il movimento, la vita e l'universo non siano fuorché simboli e
rappresentazioni. Altre affermazioni d'altre maniere di Positivismo che pongano
T assoluto senza penetrar nel regno della metafisica^ io non conosco;ne, a dir
vero, sono possibili.* Littré con offesa apertissima della logica. Ora, chi non
voglia offendere non pur la logica ma neanche il hnon senso, e insieme salvarsi
dalla contraddizione, dove altro può penetrare, uscendo dal regno delle
«ctetue, fuorché in quello della tiietajUiea^ ma della metafìsica intesa non
già come scienza/>rtma, anzi ultimaf Determinare in qualche modo la Potenza
di cui r universo è manifestazione; specificaro questo Immento formidàbile e
pvr •alutare oltre cui non sa penetrar rocchio dello Scienze ma della cai
realtà nessuno che abbia mente sana potrà dubitare; cotesta impresa, diciamo,
non è né impossibile nò puerile, altro che per gli animi volgari, incuranti e
stupidi. La relatività nel conoscere non ò muro di bronzo; non è oceano
assolutamente sconftnato. Il conoscere metafìsico è possibile; ma ò possibile
come aesolato e come relativo insiememente. È a«eolutOf nel senso che salva il
pensiero dal nullismo metafìsico; ed è relativoj nel senso che non istringe la
mente entro la rigida catena d* una formola sistematica. Se intanto ò vero,
come dice Spencer, che tra V Inconoscibile delle religioni e V Inconoscibile
delle scienze non esiste antagonismOy no viene che, fra gli altri fini, la
speculazione metafisica debba pre» figgersi anche questo: trasformare la fede,
interpretar la credenza, porre a nodo il germe delFidea che pure si s voi ve
attraverso le produzioni mitiche, superare il sentimento riducendo
l'immaginazione a ragione secondochò richiede il processo psicologico, e
siffattamente porgere guarentigie sperimentali all'inveramento della scienza
mercè le applicazioni storiche in generale. In questa rapida critica su la
tendenza metafisica del Positivismo non abbiamo tenuto conto dell' Umanismo di
FRANCHI, e del suo Dio ddV Umanità che nega il Dio detta Bibbia {Razionalismo
del popolo, Ginevra), e neanche del Fatto della vita, àeW Istinto ài cui parla
FERRARI {Filosofia della Hivol.), perchè non ci paion concetti scrii, né degni
di critica seria. Quando s' è detto che il Dio Umanità^ che la Vita della
storia con tutte le sue leggi non sono che due fatti i quali perciò abbisognan
d'una spiegazione, s'è detto tutto. Ora a cotesta qualsiasi spiegazione non
sanno e non vogliono accostarsi questi due arditissimi scrittori per paura
della metafisica; e però non sono positivisti, L' uno è critico, non
Criticista, com' egli pretenderebbe giacOr bene, la filosofia positiva, la
speculazione razionalmente positiva, accetta, deve accettar l' una e V altra
posizione de' Positivisti inglesi e francesi, perchè ci rappresentano entrambe
uno sforzo di metafisica, perchè sono entrambe un preludio alla metafisica. Se
non che esse sono una metafisica incosciente, una metafisica negativa, perchè
sentono ma non soddisfano l'esigenza speculativa. Come dunque soddisfare
all'esigenza davvero positiva nella speculazione trascendente? Evidentemente
bisognerà appagarla superando il negativo, superando quel sazievole non so,
quel non mi preme sapere quel non si può sapere che ad ogn' istante e con
incredibile noia ci ripetono i Positivisti, ma nel medesimo tempo restare nel
positivo. E qual è il positivo in metafisica? Lo dicemmo già, e lo ripetiamo:
schivare gli estremi; perocché il nemico mortale della positività metafisica
son le colonne d'Ercole del tutto sapere, e del nulla sapere metafisico. Se
quindi la vera filosofia positiva ha da accettare quel che il Positivismo ci dà
e nel medesimo tempo superarlo in forza dello stesso metodo positivo, deve
accogliere l' esistenza che il crìticista, il vero Kantiano affinchè sia tale,
dehb' esser tutto d*un pezzo, dero accettare anche i sommi pronunziati della
Ragion Pratica, Ausonio dunque è un puro critico, un critico sottile, è il
doctor mbtilissimwi de* dì nostri, abile scaltri mai a trovare il pel neir uovo
neMibri altrui, ma non così nel dare una dottrina, una teorica propria, fosse
pur la teorica del giudizio. FERRARI invece è scettico sistematico
meravig^lioso nell’accatastare erudizione come nel distrugger sistemi, ma
nullista in metafisica al pari d’Ausonio. Costoro perciò son fuori d’ogni forma
di platonismo e d'ogni forma d'Aristotelismo; e se ne vantano; e se ne
gloriano: e si sortano pure! Ma non sono fuori della storia, chi sappia che
cosa voglia dire storia della scienza e della filosofia. FRANCHI e FERRARI
hanno esercitato fra noi quella funzione, parte benefica e parte malefica, che
viene esercitando lo scetticismo in certi dati periodi storici; funzione al
tutto negativa, ma necessaria. Ma la storia dovrebbe insegnar loro due cose: che
il l)Ì80gno speculativo è uu gran fatto, e che la possibiltà d' una metafisica
positiva non è un sogno. A questi critici e scettici, di cui fra noi oggi non è
penuria, opponiamo un dilemma invincibile do) BERTINI su la possibilità di
rintracciare un principio metafisico. (Ved. La\ FU, Greca prima di Socrate,
esposiz, storicocritica) d' un* ignota realtà in quanto è Potenza e virtù dell'
universo, ma legittimarla. Così il metodo positivo, assumendo valor critico e
razionale, non più sarà l'esagerazione d'uno de' due estremi indirizzi
dell'Aristotelismo, ne contraddirà'altrimenti alla sua posizione media, anzi
varrà a confermarla, ad inverarla, ad esplicarla sempre più.* L'opposto
indirizzo del Neoaristotelismo dicemmo esser THegelianismo. L'Hegeliano si oppone
al Neoplatonico, perchè non accetta veruna sorta d' immediatezza nel conoscere
metafisico. Si oppone al Positivista e ad ogni maniera d' empirismo, perchè non
può accoglier la nozione d' un assoluto portoci dalla coscienza volgare,
empirica o dommatica ch'ella sia. Qui egli ha pienamente ragione. Ma qual è la
sua via? Qual è il suo metodo? Dov'egli mira? L'abbiamo detto: l'Hegeliano
riconosce l' assoluto, ma lo riconosce ponendolo, facendolo;e lo legittima per
necessità tutta dialettica. Lo pone e lo fa non perchè ci è, anzi perchè ci ha
da essere; e per ciò nessuno potrà dire eh' e' ci sia prima che il pensiero
s'accinga a farlo. Di qui una conclusione singolarissima: Tutto ciò che esiste,
è anteriore a quello per cui virtù solamente egU è possibile e reale! Ma non
anticipiamo. Che cos' è dunque l'assoluto per i neoaristotelici
iperpsicologisti? Là risposta non è sì facile per noi quant' avrebbe da essere
per loro. L' Assoluto è il Tutto: è l' assoluta e immanente relazione: è la
relazione della relazione: lo Spirito. E così pure ?a in forno T affermazione
del Littbì: c qui e»t mitapKyne»«n, iCe»tpa9 po9ÌiivÌ9U; qui ett
positiwtefn'ett pa$ métaphyiieien (Princip, de Phil. Ponit. par A. Comte, Préf.
d^un ditdple) Noa senza ragione un nostro acutissimo hegeliano (Dr Mris, Dopo
la r^aureOf voi. I.) chiama Hegel V ArÌ9ioule moderno. Ma qual ò proprio V
Aristotole rappresentato dal filosofo di Stoccarda V Ecco il punto! U nostro
valoroso e carissimo professore, questo Oariholdi deW Hegdianimno come altrove
r abbiamo chiamato, non ammette che un solo Aristotele, il suo Aristotele!
'L'assoluto, dice un fodol ripetitore di Hegel, non è questo o quello, r
identità o la differenza, ma il tutto nella differenza e neil' unità tua, E il
conoscere assoluto poi sta nel porre i termini, nel mostrar Sennonché, in
cotest' assoluta relazione, in cotesto centro eh' è anche circonferenza, è pur
d'uopo cominciare. Da qual parte rifarci? Qual è il Primo? Eccoci nel cuore
dell' Hegelianismo: nella più alta e nascosa fortezza dove già da un pezzo la
breccia è stata ajiertaper opera degli stessi tedeschi, massime dal
Trendelenburg. All'assoluto, essi dicono, si perviene solo per medicunone. Ma»
cotesto lavoro di mediazione, come s'inaugura e perchè? A siffatto processo va
innanzi un momento d' assóltUa e subitanea astrazione} Col subitaneo astrarre
il puro pensiero pone. Che cosa? Pone Vinse, l'Essere, o meglio
l'Indeterminato. L'indeterminato non è soggetto né oggetto; non è pensante né
pensato: ma è qualcosa oltre cui non si può andare, e senza cui nulla non sarà
mai possibile, e mercè cui tutto sarà attuabile: l' idea assoluta, l' etema
nozione {der ewige Begriff.y Ecco Vàbsólute Prius, il Vero primo, e però il
vero Fatto.* La prima osservazione che qui sorge spontanea è la seguente.
Cotesto Indeterminato è cosiffatto, che non si può nemmanco pensare: perocché
ove accanto a lui fosse come s* oppongano fra loro, e come e perchè, opposti,
si concilino. (Vkba, Introd, alla Log. di ffegel). ~ 1/ assoluto, dico un altro
Hegeliano, non è Tldea, non la Natura, non lo Spirito, ma è VldeaNatura-t^rito;
la rdoMÌone dtlla relaztotie; VindifferenMa differenxiata indifferentemente
(Spaventa, Le», di FU.) Il vero abeolute Priue è 1* attività, il pensiero, lo
spirito: non TEnte che come puro essere è PremppoHo cominciamento; ma il
Ponente, vero Principio, che ò lo Spirito. FiL. di GIOBERTI. SPAVENTA ne
chiarisce il pensiero cosi: Io mi levo aU^eeeere per una riaoluMtone immediata
f per un'auoluta a$trazione. {Le Categ. della Log, di ffegd). Hrgbl, Log, voi.
I, Jntrod. L* Indeterminato per SPAVENTA è il È proprio uno scherzo, un
indovinello da algebristi ! Dunque, mi si chiederà, nel ^an sistema è egli
ripudiato V elemento della differenza? Tutt* altro. 611 Hegeliani anzi in ogni
lor libro, in ciascuna lor pagina s* affannano a mostrare e giustificar co*
fatti cotesta legge tanto necessaria air organamento della dialettica. Ma
quanto i Gesuiti non s’arrapinano anch^essi a parlarci di libertà di pensiero e
di coscienza? K pure chi non sa come la libertà vera per costoro sia la
schiavitù al Sillabo e al Domma, per cui la ragione è libera solo in quanto è
assorbita dalla fede? Tal si è il diverso per gli Hegeliani: un fuor d* opera.
E* ne parlan sempre, ma alla fin delle fini poi si trovano ingoiati nelr identico.
L'alterità che scorge Hegel nel suo pensierpuro è (ripeto la sua frase)
ineffabile e assolviamente vuota. Or una differenza assolutamente vuota non è
forse indifferenza, cioè non differenza, identità, vuotaggine addirittura? E
dato ci sia cotesta differenza, sarà ella di natura metafisica, o non piuttosto
logica? E una differenza non metafisica, domanderò, sarà ella vera differenza o
non più veramente semplice distinzione? Ecco la ragione per cui l'Idealismo
assoluto non può riescire a dimostrare l'oggettività della conoscenza, e
salvarsi dal pretto formalismo ond' è tutto magagnato. Che se poi la gran
pretensione sta nel volerci dare la scienza assoluta, e 'sarebbe d'uopo,
ripeto, che la logica, proprio come logica, fosse la metafisica; talché col far
l'una si farebbe anche l' altra, e così potrebb' esser risoluto l' arduo
problema dell' oggettività. Invece il più valoroso de’nostri Hegeliani come
rispond'egli a questo proposito? Se n'esce pel rotto della cuffia dicendo. Tale
oggettività non d un problema logico: la logica ami la presuppone, (SPAVENTA)
La presuppone? Mi par di sognare! Se dunque è così, la conseguenza chiara come
il sole, almeno per noi imbarbogiti sempre più nella vecchia logica
aristotelica, sarà questa: che la logica, grande o piccola che sia, subbiettiva
od obbiettiva che si voglia, non sarà e mai non potrà esser quella che ci si
vuol dare ad intendere, la chiave, cioè, del grand' edlfizio, il fondamento a
priori dell'enciclopedia, la vera metafisica del conoscere. Nò qui vale invocar
la Fenomenologia qual propedeutica atta a dimostrare 1’oggettività, come fa' lo
stesso Spaventa. Cotesta invocazione anzi è una ragione di più per dichiarar la
logica degli hegeliani una tela di ragno. Perchè se la Fenomonalogia ha da
esser la propedeutica necessaria della Logica, il processo a priori e assoluto
nel costruire la scienza diventerà una parola [LIB. H. della nuova loj^ica, s'
è provato a schiacciarlo. Ci è riescito? Un vizio magagna tutta la logica
hegeliana, dice anch' egli; ed è vizio d'origine, in quanto che pone radice
nelle viscere stesse del momento astratto, e propriamente nel concetto
dell'Indeterminato. L'Indeterminato è un equivalente comune dell' Essere e del
Non-essere, dell'Idea e del pensiero, dell'astratto e dell'ASTRAENTE. Di fatto,
che cosa mai sono cotesto Essere e cotesto Non-essere? Ei son cosa
indeterminata; ma non sono lo stesso Indeterminato. Se fossero, la difiFerenza
tornerebbe davvero impossibile (difetto radicale dell'Idealismo obbiettivo
dello Schelling), perchè avrebbe a sgorgare dall'identità. Che se non fossero
la stessa cosa, tornerebbe impossibile il contrario, cioè l'identità. Essere e
Non-essere, dunque, sono un medesimo, è vero, ma solo in quanto indeterminati,
non già in quanto indifferenti. Essere e Nulla sono lo stesso, ma non come
essere e Nulla. Una prima osservazione potrebb' esser questa. Se tra r Essere
e'1 Nulla havvi identità e diiferenza; idenYuota di senso, an a priori che non
è a priori, e perciò un* ironia, come dlcovamo poco fa. Ancora: se la Logica in
cotesto processo a priori ha da pretuppoire la Fenomenologia, ne segrue che
l’una di queste due scienze non potrà essere altro che imitazione, ripetizione,
copia, copia anche ridotta al grado supremo di trasparenza ideale, ma sempre
copia deir altra; e quindi s'intoppa nella solita conseguenza, che cioè la
conge?natura dialettica hegeliana, anziché una metafisica, sarà un pretto
formalismo, un assoluto soggettivismo. Che se la Logica prewpponendo
necessariamente la Fenomenologia non può non essere altro che una copia
trasparentissima di questa, non sappiamo dir davvero che cosa gli Hegeliani
avranno da opporre al metodo di certi Teologisti i quali pigliano a discorrere
della natura di Dio appoggriandosi nelle leggi psicologiche, ricopiandole, ripetendole
e trasportando così la psicologia nella teologia. Del resto, sul significato e
sul fine e sul valore della Fenomenitlogiat i seguaci di Hegel, com*è noto,
navigano pur troppo in opposte correnti neir interpretar la mente del maestro.
È d' nopo dunque che innanzi tutto e s’accordino fra loro e ci sappian dire se
la Logica sia davvero la scienza madre, la scienza davvero o priori, ovvero
abbia da presupporre qualcos'altro dinanzi a sé. In entrambe i casi le
difficoltà saranno insormontabili. * Spatbmta, Le prime Categ, ecc. loc. cit.
tità perchè entrambi indeterminaéi, e differenza perchè entrambi indifferenti;
io domando: cotesto indifferente non è già di per sé stesso un indeterminato,
cioè non differente, cioè non determinato? Dìinqne Isl differenza di cotesto
indifferente è una parola com' un' altra; un pio desiderio: perocché,
ripetiamolo, se l'indifferente è irrélativo, sarà per sé stesso irrazionale,
sarà il nulla, sarà il nulla addirittura: quel nulla che, come dice il Vico,
non può cominciar nulla, e nulla terminare: vuotaggine, e voragginel Ora
piuttosto che dirlo un absclide Prius cotesto Indeterminato, non vuol esser
anzi ritenuto come un vero capui mortuum, incapace a costituir la scienza
perchè incapace a far cominciare il pensiero?" Sennonché il Professore di
Napoli, nel corregger V Hegelianismo, par che voglia uccidere il verme velenoso
procacciando mostrare che il diverso ponga radice nel Nulla, ma nel Nulla
inteso non già com' essere purissimo, astrattissimo, scioperato, bensì come
astraente, come NuHa-pensiero il quale, perciò, non cessa né può cessare d'
esser pensiero. Or bene, l' illustre uomo così non risolve, ma sposta la grave
difficoltà del Trendelenburg. Egli riesce a mettere un po'di calcina alla
breccia, è vero; ma senz'addarsene poi n' apre un' altra non meno fatale della
prima, perché l' intrusione del diverso è sempre lì duro a chiedergli ragione
di sé. Infatti, s'egli considera l'Essere come un in sé, e considera come un in
se anch' il Non-essere; non v' è nessuna ragione al mondo perchè non abbia da
riguardare anche come un in se il connubio de' due termini. Intanto che cosa fa
il dotto filosofo ? Giusto nel momento che s' hann' a decider le sorti della
logica obbiettiva, giusto nell' istante supremo RÌ9p, al Oiom, de* Leti., T,
IL. Si dirà: è indeterminato anche il vostro intelli^bile, la {«ce metafisica
del vostro filosofo. Verissimo, io rispondo: ma tra il nostro indeterminato e
quello degli Hegeliani corre tanto divario, quanto fra un oggetto posto da
natura, e quello colto d'oMatto; fra T oggetto originario intuito, e r oggetto
afferrato por risoluzione astrattiva. Veggasi quel che s*ò discorso nella
sezione in cui la logica dee poter rivestire natura e valore di metafisica,
egli cangia bruscamente posizione, e invoca il pensiero, invoca 1' astraente,
invoca l’astrazione, e cosi dileguatasi a un tratto V obbiettività, ci fa
divagare nel mondo delle pure forme, ed eccoci di bel nuovo ricacciati e
ravviluppati per entro alle fitte maglie della tela di ragno! Dunque (mi si chiederà)
a voler penetrare sul serio nel regno metafisico, nel mondo delle Menti e di
Dio con metodo razionalmente positivo, chg cosa è da fare? Il da fare è
manifesto: bisognerà che il connubio de' due termini, cioè il divenire, sia
quel medesimo che sono cotesti suoi termini, dal cui annodamento esso dee
pullulare. In altre parole, bisogna eh' e' sia da sé, che sia per sé, che sia
mediante se. Fa d' uopo, insomma, che r Essere (ripetiamo volentieri la bella
frase del Trendelenburg) sia dialettico, ma dialettico davvero, non da burla;
dialettico nel verace significato della parola, e quindi atto a moversi da sé
medesimo, anche senza il vostro pensare, anche fuori del vostro pensare. Cosi
gli Hegeliani potrebbero schivare qualvogliasi intrusione; e così (e solamente
così) potrebbero conseguir quella che tanto essi desiderano, la scienza
assoluta. Ma questo non ha fatto Hegel; e questo non ha fatto Spaventa benché
con tanto acume siasi adoperato a rammendar lo strappo micidiale che con
abilità di grande maestro ha saputo operare il dottissimo Trendelenburg nella
logica hegeliana. E perciò il sistema delF identità assoluta è, e resterà in
perpetuo, come é stato appellato nella stessa Germania, il monismo del pensiero
(monismi^ des Gedenkes). Abbiam detto che l' impossibilità di mostrare il
principio della difierenza nel regno della logica fa sì che il passaggio al
mondo della natura si manifesti arbitrario, illusorio, fallace. L'idea logica,
dice VERA, è la Idea cieca, l’Idea senza coscienza né pensiero, la nuda possibilità:
in somma é l'Idea, ma non l'Idea dell' Idea. In cotesta imperfezione logica sta
proprio la ragione del passaggio alla natura, e quindi la sua legge, e la sua
necessità.* Dunque, in altre parole, perchè r inderminato è indeterminato,
perciò diventa determinato ; perchè è possibile, perciò diventa reale; perchè è
privazione, perciò h posizione. Eccoci alla tt-ostc? aristotelica. Ma dicemmo
che la privazione non è negazione, non è vaga e astratta indeterminatezza, non
è pretta potenzialità, ma energia, principio positivo, e potenza feconda (to'
^uvarov). Or l’idea dell’Idea di cui parla VERA, è qualcosa d'assolutamente
potenziale e d'indeterminato; è una possibilità logica, il to' ev^e^opevov, non
già il tò ^uvktov, e quindi, meglio che principio positivo, è negazione d'ogni
principio. Come dunque principia e fa principiare? Come passa e fa passare?
In-, somma, com'è che diventa?* * Hegel, Log., Introd. n divenirey osserra il
medesimo traduttore, compie la a/era ddV E98ere e del Non-esaerey e forma ti
passaggio alla sfera ptù concreta dell' Idea, dove per novelle addizioni V
Essere e il Non-essere diventanoy o meglio son divenute qualità, quantità,
essenza. (Log..) Ma come fatte, da chi Jhtte e perchè fatte coteste novelle
addizioni? Data la sfera dell* Essere, del Non-essere e del Divenire, si passa
tosto e necessariamente alla sfera concreta del medesimo e del diverso... Ma
come si passa? Chi vi dà il diritto d'affermare cotal passaggio? Torniamo a
domandarlo: siamo qui fra* contraddittori, ovvero fra* contrari? Siamo fra nn
termine posto ed un altro opposto, o non più veramente fra il puro pensiero e
il soggetto determinatissimo e vivente che dicesì naturai Per quanto si faccia,
la sola relazione logica e la sola necessità logica torneran sempre inefficaci,
e però Hegel (secondo la severa critica dello Stahl) non giunge mai ad un mondo
reale. Egli passa dal puro pensiero alla Natura perchè? Perchè l'uno dee negare
sé stesso ponendo l'altro, l' opposto. Ora il carattere dell'opposto, della
Natura, non è la realtà, la sostanzialità, la causalità (attribuiti già allo
stesso pensiero puro), ma è la negazione dell'essere sostanziale, reale,
causale. Che cosa dunque rimane alla Natura? La semplice determinazione del
tempo e dello spazio (Ved. Enciclop). Or per qual ragione si dovrà ammettere
che questa natura estesa e temporanea debba esistere attualmente, che, cioè,
sia reale e non semplicemente pensata come estesa e temporanea, socondochè ci
accade ne' sogni? L'opposto del pensiero puro è la Natura solo come temporanea
ed estesa: ma per aver 1' opposizione forse che non basta pensarla come tale?
L^ Idealismo oggettivo di Hegel (conclude lo Stahl) non è meno di quello
soggettivo di Fichte un puro mondo di sogni: Tunica differenza ì che vi manca
ehi sogna, » {FU. del Diritto. A. quest' ultimo e severo giudizio dello Stahl
ci piace qui aggiungere quello d' un altro Parlando dell'Idealismo assoluto non
possiamo dispensarci dall' accennar poche cose, quant' occorre al nostro
proposito, sul suo organamento generale, e su le sue relazioni storiche col
Platonismo e con V Aristotelismo in generale. Gli Hegeliani riconoscono che il
mondo si svolge per una legge interna anziché per un caso o per necessità
ineluttabile e geometrica, come pensano gli Spinozisti ne' tempi moderni, e
come pensavano gli Epicurei in antico. L' Hegelianismo racchiude una grande
idea; l'idea del processo, che vuol dh-e d'un fine da conseguire con pienezza
di coscienza, di libertà, di razionalità. L'Idealismo assoluto, quindi, anziché
cieco meccanismo e fatalismo ineluttabile, parrebbe un essenziale e profondo e
universale dinamismo. Ma eccoci al punto 1 Al di là della natura, ci si dice, è
l' Idea che per ogni conto è indeterminata e potenziale: al di qua poi ci é lo
Spirito, eh' é l' Idea dell' Idea. Ora abbiam visto come la Natura non si possa
movere per l' Idea, perchè ninno potrà mai dare quel che non possiede. Tanto
meno poi si potrà movere per lo Spirito, perchè lo Spirito vien posteriore alla
natura, e le si sovrappone. Ck)me dunque movesi cotesta Natura? Per necessità
logica. E quale è il fine, quale il motivo ond'é spinta, eccitata, illuminata?
La razionalità. Or non è ella cotesta una forma di fatalismo cieco e geometrico
che, quant' a' risultati, non si divaria né pur d'un apice dallo Spinozismo?
Qual differenaotoreTole scrittore su* difetti sostanziali deiridealismo
assoluto. « Non 9% pud leggere Hegel tenxa chieder9Ì ei ragioni ttd terio.
Spesso cade ntl fatalismo y nella personificazione, e, leggendolo, par
d’assistere alla /ormatone d’una mitologia, alla genesi di un mondo che
somiglia qtuilo degli Gnostici, in cui avviene che le idee piglino corpo,
marcino^ e subiscano le piti svariate vicende. (SoBRRERt M^langes rf* Histoire
religieuse). A proposito della Logica hegeliana poi ci sembra notevole questa
sent-enza d*ano che se ne intende, e che per il solito è temperatissimo ne’suoi
giudizi: Higd n’a pas renouveU la seience, comme Venthow situme de ses
disciples Va parfois prodanU; il Va dénatwée, malgri les avertissements de
Kant, et en la faisant la premiare des seiences, ou pour mieux dire la seuU
scienoe, U Va tuée, (I. Babthìlkmt Saikt-Hilaibie Logique d^Arisiote, GL,
Pré&ce.) za, infatti, fra la necessità dialettica e la necessità
matematica, fra lo Stoico l’ Epicureo lo Spinoziano e l’Idealista assoluto
fuorché la coscienza, in quest' ultimo, della razionalità, eh' è dir la
coscienza e la trasparente visione di cotesta superiore, arcana, invincibile,
ineluttabile necessità?^ Quanto poi alle sue relazioni storiche, notammo già
come r Hegelianismo distinguasi da ogni altro sistema per la«pretensione di
volerli tutti accordare e tutti compiere e tutti inverare. E poiché guardando
al modo generale onde si suol determinare il fondamento assoluto delle cose,
tutte quante le soluzioni metafisiche possono esser rimenate ai due indirizzi
del Platonismo e deir Aristotelismo, così gV Idealisti assoluti, con la
dottrina delia Idea e quindi del metodo dialettico, reputano d'esser finalmente
pervenuti ad accordare l'esi[Nò Tale che alcuni fra i più intelligenti
Hegeliani^ stimando dMnterpretar meglio la mente del maestro, riguardino i tre
momenti del processo assoluto, nonché i tre termini del gran sillogismo, come
in un sol momeìUo^ cioè nella loro immanenza, nell'attuale ed assoluta
relazione, vomire nella immanenza àeWIdea della Natura e dello Spirito dandoci
così a credere che cotesta non è altrimenti la metafisica della Idea immobile e
irrigidita, e neanche della Mente, e tanto meno poi dell* Ente, ma si la
metafisica Tera perchè metafisica dello spirito. Con l’aggiugnere al concetto
del processo e del reale divenire quello dell’immanenza, panni che le
difficoltà, anziché scemare, crescano. Fra que*tre momenti e que*tre termini,
infatti, una relazione caueale è ineyitabile, essendo verità troppo antica ed
altrettanto irrepugnabile, che la catua ì per la tua e$9enta avanti V effetto
(Twv yàp fiéd^v^ wv coriv l5« xt etrj^oirov xae' o/BOTfjOov, ocva^xacov givat
tÒ zrpórspoy airtov t«5v /xct' auro. Arist., Metapk.). E questo principio
rlbadiscon oggi per Tia sperimentale tutte le scienze naturali e fisiche,
mostrando ad evidenza come la natura fisica, nello svolgimento cosmico, preceda
alla comparsa del regno vegetale, il vegetale (secondo alcuni) all'animale, e
air animale rumano. Come dunque persistere a farci erodere aW immanenza del
ternario f Come scaldarsi tanto per darci ad intendere che V Idea i insieme
Natura e Spirito e che la Natura è insieme Idea e Spirito f È metafisica
positiva cotesta? o non più veramente un abuso di logica nonché un'ingiuria ai
pronunziati più sicuri della moderna scienza di natura? L'opposizione più
salda, più seria, più invitta all' Idealismo assoluto la fanno oggi le
discipline sperimentali. R pure gli Hegeliani non se ne accorgono! Felicissimi
loro! genza metafisica dell' uno, con quella dell'altro sistema. Or è in questo
preteso accordo eh' ei si palesano iper-psicologisti per doppio rispetto.
Osservammo come uno de' massimi concetti dell' Aristotelismo sia quello del
moto; fondamento e sintesi di tutte le categorie, ou xoivóv. Metaph. TóSe yy.p
rt tÒ f^soóiievov >? Si xcvyjaiC} ov. Phys,, * Twv a^à^ffwv Z"» e)
xévvjo'cc); oX>) ^%p ri zapi fVT£(ai (TXSìpi? ÒLV^p7)T0Lt. Melaph.y ' Tal è,
per esempio, il ciottissimo Felice Raraisson, il quale, segnatamente nel 2**
yolame dell* opera che noi più Tolte abbiamo citato, si mostra critico assai
poco benigno verso le teoriche platoniche nel porre a riscontro la Dùdettiea e
la Metajitùsa, E di questo difetto è stato giustamente ripreso dagli stessi
francesi fra* quali Janet. {ÉhuL tur la DialecHque dant Platon et dans Hegel,
Paris) come nota lo Zeller, che le idee abbiano da esser lo stesso che i
sensibili; onde poi la conseguenza su l'inutilità di ciò che Aristotele chiama
sensibili etemi, la facilità di rilevare T assurdo delle essente separate,^ il
rimprovero su la necessaria vacuità degli eterni parodigmi, e la irrisa e,
certo, ridevole mitologia delle idee come reminiscenze d' un' altra vita.* Ora
il Platonismo espostoci da Aristotele arieggia, per più rispetti, al sistema
dell' assoluta identità: di guisa che ov' altri desiderasse elementi per una
severa confutazione della dottrina hegeliana, dovrebbe intendere Platone così
come lo intese il suo celebre discepolo e come lo stesso Platone si rivela
talvolta nel Parmenide e nel Sofista, e saperne quindi ritrarre gli assurdi.
Anche nel Platonismo passato per la trafila dello Stagirita si può dire esser
la logica quella che crea il mondo, essendo la nozione, il generale, Punita
indeterminata che pone il multiplo. Fra il finito e l'tw/ìnito, fra l' Ente ed
il Non-ente, fra 1' Uno e V Altro (rauToi, 5dÌ7spoy) nou ci ha chc uu rapporto
di natura logica; sia che si parli di fx^juviacc, sia che di fisOf^ic, ovvero
d'una relazione intima ed essenziale emergente "Ere Sol^iisv av aSiivarov
ywpc'c stvae tìj'v ouT^av xai OH VI o\J7iOL' wt7« ctw; «y ac cosai ovacat t»v
apxyfAOiTta'» oZdOLi X^P**"^ suv. Metaph, Quanto al vaJore della critica
Aristotelica cons. lo Zbllkb {Eapo•inone arittotelica ecc.). Vedi anche
Tbendblbkbubq come intende i n^ùròc àpt^fAoi {PleUonU de idei» et numerie
doetrina ex Ariet. iUtutrata, Lipzia, Stillbaum, Prolog, in Parmenide di VELIA,
ove tocca dell* esposizione aristotelica. !. Simon, Étnd. tur la Théodieée de
Platon et cT Artet, Cuosiir, note al Tim. dorè Platone è difeso dall* accusa
riguardante la causa finale. Jacqitks,
Thior. dee Idée* réfutiee par Ariet, Lkvbano, De la Critique et Ice Idéee
Platonicienne» par Ariat. au premier liv. de la Métaph. Lrclf.bc,
Penniee de Platon preceduti da una Hist. abrégie du plaumieme, Oggimai dunque
le interpretazioni e la difesa in favore di Platone sono tante e così evidenti,
che la crìtica aristotelica è ridotta ai suoi legittimi confini. Molte
obbiezioni Aristotele andò cercando col lumicino; ma alcune reggono e
reggeranno contro ogni forma di Platonismo come altrove toccammo, e come
vedremo meglio nel prossimo capitolo. dalla natura stessa delle idee secondochè
appare nel Parmenide di VELIA. Non è questo il luogo per dire qual possa essere
il significato sincero di questo celebre dialogo e quale il metodo più acconcio
onde vuol essere interpretata la mente di Platone. Ripetiamo che per lo
Stagirita, come per alcuni critici francesi, sembra che il filosofo Ateniese
rimonti all' assoluto mercè gli artifizi dell' astrazione, dispogliando le cose
de' lor caratteri individuali, risalendo gradatamente a' rispettivi prototipi,
e giugnendo così al minimo della realtà, cioè al generale che per sé stesso è
cosa indeterminata e vuota.*Ora, dare al Platonismo cotesto valore tornava
comodo al discepolo per meglio combattere il maestro; ed era altresì naturale,
atteso che il metodo adoperato da Aristotele, anziché iperpsicologico ed
astratto, come dicevamo, si palesa essenzialmente psicologico, sperimentale,
induttivo nell'ampio significato di questa parola, per cui la sua metafisica
riesciva al massimo delle realtà eh' è l'Atto puro. Così ciò che per questi
interpreti è il minimum pel malinteso Platonismo, è il maximum pel beninteso
Aristotelismo. Questo fa oggi l'idealismo assoluto, ma il fa con quella
ricchezza d'espedienti, come giustamente osserva r illustre traduttore di
Hegel, e con quella possente vena di speculazione, che sanno dar venti e più
secoli di storia e di profonda attività filosofica. L' Hegeliano condanna il
metodo aristotelico, lo dice empirico, e si studia invece di seguire e compiere
il metodo dialettico dell'autore del Parm^enide; ma nel fatto non fa che
perpetuare la vuota posizione del Sofista in quanto che col TÒ ov di questo
dialogo, che è precisamente il suo Indeterminato, e' si riman sempre nelle
secche della logica. Rayaisson. Vera, V Hegelianifime tt la PhUoBopkie. Ma è
poi davvero Y Indeterminato la posizione del Sofista? È egli tale forse r«»«er«
che ì realmente e aaeolvUamejUe : rw travre^wc ovt«? {Soph.) L'Idealista
assoluto non riesce al minimum platonico, è vero: ma comincia dal minimum
dell'essere, perchè salendo di slancio, come dicemmo, air Indeterminato, coglie
immediatamente (es egreift) l'In -sé {dans ansich) che è Nulla ed Essere, e poi
con metodo dialettico e generativo egli viene sgomitolando, a così dire, ogni
cosa con ritmo costante, immutabile, invincibile, matematico, monotono, per
indi riuscire al medesimo punto onde era mosso per l' innanzi. E con ciò pensa
d'aver conseguito il vantato accordo fra l’Aristotelismo e il Platonismo,
mentre in realtà ad altro non riesce che ad una forzata compenetrazione e
meschianza del melenso e indiscerniljile tò cv con quel Noùc immobile,
solitario e tutto chiuso entro sé stesso di cui Aristotele parla nel XII libro
della Metafisica. L'Hegeliano quindi é iperpsicologista per doppio conto. Egli
incarna, esplica logicamente e compie mirabilmente uno de' due indirizzi
estremi dell' Aristotelismo, e insieme interpreta il Platonismo con una critica
che somiglia non poco a quella d' Aristotile. Concludiamo. Abbiam visto come la
forma di mediazione onde i Positivisti mostrano d'aver coscienza dell' Assoluto
sia contraddittoria. Essi protestano di non saper nulla, di non poter nulla
sapere di metafisico; ma nel fatto confessano un nescio quid, la realtà d' un
obbietto trascendente. Lo confessano in maniera empirica, e si contraddicono
anche qui, perché, dichiai'andolo Inconoscibile, negano così l' esigenza più
vivace della ricerca, negano il metodo positivo, negano la critica severa e
feconda. Positivisti, Critici, Scettici o com’altrimenti si chiamino cotesti
filosofi déW avvenire, non hanno e non vogliono aver fede nell' indagine d' un
sapere metafisico. Essi dunque condannano sé medesimi, il proprio metodo, la
ragione e la storia della scienza, poiché non fanno che perpetuare un
aristotelismo fiacco, empirico, unilaterale, impotente, negativo. Ad un opposto
resultato riesce il neoaristotelico iperpsicolggista. L'idealista asBolnto dice
di conoscer l'Assoluto, d'intenderlo nel senso più stretto di questa parola,
perchè lo fa solo in pensandolo, e ripensandolo il rende a sé stesso
trasparente. Chi conosce Bram è già Bram, dice il filosofo indiano. Chi giugne
a pensar Dio, l'infinito, ci dicon gl'Hegeliani, egli è già Dio, è già
l'infinito. Ma il modo con che pervengono a pensarlo, il processo di
mediazione, non è processo, non procede, non cammina, ma sé in sé rigira,
direbbe l'ALIGHIERI, poiché riman sempre nel mondo del più puro pensiero, del
subbiettivismo, in quel letto di Procuste appellato formalismo logico, come
dell' Hegelianismo dice un illustre scrittore vivente di Germania.' Cotesto
processo quindi é una mediazione bugiarda, perchè non é vera e legittima
conversione. Quell'ombra, dunque, di dottrina metafisica, quel vano conato di
conoscenza trascendente che ci porgono i Positivisti col confessare la realtà
d'unDews absconditus ci rappresenta una delle forme costituenti la prima
|)0sùnone speculativa; la quale perciò, chi guardi alla legge istorica
aristotelica secondo cui si svolve il pensiero filosofico, s'addimostra tutt'
altro che positivo, in quanto che ci rappresenta l'esagerazione del Dommciismo
empirico. La dottrina hegeliana poi neir attingere a modo suo l' Assoluto e nel
determinarlo, ci rappresenta invece la seconda posizione speculativa, ed è
l'esagerazione del processo deduttivo, in quanto é dommatismo sistematico
assoluto; e neanche questo merita nome di positivo. I Neoaristetelici moderni,
dunque, sia che per necessità di sentimento e d' opinione e d'istinto pongano
l' Inconoscibile, sia che a furia di speculazione trascendentale pongano
l'Indeterminato come un absdute Prius, partono dall'ignoto; partono dall'
impensabile. Essi movono dal buio, o riescono al buio: talché rassomigliano a
que' filosofi di cui parla Aristotele, i quali fanno nascer tutte cose dalla
notte: ol * CoLEBBOOKE, PhiL dea HindotUf Ess. II. Gbbvihub, Hìh, du
IHx*Neuviéme SihUe, Paris. fx vuxTo'c 7fvvo3vTic. Perciò i Neoaristotelici, s'
appellinQ Hegeliani o Positivisti, meritano, comecché per ragioni diflFerenti,
il titolo di filosofi della notte; mentre i Neoplatonici con le vantate
visioni, intuizioni, splendori, irradiamenti e influssi divini, ben ci figurano
i filosofi del giorno e della luce. Il positivo nel conoscere metafisico non istà
nella immediatezza de' Neoplatonici, e neanche nella mediazione de'
Neoaristotelici. In che dunque vuol farsi consistere? Re LA RICERCA
DELL'ASSOLUTO SECONDO LA RAGION FILOSOFICA POSITIVA, altrove notammo come
l’essere s' incarni e sostanzii ne'tre processi, ideale^ naturale,
istoricO'Sociologko: e come il Vico, a significare l'indipendenza di ciascuno e
insieme la comune legislazione, siasi ben apposto nel chiamarli a Mondo delie
Menti e di Dio^ Mondo della Natura^ Mondo dello Spirito. Avvertimmo altresì che
le scienze le quali studiano lo spirito in sé stesso indipendentemente dallo
svolgimento isterico, si adunan tutte nelle tre discipline fra loro distinte
eppur connesse in unico organismo, i cui tre momenti, per così esprimerci, sono
il primo psicologico, il primo logico e’1 primo vero metafisico. Ora il
processo ideale è la dialettica; la quale volendo essere avvisata sotto doppio
rispetto, ideologico e metafisico, è davvero, come l'han sempre designata i
Platonici ed i neo platonici, una scala; ma una scala a doppio congegno; una
scala ascensiva e discensiva, come direbbero certi viventi critici francesi
nell' interpretare il Parmenide di Platone,' In qnanto ascensiva, è ideologia;
e V ideologia, se non avesse alcun valore dialettico, altro non sarebbe che una
serie di norme logiche e un cumulo di leggi e d'attinenze onninamente formali.
Essa dunque rappresenta il processo eduttivo. Questo processo muove dal Primo
logico, e riesce al Primo vero metafisico; e vi riesce col mezzo delle idee
(ntpi iSé(av) che sono il medio per eccellenza, lo strumento pili acconcio, più
legittimo, e perciò la prova razionalmente positiva per potere attinger la
notizia dell'Assoluto. In quanto poi la dialettica è discensiva, è metafisica;
ed è metafisica perchè, giunti, come accennammo, al sommo della scala, il Primo
vero metafisico assume valore di principio metafisico che è anch'egli .processo
e conversione con sé e col fuori di sé. In Vico é abbastanza chiara l'esigenza
di questo doppio rispetto della dialettica laddove, nella simbolica Dipintura
della Scienza Nuova, pone il pensiero e l'essere come formanti un organismo, un
sol mondo, il Mondo delle Menti e di Dio. Vedi per es. Jankt, Étude »ur la
Dicdectìque ecc., ed. cit. p. Vaoherot, HÌ9t. critique de VÉcole (TAlex.^ NoCTRlsSOir,
Expo8Ìtion de la Théorie pUUonieienne de$ idée», PftHs, Simon, HìH. de VÉcole
d'Alex. Perchè le idee tornino fruttuose han d' avere un valore dialettico.
Cons. a questo proposito Plat., De Rep., Sop}i.\ Abist., Metaph., Proclo, Comm,
in Parm. Il metodo dialettico beninteso risale, secondochò notammo, a Socrate,
come quegli che trasferi tale parola dagli usi della vita (^ta'kéyt'jBxL^
eonvereare), agli usi della scienza. Però dialettica, nel suo razionale
significato, indica la convenione della mente, vuoi con sé medesima, vuoi con
altro. Vico intende a meraviglia tale origino istorica, nonché Tapplicazione
speculativa alla scienza, laddove afferma: V ordine delle umane cote i d*
ouervare le cote SIMILI, prima per ISPIROASSI, dipoi per provabr; e ciò prima
con V ESKMPLO che ti contenta d* una coea^ finalmente con V INDUZIONE che ne ha
hi' eogno di piò: onde Socrate, padre di tutte le eitte de*filo9ofi, introdueee
la Dialettica con l’Induzione che poi compiè Aristotele col eillogiemo eJte rum
regge senza un universale, {Se, Nuo.) Veggasi quel che abbiamo discorso quant*
al metodo. Ricordiamoci che per noi la metafisica non ò sdema aeedlmUi, bensì
Il nodo gordiano della filosofia, e però la chiave della metafisica, son le
idee. Se il lettore ha badato al processo e alla genesi psicologica che assai
fuggevolmente venimmo tratteggiando, avrà potuto indurre qual sia e qual debba
essere, secondo V esigenza del filosofare positivo, r origine e la natura delle
idee. Coteste idee non sono entità puramente formali, né puri concetti dello
spirito. Non sono essente sparate, almeno quelle intomo alle quali (come usava
dire GALILEI) possiamo discorrer noi umanamente; e però non sono sostanze
esteriori, come Aristotele interpreta i napaStiyyiotrx del filosofo Ateniese.
Non sono concetti innalzati ad universalita determinata ne^ quali col chiudersi
il circolo dell' essere si esauriscano ed assolvano le ragioni delle cose, com'
è per gl'Idealisti assoluti. Non sono, a dir proprio, le cose stesse nelle
assolute lor qualità. E, finalmente, non sono quasi altrettanti simboli, o
spiragli attraverso cui si affaccia al pensiero l'Assoluto. Le idee
costituìscono il prodotto del processo psicologico. Elle dunque sono una
fattura di nostra mente: son la mente stessa, direbbe Vico, ma la mente in
quanto è Magione spiegata. Ecco le idee umane, sul cui svolgimento s'imba&a
tutto l'edifizio e tutto il valore della Scienza Nuova.* Mcienxa ddP à»9oIìUo
in quanto è Critica del Vero. Però accettiamo anche qui la sentenza che costituisce,
diremmo, la chiave dell* indiriuMo medio dell* Aristotelismo. Per Aristotele la
Metafisica è «ciennadeU^AatolìUo; e questa scienza dell'Assoluto è anche
logica, logica in «2, logica in quanto considera l'essere »n «è, realmente: to'
sgw ov xai x^/^'^l^v. {Metaph.): il che consuona con la sentenza di Vico
riferita altrove: Quello che è metafiaica in quanto contempla le cote per tutti
i generi delV e»aere, lo tteseo è la logica in quanto considera le coee per
ttUti i generi di Bignifienrle. Col pensiero d’Aristotele poi rinverga il
concetto del suo maestro. Platone, come ò noto, appella filosofi quelli a’
quali ò dato asseguir la notizia di ciò che è costante e assoluto (^cXóaoooc
jiasv oc toù àcc xxT« rauToè wc«i»tw; e;^ovTo; 5«và^«ovi SfxnrtfrOxt. Bep.y). A
prima giunta parrebbe che nella dottrina delle idee il Vico fosse un filosofo
arciplatonico, ma non è. La dialettica platonica, intesa in un certo senso, non
può menomamente prescindere, come osserva il Simon, dalla dottrina della
reminiscenza: La euppreseion de la remini»cenee en peycologie ut la négation de
la dialectique et de la tkéorie de» idée. Ma se le idee sono il moto stesso e
lo stesso esultato della energia psichica, e, come tali, chiudono il circolo
della natura e dello spirito, non però chiudon sé stesse, anzi dischiudonsi, e
col dischiudersi ci mostrano di lor natura un intimo riferimento all' Assoluto.
Se r uomo, lo spirito, secondo la nozione del nostro filosofo, non è, a dir
proprio, Y infinito attuale e nemmanco r attuale finito, ma una potenzialità
infinita, una potenza che tendU ad infinitum, ne seguita che anche, le idee,
sue determinazioni, voglion esser fomite del doppio carattere della finità e
della infinità, sia che le si considerino nelle intime lor attinenze organiche,
sia che nella lor solitaria immanenza. Dunque l'idea è genm, è forma
metaphysica, e, come tale, somiglia alla forma del plasticatore, anziché a
quella del seme. Ma anche come genere, anche come forma metafisica l' idea è
finita e infinita: finita in ampiezza e universalità; infinita in perfezione.'
Però tiene del finito, in quanto che un' idea non è l'altra; e tiene poi
dell'infinito, perchè è). Or la dottrina psicologica del Vico, secondo che noi
siamo Tennti interpretandola, contraddice ad ogni platonica reminiscenza, ad
ogni maniera d’intùito iperpsicologico; anzi non mancano luoghi ne^qaali egli
condanni questa dottrina. (De Univ.j'ur.) Quanto alla scienza e alla virtù,
dice esser cose che hisogna edurle dalla mente e dairanimo come fa T ostetrico
(De Coruu PhiL, e. I). Non è poi nniraffatto platonica nò quant’alla natura, né
quant’all’origine delle idee, perchè le idre, per lui, non sono gli eterni veri
(essenze separate ed esemplatriei)^ ma sono entità che significano l'assoluto
in quanto si riferiscono a ]uì [De Univ.). Non sono quindi appreso
direttamente, ma fatte. Vedi, per es., quel che dice sul generarsi de* generi e
delle forme metafisicke, le quali a nostris pueris primulum bua spontk
«xpZtcantur. E ciò non pertanto gli hegeliani V han battezzato o seguitano a
battezzarlo per platonico sviscerato ! Neil' altro capitolo vedremo fino a qnal
segno e per qual ragione egli possa meritarsi questo titolo. Forma» intelligo
metaphysioas (pice a physieis ita diversce sunti « forma plaatm a forma
seminis. Plastce mim forma dum ad eam quid fermatur, manet idem et semper
formato perfeetlor; forma seminis, dum quotidie se esplicai, demutixtur ae
perjicitur magie: ita ut formfn pkysicct sint ex formis metaphysieis formatw
{De Antiq.). Vedremo fra poco qual valore abbia quest'ultima sentenza. Genera
esse formas, non amplitudine, sed perfezione injìnitas. l'altra e, sotto certo
rispetto, tutte le altre. La legge dialettica, dunque, è la stessa legge
universale dell' essere; legge di conversione; legge d'alterità e di medesimezza.
Sennonché cotesta conversione ideale non è semplice opposizione, e neanche
compenetrazione, conciossiachè la ragione dell'un termine non istia solamente
nell'altro. Il dialettismo si radica, non già nelle idee come opposte fra loro
o come generate, ma, innanzi tutto, nel soggetto che le genera. Un'idea non è
universale perchè perfetta, ne perfetta perchè universale. E non è finita
perchè infinita, né infinita perchè finita. Questo è l'errore delle dialettiche
a priori che, levando a principio l' opposizione per r opposizione, riescono ad
un pretto meccanismo ideale. Un' idea è infinita, o finita, principalmente per
sé, e anche per l' àUra. Se dunque la lor conversione non è equazione, né
semplice opposizione, ne conseguitano due cose: V ch'elle non chiudono il
circolo; 2*" eh' esse importano l' ideato nella pienezza di sua realtà. Si
vorrà supporre che anche cotesto ideato sia un'idea? un'idea madre? E allora
avrà luogo il medesimo discorso, e saremo sempre daccapo. Si vorrà giugnere
all'idea dell'essere mercè i soliti lambicchi de' raffinamenti e
assottigliamenti astrattivi? E avremo la nuvola, non Giunone! Certo, l' idea
dell' essere non è come le altre, finita nell'ampiezza, bensì infinita,
universale; ma è vuota, è vacua, né altro è capace di dare fuorché yffi'kÒLi
evvoiaf. Ella comprende tutto, ma non racchiude nulla: è un Primo logico, non
già un Primo vero metafisico. Dunque vuol esser determinata; stanteché debba
cessar d' essere infinita per universalità, e assumer valore d'idea infinita
per perfezione. L' ascensione dialettica perciò è incalzata dallo stesso
principio della conversione; e la mente deve posare in quell'ideato che, a dir
proprio, sia un ideato dialettico, ciò è dire conversione piena, assoluta,
vivente, reale. 1 Generi f dice il Vico, aono non per univer»alità, ma per
perfezione inJiniH: e questo eeeere U brieve e vero 9en§o del lungo e intricalo
F€tnn&' Se r idea è infinita non per ampiegm ma per_perfmone, perciò non va
confusa col concetto; al modo nide di Platone; e questo intendimento doverti
dare alla famosa Scala ddle Idee onde i Platonici pervengono alle perfeUianime
ed eteme (Bisp. I, al Oiom. De’ Lett.). Quanto al brieve e vero senso del
Parmenide toccheremo più giù. Dove poi Vico dice: Genera esse formasy non
amj^itudinef sed ptr/ectione injinitas^ tosto SOggiugne: et quia injinitas in
uno Deo esse. Come va intesa questa sentenza? In quanto le idee possiedon
carattere dMnfinità e d* assoluta perfezione, elle sono in Dio; e sono in lui
perchè forman tutte assoluta unità, e assoluta totalità: unitotalità. Lo avea
detto GALILEI che non era un metafisico: Le idee, perchè inJinitCf sono una
sola ndV essenza loro e nella mente divina (Op., ed. Albóri, Dial. de* Mass.
Sist,). Ha in quanto possiedon Tubo e r altro carattere, elle si producono e
rìseggon nello spirito, nel pensiero; sono il pensiero; e sono finite e
infinite perchè tale è, ripetiamo, la natura stessa dello spirito, cioè
potenzialità infinita. Ne viene perciò che, ove le idee fossero infinite in
atto, non potrebbero essere altresì finite. E dove fossero solamente finite e
puramente universali, sarebbero forme vuote e astratte, e però, contraddicendo
air intera dottrina psicologica del nostro filosofo, cadremmo nel pretto
sensismo. Or le idee, le nostre idee, non sono infinite e perfette perchè siano
lo stesso Dio o pertinenze di Dio, ovvero spiragli ond’ei s’afikccia al
pensiero, come dice il Mamiani col suo linguaggio tinto di certo color poetico;
ma son tali perchè tale per T appunto è il soggetto che le partorisce; il quale
perciò, mediando sé stesso come potenziale infinito, deve per necessità
eduttiva concludere alla notizia dell’Assoluto. Di qui nasce che le idee non
possono essere infinite di fatto, e ce *1 dice egli stesso: enim vero ista
genera nomine tenue infinita, homo enim ncque nikil est, ncque omnia. Quare nee
de nihilo nisi per aliquid negatum, neo de infinito, nisi per negata finita
cogitare potest. Ai enim omnis triangulus habet angulos cequales duobus rectis.
Ita bene: sed non id miìU infinitum verum, sed quia habeo trianguli formam in
mentGot imprcssam, cujus hanc nosco proprietatem, et cu mihi est archetypus
ceteroruh. Fatta dunque l’idea, tosto in essa io riconosco, non già l’infinito,
ma il carattere della infinità: hanc proprietotem nosco. Per questa proprietà
essa diventa un archetipo, diventa una misura {archetypus ceterorum); e come
archetipo e misura ella, per me, è un assoluto; e così è vero, che Vuom tende a
farsi regola deW universo,che vuol dire tende a farsi assoluto. E qui toma
acconcio il riconfermare quella relazione che tra le opere di Vico altrove
procacciammo chiarire. Nella Scienza Nuova Tuomo è regola e misura in tre
maniere, secondo i tre momenti dello svolgimento isterico; 1° nella fase 0
stato divino, per credenza e per sentimento; 2« nella fase eroica, per
arbitrio, forza, potere, volere; 3 nella fase umana, per magistero logico e
scienziale, cioè per la ragione spiegata,^eT le idee {idee umane). Ecco dunque
una prova novella che ci mostra come la Scienza Nuova, anziché contraddire al
Libro metafisico, lo esplichi e lo legittimi sempreppiù, al modo istesso che
questo riassume le ragioni metafisiche di quella. istesso che l'intendimento,
secondochè mostrammo, non è da confondersi con la ragione. Tanto Videa quanto
il concetto sono una dualità, perchè T una e l'altro sono conversione,
giudizio, e però medesimezza e distinzione. Ma la dualità dell' idea è l'
universalità e \2l perfezione; dovechè quella del concetto è l' estensione e la
comprensione. Nel concetto come vedemmo, ci è sempre un'orma del fantasma; e
nell' idea v' è sempi-e un' orma del concetto^ cioè il comune, l'universale. Or
chi dirà che il concetto abbia carattere d'infinità solo perchè sia comune e
universale?* Il circolo, a mo' d'esempio, in quanto è universale, è concetto;
ma in qijanto racchiude la nota essenziale ond' e' si discerne da ogn' altra
nozione, è quello che è; è perfettissimo; è infinito; e così lo pensa Dio come
l'uomo. Si vero id contendane etse injinitum gentu (cioè che i tre angoli d*aii
triangolo rettilineo siano eguali a due retti, eh' è l'esempio riferitopoco fa
dallo stesso Vico), quia ad eum trianguli archettfputn accommodari innumeri
trianguli po«8unt, id tibi habeant per me licet; nam vocabulum iÌ9 lubens
condono, dum ipti de re mecum eentiant. Sed enim perperam loquuntur, qui
decempedam dixerint injinitam, quod omne extenaum ad eam normam metiri poannt,
> {De Antiq.) ' Galileo nota stupendamente questo privilegio del pensiero là
dove distingue V intendere extensive dair intendere intensivCf confermando così
la dottrina di Vico. Vintenèive del filosofo pisano è il perfettamente^ com*
egli stesso dichiara. Ora v* ha cognizioni, egli dice, le quali, guardate sotto
il rispetto della inteneìtà e della perfezione, agguagliano le di-rine neUa
certezza obbiettiva^ perchè con essa arriviamo a comprenderne la nec€99Ìtà
sopra la quale non par che posta essere sicurezza maggiore, {Dial. de' Mass.
Sist,j) Gli esempi co' quali GALILEI procaccia chiarire tale idea, son tolti
dalla matematica; e la matematica, anche per lui, è una fattura della mente; e
però la certezza e la necessità ond'ei parla scaturisce immediatamente dalle
leggi stesse della psicologia. So che il Neoplatonico neanche qui si darà pace,
ed opporrà la solita inTitta necessità di certi yeri che, vada o Tenga il
pensiero, sono e saran sempre quello che sono. A questa difficoltà ahhiamo già
risposto. Il due e due fan quattro (direbbe un neoplatonico alla Maminni) gli è
un vero assoluto e necessario, né io posso pensare il contrario; dunque T*ha in
lui qualcosa che non m' appartiene; e però,o è Dio, o è pertinenza di Dio.
Nient' affatto! Io non posso pensare il contrario; ed è yerissimo: ma perchè
non posso pensarlo? Perchè non posso contraddirmi; ecco la ragione immediata.
Il regno della logica non è il regno Or se tale è l’organismo delle idee, è
impossibile che il pensiero partorisca e generi un'idea laquale sia infinita
così nelF ampiezza come nella perfezione. Se potesse, e' già sarebbe V infinito
in atto. Se potesse, egli, col farsi, già sarebbe un fatto. Ma così non si
contraddirebbe? Non annullerebbe sé stesso anche qui? La conseguenza, dunque,
parmi chiara: il pensiero, questo nostro pensiero con tutto il suo ^contenuto,
non possiede l' essere, non è l'essere, non si compenetra con r essere. Questa
invincibile manchevolezza d' essere, questa insuperabile impotenza d' essere,
come ci si rivela? quand' è che ci si rivela? Precisamente nella stessa
impossibilità d'afferrare e fermare il pensiero nell'o/to. Ed è impossibile
poter cogliere e fermare quest'atto, appunto perchè lo spirito, pensando, è già
un atto, è già faUo (actum). Or se non è atto, non ci ha da esser r atto ? Io
penso l'essere; io son l'essere: eppure non sono la realtà dell'essere! Dunque
la stessa impossibilità a dedurlo come tale, mi dà il diritto a concluderne la
realtà. Il che accade per una ragione detta e ridetta, che, cioè. Essere e
Pensiero non sono l' uno in due (come direbbe lo Spaventa), non sono l'
identico nel diverso, ma sono il due in wwo, sono piuttosto il diverso nell’identico.
E qui ci è dato scorgere sempre più nettamente V errore degl’intuitisti e ie^
mediatisti. Cotestoro, come vedemmo, voglion rintracciare la ragion
dell'assoluto e dell' infinito nel pensiero, e ricorrono ad espedienti opposti
e contrari. Gli uni ci dicon che la mente colga immediate l’Assoluto; gli
altri, che lo faccia. Ora chi dice di vederlo, per me, sogna ad occhi aperti; e
senz' addarsene resta impaniato nel panteismo. Chi poi dice di farlo, sogna
anche lui e, per di più, diverte la doli* arbitrio. E perchè poi non posso
contraddirmi? Giusto perchò lo stesso pensiero è quello die nel due e due fan
quattro pone gl’elementi e le condizioni del giudizio: le quali io non potrei
negare, senza distruggere il mio stesso pensiero. Se potessi, ne verrebbe che
io farei, e non farei: cioè /arci il nulla t gente con indovineUi da
algebrista, e finisce per immergersi nel nulla: talché anniillando cotesto
assoluto, la sua deduzione riesce davvero ad \m3i bestemmia. Il neoplatonico s'
affida ad un intùito; e così esagera l’impotenza in cui è il pensiero d' esser
l’essere. Il neo-aristotelico hegeliano, al contrario, s'affida a sé stesso; e
così esagera la potenza del suo pensiero adequandolo all' essere. Entrambi
dunque deducono; ma l'uno appoggiandosi neh' obbietto intuito, o nell’Ideato
presente al pensiero; l’altro,movendo dsàll’indeterminato cólto o posto per
astrazione immediata e subitanea. Illusione l' immediatezza dell' uno!
illusione e arzigogolo logico la mediatezza dell' al trol Non intùiti, ne
posizioni a priori: non immediatezza, né mediatezza, ma conversione, ma
processo del pensiero con l'essere. Le idee non sono r Assoluto significativo,
l' ente in quanto sigtii/ica, in quanto presenta sé stesso al pensiero:' ma é
lo stesso pensiero quello che per sé medesimo é significativo dell'Assoluto, in
quanto é Bagione spiegata. Brevemente: se r idea è mezzo, eli' è il pensiero,
ma è il pensiero in quanto rappresenta l'Ideato, non già l'Ideato in quanto s'
affaccia al pensiero. Or qui si compie nella sua vera forma la funzione
eduttiva. Parlando della genesi e classificazione delle varie discipline
dicemmo, le scienze eduttive ridursi ad una sola, ed esser la filosofia. La
filosofia s' intrinseca con tutte le scienze; e però é anch'olla induttiva e
deduttiva la sua parte. Ma anch'essa é autonoma, anch'essa è trascendente, e
come tale è di natura eduttiva; poiché non cessando d'alimentarsi de' tesori
adunati dalle altre discipline, nondimeno sa e può trovare alimento in sé
stessa, e per sua propria virtù. Se le idee infatti hanno lor fondamento in
natura, nessuna funzione basterebbe * Hine adeo impiat euriontatit notandi, qui
Deum Optimum Maximum a priori probare ttudeiU: nam tantundem ettet, quantum Dei
Deum «e /aoere, et Deum negare, quem quixrunt. (Vico, De Antiq.) ROVERE, Lett.
al DoU. BrentoMMoUf 424 DILLA DOTTBiNA ulosoiioa. [lib. n. a scioglierle da'
viluppi delle sensate apparenze, ove la stessa mente non sapesse pai*torirle.
Tra il fantasma e l'idea, tra la forma metafisica e la fisica^ c\ è quel
medesimo intervallo esistente fra il senso e la ragione. Or tuttoché le idee
pongan radice nella natura e si muovano in questa, nondimeno con lieve soccorso
del senso elle possono esser generate dalla mente, poiché a concepir r idea del
circolo, o meglio, a fissare il concetto del circolo nella nota che costituisce
la sua perfezione e trasformarla in idea o forma metafisica, non v' ha mestieri
di prolungati lavori d'astrazioni e di generalizzazioni. La mente perciò nel
concepirle fa altrettanti giudizi eduttivi. Il giudizio eduttivo è diverso,
così nella forma come nel contenuto, dal giudizio induttivo, e dal deduttivo.
Il suo carattere specificante dicemmo radicarsi innanzi tutto nella relazione
de' suoi termini, e quindi nell' origine dell' attributo. L' attributo non è
dato dal fatto; e però non è sintetico a posteriori. Non è ricavato dal
soggetto e applicato al soggetto stesso come parte del suo contenuto; e quindi
non è di natura analitica. Non è ripetizione del medesimo soggetto; e quindi
non è identico. Il giudizio eduttivo serba in' Se pensare, come altrove
mostrammo, è giudicare, e giudicare è un atto di conversione in quanto che
convertire è scorger la medesimezza e la differenza ad un tempo; ne viene che
il giudizio è la sintesi di due elementi, convertione del vero col fattOf
sintesi della medesimezza generica (vero) e della diversità specifica (fatto).
Ora guardando alla funzione speciale onde la mente forma concetti e giudizi,
ricavammo esser tre i sommi generi a cui essi potranno rimonarsi, e li appellammo
induttivi, deduttivi, eduttivi. Questa divisione è essenziale, perchò si fonda
principalmente nella differenza del contenuto de’ giudizi, e perchò dà origine
alle tre funzioni metodiche. Si fonda dunque su la dottrina della conoscenza e
della scienza, e perciò è razionale e cpmpiuta. L'atto del giudicare, Infatti,
ò sempre identico nella sua forma logica, poiché è sempre una conversione al
pari del concetto ond' emerge; ma differisce nel contenuto, ed ecco r origine
delle tre differenze di giudizi. Tutte quelle innumerevoli distinzioni e classi
e divisioni e suddivisioni di atti giudicativi fatte da Aristotele sino al Kant
e a SERBATI, sono spartizioni secondarie, le quali riguardano l' estensione, la
quantità, la relazione, la forma e l'indole de' giudizi; ma riescon tutte
incompiute. dole essenzialmente sintetica, e però sgorga dallo stesso pensiero
per virtù e necessità eduttiva. Ma qual sorta di sintesi è cotesta? Non è
sintesi a priori nel senso de' Neoplatonici, perocché l'obbietto non è dato da
nessun intùito o visione trascendentale. Non è sintesi nel senso dell'
Idealismo assoluto e del criticismo, perchè r obbietto non è posto per mera
legge dialettica, e neanco per non so qual cieca necessità subbiettiva. Il
giudizio eduttivo è un vero atto sintetico, un atto sintetico trascendentale
per eccellenza perchè l'attributo non è nel soggetto, e nondimeno è posto dal
soggetto. Qual è l'oggetto di questa sintesi trascendentale? È appunto ciò che
le forme metafisiche possiedon di comune. È ciò che nel concetto e nelle
determinazioni ideali scopriamo d' infinito, non già nell'ampiezza, ma sì nella
perfezione. La funzione eduttiva dunque è funzione dialettica, dialettica
ascensiva. Perciò eduzione delle idee non vuol dir la pura e semplice
generalizzazione delle qualità dell'essere: vuol dire accrescimento dell'
essere; vuol dire concentramento dell' essere nella [I griudizi iintetici a
priori di Kant non sono propriamente apriori, ma si riducono a giudizi
analitici. Il processo conoscitivo è, per dir così, nna catena, gli estremi
della quale sono due sintesi, e però due forme di conversione; l’una di esse è
originaHay e l'altra finale. Quella precede, come si disse, ogni riflessione, e
costituisce il primo psicologico, l’unidualità primitiva; la quale, facendo
possibile la formazione de' concetti mercè il processo psicologico, toglie
queir apparente petizion di principio tra la necessità per cui ogni giudizio
deve importare il concetto, e la necessità ondMl concetto debb' essere un atto
giudicativo. La sintesi finale poi riesce al Primo vero metafieico^i] quale
devesi convertire col Principio metafisico. Avviene perciò che la sintesi
originaria sia costituita dal pensiero e dal suo obbietto che è l’essere in
quanto indeterminato; e però è sintesi naturale essendo posta dalla stessa
natura. La sintesi finale per contrario, ha per oggetto 1’essere determinato
ideale, e determinabile in quanto reale; e )»er ciò è sintesi superiore alla
natura essendo prodotta dallo stesso pensiero. Queste due sintesi dunque sono due
giudizi d'indole sintetica, ma diversissimo n'è il contenuto; per la ragione
che, se nel primo d'essi l'obbietto è posto da natura, nel secondo è posto
dalla stessa mente. sua idealità. Or se tale è la natura di questa funzione
accade che il principio ond' ella è governata non possa esser quello d'
identità, di repugnanza, di causa e simili; stantechè qui non si tratti di
logica formale la cui materia è costituita, in generale, da' giudizi deduttivi,
ne di logica induttiva, i cui giudizi riposano sul principio di causalità e di
sostanza empiricamente intesi. Se il fine della logica formale sta nel fissar
le norme del ben pensare, e il fine della logica induttiva nel porgere i
criteri a fruttuosamente sperimentare; è chiaro esser necessaria una logica la
quale sappia ritrovare il vero facendolo, se pure s' ammette che la metafisica
abbia da essere una critica del vero. Ed è chiaro altresì esser necessario un
principio che sappia guidarci nel processo di siffatta critica, il qual
principio è appunto, come altrove toccammo, quello della conversione. Or questa
funzione eduttiva, di natura essenzialmente dialettica, non va dall'effetto
alla causa, né dalla causa all' effetto: non va dalla sostanza alla
determinazione, né dalla determinazione alla sostanza. Le idee non sono
effetti, non sono risultati, né determinazioni dell'Assoluto. Se così fosse,
come sarebbe possibile il transito dialettico? Il passaggio dialettico
(nopsisi) è solamente possibile dov'è possibile medesimezza e differenza; dov'è
possibile intervallo e continuità; dov'è possibile, insomma, conversione di
termini. I termini in quest' ordine di cose, da una parte, sono le idea, la
Eagiotie spiegata; dall' altra sono le stesse idee, le stesse forme
metafisiche, ma in quanto concludono nel loro ideato, neir ideato come
Principio e Mente reale, nell' ideato che basti a sé stesso (ro^izavov),
nell'ideato che nulla suppone, ma che si pone (ro ocvuttoOstov). Intanto la
ragione, tuttoché secondo le leggi altrove notate del processo psicologibo
debba mover dalla natura e dal senso, nondimeno, come tale, è caussa sui
(suitas); e l' effetto di tal cagione è la scienza, le idee, le quali, in
quanto forme metafisiche, si riferiscono all'Assoluto. E cotesto Assoluto alla
sua volta è Caussa sui (Aseitas), ma è anche cagione del mondo in quanto è
mente; e l'effetto di tal cagione è lo spirito, non già come Ragione spiegata,
come Nove, come attualità, ma come virtualità, potenza, materia, natura,
conato. Ora questa evidentemente è conversione, e quindi è sintesi eduttiva. Ed
è tale in quanto procede da causa a causa, in quanto concatenando caussas
caussis le annoda e distingue ad un tempo, perchè in realtà le s'immedesimano e
si distinguono anche fra loro. Il perchè, se da una parte qui abbiamo le idee,
le forme metafisiche, la ragioìie spiegata, la coscienza, il vero; mentre
dall'altra abbiamo r Assoluto, r Assoluto in quanto è mente, in quanto è la
Mente, in quanto è il Fatto per eccellenza; in una parola, se da una parte
abbiamo quel che VICO (si veda) dice le Menti, e dall'altra Dio: ne viene che
in questo Motido delle Menti e di Dio, in quest’organismo del pensiero con r
essere, il passaggio dall' un termine all' altro non è processo deduttivo, né
tampoco induttivo, ma è processo essenzialmente eduttivo, perchè anche qui ha
luogo la conversione del vero col fatto, cioè la conversione delle Menti con
Dio, della logica con V ontologia, dell' ideologia con la metafisica. Sarà un'
alchimia anche questa ? Potrebbe stare. Ma chi ben la consideri, anziché
un'alchimia, scorgerà in essa il fondamento della prova legittima, vera,
positiva intorno all'Assoluto. Le tre ordinarie maniere d’argomentare
resistenza di Dio furon ben cento volte dimostrate deboli, incompiute, fallaci,
per la solita ragione che, non racchiudendo processo, mancano perciò di valore
propriamente dimottratico. Il cosi detto argomento ontoìogicOf per es.,
qaalanque ne sia la forma datagli da Anselmo d’AOSTA, Cartesio, Malebranche,
Fénelon, Leibnitz, Gerdil, SERBATI, GIOBERTI, ROVERE e simili, non può concludere
alla realtà assoluta, perchè, comunque e' si squadri, ha sempre nn valore
deduttivo. Gli argomenti poi dettiyì«ico, moralcf ootmologieOf sono sfomiti d*
ogni rigor di prova razionale, in quanto che si riducono alla forma induttiva,
la quale, in tal caso, racchiude nna petizion di principio. Laonde se la
deduzione move da un /ntùtto, siamo nella ipotesi; e la scienza non può
accettar le ipotesi come principi], tnttochò se ne possa e debba giovare È
dunque vero, è verissimo che l' uomo da sé e con la propria mente faccia Dio. E
lo fa dapprima col senso, poi con r immaginazione, da ultimo con la ragione.
Col senso lo vede immediatamente nella natura, lo sente nella natura. Con
l'immaginazione lo vede attraverso alla natura, ma lo sente in sé medesimo. Con
la ragione lungo il suo processo come d'altrettanti mezzi. Se poi muove da un
Indeterminato f siamo nel formalismo psicologico, nell* arbitrio logico, e però
si riesce agi* indovintUi da algebristi, l’una forma di deduzione perciò non
dimostra, cbè anzi invoca appunto l'Assoluto per dimostrare: T altra invece
dimostra troppo, e perciò non dimostra nulla. Dunque l’argomento eduttivo o
della eonveraionef che noi contrapponiamo a qualunque forma di deduzione e d*
induzi one, è prova legittima, stantechè racchiuda il vero termine medio, il
vero m«szo tra il mondo e l’Assoluto. Il solo Trendelenburg ha parlato d' una
forma di prova ch’ei chiama argomento logico, il quale potrebbe avere alcun
riscontro col nostro. Ma non poche sarebbero le difficoltà nelle quali intoppa
il dotto tedesco, chi guardi al concetto del moto ch’ei pone a capo delle
categorie. Neil* ordine psicologico noi moviamo dal vero che per necessità
eduttiva si converte col Fatto: e ne ricaviamo che cotesto FaUo non è già moto,
anzi pensiero per eccellenza, mentalità assoluta. Or bene s* e* fosse moto,
corno saria possibile una conversione f E mancando la possibilità della
conversione, come farà, l’illustre autore delle Bioerche Logiche, a salvarsi
dal pericolo d’un vuoto formalismo? Giova qui rispondere ad un'obbiezione. Si
dirà: cotesto vostro peregrino argomento, in somma delle somme, si riduce ad
una forma d* induzione. Dall' effetto, andate alla causa; dal particolare, al
generale; dalla determinazione, alla sostanza; dal finito, all'infinito. Brevemente,
dal mondo salite a Dio, sia che consideriate la natura, sia che lo spirito,
ovvero le idee. Rispondo: induzione pura o semplice, 'no; ma processo
induttivo: il quale, compiendosi nel processo eduttivo, assume quindi valore
d'argomento razionalmente positivo. Dio, a parlar proprio, non è pura sostanza,
causa, essere infinito solitario; nò il mondo è pura qualità e determinazione,
puro effetto, puro finito posto dall'infinito. Se Dio fosse cagione
semplicemente presa, il mondo (l'effetto) ne sarebbe l'atto. Se fosse sostanza,
il mondo ne sarebbe la modificazione. Chi ci salverebbe dal panteismo? Se poi
fosse infinito ut «ie, perchè, domanderò io, se basta a so stesso ha da porre
il finito ? Dio è tutte queste cose, infinito, causa, sostanza e simili, ma è
tale, perchò principalmente è idea, pensiero, mentalità. Or non è anch' egli
mente e pensiero l’universo? L’argomento della conversione, dunque, non va dal
mondo a Dio, non procede dall’effetto alla causa (ohe non procederebbe
davvero), ma va, ma procede da causa a causa annodandole insieme. E le annoda,
perchò serbano medesimezza e diversità; le annoda, perchè adopra il mezzo delle
idee; le annoda, perchò educe le idee, e perchò queste idee converte con
l’ideato. Un’ultima osservazione che avrei dovuto fare già in altro luogo: meIo
vede nelle sue stesse idee, perchè lo fa come idea; e così r uomo (ripeto la
bella frase di GIOBERTI) giunge a rendere a Dio la pariglia. L'idea
dell'Assoluto ha anch' egli i suoi annali ne' diversi momenti della storia e del
processo psicologico. Ma nel far cotest'idea, e proprio quando l'abbiam fatta,
noi somigliamo a quell'artefice che s'affatica e suda e si travaglia nell'
incarnare il tipo che gli splende dinanzi alla fantasia, mentre la stessa
natura potrebbe offrirglielo vivo e palpitante nella infinita ricchezza delle
sue creazioni. Novello e arditissimo Prometeo, il pensiero del filosofo non
abbisogna d' alcuna scintilla: la scintilla della vita s' agita già vivissima
nell'opera stessa delle sue mani. Perocché quando il pensiero abbia prodotto
l'idea dell'Assoluto, e' tosto s'accorge d'aver prodotto quello che già e' era,
quello che è il Fatto per eccellenza, e che non può esser fatto perchè di sua
essenza è il Fare, E così pure ci accorgiamo di far Dio con la scienza e con l'
attività riflessa, solo perchè è egli innanzi tutto che fa noi come potenza,
perchè siamo potenza, perchè siamo termine del suo atto. * glio tardi che mai.
GIOBERTI accenna una sola volta (quant’io sappia) al metodo eduttivo, e lo fa
consistere nell* andare dal particolare al particolare, dal generale al
generale (Protei). £ precisamente la funzione deduttiva come la intende, per
esempio, Miìl. La eduzione di GIOBERTI f com* ò eTìdente, non ci ha t;he vedere
con la nostra. ' Questa precisamente è la facoltà della quale, come dice
Cartesio, ci ha saputo fornire la stessa natura, e con la quale noi, produeendo
Videa di Dio, conosciamo Dio. (2Ve ossiano forme dell" infinito, e
disponendole le conosce, e in questa sua cognizione le fa, e questa cognizione
d' Iddio è tvMa la ragione della quale l’uomo /m una porzione per la sua parte,
E poiché l'Ente è assoluta conversione del Vero col fatto interno (Generato) e
col Fatto propriamente detto (Mondo), ne viene che debb’essere altresì
conversione come pensiero e come forza, come Causa e Mente, appunto percJiì
unica causa quella che per produrre l’effetXo non% ha di altra bisogno; come
quella la quale contiene dentro di sì gli elementi delle cose che produce, e li
dispone, e sì ne forma e comprende la guisa, e comprendendola manda fuori
l’effetto, (Ved. liisp. al Giom. de' Leu.). Per quanto questo lingruaggio possa
sembrar vieto e coperto di muffa scolastica, nullameno tornerà agevole
all'accorto lettore potervi scorgere come in germe la soluzione positiva del problema
metafisico. In queste tre usate e abusate parole. Vero, generato e fatto,
abbiamo, per così dire, i tre punti ne' quali s* imperna e gira il processo
idealo che, considerato in se proprio, costituisce la dialettica discensiva.
Qui è la sostanza, com' è noto, e, sto per dire, il nocciolo della teorica
cristiana, ma ^levata al supremo valor razionale e speculativo oud'è capace: ed
è il fine (chi ben consideri la storia della filosofia cristiana e non
cristiana, ortodossa ed eterodossa) a cui par che convergano insieme e riescano
il Platonismo e l'Aristotelismo nello differenti loro forme isteriche.
Sennonché si badi a non pigliar come ripetizioni vano certe analogie e
somiglianze di H Vero dunque è l'essere; e cotesto essere-vero non sarebbe
tale, ove, anziché identità sostanziale deiTessere e del conoscere, anziché
assoluta unità e assoluto monismo, non fosse invece un' essenzial dualità e
^nità, essenzial conversione del soggetto con l’oggetto, e quindi medesimezza e
differenza attuale. Qui dunque, innanzi tutto, il nostro filosofo corregge
Aristotele come quegli il quale disconosce una condizione eh' è l'interna
necessità della stessa natura dell'Assoluto. Lo Stagirita pronunzia: ecTTtv
>j vó>?o"ec vovìtso; vó/jtc?. Ma fo^c che l' eccellenza del pensiero
starà nel pensar solamente sé come sé, e non anche sé come altro? Una Visione
veggente Sé stessa non ^ un atto sterile e solitario? Vedere non è anche
operare? Pensare non è generare? Ov'è dunque il gran linguaggio, che qui il
Vico potrebbe aver con altri filosofi. Mi spiego subito. Per sant'Agostino, per
es., intelligibilità e realtà si compenetrano insieme, e danno luogo alla
natura assoluta formando così il Vero-EnU fVed. SolU?(T«oc proprio in sé, e s'
avvilirebbe: Tò 9st6xarov Y.ot.1 to' rifxtwTatov vote, xa/ ou fAsra^aXXci *
«t;;^«t/90v 7à/9 ^ /x£Ta6o>KÌ. Metaph. pensiero aristotelico della facoltà
che pone il proprio obbietto e se ne distingue ? E perchè, mai non applicarlo
anche all' Atto, e soprattutto all'Atto?* U Essere-Vero dunque è mestieri che
sia anche Verbo, anche Fatto intemo, anche Generato. Che cos'è il generato? Non
è luce metafisica, non è oggetto indeterminato e primigenio posto da natura,
come nella genesi psicologica; ma è luce e colori, è oggetto determinatissimo,
perchè è insieme la natura e ciò che è sopra alla natura. È dunque il diverso,
il diverso dell'identico; al modo istesso che il vero è l'identico del diverso.
Perciò è l'intelligibile che, mentre adequasi con l' intelligente, se ne
distingue. Perciò è il pensante che, convertendosi col pensato, è pensiero, e
quindi è in sé medesimo il trinuno. Se dunque l'Assoluto è generazione e
dinamismo interiore, per ciò stesso è Mente: prindpium unum, Mens. Or come
potrebb' esser mente senza esser cagione, attività, energia,e quindi idea,
possibilità, relatività, infinità, moltiplicità ideale? Ma se qui il nostro
filosofo corregge l'Aristotelismo, invera nel medesimo tempo il Platonismo. Il
Generato del Vico, in quanto è termine di generazione ad intra, è appunto la
benintesa idea platonica. Cote$ta idea platonica non è assoluta Unità, né
assoluta Moltiplicità. Ma, si badi: il difetto metafisico dell* Aristotelismo
non è tale che 1* annnlli e distrugga addirittara, ed è appunto per questo che
Aristotele non potrà esser mai in etemo, né un idealista assoluto, nò un
positivista, anzi così egli si presenta come una confutazione parlante deir
Hegellanismo, e del Positivismo. Voglio dire in sostanza che il principio
metafisico dello Stagirita non è, propriamente parlando, erroneo, ma incompiuto;
e però è tale che corregge benissimo sé stesso. In che modo? Se l’Atto ha da
esser davvero quello che dice Aristotele, ne viene che, metafisicamente e
logicamente, è impossibile un Actu» pwru» ab^olute. Gli Alessandrini se ne
accorsero; e questo è precisamente e principalmente il lor merito di fronte air
Aristotelismo. La verità della Scuola d'Alessandria e dell’antico neoplatonismo
sta chiusa in questo poche parole: [0,in ptaiix JfiTai Twv ci^wv xarà to tv
caurw voitjtov o' vou?. Vod. Proclo in Parm. Lo stesso dicasi, come vedremo,
del Platonismo; e così può affermarsi che Tesigenza della correzione, nel
concetto metafisico deU'ano o dell* altro sistema, sia reciproca. in sè. Non è
l'identico, ne il diverso. Non è il moto, ne la quiete. È dunque l'una e l'altra
cosa ad un tempo istesso. È dunque il tò E?a/yv>?; senza cui ella
riescirebbe affatto inintelligibile, e assurda; e quindi ci significa il
momento nel quale è insieme numero, senza cessare d'esser altresì unità
essenziale: talché costituendosi centro e circonferenza ad un tempo, rende
siffattamente possibile l'accordo de'contrari. E tale accordo sarà possibile a
questo sol patto: che il momento sia non pur la Nó»Ttc vóvjTswc dello
Stagirita, ma eziandio Mente, e perciò Mente e Verbo, Vero e Generato, e quindi
fornito della virtù onde lo fa ricco il filosofo Ateniese. Così interpretando
il to' E^otéipvvjc (senza confonderlo col fjura^y.l'kety che sarebbe confonder
la condizione col condizionato, il Generato col Fatto), non verremo a
contraddire al contenuto degl’altri dialoghi, massime al Sofista ove la natura
dell'assoluto ci è determinata come pensiero, come mente, e perciò come
pienezza di vita e d'assoluta realtà.' FICINO traduce 1* 'E^ai^vvj^ per
momentum indimduum; mii in questa parola e* è qualcosa di più, esprimendoci
propriamente l’istantaneo; ed ecco perchè Platone lo dice di natura mirabile e
etrana: ^ tUTcc aroTróf tc^. Partn., , E; 157, B. * *AjO ouv ìttì to' (xxoTTtìv
TOUTO, sv w tÓt' av ety?, ots fiSTa^dXktfj Tò TToìov 5vi; To' e^at^vyj?. rò
ydip i^at^vrjc Toeòv^j ti Jfocxf a^juatvecv wce? «xatvou ^«TaSaXXov sìq
ixoirspov, ov yxp i'A ye Tov io-Tavai sttùtoì in asTa^séXXst, ou5'«x tkj;
kiwitsoì? xtvovfx«v>ic «TI fj.tr OL^iWti' àW Tn i5at^v«c auT>j fvtriz
oironóz Ttf iyìndBrirat jExcTa^u tt^C xiv>jo'««c rt y.olI «rTOCTEwc, iv
XP^'*^} orjSsvi ouTa, xat te; TavTvjv 5vì xai e'x TauT>JC to rs
xtvov'jEXffvov fjitra^oiWsi ini tò éo-Tavai xa« tò écTOc «Vi tÒ xivelo'dae.
Kcv^uvsùst. Kat to ?v 5v7, etnsp «a"Tv?x/ Te xat xivjÌTat, /xsTa6a^^oi av
if éy.drtpOL' fjLÓvwi ydp av outo? àp^ÒTSjoa Trotot'y»* /xeTa6a).>ov 5'
sfat^vvjf /xsTaéai^ft, xac ot£. /xsTa€a»e£, ev ou^evt XP'^'^V *^ ^^^'j ou5«
xtvofT* av tòts, ou5' àv ^rxirt. (Parm. 156., d.) * Te 9:; TO 7t7vwTXJCvì5 to
yiyvtàTìLsv^^ai fCt.TS noinuoc I Tra^o;:^ àfifòrspov; -^ to' asv 7ra3-/?aa to'
^s 5aT£^ov; ì^ ttzvTCCTra^tv ou5sTg/30v ouJiTfi^ov TOUTwv ^fTaXau/Savsev*
(Soph.) ^ ' Té dai itpò% Atò;; wc a^>J'9'wc x«vT7Ttv xat ^w>jv xat
>/'vxiQv xa* ^^óv>70'iv tJ paSi(ùi 7re£j3>jo"ò|txjOa t« TravTsXw;
«?vti /x>: Ma se r Idea è il Generato, e quindi rispetto al vero è il
diverso dell'identico tò jts^oov, ciò nondimeno ravvisata in sé medesima ella è
un possibile; e, in quanto possibile, è anche il medesimo d' un altro diveiso.
Poiché se di sua natura eli' è possibile, deve importare una moltiplicità
opposta, estrinseca, reale, determinata; deve necessariamente importare il
diverso, il quale sia tale, non solo di fronte all'ofóro, cioè rispetto al
Generato, ma anche in sé stesso tò aXXo. E se non includesse cotesto diverso?
Se non l'includesse, finirebbe d'esser possibile, e negherebbe sé stesso.
Perciocché un possibile, il quale non si potesse mai recare ad atto,
evidentemente sarebbe un impossibile addirittura, o al più un possibile
infecondo e fantastico. Laonde, poiché il generato é infinita idealità, e
quindi infinita possibilità, però devesi necessariamente convertire col fatto:
é si converte in quanto lo fa; si converte in quanto lo pone. VICO (vedasi)
dunque ha detto giustissimo: Il vero si converte ad intra col generato, e ad
extra col fatto. Or che cos'è mai cotesto fatto? È anch'egli il diverso
dell'identico, il diverso del generato; ma é il diverso in sé proprio tò
a).Xo), il mondo. Poiché quantunque il fatto e il generato sono moltiplicità,
nonpertanto l'uno é, moltiplicità reale, e 1’altro ideale; talché se la prima
si 7r«/oetvac, innari K^v aiiro ^>j5s (ppovelv ùWoi (rtfj.'^òv zat oiytov
voùv oux f §e twv 7r/)afg&)v xa^' coìpidrMv xac à.'k'kri'Koìv xotvwvta
navrot^^v yavTa^ópsva no'kXd yatvff^at Ixa^Tov. Qui pare che r idea 8i divida,
si rompa, si spezzi nella moltiplicità fenomenalef e costituisca il positivo
del fenomoDO, ma nella forma inadoquatadeir estensione: e siamo quasi all'idea
hegeliana che passa ad tsaer natura, che si contrappone nella natura, che
jiiventa natura. Perciò la metessi de’platonici mostra sempre un carattere di
passività anzichò di attività, appunto perchè viene di su, mentre dovrebbe
partire di gii, ed estrinsecarsi per opera e virtù del Fatto in quanto è
infinita potenzialità. Questo carattere passivo della metessi platonica si
scorge anche, e non dovrebbe, nel Parmenide di VELIA: tÒ elvat ^Wo 7t eTTtv ri
p.:'0s5'C ouTicz; ^era ^povoìj 70Ù Tra/oovTOff. La metessi dunque spiegherebbe
troppo; perchè il nesso tra l'idea e la cosa verrebbe ad esser cotanto
immediato, da non farci discernere fra 1'una e l'altra nessun divario
essenziale; e così avremmo l’identità come essenziale, e la diversità come
fenomenale. Or se l'Assolato, perchè davvero sia tale, ha da ossero innanzi
tutto una conversione di sé con sé stesso, deve risultare indivisibile e
imparabile nella sua stessa moltiplicità infinita: e se il mondo ha da essere
anche lui una conversione di so con sé, ne segue ch'egli debb' essere
essenziale moltij^icità, moltiplicità in sé, diversità in sé; tanto che l'unità
progressiva, che in lui s’agita e vive e spicca sempre più ne'diversi gradi
della realtà cosmica, sia ben altra cosa dell'unità che dimora in seno
all'assoluto. Dunque il vero che si converte col fatto, cioè per parlare la
lingua degl’ntologisti l'infinito che pone il finito è anche finito, ma non si
confonde per vorun modo con lui. E non può, per queste duo semplicissime
ragioni: perchè, se cosi fosse, ne'due termini avremmo una ripetizione
sostanziale inutile, e quindi potremmo cancellar l'uno o l'altro addirittura, e
così finirebbe per aver ragione il panteista; e perchè un infinito avrebbe a
partorire-, produrre o porre un altro infinito, e cosi negherebbe sé medesimo.
D'altra parte, se il fatto devesi convertire con sé medesimo facendosi vero,
cioè facendosi infinito essendo potenMialità in/inUaf non per questo si potrà
credere eh'ei si possa identificar con lui, pelle due ragioni detto poco fa.
Dunque stiamo contenti al quia ! né identità oMolutaf nò aseotuta diversità, ma
conversione. E però le idee platoniche non sono da intendersi né come
7ra/9a^u7/xaTa, né come vov}^KTa, secondo che vogliono due schiere
d'interpreti. Se fosse così ne verrebbe, nel primo caso, che Vid^a
dovrobb'esser presente alla cosa in maniera, che questa, tanto nella sostanza,
quanto nel movimento, tanto nella materia, quanto nella forma, dipenderebbe
onninamente dalla prima, ed altro non sarebbe fuorché una semplice sua copia; e
allora non avremmo bisogno d'un Dio artefice, non del SnfAioxjp'yoi del Timeo,
non del deus ex macchina dall'ontologista, né della magna Idea degli Hegeliani.
Nel secondo caso poi r idea sarebbe un termine del soggetto, ma un termine,
dirò così, meramente soggettivo: somiglierebbe quindi, anzi 8areb))e
addirittura pretare in modo razionale e positivo l'intuizione religiosa del
Ternario cristiano. La cognizione immediata e divinativa, in questo e in ogn'
altr' ordine di conoscenze, previene, come V ombra la persona, i portati della
speculazione metafisica. Così prima ancora che la Scuola d' Alessandria si
profondasse nelle ardite e vaporose elucubrazioni su la triplice ipostasi
Plotiniana, il mistero della Trinità alberga di già nella coscienza popolare
siccome oggetto d' intuizione, e cominciava a rivestir forma e valore dommatico
mercè la Riflessione teologica. L' assoluto è uno e trino; è trinuno: e noi
ormai lo sappiamo.* Ma è egli un trino ipostatico? E qual n'è l'essenza?
L'assoluto importa tre ipostasi: ecco il mistero, ed ecco la fede.^ Quanto a
determinarne l' essenza, la speculazione occidentale, anche sotto forma di
speculazione teologica, non poteva non interpretare le divinazioni altrettanto
spontanee quanto ricche e feconde della coscienza orientale essenzialmente
religiosa, con l'inV inteìligìbile del Dio aristotelico, con l’intelllgrente
formerebbe identità essenziale; e allora le idee non sarebbero essenzialmente
relative quali appunto sono richieste dall' economia del sistema platonico, e T
esigenza vera e giusta della metafisica platonica sparirebbe. Dunque cotesto
idee plaioniche come s'hanno da intendere? Le idee platoniche sono T'Egac^v;?
stesso, ma concepito come essenzialmente relativo &\VaUro, ma iiValtro non
già come tò trspoif puro, assoluto, bensì come 70 ìrspov in quanto abbia un
riferimento necessario al rò àWo, A questa maniera non è altrimenti vero che,
accettando le idee platoniche, debbasi accettare altresì la dottrina dell'
avajtzvYiTcCt come han detto certi critici moderni: e neanche si è costretti ad
accettarla> nelle forme nuove ond' è stata presentata da' moderni
neoplatonici, dal Malebranche fino al Mamiani. « SiMOX, ffitt. de l’Ecole
d'Alex. Il tre è il numero che assolve tutte le condizioni della perfeziono, ed
è perciò che tutto è definito del tre: to' Tràv y.(xt to Travra rof; TùtTiTt (fìptfTTat
(Arist. De Coelo). Vedi le belle riflessioni di GIOBERTI sulla Trinità
considerata razionalmente {FU, della Rivelaz.., XVIII) e di ROSSI (Regno di Dio
naturale, ecc. li Studi di Zocehif) ' Prendiamo la parola tpostcm nel
significato:' istiano non già nel senso neoplatonico e alessandrino. dirizzo,
al solito, dell' Aristotelismo e del Platonismo. Il peripatetico nominalista
ripone la divina realtà ed essenza nelle triplicità di persone, e riguarda l'
unità come un puro nome. Tre sostanze indipendenti e separate, ma congiunte in
unità mentale. Perchè congiunte? Perchè fomite d' egual potere, d' egual
volere, d' egual conoscere. Il realista platonico, per contrario, vuol far
consistere l'essenza divina nella realtà in quanto è unità determinantesi nella
triplicità di persone. Agli occhi del primo, dunque, l' Assoluto è il tre in
uno: agli occhi del secondo è l’uno in tre: ecco la lotta interna della
riflessione teologica del medioevo. Ora giusto perchè questa riflessione è di
natura teologica e dommatica, avviene eh' ella non supera, non può superare il
sentimento, né trascender l'intuizione, né solvere il mistero, né
disimpacciarsi dall'aperta contraddizione. Laonde Nominalisti e Realisti vecchi
nuovi, avvegnaché discordi nella maniera di determinare l' essenza del Ternario
cristiano, non sanno rimuoversi d'una linea dall'insegnamento dommatico su l'
unità assoluta nella separazione delle tre persone. Se il ternario cristiano,
in quanto germina dall'intuizione rehgiosa, è come l'immagine anticipata della
ragione, in esso deve acchiudersi un vero che la ragion filosofica dee saper
disvelare, correggere e legittimare. Questo vero non risguarda già l'unità
nella triplicità ipostatica: riguarda il trinuno assoluto, l'assoluta
triplicità considerata, come abbiamo toccato, nella medesimezza di subbietto.
Perocché l' unità di sostanza mai non tornerà conciliabile con la pluralità di
persone; e se così non fosse, il panteista avrebbe già trionfato nel regno
della scienza, né io davvero so dirmi che cosa mai potrà rispondere il sottile
teologo all'arguto hegeliano, il quale pretende precisamente questo: che la
diversità delle persone non dimostri nuli' affatto la pluralità delle sostanze.
Il perché pigliando alla lettera il domma della Trinità, la teologia cattolica
non si salva dal precipitare nel tenebroso vuoto dell' assoluta identità. Il
contenuto del ternario cristiano adunque ci significa le tre primalità del
conoscere, del volere e del potere, ma nella relazione del vero che,
convertendosi con sé medesimo, diventa generato, e, come generato, come verbo,
è infinita idealità e possibilità del Fatto. Interpretandolo così accade che
l'intuizione religiosa, generatasi per leggi inerenti allo stesso processo
psicologico, rinverghi col concetto metafisico a cui può elevarsi la ragion
filosofica positiva; e quindi può dirsi che, come la religione è il preludio
naturale e necessario alla filosofia, di pari modo la speculazione metafisica
sia la interpretazione critica e Tinveramento delle intuizioni spontanee e
comuni della coscienza religiosa. Il cristianesimo è la religion razionale per
eccellenza, e con essa oggi chiudesi il corso e ricorso delle creazioni
propriamente mitologiche e delle grandi rivelazioni e divinazioni religiose. Ed
è razionale perchè è in sé medesima processo, e svolgimento. Che se anch' ella
come tutte le manifestazioni della storia é un processo, é mestieri applicare
ad essa la universal legge storica e sociologica della Scienza. Guardata
infatti nella sua storia ideale, anche la religione é innanzi tutto divinay
indi eroica, appresso umana. E giugne ad essere umana quando la forma siasi
potuta elevare a cotal grado di trasparenza, che il simbolo palesi da sé
medesimo l'idea, e il mito siasi venuto elaborando così che rac[Non poco 8*
illudono perciò quo' filosofi ohe, come il Cusano fra gli antichi e il Rosmini
fra i moderni, si sforzano d'applicare a Dio il concetto delle categorie col
fine di spiegarsi in qualche maniera il mistero della Trinità. Io potrò
intendere il Cardinal di Cusa dove mi dice che Unitcu, Iditas e Identità siano
quasi i tre momenti dialettici interiori dell’assolato. R potrei forse
intendere il Roto retano quand'ersi studia mostrarmi che Realtìk^ Jdeaìità e
Moralità sieno le tre forme in che si determina l'essere. Ma come intenderli
quando il primo d'essi afferma che Vvnità è il Padre, Vegtiaglian Ma il Figlio
e la connessione lo Spirito, e quando il secondo applica alle tre persone
quelle sue tre sparute /orm« ontologiche f chiuda un vero metafisi(X) o morale
che sia. Or se è tale il valore del sentimento religioso nello svolgimento
isterico della civil società, perchè dirlo morbo della mente, fiacchezza della
coscienza volgare, abberrazione della fantasia? Se dunque la ragion filosofica
vorrà attingere anche qui forma razionalmente positiva, ella vi potrà giugnere
a questo sol patto; che il concetto metafisico ond' è capace, non abbia a
contraddire in modo assoluto ai portati della coscienza religiosa. £ se la
religione dal canto suo vorrà essere anch' ella positiva e razionale e perciò
rispettabile e santa, potrà essere tale a questo sol patto; che sappia porgersi
alla ragion filosofica siccome riprova e guarentigia, tuttoché di natura
istintiva ed empirica, ai pronunziati della speculazione metafisica. Anche qui
regna la gran legge del concorso di forze combinate, e del loro corrispondersi
tanto necessario alla eccellenza del risultato. E in tal caso religione e
filosofia, serbando entrambe valor positivo e medesimezza di contenuto,
formeranno un criterio al cui lume potrà esser giudicata ogn' altra filosofia e
religione. Una critica religiosa che si diparta da questo principio, sarà
critica infeconda ed erudita, com' è quella de' Teologisti cattolici, ovvero
critica esiziale e sistematica com' è quella de' mitologi hegeliani. Tal si è
precisamente il nostro concetto metafisico rispetto al ternario cristiano, che
è il mistero piii comprensivo cui abbia saputo elevarsi la coscienza religiosa.
L'uno è correzione dell'altro, al modo istesso che questo è, per così dire,
guarentigia sperimentale del primo.' * Qui abbiamo dovuto accennare solamente
al simbolo della Trinità, ma nella Sociologia mostreremo di proposito come la
dottrina del Vico su la natura ed origine del mito in generale, sia fondata
anch'ella nelle leggri del processo psicologico, e quindi racchiuda il concetto
e la necessità della interpretazione morale nell'ordine delle intuizioni
religiose, e mitologiche; deHa qual necessità il Kant, dopo Vico, ebbe assai
chiara coscienza {Rdig, daiu le» lini, de In raiton). Ora ciò che qui preme
osservare questo: s^ col concetto metafisico del nostro filosofo si può
acconciamente interpretare il simbolo del ternario cristiano, ne scendono due
Concludiamo. Se è vero che la metafisica è scienza non assoluta ma dall'
assoluto, stantechè sia possibile attinger notizia razionalmente positiva circa
il fondaconseguenze: P che il Libro Metafisico f nel quale troviamo depositato
il germe del concetto riguardante il procesto ideale, sia intimamente collegato
con la Seiema Nuova, appo cui la teorica sul mito (superiore sotto più
riguardi, come vedremo, a quella de* mitologi e filologi Tiventi), non è che
un' applicazione della sua dottrina psicologica, della quale noi ahbiamo svolto
i tratti principali: che interpretando col suo concetto metafisico il simbolo
cristiano, in generale, e, in particolare, quello del ternario, si viene a
contraddire in modo serio e positivo al panteismo. Anche per gli Hegeliani il
mistero della Trinità, come ogn' altro mistero, shnboleggia una verità
filosofica. (Heobl, Phil. de VEaprit, ItUrod. del Vera); nel che siamo
perfettamente d'accordo. Ma l'interpretazione alla quale costoro sottopongon la
simbolica religiosa, anziché legittimare in qualche maniera la credenza
elevandola a significato filosofico, l'annullano addirittura, perchè la rendono
assai più inintelligìbile e paradossastica ch'ella stessa non sia come
credenza. Idea, Natura e Spirito: Padre, Figlio e Spirito Santo! Ma che cosa ci
ha che veder la Natura? Non è egli questo precisamente ìl vecchio concetto degli
Alessandrini, di Plotino, che pretende ritrovare nel Parmenide di VELIA le tre
famigerate ipostasi dell' Unità, del Multiplo, e dell’Unità-multiplo, riponendo
quest'ultimo appunto nell'anima e nella natura V (Enn., tBoulliet). L'
interpretazione davvero potitiva e non già fantastica del contenuto religioso,
non deve e non può contraddire al simbolo (almeno per quel tanto che esso
contiene di filosofico), perchè contraddirebbe alla stessa ragione. Or quest'
elemento di verità, contenuto germinalmente nel simbolo cristiano, riguarda per
appunto il ternario considerato in sé; riguarda il ternario assoluto, il
ternario com'è richiesto dall'esigenza metafisica positiva, e non già il
ternario trasportato anche nel processo della natura, e nello svolgimento della
storia. Questa enorme confusione fanno i Teologi, e la fanno anche gli
Hegeliani con la lor teorica e critica della simbolica cristiana. Che cos' è il
Dio che eeende nella natura? Che cos'è il Figlio che si parte dal Padre per
umanar»if Che cosa mai sono il popolo eletto, i profeti, gl'ispirati, il mondo
latino-cristiano? E che cos' è la Idea che dall' astratta mansione dialettica
scende anch' ella e passa mediandosi nella natura e penetra nella storia? Che
cosa sono \6 funzioni storiche speciali de' popoli privilegiati, àQ*
privilegiati personaggiy del mondo cristiano-germanico? L' Hegolianismo è
davvero una contraffazione del più grossolano Cattolicismo! ò una mitologia
anche lui! E quanti punti di contatto anche in questo, e specialmente in
questo, con la dottrina sociologica dei Comtiani! VERA ha detto bene: il
positivismo i una contraffazione dell’Hegelianismo. E noi alla nostra volta
crediamo dir benissimo (col permesso dell' illustre traduttore) che r
Hegolianismo è una contraffazione evidente del cattolicismo. Ma di ciò basti:
ce ne rifnrorao altrove più riposatamente. mento e la ragion delle cose; se è
vero, d'altra parte, che il significato esteriore della storia della filosofia
occidentale sta nella lotta fra il platonismo e l’aristotelismo, mentre il
significato interno ed essenziale di essi risiede nella correzione vicendevole
de' due estremi indirizzi aristotelici in quanto concorrono al trionfo
dell'indirizzo medio: ne viene che nel concetto del processo ideale e nella
relazione de' tre termini costituenti la dialettica discensiva che abbiamo sin
qui rapidamente interpretata nel nostro filosofo, trovasi non pure il risultato
e insieme l' inveramento delle tre posizioni unicamente possibili in metafisica
delle quali altrove toccammo, ma l' inveramento altresì della doppia esigenza
deU'ùZga platonica e della categoria aristotelica. Trovasi la correzione, come
ci sarà dato meglio vedere fra poco, del Dio platonico previdente e
provvidente, e dell' immobile Dio aristotelico che nulla vede, nulla prevede e
niente provvede nel mondo. E per tutto ciò troviamo l'accordo fra il principio
della medesimezza che prevale nel padre della Dialettica, e'I principio della
diversità che predomina nel padre della Metafisica. Cìotesto accordo per noi è
vero accordo, è vera conciliazione, appunto perchè, come dicemmo, è vera
correzione: correzione dell'Idea, dell'essenza che, pur sparata, dovrebb' esser
l' essenza della cosa: correzione dell' Ji^o il quale, non ostante l'assoluta
immobilità sua, dee muovere il mondo come causa finale. Quest'accordo e questa
correzione trovano lor saldo fondamento nel criterio della Conversione, elevato
a dignità di Pilicipio metafisico. E questo medesimo principio metafisico può e
deve assumer natura, come si disse, di principio speculativo, di norma, di
criterio essenzialmente isterico, universale e comprensivo, a poter saggiare e
acconciamente ponderare la verità delle soluzioni che intomo al problema
metafisico han dato le diverse scuole, e le differenti filosofie. Se ci fosse
dato fermarci in siffatti riscontri storici, non sarebbe guari difficile
mostrare come in esso trovi correzione, per dir qualche esempio,
1’Alessandrinismo; il cui rappresentante, Plotino, interpretando erroneamente
il metodo dialettico di Parmmide di VELIA e abusando dell' Unità parmenidea,
non potè coglier la ragione del vincolo che insieme annoda i suoi differenti
generi del sensibile, co' suoi generi dell'intelligibile, e siffattamente sfumò
nell'iperpsicologismo platonico pur credendo d' inverare l' Aristotelismo.
Questo vincolo e questo passaggio non potè scorgere l'ingegno profondo
d'Erigena con l'ardito concetto della yuVic e con le quattro diverse maniere
onde per lui s'attua la Natura; poiché giunto all'assoluta essenza, com'è noto,
ei se ne ritrasse invocando in sussidio la teologia rivelata. Né il Cusano, per
citare un esempio del rinascimento, tuttoché con mirabile acume giugnesse a
cogliere il concetto àéìT alteritcLS e delle determinazioni dell'Assoluto,
bastò a dedurre acconciamente e necessariamente l'attinenza verace onde il
mondo è a Dio congiunto,' e anche lui finì con intender l'atto creativo al modo
che è posto dalla coscienza religiosa. Tanto meno l'arditissimo BRUNO puo
imbroccare nel segno, con la dottrina de' tre intelletti, quant' all'attinenza
tra l'intelletto divino e l'intelletto che tutto fa; e quindi sfumò in quel suo
naturalismo che potrebbe dirsi un aristotelismo cui manchi il concetto
dell'Atto in sé. Né il Campanella giunse ad applicare in maniera dialettica le
sue tre primajità psicologiche all' Assoluto,' come il Vanini non superò guari
la dottrina della natura e della forma de' peripatetici. Nello Spinoza poi,
meglio che dialettica, ci è meccanica e geometria; poiché il concetto della
sostanza unica' è negazione della tripli* Simon, BUt. Haubiau, PhU. Sool. '
Nio. DB Cusa, DicU. cU Pot§e9t. * Bbono, Dial., De Prine.j oc. Camparblla,
MetapKt SpurosA, £th.t I, n. U, cita e d' ogni processo intimo e dinamico nelP
Assoluto; onde il pensiero, che è uno de' due modi universali della sostanza,
riesce, con evidente assurdo, molto piii che non sia la medesima sostanza. In
opposizione alla sostanza spinoziana sta la monade del Leibnitz. Ma se nel
concetto monadologico del filosofo di Lipsia vi è una divinazione originale che
la scienza moderna è venuta semprepiii confermando, voglio dire il concetto
dinamico, niun vincolo razionale e dialettico esiste tra la gran Monade e T
universo delle monadi, come altrove dicemmo.' E per toccare finalmente de'
moderni, niuno, tranne gli adepti, vorrà creder sul serio che Hegel col suo
ternario assoluto ci abbia dato un concetto metafisico positivo. Egli anzi ha
cancellato aftatto il concetto della conversione ad intra^ riducendo
siffattamente il dinamismo ideale ad un ideale meccanismo; talché il processo geometrico
della Sostanza spinoziana avrebbe più d' un' attinenza col processo formale e
dialettico dell'Idea hegeliana. Alla vera nozione del processo ideale non sono
pervenuti poi né GIOBERTI, né SERBATI. Il principio ctisologico del primo è
senza dubbio un processo, come vedremo fra poco: ma, appunto perchè processo,
non dovrà supporre forse un altro processo anteriore, e superiore? La
dialettica giobertiana é Una dialettica a metà; e il creatore del filosofo
subalpino è troppo accosto al suo concreatore, alla sua iitBì^ic^ al suo
Intelligihile relativo che, coni' egli dice, è l' Idea redw^ata, V Idea per
soìiificata; talché potendovisi facilmente confondere, non poteva àgli
hegeliani riescir guari difficile tirarlo all' Idealismo assoluto.' Il Rosmini finalmente,
col concetto dell' ente iniziale e comunissimo determi[Vedi ciò che abbiamo
discorso del Leibnitz e se^. Gioberti, FU, ddla Rivdaz. Al GIOBERTI manca e
deve mancare, come vedremo fra poco, il vero concetto della dialettica; e Io
confessa egli medesimo là dove si prova a distinguere una dialettica interiore,
ed una dialettica esterna (Protologia) nantesi nelle tre forme dialettiche, non
è giunto, e non poteva giugnere neanch' egli a sciogliere e poi rilegare il
vero nodo dialettico. Com'è possibile un processo fra quelle sue tre forme?
Com'è possibile la distinzione categorica reale del suo essere? Le cose
discorse ci menano a due conclusioni quanto chiare, altrettanto irrepugnabili:
P L'assoluto è il vero che si converte ad intra col generato, e ad extra col
Fatto: dunque la posizione del Fatto è razionalmente, liberamente necessaria: 2
U Fatto è V aUrOj è il diverso: ed è tale per doppio rispetto; come termine
^05^0, cioè come fatto semplicemente detto, e come fatto che si fa; come
sostanza e come causa: dunque il fatto è estemo al Generato, è indipendente da
lui, non come termine posto, bensì come Fatto che s'invera, come Fatto che si
converte con sé stesso e perciò nel vero; insomma come sorgente perenne
d'attività. Diciamolo in altre parole. Dio crea il mondo in quanto lo pone; e
il mondo, in quanto è posto come fatto, si crea. 11 mondo, adunque, appunto
perchè ha natura di Fatto, appunto perchè ha natura di altro sotto gemino
aspetto, è insieme posizione e creazione. È posizione, in quanto è termine di
conversione con l’altro, ciò è dire con Dio: ed è creazione, in quanto è
subbietto di conversione con sé e per sé medesimo. Perciò se il Fatto non è
creato ma è postOy ne viene eh' egli ha da essere il vero pònente, il vero
creante sé medesimo. SERBATI, Teotojia. La parola ponzione è brutta, io Io
veggo; ma qui non saprei come dire dÌTersamento per non restare avviluppato
negli equivoci ed esagerazioDi in che sono caduti gli ontologisti con l’uso ed
abaso deUa parolA Il mondo nel processo cosmico ci si presenta sotto tre
aspetti. Riguardato come Fatto, egli è in Dio. Riguardato qual fatto che
s'invera e converte con sé stesso, è fuori di Dio. E, finalmente, considerato
qual Fatto che si converte col vero nel regno della storia e della psicologia,
non si può dir propriamente eh' e' sia fuori di Dio né in Dio, ma Dio è in lui:
é in lui nel senso che il mondo è pensiero, scienza. Ecco la correzione e
insieme l'accordo del dualismo e del panteismo. Non vi é unica ed assoluta
sostanza: né vi sono due sostanze poste empiricamente. Vi è bensì una dualità
formante unità: vi é due sostanze formanti organismo. ertaMÌ4me. Nel g^reco non
ini pare ci sia una voce che possa rendere il concetto: anzi non ci può essere^
chi consideri come al pensiero ellenico manchi r idea alla quale accenniamo.
Tra l’Atto puro e la dateria prima deir Aristotelismo non ci è vincolo nel
signifioato di potìnofu; ma t* è solamente relazione di finalità, perchò VAtto
non pone, ma attrae; e attrae la materia in quanto essa è jiotoiua, cioò in quanto
è opi^i; e però in quanto nelle cose Tiene inserito il deeiderio con perpetua
in/ueion% che è 1’interpretazione erronea de’vecchi aristotelici e
antiaristotelici (Rjlvaisbok, Metaph, ec. Neanche nel Platonismo ci è V idea
della posizione, e quindi nò pur la parola che vi risponda; essendo noto come
pel filosofo d’Atene la materia sia anche eterna e al tutto indipendente
dall'ùlea, cioè un'assoluta recettività, iimeno intendendo Platone come si fa
d'ordinario: nò poi la fii9t^i^ e la yLl^junii come toccammo, bastano ad
esprimerci il concetto della conversione. Il pensiero ellenico dunque non
pervenne a determinar nettamente l'attinenza originaria, non finale tra
l'indeterminato e l'Idea, tra l’infinito e il finito, tra la forma e l'Atto; e
quindi non riusd, com'ò noto, a superare il dualismo. Ora trascendere il
dualismo è uno degl’aspetti e però uno de'fini della lotta fra il platonismo e
l’aristotelismo. L'alessandrinismo tenta superarlo, ma evapora nel concetto
dell'identità assoluta: e però neanche presso gl’alessandrini sarebbe facile
trovare nò il concetto, nò la parola che significhi '1 vincolo originario tra
il mondo e Dio. Gli Hegeliani usano anch'essi, fra le altre non meno brutte, la
parola poeizione, che anzi costituisce il lor pane quotidiano. Ma pell'
Hegelianismo poeizione vale determinazione, medùizione, compenetrazione; e
perciò, checché ne dicano, esprime un rapporto di natura, per cosi dire,
meccanica e formale. La nostra posizione è diversa dalle loro quanto il nostro
generato dalla loro Idea; quanto la nostra convereione dalla loro
contrappoeizione^ negazione, med̀tzione e che so io. fe inutile avvertire che
le parole bara, asa, vasàb della letteratura ebraica, esprimon tutt'altro
concetto di quello che noi intendiamo significare colla parola poeizione.
Quest'organismo è vita, non è morte fqueet' organismo è profondo dinamismo, non
è meccanismo. Ed è vita e dinamismo, perchè non è monismo assoluto; non è
monismo inintelligibile, assurdo, esiziale alla scienza come alla civil società.
E qui ci corre il debito di rendere giustizia alla mente straordinaria di
GIOBERTI, e correggere nel medesimo tempo la sua formola ctisologica. Anch'egli
è tal pasta d'ingegno che si svolge e s'allarga e s'invera e si corregge; ma
non per questo si contraddice. La novità della protologia non stà nel concetto
del creare inteso come divenire, secondochè vorrebbe Spaventa. Se così fosse,
egli, in verità, non avrebbe detto nulla di nuovo; come nulla di nuovo dice
nella Introdu' jrìone col rinverdire l’idea della creazione. La novità vera, la
nuova esigenza del filosofo subalpino sta nel concetto della concreojgione,
com'ei suol dire; della cancrecunone intesa non già come fxsOf5«; dell'Idea
verso il mondo e rispetto al mondo, ma si del mondo verso r Idea, e rispetto
all'Idea. Perciò l'ontologismo giobertiano va corretto; va fatto più
conseguente con sé stesso: e, scambio della celebre formola dell'Ente creante
l' Esistentey è forza porre la formola metafisica di VICO (vedasi) nella quale
è racchiuso quel vero e compiuto dialettismo che r ardente scrittore del
primato anda sempre cercando con ansia febbrile, e non trovò mai: cioè il vero
che, convertendosi ad intra ed generato si converte anche ad extra col fatto.
La sua formola teleologica, poi, vuol essere anch' ella corretta; e invece
d'aflFermare che l’esistente ritoma alV ente (prima maniera), o che l’esistente
concrea Venie concreando se stesso j è d'uopo dire che il Fatto si converte nel
vero e col vero, e perciò si crea, e perciò si fa divino. Il concetto ctisolo^'oo
di GIOBERTI della prima maniera (e dico marnerà per dir forma nello stiluppo,
non già diversità di contenuto nella sua dottrina, come Terrebbero gli
Hegeliani), sta nel presentar V’atto creatiro siccome prodaconte T esistenza in quanto la individua. Nella
IntroMi si chiederà: la seconda forinola, la formola cosmologica esprimente il
vero concetto della creazione, cioè il fatto che si converte nel vero, esiste
ella in VICO (vedasi)? Esiste, io rispondo, per chi la sappia ritrovare, e
dedurre; e dedurla e trovarla è negozio agevolissimo. Come la si deduce?
Considerando con accuratezza la sua formola metafisica. Quando egli pone il fatto
siccome termine di duzione il creare suona, a dir proprio, individuare. Che
cosa in£atti ò r individuo? È l’dea pasMta dalla potenza alTaUo. Qui t;* ò dol
neoplatonismo, e anche buona doso di panteismo. Della prima maniera altresì è
queir afTermare con tanta sazietà che l’uno crea ti mi«ltiplof e che ii
tntdtiplo ritoma aU^tmo: concetti yaghi,
indeterminati ed erronei che ci fanno pensare a Proclo e a Plotino. Se GIOBERTI fosse rimasto qui, non sarebbe stato ingegno
potente ed essenzialmente correttivo di sé medesimo. Non sarebbe stato ingegno
progressivo, fecondo ed esplicativo. Ma se nella protologia fosse giunto al
concetto del divenire, più che esplicarsi e si sarebbe data la zappa su' piedi;
si sarebbe codtradetto: sarebbe passato
dal bianco al nero, dal no al sì, da Dio alla Idea, e siffattamente sarebbesi
mostrato ingegno leggiero, pensatore sghengo e anche un pò vanesio. Era egli
tale T ingegno di GIOBERTI? Lo dica chi può! Dunque l'A. della Protologia, se
per nostro conforto fosse vissuto, non sarebbe divenuto Hegeliano; anzi avrebbe
inaugurato novello periodo filosofico in Italia conforme all'indole di nostra mente; ciò che non ha
fatto, e non poteva faro MAMIANI. FERRI ha detto benissimo: la teconda JUoaofia
di GIOBERTI {che racchiude non già un nuovo 9Ì9tema, eibbene uno epirito
nuovo)^ inaugura un altro periodo, la cui aorte i rieeronta al futuro Hist. E
davvero, se fosse vissuto, ci avrebbe dato un Btnnovn mento filosofico, al modo
stesso che ci dìo il rinnovamento civile col quale inaugura la nuova ITALIA, e
del quale Cavour, dovremmo esserne ormai convinti, non fece che attuare il
programma. Ciò non pertanto anche nella protologia si scopre l'uomo vecchio,
VintuitUta, e però il neoplatonico schietto. Non dubita affermare, per esempio,
che Videa pone il finito, e 8i COMUNICA): che le idee formino in Dio una gela,
la quale 9Ì «quaderna e pa^aa dalV
as9oluto ed relativo merde l’atto della
creazione: che l’infinito attuale e l’infinito potenziale, anziché due cote,
formino una sol cosa, ma sotto doppio aspetto: e che l'infinito potenziale non
è né il finito né 1’infinito, ma la sintesi di essi, non {scorgendo il
grand'uomo come finitò, e infinità potenziale non siano già due cose, ma due
aspetti d’un medesimo subbit'tto, ciò è dire il fatto in quanto è alterità verso
il Generato, e verso se stesso. Or le contraddizioni da cui bisogna salvare
Gioberti nella sua seconda maniera di filosofare sono queste, non quelle che ci
veggon gli Hegeliani. E bisogna salvamelo appunto, per liberarlo dalle tracce d’iper-psicologismo,
di neo-platonismo, d’alessandrinismo, d'arabismo e d'hegelianismo che pure contiene. conversione col Generato, cioè il
Fatto come Fatto, come posto; con ciò stesso ei ci dà questo Fatto come
subbietto che essenzialmente si converte con sé medesimo; cioè come creante sé,
come autogenito, come conato, E come poi ritrovarla cotesta formola? La ritrova
chi abbia occhi in fronte; cioè leggendo la Scienza. La quale è per l'appunto
un'applicazione di essa, ma è
un'applicazione al mondo de' fatti umani, eh' è dire d'ima parte, d'un
genere, del sommo genere del fatto. Che cos'è il certo che diventa vero? Che
cos'è l’autorità che a grado a grado assume forma e valore di ragione? Che
cos'è la filologia che diventa filosofia? Che cos'è la storia, l'uomo, lo spirito
che dalla fase divina passa alla fase eroica, e dall'eroica all'wwana. Che
cos'è il pensiero, la Mente che è Senso
poi Immaginaeione e poi Ragione? Taluno potrebbe dire: di cotesta formola VICO
(vedasi) non fece applicazione al mondo della natura. Neanche questo è vero. E
non vero, perchè non solamente quest'applicazione ci è dato dedurla, al solito,
dal suo principio metafisico, ma, che più rileva, ei n'ha lasciate tracce
visibilissime, germi assai fecondi ne'suoi principii cosmologici, come vedremo appresso. Torniamo
al proposito. Dato alla creazione il significato e il valore che noi diciamo,
ne vengon fuora parecchie conseguenze le quali verremo accennando man mano. La
creazione non è, per parte di Dio, né una deduzione, per dir così, né un'induzione.
Per dedurre il mondo, egli dovrebbe cavarlo da sé: assurdo grossolano. Per
indurlo, poi, dovrebbe cavarlo da una materia preesistente, ovvero dal nulla.
Una materia preesistente senz'alcuna idea, un ricettacolo indeterminato, come
lo concepisce il platonismo, riesce inintelligibile, e ci lascerebbe in pieno
dualismo. Dal nulla come tale, nel che sta il concetto balordo dal pietoso
credente, tanto meno. Si dirà esserci la potenza Vedi a questo proposito quel
ohe abbiamo discorso nel Cap. V del Ub.
U. infinita attuale? Benissimo: quest'Atto ha da esser Oenerato; e, in quanto è
Generato, pone il fatto, educe il fatto per necessità razionale, e quindi per
legge di conversione. Se dunque lo educe per necessità intima e razionale,
veggiamo scaturire una seconda conseguenza, ed à che un mondo particolare,
contingente e d'ogni parte finito e mutabile e scorrevole, senz'altra necessità fuorché quella d'un beneplacito
divino, contraddice apertamente alla ragion filosofica positiva, nonché ai
risultati sicuri della moderna scienza fisica, geologica, cosmologica,
astronomica. Se il mondo, anche in sé medesimo, é una conversione di sé con sé
stesso, non può non esser necessario nella sua esplicazione e nelle sue leggi,
appunto perché essendo termine di conversione
d'una causa eh' é mente, debb'essere anche lui causa, mente,
razionalità. Il mondo, in somma, é posto razionalmente. Dunque l’atto col quale
Dio pone cotesto mondo é liberamente necessario, e necessariamente libero. Dicemmo
qual relazione corra fra libertà e ragioue. Se l’atto volitivo guardato nella
sna radice, secondo la legge del processo psicologico, non è altro in generale
che uno «/orso (Tintenderef cotesto
sforzo, che in noi ò impedito perchè essenzial conato, nell’assoluto non può
aver luogo, e quindi è speditissimo. £cco il fondamento della necessità della
creazione. Ma la sapienza infinita! si dirà: chi ne misura gli abissi? Lasciamo
gli abissi: qui la faccenda è chiara, perchè ce ne porge guarentigia la
psicologia: gl’abissi ci sono, pur troppo, ma non qui; e qui ci sono, perchè ce Than messi l’ignoranza,
il pregiudizio e l’immaginazione. Nò si creda che togliendo a Dio la libertà
anche quella a n«oem(ate natura, ella rimanga distrutta altresì nell’uomo.
Innanzi tutto non è vero che si tolga a Dio U libertà; anzi gli si dà la
libertà vera, dal momento ohe si concepisce come vera e compiuta ragione. L’uomo è ^rt»eep«rous.
Non v'è dunque destino: il destino è la natura e la ragione; e appunto perchè
il destino è natura, perciò è lungi d'esser cieca necessità. Tutto quindi è
provvidenza nella mente di VICO (si veda), perchè tutto è creazione, attività
intima, profonda, spontanea si nel mondo fisico, e rì nel morale; né senza
ragione volle metterla in cima alle sue discor verter La provvidenza agl’occhi
suoi apre e chiude il circolo della
scienza, non meno che il processo della storia. Ella perciò è innanzi tutto
naturale e divina, appresso eroica, da ultimo umana. La provvidenza umana è la
stessa ragione, la quale non può non essere libertà: essa dunque importa
pienezza di responsabilità. La provvidenza è il primo de'tre grandi principii,
0 sensi comuni dell’umanità: ed è
altresì l'ultimo corollario della mente
del filosofo. La provvidenza dunque è principio e fine della storia
umana, al modo istesso eh' è dedica e conclusione della scienza. E anche quest’altra:
ab ipta rerum humatuxrum natura. De
Oon$t, Philel Il coDCotto di Vico
è concetto aristotelico; e così infatti 1‘Afrodìsio interpreta la neceasìtà
Jinea e naturale d'Aristotele. Ved. NooBI8S0N,
De la UberU et du Haaard,
E$8a% sur Alexandre d'Aphrodina» ec. Paris Ved. Tavola
delle Diteoverte nella Seien»a Perciò chiama il soo libro una teologia civile e
ragionata della Prowedema divina Se.; e più d' ana volta si dà Tanto d'aver
prodotto una nuova dimostrazione, una dimostrazione di fatto ittorieo circa l’esistenza
di Dio. Che cor' ò questa dimoetratione
di fatto ietoricot t! la provvidenza in
quanto è Fatto, in quanto è creazione. et
il Fatto che si converte con so stesso, e mostra quel che è, quel che contiene,
quel che debb'essere; e così, mostrando sé stesso, mostra anche Dio. Perciò la
provvidenza non ò Dio che si mostra, Dio che interviene; ma ò il mondo delle
nazioni che attuandosi, che creandosi e edébrando così la propria ìvatwra, si
mostra sensatamente, e si manifesta come
termine di conversione. Indi è che la
provvidenza per lui non può essere un argomento induttivo dimostrante
l'esistenza di Dio, appunto perchè ella nel mondo, anziché effetto, ò una
causa. Questa sua dimostrazione di /atto ietorico, dunque, è una forma dì
eduzione, non già di semplice induzione: col che confermiamo anche una volta la
natura del metodo vichiano. Ora se questo è il significato significato davvero nuovo e originale del
concetto della prowidenaa n^U' A. della scienza, n concetto ctisologìco
inteso al modo che noi lo interpretiamo nel nostro filosofo, si presenta come
il risaltato del mondo moderno. È la vita stessa della scienza moderna: è il gran
secreto della filosofia positiva: ed è l'esigenza massima della Sdenea. Chi non
Faccetta, deve negare il presente, dee
dare una smentita alla storia; e sarà condannato a indietreggiare sino al medio
evo, per non dir già sino alla Grecia. La formola cosmologica del nostro
filosofo corregge e trascende, anche in questo, il neoplatonismo italiano
moderno, ponendo non è a merarigliare s’egli in ciò sia stato franteso e
interpretato assai male, come vedemmo, da certi saoi critici. JOMMELLI (vedasi)
e il primo ad osserrare che nella scienza
tale concetto può intendersi in dne sensi; e l’acato archeologo napoletano non
s’ingannata. Talora infatti sembra che la provvidenza, per VICO (vedasi), abbia
a consistere solamente nell’azione di Dio. È la provvidenza, per dirne un
esempio, che eccita Atejo Capitone e Lahtone; il primo nella gdoèa e tenace
cuttodia de^ vecchi diritti, e il secondo
nel propugnare interprc tOMioni tempre nuove affindii la romana ffiurieprudenMa
potetèc evtdgerai. De Univ, Jur,. La provvidenza egli invoca per
iepiegare la rapida e univereale comporta del Cristianesimo merco la civiltà
romana; la quale perciò altro scopo non avrebbe avuto nel mondo, fuorché quello
di schiuder la via all’idea cristiana. Or tutto ciò contraddice all’esigenza
del suo metodo, ed è in aperta
opposizione colla sua dottrina metafisica. Lo stesso religiosissimo JOMMELLI
(vedasi), il quale del resto non avea nò punto né poco subodorato il valore
della filosofia del suo maestro, non dubita affermare, che se per prowidenxa nella
scienza vuole intendere eolo l’axione di Dio eugli uomini, Mora non pare che n faccia altro che una lemone di
teologia poco neeeeearia ai Cattolici,
ami ai Crietiani e a tutti gli eneeri ragionevoli. Provvidenza dunque, per VICO
(si veda), vuol dire natura. Provvedere è fare, è creare, ò attuare. Dunque è
incessante e vivace conversione del fatto nel vero. Per lui quindi è prowidenxa
l’itetnto, laddove, parlando dell’origine della
parola 2ex, dice che gl’uccelli
nidificano pretto le fonti. De Vniv. Jur.
provvidenza il pudore, onde procede la frugalità, la temperanza, la
giuttÌMia, e simili De Contt. Juritpr.,
I[I). È provvidenza la storia della poesia, e le false religioni. E
provvidenza la forma monosillabica delle lingue. È provvidenza lo teoppiar de’primi tumulti deUe plebi nella terza età del tempo oscuro.
È per provvidenza rebut iptit dietantibut che le religioni cominciano a venire
in dispregio. È prorvìdenn rebut iptit
dietantibut, l’origine dell’arte della guerra e della pace. fe provvidenza che
le Centi Minori apprendano dalle Centi Maggiori; ed è provvidenza la templieità e naturalcMM Oud*ò condotto il corto ddC umanità Se..a nudo le magagne del concetto
creativo del Teologismo, nonché dell' Hegelianiamo e del Positivismo: che vuol
dire, al solito, corregge i due estremi
del filosofare, iperpsicologismo ed empirismo. Di fatto che cos' è per
l'Hegeliano la creazione? È l’identico in guanto si differendo. Dunque non è
vera creazione, svolgimento, processo; ma ripetizione ritmica e, come dire,
inquadrata sovra un medesimo fondo che è la Idea. Pel Positivista il moto, la
vita e l' essere
delle cose non
è che trasformazione di forze,
o di materia; trasformazione fisica, meccanica,
biologica; determinismo affatto meccanico, affatto accidentale, affatto cieco.
Dunque anche per lui la creazione è ripetizione monotona d'un identico
subietto. Colla formola cosmologica del nostro filosofo, inoltre, si giugne a
conciliare le esigenze legittime del teismo e del panteismo sulla natura del
mondo. Nel Panteismo vi è un'affermazione
giusta e ragionevole; ma vi è pure una negazione iriragionevole, erronea
ed esiziale. L'affermazione risguarda lo svolgimento d'un principio interno e
divino nel mondo, e nella natura. La negazione poi riguarda un'efficienza
sovramondana, che come intelletto amore e potenza ponga il mondo e la natura, e
sia presente al mondo e alla natura. Il Teismo grossolano e volgare contraddice al
Panteismo col porre l'efficienza sovramondana; ma non sa intendere per
nulla il divino della natura; non capisce il divino anche nel mondo.
L'affermazione del Panteismo è l'esigenza dell'Oriente, e, in parte,
dell'Occidente; della scuole jonica, eleatica, pitagorea, stoica, alessandrina;
poi delle grandi intelligenze d'.Erigena, di BRUNO, dello Spinoza; ed è anche
l'esigenza dell'hegelianismo.
L'affermazione poi del Teismo beninteso, è principalmente un portato della
speculazione occidentale, perchè è l’esigenza profonda della metafisica
platonica, e della metafisica aristotelica. Panteismo e Teismo, dunque, oggi
sono di fronte; perchè essendo pervenuti entrambi al più alto grado di
speculazione, ci porgono due forinole nette, chiare, spiccate:V essere, il non-essere e il divenire, da una parte. Il vero,
il generato e il fatto, dall'altra. Or l’affermazione, r esigenza ragionevole
del panteismo è inclusa nella formula cosmologica di VICO (vedasi), e, che più
importa, vi è anche corretta. L'affermazione e l'esigenza ragionevole del teismo,
poi, trova correzione e inveramento nella formola metafisica dello stesso
filosofo. Quant'alla parte
negativa, cotesti sistemi sono da
ripudiarsi entrambi. Se il teismo ignora il vero concetto di natura e però
disconosce il divino e perciò stesso disconosce la creazione autonoma del
mondo; il Panteismo, alla sua volta, disconosce la vera natura di Dio, e perciò
disconosce la vera natura dell'uomo, e cosi viene a distruggere la grandezza e
l'eccellenza dell’umana personalità. Se intanto la creazione è un processo, cioè dire il fatto che si
converte nel vero, si può domandare: in che maniera s' attua cotesto processo?
In altre parole: come avviene che la creazione diventa provvidenza? Il modo con
che s'attua la creazione potrà dircelo solamente l’esperienza: ce lo potran
dire le scienze di natura, e le discipline storiche in generale. Ma anche nella
soluzione del problema cosmologica
sbagliano, tanto quelli che tutto vogliono indurre, quanto quegli altri
che tutto pretendono dedurre. Oggi non è permessa una dottrina cosmologica
empirica; e tanto meno è permessa una cosmologia che, fabbricata a priori, si
rimane campata a mezz'aria. La filosofia cosmologica potrà attinger valore
positivo e razionale ad un sol patto; che, cioè, il pronunziato generale
ch'ella potrà fornire alle scienze le
quali si travagliano intorno alla ricerca delle leggi da Mill appellate
empiriche, sia del pari, o possa essere, il risultato complessivo e finale
delle scienze stesGiastissime qaiodi le parole d*aii valoroso sorltlore moderno.
(Tttt
ùonire le panthéitme que tou» eeux qui retUM ^i>rit
de la vrai grandéur de l’homme doivent »e riunir et eombattre (Tooqukvillk, De la
VemoeraHe, Paris) se. La metafisica positiva altro non sa
darci, salvo che la legge della conversione come principio della essenzial
costituzione del fatto. Quant’al modo poi, ella non sa, ella non può assegnar
né regole ritmiche, né tricotomie a priori di nessuna sorta. Che se anche qui
per avventura è possibile un accordo e una rispondenza tra la speculazione del
filosofo e l’osservazione induttiva e
deduttiva dello scienziato, in verità non si cerca di meglio. In cosiiFatto
accordo si avrà la guarentigia più sicura dell'ottimo indirizzo cosi dell'una
come dell'altra sfera di scibile. Se il Fatto à il diverso, non solo
considerato qual termine di conversione col generato, ma anche avvisato in sé
stesso, avviene che, nel convertirsi con sé medesimo, e' debba manifestare
varietà di momenti e passaggi e
transiti, e quindi intervalli e tjontinuità nell’esplicazione delle sue forze.
Vuol essere insomma, ripetiamolo, un vero processo, che è dire svolgimento,
conversione, creazione, anziché una serie di semplici trasformazioni e
d'increscevoli rimutamenti di forma. Vuol esser quindi un passaggio incessante
ed essenzialmente dinamico dalla potenza all'atto, dall'omogeneo all'eterogeneo,
per usare anche qui la frase di Spencer, dall'indeterminato al determinato, e
però dal genere alla specie, e dalla specie all'individuo, per finire
nell'individuo capace d'essere o di rappresentare insieme nella sua virtù il
genere e la specie. Tre sono i sommi generi del processo cosmico; e altrettante
le fermate o, per così dire, i momenti dell'attività creatrice. Tre sono
dunque i processi speciali e differenti
attraverso a cui il Fatto si fa, e che potremo appellare fisico, orgor
nicOf e storico-sociologico od umano; e
tre sono quindi gli anelli della gran catena; Forza, Vita e Pensiero. Fra
questi tre processi ci ha differenza e medesimezza, e però intervalli e
continuità: ma né questa continuità è di natura materiale, né quell'intervallo
é un semphce passaggio alla maniera che
lo intendevano e lo intendono, come notammo, gli aristotelici empirici, ed i
moderni materialisti. Fra il processo fisico e il processo organico, per
esempio, ci è continuità ideale, e quindi intervallo reale; stantechè non sia
la Forza che diventi Vita, né la Vita che diventi Pensiero, ma è la forza che
passa ad esser vita, e la vita pensiero. E nel pensiero compenetrandosi
non già sovrapponendosi od assomandosi le prime, abbiamo nel medesimo
tempo r attuazione della forza, e della vita. Il passaggio quindi, come
accennammo, non è semplice trasformazione, ma è transito, è passaggio nello
stretto senso della parola (iyipyetò:
aTi>>i;), eduzione eductio
entìs ad actum y e perciò creazione. Se
intanto nel passaggio vi ha intervallo, cotesto intervallo non è egli davvero un salto che fa la natura?
L'intervallo superato dalla stessa natura è precisamente la conversione del fatto
nel vero; è r energia creativa; è il vero passaggio dal nulla all'essere, dalla
potenza all'atto: ed ecco il significato della creazione ex nihilo. Dunque
l'intervallo per noi non è come altrove toccammo quel che per gli antichi era
i) diastema e il cenon; negazione, vuoto,
nulla. È anzi pienezza d'essere, attuosità vivace, conato (to Juvarov), perocché ci rappresenta il momento
in cui la continuità ideale tende a diventar reale. Ai due capi della catena
poi vedemmo esserci due intervalli; psicologico l'uno, e metafisico l'altro. U
primo dicemmo potersi superare mercé la dialettica ascensiva, poiché qui il fatto,
già convertitosi con sé medesimo e perciò
divenuto forza vita e pensiero, si converte quinci col vero, eh' é dire
col primum verum metaphysicum: mentre il secondo é superato dall'essere stesso
colla dialettica discensiva, secondochè ci addimostrano la formola metafisica e
la formola cosmologica di VICO (vedasi). Queste sono le due leggi universali, o
meglio, le due condizioni dell'attività creatrice di natura. In virtù di esse
é possibile una scienza cosmologica
razionalmente positiva, poiché in esse sta il nodo di que'dibattati e YÌtali
problemi sulla generazione, sulla genesi spontanea, sull'origine delle specie.
Né il Platonismo, né l’Aristotelismo, né alcuna dottrina che risalga a queste
due sorgenti, ci potranno dar mai questa doppia legge. Nell'uno fa difetto il
concetto del processo; nell'altro questo processo, ripetiamolo, è passaggio empirico>
meccanico, generativo, ovvero logico e formale. Ammessa quindi la legge
dell'intervallo nell’attività creativa di natura, verremo capaci di correggere
il vieto concetto cosmogonico del teologismo e dell'empirismo. Il vecchio
naturalista contro il teologista pronunzia, che natura non fadt saltum. A
salvare il deus machina il teologo risponde, che natura fadt sattum; e questi salti per lui sono
altrettanti atti immediati del Demiurgo. Ora la verità non istà dall'una, né
dall'altra parte. Naturalisti, sperimentalisti, deterministi, positivisti hanno
ragione a non credere ai salti; ma non ha torto il teologo se dice che la
natura procede per creazioni ed atti creativi diversi. Il positivo qui dove
sta? Neil'accettar l' una e l' altra affermazione, e correggerle entrambe. La natura, certo, non fa salti; non
v'essendo ragione perché ella non proceda continua nella ricchezza e fecondità
delle sue produzioni Ma eccoci al punto Questa continuità continuità
materiale, fisica, sensata ha luogo
entro la sfera. Ma anche in questa dottrina Aristotele potrebb essere difeso,
chi lo interpretasse benignamente. Se
pel Platonismo il divenire e il generarsi, ha
luogo per l’essenza, pell'idea che attua la cosa e la scorge e la
determina; per Aristotele, al contrarlo, l’indeterminato procede al tUterminato
qucdUativo per sua propria energia. Fra i molti passi che potrei addurre mi
contento di questo che si legge nella Metaph.:
Uòrtpov ouv iv^i
tic (Ttfatpa uxpot. raqSi
Xf oixiu vK^pct TOtc
oXcvdouC} i 01» J* av
aoTf iytyvexoy ti
ovtwc tJv, róSt
ri; àXXa tÒ Toióv^c
vrifjLaivtiy róSt Sé
xai (upurixivov oux
tf(r7(v, àWà trotcì xac'
7evvà ex totJ^s
rotov^s • xat
orav 7«vv>30i7, Ìt^i ro$t
rotòvBt. È nna prova di
più, come si vede,
della possibilità di rintracciare e
dimostrare
nell'Aristotelismo, anche in
siflbtta ricerca, r indirizzo
medio della speculazione filosofica
contro gì* interpreti
empirici e contro gì*
iperpsicologisti che il
generarsi delle cose
in Aristotele traggono
in due e
contrarie sentenze opposite d'una
specie, d'un genere, d'un ordine, anziché nel passaggio dall'uno all'altro. Se
così non fosse, la natura non sarebbe guari natura, non sarebbe creazione,
sibbene ripetizione sazievolmente monotona d'individui. E non meno ragione ha
il teologo o il neoplatonico che sia, nel pretender che la natura procede a
salti; ma non ha niente ragione a predicarci essere il demiurgo, proprio lui,
quegli che la fa saltare. È ella stessa, è la stessa potente e feconda natura
che si muove. E si muove per qualcosa che non sopraggiugne dal di fuora, anzi
sgorga dal di dentro. Cosi, e solamente così, è possibile l'autogenesi del
mondo. Chi non sia disposto ad accettarla, romperà senza rimedio contro Scilla,
o Cariddi; che vuol dire contro uno de'due soliti estremi. Come intanto
s'inaugura, come si svolge e come s’assolve egli il processo cosmico? Dell’attività
creativa ne'diversi momenti del processo cosmico, se l’attività creatrice di
natura è una conversione del fatto nel vero,
ella non può esplicarsi altrimenti che per gradi, per momenti diversi, e quindi per intervalli
e per continuità ideale. Il processo cosmico, dunque, è universale. Ed è universale principalmente perchè, secondo la
frase di BRUNO, racchiude in sé, quasi circolo più ampio altri piccoli circoH,
il triplice processo fisico, organico e sociologico. Così la legge che governa
il tutto come le parti è sempre la stessa: è la gran legge del trasformarsi e
del rintegrarsi perpetuo, progressivo, incessante delle forze universali e
comuni di natura. Perciò è il numero che
[lIB. H. sempre più volge ad unità; è l’indeterminato, l’omogeneo,
l'indefinito (tò uopiiTòv) che procede al determinato,
all'eterogeneo, al perfetto (tò
TsXitov). Se tale dunque è la natura di quest'universal movimento che
dispiegasi nel tempo, in che maniera potrebb'esser un incessante cangiar di
forme e di fenomeni? Se cosi fosse, quest'universo sarebb'egli un cosmos o non
più veramente un increscevole ed eterna monotonia d'apparenze fenomenali,
ovvero un caos? La legge del processo cosmico dunque è legge di creazione; è
legge di coixyersione, anziché di semplice trasformazione. Col processo fisico
si genera la forza; e la forza è subbietto omogeneo, sintesi confusa, numero e
unità generale, unitotalità vaga e indeterminata. Cotesto processo fisico
si sdoppia nel processo organico nel
quale si genera la vita; e la vita è numero, eterogeneità essenziale, essenzial
dualità -- vegetale e zoologica. Nel processo
storico-sociologico, finalmente, SI GENERA LO SPIRITO, il pensiero; ed è un
ritomo all'unità, ma come triplicità. La forza quindi si converte nella vita,
come la vita si converte nel pensiero. Unità, dualità, dualunità: Forza,
Vita e Pensiero. Ecco il processo
cosmico, ed è sempre il fatto che si converte nel vero, perocché è sempre il
conato, il medesimo, che si fa diverso per intervallo. Come intanto. È il
vecchio principio per cui si distingue l’indirizzo medio aristotelico
nella dottrina sulle forze fisiche,
organiche ed organizzate: *H $i fxJffi^
ffivyet tÒ aTrci^ov
* to fiiv yoip
anstpov otTtlsq, Si «vece
«s( K^Ttt TsXoc
(I>e (7en. an.).
E più chiaramente ancora: 'Aft
yàp €v Tw
efslivii vppxst xo
upOTspov De An..La scienza moderna non ha fatto e non fa che confermare
questo principio aristotelico; ed è quel medesimo pronunziato che Spencer considera
siccome chiave del processo cosmico. Ma avvertimmo già l’aspetta manchevole
delle dottrine dell’illustre scrittore
inglese; che, cioè, se il processo
cosmico è davvero una creazione, è forza che nella sua natura altro non possa
essere che uua teleologia, un processo essenzialmente teleologico, a partire dall'etere,
dalla materia nebulare indeterminata, e scendere giù giù fino all'atto estremo,
alla forza che diciamo pensiero. Questo
dato vitalissimo manca a Spencer nonché ai Positivisti e, come vedremo, a' naturalisti
Darwiniani. E pure, chi ben rifletta, è un concetto essenzialmente
poeitioo^ perchè è un fatto.rivelasi la prima conversione del fatto? In altre
parole: in qual modo s'inaugura l'attuosità creativa dell'universo? La natura
comincia con l’esser conato. Ella dunque comincia come sintesi iniziale e
confusa: ella s'inaugura come materia metafisica Vico, De Antiqui^. La nuiteria metafisica alla qaale
più voite accenna confasimente VICO (vedasi) e che SERBATI, come toccammo, non
interpreta convenevolmente, ò neill/ordine cosmico e naturale ciò che
nell'ordine psicologico ò la luce tnetaJUica. Nel passaggio, nell’intervallo in
generale, ha luogo nn novello conato, eh' è il momento creativo, il parto
a/orno impedito della natura; e quindi
racchiude qualcosa d’intimo, d’universale,
di metafisico, d'iperfisico, di soprassensibile. Ecco perchè talora in VICO (vedasi) nonv'ha
divario nelle parole conato, momentOf
t/orto impedito, luce meta/i»
nea^mcUeria metaJÌ9Ìca,virtue^vi», dvvxfJLi^y
«vT«).ffXJeav, e simili. Però è facile incontrarvi qualche sentenza di
questo tenore: Lux metaphyeica §eu eduetio virtutum in actue conatu
gignitur. Perciò se si vuole
interpretare a dovere la sua mente, il valore della parola conato, nella quale
pone radice la novità della cosmologia vichiana e leibniziana, è questo: che il
conato per lui sia il principio concreto, reale, vivente della natura: che sia
perciò relazione la qual comprenda e annodi in organismo vivente i tre processi,
e per cui risulti come la molla secreta
deir intero Proceeeo eoemólogico, È la
relazione concreta, e reale del fatto col vero; cioè del fatto che, in quanto
divereo in sé, diventa Vero. In una
parola, è la eoetanxa della natura, come fra poco vedremo, e perciò è
Vdpx^ xivKj Tcwc d'Aristotele (AfetopA)
ma corretto profondamente, e però trasfigurato e legittimato, stantechè non sia
altrimenti un principio di movimento ipercosmìco, ma nn principio essenzialmente eoemico, essenzialmente
naturale; e perciò è lo stesso movimento che, in quant'è motOf si rivela come autogenito. GIOBERTI che ha un
senso storico divinativo tutto suo nel saper cogliere in certe sentenze
l'aspetto originale d’una dottrina, non dubitò scrivere che la teorica de'punti
e del i eoncUo di VICO (vedasi) ì il
perno del tuo eietema; aggiungendo che per questa parte egli è arietotelico e
platonico ad un tempo Protol.. Che la dottrina del conato sia il perno della
sua cosmologia, nessun dubbio; ma la cosmologia non è la sua metafisica. È
dunque il perno, è la molla della sua formola eoemoloffica, non già della sua
formola metafiica: il perno di questa seconda è ben altro. Che poi in questo
egli sia aristotelico e platonico insieme, è vero; ma è tale in quanto corregge, trasforma e compie i due
filosofi, e perciò in quanto li accorda. Nel platonismo il concetto del conato,
al modo che è inteso da VICO (vedasi), non ci è, e non ci può essere, come si
può ricavare da tutti que'luoghi ne'quali siamo venuti accennando rapidamente a
quel sistema. Può esserci, e vi è di fatto in Aristotele, ma confuso e
indeterminato cosi che non si lascia
riconoscere facilmente. Al qual proposito mi sia qui lecita nn*
osservazione storica. Ma se la natura comincia coll’esser conato, appunto
perchè conato ella dev'esser riguardata sotto doppio QualcQDo potrebbe
confondere questo conato del filosofo napoletano colla monade leibniziana, o,
pegfifio, col1’ ?pe$(? aristotelica. Lasciamo della prima perchò ne
dicemmo qualcosa in altro luog^o.
Qnant'al secondo osserro che tra Voptl^ii
dello Stagirita e il conato àe\ nostro filosofo, ci è profondo divario.
Accennammo già qualcosa riguardo alr aspetto esagerato della «aiMo y!iMi2« d'Aristotele.
L'ó^e^cc certamente è designato da lui qual moto 9pontaneo; e basti per
tutti questo passo: Kcvftrac yoLp to' xivouufvov t?
òpiysrat^ xat 17
xévTio'c; rtc opsl^ti t»spytia.
{De Xn,)! Ma ò poi veramente
tale, voglio dire essenzialmente spontaneo cotest’opegi^ d'Aristotele? Non
sarebbe più tosto un residuo del maestro passato nella mente dello scolare?
Aristotele, avvertimmo, rompe la terie predara in due modi; col1'intdllgibUe
venuto di /uorOf BvpstOiv, e colla causa
finale, cioè, col dender€tb%le [70 òptxTÒv
xat to' voutÓv).
Luce per ribtelligenza, dunque, e calore pella volontà vengon
d'altronde; e però chi determina tanto il peneiero, quanto la tendenna, è il
pensiero divino. Eih, Eud.. Ora dunque 1*opeHc'c per Aristotele non può esser
davvero spontaneo, se no si contraddice. E tant*è vero che la natura per lui
non ò propriamente attiva per so, che non mancò, fk'a' vecchi aristotelici, chi
pigliasse a dimostrare come in Aristotele,
in forza del suo medesimo sistema, debba aver luogo la causa efficiente.
Se Dio infatti ò canea finale^ per ciò stesso ha da essere anche canea
efficiente; tanto pare ad Ammonio, il primo a dare tale interpretazione, che
Aristotele dove mettersi in accordo con Platone (Yed. Rayaisson). Dunque l’ops^i^ noir Aristotelismo ò ?^e^cc non per essenza propria, ma in grazia
d’un determinante estrinseco, d’un’infiuenza
eeteriore; la quale influenza non essendo stata chiarita nettamente nella sua
natura dal filosofo di Stagira, ha fatto e fa si che molti i quali si studiano
d’interpretarlo benignamente, credano d'aver buono in mano per assumerne le
difese, e fino a certo punto riescono ad aver ragione. Sennonché il vero
concetto dell'o^sHcc, che
in parte risponda al conato di VICO (vedasi) e
rappresenti perciò r indirixMo medio in siffatta questione, sarebbe da riporre
piuttosto nella nozione di svipyna
aTf>>i:, la quale è appunto attiva per sé, ò attiva per virtù
propria, essendo ciò che esiste in potenza, ma in quanto s'avvia all'atto; e
s'avvia per sé medesima, non per un
altro; s'avvia e procede per propria essenza: 'O^óc ttQ
ouTiav {Metaph.) In altre parole è ciò che, imperfetto, non ha il fine in so
stesso, e quindi lo cerca. E lo cerca non perchè ne sia attratto (platonismo 0
aristotelismo platonico), ma k1 perchè ne ha bisogno. E se lo cerca e ne
abbisogna, vuol dire che questo fine non potrà essere un'illusione addirittura.
Perciò Aristotele determina il concetto del moto cosi: Twv apy.^£Mv eiv «tt/
taipoc ov^sjMca tjXoc, àWà
t«v tapi To TsXo;. {Metapk.). Ci slam voluti intrattenere
un momento su questo particolare non solo per chiarire il concetto di VICO
(vedasi) sul conato ma anche por mostrare l’attinenza ch'esso ha col concetto
del rispetto. Anche del primo cosmologico possiamo dire qael che dicemmo del primo
psicologico: egli è una testa di Giano; ha due facce. Il conato adunque è due
cose, non una: è punto e momento (cf«7ft*i^ v) materia e moto, estensione e
forza: ma e punto e momento di natura metafisica che vuol dir di natura
potenziale, virtuale, soprassensibile, semplice, indivisa, universale. In altre
parole, il conato e attuosità concreta e reale; ma non è, a dir proprio, né
moto, né estensione, bensì virtii di moversi, e d'estendersi: e come virtù,
come potenziaUtà, esso in generale é un soggetto identico. Punctum et momentum
unum sunt, e quindi é nel medesimo tempo numero e unità, dualità e unità,
polarità originaria, e perciò é unitotalità originaria, concreta, universale.
Ora il conato in quanto é punto, materia, cioè in quant' é soggetto potenziale,
recettivo, indeterminato, omogeneo, indefinito e indefinibile, é il ro Ssrspov;
è la wa/xcc come pura capacità; in somma
é il fatto semplicemente detto; il fatto in quanto è termine di
conversione dialettica coi Grenerato. Al contrario, in quanto é momento, ciò é
dire materia e moto, estensione e forza, to'
Strtpov e to' notilo e però to warov, é il fatto in quanto è termine di
conversione cosmologica; è il fatto in quanto é conversione di sé con sé
stesso; e quindi é sostanza semplice,
sostanza universale, sostanza indivisibile in sé, ma divisa nelle cose
che sostiene. Brevemente: il conato, guardato come puro fatto, cioè come termine posto, é potenza in potenza,
come direbbe Aristotele (^uvfltfii;
^uvot^n); guardato invece come termine che si pone, come soggetto che si
fa, egli, per dirla con le significantissime parole di VICO (vedasi), é for/pa
che si fa dentro moto aristotelico, il
quale, inteso a doTere, nono tale quale d’ordinario Tiene interpretato dagli
hegeliani. £ ci siamo trattenuti anche perchè quest'ultimi non abbiano a
pigliare il concetto del conato per Vopt^i^ giacché nel conato del nostro
filosofo non ci è necessità dialettiche, nò relaiioui di finalità come neiriperpsicologismo
aristotelico fecchio e nuOTo. Il conato di VICO (vedasi) non è propriamente VEatcre, nettampoco il
NoH-ctnrc; dunque non sarà nemmanco U Divenire: ecco tetto.di sè medesima:
perchè? precisamente perchè SFORZARSI È UN CONVERTIRSI IN SÈ STESSO; 0 perciò è sostanza che si sforsa a mandar
fuori le cose. Che il ùonato nel concetto vlchiano sìa la sostanza delle cose e
costituisca perciò il nerbo della sna formola cosmologica, si pnò rìcaYare agevolmente da queste sentenze. Che
cos*è la sostanza? Sattanza, in genertf
d ciò eke »ta 9otto e
90$tiene la eoaa; indivitibile indivisa nelle cote eh* ella fottiene, e
$oUo le dìvite cote, quantunqtu disuguali, vi §ta egualmente, Risp. al Giom. de
Lett,. Questa deflnizione non ha che vedere colla definizione spinoziana: id
quod existit a te et per «e. Sono entrambe definizioni nominali, e però vere o falso flnchò non se
ne faccia applicazione. Dal modo con che applicolla Spinoza, venne fuora il suo
panteismo acosmico geometrizzato, con quella lunga sequela d’assurdi che
ognuna conosce. VICO (vedasi) 1’applica
al fatto in quanto si fa vero, non già al vero che si converte col generato; e
perciò riesce a schivare ogni maniera di panteismo. Infatti egli dice: Quello che i moto ne*corpi particolari,
neiVunivereo moto non è; perchè V’universo non ha con ehi altro possa mutar
vicinanze. Dunque è una forza OHB fa
DRNTBO DI sà MBDESiifo: questo in s^ stesso sforzarsi, ì uno in sa strsso
convertirsi. Ciò non pud eseere del corpo, perchè ciascuna parte del corpo
avrebbe a rivoltarsi contro di sè medesima. Onde questo sarebbe tanto, quanto le parti dd corpo si replicassero.
Dunque, dico io, IL CONATO non è dd OORPO, ma deU* UNI
Visse del corpo. Tutto ciò è
chiarito e confermato da quest'altra sentenza; Virtus est extensi, e perciò
prior extenso est, soUicet inextensa. De
Antiq.. E spiegando altrove il valore di quest’ultimo concetto, dice: Io mi
servo eie* vocaboli di virth e di potetaa appunto come se ne servono i meeeaniei, appo i quali sono voci
oelebratissime: con questo perciò di vario; cA' essi (parla de’Cartesiani seguaci detta dottrina
meccanica) V’attaccano ai corpi particolari, ed io dico esser dote propria e
sola dell’universo. Risp. al Oiom. De’ LeU., E tornando al suo concetto gradito
del conato, dice plh aperto: Nel mondo vero e reale vi ha un che invisibile che
produce tutte le cose. Ancora: Uno è lo
sforzo delC universo, prrob2 dell’univrrbo:
ed è l’indivisibile centro cui non è lecito trovare nell’universo esteso, e cAe
dentro le linee deUa sua direzione tutti i disuguali pesi sostenendo con egual
forza, tutte le partieo' lari cose sostiene insiememente ed aggira. Questa è la
sostanza che si SFORZA mandar fuori le cose. È impossibile commentare
queste sentenze. Ci vorrebbe un capitolo
per parola; e alla fin fine poi non riesciremmo che ad una freddura, ad una
ripetizione fiacca e sbiadita. Bisogna dunque farle soggetto di meditazione
severa, tramutarsele in sangue, e col loro sussidio interrogare! fenomeni e le
leggi del mondo sensibile. Posti intanto questi principi! cosmologici, ecco
alcune norme metodiche pella filosofia della natura e delle scienze naturali: In fisica si
trattano le cose per termini di eorpo t di moto; in m^afisioa trcUtar si
debbono per qudli di sostanza e di conato, E come U moto non è altro realmente che eorpo, cosi
il conato altro realmsnU non sia che sostanza, L’altro domma metodico riSe
questo è il cardine della cosmologia del nostro filosofo, le conseguenze e le
applicazioni che se ne traggono riescono
supremamente feconde, positive, originali in tutte quante le sfere delle
scienze di natura, dalP’astronomia alla fisiologia, dalla meccanica celeste
alla zoologia e alla zoopsicologia. Noi non possiamo intrattenerci in queste
applicazioni, e ce ne duole. Ci ristringeremo ad accennarne qualcuna, e
rilevarne l’aspetto originale; e innanzi tutto quella risguardante la dottrina
del Cronotopo. Se la sostanza cosmica è
una, indivisibile e divisa nelle cose a cui sta sotto egualmente per diseguali
che queste siano, i modi essenziali e primigenii in che ella si determina, sono
lo spazio e il tempo puri: punto e momentOj virtus extendendi e virtus movendi.
