LUIGI SPERANZA -- "GRICE ITALO: UN DIZIONARIO D'IMPLICATURE" A-Z S SI

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Siciliani: la ragione conversazionale e la critica della filosofia zoologica e la psico-genia di Vico – la scuola di Galatina -- filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Galatina). Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Galatina Lecce, Puglia. Studia a Otranto, Lecce e Napoli, dalla quale fugge dopo essere stato segnalato alla polizia a causa delle sue simpatie liberali. Si laurea a Pisa sotto STUDIATI, stringendo inoltre un proficuo rapporto di collaborazione con PUCCINOTTI, che influsce molto sua filosofia. Sringe rapporti di profonda amicizia con personalità importanti e influenti della cultura, quali: CENTOFANTI, PACINI, CAPPONI, e BUFFALINI. Seguendo la sua vocazione, orienta i propri studi verso le discipline filosofiche e ottenne la cattedra di filosofia nel regio liceo di Firenze. Iniziato in massoneria nella loggia fiorentina "La Concordia.” Nominato professore di filosofia a Bologna. Divenne docente ordinario della stessa disciplina sempre nell'Ateneo felsineo. A Bologna tenne anche un corso di sociologia. Qui, inoltre, strinse amicizia con CARDUCCIi, anch'egli accademico a Bologna ed entra in contatto con FIORENTINO e SPAVENTA. Dirige la Rivista bolognese di scienze, lettere, arti e scuole. Ne abbandona la direzione per divergenze maturate in seno alla direzine generate, probabilmente, dall'impostazione eclettica che S. intende dare alla rivista e che contrastava con l'indirizzo idealistico voluto da FIORENTINO. A Bologna istitue un centro di studi pedagogici, contribuendo all'elevazione della pedagogia al rango di scienza. Convinto assertore della valorizzazione della persona e perciò la sua azione educativa, per giungere alla conquista della libertà e del carattere morale da parte del soggetto da educare, prevedeva l'intervento della famiglia e della società. Altro sua filosofia fondamentale e il principio dell'autodidattica che, pur non escludendo l'azione dell'educatore, mette in primo piano il protagonismo del soggetto da educare. Ricevette onoranze e attestati di stima da parte di molti studiosi europei e americani, mentre in Italia la sua fama fu oscurata da giudizi negativi, espressi anzitutto da Gentile che vede in lui un'espressione benché autonoma del positivism. Di recente è stata rivalutata l'influenza vichiana sul suo pensiero. A lui è dedicata la biblioteca civica di Galatina, nella quale è conservato il "Fondo S." la raccolta, cioè, dei libri appartenuti al filosofo. A lui è dedicato anche il Liceo di Lecce. Di formazione giobertiana, si accosta a VICO, tentando di inaugurare una filosofia mediana -- detta della terza via -- che individua una sintesi tra opposte e differenti discipline. Dal suo punto di vista, infatti, ogni filosofia contiene del buono e delle esagerazioni. Metodo della filosofia mediana e dunque, quello di salvare ciò che c'è di buono della filosofia per rigettarne le astrattezze e le esagerazioni. Con il saggio “Zoologia filosofica” (Napoli) approde nel più ampio dibattito, ricevendo apprezzamenti e pareri favorevoli dai più illustri scienziati internazionali. Nel frattempo approfonde e da il suo contributo speculativo alle nuove discipline che muovano alla ricerca di un'identità epistemologica: la sociologia (“Socialismo, darwinismo e sociologia” (Bologna); “Teorie sociali e socialismo” (Firenze) e la psicologia – “Prolegomeni alla psicogenia” (Bologna). SANCTIS confere a S. la presidenza di congressi a Firenze, Venezia, Genova, Milano, e Roma. Queste esperienze lo portano a un approfondimento sempre maggiore della filosofia alla quale contribue a conferire un indirizzo scientifico, positivista e ampiamente laico (v. le sue opere Rivoluzione e pedagogia moderna, La scienza nell'educazione). “Filosofia della scienza” (Firenze); “Il metodo numerico e la statistica” (Firenze); “Della legge storica” (Firenze); “Della libertà ed unità organica della filosofia” (Firenze); “Della fisiologia sperimentale” (Pisa);” “Medicina filosofica” (Firenze); “I principi metafisici di VICO” (Firenze); “Il triumvirato: ALIGHIERI, GALILEI, E VICO” (Firenze); Ai popoli salentini e al gonfalone di Galatina un saluto e un augurio (Firenze); “Il criterio filosofico” (Bologna); Critica del positivismo (Bologna); Le fonti storiche della filosofia positiva in Italia in GALILEI (Bologna) Gli hegeliani in Italia (Bologna); La condanna del positivismo (Bologna); Della pedagogia all’educazione in Italia (Bologna); L’educazione (Bologna); Sul rinnovamento della filosofia in Italia (Firenze); “La scienza dell'educazione nelle scuole italiane come antitesi alla pedagogia (Bologna); Dei massimi problemi della pedagogia (Roma); Il sacro secondo i dettami della filosofia (Firenze); L’nsegnamento della pedagogia (Torino); Della pedagogia scientifica (Milano); Rivoluzione e pedagogia moderna (Torino); Storia critica delle teorie sociali (Bologna); Fra vescovi e cardinali (Roma); Rivoluzione e pedagogia (Torino); “L’educazione secondo i principi della sociologia” (Bologna); Rinnovamento e filosofia internazionale (Bologna); La nuova biologia (Milano) Le questioni contemporanee e la libertà morale nell'ordine giuridico (Bologna). CALOGERO, Enciclopedia Italiana, Gnocchini, L'Italia dei Liberi Muratori, Mimesis-Erasmo, Milano-Roma, Gentile, Le origini della filosofia contemporanea in Italia. Calogero. Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Invitto e Paparella, “Ri-leggere S.” (Lecce); Capone Galatinesi illustri, Guida Biografica, Galatina, Tor Graf Galatina, Carteggio familiar, Luceri, Centro Studi Salentini, Lecce, P. S. e Pozzolini. Filosofia e Letteratura, Convegno Galatina Treccani L'Enciclopedia italiana, Psicologia filosofica. SUL RINNOVAMENTO DELLA FILOSOFIA POSITIVA IN ITALIA PROFESSORE DI FILOSOFIA NELLA R. UNIVEBSITÀ DI BOLOGNA, QlX PB0FES80BE NEL B. LICEO DI FIBENZE, FIRENZE, G. BARBÈRA, PRINTBD IN ITALY-;atana.Quest'opera è stata depositata al ministero d'agricoltura, industria e commercio per godere i diritti accordati dalla logge sulla proprietà letteraria. G. BarbI'.ra. !', (rcnuitifi TERENZIO MAMIANI DELLA ROVERE (vedasi). Mio SiQsoR Conte. Ella è primo tra i moderni italiani a tentare un rinnovamento della filosofia e a Lei pure spetta il vanto d' aver continuMa e compiuta la nobile tradizione de' Galuppi, de Rosmini e de' Giobertij della quale per fermo rimarranno durevoli tracce nella storia dd pensiero nazionale. A chi dunque meglio che dUa, S. V. Potrei intitolare questo mio saggio j il quale mira al fine medesimo cui Ella indirizza il suo primo lavoro? Che se talora per quella libertà di giudizio alla quale Ella stessa educa le nostre menti colle sue dotte scritture troverà contbaittUi in queste pagine akuni jprincijpii da Lei propugnati non vorfà perciò reputare scemato qud senso di schietta riverenza chcy come ai pochi sommi onde si onora U paese nostro, le professano tutt^ i cid tori degli studi severi. Anzi novella prova di questa larga tolleranza io m’èbbi testé, quando, colla squisita gentilezza che in Lei è natura, Le piacque accettare V offerta di questa mia fatica. La qualeio spero vorrà giudicare benignamente: al che mi conforta pure il ricordo di certe argute parole ch^ Ella dicevami ima volta chiudendo un lungo conversare circa le gravi divergenze delle diverse scuole filosofiche: «porro unum necessarium ! coscienza e fervore nel lavoro: il resto verrà da sé. » Suo deditissimo P. S. BiTiglìano presso Monte Senario In questo salutare innovamento politico d'Italia cui assistiamo trepidanti, un saggio di rinnovamento filosofico dovrebbe giugnere opportuno e gradito. Perocché se tutti oggi andiamo ripetendo l'arguta frase d’AZEGLIO fatta ormai l’Italia, Insogna far gl’taliani parmi sia d'uopo cercare di rifarci innanzi tutto nell'intimo di nostra coscienza, nella radice, nella sorgente stessa d'ogni umano e civil progresso, eh' è dire il pensiero filosofico. Andare a Roma, grazie agl’eventi fortunati e al nostro buon diritto nazionale, non è stato guari difficile, né sarà difficile, speriamo, potervi restare. Ma vi staremo senza dubbio materialmente, se Roma, la vecchia Roma, il pensiero cattolico non si verrà anch'esso riformando e svecchiando. La qual cosa certo conseguiremo per gradi e colle arti che dovrebbe saperci dare la sapienza politica, civile e amministrativa ; ma gioverà non dimenticar mai come l' espediente più d'ogn'altro efficace e sicuro ad opera siffatta, sia per appunto una rinnovata filosofia n bisogno di restaurar la filosofia surse di buon'ora neir animo degl’italiani; il che parrebb'essere un d^' caratteri speciali della storia della nostra speculazione, sino da quando gli scrittori del Rinascimento, scosso il giogo della scolastica, mandavan fuori i lor libri col titolo De PhilosophÙB renovatione. Né quindi è a meravigliare se cotal necessità sia venuta crescendo sempre più nelP animo e nella mente nostra col succedersi degli anni, tanto che a siffatta impresa nobilissima abbiam visto provarsi gV ingegni più illuminati e fecondi: primo fra tutti, in questo secolo, il Mamiani col Binnovamento della Filosofia antica italiana e, poco appresso, SERBATI col Binnovamento della Filosofia in Italia; indi il Gioberti con la Introduzione aUo studio dèlia Filosofia, con la quale mirava anch' egli ad una restaurazione filosofica nel nostro paese; e, per ultimo, il professore Spaventa ha procacciato volgere anch' egli al medesimo intento le sue dotte scritture, in ispecie quella su la Filosofia dd Gioberti. Se non che rinnovare, pel filosofo di Pesaro, altro non voleva dire se non restaurare certi principi! e richiamare in vigore alcune industrie metodiche de' filosofi appartenenti, la massima parte, all'età gloriosa del nostro Risorgimento. Talché, quando Rosmini gli fece toccar con mano i pericoli ne' quali s' era messo mostrandogli come il Binnovamento proposto da lui conducesse diritto ad una maniera di sensismo, e' venne modificando siffattamente le dottrine propugnate nel suo primo libro, che dopo trenta e più anni s' é studiato nelle Confessioni d'un Metafisico d'inaugurare un novello Platonismo, siccome forma di filosofare acconcia air indole della mente italiana. H Roveretano poi non solo mirò a restaurar cose vecchie, ma volle produrre altresì qualcosa di nuovo. E pur nullameno, chi guardi ben addentro ne' copiosi e disameni volumi che seppe darci quella mente potentissima, tranne il • problema psicologico eh' ei giunse ad illustrare in guisa davvero originale, ogn' altra cosa in lui parrebbe invecchiata e quasi stantia. Della stessa menda riesce offesa la Introduzione di Gioberti. Che V ardente e generoso autore del Primo^ intendeva svecchiare (come diceva, gloriandosene, egli stesso) le idee cardinali di quattro o cinque filosofi cristiani, il cui sussidio e autorità invocava quasi ad ogni voltar di pagina. Non parlo qui del rinnovamento eh' e' veniva meditando nella protologia: nella quale senza dubbio avremmo avuto germi fecondissimi di vera e solida ristorazione filosofica, se a queir ingegno privilegiato e supremamente italiano fosse stato pur conceduto imprimere valore diffinitivo, forma netta e coerente, alle diverse dottrine che con ansia febbrile andava saggiando e trasmutandosele in sangue. Per contrario SPAVENTA, del quale abbiamo in grandissimo pregio l'ingegno e l'amicizia, intese dare anch' egli nuovo indirizzo al pensiero italiano, ma battendo ben altra via; la via dell'Idealismo assoluto. E studiossi d'inserirci nell'animo e nella mente i principii dell' Hegelianismo, per due ragioni: sì perchè egli pensa esser questo il vero e compiuto sistema di speculazione, almeno secondo che viene interpretato da lui; e sì perchè gli è parso d'averne rintracciato i germi in certi nostri filosofi a cominciare dal Telesio, per esempio, fino a Gioberti. Fer noi rinnovare non vuol dir solamente richiamare, instaurare, svegliar dalP antico, né solamente importare dal di fiiora; che sì nelF un caso come nelr altro il rinnovamento, anziché naturale, spontaneo, autonomo, storico, riescirebbe artifiziale, imposto, incosciente e, dirò quasi, meccanico. Vuol dire bensì far da noi: far da noi con elementi che ci appartengano, ma tali che serbino (ciò che più monta) ^virtù d' originalità e di verace modernità. Vuol dire » insomma esplicare; né si può esplicare senza correggere, compiere, inverare. Avremo sbagliato strada anche noi? Potrebb' essere! Non saremmo i primi, e, certo, neanche gli ultimi. In qualunque modo . ci sembra che, pure sbagliando, noi non resteremo troppo indietro fra le mummie, né avremo corso tropp' oltre col pericolo di fiac \ card '1 collo. So ben io che i Positivisti fan presto; ad innovar la filosofia radiandola addirittura da' libri ^ e dandole il ben servito dalle nostre scuole grandi e mezzane, quasi fosse un trattato di teologia dommatica. Ma costoro avrebber fatto i conti senza Toste. £ r oste in tal caso é lo stesso pensiero, anzi la mente stessa, dalla quale per nostra fortuna mai non riesciranno a sradicare il profondo e sempre più acuto bisogno del filosofare: senza dir già che, s' ei riescissero ne' loro intenti, scambio di sciogliere V intricato nodo, altro non avrebber fatto che tagliarlo di netto; e che potessero giugnere a tagliarlo con sicurezza ninno il crederà, pensando come la spada eh' e' ci brandiscon sul viso non par che somigli quella del gran discepolo d'Aristotele! Accennato il carattere generale ed il proposito del mio saggio, toccherò della sua forma e del suo disegno. Mi si potrà chiedere: È egli cotesto vostro saggio un lavoro di genere critico, storico, monografico, ovvero dommatico? A parlar proprio non è nulla di tutto questo. Un lavoro d' indole dommatica, per solito, dee racchiuder l'esigenza d'un sistema nuovo, d'una dottrina originale, se pur non voglia esser vana ripetizione ed increscevole imitazione del passato. Ora un novello) sistema filosofico oggi sarebbe impresa da muovere a riso, od a pietà. Sono ormai ventidue secoli, e noi, tardi nepoti, ci andiamo pur sempre aggirando, ivi sostanza, fra il Platonismo, e l'Aristotelismo. La qual cosa non recherà maraviglia a chi consideri bene la storia del pensiero filosofico, nella quale, volta e gira, non si può esser che con l' uno o con l' altro sistema, ovvero fra l' uno e l' altro, e però con tutt' e due, se pur non vogliamo smarrirci inevitabilmente e miseramente in una forma di scetticismo, o di nullismo. Ai di nostri, dunque, un nuovo sistema filosofico p^rmi utopia, sogno e, stavo per dire, ciarlatanismo. L’ingegno filosofico oggi deve assumer valore di funzione critica rintegrativa, nella quale si faccia luogo alla concorde attività di due forze, la storia e'1 pensiero, che vuol dire il fatto e'1 da fare. La monografia poi, o è d'indole semplicemente storica e obbiettiva, ovvero d' indole critica. Se storica obbiettiva, ella avrebbe a essere, dirò così, un fedel ritratto, una perfetta immagine della mente d'un filosofo, 0 di tutta una scuola di filosofi. Or cotesto immagini e ritratti, se da una parte tornano inutili e infruttuosi stantechè non facciano che ripeter sott' altra forma cose che potremmo leggere nella stessa lor fonte, dalP altra mi paion quasi impossibili, perchè è impossibile penetrar davvero nelle intime viscere del pensiero altrui, e farai dentro alle occulte pieghe della mente d'un filosofo. H notissimo detto di Kant si può e devesi applicare anche qui: quidqtUd recipUur, ad modum recipietUis recipitur. Che se poi la monografia è di genere critico, ella riesce assai pericolosa; perchè trattandosi d'interpretare, è pur facilissimo affibbiare agli altri quel che invece frulla nel capo nostro; nel qual vizio intoppano, com' è noto, gli Hegeliani, sì per la natura stessa del loro metodo, e sì per le secreto esigenze del loro sistema. Da ultimo, un lavoro di genere puramente istorico oggi non dovrebb' essere impresa molto ardua fra tanti libri storici che ci piovon da tutte le parti. Basta sposare un sistema, una dottrina da farla servire qual criterio giudicativo; basterà un po' d' acume critico, un po' di tedesco per le citazioni obbligate a pie di pagina, e poi molta e molta dose di pazienza e di sgobbo per raccogliere e adunar notizie e teoriche da farle servire al criterio giudicativo che ci torna comodo. Per me l'ideale d'un buon libro, l'ideale d'un libro serio, coscenzioso e positivo di genere filosofico, oggi dovrebb' essere, diciamo così, una sintesi di tutt' e quattro cotesti aspetti o condizioni le quali, guardate disgiuntamente e solitariamente, si palesan manchevoli tutte e difettose. Ha da essere perciò, nel medesimo tempo, monografico, isterico, critico, e anche dommatico sino a certo segno. Cotesto ideale (negozio non molto agevole, come sanno coloro che se ne intendono e che possiedono quel che dicesi gusto de^ lavori filosofici), non può essere un ricamo sovra una stoffa altrui, e neanche un parto assoluto del nostro cervello; sibbene ha da essere il risultamento di due forze combinate, come dicevo poco fa; ciò è dire della mente di chi scrive, e di chi per avventura possa più spiccatamente rappresentare il corso tradizionale della scienza. A questo sol patto sarà dato pervenire al connubio fra la teorica e '1 fatto, tra la scienza e la storia della scienza, portandole entrambe ad un fiato^ come direbbe il filosofo nel quale io amo attingere ispirazioni. Laonde chi volesse oggi filosofare con coscienza, dovrebbe saper costruire, come dicon gli Hegeliani (e qui dicon benissimo); ma dovrebbe co ^ struire senza tradire, che è per V appunto il gran guaio della critica hegeliana. Questa grave difficoltà parmi d' averla superata, s' io molto non m' illudo, E mi pare d' averla superata, perchè il mio libro è come la sintesi e vorre' dir la fusione razionale e organica de' quattro aspetti quassù rammentati; e tal sarebbe la novità Cquant' al disegno e alla forma del lavoro) alla quale vorrei pretendere, se avessi coscienza d' aver raggiunto lo scopo. Cotesto scopo, lo veggo da me, io non ho potuto raggiugnerlo, perchè ho dovuto costringere e rannicchiare il mio pensiero entro un dato numero di pagine, affogando in nota molte e molte cose alle quali avre' voluto pur dare ben altro svolgimento e fisonomia. Però chiedo un po' di compatimento quant'al modo col quale ho incarnato il disegno, ma domando severità di giudizio quant' alle idee. Le quali, meditate da me per tempo non breve, sento di poter difendere contro chi vorrà farmi l’onore d' una critica non leggiera, non velenosa, non da scuola, né da sacristia (alla quale non saprei rispondere, né risponderò), ma d'una critica seria, onesta, profittevole. Il Gioberti scrisse che il critico onesto e coI scienzioso deve durar la metà della fatica spesa dall' autore nel meditare e scrivere un' opera di scienza. |Leibnitz andava molto più in là, e richiedeva da'lettori quasi '1 medesimo lavoro sostenuto dallo scrittore. Io non pretendo, né davvero posso pretender l' una cosa, né r altra: ma certo potrò desiderare che, chi voglia giudicarmi con qualche serietà, debba leggere e (se oggi non fosse troppo) meditare un po' le cose ch'io dico. 11 che ho voluto qui avvertire, perché, se può dubitarsi che in politica esistano le cosi dette consorterie, certo é che tra' filosofi cominciano a far capolino certe fratellanze le quali giudicano d' un lavoro a priori, guardando solo al titolo e al nome dell'autore. Dio ci liberi dalle fratellanze filosofiche! Esse per me, a dirla schietta, sono altrettante Compagnie di Gesù negli ordini del pensiero e della libera speculazione metafisica. Questo mio saggio, e l' altro che terrà dietro su' principi della Sociologia^ non é l' espressione di nessun partito, di nessuna setta, di nessuna scuola. Non é frutto di speculazioni e ricerche passionate, perche io non mi sento schiavo di nessuna scuola, servo di nessun nome, né milito sotto nessuna bandiera più 0 meno germanica, italica o francese che sia. \Baiùmem, quo ea me cumgue ducete sequar: ecco tutto. Neanche sarebbe una di quelle novità sbalorditole alle quali siamo avvezzi da dieci anni a questa parte. Esso anzi è la più modesta cosa del mondo: che per quanto il titolo paia ardito, non sarà tale per chi ripensi, come la sostanza delle dottrine eh' io propugno non mi appartenga in modo assoluto. S'altri mi darà dell' ecclettico, risponderò d'esser tale precisamente, ma nel profondo significato che costumava dare il Leibnitz a questa usata e abusata parola. E se qualcuno poi trovasse, che questa o cotesta dottrina alla quale verrò accennando non sia propriamente dell' autore eh' io dico d' ormeggiare nel metodo e Dell'indirizzo filosofico, tanto meglio per me. Rispondo come in un caso simile rispose egli medesimo a certi suoi avversari: Che se finalmente non volete » ricevere questa sentenza come di Zcìione^ mi dispiace » di darlavi come mia; ma pur la vi darò sola, e B non assistita da nomi grandi. » € Le cose fuori del loro stato naturale non dnrano né s' adagiano. » Vico. Non intendo scrivere la storia, e tanto meno far la crìtica minuta del Positivismo; indirizzo che, come ognun sa, non senza buon§ e diverse ragioni invade oggi e pervadeTa mente di molti filosofi, di scienziati, di storici e scrittori d'ogni maniera. Altra volta m'avvenne d'accennare alla parte debole di cotesto, diciamolo pure, sistema filosofico. E allora parvemi, fra 1' altro, di provar questo: che il Positivismo, secondo il concetto che se ne sono formati segnatamente i Francesi, non pur mancava di storia, ma non può averne avuta di nessuna sorta.* Oggi poi dovrò intrattenermi a ragionare su le dir. verse forme che il Positivismo ha preso e può prendere in avvenire, giacché ormai comincia ad avere anch'egli una storia, per brevissima che sia, da raccontare; e [quindi rilevare certa parentela ch'egli ha con l'Hege'lianismo. Nel quale riscontro probabilmente meriterò anch' io, dall' alto giudicatorio su cui siedon gli Hegeliani, la solita commiserevole sentenza che, com'è pur [Vedi Critica del Positivismo, Bologna, Monti]. 5ICILUM. 1 troppo noto, suona così: Pover'uomo, non ne capisce niente di niente; non Im dramma di potenza speculativa, ne briciolo di nerbo dialettico! Mostrerò, da ultimo, se . una vera forma di Positivismo, ch'io chiamerò Filosofia Positiva italiana, sia per avventura i)ossibile; e] in qual maniera si possa, mercè sua, pervenire a corregger r uno e compiere l’altro de' due sistemi suddetti, accogliendo quelle parti veramente pregevoli che in essi certamente non mancano. Comecché il Positivismo non sia ne voglia essere un sistema, pure quant' all' origine psicologica, per così dirla, non mi sembra eh' e' s'abbia a distinguere gran fatto dagli altri sistemi filosofici. La ragione immediata del suo apparire parmi risegga nell' esigenza di contrapporsi ad una forma contraria di filosofare creduta affatto erronea; e questo filosofare in tal caso è il dommatismo metafisico. (IJom' è chiaro, cotesta in sostanza è l'origine stessa dello scetticismo, secondo che c'insegna tutta una storia di ventidue secoli, ne' quali affermazioni risolute souosi contrapposte a risolute e persistenti negazioni. Il Positivista, infatti, reputa inconcludente ogni speculazione! trascendentale. Positivismo quindi vuol dire esigenza! della prova, esigenza, bisogno della dimostrazione; maC della prova di fatto, della dimostrazione sperimentale. Se non che, a guardarci bene, lo stesso Positivismo manifesta già senz'addarsene un bisogno filosofico, una tendenza speculativa, un'attività trascendente là dove, per dirne una, procaccia di raggiungere la così detta complessità crescente nel coordinamento de' fatti, e nel volere imprimere forma gerarchica all'insieme delle particolari discipline. Col che non intendo dire che il Positivismo sìa già una metafisica; ma è per lo meno una metafisica incosciente, come un illustre scrittore francese, non senza cert' aria di meritato rimprovero, ha detto al Littré. Per la qual cosa paimi, che il Positivista contraddica*^ apertamente a sé stesso quando vien su gonfio e pettoruto a dichiarar guerra sino all' ultimo sangue contro a ogni maniera d'indagini metafisiche; tanto che la tendenza de' Positivisti a filosofare, tendenza del resto naturalissima e necessaria, diventerebbe atto, facoltà, vo'dire diventerebbe metafisica vera, quando potesse avverarsi una condizione. Mi spiego subito. Io non credo offendere anima viva osservando che fra' Positivisti irancesi sia un bel po' difficile trovare un solo che abbia studiato con amore, per esempio, la Ragion Pura di Kant, segnatamente la Critica dd giudizio: difficilissimo poi ritrovare uno solo, fra'Positivisti italiani militanti ^ sotto le bandiere del Comte o meglio del Littré, che con pari amore e spassionatezza d' animo abbia letto, per esempio, il Nuovo Saggio di SERBATI. Prescindendo dalle mende svariate di che non va esente il Criticismo e nemmanco il metodo psicologico rosminiano, io non so persuadermi come, dopo aver letto e inteso a dovere lei due scritture mentovate, si possa essere o dirsi Positivi vista, secondo il concetto volgare che di questa parola ci ha dato e ci dà oggi chi piti ne parla. Se non che nessuno immagini eh' io qui intenda far \ un fascio del Positivismo Francese, del Positivismo In \ glese e, se vogliamo, anche del Positivismo Germanico; 1 benché quest'ultimo, assumendo sempre più forma di schietto e nuovo e ardito materialismo, mostri esser già un sistema beli' e buono, checché se ne sia detto o voglia dirsene in contrario. Ma di questo, fra poco. Quant' all' altre due forme di Positivismo, ninno sarà che ' ignori le polemiche tanto gravi, pacate, esemplarmente ' serene fra Mill e Littré avvenute or fa un anno. \ E molti conosceranno le obbiezioni che quel robusto ingegno di Herbert Spencer ha saputo muover contro certe dottrine del Comte. Chi abbia vaghezza poi di sapere qual sia il carattere e il resultato di queste due maniere di Positivismo, potrà innanzi tutto guardare alla forma, al fine, persino al titolo delle opere nelle quali tale dottrina è insegnata e propugnata. Così, mentre Stuart Min ha fatto una logica, o, a dir meglio, un ft Sistema di Logica, che potrebbe riguardarsi addirittura \ come un contr' altare al sistema della logica hegeliana;; il Comte, almeno nei primi volumi delle sue opere, ci ha lasciato (chiedo perdono a tutti gV iddii della Senna) una specie di rassegna, ma di rassegna ragionata, giudiziosa e, dicasi pure, ingegnosa, delle particolari discipliiie, massime di quelle che a lui tormivan più familiari. Ho detto nei primi volumi, perchè nelle opere posteriori, com' è noto, desiderando compier V edifizio, egli ammannì un sistema di politica, un sistema di religione e d' educazione, un sistema di morale positiva, e financo d'igiene: morale senza principio, se pur non vogliamo appellare così certa regola di condotta eh' egli espresse con quella brutta parola d' Altruismo: religione senza Dio, se pur non vogliamo piegare il ginocchio e dar incenso a quella divinità chiamata il Grand*Essere; intomo alla quale, com'è noto, il fondatore del Positivismo francese finì per fantasticare alla maniera de' neoplatonici Alessandrini e del FICINO. Checche ne sia, può dirsi ch'egli predicasse bene quant'a metodo, ma razzolasse male quant'a sistema, perchè affermava, anzi esagerava nella pratica ciò che sdegnava e risolutamente negava nella teoria e nell'ordine speculativo; intendo il concetto dell' unità o Sistematismo nd sapere, secondo il suo linguaggio. Da questo primo riscontro, che diremo esteriore perchè riflette la forma generale delle opere e un po' anche il valore del metodo ne' due filosofi, si può ai^omentare che Mill guardi la scienza sotto l'aspetto subbiettivo, cioè come una serie di concetti, mostrando così d'aver piena fiducia in una logipit che sia atta a risolvere un problema distinto sì cJaT problemi e sì dal soggetto in che versano le speciali discipline/ Esiste infatti, egli dice, una conoscerla scientifica déWuomo in quanfè un essere intéUettude, morale e sodale, e quindi una dottrina delie cognidom détta coscienza umana.* Agli occhi del Comte, per contrario, non esiste logica tranne che intrinsecata con la natura stessa di ciascuna scienza. Se volete conoscere, per esempio, la logica della chimica (egli dice), studiate la chimica. Ecco la scienza sotto r aspetto puramente ed empiricamente obbiettivo; in quanto che considera le cose in sé, e solamente come oggetti. Tal difiFerenza, com' è evidente, non è lieve, massime quando tengasi conto de' risultati. Il risultato cui giugno il Positivismo inglese è questo: la} metafisica esser possibile, ma solo come ricerca logica,! come investigazione e analisi di concetti. Il che, s' è| pregio nella logica del Mill per la fede eh' e' ripone nelle forze del pensiero, è auche il suo difetto massimo, stante che siffattamente ei chiudesi tutto nel formalismo logico, secondo che altrove mostrai.' So che il Mill se ne vuol difendere, facendo vedere qual divario corra fra la logica formale e quella eh' e' dice logica della verità. Ma la pecca di nominalista in lui è chiara. Ed è chiara per chi abbia convenevolmente considerato quelle quattro teoriche, nelle quali il filosofo inglese vuol darsi addirittura per innovatore: intendo ' le dottrine della dimostrazione, della definizione, degli assiomi e della induzione. In tutto questo egli è per* Vedi Stuart Mill, A. Comte et U Pontivitme, Paris. Vedi la Ont, del Po9ÌHv. innanzi citata, VI, pag. 19. fetto Baconiano, checché ne dica egli stesso. Perocché, se la inente ne'suoi concetti, secondo questo filosofo, è superiore ai fatti; non però cessa d'essere un artifizio, logico, un artifizio psicologico, un intreccio a cui nulla; d' obbiettivo potrà mai rispondere. E di qua proviene i poi un' altra conseguenza, eh' è questa. Se nella logica la posizione di Mill riesce evidentemente unilaterale e subbiettiva, è pur d' uopo eh' ella si manifesti impotente anche nella scienza storica, eh' è dire nell'organamento ^ razionale de'fatti storici. Ora se il metodo positivo giunge a legittimar 1' analisi de' concetti e la critica delle idee, non bisognerà dire che, come esigenza critica, ei contraddica a sé medesimo quando dichiara di non potere in alcun modo studiare idee e concetti nell'obbiettivo lor significato? E donde questa impotenza? Dalla natura stessa della mente, si può rispondere. Ma, s'egli è così, la possibilità della scienza si traduce in impossibilità vera. Che poi questo non sia e non possa essere, ne porge guarentigia sicura il processo istorioo delle scienze tutte, e l' incessante progresso ond' elle ci dan prove luminose. La ricerca in senso obbiettivo, adun-? que, è possibile; dove che per Mill è addirittura impossibile. Questa è la parte debole del Positivismo inglese.; L' errore opposto è il Jifetto del Positivismo francese. Se per Mill psicologia e logica sono scienze che s' alimentano di sé medesime; per il positivista francese, al contrario, elle non sono che appendici della biologia, al modo stesso che la sociologia é come un allargamento della storia, ciò é dire una generalizzazione del fatto istorico, ma del fatto verificato mercè la deduzione delle leggi della natura umana. Qui, ripetiamo, la differenza è profonda. La scienza della civil società, secondo il' Positivismo inglese, pone radice nella così detta Etologia, li' Etologia è la vera scienza dell'uomo, egli dice. . Essa è una generalizzazione non già verificata, ma sì primiti/vamente suggerita dalla deduzione détte leggi della natura umana.^ Ora la funzione deduttiva, nel Positivismo inglese, non è operazione immediata, non è operazione secondaria alla induzione, com' è nel Positivismo francese, ma è funzione a priori, è funzione i cui risultati vonn' esser giustificati con T osservazione, e con la scrupolosa ricerca delle leggi empiriche. Brevemente, dunque: pregio singolare del Positivismo inglase è il metodo deduttivo-concreto (per usar la frase di Mill) applicato alle scienze morali in generale. Questo metodo è costituito di due processi che si svolgono, per così dire, di fronte; non già di due parti d' un medesimo processo, l’ una delle quali sia conseguente all' altra, com' è per i Francesi positivisti. Per tal prerogativa massimamente parmi che il Positivismo di Mill mostri accostarsi all' indole della filosofia nostrana, e molto allontanarsi dal baconianismo alla maniera che questo metodo s'intende da'più.* Carattere e pregio poi del Positivismo francese, parmi stia nel credere alla j)ossibilità d'una filosofia come risultato di tutto quanto il sapere umano, e quindi nel porre come inevitabile o sua condizione la necessità della storia. L'indagine storica, il metodo di filiazione: ecco il distintivo del Comtismo, eh' è anco il massimo suo pregio.' Contro Comtismo è facile muovere la medesima difficoltà, quantunque in senso contrario, mossa testé contro Mill. Se infatti è possibile una ricerca e una critica storica; perchè non sarà possibile una ricerca logica, una critica dei concetti, come tali? Perchè dunque negare una logica e una psicologia supef * Vedi Mill, Sy^time de Logique. Vedi CoMTB, Pha. Pontive. Voi. V, Lez. 48". . riore alla storia? Se non che delle due maniere di Positivismo, quella de' Francesi va piii facilmente soggetta a contradizione; la qual cosa tiene alla doppia origine storica per cui si distingue cotesto sistema. Parecchi scrittori francesi infatti hanno avvertito, che ove il Comte parla di natura e di scienze fisiche, è decisamente sensista, materialista e nominalista; mentre che ove parla di filosofia politica e storica si mostra panteista, ma senza dar prova di quella speculazione ingegnosa, di quella mirabile unità razionale, cui sanno poggiare, bene o male che sia, i Panteisti moderni.' Donde tal contraddizione? Dall'essere il Comte, } per una parte, figlio del Sensismo francese; dall' altra ì poi figlio del Sansimonismo, che, com' è noto, è forma j grossolana di panteismo. Per questa doppia tendenza | i Positivisti di Francia non possono salvarsi dal cadere j nelle conseguenze d' uno de' due sistemi: materialismo, 0 panteismo. So eh' e' fan presto a difendersi dall'una taccia come dall' altra. Ma la logica vale qualcosa più delle parole e delle calde proteste. E veramente checché se ne possa dire, uno degli scrittori poco fa citati ha fatto toccar con mano al Littré, che inevitabile resultato del Positivismo è il materialismo.* E d'altra parte sappiamo, come tutti i Positivisti oggi, e propria ' mente i Comtisti, faccian causa comune con que' della \ sinistra hegeliana, co' quali hanno intimo legame, se-l condo che mostreremo. Ho detto come per ragion d'origine al Positivismo francese tomi più facile inciampar nelle contraddizioni. Ne poi^o qualche esempio. Non si vuol sapere nulla di cause finali! Ma non è forse il medesimo Lit[Vedi Rbkocttibb, Annuairephìl Q nell^altro . VaohbBOT, Metaphi9iq\w potive. ; Trattenim. Jakbt, Onte phiL * Vedi Janbt] tré quegli che, mentre grida contro il principio della finalità, lo afferma là ove dice, per esempio, l'essenza stessa della materia oi^anizzata esser la causa prima della finalità? Eccoci in pieno materialismo, e in pieno sistema; tutto che i Positivisti non vogliano esser detti né materialisti, né sistematici. Ancora, io domando: se per domma del metodo positivo nulla è da accettare che non sia guarentito immediatamente o mediatamente da' fatti; perchè, al di là de^ fenomeni e dell' esperienza e delle leggi che se ne traggono, voler credere in un obbietto il quale, per inconoscibile che sia, é sempre un' affermazione della ragione? Domando: è egli atto di metodo positivo, di critica, di ricerca, il parlare di certo grande oceano qui vieni battre notre rive, et pour lequd nous n'avons ni barque, ni voiles, mais doni la dcdre vision est aussi sahUaire que formUàble? È egli atto di Posh tivismo e di ricerca che sdegni qualunque spiraglio di soprassensibile e di soprannaturale, parlarci così d'un Infinito, comecché non se ne riconoscano tutti quelli air tributi che il fanno tale? E se ponete la possibilità di conoscere cotesto vostro inconoscibile per il quale dite di non aver barca né vele che bastino, ma la cui cMaroi visione é pur tanto sàkiiare al pensiero; in che maniera non accorgervi come tutta la storia della filosofia non altro sia stata per tutt'i secoli scorsi fuorché una serie di risposte, per così dire, a cotesta medesima domanda che neanche voi dite illegittima, né strana? Sarann'elle erronee tali risposte: ne potrò convenire. Ma saran tutte errori da farne proprio tavola rasa? Da siffatte considerazioni ci é dato trarre una conseguenza. Nel Positivismo oggi avverasi una legge; quella legge che accompagna sempre ogni novello indirizzo nella filosofia, eh' é dire l' opposizione nel seno % stesso del sistema. Ecco una ragione di più per dichiarare, che dunque il Positivismo è un sistema come tutti, gli altri ! La cagione profonda, dice il Littré, che divide / Comte da Mill, è il punto di vista psicologico e logico nel quale s'è messo il filosofo inglese, e la definizione reale, obbiettiva, non già formale né psicologica, con che si presenta la scienza nel filosofo francese.