Sennonché la virtii d' estendersi, logicamente, va innanzi alla virtù del
moversi, al contrario di ciò che pensa il
GIOBERTI (vedasi); poiché, al solito, se il fatto come diverso in sé
vuol essere un processo autonomo, avviene che la prima forma di conversione, la
prima individuazione cosmica, debb'essere il punto che divien momento; debb'
esser la virtù d'estendersi che si gemina, e assume valore di virtù motrice.
Perciò la sostanza in quant'è virtus extendendi, inquant'é pura capacità, è
V’altro, è il diverso, è il fatto come posto, e però è lo spazio infinito, la
cui prima determinazione è ciò che domandasi etere da’moderni. In quanto poi è
virtus movendi, cioè atto, diverso gniardante lo stadio delle leggi fisiche ò
questo: L’unica ipoteti cioè finzione speculativa per la qwd dalla MetaJUica
ndla Fisica discenda giammai ti po99a, netto le matematiche; e che il punto
geometrico eia una SOMIOLIANZA del metafieicOf dot della sostanza; e ch’ella
aia coea che veramente t, ed i indivisibile; che ci dà e sostiene distesi
uguali con egual /orza: perche per le dimostnxzioni di BONAIUTI Galilei ed
altre piene di meraviglittf le disuguaglianze quanto si vogliono grandi,
ritirandoci al lor principio indivisibile, cioì ai puntiy tutte si perdono e si
confondono., ti appena bisogno d’avvertire che colla sua dottrina cosmologica
ei non fa che interpretare ed elevare ad altezza metafisica positiva l’esigenza
del metodo galileiano. Nelle lor relazioni ideali BONAIUTI Galileo e VICO
(vedasi) si richiamano a vicenda. (Ved. il nostro Disc. DanU, Galileo e Vico,
Firenze, Celliul). L'esistenza dell’etere od abaro (come con ragione vuol
chiamarlo il nostro valoroso e valente Colonnello Pozzolinì) che per i fisici è
una in $èj 0 Fatto ohe si fa, la sostanza è il cominciamento originario,
autogenito della natura, e perciò indipendente da Dio. Ed è affatto
indipendente da Dio nel suo svolgimento, e però nelle sue leg{2p, appunto
perchè, come fu mostrato, Dio pone il mondo non già come attuale, anzi come
potenziale. Perchè dunque il punto diventa momento? Per necessità della propria
essenza: vo'dire perchè è diverso in se; perchè è sformarsi che è uno in sé
stesso convertirsi. Se adunque come materia il conato è confusione,
impenetrabilità, pura capacità; come virtù di moversi, invece, è cominciamento
d'ordine, inizio di cosmos finteli'atomo, nelP’esteso metafisico il quale,
essendo medesimezza e differenza in atto, rappresenta perciò la prima dualità
in cui forza e materia formano un medesimo subbietto. ipoteti della quale non
possono in yenin modo prescindere, nella fonnola cosmologica di Vico, invece,
assume valore di teti. Essi non sanno dir che cosa sia quest'eeere. Noi sanno
oggi e noi potranno saper mai: perchè? Per la semplice ragione ch*ei trascende
la mente: e la trascende in quanto che riguarda un’attinenza della sostanza
come potta, non già della sostanza come causa, come forza. Perciò riguardando
il dato della creazione, ne Tiene che, por intendere questo dato in qualche
maniera, bisognerà filosofare; e per filosofare in modo serio e positivo e
razionale bisogna ricorrere alla formoUi cosmologica del nostro filosofo. Non
V’è scampo: o questa formola, oppure il concetto inintelligibile, grossolano e
balordo d’una materia concepita qual ricettacolo assoluto e generativo d’ogni
cosa: eh' è propriamente (chiedo perdono a tutti i materialisti e meccanicisti
vecchi e nuovi) un concetto da cretini! Dunque il cronotopo non è, come
pretendono i Leibniziani, la successione e coesistenza di punti e di momenti;
teorica al tutto empirica la quale non ispiega nulla di nulla, perchè non
addita la ragione della coesistenza. Non si può dir nemmeno pertinenza deir
Assoluto in quanto ì l’Idea ad extr(h Videa come potnbUità infinita (GIOBERTI,
ProtoU, Sagg. Ili); ì° perchè non s'intende che cosa mai sia codest'Idea ad
extra; 2 perchè s*ella è pottihilità infinita, come tale appartiene al Fatto,
il quale in quanto conato è precisamente un' infinita po$9ÌbilitiL Non è poi relazione
tra U finito e linfinito (FoRNABi, DeW Arm. Univ. DiaL I) perchè, se così
fosse, dovendo i termini partecipare alla natura della relazione, ci avrebbe a
essere spazio e tempo anche nell' infinito! Finalmente non è la prima e
immediata esistenza detta Idea (SPAVENTA, Mem, mi Tempo e tulio Spazio, negli
Atti dell'Accad. di Nap.), perchè l’Idea è incapace di rivestire spazialità e
temporalità per le ragioni altrove accennate. Dunque che cos'è cotesto
cronotopo? È precisamente il conato; Abbiamo detto che l’atomo è l'esteso
metafisico. Esso dunque è la compenetrazione del punto, e del momento: è il
punto divenuto momento; è la virtù d'estendersi che s'estende in quanto si
move. Neil'atomo perciò, neir esteso metafisico, trova pienissima applicazione il
pronunziato di VICO (vedasi): ptmctum et mofnentum unum sunt In altre parole:
che cos'è l’atomo? È l’estrema realtà (non astrazione) cui possa poggiar la
mente. Dunque è la prima realtà onde move la natura. Anche in seno all'atomo
quindi si dee verificare ciò che i fisici oggi riconoscono in molti fenomeni;
il principio della polarità. L'esteso metafisico è un'essenzial dualità; è
forza e materia in atto; è la determmazione originaria, autonoma della doppia
virtii estensiva e motrice. Dunque è la prima conversione del fatto, in quanto
il fatto è un subbietto diverso in sé. Perciò è il primo momento della
creazione propriamente detta: il momento solenne in cui la forza, nascendo
nella materia (non dalla materia), si crea.'ma il conato in qnanto ò polarità
essenziale, essenzial dualità. È la sostanza stessa del mondo in quanto ha una
doppia faccia: estensione e forza; wirhu extendendif e virtù» movendi. Ora se
il conato è un subietto essenzialmente duplo^ essenzialmente polare, ì moderni
fisici non possono, non debbono menomamente ripudiarne il concetto, che anzi
accettandolo, giungerebbero a spiegare più d'una loro ipotesi. Chi dunque dice
fona, dice ereazione: ecco il rero dinamismo, il dinamismo positi?o. Perciò
erra tanto il materialista grossolano quando afferma ch/D la forza naaea dalla
materia, o ne sia una pura e semplice determinazione; qnanto il dinamista puro
(Hibn, Cotuiquence» phil. et mHaph. de la Thirmodinamique, Paris) che pretende
concepire la fona anteriore alla materia! La forza Don nasce dalla materia, o
per la materia. La forza si pone, e perciò si crea nella materia. Il suo
nascere è creare nel Tero senso della parola; è uscire ex nihilo, E qual è il
nulla f Il nulla del filosofo cattolico, no: cotesto nuUa ò impossibile, perchè
ò inconcepibile. Dunque è la materia, ma la materia considerata come puro
Fatto, come pura capaciti, come possibilità. Platone la diceya ricettacolo, e
diceva benissimo. Dov'errava? Errava gravemente nel determinare il modo con che
nel contenente sorga il contenuto. È precisamente l’errore del materialista
moderno. La forza, dice questi, suppone la materia. Certamente! ma non ò pnra e
semplice trae/ormanane o modiJicoMione o qualità di materia. La materia in
qnanto diventa forza è conato: e perciò (ripetiamolo) ò intervallo già
superato; ò atto propriamente detto, e Se intanto l'atomo è an'essenzial
dualità, in esso è l'esigenza dell'altro atomo, delle molecole, del corpo,
dell'organismo atomico. Ma ecco tosto nn dilemma: o l'atomo è semplice, o è
composto. È egli semplice? Dunque non può dare il composto. È egli composto?
Dunque richiede il semplice. Dilemma seriissimo, davvero. L'atomo non è l'una
cosa ne l'altra; o, più veramente,, è r una cosa e l'altra insieme. Se l'atomo,
è conato, momento in cui la materia e la forza si compenetrano; come dirlo
semplice? come dirlo composto? Pertanto se l'atomo è conato, perciò racchiude
l'esigenza degli altri atomi. Dunque? dunque l'atomo non ha figura in quanto è
un esteso metafisico, ma ha figura in quanto si marita e si converte con altro
atomo: la figura è un risultato. Or se l'atomo è virtii d'estensione che si
attudij avviene che, come tale, e' debba essere attrazione: e s'egli è virtii
di moversi in atto, avviene altre che, come tale, e'debb'esser moto
essenzialmente rotatorio} Se dunque 1'atomo in quanto conato è insieme identico
e diverso, perciò è in sé, e fuori di se; è per sé, e anche per l’altro;
abbisogna dell'altro. Per questa comune proprietà gl’atomi ci rendon quasi
immagine delle idee platoniche, la cui vita sta nell'essere essenqaindi è atto
naovo, atto creatÌTo. Eccoci al miracolo! sento grridarmi. Precisamente al
miracolo: ma gli è nn miracolo essensialmente naturale, unlversaie, necessario;
e per consegnenza non ò miracolo. Se dunoue VeaUto metafinco è la forza in
quanto si genera nella mcUeriiif ne viene cne VaUnno ha da essere tutt*altro
che inerte. Anzi è la materia, è l’etere, è l’abaro, è quel quid nebulare
primitivo che, da unità indeterminata, passa ad essere anche forza, profonda
energìa in cui e per cui sMnaugura il Prooeeeo fieieo. Se così non fosse, io
domando, come farebbe il chimico ad intender le leggi deir affinità? E se così
non fosse, la moderna dottrina delTatonicità non andrebbe in fumo? Questo è il
moro etemo e continuo dell’Aristotelismo, cagione d'ogni moto, il quale perciò
non può non ettere un moto circolare nello epaxio {Phye,, Vili, ix), e come
tale è moto naturale d'un elemento eempliee du non ha contrari {De Cod., I,
li). Al motore motto bisogna sostituire il conato. E il moto circolare non
avente contrari bisogna darlo all’essenza stessa dellatomo, dell’eeteeo
metafisico. Ecco una delle correzioni vitali della cosmologia aristotelica
richieste logicamente daU'indirimco medio. zialmente relative. L'atomo qaiadì,
in quanto è medesimezza, è attrazione; in quanto è medesimezza e diversità, è
rotazione e circolarità. Dunque può dare origine al moto per induzione e
rivoluzione, che à moto secondario e derivato. Or questa legge si verifica in
una lunga serie di fenomeni; luce, elettrico, calorico, magnetico. Si verifica
ne'grandi coi*pi dell'universo. Perchè non dovrà verificarsi altresì, e
principalmente, in seno alla stessa vita intima degl’atomi? Attrazione e
rotazione, dunque, riduconsi ad un sol fatto primitivo, universale, assoluto.
Il conato è moto essenzialmente rotatorio; e quindi è la sorgente prima d'ogni
e qualunque forma di moto. La legge di rotazione perciò è legge universale; ed
è la sostanza stessa cosi delle grandi, come delle piccole masse: Questo in se
stesso sforearsiy è uno in se stesso convertirsi.* Le conseguenze di questa
dottrina cosmologica sono evidenti, originali, modernissime. n vuoto è un
assurdo; perchè è un assurdo il nulla. Esiste dunque l’universo infinito; ed è
tale non come mondi, ben^i come conato, come sostanza universale determìnantesi
ne'due attributi essenziali della spazialità e temporaneità pure. È un assurdo
il moto comunicato, perchè è un assurdo che la forza si rompa, si scinda, si
divida: senza dir già che, se è vero che la forza debb'essere anche materia, la
comuniccmone del moto importerebbe la compenetrazione e insieme la inerzia
degli atomi, ciò che costituisce un doppio assurdo. È uYi ' Ved. a questo
proposito la bella Mem. di POZZOLINI (si veda) {Indumone delU forte finche,
Bologna), Baudrimoni, Atomologie e le tre Memorie eu la atrtUtura cUi* Corpi.
Bordeaux * Ved. la Mem. su la Legge univeraale di rotazione del nostro amico
prof. Bàrbera, della quale accettiamo in gran parte la dottrina perchè ci
sembra un'applicazione rigorosa de*principii cosmologici di VICO (vedasi). Di
BARBERA merita esser letto il discorso stupendo su Newton e la Filoeofia
Naturale Napoli. La memoria poco fa citata di POZZOLINI, come questi due saggi
del BARBERA, sono i primi segui d'una riforma seria delle scienze astronomiche
e della filosofia naturale in Italia. Abibt., PAy«., Tiii. assurdo che il moto
universale cominci e finisca, poiché è un assurdo che il mondo, che è pur egli
necessario come termine di conversione dialettica abbia principio e fine. È un
assurdo un impulso primitivo impresso da Dio alla materia, ciò che è l’esigenza
illegittima del fiacco Peripatetismo, dell'Aristotelismo platoneggiante: perciò
assurda e gratuitamente ipotetica la base nella quale s'appoggia la teorica
newtoniana sull’origine del moto. È un assurdo che la materia diventata forza,
ciò è dire l’atomo, tomi ad esser pura materia; perciò assurdo che la forza
cessi d'esser quella che è nella sua essenza, e che si sperda, che decresca, o
si menomi in qual si voglia modo. Sono dunque un assurdo, sono indovinelli da
algebrisH quei conti e racconti di certi facili calcolatori matematici che,
come il teologista e il millenario, segnano già ne'secoli futuri la fine e lo
spegnimento della terra. Ne'loro problemi essi dimenticano che la forza è creazione:
e dimenticano troppo facilmente, che creare vuol non dire annullamento. Il
conato adunque, è il vero motore immobile e mobilissimo dell'universo; è
l'universo stesso in quanto è infinita potenzialità; è l’àpxrì xcv)ic
intrinsecato, essenziato con l'universo stesso. Come tale l'universo procede di
numero in numero, secondo la frase di Bruno, svolgendosi come mondi nelle
successioni, e perciò è infinito nel tempo; e come tale anche l'universo, come
il pensiero nel formarsi il concetto dell'Assoluto, rende a Dio la pariglia.
Cosi il principio cosmo' LìtìQUB, Le premier moteur et la nature dame le
tyetòme tTArietote Paris. V. a questo proposito con che assennatezza crìtica
Barthélemy Saint-HUaire dÌMOm sula cosmologia aristotelica (PAyttgiM trad, en
/rangaie et aceompagnie dCune paraphraee et de note» perpetueUe», Paris,
Introd. V. L) Cosi resta lesrittimato il concetto sull’Universo e sullo Spaaio
del filosofo nolano. Egli pone Io spazio come infinito e però infinito anche
l’universo che è nello spazio [DeW Infinito Univereo e Mondi, DinL I.)
L’unverso certamente ò inAnito, ma, ripetiamo, ò tale in quanto è eonaio; e
così pure lo spazio. Perciò Mondo, Universo, Spazio ec., sono infiniti nella
successione, che tuoI dire nella lor potenzialità. logico, o meglio, il Primo
cosmologico di VICO (si veda), in mentre che corregge la cosmologia
de'Platonici e degli Aristotelici, condanna ad un tempo quella
de’neo-aristotelici empirici e degl'iperpsicologisti, legittimando r esigenza
de'meccanici e de'dinamisti, de'Cartesiani e de'Leibniziani, che vuol dire
della materia e della forza. I moderni cosmologi avran fatto moltissimo quando
avranno ridotto ogni fenomeno ad un ultimo fenomeno. Essi così dimostreranno, o
meglio, verificheranno la divinazione aristotelica. Ma si dovrà arrestar qui la
cosmologia razionalmente positiva? No, certo. U suo grande problema sta nel
dimostrare (e dimostrare non vai mostrare) come quest'ultimo e irreducibile e
universal fenomeno, sia precisamente la sostanza stessa delle cose, la vita stessa
degli esseri, la vita dell'universo che Vico rassomiglia ad una fiumana onde
sgorga acqua sempre nuova e perenne: H(BC est vita rerum, fluminis nempe istar
quod idem videtur, et semper alia atque alia aqua profluit} Se il Processo
fisico s' inaugura col conato in quanto è un esteso metafisico e risolvesi
coll'estrinsecazione della forza nel seno stesso della materia; ne viene che
tal debba essere altresì il corpo nella sua sostanza; È inutile mostrare come
il concetto del nostro filosofo sul Conato sia una correzione del conato
leibniziano. Mostrammo già raffiniti tra Leibnltz e VICO (vedasi). Colla
dottrina del conato questi filosofi ci rappresentano entrambi r indirizzo medio
dell’aristotelismo negli studi cosmologici. Ma il nostro supera quel di Lipsia,
perchè il suo conato è essenzialmente un e«(e«o reale, metafisico, non già
fenomenico, ed apparente. Questo concetto manca assolutamente nella
monadologia, Gens, il LoYR {Essai sur l’identité de» agentt qui produigent ec.,
Paris Obovr {Correlation de» force» phi/9Ìque§, trad. Moigno. E. Saiqry
{E8»ai»nrVunité de» phenomène» nature!», Patìs) A. Sroohi {Unità ddle forze
fiticke ec. Roma), Dr BoocHRPORif [Du
principe generale de la PhU. naturale, Paris. A. Obuyrb Principe de PhU,
Phyeiqtte ec. De Antiqui»». Gom* è evidente, è il concotto fisico
dell’indirizzo medio aristotelico: La vita universale della natura non conosce
riposo, nò morte: Kac toOto flèOxvarov xac an'auTrov xinapytt roi^ ouTtv^ otov
^a)>j Ttc ouffa toì; fxivtt ^uvio-tùtc notvtv. Phy».,
Vili, i. S. 8f forza attuata; monodinafnia; e però sorgente perenne di forze
fisiche, meccaniche, chimiche, dinamiche. L'atomo è sfornito di centro, perchè
è centro egli stesso. Il corpo lo possiede cotesto centro; ma è di natura
ideale, e perciò rende immagine dell'universo stellare nel quale il centro non
è in alcun luogo, e pure è dappertutto, il moto nel corpo è monotono; è
un’etema produzione di forza; e questa forza non è, a dir proprio, LA VITA (cf.
Grice, “Philosophy of Life”). Però è un conato onde l’analisi delle forze
omogenee e de’comuni agenti di natura tende ad elevarsi alla sintesi; ed è lo
sforzo del numero che volge ad unità. Or la necessità di questo conato non
importa egli un altro intervallo? Il centro dunque si manifesta nel vegetabile
LOGICALLY DEVELOPING SERIES GRICE, e s'inaugura il mondo degl’organismi. Posto
il processo fisico, la forza, nata già nella materia, qui nasce in sé stessa,
qui rinasce, qui si rinnova, e qui è vita. Ma neanche il vegetabile, a dir
giusto, possiede un centro reale. Dunque il vegetabile non è vita, bensì
passaggio, e quindi strumento di vita. Il processo fisico perciò trae seco il
processo geologico; e la genesi della forza importa la genesi della terra. Il
processo geogenico alla sua volta importa il processo organico -- vegetale e
animale -- e quindi il processo paleontologico, entro cui si vengono
accumulando e sovrapponendosi cento e mille faune e flore. Dalla roccia
cristallina non istratificata e non fossilifera alle più recenti produzioni
geologiche; dal jeriodo antizoico al post-pliocene e all'attuale, rivelasi
tutto un processo di forza. È il fatto che si fa come forza, ma in quanto è
altresì conato alla vita. Dall’epoca eotoica nella qaale s’annunzia la prima
aara vitale, e molto più dair epoca paleozoica alla oenozoiea e da questa
all’età potiUrxtarifi quaternaria, accade che col processo fisico e g^logico si
marita il processo paleontologico, e così ci si manifesta la continuità della
vita attraverso le forme organiche passate o presenti. Or se tutto ò processo e
conversione e perciò successione costante di fatti regrolati da lejrgi
necessarie ed immutabili, ne viene che i cataclismi, riferiti a cagioni
ipercosmiche, contraddicono evidentemente alla ragion filosofica positiva, nò
l’ha interpretazione benigna ed ingegnosa della critica teologica che sappia
legittimare la cronologia mosaica ed il racconto biblico. Ma a Ma come avviene
egli il passaggio del processo fisico air organico, e quindi il passaggio della
forza alla vita? Avviene per legge di conversione; la quale perciò, supponendo
r intervallo, importa la differenza. S'invocano, al solito, anelli intermedi
nel r^no vegetabile. Ma forse che il vegetabile rappresenta il transito
eflFettivo tra il minerale e l'animale? SMnvocf no analogie esteriori fra certi
minerali e certe piante. Ma forse che accanto alle analogie non sorgono
diflFerenze profonde? S'invoca la eterogenesi, e se ne traggono disparate
illazioni secondo il sistema che si vuol propugnare, come se la generazione
spontanea possa soggiacere a dimostrazione noi non ci ò permesso intrattenerci
intomo a questa particolarità. Solamente ci preme d’aTfertire che il concetto
del procetio^ nella Geologia e nella storia naturale, forma oggi l’onore di
Lyell e Darwin. Ma se la Scienza Nuova ò la dimostrazione, o, per lo meno,
l’esigenza del processo istorico, in essa è racchiusa la verità della moderna
geologia e zoologia. Quando VICO (vedasi) dice che i fllosoA prima di lui
avefaii ricercato Dio, la scienza, il divino nel mondo della natura e non per ancho
in quello della storia, ei s'ingannava. La vera scienza di natura, in generale,
sta nel conoscere principalmente due cose: i il doppio processo geogenico e
organico paleo-zoologico, in modo affatto sperimentale; 2* nell’annodarli
entrambi in guisa razionale col processo storico. Or la scienza di natura
condotta a questa maniera è posteriore a lui, essendo nata e cresciuta
principalmente sotto gl’occhi de' due dotti inglesi poco fa mentovati, mentr'
ei non faceva che inaugurarla prevenendone i grandi risultati. E questi insigni
risultati preveniva non già producendo scoperte geologiche, zoologiche e
paleontologiche, ma incarnando i^el processo de’fatti umani l’esigenza del
metodo storico, e gettando i germi d’una dottrina cosmologica nella quale è
racchiusa la necessità del processo universale, e, iu questo, la necessità del
triplice svolgimento fisico, organico e storico. I vecchi naturalisti
pretendeno rintracciare argomenti in favore della continuità reale fra questi
due processi, notando la struttura mirabUe e squisita, per es., deirArragonite
cotanto affine a quella d’uno de’più elementari vegetabili; come se nel
cristallo la composizione semplice, uniforme, immobile cosi nel tutto come
nelle parti e senza centri ne’suoi nuclei ed elementi, avesse che vedere col
composto organico più rudimentale! Il fatto della eterogenesi è tuttora
un’ipoUsi, e probabilmente resterà sempre tale nel campo della osservazione, ma
è ten nella mente del filosofo. Gl’eterogenisti s'affaticano a dimostrare coi
fatto ciò che già di per so stesso ò fatto! La genesi spontanea, appunto perchè
tale, non è un fenomeno di trasformazione d’indole meccanica della /orna alla
vita: essa importa già un transito, e quindi un intervallo. Come Per la
medesima legge avviene il passaggio dal vegetabile all’animale. È vecchio il
pregiudizio per cui si è creduto che Tun ordine d'esseri si congiunga all'altro
col digradarsi del processo superiore, e col perfezionarsi deU'inferiore. Il
pesce si congiugne coll'anfibio; gl’anelli zoologici inferiori s’annodano
co’vegetabili superiori, e simili immaginazioni. Oggimai è d'uopo raccomandarci
alla paleontologia, e alla geologia. Queste scienze ci additano un processo
quasi parallelo ne'due ordini in che viene sdoppiandosi la vita sin dalle sue
origini primitive. Il processo organico dunque non può danque potrà esser
possibile in tal caso una prova sperimentale seria e irrepugnabile? Ti sono
parecchi sperimenti, io lo so. Ma come fatti? Quante e quali cautele sono state
adoperate? La questione della genesi spontanea ò mal posta. E poiché il
naturalista non ò in grado di porla diversamente di quel che fa, sarà quindi
necessario abbandonarne la soluzione ad altro metodo, ad altra maniera
d’investigazione. In somma è una questione essenzialmente filosofica: si diano
pace i travagliati seguaci di Pasteur e di Poullet! Neir epoca
j9aZ«oltKeaapparÌ8con le grittogame superiori: indi, nell'epoca nuéoUtica le
piante conifere: appresso, nell’età oenoUtica le fanerogame; e, finalmente,
nell’età antropolUica, o meglio pott-terxiarta, si manifesta la flora attuale.
Ecco qui un processo nella flora primitiva. Il medesimo reggiamo nello
svolgimento della fauna. Co* più modesti tipi vegetabili s’accompagnano i più
bassi tipi zoologici negli strati inferiori che ci rappresentano l'età
originaria; e, nella medesima epoca negli strati superiori veggiamo lu prime
forme di pesci, accanto alle quali appariscon le grittogame. Colle conifere
appaiono i rettili; e negli strati superiori additatici dal periodo eenolitico,
appariscon gl’uccelli. Ai rettili ed agl’uccelli, dappresso alle fanerogame
teugon dietro e si manifestano le forme inferiori de’mammiferi; e negli strati
superiori del perìodo terziario si rivelano le primo tracce del regno umano.
Alla flora attuale poi s’accompagrna l’attuale FAUNA. Il processo riesce
evidente anche qui, e il riscontro ne'caratteri generali, nella flsonomia e
nell’insieme delle relazioni geografiche e biologiche, toma evidentissimo.
Vegetabile e Animale, dunque, sono due correnti, per cosi dirle, che movon da
una medesima sorgente. Elle si rassomiglian nella semplicità ed omogeneità
delle forme primitive; e tal riscontro è più spiccato in ragione che il
panteologista ascende verso il centro comune. Sennonché il processo nella serie
GRICE LOGICALLY DEVELOPING SERIES zoologica è assai più compatto e variato; lo
svolgersi è più rapido, e l'attuarsi di questo svolgimento è più intricato
quanto più ci accostiamo alle recenti formazioni. Tal è, per es., lo sviluppo
che ci palesano gl’articolati e i vertebrati, a differenza del modo con che si
vanno svolgendo le classi de’vermi, de’molluschi, de’celenterati,
degl’echinodermt non esser di natura essenzialmente polare. Il vegetabile e
l’animale ci rappresentano incarnata la legge universale della dualità; la
quale movendo dalF unità sintetica iniziale – il vertice della V della vita --
e confusa e passando pell’analisi, riesce ad una sintesi concreta, determinata,
analizzata. La vita è vita in quanto si diversifica: è vita in quanto
s’etereogenizecu^ Ma dov'è la radice primitiva ond'emerge questa doppia scala
in cui e per cui la forza, incarnandosi, diventa vita? Non si discerne cotesta
radice: non si verifica; né si può verificare. Fin negli strati primigeni
dell'età archeolitica vi è tracce di vita animale e vegetale. Dunque il fatto,
r’osservazione, ci pone sott'occhio una dualità. Ma una dualità originaria,
ripetiamolo anche qui, non è un assurdo? Dunque l'analisi, il fatto, suppone
già una sintesi rudimentale, in cui sia germinalmente contenuta la doppia forma
di vita vegetale ed animale. Or questo comune stipite, che con felice
espressione un illustre vivente naturalista ha chiamato unità astratta, o non
esiste come realtà sensata, ovvero, esistendo, non può essere, a dir proprio,
ne vegetabile, né animale, ma l'una cosa e l'altra insieme. ALICE MUSTARD GRICE
S' ella é una realtà, è destinata a scomparire dal regno della vita, appunto
perché non é forza né vita. S'ella é una realtà, sarà un soggetto di natura
indeterminata, fisica e organica ad un tempo. In essa la forza diventa vita; e
quindi, più che anello di continuità reale, ci rappresenta una continuità
ideale; e perciò coll'intervallo reale ci significa la virtù e l'efficacia del
conato, Ved. H. SpBircRR, E$$ay$ $ei€ntifìe, polUicalf (md 9peeulativef ed. cit.
Veramente ingegnosa è l’analisi che quest’autore fa circa il modo con che
avviene il procetso zoologico il quale egli talora chiama |7roee««o di
di//erenziafzione: e non meno ingegnosa è quella sul processo geologico,
etnologico e paleontologico. Jl difetto sta neir applicare la sua legge al
processo èoeiologieOf dov* egli evidentemente abusa delle analogie estrinseche
col. mondo zoologico. Si vegga, per dirne una, come considera il fatto de’fili
telegrafici che abcompagnauo sempre le vie ferrate, in relazione a certe leggi
biologiche degl’organismi zoologici inferiori. VoQT, Le lib. del diritto
universale, e segnatamente nella storia delle cinque età del tempo oscuro;
dalla quale storia risulta la legge storica e sociologica che, portata a pii
largo sviluppo, costituisce la scienza. Noi consacreremo apposito capitolo
intorno a questa teorica del tempo oscuro perchè in essa troveremo il
fondamento legittimo della sociologia davvero filosofica e positiva. L’altro
strumento poi che VICO (vedasi) ha fra mano e sa maneggiare in guisa che non ci
ò dato nò pur sospettare alla lontana, costituisce propriamente la parto
geniale, originalissima del suo metodo storico; ed ò quella che noi dicemmo di
natura psicologica, e che di fironte alla prima serba indole a priori; ma è un
a priori positivo, positivissimo, perchè di natura psicologica. Ella in somma
cojitltuisce, se cosi potessi esprimermi, un lavoro mentale da geologo, da
paleontologo. Se infatti lo spirito dell'uomo in una data epoca storìca
somiglia, vorre dire, ad una caverna ossifera, bisogna studiarlo analizzandolo,
anatomizzandolo, decomponendolo. Perciò è necessario dimenticar noi stossi, e
lavorare attorno ad esso in modo tutto ideale dÌ8cendendo da questa no$tra
umana ingentilita naturaf a queUe affatto fiere ed immani, U quali oi affatto
negato d’immaginare, e eolamente a gran pena ci i permeeeo cT intendere, Se.
Breremento: bisogna aver presenti noi stossi, ma nel medesimo tempo
dimenticarci: bisogna etordire ogni eeneo «T uwtanità -- sono sue parole -- e
ridurei in uno etato di eomma ignoranjta di tutta l’umana e divina erudizione.
Questo è precisamente ciò eh egli dice portare ad un fiato il vero e il certo,
la filosofia e la filologia. Questo è il metodo istorico davvero positivo, che
è propriamente metodo di natura eduttiva. E questo dovrebbero mediterò ed
applicare i nostri sazievolissimi predicatori di certi metodi storici e critici
che al postutto riduconsi ad un meschino empirismo I perciò medesimo è scienza
del presente, scienza dell’oggi, e, fino a certo segno, anche del domani. Ma
senza quella filosofia che non le è incorporata ma ch'ella presuppone
necessariamente, cotesta scienza non sarebbe niente di tutto ciò. Posta infatti
la doppia formola metafisica e cosmologica, i cui germi giaccion nel libro
metafisico; posta segnatamente la gran legge del processo cosmico, ella è
davvero un poema, è un gran poema, un poema sul serio, ma un poema sui generis.
Perchè? Per questa ragione principalmente: perchè è una storia naturale della
umanità nell'uomo: perchè in lei si scruta l'originaria formazione dell'ultimo
sommo genere; perchè eli'è la celebrazione solenne dello spirito che si crea
nel regno stesso della vita; perchè è la creazione parlante, vivente, reale del
pensiero ch'esce dal caos delle forze brute fisiche, meccaniche, biologiche;
perchè, insomma, rivela il fatto che, convertitosi con sé stesso come forza e
come vita, ora convertesi col vero come pensiero. Ecco l'originalità della
filosofia di VICO (vedasi). È una filosofia d'una grandezza e d'una potenza,
sto per dire, titanica ! un pensiero nuovo, nuovissimo, anche dopo due secoli I
La Scienza, dunque, rappresentandoci la genesi del processo storico e
sociologico, fra le altre cose pronunzia, legittima, compie e insieme corregge
il darwinismo. Una delle degnila sulle quali è innalzato il suo grandioso
edifizio è lo stato ferino dell'umanità; cagione certamente non puerile delle
dispute e delle sètte de'ferini e degli antiferini surte fra noi, come
toccammo, sotto gli occhi del Papa e de’cardinali nel bel mezzo del secolo
passato. Il suo problema dunque è il gran problema ond'è agitata e mossa la
scienza odierna. È lo stesso problema che, con significato assai pili
comprensivo, assai più razionale, assai più sintetico e profondamente
sintetico, agita e muove sotto gli occhi nostri la filologia, la zoologia, la
geologia, la paleontologia, l'antropologia, la sociologia, la filosofia e la
storia del diritto, la filosofia e la storia delle arti, la filosofia eia
storia delle religioni, come saggiamente ha detto Fèrron. Il suo problema
quindi si collega con quello stesso di Lamarck, Couvier, Saint-Hilaire,
Herbert, Mathew, Omalius, Halloy, Rafinesque, Schaaffausen, Hooker, de'viventi
naturalisti, de’viventi filologi, de'viventi mitologi, e degli storici d'ogni
maniera. Nella scienza infatti il processo storico-sociologico nasce, sorge o
si produce nel processo zoologico; ma nasce, sorge o si produce creandosi.
Dunque il bestione, l’uomo ferino, per quanto ferino e bestione vogliasi
immaginare, importa già un intervallo. Come ci si rivela egli cotesto
intervallo? In altre parole: com'è che s'inaugura il processo istorico? Com'è
che s'inizia il regno dell'umanità? Al solito s'inaugura con la gi an legge
delle polarità, ma nel medesimo individuo: s'inizia colla legge della dualità,
ma nella coscienza stessa dell'individuo. Ciò che nell'ordine psicologico è
senso e intelligenza, potere e volere. Autorità e ragione; qui, nell'ordine
sociologico e storico, è libertà e pudore: ecco i due principii éC’umanità;
principii essenzialmente sociologici. Lo stato ferino per VICO e GRICE è an
fatto accidentale, ed è accidentale perchè non è universale; ma questa dicemmo
essere un’aperta contraddizione in che cadde tanto VICO, se non GRICE, quanto
il suo discepolo DUNI (si veda). Ed ò contraddizione, perchè fa contro non solo
ai suo principip cosmologico, ma anche all’esigenza stessa del suo metodo,
fe-una delle contraddizioni duoque dalla quale ei pì libera da so medesimo.
Nessuno prima di VICO impreme valore ed importanza storica a questi due iftm o
principìi d’umanità. Grozio, per citare un esempio, parla anch’egli del pudore;
ma non sospetta nò la necessità sociologica e storìca di questo fatto, nò il
significato psicologico di questa tendenza, e però non ne fa uso di sorta'. Dt
Jwr. M. et paeitf Disse la libertà madrt di qualsivoglia diritto civile; ma
perchè madre? Citiamone un altro esempio. Anche l’accademia parla de’due beni.
Pudore e OiuetÌMÌ€L, che Giove imparte agl’uomini Protag., ed. Cousin: ma pella
filosofia dell’accademia tale tendenza ò partecipata, è comunicata, mentre per
VICO è affiatto naturale. Pell’accademia riiman»tà si manifesta nella CVttèt,
nella iSepubò^tca; dovecbè Qual valore, infatti, qual significato hanno queste
due parole nella mente del nostro filosofo? Considerate sotto il rispetto
storico e sociologico, pudore libertas non sono idee, concetti, nozioni,
astrazioni; sono bensì condizioni efficienti originarie, intime, spontanee,
istintive di nostra natura. Sono i due principii che principian l’umanità
nell'uomo; principii ch'ei pone quasi geni tutelari alle porte della storia e
delle cose umane. Sono facoltà, ma facoltà involute, potenziali; stantechè
l’obbietto d’esse non sia per anche fatto, noh sia per anche elaborato. Perciò
sono giudizi, ma, al solito, giudm sentUij come direbbe egli stesso; giudm
fatti senza riflessione. Sono dunque tendenze primigenie, sono esigenze
autogenite; e però ci rappresentano anch'elle ima sintesi confusa, entro cui si
racchiude infinita virtù esplicativa. Qual è infatti il principio d'ogni
socialità? Qual è la radicedella socialità? £ il concetto stesso d' umanità. £
come si determina, come s’esplica dapprima questa tendenza innata e originaria
ad umanarci? Appunto col gemino sentimento del pudore e della libertà Questa
originaria dualità costituisce la natura stessa dell'uomo, giacché l’ente umano
intanto è animale umano, in quanto non è una cosa, ma due: (ùov fiU7Ttxoy, e
(wov ttoXctcxov. £d egli è tale fin dalla sua prima origine, questa essendo
pell'appunto la invitta necessità del processo iper-zoolo per VICO ò
originaria, tanto che si manifesta anche nello stato di natura: il quale
perciò, come altrove accennammo, non ò quello do' giusnaturalìsti. Fra la
ReptMdiea del filosofo ateniese, quindi, e la SeienMa, anche per questo
rispetto t*è un abisso, checche ne abbiano detto o possano dime certi
hegeliani. Per questa medesima ragione non ò da confonder menomamente l’uomo
ferino della scienza, con gl’uomini selvaggi di cui parlano tanto spesso
gl’antichi, segnatamente r A. della RepubUica, Aristotele, CICERONE e simili.
una posizione affatto diversa, a cui bisogna por mente. HumaniUu ett hominU
hominum juvandi affedio, De Conti, JurUprudenHt, Sed ex latiori genere
humanitatie heie a nobU aoupta a duobue prineijnù ootMtal, pudori et libebtatk.
gico, e della legge di conversione: rèbus ipsis didantìbus. Or qual è la
relazione che stringe insieme i due Principii d'umanità? È quella medesima che,
posto il processo isterico e sociale, congiugne in armonia la società di ragione,
Societas Veri, e la società dell'utile, Societas qui boni. È appunto la
relazione che corre fra il certo e il vero, tra la forma e la materia. Ma se
questa dualità di principii inauguratori dell'umanità nell'uomo è originaria,
accade che, appunto perchè originaria, debba rivestir forma d'unitotalità e
d'incosciente unità. Or come potrebb' essere unità ove, al solito, non serbasse
natura di conato? Pudore e Libertà quindi sono un conato; sono dualità e unità
insieme; sono perciò triplicità. Se non che, questa triplicità non è
inaugurazione del processo psicologico teoretico, bensì pratico; non del
processo conoscitivo, bensì operativo. E dunque una triplicità originaria di
natura pratica, empirica, istintiva, e dee quindi serbare, nel medesimo tempo,
valore psicologico e sociologico. L'ente umano adunque è di sua natura un
soggetto essenzialmente relativo. Egli è in un'ora medesima in sé stesso, e
anche nell'oZ^ro: è sé stesso, e insieme debb'essere anche l'altro. Egli
insomma, ripetiamolo, non è una, ma due cose in sé stesso: uomo e cittadino. E
dovendo esser tale fin Qai risiede, come Tedremo, la condanna della dottrina
sociologica del positivismo, e della confusione eh ella fa tra la storia e la
sociologia, tra la sociologia e la psicologia, tra la psicologia e la biologia,
nonché l’erroneo concetto della statica toeiale de’positivisti. De Univ. Jwriè
PrineiptOj Ex vi ip$iu9 humanct natura de duobu$ hit HumanitcUit prineipii»
di«8eramìt$f ^orutn unum, ceu forma, erit Pudor, alterum, vduti matebia. erit
LiherUtf, {De CoMt, Jur.) Trasportando questo concetto dall'ordine sociologico
a quello delle idee e della scienza, possiamo affermare che in tal modo VICO
pone nella stessa coscienza, nello stesso individuo, la distinzione, oggi
vitalissima, tra la morale e’1 diritto – H. P. GRICE moral justice,
politico-legal justice --, salvando così l’autonomia d'entrambe queste
discipline. Perciò nò la morale può dedursi dal diritto, come farine i
giusnaturalisti hegeliani e positivisti, nò il diritto dalla morale, come usan
fare i teologisti e, in generale, i filosoft dell’accademia. Di queste cose
discorreremo nella Sociofogicu dall'origine sua, fin da che apparve naturale,
sdvaggio, ferino bestione; perciò in lui il pudore è conato, stantechè col
conato incofninciò in esso a spuntare la virtù dell’animo, Per la stessa
ragione è tale anche la Libertà, la quale è conato proprio degl’agenti liberi,
onde que’giganti si ristettero dal veezo cT andar vagando pella gran sélva
della terra, e s’aweisearono ad un costume ttdto contrario, Ma se la relazione
che annoda i termini di questa originaria dualità è quella che corre tra la
forma e la materia in generale, avviene che il pudore sia logicamente anteriore
alla libertà, e la libertà, alla sua volta, sia cronologicamente, empiricamente
anteriore al pudore. See, Scienza Idtmf eod, Perciò dice che il pudore l U
primo antiehitnmo principio d’umanità. Sec. Se, E gaardADdo agl’effetti di
questo sentimento, osserva che il pudore arreeta la vaga venere origina la
eocictà matrimonÌ€i!e, donde emerge la soeietà Prim. Se.; e come inizia la
società, così pure inventa la religione: Pudor inventar religionie. De Conti.
Jur. Additando poi la priorità logica del pudore di fronte alla libertà, dice:
Pudor euetoe jurie naturalie De Univ. Jur,; «Tura a pudore oria, ad pudorem
redeunt, et a contemplatione nata, in contemplatione poetremo deeinunt Ihi, OC
Vili: Pudor omnie divini kumanique Jurie parene Ihi, GIV: Pudor Jurie naturalie
/one e. Ili: Pudor exoitator virtutie. Il senso di libertà, poi, assume
dapprima nna forma affatto empirica e naturale; assume forma di potere poeee di
volere sfornito di ragione, d'arbitrio, di passione; e, come tale, riesce
cronologicamente anteriore al pudore nò potrebb’esser diversamente ammessa la
relazione intima fra il processo zoologico e il processo storico. L'anello vero
perciò fra questi due processi, l’anello reale fra i due mondi, òr «OMO stesso;
ma l’uomo considerato come un poro poeee potenza, potestà naturale. Sennonchò
cotesto ò un momento indiscernibile; è un intervallo che tosto ò superato, e il
potere già diventa voUre e il volere diventa oonoeeere sempre per la solita
legge del rehue ipeie diotantUnu, àéìVipea rerum natura. Libertà e pudore
quindi son come le due facce del conato umano: l’una ò intima, secreta,
individuale; l’altra ò sensata, estrinseca, e perciò di natura essenzialmente
sociologica. Or come tale la libertà ò il primo punto di tutu le eoee umane
Se.; e perciò ex libertate eommereiay ex eommereiie humanitae excuUa, De Conet,
Jur,) E poichò ò una condizione primitiva, perciò la dice dote proprissima
dell’uomo: NihU hcmini magie proprium quam oo2imto; ed essendo proprissima
proj>rM(o^va del filosofare, quanto le forme negative. Ogni maniera di
speculazione soccorre al progresso e alla ricostruzione della metafisica, a
contare dalla piiì grossolana affermazione dommatica, alla negazione del più
volgare ed em])irico pirronista; dalla più ardita formola sistematica, al più
sottile sofisma dello scetticismo sistematico. Ma neanche qui ci poteva esser
concesso dimostrare, senza trascendere i confini del nostro disegno, il modo
con che in mezzo allo svolgersi de'due estremi indirizzi siasi venuto
incarnando e pigliando quasi persona l'indirizzo medio. Mostrare insomma come
le forme positive della metafisica siansi venute svolgendo, sarebbe stato
lavoro di storia, e di crìtica: al modo istesso che sarebbe stato lavoro di
esposizione far vedere la monotonia con che si sono succedute le forme negative
del filosofare. Solamente ci fu mestieri accennare come nell'età moderna, dopo
le divisioni del Cartesianismo nel quale ripetesi, con elementi di novella
speculazione, la vecchia sintesi aristotelica, l'indirizzo medio ci sia
rappresentato dal Leibnitz in Germania, e, più spiccatamente, da VICO in Italia;
e come ne' tempi a noi piii vicini siansi ripetuti gli estremi, e si ripetan
tuttora sotto novelle forme, così nell'uno come nell'altro paese. È
iper-psicologismo il neoplatonismo italiano moderno: ma forse che sarà meno
iperpsicologismo il sistema jdeir assoluta identità? È empirismo e nullismo
metafisico il positivismo di Francia ed il materialismo di Germania: ma sarà
meno empirismo lo scetticismo sistematico di FERRARI e certa ibrida forma di
criticismo di FRANCHI e il nullismo metafisico de'nostri filosofi
dell’avvenire? Vedi qael che altrove abbiamo discorso circa le forme negative e
le forme po»Uìve del filosofare e circa la storia della filosofia in generale.
Lo scetticismo non è da pigliarsi a gabbo, come par che facciano tutto giorno
dommatici e sistematici. La sua funzione storica ha grande importanza, essendo
quasi la molla efficace, tuttoché negativa, del progresso in filosofia, né
y*,ha periodo storico in cui lo scetticismo non accompagni sempre lo STolgrersi
del dommatismo. Il dommatismo è syariatissimo nelle sue forme, e quindi
possiede una storia. Lo scetticismo invece è immobile, è immutabile; e questo è
insieme il suo pregio, e la sua condanna. Perciò lo scetticismo non ha né può
avere una storia, appunto perchè non importa un processo; e non è processo
appunto perchè è negazione. L’arma dello scettico infatti è sempre identica a
sé stessa. Nel nostro Ausonio rivive Enesidemo, e nel nostro FERRARI vi è tutto
Sesto Empirico. Chi si voglia quindi provare o siasi provato, come il Bissolati
(Ved. Tntrod. alle fgtituxioni Pirroniane^ Imola), a fare una storia dello
scetticismo, altro non fa, altro non potrà mai fare, salvochè una rassegna, un
racconto monotono e sazievole d'argomenti identici. L'esigenza scettica, il
metodo teettieOf potrà benissimo cangiare i punti di m«(a, come fann'oggi gli
schietti positivisti, ma la sostanza rimane e rimarrà sempre la stessa. Invece
l’esigenza dommatica è un fatto al pari dell'esigenza scettica: ma ò un fatto
che si muove; è un fatto che sì fa. Hegel ripete Platone, e ripete Erigena; ma
non è nò Platone, né Erigena. ROSMINI ripete Aristotele o AQUINO, ma non è né
Aristotele, né AQUINO. GIOBERTI ripete Malebranche, ma non è nient'affatto
Malebranche. FERRARI anch'egli ripete. Ripete Sesto Empirico. Ma come lo ripete?
Facendone la fotografia! Ora se il dommatismo conta una storia essendo un
processo storico, e lo scetticismo n'é al tutto sfornito, com'è possibile che
il trionfo stia pel secondo anziché pel primo? La funzione storica dello
scetticismo dunque è necessaria, essendo »na ruota della macchina; ma badisi a
non confonder la macchina con la ruota, ciò che costituisce appunto l'errore di
chi spera (vana speranza!) nel trionfo definitivo del pirronismo. Se non che,
lasciando di Leibnitz e del moto filosofico d'Alemagna, peculiar proposito del
nostro saggio e quello d'additare la correzione e l’inveramento delle due
estreme tendenze (scettica e dommatica) che nascono e rinascon parennemente
nella storia, e che oggi, assunta forma pia conseguente e razionale, s’addimandano
Positivismo e Idealismo assoluto. Il fondamento di tal correzione e '1 criterio
di siffatto inveramento, per ciò che spetta al nostro paese, pone radice nelle
dottrine del filosofo napoletano, interpretate e ricercate con metodo critico
rintegrativo. Ma, a far questo, che cosa era d' uopo mostrare innanzi tutto?
Era d'uopo mostrare la possibilità di rinvenire in lui cotal fondamento. In
altre parole, era d'uopo mostrare se in lui per avventura fosse alcuna
originalità di speculazione razionalmente positiva: il che ci parve opportuno
innanzi tutto far vedere in maniera indiretta e per via storica, abbozzando una
storia de' critici e degli espositori delle dottrine vichiane. Che poi davvero
esistano in lui germi d'originalità metafisica, r abbiam chiarito nel secondo
libro di quest'opera, interpretando le sue teoriche con una forma di critica
che scaturisce logicamente dalla stessa triplice paiiizione de'periodi ne'quali
abbiam diviso quel nostro saggio istorico. Se pertanto un rinnovamento del pensiero
filosofico italiano è necessario e inevitabile perchè richiesto dalla ragion
filosofica positiva, perchè domandato dall'esigenza del sapere moderno, e
perchè imposto dalle rinnovate condizioni politiche, civili, religiose del
nostro paese; si domanda: come innovarci? introducendo forse il Positivismo, o
perdurando nello Scetticismo? Evidentemente contraddiremmo all'indomabile
istinto verso la scienza: contraddiremmo al bisogno sempre più acuto e profondo
di nostra ragione: negheremmo la ragione. Vorremo innovarci seguitando a dirci
ed essere iperpsicologisti? In tal caso dovremo accettare due condizioni:
costruire la scienza con la ipotesi, con Va priorismo; e disconoscere i limiti
del pensiero e della scienza stessa, dando così alla ragione un valore dommatico,
sistematico, assoluto, anziché critico e positivo. Chi vorrà oggimai accettare
siffatte condizioni? Dunque Positivismo e Idealismo assoluto, negazione
assoluta di sistema e assoluto sistematismOy son le colonne d’Ercole che la
moderna Francia e la moderna Germania ci vogliono imporre: esse non ci
appartengono, e a noi sarà lecito abbatterle, non per vana horia nazionale, ma
si per necessità di ragione. Forse che un rinnovamento in senso hegeliano non
ha ormai fatto fra noi le sue prove per quindici anni, per vent'anni? Non è
stato favorito con ogni guarentigia di libertà? Non è stato e non è
rappresentato così nel privato come nel pubblico insegnamento? E pure
l’Idealismo assoluto, almeno quant^alla peculiare esigenza che lo distingue,
cioè come Sistema delP identità assolata non ci è passato in sangue, ne poteva;
e nonostante gli sforzi nobilissimi di egregi scrittori, egli è rimasto
ne'libri, e rimarrà ne' libri. Altrettanto impossibile riesce un rinnovamento
dsL positivisti. Piii deir Hegelianismo il Positivismo è stato accarezzato,
favorito per ogni verso, predicato privatamente, talora persino officialmente.
Ma gF ingegni severi vi han reagito, vi reagiscono; e l’infinita moltitudine di
que' filosofanti che han su le labbra cotesto nome pomposo e bugiardo, è lungi
dall' averne ponderato il valore, le conseguenze, le applicazioni. Rinnovamenti
di cotal genere, dunque, sono impossibili fra noi: e' non sarebbero legittimi,
coscieuti, naturali, autonomi, efficaci, intimi, storici.Vogliamo finalmente ritentare
un rinnovamento d'iperpsicologismo da ontologisti neoplatonici? Resteremmo quel
che pur troppo siamo stati, e siamo: non andremmo avanti; torneremmo indietro.
Se dunque la necessità del nostro innovamento filosofico deve poter germinare
dalla passata speculazione, noi dobbiamo rintracciarne gli elementi nelle opere
e nella mente di chi è capace di rappresentare non pure il passato, ma, più
ancora, il presente e l’avvenire. È d'uopo attingere ispirazione nelle opere e
nella mente di chi può soddisfare l’esigenza positiva e l’esigenza ideale del
sapere, ma correggendole entrambe. È d'uopo invocare gl’auspici di chi,
incarnando il medio indirizzo della speculazione, valga a rannodarci colla
nostra tradizione scientifica, e collo svolgimento dell'intera storia della
filosofia. Chi potrebb'esser questi, fra noi, salvo che l’autore della Scienza?
Ecco l'addentellato piii sicuro e tutto nostro, dal quale è mestieri s'inauguri
il presente rinnovamento filosofico italiano. Ma, nell'invocame gli auspicii,
noi dobbiamo interpretarlo colla coscienza del sapere moderno: noi dobbiamo
correggere anche lui; e correggendo, lui correggeremo poi stessi, e gli altri:
correggeremo il neoplatonismo, l' hegelianismo, il positivismo. Brevemente: se
rinnovarci è suprema necessità, di tal necessità è d'uopo aver pienezza di
sentimento e di coscienza storica. Abbiamo dunque bisogno d'una base per
muoverci, d'un punto a cui mirare, d'un segno per orientarci, d'una guida tutta
nostra in cui la nostra mente riconosca sé medesima. Chi potrebbe risponder
meglio a cosiffatta esigenza tranne colui che seppe concepire il sublime per
quanto rozzo e incompiuto disegno d'una scienza? Il nostro quesito adunque era
semplice e chiaro; ed è questo: Come penserebbe il nostro filosofo ov'ei tornasse
a vivere in mezzo a noi, nelle nuove condizioni politiche, sociali, religiose,
co'nostri nuovi bisogni, con le nostre nuove tendenze? In altre parole: come
farebb'egli a risolvere oggi, col suo stesso metodo, i grandi problemi della
scienza? La risposta riguardante i problemi speculativi, è nella seconda parte
del presente libro. La risposta poi che concerne i problemi d'ordine storico,
politico, religioso e pedagogico, la daremo nella Sociologia. È che sia questa
per l'appunto l'esigenza del suo pensiero; che sia questa la necessità del
nostro Rinnovamento, ce ne porge guarentigia e conferma la storia, e il modo
con che s'è venuto attuando e svolgendo il nostro pensiero filosofico. Noi non
possiamo intrattenerci a lumeggiare in qualche maniera cotesto svolgimento. Non
possiamo rilevarne i caratteri, ritrarne la necessità ne'passaggi, e
dichiararne il progresso ne' differenti periodi, dando così forma determinata e
compiuta al nostro assunto. Questo faremo quando che sia con apposito lavoro,
di cui abbiamo già in pronto la materia. Ma accennare di volo al risultamento
del nostro pensiero senza por tempo in mezzo, è cosa che possiamo fare anche
ora; tanto piii, che tal risultamento, chi ben guardi, traesi facilmente dalle
cose discorse in piii luoghi del nostro libro. La storia della filosofia
italiana, dunque, a noi sembra doversi dividere in tre difiFerenti periodi,
de'quali stringiamo in pochissimo i caratteri e le tendenze peculiari: Primo
Periodo (Scolast%c(hteologico), S'inaugura con Boezio Severino (Marciano
Capella, Cassiodoro ec), e finisce con Tommaso (Tomisti e Scotisti
inclusive).Vi è chi col Gioberti divide la storia della filosofia italiana in
cinque epoche Ved. Prìmnto, ed.; e v'è chi la divide in quattro età,
cominciando dal VI sec avanti Cristo Babtolom I M RS, Dici, den teienc philot.
Divisioni di cotal fatta evidentemente peccano d'eccesso, in quanto che
abbracciano più e diverse civiltà, e però non riescono ad imprimere valor
razionale e forma omo^renea allo svolgimento del nostro pensiero fllosoftco. La
storia della filosofia italiana s’inaugura quando il popolo di Roma, cessando,
secondo il detto di Hegel, d’essere essenzialmente umanitario e univertale,
comincia ad essere italiano. Il suo cominciamento amare il concetto del metodo,
cioè la industria induttiva, ma ne' fatti d'ordine fisico sensato, e in parte
filologico ed erudito. L'indirizzo medio perciò s'inaugura con ricercare e
determinare il metodo, non già coll'edificare un sistema. Questo è il lor
merito comune; e questo è anche il loro difetto, stantechè manchi ad essi la
nozione compiuta del mesi pretende imprimere ralore a tutta la storia, quando
s’interpreta, cosi com’es8Ì fanno, la scuola platonica toscana, e le si vuol
dare quel valore ch’ei le danno. Un altro esempio sono gli studi di Spaventa su
Bruno e su Campanella: studi bellissimi e pieni di vedute profonde dall’un capo
all’altro, e come monografie noi H accettiamo, e ne caviamo il nostra prò: ma
com’elemento di storia generale, la Agnra e la Asonomia di Bruno, per esempio,
ò delineata siffattamente, che quando siamo al significato della storia
generale della filosofla, si toccan con mano lo Gonsognense sistematiche e
parziali della critica monografica. In una parola io; voglio dir questo: la
monografia ò boli e buona, ò supremamente utile, ma è sommamente pericolosa;
perchò se come studio monografico ella può esservera, come parte, com’elemento
di storia pu^ riescire falsissima. Altrove noi proveremo largamente e con
esempi mostrani tale assunto. todo com'è applicato oggidì da metafisici. Se non
che l'indirizzo medio nel rinascimento ci può esser più convenevolmente
rappresentato da que'filosofi che, travagliandosi attorno alla questione
dell’anima intesa come problema puramente di psicologia filosofica, fanno ad un
tempo ogni sforzo per interpretare con benigna critica la dottrina
dell’inteletto possibile e dell’inteletto agente e fra questi, come altrove
notammo, van rammentati NISO (si veda), PORZIO (si veda) (il quale non è
nient'affatto un seguace di POMPONAZZI (si veda), come pretende il nostro
collega FIORENTINO (si veda), ZABARELLA (si veda), CASTELLANI (si veda), ed
altri di simil valore. Costoro sorpassano i confini del senso; trascendono in
parte la modesta indagine della psicologia filosofica introducendo la ricerca
cosmologica, e rannodano così il problema dell'anima intelligente coll’altro
della natura intelligibile. Nessuno ha I pensato a rilevar nettamente questo
aspetto, e segnalare questa tendenza tanto evidente in parecchi filosofi di
quell'età. E pur ci sarebbe tanta mèsse damietere, i quando non fossimo
signoreggiati dalle prevenzioni sistematiche dell’accademia, o dell’idealismo
di Hegel. Ma l’eterogeneità, il contrasto, l’opposizione cresce sempre più. Da
una parte ella s’esagera, per esempio, con ZIMARA (si veda), CESALPINI (si
veda), VANINI (si veda) e simili; i quali rappresentando, diremmo quasi, una
mischianza di naturalismo e d' iper-psicologismo, palesano la fiacchezza del
LIZIO: dall'altra poi s’esagera con que'filosofi che presumon d'interpretare convenevolmente
il LIZIO e l’ACCADEMIA, mentre arabeggiano la lor parie; e tali per esempio,
sono LAGALLA (si veda), LICETO (si veda) ed l’altri di simil fatta. È
l’accdemia toscana, è il naturalismo di POMPONAZZI (si veda), è l'arabismo di
PADOVA che si prolungano pur sempre svigoriti e indeterminati. Bruno e
Campanella rappresentano anch'essi debolmente l’accademia e il lizio, ma per
una ragione assai diversa. L'esigenza della psicologia filosofica, razionale,
propria del rinascimento, nei due arditissimi frati assume ben altro valore, e
si allarga a sistema; e così vediamo i due estremi modificarsi di guisa, che
Bruno e Campanella ci paion quasi filosofi moderni, e modernissimo Galilei
BONAITUI rappresentante dell'indirizzo medio nella scienza fisica, in quanto ci
esprime assai vivacemente l'esigenza induttiva nelle discipline sperimentali.
BRUNO (si veda), CAMPANELLA (si veda), e BONAIUTI (si veda) Galileo Galilei,
infatti, non ripetono Aristotele del Lizio e Platone dell’ACCADEMIA, e neanche
intendono ad accordarli. Essi piuttosto tendono a correggerli, e credono
correggerli, come altrove mostreremo, in tre diverse maniere. Perciò non a
torto il filosofo nolano è riguardato oggi siccome antecedente isterico di
Spinoza; il filosofo di Stilo è ritenuto come antecedente di Cartesio; e di
Galilei BONAITUI viene invocato da'positivisti come uno ùe'padri del
positivismo, secondo che ci han fatto grazia dirci Comte ed Littré. Or tutto
questo sarà vero; sarà vera cotesta novità ne'tre filosofi: ma sarà vera nel senso
che a tutti e tre manchi qualcosa. Essi ci rappresentano, vorre’dire, tre
esigenze solitarie, esclusive e quasi inorganiche. In CAMPANELLA, per esempio,
vi è il concetto della COSCIENZA e della storia; ma non vi è quello dello
spirito come storia. In BRUNO vi è il gran concetto della natura; ma è un
concetto sifl'attamente annebbiato e indeterminato che riesce affatto
irrelativo, e nulla non ha né dietro, né avanti a sé. Talché con l'avere
affermato che la prima causa dove essere insieme efficiente, formale e finale,
e'si chiarisce seguace, non già d'Aristotele del LIZIO, come vuole Michelet, ma
dell'indirizzo naturale dell'Aristotelismo del LIZIO. Il metodo di BONAIUTI
Galileo Galilei, finalmente, é quello che dove’essere; un processo induttivo e
critico, ma solamente applicato allo studio delle leggi fisiche. D'altro canto
il filosofo di PISA ha grandissimo valore quando si pensi com'egli, riducendo
le leggi di natura fisica o meccanica a fenomeni piÌL 0 manco generali,
giugnesse a scacciare dal regno degl’agenti naturali ogni fantasia astrologica
del falso Aristotehsmo LIZIO (“Only he wrote his own horoscopes!” – Grice): ma
chi dice eh' e'pervenne a darei Métaph, us ipsis dictantibus. Però non più
individui predestinati; non più famiglie, né razze privilegiate. Non più popoli
eletti – i galilei: ma privilegio dell'intelligenza, ma trionfo della libertà
in ogni senso e sotto qualunque forma, nella famiglia, nello stato, nella
chiesa, nella scuola, nella società. Dunque, formola suprema della vita e della
storia, della natura e della speculazione, de'fatti e delle scienze e di Dio
stesso: la conversione del vero cól fatto, e del fatto col vero. Il terzo
periodo della nostra filosofia ci rappresenta l’età umana: rappresenta l'età
delle idee, l'età della ragione spiegata. Quale sarà dunque la conclusione? La
conclusione è chiarissima. Questo terzo periodo importa l'esigenza, la
necessità d'un rinnovamento: racchiude l'esigenza e la necessità d'una
filosofia razionalmente positiva. La sintesi confusa del primo periodo si
ripete anche nel terzo; ed ecco le contraddizioni evidenti, manifeste,
grossolane, talvolta puerili di VICO (vedasi). La medesima sintesi veggiamo
ripetersi ne'nostri ultimi filosofi dell’accademia; ed ecco le contraddizioni
di SERBATI (vedasi), ecco i contro-sensi di GIBERTI (vedasi), ecco
l’incongruenze dell’accademia di ROVERE (vedasi). Ma cotesta sintesi tien
dietro ad un'analisi, tien dietro all'analisi del rinascimento. Dunque,
tuttoché erronea, ella già segna un progresso. Perciò le contraddizioni dei
nostri filosofi si risolvono di per sé medesime; si risolvono e correggono per
necessità storica: le risolve e corregge la storia ella stessa; rebt4S ipsis
dictantibus. In altre parole, il terzo periodo è un ri-corso, dice l’Autore
della Scienza Nuova; è un ri-corso d'uà corso, cioè un ri-corso del primo
periodo. Ma cotesto ri-correre non è già un semplice ri-petersi, bensì é un
ri-petersi che si rinnova necessariamente, ciò è dir razionalmente: ecco la
ragione del suo verace progredire. Quale é dunque il problema che la storia del
nostro pensiero filosofico tende a risolvere? È sempre l'antico, l'antichissimo
problema, or divenuto novissimo: la correzione e l'accordo della doppia e
vecchia esigenza naturale e iper-psicologica, empirica ed a priori, positiva e
ideale. Quale n' è poi il risultamento? È il trionfo dell'indirizzo medio; è
Finveramento successivo, progressivo e razionalmente necessario di tale
indirizzo; ed è quella perennis philosophia di Leibnitz la quale non è fatta,
ma si fa, e sempre più si farà. H. P. Grice:
If philosophy generated no new problems, it is dead. Abbiam
detto che in questa terza età la ragione sommette l'autorità, trionfa dell'
Autorità, e la riduce ne'suoi giusti confini. Or nell'ordine de'fatti che cosa
veggiamo? Ci è dato osservare (noi fortunati la medesima legge. Il grande
spirito nazionale trionfa di Roma; riduce a ragione l'Autorità; la fa
ragionevole. E questo gran fatto accade anch'egli per necessità e provvidenza
storica: rebus ipsis didantìbus. Accade senz'av vedercene; accade senza grandi
rumori; accade senza grandi strepiti guerreschi; accade senza i temuti fiumi di
sangue. Evidentemente il pensiero filosofico italiano è provvidenziale I Egli è
già penetrato nella gloriosa ma altrettanto ardua, altrettanto spinosa e
travagliosissima età umana! La legge de'tre periodi, che noi abbiamo a
fuggevolissimi tocchi tratteggiato ne'suoi caratteri essenziali e
differenziali, non è, al solito, una legge dia-lettica, non è legge a priori,
non è legge sistematicaj non è legge organica nel significato che vorrebbero
darle gli Hegeliani. È una legge, ripetiamolo, essenzialmente storica e
psicologica: e la necessità a cui ella è informata, anziché dialettica, è
anch'essa di natura storica e psicologica. Non è dunque una tricotomia ideale,
dialettica, logica e trascendentale applicata alla genesi del nostro pensiero
filosofico; ma è una divisione risultante dal fatto stesso della storia, e qì è
confermata dalla genesi delle funzioni psicologiche. Interpretando così la storia
della filosofia italiana, il nostro rinnovamento speculativo non pur si
presenta come un'esigenza della ragion teoretica, ma come un profondo bisogno
altresì della ragione storica, I fini perciò a' quali potrà e dovrà pervenire
lo storico della nostra filosofia saranno questi: 1"Egli così avrà dato
forma razionale al movimento filosofico del pensiero italiano, a contare dalle
sue proprie origini fino ai dì nostri: Avrà legittimato la scolastica e la
riflessione teologica facendole servire entrambe allo svolgimento isterico del
nostro pensiero filosofico. Avrà schivato le pretensioni esclusive,
l’interpretazioni erronee, infedeli e parziali degli storiografi hegeliani che
altro non veggono, sì nella nostra come nell’universale storia della filosofia,
fuorché il trionfo d'un aristotelismo o d'un platonismo interpretati,
rimaneggiatie rimpastati a tutto lor comodo e favore: Potrà giustificare la
rinnovata filosofia positiva italiana correggendo l'arabismo vecchio e nuovo,
correggendo il vecchio e’1 nuovo positivismo, legittimando la vera esigenza
platonica e la vera esigenza aristotelica, e dimostrando col fatto il progresso
nel corso del nostro pensiero filosofico mercè il trionfo dell'indirizzo medio.
Finalmente potrà porger modo alla storia politica, alla storia civile e alla
storia letteraria del nostro paese d' attingere significato razionale e
razionalmente positivo, elevandole a dignità filosofica legittima. Fuori di
questi principii è impresa vana pretendere d'imprimervalore scientifico alla
storia del popolo italiano. FILOSOFI CHE DI PROPOSITO O PER INCIDENTE TRATTANO
DELLE DOTTRINE DI VICO Giornale de’Letterati oT Italia, Osserrazioni al De
antiqtuissima italomm sapìentia, Venezia, Clbbioo, JBihl anL e mod. Concinna,
Originia futidamenta et capiUi prima JurÌ9 Naturalie. Padova, Romano, Difeta
storica delle Leggi Oreche venute a Roma contro l’opinione di Vico, Napoli,
Lettere evi terno principio della Scienza Nuota ec. Napoli, Ganassoni, Memoria
in difesa dd principio dd Vico tu l’origine delle XII Tavole. Opasc. del
Galogerà. RoOADEl, Saggio del diritto pubblico o politico del regno di Napoli,
DdV antico stato de’popoli d’Italia Cistiberina. Vedi anche ColanOELO,
Biblioteca analitica ec. Diamo qui tale indice tanto in servigio e compimento
della storia e della critica fatta nel primo libro sn gli scrittori che parlano
di Vico, quanto per ehi amasse di ripetere i medesimi studi, e far le medesimo
ricerche da noi fatte. D’alcuni di questi autori, come aTrertìmmo, non ahhiam
creduto prezzo deir opera far cenno; d'altri poi non abbiam potuto,
segnatamente d’alcuni venuti alla luce quando la prima parte del nostro lavoro
era già in corso di stampa, come per esempio del Qalatio, del D§ luca, del
Sarchi, traduz. del saggio ì Mstafisieo, del Laurent e di qualcun altro. Tutti
gli’abbiam letti o consultati o studiati secondo che richiede non solo il
proposito di questa nostra opera, ma piti ancora quello della seconda che
pubblicheremo intorno ai prineipii della sociologia. Non abbiam potuto.leggere
gl’articoli di Wotf e dell' Or««t, la Prefatiom del Wsbsr alla trad. della
Sdenta Nuovuy ì Fogli $parsi del QOichet e gli scritti di MUller e del Cauer;
ma ne abbiam dato giudizio traendone notizia da fonti sicure. Disporremo
qnest'indice, quant'ò possibile, secondo l’ordine cronologico, affinchè sia
fatto più chiaro il pensiero a cui è informato il presente lavoro. Laui,
Novelle Letterarie, Firenze. Vedi pure nelle note al Meursio. FlKETTi, De PrineipiU Jurx$ Naturce et Oentiam
adver$tu Bòbbeatum, Pu/endorjium, Woljium et alio. Venetiis,
Bettinellus, Sommario dell’opposizioni del Sistema ferino di Vico alla Sacra
Scrittura. La faUità dello stato ferino: appendice al diritto di natura e delle
OentU E. DuNi, Op., edi?. completa per cura di Gennarellì. Roma Scienza del
Coetume. Saggio sulla giurisprudenza Universale. Origine e progressi del
Cittadino di Roma. BuoNAFEDR, Istoria critica del diritto di Natura e delle
Genti: la ediz. E fatta a Perugia in sa lo scorcio). Stbllini, Opera omnia.
Padova, specialmente nell'Opera, Do Ortu et Progressu morum. M. Delfico
CIVITELLA, Ricerche sul vero carattere della giurisprudenza romana de’suoi
euUori. Napoli Pagano, Op. Capolago. I Saggi PoliHei sono pubblicati in Napoli.
Cuoco, Platone in Italia. Milano, FiLANGiBBl, Scienza della legislazione.
Firenze, Monti, Prolusione agli studii ddV Università di Pavia. Milano,
Foscolo, Discorso dell’origine e dell’ufficio della letteratura. Vedi nelle
lezioni d'eloquenza, ediz. di Napoli, WoLP, nel Museum der
Alterthumwissenschafi. Berlino, Orblli, Vico e Niehuhr. Museo Svizzero,
Anonimo, Dell’antichissima sapienza degl’italiani, versione dal latino. Milano,
Silvestri, Iannblli, Sulla natura e necessità della Scienza delle cose e delle
Storie umane. Napoli, Anonimo, nell’Indicatore di Gottinga COLANOELO, Saggio
d’alcune considerazioni sulla Scienza nuova di Vico. Napoli, RoifAGKOSi,
Osservazioni sulla scienza nuova. Weber, traduzione della Scienza Nuova.
Lipsia, G. Db Cbsarb, Sommario delle dottrine di Vico, compilato sull’ediz.
della scienza nuova fatta dallo stesso Vico e pubblicata nell’ediz. dello
stesso saggio in Napoli. Gallotti, Principii «T una Scienza Nuova di Vico,
prima edizione pubblicata dall'autore riprodotta e annotata. Napoli, CHE
TBATTANO DEL VICO Michelet, Prineìpca de la PkiloBophic de VHUtoìre, traduits
de la Scienza Nuova, Paris; ripubblicata colle altre opere a Bmzelles Ricci,
nell’Antoloffia del Vleussenx, Firenze, studio critico sulla tradazione fatta
da Michelet). lìivitta Enciclopedica f Fascicolo (art. sa la tradazione di
Michelet). LBBXiinEB, Initoduction
generale à VBittoire du droit. Paris Bietoire de la Philotophie du droit. Bruxelles. Ballanchb, Opere. Paris, JouFFBOY, Mélangea Philo$opMqu€$.
Bruxelles CousiK, Oaurs ec, 2« serio, Paris Introductxon b. VHieioire de la
Phil.f Lea, II, T. Maviani, Rinnovamento della Filonofia antica italiana,
Paris, L. T. (LniQi Tonti), Saggio sopra la Scienza Nuova di Vico, Lugano,
PREDABI, Op. di Vico con traduzioni e commonti. Milano, Bravette, Febbabi, Op.
di Vico ordinate ed illustrate coW analisi détta MenU di Vico ec. Milano, Società Tipografica, Édit. compllte dee
oeuvre de Vico, Paris, Vico et r Italie. Paris, Eeeai sur le principe et le$
limites de la Philoeophie de VBittoirt Paris, Joubert Vico et VItcdie (nella
Recue dee Deux ^fond€9, Cattaneo, Vico e l’Italia, nel Politeniico. St. MrLL, Sifithne de Logique, RosviNT, Il Rinnovamento della Filosofia
in Italia propoeto dal Conte Terenzio Mamiani della Rovere, Milano Vedi pure
nella Filo•ofìa del Diritto, e nella Filosofia politica.) G98CHEL, Zerstreute
Bldtter, nella Rivista Giuridico-filosofica. SchlousSingen, A. Cosmc, Lettera a
Mill (vedi Littrì, Comte et la Philosoplie Positive, Paris, loLA, Studio su
Vico e sulla filosofia della Storia, letto nell’Accade-mia filosofica di
Sassari, Torino Maviani, LrUere intomo alla filosofia del diritto. Napoli,
Mancini, Intorno alla Filosofia del Diritto, Lett. al conte Terenzio Mamiani.
Napoli, Re.kouvieb, Manuel de PhU, moderne. Paris Gioberti, IiUrocU allo studio
della Filosofia. Losanna, ToMMAsio, Stridii critici, Venezia, Studii
filosofici, Venezia, BonCHEZ, Jntrod, à la Science de VHist, Paris, Anonimo, La
Science nouvélle par Vico, trad. par Tautear de Tessa! sur la formation da
Dogme Catholiqae. Paris, Della Valle, Saggi exdìa Scienza della storia, ossia
Santo della Seiema Nuova di Vico.Napoli, Eocoo, Elogio storico di Vico. Napoli
Farina, Storia (L’Italia, narrata al popolo italiano. Firenze, Poligrafia
italiana, Prefazione. S. Centofakti, Una Fortixola logica della filosofici
della storia, Pisa, TomiASào, Notizie sulla vita e sull’opere di Vico. Vedi
nell’edizione della Scienza Nuova fatta a Milano dal Silvestri F. CARyiGNANl,
jStona deUe origini e de’progressi della Filosofia del Diritto, Lucca Mancini,
Intorno alla nazionalità come fondamento del Diritto delle Genti. Torino Ondes
Begqio, Introduzione ai principii deUe umane società, Genova, Vannucci, Storia
antica d’Italia, Firenze, Marini, Vico al cospetto, Napoli MUller, Vico Oleine
^c^/ten Neuhrandehurg. BouLLiKR, Hlst. de la Phil, CartUienne, Paris Poli,
Manuale della Storia della Filosofia del Tenncmann, Milano. A. De Carlo,
Istituzione filosofica secondo % principii di Vico, Napoli, Giani, DeW unico
principio e deW unico fine dell’universo Diritto. Oper.a di Vico tradotta e
commentata coir aggiunte d’appendici relative alla materia dell’opera stessa.
Milano, Della eguàU autorità e naturale amicizia di tutte le scienze. Milano
Caubr, nel Museo tedesco Amari, Critica d’una Scienza dille Legislazioni
comparate, Genova, Tipografia de’Sordo-Muti, FORNARi, Dell’armonia universale,
Napoli; Firenze, Faonani, Ddla neeessità e ddT uso della Divinanione
tettifieata dalla Scienza Nuova di Vico. Alessandria, Ristampata a Torino. CHE
TRATTANO DI VICO GIOBERTI, Protoloffia, Ediz. del Massari (Saggio ITI), B.
ll&zzARELLA, La Critica dtUa Scienza. Genova, tipi Lavagnino, Spavrnta,
Carattere e sviluppo della JUoBoJia itàliajut d IL Periodo de' critici e
degl’eruditi Continua il periodo de' critici e degl’eruditi. Periodo
degl’interpreti filosofi Continua il periodo degl’interpreti filosofi.
Conseguenze. Forma della mente, e carattere delle opere di Vico. Valore della
nostra critica.) Vico, Leibnitz e il Cartesianismo delle due moderne filosofie,
Germanica e Italiana i INTERPRETAZIONE DELLA DOTTRINA FILOSOFICA. Preambolo
Dottrina della scienza e del criterio IL Del criterio e del metodo nella
scienza Òtà Posizione e critica del Principio speculativo n Platonismo e
l’Aristotelismo nel problema psicologico Organismo e processo psicologico.
Fondamento razionale del processo storico. Genesi e teleologia psicologica. Del
conoscere metafisico. Critica de’ moderni Neoplatonici. Vin. Continua lo stesso
argomento. Critica del Neoaristotelismo: Positivismo ed Hegélianismo, Su la
ricerca dell’Assoluto secondo la Ragion filosofica positiva Del Principio
metafisico Sul moderno concetto della Creazione e della Provvidenza Xn. Deir
attività creativa ne’diversi momenti del Processo cosmico XnL Darwinismo,
Scienza Nuova e Sociologia. Idea sulla Storia della Filosofia Italiana Indice
degl’Autori che di proposito o per incidente trattano delle dottrine di Vico
operazione immediata, per operazione mediata, e^non potrebbe non rieecire, per
e non potrebbe rietcire, quel certo Jiloeofoy per certo, quelfloeofo. tuo*dirc,
per vo^ dire. Crieto quel centro maeeimo, por Cristo, qvidl centro massimo,
jUosofia fisiologica, per Jìlosofia etisologica, assommano la ragione, per
assommano le ragioni, T&g. Firtz, per iVr««.v. 13. degVim-, ponderabili suW
esistenza, per degV imponderabili e dell’esistenza. Sft^rji vrr(xpx,tt to, per
fyi?:?? V7ra^;^«e to'. Sovsifiit, per juva/xee. tovto, per toùto.
Jiaviafjperxat Jtavoiat;.7rauTt, per Travri. affermazione promessa, per
affermazione promossa, ù^iirpòi, per wc irpò^. x**^' auTvJv, per xar' auTvjy. Avto7s tv, per Auto yt to. Sovo^iisi Zwki'v s^'V' ^®^
SvvdfjLii ^w>7v ?yovTOf.. rsOo^tov, per fAi9óptoy. tfivafjicf, per Svvafiig,
TdJ ^9vzx 7tvgG'5a, per to' nuvroc yiviaOxAi.. altro
potrebb* essere, per altro non potrtbV essere.. e perciò era visione, per e
perciò visione. aXXov «^eu/xaTOtiv, per aXXwv a?to/iaTwv. tololtyi?, per
Tuvxng. gL Tra/DOff ta, p«r Tra^ou^ca. che le fa iìUendere, per che la fa
intendere. di coglierne concetto, per di coglierne il concetto. es egreift, per
es ergreift, dans an sich, per das an sich. Jtvoljixffovt, per ^vva/X8VG(. e s^
avvilirebbe, ^r e* s* avvilirebbe. ytuVe?, per f^J7t(. /*v?5>j, per iit$è.
^a£va-5ae, por yaevjo'^'at. rxpoi^vy' |xaTa, per 7ra^a?£t7fAaTa. del Dio
aristotelico, con; per del Dio aristotelico che con,, y. 40, in due e cantra-
rie sentenze apposite, per in due apposite e contrarie sentenze yjppxsi ro,v^r
vnapxst to. to (^trepov, per TO 5«UTe/)0v. to' rra^Xo, per tÒ oiWo,
dell’atonicità/dell’atomicità,, creare vuol non dire/creare non vuol dire; ci
son addate/ci son additate; e correggendo, lui/e correggendo lui; chi, davvero,
ragion teologica/che, davvero, la ragion teologica. Pietro Siciliani.
Siciliani. Keywords: la psico-genia di Vico, ateneo felsineo, l’unita organica
della filosofia, zoologia filosofica, psicogenia, “I principii metafisici di
Vico”. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Siciliani” – The Swimming-Pool Library.
Siciliani.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Sidonio: la ragione
conversazionale dell’implicaturis – inplicatura Lewis/Short -- Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza
(Roma). Abstract.
Grice: “When I coined ‘implicature,’ I had followed Austin’s advice of ‘going
through the dictionary.’ Only this time I got hold of Lewis and Short’s Latin
Dictionary, which has an entry for ‘in[sic]plicatura,’ as used by Sidonius. The
reference is to the entanglements made by the peripatetics, so the quote was
bound to amuse me!” -- Filosofo italiano. Sidonio Appolinare – follows a
political career. He writes a number of letters in which he makes reference to
philosophers and philosophical issues. He claims, for example, that Cleante di
Assus bites his nails. Grice: “Implicature is a natural thing in Roman. You
have -plicare, you add in-plicare, and then you conjugate!” – Keywords:
inplicatura, implicatura, implicature, disimplicatura. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, “Grice e Sidonio,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e
Sighele: la ragione italiana – filosofia italiana (Brescia). Filosofo italiano. Brescia,
Lombardia. M. Firenze. S. was an Italian philosopher, -- who was described as
a psychologist, sociologist, and
criminologist, best known as a pioneer of ‘mass psychology’ – H. P. Grice: “What
Searle, at his infamous institute, called ‘social ontology’!” – S. is primarily
known for his early wok on CROWD behaviour – “Laurel and Hardy” – ‘two’s
company, three’s a crowd” – and collective psychology – ‘the ‘we’ of my ‘Personal
Identity’ – H. P. Grice --, particulary his debate with Tarde and Bon on the
subject of CRIMINAL responsibility – “if he did it it was wrong” – H. P. Grice –
within a crowd. His most famous work is “La folla delinquent, Saggio di
psicologia colletiva” – La Teorica positive della complicita e la cooperativita
– a work on the positive theory of complicity and cooperation (bedfellows) in
crime. Le crime a DEUX – Mungojerry and Rumpelteazer, the dynamic duo – an essay
on the psychology of a criminal couple Bob Hoksins and Cheryl Ascombe in
Pennies from Heaven. Psychologie des sected – a study of Crotona, examining
sects such as Pythagoras’s – as ‘a chronic form of the rowd.’ La donna e l’amore:
a work dealing with women and love, exploring the legal and ideological
constraints on wommen’s emancipation in the fin de siècle era. Contro il parlamentarismo:
a book on the crituique of parliamentarism. Giachetti SCIPIO S. IL PENSIERO, IL
CARATTERE. Conferenza detta alla “ Pro Cultura „ di Firenze nel trigesimo della
morte Col ritratto di Scipio Sighele. Harvey Cushing / John Hay
Whitney Medicai Library HISTORICAL LIBRARY Yale University Gì fi of George
Mora, M.D. SCIPIO SIGHELE. SCI PIO S 1 G H E L E nato a Brescia il 24 giugno
1868; morto a Firenze il 21 ottobre 1018, Cipriano Giachetti SCIPIO SIGHELE: IL
PENSIERO, IL CARATTERE. Conferenza detta alla “ Pro Cultura „ dì Firenze nel
trigesimo della morte. MILANO Fratelli Treves, Editori 1914. PROPRIETÀ
LETTERARIA. 1 diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti
i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l’Olanda. Copyright
by Fratelli Treves, . sur G-53 / l'y / ac kej) Milano. — Tip. Treves. SCIPIO
SIGHELE Non sembri presunzione se un modesto stu- dioso, lontano da ogni
accademismo ufficiale, quale io mi sono, pretende far rivivere qui la figura di
un illustre e caro scomparso. Accade spesso delle persone note che la loro
notorietà sia più di nome che di fatto, che una personalità simpatica diffonda
nel pub- blico questa simpatia anche se una larga par- te di quel pubblico
conosca solo sommaria- mente e imperfettamente l’opera che a un tal uomo ha
dato giusta fama nel mondo più ristretto degli studiosi o degli entusiasti.
Spet- ta allora — io penso — agli amici, anche Glvchettj. Scipio Sigli eie. 1 o
Giochetti, Scipio Sighele umili, far la luce su quanto di bello e (di buono
conobbero di questi uomini, che hanno avuto la fortuna di avvicinare e di amare
; spetta ad essi l’atto di pietoso omaggio in- teso a far partecipare con più
sicura co- scienza le persone d’intelletto a questo culto verso una memoria,
che è sacra agli intimi non solo per le qualità d’ingegno ma anche c più per
quelle di cuore che onorarono nel- l’estinto. Convien dire, anzitutto, quanto
la dirittura morale di Scipio Sighele sia degna di que- st’omaggio postumo :
l’onestà, la fede, l’entu- siasmo per ogni buona causa d’italianità e di
umanità sono virtù sue che van ricordata prima di ogni altra. E mi si consenta
anche di ricordare quale tempra rara d’amico egli fu : la sua auto- revolezza e
il suo nome non lo avevano po- sto, come di troppi succede, nella torre d’a-
vorio interdetta ai miseri mortali : fu con tutti e per tutti : non ebbe le
qualità acco- Rughetti, Scipio Siyliele inodative e concilianti di chi sa
barcamenar- si, mollo promettere c niente mantenere : non promise mai invano,
non rifiutò mai un con- siglio un incoraggiamento un aiuto quando gli parve che
una parola o un suo atto di generosità avrebbero potuto suscitare alcun- ché di
bene. Ma queste virtù che servono a farci cono- scere l’uomo sono destinate a
rimanere nella perpetua memoria di chi lo conobbe da vi- cino ed ebbe campo di
esperimentarne la pre- ziosa amicizia : non possono bastare a chi deve per
necessità considerare sopra ogni altra co- sa lo scrittore, lo scienziato, ed
anche il cit- tadino per ciò che egli ha compiuto e che sia di dominio
pubblico, per ciò che egli ha lascialo nelle sue ricordanze, di esemplare e di
non caduco. Esemplare, intanto, il carattere, che non pie- gò alle seduzioni
della vita politica corrut- trice e fascinatrice, alle lusinghe di una esi-
stenza più comoda e tranquilla, che non gli 4 Giacihetti, Scipio Sigitele
sarebbe indubbiamente mancata, sei non aves- se sempre avuto il nobile pungolo
del lavoro e non avesse stimato come un allo dovere (af- frontare con sereno
animo le persecuzioni im- placabili che il suo amore per il più italiano paese
d’Italia, ad ogni passo gli procurava. Egli mi scriveva pochi giorni dopo il
decreto di sfratto che lo cacciava per sempre dal suo Trentino: C’è un’intima
profonda con- solazione nei soffrire per ciò che si ama». Giacché fu regola sua
— raramente seguita e del resto poco apprezzata nei cenacoli più evoluti — il
conformare la vita e le azioni, alle opere sue : tutto quello che scrisse è
sincero come quello che fece : non si con- tentò di dettare dei buoni libri, ma
volle dare dei buoni esempi, perchè la predica di Padre Zappata non fu mai di
grande utilità pubblica. Egli ricorda in questo il dialogo di Epittéto, dove un
interlocutore si vanta di comporre delle graziose commedie e di fare dei buoni
libri : « eh ! amico mio, — gli ri- Giàchetti, Scipio Sigitele 5 sponde il
filosofo, mostrami piuttosto che tu domini le tue passioni, che tu regoli i
tuoi desiderii e che tu segui la verità nelle tue opinioni. Assicurami che tu
non temi nè la pri- gione, nè 1’esilio, nè il dolore, nè la povertà, nè la
morte. Senza questo, per quanti bei libri tu scriva, persuaditi che sarai
sempre un ignorante » . Dio mio, quanti ignoranti ci sono nel mon- do
letterario e scientifico moderno ! Caduca non è gran parte della sua opera di
scrittore, specie quella che riguarda gli studi più pensati e più veramente
suoi : gli studi sulla psicologia normale e patologica del- la folla, quelli
sulla morale politica, sulla coppia criminale, sulla teorica positiva della
com- plicità, sul femminismo e le polemiche sul Nazionalismo che rappresentano
quasi da sole un documento : rappresentano lo stato d’ani- mo di una gran parte
degli italiani in uh momento storico del nostro paese. Quando le meschine
contese politiche avranno ceduto ad 6 Giachetti, Scipio Sigitele una più calma
visione della nostra forza e dei nostri doveri, quando non si perderà più il
tempo a discutere l’opportunità di una con- quista che appartiene ormai alla storia,
ma si parlerà solo di assicurare una prosperità coloniale e una grandezza
internazionale al- l’Italia, allora i libri di Scipio Sigliele sul na-
zionalismo saranno benefici ed utili. Prima forse no, finché non ci saremo
elevati nel più spirabil aere del fatto compiuto e del- f a fl'erm azione
indiscussa. E caduco non è — se non mi sbaglio — un altro insegnamento che egli
détte. In un tempo nel quale la caccia al denaro, alla si- necura, alla
cattedra è smaniosa, e i desiderii smodati, quando non v’è studentello che non
ambisca al titolo di professore e non v’è pro- fessore che non voglia diventare
deputalo o senatore o per lo meno accademico della Crusca, in un tempo di
praticismo ad oltranza come questo, il Sighele se ne stette appar- talo : non
salì la cattedra che pure avrebbe Giachetti, Scipio Sighele tenuto con tanto
onore, non ambì la deputa- zione che pure gli era stata offerta, non for- nicò con
accademie, con circoli e con cena- coli. Debbo dir la pura verità? Questa è
stata una delle ragioni per la quale il Sighele mi fu fin dal principio che lo
conobbi sim- patico : la scienza ufficiale mostrava d’igno- rarlo ? Le
LTniversità lo consideravano come un dilettante? Non importa. I suoi libri in-
tanto andavano per il mondo e vi portavano molte verità dette con una forma
limpida e piacevole, di cui molli stupivano. La psico- logia, la sociologia, l’
antropologia, il diritto non sono cose molto noiose destinate a un ristretto
numero di studiosi ? Come mai esse potevano esser lette e assimilate da tulli,
po- tevano esser messe al contatto delle menti colte non specializzate, e
interessare un largo cerchio di pubblico ? Per una ragione sempli- cissima :
perchè il valore delle idee risulta in gran parie dal modo col quale esse ven-
gono esposte. 8 Giachetti, Scipio Sigitele Sapete quanti libri bellissimi e
profondi sono nati morti per il loro difetto di forma ? Non è poi proprio
indispensabile essere così sciatti, ciabattoni, complicati, circonvoluti quando
si espone una tesi filosofica, un principio di psi- cologia, una legge
antropologica, non è poi sempre necessario affidarsi al fascino feticista
esercitato dai nomoni, dajlle parole difficili, dai periodi sibillini. Sigheie
prima che uno scienziato era un artista : per quanto mi dispiaccia mescolare al
suo nome italianissimo dei nomi oltre mon- tani, non posso tacere che egli
ricorda l’Espi- nas, il Tarde, il Finol, il Ribot, e in certe co- se anche scrittori
di maggior levatura come il faine. In una parola, egli «sapeva scrivere» ; ed è
proprio questo che molti non gli hanno saputo mai perdonare. Ma più che altro
egli è stato un entusiasta, un combattente strenuo per nobili principii
scientifici, un difensore a viso aperto di una bella causa d’italianità che
egli lascia a noi come un retaggio sa- Giochetti, Scipio Sigitele 9 ero. Per
ciò gli si attagliano mirabilmente le parole che egli pronunciava in memoria di
Cesare Lombroso. « V’è — egli diceva — in questi soldati del- l'ideale — lo
servano essi con la spada o con la penna, con la fiamma del sentimento o con le
scintille del genio — v’è qualche cosa di più alto e di più bóllo dell’idea per
cui sanno morire e per cui vogliono vivere lot- tando e soffrendo: v’è un
esempio di sacrificio e di costanza : v’è l ammonimenlo -- così raro e pur così
necessario in questa nostra epoca scettica — che la vita è degna e feconda solo
quando con tutta l’anima si creda in qualche cosa, solo quando questa fede sia
l’orgoglio, la passione dell’esistenza e in questa fede ci si perda come
l’innamorato nel suo amore.» 10 Gjachetti. Scipio Sighelc « Solto le bandiere
di Lombroso fece appunto il Sighele le sue prime armi : dalla fiaccola ardente
di quell’uomo che per un quarto di secolo agitò le più audaci idee so- ciali e
scientifiche, egli raccolse e conservò il calore delle sue convinzioni, la
febbre della ricerca e del mirare sempre più lontano. Egli si trovò, poco più
che ventenne, lanciato nella grande corrente del positivismo, corrente che
allora parea più grossa e violenta di quel che non fosse in realtà : lo studio
dell’uomo normale, dell’uomo di genio, dell’uomo delin- quente si trasformava
in una se non più rigo- rosa, certo più attenta disamina : intorno a quello
spirito semper ardens di Cesare Lom- broso, intorno alla sua intelligenza
grande, ma incompleta, geniale ma spesso ingiusta, one- sta ma troppe volle tratta
in inganno, cresce- Giachetti, Scipio Sigitele 11 va tutla una scuola :
antropologia, sociologia, psichiatria, psicologia, giurisprudenza subiva- no
l’urlo delle nuove idee. Lombroso, Garofalo, Ferrerò, Ellero, Ferri.... sono i
pionieri clic sgretolavano le mura massiccie degli antichi edifizi scientifici,
che pure — fra mezzo a parecchi mattoni vecchi e consunti — non mancavano del
tutto di materiali resistenti al piccone. 1 A quel gruppo che sollievo tanto
giustifi- caio clamore, tante elevale discussioni, tante denigrazioni e tanti
osanna si aggiunse anche il nostro Sighele, il quale — anche se fornito forse
di una personalità meno spiccata — portò subito e conservò ed accrebbe in
seguito una virtù sua propria che valse a farlo di- stinguere fra gli altri di
quella scuola e clic nc salvò l’opera dal precoce invecchiamento cui soggiacque
la maggior produzione dei po- sitivisti di quel tempo. Questa virtù era la più
semplice e la più difficile di tutte : il buon senso. Essa gli ispirò la giusta
misura, 12 Ctiacheiti, Scipio Sigitele il retto criterio nell’ apprezzare il
buono, il mediocre e il cattivo : essa gli impedì di farsi trascinare troppo
oltre dalle teorie seducenti che sembrano esser le più probabili solo per- chè
sono le prime a venire alla mente e le più favorevoli ad impressionarla : ma —
co- me diceva Montaigne — dall’immaginazione ciascuno è urtato e non pochi ne
sono addi- rittura rovesciati. Un uomo di scienza, an- che se nell’anima sia un
artista come il Si- ghele, ha il dovere di resistere a questi mi- raggi
deH’inimaginazione : perchè l’artista può far prendere lucciole per lanterne,
lo scien- ziato no : il primo crea, il secondo ricostrui- sce faticosamente dai
fatti e coH’osservazione quello che succede nella natura : egli ha l’ob- bligo
di non perder di vista alcuni dettagli ma di non inventarne nessuno, ha
l’obbligo di notare qualsiasi fenomeno, ma non di te- ner calcolo di quelli che
gli appaiono incerti. Il buon senso salvò Scipio Sighele da questi pericoli :
egli ammirò straordinariamente il Otachetti, Scipio Sigitele 13 Lombroso, — ed
a ragione — ne celebrò l’at- lività, la genialità, l’onestà indiscussa, ma non
lutto di lui accettò e la teoria più scabrosa da quella fervida mente
escogitata, la teoria della patogenesi del genio, condivise molto pruden-
temente riconoscendo che le cause patologiche rischiarano il problema
dell’origine del genio, ma non lo risolvono. Ma egli tuttavia comprese quale
mèsse di nuove osservazioni poteva costituire l’indagine scrupolosa
dell’individuo, isolalo od unito ai suoi simili, studialo nei suoi desiderii,
nei suoi sentimenti, nello scatenarsi dei suoi istinti e delle sue passioni, e
magari nei suoi correlali fisiologici. La folla delinquente è un resultato
notevolissimo di questi studi, è il capo-stipite di una serie di lavori nei
quali c racchiusa una severa e acuta dottrina che rifugge dalle superficiali
affermazioni e dalle generalizza- zioni troppo facili. Tutta l’opera sigheliana
sulla folla, dalla folla delinquente fino alla morale politica, è 14
("ìiachetti, Scipio Sìgìiele intesa a svolgere e a dimostrare questa legge
generale che le forze morali e intellettuali de- gli uomini uniti si elidono e
non si sommano : il che equivale a dire che la collettività è peggiore dell’individuo
per quello che si ri- ferisce alla morale ed è capace di emozioni e di atti che
l’individuo non conosce c non compie se non in misura più modesta. I.a
condizione psicologica della folla non può essere quella dei singoli : se non
altro potrebbe bastare a spiegare un tal fatto quel- la legge indiscutibile che
«l’intensità di un’e- mozione cresce in proporzione diretta del nu- mero delle
persone che risentono quest’emozio- ne nello stesso luogo e contemporaneamente»
; il che serve ad illuminare i fatti storici sotto un nuovo aspetto, serve a
darci talora la chia- ve delle improvvise rivolle, delle rivoluzioni sociali,
che passano come un turbine deva- statore ma il più spesso purificatore senza
che i testimoni dell’ora tragica si rendano conto della ragione intima che le
produsse. Giachbtti, Scipio Sigitele Ma le conseguenze dello studio della folla
se sono interessanti nel campo sociale, lo so- no ancor più in quello
dell’etica. Il Sighele lo comprese, e riprendendo e rivedendo il suo libro su
«La delinquenza settaria», aveva forse in animo che questo preludesse a un più
ampio svolgimento del tema : è la folla cao- tica degli uomini primitivi che dà
origine — per successive evoluzioni — allo slato mo- derno : ma fra questi poli
estremi — la folla e lo Stato — fra questi estremi anelli delibi catena
dell’associazione umana esistono altri gruppi : le assemblee, le sètte, le
caste, le classi e ciascuno di questi aggruppamenti ha caratteri propri e da
essi si forma quella co- sa complessa e indefinibile, sottile e spesso poco
onesta che è la politica. La politica è dunque il resultato di un lavoro
collettivo o meglio di più lavori collettivi in antagonismo : lo studio degli
aggregati politici ci fornisce perciò gli elementi per giudicare gli individui non
più come individui, ma come facenti parte 16 G'iachetti, Scipio Sigliele di una
corporazione, di una collettività. Non c’è da meravigliarsi se un tale studio
ci dà dei resultati analoghi a quello compiuto sulla folla, se esso ci dimostra
che la morale dei singoli va a poco a poco perdendo del suo valore e del suo
significalo quando è a con- tatto della morale altrui . Chi compie un atto
politico ha una giusti- ficazione nel fine altruistico, un vantaggio co- mune,
che l’individuo singolo non può avere : la salus pubtica va innanzi alla salus
pri- vala: non c’è da meravigliarsi se la salus publica fa spesso ai cozzi con
la legge mo- rale e se gli atti che in nome suo si com- piono hanno un
apprezzamenlo diverso da quello che avrebbero nella vita corrente. < Si
può declamare fin che si vuole — escla- ma audacemente il Sighele — ma la
verità è clic, tanto dal posto luminoso di ministri o di reggitori di popoli,
come da quello tene- broso di cospiratori o di settarii, non si può nè pensare
nè agire con la coscienza intera Giochetti, Scipio Siyhele 17 e rigidamente
morale dell’uomo privato.... Nelle cose politiche ci vuole impostura e im-
moralità ed è da ingenui o da gesuiti il ne- garlo . » Ci sono dunque due
morali, una politica c una privata ? O non aveva detto Rivarol : «Non c’è che
una morale, come non c’è che una geometria : questi due vocaboli non han- no
plurale » ? Scipio Sighele ebbe il coraggio di dimostra- re che questa
pluralità della morale, per quanto dolorosa, esiste ed è universalmente ammessa.
«Il reato settario — egli scrisse, — se diminuisce la sicurezza pubblica
dell’am- biente in cui si produce, obbliga però inne- gabilmente le classi
ricche e dirigenti a pen- sare a molti problemi politici o sociali che
altrimenti sarebbero rimasti a lungo trascu- rati o dimenticati. Così avvenne
politicamen- te in tutta Italia nella prima metà del secolo scorso : i delitti
d’ allora contro i Governi op- pressori destarono lo spirito d’indipendenza
Giochetti. Scipio Sighele. 18 GiAcrrETTi, Scipio Sigitele del popolo e
provocarono l'aiulo di Casa Sa- voia. » Cesare Lombroso aveva già lumeggiato
con quella intuizione geniale che era una delle sue caratteristiche più
notevoli questa fun- zione sociale del delitto: al Sighele che ri- prese e
sviluppò questa idea — dandone la dimostrazione pratica — toccò d’essere frain-
teso: lo si accusò, lui l’uomo mite, integro e puro, lo si accusò di aver fatto
l’apologià del delinquente politico. Era la solita retorica della gente onesta,
che vede la birbanteria la tollera e magari l’approva, ma non sopporta che
qualcuno la metta in piazza coraggiosamente c faccia l’au- topsia dei mali per
cavarne fuori un po’ di bene. Il Sighele si difese serenamente da questi
attacchi : egli che faceva opera di osservatore e di scienziato poteva
permettersi il lusso di non prendere troppo sul serio le invettive dei
catoncelli : ma la sua difesa maggiore era nel- (ticchetti, Scipio Sighelc 19
la sua visione delle cose : una visione ottimistica che lo portava a credere
che anche nel fango vi fosse qualche cosa di utilizzabile, che anche nelle
manifestazioni più tristamen- te deleterie di questa povera umanità fosse il
germe di una bontà e di una grandezza fu- tura nella quale non fosse vano
sperare. «A me pare confortante e poetico — egli scriveva — il pensare che come
la perla è una malattia della conchiglia, come il genio non è che la
trasformazione di dolori e di sventure che la natura con ignota e sapiente
incubazione prepara, così il progresso umano non è, spesso, che il frutto di
delitti atroci. » Gli scienziati si stringeranno nelle spalle e pronunzieranno
la parola poesia. Eh ! sì ! poe- sia ! io vorrei che non ci si spaventasse
trop- po di questa parola : in essa è tutto il sorriso e la bellezza di
un’aspirazione che non può o non dovrebbe essere estranea neanche agli studi
più severi. 11 Sighele ha questa poesia nel cuore e non la nasconde : senza di
essa Giachetti, Scipio Sigitele 20 il miglior suo lavoro sarebbe rimasto freddo,
senza di essa egli non avrebbe potuto dare opera tanto solerte ed efficace alla
rigenera- zione morale della gioventù, alla lotta contro la delinquenza dei
minorenni della quale egli fu uno dei più strenui apostoli. Ed egli, che pur
non potè non vedere le deficienze che inquinavano la scuola positiva, forse amò
quel- la dottrina per il generoso contenuto delle sue tesi. «La scuola positiva
— egli scrisse — anziché definire il delitto un ente giuridico che deve essere
giudicato secondo le norme della giustizia assoluta, lo considerò come un
fenomeno patologico contro il quale la società ha diritto di difendersi.» Egli
vide in questo concetto il gran merito di studiare il delitto come si studia
una ma- lattia : non si cura un nevrastenico mettendolo a pane e acqua e non si
medicano i fanciulli che rubano, gli uomini che uccidono, i solitari che
colpiscono il capo d’una nazione in no- me di un ideale politico, non si
guariscono Giachetti, Scipio Sigitele 21 tutti questi delinquenti diversi di
educazione, di coltura e di aspirazioni con il carcere o con la ghigliottina.
La società non può mo- dificare gli organismi predestinati, ma può migliorare e
forse guarire gli individui por- tati al delitto dalla miseria, dalla fame,
dalla cattiva educazione, dall’alcool, dall'intolleranza politica ed a questo
santo scopo deve rivolgere i suoi sforzi generosi. Se la scuola positiva non
avesse fatto altro che indicare questo programma avrebbe fatto già molto, più
assai che tracciare l’ipotetica patologia del genio o annegarsi nella gran cal-
daia della degenerazione di Nordau. * Fra i libri più pensati di criminologia e
quelli più vari, meno profondi, ma pure più vivi sul femminismo e sul
nazionalismo stanno quei saggi di critica psicologica o psico-pato- logica, che
rappresentano come un piacevole 22 Giacchetti, Scipio Sigitele riposo per un
autore di buon gusto, che mo- destamente domanda un piccolo posto nella critica
per chi — com’egli afferma — « non ha nessun titolo letterario per
esercitarla». Affermazione soverchiamente modesta per- chè non credo proprio
necessario il diploma di letterato o di filosofo per far della critica
artistica. I critici italiani ce ne danno prova tutti i giorni ! L’esame del
Sighele, del resto, non è pura critica : l’autore ricerca piuttosto nelle opere
di scrittori antichi e moderni i tipi più note- voli che precedono o
accompagnano le de- scrizioni delle scuole scientifiche attuali. I pit- tori, i
romanzieri, i novellieri hanno descritto gli isterici, i nevrastenici, gli
epilettici, i de- linquenti, prima che Moreau de Tours o Lombroso o Gilles de
la Tourrette si prendessero questa pena : il Balzac ci ha dato con Vautrin c
Luciano di Rubempré il più bell’esempio di coppia criminale immaginabile: Annunzio
ha descritto nel Giovanni Episcopo un perfet- Giachetti, Scipio Sighele 23 to
tipo d’abulico e di amorale, probabilmente senza aver letto nessun trattato di
psichiatria. Lo studio è dilettoso e S. lo fa in maniera acuta e piacevole, da
quell’/zomme Irfe lettres che egli è : ma in fondo, è uno studio che mi
permetto di credere poco concludente, almeno che non voglia dimostrarci che
certi scrittori che noi siamo abituati a considerare sotto un aspetto del tutto
estetico, sono stati anche dei precursori nel campo dell’osserva- zione
scientifica. Ma questo è troppo poco, giacché sappiamo che il genio ha delle
qua- lità intuitive che ci possono entusiasmare ma non indurci più alla
meraviglia. Più personale e più degna di menzione è l’opera del Sighele sulla
donna e sul movi- mento femminista moderno. Egli mi scriveva or sono pochi anni
rispondendo ad un mio articolo sull’ Èva moderna: «Noi siamo sem- pre
d’accordo, anche se lei non mi chiama femminista e molti invece dicono eh’ io
lo sono.... » 24 Giacheoti, Scipio Sighele Secondo il mio modesto parere questi
molti hanno torto e Scipio Sighele — se Dio vuole — non è mai stato femminista
nel senso vol- gare e poco simpatico del vocabolo. Non ba- sta che egli abbia
speso molta parte del suo tempo, ed abbia dedicato alcuni dei suoi libri più
interessanti al femminismo, per dichia- rarlo femminista : non basta che egli
abbia spezzalo più di una lancia per l’elevamento morale della donna e per il
suo miglioramen- to giuridico. Ci vuol ben altro, oggi, per dirsi femmi- nisti.
Purtroppo il femminismo è una di quelle questioni che ha la singolare virtù di
far im- bizzire chi ne discute : le donne ci si arrab- biano perchè sembra loro
che non si possa neanche mettere in dubbio la giustezza delle loro richieste :
gli uomini si sdegnano per es- ser trattati con tanto disprezzo, e scherzano
sulla poca serietà di mezzi adoprati dalle fem- ministe nella lotta. Ora i
libri del Sighele sul- Guchetti, Sciino Sighelc 26 la donna sono scritti in
punta di penna, col sorriso sulle labbra, con un gran desiderio di giustizia,
con molto spirito cavalleresco, ma senza le esagerazioni che sembrano fatte
apposta per sciupare una causa generosa. È generoso infatti proclamare le ingiustizie
di una legislazione miope, richiedere per la don- na il diritto all’istruzione
e più che altro il diritto di servirsi praticamente dei suoi studi. È generoso
e giusto. Ma questo non è femminismo: questo è semplicemente senso civile di
giustizia : il femminismo, coni’ è bandito dal suo pontefice massimo Finot,
proclama un’eguaglianza che va contro ogni principio psicologico e fisiologico
; proclama l’avvento della donna (non desiderato c non necessa- rio) alla vita
politica e sociale nella stessa misura dell’uomo. Ora non mi pare che il
Sighele fosse della stessa opinione : pur ammettendo (ed è difficile non
ammetterlo) la profonda ingiustizia dell’oppressione maschile, egli ha notalo
argutamente che la donna se 26 Giochetti, Scipio Sigitele n’è vendicata «non
tanto corrompendo l’uomo, quanto facendolo agire secondo la sua vo- lontà e
lasciandogli soltanto l’illusione della sua indipendenza» ; egli ha scritto che
«il maggio- re e minore ideale della donna si realizza nel- la sua missione di
madre; egli ha concluso che di fianco all’uomo che combatte, la donna « deve
essere la fata che ingentilisce ed at- tenua le fatali conseguenze della lotta
: essa deve socializzare le anime per avvicinare gli uomini — opera più degna
che socializzare la proprietà per sopprimere le classi». Se que- sto è
femminismo, non sdegno di sottoscriverlo anch’io, poiché esso, col mirabile
buon senso, con quella giusta misura che — come ho no- tato — sono le qualità
predominanti della bonaria filosofia sigheliana, non toglie alle donne nessuna
delle doli e delle virtù sovrane, alle quali è affidata la loro dolce missione
nel mondo. tìiACUETTi, Scipio Sigitele 27 La scuola scientifica dalla quale S.
uscì, allargò la sua indagine in immediate vi- sioni politiche : quasi tutti
gli uomini che ne fecero parte, discesi dall’Empireo della speculazione ai
conli correnti della vita quoti- diana, si gettarono nelle capaci braccia del
socialismo, ufficiale o no : non importa se al- cuni prudentemente tornaron di
poi sui loro passi : l’indirizzo schietto e spontaneo della scuola fu quello, e
non tocca a me il dire se fosse una deduzione legittima delle premesse
scientifiche. Il Sighele invece non seguì l’an- dazzo comune : la sua
democrazia molto sin- cera, anche se non sia scritta col D maiu- scolo, non
arrivò mai al socialismo, anzi si avviò per una stpada del tutto opposta :
quel- la del Nazionalismo. Perchè ? 28 Glìch ;tti, Scipio Sigitele Credo abbia
veduto giusto Gualtiero Castel- lini scrivendo del suo illustre zio che la «sua
nobilissima idealità politica valse a guidarlo all’esame di altri fenomeni
reali e a riprender quindi l’esame della soluzione del problema sociale da un
altro punto di vista, conside- rando ancora una volta — nell’umanità — le unità
delle patrie». Nato da padre e madre trentini, sposato a un’elettissima
gentildonna che porta il nome dei Rosmini, il Sighele fu tratto fin da gio-
vane a conoscere i dolori veri, le necessità, le condizioni tristissime di quel
popolo indomito e sventurato. Un popolo che lotta accanitamente per con-
servare il patrimonio della propria lingua, per salvaguardare le proprie
caratteristiche na- zionali, che freme e piange e soffre in silen- zio
guardando ad una luce lontana che è piccola e incerta, ma che pure è la fonte
di ogni palpito e di ogni sorriso, un popolo così fatto deve dar da pensare sulla
reale esi- Giachetti, Scipio Sigitele 29 stenza di quel sentimento di patria
che alcuni negano, perchè non lo provano, come quelli che non vedono i colori o
per i quali la mu- sica è solo un ingrato rumore. Fu nella quiete di quei
monti, sulle sponde azzurrine del lago per tre quarti italiano, fra le austere
e nobili genti tutte italiane, che maturò la concezione del nazionalismo:
l’ani- ma gentile, formatasi fra dolori dignitosamen- te sopportati, ne tolse
il seme da fecondare nuova mèsse italiana. Il momento era pro- pizio : da più
parti erano segni di rinascenza e di volontà, di fermi propositi e di virili
audacie : una schiera di giovani propugnava per il paese unito una maggior
libertà di mo- venze, una più dignitosa condotta politica, una più virile
attenzione sulle ultime sponde del Mediterraneo che restavano facile preda al
primo audace occupante. Ricordate le parole del Carducci, del mae- stro, per il
tricolore ? Se l’Italia — egli dice — avesse a durar tuttavia come un mu- 30
Giachetti. ScÌ2»o Sifilide seo o un conservatorio di musica o una vil-
leggiatura per l'Europa oziosa, o al più aspi- rasse a divenire un mercato dove
i fortunati vendessero dieci ciò che hanno arraffato per tre, oh, per Dio, non
importava far le cinque giornate e ripigliare a baionetta in canna set- te
volte la vetta di San Martino, e meglio era non turbare la sacra quiete delle
ruine di Roma con la tromba di Garibaldi su’l Gianicolo o con la cannonata del
re a Porta Pia. L’Italia è risorta nel mondo per sè e per il mondo ; ella, per
vivere, deve avere idee e forze sue, deve esplicare un officio suo civile ed
umano, un’espansione morale e politica.» I tempi eran maturi : la gioventù
colta ed operosa d’Italia aveva raccolto rammonimen- lo del Maestro. II Sighele
accompagnò, favorì, incoraggiò cor. lutti i mezzi, colla fede operosa, con
l’entusia- smo più schietto, con la lealtà più completa questo movimento
italiano : sperò di poter riu- nire in nome di un’idealità superiore tutte le
Giachetti, Scipio Sigitele 31 forze fattive da qualunque parte venissero : il
sogno era troppo bello : non riuscì e non è il caso d'indagare di chi ne fosse
la colpa. Ma lo sforzo non fu vano : le Pagine naziona- liste del Sighele, «
libro di fede e di propa- ganda » com'egli lo definì, uscirono quasi con-
temporaneamente al Congresso di Firenze : in esse era posta per la prima volta
limpidamente e serenamente, senza esagerazioni irredentiste, la questione
trentina, in esse si affermava il principio ideale del nazionalismo: Creare
un’anima collettiva nazionale, mentre oggi non abbiamo che anime collettive
regionali». Questo principio così semplice ma così fon- damentale era già stato
preannunziato dal Si- ghele in alcune parole premesse a un volume del De
Frenzi, che fece assai chiasso, le Let- tere dal Gardasee. «Noi non abbiamo —
dice S. - ancora formata un’unica anima italiana : noi abbiamo diviso e abbas-
sato fra le piccole pettegole vanità regionali quell’orgoglio nazionale che
farebbe la nostra 32 Giochetti, Scipio Sigitele forza nel mondo ; noi siamo, in
una parola, ancor troppo individualisti c regionalisti per assurgere all’ideale
grandezza patriottica che si afferma in un sano e cosciente naziona- lismo. Qpi
è il nocciolo del nazionalismo italiano, altra e più pura cosa — almeno nelle
ori- gini — del nazionalismo francese ; ad esso tutti dovevan portare il loro
contributo, da qualunque parte venissero, per iniziare un’o- pera di
rieducazione dell’anima italiana. È per questo che rendendo conto in quel
tempo, sopra un giornale letterario assai dif- fuso e libero, del volume di S.,
gli fa- cevo questo augurio : Che gli italiani comin- ciassero intanto ad
appassionarsi alla poli- tica estera ed alle questioni che più li toc- cavano
fuori dei confini : e che fra dieci anni almeno non potesse più succedere quel
fatterello che S. narrava sul principio del suo libro. Il fatterello era
questo. Qualche anno fa Giac®ìtti, Scipio Siyhclc 33 un deputato italiano, non
dei più ignoti, scen- dendo alla stazione di Ala per la visita-ba- gagli, fu
avvertito che il treno con cui doveva ripartire verso il Tirolo aveva due ore
di ri- tardo. — Non importa, — rispose, — andrò a pren- dere, intanto, un caffè
a Trieste! E purtroppo il caso non era e non è iso- lato: fra quelli che
inneggiano in ogni occa- sione e con gran clamore a Trento e Trieste c’è di
certo qualcuno che mette le due città l’una accanto all'altra, a guardarsi
amorosa- mente sulle sponde dell’Adriatico. L’anno dopo le prime Pagine
nazionaliste , l’Italia iniziava l’impresa di Libia e il Si- ghele la precedeva
con un altra libro dove fra mezzo alle teorie che tendevano a co- slrurre una
dottrina nazionalista tutta nostra, di fronte ai partiti politici, palpitava
già qual- che cosa di nuovo, quasi la prescienza di una più ampia impresa
italiana, che riportasse il GlACHETTi. Scipio Sigitele. Bt Giachetti, Scipio
Sigitele paese alla considerazione esalta della sua for- za, alla valutazione
precisa del suo compito. Le tendenze diverse, i dissidii interni di par- tito,
dai quali S. — natura sinceris- sima — aborriva, o>, come è stato detto,
la scaltrezza politica del nuovo movimento, al- lontanarono poi S. dal gruppo
nazionalista ufficiale, non lo tolsero al nazionali- smo ; in lui questo era
uno stato d’animo, era il fruito Idi convincimento e di pensiero : la sua
austerità non gli permetteva di rimanere là dove gli apparivano tendenze
contrarie a quei principii cui egli serbava fede inconta- minata. Riprese la
sua libertà senza rancori c senza far intorno al suo nome quel chiasso che ama
suscitare per solito chi si crede mal compreso o mal trattato mentre sa di
avere diritto all’attenzione e al rispetto degli altri. Eppoi, per quanto gli
dispiacessero certe defezioni e certe ingratitudini, egli era troppo sicuro
della sua coscienza per sentii - ne un’a- marezza soverchia : la bella impjresa
di Tripoli Giachettt, Scipio Sigitele 35 gli aveva acceso più vivida la sua
fiamma d’ilalianità, gli aveva ridestato più salda la sua fede nei destini
della Patria. Nei primi giorni della conquista egli scriveva da Nago: «Si vive
in un’atmosfera di gioia e di attesa». La gioia era troppo grande c l’attesa
intol- lerabile : per quanto la sua salute fosse as- sai delicata, egli volle
andare a Tripoli e volle assistere di persona alle prime e dure prove
deirilalia militare. E diventò popolare fra i soldati, con i quali amò
confondersi e vivere per conoscere le loro impressioni e il loro ani- mo, per
vedere come la nuova gioventù ita- liana, che ancora non conosceva la guerra,
sapesse andare alla guerra : e lo spettacolo gli parve magnifico e il ricordo
di tanto fiorir d’energie e di simpatiche audacie, anche a distanza di tempo
gli riempiva gli occhi di lacrime. E fu a Tripoli, du- rante un banchetto
oiferto dai giornalisti ita- liani a Jean Carrère, che il Sighele fu salu-
Gl.U'rrF.TTT. Scipiti Sìfjlltth J tato al suo levarsi per parlare, dall unanime
grido di « Viva Trento e Trieste ». Quel grido fu l’origine prima della sua ul-
tima sventura. In un articolo pubblicato nella Renne del 15 marzo 1912 Scipio
Sighele spiegava l’o- rigine di quel grido. «Non era soltanto — egli scriveva —
una gentilezza verso chi rappre- sentava laggiù le terre irredente : era un’al-
tra e più grande e più profonda cosa : era un’intuizione e un’affermazione.
Sentivano quei giornalisti che un legame ideale univa la con- quista presente
alla sognala integrazione futura della Patria : sentivamo noi lutti che lo
spet- tacolo di energia e di vittoria che l’Italia da- va in Africa non era
senza significato e senza speranza per altre energie e per altre vitto- rie ; e
da quell’alba di Risorgimento Italiano che noi vedevamo luminosa spuntare sul
de- serto e sul mare delle Sirti, noi prevedevamo col volo del desiderio, il
meriggio glorioso sulle Alpi.» Lo sfogo era legittimo: ma del resto Giace etti,
Scipio Sir/hcle 37 l’articolo che voleva essere una definizione se- rena, da
osservatore e non da politico, dell’ir- redentismo, era serio e degno di un
uomo che aveva sempre avuto in uggia gli sban- dieramenti e i chiassi degli
studentelli in cer- ca di vacanze premature. Diceva perfino: «Noi oggi dobbiamo
.armar- ci anche di pazienza, noi dobbiamo con se- renità prevedere che la
realizzazione del no- stro sogno potrebbe non essere nè immediata nè molilo
vicina, e in questa previsione noi dobbiamo quindi prepararci a difendere, in-
tanto, la minacciata italianità detto terre ir- redente ». Sighele predicava la
pazienza, ma quegli che non ebbe pazienza fu il governo au- striaco. Al primi
di giugno dello stesso anno un decreto deH’I. R. Governo lo sfrattava per
sempre dal Trentino, gli precludeva il ritorno alla, sua villetta adorala di
Nago, dove, egli soleva passare molti mesi dell’anno, fra le 38 Giachetti, S.
persone e le cose che egli amava, che gli ram- mentavano tuita ima tradizione,
una storia, una volontà, una fede. Fu un gran colpo : egli non volle nè pro-
testare nè dolersi, non fece polemiche sui gior- nali, nè discorsi eccitatori :
tacque : egli sa- peva che in quel momento la politica italiana doveva per
necessità ineluttabile di cose an- dare di pari passo con quella austriaca :
gli parve certo amaro e stolto che la sfinge mul- tilingue tirasse un calcio
all’ alleata mentre proprio le stendeva la mano, ma poiché egli era abitualo a
posporre i suoi interessi perso- nali a quelli generali del paese, non fiatò :
rinchiuse nel suo cuore leale ed alierò l’ama- rezza dell’affronto patito :
soffrì nel più no- bile e nel più disinteressato silenzio : c poiché il
Trentino gli era vietato e la porta della sua casa gli veniva chiusa in faccia
con un ge- sto villano, egli si contentò di una stanza di albergo sul confine
italico, dalla quale pote- va almeno vedere le acque dello stesso lago,
Giachetti, Scipio Sigitele 39 e sospirare da lungi alle sponde della sua terra.
Eppure egli aveva passalo ben altre burra- sche, affrontato due processi per
alto tradi- mento, sfidato con tatto e sagacia le ire tede- sche per i suoi
numerosi discorsi patriottici e più per il coraggio e la fiducia che il suo
solo nome ispirava al popolo e sopralutlo fra i giovani. E fra i giovani molto
visse spargendo la fresca gioia della sua inesauribile arguzia, che non si
scompagnava mai dal senso profondo di patriottismo che lo animava : quelli che
vissero con lui le dolci giornate di Nago ne sanno qualche cosa. È commovente
riaprire oggi le pagine di quel giornalino il Corriere di Nago tutto fab-
bricato nella villa Sighele e redatto da S. stesso, da Castellini, dai numerosi
nipoti e parenti. Il Corriere di Nago, litogra- fato clandestinamente e ancor
più clandestina- mente spedito ai suoi numerosi abbonati, por- 40 Giachetti,
Scipio Siyhele tava nella testata il monumento di Dante a Trento, il profilo
dell’ Italia e il suo simbolo, col motto carducciano : 0 Italia, daremo in
altre Alpi Inclita ai venti la tua bandiera. Avverliva che l’abbonamento
costava lire tre per la stagione « la cui durata varia secondo le condizioni
meteorologiche». Era umoristico e pupazzeltato, ma lutti gli articoli in prosa
o in versi che fossero chiudevano nella pia- cevolezza della forma un
significato. «Forse non tutti i lettori hanno pensato — diceva un articolo
riassuntivo dell’operosità del giornale — al lato meno frivolo c più rischioso
dell’im- presa, al luogo dove stampammo il giornale, alle idee che vi abbiamo
sostenute ! » Infatti ! La I. R. Luogotenenza non si accorse o fece vista di
non accorgersi allora, dei numeri in- fuocali che ogni ricorrenza patriottica
faceva uscir fuori come le margherite al nuovo sole : nella sala da pranzo
della villa Sighelc, pie- na di bandierine italiane, si faceva il giornale,
Giaoietti, S. 11 e si fucinavano i versi scherzosi, parodie di canti celebri,
vibranti di un sentimento caldo, ingenuo, nostalgico. Sentite le prime strofe
d'eirZn/io al Carrière di Naga: Si scopron le tombe, si levano i morti,' Sui
monti di Trento già crollano i forti, Perchè sull’altura che domina il Garda È
sorta una voce possente gagliarda, La voce irredenta del nostro giornale Che
corre veloce l’intero stivale, E dice - svegliando l’antico ferver: Su tutti
col nome d’Italia nel cor ! Esalta, diffondi il nostro pcnsier, Va, corri pel
mondo, di Nago o Corrieri Il cuore traboccava nei versi burleschi e li rendeva
quasi serii : le parole erano voluta- mente esagerate, ad uso Gaerin Meschino
•: in realtà il Corriere di Nago non ha mai superato — credo — le ottanta o le
cento copie e quel «correr per il mondo» va inteso con be- nefizio
d’inventario. Ciò non impediva al pic- colo giornale intermittente, unica voce
libera in mezzo a un coro di voci forzatamente som- messe e doloranti, di costituire
come una fiam- mella accesa e custodita gelosamente : ciò non 42 Giachetti,
Scipio Sigitele gli impediva di avere fra gli abbonati (che oggi conserveranno
con amore la preziosa col- lezione) il generale Baldissera, Lorenzo El- lero,
Alberto Eccher dall’Eco, Guido Semenza, Edoardo Gelli, Alfredo Montalti, Giulio
Ri- cordi.... E la Lega Nazionale ed ogni opera d’italianità devon ricordare le
offerte spesso generose che venivano loro dal piccolo e fe- condo giornale.
C’era in tutto ciò, nella vita privata qome nella pubblica, la stessa anima
gentile e forte, lo stesso spirito preveggente e sicuro, lo stesso amore
indomito per un’Italia compiuta dav- vero, padrona di sè e dei suoi destini :
nel piccolo Corriere di Nago vi sono delle parodie che stillano lacrime.
Promotore dell’università libera che doveva portare un soffio agile eli
latinità nella pe- sante inospite città tirolese, propugnatore in- faticabile
dell’autonomia trentina e dell’Uni- versità Italiana a Trieste, richiesta da
tempo immemoràbile, promessa spesso e concessa Giachetti, Scipio Sigitele 43
mai, egli fu sempre in prima linea nella di- fesa della nobile terra, nel tener
desto e vi- gile il pronto spirilo italico di fronte alla mas- siccia greve e
invadente disciplina panger- manista. Ma egli era un ospite incomodo per pa-
droni così mal sicuri della loro padronanza : ogni sua mossa era spiata : bastò
un prete- sto qualunque per sbarazzarsene. E non potè più Vedere la diletta
Nago, la villa ombrosa dove fiorivan le rose bian- che e i «non ti scordar di
me, Riva perla del Garda, Arco tepida come una serra, na- scosta sotto gli
aspri contrafforti montani. Vi tornò fredda spoglia e tjutlo un popolo in
lacrime l’accolse e lo seguii fino alla tom- ba : piangeva quel popolo il padre
amoroso, il consigliere, il fratello buono, la voce forte e autorevole clic si
levava nei momenti di pro- cella a incuorare i dubitasi, a rampognare i
persecutori : quel popolo portava il tributo del suo amore a chi di quell’amore
era morto e 44 Giochetti, Seipio Sigitele pensava : « chi, chi mai ne
raccoglierà l’e- sempio ? » Egli giace ora nella tomba di famiglia e sulla sua
fossa sta scritto solo il verso di Dante : L’ombra sua torna ch’era dipartita.
Grave ammonimento ; ma l’Austria non l'in- tenderà : l’Austria — lo sappiamo —
non ha paura dei morii ! Quello che ho detto fin qui può dare un’idea per
quanto sommaria, del pensiero e del ca- ratlere di Scipio Sigitele. Ma è
necessario, per completare la visione che egli ebbe della vita, e per segnare i
limiti e l’estensione del suo poderoso lavoro, che io dica una parola di Si-
gitele giornalista. Gli è stata rimproverata questa sua assidua opera data al
giornale e da alcuni si è par- lato con un certo disdegno dei suoi ultimi li- bri
affermando che son fatti di articoli. (ìiAóHRTTi, Scipio Siqliele 4 -' È vero !
Ma chi non sa che cosa sia scri- vere per il pubblico vasto e vario di un gior-
nale, non può immaginare, quella febbre, quel- la passione, quell’ardore : lo
so bene che per molLi di noi che veniamo dalle professioni, dagli studi, da
altre e svariale attività, il gior- nale è pericoloso, è spesso un perditempo,
un inciampo ai nostri interessi economici, alle nostre carriere. Ma che importa
! Si guarda forse ai difetti e alle imperfezioni della donna che si ama ? Il
giornalismo è un amore ed ha dell’amorle tutte le seduzioni e tutti i pericoli.
V’è dunque anche una bellezza in questo foglio di carta : il giornale è una
forza viva, una pro- pulsione d’energie, uno strumento attivo per gettare nel
pubblico le idee con la certezza che queste idee si diffondano, come non si
diffonderebbero dal volume o dalle cattedre. Perciò il giornalismo che ha
assorbito in Fran- cia molte fra le migliori intelligenze di quel paese, ha
attirato anche in Italia e va attirali- 46 (tiachetti, Scipio Sigitele do ancor
più nella sua orbila — via via che progredisce — pensatori e studiosi che
avreb- bero un tempo esplicato altrimenti le loro at- tività. Il Sighele fu tra
questi e ben si può dire che egli onorò il giornalismo italiano : i suoi
articoli erano equilibrati, sintetici, com- pleti : egli aveva quella rara
attitudine a scri- vere molto in poco che distingue il giornalista nato, da
quelli d’occasione. E poiché negli argomenti che avevan formato il suo lungo
tirocinio di studio e di osservazione, egli ave- va una direttiva ben sicura e
definita, c’era fra un articolo e l’altro che scriveva e pub- blicava, magari
su giornali diversi, un filo di conduzione, una continuità di concezioni : era
lo svolgersi di un pensiero organico, che ve- deva gli addentellati fra cose e
fra oggetti di- versi, e li riduceva — per così dire — al comune denominatore
della propria logica e del proprio giudizio critico. Perciò io non dispregio i
libri del Sighele che sono formati di articoli riuniti : se debbo Giachetti,
Scipio Sigitele 47 dire latta la verità io li trovo anzi tra i suoi libri
migliori, fra i più sinceri, i più bril- laci, dettati nel fervore di una
battaglia da combattere, di una causa generosa da difen- dere e da salvare. Al
giornale détte il Sighele gran parte del- la sua produzione fecondissima, che
mi au- guro sia tutta raccolta : al giornale dedicò le estreme energie del suo
spirito, poiché l’ul- time pagine da lui scritte, quando era già gra- vemente
malato, furono quelle sull 'Evoluzione del femminismo pubblicate dalla Tribuna
e dalla Gazzetta del Popolo dopo la sua morte. E morire a 45 anni, quando si ha
ancora la saldezza degli ideali, l’aspirazione al la- voro, il desiderio e la
certezza di essere utili agli altri, è angoscioso e crudele. Io so che negli
ultimi giorni della straziante malattia Scipio Sighele si accorò di non poter
lavorare alla rinnovata edizione della sua De- linquenza settaria; la compagna
amorosa gli alleviava la pena correggendo essa le prove 48 Giachetti, Scipio
Sigitele di stampa, sostituendosi a lui, cercando di compensare una volontà,
un’energia, un pen- siero che si affievolivano. Egli doveva ancora scrivere la
prefazione di quel volume e più volle — durante le tregue del male — vi si
provò ; ma non potè : la mente gli reggeva, non lo forze : il cervello dettava,
ma la mano ricadeva stanca e la parola usciva a fatica e dava solo degli
sprazzi di luce nell’ombra. Ed allora il lavoratore tenace pianse : pianse non
sulla vita, pur desiderata, che fuggiva, non sul- la felicità che lasciava, non
subiamone che si spegneva : no : pianse sul lavoro interrotto, sul destino
crudele che gli spezzava la penna, che gli troncava la parola quando egli aveva
ancora qualcosa da dire, per la verità, per la giustizia, per la libertà del
suo popolo e della sua terra. Niente è più bello e più triste di queste
lacrime. Di prossima pubblicazione un volume postumo di SCiPIO SIGHELE ch’egli
aveva già preparato col titolo Letteratura e Sociologia Accession ; ssion no. 9
*** ^ 'p ì c ^ 'farcele Si W G-òl /?'*/ n (/Oc/<e$) Il PREZZO DEL
PRESENTE VOLUME: UNA LIRA. ANTONIO FBADELETTO Conferenze. Cn volarne in- 16 di
276 pagine L. 3 50 Ma’attie d’arie. - La vo ontà come forza sociale. - La
letteratura e la vita. Le idealità della scienza. - La psico ogia della
letteratura italiana. La fine d’un Parlamento e la Dittatura di un Mi- njcfrn
conferenza, seguita da Appunti storici sul Suffragio uni - moti Uj versale, e
Analfabetismo 1 Dogmi e Illusioni della Democrazia i _ SAGGI E CONFERENZE Crispi
jì Arcoleo l. 1 - La galleria del Serapione,dei P rof. Ugo Ancona. 8 c £Lio 4
nn- Mazzini, « Alessandro Luzio.inTutr?^ 0 !™- La difesa della Patria e il Tiro
a Segno, Angelo Mosso -so L’America e l’avvenire, <31 Ugo Ojetti 1 - Per
una Fede, ai Arturo Graf. S T- Quesle sei conferenze riunite in un solo volume,
legato in tela, costano Sei Lire. Per la nostra Cultura. Graf. . . 1 - Carducci,
a Alessandro D’Ancona 1 - RllPlTa alla flllprra ? O sserv Q< z ioni
sulla situazione politica inter- Ullblld UlUi UUbll a . nazionale, seguite da.
Considerazioni e prò- V Italia, del Tenente Generale Giuseppe Perrucchetfi . 1
- Le leggende del mare e le superstizioni dei marinai, di Ettore Bravetta
Capitano di Fregata . 1 — Giusti, ai Ferdinando Martini, con 40 moia. . i - 1
Progressi della Scienza Luigi Luzzatti ì- Queste sei conferenze riunite in un
solo volume , legato in tela, costano Sei Lire. Cesare Lombroso, g"tto ren
. za . di . s . cipio SItmELE .'L Coi i r ì In memoria di Cesare Lombroso, RO.
Con due ignorati scritti giovanili di Lombioso .... T-'ì — Dirigere commissioni
e vaglia ai Fratelli </pre>C. Nome compiuto: Scipione Sighele. Refs.:
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Sighele,” The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza, Liguria.
Luigi Speranza -- Grice e Signa: la ragione
conversazionale della ruota di Venere – la scuola di Signa – filosofia
fiorentina – la scuola di Firenze -- filosofia toscana -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Signa). Filosofo
fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Signa, Firenze, Toscana. Insegna
retorica (“ars dictaminis”) a Bologna e Padova. Vive ad Ancona, Venezia,
Bologna, Padova, e Firenze. Tra i saggi più significativi si ricordano il
saggio storico “L’assedio d’Ancona” (Viella, Roma), il “Bon Compagno”; “Rethorica
novissima”; “Scacchi e il “Libellus de malo senectutis et senis”, nel quale,
con spirito arguto, prende in giro le affermazioni di Cicerone che idealizzano
la vecchiaia”; la “Rota Veneris” (Salerno), un saggio di epistolo-grafia
amorosa; “Liber de amicitia”; “Ysagoge Boncompagnus; “Tractatus virtutum”; “Palma
Oliva Cedrum Mirra Quinque tabulae salutationum”; “Bonus Socius e Civis Bononiae. Garbini,
Roma, Salerno, Gabrielli, Le epistole di Cola di Rienzo e l'epistolografia,
Archivio della Società romana di storia patria, Gaudenzi, Sulla cronologia
delle opere dei dettatori bolognesi da S. a Bene da Lucca, Bullettino
dell'Istituto storico italiano, G. Manacorda, Storia della scuola in Italia, Palermo,
Tateo, Enciclopedia dantesca, Treccani Dizionario biografico degl’italiani,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. S., su ALCUIN, Ratisbona. Wight: S.'s charter doctrine (Bologna), in:
Medieval Diplomatic and the 'ars dictandi', Scrineum. Keywords: Cicerone, “ars dictaminis” – o rettorica --.
Bon Compagno da Signa. Signa. Keywords: rota veneris – erotica – ermafrodita –
erma: mercurio, afrodita, venere, afrodisiaco. Luigi Speranza, “Grice e Signa”
– The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Silio: la ragione
conversazionale a Roma – la maledizione di Dione – Scipione come Ercole – il
sacrificio dell’eroe – filosofia veneta – la scuola di Padova -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Padova).
Filosofo padovano. Filosofo veneto. Vilosofo italiano. Padova, Veneto. Avvocato,
console, pro-console de principato romano. Muore in Campania. Figli: Lucio
Silio Deciano. Console, Proconsole in Asia. Noto semplicemente come S. Italico
è anche un poeta, avvocato e politico romano, autore dei Punicorum libri XVII, il
più lungo poema epico latino pervenutoci. Abbiamo notizie di lui da una lettera
di PLINIO il Giovane a Caninio RUFO, nella quale parla della sua morte. Il nome
‘Asconio’ porta a ritenere che e legato alla gens patavine. Altre brevi
informazioni ci vengono da TACITO e da Marziale. Di Marziale, S. è il patrono e
sappiamo che opera nel foro come avvocato difensore, probabilmente già al
principato di CLAUDIO. Secondo Plinio, nel principato di Nerone, dove
esercitare anche l'avvocatura d'accusa, ovvero la delazione vera e falsa per il
favore del principe. Il beneficio che ne tratta e il consolato
ordinario. Con la caduta e morte di Nerone, in quanto amico di Vitellio, S.
partecipa alle trattative di questi con il fratello di Vespasiano, Tito Flavio
Sabino, che è a Roma con il figlio di Vespasiano, Domiziano. S. è pro-console
in Asia Minore agl’ordini di VESPASIANO. Testimonianza è un'epigrafe ad
Afrodisia, che riporta il suo nome completo. Allo scadere del mandato pro-consolare
S. si ritira dalla vita politica attiva dedicandosi agli studi e alla stesura
del suo “Punicorum libri”. Nel Libro III vi è un riferimento al titolo di
"Germanico" assunto da Domiziano e Marziale saluta l'opera nel IV
libro degl’epigrammi. Anche a causa dello stato di salute aggiorna a Campania,
dove compra la villa di CICERONE, il suo modello di oratoria, e la terra che
custodia la tomba di VIRGILIO, di cui è un estimatore e ai cui stilemi si rifà
abbondantemente nel corso dei Punica. Durante il principato di Domiziano, ha la
paterna soddisfazione di vedere nominato console il figlio Lucio Silio Deciano,
anche se Marziale e Plinio ci informano che, peraltro, dove subire la perdita
del figlio minore. In Campania, provato da un male incurabile, si lascia morire
di fame alla maniera del Portico. S. scrive i Punica, poema storico, anche se
secondo una parte della critica il testo è incompiuto, in quanto si ipotizza un
progetto originario in XVIII libri, parallelo alle dimensioni degl’annales
d’ENNIO. La tomba di Virgilio al chiaro di luna, con S., dipinto di Wright.
I Punica sono la più lunga epica romana che ci sia pervenuto. Racconta la
guerra punica dalla spedizione d’Annibale in Spagna al trionfo di SCIPIONE dopo
Zama. La disposizione annalistica testimonia la sua volontà di
ricollegarsi alla III decade di LIVIO, ne recupera la cornice architettonica
del modello. Colloca dopo il proemio il ritratto di Annibale e chiude, come LIVIO,
con l'immagine del trionfo di Scipione. I Punica è concepita quale
continuazione ed esplicazione dell’Eneide virgiliana. La guerra d’Annibale è,
di fatto, vista come la continuazione di Virgilio, originata dalla maledizione
di Didone contro ENEA, mentre dal poema virgiliano S. restaura la funzione
strutturale dell'apparato mitologico, anche se lo stravolgimento anti-frastico
della provvidenza virgiliana è sostituito da un'EPOPEA dal finale
rassicurante. PLINIO ha delle riserve sulle capacità di S., lo ritiene
più antiquario che artista per il suo gusto per le ricostruzioni minuziose. Lo
stile sembra influenzato dal gusto del tempo: "barocco", scene
macabre unite al modello epico mitologico, con BANALI RIFLESSIONI ETICHE. L'opera,
comunque, risulta frammentaria, poiché dà più importanza ai particolari
piuttosto che non all'unità dell'opera stessa. Quindi, lo scritto di S. è
importante soprattutto per la quantità di informazioni storiche e mitologiche
piuttosto che per la sua poesia. S. in Enciclopedia Britannica,
Encyclopædia Britannica, Inc. S., in Treccani.it – Enciclopedie, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. S., su Sapere.it, De Agostini. Pollidori - Postilla
a S., su gionni altervista.org. Giarratano, S. in Enciclopedia Italiana, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Epist. III, 7. Patavino: cittadino di
Padova (dal latino Patăvium, nome della città di Padova. Marziale. Vinchesi,
Introduzione, in Le guerre puniche, BUR, Milano, Occioni, S. e il suo poema,
Firenze, Monnier, Vinchesi, Introduzione, in Le guerre puniche, BUR, Milano. S.
su Treccani – Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Giarratano, S.
Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, S. su sapere.it,
Agostini. S., Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica. Silio Italico,
su ALCUIN, Ratisbona. S., su Musisque Deoque; S. su PHI Latin Texts, Packard
Humanities Institute. S., open MLOL, Horizons Unlimited, S., Open Library, Internet Archive. S. su Progetto Gutenberg. V · D · M Poeti epici
antichi Portale Antica Roma Portale Biografie Portale
Letteratura Categorie: Poeti romani Avvocati romani Politici romani, Poeti, Consoli
imperiali romani. S.
has a career in politics before retiring to his villa near Napoli where he
pursues his interests in philosophy. He is a follower of the Porch, and admired
by Pliny Minore. S. is a philosopher of
the Porch.. S. adopts Virgil's basic concept of seeing in the Punic War a
fateful step on the road to Rome's greatness, pre-ordained and hence supported
by the divine. In his epic, however, S. goes further than Virgilio had done in
trying to illustrate how the actions of the great Romans of the period, such as
Marcellus or Scipione - reveal that harmony between pre-destination and CHOICE which
is demanded by the philosophy of IL PORTICO. Romans like Marcello or Scipione
remain loyal to the ancient values of Rome, which are unknown (and naturally
totally foreign) to the antagonist Hannibal. S. shows both Scipione and
Hannibal as trying to emulate ERCOLE, that hero whom philosophers from both IL
PORTICO and IL CINARGO present as the archetype of a man whose unceasing
endeavour and striving make him able to attain perfection through his own
efforts. The Roman ERCOLE is, moreover, an important figure in popular religion
and in Flavian principate ideology. In S.’s epic only one of the two claimants
is Hercules’s legitimate successor: Scipione, whose individual striving for
perfection is sub-ordinate to the summum bonum (OPTIMVM) of serving Rome, and
thus in harmony with the universal order in which Rome has its divinely given
place. By applying the doctrine of fate of IL PORTICO to explain the tradition
of Rome's heroic past with its many Republican memories S. establishes a
meaningtul connection between that tradition and the state of the principate in
which he himself lives. S.’s aim is to prove that a classicising frame of mind
with its orientation towards the legendary past of Rome leads to an
affirmation, instead of a rejection, of contemporary reality. Tiberio Cazio Asconio Silio Italico. Keywords:
SCIPIONE, l’eroe nudo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Silio, and the labours
of Ercole” – per il gruppo di gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library. Silio.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Silla: la regione
conversazionale della ta meta ta physika -- Roma – lascuola di Roma – filosofia
lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano.
Apellicon, a member of the Lizio, acquires an extensive collection of the works
of Aristotle and Teofrasto that had once belonged to Neleo, della Scessi. S.
takes the collection away from him and transports it to Roma, where TIRANNIO
(si veda) is put in charge of sorting it out and looking after it. Grice:
“Tirannio saw a bunch of books which where obviously on physics. ‘And what are
these?’ A bunch of books piled after those about physics. ‘I don’t know. I call
them ‘the books that come after the books on physics’ – ta meta ta physika.” Lucio Cornelio Silla Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Disambiguazione – "Lucio Silla" rimanda qui. Se stai cercando altri
significati, vedi Lucio Silla (disambigua). Disambiguazione –
"Silla" rimanda qui. Se stai cercando altri significati, vedi Silla
(disambigua). Disambiguazione – Se stai cercando l'opera di Händel, vedi
Lucio Cornelio Silla (Händel). Lucio Cornelio Silla Console e dittatore della
Repubblica romana Ritratto di Silla su un denario battuto da suo nipote Quinto
Pompeo Rufo Nome originale Lucius Cornelius Sulla Nascita Roma Morte Cuma
Coniuge Giulia Elia Clelia Cecilia Metella Dalmatica Valeria Messalla Figlida
Giulia Cornelia Silla Lucio Cornelio Silla da Metella Fausto Cornelio Silla
Fausta Cornelia Silla Lucio Cornelio Silla da Valeria Cornelia Postuma
GensCornelia PadreLucio Cornelio Silla Questura Pretura Propretura in Cilicia
Consolato Proconsolato in Asia Dittatura Lucio Cornelio Silla Nascita Roma Morte
Cuma Cause della morte cancro Etnia Latino Religione Religione romana Dati
militari Paese servito repubblica romana Forza armata Esercito romano Grado Dux
Guerre Guerra giugurtina Guerre cimbriche Guerra civile romana Prima guerra
mitridatica Battaglie Battaglia dei Campi Raudii Assedio di Atene Battaglia di
Porta Collina Battaglia di Cheronea Battaglia di Orcomeno Comandante di Esercito
romano Altre cariche Dictator voci di militari presenti su Manuale Lucio
Cornelio Silla (in latino Lucius Cornelius Sulla Felix, pronuncia classica o
restituta: ˈluːkɪʊs kɔrˈneːlɪʊs ˈsʉlla ˈfeːlɪks, nelle epigrafi
L·CORNELIVS·L·F·P·N·SVLLA·FELIX; Roma – Cuma) è stato un militare e dittatore
romano. Lucio Cornelio Silla naque a Roma da un ramo della gens patrizia
dei Cornelii caduto in disgrazia. La motivazione è rintracciabile: un
quadrisavolo di Silla, Publio Cornelio Rufino, nonostante fosse stato console,
dittatore in data imprecisata e avesse celebrato il trionfo sui Sanniti, fu
espulso dal Senato perché possedeva più di dieci libbre di argenteria in casa. Il
figlio di Rufino, Publio Cornelio, fu nominato flamen Dialis, posizione di
massima importanza in ambito religioso, ma i cui obblighi lo escludevano di
fatto dalla vita politica.[4] Questi fu il primo a portare il cognomen Sulla. Nelle
sue Memorie, Silla stesso scrive che il primo Sulla fu il flamine, facendo
derivare la parola dal nome della Sibilla: infatti Publio Cornelio, figlio del
sacerdote e bisavolo di Silla, aveva consultato i Libri sibillini per decidere
se celebrare i primi ludi Apollinares; questo tentativo di nobilitare il
cognomen non rispetterebbe però un'antica usanza romana. Tradizionalmente, infatti,
il cognomen descriveva un tratto della famiglia che lo portava: in questo caso,
mentre Rufinus richiamava la capigliatura rossa della famiglia, Sulla derivava
da suilla, «carne di porco», e alludeva alla pelle chiara e cosparsa di
lentiggini. Nonostante il cambiamento del cognomen, la reputazione della
famiglia non migliorò e i successori del flamine non ricoprirono cariche
superiori a quella pretoria. Il bisavolo di Silla, Publio Cornelio, fu
unitamente praetor urbanus e peregrinus e, come già detto, indisse i primi
Giochi di Apollo. Avvicinandosi all'età di Silla le informazioni scarseggiano:
del primogenito e nonno di Silla, omonimo di suo padre, si sa che fu pretore in
Sicilia, mentre il secondogenito, Servio, ricoprì la carica in Sardegna. Del
padre, Lucio Cornelio Silla, si sa ancora meno: è probabile che non fosse il
primogenito di Publio e che fu amico di Mitridate il Grande, per cui potrebbe
essere stato promagistrato in Asia o membro di una delle numerose delegazioni
che venivano frequentemente inviate in Oriente. Ebbe due mogli: la seconda,
matrigna di Silla, era decisamente doviziosa. Gioventù Busto virile detto
Silla, copia del 40 a.C. ca. di un originale dell'età augustea, marmo, alt. 47
cm. Copenaghen, Ny Carlsberg Glyptotek (in Roma, Palazzo Barberini, collezione
privata). La scultura e identificata con Silla ma, considerata la datazione
(incerta), si può dire che probabilmente non lo ritrae. Poco si sa della
fanciullezza di Silla. Ci rimane solo una leggenda, secondo cui, poco dopo la
sua nascita, una donna lo vide in grembo alla nutrice e le disse «Puer tibi et
reipublicae tuae felix» (Il fanciullo [sarà] fonte di gioia per te e per lo
Stato).Certo è che il crollo del prestigio condizionò la situazione economica
della famiglia, descritta così da Plutarco: «οἱ δὲ μετ’ ἐκεῖνον ἤδη ταπεινὰ
πράττοντες διετέλεσαν, αὐτός τε Σύλλας ἐν οὐκ ἀφθόνοις ἐτράφη τοῖς πατρῴοις.
γενόμενος δὲ μειράκιον ᾤκει παρ’ ἑτέροις ἐνοίκιον οὐ πολὺ τελῶν, ὡς ὕστερον
ὠνειδίζετο παρ’ ἀξίαν εὐτυχεῖν δοκῶν. σεμνυνομένῳ μὲν γὰρ αὐτῷ καὶ
μεγαληγοροῦντι μετὰ τὴν ἐν Λιβύῃ στρατείαν λέγεταί τις εἰπεῖν τῶν καλῶν τε κἀγαθῶν
ἀνδρῶν· «Καὶ πῶς ἂν εἴης σὺ χρηστός, ὃς τοῦ πατρός σοι μηδὲν καταλιπόντος
τοσαῦτα κέκτησαι;» I suoi di Rufino discendenti, fin dal primo, condussero una
vita mediocre e Silla stesso fu allevato in una situazione patrimoniale niente
affatto invidiabile. Da adolescente abitava in casa d'altri e pagava un affitto
basso; questo gli fu rinfacciato in seguito, perché sembrava aver raggiunto una
fortuna superiore al merito. Si dice che, dopo la campagna in Libia, quando si
faceva bello e si vantava, uno dei boni gli si rivolse con queste parole: «E
come potresti essere meritevole di lodi tu, che ti sei ritrovato tante
ricchezze senza che tuo padre ti abbia lasciato niente?»» (Plutarco,
Sull., 1, 2; trad. di Lucia Ghilli) Il biografo greco probabilmente
esagera, perché Silla non crebbe nella povertà più assoluta: era ricco agli
occhi del plebeo, ma povero agli occhi del nobile, una posizione assimilabile a
quella di cavaliere. Nonostante l'ambiente modesto in cui visse, a Silla fu
impartita un'ottima educazione, degna delle sue origini patrizie: gli furono
insegnati la letteratura latina e greca, il diritto, la retorica, la filosofia
e l'arte e fu impregnato dei valori tradizionali del mos maiorum. Con questi
strumenti, Silla poteva certamente rivaleggiare con i più eruditi della sua
epoca, ma per ottenere una carica gli serviva il denaro. La speranza di
ricoprire una magistratura sembrò svanire quando, verso l'età in cui indossò la
toga virilis, il padre Lucio morì senza lasciargli nulla in eredità. Silla, che
godeva di un reddito annuo di 9000 sesterzi, nove volte maggiore rispetto a
quello di un operaio, ma decisamente umile per un aristocratico, prese a
frequentare i sobborghi dell'Urbe, che poco si addicevano a un patrizio, e
personaggi ambigui come mimi e istrioni, per cui scrisse anche alcune atellane.
Secondo Plutarco, in occasione delle bevute con i suoi amici plebei Silla, la
cui immagine è passata alla storia come severo dittatore, mostrava il suo lato
migliore: «ἀλλ’ ἐνεργὸς ὢν καὶ σκυθρωπότερος παρὰ τὸν ἄλλον χρόνον, ἀθρόαν
ἐλάμβανε μεταβολὴν ὁπότε πρῶτον ἑαυτὸν εἰς συνουσίαν καταβάλοι καὶ πότον, ὥστε
μιμῳδοῖς καὶ ὀρχησταῖς τιθασὸς εἶναι καὶ πρὸς πᾶσαν ἔντευξιν ὑποχείριος καὶ
κατάντης.» «sebbene fosse attivo e
più accigliato per il resto del tempo, non appena si buttava nella mischia e si
metteva a bere cambiava del tutto, tanto da diventare gentile con mimi cantanti
e ballerini, dimesso e propenso ad accogliere ogni richiesta.» (Plutarco,
Sull.; trad. di Lucia Ghilli) Ormai pronto al matrimonio, Silla sposò una
certa Ilia, che potrebbe corrispondere a una Giulia, sorella di Lucio Giulio
Cesare e Cesare Strabone Vopisco, o una Giulia minore, sorella di Gaio Giulio
Cesare, Sesto Giulio Cesare e Giulia maggiore, moglie di Gaio Mario, o più
probabilmente si tratta di un errore di Plutarco, per cui la figura di Ilia
coinciderebbe con Elia, la seconda moglie di Silla, di famiglia plebea e di cui
non si sa altro che il nome. In ogni caso, da Ilia Silla ebbe la sua prima
figlia, Cornelia, e il primo figlio, Lucio, che morì infante.Ad ogni modo, il
legame matrimoniale non gli impedì di intrattenere relazioni extraconiugali:
coltivò una relazione omosessuale con l'attore Metrobio, un amore giovanile che
portò con sé fino alla morte, così come continuò a frequentare i circoli di
buffoni. Amò anche la facoltosa Nicopoli, liberta più vecchia di lui e sua
amante, che, quando spirò, lasciò al giovane Silla una grande eredità. Nello
stesso periodò morì anche la matrigna, da cui Silla ereditò un'altra ingente
somma di denaro.Fu probabilmente così che Lucio Cornelio Silla, nato da una
famiglia decaduta, poté intraprendere la sua carriera politica: l'inizio della
sua Felicitas. Esordi della carriera e opposizione a Mario Lo
stesso argomento in dettaglio: Guerra giugurtina e Guerre cimbriche. Silla e nominato
questore di Gaio Mario, del quale era cognato avendo sposato la sorella minore
della moglie di Mario, Giulia, nel periodo in cui questi stava assumendo il
comando della spedizione militare contro Giugurta, re della Numidia. Questa
guerra si protraeva ormai., con risultati addirittura umilianti per l'esercito
romano, tenuto in scacco dalle forze di questo piccolo regno africano.
Alla fine Mario, riuscì a prevalere, soprattutto grazie all'abile e coraggiosa
iniziativa di Silla, che riuscì a catturare Giugurta convincendo il suocero
Bocco e gli altri familiari a tradirlo e consegnarlo ai Romani. La fama che
gliene derivò gli servì da trampolino di lancio per la carriera politica, ma
provocò il risentimento e la gelosia di Mario nei suoi confronti. Difatti Silla
continuò a servire nello Stato Maggiore di Mario fino all'elezione al consolato
di Quinto Lutazio Catulo, di antica famiglia aristocratica come lui, e infine
passando nello Stato Maggiore di quest'ultimo nella difficile campagna condotta
in Gallia contro le tribù germaniche dei Cimbri e dei Teutoni. Silla si
distinse anche in questa occasione, aiutando il console Quinto Lutazio Catulo e
Mario a sconfiggere i Cimbri nella Battaglia dei Campi Raudii, presso Vercelli.
Al suo ritorno a Roma, Silla riuscì a farsi eleggere pretore urbano, e i suoi
avversari non mancarono di accusarlo di aver corrotto all'uopo molti degli
elettori. In seguito fu assegnato al governo della Cilicia, regione situata
nell'odierna Turchia. Si assistette a un avvenimento storico per quell'epoca.
La Repubblica romana e il grande Impero dei Parti vennero a contatto in modo
del tutto pacifico. Una delegazione inviata dal sovrano parto, Mitridate II, si
incontrò sulle rive dell'Eufrate con il pretore Lucio Cornelio Silla,
governatore della nuova provincia di Cilicia. Dopo l'anno di pretura, Silla fu
inviato in Cappadocia. Motivo ufficiale della sua missione era il porre di
nuovo sul trono Ariobarzane I. In verità egli aveva il compito di contenere e
controllare l'espansione di Mitridate, che stava acquisendo nuovi domini e
potenza non inferiori a quanti ne aveva ereditati.» (Plutarco, Vita di
Silla) La missione di Silla, procuratore della Cilicia, nel 96
a.C., quando incontrò un satrapo dei Parti presso Melitene (futura fortezza
legionaria). Rovine di Aeclanum, la città del Sannio irpino conquistata
da Lucio Cornelio Silla. Questo primo incontro fissò sull'Eufrate il confine
tra i due imperi. Una curiosità di quell'incontro fu che Silla cercò, anche in
quella circostanza, di affermare la preminenza di Roma sulla Partia, sedendosi
fra il rappresentante del Gran Re e il re di Cappadocia, come se desse udienza
a dei vassalli. Una volta venuto a conoscenza dell'accaduto, il re dei Parti
fece giustiziare colui che lo aveva così maldestramente sostituito all'incontro
con il comandante militare romano. Ecco come racconta l'episodio Plutarco. Silla
soggiornava lungo l'Eufrate, quando venne a trovarlo un certo Orobazo, un
parto, quale ambasciatore del re degli Arsacidi. In passato non c'erano mai
stati rapporti di sorta tra i due popoli. Tra le grandi fortune toccate a
Silla, va ricordata anche questa. Egli fu infatti il primo romano che i Parti
incontrarono, chiedendo alleanza e amicizia. In questa occasione si racconta
che Silla fece disporre tre sgabelli, uno per Ariobarzane I, uno per Orobazo e
uno per sé, e li ricevette mettendosi al centro tra i due. Di questa situazione
alcuni lodano Silla, perché ebbe un contegno fiero di fronte a due barbari,
altri lo accusano di impudenza e vanità oltre misura. Il re dei Parti, da parte
sua, mise poi a morte Orobazo.» (Plutarco, Vita di Silla. Silla lasciò il
Medio Oriente e rientrò a Roma, dove si unì al partito degli oppositori di Gaio
Mario. In quegli anni la Guerra Sociale era al suo culmine. L'aristocrazia
romana si sentiva minacciata dalle ambizioni di Mario che, vicino alle
posizioni del partito popolare, aveva già retto il consolato per 5 anni di
seguito. Nella repressione di quest'ultimo moto di ribellione delle popolazioni
italiche alleate di Roma, Silla si mise particolarmente in luce come brillante
e geniale stratega, eclissando sia Mario sia l'altro console Gneo Pompeo
Strabone (padre di Gneo Pompeo Magno). Una delle sue imprese più famose fu la
cattura di Aeclanum, città degli Irpini, ottenuta incendiando il muro di legno
che difendeva la città assediata. Come conseguenza, ottenne per la prima volta
il consolato, insieme a Quinto Pompeo Rufo. Occupazione militare di
Roma Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra civile romana. Silla,
assunta la carica di console, ricevette poco dopo dal Senato l'incarico di
governare la provincia d'Asia. Durante il governatorato organizzò una nuova
spedizione in Oriente e combatté la prima guerra mitridatica. Si lasciò
tuttavia alle spalle, a Roma, una situazione assai turbolenta. Mario era ormai
vecchio, ma nonostante ciò aveva ancora l'ambizione di essere lui, e non Silla,
a guidare l'esercito romano contro il re del Ponto Mitridate VI. Per ottenere
l'incarico, Mario convinse il tribuno della plebe Publio Sulpicio Rufo a fare
approvare una legge che sottraesse a Silla la guida, già legittimamente
conferitagli, della guerra contro Mitridate e gliela attribuisse. Appresa
la notizia Silla, accampato in quel momento nell'Italia meridionale in attesa
di imbarcarsi per la Grecia, scelse le 6 legioni a lui più fedeli e, alla loro
testa, marciò su Roma. Nessun comandante, in precedenza, aveva mai osato
violare con l'esercito il perimetro della città (il cosiddetto pomerio). La
cosa era talmente contraria alle tradizioni che Silla esentò gli ufficiali dal
parteciparvi. Spaventati da tanta risolutezza, Mario e i suoi seguaci fuggirono
dalla città. Dopo avere preso una serie di provvedimenti per ristabilire la
centralità del Senato come guida della politica romana, Silla lasciò di nuovo
Roma, e riprese la strada della guerra contro Mitridate. Guerra contro
Mitridate in Oriente Lo stesso argomento in dettaglio: Prima guerra
mitridatica. Mitridate (oggi al museo del Louvre). Approfittando
dell'assenza di Silla, Mario riuscì a riprendere il controllo della situazione.
Con il sostegno del console Lucio Cornelio Cinna (suocero di Gaio Giulio
Cesare), ottenne che tutte le riforme e le leggi emanate da Silla fossero
dichiarate prive di validità e che lo stesso Silla fosse ufficialmente
dichiarato «nemico pubblico» e costretto perciò all'esilio. Insieme, Mario e
Cinna eliminarono fisicamente un gran numero di sostenitori di Silla, e furono
eletti consoli Mario morì pochi giorni dopo l'elezione e Lucio Valerio Flacco
fu nominato consul suffectus al suo posto, mentre Cinna rimase a dominare
incontrastato la politica romana, essendo rieletto console negli anni
successivi. Nel frattempo Silla si era recato in Grecia, dove portò alla
caduta Atene. Il comandante romano vendicò quindi l'eccidio asiatico di
Mitridate, compiuto su Italici e cittadini romani, compiendo un'autentica
strage nella capitale attica. Silla proibì, invece, l'incendio della città, ma
permise ai suoi legionari di saccheggiarla. Il giorno seguente il comandante
romano vendette il resto della popolazione come schiavi. Catturato Aristione,
chiese alla città come risarcimento del danno di guerra, circa venti chili di
oro e 600 libbre d'argento, prelevandole dal tesoro dell'Acropoli. Poco dopo fu
la volta del porto di Atene del Pireo. Da qui Archelao decise di fuggire in
Tessaglia, attraverso la Beozia, dove portò ciò che era rimasto della sua
iniziale armata, radunandosi presso le Termopili con quella del condottiero di
origine tracia, Dromichete (o Tassile secondo Plutarco). Con l'arrivo di Silla
in Grecia le sorti della guerra contro Mitridate erano quindi cambiate a favore
dei Romani. Espugnata quindi Atene e il Pireo, il comandante romano ottenne due
successi determinanti ai fini della guerra, prima a Cheronea, dove secondo Tito
Livio caddero ben 700.000 armati del regno del Ponto, e infine a Orcomeno.Mappa
dei movimenti delle armate romane, prima e durante la battaglia combattuta
presso Cheronea Mappa dei movimenti delle armate romane, durante la
battaglia combattuta presso Orchomenos Contemporaneamente, il prefetto della cavalleria,
Flavio Fimbria, dopo aver ucciso il proprio proconsole, Lucio Valerio Flacco, a
Nicomedia prese il comando di un secondo esercito romano. Quest'ultimo si
diresse anch'egli contro le armate di Mitridate, in Asia, uscendone più volte
vincitore, riuscendo a conquistare la nuova capitale di Mitridate, Pergamo, e
poco mancò che non riuscisse a far prigioniero lo stesso re. Intanto Silla
avanzava dalla Macedonia, massacrando i Traci che sulla sua strada gli si erano
opposti. Quando Mitridate seppe della sconfitta a Orcomeno, rifletté
sull'immenso numero di armati che aveva mandato in Grecia fin dal principio, e
il continuo e rapido disastro che li aveva colpiti. In conseguenza di ciò,
decise di mandare a dire ad Archelao di trattare la pace alle migliori
condizioni possibili. Quest'ultimo ebbe allora un colloquio con Silla in cui
disse: Tuo padre era amico di re Mitridate, o Silla. Fu coinvolto in questa
guerra a causa della rapacità degli altri comandanti romani. Egli chiede di
avvalersi del tuo carattere virtuoso per ottenere la pace, se gli accorderai
condizioni eque. Appiano, Guerre mitridatiche) Dopo una serie di
trattative iniziali, Mitridate e Silla si incontrarono a Dardano, dove si
accordarono per un trattato di pace, che costringeva Mitridate a ritirarsi nei
confini antecedenti la guerra, ma ottenendo in cambio di essere ancora una
volta considerato «amico del popolo romano». Un espediente per Silla, per poter
tornare nella capitale a risolvere i suoi problemi personali, interni alla
Repubblica romana. Si racconta che Silla, prima di tornare in Italia, ebbe un
secondo incontro con ambasciatori del re dei Parti, i quali gli predissero che
«divina sarebbe stata la sua vita e la sua fama». Allora Silla decise di
tornare in Italia, sbarcando a Brindisi con 300.000 armati.Il ritorno a Roma,
la dittatura e le liste di proscrizione Lo stesso argomento in dettaglio:
Proscrizione sillana. Possibile ritratto di Silla (copia di un originale,
oggi conservata presso la Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen).
L'identificazione è stata avanzata dall'archeologo tedesco Klaus Fittschen. Quando
fu raggiunto dalla notizia della morte di Cinna, nell'84 a.C., lasciò l'Oriente
e si mise in marcia verso Roma, ottenendo l'appoggio, tra gli altri, del
giovane Gneo Pompeo Magno. Dopo un periodo iniziale di stasi delle operazioni
militari, nel novembre dell'82 a.C. Silla ottenne la vittoria decisiva
sconfiggendo nella Battaglia di Porta Collina un grande esercito costituito
dalle legioni della fazione dei populares e dalle agguerrite truppe sannite al
comando di Ponzio Telesino. L'esito di questa battaglia fu determinato in modo
risolutivo dall'azione del futuro triumviro Marco Licinio Crasso che al comando
dell'ala destra sbaragliò le forze nemiche, mentre Silla era in grave
difficoltà sull'ala sinistra. Subito dopo la battaglia, essendo morti
entrambi i consoli, Silla fu eletto dittatore[56] a tempo indeterminato dai
comizi centuriati con la Lex Valeria de Sulla dictatore: i suoi poteri
comprendevano il diritto di vita e di morte, la possibilità di presentare
leggi, di effettuare confische, di fondare città e colonie, di scegliere i
magistrati. Fu sulla base di questi poteri che Silla realizzò
un'articolata serie di riforme, che, nelle sue intenzioni, dovevano risolvere
la crisi in cui si dibatteva da decenni lo Stato romano. Divenuto padrone
assoluto della città, Silla instaurò un vero e proprio regno del terrore, mettendo
al bando e dichiarando fuori legge (prima proscrizione) tutti gli oppositori
politici, offrendo ricompense a chi li avesse uccisi. I più colpiti furono i
cavalieri, che erano sempre stati ostili a Silla e che presero potere grazie
alla riforma del proletariato: ne furono uccisi 2.600 e i loro beni, messi
all'asta a prezzi irrisori, finirono nelle tasche dei Sillani. Il giovane
Gaio Giulio Cesare, come genero di Cinna, fu costretto ad abbandonare
precipitosamente la città, ma ebbe salva la vita grazie all'intercessione di
alcuni amici influenti, soprattutto della cugina Cornelia, figlia di Silla, e
del marito di lei Mamerco Emilio Lepido, princeps senatus. Silla annotò poi
nelle proprie memorie di essersi pentito di averlo risparmiato ("e sia, lo
risparmierò, ma vi avverto, in lui vedo mille volte Mario", frase citata
in Svetonio, Vita di Cesare, edizioni Laterza), viste le ben note ambizioni
politiche del giovane. Una vittima delle sue proscrizioni, con una morte
particolarmente violenta e crudele fu Marco Mario Gratidiano, del quale si
racconta che fosse decapitato da suo cognato Catilina anche se, in un frammento
delle Storie, Sallustio non menziona Catilina nel descrivere la morte: a
Gratidiano, dice, «la vita era sfuggita da lui pezzo per pezzo: le gambe e le
braccia gli sono state spezzate e gli occhi cavati». La circostanza che
l'uccisione avvenisse presso la tomba di Catulo ha fatto pensare gli storici
che si trattasse non di una semplice crudele vendetta ma di un vero e proprio
sacrificio umano rituale per pacificare un antenato morto, riprendendo l'uso di
sacrifici umani a Roma, documentati in tempi storici da Andrew Lintott, seppure
da 15 anni fossero stati vietati. Il nuovo ordine Ormai rimasto senza
vere opposizioni, Silla attuò una serie di riforme tese a mettere il controllo
dello Stato saldamente nelle mani del Senato, allargato per l'occasione da 300
a 600 senatori. La nomina a senatore fu resa, inoltre, automatica al
raggiungimento della carica di questore, mentre prima era demandata alla scelta
dei censori. Per evitare l'accumulo di poteri si stabilì un limite minimo di
età per le varie magistrature: trent'anni per i questori, quaranta per i
pretori, ecc. Il potere dei tribuni della plebe fu inoltre fortemente
ridimensionato: le loro proposte dovevano essere approvate preventivamente dal
Senato e il loro diritto di veto limitato. Il potere giudiziario fu restituito
al Senato, sia per i reati più gravi sia per le cause di corruzione che la
riforma graccana aveva demandato ai cavalieri. In definitiva tutte le sue
azioni erano animate dall'intento di restituire al partito aristocratico il
controllo della città. Introdusse inoltre la legge per cui i vincitori di
corone militari di grado pari o superiore alla civica sarebbero stati ammessi di
diritto in senato indipendentemente dall'età, questo fu il motivo per cui Gaio
Giulio Cesare all'età di vent'anni ebbe accesso al Senato. Il ritiro dalla
vita politica Cronologia Vita di Lucio Cornelio Silla Nasce a Roma a.C.nominato questore di Gaio Mario fine
della Guerra Giugurtina legatus di Mario nella Gallia Ulteriore legatus di
Quinto Lutazio Catulo nella Gallia Ulteriore sconfigge i Cimbri nella Battaglia
dei Campi Raudii (Vercelli) eletto pretore urbano governatore della Cilicia comandante
nelle Guerre Sociali consolato insieme a Quinto Pompeo Rufo e successiva
occupazione di Roma e messa fuori legge di Mario spedizione in Medio Oriente
contro Mitridate VI del Ponto .messo fuori legge da Mario ritorna a Roma e la
occupa con la forza per la seconda volta eletto dittatore consolato insieme a
Quinto Cecilio Metello Pio 79 a.C.si dimette dal consolato e si ritira a vita
privata muore per cause naturali in Campania nella sua villa di Cuma Nella sua
veste di dittatore a vita Silla venne eletto console per la seconda volta
Cresceva intanto l'insofferenza verso gli eccessi compiuti dai suoi uomini. Un
suo liberto fu denunciato in un processo, e sconfitto grazie alle arringhe del
giovane Cicerone. Silla, sorprendendo tutti, l'anno successivo decise di
abbandonare la politica per rifugiarsi nella propria villa di campagna, con
l'intento di accingersi a scrivere le proprie memorie e riflessioni.
Quando si ritirò a vita privata, pare che attraversando la folla sbigottita uno
dei passanti si mise a ingiuriarlo. Silla si limitò a rispondergli, beffardo:
«Avresti avuto lo stesso coraggio a dirmi queste cose quando ero al potere?. E
alla fine, personaggio dall'indole spietata e ironica allo stesso tempo,
confidò ad uno dei suoi amici: «Imbecille! Dopo questo gesto, non ci sarà
più alcun dittatore al mondo disposto ad abbandonare il potere]» Plutarco
nelle Vite parallele lo rappresenta come il vizio, narrando che fosse
circondato da una variopinta corte di attori, ballerini e prostitute, fra cui
un certo Metrobio, e che gli dei per punizione lo fecero ammalare di lebbra.
Dopo aver terminato le sue riforme, si ritirò a vita privata. In compagnia di
questa allegra brigata, Sulla Felix fino all'ultimo respiro, morì probabilmente
di cancro. Lasciò vedova e incinta la sua ultima moglie, Valeria Messalla, che
qualche mese dopo partorì una figlia, Cornelia Postuma. Com'era allora
d'uso presso i potenti di Roma, lui stesso dettò l'epitaffio che aveva voluto
s'incidesse sul suo monumento funebre: Nessun amico mi ha reso servigio,
nessun nemico mi ha recato offesa, che io non abbia ripagati in pieno.»
Conseguenze dell'operato politico di Silla I problemi politici e sociali che
avevano portato alla guerra civile non erano però affatto risolti. Silla aveva
ristabilito l'ordine oligarchico in virtù della forza derivatagli dagli
eserciti, al cui appoggio avrebbero ricorso sia i sostenitori sia gli avversari
del nuovo corso da lui instaurato. Da Silla in poi la vita politica e civile
dello Stato fu perciò condizionata pesantemente dall'elemento militare:
disporre di un esercito da usare contro gli avversari e, se si rivelasse
necessario, contro le stesse istituzioni romane, divenne l'obiettivo principale
dei più ambiziosi capi politici che aspiravano al potere. Il sistema
costituzionale romano uscì distrutto dalla guerra civile. E l'esempio di Silla
trovò presto un imitatore d'eccezione proprio in un uomo che aveva idee opposte
alle sue: Giulio Cesare. Matrimoni e discendenza Silla si sposò cinque
volte: Giulia, chiamata anche Ilia. Probabilmente una parente di Giulio Cesare,
si sposarono e lei morì., probabilmente di parto. Ebbero una figlia e un
figlio: Cornelia, che fu madre di Pompea Silla, terza moglie di Giulio Cesare.
Lucio Cornelio Silla, che morì giovane. Elia, da cui non ebbe figli. Clelia, da
cui divorziò con l'accusa di sterilità. Cecilia Metella Dalmatica. Si sposarono.
Ebbero due figli e una figlia: Fausto Cornelio Silla. Gemello di Fausta,
questore Fausta Cornelia. Gemella di Fausto, madre di Gaio Memmio, console
suffetto Lucio Cornelio Silla. Morì giovane poco prima della madre.Valeria
Messalla. Si sposarono e fu l'ultima moglie di Silla, che morì nello stesso
anno. Ebbero una figlia: Cornelia Postuma. Nata alcuni mesi dopo la morte del
padre, si presume sia morta prima dell'età da matrimonio. Note Esplicative ^
Chiamata anche Ilia Le figure di Giulia/Ilia ed Elia potrebbero
coincidere (vd. infra). Plutarco, Sull.; Brizzi; Hinard; contra Keaveney,
secondo il quale deriverebbe da sura, «polpaccio»; cfr. Quintiliano, Inst.). Noto
anche semplicemente come Silla, nome che probabilmente deriva dalla corruzione
della grafia originaria del suo cognome (SVILLA). Il cognome aggiuntivo (in
latino agnomen) Felix fu aggiunto quando già era al termine della carriera, a
motivo della sua quasi leggendaria fortuna come condottiero. Plutarco, Sull.,
1, 1; Sallustio, Iug., Plutarco, Sull.; Brizzi; Hinard; Telford, Brizzi; Hinard
Brizzi Livio, Brizzi; Hinard Hinard; Telford, Livio Brizzi; Hinard; Keaveney
Brizzi; Hinard; Appiano, Mith. Plutarco, Sull.; Brizzi; Hinard; Keaveney Per
maggior informazioni sul busto e la sua storia si rimanda ai seguenti link: The
General Publius Cornelius Scipio Africanus?, su ancientrome.ru. The General
Publius Cornelius Scipio Africanus?, su ancientrome.ru. Keaveney Hinard
Sallustio, Iug., Hinar; Keaveney Brizzi; Keaveney Brizzi; Hinard, suppone anche
la partecipazione a un'associazione bacchica; Keaveney Brizzi; Hinard; Keaveney
Plutarco, Sull., Brizzi; Hinard; Keaveney Telford, Brizzi; Hinard Plutarco,
Sull.; Brizzi; Hinard Hinard Plutarco, Sull.; Hinard 2003, p. 21; Keaveney Sheldon
Livio, Periochae ab Urbe condita Piganiol Brizzi, Storia di Roma. 1. Dalle
origini ad Azio, Bologna Livio, Periochae ab Urbe condita libri Appiano, Guerre
mitridatiche Plutarco, Vita di Silla, Appiano, Guerre mitridatiche Appiano,
Guerre mitridatiche, Appiano, Guerre mitridatiche, Plutarco, Vita di Silla,
Floro, Compendio di Tito Livio, Livio, Periochae ab Urbe condita libri Appiano,
Guerre mitridatiche, Plutarco, Vita di Silla, Livio, Periochae ab Urbe condita
libri Plutarco, Vita di Silla Appiano, Guerre mitridatiche, Appiano, Guerre
mitridatiche, Livio, Periochae ab Urbe condita libri, Cassio Dione Cocceiano,
Storia romana, Velleio Patercolo, Historiae Romanae ad M. Vinicium libri duo,
Livio, Periochae ab Urbe condita libri, Livio, Periochae ab Urbe condita libri Appiano,
Guerre mitridatiche Velleio Patercolo, Historiae Romanae ad M. Vinicium libri
duo, Per ulteriori informazioni: ancientrome.ru/art/artworken/img. La carica di
dittatore non era stata ricoperta da alcun politico romano l'ultimo dittatore
era stato Gaio Servilio Gemino. Appiano, Guerre civili Lucio Cornelio Silla,
romanoimpero. In principio ci fu Silla. È noto che egli fu modello a Cesare per
tanti aspetti del suo agire, dall’uso spregiudicato di un esercito ormai
politicizzato alla marcia su Roma, dalla dittatura (sia pure a tempo
indeterminato, e non perpetua) al mantenimento dell’immissione dei neocittadini
italici in tutte le tribù; così, anche in campo storiografico è difficile
concepire la genesi dei commentarii di Cesare senza il precedente
sillano": Zecchini Giuseppe, Cesare: commentarii, historiae, vitae, Aevum:
rassegna di scienze storiche, linguistiche e filologiche: Milano: Vita e
Pensiero, Plutarco, Vita di Silla Dufallo, Basil John Ciceronian oratory and
the ghosts of the past. University of Michigan: UCLA. Bibliografia Fonti
antiche Appiano, Guerre civili, in Storia romana (versione inglese) Appiano,
Guerre mitridatiche, in Storia romana.(QUI la versione inglese Internet
Archive. Dione Cassio, Storia romana. versione inglese. Floro, Flori Epitomae
Liber primus (testo latino) . Tito Livio, Ab Urbe condita libri, Periochae
(testo latino) . Tito Livio, Periochae (testo latino), in Ab Urbe condita libri
Plutarco, Vita di Silla, in Vite parallele. QUI la versione inglese Plutarco,
Le Vite parallele di Plutarco, volgarizzate da Marcello Adriani il Giovane, a
cura di Francesco Cerroti e Giuseppe Cugnoni, traduzione di Marcello Adriani il
Giovane, III, Firenze, Le Monnier, Plutarco, Lisandro; Silla, introduzione di
Luciano Canfora, traduzione e note di Federicomaria Muccioli (per Lisandro), introduzione
di Arthur Keaveney, traduzione e note di Lucia Ghilli (per Silla), con
contributi di Barbara Scardigli e Mario Manfredini, Milano, BUR. Quintiliano,
Institutio oratoria. Sallustio, Bellum Iugurthinum. Strabone, Geografia, XII.
QUI la versione inglese Valerio Massimo, Factorum et dictorum memorabilium
libri QUI la versione latina. Velleio Patercolo, Historiae Romanae Ad M.
Vinicium Libri Duo (testo latino) .QUI la versione inglese. Fonti
storiografiche moderne Giuseppe Antonelli, Mitridate, il nemico mortale di
Roma. La vicenda umana e politica del principe orientale che ha avuto il
coraggio di opporsi all'imperialismo di Roma, Roma, Newton Compton, Ernst
Badian, Lucius Sulla: The Deadly Reformer, Sydney, University Press, Giovanni
Brizzi, Storia di Roma, I: Dalle origini ad Azio, Bologna, Patron, Giovanni
Brizzi, Silla, prefazione di François Hinard, Roma, Rai-ERI, Jérôme Carcopino,
Silla o la monarchia mancata, traduzione di Anna Rossi Cattabiani, introduzione
di Mario Attilio Levi, consulenza storica di Federico Ceruti, Milano, Rusconi,
Hinard, Silla, traduzione di Anna Rosa Gumina, Il Giornale, Roma, Salerno,
Keaveney, Silla, traduzione di Katia Gordini, Milano, Bompiani, André Piganiol,
Le conquiste dei Romani, traduzione di Filippo Coarelli, Milano, Il Saggiatore,
Rose Mary Sheldon, Le guerre di Roma contro i Parti, Traduzione dall'inglese di
Pasquale Faccia, Gorizia, LEG, Lynda Telford, Sulla: A Dictator Reconsidered,
Pen et Sword, Voci correlate Catilina Gens Cornelia Console romano Dittatore
romano Pretore (storia romana) Altri progetti Collabora a Wikiquote Wikiquote
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line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Mario Attilio Levi, SILLA, Lucio
Cornelio, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Silla,
Lucio Cornelio, in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,
Ernesto Valgiglio, Sulla, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica,
Inc. Ernesto Valgiglio, Sulla, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia
Britannica, Inc. Opere di Lucio Cornelio Silla, su PHI Latin Texts, Packard
Humanities Institute. Lucio Cornelio Silla / Lucio Cornelio Silla (altra
versione), su Goodreads. luciuscorneliussylla.fr, su luciuscorneliussylla Estratti dal libro di Carcopino su Silla, su
ilpalo L. Cornelius Sulla, Sylla, su noctes-gallicanae.org. Mario e Silla, su
janusquirinus.org. Predecessore Console romano Successore Gneo Pompeo Strabone,
Lucio Porcio Catone con Quinto Pompeo Rufo Lucio Cornelio Cinna I, Gneo
OttavioI Gneo Cornelio Dolabella, Marco Tullio Decula80 a.C. con Quinto Cecilio
Metello Pio Appio Claudio Pulcro, Publio Servilio Vatia IsauricoII V D M
Plutarco Antica Roma Portale Biografie Portale
Ellenismo Portale Storia Categorie: Militari romaniMilitari del II
secolo a.C.Militari Romani del II secolo a.C.Romani Morti Nati a Roma Morti a
Cuma Lucio Cornelio Silla Consoli repubblicani romani Dittatori romaniSenatori
romani Cornelii Auguri Tresviri monetales Governatori romani dell'AsiaPersone
delle guerre mitridatiche [altre] Gamerra Mozart, Attori ATTORI Lucio
SILLA, dittatore TENORE GIUNIA, figlia di Cajo Mario, e promessa sposa di
SOPRANO CECILIO, senatore proscritto SOPRANO Lucio CINNA, patrizio romano amico
di Cecilio, e nemico occulto di Lucio Silla SOPRANO CELIA, sorella di Lucio
Silla SOPRANO AUFIDIO, tribuno amico di Lucio Silla TENORE Guardie. Senatori,
Nobili, Soldati, Popolo, Donzelle. La scena è in Roma nel palazzo di L. Silla,
e ne' luoghi contigui al medesimo. Altezze reali Lucio Silla Altezze reali Non
ommetteremmo la possibile diligenza per sperare, che il presente
spettacolo rimeritar possa il generoso gradimento delle aa. vv. rr. Degnatevi
perciò di riguardarlo con quella benignità, di cui ne abbiamo tante prove, ed
animati da tal lusinga con profondissimo ossequio ci protestiamo di aa. vv. rr.
divotiss. obbligatiss. servitori Gli associati nel Regioducal teatro. Gamerra
/Moza Argomento Son note nell'istoria le inimicizie di Lucio Silla, e di Mario.
È palese altresì il modo con cui il primo trionfò del suo emulo. Non può a
Silla negarsi il vanto di gran guerriero felice in tutte le sue marziali
intraprese. Ma co' la crudeltà, coll'avarizia, co' la volubilità, e co' le
dissolutezze adombrò la gloria del proprio valore. I molti suoi amori lo
caratterizzarono per uomo celebre nella galanteria, quanto glorioso nell'armi,
e questa inclinazione, come ci assicura Plutarco, gli fu compagna fino nell'età
sua più avanzata. Lucio Cinna, da esso innalzato a sommi onori co' la promessa
di secondarlo, e d'assisterlo, celò poi contro di lui sotto le sembianze
dell'amicizia un odio il più implacabile. Aufidio tribuno, menzognero
adulatore, fu quello, che precipitar facea Silla negl'eccessi i più vergognosi.
Fra l'incostanza, l'avarizia, e la crudeltà, che lo dominavano, era soggetto
talora a quei rimorsi, che non si allontanano da un core, in cui per anche non
si sono affatto estinti i lumi della ragione, e gl'impulsi della virtù. Odioso
a tutta Roma lo resero le stragi, l'usurpatasi dittatura, la proscrizione, e la
morte di tanti cittadini, ma degna fu d'ogni encomio la volontaria sua
abdicazione, per
cui cedette le insegne di dittatore,
richiamando in Roma tutti
i proscritti, e anteponendo
all'impero, e alle grandezze la tranquillità d'una
oscura vita privata. Dall'istoria non meno rilevasi, che la famiglia dei
Cecili fu sempre affezionatissima al partito di Caio Mario. (Plutarco in Syll.)
Da tali istorici fondamenti è tratta l'azione di questo dramma, la quale è per
verità fra le più grandi, come ha sensatamente osservato il sempre celeste, e
inimitabile sig. abate Pietro Metastasio, che co' la sua rara affabilità s'è
degnato d'onorare il presente drammatico componimento d'una pienissima
approvazione. Allorché questa proviene dalla meditazion profonda, e dalla
lunga, e gloriosa esperienza dell'unico maestro dell'arte, esser deve ad un
giovane autore il maggior d'ogni elogio. Atto primo Lucio Silla ATTO PRIMO
[Ouverture] Molto allegro (re maggiore) / Andante (la maggiore) Archi, 2 oboe,
2 corni, 2 trombe, timpani. Scena prima Solitario recinto sparso di molti
alberi con rovine d'edifizi diroccati. Riva del Tebro. In distanza veduta del
monte Quirinale con piccolo tempio in cima. Cecilio, indi Cinna. Recitativo
CECILIO Ah ciel, l'amico Cinna qui attendo invan. L'impazienza mia cresce nel
suo ritardo. Oh come mai è penoso ogn'istante al core uman se pende fra la
speme, e il timor! I dubbi miei... ma non m'inganno. Ei vien. Lode agli dèi.
CINNA Cecilio, oh con qual gioia pur ti riveggio! Ah lascia, che un pegno io
t'offra or che son lieto appieno, d'amistate, e d'affetto in questo seno.
CECILIO Quanto la tua venuta accelerò coi voti l'inquieta alma mia. Quai non
produsse la tua tardanza in lei smanie, e spaventi, e quali immagini funeste
s'affollano al pensier. L'alma agitata s'affanna, si confonde... CINNA Il mio
ritardo altro motivo asconde. Tutto da me saprai. CECILIO Deh non t'offenda
l'impazienza mia... Giunia, la cara, la fida sposa è sempre tutt'amor, tutta fé?
Que' dolci affetti, ch'un tempo mi giurò, rammenta adesso? È 'l suo tenero core
anche l'istesso? CINNA Ella estinto ti piange... 6 / 52 www.librettidopera.it
G. De Gamerra / W. A. Mozart, 1772 Atto primo CECILIO Ah come?... Ah dimmi!
Dimmi: e chi tal menzogna osò d'immaginar? CINNA L'arte di Silla per trionfar
del di lei fido amore. CECILIO A consolar si voli il suo dolore. (in atto di
partire) CINNA Deh, t'arresta. E non sai, che 'l tuo ritorno è così gran
delitto, che guida a morte un cittadin proscritto? CECILIO Per serbarmi una
vita, ch'odio senza di lei, dunque lasciar potrei la sposa in preda a un
ingiusto, a un crudel? CINNA M'ascolta. E dove, di riveder tu speri la tua
Giunia fedel? nel proprio tetto Silla la trasse... CECILIO E Cinna ozioso spettator
soffrì?... CINNA Che mai solo tentar potea? Pur troppo è vano il contrastar con
chi ha la forza in mano. CECILIO Dunque, nemici dèi di riveder la sposa più
sperar non poss'io? CINNA M'odi. Non lungi da questa ignota parte il tacito
recinto ergesi al ciel, che nelle mute soglie de' trapassati eroi le tombe
accoglie. CECILIO Che far degg'io? CINNA Passarvi per quel sentiero ascoso, che
fra l'ampie rovine a lui ne guida. CECILIO E colà che sperar? CINNA Sai che
confina col palazzo di Silla. In lui sovente da' fidi suoi seguita fra 'l dì
Giunia vi scende. Ivi sovente alla mest'urna accanto del genitor, la suol
bagnar di pianto. Continua nella pagina seguente. Atto primo Lucio Silla CINNA
Sorprenderla potrai. Potrai nel seno farle destar la speme, che già s'estinse,
e consolarvi insieme. CECILIO Oh me beato! CINNA Altrove co' molti amici in tua
difesa uniti frattanto io veglierò. Gli dèi oggi render sapran dopo una lunga
vil servitù penosa la libertà a Roma, a te la sposa. [N. 1 Aria] Allegro (si
bemolle maggiore) Archi, 2 oboe, 2 corni, 2 trombe. CINNA Vieni ov'amor
t'invita vieni, che già mi sento del tuo vicin contento gli alti presagi in
sen. Non è sempre il mar cruccioso, non è sempre il ciel turbato, ride alfin,
lieto e placato fra la calma, ed il seren. (parte) Scena seconda Cecilio solo.
Recitativo accompagnato Andante (sol maggiore) / Allegro / Andantino / Allegro
/ Adagio Archi. CECILIO Dunque sperar poss'io di pascer gli occhi miei nel
dolce idolo mio? Già mi figuro la sua sorpresa, il suo piacer. Già sento
suonarmi intorno i nomi di mio sposo, mia vita. Il cor nel seno col palpitar mi
parla de' teneri trasporti, e mi predice... Oh ciel sol fra me stesso qui di
gioia deliro, e non m'affretto la sposa ad abbracciar? Ah forse adesso sul
morir mio delusa priva d'ogni speranza, e di consiglio lagrime di dolor versa
dal ciglio! 8 / 52 www.librettidopera.it Gamerra / Mozart, 1772 Atto primo [N.
2 Aria] Allegro aperto (fa maggiore) Archi, 2 oboe, 2 corni. CECILIO Il
tenero momento premio di tanto amore già mi dipinge il core fra i dolci suoi
pensier. E qual sarà il contento, ch'al fianco suo m'aspetta, se tanto ora
m'alletta l'idea del mio piacer? Scena terza Appartamenti destinati a Giunia,
con statue delle più celebri donne romane. Silla, Celia, Aufidio, e Guardie.
Recitativo SILLA A te dell'amor mio, del mio riposo Celia, lascio il pensier.
Rendi più saggia l'ostinata di Mario altera figlia. E a non sprezzarmi alfin tu
la consiglia. CELIA German sai, che finora tutto feci per te. Vuò lusingarmi di
vederla cangiar. AUFIDIO Quella superba co' le preghiere, e coi consigli invano
sia che si tenti. Un dittator sprezzato, che da Roma, e dal mondo inter
s'ammira, s'altro non vale, usi la forza, e l'ira. SILLA E la forza userò. La
mia clemenza non mi fruttò che sprezzi, e ingiuriose repulse d'una femmina
ingrata. In questo giorno mi segua all'ara, e paghi renda gli affetti miei. O
'l nuovo sol non sorgerà per lei. CELIA Ah Silla, ah mio germano per tua
cagione io tremo, se trasportar ti lasci a questo estremo. Pur troppo, ah sì
pur troppo la violenza è spesso madre fatal d'ogni più nero eccesso. Atto primo
Lucio Silla SILLA Da tentar che mi resta, se ostinata colei mi fugge, e
sprezza? CELIA Adoprar tu sol devi arte, e dolcezza. S'è ver, che sul tuo core
vantai finor qualche possanza, ah lascia, che da Giunia me n' corra. Ella fra
poco da te verrà. L'ascolta forse sia che una volta cangi pensier. SILLA Di mia
clemenza ancora prova farò. Giunia s'attenda, e seco, parli lo sposo in me. Ma
non s'abusi dell'amor mio, di mia bontade, e tremi, se Silla alfine inesorabil
reso favellerà da dittatore offeso. CELIA German di me ti fida. Oggi più saggia
Giunia sarà. Finora una segreta speme forse il cor le nutrì. Se cadde estinto
lo sposo suo, più non le resta omai amorosa lusinga. I preghi tuoi cauto
rinnova. Un amator vicino se d'un lontan trionfa, il trionfare d'un amator, che
già di vita è privo, è più agevole impresa a quel, ch'è vivo. [N. 3 Aria]
Grazioso (do maggiore) / Allegretto / Grazioso Archi. CELIA Se lusinghiera
speme pascer non sa gli amanti anche fra i più costanti languisce fedeltà. Quel
cor sì fido e tenero, ah sì quel core istesso così ostinato adesso quel cor si
piegherà. (parte) 10 / 52 www.librettidopera.it G. De Gamerra / W. A. Mozart,
1772 Atto primo Scena quarta Silla, Aufidio, e Guardie. Recitativo AUFIDIO
Signor, duolmi vederti ai rifiuti, agl'insulti esposto ancor. Alle preghiere
umili s'abbassi un cor plebeo. Ma Silla, il fiero terror dell'Asia, il vincitor
di Ponto l'arbitro del senato, e che si vide un Mitridate al suo gran piè
sommesso, s'avvilirà d'una donzella appresso? SILLA Non avvilisce amore un
magnanimo core, o se 'l fa vile, infra gli eroi, che le provincie estreme han
debellate, e scosse, un sol non vi saria, che vil non fosse. In questo giorno,
amico, sarà Giunia mia sposa. AUFIDIO Ella sen viene. Mira in quel volto
espresso un ostinato amore, un odio interno, un disperato duolo. SILLA
Ascoltarla vogl'io. Lasciami solo. (Aufidio parte) Scena quinta Silla, Giunia,
e Guardie. SILLA Sempre dovrò vederti lagrimosa e dolente? Il tuo bel ciglio
una sol volta almeno non fia che si rivolga a me sereno? Cielo! tu non
rispondi? Sospiri? ti confondi? ah sì, mi svela perché così penosa t'agiti,
impallidisci, e scansi ad arte d'incontrar gli occhi tuoi negli occhi miei.
GIUNIA Empio, perché sol l'odio mio tu sei. SILLA Ah no, creder non posso, che
a danno mio s'asconda sì fiera crudeltà nel tuo bel core. Hanno i limiti suoi
l'odio, e l'amore. Atto primo Lucio Silla GIUNIA Il mio non già. Quant'amerò lo
sposo, tanto Silla odierò. Se fra gli estinti l'odio giunge, e l'amor, dentro
quest'alma che ad onta tua non cangerà giammai, egli il mio amor, tu l'odio mio
sarai. SILLA Ma dimmi: in che t'offesi per odiarmi così? che non fec'io,
Giunia, per te? La morte il genitor t'invola, ed io ti porgo nelle mie mura
istesse un generoso asilo. Ogni dovere dell'ospitalità qui teco adempio, e pur
segui ad odiarmi, e Silla è un empio? GIUNIA Stender dunque dovrei le braccia
amanti a un nemico del padre? E ti scordasti quanto contro di lui barbaro
oprasti? In doloroso esiglio fra i cittadin più degni languisce, e more alfin
lo sposo mio, e chi n'è la cagione amar degg'io? Per tua pena maggior, di novo
il giuro, amo Cecilio ancor. Rispetto in lui benché morto, la scelta del genitor.
Se l'inuman destino dal fianco mio lo tolse per secondare il tuo perverso amore
ah sì, viverà sempre in questo core. SILLA Amalo pur superba, e in me detesta
un nemico tiranno. Or senti. In faccia di tanti insulti io voglio tempo
lasciarti al pentimento. O scorda un forsennato orgoglio, un inutile affetto,
un odio insano, o a seguir ti prepara nell'Erebo fumante, e tenebroso l'ombra
del genitor, e dello sposo. GIUNIA Coll'aspetto di morte del gran Mario una
figlia presumi d'avvilir? Non avria luogo nell'alma tua la speme ché oltraggia
l'amor mio se provassi, inumano, di che capace è un vero cor romano. Atto primo
SILLA Meglio al tuo rischio, o Giunia, pensa, e risolvi. Ancora un resto di
pietade sol perché t'amo ascolto. Ah sì meglio risolvi... GIUNIA Ho già
risolto. Del genitore estinto ognora io voglio rispettare il comando; sempre
Silla aborrire, sempre adorar lo sposo, e poi morire. [Aria] Andante ma adagio
(mi bemolle maggiore) / Allegro / Adagio / Allegro Archi, 2 oboe, 2 corni, 2
trombe. GIUNIA Dalla sponda tenebrosa vieni o padre, o sposo amato d'una
figlia, e d'una sposa a raccor l'estremo fiato. Ah tu di sdegno, o barbaro
smani fra te, deliri, ma non è questa, o perfido la pena tua maggior. Io sarò
paga allora di non averti accanto, tu resterai frattanto coi tuoi rimorsi al
cor. (parte) Scena sesta Silla, e Guardie. Recitativo SILLA E tollerare io
posso sì temerari oltraggi? A tante offese non si scuote quest'alma? E che la
rese insensata a tal segno? Un dittatore così s'insulta, e sprezza da folle
donna audace?... E pure, oh mio rossor! e pur mi piace! www.librettidopera.it
13 / 52 Atto primo Lucio Silla Recitativo accompagnato Allegretto (do maggiore)
/ Allegro assai Archi. SILLA Mi piace? E il cor di Silla della sua debolezza
non arrossisce ancora? Taccia l'affetto, e la superba mora. Chi non mi cura
amante disdegnoso mi tema. A suo talento crudel mi chiami. Aborra la mia
destra, il mio cor, gli affetti miei, a divenir tiranno in questo dì comincerò
da lei. [N. 5 Aria] Allegro (re maggiore) Archi, 2 oboe, 2 corni, 2 trombe,
timpani. SILLA Il desìo di vendetta, e di morte sì m'infiamma, e sì m'agita il
petto, che in quest'alma ogni debole affetto disprezzato si cangia in furor.
Forse nel punto estremo della fatal partita mi chiederai la vita, ma sarà il
pianto inutile, inutile il dolor. Andante (fa maggiore / la minore) Archi, 2
oboe. Scena settima Luogo sepolcrale molto oscuro co' monumenti degli eroi di
Roma. Cecilio solo. Recitativo accompagnato Andante (la minore) / Allegro assai
/ Andante / Presto / Adagio Archi, 2 oboe, 2 fagotti, 2 corni, 2 trombe.
CECILIO Morte, morte fatal della tua mano ecco le prove in queste gelide tombe.
Eroi, duci, regnanti che devastar la terra, angusto marmo or qui ricopre, e
serra. Già in cento bocche, e cento dei lor fatti echeggiò stupito il mondo. E
or qui gl'avvolge un muto orror profondo. Continua nella pagina seguente. Atto
primo CECILIO Oh dèi!... chi mai s'appressa? Giunia... la cara sposa?... Ah non
è sola; m'asconderò, ma dove? Oh stelle! in petto qual palpito!... qual
gioia!... e che far deggio? Restar?... partire?... oh ciel! Dietro a quest'urna
a respirar mi celo. (parte) Scena ottava S'avanza Giunia col séguito di
Donzelle, e di Nobili al lugubre canto del seguente: [N. 6 Coro e arioso]
Andante mosso (mi bemolle maggiore) Archi, 2 oboe, 2 fagotti, 2 corni, 2
trombe. CORO Fuor di queste urne dolenti deh n'uscite alme onorate, e sdegnose
vendicate la romana libertà. Molto Adagio (do minore) Archi, 2 oboe, 2 fagotti.
GIUNIA O del padre ombra diletta se d'intorno a me t'aggiri, i miei pianti, i
miei sospiri deh ti movano a pietà. Allegro (mi bemolle maggiore) Archi, 2
oboe, 2 fagotti, 2 corni, 2 trombe. CORO Il superbo, che di Roma stringe i
lacci in Campidoglio, rovesciato oggi dal soglio sia d'esempio ad ogni età. Atto
primo Lucio Silla Recitativo accompagnato ... (mi bemolle maggiore) Archi.
GIUNIA Se l'empio Silla, o padre fu sempre l'odio tuo finché vivesti, perché
Giunia è tua figlia, perché il sangue romano ha nelle vene supplice innanzi
all'urna tua sen viene. Tu pure ombra adorata del mio perduto ben vola, e
soccorri la tua sposa fedel. Da te lontana di questa vita amara odia l'aura
funesta... (esce il séguito) Scena nona Cecilio, e detta. Recitativo CECILIO
Eccomi, o cara. GIUNIA Stelle!... io tremo!... che veggio? Tu sei?... forse
vaneggio? Forse una larva, o pur tu stesso? Oh numi! M'ingannate, o miei
lumi?... Ah non so ancor se a questa illusion soave io m'abbandono!...
Dunque... tu sei... CECILIO Il tuo fedele io sono. [N. 7 Duetto] Andante (la
maggiore) / Molto allegro Archi, 2 oboe, 2 corni. GIUNIA D'Eliso in sen
m'attendi ombra dell'idol mio, ch'a te ben presto, oh dio fia, che m'unisca il
ciel. CECILIO Sposa adorata, e fida sol nel tuo caro viso ritrova il dolce
Eliso quest'anima fedel. GIUNIA Sposo... oh dèi! tu ancor respiri? CECILIO
Tutto fede, e tutto amor. GIUNIA E CECILIO Fortunati i miei sospiri, fortunato
il mio dolor. GIUNIA Cara speme! Atto primo CECILIO Amato bene. (si prendon per
mano) Insieme GIUNIA Or ch'al mio seno caro tu sei m'insegna il pianto
degl'occhi miei ch'ha le sue lagrime anche il piacer. CECILIO Or ch'al mio seno
cara tu sei m'insegna il pianto degl'occhi miei ch'ha le sue lagrime anche il
piacer. Atto secondo Lucio Silla ATTO SECONDO Scena prima Portico fregiato
di militari trofei. Silla, Aufidio, e Guardie. Recitativo AUFIDIO Te l'
predissi, o signor, che la superba più ostinata saria quanto più mostri di
clemenza, e d'amor? SILLA Poco le resta da insultarmi così. Risolvi omai. Morir
dovrà. L'ho tollerata assai. AUFIDIO L'amico tuo fedele può libero parlar?
SILLA Parla. AUFIDIO Tu sai, ch'eroe non avvi al mondo senza gli emuli suoi.
Gli Emili, e i Scipi n'ebbero anch'essi, e di sue gesta ad onta il glorioso
Silla assai ne conta. SILLA Pur troppo io so. AUFIDIO Tu porgi nella morte di
Giunia a rei nemici l'armi contro di te. D'un Mario è figlia, e questo Mario
ancor ne' propri amici vive a tuo danno. SILLA E che far deggio? AUFIDIO In
faccia al popolo, e al senato sia l'altera tua sposa. Un finto zelo di sopir gli
odi antichi la violenza asconda. Al tuo volere chi s'opporrà? Di numerose
schiere folto stuolo ti cinga. Ognun paventa in te l'eroe, ch'ogni civil
discordia ha soggiogata, e doma e a un sguardo tuo trema il senato, e Roma.
Continua nella pagina seguente. 18 / 52 www.librettidopera.it G. De Gamerra /
W. A. Mozart, 1772 Atto secondo AUFIDIO Signor del comun voto t'accerta il tuo
voler. La ragion sempre segue il più forte, e chi fra mille squadre a supplicar
si piega? Vuole, e comanda allorché parla, e prega. SILLA E se l'ingrata ancora
mi sprezza, e mi discaccia al popolo, al senato, a Roma in faccia? Che far
dovrò? AUFIDIO L'altera non s'opporrà. Quell'ostinato core ceder vedrai nel
pubblico consenso del popolo roman. SILLA Seguasi, amico il tuo consiglio. Oh
ciel!... sappi... io ti scopro la debolezza mia. Quando le stragi, le violenze
ad eseguir m'affretto è il cor di Silla in petto da più atroci rimorsi
lacerato, ed oppresso. In quei momenti fieri contrasti io provo. Inorridisco,
voglio, tremo, amo, ed ardisco. AUFIDIO Quest'incostanza tua, lascia, che 'l
dica, i tuoi gran merti oscura. Ogni rimorso della viltade è figlio. Ardito, e
lieto il mio consiglio abbraccia, e suo malgrado la femmina fastosa costretta
venga a divenir tua sposa. [Aria] Allegro (do maggiore) Archi, 2 oboe, 2 corni,
2 trombe. AUFIDIO Guerrier, che d'un acciaro impallidisce al lampo, a dar non
vada in campo prove di sua viltà. Se or cede a un vil timore, se or cede alla
speranza, e qual sarà incostanza se questa non sarà? (parte) Atto secondo Lucio
Silla Scena seconda Silla, indi Celia, e Guardie. SILLA Ah non mai non credea,
ch'all'uom tra 'l fasto, e le grandezze immerso tanto costasse il divenir
perverso. CELIA Tutto tentai finor. Preghi, promesse, e minacce, e spaventi al
cor di Giunia, sono inutili assalti. Ah mio germano immaginar non puoi come per
te... SILLA So quel, che dir mi vuoi. Silla non è men grato a chi per lui anche
inutil s'adopra. In man del caso se pende ogni successo, il proprio merto,
all'opere non scema contrario evento. In questo dì mia sposa Giunia sarà. CELIA
Giunia tua sposa? SILLA Il come non ricercar. Ti basti, che pago io sia. CELIA
Perché l'arcan mi celi, e perché non rischiari un favellar sì oscuro? SILLA
(Perché in donna un arcano è mal sicuro.) Il mio silenzio or non ti spiaccia, e
m'odi. Te pur sposa di Cinna in questo giorno io bramo. CELIA (Oh me felice!)
Lascia, ah lascia, ch' a Cinna, il tuo fido amico io rechi così lieta novella.
Il labbro mio gli sveli alfin, ch'ei solo è il mio tesoro, e che ognor l'adorai
come l'adoro. (parte) SILLA Ad affrettar si vada in Campidoglio la meditata
impresa, e la più ascosa arte s'adopri, onde la mia nemica al talamo mi segua.
Ah sì conosco, ch'ad ogni prezzo io deggio il possesso acquistar della sua
mano. Rimorsi miei vi ridestate invano. (parte con le guardie) Atto secondo
Scena terza Cecilio senz'elmo, senza mento, e con spada nuda, che vuole
inseguir Silla, e Cinna, che lo trattiene. CINNA Qual furor ti trasporta?
CECILIO Il braccio mio non ritener. Su' passi del tiranno si voli. Il nudo
acciaro gli squarci il sen... (in atto di partire) CINNA T'arresta. Ma donde
nasce questa improvvisa ira tua? CECILIO Saper ti basti, che prolungar non
deggio un sol momento il colpo... CINNA E il tuo periglio? CECILIO Non lo temo,
e disprezzo ogni consiglio. CINNA Ah per pietà m'ascolta... svelami... dimmi...
oh ciel! Que' tronchi accenti... que' furiosi sguardi... le disperate smanie
tue... gli sforzi d'involarti da me... l'esporti ardito a un cimento fatal...
Mille sospetti mi fan nascere in sen. Parla. Rispondi... CECILIO Tutto
saprai... CINNA No, non sarà giammai, ch' io ti lasci partir. CECILIO Perché
ritardi la vendetta comun? CINNA Sol perché bramo che dubbiosa non sia. CECILIO
Dubbiosa non sarà. CINNA Dunque tu vuoi per un ardire intempestivo, e vano
troncare il fil di tutti i meditati disegni miei? Giunia rivedi, e quando amar
per lei di più devi la vita incauto corri ad un'impresa ardita? Più non tacer.
Mi svela chi furioso a segno tal ti rende? Atto secondo Lucio Silla CECILIO
L'orrida rimembranza in cor m'accende novi stimoli all'ira. Odi, e stupisci.
Poiché quest'alma oppressa della mia sposa al fianco trovò dolce conforto alla
sua pena, dal luogo tenebroso allontanati appena aveva Giunia i suoi passi, un
legger sonno m'avvolse i lumi. Oh cielo! D'orrore ancor ne gelo! Ecco mi sembra
spalancata mirar la fredda tomba, in cui l'estinte membra giaccion di Mario. In
me le cavernose luci raccoglie, e 'l teschio per tre volte crollando
disdegnoso, e feroce sento, che sì mi grida in fioca voce: «Cecilio a che
t'arresti presso la tomba mia? Vanne, ed affretta della comun vendetta il
bramato momento. Ozioso al fianco più l'acciar non ti penda. Ah se ritardi
l'opra a compir, che l'ombra invendicata di Mario oggi t'impone, e ti consiglia,
tu perderai la sposa, ed io la figlia.» Recitativo accompagnato Allegro assai
(re minore) / Presto Archi. CECILIO Al fiero suon de' minacciosi accenti l'alma
si scosse. Il sonno da sbigottiti lumi s'allontanò. M'accese improvviso furor.
Strinsi l'acciaro, né il rimorso piede io più ritenni, ma 'l reo tiranno a
trucidar qua venni. Ah più non m'arrestar... CINNA Ferma. Per poco dell'ira tua
raffrena i feroci trasporti. Ah sei perduto, se in te Silla s'avvien... 22 / 52
www.librettidopera.it G. De Gamerra / W. A. Mozart, 1772 Atto secondo CECILIO
Paventar deggio d'un tiranno gli sguardi? Un'altra mano trucidarlo dovrà? Non
mai. Mi veggio intorno ognor la bieca ombra di Mario a ricercar vendetta; e
degl'accenti suoi ad ogn'istante or ch'al tuo fianco io sono mi rimbomba
all'orecchie il fiero suono. Lasciami... CINNA Ah se disprezzi tanto i perigli
tuoi, deh pensa almeno, che dalla vita tua pende la vita d'una sposa fedele. Oh
stelle! E come per così cari giorni... CECILIO Oh Giunia!... oh nome!... Il sol
pensiero, amico che perderla potrei, del mio furore ogn'impeto disarma. Ah
corri, vola per me svena il tiranno... Oh numi, e intanto al mio nemico accanto
resta la sposa?... ahimè!... chi la difende... ma s'ei qui giunge?... Oh dio!
Qual fier contrasto, qual pena, eterni dèi! Timore, affanno, ira, speme, e
furor sento in seno, né so di lor chi vincerà! che penso? E non risolvo ancora?
Giunia si salvi, o al fianco suo si mora. [N. 9 Aria] Allegro assai (re
maggiore) Archi, 2 oboe, 2 corni, 2 trombe, timpani. CECILIO Quest'improvviso
tremito che in sen di più s'avanza, non so se sia speranza, non so se sia
furor. Ma fra suoi moti interni fra le mie smanie estreme, o sia furore, o speme,
paventi il traditor. (parte) www.librettidopera.it 23 / 52 Atto secondo Lucio Silla
Scena quarta Cinna, indi Celia. Recitativo CINNA Ah sì, s'affretti il colpo. Il
ciel d'un empio se il castigo prolunga, attenderassi, che de' tarquini in lui
gli scellerati eccessi sian rinnovati a nostri tempi istessi? CELIA Qual ti
siede sul ciglio cura affannosa? CINNA Altrove Celia, passar degg'io. Non
m'arrestare... CELIA E ognor mi fuggi? CINNA Addio. CELIA Per un istante solo
m'ascolta, e partirai. CINNA Che brami? CELIA (Oh dèi! Parlar non posso, e
favellar vorrei.) Sappi, che il mio german... CINNA Parla. CELIA Desìa... (Ah
mi confondo, e temo, che non mi ami il crudel.) Sì, sappi... (Oh stelle! In
faccia a lui che adoro perché mi perdo? Oggi sarà mio sposo, e svelargli non
oso?...) CINNA Io non intendo i tronchi accenti tuoi. CELIA (Finge l'ingrato!)
Or che dubbiosa io taccio non ti favella in seno il cor per me? Che dir
poss'io? Pur troppo ne' languidi miei rai questo silenzio mio ti parla assai.
Atto secondo [Aria] Tempo grazioso (sol maggiore) Archi, 2 flauti. CELIA Se il
labbro timido scoprir non osa la fiamma ascosa per lui ti parlino queste
pupille per lui ti svelino tutto il mio cor. (parte) Scena quinta Cinna, indi
Giunia. Recitativo CINNA Di piegarsi capace a un'amorosa debolezza l'alma non
fu di Cinna ancor. Ma se da folle s'avvilisse così, no, non avria la germana
d'un empio usurpatore il tributo primier di questo core. Giunia s'appressa. Ah
ch'ella può soltanto la grand'opra compir, che volgo in mente. Agitata, e
dolente immersa sembra fra torbidi pensier. GIUNIA Silla m'impone che al
popolo, e al senato io mi presenti; l'empio che può voler? Sai ciò, che tenti?
CINNA Forse più, che non credi è la morte di Silla oggi vicina per vendicar la
libertà latina. GIUNIA Tutto dal ciel pietoso dunque speriam. Ma intanto alla
tua cura io lascio l'amato sposo mio. Deh se ti deggio il piacer di mirarlo,
poiché lo piansi estinto, ah sì per lui veglia, t'adopra, e resti al tiranno
nascoso. www.librettidopera.it 25 / 52 Atto secondo Lucio Silla CINNA A me
t'affida, non paventar su' giorni suoi. M'ascolta, ai padri in faccia e al
popolo romano Silla sai ciò, che vuol? Vuol la tua mano. Con il consenso lor la
violenza giustificar pretende. Il suo disegno tutto, o Giunia, io prevedo.
GIUNIA Io son la sola arbitra di me stessa. A un vil timore ceda il senato pur,
non questo core. CINNA Da te, se vuoi, dipende Giunia un gran colpo. GIUNIA E
che far posso? CINNA Al letto segui l'empio tiranno ove t'invita, ma in quello
per tua man lasci la vita. GIUNIA Stelle! che dici mai? Giunia potria con
tradimento vil?... CINNA Folle timore. Deh sovvienti, che ognora fu l'eccidio
de' rei un spettacolo grato a' sommi dèi. GIUNIA S'è d'un plebeo pur sacra fra
noi la vita, e come vuoi, che in sen non mi scenda un freddo orrore nel
trafiggere io stessa un dittatore? Benché tiranno, e ingiusto, sempre al
senato, e a Roma Silla presiede, e di sua morte invano farmi rea tu presumi.
Vittima ei sia, ma della man dei numi. CINNA Se d'offender gli dèi avesse un dì
temuto la libertà non dovria Roma a Bruto. GIUNIA Ma Bruto in campo armato, non
con una viltade della latina libertade infranse la catena servil. No, non fia
mai ch'a' dì futuri passi il nome mio macchiato d'un tradimento vil. Serbami,
amico, serbami il caro ben. Deh sol tu pensa alla salvezza sua. Della vendetta
al ciel lascia il pensier. Atto secondo Recitativo accompagnato Allegro (si
bemolle maggiore) / Andante Archi. GIUNIA Vanne. T'affretta. Forse lungi da te
potria lo sposo per un soverchio ardir... l'impetuosa alma sua ben conosci. Ah,
per pietade, fa', che rimanga ad ogni sguardo ascoso. Digli, che se m'adora;
digli che se m'è fido serbi i miei ne' suoi giorni. A te l'affido. [Aria]
Allegro (si bemolle maggiore) Archi, 2 oboe, 2 corni, 2 trombe. GIUNIA Ah se il
crudel periglio del caro ben rammento tutto mi fa spavento tutto gelar mi fa.
Se per sì cara vita non veglia l'amistà da chi sperare aita da chi sperar
pietà? (parte) Scena sesta Cinna solo. Recitativo accompagnato Vivace (re
maggiore) Archi. CINNA Ah sì, scuotasi omai l'indegno giogo. Assai si morse il
fren di servitù tiranna. Se di svenar ricusa Giunia quell'empio, un braccio non
mancherà, che timoroso meno il ferro micidial l'immerga in seno. Atto secondo
Lucio Silla [N. 12 Aria] Molto allegro (fa maggiore) Archi. CINNA Nel
fortunato istante, ch'ei già co' voti affretta per la comun vendetta vuò, che
mi spiri al piè. Già va una destra altera del colpo suo felice e questa destra
ultrice lungi da lui non è. (parte) Scena settima Orti pensili. Silla, Aufidio,
e Guardie. Recitativo AUFIDIO Signor, ai cenni tuoi il senato fia pronto. Egli
fra poco t'ascolterà. D'elette squadre intorno numerosa corona ad arte io
disporrò. SILLA L'amico Cinna non ignori l'arcano. Il suo soccorso è necessario
all'opra. Ah che me stesso più non ritrovo in me! Dov'io mi volga della crudel
l'immagine gradita mi dipinge il pensier. Mi suona ognora il caro nome suo fra
i labbri miei, e tutto parla a questo cor di lei. AUFIDIO Io già ti vedo al
colmo di tua felicità. Della possanza usa, che 'l ciel ti diè. Roma, il senato,
e ogn'anima orgogliosa or che lo puoi fa', che pieghin la fronte a' piedi tuoi.
(parte) Atto secondo SILLA Ah sì, di civil sangue inonderò le vie, se Roma
altera alle brame di Silla, oggi s'oppone; ho nel braccio, ho nel cor la mia
ragione. Giunia?... Qual vista! In sì bel volto io scuso la debolezza mia... ma
tanti oltraggi? Ah che in vederla, oh dèi! il dittatore offeso io più non sono;
de' suoi sprezzi mi scordo, e le perdono. Scena ottava Giunia, Silla, e
Guardie. GIUNIA (Silla? L'odiato aspetto destami orror. Si fugga!) SILLA
Arresta il passo. Sentimi per pietade. Il più infelice d'ogni mortal mi rendi,
se nemica mi fuggi... GIUNIA E che pretendi? Scostati, traditor! (Tremo,
m'affanno per l'idol mio!) SILLA Ah no, non son tiranno come tu credi. È
l'anima di Silla capace di virtù. Quel tuo bel ciglio soffrir più non poss'io
così severo... GIUNIA Tu di virtù capace? Ah, menzognero! (in atto di partire)
SILLA Sentimi... GIUNIA Non t'ascolto. SILLA E vuoi... GIUNIA Sì voglio
detestarti, e morir. SILLA Morir? GIUNIA La morte romano cor non teme. SILLA E
puoi?... GIUNIA Sì posso pria d'amarti, morir. Vanne, t'invola... SILLA
Superba, morirai, ma non già sola. Atto secondo Lucio Silla [N. 13 Aria]
Allegro assai (do maggiore) Archi, 2 oboe, 2 corni, 2 trombe, timpani. SILLA
D'ogni pietà mi spoglio perfida donna audace; se di morir ti piace
quell'ostinato orgoglio presto tremar vedrò. (Ma il cor mi palpita... perder
chi adoro?... svenare barbaro, il mio tesoro?...) Che dissi? Ho l'anima vile a
tal segno? Smanio di sdegno; morir tu brami, crudel mi chiami, tremane, o
perfida, crudel sarò. (parte con le guardie) Scena nona Giunia, indi Cecilio.
Recitativo GIUNIA Che intesi, eterni dèi? Qual mai funesto e spaventoso arcan
ne' detti suoi? Sola non morirò? Che dir mi vuoi barbaro... ahimè! Che vedo?...
lo sposo mio?... che fu?... che avvenne?... Ah dove sconsigliato t'inoltri? In
queste mura sai, che non è sicura la tua vita, e non temi di respirar
quest'aure comuni a' tuoi nemici? In quest'istante il tiranno partì. Tremo...
deh, fuggi... Ah se dell'empio il ciglio... CECILIO Giunia, il tuo rischio è 'l
mio maggior periglio. GIUNIA Deh per pietà, se mi ami, torna, mio bene, ah
torna nel tenebroso asilo. Il rimirarti qual martirio è per me! CECILIO Non
amareggi il tuo spavento, o cara, il mio dolce piacer. 30 Atto secondo GIUNIA
Piacer funesto, se a un gelido spavento abbandona il mio cor. Se de' tuoi
giorni decider può. T'ascondi. Ah da che vivo no, che angustia simile...
CECILIO Sola vuoi, ch'io ti lasci in preda a un vile? So, ch' al senato in
faccia il reo tiranno con violenza ingiusta al talamo vuol trarti, ed io, che
t'amo restar potrò senza morir d'affanno lungi dal fianco tuo? Se invano un
braccio, un acciaro si cerca per svenare un crudel, ch'odio, e detesto,
quell'acciaro, quel braccio eccolo è questo. GIUNIA Ahimè! Che pensi?
esporti?... Correr tu solo a un periglio estremo?... CECILIO Tu paventi di
tutto, io nulla temo. Frena il timor, mia speme, e ti rammenta, ch'una
soverchia tema in cor romano esser puote viltà. GIUNIA Ma il troppo ardire
temerità s'appella. Ah sì ti cela, né accrescere, idol mio, nel tuo periglio
nuove cagion di pianto a questo ciglio. CECILIO Eterni dèi! Lasciarti, fuggire,
abbandonarti all'empie insidie, all'ira d'un traditor, ch'alle tue nozze
aspira? GIUNIA E che puoi temer, se meco resta la mia costanza, e l'amor mio?
Deh corri, corri donde fuggisti. Al suo dolore, a' suoi spaventi invola il cor
di chi t'adora; se ciò non basta, io tel comando ancora. CECILIO E in questo
giorno correndo se al tiranno io mi celo, chi veglia, o sposa, in tua difesa?
GIUNIA Il cielo! CECILIO Ah che talvolta i numi... GIUNIA A che ti guida cieco
furor? Ad onta de' miei timori ancor mi resti a lato? Partir non vuoi? Corro a
morire, ingrato. Atto secondo Lucio Silla CECILIO Fermati... senti... Oh dèi!
Così mi lasci, e brami?... GIUNIA I passi miei guardati di seguir. CECILIO
Saprò morire, ma non lasciarti. GIUNIA (Oh stelle! Io lo perdo. Che fo?)
CECILIO Cara, tu piangi? Ah che il tuo pianto... GIUNIA Ah sì per questo pianto
per questi lumi miei di speme privi. Parti, parti da me, celati, vivi! CECILIO
A che mi sforzi! GIUNIA Alfine lusingarmi poss'io di questo segno del tuo
tenero affetto? Che rispondi, idol mio? CECILIO Sì tel prometto. GIUNIA Fuggi
dunque, mio bene. Invan paventi, se di me temi. Ah pensa, pensa, che 'l ciel
difende i giusti, e ch'io d'altri mai non sarò. Di mie promesse dell'amor mio
costante ch'aborre a morte un traditore indegno, sposo, nella mia mano eccoti
un pegno. Recitativo accompagnato Allegro (mi bemolle maggiore) Archi. CECILIO
Chi sa, che non sia questa l'estrema volta, oh dio? ch'al sen ti stringo destra
dell'idol mio, destra adorata, prova di fé sincera... GIUNIA No, non temere.
Amami. Fuggi e spera. Atto secondo [N. 14 Aria] Adagio (mi bemolle maggiore)
/ Andante (do minore) / Adagio (mi bemolle maggiore) Archi, 2 oboe, 2 corni.
CECILIO Ah se a morir mi chiama il fato mio crudele seguace ombra fedele sempre
sarò con te. Vorrei mostrar costanza cara, nel dirti addio ma nel lasciarti, oh
dio! Sento tremarmi il piè. (parte) Scena decima Giunia, indi Celia. Recitativo
GIUNIA Perché mi balzi in seno affannoso cor mio? Perché sul volto or che lo
sposo io non mi vedo accanto, cade da' rai più copioso il pianto? CELIA Oh
ciel! sì lagrimosa sì dolente io t'incontro? Al suo destino quell'anima
ostinata alfin deh ceda e sposa al dittator Roma ti veda. GIUNIA T'accheta per
pietà. CELIA Se in duro esiglio cade estinto Cecilio, a lui che giova un'inutil
costanza? GIUNIA (A questo nome s'agghiaccia il cor.) CELIA Tu non mi guardi, e
il labbro fra i singhiozzi, e i sospir pallido tace. Segui i consigli miei.
GIUNIA Lasciami in pace. CELIA Bramo lieta vederti. Il mio germano oggi me pur
felice render saprà. La mano mi promise di Cinna. Ah tu ben sai, ch'io l'adoro
fedel. Più non rammento i miei sofferti affanni se sì cangiano alfin gli astri
tiranni. Atto secondo Lucio Silla [Aria] Allegro (la maggiore) Archi. CELIA
Quando sugl'arsi campi scende la pioggia estiva, le foglie, i fior ravviva, e
il bosco, il praticello tosto si fa più bello, ritorna a verdeggiar. Così
quest'alma amante fra la sua dolce speme dopo le lunghe pene comincia a
respirar. (parte) Scena undicesima Giunia sola. Recitativo accompagnato Andante
(re minore) / Molto allegro Archi. GIUNIA In un istante oh come s'accrebbe il
mio timor! Pur troppo è questo un presagio funesto delle sventure mie!
L'incauto sposo più non è forse ascoso al reo tiranno. A morte ei già lo
condannò. Fra i miei spaventi, nel mio dolore estremo che fo? Che penso mai?
Misera io tremo. Ah no, più non si tardi. Il senato mi vegga. Al di lui piede
grazia, e pietà s'implori per lo sposo fedel. S'ei me la nega si chieda al
ciel. Se il ciel l'ultimo fine dell'adorato sposo oggi prescrisse, trafigga me
chi l'idol mio trafisse. 34 / 52 www.librettidopera.it G. De Gamerra / W. A.
Mozart, 1772 Atto secondo [N. 16 Aria] Allegro assai (do maggiore) Archi.
GIUNIA Parto, m'affretto, ma nel partire il cor si spezza. Mi manca l'anima,
morir mi sento né so morire. E smanio, e gelo, e piango, e peno. Ah se potessi,
potessi almeno fra tanti spasimi, morir così. Ma per maggior mio duolo verso
un'amante oppressa divien la morte istessa pietosa in questo dì. (parte) Scena
dodicesima Campidoglio. S'avanza Silla, ed Aufidio seguìto dai Senatori e dalle
Squadre. [N. 17 Coro] Allegro (fa maggiore) Archi, 2 oboe, 2 corni. CORO Se
gloria il crin ti cinse di mille squadre a fronte or la temuta fronte qui ti
coroni Amor. Stringa quel braccio invitto lei, che da te s'adora. Se con i
mirti ancora cresce il guerriero allor. Atto secondo Lucio Silla (compar Giunia
fra i senatori) Recitativo SILLA Padri coscritti, io che pugnai per Roma, io,
che vinsi per lei, io che la face della civil discordia col mio valore estinsi.
Io che la pace per opra mia regnar sul Tebro or vedo d'ogni trionfo mio premio
vi chiedo. GIUNIA (Soccorso, eterni dèi!) SILLA Non ignorate l'antico odio
funesto e di Mario e di Silla. Il giorno è questo in cui tutto mi scordo. Alla
sua figlia sacro laccio m'unisca, e il dolce nodo plachi l'ombra del padre. Un
dittatore, un cittadin fra i gloriosi allori altro premio non cerca a' suoi
sudori. GIUNIA (Tace il senato, e col silenzio approva d'un insano il voler?)
SILLA Padri già miro ne' volti vostri espresso il consenso comun. Quei, che
s'udiro festosi gridi risuonar d'intorno son del pubblico voto un certo segno.
Seguimi all'ara omai... GIUNIA Scostati indegno! A tal viltà discende Roma, e
'l senato? Un ingiurioso, un folle timor l'astringe a secondar d'un empio le
violenze infami? Ah che fra voi no, che non v'è chi in petto racchiuda un cor
romano... SILLA Taci, e più saggia a me porgi la mano. AUFIDIO Così per bocca
mia tutto il popol t'impon. SILLA Dunque mi segui... GIUNIA Non appressarti, o
in seno questo ferro m'immergo. (in atto di ferirsi) SILLA Alla superba
l'acciar si tolga, e segua il voler mio. Atto secondo Scena tredicesima
Cecilio, con spada nuda, e detti. CECILIO Sposa, ah no, non temer. SILLA (Chi
vedo?) GIUNIA (Oh dio!) AUFIDIO (Cecilio?) SILLA In questa guisa son tradito da
voi? Del mio divieto e delle leggi ad onta tornò Cecilio, e seco Giunia unita
di toglier osa al dittator la vita? Quell'audace s'arresti! GIUNIA Incauto
sposo! Signor... SILLA Taci, indegna, ch'omai solo ascolto il furore. (a
Cecilio) Al novo sole per mia vendetta, o traditor, morrai. Scena
quattordicesima Cinna, con spada nuda, e detti. SILLA Come? D'un ferro armato,
confuso, irresoluto Cinna tu pur?... CINNA (Oh ciel, tutto è perduto; qualche
scampo ah si cerchi nel cimento fatal!) Con mio stupore col nudo acciaro io vidi
Cecilio infra le schiere aprirsi un varco. La sua rabbia, i fieri minacciosi
occhi suoi d'un tradimento mi fecero temer. Onde salvarti da quella destra al
parricidio intesa corsi, e 'l brando impugnai per tua difesa. SILLA Ah vanne,
amico, e scopri se altri perfidi mai... Atto secondo Lucio Silla CINNA Sulla
mia fede signor riposa, e paventar non déi. (Quasi nel fiero incontro io mi
perdei!) (parte) SILLA Olà quel traditore, Aufidio si disarmi. GIUNIA Oh dio!
Fermate! CECILIO Finché l'acciar mi resta saprò farlo tremar. SILLA E giunge a
tanto la tua baldanza? GIUNIA (Oh dèi!) SILLA Cedi l'acciaro, o ch'io...
CECILIO Lo speri invan. GIUNIA Cecilio, o caro. CECILIO Ad esser vil m'insegna
la sposa mia? GIUNIA Deh, non opporti! CECILIO E vuoi?... GIUNIA Della tua
tenerezza una prova vogl'io. CECILIO Dovrò? GIUNIA Dovrai nella mia fede, e nel
favor del cielo affidarti, e sperar. Se ancor mio bene dubbioso ti mostri, i
giusti numi, e la tua sposa offendi. CECILIO (Fremo.) T'appagherò. Barbaro,
prendi! (getta la spada) SILLA Nella prigion più nera traggasi il reo. Per poco
quest'aure a te vietate respirar ti vedrò. Fra le ritorte del tradimento audace
tu pur ti pentirai, donna mendace. Atto secondo [N. 18 Terzetto] Allegro (si
bemolle maggiore) Archi, 2 oboe, 2 corni, 2 trombe. SILLA Quell'orgoglioso
sdegno oggi umiliar saprò. CECILIO Non lo sperare, indegno, l'istesso ognor
sarò. GIUNIA Eccoti, o sposo, un pegno, ch'al fianco tuo morrò. SILLA Empi la
vostra mano merita sol catene. Insieme GIUNIA Se mi ama il caro bene lieta a
morir me n' vo. CECILIO Se mi ama il caro bene lieto a morir me n' vo. Insieme
SILLA Questa costanza intrepida questo sì fido amore tutto mi strazia il core
tutto avvampar mi fa. GIUNIA E CECILIO La mia costanza intrepida il mio fedele
amore dolce consola il core né paventar mi fa. www.librettidopera.it 39 / 52
Atto terzo Lucio Silla ATTO TERZO Scena prima Atrio, che introduce alle
carceri. Cecilio incatenato, Cinna, Guardie a vista, indi Celia. Recitativo
CINNA Ah sì tu solo, amico ritenesti il gran colpo. Eran non lungi al
Campidoglio ascosi gli amici tuoi, gli amici miei. Seguito volea da questi
infra le schiere aprirmi sanguinoso sentier. Ma la prudenza il furor moderò. Di
tanti a fronte che far potea cinto da pochi? Il cielo novo ardir m'ispirò. Gli
amici io lascio, tacito il ferro io stringo, e in Campidoglio m'avanzo.
Allorché voglio vibrare il colpo, in te m'affiso. Il ferro nella man mi tremò.
Nel tuo periglio gelossi il cor. M'arresto, mi confondo non so che dir. Quasi
il segreto arcano, il tiranno svelò. Ma il suo comando, che di partir m'impose,
la confusione e il mio dolore ascose. CECILIO Giacché morir degg'io morasi
alfin. Sol mi spaventa, oh dèi! la sposa mia... CINNA Non paventar di lei.
Entrambi io salverò. CELIA D'ascoltar Giunia men sdegnoso, e men fiero mi
promise il german. CECILIO Giunia al suo piede? E perché mai? CELIA Desìa di
placarne lo sdegno. CECILIO Invan lo brama. CINNA Odimi, Celia. È questo forse
il momento, ond'illustrar tu puoi con opra sublime i giorni tuoi. CELIA Che far
degg'io? 40 / 52 www.librettidopera.it Gamerra / Mozart, 1772 Atto terzo CINNA
M'è noto a prova già tutto il poter, che vanti sul cor di Silla. A lui
t'affretta, e digli che aborrito dal cielo, in odio a Roma, se in sé stesso non
torna, e se non scorda un cieco amore insano l'eccidio suo fatal non è lontano.
CELIA Dunque il german... CINNA Incontrerà la morte se non s'arrende a un tal
consiglio. CECILIO Ah tutto, tutto inutil sarà. CELIA Tentare io voglio la
difficile impresa, e se aver ponno le mie preghiere il lor bramato effetto?
CINNA La destra in guiderdone io ti prometto. CELIA Un così dolce premio più
animosa mi fa. Me fortunata, se fra un orror sì periglioso, e tristo salvo il
germano, e 'l caro amante acquisto. [N. 19 Aria] Allegro (si bemolle
maggiore) Archi, 2 oboe, 2 corni, 2 trombe. CELIA Strider sento la procella né
risplende amica stella pure avvolta in tanto orrore la speranza coll'amore mi
sta sempre in mezzo al cor. (parte) Scena seconda Cecilio, e Cinna. Recitativo
CECILIO Forse tu credi, amico che Celia giunga a raddolcir un core uso alle
stragi, e che talor di sdegno ingiustamente furibondo, ed ebro fe' rosseggiar
di civil sangue il Tebro? www.librettidopera.it 41 / 52 Atto terzo Lucio Silla
CINNA So quanto Celia puote su quell'alma incostante, e Giunia ancora forse
placar potria co' le lagrime sue... CECILIO La sposa mia a qualche insulto
amaro invan s'espone. Un empio, un inumano non si cangia sì presto. Onde
abbandoni il sentier del delitto ch'ei suol calcar per lungo suo costume, ci
volle ognor tutto il poter d'un nume. Ah no più non mi resta né speme, né
pietà. L'afflitta sposa ti raccomando, amico. In pro di lei vegli la tua
amistà. Del mio nemico vittima, ah no, non sia. Nel di lui sangue vendica la
mia morte, e 'l mio spirito sdegnoso nel regno degl'estinti avrà riposo. CINNA
Ogni pensier di morte si allontani da te. Se il cor di Silla contro al dovere,
e alla ragion s'ostina, sulla propria rovina, ne' suoi perigli estremi
quell'empio solo impallidisca, e tremi. [N. 20 Aria] Allegro (re maggiore)
Archi, 2 oboe, 2 corni, 2 trombe. CINNA De' più superbi il core se Giove irato
fulmina, freddo spavento ingombra, ma d'un alloro all'ombra non palpita il
pastor. Paventino i tiranni le stragi, e le ritorte, sol rida in faccia a morte
chi ha senza colpe il cor. (parte) librettidopera.it G. De Gamerra / W. A.
Mozart, 1772 Atto terzo Scena terza Cecilio, indi Giunia. Recitativo CECILIO Ah
no, che il fato estremo terror per me non ha. Sol piango, e gemo fra l'ingiuste
catene non per la morte mia, per il mio bene. GIUNIA Ah dolce sposo... CECILIO
Oh stelle! Come tu qui? GIUNIA M'aperse la via fra quest'orrore la mia fede, il
mio pianto, il nostro amore. CECILIO Ma Silla... Ah parla. E Silla. GIUNIA
L'empio mi lascia... Oh dio! Mi lascia, ch'io ti dia... l'ultimo addio. CECILIO
Dunque non v'è per noi né pietà, né speranza? GIUNIA Al fianco tuo sol di morir
m'avanza. Che non tentai finor? Querele, e pianti, sospiri, affanni, e prieghi
sono inutili omai per quel core inumano che chiede o la tua morte, o la mia
mano. CECILIO Della mia vita il prezzo esser può la tua man? Giunia frattanto
che mai risolverà? GIUNIA Morirti accanto. CECILIO E tu per me vorrai troncar
di sì be' giorni... GIUNIA E deggio, e voglio teco morir. A questo passo, o
caro, m'obbliga, mi consiglia l'amor di sposa, ed il dover di figlia. Atto
terzo Lucio Silla Scena quarta Aufidio con Guardie, e detti. AUFIDIO Tosto
seguir tu déi Cecilio i passi miei. CECILIO Forse alla morte... parla...
dimmi... AUFIDIO Non so. CECILIO Prendi, mia speme, prendi l'estremo abbraccio...
GIUNIA (ad Aufidio) Rispondi... oh ciel! AUFIDIO Sempre obbedisco, e taccio.
CECILIO Ah non perdiam, mia vita, un passeggero istante, che ne porge il
destin. Parto, ti lascio, e in sì tenero amplesso ricevi, anima mia, tutto me
stesso. GIUNIA Ah caro sposo... oh dèi! Se uccider può il martoro, perché
vicina a te, perché non moro? CECILIO Quel pianto, oh dio! Ah sì quel pianto
non sai come nel seno... Ahimè! ti basti, o cara sì ti basti il saper, che in
questo istante più d'un morir tiranno quelle lagrime tue mi son d'affanno. [N.
21 Aria] Tempo di minuetto (la maggiore) Archi. CECILIO Pupille amate non
lagrimate morir mi fate pria di morir. Quest'alma fida a voi d'intorno farà
ritorno sciolta in sospir. (parte con Aufidio, e guardie) Atto terzo Scena
quinta Giunia sola. Recitativo accompagnato Allegro (do maggiore) / Andante /
Allegro / Adagio / Presto Archi, 2 flauti, 2 trombe. GIUNIA Sposo... mia
vita... Ah dove, dove vai? Non ti seguo? E chi ritiene i passi miei? Chi mi sa
dir?... ma intorno altro, ahi lassa non vedo che silenzio, ed orror! L'istesso
cielo più non m'ascolta, e m'abbandona. Ah forse, forse l'amato bene già dalle
rotte vene versa l'anima, e 'l sangue... Ah pria ch'ei mora su quella spoglia
esangue spirar vogl'io... che tardo? Disperata a che resto? Odo, o mi sembra
udir di fioca voce languido suon, ch' a sé mi chiama? Ah sposo se i tronchi
sensi estremi de' labbri tuoi son questi corro, volo a cader dove cadesti. [N.
22 Aria] Andante (do minore) / Allegro Archi, 2 flauti, 2 oboe, 2 fagotti.
GIUNIA Fra i pensier più funesti di morte veder parmi l'esangue consorte che
con gelida mano m'addita la fumante sanguigna ferita e mi dice: che tardi a
morir? Già vacillo, già manco, già moro e l'estinto mio sposo, ch'adoro ombra
fida m'affretto a seguir. (parte) www.librettidopera.it 45 / 52 Atto terzo
Lucio Silla Scena sesta Salone. Silla, Cinna, Celia e Senatori. Recitativo
SILLA Celia, Cinna, non più. Roma, e 'l senato di mia giustizia, e del delitto
altrui il giudice sarà. CINNA Più che non credi di Cecilio la vita necessaria
esser puote. CELIA I giorni tuoi... la disperata Giunia... il suo consorte
creduto estinto, e alle sue braccia or reso. SILLA So ch'ognor più l'odio comun
m'han reso. Ma un dittator tradito vuol vendetta, e l'avrà. Stanco son io di
temer sempre, e palpitar. La vita agitata, ed incerta fra un barbaro spavento è
un viver per morire ogni momento. CELIA Ah speri invan, se speri fra un eccidio
funesto, e sanguinoso trovar la sicurezza, ed il riposo. CINNA La furiosa
Giunia correre tu vedrai ad assodar le vie di querele, e di lai. Destare in
petto può de' nemici tuoi quel lagrimoso ciglio... SILLA Vedo più che non pensi
il mio periglio. Amor, gloria, vendetta, sdegno, timore, io sento affollarmisi
al cor. Ognun pretende d'acquistare l'impero. Amor lusinga. Mi rampogna la
gloria. Ira m'accende. Freddo timor m'agghiaccia. M'anima la vendetta, e mi
minaccia. De' fieri assalti in preda, alla difesa accinto, di Silla il cor fia
vincitore, o vinto? Continua nella pagina seguente. Atto terzo SILLA Ma l'atto
illustre alfine decider dée, s'io merto quel glorioso alloro, che mi adombra la
chioma, e giudice ne voglio il mondo, e Roma. Scena settima Giunia con Guardie,
e detti. GIUNIA Anima vil, da Giunia che pretendi? Che vuoi? Roma, e 'l senato
nel tollerare un traditore ingegno è stupido, e insensato a questo segno? Padri
coscritti innanzi a voi qui chiedo e vendetta, e pietà. Pietade implora una
sposa infelice, e vuol vendetta d'un cittadino, e d'un consorte esangue
l'ombra, che nuota ancora in mezzo al sangue. SILLA Calma gli sdegni tuoi,
tergi il bel ciglio. Inutile è quel pianto. È vano il tuo furor. De' miei
delitti della mia crudeltade a Roma in faccia spettatrice ti voglio, e in
questo loco di Silla il cor conoscerai fra poco. Scena ottava Cecilio, Aufidio,
Guardie, e detti. GIUNIA (Lo sposo mio?) CINNA (Che miro?) CELIA (E quale
arcan?) CECILIO (Che fia?) SILLA Roma, il senato e 'l popolo m'ascolti. A voi
presento un cittadin proscritto, che di sprezzar le leggi osò furtivo. Ei, che
d'un ferro armato in Campidoglio alle mie squadre appresso tentò svenare il
dittatore istesso. Continua nella pagina seguente. Atto terzo Lucio Silla SILLA
Grazia ei non cerca. Anzi di me non teme e m'oltraggia, e detesta. Ecco il
momento che decide di lui. Silla qui adopri l'autorità, che Roma al suo braccio
affidò. Giunia mi senta e m'insulti, se può. Quell'empio Silla quel superbo
tiranno a tutti odioso vuol che viva Cecilio, e sia tuo sposo. GIUNIA E sarà
ver?... Mia vita... CECILIO Fida sposa, qual gioia... qual cangiamento è
questo? AUFIDIO (Che fu?) CELIA (Lodi agli dèi.) CINNA (Stupito io resto.)
SILLA Padri coscritti, or da voi cerco, e voglio quanto vergò la mano in questo
foglio. De' cittadin proscritti ei tutti i nomi accoglie; ciascun ritorni alle paterne
soglie. CECILIO Oh, come degno or sei del supremo splendor fra cui tu siedi!
GIUNIA Costretta ad ammirarti alfin mi vedi. AUFIDIO (Ah che la mia rovina
certa prevedo!) SILLA In mezzo al pubblico piacer, fra tante lodi, ch'ogni
labbro sincer prodiga a Silla, e perché Cinna è il solo, che infra occulti
pensier confuso giace, e diviso da me sospira, e tace? Fedele amico... (vuol
abbracciarlo) CINNA Ah lascia di chiamarmi così. Per opra mia tornò Cecilio a
Roma. In Campidoglio per trucidarti io corsi, e armai non lungi di cento anime
audaci e la mano, e l'ardir. Io sol le faci a danni tuoi della discordia
accesi... SILLA Tu abbastanza dicesti, io tutto intesi. CELIA (Dolci speranze
addio!...) librettidopera.it G. De Gamerra / W. A. Mozart, 1772 Atto terzo
SILLA La pena or senti d'ogni trama ascosa. Celia germana mia sarà tua sposa.
GIUNIA (Bella virtù!) CECILIO (Che generoso core!) CINNA E quale, oh giusto
cielo, mi s'accende sul volto vergognoso rossor? Come poss'io... SILLA Quel
rimorso mi basta, e tutto oblio. CELIA (Me lieta!) (a Cinna) Ah premia alfine
il mio costante amor. Della clemenza mostrati degno, e di quel core umano la
virtù, la pietade... CINNA Ecco la mano. SILLA Qual de' trionfi miei eguagliar
potrà questo, eterni dèi? AUFIDIO Lascia, ch'a piedi tuoi grazia implori da te.
De' miei consigli, delle mie lodi adulatrici or sono pentito... SILLA Aufidio,
sorgi. Io ti perdono. Così lodevol opra coronisi da me. Romani, dal capo mio si
tolga il rispettato alloro, e trionfale; più dittator non son, son vostro
uguale. (depone l'alloro) Ecco alla patria resa la libertade. Ecco asciugato
alfine il civil pianto. Ah no, che 'l maggior bene la grandezza non è. Madre
soltanto è di timor, di affanni, di frodi, e tradimenti. Anzi per lei cieco
mortal dalla calcata via di giustizia, e pietà spesso travìa. Ah sì conosco a
prova che assai più grata all'alma d'un menzogner splendore è l'innocenza, e la
virtù del core. Atto terzo Lucio Silla [N. 23 Finale] Allegro (re maggiore)
Archi, 2 oboe, 2 corni, 2 trombe. CORO Il gran Silla a Roma in seno che per lui
respira, e gode d'ogni gloria, e d'ogni lode vincitore oggi si fa. GIUNIA E
CECILIO Sol per lui l'acerba sorte è per me felicità! CINNA E SILLA E calpesta
le ritorte la latina libertà. TUTTI Trionfò d'un basso amore la virtude, e la
pietà. SILLA Il trofeo sul proprio core qual trionfo uguaglierà? CORO Se per
Silla in Campidoglio lieta Roma esulta, gode d'ogni gloria, e d'ogni lode
vincitore oggi si fa. librettidopera G. De Gamerra Mozart AttoriAltezze
realiArgomento Atto [OuvertureScena AriaScena AriaScena AriaScena Scena Aria]
Scena AriaScena Scena Coro e arioso Scena Duetto Atto Scena Aria Scena Scena
AriaScena AriaScena AriaScena AriaScena Scena AriaScena AriaScena AriaScena
AriaScena Coro Scena Scena TerzettoAtto Scena AriaScena AriaScena Scena Aria Scena
AriaScena Scena Scena FinaleBrani significativi Lucio Silla BRANI
SIGNIFICATIVI D'Eliso in sen m'attendi (Giunia e Cecilio) Dalla sponda
tenebrosa (Giunia) Fra i pensier più funesti di morte (Giunia) Fuor di queste
urne dolenti (Coro e Giunia) Parto, m'affretto (Giunia) Pupille amate (Cecilio)
Se lusinghiera speme (Celia). Grice: “At Oxford they put you down. “That IS an original
interpretation of Silla’s behaviour – but of course you would need to challenge
Mommsen’s objection,” my tutor said, righly assuming that I had no idea Mommsen
had an objection!” -- Silla. Keywords: Mommsen. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Silla”. Silla.
Luigi Speranza -- GRICE ITALO!; ossia, Grice e Silla: la ragione
conversazionale – filosofia italiana – Luigi Speranza (Scanno). Filosofo italianao. Nasce da Giovanni, un
ricco armentario. Inizia i suoi studi a Chieti per poi trasferirsi a
Napoli, dove studia diritto e lingue orientali. Napoli è, all’epoca,
attraversata da un grande fermento culturale, e ospita personalità di spicco
come GENOVESI (vedasi), Galiani, Galanti. S. partecipa attivamente a questo
mondo, si fa notare per la sua erudizione e per alcune precise prese di
posizione, segnate da una robusta vis polemica. Ri-entra a Scanno dove prende
moglie e comincia a esercitare la professione di avvocato. Fa ritorno a Napoli
ed entra nella Real Accademia delle scienze e belle arti. Nella capitale pubblica
La fondazione di Partenope, in cui confuta la tesi, espressa da Maciucca -- che
la attribuiva a sua volta a Martorelli --, che individua nei fenici i fondatori
della città, attribuendola invece ai greci abitanti di Cuma, già compagni della
sirena Partenope -- Soria. S. offre una copia dell’opera al suo illustre
conterraneo Antinori, accompagnandola da una lettera in cui ne sollecita un
parere, seguita da una in cui motiva la sua presa di posizione contro
Martorelli, e risponde ad alcuni rilievi dello stesso Antinori. Sempre a
Napoli, pubblica una seconda opera, firmandola con le sole iniziali, La
Teogonia commentata, sorta di prodromo, secondo Soria, alla Storia sacra de’
Gentili, pubblicata a Napoli. Intanto, prende posizione in un dibattito che
anda segnando l’Italia e l’Europa dei lumi, sull’abolizione della tortura e
della pena di morte, coagulatosi attorno alla pubblicazione di Dei delitti e
delle pene di Beccaria -- apparso in forma anonima a Livorno. Fermamente
contrario alla posizione espressa da Beccaria, e in sintonia invece con
Facchinei che pubblica le Note ed osservazioni sul libro intitolato Dei delitti
e delle pene, tacciando il suo autore di impostura, sfacciataggine e indegnità,
S. scrive e pubblica, senza firmarlo, presso lo stampatore napoletano Raimondi,
Il dritto di punire – cf. Lucas and the Oxford ordinary-language philosophers
on ‘The Justification of Punishment’ in Philosophy. S., dunque, da un
lato riprende la linea polemica di Facchinei – tanto da sentire il bisogno di
precisare di non essere lo stesso autore di quelle Note con invettive velenose
– sostenendo a sua volta l’origine divina della GIUSTIZIA – cf. H. P. Grice,
“Philosophical eschatology and Plato’s Republic” -- e del conseguente diritto
di punire, l’identificazione del delitto con il peccato, la necessità della
pena di morte. Si oppone altresì a ogni ipotesi contrattualistica alla GRICE come
fondamento della società e del diritto di punire, centrando la sua visione
arcaica della società e dello stato italiano sulla monarchia assoluta di
diritto divino e sulla religione come fondamento del vivere associato e delle
forme della politica. D’altro canto, contro la visione di Montesquieu, contesta
con forza la graduazione delle pene a seconda del ceto -- Le persone nobili
devono contraddistinguersi nelle azioni buone, e non già ne’ delitti -- ed
esorta alla chiarezza e pubblicità delle leggi, pur sapendo di andare contro gl’interessi
del ceto togato e delle magistrature napoletane. Morto il padre, ne eredita
l’industria armentaria e, per questo, dove trasferirsi a Foggia, dove assume il
ruolo di rappresentante degl’armentari abruzzesi, diventando uno dei deputati
generali della dogana della mena delle pecore. Gl’interessi armentari si
riflettono anche nella sua riflessione dotta e nella sua produzione libraria. Pubblica
infatti La pastorizia difesa. Con quest’opera, S. entra nel cuore del
dibattito sulla censuazione del Tavoliere delle Puglie, che coinvolge alcune
delle personalità eminenti dell’Illuminismo meridionale. La sua posizione,
ancora una volta, è improntata a un netto CONSERVATORISMO – cf. H. P. Grice: “I
would define myself as a conservative: a rationally dissenting and irreverent
conservative!” -- e venata di toni polemici. Fermamente contrario al progetto
di censuazione -- Si dimostra, che più tosto danno, che vantaggio riporterebbe
il fisco dalla proposta censuazione; La censuazione è ineseguibile e dannosa
anche per i locati --, difende con forza le ragioni della pastorizia. Pur
riconoscendo che il sistema doganale ha subito un progressivo declino -- Varie
vicende, e decadenza della dogana per l’introduzione degli abusi; Abusi
introdotti in dogana circa la vendita degli erbaggi baronali -- e anda perciò
risanato -- Che la Dogana abbia bisogno di riforma nello stato, in cui oggi si
ritrova, è questo un punto, che non entra in controversia -- , ribadiva la
necessità di mantenerlo in vita -- Si dimostra, che il discioglimento della
dogana porterebbe la totale di lei ruina --, conciliando le ragioni della
pastorizia con quelle della cerealicoltura -- Come nel Tavoliere possa
promuoversi l’agricoltura senza danno della pastorizia. Muore a
Foggia. Opere. La fondazione di Partenope, dove si ricerca la vera
origine, la religione e la polizia dell’antica città di Napoli, Napoli; La
Teogonia commentata, con cui si propone a’ Sigg. Letterati un nuovo sistema
circa il modo di poter interpretare l’istoria antica secondo l’idea di Thaut,
Napoli; Storia sacra de’ Gentili, che comincia dalla creazione del mondo fino
al regno di Numa Pompilio, Napoli; Il dritto di punire o sia risposta al
trattato de’ delitti e delle pene del signor marchese di Beccaria, Napoli; La
pastorizia difesa. Ove si fa una breve analisi sopra alcuni progetti intorno
alla riforma della Regia Dogana di Foggia, Napoli -- ed. anast. con note
introduttive di A. Clementi, L’Aquila. Fonti e Bibl.: F. Soria, Memorie
storico-critiche degli storici napolitani, I, Napoli (ed. anast. Bologna); C.
Minieri Riccio, Memorie storiche degli scrittori nati nel regno di Napoli,
L’Aquila; A. De Nino, A. S. seguace del Vico, in Rivista abruzzese, Colarossi
Mancini, Storia di Scanno e della Valle del Sagittario, L’Aquila (ed. anast.
Scanno); L.A. Antinori junior, Notizie istoriche sulla vita e su gli scritti
dell’arcivescovo Antonio Ludovico Antinori, a cura di L. Biondi, L’Aquila, Colapietra,
Il Tavoliere di Puglia banco di prova dei riformatori e degli scrittori
economici nel secondo Settecento, in Illuminismo meridionale e comunità locali,
a cura di E. Narciso, Napoli; A.M. Rao, «Delle virtù e de’ premi»: la fortuna
di Beccaria nel Regno di Napoli, in Cesare Beccaria tra Milano e l’Europa,
Milano; R. Pasta, Dei delitti e delle pene et sa fortune italienne: milieux
juridiques et lectures «philosophiques», in Beccaria et la culture juridique
des Lumières, a cura di M. Porret, Genève, Matarazzo, Dei delitti e delle pene.
Letture napoletane, in I diritti dell’uomo. Dei delitti e delle pene a 250 anni
dalla pubblicazione, a cura di E. Palombi, Torino. Nome compiuto: Antonio
Silla. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Silla.”
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Sillo: la ragione
conversazionale e il voto al divino -- Roma – la scuola di Crotone -- filosofia
calabrese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Crotone). Filosofo italiano. Crotone, Calabria. A Pythagorean, cited
by Giamblico. The sect being very reluctant to take an oath – invoking ‘il
divino’ in vain – Sillo refused to take one, and just hand over money.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Simbolo: la ragione
conversazionale della filosofia di Giuliano -- Roma – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Roma) – Filosofo
italiano. Along
with two other philosophers by the names of Ieroteo and Maxximiniano, he persuades
Giuliano to pave the floor of Hagia Sophia with silver. However, the story is
doubted, as is the existence of these three philosophers. Grice: “It amuses me that the name of this
Italian philosopher is identical with an artificial language invented by J. L.
Austin, Symbolo!”
Luigi Speranza -- Grice e Simichia: la ragione conversazionale dell’élite
di Crotona e la sua diaspora -- Roma – la scuola di Taranto -- filosofia
pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Taranto, Puglia.
A Pythagorean, cited by Giamblico. “This is the diaspora from Crotona – as if
we would have an Oxonian diaspora, provided the mayor of Oxford deems us
elitists!” – ‘or the gown elitist towards the town, but surely Boris Johnson
never saw himself as gown!’ – Grice.
Luigi Speranza -- Grice e Simioni: la ragione
conversazionale degl’amanti – filosofia veneziana – la scuola di Venezia –
filosofia veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Venezia). Fiosofo veneziano. Filosofo veneto.
Filosofo italiano. Venezia, Veneto. Tra i principali studiosi di PIRANDELLO (si
veda), inizia la sua attività politica militando nelle file del socialismo. Venne
espulso dal partito per indegnità morale. Collabora con l’United States Information
Service. Si trasfere a Monaco di iera per approfondire gli studi per poi
ritornare a Milano. Leader di un collettivo operai-studenti, mentre lavora alla
Mondadori, fonda il collettivo politico metro-politano milanese. Teorizza lo
scontro aperto, e si considera il progenitore delle brigate rosse. Insieme a
circa settanta persone, tra cui componenti del collettivo ed elementi del
dissenso, partecipa al convegno di Chiavari nella sala Marchesani, adiacente la
pensione Stella Maris, nel quale un gruppo di partecipanti dichiara la propria
adesione ad una visione politica. La data di questo convegno viene da taluni
considerata come la data di nascita delle brigate rosse. Altri affermano che la
formazionesia nata con il convegno di Pecorile (Reggio Emilia). L'ultima
attività, prima di passare alla completa clandestinità, a compe come redattore
di "Sinistra proletaria", l'ultimo dei quali riporta in copertina uno
sfondo rosso con disegnato al centro un cerchio nero attorniante le sagome di XIV
mitra. Fonda la scuola di lingue Hyperion, la quale secondo alcuni ha la
funzione di una vera centrale internazionale. Si afferma che e anche il capo
del Super-clan, organizzazione nata da una costola delle brigate rosse. Si insere
nella vita cittadina, ricominciando a frequentare gl’ambienti progressisti e divenendo
vicepresidente della fondazione Pierre. E proprio quale accompagnatore di Pierre,
e ricevuto da Giovanni Paolo II in udienza
privata. Si avvicina al buddhismo tibetano. Si apparta nella campagna di
Truinas, nella Drôme, dove geste un B et B. Craxi, alludendo alla esistenza di
un grande delle brigate rosse (l'eminenza grigia ipotizzata da alcuni che
dall'estero avrebbe guidato, come un burattinaio, molte delle azioni sul suolo
italiano), dichiara che costui poteva essere cercato tra quei personaggi che
avevano cominciato a fare politica con noi e poi sono scomparsi, magari sono a
Parigi a lavorare per il partito armato, frase che venne da molti ritenuto
indicasse come grande proprio lui. L'organizzazione di sinistra extra-parlamentare
Lotta Continua lo accusa di essere un confidente della polizia e in contatto
con i servizi segreti.. Durante la fase iniziale di Mani pulite, e accusato da LARINI
di essere il grande, accuse respinte da lui che le ritenne parte di un'azione
contro Craxi, vista la comune militanza nel socialismo. Hyperion e realmente
una scuola di lingue o la stanza di compensazione di diversi servizi
segreti? Ferrari, In teleselezione dalla
Francia gli ordini ai italiani? Corriere della Sera. Entrambi gli edifici sono
proprietà della curia Il convegno di
Pecorile in Anni di Piombo. Il nucleo storico delle brigate rosse. E morto il
misterioso grande, La Tribuna di Treviso, Fratini, Hyperion: scuola di lingue
chiacchierata, ANSA, repubblica cronaca news/caso
moro_il_bierre_franceschini moretti una_spia riduttivo si sentiva_lenin. Dalla
lotta al buddhismo, in Critica Sociale, Anni di piombo Superclan Hyperion
(Parigi) Venezia Anni di piombo. Corrado Simioni. Simioni. Keywords. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Simioni” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza-- Grice e Simmaco: la ragione conversazionale del console
filosofo – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A philosopher of considerable
wisdom, also a consul. Quinto
Aurelio Simmaco.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Simoneschi: la ragione
conversazionale e la rettorica conversazionale – (Venezia). Filosofo italiano. Venezia, Veneto. IL VELLO
D'Ofe Ouero LARETTORjrra veneziana, Doue principalmente co' pregi Angolari di VENEZl
A , c con molti farti gioriofi degii EROI VENEZIANI SUftfegna, l'Arte del ben
parlare: DELP. FRANCESCOSIMONESCHI della -Compagnia di G 1 E S V * . tJ aCQVI,E
Vlg-y^ENtORRo 1 f Digilized by Googl'. i ALL’ILLVSTRISSIMO ]Ed 'Eccclkntifsinio
Signore.j Padrone 'Coleadifsìmo ■ II, •SI.G.NOB^^ VESARO 3?rocurator di S.
Marco» Zi Scrittori non bene apbagati •di auer data, foia- mente 'vna vita t ed
vna luce n' parti de’ loro intel- letti colla fampa mezjuo totentiCsimo '
contra la 4 hnorfe , eie ombre di (ta : Illujtrifs. ed EcceU lentifsimo
Signore- cercai ron fèmore cU rendi rii dop~ piamente chiari , e vitali . Qmndt
è che furon dedi- cate opere nobilifstme à E er fonaci riguardemli , acciocché
col nome loro giugnejfero agli Autori^ ed a' libri nmua vita , e nuQUo
fplendore . Or che non potrò io /per are fatto ardito ma non temeraria- mente 3
■ àggìugnendo al mio Ideilo d’oro vn altro maggior di preZjZjò '/ e di lume
qual è Hnome dell’^ ty. Digitized by Coogl M. che nella fua nobi^ lijsima , e
anttchifsima famiglia fuò moftrar piti Guerrieri ^edEroi di (Quel- li che la
famofifsima Na^ uè d\Argo rinchiufe nel feno: più Sauij che non fu- rono nell'
Areopago di A- Tene : piìt gioì iuj? dcfl en- denti che non ebbe Nipoti ia
celebrata Berecintia non tanto cinta di Torri Guanto coronata' da Se- midei ? E
tutti furono fi ammirabili in ogni tfer- ciz^io laudeuole à cui fi diedero ,
che pochi eguali conobbero ,ed a niuno. ith- A J uìdiai Digitized by Googlc s*
mdi arano la maggior an-^- Zja, Forfè i f mi Mag- giori non fiiron. chiama- ti.
ne’ Campi: delle, hatta^- glie. veri Marti .y mentre’ operarono:azjioni’ pih
ma-- rauigUjafe diMdcte fauor- lofo: , ed ingrandito: dalla- t faromi antr-
mirati, maggiori di Gio-- ite comUattente co’ Gigan- ti mentre col fulmine del-
lo ' fgaardo: terribile- fen- Zja l fulmine’ della-Jpada riduffero in cenere:
t. Cor- pi, e gli acciai degli: Ar- mati ? ' Non ’ arrecarono co: i cadamri
delle vccifh Digitized by Googl tegionìilcorp) fùriofo.d^ fiumi i^accioche la
gloria che. fenZiOi intoppo, volaua per la Tierra^correffé: an- cor iWer amente
per le ac- quei' N^mparuerOì fen~ fauiezjCi^ i. Sette S a- Wfif della.Grecia
^e-fenz/- eJòquenZja lè due. lingue^- principale di Roma-y e di ^tene ) quando,
f e nt tron- fi' difcorrere. della Pace , e detta Guerra -, e degli affa- ri
piu alti, gli Oratori del- la fua CafaiS Onde- Po- ma , ed- Atene non: furon
piu- inuidiate: da. V^ene- Zjia yfna quelle, inuidiaro— A. 4i »»' Digitized by
Google no a V'eneZjia la facondia degli Oratori natiui . ìdè ii'JHonda ^otè
fentir fen-» Z>a noia gli altri JOicitO'^ ri dopo di auere vditi % ,
Jidaefri^e U Idee deira- 'gt onare . / primi pejt ono- remli delle dignità
collo- car onji dada Kepuhhlica fopra i fmi Maggiori i-che non mai filmarono il
cari- co eccedente le proprie for*> za i ma fempr e da' mede- fimi fa
giudicato leggie- re . Ne ftc cercato t ono^ re: ma l’onore fu tratto à 'mua f
or Zia dal merito nella chiarifsima Digitized by Googit 9 da Pefkro , donde
prejcj Z^elanti- Arciuefcoui per gouernar le Chiefe , ^m- hafciadori eJperPÌ
per re^ golareinegozjij' , Senatori prudenti , e facondi per difcorrere j e
rtfoluere nel- l’uìjfemblte , Procuratori atitoreuoli per mojlrar lo fplendore
, e la Mae (la delia Fatria , Generali magnanimi per guidar le jlrmate di Terra
, e di Mare : offendo necejfarij due capactfsimi elementi alla grandez^z^a
dell’ ani- mo -, dell’imprefe , e della loro.fortez^z^a. In quefa A 5
Ca[cì:> ( I lO^ Ga([a' medèjtmd ih ilìèjfp - tempo) con: iiittpor • del
’Jldòndo comparuero le ’ dite F.enici de’Combatten-' ti. Giacomo:, e: Benedetto
> congiunti per fangue tj ’ per ‘virtù ; a’ quali, perche ■ la: fortezJLia :
non fapea ' ben difiìnguere.chLfojfcj' più forte , diedé nen difsi- mili:
onori:, , ajfegnando all primo: il Generalato delle fchiere: Pontificie ,, ed
al fecondò delle, armi: della: Repubblica: Ser.enifsima E Roma •, e. Venez^ia.
‘vi- dero in amenduei‘vnito ciò ’ che di grande , e d ammi- ■ rubile; ‘
Digitized by Google Ifr rahilé fì dàlia M.àraui— dia diuifo ne’ Campioni’ piu
fortunati •, piu glorio- ■ ' f p epiti fòrti'. Le fopr ad- dette,’digrtit a ed
i: titoli pregiatifsimi, e quaf ere- - ditarij di. tal famiglia f accrebbero:
dalla, maefià , . esdallà ' grandèZi^as nella elezione deli Serenifsimo L)oge C
’ fùo: gran Zio< Giouanni. da; Pefaro a cuiLanto fi de e;, che quan- tunque,
tutti s’impiegajfe- ro per celebrarlo: , nondi- meno. farebbero femprc^
'Dehit.ori:,ed eglt Credito- re , 2s[è mancarono nella A 6 fita Digitized by
Google iaP' , -, ' I Jftta profapÌ4:Mae!frt, tJ' Scrktori ; fiche all’ E. V,
fiù> conceduto l’ aueìr chi | facejfie imprefè da ejfercj' firitte , .e chi
ficriuejfe cò- fie da ejfer lette . lo fiola^^ mente hù ^accennati alcu- ' ni
Eroi, che germogli aro^ J no- nell Albero di orò della' I »; gran Cafada
Pefiaró :efi ' fendo tanti di numero, che ne l’occhio , . ne l’orecchio ^ •
potrebbono fenz^a Han- cheZjZ^a mirar li, vdir~ li yC tutti così fignalati, che
dalla grandeZjZja de He virtù , e delle aZjionffin'- z>a ver un altro
contrajfen &>« ^gnù rauuìfanfi
ejfsre fiati del fuo lignaggio . In tan- to compiacciajl di gradire ejuefio' V
elio d" orò che Icj prefinto ^il^uale non vie<^ ne ^ioléntemente come :
»■* • antic^di Coleo snelle ma-- ni digli Eroi della Gre cidi' n^ ^lentieri y e
pronta- UnZjA 4? {jjftiale uendo 'vn ricchifsimo Vel- lo d’oro dslU fue
proprie^ doti 3 chiaramente dimo- fira , che ancora jenZiA il preiiofo retarlo
delle glorie lajiiatele da' fnoi Mrot 3 farebbe abbondan^^ Digitized by Google
14? temente: fplendìda -, , e ric- ca». DallaX.'afà PJofcflidiyeneziai 14^
Aprile 16^7,. Btll’E.V.. ,'lGanì&I2i'«eti&5f,Obbb‘g£Ser^^^ t , {
M^ncefiòS ìmvnefchi delU t Compagnia dt G ieju . . A’LET^ Digitized by Google r
rprefénto , Lettori , vhì Libro di due nomi , de'- quali non sò qual fìa piu i
chiaro , e ricco , . ò quel di’ Vello d’óro‘ , ò di Rettorica.Vèncziana .. 11
nome d i Vello d'oro fii sì luminofo , che - mandò il fuo riucrbero fin
dairifo- là Coleo nella. Grecia^- e col fur* fplendòre additò là nauigaziorie^
&: illuminò la-ftrada' da- tencrfi dagli Eroi ’ nominati j Argonauti auari
vguaJmente.d*oro > c. di gloria, e->. Gon ameiiducfàtti gloriòfi »♦ ed
ar- Hcchiti* Il nome Veneziano e si; ^Icndidò , c si ;dòuÌ2Ìofo. di rag- gi
ehc,rendcXà:cnifsimo il^ CieL i , (ìuo^Ie h6 natio» e tutta TEuropa ; cfolamen^
te ofFuAra i regni Ottomanni con‘C- cli/Tare à quefh* la Luna ; ond*è piii=
marauigliolo del Sole , mentre.^ nel tempo Heììo e nello .lìefso mifperio à chi
reca il giorno, eà. chi la notte. La cagion poi d’inti»- toiarlo \^clJo d'oro
si è ; perchè !'• adunazion degl* infegnamenti ; e delie orseruazioniintorno
all’Arte* delben<Iife fono ricchezze ineftì'* mabili delia fapienza e
femprc- dureuoii come à punto è l’Animo di • chi rapprende; per lacui conqui^
ila non, è ncccfsario viaggiare , ^ volar colie vele , ballando fola- mente il
volere . L’altro titolo di; Rettorica Veneziana fi è dato per- alcuni fatti più
fingitlari., cd: illuflri degli Eroi Veneziani cd i fregi più i Jguardeuoli
dcll’inclita.,. . e fempre libera Citta di VENEZIA fi coucengono principalmente
in^ quell Opera ; onde e si; da contez- za (li iiioUe Storie , c
marau.igJie_> , es’infcgna TArte del dire. Dui] coii-'- tenerii alcuni fatti
dc’VcneziauL, cd. Digitized by Google ^7 td alcuni frcgi<ii Venezia : perchè,"
quantunque molti altri ne riferbi per altri miei Libri , non farebbono però
ballcuoli tutte k penne , e lingue vnitc infieme per Hcriuerli tutti y
ifpiegarli ; nèpotrebbon- fi rinchiudere in molti volumi, ben- ché colla loro
moltitudine mille ben ampie librerie colmafscro. Che fc ,'ò Lettori , farà il
prefente Vek lod’oro daroi gradita , e mirato col leggerlo ; io v'afficuro di
farlo comparire in breue di nilouo piii^ douJziofo , e più rpJcndido, SI che lo
vagheggerete nelle (urte edmevo- flro dono; e farete più rairab’lidi Mida ,
mentre folamence r. )1 guar- dare farà da toì accrefcii,^.^ la c la valuta del
Vello d’oro o i 1 *1 % Riformatùr}
deUoSiudio dì TaicuÀc-, Avendo veduto per. fede del Padre Inguifirore nel Libro
intitolato il J Vello d'oro , onero Rettorica Veneziana » . non cficiùi cofa.
alcuna. centra la San-, ta Fede Cattolica , c parimente: per atte- ftato dei
Segretario noftro,nientc.contra i Prencipi ) ebuoni coftumi»' concediamoli-,
cenza à!Gio: Pietro PinejH di poterlo liam-- parc jofferaando gli ordini
&c._ Dat< à 5. ... I Andrea Contartni C xu^Proe.Rifo^* . I rigelo
Correr^ Card. Prec, Rifar, \ N:cofq^ Sagreda Cau^t Prec.' Rifer, Angelo
Nicolofi Segf» .. 1^^7.i.Màrzp. Regiffrato nel Magiftrato » Eccellenti is della
Bfaftema., CarL*jdnt9niojGradenigo.Nod,‘. FacultasReit. V;F*fit4teris SoCilefU,
3^ Go , inf rafctiptusi^ Ludouicus 5 Bom- . ij* planuS/SOGretatislefuriiì,
Prouincia.» Veneta Viiiìtator, poreBatead Id mihi fa- tta ab admodum Ri P.-
Noftro Io; Paulo . Oliua Prìcpofito Generali » fàcultatem fa- . ciò , vt Liber
infci iptus •• F dorot onCm . re Rettorica ffemzjana Authore P.Fran- ciico
Simonefeo Societatis NòftraeSacer- dotc r &.eiufdem Societatis- grauium,
& ■ ineadem .Arte pcritorum iudició approba- . tus 9 typis mandetur * . In
.quorum fìd. &c. , Mantus .: l.ud9H.BomplartHS,^ DEL, DEL VELLO DORO. Oucro' BELLA RETTORICA VENEZIANA. Broemio'
lun’Artc giammai . cultà fece pompa di taiu tcmaiauigJicjquantcne; mod rò
l’Arte dei bciu. ^ parlare. E chi tutte le potefse. accennare , non che ridire
farcbbe:certamente marauigliofo . Cominci, Pericle a tonar colla vo- ce",
à.fulminarcoiréloqucnza , che tutta la Grecia fpauentata. imma- ginerai di
-riuedere- Salmoneoigià fulminalo i ò crederà che Gioue ra- gioni Digitized by
Google IO ttyeUo ^Oro ] gioni frà turbini, òche que*del Cielo Yogiiano fcendere
in.Terra per vdir Pericle dicitore . S’infiammi da M. Antonio con giiardori
dclla'Retto- rica il Popolo Roraanojche immane tenente dà quefto fiJafcera
iicacKaue<» ru diCefai e mezzo confumato^e tol- to il fuoco delia pira
brucerà prima i palagi de* Congiura ti,,c he fieno ri- dotte in cenere le olfa
di quel Mó- na rea . Verfi Arjftidc dagli occhi la- grime artideiofe , e mandi
lagrimc- uoli paroJc da Jid buc£«ì ìa coin- pafsitme di'Sinima , che piagnen-
do Antonino rifiorerà la Citta , e. rederi lo.fpentD Jiime. ali*Ionia pri- ma
che fi afe fughino gli occhi im- periali. Sìa fpaiancata la Reggia^di Sapore ad
Euftauo, che fubito que- fiifarà;parereàquelPrincipc le yì- uande /quifite
aifatto infipide ;.c le collane d*oro legami> di ferro.. Tirteocolla fua
Toce fonora dà il fiato, ed il Tuono aJic trombe guer- riere-.. Tuli io
colPimpcto regolato del dire fcaccia Càtiiiua diRoraa , a cui
apparecchiaua'.va*lacend io col- la ' k Digitizec; Ouerola^eètoyicaFem^khi', i?
le fiamme , c coi fangue va diiuuio T Di Paolo con eloquenti catene le- gai!
Roma , che tenea rifiretto il Mondo colle fiie leggi .. Qaeft’arte trafse tonti
di lagrime dagli vomi- ni duri à guifa di felci ; accefe igno- ri piu freddi
del ghiaccio ; agghiac- ciò i petti più ardenti del Mongi- belio ; feofse le
armi dalle mani dì coloro che poncano fottofopra ì Regni» eie Prournzie ; dièie
for- 2e à* deboli , a* pigri le penne yC fe- ce quad tanti Dei mettendo in pof-
fefso delle volontà » c dc’Cuori , tC" foro più pregiato de gfLnperij .
Or*io difeorrerò di quell* Arte potentiffima , la quale per auer pie- no il luo
trionfo vd ir più piaufi non votò il Mondo colPvccilionc de’ Popoli , come
fecero molti [Trionfatori, mà fenza tante ftragi proccurò di confcruar la vita
dr- mortali per auuiuar maggiormea- le lue gloria. CA- ■li lìl ytUo:dtOro,l LI BAD PKIMX). . i€me
fope.troMta J^ettoricaJ ^ron poftc <JalIa Natura le fcin- itiJJc di
qucft’Arte Jiobililfinia^ nel petto dcgii .vomini , i quali ta- lora
imòftrarono gli Ipkndori di quelle . ;Così veggiamo alle volte vomini
rozzilfimi auuczzi al campo. :fe accade qualche loro ÌQ« tcrcàe , difeorrere
afauor della.» propria caufa come appunto fan.j quelli che fono vfati al Teatro
, ed al Pergamo Si tratti nc’tribunali- diconfircare i beni , ò di porre la
mannaia fopra’ixollo d i.alcuno>che tofto per tema della pouertà , c del- la
morte diuenta ricco di parole , 'C mandafuori del Aio capo ancor in- tero tante
Minerue . Qual arce non adopera per incantare il ferro , e-» la pena
,acciochecòn piè frcttolo- Tq non corrano contraia Tita , e !la robba Digitized
by Google Ou€roU^(Utùrì€ayent:^<tM\ ij robbaddKco? Che non tenta per
raflerenarc il volto accigliato , e-» •nuuoldfo ^el <jiudicc , acciocho»
‘non piombino i fuimìni dello fdc- •gno^c della Morte ? Or veggendo xiò
coloroTopra i quali per benigni* 'tà della Natura che volea fecondar ringegno,
erano cadute le piogge piii àbbòndariti , e preziofe di quel-, la venuta già
fopraìDatiaè:determ?- narono di fiftfign'erc fi à i confini deirArtcciòchc
andaua feni'ordi- nc, c fenzA legge vagando ; e di rendere à tutti comune quel
che pa^ rea paftiediarc di pochi . Laonde,# fcrifiero eccellenti volumi ,
co’qua- li infcgnaronla viadi trouar ì*EIo- ‘quenza non ben additata dallaNa*
tura . E con fide rando , ed òflTcruan- do in fc ,'c negli altri da qùal cofa,*
principalmente folTefo molsi : e-» Ycggendp ciò riufcirquafiremprc »
preferifiero il modo da tenerfi nel nmouergli affetti vmani •. Per ca- gion
d’efenipio , S’auuidcro che-* ognvno fi muòue, ò dai diicfcteuolc, daUVcik ; ò
dall'oncflo # c perciò 14, W retto d'Oro
ì làrciaronofcritto , che per tirare il Giudice à fauoreggiar la caufa fi
proponclTcro il diletto , ò l'vtilità fe v'erano , ò roneftà per isfiiggiic
ogni ombra d'infamia : oucro i eoa» trarij de* fuddetti beni quando fi ?o-
Icfse fralloruare alcuno dal feguir ciò di che fi trattaua . Videro le lo* di ,
e la filma «iTer potenti catene per tirar gli animi di ciafeuno ; on* de auucrt
irono , che negli Efordi j fi doueflero render docili , c bene- noli gli
vditori , ò coModarli , ò coi mofirar di farne gran conto accio- che fu’l
principio efiendo mezzo le- gatinonauelTerpoi forze bafieuoH per rcfiftcrc .
Gli ornamenti piii pellegrini delle figure fiiron prefi da quei f che dotati di
maggior in- gegno /pandetiano nelle priuate-» Accademie, ne' Teatri, ene'Ro-
firi i tefori della fap lenza ne*loro petti rinchiufi , Ouen U Veneziana, if : • ’t * » 4 ( I I ' / « Delia Dtffini7^‘$nt , d€Ìl**jficio , del finct
’ j€ della materia 4f^(i Bjsttorlee , [ ’’ PRim^ ckc io dia la diffinìzioni,
dclla,Rc;^cifriea , fi dcc/a|)eife^ in fegqajjfì, nelle; Scuole douerfi «cr-
ear Smprc il genere ppo’fìimò -,rei'- vltiraa differenza >■ e poi >
diffinjr^ che, che fia. Mifpicgo coii’efct)àpio. Chivuolda-re ynadiffiniziond
ade- guata , e compita dejl’vorao y dirà chte.lJvpmo èAoimaJ razipnale.Anh male
fi eh iaaaa genere i raa^onalefi appella diterenza,la quale difiereii*
2Ìa;,lVorHo. da* Bruti;. Prefuppofto ciò Q diffinirà laRcccorica in tal ma.
niera . La Rettorica è vn* Arte, ò fa- cultàd/ bcn parlare .. Arte farà il ge-
mere de/lAM<?ttorica,.ncl quale con- uìene cpììa .]^*a J ect ica . > coli
a Gra- ma§icai&c^Pi he parlare,(àrà la dif- ferenza » colla quale
fidiucrfifica la Rettorica . L’Arte fi chiama quella che dà infegnamenti per
for fenza^ B errore x(5 U Felh «rOf®,
errore quanto fi dee operare 1 Per efempjo.; CIÒ òhe regola J '^fedi* di ehi
balia 9 ò le mani di cb/i Tuonai hà il nome di Arte ; ed è impoflìW- ie fallare
le fi ofieruano le regole da quella prclcritte , Che fi troui quefl* Arte di
ben parlare pruouaffi mani- fedamente , Peroch4»fe l’Arte fi dee dare qualora
le ópcrazioriifi- tK>r» fon fare indiflperentementè bene; d> male:.' ne
fégue per cOnfeguenta-^ aucrfi à porre vn Arte regolatrice!^ della noflra
lingua § e de'noflri di- fcorfi >' pofioche tutti non abbiali^ quefta
cccelkflza di benparlaY‘é,'rtc fien Tulliii ntDeteòfij^i , i qua- li xolia-
potenza della lingua ma ^ neggiauanò àlor talènto le Città ,-c leProuinaic .
L’vffició dèlia Ret- torica fi è il dir cofe atte à perfua- dcre; il fine è
indurre gli vditorià qtì auto vuole . Se polli coìifiderala Materia: la
Rettoriea non paleg- gia per vn /blo Teatro; inàtrapàfia le colonne d’Èrcole ,
c le Vic'del So- le , ed entra nc’confini di tutte 1^ Scienze . La Medicina non
lì dilun- N= ‘ ^ ga C^ero^laPyjPttor,f^'ene:(iana, 27' ga'dai
corpo vmano ; Ja Matèmad-* ca dalia foa quantità: l’Aritmetica
da'/uornumcrijinà la Rettbrica ra* gionadè'humeri,deJJaquantità,deI corpo
Villano e di tutto ciò'che_j può'cadère in difcorfo : onde la ma» tcriavdi'efsa
faranno tutte le coCc^, > come fé auefse il dominio e*l pof* lèfso
dell’vniuérro',> '. JDelU Tè fi , e iellklpotep, _ • ATtcndcndoTOratoread
vn'- Arce, che fporge la Jiinghez- za'delle fue braccia oltre i Mondi dh I •
Fiiòfofo Ahafsarca immagina- ti, e gli fpazij figurati dalla'noRi'a mente fuori
delia grandezza fmifu' ratade* Cieii, fi arrolìifce di com- parire fa aperto ,
c dinanzi alla:.. Gente pouero, e mendico aucn- dò il retaggio diAKalO rC’J’
patri- monfò di Crefo- palcfarfi* per vnii Irò ; fi vergogna die gli manchino^
prima le parole chc*i tempo j;c che le vele fpiegate. dell’eloquenza re- B 2
fliaa Digilized by Google ^8 llì^ elio <t Òro'f ftino fenza vento nel- mezzo
del' corfo j, ferucfi.perciò' della Tefi,- quando teme che l?Ipotefi abbia—»»
da cfser mancheuole di materia» La> Te/lcrcfce nella bocca del Dicito»-- '
re i Fattoli ,ed i fiumi d’oro delFe* Joquenza;. efà che la fonte nori-j*
manchi.» nèii difecchi.- LaTefì» di-- feerre generalmente del genere >' 0:
della vniuerfalità per coachitider nclia.fpeJsfè, c nel particolatrev Mi ‘
fpiego colFefempio.^Vorràperau-- uentnra moftl•arl’0^atDreche la^< feienza
delle cofcnaturali fidebba* da tutti defiderare: e temendo di non efsereicarfo
d’argomenti in tal: materia, lafceràJa rpczic>« fe n’an- drà al genere,-
prouandoànvniuer- l'ale che ogni feienza èdéfiderabile;^ perchè Ja feienza
perfeziona Ì-In^- telletco ,ammaeflra l*vomo>, c lo* follcLu dal volgo
ignorante, « e lo' rende.fi m i ! c à.D io . . Confermata la» Tefi con ragioni
, e. con’ autorità,, ; fi conferma necefsariaracnte Tipo- i t-efi ; chc la
feienza delle cofe natu-^ i*\Ji abbia-dadefiderarfi.. Il checca. qjieftc» \
Digitized by Google Onero la ^etiorka Vene^^am . ip queflo entimema fi
manifclta_» ! Ogni fcienza è difiderabile: dunque la /cicnra delle caie
naturali fi dee dcfiderarc. Parimente cb-i dubitaf* ^ di non potere abbellire,
ed infio ’ Tareàraflìcienza l’orazioncntlde' fcriucreilRc> eia Reina de*
fiori, il Gìglio, e la Rofa: potrebbe loda- re il fiore che è genere della
fpczie dc*fiori;efatto ciò rifult crebbe la-j lode ancora nel Giglio, e nella
Ro- fa . Sì fa ripotefi quando dal gene- re ,.e dali'vniuerfale fi fccnde alla^
fpczic, ed al particolare ; come pa- Icfafi coll'efcmpio apportato, nel quale
il dicitore dalla lode della*» (cienza>edel fiore gcncralmcHte, viene
fpecificatamente airaggran- dimento della feienza delle cole na^ turali , e del
Giglio , e della Rofa * Similmente fc volendo alcun pro- uare douerfi fuggir
l'inuidia, non-» auefle abbondciiolematcriada co- feguir l’intento, potrebbe
tronare argomenti , i quali inoltrino che_> ogni vizio è omicida dell'Anima
; perche ilabilito ciò ne feguc percÓ!^ so ìlVtU%^0f9y. fegu enza don er /i de tcftar
1*1 im idia, come pefte veleno ddl'Xnuidio- fo - Nienteditnenogaardiftcialcii-
DO di non andar vagando qui , e là troppo iiberamen{|te colle Tefi la neceffità
priiia di leggi non' violenta ) perchè acquifterebbe far- ina di leggiere >e
dq'ngcgno molto limitato Icuandoli facilmente per l'ària i yolo Ccaza
prcTcrinerfi- ter-r mine alcuno. ' . ^ . Pétrti della t^ittcnea. Cinque ^no le
parti ^ e quaft le membra delie quali è cumpov £o il corpo ragguardcuolc
della.^ Rettorica.La prima parte ii appcK la Inucnzionc ^ e confifte nel troua*
mento di ragion i , e d*argomen ti òr v eri , ò probabi li co* qilali l'Orator
pofla pcrAiadere . E quella Xnuen- ^ aione richiede maggior ingegno di *
verun'altra parte , effendo il parto piamirabile ,,e piindifficile della.,
noUra < Digitized by Google h ^H»haf^ene:(iana. j t ^odra mente. I.a fccoada
diedi Df- fpofjzionc >la quale difponc, ed or- dina lecofe troqate
dall^Inuentore mettendole j^c*ioro luoghi^, e fenza» la difpQiì^ione noa fi
rapprcrente- rebbe va MoadQ ben dipinto > mi Yndifordtinatifilmo Caos. Ed
quefto di/ponimcnto ricercali noa tanto l’ingegnò quanto la prudenr- «a >eM
giudizio di porre ordinata- mente ÌMoMà penfieri . ,Xa terza^» vjeu detta
Looszionè^à cui s^ppar* tiene il rinuenir i’ornameatoi. delie parole latine, ò
volgari, e non bar- bare> efitote , c non a/pre*vftrc, c; non tròppo
antiche. DallaLocu- zione fiaccpneiano , fi rifondano i periodiacciòcchè fien
volubili, li« fisi ^epiilui àguHadi $ferz.: Da)^ lafielfaLlocuziòneii
abbcili&e il di-* fcorfi3 colle fentenze ,colk^ure,. e con tutte le
gaJcpolfibiiiy come fé fiornafie, ed imperJafic vna Reina*. Si acquiiìa la
fauella .ornata coliO' lludio de’buonì Autori>e colla con^ tinua faticai cui
niente è malagc<% uole . La Memoria che è la quarta B. 4 parte Digitized by
Google \ . « ^ X tt falsilo • parte è iiuefacutta in mancare à Bicntc ,ed in
ritener fermamente-^ tiò che farà trauaco dal Dicitore; ed èdono
principalràcntedcllaNa- tura , benché coJfaiu co dell'Arte-» ancora ll'poifa
perfezionare^ ed ac- quiftare . L’vltima'fi è laPronun- ziazione ; e quella
contiene I gcHi , l'alzamento , e fabbalfamento del- la voce> e tutti i
conueneuoli moni- menti del corpo : fenza che Tora* zione pare tnezzo morta>
anzi fei^ z'Aairna. '; De luoghi degfi Urgomuti; . . . - i i * , ». • ESfcndoli
detto nel capo pr ecc^ dente , che nelfinuentare com^ parifee maggionnetc la
Ibttigliez- za dell'ingegno , aifegneremo > ed inregneremonel capitolo
prefenie ilufoghì , nc'quali rifiedono, cftan- zianogli argomenti. E prima di
additarla ilrada^ che alla Reggia diqiielli d conduce > lì decfapcce tra- j Ouer» la Retòrica P^ene^ìana. trouarii due
forti di luoghi, Vna fi nomina degli argomenti intrinfi ' chi « perchè
prendonii dalia iheffa^ cola di cui £ tratta. Per cagion d'e* fempio . Se tu
diraidoiierfi fuggire ogni colpa perche dififormaPAni-' ma immagine delia
Diuinità> farà argomento intrinfeco^efiendo pror prietà deUa colpa macchiar
la bel* lezza delPAnima , L'altra dicefi de* gli argomenti eftriniechi,ò
rimotf> perchè non fi cauarvo da ciò diche fi ragiona , mà d'altronde -
Argo- mento eltrinfeco farebbe il dire >do- ucrfi fchiuarc ogni vizio perchè
cofiordinano>ed infegnanoi fauij, cd i Santi Maefiri del Mondo^eficn* do tal
ragione lontana dalla colpa^ c dal vizio . Sedici danze fi conta^ no donde
pigliahfi gli argomenti intrinfcchi. Alcuni fi prendono dal- ia DifGnizione
> dalla Numeria- zion delle parti^dalPEcimologia^ò Deriuazion delie parole ,
da* C on- iugati dal Genereidalk Spezie, dal- la Similitudine, dalla
Drlfinaigliaii- ^ altri da* Contrari^ , dagli Ag- / B j giunti. Digitized by
Coogle j4' li Keliò d*Or<fy ^uDti, dagli Antecedenti, da* Corf^ ftguenti,
da’Ripugnanti, dalle Ca- gioni) dagli Effetti , dalla Goinpa'- razion
dc’maggforì, ò minori, oue-- ro vguali y e di tutti ragioneremo infegnando
prima il modo d^iargo- mcntar dà ciafcun luogo intr in/ìco^ ' cd eftrinfcco ^e
dopo di amplifica-- rc.XjHi argomenti efirinfcclii pren*' dbnfi da fei luoghi
fecondò il parer di Quintiliano r dal pregiudizio r dallafàma ,da*fcormenti ,
dalleta*-^ uolc delle leggi ,dal giuramento, c daMeftimoni; >chc fonoifcrarmo
potentiifinae per difènder fé fteflb>^ cd oflfendcrrAuucrfario. . De//ir t •
LA.diffiniztone è vii parlar che • palefa chiaramente l*efieredr che che fia.
Verbigrazia. Animale* razionale farebbe la diffinizion del* l^Voraodiffinito .
Cofi’ argomente-. uebbe TOratorc dà quello luogo. Quel Digilized by Google
Ouero lor I{ettùrtc4 ì^ene^ana, ^ Quel Monarca è Tiranno che è in^ tc/b
foJaniente alla propria vtilità r Caligola è tale ;:aduncjac è Tirà no.- In
quello liUogirmo cpJJa diffini- iioiidel Tiranno lì‘ pruoua quanto- pretende di
far veder l'Oratóre-» ; che è il dimoftrar Tiranno Caligo- la caligine di Roma
fole, delle Cit- tà, e diuorator delle Ailianze d'vn mezzo Mondo colla
rinifaratezza- della Tua gola Il modo di amplifi- car da quello luogo è
Pinueftigar diuerfe diffinizioni non cofi rigo- rofe , € perfette come quelle
vfate da'Filofofi , e poi accozzarle infie^ me,donde traggono il nome di con-
globate, cioè adunate . Ecco l’e- fempio neli’amplificazion di Vene- zia , di
cui attellò ad vn Pontefice- Maffimo vn gran Letterato , cifcrc vn'impolTibiie
, fc confiderauafi là grande2za,e la magnificenza della Città , pollo
nelJ*impoffibilc , cioè su l’acquc, le quali con ragione in- fuitano alla Terra
che non hà fimi^ li marauigJie nel fuo feno. Che altro è Venezia fé non vrL^ B
(5 mi’- Digitized by Googic ^6' U Patito ^ Oro, ^ miracoladella Natura» e
délI’Ar^ te , anzi fola mente dclPArte? vni^ Ciel terrcftre,vn pkcol Mondo
<lo- ùc fono rtft rette le bellezze pm ra- ire , le più pregiate ricchezze ,
leu marauiglk più marauigliofe? Que- fta Città è il cuore della maeftà , c del
v^alor latino: la Reggia eletta daÌlaVirtù ,c dalla Partuìia: il Ri- •
fttgiodella Pietà, e della 'Rcligio*- né sbandeggiare dalla fierezza de"
Barbari , perfeguitate dall’Impie- tà , efiliatc dairidalatria . Quella è srn*
Antiraaro centra Pinonda- zion di Marte , quando con- vn* di- luu io d'arnie
turchefche Tokffe ri^ I coprir Pitalia . E il Cielo fempre fcreno del
Scrcniflimo DOGE fole I coronato da*Pianeti , c dalle Stei le di prima
grandezza, da' Padri, e da^ Senatori chiarùfimi. E la Reggia della Libertà
difefada va Lione-» alato, che vola per la terra, e per Pacqua,c da* Cittadini
ebe hanno fortezza di Leone nell'afirontarc i pericoli , e villa piu acuta dell
A- qaile neU'antiucdcrli . E Venezia vna Digitized by Google Otmo U ^eftorica
f^eneT^iani, fy rnaCibcle , la quale con .fecondità non mafd menata Aerile hè
parto- riti i e partorifee non cento , mà in- niiraerabiJi £roi^ epiù di quelli
che ammirò la cieca Gentilità ria quale trauide quando affermò di rauui^ farli
fràleftellc nel cielo . E vn_» Teatro douc combatte innocente- mente Pallade
colle. Grazie r la^ fc lenza colla Cortelìa; doue feor- gonfi le felue
fubitatnente trasfor- mate in fuperbifiìinenaui > edin^ galeazze
torreggìanti i effendo la^ Città Maefira ingegnofa di limili trasformazioni non
amnurate da- gli àbitaDti , perche vfìà vederle^ continuamente nell* A rfeoale
. ba- llante à fabbricare >ed à riceuer piu nauirchenon furon quelle della^
Grecia fpinte contro a* Troiani ^ .c di Serfe r d'Antonio, c d'Augufto a’
qualifhanguflol'Oceano. . In quella lode fono Hate pofie^ ▼arie diffinfzioni
adunate : Mira- colo della Natura» e dell'Arte, Cie- lo terrdlrc, piccol Mondo
&c per lodare vnaCittàdicuipiù pregiali Nettu- Digitized by Google n reUo
Nettuno , che di tutte le fiic perle nafeofte yperkiquaii fortemente-»
tempeUano con^ tante battaglie le-' armate di Mane;. Il luogo dfcJle
difònizioni dàima»- tcria infinita airOi-atore,potendofii ' accoglierc diffinizionidiuer/e
prC' fe dalla numcrazion delie parti,, dalla fimilitudine , dalla difieren,* za
>,daJle cagioni dagli cfletti , c dagli. altri luoghi accennaci. Chi dicefle
: Roma cflere vn foie lumi- nofofimo , che prod igo d;ineftima> bill
tefori> non imptònerifee giàm- mai>raridiffinizione tolta dalia*-.,
iimilkudine . Se dirà, che hà. fette' monti' per fette Rocche fbrtiflìnie ^ il
Teucre per foira,iTCampidoglio- per rkouero , il famofifiìino fepoL- cro
d*^vlriano per Mbngibellopie* no di fiamme rinchiufe nelle bom^ barde ,
farldiffinizione prelà dàlia' aumcrazion-déliè parti. E.fe affer-» mera efler
quella che troncata pik. volte dalle fpade Cartaginefi , da* Goti da* Vandali
,.e dagli Vhni germogliiò.ccuxpiù teftctcdópo lc ftragi: Digitized by Google
(5uerùlkl{ettorica P'ereT^iana, rtragi prcflb al Ticino , al Traiirac^ no ,
c<l à Canne fife fentfr con' mag- gior fremito , farà rn*elogfo dagli
ertetti yCi che dalla fola diffinizione come da vna miniera copiofiiflima fi
poflbno trarre tcfdri da render do- uìziofo- qualunque difeorfo . } : DcllaVumerAV^on delle partii PEr leruirfi-
bene dalia didribu- zion delle parti fi me/liere di annouerar le parti delle
cofe tanto' iielPàmpli^cazione , quanto nell- argomentazione . Sotto nome di
parti s'intcndorjonon folamcntele’ parti integrali', verbigrazia nci- l'voino ,
il capo , gli occh i, le brac- cia , il petto &c. in vn palagio ; il tetto
,de volte , le finellre, gli vici ; mà le parti elfenziaii ancora, come la
materia ,e la forma ncTuggetti comporti ;€ oltre à ciò le doti , e le grazie
<^peziali ottenute da- Dio, c dalla Natura vertendo quelle come tante
Digitìzed by Googic 4<> // fatilo d'Oro^ Unte parti > Je quali
adornano TeL> foftanze j c le cofe fatte. E però» ancor gli Angeli fi
poflbno lodare dall'agilità^ dalla fottigliczza^dal- rintendimento , dal la
forza , dall* bellezza > c Iddio fu danza incorpo- rea > cd infinita
dallafiipieDza,daJ- la bontà , dall’onnipotenza , e da , ciòcie èproprio di
quella efienza Diuina ^ c indiuifibiie , e prima ca^ gionc d*ogni elTere» .Sc
l’Oratoro vole/feprouareargomcntando^che Eranccleo è ottimo Capitano, po-
trebbe formare vna Idea di;vnCon* doteiere d’efcrcitir edipoimoftrar Francefeo
fitaiie all’ercmplare for- mato. Il buon Capitano dee efler fortunato
nell’iinprefc , forte nelle zuffe , perlpicace nel preuedere f pericali,gmfio
nel premiale &c,- in Francefeo tutto ciò rkrouafi ; adunque egli è ottimo
Capitano* Neiramplificazion dalie parti dob- biam contar le parti componenti vn
tuttq.^^ A c.igion d'efcinpiojnel- la deferizi on di Venezia ( fé pur fi può
dcfcrùicre l'Idea della Beltà) fi > dou-. Digitized by Google Onero la
^ettoricaP^ehi^iafta, 41 dourchbc ridirc'iJ mare della ''gente ondeggian te ne
Ile pubi ic he lìrade il dallo , e rifladb del Popolo , Ja magnificenza, e
vaghezza de* pa- lagi non inferiori alla Reggia del Sole > il quale darebbe
volentieri Ja fua reale abitazione per auer gl*im - pareggiabilicdifiziidi
Venezia, la Piazza di S. Marco fi mirabilepei- le fabbriche fiupendilfiiiie che
la^ coronano , e fi fmifiirata neiraiii' piezza,chegliocchi fiftancano in
vagheggiando l'architettura più che da Dedalo, Sci piedi nel paf- feggiare vno
/pazio qua fi troppo grande ad vn Mondo fe quiui fi ra- gunafie , Ja bellezza
de*Tcmpi; , i quali raflerabrano faflbfi Olimpi , le ftradc'ondofc fatte da
Nettuno per nauigare a diportola fua Città> la moltitudine fenza numero di
ti Rè quanti fono i Caualieri , ed i Senatori ballante cialcuno à gouer- nar
più Mondi, il gran numero del- le botteghe, doue fi contiene l'O- landa , il
Perii , l'India , e laSabea» E co fi andrai difcorrcndo per Pai- tre Digiiized
by Google 41 iirt»0é:oyo y . . tre parti che ùumo va compoda df miracoli .
Eccoti vna inunagiae di vna Città diftrutta ombreggiata^. , dalla nerezza
dcll'incbioftro ^ A pena SII iameaza notte entrò nella Città iefercitò
barbaro,ò'per dir meglio il fnrorcxoa ’ tutte le fn* rie > che incontanente
la Cittè cre- feinta in molti fccoli rcftò in punto dirplata^ ed annichilata.
La Tua Reggia principale è cintada^ coronala minofa di fiamme non già per hre apparhr
là pompa , e k maefià-dl ^eHa ,mà per moftrar la pira preparata a* Ciittadini .
Si lerifccna co* bronzi degli arieti le mur a, jie qiiaiipeafauaiio di firoiir
teggkrc >e di refifiere alla violen- za > ed alla forza dei te^a» e di
ilar forti cotro alEetèrnità^ SI rom- pono k /lame ancor viuentLfe ere» di agli
occhi , acquifiate dagiiEroi col troncamento delle membjm nel- le battaglie .
Abbattuta >e disfatta Reggia fi ricca coll*inccdimento di- fpo^lk
innumerabiJi tolte da’Cit- tadini à mìMeiciiierc rpogliàte>.voj>
Digitized by Google la in vn tratto a*ùcsrJTcmpi>ia fie- rezza portata dalle
penne dello fdegno , e del furore ; e q^iui fi at- terrano gii altari^ fi
lacerano Pim- maginide*Sanw,fcroftanfii marmi ^'pauimenti biancJieggianti con'
inutdiaefeiiavia lattea ^ ammaflafi* l'oro , € l'argento 1 iquefatiojimpp-
nerendo egli vortvini,^ cd'i Saqti' / Cqi^umatek Chiefii fi venerabili / e
Ipiranti ancor dalle mine terre- re yG maeftà ^commc^allO‘i Sarban ad
inc'oMelir control i pàiig^ld? no ■ bili yc le cafe de* pkbci colte fìàin^
tne,c col ferro, cofltra'l latte de* ianciulii , e’J ùLagne delle matrone, e
dcHc trqrgini> c partite fra loro le contrade >^|Mggjano ehi pih prc-
ftamentcooU* fpada ,ccolfixocolc diftrugga,. «?cJm abbia pih aflSIèto l’acciaio
, c pih forfora la fidfontìtV Ardono' molte famiglie nelle lor cafe f &
hanno la totaba , é laplra douegià cbberola cnlla^hre vfc^ tc colla cenere nel
capo , è doUe la* ' gr ime negli occhi ad ammanfer la ferocia >iono
raifèrabilmente fean"*; nate Hi-, ‘ . i by GtiOgle *44 llTettéd'Oro^ .
fiate perchè auellero pennato dì trouar Ja pietà ne’Barbari differen^ ziati
dalle tigri folamente nciraP* petto» AJenne donne t e fucinili auendo patito
ogni oltraggio, fod- disfanno all'appetito del ferrabra- mofo di fangue fi puro
. In fomma è intanto guafta c diflformata la Città, che non reilando falfi da
in- tagliami la memoria, fi pudferiuer fol nelle ceneri» Qiu fu» .
itelPgtinfkgia^» PVòdsr larga campa ^argo^ mentare ,ed ali’ampliar l*£ti*
mologia 9 ouer interpretazion del» le parole» Confifie ^cfto luogo
ncU’kiueftigar donde tragga l'ori- gine il vocabolo. Ptr efempio » Vorrai
prouar non efler racriteuo* le del nome di Rè chi hà la corona nel capo», e
loicettro -nelle mani i e per £àr ciò> iniicftighcrai da qual fonte origini
il nome di Rè.. Non d'ai- Digitized by Googl Oum la ^ eU. d’altronde fi deriua
qiieftovocaboio iì adorato di Rè fé non dal r%ginié- to de'fuggcni y e delle
proprie paf- /ìoni ,€ dai nonefler Rgnoreggiato dal renfoiadunque non è Rè chi
non regge nè i fuddhi , nè i fuoi affetti ,, L’interpretaméto del nome porge-
Irebbe abbondcuol materia alle lodi; di Roma ,che procededalla parola greca
l{omf che Tuona robuflezza y e fortezza.. L’emula del Ciclo' meritaua ih nome
gloriofo di Roma, che vale^ apprefso i Greci gagiiardia,c vigo- re.Equal
vaiétia maggiore che fo« flentar con gli omeri Tuoi Tette mó-- ti,i quali
TeruifTero di Teak per pog- giare airEmpirco? Qual valore reV fi fiere a 11’
Affrica col far fronte ad' Annibaie Marte di CartagineProm-- per IcTcttccorna
del Nilo coll’ab- battimento diCleopatra? deprimer l’alterigia dell’Eufrate
coll’abbaT- Tamento de’ Parti ? auer le tre parti del Mondo oonofeiuto
congiurate a’ danni del Campidoglioje niente^ meno Grondare à- quelle- gli
allorii dèli llydlin^OWi- del capo ,
cfpez^ar Tarmi delle de- lire furibonde?- Qual valore palesò- quàdo Aiperando
lEartaginc (limata^ . inuincibile domò tutti i Leoni del- TAffricai^cioè gli
Annibali , gli A- milcari, e gli Afdrubali? Roma per cagìon della Tua forza fu
{celta dal' la Diuina prottidènza iioilenereia^ terra la macchina del Cielo:
Lafeiando la più vera Etimolo-^ g ia d i Vcne2Ìà,detta,comeivoglio-' no Seruio
>.ed altri quali £nezia« per cagjon dc’Popolr Ebeti fi lo- derà ,dcriuandòla
dal venulto del- le grazie,e vaghezzeaccennate dal" nome >ò fi
confideri la bellezzadel? fangue, del fito vdcgli edifici ji.dèllc' pompe ,
&c. ouero potremmo in- nalzarla coaderiuare il vocabolo fecondo il
Sanfouino ,da veìii etiam qua fi ia Cittàinuiti > ed alletti i fo- rellieri
à contemplarla di nuouov Riduconfi à quello luogo Tèqui-' vocazioni
lignificanti colediucrfe Di tal forte è quel celebre diflico' fatto contra
Nerone moftro di fcr-,- ro abitante in vn palagio > à cui la quan- Digitized
by Google Ouerola^ettorica Vtnc7;jìMa, 47 quantità deU’oro maggior delle pietre
dalle quali fh in parte com- porto/diede J*appélla2ÌQn di Cafa d*oro ' ' ■
ilmsneget^neanatfmde flirpe Keri- nem? ' SHflulU hìc 7iiatrem,fuflMlì(
iUeVattem, L*equiuoco rtà in quella parola [uflulit , che rtgnirtca' vccidere ,
e portare ;’crtendò'rtato Nerone vc- ciditor delia Madre , degna forledi morte
, perche partorì Dragoni , Sfingi , Chimere , &■ Idre , c tutte le fiere
più mortruofe deii'Affrica , c dcli’inferaonei mandare alia luce vji parto fi
nero > c dirtbrme per la bruicczza del V12ÌO. Simile fièle- quiuocamento
d’Augurto allorché di ile dì non sò chi il quale rompeua coll’aratro il
fepolcro di Tuo Padre. Tiks ille > eximtèentm Vatrem cólti; feberzando col
verbo coliti che vale riuerire,coltiiiare, ed arare. Le pa- role parimente
didotte , e deriuatc da vocaboli appartengono al capi- tolo prcfentc, come
farebbe ^mor canato da l^orna , .ddulator > da Lau- ti Ator , Digitized by
Google 4» . llreUo iTOw, dator, c tutti gli anagrammi, Final- racnte il
moftrarc alcuno fimUe , ò^ dtólmilc ad altri dello fteflo nome , • prendendo dà
ciò occafionc di loda*t. re, òbiafimarcc proprio di quefto', luogo. Perefempio:
Chi fi chia- maife Coflancino potrebbeii lodare col ùr veder laPcrfona lodata
fi- milc al Sole degl*Iraperadori: ò bia*:' funarla col moftrarla , molto
difll- miJc , fmcntcndo il nome importo-, le, il quale collo fplcndore faccia
comparir più chiaraiaente la notte . del vizio . De'Cùrtgiogath . . CHiaraanfi
Congiogaci' quelle parole ,.leqiiali òfeaturifeo- no ^ vn fonte.fteilb , ò non
hanno ipòita diucrficà , , come .fono Jt*^s , lufiitiéi t forti ff fortitcr ,
foriit^Or la* uiezza ,fauiamciite , grandc,graTi- dezza , reggere , Rè ,
Venezia, Ve- neziano, c limili. AppeJlanli Con- Digitìzed by Google
Ouerolaf^tf^dyené^ 4P giogac)>perc1ic ifon Cotto molto dU fìadfi
Giilla^miiittidine del nome>e fon qaafi pofti fottt^ló fteflb giogo. Ecco
l^rgòmcrito. La prudenza fi hà in grànpregiò'dallc'Gittà ; dun- que l'vomo
prudente molto fi ap- prezza. Il Regno è foggetto a* cafi fortunofì : adunque i
Rèfotìo fot- ^ topófti aUc fortune tcmpeftofe^ , Eccò' l*efempfo
nell'aaiplificaziq- ne deJl*antica Roma da^congiogati. L’antica Ronià tantoiii
ragguar- deuole nell’ampiezza delle fabGri- che , nelle pompe degli rpcttacolf
,c del le pubbliche fefte, nelle douizie, e nel valor de’Gittadini, che lodan-
doli alcuna cofa , diciamo'auer d-el Romano, Se mira fi rn pompofo palagiochc
abbiala cima nel Cie- lo, c le fondimelita ncll’lnfemo , ampio nel giro i
forte^ e maificcio «nelle-mura , einruperabiie agli Vrci degli^rictifdel’témpo
? fpleridido nel luft'fodc^ marmi pareggiati , c ripùlifidali’ArihicèttUra, e
dalla^ •leggiadria^ ftibita ménte fi efcJama : . qiiclV*édificio tapprefénta le
mac- tii* ^ G chine ^hiiK Romai^ .v^Se irCirta^i >jSiii modrft nelle
pm«aei^:€iiìé'J>c4tri4i abiti< 4i6aiM*oi?a fcmptÀMi Ài giwmet e ^9ue
oi^eggfi^' ii Tago» il PattQÌtì4)eJ*£ filtra ; Tc fpfegano
iiuree>eiiujou€lfeggeL<li in- jucoute da Misem%^ dal 'Caprtc- <io:
gridali tali appunfioiCiTere :fta- te f u^Je degli ant^Jbl Romani^^el
rieeiii^eato de^ pr oftf i; , c dè'iofc- Rieri Monarclii . '6evi%aui; mani-
fcflaflli pcff vomiai non ordinari; oo'Joro tonfigli nel Campo , e nelle
^al<^ j ^>appiia«dc à>qttelli;€raJcan^ d^ i xetme Maefir i> 4i An
ime gr a o - 4i^ualia'Sef)atori dt^oma>^aLr ' Àii ime :Ro mane* r< : .. .
> ;:t,Epjcr4ionaihiogarmi da.ycncr a:ia Ci età fingi! la re ,-eche Jià ogni
cofa fiflguJariffima:<}utìfla s’innal- zerebbe da quello luogo così. ... Cbi
ynpie aggr and ire voaC i ttà^ e ceiebrarJa .pfir:dou[ìaiofe<^i per fa- uia»
perndbile > pctiinagnéfioìi per ,a,ni Rate dclJUiÌferii>diceiiQb
ricchezze di' Venezia, , rì^ qhaleL-» coadeae. tncce le miniere:! la pru- denza
/ Digitized by Google ^MYù la Heti&rica Venetiana t <lcnza dei icuzto
Veneziano com- podo di prudenti tliini Senatori/ln* teJl igenze Tu (Ìì cianci
al. volgime nco di piii Mondi: Ja nobiltà Veneziana ricercata, & anibjca
4al iore , e dal fregio deli’Eur^a, da^PrÌHCÌpi;Chc fono i piitnogeniti.deJia
maeilà : là fp cz i o fi tà delle * Re ggic V enea iane da cui rArehiceteura, e
la Magnifi- cenza prefero il modello : l’amore di Ven<?zia verfo la. libertà
mante- nuta per tantifccoli.col lenno ., c colla mano armata ^ ^<^uando
xjuafi tutta l’Europa era incatenata fra^ ceppi de’Barbari, che liberi ,e len-
za ritegno accompagnati dali' In- ,ferno feorreuano la miglior parte ideila
Terra ^ e’i Paradilo di gue- ^flo— >.« Riadopera talora guefioduogo , quando
fi fa largura nomata da_t Retori Iperbole, che vale cccefib neli’ingrandire ,
ò*nello feemaro . Di tal fatta è quel verfo di Marzia- le contra Zoilo
folamentc à fc fiefip eguale nel vizio. tion vUioftiS hmo ts ZoilCffed^itìumt C
% e quel ji ^ il Velhi^oW c tjucrdctto'di Tullio'ftelle Ver- rine t méì àón
vtiHS h$mo impro^ bus ifpprimendus fii t ied omnìnè om~ ms mprohitas': ' Ói
firn il foggia fono <que*mòdi f ìJonèbcllo> naà lafte{- ' fa beltà: non è
fiero >màla ftefla-^ fierezza ♦ Là'figdra àncora detta Paronomafià V ò'
Annominaziorte feruefi de* Còngiogati y facendo da Cétlum cd4tHittj da morum
immrnlu tatem , aggiùgrjiendo , togliendo , c mutando , coiii*è fama , e fiamma
, idea /e Dea , amare,e mare,ficlJa, e (lilla, ridere J e ridire, Marte , c i
morte ,e fimiglianti' fcherzi' detti bifiicci. Di ciò abbiamo gli efempij
àpprelTo i Jliatini,ed ltaliani. Mar» ziale nel fecondo libro de* Tuoi ar- guti
epigrammi dille ; -rt morte fugeret Je tannius ipfe peremi t» Die rogo, num
furor efi ne morUre mori ? ’E quel Poeta Tofcano: jtUor che dier dalle feamate
gole ‘ Sangue in vece di voc^ /r dipàrolè , • *E'colui‘: Marta che merla mirto
4 morte m*vrta* Ì,a' figura Traduzione , ò-Re^ -* oli- A Digitized by Google
OuetoUK^etmieAf^enc^imu, 5^ piicaziòne della Ite Afa «parola , ^6 mutando il
cafo,ouero il fenfo> mi- lita fotto i Coagiogati - Ne lia per cfempio sud
detto di €iccrone.^irf whil habet in vita iucundtm viPat^is cuf» virtHte vit am
tiMpoteii colere di*» uerfificano i Congiogaci daJl*inter» pretàmento dei
vocabolo in ciò : che rEtimologia dacci materia da ragionare coli’inqnifizion
dell^ parola ; ed i CoUgiogad.colyarià- mento del vocabolo >ora nel
verbo> ora nel nome,or neirauuerbio cam^ biando fembianza à guifa de* Corti-
giani Protei Camaleonti delle.*. Corti femprc differenti ^ e ferapfe IL Genere
confiderà Co filo/bfìca»* mcnteè quello che comprende^ fotto dife la fpezie, e
fi dice , ouero fi predica effenzialmentc delie coft come pane fuilanziale >
raàefami.r . •I . Cenere^ G 1 nata llydlùiOtOt f^co rettorìcainence 9 e non
recoa-' do Je leggi reueriHime della Filofo* fia i è eliche hà lótcòpòfta la
ipe-* 2^: verbigrazia. Animale ègene-; ré, predicatonella^ropofizione^
déiiaTpezie^dicénaoii. LVomo animale :<3ittà è genere perché di« eiamo di
Ròma ^ e di Venezia v Ro- ' ma >c Vèneziafron Città r' fiore è gémere perche
abbraccia le Rofe^lc Violei i Gigli > ed i Gfacrnti ; Gem- ma è genere
còmuìie al diamante f allò ' fmeraidò s ' ab topazio &c« L'Oratore coli
argomenterebbe^» .Non è virth: dunque non è nè pru« denza>nègiufiizia>nè
temperanza# nè fortézza dtc.cónténute nel gene* redellà virch
Néiraraplificazio- nc fi bà dai cercare il . genere di che • che fia
/ridondando la lodéjò'l vita- pcriqdelgenerenellà rpezie. £ co- sì chi volelfc
oniàr co*fiori delTelo- quenza la Réina piu adorna de’ fio- ri, e la Diana
delle fiélle fiorite > odorofe del Cielo de’prati;cd eleuar là maefià del
giglio fole biancheg- giante ,e fermo del Popolo di Flo^ ra, • Ofkero la
I(èt^ricit Fen i'Ty àggrandfrà ihgcnere labclJe^- za de'tìòri^ ChidìfiafTe df
trafigge- rccolla punta dello ftilc y, c dclla_^ lingua yn Tiranno particolare
/la=- Ctr^rà gémerai mente il Tiranno fa^ ria ac*Rrgrir,e Cariddi dcll'aiter
dc^ P'òpoffi Vcggiamo'l'àmplificazion diai genere - ne Ha lode di Venezia-i
che^utio contiene . Ogni Città, marita particolare ofiare'i-bènchè altro'
pregio noa^ àuèfiTe che PéfférCittàiJhnpercioc-» ' clì^ alle Gittàricorreft,
dàlie Terre circdnnicfne quando il firòno delle trómbe ^ e de^ tamburi nemici
di- nun^ia il disfacimentó alle ville', il guèlfe alle campagncVil rufe^men- tó
alle gregge } ed àgi i - armenti , la mortè à'coltiuàtorrdc^ampr. Que- lle
fònoi gli argini alzati cónira.» gli irhpctuofi torrenti di Marte , c drBellonà
^ ed il ricoucro della Ce- te sbigottita dàl rembiantc'del Ter- rore, dal ceffo
della Morte", da* ful- mini delle Tpàde', dall*mgordigia della' crudeltà
famelica ^ che cerca disfamarli coi corpi vccifi , c dalla* C 4 ' fete . ..'U
ytUO \ . fece dèlia fteiTa bramofa non dì vii ^ ^ * i • nume >fnàdWn'0-ccano
dilah'guc , L’Airembkenclie quali fi ftatuifce di fp/gnere le arante nel inave.