^ Ora se il Positivismo inglese è principalmente un formalismo logico, e il Positivismo francese è essenzialmente un empirismo ! storico; ne viene di conseguenza che, in virtiì della stessa critica positiva, noi dobbiamo riconoscer legit-^ tima una terza forma di Positivismo, la quale sappia sebi Vedi Op. di Vico, ediz. Predar!, pag. 762. Vedi Risposta a FINETTI] cosmologici sparsi nel LS}ro Metafisico, e in questi attingere forza a meglio interpretare e propugnare le applicazioni fatte dal Vico nella Sdenisa Nuova. La contraddizione, dunque, passata dal maestro al discepolo * e il non aver saputo cogliere il principio cosmologico del Vico, fece sì che tale polemica, nel modo ch'era sostenuta da DUNI, apparisse inefficace e manchevole. Debole e manchevole infatti ci sembra questa maniera di ragionare: « Voi vorreste che i primi fondatori delle nazioni fossero stati dotati d' innocenza di costumi. Ma, caro signor censore, come potete voi spiegare le origini dell’idolatria, la barbarie, l’immanità negli usi delle orride loro religioni piene di duro materialismo? Come l'immanità delie loro leggi e costumi, le cui religioni si sono per lungo tempo conservate finanche nei tempi della maggior loro cultura, per qui tacere le origini delle lingue, delle poesie, della frode e cose simili? Come finalmente i progressi di tali nazioni di cui ne abbiamo le memorie troppo sicure, e non soggette alla minime dubbiezze? Ma, giacché i monumenti e la storia degli antichissimi e de' presenti barbari popoli sono per voi sogni, favole e delirii, perchè non ci dite con quali altri principii, origini e progressi di cose umane debbasi ragionare di questo mondo, degli uomini, deUe nazioni, delle tante umane istituzioni, delle origini e progressi delle umane industrie nelle colture delle cognizioni,alle tante maravigliose invenzioni, nei governi e polizia de' popoli ed in tante altre maraviglie che osserviamo nel gran teatro di questo mondo degli uomini? Come non sapete che i costumi e le leggi umane debbano necessariamente trarre loro origine e progressi daUe idee degli stessi uomini? Come potete negare il vario corso di tali costumi, che di grado in grado spogliandosi del materialismo, li troviamo di fatto più puri nell' età avanzata che nella fanciullezza di tutte le nazioni.* Io non dico che tutto ciò non sia vero: dico * Vedi Risp. a FINETTI che DUNI, a difendere invittamente la sentenza del suo maestro, avrebbe dovuto movere dai principii cosmologici e psicologici, i cui germi non mancano certamente nelle opere di Vico. Gasuista acutissimo, quanto insolente, il Finetti sorrideva a sentir elogiare e difendere questa dottrina della Scienza Nuova; e tutto pieno d'entusiasmo religioso rispondeva con XXIII obbiezioni cavate dai libri santi.' Quindi esclamava: Dottrine veramente altissime ! religiosissimi e ammirevoli pensamenti ! Tra le varie cose onde pretende il Vico di far grandemente spiccare la divina Provvidenza, una è quel capriccioso di lui corso delle nazioni sulle regole, diciam così, del trel II Duni andrà in estasi a tal pensamento; e pure a me è soggetto da ridere, spezialmente quando si pretende con à costante ternario di far spiccare la divina Provvidenza ; essendo chiaro eh' ella rìsplende nella grandezza ed importanza de' fini e nella idoneità e giusta proporzione dei mezzi, e non già nel far correre le nazioni pe' numeri di tre o quattro. Un tale giuoco non sembra certamente degno dell' infinita sapienza di Dio. » E altrove, allargando la sua critica, aggiunge: « La maniera di filosofare inventata dal Vico è tale, che può porgere delle armi per oppugnare la Religione. e non poco corredo a chi voglia farne uso per impugnare e mettere in dubbio la Sacra Scrittura e la divina rivelazione....; » tanto che paragonandolo al Boulanger, uno. degl'increduli de suoi tempi (com' egli stesso nota), non dubita porre a riscontro le dottrine dell'uno con quelle dell'altro per otto diflferenti capi. Com' è chiaro, FINETTI non ebbe tutt' i torti se gli venne in grave sospetto la Scienza Nuova. Avea torto bensì nel confondere, come ROMANO, tale dottrina del Vico difesa da DUNI, con quella de' filosofi francesi Vedi Sommario delle oppoeizioni del Sietema Ferino di Vico alla Sacra SeriUura, de' suoi tempi. Ed è a confessare che questo medesimo torto hann' avuto di poi parecchi altri critici, anche viventi, laddove parlano della dottrina su lo stato ferino propugnata nella Sdeiiza Nuova» Avvertiamo una volta per sempre che lo stato di natura di Vico noa ci ha che vedere con quello de' giusnaturalisti. E tornando a FINETTI, a meglio capire la maniera della sua critica, nonché il carattere delle sue opposizioni, giova qui rammentare certe parole, da lui stesso riferite con aria di trionfo, d'un personaggio"^ napoletano. Il quale, stato già scolare per più anni di Vico, raccontava come il suo maestro in Napoli fosse ritenuto per uomo veramente dotto, ma che poi fosse stimato pwsfjso a cagione delle sue stravaganti opinionL Finetti si degna dirci d' aver chiesto a quel gentiluomo partenopeo se quando Vico scrisse la Scienjsa Nuova fosse dotto, 0 non più veramente pazzo. ediz. Siena] ligente fu, al pari di DUNI, PAGANO, di cui il solo nome è ricordo pietoso ad ogni anima gentile e aperta ai sensi di libertà. Come in DUNI, così pure in PAGANO le idee vichiane leggiamo esposte con chiarezza e facilità, ma anche con troppa imitazione; che anzi è da confessare come in lui faccian difetto alcuni pregi di DUNI, per esempio là dove pone questi principii: che lo stato della primitiva barbarie non fosse generale ; che la gelosia, piuttosto che un certo vago senso religioso, spingesse l’uomo al matrimonio; e che tra la barbarie originaria e la barbarie medievale Vico non iscorgesse divario di sorta: il che a noi non sembra punto vero. Ma grave errore di PAGANO è quello di volere interpretare la storia in un senso troppo fisiologico; e questo tiene alla efficacia che nella sua, mente esercitò la filosofia francese di quell'età. E alla stessa cagione forse è da riferire s' ei non seppe vedere come il processo storico non sia . né possa essere unilaterale, ma complesso, organico, dovendo abbracciar tutte le manifestazioni e tutti gli elementi d' una data storia e civiltà. Per le quali cose non possiamo accettare la sentenza ond' altri ha pronunziato, che i Saggi del PAGANO siano la interpretp,zione più fedele della Sciema Nuova: tanto piii che il Pagano, intendendo in maniera grossolana al pari dello Stellini la dottrina del corso e ricorso, non dubita sostenere che le nazioni tutte a per lo stesso movimento onde son rimenate alla luce della cultura, ricadono nelle tenebre della natia barbarie. » Nel che non s'accorge quel nobile e sventurato ingegno come il ricorso di Vico sia anche progresso, e come il suo svolgimento abbia luogo in età diflFerente da quella in che accade t il corso della civiltà; mentre al contrario in un medesimo popolo, per esempio nel greco, egli vede insieme un | eorso e un ricorso storico.* Il Pagano dunque non iscorge * Vedi PAGANO, Op. edlz. Capolagro, il modo con che il suo maestro intese coordinare i diversi momenti de' grandi periodi della storia eh' ei disse corsi e ricorsi storici. Non riesce a salvam dall'errore, nel quale intoppò lo Stellini, d'ammettere una prima età storica non ferina, ma innocente. Non sa vedere l' errore di VICO, oggi assai grave, delle catastrofi e dei cataclismi fisici onde gli uomini furon da prima scossi e menati a civiltà. Finalmente, come origine assoluta delle famighe ponendo il ratto delle donne per opera degli uomini forti, non s' avvede che nelle dottrine del maestro, più che cagione, cotesta era semplice occasione, non altrimenti che le suddette catastrofi e cataclismi di natura. Ma è da notare che fra tanti errori egli talora sorpassa il maestro, non che i mitologi suoi contemporanei, quando sostiene, per esempio, che i Greci, \ quant' a mitologia, non facevano che vestir poeticamente racconti d' origine primitivamente orientale. Né a quel tempo erasi ancor difi'usa quella febbre, che tutti oggi invade, dell' orientalismo indiano. E CUOCO, benché seguisse Vico nelle esagerate, interpretazioni del suo Platone in Italia, romanzo fatto sul gusto délVAnacarsi del Barthélemy; ne divina talora qualche idea originale come quando pone, a dirne solo quest'esempio, un'origine spontanea anzi che comunicata e artificiale alle manifestazioni storiche, religiose, mitologiche, poetiche e poUtiche. Così mercé PAGANO e CUOCO, entrambi ingegnosi discepoli di Vico, temperavasi quella dottrina del maestro che, come vedremo in altro luogo, potrebb'essere interpretata con opposti e contrari significati. E vuoisi che CUOCO meditasse e anche scrivesse un lavoro sulla Sdenta Nuova, ma che da sé medesimo avesse poi distrutto, forse per que' motivi politici che sì crudelmente gli funestaron l'animo, il quale, non meno di PAGANO, egli ebbe pieno di carità patria. Di CUOCO in sostanza non abbiamo ne interpretazioni, né esplicazioni del pensiero che informava la Scienza Nuova, degne d'esser rammentiite. È bene anzi avvertire com' egli ne accogliesse alcune idee al tutto erronee: quella, per esempio, d' un' antichissima sapienza italica, anteriore alla romana e alla greca per cui riteneva che gli Etruschi, sparsi un tempo per tutte le terre italiane, avessero costituito un popolo solo. Non pertanto CUOCO dà s^ni evidenti d'avere studiato la Scienza Nuova ed essersene giovato, chi consideri quanto egli imitasse e ripetesse le idee del Vico, ma sempre in modo ingegnoso, acuto, geniale, sul corso della civiltà, su la co-l stituzione di Roma e su la legislazione in universale. Chi dovea più d' ogn' altro valersi di Vico in fatto I di principii legislativi fa il Filangieri. Il quale, se stu• diasse le opere del nostro filosofo, e se in grande venerazione avesse alcuni principii di lui, ce lo attesta, da una parte, una lettera del Goethe scritta da Napoli, e dall'altra le citazioni ch'egli stesso £a e le dottrine eh' e' non di rado toglie dalla Sdenta Nuova. Dalle opere del Vico infatti esce luminosa la prova dell' esistenza d' un elemento universale e assoluto nelle leggi guardate lungo il processo istorico, e per cui la legislazione nella storia non è altro che la incarnazione dell'idea del Diritto; della quafe egli aveva additato, come vedremo, il principio -nelr opera sul Diritto Universale. Perciò nella Scienza Nuova avverte che la filosofia del Diritto considera Vuomo guai ddb' essere mentre la legislazione censi ' dera V uomo quale è per farne buoni usi neW umana società} Ora appunto la seconda parte di questa sentenza tolse a studiare il Filangieri, e però diciamo che la . scienza della legislazione altro non sia, chi ben guardi, ' che un' applicazione di questo concetto vichiano. E veramente, se ad applicare ottime leggi al civile consorzio * Vedi nel Cintohi, Studi oritiei, ec. Vedi Degnità VU. è necessaria l'esperienza; e se l'arte dello sperimento non è possibile in siflFatt' ordin di cose tranne che mediante la storia; perocché se la storia elevata a filosofia è atta a mostrare che i fatti legislativi, guardati nella loro idea e nelle attinenze con altri fatti pos8on essere considerati come altrettanti esperimenti che la civiltà va seco medesima operando: se tutto ciò è vero, .è da concludere che l' antecedente logico della Scienea deUa LegislcusAone sia per l' appunto la Scienea Nuova. Laonde non parmi che il Lerminier s' apponga, dicendo FILANGIERI seguace del Montesquieu,* per la semplice ragione che il medesimo Filangieri ebbe coscienza di non dover battere le vie già con tanta gloria calcate dal filosofo francese, com'egli stesso ci assicura. FILANGIERI non intese a ricercar leggi, né a descriver | costumi: volle anzi levarsi alla teorica dei costumi e • delle leggi. Ora cotesta teorica, come vedremo, è inutile cercarla nel Montesquieu; ed è inutile cercarvela anche per confessione degli stessi Francesi. Ripeto quindi che la Scienza della Legislazione, chi la guardi nella originalità del suo disegno, è di fattura tutta italiana, e possiamo designarla perciò come una pagina (splendida pagina in vero!) della Scienza Nuova. Ciò non pertanto è da confessare come FILANGIERI talvolta s'accosti, forse anche troppo, al fare di ROMAGNOSI, il cui pensiero mostra d' avere tanta affinità con la filosofia francese. In gran parte meccanica e artificiale riesce infatti la sua dottrina storica, alla quale si riferisce la legge ch'egli espone su le Religieni e eh' è pure una debole imitazione attinta in Vico; 1 ma è tal legge, ch'io starei per dirla disorganata. Filangieri è da lodare per piil conti, massime per aver I saputo cogliere il vero di quel principio vichiano sulla incomunicabiUtà originaria dei miti presso popoli differenti: * col che mostra d' aver attinenze sempre piiì ' ItUroduction generai eo. Vedi Scienxa ddla Legialanone, apffini con gli altri seguaci e imitatori d' un comune maestro e d' un ispiratore comune, quali abbiam visto essere stati per differenti guise DUNI, CUOCO, PAGANO. Se non che, come la tendenza alla pura imitazione eccita spesso la critica, parimenti la critica efficace! e produttiva viene più spesso eccitata dalla critica infeconda e negativa. Così DELFICO CIVITELLA quantunque più volte citi Vico e ne accetti perfino al ) cune dottrine su la Giurisprudenza romana, si presenta come negazione dì lui quando si pensi che Vico e primo interprete critico del Diritto Romano, e dicasi pure della Storia romana. Il dubbio critico e fecondo dell'uno su le origini di Roma e delle XII Tavole, diventò dubbio scettico nell' altro. Egli infatti giunse a dire che la comune opinione sulla grandezza romana devesi ridurre al solo ingrandimento de' confini, ottenuto spesso con mezzi rei ed infami.* E se GRAVINA appoggiandosi all' autorità di CICERONE appella Diritto per eccellenza il Diritto Romano; il Delfico, in su lo scorcio 1 dello stesso secolo, non teme affermare che Roma, tuttora barbara e ignorante, avea già veduto a' suoi fianchi gli Etruschi, i Sabini, gli Umbri, celebri già per leggi e per giustizia, gli Equi e gli Equicoli, così appellati perchè giusti. Che cosa ne fecero i Romani se non distruggerli, piuttosto che imitarli?' Le grandi lodi poi fatte in ogni tempo ai frammenti delle XII Tavole, egli chiamava letterario fanatismo. Il tanto encomiato Diritto Civile riguardava come risaltato delle interpretazioni dei Giurisprudenti e delle dispute forensi. Incertezza, arbitrio, volontà di conservare r aristocratico dispotismo diceva essere il carattere proprio del Diritto Romano. Che se Roma cadde, Vedi Riocrehe nU vero earattere della Oiurttprudenxa Romana e dei \ 9uoi cultori. Firenze, Introd. non cadde perchè oppressa dal pondo dell' estrema sua grandezza, ma per mancanza di base e difetto di solida architettura nell'edifizio. E conchiudendo poi la prima parte del suo libro, afferma che: (c la giustizia di Roma fu in principio quale può essere neUa barbarie; d'indi| quale dev' essere nell' anarchia, nella confusione delle leggi, e nella generale corruzione. Talché in ogni età al pensiero del Delfico CIVITELLA Roma si presenta in antitesi con la ragione e con la umanità: la giurisprudenza per lui è il fatale retaggio eh' ella ci lasciò, e i secoli ne hanno moltiplicato le specie.* Vedremo altrove, che se Vico fu primo a studiare con riservatezza guardinga e saviamente scettica la storia del popolo e del Diritto Romano assai cose distruggendo accolte già e sanzionate dall' autorità di molti secoli; non però cadde in quell' aperto e desolante scetticismo che, uccidendo i fatti nella storia, spegne ad un tempo la fede nell' animo di chi ne interpreta il significato, com'è appunto il caso del Delfico CIVITELLA. Vico anzi pervenne a dimostrare, come vedremo, una legge d' intimo progresso nelle successive manifestazioni storiche ' del diritto romano. E questo evidentemente contraddice al dubbio scettico del Delfico. Così può dirsi chiuso il primo periodo degli scrittori che han discorso di questa o quella dottrina del nostro filosofo. Nel qual periodo, ciò che ha molto valore | per noi, è la polemica fra Duni e FINETTI: il resto è lavoro d'imitazione piii o meno fedele che solamente nel Filangieri comincia ad assumere forma d' esplicazione ' originale. E questa tendenza imitativa, che finisce con lo scetticismo giuridico e storico del Delfico, ci mostra poi quanto sia vera quell'osservazione fatta da parecchi storici nostrani, che la snervata filosofia firancese principalmente scemasse originalità agli scrittori italiani d' allora, togliendo loro il poter discemere qual novità di principi! avesse introdotto il Vico nel regno della scienza e della storia umana. Possiamo dire che corra un abisso. Nell'ordine puramente speculativo ci è di mezzo il Criticismo; e nell'ordine delle idee stori 1 che e giuridiche, come in quello de' fatti politici, abbiamo i filosofi giusnaturalisti francesi, e la grande Rivoluzione. Con la Scienza Nuova noi avevamo già prevenuto l'esigenza critica, dal puro mondo dell'attività psicologica trasferendola e compiendola nel regno dell' attività storica; e nell'ordine delle idee avevamo sorpassato al-tresì la Rivoluzione, perchè, ammesso il processo istorico al quale, secondo la Scienza Nuova, deon soggiacere tutti i fatti e tutte le idee, non v'è pagina in questo libro dove non si senta la necessità, e non si tocchi con mano, per così dire, lo scoppio d'un radicale innovamento negli ordini del consorzio civile, politico e sociale.* Brevemente: nei tempi moderni veggiamo accadere nel nostro pensiero quello stesso che venne verificandosi nell' età del Risorgimento. Co' nostri vecchi filosofi noi avevamo arditamente sorpassato la Riforma, nel modo stesso che con le nostre scuole politiche (sempre nell' ordine dell'idee) * Nella Sociologia mostreremo che co*principii del suo Diritto C7ni-1 vende il nostro filosofo Compie la dottrina della Socialità di Orozio, corregge i prìncipii e quindi le consegoonze der Naturalimno speculativo e wteta/meo di Spinoza, inrera il Natwali«mo empirico di Hobbes, contraddice al TeoeraiÌ9wu> della scuola di Bossuet, alio Scetticismo giuridico di Bayle, di Pascal e di Montaigne, e previene le idee principali di Montesquieaj e di Rousseau legittimandole nel suo concetto istorico. avevamo già sorpassato le tendenze nonché i bisogni politici di quell'età.* Col primo schiudersi del nuovo secolo, adunque, non può non ischiudersi un periodo novello di studi assai più severi circa le dottrine del Vico; talché V abisso fra' due secoli poco fa accennato per noi non esiste, e in ogni modo la Scienza Nuova avrebbe trionfato nelr animo nostro come nelle nostre menti: avrebbe trionfato nella nostra storia civile come nel nostro pensiero filosofico, quand' anche il gran fatto della Eivoluzione non ci avesse scosso. Ci saremmo arrivati da per noi J forse più lenti, ma certo più securi. D segnale dunque de' nuovi studi s'inaugura cqu coscienza più chiara sul valore delle dottrine vicinane, e tal segnale ci è dato innanzi tutto da im poeta assai splendido nella forma quale e MONTI, e da un poeta assai potente e insieme potentissimo prosatore quale si e FOSCOLO. In una delle nostre più illustri Università, MONTI pronunzia quella beUissima sentenza che poi tutti hsìn ripetuto e ripetono parlando di Vico: La Scienza Nuova è come la montagna di Golfonday irta di scogli e gravida di diamanti. E quindi soggiungeva: Chi amasse di chiamare a rivista le idee generatrici e profonde delle quali si è fatto saccheggio nel Fico, tesserebbe lungo catalogo, e nuderebbe a moUe riputa^zioni.* Ma MONTI sente la verità e grandezza delle idee vichiane com' un poeta. FOSCOLO dà un nuovo passo e va molto più innanzi allora che nel celebrato discorso d'apertura all'insegnamento letterario nella stessa Università Pavese, piglia a trattare con l' usata maschiezza d'ingegno il vasto soggetto dell' origine e dell' ufficio della letteratura; nel quale prova insieme quant' avesse studiato le opere del nostro filosofo, e come sotto novelle forme si possa applicarne le dot* Ferbari, Cforto augii aeriUori Politiei italiani^ V. Monti, Proluaùme agli atudi delV Univeraità di Pavia, MUano, trine anche nei temi letterari. FOSCOLO ha colto il valore d'alcune sentenze psicologiche sparse nei lihri del filosofo napoletano; e da queste appunto ei seppe trarre il concetto posto come principio fondamentale del suo ragionamento. Egli, infatti, ricorre ai bisogni dell'uomo nel rintracciar l’origine delle lettere; e quindi reputa necessario investigarne la natura psicologica studiando le facoltà stesse dell' uomo.' Che poi avesse meditato e inteso le altre dottrine del filosofo, lo mostra il modo, per dire un esempio, con che egli discorre \ ea l'origine e su la natura della parola; la quale, traducendo quasi lo stesso linguaggio dinVico, dice essere ingenita in noi e contemporanea dia formazione dei sensi estemi e delle potente mentali. Seguace del nostro filosofo anche si palesa quand' accenna fuggevolmente a certe idee (per esempio a quelle del diritto e del dovere) le quali, manifestandosi dapprima idoleggiate con simboli ed immagini, si snodano poscia e parlan quasi da sé stesse nella nuda verità di ragione. Seguace altresì quando tocca delle origini del consorzio sociale e dell'imperio civile: del che poi egli stesso ci assicura dove, accennando a' poeti filosofi, dice che delie verità sui principii di tutte le nazioni vedute dal VicOy egli s' è studiato dimostrare e applicare le conseguenze alla storia dei nostri tempi} Dottrine del Vico, finalmente, applica nel discorso su le De^cazioni nella Chioma ' di Berenice, secondo che confessa da sé medesimo. Ma alla Scienza Nuova volge tosto gli occhi con ben altro acume di critica il napoletano Cataldo lannelli; la qual critica, come vedremo, esagerandosi nel Romagnosi, finisce per esser perdutamente scettica nel Ferrari. Di tutte le opere o studi fatti su la Scienza Nuova quella che più d'ogn' altra merita d'esser letta e me ! ditata è appunto l' opera del modesto impiegato della • Vedi Ditearto dell’origine e deW ufficio detta LettercUura^ nel volume deUe Lesioni Queste osservazioni hann' anch' elle un aspetto di verità; ma se ROMAGNOSI avesse meditato la Sdevusa Nuova con più amore e men disprezzo e meno boria a lui, del resto, tanto naturale, avrebbe visto che Vico altro non intese dire, come vedremo, se non quello precisamente eh' egli stesso ha detto qui assai male e senz' alcun metodo filosofico. E perchè poi reputa impossibile la similarità de' circoli storici? Perchè intese anch' egli, in modo volgare, come parecchi altri, il valore di cosi fatta legge. Ei non poteva persuadersi come nella storia ci sia ritorni e ripetizione di forma (meccanismo); ma non s'avvide che se pel Vico nella storia ci è ripetizioni, cotesto ripetizioni non sono possibili senza veraci innovazioni (dinamismo). Io non so capacitarmi come l' ingegno potentissimo di ROMAGNOSI non penetrasse nell' intimo della Scienza Nuova. Non so capacitarmi com'ei facesse una critica Certo U Romafirnosi non TÌde che se Vico prevenne Roasseau e tutti qnei giasnataralisti dell’epoca, i quali sì volentieri ciarlavano sa lo ttato di natura, li prevenne correggendoli, cioè legittimando razionalmente cotesto stato natarale, col porre in opera ben altri prineipii di psicologia e di storia cho non eran quelli de' saddetti filosofi. debole e scucita cosi che gira sempre attorno senza mai coglier la sostanza delle dottrine di Vico. U che senza dubbio terrà alla forma della sua filosofia, della quale il Rosmini pose in evidenza i molti e sostanziali i difetti, e, nonostante le calde e lunghe difese del Nova, i giudizi del Roveretano restano pur oggi intatti e verL Romagnosi, in ima parola, non poteva pregiar la Scienza Nuovii, perchè le sue dottrine putiscon di meccanismo. Artificiale e meccanica è in lui la dottrina sul governo dello stato, ch'ei paragona al cervello dell'animale. Artificiale e meccanica la dottrina dei Tesmofori in politica e in religione; le quali per lui sono bensì strumenti benefici al popolo, ma nelle mani dello stato. E dottrina presso che meccanica quella de' suoi Fattori dell' incivilimento. Perfino la terminologia eh' egli adopera ne palesa l' indole della mente e delle idee: storia naturale dei popoli, fisiologia degli stati, funzioni meccaniche e dinamiche della società, dinamica e meccanica morale, e simiU. Come passaggio della critica empirica e negativa del Romagnosi alla critica scettica di FERRARI, si presenta la traduzione e l' anaUsi che della Sdenjsa Nuova die alla Francia 6 alla eulta Europa l' illustre Michelet. Agli occhi degl'Italiani questo scrittore ha due grandi meriti: d' aver fatto conoscere il nostro filosofo isin dal 1827 fuori d'Italia, e, che più monta, d'averlo fatto capire nella sua verità mercè quell' arte facile, disinvolta e con quel fare schietto e rapido con cui, traducendola, seppe imprimere alla Scienga Nuova forma netta e fedele. Se non che, per quanto Michelet non sia crìtico interprete (né egli vi pretende) ma critico espositore, non pertanto i suoi giudizi son tutti co* Si yegga la definizione che ne dà nello Leggi dtlV ineivUimento, FERRARI ha rilevato con molta esattezza la differenza tra Vico e ROMAGNOSI nel lihro La menu di Romagnoti. E noE a torto poi il chiarissimo FERRI pone Romagnosi come primo ponHvi^ta In Italia. Ved. RÌ9t. de la PhU. lud., scienziosi e pressoché tutti pieni di verità. Eccone un saggio. Ci ha due Scienze Nuove, egli dice; ma se le Scienze Nuove son due, la prima d' esse è insieme I r ultima parola dell' autore; ultima quant' alla sostanza delle idee. Un'altra osservazione è questa: carattere e intento supremo di codesta Scienza Nuova è quello d'essere una filosofia, e nel medesimo tempo una storia dell'umanità. E un'altra riflessione che merita sia ricordata, è la seguente: il concetto d'una perfezione stazionaria accennata dal Vico nella Scienza Nuova e riprodottasi poscia in tanti libri, non riappare altrimenti nella seconda Scienza Nuova. Mi giova notare con ispedalità quest' ultimo pensiero del Michelet, per corregger la sentenza di tutti quegl' interpreti i quali per d lungo tempo ci han detto e ridetto che dei corsi e ricorsi entro cui Vico chiuse V umanità (per dir la parola consacrata), ei non abbia parlato fuorché nella seconda Scienza Nuova. Non ne ha parlato mai, in nessun libro, in veruna pagina de' suoi libri I La stazionarietà (sia detto unU buona volta per tutte) non è concetto vichiano. Io noi trovo esplicito, né implicito in lui; e non iscaturisce in verun modo dall' insieme delle sue dottrine. Il concetto del corso e ricorso storico, adunque, alla maniera volgare ch'é inteso da' più, è concetto che assolutamente ripugna al pensiero e alle scritture del nostro filosofo. Ma non tutti i giudizi del Michelet ci paiono ugualmente giusti. Ei non giugno a spiegar convenevolmente, per esempio, il concetto storico del nostro filo1 sofo su la forma del governo monarchico; tanto meno que'due principii accennati piii d'una volta nella iScien^^a Nuova e nel DvrìUo Universale su la necessità in che può ritrovarsi un popolo di consentire a lasciarsi governare ov' ei non sappia governarsi, e su l' affidar l' impero del mondo alla solerte prudenza dei migUorì. Il Michelet seppe delle opere del Duni, ma forse non potè leggerle: così parrebbe almeno dal modo con che lo SrnuAiii. ff cita fiiggevolmente solo una volta. Se quindi avesse conol scinto DUNI, avrebbe dato al Jus Gentium del Vico il suo proprio valore. E s'inganna poi quand' aflFerma, che il Libro Metafisico sia la sola scrittura, le cui dottrine non fossero state trasportate nella Scienza Nuova, del che lo riprende giustamente il Predari. Ma il Michelet ci compensa di cotesti erronei giudizi laddove con acume non ordinario confessa di riconoscere nel Vico U metafisico sottile,e profondo. E poi ci dà prova sicura d'animo spassionato e libero da ogni boria nazionale, quando, egli francese, francamente dichiara essere Vico r antagonista per eccdlenaa del CartesianismOy l'avversario più illuminato e più eloquente dello spirito del secolo XVIII.' Anche quest'osservazione è d'ogni parte vera e luminosa; perocché se carattere di quel secolo, come giustamente si crede, fu la negazione assoluta, la negazione in tutto e di tutti, distintivo, al contrario, delle dottrine del Vico si fu quello di tutto restaurare, e tutto affermare mercè l'opera del metodo isterico.* E poiché siamo a parlare de' Francesi, occorre far menzione degli altri che in quel paese, nell'epoca di che trattiamo, non reputarono tempo perso volger la mente al nostro filosofo. E primo fira tutti il Lerminier, * Vedi Prtncipet de la PhU. de VHiat, traduite de la Scietua Nuova de J. B. Vieoy BruxeUes La ridazione fatta dal Michelet détte occasioce iu Italia ad una critica del Kicci pubblicata nell’Antologia del Vieusseax RICCI mostra come lo storico francese altro non desse alla Francia che ì frantumi della Scienza Nuova, e per cinque diversi capi ne rileva la incompiutezza. Oltre a questo pregio, negli articoli del Btcci re n' è un altro; l’aver posto in chiaro, meglio forse che non facess^i il Dani, il significato della parola Autorità^ che ne* libri del nostro filosofo non è di lieve momento, e mostra che talora egli assume questa parola nel senso del Gius Komano come sorgiva de* diritti pubblici e privati; talora com*effotto del consenso d’una nazione in un dato principio; tal* altra come potestà, come potere ch*ò negazione di ragione e di coscienza speculativa. Notiamo altresì come il Ricci è quegli, fra* critici, che più insiste su l* ufficio del Seneualiemo nelle idee storiche delj Vico. Ved. Art. I, pag. 85. come quegli che nelle due principali sue scritture ne discorre sempre con entusiasmo, con amore e grande venerazione. Ben s' appone a designar la Sciema Nuova come il monumento sublime e hieearro^ in cui è viva la impronta delle fofrme e dei colori dd medio evo, e che fa del Vico centro dette antiche tradizioni, e insieme precursore déUa Scienza Nuova: talché non a torto fino dal 1829 lo considerò come il vero predecessore de' Wolf, de' Niebuhr, e degli Hegeliani. Se non che non sempre questo dotto e simpatico scrittore dà nel vero, come quando lo dichiara padre dell' JEfcfewswto moderno,^ o come laddove osserva che nella storia del mondo egli trasportasse quella di Roma. Lerminier non vide che di questa seconda istoria ei gioV06SÌ a meglio intender la natura della prima, alle storie tutte e perfino alla storia universale trasferendo gli elementi essenziali, originari, universali costituenti la natura umana. Assai meglio avrebbe detto d'aver egli trasferito la psicologia nella storia, anzi che la storia di questo 0 quel popolo alla storia di altri, ovvero a quella di tutt'i popoli in universale. Né, d'altra parte, il Vico intese applicare una legge alla storia in generale; errore, come vedremo, dei Teologisti e degli Hegeliani: intese bensì applicarla ai popoli considerati nelle individuali lor tradizioni e civiltà. Tanto meno poi é lecito creder eh' egli ponesse identità fra' tempi eroici primitivi e' '1 medio evo: bensì è vero eh' e' vi discemesse un moto perenne di ripetizione essenzialmente progressiva. Altrove il Lerminier, parlando del Machiavelli, osserva come r autore* della Scienza Nuova correggesse lo spirito storico del Segretario fiorentino, mercé una pciitica ideale e platonica. ' Questa sentenza in parte è vera; e dico in parte, poiché si può chiedere se co' suoi principii applicabili alla politica, il Vico abbia • Vedi Introd. gin. à VHitioire du Droit, cap. Xm. *0p. cit. pag. 167. • Vedi JKrt. de la Phtl, du Droit, Tom. U, pag. 102. corretto, o non piuttosto compiuto ciò che nel Machiavelli è solamente arte politica. Tutt' insieme dunque può dirsi, che se la critica del Lerminier non è molto acuta né molto sicura in alcuni giudizi, ella riesce nondimeno a cogliere con lucidezza tutta francese la natura e '1 fine della mente e deUe opere del nostro filosofo.' Su' giudizi del Lerminier riguardanti le idee giurìdiche e politiche di Vico torneremo in altra occasione. Qui giova notare come in Francia, quasi nel medesimo tempo in che gli scrittori di cui abbiamo accennato facevan conoscere il nostro filosofo, altri presero a parlame come il Gousin, Teodoro Jouffroy, il Ballanche. Tutti ripeton le usate lodi, e qualche giudizio del Gousin, al solito, a volerlo sottilmente esaminare, non riesce molto esatto. Quando vuol fard credere, per esempio, che Vico, benché combattesse Gartesio ne seguiva nuUameno la filosofia generale^* ognuno capisce com'ei si studi attaccare al gran carro del cartesianismo perfino il Vico; quasi che, anco a detta del francese Michelet, non ne fosse stato anzi V avversario piii terribile. E va lungi dal vero quand' osserva, che tutto ciò che è nel Bossuet e in Vico trovasi in Herder; quasi che si possa ignorare che Fautore della Metacritìca contro il Kant non fosse altro che un buon sensista, il quale ' perciò non dubitava credere che dall' organismo pullulasse ogni nostro pensiero e facoltà:^ nella quale sentenza ci conferma il suo traduttore francese il Quinet. U Gousin poi dice il vero laddove pone l'Herder ' come compimento del Vico quant' al concetto della natura e della efficacia che la natura dispiega sulla storia. Ma avrebbe dovuto avvertire che s'egli è compimento * Eccone, per esempio, una prora nella seguente arguta osserraxione: w/tico più che scettico, con la sua critica egli comincia a riprender V andamento pacato e sereno dello . lannelli. Il Cattaneo è come Y anello fra FERRARI e TOMMASEO. Noi non possiamo, egli dice, studiare con profitto lo spirito umano in sé, nella sua essenza, bensì nelle sue elaborazioni storiche, e nelle situazioni più numerose e diverse che si possa. Però bisogna studiare il poliedro ideologico nel fluissimo numero di sue faccey e da questo terreno tutto storico e sperimetitàle dovrà sorgere la vera cognizione dell'uomo; la quale indarno si cerca nei nascondigli della coscienza. Lo studio dell' individuo nella società, l’ideologia sodale: ecco una sentenza piena di verità per cui CATTANEO si chiarisce assennato seguace di Vico. E che egli abbia inteso il pensiero del filosofo napoletano lo pruova l'altra osservazione su le successive trasformazioni storiche del diritto, per cui nella Scienza Nuova a troviamo fusa la dottrina d^l' interessi come campeggia nel Machiavello con la dottrina della ragione i esposta da Grozio, togliendo eoa la contraddizione che divideva la storia dalla filosofia.' » Che se anche il Cattaneo s' addolora al pensiero dei Circoli fatali che Vico ebbe in comune, secondo lui, col Machiamipremi principii d'umanità, PuDOR e Libbrtas, che sono il cardine della ' Scienza Nuova, e per cui anch* il servo, anch’il bimane un bel giorno diventa uomo, personalità ? é'* Cade col Machiavelli nd »iHema delU dué fati, V ima harharay V altra eivtU, No, introduce nn nuovo sistems nelle due differenti fasi, Tuna tpantanea e raltrart^faMo; e questo non è circolo fatale, identico, ma progressivo. Dice poi che il Vico eroit que la vdonU peut eorrompre Vceuvre de la roMon. Qui evidentemente FERRARI non ha saputo, né poteva col suo scetticismo, intender* e comporre in organismo i principii psicologici del suo maestro. * Firbàri, Vieo et VltaUe. Paris CiTTRinBO, nel Politeonieo. Vedi Periodico oit velli e col Campanella, una consonanza mirabile però sa trovare fra i più recenti sistemi umanitari e quello del Vico, agli occhi del quale la Provvidenza, con V occasione degV interessi delle inique passioni, trae la giustizia effettuandola gradatamente nel mondo delle nazioni. Laonde osserva come prima di Fichte, segnatamente prima di Schelling, a lui fosse dato riguardar la ragione ' qual facoltà che occasionalmente si sveglia nell'uman genere.' •CONTINUA IL PERIODO DE' CRITICI E DEGLI ERUDITI. Co' suoi Studi Critici V illustre TOMMASEO segna il passaggio al terzo periodo, e quindi ad una terza classe di scrittori che si sono occupati di Vico. Critico e filosofo, infatti, egli stabilisce V anello fra i puri critici e gì' interpreti filosofi negli studi riguardanti il nostro autore: Imitazione e riproduzione, come negli scrittori del primo periodo, non era possibile nell'ingegno versatile, duttile, acuto ed elegante del Tommaseo; e tanto meno possibile in lui una critica scettica alla maniera del Ferrari. Piena la mente e l'anima di fede e di profondo sentire, questo scrittore è anche filosofo, e vi pretende. Egli ha scritto libri di filosofia; ha interpretato, e non di rado con sottigliezza scolastica ha difeso il princìpio speculativo del Rosmini, e propugnatolo con ardore giovanile. Nessuno dunque può negare a quest'ingegno artistico e severo buona dose di virtù speculativa. Sarà filosofo scologizzante, sarà filosofo più che rosminiano, ma è filosofo, oltre che critico de' più sottili: è filosofo e critico, e, senza conNel PoUteenico trasto, quant' a proprietà di linguaggio occupa oggi 1 primo seggio fra i viventi scrittori del nostro paese. Nessuno meglio di lui poteva farsi a rilevar le bellezze nella parte letteraria ed estetica delle idee del nostro filosofo. E, facile a spigolare ne' campi altrui, anche in questo egli è andato scegliendo fior da fiore, e ne presenta cotal mazzo che lascia scorgere l'arte di chi n' ha fatto la scelta. Chi, prima di lui, avea saputo ritrar r indole, per esempio, di certe composizioni poetiche del Vico, additar la possente originalità nello stile, la selvaggia lobustezza della parola, la forma singolare dell' ingegno, e segnatamente l' animo e tutto il carattere morale dell'uomo? Una delle più notevoli pagine della prosa italiana, egli osserva, è la nobile immagine di donna egregia lodata dal Vico: ed è verissimo; e vere ed argute non meno ci paion quelle considerazioni su la storia del Caraffa, nella quale spesso questi è dipinto non qncd era ma guai doveva essere, per meritare le lodi di VICO. La dignità del lodatore si vendica per tal modo della indegnità del lodato j e la lode diventa condaivna.