„al- lÒr che i Corfari Arpie màrine Pin4 fèftano, e di mandar gli cTcrciti 4
raffrenare" il furore featénatp , fparger fangue per fai; ricolta Ài piu
palme che pompeggino nelÌ*lV dumea, nelle Città iì,:ragunano. (facile
pubblicalo leggi , c iiampar hb edittali qualifbnfremVecatcnc fen^a ferro; per
mancamento.dièui partiVebbe la pace , ràmpre , Jaj li* berta I eUfecol doro
>.c^vcrrebbonq in lor vece la difebrdia f« da Icruitii, e TEtà dèi ferro.
Qui fì ùa* noiconfueti mercati , ne; Vu4y ,i| yedecó vnofgqardo’quaiitQ ha Ce-
rere ne' piani, .Po ne’campi , Bacco nelle colline rBlora ne^praii, ^
.Commendate le Città dal generi rifui ta la' glòria nella fpezie^e ncir-
Indìuiduodi Venezia verameiue-# vnica, e /ìnguìare com*è il Jolp^fra* Pianeti ,
e la Fenice fra gli 'v^celli'. Abbia peròrigiurdo rOratpre di non OMro h
B^ettoricii P^enèT^ana . 5 'f nondi/lender/I foperchienolmeiTté col genere j
Cagionajidofi dal trop- po delle viuande aneora.pm fapori- i€ ,;c" migli
oj*i la naufea olcrecfaej:> non fi palefa il Dicitore copiofo co- me la
terra ,.che èabbondeuoJe noli folamente d^oro , mè di argento , c di varietà
,di- genime Juminofe* fi- gliuole del Sole partorite nel {cen- tro della notte
, e vicino airinfer- - no,doue giugne animofaracnte TA- uarizia ^ capo’ Dc///i.
spezia; SE chiedèrafli al Peripato-, cd al Liceo qual cofa fia fp'ezie > ri*
Iponderanno-efler auclloi che pre- dicafidi che che fia difièrente di nu- mero
y cioè- non diuerro eflcnzial- nicnteìòfoftanzialmcntc, Vomoè fpezìe :
FrancefeojPaolojGiouan- jii fono grindiuidui di quella; dW ccndofi Francefeo è
vomo: Paolo e vomo' ^ La Rettorica però yfata. C J 5^^ tómprc alle delrzic? c
tnorbrdei^^' fiori non hà'tantst ed afprezza , • ed aufieriià fonde fecondo i
Reto»' ri ; lui iarid eh limerà Ili genere: Sa* » bihoj Perugino ,Sanefé ,
Roncano , ' j Veneziano farcbbèf^e’zié : Galea ' ' galeazza i gtmdola sfarebbe
fpezic j com prefa da ogfir legno atto alla uauigazione ;-Or prOfeguiamo la' j
tela ordita 'dal geftei'é' col l'aiutò ‘ della fpezie continiiando Teccel len .
za di Venezia femprc Serenilfima nel chiaro della pace , e nel torbido tótà
Merrav , /; •/ . ; ' ^ Venezia riuer ita dal marc_> ^ chè' leià ólTé^R>
> c la còrteggia còlle acque > tanto eccede' le altre Cfttà quàntd il
mare fdrmonta i fiumir^liVi iquali hanno per tri* butJfri; cctìtd'dumi ;‘c
cento monti ncuofi : e quanto fcedri del Libano còlPeminenza loro fdpràuanzano
il Vnlgò delle piante minori . Ve- nezia natà^ per fignoreggiàre , hd
mianténuta la padrònanza piò di . mili^ahni >ed bà cóiiferiiata la Li* '
bèrtà^yeràràcote d*oro non tocca -' Digitized by Google onero ia^ettòrica
Fene^ana •ma i dal ferro , e da'lcgami^de- Bar- bari / ed elfendoVVenezia nata
t e crefciutà lib^ra^ fdiolta , e 1 ibera fi confeHierà infiiia- allò
fcioglimen - tó della Natura, ed ài fcpolcro deli' Vhiucrfo f- Quella •
Città>iltuata«, hcll'afeque non-arfe neil'àbbrucia- mento delle Prbuirfzie ,
ne pérdè la rerenitàVnel ftìmo dell'Europa iA- ccnerita v Qdà ricorfero
còm'àPa-* tfia comune le Genti* deìritalia sbàndé’ggiate dagli Vhfii , e
da’Goti, ppffeditod d'ògni luogp , votò d'a- bitatori i« ripieno di guerre , C'
di miferie . ?Sotoc> l'ómbìf?a di ycnézià riporàronogli Akffandri,ed i Pon-
tefici Soli del Vaticanerfuggendo la vainpadegf infocati Tiranni dall'i- ra i e
dall'inferno V AfATenezia nel- la defortnicà deVègniguafti dall'ar- minon fii
tolta la bcUezzà^ neH’oi- curità la’ chiarezza ^ nelle cadute la fertnez;^ ,
nell^àbbalTanaento l*al- tezzài, nell'infelicità la fortuna ,
nellàiiedlitàlavrrtb.di produrre i c multiplicare PèrfoRaggi efimij nella
fortezza 1 Dclcónfigiio,e nel-; - c ^ U. I il u.Ct '0 la letteratura-., q
cornjjadlfcra jtol‘ Campp > ònelje’Corti i' pfac^lciM- • femblee »< ò
nelpAccadefhtCji'.^oè ne* Teatri di A4F;irt«'.i dk Miade togata ,• &
armata,^, li dèiidefio 'di veder l^cneziadà^lcali a'iptedi^dè* Pòpoli >e*i
voloalle xV«le;/pigifc;iÉ- dòle dal CicI natiio.al Croi' topirc’ Serenijlìmo
delia-Reioadcli’Adnaf ' tipo .- ,, ^ , {,At:^n'p fpeztc potrà' fecondar J:
ingegno a? Lodatori dé|ja rpezie’ ymam., fc porraiiàp^en.!d3eafe(.ar pregi; di
T quella* •(> ]&c?iebè rranurio | quantunque ereataì^ T^ra>jitìidj }
teri^.fbeanto appt^zjaato.dallaDf§ ainità> che 4ià^d^4riii^rèfca;tco del
fsngb',^iimto{b^ gli argenti , C le gemmè Idóli ,d«l^ udo idolatra^. C;S^r
dégl^ irò*» ' m ini diueniiti Tijrefie'^llo i^^iondo * rè di ei^
iperphè.fkanJilepofeagli 4^geli fuOaaae ÌncorruiiijbiÌJi>i ne fogg lacci j
ti alia inortc vi quali npa ebbero' rattcnimeoto nel' ipfèèipi^ zio ne
alzamento neliài caduta i perché* là Biuini cà v^lJlo?ànPQHì|^ , :ì rarfi- ' f • . ^ J Óufroù^ncricaKefie^idm, rar/ì nel
catalogo degli v.omini > ed aiilmantarfi di (poglie niorttliiperr chè- lo
pofe ne - feggi célefti ;«* quali non' folle contento il .Gonfiftoro; e’I
Senato del Cielo non. vedendoui l’.vomo AfielTore j'.c’ j'erafia'Diu ir
n.o.fbire p onero fenza la..vUfà' dei noilio fango .. .' - fi ! • Della
Sitnilitudmei ^ “ - > - - : ' i'* !». Li- . djnfegnar la raani«ra-j A
d’argomentare, e diiefcm^ifica- rrpei* .via d i /imilitndinc èìVópo fa^ per
,dhe fì*poflbnogli Oggetti i co- iiifcere òi colla cognizioa iertipli: ce
,edaflfoluta , oiiero rirpettitia-j. Sénie/i della fempiicc cognizione
l'Intelletto quando rimira Tempii- ccmente gli Oggetti non attcndenr do fé
lecofe fieno fimili ,'òdi{fimiii ad altriOggCtti nella qualità ,e pro- prietà.
Adoperali dallo- ftefio la»^ cognizionrifpcttiua , quando con- fidecati gli
Oggetti rimira gli altri ^ * con- con’ofleruar fe^abtyiano zz 9 ò idiilsiàfg]
ismz ifrà loro • ' Per . efempiOé') Si^uÒ£on^ì^ie^a^ IVomo aifbliitaizìeìate
inr<^ftefib> con fide» * randofintend imeneo ^la.fòrtezza 4. il vizio i e
ie altrc ^uaHtàdnteikci turali , emoraii rtton ba« dando alla
OmilitudineràevhàcolU' ' Intelligenze perPiùtelligenzai eoa . * fenioniiper
cagion del vizio ; c S v può contemplare oflcrUzndò la diP> iknilitudine^ò
la fimilitudihe. do c^’IntellèttOradopéraii queiFd’' fecondp modo
Ja:£militudine>Ài ^ dilEmilimdinei la quale confiftentl ^
nxoilifaid&nili ^ ò diÀFérentigdi ; g[étti^:M(ortre auucrtafi che la fimi**
litùdincie difiimilitudine riguarda*' nqrgidfio^ gHnregnnaiemi de* mi* gliori
Autori tu tte loCategorie : kr^ Ca tegoria della' V à;cu i ap* partèn^miio la
bèi lezza, e la brut-^ rezza ^ia'tbiàttzza ye l’ofcufkàf il vifibile
l^nuifibileyin delicatez* za> e l'àlpfezza del Tuono f kibaui^ tà:^ e
la^fpiqceuokzza degli.odòri la: r* : i , Google Ouero la ^cttorìea Vene^óna,
.àj ' Jà dolcezza y c J*a marezza dc’pipo- ri , il caldo , e’J freddo , la
liceità , c J^vittid/tà; il biafimo, e*l vituperio,' la
nobiltà,crig‘nobilitàdelIa’Àjrpe, la’ fa’nità , e l'infermità ; lo fpiàcen- tc
, e'I diicttcuolei l'allegrezza ’> c làmalincbniaVl'odio » c Tamore^Ia
IpeVanza', c la difperazioftc y- il ti- more , c Tardimentò , la fciénza V c
rignìoranza', la giuftizia'^ c l'ifigiii-’ {ìizia , i vizi) ye le virtùì e le
altre quà^lità proprie de» fenfi“,' ed atte- . nenti àll’Anima 5 ed al Corpo :
la ' Categbria'della quantità ^del lito , * dell aMerc i c tutte le altre
iriregna- te dallà FiJofolia.-Oirerui/i però che quàìEìdo lì pone nel difcòrfb pib,
ò meno ; ò agguaglianza di gradi nélla qualità y' e ncil*àltrc Catego^ ' rie ;
non è più limilitudinc ,ò dilfì^ miglfanza,màGbmparazione‘, di " cui è
proprio auer rifpetto alla pa- rità ,'òdifpàrità.- Verbigrazia .Se io dirò che
Venezia è più faggià-, deirantico Senato di Róma , e del- rAreopagòd’Atene
reputati fcuo- ' k^di fapienza, farà Comparazione? ’ ^ ‘ A yHtù £Ot0'y > : -
. o inà fe ià aftcrmcrò cifer fimiJcà <^èi modeili di prodènia' ^farà
fimilitU'- dinc 'ji non a^nhanHo ; difaggua- gliaitì:* Vò'aggtiàgJ lamento v
L’ar- gomento da Ulmtle farebbe taJe. Si come la moilczsia delia cera diucr-
fameotefguran jCoiì^Ja tenerezca della Gkmeutb» arrendeuolc all- altruryolontà
riceuendo facilmen* tele 6>rme del vizio , ò della virtù. Si come la for^
de* venti dllena^ maggiore alle fiamme ,.cofi ià vio- lenza dcdla.fòrtnna:.
contraria dà polfol^agliacdo alia vir tfichiama« ta ragtóneuolmente ardente
dalla poefia vmentre indir izza inuerfb il Cielofuot Centro c f«a Pàtria* Ecco
vn faggio d i qu dìo luogo nel lodamento di Venezia i . . .Altro non trono
degno d’cflerc aflimigliato à. V.ejiezià cfieilCielo»
di.cui.può.iofiiperb^irft.la Natura .. Se quello còlla fccond itài delle ac-,
que innaffiala Terra ,xlic poiiin-- porpora le ro/c , inargenta i gigli indorale
vuc,fnial£.e'Jc campagne Venezia .coil’ybertà dd Lingue^ — IJ)adb Digitized by
Googl ( 0«ero la ^ fparfo da’ flipi- Guerrièri nan f»l Jiberalmente , mà- con
prodigali^ fecondò icinprc,»FiuiHÌ j^^fy^ari k , e CaippagnCipr'Qducitrici di
più allori di pìd che «on-finfe Ja poefia iwJ iùQ'JParnafojè .trici di tutto
-e^ciiue aòhifognana per l*Ìntrccciat^ù3»a delie eoroact da* 9Ìgnerc Libera
ìionidi Città ^fSalit^ ri'di mura ,Corifcfiiadoridi rfigrrib - .Condottiw di
o(er,<;in>dòisiCì tori, di fe ittoria più' cacai i\ peccilii' >
piurat^ Se’l Qicio colla. bellez^i de* iupi piauetii> occhi volubili i. ed
erranti di quel gran corpo trae ccn^ , to 5 C; mille, oqch i à contempla r lo»*
.tTen ezià coll^ Aia' Yflgbe2«a dolce- Impat^ ìY ibjqa^ gl iiftr a nieri> ^
li.uato (àrebbeii* apa'tY ed^^ queft»i .Gittà., qyanto^aqa'ritTiÌFare il So •'
ie ch-iaiu^O' da'iÉindarQ* <»lonna> d*oro ,Ja quale roAenta'rvniuerfo , e
feruq di ^uida e agli animali ^ .*« agli vqmini . Se qucfto colla follcr
citudinc , e cqiraccortezz:a di^vnL,* Argo cuAc^iTcedinottcfl-^ y caccia
,collà^coftùn«a' y ^infiniti V ed * accdf^ ■ guarda l’JtaJia Mondo di bellezze
: daJJa Luna oitomarina',che. non_* . Contenta del Cidi della Tracia vor- rebbe
iàir mofìra dhfe ftcffà nel no — Uro Giclò piu pura, r più fcrcno,ht ; infetto
. dalla Jita pcftifef o di quel- limmondo > ed afFamatifiTlma Cer- bero non
faaiodVn mezzo^Mondo » inghiottita , Se*r Cielo collinten- dinaentadeir
Intelligenza èàggira- to confi bciròrdihes. Venezia, ed il , fu(H EJbrmaio^
fi^riimouV ordinata- mente^ còli'^uertenza^ di accorti •Regolatori ii quali
han. mantenu- ta JaRèpubblfCa nel perturbamento • delle Monarchie diiòrdidate ;
> quello hnalU^nte col rimbomba dé^ tuoni > e vColI'òrribiJità de* fui ^
mini atterrirceli ed àtterfa : ^quella Città CoVuggitidel fuoLèonc fò di-
uentar p^riuti per cagion dello Tpauento i Nemici più arditiy c fa perdér le
ale a’Barbàri piu veloci . Voi fcòrgete in queftò' alzamen- to di; Venezia dal
Simile eflerfi 1*0- ratOf^fcruito della Categoria della 0'uerala Rett$rì€fyne^ana.
6f qualità *pcr qualificare vna Ciccè pcraeùuta à tal altcz«a>che l'occhio
noii v'afriuà >c che farebbe cagioa di vertigine à chipofto hell^eima d i
quella miraiTe le fóndaméntà $ e là bafe Ai la qualclU coJlocata.Ghe fc alla
fecòiiditàybellezza , prùdèn- za>ed acconézzà s'aggiugnelTe' piii, eguale
^^^diccndo con piu beUezza , cori pari prudàiza , la fimìlitudine fi
trastórmerebbc' ia Coriiparaz io- ne . Taluolta fenza^la xóatinua- zione
d'àlcuhà fimilitudlne]^ niét- tonfi infieme piu fimilicudioi Ec- cone l’efcmpio
« ' . , . Pompeo feiubrà vn Sole nel con- durre pel Mondo il gloriolb carro
dclle'fue vittorie > e de Tuoi trio^ : vn fuljBiiùe helTincenen tanti ‘^àl-
lori nelle fronti d'ihfifiitrM^nafchi creduti potere" eflef^illefi^dallc-;»
fiamme Romane ; vuo Tcogiib nel rompimento d'inriumerabiii legni che
córfeggiauaoo nel mare qm*» bratofialle velcdc Corfari Arpi^ dell'acque: vn
Mòngjbello iicJrin- cendiraento delle Città > e dc^regnii cii> .
nrtUùétOrOy^ ^ ' tìrcoodati da’^UH3Ì> e da'marir vn * Oceano nel l’ingoiar
le ricchezzeu d’va Mondo» ponendole nel lèno d i Roma » acciocché la pouertà^ e
la doufzia ddl’vniuer/b dependefse^ dallaCitrà di Marte : vaGioiie del
Campidoglio Romano tonahte:^ colle macchittcgueciere » e fuimt* nan te col ferro
, Che le alcuno volere allungar dalla lìmilitudàne la grandezza di Pompeo >
potrebbe flenderii piu ' che non fé (piel Gigante Romano co? pafsf vittorioii •
Riducooii à quello luogo la Pa« i‘ aboia-, l*il pok^o y < l'RTempio.
L^Efempio è vn detto^ò i^tto vma^ no->doue appariice qualch’cfsere^ fi mik
alla cofa di cui li tratta. La^ Pa rabola è vn fingimento fìtto dal^ i Oratore
, ò da altri dirizzata al fi- ne preteib. Sia erempiodell’Bfem- pio J Orazio
Coelite ruppe ^ il;poa^ te pcc :£irCiVn*'arginc ;ali'monda-
zioneaiell'armìtoifcanef c*l Conte Nidolò di Sdriao disfece vn liin*-
ghifsimo.pontc ,'donde i Turchi fi- Digitized by Google Ottórù U
\etmìcdì^é1^tdrfà\ 6g gurauanfi di dare il pafsagsio al fu- rore Citante al
4Ci|net!e|^ ^ lu- cerna diuenne Sole di Sapienza ; sì che i fonnólenci ché han
Tempre gli occhi chkh non vedranno giam- mai alcun faggio di SfajÀ efempio
delia paraboia^e deiTApà- logo ciò che rtferiice 'AriiloeH^ JLa -Volpe non
volle /cacciar. <Jàdei<L> mofché permonpronarne aJffépià noiofe , ed
arrabbiate ^ ondcj,ferà bene Toppòrtac qualche Bìuaratb- re già pieno
deiraucre/edcl fangnc de* fudditi, acciochc non venga vn Arpia più famelica;, e
.vbi*ace , c .qualche Cerbero il quale roda in- -iin all*o/fa,con cui
fQftengon/ilHò- poli digiuni, e Voti per la Sazie- tà, e pienezza
dcli*Auarizia* Mo- ftro il piùpouero , e /brdido , an- corché fia pieno d’oro,
mancando- gli egualmente ciò che hà ? e. ciò chcnonhài .v. Capo DUr‘ jù
JktithdVi^o, :t ideila > 9 Di§enn^* •
* ,*1 L Piffimile 9 ouero Pliferente è nome gemrico che comprende i ^ ,
dió^ràtl > 1 ripugnanti contrari j i priuaoti^ ed i contra^ittorij. So , no
difparati: amare, edormsre,leg- %ctc,t combattere; fono ripugnan- | ti ramare 9
e fui Maneggiare ; edere ramile , e difubbidire; fono contra- rii , amare ,
<5codiaix > perdonare , incrudelire; fono priuanti , ce- , chéaza di
talpa, e aquilina ,veduu, Sordaggine , & ,vdica cpntraddi- ' centi d
addimandano edere , x non edere", viaggiare , e non viaggia- re ; del che
ragioneremo con bre* iiità nel capo feguentc. L'argomen- to dal di^mik il
formerebbe cosi . ^ Se non dobbiamo edere auari di lo- de verfo vn guerriero
prodigo del- la vita ; non perciò dobbiamo fem- prc unorafe v*i Campione non
cu- rante delia fama, c del buon nome . Digitìzed by Google tiHcrola
K<^ttciriic0^ìl^jp^’^anà‘'jx Uincemperanza :C<^i^inuitjplick^ dclk
viuande jdd: vmoaggi^ua4^eorpQr,ìea ofifùfca i. cd accieca il 'dunqu.éla
temperan^ay clafobrie- tà ^graua<| allcMcidfcc bra,_e rende l!LireTletto più
Qctìtiu- todi Argo ye.pjua.cuiodéjJcAqui- ie. Orlodiamo^omaGriftiaiQa ,^ Tanta
dàlia difi^iinilijudiuei(;l ì p i; ? i ; QuantkdiTsimilcfRoojài^tó ca^a dal
vero Dio à'Rooia fiipfirfti- ziofa , ed empia profanata dalJeii Deità
menzoniere. Roma profa- na , e gentiJecongui/fò J.a' fignoria dd Mondo eoJ
:tcrror.deJie aririì portate dalle fu Jinina mici Ibgicmi $ Roma Tanta» c
cattolica fecefS oapo cleli'Vniuerfo col timor delia rcli^ gione , eddla fede
Tparfada vru drappello difarmato , c pacifico dVomini Apposolici . Roma gen.
tile fpiegando l' Aquile nelle ban- diere di porpora , effigiate , adunai
infinite nazioni fotto leale deìla> Regina de’volantkRomacriftiana mofirando
la Croce inalberata-, vide y &'sibba(Fà*ta Italteaiia
d<5^M<i>h5rch i ■ I^à pftoà’ ft uòbdikò ^ue^ggii& i Aioi £ra^ro«ot9ÌÌ^aKÌé»c<Stt(^
di Marte'; ia tóoàdiirdhi ulgàk f AìoC editci alTuo* jjo gracflfsitnÒJ dsclk
trombe Appo- , A(^lche .l<a prima colia chiarezza' deJ|?éro > €
dcli^-a^nto rendè ixWno£ila^ada'^per^tktear g^f vó* mini all'X^icienté dette
Città 5 ' la ‘fe-* cofidaèdlia pouertà:&th‘tò la gente ài0rifto vero Sole
di ^*u fti aia I Mò- flrò<jùetta le fiie-grandé^zc nel fab^ bricar Teatri ,
dotte 1* Armenia , la Libia> éMrcama^4fÌhdia ,e^ tutta
'Ìaffierczza>deil^Adrka mandàfono ' 'J'igri ^'ILiohi ,' edcifiléfdnt i ; ^
quefta m^irifcilò la tnagnifibènzànell* erger Tempij, c BafilicheaJIa pie-
tàr^^d-alla religione nemiche della crudeltà , e che non vogHon tfgner
raipmanio braiurhiràmò nd fan- ♦ 'I ' . * ’j» • ' • ■ »
<,,i(^cfia^Dil^imrilrtudine darebbe ampia materiale volefte diitìblìliai’ la
differenza di Roma , e di* Venè- zia'. Imperciocché Roma fb^fonh : . V data
Digitized by Coogle X3uer9la^enmca Venè:^ana, 7| <latacon gli aufpici;,&
augurij de- gli A uoltoi dar dueirateJJi a liat tat i da vna Lupa vn de* quali
nìoftrò torto coftumiiiijjisni nell'vccifione dell’altro ; ed iifegnò a’ fuoi
di- fcendcnti colia rapacità degl i ve- celli^e d*vna Lupa il predare il Mó* do
: doue Venezia tìi accolta nel fe- no della pietà , e rtr infe colle fué-f
fafee la religione JafciandoJa in re^ maggio a* porteri , chela conferua- rono
incera , epura nell* Europa-i rotta dagli arieti delPIdola cria ; c macchiata
dalle lordure della Ai- perrtizione ^ e colle mani ancor te- nere innalzò vn
Tempio all’Appq- iioJo S.Giacopo • Roma fh ftabili- ta nella fermezzadella
terra , ^ Venezia nella mobilità dcil'acque . Roma ebbe per forta il Teucre , c
Venezia l’Adriatico. Roma fu gui- data dalJ’AquiJe i e Venezia volò sii le ali
del Tuo Leone Signore della terra # e del mare « p C A- Digitized by Google 74
ItVtUe^Oro, I V. ìk’ Cmtr»if t » * • Le
fcaole rauuiTano fei forti d* oppofizione , ò per cagion di concranetà > ò
di r ipugnanza > ò di priuazione^òdi Joacananza 9 òdi rifpetto , ò di.
contraddir ione ^ c quefteoppofizioni formano i con- trari') , i ripugnanti , i
priuanti , i difparati> i rifpetBÌui , ed i contrad- dicenti • I contrari;
/bno quelli che arrolatì fotto l*infcgnc dVno fteflTo genere molto fi
difcofiano , com’è bianco , e nero, che auendo il colo- re per genere nondimeno
fono op- polli . Si chiamano ripugnanti quelli , che non contraria no di ric-
taracntc ; come ramare , e’I dir ma- le . Si addimandano priuanti quelli che
denotano la priuazion deiral- tro , còme fono luce , c tenebre : li-
gnificandoli dalia luce la priuazion delle tenebre , e dalle tenebre la nc-
gazìon del lume . X difparati fareb- bono Digitized by Google O^ero la^éttorkn
Vine^ima, 75? bono dormire > c fludiare non con^ trarij immediatamente , e
di mag** gior lontananza de* ripugnanti . I rifpetdui fono fi fattamente con-
nefii , c congiunti fra loro, che non fi poffbno conofeere fenza gli altri co*
qualifbno vni ci, Padre ,e figli- uolo , Padrone , c feruo diconfi rif- peteiui
, perchè. non può eiTcre al- cuno Padre , e Padrone fenza figli- uoli , e fenza
ferui , c niuno fi può interamente conofeere fenza l’al- tro i I
contraddittori; negano l’af- fermato , ed affeonano ciò che fi niega , come
farebbe; Pietro è fred- do : Pietro non è freddo . L’argo- mento da contrari; è
quello . Non è corpo lcggiere,dunque è grauej da’ ripugnanti è quello . Pietro
ama_j Francefeo , dunque non lo faetta colla malcdiccnza ; da* priuanti è tale
. Non è viuo,dunque è morte ; Da’ difparati è di tal forte . Fran- cefeo dorme
, dunque non va alla caccia 'y da*ril]5ettiui potrebbe efle- re. E Isolare ,
dunque hà Madiro ; da’ contraddittori; farebbe quello , JD ^ Pie- Digitized by
Google 7<? Il Vello d'Oro , Pietro è ciotto , dudquc non è non dotto .
Intorno a* contrari; auuer- tafiche dalla negazion d'vn’oppo- Ilo non ficgue
Pafl^erma^ion dall’al- tro quando v*è mezzo intra Joro « verbigrazia , E faJfa
la confegiicn- za in qucft’argonaento. Non è bian- co , dunque è nero , perchè
frà’J bianco , c*l nero vi fono altri colori verde, giallo, azzurro , &c.
Amoiirar la vita de' guerrieri, e de' gentiluomini di qualche Città farebbe à
proposto il luogo de* contrari; , e degli altri limili . I cittadini della
Città viuono pacificamente , ed oziofi ne'CieJi ' ftel lati decloro palagi ,
mentregii ! Eroi bellicofi fpinti dal fuoco mar- ' zialefi gettano dentro alle
guerre orribili^ rompendo colla durezza de’ loro petti diamantini le. feJuc
foltilfime, non che le fiepi dell'a/le: inquieti a guifa di generofi. deftrie-
ri eccitatidal fuono delle trombe, c de' tamburi . A* foldati feruc di morbido
letto la rigidezza degli ac ciai peranti,e degli arnefi militari; Digitized by
Google Onero la ^ett&fkiVenetlma . 77 . e i tengati ripo(ano fri le
d^licaccz- • ze delle piutne pifrkggiere del ven- to • I foldati trouanli fri
le neui /quagliate dairardor de* ioracuori; c gli abitanti pacifici temperano'
il verno* fudando preflb al fuoca , quando il gh laccio toglie la libertà
^fiumi più rayidi,e liberi ftrignen- doli con ceppi tenaci . Cecili col
rclpirar nel puzzo dell’aria da* ca« daucri ammorbata mantengono io fpirito
vital della Patria : quefti ai- traggono gli odori pìii grati della Sa bea
fpogliata dc’ fuoi -profu mT ^ Quegli odono le= fir ida , cd i pianti ^
feliicrc nimicltc: diuoratC ' da ila rfame del ferrò : quefti veggono il filo r
efentono le grida di giubilo tra le amiche conipagniè che £èm« prc fcftcggmno.
^eìlHbnofuof^ ^ ufcitiglorioll j e volontari importan- do fempre mai la Patria
nel petto : queftiaoo abbandonano la Città ef* ièndo figliuoli troppo amanti
della lor madre • Quelli (bno accecati > & aflbrdatidai poJuerio , e
dallo ftfcpko del campo ; quefti godono T> 3 va Digitized by Google 7^ ' Il
fucilo vn Ciclo quieto , c fercno che fcnza velo alcuno fcuopre il volto alle-
gro > e ridente . Quellifinalmcote - cercano ,^e trouano la vita della fa-
ma fra cadaueri ; e quelli vogliom^ morirefrà viui . . Con quelle contrarietà
ritrae* - rebbefi al vino il.zclo,c la pietà del- * la Repubblica Veneziana', c
l*im*- . pietà dell’Ottomanno , che feemo di ceruello hà per inlègna la^ Luna -
fcema. . Sciolgoafida'p^tilc galee tm>- chelciie auide della ca trinità de’
C r illianiip^ton da V enezià i legni • ben corredaci yx perclià Ibno- fot*
to*i comando di Capitaniallettatii j .*• ed allattati dalia libertà i ^
bramane^ - di vcdcrliberii regiiaci di Grillo é Oonfianli le veleOttomanne
aliar deprel&one deUa.CrJRianità ^ vola- . no le naui,e le Cicladi della
Sereni^ ■ -fimaRcpubblica all'efaltazionc del- .la Repubblica Cattolica .
Sucntola , negli llcndardi della Tracia la Lu- na , che fignoreggiando la notte
r gyuda vn Popolo cieco > & ottener braco Digitized by Googl Onero la
I{ettoyica y‘e»e:^ana l. 7p brato da mille errori : muouefi nel* l*infegne
Veneziane ij famofo Leo- ne, /rifilale collo /plendor dorato de* Tuoi crini , c
colla luce della fpa- da fà la fcorta a^foldati , & alle ‘ compagnie
cattoliche iiluftrate dal Sole del Vangelo. moHrato negli - flendardi Veneziani
agii occhi- di tutt’il mondo , e difefo colia fpada vicina .. Si faplaufo dalle
annate Ottomanne col tuono di cento bombarde all’infame Maometto a- dorato
nella. Meca lignificante^ le laidezze df queir Animale impuri f- limo ;
felleggiafi dagli AJiieui del* la Repubblica colio flrepito dc’mc- talli
tonanti per onorar Grillo ,c la .Vergine difcnditrice d’vna^ Città conferuata
vergine nella fua libertà non mai violata da^lcgami /eruilii 1 Turchi altro non
vorrebbon ve- der che Mefchite , douecon facriJe- go culto S'irrita il Ciclo :
ed i Vene- ziani fono intenti all'cdificamento de’ Tempii, ne* quali colie
orazio- ni fi tolgon le ale a’fulmini del Gie- lo/dcgnato ,'c,s*impenna la
Pietà. D che •- -.ijoglc- So . Il fucila f oro y che vola iin'aJrEinpireo;*
Auuerta/i che TiiJiio. difcoflofìi tla’Pilofofi nella diffiflizione d*^ku*
nicontrarij come notò Boezio nel comcnco fopra; la Topica di Gipe^ rone, non
vcntilandoli’moltecpfe con tanta diligenza da- Rétori co* me dee fare il
FiJofbfo , il quale al- lora s'ammette nel Tempio delJ'O* nore , e della Gloria
quando catta in quello della verità c galleggia fopra tutti quando mnS)il&
n«il profondodclicfcienze ^ : ìì. ìoq ^ ,v;x^;Vr^ De* ) i / » . » • . . t , *ni
Ipugnantifotìoquelli clwiiòn Xv fono dirittamente auuerfi frà . loro , c
tuttatija.noniI<;on£mfK)[nè pofsoflo /lare^iaiiemc.Per efempiò: amar e>6e
odiare fon contrari j.-amiu r e , e non beneficare altrui fono r i- pugnanti
nonaceordandofi l’amo» . re col non far beneficio . Di tal fat- ta è Targo
mento^ daiqueito^ luogo *. Pietro lamico di Francefeo : que Digitized by Googl
fiumk^ettùrhaFenetiam. qu'c non tende inedie aJJa vita , écf airiionordi queJk)
.. Qiefti ripu- gnanti apprcfterebòonoic armi c io feudo per tJifender
l^nnocenzai,» degli antichi Criftiani da* Gentili Galunniatorf,. * - E perchè ò
Tiranni rinoua te uenzionidi Scini»diProcufte,diPe- riilo, di Diomede , di
Mezenzio Dioniginomf reftatr neiJa memo- ria de*' pofkri per abbominarli ?
perchè gli condannate alPInfèrno feppclicndoli viui nelJfc vifeerepiù cupe
delle montagne coi desinarli àcauar metalli, fenza godere altro Jumefaluo
qirclloche fcintilla dal- Targento, e dalforo ? Sono forfcL^ llurbatori della
pace, e della- quiete de’Regni ?f mà quelli efortano i Pò- poli à non fott
tarli, a’ lega mi delle leggi , àrimirar con occhi ritìeren- u la maeftide*
Principi , rendfer tributo a* Cefari . Sono auidi del fangue quellichepKcrentanfiauan-
ti i Tribunali pregando i Giudici à .fiìioglier le catene , ed à reftituirei-»
^cilaiibectà P quelli cheporgon , ‘ D 5 pie- Digitized by Google sìL- * .
pittore ru'ppJichc acciochè *1*iraw non dià nelle mani de Carnefici i
condannati ? quelli che colPargen;* to mendicato > c Tparfo à pienema- m
perle corti , rompono il ferro’ de* prigionieri ? quelli che oflfefi di-
uentano difenfori de* loro nimici ? ' Son forfè rubatori delPaiier altrui ?
" perchè dunque odiar tanto' i nomi grandi, efpeaiofi de' Crefi , e de* '
Crain , e defiderar quelli degl*Iri , > edellapouertà? perchè chiuderle
porte alle grandezze > alle pompe , - e.apririe alla mendicità ? ’ Voglio
porre vn’altr^érempio • - nell* àggrandimento ' del G^nal grande da* ripugnanti
i . Corre pel mezzo di Venezia vn ^ lunghiflimo , c /paziofiflimo Cana- le ^
che più toftó può chiamarfi vn^ maretje corre non fdlamente per portar.!’
Adriatico in tributo alia fila Réina, n>à per vagheggiare an- cora le
glorie, e le bellezze, che in Venezia non fuggono come le:; acque, nè fono
frali , e caduche , quantunque fieno fondate nel rc- , gao ' Dfgitized by
Google Overd f^èneXiatmi gno della mobiJiti-, e di Nettuno ^
Chinauig^inqucftoCaflaJc li può . dir che.lia portai» in vn Mondo^ miouo ,
vedendaienapre noiiità di - j belleaze ripugnanti fri loro > mi
concordinell*appagar l'occhio de' nauiganti > i q^ali non fanno ridire fé Ha
pili bello ciò che lafciano > ò ideilo che trouano nell'andar pià^ innanzi
.Se (ii girila viHa per l*ac-' qua ; tiii o£EeriH:ono Gondole infir nite ,
cioèLcamere mokllj>Te dai vn' occhiata alle fpònde vedi cafamen- ti reali
aflbdati nel lubrico d’vn'e- lemento incoflante . 1 legni che vo* lano
tIfcrmaoQ à contemplarli i palagi che ti fi prefentano fprona- no all'ands^
oltrn: . I pafiaggieri nobili chc- riiuigaho muouoho a^, fpiarne la chiarezza
del fangue ; i riguardanti fermati ne* balconi de' palagi t'inuitano à
.inuefiigarne la ftirpe. . Sotto di te rimiri criflalli chcondcggiano ;
da/iatidcl. Cana- le ti dilettano i vetri trafparcntiiar* . tificiofa mente.
commeifi; . IISoIcl^ addoppiato ,.e che. nelPacqua ri- D ò. flette Digitized by
Googic ' 8if It elio d*UWr flette i Tuoi raggi , ricrea ; i marttit cglifpecchi
lumino fi accecano gli- occhi col’ ripercotimento della lu-' ce . L’egualità
deli-onde appianate • apporta diletto allo* fguat-do ^ gli fporti , ed i rifai
ti delle pietre ^en^*' vfcir dal diritto ,»e dalla modanatu- ra dell’arte lo
ftancano>tittto inten- to al veder l'artificioìdell’Architet^
tura.Finalmente il viaggiar fenza^^ mouimento>, auualora |l’àuuoiger- ficol
penfieroin vnlaberinto d'og- getti ieoza poter difeernere à» quaF debbafila
palma > opprime rvomó colio flu pore 9 e lo fà ondeggiare in - rn pelagadi
dubbiezze . , ^ CAPO XVlv Digli E* Pìb' còpiòró della ftefla abbori-’' | danza
il luogo degli Aggiunti, ! così chiamati perchè fono corf^ giunti colie -cofe-y
nè di^ neCeffità- conchiudono come gli Antecedéfl- ti,e i Confeguenti , Hanno
ancòra^a • il* Digitized by Google Óueto la ^ttèorica P^ene^ioHa, 8 f il nome
di circo danze, quafi circuvi- fienf yr (ìiàtìo intorno agli oggetti . Per
efempiò . Venezia Joderebbe/1 dagli Aggiu^tiUodandoJa dà' fon- datori
miracolofi y che più poffenti diSerfe fecero’ non vn ponte , mi vna Città nel
mare ; dalla religion 'modrata nelle culle , e nel nafci- mento ergendo vna
Chiefa- in onor di'S.Giacomo con‘ idupor dell’ac- que, le quali vn'altra ne
videro fab- bricàtà nel mare per gloria di San_^ Clemente r dalla Imighezza
della Libertà , che fii come Vn’albero d'- oro non mai fchiantato dal ferro
delle nazioni armate : da' Sereni flì- mi Dogi , i quali colla robuftezza degli
omeri fenza Taiuto d’Ercoie_^ foftetinero la Patria nel cadimento deiralcre
monarchie , e colla canu- tezza del fenno la liberarono dall'’ infidiedi più
Sinoni; da* Capitani,' che fouentc fpennarono le ali alla fortuna fauoreuole
de' Saracini' , e ruppero il carro delle vittorie all' infolcnza della crudeltà
fortunata : daUettcrati che impallidendo su lo- ca Digitized by Google ss .
UKeitoà*ùfO f -ue acconciane le vele , ic cammina- te, e corr idori Junghilfimi
doue la- uoranii farce , e canapi ^ che per lunghezza rapprefentanorinfinito^
negato da moiti FiJofofi , le piazze i^rghifljme raà coperte , in cui fab-
bricafi ogni forte di, legni cen tal prefte^a ,.c faciliti, chele aJtroac I
nauilij da combattere fi fanno da- gli Artefici ,, par elle nafeano nell’
Arfcnal di Venezia ben corredati i canali comodi fiimi pipr varar le , Galee ,
e ie^Galeazze, iniacchinc olr tre:mpdafmifurateje pur con granr de
ageuolej^a.tirate in acqua ,.tanr coche fiupirebbe Archimede fecib- vedeficoc
il qpale^ van^auafi di poter muouere a ed aggirare iJfVafiifiimo- Corpp della
Terra ;:iJ numero fenza numero degli Òperai d^^cui èpopo-r lato l'Arfeaaie
CJiici^fieme per la^ fuagrandez2a veCittadelJa perle mura ,,per ic torri. , c
per l’acque che.i’aificujjano,e,ia<coronano:.dalr la Merceria ricca ,, che
la fuper- bia , e la rÌ9chc224 fé vpJefiero, far pompa degli, ornamenti, loro
par-- reb- I - - Digitized by Google Óuero laB^fUt'wicà ytnè^/ma. * Sfp rcbboab
fcarfe / è mendiche ih pa- Fagon di quella : fi varia , che fiah- cafi la
curiofità di vagheggiare : fi abbondante > che potrebbe foddis- fare alle
voglie ^infaziabili dell'A- uarizia felà policdelle j e fàdubitan fe’iMondo
abbiartutto il preziofo trafportató in Veneziar'. In fine fi' poflbno contar
gli altri aggiunti , i quali fon tanti che fanno danno a a loro fteffi non
troùandofi Oratori che il polla minutamente, an'noue-' rar, nbn che lodare.
Gosji argomen . jtcrebbe/r dagli aggiunti . ,E verifi * ra ile che foife
iVccifor di Franceico * chi era p ih potente di for^c , e di danaro ; Paolo era
cale : adunquc_ > è probabile che Paolo abbia com- melib Pomicidio. Tutti
gliaggiùn- ti compreniionfi da quello verfo . Q^isyipiidy vBì> quibus auxUijs,
cur y quomodo y quando , denota la Feriona,che fi pren- de à lodare, ò
biafimare , nella qua- le fi può vedere la chiarez2ra>ò l*of- curità de*
natalizia bellezza delcor-f po fimile à Turno , ò là bruttezza 8S , Il reito
d*(ko , - uè acconcian/i le vele , Je cammina- te, e corridori Junghillimi doue
Ja- uoranii farce , e canapi , che per Ja lunghezza rapprefcntano Tinfinito^
negato da moiti Fiiofofi , le piazze larghiflìrne mà coperte , in cui fab-
bricafi ogni forte di legni con tal preftezza , e facilità, chefe aJtroae i
nauilij da combattere G fanno da- gli Artefici ,, par che nafeano nell’ ArfenaJ
di Venezia ben corredati i canali comodilGmi pjcr varar le Galee , ej e
Galeazze, .macchine ol- tre modo fraifurate^e pur con granr de ageuolezza
tirate in acqua ,,tanr Co che flupirebbe Archimede fecib vedefie ,5 il quale,
vantauafi di poter niuouere , ed aggirare il vallilfiiTio- Corpo della Terra;
il numero fenza nu.nero degli Operai da cui è popor Iato l'Arfeaale Città*
'i/)Geme perla' fua grandezza-, e Cittadella perle mura,, perle torri. , c per
facque che i’a/fic^rano,.ela;coronano;.dalr la Merceria ,^sìriccr» fnne’^ Óuero
la-J^cUoricà yené^tma, ' rcbbonb fcarfe , t mendicheih pa- Fagon di quella : fi
varia , che ftah- cafi la curiofità di vagheggiare ; fi abbondante > che
potrebbe foddis- fare alle voglie infaz labili dell'A- uarizia fé là pòlTcdefle
j e fà diibitap; fe’iMondo abbia.tutto il preziofo trafportato in’ Venezia^ .
In fine fi* poflbno contar gli altri aggiunti , i quali fon tanti che fanno
danno a adoro fleffi non trouandofi Oratori che li' polla minutamente an’noue-
• rar, nbn che lodare ..posit argomen . jtcrebbefi dagli aggiunti .’E verifi'
ralle chcfoiTeUVccifor di Francefeo chi era pih potente di forze , e di danaro
: Paolo era cale : adunqiie_;^ è probabile che Paolo abbia com-
mefioPonlicidio, Tutti gli aggiun- ti comprehdonlida quefto verfo . QhìSì quidy
vbiì quibus auxMìjSy cur y - quomodo y quando', la Ferfona,che fi pren- de
'are, nella qua- 7 ' rezza, ò l’ol- ezza del co:^ là bruttezza Digilized by
Google . Il re/lo d’Oro , ' ue accoiìcian/I le vele , Jc catnmina-^ te , e
corridori Junghilfimi doue Ja- uoranfi farte , e canapi , che per Ja iunghezza
rappre Tentano Tinfinito^ negato da moiti Pjlofofì , le piazze larghi/Ume mà
coperte , in cui fab^ bricafi ogni forte di legni con tal prefte^a , e
facilità, chefeaJtroae i nauili; da combattere fi fanno da- gli Artefici ,, par
che nafeano nell* Arfenal di Venezia ben corredati i canali comodiffimi .per
varar le Galee , e le Galeazze, .macchine ol- tre modo Tnaifurareje pur con
grane de ageiiolezza tirate in acqua , tan- to che llupfrebbe Archimede feciò
vedefic > iJ quaJe vantauafi di poter muouer.e , ed aggirare il vafiiffimo-
Corpo della Terra; il numero fenza nuiiiero degli Operai da cui è popor lato
1’Ar.feaaie Cittivi/jfieme per la- Tua giandezza-> e Cittadella perle- mura
,pprJc torri. , e per l-acque- che i’aificurano,c la>coronano;.dalr la
Merceria sì ricc.T ^ fu oe* Digitized by Googlc Ùuero U'BjcUorfàà F€Hé:(iéina/
rcbbonò fcarfe e men diche ih pa- Fagon di queJla : fi varia , che fian- cai Ja
curiofità di vagheggiare : fi abbondante > che potrebbe foddis- fare alle-
voglie infaziabili dell'A- iiarizia fc là pólTcdefle ^ e fa dubitar. fe*I Mondo
abbia. tutto il preziofo trafportato in Veneziar'. In fine fi' pofibno contar
gli altri aggiunti , i quali fon tanti che fanno danno a adoro fieffi non
trouandofi Oratori che li’ polla minutamente an’noue-’ rar> nbn che lodare.
Così afgomen . jterebbe/r dagli aggiunti /,E verifi' mile chefofie IVccifor di
Francefeo* chi era pih potente di forze , e di danaro ; Paolo era cale :
adunque.^ è probabile che Paolo abbia com- mellò Pomicidio. Tutti gli aggiun-
ti comprendonfi da quefto verfo . ^iSf quidy vbi> qmbus au:citqs, cur
quomodo , quandi' , *ona,chefipren- 'arc,hellaqua- rezza, ò Pof- ezza del cor-f
la bruttezza pari / y 4. Digitized by Cooglc 8^ , llFtitod*Oro f uc acconcjanfi
le vele , ic cammina- te, e corridori lunghillimi doue Ja- uoranfi farce , e
canapi , che per la lunghezza rappre Tentano l’infinito^ negato da
moJtiFiJofofi , le piazze larghi/Ume ina coperte , in cui fab- bricali ogni
forte di legni con tal preftezza , e facilità, chefe aJtroae i nauilij.da
combattere fi fanno da- gli Artefici , par che nafeano nell’ Arfena I di Venezia
ben corredati i canali comodilfimi per varar le Galee ,, e le Galeazze,
macchine ol- tre:modo fnaifurateje pur con granr de ageuolezza tirate in acqua
,,tanr Co che llupirebbe Archimede fcciò- vedefie , il quale vantauafi di poter
muoucre , ed aggirare iLvallilTimo- Corpo della Terra; fi numero fenza
TiUiiiero degl] Operai da cui è popor Iato l'ArfeaaJe Cictà"ijhfieme
perla» fua grandezza, c Cittadella perle- mura.,. p’“’* le torri. , e per
J*acque nanoidalr- elafuper- V ole fiero, far '^ti.ioro par-^ reb- Digitized by
Googlc Óuero la-Bjttt'orfCà if^enéxjtsna, * rcbbono fcarfe ,■ ’e mendiche ih
pa- Fagon di quella : fi varia , che fiah- cafi la curiofità di vagheggiare ;
fi abbondarne > che potrebbe foddis- fare alle voglie, infaziabili dell' A- ii’arizia
fclà-poflcdefie j e fàdiibitan fe*i Mondo abbia: tutto il preziofo trafportató
in Veneziar'. In fine fi' polfono contar gli altri aggiunti , i quali fon tanti
che fanno danno a a loro fleffi non trouandofi Oratori che li’ pofia.
minutamente' annone- ' rar, nbn che lodare. Gosìargomen . ter ebbefi dagli
aggiunti * veri/ì ^ m ile che folTe l’vccifor di Francefeo * chierapihpotchte
di forze , e di danaro : Paolo era tale : adunque.^ è probabile che Paolo abbia
com- mefib'Pomicidio. Tutti gli aggiun- ti comprendonfi da quefto verfo . Quis»
quid, vbi> qmbus auxUijs, cuy quomodo , quando , i^wr. denota la FerIona,che
fi pren- de à lodare, ò biafitnare , nella qua- le fi può vedere la
chiarezzra,ò l’of- curità de* natali>la bellezza del cor«f po fiimle à Turno
, ò la bruttezza pari '84’ Il reltù d'ÓWr ' flette i Tuoi raggi , ricrea ; i
marHif c glifpecch i lumino fi accecano gli- occhi col' ripercotimento della
lu-- ce . L'egualità dell- onde appianate • apporta diletto allo i^uaedo';- gli
fporci , ed iYifalti delle pietre ^en^*' vfeir daldirktoj^e dalla modanatu- ra
deli-arte Io ftancano, cauto inten- to al veder l'artificiodeJI'Architet*-
tura.Final(nent6 il viaggiar fenzo^> mouimento,auualorafl*àuuoiger- fi col
penfieroin vnlaberinto d'og- getti ienza poter diicernere à* qual- debbafila
palma , opprime rvomó collo flupore 9 e lo fà ondeggiare in < ra pelagodi
dubbiezze . t Degli jiggiunti *
E*]Piiicòpiòrodellà IklTa abbon-’ danza il luogo degli Aggiunti, cosi chiamati perchè
fono' conh giunti colie -cofe y <nè;di> neceflìtà- concbiudono come gli
Anteceden- ti,ci Confeguenti, Hanno ancora*. < il Digitized by Googlc Óuero
la I(€ÌÌ(nriM ^enèi(iiÀa, il nome di circo ftanze>quàii circum* ' ^nt y
iliàRo intórno agli oggetti . Per efériipiò . Venezia loderebbefii 'dagli
Aggiunti lodandola dà^‘ fon-^ 1 datori miiracolofi > che'più póffenti
di^erfe fecero* non vn pónte , mà Vna Città-nel mare :• dallareligion -
imóftrata nelle culle , è nei nafci- iKéiitó ergendo tna Cbiefa * in onor
♦dr^;Gia’comó Con^ iftnpor delPaó» iquer léqùali vn’alfra ne videro fab-
ivricatamcl mare per gloria di San_^ Clemente r idalla' lunghezza della Libertà
, che fii come Vn’albero d'- oro non mai fchiantatò dal ferro delle nazioni
armate ; da' Serenili!-' mi Dogi , i quali colla rObuftezza degli omerifeaza
Paiutò d'ErcoleL» foftehnd^ò ' la Pàtria nel cadimento deifaltre monarchie , c
colla canu-^ tezzadel ienno la liberarono dall-’ iniidiedi più Sinoni;
da’Capiwni,’ chefouente fpennarono le ali alla fortuna lauqreuole de*
Saracifti’ , e mippero il carró^dclle vittorie all'*
infoicnzaddlacrudeltàfortunata da? letterati che impallidendò sù le* carter
Digilized by Google carte dmenncro fitniii alla mortei»* v inta da loro
coil'immorcaJità del- la fama : dalla quantità det Nobili ,, che hanno più
Palladi nclle lor ie- lle da r^ger piùR^pubblicfeeidagli Artefici’cccellentiin
tutti i meUie- ri, da*qualirArtepetrebbe impa- rar l'artificio ; da* palagi piu
.ricebi t della Gl fad oro di N«rone; dall* in-, finito numero de* ponti» che
veggo- no folto di fei*altcre«aa delfacque: ; dalle Uradc che formano mille la-
beri nti donde fuiluppafi fenza’i filo^ d* Ari anne : dalla copia de* ìnàrmi '
canati fin dairinferno per onora- re il Cielo co* Tempii^;, ne* quali li ^ può
confiderar I* architettura , Ja. maellria » la vaghe2^a delle pitture fatte
dalie Penici^ c dagli Apelii de* Dipintori: dalle felle , e dagli Ipet- tacoii
che tirano feazqncanio , e-», magia tutta l'Europa ;.dalla diucr- fita de*
Jegniche approdano a* poi> ti di Venezia > , i quali portano 1*0- ricnce
, c ^Occidente i dalia varietà , dc’foreftieri che ci dimorano ; ,onr de
colio.ltare in quella Città fi iCo» no? Oigitized by Google O^^iaRétùYÌcà
P^ène:^ana , 87 " néfcorioicoftumi f e fi odono leJ - lingue di tutto il
Mondo; dallcgcn' tiehe vengono , c partono , e tor- nano di nuouo perchè Tempra
mi- ranfinouità ; da'Caftéllifortiffimi che Tafficurano , eflendo vniti il
Mare, eia Terra per difcfk di Ve ^ nezia ; da' fiumi che fcorroiio nelle '
lagune , riconofeèndofi tributarij' non tanto del mare , quanto di Ve- nezia:
dall'Arfcnale che ralTembra • l’Armeria del Cielojpoichè foprab-^ bondantementc
egli è proaueduto. di tutti gU arnefi , e militari ftru- méti necclTarijper le
guerre terre- firi,e marittime; di fpàde, di afte, di pifiole, di morchettiydi
artiglierìcj ed'ogni guernimento d*arme por- tato per difefa della perfona , fi
bea difpofH>&ordinati,che veramentca ■ Bello in fi belli vifla ancì^è l*
orrore^ Di piu s’hanno à coniìderar- le3 fucine , le- ferriere , le botteghe
innumerabili douc fi ftr'uggono i metalli, fi fondono le bombarde , fi formano
l'ancore , fi tengono i ferramenti ; le fale capaciflime do- - Digilized by
Google , llFeikd'Orù , v ‘ i ,uc acconcianfi le vele , ic cammina- te, e
corridori lunghilfimi doue Ja- uoranfi farte , e canapi y che per la'.
lunghezza, rapprefentanorinfinito> negato da moiti Filofbfi le piazze
coperte , inciiifab' bricalì ogni forte di legni cen tal preftfi^a , e facili
ti,xheiè altroac 1 nanilij da combattere fi fanno da- gli Artefici ,, par che
nafeano nell’ Arfenal di\renezia ben corredati i canali comodilfimi\|^r varar
le ,Galeè ^^(^Icaj?zea«iiac€hi*nc ol- tre^mf^aimlfuràteje pnr con granr
de^euolej^aitirate in acqua ^.tanr co che Àupirebb.e Archimede fé ciò-
vedeflc>jlqpalè vantauafi di poter muouere , ed aggirare iJcvafiilIìmo^
Corpo ddJa.Terra;;!! numero fenza nuiiiero degli Óperai da cui èpopor Iato
l'Arfeaaie CJiitidiiafieme per la» Tua grandezza , e Cittadella perle mura
perle torri. , c per. i*acque che i’aXficwi^'ano^c, lacoronanordalr la Merceria
si ricca ,,chela fiiper- bia , e la ricchezza fe vplefiero, far pompa degli,
ornamenti, loro par- r.cb- I by Google Ùuero U’^ett'wiàà 9^€né:^ima, ' ìfp
rcbbonb fcarfe / e mendiche ih pa- ragon di quella : fi varia , che fian- ca
fila curiofità di vagheggiare ; fi abbondante > che potrebbe foddis- fare
alle voglie Jnfaziabili dell' A- iiarizia fclà-pòficdeffe ^ e fadiibitan
fe*lMondo abbia:tutto il preziofo trafpòrtatóin Veneziar'. In fine fi- poffono
contar gli altri aggiunti , i quali fon tanti che fanno danno a adoro fteffi
non trouandofi Oratori t che li” polla minutamente; anhoue* rar> nbn
chiodare. Cosi argomen , jlcrebbcfi dagli aggiunti . ;E verifi * m ile che
fofie i’vccifo r di Francefeo ^ chierapifipatehte di forze , e di danaro :
Paolo era cale : adunque,^ è probabile che Paolo abbia com- mefibl’brnicid io.
Tu tt i gli aggiù n- ti comprendonfi da quefto verfo . ■ Q^isr.quidy vbh quibus
auxMijs 9 cuy y quomodo y quando , denota la Ferfona,che fi pren- de à lodare,
ò biafimare , nella qua- le fi può: vedere la chiarezza,ò l*of- curicà de*
natalizi a bellezza del cor-f pofiimJeà Turno , ò la bruttezza pari ‘,^5 .. Hi
Ì^Uù ^ iO I pari à quella diMargitc ; h gran- dezza della ilatura da .Giga ate
, la piccolezza da Pimmco> le paru del corpo , la fto^te ^ gUoCchi ^ la èoc^
,Jc braccia!, il coiot del iitoi- to bianco , ònero ,'ic virtù visti},. la.
prudenza, Tinapr udenza ^ la giu* ftizia , l*ingiuftizia ;, ^arci , eie fcicnze
, rarchitcttura , la^mufica larettprica, lafUofoba , gliabiti^ poueri ,. ricchi^
e tutti i beni^ èma* ii della natura , , c dellafornihat; , U ìao^ degli
^iunuaguzzb^io Iti* IcL di Mar'zhlè :^oi^a prontatocon.tuttri^ìliiRM ^dellz;
malizia , e con mimo della bontà* /l(eai mag^am ftdflaSiZmUjft kmus^^l,
lignifica ilnegpzio.i e la cola di cui fi traua^ifgitilia^iù ingiurta,.
facra> ò profana, lodeUole ,òbiafi* mcuoic , vtile , ò nociua alpubbli- €0 ,
al priuata,a?buoai,a’ maluagi, allaCittàj allaProuinzIa , i ' yln i abbraccia
Je cirooftanze dei luogo buono ,.ò reo , paidè, occul- to, •« Digitized by
Googl (HieroUiBitmiitkéVm pi ' to> aito, baffo, ricino, lontano, aA prò,
ameno, gloiiofo, infame, dan-!* ' nofo , falutctiole , fattodall'arteJ , ’
dalla natura, dalcàfo, aprico , om- bro(b ,efpolto al tento , fulmini del Cielo
, ò di Marto . Q^dmsmsMfjsi addita i mezzi ché> ^ V ageuolanoil
negozio,tutti gli ftrù- ' menti animati , ò inanimati come " fono le fpade
yle bombarde , i mo- fchetti , gliamici % i nimici , i Citta- : dini > i
foreAkri^iX^olicf i gli ' BreticiGerioni di tante^leifle quanti * fono i Capi
dcJ^crcfiej c delle fette . Curr rifff ^nametc le caufe > c fpe-
ziaimcntclac^on finale . A ca- gion d* éfempio . ’ In vn misfatto ‘ commefib fi
pbtrebbono diligente» menteGercareléeagfoniv^lkfcc'* IcratezM , lo /degno .
l*odip la.^ necefiìtà , il cafo il fine auùtòdal ^ maluagio'di^eacquifio
d'onori, di ricchezze, di vendicar l'offcra-. iriceuuta ^ di torre del mondo
l'og- getto più odiofo , e di troncar cooj vn colpo vnldra di più capi;, efer»
tikdipiù noofiri . - * Digilized by Google pi II Fello (torà, liuomodo:
abbraccia i Yarij modi del fatto • fi così nel rapprefenta- mento d’vna
battaglia fi potrà dire, come ii azzufi^rouo i pedoni, icà« uaJieri ,J ibidati
nouelli , i vetera- ni, i Generali >. come fii fcliierato rc/breito >la vanguardia
> la retro-' giiard a > il corpo delia battaglia », come furono
tramifehiati i mo- fchettieri co’foJdati armati di lan- cia » con qual ordine
difpofle le ap* tigijerie elle danno le ale ai piom« bo> cdai.ferro. ~ :
comprendie fe differenze del tempQu»ierena»ablHtiaco , d*in* ucrnpAdi
primaueravpailkta, pre* fènte>.antJco9 moderno, ieffiuo, fe-
riale>.determioàto,^incerto, cheto # venfofo ^ lumiaoCó per liraggi del Sole
> ò pure per. gli fplcndori fii- ne/lidc.* baleni ,, c dc^fiilmmifurie ferpeggiaxitidcll’aria
. Bccouf da- gli aggiunti aperto il modo di de- tcriuerc Centrata, e la
crudeltàdVn eièrcito baldanzofo > c vittoriofo dentro ad vna Città . Già’l
Soie aùca tolto il. fuo.liime . •' - agl* Digilized by Googlc / Onero la
fifettorìca V^èe(janil p agli òcchi dei «oftro Mondo , e compartitolo agii
abitanti del nuo- uo , quando i nini ici rotte le mura » € le porte entrarono
furiofamente nella Città , auendo accefo il fuoco per le contrade > il quale
edera fo- gno d*aiJegre2za , e moftraua JsL-« itrada a’ vincitori , acciocché
fenza intoppo ’CorrelTero al fangue , ed alle rapine . I Cittadini sbigottiti
dagli vrli, e dalle Urida non ofaua- noopporfiallefchicre; e à ciafeun d'clTi
alleala paura multiplicati gli Oggetti , Ogni Soldato rapprefen- tana vn Centimano
, ed ognifpada che s' aggirano, facea trauedere : penfando i Cittadini che
molte fc ne mouelTero . Le penne degli elmi non erano d* vccelli pacifici j ed
alieni dal fangue , mà di quelli ehc fpopolano l’aria , e la terra ; onde al
comparir di quelli figurauali nel- la mente il Popolo Tacchi 9 e prede di
foftanz(’, e d'onore . 11 rimbombo de’mofchctti parea va ta^mo che defie il
fcgiio de* fulmini che lofio doueang cadere ad inuolare la vi- ta. Digiti by
Google ìlVtlMOfOi ‘ ta • Ne fti vana la credeva degl* impauriti^ perchè
fubitatnente fen- . tironogli vrti alle porte , e com- paruero n^lle magioni
quelle fiere , veftitc più di fierezza, che di ferro. , Comandano i foldati che
fi confe- { gni l’oro, e l'argento nafcofo fé non . vogliono i Padri, e le
Madri perde- . re i figliuoli parti più preziofi ; mi eflendo egualmente
potente la fete del fangue nella vendetta ,e dell’oro neirAuarizia
,riempiutichefpnoi Barbari di tefori vccidono imman- ; tenente quelli , -ehe
penfauano col lume di que* metalli renderli alla^ morte inuifibili ; Giungono
intan- to altre' marnadc mofle dagli vrli de' moribondi ; ed accorteli eflcre
fiato tolto loro da* compagni più veloci, appiccano fiera mifchia col r ferro .
Molti fon forzati à sborfare , al furore il fangue , c l'oro; pernxet- , tendo
il Cielo , che chi voka trop- po colmarli di ricchezze reftaflc l voto ancor di
fangue . Il fumo del- . Città che arde ,, la poluere delle £ cafe
cad^nti,Ucalpefiio delle fchie- R;r:;:r;; ti Googir Onerosa 9^ tf ani', p j .re
che corrono^ l*an^iiif:4e^c4UaJIrV 4c voci confafe di ciimtìofC », : e di chi
ferifee , i pianai def fanciulli, le ilrida delie donne delie co/e or* ribili
le meno , fpaaentèùo/i . Coi> rono per le firade humi di fangtie mefeedato
colle lagrime . Apparif^ cono nelle piazze monti di cadane* ri > e veggonfi
caualli , e cauaiied , vinti , e vinckori,.nobili , eplebei ammaflati , godendo
la morie di auere innalzato nella Città viUr Campidoglio a* fuoi trionfi . CAPO
XVII. Degli AnteeedtwU $ e de* ConfegnedH # Dlftinguonlì gli Antecedenti, e i
Confeguenti dagli Aggina* ' ti in quello ; che gli Aggiunti non fono congiunti
di neccfficà colla co* là come gli Antecedenti > e i Confe* guenti , Per
efempio i fe io dirò : E nato il Sole , dunque è flato parto* ri^o il giorno :
è comparfo ilgioi> no , dunque il Cefare de* pianeti gi^ ra ^ Digitized by
Google ra col Aio carro intorno al Tuo re- gno : il primo farà vn’argómento
prefo dagli Antecedenti » U fecon- do da*fuAegoenti . Seio dirò : Il ibnno non
mi dà noia^ dunque roc- chio del Sole è già aperto ^ e l’alba inargentai! Cielo
-, argomenterò dagli Aggiunti; perchè i’effcr deAo ) non è fe^no infallibile ,
ché’l Cie- lo , il quale era vn*Argo portante j Àelle occhi luminoA della notte
, tenga folamente diichiufa la fua^ I lumiera maggiore , e fia .giorno « £
fallò Marc* Antonio confonden- do gli aggiunti con gli Anteceden- ti, c coi
Conscguenti giufta la nar- razion di Tullio nel fecondo libro de Oratore che li
di/linfe . Per dare à diiiedcr che Roma s’/ngannò nel I prometrerfi J’etern/tà
colle fabbri* | che fmifura ce potremmo adoperar j quello luogo degli
Antecedenti . Stolta fìi l'antica Roma , edido- | latra penfando che i Suoi
fterminati edificijfoirerocome il Cielo noa^ foggettoallacorruzionc ; emeoti
quel Poeta , il quale cantò , che le i opere ' Digitized by Google
:1buer9U^(SthHci(Ven 97 6pcrc fatte (falle mani' de* Gcfafi coiponacj d’alloro
non erano fotc<i^ polle a* fulmini della mòrte i Co- potàa r^erace fai»
erpetiN(4 eol- ia fodczza^degli ait^hiideii’aguglie» delle piramidi , de*
cololfi , de- tea- i tri , c de* paiaglCittà da vn fol Pa- drone abitate^ c
popolate dà'vna— ! famiglia, efendo fattura ^’vominij che «di natura
frflgTlrfarino leeòfe deboli , -è dì poca<durata^ 1 J figliuo- li generati
da-Roma -come che vo- ' laflero fin alle ttelle^ efcorgelTcro folto di & le
nazioni dome noiij erano fi migliatiti à Dio , che può dar rimihortàlità^^
render-digiuno iitcniplo - c rpczzargfi i dentiti, -fi che iion pofla dmorare •
.Nè indoro balia ebbero il Cielo a cui pocefTero ? comandare , che
nonfulminafle^ Roma , nù'foia mente fquapciaffe il Caucafo , vci'Atlante
Giganti de* monti i e che^hanno le cime frà Je^ fiamme delle fieJlé ^ e
ifondamenti fri quelle dell*Jnfc/-ho^è i marmi aueano commettiture da
refifiere^' agli.arictidimiikrecoli* ' I ' - ^ :E Da* ilarda grandc^a «^*$tliUiiaga}fi$;iHir
jaa'de|l*asidl3a%iO04fl > >n I jvI ;>> r q ra(Ci eà f
ccelìtK;^i9^i3aftteÌÌQGE^p^^^ corgiaceiitii* X0nKr^ià(l(oriirpPÌi- aiadelC9loltGkB9rp[i/QaiQ3cljSpl<^
CÀ&nwailc^ dfi^ mani)) fparfe p^i f»oja,T. im W’» gina* 0ltdfi e no gii
apanziiopp rifcy na Ciwà moofe^ft:CÀ€-p«c6a PAflfriqaai*ia jèranaiHfiipi monci
dtmacigtti^ « . quafi Ro^ mafasé^c i/àt^ cóiii^jù.{ki0&nci.«
erc^^‘iiai(To(^pc^ piitflfèa(^; pconyapa1agio;^HHMi- to/abWcanrimiHc
abitaaio^i^ ordamciici dcT^mpH^, e deli^^^ Itche lareiati dall' aiiariaia cte'
Baifearij ia qnaJcAon tomuttìh nè wnii b§i|aatì/al rapimeh to> e {y-^ipoitob
rplciQididaolen(a j ì^i Chic^c^* Le itacjie timaRtor^apo le Sale , ed
i>Giar4ini<ii niiiksPrta»- tì pi , Dtfi'-rlir : C'iìc^llc ^Omo U ^eU9tica
pp < cipi f eie piazze di mille Cictà.^ ^ pure quei popoladi/^fiTo prouò i
colpi dLcenÌQ|N42ÌoQÌ é;;; I Confeguenti.Aacora^rcr;MÌrel>^ • . bono^l
Dicitore, fe ^vòkfleiifar fc^» , de della prodezza de* fptldatiiVcae* zianiy i
quali epUa>fpstdav£CÌferói nimiciy cauuiuaroaaetern^^te fclklfinclla
pofterità . I *.% ,j/ . Se voleté^pcèla brauura:>a ^ c fa fortezza
de’fulinini delia guerra!, . entrate ne’ palagi , ;c nelle fale d,e* . nobili
,'eulc’ Cittadini j^iloue le te* Ie»e le parati più in£aperbi7èono per rimprefe
colorite dal pcnnéllo>che • per ^eccellenza deli’arte« ciie al vi- no
refprede: .bencJic iPittori ,chc . le rapprefentarono., ecHCampipni / che le
fecero fieno .eccellentiffimi . ^ Quiui nelle Città fumanti '& ar- denti
companTcé chiaro il valor di efii ; ne’ mari ondeggianti la Joro immobilità;
ndi*armatc fomnierfe la virtù galleggiante : nelle fchicre
imprigionateJalibercà difefa»: ne* cadaueriinaalzaàfaltczga dcJla-j gloria.
Entrateneuempij . £ s le féflatue àatble yt fredde t^knt> liftn61^rdd(e y *c
Ì*4rdfr nel cotti* battéPé ì^I tt|«ikri gleriofi ridico- ìiò 4 pB^àHeri
"de* barb^l ilafcìacf fbhza’fèpohttra: e leittlbrlaióni^fat-
te'dagti'Tcar^lii raecontanp i fatbt retini eòlia ^uttta' del^ièrro nel
eàttipagne àllagaie dtifangne • Mi* rateJ*Arrenalt|« <|umi lòfòretre^ ,
gii^rcbl'i le^Giite-»nléce}àte ;^gli fdiM 1 y& cdrà^tey i hiólèberti , 'Jei
bòiUMrde ; e gJiiltff arnefi‘ftrbAti per còli tra flfcgilb della virtii y e per
àggingttepc’ -ftittiol i * ' fi’i pófteri ’ nel co^o di eflay moftraiìo che
PAdriaV ti (fó mtthdò'fcni p re ai^ a luce, vd nvi- VaiorbfilQm i auuej^^i' à
nòn ire- iiier ttè Tacque de' mari ,aè*l fuoco delle guerre V ' ' • { * - ;
Dagli Antecedenti aurebbono potuto comprendere i -Cittadiivi Veneziani con qual
ìm agni ficenzal;. fidouelfe fabbricar TincomparabiI Ponte di Rialto fotto di
cui doueai^ pa (fa re il mare non >come triott^A- tc, màcomc vinco; la
Chie/aipJcn- d i lifHraa di S, Marco crefe iuta co^- ^ . lo / Dtgitized by
Google (XuerohJ{€it.y^ne\ìaH9 , loi lo rptanamento de* monti > e collej»
profondftà'della terfanda cui furon- cauatiimarmi : ilpalagioricchif- fimo
delia Signoria ^ c della piazza * * di S. Marco il quale ora è rinoma^ to dalla
fama>chc al veder magione' tale Jià tralafciato di 'celebrare cd^ rac
inferiori le Rcggie di Nerone:^^ di Ciro, e dei Sole cantate da* Poeti
Gignidi.Parnafo*, c trombe dlA^ polla*. ■’ ’ • E qùai miracoli ( potea dir
frati-* ctmeate Venezia ) vedranno gii occhi naiei ?r I ferridogoratr , e le
mani nel tagJiamento delie rupi , e de* monti ; lenaui, cTAdriatfco eh c
appena^po iTon reggere il. • pefo delle colonne : il lìor %gli Artefici prefi
dalPi (alia giardino delbEuro* pa: J'apparccciiiQtdegtì ordigni 'i che
fmuouerebbono 11 Mondo. : i mucchi de*; canapi fi forti/che terV: rebbono il
furore ^.promettono iaj.» giunta di pili miracoli à' fettc mira^
colidell’Vniuerro*. 1 Pittori, egli Scultori , i quali :con diuerfi ftru^ menti
dan .vita : gli vni alle tcle-j-, , E C gli-: roxr. , i ^f^(M*Oirpì » c ì.
Cigli altri a', marmi accrefceranno * i’iiifiaitaqiiaocità del mio popolo , •
con taldmereoaa > cheglianimaiti: da! peoaeili>cda»^&arpclli auranndi
vita più Jung^ Iftcfóri dcirorò' • e ddrarg<^toamixiairato fa^ Cieli
ilèJiatineiie volte i nelle ctth: ppUi , e ne* Coatti / ftellc de* qua* li
rirplendéranao alla prefenza dei Sòie > nè maitcamonceranna» parmidi
vederlarglìidiràc Sakdo^ uc'd farannalé' adunanze déf Sena- tor i j e de*
liobili/e doue là Pruden** za vk Sauiezza> il Configlio , c laLr Giufiizia -
bilanceranno gli. affari: più.impoft^ti > eiciógikfaanò» r gioppi più
aimodats ; Giàioiasagi-* sóakre S^e meno fpaziok: y mk IRMI men vaghe deputate
à^pniden» tii2ìinf«Magi(h^fi> eltèggitori^dcf quali noniù^iùgiuila^^eilà
finta i Ddaxhiamafta dagli antichi Afirea # che nòaurehbè prefò il vólo al Cie-
lo fc in que*fempi fi fòfie trottata la mia Hlépubblica.'. Già 'antiueggo che
rEiiropaxredeià vere le opere mirabili deU*£gttto yperchè Vene- ' Digitized by
Google OuerùlàtI{Hì^^}Fenè7^iana^, »a vedrèponcivpalagii eTcmpi^^.
più.raàrau^igiiòli*’ ii- •*» (; ^ . *1-^- l . «i . it'i: V* ^ ' • 4 4 ? % . * 1
i: l ì * u* Aria è Ja dmiUon delle Ca- V gipni fatta dà* fiJofofi y mà i
rìdiiconÀ nondimeno à tjuattro , al-* rEfiffcientóiallà^Màteriaic, Fornirà* lè
y^é Finale ^;dclle quali darò vna fenaplicenotiziaj V nè, cosi piena' y ,
toccandó alla filòfbfii la Cottile diO* culfione di quelle . Là caufà effi'--
dente fi è quella donde derma l’cf- fettor'i^ IlSòk dlcefi caufa produci- tricè
V*c‘-PàdrC' iHiiftrè d’Vn parto lùmiric^ , ^clkifclà !óc6‘i.'dcIi*èro ,
dclFargcnto , :b di‘ tu tcH metalli , che: nati preflo an*;Infeirno. regno
della difeordia mcttoafottofiDpra il Móndoy e cag ionana tante guei‘re : de*
fióVii che reale (Ielle che hanno ròccà/b’ y c di tutte le vaghézze di- pinte^/
e-cPlbrite da. quelI’A pelle celefié j il ^ùale maouefi ^ e infieme • E 4 pcn-
pcnncHcggi>-. Lrargoraepco dall4- caufa efficienté è qùpfto . Pietro dia :
dunque diuencerà dotto « ca> gionando/WaHo (tudioia dj^tcrma. Querta'caglon
‘effieìenw cfà' riiòìta materia sì ncllaipde-^^^csi nel biafi- mo . Vna Città
(i può lodare , biaiìiiiarc dal Fondatore , e daJl’ixn- prcfe fatte: yn
palagio, vn tempiò, vna llatua daÌi*.ArchitettOjdalFAF-' teficc : i libri.
dagli Scrittori' le' rcicnzedairinueqtore , i ^ìg^iuol'i^ da* Geaicori, dal
Capitano ic gucr-: re j le Repubbliche da’^Dogi. > e da*r Senatori , gli
vomini dal/cterna* Sapienza > e dall* Artefice Diuino. che
formoUtcoU*aiÌii}enza « e cpi configlio delié trè; Pér.fone facefv^ nei Paradifo.
terree lire* yn'aitrp P^a» radifcKanhnatp beììczze . 41 fu ^ perbo Anfiteatro
di -Roma in tal foggia potrebbefi defi:riuere,dalla cau(k efficiente ... . Per
formar qucfl*Ahfiteatro,c he ancor ^dopa tanti fccoli faperba- mente pompeggia
, auendo.colia^. .maefià Tpauencato il^ tempo >,ie: là nior^ U \ett .
f'ene^ana \ i o morte si che qooHl'ol'traggìalTero -, vennero i Maeftri
<dcU*artc » c le ci^ mede* Maeftri^'dairiùik', -dalla^ Grecia , dall’Egitto
-, c>d^l*altrei> p^ti del mondo , le quali - a* /ècte-> colli di
Roma.inchinanafì(t> volete do Roma come la^prima deUe* Città auere i primi
Artefici nelle-: fa bbr ir che. Quelli /affi , c- quelle dimez 2a ce montagne
fono fiate.polli le braccia di tutte le nazioni , -Je-> quali
concorferoad.vn’opera*, che douca dar diletto colla zuffa dellej) fiere >
colla pugna fanguinQfa , colle fazioni orribili- dc’^comfiatti- tofi .
Gli'lcarpelIiiaudeuoJmente g^reggiauan fra loro, nell’ abbelli- mentodeUe
pietre, effcndó;gi} brr namentì di. quelle fregi, di qUcili -. Gli altri ftru
menti 'adoperati ■> e:> maneggiati, da. mille, mani volcn- tier i logof
aron li ne 1 ter mina.rc V'fia. macchina capacedi.tutti gli vomì-
nÌ7i/eitu.tùfi foifero-raganati neli^ AnfiteatrOf^!'^ > ^ • • innanzichè s*
Inregni*! modo d* amplfficar-dalla caufa matcrialcL^ ; B 5;T notili ,1^' U
rèUòdWùt^ notifi che la cagfdit materiale preu^ ^ deli taltioltà perdio primò
/oggetto - nel^uak riceue/i e' s’imprDnta la - fórma» 11 qifal'fdggettd perla
cor- raziori della forma * non mai fi gua"* Aftr€ volte:plgliaft per tutto
> ciò éhe cóme materia ferue al com- ponidumfo de'gn Etièi » fohò il Cui
fi^fcatò i i legni la calce ed i ^ faisnitradnofÉateria'della' cafa'-: il >
marmo e'I Bfónzó^/àrannro mate- ria dcllà fiatila ; Paùorio , rdro , c' '
ràrgento ; del ^afò Oltre à .ciò di- « cefi Materla;qtfèlfo,ltiforno *
slmpieganple- ì^lrtù -i le Arti le ' Sclefiae>«.dtc;: li'piaceréraràmàte- rm
delia tempera]aza': le^op^a^io- nideiPInteliettò i ò il {illógifftto . deìià
iJbgica ; perchè pnma è m-' tefàCallìf moderazitmf^e*gu uerefaij e
airaddirfezàmetfto delle ' operaxfonilfebnceve diftòrce, là fe- conda' .
L'argòmentó prefo da quc« ftò luogo è di tal fohe ; Era laila-' ' tifa falca'
d'óro » e di gemme : adun- que èra' peeziòfa . Là Règgia del 2 SoldApotrebbefi'
più chiaramente ^* . .* 1 dalla Digilized by Google OUtrù la K étt* Féne^iana :
. 1 07 ' JaJJa caufa materiale con • * amplificazione illnftiFare. . •
Compariua ncJ fnezzo del Cielo • yn’aJtra Cielo più* rifpJendente , cioè la;
Reggia Jum inorata del Sole . . Xè colonne à^^cui apppggiauafi magion sì
fitperbà eraacomppfie di • quelle gemmo le quajf pcr eflerc • Itate pili
vicineainbferBaeranpiii chiare . Nè monte^veruno fdegnò • di rendercele Aie
vifeere preziofe generate<la,* faggi Solari . Le mu- ra; eram fatte d’;òra>finìnimo
-, e che meritaua. Ip fccitro frà^gtì ori più purgati; neffèiio^èi quale mi-
rauanfi gcmme|e diamanti sì accéfi che parcano viue fiamme ^ infiam- matLforfe
dal rofibr della verg(> gna. di ' non- mandar ’ tanti , raggi quanti ne
meritaua l’Abitatore<del palagio reale . Ne* roffitei vagheg-
giauafi,.cbanov ed>/auGPÌò ; i 'quali col nero-, croi bianco denotauano e
fiere il Sole apporta tor del gior- no, ; e della notte'. Nel pauimento -
caloefiàuanfi piropi , e topazi] , ambizioficl*eiler tocchi , e calcati E 6 da/
toS-i it ^ .0 da’.j>iccii(ielRèjdelk!luòe;> p6rcSè più fpkndidi Si* pud
Ér gurarcoHa&oieiiteqitalfoflek ma- guificcnza della Reggia dal peniàr
.die. le ftalle-dc* deftrieri del Sole erano, pid riccho delPabkazion« di Ciro
> * nella quale rArfe , da Ma*- gnificenza> c^a^pòtenza feceri) l’rli*
timo S&ljZQ ‘ ;/i . : ;i f ) terza caufà.vJen dàaa fbrmà«>' le i
edùiideii in* caafa formale :fu« fknziale v^cd ^cidentale t'. La
i?apaialci!vdi£6ftike.ediu' quella^ ^ phe è d^ermèiatittaidella*matcriau
indeterinmata^^y -àdeiocch^^iia .Tnii ÈntC'jiCitrn ccMnpoRozes^!HL^bi« graziai
. , l^Aiilina» è. forma ftifbib ziale^ > perchè perelfa li conftimtpi cono
le Ipczie-ie gi*indiuiduii l'vo** m«, Pietro , Pdolo.dtc. cdhàil nje i^tna
pci'cióccM informa Ja^ materia rpo^kta d'ognibìaJrezza'V La ..forma aaciden^le»
negli Enti- animati »> ed.dna^aimatj èqòteliafi<* gura efteriore > Ò
apparenza efirin^ Ifica# che vedefi negli voroini; ncglf aiumalix.ne’ palagi
^quadri > riton^ di,." Digilized by Google §ùeroU^t$.f^fne7;kna;
lep" (H, angolari > c in altre fogge fab’? bficatH e figurati .•
Cfiianaanfi an • cora forme accidentali intrinfeciie, li faplenaa ,
l'ignoiranza , la gene- roficà , la codardia, cviltià ^c. per- chè l’vomo da
talifornxc appellai ^ codardo , gencrofo , fauio , eigno- rante. . Dalla^ forma
cq$ì formafi^ J’argomento‘*.’jQueft*Entc è priuq d*aninia razionale ;;adunquc
nonè- vomo ymc può difcorrerc . Equan^ co è più nobile là forma tant*c più
pregiato it com pollo . L? Anima_j ^ che è Jà forma fu/ianziaie deiiVo^ mò
darebbe: al J'Orator materia -fe^ volefle mofirar la nobiltà di quella, .
?inamortalità;,'l^'inte]ligenza , la- /bttigJiezaa , la velocità , la fimi-
glianza conODio , i e lealtre doti « . Dalla forma e/lrinfcca eccoui ab-
bozzatoFitone trafitto dalJefaetEC; d'A pollo. ' . Dappoi che*i Mare , • el
Cielo ^ moUra tonfi >fdegnati coll* inonda- zion delFacquc , . c con vn
diluuio ’ Aniruraco di piogge , colle quali fe- • cero vna mobile fcpultnra
alia^ge— • vmaiw) còitetìcei /ote mcaw'itól-tiiio !: jiancor la< /iWrà ?
volle; m f Iiioami dei ^ fua rdegno * producendò Pitone* Tpaacaieuoie riftretto
déll’cie^ore delia fierez- za . Eraidi corporatura sivfiermi— nata che aureftì
detto efiere vno • fcoglichaninaato j,\sì difForme che ^ parca vftvritrattódeVmoati
piìi*: moftruofi délla*terra Jafieme-coh- fufi • Afatfca fi poteadjTcernere /e
< la bocca foflc,viia.rpeJonca,di vn_j monte i ouero la voragine di quel ^
ferpente.vaftiflìpio* ,,re»lmoto con- wnùociò non.aucfic;accerMto j Gli ^
occhi-;f|^ÌFauano . fiamme fulftìt^e colle: qua 1 1 s* illusiiiià ita - là
inette ^ delle membra caliginofe . Era co- - lóflb'sl grande armato d*
vn*vsbcr^, . go dmpenetrabile: c he* potea /rom- pere la fteirz, durezza.,.
Lànciaua ■ dalla Aia lingua non; già tré faette, . màcentof c caiitc àpunto
quati èra- • no i Còrpi che ogni giorno diuora** Utì .Né qifcfto Mofiro
ftrifciaua Tem- pre pelliioló> mà ralora voiaua per 1 ariaxomc Padrone di
più elemcci. Laviti- Onerò la Véne^ana / 1 1 x ’ L'vJtfma delle cau/è fiè k Ca-
gfon firiale diffihìia da’ filófofi efler qiTdla da cui è mollod'cf crantc «
Per dfc'mpidiGli dtìóri fontì 'cagion •' fihalcdell*a‘mbizforò> il guadagno
’ dcìl’auaro ; perchè à^^tal fine dirìz- zanola loro iirtenzioiìe col porre
ta'ntrm ezz iV (^efia éadfifèla pri- ma nell’inteDzionc > ò pAftóro di ■ chf
opera /‘cPvltirna ftéiré^cttfeio»’" • nei pcmràhddfi da’ll*àhibizid^' fov
c dall’a'uaro altóricchcz!^ i ed agli onori ^ ché poi fònoglf tritimi
ncll'acquifto i c fi ótte/igond dopo radóperamehto' dc’mezzi*‘pé6por*-''*’
ziònati ; L’argomcntó'daJ-fihcfifa ihtalmcxlo v LVomoè ftatòCrea- tó per goddrc
‘ Iddio? ed 1 eterno bene : addnqùc iibtì dce pòr- *■ re il fuo
fihencvbéni'yaai'> e traafi* torij A riprender gli vdnìlnf'p'ro- fonda ti’
nel Ornare- de’ piaceri mon- * dani , che agitanorìnòfifo cuore , giouerebbè
molto laicagidn fidale . Non per altro iVomb èfiatO fòr- ‘ mató nel PItradifò
tCrVefirc dal ce- léfte Promcceo i (è non perchè à diC-' petto > ».u «nic
|!iccto pcfo fc;iTttio:^*j|i2iakì al ; Cielo d!imtp.ao^ do ^oimile icoi^arii)
>. erb^uttarfi; fa«gp4cllai|ÌMkjilt^r« , ftgóde dì atòraeciarla , i^ii^giàf
er diuenir/ Signorc4'if9per|>i^Qm <j«el capi- UDpllogiaaojtQii^^^tpode.*
r^oi af- fetti . &%|Q falco? 5 ^11^^ faccia :in,i ucria^'HeliCi % acc^^t^egeado:
getiiiCidillllllY diKcuoii »i? fiaf rn^Af^ocj<qacecnpli#;lc beljc^-
z.e^PQf>Ì(en)« , . ed k^^trucubili ^ (jicÓ£(a^rgWc^»v«l'^ .^3Ì
rfQjidaik^lrte Iper* meg^af«oÌ5Ìfi?olÌL. e l^rAieli^c^ At^càimede^ Cckh?: ra
defidccoio.d^uof ; la^ ^’g«Q?i%4i p&^pàtfef .dipQJece -wi/cppiciby Agm^ì
pikgraa-y di jnèiiaiJan^ei^delk tew^tolcc* à/orza^fel^f^ i e (di
^re.ali'Apihir^, zìqner(ps^Q0^mQ i^mpò da rpaf* ^ feggiar:tii4*SiiipiaHiia >
e eofoi^at-" te per Iq %ariimf tKo di , to piuito/;, , qual ap pup£9 èia ÌJcrfa
in:eompa~ ^ €hinoUì(£tKyeiè^(mal ìif ràzione dcl Cieloi-' E ftato forni** to di
ragione colla: quale E diflin^ iU^Brut t e jmre.opcra coroo fo4c vno 4cBa lor
gregge non^v c^nofceBclailob^U. dello dziox, e delfuo^ne^ : » Mir h ^ì: V ^ - :
Che (è volete auere va di ' tutte .dàrolJo coifaccen> narhreueinente 1 opeta
magnifica.^' ed^AimirabiledelPonte di RiaUo doueii Ipefero oltrc à^dugcntó
ciii’- quautia mila dueati. e fUrmodelló* (BAntaj^hdAÌ Ponte > che. r Arte
> e le BelTo rendutoliwHa Terra colle fabbriche immortale , volleaQCQra.eternarli
nell* Acque » ^ , jq eldi/egno di quello Ponce Ban carpale- menti degli
Architetti^ pili ingegno^ nel ritrouare Idee non più immaginate > gli
Arcehci ' pili efpcrti nei dar forme la:’ marnii - più rozzi 9 Jcbraccla più
nerborute nel cauarli dairinferno à cui diero* no la luce eolia profondi tà
dèlie ca» ue , kruaui più forti nel traportar* li dairiltria , che impallidì
alla ve** duca di tantefotterraneè rpcJoiichc, c dijfcpokridd! vini Dodici
;milà? pali^d'iolmtjt fìwpfttifimpmfònciajti- nic^c..nclpacqirt"y,a^qi^aJr
foprappofle groflì/firae; ta uoJe-i c faldillimc pietra si fòrteriictiee ‘Con-
catenate i che dalie furicf Ara telate • dell'Adriatico nort faranno giam^
‘niaiftomnae/Te # La forma; dr mac- ^ china si mirabile raflembra noiLj . tanto
vn Ponte.' , .quanto. Vn'Arco ! )eriòni^le cretto., alla magnificenza . 1 del
ScnatG^Vcneziano , aliar gloria . deli* Architetto >. e ad onta deh ma- re
>.ch'e prigion iere , c vinto d i fo t- - | to riinirafi . Oltre alla
moltitudi- ne della Gente j . ventiquattro bot- : teghe piene di merci
“dall'Arco fo- I ! Aengonfi» che dal Mare inchinato , iJV’cnezia 5, imparò
adiJirteuruarA > , per riuerir la- medéfima\ £' fé la { Germania
conflderalTe il • famofo ponte fhnoda^T>aiano:t3el I bio y e'hPónte4J
Riàito> certami 1 re direbbe , ,chV* qUei chVCdfiredi [
taato%ri^tatodaque^'d^^^^ i i zia > 1 di duantoi fiunii tóifoi fopra- [
aanaatidaifnare *. Per .n^olti gradi : ì mon- H Outro la 7 tt$' mònta/i alia
Commìtà cfcll’opera^ ? donde fcernefi moltitudine di bar* ch^ > di palagi
> e di popolo ; cioè (i veggono le pc^pedel Mare Ve del- la Terra -, . I
fregi , e glì'órnamenti deH’artey che accòlnpagriario' 1^
maeftàdiRialtòfrègiano il deirirìuéhtore > e la Serenità del Doge Pafguale
Cièògna , - fotto i cuiaurpicij furòndfacti Val qnale^ non dijffic ile il
p<yriire^il giogo a- nemici -V . fc ancor lo pófc aimar^^^- co* Ponti; j.» ^
j ho' 'Ai i sfitti I ^ *-i: ììrij. - » '
•' i. i) ^ • HiàrnàdéfFctto tiitto cià cheè \^j originato c prò^ttó dallè^'
caufe . 11 giorno è cfFcttode^SoIe: lo ilerininio delle cà mpaghe'V la di-
ftruzion .'delle* famiglie i la mina delle gregge J iWifértamcnto delle Città
Vde riùólte "de’rèahiirbnd ef- fetti dclia^gucrra .Mà'dura la Veneziana
liberta i la rclìfrériza fatta , &tta da*; Veneziani, ali* Afla > eé* a
11’ Affrica congiurate j:ed armate^ contra la Repu^lica > Jìabbondaa^.^ za
deila ▼ettouàgliai ^ laiconoqrdiaf de! Citudini , ia paccidcllo Stato 1 a
%M«^zza del trafficò >, , la tcan^ qpillitàdeli'Adinaticòinon infeila*; to t
qè rconunoffb da’ Corfiiri i , Ja» hmtzu della. Gattoiica ReiigióT
ne^^..iaf>ace dcil’italia Ibno effetti deràu.aoti dal prudentèOimo/gòuerii
no4cli^<fliÀnioDoge:» cdc!Se<- natori lllaftrifliini t ed ecceUendHb mi
perla nobiitàdel fangue , e per lo fplendor delle vàrtù . Son quat- rro le
forti degli effetti , emendo quattro le Ca|^ioqi ». ^i fonti di ef* fetti varii
, e particolari . Per cfetn- pio . . Che r^omo fi^poffa toccarcL# occupi luogo
> non fia. penetrato 5 procede dalla. materia generaciua della quantità ,
donde taliproprie-* tà fon pródotte ; t che prontamente viifeorra di qualunque
materia^che abbia nella, fu a mente gii auneni' menti di tutti irccoli> gli
annali y e le fforie delie nazioni tanta, va* riera I Ouero yenè:^na ", If
f rìetà d'OggGCCjy e Cwliy e mari, e €umi , e monti, e vaiJi ,'e ielue , c le
feerie delle cofe create , -e poiSbili ft origina daJia forma fnftanzlalc dellf
Anima ; che auanzi nella nobil- tà della forma tutti gli Enti mate- riali ,
cxrorporéi'fi dee alla primi caufa efficiente , cioè Dio y cht ài quella,
informolio chelafci fpon- taneamcntc Hcchi patrimoni/ , e retaggi.; diCproggi
titoli^ enomi gloriofi , e li fpofi Còlia t^ónertà , òc Vmiltà : che fi fucila
degli am- manti pompoli , e lì ricuopra con.:. abito vile, fugga'l Spie, e fi
nafeon- da ne* Monilleri , ò nelle fehic piu forcllc,e nèdiferci più difabi
tati, rien dalla Caufa finale^ dà cui è mollo l*vomo , creato per vn re- gno
eterno , il quale fi guadagna i e fi compera più facilmente col get- to de*
cefo ri., c delle mondane ’fpc- ranze, ecolla perdita degli Amici . Sia r
argomento dagli ^effetti . E giórno ; dunqne è nato il . Sole -j' di cui fia
l’amplificazione , .Se le poucre , c nude montagne - fìÌFilh^Or$i , fuori t
dentro fon ricche > & . dobbate d’oro « e di ^ ciò . ^cbbcuaQ alcole »
il quale^^inail’iai? . oofe òperchè fiemicQdelle glork i Yu^kelarJciue grazie,
r.ò perche . amico degli^vomini . vuol ‘fotcrarre . que* /- fpkndpri v che
accecano ;il ^9Hdo,> e ghidano^coliumeioro le r Mcordic$ e le gacrre;ali’ecéidib;jde*
Monarchi;Sedomahdate.aile:cam'^ pagne/Chicdia'^lhro :l*ammàwto jiJi tanta-vaf
ictà.ieflu tp ruvi f ifpQdde- , rant^ effere iifSole > il quaie*dà l’o-
itro^lieroic rapito ahlAurora / le j»epÀfiQfitc,a*ig^ttpJtè all’Alba^, dcT
colori a’igarbfani , e agli«altri fiori alJrlrifeinuoIata^ Jlonoaile biade, i
&a*frutti'fenza • chicgli . di Solerà prò , d c' mortalidiuenuco dipintore»
co* iorifee ogni cofa lenz’ombre: fatto Arpicrc , cbikihcttc dcr raggi feri* ,
{cola notte 1 Q^eftpcomcxondot**. f^ere accortOL^ neli’andataal ntioiuel
rtiondo lakia’;vna vfchicrh a i 1 a g u a rdia del noftro'Emifpcriò , co me
Spirito vitale raanticn viua la terra;
OutYQ la Hettjy^ci^e^Mfia I t ip • tcrraj cpme<urforje>\^ek)ci®mo
ac- correi deJJe deli^-PrimàUcra ‘fio- f ^ del Verno s^rftp, Scila State
ofidcggiancedi tìade deU’A^utun- no biondeggiantc di frtitta depende dal Sole
.‘Gii alimenti degli «anima- li e degli voniiiii fon giitati dal carfoi^r.atp
de^ Sole ,;che più libc- Monarca, ogni .giorno abbondenòlmente /li com- parte .
11 giubilo , e" l'allegrezza deli^/^atura featurifee das^uèl ma- re
chiariflirao che Tomnierge ogni noia, b malinconia. Eifetti della grandezza
> c della i^^?§^ih^cnza del Senato ; Venezia- no furono le pompe , ie^fefie^
e gli fpettacpli fplcnniffimi >co' cj.^al i fti accolta in Venezia la Maéfta
di Er- rico Terzo,aJlor che lafciato il re- gno delia Polonia ,fu chia ma to
co- m’Ercole à Tollcnere/il pefo eredi- •tariodella^Francìa pér cagion del- la
morte di Carlo fuo fràtello che n*era fiato /‘Atlante . 'Onefit appa.
•recchiamenti -eguali aifaltezz i d* ' . va Vn Pr inielpetsi graiide , e^*ma'
Rè* ^bf^jct^i^hequà^pi^^ ijtéB^^ IdìbMf^è 'lèi^a i ^ìóà r&èdìÉi^ / nòit f
dté^&et^rifticKir.eoà parókPHki^ «QrfkabaèVv^*^^^-'' ' R ^àLmarad^rfencm dùcè
qa&rko «dalla potenf;sa ckll* ammliiibil Seaàt<y Vcùicz rate ? Vldè
à^èodapeaedt^^^ Irffimo^Sèrfe èÌÙ6|>èito l’AdCihIcJéé barche I dfgoddòk y
d^briganci^ ni ydi fbffc j di galee > di fiiicbìtorl» ^he^egdìcatiaao :V
eidadcompagna* uano vna Galea ittfìipeH>ìtà >cred* 40 'fpter^èpot^4tì
’iK)^ dollà^lUaYòrttina vkià^càf^i iiiqamf eràA Seiìacai^iy i ^^à}f i^^èeàh
corona àMoro -^Dòge ^ -èd à gran Rè Córonàco ricènutó in quel* ia Galea che
potea chiamar/i^là Réiiià frà P altre , CJuiui Errko potè vagheggiar gli effetti
dell'àr té più arcificioS negNnt^h\« enellè figote d j rilieùo certamente Vhie'
i sné' fatte immobili dallo ^iliipòrc'; nc* ricami finiifimi^douc Jc telépiù
itima- Digitized by Google ùutt%U%^.Vtne^0nk\ iii IHmacc , c l'oro piu puro
reputa- uaiifi di poco pregio in compara- zion deliauoro; che vinceua la pre-
zioHca delia materia * nelle ricche ^ epompofeliuree , nonfol dc'Scr- ui y mà
de* Rematori 9 dalle nobili ailife de’ quali fi poteano conghiet* turar gli
abiti della Nobiltà , c de' Pignori, Vide Archi trionfali ab- belliti dal ferro
, c dal pennello ^ di flatue , d'imprefc^ e di pitture rap- pcelentanti la fuga
« e la feonfìtta^ degli eferciti , che aueano attuto ardimento di adfrontar/I
con ellb ; onde ancora gli /corni , « Pignomi- nie de* nimicigiugneuano
gloriò-» , ed onori alle pompe del Monarca_> Francefe • Ammirò diletteuoii
Ra- gatte , cioè ynreorfo generale di barche, e di gondolcper la via lar-
ghiiiima., uià ondeggiante del Ca- nal grande, le quali volando lenza le
aleaueanper termine del volar loro il Palagiodel Rè, meta delJe^ grandezze
terrene , c per premio . palme , ecoconeda tutte le Deità fiuolofe del mare
polle quiui nell* P acque acque in vna fpclonca fatta Reggia ddfOnore y il
quale onoraua'i Vin- citor^, éhc piìidfìduftfiofi di Dcda-' lo aùean date le
petinèa* legni , co», quali erano innalzati jal Ciel della Gloria gl*Inuentori
;Apprcfentò ‘ ancora la rmagniiìcenza biella Re.- pubblica agli occhi di Errico
quat- trocento guerrieri armati delle due*, celebri fazioni di Venezia, de*
quag - li tome bdlicoTo che egli era godè, fommamente 1* animo di queU’JE- roe
reggendo in va Ponte ch*cra piccol punto à tanta gente diipen'- diflfìaic proue
pari all’animofo fat- to di Colite , che dimoiìrÒ valere vn folo Romano per
rn’efercito , e che zanti efeteiti erano inRoma^ ' quanti v*auca ‘Soldati^ £
per óno- . rarcil Sol de* Regnanti fè compa- rir d'arabclc parti del Canal
regio nelle fincftre de* palagi quantità in- ‘ finita diiumii foggiadi corone
>di ‘ gigli , c di piramidi ^ che fifieiten- ^ do nelfacqua mofirauano
npikro : Cielo fommerfo nel (mare tempe^. flato di più flclle , che noti fono
le Digilized by Googlc Omo h \eU Venexj^i, rfcintiJlanti fopra’l noftro Mon^o .
annoucr4tedall*AftroIogia>Ia agua- le non potè ailora ,contar guellc ^ , che
tramontate , c tuffate nejrac- qua» di mezza notte forni auano vn mezzo giorno
^ benché il Ciclo foffe quieto 9 je ferehiflimo parea.* che tonafle , c tempera
flc coMuoni delle bombarde , falutando' colle frequenti falue il Fulmine ideila
guerra ^ Tralascio i con ulti fplen- didi y e lautilllnii eccedenti i conutti .
fauolofidcgPJddij : le /Infonic piìi foaui dell'armonia fentita da Pita- gora ;
i balli piu ineftrigabili del Ja^ . berinto Ai Aedalo ,, che farébbefi .
fmarrito frà gli auuiluppamcnti or- dinati deli*arte, fe nella terra^e nel-
l^ria jfolTero ;qucgrintrighi artifi- cioli rimali. -Inroraraa sì grandi , .c
magnifiche furono le dimoftran- ze TerfolaMacftà di ;Errico >' che •
ammutolì Ja fama , non ballandole cento bocche per ridirle . • ^ ''i; ^ k% . f Vi CA- — - k-, 41 r elio d'ori
DeHa CmpgraT^one » L’Vltimo luogo intrinCcco fi è là Comparazione^ Ja quale in^
tré maniere fi può fore , ò parago- , nando vguali con vguaìi , òininori co*
maggiori ò m iggiori co* mi* nori . Per diilinguerbene la Com* parazione dalla
Similitudine fia quefia regola generàle : che nella Comparazione Tempre
mofirafi e- < gualicà>òdirparjU;ilchenoQfifà ' nella Similituciine •
appagata nel far veder folamente la conuenienza d*vn*Oggcttocoli*aJcro.
Perefem- pio: fé nel deferiuere Ja ferocia d*vn | guerriero y dirò, cheTU
«fiume ac- i ccefeiuto da tutte le neui deWAlpi , c dell'Appenino , eche non
par gliuolo del mare , mà vn’Occano i . che vn turbine proccllofy furia del- la
fpelonca d'Eolo : che vn fulmine arme più violenta dell’armeria del Cielo; che
vn cremuoto ariete fot- ' ter. DIgilized by Google I OutrolcL 1{en, renctiand .
ri'5 terraneo del Mondo, non pareggia- no , mà (òno inferiori al furor dèl^
Goinbawéte,{aranno Comparazio- ni ; la doue fc io diccHì-, chc impc- tuofi
fiumi , turbini furiofi , acccifi. fulmini tremuoti rpauentcuoli c- rano fimiJi
aii'Ach'ilJe , ed al Bria> reo furibonda , farà SimiJirudinc a- ftraente,
come dicono i filofofi , dal. pili > e dai meno . L’argomento da- gli
vguaiidl^fò quando Vi g. dima^ Itrafi eficr degnadi pari onore , ò' vitupero
vna perlbna*, che l’altra', noneflendodifpari di affluenza ricchezze, di
nobiltà di natali , di grandezza di virtù * di pienezza di vizi! , e.d’akro »
JPer cftmpio. Il giòUaTc Ìa*^Cittàdihr col configlio , c coil-aiutò
répùtafi" d* egual gioi- rla : dunque in parigrado di gloria fi deono auer
quei che configliaho> c quei che difendono i Cittadini. P argomento
da^maggiori a’ minori è ; quando proiuamo valer nel mi- nore quéi che vai nei
maggiore . A cagion =d» efempio' . Se Francefeo non
rirpettai'fuoiCenitoficagioni F I deli’ .r2,(T . dc]Peflcre>£ della fortuna
; qual ri- • ucrenza porterà a* lontani di fan- gue , e di parcnieia l pa^
miaòn a' è quando dàfli àdiucdcre .X iò che valnci nainprp v^ere ancor nel
maggiore V Vi g; f rancefco ^ è. fi liberale e cortc/e verfqquei" chea
pena conofce r quai fonti di grazie , e di fàuori non verferà /b^ ' pr a gli
Amici ycd i còngiunii f Po-1 * iremmo valerci de? maggiori a*mj- nori à por re
in palcféla crudèltà di ' SilJa^, Scilla^ che ingoiólà nobiltà deU-'itaJiar*
^.c fè" correre? vn* altro ’ Teucre^ , anzi va mar? di fanguc per iàCit^dì
Roma ^ Ancorà^iLfà^^ corre perle tódedcÙa, Città a come d*prp ardoi^Uc '
pofte" dal fiero a* palagi di Roma . eda pplueredelle abitazioni caden*
,ti,.oon hà' diTueldta» la> faccia, dei Giclo y nà i’óndjeggiardcVtorrcnti
fangqipbfiy c deghaceadij-hà Qmh merfp > e focato lo fdégno diSilJa ; le
lagrime delie famìgli > pia^ gneati " Digitized by Google Cfmo la Vém^ana,
<127 ’gncnti hanno ammolJito , c fpeti:a- toqueJ cuor diraflb nè il hienzio
funcfto delle contrade; difòlatc^è fiato efficace Oratóre à perfuader là
pictàv:c lacompafffòne à quell* ^empio , c crudele* :.or che farà col- ràltrc
Città y fé ricuoprc con tanto fàngne ifette colli' di. Rbma?',. che
amororamente gli porfe il latte ? fé vuoi vccidere il Mbndó col troncar *
JàtcHà al Capo di tutto il Móndo , . aJzaj:© à le ile flb/ nelle pianure
làtriier;va,Gampidóglio di cui egli iìà jf .Giòue che tuoni »' c fulmini '
oollarpada ? Non^hà-piotuto rite- ner Jèmanidi.quc/io Buiiridc mici- diale il
legame deU’àfjffnità'» e: dell’ .am iacr iheaife . sii
4*^altare»dell?Irai’innoccn2à' di lan^ ti or con qual furore mai^gerà . lè armi
contro à Nimici , ch'e àuea- no polle all’ord/nc per legarlo le catene
fabbricate nella fucinardel- jl’òdio ?i £ fehàJarciatcrolànjcnce.» - le
pictrc\,fl che additino iLfepolcro ■* dèlia Pàtriagiimoria; nè mèno la- fteràp
oca poiuere; in cuifi fcriua il • ^‘4:. nome I / tirano d'OrQ'i aomc
dell'aJcreCitiàjcJafìcrezza per cffcf più fiera non rorrà vefti- gio alcuno ,
ncJtjuaJe i furori degli altri pofiano sfogarli , volcndo^iiil- la efl'er folo
nella vendetta , - . Terminiamo la Comparazione^' teon quella iiuoglw
intrinfechi col paragondi Roma , òdi Venezia»» c delia Repubblica d'amendue . -
Pargokggiaua^ielJa cullala Roh ^.rnana libertà , quando i Tolcani , i Volici,
gli Equi, i^abini', cd^f Fi ancefi apparecchiauanle ' colle armi là morte , e
con gli Ibcidi la ba» ra i e ladibertà di Venezia inuidia* . ta , < che
aueiTegittattiiìioi fondai 'menti neiFacqueà'RialtO:, il quale €0Ìf^tezzA4d
tnomof pronoilicaua ^ •k gràadezzatloue orarègiuataicoii deftino fiù ciatada
vn^iticen- dio di guerra , tentando gii Vani, e gl*aJcri&rbari
fepotefierodiuorar col iìioco*viia Repùbblica non in* goiata dal mare vmà
rifpettata', adorata dall’Adriatico v La Répùb« ^ blica Romana Tide il •
predpizió , uiclao , cTbairo deile fuefuenture allor Digitized by Googic Ouerc
la ^ett, V t% y ’ alJor che Brcnno coflrinfcìl fiordi della» Giouenth à
riconcrarfi nella RupeTarpea , e del /àllbimmóbì^ Ite del Campidoglio dbue li
ruppe il’ carro della Fortuna de* Senoni; ed il Senato Viniaiano con timor pa«
ri mirò raltnra del fiiafeggio qua- iì abbattuto , e dtprcflò quamio Pi^ pino
lo fpinfc coll*"impeto dell’ ar- mi^ e col vento fauoreiiolc dclla-i
profperitià Rialto , donde poi vit- toriofa* r & allegra Vinezia' con-
templò l’armata nemica fommerfa' nel Canal'Orfano i à cui-forlc diede fi
lagrimeaolt dinominazionè l*a- uer cagionato vn mar dì pianto agli occh i di
tanti fanciulli rimali' orfa- ni nella Francia* per la* mortte d& loro
Genitori affogatr ncll'àcqucL> non iolo amare , mà amarifflme ad vn^fereito
, che auca lungamente affapofati-i frutti» dolci di molte vittorie
profperamente ottenutc.il Porto di Cartagine colle fquadre^ nauali mandò Tempre
tempefte di guerre neJlefoci del Teucre, c nel- le Ipiaggc Romane e dal mare di
F S Ge- 09^ ' ,i" volarono, miile legni piii^ tenjpeftòfi dell’AHriatico
contra la - Reina,di q9eftò;Batf agliò Jòngh i^ irmamentcRòma con Mitridate ,
il quale per efler eyn Gérióne non», fu vinto le non dalie trfe Ahimc gtafidi
diSilla di Lncttllo » e di PòJÌpep i gucrreggtò molto tempo Vénezià(icól
Gènouefi» c cof Virebn- - ti , , chc|Mi£uer,oyn*^^ at- terratp'qnan4*era>più
V icibo alla-» • Terra ; Finalmente i Rbmani creb- ber tanto ,,che altri
Guerrieri noa • témettéro/alup fe fteflì ; ed i Vini- ziani adatto fimilià*
Romani’ com- ^Uéndóxóntinnamcntèfcóii l'Otr<' tóraanno,ch'e.nelnomc:mQflr4
d*eP - fer Gigante, di piìiinani , ipaKefano. • che fe dalli Luna deLCielo R
può cclilTare ilSolc;la LunadèljaTracia non può torre lófplendòre à Véne' zia
Sole del? Adriatico ‘,11 quale no teme nèècclilli nèoccafo fc non_i nelFvltima;
eRnalejcuina del Mon-. dò ', ; che vedrà cadenti. leReliè , e ’ ottenebrati i
pianeti maggiori , c : ffforgerà la pompa funerale dèi Ge% nere Digilized by
Googl citerò là Féneo^ani ; i^v nere vinario priua.c}i Ju^nì >^.'1 quali ■
fbgliono eflerc vn chiaro argomen- to d^lilvita-g ii;;fpenta/ e. deliaci- notte
agli occtìifoprauuenuta e . . r^Occobr€ncmcnte5.i luoghi da** quali
prendóniigli argomen- ti eflrinfcchi ò remoti perchè non fón.cosidifficoJltoii,
nèrichieg-. gpno tantq'ngegno Si:‘dinomina*' no ancor fen^’arte benché
ricerchi- no artificio , perchè i*Òratore non . traeli^allc vircere;déjla cau
far^^co? rae parlano i Retori , nèldalla co- fa dicui trattali; ,, mà dagli'
altri . V! g. Il dir con Màrziale della Cit- tà marziale di Rbraa% . > ' • .
loi, Terrarum Dea , Gentìumqut l[oma * Cut pM cjì nib ly & rubi l Jtc
undur/i: ' conClaudiaao Poeta tuttq. fiorito > e che tutti'! pili bei fiori
colfe dalle prateriè.di Eàrnaro',;le quali fono i Campi Elifij delie Mufe ; • ,
. ^6, Quà rji nrmnrè] Qìfk tàhU in tcnircmplelfit^^ dther; ' ■
CmusnecffnaimvipéM, netcwia iee§^ rem^ >Jfelau4em'y§»vU9€afi$ : quà lUecS
tmiUi t^muU vicimfalìigiatiiifmrajhrit’; ,<Amorum, UgHmqttefo^s ,
iptdfimditf ÌHùmncs> . Ifitperiim]pMqìie déiìfeitnMéiiurith'* Hac efi
exigiHtsqiuffimbusitrti tctendh In gemincs »^xtr,paruaq; aftdtprofeU'it Difperfii
eum Soltrmatms^ ò chiamarla con Atnmiano: Tmperiji* virtutìimqyimMiitm tarem, ò
còHàltff Penice nata'dàMa Pira di'Troialj Aquila feorpreintefita', c in mi*
rare il SoJdcila glorià y Pàtria co* munc'di tutte le naziòni* Rifugio^'
deJPctàr-deJJ’òro difcacciatà dal fe- coloxli ferro , Reggia ftabile dcllàf
fortuna che hà- rotto il fu0‘ carro' per non* dipartir /ì‘ , che fon titoli-
gloriosi , e grandi dàti à^quclla Cit* là da' Scrittori vguali al nome t c'
alla grandezza di Ròma,^ allega* reaJjtreautoriù per corroborazio* Digitized by
Google 6uero la tt'ett. ìTcne:itana rj j* he dcllcJodi di Roma , fono argoì
menti cflTfnfcchf, c tcftimonianzc prcfc di'fuori . r luoghi cftrinfcchr da*'
quali fi» piglianogli argomcrtti remoti , fe- condo Quintiliano , fon quefti •
Il Pregiudicio', il romórci la fema > il tormento, leTauolé , il girirameri^
to,e’lTeftfmonio. . Il Pregiudicio flgni'fica ciò che determinato ne*'
gitidicijfatti altre volte è di grand'' importanza alla Caufa , al ne'» gozib •
Remore fi è vn grido vano’ fparlb per Radunanze degli* vomi- rti, il quale non
cflendo appoggia’^ . to al fondamento d*àlcuna ccrta,cd’ auròreuolepcrfona ,
èpocodurc^ uolc, cà'pena rparfoedirperfo , c diiiien nulla . Eafàmaè diuolga^*
mento di bene , òdi male , che hàì per bafe la ferma opinion degli vo*-
mini,edi'qualche perfona' grauc la quale colla Tua grauità gli dà pe- fo,
acciocché non così tofib fi' porti’ via dalla leggerezza', c dalla vclo-- cità
del tempo , Il Tormento com^ prende le pene afflittiuc > clic foni^^ r ,
UVtUfi d’iOfoi lecfhuuiac cuori ym^oi tre 4i pa^^gpnc vche fpnoft^rc ; Wverità
j e là falfità ,.,S6^:to!f*nQ(nc" di tjMmcnto tvengono^ancoiai Ic '
preghiere ^ le minacce ri vezzi,glr j H» apàzziil premi; le priiiazioni ^ de'
bcpi |vi conuiti , ne' quali per me^Q del vino ciie èvn ; dolce c^r * ncHcp^dòJ
cernente' fi violentano gli ^ atìfcttideil’yómo /, ; eii in fònama fi-
gnificanfi iuttei'inóenzióni troua- - te da* Tribunali per iruelar ja men-
zogna figliuolà della viltà'. L'eTa- iioleabbra^ Ì-le ' ^uàli fonò flegàinT^
itÌ2^V.e dàilàtP^^^^^^ teftìmpnìànze fiàmpate>.òicrittc . fciìdf ed arme
potentHiime dà^ofJ- ' ■fendere i e dà difenderfi; JTgiiira*^' mento è:
va’àtto> cofcquale^fixhia- ■ mano Iddio i.i Santi ,^’iécofè ci'ea- ^ te per
corroborare: il fatto , e quan- ' X(M diciàmo-r cficndo la religione ;
^ijrumento- efficaciffimo> neVgiudi- eij-i; e colla riuerenza ,-e coLterror
di eiT^ fò^^p; fiati >, intir, alcuni petti ■ coi^tra i quali èrano fià te
adopera'- te DìQmì7: ; oy Googlc Gumik Bjtiti Veneziana , ìjj té mdarno
macchine delia - fie- rezza per batterli per' cfTer veftiti ‘ dell* vsbergo di
Marte compoftb de* piÌKluri diafpri , e diamanti . 1 Te. flimonìj fon lè
perfone chc^attefìa-' ^ no , prefenii‘,òJontane *jamiche,ò nemiche , di ninno ,
è di molto cre- dito, di rei , ò di buoni coftumi , di quefta%, òdi quella
nazione ; in* tìuendó.indirettamentè Id Terra , e ■ gli afpettidél Cielo', i e
de’pianeti’ negli animi noftri',*c non diretta-' mente con isforzarla volontà^
co- me fognanfi alcuni Aftrolaghii che tolgono la libertà • acciocché^ piu ^
liberamente fi pecchile per rénder- fi più famofi àHcoF infamano' il- Gielo .
Tutti i' luoghi fòpraddetti fon comprefi dà; Cicerone- fotto’i-^ Teftimonio
,che fidiuidé nel Diui- no', e nell*vmano Il Diuino con- tiene gli oracoli,!
prcdicimenti gl i aufpicij , , e gli auguri j prefi dal canto ,e.dal. volò
degli yccelli , eJ dall’ofieruazione?degli altri ogget- ti; le rifpofte
de'Sacerdòti, dègrin- terprcti de’ fognii e degli Àrufpici sì die- tjé * M'FtUè
ttOnr • che confiderano ie vittime de/Hha% te al facrifizio ,11 teftimonio
vma-» uo contiene glieiethpij>,,le /enten^ ze yiproucrbijv giiemfaiemi >
i ic- toglmci td'imprele > e cofe fimiii ^ le leggi , §Ji editti , iprcg
indici; > i teilimoni; ji giuramenti , i patti ^ le conuenzioni , i tormenti
tutto* ciòche dcpcndc dalPantorità. dcglt vomini ilhidrf 9 dalla volontà de^
Principi „ delle I^puBblichc , delp adunanzc>e dai parlar volontario > ò
sforzato com*è quello del Reo , chci f]H>ntan6ainénte confelfa > ' ò
sforzatam^e ài. cagion de*' tor- menti'*' Da 'qpefti luoglif eUrinfe**
chidl.pojSbiìcauareragioniper lo» dare>,òòiaiimare ’> per difendere e
condannare^ * Per condannare va. Reo'potrebbe cosi aringare i^Accu«> fatore.
; ^ . . t Non mcritadr goder lapubblica luce delSole^xhi elTcndo maluagió>.
& pdiandopcrciàilgiornb corami^ le di notte v n misfatto , col.qnaie->
contaminò gii Splendori purifliiiii deile ftellc, c dinigrò la bianchezza della
Digitized by Google r _ éutn la ^ettl^éHétiétta I 1 1 7 della via del Ciclo »
che fi è tutta di latte. Chi per ricoprir la colpa cer- cò l’ainanto delle
tenebre fia imiol- to dal velo caliginofo della inorte,I no Uri Maggióri
punirono con firn il pena molti altri non di/fomiglianti à coftw nella
fceleragine . Nè v*è fofpetto che la'confeflion fatta dal Reo (ia (lata finta-,
oucratfifefto di* viltà cagionato dalla temenza di- maggiòrgafiigó , da cui
apprcnfió- ne abbia feopertà la malfiàgfrà ce-' lata ne’ nafeondigh* del cuore
, c tì*^ ‘ data all*òrcurità della notte . I (limonij ; che non fon di due
lingue eorae i Cartaginefi , nè le hànUo- vcnalitomeiGuriòni mà ebbero Tempre r
innocenza kel cuore ac- compagnata da yno iluolò di vite b*- ]e ^uaii Jorendóno
infiiperabile al» la potenza degli afTettf, atiUerfar dImeAichi , mà- non mai
del tutto dimeiticad , affermano^ Teccefib' commefib^ £a fam a fb rhAa 'di p i
u > occhi , che non fono i lumixidttur^ ni del Ciclo > c dfpiù Voci
dellaièli uà loquace di Dodona 9 PatcefisLi» ^ Le . ti P^eU0 d^Orai. y > Le
leggi, cioè le Maeftre ,,vche ad- dottriiwno fèi^z^ fiancar fi , ed in^e*
gnanoseza niiC^^dèi e fc^pi fileni , , .che ra^cengonp le p^òaiji /fé, e
sffenatejigiudicanc^^pi^OjQun- zianadègno deiirvjcinu^iUpplK:^' coflui> che
fìi il primo ^e^ribaidi, , c vn Moflro nuHàvimuu^ptum , , ilqualc perchè fii
ainmapfira,io nel- la fcìjoladeilà fcclèrat^a:>, ed in^ dlffóliiziq^
difpfcgiè ^ griiifégnamen ti deìl^ pci^ènza , c * dcKà giùfl^i^/ >*/C*ruppC'
f' legami? dèll'oncfl^i/q(^qualiira<^ ticnci e viue^ihiiberft^^ del vizìp-^P^t^^’iho^^ll^giora-
te^ii^ntj fóq|[^cntW2et4«^ JRel^iòi^contral ì9a|^^ ^Suafqttrarfia^^^^^^ quefla
èzoppica^CjiVn ^ chzarezza del giórno > perchè ilcurato dàlia notte > e
dal deUcùàllti^ ,, .:,r . • , , ; , ; £ìpéréJtóyéne^-4:C non crc&c perde
Jpdì a j tr« j ^ - cre/ceàiizi gìòrie a^ódàtóiMiì^ fri. mólti alcuni clógij
;>. co*. Di-j;;:,- ; by Google Ouero la F^eiK ì^i(iana: jp co* quali
fubJimaroho fe ftelTc lei» penne di fòl Jéuatf Scrittori neJl'al- zàmentó di
Venezia". Il che feruir* > V d'erempioàchivoleirecómmefida*
xcdairautorità V-c da: vn luògo e- Itrinfccò qualchèCittà i che oltre i proprij
fregi i edintrinlechi auelTe ancora gli altrui; egli èfrériòr h - ^ 1 Poeti
migliori V cd iCigfti piu : (qauidiParnaro y gJi Oratori piu :fàcóndi>
fgli5torÌci* piii rinomati ' col cant09.colla linguà; colia penna cfàltarono
PaJteàza diVénezia% e degli abitatori . 11 Sannazaró' Pàn- tèpofe al primo
miracolò della Ter- ^ ra , Roma ; c cantò che Venezia tùata nelle pianure'
dell'acqua era più eccelfadclla Città di Marte in ^ sù i fette còlli
jjòggiàta;percIi'è Rb» ma era vn'opera pólIìBile àfàrfi^,- e già fiibbricata
dagli vòmini ;/là do- ue Venezia era impólfibilè à'C^afcu^ noeccéttò alla
potenza'di Jjio . - lUmhmmii' iices , hant Dc$Sf' \ i - »:4 . .-.‘Si 2- ' * c
pufe?eircndo anche quella Vmano ^ lauoro,;raccoglicfi thè i fondatori du . Ì40
U fatilo ttùw i - di Venezia ebbero dei /bprvma*- no^ . Chi la chiamò Rcina
dell’A- driatico/erniu dà Tcddc y e da tut- ta la famiglia dei mare > che
per ai- crojDurabile par che abbia mutata natura neiradoperarii cosi coRaii-
temente à prò di queda Città coro- nata^ : ' ^ tÀdftaei ^^egmémarit^Ham ferué
"ptre* tnr, Titbys 9 €$ ^bftfuijs VMdéoaUms ambii: fon parok 4*vii moderno
inferiore folamenfie ragli antichi Boeti nel, tempo > e queiii ^ife ancor
con r»> gione^, che*i dommio del mare ia^ prima è de* Veneti r«poi de* venti
laonde; douean procurare i nau^ ganti d-au€f i*aura fauoreuole d’a*^ iii^nd^er
; - r ‘ iPf^tmtpsiaHtm > pentif^ae irate fk- Caiiìodoro col fuo flile dorato
fcrif*» fc; elfere vn^dunanza diCaualieri e che fé le altre Città fon popolate
di nobili , c di;picbci , in quella fi CQteneua vjQi*Airembka.di Grandi..
.r"' . ' ££ Ouerd laì[nt,
prxdicabUes plcM nobilibus T Il Giouio Jc diede titolò di beata., , e di
aniLTiirabiie da cui la feiicité , c la marauiglia non mai dilungoffi . Sid e a
anté stias et lieata , etadmirdbìlis extftimatur , nulùfque opportuna bo^ fUum
miuritt. Leandro Alberti nonfii- nolJa gran genitrice d* vomini grandi , c
d'ingegni maggfori fem- pre piu feconda nel prodarii . ^Frbe
bfcmaximorstmammorum homines , et ingenia pradara femper magna niultitu- dine
k^buit • Filippo Onorio affer- ma , àie à ninna Città cede , e tutte eccede
nonfopportando nè premi- nenza , nè agguagJianza . VenttioM^ Ctuitas efi pulcherrima
, ac^ngutari fuo fitu admtrabUis pra cateris Cimtatibus » quibusnulUcedit . Il
Sodino nciiibro terzo della Tua Repubblica là dà per inuincibile , e per più
forte del- la Torre di Danae , mentre Vene- zia non fi ia/cia corrompere da*
do- ni degli ftranieri , ed è impenetra- ' bile alle piogge d'oro ^ le ^uali
io- neate han tolto il Juftro alle Città più ciliare ^ e foauneria la libertà
14^ ili y elio . de* Popoli * Sedhoc inprtfnis Senatori . eauendum ejlyne
peregrinorum Vrincipum largitiombus deptanari fe > gut vllo bene» fiiio0gati
patigtur ; ^uodtmetftcapi^ tale effe debet i JtihiL tamen frequentius in .
omnium ,oculos incurrit 4 excipto Vene- itaYum Cmitatem , >qua ab hoc
fordiunu g/enere pttrum babtt Senatum . Tutti fi- nal mente confelTano effere
vna for- . tezza inefpugnabile , la quale refi- ilendo alla ferocia dePmarc
dimo^^ fira non auer, timore della Terra*, quando congiu rafie al disfacimen'*
to d*yna Città , che trafeorfa vna^ ,breue puerizia fi è conferuata fem- pce
inyna lunghilfima , e robufìiffi* iBagiouentù , Ja quale noninuec- ^chiata
nello /pazio di mille, e piti .anni > non hàprouati gli accidenti .della
vecchiaia? ciocia debolezza , .e la caduta; che peròBaldaflfarBo-
nifaziPappellòin vna Tua lettera ,, .Vrbem teternam nonnifi cum rerum natu^ ya,
ac Mundi machina perii uram .'Nè fono.minori i vanti dati a'.figliuoli' d*vna
Madre fi gloriofa augu- ■fi^. Dal Card inai Arnpldo Ofiato Ouero la \ett .
P^ene^ha . i 4^ nella piftoJa ,^ colla Tua pennaj pitrpureateftiiìca/i ,
chcdHor della prudenza'jfioriTce nel petto de' Vi- niziani . Veneti res fuas
tanta p^uden-^ ^tia agmt auàm àUus quiuis ^rinctps^àzì ■Giouio ?Fel.primo libro
delle Sw; rie ; x:he nel vento /econdo dellaj •fortuna prospera piu del
doucreL» non lì gonfiano ^ ^nè mancando -, fmarrilcono^ nè fan getto delia co-
ilanza il che è la ?vera Idea d'vn_i Eroe . ^ hontmes in aducrfa rerum .
fortuna coriflantes > numquant /OTWod/r/ dal Tuani nei libro 37. che
l*amicÌ2Ìa de’medeifìmi come-* gioiellodi graa valore ii dee gua- dagnare , e
comperare ad ogni prezzo da' Monarchi . Kullum TV»-- cipem èffe tota Italia
> 'excepta\epultUc9 V eneta 1 in cuius atuicitia tomparandé^» J{ex multum
elaborare debeat . •£ final- mente nei libro 2j. affermali dal medefimo , che
folamente nel Se- nato auguffiffimo di Venezia tro-‘ uafila prudenza intera ,
la quale.» nelle fue parti è diuilà fra le altre.» Repubbliche >
eleaitrcSig"^»***» - I i ; i i< J i \ i :H4^tU0'<POf0$ ’ della Terra
. Fenetus Senatus meriti cmnis duilis fmlentiéi officina vocari 4ebe$ , ;E per
mo/irarfi i Veneziani inai:au<jglioficom'èla Ciuà loro « non.i^iartirono i
fiumi in piccoli - rigagnoli^ nè tol fero il nome di fiu* Oaeà Pinde , il che
fi fece da Ciro ;; màdirperfero in mille canali l'A* 4riaW(:o Tacendoli {correre
per Venezia:, quafi abbiano In balia il mare,# . elo pofTan tramutare in va rmQ
,f leuando alfOceano il titolo dteàcr Padre de* fiumi . Comparisce però più
ricco d'in- ;gegno quell’Qratorc , che non pceadeinprefianza di fuori , per
€QSÌ dice $ gli abbellimenti dcldif- corTo , e da* luoghi efirinfechi , mi
^grintrinfichU in quellaguira^ ^ ci^evVngentilvoQio itimafi piu4o- uizioio
qualora nel riceuimento d’ Vii Principe nonferuefi degli araz* zijC degli
ornanaenti altrui j inà de’ nobilifiimi arredi della Tua guar. daroba ; che è
la Penicia j e POJan- ; da dei palagio. Molti facri Orato* r ri difettano nel
(buerchio adopera- 7 ' ^l Ì4f rafcnto de* luoghi eftrin/echixrolma'* <io le
prediche loro d*aucoricà X)iui? ne , ed v mane, di Scritta re^xl^adrii^ di
Autori gentilii,ieGattóliciynè ad-. - ducendo fe-nonldi rado; gli argo-^ nienti
intrinfechi, che fono Inanimi* de* ragionamenti , e gli arieti for* -tifiìmi
deireJoqucnza , co5 quali li perciiotonp gii Vdkori per ibr-. prendere , ed
occupar la Rocca deh cuore. Oiiindiiiafce la filatèra de^ difeorfi non mai
finita > à puntacorr. me la teJa di Penelope - perchè fcndoinfiniti gli
Autori che fi pdfi-* fono allegare i fi può allungare in^, iflfinko la diceria^
^ c dire à^cofioro* ciò che dilTe Marziale ad vn'Mae- firo : pis Quantum
óthpitptcUtmestAC- cipere vr uccàs jpotcndofijegua Ime n- tc pagare ii
fiicnzio-, ed il parlare • E fi come nella Filofofìa / c neJI^ Teologia non mer
ita lai aurea di Maeltro chi cita folaraentei tedi de* primi Maefc' del Mondo
Ago-' nino , e Tornmafo > Platone , ed*A- riftotile , sh I fondamenti de*
quali fentenze, vfaudo queir G ìpfe Digitized by Googl ^11 y elhdfùro ^ dtxU
de’ Pi ctagorici fenz* ap- I porcare alcuna ragione del detto : ~ cosi non fi
dee annouerar frà gli O-^ ratori artificiofi chi vuole -4A>«4e in • umifere
fama 9re,viìerfi folamente.^ de* JuogHi nominaci fenz’arte; qua- li l*
£loqucnzarToflcpouera di ra- gioni iatrinfichc > c mendica di ricr chezzc
proprie 9 c non piìi^tofto fi- mile ;à quella 'Reina dcfcritta dal Saloiilta::
jtdfUttt. l^egma^'t^ ‘ deauratn ctrcumdatavartetate , ceinpe-. Rata. d*oro , e
di^perle » e liftata dc*{ , pib bei fregi dclVlride .Torri V i prouarvi^twlche
Predicatore , chc’l. peoeatci àdetcft^bilé; e per far ciò; Sà prima vn grande
ftudio nelle Po- | liancee , acciocché pofia riempiere- ! da ca po à pie i c
ne* margini » d*au- torica , c diserti ifuoi libri , i quali paiono y fummi
piena iam margine libri Scrfptus & in ter^o , needm fnitm fOrefles . Qiiiui
(Iveggon vari; titoli appro- piati dagli Autori al peccato • di pelle , d i
Serpente , d’idra , di Cer- bero, di furia, perifpauentarpoi | dal '^Ouiro
^^^ianì ", r’dal p'crganto i pece» tori; j*r riè ccim ; k ragioni piÉi
forti , rii^ktramè^zt i le te^moriiaiize in^ tririfcchi ,
"<k*;qtfaljj<coriS€k}ajtanti ; Ipecchi^rappref^ifi: lal^branezza .
del vizio à^ife^feetì tanti , e :douc lì > veggano'i;njàli:cagionati
dal^ipcc- > caco . '^ìE «guai torrenti di ;dirc noii^ : ilgorghcfanno rper
inondarci! pec* . cato quando l'Oratore abbia l’arte f d’apfirc quc' fcdici^Juoghi
della-. , Rettor ica ... -1 foli cflTetti del pecca* ; tò eki|ueitti^a»Qtefl^^
t di* ilefi fono vn Nilo di fette gran boc* che . che feconderanno Torazione .
c renderanno facondo rOratorcL»; ; fQprabfecuidzntenicnte non che ;
fófficienzaleiiza ficortb alle . nizionr.aJlc caufe vagli Aggiun tl v e alle
altrefonti:/ impcrcioechè»i peccato fìi quello:, ^he 'bruttò nel Ci e Io J a^
bellezza del le Softa ozeo fpirituaii, ed annerl>C0llc4lrrc lid- ie Lucifero
dPianeta ;p iù ^luminolb degli altri' 5, mentre volle aggua* gliarli al Dinln
Sole • il peccato ruppe col Aio pefo la fodezza delle ' G z sfere Oigilized by
Google «fere celefti fondtitc guato il dctté- ài Giobbe à gii brbn2Ìo: accedi
fc col fu©jghtaocio'l*lnfernoi ;: ifè. sfiorir coJd’aHtò da Bafi liTch io
verdura della dèrra^; armò colla fiaai fierezza, di a^le, ^xli rpìoetrtUUdlò'
alpcimò Genitore Adamo ; cacciò' deli regno dcl ripofo gli abitator i* del
Paradifo terreftre , eli còndaijH nò ad vha eterna ' fatica' t: prinoIJi- del
retaggio della figiniolanza^di; Dio , del -patrtuionio delPimmor^l talità
,dcll’iniieftituradcl Cieloy dir lotti i tcforiic di tutte le felicità to^
glicndo loro Iddjoiyfc.pcr Ja doJccz- zajd'ni p(>niia>àfirapaÈra to . fè
affag-. giar Pàflcnztay e’dffidc d^ogni ama- rezza la Adamo vocifo ammazzò lii
difcendèiiza prima chCinafcci&V eicon vn colpo fdce ftragi maggióri- di
-quante nciinixaiTe.Marte.iiellc battaglie catàpali * .Lo fpoglia- mfcnto de’
doni naturali y e foprv-. mani dell'. innocenza , , della rgra- 2Ìaf>.
ddla.tranquillità deicnorò '■> ddclxiaròr della mente la priuh- zion del
reamè^tC dei dominio fopra Digitized by Googl< Outrolaì{W, Fent^Una. le
Creature:ed hi lor vece la feruitìf» la cacciuità , rofFu/cazion deirin*-
tellctto ,.i>éunwilti degli affètti , Iti fcompiglio internò^ ,^Ja maluaghà
porpaia,- furono gli effetti del' pec- cato! i.Qudlofugata^'età. dell’oro
portò^elJa del ferro,- tonò', e ful- sahiò co* metalli nei campo , fla- gellò
xo* remi la sfrenatezza dei marea,;? fcom pagnò^ Il amiciz^fe de^ compagni , i.
Tefei ^ ed i Pirìtoi >difttoiia congiurizion delic-pareai- tdiCv,ie
dcffangue t accoppiò id Ìealiiy/&.i ribaldi fotta*!’ giogo del vizio >c
defcriifc al ruolo la Super- bia., Tlnuidia /.lo Sdegno , l’Anaric» zia / egli
aitrimòftri vfciti non dai icnadcli'iAflfrÌGaj/npà^all*apercurà d'vn
pomo,caJla, quale fidifohiu fé» £o a,ncora'^,dapeftiknza,/la fameii^ la
magrezza, eia fcbiera di più ma- lattie che non furon quelle , chej>
vennero, nella dilcefa fauol^fa'di Prometeo dalCielocol fuoco rapif lo , daeuinon
furon arfe tanteCit- tà' quante. nc furon confumate da* mali cagionati dalla
colpa.Le sfer^ - ‘ G i zate o" , ìl,FeUc doro r ' ^icefordc come dice
il^atirico , c * rinternc ambafce; iencite di- giorno ' da* rei i
Je*-viii6niórribiliii. c Jc fpa- neatofe iaruc vedute da’mcdc/inii di notte
ne^iboni torbidi> & inquie* ti ombreggiate coJi’oTcuro dell*c»iio bre
>.^ebberò principiò dal peccato " fatta: carnefice e.JDfpintòrCipcr
iftraaiare i Albi fcguaci 1 timori - del fijggitiiio ' Cà^ che > temeiaa* '
c fie fe Ite ITo; veci for del l e fiere ^ ' fiera del Alò fratello ingiù
Aàmeiitie - ammazzato : :gli vrli^diNerone> trafitti^ da mille- punture
d'animò ' ne’ letti di rofe 'ì; é/iodcok da.’ colpi * mormli
qu^l^i^tté.dri^dbd^ * gttardié i : ietdinpeflfe fielpettòidr Giona: più >
fiiriÒfddellé pròce i le del mare : fiamme cadute dalì€^ófdprai(]pel* ^ riufami
Città^dl ifmorzarè ibiuo* co delle t:òiKUpifi:ci^ : il'diluuio^"
d^adque:infiai per: fbmmérgcrej» ^ fiH vomini^i- efié nelTun^ tàlrmritb ' poncano
allà' toror’ - unti altri ga Qigti i h che ■ leggo* ^ nomeUe Storie (acre >
eiprofane - featu-^ Oigiii Cd i -jOOgll Oìtero la I{ett VéntT^am \ i j i '
(caturironadai peccato . Or vedére che larga vena deriua da' (oli e^cti
che:béne ampli £ca^ ti > e ppndérati daranno à^diueder 4'Oratorc'pjÌLCopiofò
dell^Occano òrigioe di tanti fiumi reali > à cui per eflcr mari null'altro
manca non il nome> e i'amarezza dell’ac^ que.. € Jt I K ^ . . 14
ÌltUé>€aU^rÌ€ filofcf étè donde p e^woì.rnanrU.daltVtamtm^ I . ‘ ©Van tunqu
c c anafic. il Cigno ^ dell'Arno;: - Tómrarytonuàavdfihftfài
purellaèàguiia;degl>àntichi • ni j adèntrariccà , ©fòrnata ,òco- ^ me le
montagne che afconddno To- ro idi fuori nude, cpriiie infili del- iferbè i
mà,ÌBternamenteripicné di^ tefòri i c di gemme", flcyé-fifié par-
torite^algirameiiradd Sòie-, c dal ^ riuoigimento dc>CliBlfi^c affidata^ -
alla notte piii buia Le miniere p : 4i dun- - Oigitized by Google Vfz 11 4*0ro
> . dunque colle qyaii ci arricehi/be l2i^ Eilofofia»e donde fi può cauar
ma- teria preziprq^ailli\i»ÌQar la yiai;^, per cui v^affiallaRettorica ^ e
da-s. impcrlareidifcorfir, ' fono le .dieci famofe CatcgoFÌc la^Softanza , la.
Quantità, la QuaJiti, la RcJaaione> • l’Azione,, la Pa filone, il Sito , il
Tempo, il Luogo , e l’Auere . La Softanza , che è quel che jfo- ftencaii dffe
Ile fio , contiene leSo- ftafize'ìnateriàJi , edimftiàtferiàli , .cwpprec , ed
incorporee , razipn^ li,’ ed irrazionali anima te , ed ina* fìiinate, come fono
nel Cielo Iddio» gU Angeli , i Beati , & i pianeti i ncirarià le Comete, i
fulmini; nellii Terra gli vomini , ,,& i Bruti , le Piante le pietre , i
fiori , ed i me>^ .tàlli : .nell!acqua tutte le fpezie de* ... .. .• . .La
Quantità M.chc dinomina quantLgli Oggetti racchiude la jpQoic, il nu^ro , il
pefo > c la ili- ma : V. g* lapiccolezza , la gran» dqzza , la lunghezza ,
là cortezza ^ . H rs^ccoltà:de’ numeri y erutta Digitizod by Googl» Óu€Yo
Vml^ana\ r^kme|ijCj^>,v»Q>:4ie yenti, cèinto^i rlpi il jiui^ la a
laij^«c^«a *>i iajkggerezza , i le mìfi-W , jeipairti , ili
ÈtiEto>Ì*égaaii- , la ^iTaggaaglkaza , ^^-aper prò- ,pQrzioa$
^òifcQmiencaza.,( dkiiflo' j à l^dTfiieìibdwMbilc, tei;- iiuiiej^ òtPelTe^^ P’
4uer compimènttbiyiC perfezione 3Ò lielTcyre iqap.ef.(et{Q , la iprczioità
>, e la viltà-ehè fono yna cerÉa quanti- ^^àdi ftinia V, ^ rv.il' ' • » ■•
'I o ;La ftalica?, mcdiaiite - la^quale fia^odettlqualiv ha rotfco‘.d» folte
qualità pertinenti a* fénfi, Je figufèV lte.qualitadcU’i\pimà e che dà
e.fterioW diftetminazion j. mtótót}- ta fon tutti iqolorijche rendono go yò
difformed*Oggettof^ piaccio- no jòrgradiroono.ail-occh io, i'fuo- 4 i gra^ i-,
ò fpi*a ceni i a li‘o(r è cch^io 91 fepqrfche confortano yòd ifeonfo», tanoiil
gallo y Jeprimeqiialitài.cal* 4oj,7freddo,vmidp,,rcccócoTifbr*nie- VoU,
òdifoonuenienti al tatto » Jc qjinlitàìder;iuate.daJle prinicj, la
ipte|^n«a>iadifperazione.,ilti.mo- 'iii.: G f rcy Digitized by Google ^4‘‘
ilM&iPÓfòlf ^ ré) Fau^cia ^lamalinconlajl l'alfa- * grczzax6llciateiré
paffiofli-; quelle • élìé apparté%onò'aHMittdiete<> ', ^ edme 1^ àcuteaza
‘ r* grò ilczara ‘ dcll’ihgcgno ; . e la virtù , c*!l - viziò còlte
altrc'im>r^f; fanità ^ • riaféCmttàjèollé ^fiàeùi^Ji iuterne^ t ' e
finalritenuquoite' qualità^ ', ch^ej» Ndaanò'vafie appcllaaiònièllef/ori, «
còme ròiro là buona > è rcaifòrt una , ^ la lode , il biafìmo jiÌàMiòilà'7^
- fd icità,’dà che dicefi bùotìo, ò mal- Uàgiò 9 felice ,Ì òiinfelice il
Sogget*^ tQ^ fono della Catègoria della * ÌM.: ; ' . .;-’ìV . Alla Relazione è
fottopoftò tuc-^^ td :ciò che fi riferi/cc ad altri V e dice ' dcpcndcnza- ;
Per efémpio : tutte^ . -le cagionrdi cui abbiàm f ag ionacò, dicendo relazione
alloro effetti -, e quéftiaHécagion'i ; ; la ni* miila > la fiinigl?ànza ,
la dilfimi* glianza ,l*cffer Padre figliuolo • signore , ò Soggetto' &cj. fono
di qUéfiàCaiegória ; perchè Peffer Si- gnore-importa l*aucr fòttò di'te^ ^
vaffalli i;Pefler Padri aucfifiglÌQ'^ ' , ’ j lan^ ■ Digitized by Googl
OmolàHett,f^éne7^Maì dèf]^ dailcCagioiiiii • - •' • £’*A2Ìonè'fi è}iqi|cll^a '
qtìale gli Agenti óperand , 'fe^i^ida- cònfitidl'ittoi 4a’qùal forma ivicn ^
bietta, mòdò‘,.daJlaFj]óÌbJfà ; tìù* ^ Pilfioiie diik>t^’q^Iuifqué rkeu^
mento ^ òiìa nèj Ò'còntfaalla hatuiràdcgli Èntì> • ' Per cagion d’efétòpiò r
• P illumina- ziòiiddSoJc, l-edificazion deirAr- ' chitettò^,. la caleiazioH
del fuoco ^ chiaxhanfìàziónb mèdrànte k qua- (li rifcaJda ìIjìuocó , fabbrica
fAr- ^itetto illumina*! Sole i lai fteffa ' itìùmin3zìdric>,e4*édrficamcn
ri- ceuut i ne Soggètti '3ppelfàfi' Pa f- iìottc . Siippofìò cièc ogni òpèraz io-
ne naturale^ ò fóprvmaòa, com’è il creare i il produrre, il raffredda- re^il
rifcaldàre, il'f idércrif piagne- re fòlio azioni; il condannare , Taf-
fòluerc, fofFendere , jl dififendére^ fono Operazióni della Politica .* ’ il
4abbbicare > i a tterrareiòno azioni dèlia Mcccankd'; prerupponendo però
fempr e , die qu c de o p e f az f G 6 ni. Digilized by Googic
jai;CQxifi<leraéjDcll*AgeDté che ope»’ ra prendono il nome di azione , e_^
^oggetto' hanno quel- Ip' dy Pa Alone . ’ ; - Il Sito.vuoldirè la' pofitura ,
ò? iItuazion4elJà cofa'jfc ftia nel mez*- zo, à deftf a , ò;à iiniftra , fé
ilia gii- xence i diritta > penderne > baila ò ' fiiblfrne»'', , . . .
-i>r li Tempo-cÙffinito dà! Filofbfi efì^ .ftrla mifuradel mouimertto , com?
, prende la durabilità,la mancanza l’intermiinonc , la continuazione ,«
•l’3.ntiehicàii*cl&r moderno^nuouo»- eiimiglianti: : : Nel Luogo >-'chc
altró'non non la fuperficic , edil Ternainei»' contenente i Corpi, confiderai
la pienezza,la vacuità, la ftreteezza la capacità &c.^ Lvitima Categoria
dell* Aucre altro non è fecondo • Arifiotile , fc non vn atto di mezzò frà-chi
hà-, c ila cofa auuta , e conticn tutto ciò xheftà -dintorno aSug^etti-, come
ibno gli abiti, e gli ornamenti delle dkife , delle liuree ,;deU’ariìie^&Cv
Digilized by Google Òuero la I{€tt, Vem^am, 157 da* quali, fi dinomina il
Soggetto poiiero , rieco , negletto , pompe- fo . . ' Di’quante ricchezze fieno
ripie- ne quefte dieci miniere vedralfi col- refempio nella Città di Vene2Ìat_
, la quale peraltro ricchiffimà di io- di potrebbefi ancor più arricchire per
mezzo delle Categorie , colle quali altresì 1* Llluftrifiìmo Conte è. Emanuel
Tefauro a cuì furoni^ confegnate tutte le ricchezze dalia Sapienza, nel Tuo
Canocchiale che vai più di molti cefori , lodò mà più; breuemeotc la Città di
Roma . . 1 i Calla Sofitinza i Venezia ; Scoglioincui fono fiate rotte TArmate
Octomanne. , e de* Corfari ; Baluardo pollo à fronte deli* Adriatico , e di
Marte-, e di Bellona: Armeria da poter prouue- der le quattro parti del Mondo :
Arrenale da ingombrar colle vele de* legni e colflfole finiluratedél- •le
Galeazze l’Elemento dclfacqua :: GaJaifia terreflrc .tempeftata di ftellc de*
Nobili ; Iride mirata dal- le Digilized by Googlt* 15^ il Fello le Nazióni come
fegna della pace " comune . . > Dàlia Quantità ; - Città fingularei
fimifc^jcui l'Arte, - e la Natura vnite non ne faranno ^ vnaltra : Parte
miglior dell’Euro- pa i cdellVniuerfo : *Riftrctto mi- rabile déglfOggettrpiii
rari: Guer- ' riera combàttente con cento mani ^ contrai l'idólàtcià : Mifura
delle ' grandezze terrene : Comporto do* ue ogni parte contiene piii miraco-
li' : Mondò' piccolo collocato nel.^ mare , e fe parato dalla Hérra : Fi- gura
compaflàta nell'acqua dalla»» ma ertriaxIelJa Natura : Città fórni- ra d r più
braccia di Briareo i colle ' quali Itrigne Tèrre, Màri, cd Ifolc. . Dàlia
Qualità^ Reggia bèJlrflima porta è rincontro - della bellezza : j GJocia.deiia
gloria rteila : Fregiò della macilà ' , e del ■ valor latino ;
LucenonjTcolórina»> > dalia caligine delle guerre r. Clria- ^ rezra non
ouenebratafdàMé ombre « della Tiaciàinèdal^fiàtoanuelena-; to
delCérberoXDttomanno : / Allé? grezza Digitized by Coogle
Omok%ett.<$^€nttMna \ ' igtezfeà dtila deità Aèliifon’d Af^iétótrtà (pa- '
-uèntatà da* ruggiti -tó itóbóiy Vii^- • zranò ; ^Compiàciiiienti^ che vinféfc
ftcfla nel iifeiirièa^r Cit- tà fi magnifica : Inuidi'à‘(le^lÌNàtn-^ ifà chct
ihùidiòr-air-^Attè 'Òpera fi ■ •beila ,' *- • , i.' j. .-Dalla Rclazldiiè Y
*" • - Madre non di vn ternariò di gra- ’ zie , mà-d’infitìitc : Nu^cééhe
diè • ifempre il latte dèlia pietà i e'dèlJa ’ KcHgiÒnc a’fuòi Allièui :
Màeftrk ' ^cbcinfiiJlòlà vèr^ fàpiètìza^/ e le 4irtit»tté^ir€gnarè^*rnè^^ ■
Dónatricé della p^imogénittìt^ del- * la libertà a* Gitfàdiiii : Friihoge^
della Libértà'rifurta' i^fFItarlia : Nem ica de* Moftr i , > dt* qd^l? p fù
> liè ftrangolò’ colle fafcefncila Gul- là c he nò n ne firozaò ‘E^Òk'ch e '
teòrfè alle vittorie priÉa ^iipòter camminare :Mediàtrice iofiente c* déttàper
comporre i ^ìitigijdi.Max-/ ‘ieiediPàllàde.> / Dall* Azione! • Aànazónè la
qulak col filò dellà£a'^ ’.T l]^^adav Digilized by Google rpada. fe)dà di
ilsl^ao^ro- i gi*oppÌ:pÌH»jhÉièi^ ;^0Qdi(:«rj'cc dó- incìtiice^iie Èuric
yfciccda Tripoli ,*&, A4gieri ad ii>- feilarl'Adrijatico :.
|licpgiitrice de* Poq^qì , degJiiAJpda^dpi ,.e degii Eredi del Criflianefimo
sbandegr giati daU’pdio : j^^ittà clle fpofa t MariperauerJi in to chei#
sfpr;?^i:teQDÌ à fermar/i negli Stea^ . dardi della Repubblica? c da loro le :
che tronpò tutta iTdwmea^- cofpija^fi.dipdincrcheritc^^ J?;%r,tuoa fuggenti'
5^iÌgf£ai6pQer.>.i . , ,, Rocca indarno battuta dalla potcn#- za
d.e;.Priiy:ipi vnitirfenj:a.prd,cen- dall^»<^ietM-e lega di Cambrai>
da-q^aJenon^iirriplS glfanirai^ei- JaìRep^hAica > mà.piu fortemeiue
allardifefa ddla.liberfà;;Q[v R^gfl?*;ap,ei:tinapetiiente da* ueli fenza
riportare-alti-Q^di tanice guerre oftinatilSaje,chA la gloria^ t$5f|ZQnatacQn
yen?z.ia f, i^- ' fldik" « A ^ Digitized by Google Óuerola^^^t, KekeijUm,
aói iidiata dalie congiure occulte , fco- pcrte però dalla vigilanza del Sc^
nato ci\e non mai aifonnò > e dei Lione che ancor dormendo tien gli occhi
aperti per cuilodir la libertà^ trauagliata da Turchi sbranati nel- le ha
ttaglionauali dagli artigli dei Kè delle Fiere militante à. fauor dir Venezia .
. Dal Sito';" • Olimpo di gloria appoggiato sii là baie .della prudenza :
Imperadrice:^ . fedentefopra’i dorfo di Nettuno •: Combattitrice fempre fublime
che auuezza frà Tacque non toccò ma i, cadente la Terra : Campidogliodi- ,fleTo
nel piano' aggranato dalial^^ moltitudine de* trionfi i e delle fpo- glie :
Centro doue terminano tutte Iclinee della bellezza Bunto nel quale concorrono
tutti i raggi delia . gloria^ che riflettendo addoppiano^ .il chiarore.: Città
riuolta inuerfol .Cielo à riguardar le Corone appa- -recchiate \a’ Campioni
VinizianF i3hc battagliano contra l’Inferno Digitized by Google Dal Tempo Città
inucccfawa ndle vittorie , c ■ nata qiwndò.iimicochiàiia libertà de J 1*301/ ca
Itoma ; aoamo^ da Jh volubili ruote dèi tempo tv:>vjè -più . creiciu ta col
trefeimen to degli a n - ni che aumen tanfi neiidmancanae .* u\quiJanon
ringiouanita>^, perchè non fù mai decrepita , màfèmpre-» giouane : -viuaèe
Yràlc, morti della ' Città r c de[ Popoli vccinda^'Bsrbk-^ ri : Sòlèche {lette
ftmpre fermo nel ^ mezzodidclk glorie fenaa dichina? re all'òccafiJi;^ - . Dal
Lunga;. Cam^MlinòdtgU Eroi t .Zodiaco^ laniirióibjfiNcgiaio diinaraui^^ t >
Giardino borito per cui palleggia* no à diporto le Mule > e dóue canta* - no
i Cigni de! più fòaui Poeti : Ma- re ic'reniinino delle Sirene più dol- ci ;
Màgico Pàlàgip ii"quale incanta » i forefiicri che nom/c^ncpolTòno *
dipartire : AnSteatrodii cu iNctta- no fiì.inoftra: de* fuor ijjcttacoli : *
Parnafò di più Apollini : fa mofo A» - rcopagordoucilànzia la Giuftizia-® . in
. Ouerola^eU.^tmT^na» ili compagnia
d’Aiirca , che fug- gcndqfermolIinclCteKdi VcQ^ia ; ' Ifoia fortunata neUa
qdale ripofa ^ ia làiuesza >> e *la^f(»f^iia' c^di tanti ' Pòpoli.
’b3> . Città che hàAper fiifegaa vn fortif- ' ilmo Lionei datole' dalla'
magnani- ^mità«^pef«reg^àle^delUimprefè glò- ritide^thernellà^’Féi^ra^e
à^èlMare t ichè hà^ihfiniti fplèndÒri tolti^àlk Xuiià dor^ ^urchi^milie ' Vò^^
rata^ dàl^ ^rìttièrVSiié^ 1^^gia- tà coll? ignominie rkcuut^^
OttomadiMnelleicònfitte :che t ten- ie chiaui della pace e della- gòecra •• che
poftavne^ fiiòi aàmlij ' tórrcg^ianti; càellcfuc^rrH ' ia^nti Mleiflimi
AfgonàikP^ehdiia* ' ■uiganoàllà eimqùilla dè’véllt (fòro rdhati ài CrilUant/imò
dalla' ' ckadcgJ|ìdotótr /JlFell(td*Oroi vii , e quelle meatali Soilanze piU ^
piefte ddjienlìeroc::. il Sole cu rfor .' veloce^ e volator fcriza penne.:: i4'
fafqia c4;:colaf cdcolia ;.qualc A-^z ikolagh jtjhJ^pnp^legatHant^^ lutninolì
dì SerjJcntij e di iDragonf, . cU Torùc di Leoni , c di Cani^i^za ^ che.
inficrifeano co* denti , coHeLr cornac e co^veieni: Qrionedl quale cóUa ipada
taglia i,Jcgami a* verici^ -c gtìrpWginnaddlecauem • , mandiandoli neii'aperto
del mare»-^ Marte che rpira tèrr.orc,e morte ; il‘ . SagmarìQ.iche np ceda ma
idi votar , di inette la fua fai^etra. Sotto iòdi e fopra^tutti gliLiementi ili
poflo ilfupcp dichiarato Monarca fri lo- ^ rQ.daJla pòrppra delle fue fiamme^:
fononi tuoni tronche guc?:£iére dei- l*aria : i fulmini arme potcntiffime di
qucirArmeriafTourana^: i lampi .che mplfranp^colla luce fubitanea iifegno da
colpirli ; >ed i;venti furie Jnuihbili.^ Nell'acqua c nelmare fono le
tempere ,'^oljc qualifi di- jbatte quel Modro come-LioneaJlor- , che alia
battaglia s'accende .• fono ^ ' g>* Digitized by Googl Ouiro URetUVev^na,
1^87 rgli rcógii baluardi. oppiQ^i daJJaJ Natura alla batteria Vdell‘ondc ; le
’ voragini bocche ^eauernófc dell'O- ' ceano, chc'inghiottcde Città no^ taati
de* legni ^ Nella Terra-fono le montagae , i (^ucafi , "gli-Olim- pi , le
Alpi, egli Appennini, douc sfogali., e H rompe ^impeto primo dei GieJo
fdegnato: Je fèJue in cui pr»mpeggiaao« Pini , ed Abeti , e "Cedri ^ e
Querce , che d*altro non :fan perdita nella ‘ZuflPa\^coV venti fuorché di poche
foglie .• nclleTcl- ue fono le fiere, Leoni, Oi ìi,Tigti, ^Pantere ,*R in
oceroti , ed Blefònti 9 i quali fenza intermitìione'Contra' Ita no del primato
Topra gli altri -animali'* Aggiugnete à qUefio'Jc cole fatte dall'Arte ,
Arieti*, 'Bom- barde, Bombe, e ie altre inuenaioni trouate neiretà cadente del
Mondo per mandarlo con fretpa maggiore al precipùio , ed al fepolcrò .. Or*
auendoui polii auaoti gli occhi v tutti quelli oggetti potrete auere^ infinite
fimilitudini c compara- zioni da far comparire qualunque com- Oigilized by
Google f^ìlVeUo^i'Orol ;]i y e quelle meatali Softanafe plii . preftc
ddjienfiero >• il Sole cu rfor , veloce jiC volatQT jfciiza penne.:: ;i4‘ .
faffaia cfrcolaf e.;^ol^^ ilrola^j[t)^ano.legatkanci;^^ < luoainoli
diSerpenti, e di Dragoni, . di TQrÌf«-^i Leoni ,c di Canifcpzz ^ che, in fieri
feano co* denti. , >col le^» cornai e co! veleni-: Orione.dl quale còlla
fpada tag lia iJcgami a* velici, ^ - c gtófprigionaddlecanern ■ , niandindoli
neirapicrto del mare^ Marte chefpira térrorc,e morte ; ilr . Sa gittari0jche np
cefla ma i di votar di ìaette la fuafa retra . :Sotto i Òdi ^ efopra tutti
gli^Eiemenli ila pollo il fupco dichiarato Monarca fri lo* - ro dalia porpora
delle fue iìamme.<2 fono.i tuoni trombe -gueitiÉiérc dei- ràfia; i fiilmiai
arn^c potcntjffìme» ,di qucirArmetiaffourana : i lampi .che mpllranpjcoJla luce
fubitanea ilfcgno da colpirà ; ,ed i verjti furie . jnuifibiii.il 'Nell'acqua e
nelmafc fono le tempere ,Scolje quali fi df- , batte quei Moftro come-Lione
allor. ,cfie alla battaglia s'acccnde .* fono Digitized by Googic Onm
laRetKVew^Àna^ j<f7 :'gH fcógii baluardi.oppi0ffti'daJla_I Natura
allabacceriaìdeU^oode : le voragini bocche ^caucrnófc dell'O- ' ceano^ chc'dngh
lotte - Je Città no^ • tanti de* legni ^ Nella . Terra fono le montagne , i
Gaucaii , "gli Olim- pi, le Alpin e gli Appennini, douc s foga fi , e fi
ro m pe J*i mpeto primo dei Gieioidegnator: le fófoe’^in cui pompeggiaao:e Pini
, cd Abeti, e Cedri , e Querce , 'che d’altro non :fan perdita nella
‘zuflFa\^coWenti fuorché di poche foglie .• neJle’fèl- ue fono le fiere, Leoni,
Or fi,Tigfi, ^Pantere ,*Rinoceroti , ed Blefontt » i quali ^en^a interni iiSone
scontra- llaao del primato Topra glivàltri animali'* Aggiugnete à quello le
cole fatte dall'Arte , Arieti , "Bom- barde, Bombe, e le altre inueagioni
trouate nell’età cadente del Mondo per mandarlo con fretta maggiore al
precipizio, ed al repolcrb Or* auendoui pdfti auaoti gli occhi ^ tutti quelli
oggetti potrete /auei^ infinite fimilitudini c compara- zioni da far comparire
qualunque co in- Digitized by Googl /Il Felhd^Oro; ‘ ' ' >li , c quelle
mentali Softanze f ìir. ^ piefte ddjienfiero > il Sole cu rft>r veloce il
c volatQr feniza penne;: là?* ; faf(3ia circoiare-jeoll^s.qualc ^ìh A^z
jirolagjhi legati ta^ < lumiflolì diSerpcnii, e di Dragoni, di TqriVe ^i
Leoni, c di Canii^za i , che. infierifeano co* denti , *coll^j cornai e co!
veleni.: Qrionedl quale còlla fpada taglia i, legami aVveiìti, ^ .e
giirprigijpna dalle cattemcd*£òlo , mandandoli neiraperto del mare^ Marte che
fpira térrore,e morte : il . SagittarÌQ;chenp ceda maidi irotar , di fiettc
la-fua fa netra. Sotto j Òdi < e fopra tufd gli,EJen|enti ilà pollo . il^pep
dichiarato Monarca frd lo* rodali^ porpora delle fue iìamme:t: fpno'i tuoni
trornbe ‘guepciére dei- l*aria ; i fulmini arn?c potentiffìme . di
qucirArmeriarTourana^: i lampi ,chc:mQftrano:;colla luce fubitanea ilfcgno da
colpirli ; <ed i;venti furie . iiiuifibili é Neil' acqua e nelmaf e Ibnole
tempefte ,'^oHe quali fi di- , batte quei Mofiro comc-Lione aJlor che alia
battaglia s'acccnde .* fono ^ gli D-. i?:i by Gdiiglf Ou:ro laRettVevì^na'i
i"^7 rgli ^cógil^ba]uardi.of>po(ftl^daJIaLJ Natura
ailai>acceriaidd}*onde : le voragiui bocche cauernofc dell'O- ceano,
chc-anghiottc-Je Gittàno- tanti de' legni ^ Nella Terragno le montagne , i
Gaucali , "gli-Olitn- pi , le Alpi, egli Appenniai, douc sfogali , e fi
rompe l’impeto primo dei Cielo /degna cor: le ifelii e'^^^in cui
pompeggiaaoePini , cd Abeti, e Cedri , c Qu^erce , che d’altro non :fan perdita
nella ‘2uflra\? co' . venti fuorché di poche Foglie .• nelIeTél- ue fono le fiere,
Leoni, Oi fi,Tigfi, Pantere ,*Rinoceroti , ed Elefanti» ' i qual i fenza interm
iiSone -contr a^' Itaao del primato Topra ^li altri animali*, Aggiugnete ^
quello de cole fatte dall'Arte , Arieti -, ^Bom- barde, Bombe, e le altre
inuengioni trouate nelfetà cadente del Mondo per mandarlo con fretta maggiore
al precipizio , ed al fepolcrò v. Or* auendoui porti auaoti gli occhi v tutti
quelli oggetti potrete /auer^ infinite firailitudini e compara- zioni da far
comparire qualunque coin- Oigilized by Google /JlFell(y<rOroi vii , c quelle
mentali Soilanze ^ pie(ie dd penfiero ;; il Sole curipr . veloGO jiC voJgtQT
ifeiiza penné;; 44' I fafqia ckc&laredcoll^ i^quale j|gii ^
ilrolaghj[M^iH>.legati ta :* lunainolì diSerpenti, c di Dragoni, ' , di Ìo?Ì>«
^i Leoni, c di Canifcpza. ^ che. infierifeano co* denti^ , ‘ColIei-»i cornai e
co*-velenj\: Qrionedl quale còlla fpada taglia iJegami av velici, . c
glirprigipna ddle caÉuerned^òlo^ , mandandoli aeirapierto del mareu^f? Marte
chefpira térrore,c morte : ilr . Sa gittariQche np ceila ma idi votar < , di
inette la fua faretra. Sotto iòdi efopracufti gli,EJernenM.iià pofto * JlfupQo
dichiarato Mojiarcafrà io* - ro'daJla pórpora delle Aie iìamme^s fonol tuoni
tron^be gucctìérc deÌ-J rafia ; i fulmini arme potcntifiìme = di
qucirArmeriadburana-: i lampi- .chc-mpftranQjcolla .luce fubitanea ilfcgno da
colpir A ; .ed i;venti furie . imiiAhili i! ■ Nell' acqua, e nelmare
Ibnoietempcfte ,’^olje quali fi di- , batte quei Mofiro come-Lione allor che
alia battaglia $*acccnde .* fono . gJi DijitUeri by Googl( Ouiro
laRett.y^emi^na “ 1K7 rgH fcògii baluardi oppiafti>daJla>I Natura
aila^attermìcleil^aode : le ' voragini bocche ^cauerno/c dcll'O- ‘ ceanQ-,
'chc-dngh lotte - le Città nO' • tanti de* legni ^ Nella Terra fono -le
montagne , i Gaucafi , "gli Olim- pi , le Alpin e gii Appennini, doue
sfogali , e fi rompe l'impeto primo dei Gielo Tdegnato: deiefoe ^in cui
pompeggjaaoePini , cd Abeti, e Cedri , e Querce , "che d’altro non :fan
perdita nella 'zuffa ^co* venti fuorché di poche foglie : nel le Tel- ue fono
le fiere, Leoni, Oi fi,Tigfi, ipantere ,*Rinoceroti « ed Elefonti > i quali
fenza interni iifione ‘Contra- Itano del primato Topra gir altri animali^
Aggiugncte à qucfio^le cole fatte dall'Arte , Arieti , "Bom- barde, Bombe,
e le altre inuenziohi trouate nell’età cadente del Mondo per mandarlo con
fretta maggiore al precipizio , ed al repolcrb .. Or* auendoui pdfti auaoti gli
occhi v tutti quelli oggetti potrete /auerCL-» infinite firailirudini c
compara- zioni da far comparire qualunque coin- Digitized by Google f . liP^^o
d*Or^ > V Dal Tempo - . Città Inueccinii^a ndJe vttiork , c ■ nata qmndò
iimeocbiòi la libertà deìl’aniìcaRomarMoamoSkdaJh * volubili ruote del teqfipp
t viè più ' crefciu ta col crefciàiea to <icgJi an • ni clic aumentali^
^neià^tnaAcanac • ' Aquila nomriagiouaaita-, perchè non fù mai decrepita ,
màfempre-» giòuanc : .vm^e fràlt,mottidella' • C]ittà , c
dclPapolivccifiiia*'Barba- ri~;Sbie che ftettefòmpre férmo nel : mezzodi delie
glorie fénza dichina? reall'òccafii^^s^ - . Dal Luogo;. Campp.£lifiò ^gJi Eroi
: .Zodiaco » Juniinóféjfécgiató divinarauigJie « ; Giardino borito per cui
jpaiféggia* no à diporto le Mùfé > e dóue canta* • no i Cigni dc! più foaui
Poeti ; Ma - re férenifllftio delle Sirene più dol- ci : Màgico Palagio il
quale / i foreAieri che nomfé ncpolTòno • dipartire : Anfiteatro-ili cu iNctta-
no fé.mofira, de* fuor ijièttacoli : - * Parnafo di più ApoiJinufemofo A- -
rcopagofdpucfianzia la Giufiizia-». in c
Ouerolal{en.^tmì(iana» . ili compagnia d*Aiirca , che fug- '
gcndc^fermoIfincl'^Wi VcQ^ia; ' Ifola fortunata nella quale ripofa ' la
làluezaa V e*la^f<»(^na''^dHanti - Pòpoli. . - •Dcli*AÌcFC '> f ‘^‘’
" Città che M>pec ti]|fegn£ vn fortif- fimo LÀàtté dàtolé‘ dàlia'
m%nani' >xnitàipef<i fegnàie^ dell^imprciè' glo~
riblel&itlèncil^Tc*;^ nèlMare t hà^ihdniti fplèndÒri tolcFàlla •Lunà' deri
^urchi^mlile 'Vò^dfèa- ratà: dàlld' artsè^Venò# ^ ^gia- ra colP ignominie *
rkeuu dagli Ottomadoi nelle icondtte :che tkn le chiaui della -pacc *V c della-
g^ccra : che poftavne* iuòi nàtt ' tórreggianti; eàellcitì^^ ' Janti Micifliau
Afgonàuti^/chena* * lufganoàUà cònqùilFà de'vdlt d’oro rubati ài Cridianciimò
dalla tàba’!^ ’ tf^dcj^ldolatri, ' - ^ s.llytUod'Oro: € A P O;%X^ ' C i * •'
l-‘* •» il u IJ } i'.‘ I X ^ SI!pH ^ItTQ. mdp.fer frollar mUerU • - « lx\ * « V
Jk. SE TAuariziii'.rcofiiatail della - rnanatura ,* c della tfcaàcitàito naca
moflradliberaliiniBadreirochi le addili nuputoodiid^^rieq^^ c^^Piqjift la cga-
palefecalB Ut «nr WW* ViCr/^di,oi<ldlàuariaiii CG^inqo^^bjle di!;<^^
iaf;^ pknz^ f«Ìp|nregn0,jvaj?iévie per i ^foiiideilfi/^enzie fen* za^ valica di
daf©>y npqcswe ^qualcii^ fainofoqUalQite fc^ fu ar celtjb- ic^'l volo delle
-vele Sgonfie d41 i^ca- ta acòiacchè ^à^velacemente fi volaifc alla mprtCj^
;MQflb;.duoquc da ciò voglio da ryi vn’alc^a ini^eiv- zione> colla quaJé
poflìate non dico fu pcrficial mente indorare il difeor- fo , raà renderlo
ancora tutto d’" oro fenzUdoperar quella piètra^ fiJofofica » chCvhà.
infrante le tc* Digitiz.-il by Google Ouero la ] i Bx à wnti
fil(>rofanti‘.‘^- ' '. A lodare' vn doraggiofòbapìtàBl Vlniziano > ò
d'ak-ra na^fotie tutto cnore;,e tutto l^irieoS e pfÈlìiSérribf- lé dc4»
^fulminfe? da'^Gti ló- pi , e delch'ctof rtell’Bneìda ,-’potre- Ite Còlia -
velocità dell- Intelletto Bando , imtiiùbìli ndle voftre ftan- zeli ivoJarpet
rampi ezz'ade-i Wni- uèofo a 'ed-óiièrbar gii O^getti pià ckifei;rheerprimano
la fodèzz^del- le iiìenibra ner^borùtè' •; le còie più fpauentcuoli , che*‘ r
itra ggàno ini# parte Ja terribilftà ‘del Campione > c>tutto ciò che fi è
proporzionato à figurar la potenza , la fortezzà V la vedocitày e lealtre'doti
àpprò'pate ^ daHatfania je^dalle penne degiis^ifit- tori. aglrEroifa cti dalfa
> propniaiL* mano rmmorta li , e dal 1 d in a«$ • al- trui dercriuendoli
nelle carte ..' Per c/empio : NclCielo oJtre-alla natia durezza come voglioha
àlcuni a'fi* ' iodati nella l^ro fèncenza pci'Ie’pa*' roledi Giobbe , che
parue'-dibron-' 20 a** colpi deWa fortunaVii'p<>iron0 . confiderar quelle
Menti fokauzia^ Digitized by Google fìireUortOroi vii , c quelle mentali
Softanie plùT. ^pf ette ddjwnfieto ;; iJ Sole cur(pr , veloce voJatQr ifepza
penne. : . faffjia circqdar cdColla..qualcj|^^^ A^z iUolaghj;
h^qiK>legati\tahti;^M ‘ ^ luminolì di Serpen ti , e di Dragon i, ' , di
Tori>e di Leoni, c di Caniiwza . . che. infierifeano co* denti j ‘collii
cornai e co^-velcnM Or ionedl quale còlla fpada taglia i,legami a* verici» .e
giirprigijonaddleca^^^ . mandandoli neiraperto del mare»^ Marte che fpira
cérrore,e morte : il ; SagittariQiiche np ceda ma idi votar di ^ettc la fua fa
retra . Sotto i Odi < e fopratntti glìLiementi ilà po^o < Monarca fri lo*
^ Aie fiamme^: .ibno'i tuoni trombe ‘gucctière dei- paria r i Ailmini arme
potcntiflime . di qucirArmeriarfourana^: i lampi .che mpArano^colla luce
Aibitanea il/cgno da colpirfi ; ^ed inventi Airie inuifibili ^ NdPacqua e
neimare fono le tempefte ,’^olle quali fi di- {batte queÌMoftro come Lione
allor che alia battag lia s’accende .• fono Dlgicized by Google 0«*TO URett,Veve^na~
ìiS^y rgli fcògll^ba^uardi oppoffti'daJla-T Natura ^ila batteria idell^ondc :
le voragini bocche cauernofc deiJ'O- ‘ ceano^ chc-inghiottc- Je Gittà nO' taati
de* legni ^ NeJJa TcrraYono 4e montagne , i Gaucafi , "gli Olim- pi, le
Alpi, egli Appennini ,. douc sfogali , e fi rompe l’impeco primo del GieJo
/degnato: ieiciue’’^iij ciii pompeggiano:ePini , cd Abeti, e Cedri ^ e Querce ,
che d*aitro non fan perdita nella '2u6ra\^co- venti fuorché di poche foglie .•
nclJeTcl- ue fono le fiere, Leoni, Oi fi,Tigfi, pantere ,*Rinoceroti , ed
Elefònti» i quali Cerna interni iiSone ‘Contra- llaao del primato Topra gli
altri animali *, Aggiugnete à quello 'le co/e fatte daJPArtc , Arieti ,
"Bom- barde, Bombe, e le altre inuen.2Ìoni trouate neH’età cadente del Mondo
per mandarlo con fretta maggiore al precipùio, ed al repolcrò Or* auendoui
polii auaoti gli occhi , tutti quelli oggetti potrete auere^ infinite
firailitudini e compara- zioni da far comparire qualunque coin- Digitized by
Google nSS . il moderò combattente più feroce , Cosi fccé H Taflò 9 Virgilio
volgare in quetì' ottaua terribile deferiuendo il Sol- cano. . • ' . ; ■ ^ J
€<>ne innanT^ tl S<rlian0t9 giugne'd queUà ^ Confitfa ancor- , e
mordmata guarda 9 Rapido. $i che torbida procella Da cauernofi monti efee piti
tarda 9 fiume che Mrbori infume yt caje juella fclgore ibe le Torri abbatta
ardt: • Terremoto che*l Mondo empia d* orrore - Son picciolo JembtanT^e al juo
furore , ’ E Virgilio , .Tallo latino nel ii, dell* Eneida • „ murali concita
numquam Tormento fic faxa fremunt , nec fulmine tantt Digultantcrepìtus 'y
volai atri turbinis in- flar %xitium dirum hafla ferens • Seguitando la
medefìma traccia po- trete trouar. materia da lodare v.g. la bellezza de’Bcati
paragonandoli ai Cielo quando fenza ingóbramen- to di nuuole difeuopre il
fcreno del voitoraliavia lattea quando le ftelle inargentano i campi cekfti al
car- ro Digilized by Googic Vuero UHétt, f^ene:^ana, ro delia notte .• al Sole
quando nd inezzodi ftà nel mezzo , e nel cen-^ tro delle fue pompe:alMride
quan- do colParcoda-fliille colori Jiftato tira gli occhi de’curiofi alle rofc
allor che imitando r Aurora dif^ piegano su*l mattino le porpore^ le quali
collodore, ecdl colore pili fenfi ricreano; a" gigli ricchi d’oro, e
d’argento, e di. ruttigli odori del- la Sabea ; .a* prati nel tempo che la
‘Primauera gl’infiora in fegno del •verno fuggitine .il quale eflendo
Tquallidofugge'la cagion dell’ame- mità : alle perle con cui -1 mare ade- fea
i’Auarizia de’ nauiganti^ ^ poi .toglie loro Ja vita : alle gemme , le
qualigenerace dagli ardori del Sole ■portano. gHneendó* «el iMondo , e .nel
mondo piccolo dellVomo. AI- tri Oggetti rapprefentanti la bel- tà de* Santi
trouerete , fe andrcte_> pellegrinando colla mente noa_, perciò raminga per
tutte le fpezie piu Ipcziofe , e /iugulari delle cofe , •ò animate , ò
inanimate che fieno , Le feiuerc degli oggetti medefimi H da- tfjQ
j'^flVeUod*Orà§ . \ daranno cofe contrarie ».cio^ mate^ ria di biafìiPQ >
come appunto ]’a ila d* Achilie feruiua di medicamento , c di veleno, ferendo »
-e lana ndo 2 qua fi quel prode guerriere aue | ^tcasfufala fiia valentia ancor
neir | afià'nuouo (Irumento da vccider la mòrte nel campo, doueqncfta frà mille
ftragi cerca d’immoctalairfi, .. t' : i -: ’ > •*. ^ Digitized by Googl^ Beile
Figure delle 'Senten%e* , Niìn qui abbiamo data la materia preziofa in ve?*
n’tà,mà tuttauia incorna pofla, efcnza J*Aniraa della forma; tal che ii può
dire co- me già diffe Oau fdio del Caos, rudis, indigfftaque moles ^
"dobbiamo perciò in regnare il modo di pulirla e di figurarla , giacché il
lavoro fiimafi aJ paridelJa preziofitàdella mate- ria^ an^i quella fouente da
quello é vinta.; onde afferma il Poeta co'» ronacbàncor nel nomerà * Che vinta
è U materia dal lauorot • ' ^Ouuidio difie prima; ìdaterkm Jumabae e^us . » ; ‘
H X Sì Digitized by Google 17X Itytlloii^nì 'Hi fà quedo ricamo > c fi dà
<}uéd^ 'fcrma colle parola , e colle /enten- zt ; mà ora tralafièiandp le
parolte-* figurate, m*accjngoàfaue!lardcl- Je^tìjgiire dtllc^ìfhtenzè > colle
quJ^i • fida lume alla Eloquenza, accioc- ^ ’chè iion^aia cieca; e fixende
forte^ " '^■^robuilàda poter fuperare la per- tinacia , eroftinaziondeile
volon- tà , c compariTec più màeftofa Prima però di trattarne è nece fifa- rio
fapere, come auuertono iFilo- fofi > quid rei & quid nominiti che co^ fa
fia figura;: perchè fi chiami così’, &.in che differifeano le figure delle
fentenze da quelle delle paroJc.Di- co dunqueefi'er la figura vna foggia di
parlar diuerfo dal dir comune , «-triuiak . Appellali figura perchè ècome vna
ibriim daK:ui viene 'inr formatoci difcorfo ed^comevir ammanto col quàlc
acconciamente fladorna i c fi figura l'Eloquenza- ytfejiis Matrona moueri tuffa
dtebus « i Si dtderènziano le figure delle /en- tenze da quelle delle parole in
quC* ’fto : che iefigute delie paiole fi dif^ Oitmk^ttt,yenex}<tnèi~* 175
figurano col mutamento delle pa^ Fole i mà le figure delle fentenzc non fi
fuiTano , nè guafiano col to- glimento, nècol cambiamento del- le parole- V.g.
Se voi diceftc di Kc* rone ; Qualxrrudeltà fù con vn di-^ iuuio di fiamme far
la pira ad vna^ intera Citti >• Capo delle Città , cdel Mondo, figurando a*
difcen- denti da^ Troiani col^incendimen- to diiloma rimmagine lagrimeuo- ‘ le
di Troia bruciata ? Qual crudel- tà fonare vn bène acc-ordato firu- mento fràle
voci confufe di varie gcnti,che vedeano le loro abitazio** ni nel fuoco accefo
da Nerone ? da cui quali fceieratezze non doueano aipettare i Romaiìi , fe per
giuoco eonfumaua con vn MongibeiJo di fiamme la' Patria ?- Qual crudeltà fuifeeràr
la Madre infegnando vn^ ‘ altro modo mà^ barbaro di prender gliaugurij dalie
vifcere de* Geni- tori ? farà figura delle parole , la-> quale confifie neh
r ipetere ; Qual orudeltà il che tolto- fi perderà quella fi:>ggia figurata
i.mà Ja figu<» i ^ i if4 li KiUoitChtoì < ‘-*- sz deile fencen^c rimane
intcraS' quantunqucli rimuouana lc paro- le ^ come lì può veder ncircfempio'
addotto , doiie /è diraffi ^Qual cru- deltà fula tua ò'Neronc neitrasfor^ mare
in Troia fumantcrla Città di Roma? nel trasferir nella Patria^^ Tfitna i ed il
Vefuuio ? ael^mifchia« rc i fuoni dèlla lira > e*l canto dalla voce con gir
vrli , e colle Arida del Popolò ^mano^ neliVccidèria^- tuaGcnitcicci
auuenttirofófrà tan-* te difgrazie, f>erchè non douea ve* * derJa Oe Aiaiità
d'Va/ìio'A^iuolo > il quale col /angue de^ Cittadini fioÌMÒic arene y e le
acque dòrate del Teucre? re Aa. nond ime no Intera rogazioiie ,r la quale
dicefi fìguraU delie fencenze; Auuertafi pèrò^ che^ fcntenza ih; queAò^ luogo
AgniAcà &ncimento >. e concetto delPatifmo {pienti colle parole ; nè
prendèfi per que* dcctiic per quelle propoli* z ioni vniti crralijpertcnéti
allcazlo- ni vmane; come rono: ùacentqumim cent : Sp^ranm'éuntfpnaniusi Gli
fikgìé ddmrtali non (Uono ^cìsfìm^nìili :r ! - ^ l€. , Onero fa ì{etù Fenéiìana .
iàgtbriaèyiuaÀilfmi i è morta 'mortir: Il cibo d*Vfta voglia all* altra è
farne; filmili , che ccouanfi negli Autori ' miglidrr, i quali pei: prezio , c
ri^ compeiifaL datino à chi li ‘legge ? gemme tali nate dai Sole della Sa*
picnza'e- •' ^ CAPÒ IL ÙeUìt Trofofopeiàl: ^ ‘ PRo/bpopeiafIgnifica finziondi -
perfona .Conquefta figura in* trodìiciamo àpadatc Pedone viuc»
ÒmórtcyCfttàvITegn^ Mari, Móni t i> ScIucì; Animali, y iz i;>Vi^tìi
&c; Chi Yolefler ihtrbdiirrè à ragiona^ Gerulàl&mme per efbrtare i
Princi^ piCrifiiahi à: la/ciar le guerre frà foroacàgiierrcggiar iolamcnte per
^ torre il giogo» pofto alla Città dì Cr ifib ,• potr ebbe fa r cosi, - • ^ -
Nòn.vdicécheahcòr’ie pietre di- .Gièi:nralèmiùè aùànzatc ai furor* ^ ' • H. 4;
dei Digilized by Coogle -IiyeHìid'Gìrè'i ^3 ilei cempp y e de* Rooiani anfmand’
can incredibile efficacia^gli Ercoli del CrilUandìnipi porre in/ieme le loro
forze per inficuolirc la roba»* /tézza Occomana» critqrledimap^ la Ciccà Santa
? Perchè>(dioono)coa eterne nuuole dffumo cagionate da macchine guerriere
ofcurate ilSplc de* voftri regni,ed imperi; , e lafcia* te rirplendere la Luna
della Tracia^ con luint pib funefìQ di'^queìlo del*' le comete , e peggiore
delle tene-' bre d*£gittQ l Perche <^rcate le^ tombe nelle campagne
Cattoliche fenz’acquiftar vcrafema « potendo' recare pih^plorior^ent&
fepolti nella Pale Ama , doue ammutolì- l*eterno Verbo , e mori la Vita del ^
Monda?! voftri ièpokripotrebbo* no infultar qpelli de* Catoni y e d^ ' Pompei:
perchèie quelli combatte^, rono.per la Terra voi guerreggia-' ile per la difela
di Criilo , e perla- conquilladel Cielo .. Godrebbonp' iéÉeÙe raoll^ar ca’lumi
ìe yoll.ro fepolcure a* paflaggierij, Cfodc il* Tiranno deirAlia veggfadpM i.
pc;^ ' Cfmt Ik Féi^ànà} i'^fy wrc colle voftrcjnani ^perchè crc-“ frc nelle
voftré mancanze , s* in»- gra Ha nelle voftre magrezze , ar- rechi fcé colla
poucrià de* Gattoli- ci> edifica code voftre pruine, e viue^' «ollemorti del
Crifliàncfirao . « N el giro d'vn'altra Prolbpopcia^ voglio riftrignerc molti
fccoli , - e «on vnafoia figurai voglio' abboz^ zar ^ tutte l*itfipreie de!
iV^cneziani figli ra te .nella .Terra • c ;ncl l'acqua ngn con altro frumento
> che con quello delia fpada^ nè con altro co-» lóre che del fangue.;
efiendo fta+ ti in.vnntcmpo fiefib: marauigiio- Q Operatori , e Scrittori. di
marauit glicv-- U' ' > {f .‘- ' .t ' ; Interrogate là voftra Patria ò:fi^
gliuoli; ehiarilfimid’vna'Città 11111-?- firilfima' g^CQ desiderate
auer-contett?* sm delle proiie-gloriofe degli Atioi* li,o de* vófii*^
Compatrioti .Ella wdirà. Io vidi le armate nauali di Vitige,c;dJ Tòtilalbfiegno
de* Goti - (confitteapprefib Raùenna,ed An- oo!na da'lcgni
de'mieiGiierrieriiChe 4peoa> nati in vna Repubblica par- . , U 5, go-'
Digitized by Google TjS^ nrettùéatéV goleggiante paruero.'vcramcntcJ* Giganti
é^Jo vidi: IJdiprando co*' fiioi Longobardi Icgativ cd‘ incats*^ nati col"
ferro apparecchiato aUc micrchierc. i. confclTàr finalnacnte^ che la Fòrtnna ,
la ATittoria , il no , ed il' valóre lanciata la Terrà aueano fcclca per Reggia
Ja^ Reina^ del Marc:.. lò-vidi le. nani di Pipinoi? si fàttamehtè conquaffàte
daVVène-r ^ ti , che quafi ruinà maggiòre non-*> aurebbonoapportatai fulmini
tu|-/ ti del Cielo ^ onde quei Monarca di- anzi Signor di molco nauiiio; fti-'
mò gran venturavl'àuer trouato per ifeanspo vtìissiiérolegno'f 'c troua— tolò ,
auer paflato per le acque im- pedite dalle' membra tronche de’ fuoi foldati , i
quali eflendo morti parucrof ribelli ali loro? Capitano- ferrandog!i*rpaffó
colla moltitudi- ne de’cadàueri ; I Saradni didipati nellà.Sicilia e
neilaCàlabrià', IH*»' mnrono.'che i miei foldàti foflbro-’ veri £ ncelàdi , non
fauolòfi . I Na- rentuni ,-gIi Adrienfi rCqucrdiZa- xa y che àguifad* Anteo
tante volte' cran- by Googic- Gueroh^jstt,f^ene^àna\ caduti , c rifurti , dagli
EreolE miei furondomatije rintii.Gli Abi- tatori' di Gomacchio nelle ncque
prouarono le fiamme de*^micrCam- piòn'i GII Vnni' che prima della zuffa co'
VcnetleranD innumerabi- li, terminata la pugna molti pochi Gomparuero teilimon/j-
del pcopio fictminio ,cdclla Vittoria ,c della brauura: Veneziana .. Murcimiro
ancora* Signor della- Croazià col domandar perdono a* Veneti teme- rariaracnce
prouocati',. e colPòtte- nerlbteftimoniòeffer’ propictà. de* Lioni il
perdonare, à chi diponc Talterigia , e fi abballar ràitezza fquerchia.
dell*'aniino^.. Nella So- - ria però il Lione* della Repubblica fèfentire
rruggiti; più furibondi a* Barba ricche nona fpetrandò gli ar- tigli aprirono
le porte di'molre CiC. tà vrcendòne l.’Idolatrià, ed cntran-v doui la’
Religione , che dopo vn_» lungo efilio ritbrnaua à veder le fue Reggie*. E‘
perchè fiozio è il tarlo delì*Animegrandi ri Veneti Jafeia- cala
Pakfiiiiagran'Tèatrò dclla-.^ H 6 fede ifò- ìl^èll<r iùtiv
F«dc.cattolicà>e delia SuperfHzfon0‘ . in (ìcmexombatteìiti -, voltarono Ic-
grojrocontra Gaioìanni ,* ed Ema-.r Duélc lippcradori de* Greci Rug^ gicrp
RMcllaSkilia ;/ c poi dirià’*; zaran Pàrme contra i Padonani Eerrarefi ,
Anconitani , Bologncli » - Bifani>Genouefi, Inglefi, Gandiot-,- ti y, c a -
danni de? VifeontGx degii> altd Propoli circonuicifti .♦ Nè fii' difificiie
la vittoria, à-quelli > che^ aueano foggìogato vn^Mondo diJ Barbari nella
Soria . Golia die • facìjità feonfiflero l’armata di Fc^ derigo Ifnpei?adorci;
e la Terra , i venti, ilCicIo , ed ì! mare militaro- no a fauor della
Repubblica , xoU* ' armi co* foffi j , co' fulmini , x col -- onde, vnendofi la
Naturaperdife-i' fa del gran Pontefice Aleflandro ^ il quale per opera del mio
Lione vide- Federigo. diuenuto vnVAgnello c-inirò ppoflrato in Terra chi pcn-
fauad’auerlatefta^frà le ftclle , e volea più innalzarli tentando fòllp' mente
di porre il fuofèggio Ibpra’l ; capo dei \^icatip di Crifto^O quan* Digitized
by Google (SìitroU R cft» ene^idna , x 8 1 s tb crebbe coiralzamento del Pon-
tefice Alcffandro e coiraccrcfci- mento della Cbiefa la gloria di v e-"
nezia ! Dicanlo que* Scogli famofi de* Cnrzolari bagnati nonfenza or- ‘ rore
dà* due mari d’àcqpa, e di fan-^ gueTurchefeo . Qu^iui PAfiaquafi tutta
refiòfommerfa-, efuron rot-- te le corna della Luna Ottonlanna Quiuidifeccò il
fiorevdG|lle milizie' Afiatiche . Quiuiperdèilfilo del- le Tue fpade il
Griftianefitno nell* Tccifion di tanti 'Turchi , e furoiiù vendicate dàuar.zo
TlfolediRodi c di Ci pri , ^ e le altre Città ò prefe-> per tradimento , ò
ingiuftamente^:^ occupate dàirCttomanno j che hà per legge ninna legge
ofleruare-» . Dicanlo iGorfari a' quali fii rotto il corfo delle loro fufte,
,,e furon_. troncate le fperanze dieorfeggiare ‘ dal volo degli alati L'iohi
nìolto piu veloci de’ venti , dalle cuì penne^ cran portati i Vàfcelli ,.e le
Saettic dell» Affrica . Dicanlo finalmente le' fpiagge, ed i liti, dòue furono
eret- ti pju trofei che non aueano arene ; ; ac^- ttf^éllùd'OìrS^l acciocché
tutti i haùigànti /ape/fé-^ ro i-'che re*l litó era vn-Argihe foi>
matòrdàlla Diuina Pfóuidetiijà_*. cóntro al furore dclMaré ,i Veneti^ erano vho
Scoglio femprc: pppofto> all a furia de* Corfarr. . E. SI chiama rpén‘pofi quclla, fìgu*- ra'i colJaquale
li efpriraono in tal guifà gli Oggetti', che pare agli ■ VditorL di non
fcntirli dèferitti. ^ djaJl!Oratorc',. éd^*'L6ttoridinon. JeggcrHvmà di vederli
: pcnnclleg^ gjandoìlDicitorccolIe parole le-»- cole , delle qual i ragiona ..
Con que- ffa: figura fi potrebbe efpriraere il: conuitoidi Erode Sardanapaio
del- ia Paieltina- c rvbbriacJiezzà de* CbnuitàcrApicijdi Geruralemme ’ Era
imbandito in vna menfà d* auono vn conuito sìfplendidb , c sì ÌaiTto>
chepoucri,, emendicipò- teano chiamar/i t coniriti deliai», Rcina Digilized by
Google - Cueh ' Reina di Cartagine apparecchiati ad Enea , le cene fatte da
Lucullp nel Tuo Apollihe e Hinbadigioni; fauolòfe di Giòuc alle Deità >»
quali falfàmcnte ftimatc piene di Diuìnità fenciiiano il' male dèl di- giuno ,
e dclla vacuità dello Itoma- co.. Di tante viuande abbondaua’ che farebbono
auanzate’à piti: re- gni » non che alla Paleftma .. Gli Elementi' arricchendò
là 'mcnfa. dii Erode impouerirono . Imperocché P'E J emcnro d el lacqu a v jdc
fcem ato - il Aio valore auendò perduti i pe^ fei più pregiati . L’Ariiireftò
fpo* polàta nel Aio’ regno elTendble ftàti tolti gli' vccelli dall*£pulone’ db]
lai Giudea, che àfòggia di àuoltoio la faccheggiò y e per la ffefla cagione- Ib
felueTimafero' mutole » efl'endo- priuede* medelimi , chcrompeua- noad'cflc il
fijènzio . La- 'Terra . dolféche le lue frutta, eie fue carni fofTero dcftihate
folàmente alpafto- d’Erode , auendolè aflegnate ad va Mondo ;e’l fuoco, Aetti
per dire:^ , iàidò ,,an2Ì perdèiliuo calore nell i cottu- ^ iiv tmmèy cottu ra
di Wntc viuandc^^Lc CoJli-^ né pik a prichc aiicano inaiati . i Jo-^ rò 4
iq[uori nella^ Gi udea- per rifcal-» dare 1 cuori dagli ardori delhlnfcr^ no
infiamuiati , c dalle fiamme del-* la impudicizia . Era il primo Ero-- de
neirordine dello ilare alla raen-^ (a s ^Élfendo il iburano trà^ Principi ^ ,
edill^rincipetrà* golofiyed infami;^ Pa^an)Coroiia^al nouello Bacco
Santrijgli-Ariftippii i Damafippi,- c quelli • che adorauano il ventre-»- ■ per
loro- I)io , - non chinando pe-? rò Ja teftaperriucrenzarenon is^
fórzatidalvinoche li-* violentaua ; • Gli occhr erao fimi! i àcquei vd'vnj*.
forferaiatò » che crede- doppi j tu ttt^ gli Oggetti , e- immagina dire Soli^
nel J'Emifpcrio ; -eal -giranìento deli Aio capo -penià che fia volubile là-
Terra come le sfere ccidli . Delle: guanceBacco eraflato il ^Dipinto»' re.
Igeili nonerano fenon ifconci^ . e gliattierantutti dirordinati:eui<r dente
indizio -degli ;affetti tumuK t’uantf. Ondeggjauanoi vini nel pa* u imeneo j ed
i Conuitati erano* * fcom*> 4
(TuerdUI^, Ttnt^Anì ^ fSj fcocDcnofii dalle tempeile di que* Jf* quori :
onde barcoUauano benché non naviga irero,.cd erano /pinti or quà > or là
fecondo che i marpii di ' Bacco agicauanp le loro menti . Colia medefima
Jfigura porreb-* beqnafìauanti gli occhi di chi neL> fh lontano^ il facto generofo
di Ma«^' rin Capello Prounedicore- dell'Ara" mata Veneta , e di Lorenzo
Mar- cello Capitano di due Galeazze al- lor ch’entra ti nei • p orto della V
al- lena tolfero > e rimorchiarono i le^ gni de- Corfari che prima
parean_> j)iù toflo Signori baldanzofi dcl^ mare ^che ladroni timidi fuggi-
tiui . L’azione dimcrebben fauolo*^ fa fe non fi parlafl'e degli Eroi Vi-’
niziani > che rendon pofiibile ciò’ che dagli altri fi giudica impolfibi*^*
Gonfi; di baldanza ^ e di vento feorreano il Golfo dell* Adriatico i legni
barbarefehi, i quali col terror del nome » e dell -armi aueanosbìr gottite non
pur le riqiere vicin;?-; 'y > mà i mari che .non aueanoardiredi ' afial^
^^J-nyeìt9d^Óyoi inlfalttrJi co}k/t«inpéàé ; quahJc^ MaciaCapellU^récorl-eiido
i ven- ti, e. la £nxia<^ /uo àrrina li fa- praggiiiafè ai ^rto dellà Vallona
5ouc tutta lafiàiP&ei^'^pbeò au^ "Tebbe pàtitaif^àaufìragk^. 1 0orfàr
«Mi eòme cof porto èra» dfféfi dall*' inipeto d€JJ’acque>. pèid^tiafìo >
d’elfér'ficurfc dalla, furia, del' fiiocO' rinchiufo nelle bombarde de* Vi^nc^-
ti . Mà il CàpelJb ffimandò. perdità. il vincer tardi c fnen belle la glo- ria
K tlà palina TUngamehteaQ)et» tate i penètréf téraggiòfamente nel por ta ^ -e
nel: centr<i de.'per ito! i .. Fulmlnaua. liitanta incelTàntemen* te la
Fòrteijza delia ValJbnàco’ tiri delk artiglierie ; ed Vna dénfà gra^ gnubia di
palle a oeà ih. tal modò^ rièhipÌHta l*ària #; ehekmbraiia cA ^ l'cr diuenutadi
bronzo^ . rNimkfi ^ibartóti già^ in te^ fulmioahàno co'^orciictti -y • col le
bomba rde-» ,, e eo* fuochi artificiati da'^ripari , C'dalle trincèc^ tenta
rido dieonleri. uaitrleGàlee- , ^ k erario 1* Al?- ihQ^ilC: de- l?if airn i‘
dellfaé- Digilized by Cooglc 0umla Kene^tana: ■ 1S7 ^c, e Jo Spaucnto del marc„
Vota!-' uano gli-Arcieri.tutce'lc faretre^ ,, volcnda colle penne' delle faettc
fermare' iJ- voJo' ali^alato'Liòne '9- che già già ftàua per aflferrarc i Le*
gni Sallt> piómbi yfcrri'i dardi > e ciò che fuole adoperar la djfpera*
isione quando è per dare gli vitimi trattiy tutto fìi dalla raaluagità vfa-
tò»là quale è piu audace, cTigoro- fà quando è preflb all’eUreino della potenza
», edclia yfe ^ Il Capello- però veggendo nel piccolo cerchio di vn portò vii
largo campo' al fuo - valore' » fra* tanti rifehi' diuenuco più ardito,' anzi
cuttòardòrev ha- Jenaua collo /guardo- c lampcg* giaua colla; fpada, c ancor
fulmina* ala re dalle Galeazze che coprhiano' ^lc galee ,j e à' quelle faceano
feudo da' colpi, e dalle batterie', /caricò tante tempeftedi morti, e di fiam-
me quante non ne auuentano il Mongibello> c'I Vefuuiò j si che i Bàrbari
priui d'animo*, e di conli- ^lio lafciarònfi prendere vilmente ledici galee ,
le quali perfegno del^ - • *' fcr ftr vinte feguirono come fcliiauelK- gate , e
rimofcJuate J'Armata dei cVincitorc f 6àJe quali v’era ia Ca-
pitanaid’AJgkrixonclotta inìtrioo^ fo^ e poiia neirArfena I di Vxnczia^ douc fi
mirafiìe prigioniere^uel Ic^ gno Padróne già dei mare> e carce- re a
pparcccluato alia libertà^ de^ ' Popoli.. ’ . - v ^ e I Ti ./ is ♦-T" SI: fà; rÀpoiirofe
quando intei^ roaipenda il parlar diretto voK giamo il:JK)Ìlro. ragionamento ad
' altri , ò Ha Iddio > égli. Angioli iieno perfone lofuane ò prefenti^' ò
morte^ ò v4ue, ò monti , ò pianta -ie > ò mari ^ à fiiuni > ò noi fteffi
» perciò vieoeancor detta Conucrilo- . ne: ... Chi lodafle vn Capitano vfe-
rebbe quella figura* * fc volgelTc^ il faueilare a* nemici , rkbicdendolià
ratificar quato narra ; cficndo la>fede deglt^^farij fenza : rofpcttò d* i
adiit-? Digitized by Google "^ueròU^tH.^enè^mt. 'Tip fidolàzione , ò di
mefizogiia ereriié nimichc ddk verità ciie ^ammina r^z'ammanto ^ ia doue quelle
non vanoofonon ricGperce.|>er non ef- fer conofciiite . Voi chiamodn
tcftimoixio di ciò cheiadico > ò Barbari , Non pen/à* ile voi che queft'Eroe
folle /alito nel Ciclo^ome Prometeo a rubare - non i raggi del Sole >, mài
fulmini Go*qualidillruggeire le vollre CUh tà ? Quanti allori incc'neri nelle
vo« ilrc. fronti , ’ che jndarno fi fecero feudo con quelle frondi vincitrici
dalle fiammecelcfii ? Quante foi^ tc22c prefe in breue tempo in coi fudarono
gli altri molti ftcoli i pet coUquillarle Quanti 'Capitani ^ guanti Rèyedelle
pendere da’ cenni di eflb, cbe prima da u ano leggeva 11^ Vniuerfoi Noncredefie
che auef* >/e le penne 'Volando fopra de xnoip» ^agne al Cielo confinanti^
che fo fle ^ompollo di fuoco ilruggendode meui , ed i ghiacci,, cbcaucan fatti
arefifienza al Sole più cocente , Per onorare vn'Eroc moderno :> > . ed
Digitized by Google «po 'Il ■ ^ in quello lia mia penna , vri'àkrp
efeippioaddurxoiiai nel GeneralK^ fimo dclMare^ eProcurator drSan iMarcoZaiigi
Moccnigo Secondo, il quale fe folle viuuto nel tempo de**. gilEeoifarebbe flato
antepofto al« i'Achille de* Greci , all’Ettore dcJ*» Troiani 1 airOclandó
de*Prancefi> ed a tutti quei die nella Romana^ Repubblica furon giudicati
pib eh è vernini auendo j&tcc azk>nitralcen< denti le forze , e la
condizione delP vomo • Imperocché elTendo flato prefo il Baluardo Martinengo
della Citti di Candia da’ Turchi, i quali con batterie continue^, con aflalti
multipiicati, con minefotterraneci cóll'ingegno ,col «arti , collo afor- *o
dc’Balià piìifamolì , c coliiiror di tutta TAfia fauean finalmente fuor della
loro credenzaconquilla- Co coli'iaalbcrarni molte Jnfegne perdimofirarne il
pofiefib , e i2L^ vittoria s trattaua la guarnigione di pochi Difcnibri , cd
iiiipotente ad arrenare il d iluu io fempre crefeen- te de* Barbari di ceder la
Piazza^ , , e nel- 0«f la 1{ett,
Vent^tfnà T X neWa Piazza i|Regao ^ l’onor dclf JaRcpubbi/ca , Jach,iane
delPJca-. lia, c dell* Adria tico , e tfa Jtri mari ,* e*i freoo che ratticn
Ì*imperio Tur- •chcfco^l eh è armato non corra nel- TEuropa . A JJora il
Mocenigo pri- mo nella digniri , nel coniigllo • neJPardire , nella prodezza ,
xneJi* amore verfo la Rcligfon Cattolica » c la Repubblica fpignendo/i guanti
con la fpada ignuda ^ cagioncol- refempio che i Soldati combatter- fero da
Capitani alla pre^nza di Luigi, a cui l*età fenile noti mai di- feccò il vigor
dciranìmo viepiù 5o* rito-, e robullp; laonde appena la^ LynacompariraneJ
Baftione , dif- paruc; ediJeguaronlì i TurchiVchc non riputarono - diVbnorata-
la, fu- ga difcacciatidalPonor delle fchie^ re dal Moccnigo ; al quale PEc-
xellentìflimo Luigi Mocemgo Ni- pote , c ancor Procurator di -San Marco , e
deli’ordine de* Sani; del gouerno ,ed ora dal prudentilSmo Senato di Venezia
eletto Ambafcia-^ dorè Rraordinario alla Maeftà di rcttà^Oròj 'Carlo Secondo
Monarca delle Spa^ ignei ià fabbricato yn Sepolcro ma- gnifico > dégno del
grado che ^hà- nellà Repubblica; del legnarlo iH luftrifiimo^e d’vn chiariflìmo
Eroe, il quale per la difefa di Ca odia fi può dire che ficomperafle
viia'Cit--» tà intera per Maufoleo , Or illu» Rriamó’quefto facto per via
d*Apo-^ itròfc, ^ " 'Non ammiraft i tu, Candì a;,lè-pfo- de2ze del
Mocenigo , quando volò nell’altura dVn Baluardo per efier veduto da tutta 1
ditola' di fenfor dev- ila ^Città mèzzo ^efa dal Campo
Thrcheféo?quàdoPcQjJofpÌPÌtabd- Jicòfoj&ardentedcl-ruo petto ani- .mò il
prefidio della Città qùafi dilà''* nimato, ^agghiacciato-? quando sforzò il
Pianeta Ottomannp àfi* uolg'ère indiètro vitupcrora mente il'cò rlo,c<fqua
rciò gl iilcnda rd iTu*r- ehéfcbi,chc ondeggiando minaccia- uanoi Candia vn
naufragiodi (ah- gne?Nó ifcorgefti che vna fpada dai bràccio diLuigi aggirata
diè il mo. ' uimcnto alle altre- fpade moflc con tal Digitized by Google
Vumla^jstt»P^ehe:(fahi, ipj tal preftezza , che fi vedeano cadu- ti , e morti
gl*Infcdeii , con già ca- denti, e feriti ? Nonièntift i quelle animofe parole
: Mocenfgo non^ rende Piazze , fé non quando non^ hà piu fanguecelle vene da
sborfà- re , nè può <auar Jo dal petto degli Auuerfarij? Mocenigo non abban-
dona la Repubblica , nc’I Tuo Prin- cipe fé non allorché fugge la vita— vfeendo
da mille ferite , e da mille porte fanguinofe ?Se ancora ò Can- gia godi il
titolo di libera Reina fi dee à Luigi , che cinto da vna folta corona d'armati
mantenne la tiia_9 libertà . Se ancora i LioniVeneti fuentoiano nelle tue mura
ricono ' fello dal tuo Liberatore più forte^ de'Lioni , mentre non ebbe paura
•delfuocodi Marte ^ Ja douc il Re delle fiere , ilTiranno delk felue_>
dgomcntafi aJl'apparir del Principe luminofo degli filementf . ^cPIm- pietà non
iicorrc liberamente nè le pianure del mare , nè del tuo Re- gno è effetto di
Luigi, che nclPaper- to dVn Baluardo chiufe alla Tracia i Pcn^ Digitized by
Google Ip4 rcntrata , RiuenTci Ja fpa^a dì Mo- cenigo degna d’efler porta predo
à quella d’ Orione ncjl’aitczya del Ciclo: acciocché la Superrtiaione-»
Ottomanna quando vorrà contem- plar la Tua Luna, vegga il fulmine-» da cui fi2 abbattuta
nel Regno <4i Candia . CAPO V. Della InterrogaT^ione » SI parla qui non
deJl*Interroga» zione, e delia fempiice doman- da , che talora fi fà , come
farebbe : Che ora è ? qual è il tuo nome ? mà di quella ebeii adopera dall*
Ora- tore per muoucre gli affetti , ò fia fdegno , ouercompallìone 6cc, ò per
comandare, ò per prouar qual- che cofa con maggior gagliardia ; come farebbefi
da chi voleflè mo- rtrarc , chegli Auuerfari;, eie au- uerfità rendono piu
chiaro IVomo : in quella guifa che i contrari) porti di rincontro più
viuacemente cam- peg- Oigilized by Google •Oum la ^ett, Ven%i^ana . jpj
pcggiano • Per efcmpfo . Chi c/aJterebbe Ercole > fc Giu- none con animo
auueJenato non inuianafniiruracirerpcnti alla pic- cola culla di quell*£roe
bambolcg- gianÈc > il quale coJJa linguanon ancora fnodata non potea
celebrar le Tue vittorie? Chi Taurcbbe ado- rato come vn Dio sui fette colli di
Roma fe non aUaua contro ad elTo i fette capi l’Idra Lernea più ricca nelle
perdite, più Ikura , c fertile e iTendo troncata , più viuacc quan- to parca
più vicina al morire? Chi i’aurebbe collocato frà le fìelle fc non dilcendeua
nell* Inferno ? Sa- rebbe forfè flato diuolgato dalle bocche della fama per le
quattro parti del Mondo fe non traca dal grembo della notte alla pubblica-,
luce Cerbero colle fue tré voragini fpaiaacate ? Che ancor le tronìbe della
Poclia facciano rimbombare il gloriofo nome d’Ach file , non ne ^ la cagione U
famoElGmo Ettore, in cui tanto li aliicuraua Troiai.» quanto nel fuo Palladio ?
Che Sci^ I % pione Digitized by Google 1^6 il Potilo d'Òro / pione colle
ricchezze , e coJJ’impe- ' rio tolto all’Affrica prendefle an- cora il nome di
quella parte del Mondo, non fiafcriae ad Anniba- ie', che fpauentò Gioue
Capitolino più de* Giganti ? Convna Interrogazione fatta à Mu ftafà Generale
del J*e/erciro T u r- chefco desinato ail’ìmpreri di Ci- pri, efakiamo la
magnanimità del , ProuiieditorGenerale diCipriMarc* Antonio Bragadino , c
mo/triaino che’l Bafsà indarno s’affatica nell* cfortare il Oaualicrc à ceder
la^ Piazza di -Famagofta , e poi fattolo prigione, nel tentar che lafci Ja fe-
de . Imperocché quelli dopo d’auer foflenuta infaticabilmente la carica
deiroffizio , e della guerra , e dife- fa la Città dalle fcolfe deli’Afia^. ,
palefandofì benché fo (Te Capo, fol- dato prìuato CGli’afllinto delle fatf- che
, non fi volle rendere fc non per diretto non d’animo , mà di gente disfatta
dalla guerra, dalla pelle , dalle vigilie, cda’difagi : perchè Marte folo non
era fufficicnte ad / Digilized by Google Óumh'\ttt*Vmtx^cmei , ipy abbatterla .
Mà chi può credere al- la Infedeltà ? li barbaro MuHafà 9 il qpaic non accogl
iena fotto i Tuoi padiglioni nè la pietà > nàia fede : dopodÌTaucr perduto
li tempo ^ e le parole JufiiiglieuoJi neirefortare il CauaiieFerendutonàpatti
di buo- aa guerra* » acciocché lafcialTe la^» vera religione , e folTe infedele
à E)io come.ii.Bafsà era disleale agli vomitH r comandò che folle il Bra^
gadini crudelmentelkaaiato ; e gli fi troncalTero gli orecchi lordi allo
lufinghc,^ c gli iltiacfle da tutto il corpo la pelle viua per vendicar nella
vita > e neilamorte di vn folo la morte d*inhnjti<Turehi* , c farlo morir
lentamente nelle membra la- cerate p le qualiaueano cooperato alla* vcci/ion
degli Ottomanni f e finalmente per riportare in Collana tinopoJi colle
fpogliedi Cipri'la^ pellefiimata daSelim vn Vello d! oro , perchè auca la
Repubbiica-j^ perduto- vn Campione eccedente ogni preazo .. . Perche ò.Mu/ìafà
rifola di Cipri I j doue. t^8 li retto
d'Oro , <fouc ora Tei attendato fu creduta- fèmpre mai pia torto Reggia di
Venere^ che drMarte> immagini che i Leoni di Venezia dalla Circe del piacere
/ieiio-rtati trasformaci in codardi Aniraaiiv che fidandola falute alla
vciocicà de' piedi penrt* no di sfuggire le faette alate della; mortef cUe i
Capitani delia Repub- blica non abbiano altro di militare cccetta gii abiti'
guerrieri ? diel Bragadinf Coman Jator ' d? eferciti- fia rtgnore^iato dalia
viltà , e dal timore? Voa lai por c/pcr lenza chC’ dallo fcodinento dell' 1/bia
cagio- nato da* cremuoti delle tue bom- barde fi fermò più faldamentc l'ani.
modi Marc' Antoniofdalleterted^ Cattolici affiflc , ed alzate full'aflc dalla
tua fierezza fù folleuata Ja^ mente ad imprefe più alte ? dalla morte di Nicolò
Dandolo d’vnai^ rtefla Patria , c virtù , ed Illuftrilfii' mo pel fanguc auuto
da* fuoi Ante- nati 9 e da to per la difenfionedi Ci^ pri , e dellaRcligionc
> fù auuiuato^ in tal modo alla vendetta giurtifib»- ma^ Digilized by Googic
Ouerù la t{en, t^€iKS(jana . i pp ma, che fèce abbrunar tutta PAfiia per la
Mòrte d’muuracrabili Mao- mettani ? € pei? poco fangue ftct /pargere vn mar di
faugut > e di la- tgrime y cfentirgli vrli nella vaftà inonartfaia
dell’imperió turchefco? Alla propofla di rimetterfi neirar- bitrio del
Vineitorenòn fentifti rif* ponderti €he glianimiiorti allo- ra fi rendono per
vinti y e ogni ra- gion cedono quando non hanno nè mani da difenderla , nè
fpada dà fciorre i viluppi della Caufa ? Per- chè dunque tenti d’ inchinar
l’ani* mo infleffibile del Bragadini or col* le minacce» ora colle lufinghe ,
le quali fono le due maechiné poten^ tilfime , à cui chi non s*arrende mo**
lira di non hauer cuore dì carne » mà di bronzo, ed efler frà gii vomi-*^ ni
vomo folamcnte di nome ì Che fè*l torbido del tuo volto accigliato non hà
potuto: leuar dal petto di Marc’ Antonio la candidezza della fède promcfla ed
al Senato , ed alla Patria, nè la ferenità della tua frena- te ofcurarc la
Veneta lealtà : ftime- I 4 rai Digitized by Google 200 . li^diocrOrOr Fai forfè
colle arti adoperate dallo Spauento^ e dalla Lulinga torre dal cuore del
Cai:ialier Crilliano diue^ outo tuo prigioniere ^ la vera fede giurata £rà
poche gocciole d’acqua nel battefimo di conferuare ialino ' alnaufragio della
vita nel fangue ì- Se le onde dell- Adriatico doue è- natogli han data fortezza
da non elTere rmoiTa.dalia fedeltà douuta^ alla R^^ubblica* : il facro fonte in
cui è rinato non gli aurà conceduta' coftanza dà^non intenct irlicol moK le de*
vezzi > nè-darompcrlì col du-^ ro delle rigidezze ^ fatto fimile all
corallo^ che cauato dall^cqua vie^' più indura f- Vezzeggia pure, mi- naccia ,
e tormenta : che altro farai pietofo , e fpietato fé non dichiarar il Bragadini
Vincitor di te Beifo». della tua fierezza , de* tuoi Jufinga* menti, e della
fortuna contraria^ cioà di quattro Niaiici ? Oigilized by Googl 6mo la
ym:(iana. 20 ii Della Iroma ^ BEnchè.la lingua fià frequente^ ! mente
interprete veridica del» Ja mente>, edeJ cuore, nondimeno nella figura
Ironia è mefiaggiera^ mentiuice ;perchè l*Oratore ligni- fica il contrario di
ciò che dice Il tutto fi eonofee da*'gelli , dalla vo- ce ,e dal modo di
ragionare ciie> palefano per bugiardi la. lingua^» , e*i cuore . Si
viencancora in cogni»* ziondell-oppofitadalia Perfona di cui fauellafi.
Perelcmpio. Ghidi^ cefiediCatiiina , auer amata più delfuocuore-la-Gittàdi
Romacuo:- re del Mondo, dalla quale diffonde^ uanfi gli. fpiriti vitali per
tutt*il corpo del PVniuerfo , mofirerebbe chiaramente dirli ciò per ironia:., ,
cper giuoco . Il contrario ancora^-, s'intende in quefl'konia compofia per
dileggiar Margite slcontrafFat- to> chela Deformità ftupì d*eficr 5^ via-
Digitized by Googic reo; U f^eUàitOì^oi vinta nella bruttezza ; simoflhio^ fo ,
chci'Atfricadifperòcli gencFar Moftri più sformati ; tanrigporan’^ cc , che
Bosotumin craffb iurares^am natumr c tanto paiirofo , che ognileggicr fofiìo di
vento era Tempre' accom-- pagnato dalle grani cadute d( Mar^ gite sbigottito .
V era mente, ò Margitc,>colla tua* vaghezza , fapienza , e fortezza »>
Jodeuolmeffte hai rubati aiSole , a Gioue , à Marte i loro nomi . Se io
contemplo il «uo volto, poflb dire r Parti pure ò Sole dalnoflro Emil^ perio j
c Te non vuoi rimaner fenza- regno ,renz*àmmiratori,.efenza'P cor teg g io 1 u
m inofo delle {felle, ie r-^ m Iti nel Cielo degli Antipodi , do**- ue
troueraialtrofcettro, altri va^ gheggiatori , ed altri lumi cheti- coronino .
Mhi-gite co* raggi fuot d.ira lume foprabfaondànte ai no*^ (b o Mondo , farà
Poggetto degli occhi ,c della marauiglia ,e regne* rà fcnzi Compagno Tempre
Tòrpet^ ro riegl’impcri|.. E voi Apclle cjj
Ouetif h Zcii/i ftemperatc i coJori , appa- Eccchiaccpennclji tele per
ri- trarre vn’c^gic sì bella j, eflfcndo' conuenieiìtccbe da’ Soli della Pit-
tura 4 dipinga vn Sole nouclio dente da ogni macchia , cd eccliffi . Voi Fidia
PraffiteJe , che non in- feriorià Deucalione , e Pirra fape- te animare ì marmi
collo fcarpello^. formate più. Goloflp acciocché fie- no à Margite innalzati ;
e Rodi co- - nofea che*! fino Sole ÌRi mcn vago , mentre d*vn folo ColoiTo fò
mer ite*- noie . Se confiderò la tua fapienza: veggio dal tuo Capo venute
alla», luce più Palladf re Con priuilcgio non conceduto à Gjoue>le hai man-
date fuori fenza dolore . Laonde >ò come gli Scrittori fhrari chiara la tua
gloria colla nerezza dec loro in- chioftri ! O quante penne de* Lette- rati
s'vniranno per fare alfa tua fa- ma leali maggiorile più robufle ; il che
giugnendb in Terre non co^ nofeiute fi rida de’ termini d’Èrco- le 9 e di Bacco
f La tua Fortezza è; ^igrande/ che nonconofei altro ti- I 4 more. — ^ : ■ z jd
by zo4‘ Il Fèllo more faluo jueJlo , che apporti tuoi Nemici . £ perchè tutti
hanno sfuggito il paragone, ed il combat- ter teco , quindi è che tùò Margitc
puoi ben contar mille vittorie , niuna battaglia . Ironie limili pungenti , e
moiS' daci potrebbonfi. aguzzar per tra*^- figgen Luterà , che fi facea chia-^
mare Appoftolo , e volea vn* al* tra vita coll* ©fiere animato ncV .marmi da
quel] i , che lacerando i- raffi col ferro , ferifeono il tempo eia morte : e
vantauafi di giouare; al Mondo coiroperercoll*efempio>j e colia penna;; ©
pure in tutto men- tiua : perchè in verità fii Lutero vn> Lucifero noue Ilo
, chc pofcil fuo* feggio neirsAquilone : il Dragone 9^ che aurebbe tratta non
la terza par»' te ,-mà tutte le fieli© ncll-Inferno fé le forze rifpondeuano^
a’ defiderij facrileghi ; il* turbine che atterrò' noni! palagio di Giob,mà4
Cieli di> tante Chiefe magnifiche ,fdoue an- cor di giorno rifplendeuano4
giiifa ' iifieile I^fane $ e lumi non mai { C»or^ Digitized by Coogle OuerolaKittùFeneziana",
lof fmoraiati , mantenuti dalla pietà fempre acccfa nel cuor de* Fedeli ; quel
ventus^vrens , che difeccò i fio* riti Giardini d’innumerabiliMoni* fieri? doue
le Virtìi-riftrette con più largura pafleggiauano , edondel’ Amor terreno era
fiato sbandito dairAmorDiuinoche neraCufto- de : vn fuoco >' chediuorò molti
li-' bri degni d’efler conferuati frà ci« prelfi a’ quali perdona la Morte per
eflerc amici dcTepolcri : la Idea da cui potea prender la forma ogni vi- 2Ìo :
il Banditore infame delle leggi dcirinfcrno :■ e finalmente lo Scrit* rorc
deteftabiie de* libri non fola»* mente lotoicnti r come Tuona il no- me di
Lutero màpefiilenti> fi eh è' TAutore fii mcritcuolc del torchio da cui
folle fortemente firetto , cd infranto* Io mi afiengo dal porre PeTempio
dcirironia centra taPErefiarca, ac* ciocché gPignorantidelPArte-9 chè
inrcgno;&della vita maluagia diLu^ cero non penfino che io lodL quanr
daartificiofaaientelobiaiiinailì .. Digilized by Googlc 2o6 ’ tlVellà Pór
Poppofito colia mcdc/im4 Ironia , colla quale fi potrebbe de- primer Lutero ,
polfiam fiiblimarc' la fedeltà dei Screniffimo Domeni- co Micheli> il quale
Condottierc di‘ « dugento legni Veneti fi? era vnito> ili’fora'c Ve di
volere colle armi con- federate de* Cattolici al racquifio di Terra Santa
profanata da'pofleii- fori Maomettani : eirendodifdice- « noie che*] Ciel della
Paleftina douc ebbePOricnte, e POccafoil Diuin; Sole folTc ingombrato dalla
Luna Turchefea^ , crucciofa che altrò Pianeta vi rirplcndefle .Stanano al-
Pafiedio di Tiro Città, creduta inefii pugnabilc dalla fteffa Fortezza , i*
Principi confederati quando la. leggerezza della fama , di gran pe- fo negli
affari della guerra fparfe perPefercito , che P Armata Vini- ziana vinta dal
tedio della guerra e d*Vn*àfiedio silungò , edimpauri- ta dali'efpettazion del
foccorfo vt- cino», meditaua pi£i. torto la j6jga „ che la partenza >
aiutata dalle aJt> del vento , delle vele ,> cdel Leone., Icoins ^ I
Digitized by Google eumU ^ett\ f^enexjana . loj I compagni delia lega > c
de* traua*- gji temendo , col ritorno4c*Vene- ti non partilTe la Vittoria
datCami- po Criftiano , fparlauano del Mi*- cheli, perchè'eflcndo quafi hcl
por*, to del ripofo dopo tante feticke , volcflcfar vela , c laftiarli -frà le
tempefte dVna guerra perietylofa . Untefo ciò dal Micheli ’v^llc mo- ftrarfi'
ben corredato di v^irth • cCi principalmente di fedeltà ; léonde-^ sforni tutta
la fua Armata 4àgìì redi naual i ,c marinarefclii, d'anco^ re , di vele ,
difarte ,<c d'ar.nH ; e di^- polirò il tutto nelle mani dò* Colile- gati per
pegno del lai ftia^ede al lora fliinata fermiffima quandò videro* tutto ilnàu
ilio inetto alla nauiga^ alone , ed almouimentò . Or com^ mcndiamo quefto fatto
oolia^pre- lente Figura . Certamente ò' Principi pièni di 2elb , e di valore ,
raucr votaci i le- gni di tutti gli arnefi e Fornimen- ti, è fcgnoche fi
è/pogliatod-ogni fede , e che le promefle fatte dar Micheli loao icci voto » e
che dal*» Digitized by Google ^ ti'F^hiTOlroY Ija iBobilità delie acqpe appre/e
ad' e0er collante folatnente nella, leg- gerezza . Il voftro Campo reUerà^
debilitato-, fneniacoj e vile per la^^ perdita de* Lioni ,.cioèdella forza
edeila generolicà .. Non temer piCi^ ò foriilfima.Citta.di:Tiro della tua:
cauiuità>. mentre le nani non haa- no più rarteda legar l'antenne ,^nè:
gopaonc.da;teuer l'ancore .. Or orai parti ila forxuna prolpera dalJe^.' ieb
ici e C ri 11 lane , eh e lono amma ^ nate e riftrettc le vele per noa*»^
prender pili vento * il quale feccia^ ' volargli alberi.perl*eJemento dell*'
acqua .. Correte à Saradni à-portar' ioccorlò nella Biazza aflediata li^ curi
d*intromctterio,;Chc*I Dogc;>. Veneto vuol ritornare al.CieJ natiV uo fenza
la' prouuilìone neceflarià alla nauigazione , e alla vita . Bugr giteò
guerrieri vnicidi fede „ e di; volontà, dalirimpugnazion^ dellk&4
Cittànimica fenon volete voiflclfi: cUcre gli alfedìati da vn- cerchio
foltiiiiino di Barbari ed clTere il centro delie iaettc> e deiBahe Digitized
by Google gu ite re/cmpio del Micheli , che> per elTerefpcdito alla fuga hà
fen- dute immobili ^ edifadatceleGalee al viaggiov In que(l*amplifieazione
fi^cono^ fee apertamente il contrario ^ norn clfendo argomentodi paura r nè dr
mancamento di coflanza , e di fede difarmare il nauilioj anzi di brauu-' »a » e
di lealtà-compagne indilfolu- bili nel petto del Micheliv che me- ritamente
auea il cognome dVn^j Arcangeio Campione fidàtiiilmo ih> quel combattimento
celeile y in cu i iucifero e gli altri Spiriti ribel Ji perderòno in vn momento
quella gran giornata campale y e la /pc-^ xanza di mentar la battaglia ». CAPO
VII. ^ila VreurìT^jont ^ MEttiamo in vrolàPreterizio^ _ ne quando diciamo di
nonu voler dire , e di voler paflàr fotta filenzio quello che più . francamene
te. Digitized by Google xio H VeìklfOirO r tc^ ccopiofa mente narriamo fendo
fimili à Batto quando afFer- mianìo d’éflerc Arpracrati , ed òf- feruatori del
fiienzio Pictagorico y. che dee ftatìziaré frà le llrfettezzc:^ dc’chioftri , e
1* ampiezze dclltj^ Rcggie , fe i Rè , ed i Mònarehi medicano imprefe da effér
celebra- te fino alla^nchezza delie lingue dituccii fecoii . Fermiamoci colià;
Preterizione in Galuino c trapali fiamoJo colio flilc dell'Oratore. Pe* rocchè
queft*cmpio Erefiarca fliniò perduto quél giorno , in cui nom nuefle aggiunta
qualche ferita allè: Chiefa > c iègnollo cól bianco quan^ do vide roffeggiar
fiuouo fzttgùt' grondante dalle pia^e dé^edeli ; Io non voglio raccontare ò
Cai- nino , il qiiale porti Pvbbriaèhez^ za , e*l vino nel nome che per ope- ra
tua pubblicamcte ar/b là Santità neiriminagini abbruciatede’ Santi; che nelle
Ghiefe Teatri di melodia, e di concenti co* quali fi placa j e€ addòlcifcelà
Giuft/zfa Diuina fu* roafcntici anitrir cauaJii : che nelle blenfc Digitized by
Googl Ouero a^r t Men(e facro/ance degli alcari'dou^ colia efficacia delle parole
Sacerdo- tali li trac dai Ciclo noti la manna ^ mà lolite Ho Iddio furono
apparec-' ohiati profani * ed empi; ebaniti*' ali’Erefia: che'l Dinihiflimo
Sag’ra-^ mento cibo degli Angeli fii oatO' con abbomincuole facrilegio a? Ca-
ni , che d’altro palio noncràn dé- gni fuorché delle carni degli Ercti-^ ci.
Tralalcio le ribellioni de* Popo- li centra ilorodcgittiini ',Srgnori cioè
delie membra còntì^‘ i- iffioi Capi cagionate dalla nouità' delia tua
dottrina^ò perdir meglio igno-' ran^a , c da* tuoi maluagi configli co* quali
erano inftigatc le genti à tor via ogni legge Dfuina,cd Vma- na , per non
foggiacéirtèi Dio^jJ nè agli vomini,* mà folamentc à Luci- fero « che
sprofondònclPabilfo non* volendo abballarli à riucrirper fuo Signore vn Dio che
fì douea' vma- narc . Non ridico la difeordia pplìa da te nelle Città , nelle
cale dc^pi- tenti ,e degli amici , dilgiugntndp’ gli vaiti per legamento dì
fangue / * Di j;:i2ùd by Googk Ityelfoé^Or&, di fede>d*amicizfa9 e di
Patria^ per* chèJa tua Setta non. altrimenti ac^ coppiar il poteà iè non col
fepara*- mento de^li animi • 1 disfacimenti: delle Citta, le difolazioni de’
Rear mi. & i difertamenti delle campar gjne fi tacciano , mentre ognun si.
che J’Ereda è accompagnata dalla' folicudine ,, nè in altra maniera^ vuoi efler
celebrata, che dal iilenr zio rpauenteuole latto dal terrore^. E perchè
parrebbe che io folli fiato preifoiecatadupi del Nilo dor ile gli abita tori/bn
lordi ,,fe io non lentirn fi rimbombo ancor durante della fòmanifìmai
vittociariportar ta.da; Cc. ttQilici coilegati.neliconir battimento nauale
attaccato colle fur ie.Ottomanne ^ vferòJa fuddetta figura nel deferiuer
folamente il pr imo conqua flb de* legni . tnichefT chi fatto dalie Ter
Galeazze dclla^ Repubblica; delle quallcraCapir tpno Francefeo Duodo ;icur
aliena do sì fei /cernente principiato >;ipoa. ragione fi: può a feria ere
la metis deli'òpera j cdèll*impre/a > nella^ ■ Digilìzed by Googic Vuero .
iìj quale ili qiiafi affatto Alenato il Gc« rion della Tracia dalle fpade di D,
Gio; d* AuAria , di Marc'Antotìio Colonna , di Sebaftian Veniero Gc^ nerali, di
Francefco Duodó , e d’al- tri infingi Capitani, i quali fc aucA fero profeguita
la vittoria , aureb- bon vedutigli vitimi tratti della.» monarchia cnrchdca
ychè ancor al folo nome pàuenta di quelli gran(^ vomini maggiori di. Archimede
; perocch-è fenza porre il piè fuor del Mondo lo fcoflcro colla potenza.»'
deirarme. Perchè non hò io nè la voce -di Stentore , nè le cento bocche della
Fama, tralafcio di contare gli effet- ti uiarauiglioli delle Galeazze macchine
ftupende , & orribili , c fuobiliMongibeili» che fenza eoo* fumarle
vifeere, continuamente aa« i^entano fulmini , c co’ fulmini mil- le morti ^ Nè
mi fermo à narrare il treraor de’ barbari palpitanti , c commoflicomc il Marc
agitato da remi , e gii ftendardi da’ venti : il pallor deila faccia difegnata
dal color Digilìzed by Googic 2.1^. ttP^elhitOrai color cfclla morié, la quale
rappre^ (èntaua i Turchi morti prima del morire,: la dubbietà de* Capitani.
Qttomanni fs doucflcro fuggire , ò combattere , mentr*erano accertati da tanti
f^ni infaufti ,, del riufei- mento infaice : la confu fion de Sol- dati ,
a*quali,parea di ritrouarli in vnCaos:: lemaledùioni dateallo*- xo Macometto
ferendo colla lingua ^uel fallo Profeta :per cui lì erano eQ^oftl a' colpi mof
tali,, ed ineuita- .bili . Nè meno voglio delcriuere la iuria colla quale da
prora , e da poppa , dalcorpo, e da* lati rèinpe- ilàuano que* legni ùni furati
colle artiglierie, contale continuaaion di tiri ^ e con fracaflb si orribile ^
che credeuano vicendeuolmentc fulminare or la Terra , ora il Cielo. , ouero
generarli i fulmini dentro alle bombarde , Icuoterfil* Vniuerfo^ , ed elìère
^rig jonati i venti , i quali fofpigaeuano le nuuole del fumo nella
faccia,tiencl- le naui de*nimici , acciocché non vedeliero la morte , nè la
cagion del à Digitized by Coogle Ouero la I{en, Vene^4na] % f 5 del morire , nè
Tap^lfero doue voi- gerfi per isfugg/rJa . Megiio è noa far menzione di vcJe ,
c d*JnfegncLf farciate ^ di traforategalee, di Combattenti, ò morti, ó mortal-
mente, e miTerabiimente feriti, di remi, d’antenne, e d’aiberi , fpezzati da
impetuoiìflimi cUpi del cannpne fraica ffauano, c sfraed'* lauano c ciurme, c
nocchieri , e fot- dati, e capitani tradhi da' loro le- gni, da* cjua-i i h annichi
iaua l'atsaa^ «o della gente non tocca dalle pal- le: come fei pini , e gli a
beri tur- chefehi fo/lero collegati a* danni de* mede^mi Turchi . Si taccia
dico tuttociòrperchè parrebbe, chef' Oratore ó Jpcrboicggìaffe , ò fin- gere
come Poeta , E parcanche-> da vn finto aggrandimento non A parcggerebbela
verità delia gran^ ruina incoininciata dalle galeazze; dondeoriginoffi vn fine
gloriofilfi- mo della battaglia , e delle fatiche ; . ed li principio
dell’onore immorta- le acquifiato da* Veneti, ed vn’eier- 130 feorno riportato
da* Turchi , de* quali Oigitized by Google zid cTOrOf quali tanto fangue fì
fpar/è> cheai^ rebbe (oilenuta J’Armata , fe per ventura leccato fi fofle il
Mare , in cui tempefta maggiore non prouè mai i’Qttoxnanno • IL SoficHtas;jcne
, Oratore fuole alcuna voltate^ I ner fofpcfi , e dubbiofi gli Vdi* tori 9
edopo foggiugnere qualche cofa non afpettata 9 ò grande , ò .piccola 9
ÒTÌdicoio/a« ò Jagrimeuo- le ; e quando fi ciò ù. la hgura So** tentazione •
Potremmo adoperar la Sonentazionenelia prefadiCri^ ilo foilegnodd Mondo ^ Efce
di notte vn’empia ma&ada jìimicadeila Juce • Porta nelle ma*
niaccefefacelle ^ perchè que* lumi ccldli non vogJiono rifplendere in ieruigio
della fceleraggine V*è Giuda per guida yche conducei Sol- dati accecaci dal
furore , e che non veggono il rentier noto , c tame-^ volte Digilized by Googh
X)ueròlal^ett,Fene7ikHÌ''. xij vohe caJpeftato . L’afìc , lefpadc t
gliarchi,lcfaettc,IefromboJe , i baftoni, e le mazze non j7paucn- tano tanto ,
quanto da» terribilità del volto non d’altra armadura-, guernito, ehc
dell’orrore natiuo • E perchè falli vn’apparecch lamen- to «ì grande ? Forfè le
fchicre van- no ad alTalir qualche Rè ^ cke^ vicn di notte per ifpianar Gerufa-
lemme 9 c recarle l’vltimo giorno « c fommergere il Sol della Palcftina in vn
mar di.fanguc , e di lagrime ? Forfè inuianfi contro a qualche-? Città
ribellata per diftruggerla del - tutto lardandole le pietre per lapi- da
fepulcrale? Forfè torreggerà di nuouo qualche GigàntcFiliHeo ri- foluto di terminar
la. battaglia quando non i^Herà pih Soldato ve- runo da e Sere vcciCo » c la
vita farà «bandeggiata dal regno della Giu- dea i Gran cofe.pcr certo fi volge*
ranno nellrmente di ognuno cor- rifpondenci alla orribilità delle.? fchierc .
Efercito sìlìero , edam- maefirato nella fcuola dellaCmdeU li tà. ic 21»
llf^dto£Orol tà> ordinato dal l’Orrore ^ aauam^ pantc per le fiamme
dlnferixo» gui« dato dal Tradimento > m^cia coo_s patii da Gigante inuer/b
vn’orco non per abbatter Tiranni , Fortcz-» ze j e Tifei 3 nià il noftro Grido
3 quale da Leone di Giuda che egli era è diuenuto vn*Agnd!toj &eflèn? do
Gigante lì è oltre mlura impic*» colito,rilcuando i^omo abbaflàto, e
riimalzandolo a 'maggiori graa>* dezze . L’aucr nominate grandezze mi fa
fouuenirc deU'atto magnanimo del Doge Domenico Micheli /opra menzionato 9 il
qualericusò il tito^ lo di Rè , ed il rea me delia Sicilia offertogli da que*
Popoli , che io celebrarono maggiore del grande.-». Aleffandro , mentre il
Macedone-# donaua Città , e*l Micheli ridonaua la corona già data : facendo
dubi- tare chi auclTemoft rato animo pih reale ,i Donatori dello Scettro , ò’I
Doge , che lo rifiutò ; e dimoftran- do alia Romana Repubblica , che la
Repubblica di Venezia aueua an^ cora Oigilized by Google OMroUR€ttyenc:(ima ,
coraiTuoiFabrizi; contenti d’cfTcr tenuti degni dcJl* imperio nella eoa-*
dizion di priuato . Q^edo fatto che donrebbe orna rii con tutti i colori della
Rettorica nelle carte , c dalla Pittura nelle tele, farà efpreffo dal-* la
figura Sofientazione . ^ Quali dimofiraiize d onore noit^ ricusò nella
Siciliail Doge Micheli Sole de* Capitani nel ritorno fatto dairOricnte co* fuoi
legni v ittorio» fi carichi di merce gloriofa inficme, e di fpoglic ? Ognuno
immagina che quel Capitano , il qua le col pe- fo dell'arme /ue incuruò più
volte ralterezzadc*Saracini non volefie Archi trionfali piegati , ed inarca-
ti; chc'non accetta tfe tornea menti , cgioftrcdoue con finte battaglie fi
combatte , auuezzo à veder zuffe vere nelle arene di Marte : che ri- gettafie
ozioG fpettacoli il nobile Dirpregiator della quiete , e l'ama- tor delle
fatiche : le pubbliche alle- grezze TAdducitor d'eterno pianto a' Saracini ;
raccompagnamento dellaNobiltà chi era fiato cinto dal- K X le lad le folte fchierc de* Barbari dirada tc
dalla rpada da cui era fiata aperta la via al carro del (uotrionfo.Azio* ni
piìi gloriofe s’afpettano da vil^ Principe , cheeflendo il primo del- la
Repubblica voirefierc fuperiore nell* opcrazion delle marauiglie Non accettò
l*aiToÌuxa Signoria della Sicilia > nè lafcioin piegare dalla violenza
dell'ambizione ^ nè dalle preghiere; la doue molti per la cupidigia del
dominare falirono al trono fopra tanti cadaueri di gente vccifa , che quafi
perderono il titolo di Rè non rimanendo Po- poli da efserc fignoreggiati. DeUa
Snbie:iime^ QVando rOratore fà qualche interrogazione à fcllefso, e fi rifponde
, sfacendola ad altri , ò parlando con efìi non afpctta la rif- polla j raà
immantenentc lafoggiti' gne , formala Subiezione : della qua- Digilized by
Googlc OtueroUl^ètÈ.f^enè^àna, quale daremo vn’efempio in Ero* de;
incuicoJnafcimento diCrifto nacque fubitamenceJa paura , da gelofia dello
Stato: aquile, ed auol* toi della Reggia , c del petto del Rè della Palcftina ,
benché non fof- fc ancor diftefo per li noue iugeri di Tizio > nè legato con
Prometeo aH Icrupi del Caucafo men duro del f uor d*Erodc • , : Perchè veggo la
tua fronte offuA cata ò Erode , mentre inBettelcm^ me anche di mezza notte il
Sole ri* fplende ? Temi che’J natale d’vnJ. pacifico Bambino intitolato Prin*
cipedellapace debba far riforgere le guerre , e le difcordie già fpenté t Odia
lo-llrcpito dèlie trombe , e de* tamburi , c gli vrli degli cferciti af*
frontati chi eficndo la Voce , el Verbo delPeterno Padre nafee nel filenziodi
tuttcleCrcature . Temi di vederlo vgualmentc armato d* acciaio, e di fdegno
cbntra Gei u- falemme ? Kionè^atta la tenerezza delle membra àfollenerc il duro
pe* fo degli elmi , e degli vsbsrghi. Du* K 3 bitl , il y cUo^Orù , bici che
fatto grande non voglia fa- Jire ai! altezza dei tuo Trono con y ioJenza ? Non
coglie l reami ter* reni chi ^ abbbandonò di prnpìa ^ volontà il regno del
Cicloj nè ccrc^ le Signorie altrui chi non appreg*^ zando il fuo dominio hà
prefa il contralTegno > e la condizion di ^cruo . Le fteUe comparfe di nuoua
nell aria a u ranno perauuentnra ^ turbato il eh iaror della tua mente r perchè
le credi òComece Prefiche , le quali piangano le mottidclMon* do colie chiome
tiifciol te , ò le Himi fiaccole funerali per la fepoitura^ f Sappi efler nuoui
occhi aperti ^ dal Cielo cariofodi rimirar pienamen- te le felicità delia
Paldtina . der nouelliRè venuti dall 'Oriente^ c dalla culla dei Soie a quella
del nato Fanciullo ti parrà iniàuito an* nunzio , ed augurio» c che predica
diminuimcnto-d'lmperio ? Aurai nel ruolo de* tuoifudditi il Monar- ca
dell*Vniuer/b >e Iddio a cui è de- bitrice tutta la Natura ti pagherà il
tributo « ' Darò Onero
UHjstt,Ì^ene:^iana, iz^ Darò Jucc più chiara • , e aJla fi- gura* e a* Candidaci'ddJa
eloquen- za facendo vedere vn'aJtr'efempio della Subiezione col porre auaoti
gli occhi vno fenz'occhi , Arrigo Dandolo, gran lume della Patria , accecato da
Emanuello Imperador de* Greci con infocatibacini , men- tre queglicon giufto
ardore aringa- na come pubblico Ambafciadore , cd Oratore à fauor della Patria
, ri- chiedendoil tolto fraudolentemen- tc nelle guerre pa fiate , e ritenuto
> c negato a* Mercatanti Vin/ziani ; che aucan prona to più fedele , Hien
ingordo il Mare paragonato alla dislealtà, edauarizia diEnaa- nuello , il qualeà
man falua , e fen- za pericolo auea rapite lericchez- " zc guadagnate da*
Mercatanti di Venezia in molte battaglie fatte-* con tuttigli Elementi , e con
tutti 1 rifehi più pericolofi . ■ ’ Sci Emanuello vn T irefia (c non
neglrocchi,aimenofieinntelletrof ed hai nella mente la mezza notte ^ mentre
penfidi kuare al Dandolo K 4 il Dk ii*Sole delle allegrezze togliendo^ gli la
luce degli occhi che fono i due Soli ncUVouiOi Giubila il Dandolo mentre mette
in chiaro, che la Pa« tria gli è più cara degli occhi > de? | quali
volentieri fi priua . E vero : non vede più nel Teatro dellaNatu^ ra la Scena
delle cole lempre varia r c ferapre mioua f ma è felicità il non- , mirargli
Oggetti cagione che gli j voiiìini foueate fi tramutino in £ra«^ i eliti . Non
perde già la beniuolenza de* Aioi Cittadini ora che non hà più fperanza di
riuedere il giorno*' Tù fai che 1* Amore amato da tuttfr è cieco , e
rendefimili à fe i Tuoi Se-^ guaci. Non vagheggerà più Ja molr titudine degli
amici> nèÀrà riguar^ datoF del Popolo nel ritorno allai^: Patria : mà farà
onorato fpettacola' della Città-j la quale diuenteràvn^' Argo per. rimirare.
Arrigo , che-> fempre riguardò Ponore della Re-» pubblicaci il comodo della
Città 9 e Pvtilità de* Cittadini . Saràmentre 1 viucj ricoperto dal velo della
not- te ii> naà quelle ipcziofè. tenebre ac*^ Onero U f^eneT^iana', i ci*efceranno la luce
alla famiglia il* luftrinima , agli Antenati Chiarini-» mi , & a'
dirccnclenti ne* quali fi i trasfonderà col fangue la chiarezza deriuata ancor
dalle tenebre , l' ondeggiamento de* nofirr penficri ,e la diibbietàdeirOratore
irrefoluto fc debba-parlarc ò tace- re , à qual partito appigliarfi , e fé lo
debba decidere , ò lafciar pen- dente ; Qiiefia figura fi è allora pib vaga
quando non è fchietra, nè pu- ra , ma mifebiata , e per dir cosi in- neiiata
nella Subiczionc ; in quella guifa che.i Compo/H >,ediMifti fo iientemente
fon -piu belli , e pregiar- ti de* Semplici . Premetterò in pri- ma l’efempio
diquefta figura ,-mà comporta lodando il Beato Liuigi Gonzaga della mia
Compagni^ Giouane purilliinOfC cheparue vna € A p X. Delia DubitaT^one-,
Ortr/àrao collà Bubirazione K j So- Google r livello £ Orty , Saftanza
incorporea > eiemplfclA fiina . Qual VirtLi principalmente deb- bo io
raccontare di queft* Angelo terrcftre ? Sceglierò la fna Miodc- ftia, la quale
fempre gli tenne il ve*» lo innanzi agIIocch;i,e perciò^traea gli occhi di
tutti à rimirare vn Già- uanc guidato lìcuramente da vna- Guida benché bendata
? ma la Pu- rità , che donogli per iniegna va bianchiffimo giglio > ed
èTemprc mai Compagna della Modelìia non v«uol eflcr dilgiunta nelle Iodi. Om-
mettendo queftedueVirtà, darò à diueder la grandezza deU^animo maggiormente
aggrandito col te- ner rotto il Mondo > difpregiando la primogenitura si
ricca.^mà il Di- fpregiamento » anzi l’Odio porta- to al Aio corpo lacerato , e
Iquar* ciato dalle catene , collc'bocchc di molte piagge Alamcntercbbe dell*
Oratore , fe tralalclaflc la Peniten- za armata di ferro contra la carne di'
Luigi tutta fraca fiata per man* tenerla intera. Loderò la Fortezza, la r
■>C i,U Oum la ^ett. ytncT^a . 2 17 la quale meritò due corone; perchè fii
vincitrice dei Padre fdcgnato > c dclJ'amor nella Madre, che Tacca' irczzaua
: fé PAft faènza , c*l Digiu- no pcfauano feueriflìmamente il mangiar di Luigi
> le pur il nulla ( che cosi poteaii chiamar la picco- lezza del Cibo )
contrappefaua nel- la bilancia del Rigore. Anteporrò à tutte quefteVirtìiTamorc
inuerfo Crifto j appiedi del quale aurebbe voluto mandar fuori dagTocchi il
cuore disfatto in lagrime ; delìde- rando però di ritenere i lumi per ri-
guardareil Saluatorc ; fe l’amore portato a’ Proffimiauea trasforma, to in Argo
Luigi ofleruando dili- gentemente le loro neceflìtà ? Della femplicc
Dubitazione da- rò vn faggio in Agoitin Barbarigo fauiffìmo, c fortiflìmo
Prouueditor Generale dclTArmata a’CurzoIari, il quale fcelfc il luogo pi^ per
ico- lolo nella pugna dòuc queft*Argo perfpicacifiirao , c vigilantiffimo della
Repubblica hauenck) perduto pcrcagioud’vna factta va occhio > K e per r2ff:
. llrèUoà'àìùl \ e per la malignità della ferita ancof ' la fauella: nondimeno
dando la lia*^ gua, c la voce alle mani ^ non rifin^> congedi (d’animare
alla continua-*' zion della vittoria i ftroi Soldati , » nelle braccia de*
quali lafciò la luce* della vita non fenza vendetta ; poK chè.quefli auuiuati
vie & fa’* uigoriti dalla mortedel Capitano s* fecero Scontare a*; Tiirch i
la perdita^ della luce,e della vita con vn’ecclif*' 11 mortale apportato in
quel gior* no alla Luna . . Qual titolo darò ad Agollin Bar*^ • barigo , che
non fu fola mente libe-* • ra le , ma prodigo del fanguc , c del- | la vita
PChiamcrollo Fulmine , che del Tuo furor momentaneo ^ la fei eterni fegni ? ò
Leone che Itimi de- gna corona vna^lìcpc d’afte , c di^ ' fpade,echetrionfi nel
regno della Fierezza ? Darogli^fno me d’Argo , non mai.aftonnato , mcntre collc
lue vigilie recò vn licuro ripofoaU la Patria ; c furandoli’! fonno rubò : le
pàlme, eJefpoglfea’Nemici, c con infaticabile vigilanza prouui-;^
Omota<^eft.yene7^ana , 2.29- dea*bifognidelle fuefchiere? Ko- mintìfollo
Reggitore prudcntiai- mo dèll*àrmata perchè era ottimo ^ regolator de fuoi
affctti? òpure Sol - dato cflcndo il primo à battagliar' Gongli Auuerfarij
^el’vltimoà trarfi : ihprimo à fottoporfi al gra- uiflSmo pefO'dcJle fatiche
> e iVlti': moàrgrauarfenc?^ La perdita del-- l’occhio mi sforza à
pareggiarlo à Goclite-diuenuto chiarillimo nella' cecità : mà J’ardirc
incomparabir k , a* Gefari , a’ Pompei, à’ Catoni, ed a' Bruti fpauentofi aL
Mondo^ perchè di nulla temeuaho. L’auc- re à vile la vita lo dimoftra per *
Vfl*Eroc ineftimabile tmàreffer far condo fenza parlare , e cp’gefti mur tuli
,, e loquaci accendere i foldatii al combattimento lo paiefano per ammirabile.
> 2J0 il . DcHa ^iftribni^ione • ' La
DiftribuzioM partitaracn»* te diui/a , e diuidegJi Oggtt* ti 9 acciocché
diflintamefìce fi veg* gaognì co/à da chi non auendala vifta aquilina y nè
l'acutcaaa ccr- HÌcra 9 non la pcnetraflc. Per eicm- piov fe'l DicitorcauelTc
talento d*il- lufirar quella chiaridima Donael* la di Cipri, la qualecoi fuoco
dato al Galeone di Meeniet fublijmò fiw alCielale neui della purità,e naan^- dò
in aria gl* infami difegni del’ Bafsà , potrebbe à parte à parte di-^ moftrar
lo fpiendore , ci*l Sole de* natali piè luminofo nel tramon- tare 9 che nello
fpuntare : l’età faociullefca , & acerba 9 adulta^ però 9, c matura per la
gloria : la iieuolezza del felfo ingagliardita daUlamor dell’onellà;
lagenero/i- tà dcli*animo , che non temette^, nè’l Vefuuio delle fiamme , nè la
'' toin- Digilized by Googlc ùum Vtnnrjkna. zj r tomba ddJ’acquc : reca- ta à
Tuoi Compatrioti liberanKÌo- li dalla cattiiiità più raotefta del- lo
fcioglimcnto della vita : l’^ac- cortczza ingegnosa ncilo fuiJup»- pare*! nodo
delle mi/èrie per vo-- larfenc alla beatitudine del cielo per vna ilrada
renduta illuftrifli- ma > & additata dalle àrifee dei fuoco . Allora
quefta figura è più va- ga quando l'Oratore alle 'Cofe pro- pofte aggiugne le
fue pr^e » le^ quali feruano d’appoggio al di- feorfo * JLaonde per comprouar ninna
cofa e/Tcr mancata àRoaia> acciocché nell'altezza de* fette col- li foflc
riguarefeta con maratiiglia dal Mondo , potrebbefi diftribuirc il ragionamento
m più parti colla giunta delle ragioni. A Roma non mancò la Fortu - na , la
quale benché cieca é nccd- fùria per guidar Fimprefe j né la Fortezza , che
lafcia prima la vi- ta , che*Ì luogo prefo nel campo ddla battaglia i né la
Pruden- za» Digitized by Google pKeJfóiPOrèr, y che è la bafc i rénzaciii prc^
cipitofamente ruinano le monar<» chic y nè. la Sapienza , che interi'
nandó/i dentro *1 fegreto delle ca- - gioni ; fcuoprc gli effetti piìi oc«»
culti , nè la Eloqtienza chc di’* rozza^gli vomini feabrofi , ed in» canta
fenza magia ; nèlaTempe- ranza^ che legando i fenfi li ren» de piùi liberi ; nè
la Liberalità , U quale tanto più* acqaiffa quanto^ pib. dona^ c col donare
vnagenH ma rapjfce vn* Eritreo .. Rimi- ra i natali di Roma pargolcg* giante
nelle falce, e> vedrai che , la Fortuna difende Romolo , c Re^ mo dalle
acque del 13euére , don* de farebbono vfeiti in proceffo di- tempo tanti
incendi^ di guerra ad incenerir l’Vniucrro j e prouui*- de loro di Nutrice viia
Lupa per lignificar ,xhc le Nazioni pib fie- re doucano fpremere il lattea
dcllc^ ricchezze per allattare i Ro-« mani , Se vuoi conofcerJa For» rezza ^ ,
contempla i -Mnzij co* me mutoli fra gli fpafimi^delle:!, mani DIgitized by
Google ' Cuero Ul^ett, .2^5 mani bruciate : i Curzi;*' che 2^^ GorcianfI la
vita col gettarli nel^ le voragini : gli Orazij , che ac-; cecati nel faito da
vn ponte for- montano al cfel dell'onore , nè perdono di vifta la Patria : Jc-^
delie notatrici nel Teucre, e vin- citrici de* fiumi; come fe Mhzìo,' e Clelia
fi foflcro accordati , Tv- na di vincer l*acque> Paltrodifu- pcrare il'
fuoco .'Se vuoi faper la; Prudenza , offerua quelPauguftif- fiino Senato
vecchio d*anni y e di ienno,.il quale Teppe accoppiare fotto il ^iogo impofio
al Mondo Popolidi coflumi', di linguaggio , odj cielo diuerfii La Sapienza
carr.- peggia nelle Tauoie delle leggi , colle quali- ftt facto Pargine al tor-
rente della Licenza*, eih imprigio- nata la Liberta del viucre. I TuS lij , gli
Antoniji e gli Ortenzij, che ebbero la Dea Suada nelle lin- gue, e co! fiumi
d?oro del dire fe^ cero vedere à Roma iT Gange l’Ermo c*l Fattolo > palcfimo'
fEloqucnza , I Fabrizi.i .J Cu-' r' Digitized by Google tip , cd i Valeri^ ,
che per meri-? tar fèmpre il trionfo vinfero fensr prc la Fame ,.c furomx
accompa- gnati al Campidoglio- dalia Po^ uertà , manifèAaiiola Temperan'^ aa •
1 Pompei che riempiono i teatri di combattenti « e di bere col votar le loro
teforerie;. iMc- cenati y che fpontaneamente/i fan- no tributari; del Parnafo »
ridico- no la Liberalità > colla quak ali- mentarono i Cigni de* Poeti >
che fi mofirarono altrettantoliberali, impiegando le penne > ('*!• canto nel
portar per tutta il mondola^ fama de* Mecenati* ed in far ri^< nare*l non^
glotriofo del Benefat- tore. SebaiHan Vcnicri Gcacrali^- Hio dcIPArmata
Veneziana , epoi Doge Sercni(fimo,tcmpeftagtter^ riera * che 'dnlipb, c
conquàrsò a* Curzoiari tanti legni mrchefchi «lirpergcndoli pér tatti f mari
per fegno della vittoria ottenuta * e mandandoliancora innanz-r come
annunziatoti della Confitta' de^ Bar-^ DIgitized by Google
(fueroh^ett,jrpieiffana . ,^35 Barbari,Jodcfcbbefi dalia fìg^t^ di-
flribuzionein caJgui/à, Al Venicri ncm mancò paffio alcuna per dicbiararJo
CsLpkaiu de* Capitani , ed ^eole^ de* jfgira ; sV che (^nuno di^era di. pareg*
giarJo , auendo polla la meta al valore vmano . Non gli itiapcò la chiarezza
dei (àngue ; mentre leL> iùc culle paruero quelle del Sole tutte compone dei
fior delia lu- ce ^ anzi fiiron piu jumi£p(e;.per la riucrberazionc di taoii.
Soli quanti fiiron gli £roi nad daÌ!*<D' riente d'vn'lilufiriiSmo kgnag' gio
. Non gli mancò la felicità ; mentre ebbe non folatnente collc' gati j mà in
ina balia s Vendi 1 ^uali al fuono delie trombe gtì- lliane venuti anch'elfi
nella bat- taglia (pin/èro il fiimo negli oc** chi de* Turchi , coprendogli
col- le tenebre deil*aria , che doueano recar loro l'ombre della mortc_> •
Non la fortezza : perchè fofte* nendo coi vigor ddVanìmó il pe^ fo degli anni
> c delia età cadea* «* Mri te. Digitized by Google kjif "il FeUo^Orày
tc > e dalle membra ferite , oppreÀ fe con vna mina irreparabile Turchia .
Non la fpcrienza ficu- ra maeflra della vita : cflendo nel Venicri gli anni
minori de cimen* ti aóutj nelle battaglie , nelle qua- li nulla di nuoito fi
tentò da' Nc^ mici , che non fqfle antiiredato da chi era inuecchiatO' negli
affari della guerra . Finalmente non gH mancò la pietà apprefa nel chiù-* fo
del palagio paterno , econdot*- ta ncirapcrto del ca^o ; perchè ferito-inuitaua
i Tuoi foldatià fé* rir mortalmente l'impietà de’Tur'^ chi > cd à fora
mergere ncl-mare^ più di fangue > che d’acqua la Su^ perdizione > acciocché
non mai poteflc galleggiare a* danni dclJit Fede Cattolica». Della
Conciffiofie» ' i Q tVandò l'Oratore concede:> che che.fia > ,acciachèle
coi^. da. Digitized by Googltr Ouerò , f^ene^wi l %ij d/rfi compariTcano
maggiori fi Ja figura Conceflìoae , di citi da- Fouui vn’cfempio in NeFone ,
che concedette à fé ile fio quanto gli dettò il Vizio, neJJa feuoJa del qua- k
tanto auanzofli, che fHpcrò il Maeftro fatto poiDifccpoJo di q^uel Monarca nero
nclnorae^encriifi- mo nell'animo . L'auere incrudelito contro alla Nobiltà ,
perchè Come Tarquinio temeuajchei papaueri nói pareg« giaflero,e fodero cagione
dVn ibn** no mortale , fi taccia. Altri JPrincl-» pi fecero il limile , non
vojendo al^ tra rublimità nelle loro Metropoli^ c ne^loro Regni (e non
l'altezza del loro Trono. L'auer toitaia vita al- le gentildonne Romane , ed à
Ro- ma vna molticudmed'Rroii che-» farebbono nati dalla fecondità di quelle:,
fi perdoni à Nerone. Altri larebbonfi moftrati vili, e codardi Yccidendo
ledonne, perchè auca- no effi animo femminile , nè ba- llante à venire à
battaglia aperta.^ co i Coinbattciici n-cl campo. Sei ' ' . Cr.N V 1 ja tl VtUi^ d*0r<fj Criftiani per
comandamento di >jerone furono efpofti aJ Jaccra- mento delie Fiere ne*
Teatri^ douc videro trafportaca la Libia , cTAr* njcnia, e nel tempo fteffo
sfamaro* noFauidità delle Tigri,c de* Leon tìi,e la brama , che aucano i Ho-
manidi giuochi ^ e di tralfullKan- che quello fii da’ Succeflbri vfato, i quali
fc non foffero flati più crude- li dcllaLupa di Romolo aurebbo* no- perdonato
all’Innocenza di- chiarata colpcuolc per non effer rea di peccato verm^. Se
nell*ab- bruciamento d’vna Città moRròa’ Romani rinferno y e fece in vm_» j^nto
ad vn Mondo di Popolò il fepolcro , e la pira > fi fopporti come cofa
leggiere : Auguftocon- fumò coi fuoco Perugia , pofeia»» dioorainata augufia
da* due Cela, ri , dal Celare di Roma , c degli E- len^enti . Altre federa
rezze più enormi commife Nerone, Moftr® tanto più fdolto , e sfrenato^quan*- to
più era incatenato da’ Vizi; , che ogni giorno trionfauano / fiira- Digitized
by Google 0»mi/4t ^£tt, renella T 2 ftrafcinando come vinto per^laJ via
trionfale Hnapcrador ;cii Robi- nia . Fece aprir col ferro le vilcc» dMgrippina
Aia Madre, che-» erano itale il conile dVn Agliuo* Jo beftiale ; e pofe per bersaglio
del furore il ventre materno ; for- fè fcioccamente temendo , vn altro Nerone
Amile , *ò peg- giore non A generane , dal quale ò fofle Alperato nella
maluagità, à gli A contraftaffc-la palma. . Se vi ho fpauentati coirorror d*vn
Cefare cinto d'alloro^ noru» per difender ia' Patria da* fulmi- ni , mà per
fulminarla, vogliori^ creami con vn Caualicre doppia- mente corona to , di nmne
» edi vir- tù , delle quali /più fc ne conta- no , che non furono i v-iaii
abitan* ti già nella Corte , c nel petto di Nerone. Il CauaJier dicui parlo e
Stefano Contarini, che neila^ feonAtta data al Viiconti nel La** go di Garda ,
fu siffattamente-, ammaccato, e peAo nella tefta da vna grandine di ferro , c
di falli, che Digiiized by Google tlVélloitOrol , i:hc quafi eifendoii la
celata fnca'* ^ Arata nel capo ,, fu neceAario à poco a poco romperla per corla
via . Nè in vn martorio si crude- ' le datogli dalle arme Aie, moArò fegno
veruno di dolore .; onde ri- ' portò -vna feconda vittoria degna di più
.trionfi-, vincendo.fè Aefiò^ fe nella prima . dVn folo trionfo fu meriteuole .
La figura Concefiio* ne fporràil tutto con parole , la fortezza fe mutolo il
Contare ni,. X'auer trasformato il Lago di Garda in vn mare di fangue : do- uc
le membra «tronca tede* nemici dalle mani di Stefano , e dalle,> febiere
ViniziancpafcclTero la fa- me dc*pcfci , .e delle Qjadc vinci- crici , fi dia
per azione ordinaria nd Contarmi , non mai contento, fe non .quando egli
operaua im- prefe oltre all’vfo comune,chc pa- la nouità vinceffero i fatti
mara- iifgiiofi degli antichi Capitani, li io p portare vna tempefia di fa (fi
, che poi gli formaiì'cEo vnaltilfi- : rao Digitizrid by Google t>umU^^eft.
P^ene^anM. A41 mo M'au/dJeo > e Ja rendéffei o fi* jnile al .primo martire
Stefano ,il quale comfeattendo con ammirabil arte ebbe. -per dfpetratorè
dellal^ iiiaéflria il Ciclo aperto > e 10 .Grillo Diaia Macftro del fuó
Campione: > (non meriti. che tutte le pietre il figurino in viue fiatoc
rappre/entanti à guifa.di maìcigno 11 Contarino immobile ncll’oltina- .zion
delia battaglia. L’andar con- tro à móni diucrfe i c tante , quan- t’erano le
varietà cielié armi lan- ciate^non fi fcriuadagli Storici , che impennano ancor
i morti > eli fan volar gloriofamcnte per ogni elima t II non lafciar la
pugna fc non quando le fpade auean per- duto la punta , .c *1 braccio la le- na
, e i corpi le membra da efier ferite , e, le membra^ il fangue da:^ mandar
fuori , confento che non fi narri ; mà il non auere fparfa vna lagrima , nè
I^eflerfi lagnato nel- lo rpezzamcnto dVna celata , la-j quale incafirolfi, e
quali nella te- Ita del Contarmi dalla violenza-. L de* Digitized by Google ’
ti fletta iOrùi de'coJpi s’ianellò> merita che Ste* fa no fi eterni dalie
pchae nelle^ carte , da* pennelli nelle tele « da' fcarpelli ne* bronzi ::
congiurando gli Scrittori :>i Pittori i e gli Scul- tori à lacerare il
tempo, la morte , c Pobliaione; per onorar le feri- te del Caualiere colle
piagJie di •tre Nemici. I. I , , -
t>elU Termijpóne , f La Permiflionc intanto è fimì- le alla Concefllonc ,
che pa- ioii differenti folamentc nel nome, non già nelle fattezze ond’è che
gli Autori difficilmente potendo.- le^ raffigurare , e diftinguere ne*
lineamenti del volto , dicono la«3 Conce ffione auer più gagliardia^ della
Pcrmiffionc , che è . più fiac- ca , e più feema di forze i e fi ado- pererà da
noi contra Ezzelino Ti- ' ran- Oigilized by Googl 'Oueroìa Hett. Vtnezum^ . 24^
ranno dì Padoua y sì fiero % che t Cittadini dcfidcrarono d'aucr pih tofto
nella loro Città tutt*i Tiran* ni vnici intìemc> chc^qnclibJoTi*» ranno , il
quale fh vinto da* Vini? ;2Ìani » che purgarono colla morte d*vn Mofiro la
bella Italia Ida vn'f Affrica mofiruo/à . Se n pareò Ezzelino » che*l tuo
palagio non fia ben ornato fé la^ Morte orribilmente non J’abbelli* fee con
tronche membra « e con te* fchi di morti^efei pure della Cit- tà; riè corri mà
vola fra Saraci- rii, e fra Mori. luì tagliagli or- namenti barbari , xhe
appaghino la tua vifia^ e gli occhi della tua fierezza . SeSa rpada ti pare
ozio- fa, c fenza lume,rc in ogni* mo- mento non fi maneggia , c non fi lorda
nel fangue de’ Cittadini , im- brattala con quellodegli Sciti; nè xeflfa dalla
vccifione infin che non vedi le loro neui rofieggianti , e le montagne minori
degli' ammaf- fati cadaueri. Se non V aggrada^ il pafieggiar quando non è
inter- L z rotto Digitized hy Googlc 244 jSU^€Ìtà(Mro'f » y ifotto da* corpi
giacenti nelle pub- bliche vie ,e nelle piazze nelle_> pianure
dell^Libiaiiinaizane can* lì ck& tolgano hutni il . corfo nel mare .* £.*auarizia
ti ‘fppona ? Fi volar colle .vele le Armate fra gl'- Indiani ^rpoglia: le
miniere deirOr riente , delle gemme, e de’ ;metal- li ;c vota gli erari; dati
dal in . caftodia >ndla .profondità de/ monti alla Noti» icnz’occhi , e dal
Ciclo all’Infèrno; ruba le perle-# della iPcfcheria xlcjquali fonil'efca con
cui. IVngord^ia del Mare .hà pre/i tanti PefcatoH ingoiati , C’ambizione . ti
gonfia i àbbafla-. Palterigit de* Tiranni j mettili fat- to il giogo; ed
i'Nemici della con'» cordia tirino vnitamcnte il car- ro del tuo trionfo , c
delia . tua for- tuna ; rompi le catene polle da .te à molte Città d’Italia ;
altrimenti vedrai , che la Libertà , la <}iia- Jc è' tutta d’oro farà
cagione d’vn fecolo di ferro; ed eflendo cornea il- fuoco, più .fiera
imprigionata-- che fciolta, prenderà per fuoi Con- Digitized by Googlc Ou^ìù
dbttieri i Bruti, gli ErcoJi , ejd f Sahfoni nati nel' gèrmogJiamcrito de*
moitri , & aura’ fecó i Lioni Vi^ ntóiani yche fempre liberi odia ncy
ràltruicattiuità ie tutti alati non poffono veder libera la Tirannia ff
Ezzelino . ^ ’ Al' faraofo Marcella più toiìò moftrato , che dato alla Romana^
Repubblica /mentre la Morte au a** ra coire quel pomo d'oro ancor im- maturo,
nè ben colorito da' raggi dèi Sole; e interamente eolie om- bre mortali appanni
chi /àrcbbel» flato lo ‘fpecchio dèi valóre- a’ Guerrieri ; e con vn furto
mille ne commift libando in - vn Fanciirllo a* Genitori la /J>er^2a-, *èd
à’R'o< ma la pietà, la fede , e la fortc2^ za 5 onde Virgilio qua/i prefago
cantò: ■’ j . ' t i . . \ Puer Iliaca qmftju^ di gente Latincs m tantum fpe
tolietauos ; nec ì{cmulan quondam : .i ! ff llofi tantum Tellu^iaSiìtbìt
lAlutmto ;; Heu pietasiheu prifcafidVs,mm2kq'yheih Dtxtcra; Digitized by Googlc
Jt4^ llf^eU9tr0r§r • à qucflo MarceJlo ,dico , al cut fepaicro
lameii{;euolmente fonò ia; tromba del Poeta 9.potrcbbelI con' trapporrc per via
di Pcrmiifione-» dalla Repubblica. Viniziana il Gc* neraliilimo.Lorenzo
Marcello lul^ mine animato vccifo da vn* altra» fulmine ^da vna bombarda neJJa^
vittoria riportata ^* Dardanelli.E così. Venezia* à penaj vide il. primov
trionfo^ di Lorenzo mà trionfo^ vgualc a molti iufieme , che per-' dè il
Trionfatore ;,la.RcligÌQn -- ài pena Tenti le sgrida. fis^Dìue: della^ Vittoria
>.chc. vdi . •TpiantO:vniucr- ' falc; dell'Amtata ; ja quale^Tòtto la*,
feorta di taK Capitano aurebbe po-> Ao nel dei! della! Luna^ ottoman-' na il
(egao^vittorioTadeT Lione jt Cittadini à pena.mirarono.il lorO' Amore in terra
^ che iubitamente fpari portato dalle: ali» della/ua^ Gloria frale Aeliey che cedettero
iL miglior luogo à: Marcello . . , Efalti pur Virgilio colTaltcz^ zadella
fuaMufa il . piccolo Mar- cello, Gliaflegni per corona voj, P«: Digitized by
Googh Oueto I^ene^ana , 147 perfettiflìmo ternario di Virtù , dcJla. Pietà
>. della Fede >. c del- la. Fortezza . Dica - che farebbe riufeito vn
Guerriero pietofo ver- fo la Patria» mà. nemicodmplaca- bile contrai Barbari; e
che fareb- be. flato. vn'altro Gioue Capitoli* no. col fulmine della fpada ;
che«^. aurebbe. moBrata la fedeltà à Ro- ma. coL nafeonderfi*, ed auuolgerli
fra le fchicrc. de’Combattentr, e collfapertura: delle.- ferite, riceuute nel:
petto ;^che terminate le batta- glie principierebbe la: pugna: col- le fiere:
nelle: felueperfeguitando i. Cinghiali , gli Or/ì ,.ed i Leoni ,, c lafciàndo.arCompagni
cacciato- ri ,, Cerui'j^c. Daini’ meno, terribi- li ; che ferrato nella, tomba
aureb- be chiufì , ed’accccati ginocchi del Popolo Romano per la pioggia»,
continua delle.lagrimc ; e che*l Te- ucre perfegno di compalfionc gli
bagnerebbe, la; fepQltura. colfac- que ; Venezia celcbrerà.il Aio Mar* cello
tanto pietofo inuerfo la Cri* flianità j checoJPArmata chiufelc. L. 4. boc^-
becche del Mare di Codantinopa-* li per foffùczrc il TiraonodelÌa«»t Tracia, c
darJ’alito, elardpira-i zione a* Cridia-ni opprefii ; canto* fedele , che fece
l’vltijno fregio alr la Tua fede col fanguc ; e co* pallo'^ ri della morte
d<iiioftrolla più vi-; ua , e più bianca : tanto forte , che. per atterrarlo
fer uifsi la Morte-»' d*vaa bombarda , tremuoto ,c fuli- mine.degliererpci , e
nàacchinóL^ yfata contra i’ Badioni > e le Roc- che : tanto apprezzato , che
la per- dita d'vn tal Capitano fU giudica- ta maggiore del- guadagno fatto in
3»ia. vittoria. memorabile per data, all* Imperio^ Turche?^ fco x e per la lira
gc d^nfiniti Tur- chi » e per la liberazione di Tei mi- laTchiaui Cridian i ,
le curcatene-^ pofeia inferrar^^ao i Barbari , mif feri auanzi allo fdegpo , ed
alla fa* me ddle fpadeGridiane:.Baalmen* tc tanto amato che come foife morto il
Padre alla Patria , Veae^ zia tutta fuenne alia nuoua della* morte i e
recuperato poi lo fpiritoà . : - abbrii* by Googic 9Hero là Venitimit ",
245? abbrunofit; onde » Marcello colla^' v.ittoria?tolfè il lume allà^ Luna ,cl
colla morte lo. fp-lcndore:à Venè- zia inuolca ncirombra,.c nella not;r te d' V
n abi to ner 01, e lugu br C'u . ^ . X)e/^4 Correi^wirff . . - . ^ ' I « . T
Oglicfi colla figura Còrrezìò^ ne qualche incera fentenza , ò > parola : ’
diTd icendofi-J’Ora tore *, da. cui fi pongono in krogo! del detto altre fentenze
j òpàrok; Perefem» pio ; Ppr hvìYtkmon/amtS'nh p adoro : Non fcefe nò
{nreciprtàdi fèlla ; Cht^ dift mangiai aiUora , Dificnderò vn** efempio della ■
Gorrezionc' contr* Arrio ^ilquale fitidiolfi forte , che*! Mondo dall’erefia
fiia p rèndei!© ài pome , e £r dinom ina fl è A rria npi» non appagandoli» che
vna-Cittài ò vn Regno fofiero intitolati dal nome d*Arrio: la doue Romolo >
AlelTandro , Conftantino > ed 'altri contea taronfi che Roma , Àlefian- L 5
dria,. Digitized by Google ryoe 11 Fello à'Otù ] dìria^e Conftanrìnopoli
ferbaffero ì£ nome de*Fondàtori^ acciocché que* (li non auetfcro Ja feconda
morte^ delia Non fu-Arrioauuerfo alla Reli* gion Cattolica , mà capitai’ nemi-
co i il quale Con. defidèrio facrilego> bramò che tutti i Fèddi aucflero vn
folo capoxhe: dadui fi’potcflc tron- care: auidoempiaincnte d’àuuilup- parfi
con vn taglio fra mille omici- dij , e con vn colpo fra mille colpe . Non fìj
difoncfto , mà la ftefla im- purità > odiando come ferpc Todor de* gigli
icroglifici deirihnocenza , nella* quale l’Afpidò infernale di Arno infptrémit
fpiracHlum mortis col foffiòauucienato . Ribellò le Cit^* tà ,an2Ì le Prouinaie
, ed i Regni à« Dio* prima per fotcrarli pofeia-j piu faciimente a*^Pcincipia*
quali fi apparteneuano perdòppio titolò , e pcF diritto di rangue,c'per ragion
di virtu odiata intalguifa dalmo*» ftrod’Arrio, >com'Arriberaodia- to dalla
Virtìi. Studiò del continuo i libri delia Menzogna i volli dire Digitized by
Google GumlaRttkf^titeT^iana ] dèi Maefira della. bugia » ToJendo* ofcurarla^
veeitl dcb Vangelo , • le. vigilie furono indirizzate à tor- re il Tónno , e
lai quiete, a* Catto- lici ,.ò. pili toila à. cagionare yri^ Tonno mortifero
al! CrìfHàneiimo - inftigando i Ceiàri; à. Graziare i SeguacidiiCrifto ed: à
cancella- re: ogni orma. di. vera fédeed Tan- gu e . . A rriònonibTorrcntCiil
qua- le con va corfo. momentaneo^ re- chi vn*eterno/ pianto j a’ Padroni delle
Ville , e delle; campagne^» ma vn’immenTo Piume i^che.voglia entrar fempre;
nei- mare; eoa vna^ pompa iagrimcuolè’ d*àrmc’nti , e di felucVnon. vna
Voragine i che fi chiuda come quelladi Curzio col- rmghiottìre vn ToJo, mi
Scilla , c Cariddi , delle quali miriamo.Tem- pre la fame ^ noa mai la. fàzietà
i non tremuoto y, che ftuota- per po- che ore* la Terra „ mi che ftia_>
contìnuamente' in moto per iTmuo- uerià fe fofle poflU^ile dal centro <it j
Mondo ‘y nè meno fh vn Fuoco , cliè nel diuoramento d*vn regno L d hnal-
Digitized by Google £naJmente & fazij^ y mà* l?Ì4mmaj<»f.ché' incrudeUi
aacoroLr* coatra- lerccnéri del* \roado con*»' fumato , c disfatto ; nè volle
Ja*^ fciare. ^ fegni dciringorda voraci-*- td . parcndogl f debole , e lento
fu«i- rorc ^udlo cherè^rfermato^dalla^w mobiiità-i delle- ceneri bene nès
Torrenti , nè Fium i , nè Vora gini > nè. Tremuoti , nè Fiamme adegua- no il
mio. concetto ;. raà gli hà^ adoperati .perchè quella, è la Gom- pagaia piii'
terribile dallà» quale iV Tèrrore;:accofnpaghafii^ . t ^*iii vergogno d*auer
macchiato' il candor. delle carte col nome^^ dVn".Arrio , al cui comparire
quali annottò il Mondo laonde correg-*' gerò Terrore c on* vn’altrai Cor-
rezione , neHa^quale campcggerà . iTnome Sercniffimo dei* Doge Se-^ ba diano
piatii,., che portolfi dai* Alèlfandro‘ combattendo per Jadi- flTa di
Aleflandro.Tcrzo gran Fon» teiice nelTaltezza^ del . Vìaticano e. della fortuna
, e Maflimo quan« do fi. trouò nei. baffo della infeli» V , • V Digilized by
Google 0um la \ett Vene^ma ", 25 cita j donde fu di nuouo' /blleua-' tò
dalle penne del Lione Vene-- ziano, che allora più ferocemen- te ruggècontra-
Federigo Jmpe<a- dore , e conigli artigli fquarcjò» FArmata I mperiale di
fettantacin^ que legni ben corredati , ed arma- ti Irtiperciocchèf4opò;
d-effercL^ ftato.acooJto da* Figliuoli della Re- ligione il' Padre comune con
tali onori che Aleflandro trouò Aia- Roma* in Venezia » ed>ij Teuc- re
nell’Adriatico : con tanta pre^ Oezza. lì- fabbricò per comanda- mento’ dell*
Auguftiifimo* Senato^ vna buona quantità di galee con- tra Federigo y che
paruead ognu- no , e maHìmamente aJFlmpera- dore che fodero create. Sebaftia-
no Ziani Capo della^RepubbJica-o* fù dichiarato ancora Capo dell’Arr mata,
colla quale fèp):igiv)i}ierc,. è fconfiflc Ottone figlinolo di Fe>- dcrigo,:
il quale per rf’auere il fi- gliuolo di polltò-, an^i dipofc l'o- dio contra’l
Pontefice^ à cui baciò ’ il piede ,.con grandconore. del zia^* ni j. '
Digitized by Googlc %$4 Vtllo^ étOrùy ^ ni> che auea dì due Capisi gran* di
l’vno. innaJzatodal baffoVe l'al* ero atterrato dal fomìno . IJ Zia* ni che
correffe ,,, e caftigòbtoli'ar*' me la maluagità di Federigo fìa^. onorato,
colla, figura. Correzioi> ne*. Ancora ih vn. fecolo nel quale; gl’Inn pera
dori pregiandofi. di fie* rezza erano Enobarbi di nora^ ed aueano il bronzo,
nei cuore ». lampeggiò. Sebaftiano Ziani Prin'» cipe. tutto d’oro.. Falli la
penna»* fcriua. Prisicipe tucto,di ferro, mcn* tre inclinato all'arme tramutò
l’am- manto^ Ducale nell' armadura di, Marte, e affrontoflì con, Ottone,, iacui
prima che peruenifle ilm- pcrio. era caduto il retaggio del- la crudeltà
paterna ,, e lo ‘ vinfe , e; lo. condufle prigioncin, Venezia»,, nel Ceno,
della libertà,, non per go- dert^e. la dolcezza, màper guftar- ne iamarezija
eif€ndoiegato.,An- cor quando l'Ln pietà, credeuafi in- uincibile aueiido
fugato vn’AJef- fandro dai Mondo , cioè da Ro» ma , ro Fenev^0ia\ i f f naa , trouolfì vn
Scbaftiano pieno di coraggio ; mi corregjgo :;picnò ancor di Religióne ri pofta
da Jui nel Trono dèr Vaticanovirimetten- doni *1 Pontefice che per cagioiL^ d*
vn fatto fi gloriofo.dfedc a* Viniziani •J .polfeflb^ MareL. Adriatico ogni
anno fpofato. j co^ me per contratto inditìnlubile >.e di' tanta durata 9 di
quanta; farà jl mouimento deli'acque , e la. fer- mezza di Venezia . Kè'
terminò la vittoria del ziani colla cattiui- , ràdi Ottone 9 ma sforzò’ Federi-
go : che difli ? cofirinfela 5&perBìa ad vmiliarfialPoatcfice 9 e à der
porre nel porto* di Venetia il^ven- ^ to col quaJeauea^ violeaeement^ feofia la
Nauicclla: di Pietro- , e gixtato il Piloto da quella nel Mar re fortunofo
delle' difgrazie fgonr fiato 9 e tranquillato» dal Ziani^ , t . * Iti , . r . .
, ' • 5.1 i/'!. •. ,': V .'* ‘''‘.. ì3felUi Cmunicas(ione i COlJa;
Comunicazfone domani- dia md ad altri à qual particè^ faf€bi^n(} appigliati;^
qual via:^. terrebbero' fc fi fodero troua ti , ò. fieficfO' ai prefente in
limili cir* coftatìize'.iSe rOratore^lefle in-» dui:teJ^ Giudici Romanità
riuoca* rc'y éi^niiullar la lentenzadi mor? te fuliiiunata ' contr'Otazro
lpirito . vital della Pàtria , pèrche vccife_> . fua forctoV'Ja^ quale
immatura-^ mente piagneà lo Spofo de* ' Curia** - zijgià deftiaatole ammazzato
nel Campo- da Orazio-,* potrebbe int terrogare ique’ Saui i>Areòpagiti di
Roma. dicendo^. . - = . Che a»rcbbe».fattarqualunque^ di - voi ò Giudici , fé
ritornando^ vitioriofo a Roma co* trofei di tre- CurÌ5iZJj , cioè dì tre Anime
gran- di vguali à tre efcrciti fi folle in-- coatrato in vna ,.la qpaJe.fi
Jagnaf? Digitized by Googic Ouero la Kené^ana . 2 57 /è'pcr le palme come
farebbcfi per li cipreffi j e perla vittoria, come per vna Tconfitta ? Non
l’aiircbb© volentieri oCertaper vittima aliar Patria , mentre, daua fegno col
pianto dolerli che Roma noii^ foP* fe à tal facrificio deputata ? men- tre
miraua gli. ornamenti trionfa- li del fratello, come ammanti lu- gubri y e nel
feréno delle pubbli--^ che allegrezze aueartorbido il vol<* to , e mandaua
dagli occhia melH piogge di lagrime ? mentr*era pib potente la memoria dello
Spofogià* ^ento per accenderla alla coni- palsionc, che la vifta dei firatelio'
vino per ifmorzade quell*affetto acerbamente caldo nella* maturità delle felle
apparecchiate a i> trion-* fo ? 11 delidcrar la faluezza dello Spofo era vn
bramar i’eccidio del fratello > e lafpargiraento del pro^ prio fangue ; c*l‘
pregare il Cielo che non cadeHero i Curiazij , era vn far voti acciochè
ruinaffero le fendamenta di Roma. Or da chi' CU- v-oi non^ farebbe/ì tratta^ la
fpa- da Digilized by Googic xjt ìlydlùttOrar da per trafiggere viia crudele ,
che coJ defidcrio era già fatta omici- da della Patria i,e nella Patria^,,
diivoi che auete. l'vrna Adle ma- . ai donde fi è canata, la dinonzia^ alone
della tomba ad Orazio ?; Quantunque fofle, fiata yna voftra figliuola quella,
che. amaramente lamentanafi , anrebbe sforzati voi. ad efierne Vcciditori che.
auete-», per* Madre la Patria ; Dunque per non. condannar voi. ftelii: aifoi
uetc.: Orazio ;.e fi perdoni ad vn Gioua- ue , ad, vn Soldato, vn'ecc.eflb fat-
to nel bollore: deli fmgoc i.dcgiiì annfi^ e. neh ftruor ddla. vittorjia'i.
mentre, le. lagrime. d^rna^Donzel- •Ja potean caminu onere jerifeai da* re gli
animi ancora: pifi- freddi , C: più languidi,. Se vi fiere fiupìti veggendo la:
firada triónfaU' d*Orazlo macchia? ta col: fangue d'vna. Romana , e^ dVna:
forejla. ,, come.fe fofie vna^ nemica Aibancre/ ,, durerà Jamara? • ujglia
vdendo che *i Doge* Anto- nio Veniero Bruto > e MalJio di Digitized by Google
Onero la\etLVent^ma, l^énezia fè mecfiere' in prigit>ne la Tua vita , cioè
l'vnico Aio Figlino- lo per non sò qual’ misfatto: g/cn uaniJe; c nel carcere
Jafciò chcfi fpegnelTc la fcintilia deiia Aia fred- da vecchiaia , e che
ruinaife il fo- Aegno. ibpra *1 quale appoggia- uaii la cala già; cadente .
> Colia •Comuoicaziòne: fporrò- il fatto* del Venicri ,;xhc’ perduto il
Figliuolo nella^ prigione per' ca^on dèlia moleAia^ e del tedioj/moltnctfai yc-
JX) Padre della Patria.^ A chi di^voinon^ fi gelarcblK)- no le parole fu Ic
labbra^nd profe- rimento' d'vna' fentfenza' ,xhc po- tefie ‘ recar freddo: di'
morte ad vit, figliuolo^- il quale mantenefir ac^ cefe le Iperanae , c viiio
ilcalor pa- terno? Chi larcbbe. fi dbror che_> non fcnti& le facttc: dclPamore
allora', piu afièfiàte: quando fi aii- uentano più da ptefib ? Chiaureb- bc
ordinato i che fr chiudèfic nel carcere pubbAcoda;metàidi. feftcf- fo* c
permeflb ch’entra Afe neilao. prigione la Moric,Jaquaicdipur ro Digitized by
Google r ItVelhd^Oro^ ro ftcnto^ e lenfamente vcci'defle affatto -iJ Figliuola
V e lafciafle if I Genitor mezzo ‘ mortò‘?*'Chi fa- I rebbcfi'
mofiratoifleforabileaUeii» I preghiere , asciutto fra:'l piamo de* I parenti ,
e della Citta cieco alla vifta deirocchio piìi càrb^,<^fefi»o nella' caduta
d*vo Gióuanc'da cui la Subliiuità del- Padre potea rile^ I uarlo.? fi pure
Antonior VenierL I quali adottando per figjitfoli tut- [ di Iboi Cittadini : nè
riconofeen^ i do. per fuo il Figliuolo- sformata' j dalla bruttezza del fallo r
nè vo- I lendo nel fu© innocente palagi®- la colpa;.* con<tal’ franchezza
d'a- nimo confegnollo alla- Giuftizia>. colla, quale laMnedefima Giulìizià’-
' era lìatawiolata da -Luigi ; coai 1 qneir‘ allegrezza fegnò- 1* vltimo i,
giorno della vita di Luigi >collaij quale auea notato il primo gior* >
no. della nafeita ; c fece. impallidir Venezia fpauentata dalla ìeuerità |! del
Véoierii , volle - più tofto autre ’frà i ritratti de’* Mgggiori ; la figuita
4cl mortoXuigi r I S ^ OueroUU^ett.Veneo^kna,
vmere più Jung^Tience neJ Figlia©: lo immagine viua del Padre , * . i . ”
si>9WEt(^Ì4^ •' \ ' L'Ecopeia benché non abbia tìè pennelli ji nè colori ,
nondime' no qo-%( parale .rapprefea^^ frbc- nc i ^gai elì^rioridelpQrpp
,>chiC ci dà noti^ia:deli'indoJe della di- (poiìzione , e della inclinazione
altrui . Talora internafi negli ani- mi, e Icuopre gli abiti^buoni , i rei
coftumi , ed affetti celati ,con^ vna profondilfima caligine^ onde feorgonfì
adeinpiutii mediante T- E topeia i de/ìderij di que’ Filofofi , che voleano
vn*apcrtura nel petr to vaiano: oueroche gli huomiaf fodero diafani, e fi
poteffe. dire: Lateat , ^ Iwent . CoilVaiuto deir E topeia figurerò Antonio
fdegna- lo , ' Digilized by Googlc nVetMOrOf to , e furiofo qiiftildo comandò
che ' s'TCcidcfse Tullio ; volendo nel dicapitamento di CiceFone-> troncare
all’Eloquenzala tcfta , e commettere vn’ enorme parrici- dio neli’ammazzamento
del Padre delia Patria, Tralucca chiaramente in Anto- nio il misfatto
macchinato : miP> fatto > che nei lilenzio mortifero d*vna lingua douea
fare ammuto- lir per lo llopor rVniuctfoj am- morzando il fulm ine ► centra •
gli fcélerati ;' priuandoll Cid diRo-< nia d’vn tuono , e l’Italia d*vn fe-
condo<rioue tonante , e folminan - te coll'eJoqucnza . La fronte in-
crefpata di rughe , c difuguàle co- me d*vomo inuecchiato nélla-j malizia: gli
occhi rofl'eggianti à guifa di maligne comete , che li rpengono quando
s'accendono i torchi nel mortorio de’Grandi ; la variazion de* colori del volto
più mutabile del Camaleonte, e di Pro- teo': lo fpeflb mouimento della^ perfona
da vn ternario di furie agi- tata. Digilized by Google ^ueroU^,ett.VnexUn^^
ntata , cda vna kgioa di Baccanti: le mani non mai ferine , e sbattute fra
loro, :ciie pareano di due cor- pi contrari? li difcorrimento con- tmuo perla iàla
dei palagio, diue- nuto Cestro d’yn foi'/cnnato : il pcr**^ cuocere dcVpiedi
nel pauimcnto che lenza tremuoto era fcoflb: le parole non articolate , c
tronche limili à quelle d' vn fanciullo il qua- slegato dalle fafce non«. sa
fnódarela lingua, erano indizi/ man ife/fi della rceieratezza da or- dinarli à
Carnefici , di recargli*! capo mozzo di Cicerone , che colia fola feconda
Fiiippicaauea dichia- rato Antonio il primo fra‘Mollri’ del VIZIO, ei*aueà
mortalmente, cd immortalmente ferito . Se dalJ’Etopeia fi è adombrata la «otte
del vizio , fi Colorì la luce-» delia virtù che rirpiendè in Violi- no e Marco
Giufiiniani, i quali fé purnonfuron fratelli, taJifen- za dubbio fi mofirarono
per la li- roiglianza dclfamore, edella for- tezza , quando nella piazza di San
Mar- Digitized by Google '2ì^4 ‘ ttOra7f • :Marco fatto Teatro della
pugna->J c doue per premio era pofta la li- bertà della Repubblica ,
fconfilTero i Congiurati ^ che più difennati de'.pa^zi , ddiberacameiite volean
-comperare col fangue proprio la icruitù , eie catene alia Patria lem* pre
libera , ed à fé medefimi nati nella Reggia della Libertà . v Lampeggiauano più
per lo fplen- xìor della virtù , che del ferro ignu- do , Marco
VgolinoGiuftinia- ni j a* quali la Giudiziali Tuo no- me auea dato adottandoli
per figli- uoli • Coltuono della voce anima- nano i Compagni ad auuentare i
fulmini della vendetta contra quel- ji chenella pubblica piazza volean venderla
libertà , e la Patria , e_> portare il marchio bruttidimo di i'chiauo nella
Città di Venezia , la quale nemeno quando nacque nel- l’Adriatico volici legami
delle fa- rce per Pamor della libertà. Colla terribilità dello fguardo dauano a
conofeere, che iLioni non erario folaraentc dipinti ncirinfegne del- Digilized
by Google Onero la ^eU . VeneT^t&va l la Repubblica > mà chci veri, ^
buoni Cittadini veramente erano tali . Uiiifocamento della faccffl_>
procedeua dall'ardente carità , che auea infiammati i Giuftiniani , &
agghiacciati i Traditori . L’aggi- ramento della fpada con tanta bra** uura , e
maeftria rotata , che pa- rca per li colpi , e per l’innume- rabili morti
quella dell* Angelé fìenninator dell'efercito di Senna- cherib, era fegno
d'vn'animo aman- te della Repubblica piìi che del cor- po .in cui i’x^nimo
aibcrgaua . Il gettarli fra le fpadc nemiche , co- me fe araendue fofsero di
diaman- te , nè foggetti alle ferite daua_> giulta cagione di dubitare fe
fofl'ej in elfi maggioreil defiderio d\cci~ dere , ò di morire . E fecero tanto
coll-efempio , coll’animo, c colla valentia , che coqfcfsò Vcnce:!a_> non-
efserlc fiati di minore aiuto contra gi’interni nemici di quello che fofse
fiato l'Adriatico contra gli ‘ftranieri . • M • CA- Digitized by Google x66 Myeìlo’^Ofùi DeW
Efclmàv^jow . L’Efclamazionc altro
non è che vn erpreìfion' di dolore , di fdegno ,di raarauiglia , ò d'aitra_>
cominozion d’animo jc allora è più grata , c dilctteuole quando s*ag- giugnc à
ciafcun periodo , c propo- fizione . EccoJ’efempio in alcuni Eroi di Roma gran
Madre di Fi- gliuoli maggiori . Muzio che valfe piii alla difefa di Roma>
fenza la mano, che fe-» fode flato Centimano , pone sii’l fuoco la delira ^
acciocché Forfè- na mon faccia la pira alla Par tria . ‘O amore più ardente
delie fiamme verTo Ja Repubblica-» l Orazio nel mezzo d’vn Ponte non teme due
Fiumi , vno d’Armati , e l’altro d’acque in cui fi getta . O Eroe Oigitized by
Googl OmoUl^ttt.Keiiei^tdna. zoy Eroe da .npn eflcr fomùicrfo dal* racquc di
Letc^ e delPObblmionc 1 CurziochiudeiSdeatro ad vna Vo* , ragine , che yolea
cfterc il Tepol* .ero di Roma . .O v omo degno vd^er* fere immortale, e libero
dalla tom- ba ! Ritorna E^egulo a Cartagine-» .Reina deli' Aflfrica , e della
fierez- za , Q animo reale .! O Capitano da rimunerarli ,con più reaimi ! Spu-
rina col ferro fi sfregia il volto , ac- ciochè la ,fua pudicizia mafehera- '
ta , e trauifata fé ne andafse più fi- cura perle vie di Roma, O Gio- ,uane da
eCscrc trafportato nella», ftrada lattea del Cielo . !. JScipione-i ne meno
vuoi veder la bellezza del- le fue prigioniere , per non efeere-* incatenato
.da quelle ch*erano le- gate • O azione che merita in ri- compenfa flmperio
dell'Affrica ! E acciochè non penfàfie alcuno , che .folamente gli Eroi V
iniziani fieno fiati fecondifsimi di virtù ; foggiugnerò molte virtù mofiratc
dalle Gentildonne -di Venezia nel ' fouuenire a* prigioni Genouefi , e jfì a,
prou- Oigilized by Google OutYO la 1{ett, yerev^am . pouertà de’ Nemici, che
erano flati cagione d'vn* allagamento di fan- gue • O clemenza inaudita !
An> cor vedeanfl gli abiti lugubri , e la notte nelle Matrone bagnate di
fre- fche lagrime, e nelle Spofe per Toc- cafo de* Conforti; e con tutto ciò
allegerirono dal pe£b infopportabi- k delle miferic i Prigioni , i quali colle
Armate aueano aggrauato P- Adriatico aflbiidar Tlmperio > e la Libertà di
Venezia , O nuoua vittoria da onorarli con inufitatr trionfi ì Non lafciaronfl
gonfiare dal vento fauoreuolc della Fortu- na , che più non riempieualeveJe-»
deirArmata contraria ^ O fermez- za incredibile nella Virtù ì Non in^ fultarono
confuperbe parole quel- li , che auean cagionato va liJenzia lagrimeuole alla
Patria per la vio* lenza del dolore . O raodeflia ine- fplicabile, che
raffrenando la lin- gua , colla taciturnità fu Jodatrrce verace delle
Gentildonne Venezia* ne, che volendoauer parte nella^ vittoria , e nel trionfa
, legarono» M ^ colle Digitized by Google 3 jo ìlV' dio ^Oro'y • colle virtìi
rodiote lo fdegno con*' tra i Nemici , e collo ftaporc non? folamente la
Repubblica^ Gènouc- . fe I mà i'Vnmerfo attonito per la-a* grandezza del fatto
! CAPO xviir. OdU Deprecandone- E^Bbe tal nome la figura dettàJr »' d2L*Lztmi
DeprecatiQ 9 dai prega-* re iufiantemente chi che fia à con- cederci quanto
domandiamo ,’ ef- fendo la preghiera trionfatrice di^ tiuci; e mofirando i
trofèi della fua potenza nella Terra , e nel’ Ciclo •• C^ol mezzo dellé
preghiere le Dòn- ne Sabine pacificarono i Sabini , ed^ i Romani', i Suoceri ,
ed i Gèneri^ c- fecero che le deffre congiunte in fc* gnoida micizia fofsero
apportatrici' di pace ; la douc prima recaua no le* ftragii e la morte nella
fpadà, e vo- Ican torre à Ròma« tutti' gli vomi- ni ,fequefta violentemente
auea.** rapitealla Sabina le Dònne: le qua- . li potrebbonfi' Còlla
Deprecazione' introdurre Sragionare in tal guifa.- Deh^ Digitized by Googh
Ouero U Vtnvj^ima . 171 ' I>eh non vogliate ò Sabini , Romani con tanto
fuoco di guerra darfegno.fiìncfto deJPamore chcj. arde ne* voftri petti*. Vói ò
Sabini . coll’vccifiòn de* noftri Mariti Ve- dòuc ci rendèrete . Voi ò Romani
coll’ammazzamento * de*^noftri Ge- nitori ci condannate ad efsere, orfa- ne.
Nonpcrmctcetc che termina-, tala Ute,-.c vinta la caufa e (Ten- done giudiccil
ferro , , abbiam Tem- pre da viuerc; con, chi odioTo ci fa- rà per, là morte
degli Spofi~, ò per quella de! noftri Padri ; che per al- legrezzar pubtflicadejle
nozze veg- giamo i giiìochi-di Marte nel Cam- P^b Romana / che si tofto cambia-
tilo ih ammanti lugubri le velli nu- ziali : : che per voftra , cagióne Ro-
ma'^, e la Sabina rimangano fenz* ^ aromini c noi reHiamo foggette-> a! cafi
pm.fórtunoli..Vi preghia- mo.che le noftrc lagrime vedute da , voi vaglian .
si: che non : m ir iàmo . ' fiumi di' fangue . Se le. armi fono ; fiate prefe
per Panaor che ci porta- te:; lo fieffo amore vi sforzi à de-- M, 4^ por- '
Digitized by Google T.TL livellò d" Oro . j porle, acciochèconofciamo
dfe.^^ vgualraente ci amate . Se le Sabine luron mezzane del- la pace , le
Cittadine Veneziane colla forza delie preghicrc fpmfe- ro le Armate della
Patria , e coile lagrime accefero i Cittadini àper- feguitarei Trieltini , da*
quali fur- tiuamentc con Legni armati acco-r fiatili alla Chiela
diGaftellojdou’e- rano ragunate molte.DózelJe, que- lle furono rapite.Mà fu
breue Talk» grczzadelPanimo: perchìè improu- uiramente fopraggiunti : i Vene-
ziani fecero due acquifti, delle Gio- uani , c de* Trieflini 5 sì che il com^
batter di quelli , ePeffer vinti , p- auer rapita, e perdutala preda fti^ ▼n
tempo folo* Andranno^ ( diceano le Donne dolenti di Venezia ) i Legni fciolti
de* Tricllini colle noftre figliuole incatenate ? Millanterannofi d*auer, .
rubata merce fi - prcziofa a' Leoni generofi di Venezia auuezzi à pre- dar le
Armate piti forti dè* Saraci- ni^c dcgl*lnfcdcli ? Sel*ardor del- * • «
Digitized by Gopgle Oìterù là - la gloria , che fempre fi mantenne* accefo
ne'vofiri petti fràie acque dell’Adriatico : : Se gli fpiriti gcnc^ refi non
fon fuggiti dal voftro cuo-- re coli* allontanamento del vofiro '• fang ue
rapito da* Triefiini : Se 1’- amor verfo le voftre Conforti non : fi può
difgiugnerc fe nonxol taglio della morte , vi domandiamo , che
immantencntepcrfegniiiatc iTrie- fiini , edi Predatori che la fama • del
voftro-arriuo fia preuenutadal volo dell’Armata Veneziana . Xa Patria dogliola
nell’allegrezza de- gl’inimici: iÀlaggiori.vilipefinel** la gloria de’ Vincitori
: i pofteri che nafccranno macchiati ne’ fregi de’ Ilubatori ,,pec le noftre
bocche vi preganoad afsalire ìTriefiini non occultamente , màallafcoperta con
magnanimità Veneziana \ à vincer- li nell’Adriatico , il quale per cTser Seruo
della Repubblica aintcrauui alla vittoria , àritorre , e ricondur- re la preda
, perchè /appiano cfse- rc in balia de’ Veneziani il tagliar Ic.alcalla
fuperbia de’baldanzofi , e M 5 dar Oigitized by Google 274' > ’ dar le penne
alla lentezza déllai^* Vendétta ; . C A P O) xix:. DiU*Ifìtpreca7^tìne:. »
L^Imprecaziónc'i onero Efecra- - zione prega ad altri ogni ge- - nere , ed ogni
Tpezie di malese per- ■ che non hà mani- colie quali armeg- gi i ferifea V
& vccida , nuoce , ed ' ammazza coJ> de/idério y e con que- ' fio è
omicida Coll’Imprecazione défidériamo *, che fi voti l’armeria del Ciélo > e
fi riempia il Móndo di j guerre : che da Eòlo fi tolga Jofeo, gljo > che
chiude la bocca dell’Eo- lia : che fi (carcerino i Vénti Tiran- ni, c fchiere
volanti ddrVniuerfò , • acciochètanto muouano in giro 1*- Atmate nel
laberintodel marefin- chè perdano la llrada, e la fpcranza i d’i/fcirne :
.eiie’lMàre coii’àlzaincn- ' to,/ . Oigitized by Google Ouerola ì{ett. VémT^ana
; i yy r tai c coJl'abbafsamento delle onde: getti nel cielo i hauiganti , eli
pro^ fondi nell*abifso : colli, bianchezza. della, fpuftia; colori : il
;palJol: della morte «nmiiicnte : ;co : j fcogli fac- cia la lapida fépulcrale
; che la Ter- ra ncll’àpertKra dèllc_voragini mo- ftri le cauerne di Cerbero
appa- recchiate ad inghiottire gli fede- rati*; . Coirimprecaaiòne preghia-
moiche Cerere perda l'Oro nel iej» campagneLondèggiànti di bade , ETora
rammanto cempeftàto di fio- ri > BaccOyi rubini i ed i pifopi pen- dènti
ddl'vue. Cóiriraprecazio- ne preghiamo chela Fortuna pre- cipiti dal carro i
nofiri Nemici: che: la Difeordià con vna lègion di furie.penetri nelle :
cafc.de! paren- tii e li disgiunga : il Furore-entri fra i. fratelli che tocchi
dalla sferza fi tramutino in Atrei > ed in Tiefìi : chC; lai Morte, accompagnata
da’ , lamenti , e.dà^prànti colTaricte ab- batta le* torri de' Grandi , e col
poi- uerio delle ruine. cuopra il fumo della fupcrbia:chkleMalattie, e M 6, io
Digitized by Coogle X7^' Il ideilo d*(Xroi lePcftilenzc difcrtino i regni i -c
- ne faccian folitudini . Ne meno PEfecrazione perdona à que’ chc:^ nafceranno,
a" quali prega che vcn» gano alla luce Talpe , eTirefie-» > Margiti , e
Terfiti >ò con più capi come Idre, ò con più forme mo- fìruofe come Sfingi ,
e Centauri ; si brutti 9 che fuperino colla vera de? formità la fauolofa
de^Mofiri-^.* si neri che paian figliuoli della Not? te : che crcfcano lordati
di tanti vizi; , che non-abbiano eguali co cettofcfteflì: che non trouino chi
li riconofca per fuoi parti rchc nel corfo d'vna vita efecrabile, dilono? rata
, & affannofa trouino il Ter-» mine de’Malfattori, e fciolgano il groppo
d*vnaT4*agedia. intrigati^ lima col nodo d’vn*infame laccio nel collo. Talora
col PEfecraz io- ne mandiamo, e.pronuDziamo con- tro à noi fielfi il male,
rendendoci volontariamente Rei , e foggetti alla fpada della Maladizione fc
mancheremo di parola, c di fede. Gon quella figura- li .fabbricano- Digitized
by Googl Cfuèro la ^ett» . xy? quell'arme , auuelenate pofeia dalT rodio
intitolate Dir<c cioè Impre^ jcazioni, fcagliate principalmente' da’Poeti i
come ibn quelle d’Giuii^ dio comra Ibi nome finto dal Poe- ta, acciochè, non
fapendofi , nin- no imponefle ad altri nome side- tcftabile ; quelle
eontr*Erode dei P-adre Bernardino Stefonio della:.^ mia Compagnia, il quale^
ebbe i: coturni maggiori di que* di Sofo- cle per. innalzar la Tr aged-ia ,
colfe tutt’i fiori delllbla , e dell'-' - Imctto,ctoire tutte le perle dell'-
Oriente per abbellirne, la fua Elo- quenza , la quale comparue più ; pompofa
delle Reine d'Egitto ; c. per vendicarli del rapimento fat- to da' Romani alla
Sabina ouenac*- que , rapì tutta Roma colla bdkz: za del dire . Io per
adoperar- giuftamenteJ^ fenz’ ofFefa degli vomini PEfecra- zione , l'vferò
contr' vna. naue di Demoni; , che nell'anno mille tre- cento trentanoue
cagionarono sì. grande accrdcimcntQ d'acque neK Digitized by Google 178' la
Città di Venezia , ,che le Lagn- - ne perduto jal nome , ,vn’altro A- •
driatico nominar, fi poteuano . 1' Cittadini fommerfi in vn mare dii lagrime,
temeano il fecondò nau- fragio dclJ'acque, . Mà i tré Santi i Protettori di
Venezia , S$n Marco, . San Nicolò , e San Giorgio entrati ; invna barca.d^vn
pouero Pefeato- - re,,mà.ricca per tre^tefori cekfUi che portaua , , e. ficura
non.per la_i , fortuna diCefare , ,mà di tre gran i Monarchi deJXiclo non
conofeiu- ti : e fa nifi condurre al porto di San • Nicolò,. fecero innabilTare
quegP ' InfernaJiCJorfari,che voléano pre- dar aJA’Adriatico.Vcnezia , ed il *
fuo VèJlo d*oro a licitai ia ; onde fu- - bitamente mancarono le acque fo- -
prabbondanti alle Lagune > e ic la- ' grimea' cittadini * . Itene ò;
turbatori. del noftro A- - driatico.ad ondeggiare in,vn mare ; di fiioco ,
chetanto v'agiterà.quan- to dureranno le ruote del. tempo, , edei]*rcc'*nira i
Qaiuì: colia: perpe- tuità. dello Ipirito immortale .fienp Digilized by Google
Otiero la i naufragf; eterni fenza la vitia di lito , òdi porco giachè godete
del- le tcm pelle . E perchè voIeuate_> mettere infondo Venezia Sole del-
TAdriatico dciritalia , e deJl’Eu- rópa pfouiate vna caliginofilfima notte ,
nella qualé altro lume non fi mirifé non quello de’ baléni , c de' fulmini
Precurrórifpauenteuolidel * Furore j e della Vendetta . Per Fru- mento .
déll’Adr ia tico ;crefcano le_^ voftre pene à^difmirura fcnza • fpe- - ranza che
fi fcemino; per leJagri- me fparfc fènz'.jnterrópimento da' Cittadini fi
multiplichino fémpre i voftfi tormenti , e tuttod’Inferno:» vnifòrmcmenté
s’accordi àtormen' tar voi , ehc congiurane cóntra.^ vna Repubblica i la qualé
fu fein-’ pre libera , e fciolta , . perchè vnita.; con gli animi de' Cittadini
> e firec- ta co* legami delle léggi fauifiìme . EtìiMaue dcteftàbilc che
folli ri- cetto dè’Móftr j efiliari dall’Etnpi- reo , nè.voleui più. vedere il
capo di Venezia innalzatofrà Tónde > ^ abbi periuogo di ricouero il
profondo/ del. Digitized by Googlf i8o nydh^Oto-s • *iel marc^eiìj airinfcrno
vicinai . tu che lo portafH nel fcno . E fe mai ■ dairAdriatico come legno
floma- cheuolc farai vomitato , diuenti palèo di tutti i venti ; e finito il gi^*
uoco , furiofa mente ti fofpingano ^ nelle punte degli fcogli àxonquaf* iarti,
c sfracellarti . .Ltuoi minuzr zoli fieno confumati da* fulmini, e*l fuoco di
quefti, fia tant*ingprdo , che diuori ancor le ceneri rifiutate dairaltre
fiamme . La Terra in-j cui germogliarono, le, piante per fabricarti , frà le
altte Terre fecon?- defterile Tempre fi vegga ,, nè. fa effer piii. madre ;^e’i
Ciclo diuc» nuto di bronzo le nieghi le piogge per inaffiaria , ed ammollarla ,
ia^ pena d*auer prodotta la materia da fare , e corredare vnaNaue, la^ quale
vn*altro mare portò nel ma’? - re, perchè PAdriatico vbbidiento a* foli cenni
di Venezia ricusò di fommcrgcrc la. Città G A* Digitized by Google OutYola ^m,FmzMna • 2^1
€ . Ì>clP£fìfonma. - - . . L*Epifonetna
è vn detto deriiu- to,ouero vna confeguenza^ rifuitante dado che habbiampre^-
meffo,ò raccontato. Cosi.Virgi- ho dopo di auer 'compendiofamen- te narratele
cagioni ddlo fdegno centra i Troiani perfeguitatr da^ . Giunone Dea moflruofa
per efser moglie 9 e fbrclJa infieme di Gio- ue : e dopo d’auer
fuecintament«=‘. ^ accennato piii d»vn* Iliade di mali fofifert i da Enea I il
quale col lo fc li- do non di Vulcano » mà della inu in- . cibile tolleranza
non folamente fo^ Henne, mà ruppe tutte le armi de ^ gli elementi congiurau; e
col nic> defimo in tal guifa fi coperfe , che i dardi lanciati da Giunone
dal Gic--, lo , e di lotto dairinferno , fitti nel^ lo feudo ^ vn’ altro ne,
formarono ‘ P Digilized by Google ^S^\ llKèllò^Oro^. per difenderlo da*
feritori dopo-, (dico) vna.breuiflìma narrazione* foggiunfe queH'Epifonema...
(terni . Tantit, mohs erat [{omanam coni ere Gen^ quali le fondamenta
delPaltilIìma-^. Ciitàdi Roma non fi poteffer get- tare le non fopra vna
grauofa mole ; d^aflfanni', , e le Enea non. li vedea~* dalie tempefte del mare
appreflato, al cielo »€ depreflb all’Inferno dah la violenza delie furie , .
Terminerò con due Epifònemi / due fate i : :lVno moftrato dalla Re- ligione in
..Pietro. Zeno c* l’altro , dalla Fortezza' in- Marcò Barbaro ^ M osé
flagellatore.; del Califè >. Fa» - raonedciì*^figittOi, * ^ Pietro Zeno
pietra fermilfimaj » oue s’appoggiaua- il pefò- grauiflir RIO del farme y
enczianc , e che non ; lolamentcnoa fufcommoira'da'trc- - muoti del furor
turcb'crco > , mà col» - la.fiiagrauczzaoppreire>e fchiac- ciò più volte
la.teftaideljÌDragonc : Octomanno : mentre > vn giorno , . che fa J’vJcimo
dé’ fuoi : triónfi nel- la/terra > , c'J primo della fiia glo- * ria^
Digitized by Googl Oif ro ta . Vm^ana . 28/ ria nel Cielo , diuQtiflìaiamente
af- iìileua ai purilfuiio facrrfieio delia Me/Fa, e porgeua^ il- cuòre à Dio,
feofferiua il Sacerdote airAltiifìmo rOftia iinmaculata' , fii auuifato
apprclTarli*JCampo Turchefcoi c che perciò era vicina la morte fé-» Pietro non
s*alloacanaua , nè volea cader vittima- con tale feempio a- uantialFaltarevche
ninna (iiiia al fangue gli reftaife nel corpo , per- chè tutte Parme nemiche
aurebbo- no voluto alTaporare il fangue di chi non mai fazioiZi di fparger
quello de* Turchi.' Il Zeni à cui era Itato Tempre ignoto affetto il timo-- re
, fece religiòfa' la Fortezza , e-» forre la Religione , la quale gli ap*
parecchiaiia vn*àltro Tempio nelT- Empireo; Afpettò i nemici , cheJ
ricònoTeiuta nelle ginocchia pie- gate» ed atterrate la Tublimità , e P-
infié^ibilitài dell'ànimo’ Venezia- no:, con pìh cólpi Pvccilcro : c col- la
loro barbara vittoria' furon’ ca- gione à Pietro di più palme , c co-*
rone,.che non furono’ i'innumera- Bili. Oigitized by Google ^ iSj. Tl pretto
ttOr$> bili riportate dal Zeni , e foprab* bendanti à molti efereiti,non che
à molte legioni. Quanti allori au- rebbe perduti il Zeni > fe ò l’odio era
minore neTurchi>ò minore in Pie- tro Tamor della Religione! Non (ì feompagni
dal Zeno Mar* Go Barbaro Prouueditor Generale de li’ Armata contra’l Califa
d’Egit- to; giachè amendue furono dcllsL,» fteffa Patria, & ebbero la
ftefla for* rezza nelPanniehilar gl'infedeli ,e trouo^ vnfoi volete la due
Anime generofe. Era flato tolto rn vna battaglia nn naie alla galea del Barbaro
da.» vn’altra Galea barbarefea lo fleip- dardo inalberato ; Inlfegna della,»
Repubblica > del proprio valore , e della Nazione . Doleuafi^^ Barba- ro
che*l Nilo inferiore d'acque al- TAdriatico i douelic ftùnarfi fupe- r iore di
forze ^ c vantar colle fue-> fette bocche d’auer vinto vn- vero Leone d'vn
Capitano si prode , col raoftrare agli Egiziani vn dipinto Lione rapito nel
combattimento delle V Digitized by Google Onero la \€tt, t^cnezìana \ 3 f delle
naui . Freineiia che*l(uo Le- gno folle creduto vn ricetto d'ani- me vili non
comparendo i Cefari gencrofi delle fiere ; e vergogna- uafi di rientrar ne’
porti di Vene- zia nccellìtato ad auuicinarfi per efler riconofeiuto qual era
parti- to I non potendo da lungi effer raii- uifato allo fuentolar della ban- diera
: onde braraofo di vendicar^ de’Saracini Rei di due furti , dell'o- nore, e
dell'Infegna , e d'accerchiar con tanti ammontati, cadaueri lo ftendardo
predato , che nè dalle-» mani de Barbari, nè dalfoffiode-*' venti fi potefle
agitare ; impetuo- fiifiinainente lanciofli fra Nemici; i quali fé non
fofle;fiato fereno 'i ciclo : ai tonar della voce , al lam- peggiar della fpada
, aurebbono te- nuto che vfci/fevn fulmine della-» poppa donde prefe il falto
improu- uifo. Pofeiadatofi anch'egliàpre- dare , quali furti generofi commi-
fé! Tolfe al Capitan del legno , c de' Ladroni colla fpada la tella_; troncogli
*jn braccio infame opera- x%6 II KelhitOroi tor ài mille ftragi , e rapine ;
fjpp* gliò la fuperbià del capp.sfafci^n- do il turbante ; e ponendo ic ,fafc^
in yn*afta fpiegoile in vece di ften- dardo>raoftrando,cofi le glorie del-
ritalia., e l*ignominie .deirEgittoj impadroniffi della galea^di jcui di- anzi
auea prefoil ppflello con quel falto magnanimo ; ricuperò il fup perduto Leone
, che col moto con- tiouo palefaua d’efler libero dalla fua breue cattiuità
piii torto mo- ft rata gli , che prouata. Fra tanti gloriortacquirti volle
guadagnare ancor colle perdite . Perciocché togliendo à fe rt cflb il cognome
il- lultriflìmo di Magadefi , e volendp cfler dinominaco Barbaro per ca- gion
de' barbari vccifi , e prigio- nieri, diuenne no.minatilfimo,men' tre sforzò il
nome obbrobriofo dc^ vinti a feruire alle glorie del Vin- citore; con
prefagiocertirtìmo; che nella Città di Venezia debbano tra- fportarfiielpoglie,
e le ricchezze de* Popoli bàrbarelchi, il nonne de‘ quali già vi è rtato
trasferito. Tan^ Oigitized by Google ^ OueroÌa1{en.Vene7^na. 2,8 j ’to bene
deriuar fi potè in Marco Barbaro dal male fattogli dalflni* ‘mico ^j chc'dee
auer fra documenti politici; non recar talora nocumen- to per cagionar 4danno
m^giore-> •airAuucrfario. 1: t
jipoftopefi, T ’Apofiopefi , ouero troncamene to di parole fi è vna cal iìgura,
'<he dice piu col tacere , che col par- 1 ‘A^’pocrate Iddio eJ nienzio >
e più loquace, dj Batto trasformato in vn freddo ^ado in^ pena della caldezza
della lingua , c sforzato aliar Tempre fermo addi' ^*P^iì^ggicri la Brada ,
pèr- che fu mobile di fede , e riudò i Te- greti commeflìgli da Mercurio Dio
tauolofo de* Dicitori , e de’ Ladri, il quale rubò più cuori colia lingua
dacoada > che non fece furti colle-» mani Digitized by Google l i68 tlKetlo
cTOro» mani d'Arpia . Dall*Apo{5opefl il ' poffono raanifcftar tutti gli
affetti dell’Animo. Nettuno apprclTo Vir- gilio con due parole : Quos ego : det-
te brufca mente a’ venti palesò >i tcommouimento , e la turbazioa_.
dell’Animo più agitato del mare terapeftato da Euro , e da Zeffiro , Tentane
vos generis tenuit fiducia vefiri i - Tarn Calum yTerramqufmeo finetiumi^ ne
ifenti ynifcere , & tantas audefis tollere moles ? Sìuosego» E volle dire:
lo -vi gaflfgherò C€Ki foprapporre montagne sì fmi/urate alia voftra caùerna ,
che ne meno la ' potenza d*EoIo pofFa rmuouerle;c vi farò flagellar con più
-furore , che l’onde non battono gli fcogli, c le naui d’Enea . Mneìleo dimo-
ffrò nel quinto dell’Eneida il defl- ÒCi/o di vincere con, Quanquamò] i^on iam
prima peto Mnefiheus , ncque vincere certo , J^amquam o ! cioèi fc bene, fc io
fbfsì il primo fra’ Vincitori mi reputerei il pri- nogenito fra I fortunati. .