^ Ma il Tommaseo, ho detto, è anche ingegno speculativo, e spesso è felice nell'intravedere il vero di certe idee filosofiche del Vico. Ecco un'acuta riflessione: Fólibio e gli antichi deducono osscì-va^ioni generali da* fottio U MACHIAVELLI trae consiglif Vico determina leggi. Ma le SUE LEGGI NON PANNO FORZA ALLA PRATICA, anzi egli dice cìie l'uomo dee nelle teorie r attenersi come cavallo aìiimosoy per poi nelle pratiche cose correr di maggior lena} Altra bella osservazione è quando nota come da Platone egli traesse non l'idea, sì la ispirazione della sua storia ideale. Il che mi piace avvertire col Tommaseo contro chi pretende rimontare sino al filosofo ateniese a ripescarvi un antecedente alla Scienza Nuova! Verissimo altresì che le due Scienze Nuove paiono entrambe due grandi edifici secondo la medesima idea architettati: Tommaseo, Studi Critici. Venezia, questo avverta chi ha creduto vedere nella seconda di esse non so che stravaganze, follie o puerilità. Con salde ragioni poi contro parecchi critici del Vico egli dimostra come nelle opere di lui si manifesti potente, vera, chiara l'idea del progresso; perchè se aUe cose umane vide un corso e ricorso in orbita fissa, non disse che V orbita non si potesse più e più sempre cól volger de' tempi allargare^ E non meno della critica che riguarda per diretto il Vico, preziose paionmi anche quelle undici appendici indirizzate ad illuminare il testo dove il filosofo napoletano sorge principal figura: dico le appendici sopra STELLINI, Grozio, ROMAGNOSI, FOSCOLO, sul gius sacro e sul gius romano, su le origini sociali, su gli Sciti, Illirici, Slavi, sul Niebuhr ed altri. Il Tommaseo vuol esser rammentato ed encomiato eziandio per un altro lavoro speciale sul Diritto Univer1 sale,^ È un esame critico, al solito, assai condensato e sparso di riflessioni ingegnose, d'opportuni e fedeli riscontri e di felici divinazioni nel penetrare le idee del filosofo. Ma è pur d'uopo confessare che se come critico nessuno può entrargli innanzi per sobrietà e giustezza di giudizi, come filosofo non tutti sapranno accettarne ogni sentenza. Molte interpretazioni e parecchie confutazioni eh' ei move al Vico noi non potremmo accogUere: quella per esempio dove, accennando alla luce metafisica del nostro filosofo, si studia vederci non pili che Tessere ideale di SERBATI,' e T altra onde presume che dal concetto della Trinità egli traesse l' ordinamento delle facoltà umane, e nel medesimo concetto scorgesse radicarsi la metafisica, la morale e fin la giurispruden• fe anche di TOMMASEO quesV altra bellissima osseryazionc: Dalle proprie averUure Vico dedusse H mondo invecchiato: ma ^gìi medesimo ci vieta di crederlOf egli che pronunziò: mundus enim jaTenescit adhuc; interpretazione luminosa deUa sua /rantesa dottrina delh* legje de ricorsi, e risposta sufficiente a dà lo accusa di negare al genere umano ogni forza (T avatuamenfo. Dizionario Estetico» ^kudi Filosofici, Venezia mdoooxl, . l« Stwli OrUici, ] za. Sbaglio grave, dice, Taver negato la trasmigrazione I delle civiltà da popolo in popolo innalzandovi mura di bronzo. Errore gravissimo poi da restame scandalizzati, più che uno, mille Tommasèi, gli par la sentenza, che dopo il diluvio gli uomini si disumanassero 1 * E qui r illustre critico si fa forte delle censure di LAMI, di ROMANO e di FINETTI e di tutti gli oppositori del primo periodo, co' quali dopo un secolo e mezzo par ch'ei si trovi in pieno accordo. TOMMASEO non poteva penetrare nelle dottrine speculative di VICO, e da quéste trarre, più che dai due o tre passi d'autori lettini o dagli urli dell'uomo bestiale assordante l'aria e le selve, nuove dottrine e vere su le origini dell' umanità, non discordanti oggi co' risultati delle scienze naturali. Come si vede, con una critica sempre acuta nelle sue osservazioni tuttoché non sempre vera ne' suoi giudizi, il Tommaseo è stato il primo fra noi ad esprimerci '1 bisogno d' interpretare in maniera filosofica le dottrine del nostro filosofo; ma non vi giugne, né il poteva, perchè non gliel permettevan né le esigenze della fede tanto salda e vigorosa nell' animo suo, né la filosofia schiettamente Kosminiana nella quale è uso attingere i principii filosofici e i criteri metodici. Usciamo ora un'altra volta dal nostro paese, e vediamo se nel giro degli anni di che parUamo gli studi, i giudizi e la stima circa il nostro filosofo sian venuti sempreppiù progredendo anche presso altra letteratura come presso di noi. L'illustre Renouvier avrebbe stimato manchevole la sua storia della filosofia moderna ove anch' egli non avesse accennato all'autore della Scienza Nuova. Vico, egli dice ripetendo un'aflFermazionedel Michelet, ToMMAsio, Studi Filotojiciy Studi Gritici, Due o tre pa$9Ì d* autori latini e H troppo reU^oto rispetto di tutu torta tradizioni in tali togni tmarrirono tale ingegno. del CDUsin, del Lerminier, dello JoufiFroy e d'altri francesi, ha fatto alla scienza una rivelazione nuova creando la filosofia della storia; talché dopo la morte de' due martki suoi compatrioti Bruno e Campanella, ei ci si presenta davvero qual rivelatore d'un mondo nuovo.* Un' altra osservazione, di cui è bene prender nota, è quella dov' egli afferma che, quant' a Cartesio, il Vico ebbe pieno diritto a biasimarne l'incompiutezza del metodo, egli che, considerando come scienze la poesia, la storia e la filologia, potè gettar -le basi d'un metodo novello supremamente sperimentale, storico e comprensivo. Ma quali sono propriamente i principii filosofici del Vico? Ha egli una serie di principii metafisici? Renouvier non risponde a questa domanda, e si tiene contento nell' affermare solamente eh' egli ama/va la metafisica di Descartes. Sarebbe questo il luogo di rammentare il Bouchez; * ma, fra tutt' i francesi, questi è l' unico scrittore che del Nostro abbia parlato in guisa assai meschina, tanto che a veder come lo cita e come n' espone le idee, farebbe sospettare di non averlo letto, o che ne abbia solamente discorso per sentita dire.«£ noi non avremmo tirato fuori il nome di questo debolissimo filosofo della storia e tenutone conto, se nel suo libro non si vedesse confermata certa notizia della quale giova prender nota. Citando un vecchio periodico di Francia, Bouchez dice come le opere di Vico fossero quivi note già sino dai primi lustri del secolo passato. I francesi dunque molto probabilmente non ignoravano il primo libro del Diritto \ Universale e, che più monta, neanche il secondo nel ' quale è racchiusa, com' è noto, la sostanza della Scienza Ifuova. La qual cosa abbiam voluto qui avvertire col fine di rinfiancare vie piii la sentenza d'alcuni critici su l'origine delle molte affinità fra alcune idee del Vico, * RBiroinriBB,Jfaraii««Z de PhUot. moderne; Paris et Uipsig BouoHBZ, Inltrod. è la Scietkce de VHiet, ec. Paris, e quelle di certi filosofi e storici francesi anteriori alla rivoluzione, massime del Tm^ot e di Condorcet. Nel tempo di cui parliamo novella traduzione comparve in Francia per opera dell' autrice anonima del Saggio sulla formaeUme dd damma eaftólico. E anche qui e' è progresso; perchè se la traduzione det Michelet, come si disse, è una riduzione non molto fedele e mancante di critica, la traduzione di che discorriamo, oltre d'esser propriamente traduzione, è poi fornita d'un lungo lavoro su le opere e su le dottrine del Vico, pregevole soprattutto per V analisi cui è sottoposto il pensiero del nostro filosofo.* L' autore di questa prefazione s' accorge subito ov'è il nodo delle dottrine e del metodo vichiano. Cotesto nodo, evidentemente, è nella distinzione e insieme nella relazione tra il vero e il certo, tra la ragioìie e Vautoritcu^ E innanzi tutto osserva come la parola autorità pel Vico voglia dir volontà, coscienza, 1 voce interiore, sorgente di quel conoscere ond' all'uomo non riesce additar le ragioni scientifiche e universali. Brevemente; la coscienza è autorità anzi la piìi grave delle autorità. La ragione poi è facoltà che giugno a dimostrar la cosa scientificamente, e quindi produce il vero. E poiché tutto ciò che 1' uomo dimostra è fatto da lui e però ha natura finita, ne segue che il vero debb' essere inferiore al certo. V è pertanto differenza tra il vero metafisico e '1 vero matematico: questo è nostra fattura, e quindi è vero; quello, in vece, non ci appartiene come nostro effetto, e in conseguenza riguardo a noi è solamente un certo. Ora siccome conoscere vuol dire scomporre ed astrarre per cavarne gli elementi; così di Dio non potremo aver nozione vera, ma certa, stantechè non ne sia dato scomporre ciò eh' è essenzialmente uno, né ritrovar cause di ciò che è causa per sé. È necessario adunque un modo nuovo di conoscere Dio; La lunga ed elaborata prefazione a coi alludiamo si vaole scrìtta da un celebre storico firancese, A. M., amico della traduttrice. La Seience NouveUe, trad. etc., Paris, e però necessaria una nuova facoltà. Questa facoltà è appunto il volere, che si rivela col mezzo della coscienza. La nozione di Dio quindi è un fatto di coscienza e di autorità, perchè autorità e coscienza tornano il medesimo. Ho voluto accennar brevemente queste osservazioni non solo a mostrare che la prefazione di cui parliamo non è da annoverarsi fra le solite ampolle messe in fronte alle traduzioni delle opere di grandi autori, ma a far Tederò altresì come in essa racchiudansi interpretazioni davvero ingegnose. Il traduttore poi avverte la confusione fatta da VICO tra Zenone lo stoico al quale è attribuita la dottrina del punto metafisico, e quel Zenone a VELIA che riguarda i corpi siccome aggregati d'infinito numero d^ atomi o di punti. Nota essere esclurivo di VICO quel concetto per cui si considera il corpo siccome |?wn^o metaifisico esteso. Osserva (e qui prego gli altri critici H tener conto di tale osservazione) che il Vico non volle né poteva respinger l' idea del progresso, attesoché avrebbe contraddetto alla propria metafisica: le$ cercle4 doni il entoure l’hutnanité doit nécessairement marcher en avant.^ La qual sentenza, che cioè nel padre della scienza storica rifulga chiarissima, chi sappia discemerla, l'idea del progresso, è sostenuta in modo splendido da un altro francese vivente, dal De Ferron come appresso vedremo. Fra le idee originali di Vico il traduttore pone anche questa: V uniformità originaria di civiltà appo differenti popoli più come eftetto della comune natura e dell' unità di fine che ne presiede allo svolgimento, anzi che come resultato di comunicazioni dirette avvenute fira popoli diversi.' Riferisce al Vico la scoperta de' tipi fantastici di differenti classi d'uomini contro chi non vi sapeva scorgere altro fiiorchè personificazione di forze naturali. À lui medesimo riferisce l' aver dimostrato storicamente il processo delle tre forme politiche generali, [ La Science Nouvdle OVli. aristocrazia, democrazia, monarchia; V aver avuto coscienza come né l’eloquio né la civiltà latina fossero provenute di Grecia; e, anziché divinato (come vorrebbero alcuni tedeschi), aver egli dimostrato in gran parte i suoi principii storici, né solamente dato impulso alla presente filosofia della storia, ma avere concorso propriamente a svolgerla, a costituirla: al qual proposito notiamo come il traduttore giustamente rivendichi a Vico il merito attribuito a Champollion, d' aver interI pretato e svolto le conseguenze del celebre passo di San Clemente Alessandrino. Fa vedere poi come in pili cose ei mirasse più giusto e più sicuro dei suoi successori quant' alla storia del Diritto; per esempio, su la tanto vitale distinzione fra popolo e plebe, non veduta da ! Livio, e comprovata dopo il Vico dal Beaufort e da Niebuhr. Mostra quindi essere assolutamente nuovo il modo con che V autore della Scienza Nuova considera e risolve la questione circa l'origine delle XII Tavole; nel che lodiamo la forza e la maniera ingegnosa ond' anch' egli sa difenderne la verità. Verissimo, finalmente, quel giudizio su la dottrina risguardante Omero e i poemi omerici, accorgendosi come il Vico non intendesse con tal dottrina negare un Omero personale che 'impresse forma esteriore ai suddetti poemi, ma negare bensì, nel che egli ebbe ed ha ragione, un Omero che fosse creatore de' medesimi, come vedremo a suo luogo. Tali sono i pregi di quest'assennato lavoro critico che va innanzi alla seconda traduzione della Scienza Nuova. Ma non vi mancano difetti; e ne cito qualche esempio. Come non iscorger l' attinenza fra il vero e il certo di VICO? Come non veder che 1' autorità altro non è che la stessa ragione considerata quale obbietto che propone sé a sé medesima, essendo due termini cotesti che, come altrove diremo, van soggetti anch'essi alla legge di conversione? Se questo avesse inteso il traduttore, non avrebbe affermato che dell' assoluto non si possa aver nozione, ma sentimento. Nella Ragione e jìeW Autorità del Vico egli forse ha voluto scorgere qualcosa della Ragion pura e della Ragion pratica del Kant, ' G certo non s' è intieramente ingannato. Ma non s' incanna egli quando si piace di scendere a conclusioni cosi immediate col Criticismo? Che poi tanto in metafisica quanto in geometria il punto sìsl principio d^ estensione; che però la matematica, sia come dire, copia materiale atta a farci conoscere il tipo immateriale eh' è appunto la r»i avverato dopo la pubUicaiione di tale storia, aTcndo questo scrittore poeto il gran princìpio per cui la storia è aommesea {dVimpero di leggi univeraali. Ma non è questa per l’ appunto la grande scoperta della Scienza Nuova almeno quant*al suo principio? E tutte le leggi su la costanza de* fatti sociali trovate da Buckle e più dal Quetulut, non sono forse altrettante applicazioni sociali di quel princìpio? Ma prima di procedere innanzi giova rispondere ad mia difficoltà non diffìcile, a nascer nella mente di qualche pedante. Si domanderà: perchè insieme co' puri critici ed eruditi in questo secondo periodo avete messo filosofi di gran nome? La risposta è facile e chiara: primo, perchè tale è l'ordine cronologico di cotesti filosofi; secondo, perchè costoro han parlato o accennato alle dottrine del Vico, adoperando una critica più presto erudita e storica che filosofica. Qui non potevamo disporre e coordinare gli autori in ragione delle opere scritte e per gli studi eh' essi han coltivato e per la forma del loro ingegno, bensì pel valore della critica ch'essi hanno esercitato su le dottrine del nostro filosofo. Nessuno ha dato segno d'elevarsi ai veri prindpii di queste dottrine, non perchè non sapessero, ma sia perchè alcuni di essi non ebbero tal fine parlando dinVico, sia perchè non han creduto ad una filosofia ' di quest'autore. Nondimeno a contar dai primi fino agli ultimi scrittori appartenenti a questo secondo periodo, dallo Jannelli, per esempio, al secondo traduttore francese della Sdenta Nuova, è evidente un progresso mercè cui la critica sul nostro filosofo, da erudita e sto \ rica e filologica, viene assumendo gradatamente valore sempre più filosofico; di modo che T ordine logico, in questo nostro saggio di storia sulla Scienza Nuova, risponde perfettamente all' ordine cronologico. La critica nel senso d' interpretazione filosofica sarà quind' innanzi il carattere per cui si distingueranno gli autori a' quali verremo accennando nel seguente capitolo. periodo degl' interpreti filosofi. Il terzo periodo degli studi sul filosofo napoletano, se è vero che ha da risolversi logicamente, come s'è detto, in una critica filosofica, doveva esser dischiuso propriamente da' filosofi come quelli i quali, più che fermarsi alle applicazioni, costumano anzi risalire ai principii e alle ragioni di esse. Or le ragioni e i principi! ( della Scienza Nuova giacciono sparsi, quasi germi fecondi, nelle opere latine del nostro filosofo; e a queste vediamo accennare più spesso, e ad esse volgersi più che ad altro la mente degli scrittori che noi verremo adunando ed esaminando in questo terzo periodo. Primo di tutti, infatti, al Libro Metafisico ricorre r illustre ROVERE; e, trovatovi il criterio del vero e del fatto che è come il nodo vitale di tutte le teoriche vichiane, nel Binnovamento dell' antica filosofia I italiana viene applicandolo a quella dottrina ch'ei disse della hvtuijsione. Sennonché, un criterio qual è questo di valore essenzialmente universale, come vedremo, un criterio che nelle più elevate questioni di metafisica assume qualità e forma di principio; nelle mani del filosofo pesarese invece piglia natura e proporzioni, per cosi dire, di norma psicologica, o ideologica che sia: né quindi ebbe torto il Rosmini se in cosiffatto innesto operato dal Mamiani vide annidarsi difetti non pochi, né lievi magagne, confessate oggi tacitamente e nobilmente dall' autore delle Confessioni d’un metafisico. Vedremo a suo luogo se quando Vico propose quel criterio, non intendesse né punto né poco uscir da' termini della Intuizione, come allora pensavasi '1 Mamiani.* Il quale, ove oggi tornasse a parlarne, certo ne discorrerebbe in ben altri sensi e co' riguardi di buon platonico, più che di filosofo naturale seguace della filosofia del comun senso, al modo che con sì acceso entusiasmo prese a fare trentacinque anni addietro.* Del • Vedi Del Rinnovamento della FU. antica Itah, Parijri. 1 Difatto nelle Con/esnoni ROVERE designa il filosofo napoletano come il vero e ardito rinnovatore della teorica delle idee, ma non dice come, non dice perchè, e non giustifica in alcun luogo ed in vernn modo tale affermazione. Nò Teramente il poterà, stantechè rimanente il merito a cui egli può e dee pretendere panni questo. Primo d' ogni altro ei richiamò alla mente degl'italiani non pur la dottrina su l'anzidetto criterio, ma eziandio alcune teorie cosmologiche sparse nel libro De Antiquissima Itàlorum sapientia. Tale si è quella de' punti metafisici come generatori di solidi, in quanto ci significano una forza unica che in ciascun corpo meditiamo sotto la concezione d' un punto: tale queir altra su la continuità che questa forza infonde a tutte cose: * tale anco la idea del conato motore identico per tutto: tale il concetto della incomunicabilità del moto onde ogni particola materiale si può dir che possieda in proprio il principio motivo già ricevuto da tutto il subbietto, talché il moto sia da ritenere per al tutto spontaneo:' tale, finalmente, l'idea della impossibilità del vuoto assoluto, e 1' altra che il divisibile accusi r indivisibile, l' indefinito e l' immutabile in seno alle fenomeniche e divise realtà.' Ognun vede quanto ROVERE del Rinnovamento cogliesse giusto in queste idee cosmologiche di VICO. Dopo trenta e piii anni però egli è ritornato a parlarne, ma troppe cose nella nuova cosmologia scordandosi della vecchia. Ristringendoci infatti, per ora, al concetto istorico, se dell' antico maestro invocato sei lustri innanzi ei pur si rammenta, se ne rammenta sol per addolorarsi anch' egli che il Vico fosse stato l' autore della dottrina Corsi e ricorsi storici (malaugurata dottrina!) né sa darsi pace pensando come mai nella mente di quel sommo tal gravissimo errore fosse potuto capire. Al contrario oggi egli stima d'aver gettato le basi alla filosofia storica, mercè l' idea dell' finità organica del mondo isterico. Ma, diciamolo con buona pace dell'illustre U sua teorica neopIatoDìca delle idee sia diametralmente opposta a quella che, come redremo, scaturisce dall* insieme delle dottrine richiane. Dd Rinnovamento^ ec pai|^. 297. nomo, cotesto a noi sembra ed è un concetto assolutamente vìchiano. Per tre fattori, infatti, dice il Mamiani, il mondo de' popoli forma unità organica; e sono questi: 1* natura comune e perpetua negli uomini; 2 È una relazione * Vedi negli Atti dell’Accademia di Torino, celesta, tra Kant e Vico, della quale giova tejier conto; e abbiam voluto farlo citando le parole del valoroso BERTINI. CONTI, pensatore profondamente cattolico e altrettanto onesto e sincero nelle sue convinzioni, ha voluto consacrare intera una lezione alle dottrine del I nostro filosofo nel suo Specchio della storia generale della filosofia. Chi conosce i principi! filosofici dell' illustre ed elegante scrittore toscano saprà indovinar subito quale esposizione egli faccia di VICO, e sospettare in che senso ne interpreti le dottrine. Può dirsi eh' e' sia il rovescio degli hegeliani; perchè si studia di tirar tutto dalla sua parte l' A. della Scienza Nuova, segnalandolo naturalmente com' uno de' tanti anelli della sua filosofia perenne. Io non istarò qui a negare ne che il Vico sia cattolico, né che la critica del prof, pisano sia fatta male. Sarà anzi critica savia e coerente: ma è tutto Vico della prima maniera quello eh' ei ci dà, perocché niente vi sappia discemere che non si ritrovi più o men palesemente in Agostino, in AQUINO, in AOSTA, e simili. Però in VICO nulla ci é di nuovo, nel senso del filosofo samminiatese, salvo che il concetto d'una filosofia civile. Né potrebb' esser diversamente, ammessa la maniera con che suol procedere in tale esposizione critica appoggiandosi per lo pili in certe aflFermazioni generali e duttilissime del nostro filosofo, qual è, per esempio, questa: Dio, com'è U principio ddV essere, così è anche del conoscere. Quante mai conseguenze non si potrebbero far rampollare da cosifiatto principio ! Un giobertiano, per esempio, vi mostrerebbe com' ei si sgomitoli tutto nelle note formolo e cicli creativi e concreativi assoluti e relativi di cui al solito egli ha piena la bocca; dovechè un hegeliano non mancherebbe darvi pruova di tal destrezza, da sciorinarvi sotto gli occhi a fil di logica tutta la rete delle sue leggi dialettiche. In VICO c'è parecchie di cpsi fatte sentenze; né a CONTI poteva riuscir difficile tirarle alla sua filosofia comprensiva. Ma egli dice benissimo dove osserva che i prìncipii del Vico, anzi che condurre al panteismo, lo combattono; e in ciò noi conyeniamo pienamente. Or non sarebbe stato mestieri dimostrar come non vi condncano e conte lo possan combattere? Consentiamo altresì col dotto scrittore in tutte quelle saggio riflessioni eh' e' sa fare su l'indole comprensiva e storica del metodo vichiano. Ma non sapremmo concedergli che la dottrina dei corsi e ricorsi apparisca solo nella seconda Scienza Nuova. È quistione di fatto eh' ei potrà risolvere col ridar un' occhiata al sommario della 1* Scienza Nuova. Farà male anche a lui cotesta dibattuta e combattuta dottrina; ed è forse per questo ch'egli procaccia di trovar modo a scusarne l'autore: ma, più che scusarlo, avrebbe dovuto e potuto difenderlo. Crede anch' egli poi, erroneamente, come FERRARI, che VICO s'ispirasse alla teorica delle monadi di Leibnitz; ma contro il Ferrari mostra, e fa benissimo, quanto il Vico fosse lungi dal confonder la causalità con l' identità ideale. Finalmente osserviamo che i principii ond' il Vico resiste al Cartesianismo e che il Conti riduce a tre, sono da lui debitamente interpretati, meno T ultimo poco fa menzionato; che Dio, cioè, essendo principio dell' essere, è anche principio del conoscere. Accettando questa sentenza accetta anco l' altra tanto familiare al Vico, per cui la metafisica, la matematica e l'etica siano da Dio. Anche cotesta è afi'ermazione generale, onde nnlla può concluderai finché non si giùnga a mostrare come precisamente accada che quelle scienze rampollino da Dio. Per ciò medesimo accoglie e ripete quelr altro pensiero che il sommo della certezza risegga nella metafisica; contraddicendo cosi a ciò eh' egli stesso ana pagina innanzi aveva accettato da Vico: la certezza somma potersi l'aggiugnere unicamente con le matematiche. Bisogna pur confessare che con la sua critica il Conti ha lasciato il Vico dove appunto l' avean A. CoNTf, Storia della Filotofich Firenze condotto, per esempio, il Duni, Tlannelli, il Tommaseo, r Amari, il Rosmini e tutti gl'interpreti filosofi cattolici. E noi non sapremmo fargliene carico: con la sua maniera di filosofare non poteva far diversamente. Anche l'illustre Franchi, scettico ingegnoso, onestissimo, sincero, e critico furibondo, pare talora siasi data la pena di leggere qualche libro del Vico; e ne parla I in due luoghi neUe sue Letture sulla storia della filosofia moderna. È noto come il Vico più volte accenni a Bacone, nella Scienza Nuova, nel Libro Metafisico, nel^ r Orojsiotie sugli studi, e fin nelle sue Vindicue contro gli Atti degli eruditi di Lipsia. Lo rammenta sempre con parole amorose e riverenti, annoverandolo, com'è noto, fra' suoi maestri. Il valoroso Ausonio reputa esagerati cotesti elogi, massime, die' egli, quando si pensi a GALILEI. Non possiamo qui intrattenerci sul valore speculativo di Bacone: il divario e le somiglianze fra lui e il nostro GALILEI accennammo altrove.* Ma gli elogi del Vico al filosofo che primo ebbe coscienza della teoria sperimentale (dico della teoria) non dovrebbero parere esagerati a nessuno: Franchi anzi avrebbe dovuto chiamarsene contento, se avesse badato all'indirizzo storico e però sperimentale cui è tutta volta la Scienza Nuova. Né qui giova gran fatto invocar l'autorità di Cartesio, dicendo ch'ei fece appena menzione di Bacone; del Newton che noi nominò mai; del Locke che lo citò solo una volta, non come filosofo, bensì come storico. Questa anzi è una ragione di più per apprezzare gli elogi che ne fa VICO. Qual è il motivo principale onde r autore della Scienza Nuova encomia tanto spesso r autore del Nuovo Organo? Questo, parmi; l'esigenza in Bacone a dimostrar con esperimenti la verità già concepita, e quasi preveduta col pensiero.* La ragione dunque ond' al Vico piaceva Bacone, ci mostra com' egli sapesse intendere e pregiare la mente del filo[Vedi la nostra memorìa su GALILEI. Bologna. Vico, Vindìeke^ nve NoUb in Ada erudiUìrvm lAptitnna] sofo inglese. E dico intendere e pregiare, perciocché -egli non iscorgeva nel Nìmvo Organo quel rachitico sperimentalismo che ci san vedere i positivisti, e per cui solamente e con tanto calore costoro invocano a maestro il conte di Sant'Alban. Di che proviene poi un'altra riflessione ; ed è che dalla citazione di VICO testé riferita è manifesto, come gli sperimenti non sieno la sorgiva, bensì la riproduzione, la conferma di ciò che in qualche ' maniera si è innanzi concepito; e per cui i diritti dello spiritò restano salvi di fronte a qualsiasi forma d'empirismo. D'altra parte, poiché senza sperimenti ciò che s'è speculato riesce al tutto sterile e vuoto, ne segue che non senza buone ragioni nella Scienza Nuova il metodo di iilosofare del Nuovo Organo è detto essere il metodo più accertato. Avea dunque torto il Vico nel profondere •encomii al Gran Cancelliere? Esagerazione é il dire, nell' Autobiografia, essere stata grande fortuna per lui aver avuto notizia del libro del Signor di Verolamio? Ma e' é di pili. Il Franchi reputa Bacone padre di quella storia che l' autore del nuovo Organo disse letteraria, e senza cui la storia del mondo pare vagli come la statua* di PoUfemo priva dell' occhio. Or come va che l' acutissimo critico non s' è accorto esser la Scienza Nuova precisamente cotest' occhio dato dal Vico al Polifemo di Bacone? E non é ella cotesta un'altra relazione fra' due filosofi? E non è in questa relazione appunto il motivo degli encomii esagerati? FRANCHI parla di VICO anche a proposito del Cogito di Cartesio. È noto come l' autore della Scieìiea Nuova, ragionando di questo criterio, facesse menzione altresì del detto di Sosia: quum cogito, equidem certe idem sum qui semper fui. Ne parla €ome fatto inconcusso inverso a cui le lance dello Scetticismo, per acutissime che paiano, rimangono spuntate appunto perchè il dubbio, essendo anche pensiero e quindi importando identità personale, racchiude certezza. Il Franchi domanda (e nel domandare, dà segno di stupire in che maniei'a la penna d'un Vico abbia potuto scrivere tali enormezzel): che cosa mai ci ha che vedere il motto volgare di Plauto col principio filosofico di Cartesio? Ma, buonissimo e valoroso Ausonio, trattasi per T appunto di questo I La posizione Cartesiana è ella davvero un principio, o no? È egli un vero, o non piuttosto un certo? Tra i filosofi vi è anche MAZZARELLA, che in quest' nltim' anni ha parlato di Vico nella sua Storia della Critica, e ne ha considerato l'ingegno critico in relazione alla critica anteriore e posteriore all'autore della Scienza Nuova. Con la solita chiarezza e semplicità e dirittura di pensiero egli ha saputo mostrar che cosa rappresenti il filosofo di Napoli nella Storia della Critica: !• il disprezzo della critica meramente erudita: 2 zioni poco fa rammentato, niun altro fra noi ha parlato del Diritto Univermle tranne roi:rregio prof. Luchini nella sua Critica della penalità^ condotta secondo i principii del filosofo napoletano. Egli ha messo a riscontro ia dottrina del Nostro con le teoriche di Kant, del Bentham, di ROMAGNOSI, di ROSSI e della Scuola toscana, e se ne dichiara seguace. Vedremo nella «Socto^ofTtd s'egli siasi apposto nello mterpretar la teorica della penalità dell* autore del Diritto Univtrtale, anteriori. Di fatto, porre a fondamento della società un doppio bisogno materiale e morale, eh' è dire l'istinto al bene essenzialmente morale e all'utile tolto nel significato di equo-buono; dimostrar Funo anteriore logicamente all’altro e questo mostrar co' fatti anteriore a quello per sola ragion cronologica; trame quindi il principio giuridico ed etico d' una doppia società (soci^as veri e sodetas (squi-boni); far consistere la natura d'entrambe in uno scambio di beni materiali e morali fra gì' individui; porre il concetto di giustizia come proporzione onde questi beni vonn' esser distribuiti, ri che quand' anco non esistesse un bene di genere morale ma solo beni materiali ci avrebbe a essere ciò nullamanco una misura secondo la quale siffatti beni devano andar ripartiti, e quindi la necessità del medesimo concetto di giustizia anche nelle attinenze puramente materiali fra gli uomini: presentare siffattamente la scienza del diritto, dice il Franck, vuol dire creare addirittiu*a la filo ' sofia delie relimoni civili e sociali, la benintesa Sociologia. Due sono perciò le regole fondamentali dell'umana condotta che scaturiscono da'principii di VICO: operare di buona fede rispettando la verità in tutto, ed esser utile ai propri simili. ("onvien confessare, diciamolo di passata, che ove il Franck avesse tenuto conto principalmente di questi criterii, non avrebbe speso molte parole a biasimare il Vico a proposito dell'esagerato concetto che questi ebbe intorno alla carità, la quale talora, com'è noto, egli confonde con la giustizia. Altro pregio insigne di questo scrittore è l'aver saputo cogliere i veri principii del Diritto punitivo del ' nostro filosofo, mostrando com' egli, col tener d' occhio nella sua dottrina non pure il colpevole ma anche i diritti e gì' interessi della società, compia nel medesimo tempo le due opposte teoriche penali; quella, cioè, dei sistematici platoneggianti che nel comminar la pena mirano soltanto all' ammenda del colpevole, e l' altra degli ntilitarii e positivisti che della parte morale non ^ sanno tener conto, ne punto, ne poco. Ma sopra tale argomento ci rifaremo altrove di proposito. Seguitando intanto, parmi che il pregio massimo della crìtica di questo scrittore stia nel modo col quale considera i principiì delia politica; prìncipii che, quantunque nello stato di germe, possiamo rintracciare nel Diritto Umversale. La politica del Vico, egli osserva giustamente, è tutta fondata sul Diritto, ma in armonia con la storia. Sentenza verissima e feconda, che Franck avrebbe dovuto rifletter meglio dove censura il Nostro per alcune applicazioni eh' ei venne facendo alla storia. Laddove il Vico, egli dice, s' accinge ad applicare il metodo allo studio del Diritto, urta evidentemente ad un doppio scoglio; da una parte, quand' egli chiede soccorso alla sola ragione, risica di confondere e spesso confonde il dominio della giurisprudenza con quello della metafisica; dall'altra poi, quando chiede aiuto alla storia, altro non fa che aggirarsi in mezzo alle istituzioni e ai destini del popolo romano, quasiché la storia di questo popolo fosse la storia universale. In altre parole il Franck dice così: VICO da una parte, svapora nell'a priorismo e dà nelle astrazioni; mentre poi dall' altra intoppa nell' empirismo. Il Franck dice benissimo. Nel filosofo napoletano questa doppia tendenza è manifesta. Ma anziché difetto cotesto, perché non dirlo pregio? Non é egli stesso, infatti, che non rifinisce d'incelare il metodo vichiano appunto perché consiste nel connubio della filosofia con la filologia, della metafisica con la giurisprudenza, della ragione con l'autorità? Or l'esigenza d'un doppio organo, d' un doppio strumento nel metodo, non é la condizione legittima, e propriamente la parte vitale d' una dottrina, doveché gli errori d' appUcazione hanno valore Affatto secondario? Il non aver poi riflettuto a questo ha fatto sì che il Franck giugnesse ad una conseguenza non vera, dicendo che il Montesquieu, quant'al metodo, vinca e superi il filosofo italiano. Paragoni, somiglianze, analogie, riscontri fra questi due scrittori non sono possibili. Montesquieu non ebbe neanche sentore àeV n metodo vichiano; ed ecco perchè l'opera su lo Spirito ddle leggi non è una filosofia della storia, non è la Scienza Nuova, né quindi credo che lo scrittore francese siasi ispirato né punto né poco neir italiano, come inchinerebbero a supporre Lerminier, Carraignani, Amari ed altri. Il senso delle storicità, come primo fra tutti osserva FERRARI, manca affatto nel Montesquieu; e manca in lui, come tutti oggimai ritengono, il compimento razionale filosofico; vi mancano insomma i principii, 0, per dir la parola che usano gli stessi Francesi a tal proposito, vi manca il carattere détta raziofialità. ^j L' ultimo libro nel quale si parli cou serietà scientifica del nostro filosofo, è quello di Ferron, ingegnoso e abilissimo filosofo. Nessun francese meglio dì 1 lui ha saputo cogliere il significato razionale della Scienza I Nuova, comprenderne il metodo isterico, e pome l'autora in quel seggio che gli spetta fra i pensatori dell' evo moderno. Tracciata la storia dell'idea del progresso,^' egli entra a discorrer su la scienza de' fatti storici qual' era concepita prima di VICO, sul DIRITTO ROMANO rispetto alle dottrine di lui, su la Scienza Nuova di fronte alla critica moderna, e con erudizione eletta, acconcia, sobria e non affollata, prende a trattare la ' Il Canuignani dice benissimo dove affernia che il metodo del Mon ) tesqaien rassomiglia al microscopio, in mentre che quello del Vico rende imagine del telescopio. (Storia della FU, del Diritto) Che poi il difetto di razionalità costituisca la parte debole deiropora del filosofa francese, è cosa ormai detta e ridetta e provata fino dal secolo passato, e confermata sempreppifi dai moderni. Non potendo trattenerci in questi particolari, rimandiamo i lettori al giudizio che in proposito danno i seguenti scrittori, e che torna conforme al nostro espresso poco fa: Duxi, Saggio mila Giuritpr. univ., FlLAKOlRRI, Se. della Legialaz.^ lotrod. MaCKINTOSH, Vige, nur Vétude du Droit de la nature, ec. RoTTBSKAg, Emil, Fra i moderni poi cons. Lebminirr, Biat,^ ginér, Barkt, Hiwf. dea idéen morale» et politiquea en France Jakrt, Hiat. ec. yol. II, pag. 516. DaFAO,^; De la méth. d*olaervation aux aciencea mor. et poi.,. Qneit* ultimo anzi dice mancare affatto nel Montesquìon una teorica. quistione su Tetà dell'oro, e l'altra su T orìgine e sul valore de' poemi omerici. Il buon senso di Ferron nel saper rilevare in siffatte quistioni il merito del nostro filosofo a me sembra davvero mirabile. Con dirittura di giudicio intende la relazione fra il diritto civile e '1 diritto filosofico; e con tal chiave nelle mani riesce ad interpretar debitamente la storia ideale che l' autore della Scienza Nuova seppe cogliere nello svolgimento del gius romano. Uno per lui è il sistema del Vico; onde le due Scienze Nuove non sono da riguardarsi altrimenti che come detix rédadions éCun ménte sujet: al che dovrebbe por mente il nostro Cantoni. Ritiene egli pure che lo Champollion non discoprisse, bensì confermasse pienamente la dottrina del Vico su la storia della scrittura, tale essendo infatti la triplice scrittura egiziana geroglifica, jeratica e demotica. Dimostra ch'egli prima d'ogn' altri ritrovò e compose in armonia parecchie dottrine accettate oggi e rassodate difinitivamente dalla scienza, quali sono, per citarne qualcuna, la formazione del dramma satirico riguardato come sorgente d'ogni poesia drammatica, l'anteriorità del linguaggio poetico al linguaggio prosaico, e simili. Da ultimo fa rilevare come, non contento d' avere scoperto la legge secondo cui si vanno svolgendo nel corso isterico le grandi civiltà nonché le forme semplici del reggimento politico, profondasse la mente nel ricercare e determinare il carattere d' un' epoca anteriore alla città ed alle aristocrazie feudali, epoca che costituisce appunto l'età divina. La quale osservazione, fatta da un francese, dovrebbero oggimai spassionatamente meditare i positivisti francesi che non rifiniscon di celebrare la scopei'ta della legge sociologica del loro maestro! Ma nel De Ferron incontriamo riflessioni che non ci è venuto fatto ritrovare in verun critico. Base della città, die' egli, fondamento del formarsi delle nazioni per r A. della Scienza Nuova non è Y istinto della sociabilità, come credevano i giusnatnralisti suoi contemporanei. Se tale istinto può aver creato la iaiiiiglia e le tribiì, non però basta a fondar la città, non riesce a condurre un popolo ad una data costituzione politica. È necessaria dunque una l'orza estrinseca, senza cui r uomo rimarrebbesi nello stato pastorale. Ora cotal forza estrinseca e tutta naturale consiste nel fatto del successivo migrare delle tribù da alcuni centri; nel loro successivo aggrupparsi in dati luoghi; nel fissare lor sedi, ond' è resa possibile l'agricùltura; e finalmente) nel fatto delle conquiste, le quali hanno virtù di creare e rendere sempre più stabili e quasi organiche le nazioni sedentarie. Tutto questo, dice benissimo il De Ferron, scaturisce a fil di logica dalle dottrine del Vico. Diciamolo ora con parole nostre: l’organismo sociale, la società, è da natura; è nella natura: l'organisiifo dello Stato, in vece, è sottoposto a processo; questo processo tiene ad arte; ma quest' arte è fondata aqch'ella in natura. La relazione storica, dunque, ecco il concetto del Vico che il De Ferron ha interpretato a meraviglia., Altra osservazione assai notevole parmi questa. Non v'è stato né v' è, die' egli, chi i;on abbia celebrato il filosofo di Napoli qual padre della filosofia della storia; mais on se garde d'exposer sa méthode historique, aristoteliemie, i cui principii son oggi venuti applicando, in diverse ricerche storiche Macaulay, Michelet, Guizot.' Con queste parole il De Ferron mostra d' aver pienamente compreso il metodo della Scienza Nuova; metodo essenzialmente aristotelico, checché ne abbian' detto e si piaccian dire certi hegeliani. Ed ecco perché egli s' allontana da parecchi altri critici nell* apprezzare il concetto vichiano sul progresso; rispetto al quale consente con Y anonimo traduttore francese, col Tommaseo, con lo Spaventa e con altri, per citare qui ' È uno de' principii su' quali è fondata la Sociologia del Comte e ch'eglif spesso appella contenBo, cospirazione {Coum de PhiU posity voi. V). Sarà anche questa una scoperta del Positivista francese? Db Ferron, tre nomi che, quantunque discordanti nel resto, convengono ciò nondimanco nel credere che in Vico esista r idea del progresso. E a chi neghi o dubiti che cotesto concetto ritrovasi nella Scienza Nuova, il De Ferron è pronto a rispondere: cela parati impassible a PRIORI, car le progrès décovUe de son sy stèrne; mais en otUre U le prodame formellemeYU} Si dirà che il Vico non vide 1' elemento, la molla principalissima delprogresso, cioè la trasformazione dei rapporti econo spirito. Uno de' suoi pregi, come s' è detto, è la posizione del pensiero qual inizio di scienza indipendente da ogni qualunque autorità: ma di ciò, com' è noto, Cartesio non può vantarsi d' essere stato primo divulgatore e sostenitore nel regno della scienza.' Vero pregio, pregio massimo dell'autore delle Meditazioni sta neir aver considerato come originaria virtù dell'anima l'attività stessa del pensiero; aver posto r anima come il pensiero stesso, e però come soggetto e obbietto.' Senonchè il pensiero per lui non era altro che rappresentazione, e, come tale, unione a dir cosi meccanica, incosciente, immediata di due oppositi elementi, dell'universale e del particolare, dell'infinito e del finito. Come dunque potev' egli riuscire al vei'o organamento del sapere filosofico, posto un fatto empirico, Dt$c et le Cartinanimne, Introd. Franchi, St. detta FiL mod., Tol. 1, letlnrs Jaitbt, (Euw, phiL de LeibnitZj ToL I., Introd. TrnmtiiAinf, Su ddla FU. La riforma cartesiana, cosa arvertita presso che da tutti gli storiografi, non giunse nuova fra noi, tanto clie la si riguardi come rinnoramento filosofico, quanto che come reazione scolastica. ATevamo avnto già PETRARCA, poi VINCI, la scuola Telesiana – TELESIO (si veda), poi la scuola Galileiana – GALILEI (si veda). (Vedi Libri, HUt. de» •eienc, math., ~ PncoiiroTTi, Sl della Med,^ voi. ult.) Potremmo dire altresì che TAconzio, come osserva giustamente il Franck [Diet, de» »eiene. phiL) fosse stato in ITALIA il devander \ del metodo cartesiano. Avevamo avuto anche BRUNO; e segnatamente CAMPANELLA, le cui opere non dovettero esser del tutto ignote a Cartesio, come nota il Bitter {Hi»t. de la phU. mod.). Ma anche qui, al solito, s* inciampica neir esagerazione quando si vuol risalire fino a sant'Agostino a ripescar 1* antecedente del pronunziato Cartesiano ! Nò io mi ci vo' opporre, sapendo che in quel Santo Padre e' è pur troppo r esigenza cartesiana (Vedi per es.: De Lib. Arò., e specialmente De Civii. Dei). Ma il valore della posizione è tanto diversa ne* due filosofi, quanto diversi i tempi in ch*ei vissero, trattandosi ben più che di certezza d'esistenza. Il Cousin poi, com'è noto, va fino al No»ee te ipeum di Socrate ! Contentiamoci di questo, che non è poeo: un eclettico ne potrebbe far di peggio. • DiBOARTBS, Médit., Lettre», U II, U». Obi. répotue», I, 4. posta una dualità empìrica? E in che maniera spiegare nel pensiero l'unione del finito con l'infinito? Ma che davvero l' idea di Dio sia innata e a priori nella nostra mente com' egli stesso afferma, * al modo eh' è innata, non nata, cmmcUa l' idea di noi medesimi (ciò eh' è proprio la novità di Cartesio) è ancor cosa da dimostrare. È ella possibile nel nostro pensiero l'idea dell'infinito veramente detto? L'essere adegua il conoscere, dicono certi interpreti hegeliani; e poiché nel conoscere v'è r infinito, il pensiero è dunque infinito: ecco la novità vera di Cartesio, su la quale s' imbasa propriamente la filosofia moderna. Ma il pensiero è egli propriamente l'essere, come si vorrebbe darci ad intendere? Non potrebbe stare che cotesta fosse un'affermazione arbitraria di Cartesio, fatta legittima, più che altro, dal desiderio, nonché dall' artifiziosa interpretazione che gli hegeliani porgono all'entimema cartesiano? Diranno non ci essere artifizio di sorta in questa loro interpretazione. Ma non è forse egli stesso, Cartesio, il quale a chiare note ci dice in che senso parli d'innatismo, afiermando, la natura stessa averci fornito d'una facoltà mercé cui produceìido queUPidea possiamo conoscere Dio?* Checché ne sia, era d'uopo rivedere, chiarire e correggere in gran parte la posizione cartesiana del pensiero. Questo quant' al Descartes, come iniziatore del novello indirizzo. Quanto poi agli esplicatori del Cartesianismo, in generale, era d' uopo restituire alla scienza'' il concetto delle cause finali invocando segnatamente lo studio della storia; porre l'assoluto come obbietto • Descartes, Médit. 8«. Vedi nella Troinhn. oljection9f Z" Rép,: e nella Rép. à M. Begiut. Non ignoro che nella Meditaz. 3^ e 5" egli dice apei-tamente, Tidea di Dio essere innata in quanto ci ^ imprenta da lui medesimo. E qoi è chiara la contraddizione tra ciò eh* egli afferma in queste Meditazioni, e le illustrazioni ch’egli stesso ne dà nelle Risp. alle obbiezioni poco fa indicate. Bisogna dunque levarla di mezzo tale contraddizione; è fuori dubbio. Ma perchè pretendere di leTarla con T identificare Dio e pensiero, facendo contro cosi a tutte lo esigenze della metafisica cartesiana ? anziché come principio di ricerca; accomunare in un subbietto dinamico universale tanto la costituzione del mondo fisico, quanto quella del mondo morale; e quindi statuir le norme d'un metodo non geometrico, non puramente psicologico, né assolutamente a priori nella, costruttura della Scienza Prima. Questo per V appunto presero a fare il Leibnitz in Germania e, poco appresso, VICO IN ITALIA. Non vorrei che i lettori stimassero inconcludente il ravvicinamento di questi due nomi, e inutile e vuoto un riscontro delle loro dottrine. Non è cotesto, intendiamoci, uno de' soliti riscontri onde rigurgitano certi libri odierni appo cui non di rado si dà per concreta, storica, reale un'attinenza meramente logica, o ideale che sia. Il riscontro tra il filosofo di Napoli e il filosofo di Lipsia è tutto ideale; ma la ragione di esso pone radice, meglio che in qualche riposta e fatai legge dialettica, in queste due ragioni principalmente: !• nella forma e natura stessa di lor mente: 2* nelle condizioni della filosofia del secolo XVII. E innanzi tratto ricordo anche qui, non esser possibile dimostrare che il filosofo italiano siasi ispirato nel filosofo ) di Lipsia ormeggiandone metodi e dottrine, com' altri hann' affermato.' Nullamanco l'affinità fra alcune dot[Vico ha coscienza della propria posizione specalativa, e scientemente opponevasi alP esagerazioni ed errori cui ruppero le diverse direzioni e scuole nate dair indirizzo cartesiano. £gli conobbe lo opere di Spino}^, di Locke, di Malebranche, e Tisi oppose. Quant'a Spinoza, cfr. Op. voi. QnanV a Locke, Quant'al Malebranche, INon è dunque niente vero ciò che è stato affermato da un hegeliano che il Vico, posto eh* abbia speculato, speculasse incosciamente e senz" alcuna relazione alla storia della scienza. * In tutte le suo scritture ne rammenta il nome appena appena due volte a proposito, non già di qualche dottrina filosofica, ma delle controversie fra Newton e Ldbuìtz. Una di queste citazioni è nella seconda Sa meth,, ec, Leibnitz, Meth, nova ditte, dpcend. juritpr,, P. II, § 29. Amendne si presentano al pubblico con questioni di metodo; ricerca degl* ingegni veramente grandi, anziché da filosofi pedanti e scolastici, come si crede. ' Nella Ragion degli Hudi v' ha i criteri per lo studio della ginrisprndenza. * Vedi quant' al Leibnitz Mimoire» de VAeadfmie de Berlin^ voi. I,art. 1. ' Leibnitz, Xouv. Et», . il sustrato della Scienza Nuova, si che vede svolgersi cotale idea anche attraverso gli antichi poemi. Quant' alla fisica poi, alla res extensa di Cartesio, agli atomi fisici del Gassendi, contrappongon gli (domi di sostanza, gli atomi metafisici,^ i punti, i momenti metafisici e lo sforzo impedito nell'essenza stessa dell'universo.' Per questa medesima ragione entrambi parlano linguaggio somigliante circa la natura delle matemati-i che. Di fatti contro Cartesiani e Hobbesiani Leibnitz mostra la inefficacia di siffatte scienze nelle indagini propriamente filosofiche, e al di là del calcolo aritmetico e geometrico crede esserci luogo ad un altro e più rilevante calcolo che tiene all' analisi delle idee; stantechè nella sostanza, die' egli, ci abbia sempre qualcosa d' infinito.' La medesima insufficienza del metodo geometrico scorge anche il Vico in più luoghi delle sue scritture; e lo reputa difficile, anzi impossibile alla mente del metafisico.^ Col che essi anticipano alcune idee di Kant in proposito. * Lbibnits!, %ff. noìit;. etc, Vico, Risp. 1« al GiomaU de' Letterati, L* affinità de*dne filosofi, come si vede, è mirabile anche nel linguaggio: punti metaJUici, conato («VTf^i'X^'av) tramezzante la potenza e Tatto (Lbibkitz, Op.), 0, come direbbe il Vico, la Quiete e il Moto; per cai la matteria, anziché passiva, ò per entrambi una forza viva. Anche i punti matematici per entrambi non sono che simboli de* metajitici; e i punti jieiei per tutt'e due riescono indivisibili, ma solo in apparenza. La ragione poi ond*essì adoperano la parola punto è la idedesima; ed è, che il punto racchiude infinito numero di relazioni. Finalmente si potrebbe dir propria anche del Vico la nota sentenza del Leibnitz: eonatue e*t ad motum, ut punctum ad epatium; e pel Vico vedi nelle Risposte al Oior. de* Lett.). In omnibu» èubetantiis aliquid eet infiniti; unde fit ut a nobie per/ecte intelligi potint sciite notionee incompUtfr, qualee eunt numeromm, figurarumj aliorumque hujuemodi modorum a rebus animo abstractorum. Lkibxitz, Op., Vedi neW Autobiografia, AìtroY e dice che la matematica è la più certa di tutte le scienze, perchè prova per cause [De Antiq, Ital.), ma il metodo di essa riesce esiziale, sterile e pericoloso quando si voglia adoperare nelle altre discipline (Risp, a Gaeta), disastroso poi nella fisica, neir educazione degT ingegni (/&»', passim), utile solamente neir ordinare anziché nello scoprire (De Antiq., Ital. Entrambi poi riconoscono in Dio le stesse primalità: potenza, volontà, intelligenza;* e se nell'uno troviamo il principio che Dio creando non possa produrre altro che il migliore e il più perfetto de' mondi, in Vico tale dottrina si lascia argomentare, come vedremo, dall' insieme delle sue dottrine. Quant' alla storia, V un d' essi riconosce un progredire continuo nel tutto, e la possibilità del regresso nelle parti;' dovechè l'altro, meglio determinando e dimostrando cotal concetto, pone la dottrina dé*c(/rsi e ricorsi storici, in cui sono racchiuse le idee di progresso e regresso, governati da una medesima legge. Che se è stato detto esser d'uopo risalire, meglio che al celebre Discorso del Bossuet, alla metafisica del Leibnitz per ritrovare un concetto spe! culativo che fosse come il vero antecedente della filosofia della storia, s'è detto giusto; atteso che veramente il filosofo di Lipsia, col sommettere al principio della ragion sufficiente l' ordine delle cose fisiche e morali, dischiuse la via alla dottrina del Determinismo universale, perocché tutto per lui si annodi nel mondo, tutto si corrisponda, tutto armonizzi. In Vico veggiamo questa medesima esigenza; ma nello stesso tempo ne troviamo la correzione. Perciocché se anche per lui il passato è gravido del presente, al modo stesso che il presente partorisce il futuro; non tutto però nel mondo delle nazioni é avvinto a leggi fatali e cieche, perché nel regno dello spirito vi è agli occhi suoi la ragione, v' è pur la libertà, sicché tutto il processo isterico per l'Autore della Scienza Nuova non é altro, in sostanza, j che la soluzione del problema della libertà, sia che tu la consideri negl' individui, sia che negli Stati. Dinanzi alla mente d'entrambi, dunque, risplende chiara la legge della continuità nel giro de' fatti umani e storici. Né si creda che l' affinità fra ^ i due filosofi non si Lribnitz, MonaU., Op., ediz. Erd., Vico» De Univ. Jur, Idem, Theod., 8. * Idoin, eod., 8. lasci scorgere altresì nelle contraddizioni e non di rado anche nelle strettoie fra cui gi resta impigliata la coscienza religiosa. Ei cominciano a scrivere innanzi d'aver fissato, determinato e organato le proprie idee; di modo che, se l' uno fin quasi ai quarant' anni, fino alla comparsa delle Meditazioni,* va fluttuando non libero da incongruenze, l’altro va tentennando fino alla terza edizione della Scienza Nuova. Onde non è a meravigliare se tutt' e due si contraddicano quant' al concetto di creazione; perchè, se V uno ponendo la moltiplicità delle monadi come primitiva ed esistente per necessità metafisica, dice nullamanco esser Dio quegli che sceglie r ottimo fra i mondi, e immagina delle monadi create par des fidgurcUiotis continudles dalla divinità; l'altro poi, stabihto il criterio della conversione in senso metafisico, non dubita parlarci del miracolo della creazione, e dell'annullamento del mondo! Quanto aiprincipii, in generale, si palesano entrambi eclettici; ma è d' uopo intenderci nell' applicar loro cotesto nome. Sono eclettici appunto nel significato e nel valore che lo stesso Leibnitz dav' a tal voce; nel qual valore ci confermerebbero molte sentenze del Vico. Sono eclettici, io dico, non perchè raccolgano in un tutto ciò che si presenta come vero squadernato ne' differenti sistemi, eh' è precisamente il fiacco e volgare eclettismo sfornito d' ogni originalità; ma sì perchè, aggiugnendo anch'essi qualche altra cosa di proprio, riescono a comunicare novello impulso a tutti gli ordini delle scienze. Rispetto alle fonti del conoscere, o fondamenti del sapere, alla doppia sorgente vichiana del vero e del certo risponde ' Meditationea de cognitionet veritate et ideiti f 1684. Lribnitz, Monad,f Vedi questa sentenza del Leibnitz nelle Lettre* à Rémond de Montmort, edlz. Erd., e ne* Nouv, £»»., Hb. I. Nel Vico poi troviamo molte affermazioni del tenore seguente: Chi ai trae fuori da questi prineipii, guardi clC ei non traggati fuori deìV umanità, E eh* egli poi sia eolettico in questo senso, anziché nel significato voluto dal Cousin, dal ristica e popolare col suo concetto della monade. (La FU. di Oiohertif ) Più chiaro e più accoucio di tutti sembraci il modo col quale il Chalibosus pone relazione fra' successori di Leibnitz. Kant, egli osserva, col concetto della cosa in s?, col noumeno, nega Leibnitz; la scuola di Jacobi con r ide& d* un contenuto razionale accessibile solo al sentimento, s' oppone all'idealismo critico di Kant, e nel medesimo tempo all'idealismo subiettivo di Fichte; mentre la scuola di Herbart col realismo delle monadi e col realismo psicologico, si oppone all'idealismo obbiettivo e assoluto di Schelling e di HegeL (Willm) Questi due gruppi rappresentano un doppio svolgimento del pari esclusivo del concetto moMen fortunato del Leibnitz il Vico non ispiegò grand' efficacia in Italia, nettampoco in Europa, per le ragioni ormai dette e ridette da' suoi critici ed espositori. Ma anche in questo gioverebbe guardarci dal cadere in esagerazioni. Posta la storia della Scienza Nuova da noi tracciata, nessuno, crediamo, vorrà più oltre dubitare che l'azione del filosofo italiano fosse stata nulla, così ne' suoi contemporanei, come ne' suoi seguaci. Legami intimi, vincoli speculativi necessari, storici, nou vi sono; e quindi è inutile cercarvi continuità e processo veramente detto. GENOVESI e GALLUPPI, per dire un esempio, tuttoché non ignorassero, in ispecie il primo, le opere di lui, scrissero non pertanto come s' egli non fosse esistito al mondo mai. Verso il sesto lustro del presente secolo, in quella che co' seguaci di Hegel comincia a declinare il moto filosofico originale di Germania, e in Francia come in Inghilterra odonsi i primi rumori del Positivismo, vedemmo come anche fra noi si cominciasse a sentir più acuto il bisogno al filosofare. E cosi il Mamiani (il Mamiani del Rinnovamento), e quasi nel medesimo anno il Rosmini, si provano a rannodar gli anelli della nostra tradizione filosofica, ma con efficacia assai lieve. E dico lieve, perchè, quantunque ella ingagliardisse vie più col crescer degU anni e col succedersi de' nostri filosofi, non pertanto pretendere di stabilire in essa tradizione un vero processo ed una continuità logicamente progressiva, a me sembra vana impresa e, fino a certo punto, anche infruttuosa. Giova ripeterlo: a voler rintracciare alcun filo di cotesta tradizione in maniera positiva, ciò è dire storica, né soltanto ideale, io per me non iscorgo altra via tranne quella che noi abbiamo, anziché percorsa, additata; intendo la via che dal Vico ci mena ai nostri ultimi filosofi, ma per mezzo de' giusnatuoadologico; ma vi ò certamente un progresso fra 1 rappresentanti del primo e qaelli del secondo. Vedi per le notizie particolari di questo periodo fllotollco tedesco il Barohoc dr Ponhoem, Hìh, de la Phil. depuU UibnitK juMqu'à Hegel. BuuLE, Hi9t. de la PhU,, voi. Vili. ralisti, de'sociologisti, de'critici e degli storici attraverso i tre differenti periodi già discorsi. Altre vie ci saranno, io lo so; ma tutte artifiziali, tutte pericolose, tutte vuote 0 rigonfie de' soliti riscontri ideali che agli occhi dello storico e del critico positivo valgono fin' a certo segno. Con la qual cosa non è a credere che noi pretendiamo dare alla filosofia italiana caratteri e prerogative eh' ella non ha, né può avere di fronte a quella di Grermania. Il professore Spaventa osserva, che la filosofia italiana non costituisce processo, né assomiglia, per così dire, ad un filo che si sgomitoli necessariamente e razionalmente, com' é quello che in organismo vivente e palpitante annoda l' Idealismo critico con l' Idealismo assoluto, mercé l'Idealismo subbiettivo di Fickte e l'Idealismo obbiettivo di Schelling: non é, in somma, unevolturìone strettamente logica, un dispiegamento serrato, compatto, e come chi dicesse inquadrato e chiuso tutto in sé medesimo com' una severa dimostrazione geometrica. Il professore di Napoli dice benissimo. Questo oggi dicon tutti; e questo medesimo ripetiamo anche noi. Solamente chiederemmo: non potrebbe stare che cotesto filar compatto e processuale; che coteste filiamoni seriali, com' ha detto lo Spencer ai Positivisti francesi; che, in somma, coteste annodature organiche, considerate (già s'intende) nell'ordine istorico, fossero per avventura altrettante immaginazioni del nostro cervello, meglio che relazioni di fatto a cui ci spinga la ragione, meglio che attinen/ie concrete in cui ci confermi la storia? Annodamenti, giunture, articolazioni intime formano di certo il pregio massimo della Scienza; costituiscono r essenzial condizione del sistema; sono la vita della ragione, avvisata come funzione filosofica e metafisica. Ma si vorrà dire che tutto ciò sia anche pregio e condizione vitale ove dall'ordine astratto e teoretico e individuale si discenda in quello delle applicazioni e della storia, per esempio ad un periodo storico nel quale ci sia dato assistere all'opera svariata di molti ingegni, al lavoro molteplice di più menti fra loro diverse per infinito numero di condizioni, condizioni differenti per luogo, tempo, educazione, carattere individuale, e civiltà? È egli pregio, di grazia, o non più veramente difetto il prendere un dirizzone e andare sino in fondo diritto come fil di spada? E dov'è, dunque, la necessaria moltiplicità di direzioni, e quella ricchezza d'aspetti differenti, e quella varietà di vedute e di metodi e dottrine in cui risiede, a dir proprio, il moto e l' essere e la vita feconda della storia? I quattro filosofi di Germania costituiscono, come dire, una mente sola, un sol pensiero; formano quasi un sol uomo che svolga e determini la propria attività: e, in effetti, come un sol uomo essi hanno saputo filar sillogismi e tesser la scienza cosi da comporre, sto per dire, una catena salda e compatta di soli quattro anelli.* Per contrario la filosofia italiana non ci pone sott' occhio nulla di simile. Ella non è un processo, o al più è un processo distratto, rotto, saltellante, fatt'a pezzi e a bocconi, Qual relazione mai tra VICO e GALLUPPI? tra GALLUPPI, SERBATI e GIOBERTI? tra GIOBERTI e lo scettico Fer? fra Ausonio critico radicalissimo, e il cattohcissimo Conti? fra il neoplatonico ROVERE e il severo storico BERTINI ? fra' nostri Hegeliani e i nostri redivivi Tomisti? Riconosciamo francamente i pregi del periodo filosofico germanico; e non meno francamente riconosciamo i difetti della nostra moderna filosofia considerata sotto r aspetto storico. Ma ci si permetta una confessione, ed è che noi saremmo tentati a scegliere più presto questi difetti, anziché que'pregi; per la semplice ragione accennata poco fa, che gli uni, nella mancanza d'unità e d'un'euritimia stecchita e geometrica, ci presentano il fecondo moto * Ecco come il Remnsat riduce quasi a forma geometrica V andamento progressivo del pensiero germanico, o meglio, de* quattro filosofi in discorso: L* idea^ dice Kant, non prova che «d «fe««a: l’idea^ ripigìiè Firkte^ produce Veuere: Videa, soggiunte Schelling^ riproduce V e«itcrc: V idf^, eondwe Hegel,, > Vetsere. (De la Phil. ÀUem,) del fatto istorico, dovecchè gli altri, nell' evoluzione serrata e compassata di loro speculazioni, ci traggono e e' incatenano allo spirito dommatico, esclusivo, unilaterale del filosofare, e perciò medesimo racchiudon la morte del pensiero appunto perchè presumon di chiudere il circolo dello stesso pensiero. Non dimentichino gli amatori de' periodi storici filati e serrati, come la storia della scienza e delle grandi età, presso cui rifulse più splendido il pensiero filosofico, stia tutta contro di loro. Si rammentino che nell' età gloriosa del Rinascimento in Italia cotesto filar sottile di speculazione, cotesto fitto annodarsi di più scuole e stringersi e allacciarsi di più filosofi impersonandosi quasi in un sol filosofo, non ebbe luogo. Non ebbe luogo, checché se ne dica, nel più celebrato periodo che ci presenti la storia del pensiero umano, il periodo della filosofia greca, né prima né dopo Socrate; ma in esso il critico vede una moltiplicità sempre più crescente e feconda da' primi Ionici agli ultimi Stoici, agli ultimi Scettici, agU ultimi Neoplatonici, tuttoché quelle scuole così differenti si fossero succeduta sotto l' impero d'una legge universale, storica e psicologica insieme. Questa legge conforme alla quale si venne svolgendo il pensiero speculativo nelle scuole greche, possiamo trovarla accennata dal Laerzio (come hanno osservato il Brandis e il Ritter) là dov^egli afferma che presso quei popolo la filosofia sMniziò con la nozione d*una pluralità^ indi venne progredendo con quella d* un' assoluta um'rà, e appresso cercò di stabilire una relazione fra' due concetti. E questi caratteri, in generale, ci additano veramente la scuola ionica e pitagorea, la scuola eleatica e poi quelle d'Anassagora e d'Empedocle; ma sempre in maniera esclusiva, grossolana, oggettiva e naturale. La comparsa di Socrate segna un ricorto della medesima legge, ma con ben altro significato e indirizzo razionale. Accanto a lui vediamo sorgere la Sofistica: il che vuol dire che, oome in ogni ritorno istorico, nel 2fi periodo della filosofia greca ha luogo un doppio lavoro di demolizione e di ricostruzione; l'uno rappresentato da' Sofisti» l'altro da' Socratici. Ond'è che la sofistica né vuol esser avuta in dispregio, come' fanno alcuni fra'quali il Ritter, e nemmanco esagerarne il valore e l'importanza isterica secondochò fanno altri, per esempio l'Hermann, col porre i Sofisti a capo d'un periodo novello di filosofare. Nella storia del pensiero greco (passaggio al 2o periodo), tanto vale un Sofista, quanto un Socratico; appunto perchè se la negazione del primo non è annullamento di speculazione, l'affermazione del secondo non Un vincolo storico, reale, positivo, cosciente, lo troviamo fra Platone e Aristotele. Al di qua e molto più al di là de' due luminari non ci ha che relazioni ideali, gran numero delle quali è, piò che altro, l'effetto della critica armeggiona di certi storiografi; essendo già note le spostature a comodo che son venute mulinando certe fantasie hegeliane dietro l'esempio del maestro, ponendo, per dime una, dopo la scuola Zenoniana d' Elea quella d' Eraclito, con aperta smentita della storia, de' fatti, della cronologia e de' dati storici più sicuri, e considerando Socrate, per dirne un'altra, come logicamente posteriore ai Sofisti, mentre è noto .come il gran figliuolo dell'umile Fenareta fosse loro contemporaneo! Rammentiamoci che cotesti lambicchi e distillatoi, cui si pretende sottoporre la storia, non ti può dir neanche posizione sistematica, ovvero esplicazione organica d'nn dato ordln d' idee. Ma la ricostmzione rappresentata da Socrate è essenzialmente psicologica ed etica, non più naturale, empirica ed estrinseca; stantechè in loi, come incontra in ogni ricorto ttoricOf ripetesi il carattere della pluralità oggettiva (però come eoncetH, i quali importano la coscienza), e quindi in Platone ed Aristotele si ripetono, ma trasflgorati, gli altri due caratteri. Platone infatti pone V unità assoluta in 8Ò, mentre che Aristotele si studia ritracciare una relazione fra quella mmo e il moluplieet sforzandosi di levare il dissidio fra 1* immanenza deU*a8ffoInto nel mondo, e la permanenza del mondo neir assoluto avvisato in sé stesso. Dopo il *i0 la Log, d^Ari»U^ T. U, 19^. ' n Barchou de Penho^ln dice anche lui non di rado, come il Boullier, qualche enormità tutta francese. Per esempio questa, che Cartesio, Spinoza e Malebranche formino una mrd4>nlmn icuofa^ e una ntf^itm dot' trino/ Vedi Op. cit., p. 101. discredere ad ogni processo istorico nel pensiero filosofico? Tutt' altro! L'esigenza del processo, in tutto, non è meno salda e men vivace nella nostra, che nella vostra mente. In noi non sistematici assoluti eli' è piii vera, più legittima, più pratica, positiva: ecco la nostra pretensione. Sarà puerile o troppo ardita cotesta pTetensione: ma, fra tante pretensioni che c'è al mondo, e delle quali si mostrano cotanto ricchi gli annali della filosofia, non ci potrà capir anche questa? Un processo nel pensiero filosofico, tanto nella storia universale come ne' suoi differenti periodi e sin nelle diverse scuole d'un sol periodo, ci ha da essere; e ci ha da essere appunto perchè la storia, anche agli occhi nostri, è sempre l'opera d'un disegno. Ma poiché l'incarnazione di cotesto disegno non è soltanto effetto di pensiero incosciente, ma è la risultante di condizioni molte, svariate, complesse per numero e complicate per natura, fra cui signoreggiano le intuizioni, prevalgono i sentimenti, primeggiano le tendenze istintive; ne seguita che il processo non può manifestare, come si pretenderebbe, una forma squisitamente organica e seriale, Ei debb' essere incompiuto, com' avviene d' ogn' altro fatto storico. Or s'egli è incompiuto, non bisognerà pur compierlo? E chi potrà compierlo, chi potrà integrarlo fuorché il pensiero che lo studia e sommette alla propria speculazione? Un processo dunque ci ha da essere; ma ha da essere insieme obbiettivo e subbiettivo, storico e speculativo, essendo l' opera combinata non già dalla nostra fantasia, com' è vezzo di certi storiografi che annodano, per esempio, Cartesio e Kant co' fili ch'ei sanno maestrevolmente rimaneggiare a tutto lor profitto, bensì r opera combinata fra il pensiero che fa, e il pensiero che, facendo, vede, scopre e progredisce e sale sempre più in su. Spieghiamoci meglio. Non si tratta di combinare fra loro le diverse menti de' filosofi d'un dato periodo: si tratta di combinar tutto il periodo, o, per lo meno, i risultati di tutta la speculazione d' un dato periodo filosofico, con noi medesimi, cioè con la nostra mente, co' bisogni della presente speculazione. Nel primo caso, plasmando a nostra immagine e simiglianza una data serie di dottrine e di filosofi, la storia sarebbe fatta da noi: nel secondo, invece, ella sarebbe fatta mercè una doppia forza, in virtù d'una doppia leva; cioè da sé stessa, e anche da noi. Non è quindi la storia, la storia come storia, quella che possa e deva render compatto organando appuntino il processo; il quale perciò non può esser costituito nella sua forma organica da più scuole e da più menti considerate queste alla maniera d'una scuola od' una mente; bensì dev'esser fatto tale da chi, venendo dopo, è deputato a raccoglierne l'eredità. Se non fosse così che cosa ne seguirebbe? Ne seguirebbe che per nessun miracolo al mondo sapremmo salvarci da questa conseguenza: che, cioè, la storia della scienza s' identificherebbe, si compenetrerebbe con la scienza stessa;* e quindi per inevitabil necessità dovremmo giungere ad uno di questi due corollari: credere, cioè, o che il sapore filosofico 1' avremmo oggi beli' e conseguito, o che noi conseguiremmo giammai, essendo indefiniti i limiti della storia. Dimodoché dovremmo, com'è evidente, imbrancarci o con gli Hegeliani, ovvero co' Positivisti. E, se co' primi, non avremmo torto dijicantar su tutt'i tuoni d'aver già piantato le colonne d'Ercole; né, se co' secondi, c'inganneremmo menomamente nel predicare illusorie le speranze d' un sapere propriamente scientifico e metafisico. La condizione dunque del processo istorico del pensiero filosofico non istà nell'esserci fUicusione e continuità ne' suoi rappresentanti: basterà che ci sia svolgimento e progresso, e quindi vincoli ideali ove sieno impossibili gli storici; i quali non di rado è impresa ben vana il cercare, non potendo esistere, o, pur esistendo, non * È questo, coni* è noto, ano de* dommi supremi deU* Hegeliauismo, (Tedi Hrocl, Logique) e del Positivismo, tuttoché il significato ne sia diverso.Vedi CoirrB e Littbì nelle Op. innanzi citate. sarebbero che eccezioni. Anche noi quindi crediamo che nella storia della filosofia c'è attinenze; ma aggiungiamo che c'è anche salti: e se c'è attinenze e salti, la conseguenza (conseguenza buona solamente per noi, anziché per gli aggomitolatori e sgomitolatori de' periodi storici) è questa, che una critica è necessaria; necessaria una critica filosofica atta a scoprire le une, e colmare gli altri. Tornando ora al proposito, nella storia della filosofia italian«r ci è salti, per esempio, fra BRUNO e VICO, fra VICO e GALLUPPI, fra GALLUPPI e SERBATI e GIOBERTI: ma non ce ne maraviglieremo per ciò, sapendo che se questo non è pregio, non può dirsi nemmanco difetto. Poiché il punto, ad ogni modo, sta nel vedere se tomi possibile scoprirvi una progressione ideale; e questa per appunto debb' esser l'opera concorde de' viventi filosofi, e il frutto d' una storia saviamente critica. Nulla infatti è inutile nella storia della scienza, e tantp meno in quella della filosofia. Agli occhi dello storico spiegano egual valore tanto il moto speculativo attuatosi dal Leibnitz ad Hegel, quanto quello che, pur con varietà d'indirizzi, è venuto effettuandosi fra noi da VICO a GIOBERTI Nello svolgersi di*questi due periodi filosofici potremo verificare una gran legge; la legge medesima che presiede alla storia generale del pensiero filosofico. Mi spiego subito e in brevi termini, anticipando un' idea che altrove giustificherò. Platonismo e Aristotelismo sono due parole di significato altamente comprensivo per la storia della filosofia occidentale. Non solamente elle racchiudono una legge che ritrae la natura del processo isterico della filosofia, ma cotesta lor legge è anche principio, un principio d'indole teoretica. Non v' è infatti, né v' è stato filosofo, il quale non si possa dir seguace dell' uno o dell' altro indirizzo, ovvero d'entrambi, ma accordati e accostati insieme in uno de' tanti modi tentati e ritentati già fino da antico, a contare da CICERONE a BOEZIO, da BOEZIO a BESSARIONE, e dagli altri molti che nel Rinascimento si provarono in simili accordi, fino al Rosmini. D'altra parte chi pigli per poco a filosofare con serietà scientifica anziché da burla, come par che vogliano fare oggi critici e positivisti, non può a meno di non riconoscer nelle cose un fondamento assoluto. Ora tal fondamento assoluto non può esser posto tranne che in uno di questi tre modi: o nel senso dell' idea platonica, o nel significato della categoria aristotelica, ovvero in una terza maniera nella quale tomi possibile un accordo fra l'esigenza dell'uno, e quella dell' altro indirizzo. Qual debba esser la natura di tale accordo e come porlo in opera, diremo altrove. Qui giova avvertire che siffatta legge non solo racchiude il nodo, per così dire, della storia della filosofia, tanto guai-data neir insieme del suo svolgimento universale quanto nei suoi particolari periodi, ma costituisce ad un tempo la vera scienza della storia del pensiero speculativo, appunto perchè forma il triplice aspetto sotto cui può esser considerata in sé medesima la mente del filosofo nella soluzione del problema metafisico. Si dirà per avventura che cotesta maniera di considerare la storia del pensiero filosofico sia merce hegeliana? Può darsi che in apparenza la si dimostri tale. Ma fin d'ora avvertiamo che cosiffatto principio è superiore all' hegelianismo stesso, in quanto costituisce il criterio col quale potrà esser giudicato il valore speculativo di quel sistema. Tornando al proposito, posto il Cartesianismo, Leibnitz e Vico non potevan essei-e, e nel fatto non sono, né puri platonici, né puri aristotelici. Essi bensì ci esprimono il conato verso un accostamento scambievoli dei due indirizzi; tale essendo il valore della loro universalità, e di quella sintesi confusa ond' inaugurano, come avvertimmo, i due periodi moderni della filosofia tedesca e italiana: i quali perciò, rappresentando l'analisi, costituiscono il lavoro a cui necessariamente conduce quella sintesi. Invero dopo Leibnitz in Germania e dopo il Vico in Italia, la filosofia assume, tanto nell'uno quanto nell'altro paese, il vecchio contenuto, ma sotto novelle forme: da una parte, la filosofia fondata nel sentimento, e l'idealismo assoluto; dall'altra, lo psicologismo scolastico, e l'ontologismo: indirizzi più o meno esagerati del platonismo e dell' aristotelismo. E lasciando qui de' due aspetti vieti della filosofia germanica e dell'italiana, le due forme che in esse addimostrano più spiccata originalità rassomigliano quasi a due correnti che riescono a due punti fra loro opposti e contrari, e sono la filosofia ctisiologica, e quella dell'assoluta identità. Se nella prima vi è, come s'è detto, processo e continuità di sviluppo; nella seconda non manca già un carattere comune tra i suoi propugnatori, n Teismo fra noi è venuto assumendo evidentemente forma sempre più netta, meno impacciata, men grossolana; perchè se il concetto religioso, per dime un esempio, agli -occhi di GALLUPPI e di SERBATI e di GIOBERTI costituisce un elemento essenziale nell'organamento del loro sistema, la rdigion civile di cui ci parla ROVERE, è una parola com' un' altra; una parola che non dice nulla, o pochissimo; e pure ha fatto e fa tanto comodo all' autore ! Questo processo e questo risultato della filosofia itaUana è come una risultante di più forze: fra cui è da notare innanzi tutto r educazione storica tradizionale e cattolica, la forma e natura speciale dell'ingegno italiano non così facile, come dissi, a dar negli estremi, e segnatamente gl'influssi della stessa filosofia germanica. Queste ed altre cagioni partoriscono il movimento filosofico in Italia nel nostro secolo. Il pensiero filosofico nostrano (e qui han ragione gli Hegeliani) è venuto promosso, eccitato dal pensiero germanico; a quel modo, potremmo dire, che le diverse forme di filosofia del nostro Risorgimento vennero eccitate dal sùbito risvegliarsi della filosofia greca e platonica; da' comAatori arabi e aristotelici delle scuole di Padova, di Bologna, di Firenze. Il Criticismo esercita grande Zone sili GALLUPPI; e le tre forme dell'Idealismo gern/anico, subbiettivo obbiettivo ed assoluto, spiegano alla lor volta influssi potenti, immediati sul Gioberti e sul Rosmini, come ci dimostrano la Protologia del primo e Ja Teosofia del secondo, e anche in gran parte sul Msaniani. Ma se è vero, com' è verissimo, che i nostri filosofi han procacciato d'ormeggiare i Tedeschi, e questi sono valsi ad eccitare in quelli piìi gagliarda la virtù speculativa; è altrettanto vero che gì' Italiani mai non cessaron di combattere le pretensioni sistematiche assolute del Germanismo; e questo è un altro carattere comune che li distingue. Si può dire, in somma, che il pensiero italiano sia venuto affilando le armi nella fucina dello stesso avversario: ecco tutto. Di chi sarà il trionfo? Chi canterà gl'inni della vittoria ? Parliamoci tondo e netto. Il trionfo dell' Ontologismo e del Neoplatonismo, come ci è dato da' nostri filosofi, è un' illusione; ma non sarà meno illusione il trionfo dell' Idealismo assoluto. Noi dunque non faremo festa ne all' uno ne all' altro, né batteremo le mani alla vittoria del Grermanismo né dell'Italianismo, per la semplice ragione che in siffatt' ordin di cose le credute vittorie ci paiono sogni di menti ammalate. Queste due scuole, queste due filosofie (ci sia permesso stringerle entrambe sotto due concetti o indirizzi distinti) ci rappresentano la speculazione ardita del nostro secolo; ma per opposte ragioni si dilungano entrambe dalla castigatezza della sintesi ontologica, discostandosi in pari tempo dalla severità del metodo istorico e psicologico. Sennoncthè, oggi segnatamente, chi ben le guardi, elle cercano allearsi e compiersi a vicenda, giusto perchè rappresentano e riproducono anch'esse l'antica lotta