Dagli , Digitized by Googit 'OumlalRetUVent^tana , rSp Dagli Oratori oltrcU
modo fo- p raddetto fi fa l'Apofiopefi quando -fingono di non poter parlare ,
nè profeguire il difcorfo , qualunque ne fia la cagione: come vedrafli nel- la
defcrizion della pefiilenza , che incrudelì contra Roma nel tempo di San
Gregorio-, Magno per da fu- blimità del lignaggio , della fanri- .tà» della
fapienza , e della dignità •pontificale, c gran fofiegno, e con- iortoalJa
grandezza de* mali fotto ■j quali gemeuano i fetteGolli diRo- •ma fatti
maggiori dalle montagne de* cadaueri-ammafsati.. Dopo hvnmerfale allagamento
‘del Teu ere cominciò yn’al tra inon- dazione mortifera di mali , e di*mi-
ferie nella Città di Roma , imper- ciocché fé nello Icemamento di
'queirantico.,^c fauolofo diluuio di Rirra crebbe vn Pitone fmiTunua- incnte
aggrandito più tofto da’Poc- ti,' che dalla Terra ; dalia pofatura delTeuere
furierò infiniti , c veri Serpenti, c Pitoni, che coll’alito pclifienziale
.^uuclcnarono l’aria ; Ne cosi Digitized by Google ipo 11 Veltàd^OrOf c cosi
due Clementi rAria , e TÀC- qua difolarono Ja Cittàfc que* Mo« . ftri co’fifchi
/pauentofi chiamaro- no la Fede. Immanténcnte queda xomparue ^niàron.vna
fembianza da metter paura a* mede/imi Mo- dri^chefauean chiamata. Nella fronte
caliginofa , ed ofeura legge- . uafì chiaramente fcritta Fillade delle calamità
. Gli occhi affo flati, ed incauernàti addìtauanoi fepol- cri : le chiome
rcompìgliate » t confufe , il diTordinaraento , c la_» confufione : Ja bocca
sformata-** mence fpalancata il chiudimento de' Tribunali, e de’palagi i i den-
ti rugginofij 'e diradati la rqdalli- dezza della Città , e Ja rarità de^
Cictadini,chedouean rimanere in vn Diferto popolato da' modri . Tutto
verifìcoffi , AJJ’aprir delle porte alla Fede chiurcro i Fori della Giudùia
& a’ Giudici y & a' litiganti ;nè altro tribunale li ve- deua innalzato
eccetto quel delia Fede, da cui jriafcun era dichiara- to indifferentemente Reo
di Morte, 11 ^^uerotaHett.yene:(ixna. U* pòtcciiìorirceracaura bafìeuole per
aucr la fcntenza capitale , A’ fanciulli fu troncata la tela della vita mentre
s'ordiua . A* Giouani n^l mezzogiorno dell età inafpet- tatà mente s’annottò .
A’ Vecchi oltre al freddo della decrepità , ed oltre alle neui de* capelli
s’aggiun- fe il gielo mortale. Nè volle la_,* Pelle afpettar que’breui momenti,
e que’ pochi palli , che a* Vecchi re- flauano per andare al fepolcro ^ laonde
non andarono , mà furon_j tratti violentemente alla tomba . Le donne , delie
quali lo fchermo , e lo feudo piu forte per difenderli è la debolezza à cui fi
fuol perdona- re , furon come colpeuoli fentcn- jziate alla pena degli altri j
abbor- réndolìla fecondità da quella Furia Gontagiofa , che trionfa nella fear-
fczza del bene, e nellV-bbondcUiza delle drfamienture; fiche Roma_, tutta in
breuediuenne vn gran lè- poiero di gente innumcrabile non fcpolta , la quale
ancor morta era omicida de* viui col fetore intollc- N z rabi- Digitized by
Coogle 'Il Ideilo d*t>ro / rabile . Le pubbliche ftradc Houé ondeggiaua di
prima la calca dé' Romani, ed erano angufte a tan- to mare,rairauanfi fenza
Tonde.* del Popolo • Nelle piazze dianzi sì frequentate paffcggiaua folica- ria
la Morte . LeReggie, lequaH colTaltezza loro dauan certa noti- zia d^efl'er
abitate dalle cime de’ Perfonaggi , cde* Sourani •; ele-> cafe minori per la
balfezza degli edifici], e delle perfone-, tutt*era- no vn ridotto della
Malinconia , c del Pianto fatti dimeltichi , e fa- miliari, mà feoiprepiù Jeri
fenza poter dimeftica rii , ò ammanfarfi , c Padroni delPabitazione collo
fcacciar gli antichi pofle fiori, Ve- deuanfi file lunghiflime di defunti non
mai interrotte fé non quando quelli che portauan la bara fubita- mentc cadeuano
, e fi troncaua lo- roJavita, eia via. La Morte, la quale come cieca
indiftintamcnte auea mietuto colla falce, non die- de diuerfità di fepolcro ; e
perciò negli ftefsi cimiteri eran-feppel li- ti Digitized by Google Okaro là
^ett, P^èneT^rank, 2p j ti quelli che vilfero differenziatt dalla natura^ dalla
virtù, e dalla fortuna^, e poca poluere coprì chi , flette fotto-1 cielo
immobile delle volte , e delle foffitte dorate , e. pofledette immenfe Tenute
da ftan-- c-are il volo deiraquile;e chi dor- mi come pouero , e giacque fottoT
fopraccielo dell’Empireo & eb- be forfè pili terra nel. morire che nonaoea
poffeduta quando. vide I«e ceneri di Roma non furon già^ contrafsegno del fine
di tanfinceii-j? dio fenza damme ; anzi la pelle . Non.poflb pih.ionoltrarmi
coldi-r fcorfo ;.pcrchè la peflilenza fu fl; mortifera , che anche dopo il voK
gimeatoidt pih. fecoli fé non veci» de colla memoria^ funefla ,, rende almeno
< gli vomini ò fmemorati ; 6 femiuiui.. Dalla mcdeflma dgura , chejì^ ama il
flienzio prudentemente , e flrettirsimamente ofleruato dall*- auguflifsimo.
Senato Veneziano dì cui fono impenetrabili i fegreti , odi .trattati per eiTer.
commefsi a! ■ N. I per;- Digilized by Google XP4 ìt fusilo (toro y psdoaaggi
più fidaci delia Fedeltà^ e che non parlano ncque clamy me eum fcrobe, come,
dice il Satirico; dalla raedefi.na fignra , dico >. vo- glio lodar la delira
de* Guerrieri Viniziani i effenda coniteneuole-^ impiegare il dire nella
commenda- zione di chi col fila non della-» lingua > mi delia fpada
difdcle-^^ ragioni » e la caufa dells- Patria-*, nelle campagne defiJnate a*
giu* dici; , ed à litigi; crudeli di Mar- Inuittirsima Delira che valeltr per
mille mani ne*Briarei Vencziani,ne* Valieri,ne*^Morefini>ne*Falicri,ne!-
Corrari , ne* Loredani, ne' Mocc- nighi , ne’ Comari, ne’ Fofcoli, ne* Capelli
, ne’ Vcnicri,ne*Marcclli ,, ein altrIEroi infinici,ilcuinume- ronon li
potrebbe fommarc: dall'- Aritmetica ; i cui fatti nonfi. po- trebbono
annouerare lènza fianca* mento da Stentore ; la cui granj. fortezza fà.
credere, piccola,, c de* bole^^ucllà del grand* Alcflandroy df Ercole,, e d’Achille
;; c. la cui fa? Oigitized by Googl Ouerotdl{etti Kene^^ana . ipf ma più fonora
delio ftrepito in/op* portabile del Nilo aflbrda i*vno > e raJtro Mondo :
inuictilliaia , e glo- riofifllma delira : folamente àtc dc«. laSerenidima
Repubblica le palmc^^ egli allori riportati nella Patria in taata copia» chele
fronti degli al- tri Vincitori.hanno à pena con che. inghirlandarfi . A te
ildeono Q)oglie ,,e l’arme >,che ora feniono di gloria >e di dffefa fe
giàlerui-- ronoa’Barbari? d*ornamcnto , e di offefa; A te fi. déono? gli
Arrenali fjpieni,chepoffon fornir l’ Arma- te di tutti i Potentati Tu arrelta-^
RiTvQJoalJe naui de* Barbari,. troncafii le penne maefire alla Borì* lima degli
Q^omanni» Se i nauH ganti non. tèmoa prù> doppieum- pelle
ncll’j^driaiico>'4eironde» e- ce* Corfari Se l’Italia non mira^ ncl/uo Cielo
due I«,uae.*Tna Tempre, varia ,,eralu:ade]iaTracia fempre. fccpia : fc la
quiete di Venezia è: rotta folamente dal frenaito del ma'* re>,c non dal
remore delle bombar- denemiche ; Te nellev campagne mK K 4. tali. Digitized by
Google ^9^ ItyelMOfBy r-afi l’oro di Cerere nelle Ipighe ma» ture , e non il
ferro di. Marce ; fe in- ogni luogo regna Tabbondanza ef* fendo sbandeggiata la
careftia , tuodonoòdeflraiiberalifldma* La. Libertà non prigioniera , le. Artì
non oziofe ,le Virtù corteggiate-» la Religione non macchiata , . da te.
riconoibono.il candore lacomici'< ua , l’attiuitài, e la fignoria . Tui
colfàrdir bellicoib ammorzafti ii fuoco delie guerre Vincendo i.Gott portarono
gfJnccndij daf Set- tentrione Reggia eterna del rigo- re, e del verno.;, colla
tua gagliar- d ia gettaiH à terra. quel gran Tifeo; di Federigo Imperadore >
che auea ridouata la guerra contra’f Cielo mentre coll* armir perfeguitaua iL
Vaticano , e volea precipitar dalla^ Rupe tarpea>iionche.dal trono il Sommo
Pontefice Alcflandro Ter-: zo; colla tua robufiezza.indeboii^
jfli^anziiheruaiHle forze di Viti<? ge» di Totila^ di Dcfidcrio, di Pipi-,
noi di Guifcardo > di Murcimiro> di Ruggiero^ di Ottone^i Ludouico>.
Digitized by Googl ^ (ÌUerolaI{ett,yène^ana', di Alcffio,, di Leopoldo,
diBiicf-- . nardo^delCaJifè,del5aladino,e de- gli Imperadori Ottorhanni. Tucol-
la tua fermezza jcagionalìi’l tremo- re , poi le cadute ai le Tórri\
d*innu->- mcrabili Città , acciochè non cn-* trafle vn cauallo .comc in
Troiai , , noà ordinatamente màrciallcro eferi citidipedoni ^ edi Gaualieri fra
la confufiòn de* nemici , a* quali tanto- pili era chiufo il paflb , quanto
più.. erano aperte le- mura:. Tu: màlà Reticenza mi comanda ,che io tac? eia ,
perchè nè io hnir ei di ridire ^ nè 1* Editore d*afcoltare ,nè il Let- tore di
leggere l'azioni d^Vna deftra infaticabile , Qacfto iìle.nzioperò egli è.vn
lunghiisimo elogio; men- tre fece tanto la mano ,~che fé beob ella non filmila
nea neli*operare,può- colla numerazion dciropere am* mirabilirecar diminuimento
di for- ze alBicitorc , attediar gli orecchi degli Ascoltanti ,. c accecar la
vifta di chi legge,. N. S: CAr Digitized by Google CAP a xxm ùiì£l
imerfreu^i$nel FAcciàmo) IMntcrpretazfòne:^» quandainoiirponiàmo qualche' dètco
, ò fàtroifcgnalàto coli*é fatni- uar diligentemente qnanto<juiui fi*
contenga , c col farne vna:minuta », ed efquifita; notomià .. Ponderiam. qucfto
fatto .. Padòiiaoccupata g»à* dagl’ Imperiali fh< recuperata: dai'.
ProuueditoreAndrea^Gritti , c po- feia Sèrcnifsimo' Dòge „ che; v’ in-
introdursc. i Leoni dilcacciàtene le- Aquile . Pérmeg}iò< intender ciò :: fi
hàda fapere , che da'Conféderati eisendò fiate tolte: molte' Città., c*
Fortezze alla Repubblica. Vinizia-- na , siche quefta combatteua: nom.*' più
per la v.ittoria > mà per la liber- tà , e per la falutcr Andrea* Gf itti:
nouello Gamillo dii Venezia », con- • fertato conalcuni del contado > che;
nell*. Digitized
by Google Gutf^là'?y;(^ttùr» P^pteT^anai Ofijrentrare in. Padoua impediirero* la porta, mezza aperta co! loro
car^ ri, da richi. di fieno ,,e di Ararne :: fo-
praggiunfeimprounifaméte.co’ruoi; fbldad , cd impadronifJì; della; Git- tàprima
,, chei Tcdcfchi non dico > potefsero accorrere ,,mà. fapeffero la lorprefa
>,ed‘entrdda trionfante, non da. combattente per la porta , la quale chiufe
le fperanze a^nemi* ci, edaperfe il paflb alla Fortuna, cd alla V ictoria , che
per Tanuenire militarono fedelmente, in faupre-» de! Veneziani^ Colla^caduta di
Padòua: mirabil- menterifurfe la. Repubblica Vene- ziana;ed vn*acqu
iftodmprottuifo fii cagione di molte vittorie inalpet'* late • Quella, porta,
fpalancata al- largò di nujouo ii.dominio riftretto neirAcque,cnell'lible, c
diede più fpazioiò campo al Leone di potere àfuatalento parseggiare Brcfcia,
Rergainoj.Vkenza,. Vèrona colle:-» altre Terre. furono racquiftacc. col
rjcoueramento di Padoua . La fu- ga de* Collegati , ralJontanamemo. i N 6 delle
Digitized by Google tl ytltò y 4èlie arme dalJ’Italia,il ritorno dèi*»
ikPaceebberororigine dal difcac-* ciamento degli.ftranieri fatto dal:
Gritcicolla prefa-dVna Città i dal- ^ le cui porte vrdroaola Guerra ,ed^ il
Furore , i quali -minacciauano di » fareardereJe acquedelI'Adriatico;, c
ritornarono al Ciel natio fpaucn^ tari dall’apparir del Gritti vgual- mente
prode ,> & accorto nelPado-* perar felicementcor la forza , oraj
l’inganno . Che la Città di Vene-* zia mezzo a (Tediata non reftafse in-*;
teramente cinta dalle {chiare Au-* (Triache : che la Brenta non portai^ fé
auanti gli occhi de* Cittadini glit auanzi delle Ville bruciate annuari
ziatricefunefta del Contado , che.-» ardeua: che la caualleria degli Aii-
uerrarijnonircorrefse per le cam- pagne facendo di tutte vna pira iru. cui il
conrumafsGro le fatiche fpefe , c le Tperanze degli Agricol- tori : che gli -
Abitatori di Venezia^ piu non perdeflfero il Tonno col yeg- ghiar
continuamente- per- la difela- non dell’Orto deU’Efperid i > mà di, , ' .
va. OMìùìàJ^eH.VehjximM. JÙT vn Paradifo
di delizie qual è V enc-^ 2ia,fù operato col ritor re all* Aqui- la Ja Qiltàdi
Padoua , . la . quale fin- ché durerà celebrerà le glorie di Andrea veramente
gloriofiflimo ,> che in vece di Piramidi , di Coloflì, . c di Statue; glorie
comuni àmol^- ti , confcruò , e fé ilare in piedi Ca- ilclli , Terre , e Città
per contraife- gni doreaoli •> ;C fingala ri , dei - Tuo - nome. - s.
Gloriofiffima altresì . fii nella^ Terra, c.nel/acque colle Armate;
ViniziancilGeneralePietro Lore- dano ,il quale sì forte moftrolii ,* die non
potè mai efiere. dalla For- tuna ilrauolto , che feraprcaggK rafi àfuo talento
; e parue , . che lai medefima prendeife il foldo,ò zh meno fofse venturiera
fottoPinfe-; gne del Loredano. Quelli non fi eXpofemai fra le tcmpeile di fedi-
- ziofe , c turbolente Città , che non Ic componelTc j etranquillafl'e, vo»
lefidole .icrene , mentre la fua Re- pubblica era Sercnifsima; non fi po- fé.
airafledio d* alcuna Città im^ “ . , Rcner
SOL TirelloiTOrc;, penetrabile che non l’aprilTc da£l più lat i , donde
poteffero entrar più carri Yittoriofi ,, della Olona della Vittoria , e del
Trionfo ; non. affrontorsi nemici nelle batta- glie tcrrertri>. che non tra
nauta (Te - le pianure in. fejue trionfali di pal- me , ed in montagne
dicadauerii nè: combattè colle Armate nel Mare-> che. non.incenerifle con.gfincendij;
di; Marte i legni degli Auuerfari|< facendo, nafeere vn.' Mbngibello.
nell’acme. Il fatto però.più.mc- morabiie fù la /confitta.data daTuoi >
l;.cgni, alle galee Qttomannci colla, qiiale sforzò, l’alterigia della Lunàr.
ad inchinarfi al Leone , e à doman- dar fupplicheuoimcnte la pace , ri-,
conolcendo per Superiori L Vene- ' ^iani,come le fiere cenffflano.per lóro
Monarca.il. Leone , c TAdria- tico pcr/ua. Rcina , Venezia . Or moftriamo- colT
interpretazione, quefto. fattoci Qu^anto grande fu , la • gloriai def Loredano:
aJlor che mirò YmiJiato. i'OtÈomanna>' il quale: credendoli X clTcr
Digilized by Google QueKala<I(fttoK F^ene^anr» j>cr|.‘ effcc Sigporc >
ed aucr riiiucfiuurai dèi Cielo porta neirihfegnc’ la Lu- na l Quanto grande
fti. la rotta^ mentre mo/lrorsi abbattuta Iflmpe- riò: Turchefeo nell*
abbaffamento* dèlPImperador dc'Turehi ! Dòpo il fatto < del Loredàno
fpiegaronifi . aLvento.fiburamentc le vele fen^a^ timor dell’Eolo della Tracia
. , Car ricaroniì di preziofe mei^L le nani lenza temer l’Arpie dii Collantino'
poli . L! Adriatico:,^ ribnio > il Me- diterraneo, c l’Arcipclàgp non fu-,
ron più. fòi^ctti &c inlidJofi nella* bonaccia 9 e nella, quiete opportu-^^
nea' Golfari, .che recauanguerre ^ edifturbi maggiori quàd’èra. il ma-, re più
tranquillo:, ^ pacifico ; Non vdifsi più. ftrepito di trombe,; edi; Bombarde ;
che non.fòcendò feiitire. i gemiti , e gli vrli de'ferkftogliefM
feroià.compaisione ,.eTdolore del-': Laltrui pene,e milhrie . Noa fi vc->
tarono glh erarii: per. fornir le Ar- ma te d'arme ,: di. munizione ,, -e di
ibidati ,,che refiàficro priui: di lani gue beuato dal. ferro j- e di fpir ito»
Digitized by Google J04* ilTèlhd^Ofòì. predato dalla morte . ^on pian(c*^ ro le
Madri colle chiome diiciolto i figliuoli ò legati >ouero vccifi da^ Barbari
fefleggianti per la. preda,, e per li vita-rapita. Nonfi..vide— ro leCittà fra
le ombre degli abi-?* ti bruni lugubri per la perdita> de»Cittadini,e
de’Capitani Soli bel- licofi fòmmerfi-nel fangue . Ne ri ^ mafero difabitate
Tlfole , elfcndo iL mare popolato da* Barbari; .si chc: la frequenza de*
Popoli, le ricchez- ze. delle pubbliche teforerie, la-j.- quiete, eia
pacc,iircrcno delle Cit^^ tà ,.i*Jllegrczza de* Genitori , la fi- curezza dei
mare il mouimcnto. delie naui furono apportati dalla-u . viitCria di Pietro :
di cui dubitò la Repubblica fe fofle maggiore la co-^ pia del fangue Turchefeo
cauato. dal ferro del Loderano, e fparfo per. J’acquc;.ò la ricolta de*
benefici/, dopo vno.fpargimemo sì lietoalla. Religione , e sUagrimcuolc
all*Im'; pietà . Lo fieflb mo do proporziona I- mente fi.hà. da
teneremeiifinterpre^ tazio9 Digitized by Google OtteroUT^emr^ì^iene^ìan**
tazioncdc i detti nobili, ed eccel- lenti, de' quali abbondaronTempre i Saui di
Veneziavincitricc dc'Cor» pi, e degli animi co* fulmini della^ eloquenza nella
lingua, e della for^ tezzancllamano^ < t ‘ ' : \ « ^ iUllàCoUocwi^QWÌ^ 1p|i
Er via dèlia Collocuzione par- r liamo fra noi, c domandiamo , >
criTpondiamo à noi ileffi >■ come fe fofsimo dueperione: ed vna infe- gnafse
, e l'altra , imparale ^ ouero * difcorriamo con altri- introducen'^ doli à
ragionare rapprefentando i ' coHumi , i peniieri della mentej, e : gli aflfetci
. dell'animo c tutto ciò > che folamente à Dio palelè , ed à . cui ogni cofa
è vno (f>ecchio ter/if- fimo ,e che hà piti chiara notizia^ dcllVomo , che
non hà Tvomo di fe: medefimo,. Digitized by Google itùro^y, I ~ Sti
rapprefeatcrà da qucfta figii-^ ] ra il fatto, fegnaiato di Gior Dolfi- no •
Picouasdiiiòféic drftnfoc d ITvt* uigi alTcdiato iftf Jià<è3!*i(3Q» Riè d*^
Vngheria; .Quiptìi ;eff€iridtìglj^or« J tefemcntc dormadato dàt énato che
lafciaflc: liberamente vreir del» la Città, il Capo, della. Libertà, il. |
Dolfino^letto ^ià Dóge,, ^gò la grazia richieila. Laonde. Giouan- n ì , bcnchài^irolQ
follcvn^cfcrci»- tobafteuolc airimprera,coadugen-* > tpcaaaUit fecola ftradà
per mez- zo^eitefièpLcdelJe feine dcJleaftc,. delieipadie^>.e «cime iel
icemente:>. à;pre^^;i|>^eqe«ia LinfcgncLdeL ’ ^^cl fao. valore:!: ap^^
g^^^andcH.mara Italia, , e Ipaaewtp, al Camponemico >.cjte: abteadcmà<
Par3^dió>dabjcaadov deli^ di.6ibuaaiùJiberaàffatco^>!lè d ' da^ V na.
corona, d^arm^^à era^ilato^ cosirpauenteiiole ;,&3U^^eiitan* do. dalla?
libertà: dell^Eroc: poterli bene Ifeigpfire w^ <»%ig?fre^.c legare; la-IJb^à
di t . .riogit OuiroU \ett, Veneziana .
GJoriauafi Ludouico di ftrignerc fortemente in Treuigife naia Cittì di Venezia
, il Capo almeno di Ve- neziane della Repubblica . Aggiu- gnerà alle mie glorie
> dicea j ch^ dichiara tali Venezia imponente di vincer Ludouico vktonoCo
colla»» violenza delle arme> ha ricor fa alia forza delle prieghierc per
elpu« gnarlo n,e che tìon efsendo fu fficicn- te la mano n abbia rocco
adoperata la lingua ► Infuperbirà la^nua^V^^ gheria veggendo vn ià quaieirvanta
d’auerc jiifuabalia le furie dell'Adriatico • Dubiterò^ for- fè che la Fortuna
non roi dia per foggettala Nobiitàdella Repub- blica Se mi hi conceduto qjuafi:
prefoilCapo non mi negherà la^ feruitii. delie membra .. Si flaoche- ranno le
mie fchierc per la tardane za si lunga? Sopporteranno ogh’- indugioauualorate
dalla fperanza diaucc nelle manichi hànel pug/io lo Statole limperiov Le mura
^.ed i petti degli afsed iati rcndonocinef* pugnabile la. Città di Trcnigi ? li
ÙLz- • by Google llnUoé^Olrol ) lapcr, Giouanni efler chiiifo , apri-- 1 rà k
porte a' rQielcombattenti.Fre- meua di nobile /degno il Dolfino, c fra
feragionaua , Odo ftà lo ftre- pito delle trombe gl*Ìnuki gloriofi: ai Trono
Ducale fattimi dalla Pa- tria . Sento Ja Madre della Liberti che brama di veder
Giouanni fuo- h^liuolo fuor degli argini di Tr cui-* gl , c delle mura di ferro
-fabbricate dalle fchicre di ;Ludouico>i E per- chè non volo frale braccia
di Vc^ nesia Dunque la paura può rea* dcrc alati gli vomini jiiè Ì*Amore4 me
darà le fue penne? Diranno h Nemici e/àere.ftato più potente ili
timorcperritrarmi>chc pcr.atlrar- mi l'Amore ?■ Ciò detto ^ fece apri* revna
porta ^ che parne quella. di' Giano ) donde vici Giouaniil con^. quel furore ,
col quale fiiolc vfeire . vn fulmine del reno delle nuuole-»*. Penetrò frà le
fchicre; dilHpò gli ar-- mat/i> volò frà mille morti, che sbii* gottite dal
volto di Giomanni • e dal ferro amenduc fulmmanu > non eb- bero ardimento di
lanciar le arme,^ . ^ di. / >1 "OueìùU^jstuFenexiann, jop 'di ferire il
Dolano ,'à cui lì fece poi phafain Venezia cornea Doge, c tome à Trionfatore .
Nè minore animo dimoftrò il Prouircditore, e rAchiiJe della-,. Città di Cattato
Gio: Matteo Bem» bo capace ben sì della morte, ma non già del timore di eifa .
Infuper- b ito Barbarofla perla preia di Ca- Belnuouo inaiò lettere piene d'al-
terezza, e di minacce , dalle quali ancor Cerna CotuoCcvizione rauuilàc, di
poteua il nome del Barbaro , In- timaiia con efle*, che il Beiiibo gli
fpalancaffe le porte fe non volea.» •veder mille aperture fatte cnellc-f mura
dalle bombarde , e mille vie aperte dai ferro nel Aio petto, ed in quello de*
Cittadini per le quali entraflero mille moni , di Prou- ’ueditorc
coraggiofamcntc rifpa- fe , che i Leoni creCciuti nella Tra^ eia non^ eran più
forti de* nutriti ® Ipezialmenie nella^ Città di Venezia : de' quali aureb- be
toAo Tentiti i ruggiti , e prouaci Bìi artigli,;,aonde il vile, e^odardo.
Oigitized by Google 3to II F elio £ Ora, Barbaro ffaperdè tutto l'animo , c'l
cuore allVdir della rifpofta genero-’ fa, cairapparirehc fece il Bem- bo «il le
mura di Cattato co' fuoi foldati , che videro bensì Jc fpalle3 del Barbaro
fuggiduo ^ mà non la^' faccia , vergognandoli di moBrarc il pallore agli occhi
del Bembo > e della Città spettatrice della magna- nimità del Prouueditore ,
e della_j viltà, del Barbaroffa. • lo efporrò: per raez^o della Collocuzióne
lo, idegno fcopcrto nel volto del Bem- . boneiraprirche fece le lettere del
Capitan Turchefeo baldanzofo nc’ 4ctti,ne’fatti viliflimo , *;i J>unquesi
poco pregia il valor de^ Bembo il Barbaroffa ., che pen» fa, veder difehiufe
tutte le porte-» della Città nell'aprimento d'vna-*.. lettera^ eche nel
terminar di leg-. gerevn foglio debbafi finir l'afse* dio , jc J'imprefa
incominciata-^ ? che la bianchezza delia carta dair- inchioBro annerita debba
mutar di colore il mio vifo , e tignerlo di pallidezza ? A ppreflati pure ò
Bar- . , baro Digitized by Google 'Cuerol4Ì{ett.Vem^na , baro coJlc tue fchiere
aJia Città,” che potrai ieggcre ne' volti nottri riflotia cfel male yche Ci è
vficino , e Scorgere il cahdor della" mia fe‘cle->. La caduta di
Caftclnuouo hà follc- uata la tua fuperbia à temerarie-» fperan^e ? vedrai
totto colle morti, le quali voleranno dalle noftre ma- ni nel tuo Campo,
fpennatd le ale della Speran;2a troppo credala , e dell'Alterigia
preAinfuorajcdarro- gantc- . Sù Cittadini, c Soldati> compariam nelle mura
fagliami ìic* Baluardi . Caderanno agli Ot- ■tqmanni le'armi > e gli animi ^
^ ipa- -rirà:il Campo nemico , Tutto fii vero. Al. primo apparir dc*Lioni
Vinùiani guidati dal Bembo: à i primituoni, e fulmini delle Bora*- barde della
Città, sidileguò Bar- barolsa , che feppe tonare > e fulmi- nar centra
Cattare , e contra'l Betnbo , mà colle lettere , colie-» quali ndlà Fortezza
entrò fola- mente il nome dell* Otcomanno Scrittore ^ludacifllmo ,• c. vìlilSmo
Capitano , :ll;Vt\h (fOr»ri . I
ìDtlULicerv^a , L a Licenza non è altro che vna confidanza d'animo , ed vnsui
iicurtà di poter liberamente tacere, ò, parlar di che che fia > e
manifefia-- re i noftri fentimenti , egrinterni ^concetti dell'animo . Sogliono
pe- rò gli Oratori, acciocché la licenza non fia troppo libera, e quali licen-
.zio/a,, moderarla talora ,.c render- la modefta.Se in vn pubblico ragio- namento
fatto. alla prefenza dcll- inclito Senato di Venezia volefse^ l'Oratore
commendar di quella-^ ii'iacfiora,ereaJe Adunanza lama- uiiirà,lafauiezza,la
prudenza ,la defirczza , Ia.ragacità,rautoreuq- is fembianza, la nobiltà , la
capaci- tà delle menti che racchiudono i negozij d’vn Mondo troppo picco- - lo
^ Digitized by Googl Ouerotal{ett.yenè(janal jTj lo alia grandezza degl*
Intelletti vivrebbe taJi, ò limili forme i - Sòchei’eminenza delle virtù ri-'^
chiederebbe -non mè per^ elTe>pi fentito che fono vn baffo Dicitore àparagon
dell'altezzadi quelle^, mà vn’Oratore il quale parcggiaffe la loro Aiblimità :
nondimeno la prontezza grande d'afcoJtar chi. che (la m'affida di ragionar
franca- mente. Sono sì grandi le virtù di quell* Hccellb Senato , che non
temendo d’efsere impiccolite, liberamente-^ permettono di lodarle, alla baffez'
z^ di qualunque Oratore , / Non mi ritengo di celebrar Je_j ^irtu^benchc
luhlimi; perchè que- flemafficurano d'innalzare il mio Itile co' loro
aggrandimenti . Taluolta con libertà maggiordi quella che li concede a'Pittori
dalla mutola poe/ia , e dalia pittura lo- quace a Poeti , dicono gli Oratori
quanto loro aggrada, nè tempera- no la licenza con giro artificiofo di parole,
perchè vogliono lenza mi- P ftura Digitized by Coogle J14 instilo f Croi ftura
di modeftia la libertà tutta li- bera. lo metto in pratica > edòT* «femplo
di quella feconda maniera > mentre termino quello fecondo Li- bro lenza
leggiadria di formerete ! loriche y sì perchè dalla figara m i è permcllà
quella libertà non -miT- ’ •chiata, nè alterata ^ si perchè farò piu gradito
dalla Città di V enezia> che non. altcrazion di li. beri^ pcllum mutabilità
del fuoCìe^ L i- t DIgitizedb i-o.'ik J*5 Tropi. On cfsendo t:a rnaDonna
priuata, efenza grado didigni* ti , mi vna Reina pò* tentillinia» tiene ancor
nelle fuc guardarofcc pompofe^ grandìllima quantità d*abiti sfog- giacijche
hanno pih colori deJilri- de f à cui non iTdegna *J Sole idea della beikzza di
fregiare, e di Jiitar rammanto, in tal maniera ; che fe*J Sole è ammirabile,
l’Iride fi è Piglh uola,anzi IVIadrc delia marauiglia. fiche fia il vero.:
oltre agii orna*, menci delle figure delle fentenze . ^ ^ pi le Digiti- r.i by
Googl \ 11 Fello d' Orò ^ le quali concorrono aJl'abbelIimen*^
to^deireloqucnza, vi fono i ftegiiÌ4* tropi » e delle figure delle parole^ V
che le variano iti tante guifei vefìi* menti reali, che folamente cono- fcefi
effer de^a perchè -fempre chi la rimira raffembra vn’alcra ;c fempre
èrauuirara,perclTerc inua- riabile nelle fuc mutabilità , e noui- tà . Tratterò
prima de Tropi, e poi delle figure delle parole fuccinta- mente, equafi alla
laconica , rnà con vna breuità , la quale a’dcìldc- rofi del Vello d’oro
accorci lafira^ da, non allunghi la fatica , ed il cammino à chi viaggia. Il
Tropo"/ècondo i Macfiri della eloquenza è vna mutazion dei fi- gnificato
proprio del vocabolo in altra (ìgnilicazion mén propria,per ragioii delia
lìmiglianza che ritro- uaiì fra gli oggetti. Verbigrazia. Se io dirò dell’
Adriatico quando coll’altezza dcll'onde vuol mofìra- rea Venezia, ed alla Terra
le fuc montagne d'acqua ; Il Marc è fdc- gnato : farò vn tropo ; perchè Io by t
. j _ OueroUl(eff.rené^itna\ jiy i^legnò prójxrietà deli’voino fi adafr ta
^,e.fi actritmi/ce aJ Mare ^come-fe vn’eicmeoto mfcnfato ,foflel vno
fhiifiiratx).Gigf^nte pieno di sdegno*. £ con Tagioaii pu» dir del :Marej»
guado tempera rdl Mare ccruccio- fo. percjiè;fi corae l’ira fcommuoue tutto
l'vomo y cofi ’J Marc allor ch*è imperiierfafOk, mteo fi Ribatte Se io dirò
quando J’arnpiczza della piazza di S, Marco è rimena di gen- te :laPiazzà'ondeggia:farà
tropo> perchè l’ondeggiamento che è pro- prió.dell’aeque applicafi alla
quatì^ citàddPopolouchc vrta > ediacal* za ,ia quella gutTa che vn’onda Cpi^
gne iPàitra» verfo *i l ito delPAdriat h* co:>doueiìfcangon[o> ea*abbalfané
ui regno di riuerenza , la quale por^ tsano alla loro Reina Venezia <
diffinizion data dei tropo comp'rcn** de tutti’ iTropi;,che fono vndick la
Metafora , laSineddoche, la Me- tonimia., PAntonoàiafia,i’Oncrma** topeia ,^Ja
Catàcccfi , la Metaielfi?, i*Allégorià ,.‘iaPcriifrafii, Tlpèrba^ to>.
ci’Lperbole i- delia quale, fono ^ O ^ amicif? e amiciilimi i milianutori ^ ed
i (u^ perbi > che noa &^auuegg,ona di I ce- mar le grandezze iora quando
col- l'iperbole I^efaltano ;,e di compari- re vomiaidi mezzana Aaturaj^anzi
Pigmei quando voglbno foprau* uanzar le montagne ediGiganci*. IK HtlLtMiiapréi • *f ** La Metafora è vna
traslazione di vn. vocabolo prefa da va^ luogo di cui. eraproprio,.etrasfe*
rito in altro, luogo » Dicefi Traf- lazione 9 perchè par che s'imidno I Giardinieri^
ed i Coltiuatoci^ dCj' campi >chefouentecauanole pian* te da vna
terra>ele trafportanoin altea terreno j^come fé la Tèrra in. vn luogo foiiè
Matrigna > e altro- ue vna vera Madre •. Sarebbe me* tafora il dir delle.
Galeazze porta* te da]lealede^remi>,e delle vele: Le Galeazze volano i
perchèil vo-< ‘ la "
Omoh^jtn.yai^atia . to conucniente agli vccelli (ì ap^ propriccebbc a*
qpe‘ legni ftcrmi- nati , quali vn fola vai quanta vna grande Armata ^ Di
moke->^ metafore è ilata inuentrice là Ne« ccllitàtpiu ingegnofa nel
rinueni- re quando è più mendica > e à cui l'ofcura della pouertà dà lume
per trouar le ricchezze y onde gli Ora- tori di^era,gelfaf»a^f, deli'vuc jh C:
de rampolli quando mettono la^ ^pamsi /òpulliilano ; e ckianuro- na y r il vigor
fouerchia delle piante „ perchè aueana fcar- lizza , e careftiadi vocaboli per
el^ primcrc quel puìiulamcnto,e quel- la foprabbondanza^ Nè farebboni venute
alla luce quelle gemme « e^ quelle pompe difauellare y fela^ NecelKtà non fófk
fiata priua di ricchezze^ edifiegL SimSmente> ^e’^modi nel linguaggio
ItaHanor V orna rotto > di chi facilmente fi rompe ^epr^rompc ncltiraivomo
afieoatadi chi.£enza redini corre> p^ipitolàmcntc perla firada del
vizia£Vomo> ruuido j. & afpro di Q 4- chi Digitized by Google jiO
llFeltoétOvo j chi non èripulito, e lifciato dallfe mani della Virtù; poeik
tenebrore di que’ componimenti poetici /che difficilmente s*intendono , e che
ri- chieggono non Joribla lucerna di Cleante, mà ’l Sole ffeflb per farli
chiari ; orazioni chiare di quelle> che fenza molta ^tica fi capifeo^- no ,
e fono rimili alla cima deirO limpo hoa ingombrato da nuuolc e mille altre
fogge^i parlare meta*- fotico fcaturirono per cagion delia Neceflìtà , che
volca ben efprimc-7 re i concetti della mente , e gli og?/ getti. La maggior^
parte però del* le, metafore adoperafi non perne-f cclfitii màper cagion di
apportar diletto alla mente , la quale colla traslazione acquifia in vn tempo
fieffbr più* notizie d'oggctti diuerfi,. e. vola coirinteadimento a Catego-;Ì^
rie molto lontane, e difsimili,^ Vcr- bigrazia . Il dir di. Venezia; eflcr là.
pupilla, più dilicata nclgrancorpo dell'Europa , lo Specchio, delfita- lia non
mai appannato- dalle mac« chic della. fuperlUzione ,:rEclitt^ ca "
Digitized by Googli \ Okero Vtrtej^am , ^rr ' ^-ncJla quale ilà/emprc immobile'
iiJ Sol 4di a ^gloria ,,la.Fenice non in^ ieericriita fra tante fiamme di
guer-- a?e ^ Vii Par-adiTo terrdlre doue non f€Ati*o rii Serpente
deJJ’IdoJauia, fo» no traslazioni fatte non dalia ne* ficfsitàsj mà dal'
piacere ;;poiehè non fD^ocano; forme ,,nè vocaboli pro^ prij da ipi^aro.
Venezia non eiTe-» re fiata mai occupata dalla falfa ro ligione,,nè vinta da*
Barbari nè mai eflerviuuta fenza gloria , per- chè non fù mar inferrala - dall
a_j fchiauitudine , nè fatta Imida dal ferrot di catené fclnuiiy La Gogion
perchè rechino tanto piacer le me- tafore fi à quella dianziaccènnata:, ciocjJ
farci venire .in cognizione'di eofediuerre . Imperciocché dicen* doli
fempiicementerVenezia èmol^ to bolla r- r^ipprefentafi la Colava^ ghezza della
Città però adope? rafi'J tropo :;Vcnezia.è.vn Paradifo terrellre.-fon portati
gli Vditori,nel deliziolirsimo Giardino d’Adamo 4 raffigurarne in parte la
fimiglian- ZÀ y trouandofi. nella Città di Vc- ^ S nczia,. il KfltoctCfroi . nczià , e acque
>,eddizie>.e /icùrez- za > e quiete >.ed allegrezza. ISecoli'
trapalTaciaodaroapiù. rattemitidel noiiroSeeolaxieirenurfi delle meta*
£i>re;^chegl£ vomialmodemifieno' più dati al piacere ceccato> ancor ne*'
vocaboli ò che iiéno più. anaci del tempo e pih paucod di: perderlo ::
mentrecQa.vnaparola vogUoapiù: cofe incontanente comprendere „ ed imparare*. :
quante forti fio. UMetafora i SI può formar Ta: Metafora fecoa» do Ariflotilein
quatcra manie-* re . Ih ptimaquandoiignijSchiamo' col Genere la Spezie, A
cagion d*e- fempio.. Se io dirò : Il ferraVini- ziana hitradtUi più. volte la:
gola. dclPOttomannoiqucJla parola,fer- ro 7 è nome generico fìgnificante-»*
Tafte ,.e le fpade ^ le qualiibno la Spezie.. Similmente con qudlò no-
mc,mortalc, che pur’è generico in-^ 9uef^» k ^ett, remxjana - jiSf tendiamoj‘1
nome fpccifico ddi’vo'^ mo .. Seconda damence quando la^ Spczicfiponcmvccc del
Genere;: cóme farebbe fe ia dkefsi.*. 1 Pini delle Galee ò, delle Galeazze,
io-.> luogo di dire tglt albcrL Talora^ ciàchc comiienil ad. vna. Spezie fi
attcibui&eadlaltraSpezie*. Vèrbi- grazia ::l*Incendiadei$ole reflendo
Pincendiopropciamcntcdclfuoco . Finalmente fi.^ia.metafiì}ra. per via ^
pcQporzfonocomc farebbe fe^ io chiamarsi le gemme r Stelle fifle. dèlia Terra c
appcllaffi le ftcllt^ fifie del firmamento Gemme* im- moblItdelCielo ó diccfsi
dell’età decrepita- ,,cflcre il verna della vi- ta;.e del Verno eflcr la
vecchiezza dclPanno ,. canuto per iè ncui,, lc-> qpa 1 i notano col bia neo
non i g ior- ni fdici,,mà i piìi sfortunati,^ e lu- ' gubri dalla fiagibne.,
^iegheréh in altra maniera pib le Spezie delle metafore jac- ciòchcfeaicunonoik
fópeflc il Ge- nere > e la Spezie? nè auefse ancor Borseggiato ilportico
delia Filofo- O fia,. Digitized by Google p:4' (tOrffr ^ fin, pofsa
comprenderli ageuoU lìjcntc • Allor li fà la metafora^' quando fi pone che che
fiaconue^ niente ad vna Sofianza animata in*, cambio d’aitra Softanza pure ani-
mata . Per efempio^ L’Ottomanna latra indarno contrari Leon di Ve» nezia ' Ben
fi v«de che il latrar proprio de* cani è fiato pofio per minacciare >. che
conuienealie So- fianze animate ^ouero nell* adope* rar cofe inanimate per
Taltre inani- mate; come II. vizio* tempefia 'L cuore degli Scelerati iqucJ,
tempc— fia è pofio per altra cofa equina-'* lente >e fi piglia pel rimorfo
della; cofeienza ,, detto dagli Autori, fin- derefi proprietà, del peccato
;.oue- ro ncl porre oggetti nomanimati' per gli animati ,come fe io dicefsi v
li Marcelli ,i Mocenighi, i Loreda- ni fono fiati turbini ,-che'hanno. fcofso
Plmpcrio de* Turchi quél- turbini, prcndefiiper- Capitani , Guerricriterribili‘
... Vltimamente quando fi mette vna cofa animata per va altra. cofa inanimata
.. Cosìi potrei^ . QumU^ttt.Vtìifs^ìma* ^zf potreidir poeticamente deiraltifli^
mo Gampanil di S- Marco donde-> mirali tutta Venezia, come già dal> là
famofa Torre di -Troia fcopriàfi^ la Città, il Mare, le Naui tutto’l- Campo de’
Greci ,. Quella macchi' na fublime tiene il capo fradcHelle, che la coronano
come Rema fra 1* altre fabbriche- Ih quell’èfempio ; • li, capo,paneprincipalc
degliani- mati lignifica qudl’altezza propia delle fabbriche . Dee però
l’Orato- re .guardarli ‘di non mettere .in viò’ certe metafore concedute
folamen- • te a? Poeti ,che foggiòraando nellv altura di Pindo , c del Parnafo
j dn lettanli ancora della fuòliraicà delle' metafore,* il Velia Sineddoche . ,
, , j . ' 1' A Sineddoche feruefi della -par- > L# te per lignificare il
tutto, e4ci- tutto per dinotarla parte . Perciò* pone la poppa, e la proda
parti del' * a. naue per tutto il -legno :• il tetta» Digitized by Google 3i6
iireUofO^l ! per tutta la cafa :.il fonte >^4£umè chcLfono il tutto, per vna
quantità: «kteanmata d'acqua . Vfa ligcne- re per la rpezie^^chiamandafempli-
cernente; animale queUb^ cke fari < Leone^ouec Orfoj^vccellava'AquK la*.
CosVfece Virgilio:: . — Trétdmq^ ex tmQtilms des: • Trdedi fitmio 9. intendendo
l'Aquila la fpezie pel! genere càJamanda chi à.omkida^. coi nome
parrkida>.che vale-» », V ccifot dcIPadre.. Pone larmateria: per
racofa'fatta Ecoskdir^lferf^ io> ilpino xl*àbeteperiafpada per la. naue *.
Intende per l'vnicà la^ xnoJutu^ne rxome IL Venezianoi hl/crltucollafua fpada
ifuoi trio-- £>.e col/aAguedegPIniedeli ;>cioè. li Capitani > ed
iSoldatldellaR'epub* biicav MollVa con gli antecedenti I confcgueotl eoa dire..
GJài*òmr bre: fi fata maggiori : per hgnihcar la-natte ràeuxcpapailldi/ gig^to
prccorroni’Qmbre mclTaggicre ,, c: figlinole: d’vnai madire tenebro fa*., Olà
il! viuo; lume delie, ilelk s^am? mor- DIgiiized by Google GmùUt^ett,frene^}mil
jir nìortiTce> pec dichiarar la profliini* tidel giorno 9 che Qoa ha.
bi/bgnO' delia luce di quelle Adopera final- mente i coo&gpcnd per c^rimer
gli antecedenti .. Per efempio dirà. L’Armata. Veneziana; ritornad a..* Dardanelli
aggrauandone^itorno pihl’Addatico 2 chenell’àhdata.^ : per ifpiegare^ che è.
terminata la. battagliale checitorna.pecla^uà- tità. della: predacoa lenta
nauiga- zione :noa ballando: nè la iorzsu» deli^àcque nèla violenza de'remi^ uè
la g^liardiadel vento àfpigner: liaui^e Gìaleesicarlche». C A F O V*
DdlAWetùmma,^ La Metonimia pone la cagion:^. per l’effetto ^l’inuentore l’-
Autore per le cole trouate^ e fia tee . Ditallortelbaque* modi di fauel>
lare . Cerere biondeggianellecam- pagne: cioè le biàde>4i cuifècondo
lefimole&cUa rinneasrice . Sillà Digitized by Google in forfè à eh i defeha
Marte aggiiscB^ .car la licci cioè fi^dul>iia,qa.aijdegli' efer.citi farà .
vittoriofoiieto guevr ra , la /quaJe'fi aferiue à Nfefce;; Hò ^ letto Piatone
,xd Ariftotjle , .pcr li- gnificare i volumi' di que* due Soli^ che
illuminarono nel tempo Acfso* la Grecia . iPone l’cffcttoper latcar gionc
Quindi nacqu ero quelle:^ formefigurate:.*. Si èitfouato il fur^ to, cioè il
Ladro :ia-Morte pallida^, la Pouertà miferabiie ^ il Furor cie- co, la
Vecchiezza curua : perchè la V ecchiaia incur.ua glii vominià cif mirar la
comba^iii^urorcibenda» ed acdecagrinteJiettipiù occhiuti Pouertàr/ende' miferi
gli vomini 9 e gli fcriue nei ruolo deirinfelicità j; la Morte fi impallidirci
voltico- loriti da JPo Aro più viuace . Pone-», quei che contiene pd comenuto.
In quello, fenfot dicia mo : ; V euez ia , fii fempre libera> volendo
additare i Vinizìaai : contenuti^ daiia= Città * mà non maida? legami della.
ferui- ..tìi,efugge2Ìonead alcun Principe. MettcJli^oileAQre.per la^cofa; pofj
Digitized by Google Onero la ^ent^ana ] '^tp feduta , il Capitan per l'efercito
Cosi Virgilio yc^ciido iig^'ficare, che J'aSitazion d’Vcalegonte arde-* ua , ed
^a. occupata da* V uJcano , difle : Arde VcaJcgonte . iam^proxmns'afdH ytaUgon^ ' r- ^ ^ Annibaie à
Canne y al Trafimeno - Alenò il corpo della Repubblica^ ' Ròmanaj cioè i
foldati d'Anniba- le . Altresì moAra col legno gli og- getti da quello
rappreleata ti . Re porpore roiTeggianti non lo fpa- uentarono ^ nè Io colorarono
di pallore; cioè i Rè, ed i Monarchi vcAiti di porpora non Rattcrriro- no « 1
Leoni alati volano per i’A* / driatico; cioè i Veneziani , Ghc^= hanno per
Infegna vn pennuto* Leone , il quale ò arriua gli Otto- inanni ^ ò gli sforza à
fuggire fa^ cendo per la paura nafeer Lro Io penne* r - - ,C Digitized by
Googlf cAfo vr. f » i T ’Anioiijbmafid fi»l^ec€r^ip0^ X4 ii nodiè
proprioiaciopera^aK che altra èora equiuaknte i quello*. Per elèmp]o> diri;
la Reioa.deJ]*A* dr iatf co> il Ri delle fiere, la PrJad- peAa
dc*^^jfiQrrkil Frihcipedcìnetal-- hj, il Fiumedclla RomanacIoqucn->
Ita'^.UXoaentct notk malmancante. delia grcc^ fiicondia^». inrendienda»
Venezia, il leeone >,la Rp/a,.l*Qro > €iceiConr»e IJemDltene ^ Auuertal^,
pe^>.chc^pecfar PAntonomafia^. noafipoiròao fiiftitnrre altri voca« boli
inluogp dei propria nome , non. quandale vocifiirrogatc con-^ neogona
alIeSofiaDzei^.daliOrato-. rerÒL.dal ^eta nomihate,per cagio ; delle
circo(ìanze',edegliaggmnti . Per^ non: difeoltarmi dali^Antono* mafia di Veneziadetta
Reiiia deli- Adriatico , edaiLeofle>pnorato col titolo diRèdelR fiere l
benebèrfie^ “ ao!* Digiiizod by Google no altre Citti fondale sii Tacque^
deirAdrmtico t tuHauja. perchè quelle Cittàcedono i Venezia >.che hàlo
fcettradellflniperio » & ecce- de tutte dìgr^dezza» dinobiltà>di ~~
ricchezze > di frequenza di popolo^ à ragione merita li maeftoianome Reina :
Benché il Leone iia peraco di corporatura ,,e di fmifu*» ratezzadi membra da
gli Elefanti: di velocità , c di/poftezza dalle Ti- gri; di lunghezza di denti
da' Cin- ghiali; con tutto ciò perché dalla Natura n è adunato ael Leone ciò.
che difpensò , e comparti fra gli al- tri animali ^ dandogli grolTczza^a.
proporzionata» ed agilità» e fortcz^ za > eocchi viuaci j^e crinidorati, e
altre doti ; non per grazia mà per merito, hi il nome reale , c l'Impe- rio
foprale Fiere,, le quali inchina- m Leone nato Rè^ non elettOo. O A.- ' ^ty -i ' : t' » r*< 5 i '.y-'H: •„;.;
" -e Af^^o YW u r *• ' • » l '*4 Vfc • ^ ^ ^ » li *, ‘ ^ i. - ✓ " * . .. 4^0WiQnpmaHffm* . .: \ y‘^^ ■ I .i .^‘:pis:- o\, Xa
OflQOiatopeia inipoite il tìomr cfprciliuadegJi oggeWÌfigni£- cafijjc cà€ hà
firaiglianza colle cofò «lanifera te . Quindinacquero, cer^ ti v.ocabplf , clic
hanno TiiA"jaJ.YÌrr tildi fare intendef e gH oggetti aur- che
ag|;igpQrantijkedi.po5i auai^ tiagli;ocehicoIièmplice fuono,di?^ uenuto /onoro
Maeftro dcgPindotr* ti ^.e di chi fbflc ailcuato fra le folì^ tudini >c4 i
iUenzii- deik frlue > nir aucir« ydita Ja viua„VQ€e ,ncJleu» fcuQle delie
CitÉa„ , A eagion 4*e^ frmpio ; il tarihtaearitrQuato4a-^ ÉnoiojtiiQtihca
fubito il (non della tromba > c della neJiajnentc le fpA- zie.di qnelio
/lrùto.éQto militaroy > chefueglia gli fpiritide'foldati ne- ghittofi ,
& addormentati . ^dlc V od ronzare , Jatrare, an itr ire, v r ^
Jarc^muggire, ruggirete fimigliam ti mani^aao facilmente il ruott,, ddi’‘
Digilized by Google Duèrolal^t.yent^mnà] . ^irApi, dél Cane, del CaTjaJlo,’ del
Liapo>dcJjBue,e delL«bnc,ii quale Tc sbigotÉiTce Vluò nelle 'feJaétro* rug-
gitile colla raacftà gl i * dtiimaUì eÌÈ? già to negli ìftendardi V
cnezianireCa fpauefitò'a* Nem ici della’' fede Cat- to! ica. A
ppartegònoàquèlk) luogo inomitrouati da'colòfo , che van- rio fantàfticando , e
vagando còlla imiiag inazione:^ c grimpongóriò alle ’pcrfonéèpvere , ò
iinte'che fie« no» facendólefimiif à B’acco'chéebi be più nomi , H come auea
auute-»’ più- Madri, - WS., u C:APO Ym. ' > De//a Catacrcfi^ i' ; La
Catacresi ancor ella Yfa co*^ me la metafora i vocaboli prò- pri j dvn’oggectoi
egli applica ad vn’akrò j mà condono molto diffi- mili fra loro, nè molto
difFerifco- no nel lignificato ; Nei chc^per mio auuilb k'Catacreli è
difiTercnziata dalla ntewfora, la quale poncle-» / Digilized by Google
Vrello^Of^i voci alquanto piu diuerfc » che non ta la Catacreiì. Sarebbe
Catacre li fé io diceffi delle migliala degli Ar- tefici > che lauorano
iiell*inefiinia» bile Àrfenal di Venezia, iiquale per l’ampiezza del circuito ,
e per quantità degli Operai , fi può chia- mare vii’altra Città di Artefici po-
lla nella Città di Venezia: farebbe dico Catacrefi fe io diceffi . 1 La-
uoranti edificano le Galeazze Cit- tà di legno ,che tuonano , c fulmi- nano da
ogni banda ancor quando j1 Cielo è fereno, c pacifico: perchè adoperoquella
parola , edificano » che dicefi propiamcntc degli edifi- ci; dell e muraglie.
Virgilio pari- mente dille: j il fior moniis tquum diurna TaUadis arte parlando
del Cauallo di legno ,che eli notte partorì , e mandò in luce i Caualicri della
Grecia , i quali tol- lero colie fiamme lo fpleado^ Aiia,Troia,e priuaronoi
Cittadini Troiani dèlia pira benché ardeise- roneilmccndio della Patria, CA* Ok
r* CAPO IX. ì)eU4 Tii€talt$ • I Poeti principalmente vaglìonfi della Mctalcfli,
dalla tonale fi pone qualche parola, al cui vero fi» gnificato fi giugne dopo
varie opc» fazioni dcll*Intellctlo > che da vna notizia pafla in vn’aJtra
difeorren» do , e mentalmente viaggiando . E pare che la Metalclli voglia in
ciò imitare! Poeti , che ne* compóni- menti eh iamaii Epici l^nao più gi-
rauolte d’Vlifsc > ed*£nea, prima^ che arriuinoai termine dclPazioa
principale. Prendiamo Peìempio da Virgilio , ìlquale volendo figni» ficar: dopo
molt*anni: dille . Tt^aliquot fni4 rrgnz vi4ens tmratof aitasi doue dalle refie
, che ibn quelle fot- tiliilime fila ìÌìqìJì alle ietole>appic« catc alla
prima fpoglia del granel- lo , trafeorre alle fpighe , da quelle ai gambo,
daliiifto alla Itatele dal» Digitized by Google liyell^d'Orèl : la Itate agli
anni . Équefto diicor- riinento della niente diuer/ifica il prefente tropo
dàlia Catacrefi ^ e dalla metafora. Parimente , fé di- rafsi: la Guerra di
Candia hà mira- te cadute al Aiolo molte friitta; fi farà lo fieflb cammino
dall’intellet- to j e dalla maturità paflerà alPa* cerbezza de* pomi,
dall’acerbità al iiorir de gli alberi , e da queftol all - /\Ìitunno,e
poiaglianni fpefi ge- nerofamente dalla cofianza delbin- uindbile Repubblica
Veneziana.^ nello sborfar tanto fangue nobile^ de* fuoi foldati , e nel trarne
molto più da* Turchi per riauereil domi- nip, libero di tutCil Regno di Can- dìa
Ve riporre i Leoni neiialtre,^ Città , e Terre di quella grand’lfo- la occupata
ingiuftanienteda* Cani delia Tracia . CA- Digitized by GoogU GueroU ^ett, Vcne^ana \ y CAPO
X. ^ * V * , * . . DelbMlegom» .
4. ALtro dimpftrafi dan*AJlegoria colie parole , altro col fen/b, c col
/ignificato diquclle ; onde le ■parole non Ì1 prendono letteral- mente ?. e
fupertficialmente Tuonano ; tPer quella cagione l'Al- legoria pare imitatrice/e
bene non interamente dcirantico , c miilerio- To Egitto , il quale con
que'ieroglT lìci , e con que* corpi figurati di fer- penti ^e di coccodrilli
volca figni- . ficare altri 9oncetw% e Tcgreti i '^ fa- cendo , che 1* orrore ,
e la bruttezza ‘delle Pierete de'raoftri fofiero inae- dlrid'inTègnainenti
bellifiim.i,c pel' Icgrini. Efeinpió del parlare alle- gorico Tono que’duc
verfi di Virgi- ,lio > il quale per dimoftrare elìcr ■giunto al fine del
fecondo libro del- ;la Gcorgfca,e- della I materia trat- - tata^^xd cfler già
fianco di ragiona- ..rc^reriiilTi deirallcgoria d'vn eoe- P eh io Digitized by
Google I 5^8 • il Vello d'Oro ^ chio tirato da cauaJJi per lungo tratto d'vna
immenfa pAnura > che aurebbeftancate Jc Cauaìi'ejFauoJo- fé nateda*
VetìCfprcffoalTago piti ratte de* Genitori, e degrinfacica' bili deftrieri del
Sole . Allegoria^ più lunga , e continuata è quella-. d’Ora 210 in tutta
quèìi’ode 14, dei primo iibro , il cui principio ii ò : 0 nauis^rtferent
'in'Man tenoui i : ftuChis.'ò^uid^agti! fortitir ocatpa Tùrtim ' ; i : :'
fignfficandofi alicgoncamente col- la naue Setto Pomprco , col marcia guerra
&c. * ■ ^ ì ... ^queiraitradel^oetaTofcano. * TaffaUnnmmiOf^iUf^i d'oblio
Daronne vn'altroefcmpio ^ c col velarne deirallegòria nafeonderò le glorie di
Venezia , mà in tal mo- do , che trafparifcaco come quell’a- pe, la quaTcbbe vn
fepolcrod’am- bra'jper ricompenfa del inele ambra dolciflfiuii larganicnte
donata', 'Al Leon di Venezia non furonorinai fuelte le penne , nè furon poili .
le- gami icioè Venezia fu ben cinta_j dal- jii. c.,ji Googic 0' "OueroU
Veneziana , < 3alracquc dell’Adriatico per farM più libera j-mà non già
dalle itatene de* N etnici, in quello tropo peccai - quando , -verbigraiia ,
^com inciali ColMlegoria dVna cofa dell'acv -qua &c. c li^nifce col fuoco,
il qua* le colle fuc^am me, mollra il poco lume, e la pocajiotÌ2:ia dicchi di-
feorre, Edèdiiaitfopregio l'alle- goria , che alcuni portano ifermif- iiina
opinione , i Poemi , ed i parti • chiarilsirai del cieco Omero, e degli altri
Poeti effere^inuòlti fra le nu- uqle delPallcgoriaj come fé la Sa* pienza terrena
fofleromigliante al- la Diu ina , che pòfuitJenebras lattl^u^ ' • ^cggsfi^pra
'CIÒ i’eru- ditifsimo , e dottifsimo Mazzoni nella diuina difefa .della
diuina_, ^Commedia 'diT)ante doue trattali ' dell* Allegoria^ c nel capo
trentefi- mo delPArte ideilo llile, l’Emfncn- .tiisimo Card; Sforza PalJauicino
'della Compagnia di Giesù gran Fi- lo/qfo. Teologo, ed lilorico,e gran- de in
tutto ciò doue impiega facu- Jtezza della penna ,c dcJJ’intclJctto Pi >c.ni-
Digitized by Googltr J4& d^OrB ] , '^minentirsirao , c vicmo'à Pallate >
cioè alla . Sapienza > come fuona il nome deirEroe porporato , che^ sforata
9 . e vince colla gagliardia del- le ragioni quanto gli aggrada « La lunghezza
diflfereiizia rÀllcgoria dalla metafora > la quale è più bre- uc . ColJ*aIlegcxria''
quando è più ofeuraii formano gli enigmi . E di tal materia dilcorrerò nella
Poeti- ca, che già preinedito de comporrei /e vedrò che quello Vello d’Orori-
efea preziofo ,e iion vile , nè abbia bifognodel fuoco per conofcerela
fchiettezza, eia realtà del metallo, Dell'Ironìa. , f L’Ironia non fòlamcnte
altro de- noti col parlare, cd altro col fignificaco , mà tutto loppofto >
il che non fà dall'Allegoria; SidiTcer- ne il parlare ironico , ò dal modo di
fiuellare , ò dalla Peribna di cui ragionali , ò dalla natura di che che 'fia.
Digilized by Google Ouerola^^f.f^ene^iànal J41' fià • E rironifl quand’è tropo
è piii^ breue ; quand’è figura delle fentcn*' 2€ è più lunga; Conofeerebbefi
1*0* rator parlar per Ironia fedicèfle di Catilina , che Volea torre non pur
gli a Jlori>n]à il capo alla' Città di’ Roma , e da lingua deirEloquenza
ncllVccider Tullio : Catilina amò‘ come Madre la Patria che gli diè il’ latte
,elò*fè nafccre nel Peno della Romana libertà . Vfedrebbefi pari' mente
efierevn’apcrta' ironia il di- re'. 11 fenato diVenezia non rimc*^ f itòcon
larga mano i Capirani^che ftrinfero colla delira il ferro per di* fender la
Repubblica j nè rimunerò gli altri che s?impiegarono alla-i conferuazion della
Città , ouérola celebrarono co*Joro fcritti ; e eolie penne le accrebbero il
volòiaccioc*- chèpib velocemente giugnclTc alla Gloria; farebbe dico vn- aperta
irO* nia;. poiché appare nelle liorie efie* re Rate Tempre Compagne nondh-
Punite iaEibtrtà,e laLibcralitànel- la Città d i Venezia , . Premiò iGon- zaghi
, gli Elknlì ,-gli5caligeri ’ B Car?;^ Digilized by Google yellbiTOrirr
C^rarcfl , i MaiatcftfT i Brandolì-.- ni , i Rangoniv l Criftofori da To-^
lentino y.gli Aatottclli SièiU^ , Giouanni de'Còoti , i Kbfli i Gol- ' ) Jconi,
c milleaJtri: i Rjuelatori del— k congiure coil^aggregazionO- ailanobilt4;>
àcon grofle , c pcrpcr/ tue prouiiiironi di danaro >. ò cóllW Gnor delie
Statue ,;^ò- con^altre^di* moftranze ,?gloriofG nonetnetio^ ’ benificati ,.che:
a* Rimuneratori . . Freroiò gli Scrittoridèlk Borie Vi- niziànc, in cui
s’imparano'i'fatd ^ non-di vnPóppJo >< mà del Genere ' ymano veli
JiLnotizia de*climi i de* ^ coBumr^ddk forze v-deJlc Città , c '
dèll?JUl^è^i^Q;*iiMond6 k da* ’ ycacziàtii p ili colle vittoriei che co ‘ i
palli Che più ? ‘ Vn’Epigramma del Sànnazaro>nei quale fi conchiu- de Vènez
ia eflereBata vn opera fo- - prumana fii* ricompenfato con># buona
fommad*oro > dimofirandofi dàlia prcziofità deLmetallo Tcccel- Icnza^ del
componimcnto^ ^^e dèi ' Componitore > che prouò migliori ■ dcii’àcque di
Pànmlo quelle del? A- • . ' i ‘ dria- . ' Ouero liu 1{ettu ì^eneT^a . j 4 j
dHàtÌGofecondeancor.d*oro . LE- ptgramma benché notiiBrao , e mi- rabile aJ
pari delia nomina tilfima, c iniracolofilfiraa.-Véne2Ìa, e dcgno>
cTcflcrclcrmo à lettere d’òro , nón- coll^inchioftrov ,.e:tale.:
yjderatHadmcUf^enetamìiepm vndisi State f^rbc,& tato ponete tur ari ; Hunc
mihtT.arpeias ^umtumuis.luppiterr ' j^rcesj. .
ù.bijeey&illà tui mpen^'Martis y aiti- StiTeiàgOi Tibrim prafèrs^,
Frben^afpite * THramquey Uhm hominesdices i han& fpfuijje beoti. C XII.
Delhi Terjftt^ ,. } 1-* APpcIlàfi Pèrifra/i. quando cotti lunghezza, di parole
in par- t«;mctafQriehe fpiegalì ciòiche bie- uethentedir H poteua i,e s.'aggira
i* ,lhtelleUo deir.Vditore ,.ò:.del Lct-* :t3ore per varie ilrade prima d’arri-
•uare ai termine deli* intero fenti*?- R 4f mento. \ Digitized by Googlc j*44*
yelto d'Ofo^f ‘ mento deIi*Oratore , Che però vien*' detta la ? cn fra fi ,
tircuitus loquendi :• prefa la metafora da* Viandanti ^chfr ò per errore,. ò
per capriccio allon-: unandofl dalla (Irada maefìra più compendiofa , e
diritta, prendo-^ no il cammino non folito più lun-^ go, c più torto . Hò
detto, che la.* Ferifraiì richiede lunghezza di pa* rolenon proprie , raà.in
parte mc-f taforiche , acciochè il verifichi la^ diffinizion del tropo > la
cui diffini- zion già data è comunc alia Per i-*“ frali ; altrimenti non fi
vedrebbe la mucazion delproprió fignifica to ia altra fignificazion men propria
i e percpnTeguenzala Périfrafi non fi potrebbe riporre fra* tropi . A mo- ftrar
che Venezia* fhfempre fccon* da d*vomini forti , c dotti,potrci dir cosi con
circuito di parole . Lafe- condità di Venezia non ebbe mai fierilità di quegli
vomini, i qu|iU col lume deli-ingegno fecero vA^ giorno chiarifsimo alle loro
glorie, ed alla fronte vna luminofacorona: ò/coila .luce dell’arme fecero trjH
• raon^ Oì\ ?f 0 U f^ttu V'eMzmha \
inontare il Sol della vicaa’loro Nò-- mici nef più i^iTpJeirffcdte meriggio.-
Ditali cii'conrcfizioni feruonfi piùi diradò gli Oratorfjic^ più frcquen-»
temente i Pocti^ ne* cui componi*' in éntinondirpiacoion tanto>,quan^ to
nelle orazioni^enellc prede. La ragione come notò PBmineriiifli-
raoPailaiiicini nell;Arte..dello.ftiie> fi-trae dalla diuerfità del fine ,
chei* Ora tore,e’i Poeta fi preferiuono . I Dicitori hanno iolamcnte
la>mira-i di perfuadcce , perchè colla -pccfua-' fioae colpifcono,e Wneono
giiVdi-* tori , e gii Auuerfari>> laonde tutto quello che ricarda’Mal.
vincer, pre-? llaracntcjr fi reputa^ fé non viziedb j almeno, difutilc^j. il.
che - cagionali dalla Perifrafij e dail^proJiflìtà;.mà Ifoggetto vnico de Poeti
èpiù tofto i4 piacere, chc.l'inregnare ; .e perciò iLettorlnon adiranfi mà
godono di vederfiallungata la firada per fcntir.più Jutrgamente il piacere
rjfir dato loro.dalia>rccnadi più- oggetti ^PP^c^^ntati ailadmmaginaxione. '
Il l^ellò d*0iro',4 C APO; XI li:. Ùdl'ìfprbatov maniera, cJb£ ancora
iidifdrdine ci- ' agg^àrcomrappuntovnoicom- pigiiato efercito vedato mym; tc- '
la d'vn- vaiente ,. &: ordinatiiflmo^ Dipintore , ÒV Scuramente mirato ^ in
vn Campo di battaglia,» non è' fj^ceuoJe ajróccliio , . mà. dilette*^ noie :
iProfacori Latini gualiano>» edcoinpongono^hórdine. delie voci
pcrmaggiorc.clcganza^, facendosi cosi*] parlare pib'acconciò , e com- porto v-
Pcrcagioa d*cfempip^, diiTc^ Tnliio nelf/orazìone pro^ Cluent.
^mnmdHtrtr^udtceSromtiem'-^ccHfàtù^- tis omifonemm duas^iuifamefié- partei: in
vece-idi dire : in dkas futrtes^diuifam^ effe, come lichkdeua l'ordine i per-'
chè elfcndo-l'òrdinc^ perturbato fii fjendè la dettatura* più ordinata:’, c*
l^giadra . Per la cagion medefi-? ma. Oigilized by Google Ohm là Retti
ytnt7^Am\ ma il meclefimo^fcriirc Ter mthli gf:ìatHm€rit :: efl^adò più gratoi
e più ^ grazipib,che il dhc:,Tergrjtimm^ Ù» ent . . li Poeti ; talora fon coftrctt
i j àtva ler fi d c ll^^Ipcr bìa tadal là necclfi- là; non. potcndò. correre,.
e formar-» ITI. verfQ.fenza: loJtbrpio ^per dir cosf> e guafiamentaJèlic
parole:^ . • Gùierpecàidi'flieVirgilio; :, > — — — — Septemluhie^A Tr inni :
: non asnmettendò Kefametro quella- vocevnita i Septmtrmi ,. Alcune-> volte
i medefimi Vaglionfi di quello trpp«> per/àr piùxljijc^tjo ,,e pai i to
H.-verfo cjQ^n€.,^parc^ in quello uerfo purdi^^VirgilioneL t^zp del- Dotte
quel, perì porpoflb mollifica, ÉtUotencriice il-vcilo ,.il. quale al- trimenti
iarebbie duro.,.e feogJ iò.fp ». /Uroua fi quello tropo anehe, nelì*’-
idiòmaiiaiianpj^pnde/arebbe, Iper- bato il: dire; il Cor,po pregiati ìli-- modi
S.Marco trarportato da Alef- ^ndtia Città deiPEgitto, recò leco : E 6 vruv
Digitized by Googlc I lfVellò^^CfÌ‘òi ' vfltì piena di grazicve di fàùorii'.
maggior di quella dell’àcque , colle quali èinódàto rEgiwodàl Nilo; e i portò''
nella ‘Repubblica la fortima- • di gran lunga Superiore alla fortu- I) na del
grand' Aleflandro fondator d’Aleflfandria . L'Iperbato fi è inij " miella
parola^, feco^pofta incambio ' i di Con fe ; coftiinAandòiì^ nel lin* |
guaggioTofeanodiporporrclai;,-, ; Con, .è di farne tna dizione col tor- re la ,
N, come fi oiferua nelle va*- ci» Meco V eTecò^'i la quale regola ò praticata
in parte da’ Latini, che * dicoilo,Src«;» yTAecwm ìTtcuntì e fo*^ j miglianti .
Auuercafiche la diffinn 2Ìon del tropo non fi dee rigorofa- mente prendere y
acciochè pbfik:^ - conuenire ancora all*I perbato >c à ^ Ritti l 'Tropi
dc'Retor fi Egualmen- , te'da'Poeti Latini', c Tofcanifi dir-»^ giungono i
vocaboli , quando vo^ gliohdileggiarealtrui'iò’purctra-' fitìljarfi'; Di
tal’fatta fon^ue*dù^- vcrfi efa metri fópravn Poeta chia^^ ' mato Foffa : . ' |
infoca mir4yUis offai • , I Rk: ! 2^-- -, -’.ooglc Ouero U fibh condendo
verjmìcere commimìt - brumi- ' doué col troncamento della parola, Cerebrùm , fi
mollra lo ftordimento, ^ e*l rompimento del oaporca^ionà- toà quel Poeta dal
mormorio betìr chè fóaue delle fontane di Parnafo, , dalla* cui fommità
prccipicò. iaar- petta ta mente nella fofla;. ^ j-i GAP © XIV. . . . .f; nella
JferboU^ . . . T j ' • *v*.' ^ .. 'IperhkOlc ingrandifee >ò impic’*^ colifce
ftraordinariamente^ ^ . ond’è natada voce | iperboleggia v re i.che wiol dire ,
» fcerimrc , ò a mentare fuor di mifura. ^ Quefio tropo non hà luogo.
nella^Città di Venezia y perchè, non fi può nè- croppo >.nèà.bafianza lodar,
dagli Oratori , viche. Tempre part^anno* fcarfi, quantunque foffero più prò*
dighi d i iodi « che non fù la Greciai verfo le cole proprie Si farebbon» ^le
iperboli ^d’vna^d’aggrandimcr- • * # • 4 tOoi> Digitized by Googl 5jraj
IlKtttòifOHrr. ] to, c l’altra di rcemamento,dicendo> ' di
ducdcftrieri^veloGÌ(Iìmi ;,:Se>fofr fero accoppiati al cocchio del Sole :
farebbero i giorni più* Breui del fo^- lico', e à pena fi conofe crebbe: il na-
' ^ fcercjed il tramontar.delSole i,edii due.CauailLtardifliaai j;Pofti^ nel-
punto d'vncirxolanonmaiiidifco-' llerebbono col muoucrfiidal centro i della,
circonferenza^ Ecco, due al- tre, iperboli.delle Galeazze Sono ^ ^ grandi
Armerié. vagantii per l’A*- driatico', Sònadue. (cogli ^.doue-» < 'vrtandode
Armate. Qctomannej^j., feinpre furono rotte i.e. friacafiate •>. 33aJla,
Iperbole fi.- traggommoltó^ arguziedette volgarmcnteconcet- ti perocché, fono,
i parti; più pre- giaci conceputi dal noftr.o InteJlet-- to , e dati alla.
luce: per Jllwminar le* menti; altrui'., E quapt'è.maggior l’iperbole ,,e
l’aggrandimento^tan.-- to più riefee, marauigliofo ih con- • cctto *-Mi
fpicgo.coli efempio .Pa- rca; grande amplificazione: reflerc : llaco. detto dal
Tallo deli e; figure^. fcoJpite* su le porte dd' palagio in-- cani- . ^
Digitized by Google (fumlàK^^niVmzma. jfJ" càiitato'i il qpaleincantaija'»
equa- fàcea diuenire altre^ Sfatu.e. per Jamarauigliai Vàgheggiàtòri di q^el
intaglio anlflsato ; contai dif- ferenza > : ehe gli-A"fflmiratqri fcm-
brauano eifer morti;, ^ Ja dòuc gli oggetti rappreféntàti ^ viueano nel-
l’intaglio iparcai.diooi gr^'efag' gerazione l’aiférmare ^ i : ; ; - ; quando
-ivedcfir piì^in alto tórmon- tar refaggcrazioncr colfòjtrp. vet“ * £b ;; , '
./ •• "^Itnanca quejìo ancor fé agjU occhi cv edili come fe. gli - occhi ;
non aueller. po- tuto difeerncre il verodal- fàlfo fcn-' za il giudiciò deili
orecchi ;>iche' vn • fordòj yj^gpnufii au r alFcr- matOi quelle mutole
^èdinìénfate^ figure, fentireveramenteiedilcbr^^ rerc.. E tanto balli
d*aucr>dctto in-- tofnotavtropi , il eaioiumcrb fé vq- gliàBarigprolamente
filòfofóre; Ai-* moefier4nenodèll’àanouerato* £* quandanelBOhonm^eia , eaéll’-
Iperbato &c; non. v*abÌ3iiat ciò'ch^ dicemmou: r ichicdcxfiw dalla di “ . '
ziwi Digitized by Googli ; ‘ ■ '\ ^ UV'ellò i'Oìro\ • • zìon del T^opò ;
gluftàmente Tro^ ' pi notninarnod fi potranno . Q&sì\ ancora fcnte il
"Mazkoni : nel- tapa>' didqtte^mo del priitió^ libroidelia. > difefà
d(‘ Dante 5 Mà ' io ha voluto t più toftòictondar gli? ancichrM^c* Ziri deilà'
clòquenzà ‘9 che andar* contro^lk^rrentéde* toedcfimi ; richi^èndo - la
gratitudine idei b» . Scbiàèè>ll1rfon far doro aperta guer-' ra coìcontradd
ir palesemente ,mà^ tacere:: rendendo il filenzio agli» llelfi per ricompenfa
dcgl’infegnar* menti dèiòea^parilare.. - . c a p o : XT. , » * %•
DtUtfigmrdelUfmlei titUà e dilì^ altre ftguYer f^e €oÌl*jtgg{ugniraenta., ti ^
^ ^ ^ l’fiùla Jllei^tizione quando fiire-^ plica^iaitèfiaiparola ». ^eo /em pio
> nell’ ’impr efe generofe di Bietro^ocenigo ,colle. quali ren- derò più-
figurata , ed ornata la-prc* lènte figurava - • C — - " Chi' DIgilized by
Google / Ouero U 55 ^ Chi prcfc PaiTaggio Città dell'A- fìa con tal prefleizxa
> che nonpar-' uc dimora d’vn Campione accam- pato >mà)Veramef^vh
paifaggio d*vn Campo vittoriofo che mar- eialTé ? Chfpoiè a&cco leSmlrnev
eClazomene>arricchendò i foldati di preda re fé ileflb di glorie^ehe^ ronolefpoglie
, delie qualimè meo la Morte può fùeiUre ?< Chi acqui* dò Sechino > e
Corico sforzati à ce'^ dercr impauriti pih~ dal rimbombo della ftma <
dci> Capitano ■, che ^ da^ tuoni> e da'itilmini delle bombarde? Chi
atterrò le mura di Stleucia per dar luogo alla ^Vittoria Venezìana^ ^
cheaififaneiruo cocchio trionfale ir^atròlChi Tàlicò le folfe profon- diliime
della medefimaCittà^ e lé riempiè fuor di modo col^ fangue^ degli adediati
vccifj > e disfatti? Chi abbafsò ^alterigia de' Barbari col prender la Città
di Mira> lituata fo- -pra Paltézaa di yn Monte , (è non il Boge Pietro
Moccnigo , à cui fcrùì^ di glorioio , e fterminato CololTo^ qiicll'emiaente
montagna • : .... i C-À'!* ^ Il Fello . e A p xvr.. *• I . j . / j « i
DeUé^Cmmeìfieneà. > ^ •, 'li ^ El4; GonpcrfiòBC quando^ .yol^- gCfé 6
xiirizzst ii pariareàjqùil* che parola /pciTc volte.' replicaULj Con-, quella
figura: loderò^ breuc- mente i* ^cceJlcntirsixnoGcncral di; Dalmazia
Procùratop. di S^Marco Iieonardo Pofcola, cpoi Generali f»-
fimadel'Màre^tfmifattr ancora ec-- ceirentiisimi iarannQÌlmgbifsima«
mente^ianziTempre rcplicatifcnzas fianciiezara dèiiaJ?ama>e lenza noia^
dcglicVditoriv, ' Bramate: di. vedére: atterrata^:.
llmpictàturchefca>raentre i: Eèoài c yeaeziani: con^ voJo^, magnanimo^
gwng9no;nell!aJto dcrBàlUardi deir’ erpugbate FòrtezzeP.di. vederla me- - dica
ncl'giuilafpogliamento^ delle: Città, Ottomanne refiale: lènza rie*--
chezzc> carènza mura ?: diìnirariaL». fpirante> o poftànell*efi|«mQ; fra
le firagi.de! i qualif non* Digilized by Google Oìtero ìf^ène^ana , non furoa
tagliati dal ferra else»<io • morti per le fpauento del valor yi- niziano ? Tutto
ciò fò^operato dal Fofcolo V Perocché, la < caduta > di Ghnin ,Ài
Ri^oìNadin / e di 2e- monico fortezza ^difsima > da cui era roflèntàtala
SupérilizióneiSue' couari V Pólifsano i IsIaovcdJàlùre:-» Terreai^ate à
ruba< meritamente per cfftcr loggettc à* Turchi Ladro- ni dcllàTcrrarC del
Mare ; l*erércÌT - to- Tufphélcp^À . innumcrabilc . nel p/incipio dèli'ai^edio
rnhinttiiofo pùlldintornc) àSebenico y C pofeià- diminuitodi g.ente , di forze
c di credito , ' Ci diuenitto^oggetto' di^ feberno » futoiio- e^ti« nod mara* '
ttiglioii'i pec eiser eóó^ti Veagio* nati. dalAÈofcolo Gli/sav ebe^ allor
credéa di poter' temere;^ quandó gii vomini fatti alati? Dèdali'aùcfser -
potuto calar dal. Ciclo* denyo* alle fue murafòrtii&ime ebb ilimauanli
eterne ,iin tredici giórni^ fb prefà-» dal Fofcolo; Nouegradilritolto a’ Turchi
che fì*érano flati vliirpà* tori 7 e.poi diflmtto dalfen o Ve daL 4». Digilized
by Google llrtUoétGr9\ • jboco del Vincitore , fò racquiila^ to, «disfatto dal
fofcolo.. C A P O xYii; • >> h » ; iHUa empitomi. f AComplbfiione come
Tuona il Jkji. nome^abbraccia la Repetizio«- Ac>elaCoDucrfione ^cftendo comr
poìla d’ameadue. Biacemi colla-^ 9nirchianza.dj.due: figure > cioè coR la.
Complefiiòne accennar ciò che fece il Generai. Benedetto PeTaro t che parue
contrari * Turchi vn fii !♦ mine coeapofiq^iaiE«nco-»dinembi.^> dlturbiai^
di tcùypeiie^ di tuoni , di balenìi ài ^oco> d!orrore $ e di tut^ to ciò che
trouafi di furioTo > di vio**: lento r edi^aucnteuolenegli eJe^ mentii e
nell*inférnòi conae ^unto era queLdlGione'defcritto ’il bene nellfottauo
dcilTneida che recala Tpauento al ipari dèi . fulmine rea*' gliato dal. Cielo *
! • ChisfUppene’Mari delIa.Grcciài c pr^oiojStretto di-Coftaqtinopo - Digilized
by Google Onero la ^tttor, yene^iana, licon aHd(jppiata fortezza moJtò G'O Jee
rinforzate de' Turchie fgra- uò gli Schiatti Criftiani jdal pcfo delle catene ,
e della Cattiuiti la-> quale opprime tutt'il.Co«?po , ed in- catenò i
Barbari iti quc’ Legni ch*e- rano ila ti Carcere pcnofii«imo a'Fc» deli diCrifto,
e. Reggia più toftò della Licenza , che della Turchefca Libertà ? il Pcfaro. -
Chi entrato nel Golfo , e poi nel Porto della Preuc- la fra nembi. di faette ,
diluuij di fuochi arrificiati,grandini di piom- bo > turbini di ferro >,e
di bronzo cagionati dagli archi, dalle bombe, da'mofchetti, e dalle bombarde,
dis- fece parte de' Legni Ottomanni quiui cremati:: parte nediè al fuo- co , ed
all'acqua ;e parte ncrimor- chiò conducendoli legati in trion- fo , cóme Rei
d'aucr portata la Su- . perftizione,cioè la Pelle dell’Orien- te? il Pefero.
ChiprcfcIUnco, Alcf- fia , Metelino, Carifto ,Tenedot S.bjaura , la Samotracia
, la Cefa- Jonia , cd altre Fortezze, ed Ifole.* c colla fchiauitudine fciolfc
i Turchi dal- Digitized by Googlc ^58 ìlyelkitOnl da Jradcmpimcnto di molti
voti fa- criJcghi fatti al falfo doro Profeta .Maometto -lordo alle preghiere
,, edimpotentea difenderlidal Cam- pione :!\^cnc2Ìano:? ilPefaro. 'Chi
iìnaimentecoHrinfe 3aiazeteà do* , mandar la pace, J>er.tema di .non-»
perdere colla xontinuazion della..» guerra il titolo di 'Monarca., e còl titolo
l’Imperio della Turchia ? il Pe/aro. I^eirvfo però di gucftafgura-*^ c d’altre
Umili ii dee andar molto racienuLto,, perchè. troppo all aTco- pcrta palefano
l’Arte aJJof piùbel» la > guandaraeno apparifee , e che più toedhi
aTliguardanti per eliiT.vaghcggiata guandella .è pih »chiufa.: . J>el I{addojìpìamemà, f • ; ■ • IL
‘Raddoppiamento détto da.? Lmrìi,CondupiÌ€4tiOjr2àdoppÌ3^ Ja parola; con che.
s’accrefcc la va- ghez* ‘ 'Ouerù la
VenCT^i T 3 ■ghezxndcl parlare, c*| diictto aglì orecchi , ed aJ^Je ménci deg^i
ATcol" tanti', che veggòn puJltilar dadue parole due pregiarìlfimi oggetti
,la bellezza ,& il piacere, ‘Ciò che il replica fi può porre ò vicino,
òJoft- tano, ò nel mezzo , ò dopo qualche interiezione , come fi vede in quefti
efempii prefi da Cicerone , , ^ ^furs nm ud iUponendam , {cd ai confirmandam
maactam . T^lidti , graucs doiùtes Vfiuenti pannùbus^^ prò* pimjuis multi .
^onat miferum ìne» (con^- fumptis tnim iacrymrs tamen infixus hjt - m dolor )
bona , inejuam , Cnetj Pompeij acerbiffimavoci fubieBa praconis , Vir- gilio
fece da repiicazion nel mez- zo:* ■ , Te nemus Angitm 'vUreà u Pùcim ..vndà^ la
qual replica fà comparir co mej> in vno fpecchio» ed in vn criftallo ra
rtific io dei Poeta . jCoI raddoppiamento farò vnj foloperfodo fopra- la
prodezza di vna Naue del Capitan Tommafo JMorofini , la quale roftenne , e
via*' ^ feda Digilized by Googlc il Vello £0ro] fc Ja furia di quaraaca Galee
chefchej concbiudendo i Barbari, iche fc vaa Naue Viniziana trionfò d*yna
intera Armata: tutte le Ga- lee , c Galeazze vnite deila SercnìA lima
Repubblica aurebbono meiQ in conquaifo tutti i Legni di Serfe , di Marc*Antonio
, d’Augufto , e de* .Greci andati à Troia , fe foffe fiata mai poffibilc in yn
tempo ftefloR? ynion^di tanti Monarchi, ed vn_^ combattimento nel mare centra i
-Veneziani . V na fola Naue , non erro , nè iperboleggio , vna fola Naue piìi
■valente , e piìi coraggiofa d’vn* Ar- mata , cpiùamnairabiJcdi quella , che
portò,& ebbe il fior degli Eroi, e de’.mctalli gli Argonauti» e'I Vel- lo
d’oro , fi auucnne in quaranta_> Lr.ì Ice turchcfche, & efTendo più ton-
ilo i’afiaiitrice di quelle che l’aiTa? iica, e bruciandone alcune perac-
cciider fuochi d’allegrezza, & altre Sommergendone per aucrc il Tea- .tro
del mare aperto, e lihero,lafciò, <r.edfÌ9 , Jafeiò voÌQnta,rianient_eJ fug-
Digilized by Google Onero ìaJ{€tt,P^enexjanal fi»ggirc il Telante de* legni
laceri, c fracaifati^aGciocchè moftralTero i fègni dcUa loro viltà ,.c delia
fcòn- fitta icideiraniraofieà ,c della Vitr. tòrta f4iclla Mane dei Morefini
> c dominque giugneffero attcllaflcro , ogni Armata Qttomanna cfferc in'
fcriore di forze ad ogni Nane della Repubblica; c che quaranta Galee turchcfchc
pàriicro vnafola Nane porta à .fronte dcirArmata Vene-^ 2 lana . comporta
lolamentc , ; dViui Legno, , De//a Traduzione,, , , ^ i, \ * ' ’J La rraduzionc
/i.£ì quando tor- nafi à dir di nuouo qualche pa-f roJa , mutandole ò il numero
, ò il genererò’] tempo >ò’J cafo. Darò: •l*ercmpialatino, per;cflcr
poiimc-' glio intefo nell’ altr’ efempio volf gare . nihtl babet in vita
iucimdius vita, is cum vinute vitant non poteft co- dere , La Traduzion confi
fte inquel imi' Digitized by Google -^6% • c" mutamento di caii poncadoCi,
FitMy or in vno/or in vn’altro caCo , .. Col va riamcnto’ delia Tcaduzio- nc
ìpiegli'crò inftVittor’PiCini più volte GcneraJcji'iinmiatabilifà dell* animo
non akeratodal timore, nel- la molfa delI’armeGenouefi, cCar- rarefì contra la
Repubblica, e'la_. Città di Venezia , dalia quale fug- g irono g li A iTa i i
tori con rnagg ioc preftezza di quella con cui eran ve- nuti^ onde nella venuta
>”«' nell a::, partenza ebber le ale . Scorrcano i Nemici perle cam-
pagnefdel Dominio V^n^ziano,, e per le Lagunedi Venezia j inà de^* Nemici,
molti che pannerò alati nel giugnerc inafp^ttaràmente , noru potcrón poi ne
meno lentamente^» tornare , elTendo lUto lor ironct) tutt’il corpo , non che i
piedi, dal ferro del Pifani femprc ardito , 6c intrepido. j il quale non .cersò
di ta- gliare k fchiere, fé non quando 'il ferro.cra già fazio di far. più
ftrage: onero, i rimali eran Soldati viiiili- mi i nè degni deflere vccili
dalfcr- : ro Digitized by Googl OuerolaI{Htw,yenexjana, ^6^ TÓd’vnCaualiere sì
nobile. Alfic- parono gli Auucrfari; con alTcdio ftrettiffimaJa Città di
Venezia., e-> le bocche de* Canali; raà lìdicboc- -che furon ertati canti ca
datteri , chedagliAuncrfariJ furono rendu- té angudecol jnarire^^ ikhedel lut*
lo non aueatì potuto opcrarrocn- tre vincano. Cosi fri queiie Uree* tezzc
ooniparuepiù grande lai glo- ria .dei .Vincitore', c piii ampb • il trionfo dei
Pifaed c biama to pere iò Padre dellàipatrfa , e dèlia’ Libertà, figliuole
ancor viuenti ; in cui fono viue rimmagine , e la memoria di Vittore:^piliquaic
à tutto ciò che^, prometccafi dal nome^corrj/pofel» ' collc vittcJrie^^ : r . :
,»>!.Dc//a Smaimia , - ^ SI può formar la Sinonimia iru duemaniere. L'irna
ècol por- re varij Sinonimi , e-vocidiuerfcL.» matctialmente , per vfare vn
ter- CL 2. mine Digitized by Googlf ' ‘UFélhitùroi mine delle fcuolc: le quali
voci no- dimeno fignifich ino 1* ide/To con- cetto della mente , &
efprimanò l'- oggetto medeixiìio edendo fola- mente di Tuono t cd in
apparenza.^ diuerfeicomc fono appreffoi La- tini 7 Gladtus, ScEnfis , ainendiie
fi- gn ideanti la fpada^ e appo'i Tolca- ni, ammazzare» 6c vccidere , efi-
miglianti . E tanto à punto fuona-* il mero, e puro nome di Sinonimia; mà
quella prima maniera. di Sino- nimi è viziofa c però niun dirà mai: LVccifc»
el’ammazzò. L’altra maniera c, quando fi ado^ perano altri vocaboli , li quali
ben- ché manifeftino Tideflo concetto , oggetto, tuttauialo rapprefea- tano
colJ’imprimer varie immagi’ ni nella mente, e cpl pcnnelleggiar: lo con vàri;
colori ; Imftandofi da* Retori i Dipintori» da cui talvolta - col verde, e col
giallo figurali la.* ftclTacofa. Di quella feconda forre di Sinonimi feruonfi
talora i Poeti, e gli Oratori , e fpczialmcnte nell* erprclUon di qualche
affetto , ò nd- fin- Oumla f^enei^ana , ^6$ Pintrodurre qualche paflionato;
perchè clTendo cicche le paflìoni> non guardano fe/kno lèmedeiimci ò diuerfe
leformedel parlar&>«ie frali ^edersendoimpotendàraffìre-» narh^non
poiTono ritenerli.dal rid^ re indirettamente rifleiro> con di* ueriìtà
dfaggiunti * . Veggafi< la fce- na feconda deirAtto quarto nella Tragedia
notiiiima ed incompa- rabile del Crifpo compofìa da £er^ fiardino
Stefonio.Sabino: nella cui morte li può. dir con verità , che s** abbrunafle
tutt*il Parnafo ,-e che le Grazie»^ e le Mufe. inficme coil_. Apollo>
concorreHero à Modena^ doue morirà fargli la pompa fune* rale«
Ilioaeo.ancoranel^prinioJiv bro dell* £ndda > volendo fìgni£ca« re : Se viue
Enea ; Pcfprejfc con va- rie forme rapprefentantil’ifterso Qum fi fata yirum
leruànty.fiyefàm ■'? awfAf. [ \ :: j v^theti^ynecndhuccruiebhiu octubat vmbàist
le quali parole lUi (bflanza fanno vkcnir nella nòtizia di quello corh Q- i,
cetr ^^5 . Il I cctco : Se vitie Enea iJ qual eoa- ' cetto ènocincatacoll’aria
, e mani-' fella^to còirombre> ciìe fontuccje^ imoaa:gÌni differenti.;, la
doue GU* Mhs > & EnfU ^y còdice ,.6c ammaz'^ I zarc , figucanacoile
fieife fpe2.ie->>,. ed inunagmi la fpada lamorte , L’auer nominata la»
morte , mi fi fouuenir delle:, ferite mortali^ ri- ceuute mentre difendano-
Cipri ,v Bernardino Poiàni , Gib: Baveri cd Antonio Quirino , che’ fempre-»
volleroefferegllvlciini nelritrarfi dalle fcaraniucce^ edà'coinbatti* menti
fangu ino (1 fatti in.quell’ifola; iiion data da’ Turchi : dichiarando- fi
coireiTccgli vltimi nella ritirata^, f primi nel valore;iexui ferite j le quali
dierono loro lamorte ve don** de; V feì; pih:gloriàixlte fàngue^ colla
Sinonimia potrebbero ’cosl com?; fncndarfl ; =. .. . . Colle porte, fùnefte-
del petto fi* a{^fe l*entcà4a alla Morte le vccife i tre Achilli Vcnczianichc |
chiudevano' il. pafibiallc fchiercj» Ottomanne ;,mà. dali'ifiersefurono; ov ^ f
ia- V I Ouero*Ul{ett, Venei^ana^ Hitrodótti ndla Reggia dcJI^Im-^, morcalfcà .
Coll’ aperture crudeli ferraronfi. gl i occhi a*SoJ i de* Ca pi-^ cani ;;mà
dalle medeiìme IL ^&hiu- fc il Ciclo r dòue andarono à va- y c godere il
fònte diui- nadi quella lucejdfcui*! Sole terre- no è vn!omhra .
Q^elleboccheran- guinolc. recarono vn’ eterno filen- 2LÌo fra; mortali
;:mlfiiron cagione: che ancor elsi fhodarsero le voci fra le'meloudie /baui de*
A1jufici ce- lefti parteadbi d^< Campo romo- regghnte ,, e- tumultuante
dcila_j. Ter; a . Que* fegni mortiferi im- prelfi nel petto Reggia, -c Seggio
dei Cuore ,, edella hor teziza ,,'fece- cosi.ciieàt penadaiSaldati} firauui*
faflcro , elTcnda mancati ,,c: fpariti Ìcoloridelìa:Vita ; à.qucftinondh- meno
luccedettero altri fregi, da_>» quali fii abbellito i Animo nel Cie- h>
;aperto,iCred?io, quando i colpi nemici allargarono.il petto, doue-»
fiauaitrinchiull il Zelo, della fede: CattoIica>e l?Amor verlb la Patria ,,
alterni, ed occulti^ Abitatori ,.al dii I.: . Q., 4. fuori Digitized by Google
irreUdiTOrOg fuori già manifcftati col dormire*,’ elfcndo coperti , ò per dir
meglio opprcfli. dairarmadure d’accia/o : col vcgghiarfoucnte fottoi*apcrto dei
Cielo: col feppeliirfi viui nelle cane profondHsiine delie mine, mé« tre
appareccliiauano le tombe à Maomettani : scolio . dar nelle foile dell’ acqua
tfommerfi, mentre por<^ tauano' ferro , e fuoco : J*vnò per affondar nel
proprio iàngne i Bar«« bari veci fi , -e Taltro per ardere , e confilmare gli
ordigni , ede mac-* eh ine da guerra ; coll'cfsere inuolti' fra la peduere
innalzata nel Cam- po> e fra*l fumo cagionato dalle bombarde! : coll’
internarli nelle fchiere foltifsime ::e finalmente^ coirampiezza delle piaghe
fpalan- eate , le quali moftraron ranimo largo, e liberale d’vn Ternario no-
bilifsimo ,che volca perla Religio- ne, e per la Patria verfar non poche gócce
, mà fiumi eternamente cor« renti , fe*l corfo delle cofe terrene fempre fofse
dureuolc , ed cfserpo* tersefenza termine. In Digitized by Googl OmrorlaB(jtn,
ffene7;màl l. ' In quiefta lode, fono ftatì poftf< vaH|aggiunti:/;£ vari€
forme : - co^ me fono , porte funcflc , aperture crudèli e che
iurono^introdotti nella Reggia dcll'immortaliti: an- darono à^vagheggiar
Tctcrno Sojc &c. per lignificar con immagini di- uerfe gl*ifi«flfi Oggetti
,, cioè le fc* ri te, c la mortC'di tre Nobili Ve» neziani , .più4cgli altri
degni di ta , percbc.piii.di tutti difprcgiaron la mortCi e degni dell’immortalità^
ò almeno di^morirgli Wtimi fra>gli vernini del loro Secolo j ^eTsendo ftàti
gli vltimi à- ritirarli dalle auf? 2C , jc daUebattaglic:* . K -V ,
ùeLVoUfindeto^ .. figura in cui ritrouanfi mol- ^ te congiunzioni appellali,
Po- lifindeto ;-e con quelle- particelle^ fiabbellifce mirabilmente il parla*
re; dall' abbellimento del quale nar lbe‘ il. fletto nel Lettore>:ò negli “
ii; V 5 vair Digitized by Google ^Wtori. ■ EccofercTempio' prefa; dal!
t<|rzo Libro ddla Gfiorgic^rdiVir-:' gjlio: ^ rrc ; - « Et fpumas^tni
Icintkr^jM- y, cSr.fulpbura; Viudr ' IdMfque fices:, &^^ingues:vngmne ce^ •
ras, - '.iioj-ifiyi \ Scyliami^t, hcUtlkmfque'graues: , tur- gYunuiM
bitvdnsn-j.'^^' ^ i ^ Per Góngiunziònimon. falamente_j' iutcndbnfi le
particelle' copulaciue,. edi vnitiue , come fono , 4C , atqftc i
c2T!tielPidioina. LaJtiho' >.--e ncLiinr guaggio Tofcaoóy E-,:Et ,edi,j ma;
Paltrc particellc^ancora >;ò fienò.fe|^ paratine.,, coaie ^ ® ' infèrifcano
cDnclufione,come ergo y ò fieno riempierne &c. ddie^ quali le fpezie, il nn
inero,.la forza,, e i'vfiìcio fi: poffon.vedetc. appreso, i Gradatici .. •La
Repubblica Viniziana>^ fétn-pix' furono' accoppiati il ricof nofeimento ,.-e
la: memoria de;bene- fidi riceuucL dal Cielo , .e pero; an- ch’ella degna
d’eterna ricognizi^ nc , e ricordanza , commenderafli; - ) da. Digitized by
Google Ouero^ là I{etL ^ir da quefta figura., Ja quaJc con pie- coJepartfceiJe
congiugne vn gran- fi' cg i X ed ornamento . ò’e'l Cielo non. mai dimenticofli
di fauorir la Città di Venezia, que- fia fìi femprcrricordenole^dc’ henefi' d;
largamente riceuuti; ; onde /ì p^à. dir con verità , che: fel Cielo tutto fi
apterfe , acciocché da ogni IktoJcendeffcnQnvVn Ternario ,=mà vn’infinita
moltitudinedi grazie-^; anche Venezia tutta impiegollì nel riconofeere il benefattore
con mil- le. d i moitrazion i d!òiTequ io > e d i gratitndine’. E' perdo.
Ì*àugufiiffì- nio Scnatojc alzò di nuouo la Chie- fà cadente di;
San.Giàcomoifofiegno ferrairaimo: alla Città nafeente , e-» Bi*otettoi*e
chiarirsimo fmorzando a fuoco » il quale coile fiamme vo- léa confumar la culla
di Venezia :e*l medefirao Senato edificò S: Maria_,' del Pia^ntQcagioa
dell’allegrézza , c; del rifo ,,e;fugatrice.dclla guerra f^inta dalla. Tracia
nell’Italia: e fabbricò la Chiefa del Redentore p.er mezzo di cui rifeoflero i
Citta.- dini 'Il VMlà)tÙfOi • „ '^inì la fan irà , -e lafaluezza occii-’ paca
dalla pefter ed ereffe^òpra-» tanti marmi Pamitiirabilc y e nia-
gnificcntifsimo’ Tempio* dedicato, alla Madonna della Salate , la qua* le
vccife la Morteci claPcftiienza bmidde> che ognvno giudicònon e (Ter re
ftate ‘pietre nelle montagne^, colie quali potefscdàPofterkàdh- naizare altri
edifici], MoftroTsi an- cora riconofeente'fplendido> dwo-^ to , e liberale j
ò^con'procefsiòni' chiarifsimeper la^juantità dc*Tor- chi , e de‘Lumi della
Città , cioè de** Nobili mcfsi in ordinanza; ò col-^ porre sii gli altari il
Diuin Sole 'Ve- lato dalle niiuole degli accidenti fra cere bianehifsìme
,efraleneui che ardono,cridÌ6fanno,bcnchè il^ Sole ccleftecuopra , e temperi gli’
ardori, &ifuoi'raggi;òcon tèflii-' monianze foaui , e fonore di bcn'ac-*
eordati-firumcnti^edimuficàliicò- fcrti ne*_Tempij : ò collo fpargere •
argento, òìkìto ffa^oueri'toglicn- • doli dal regno della Mifcria,c della'
Neccfsilà : o cóll’andate folcnni à; Saa- Cruero la Vm^làna, j San Vito , ed
àS.Ilìdoro perla vita* conferuata al la Patria, c per la li- bertà più prcziofa
deJPoro: òtà S. Marina perla tranquillitàottenuta,’ clfendofi abbonacciato vn
Mare fu ^ riofifsimo di guerre,che volea foni' mergere lo Stato della
Repubblica:' o à S.Maria Pormofa per lo^racqui-» lìo delle Donzelle , e della
bellezza rapita : o à S. Nicolò , nome che fuona trionfi , e vittorie^ per lo
feonfitta data nel Mare alP Armata di Federigo che tempeftaua il Va- ticano, e
tentauadi affondare il grand* Alefs'andro Terzo- Sanefe Sommo Pontefice, e
Piloto legitti- mo della Naiie di S.* Chiefa ; o à SS. Gio: e Paolo per la
rotta riceuuta da’ Turchi a* Dardanelli , o per dii^ meglio per moke aiiute in
vna roc-: ta ; o finalmente a S. Giuftina , nel cui giorno* la Repubblica con
gli altri Collegati renduti animofi dal- la caufa ^iuflifsima, e dall’innato
valore» vinfero prefso a’Curzolari - rOttomanno tanto ficuro dèlia vit- toria ,
ohe non credendo cfser vinr- cibile.,. j74’ liydMOir(ti\ cibile* pensò poi di
traueder^ ^uan^' dò veramente tale ' quat’cfa.-.com- paruc ràiianzo- deU/Arn^ta
fattaci» e corredata, in mo]t!a nni;^ disfatta iiipoch*òrc .. Nòn yoglio’
confer- mar nè con.aiti e andate ,,nè con al^ tri contrajTegpfciò diche difeorrq,^^
perchè lì.deono pre&ppprr©^. iipn prou a quand aragio na fi:d j = Venq^ zia
, la.quale vide ngJ vtc;mpor i- fuoifondamenti ,,e. quelli.deJia^* Religióne ,
neJi*ediicainento> deli Tempio ded2catQ.àS.Giacomo< . II. ’ BtUa GradoTilpner,, . EBbc tal nome' la
Gradazione-» , perchè forma col ripeter del- le paroleqwafr canti gradij,pcr,
cui polla l’Oratore, ageuolmcnre, fall— re, y à fc cadere e cosi giugnere al-
te rmiae d e’ /li oi deli de ri j' ,.cd. al ma-: n i fcliainento de’ fuoi.
fenll ,, e con- cetti.. E.queRa è . là prima manie- radifar la Gradazione , Il
fecon- Digitized by Googl merola^^FmT^mtl jjf db motto è qfuaado non fit rcpcte
Ja paròla > roà con tnrtoci^fir và ere- tondo , /ed afcendendo > ò calan-
do col parlare Efetnpio deirac- crercimento>< & afcendimcnto ìiij
quefta feconda guifa, fia, quello Fu grande ioìpietà de* Giudèi le- . gar
Grillo vera libertà dèlMondo* incatcxmtDda*;vÌ2JÌj;,raà4tm.^ggJo^^^ re battcF
con fùnj , e con'vergbc di ficrro il flagello deli-inferno :.coro ' nar
dirpinedii-iwnmai punlefe^ conigli Scelerati^^cbc ag^a^auanp r anzi
ffàbhriéauano: contro: afe lleiTi le armi rdt i fulmini ;^ddoflar lai-. Croce
pianta grauoEffima deila_>. morte alFAJbero dèlia Vita ; in- chiodar chi
ferinblaFélici^fuggi- tiua|.e trafilfe il Principe de gli Spi- riti r ibelli
ilquaie; yan^i^- d?cf- fer ificuro-cda ogni -colpo u mà^u. grandiisimaimpietà
torre la paro- la >rc‘ la V j |a<al V erbo Eterno, ed àii^^Veciior della
Morte .. ' L’dempio della diminuzione ,c del difcendimcnto fi potrete fare*
è&cMne. fofift vago > dcfcriwcp^^ ' ìh ' “ m Digitized by Google I-Y
invm^ota^^ " iimulti 3 IVccìfionì, e le guerre re non per cagion di
patrimoni; Città, di Reami, c d*lmperijfi mà, percofe vilifsime.- Ercole, ed
Ip^ pocoonte,! Popoli Pitti, e gli Scoz- zeli per vn Cane combatterono
rabbiofamentei e s'aperfe vn’lnfer- no di guerre : come fé Cerbero foP- fc
jftato danneggiato j' e percoiTo^ Gli Egizi; per ?n Gatto fubiMmen-» le contra
i Romani tumukuarono>- jftimando i Barbari che in quell’A^ nimalefofleroftate
oflTcfc le Deità moftruofc d*ifide , d’Anubi, e d’Od^ ride . Anzi per vna
Secchia rapita. fi armarono, e /ìazz^uflfarono i Bo’* logne/i , & i
Mòdonefi ,-come fe.:s folfc flato il rapimento dVn’Ele* na:i, - - Gr moEHamo il
^ moida pr imicra ài farla Gradazione ncll'annouc-^ rar folameiite i 'Pontefici
, i Rèi le Re ine , c gPlmperador# venuti à* Venezia trala/cfando gli altri
Princip ♦ , e Priherpefse m inori , col numero -de* quali (i sfarebbe? non dia
co Vi>a figura > tiSà Veàapiercbboao piuu Ouerola^jsU.l^en$^itnii'i ^77
pib volumi j perchè (oucnte tanta moltitudine ne concorfe in quella Città , che
vniti formcrebbono vn ampia Città tutta popolata dauJ, Principi;. Perchè
Venezia è /lata fèmpro' Teatro della Libertà ^ della gran- dezzate delia mac/là
; perciò vol- lero venire iricourarfì in efsa ^ ò i vagheggiarla , ed ammirarla
le^ Potenze terrene, legate foJ amento dalle fafce nei nafcimento, e riftrct^
te dal cerchio delle Corone Reali nella loro folenne coronazione > e che
daH’aJtczza delGieJo de' loro troni mae/lofi ò mandan raggi per benifìcare^^u
fcaglian fulmini per incenerire . Vennero : mà tratti da violenza dolce t; e da
violenta dolcezza di veder Venezia , An- drea Rèsd’Vnghcria , Errico^Tcr- zo
prima della Polonia , e poi Re di Francia» que’di O'pri, e del* la Dacia , le
Reine di Cipri , d'- Vnghcria, della Polonia , c del- la Dacia • Nè vennero i
foli Rè , e le fole Reine, mà grimpcradori » Ltidouico Secondo , Ottone Se*-
CQDidp f Errico Quinto , Federi- go Barbaro/sa „ Feder^o Secondo^ AJcfsio,
Rohecm,Giòiianni «.Fe- derigo: Terzo > CalQÌanni«, e Cac-- lo Quinto ; Nè
(blaincni3e>gllm pcradori mà Benedetta Tcjrzo ,, Leone Nono c Aki^aneferoj
Ter- zo Sommi Pontefici Pvltimodc*^ quali crouò; £iiioreuolc«,c iccon’* da la.
Fortuna, nell* Adrjaticp,.prQf- uata contrariai prciso. all' acque-». del
Tenere 5* e vide in Venezia-*, caduto* a’ Tuoi picdiFcderigo , at- terrato dii'
fui mini: auuentati da: gl i occhi fianìmeggianti del Leone: ¥ iniziano. «. c
dclla.ipada dcJL^jùuii;. ' ♦ III. l^llt
figure fatte cùl togUmemo^. i^U^Dìfiùlmfiùnel, ( : - - .3 ' i ■ . F Rà
lc!figurc> che fi fannoi ccil' torre ,, vna. fi; è la; Difli^uzio- ne chc:
potremmo, dire fc iogìiì* men.to> Digitized by Google OmoUBj^tt^KentT^ìana’l
^7p’ mento r colla quai:£gura il tolgosi via tutte le congiunzioni ; ondisi
quella figura è del tutto oppoila al roJifiadetOr perchè quello ama^I' vniòne
,,c quella^ vuolclaDifgiua^. zionc . Mon fii difforma però la bcllezza del
parlare leuandò particclleV’ che han forza d'vnire , c per cosi dire commettere
il di- feorfo , mà rendefi piu leggiadra ^ quantunque nelle Città, ne’Regni,. e
nelle Repubbliche fi gnalli affat- to ogni figura , c forma di gouerno lenza,
rvnionc tanto apprezzata > che òqueffa diede il nome alla per- la detta da*
JLatini» ymo y. o- dalla perla.fu dinominata. fVnione . E giacchi demmo di
Ibpra qual- che debito tributo di' lodi alla de - lira de* Guerrieri Veneziani
, coL* la quale fi difefe la Patria da ogni lìniftro auuenimento : par conue-
neuole ilcomracndar JaMano , con cui dagli Storicinatiuldi Venezia furono
fcritte le cofe memorabili della Repubblica., e de* Cittadini, c R tenne
lontano i*obblio',.che è la. pelle,; j8o ìlViìkimoy ‘pcftc ,cd vn*akra morte
de^viuen* ti » e de* tra pafsati. Mi doglio beni» fòrte di non potere iùuftrar
le mie carte con^ualclie rpkndidò elogio d*Tn*liJiikri£mo >cd £ccelkntiflSi«
mo Scrittore > Procuratore diSan^ Marco , e CaualierefiattiAaMant^,
fijpcrchèia mia penna non è vgira- icalla Aia , anai di ^raii lunga infe* ri
ore-iii 'perchè hò dcterm»ato di no{i]odarei>\^iueati y.per non- ira*
correre in dóppio {degno: de’ loda- ti , ferendo collo ftilela loro mode-
itià^. onero ;nofi cfaJtandoli fecon- do che HchiedeA^dali^ltezza del-' la
virtb > dcgllsommcm » non facen- donex>noraca memoria : come 'fò ' t -
fecondi folTer. veramente fecondi^ nell'eminenzai in paragon de* primi. .
llfoddisfar poi à tutti è impoflìbi- le ^Acoroeegl' è Jmpoflìbik vn'al»
traVenezia Fenice aelieCittà^voi» ca , e iingularci; Beco dunque cok la
Biflblùzione ,e coUa pifgiùn* afone accoppiate : le ^ lodi dellai» Mano
fiigatrice dell* obbliùione a difcnditricc.ddic memorie glo^ " ' ria?
Digitized by Googl , ^ Onero la J{en.f^ènet (Otta'. riofc degli vomirli . •Fii
più feconda dì marauiglie-»^' che di caratteri .Ja Mano ammira- bile degli
Scrittori Vencziani ,chc benificarono colle ilorie i contem- poranei;, ed i
poileri . Quella col defcriner l*ardor delle battaglic,in- iìammò i Lettori
icnza’I Tuono bel- licoTo delle trombe: col figurar nel- le carte le fughe de'
nemici auuili- ti , arredò per lo lluporede menti à vagheggiare il coraggio
Italia- no , che gli cacciò : coll'erprimcr le tronche inembra.dcgli Octomanni
^ Colorò viuamente fenza pénnellt la virtù de* Combattenti Viniziani. Quella
infegoa fenza parlare, e fen- za lingua ; coll*ofcuria delTin- ch iodro mette
in eh laro le cagioni più nafcoile delle guerre , i tratta- ti più Tegreti
delle Corti, le trame più occulte ; raccoglie in breui fo- gli gli affari
difperfi per le Reggie, e per le Repubbliche; aduna i fe- coli fra loro
lontanifiimi;fà prefen- ti i tempi trapaffati ; rapprefenta di mioiio gli
Ijpcttacoli iagrimeuoli delle jfs il Veifod^rè, * ' delle guerre fatte già nel
Teatro crf Marte ; riftrigae dentro al giro di pochi periodi molti alTcdij co'
ii«fiwQn^intc le FortC22Ee piii ficu- re > é più libere ; moftra i
iacchi>e ^^incendii^delle Città fenza timor ^<hllegge^ railembra in
talguifà l'orrore , che fpau cn ta , ed alletta . Quella ci fà cauti col porre
auami l^imprudenza dcgl^incòn fiderati ^ ci cagiona ipcrànza con gli .àcci-
denti.quafi difperati jepoX inàfpet- natamente i c cantra ogiù creden-
2a^raflicura't4 rende mature Icno- Hre diiibcrazioni co i configli al- trui
troppo frettolofì , & acerbi , e infciicementcriufeiti; ci fa córrer lenta
mente all*im prefe malageuoli colia temerità di chi più^eldoucre iì cónfidò
nelle Tue forze. ^Quefta fi- na i mente dona Pimmortaiità del nome vgual mente
a’ buoni , ed a* maluagi, aglianioiofi , ed a* vili ; mà con tal difparità ,
che la rcelera- lezz'à», e la codardia' fono eterne > acciocché Icmpre la
poficrtrà polla merkamenie pungérilc , è lacerarle ‘ . colla \ Digitized by
Google Onero U ctt. V tnerlmna. j xolJa lingua ; eia bontà, e’J Valore fono
imnlorta li nella me^noria de*' gli vominiy acciocché fieno fimuJa^ cri ,&
oggccci d’ammiraz/onc; nè mai pofliam Ji dsi dimenticarci, cf^ fendo fcolpiti,
ed internaci nell’ani- mo nofiro , fe non ifmarriamoia-» memoria di noi iìefsi.
CAPO xxiv: ì>ell*^ggìugnimen to» NEIPAggiugnimento , onero Aggiunzione vn
foì verbo pollo nei principio, ò nel fine, reg- ge , e foilenta tutui
fentimento , c dircorfo.i onde fe’i verbo fi toglicf- le cadcrebbe affatto , c
fi guafiereb- be tutt’ii figni Acato della fentcnza , nè potrebbefi piu
intendere. E ben- ché quella figura paia sì breuc, con tutto ciò fi poflbnfare,
per dir cofi> dall’Intelletto fabbriche ingegno- fifsiine , e lunghifsime
d’ifcrizionf » e di componimenti ad vn folo ver- bo appoggiati. Così à punto fu
fat- to ' 584 IlTeUo drOro,' . dalla gran penna del- Caualier Marini
quell'elogio > che comincia. ' AlHminortalità &c. - . ; ; v ’ lo .ancora
collocherò fopra làp bafe d'vn vcrbo > molti titoli nóbi^- iifsimi datial
SerenifsimoDogedi Venezia in varij.terapi da*.Berfo- naggi > e Monarchi
dXuerfi . ^ Col titolo d'illuftrirsimo da’Po'' poli della JDalinazia»
e:^deHlftria , diSérènifsimò , ed Éccèllcntiféimo da molti Rè, diStrennifsinio
da Co- iomàno Rè d*Vngheria,di Principe della Repubblica infigne, di grami.
Briiieipe , Signor di-Padl> e di Pro- uincic , d'Araminiftrator di gfufti-
zh -9 di pofleditor del vero modo di goùernare , tenuto e nominato fra i
maggiori Principi della genteCri- iliana , ornato di gloria., d'onore, e di
potenza, ripieno di maeftà, di ^^randezza ,e dtfdicità , daPRèdi Pelila',
d'illuftre da Federigo Se- condo , d'egregio da Andronico, di iauio:, di
Criftiano , e di difereto da ErricoQuarto, eScitò, diglòrio- riofilfimoda
Roberto tutti Monar- • ,./ ^ chi. d by ^ìr>o<^Ic OuiYoU^ett.yene:-mna .
chi j ed liuperadoiij fu onerato il Pianeta niaggiorc , ma non erran- te >
Ja prima InteJJigen^a regoJa- tr ice dei mouimento , il Sole noru' ^ mai
editato daiJa Luna deJia Tra- cia , il PjJoto non mai adonnato quando fi
deflano Je tcmpeile con- tra Ja Nane delia Repubblica, il Cuore da cui
diffondefi*! vigore-> pei-.tuccvii'Cor4?odd Dominio, 1' Anima tu tt’
impiegata nel confer- uar la vita de» Popoli, Ja viua Idea donde fu ritratta
J*lmmagine della prudenza, io Specchio adoperato •dalie Viftii per abbeJJirfi ,
vn’pg^ getto in cui vagheggianfi molti og- getti di marauiglie , cioè il Doge
di Venezia, dal quale fbnIontaneJe macchie , c i ombre eilcndo /eniprc
ScrcaiiTimo . Della Dtfgiurr;(me , f ♦ Q Velia lìgiira fi doiiea collocar luì
quclicchc il fanno cojp- i- * > t i L. 't 4. ^ àggtagnitnenCQ 7 mà fi fone
quìy perchè cflcndo qt^eflacocm-aria^ll^ Aggiunz iaac >confiparifca pfii
chia-’ raaacnte là lon> tjppdilzi-d^ V Si fà la Di fgiuixzionéj^àa^dò ogni
Cóla di cui ragionali, è circolcritta, e-> rinehiufa dal fuo verbo, che può
elTerc accompagnaco , Ò ^dmpa- giiato.dalIi5partióeIie còpùlatiue . • Paréà
osfó actonfia la Dirgian- ztpae à ditnoflrat* hattOiì magnani- mo d*Orfo
ParticipàiloSeèondd BacJoaro, di PieiroOrfeòlò'^ di Vi- lal Caadianoi ài
Sanato, di Tribuno Memo., di Orio Malipiero 7 e di PietmZunisichc ehèndó Dogi fir
nu jiziatonò PaJeezift della d ignicà, c deJfonorc, alla quale erano (lati
portati dàllaTublimitàde’ meriti, e delle virtù: e prefero rabito reli- giofo,
per viner , polii nel Mondo, d i fgìaati dal. Mon<f&: i ^ua ì i nond i -
meno lafciando la Serenità del gra- do ,diucnnero più chiari, cd ìllu- Uri . ■
Nè raltezzi.del Seggio riera fle i prenominati Dogi dalla balFcz^a, ■ ia I
Onero la ymziana . in édi'/^óntaneaiitentc tadeuaóol* nè l’am^mc^fignòrile',*
epòmpo* fo gl ì rikiòfft Hàl preti dére vn^ab?-* to abbietto ^ eiiimaco qua/i
fcruil^ apparecchiatodalJa^ RcJigione ; nè Tar^iczzà ,.«3a grandezza <ìc*
pa- lagi pofleduti,gli ritardò dall*abitar .camcre-bàifé i ed aiigùflé 5 nè Ja
co^ pia de^ ScVtìÌ^rì'gl|.rÀfcéniic dall*^ andar fotto l'altrui podcllà j nè la
libertà dipreltriueMeg^i>gli arre- ilò^al farli efccutori folleciti de^’
cenni d'altri Superiori ; nè lo ftfc- pito diletteuòle della Citd> e la fr^
quenza del ?opoio,gli ipatiemò cól metter-eauantragJi occhi iaToHtu- dine,
ed'ii filenzio de* Monifteri ; nè gli agi , ed i piacéri oheUi godu- ti ^
&auuti nelle loro Reggie, gli fè dciiiaf dal cammino iau'errò la Re-
ligióne, in apparenza fpinofa , eli /piacente; ma con aniiim maggior
•delJeminenzàdcl grado,à cui ci ano flati fnblimaci davna /bpremineri-
te'Repubblica , e con palli gcnero- ii, egrandi;fugg iron dal Mondo ; il quale
onorò la fuga magnanima , e R z no- Digitized by Google ^8 8 Xl iTOro >
iiobiliilima collagloria, e co* trionr ri, acni gli vomini più s’apprelfa- no
i.allor che da .quelli più & di*/co^ HaQO« r ::i • j . / l ? ‘ * Delle
figure fatte pfr mezp^ della fimi-- •^lianxfi.f^eontrmetàc^ Deirj^nominaxìone *
. • r- PEr trarre bifticci , e motti gìe- coli > è molto acconcia la figu-
ra dettada* Greci Varonomafia , e da’ Tofeani AliiteraaiGne, ouer An*
nominazione; e fi può, fare o coiJ*- aggiiignere., ò col torre .»ò col mu- tar
le letterc'i onero col trafportar- le da vn luogo ad vn’alcro ; del che
pcrvciafcun modo porrò .duecfem- pi, l’vno Italiano , c l’altro Latino, La fama
è più veloce di qqalfiuo- glia fiamma.: Libri funt liberti i\otu, arnandofi
meno i parti deli* inge- gao , che i propri; figliuoli. Io-p quelli efcinpi fi
vede raggiugni- ' Digitized by Google Onero ta reneì^ana . jSp mento . Si fà
talora col torre . Per nauigar flcuramente rAdrinticor è riècelTàriò atier
fauoreuoJi più i Ve> 'fleti / Chei venti, - Cùria ejì magna ra
dieefi^JàCorte , doue còBa-j lunghèzza^deHe' fptranze *s*accòf^ eia
a’Cortigiani la vita .- G àòl mul- tai: k lèttere. E vn'Oratore siru- ■flico e
difadorrio nella dettatursLj, e nello ftile / che par più torto vn*^
‘AratoreVcd'vn'Còléiuacor de Gatti?- pi , aimezzp à naancggiare i ràftri^ •nò à
d^rèsù i RortrijC sii le Wnghie^ tede iDiciton'. B’Vn*aItr^*Orat0^ re
GhiamatoRulio, Jù detto ; ^ \uilur eris triuijsj at mihi nullus eris , ^ G col
trafportar le lettere da vn luo?» go ad;vn*altro . riiaudatorilbuenrt -
fonò^Àdtilatori r i quali cóJ màhtò del vetó cuopronola mctjzogiiaajì. Di Vtt
jyiocolo dt Ratura^, mà granii " dcy e ’gigantenel vizio fù fcritto,’ Tàruufy
fid prauns O còlPaccrefce- re i e Jcuar qualche rtllaba . La eondia fù^ cagión
feconda di molt^ mali>coin€ accadde à Demoftéh^>. caUms màgìM fuit
caUmitas « Si^ ' ’ ' K I mili ^ ' Digilìzed by Googic jpx H f^éUo i^Uéa^ v . tj
a> Verre, nuouo Dionifio della Si** cilia . Eli idem f^ems qui fuitfemper
vi..ad .audendum^prouBus , fic paratus ad audiendum; nel qual luogo^panu
tUsy^pmeSusrfOudèndùmy 0’ aiidien- dum fono ne* cali inedefimi. Nè^par- laftqui
foÌa*nieflte'de*-cajì de’ nomi, mà de* verbi ancora , i quali dicon/i auere i
cali limili quand’ hanno i tcmpi^ eleperfonefterse i come fa?» rebbc :
yenitipercu$t ahfcèjjki detto daFioro dèi falmioe;e ciòichedi*- cea Ceferedi fé
ftefso i^eoi^vidiyvh ci : il che lì dee pacimentelntcndere nell' idioma italiano
; nel quale-» quantunque non. li did inguano i cali de’nomi perle cadenze
y&pof^ fon tutcauolta. rauuifar da* fegni > e dagli articoli .
Rapprefenteròqucfta figura nel linguaggio italiano^ c dimollrerò nella figurala
virtù di Andrea Ciu-^ rani , il quale dopo d’auer combat*^ tufo à corpo àcorpo
col* GapitanLi. nemico , offeritolo mortalmente^ nella faccia, vinfe, e fugò
vngrolso corpa d!cfercito> caduto^ d’animot ^ -- - •• Oigitized by Googlc
Guero h ^^€tt . Fene'^atut 1 6*1(14 ‘fperan^ày €^ venuto menò nclì
trmbiJCimcntò del CondottiereL» „ dhè era lo^fpirfto da ciii eràno ani*- naaìce
> e moire le* mani' de* roidati •aella battaglia „ . ‘ ' - Andrea Cìurani
/bperò moki in vn folbf percliè’ egJi fblodemppe , ivalfe per molti
ne^combattimen»- ‘ti y & (ìbbegli fpiriti d^viì eferci*- to intero* *
adunati' in vn. petto*^ Suisò con ferite notabili aU’Au- ucrfàrio'i/. VoUto ^
perchè vqlle^ fregiar fe flefib , éd ornarli col- la sformazion deJl^mulp i'
-'Jer- minò pili zuffe quand’atterrò il Campion. nem*ico e* m'erkò ; Golfe
piè^'^palme quando* vba fo- la ne tsoife; Egli fit cagione / ciré i foJdati
Viniziani maneggia flfero ferocemente le mani neiCampo^ gelido abbattuto’! Capo
; e - che i medefimi folscro Ercoli cadu- to i^Anteò / e che' brilJarsero ge-
Uerofamenic 'i Cuori , perduto *! Jiwigu'e’di Givi ct?a ircuore deiicL^
-fehiere contraric . Egli monrolTi eguale alla grand’anima di Brino». ' R ^ il Digitized by Googk jpi
H fucilo V . ' cj‘a> VerrCj
nuouo L ionifio della Si» ciiù . E{i idem rems qui fuitfemper vt ^ad
.aitdendumipronBus , ftc paratus ad audiendum ; nel qual luogo, para>r
0ÉfSy&.prcte^ufyfauddndum, 0r audien- dum fono ne* cali medefimi. Nèi^ar-
laiì qui foianiemc de*-caiì de' nomi , mà de* verbi ancora-, i quali dicon/i
auere i cali limili quand’ hanno i tcmpi>,eleperfonefterse ,comefa^ rebbé :
y evihpmu^t ahfcèjjiti detto daFloro dèi ftilmiae ; e ctòichedii* cca Ceferedi
fé flefso tfi ; il che lì^dee parimcntcdntcndere nell’ idioma italiano ; nel,
quale:-> quantunque non. li did inguano- i cali de’nomi perle cadenze >6
poi» fon tuttauolta. rauuifar dà’ fegni , e dagli artìcoli .
Rapprefenteròquclla figura nel linguaggio italiano; c dimofirerò nella figurala
virtù di Andrea Ciu-; rani , il quale dopo d’auer combat-^ cutoà corpo à corpo
coLGapitanL». nemico cferitolo mortalmente:# nella faccia, vinfe, e fugò
vngrofso jcorpa d!efcrcito> caduto* d'.^imOf Oigitized by Cooglc Ouero
la> l^ett . Fene’^am 1 crdi'fperan^a V efvcnutomcnò nel! trafmbi?cfmcn tb
del CoiidotciereL» „ dhc ecà lo^^rpirito da Guierano ani*- naa^cc ^ e '
mc>irG le- mani' dé*‘ fol da ti ■Bdla battaglia ^ ^ Andrea Cìiirani Aipcrò
moki ih vn foibf perché 'egli fbJodempi;^ , jvalfe per molti né^ combattimene
‘ti y Se ebbe gli fpiriti d^vh-eferci*' to intero* ■ adunati’ in vn. petto».
Suisò con ferite notabili alfAii- uenfàrio'i/jyolito ^ “perché volle^ fregiar
fé flelTo , ed ornarli col^ la ^ormazion déll^mulp ^ 'Ter- minò pili zuffe
quand’atterrò il Campion. nemico e* naerkò > é-> Golfe piiF palmc
quafìdo* vha fo- la ne oolfc; Egli fà cagione,* ciré i folddti Vlniziani
maneggia ffero ferocemente k mani nel‘Campo> dlendp abbattuto’! Capo ; e
*chc i medefimi fbfscro Ercoli cadii« tO ' Anteo e clic* brHiarsero ge-
nerofamentc i cuori* -, perduto *! .fa>ngu’€ 'di ' clvi cita il 'cuore
delle^ 'khiere contrarie-. Egli moUrolTi €gH ale 'alla grand’anima di. Bruto,.
' • • R ^ il Oigitized by Google 1 jpx nrn frdlo ^ ' tj*a: Verre, nuouo
Dionifio della Si<» cilfa . E{i idem f^erres qui fuitfemper vi. ad
.audendum^proUBus , ftc paratus ad audiendum ; nQÌqvLAÌÌuogcyypara^
iitSy^ipmeBHSyfaudendum, 0- audien- dum fono ne* ca/i inedefimi. Nèipar- Jali
qui foi adente* de*-cafi de* nomi , mà de* verbi ancora-, i quali diconli auere
i cali limili quand’ hanno i tcmpi^eleperfoneftefse icomefa*- rebbé : yemhper€u$t
abfcèjjki detto daFJoro dèi fulmine fe ciòtchedi*- cca Celare di fe ftefso
i-^eah vidi^yh ci : il che (i dee paErmenceIntendere nell’idioma italiano;
nél.quale^ quantunque non. lì didinguano- i cali de’nomi perle cadenze fon
tuttauolta. rauuifar da’ fegni > e dagli articoli . Rapprefenteròiquclla
figura nel linguaggio italiano; c dimollrerò nella figurala virtù di Andrea
Ciu-^ rani , il quale dopo d’auer combat-^ tuto à corpo àcorpo cohCapitanLi.
nemico , e»feritolo mortalmente:^ nella faccia, vinfe, e fugò vn grofso Sorpa
d!efercito> caduto* d'anjmo. Digitized by Google / Oueroh 1{ett . Fene'^nct
1 “jp j c' dijfperan^a v €f venuto meno nclì trarmbi^iiim’cntò cieJ
CondottiereL» „ bhc ecà lD.\fpirfto da Guierano ani*- •nia»te> e 'nioffe le*
mani' de’* foidati •nella ba/ttaglia „ . Andrea Ciurani Aaperò moki ih vn foiby
perché' egli /blodemppe , ivalfe per molti ne^combattimen»* ‘ti ^ &o ebbe
gli fpiriti d^vn^eferci*- to incerO' ' adunati' in vn. pettO’ . Suisò con
ferite notabili airAii- uerfàrio- il. Volto perchè volle,» fregiar fe flefib ,
éd ornarli col- la sformazion déll^Emulp ì' 'ter- minò pili zuffe quand’atterrò
il Campion- nemico nà'erkò > colfc pitF^pòIme quando* vha fo- la nc colfe;
Egli fu cagione v 'chre i folddti Viniziani maneggia flero ferocemente le mani
neiCampo^ ciiendio abbattuto’! Capo ; e - che i medefimi fofscro Ercoli cadit»
to ' Anteo e clic* briilafsero ge- uerofamcntc i cuori , perduto *!
Ja>iigì*di'Glvi ettd il 'cuore delleL> leh iere contrarie . Egli
nioEroffi egH ale ’àJla grand’anima di. Bruto». ' : - R 5- il ' Oigitized by
Google SiWf, H Vello v tj a/VerrCj nuouo Cionifio della Si» ' cilia . Eli idem
Verres qui fuitfemper vt. ad. audendum oprate &u$ , fic paratus < ad
audienium ; nel qual ìuoga^pariu tksy ^cfroieSHiifOudàndum, 0- audien^ dum fono
ne* cafi oiedefimi, Nèlpar- J ail'quì foi a*meiite‘de*'Gafi de’ nomi, mà de*
verbi ancora-, i quali dicqnli aucre i cali limili quand’ hanno i tempi) , e le
perfpne ftefse j come fa^* r ebbe : : VeniP, percH$t abfcèffiti detto da Floro
dèi fai mine yc ctóxhediv cea Cefere di fé ftefso : Vetti, vidi^vh d:iì che
lìdee parhnentcintcndere nell’idioma italiano; nel quale-» quantunque non>
lì diUinguano' i cali de’nomi perle cadenze fon tutcauolta rauuifar da’ fegni ,
e dagli articoli . Rapprefenteròquellà figura nel linguaggio italiano; c
dimollrerò nella figurala virtù di Andrea Ciu-> rani , il quale dopo d’auer
combat*^ tufo à corpo à corpo col> CapitariLi nemico eiferitolo
mortalmente^» nella faccia, vinfe, e fugò vngrofso ^corpa d!efc«;ito> caduta
d’animot Digitized by Google Ouero l<p ^€tt. VtntT^am \ c*^^ di ?fperan^ji V
e venuto menò nell trarnibi?iiiracntò del Condottiei'eL» ,, ’éhc ecar
lo^fpii•fto da euieràno ani** e 'mofle le* mani' de*' roldati ‘Delia battaglia
^ ' -Andrea GiuranHìapcrò molti in vn foib; percliè'egJi iblodempFe , ivalfe
per molti* ne^ combattimene- ‘ti y &o ebbe gli fpiriti d^vh-ererci*- to
intero- ^adonat^' in vn. petto- . Suisò con ferite notabili all’ Ali- ucn/ario'
il: Volto ^‘perchè volle^ fregiar fé ftelTo , éd ornarli col^ la sforma 2 ion
déll^mulp ì’ Ter- minò pili zuffe quand’atterrò il Campion nemico e* meritò i
colfe^ piip^palme quando* vha fo- la ne oolfei Egli fò cagione , • chrc i
foJddti Vini?;iani maneggia fiero ferocemente le mani nelCampo> efienda
abbattuto’! Capo ; e - che i noedefimi folscro Ercoli cadu« to' Anteo e
chc" brHiarsero ge- ncrofafneotc'i cuori , perduto-*! .fàngiie’di Givi
eità il 'cuore deilcL^ Ghiere contrarie-. Egli niofirofii cgH ale !àJla
grand’anima di. Bruto,. ' R ^ il Digitized by Google notuiiilima colla gloria,
e co* trìon? ii., àcui gli vomini più s’appr^ira-^ no ,,allpr di? da .quelli
piufi dilco^. __ ftaQO« ;i'. I . t', . J ,.J- .i. .> Delle figure f Atte per
mezp^o della fim^. ^Uan%^A
it eorttranetd:^ , . S ; ' , M' ■ ' l.i DeWAnnominascìone^ . '
I P"^ Er trarre bifticci , e motti gìe- . coE , è molto acconcia la figu-
ra detta da’ Greci Varonomafia , e da* tofeani A li iterazione, ouer An»
nominazione^ e fi può fare o coll*- aggÌLigner^., òcol torre.,òcol mu- tar le
lettere louero col trafportar- le da vn luogo ad vn’alcro del che per ciafeun
modo porrò duecfem- pi, l'’ viio Italiano.,^ l’altro Latino. La fama è piu
veloce di qualfiuo- glia fiamma.: Libri funt liberi : ppnj, arnandofi meno i
parti dell’ inge- gno , che i propri; figliuoli. L'U quelli efempi fi vede
l'aggiugni- nicnto • i.» J , Digitized by Googic Ouerùia rene:^ta»a , jSp mento
. Si fà talora col torre , Per nauigar flciiramente TAdriatico, è riece/Tario
auer faiioreuoJi piii i Ve^ lieti > che i venti. Curia efl magna tu- ta dieefi
della Corte , doue coiJa«» Jungheiza deHe fpcranze s’accor^ da a’Cortigiani la
vita . G eoi mul- tar le lettere. E vn*Oratorc sìru- flico , e clifadorno nella
detta tura_j, e nelloEile, che par piu torto vn*^ Aratore> ed*vir Colduator
de Gam^- pi , auuezzoà maneggiare i ràrtri» nó à dire sii i Rortri,e sii le
ringhici re de i Dicitorf. D’Vn^^Itr^ Orato^ re chiamato Rullo, fu detto ;
Hjillus eris trìuijs^ at mihi nullus eris , G col crarporta rie lettere da vn
luo» go ad vn*altro .1 Laudatori /buentc fono Adulatori > i quali cól manto
del veró'cuopronola menzogna^ Di vn-piceolo di rtatura, mà gran- " de ,* e
gigantenel viziofìi fcritto,' Taruusyfedprauus, G colPaccrefcc- rc , e Icuar
qualche rtllaba . La ftt- Gondia fii‘Cagion feconda dimoiti maIi,come accadde à
DemoftenO,. calamus magna fuii ealamitas . Sh- Dfc • allicerazioni deonfì
adoperare' ifcarfamente nc*<:ompoftin3cnti gra- ni, c ferii perchè
collivlcggercz- dell’agno miiiazionj /itprre^hh^ fagraniti i m^^^rpiacpMpli, e
gip- eofi fi poflbn;rpetìUrc:p te.àp^enc. manica Còir<|uefleatinoinii^zÌQni
fipa* crebbe rchcrzarcfopraledue Scatue^ di bronzo dette iduc Morii dai Vol- go
^ i'^nali: bactòfio à^vicendà Ja^> Campana dèli*àr ti^iofi aìmo Ori-
uolaneila. Piazzai di;S* M^rco v cj» diftinguon ;]e prie :cofl dire Che diie
Mori rchéfi miranaaJdi. fuori arinatly fembrano efsere anuiiiacf
^e|itrOidalÌ-^:te,^Ja qaaie alloi^mcr' ròa d’cfsere (ueiata; agli oqchi^di tu
tti,.quando èpih velata ncU*artir fick) : che àgui(a>di Bfontifp^cuo* tono i
bronzile, i colpi lorp-fémprc ma j febeemente colpi/c^^ or- dinatamente : che*]
Tuono feruc; iii^ vece :d i ypccy col quale regplafi dj notte iUonno dclJar
pittici, e; fiidà: regolale agliozi jyedVg! n^pzii del giorno ; che, col bronco
ioro quafi con. Digitizùd by Google Onero ta\tU,Vinexìana , _jpr con fonora
tromba> Ja tomba rieoi?* dano ; e. che (enza «mentire, ammo- niicon le,
ménti de’Mor tali i. Morte auer le ali'&e» n ■ - . .Con queUiivbl/iiqoi è
compoflo^ qucliVerfo Marta che mertamrfor, à mòrte mortai Queftie leggerezze
però riefeon di pefo alioc che contengono q^ualehc pefatay e
graiie>fentfiH2a.>còinc. è quella £' Doeent del Patire Famiana Stradà«
deila^ Compagnia di GicsfefamofoincJ Acme >. nelle: 3^iriù ,^nc* libri ;
dacui fiiinfegnar caia via divgiugncrc al Tempio dclr ^Immortalità, c di ayn
cfser morto, nèmcndopojnorre , ncchiiiija.ben^ chcriftreoadai iepokro *.5 r i -
; r. € A F <i> xxvm I f - ^ tteUa fgWfa liml€ nt'eaft\. 4.^ •'i* * ■
*> - ' ' I ' I- A £guradcna:da’LatHU,fMlr^ ayter caienSi oonMcnel porrele
^rolemelcafi. Udii ^ Prenderò' l*c~ tuB£Ìo dai Cicef ojie ,^che difte con* ' ‘
R 4 tra. " Digitized by Google jpLi nry, H Ktìla v , . ' ti'ajVerre, nuouo
Dionifio della Si» cilfa . Efi idem f^ems qui fuìtfemper vt.ad
.ctudendum^^proitBus /fie paratus ad audiendum ; nel cjual luogo,
tUsy^pmeSusyfOudendum, ^ audien* dum Cono ne* ca/i medefimi. Nèlpar- Jafrqui
foia^mentcde'^ca^ dc’iromr, Tuà de* verbi ancora-, i quali diconli auere i cali
firn ili quand’ hanno i tempi), e le pevfpne ftefse , come fa- rebbe : Fenitipmul^
abfcèjfa» detto ' da Floro dèi fai mine ; e ciófichedi*- c'ea Cefere di
feilerso : ^enh vidi,vh ci : il cbe (i<àte pacimentelntcndere nell' idioma
italiano ; nèh quale-> quantunque non. lì diflinguano' i cali de’ nomi per
le cadenze fon tutcauolta rauuifar da' fegni , e dagli articoli .
Ràppréfenteròqiaiclte figura'ittel linguaggio italiano; e dimoflrerò nella
figurala virtù di Andrea Ciu-^ rani , il quale dopo d'auer combat-^ tuto à
corpo àcorpo cohGapìtan^ nemico > e<feritolo mortalmente^ nella faccia,
vinfe,!e fugò vngtofso jcorpa d*efcrcito> caduto- d’-^imot I ■' — -r Qfii
Digitized by Google / Oueroh 1{ett . VentT^m \ j c'di‘fperan^3V €f venuto fncnó
nelì trafmbi?iiimcntb <ieJ Condottiereb ,, bbèbua .lo^» Spirito 4a cuferano
ani*- naaite^ e mofle le mani' de*' faldati ijella battaglia ^ . • ' ' ' :
Andrea Ciurani ibperò molti in vn folby perciiè egJi fbJo'femppe , ivalfe per
molti né^ combattimeli- *ti r ^ ebbe gli fpiriti ^^vn eferc l'- io intero* -
adunati ' in vn. petto* • Suisò con ferite notabili ali’Aii- uenfario- i/;.
Volto perchè volle^ fregiar fe flclTo , éd ornarli col- la ^ormazion déll'Emulp
Ter- minò pili zuffe quand’atterrò il Campion- nemico e* nà'eritò i Golfe.
pitp'jpalme quando* vha' fo- la ne oolfe; Egli fù cagione / chre i foldciti
V/niziani maneggia Aero ferocemente le moni neiCampo> cfl'endo^ abbattuto’!
Capo ; e - che i medefimi fo/sero Ercoli cadii* to - Anteo e ciie* brHlarsero
ge- nerofamentc i eoorr , perduto-*! Aangu’e’di Givi cita il Vuore delieL>
-tehiere ^contrai rie . Egli moAro^ eguale alla grand’anima di. Brino». ' - R
5- ■ il ■ Digilized by Google llF'eUùi^jOrofy, jr* ih cjùiak iColla morte* d'
Arunte^* Tchiantò: il rampollo delia Super- bia ; alla ^fìibi ime ibttezza di.
Mal- dio Torquato »>, che nella- .cadiita-j dell’Auucc^rio^j-ipotftòliiomc
»mc la teftaTCorouata :*aU*incomparabi- le animoiìtldi Lucio Valerio Cor- uioo
,> che; nelle: tenebre mortali dfel Barbaro Spento ,.via piii illuftrò; ja;
luce , ed il.vaior. del nome ( . • - I li.
VirL . ì) ! mila figura fimile nella definenTii^^ *T T N’aitra figu ra
nomina ta da” V;. (Retori, pmiliter dtfinens , hà li- mile la terminazione , 6
la defineii- za.in vna ,. onero in.piìi fillabc . Di. tal fatta è
queft'cferapio' di Cicero- ne, prò /fgc Tdnt' felìx lm~ peratpY'i vt eiusjrmper
volmttHbus noìii modo ciues afj'enfer'int y focif^oMcm* perarinty hofle.s.
ebediennt }. fed^ etUnLf» rjenti , tempeliàiefque^ obfècundarint *. Diderifce
quella figura. dall'altra^ dinanzi mentouata,friquello:che la figli-; DIgilized
by Googl Oum y'et^^and] cadenryrichkàtfoìz!^ meotc ii ponimcnto deiJe parole^
0^' caii fìi^Jj pofttiiiqoaJ fi fia Juo- go'^ oà può tròùar/fc negli auuerbij
prilli di cali ria dout nclJa figura^ chiamatar/^iMf^/f/: dèfinens^ in parte
rfchiedeil nel £oe dtiroraztonc 5, ò- de* periodi hi ftejSa termina e definénza
>1. la: qnaie trouafi ancor ncgU auucrbi;,c<Mnctojgcii in que- ft’aitro
compio „ E!ufdem,non efi ficere firùtèr , ^ •muenutrpitèr\. Nè queita defincnza
,* è. foggettt. alle leggi ii rigprofc deila; rima ; onde fe bene , per efempio
affen-, /érinr* farebbon falfada rimalatina ; non* gnafferebijona la fguta:’
pre- •fcntc xdandolc'q.ucilc due parole-» ornamenti. baftcaoJr, La.Hefla: li-
bertà li può proporzionalmente^^ oileruare da chi Icriue nell’idioma
fciorto> onero ih profa pin, cui ò. potranno rirpondcrll le rime im-
perfette V. G.. leggere combaite- le , fcriucre xX fchaiglianti ; ò po- tranno
adoperarli ma radiUìma- ^ mente le rime perfette ^ acciocché, R 6 gli Digilized
by Google gli Veditori' , ed. i> Lettori non ibA pettino di qualche -
inuhtata tras* forraazìonei^c che.g]i Oratori iica dìucniiti Cigni di
Parnafo> come-» cantarono di fé ftelIi Orazio- , ed il Caporali primo
dfe’quali diffe lànt iàm re fidunt cruribus alperA Velia 9 & album, mutar
in^Utenp ■:SupernètynA[cunmr^e Uues. . - ^ Ter drgitas , bum erofque piuma : -
& il fecondò Crà mi par à'auerì^de agili delire y dà fuor mi [punta il
beccOit mi fi fantf» . Le dita delle man penne maefire^ I{uuida Icoì^ » e
dmapellem hanno , Cinti gli fiinchi^tal che dir mi lìce r * ^jtfiate à dio
eal%etti miei di panno. Colle leggi prefcriue dalla* figura- di cui trattari,
rirtrigncròvaienco- uiio:fopra*i Capitan. Generale deh Marc.G-iacomo Hofearini
, al quale fcrulper larga piazza deLfuo trion- fo. ' i’a m p i ezz a dcH’'Ad in
a tico.: . pere- diè- Colia fola fa niaid’è (Tei- Generai» le, talmente
fpaaEÒ.l*Artnata dicen- to fclfanta legni turchefehi, che gli • Qà toinanni non
cbl^eroanimp d^en» Oigitized by Google Ouero laI{ttìor. Vtnti^nniL. ^97 trar
nelGblfbrper tema cPincon tifa- re il Fofcarihi, più fpauentcuòie a
Joroideglifcogli ye deJlctenipélle'> c cosi-fù €gU vincitordenza com-
battere , e terminò la battaglia ù>- lamentecol terror del nome. Quanto, il
Fofcarini,nelle batta- glie precèdéiiti, còlla IJia in- foperabile òperò, fe
per'armé po- tentifldme , anzi per malceifcfaiei c feruìgli ancora il nome, col
quale centinaia di legni , e migliaia d’ar- mati fugò! Golia luce degli occhi
piu fpauenteuoli di quelli di Mario, àquantii nemici l’vJtinaa notte re- caua
,:f€ prima di Scorgere , edefler veduto dagli Auuerfarij , per JaiÀ paura gli
acciecaua, e gli abbattea ! Collafugade Barbari diede all’A^ driaticO‘
minacciato d’elfer eh iufo dairArmata de’ Turchi , la libertà^ &
a’Nauigantì Ghriftiani^sbandite k tempelk deilagucrra, 1‘ antica tranquillità
;, ed à Vcnezia-.ì coU’allontanar le v^lc delia Tracia^ dalie quali eran
coperte-, & ombra-* te le acque rendè la folitaXecenità.; ~ * L’Iiìria^
Digitized by Google VMrh rU Friaii ,, lac Dàlona2Ìa:,.c: tutta iUta!lia».canfersò;
iiuggioir di Cciàrcil fòfcàdflilocoLi^atorc: . pcrchè/cnfea nader
gJiOtiDoaanni, . coU*anmiQzio.<ieiiaì V enuta >gl i v iaì* ' fc.. >itl
4 ./ 1 ; I -. , .JC ' (' > ;* * . < 23fÌ/à^C(Maf:^oeeÌ€uer(^Cifttfr^»' «
. : f ofi^9ne ^ ’ ■ • 1 • I ' Ella: figuri: Contrappofizio^ (nor detta,
Contenziooc da Tullio i. H veggono^ vaiti: infie** me i contrari; „ ciie ida?'
Greci i fi ‘ cliianiano Antiteti ;)della còngiun* z^Ton. de* quali goder
raicabilmcnte: rintcilfiUo: in quella; guilàà pun- to. che l'occhio prenderebbe
granii, diletto^ fe potelie vagheggiar fieu-. ramcntcin.rji*àmpioSéEraglio,tut-
le lefpczic, coni carie: delle fiere:,, C' r im karc: adunar oTQrrore,e lai
Fic-^ irezza di tutte le feliie , ò amman/àr la ,:*o pur combattitrice
coJiVarmc, aatie'4u>a. m ^ ' Da: Oigitized by Google Gum U K€tt. Kene^ìana .
599 Da firn ili contrari; loderò Fede- rigo Cornaro Pifcopia , che giunfe nupuo
lume ad vna famiglia chia- -rifsima ;; fé pure ftpuò: aggiugnerc fplendore,non
dìcoad vn Sole,ina ad infiniti Soli di luminofiffimiÉroi dello fiefso
lignaggio. E perchè à cominendar Federigo dalle virtù , c da tutte le Tue
azionij non be la lingua; di Tullio , che hcbbc l’ingegno;,.e la facondia
eguale alla grandezza dell'Imperia Romano C'verrebbono meno gli Oratori più
robufti r io fra molti fccglierò fola - mente quell’atto dalla'fua liberalità
operato ,,quanxlo con vna pioggia anzi vn diliiuio d’oro fouuenne nel- la
guerra di Ghioggia alla Repub- blica-> la quale con vn Diluuio d’ar- inati
era quali fommerfa e larga- mente diede le fue ricchezze alla—^ Patria ftretu
mente afsediata dalia .nccefsità ; ed a cuidi'preziofp^akro non rekaua , che la
Libertà ,, pre- giatifiìma dote? fcmpte jnter^amen- te confcruata nella Città;
di Vene: zia *. '■ 4C«5. • tlrtìh d^ai" Non fu di rainor giouamentGrai--
fa difera della Patria col petto 'dii- fcop’erto j Federigo difarmato y'd‘i
\|uc]chc'fòflefò rCic'tàdihi:, & i fòl- dati armati^ c ricoperti
d’acciaio-. Combatteuàn quefti nello ftr igne- ré irferro:Colla dèftra
incallita , & induràtà-nelParitìc : gucrreggiaim qué^fféblPallargar le mani
ba^nà*- tC', émoHida-coni imie i ' c ‘ppoziò f e vene aperte dalla Liberal iti
, 1 fol- dati co’iailipi mortiiféri dèlie fpadt iccccaiianò i Nbmici ‘>
acciocché non ffcorgéflcro i fulmini* auucnta- tir 'Fédcrigo^rolla luce vitale
deK Poro rifchiaraua gJiocchi dc’Gonr- battitòri Vértcziàni'j a,cciocché^V'c-
deirero,é sfuggiireroi colpi fcaglia- ci dagIi‘Auuerfàrij’. 1 foldati eofiL,
ofcuriifime nuuole formate ncJI*<> ria d*allcmorti voIanti>abbiunau^
no le febiere degli’offeaditorn 'Fe- d cr igo con Vna 1 u mi nciflllìma co p fa
di rag^‘ dorati, ài tri Sol i recaua nel eadipode^difénlbri; Quèlltéol vòt-
traVJé Ve ne di /angue agli* Aflalito- ni di yenc;ìia,.togiieuano loro iivi-
gore». / Digitizod by Google Oueroh^fitUVmi^na^ 404 gore , e la forza , il
Cornaro col fe- condo fanguc delle ricchezze riem- piendo gliamatQri della
l<ibertà , /gli auualorana tutti alla battaglia • 'àiizi’l Comaco anche
lontano cb- ;be pih pa«i:c nella pugna > c nella^^ vittoria.» Perocché egli
eiTcndofo- loparèa^uhàplicato^ nonché rad- doppiato» fneattccoi^a potenza^ del
danamraoueale màili di tutti ^ trouandoiinel chiuib, del palagio » era prefente
ndllhpcrto delOarapor praticando con gli ^ici > aggira- uafi fra le genti
nemiche f c quando moftraua dfefler difoccupato , tutto s’impicgaua per la
faluezza dello-» Repubblica , per cui prontifsima- mente
priuau^dell*argenta> e deir 4»oro fcnz*impouerire ; con reflar doui^iolb
dellalibertà>della Patria i». delPatfezione,.del cuore de^Cittar dini ,
deirimmortalità del nomei^ comperati convazione fifplendida : le quali cofe
prefc» non dico» vnitat mente ,màfeparatamentc,:vaglion|^ .piìi delle perle i
deile genxmeitedei fflCtaUi piii.-ragguardeubli; delto. ' " " - monr
Digilized by Google 40L ^ V- 0 montagne j c de Mari-i,^. j , r*( ? ' ' Vogiio dar fine à qucft*Vitiina fra^ Je e
vltìmare ecoronarc il -Trattato d i effe ì^aratiuhenta r la ‘ liberali inuérài
KÒifògRón vfata dal privalo Patr^ca di vWezìa^ dal dS. Lorenzo Giuftmianòia,cui
la Sa- pienza^^ iiberalffsjs^^jniofflio^i ‘9. aprendogli le veae^pìff/pure
>i empiii iimpide ddie /ieiei^ze);^ la^itiAiafa diè le fue bilance gin
ffifsimè: coi co^ gnomcorigiiutttdàflgritff^^ Pru- denza
R'einaddJié.Vicriì-,lla corona jreaie tolta di; capaà ic ilcffa : lau^
7'cmpcranza , Tàffolutò. iìgnoreg- g iainenCD.lbpra^ Ia:TJbeiiione^e con-
tumacia del|*appemo$ sellai poren<* ara concupilcibilc , forzata ifcmpl?c
àfoggettarfi^ed à fèruireailaLrag^' ne riafoctezza 9 iolbUda dirtele* ra fi
Buona > che le. armt Icag^iàtel» da ha Fòrmna 9Ìn quello fpùtauànn: :
]a;NòbiÌtà.> piò raggi che.‘flon hai Sóle quandò iie]' mezzov giòrno^> t:
^neli’altò, delle fuc^grahdìezief pià. maeffofo pompeggia : 'e 4 cuiftuttc. le
Virtù donarono: i lòroabBiglià*- menti». = ?d 1 , Google D Ùuero la lettor,
Veneziana] 40 j menti , e le diiuTe^iù vaghe^ il qua- le pclrdiuentar piariccoj
c pompo- fo gittò nel fenadclla Pouertàitaiit* oro', ed argento^, che fi fece
voloo - tario Debitorc,pcrcfler poi Credi- tore dclGielo e poter contare Io
ftclfo' Dio' fra Debitori . Di queftp fatto darò Tampllhcazione da*con- trarij.