fra r Aristotelismo e il Platonismo, tanto in sé stessa e nel loro insieme, quanto nelle loro particolari divisioni, esprìmendoci perciò il bisogno perenne e crescente di quell'accordo sperato sempre, ma non attinto mai. Questo panni, dunque, tutto il significato del loro svolgimento; e questo mi sembra il problema alla cui soluzione elle s' affaticano da un secolo e mezzo a questa parte. Non è egli giusto quindi affermare che chi spera nel trionfo assoluto dell'una su l'altra spera invano, e chi s' affida in certi accordi e temperamenti in sostanza esclusivi e unilaterali non ispera peggio? Citiamone un esempio. Il Gioberti dello Spaventa, lavoro (checché se ne dica dagli hegelianissimi) d'una potenza critica veraramente singolare fra noi dopo i libri del Rosmini, nelle intenzioni dell' autore dovrebb' essere un accordo tra la filosofia italiana, e la così detta filosofia moderna Europea. Lasciando stare quel moderna e molto piii Y europea (frase, la quale a me rammenta quella che han su la punta della lingua i Pontefici di Roma quando costoro menan vanto de' creduti e desiderati dugento milioni di cattolici), io chiederei, se il fare assorbire à quel modo eh' egli ha fatto il filosofo italiano dal filosofo tedesco, sia da dirsi accordo, o non più veramente un solenne trionfo del secondo sul primo, e quindi '1 trionfo assoluto del divenire sul creare? ¥* allora dov'è mai l'accordo fra le due filosofie? Un accordo, come suona la parola, è necessario, ed è razionale; che posta l'analisi, posto il lavoro analitico di quel doppio indirizzo, una sintesi ne dovrà sgorgare di necessità. E il fatto stesso ce ne porge prova e guarentigia. Il Mamiani, l'autore delle Confessioni^ ha pronunziato, fira le altre, questa gran verità: d'aver egli concluso e chiuso, fra noi, un periodo filosofico nel quale egli stesso, con GALLUPPI e con SERBATI e con GIOBERTI, è venuto cogliendo allori molti, e ben meritati. L'À. delle Confessioni ha detto benissimo: ha chiuso davvero un periodo; ma solo ha dimenticato avvertirci che in esso egU ha chiuso anche sé medesimo. Chi consideri infatti il suo neoplatonismo, per quel tanto che contiene di correzione verso gli altri nostri filosofi, l'illustre Pesarese ha merito grande; ma avvisato in sé stesso cotesto neoplatonismo, specie quant' alla parte psicologica, è già morto in sul nascere. E doveva esser così, almeno per chi voglia ammettere che la storia della filosofia non possa esser ripetizione inutile e infruttuosa di teoriche trascendentali. D'altra parte l'Hegelianismo, checché se ne voglia dire, ha oggimai esaurito la propria vitalità con lo scindersi nello tre note scuole di destra, sinistra e centro. Oggi dunque non è impossibile raccorre i frutti di così lungo, di così ostinato lavoro, e di lotte e contrasti e discussioni infinite attuatesi nei due paesi, appo cui l' ingegno europeo serba piii acconcia e vigorosa virtù speculativa. A tale impresa hann' influito efficacemente i nostri hegeliani, r opera dei quali riguardata stòiicamente, io non dubiterei chiamarla provvidenziale. Nelle mani di questo infaticabile artefice che appelliamo storia, i nostri hegeliani sono, mi si lasci dir così, un istrumento, un mezzo, acciocché nel possibile accordo delle due filosofie abbia a trionfare il vero. Più che apostoli e messia e predicatori della buona novella, com' essi medesimi si piaccion segnalarsi, sia col tradurre le opere di Hegel, come fa VERA (si veda), sia col modificarne e interpretarne le dottrine, come fa SPAVENTA (si veda), e' mi paion la condizione imprescindibile, efficace, perché il pensiero filosofico possa innovare sé stesso nella pienezza d' una coscienza speculativa chiara, intima, vivace, sceverando dal vero quel carattere arbitrario di costruzioni dommatiche il quale accompagna i pronunziati dell' Idealismo assoluto. L' Hegelianismo é cosa nostra: lo ha detto SPAVENTA (si veda); ed é verissimo. Ma é cosa nostra in quanto è anche un assoluto realismo; realismo obbiettivo nel vero senso della parola, non già campato a mezz'aria, com'è quello di Hegel, il quale perciò usurpa, non legittima il significato della obbiettività. Ripetiamolo: se la filosofia ha bisogno d'innovarsi esi i stro \ ica. i diventando positiva e razionalmente positiva, tale esi genza del pensiero italiano e tedesco, pia che dal nostro cervello, ha da scaturire dalla stessa ragione istorica Osservando lo svolgersi di queste due forme del pensiero filosofico moderno, è facile accorgersi com'elle assomiglino (ci si permetta un paragone) al cammino di due linee le quali, partendo lontane fra loro, nondimeno si vadano accostando sempreppiù. L'una s'è mossa prima dell' altra; e assai più spedita e più rapida ne' suoi passi e difilatamente ha percorso assai più lungo tratto che non abbia guadagnato la seconda. Questa poi s' è mossa dopo, e spesso è venuta sviando e svagando per più e diverse ragioni; ma, non altrimenti che ne' fenomeni elettrici d'induzione, passo passo ne ha sentito gì' influssi, e le si è venuta più e più avvicinando. Un punto di coincidenza, dunque, fra queste due linee convergenti è necessario; ma la grave difficoltà sta nel trovare cotesto punto. Usciamo di figura. Se i due periodi filosofici nel dischiudersi per opera di Leibnitz e del Vico mostrano, come vedemmo, cert' affinità spontanea e incosciente, è pur mestieri che cotest' affinità s'abbia da palesare altresì nel loro chiudersi; ma s' ha da palesare cosciente, riflessa, e quindi promossa, eccitata, ricercata e partorita dalla stessa ragione come funzione filosofica. E pensiero moderno debbe aver coscienza di tale affinità: né può averla se non la cerca; né può cercarla efficacemente se non la pone. Ninno si meraTigli se fra* vari indirìzzi moderni della filosofia noi qui non abbiamo tenuto conto altro cbe della speculazione tedesca, e dell* italiana. L' ingregno inglese procede sempre a un modo, ne da due secoli A questa parto ò mai uscito dalle orme segnategli dal suo Bacone, e poi dal Locke, da Hume e dalla Scuola scozzese. Spencer e Mill ce *1 dicono chiaramente; ne* quali filosofi è pur chiaro un progresso rispetto ai loro antecessori, ma è un progresso monotono, omogeneo. L’ingegno francese poi, dopo le grandi tracce lasciategli dal Cartesianismo, si è svolto sempre fra il Sensismo eil un acquoso Spiritualismo; né la scuola eclettica, i cut ultimi rappresentanti oggi fan tanto onore alla Francia, ha nulla di veramente originale. )£ una bella eccezione in quel paese la scuola e gli studi iniziati dal Main^de Biran. Se dunque originalità di Italia e Glermania, madri d'ogni grande filosofia e dìvinatrici delle più ardite concezioni metafisiche, per necessità isterica hann'a risalire alle loro primitive sorgenti moderne, Leibnitz e VICO; ma risalirvi (intendiamoci) con tutta quell'opulenta ricchezza che a noi porge il lavoro di specukzione compiutasi nello spazio di due secoli. Il trionfo ha da esser comune, perchè comune, quantunque diviso, è stato il lungo lavoro. Se non fosse cosi, la conseguenza, per le menti che con ansia febbrile e con ignorati e crudeli tormenti ma con altrettanta fede si travagliano invittamente nella ricerca d'ogni parte spinosa della verità, sarebbe dura davvero, sarebbe sconfortevole. E la conseguenza è, che la storia sarebbe un' ingiustizia: ingiustizia altrettanto manifesta e insopportabile, quanto inesplicabile. Ancora: se questi due periodi, queste due filosofie di cui si parla, non avessero quelle attinenze e quel valore e quel fine che noi diciamo, elle assomiglierebbero a due forze distratte, inconsapevoU, naturali, sciolte da ogni legge, libere da ogni ragione; sì veramente che le analogie e le differenze e l'intero loro svolgimento sarebbero tutte cose accidentali, estrinseche, meccaniche, fortuite, e perciò stesso empiriche, perciò stesso inesplicabili, perciò stesso insignificanti, non altrimenti che que' riscontri ingegnosi ma vani, ma inconcludenti, che alcuni storici sanno scorgere fi-a la storia d'un popolo, e quella d'un altro, fra la China, per esempio, e l'Europa, tra Confucio e Pitagora, fra il Celeste Impero e il Teocratismo papale, come fa il nostro FERRARI Or noi domandiamo alla coscienza di tutti gl'indefessi indagatori del vero; domandiamo alla coscienza degli amici sinceri e de’sinceri nemici della filosofia : È egli mai possibile speculazione oggi è possibile, è d' uopo ricercarla, quantunque sotto forme diverse e con risultato e valore differente, nell* ingegno tedesco e italiano. So che gli Hegel ianissimi sorrideranno di gran cuore a queste parole. Ma io qui vo’restringermi a chiedere, se da quarantanni a questa parte fuori d’Italia ci sìa stato filosofo che possa reggere al paragone dell'ingegno del Rosmini, miracoloso per acutezxa speculativa. che la storia, massime la storia del pensiero filosofico, abbia da essere, o un' opera cotanto ingiusta, ovvero un artifizio cotanto sterile, infruttuoso e meccanico? Concludo per ciò che riguarda il nostro filosofo nonché la seconda parte del nostro lavoro. Si è detto e si dice che il Vico non ispiegò efficacia di sorta nel soQ. secolo. E poi s' aggiunge che, quand' ei venne scoperto (e fu vera scoperta) noi già l' avevamo sorpassato. Sarà vera V una cosa e l' altra. Ma gli uomini grandi e ì grandi ingegni, se vogliamo stare all' osservazione di Mill, i quali per difetto di favorevoli occasioni non poteron lasciare traccia alcuna di sé nella loro età, spesso sono stati di gran valore per i posteri.* Tale per noi è Vico; e tale si é pure la sua Scienza Nuova. S'ei nulla valse pe' nostri padri (il che non è vero), vale moltissimo per noi. Solamente in lui potremo rannodar gli anelli della nostra tradizione scientifica: in lui ricongiugnere il nostro Rinascimento col nostro moderno Risorgimento. Per andare avanti debitamente, come suona il motto volgare, è d' uopo dare un passo indietro: Chi vuol salire, pigli V aire. Se questo é vero, se questo é necessario in tutto; non sarà altrettanto vero, altrettanto necessario in filosofia? Con sifi'atti intendimenti noi prendiamo ad interpretare il principio filosofico della Scienza Nuova. L' acuto Littré lia detto benissimo: Tout annonce gu'on ne verrà plus aucune grande éruption métaphysigue, comparàble à celles qui otit signaU Vére moderne depuis Descartes, et qui ont abouti à HegeV Ma la conseguenza vera non è quella che ne trae il positivista francese, bensì quella che ne ricaviamo noi: e tal conseguenza é la necessità di critica, la necessità di ritomo critico su la feconda speculazione degli ultimi grandi filosofi, e quindi la necessità d'un accordo fra essi. ' St. Mill. SytL de Log., LiTTRi, Princ de Phtl. Poeit., Pré/,, pag. 59, Paris, 1868, Il concetto della Scienza e '1 concetto del Criterio si richiamano a vicenda, poiché non si può determinar l'uno senza additare nel medesimo tempo il significato dell' altro. La prova più facile e megUo convincente di tale affermazione ci è data dalla storia della filosofia; non v'essendo sistema, non dottrina filosofica, nella quale que' due concetti non rispondan fra loro per caratteri comuni, e per note affini ed omogenee. E poiché applicare il criterio vai come imprimere forma al conoscere, onde poi risulta il metodo; è naturale che, tanto l' idea della scienza, quanto quella del criterio, abbiano a racchiudere altresì la nozione del metodo. Se non che, scienza metodo e criterio sono tre concetti dipendenti dalla soluzione d' un medesimo problema, del problema della conoscenza: nel quale perciò si radica propriamente, direbbe il Trendelemburg, l' ultima differenza de' sistemi. Sono dunque tre aspetti diversi, sono tre diverse determinazioni d'un medesimo subbietto; le quali noi non possiamo definire, ma espUcare, stanteché la definizione, secondo il detto di CAMPANELLA, sia come la conclusione e quasi l' epilogo della scienza stessa. Nel circolo della riflessione infatti la mente, ripiegandosi in sé medesima si compie, si pone, si determina, cioè si definisce; e si definisce perchè si è venuta esplicando; e con r esplicarsi mostra col fatto che cos'è mai l’intendere, quali vie abbia percorso, e con che guarentigie si possa pervenire ai risultamenti più sicuri del sapere. Nondimeno ci è cose che noi potremo sapere fino da ora; voglio dire le condizioni del sapere. In che mai dobbiamo fondare la scienza? In che porre i limiti del sapere metafisico? I più de' filosofi, com' è noto, si fanno tosto a rispondere: « su la natura e sul valore dell'uomo stesso. » Ma il punto è precisamente questo: qual' è mai la natura, qual è il valore dell' uomo ? La risposta più seria e positiva a tale domanda, se non vogliamo perderci nelle solite ciance trascendentali, panni questa: che l'uomo, l'uomo quale ci è dato da' fatti e dalla storia, non l' uomo concepito sotto forma di spirito del mondo {der WéUgeisf), non sia tutto, e nemmanco nulla: di che ci porgono guarentigia nel medesimo tempo la coscienza, l'esperienza e la ragione. Ora se questo è vero, due conseguenze n'emergono innegabili; la prima, che la scienza, tolta nel significato di sapere metafisico, non può esser né propriamente negativa, né propriamente assoluta; la seconda, che non si può esser sistematici e dommatici, non essendo noi tanto fortunati da possedere una formola assoluta entro cui mostrar chiusa la ragione ultima e propriamente essenziale delle cose. Ma diremo perciò che il filosofare altro non possa essere fuorché una pura e semplice ricerca sfornita di qual si voglia risultamento metafisico che sia positivo, sicuro, determinato?' Che se anche per noi filosofia suona ri' Homo quia neque nthU e«(, neqite omnia^ nee nihil percipit, nec in,' Jinitum, De sntiqaiss. Italoram sapientia, Filosofo dommatieo e filosofo nttematioo a$8oluto per noi suona il medesimo, anche ammesso che un sistema possa esser costruito per sola Tìrtù di ragione, e innalzato (se fosse possibile) ad evidenza matematica, secondo che pretendon gli Hegeliani. Il dommatismo volgare, teologico, fondandosi in un principio estrinseco alla ragione, è da ripudiarsi per difetto; ne conveniamo. Ma il dommatismo sistematico de* metafisici assolati col pretender troppo, anzi tutto, non è da ripudiarsi per eccesso ? Différiscon ne' mezzi infinitamente, io lo so; ma il risultato è il medecerca e amor di sapere, nondimeno è ricerca effettiva, è ricerca non solo atta a raccogliere il fatto, ma tale che sia un fare altresì ella medesima, cioè una funzione critica, ma efficace, positiva, attuale, come può e debb'essere dopo il Kant; funzione quindi capace non già a rimandarci al futuro, cioè ai risultati della storia, sibbene a saperci dire qualcosa anc' oggi su' grandi e terribili problemi di nostra esistenza, del mondo, della vita, della società. Se la scienza è possibile, come alcuni, positivisti cominciano a credere,* non vuol essere in qualche maniera attuale? Poiché, giova bene ripeterlo anche qui, un possibile che mai non esca dalla nuda possibilità, in realtà non è alti*o che un impossibile! È da dire perciò che tanto V idealista assoluto o l'ontologista Giobertiano, i quali in una formola, tuttoché diversissima, ti assommano la ragione d'ogni umano e divino sapere, quanto il positivista e il puro critico che ogni sapere metafisico dichiarano impossibile, escano tutti dal positivo, perchè chiudon l'indagine, e spengono siffattamente ogni bisogno critico nel pensiero. E così neir uno come nell' altro caso, la mente si rimane impigliata in un' affermazione supremamente dommatica: dommatica positiva (sistematica) nel primo, dommatica negativa (esclusione della metafisica) nel secondo. Or la filosofia intanto può assumere forma e valore di speculaziope positiva, in quanto riesce a schivare non pure il donmiatismo (il sistema assòluto propriamente detto), ma eziandio l'assoluto positivismo (scetticismo, nullismo metafisico). Fra questi contrari il filosofo che Simo, perchè Tano con la credenza e l'altro con la dimostrazione presamono darci tutto il vero. Entrambi quindi negano 1* attività speculatÌTa; il primo la nega dichiarando la ragione impotente, il secondo la nega reputandola esauribile anzi esaurita e soddisfatta. Che nel]* insieme delle dottrine del Vico non vi sia pretensione di gUtema propriamente detto, Tabbiam visto riportando alcune parole della Conchu. del Libro MetaJUieot e meglio si può vedere laddov*egli accenna ai dommatici del suo tempo ch'erano i Cartesiani. De Antiqui^, etc., Vedi la Conclus. dell'ultimo libro del Taine suìV Intelliyenza, voglia esser davvero positivo, sa di non esser dommatico; ma poi sa qualche altra cosa. Egli sa di non poter esser mai dommatico, non mai sistematico assoluto. Sa di non saper tutto, e, che più monta, può giugnere a conoscere la ragione per cui deve ignorare qualche cosa. È il caso del sapere del non sapere, appunto perchè se ne ha coscienza. E non è ignoranza cotesta? mi si dirà. Sì, certo, è ignoranza: ma è ignoranza dotta, direbbe il Cusano. Tre ci sembrano adunque le condizioni, tre i caratteri precipui del filosofare che voglia riescire seriamente e razionalmente positivo; e sono questi: La speculazione filosofica non può esser fondata sopra elementi che non siano sperimentali, ma di esperienza intema ed esterna. Tutto è processo, genesi, attività nel pensiero; stantechè tutto in lui sia generato, tutto edotto mercè i dati sperimentali. Né questo vuol dire sensismo, psicologismo grossolano, nettampoco materialismo ed empirismo, come potrebbe parere a tutta prima; perocché non per nulla ne' ricchi annali della moderna filosofia esistono, chi voglia meditarli sul serio, i Nuovi Saggi del Leibnitz, la Critica della Ragion pura e quella sul Giudizio di Kant, il Nuovo Saggio del Rosmini, e qualche altro libro di questo genere, ma non certo d' egual valore. Fatti dunque (ripetiamo anche noi co' Positivisti) e leggi de' fatti; ma, aggiungiamo, la ragione anche degli uni e dell'altre. La filosofia non meriterà titolo di positiva, dove pretenda procedere scompagnata dall' altre scienze, e far da sé. Come nella soluzione de' grandi problemi queste non bastano a sé stesse, parimenti non v' è ragione a credere che anche quella da sola non abbia a soggiacere alla medesima condizione. Che se mossa da antico orgoglio presuma d'essere scienza di tutto, per ciò appunto eli' abbisogna di tutto; abbisogna di tutt'i fatti, di tutta r esperienza, del concorso di tutte quante le sfere e discipline dell' lunana enciclopedia. Il perchè non si può dire in modo assoluto esser la metafisica quella che generi le scienze; vecchia pretensione del teologismo che ci ricaccerebbe nel più fitto medio evo: ma neanche si può aflFermare esser le scienze quelle che, come altrove notammo, possano di per sé sole partorire la filosofia. A due patti la funzione filosofica riesce positiva: quando sia generata dalle scienze, e quando, generata che sia in qual si voglia modo, possa e sappia come ogni produzione organica viver da sé, e far vivere. Non è dunque vero che all'altre discipline ella porga principii e dispensi metodi e partecipi criteri. Riceve anzi dal di fuori tutte queste cose; ma per legittimarle, organarle, ricrearle: il che non può esser riconosciuto dal positivista conseguente a sé stesso, senza ch'egli inciampichi in contraddizioni per quanto evidenti altrettanto inevitabili. Il terzo carattere, conseguenza da' due primi, è questo; che concepita così la filosofia di fronte alle altre scienze, ella riesce positiva, ma non però cessa di possedere un valore metafisico. Diventa metafisica, non metafisica teologica, né metafisica a priori e tutta d'un pezzo; orditura dialettica ideale somigliante a rete d' acciaio che stringa, affoghi e strozzi tutto ciò che tocca o ricopre. Diventa bensì metafisica atta a costruire sé stessa, ma in quanto costruisce anche le scienze; in quanto, in somma, é attività filosofica d'un' attività anteriore, dell'attività scientifica, sperimentale, molteplice, essenzialmente analitica e particolare. Non é quindi lecito confondere, né identificare queste due sorgenti d'attività, sia riducendo la prima alla seconda, sia facendo che questa venga tutta assorbita in quella. Evidentemente contraddiremmo ad un fatto; contraddiremmo al bisogno potente in ogni tempo, in ogni luogo per la speculazione. Perocché non è possibile (per dirla con le memorabili parole di Kant) che V uomo rinunei alla metafisica, come non rinunzia cMa respiratone anche con la paura di respirare uri aria malefica. Queste condizioni che noi poniamo alla ricerca filosofica sono, quanto semplici, altrettanto positive. Non è a dirsi eh' elle precludano e arrestino in modo alcuno la funzione critica, secondo che incontra tanto ai nemici d'ogni sistema, quant’ai sistematici assoluti. Nel determinare infatti la natura e '1 fine della scienza, i primi ci dicono: « non bisogna tentar l’impossibile prefiggendoci '1 fine di conoscere VinconoscìbUe, l’assoluto. Ecco posta al sapere una condizione essenzialmente negativa, perchè contraddice alla natura stessa del pensiero e dell’attività critica.* I secondi poi, cioè i sistematici, sostengono che la scienza non solo può e deve attingere r assoluto, ma ha da ridurlo trasparente così da adequarlo, da conoscerlo sicuti esty altrimenti vai come nulla conoscere.* Ma se cotesto conoscere (metafisicamente) il tutto, fosse un bel sogno; non ne verrebbe che nulla * I poBitWisti credono anch* essi no fatto il bisogrno specalativo; e come fatto noi negano. Ma dopo aver distinto quel che in esso ?* ha di permanente, cioè la presenza perpetua dell'infinito nollo spirito, da ciò che è transeunte, eh' è dire 1* inutile sforzo a risolverò problemi per se medesimi insolubili, sogrgiungono : e Se l'Assoluto è qualche cosa, non può essere che una realtà. Ora og^ni realtà si conosce mercè l'esperienza, la quale, del resto, non potendosi applicare all’assoluto, ci fa piombare In un circolo senza uscita. Dunque la metafisica e una fase tratmtorta dello spirito umano (Littré, Prineip. de Phtl. Posiu Prófac.) Innanzi tutto domandiamo, se condizione permanente del fatto, che nel caso nostro è il bisogno della speculazione, ò la presenza nel pensiero d'un infinito, non sarà appunto per ciò possibile una ricerca metafisica? Quant'all'inutile sforzo poi non approda fondarsi nella storia, non potendo in siffatt' ordin di cose indurre legittimamente dal passato al futuro. Finalmente, quant'al circolo senz'uscita, osserviamo che l'assoluto è reale, realissimo, ma non di realtà sensata e tangibile; e non è vero che ogni realtà non si possa altrimenti conoscere se non per l'esperienza; errore capitale del Positivismo. Queste ed altre risposte han dato al Littré i medesimi francesi, specialmente Janet, Caro, Vacherot, Rénouvier, Pillon, Reville, Laugel. A noi piace rammentargli un'altra bella sentenza d'un filosofo poco fa citato non certamente benevolo ai matefisici: Una metajinca è tempre enttita e tempre eneterà nell* umanità^ perche etto ì inerente alle invettigagioni della ragione umana che epecìda. Kant, Critica ddUi Ragion Pura^ noli' Introd. alla 2.* odiz. Niente ni conosce te tutto non ti conotce. SPAVENTA, Lex. di FU. Vrba, specialmente nell' /n6 resultato d'azioni e reazioni fra il mondo fisico e quello dello spirito, e quindi d' una doppia serie di leggi, naturali e psicologiche, modificate dalle diverse, attribuendogli caratteri e valore non propri: avrete falsato la natura delle scienze; le avrete confuse; ne avrete guasta V ìndole, turbando cosi tutta r economia razionale del sapere. Questa dottrina, essenzialmente psicologica e quindi razionalmente positiva, contraddice, com' è evidente, alla distribuzione enciclopedica de* sistematici, per esempio a quella del Gioberti e di Beerei; e nel mentre racchiude i pregi della classificazione de* Positivisti inglesi e francesi, ne corregge insieme i difetti. Ma i pregi e la verità d* un criterio ordinativo non può vedersi altro che nelle sue diverse applicazioni, nelle •quali non possiamo intrattenerci. Solo notiamo che tal dottrina ò un* interpretazione de* principi! psicologici del nostro filosofo, come vedremo. * T. BuCKLS, History of OivUiMation in England . fa benissimo. Ma nella sua dottrina cotal distinzione à un'inconseguenza. La costituzione d'una scienza muove dalla ragione: la evoltmone di essa, per contrario, è frutto della storia. Or se F una cosa non è V altra, è da concludere che la scienza è superiore alla storia. Perchè dunque compenetrarvela? D'altra parte, non è punto vero che, vuoi nella genesi ideale o psicologica delle scienze, vuoi nella lor genesi storica, procedasi dalla parte al tutto, dal semplice al composto, dal rudimentale e irreducibile al complesso, come vogliono i Francesi. È vero bensì che dal tutto si va al tutto, cioè dal tutto iniziale al tutto attuale, o, come direbbe lo Spencer in suo linguaggio, dall' omogeneo slVeferogeneo,^ La genesi storica del sapere, infatti, rassomiglia quella della società stessa: nella quale dapprima i poteri dello Stato, per esempio, anziché distinguersi fra loro, formano un potei'e unico; e, anziché individui liberi, vi esiste un solo individuo. Parimenti le scienze forman dapprima una scienza; uno le possiede, uno o pochi le insegnano, come uno è quegli che comanda. Però diciamo che la genesi storica di esse procede per tre momenti (vecchio concetto aristotelico) cioè: Sintesi iniziale e confusa, poi Analisi, e poi Sintesi finale. Nel primo di cotesti momenti non s' ha una data serie di scienze, come dice il positivista francese. S' ha bensì tutte le scienze, ma fomite d' un carattere comune ; il qual carattere sta nel comporre il sapere traendone le ragioni da tutt' altra fonte che non è Y intimità stessa dello spirito. In questo primo momento, in somma, [La legge secondo cui Spencer chiarisce la sua teorica del progresso con tanta sapienza ed erudizione da lasciar maravigliata la mente d*ogni lettore, si potrebbe applicare benissimo alla genesi delle scienze intesa storicamente. Egli, come 8*ò detto, non ha fatto quest'applicazione. Ma ci è da sospettare che, facendola, rieacirebbe incompleta, com’è incompleto il principio su cui è basata. Il procedere daW omogeneo alV eterogeneo è davvero un processo: ma è processo che non risolve, mancandoci un terzo momento necessario a compiere il primo e 1 secondo. Oltre questo difetto, il principio di Spencer ha l’altro di non esser nuovo, anzi vecchissimo, perchè risale ad Aristotele: *Aft 70?^ sv tw iffS^C \jncf.p^st To vfpÓTtpov, De An. II, m. lo spirito è, come dire, fuori di sé, nella natura, nelr autorità, e quindi la scienza è quasi indotta; ma tale induzione dapprima è affatto empirica, naturale, grossolana, divina, direbbe il Vico. Nel secondo momento ci ha distinzione, analisi, astrazione: e qui la mente, accostandosi a sé medesima, deduce. Nel terzo, finalmente, il pensiero possiede sé stesso, perchè possiede l'altro: egli é filosofia perchè è scienza; ed è scienza vera perchè è filosofia. Ci è dunque rispondenza, ci è armonia fra la genesi ideale e la genesi stòrica della scienza, non già compenetrazione, come vorrebbe Comte. Anche noi quindi crediamo in una legge di successione nell'attività del pensiero; né respingiamo una disposizione gerarchica e genealogica del sapere. Ma né r uua è assoluta filiazione, né 1' altra è composizione organica e compatta sì che le scienze che seguono altro non possan essere fuorché semplici appendici di quelle che precedono. È vero: il pensiero nella storia assume innanzi tutto forma teologica. £ quando accada eh' egli abbia carattere metafisico, il suo contenuto sarà sempre di natura mitologica, religiosa, tradizionale, rivelata, essendo sempre un prodotto d' autorità. Appresso riveste forma naturale; stanteché sorgano le scienze le quali, svolgendosi com' elementi particolari del papere, si vanno liberamente determinando con metodo appropriato a ciascuna di esse. In un terzo periodo, finalmente, piglia forma complessa e insieme universale come nel primo; toa non più sotto forma teologica, né metafisica ed a priori, bensì filosofica; appunto perché è deputato a raccoglier la ricca eredità accumulatasi negli antecedenti periodi. Or se è vero, come dicemmo, che il pensiero è superiore alla storia tuttoché emerga dalla storia, non è men vero che la speculazione riflessa trascende anch'olla le scienze, comecché dalle scienze sia venuta germogliando. CJondanniamo dunque, anche noi, la metafisica che si presenta com' elaborazione teologica riflessa. Condanniamo, per dirla col Littré, quel punto di vista metafisico eh' è trasformaeiane del punto di vista teologico. Ma potremmo condannare quella metafisica eh' è insieme critica e inveramento del punto di vista positivo? In altre parole, condanniamo rìsolutamente la metafisica fatta a priori; ma non meno risolutamente neghiamo che la terza fase^ il terzo stato della scienza, abbia da esser positivo nel senso che i Francesi tolgon questa parola. Lo staio positivo de' Gomtiani, afferma un giudice non sospetto, non è che un'ignoranza confessata della causa: an avowed ignoring of cause àltogether^ Ed è veramente così. L'attività riflessa della ragione intanto giugno ad esser funzione critica feconda e profittevole, in quanto riesce a superare il positivo mediante il positivo. Or è tejnpo d' interrogare il nostro filosofo. Che cosa ci lascia indurre Vico tanto riguardo al concettx) della scienza in generale, quanto rispetto alla costituzione e coordinamento delle umane discipline? Rifacciamoci da questo secondo punto. Ei non parla di formolo dommatiche, né d'alberi genealogici. Anzi ci avverte come in certo senso la metafisica abbia da esser subordinata aUa fisica; la quale dà per vero ciò che sperimentalmente possiamo imitare} Sennonché qui è da far piìi osservazioni. Una scienza è indipendente nel metodo e autonoma nel processo. Questo è il nostro pensiero. Ma potrebb' esser ' Sprncrb, The daasif. of The Scienc,, De Anttq. hai, Sap,^ nella Condunone, Si dirà che per lai la scienza tovrana sìa la teologia: ed è t ero; ma è sovrana solo in quanto è la piil oerta. Ora il eerto nelle sue dottrine non è il vero, ciò ò dire un prodotto di ragione, bensì un effetto di persuasione, un prodotto di natura empirica inseritoci nell* animo dall* autorità. Quanto egli poi si mostri avverso alle scompartÌEioni sistematiche delle scienze, vuoi nel senso pontivteta, vuoi nel senso metajUieo dommatico^ può vedersi là dove con sottile ironia parla de' Cartesiani (dommatici del suo tempo) i quali unum Metaphyeicam «Me docent qua notte indubium det verum^ et ab eOf TAKQUiM a fontr teeunda in aUa» teientiae derivari.»,, quare metaphyeieam eeterie »eientu9 fundo»^ euique 9uum aatedere exietimant. anche tale nelle sue ultime conclusioni? No, certo: stantechè queste, essendo di natura universale, hann' a dipendere dal lavoro, anziché d^una, di tutte quante le umane discipline. Più ancora: potrebb'ella dirsi indipendente rispetto alle condizioni logiche e formali? Nettampoco: se così fosse, tornerebbe impossibile l'unità della enciclopedia. Finalmente si potrebbe osservare, con Spencer, che a sapere se i corpi esistano la fisica non abbisogni nuli' affatto della metafisica. Ed è vero. Ma evidentemente cotesta notizia, più che razionale, è notizia empirica. Or bene, quando il fisico volesse darsi dimostrazion razionale del soggetto o della materia eh' egli ha fra mano, e cod legittimare il postulato onde move il suo pensiero, non diverrebbe per ciò solo un filosofo? Diverrebbe, io credo. Nel processo della scienza, dunque, v'ha un momento nel quale il fisico, od altri che sia, non può far a meno della speculazione metafisica. Se a tal esigenza egli sappia e possa per avventura soddisfare da sé, tanto meglio: vuol dire che, oltre d' esser fisico e fisiologo e geologo e simili, egli è anche filosofo. Ma ov' egli non senta questo bisogno, con che diritti e ragioni disco)ioscere ogni valore alla ricerca filosofica? Il vincolo che tutte aduna e stringe le scienze son le norme logiche ; la necessità logica che scaturisce dall' intima costituzione dello stesso pensiero. Intesa quindi come logica, la filosofia precede e accompagna le sfere diverse del sapere; ma, in quant'è metafisica, ella tien dietro ad esse, e ne é il risultato finale. E anche in ciò siamo Aristotelici. Mei., Tal si è pure la sentenza del Vico. In questo senso egli afferma che ninna geienta bene incomineia »e dalia mektfieiea (logica) non prenda i prineipii; perchè ella ì la eeienna che ripartieee alle altre i lor propri eoggetti; e poichi non pud (in quanto metafisica) dare U 9W>, dà loro immagini del euo. Onde la Geometria ne prende U punto e V dieegna; VArUmetiea V uno, e *l moltiplica; la Meccanica il conato, e V attacca ai corpi. (Risp. al Oiomale de^Lett.) In queste parole parmi chiaro T ufficio della filosofia, in generale, rispetto alle altre scienze. Filosofia è logica. Veniamo al concetto della scienza; ma gioverà fare innanzi tratto un' osservazione storica. Dicemmo com' Vico sia tra Cartesio e KAnt, vuoi storicamente, vuoi teoreticamente. Posizione puramente psicologica è quella del primo; puramente logica e psicologica quella del secondo, la cui dottrina perciò molto acconciamente è stata detta Idealismo crìtico, o Criticismo ideale. Nella posizione cartesiana, avvertimmo anche questo, il pensiero non è altro che un fatto: la coscienza trascendentale di Kant poi tiene doppio rispetto; è una e molteplice, è diflferenza e medesimezza, in quanto importa il doppio elemento formale e materiale nella cognizione. Ora, per quanto diverse, queste due posizioni han comune un carattere; quello d'esser solitarie, astratte, puramente suhbiettive, e quindi insufficienti; nel che ci confermerebbe, s'altro mancasse, il resultato puramente speculativo cui pervennero le scuole diverse inaugurate da que' due filosofi. L' analisi della Ragion pura alla fin fine a che mai riesce? A metterci in guardia dell'assoluto di ragione, rilevandone i paralogismi e le antinomie, e facendoci assistere scontenti e umiliati a quell'inutile ideale che ci rende immagine, a dir cosi, dell' acqua di Tantalo: per cui s'è detto che l'autore del Criticismo, sempre per quell' esigenza d' un ideale rimastogli in tronco, scambio di chiudere, apri anzi le porte ad una varietà di scetticismo, come osserva il B. Saint-Hilaire: nel che tutti convengono, perfino Hegel, il quale appunto con l'idealismo obbiettivo e assoluto cercò soddisfare aU' insoddisfatto bisogno della Ragion pura.^ Cartesio poi dove psicologia, metafisica e simili. Come logica eli* è scienza madre, in quanto è universale condizione d* ogni disciplina. Che poi in senso di metafisica debba riguardarsi come risultato finale, ci è avvertito dnl medesimo filosofo dove accenna alla relazione ch’ella ha, per esempio, cou la geometria: Geometria e Metaphy$iea mum verum tMccipity et aecepttun (e però elaborato) in iptam Metaphynctim refundit. De Antiq.y Giusta quindi, per tal motivo, l’accusa fatta al criticismo dallo stesso B. Saint-Hilaire: Kant a voulu /aire une revolution} il na guère en/anté qu'iine anarokie plue fatale. Log. d' Axist., Pref. si riduce egli? Alla necessità d' invocare il solito Deus ex machina, tornatogli insufficiente il criterio delPevidenza e deir idea chiara e distinta; senza dir già eh' egli medesimo annunziava il Cogito qual semplice ritrovato atto a soddisfare il bisogno di sua mente, non già pel fine d' insegnare agli altri un metodo a ben governare il pensiero: seulement (son sue precise parole) de faire voir en quelle sorte fai tàché de conduire la mienne. Nella posizione di Vico, per contrario, è schivato nel medesimo tempo tanto il fatto empirico di Cartesio, e quindi V indirizzo dell' ecclettismo e di quel timido spiritualismo che da lui hann'oggi redato i Francesi, quanto lo scetticismo al quale pur tiene aperto il fianco il criticismo, nonché quella serie di posizioni che, nate da Kant, riescono all' Idealismo assoluto. Con qual mezzo? Con un mezzo semplicissimo. Col criterio del vero e del fatto; ma elevato a dignità e valore di principio. L'osservazione che Vico fa a Cartesio è, quanto agevole, altrettanto efficace. Neanche gli scettici dubitano di pensare, egli dice: essi aifermano solo che del pensiero non si possa avere scienza, bensì cosdensa} Ora il pensiero cartesiano è un eerto, non già un vero; quindi ha natura di segno, d'indizio certo (rsxfxyj/jtov), della cui certezza ninno al mondo non ha mai saputo né voluto dubitare. Di qui si vede come la sua posizione speculativa non istia già nell'aflFermare una verità di fatto, sì nell' indagarne l'origine, la genesi, la guisa: cioè nel far la critica del vero che appare alla coscienza, perché sdre est tenere genus seu formam qua res fiat. E si vede come il criterio vichiano del fare il vero acchiuda una dottrina schiettamente aristotelica, eh' è dire la ragion vitale di quel* Yed. le bello riflessioni del Rsnottvzkb in proposito. EnsaU de Oritiqne generale^ toni. Il, part. 3. ' I difetti che nella posizione Cartesiana scorge il nostro filosofo gli abbiamo già riferiti. GIOBERTI non s'ingannava nel dire che Oarteno non ebbe il menomo sentore de* teeori che n acchiudono nel SUO Cogito. (Protol. VOLTI) l'artifizio logico secreto, naturale, onde la mente nel discorso rinviene il medio termine. La mente sa perchè fa: AtTtov Sort vójfjffef >? i^épytia} Or di cotesta attività occulta, superiore ed essenzialmente eduttiva, sensisti, scettici, empirici, positivisti non hanno coscienza. Essi ignorano cogikdionis causs€e, seu quo poeto cogitalo fiai^ * ilTTff ff9.ittpòit OTt ra ?ov«p£i ovra tiQ ivspysiav àva'^òiJLstfx gUjOtcxerai. Airtov 5'ò?i vónii^ >j èvipynx. ÌItt' $5 ève py e loti >i Sxivafii^' xa« Antiqui^. ItaLf Anch' egli quindi è scettico la sua parte: e debb' essere, in forza del suo medesimo criterio. Ritiene infatti che, quantunque la mente conosca sé stossa, ignora nondimeno la propria genesi: Dutn «e mens cognoscttp non facit; et quia non /acit^ neacit genvs quo «e cognoscit. Con la qual sentenza potrebbe sembrare cb'ei cada in contraddizione con sé stesso; ma riflettendo che la mente che «» conotce qui ya intesa non come facoltà, bensì come potenza (della qual distinzione ragioneremo appresso), la contraddizione si dilegua. Così pure è da intendersi quell'altra sentenza ove dice che l'occhio Tede le cose, e pur non vede sé stesso; che a veder so medesimo egli abbisogna d'uno specchio; e però chiama insufficiente l'idea chiara e distinta di Cartesio. Dal tutt' insieme quindi possiamo argomentare tre conseguenze: 1° Che la posizione del Vico non è né dommatica nò scettica, ma essenzialmente critica; e Critica del vero per eccellenza egli definisca, ricordiamolo anche qui, la metafìsica: 2» Che a pervenire al sapere scientifico non basti il eerto, il fatto, l'indizio, nò il criterio che il vero sia il fatto; ma è d'uopo che cotesto criterio sia levato anche a principio: 3" Che a Ini non manca il nuovo pensiero, il nuovo Cogito reoo bum, come vorrebbe Spaventa; anzi possiede chiara l'esigenza, per lo meno, della critica psicologica, bastevole a prevenire il Kant. Dico esigenza, perché il problema critico a lui si presenta sotto 1' aspetto isterico, ciò che forma la sua novità; e avvertimmo come V aspetto storico importi già r esigenza psicologica. Se poi si vuol dire che a lui manchi il Cogit*» nel significato di mediazione assoluta e però di perfetta trasparenza deWesaercf Spaventa ha ragione. Ma questo per noi, anziché difetto, é pregio grandissimo. E qui il filosofo di Napoli é tanto dappresso a quel di Kcenisberg, quant' altri non s' immagina. Dommatici e sistematici, hegeliani e ontologisti cattolici, unisconsi ad una voce nel battezzare scettico l'autore del Criticismo. Perciò gli Hegeliani credono compierlo dicendo, che la ragion pratica ò siffattamente collegata con la Ragion Pura, che la prima in sostanza non sia altro che l' incarnazione, il complemento della seconda, ma che questa di per sé stessa inevitabilmente meni allo scetticismo. Io non vo' negar tutto questo. Osservo solo che due sono i grandi concetti di Kant: che non si possa giungere al vero sistema, alla dottrina propriamente dommatica^ che, ciò non Non si può ridire il mal governo che s' è fatto e seguita a farsi del criterio vichiano. In molti libri leggiamo: criterio del vero è il fatto; e da tutti è stato inteso • 0 in modo materiale ed empirico, ovvero in significato trascendentale e assoluto. Se così fosse, quel filosofo avrebbe consacrato, da una parte, ogni sorta d'empirismo e di materialismo; e dall' altra avrebbe fatto ragione ad ogni maniera di panteismo. La formula vera, la vera posizione della scienza e del pensiero, per lui, non è questa: Criterio dd vero essere il fatto; bensì quest' altra: La conversione del vero col fatto. Fra la prima e la seconda ci è un abisso addirittura. E per veder cotesto abisso e ritrarsene, è mestieri penetrar Bell'insieme delle sue dottrine con la luce del medesimo principio. La chiave di volta d' ogni positiva speculazione, e quindi il vero Deus intus adest della mente di questo filosofo, e però il bandolo a strigar tanti nodi che avviluppano il suo pensiero, è appunto cotesto criterio, secondo che noi lo interpretiamo. Il criterio ha da esser egli un segno, un indizio del vero, 0 piuttosto un primo vero? Ha da esprimerci un dato, un fatto, o pur V essenza del vero, la condizione originaria e trascendente del conoscere? Intendendolo al primo modo, la scienza tornerà impossibile, e trionfa lo scetticismo; perocché non ci salveremo dal noto circolo eh' è questo: per conoscer la ostante, non si cada nollo scetticismo, appunto perchè egli non crede che il non esser sistematici Teglia dire essere scettici addirittura. (V. Critica dtUa Ragion Pura) Per me la riyoluzione operata dal filosofo prussiano nel regno della speculazione, cioè quanta alla natura del sapere, sta tutta qui. Il Vico in ciò lo prevenne: almeno era su la medesima strada. Quindi può dirsi che entrambi condannino le due posizioni esclusiye del Si^temaH^mo e dello Soetticinno. verità è necessario il criterio; e per ayer il criterio è necessaria la verità. Pigliandolo poi nel secondo modo, difficilmente schiveremo un sistema esclusivo e dommatico. Il vero criterio, dunque, ha da esser Tuna cosa e l'altra; indizio e principio. Come indizio, come postulato atto a conquider lo scetticismo e inaugurare la scienza, e' consiste nel porre, come si è detto, il fatto qual criterio del vero; né e'' è altra via. Come principio, sta nel porre, dall'una parte, la conversione del vero cól fatto, e dall'altra, come appresso mostreremo, la conversione del fatto nd vero, applicandolo all' essere e a tutte le categorie dell'essere. Or in questa seconda forma assume egli davvero natura di principio? Di certo, l'assume; giusto perchè importa l'essenzial condizione dell'essere stesso. Ma non anticipiamo. Abbiam detto che di questa dottrina del Vico s' è fatto mal governo. Mostrammo già come primo fra tutti ne discorresse il Mamiani, e, poco appresso, SERBATI. Giova qui riassumer le ragioni della controversia fra' due filosofi. Il Mamiani accogliendo questo criterio, come si disse, osserva che con esso il Vico non intende propor nulla che esca da' termini della intuinone (secondochè allora diceva l'A. del Rimiovamento), ma considerare in essa, oltr' a' caratteri universali, alcune doti più particolari, col fine di proferire a un tempo medesimo il criterio della certezza, e '1 criterio della scienza. In altre parole egli dice: col suo criterio il Vico intende guardare non pure al formale della cognizione, ma eziandio al materiale obbiettivo.* Tutto questo è vero; ed è verissimo che, tranne la natura fisica e quella degli atti del mondo estemo, tutt' altro pel filosofo napoletano sia produzione del pensiero, com'avviene dell'algebra e della geometria. È fuori dubbio altresì che il criterio per lui non pure ha da esser segno del vero, ma anche principio. « Nee ulla »ane alia patct via qua eeepticit re ipaa convelli poétit, niti ut veri criterium 9Ìt id ip»um fecitte* t De Antiquisi, Ttaì, • ìiAìttAVif Rinnovdm, ec, Sennonché FA. del Rinnovamento non vide allora ciò che avria potuto e dovuto veder oggi V A. delle Confessioni. Non vide che l'aspetto originale di tal dottrina non istà nel riguardare il criterio vichiano qual semplice segno ed inizio di scienza, ma qual principio, qual legge dell'essere stesso in universale. Laonde non avendone còlto altro che il significato psicologico, accadde che alla possente lima di Rosmini non poteva tornar guari difficile ridurre in polvere cotesto criterio al modo che maneggiavalo il Mamiani.' Se non che è da confessare come neanche il Rosmini dal canto suo valesse a cogUere né la dottrina in discorso né quella parte di vero che, con altrettanta verità quanto calore, propugna il Pesarese. È noto che il criterio pel Rosmini ha da essere un principio, e dev' esprimere la verità prima, l'essenza della verità. Or qual è l'essenza del vero? Eccotelo ricorrere al solito rifugio àeW Ente idmle! Ma se cotesta potrà dirsi condizione di conoscenza, non però é principio di scienza, criterio del sapere per via di scienza. Che cosa potrà insegnarci mai con la sua vuotaggine l'essere possibile? l^ou è dunque cotesto il criterio di cui parlava il Mamiani, e tanto meno quello del Vico. Non potendo indugiare in minute osservazioni sul modo con che il Rosmini interpreta la dottrina di che parliamo, osserveremo solamente che sapere il vero, pel filosofo di Napoli, non é solo un conoscere il vero, come vuole il Rosmini, ma è porre, è fare, é creare il vero; altrimenti per nessun miracolo al mondo giugneremmo ad averne notizia. Conoscere per Vico non RosMiKT, Rinnovami, ddla FU. in Ttalia, Milano. Gioverebbe Ieg(?ere in questo copioso volarne del Roveretano qnel lungo capitolo e que* prolissi cementi nonché quelle sette conseguenze che la invitta dialettica Rosminiana seppe cavare dal criterio secondochè intendevalo il Mamiani. A lui bastò congegrnare, al solito, una di quelle sue tavole sinottiche nelle quali ei dimostra di quanta e qual vena analitica fosse ricca la sua mente, per metter Tavversario col suo criterio accanto ad Elvesio, ad Epicuro e ad altrettali! Ved. Tav. Sinottica (WSitt. FU.j intomo al criterio della cert&ma^ voi. è vedere, non è patire, non è semplicemente apprendere. È vedere, patire, apprendere, appunto perchè il pensiero è essenzialmente un conoscere. In una parola, se il vero non si conosce facendolo, non si conosce nuU'aifatto; non s'intende.* Quand' è infatti che diciamo di pensare? Giusto quand'abbiamo idee. Avere idee importa cólligere dementa rei; ex quibus perfecHssime exprimatur idea. Il vero è l' idea, ma l' idea innanzi che sia tale: è l'idea germe, l'idea potenza, la stesso spirito in potenza, il pensiero non per anche attuatosi come tale: in una parola è il senso che si leva a dignità d' intelletto. Raccolta l' idea, fatta l'idea, cioè dispiegatasi la meìite, eccoti il vero-fatto. Mi si domanderà in che maniera il Vico chiami esterni gli elementi onde risulta l'idea? Perchè, rispondo, l'eduzione dell'idea suppone la formazione del concetto; e il concetto suppone una serie di atti induttivi che appresso determineremo. Tutto ciò è come estemo all'idea; è condizione, non causa del suo processo. Senonchè col raccorre gli elementi esterni la mente pone qualcosa di proprio: pone se stessa come pensiero; diventa ella stessa le cose; diventa tutte le cose. Ond' è agevole vedere come il criterio del Vico sia il principio del metodo geometrico, che per lui, ricordiamoci,, suona genetico. Mi spiegherò con un esempio. Come si hanno gli assiomi, le verità prime e necessarie, secondo i positivisti? Mercè 1' esperienza, risponderebbe il Mill. L' assioma che due rette non cTiiudono spazio [Leggere è raccogliere gli elementi della tcriUura onde le parole tono composte; con V intendere è COLLIORBB elbmbnta RBI, KX QUIBUS PRRrBCTis-31VA RXPRIMATOR IDRA. Donde è lecito conghietturare che gl’antichi itttliani conveniseero in queeto pensiero : Vbrum rssr ipsuv factum.» Qual è cotesto fatto? È il pensiero, il vero-fatto: perchò ricevuto, indotto, raccolto, e anche edotto dalla mente. In tale questione il nostro filosofo, contro il solito, non manca di chiarezza. Egli infatti dice: e AUora il vero 9Ì converte col /atto, quando trae il 9uo essere dalla mente d^ lo eonoece; HI QDOD YERUM 00GNO8CIT0R SUUM K8SR A MBNTB HABBAT QUOQaR A QOA cooKosci'TOR.» De Antiqui^,, De Origine et ventate Scientiaruni.. Sgorga immediate dall'esperienza. Che se apparentemente si origina dal pensiero, cotesto pensiero in tal caso non è altro salvochè una ripetizione dell'esperienza : è r immaginazione che allarga i limiti del fatto. Ma questa, evidentemente, se è una maniera di sapere, non è il vero conoscere; perchè cotesto conoscere non sarebbe una mia fattura, sibbene imitazione, copia dell'esperienza. Che cosa, invece, vi direbbe il Vico a tal proposito? Direbbe: non istate a immaginarvi due rette portevi già dall' esperienza e poi prolungate all'infinito: fatevele da per voi medesimi coteste rette. Ma come farle ? Generandole entro voi, per voi stessi, con elementi sperimentali; e così, più che l' immagine del fatto, avrete la vera definizione, e però la genesi del fatto. Concepite il punto come prolungato verso un altro punto: eccovi la linea. Or se due rette hanno in comune due punti, potrann'elle chiudere spazio? Non potranno. Questo precisamente è il vero-fatto, il vero da me stesso fatto, da me stesso prodotto, da me stesso generato.* Per non chiamare il vero fattura di nostra mente, il Roveretano si puntella nel solito argomento de' caratteri della verità: immutabilità, assolutezza, eternità, necessità, università e simili. Ma ci sarà lecito chiedere Men« humana eontinet dementa verorum quce digerere et eomponere poMt'ti et ex quibu$ dUpontU et compoeitie, exittit verum quod demoiutraiU {teientice) ut demontiratio eadem ae operatio «i/, et verum idem ao faetum. > Ve Antiq.f cap. Ili, 4. Né Yale che SERBATI, chiamando in soccorso lo stesso Vico, dica, questi elementi esser le idee e coteste idee crearti ed eccitarti da Dio negli animi degli uomini. Per questa frase VA., della Scienza iVuova è stato battezzato Malebranchiano ! Ma come non vedere che in quel luogo il filosofo intende parlare del senso dato a questa dottrina da coloro che eteogitarono tali locuzioni, le quali ei non accetta perchè non sempre accetta il significato delle parole latine, come osserva lo stesso Rosmini a proposito del verum e del factum f Bastino queste parole: e Par, igitur eet ut qui ha» loeutione* excogitarint, ideas in hominum animi* a Deo oreari exeitarique eunt opinati, Fa meraviglia che il Rosmini non siasi accorto come quattro righe più giù l’autore contraddica apertamente a Malebranche {Malebranckii doctrina arguitur): e come, se fosse vera V interpretazione eh* ei ne dà, il Vico avrebbe sciupato addirittura il senso verace e originalissimo del suo criterio. una proposizione d' Euclide serba ella questi ed altrettali caratteri perchè ve li abbia inseriti la mente di Euclide come tale, o non piuttosto il pensiero medesimo, il pensiero in quanto è identico appo tutt' i pensanti, identico nelle sue leggi essenziali, identico nelle condizioni logiche originarie? Nella proposizione 4 -j 4 = 8 havvi necessità. Perchè? Perchè lo stesso pensiero ne ha messo gli elementi. Ma perchè vien fiiora 8 e non 10? Precisamente perchè ci abbiam posto il 4 -h 4: cangiate questo, e avrete cangiato anche quello. E perchè serberà egli un valore universale tanto da non parer fatto né d' ieri né d'oggi, né intuito solamente in Francia o in Australia, nell' età della pietra ripolita 0 nel bel mezzo del secolo XIX? Appunto perchè il pensiero è anch' egli necessario, universale nelle sue native condizioni in ciascun individuo che in qual si voglia tempo o luogo sia capace di pronunziar 4 -f 4. Le critiche dunque che altri potrebbe trarre dal RoHmini là dov' ei si studia d' interpretare a suo modo la mente del Vico rispetto al problema del conoscere, tornano tutte vane, tutte manchevoli. Ma veniamo al più sodo. Il criterio del nostro filosofo si porge altresì come il fondamento più saldo della dottrina della prova. Nel conoscere per cause, egli dice . seguendo lo schietto Aristotelismo, sta la vera scienza: il che si riduce al medesimo criterio della conversione del vero col fatto.* Che cos' è in sostanza il provare per cause? Al solito è un raccoglier gli elementi della cosa.* Provar dunque per cause, e convertire il vero col fatto, suona il medesimo. Un esempio. Il principe Alberto, dice St. Mill, morirà. Perchè? Non perchè tutti gli uomini (egli risponde) sian mortali ; si perchè tutti quelli a me noti e che son vissuti, * « Probare per cauMaat e/Jhere eat, Effecttu eH verum quod eum facto eonvertitur. (De Antiq. }TCx>j, ri x fitriy^o^Tx ti ^caviac, ntpi aiTcaec xxt ^px^i sVtiv, if o^xpi^ivripa^, -il dn'koìjvripaiy {Mttaph.\,\), Or questo precisamente ò U metodo che il Vico, certo in modo assai confuso, esitante, arruffatissimo, adopera nelle sue ricerche; nò quindi il De Ferron s' ò apposto male nel dichiararlo, come vedemmo, metodo essenzialmente aristotelico. * Dice anzi così: H mio criterio i in me aeeieurato daUa eeienga Hi Dio, eiCl fonU e regalia dT ogni vero. (Risp. II al Oior. de^Lett.) eh' ella non possiede, ma che pur va con infinito processo e per gradi accostando sempre più. Talché quando sentiamo il metafisico teologista e Tontologista affermare la scienza divina essere norma e regola dell' umano sapere, mostrando credere con ciò d'averne contezza vuoi per virtù d'un rapido volo d'intuito, vuoi per notizia chi sa come e da chi graziosamente rivelataci, e' non dicon nulla di serio, nulla di positivo addirittura. Per affermar tutto questo con tanta sicurezza, non dovremmo possederla cotesta scienza? Non dovremmo anzi dominarla e rimaneggiarla a nostra posta così come l'agrimensore fa del suo compasso? Norma vera, norma che noi dominiamo davvero, norma già nota al mondo prima d'ogni altra, semplice, evidente, inconcussa, è per l'appunto la matematica. Della quale l'A. della Scienza Nuova, non altrimenti che Leibnitz, GALILEI, BOEZIO, CICERONE, Aristotele, Platone, Pitagora, è grandemente innamorato, e sempre ne parla, e sempre con passione viva ne esalta i pregi* La contraddizione ch'altri vede nel porre ch'ei fa qual modello del sapere or la scienza divina or la matematica, è affatto apparente. Che nell'un caso parla, o intende parlare, deìVidea massima della scienza, della scienza divina, la quale altro non potrà essere salvo che la perfetta conversione del Vero col Fatto, la compenetrazione assoluta dell'oggetto col soggetto. Nell'altro, invece, discorre non già dell'idea massima, bensì d'un tipo, d'una forma che, più d'ogni altra accostandosi alla prima, più fedelmente la esprima e la rappresenti. Tal si è per appunto la matematica. Tipo infatti del sapere squisitamente razionale per lui è la scienza dell'astratta quantità; tant'è vero che Dio stesso, die' egli in suo linguaggio, non altrimenti opera nel mondo delle forme reali, di quel che faccia il matematico nel mondo delle figure.* Questo parmi '1 significato più acconcio da dare Ved. Risp. n al CHorn. de' LetU, § IV. a tal sentenza del Vico se non vogliamo farlo cadere in aperta contradizione con seco medesimo; non già che Dio e la sua scienza abbian da esser davvero norma immediata, origine e sorgente del sapere umano 1 È un paragone, è una figura e nulla più. E poiché intende a questa maniera la scienza divina, perciò riesce a salvarsi dagli estremi cui per vie diverse rompon l' idealista assoluto e il teologista ontologo. Pel primo scienza umana e scienza divina son tutt'uno: pel secondo ce n' è tal divario quanto fra il finito e V infinito. Se non che Rosmini e Gioberti nelle opere postume, ormeggiando gli aprioristi, pongono anch'essi medesimezza fra V una e Y altra scienza, distinguendo solamente, specie il Rosmini, la materia dalla forma, e questa reputando identica, e quella diversa nelle due scienze.* Ma, s'egli è così, divario essenziale non ci è, né ci può essere; stanteché l'essenziale nel conoscere, più che nella materia, stia nella forma. Invece secondo la dottrina del Vico può dirsi, che se tra l'una e l' altra scienza non corra assoluta identità, non vi possa esser nemmanco assoluta difi'erenza. Il pensiero divino conosce, perché raccoglie gli elementi; e nel raccorli reci' meivte li pone. Il pensiero umano va raccogliendoli anche lui, e nel raunarli idealmente li pone. E tale veramente appare la sua sentenza là dove osserva che il conoscere umano si discerne dal divino quanto il solido dal piano, quanto 1' effige in rilievo dal monogramma. SERBATI, Teosofia^ GIOBERTI, ProtoUy Altra difficoltà, secondo alcuni critici, sarebbe questa. Se vero sapere è il sapere per cagioni, se conoscere Tal produrre, se pensare è fare; com* è possibile arere scienza dell* assoluto senza farlo, senza produrlo? Conoscere Dìo a questa maniera non è un assurdo? anzi una bestemmia, a detta del medesimo Vico? Per tutta risposta io to* riferire alcune sue parole le quali racchiudono, panni, il significato sincero di sua mente, checché ne possa dire in contrario egli stesso: (Hist. ) E altroTO, parlando del perìodo della filosofia greca, dice il suo processo esser e eon/orme au déveloj^ment iiUelìeetuel de Vhofinne, don» Vindividu eomme dan» Veipèoe, ear la civili»ation tend toujour» de la circonférence au oenlre, periodi storici perchè la materia si presta a tal fine, come farebb'egli, il Ritter, a rilevare e ponderare acconciamente i caratteri delle differenti scuole e sistemi senza il sussidio d'una norma anteriore e superiore alla storia? Eccoci ricascati nella solita necessità d'un criterio che valga ad imprimere forma razionale alla storia: senza di che lo storico potrà esser pregevole per erudizione, prezioso per esattezza storica, saggio e conscienzioso per fedeltà critica, ma non per questo avrà valicato i confini dell' empirismo. Tale è il Ritter fra gli storici contemporanei della filosofia. Egli è critico savissimo, checché ne dica la scuola di Hegel. È interprete coscienzioso, indipendente, scrupoloso, accuratissimo; ma non è filosofo. A lui fa paura il dommatismo; fa paura il sistema nella interpretazione istorica: e non ha torto. Ma non si può essere storico filosofo senz* esser dommatico e sistematico? Il gran pregio di Ritter sta nel carattere d' indipendenza eh' ei dà alle differenti scuole. Ma un principio sopra cui s'incardini la sua critica, e gli porga ragione di tale indipendenza, a lui manca assolutamente. 11 criterio mercè cui lo storico potrà render utile lo studio della storia ed elevarla insieme a dignità scientifica, sta neir interpretar la successione e la genesi e le attinenze de' sistemi filosofici ponendo in opera il criterio delle tre posizioni che noi abbiamo accennato. Queste tre posizioni (e altre non sono possibili) invocate a chiarirci nel magistero della critica e della interpretazione della storia, non costituiscon già un criterio empirico, né un criterio d' indole eclettica; tanto meno un criterio dommatico, sistematico, ricostruttivo. Non è criterio empirico, perchè non sono i fatti storici (e nel caso nostro i fatti storici sono i sistemi filosofici) che lo partoriscano, 0 lo spieghino; ma egli stesso è che spiega la comparsa delle^differenti scuole e dottrine filosofiche nel regno della storia. Non è poi criterio eclettico perchè non iscaturisce dalla storia, né da' sistemi; anzi ci fa capaci d' interpretar V una e giudicar gli altri senza esser sistematici: sentenza che per taluno avrebbe faccia di paradosso, ma non è.* Finalmente il nostro criterio non è sistematico, perchè non isgorga dalle viscere stesse di alta metafisica, né quindi importa ombra di necessità dialettiche, a priori, metafisiche. Ma qui dobbiamo intenderci con gli storici hegeliani. Qual è il criterio storico di Hegel? È il principio stesso cella sua filosofia; V identità assoluta. Una infatti per lui è la filosofia, uno il sistema; e le dottrine particolari non altro che forme diverse d' un medesimo contenuto. 11 dommatismo sistematico nella storia de' si* La H;nola del Cousin scimmiottando Hegel, com'è noto, Terrebbe far germinare la filosofia dalla storia, o considera perciò come elementi organici necessari, aempiici e irriducihili solo quattro sistemi; Sensismo, Idealismo, Scetticismo, Misticismo. Da questi fa risultare la storia d'ogni tempo e ln)go; o da essi medesimi vuol far germogliare la filosofia: La teoria deve emergere dalla storia. [Court ec. Ber.) Or 80 la storia in ogni grand’età e in ogni periodo filosofico presenta qne soliti qiattro demetiti organieif ne segue che la teoria, dovendo pullulare appuiÉo da essi, altro non potrà esser che un accozzo eterogeneo e, meglio che un eclettismo, un sincretismo. Se gli elementi infatti sono contraddittorìi ed eterogenei, non dovrà esser tale altrosì l’insieme che ne verrà fuom V Che se per tale accozzo è mestieri d* un criterio, eccoci tosto fuori della storia; e allora non sarà altrimenti vero il gran domma che la teoria abbia da emerger dalla stessa storia. Altro difetto di Cousin è, che iella sua divisione non trovan luogo parecchi sistemi, come per es. il Critclsmo, e Y Idealismo assoluto: 1’uno perchè non è sistema, e nemmanco icetticismo; l'altro perchè, sotto il riguardo psicologico, sarebbe l’ unione di due sistemi, secondochè avverte egli stesso. Inoltre non giunge a determinar nettamente la fiinzione dello Scetticismo nella storia, e distinruerla dalla funziono che esercita il Misticismo, il quale definisce, le eotf> ds désespoire de la raièon humaine: quasi che il secondo fosse un atto legativo cosciente, com'è il primo, e non già positivo in qnanto che imprta fede, contemplazione, sentimento e simili. Finalmente chi non vorrà legare p^li Eclettici che il Misticismo, il Sensismo e lo Scetticismo siaio da riguardarsi come altrettanti sistemi V Ecco a che mena un criteri) erroneo su la divisione e genesi de' sistemi filosofici. Non s' intende h storia, e poi si precipita senza rimedio in una teoria affatto sincretici e però assurda. La storci della filosofia mani/estaf ne* vari sistemi che sono apparsi, una sola i medesima filosofia che ha percorso diversi gradi, e prova che i prineipii particolari di ciascun sittema non sono che parti d’un solo e medesimo utto. > (Hbgel, Log. Introd. trad. Vercu Wilmx, stemi non potrebbe risaltare più evidente, più rigoroso, più universale, più assoluto. Noi innanzi tutto neghiamo risolutamente che le vario dottrine non possan essere altro fuorché momenti diversi d* una filosofia. Dov'è identità di contenuto, a dirne un esempio, fra Idealismo e Materialismo? Tra Teismo e Panteismo naturale o ideale che sia? Ci vuol davvero la pupilla lincea degli hegeliani a vedere, o meglio, a travedere siffatte ideatità di contenuto ! D' altra parte, se posta la evoluzione della idea 0 contenuto dello spirito ne seguita (come dicono) che la filosofia ha da esser identica alla storia: non è egli codesto un principio degno d' un eclettico francese? Non è la negazione più aperta, più schietta del progresso in filosofia, meno, s'intende, epoca memoranda in che con la sua bacchetta d'acciaio il gran negi-omante del Nord ebbe diffinitivamente segnato e chiuso in perpetuo il circolo della filosofia? S'egli è così, la dottrina ^é* circoli e de' ricorsi storbi che il Vera dice esser l' errore madornale della Sdenzii NuovOj per me sarebbe anzi una conseguenza logica, immediata, inevitabile dell' Hegelianisrao, almeno quant' al pensiero speculativo.* Hi9t., voi. IH). La successione istorica de' sistemi perciò riesce identica a quella delle determÌDazioui logiche della Idea: il perchè in fondo a tuttM sistemi non si occulta altro che un medesioo oontenuto. Chi consideri bene le dottrine e applichi con acciiiatezza le esigenze del metodo vichiano alla storia de' sistemi, si accorgerà tosto corno nella filosofia, guardata storicamente, ci abbia da esser moIiipUcità di momenti, e, che più monta, diversità di contenuto; del che /a storia dt'Ila filosofia greca, come accennammo porge splendido esempio. Ma, si badi, ciò non toglie punto che ci abbia da esser», come di fatto ci è, differenze di forma. Se i ritomi e i rieorgi «tarici nm importassero anche in filosofia un contenuto nuovo pur occultato sotto vecchia forma, che cos' altro sarebbe la storia del pensiero filosofico salvo che an' og;,Mo8a e sterile ripetizione d'un medosiuio uggiosissimo spettacolo'? Nella storia de' sistemi, più che in altre, il moto e lo svolgim4Qto storico non somiglia ad una linea retta, come dicono alcuni, e mmmanco ad un circolo, come pretendono altri. La storia della filosofia 3 linea retta e circolo insiememente. È linea retta, chi guardi al contenuto; ed è poi circolo, chi consideri la forma, cioè la parto meccanica do' fatti; giacche la storia, lo dicono e lo credon tutti, ò fornita alch'ella del suo Un' altra osservazione contro gli Hegeliani poiché ci calza. Se V ingegno filosofico (quello, ben inteso, degl' imperturbabili e severi negromanti in filosofia) racchiude in sé tanta virtù e tal vena architettonica da costruire con lavorio tutto a priori il sistema della scienza dell'essere e del conoscere; la conseguenza parmi chiara, irrepugnabile: ed é che la storia della filosofia non potrà non riescire affatto inutile e insignificante. A che sciupar tempo, a che sprecar la nostra attività critica a studiar ne' bozzetti piii o manco smorti e melensi e sconci e abortivi che ci presenta la storia, se abbiamo già dinanzi agli occhi in marmo vivo e quasi palpitante il Davide e '1 Mosè? Dicono: « Noi invochiamo la storia de' sistemi, é vero, ma per semplice guarentigia del sistema: la invochiamo com' una riprova di fatto, com' una conferma sperimentale.... » Conferma di che? Della costruzione a priori,^ Dunque codesta vostra costruzione è una congegnatura inefficace! D' altra parte, se il sistema giace ascoso e beli' e apparecchiato nella storia e non fa che germinare da essa, in questo caso non sarà inutile la vostra costruttura ideale, a priori? Brevemente, una delle due: La costruzione a priori del sistema é ella assoluta? Dimque è faccenda inutile la storia de' sistemi. Il sistema giace egli beli' e apparecchiato nella storia? Dunque inutile ogni alma meccanismo. Ora dunque per noi il pensiero fllosofico ò daTvero progressivo; è progressivo sul serio; progressivo noi verace senso della parola progresso, appunto perchè si svolge anche, e sopratutto, nel suo contenuto. £ qui, com* è chiaro, noi rispetto agli Hegeliani siamo addirittura a:rU antipodi; e non è altrimenti il nostro povero don Giambattista quegli che non ebbe la fortuna (sic) di scoprire la gran Ugge dd progredire della utnanità, ma è proprio il loro Hegel cui toccò la sventura (abbiano pazienza!) di non conoscerla, anzi di negarla cotesta legge; o almeno, riconosciutala da Talete, Tha poi negata a tutt*i secoli avvenire, condannandoli senza scam(H> a ruminare eternamente la medesima formola metafisica! Il concetto del vero prògre99o è concetto propriamente impossibile nella mente degli Hegeliani, come vedremo nella Sociologia. MiOHKLiT, Exam, Crit, de la Mèi. d'Arisi., Paris] nacchìo architettonico dialettico a priori. Nel primo caso voi sarete altrettanti Dii; e noi non v'intendiamo, perchè confessiamo di non esser capaci d' intendere un linguaggio e un pensiero sovrumano. Nel secondo poi sarete eclettici, o positivisti; e noi vi superiamo. Non v'è scampo. Se la storia de' sistemi ha da servire di per sé sola a darci la filosofia; se, d'altra parte, la congegnatura a priori ha da essere assoluta e tutta d'un pezzo: come legittimarle entrambe? perchè invocar la necessità d'entrambe? Intendo l'eclettico che, non sapendo rinvenir filo d' energia speculativa ne' bisogni intimi del suo pensiero, viene a chieder soccorso alla storia. Intendo non meno il positivista che con le mani sotto le ascelle tutto aspetta dalla storia appunto perchè non ha briciol di fede nelle native forze della ragion filosofica, e sorride agli sforzi ne' quali nobilmente altri si prova. Ma come potrò intender gli hegeliani che invocan la storia nel momento istesso che vantano la singoiar pretensione di costruir l' edifizio scientifico a priori rifacendosi dal tetto ? Che cosa dunque è da concludere? Precisamente r opposto di ciò eh' essi pretendono: che ne la storia contiene il sistema, né la mente può costruirlo e dedurlo a priori. Né induzione, al solito, né deduzione neanch' in quest' ordin di cose. La possibilità d' una dottrina metafisica può germinare dall' azione combinata delle due forze; dalla storia de' sistemi interpretati a dovere, e dalla energia intima del pensiero speculativo. Or tutto ciò potrebb' egli esser possibile, se questo pensiero non fosse ad un tempo e dentro e fuori della storia?* Schmidt divìde la storia de’ sistemi filosofici morendo dal concetto della filosofia elio per lui è teienza del fondamento ultimo del nottro pentierOf e delV a$§oluto, E poiché cotest' obbietto si può concepire in tre gaise, cioè obbiettivamente, sabbio ttiv amente e neirun modo e nell* altro riconoscendoli entrambi come identici, però ne deduce 1’opposizione de* sistemi, e la divisione della storia. La prima e più generale divisione è questa; 1» filosofia grreca; 2o filosofia nuova avanti Kant; S*" filosofia Il nostro criterio non è niente di tutto questo. Non è empirico, non è eclettico, non è sistematico, non è dommatico. E positivo, e razionalmente positivo. Ed è tale perchè piglia di mira non già i sistemi propriamente detti, anzi le posizioni ultime, più semplici, irreducibili del filosofare, squadrandole sotto doppio rispetto; sotto il rispetto della scienza, e del suo oggetto. Le posizioni possibili dell' ingegno filosofico, di fronte al sapere metafisico, dicemmo esser tre: !• impossibilità della metafisica (Scetticismo); 2» sua attualità (Sistema beir e compiuto); 3» sua possibilità (Critica). Anche tre, dicemmo, le posizioni del suo oggetto, cioè le possibili soluzioni del problema metafisico. Dunque tre han da essere i sommi generi sotto cui la storia può venir adunando, disponendo, ordinando le dottrine, gì' indirizzi, i metodi, le esigenze speculative formanti le specie e sottospecie, le recente dopo Kunt {St, della FU.). Innan^ù tutto questa è una diTisione essenzialmente sistematica, e riesce alla filosofia dell* identità: il che solo basterebbe a condannarla. Il concetto inoltre nel quale è fondata • è superlativamente esclusivo; tanto cbe rimaui^on fuori del corso isterico interi periodi di speculazione occidentale, per non parlare della filosofia orientale. Così precisamente egli tratta, per esempio, la scolastica: la quale, tuttoché non si possa dire speculazione metafisica, non però cessa d'essere 8peéulazione,quantunque in servigio della teologia e del domma. K poi, come mai dalla filosofia greca, con un salto più che mortale, si piomba a Cartesio? Dov* è qui, non dico la verità, ma la realtà del processo storico della filosofia? Un'altra domanda. Schmidt pone Videntìtà come contrassegno del 8^ periodo della filosofia. Ma, con qual diritto, con che verità qualificar tutt* i filosofi di cui egli parla nel suo S"* periodo col carattere dell* identità? Come si vede, lo Schmidt cade nel1’ a pr»art«mo hegeliano, ma senza far pompa de* grandi pregi di Hegel. Tranne V opposizione fra' sistemi, nonché la triplice maniera onde in essi è concepito l'assoluto, ei confessa dì non saper altro per via a priori di concreto, di particolare circa la storia delle scuole e delle dottrine filosofiche: doveccbò Hegel non pnr move dalla logica, come s'ò detto, e dalle alture logiche procaccia dedurre i sistemi ed i momenti della storia, ma più ancora li costruisce; li costruisce indipendentemente dalla storia. Il metodo dello Schmitd, quindi, avrebbe una parte accettabile, un aspetto vero; che, cioè, r indagine storica, per lui, non riescirebbe un di più affatto inutile, come in sostanza dovrebb' essere per Hegel. Se non che cotesto bel pregio svanisce, tostraf«, appresso il vero metafinoo. Or questa genesi a cui egli accenna, si applica evidentemente tanto al processo delle scienze, quanto a quello della filosofia; e, di più, risponde appnntìno alla storia e al processo ideale de' metodi. I metodi per lui sono ìtq;V Induzione^ il Sittogiemo, il Sorite. {De Antiquiee.) È bene avvertire com'ecfli, discorrendo del Sorite^ sbagli nell'attnbuire a Socrate quella forma. d'induzione cui allude nel Libro metafìtico; e non meno sbaglia, come osservammo, quando chiama sillogistico il metodo aristotelico. Ma questi, com' ò chiaro, sono sbagli di storia, inesattezze di fatto, non già di dottrina. Ciò che importa è che sin nel Libro metaJUico egli sa scorgere un vincolo, un processo, e quindi un progresso fra le tre posizioni metodiche del pensiero: Induzione, Dedazione, Eduzione, rispondenti alla storia delle scienze, come a quella della filosofia. Giova perciò intenderci bene. L' Induzione, per lui, è un artifizio sintetico, ma d'indole empirica; ondo la mente non facendo che raccogliere, adunare, procede dall'effetto alla causa, e quindi è analisi, diremmo, sintetica. (Inductio, pioura ànalytica; Stllooismus, stntrtioa. Ved. De Conet, PhUologim) Il Sillogismo invece è un artifizio deduttivo, è ainteei analitica per cui la mente procede dalla cagione all'effetto; ma è incerto nel euo procedimento e però inetto a scoprire {De AntiquÌ9$., cap. II, VII, 4). Questo è quel metodo eh* ei condanna ne' Cartesiani, ed è quel 9ÌUogi»mo debole oÌ79iv'/ì^ i7uXXo7(7]txo; che Aristotele biasimava in Platone (>lna/. Poet.,!,) Finalmente il Sorite, per lui, è tutt' altro di ciò che ne dice la logica ordinaria. II Sorite non è, a dir proprio, nò sintesi, né analisi. Non è analisi sintetica che dall'effetto ealga alla cagione, e nemmeno è sintesi analitica che dalia causa eeenda all'effetto. Invece è funzione che oofuxitena caute con caute: Qui utitcb borite gauss ab oaussis, ouiqur proxiMAif ATTBXIT. {De AntiquÌ89„ De certa /acultate eciendi, ) Perciò il Sorite essendo la funzione sillogistica nella forma pid compiuta, presuppone e racchiude in sé l'analisi e la sintesi, la deduzione e l'induzione, e di fronte a queste debb* esser superiore e posteriore. Dunque la funzione discorsiva che egli appella Sorite e che pone nel terzo momento della storia Se tutto questo che noi siamo venuti sin qua discorrendo è vero, quale ne sarà la conseguenza? Sarà che tanto nella storia deUa filosofia, quanto nel succedersi de' sistemi, il progresso non è, come ci predicano i positivisti, un' illusione de' filosofi di mente ammalata e nebulosa, ma un fatto storico e psicologico ad un tempo; una storica e psicologica necessità. I diff'erenti sistemi, ci dicono i filosofi deW avvenire^ possono conferire al progresso non come cagioni determinanti, ma come semideale de* metodi, non è altro che il processo ednttiro di cai altrove abl)iaino discorso. Neir annodar cau»e con carne sta V invenzione del termine medio, e perciò la conversione dd vero col fatto. Se non che talora anche in ciò egli si contraddice ! ifferma, per es., che V analisi (la qaale abbiam visto essere per lui posteriore alla sintesi, e però, come artifizio deduttivo, posteriore ali* induttivo), sia il metodo puramente critico de* Cartesiani; e non senza ragione lo condanna, perchè esclusivo e solitario. Ma più volte poi dice esser tale anche il Sorite; cioè un artifizio puramente critico e analitico. {De AnUqxUss,^ Ds Nos. Temp. Stud. Jiat,, Argum. RUp, i* al Glor. de' Lett., § IV. - /?