^ Echidiràche la Pbuertà fia vi- le , oBBrobriofa , lorda , ftomache- noie , e
moftruofa, c’ degna* d’èfser collocata da* Poeti alla porta dell*- InferqiQ
quafi che* ella cònduca i Poucri nel rabiffo' d'ògni pena: , e miferia , mentre
fu reputata’ di tan- ta fiinia', di tanta glòria, e chiarez- za, di tale
allettamento , e co/ì at- ttattiua'j dal B. Lorenzo Giuftinia- no ,cKe
percoraperarlà vendè lar- ghifsimi patrimoni; 5 e per eflerne pofsefsoce
afsoluto , diè ò>ontanea - mente qiianto‘pofsedèua nelMon- do ? Anzidiuenuto
lai;dàbirmentey c fantamente. inuidiofo , ed auaro del teforo ricefaifsimo
della Poiier- tà, tutto lo volle perfe; nc^ jijòlem n tien tkii mirandòlòip à^ltrui
> arrfccJìi 'tiiftìi bifogriòlf c^'Iiarfi pouero; gli vefti- collo
"fpogJiar ‘ lìe guardarob- bè ifegl i arredi',* e de*' fornimenti le
■jtìiifW del) palagio')^ gli fóHeliò’ Hàl centrò; àtlle c^hiniià èof carkàHi •S
debiti ) ed acciocché qtìtìlr anéf- tùlio , nulla Tctbofsf/ -i ^'co- li d*oro,
le piogge preziofe/e furòh fàfiróle nel tempo di; e di Gioue ) furon y^tHsime
flòrie nei^ l’età délp^imjb Patriatea di Vene** vsla , la quale iridfe fémprc
ilfuo Pre- •laNro^into disdire 'ftliwrc : Tvoa de’ Poueri , e die^merchini*e
Kalicra del-^ Je Virtù ,cdc1Perfona^i nobihTsi^ m i ) Ja^ prima era eòmitiua
conftJc^ ta della Liberalità, e diiLorenzo : lìt feconda, dellafantità^. e*
dell^dign^ tà di PaCriarca. \ ’ . i - , - , ( . M^t'akr^ figure dellfif p^rok ^
è delle ftìlten^e erbuanfi apprefso gli Autori i tnàli'tralafòiano',.0 pérchè
Iba' facili, e non tanto necefsariè ) ò pefchèmoa fono così capaci d*cfte^
re^amplificate promettendo' però difjWégade i? c di darne notizia*, co- » ‘
muli? Digitized by Googlf Outro la ^etù Veneziana 1 munque fi^no , neJJa giunta
che-» farà ai pre(ènté:^^iKcac(T9> ^at<tf faprò, piu rincrcrcfere
a’I^ttoriiÌL^ piccolezza > che la .graode^^^el Libro > e la
multiplicazion defogli: cgT quaJf ;^aluoIU fomc''CdWevpenn^ maeftre ; fi vola
piSrfpeditamènte , •e velócemente al Cielo 4eIJa Sa- pien^av'‘^' '.I *1 A 3 Ih
Dr--,.:!bvC jOJ^ARXO., tnódo d( compor
lè Oratemi • J! CAPO I. DeWinvenTÌton deWargomtntB,, ■ •■'f > Vendo g/à ne*
libri pre- cedenti aperte Je minie- re de"]ubghi,ropfci,dQn- ’dc{ì trae
prcziofa matc- .ria .dalla Rettorica : c l'palancafe k guardarobbe o oue fo- no
ripoflégii abiti AobiJr., ed i fregi fuperbi della Eloquen2a:cancora_/ mfcgnaca
la maniera di lauorarli^ e di tefserli : ora.moRrercmo il modo di comporle
orazioni , nelle quali fi han da porre gli ornamenti , cd i ricami ma con
moderazione : ac^ , ciò» /►-} Lv < Ouero laì{etf,J^m:^kua, ciocch è rOi-atò
re .coi la CtmcrchisLJ luce delie gale > c ddlè pLoibpe,iion illumiai
taimcnce il firò Jaiiòror^c^^ òBfu/chL gli occhi de* riguardanti conglì
fplehdori ; hè poTsan rimi- rare ciò che egli grandemente defi« dera che fi
vagheggi J Prima però che io tratti di tutte e tre le forti- di Caule ,
Dimofiraciaa, Giudiciarfa, t DiJiberatiua , accennerò - varie ftrade,lc quali condurranno
alJ*ln- uenzion d*ognì argomento non fo- lamcnte ordinario, e dozzinale , mà
ipeziofo , cdingegnofo , ;c che faccia degno icì Viaudne l'Orato- re, prima che
gii Vditori fi dipar- tano dal Teatro: c renda. iJ Dicito- re mer iteuole delle
prime lodi an* <hc nel principiodel dire . JNeJ genere Dimoftratiuo di cui
ragiono ( non e/sendo negli altri due generi nccersaric tante ìnuen^ zionì)
alciinc volte fi trae l'argo- mento dal nome j il cheli può fare in piìiguife,
- ' -.1 Se alcuno aura qualche nome , ò cognome ragguardeuole, e nobile , c .
Ver- •«4 Digitized by Googlc 408^ . Il ^elló'(fOr&^ ‘ ' Verbigrazià , di
Maffimò .* potrà prouarc'il Dicitore con varierà- gioni ^ che ilPerfonaggiò
lodato fiSr Maiiìaio nelle virtù > c nelle azioni operate: e che pareggiò la
grandez* za del nome, come à punto diffe Ouuidiodi Mafiimo: maxime qui tanti
menjuram nomims im^ fleti Se altri fi appellafle Stefa- no, chein greco Tuona
Corona : fi potrebbe moftraré aliegori camen- le., ellerc (lata vna corona non
fab- bricata di gemme., e di .metalli, che fon cuori , ed idoli dell’Auaro , mà
diiinilfime » e di pcrfettifiìrae vir*- ^ù , che fono Pamorc-? c l'oggetto
diDio'j ouerofi potrebbe dire , che ad ogni operazione per la fua ec* ccllenzaA
douea vna corona reale j 3Ì.cJicpef.fimili ritrouamenci gio- verà molto il
viedere quhl cofa fi- goilichi ,evagiiadl nome apprefiò -ic Na^zioni ,cd i loro
linguaggi . L'inueltigare ancora donde ila., originato > e dcriuato il nome,
farà l'origine ^ e la fonte» da cui Icamr^ ranno Dtgitized by Googl Ouero
lof^ett. ^^nt^anà , 40P ranno moJti argpmcnti V.G. Il no- medi chi fi eh fama
fle Giuftiniana;, parche fia-didotto dalla giuftizia , jedaligiufto : di Roma,
dalla robu- (lezza fignìficata dal vocabolo gre- co row/, del Senato iSenibus fecon-
do che accennò Quuidio in quel rverfo ; . ' ^ Senibusnomen
mite,'Stnatushhalf€t. .£ così in Giiiftiniano fi loderebbe^ il giuilo,
ei’integrità de*co/lumL: dn Roma la fortezza ;-nel Sena to la •prudenza , la
quale è più vigorofa, ;C frefea nella canutezza , e debolez- za de* Vecchi,. E
perchè oltre à nom i , c fopran- nomr; foglionfi dare altri titoli a*
.Razionali, edjrr aziona li. V. G, di .Grande ad AlelTandro , àPompeo !, ad
Errico Quarto Rè di Francia, di Padre della Patria à Bruto , ed àCi« .cerone,
di.Felice à Siila,, diDottoad Adriano., di Pio ad Antonino 7 à iNerua di Buono
, à Traiano, di On timo i à Galerio di Bello, aiMaflì* miJiano di Liberale, à
Commodo di Ercole , di Giufio à Luigi Decimo* ' * • 5 terzo. DIgilized by
Google 410 il yeitoi^Oroy terzo I che neli’cfpugnazione » c di- folazion della
Roccella vinfe,& ab- battè la Rocca delJaErefiai-* di For^ te al Leone ,
alla Volpe di Aftuta , di Crudeli alle Tigri ^ di Prudenti agli Elcfanti,di
Fedeli/Unaa^di Fer- rile , di Forte, diSauia, diGuerrie- ra> di Potente
&c.à molte Città: quefìi titoli feruirebbono d’argo- mento agli Oratori..'
R Verìezia-?, che fi chiama , ed è lingula re , noo^ darebbe vn raro argomento
à chi moiftraire c fière fiata cosi merita- mente detta? Qnefta è fingulare:
perchè delle altre Città veggonfi in parte fc non ’Mdec, ^Irìiseno le fo-
jnìgliaDze ; mà Venezia è vn’efem- piare di cui ai tra imitazione iion_, fi
feorge > dirperandoTArte ftefsa, che ne fu Mae'ftra , di farne vna fi- mile^
£ fingulare: perchè éflendo fituata nei regno ddl’acqne, non è foggettaimà
Reiaa dclMare, di cui non teme le batterie j e lontana daJlàTerr.a è fiCura di
xtopfentir da prelfo gli allàlti terreftri . E fingu- larc ; perchè la Città
> e la Libertà . J iuiN Oigitized by Googl Ouero la f^ene^Qona . 4 1 1
rAirfcro nel Jcinpoilefso dall’acque; il che fii indizio ccr.tilSnio , che la I
T ' libertà jkhi viuerebbe mai fenza^ Venezia , nè quella fenza la vita di
quella, E llngulare^* perchè ebbe si bene le acqueialmallre milchiate con quelle
di fette -fiumi j del Ta- gl lamento j della JLiuenza > delia^ Piauej della
firepta ^del Pò , deli*- Adige ,edel JBacchiglione : mà dal rdi. nel
qualcjiacque xió vide giam- mai il candor del latte della Cat- »toiica
Religione, confufo colla ne- rezzadcl tolficodeiridolatria della Super ftiz
ione. B fingu laro: perche. galleggiò iempre la fua Li- ^bertà ncllinondazion
de’Aarbarij >pccchè per più miglia dillantc dal- la Terra, èpiùcopiofa delle
Città .fondateiiella Terra , e nel feno dei- JaFertilùà , & Abbondanza .
La^ moltitudine ancora de* Magiar a ti fcnzaconfufione, la prouidcnza__,
KquafiJDiuinancl prouuedcre fenza flanchezzaallaTerra, aJMare airifoie, la
frequenzadi tante con- iulte con tanta fcgrete2za,Ja cqntf- S » nua- Digitized
by Google 4 IX Itytttó d^Oréy v .o niiazioni della guerra con^tanta nerofità,
non folamente per Ja con- :feru32Ìon della Fede Cattolica , mà ‘per
Faccrcfcimentò , tanta diuerfi- tà di gradi nobiiifsimi di Doge^^di Procuratori
jdi Configliertr di Se- natori , di Saui , di Giudici , di Ge- neralifsinii ,di
Prouu editori gene» rali , e d'altri Capi infiniti fra quali è diuifo il
gouerao intero della Re- pubblica : etant'altre marauiglie-, le quali fon molte
, non già fette , la dichiarano per fingularCr Quando però i nomi , ed i titoli
non hanno fpeaiqfità‘, -nè: rappre- fentarto oggetti’cfi grandezza:," con
tu teò- 'CIÒ pòrgerà nno^ argomento rllufire , e grande a'Lodatori ,Te di-
ranno non confa rfi alle Perfone lo- da te, ò edere flati poftr pcranti- frali
, come dicono i Retori , e per contrarietà, colla quale il bofeo di* cefi Incus
qnia Mow/#icrGla guerra ìu , ^>e//«?e GlotOyLachefi, cd Atropo diconfi
Pàrfte ^ quia mUii pÀrcunt . Qiiindi deriuarono que*ti- titòii , cd quelle
infcrizioni de’iPa- - ■ ne- Digitized by Googir Ouero la I{en. yene^ant 41^ = .
negirici; LeSublimità dìS. BalFo,’: le Chiarezze di S. Eofca , il Candor di
S.Filippo Neri> le. Grandezze del Minioio>cioè di § J?fanceico di Pao- ,
^ la Eondator de Minimi , ed altre-» » fenzalnumeco^..' ■* : • Mà chi vorrà;
tefler .Verrine , e . Filippiche , e biafimar che che fia , . dourà. tutto
Poppofto alle cofe_> - predette, operare . Se ilSuggetto che fi vvitupera
farà nobilitato , aggrandito .dairAltczza , e daJla_j Gloria de* nomi :
sforzerarsirOra- tore di fate apparire.,che nel biafi- . niato nulla fii di
gloriofo, e di fplé- - dfdo fuorché*] nome, al cui chiaro^ -
refividerapiùdifiintaraente l*om- ' ' bre , e ic brutture i e che - fu feonue-.
neuoJe fregiar co’.guernimenti del titolo chi doueator la bellezza col- ' la
deformità del vizio , e chi aureb-- be fmentiti come bugiardi quelli, ohe tal
nome gli diedero. . Se il Sug- getto anrà vn nome odiofo , vilifsi- mo , c
ridicolofo ; fi .dirà ellerfi. ve- rififcato quanto fignificàuafi dal no--
iUCimmolo parlatoj’o. yerbigi;a- Digitized by Google 414" IlVeìtod^Cfr(ti
.:*»- • zia. Nerone , c Caligola che ebbe-* rola caligine , e la nerezza nel
no* me rnonchene’coftutnijxlarebbono' argomento di prbuare , cheda que- lli fii
olcur^tb ilSòledegWmpcrij e ia: Monarci) ia Romania :: che Elio» gaba lo- nom
adempiè quanto prò- metteuafi' dalla; chiarezza del no- - me r.fignificandò ,
iliosy ìì Sole appo > i Greci ;xhe AlèiTand ro- Magno m- - ti to la to figl
iuoladivGiòue i^non fo- laincnte non.fù Iddiòi màmenqche^ vomo per là fuperbiaieper
gli^ltrii Tizi; datquali fu-dominato il Signo^ reggiator ^ei Mondò“. - Talora
dal nome -, , c dal-, t itoto s’ ' accenna qnalch’e-vir tùó, 6 vizio^co- * , me
da Pio s’àddita là'Bktà>dà Giu- ftiniano là Giuftizia v da Ecdelc ia ^ Fede
, - la Còftànzaìdà.Cóftàntino > < là Pcrtihaciada PcrtihaccjdàCal?- -
uinoia.Vinolénza , e PVbbriachcz- - za: le virtu,ed i Yizi}:dc* quali potrà
fbruir d'argomento rdimofti'ando che campeggiàronoprinoipalfiie»- tcne»
Soggetti* lodati , òiblafimatì . - SogtiàDttp^ncoraparagoiiart firav loro*» ^
Digitized by Google Guerola^^ettor,f^€He7^ana, 415* lóro quelli che hanno vn
nomejcon^. gli altri nella fteffa guifa nominati.- Chi-uppcilafi Alelìandro ,
può ino- IhrarhJn tutta i’òrazione limile al grande AJèlTandro. che.llimò. pic-
colo. cam|K) a? fuoi paflr. v ittorioli, . eda Giganterii giro fmifùrato dei-
la. Terrai; chi. Pelagio , à.Pélagio' Errcfiàrca>pelago di tuttehiniquità..
Da qucftoluogò per viadi cópa- ra2Ìòner,fàrcbbelii vn*. lunghiHìino’ Panegirico
> Ibpra- Peloquentilfiraa^ Giouanni'délJa Famiglia Ulii/lriUL- ma.de’
Gorrari* nonfoJo feconda^-.,. iBà-fecondilIìnia d*Er o i moki de* qi^i
furon.Marti nd.Gampo5,akrr fòrmi. Gatoni- ndhAlTemblee ,, 6c. Angeli.
dicQttligim>. altri vdi- rontì^com& oracoiPmellaì Città. diO Roma volendc^la
Fòrtezza > la^ Eradcnza >.la Religione r. e le altre: ’viftÉL aucr Tempre
avvicenda qual- che Allicuo dellà gran Cala Corra • ra t:
farehb€£.>dico,v,vn Eàncgìrico^ fòpra Giòuannir aiHinig|ià^olo nella
facondia à,San.Giouanni> co* gpomiàato.Crirollbmo >. cioè: £oc« . S»‘ 4^
^^3»' Digilized by Googlf 41^' llVeìItod^OtOf cadoroi poiché Venezia dalPélo--.
quenza ^el Tuo Giouanni vide Po-.- polì , Città , c Regni dolcemente--» /
incantati, ed incatenati , e’ che. ài quello dehderauano cento bocche , \ e.
cento lingue , ' acciochè non ‘fi > fiancalfe di ragionare ,iion eflfendo -
ehi mailadì, e lazi; di fentirlo . Vn’altro mododi troua-r l'argo- - mento fi è
i il vedere quali contraT- fegni s’appropijno à ciafcuno . - Per t cfein pio :
Perchè S.Girolamo fi di-r pigne col Leone, e S. Giouanni col-/ l’-Aquila , IVno
Rè delle Fiere , ei> ? Taltra Reina de* volanti : non fenzai ragione
S.Girolamo fi comparereb;jjr be per via d*aJiegopia al Leone > Sin Giouanni
all’Aquila ; giacché - quegli co* fuoi ruggiti fpauenté >e-' fugò le fiere*
edi inoftri degli Ere^ -r tici i ^ e'queftrcoHuovolo arriuàar. Seggio , ed alla
cima della' lleflai*- Sublimità . Ouero * nel primo fi có-.> naenderebbe
laFortczzapropia del;- Leone; nei fecondo. J^ilntelletto piii j perfpicace
délPacutiffima villa dcl-r l’Aquila , Quelle infegne,^ fcgnalF ^ " fono.
Digitized by Googlc ermo la Vmi^na; 41 77 fóno ancora propij delle Famiglie, =,
delle Città, de* Regiiiydelle Repub-.~ bliche; auendo la Sereniflìma Re-^
pubblica di Venezia il Lione alato 5 &c. onde facilmente infegneranna
l*a.rgomento di lode , òdi bia/imo . . Oltre à-.ciò«fl v4a di -comparar, quel]
i eh e hanno va nome, ad altri bcnch è. diuerh di nome, e di n aiu ra^ , e
inoftrarii limili , ò diflìmili . . Per. cren) pio : . Qualche Santo , ò Bea to
fi paragonerebbe conS; Paolo , coa> S. G io: fiattifta, eoa gl i ADgeli,cofi
Dio : Vii Capitana con Ercole, . con^ Sanfone, eoa Achille, con Etft>re3; vh
Sauio con Solone , con '.Catone : : ^ va'Eloquen^ :con Tullio jtConDerì moEene;
viro Seul torcìoon Ridia, e con PrafiS tele ; .vn Dipimore: coft.. Apelle,
coAMicherAngelo>, coxiÀ Raffaele, e Tiziano , i quali ncir-i cfcrcizio loro
paruero FenicH Maeliri dellaNatura, e dell’Arte-;.. Penconuerfo ; J.Viii,gli
(lolti j egP ignoranti fi coinparérébhoiio ad ab tri dellhfl€irafatta,chc
iufònòfòg?* gcttadelIoicher.no , &:aurebbòno - ' Sl J: caua-T ’ U f^iUó
^Ofo; ^ cauate le rifa eziandio ad Eraclito^# cd 'agl i'T:fciti della fpelonca
idi Tro^ ' f6nio«> Sòuente adóperanfi lè 'Allegorie r fàccnJoiVcdcrcchechciià,firmlcali
Giclo, al Sole>allaEuna &ic: e pro- uandó^auer auute in^partele lóro*
proprietà .. DI queftc Allègoriefo^ • no^ripicoi^niolt^pancgirici degli
Scrittofi^niodérm',^che"preiero il più vagodelGiélo j^edelHAria',- il* più
prcziòfò della Tèrra*, c dcl’Mà*»^ re'; ; crrappropriaronoagli" Eroi^
ooramcndàii; S. ^Tonaaiafo* Angelo ^ di codumi ; e-d*lrig^oj eicKe ebbe :
l’eceraa Sapiènza pcrr Approna tri^ cedellà-dòttrina pura , c (incera * al
pari: dclki vitai innocenti (5ma , r fù ^ efpreffóTòttO’Pàllègorià dèi Sole ;
S^lgnazió EondatprdelIa?naia-'Rè- ' ligionet.utc*àrdòrenel nome'*, e nel •
cuore eichepurgò , e rinonòcome - lo fpirito Diuinoda. fupcrficié . dèi* *
ia-Tèrra';ct colle fiamme. fpenfe lai vitande* Mòftri-, e gl!incendi>.’man*
* dati dàlleboGche'diinillc.Cùimere- dd bdliali Eirefiàrchi , ili rapprefen»-
UtO;j Digitized by Googlc f Okero Ih 4 r rato coli'àlJcgpria:^cJ fuoco. Altri'
fwon^oftrati vguaii alle Stellci .a* * Bhn yat FJàmh^^^^^ come : apparifccne!
pa ncgifich de’Modcr-^ ni ; coli*c(cmpio de*VjuaIi; poUbno > feufariì r,c
difenderli quellÒGhe tef- ft>noi. fuoi. CDmponimcnttJCoii. tali :
a-llcgpric; continuate parendo à: mecche faccia megliòxhi fe ne:aliie«- ncs,,
e;rendè: coir. aJtri;argontejiti = p iù g?gliarda,.e ma tura^rórazione. ,
Eiux)lcre.Xefentcnzc ,&i’ detti nTemqràbuJ i giòuanó'pcr; li f ittoua*
inentLdi cui fauelliamo Per. cTém^ pio :il détto di Mùziò«Sc€uolà>,che •
rece piu fénza là'mano~,iClic moitejfv regioni con molte dèftre : : «*■ mu
Kmmum e/l , . feuireb^ àx hi voléffe: loda r Sàa_* Erancefeov Sàuerio, della;
Compa- gnia.di) Giesù ^idimoflrandó-eflcre' fiato proprio: di Erancefeo ciò che
3^ibuì a'fuoi. Ròmani/ quell,*Eroe pià chiacoidel ;fdoco> coEquale con- la;
Tua; delira . L’altro detto ^QrazionelPAf re^poetica :: T"^^^iocnÒHS e^e
Toetis , S 6. ìion Digitized by Google ì^<m Dtj ,nùn homincs ^ non
conceffìsre eo^* ilirwwig; potrQbbefi adattar, fcnz’adu- - lazbiic agH Eroi :di
Venezia , aV quali non tnai ptacque ia mediocri- - tà nelie virtù» mà iercaron©
fem- • pre in quelle;raJcczza,nTaggiore-j . > All’incontro
pen-tvicuperarealtrui, , pread^emoraltfi <detti> . e.dkenio . Cifferii
=tutt(i ciò verificato : - : ' . t ApprelTo i Moderni trouanfi al- ■ tri ca
pricciir, e^ghiribizz i d’drgomé-! * ti. Sono" fiati Artefici d*Aguglié 3
» ' di Parami4i.,.<liColofii> di Tempii/, di Statue-/ ienz-à do perare
gli fear- peili nell|ingcgnofp Ja;Uoro;di ,Gal- * leric,e'di Q^adri/èhza
inacinàr CO' lori ,c coloni* le tele. L’Artificio di. tali componimenti è di
tale , ò fimil . fatta; • Dirà l’Oratore > che non fa^ pendo maneggiar
ferri, e-pennclli per intagliare , e dipignerc-, t mi la .* lingua folamente j
infègncràciò che fi dee fcolpire ne! iaffi / ed imprimcrr iic’ lini ; pregando
-i Parrafij / » ed < i ^ Miroii i 5 gli ApeJJi, ed i Tizianidel • Tuo Secolo
à cominciar Tòpera dife-. gi;ia Cv/ nel peniiero, Pofeia narrati . ' tutte*- ‘
Digitized by Googl OHerù ìa I{en. Fénezidna, 42,1 J tutte, le azioni da
cappr^rcntarfi ’ dalla Scultura, c dalla Pitturale ter- - minerà il difcorlb
con dire, che fe-' delraente il tutto efeguifcano -, per- chè in tal goifa li
eternerà ne*, ' mar- mi , enelle Taualc noumeno’ il no- me del lodato, che
degli Artefici * La llefta maniera proporzjcmaL mente douerafsi tener. da. chi
, sper eiempio , v oklfe .innalzare Yn*Àr- co trionfale al Serenìfsimo DogC-^ ’
Lorenzo Priuli , cheiVCcire.vnGc-’ • rione mollfuofifsimo, cioè la Pelle, la
Eamei'e la Guerra , t mofteandofi, maggior.d*Ercole , 'mentrci (menti ‘
l’antico prouerbio .* Nrr Hereidai^con-’- uà duot ; col vincer .trcvmotlri
àppa-r* riti , € dileguati nel fuo principato. La lollanza del difeorfo
potrebbe.;» elìer, quella \ .Elfendofi . collumato’ nelle Citta-di piegare; in
Arch i . le.' piet re, ed; i marmi di Pa ro> e d i N u - midia ipcronorar
gli EroiabbalTav ti èd-incui nati focto* I.pefo delles^ • palme., e deglialiori
: conuien che , da^Cìttadini;vn akrodè jie fabbri- chi con > abbellimeiui
;di llacue.j > dii - ^ ‘ ’. lWeiìÒ^€fHih ff egi-v c di pittare
adombranti*!:- ló* ' me.della. Patria Lorenzo, PriuJi- d'amparifcano la
Peflilénza > e . ^ Morte vnitc ifificme,lè qaaii.colgi- rar della fpadà^
c.dcllà.iólcefpicu- ta miètano^ e tagiinovlevite matu- re, flèaccfbc dégli
'roaaim polle; medeiiòrcfiVeggiaootcoll^nne rot- te dàrilalJa: fuga, aL compar
ir dii Lorenao perchè: quelli:: fiiirAui- ma » la quale confer uà ;V4UaJa:VIta
, « che noD'^ potcaficuramchtcjpafleg» * già r, per l’intoppo id i
tanttxadàue'* ri. . Qgeili difarmò qne!nioAri>àcuii là molticudinedel
P,ópoi6,,.addop- pià^é fòrze ; Scorg^da Famepa r— to abbiomiiieiioieL;
generaxofdàlla;:^. peililenziofà mortaiicà i^ccupare v pafsr , per vietare, il
trafporto degli ; adimenti’, collàinancanza de’ quali; arefcela feme; e poi
mirifi'l*Abbon-' da nzai .per opera^dcLPriuli, entrar vJctòriofa in .Vènezià
^iàcchèXo- * renzo r.il qqalé;diède la vitaa’ Cit- mdinii collo: fcacdamento^
della.», morte -, ,prouuide.a* med éfimi anco- * saidi cibo^ pecr
cnnr€raazion;dellà:,^ niriiJizcd by Googli Vita . yàgbeggiri da vn lato Mary te
col fuo cawo (correre >al4aozo- famente per ritaliàie dàU*àJ»o fi contempli
- lo ^ ftérso- ftrarciàato - da I • fuococcliio medcfiinoj.di cui la^ve-
lòcìtà^ féruì per condurrc^ l’Arbitro della gucrra.c©np.rcftéa:aa maggia re,
alla morte. ImperocebièilBdu- li colla fua prudénzaie defirc^^a fè ohe la
Guerra entrata: neUUtaliaiJ , non ci fifennafse ; . onde: parne*che le arme
fólàmente pellc^inafsero ne*paefi circonuicini; Sicno jSguray tlMàri , .Terrei
ed Ifole > douc da* fiioi Antenati vgual mente* fórtifii^ mi ,e nobilifslmi
fnronarcrctti Ar-* chiicGolónneal valòr delie lòr de » firc,aòiidè'nacquc la
tra»qnn^ e là ferenità del G icl-deJlaPatria» -dee . . Con tale artificio fi
pof$on eom- mcndàrei ed erpriraeretutte le altre opere , e' dòti del
Sercnifiimo l-o^ renno Friuli . • Apprcfso . .Collumafi ftdoperarei i problèmi
i .ccrcandò qual . vktii , e dote* pib campeggi' ncb^rfoaag- gio ;/e la
fortczj&avA^l^ p^denza,, C»* _ . ^ Digitized by Google tì Fétt'é'iTOyoi ^ '
UGiuftizia , ò J a temperanza. Sid, Gosi vn’Orator facro propofe< per* via
<11 problema :<e*lB^Èo Francc-, feo Borgia deJla mia Compagma,£L»
maggiormcnce'dìfgianto da fc AeF- fOiòcoagiantocoftDio k . E altrcsi
potrcbbfefi cercare nel. Sereniflimo ‘ Doge Franecfeo daii Moliao '^ -fe
fo& più liberale cich fangue in prò della Repubblica , .6- dell’argencò>
etlcli*oro inbcnifìcia - de*pGueriv. Se foffepià allento Di’? rcepolò
neirimparar le dottrine-» tklGiela^ ò Maedro piùxiiligente , • c fegnaJato
nell’mfcgnarlealia Pa-. ^ tr ia : poiché egli dòpo le caricb e^». piii onorcuoJ-i
amile nella .Citta^ e nel Campo fatto • Generaliflìmo delVArmata di
n^re,intrepidamenK te li efpolè'al fuoco della guerra /ed ? aJl*acijire
fortunofe deirAdriatkoi . e dell’lo’nio . E fé la: malattia pjouuifa , ,e la
podagra non impe-f dtuano più il rcorfo della vittoria Che de* ]. iedi : il
carro deJlafortu- nh prolpcf euole.de* Barbari yfareb» beli mafo
indubitatamcAtc òr otto/ ^ oucr DIgilized by Google Guevo U yene^^iana l 41 y.
ou«r inchiodato, figli vfato 4 man-- dar piogge , e tempefte di fnoco for pra
gli Octomanni > niandauadilu-*' uij d’oro ibpra i Poucri , che vide** ro
noaelli humi > il Gange, r£rmo> e*l Fattolo fcorrere per le La gune-» di
Venezia . Egli continuamente- frequentaua i faeri Tempii pubbli- 'che fcuolc ;
doue fcnza voci parla ed ammaedra ]*£ terna Sapienza^ ^ > nellé qualiapprele
quanto pofcia-* infegnà colla vo€e>jecoirefempio, ' Grator pKi facondot >
ed efifìcace d’-J' ,ogni Dicitorei e che da- tutti s’iiW* tende/:/ ' , "
Di pili il luogo dé*Contràrij è fécondiflimod’argomenti mirabili; come à punto
daJia contrarietà de- gli Elementi dali'cterno Artefice_> ' accozzati ;
nacque la fabbrica di { quello gran Mondo > e del picco! i Mondo >.che è
rvomo . Con que£q ; luogo furon formaci quegli; argo« . menti : Le felicità
infelici degli vo^ . mini mondani : La Pouertà ricca^* • de* Poucri; Le
Ricchezze ntóndi* ■ ^ dc*^ Ricchi ; vLe ^uuerfi.tà ft-; i > conr^ -
Digitized by Google ìlV^iUo^OltO'r conde de* Giunti ;;Le, Fortune sfor^* lunate
de’ maluagi TuiKMagpus, ò . S;.Gii; Battàftay.c ccm’* altre:' f>ropofiaioiu
;.le gaalWircor- di per àltro> fon cbncordtnelrecare^ ag 1 i.V d itoci dile
ttO' , e inarauiglia e plauroall'Oratoire', Contaii.oppdiìziòni fi-compor^-
rcbbe.vJi.vagliifltoo Fancgirico m< ‘ lode, del Sereniffimo- I>ogc.
MarinL» Giorgiymoftfaodù^ia^q r La^ Giott«Atifeamttave.nutura« E.chet ila- il
vero :: L’andarcoEnpQiìo/. in_» ijuella gttfikcJfe andrebbe Ja^ V ir tm ìc
pore& vmanar/I',.c prcndèi: cor- po fra glt nomini ;c i patfi che dinìo- -
(ira nano ,, efei f^cedario; ap- pettare il cor folongo deJlretà, per: ^
giugnere aìia/omrmtàdelbdGdoeia;: la Modeilia deglinccKi cièest.iE£>Ió% ta r
iàmen te agl ibggeitiìdéii^Ter* ra > . e pero>. vagheggiata. dalla Ter-
ra c.' dalCklo : fòi ferole, di tamo^« pefò , C' perciò} non/grattoféadaP cunò
gl' infegnamentkfàlticeuoli/ feguiti. dagli^ altri cEendoneMa- rifló^Aooc
diamente: MàcB:rof^ > mà» Digitized by Google &ueroUì^m^Vkn^0na', 417'
0p^ràcore di ciò ch& infc^iiaua^ tutti gWatti della periòna^Acia mai ozioii
mà fcmj;)CC'' attiù i V ed ' ope- ranti^ effetti^ marauiglioli' di com-
punzione e: d'ammirazión& nella Città di-Vènezia , non" eran^le^ni d*y
na età raatuf ad’anni Ve di virtù? Ciò gli diè dav prima il cognomi di Santol e
dappoi il Trono di Prin- cipe nellaPàcria > che lo fè fuo Ca- po,-donde
fàcilmente li diffefe la^ fanticà per luttoM Corpo della Re- pubblica.. i . .
Alcune volte formali da nói ftefli- nella nolb^mentc Pldca* d’vn Prin- cipe
perfee tó , .d* V n - eccellènte Ca- pitano d*vn prode Gùerfiere , di-
vnpi^éntilfìaK) Sèna tóre ; ?dicen- do chcperéllcré“ottimo Prineipe , « è
necellaria^làv Vigilanza , là Gin- Rizià la Ribcralitài&'c; e por rao-
firaiicb ritronarlL nel Principe lo ■* dato •' Per via d'idea è compòRa^
rórazionpwl^f , nella quale d crebra , cd cfalta il gran Pòmpeo più- fecondòdi
palme all’Imperio Romano ,, che non è fer-^ ' Digitized by Google • • -fmiìédl:
biade il Nilo alPEgitCo >\ dòuegià’cqire decapitato il Capo dv tantfcferciti
; e doue morilà Liber*‘ tà Latina, rifurta pofcia nelf Adria-. tieo ;e cnllbdita
•, e dife/a* per taati^ fecoiì.. *•' còli I^éa ‘{ìfniglBnte/ it figurc-^^ ,
rebbè vii.Panegit'Kòid^a-'»chr'delldeV ' rafle rapprefentare- vn verifiSmo^
Ritratto de! Doge Giouanni Pefa-- 1*0. Direbbe ,icagiond*crempio-#'. Chi è
innalzatò'al Tronodagli E-^i lettor^ , i quali lòao il fiore e l'e-- Tein piare
dellà" vera prudenza , è: vapò che habbia chiarezza di na-- tali ,.douendò
efférc vn Sole nei- Cfclò delle terrene grandezze ; Re-i- iigione
-incontaminata j -perche.hà?^ da tener femp^i^c impughatoil-ierro^ contila u’
Turchi» dcllé fàeue.de->*/ quali qu cila^è ‘berlhglfe r pru deiizài
incomparabile i ; effendo^pofto aU reggimento non fòlàmetìtc- del- Po- polo -9
mà d'hifiniti Principi , come: fono i Nobili ‘Veneziani Mac/lri< dèi
gotiernare- : àffabiJitò -c pia- ccuoiezza di coirmi > colie quaJi IL. kgan.
Digitized by
Google Onero ta '^ett . Veneziana . «41^ •legan 'gli. Anim irparce.fiiigl iore de- gli V omini ; Vigilanza •
fcmpre dè- cita per eonferuare il ripofo de* Sud- diti ; Giuitizia che tien
ieiiiprc Ja^j bilancia pari,, e dii'icca,>non aggra- aiata dal peib di
palfionc alcuna ; c con fatti particola^icoinfermereb- rbe la Tua
propoiìziQne.: donde rifui- •terebbe eflere 'dato if .5ereni(nmo Pefaro-vn
modello de*Pr incip i,pcr- chè ebbe quanto abbiam detto ri- -chiederfi da vn
Principe . Chi però aueise difficoltà nel fi-’ igurancoJla mente PJdea d’vm
Prin- cipe; può fifamen te, e conattcn- .zipne ri mira re il Seren i ffi mo
> DO- M£NICO CONTARINI , Ri- ^tratto non immaginario , mà viuo^ e regnante;
e che ancora eccede i d elìder ij quando /bno piu audaci.,Sc -àrdenti nelle
brame ; ondej.giuÌla- .mentC’fi.può dire hiunquam - voto Ifaltem
concipere^/uccurne fimUc/n buie ' vtd^tìMs j fil che fu. iperbole d£ ■Plinio in
Traiano ^ed-è -verità nel Aerenifsimo DOGE Contarmi.* «Perocché quefii
al^loriofo retags DIgilized by Google 4J0 11 fottio d*Oro ', gio dato aTuoi
Maggiori daliaFor* auna ^ .edalla^Vj’rtù ^ .che laudabil- rmoitc garcggiaron
fra Joro ncil!ac- créfccr,nuóuo Juroc adivna iplendn .da «ed.aatichiffima
iamìglia i .da^ vCui nacquero più Sercniflìmì: ag- giutìfe altri patrimon fj d
i grandi- 2C , c di propie virtù > si etóre, che àncora fenza ,J*aJtrui
Splendore > e degli Antenati., era .vìj jprincipjo iuminq/iffimo .'la quefto
Ja'i)iari- . chezza dellechiome nioftra iJ can- dordeJpanimq', e. delia
;Caótitezz^ .del fenno: col qualc/oftcnta la gra? uezza degl i anni, eh e di
anno benj. •Si vicinate le forze del corpo, mà accrcfciuto il .vigor .della
mente-# per felicitar .la .Repubblica, c di- fender la Religione, .della
.quale-» V f/ Amazzone lì ,è Venezia, femprc -coiiibattence centra l'Jìxvpietà
, c /a perfìdia deipOttoitianno.. Che i*a pprou amento d* vn ^U;ii(^ f ù pro-
ua bafteuQie.à dichiarar'bUòha > e giuda Ja moffadeirarmc fatta da ÌHompco ;
laonde caniò^ Lucano .della guerra ciuik; • . * Digitized by Google . Ouero
l4^,en. , "■ ■■ Qtffi iufliùs itjiiuit arm€ Scire nefas xmqgno /e
fudice^Mtfquctue- twr^ f^ì^rix 'caufa ’Dtis :fUmt » fsd viUtu» CalQUìi il
Contarmi non potrà «on efscrejr ottimo Principe , mentre ih eletto» ed
approuato da vna intera Adu- nanza diSauò'^ e dairAdemblea^ 'delle V irtu
concordcuoimcnte vnì- te , periar -laielezioned^vn virtttor /ifs imo Doge >.
J-a peuuitima maniera di far Taiv ;gomento quando fi hiafitna, è pren- der
qualche fatto , ò vizio folo in.» cui fù fegnalatamente , e famofa* mente
intame la Pcrfona che fi yl*’ tu pera, e poi tonare , e fulminee pili di
Pericle^ e fcagJiar contro à ^uellatufte le anni , chefuole ado- perar
l'Eloquenza quando fi tra- muta in Ainazzone,ò inPalladc-» bellicofa . E cosi
aurebbefi da ri- prendere in Werone la crudeltà , la quale fiisi grande , che
feffere vru I<erone ,val tanto , quanto 1* cfferc crudele ; la doppiezza in
Tiberio, Ì Digitized by Google t 4^ ' ^ ììyelio avrò i , ->■ cui fcnfi
occuJùTsimi , nè meno (k Edipo farebbonli rinucnuti; e cui rifpoftc parean
qucJJe degJi oracoli antichi : .la golofità in Api- zio > che viuea per
mangiare ,>non mangiaua per viuere , ed era Idola- ^tra del cibo • Non fi
vieta però, an- zi è bene intrecciare artificio/a- niente nel dilcorfo'gli
.altri vizij~a vfando le figure rettoriche , le Prò- •fopopeie., le
Apoftrofi,.le Preterì zioni,e limili . Verbigrazia . Io •non racconto le
crapule , le difone- ftà , i furti., le rapine..^ i facrilegij ^c, perche
la-folavCrudeità diNc- •A'one balla per cagionare orrore , e ' .jìanchezza.è
aiP.Oratore-, e> agli Afcoltanti . Altre infinite maniere di narrar dazioni
federate fi por- geranno dalla varietà dell'aJtre fi- gure. Per conuerfo;
nclie-lodr: di t/aitcrà qualche fatto fublime' ; e s’ il luflrerà qualche virtù
più rag- giiardeuole che col Tuo fplendore abbngliàuagli occhide* riguarda n-
vi . Perefempio : * in Giacomo Tiepoli, farebbe tie- gaa Dìgitized by Google
Ouero 4^ gmad’éffer magnificata, c Tubi ima-* ta la grandezza dell'ànimo , ch«
mofiyrò; quando fi oppofe al Popo- lo , il qualeTenza Ifaliènfo de'Seaa' tori ,
e de' Padri volea crearlo Do- ge con gioriofa fuga -fi allentò dalia Patria»
ixifinattanto che dal Senato» , con piena. libertà, yn'al* trofìi collocato nel
Trono rifiutaT to dal Tiepoli ; perchè in.vna Cit- tà<libera,non era
Elettrice dei Prin- cipe , nè Conduci trice al Seggio, la Tiberxà del Senato .
E benché per Pauiienire viuclse priuato,era non- dimeno come Princ-ipe riuerito;
auendo il principato di.fe fteflb., c c de' Tuoi aftècci , più difficile ad ot
' tenerli , perchè fi han da vincere gl'interni Tiranni; e più malage- uole à
conreruarfj ., perchè cofp^ raiio continuamente à ribeilarfi al- la Ragione
Gouernacrice dcilaRe- pubblica interiore dellVomo , La- onde fé’! Tiepoii non
ebbe i voti di tutti per eiser Doge della Patria. fu però da tutta la Patria
dichiara- to PrincipenelRcgno della Virtù,. T In Digitized by Googic 454 11
Vello d^Ordf", luGiouanni Bafadonaa j fi com* mendercbbe principalinente
Ja de- flrezza nel trattare i pubblici ne<* gozij ; che p«rÒ dalla
Repubblica, lenza teina di pericolo ;lii ampolla la mole degli affari pib
grauofì , à quell* Atlante non birognofo dial- tr’Ercole 5 e fìi mandato .Amba-
feiadore al Duca di Milano , al Rè di FranGÌa.,- airimperador -Carlo Quinto, e
al iomino, Pontefice Fao- lo Terzo, che erano altri Atlanti fodenitori di.
Stati, di Regni , di Monarchie, e di Mondi .Ed accioc- ché la Vita , c la
Mort^., di pari fof- fero riguardeuoli^: ;Giq: nato rin.:» Venezia Reggia delia
Maghificcn- za,fpirò neifeaodiRo na Teatro della Grandezza 1 e fra i plauli
dati alia fuaLegazione interrotta dalla morte : erscado il Bafa donna cari-»
codi onori-, e di glorie, peficon- fueti dati dalla Virtù , quando vuol
maggiormente fubiimar gli .vomi- ni gr indi ; & alleggerir loro gli grami
delle f.itiche, tollerate pec; folleiiamento della Fa tria . L'vI- ^ ^ j
Digitized by Google 'Oucrol4Reim, yeneì;iana, 437 L’vicima maDÌera il è il
narrar , tutta Uyita.^ tutte ic.4oti , e virtù d’a^cuno.fen^a .comparazioni ,
Al- legorie Idee . JE perche ciò è Cile : il d^ art^icchir Jarpnncrtà del-
I*argomcnto,cpn tutto i*£ritreo-, e 1 i (tari orazione ^olle .forme , e col- .
le figure più . sfoggiate !e fontuofe del dire , ,e profumarla con quante ambre
, & pdori.hà la Rcttorica_, . E ben vero non eflcr.ne,ccrsario tan- to ludo
d’ornamenti • «quando il fondoè preziofo: e chi fi loda, è douiziolQ dc’beni
della Fortuna , e ..della Virtù ^ ,Tale à punto fu Marin Grimani, .che .vide
nel fuo ,na(cere doppio chiarore , del Sole , c de' fuoi Ante- nati nobihTsimij
i quali quantun- que fpenti auean conferuata viua_, la luce , e trarinefsaJa a*
N ipoti , cd a’Pofterù per illuminare .a qu.efii laftrada. Per.taleftrada
caminiiiò il Grimani , fatta via più rifplen- dence da* raggi della propia
virtù, che gli diede i gouerni più apprez- zati , le più celebri legazioni, le
di^ T X gni- Dìgitized by Google ' ugello d'òro^ ^nità più riguardeuoli, e
pofch ll •'{ommo degli onori , con farlo Do- ge . Nri fuo Principato fpenfe il
^oco delle guerre ‘ accefo nella--, ' Dalinaziia , e nelPiftria : incatenò il
furore , ehe fcorrea per quelle^ Prouincie ; e còme Signor del Ma- re ,
aflicurò ancora dalla ferocia-» de' fiumi il Dominio della Repub- blica . La
careifia sbandeggiata y l'Erario accrefciuto , la Città ab- bellita ,-Ia pace
fermata , 'furono opere della prudenza , delia Jibera- lioà, della
magnificenza, della de* ffrezza del Grimani riucritonoa^ folamente
dall^Occidencer, mà dall* Oriente ancora per mezzo dVii*- Ambafeìadore inuiato
dal Rè di Perfia , con lettcre«sì gentili : che-=» paruero non venir da vn
clima-* ftraniero , e da vn barbaro Monar- ca , mà da vn cof tefillìmo Cielo
> e da vn Principc coronatodalla Gen- tilezza, In qiieftvlc ima Foggia
potrebbe^ ancor di nuouo far comparir nel Teatro del Mondo PAppoftolo - - ' c'I
Digitized by Googl Oktrt lOrì\eit, Ì^ène^mì, l 4^ 7 \ e<I primo Marcire
ddPVnghcriaLa^ San Gerardo Sagredo Vefcouo di> Canadio: fe TOratore- col-
corib» facondo d'vna ben d ifl-efa , . n è in-- terrotta orazione , ii fermaffe
ncK la carriera marauigiiofa della vita» del Sagrcdo: ò quelli fi confideri nel
principio delle moflc , ò nel mezzot del corio., ò nel rapprolfiinazionc-A al
termine , ò nella nieca ; cioè nella puerizia , nella giouentìi,nella ma«i turi
cà , nella. veccàiezza , e . nélla^ ^ morte,- Nell'età di cinque anni ,
lafciata l'àflilà del Mondo > prende la liurea ^ di Grifto i vedendo fi
d’abito mona^ - calcin-S^Giorgio maggiore, *e quan« do appena ferme
allodaceauea le piante,fenza gli ordigni d^Archif» mede , /cuoce da fe il Mondo
coa> poiTa mirabile; del qua le Tgr^uato, co pochi palOG, perchè tutti erano
da Gigante, arriuò all’erta della - per»> fezione ; .doue nel gjro di molto
tempo» difficilmente giungon quelv - lidie fono aggrauad daglianni-. . Laonde
chi rimiraua il fembiante, , % 2^ Digitized by Google 4# tir elfo (fora ? eie
fattezze di Gerardo, non potea;’ non giudicarlo fanciullo;, mà chi s’afìfifaua
intentamente' nelle azio*^ ni,c ne’coftìimi , ftimaualo inea» nutito nella
Scuola 'della- Keligio^ ne; L*aumenio»dégliabitfcvii‘tuaiÌ,- crebbe col
crcfcère df Sagredo ; nè i ' fuoi coetànei gli fùron pari ycòcet' to nel numero
degli anni ; poiché ‘ GcvzlL^ ferapre gli" auànzò- in^ quello delle virtù,
£.per andar con- tinuamente innanzi ; volaua colla ' mente su Jè ali
dcli’orazionci nel eliclo; Gàricaua fi di férro,e di cioc- cio >pefi
coiUi>etf dèlia penicenzà f ' dimagraua ;.6i jridebòl/ua- ifeorpo con
frcquenttd/giijnf;,ca’quaiìi’a'* ' nimo più vigo: oro ; epicu6;diuie- ' ne ;
nélifciaua: parte' intera ìiella^ - fùa carne Vfquarciata dalia terope» fla dè
fTageJli icon chè fana fi con- lerua l'iritcgr i tà /e fi nnoCénzà .Fat- to gì
ènei l*età maturo , chi fu tale-» ' ancora nell’accerbèzza' della pne*- tizia ;
e riputato- degniffimo dico- ' 'mandale ; chi nori^fù inaiiìgnorcg*» "
giato dal vizio; co* voti di tutti . con» Digilized by Googl Oitm là
^eU.VeneT^ani: 4 con. piena allegrezza del Moniftc* ro y è innalzato alSeggjo
> ed alla** dignitàdi Abate ^volendó i Monac iv fignificac colla
preminenzadei gran- de ^Tàltezza de'meriti dell'Eletto.- Spintopofcia dal
delia’ drriucrirc il Santa Sépolerov cagion della Ter • conda V ita' dell* vomo
fpento neV Eàradi/o térreftrei s'inuiò co* palfi. dóu*era^giuntój col defidério
mà dàlie reali preghiere del Santo Rè Stefò no y e dallà fòrza dèlie ragioni
deirAbacc Ràlino, af re/làto Sàgrc» do nell* Vnglieria t coll efficaciaL» -
della predicazióne a ppo/lòJica e ' eoll*èfémpió: fenaalingùa fàcùndo> .
lègQ tahnentegliViigheri ,.che vi* lEendo ilMcmtca natioo vn*altro ancóra ne
videro , cioè Gerardo aC* ióluto Signore dèglràittrmii Rifor-» mata eoa fante
Icggr 1* Vhghèria-^ parue che voléffématàrc ancora le fiere dèlié foreftè y
poiché ri tira tofi : nella folitudine popolata dagli An- geli che lo
corteggiatiano'iquiurrer» ni diMèdico V- e di Céruiico ad Viu £upp ferito
da*Gacciatori,e rifana- - Digitized by Googic f^dló 'd*Onff > te dai Sagrcdo
, e di Nutrice ad Genio. Btauendo al primo tolta la fierezza , ed al fecondo
i’inftfnto di vagare : e in tanta diùerfita di na-- ture, fattili concordi, gli
ebbe Com- pagni nelferenio, e Ammiratori di ciò che fi operaua dal Santo >
degnar di più fpettacori , /e di più nobile^ moltitudine, V'ien per tanto sfor-
zatoà Jafciare il fiknzio, le -feluca • Je fiere , l'ombre^ e gli orrori ; .ed
è-' condotto , anzf trattò fra do fife pi» to > fra le Città , fra gli
vomini i e lo chiarezze , colJ’efler fatto - Vefcouo ' di Canadio , E fe fra i
bofchi diè • la ' fanità ', e lamanfuetudine a* bruti 5; nelle Gictà» dalla
vita brutale riduP» fe in prima gli abitatori ad cffere-> ' vominh &
indi ad effer fanti i & ac<^ compagnò la iankà delf animo eoa» quella
de* corpi ; volendo che i*ai-» bergo deJl*anima , eia Reggia del- ^innocenza
nonfpfiero afiediatlda^ malori,mentre non erano più ricet- to del vizio . Mà i
Succeflbri dei rc^ gno, e gli Eredi della corona ; mon già della fantità di
Stefano, amando Digitized by Google OUero ; 44i> pfh i?ieffer ciechi nella
notte dell*I- ' dolatri^che l’effer veggenti nella luce d^V-angelo, Cfdella
verità^ :è godendo pih del giogo pefantifllmo qeirimpjetà. nella licenza del
re- gnare , che del foaitc di C r ifto nella vera libertà de’figliiipli
diDia,efoi> tarono i Popoli à fpegnere il Sole, ed à fciorre ì legami della
vita, dei niiouo Liberatore, eoli* vccidcr Ge-f rardo, Vn-tempofola
fh>reibrtarc olfatto deteftabke<,-e Pefeguirlo. . Eerocchè da* MaJuagi
fopraggiun*^ toil Sagredo pienod’anni ^ e di-pa-< tiinenti nell’vltimou
viaggio fatto per PVngheria , e>nel primo*^, coi qualealGielo peruennc ;
tentaron quelli di lapidarlo^ •’è di-rendere il p rimo- Ma r t ire d e J 1*
V'iig h cria ,11 m i-^ le à Stefano Protomartire . Mà lei> pietre. con.
doppio miracoio diuc^? niiteJeggieire ,e pietofe-, reftarona rorpefe neli’arKi
, nèoffe-Tero il San-« to, cheLcrmòcuirorazione i fulmi- ni nelCicJo-y i quali
già precipita-, uario fopra gli- empi; , che.aueano vneuore più duro de^raflì
lanciati „ A. T 5 Non Digitized by Googic U ’ Non rattengon però le pietre
arre-; fiate il fiiror di que* barbari ; anzi fatti pili, fariofi; gettan prima
dal carro ; e poi di m’altiflSma balza • G(Èrardo; acui,quant'éra più alta la
rupe, tanto più fublime gli fi appa- recchia u a là gl òr m* Nè. con tutto ciò
puntò fce mando l'ira \ diTcendo» ' no doue il. Santo giacca Gli "tra- '
figgonòdFpeita’cóa vnà' lancia, e gii sfracellano il capo-in vn maci- '
gnojChcafperfddrfangiTe non. vol- le mai lafciar quel nobiliffimo frc- ' gio :
benché là violenza \ e’ la cor- rente irapetuofa. del Danubio jV per ' fétte
anni lobagnafie ; tentando di rapirJò colie acque perchè quel £uinerealé
volcfsé cancellare i fé-* gni crudeli de'fuoi'Abìtatorijò per- ' cliè fofse
ambiziofo d*auer parteJ» ■ dclJ’órnamento y- colqpale' pòférsc ' co n ^magg io
r p om pa ,’e • fplénd óreJ» ' sboccare ncrm a re , Tal fuil corfo
dellàvitadiGérardójcHénócefsò di accórrere dòpalà mortéairàiuto di chi
afiféttuofamente Pinu'ócò; Prc- garoniò i ciechi defiderofi più di ve- ' dére.
Digitized by Google Ouero U ^tti, Vmii^ank\ 44)* i^i^H'corpo del Santo , che
laJ* luce, del giórno ;; e" fubitamcntC sniderò rofcritta la lùpplicai
Pre* garoolo-gli- attratti;. e folamen*' te collo fcòrrcr degli occhi r c col
àTolgerli verfo il cadàuero( giacché ■ il mouimentò deli e al tre membra-, non'
aucàno*’)' ricuperarono' Tvfo ‘ delie parti - perdute v L*ihuocaroru, qticlli
che dalfuoco delle febbri era lentamente bVucciatirquelli che dal freddò
de'veleni erano mortalmen** téagghiacciàti ;,'cd i' primi prona-- reno
v'n'aura.frcrchiffima'che tem» però, loro gli ardori ; ' ed i fecondi Riebbero
il caldo vitale che dileguò preftàmentei rigori ; E fu tant’ami- 00 di'
lollèuarer i Cuoi- Diuoti dagli affanni ', e dàlie pene :.che nè meni. Volle
s’àfFaticaflero nel reggere il piccolò nauilio , da^ cui tragittar fi dòiiea.
ii‘ cadauero di Gerardo v il- quale trouauafì;g>à.cner ficurillìmo. pòrto
dèi Ciclo ; laonde fcrz’aiuto df remi, e di vele , e folamcnte fpin- to
dali'àuta dellò- Spirito Diuino x giànfc il legno alla riua dei fiume . T ó Che
Digitized by Google 444 ^ UP^eltìidWoi . : , ^ Che fc la femplice,e nuda
narfà*^ zione farebbe vna sfoggiata,e pom» pofa moflra fenza i fregi ;ed i
rica^’ ' mi mendicati daJl'arte i farebbe del certo niarauigliora,quando fi
aprif-i fero tutti i Tuoi fumi d*orodali*Elo«ì ^ q^enza * per arricchirla ^ e
J*Orato-‘ re peraggiugnerpre^ioadoperaffo gli aggiuati. J confiderando'l'anti^-
chitàd’vnafamigiia nobiliffima^, cd ' inuecchiata negli onori . Tempre-»-
lìoriti di Huouomct lignaggio del?* Sagredo : la tenerezza ddTetà^qu5-« do la
fottopofc al giogo della RelH gione; la fugstdel? Mondo ^quando? ■ appena fa
pea muoirerei pa/Tirla^s generofitd nell'andare incontro . a*^ pericoli ,
fenz’afpetmr che venire- ro ; la pcouidenza occhiuta, ed ala^< ta nel
preuederl’akriirneceffità , nel prouuedore à tutti^:^ rodio dì Te^ lleffo
facendo' tali. Icempij del' Tuo» corpo , quali nè meno aui*ebbon_i’ fatti i
Tirannia Te foflero fiati tor- mentatori di Gerardo j la nobile^- prodigalità
neliò fparger tanto fu-# dorè , dal quale l’Vngheria bagna*« : . . . ta--’' /
Digitized by Google Òimla I(éti'6r. Venì^anà, tà Vcdeffe tòrto nafcerJa Fede ,
e lei Religion GrrrtiaDa , e da cui fo/Te ' l’impietà ibramerra> c
l’Idolatria.^: il'giubiloiieldar per Chriftó il fan- gue,il qualedefiderò più
aperture ' ndle membra ferite , acciocché fu- bitamente vfccndo, palefafle laJ^
prontezza del Donatore : la libera- lità de' Genitori nelFòfFerire à Dio - il
figliuolo in sù*l primo' fiore , da cuipoteanolperar mólti frutti d- oto ,ehe
aurebbòno^ pompeggiato " nelJ* Albero d'oro della famiglia : ' la quale
nondiméno per l'atto ma' gnanimo ndlo'fpropiarfi di Gerar- doj-fù maggiormente
affiochita ; - non folamente‘3 perchè' ih pregio * della famità deJ-figiiuoIode
accreb- ’ be il valore : mà perchè dal medefi-' • moj coll'infltienze celefti
fi rendè - TAlbero, fecondiiTimo di Senatori,* di Capitani , d’Ainbafciadoi i
> di * Oaualieri', e di Procuratori , che produflero altri frutti pur doro.
Innumerabili fono gli altri ag- ■ giunti da’ quali fi potrebbe trar ma-* -
teria dà lodare il Santo j che acqui"< * rtòò ^ Digitized by Google
44^1 fìòÌ?dmordeiMoa<Jor.e dopa /etó’ traffead amrR.i'i^arJef glòrie del
Sa»* grcdojcoaqofft'vuica inuenzióncj - ed arte ; col fuggire & odiare la^
Terra.. Dà tutte le fontrpredétte donde attingonfi gli argomenti ,.fi cawanQ '
i titoli da porre’ ncrprincipjj i e ne' froatifpi^jjfdcll’órazioni . . Verbi-
grazia . Se taluno aurà prouato , • che TEroe è. ftató vn Sole vn’Er-» ' colè,
vn’A'tlantei T Idèa de’ guerrie-^ ri &c , potri pof metter per ticolo: ' II
Sole , l'EfcoleilTdéade'guerrie- ri ... Se aurà Jòdata' vnaTbià? virtii • Ex;c.
là prudenza > la giiillizia ,^ la.' liberalità' &e»^ porrà' nel.
fronrifpi-/ 2Ìó tali parole. , La Prudenza ; , Giuftizia ,-la Liberalità-
&c. Lo^ flèflb E olTerucràne^panegirici lati- ni’,. Sol alter : feu de S- L
hotm^A^tth' mie^\ Ignis : feu de 5 . IgnatiO' Loyoìa , , Tbaumaturgus l icudé’
S> Francifeo Xa* nmo Inaia<umu^ppJìotò i e fimiJi..- £ benché balli
quanto/hò'’ detto * per troirare a» gomenti in ognilor-- te d’orazioni ; tuttaupltad
perchè' Digitized by Google Omo li Vinè^kM ] 44Ì quella mia fatica è dirizzata
fpe-' zialmentéa’PrincipiantJVcd a'No- uiziì'heirartè del dire > dficcndcrò
ad alcune fpezie-diorazióniiaccen* nando 1* kiuenz ione' degli ' argo- menti. ' Nelle orazioni appellate Gene- tliache i che
fi fanno nel na/cimen- tó di qualche Priricij5e? fi può far la ' comparazione
col natale' degli al- tri Principi V che ebbero lo ' ftelTo “ nome ouer diuerfo
é / Si può mo- Arar per via' di prcdicimento la_f grandézza, futura del nato
Bambi- no, conghìettnrandola daf régni Ve-' duti^ e dalle altre circoftanze-.
Per efempiò,'. Se il Sole fi è ecliflatofdi- rà rOratore*^ che dalle azioni
chia- ^ riflìtiie' che' opererà-, faranno* gli»' . Eròi pili illufiri oftufcati;*
Se fono * preceduti tfemuoti ; che fcuotérài • ed abbatterà ié C“ittài ed i
Régni de • giiAuuerfàrij.Sé è venuto alla luce ' ih giorno dihoràinato dà Marte
j.ò- da Gioue : chV/aràb'ellicofò ed in*' d inaio all’à r me , e g iouerà a*
fùoi Eopoli. Se rtelmcfe V.gr,. d'Algtk^- Digitized by Google 44^' fbr> ;
ciie raràauguililTinio » Se neK - rAutuano^che farà maturo, e gra* uc; darà i
frutti ^ quando prefii parrebbono i fiori . Se hà qualche^, nota , e (egao
militare > ,pome nar-ì rafidi Scanderbech nato coUa-figivr._ ra d>na
rpada effigiata nel bracqio: chefara yn fegno a Nemici , più, fpauenteuole .di
Orione a* Naui-r ganti &c, .Potrà prouarfi ancora.^, col matàlc. del
Principe ; effer nata» PaUegrczzaa* Popoli,, alU-VirtS ailaReligione ^ e a’ Ribelli
, zi) , calia Siiperilia ione , la malia-*, conia. . Con poca diiromi^ianza
dallè-», orazioni ^genetJiaclie', 4i componi-, gon quellc ,, quando fi pone il
nome., àchi,c ricentcìncnte nato ,lcquaÌL d ieonfi luftr iche,'pprchè»di«
lufira'* /{Ichiamauafiquelgiptmo in cui il. dàùa il nome. Si potrà
prouare>che. le azioni, future, à, quanto fi prò -j mette mel nome ,
.rifponderanno j.: che :fara fi nule a’.Pcrfonaggf nella... (leda guiià
dinominaci &c. Appara icngpap aacor à quello luogo i pa-c - Dìgilized by
Google merola^étt.Fm’^ana'. 44^^ ncgirici fatti , quando tal*vno nel-/ la
guerra , ò nella pace aura confc^ guito qualche cognome gloriofo di Grande , di
Giufto > di Fortunato &C. e li potranno narrar le cagioni per le quali
li coniienga tale appeK lazione , colla quale li conofcc la«» •
dìuerlìtàdeglivoHiini grandi > da*" dozzinali#' : Nelle orazioni fotte
per qualche vlttoriaiotcenuta '9 dette ancora^ Epinici; , ,può feraiìr
^argomento là tiàrraz ione del ^ fatto , elprelTa fi ^ ' viuamente^ che gfi Vdicori
diuen-^ gano* Veditori della pilgna ; ò la fc- ’ licità. recata nella Patria
col prò- fpero auuenimentó^ò il fin pollb à ^ molte -guerre -col terminare
vnaLs * battaglia $ ò* ra/sicuramento dello ' Stato , e della Città colPauer
vinto ' ilNemiccrcagion d*ògni traiore. Nelleorazioni nelle quali li rin- ;
grazia , nòminate EucarilHche , li ^ efporrà la-grandezza del benificio, • ò la
prontezza del Benefattore, ò il ’ poco inerito del benificato', per far
comparir maggiore la grazia : ò la ' ~ cb^ DIgilized by Google ilV^òd’Orol-
conmnevtilità: volendo^ dal Do^- nacoreimicareil SoIè,iI quale coni' patxc i
doai chiàriisimide*ruoirag- gi'fiaifizrtutto CéJikffot al'pubblico , per?
obbUgarli'gliraaimi di* laitti : Quero laJiberalità.che fempre ac- qua fta: piu
di ciò che dòjia> perchè : V iene ih po ireTsiooc /déJi’àoiore a c
dclcuore,ceróradè*rudditijioafòg- getta alla: rapacità^ dèlia Eórtuca . . Se q
ual che Eriad pe il hàda com*» laemlace V ^cchèidel continua vl
riuedenda,,e^vÌ6tandòr il^ùo Do- miato .' pocràrcompararil al Solevi il "
«'[ua k rcmpre-Yolgefi attorno all a.». Terra > come àrcentra amati/simo 4^.
quel piaiittta^^ ctxi^aa^oeeeAC be* nilicare fàTsi hello ile db momento p
effeudo impaziente d^adugio,. Po- tràlodà rii la vtg tJanza v ctexogl fe la
pigrizia^ e la fonnQknaadè'Vaf-r falli , e manticQ delle, le Arti , e le-»
Virtù.. Poti^magurficarfil^amorci che tuttodì fuoco oom p^ò Hat fer^ mo fe non:
g iugne alla, fiia sfea; . j Nei riccuimentodi vn P?erlbnag-» gio eminente
nella Gittà^rommini-?- : ' Arali. ^ Digitized by Googl OuerolaI{,eU,^ems(kijaZ
4jk' ftrafi Targomento dalla comune al*" leg rezza ^-palefatà' col lume
dc^fuo* chi acccfi nelle pubbliche- piaazc , Co*^tuoni dilcttcuoli V e co-
fulmini innocenti delle bòmba^dcV con chi trionfali alla ’ra^cftà^del For^
fticrc’accolto , ' inchinati V còf^lf arazzi > che Aldina rafFcttò de^ Riè
Céuitori col coprirle Sale, e lèAan* 2C apparcGchiate > e con altrrrégni
d*applau(ò> laonde il Dicitore pò- trcbbè prender per téma la venuta, - e
i'cntra tà del Friiicipe cfscre ftata vhiuerfalmente gradita; I.b fpie- gare
ancora le cagioniVdi accòglie- ifé con apparecchi maghifichi gli vòmihi grandi
riceuuti nel narcerej dàlia C^bHà^e dàlFÓhore, farà vn- alccòhcifsimo argomentò
e * Nelle bràziònt funerali da recf- ' taf A nella' mòrte d’àìcuho oltre à
molti mòdi udditati di fòpra pof- fiam valere fò’uihhitè al^^ d*Ì3)impi
fupériòf i à’moiiti > ed al fiirof del Cielo , df Fortezze di^ tòrto le
anime'déllc Mbharchfe , df" ^icli che giranA'i acciòcchè- non ftan- "
Digitized by Google nvem^ofo;^ fianchi la Fòrtuna nel volgeri ini - prò
mortali: di bafe , edi fonda- menta fopra cui appoggiali la feli- cità de
Regni-, e delie Repubbliche &c; comparando il morto alle cofe fuddette. E
fi mi li alJcgorkv ferui- ranno ancora nelle lodi delle Vii> tti , delle
quali s’muefliglierannolv eflenze, Jc propietà., e-gli vffieij per
jdifcorrcnieacconc iamente.Per oppofito: nelbiafimodel \fizìo: di« ralftcfserc
vn'ldra. feconda di raor-» ti , per . fare fterilc lé virtù .• vn Ba^ àiifehioi^
che dapprclTa, £ da lun^ - gi , col-vclenodifecca i'oncflà 45Ì11.4 jhoi'ita :
vn .Vefuuio inceflantcmeni tc auuampante , col fuma an« neraogni lullro di
bellezza, ecoH faoco toglk fardore a' cuori pili < inhammati nell* amore
inuerfo. il i Ciclo iv > t < Ne* dif<J®ri3 appartenenti alleai nozze
> detti Epitalami; , fi può fa-r re apparir regualità de» Conforti nella
nobiltà , e nella virtù ^ ouero li poHon pronofticar felicità, ed à quelli, gd.
alla Patria per cagiona , della.. Digiiized by Google Ouero la . ^enec^na 4f
<Jella'prole, che nafcerè/Viaifica- trice delle fperanze mezzo rpcntc.>
oconferuatrice delle già nate> eu crefcmte ; ouero fi dirà che miglior
matrimoniojnon fi porca contrarre^ -icui legami auuenturofi ftrigneràr no con
indiflblubii nodo la bcnt^ uolcnza , .e la concordia, Hcfae aoa mai fi
dipartano. >1, iSe talVno douerà confegurre la*# laurea di Dottore , ò di
Poeta, la quale non inaridircefe non col fred* do della morte; moftreraiEcon
va- rie ragioni >dall*Orato re , che la«. Sapienza , come Reina , è meritc-;
uole di corona ; che gli vo nini dot-* tifoni) tanti Rè., e perciò deono auere
vn contralTegno reale: cliele cerimonie vfate in tali pubbliche.*, azioni non
fon vote, mà piene di mifierij.,de*quali iarà Interprete# ed-Efpofitorechi
ragiona. Scaltri aura ottenuto qualch’ altro grado onorato nella Patria , e
nella Re- pubblica, per efempio, la dignità di Procuratore in Venezia; fiften'-
deràilJQicitore nel dare à diuede- re# Digilized by Google 4]T4 ^lAVeìlò ^Orol
re , che le qualità fingulari (del Np* : bile , h agguagliano alia Aibliuiità
ddì onore : che la Repubblica ri* , cóndafì di chi non perde mai la me- morìa
della Patria ; che in V^cnezia la V/ia fieura per correre alle digni- tà > è
quella la quak^è pi ìi lu brica , e mollé'.per lo Jpargimenco del jjroi* prio
fudore . Che fé l’Oratore vor- rà valcrfi delle Allegorie, edelle.»
Comparazione , trouera ingegno* iiiiìmi irgomcnti . -Il modo poi dj teff^ le
Praz ioni |>er via di alle- goriche diparagoni fi è quello,. Si cercano le
prppietà >gJ i effetti^ , e gii ilnri aggiunti , e circofianze-» ,
dcll^Óggetto con cui fi fà iljparago- ne*,, e pofeia prouafi ritrouarfi pel Pei
fonaggio^ ,e nella cufa lodata *• Per crempio. J1 Sole illumina , rì- icaida ,
produce pel fondo deile-» Montagne» e del Marc l’oro > ie-> gemme, le
perle cagioni del nau- kagio, della vita , e di tanti fepolcri à*
mortàliscoptinuamente muouefi come famiglio , anzi Cur/bre per ferii igiq dtgli
vpraini 6rc. ora fei Digilized by Googh Òuero la P'^ettìfzknà 7 4^5 D fcicor.e
Ejkc. rauniicrà in S.Praa^ cefco Sauerio dcWa^ ;ii^a /Compa- ^gnia tutto x:iò;j
é prouèrà celie ri- fchiaròiCOiliaJucc ^l’^Vangclo pift d'vn milione , ■dugcnto
mila Ido-. lauri Tepol ti, non chegiacenci nella notte deiPinfedcltà?
infiaiU.nò eoa fuoco falutifero 4*Qricnte , in tutte le (lagioni deifaano , a^g
liiccia- .to , & intirizzato dal freddo morti- fero del trizio : ih nafeer
di nuouo l*età dell’oro col produrr e le Virti -in que' petti di ferro : ii aio
Je di co- . tinuo , ed infaticabilmeuce , faccn^; «do piti di cento mila miglia
per ii^ ' uolgere dallatlrada della perdizio* me *vn Mondo nuouo > ed
iauiario inuerfo*JlQieio &c;auràdinioiirato >e(fer (iuìileal
SoleFraneefco ISaue* rio , à cui non mancò l’Occidentejt morendo , e tramontando
tieii’Q^ -diente, " V Digitized by Google \ CAPO II. 0*alfune €ofec§muni-
negli Eferd^ \ trifémfe^Giudtctanai Omo* ' ‘ • . BtamtiiC Delihmttua, ^ ^ ,f
i.- .• i • TRouato l'argomento ^ fi princi- . pierà rEfòrdio , col quale fi
deono difporre , c. preparare gii animi degli Vditori acciocché vo- lentieri ,
e cortefementc afcoltino il nofiro difcorfo . • Siifà tal dilpofi- «ione ,e
preparamento col rendere ^ii Afcoltanci b^eublii attentile .docili I cioè, che
agèuolracnte ap- "|>refidano ; ^ ' * V . -Si confeguirà la heneuoknzaiCpl
raccontar le cofe operate dal Dici- tore in ferufgio della Città , della^
Repubblica/de* Giudici, degli Vdi- ì;pi i : col rammentar l’amicizia ^ la
parentela con chi ode , requicà del- la càufa , la fincerità , e candidezza
deli’afictto non mifchiata > nè an- nebbiata dall’ iriterelTe , da'.nuiioli
del quale pochi fono liberi, ed efen- Digitized by Googl t)uer9 U I{elt .
f^em^ana l 4 ti: col moilrar la ngfeiltà e dciracfiufatojla pQuertà,Jej*icche2*
ze , i’iagpgao , la virtù , il fanguc, e . Toro. fpLdfQ per la Pàtria,
rintegrità dc'.Qiudici , la prudenza, palefata-;# negli aierigiudieij ,
la;pied,‘&com4 paflione de* medefimi verfo i cala- raitofì^ ed afflitti ,la
potenza , c !*• ambizione degli AccufarnH, kiCru- deltà efercicate^etcoic romigliantij
fecond.q jcffetón le Caufe nià prin-^* cipalmentc neUc' Giudiciarjc •. Nel
Genere •ditnoftratiuo «‘otterrà lai:* l^eniuolenza,, figuiiicando il timor .di
ragionare alla prefenzà dVonii- ili vditicon plaufo ne'Roari ,ene* Licej.,
tiueriti. per la moiticudinfc 4egii acmi > e degli onori auuti,per Ja
verdezza , e gagliardia del feano nella -vecchiaia i d*vna Città in cni gli
Oratori più fioriti fpiegarono la pompa delle loro amenità ; d’vn Principe che
hàJa preminenza del grado , e del fauelJare , effendo non mcn potente, che
facondo. Altri fimiii aggiunti metteranno in poA Xelib dell’affezione bramata .
Nel ' . y Ge- Digilized by Google 43fS ' Geoere Delibcrailtiofi cattmeraoì^ no
gli Animi .y-ìiicendo di (tupi^ che vn*Arcopa^ d’voTriiirf accor- e prùdeaci/simi
àbBia^fecito per rifotòcre eh j è pitibifogad^D di riceuere^ *cheatto4 dar
.còniigiio : che paclctàtlibcranicnte inon per configiiare .9 mà per foddisfare
al defiderio .dell’Adunanza.: chè eia* (cun degli. adunati 9 auendo la Dea
Suada helia diagua^xon paròle pili cfficaci^epci^ualhiera^Diiercbbe: che la
corUfia dèll’Airenibiea y c la gentilezza;! che .traJuce nel volto,* inulta
i’Oratore al iiilcorrere * e dà iume per «xrooare acconce cagioni idaperruadere
i Con guclle^ò alene for ine d i dire dpefe neireffordio , A guadagiicrà
ìl’affetto nè potremo .dubitar della >YÌctoria., edl.condur gli AGrol tanti
» .anz’ di tirargli do* ue d piacerà * velfendo già mezzo vinti * e per poco
incatenati nei principio dell’orazione , Aurafsi l’attenzione col protnet- ter
la breuicà , la chiarezza > ouero di voler narrar cole grandi > ammi* .
ara*^ Dgilized by Google 'Onero la Kett , 459 ^ r abili f ncccfsarje y
gioueuoii > Te* „ condo che rlch federi il genere delle 1 Caufe da trattarli
• Finalmuite. rcnderanfì . dodi i gli .V d itor^ fe^ióigcainent^^ & iara- ,
nente iènza^coi^^ ofcuri* , tà faremo la proporzione., e prò* porremo.
lVargòmemo;> Jl,qualc^ , quantop]ujè.^Jiuouo , c pellegrino tanto.più
dilctta^E tal'cócdlcnza, c rari|à fi può Jare .agli argomenti , triuiaii .col
feniirfi de’ iuqghi rai^ gliori nel -Capo precedente inic- gnati., £x.c.,
Argomento dozzinale farebbe . Ricchi .fono ^infelici , Quefta prpppliziot^
pqueca , & , igiiuda dibell.czza ,4iuerrcbhc leg- giadra ,
criccad'ariiamciiti jcoli’a- * doperarla Comparazione : Tutti gli Itau , e i
gradi dc*pÌM.mifcri, fon piii felici della .condizion -de’ Ric- chi ; ò^eryi.a
di.contrarii > c di pa» radofsì y ciojè detti aiarauigJiofi ; Tutti i Ricchi
iquanto più fon pie- ni, canto più IbaYoti di felicità : La gran ricchezzaè il
fonimo delle mi- .ierie : ò per Idea : 11 Ricco è vn vt- V z rilsi- f DIgitized
by Google 4<Jo ■ 'ftVéUò^Ùró'^ rifsimo Ritratto delPinfcIicità &c^ E
vuoili metter gran diligenza nel- Tabbellir PEfordio , aGciocchè il primo a
jjparir deirOratorc ‘V del- la Eloquenza sà'i-RoÀri'» iSa'eótne quello del
Sole, sl’adorno nella pri- ma Tua moEra acll^Oricnte , e si v i- ilofo , che
auendo fugata la notte , quali vn altra ne reca agli occhi coiuabbagliarli . ‘
• ' C A PO Begli Ef»r4ij vieciofi , SArà difettnofo quell’ Efordio , ! che
può'fcruire à molte Gaufe, ò hà fupcriiaita di parole , e^dì fen- tenze ;
ouero-è troppo lontano dal- la Caufa , nè renderà gli Vditori beneuoli ,
attenci 5 e docili , nè aura leggiadria , ed eleganza dì forme ; oucro fe-conv
troppo affettato ftile ' farà comporto,, cioè con ifquifitez- za > ricercata
con fouerchio* affet- to, e • più del dòucre 'a'rtificiòféLj. Apprefso ; fon
riputaci puerili, c con Digitized by Google QutrèlalMtmryen^ana» 4^1 ^
confcguentemcnte prìui di maturi- tà quegli? Efbrdi j ne' quali; l’^Ora* torq
con filatera, ^ feiunghe^a- parole deprime , ed abballa pii^dei douercJa,
fcajcfezaia del proprfpdnt gcgho, dèiràrte> e della eloquenza^ perchè con,
fora iglianti finzioni moftrafi veraracncc maneheuoledi prudenzà'i cdiifenno ;
ed i fuoi. ifin-?! giraeptiidiuei%oareali> ed vo. eisctcdiiciò' che. dice
CAPO IV. prmapiQ tfeglt Efàrdij nel . ^ : i i Nei genere Dimoft'ratrwio v cui
l'Ora torev impiega torno alla lòde^.ouero biafimo,può dar principio» alfEfordio
qualche fauola,.illoria,finiiìitudine,.dettOi e fentenza j con che fiaoilraente
ci ageuplererao la ftrada peisgiugne^ re aftermine r & airargomento , q
foggetto,delquale fi'vuol difeorre*^ ^ t II giorno» il tempo^la moltitu^ .. y ^
dine / Digitized by Googic 4^' Uf^ellotPOfnr dine degli Vditori, il luogo doue
’ ragionali yC tutele altre circo/lan- zc-, de aggiun tr contenuti da quei '
Verro:' * - * fwhùsauxU^s, ntr, miidó'fftiaHdoi - pòffbna giouareai cómmdamenr^
to del diibórfo ; Per' etempio ^ Se* qùàlcttb' nOuella comeca'Taré fiata -
veduta neiia mortèdi ta^i*vno t an- cor quélMumC '* ardenté^nel Cielo ! qxianda
fi e^ihguóno L MònarchP Soli dèlia Ter ra >dara Idee ai Dici- ' tòrc;il
^ùaie'pòtridire : Che non_* ' crfiendó b^fièuòli' gli occhi delia Terra-per
piàgnerc li mòrte dei^' Pìtiocipé?r6ento>iiCièlb volle apri* reTal tri oècbi
per lagr imslfe che^l^^' Cielòpér fare va'ofreqùiò^lamino* fò
^<^e<ìilluflri?'elequie aPpèfunto , ' accèréàuóùidoppi'eri^ Tàlóra nel-
le orazióni' funerali conainciafi ex ■ ah»pf(r^. Hai pure ò'Mòrté attcr-
ra^iigraO Coloflò dei^Sòlè ;ònde - cl ttòufàmo in/Àjuèfiò Tèmpio co* " me
neU^ Règgia dèllà nòttefiaima- la^dà ^iièfiii< pomj^a fiiòèlla- d*ani^ '
manti^ Digitized by Google / OèerólàHett^rwTdanal mafie e da ^iieft’ómbre pendenti
' dàlie ' pareti •' Lodàadòfi < qualche Brihcfpc'nato i- fe- fono 'precedute
‘ guerre li può dire : ^ che le morti di umifoao ftatc lacghiÀtimmen* te
ricompenfòte coa3 vna^ vita che VAÌ per tutte *. Se è precorrà la pa* ce >
li dirà ;;che’i Principe non farà giammai accompagnato da* tu mul-^^ ti> e
dalle guerre ^ mentre dàllà pa» ce fi» corteggiato i e córonatofielia calla/»-
Eodàtviod' qualche^ Nobile * v^apiu^bilita ta nella Repubbl fca ' ddgli onorii.
VérbigEazià;dàlla di- l^tàdiPi?ociifatorc in Venezia > poctàprincipiar
PErordio vaarran-' ddlè pompe<sfoggiate>.e lerchiàrif- iime dimoli^az^i
fitterdalla Cit* tà f e da’-Cittadmi idi Arclir l quali ’ férifcon^gli occhi
colla i fplendore dèllamagnificenza jje colla varietà ' del colori fan;^crederev
che gli Ar- cfóbalenid^ Ciclo lampeggino in > Venezia trdr quadri ,e^
diritture à eutdiviùo«alcranon~manca vfàluo il mouimento > tolto apcora a’
Ri* gj^ardanti fermati come immobili V 4+ va.- Digitized by Googic ^4 '
ll'ytih-iCO'm ‘ ' vagheggiarle i di ^Ritratti del Per- fonaggiò a tale
dlterzaifablimato r sì viul l’oreoch f cred^do chc- phrlinoVftupifcònd dinon
(ctìtirle parole ^di inoilre fuperbiflìnlc fat- te liella^Merceriaj; pércui'fi
và'iiel*- la Piazza magnjficeótksima di Saa' Marco, amendut kinmtrabilijonde fc
la primafofte'ftata veduta-daglr antichi , e gentili Poeti- ^aurcbbc imutodà
quelli ir nome della forno- fo , e faUolòfa dirada degriddi;^e la* feconda
farebbe fiata detta da' me- defìmi il Paradiro dellelognate loro* DeitàiSi può
ditela calcadellaGéte^ ché eolia Aia fpcflezza fo piò raro il; trionfo : 'la
cómitiaa de* Nobili - che paiono in. quei* giorno^ Pianeti erranti > e che
camminino néiri’iclo' immobile di Venezia ; il tutto ve- duto da me mentre
componeua H> préfente Trattato : quando* vn*ll- iU ftriliìino ed
EccellentiflìmO Per* fonaggio fh creato Procurator di S*Marco> e fiiammiraco
«/wry idein appunto come il Sole quando * wnafce'dàidnarc.. - Digitized by
Google » * I ^ J t '* ■***.**.?■ j)iL pnftcf^o éegli 2[ordij mlgentr9r. . * '
Ciudiciate,. -. . ALl’Efbrdiò nel ‘ GjeiiereGiudi^ , ciale^ jn cui trawa/i.
d'accuf^- i:e,e difédetcjpoflbnodarc acconcio comiiiciamento, gli affetti
dell'ani- mo.. V.gr.il timor.e ; con dire ; effe? re fpaueniato-, vedendo tanti
Emù? li , ed Au wfarij. potentilfimi con- giurati contra deii’innocente; ouero
craggerando-gii appoggi tóle, ric- chezacre delle parentele , fppm.le-» qìi^i
fon .fondate le fperanze degli Àccufatori 3 ò rallegrandoli che fie? ho-
prefenti tali Giudici ,, da'quali fpei:ar. li poffa vn feliciUìmo riu fei^
mento -in. vna.. caufa,pcr altro ine? llrigabiki ò.facendo animo à fe llcÀ
fo> conhdado neii^ equità-della cau«> fe ,ehe fuole incoraggiar glianimi
piii aùuiliti,.e quali diranimati.. Se*! Reo prefentaio a'Xribunali^è ami? co
ddròratqre: potrà dire > effere-^ «foràiftto à porre ogni diligep^za per
Digilized by Google ^ lìf^eltoiTOròf ^ difender TAmico, parte
miglforè->j> * c l'Ahinu dctDìeitprci E fe TAccu* fatò è ftrcttò con
ihdilfolubil nodo ' d^micìzh> ò^ì paréncéià ciVdiVà,.ccrtiìlIìmaménterpera
di * niifuppàrlòyda'groppi i e da* làcci dcHéràceùfe cólTaiuto de*mcdciimi ’
GfudiciV i^uali còlla coiidanitó ’ deli*Ami(^ ihnòcente >e congiunto "
di fangue , nòri vórranno ;^dalla Fa- ' mi > chc:^hàpiàtòcché>efl’w
accu-^’ fàticoìhe ReMrmolte colpe d*in« gratitudine dislealtà xd*ihgiùfti« '
zia , t di crude! tà;.col tradir Fàmicif zia 9 la fedé>l*ihnÒcénza> e là
pàren- tela.v Finalméntéf fette generi de-' S^ràgè^i^tiàflegnatidà’Rètori ; à '
cbiàtténtàmèntè^licónlìd^ fbn^ cótoc Infette bocche del Nilo; laon- "
devi* Eloquenza coi^nezzodi^iièlli fiòù'rèiférà ina i àfau^ta9^mà:iarà vh ‘
tìti thè; gigante ancói^qhàndohàfce , e^llà c ullà 9 cherpòi^dilùngandofi '
dai^[^ipnté;e ingfeiian e infu- perbchdò per là fópf abbondanza.»^ delle piène
; diuehga vn mare , mà - feazal'àhtarèzzà» . M ffmipj&dé gli Efwdij nel
genere' DeUberatino:,' * h E1 ^nere' Deliberatiuo m cui ' 4t^ fi cercarie'
debba fi ftre Toa^^ ò tralà(ciarè;gli B&dijife del tutta 'non -fi.*
omaieetóna'V ' alineno * fon bréiùfiìmi/ j; non rklliédéndofi- procàccià^cón
molte parole la be* nitiolénza ; rperclièf trattali ' della^ comune vtilicà ,
clic tiene ognuno* atteiitiflìrao )..e dà iVdito' ancora à- chlfQffcpjìtiordQ
degli fcóglr d*I- càro > che. mòilròPpiu ’ tòffo d'àucr ttfratìcòn ceragli^orccchì
V.chc in- cècateie penne non^ientendó/ gli/ auùèrtibentidiDédàlò;* Ihvariej
gilife potrà cominciar rOratóre i (e benein tutte le forti delle Catife i
pftnctpi j; cadati €3èvi{cenibus?Caufs » cioè dàile còfe dà tratta rfi.>fo
no piu Ihudàbiii itònaccénnarealla sfiigr gitaglrargomfcativchepoi compa-
tiranao con tutta la loro pompa > c V 6 ro- Digitized by Google Umettò
xtOrù'r ^ robiiftezza nel di fcorfo. Ringrazici rà il Popolo della ftima che
‘fà del- Dicitore/chiatiiàto à' ragionare nei- Confi^ iodé Ha fte^Ta S aii
iezza .Pro- raetteri-di.paléfar liberaméte i fuor penfìeri ;di non
ircoftaril.pnnto dal- 1* Qfldlà* ■ Dirà che le fqc:paro3c' raiino
vcradiflKneDiniQftratrjci’àel C9pre ^ihq|ia|e ve4r^ fenza J5apcr^ tura del
pettor.cicercata datquel'Fi^^ lòfofo , per ailicurarfi dalla Simula- zkj:ne?'di
cui è propri età innata il;: pprt^r fenapre la mafchcra>.e le fin-, tedjuife
in quello .gran Teatro deh Mondo.,.; , ' ui.::- ; ■K e A PO i^Ua Ni»ra:(iont* .
II. . . ACciocchèla Narrazione quan^' ,i'do faràneceliàriai liabiiona^»
fa?inertiere chevclla fia^ breue , ichiar i*a ,.e a*edibile . Sarabreuc , fe
noji^ allungheremo di- fouerchio^ il di- feorfo > ne tot neremo à.dir di
nuouo- lèn za nccellUa-, la coie già • detto ^ j SÀra^ Digilized b/ Cooglc
Onero làl(ett. Kem^iana ] Sarà Ghiaia fé non. v^eremo paroJé troppo antiche
> diificiJi glie Sarà credibile , fe*I ràeconta? mento non centrar ierà
à’iuoghi, al- le perfone, cd aJr-aitre circofianze:; Interno alla
Narrazionefidee; fa^ pere trouarfenediic forti i vnà.vien: detta Naturalfc^e
i*àl tramiceli. Artf^ ficiofa*. Allora fi fà la Naturaleij , quando feguiam
rordine della Na** tura . Per eferapio:; le .lodando vn Perfonaggio >
racconteremo 'le Qolft operate nella fanciullezza ^iiella^ giouentiu » . iiclla
maturità. * nella vecch ia k > ■ farà narraziom natura-* le. E. tafordine à
mioìgiudicioià bene ohe fi tenga nelle * Allegorie > è
nelkComparazioni.Làondeie"! pa-. ragone V. gr; ii( fà col Soie > ò cant
Ercole ^ meglio ècom inciar da’ na- tali d’àmcnduc ,cfinir colfoccafo ,, e
colia- moi«^ del kCQndq>c del pri- ; mo >che perturbare ogni cofa: fe^‘
gnendo l’Epica- poefia ,da quale-»- preferiue a* Poeti di non dar princi- pio
all’azione ,<e al fatto dell'Eroe’ da càtarfi>col principiar dal fonceip:
Digitized by Googic 47® ' • ^ yeUo é^Oro lr dairórigine. L'Artificiofa èi quan^
1 do confondiamo ròrdinc dcJJa Na-* tura> edeiretàrdiccndò in^pfima-»^ i
della. vecchiezza >epoi ò:deUa pue- ' riàia *, 6déirétàpcrfecta ; Dal ' che
‘ i raccoglicfi • errar ^ coloro 1 quali penfano ychc: nel- tefsen panegirici-
iopra iSanti lòàltre Pèrfone^fi-deb* baremprccQcnindardallaCuila ,e- ttrmihar
colladepoltura Vch'c chiu- da il ragiònamentò;del> Dicitore-» a come chiiife
il corpo dèi trapafsa- to v Auucrtafi però che quando " rOratorcfproponerdàiàuellarc
or- dina tamente prima d'vna^ virtù > C' f fecondàriàmcnted?vn!àJtra ydee
of-’ feruar Tòrd/ne propoftò ;alcrimen- - ti ( per noftdircaltro) faràxreduto^
fmemoirato;ved vn Oratore non for- mato pecfectamentcdàllemanr del- la^ Eloquenza'
mancandogli voav p^t£>cke è ia Memoria «L Dijiii — : 1» GisOgU- 471 C A P Q
' Vili. Del j^ineipfò itili ììmAwne j e tfe* * * / * ’ - Jt E forme vfatc
nèirirtcommcia» ‘ Li ìmcntodella^j^arraz^^ quefteie fómigjiantrf Per dar prin-
cipio at mia SirèorfQ . Per dir nel primo luògo della Temperanza!» . Per
dimoftrar quanti hò ^ proppfto eflcr vero J- eccoric le prÓHc 1 • V eg-
g^ramò'ciòchVp^in^iei^^^^^ pòli ‘ nel lapaf t JzJÓnc V TralaTciò^ le co- fé
opcratcncllWfanciullèz ; pe^ chè fé bénefon> pàaraùigliòfe , ' piu inYrabili
fon’ quelle cH'c ii 'vaghégr giano nella Giòuljntù'. Aìcùhi co- miheianoper
via'di dubitazioni , Pòndfe cómmcerÒ?Pamplificàzi dèi fatto ? ' Di iqual virtìi
ih priraài» ràgiònerà<l*ÓiratÒTc ?,Ate déue figure PreteriziÒheVGónùer-
fioncVConcc^one j.edi tutte le al** &e di Topra infégnate • Intorno
a*pa&ggiuDolte fórme di Digitized by Google ijPe . p-^cUc <r<7r#r !
Jidjré,e mólte figure adoperatei:!? f?cr iflGominciap’^a Narrazione^ aiucafiò
rOratoì*e accio<iohè‘àrtifi- ciof;^mentc faccia vn figurato pafi- raggiò da
vna cofaVia vn’altra . E, ]uefio? tranfito rendefi pili artifi- r fQfo>^
legg iadro ^^qualqr^' nel li- ne ^òm a{u:;a parte 4ei peiiiodò , beilo fiùdiò
qualche paiola fi pone., ia 9viale/e?ua di.cómocTó^d oppor- hinò tragittp cagion
.d’èTemr pio, Dapod’aucr ddcrittele bat^ taglie terreftri.de* Veneziani : fe
fi? V pie 1 fe paftarearid ir le . puguera^ ri tjcim c jl fi { porrebbe bel
j" per iodò^ precedente la pùrbla,in^ pci;tibenYeaÌxxiar,e,i e poi^
potreb- be Hire. IJ nome. di mare mi riduce alia memoria i combattf^mcnu fatu^
ne]]*Adria tico.^ neÌJCv cui, ac^ue fu- ^ ron, colorile jcol f^ngu.e de*
Nemici, le,yittprie|dè* Ve^e .Già cheii ho fa t^ '^Azióne bel mare/ voglio •
quello inol-f t«armi,^/empré fecondo di cipreflì; ^ 4 *toftantÌnopbJi ,e di
palme a Ve^- nezia;.. Appò^tatamente iii quello ;ì ' ■ iuó' ‘ wk luogo collocai
alcune ct^eap^a'ifcP ncncial mare ,lperchè iblTerocomo legni > perf mezzore*
quali fi'ricotff dafle il Dicitore di contar l’òpereù fcgnalate fatte da Venezia
nell’Alt cipelàgo > e nell'Ionio contra de-> Turchr, che telson piìr i
Lionidi' Venc^ia ,che quelli uell’AfFrllca^J Nelfinuclligamcnto ditali paffag-
gi , fi dee molto impiegar l'ingegno di chi profefla^dificn parlare / ac*
ciocché i fàlti ancora ( per dir còsi ) del l'Oratore da va luogocin vn'al- tro
, fieno ben redolati / cd il tutto artificiofo > e meritenole del fiaudite
intero ^nondimezzato'. N^imite* rà molti Oratóri facr i > e profani/ che
pafiano da* Tn. luogo all’àltvo mirabilmente V perchè fm medio: ~ guifa
d’Angeliitjhc giufta l'opiriioni d’alcuni/ poflbno trasferirli dooe> loro
aggrada lenza mezzo veruno.' Veggafi cièche dice PlinioSecondo’ nel libro terzo
ndla pillola decima*; terza , parlando dcirordine s • tranfiti , e ^ellc figure
del fuo pancA girico ? à cni la Verità con ragiono Dìgitized by Google 474
UVdUitOnBLy. pvMareii' titolo d*ottimo>4ato gii: dalì*Aduhziorìe à Traiàoo
^allora quando^ attribuhil; /bniiiio ^ delia, bontà i.e l'òttima à^Princ^pI^
•Gentili,. . . - A i- ^ . DtlU^ C wiffrma^ont * I ’ La . Confermazione altro non è'* cbempcoime
i,.e ftàhilir con fenncragioni quantaii è propofto , - Nella cofifermazion «per
mia au* uifo^meglió è poereii^rima le ra- gjonf ptafàldciegagiiardè^^ c poii lè
meaviggi^o&s.€Lpm£àccbc^ dièi*yditorenerprÌQCipió àlplb at** tento r nè
trouan^fi' ftànco/ è pibi &cj]èadàcrenderiii.ed èpiÙLefpofto^ a’^colpi
délPBioquenza ^ e £ìlnunatrice « la quale non férifce. ta ^a> nè calp^e sl^
bene j^qi^ando gU AfóDJtantrronain&ilMiti > . flracclypcclà^diccriàdcll’Ofatorc.^
laonde nellerbattaglié’ fatte:: da^*r fictofiàttwène^il eontranadiqueli che.
Digitìzed by Google , OmoIaì^eu. f^iHep'amt, 4.7S che fucccde neile pugne dèi
Cam- ‘ pò; in cui pfùmàla^^ fi vìncono ; 'e s’àct<à*rana'^aèlPÌflÌco* minciameiit6^dèirà^2uff^^
dègii^'Acmati d allor che I vIntimóUl d , e di radòre»innaH)ànalepaimè data* .
gliarfir é raccòj^ièf&^foiàniente da” Vincitori i c bagnandò là- ter^ '
filrucciòlanoye càdono‘nèl fèpol« ^ cro^ c néfTcnaf dei Ja^moi^e . Non fi nìcga
pcrò-il ferbar^^ rÒi^rj^mHtnda collo^^ fi* . nt dèlTa^Cònfè'rihaziohe'^^
dàll'Óràtore fi rin^ pùgh^; C fi dire » argbihènèi sicònuiacèntf > co*' me
da' Filofofi^mettèr^ia iCc&ieraiJ ^ cd à ftbnte'prim^^^ glr ar- |r6^ntlpiù
l^robabiJi^ic ' j din&ffóatiui > e pofciaa mén prò* bàbiliy chc^talora
fonò più 'pène* tranti 9 pcfchè'^più^pchetrati d^^ sdoltitùdinè’^ non^àuùèiàa
alle fot* ^ tifica* moitrrcT^MierquelJàforza^che già ebbe hcipwnci^^^ E perche
non ^acp itdonodagliOrst^ tónicòmc^SDfégnàDo^fMà * ^ ìi*f^eltoétOfol ^ tigìkzzQ ytd airacme
maneggiàtè Ilei Liceo . Sono gli argomenti in- triniichi p iù fortixtegli
eftrinfeehiji, dir. còl vàgìionfi'frequentcnientì^ molti ^Predicatoci mon
difetto d'j ngegno V ra à per ; abborr imcn to > ò,pcr dir meglio per
l&iga’ di fatica> la quale come fpauenteuoJe , fù pon- ila da Virgilio,
alla . porta dell'I% jferno-.’::i . '•> ' 1 1 A ■ ia ^ • • 1 f5 J • C Xt . *
J . . Della Ter9raziiwt'i La Perora3Ìonevltima|>af te del? ; ‘ ragionameato
> ààda compar l ir la prima- ,.c la piìuriguardeuplr uèirartificio ; E
pcrciòife'l pici-* torc nel: corfo dell'orazione allagò' i Roftri’,^.c rVdienza
co* torrenti del dire,giunto alla meta dee fpani» der-fiurai grandi, e reali'..
Se caldo moftroffi-nd principio ,> e neldnez-* £o ; nel fine donerà tutfardem
^ ,.e Spirai*; jfiammecome*lMongibello,. & Eflcdado ..
SefìLfimileàTttlijoi, " ■ &.à. Digitized by Coogle Ouero ^ à Demoftenc
nell ar»N afc^i ione e C«onferma;^ion&: nella Perorazio- ne farà vn
Pericle, & vni@ioue>cÌie tuonino , e che fulminino . Sforze- ralfi
ncH*cftrerao del difcpffo^di ca- gionar tutti i mouimenti délPani* mo, d*odia,
d’amore , di fdegno , di ^co m pafTì one, d i paura , « d^gli altri affetti,
fecondo che richiede Pargo- menco j ' sì che oralletci , or Hiftpl- *ga , ^raccenda
, or’agghiàcci^' or* inanimi ora fgometìti , 'òr fac- cia impietrare
or^ammoJifca:^ Si fà la Perorazione; col riepilo- gar le cofe détte,
cóirefortarcal- la fuga del vizio , al «fegui tomen- to de lla virtù , alPantor
' dell'ione - fbo ,v all'odio dello ^ohaeneoòie Talora termina CoK riuoJgerfi à
Dio, a’ Giudici col porre lin- nanzi la fclicicàv , e lasmifèrnulpte con mille
altre guife icomefìpaò veder negli Oratori di primo ^nó- me» e fpezialmente in
Tullio , a cui V'elido diede il titólo 'di lejhffimt oris i e ia> cui lingua
fh piu poffente per difendere Plm- Digitized by Google perio Romano $ cht*l
fulmina ><ti r Gioue adonto 4aHa vGeotiii tà nel ^Campidoglio. ^ . ^APO
yLTiMa Dd frìmfh diUaTerora^hiu^ NRlIe orazioni funerali S pu<&
VfipjTCCon finoiJi^òpocodif- fei^ntlfe^ . fi chi puà.xattcncir Jc lagrime ,
aucndo perduta Ja ca- gioQ delpaiicgrezzà , e del rifo^ lecito pianto
<|uc^o^giòrnaÌieti<^ ,al Defun- to , al- ia Re^là^eila LVita jè yolàjtp*
D ^.tc^peatùr^oc^^^ atJ^iuato in^ * vn Rc^o , ficuw 4alla jvoli&ili^ :d^la
Fortuna • £ jche , fa^mo In- taotò noi yditofi ? ll Giclo acqui- ' /Vató^da
qucil^ Anima graqdc , ci ;fpSgacà rallegrarci con effa ; Iperdiu dà noi fatta
4/^51 pregiato .Eroe , ci sforza Jaceffancemcfltc À lagrimare^ 6ti dolercene .
altre ^Jtrc orasionitaJora ri dice thTf
- - «acme -di voJcr.iei!nrmare ìJ > ^iionauer,pn:i fi nella cameideS^ef
Jungheaaa '«UI ancorio «hè non •della ■nauigaaion .mofi£roi4rtìArS^t ^
-pcrflaxoHanzam^ra?? - ’ PO . Chenar^ '"’ VII COf. quanto
TompoZ"d”fo^oTd^? iprcmioilVtìJoj-oro: |k-s™£s!E^“ ■tra inafo di
couiDarirA?^ ?^ **’*’» fpeaWo,e riS". W«mente <*a di i cfte-por. elio
cToroic dj PiNiE* ‘; 4VW • /■ AVTORI
'X)‘c*'ilHàiifiiferuitol*‘AHt6re ntlie cofQ \ i ? nf^tenenU f^enez^a^ed ' » » ■
-' \',n.{‘JEr6i f^enfz.iani. Amqldo jVv fon ♦ iw t 5^tiilaNani« ^efarp pampana
J Filippa. Onorio. Franoìrco : Sanfooipo Gafparo Contarmi. _ , Gjo;Ìaitiila
Gontariniv ^io;3attifta Vero. . < Gip: Nitido. ^ GiuftinianMartinioni^ «
Gui4o Cafoni.* Lcan^.o Alberti.' . Leone Marina . . ' / 1 1)^. Antonio Sabellfco
I NicplòCralTo'.^- J^icp^^jpoglioni. • i) . Paolo Morolìni . Paolo Parata.
Pietro Bcnabo^ • ’» - * Pietro Giuftiniano. IK
^ INDICE DE' CAPI Come foflc trouata la Rcttonca. cart.22 CAPO 2^ Della
Diffinìzione > dclPvficio > delfine» c della matena della Rertorìca Della
Tcfi, e della fporcfi Delle Parti della Rertorica . De’ Luoghi degli Argomenti.
Della Diffinìzione Della Numerazion delle Paro. Dell*Eriraologia De* Congiocati
Del Genere Delia Spezie. Della Similitudine Della Di(Tìmilirndine> è Diffcrewa
De’-Coritrarf. ■ d (i Dc^RipugnanrU «Q Degli Aggiunti. Degl i Antecedenti c
dc*Con (éguetiti. Delle Cattfe, Degli Effetti- Della Compar. zione. De’ Luoghi c(f infcchi, * LAPO 22t Delle
Categoiie fìlofofìchc donde fi può cauar maceria dall’Oratore. D’vn’alcro modo
per trouar materia Delle Figure delle fenicnzc. Della Profopópeia Della
Ipotipofi . * \ • Ocl!*A4>oftrof€. Dell* Interrogazione . m. CAPO 6. -
Qjetla Ironia Delia preterizione . À : acf. Della Softentàzionè Della
Subiczipnc Delibi Dubitazione Della
Diftribuzionc. 23Ò CAPO 13. Della Conccflìonc . 256 CAPO 13- Della
Pcrmiflfìone. Della Correzione. Della Comunicazione DcU’Eropeia . *
DelfEfclafnazione - ti6 Della Deprecazione Dell'Imprccazioi^. ' . >74 « t Ou
Déll’Epifonema . Capo 21. ‘ Dell’Apofiopefi. DelI’Intctprctazione. Della
Collocuzione. ' , Dèlia Licenza . iS LìS: 29 il De‘ Tropi. Della Metafora. Di quante fòrti fia la
Metafora, Della Sineddoche Delia Metonimia Dell’Anconomafìa Dell’Onomaropei a
Della Catacrefi Della Melale fTi . Deli* Allegoria. il ■' 31 il .12 .ai 'il il
13 Dell’J-ronìa Della Perifràfi . Dcll’Ipcrbaro i Deiriperbolc – H. LP. Grice: “Every
nice girl loves a sailor”. if. Delle Figure delle parole Della
Reperizione, c dell’altro ^gure fat- te coll’aggiiignimento Della Conuei (ione
. Della Compleflìone la Dd
Raddoppiamento. Della Traduzione Della Sinonimia . 263 CAPO: ni. Del
Polifindcto ^ aié. Della Gradazione Delle Figure, fatte co^toglimentò • Della
Difloluzione DelI^Aggiogniracnto- 383' C: A. P O.; 25, DelkDifgiunzione INDICE
Delle colè notabili,. E principalmente* di ciò che ap- . partiene à Venezia ,
ed agli Eroi Veneziani. ■ A • . AGgiugnimenco. . ^ caivjSJ Aggiunti! quali! e
quanti fieno. 84 c 89- AgoftinoBarbarigo\ ni .Al efiandro Terzo Sommo Pontefice
dife- lo dalla Repubblica di Venezia.a5;t.37 ; Allegoria! Tuo efempio ,
piegio,edin eh; fi di iferenzijjdalla Metafora .. 33'3 538. &c. ^ Anagrammi
appartengono, all .EtimoJo già* 4I Andate, folenni del Sereniflfimo Doge c
Venezia a vmc CbielC! perche.. 37 AnurcaCiurani.'. 39 Andrea Gritti Doge. 29I
Anfiteatro di Roma . io, Ange’ ' come fi pollano lodar dalla rfliimc lazion
delle parti • ^ j4 Anima razionsdccagione di v«ri j cifetti . ufi. ■ ,
Annominazione. ^ 3° Annominazioni, òbifticci foprai’Oritrol della Piazzadi S.
Marca. ■ 35 An-y / Digitized by Google MMcc<fèiitt ibndìóerfidagli if^iunrì
^ • i" ' ' Antonio dal Pome Arcb’ietto del Pont»: di Rialto. . Il) Antonio
furiofa comanda cheli vedda^ Cicerone. Antonio Qdri no . 3^^’ Antonio V enicro
Doge ’ Amonomafìa. 350 Apologo della Volpoiìfcrito da Atinotiie, . 69.
Apofìopelii 287 Apofirefe. 188-^ Argomenti f ed ampirficazioni dalla Diffi-*
nizronc vdalla Nómerazion delle parti dall’Etimologìa, &rc.vedii
loro'Capì.. ^ Argomenti , ed ^amplificazioni daMuoghi •efirinlechi* vedi iiCapp
21. del Libro» primorf. Argomenti intrinlichi, ed efiriMecbijqna- - W, e
quanti. 33* Argomenti percornporrc varie orazióni . 407 . Arguzie rpcCTe volte
fi traggono dall’Iper* bolci 3 50'. Armata delCalifè d’EgKto rotta da Mar- co
Barbaro. 284 Atmatadel Vifeonti Iconfitra nelLagodi-: Garda, da Stefano
Contarmi i . dì Fedengo BarbarofiTadal Doge Stbaftià- • no Ziani . 253.. de*
Genouefi dal Gene- rale Virtor Piiani . 36Ì. Aimatade’Tuicbi d^£acta da Mario
Ca^> a^ 5. peHoj- DIgilized by Google pello , ’e Lorenzo ^LatceUò'iHdhPbeco'
della Vallona. 185 da Scbaftiano.ye- 2 ?niero ,e da’jGóUegatì
aVCTufrisóIafrìrii 3JI { da Lorenzo Marcello a*Dardanèih’éi46, - i jdà Pré litQ
Epcddaoo^ao z:' dà Bèncdctro z Pefaro allo Stretto di CoftanrinopoTiV c
>> nel Porto della Preuefà; . c Armate varferotte da’Vinfefanu I78;z96,,
Armare de Venezianf fono alla jdrfefà del^ . la Cattolica Arrigo Dandolo.
" 2^5, Arrfgo ni.Re dìFrànda ricGuutòalla rea- *• in V enezia . tro.
Arrio’, e.due fceJecaeezBe.^''*/! - .-^149^ Ar-ienale ammiraBilo<li Venezia;
87.354. Ajrejqual cofa fia.' .r. ^ Attenzione come fi* confeguiica nell’E-
fordio. r ^ 458, Auuerfarij , ed Aàiufrfità rendon iVomc . , fMVrd^i^roi' • ;
.'j - , 1 '' ; ' :4 BAibar«(2^-fugac9 dalla Città^ di Cac • raro. ^ .310
Bactitìa Nani Caualière rC Procurator d S. Marco,. llluftriflimo, ed EcceHentif
fimo Iftorieo*- i • i . ' ' 38C Bellezza de’ Beati . . m j6{ Bellezza del
<.'anal grandedi Venèzia. 8: Benedetto Pefaro; ,,10^351 Beniuolenza
neirEFordio' ctìme.fe ptten - V V :! • ' , viT'- %5é Bernardino Poiani. - ' 505
B^nardioo St«fon«s^5abIoo Com . : ’ -V. ' ' ' giliì-' IT .tlJagniVdi €iesuy
gran l^eta»ed Orato^ ,v.;JC». ., ù •.. 277^36-5;^ Bilica quando fi ftimìno.
'i-:. f -o. 59 \r-.'’.\r.i ir' ' C ; / 'Xi ;>• ir' i C Agiorf finale cagiona
vatit«ffctti tìei-’ t!vomo*; ;• . ’> i . ?■ ’ jr 117' Caloino, e fnoi fatti
detefiabiliirt-. 210; Cainpanilrdi SiMatco^ ;, Canai grade di VcQeTàaftC fna
.vaghczza^gi». Caml Òrfano donde rraeirq il nome. Oipii3aoa'4*Algtori)ptefe da-
Màrin CapcU - i tornei Porto della .Yaljonay.e ripòfta^ opelPArfenal di Venezsa
Capitano lodato dall’Àpoftrofe; ’ iZ^ì ' Capitano fonnato dalla Numerarion deU
,'le|«ifti*n ’ . Caftelli-tjtedifcodoiìo^-Venezia..Catacrefi*, ' ':"533;*
Categorie de’FilofofivtiliffìmeaiPOrato^ \re per trouartnaCc^ia^ ed amp^càre^.
Caufe, loro diuifionc,e diflinzioné*,>io3. Chiefedi S Giacomo, di
S.Mafia*dcl Piati- to,del Rcdentor‘e,della Salute, per qual’
cagionefabbiicatein Venezia. 371- Chieda defla Salute fabbricata con grande
fpefa dairAuguftifliino Senato Vene- ziano. : j 372. Chiefa di J. Marco.** » 1.
' ioa ChieiainnalzataàS:Giacomo nella fon- dazion di Venezia. Cittàdi Candia
difefa da Luigi Mocenig^' Secoiuio» . i9<aL a é Ci&- peIlo , 'c Lorenzo MatcriIò'<i«dhPbrttJ
della Vallona. 185 da Sebaftiano-Ve- e ?ntcfo , e da’jGóHegari a^drttòlaìirilr
j da Lorenzo Marcello a*Dardantóh*H46. Rfé®o EpccfdanDt^oi; da Bbnédetrc I P.cfsronllo'Strcttodi
Coftantinopoli^c ò nel Porto delia Preuefa; . .• n '«6 Armare
vanerotteda’Vinfeìani:i78;^^, Armare de Venezianf fono alla -difcfà del- . la
Cattolica rKei^onè* •/ r,.l >0 o;: Arrigo Dandolo. ‘ Arrigo HI.Rè diFrancia
riceuuto alla rea in Venezia. Arrio', ejue fccletaee*ee.^«*< r • .-1145
Arrenale ammiraBiledl YèneZia; 87.72.1 A/r^iqual cofa (ìa.- Arreninone come fi
coafeguiica ncìl’É fc)rdio. ^ f*' ^ ^ k.5? Auuerfai ij , ed Aàiuerfità rendon J
vom .f)ÌÙc|iH>rOi! .5 ' -..; BAi Nrefi^ fogaro dalla Città di Ca /^ro. ^
Bactifta Nani Caualière *e Pro^rator > S. Marcoj-lHuftriffimoi'ed EcceHenii
fimo Idopieo*- : ’ 1 . ‘ ‘ 28 Bellezza de’ Beati . . m .j<< Bellezza del
<.:anal grandedi Venèzia, i Benedectp Pefaro. j a* Benfuotenza nel rEbrdio-
come ifc otte ga» , ' ;t • ' . ’’-rnardino Polani. - : V30 aurdiiio Stefonìft
Sabina déHài Con It .xpagniVdi GiesùV gran Foeta»ed Orato^ BìÀìcd quando fi
ftimìno. ri-. -o > 39Ù ì C' C •; /
tJM : li- i C Agiori finale cagiona varit«feti iid-‘ Cvomoi; ; . , . p 7f’ '
UT* Calaino, e fnoi fatti detefiabiliirr *.v a io. Cainpanilrdi S^Marco/ • ;:u
Canai gride dl.Veaezàasc/aa vaghezza^^i» Canal Òrfano donde traefie fi nome. ^
03piÈaoai4*A)gitrifprefe da* Màrin CapcU - 4 kinel Porto della .Yallona j.e
ripòlla_> •^neirArfcnal di Venezia , » - ) ' H. Capirano lodato
dall’Apòftrofe; 1^.' ' Capitano formato dalla Numcrazion deU :lef>artr.rì ^
,T*f' * Caftclii che difendono ..Venezia,- * -87,. Cacacrefi,. ' ^ 333^*
Cate^rie de’Filofofi vtiliflìmeail’Oratoi- ^e per trouar matefia-» «d
arap^càrc^A. i i'"” ». . ' » '* - •
^ Caufe> loro diuifione,e dfflinzioné^.ao^. Chiefedi S Giacomo, di
S.Maria'dcl Piana- to,del RcdGntor'e,dclla Salute, per quaV cagionefabbricate
in Venezia. 371' Ch ie^a della Salute fabbricata con gra nde fpela
dall’Auguftiffimo Senato Vene- ziano. \ • . 372f« Chiefa di 5. Marco.'- • . 1.
' . ioa ChieiainnalzataàS:Giacorao nella fon- dazion di Venezia. Cìtiàdi Candia
difefa da Luigi Mocenig^^ Secondo. 19<SL A é Ci&* pello , ’c Lorenzo ^fa^celIò'^ Hd^Pbrto della
Vallona. 185 da Scbaftiano.yé- 3 ?nrero >e da^jGóHcgatì aVCdrirólaririi 2. f
da Lorenzo Marcello a*Dardanèlh’lÌ46, P#é(ito EpcddaoD,ao2;''da Hèncdettc ^
Pefaroallo ScrcttodiCoftanrinopolire >, nel Porto della Preuefa; . _ ,1
-'j^6 Armare vanerorte da*Vjnfefanì'i78:f95, Armare de Venezianf fono alla del-
. Ih Cattolica -R^%ioqe. ’ ' rJ m> o; A^ri?o Dandolo. 2^^ Arrigo I ^I.Rè
diFrancia rieemitoaHa rea F in V enezia . 1 : 1 ir Arrios e.tuB
fccJcr^tzEe.^*».V- > ,-7245 Af-ienale ammirabile di Vènezia; 87.35^
Attenzione come fi' confeguifea neìl’É fordio. • , .< Auuerfari j , ed
iàiuerfità rendon rv'om _.f)ÌÙc|^rosj •••: > :..M9 . » . .r Al barefiA
ftigacp daila Città di Ca >raro. ^ Ba r titla * Nani Caualiére yc Pro^raror
S. Marco,. Illuftriffimo, ed EcceHenti fimo Iftopfeo..Bellezza de’ Beati . ^ ^
* r< Bellezza del L'anal grandedi Venèzia, l Benedetto Pefaro; ' ..xp.^>
Beniiiolcnza neli’Honjiò-ctìmc'è^ otte - 'i d ■ . ^•crnardino Polani. • ’ - ^
ruardiao St«fon2a Sabino dyiài ‘ • V. ■. -piu xt di Giesu y gran Foeta»ed
Orato* .uJTjt». 'wf'-iodr» ./ > Bilica quando fi ftimino. i- r ir' ’ € ■. /
‘in :• *j-' i C'Agionfiàalc cagiona variiieflfettinel- ,'Cvoino* ; : . Il'T'
Calainoj e Tuoi fatti deteftabili ir? aio; CampanU'dl S„Marco. 325^;, Gan'al
gride di Venezia ne/na .vaghczza^gi' Canal Òrfano donde rraefie il nome,
Chpiiaoa'd’Al^Ti/pirefe da- Màrin Capei* - 4 la nel Porco della .y^ljojiaj'.e
ripòftaj .inell’A'rfenal di Venezia , - ' i ■' •• a88l. Capitano lodato dal
l’Apòftrofe. • ; Capitano formato dalla Numerazbn dcU Jci?artr..l •' *' •''* t
t' - 40. Caftelliete difendono .-Venezia,. .. Catacrefi». Categorie de’Filofofi
vtiliflìme ail*Orato^ ze per crouar maiìifia'» ed amp^càrc^À . "V ' «o » ,
.’}< À Caufe^ loro djuifionc,e diflinzione.,*io3. Chiefedì S Giacomo, di
S.Maria*del Pian* to,del RGdenrof‘e,della Salute, per qual' cagionefabbiicare
in Venezia. 371- Chie^'a della Salute iabbricata con grande fpefa
dairAugutìifiìmo Senato Vene- . ziano. ! . . 372f. Chiefa di Marco.' *i ». h '
. looi Chieia innalzata iS:Giaconjo nella fon- dazion di Venezia. 85^ Cictàdi
Candia difefa da Luigi Mocenige'' Secondo.^ . i9ql ' a é Osn Déll’Epifonema . .
i8 j Capo 21. Dell’ApofiopeG. - Dell’Interpretazione Della Collocuzione. / ' .
' ^0] Dèlia Licenza De’Tropi Della Metafora – H. P. Grice: You’re the cream in
my coffee. 3 il Di Quante forti fia la Metafora , 3 ri Della Sineddoche Della
Metonimia . 32: e . A p o DeirAntonomaGa . DeU’Onomaropei a . Della Catacrefi
Della Mctalefliì Dell’Allegoria lu Dcll’I^onja . - Della Perìfràfi . ' ,
Deiriperbaro * ' - , lA, Pciripcrbole .
if. Delle Figure delle parole Della Repetiziòne, cdell’altre figure fat-
^ te coll'aggiugnimcnto. Della Conuci (ione . Della CompleflSonc ' . la. Dd
Raddoppiamento. Della Traduzione. . Della Sinonimia . a ali. Dd Polifindeto • aa* Della Gradazione • . Delle Figure .fatte
col^cogIimemò • Della Diflòluzione DelPAggiugniracmo. .; >5,
DcUaDirgittnzione Dcllfc figure fatte, per mezzo cfella^ fomiglianza, e
cootrapietà. Deli* Annommazione . '... ,, , Della Figura fimile nc’ cafì . ' ag
Della Figura fimile nella definenza , Della Contenzione , oucro Contrappofi
adone. gvjiBiro. '''' ‘Del modo di
compof le Orazioni. Capo !.. Dell*Inucnzion dell’argomento , aoì ^ D*slcuneco(tcomuni negli Efordij allc^ tre
Caule , G^’udiciaria > Dimofliatiua, e Deliberar jua. Degli Erordijfviziofi.
Del principiodegli Bordi j^nclgcncrcDi- moftratiuov^ • ' 4<5i D*l principio
degli Efordij nclgcncecGiu- dieialc. - '
Dtl princf pio digli ÉTordiinei genere De- lÌD'eratiuo . Della NarcazÌGnc . Del
princi'pio della Narraiionc > e de* paf- taggi* Della Confermazion»,' - w. . Della Perorazione. -VI rimo* Del principio della Perocazìonie.'^
Di' INDICI Delle colè notabili,. E principalmente- di ciò che appartiene à
Venezia , cd agli Eroi Veneziani . "a
. AGgìugnìmento. . ^ caivjSg; Aggiunti) quali) e quanti Geno. 84. c -
AgoftinoBarbarigov 228 .AlelTandro Terzo Sommo Pontefice dife* fo dalla
Repubblica di Venezia.25,2.573- Allegoria , Tuo efempio , picgio led in chs fi
differenzi jjdalla Metafora .. 6cc. ^ ^ Anagrammi appartengono, all. Etimolo-
gìa. 4^/ Andate, folcnni del Sereniffimo Doge di Venezia a varie
Cbielcjperchc., 372- AnurcaOurani.', Andrea Gritti Doge. »; Anfiteatro di Roma-
104,. AngeH come fipoffano lodar dalla Nunic- razion delle parti • Anima
razionaiccagionc di vari| effetti - Annominazione. ^ 3°"’ Annominazioni,
òbiftiai fopraJ’Onuolo- della Piazzajdi ii. Matea. - 390- An» Di.
Aìtfeccdemìibftclìóerfi dagli Aggiunti Antonio dal Ponto Afcb'tecto del Pont»:
di Rialto. .. Il) Antonio foriofa coinaDda cheli yccida.! Cicerone*. 2^2'^
Antonio Quirino » ' 3^^» Antonio V enicro Doge^. ’ Amonomaln. Apologo della Volperìferito da
Afinotiie, . . Apofiopefi; 287: Apofirefe. ~^ Argomenti , ed amplificazioni
dalla Diffi** nizioinc vdalla Nómerazion delle parti >- dairEtimologia}
fifc.vedii loro^Capì.. ^ Argomenti » ed amplifieazioni'daMuoghì • cfiriniechi*
vedi iiOpp 21. del Libro* primo;. ' Argomenti intrinfichijcd cftriMecbijqoa- e
quanti. 33' Argomenti per comporre vatie orazióni . 407 . Arguzie fpcCTc voke
fi traggono dall’Iper* bolci 350'. Armata del Califè d’Egkto rotta da Mar- co
Barbaro. 2^4 Armata del ViTconti ftonfiita nelLagodi ; Garda, da Stefano
Contatimi 23^. di Federigo Barbaroffadal Doge Sebaflià- > no Ziani . 25 3..
de* Genouefi dal Gene- rale Victor Piiani . 36Ì. Armata (te* Dirchtr disfeita
da Mario Ca^- a^ 5:, pelloj- Digitized by Googic peHo j ’c Lorenzo
Màfccrilò'iiirfhPbm)’^ della Vallona. 185 da Scbaftiano.^e- 3?nrero
»eda’jCjòilegati aVCiìrt56larìriia,4i { da Lorenzo Marcello a*Dardanèlli:Ì45.,
ujdà P^è(itQ EpcddanD.3or.' da Bènedetto" Pefaroallo Stretto di
CoftanrinopohV c ò nel Porto della Preuefa; . v , c Armare vanerorte
da’Vinfefanui78;Z9^.-. Armare de Veneziani fono alla xiffefà del»-- , la
Cattolica -Keligtoqé. r..l - b r ; Arriso Dandolo. " 2^^,, Arrigo HI.Re
diFrancia riceuntòalla rea*^ p in Venezia . . . ^ ntioS; Arrio', e. lue
rccJctactMe.^-^/. ■^2492^ Af-ienale ammirabile di Venezia; 87.354. Ajrc jqual
cofa fia.' . Attenzione come fi' confeguiica ncll’É- fordio._., Auuerfarij , ed
Aaiuerfità rendon rvomo- ,f)iAc^Ìar<>S! ‘ '•.'/'ì- ;i ' 'JV < . 'A I^
Aibar«fla.-fugar9 dalla Città di Cae- ^ b3io'i Bartifta Nani Caualière > c
Procurator di- S. Marco,. liluftriffimo, ed EcceHentif-- fimo Iftopìeo-- : . <
’ Belleafza de’ Beati . Bellezza del Canal grandedi Venezia. 8z. Benedetto
Pefaro; j ■ 10.356 Beninotenza ncirBocdio' come fi'otten* - V , lì Bernardino
Polani. ^ ^ Bernardino St«foni& Sabino dèilài Com.- .iJwgniVdi Giesùy gran
Poeta» ed Orator il? r- ■ *Ì •..»77*:36''5;ì Bilica* quando fi ftimìno. -'j-. r
591/ ir'" € •; '• -f‘, / *in ;>• ìì*' i C'Agiorffaiale cagiona
vatifeflfetii tìel- ’ttvolnoi; ; •) J . Caloino, e fuoi fatti dotefiabiliiff.
.. a jcr. CampanUrdi S*Marco.f • . Canai grado df Veaesa»e;rHa .vaghc2:za*^i'
Canal Orfano donde traefie il nome. 129.' ©apilaoad’Algèériipcefa da- Màrin
Cape!-.- - , kinel Porto della .ValJonay.e trpòfta^ •>nell’Arfcnaldi Venezia
, • - ! • • a8?3l. Capitano lodato dall’ Apòftrofe; • tSpì Capitano formato
dalla Nuoacrazion del# :lc'paftf..l ■' .jT“t ‘ ' 40.
Caftellicbedifcndono,.Vei»e2Ìa,- •* '87.. Ca racrefi». . ‘ ‘33 3 Categ:oTÌe
de’Filofofi vtiliflìmeail’Orato# i:e pa- trooarmattìfm od anop^càrciA-
Caufe> loro diuifione,e diflin2Ìonc^.^ro3. ChiefediS Gjaet>mó,di
S.Maria*delPian# tOjdel Rcdentof‘e',della Salute, per qual' cagiontffabbiicare
in Venezia. 371- Chieda della Salute fabbricata con grande fpela dall’ Augufii
(fimo Senato Vene- ziano. 1: ì . ' . » Chiefa di 5. Marco.- . v. i i. ' ioa
Cbieiaj*nnalzataàS:Giaconao nella fon- dazion di Venezia. Citiàdi Candia difefa
da Luigi Mocenig^' Secondo# . I9<3l .. / ' ’ a < Cia- ri Città <l!ftru«ac!èftritta\ - 4*5.
Cirtàicome fi loderebbe dalle Caufe. X04 Gìrrà coirmendate dal Genera ^ 5 y
Cittadine Veneziane animano i Soldati della patria ojntraiWd^^ ' zjìb.
Glazomene > c Corico prefi- da vpietror Mocenigo.; . 553.'. Cliffa prela da
Leonardo Fbfcolo.'. 355, . Cognizióne fempiicaexirpetcma# . éi. Collocuzione» ,
r 305» Comparazione ; ed in che fidinerfi^b» dalla Similiiudinc. Complelfione.
'r \ GornunicazionCi'. - • • • Gonccfifonc’; Concetti, ed arguzie fouente fi
‘traggono dal)’Iperbote> edaU’Annoiiùnaziono^ 350.388. Gongiógati».. Confermazione dell'Orazione ; ^ 474*
Confcguenti ditferilcono dagli Aggiunti . 95- Conr enzionciouero
Cótrappofizionc. ConucrfioDc. 354.
Conuito di Erode.' . Conuitr rplendidi farti ad Ernco Terzo - Rè di'Ftancia
dalla Repnbblhra . 123. Corpo di S. Marco rralportato dalla Città di
Aleffandria in V cnczfa.' 347. Correzione.' 247 Corecoimmi alle tre Gaufé ,
Giudiciaria « Dimoftratiua, c Dilibcraiiua • 456. Crii\iaui anticbì» 8u. Crx*p-
DIgilized by Google GrìOo prclb di* Giudei i - 2?i 6 DEprecazìone. 270 Deftra
de* Soldati Vimzlamcómen- daradall’Apofiopefi. ^ 294 Diflfinizìone come fi
faccia . 2.5. 34* DIffinizion della Rcttorica . ^ 25 DiÌgIun:?LÌonc. • 3^5 •
Difpofizione. 3^ Dì (fi milirudine. oucro differenza.' 70 Dìffoluzione; Difinbuz'one;- * Dogi di Venezia onorati con
vari) titoli da* Popolile Principi diuerfi. 3S4 Domenico Conrarini Doge
viuentet viua-. Idea de’ Principi. ^ ^ 4^9; Doraenreo Micheli Doge Condottlcre
di diìgento Legni > c cagion della pref’a di i Tiro. 206. llmedefimo rifiuta
il Reame della Sicilia k 218' Donzella di Cipri che bruciò il Galeone.^
delBafsà. 230 Dubitazione^ E I* Ffetti
dell’Animo fi crprlmonotalora jConfinonimi. 3^4 Effetti dell’Arte Rcttorica. i9
e 20> Eff^etti del gouerno V iniziano. J 1 5 Bfi^etti della grandezza , c
della magnifi- cenza della Repubblica Veneziana. 119 Effetti di quante forti
fieno k • i * Eloquenza d’Antonio > di AriBide > dì bu*- A&»- 14^ . .
ftaziò^ di S.Paolòjèdi Pòricic.,i^i Eloquenza dcll’amjca Roma. 23-2x2^ C
o;Emanucl Tefauti$ gran letterato. . : Epi'foncma .. . ? ^r. Equiuoco detto
tfa*'Augufto * ; . ' Ò \ 47.. Equ fiochi riducono ali’EtimolGgia., *4^ Eicole*
... , I - . il , ^ ]r . , Equiuoco fopra Nerone, I Erqde turbato nel nafeimento
di Grifto . • I 221. _ ^,-j Eroi Romani/ ^ Qì;?; u:r .■ 266*. £rpi Veneziani,.
, . 'i; ; Errico Dandolo , vedi Arrigo . . ' Erriec^ Tvrpo Rd df Francia
accolto coni j.Sgrandifnmapompa dalla Rep^biVene- ^ jzianav vedi Arr^o . ,
Erdàmazfonc*. ’ ; .^6. ECecràzione centra vna Nane di Dcmonij* ... cbcLvoleano
fommer^^re ycmrzia.277>. Eh mpiò appai ricneallacSimilitadinc. , 68.
Eiercitocneiacchcggia vna città. • 42- Erucdio,eiucvfiìcio. ; . » 456. Elordio
nel genere Dimofitatmo^ 461.. : Giudioialc. 463^. Diliberatiuo. 467. Elordio
yjzioio. . ... Etiniolo^'a comprende l’Equiuocazione , : e gli Anagrammi.
4^047; , 261^ Ezeiino Tiranno diPadòua Aia crudeU ■4 P' FAbbiiche dell*àntica
Roma . . 96.98) Famapei celiai cofa fi. prenda. Digiiized i'/ Ciwigli
Fàtìfi^oftà difcfo dà Marc’Àntoniò Bra* 'gadino. ‘ ‘ Fartiiaflo Strada
dcllèCòmpagrifa fefc- *'sà. • F^déltiy ^"^égretciaa de* Vctìerfàiir . 29
3^ Federigo Cornato PiTcopià. \* ' 5^^, Federigo Impcradore fi vmilia ttì
Venezia jad Alcffandto Terzo Sommo Pontefi- vce. lSo.253.c253f Figure delle
parole.' ‘3^^ Figura fimile ne’èafi . 3'^i; nellà definen- ? za . Figure dèlie
fentenze , petefiedi chiamina ^ così , cd in che fieno diuerfe dalle figu- ‘ te
dèlie parole. lyt' Fine della Rctton*ca\ ' 26 Fioricomefi lodino dal genere /
54^ f/umi^che sboccano nelle Lagune di Ve- \ nezìa . ■ ’ ' , • * 411 FonuDa,e
fortezza dell’antica koma.2 3 F £rauc^'co^)a5’do foile G^azzedàvn^ felice principio
alla famofa- Viaoeiiu Nauale. ‘ 2ir Hrancefeo da Molino* Doge 424 S.Francefco
Sauerio della Compagnia d? ' Giesù* ' - 41^ G • j.J ' >■ i G‘ Alcazzc
Vèneziànc'; I Le medefime ca^o&dttlla* Fittpr ià ' a’ Curzolati„ 1; .Galea fuperbiffima nel^ ticeutmento di'
ifiòca Terzo Rè, di, Fsaneia^ ih Ven«»^ * « . auiw Genere come fi diffiniTcà .
fi GeotildjCtfuic yepe2»2ine) e loro.vtrtìb-
; S.Gerardo Sigredo . 436 Gei;uiralcm efortai Princìpi.Chiu(Uani\i7
Giacomo Fotearioì . Giacoma Pefaro . lOj S, Giacomo fmotza*) fuoco nel.
pnócipio della,fondaz»ondi Venezia Giat^omo Ticpoli . Gioùapni Bafadonna^. G’o:
Corraro . G io: Dolfiiìo Doge» . GiotfaW'cri. Gipf Matteo Bembo . Gi,c:<la
Pefaro Dogev. Gitiramento.,, Gi,'adazipne.. . G u^re de* Veneziani . Veneziani.
Guerf ier Veneziano > 9 d*aIo:e città . . l 1;r^io cagione della nobiltà
deB*voma> . 5 ii.17/ .. . Iddio ù può lodare dalla Nuxncrazron del- le parti
. S. iKnazio Fondatore della; compagnia di • -Giesù* •’ 4i3
■Im|aètàtd<.**Ijirchi. . Imprccazic ne . 2.74 ■. ' Irap' ^e^gucfrci €
’Vittorfe de’ Veneziani. . <;► In- * *7 Innocenza de'Cbriftìani. ^ ^ p.
Intelletto adopera lacogni?ionrifpetuua per far la fimiliiudinc* ^
Interpretazione. • Interrogazione. . ^94 Iniienzione. . „ ^ Ifiuenzion per
tiouar materia nelle ora- zioni. Inuenzion degK argomenti per leorazio-
Iperbato. 34^ Iperbole. . 34:9 Ironia . aoi^ benché fecondo alcuni Allegoria»
può efler-diuerfa dall’A llcgo- ria. 340 Ipetefi. 3.7 Ipotipofi- Inorici
Veneziani^ ì r. . LEonardo Fofcolo 3-54: Lcone,e fuoi pregi. ^ , _ 330
Liberalità delle Gentildonne Vencaianc^ vetfoi Nemici prigiomi» Liberalità del
Senato Veneziano nel pre- miare.- 34^ Libertà di Venezia Tempre conferuata. 5
1_. Licenza. L«'Cuzione. 3^ B#LorenzpGiuftinian<^-. - ^ Lorenzo Marcello.
i85»Z4^ Lorenzo Priuli Doge. 4ZI- Luigi figliolo del Doge Antonio V ènieto .
B^Luigi Digfeed by Gnogli iS B. Luigi Gonzaga della Compagnia dì Gicsù. J >
225 1 uigi Mocenìgo Secondo . ■ 1 Luoghi donde prcndonfi gli areomeTuT
inrriBfichf, quali, equanti. 32 Luoghi eftrinfcchi, c perchè détti"
(cnz’ar- te «. • . iT? 7:. j ; ‘ y Luoghi imrinijchi della Rpr torica Oó*iòro-
argomcnti,e còlPitòjpliifeaiioni. 34. fi-- noà ' Lutero>craobiafima. - vjoì
M MArc’Ahtònio Éragàdinò « • ^ jo6 Marcello' celebrato da Virgifio • 245«246 ^
Marco Barbaro, Marco GiufiiniaoiV Marfitc^ i ■ - Mann Cap«llo - J. Marin Giorgi
Doge ^ ' Marin Grimani ^ge,~ ' Mareriaf ciiioì effetti. jO . Materia della
Retiotìtt^ ' - Memoria.^"'•i;:* Merceria tìcchifflinadi Venezì»,
Metafora.^ ' ' : • / Mctaforad(quanrelctejffai. MctalelTì. ^^étommia, j Modo,
per trouar raaterià' pes ìe OraziW V , ^ 1&4. Mòdo di/en^riidellai&um
Licena» a tat - ^ Natasi* àg| tl& ax
a® sa 51? 35X Di0"i7',d by Gtv.^q *9 NArrazìonc > c Tue doti
45S*ruopriii« cjpio. . . 471- Narrazion naturalie»cdartificjof8« 469 Naue dì
D&monii (ommcrìada* SS. Mai^ - co , Giorgio y c Nicdiò.' Z77. Naue dì
Tommalo Morcitnt combatte.^ con quarwca galee mrehefebe. 5^7*
NecefìTicàìnuencrìce dì molte metaforcr - , Nerone vituperata. ^ t73; *37«'
Numcrazion delle paró.- 39* • a ONoraatopefa 33^» Oppofizioni quante fieno; 74*
Oratori moftrano piiVingcgnò rerùendoii de’ luoghi ìntrìnfichìr <44« Ora
zìoni diuerfe come fi teffiuio , 447* Orazio R ornano vecifor della
Stìrcl!a.a56 OrioMalipieroltì)oge. — 384* Ontiolòdella l^azzadì S.Mareo* ^
35^^** Oifo Partìcipazio 1 1. òBadoaro Dogo •• ' Ottone figKuolc
dìFederigolmper. vìnto ZiamV ' p . PhAlagìo della Signorìa dì V’cneafà.ioii .
Parabola rìducefi a!làSrmìiìtudìne.48r . Pani della Rcttorìca. ' ' i ' 30-- -
Pafquale Cicogna Doge. ^ 1x5* Paffaggi artificìofi neirorazìonc . , 471»
Pcccato,cfuoieffctti. • 147, Pcrifrali>e peich&adoperata più fpeFb da*
Poe- Digitized by Google 20 Poeti, che dagli O^tori. 343*e 545 Permiffione.,
242 Perorai^ onc . 47^ .Grc- 289 AI M v/*lV • PcfHIenza in Kom nel tempo di S.
gorio Magno. • , Piazza incornpatajjJUcdi S.M^rcQ; Pietro Lx>redano, Pietro
Mwenigo, W9i Pietro OriVolo Poge ..
Pietro Zeno - Pietro Ziani Doge. , , Pitone Serpente ftpifuratQ^ pompa in
Venezia quando fi creano i Pro- curatori di S.Marco,. Polifindeto.v ,3^' Pompeo Magno.,. , ^ Ponte
dì Rialto. ^ loi. e i<i 3 ì’ontc faap. da.Traiano fu*l Danubio . 1 1 4>
Pontefici .venuti à Vcne?ia^
T^rciwdicjocbefia. ^ 133/ rceftezza ,ne! farle A uniate in Venezia^. ..
, , . . j. rrctfrizione. ao9 Principi venuti à Venezia . . • 376 < Ptipeipio
della Perorazione#^ 47jg Fronbnziazionc. ^ ,32 Profopopeia^i . I75;r Prudenza
dejJ’anncaRoma., 233^ Pugna de* pugni in Venezia^ taz J Q-. •: .* . K R,
Addoppiamento . 35^ ' #.,IieggiadcISpJe.. 107 Rex Digitized by Googl 21
Rfclìgion Cattolica femprc cònferuata in Venezia . 41 1 Reò condannato
da’luoghi eftrihTechi.i 36 Repùbbliche come fi lodino dalla Cau/a* i<54
Repubblica Romàna, e Veneziana, ng Repubblica Veneziana femiprelibera . 5 1,
4H. ' Ripugnanti . 2o Ritrouamento dell’Aì'te Rettotica. 25 Roma idolatra. ‘ 9$
Roma lodata da* luoghi cftrinfechi. 1 31 Roma lodata da* luoghi
intrinfichi.38.4y. . , , Roma fuperftiiiola, e Tanta. 71 Roraore» che figli!
fichi. 135 S Abine mezzane intra i Suoceri, ed i Generi . 2jo Sébafiiano
Venicro Doge. ^ Sebaftiano Zianf Doge V- - 252" Segretezza de* Veneziani^
29J : Senato Aug;utlifiìmodi Venezia. ^2 r Sentenza che fia . i74r Sepolcro
magnifico fabbricato à Luigi , Mocenigo Secondo in Venezia. 19% Sforza Paliauicino
Cardin. della Compa-r gniadi Giesù Silenziovtilea*Prindpi. 210 Siila, e Tua
crudeltà . . 126 Simile ne* cafi , e nella definenzà fig. . , Similitudine che
fia, e quante Categorie, com- D 6z 117 zi£ 57 442 220. coti^renda. Sineddoche.
Sinonimia. Sole, «fuoi effetti. .Softcntazionc. Spezie pre0o i Retori» c
Filofofì . Spezi^ Varie d'Oraz.foni. Stefano Contarini. Subiezione. T TAuole 9
e Tcftjmontj quali cofe de- notino. I34‘<^*35- Tcfi^cGii. i8- Tcfi°eonfi
fuggir <W10t*tor«. ’ 30. 1 eliimonio Diuino » ed vmano. Ij5* Tiro (,ittà
affediata da CoUcgati>c da Do* rrcnico Micbcli Doge . ao<J. Titoli van j
dati a* Prtficipi.409 a’Dogi dt Venezia. ^4. Titoli delle Orazioni. 44^.
S.Toinmaiod*Aqaiiio. 41^» Tommalo Morolini . Tormento quali cofe abbracci. 13^
Tribuno Memo Doge. ^ ^ ^6. Trieftini vinti da* Veneziani. 272» Triuigi Città
affediata da Ludouico Rè ‘ d’Vnghcria. %o6. Tropi loro diffinizine. Ji4.
fonovndicT» ' perche l*Ironia è fpczic^AUegoria. 317 Tropi non fem tanti»
quanti ne pongono* ',:^]Rcton\ . 351. VdU ■ 1 V - ' VDiron* come fi rendano
bencuoli’, attenti , c docili neil’Efordio. 456. 458.^9. . Vello d*Oro, perché
fia cofi intitolaioif •Libro. , , 16. yeneziae fijoi pregi bdacida luo^n* in-
trinfichidellakettonca.dal|aDi(Bnizlo- ne. 35. 36. 37.dallaNumerazió delle par^
. li 40..^i.dairEtimologia.46. da’Con- g10gati.50.51. dal Genere. 55. 5^. dalla
Spezie. 58.59.60. dalla Similinjdinc.. Ó7. dalla Difiìmilirudine. 72. 73.
da’Contrarij.;8. 79. da'Ripugnanti.82. 83,84. dagli Aggiunti. 85.86. 87,88.89*
da gli Antecedenti, cda’C.onregucmi 99 loo.ior.ioa.dalle Caure.113.u4 dagli
Edettùi dalla- ora- parazfone. da* luoghi c- ftrinlechi. dalle Categorie
filolofiche *. 157. finoà 163. * • Venezia (empre Cattolica.32 374. fcm- pre
libera . 41 1. fmgula- re, perchè . ricordeuoledc* benefici j riceuuci dal
Cielo. 370, Venezia è vnimpoflìbile pofto nell’im- pofiìbile. Venezia in
pericolo d’cITer fommerfa da* Demoni j , c liberata da SS, Mai co, Ni- colò» e
Giorgio Veneziani, c loro lode. 140. 143. V fficio della Kettorica, Vgo-
DIgilized by Google 24 ' Vgolino GiuftlnSan! . tS j. 264. 26$ V irtù
delleGentildonne Veneziane Virtù dciranticaR0ma.23i.252.233.234* Vital
Candianoj ò Sanato Doge. 386 VittorPìfani . 362 Vittorie de Viniziani Vomì ni
guerrieri, ed oziofi. 70 Vomini che pongono il fine loro nel Mò- do. .V ■ HI
Vomolodatodalla ipezic. éo Il PINE. ledbyCooQl t
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Simoni: la scuola di Caprese -- filosofia italiana –
Luigi Speranza Caprese). Filosofo toscano. Filosofo italiano.
Caprese, Toscana. Antenato: Simone de Buonarrota. Nome: S. Grice: “Some call
him Michelangelo, but that’s rude!” --
See the study of Buonarroti’s Moses by Freud, “filosofia”
Michelangelo Buonarroti. CDisambiguazione – Se stai cercando altri
significati, vedi Michelangelo Buonarroti il Giovane, Michelangelo (disambigua)
e Buonarroti (disambigua). Pietro Freccia, statua di Michelangelo,
piazzale degli Uffizi a Firenze. Michelangelo Buonarroti, noto semplicemente
come Michelangelo (Caprese, 6 marzo 1475[1] – Roma), è stato un filosofo
italiano -- pittore, scultore, architetto e poeta italiano. Daniele
da Volterra, Ritratto di Michelangelo Autoritratto (?) come Nicodemo,
Pietà Bandini Michelangelo, disegno di Daniele da Volterra Soprannominato
"Divin Artista" e definito "Artista universale", fu
protagonista del Rinascimento italiano, e già in vita fu riconosciuto dai suoi
contemporanei come uno dei più grandi artisti di tutti i tempi[3]. Personalità
tanto geniale quanto irrequieta, il suo nome è legato ad alcune delle più
maestose opere dell'arte occidentale, fra cui si annoverano il David, il Mosè,
la Pietà del Vaticano, la Cupola di San Pietro e il ciclo di affreschi nella
Cappella Sistina, tutti considerati traguardi eccezionali dell'ingegno
creativo. Lo studio delle sue opere segnò le generazioni artistiche
successive dando un forte impulso alla corrente del manierismo. Nome
Nelle fonti coeve, Michelangelo è chiamato in latino Michael.Angelus (la firma
dell'autore sulla Pietà vaticana è MICHAEL.A[N]GELVS BONAROTVS FLORENT[INVS]) e
in italiano Michelagnolo, come risulta dalla biografia del 1553 Vita di
Michelagnolo Buonarroti scritta da Condivi, suo discepolo e collaboratore. Lo
stesso Vasari lo chiamava Michelagnolo e il nome rimase tale fino alla metà
dell’Ottocento. Il cambio in Michelangiolo prima e la successiva
italianizzazione in Michelangelo poi, avvengono tra l’800 e il ‘900.
Benché tra le nuove generazioni si sia affermata la versione moderna, a Firenze
resiste la variante ottocentesca di Michelangiolo nel parlato degli anziani e
nella denominazione di luoghi simbolo della città (viale Michelangiolo,
piazzale Michelangiolo, Liceo Classico Michelangiolo, ecc.). Biografia
Gioventù Origini Il ricordo del padre sulla nascita di Michelangelo
Michelangelo Buonarroti nasc a Caprese, in Valtiberina, vicino ad Arezzo, da
Ludovico di Leonardo Buonarroti S., podestà al castello di Chiusi e di Caprese,
e Francesca di Neri del Miniato del Sera. La famiglia è fiorentina, ma il padre
si trova nella cittadina per ricoprire la carica politica di podestà. S. è il
secondogenito, su un totale di cinque figli della coppia. I S. di Firenze
fanno parte del patriziato fiorentino. Nessuno in famiglia ha fino ad allora
intrapreso la carriera artistica, né l'arte meccanica (cioè un mestiere che
richiedeva sforzo fisico) poco consona al loro status, ricoprendo piuttosto
incarichi nei pubblici uffici. Due secoli prima un antenato, Simone di
Buonarrota S., è nel consiglio dei cento savi e ha ricoperto le maggiori
cariche pubbliche. Possedeno uno scudo d'arme e patronano una cappella nella
basilica di Santa Croce. All'epoca della nascita di S., la famiglia
attraversa però un momento di penuria economica. Il padre è talmente impoverito
che sta addirittura per perdere i suoi privilegi di cittadino fiorentino. La
podesteria di Caprese, uno dei meno significativi possedimenti fiorentini, è un
incarico politico di scarsa importanza, da lui accettato per cercare di
assicurare una sopravvivenza decorosa alla propria famiglia, arrotondando le
magre rendite di alcuni poderi nei dintorni di Firenze. Il declino influenza
pesantemente le scelte familiari, nonché il destino di S. e la sua personalità:
la preoccupazione per il benessere economico, suo e dei suoi familiari, è una
costante in tutta la sua vita. Già alla fine di marzo, terminata la carica
semestrale di Ludovico Buonarroti, tornò presso Firenze, a Settignano,
probabilmente alla poi detta Villa Michelangelo, dove il neonato venne affidato
a una balia locale. Settignano era un paese di scalpellini, poiché vi si
estraeva la pietra serena, da secoli utilizzata a Firenze nell'edilizia di
pregio. Anche la balia di Michelangelo era figlia e moglie di scalpellini.
Diventato un artista famoso, Michelangelo, spiegando perché preferiva la
scultura alle altre arti, ricordava proprio questo affidamento, sostenendo di
provenire da un paese di "scultori e scalpellini", dove dalla balia
aveva bevuto «latte impastato con la polvere di marmo»[9]. Nel 1481 la
madre di Michelangelo morì; egli aveva soltanto sei anni. L'educazione
scolastica del fanciullo venne affidata all'umanista Francesco Galatea da
Urbino, che gli impartì lezioni di grammatica. In quegli anni conobbe l'amico
Francesco Granacci, che lo incoraggiò nel disegno[6]. Ai figli cadetti di
famiglie patrizie era di solito riservata la carriera ecclesiastica o militare,
ma Michelangelo, secondo la tradizione, aveva manifestato fin da giovanissimo
una forte inclinazione artistica, che nella biografia di Ascanio Condivi,
redatta con la collaborazione dell'artista stesso, viene ricordata come
ostacolata a tutti i costi dal padre, che non la spuntò però sull'eroica
resistenza del figlio. Formazione presso il Ghirlandaio (1487-1488)
Michelangelo, San Pietro da Masaccio, 1488-1490 circa. Penna e sanguigna su
carta. Staatliche Graphische Sammlung, Monaco. Nel 1487 Michelangelo finalmente
approdò alla bottega di Domenico Ghirlandaio, artista fiorentino tra i più
quotati dell'epoca[10]. Ascanio Condivi, nella Vita di Michelagnolo
Buonarroti[11], omettendo la notizia e sottolineando la resistenza paterna,
sembra voler enfatizzare un motivo più che altro letterario e celebrativo, cioè
il carattere innato e autodidatta dell'artista: dopotutto, l'avvio consenziente
di Michelangelo a una carriera considerata "artigianale", era per il
costume dell'epoca una ratifica di una retrocessione sociale della famiglia.
Ecco perché, una volta divenuto famoso, egli cercò di nascondere gli inizi
della sua attività in bottega, parlandone non come di un normale apprendistato
professionale, ma come se si fosse trattato di una chiamata inarrestabile dello
spirito, una vocazione, contro la quale il padre avrebbe inutilmente tentato di
resistere[12]. In realtà sembra ormai quasi certo che Michelangelo fu
mandato a bottega proprio dal padre a causa dell'indigenza familiare[13]: la
famiglia aveva bisogno dei soldi dell'apprendistato del ragazzo, al quale così
non poté essere data un'istruzione classica. La notizia è data da Vasari, che
già nella prima edizione delle Vite [14], descrisse, appunto, come fu Ludovico
stesso a condurre il figlio dodicenne nella bottega del Ghirlandaio, suo
conoscente, mostrandogli alcuni fogli disegnati dal fanciullo, affinché lo
tenesse con sé, alleviando le spese per i numerosi figli, e convenendo assieme
al maestro un "giusto et onesto salario, che in quel tempo così si
costumava". Lo stesso storico aretino ricorda le sue basi documentarie,
nei ricordi di Ludovico e nelle ricevute di bottega conservate all'epoca da
Ridolfo del Ghirlandaio, figlio del celebre pittore[10]. In particolare, in un
"ricordo" del padre, datato 1º aprile 1488, Vasari lesse i termini
dell'accordo con i fratelli Ghirlandaio, prevedendo una permanenza del figlio a
bottega per tre anni, per un compenso di venticinque fiorini d'oro. Inoltre in
elenco di creditori della bottega artistica, al giugno 1487, è registrato anche
Michelangelo dodicenne[10]. In quel periodo la bottega del Ghirlandaio
era attiva al ciclo affrescato della Cappella Tornabuoni in Santa Maria
Novella, dove Michelangelo poté certamente apprendere una tecnica pittorica
avanzata[15]. La giovane età del fanciullo (che al termine degli affreschi
aveva quindici anni) lo relegherebbe a mestieri da garzone (preparazione dei
colori, riempimento di partiture semplici e decorative), ma è altresì noto che
egli era il migliore tra gli allievi e non è da escludere che gli fossero
affidati alcuni compiti di maggior rilievo: Vasari riportò come Domenico avesse
sorpreso il fanciullo a "ritrarre di naturale il ponte con alcuni deschi, con
tutte le masserizie dell'arte, et alcuni di que' giovani che lavoravano",
tanto che fece esclamare al maestro "Costui ne sa più di me". Alcuni
storici hanno ipotizzato un suo intervento diretto in alcuni ignudi del
Battesimo di Cristo e della Presentazione al Tempio oppure nello scultoreo San
Giovannino nel deserto, ma in realtà la mancanza di termini di paragone e
riscontri oggettivi ha sempre impossibilitato una definitiva
conferma[16]. Sicuro è invece che il giovane manifestò un forte interesse
per i maestri alla base della scuola fiorentina, soprattutto Giotto e Masaccio,
copiando direttamente i loro affreschi nelle cappelle di Santa Croce e nella
Brancacci in Santa Maria del Carmine[15]. Un esempio è il massiccio San Pietro
da Masaccio, copia dal Pagamento del tributo. Condivi scrisse anche di una
copia da una stampa tedesca di un Sant'Antonio tormentato da diavoli: l'opera è
stata recentemente riconosciuta nel Tormento di sant'Antonio, copia da Martin
Schongauer[6], acquistato dal Kimbell Art Museum di Fort Worth, in
Texas[17]. Al giardino neoplatonico (1488-1490) Copia da Cesare
Zocchi, Michelangelo giovane scolpisce la testa di fauno, Studio Romanelli,
Firenze Molto probabilmente Michelangelo non terminò il triennio formativo in
bottega, a giudicare dalle vaghe indicazioni della biografia del Condivi. Forse
si burlò del proprio maestro, sostituendo un ritratto della mano di Domenico,
che doveva rifare per esercizio, con la sua copia, senza che il Ghirlandaio si
accorgesse della differenza, "con un suo compagno ridendosene".
In ogni caso, pare che su suggerimento di un altro apprendista, Francesco
Granacci, Michelangelo cominciò a frequentare il giardino di San Marco, una
sorta di accademia artistica sostenuta economicamente da Lorenzo il Magnifico in
una sua proprietà nel quartiere mediceo di Firenze. Qui si trovava una parte
delle vaste collezioni di sculture antiche dei Medici, che i giovani talenti,
ansiosi di migliorare nell'arte dello scolpire, potevano copiare, sorvegliati e
aiutati dal vecchio scultore Bertoldo di Giovanni, allievo diretto di
Donatello. I biografi dell'epoca descrivono il giardino come un vero e proprio
centro di alta formazione, forse enfatizzando un po' la quotidiana realtà, ma è
senza dubbio che l'esperienza ebbe un impatto fondamentale sul giovane
Michelangelo[15]. Tra i vari aneddoti legati all'attività del giardino è
celebre nella letteratura michelangiolesca quello della Testa di fauno, una
perduta copia in marmo di un'opera antica. Veduta dal Magnifico in visita al giardino,
venne criticata bonariamente per la perfezione della dentatura che si
intravedeva dalla bocca dischiusa, inverosimile in una figura anziana. Ma prima
che il signore finisse il giro del giardino, il Buonarroti si armò di trapano e
martello per scalfire un dente e bucarne un altro, suscitando la sorpresa
ammirazione di Lorenzo. Pare che in seguito all'episodio Lorenzo in persona
chiese il permesso a Ludovico Buonarroti di ospitare il ragazzo nel palazzo di
via Larga, residenza della sua famiglia[19]. Ancora le fonti parlano di una
resistenza paterna, ma le gravose necessità economiche della famiglia dovettero
giocare un ruolo determinante, infatti alla fine Ludovico cedette in cambio di
un posto di lavoro alla dogana, retribuito otto scudi al mese[19]. Verso
il 1490 il giovane artista venne quindi accolto come figlio adottivo nella più
importante famiglia in città. Ebbe così modo di conoscere direttamente le
personalità del suo tempo, come Poliziano, Marsilio Ficino e Pico della
Mirandola, che lo resero partecipe, in qualche misura, della dottrina
neoplatonica e dell'amore per la rievocazione dell'antico. Conobbe inoltre i
giovani rampolli di casa Medici, più o meno a lui coetanei, che diventarono
negli anni successivi alcuni dei suoi principali committenti: Piero, Giovanni,
poi papa Leone X, e Giulio, futuro Clemente VII[19]. Un altro fatto
legato a quegli anni è la lite con Pietro Torrigiano, futuro scultore di buon
livello, noto soprattutto per il suo viaggio in Spagna, da dove esportò modi
rinascimentali. Pietro era noto per la sua avvenenza e per un'ambizione pari
almeno a quella di Michelangelo. Tra i due non correva buon sangue e, una volta
entrati in contrasto, durante un sopralluogo alla cappella Brancacci, finirono
per azzuffarsi; ebbe la peggio Michelangelo, che incassò un pugno del rivale in
pieno volto, rompendosi il naso e avendo deturpato per sempre il profilo[20].
In seguito alla rissa, Lorenzo De Medici esiliò Pietro Torrigiano da
Firenze. Prime opere (1490-1492) Michelangelo, Madonna della Scala,
marmo, 1491 circa. Casa Buonarroti, Firenze. Al periodo del giardino e del
soggiorno in casa Medici risalgono essenzialmente due opere, la Madonna della
Scala (1491 circa) e la Battaglia dei Centauri, entrambe conservate nel museo
di Casa Buonarroti a Firenze. Si tratta di due opere molto diverse per tema
(uno sacro e uno profano) e per tecnica (una in un sottile bassorilievo,
l'altro in un prorompente altorilievo), che testimoniano alcune influenze
fondamentali nel giovane scultore, rispettivamente Donatello e la statuaria
classica[19]. Nella Madonna della Scala l'artista riprese la tecnica
dello stiacciato, creando un'immagine di tale monumentalità da far pensare alle
steli classiche; la figura della Madonna, che occupa tutta l'altezza del rilievo,
si staglia vigorosa, tra notazioni di vivace naturalezza, come il Bambino è
assopito di spalle e i putti, sulla scala da cui prende il nome il rilievo,
occupati nell'insolita attività di tendere un drappo[21].