« Oonst. PhiloL, Sec. Se. Nuo.) Ma non abbiam vist ) com'egli medesimo ponga il Sorite dopo Vlnduzimie che è analisi-sintetica, e dopo il Sillogismò che è sintesi-analitica? Come, dunque, se è posteriore e superiore, potrà esser non altro che pura critica e pura analisi, e perciò anteriore e inferiore? Non è contraddizione palpabile cotestaV A levar di mezzo siffatti controsensi, bisognerà stare alla definizione eh' ei medesimo ne porge del Sorite: funzione che concatena cause con ca«we, non già effetti con causcy o eause con effetti. Ella compenetra, come dicemmo, in un medesimo circolo l'analisi e la sintesi, l'artifizio induttivo e '1 deduttivo]. fe insomma il nwtodo ch'egli sposso appella geometrico (Risp. al Oior. de' LcU.). È, ripetiamo, il metodo ednttivo, genetico, il quale non è geometrico in quanto debba essere tolto cosi com' è dalla matematica, ma nel senso che dalla geometria s'ha da pigliar la dimostrationCf cioè la guisa per far la scienza. Lo dice egli stosso; non m^hodus geometrica^ sed demonsb'otio. E dopo ciò auguriamoci che alcuni suoi crìtici non vorranno maravigliarsi più oltre ch'egli abbia voluto appellar geometrico il metodo proprio della sua Scienza Nuova! {i^ Se. JVuo.). Uno de' continovi lavori di questa scienza d dimostrare FIL PILO.... lo spiegarsi delle idee umane . Concludendo: Col porre la genesi psicologica de* metodi e '1 processo isterico delle tre funzioni metodiche, il nostro filosofo ci ha dato insieme la dottrina su la genesi positiva delle scienze, secondo l'interpretazione che noi altrove abbiamo accennato (p. 230), e sopra questa legge si modella eziandio la storia ideale della filosofia^ com'egli dice, o la storia naturale de' sistemi JUoéoJtci. Sono germi cotesti, io lo veggo; ma germi fecondissimi. plici condizioni del progredire; cioè com' errori che si combattano, e che nel combattersi a vicenda si correggano. La contraddizione qui è palpabile; e non è la prima né l'ultima nella quale intoppino i positivisti. I sistemi filosofici non sono che errori, e pur si correggono ! Ma, so correggonsi, in clie maniera saran tutti un errore? È possibile correzione senz'una parte di vero? Or se racchiudon parte di verità, certo non avrebbe a parere impresa disperata poterli assommare; per la semplice ragione che se la mente umana è quella che ha potuto partorirli e poi di mano in mano correggerli, ella medesima potrà venirli adunando in organismo, nel che, come si disse, è necessario un criterio superiore/ Abbiamo detto esser triplice il processo delle cose governato da un medesimo criterio, il quale perciò assume valore di principio: la Conversione del vero col fatto. Ora il primo processo a cui è d' uopo fare cotesta applicazione è appunto la storia, perocché lo spirito nasce nella storia, e la fa. E poiché nel medesimo processo isterico é racchiuso il processo psicologico il quale n' è il fondamento più immediato in quanto é la I sistemi si combattono, è vero: essi rappresentano il transito a verità; e anche questo è verissimo. Ma ciò fanno non tanto perchè sono errori, non tanto perchè lottano, qaanto perchè racchiudono in sé medesimi un elemento di speculazione e perciò di verità metafisica. In una parola, essi lottano, ma non per distruggersi a vicenda, sì per legittimarsi, e compiersi. Giova ripeterlo anche qui: Positivismo e Idealismo assoluto mancano del vero concetto del progresso nella storia de' sistemi. L* uno considerandoli come produzioni fantastiche della mente, crede che poco alla volta essi finiscano per divorarsi a vicenda senza verun incomodo degli spettatori; dovecchò l'altro, avvisandoli come organi e vegetazioni d' una medesima pianta, nega loro ogni ulteriore progresso giunto che sia a vedere sbocciato quel fiore nel quale sono contenuti in atto rami, fronde, foglie, tronco e radici della pianta. Questo fiore, si sa, non può essere altro che la filosofia dell'identità. Ora a me pare che, se hegeliani e positivisti vorranno per poco tenersi conseguenti a sé stessi, la storia della filosofia agli occhi loro non potrà essere altro che un caput mortuum; sempre per la solita ragione, che gli uni hanno intera fiducia nella costruzione ideale della metafisica, mentre gli altri non ne hanno punto, anzi la negano. Caput mortuuml nò più, né meno. La logica è inesoraWle. stessa nostra coscienza, perciò la prima applicazione di quel principio riguarda la genesi psicologica. Ma, innanzi tutto, che cosa ci dice la storia della psicologia rispetto al problema psicologico? Capitolo Quarto. platonismo e aristotelismo nel problema psicologico. Il nodo al quale per ragioni più o manco immediate si rappicca la soluzione de' piii vitali problemi delle scienze morali, e stavo per dire anche quelli della metafisica, è il problema psicologico, che un moderno filosofo ha giustamente appellato problema generatore.^ La psicologia segue anch' ella una legge cui vediamo soggiacere ogn' altra parte della filosofia. Pigliando a considerare il problema psicologico sotto l' aspetto teoretico, ci accorgeremo tosto della possibilità d' una doppia soluzione, che si riferisce a due sistemi fra loro opposti e contrari: i quali sistemi, per quanto si voglian fregiare di titoli vistosi e facciano pompa di nomi pili 0 meno appariscenti, ci rivelano sempre alla fin fine l'esigenza del materialismo, ovvero quella dello spiritualismo. Se pigliassimo poi a guardare il medesimo problema sotto r aspetto isterico, sarebbe agevole il vedere come quelle due soluzioni mettan capo a' due maggiori filosofi dell'antichità, Platone e Aristotele, ne' quali s'imbatte sempre la mente dello storico quando meno se '1 crede. Che se oltr' ai due massimi filosofi di Grecia togliessimo ad esame anche la teorica psicologica degl' insigni rappresentanti della sapienza cristiana. Agostino ed AQUINO, i quali non fanno che ormeggiare i due Fichte, Doetrine de ki Seienetf trad. Grimbl^t,] greci quanto le necessità del domma comportavano, avremmo beli' e fissato l' obbietto e determinato i confini della critica intorno alle principali soluzioni date sul problema in discorso, e fors'anco avremmo tirato le somme linee d' un intero disegno isterico della scienza psicologica fino all' età del Rinascimento^ I quattro filosofi menzionati comprendono in germe tutte le posizioni psicologiche possibili, meno una; meno quella, cioè, che, nulla serbando di filosofico e di psicologico, si riduce tutta a negozio di biologia, come vorrebbero certi moderni fisiologisti. Nella storia della filosofia, infatti, avviene quel medesimo che in ogn' altr' ordin di cose morali: le prime tracce dello sviluppo, i germi del processo, come germi, s'annidan tutti nelle origini. Nelle origini la virtù spontanea e divinatrice dell' ingegno emerge vigorosa e potente così che basta ad alimentare i' attività analitica di più secoli, ed eccitar 1' ansia e '1 bisogno speculativo di più e più generazioni. Le origini . riflesse della speculazione occidentale pongono lor prima radice nel pensiero greco; massime in quel perìodo in cui Platone e Aristotele rappresentando, per così dire, 1' analisi in cui sdoppiossi e ingagliardì la sintesi socratica, giungono a toccar l'apice della riflessione metafisica sotto duo forme distinte; distinte nell'idea, diverse nella forma e anco nello stile, ma atte ad integrarsi e compiersi a vicenda. Il vivente storico inglese della Grecia ha detto che la speculazione europea, nonché gran parte dell'orientale, altro non sia stata in sostanza fuorché un commentario intricato e perpetuo de' due massimi filosofi. A compiere il concetto avrebbe potuto •e dovuto aggiugnere che in cotesto commentario, in cotest' analisi, tanto più evidente appare il progresso, quanto più intenso é lo svolgersi delle dottrine, e più fitto e più variato il succedersi delle scuole. Chi dunque pigliasse a far la storia critica del Platonismo e dell'Aristotelismo, e' sarebbe già in grado di far la storia della filosofia: in cui lo scetticismo avrebbe quella funzione e queir ufficio che gli spetta; ufficio senza fallo assai rilevante, ma, come dicemmo, di semplice strumento più che d' artefice; funzione di mezzo, d' espediente, d'incentivo piii che d'elemento vitale della scienza. Se infatti v' ha cosa nella quale consentano appieno i due massimi filosofi, è questa: che il concetto del sapere, del sapere per via di scienza, debbasi appuntare neir universale, stante che dall' universale possa emergere unicamente la possibilità della metafisica. Ecco perchè tale possibilità è già beli' e dimostrata, s' altra prova mancasse, dal fatto storico, dalla storia della filosofia. Ecco perchè lo scetticismo, siane qualunque la forma, è distrutto, o meglio, è ridotto al suo legittimo valore, dall'esistenza atessa e dallo svolgimento cui son venuti soggiacendo il Platonismo e l'Aristotelismo. Ed ecco perchè, ripetiamolo, questi due grandi sistemi racchiudono un significato supremamente comprensiva per due rispetti diversi, l'uno storico e l'altro teoretico, e per due diverse ragioni altrove accennate. Sul carattere precipuo del Platonismo ci sarebbe a sperare che né critici, né storici qund' innanzi avessero a discutere più oltre. Volumi in foglio scrissero antichi e riscrissero moderni, sia per determinare il concetto platonico del Bene, sia per isgroppare que' tanti viluppi su la natura delle idee, sia per ispecificar l' attinenza peculiare fra esse e Dio, o per lumeggiare il processo della dialettica e chiarir la forma verace del metodo filosofico platonico, o, finalmente, per additare il rapporto fra '1 pensiero e l' obbietto sovrassensibile di esso. Pare che i più oggi consentano a ritenere, il distintivo platonico star nella teorica dell' esemplarismo, e quindi nella dottrina (vera o no che sia) delle idee avvisate oom' eteme conoscibilità, e com^ eterne e assolute specie delle cose, 11 che tanto più avrebbe a parer vero, in ^Ytìov wjTTioòc To (zé^iov (iTxpct^ityt/y.) iS\tntv. Tm. Cfr. quanto che il punto attorno a cui s'aggira la critica dello Stagirita sta tutta qui: Videa non pure esser Buperiore alle cose, ma tutta al di là e tutta al di fuori delle cose. Né le tre scuole d' interpreti che hanno a capo Herbart Hegel e Bitter, e che in Germania oggi dividonsi '1 campo della critica sul significato essenziale e speculativo de' dialoghi platonici, dissentono guari intorno a cotesto particolare, quantunque tutt' e tre riescano a dissidii profondi nell' applicar la critica non tanto erudita, quanto d'interpretazione filosofica. Difficoltà pili gravi porge l’Aristotelismo; col qual nome intendo abbracciare tanto Aristotele, quanto la interminabile tratta de' suoi commentatori. Queste difficoltà senza fallo tengono all' indole stessa della dottrina aristotelica, all'esser eUa, per così dire, bifronte, racchiudendo i germi di due contrarie ed opposte direzioni speculative: cosa che, ove non fosse universalmente riconosciuta, basterebbe a comprovarcela, s' altro mancasse, la critica che neanc' oggi ha smesso e certo mai non ismetterà la speranza di porre in accordo lo Stagirita con sé medesimo. Eertanto, riconosciuta l' ambiguità e r indeterminatezza del sistema aristotelico nonché il difetto d' impasto omogeneo in parecchie sue teoriche; considerato come Aristotele uscito del tirocinio platonico dovea serbare, come serbò evidenti, alcune tendenze già inseritegli nell' animo dalla viva e potente e drammatica parola di chi seppe concepire e scrivere il Protagora e '1 Filébo; tenuto conto sopratutto dell'opposizione gagliarda e severa ch'ei mosse contr'al maestro; e, finalmente, considerato lo svolgersi così vario, così intricato, così opposto ne' suoi resultamenti cui r Aristotelismo andò «oggetto attraverso civiltà diverse, tempi diversi, luoghi divedi : non avrebbe a parer Stallbacm, ne* ProUgom, al Parmenide di VELIA, SERBATI, Aritt. eep. ed esam.f Introd. Zkllbr, DeU^ espogiz. aritt, della fil, di PUxtone, c. rV. Tbbndelsnburo, Plut. de id., Mabtik, Éhui. mr le Tim., Àrgom, CousiN, Du vrai, du beau et du bien, loz. IV. troppo ardito T argomentare, come dal tatt' insieme delle sue teoriche, in ispecie dalle tendenze molteplici degli esegeti d'ogni età, cotest' indirizzi devan essere tre, meglio che due. De' quali indirizzi noi chiameremo il primo ip&rpsicólogko; il secondo. Triturale oàempirico; e il terzo medio, ovvero aristotelico-platonico propriamente detto. Dal significato stesso di queste parole, ognuno s'accorgerà come il nostro criterio diflferenziale, e la divisione riguardante gì' indirizzi della dottrina aristotelica nonché le diverse esegesi a cui elle conducono, sia per noi principalmente di natura psicologica; e non può non esser tale. Aristotele, infatti, non cessando d' essere Aristotele, è anche mezzo platonico. Un criterio diflFerenziale, dunque, circa le dottrine de' due filosofi, non potrebb' essere attinto in altra sorgente salvo che in quella della psicologia, dove appunto riluce piii netto il dissidio, checché ne dica il Ravaisson,* tra i due filosofi della Grecia. D' altra parte cotesta nostra divisione non solo si porge come criterio a discemere e giudicar le diverse scuole aristoteUche, ma ci somministra modo altresì per valutare l' esplicazione storica del Platonismo al lume di quel terzo indirizzo che noi pensatamente abbiamo appellato medio. 11 quale, se con gli altri due l' abbiam detto aristotelico, non è meno platonico perciò. Cotesto indirizzo medio, infatti, non è originario, ma secondario. Non è nato fatto, ma capace di farsi, di generarsi, d'assumere fattezze proprie e fisonomia sempre più individuale e spiccata nel corso della storia. Però più d'uno storico della filosofia ha paragonato 1' Aristotelismo e '1 Platonismo a due fiumi che risalgono verso due sorgenti diverse; e meglio avrebber detto due correnti distinte d' un medesimo fiume, le quali, scorrendo, sempre più si rimescolano e conifondono per entro a un medesimo alveo. Nelr Aristotelismo quindi ci è il Platonismo, o meglio ci * E9$ai de Ifitaph, d' ÀrUt, Tom. I, Introd. p. Y. è germi di due maniere di Platonismo, legittimo e spurio. Il Platonismo spurio in sostanza è Arabismo; e la cagion prossima, X origine immediata di esso non risale già alla dottrina platonica, come altri ha creduto cogliendo a frullo qualche sentenza qua e là sparsa ne' dialoghi del filosofo ateniese; ma risale al medesimo Aristotele; e ciò per due diverse ragioni. La prima delle quali, come ha osservato un illustre storiografo,* si radica nell'opposizione che lo Stagirita ingaggiò contro il maestro; e questa, più che cagione, noi diremmo sia stata occasione, incentivo alla dottrina averroistica. La seconda poi vuoisi riferire, come toccammo, all'indeterminatezza e ambiguità della stessa dottrina aristotelica su l'intelletto; tant' è vero che Alessandro d' Afrodisea, intendendolo in parte sotto l'aspetto empirico, potrebbe aver fatto più sdrucciola, per parte sua, la strada all'Averroismo.' Se dunque tale è l'Aristotelismo di fronte al Platonismo, si può dire che, ove altri pigliasse a far una storia compiuta del primo conforme al criterio che noi diciamo, farebbe anche la storia del secondo, cioè del Platonismo vero, del Platonismo legittimo, appunto perchè nell'uno e' è, anche 1' altro, ma corretto, o a dir meglio, compiuto per più d'un rispetto.' Ora che i tre indirizzi non siano per avventura tre fantasie del nostro cervello, potrebb' apparir manifesto dalle sentenze diverse che noi potremmo agevolmente venir adunando nel medesimo Aristotele, se potessimo, anche a far bella mostra di peregrina ma non difficile erudizione, ingolfarci in esami di esegesi minuta e particoleggiata, e se il Rosmini non avesse già, meglio che * Renan, Averrhoé» et VAverr.^ pag. 42. * Ravaisson, Bonghi parlando della metafisica d'Aristotele osserva, c^ tutti qtianti % »Ì9temi fino a Carteno ei »% »ono tpecehiati dentro^ e ci hanno jwù o meno riconoeciuto il proprio vieo, (Lett. al Rosm., Trad. della Metaf.i). Nourisson dice fino a Leibnitz. {Tabi, de» progrU, ec., 2* ediz, 1S59 nella Condu$,) Perchè non dire fino ad Hegel addirittura? ogn' altri, posto in sodo con maniera davvero magistrale r esistenza nello Stagirita de' due primi indirizzi. Ma una prova più chiara potrebbe averla chi guardasse al modo con che sonosi venute svolgendo e diramando e poi intricando e vie più ravviluppando fra loro le varie scuole aristoteUche non solo per tutte quelle dieci età che il nostro Patrizi distingue nella storia degli esegeti aristotelici, ma eziandio per tutto il periodo che corre dall' epoca del Rinascimento fino agli ultimi critici tedeschi hegeUani e non hegeliani, Michelet, Pranti, Zeller, Trendelenburg. Da Teofrasto, per eserapio, a Stratone di Lampsaco incomincia a prevalere di già r indirizzo naturale, pigliando forma sempre più empirica di guisa che si potrebbe dire non v'essere stacco assoluto fra questo indirizzo aristotehco, e quelle scuole che vi tenner dietro, segnatamente l'Epicurea e la Stoica.* 11 Nominalismo del medioevo che SERBATI più acconciamente appellerebbe Bealisfno aristotelico, nonché il naturalismo d'alcuni peripatetici, ci palesano anch' essi l' indirizzo empirico. ' I Positivisti, finalmente, credono anch' essi oggidì potersi agganciare allo Stagirita, ne in verità avrebbero gran torto se troppo facilmente non dimenticassero come accanto all'Aristotele positivista ci sia un Aristotele filosofo anzi metafisico propriamente detto. D'altra parte, il Neoplatonismo e più l'interminabile serie dei commentatori arabi o arabeggianti che smarrivansi in quella grossolana forma di panteismo ])sicologico annidatasi nella dottrina dell'intelletto agente così balordamente interpretata in Aristotele, non ci palesano schiettissimo l'indirizzo iperpsicologico? Fra questi estremi quanto evidente nella storia al[Ravaisson. SERBATI, ArUu eiip. ed etam.y Introd. Roussblot, Étud^ tvr la Phil. dan» le moì/en àgef l» Saint-RinÌ Taillak> DntB» Seot Erigene et la Phil, Seolwtt., CousiN, Fragni, de PkiU du fnoyen Age, [trettanto necessaria in teoria è la posizione mediana. Ella si studia porre nn accordo fra l'esigenza fondamentale del Platonismo, e quella dell' Aristotelismo; fra l'uniTersale in sé, e Y universale anche nel mondo. Se non che è facile vedere come questa posizione abbia a rendere immagine, diremmo quasi, del ferro magnetico il quale senza posa oscilla fra mezzo al polo positivo e al polo negativo. Tale davvero è l' indirizzo medio, un ferro magnetico: per cui non è impresa agevole stabilire, per esempio, se certi realisti e certi nominalisti dell' evo medio, de' quali il Rosmini con l' usata pazientissima industria andò scovando più e diverse famiglie, sLin da dichiararsi aristotelici meglio che platonici. L' indirizzo medio nelle dottrine filosofiche, massime parlando di Platonismo e d' Aristotelismo avvisati nel loro svolgimento istorico, spicca per questo contrassegno: d' esser la molla maestra, per così dire, del progresso nello sviluppo del pensiero speculativo. Or s'egli è tale, non debb' esser rappresentato da que' filosofi che Pretendono alcuni storici ctie il nominalismo non dlfForìsca punto dal Concettualismo (per es. il Cocsin, (Euvres cT Abelardo Introd., in ciò confutato meritamente da SERBATI, Atìm, ec.) Meno a?7entato degli altri il Roverotano si contenta designare il secondo com* una gpecie del primo. E sia pure. Ma se fra Tun sistema e T altro non fosse alcun diyario, dovremmo porre in un fascio, non diciamo con quanta verità, i nomi di Roscellino, di Guglielmo di Champeaux e d'Abelardo? Per noi la differenza delle tre direzioni filosofiche medievali è precisamente quella che esiste fra le tre posizioni dell' universale rispetto alle cose: ante rem, in re, poH rem. Non dico già che tra Nominalismo e Concettualismo corra quel medesimo divario che pur troppo intercede fra essi presi insieme, e quella specie di Realismo per cui si distingue, 'per es., Anselmo d* Aosta. Ma la differenza è pur evidente, essendoci differenza, parmi, tra V ammettere e 'I negare Vunivenalenel concetto. Checche se ne dica, la scuola di Roscellino è nominale pura. Quella di Guglielmo di Champeaux è schiettamente realista. Ma un barlume di vero progresso nella scolastica traluce nel concettualismo. Esso ci rappresenta, almeno compera possibile in quell'età e in quelle condizioni della scienza, l'indirizzo aristotelico medio. Il Concettualismo è tanto superiore al Nominalismo, quanto Io spirito all'esperienza, -le idee ai fatti, il senso al pensiero. Il Rimuaat e il Nouritaon han saputo rilevare a meraviglia i meriti di questo indirizzo nel periodo scolastico. (Abìlakd, Tahleaux de» progrì») la critica non radamente finisce per battezzare con titoli diversi e disparati e talvolta anche opposti, non altrimenti che gli zoologisti adoperano riguardo a certe specie zoologiche le quali, in via di formazione specifica, non possiedon per anche caratteri netti, spiccati e ben determinati? Tal si è agli occhi nostri, per dire un esempio, Afrodisio; il quale, tuttoché meritasse titolo di secondo Aristotele, ninno però vorrà dichiarare schietto aristotelico. S'egli infatti, combatte la dottrina atomistica degli Epicurei nonché quella delle forme seminali degli Stoici, é questa una buona ragione perché non sia detto seguace dell' indirizzo aristotelico empirico. E, inoltre, se contro Avveroé piglia a corregger la dottrina dell' intelletto possibile, ciò dimostra com' ei non sia nuli' afiatto un iperpsicologista, e per la stessa ragione non é a confondersi co' puri platonici. Che se, finalmente, opponendosi allo stesso Aristotele procaccia dimostrare come la specie anziché nell'individuo sia nel pensiero, con ciò si manifesta chiaramente seguace dell'indirizzo mediano. L' Afrodisio dunque, se potessi designarlo così, sarebbe il concettualista per eccellenza fra gli esegeti ellenici, e quindi potrebbe rappresentarci l'antecedente ideale del Concettualismo mediqevale. Egli per primo nella storia dell' Aristotelismo ci esprime il bisogno d' accordare le due opposte direzioni aristoteliche, restando egli stesso aristotelico, e però non arabo, né sensista. Si potrebbe facilmente dimostrare, se qui fosse luogo, che il medesimo indirizzo ci esprime e la medesima funzione esercita san Tommaso nel medioevo; talché nell'età medioevale AQUINO rappresenta ciò che l' Afrodisio fra' primi commentatori greci.* * Parlando d’AQUINO BONGHI dice: Quello che m'ha fatto molto maravigliare, e di cui non mi $on reso cofUo pienamentef come •' accordi in tanti luoghi coW A/roditeo^ tema perft citarlo mai, ìé accordo ^ tale che non pud ewer casuale. (LeU. al Rosm.) È vero, AQUINO non conoscerà che di nome rAfrodisio. Lo conosceva per mezzo d’Averroé; eppure tanto spesso trovasi d'accordo con lui neir inAltri esempi più spiccati potremmo averli nel Rinascimento; esempi di filosofì che a tutta prima non paiono stare né di qua ne di là. Tali per noi sono, a dime questi, PORZIO, ZABARELLA, LAGALLA, CASTELLANI; e non esiteremmo annoverarvi anche il Sessano, come quegli che finì per combatter l'Averroismo e dar molto da pensare a' seguaci dell' indirizzo empirico fra' quali in cima a tutti siede il Pomponazzi * Che se il Patrizzi e più FICINO, fra gli altri, si palesano schietti neoplatonici, cotesto lor platonismo non va certamente confuso con l'Arabismo. Anche noi crediamo che certi Platonici e certi Peripatetici arabeggino la lor parte, e tanto s'assomiglino fra loro quanto due gocciole d'acqua. Ma perchè pretendere porli in un mazzo? La lor mente muove da sorgive diverse; così che, interpretando a lor modo Aristotele e Platone, gli uni spesso vaporano, come s' è detto, in una forma confusa di panteismo psicologico, in mentre che gli altri svolazzano sì da restare immersi e balordicci in mezzo agli splendori d' un misticismo il quale se non è panteismo poco ci corre. Arabismo quindi non è Platonismo; 0, se si vuole, è i) fiacco, è il grossolano Platonismo venuto fuori, come to^tommo, attraverso la critica male interpretata d' Aristotele contro il suo maestro. Se dunque la storia dell'Aristotelismo è lì pronta a mostrarci incarnate nelle sue scuole tre diverse tendenze, ciò vorrà dire più cose. Vuol dire che queste tre tendenze debbono esistere, ma esistere come in germe nelle dottrine e nella mente stessa del Caposcuola. Vuol dire terpretare il JUo$ofo, che davvero tale consenso non può esser ccituale. Quale n' è, dunque, la ragione? BONGHI non ne avrebbe fatto le meraviglie se avesse pensato eh* eran tutt' e due nel medesimo indirizzo, nelr indirizzo aristotelico mediOf per quante possano esser le differenze. Molti filosofi italiani, che d'ordinario sono mossi iu fascio con POMPONAZZI 0 con gli schietti averroisti ovvero co' puri platonici (come appunto NIFO) a noi paion seguaci più o mono spiccati dell'indirizzo medio, quando siano interpretati con benignità di giudizio, e senza le traveggole d'una critica sistematica. ch'elle hann'a distinguersi e sdoppiarsi e correre il palio del processo istorico. E vuol dire, perciò, che a questo ior successivo distinguersi ha da presiedere una legge di progresso che per passi lenti, ma sicuri, valga a ricondurre r analisi alla verità della sua sintesi primitiva. Aristotelismo e Platonismo, ripetiamolo, non sono a dir proprio due filosofie; né sono due serie di filosofi gli Aristotelici veri ed i veri Platonici. Sono ben due filosofie que’due commenti così opposti fra loro e contrari, che, fondandosi in un concetto b empiricamente naturale o esageratamente iperpsicologico del pensièro, vennero fabbricandosi col succedersi de' secoli, con l'incalzarsi de' filosofi, e con 1' avvicendarsi delle scuole. Non seguiremo perciò, a questo proposito, la sentenza del Buhle, del Bitter, del Renan tb d' altri storici che altro divario non sanno scorgere, fra' peripatetici del Rinascimento, se non quello eh' è possibile riconoscere fra' commentatori d' un medesimo caposcuola. Come confonder ACHILLINI con PORZIO? e PORZIO con NIFO? e NIFO con ZABARELLA e con GONTARINI? e tutti questi con ZIMARA e con altri di simil tenore? Il criterio innanzi stabilito ci può far comprendere perchè mai tutti quelli che han sempre sospirato un accordo fra l' uno e l' altro sistema, risentano piii dell' indirizzo platonico anziché dell' aristotelico; e perchè accanto a BESSARIONE, a PICO Mirandolano, al citato Gontarini, al MAZZONI, e a tutti gli altri che credono toccar col dito il vagheggiato accordo, non manchino i Donato, i Folieta. i Buratella che reputino pazzia cosiflFatto accordo. I primi ci dimostrandoci fatto che nell'Ari[Una prora estrinseca che fra il Platonismo e l’Aristotelismo primitivi non V* è, masdme in certi ponti di metafisica, divario sostanziale, potrebb* esser tolta dalla maniera ond' Aristotele conduce la crìtica inverso alla fllosofia del sno maestro. Lo Scbleiermacher Tha chiamata critica da maestro di scuola: e, per alcuni rispetti, non a torto. Zeller infatti ha mostrato ad evidenza come il discepolo stiracchi non di rado il maestro per meglio abbatterlo. Ved. Op. cìt. trad. da BONGHI specialmente nel Cap. iV. stotelismo c'è il Platonismo, e però l'indirizzo medio; i secondi poi che nello Stagirita ci ha i germi delle altre opposte e contrarie direzioni. Un accordo è possibile; ma non fatto a maniera ^meccanica e per sovrapposizione, come si pensano certi viventi neoplatonici col trasferire all'un filosofo ciò che si crede faccia difetto all' altro, e dando per esempio ad Aristotele l' idea platonica, e a Platone il concetto della Juva^c? o della ytvevii aristotelica. Il discepolo ha pur egli la sua idea, cgme al maestro non manca la virtù del fatto e il valore dell'esperienza. L'accordo quindi è opera della storia; ed è r opera travagliosa della critica rintegratrice. La quale, rotondando le sporgenze e ammorbidendo le angolosità che pur troppo si lasciano scorger ne' due filosofi, li modifica, li rimpasta, li trasfonde 1' uno nelr altro e li trasfigura siffattamente che ci scompaian dagli occhi Aristotele e Platone, senza che perciò abbia a scomparire ed estinguersi quell'eterna e vivace esigenza cui levossi il pensiero indoeuropeo fin da' primi momenti della sua riflessione speculativa e metafisica. Ripetiamolo anche qui. Il risultamento finale dell'Aristotelismo e del Platonismo non è già il trionfo dell'uno su l'altro, od al contrario. È il trionfo d'entrambi, per una ragione altrove rammentata a proposito delle due moderne filosofie. E que' critici che tanto sudano e s' arrovellano a mettere in trono vuoi un Aristotele passato attraverso i lambicchi d'una critica infedele ed eunuca, vuoi un Platone rimpannucciato co' cenci d'un troppo vieto tradizionalismo, negano, senz' addarsene, la storia. Negano la storia, perchè disconoscono gran parte del lavoro storico già compiutosi per opera degli esegeti ellenici, arabi, alessandrini, latini, italiani del Risorgimento. Reca marayiglia davvero il pensare come in questa maniera di critica incappino perfino, parlando d'Aristotele^ gli hegeliani più assennati quando affermano, per esempio, che aìVidea topra le cose di PlaUme AnstoteU SOSTITUÌ Videa delle coae^ o la forma. Basterebbe già la parola 909Htu\ a far cangiare ftsonomia, non pure airAristotelismo e al Platonismo, ma a tutta Premesse queste considerazioni generali, veniamo alla quistione psicologica. U problema psicologico al quale si connette ogn' altro, è quello che risguarda la relazione fra V anima e '1 corpo. Se cotesta relazione interviene fra mosso e movente, per usare l' antico linguaggio, s'ha l'indirizzo platonico; il quale j>wò trovar riscontro con la posizione iperpsicologica della esegesi de' commentatori averroisti. Se è relazione di potenza e Aleuto, pigliando l' atto come determinazione o semplice la storia della scienza. B tal si è infatti il linguaggio tenuto nella ìot critica da Hegel, dal Michelet, dal Franti, dallo Zeller, ne' quali attingono ispirazione i nostri hegeliani. Ma dicendo che Aristotele sostituì oc, non sembra che lo Stagìrita abbia inteso di negare addirittura V idea platonica? Giacché a poter sostituire bisogna innanzi negare; e per mettere qualcosa, è d^uopo averne levato qualche altra. Ora il vero si è che Aristotele, oltre la specie come predicabile, il che costituisce proprio la novità sua di rimpetto a Platone, riconosce altresì la specie separata^ la specie in sé, là forma in sé, spoglia di materia. La qual forma in sé (s Zi poi aurvj x^-^' aur^fv vj uo^^tj) è altrettanto chiara in Aristotele,'quanto la forma mista alla materia (ùtgjùti^jvvj (uterà rrì; vItiq). lì divario fra* due ftlosoft perciò non risguarda la prima, vo* dir la specie per eccellenza, ma si la seconda, cioè la cosa contenente la specie. Di che si vede come per lo Stagirita, oltre l'insieme de' due elementi (to au voXov) ci sia ben altro ancora. Al di là del to' slSoz sv fn uXv), infatti, vi ha l'essere, vi ha la ragion delle cose, tÒ tìSo;, (Ved. Metaph.). Intanto, che cosa ti fanno i critici hegeliani ? Essi pigliano quel che loro toma comodo. Pigliano il to' oùvoXov, e il resto considerano come un caput mortnumj o sentenziano: Ècco qua il vero Aristotele! Che sia l'Aristotele del loro cervello, è chiaro, né vi cape ombra di dubbio. Che sia l'Aristotele che ci porge la storia, lo neghiamo risolutamente; né ci mancherebbe modo a darne dimostrazione, se questo fosse il luogo. Si dirà che quel caput mortuum sia come il Deus ex machina dì Cartesio? una contraddizione? Innanzi tutto potrebbe stare ch'ella non fosse tale: e tale infatti non la reputarono i nostri vecchi critici del Rinascimento, né tale è creduta oggi da' massimi e più severi interpreti moderni, qual è Trendelenburg in Germania, SERBATI in ITALIA, Ravaisson e B. SaintHilaire in Francia. Checché ne sia, la critica seria e feconda starebbe appunto nel levar di mezzo la contraddizione, ma senza negare nò radiare in Aristotele l'esigenza platonica; se no, risicheremo d'incespicare nel solito scoglio, quello cioè di far la storia zoppicando, e far camminare la macchina con una sola ruota. Nessuno de' quattro critici poco fa rammentati, fra' moderni, e neanche fra gli antichi il nostro Simone Porzio per esempio, avrebbero detto, né dicono, sostituì. Avrebbero dette aggiunse, a/mpìè, eon-ewT, iiirern, t' simili. modificazione della potenza, avrai la posizione empirica dell'Aristotelismo, il cui rappresentante più logico, più originale nell' età del risorgimento dicemmo essere il Pomponaccio. Se cotest' attinenza, per ultimo, è quella di forma e di matefia, ma intesa in maniera che la prima tuttoché rampolli dalla seconda non però sia come assorbita da questa e ne dipenda in modo assoluto, ma anzi la superi, la informi di sé e basti ad alimentarsi di sé medesima; in tal caso avremo una terza posizione, la cui esigenza é pur manifesta in Aristotele, e nella quale pone radice la soluzione più acconcia del problema psicologico. L' indirizzo iperpsicólogico, nome che d' ordinario scambiasi con l'altro di platonico, ha natura deduttiva, e costituisce il metodo degli spiritualisti di tutt' i tempi: nelle cui mani la psicologia assorbe siifattamente la fisiologia, da ridurla alle umili condizioni di sem.plice appendice della prima. L'indirizzo aristotelico empirico ha natura puramente induttiva; ed é il metodo de'mateiialisti d'ogni età, nonché di certi moderni biologisti e positivisti, agli occhi de' quali la scienza dell' anima é com' un' ultima pagina, una modesta appendice della fisiologia, ovvero una specie d'enumerazione, come direbbe Hegel, di ciò che é l'anima, di ciò che in lei avviene, di ciò eh' ella opera. * L' indirizzo medio, finalmente, facendo giusta parte e ragione tanto alla psicologia quant' alla fisiologia, interpreta il rapporto fra la potenza e l' atto col sussidio del metodo genetico; e così giugno a salvare ad un' ora medesima i diritti dello spirito e quelli della materia. A siffatto risultamento ci mena la critica e la storia delle differenti soluzioni date a quest' arduo problema. Rifacciamoci brevemente dal Platonismo. Il concetto psicologico del gran figliuolo d' Aristone, se é parso profondo a molti in quanto che mira, come direbbe Cousin, a congiugner la natura intelligibile * Phil, de VEnprit, trad. VERA, con la materiale maritando due mondi opposti nell'anima razionale e sensitiva [cf. Grice, The power structure of the soul], pur nullameno e' riesce manchevolissimo chi pensi come anima e corpo al filosofo d’Atene s’affacciassero dislegati, scissi, e solamente appaiati così fra loro com' il nocchiero col suo naviglio.* Nessun vincolo secreto, adunque, nessun nodo, né ombra di processo nelle funzioni psicologiche pel padre del Platonismo.' Di qua proviene che per lui la mente, vivendo d' una vita superiore, non abbisogna, a dir proprio, di pareli^; il pensiero essendo già per sé stesso un discorso con sé medesimo: Sto^UyaSat^ Perciò stesso una divisione razionale e organica degli atti psicologici teoretici nella dottrina platonica è impossibile: laonde quant' all' essenza propria e specificante l' anima, piuttosto che generarsi, si compone; o, come osserva acconciamente un acuto scrittore, si raccozza, non si esplica.® Il concetto psicologico dunque del primitivo Platonismo é tanto incompiuto, quanto incompiuto si palesa quello della sua cosmologia, nonché l' altro delle relazioni fra il mondo e gli etemi paradigmi. Il processo psicologico é assai meglio determinato neir Aristotelismo. Ed é tale in grazia della dottrina dell'entelechia, e della relazione fra la materia e la L' anima uriiana è formata alla stessa maniera dell* anima del mondo. {Tim., trad. Coubin) È qualcosa d' intermedio fra il mondo sensibile e V idea. (Zeller, Eapo»tx. arìatotelica della jUoBofia platonica) * Di qui la celebre definizione dell* uomo alla quale han fatto e fauno buon viso tutti gli spiritualisti: Avro^f tu toO» (Tw^aro; OLpy^ov (àjÀo'koyTntTafisv «vO^owttov govai etc. Ved. nel Primo Alcib.f 51. • Chaigkbt, De la Paycologie de Platon^ Paris, Ved. nel Soph,, trad. del Cousin, La classazione accennata nella Repub. si riferisce agli atti morali; e lo stesso può dirsi dell'altra simboleggiata nel mito poetico del Fedro. Solo nel Teeteto havvi un principio di divisione teoretica delle funzioni psicologiche, ma anche questa manchevole. • BONQHI, Storia del concetto deWAnipia neUe varie scuole antiche e del medio-evot, nei Saggi di FU, Civile^ Genova' Arist., 2)« i4»., : W\j'/ri sanv «vtc>«x*** **^/'**'''*' arà^y.roc yuTtprou Sovy.jjLH Zwvj'v j^^ovto?. forma. Tale anche dove si rifletta al valore che Aristotele porge al senso come rappresentazione com' elemento essenziale del pensiero,* nonché all'ufficio eh' egli attribuisce all'immaginazione (>3stxaT«a) come facoltà mediana fra senso e ragione;* anticipando così la dottrina su la relazione che il Kant stabilì fra questa facoltà e le altre due estreme funzioni dello spirito. Con queste idee fondamentali, checche ne dicano coloro che col B. Saint-Hilaire non rifiniscono d'incelare la psicologia platonica," Aristotele creò la psicologia come scienza indipendente dalla biologìa, gettando insieme le basi della zoopsicologia che, nelle mani segnatamente del Darwin e dell' Agassiz, oggi comincia ad assumere dignità e significato razionale. Ecco dunque uno degli esplicamenti, una delle correzioni dell'Aristotelismo verso il Platonismo neU' àmbito delle ricerche psicologiche. Nel Timeo Platone riguarda l'animo qual moto originario e spontaneo fàuToxtv»Toc); Aristotele, meglio avvisandosi, estende siffattamente cotal virtii da riferirla altresì all' animale.^ E questo, senza dubbio, fu un passo gigantesco. Ma se nel filosofo di Stagira vi ha passi cCoro ad ogni pie sospinto, non per questo vi manca la scòria. La sua psicologia, come quella del suo maestro, è manchevole ; ed è manchevole, perchè riesce tale altresì la costituzione della sua cosmologia. Il sistema dell'universo per lui è quasi una catena di cui gli anelli principali ' rappresentati dalla forma e dalla materia, dalla potenza e dall'atto (5uvx/:xtc ed ivtpyéia), si ripetono, s' ingradano e moltiplicano viepiù col distendersi di essa. * Akist., Ve An.f lib. I, cai). L ^ * Idem. Ta y.iv ovv e*trìvì rò vokjtcxov «v toìc (por.vróÌ9fia9t voti. De An., B. SAnrr-HiLAiRK, Tmité de VAme^ Introd. * Abist., Melaph. X. * Intendiamo accennare a* due princìpii intemi che per Aristotele costituiscon r essere e sono anzi Tessere; a differenza degli altri 4no ntemi che ne costituiscono i Jimiti. (Meutph. ) È una scala in cui per moto continuo, dallo stato di sonno e di stupore, la potenza s'aderge al più alto grado dell'attività pura. In cotesta relazione trovasi precisamente la materia corporea di fronte agli esseri vegetabili e sensitivi; il vegetabile e '1 sensitivo rimpetto all'essere intellettivo; e T intellettivo inverso agi' intelligibili.' Ma in che risied'egli cotal passaggio? Tutto ciò che agisce non può non essere un ente in atto, cioè la specie che operando sopra un ente potenziale vien così traendolo dal nulla.' La forma dunque che germoglia dalla materia è davvero il passo d^oro nella cosmologia aristotelica; come il passaggio empirico e al tutto materiale e puramente generativo dall' uno all' altro, n' è la parte inaccettabile ed erronea. La potenza non movesi da sé per intima energia, ma solo in virtii del movente, della forma. Il potenziale, in una parola, non giugne all'attualità, salvo che per mozione d'un attuale.