Michelangelo, Battaglia dei centauri, marmo, 1492 circa. Casa Buonarroti,
Firenze Di poco posteriore è la Battaglia dei centauri, databile tra il 1491 e
il 1492: secondo Condivi e Vasari fu eseguita per Lorenzo il Magnifico, su un
soggetto proposto da Agnolo Poliziano, anche se i due biografi non concordano
sull'esatta titolazione[22]. Per questo rilievo Michelangelo si rifece
sia ai sarcofagi romani, sia alle formelle dei pulpiti di Giovanni Pisano, e
guardò anche al contemporaneo rilievo bronzeo di Bertoldo di Giovanni con una
battaglia di cavalieri, a sua volta ripreso da un sarcofago del Camposanto di
Pisa. Nel rilievo michelangiolesco però viene esaltato soprattutto il dinamico
groviglio dei corpi nudi in lotta e annullato ogni riferimento
spaziale[22]. Michelangelo e Piero de' Medici (1492-1494) Il
Crocifisso di Santo Spirito (1493 circa) Nel 1492 morì Lorenzo il Magnifico.
Non è chiaro se i suoi eredi, in particolare il primogenito Piero, mantennero
l'ospitalità al giovane Buonarroti: indizi sembrano indicare che Michelangelo
si ritrovò improvvisamente senza dimora, con un difficile ritorno alla casa
paterna[19]. Piero di Lorenzo de' Medici, succeduto al padre anche nel governo
della città, è ritratto dai biografi michelangioleschi come un tiranno
"insolente e soverchievole", con un difficile rapporto con l'artista,
che era di appena tre anni più giovane di lui. Nonostante ciò, i fatti
documentati non lasciano alcun indizio di una rottura plateale tra i due,
almeno fino alla crisi dell'autunno del 1494[23]. Nel 1493 infatti Piero,
dopo essere stato nominato Operaio in Santo Spirito, dovette intercedere coi
frati agostiniani in favore del giovane artista, affinché lo ospitassero e gli
consentissero di studiare l'anatomia negli ambienti del convento, sezionando i
cadaveri provenienti dall'ospedale del complesso, attività che giovò
enormemente alla sua arte[19]. In questi anni Michelangelo scolpì il
Crocifisso ligneo, realizzato come ringraziamento per il priore. Attribuito a
questo periodo è anche il piccolo Crocifisso di legno di tiglio recentemente
acquistato dallo Stato italiano. Inoltre, probabilmente per ringraziare o per
accattivarsi Piero, dovette scolpire, subito dopo la morte di Lorenzo, un
perduto Ercole. Il 20 gennaio 1494 su Firenze si abbatté una violenta
nevicata e Piero fece chiamare Michelangelo per fare una statua di neve nel
cortile di palazzo Medici. L'artista fece di nuovo un Ercole, che durò almeno
otto giorni, sufficienti per fare apprezzare l'opera a tutta la città[24].
All'opera si ispirò forse Antonio del Pollaiolo per un bronzetto oggi alla
Frick Collection di New York. Mentre cresceva lo scontento per il
progressivo declino politico ed economico della città, in mano a un ragazzo
poco più che ventenne, la situazione esplose in occasione della calata in
Italia dell'esercito francese capeggiato da Carlo VIII, nei confronti del quale
Piero adottò un'impudente politica di assecondamento, giudicato eccessivo.
Appena partito il monarca, la situazione precipitò rapidamente, aizzata dal
predicatore ferrarese Girolamo Savonarola, con la cacciata dei Medici e il
saccheggio del palazzo e del giardino di San Marco[6]. Resosi conto
dell'imminente crollo politico del suo mecenate, Michelangelo, al pari di molti
artisti dell'epoca, abbracciò i nuovi valori spirituali e sociali di Savonarola.
Il frate, con le sue accalorate prediche e il suo rigorismo formale, accese in
lui sia la convinzione che la Chiesa dovesse essere riformata, sia i primi
dubbi sul valore etico da dare all'arte, orientandola su soggetti
sacri[19]. Poco prima del precipitare della situazione, nell'ottobre
1494, Michelangelo, nella paura di rimanere coinvolto nei disordini, quale
possibile bersaglio poiché protetto dai Medici, fuggì dalla città di nascosto,
abbandonando Piero al suo destino: il 9 novembre venne infatti scacciato da
Firenze, dove si instaurò un governo popolare[19]. Il primo viaggio a
Bologna (1494-1495) San Procolo (1494-1495) Per S. si trattava del primo
viaggio fuori Firenze, con una prima tappa a Venezia, dove rimase poco, ma
abbastanza per vedere probabilmente il monumento equestre a Bartolomeo Colleoni
del Verrocchio, dal quale trasse forse ispirazione per i volti eroici e
"terribili"[26]. Si diresse poi a Bologna, in cui venne
accolto, trovando ospitalità e protezione, dal nobile Giovan Francesco
Aldrovandi, molto vicino ai Bentivoglio che allora dominavano la città. Durante
il soggiorno bolognese, durato circa un anno, l'artista si occupò, grazie
all'intercessione del suo protettore, del completamento della prestigiosa Arca
di san Domenico, a cui avevano già lavorato Nicola Pisano e Niccolò dell'Arca,
che era morto da pochi mesi, in quel 1494. Scolpì così un San Procolo, un
Angelo reggicandelabro e terminò il San Petronio iniziato da Niccolò[27]. Si
tratta di figure che si allontanano dalla tradizione di primo Quattrocento
delle altre statue di Niccolò dell'Arca, con una solidità e una compattezza
innovative, nonché primo esempio di quella "terribilità"
michelangiolesca nell'espressione fiera e eroica del San Procolo[28], nel quale
pare abbozzata un'intuizione embrionale che si svilupperà nel famoso
David. A Bologna lo stile dell'artista era infatti velocemente maturato
grazie alla scoperta di nuovi esempi, diversi dalla tradizione fiorentina, che
lo influenzarono profondamente. Ammirò i rilievi della Porta Magna di San
Petronio di Jacopo della Quercia. Da essi attinse gli effetti di "forza
trattenuta", data dai contrasti tra parti lisce e stondate e parti dai
contorni rigidi e fratturati, nonché la scelta di soggetti umani rustici e
massicci, che esaltano le scene con gesti ampi, pose eloquenti e composizioni
dinamiche[29]. Anche le stesse composizioni di figure che tendono a non
rispettare i bordi quadrati dei riquadri e a debordare con le loro masse
compatte e la loro energia interna furono motivo di suggestione per le future
opere del fiorentino, che nelle scene della Volta Sistina citerà diverse volte
queste scene vedute in gioventù, sia negli insiemi, sia nei particolari. Anche
le sculture di Niccolò dell'Arca devono essere state sottoposte ad analisi da
parte del fiorentino, come il gruppo in cotto del Compianto sul Cristo morto,
dove il volto e il braccio di Gesù saranno richiamati di lì a breve nella Pietà
vaticana. Inoltre Michelangelo rimase colpito dall'incontro con la
pittura ferrarese, in particolare con le opere di Francesco del Cossa ed Ercole
de' Roberti, come il monumentale Polittico Griffoni, gli espressivi affreschi
della cappella Garganelli o la Pietà del de' Roberti[27]. L'imbroglio del
Cupido (1495-1496) Rientrato a Firenze nel dicembre 1495, quando la situazione
appariva ormai calmata, Michelangelo trovò un clima molto diverso. Nella città
dominata dal governo repubblicano di ispirazione savonaroliana erano nel
frattempo rientrati alcuni Medici. Si trattava di alcuni esponenti del ramo
cadetto che, per l'occasione, presero il nome di "Popolani" per
accattivarsi le simpatie del popolo, presentandosi come protettori e garanti
delle libertà comunali. Tra questi spiccava Lorenzo di Pierfrancesco,
bis-cugino del Magnifico, che era da tempo una figura chiave della cultura
cittadina, committente di Botticelli e di altri artisti. Fu lui a prendere
sotto protezione Michelangelo, commissionandogli due sculture, entrambe
perdute, un San Giovannino e un Cupido dormiente[27]. Il Cupido in
particolare fu al centro di una vicenda che portò di lì a poco Michelangelo a
Roma, in quello che può dirsi l'ultimo dei suoi fondamentali viaggi formativi.
Su suggerimento forse dello stesso Lorenzo e probabilmente all'insaputa di
Michelangelo, si decise di sotterrare il Cupido, per patinarlo come un reperto
archeologico e rivenderlo sul fiorente mercato delle opere d'arte antiche a
Roma. L'inganno riuscì, infatti di lì a poco, con l'intermediazione del
mercante Baldassarre Del Milanese, il cardinale di San Giorgio Raffaele Riario,
nipote di Sisto IV e uno dei più ricchi collezionisti del tempo, lo acquistò
per la cospicua somma di duecento ducati: Michelangelo ne aveva incassati per
la stessa opera appena trenta[27]. Poco dopo, tuttavia, le voci del fruttuoso
inganno si sparsero fino ad arrivare alle orecchie del cardinale, che per avere
conferma e richiedere indietro i soldi, spedì a Firenze un suo intermediario,
Jacopo Galli, che risalì a Michelangelo e riuscì ad avere conferma della
truffa. Il cardinale andò su tutte le furie, ma volle anche conoscere
l'artefice capace di emulare gli antichi facendoselo spedire a Roma, nel luglio
di quell'anno, dal Galli. Con quest'ultimo, in seguito, Michelangelo strinse un
solido e proficuo rapporto[27]. Primo soggiorno romano (1496-1501) Arrivo
a Roma e il Bacco (1496-1497) Michelangelo accettò senza indugio l'invito a
Roma del cardinale, nonostante questi fosse nemico giurato dei Medici: di nuovo
per convenienza voltava le spalle ai suoi protettori[30]. Arrivò a Roma
il 25 giugno 1496. Il giorno stesso il cardinale mostrò a Michelangelo la sua
manutenzione di sculture antiche, chiedendogli se se la sentiva di fare
qualcosa di simile. Neppure dieci giorni dopo, l'artista iniziò a scolpire una
statua a tutto tondo di un Bacco (oggi al Museo del Bargello), raffigurato come
un adolescente in preda all'ebbrezza, in cui è già leggibile l'impatto con la
statuaria classica: l'opera infatti presenta una resa naturalistica del corpo,
con effetti illusivi e tattili simili a quelli della scultura ellenistica;
inedita per l'epoca è l'espressività e l'elasticità delle forme, unite al tempo
stesso con un'essenziale semplicità dei particolari. Ai piedi di Bacco scolpì
un fauno che sta rubando qualche acino d'uva dalla mano del dio: questo gesto
destò molta ammirazione in tutti gli scultori del tempo poiché il giovane
sembra davvero mangiare dell'uva con grande realismo. Il Bacco è una delle
poche opere perfettamente finite di Michelangelo e dal punto di vista tecnico
segna il suo ingresso nella maturità artistica[31]. L'opera, forse
rifiutata dal cardinale Riario, rimase in casa di Jacopo Galli, dove
Michelangelo viveva. Il cardinale Riario mise a disposizione di Michelangelo la
sua cultura e la sua collezione, contribuendo con ciò in maniera determinante
al miglioramento del suo stile, ma soprattutto lo introdusse nell'ambiente
cardinalizio dal quale sarebbero arrivate presto importantissime commissioni.
Eppure, ancora una volta Michelangelo mostrò ingratitudine verso il mecenate di
turno: a proposito del Riario fece scrivere dal suo biografo Condivi che era un
ignorante e non gli aveva commissionato nulla[32]. Pietà
(1497-1499) S., Pietà, 1497-1499, marmo. Basilica di San Pietro, Città
del Vaticano. Grazie sempre all'intermediazione di Jacopo Galli, Michelangelo
ricevette altre importanti commissioni in ambito ecclesiastico, tra cui forse
la Madonna di Manchester, la tavola dipinta della Deposizione per
Sant'Agostino, forse il perduto dipinto con le Stigmate di san Francesco per
San Pietro in Montorio, e, soprattutto, una Pietà in marmo per la chiesa di
Santa Petronilla, oggi nella Basilica di San Pietro[33]. Quest'ultima
opera, che suggellò la definitiva consacrazione di Michelangelo nell'arte
scultorea - ad appena ventidue anni - era stata commissionata dal cardinale
francese Jean de Bilhères de La Groslaye, ambasciatore di Carlo VIII presso
papa Alessandro VI, che desiderava forse adoperarla per la propria sepoltura.
Il contatto tra i due dovette avvenire nel novembre 1497, in seguito al quale
l'artista partì alla volta di Carrara per scegliere un blocco di marmo
adeguato; la firma del contratto vero e proprio si ebbe poi solo nell'agosto
del 1498. Il gruppo, fortemente innovativo rispetto alla tradizione scultorea
delle Pietà tipicamente nordica, venne sviluppato con una composizione
piramidale, con la Vergine come asse verticale e il corpo morto del Cristo come
asse orizzontale, mediate dal massiccio panneggio. La finitura dei particolari
venne condotta alle estreme conseguenze, tanto da dare al marmo effetti di
traslucido e di cerea morbidezza. Entrambi i protagonisti mostrano un'età
giovane, tanto che sembra che lo scultore si sia ispirato al passo dantesco
"Vergine Madre, Figlia di tuo Figlio"[34]. La Pietà fu importante
nell'esperienza artistica di Michelangelo non solo perché fu il suo primo
capolavoro ma anche perché fu la prima opera da lui fatta in marmo di Carrara,
che da questo momento divenne la materia primaria per la sua creatività. A
Carrara l'artista manifestò un altro aspetto della personalità: la
consapevolezza del proprio talento. Lì infatti acquistò non solo il blocco di
marmo per la Pietà, ma anche diversi altri blocchi, nella convinzione che -
considerato il suo talento - le occasioni per utilizzarli non sarebbero mancate[35].
Cosa ancora più insolita per un artista di quei tempi, Michelangelo si convinse
che per scolpire le proprie statue non aveva bisogno di committenti: avrebbe
potuto scolpire di propria iniziativa opere da vendere una volta terminate. In
pratica Michelangelo diventava un imprenditore di sé stesso e investiva sul
proprio talento senza aspettare che altri lo facessero per lui[35].
Rientro a Firenze (1501-1504) Passaggio per Siena (1501) Nel 1501 Michelangelo
decise di tornare a Firenze. Prima di partire Jacopo Galli gli ottenne una
nuova commissione, questa volta per il cardinale Francesco Todeschini
Piccolomini, futuro papa Pio III. Si trattava di realizzare quindici statue di
Santi di grandezza leggermente inferiore al naturale, per l'altare Piccolomini
nel Duomo di Siena, composto architettonicamente una ventina di anni prima da
Andrea Bregno. Alla fine l'artista ne realizzò solo quattro (San Paolo, San
Pietro, un San Pio e San Gregorio), spedendole da Firenze fino al 1504, per di
più con un uso massiccio di aiuti. La commissione delle statue senesi,
destinate a nicchie anguste, iniziava infatti a essere ormai troppo stretta per
la sua fama, in luce soprattutto delle prestigiose opportunità che si stavano
profilando a Firenze[36]. Rientro a Firenze: il David (1501)
Michelangelo, David, 1501-1504, marmo. Galleria dell'Accademia, Firenze. Nel
1501 Michelangelo era già rientrato a Firenze, spinto da necessità legate a
"domestici negozi". Il suo ritorno coincise con l'avvio di una
stagione di commissioni di grande prestigio, che testimoniano la grande
reputazione che l'artista si era conquistato durante gli anni passati a
Roma. Il 16 agosto del 1501 l'Opera del Duomo di Firenze gli affidò ad
esempio una colossale statua del David da collocare in uno dei contrafforti
esterni posti nella zona absidale della cattedrale. Si trattava di un'impresa
resa complicata dal fatto che il blocco di marmo assegnato era stato
precedentemente sbozzato da Agostino di Duccio nel 1464 e da Antonio Rossellino
nel 1476, col rischio che fossero state ormai asportate porzioni di marmo
indispensabili alla buona conclusione del lavoro[38]. Nonostante la
difficoltà, Michelangelo iniziò a lavorare su quello che veniva chiamato
"il Gigante" nel settembre del 1501 e completò l'opera in tre anni.
L'artista affrontò il tema dell'eroe in maniera insolita rispetto
all'iconografia data dalla tradizione, rappresentandolo come un uomo giovane e
nudo, dall'atteggiamento pacato ma pronto a una reazione, quasi a
simboleggiare, secondo molti, il nascente ideale politico repubblicano, che
vedeva nel cittadino-soldato - e non nel mercenario - l'unico in grado di
difendere le libertà repubblicane. I fiorentini riconobbero immediatamente la
statua come un capolavoro. Così, anche se il David era nato per l'Opera del
Duomo e quindi per essere osservato da un punto di vista ribassato e non certo
frontale, la Signoria decise di farne il simbolo della città e come tale venne
collocata nel luogo col maggior valore simbolico: piazza della Signoria. A decidere
di questa collocazione della statua fu una commissione appositamente nominata e
composta dai migliori artisti della città, tra i quali Davide Ghirlandaio,
Simone del Pollaiolo, Filippino Lippi, Sandro Botticelli, Antonio e Giuliano da
Sangallo, Andrea Sansovino, Leonardo da Vinci, Pietro Perugino[39].
Leonardo da Vinci, in particolare, votò per una posizione defilata del David,
sotto una nicchia nella Loggia della Signoria, confermando le voci di rivalità
e cattivi rapporti tra i due geni[40]. Confronto tra il profilo del
Louvre e il profilo scultoreo di Palazzo Vecchio conosciuto come l'Importuno di
S. Contemporaneamente alla collocazione del David, Michelangelo potrebbe essere
stato coinvolto nella realizzazione del profilo scultoreo inciso sulla facciata
di Palazzo Vecchio conosciuto come L'Importuno di Michelangelo. L'ipotesi[41]
su un possibile coinvolgimento di Michelangelo nella creazione del profilo si
fonda sulla forte somiglianza di quest'ultimo con un profilo disegnato
dall'artista, databile agli inizi del XVI secolo, oggi conservato al
Louvre.[42] Inoltre il profilo fu probabilmente scolpito con il permesso delle
autorità cittadine, infatti la facciata di Palazzo Vecchio era costantemente
presieduta da guardie. Quindi il suo autore godeva di una certa considerazione
e libertà d'azione. Lo stile fortemente caratterizzato del profilo scolpito è
vicino a quello dei profili di teste maschili disegnati da Michelangelo nei
primi anni del XVI secolo. Quindi anche il ritratto scultoreo di Palazzo Vecchio
dovrebbe essere datato all'inizio del XVI secolo,[43] la sua esecuzione
coinciderebbe con la collocazione del David[44] e potrebbe forse rappresentare
uno dei membri della suddetta commissione.[45] Leonardo e Michelangelo
Leonardo dimostrò interesse per il David, copiandolo in un suo disegno (sebbene
non potesse condividere la spiccata muscolarità dell'opera), ma anche
Michelangelo fu influenzato dall'arte di Leonardo. Nel 1501 il maestro da Vinci
espose nella Santissima Annunziata un cartone con la Sant'Anna con la Vergine,
il Bambino e l'agnellino (perduto), che "fece maravigliare tutti
gl'artefici, ma finita ch'ella fu, nella stanza durarono due giorni d'andare a
vederla gl'uomini e le donne, i giovani et i vecchi"[46]. Lo stesso
Michelangelo vide il cartone, restando forse impressionato dalle nuove idee
pittoriche di avvolgimento atmosferico e di indeterminatezza spaziale e
psicologica, ed è quasi certo che l'abbia studiato, come dimostrano i disegni
di quegli anni, dai tratti più dinamici, con una maggiore animazione dei
contorni e con una maggiore attenzione al problema del legame tra le figure,
risolto spesso in gruppi articolati in maniera dinamica. La questione
dell'influenza leonardesca è un argomento controverso tra gli studiosi, ma una
parte di essi ne legge le tracce nei due tondi scultorei da lui eseguiti negli
anni immediatamente successivi[47]. Ampiamente riconosciute sono indubbiamente
due delle innovazioni stilistiche di Leonardo assunte e fatte proprie nello
stile di Michelangelo: la costruzione piramidale delle figure umane, ampie
rispetto agli sfondi naturali, e il "contrapposto", portato al
massimo grado dal Buonarroti, che rende dinamiche le persone i cui arti vediamo
spingersi in opposte direzioni spaziali. Nuove commissioni Tondo Taddei Tondo Doni Il David tenne
occupato Michelangelo fino al 1504, senza impedire però che si imbarcasse in
altri progetti, spesso a carattere pubblico, come il perduto David bronzeo per
un maresciallo del Re di Francia, una Madonna col Bambino per il mercante di
panni fiammingo Alexandre Mouscron per la sua cappella familiare a Bruges
(1503) e una serie di tondi. Nel 1503-1505 circa scolpì il Tondo Pitti,
realizzato in marmo su commissione di Bartolomeo Pitti e oggi al Museo del
Bargello. In questa scultura spicca il diverso rilievo dato ai soggetti, dalla
figura appena accennata di Giovanni Battista (precoce esempio di
"non-finito"), alla finitezza della Vergine, la cui testa ad
altorilievo arriva a uscire dal confine della cornice. Tra il 1503 e il
1504 realizzò un tondo dipinto per Agnolo Doni, rappresentante la Sacra
Famiglia con altre figure. In essa, i protagonisti sono grandiose proporzioni e
dinamicamente articolati, sullo sfondo di un gruppo di ignudi. I colori sono
audacemente vivaci, squillanti, e i corpi trattati in maniera scultorea ebbero
un effetto folgorante sugli artisti contemporanei. Evidente è qui il distacco
netto e totale dalla pittura leonardesca: per Michelangelo la migliore pittura
è quella che maggiormente si avvicina alla scultura, cioè quella che possedeva
il più elevato grado di plasticità possibile[48] e, dopo le prove a olio non
terminate che possiamo vedere a Londra, realizzerà qui un esempio di pittura
innovativa, pur con la tradizionale tecnica della tempera stesa con fitti
tratteggi incrociati. Curiosa è la vicenda legata al pagamento dell'opera: dopo
la consegna il Doni, mercante molto attento alle economie, stimò l'opera una
cifra "scontata" rispetto al pattuito, facendo infuriare l'artista
che si riprese la tavola, esigendo semmai il doppio del prezzo convenuto. Al
mercante non restò che pagare senza esitazione pur di ottenere il dipinto. Al
di là del valore aneddotico dell'episodio, lo si può annoverare fra i
primissimi esempi (se non il primo in assoluto) di ribellione dell'artista nei
confronti del committente, secondo il concetto allora assolutamente nuovo della
superiorità dell'artista-creatore rispetto al pubblico (e quindi alla
committenza)[49]. Del 1504-1506 circa è infine il marmoreo Tondo Taddei,
commissionato da Taddeo Taddei e ora alla Royal Academy of Arts di Londra: si
tratta di un'opera dall'attribuzione più incerta, dove comunque spicca
l'effetto non-finito, presente nel trattamento irregolare del fondo dal quale
le figure sembrano emergere, forse un omaggio all'indefinito spaziale e
all'avvolgimento atmosferico di Leonardo[50]. Gli Apostoli per il Duomo
(1503) Il 24 aprile 1503, Michelangelo ricevette anche un'impegnativa con i
consoli dell'Arte della Lana fiorentina per la realizzazione di dodici statue
marmoree a grandezza naturale degli Apostoli, destinate a decorare le nicchie
nei pilastri che reggono la cupola della cattedrale fiorentina, da completarsi
al ritmo di una all'anno[47]. Il contratto non poté essere onorato per
varie vicissitudini e l'artista fece in tempo a sbozzare solo un San Matteo,
uno dei primi, vistosi esempi di non-finito[47]. La Battaglia di Cascina
(1504) Copia del cartone della Battaglia di Cascina di Michelangelo,
eseguita da Aristotele da Sangallo nel 1542 e conservata presso la Holkham Hall
di Norfolk Tra l'agosto e il settembre 1504, gli venne commissionato un
monumentale affresco per la Sala Grande del Consiglio in Palazzo Vecchio che
doveva decorare una delle pareti, alta più di sette metri. L'opera doveva
celebrare le vittorie fiorentine, in particolare l'episodio della Battaglia di
Cascina, vinta contro i pisani nel 1364, che doveva andare a fare pendant con
la Battaglia di Anghiari dipinta da Leonardo sulla parete vicina[47].
Michelangelo fece in tempo a realizzare il solo cartone, sospeso nel 1505,
quando partì per Roma, e ripreso l'anno dopo, nel 1506, prima di andare
perduto; divenuto subito uno strumento di studio obbligatorio per i
contemporanei, e la sua memoria è tramandata sia da studi autografi sia da
copie di altri artisti. Più che sulla battaglia in sé, il dipinto si
focalizzava sullo studio anatomico delle numerose figure di "ignudi",
colte in pose di notevole sforzo fisico[47]. Il ponte sul Corno d'Oro
(1504 circa) Come riporta Ascanio Condivi, tra il 1504 e il 1506 il sultano di
Costantinopoli avrebbe proposto all'artista, la cui fama iniziava già a
travalicare i confini nazionali, di occuparsi della progettazione di un ponte
sul Corno d'Oro, tra Istanbul e Pera. Pare che l'artista avesse addirittura
preparato un modello per la colossale impresa e alcune lettere confermano
l'ipotesi di un viaggio nella capitale ottomana[51]. Si tratterebbe del
primo cenno alla volontà di imbarcarsi in un grande progetto di architettura,
molti anni prima dell'esordio ufficiale in quest'arte con la facciata per San
Lorenzo a Firenze[52]. Il progetto per il tamburo di Santa Maria del
Fiore (1507) Nell'estate 1507 Michelangelo fu incaricato dagli Operai di Santa
Maria del Fiore di presentare, entro la fine del mese di agosto, un disegno o
un modello per il concorso relativo al completamento del tamburo della cupola
del Brunelleschi[53]. Secondo Giuseppe Marchini, Michelangelo avrebbe inviato
alcuni disegni a un legnaiolo per la costruzione del modello, che lo stesso
studioso ha riconosciuto in quello identificato con il numero 143 nella serie
conservata presso il Museo dell'Opera del Duomo[54]. Questo presenta
un'impostazione sostanzialmente filologica, tesa a mantenere una certa
continuità con la preesistenza, mediante l'inserimento di una serie di
specchiature rettangolari in marmo verde di Prato allineate ai capitelli delle
paraste angolari; era prevista un'alta trabeazione, chiusa da un cornicione
dalle forme analoghe a quello di Palazzo Strozzi. Tuttavia questo modello non fu
accolto dalla commissione giudicatrice, che successivamente approvò il disegno
di Baccio d'Agnolo; il progetto prevedeva l'inserimento di un massiccio
ballatoio alla sommità, ma i lavori furono interrotti nel 1515, sia per lo
scarso favore ottenuto, sia a causa dell'opposizione di Michelangelo, che,
secondo il Vasari, definì l'opera di Baccio d'Agnolo una gabbia per
grilli[55]. Intorno al 1516 Michelangelo eseguì alcuni disegni
(conservati presso Casa Buonarroti) e fece costruire, probabilmente, un nuovo
modello ligneo, identificato, seppur con ampie riserve, col numero 144
nell'inventario del Museo dell'Opera di Santa Maria del Fiore[56]. Ancora una
volta si registra l'abolizione del ballatoio, a favore di un maggiore risalto
degli elementi portanti; in particolare un disegno mostra l'inserimento di alte
colonne binate libere in corrispondenza degli angoli dell'ottagono, sormontate
da una serie di cornici fortemente aggettanti (un'idea che sarà successivamente
elaborata anche per la cupola della basilica di San Pietro in Vaticano). Le
idee di Michelangelo non furono comunque concretizzate. A Roma sotto
Giulio II (1505-1513) Ricostruzione ipotetica del primo progetto per la
tomba di Giulio II (1505) La tomba di Giulio II, primo progetto (1505) Fu
probabilmente Giuliano da Sangallo a raccontare a papa Giulio II Della Rovere,
eletto nel 1503, gli strabilianti successi fiorentini di Michelangelo. Papa
Giulio infatti si era dedicato a un ambizioso programma di governo che
intrecciava saldamente politica e arte, circondandosi dei più grandi artisti
viventi (tra cui Bramante e, in seguito, Raffaello) nell'obiettivo di
restituire a Roma e alla sua autorità la grandezza del passato
imperiale[47]. Chiamato a Roma nel marzo 1505, S. ottenne il compito di
realizzare una sepoltura monumentale per il papa[57], da collocarsi nella
tribuna (in via di completamento) della basilica di San Pietro. Artista e
committente si accordarono in tempi relativamente brevi (appena due mesi) sul
progetto e sul compenso, permettendo a Michelangelo, riscosso un consistente
acconto, di dirigersi subito a Carrara per scegliere personalmente i blocchi di
marmo da scolpire[58]. Il primo progetto, noto tramite le fonti,
prevedeva una colossale struttura architettonica isolata nello spazio, con una
quarantina di statue, dimensionate in scala superiore al naturale, su tutte e
quattro le facciate dell'architettura[58]. Il lavoro di scelta ed
estrazione dei blocchi richiese otto mesi, dal maggio al dicembre del
1505[58]. Particolare dell'ipotetico profilo della montagna da
scolpire come un Colosso, Casa Buonarroti, 44 A[59] Ricostruzione
ipotetica del primo progetto per la tomba di Giulio II (1505)[57] Secondo il
fedele biografo Ascanio Condivi, in quel periodo Michelangelo pensò a un grandioso
progetto, di scolpire un colosso nella montagna stessa[59], che potesse guidare
i naviganti: i sogni di tale irraggiungibile grandezza facevano parte dopotutto
della personalità dell'artista e non sono ritenuti frutto della fantasia del
biografo, anche per l'esistenza di un'edizione del manoscritto con note
appuntate su dettature di S. stesso (in cui l'opera è definita "una
pazzia", ma che l'artista avrebbe realizzato se avesse potuto vivere di
più). Nella sua fantasia Michelangelo sognava di emulare gli antichi con
progetti che avrebbero richiamato meraviglie come il colosso di Rodi o la
statua gigantesca di Alessandro Magno che Dinocrates, citato in Vitruvio,
avrebbe voluto modellare nel Monte Athos. Rottura e riconciliazione con
il papa (1505-1508) Durante la sua assenza si mise in moto a Roma una sorta di
complotto ai danni di Michelangelo, mosso dalle invidie tra gli artisti della
cerchia papale. La scia di popolarità che aveva anticipato l'arrivo a Roma
dello scultore fiorentino doveva infatti averlo reso subito impopolare tra gli
artisti al servizio di Giulio II, minacciando il favore del pontefice e la
relativa disposizione dei fondi che, per quanto immensi, non erano infiniti.
Pare che fu in particolare il Bramante, architetto di corte incaricato di avviare
- pochi mesi dopo la stipula del contratto della tomba - il grandioso progetto
di rinnovo della basilica costantiniana, a distogliere l'attenzione del papa
dal progetto della sepoltura, giudicata di cattivo auspicio per una persona
ancora in vita e nel pieno di ambiziosi progetti[60]. La targa che
a Bologna ricorda il soggiorno di S. del 1506 e la fusione della perduta statua
di Giulio II benedicente Fu così che
nella primavera del 1506 Michelangelo, mentre tornava a Roma carico di marmi e
di aspettative dopo gli estenuanti mesi di lavoro nelle cave, fece l'amara
scoperta che il suo progetto mastodontico non era più al centro degli interessi
del papa, accantonato in favore dell'impresa della basilica e di nuovi piani
bellici contro Perugia e Bologna[61]. Il Buonarroti chiese invano
un'udienza chiarificatrice per avere la conferma della commissione ma, non
riuscendo a farsi ricevere nonché sentendosi minacciato (scrisse «s'i' stava a
Roma penso che fussi fatta prima la sepoltura mia, che quella del papa»[61]),
fuggì da Roma sdegnato e in tutta fretta, il 18 aprile 1506. A niente servirono
i cinque corrieri papali mandati per dissuaderlo e tornare indietro, che lo
inseguirono raggiungendolo a Poggibonsi. Rintanato nell'amata e protettiva
Firenze, riprese alcuni lavori interrotti, come il San Matteo e la Battaglia di
Cascina. Ci vollero ben tre brevi del papa inviati alla Signoria di Firenze e
le continue insistenze del gonfaloniere Pier Soderini («Noi non vogliamo per te
far guerra col papa e metter lo Stato nostro a risico»), perché Michelangelo
prendesse infine in considerazione l'ipotesi della riconciliazione[61].
L'occasione venne data dalla presenza del papa a Bologna, dove aveva sconfitto
i Bentivoglio: qui l'artista raggiunse il pontefice il 21 novembre 1506 e, in
un incontro all'interno del Palazzo D'Accursio, narrato con toni coloriti dal
Condivi, ottenne l'incarico di fondere una scultura in bronzo che
rappresentasse lo stesso pontefice a figura intera, seduto e in grande
dimensione, da collocare al di sopra della Porta Magna di Jacopo della Quercia,
nella facciata della basilica civica di San Petronio. L'artista si fermò
quindi a Bologna per il tempo necessario all'impresa, circa due anni. A luglio
1507 avvenne la fusione e l'opera venne scoperta e installata, ma non ebbe vita
lunga. Poco amata per l'espressione del papa-conquistatore, più minacciosa che
benevolente, fu abbattuta in una notte del 1511, durante il rovesciamento dalla
città e il rientro temporaneo dei Bentivoglio[61]. I rottami, quasi cinque
tonnellate di metallo, vennero inviati al duca di Ferrara Alfonso d'Este,
rivale del papa, che li fuse in una bombarda, battezzata per dileggio la
Giulia, mentre la testa bronzea era conservata in un armadio[62]. Una parvenza
di come doveva apparire questo bronzo michelangiolesco possiamo averla
osservando la scultura di Gregorio XIII, ancora oggi conservata sul portale del
vicino Palazzo Comunale, forgiata da Alessandro Menganti nel 1580. La
volta della Cappella Sistina (1508-1512) Lo stesso argomento in
dettaglio: Volta della Cappella Sistina. La volta della Cappella
Sistina «Senza aver visto la Cappella
Sistina non è possibile formare un'idea completa di ciò che un uomo è capace di
raggiungere.» (Johann Wolfgang von Goethe) I rapporti con Giulio II
rimasero comunque sempre tempestosi, per il forte temperamento che li
accomunava, irascibile e orgoglioso, ma anche estremamente ambizioso. A marzo
del 1508 l'artista si sentiva sciolto dagli obblighi col pontefice, prendendo
in affitto una casa a Firenze e dedicandosi ai progetti sospesi, in particolare
quello degli Apostoli per la cattedrale. Nell'aprile Pier Soderini gli
manifestò la volontà di affidargli una scultura di Ercole e Caco. Il 10 maggio
però un breve papale lo raggiunge aggiungendogli di presentarsi alla corte
papale[63]. Subito Giulio II decise di occupare l'artista con una nuova,
prestigiosa impresa, la ridecorazione della volta della Cappella Sistina. A
causa del processo di assestamento dei muri, si era infatti aperta, nel maggio
del 1504, una crepa nel soffitto della cappella rendendola inutilizzabile per
molti mesi; rinforzata con catene poste nel locale sovrastante da Bramante, la
volta aveva bisogno però di essere ridipinta. L'impresa si dimostrava di
proporzioni colossali ed estremamente complessa, ma avrebbe dato a S.
l'occasione di dimostrare la sua capacità di superare i limiti in un'arte quale
la pittura, che tutto sommato non sentiva come sua e non gli era congeniale.
L'8 maggio di quell'anno l'incarico venne dunque accettato e
formalizzato[64]. Come nel progetto della tomba, anche l'impresa della
Sistina fu caratterizzata da intrighi e invidie ai danni di Michelangelo, che
sono documentati da una lettera del carpentiere e capomastro fiorentino Piero
Rosselli spedita a Michelangelo il 10 maggio 1506. In essa il Rosselli racconta
di una cena servita nelle stanze vaticane qualche giorno prima, a cui aveva
assistito. Il papa in quell'occasione aveva confidato a Bramante l'intenzione
di affidare a Michelangelo la ridipintura della volta, ma l'architetto urbinate
aveva risposto sollevando dubbi sulle reali capacità del fiorentino,
scarsamente esperto nell'affresco. Nel contratto del primo progetto erano
previsti dodici apostoli nei peducci, mentre nel campo centrale partimenti con
decorazioni geometriche. Di questo progetto rimangono due disegni di
Michelangelo, uno al British Museum e uno a Detroit. Ignudo
Insoddisfatto, l'artista ottenne di poter ampliare il programma iconografico,
raccontando la storia dell'umanità "ante legem", cioè prima che Dio
inviasse le Tavole della Legge: al posto degli Apostoli mise sette Profeti e
cinque Sibille, assisi su troni fiancheggiati da pilastrini che sorreggono la
cornice; quest'ultima delimita lo spazio centrale, diviso in nove scompartimenti
attraverso la continuazione delle membrature architettoniche ai lati di troni;
in questi scomparti sono raffigurati episodi tratti della Genesi, disposti in
ordine cronologico partendo dalla parete dell'altare: Separazione della luce
dalle tenebre, Creazione degli astri e delle piante, Separazione della terra
dalle acque, Creazione di Adamo, Creazione di Eva, Peccato originale e cacciata
dal Paradiso terrestre, Sacrificio di Noè, Diluvio universale, Ebbrezza di Noè;
nei cinque scomparti che sormontano i troni lo spazio si restringe lasciando
posto a Ignudi che reggono ghirlande con foglie di quercia, allusione al casato
del papa cioè Della Rovere, e medaglioni bronzei con scene tratte dall'Antico
Testamento; nelle lunette e nelle vele vi sono le quaranta generazioni degli
Antenati di Cristo, riprese dal Vangelo di Matteo; infine nei pennacchi
angolari si trovano quattro scene bibliche, che si riferiscono ad altrettanti
eventi miracolosi a favore del popolo eletto: Giuditta e Oloferne, Davide e
Golia, Punizione di Aman e il Serpente di bronzo. L'insieme è organizzato in un
partito decorativo complesso, che rivela le sue indubbie capacità anche in
campo architettonico,[65][66] destinate a rivelarsi pienamente negli ultimi
decenni della sua attività[67]. Il tema generale degli affreschi della
volta è il mistero della Creazione di Dio, che raggiunge il culmine nella
realizzazione dell'uomo a sua immagine e somiglianza. Con l'incarnazione di
Cristo, oltre a riscattare l'umanità dal peccato originale, si raggiunge il
perfetto e ultimo compimento della creazione divina, innalzando l'uomo ancora
di più verso Dio. In questo senso appare più chiara la celebrazione che fa
Michelangelo della bellezza del corpo umano nudo. Inoltre la volta celebra la
concordanza fra Antico e Nuovo Testamento, dove il primo prefigura il secondo,
e la previsione della venuta di Cristo in ambito ebraico (con i profeti) e
pagano (con le sibille). Creazione di Adamo[68] Montato il
ponteggio Michelangelo iniziò a dipingere le tre storie di Noè gremite di
personaggi. Il lavoro, di per sé massacrante, era aggravato
dall'insoddisfazione di sé tipica dell'artista, dai ritardi nel pagamento dei
compensi e dalle continue richieste di aiuto da parte dei familiari[6]. Nelle
scene successive la rappresentazione divenne via via più essenziale e
monumentale: il Peccato originale e cacciata dal Paradiso terrestre e la
Creazione di Eva mostrano corpi più massicci e gesti semplici ma retorici; dopo
un'interruzione dei lavori, e vista la volta dal basso nel suo complesso e
senza i ponteggi, lo stile di Michelangelo cambiò, accentuando maggiormente la
grandiosità e l'essenzialità delle immagini, fino a rendere la scena occupata
da un'unica grandiosa figura annullando ogni riferimento al paesaggio circostante,
come nella Separazione della luce dalle tenebre. Nel complesso della volta
queste variazioni stilistiche non si notano, anzi vista dal basso gli affreschi
hanno un aspetto perfettamente unitario, dato anche dall'uso di un'unica,
violenta cromia, recentemente riportata alla luce dal restauro concluso nel
1994. In definitiva, la difficile sfida su un'impresa di dimensioni
colossali e con una tecnica a lui non congeniale, con il diretto confronto coi
grandi maestri fiorentini presso i quali si era formato (a partire da
Ghirlandaio), poté dirsi pienamente riuscita oltre ogni aspettativa[64]. Lo
straordinario affresco venne inaugurato la vigilia di Ognissanti del 1512[67].
Qualche mese dopo Giulio II moriva. Il secondo e terzo progetto per la
tomba di Giulio II Lo stesso argomento in dettaglio: Tomba di Giulio
II. Mosè Nel febbraio 1513, con la
morte del papa, gli eredi decisero di riprendere il progetto della tomba
monumentale, con un nuovo disegno e un nuovo contratto nel maggio di
quell'anno. Si può immaginare Michelangelo desideroso di riprendere lo
scalpello, dopo quattro anni di estenuante lavoro in un'arte che non era la sua
prediletta. La modifica più sostanziale del nuovo monumento era l'addossamento
a una parete e l'eliminazione della camera mortuaria, caratteristiche che
vennero mantenute fino al progetto finale. L'abbandono del monumento isolato,
troppo grandioso e dispendioso per gli eredi, comportò un maggiore affollamento
di statue sulle facce visibili. Ad esempio le quattro figure sedute, invece che
disporsi sulle due facciate, erano adesso previste in prossimità dei due angoli
sporgenti sulla fronte. La zona inferiore aveva una partitura analoga, ma senza
il portale centrale, sostituito da una fascia liscia che evidenziava
l'andamento ascensionale. Lo sviluppo laterale era ancora consistente, poiché
era ancora previsto il catafalco in posizione perpendicolare alla parete, sul
quale la statua del papa giacente era retta, da due figure alate. Nel registro
inferiore invece, su ciascun lato, restava ancora spazio per due nicchie che
riprendevano lo schema del prospetto anteriore. Più in alto, sotto una corta
volta a tutto sesto retta da pilastri, si trovava una Madonna col Bambino entro
una mandorla e altre cinque figure[61]. Tra le clausole contrattuali
c'era anche quella che legava l'artista, almeno sulla carta, a lavorare
esclusivamente alla sepoltura papale, con un termine massimo di sette anni per
il completamento[69]. Lo scultore si mise al lavoro di buona lena e
sebbene non rispettò la clausola esclusiva per non precludersi ulteriori
guadagni extra (come scolpendo il primo Cristo della Minerva, nel 1514),
realizzò i due Prigioni oggi al Louvre (Schiavo morente e Schiavo ribelle) e il
Mosè, che poi venne riutilizzato nella versione definitiva della tomba[69]. I
lavori vennero spesso interrotti per viaggi alle cave di Carrara. Nel
luglio 1516 si giunse a un nuovo contratto per un terzo progetto, che riduceva
il numero delle statue. I lati vennero accorciati e il monumento andava assumendo
così l'aspetto di una monumentale facciata, mossa da decorazioni scultoree. Al
posto della partitura liscia al centro della facciata (dove si trovava la
porta) viene forse previsto un rilievo bronzeo e, nel registro superiore, il
catafalco viene sostituito da una figura del papa sorretto come in una Pietà da
due figure sedute, coronate da una Madonna col Bambino sotto una nicchia[61]. I
lavori alla sepoltura vengono bruscamente interrotti dalla commissione da parte
di Leone X dei lavori alla basilica di San Lorenzo[52]. Michelangelo e
Sebastiano del Piombo In quegli stessi anni, una competizione sempre più accesa
con l'artista dominante della corte papale, Raffaello, lo portò a stringere un
sodalizio con un altro talentuoso pittore, il veneziano Sebastiano del Piombo.
Occupato da altri incarichi, S. spesso forniva disegni e cartoni al collega,
che li trasformava in pittura. Tra questi ci fu ad esempio la Pietà di
Viterbo. Nel 1516 nacque una competizione tra Sebastiano e Raffaello,
scatenata da una doppia commissione del cardinale Giulio de' Medici per due
pale destinate alla sua sede di Narbona, in Francia. Michelangelo offrì un
cospicuo aiuto a Sebastiano, disegnando la figura del Salvatore e del
miracolato nella tela della Resurrezione di Lazzaro (oggi alla National Gallery
di Londra). L'opera di Raffaello invece, la Trasfigurazione, venne completata
solo dopo la scomparsa dell'artista nel 1520[71]. A Firenze per i papi
medicei La facciata di San Lorenzo (1516-1519) Il modello ligneo del
progetto di Michelangelo per San Lorenzo Nel frattempo il figlio di Lorenzo il
Magnifico, Giovanni, era salito al soglio pontificio col nome di Leone X e la
città di Firenze era tornata ai Medici nel 1511, comportando la fine del
governo repubblicano con alcune apprensioni in particolare per i parenti di
Michelangelo, che avevano perso incarichi d'ordine politico e i relativi
compensi[72]. Michelangelo lavorò per il nuovo papa fin dal 1514, quando rifece
la facciata della sua cappella a Castel Sant'Angelo (dal novembre, opera
perduta); nel 1515 la famiglia Buonarroti ottenne dal papa il titolo di conti
palatini[73]. In occasione di un viaggio del papa a Firenze nel 1516, la
facciata della chiesa "di famiglia" dei Medici, San Lorenzo, era
stata ricoperta di apparati effimeri realizzati da Jacopo Sansovino e Andrea
del Sarto. Il pontefice decise allora di indire un concorso per realizzare una
vera facciata, a cui parteciparono Giuliano da Sangallo, Raffaello, Andrea e
Jacopo Sansovino, nonché S. stesso, su invito del papa. La vittoria andò a
quest'ultimo, all'epoca impegnato a Carrara e Pietrasanta per scegliere i marmi
per il sepolcro di Giulio II[72]. Il contratto è datato 19 gennaio
1518[73]. Il progetto di Michelangelo, per il quale vennero eseguiti
numerosi disegni e ben due modelli lignei (uno è oggi a Casa Buonarroti)
prevedeva una struttura a nartece con un prospetto rettangolare, forse ispirato
a modelli di architettura classica, scandito da potenti membrature animate da
statue in marmo, bronzo e da rilievi. Si sarebbe trattato di un passo
fondamentale in architettura verso una concezione nuova di facciata, non più
basata sulla mera aggregazione di elementi singoli, ma articolata in modo
unitario, dinamico e fortemente plastico[74]. Il lavoro procedette però a
rilento, a causa della scelta del papa di servirsi dei più economici marmi di
Seravezza, la cui cava era mal collegata col mare, rendendo difficile il loro
trasporto per via fluviale fino a Firenze. Nel settembre 1518 Michelangelo
sfiorò anche la morte per una colonna di marmo che, durante il trasporto su un
carro, si staccò colpendo micidialmente un operaio accanto a lui, un evento che
lo sconvolse profondamente, come raccontò in una lettera a Berto da Filicaia
datata 14 settembre 1518[75]. In Versilia S. creò la strada per il trasporto
dei marmi, ancora oggi esistente (anche se ampliata nel 1567 da Cosimo I). I
blocchi venivano calati dalla cava di Trambiserra ad Azzano, davanti al Monte
Altissimo, fino al Forte dei Marmi (insediamento sorto proprio in quell'occasione)
e da lì imbarcate in mare e spedite a Firenze tramite l'Arno. Nel marzo
1520 il contratto fu rescisso, per la difficoltà dell'impresa e i costi
elevati. In quel periodo S. lavorò ai Prigioni per la tomba di Giulio II, in
particolare ai quattro incompiuti oggi alla Galleria dell'Accademia. Scolpì
probabilmente anche la statua del Genio della Vittoria di Palazzo Vecchio e
alla nuova versione del Cristo risorto per Metello Vari (opera portata a Roma
nel 1521), rifinita da suoi assistenti e posta nella basilica di Santa Maria
sopra Minerva[72]. Tra le commissioni ricevute e non portate a termine c'è una
consulenza per Pier Soderini, per una cappella nella chiesa romana di San
Silvestro in Capite (1518)[76]. La Sagrestia Nuova Lo stesso argomento in dettaglio: Sagrestia
Nuova. Sagrestia Nuova Il mutamento dei desideri papali venne causato dai
tragici eventi familiari legati alla morte degli ultimi eredi diretti della
dinastia medicea: Giuliano Duca di Nemours nel 1516 e, soprattutto, Lorenzo
Duca d'Urbino nel 1519. Per ospitare degnamente i resti dei due cugini, nonché
quelli dei fratelli Magnifici Lorenzo e Giuliano, rispettivamente padre e zio
di Leone X, il papa maturò l'idea di creare una monumentale cappella funebre,
la Sagrestia Nuova, da ospitare nel complesso di San Lorenzo. L'opera venne
affidata a Michelangelo prima ancora del definitivo annullamento della
commissione della facciata; dopotutto l'artista poco tempo prima, il 20 ottobre
1519, si era offerto al pontefice per realizzare una sepoltura monumentale per
Dante in Santa Croce, manifestando quindi la sua disponibilità a nuovi
incarichi[72]. La morte di Leone sospese il progetto solo per breve tempo,
poiché già nel 1523 venne eletto suo cugino Giulio, che prese il nome di
Clemente VII e confermò a Michelangelo tutti gli incarichi[72]. Il primo
progetto michelangiolesco era quello di un monumento isolato al centro della
sala ma, in seguito a discussioni con i committenti, lo cambiò prevedendo di
collocare le tombe dei Capitani addossate al centro delle pareti laterali,
mentre quelle dei Magnifici, addossate entrambe alla parete di fondo davanti
all'altare. L'opera venne iniziata nel 1525 circa: la struttura in pianta
si rifaceva alla Sagrestia Vecchia, sempre nella chiesa di San Lorenzo, del
Brunelleschi: a pianta quadrata e con piccolo sacello anch'esso quadrato.
Grazie alle membrature, in pietra serena e a ordine gigante, l'ambiente
acquista un ritmo più serrato e unitario; inserendo tra le pareti e le lunette
un mezzanino e aprendo tra queste ultime delle finestre architravate, dà alla
sala un potente senso ascensionale concluso nella volta a cassettoni di
ispirazione antica. Le tombe che sembrano far parte della parete,
riprendono nella parte alta le edicole, che sono inserite sopra le otto porte
dell'ambiente, quattro vere e quattro finte. Le tombe dei due capitani si
compongono di un sarcofago curvilineo sormontato da due statue distese con le
Allegorie del Tempo: in quella di Lorenzo il Crepuscolo e l'Aurora, mentre in
quella di Giuliano la Notte e il Giorno. Si tratta di figure massicce e dalle
membra poderose che sembrano gravare sui sarcofagi quasi a spezzarli e a
liberare le anime dei defunti, ritratti nelle statue inserite sopra di essi.
Inserite in una nicchia della parete, le statue non sono riprese dal vero ma
idealizzate mentre contemplano: Lorenzo in una posa pensierosa e Giuliano con
uno scatto repentino della testa. La statua posta sull'altare con la Madonna
Medici è simbolo di vita eterna ed è fiancheggiata dalle statue dei Santi Cosma
e Damiano (protettori dei Medici) eseguite su disegno del Buonarroti,
rispettivamente da Giovanni Angelo Montorsoli e Raffaello da Montelupo.
All'opera, anche se non continuativamente, Michelangelo lavorò fino al 1534,
lasciandola incompiuta: senza i monumenti funebri dei Magnifici, le sculture
dei Fiumi alla base delle tombe dei Capitani e, forse, di affreschi nelle
lunette. Si tratta comunque di uno straordinario esempio di simbiosi perfetta
tra scultura e architettura[77]. Nel frattempo S. continuava a ricevere
altre commissioni che solo in piccola parte eseguiva: nell'agosto 1521 inviò a
Roma il Cristo della Minerva, nel 1522 un certo Frizzi gli commissionò una
tomba a Bologna e il cardinale Fieschi gli chiese una Madonna scolpita,
entrambi progetti mai eseguiti[76]; nel 1523 ricevette nuove sollecitazioni da
parte degli eredi di Giulio II, in particolare Francesco Maria Della Rovere, e
lo stesso anno gli venne commissionata, senza successo, una statua di Andrea
Doria da parte del Senato genovese, mentre il cardinal Grimani, patriarca di
Aquileia, gli chiese un dipinto o una scultura mai eseguiti[76]. Nel 1524 papa
Clemente gli commissionò la biblioteca Medicea Laurenziana, i cui lavori
avviarono a rilento, e un ciborio (1525) per l'altare maggiore di San Lorenzo,
sostituito poi dalla Tribuna delle reliquie; nel 1526 si arrivò a una
drammatica rottura coi Della Rovere per un nuovo progetto, più semplice, per la
tomba di Giulio II, che venne rifiutato[72]. Altre richieste inevase di
progetti di tombe gli pervengono dal duca di Suessa e da Barbazzi canonico di
San Petronio a Bologna[72]. L'insurrezione e l'assedio (1527-1530)
Copia dalla Leda e il cigno di Michelangelo, alla National Gallery di Londra Un
motivo comune nella vicenda biografica di Michelangelo è l'ambiguo rapporto con
i propri committenti, che più volte ha fatto parlare di ingratitudine
dell'artista verso i suoi patrocinatori. Anche con i Medici il suo rapporto fu
estremamente ambiguo: nonostante siano stati loro a spingerlo verso la carriera
artistica e a procurargli commissioni di altissimo rilievo, la sua convinta
fede repubblicana lo portò a covare sentimenti di odio contro di essi,
vedendoli come la principale minaccia contro la libertas fiorentina[77].
Fu così che nel 1527, arrivata in città la notizia del Sacco di Roma e del
durissimo smacco inferto a papa Clemente, la città di Firenze insorse contro il
suo delegato, l'odiato Alessandro de' Medici, cacciandolo e instaurando un
nuovo governo repubblicano. Michelangelo aderì pienamente al nuovo regime, con
un appoggio ben oltre il piano simbolico. Il 22 agosto 1528 si mise al
servizio del governo repubblicano, riprendendo la vecchia commissione
dell'Ercole e Caco (ferma dal 1508), che propose di mutare in un Sansone con
due filistei[72]. Il 10 gennaio 1529 venne nominato membro dei "Nove di
milizia", occupandosi di nuovi piani difensivi, specie per il colle di San
Miniato al Monte. Il 6 aprile di quell'anno riceve l'incarico di
"Governatore generale sopra le fortificazioni", in previsione
dell'assedio che le forze imperiali si apprestavano a cingere[77]. Visitò
appositamente Pisa e Livorno nell'esercizio del proprio ufficio, e si recò
anche a Ferrara per studiarne le fortificazioni (qui Alfonso I d'Este gli
commissionò una Leda e il cigno, poi andata perduta), rientrando a Firenze il 9
settembre[72]. Preoccupato per l'aggravarsi della situazione, il 21 settembre
fuggì a Venezia, in previsione di trasferirsi in Francia alla corte di
Francesco I, che però non gli aveva ancora fatto offerte concrete. Qui venne
però raggiunto prima dal bando del governo fiorentino che lo dichiarò ribelle,
il 30 settembre. Tornò allora nella sua città il 15 novembre, riprendendo la
direzione delle fortezze[72]. Di questo periodo rimangono disegni di fortificazione,
realizzate attraverso una complicata dialettica di forme concave e convesse che
sembrano macchine dinamiche atte all'offesa e alla difesa. Con l'arrivo degli
Imperiali a minacciare la città, a lui è attribuita l'idea di usare la platea
di San Miniato al Monte come avamposto con cui cannoneggiare sul nemico,
proteggendo il campanile dai pallettoni nemici con un'armatura fatta di
materassi imbottiti. Le forze in campo per gli assedianti erano però
soverchianti e con la sua disperata difesa la città non poté altro che
negoziare un trattato, in parte poi disatteso, che evitasse la distruzione e il
saccheggio che pochi anni prima avevano colpito Roma. All'indomani del ritorno
dei Medici in città (12 agosto 1530) Michelangelo, che sapeva di essersi fortemente
compromesso e temendo quindi una vendetta, si nasconde rocambolescamente e
riuscì a fuggire dalla città (settembre 1530), riparando a Venezia[77]. Qui
restò brevemente, assalito da dubbi sul da farsi. In questo breve periodo
soggiornò all'isola della Giudecca per mantenersi lontano dalla vita sfarzosa
dell'ambiente cittadino e leggenda vuole che avesse presentato un modello per
il ponte di Rialto al doge Andrea Gritti. La sala di lettura della
Biblioteca Medicea Laurenziana Lo scalone nel vestibolo della Biblioteca
Medicea Laurenziana La Biblioteca Medicea Laurenziana Il perdono di Clemente VII non si fece però
attendere, a patto che l'artista riprendesse immediatamente i lavori a San
Lorenzo dove, oltre alla Sagrestia, si era aggiunto cinque anni prima il
progetto di una monumentale libreria. È chiaro come il papa fosse mosso, più
che dalla pietà verso l'uomo, dalla consapevolezza di non poter rinunciare
all'unico artista capace di dare forma ai sogni di gloria della sua dinastia,
nonostante la sua indole contrastata[77]. All'inizio degli anni trenta scolpì
anche un Apollino per Baccio Valori, il feroce governatore di Firenze imposto
dal papa[72]. La biblioteca pubblica, annessa alla chiesa di San Lorenzo,
venne interamente progettata dal Buonarroti: nella sala di lettura si rifece al
modello della biblioteca di Michelozzo in San Marco, eliminando la divisione in
navate e realizzando un ambiente con le mura scandite da finestre sormontate da
mezzanini tra pilastrini, tutti con modanature in pietra serena. Disegnò anche
i banchi in legno e forse lo schema di soffitto intagliato e pavimento con
decorazioni in cotto, organizzati in medesime partiture. Il capolavoro del
progetto è il vestibolo, con un forte slancio verticale dato dalle colonne
binate che cingono il portale timpanato e dalle edicole sulle pareti.
Solo nel 1558 Michelangelo fornì il modello in argilla per lo scalone, da lui
progettato in legno, ma realizzato per volere di Cosimo I de' Medici, in pietra
serena: le ardite forme rettilinee e ellittiche, concave e convesse, vengono
indicate come una precoce anticipazione dello stile barocco. Il 1531 fu
un anno intenso: eseguì il cartone del Noli me tangere, proseguì i lavori alla
Sagrestia e alla Liberia di San Lorenzo e per la stessa chiesa progettò la
Tribuna delle reliquie; Inoltre gli vennero chiesti, senza esito, un progetto
dal duca di Mantova, il disegno di una casa da Baccio Valori, e una tomba per
il cardinale Cybo; le fatiche lo condussero anche a una grave malattia.
Nell'aprile 1532 si ebbe il quarto contratto per la tomba di Giulio II, con
solo sei statue. In quello stesso anno Michelangelo conobbe a Roma
l'intelligente e bellissimo Tommaso de' Cavalieri, con il quale si legò
appassionatamente, dedicandogli disegni e composizioni poetiche[72]. Per lui
approntò, tra l'altro, i disegni col Ratto di Ganimede e la Caduta di Fetonte,
che sembrano precorrere, nella potente composizione e nel tema del compiersi
fatale del destino, il Giudizio universale[78]. Rapporti molto tesi ebbe, invece,
con il guardarobiere pontificio e Maestro di Camera Pietro Giovanni Aliotti,
futuro vescovo di Forlì, che Michelangelo, considerandolo troppo impiccione,
chiamava il Tantecose. Il 22 settembre 1533 incontrò a San Miniato al
Tedesco Clemente VII e, secondo la tradizione, in quell'occasione si parlò per
la prima volta della pittura di un Giudizio universale nella Sistina[72]. Lo
stesso anno morì il padre Ludovico[72]. Nel 1534 gli incarichi fiorentini
procedevano ormai sempre più stancamente, con un ricorso sempre maggiore di
aiuti[79]. L'epoca di Paolo III Il
Giudizio universale Giudizio
universale Cristo, dettaglio del Giudizio universale L'artista non
approvava il regime politico tiranneggiante del duca Alessandro, per cui con
l'occasione di nuovi incarichi a Roma, tra cui il lavoro per gli eredi di
Giulio II, lasciò Firenze dove non mise mai più piede, nonostante gli
accattivanti inviti di Cosimo I negli anni della vecchiaia[79]. Clemente
VII gli aveva commissionato la decorazione della parete di fondo della Cappella
Sistina con il Giudizio universale, ma non fece in tempo a vedere nemmeno
l'inizio dei lavori, perché morì pochi giorni dopo l'arrivo dell'artista a
Roma. Mentre l'artista riprendeva la Sepoltura di papa Giulio, venne eletto al
soglio pontificio Paolo III, che non solo confermò l'incarico del Giudizio, ma
nominò anche Michelangelo pittore, scultore e architetto del Palazzo
Vaticano. I lavori alla Sistina poterono essere avviati alla fine del
1536, per proseguire fino all'autunno del 1541. Per liberare l'artista dagli
incarichi verso gli eredi Della Rovere Paolo III arrivò a emettere un motu
proprio il 17 novembre 1536[72]. Se fino ad allora i vari interventi alla
cappella papale erano stati coordinati e complementari, con il Giudizio si
assistette al primo intervento distruttivo, che sacrificò la pala dell'Assunta
di Perugino, le prime due storie quattrocentesche di Gesù e di Mosè e due
lunette dipinte dallo stesso Michelangelo più di vent'anni prima[79]. Al
centro dell'affresco vi è il Cristo giudice con vicino la Madonna che rivolge
lo sguardo verso gli eletti; questi ultimi formano un'ellissi che segue i
movimenti del Cristo in un turbine di santi, patriarchi e profeti. A differenza
delle rappresentazioni tradizionale, tutto è caos e movimento, e nemmeno i
santi sono esentati dal clima di inquietudine, attesa, se non paura e sgomento
che coinvolge espressivamente i partecipanti. Le licenze iconografiche,
come i santi senza aureola, gli angeli apteri e il Cristo giovane e senza
barba, possono essere allusioni al fatto che davanti al giudizio ogni singolo
uomo è uguale. Questo fatto, che poteva essere letto come un generico richiamo
ai circoli della Riforma Cattolica, unitamente alla nudità e alla posa
sconveniente di alcune figure (santa Caterina d'Alessandria prona con alle
spalle san Biagio), scatenarono contro l'affresco i severi giudizi di buona
parte della curia. Dopo la morte dell'artista, e col mutato clima culturale
dovuto anche al Concilio di Trento, si arrivò al punto di provvedere al
rivestimento dei nudi e alla modifica delle parti più sconvenienti. Una
statua equestre Nel 1537, verso febbraio, il duca d'Urbino Francesco Maria I
Della Rovere gli chiese un abbozzo per un cavallo destinato forse a un
monumento equestre, che risulta completato il 12 ottobre. L'artista però si
rifiutò di inviare il progetto al duca, poiché insoddisfatto. Dalla
corrispondenza si apprende anche che entro i primi di luglio Michelangelo gli
aveva progettato anche una saliera: la precedenza del duca rispetto a tante
commissioni inevase di Michelangelo è sicuramente legata alla pendenza dei
lavori alla tomba di Giulio II, di cui Francesco Maria era erede. Quello
stesso anno a Roma riceve la cittadinanza onoraria in Campidoglio[76].
Piazza del Campidoglio Piazza del Campidoglio in una stampa di Étienne
Dupérac (1568) Paolo III, al pari dei suoi predecessori, fu un entusiasta
committente di Michelangelo. Con il trasferimento sul Campidoglio della
statua equestre di Marco Aurelio, simbolo dell'autorità imperiale e per
estensione della continuità tra la Roma imperiale e quella papale, il papa
incaricò Michelangelo, nel 1538, di studiare la ristrutturazione della piazza,
centro dell'amministrazione civile romana fin dal Medioevo e in stato di
degrado[76]. Tenendo conto delle preesistenze vennero mantenuti e
trasformati i due edifici esistenti, già ristrutturati nel XV secolo da
Rossellino, realizzando di conseguenza la piazza a pianta trapezoidale con
sullo sfondo il palazzo dei Senatori, dotato di scala a doppia rampa, e
delimitata ai lati da due palazzi: il Palazzo dei Conservatori e il cosiddetto
Palazzo Nuovo costruito ex novo, entrambi convergenti verso la scalinata di
accesso al Campidoglio. Gli edifici vennero caratterizzati da un ordine gigante
a pilastri corinzi in facciata, con massicce cornici e architravi. Al piano
terra degli edifici laterali i pilastri dell'ordine gigante sono affiancati da
colonne che formano un insolito portico architravato, in un disegno complessivo
molto innovativo che rifugge programmaticamente dall'uso dell'arco. Il lato
interno del portico presenta invece colonne alveolate che in seguito ebbero una
grande diffusione[80]. I lavori furono compiuti molto dopo la morte del
maestro, mentre la pavimentazione della piazza fu realizzata solo ai primi del
Novecento, utilizzando una stampa di Étienne Dupérac che riporta quello che
doveva essere il progetto complessivo previsto da Michelangelo, secondo un
reticolo curvilineo inscritto in un'ellisse con al centro il basamento ad angoli
smussati per la statua del Marc'Aurelio, anch'esso disegnato da
Michelangelo. Verso il 1539 iniziò forse il Bruto per il cardinale
Niccolò Ridolfi, opera dai significati politici legata ai fuorusciti
fiorentini[72]. La Crocifissione per Vittoria Colonna (1541) La
copia della Crocifissione per Vittoria Colonna di Marcello Venusti Dal 1537
circa Michelangelo aveva iniziato la vivida amicizia con la marchesa di Pescara
Vittoria Colonna: essa lo introdusse al circolo viterbese del cardinale
Reginald Pole, frequentato, tra gli altri, da Vittore Soranzo, Apollonio
Merenda, Pietro Carnesecchi, Pietro Antonio Di Capua, Alvise Priuli e la
contessa Giulia Gonzaga. In quel circolo culturale si aspirava a una
riforma della Chiesa cattolica, sia interna sia nei confronti del resto della
Cristianità, alla quale avrebbe dovuto riconciliarsi. Queste teorie
influenzarono Michelangelo e altri artisti. Risale a quel periodo la
Crocifissione realizzata per Vittoria, databile al 1541 e forse dispersa,
oppure mai dipinta. Di quest'opera ci restano solamente alcuni disegni
preparatori di incerta attribuzione, il più famoso è senz'altro quello
conservato al British Museum, mentre buone copie si trovano nella concattedrale
di Santa Maria de La Redonda e alla Casa Buonarroti. Inoltre esiste una tavola
dipinta, la Crocefissione di Viterbo, tradizionalmente attribuita a
Michelangelo, sulla base di un testamento di un conte viterbese datato al 1725,
esposta nel Museo del Colle del Duomo di Viterbo, più ragionevolmente
attribuibile ad ambiente michelangiolesco[81]. Secondo i progetti
raffigurava un giovane e sensuale Cristo, simboleggiante un'allusione alle
teorie riformiste cattoliche che vedevano nel sacrificio del sangue di Cristo
l'unica via di salvezza individuale, senza intermediazioni della Chiesa e dei
suoi rappresentanti. Uno schema analogo presentava anche la cosiddetta
Pietà per Vittoria Colonna, dello stesso periodo, nota da un disegno a Boston e
da alcune copie di allievi. In quegli anni a Roma Michelangelo poteva
quindi contare su una sua cerchia di amici ed estimatori, tra cui oltre alla
Colonna, Tommaso de' Cavalieri e artisti quali Tiberio Calcagni e Daniele da
Volterra[79]. Cappella Paolina La Conversione di Saulo, dettaglio
Nel 1542 il papa gli commissionò quella che rappresenta la sua ultima opera
pittorica, dove ormai anziano lavorò per quasi dieci anni, in contemporanea ad
altri impegni[79]. Il papa Farnese, geloso e seccato del fatto che il luogo ove
la celebrazione di Michelangelo pittore raggiungesse i suoi massimi livelli
fosse dedicato ai papi Della Rovere, gli affidò la decorazione della sua
cappella privata in Vaticano che prese il suo nome (Cappella Paolina).
Michelangelo realizzò due affreschi, lavorando da solo con faticosa pazienza,
procedendo con piccole "giornate", fitte di interruzioni e
pentimenti. Il primo a essere realizzato, la Conversione di Saulo
(1542-1545), presenta una scena inserita in un paesaggio spoglio e irreale, con
compatti grovigli di figure alternati a spazi vuoti e, al centro, la luce
accecante che da Dio scende su Saulo a terra; il secondo, il Martirio di san
Pietro (1545-1550), ha una croce disposta in diagonale in modo da costituire
l'asse di un ipotetico spazio circolare con al centro il volto del
martire. L'opera nel suo complesso è caratterizzata da una drammatica
tensione e improntata a un sentimento di mestizia, generalmente interpretata
come espressione della religiosità tormentata di Michelangelo e del sentimento
di profondo pessimismo che caratterizza l'ultimo periodo della sua vita.
La conclusione dei lavori alla tomba di Giulio II (1544-1545) La Tomba di
Giulio II Dopo gli ultimi accordi del 1542, la tomba di Giulio II venne posta
in essere nella chiesa di San Pietro in Vincoli tra il 1544 e il 1545 con le statue
del Mosè, di Lia (Vita attiva) e di Rachele (Vita contemplativa) nel primo
ordine. Nel secondo ordine, al fianco del pontefice disteso con sopra la
Vergine col Bambino si trovano una Sibilla e un Profeta. Anche questo progetto
risente dell'influsso del circolo di Viterbo; Mosè uomo illuminato e sconvolto
dalla visione di Dio è affiancato da due modi di essere, ma anche da due modi
di salvezza non necessariamente in conflitto tra di loro: la vita contemplativa
viene rappresentata da Rachele che prega come se per salvarsi usasse unicamente
la Fede, mentre la vita attiva, rappresentata da Lia, trova la sua salvezza
nell'operare. L'interpretazione comune dell'opera d'arte è che si tratti di una
specie di posizione di mediazione tra Riforma e Cattolicesimo dovuta sostanzialmente
alla sua intensa frequentazione con Vittoria Colonna e il suo entourage.
Nel 1544 disegnò anche la tomba di Francesco Bracci, nipote di Luigi del Riccio
nella cui casa aveva ricevuto assistenza durante una grave malattia che l'aveva
colpito in giugno[72]. Per tale indisposizione, nel marzo aveva rifiutato a
Cosimo I de' Medici l'esecuzione di un busto. Lo stesso anno avviarono i lavori
al Campidoglio, progettati nel 1538.
Gli ultimi decenni di vita di Michelangelo sono caratterizzati da un progressivo
abbandono della pittura e anche della scultura, esercitata ormai solo in
occasione di opere di carattere privato. Prendono consistenza invece numerosi
progetti architettonici e urbanistici, che proseguono sulla strada della
rottura del canone classico, anche se molti di essi vennero portati a termine
in periodi seguenti da altri architetti, che non sempre rispettarono il suo
disegno originale[79]. Palazzo Farnese (1546-1550) La facciata di
Palazzo Farnese A gennaio 1546 Michelangelo si ammalò, venendo curato in casa
di Luigi del Riccio. Il 29 aprile, ripresosi, promise una statua in bronzo, una
in marmo e un dipinto a Francesco I di Francia, che però non riuscì a
fare[76]. Con la morte di Antonio da Sangallo il Giovane nell'ottobre
1546, a Michelangelo vennero affidate le fabbriche di Palazzo Farnese e della
basilica di San Pietro, entrambe lasciate incompiute dal primo[72]. Tra
il 1547 e il 1550 l'artista progettò dunque il completamento della facciata e
del cortile di Palazzo Farnese: nella facciata variò, rispetto al progetto del
Sangallo, alcuni elementi che danno all'insieme una forte connotazione plastica
e monumentale ma al tempo stesso dinamica ed espressiva. Per ottenere questo
risultato accrebbe in altezza il secondo piano, inserì un massiccio cornicione
e sormontò il finestrone centrale con uno stemma colossale (i due ai lati sono
successivi). Basilica di San Pietro in Vaticano Progetto per la
basilica vaticana nell'incisione di Étienne Dupérac Per quanto riguarda la basilica
vaticana, la storia del progetto michelangiolesco è ricostruibile da una serie
di documenti di cantiere, lettere, disegni, affreschi e testimonianze dei
contemporanei, ma diverse informazioni sono in contrasto tra loro. Infatti,
Michelangelo non redasse mai un progetto definitivo per la basilica, preferendo
procedere per parti[82]. In ogni caso, subito dopo la morte dell'artista
toscano furono pubblicate diverse stampe nel tentativo di restituire una
visione complessiva del disegno originario; le incisioni di Étienne Dupérac si
imposero subito come le più diffuse e accettate[83]. Michelangelo pare
che aspirasse al ritorno alla pianta centrale del Bramante, con un quadrato
inscritto nella croce greca, rifiutando sia la pianta a croce latina introdotta
da Raffaello Sanzio, sia i disegni del Sangallo, che prevedevano la costruzione
di un edificio a pianta centrale preceduto da un imponente avancorpo.
Demolì parti realizzate dai suoi predecessori e, rispetto alla perfetta
simmetria del progetto bramantesco, introdusse un asse preferenziale nella
costruzione, ipotizzando una facciata principale schermata da un portico
composto da colonne d'ordine gigante (non realizzato). Per la massiccia
struttura muraria, che doveva correre lungo tutto il perimetro della fabbrica, ideò
un unico ordine gigante a paraste corinzie con attico, mentre al centro della
costruzione costruì un tamburo, con colonne binate (sicuramente realizzato
dall'artista), sul quale fu innalzata la cupola emisferica a costoloni conclusa
da lanterna (la cupola fu completata, con alcune differenze rispetto al
presunto modello originario, da Giacomo Della Porta). Tuttavia, la
concezione michelangiolesca fu in gran parte stravolta da Carlo Maderno, che
all'inizio del XVII secolo completò la basilica con l'aggiunta di una navata
longitudinale e di un'imponente facciata sulla base delle spinte della
Controriforma. Nel 1547 morì Vittoria Colonna, poco dopo la scomparsa
dell'altro amico Luigi del Riccio: si tratta di perdite molto amare per
l'artista[72]. L'anno successivo, il 9 gennaio 1548 muore suo fratello
Giovansimone Buonarroti. Il 27 agosto il Consiglio municipale di Roma propose
di affidare all'artista il restauro del ponte di Santa Maria. Nel 1549
Benedetto Varchi pubblicò a Firenze "Due lezzioni", tenute su un
sonetto di S. [72]. Nel gennaio del 1551 alcuni documenti della cattedrale di
Padova accennano a un modello di S. per il coro[76]. La serie delle
Pietà La Pietà Bandini La Pietà
Rondanini Dal 1550 circa iniziò a realizzare la cosiddetta Pietà dell'Opera del
Duomo (dalla collocazione attuale nel Museo dell'Opera del Duomo di Firenze),
opera destinata alla sua tomba e abbandonata dopo che l'artista frantumò, in un
accesso d'ira due o tre anni più tardi, il braccio e la gamba sinistra del
Cristo, spezzando anche la mano della Vergine. Fu in seguito Tiberio Calcagni a
ricostruire il braccio e rifinire la Maddalena lasciata dal Buonarroti allo
stato di non-finito: il gruppo costituito dal Cristo sorretto dalla Vergine,
dalla Maddalena e da Nicodemo è disposto in modo piramidale con al vertice
quest'ultimo; la scultura viene lasciata a diversi gradi di finitura con la
figura del Cristo allo stadio più avanzato. Nicodemo sarebbe un autoritratto
del Buonarroti, dal cui corpo sembra uscire la figura del Cristo: forse un
riferimento alla sofferenza psicologica che lui, profondamente religioso,
portava dentro di sé in quegli anni. La Pietà Rondanini venne definita,
nell'inventario di tutte le opere rinvenute nel suo studio dopo la morte, come:
"Un'altra statua principiata per un Cristo et un'altra figura di sopra,
attaccate insieme, sbozzate e non finite". S. nel 1561 donò la
scultura al suo servitore Antonio del Francese continuando però ad apportarvi
modifiche sino alla morte; il gruppo è costituito da parti condotte a termine,
come il braccio destro di Cristo, e da parti non finite, come il torso del
Salvatore schiacciato contro il corpo della Vergine quasi a formare un
tutt'uno. Successivamente alla scomparsa di Michelangelo, in un periodo
imprecisato, questa scultura fu trasferita nel palazzo Rondanini di Roma e da
questi ha mutuato il nome. Attualmente si trova nel Castello Sforzesco,
acquistata nel 1952 dalla città di Milano da una proprietà privata[84].
Le biografie Nel 1550 uscì la prima edizione delle Vite de' più eccellenti
pittori, scultori e architettori di Giorgio Vasari che conteneva una biografia
di S., la prima scritta di un artista vivente, in posizione conclusiva
dell'opera che celebrava l'artista come vertice di quella catena di grandi
artefici che partiva da Cimabue e Giotto, raggiungendo nella sua persona la
sintesi di perfetta padronanza delle arti (pittura, scultura e architettura) in
grado non solo di rivaleggiare ma anche di superare i mitici maestri
dell'antichità[85]. Nonostante le premesse celebrative ed encomiastiche,
Michelangelo non gradì l'operazione, per le numerose scorrettezze e soprattutto
per una versione a lui non congeniale della tormentata vicenda della tomba di
Giulio II. L'artista allora in quegli anni lavorò con un suo fedele
collaboratore, Ascanio Condivi, facendo pubblicare una nuova biografia che
riportava la sua versione dei fatti (1553). A questa attinse Vasari, oltre che
in seguito a una sua diretta frequentazione dell'artista negli ultimi anni di
vita, per la seconda edizione delle Vite, pubblicata nel 1568[85]. Queste
opere alimentarono la leggenda dell'artista, quale genio tormentato e
incompreso, spinto oltre i propri limiti dalle condizioni avverse e dalle
mutevoli richieste dei committenti, ma capace di creare opere titaniche e
insuperabili[79]. Mai avvenuto fino ad allora era poi che questa leggenda si
formasse quando ancora l'interessato era in vita[79]. Nonostante questa
invidiabile posizione raggiunta dal Buonarroti in vecchiaia, gli ultimi anni
della sua esistenza sono tutt'altro che tranquilli, animati da una grande
tribolazione interiore e da riflessioni tormentate sulla fede, la morte e la
salvezza, che si trovano anche nelle sue opere (come le Pietà) e nei suoi
scritti[79]. Altri avvenimenti degli anni cinquanta Nel 1550 Michelangelo
aveva terminato gli affreschi alla Cappella Paolina e nel 1552 era stato
completato il Campidoglio. In quell'anno l'artista fornì anche il disegno per
la scala nel cortile del Belvedere in Vaticano. In scultura lavorò alla Pietà e
in letteratura si occupa delle proprie biografie. Nel 1554 Ignazio di
Loyola dichiarò che Michelangelo aveva accettato di progettare la nuova chiesa
del Gesù a Roma, ma il proposito non ebbe seguito[76]. Nel 1555 l'elezione al
soglio pontificio di Marcello II compromise la presenza dell'artista a capo del
cantiere di San Pietro, ma subito dopo venne eletto Paolo IV, che lo confermò
nell'incarico, indirizzandolo soprattutto ai lavori alla cupola. Sempre nel
1555 morirono suo fratello Gismondo e Francesco Amadori detto l'Urbino che lo
aveva servito per ventisei anni[72]; una lettera a Vasari di quell'anno gli dà
istruzioni per il compimento del ricetto della Libreria Laurenziana[76].
Nel settembre 1556 l'avvicinarsi dell'esercito spagnolo indusse l'artista ad
abbandonare Roma per riparare a Loreto. Mentre faceva sosta a Spoleto venne
raggiunto da un appello pontificio che lo obbligò a tornare indietro[72]. Al
1557 risale il modello ligneo per la cupola di San Pietro e nel 1559 fece
disegni per la basilica di San Giovanni Battista dei Fiorentini, nonché per la
cappella Sforza in Santa Maria Maggiore e per la scalinata della Biblioteca
Medicea Laurenziana. Forse quell'anno avviò anche la Pietà Rondanini[72].
Porta Pia a Roma (1560) Porta Pia Nel 1560 fece un disegno a Caterina de'
Medici per la tomba di Enrico II. Inoltre lo stesso anno progetto la tomba di
Giangiacomo de' Medici per il Duomo di Milano, eseguita poi da Leone
Leoni[72]. Verso il 1560 progettò anche la monumentale Porta Pia, vera e
propria scenografia urbana con la fronte principale verso l'interno della
città. Il portale con frontone curvilineo interrotto e inserito in un altro
triangolare è fiancheggiato da paraste scanalate, mentre sul setto murario ai
lati si aprono due finestre timpanate, con al di sopra altrettanti mezzanini
ciechi. Dal punto di vista del linguaggio architettonico, Michelangelo
manifestò uno spirito sperimentale e anticonvenzionale tanto che si è parlato
di "anticlassicismo"[86]. Santa Maria degli Angeli Santa
Maria degli Angeli; praticamente del progetto di Michelangelo sono visibili
solo le volte Ormai vecchio, Michelangelo progettò nel 1561 una
ristrutturazione della chiesa di Santa Maria degli Angeli all'interno delle
Terme di Diocleziano e dell'adiacente convento dei padri certosini, avviati a
partire dal 1562. Lo spazio della chiesa fu ottenuto con un intervento che, dal
punto di vista murario, oggi si potrebbe definire minimale[87], con pochi setti
di muro nuovi entro il grande spazio voltato del tepidarium delle terme,
aggiungendo solo un profondo presbiterio e dimostrando un atteggiamento moderno
e non distruttivo nei confronti dei resti archeologici. La chiesa ha un
insolito sviluppo trasversale, sfruttando tre campate contigue coperte a
crociera, a cui sono aggiunte due cappelle laterali quadrate. Console
dell'Accademia delle Arti del Disegno Il 31 gennaio 1563 Cosimo I de' Medici
fondò, su consiglio dell'architetto aretino Giorgio Vasari, l'Accademia e
Compagnia dell'Arte del Disegno di cui viene subito eletto console proprio il
Buonarroti. Mentre la Compagnia era una sorta di corporazione cui dovevano
aderire tutti gli artisti operanti in Toscana, l'Accademia, costituita solo
dalle più eminenti personalità culturali della corte di Cosimo, aveva finalità
di tutela e supervisione sull'intera produzione artistica del principato
mediceo. Si trattava dell'ultimo, accattivante invito rivolto a Michelangelo da
parte di Cosimo per farlo tornare a Firenze, ma ancora una volta l'artista
declinò: la sua radicata fede repubblicana doveva probabilmente renderlo
incompatibile col servizio al nuovo duca fiorentino. La morte La
tomba di Michelangelo in Santa Croce A un solo anno dalla nomina, quasi
ottantanovenne, S. morì a Roma, nella sua modesta residenza di piazza Macel de'
Corvi (distrutta quando venne creato il monumento a Vittorio Emanuele II),
assistito da Tommaso de' Cavalieri. Si dice che fino a tre giorni prima avesse
lavorato alla Pietà Rondanini. Pochi giorni prima, il 21 gennaio, la
Congregazione del Concilio di Trento aveva deciso di far coprire le parti
"oscene" del Giudizio universale. Nell'inventario redatto
qualche giorno dopo il decesso sono registrati pochi beni, tra cui la Pietà,
due piccole sculture di cui si ignorano le sorti (un San Pietro e un piccolo
Cristo portacroce), dieci cartoni, mentre i disegni e gli schizzi pare che
fossero stati bruciati poco prima di morire dal maestro stesso. In una cassa
viene poi ritrovato un cospicuo "tesoretto", degno di un principe,
che nessuno si sarebbe immaginato in un'abitazione tanto povera. Le
solenni esequie a Firenze La morte del maestro venne particolarmente sentita a
Firenze, poiché la città non era riuscita a onorare il suo più grande artista
prima della morte, nonostante i tentativi di Cosimo. Il recupero dei suoi resti
mortali e la celebrazione di esequie solenni divenne quindi un'assoluta
priorità cittadina[88]. A pochi giorni dalla morte, suo nipote Lionardo
Buonarroti arrivò a Roma col preciso compito di recuperare la salma e
organizzarne il trasporto, un'impresa forse ingigantita dal resoconto del
Vasari nella seconda edizione delle Vite: secondo lo storico aretino i romani
si sarebbero opposti alle sue richieste, desiderando inumare l'artista nella
basilica di San Pietro, al che Lionardo avrebbe trafugato il corpo di notte e
in gran segreto prima di riprendere la strada per Firenze[89]. Appena
arrivata nella città toscana, la bara venne portata in Santa Croce e
ispezionata secondo un complesso cerimoniale, stabilito dal luogotenente
dell'Accademia delle Arti del Disegno, Vincenzo Borghini. Si trattò del primo
atto funebre (12 marzo) che, per quanto solenne, venne presto superato da
quello del 14 luglio 1564 in San Lorenzo, patrocinato dalla casata ducale e
degno più di un principe che di un artista. L'intera basilica venne addobbata
riccamente con drappi neri e di tavole dipinte con episodi della sua vita; al
centro venne predisposto un catafalco monumentale, ornato di pitture e sculture
effimere, dalla complessa iconografia. L'orazione funebre venne scritta e letta
da Benedetto Varchi, che esaltò "le lodi, i meriti, la vita e l'opere del
divino Michelangelo Buonarroti". L'inumazione avvenne infine in
Santa Croce, in un sepolcro monumentale disegnato da Giorgio Vasari, composto
da tre figure piangenti che rappresentano la pittura, la scultura e
l'architettura[89]. I funerali di Stato suggellarono lo status raggiunto
dall'artista e furono la consacrazione definitiva del suo mito, come artefice
insuperabile, capace di raggiungere vertici creativi in qualunque campo
artistico e, più di quelli di qualunque altro, capaci di emulare l'atto della
creazione divina. Arma Stemma Blasonatura Cimiero D'azzurro a due
cotisse d'oro, e il capo d'Angiò cucito, abbassato sotto un altro capo d'oro,
caricato di una palla d'azzurro marcata di un giglio d'oro in mezzo alle
lettere L. X. per concessione di papa Leone X. Un cane uscente con un osso in
bocca. Rime Frontespizio delle Rime, edizione 1960 Un sonetto sulle
fatiche alla volta della Sistina, copiato in bella e con uno schizzo autografo
Da lui considerata come una "cosa sciocca", la sua attività poetica
si viene caratterizzando, a differenza di quella usuale nel Cinquecento
influenzata dal Petrarca, da toni energici, austeri e intensamente espressivi,
ripresi dalle poesie di Dante. I più antichi componimenti poetici datano
agli anni 1504-1505, ma è probabile che ne abbia realizzati anche in
precedenza, dato che sappiamo che molti suoi manoscritti giovanili andarono
perduti. La sua formazione poetica avvenne probabilmente sui testi di
Petrarca e Dante, conosciuti nella cerchia umanistica della corte di Lorenzo
de' Medici. I primi sonetti sono legati a vari temi collegati al suo lavoro
artistico, a volte raggiungono il grottesco con immagini e metafore bizzarre.
Successivi sono i sonetti realizzati per Vittoria Colonna e per Tommaso de'
Cavalieri; in essi Michelangelo si concentra maggiormente sul tema neoplatonico
dell'amore, sia divino sia umano, che viene tutto giocato intorno al contrasto
tra amore e morte, risolvendolo con soluzioni ora drammatiche, ora ironicamente
distaccate. Negli ultimi anni le sue rime si focalizzano maggiormente sul
tema del peccato e della salvezza individuale; qui il tono diventa amaro e a
volte angoscioso, tanto da realizzare vere e proprie visioni mistiche del
divino. «Di giorno in giorno insin da' mie prim'anni, Signor, soccorso tu
mi fusti e guida, onde l'anima mia ancor si fida di doppia aita ne' mie doppi
affanni[90].» Le rime di Michelangelo incontrarono una certa fortuna
negli Stati Uniti, nell'Ottocento, dopo la loro traduzione da parte del grande
filosofo Ralph Waldo Emerson. La tecnica scultorea di Michelangelo
Schizzo esplicativo per cavatori con blocchi e misure, Casa Buonarroti Da un
punto di vista tecnico, Michelangelo scultore, come d'altronde spesso accade
negli artisti geniali, non seguiva un processo creativo legato a regole fisse;
ma in linea di massima sono comunque tracciabili dei principi consueti o più
frequenti[91]. Innanzitutto Michelangelo fu il primo scultore che, nella
pietra, non tentò mai di colorire né di dorare alcune parti delle statue; al
colore preferiva infatti l'esaltazione del "morbido fulgore"[92]
della pietra, spesso con effetti di chiaroscuro evidenti nelle statue rimaste
prive dell'ultima finitura, con i colpi di scalpello che esaltano la
peculiarità della materia marmorea[91]. Gli unici bronzi da lui eseguiti
sono distrutti o perduti (il David De Rohan e il Giulio II benedicente);
l'esiguità del ricorso a tale materiale mostra con evidenza come egli non
amasse gli effetti "atmosferici" derivati dal modellare l'argilla.
Egli dopotutto si dichiarava artista "del levare", piuttosto che
"del mettere", cioè per lui la figura finale nasceva da un processo
di sottrazione della materia fino al nucleo del soggetto scultoreo, che era
come già "imprigionato" nel blocco di marmo. In tale materiale finito
egli trovava il brillio pacato delle superfici lisce e limpide, che erano le
più idonee per valorizzare l'epidermide delle solide muscolature dei suoi
personaggi. Studi preparatori Studio per un dio fluviale nel blocco
di marmo, 1520-1525, British Museum Il procedimento tecnico con cui
Michelangelo scolpiva ci è noto da alcune tracce in studi e disegni e da
qualche testimonianza. Pare che inizialmente, secondo l'uso degli scultori
cinquecenteschi, predisponesse studi generali e particolari in forma di schizzo
e studio. Istruiva poi personalmente i cavatori con disegni (in parte ancora
esistenti) che fornissero un'idea precisa del blocco da tagliare, con misure in
cubiti fiorentini, talora arrivando a delineare la posizione della statua entro
il blocco stesso. A volte oltre ai disegni preparatori eseguiva dei modellini
in cera o argilla, cotti o no, oggetto di alcune testimonianze, seppure
indirette, e alcuni dei quali si conservano ancora oggi, sebbene nessuno sia
sicuramente documentato. Più raro è invece, pare, il ricorso a un modello nelle
dimensioni definitive, di cui resta però l'isolata testimonianza del Dio
fluviale. Col passare degli anni però dovette assottigliare gli studi
preparatori in favore di un attacco immediato alla pietra mosso da idee
urgenti, suscettibili tuttavia di essere profondamente mutate nel corso del
lavoro (come nella Pietà Rondanini). Preparazione del blocco Il
Giorno, dettaglio Il Crepuscolo, dettaglio Tondo Pitti, dettaglio
Il primo intervento sul blocco uscito dalla cava avveniva con la
"cagnaccia", che smussava le superfici lisce e geometriche a seconda
dell'idea da realizzare. Pare che solo dopo questo primo appropriarsi del marmo
Michelangelo tracciasse sulla superficie resa irregolare un rudimentale segno
col carboncino che evidenziava la veduta principale (cioè frontale) dell'opera.
La tecnica tradizionale prevedeva l'uso di quadrati o rettangoli proporzionali
per riportare le misure dei modellini a quelle definitive, ma non è detto che
Michelangelo facesse tale operazione a occhio. Un altro procedimento delle fasi
iniziali dello scolpire era quello di trasformare la traccia a carboncino in
una serie di forellini che guidassero l'affondo via via che il segno a matita
scompariva[91]. Sbozzatura A questo punto aveva inizio la vera e propria
scolpitura, che intaccava il marmo a partire dalla veduta principale, lasciando
intatte le parti più sporgenti e addentrandosi man mano negli strati più
profondi. Questa operazione avveniva con un mazzuolo e con un grosso scalpello
a punta, la subbia. Esiste una preziosa testimonianza di B. de Vigenère[93],
che vide il maestro, ormai ultrasessantenne, accostarsi a un blocco in tale
fase: nonostante l'aspetto "non dei più robusti" di Michelangelo,
egli è ricordato mentre butta giù «scaglie di un durissimo marmo in un quarto
d'ora», meglio di quanto avrebbero potuto fare tre giovani scalpellini in un
tempo tre o quattro volte maggiore, e si avventa «al marmo con tale impeto e
furia, da farmi credere che tutta l'opera dovesse andare in pezzi. Con un solo
colpo spiccava scaglie grosse tre o quattro dita, e con tanta esattezza al
segno tracciato, che se avesse fatto saltar via un tantin più di marmo correva
il rischio di rovinar tutto». Sul fatto che il marmo dovesse essere
"attaccato" dalla veduta principale restano le testimonianze di
Vasari e Cellini, due devoti a Michelangelo, che insistono con convinzione sul
fatto che l'opera dovesse essere lavorata inizialmente come se fosse un
rilievo, ironizzando sul procedimento di avviare tutti i lati del blocco,
trovandosi poi a constatare come le vedute laterali e tergale non coincidano
con quella frontale, richiedendo quindi "rattoppi" con pezzi di
marmo, secondo un procedimento che «è arte da certi ciabattini, i quali la
fanno assai malamente»[94]. Sicuramente Michelangelo non usò
"rattoppamenti", ma non è da escludere che durante lo sviluppo della
veduta frontale egli non trascurasse le vedute secondarie, che ne erano diretta
conseguenza. Tale procedimento è evidente in alcune opere non finite, come i
celebri Prigioni che sembrano liberarsi dalla pietra. Scolpitura e
livellatura Dopo che la subbia aveva eliminato molto materiale, si passava alla
ricerca in profondità, che avveniva tramite scalpelli dentati: Vasari ne
descrisse di due tipi, il calcagnuolo, tozzo e dotato di una tacca e due denti,
e la gradina, più fine e dotata di due tacche e tre o più denti. A giudicare
dalle tracce superstiti, S. doveva preferire la seconda, con la quale lo
scolpire procede «per tutto con gentilezza, gradinando la figura con la
proporzione de' muscoli e delle pieghe»[95]. Si tratta di quei tratteggi ben
visibili in varie opere michelangiolesche (si pensi al viso del Bambino nel
Tondo Pitti), che spesso convivono accanto a zone appena sbozzate con la subbia
o alle più semplici personalizzazioni iniziali del blocco (come nel San
Matteo). La fase successiva consisteva nella livellatura con uno
scalpello piano, che eliminava le tracce della gradina (una fase a metà
dell'opera si vede nel Giorno), a meno che tale operazione non venisse fatta
con la gradina stessa[91]. Rifinitura Appare evidente che il maestro,
nell'impazienza di vedere palpitare le forme ideate, passasse da un'operazione
all'altra, attuando contemporaneamente le diverse fasi operative. Restando
sempre evidente la logica superiore che coordinava le diverse parti, la qualità
dell'opera appariva sempre altissima, pur nei diversi livelli di finitezza,
spiegando così come il maestro potesse interrompere il lavoro quando l'opera
era ancora "non-finita", prima ancora dell'ultima fase, spesso
approntata dagli aiuti, in cui si levigava la statua con raschietti, lime,
pietra pomice e, in ultimo, batuffoli di paglia. Questa levigatura finale,
presente ad esempio nella Pietà vaticana garantiva comunque quella
straordinaria lucentezza, che si distaccava dalla granulosità delle opere dei
maestri toscani del Quattrocento[91]. Il non finito di S.
Non-finito nella Pietà Bandini Una delle questioni più difficili per la
critica, nella pur complessa opera michelangiolesca, è il nodo del non finito.
Il numero di statue lasciate incompiute dall'artista è infatti così elevato da
rendere improbabile che le uniche cause siano fattori contingenti estranei al
controllo dello scultore, rendendo alquanto probabile una sua volontà diretta e
una certa compiacenza per l'incompletezza[96]. Le spiegazioni proposte
dagli studiosi spaziano da fattori caratteriali (la continua perdita di interesse
dell'artista per le commissioni avviate) a fattori artistici (l'incompiuto come
ulteriore fattore espressivo): ecco che le opere incompiute paiono lottare
contro il materiale inerte per venire alla luce, come nel celebre caso dei
Prigioni, oppure hanno i contorni sfocati che differenziano i piani spaziali
(come nel Tondo Pitti) o ancora diventano tipi universali, senza
caratteristiche somatiche ben definite, come nel caso delle allegorie nelle
tombe medicee[96]. Alcuni hanno collegato la maggior parte degli
incompiuti a periodi di forte tormento interiore dell'artista, unito a una
costante insoddisfazione, che avrebbe potuto causare l'interruzione prematura
dei lavori. Altri si sono soffermati su motivi tecnici, legati alla particolare
tecnica scultorea dell'artista basata sul "levare" e quasi sempre
affidata all'ispirazione del momento, sempre soggetta a variazioni. Così una
volta arrivati all'interno del blocco, a una forma ottenuta cancellando via la
pietra di troppo, poteva capitare che un mutamento d'idea non fosse più
possibile allo stadio raggiunto, facendo mancare i presupposti per poter
portare avanti il lavoro (come nella Pietà Rondanini)[96]. La
personalità Lo stesso argomento in dettaglio: Aspetti psichici nell'opera
di Michelangelo. Una delle versioni del ritratto di Michelangelo di
Daniele da Volterra La leggenda dell'artista geniale ha spesso messo in seconda
luce l'uomo nella sua interezza, dotato anche di debolezze e lati oscuri.
Queste caratteristiche sono state oggetto di studi in anni recenti, che,
sfrondando l'aura divina della sua figura, hanno messo a nudo un ritratto più
veritiero e accurato di quello che emerge dalle fonti antiche, meno
accondiscendente ma sicuramente più umano. Tra i difetti più evidenti
della sua personalità c'erano l'irascibilità (alcuni sono arrivati a ipotizzare
che avesse la sindrome di Asperger[97]), la permalosità, l'insoddisfazione
continua. Numerose contraddizioni animano il suo comportamento, tra cui
spiccano, per particolare forza, l'atteggiamento verso i soldi e i rapporti con
la famiglia, che sono due aspetti comunque intimamente correlati. S,
si autoritrasse forse come pelle senza corpo nel Giudizio universale Sia il
carteggio, sia i libri di Ricordi di Michelangelo fanno continue allusioni ai
soldi e alla loro scarsità, tanto che sembrerebbe che l'artista vivesse e fosse
morto in assoluta povertà. Gli studi di Rab Hatfield sui suoi depositi bancari
e i suoi possedimenti hanno tuttavia delineato una situazione ben diversa,
dimostrando come durante la sua esistenza egli riuscì ad accumulare una
ricchezza immensa. Basta come esempio l'inventario redatto nella dimora di
Macel de' Corvi all'indomani della sua morte: la parte iniziale del documento
sembra confermare la sua povertà, registrando due letti, qualche capo di
vestiario, alcuni oggetti di uso quotidiano, un cavallo; ma nella sua camera da
letto viene poi rinvenuto un cofanetto chiuso a chiave che, una volta aperto,
dimostra un tesoro in contanti degno di un principe. A titolo di esempio con quel
contante l'artista avrebbe potuto benissimo comprarsi un palazzo, essendo una
cifra superiore a quella sborsata in quegli anni (nel 1549) da Eleonora di
Toledo per l'acquisto di Palazzo Pitti[89]. Ne emerge quindi una figura
che, benché ricca, viveva nell'austerità spendendo con grande parsimonia e
trascurandosi fino a limiti impensabili: Condivi ricorda ad esempio come fosse
solito non togliersi gli stivali prima di andare a letto, come facevano gli
indigenti[89]. Questa marcata avarizia e l'avidità, che continuamente gli
fanno percepire in maniera distorta il proprio patrimonio, sono sicuramente
dovute a ragioni caratteriali, ma anche a motivazioni più complesse, legate al
difficile rapporto con la famiglia[96]. La penosa situazione economica dei Buonarroti
doveva averlo intimamente segnato e forse aveva come desiderio quello di
lasciar loro una cospicua eredità per risollevarne le sorti. Ma ciò è
contraddetto apparentemente dai suoi rifiuti di aiutare il padre e i fratelli,
giustificandosi con un'immaginaria mancanza di liquidi, mentre in altre
occasioni arrivava a chiedere la restituzione di somme prestate in passato,
accusandoli di vivere delle sue fatiche, se non di approfittarsi spudoratamente
della sua generosità[96]. La presunta omosessualità La tomba di
Cecchino Bracci nella basilica di Santa Maria in Aracoeli a Roma, realizzata su
disegno di Michelangelo Diversi storici[98] hanno affrontato il tema della
presunta omosessualità di Michelangelo esaminando i versi dedicati ad alcuni
uomini (Febo Dal Poggio, Gherardo Perini, Cecchino Bracci, Tommaso de'
Cavalieri). Si veda, ad esempio, il sonetto dedicato a Tommaso de' Cavalieri -
scritto nel 1534 - in cui Michelangelo denunciava l'abitudine del popolo di
vociare sui suoi rapporti amorosi: «E se 'l vulgo malvagio, isciocco e
rio, di quel che sente, altrui segna e addita, non è l'intensa voglia men
gradita, l'amor, la fede e l'onesto desìo.]» Sul disegno della Caduta di
Fetonte, al British Museum, Michelangelo scrisse una dedica a Tommaso de' Cavalieri.
Molti sonetti furono dedicati anche a Cecchino Bracci, di cui S. disegnò il
sepolcro nella Basilica di Santa Maria in Aracoeli. In occasione della morte
prematura di Cecchino, Buonarroti scrisse un epitaffio (pubblicato la prima
volta solo nel 1960) dalla forte ambiguità carnale[101]: «La carne terra,
e qui l'ossa mie, prive de' lor begli occhi, e del leggiadro aspetto fan fede a
quel ch'i' fu' grazia nel lecto, che abbracciava e 'n che l'anima vive.»
In realtà, l'epitaffio non dice nulla su tale presunta relazione tra i due. Del
resto, gli epitaffi di Michelangelo furono commissionati da Luigi Riccio e da
questi retribuiti mediante doni di natura gastronomica, mentre la conoscenza
tra il Buonarroti e il Bracci fu solo marginale[103]. I numerosi epitaffi
scritti da Michelangelo per Cecchino furono pubblicati postumi dal nipote, che
però, spaventato dalle implicazioni omoerotiche del testo, avrebbe modificato
in più punti il sesso del destinatario, facendone una donna. Le edizioni
successive avrebbero ripreso il testo censurato, e solo l'edizione Laterza
delle Rime, nel 1960, avrebbe ristabilito la dizione originaria. Il tema
del nudo maschile in movimento è comunque centrale in tutta l'opera
michelangiolesca, tanto che è celebre la sua attitudine a rappresentare anche
le donne coi tratti spiccatamente mascolini (un esempio su tutti, le Sibille
della volta della Cappella Sistina)[100]. Non è una prova inconfutabile di
attitudini omosessuali, ma è innegabile che Michelangelo non ritrasse mai una
sua "Fornarina" o una "Violante", anzi i protagonisti della
sua arte sono sempre vigorosi individui maschili. Nel 1536 o 1538 è da
collocarsi il primo incontro con Vittoria Colonna. Nel 1539 la donna rientrò a
Roma e lì crebbe l'amicizia con S., che la amò (almeno dal punto di vista
platonico) enormemente e su cui ebbe una grande influenza, verosimilmente anche
religiosa. A lei l'artista dedicò alcuni tra i più profondi e potenti
componimenti poetici della sua vita. Il biografo Ascanio Condivi ricordò
anche come l'artista dopo la morte della donna si rammaricava di non aver mai
baciato il viso della vedova nello stesso modo in cui aveva stretto la sua
mano. Michelangelo non prese mai moglie e non sono documentate sue
relazioni amorose né con donne né con uomini. In tarda età si dedicò a
un'intensa e austera religiosità[100]. Le fonti su S. Ritratto di
Michelangelo nella seconda edizione delle Vite di Vasari Michelangelo è
l'artista che, forse più di qualunque altro, incarna il mito di personalità
geniale e versatile, capace di portare a termine imprese titaniche, nonostante
le complesse vicende personali, le sofferenze e il tormento dovuto al difficile
momento storico, fatto di sconvolgimenti politici, religiosi e culturali. Una
fama che non si è affievolita coi secoli, restando più che mai viva anche ai
giorni nostri. Se il suo ingegno e il suo talento non sono mai stati
messi in discussione, nemmeno dai più agguerriti detrattori, ciò da solo non
basta a spiegarne l'aura leggendaria, né sono sufficienti la sua irrequietezza,
o la sofferenza e la passione con cui partecipò alle vicende della sua epoca:
sono tratti che, almeno in parte, sono riscontrabili anche in altri artisti
vissuti più o meno nella sua epoca. Sicuramente il suo mito si alimentò anche
di sé stesso, nel senso che Michelangelo fu il primo e più efficace dei suoi
promotori, come emerge dalle fonti fondamentali per ricostruire la sua
biografia e la sua vicenda artistica e personale: il carteggio e le tre
biografie che lo riguardarono al suo tempo. Il carteggio Nella sua vita
Michelangelo scrisse numerose lettere che in larga parte sono state conservate
in archivi e raccolte private, tra cui spicca il nucleo collezionato dai suoi
discendenti a casa Buonarroti. Il carteggio integrale di Michelangelo è stato
pubblicato nel 1965 e dal 2014 è interamente consultabile online. Nei
suoi scritti l'artista descrive spesso i propri stati d'animo e si sfoga delle
preoccupazioni e i tormenti che lo affliggono; inoltre nello scambio epistolare
approfitta spesso per riportare la propria versione dei fatti, soprattutto
quando si trova accusato o messo in cattiva luce, come nel caso dei numerosi
progetti avviati e poi abbandonati prima del completamento. Spesso si lamenta
dei committenti che gli volgono le spalle e lancia pesanti accuse contro chi lo
ostacola o lo contraddice. Quando si trova in difficoltà, come nei momenti più
oscuri della lotta con gli eredi della Rovere per il monumento sepolcrale a
Giulio II, il tono delle lettere si fa più acceso, trovando sempre una
giustificazione della propria condotta, ritagliandosi la parte di vittima
innocente e incompresa. Si può arrivare a parlare di un disegno ben preciso,
attraverso le numerose lettere, teso a scagionarlo da tutte le colpe e a
procurarsi un'aura eroica e di grande resistenza ai travagli della
vita[107]. La prima edizione delle Vite di Vasari (1550) Nel marzo del
1550, Michelangelo, quasi settantacinquenne, si vide pubblicata una sua
biografia nel volume delle Vite de' più eccellenti pittori, scultori e
architettori scritto dall'artista e storico aretino Vasari e pubblicato
dall'editore fiorentino Lorenzo Torrentino. I due si erano conosciuti
brevemente a Roma nel 1543, ma non si era instaurato un rapporto
sufficientemente consolidato da permettere all'aretino di interrogare
Michelangelo. Si trattava della prima biografia di un artista composta quando
era ancora in vita, che lo indicava come il punto di arrivo di una progressione
dell'arte italiana che va da Cimabue, primo in grado di rompere con la tradizione
"greca", fino a lui, insuperabile artefice in grado di rivaleggiare
con i maestri antichi[85]. Nonostante le lodi l'artista non approvò
alcuni errori, dovuti alla mancata conoscenza diretta tra i due, e soprattutto
ad alcune ricostruzioni che, su temi caldi come quello della sepoltura del
papa, contraddicevano la sua versione costruita nei carteggi[107]. Vasari
dopotutto pare che non avesse cercato documenti scritti, affidandosi quasi
esclusivamente ad amicizie più o meno vicine al Buonarroti, tra cui Francesco
Granacci e Giuliano Bugiardini, già suoi collaboratori, che però esaurivano i
loro contatti diretti con l'artista poco dopo dell'avvio dei lavori alla
Cappella Sistina, fino quindi al 1508 circa[108]. Se la parte sulla giovinezza
e sugli anni venti a Firenze appare quindi ben documentata, più vaghi sono gli
anni romani, fermandosi comunque al 1547, anno in cui dovette essere completata
la stesura[108]. Tra gli errori che più ferirono Michelangelo c'erano le
disinformazioni sul soggiorno presso Giulio II, con la fuga da Roma che era
stata attribuita all'epoca della volta della Cappella Sistina, dovuta a un
litigio col papa per il rifiuto a svelargli in anticipo gli affreschi: Vasari
conosceva i forti disappunti tra i due ma all'epoca ne ignorava completamente
le cause, cioè la disputa sulla penosa vicenda della tomba[109]. La
biografia di Ascanio Condivi Non è un
caso che appena tre anni dopo, nel 1553, venne data alle stampe una nuova
biografia di Michelangelo, opera del pittore marchigiano Ascanio Condivi, suo
discepolo e collaboratore. Il Condivi è una figura di modesto rilievo nel
panorama artistico e anche in campo letterario, a giudicare da scritti
certamente autografi come le sue lettere, doveva essere poco portato.
L'elegante prosa della Vita di Michelagnolo Buonarroti è infatti assegnata
dalla critica ad Annibale Caro, intellettuale di spicco molto vicino ai
Farnese, che ebbe almeno un ruolo di guida e revisore. Per quanto
riguarda i contenuti, il diretto responsabile dovette essere quasi certamente
Michelangelo stesso, con un disegno di autodifesa e celebrazione personale
pressoché identico a quello del carteggio. Lo scopo dell'impresa letteraria era
quello espresso nella prefazione: oltre a fare d'esempio ai giovani artisti,
doveva "sopplire al difetto di quelli, et prevenire l'ingiuria di questi
altri", un chiaro riferimento agli errori di Vasari[107]. La
biografia del Condivi non è quindi scevra da interventi selettivi e
ricostruzioni di parte. Se si dilunga molto sugli anni giovanili, essa tace ad
esempio sull'apprendistato alla bottega del Ghirlandaio, per sottolineare il
carattere impellente e autodidatta del genio, avversato dal padre e dalle
circostanze. Più rapida è la rassegna degli anni della vecchiaia, mentre il
cardine del racconto riguarda la "tragedia della sepoltura"
(l'interminabile iter per la tomba di Giulio II), ricostruita molto
dettagliatamente e con una vivacità che ne fa uno dei passi più interessanti
del volume. Gli anni immediatamente precedenti all'uscita della biografia
furono infatti quelli dei rapporti più difficili con gli eredi Della Rovere,
minati da duri scontri e minacce di denuncia alle pubbliche autorità e di
richiesta degli anticipi versati, per cui è facile immaginare quanto premesse
all'artista fornire una sua versione della vicenda. Altra pecca della
biografia del Condivi è che, a parte rare eccezioni come il San Matteo e le
sculture per la Sagrestia Nuova, essa tace sui numerosi progetti non finiti,
come se con il passare degli anni il Buonarroti fosse ormai turbato dal ricordo
delle opere lasciate incompiute. La seconda edizione delle Vite di Vasari
(1568) A quattro anni dalla scomparsa dell'artista e a diciotto dal primo
lavoro, Giorgio Vasari pubblicò una nuova edizione delle Vite per l'editore
Giunti, riveduta, ampliata e aggiornata. Quella di Michelangelo in particolare
era la biografia più rivisitata e la più attesa dal pubblico, tanto da venire
pubblicata anche in un libretto a parte dallo stesso editore. Con la morte la
leggenda dell'artista si era infatti ulteriormente accresciuta e Vasari,
protagonista delle esequie a Michelangelo svoltesi solennemente a Firenze, non
esita a riferirsi a lui come al "divino" artista. Rispetto
all'edizione precedente appare chiaro come in quegli anni Vasari si sia
maggiormente documentato e come abbia avuto modo di accedere a informazioni di
prima mano, grazie a un forte legame diretto che si era stabilito tra i
due. Il nuovo racconto è quindi molto più completo e verificato anche da
numerosi documenti scritti. Le lacune vennero colmate con la sua frequentazione
dell'artista negli anni del lavoro presso Giulio III e con l'appropriazione di
interi brani della biografia del Condivi, un vero e proprio
"saccheggio" letterario: identici sono alcuni paragrafi e la
conclusione, senza alcuna menzione della fonte, anzi l'unica citazione del
marchigiano si ha per rinfacciargli l'omissione dell'apprendistato presso la
bottega del Ghirlandaio, fatto invece noto da documenti riportati dallo stesso
Vasari. La completezza della seconda edizione è motivo di vanto per
l'aretino: "tutto quel [...] che si scriverrà al presente è la verità, né
so che nessuno l'abbi più praticato di me e che gli sia stato più amico e
servitore fedele, come n'è testimonio fino chi nol sa; né credo che ci sia
nessuno che possa mostrare maggior numero di lettere scritte da lui proprio, né
con più affetto che egli ha fatto a me". I Dialoghi romani di
Francisco de Hollanda L'opera che da alcuni storici è stata considerata
testimonianza delle idee artistiche di Michelangelo sono i Dialoghi romani
scritti da Francisco de Hollanda come completamento del suo trattato sulla
natura dell'arte De Pintura Antiga, scritto verso il 1548 e rimasto inedito
fino al XIX secolo. Durante il suo lungo soggiorno italiano, prima di
tornare in Portogallo, l'autore, allora giovanissimo, aveva frequentato,
intorno al 1538, Michelangelo allora impegnato nell'esecuzione del Giudizio
universale, all'interno del circolo di Vittoria Colonna. Nei Dialoghi fa
intervenire Michelangelo come personaggio a esprimere le proprie idee estetiche
confrontandosi con lo stesso de Hollanda. Tutto il trattato, espressione
dell'estetica neoplatonica, è comunque dominato dalla gigantesca figura di
Michelangelo, come figura esemplare dell'artista genio, solitario e
malinconico, investito di un dono "divino", che "crea"
secondo modelli metafisici, quasi a imitazione di Dio. Michelangelo diventò
così, nell'opera di De Hollanda e in genere nella cultura occidentale, il primo
degli artisti moderni. Caratteristiche fisiche Nel 2021 il paleopatologo
Francesco M. Galassi e l'antropologa forense Elena Varotto del FAPAB Research
Center di Avola, in Sicilia, hanno esaminato le scarpe e una pantofola
conservate a Casa Buonarroti, che la tradizione ritiene appartenute al genio
rinascimentale, ipotizzando che l'artista fosse alto circa 1 metro e 60: un
dato concorde con quanto sostenuto dal Vasari, il quale nella sua biografia
dell'artista sostiene che il maestro fosse "di statura mediocre, di spalle
largo, ma ben proporzionato con tutto il resto del corpo. Opere Lo
stesso argomento in dettaglio: Opere di Michelangelo. Opere letterarie Rime di
Michelangelo Buonarroti raccolte da Michelangelo suo Nipote, in Firenze,
appresso i Giunti, 1623. Rime di Michelangelo Buonarroti il Vecchio, con il
commento di G. Biagioli, Parigi, presso l'editore in via Rameau Rime e lettere,
precedute dalla vita dell'autore scritta da Ascanio Condivi, Firenze, Barbèra,
Le rime di Michelangelo Buonarroti, a cura di Cesare Guasti, Le Monnier,
Firenze, 1863. Le lettere di Michelangelo Buonarroti, a cura di Gaetano
Milanesi, Le Monnier, Firenze Die Dichtungen des Michelagniolo Buonarroti, a
cura di C. Frey, Berlino Edizioni moderne: Rime, Prefazione di A.
Castaldo, Roma, Oreste Garroni Editore, 1910. Le rime e le lettere, precedute
dalla vita di Michelangelo per Luigi Venturi, Collana Classici Italiani,
Milano, Istituto Editoriale Italiano; Milano, Bietti, 1933. Poesie, Prefazione
di Giovanni Amendola, Lanciano, Carabba Le rime, Prefazione e note di Foratti,
Milano, R. Caddeo Lettere e rime, per cura di Guido Vitaletti, Torino, SEI,
1925. Le rime, Introduzione, note e cura di Valentino Piccoli, Collezione
Classici Italiani, Torino, UTET. Rime, a cura di Gustavo Rodolfo Ceriello,
Collana BUR, Rizzoli, Milano, 1954. Rime, a cura di Enzo Noè Girardi, Laterza,
Bari, 1960. Il carteggio di Michelangelo, edizione postuma di Giovanni Poggi, a
cura di Paola Barocchi e Renzo Ristori, 5 voll., Firenze, S.P.E.S. Rime,
premessa, note e cura di Ettore Barelli, Introduzione di Giovanni Testori,
Milano, Rizzoli, 1975; Fabbri Editore, Rime e lettere, a cura di Paola
Mastrocola, UTET, Torino, Agostini, 2015. Rime, a cura di Matteo Residori,
Introduzione di Mario Baratto, con un saggio di Thomas Mann, Collana Oscar
Classici, Milano, Mondadori Rime, a cura di Stella Fanelli, Prefazione di
Cristina Montagnani, Garzanti, Milano, 2006. Le rime di Michelangelo, a cura di
Marzio Pieri e Luana Salvarani, La Finestra Editrice, Trento [riproduce
l'edizione delle Rime stampate a Firenze Rime, a cura di T. Gurrieri, Collana
Classici, Firenze, Barbès. Rime, a cura di Paolo Zaja, Collana Classici,
Milano, BUR-Rizzoli, Canzoniere, a cura di Maria Chiara Tarsi, Biblioteca di
scrittori italiani, Milano, Guanda, Rime e lettere, A cura di Antonio Corsaro e
Giorgio Masi, Collezione Classici della letteratura europea, Milano, Bompiani,
Omaggi Michelangelo è stato raffigurato sulla banconota da 10.000 lire italiane
Film e documentari cortometraggio - Rolla e Michelangelo di Romolo Bacchini
documentario - Michelangelo di Kurt Oertel documentario - Il titano, storia di
Michelangelo di Kurt Oertel film tv - Vita di Michelangelo di Silverio Blasi
(1964) lungometraggio - Il tormento e l'estasi di Carol Reed documentario -
Michelangelo: The Last Giant di Tom Priestley documentario - The Secret of
Michelangelo di Milton Fruchtman film tv - La primavera di Michelangelo di
Jerry London cortometraggio - Lo sguardo di Michelangelo di Michelangelo
Antonioni documentario - The Divine Michelangelo di Tim Dunn e Stuart Elliott
film tv - Michelangelo Superstar di Wolfgang Ebert e Martin Papirowski
lungometraggio - Michelangelo - Infinito con Enrico Lo Verso film
lungometraggio - "Il peccato - Il furore di Michelangelo" di A.
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italiani del XV secolo Architetti rinascimentaliArtisti di scuola
fiorentinaPittori italiani del RinascimentoPoeti italiani trattanti tematiche
LGBTPersonalità celebrate nel calendario liturgico luterano[altre]. Michelangelo
Buonarroti Simoni. Keywords: the theory of everything. Refs.: “Grice e Simoni.”
Simoni.
Luigi Speranza -- Grice e Simoni: la ragione
conversazionale degl’ ‘eretici’ reazionari italiani – gl’acuti – i nobili – filosofia
toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Lucca). Filosofo italiano. Lucca, Toscana. Studia
con BENDINELLI e PALEARIO, due umanisti in dore d’eresia. Il secondo fine sul
rogo a Roma. Legge sostenuto dal padre e dal patrizio veneziano MOCENIGO e peregrina
nei maggiori studi d'Italia: Bologna, Pavia, Ferrara, e Napoli. Si laurea a Padova.
Diversi ma tutti autorevoli i suoi professori: da MAGGI a CARDANO, da BOLDONI a
BRASAVOLA. La sua formazione e di stampo del LIZIO, come s'insegna nello studio
padovano, con una forte esigenza razionalistica che ha riflessi nel campo
religioso, tale da mettere in dubbio l'immortalità dell'anima e a creare
sospetti di eresia tra i professori e gl’studenti di quella università. Con
questa preparazione, S. fa ritorno a Lucca, dove scrive saggi di argomento
filosofico. Lucca ha vissuto un periodo concitato d’aperti conflitti
sociali e poi di tentativi di riforme politiche, portate avanti dal
gonfaloniere BURLAMACCHI e dal circolo di filosofi riuniti intorno a VERMIGLI. Quando
ritorna a Lucca, quella fervida attività è già stata spenta dalla reazione
cattolica guidata da GUIDICCIONI, ma certo quelle idee di riforma circolano
ancora sotterraneamente, e forse lui stesso le ha già raccolte durante i suoi
trascorsi nelle diverse università da lui frequentate. Sta di fatto che è chiamato
dall’autorità lucchesi a dare spiegazioni sulle proprie opinioni. Per tutta
risposta non fidandosi troppo delle sue forze, cerca la salvezza con la fuga. Munito
solo di un cavallo e dei propri risparmi, dopo aver preso commiato dalla
famiglia, fugge, accompagnato da un servitore, alla volta di Ginevra. Negl’atti
ufficiali della repubblica di Lucca, la sua condanna per eresia si formalizza. A
Ginevra, patria del calvinismo, si forma una numerosa colonia di emigrati
italiani e tra questi non pochi sono i lucchesi. La comunità italiana è
inserita in una propria chiesa e S. vi ha l'incarico di catechista. Preso a
benvolere dall'influente teologo BEZA, ottenne di insegnare filosofia: un
incarico dapprima senza compenso, poi retribuito insieme con la nomina a professore.
Anche il padre Giovanni si stabilì a Ginevra. In quello stesso periodo gli
venne aumentato lo stipendio, ottenne un alloggio gratuito e, nell'accademia è istituita
appositamente per lui la cattedra. Pubblica saggi. Presso Crespin apparve
il suo “In librum Aristotelis de sensuum instrumentis et de his quae sub sensum
cadunt commentarius unus” è il commento al “De sensu et sensibilibus” di
Aristotele. In esso define la verità filosofica -- una premessa tipica del
lizio padovano ma poi cerca di dimostrare che la ragione, indagando la natura,
può giungere al divino, rivelando le verità di fede. In tal modo, sostiene che
anche ogni questione ha natura razionale e, qualora sorgano contrasti, la
ragione è in grado di comporli, indicando la via da seguire per una corretta
interpretazione. Una conseguenza, seppure non esplicita nel commento, della
prevalenza della ragione sulla fede, è che il dogma espressione della
tradizionale sub-ordinazione della ragione alla fede non ha motivo di esistere.
Il suo LIZIO che poco concede alla teologia si conferma con i successivi
commenti all'Etica Nicomachea e al De anima, mentre S. condusse una lunga e
dura polemica contro il filosofo Schegk. Questi, proprio all'opposto del S. usa
argomenti tratti dalla scolastica per dimostrare la realtà della teoria, allora
caldeggiata in ambienti luterani, della ubiquità del corpo di Cristo. S.
risponde con argomenti di carattere fisico dimostrando l'irrealtà di tale
assunto. Un olo corpo fisico non può che occupare, nello stesso tempo, un unico
spazio determinato. Anche Cristo, in vita, e soggetto alla legge naturale. Dopo
la morte, Cristo mantenne soltanto una natura divina. Non è sostenibile l'idea
che il divinopossa mutare una legge naturale in legge trans-naturale o
sovra-naturale. Ente perfetto e primo motore immobile come lo delinea
Aristotele il divino agisce sulla natura unicamente attraverso la sua
perfezione che indirizza al bene gl’esseri naturali. Il suo carattere
collerico e l'alta considerazione che ha di sé lo porta a una lite clamorosa
con BALBANI, un altro lucchese. Durante il matrimonio della figlia di questi, S.
lo copre d'insulti, con grave scandalo delle autorità di Ginevra, che fanno
imprigionare S. e lo espulsero dall'accademia. A nulla valsero le suoi scuse
presentate -- è del resto probabile che la severità del consiglio e del
Concistoro ginevrino e motivata anche dalla freddezza e dallo suo spirito
d'indipendenza dimostrato che pure si dichiara calvinista in materia di
religione. Tuttavia BEZA gli mantenne ancora la sua amicizia e lo forne di una
lettera di raccomandazione con la quale si dirige alla volta di Parigi. A
Parigi ottenne una buona accoglienza. I calvinisti qui chiamati ugonotti sono
ancora tollerati e le lusinghiere referenze gli fanno ottenere una cattedra di
filosofia al collège royal, dove le sue lezioni ottenneno subito un grande concorso
di pubblico. Come scrisve a BEZA, alle sue lezioni assistevano sei o settecento
uomini barbati, dottori, professori, et altri di robba lunga, preti, frati,
giesuiti et altra simil razza d'uomini. Si ha congratulazioni di RAMO, che
volle incontrarlo e lo chiama “felicissimum et praestantissimum ingenium
italicum”, non però quelle del collega CHARPENTIER, che teme che fosse stato
mandato da Ginevra per turbare questa scuola. Sa che la sua permanenza a Parigi
è precaria. Il nome di Ginevra mi nuoce più che il nome di ugonotto -- né puo
valere molto la protezione del cardinale COLIGNY, passato al calvinismo. Rifere
di aver rifiutato offerte sostanziose da parte cattolica per insegnare in loro
collegi, a prezzo di una sua conversione, e di attendersi un prossimo editto
che affronta il problema della convivenza tra cattolici e ugonotti. Un
editto effettivamente ci e, emanato da Carlo IX, con il quale si proibe ai
protestanti l'insegnamento pubblico. Così, perduti anche i suoi saggi che gli
furono sequestrati, e costretto ad abbandonare la Francia. Si apre un
nuovo periodo di difficoltà. Non potendo insegnare a Ginevra, cerca di ottenere
un incarico a Zurigo e a Basilea, sollecitando in tal senso altr’emigrati italiani
come l'editore PERNA e il filosofo umanista CURIONE, ma invano. I sospetti di
anti-trinitarismo che gravano sul suo conto, da quando fa visita nel carcere di
Berna all'eretico GENTILE poco prima che
questi venisse giustiziato, e il recente scandalo provocato a Ginevra non
agevolavano il suo inserimento nelle élite filosofica delle città
svizzere. Ottenne bensì una raccomandazione da BULLINGER per un posto di
insegnante a Heidelberg, ma anche qui rimane poco tempo. La sua amicizia con
l'anti-trinitario ERASTO, il suo a LIZIO senza compromessi dal nulla, nulla si
crea, sostenne in una pubblica lezione, cosicché anche Cristo era stato creato
dal divino Padre e il suo carattere spigoloso gl’alienarono ogni simpatia e
dove riprendere la via di Basilea. Ottenne una cattedra straordinaria di
filosofia a Lipsia. Se puo fregiarsi della stima d’Augusto I, non eguale
considerazione ottenne dai suoi colleghi, che fanno gruppo a sé e lo isolarono.
Non si perde d'animo. Molto popolare tra gli studenti per la vivacità delle sue
lezioni e lo spirito critico che infonde negl’allievi, fonda, all'interno
dell'Università, un'accademia sul modello umanistico italiano, battezzandola degl’acuti.
Degl’acuti, entra a far parte un gruppo di suoi studenti. Le discussioni
dovevano vertere sulla interpretazione di passi del LIZIO i filosofi così
raggruppati intorno a lui dettero ben presto dello spirito critico e dell'idea
di esser superiori agl’altri, che il vivace professore finisce per insinuare
nei loro animi. Pasquinate anonime contro un professore, e un litigio clamoroso
tra questo e S., iniziano una serie di incidenti che ha termine con la
soppressione degl’acuti. La soppressione degl’acuti, decisa dal senato
universitario, testimonia i difficili rapporti intercorrenti tra l'università e
lui, che per altro in città era reputato ospite illustre, professionista
affermato e ricercato, uomo di mondo e di cultura dalla posizione prestigiosa,
che gode della stima e del rispetto dei suoi concittadini, e la cui fama
oltrepassa la frontiera del paese che gli dava ospitalità. Infatti, oltre a
insegnare filosofia e ad avere allievi anche illustri, come il prìncipe RADZIWIŁL,
esercita la professione medica, vantando clienti di riguardo. Pubblica il suo saggio
filosofico più originale, la “De vera nobilitate”, dedicato ad Augusto I. La
vera nobiltà è la virtù (ANDREIA) dell'anima umana, la quale è intesa alla
maniera del LIZIO, come forma del corpo. La virtù dell'anima è perciò
strettamente legata alla particolare costituzione del corpo, trasmessa
nell'individuo di generazione in generazione dal seme del padre, che
costituisce la causa efficiente del singolo essere. Non per nulla da ‘genere’ deriva
‘generoso’. Se pure non ogni nobile è generoso, chi è generoso è considerato
nobile. Le differenze sociali tra gl’uomini e le conformazioni dei loro corpi
sono egualmente corrispondenti per necessità naturale. La natura vuole infatti
fare diversamente il corpo dei liberi da quelli dei servi. Questi robusti e con
deformità necessarie al loro particolare utilizzo. Quelli diritti e belli,
perché non desti tali fatiche, ma alla vita civile. L’educazione svolge una
funzione per la formazione dell'uomo, ma resta inferiore a quella naturale. Di
due uomini, di diversa estrazione sociale ma educati allo stesso modo, il
nobile risulta meglio formato, in quanto la natura lo ha costituito di una
materia superiore. L'educazione ha lo stesso effetto della medicina. Fa
recuperare la propria condizione di salute, ma non può migliorarla oltre il
limite fissato dalla natura. Viene da sé che le famiglie nobili d’Italia diano
lustro alla nazione italiana, formando l'élite della società civile sotto
l'aspetto culturale e politico. Questo avviene nella nazione italiana, di
antica civiltà in sostanza. Presso i barbari non può esistere nobiltà. Il
barbaro e giustamente detto servo per natura e in quanto servo non porta in lui
nessuna virtù, essendo nato per servire sotto una tirannia e non in un regio e
civile governo. La virtù dei nobili non possono consistere nell'accumulare
ricchezze, ma essa e ugualmente attiva e pratica. E la virtù civili del
politico, che si occupa del benessere dei cittadini, quelle del medico, che si
occupa della salute degl’individui, del fisiologo, che studia la natura e
infine del metafisico, che studia le cose divine. Queste ultime, insieme alla
virtù della contemplazione, è però meglio riservarle nella vita che ci attende
dopo la morte, quando quei problemi saranno facilmente risolti. Queste cose
sono irrise dai politici, tra i quali, non tra gl’angeli, si discute di
nobiltà. Nel frattempo, è opportuno dedicarsi alle cose di questo mondo ed
essere utili alla società degl’uomini. Si loda Socrate il quale, trascurate le
altre parti della filosofia, coltiva quella sola che era più adatta ai costumi
degl’uomini e alle istituzioni civili. Che la vera nobiltà si debba esprimere
nell'attività pratica e civile è ribadito più volte. La nobiltà spunta fuori
dalla società civile, non dalla solitudine e la virtù spirituale, come
quelle mostrate dai mistici e dai contemplativi, non e virtù nobile propria dell'essere
umano. Questa virtù discende direttamente dal divino e perciò non derivano da
generazione spermatica naturale del padre, non sono frutto della carne e del
sangue il fondamento della vera nobiltà e non essendo ereditarie non puo essere
considerata virtù nobile. Naturalmente, ai innobili non possono essere affidati
incarichi di responsabilità nel governo della società, ma al più solo
l'esercizio di magistrature minori. Derivando dal sangue la nobiltà, non si può
diventare autenticamente nobili attraverso conferimenti onorifici, anche se
concessi d’un sovrano mentre, al contrario, un autentico nobile non può essere
privato della fama e dell'onore, perché in lui opera sempre quella forza e
quell'efficacia naturale ricevuta dai suoi antenati. Dopo questa applicazione
dei principi del LIZIO al vivere civile e al governo dello stato, che deve
essere affidato a chi per natura fa parte degl’ottimati, si dedica a trattare
temi propriamente medici. Appare a Lipsia il suo “De partibus animalium” ove
descrive la conformazione del feto, la “De vera ac indubitata ratione
continuationis, intermittentiae, periodorum febrium humoralium”; l'”Artificiosa
curandae pestis methodus” ; la “Synopsis brevissima novae theoriae de
humoralium febrium natura” -- temi di drammatica attualità, a Lipsia, investita
da un'epidemia di peste. Ottene il permesso di esercitare la professione
medica all'interno dell'università, pur senza ottenere, oltre quella
straordinaria di filosofia, anche una cattedra di medicina. Presenta ad Augusto
I una proposta di riforma universitaria. S'indica la necessità di una maggiore
cura nell'assunzione dei professori, che dovevano dimostrare non solo di
possedere la necessaria scienza, ma anche capacità didattiche. Dovevano anche
essere obbligati a tenere un maggior numero di lezioni s'imponevano multe ai
professori inadempienti mentre la durata dell'anno accademico venne prolungata.
Particolare cura dedica all'insegnamento. Dovevano tenere lezioni V professori,
tra i quali un chirurgo che avrebbe tenuto esercitazioni di anatomia e fatto
dimostrazioni pratiche di cura delle diverse affezioni. La qualità
dell'insegnamento teorico anda migliorata. Ritene che corressero troppe affermazioni
dogmatiche, che sarebbero dovute essere verificate dalla pratica e dal rigore
della dimostrazione dialettica. A questo proposito opina che avrebbe giovato
un'accurata conoscenza delle opere del LIZIO. Non mancano poi critiche
severe sull'attuale andamento a Lipsia. I rettori sono scelti grazie alle loro
aderenze, si promuovevano studenti immeritevoli, vi è scarsa pulizia, la
farmacia universitaria è mal tenuta. Tali proposte e simili critiche non
potevano che alimentare ancor più l'ostilità dei colleghi. Egli non sembra
preoccuparsene. La stima dell'Elettore Augusto si mantene immutata, se lo fa nominare
Professore di filosofia e lo promuove a suo primo medico personale. Avvenne
tuttavia che, su sollecitazione della chiesa luterana, la quale prepara una
confessione di fede che in particolare tutti funzionari e gl’impiegati, a vario
titolo, dello stato avrebbero dovuto firmare, l'elettore pretese tale
sottoscrizione anche dal professor S., ottenendone un netto
rifiuto. Racconta lo stesso S. che, avendo rifiutato costantemente di
sotto-scrivere quella che i teologi sassoni denominarono Formula di Concordia,
il Principe Elettore rivolge il suo sdegno contro di me. Al che S. decide di
andarsene e, nonostante l'Elettore cerca d'impedirlo, da l'ultimo saluto a
quelle popolazioni. Si trasfere a Praga, dove venne assunto quale medico
personale di Rodolfo II. Tale incarico e il carattere cattolico dell'Impero di
cui era ora suddito rendeva necessario un chiarimento sulle sue posizioni
religiose, poiché è nota la rottura avvenuta a Ginevra con i calvinisti e a
Lipsia con i luterani. S. si adegua facilmente alla nuova situazione e abiura
pubblicamente le passate convinzioni, ritratta quanto nei suoi scritti poteva
esservi di eretico e abbraccia formalmente il cattolicesimo. Si tratta di una
scelta di convenienza, seppure comprensibile nel clima torbido delle
persecuzioni e dell'intolleranza. Lo scrive lui stesso all'amico Selnecker, un
teologo luterano. Confesso di aver abiurato, anche se non avrei voluto farlo
neppure a costo del mio sangue. Di tale mio atto altri comunque sono i
responsabili. In nessun altro modo avrei potuto infatti salvare la mia vita,
quella di mia moglie e dei miei figli che speravo di poter condurre con me. La
moglie muore poco dopo e i tre figli rimasero affidati a Lipsia al nonno
materno. Io, un italiano perseguitato a causa della religione luterana,
dichiarato nemico della patria, esposto per decreto del senato all'agguato di
sicari. E ricorda la sorte di chi non si è piegato a compromessi. I che vidi
con questi occhi il Paleologo, esule per causa di religione, condotto su
richiesta del legato pontificio dalla Moravia a Vienna, e di qui trascinato in
catene a Roma (si sente dire che ormai è stato crudelmente arso sul rogo), io
che sono circondato da ogni parte da infinite difficoltà e pericoli di ogni
genere, che cosa avrei dovuto fare? Questa lettera non venne agl’occhi dei
gesuiti, che vantarono il successo ottenuto con la presunta conversione del
filosofo famoso, il quale avrebbe promessoa dir lorodi collaborare nella lotta
agl’eretici. La loro soddisfazione non dovette però durare a lungo, o forse
essi stessi credettero poco alla conversione del S., se lo storico gesuita SACCHINI
puo qualificarlo di miserabile uomo che in disprezzo di ogni religione sprofonda
nell'empietà, mentre tra i protestanti BEZA, alla notizia della sua
conversione, commenta di essere sempre stato convinto che l'unico divino è in
realtà Aristotele, del Lizio. Monau, dopo aver ricordato i suoi continui
trascorsi da cattolico si è fatto calvinista, da calvinista anti-trinitario, da
anti-trinitario luterano, e ora di nuovo papista. Lo stratteggia da uomo
profano ed empio, come indicano sia i suoi costumi, sia i suoi discorsi, sia
tutta la sua vita. Forse egli stesso sente di essere circondato da un clima di
diffidenza se non di disprezzo, perché prende la risoluzione di lasciare le
terre dell'impero per trasferirsi in Polonia. Sembra che sia stato un
altro italiano, BUCCELLA, medico personale del re Stefano Báthory, a
raccomandarlo come medico della corte di Cracovia. BUCCELLA, di fede
anabattista, gode di notevole considerazione, né la sua fama d’eretico gl’aveva
pregiudicato l'esercizio della professione in quella Polonia che era ancora un
paese tollerante. Il prestigioso incarico e la fama stessa di cui da tempo gode
gl’apre le porte della migliore società. Riprese a pubblicare alcuni saggi: la “Disputatio
de putredine” è una confutazione, sulla scorta di Aristotele del Lizio, delle
teorie d’Erasto, mentre la “Historia aegritudinis ac mortis magnifici et
generosi domini a Niemsta” è una relazione sulla morte di un borgomastro. Sulla
malattia di quest'ultimo torna nel “Simonius supplex” insieme con una delle
solite polemiche che lo videro ora opporsi al medico di SQUARCIALUPI. Una nuova
svolta nella sua si verifica con la
malattia e la morte del re Stefano. Báthory si sente male nel suo castello di
Grodno, e nel consulto tenuto da BUCCELLA e da S. emersero serie divergenze. BUCCELLA
giudica molto grave le condizioni di Stefano. S. ritenne che non ci è nessun
pericolo. Due giorni dopo le condizioni del re si aggravarono e i due medici si
trovarono d'accordo nell'imporre un salasso al re ma in contrasto sulla dieta. S.
e favorevole a fargli bere del vino, che BUCCELLA intende invece proibire.
Nemmeno nella diagnosi si trovarono d'accordo. Per BUCCELLA, il re soffre di
asma. Per S., d’epilessia. Sopravvenne una nuova grave crisi e il re perde
conoscenza. Pur giudicando molto gravi le sue condizioni di salute, S.
rassicura i circostanti, perché, a suo dire, non c'è ancora pericolo di morte.
Appena pronunzia queste parole che il re spira. Lascia il castello e non volle
assistere all'autopsia, sostenendo che è inutile, poiché l'epilessia “ab
infernis partibus ducit originem” e non lascia tracce nel cadavere. Coordinata
da BUCCELLA, l'autopsia è effettuata da Zigulitz, che accerta una grave
alterazione dei due reni. La ri-cognizione dello scheletro di Báthory conferma
che la morte avvenne per de-generazione renale, uremia e calcolosi. Cracovia:
chiesa di San Francesco pubblica a sua difesa lo “Stephani primi sanitas, vita medica,
aegritudo, mors” che e violentemente contestato dal “De morbo et obitu
serenissimi magni Stephani” scritto da Chiakor su ispirazione di BUCCELLA. La
polemica prosegue a lungo, coinvolgendo altr’amici di BUCCELLA, e degenerando
in insulti e attacchi sulle convinzioni filosofiche dei due protagonisti. Contro
S., tra gl’altri, e indirizzato l'opuscolo “Simonis Simoni lucensis, primum
romani, tum calviniani, deinde lutherani, denuo romani, semper autem athei
summa religio”. Alla fine, Sigismondo III ri-conferma BUCCELLA nella carica di
medico curante, escludendo S. da ogni incarico di corte. Da allora, le
notizie su lui si fanno scarse. Pur senza avere incarichi ufficiali, mantenne
una ricca clientela e gode della considerazione di Rodolfo, dei principi Radziwiłł, di Pavlowski e
dei gesuiti, dai quali si fa ri-ilasciare un salva-condotto per rientrare in
Italia e recarsi a Roma. Precauzione necessaria, con i suoi trascorsi: una
precauzione maggiore e però quella di rinunciare al viaggio. La sua vita
agitata ha così fine a Cracovia, come lo ricorda la lapide posta sulla sua
tomba nella chiesa di S. Francesco. La data di nascita si deduce dalla lapide
sepolcrale, poi andata distrutta in un incendio, posta nella chiesa di S. Francesco,
a Cracovia, nella quale era scritto che il Simoni «ultimum diem clausit III.” Il
testo della lapide è in S. Ciampi, Viaggio in Polonia, Queste notizie biografiche
si apprendono da saggio di S., “Scopae, quibus verritur confutation”. Per
secoli gli storici discuteno del luogo della sua nascita. Verdigi, “S. filosofo
e medico”, Madonia, “S. da Lucca”; Lucchesini, Come scrive egli stesso: S., “Synopsis
brevissima” Madonia, S. da Lucca, Tommasi, “Sommario della storia di Lucca”; Pascal, “Da Lucca a Ginevra. Studi
sull'emigrazione religiosa lucchese”; Fabris, “La filosofia di S.” n Verdigi, S.,
S. S. a Teodoro di Beza, in Pascal, Da
Lucca a Ginevra, e in Verdigi, S. S. a Beza, in Verdigi, S., Madonia, S. Pierro,
La vita errabonda di uno spirito einquieto. S. S. S., “Simonius supplex” in Madonia, S. da Lucca, Firpo, Alcuni
documenti sulla conversione al cattolicesimo dell'eretico lucchese. Il paleo-logo
e decapitato in carcere e il cadavere
arso pubblicamente a Roma, nel campo de' fiori. Firpo, Alcuni documenti sulla
conversione al cattolicesimo di un eretico lucchese; Sacchini, Historia
Societatis Jesu, in Verdigi, S., Beza, lettera a Gwalther, in Pascal, Da Lucca
a Ginevra, Monau, lettera a Crato, in Caccamo, “Eretici italiani” Pierro, La
vita errabonda di uno spirito inquieto. S., Madonia, S. da Lucca. Altre saggi:
“In librum Aristotelis de sensuum instrumentis et de his quae sub sensum cadunt
commentarius unus” (Geneva, Crispinum); “Commentariorum in Ethica Aristotelis
ad Nicomachum, liber primus” (Geneva, apud Ioannem Crispinum); “Interpretatio
eorum quae continentur in praefatione Simonis Simonij Lucensis, Doct. Med. et
Philosophiae cuidam libello affixa, cuius inscriptio est: Declaratio eorum quae
in libello D. D. Iacobi Schegkii, et c.” (Geneva, Crispinum); “Phisiologorum
omnium principiis Aristotelis De anima libri III” (Lipsiae, Võgelin); Anti-schegkianorum
liber I, in quo ad obiecta Schegkii respondetur, vetera etiam non nulla,
dialectica et phisiologica praesertim, errata eiusdem, male defensa et excusata
inculcantur, novaque quam plurima peiora prioribus deteguntur” (Basilea, Perna);
“Responsum ad elegantissimam illam modestissimamque praephationem Schegkii, cui
titulum fecit Prodromus antisimonii”; “Ad amicum quendam epistola, in qua vere
ostenditur, quid causae fuerit, quod responsum illud, quo maledicus, et multis
erroribus refertus Schegkij doctoris et professoris Tubingensis liber plene
refellitur, nondum in lucem prodierit” (Pariggi, in vico Jacobaeo); “De vera
nobilitate” (Lipsiae, Rhamba); “De partibus animalium, proprie vocatis Solidis,
atque obiter de prima foetus conformatione” (Lipsiae, Rhamba); “De vera ac
indubitata ratione continuationis, intermittentiae, periodorum febrium
humoralium” (Lipsiae, Bervaldi); “Artificiosa curandae pestis methodus,
libellis duobus comprehensa” (Lipsiae, Steinmann); “Synopsis brevissima novae
theoriae de humoralium frebrium natura, periodis, SIGNIS, et curatione, cuius
paulo post copiosissima et accuratissima consequentur hypomnemata; annexa
eiusdem autoris brevi de humorum differentiis dissertatione. Accessit eiusdem
Simonis examen sententiae a Brunone Seidelio latae de iis, quae Jubertus ad
axplicandam in paradoxis suis disputavit” (Basilea, Perna); “Historia
aegritudinis ac mortis magnifici et generosi domini a Niemsta” (Cracovia,
Lazari); “Disputatio de putredine” (Cracovia, Lazari); “Commentariola medica et
physica ad aliquot scripta cuiusdam Camillomarcelli SQUARCIALUPI nunc medicum
agentis in Transilvania” (Vilna, Velicef); “Simonius supplex ad incomparabilem
virum, praeclarisque suis facinoribus de universa republica literaria egregie
meritum Marcellocamillum quendam Squarcilupum Thuscum Plumbinensem triumphantem”;
“Pars in qua de peripneumoniae nothae
dignitione curationeque in domino a Niemista, de subiecto febris, de rabie
canis, de starnutamento, de infecundis nuptiis agitur” (Cracovia, Rodecius); “D.
Stephani primi Polonorum regis magnique Lithuaniae ducis vita medica,
aegritudo, mors” (Nyssae, Reinheckelii); “Responsum ad epistolam cuiusdam G.
Chiakor Ungari, de morte Stephani primi”; “Responsum ad Refutationem scripti de
sanitate, victu medico, aegritudine, obitu, D. Stephani Polonorum regis,
Olomutii, Scopae, quibus verritur confutatio, quam advocati Nicolai Buccellae
Itali chirurgi anabaptistae innumeris mendaciorum, calumniarum, errorumque
purgamentis infartam postremo emiserunt (Olomutii, Milichtaler); Appendix
scoparum in N. BUCCELLAM, Sacchini, Historiae Societatis Iesu” (Antverpiae, Nutii);
Ciampi, “Viaggio in Polonia” (Firenze, Gallett); Lucchesini” (Lucca, Giusti); Tommasi,
Sttoria di Lucca” (Firenze, Vieusseaux); Pascal, “Da Lucca a Ginevra. Studi
sull'emigrazione religiosa lucchese” -- Rivista storica italiana, Cantimori, “Un
italiano a Lipsia” Studi Germanici -- Pierro, La vita errabonda di uno spirito inquieto,
Minerva, Torino; Caccamo, “Eretici italiani” (Firenze, Sansoni); Firpo, “Alcuni
documenti sulla conversione al cattolicesimo dell'eretico lucchese S.”, “Annali
della Scuola normale superiore di Pisa, Madonia, Rinascimento, Firenze, Sansoni, Madonia,
Il soggiorno in Polonia, in «Studi e ricerche I», Verdigi, Lucca, Tiraboschi su
S., in Biblioteca Modenese, Modena, Ciampi,
Viaggio in Polonia, Lucchesini, Della storia letteraria del Ducato lucchese, Tommasi, Sommario della storia di Lucca, su S. Antischegkianorum liber I. S., De vera
nobilitate; S/ Artificiosa curandae pestis methodus. Simone Simoni. Simoni.
Keywords: nobilitaà, eretici italiani. Luigi Speranza, “Grice e Simoni” – The
Swimming-Pool Library. Simoni.
Luigi Speranza -- Grice e Simonide: la ragione conversazionale e la
filosofia sotto il principato di Valente. la filiale dell’Accademia – Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo
italiano. A member of the Accademia, well known for living a principled and
disciplined life. He is, unfortunately, accused of involvement in a plot
against the prince VALENTE (si veda). S.’s
refusal to betray any secret lets to him being burnt alive.
Luigi Speranza -- Grice e Sini: la ragione
conversazionale e la filosofia del segno – la scuola di Bologna -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Bologna).
Filosofo romagnuolo.
Filosofo italiano. Bologna, Emilia-Romagna. Grice: “I like Sini; especially his
“I segni dell’anima,” since this is, in a nutshell, what my philosophy has been
all about: the signs of the soul!” Studia
a Milano sotto BARIÉ e PACI, con il quale si laurea. Insegna ad Aquila e Milano.
Membro per del Collegium phaenomenologicum di Perugia, della Società filosofica
italiana e socio dei Lincei, dell'Istituto lombardo di scienze e lettere. Insignito
per una sua opera del premio della presidenza del consiglio dello stato italiano.
Collabora al Corriere della Sera e la Rai. Dirige per Versorio la collana
"Pragmata", membro del comitato scientifico del festival La Festa
della Filosofia. Premiato da Milano con l'Ambrogino d'oro. Con Grice, tra i
primi a segnalare all'attenzione l'importanza della teoria del segno di Peirce.
Propone un filone di ricerca sulla convergenza dei percorsi di Peirce e
Heidegger sul filo dell'ermeneutica benché la sua formazione didattica fosse di
orientamento prevalentemente fenomenologico. La sua proposta teoretica si
concentra sul tema della scrittura e sulla centralità dell' abecedario come
forma logica della filosofia nella lingua del Lazio. In “Figure
dell'enciclopedia filosofica” rende conto della radicalità del gesto istitutivo
di LUCREZIO e della nascita della filosofia romana in modo da illuminare la
genealogia della nostra civiltà e le figure del suo destino. Questo saggio si
misura con nodi problematici e profondi della nostra cultura. Si mostra la
verità del gesto filosofico di LUCREZIO nel tratto tecnologico dell’abecedario
che trasforma la relazione al mondo in cosità – “de rerum natura”. La pratica
del concetto, infatti, in-forma il paradigma dell'oggettività – “in rerum
natura” -- e traduce la sterminate antichità dell'umano all'interno dell'ambito
crono-topico della visione logica elaborata dalla scansione dell’abecedario del
mondo con la conseguente nascita del tempo e del sapere storico. All'educazione
mitologica dei corpi dei uomini si sostituisce l'educazione dei animi nella ri-mozione
delle qualità sensibili della vita vissuta. Prima operazione di ingegneria
genetica che comporta sia la nascita del soggetto morale nella paideia del bio-politico
-- come Nietzsche intuisce -- sia il conseguente destino nichilista rivelato
dal dis-incanto. Ma l'intreccio, che dalla pre-istoria conduce ai nostri
giorni, rinvia al desiderio e all'iscrizione originaria che danza nelle figure
del sesso e della morte. La soglia così dischiusa, annunciata dalla verità
analogica dell'evento mimato nella generazione, permette il passaggio del
movente desiderante nel desiderio di vita eternal. L’ACCADEMIA e la logica
disgiuntiva hegeliana rappresentano i due poli più rilevanti di questa
consapevolezza lancinante. Addirittura, tutta la filosofia dell’ACCADEMIA è
probabilmente da pensare come la domanda più alta e profonda che sia mai stata
posta alla sapienza di BACCO. E così,
dagli ominidi alla società dell'informazione, sul filo delle pratiche che ne
circoscrivono le traiettorie, la trama del senso transita al SEGNO disegnando
le co-ordinate del nostro tempo e il predominio della visione scientifica e
delle sue figure che dileguano la consistenza dell'inter-soggetivito,
profilando nel rituale pubblico del potere finanziario, e nella conseguente
imposizione dell'universalità oggettiva, un paradosso costitutivo che nasconde
nuove e positive opportunità ancora tutte da scoprire -- e attualmente
mascherate dalla deleteria mercificazione imperante. Delineando nuove occasioni
di senso, le figure dell'enciclopedia invitano a sognare più vero, vale a dire
ad abitare la conoscenza filosofica nell'esercizio dell'evento del significato
nella concretezza delle sue pratiche. Ethos di una nuova scrittura della
soggezione del mortale al desiderio, nell'apertura al transito della vita.
Approfondisce la questione del logos -- parola, ragione -- e della tecnica
facendo del primo il fondamento ultimo, della seconda l'essenza. Una posizione
di rilievo e in controtendenza all´interno del panorama di questa specifica
area della filosofia. Altre saggi: “I greci” ((Accademia di Belle Arti,
Milano), “La funzione della filosofia” (Marsilio, Padova); “La fenomenologia”
(Nigri, Milano); “Storia della filosofia” (Morano, Napoli); “Il pragmatismo
(Laterza, Roma); “Segno” (Mulino, Bologna); “Passare il segno” (Saggiatore,
Milano); “Kinesis: saggio d'interpretazione (Spirali, Milano)”; “Il metodo”
(Unicopli, Milano); “Parola e silenzo” (Marietti, Genova); “Segni dei animi” (Laterza,
Bari); “Segno ed immagine” (Spirali, Milano); “Segni dei uomini” (Egea, Milano):
“L'espressione e il profondo” (Lanfranchi, Milano)”, Etica della scrittura (Il
Saggiatore, Milano, Mimesis, Milano); “Pensare il Progetto” (Tranchida, Milano);
“Filosofia teoretica” (Jaca, Milano) Variazioni sul foglio-mondo. Peirce,
Wittgenstein, la scrittura” (Hestia, Como), “L'incanto del ritmo” (Tranchida,
Milano Filosofia e scrittura (Laterza, Roma); “Scrivere il silenzio:
Wittgenstein e il problema del linguaggio” (Egea, Milano); “Teoria e pratica
del foglio-mondo (Laterza, Roma-Bari) Gli abiti, le pratiche, i saperi (Jaca,
Milano) Scrivere il fenomeno: fenomenologia e pratica del sapere (Morano,
Napoli) Ragione (Clueb, Bologna) Idoli della conoscenza (Cortina, Milano La
libertà, la finanza, la comunicazione (Spirali, Milano) La scrittura e il
debito: conflitto tra culture e antropologia” (Jaca, Milano); “Il comico e la
vita” (Jaca, Milano); “Figure dell'enciclopedia filosofica. Transito verità” (Jaca,
Milano), “L'analogia della parola: filosofia e metafisica; La mente e il corpo: filosofia e psicologia; Origine
del significato: filosofia ed etologia; La virtù politica: filosofia e
antropologia; Raccontare il mondo: filosofia e cosmologia; Le arti dinamiche:
filosofia e pedagogia La materia delle
cose: filosofia e scienza dei materiali (Cuem, Milano); “La verità e la vita” (Ghibli,
Milano) Del viver bene: filosofia ed economia (Cuem, Milano); “Distanza un
segno: filosofia e semiotica” (Cuem, Milano); “Il gioco del silenzio (Mondadori,
Milano); “Il segreto di Alicia” (AlboVersorio, Milano); “Eracle al bivio:
semiotica e filosofia” (Bollati Boringhieri, Torino); “Da parte a parte.
Apologia del relativo (ETS, Pisa) L'uomo, la macchina, l'automa: lavoro e
conoscenza tra futuro prossimo e passato remoto (Boringhieri, Torino) L'Eros
dionisiaco (Versorio, Milano); “Figure d'Occidente” (Versorio, Milano); “La
nascita di Eros” (Versorio, Milano); “Spinoza” (Time, Milano ); Redaelli, Il
nodo dei nodi. L'esercizio della filosofia” (Ets, Pisa); “Il filosofo e le
pratiche. In dialogo con S. (E.Redaelli,
BrovelliCrippa, Valle, Redaelli),
Milano, CUEM. Comerci, Filosofia e mondo. Il confronto di S., Milano, Mimesis. Cristiano, La filosofia di S.: semiotica ed
ermeneutica (Milano, Mimesis) Collana
Pragmata, in AlboVersorio, Cfr. Copia archiviata, su unimi). Logos e techne,
tecnologia e filosofia, S. Noema, Treccani Enciclopedie o Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Nòema la rivista
di filosofia diretta da Fabbrichesi e S., su riviste. Archivio S. il luogo ove
i materiali relativi ai corsi di S. ed altro ancora. Lectio Magistralis di S.
su La Différance, Arcoiris TV, Riflessioni sul Senso della Vita. Intervista di
Nardi, Riflessioni Collana Pragmata, Versorio.
Carlo Sini. Sini. Keywords: segno, da Lucrezio a Cicerone. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Sini” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza Grice e Siracusa: FILOSOFIA
SICILIANA, NON ITALIANA -- all’isola – la ragione conversazionale del tutore di
filosofia del principe ai bagni di Pozzuoli – la scuola di Siracusa -- filosofia
siciliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Siracusa). Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Grice: “We know
William is from Ockham but we call him Ockham, not William; similarly,
Alcaldino is from Siracusa, and I call him Siracusa!” Vissuto vicino alla corte degl’Hohenstaufen. Studia
a Salerno. Si cimenta negli studi di filosofia, raccogliendo attorno a sé una
serie di seguaci. Quindi, in seguito alla conclusione del corso regolare degli
studi, e scelto per fare da insegnante filosofia presso la stessa scuola
salernitana. Divenuto uno dei più stimati filosofi della scuola, e chiamato
alla corte d’Enrico VI, che nel frattempo è entrato in possesso del regno di
Sicilia, ed e assunto come filosofo del sovrano. Dopo la morte d’Enrico,
divenne il filosofo di lui figlio,
Federico II, che lo rese degno di confidenza e apprezzamento. Fra gl’attività
legate ai saggi filosofici, scrive e un saggio sui bagni minerali di Pozzuoli,
il “De balneis puteolanis”. In questo poema filosofico rimato vengono descritti
con precisione il luogo, le qualità e le virtù dei suddetti bagni. Scrive
inoltre II opere nelle quali celebra le gesta d’Enrico VI e Federico II. “De triumphis
Henrici imperatoris de his quae a Friderico II imperatore praeclare ac fortifer
gesta sunt”. Panvini di S. Caterina Salvatore De Renzi, Panvini di S. Caterina,
Biografia degl’uomini illustri della Sicilia, Ortolani, Napoli, S. De Renzi, “Storia
documentata della scuola medica di Salerno” (Napoli). Alcaldino di Siracusa. Siracusa.
Keywords: i bagni di Pozzuoli. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Siracusa” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Sirenio:
la ragione conversazionale del ‘libero’ arbitrio – la scuola di Brescia. filosofia
lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Brescia). Filosofo lombardo. Filosofo italiano.
Brescia, Lombardia. Insegna a Bologna. Altri saggi: De fato, Venezia, Ziletti. H. P. Grice, “Sugar-gree”, free
fall and freedom, in Actions and events. Sirenio. Keywords: libero arbitrio,
contingetia, possibilitas, necessitas, ‘secundum philosophorum opinionem” fatum,
casum, il fato, il caso -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Sirenio” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Siro: la ragione conversazionale dell’orto a
Napoli – Roma – filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Napoli). Filosofo napoletano. Filosofo italiano.
Napoli, Campania. S. founds a fililale of L’ORTO at Napoli. VIRGILIO attends it, as does
ORAZIO. L’ORTO enjoys a great success, as S. succeeds in attracting a number of
influential followers. VIRGILIO lives in the casino of L’ORTO -- but the
subsequent fate of The Garden is unknown.
Luigi Speranza -- Grice e Sisenna: la ragione conversazionale dell’orto
romano -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. He achieves acclaim as a historian.
Cicerone suggests that S. is a member of L’ORTO, ‘but not a very consistent
one.’ Lucio Cornelio Sisenna.
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