* Or com'è possibile che la potènza riesca anteriore all'atto, se in realtà è sempre un atto quello che ha da movere il termine correlativo ? Che se l'atto è antecedente alla potenza e la precede altresì di tempo; ^ non è egli chiaro che cotesta potenza abbia a riescire affatto vuota e sterile e infeconda, posto eh' ella abbisogni sempre d' un atto che la tragga ad atto? • Ma c'è di più. Se l'originalità d'Aristotele risiede neir aver visto l' elemento formale intrhisecarsi col materiale ; e la forma in quanto reale costituire perciò la sostanza (ouVJa); e questa esser non altro che processo. V? fuo-c;, wTTff rin trvvtyjia XavOoévscv to' TtsBóptov aur&ìv xat tÒ ^ttjoy wOTi/Owv ««TTt'v. Hi»U Anim.f Vili. Arist., Metaph., De Oenerat. Aninu. O ffTTÌv VI xcv)}(7(; «V Tw xtv>jTw, Stj'koy' i'»Ts\éyr^siwc, 7ivj(T5a£ rt): la parte fiacca di sua dottrina, invece sta nell'aver posto, com'ho toccato, medesimezza di natura, fra le due supreme determinazioni degli enti nell'ordine delle sensate realtà, onde poi accade che rimanga difettosa tutta la cosmologia. La potenza avvisata in sé medesima è Sivafii^, In quanto fluisce verso l'atto è tvspysia. In quant'è atto, stato, riposo, stasi, è 5VT«>ex«ta. In quanto poi transigi ad atto novello ripiglia valore d' Bvspyùv., e così di seguito. Il moto (KlvYiTit:), il conato^ come direbbe il Leiljnitz, il conato 0 lo sforzo, come direbbe il Vico, costituisce l'essenza di tutti questi tennini diversi; in lui s'incentrano potenza ed atto;* il perchè formando fra loro continuità, compongono un sol ente capace di passare attraverso stati o momenti in sé stessi diversi per intrinseca eccellenza. La produzione si fa sempre nella medesima specie, ed all' univoco. * Or se cotest' appunto è la natura del passaggio, non è egli chiaro che le cose devan liescire identiche nella sostanza? Non é chiaro che, ov' elle progrediscano, cotesto lor progresso altro non sarà che trasformazione, ninno potendo affermare che trasformarsi vai progredire ? E s' é così, a qual fine e con che ragioni mover critica al maestro, nella cui dottrina il mondo non è che parvenza, fenomeno, ombra vaniente e passeggera? Nella dottrina cosmologica aristotelica, dunque, il pròcessus è al tutto apparente. Apparente e fallace la spontaneità e r intrinseca attuosità delle forze. Né AQUINO ebbe torto d' affermare, contro gli arabeggianti dell'età sua i quali così appunto interpretavano Aristotele, che una forma sostanziale novella mai non appare, * "iÌTxs \sins70n TO 'key^Biv slvxc xat ivépystav xat fivj 9* ecyae, Metaph,, Mrtaph. ove la vecchia non isparisca; e che la generazione, concepita qual moto continuo e come incessabile trasformazione d' un subbietto identico, renda le forme novelle affatto accessorie e accidentali.' Se quindi il genie possente d'Aristotele seppe scorgere e dimostrare una delle grandi leggi della realtà, vo' dir la continuità tra forma e materia (tò (ruv-^sf), la relazione intima fra la ^uvaj^xì; e r £VTf>èX5*«» P^rò il profoudo concetto della £V5/>7sia; non però giunse a vedere quell'altra condizione, non meno imprescindibile della prima, la quale seguendo una vecchia frase pitagorica potremmo appellar legge ddV intervallo {StitTTviiia), I medesimi pregi e le stesse manchevolezze nella sua psicologia. L' uomo è tu vo>ov: dunque è materia e forma ad un'ora medesima. L'anima intellettiva, quindi, è atto. E la potenza di quest'atto? È il senso.... Lasciando le induzioni favorevoli che si potrebbero fare circa tal dottrina d'Aristotele interpretando il concetto del senso ch'ei chiama generale, si potrebbe domandare: in che sta la relazione, e qual' è mai la natura del passaggio fra' due -termini? Se ci è continuità, in che maniera il senso può diventar ragione, l'esteso inesteso, la materia pensiero? Se poi non v'.è continuità (né ci può essere una volta eh' ei medesimo invoca la mente dal di fuora^), com' è che alla fin fine si ritrovan, por cosi dire, sovrapposte le tre anime che sono anch' elle forma e materia, atto e potenza? Trendelenburg e Rosmini, fra gli altri, han messo a nudo, com' è noto • Summa e fe bene arvertire come gli storiografi hegeliani, imbattendosi in questa dottrina Aristotelica, credano scoprir le Indie e vi s'aggancino tenacemente, senz'addarsene ch'ei s'agganciano, anziché al vero e genuino Aristotele, ad nn tronco arabo ! E' non s'accorgono come già da sette secoli siano stati mlnerati da quel modesto fraticello che, primo e meglio d' ogn' altri, mise a nudo le magagne dell' Averroismo ove dimostra Averroè peripatetiofn philotopJUm depravatore Ved. Opusc. Contra AverroytUy; e nella Somma q. LXXIX. * Aribt., Or Gerterot, Anim., questo sconcio aristotelico. L' un d' essi non capisce in che maniera lo Stagirita interrompesse la serie preclara, e però si studia correggerlo facendo che la mente in potenza (tw Travra 7£vsf cor*»;), ma anche potenza del corpo (d^jv^im tow jw/xaro;).' E nello stesso metodo fu poscia ormeggiato da parecchi filosoh del Rinascimento: da quelli segnatamente che tra V anima e '1 corpo introdussero un' attinenza di causalità reciproca, stante clie la natura partorisca la forma in quanto é potenza anch' ella, ma potenza attuosa; e la forma (juinci rigeneri e ravvivi la materia in quanto la compie. Se non che il Tomismo, scordando spesso l'ottimo indirizzo d'Aristotele, tìgge gli occhi nella materia, e in questa presume riporre talora la ragione e '1 principio dell' individualità. Errore del quale secondo alcuni storici tornerà sempre vano il voler difendere il dottore Angelico, quando si consideri che la materia, perchè si ' Idem, eoci., XG: educitur e potentia imtterice. Ved. ueirOp. cit. del RAyAiSHUN, porga qual principio d'individuazione, ha pur bisogno d'esser determinata, suggellata, segnata: or da che cosa mai può esser ella improntata sadvo che dalla forma? ciò che formava appunto il nòcciolo della opposizione degli Scotisti.* Del buon indirizzo aristotelico inoltre si dimentica san Tommaso dove, rasentando l'aristotelismo emJ)irico, si mostra così titubante su la verace natura del senso, che la potenza per lui non è così piena e così feconda come pur domanderebbe la produzione dell'atto; e quindi sente necessità di chieder sussidio a un lume piovutoci addosso non sai dir come * Io qui non intendo propugnare la teorica sa T indìvidnazione di san Tommaso. Son anch' io del parere che gli Scotistl non aressero poi tatt* i torti neir opporrisi, perchè davvero non mancano sentenze nel Tomismo che debbano andar soggette ad una critica severa. Ma fa meraviglia il pensare come non tutti che ne han parlato siansi dati cura d' interpretare con benignità siffatta dottrina; e più meraviglia il vedere come r abbian trattata male anco i più versati nella filosofia scolastica e nello studio deir Àquinate, qual* ò, per esempio, lo Jourdain che tanto nel 1® quanto nel 2* voi. Dell’opera poco fa citata, si mette a sfatar l’Angelico AQUINO (si veda) in modo poco serio per le contraddizioni nelle quali secondo lui, cade 1* autore della Somma, e per V inanUà con che tratta siffatta questione. Si dice e si scrive che il principio d* itulividwuione per TAquinate stia nella materia; e se davvero fosse così, non s* avrebbe torto a dargliene biasimo. Ha, a voler interpretare con dirittura di giudizio la dottrina tomistica, non è proprio e sempre la materia quella in cui è da riporsi tal principio, slbbene ciò che in un ente ha ragione di primo subbietto. Ecco le parole deirAquinate: Ulud qntodtenet rationem primi tubieeti, est oausa individuationie et divieionin tpeciei in euppoeitis. E qual' è questo primo «ubbietto t Est id quod in alio recipi non potesL Or le forme separate, per ciò che non ponno esser ricevute in altro, hanno ragion di primo subbietto; però s'individuano; e però In et« tot »unt epeeies, quot eunt individua, (Ved. De nat. materia, e 8.) Or la materia è ella principio di distinzione? Si, certo: ma in quanto e sin dove ha funzione di primo subbietto. Nella dottrina tomistica, dunque, il principio d' individuazione non sarebbe nò la forma né la materia, ma or l'una or l'altra secondo che quella o questa esercita funzione di primo subbietto. So che i dubbi non per questo si diradano, né gli oppositori cessano. Ma io, ripeto, non difendo in tutto tal dottrina, sibbene chiarisco la interpretazione da darsene, e la critica da fame. Vedi in proposito le lettere dell' egregrio Aless. Bbrntazzoli assai dotto nella filosofia d’AQUINO: Di un ulteriore e definitivo esplicamenio ddla FlIoHofin /tcnlasttra ec, Bologna, ISCl. né perchè,* invocando così un atto immediato di creazione. Se l'anima è forma, atto puro, potrebbe esser generata dal corpo? Non potrebbe, risponde AQUINO: ciò eh' è immateriale è impossibile che rampolli per via di generazione; la quale non è altro, a dir proprio, che trasformazione. Ma potrebb' esser fatta della sostanza divina? Tanto meno; perchè questa non è che un atto purissimo.' Eccotelo dunque anche lui all' intervento del solito DetAS ex machina; alla necessità d' un atto peculiare di creazione ex niMlo, Or non vi sarebb'egli altra via al nascimento dell'anima fuori di queste due, generazione o creazione estranea e divina? CJom'è evidente l'A. della Somma (non altrimenti che l'A. della OUtà di Dio risguardo a Platone) eredita, co' grandi pregi, anch' i difetti della dottrina aristotelica. Il concetto della individuahtà è concetto capitale nella storia della psicologia. È propriamente la radice prima onde pullula, chi ben guardi, tutto il pensiero moderno filosofico, politico, religioso. La teorica della individuazione, perciò, è l' addentellato più acconcio per cui, nella storia delle soluzioni riguardanti il problema psicologico, il medioevo, segnatamente il Tomismo, si congiugne con l' età e co' filosofi del Rinascimento. Non ostante i pregi e i meriti grandi che l'Aquinate può vantare verso l'Aristotelismo e più verso il Platonismo, la sua dottrina doveva esser corretta mostrando che il principio d' individuazione non istà, a dir proprio, nella forma, né tampoco nella materia, ovvero nell'una o nell'altra secondo la ragione del primo suòbietto. Meglio ponendo il problema psicologico si dovea mostrare che 1' anima è individuale non perchè informi una materia, ma sì perchè, materia ella medesima, diventa forma; perchè l' anima si fa coscienza; perchè la coscienza empirica attinge valore d'autocoscienza e di libero pen[Summa, !• 2», CXI, art. 2: impre9no divini luminii in noòw, refidgentia divincB cIoritoiM in anima, • Summa] siero, nel cui regno non v' ha materia e organismo che lo spirito non vinca e sorpassi, né fantasma o immagine eh' ei non superi e sottoponga a sé stesso. Ora produrre, o almeno compiere cotal dimostrazione in maniera positiva ponendola sotto novelli punti di luce, non era possibile senz' il concetto della storicità, essendoché appunto in seno alla specie, in seno al comune e alla moltiplicità appaia e si determini e spicchi vie più la nota della differenza, tuttoché cotal differenza germogli nelP individuo, e sempre per natia virtù dell' individuo. A tal' opera spiegarono grand' efficacia innanzi tutto i nostri filosofi del Risorgimento. Altrove mostreremo come in tal' epoca si riproduca il medesimo triplice indirizzo della scolastica, ma con esigenza ben diversa, perché la storia è tale artefice che mai non ricopia sé stessa. Qui notiamo solamente che nel medioevo le tre tendenze aristoteliche, le quali abbiamo appellato iperpsicólogica, empirica e media, riproducono nel Risorgimento l'esigenza del Realismo, del Nominalismo e del Concettualismo, ma trasformandola. Se per queste tre scuole la ricerca filosofica versava su la natura dell' universale dapprima, e poi, massime con r Aquinate AQUINO, su la natura del medesimo universale ma in relazione col particolare (principio d' individuazione); per i filosofi del Rinascimento, in vece, ella risguardava in modo precfpuo la natura intellettiva dell'anima, nonché il rapporto fra il pensiero e l'organismo. Essi modificano profondamente tanto il Platonismo quanto l' Aristotelismo; così che alcuni, specie quelli che rappresentano r indirizzo medio, non intendono ristringere l'intelletto nel puro senso, ma lo allargano si che, 'ricollegando il problema psicologico al problema cosmologico, si sforzano di rannodar l'anima in quanto intelligente con la natura in quanto intelligibile.* * Noi avremmo buono in mano a dimostrare, se qai fosse luogo, che r indirizzo medio aristotelico nel Rinascimento fa rappresentato, sebbene in maniera incerta e assai confusa come portava il carattere di quelIl Rinascimento apparecchiava la moderna psicologia, ma non la costituiva. E non la costituiva perchè il problema psicologico non può ricevere acconcia soluzione quando sia troppo confinato nelle pure indagini psicologiche. V'era, per esempio, chi studiavasi di pro* vare V immortalità dello spirito e chiarire le ragioni e i modi ond' il pensiero nel suo operare s' addimostra indipendente dal corpo. E v' era poi chi facevasi ad invocare il sussidio de' soliti influssi divini come fanno anc'oggi, a tre e quattro secoli di distanza, i nostri neoplatonici. Or io non dirò che il problema su' destini dello spirito possa esser risoluto così facilmente quant' altri s' immagina. Dirò che alla psicologia potrà dirivare qualche sprazzo di luce non già mostrando (inutile tentativo!) che l'anima sia indipendente dal corpo, ovvero che Dio faccia piovere il suo influsso su r intelletto arzigogolando in che guisa lo irraggi, lo il^ lumini e lo riscaldi; ma procedendo per altra via; procedendo per una via men soggetta alle angustie dell'empirismo, 0 meno aperta alle facili speculazioni dell' a priorismo. Se Dio influisce, comunque si voglia, su l'anima, altro ei non potrà fare che modificarne l'operazione: cangiarne la natura non può davvero. Che se, d' altra parte, si giugno a dimostrare l' indi-pendenza dal corpo, non per questo s' avrà dimostrato ch'ella sia proprio immortale, se pure non vogliamo r età, da parecchi filosofi; fra' quali notiamo il Contarini, PORZIO, ZABARELLA, VIO, SPINA (si veda), SCAINO (si veda) fra gì' interpreti, 0 anche SESSANO. Il quale, nella forma ultima da lui data alla dottrina 8U r anima, si può dire che si rannodi con AQUINO e perciò anche con TAfrodisio; onde BONGHI ha detto benissimo affermando che, nell' interpretare Aristotile, il Sessano segue appunto il commontatore greco {Meta/, rf'Arwt., Leti, ed Roam.). Questi ed altri vecchi nostri filosofi andrebbero studiati, interpretati, e naturalmente anche corretti secondo il criterio che abbiamo appellajto medio. Specialmente andrebbe studiato il povero Nìfo cosi malconcio e sfatato dal nostro collega Fiorentino: al quale il Franck, del resto, ha saputo dire che il Sessano non pure fu il piò, Maggio metafisico del suo tempo, ma, più ancora, che il Pomponazzi trovò appunto nel Nifo un contraddittore imbarazzante, e d'una grande autorità. (Joum, dee Sav. Magg. 1869.) acconciarci alla celebre quanto inutile distinzione del Pomponazzi dell'Io fisico e dell'Io intellettivo, e dell' anima propriamente mortale e impropriamente immortale! Al pili potremmo giugnere a dir questo; che r anima non finisca così come finisce il corpo, cioè disgregandosi e trasformandosL. Ma cotesta soluzione non è affatto negativa? Tutt' insieme dunque la speculazione del Rinascimento, per quanto riguarda il problema psicologico, era piuttosto negazione anziché affermazione: negazione del medioevo, e apparecchio a novelle affermazioni. Neanche il Pomponaccio, il più schietto seguace dell' indirizzo aristoteUco naturale^ potrebb' esser detto materialista nello stretto senso della parola. Il significato vero del suo libro su la immortalità, diciamolo di passata, è quello di porre sott' occhio, da una parte, le magagne delle viete dimostrazioni su la natura, e sul fine e su r origine dell' anima; e manifestare, dall' altra, il bisogno di prove più salde, e però la necessità in cui trovavasi il pensiero filosofico di tentare ben altre soluzioni, e schiudersi altre vie. Qual' era una di queste vie? La durata dello spirito, come personalità, doveva esser indagata nella medesima essenza e costituzione intima del pensiero. £ a tal fine che cos' era necessario? Era necessario lo studio del processo isterico; appunto perchè l'intima costituzione del pensiero si rivela da sé medesima nello svolgimento della vita dello spirito; e la vita dello spirito è appunto la storia. In altre parole: era necessario vedere per via di fatto, cioè col processo storico, come l' essenza dello spirito tutta nelP esser egli un conato, un'attività profonda che sempre più si estrica da'viluppi di natura e di sé stesso; che sempre più si determina in sé, e si compenetra con la natura e con sé medesimo; e come per siffatta qualità egli sia capace di trascender la natura, di sorpassare l'organismo, di superare anche sé medesimo, pur rimanendo sempre una personalità. Ed eccoci pervenuti alia conclusione dove in questo capitolo desideravamo giugnere, e per la quale abbiam dovuto fare sì lungo giro da risalire fino alla doppia sorgente storica del concetto psicologico. Se per più e diverse ragioni ne il Platonismo né l'Aristotelismo primitivi non pervennero, in generale, a determinare il vero concetto dello spirito quantunque ne apparecchiassero gli elementi da secoli molti, il che non è poco; se i due massimi rappresentanti della filosofia cristiana, tuttoché introducessero due nuovi concetti in siffatta questione, non però giunsero a salvarsi da incongruenze manifeste; se, da ultimo, cop lo sdoppiarsi dell'Aristotelismo nel Risorgimento fu messa a nudo la fallacia delle vecchie posizioni, l'insufficienza d'im argomentare fiacco e barcollante esprimendoci così l'esigenza di prove novelle in siffatte indagini: è chiaro come all'uscire del medio evo importasse rannodare i quattro concetti attorno a' quali vennero travagliandosi per sì lunghi secoli co' lor proseliti i quattro filosofi cui siamo venuti accennando, correggerli, esplicarli, compierli, e statuire una dottrina positiva circa la genesi psicologica. In altre parole: importava accettar l'esigenza psicologica platonica risguardante il connubio del doppio mondo sensato e razionale: ma occorreva anche correggerlo mercé il concetto della triplicità intima, originaria cui poggiò, primo fra tut^i. Agostino. Importava altresì accettar r esigenza aristotelica del processo psicologico, e nel medesimo tempo modificare profondamente e trarre a maggior compimento il concetto della generazione psichica dello Stagirita mercè il concetto di creazione; il che tentò fare, e lo fece da par suo, AQUINO (si veda): ma più ancora importava correggere il concetto creativo de' Tomisti e de' filosofi cristiani, in generale, cancellando in esso queir immediatezza divina eh' è un dato di fede anziché di ragione, avvisandolo invece com' essenzial condizione dello spirito. Questo, possiamo dire, si studiaron di fare tutt' insieme parecchi filosofi italiani de| Rinascimento, o per lo meno ne sentivano la necessità. ^ Nessuno vi riesci compiutamente, per la ragione qua ^ dietro accennata, d' aver voluto ristringer tale ricerca ^^ negli angusti confini della psicologia. Ad essi mancava un altro grande concetto. Mancava un'altra posizione, per cui si distingue infinitamente il Rinascimento dal tempo moderno. Mancava l'esigenza di riguardare il pensiero innanzi tutto come genesi psicologica, e questa genesi psicologica poi considerare qual fondamento immediato della genesi storica. Però non è da meravigliare se alla scuola de' nostri politici facesse difetto la vera nozione del diritto sopra cui si puntella unicamente la scienza politica, nonché il concetto vero della individualità, senza cui non può sorgere né perpetuarsi lo Stato libero. Né fa meraviglia se i teologi assorbissero il gius nella morale, e se una riforma religiosa allora non potesse fra noi essere effettuata nelr ordine civile, comecché fosse già in gran parte penetrata nella mente de' nostri filosofi. Mostrammo come il Vico si colleghi col Cartesianismo; e dicemmo che co' nostri filosofi del Risorgimento ei si congiugne logicamente, più che per le quistioni metafisiche, per la ricerca psicologica. In lui si compie la posizione cartesiana, e si riproducono e ringiovaniscono i vecchi principii improntati del sentimento della viva realtà. Vi é dunque un' attinenza ideale, vi é un legame logico tra la posizione di VICO, della Scienza Nuova, e quella de' filosofi del Risorgimento. Alla ricerca psicologica nuda, astratta, empirica e subbiettiva, deve tener dietro necessariamente la ricerca informata alla esigenza della storicità. Ecco perchè a ricostruire la storia del pensiero italiano non avremmo guari bisogno né di Cartesio né del Cartesianismo, se non fosse per alcune questioni cosmologiche e ontologiche. Egli si ricongiugne co' filosofi del Rinascimento in tre modi, come nel prossimo capitolo mostreremo; ma di più li trascende infinitamente, perchè se è vero che nel medio evo il pensiero filosofico riponeva l'essenza dello spirito, a così dire, furori di §è, mentre nel Rinascimento, attraverso forme diverse, inchinava a riporlo sotto di se; è naturale che, col sentire la necessità del processo istorico, novello sentiero egli avesse a dischiudersi, rintracciando quell'essenza nel seno stesso dello spirito siccome centro e insieme processo della storia. Gli storici della filosofia italiana, ripetiamolo anche qui, non potranno far a meno, quando voglian discoprire un vincolo ideale fra le due epoche, di questa relazione alla quale siamo venuti accennando, e su la quale ci rifaremo più riposatamente in luogo più acconcio. ORGANISMO E PROCESSO PSICOLOGICO. {Fxmdamenio razionale del processo istorico.) I punti sostanziali ne' quali possiamo stringer la dottrina psicologica, seguendo le orme del nostro filosofo, son questi: !• Concepire in maniera compiuta e vera la natura della facoltà psichica in generale. 2« Distinguere nelle funzioni psicologiche due processi, conoscitivo e operativo, ma formanti unico organismo, unico circolo. Riguardar gli atti psicologici come una moltiplicità di funzioni distinte e per sé stesse irreducibili; ma nondimeno determinate e recate in atto dalla virtù d' unico principio originario. Finalmente, porre siccome base razionale e immediata del processo istorico lo stesso processo psicologico. Col primo di questi concetti il nostro filosofo si collega dirittamente con Aristotele, e con gli Aristotelici del Rinascimento seguaci dell' indirizzo medio; e nel medesimo tempo corregge, in ordine alla psicologia, quel vecchio domma del falso Aristotelismo e del malinteso Platonismo che suona così: niente moversi da sé, che non sia mosso. Col secondo e col terzo imprime forma razionale e organica alla scienza dello spirito tanto contro Averroisti e Neoplatonici che troppo distaccano i due elementi onde risulta V ente umano, quanto contro quegli Aristotelici empirici che, troppo affogando r uno neir altro, finiscono per confonder la sfera della psicologia con quella della biologia: ma, sì nel primo come nel secondo caso, egli serba Y esigenza psicologica platonica che dicemmo consistere nella distinzione dei due elementi, nonché V esigenza aristotelica la quale riguarda il processo nelle funzioni psicologiche. CJon gli stessi concetti onde corregge nella quistione psicologica il Platonismo e l'Aristotelismo, previene l' esigenza del Criticismo intomo al doppio ordine della Ragion teoretica e della Ragion pratica, e insieme la invera e la compie. Col quarto concetto, finalmente, imprime significato razionale e positivo al fatto storico, e crea la Scienza Nuova. Innanzi tratto intendiamoci sul metodo acconcio a simili indagini. Tommaso Buckle osserva che i filosofi, parlando su la natura dell'anima, non sanno pigliar le mosse altro che o dalle sensazioni, o dalle idee; riuscendo così, nell'un modo e nell’altro, ad un metodo solitario, astratto, inefficace, inconcludente.* Sennonché egli stesso, il Buckle, non giugno a salvarsi dal primo difetto. 11 suo metodo isterico, differente dal deduttivo inverso raccomandato dal Mill, é addirittura un metodo empirico; onde inciampa in quel sensismo ch'egli condannando vorrebbe causare. Checché ne sia, l'osservazione é degna d'un * HUtory of Civilization in England]. positivista inglese; e noi, pur correggendola, non dubitiamo farla nostra. A schivare infatti tanto le conseguenze d'un gretto empirismo, quanto le arditezze d'un magro e sfumante idealismo, è forza movere non dal fatto della sensazione, eh' è cosa estrinseca e quasi sopravvenuta allo spirito, e nemmanco dalle ideej le quali in sostanza non sono, per noi, fiiorchè produzioni di lui; ma da lui stesso; dallo stesso spirito in quanto pensiero. Bisogna movere, in somma, dal centro, anziché dalla circonferenza; dalle facoltà, ma dalle facoltà concepite quali sono in realtà, cioè come funzioni. A tal uopo è necessario adoperare un metodo che non escluda, ma che sappia includer le esigenze di tutt' i metodi; empirico, naturale, sperimentale, psicologico astratto, fisiologico, e simili. In una parola, è necessario il metodo genetico; il quale, rispetto alla psicologia, è ciò che il metodo eduttivo è rispetto all'ordine del conoscere.' * Il metodo col qnale i Positiristi presamono di far la scienza psicolosrica è al tutto empirico e artificiale; ma qui non intendo porre in nn fascio psicologi positÌYisti inglesi e francesi, com*ha fatto il Vacherot. {Betf. de» Deux MondeSf die.) Spencer, Mill e Bain stimano che la psicologia è superiore, indipendente dalla biologia, precisamente come la deduzione è indipendent-e e superiore air induzione pel Mill, e come la Sociologia è indipendente dalla storia tanto pel Mill quanto per lo Spencer. I Francesi, al contrario, facendo della Psicologia una semplice appendice della Biologia, non sanno concepir r nna senza 1’altra. lì ri'y a point de p9yeolog%e en déhors de la biologie. (LiTTRÉ, A. Oomte et St. Mill) Tale anche è per la deduzione rispetto air induzione, la psicologia rispetto alla storia, la Dinamica rispetto alla Statica Sociale. Sennonché, qualunque ne sia la differenza, le due scuole intoppano in due errori diversi; nel formalismo empirico Tuna, e nel materialismo Tal tra: e così entrambe rendono impossibile la scienza della psiche. Rifacciamoci brevemente dagP Inglesi. Qual debb* essere, secondo St. Mill, il fine della psicologia? Non altro che la ricerca diretta delle ntceeeeioni mentali, (Sjfét, de Log,) E quaV è la legge più semplice, più generale cui si riducono i fenomeni psichici? Quella àéiV anaoeiazione delle idee; la grran legge osserrata da Hume. [La PhU. de Hamilton) Innanzi tratto si può osservare: La legge dell’associazione è legge empirica, e quindi ò un fatto: ma qual n'è la ragione? Senza questa ragione potreste uscire dall'empirismo? st. Mill non ispiega cotesto fatto, ma 1’accetta dair esperienza. Altro difetto gravissimo, conseguenza del primo, è questo; che Il metodo genetico applicato alla ricerca psicologica attinge valor positivo e insieme razionale, quando la legge d* associazione nou racchiude necessità psicologica di sorta. È una legge men che empirica, e può mancare. Dunque una notizia scientifica circa la natura psicologica, per lui, è impossibile. Più ancora: il prodotto ddV anaociaziowi è un fatto «t* generi»: egli stesso ne conviene. {DUaertation and DiicuMiona) Or bene, come spiegare cotesto 9ui generi» con la pura legge d’associazione? Ci ò qui rispondenza, ci ò proporzione tra l’effetto e la causa? Finalmente, come spiegare con la semplice associazione il gran fatto della coscienza f Bisognerà dunque concludere che la legge, la quale St. Mill dice esser la più semplice e generale fra tutte quelle d' ordine psichico, importi qualche altro fatto anteriore, 0 irreducibile. La psicologia contemporanea inglese quindi cade nel formalismo empirico. E se riesce a distinguer la psicologia dalla biologia e dalla storia (eh* è il suo pregio), non riesce a trovare fra V una e le altro vincolo di sorta. Tocchiamo ora della scuola psicologica de’ Positivisti francesi. Il Littré riguarda la psicologia qual semplice appendice ed applicazione della biologia; e vuol quindi trattarla con metodo analogo. Ma fa una distinzione acuta e ingegnosa di cui giova tener conto, perchè forma la sua stessa condanna. Egli pone un divario profondo tra la facoltà e il suo prodotto. Logica, ideologia, psicologia (egli dice) non si distinguon menomamente dalla biologia quando siano avvisato come funzioni; ma, guardate nei lor prodotti, se ne differenziano in infinito. Parimente il linguaggio, come facoltà, è faccenda biologica; ed ha la sua ragione in una delle circonvoluzioni anteriori del tessuto cerebrale, secondochè ci assicuran oggi gli sperimenti fisiologici: ma, come grammatica, se ne discosta per grand* intervallo, o nou ci ha che veder niente con la biologia. Che cosa rispondere? Rispondiamo, troppo antica e troppo vera esser oggimai la sentenza aristotelica, che tra la natura della causa e quella dell' effetto non possa esserci divario essenxiaie. Or negli esempi quassù arrecati il divario essenziale e* è: gli st>essi positivisti non ardiscono dubitarne. Come dunque spiegarlo cotesto divario? È egli possibile spiegarlo senza riconoscer la differenza fra le due scienze non solo quant' a’ prodotti psicologici, ma anche quant*alle facoltà? Como funziono il linguaggio non appartiene egli anche al quadrumane? Ora in forza di che cosa riesce tanto profondamente diverso il risultato nel bimane che ha pur comune col quadrumane la funzione? Si dirà in forza dell' unione, del numero, dell* attrito nella specie, nella società? Ma non vivono in società anche alcune famiglie di quadrumani? Eppure quella funzione non ha dato, e mai non darà il risultato che pur dovrebbe! Àncora: se il prodotto fosse tant^ diverso dalla facoltà solo per ragion dell' associazione e del contatto, che cosa ne verrebbe? Che 1* uomo sarebbe fornito di qualità e doti essenziali non per so stesso, cioè non perchè individuo, ma per altri e da altri, cioè perchè membro della società. Or tutti sanno che la £eicoltà della parola, cosi intimamente annodata col pensiero, non e dote accidentale ìn& eÈsenziffova;i^«i!l; \iytxaiy to xvpiov in fvTf>f;i^sta jctc. (Id. Eod.) È Vachu in aetu degli Aristotelici del Risorgimento segnaci deir indirizzo medio, per esempio ^del Gontarini, come aTrertimmo. RàTAiBSOX, Métaplu d'Aritt.,. psicologica. Lo spirito è essenzialmente processo, è generazione, ma non trasformazione. Non va dalla parte al tutto, come avviene delle combinazioni meccaniche; ma dal tutto al tutto, dal tutto potenziale al tutto attuale, dal di dentro al di fuori, da una sintesi originaria e confusa, ad una sintesi analizzata. Voglio dire che il processo psicologico s'inaugura non già con questa o cotesta facoltà, anzi con tutte le facoltà. Le quali perciò non sono funzioni determinate e specificate sin dalla loro origine, ma convengon tutte nell'essere altrettante potenze, e, come tali, formano unica potenza originaria, eh' è conato essenziale, sforzo incessante.* Che cosa sia questo conato, si vedrà nell' altro capitolo. Qui dobbiamo considerar le facoltà psicologiche come ce le presenta il fatto, cioè come una moltiplicità di funzioni. Che cos'è la facoltà psicologica? È un passaggio dalla potenza all' atto. Ella ci esprime la pronta necessità di fare, di determinarsi, d' attuarsi; e quindi vuol dire facilità, prontezza, solerzia, agevolezza di fare.' Or la facoltà intanto significa pronta e spontcmea solerzia di fare, in quanto fa il proprio obbietto; in quanto si fa come funzione; in quanto si pone come [Anche in ciò la psicologia somiglia alla fisiologia, ma non tì si confonde. L’organogenia s' inaugura, meglio che con uno, con tutti gli organi ad un tempo. Per esempio i centri primitiTi multipli del sistema nervoso, che la microscopia ci pone sott* occhio, chiarisce e conferma quest' assunto. Cfr. Vulpian, Physìologie gfn. et comp. du syaL nere. LhittS, SyH. New. cerebro-spinale. Glkibbrrg, Intinto e Libero cwbitrio trad, del Langillotti, Nap. Oonatum uni menti attrihuimu»f quce libero arbitrio prcedita pottH BUB8TARB.... eoque pacto potett motitm subsistrre et stare in conato [De Univ.). Ne* corpi e* è moto, secondo il concetto cosmologico del Vico, ma nell* animo e è moto e eoncUo: o meglio, il moto qui assumendo natura di conato è moto del moto, e quindi è aetw in actu. Expedita seu expromtn f'iciendi solertia (De Antiquisn, TtaU Sap.^ . Facoltà suona anche proprietà, ma proprietà cosciente: distinzione confermataci dal comun linguaggio che attribuisce la proprietà alle cose, ma predica dell* nomo \h facoltà. Vedi le belle riflessioni dello JouFPRoy in proposito {^filang. Phil., ed. Bruxelles attività: FacuUaùes sunt eorum, quce fadmus. Ecco il concetto psicologico piìi originale di VICO (si veda). Il germe di questo concetto è schiettamente aristotelico; ed è la chiave ond' egli, anticipando la moderna psicologia, preveniva il Fichte, e insieme ne correggeva V esagerazione. Dunque la facoltà posta come funzione psicologica che fa sé stessa in quanto fa il proprio obbietto, è il ' passo d'oro del Libro Metafisico. Ad esso rispondono altri due che troviamo nel Diritto Universale e nella Scienza Nuova; e tutt'e tre riescono a comporre l'organismo del processo psicologico. Tale organismo, infatti, parmi racchiuso in queste due sentenze: !• che r uomo è innanzi tutto SensOy appresso Immaginazione e quindi Ragione: 2*» che l'uomo è un Potere, un Volere e un Conoscere potenzialmente infinito. ÀRlST. De an. DoTe stanno, a mo* d'esempio, i colori, i sapori, gli odori, il tatto? Se il senso è facoltà, ne segue che tu in sostanza hai a far i colori nel vedere, tu i sapori nel guastare, tu i suoni nelP udire, tn gli odori nelr annusare, tu stesso il freddo e '1 caldo \iel toccare. Nam si «enatu facultates sunt, videndo colore», sapores gustando, sono» nudiendo, tangendo frigida et calida rerum facimua. {De Antiquisa) Parimenti con le immagini e con le rappresentazioni la yirtù fantastica partorisce il proprio obbietto, e si fa; di modo che scegliendo il meglio di natura ed elevandolo a valore di tipo, a questo vien conformando V opera d* arte. De medio lectam {formam) ttupra fidem extoUunt, et ad eam auos heroaa con/ormant. (Ibi, 2.) E la memoria, potenza che rifa e penetra so medesima, non potrebbe rifarsi e penetrarsi ove innanzi non si fosse fatta; ne quindi può esser quella magra e sterile ritentiva di che ci parlano i sensisti. L' intelletto è facoltà anche lui, perchè col determinarsi viene a geminarsi nel giudizio, e perciò vede; e vede, perchè occhio dell' intelletto è il giudizio: Judicium eat oculus intellectu; né potrebbe intellettivamente vedere, se non intendesse; nò intendere, ove anch'agli, al solito, non facesse il proprio obbietto. Intellectus verna faeultaa est, quo quum quid intelligimua, id verum facimua, . In tutto questo il Vico ormeggia Aristotele. Per es. la visione, secondo lo Stagirita, è Vatto dd colore; l'udito è V aUo del auono. (Ravaisson Metaph, d^ Ariat., Aeist. De An.) Il primo di questi due principii è evidentemente aristotelico, perchè dall* ou^SvitTiq al voù^, com' è noto, ricorrono parecchi gradi e sfumature componenti tutte un unico processo: ^ója, ^àvTacr|ua, se V Intelligenee^ Lauoel, Probi, de V Atne, Litthé, Revue de Phil. Potit. Consulta anche le op. «it. di VuLPiAN e di Lhuts. dell' immaginazione, cioè all' intendimento, nonché il passaggio dall'intendimento alla ragione? Fra il termine sensato dell' intuizione e '1 fantasma e' è un abisso. Un abisso tra il fantasma^ tra il fantasma anche salito ad universale poetico^ ed il concetto. Un abisso ancora fra il concetto, e la nozione, l' idea, V universale propriamente detto. Bisogna credere, perciò, che dall' un gruppo all'altro di funzioni psichiche non esista continuità, ma transito; non passaggio immediato, ma intervallo. Or bene, come, altro che per miracolo, l' una facoltà potrebbe trasformarsi nell'altra? Non è dunque la facoltà che si trasforma e diventa; ma è lo spirito che si forma, che si determina nel multiplo e mediante il multiplo delle facoltà. Laonde attraverso e al disotto a questa multiplicità di funzioni, è mestieri supporre una facoltà madre che, come facoltà deUe facoltà compia i diversi passaggi e intervalli, e sia come il principio dinamico dell'organismo psicologico. Ma di questo faremo parola nel prossimo capitolo dove ricercheremo la genesi del processo psicologico. Seguitiamo. Quel che s'è dettò del processo conoscitivo, dicasi pure del processo operativo e pratico dell' organisriio psicologico. Una medesima legge governa tanto la genesi del conoscere, quanto quella dell'operare. I diversi gradi e momenti del processo operativo rispondono a' diversi gradi e momenti del processo conoscitivo. L'operare infatti è determinato dal conoscere per necessità tutta psicologica. Come dunque potrebbe non riprodurre la medesima legge? Il processo pratico suppone il teoretico, stantechò la funzione yolitiva, alla quale si riferisce ogn' altra facoltà d'ordine operativo, sia funzione essenzialmente secondaria. Accenneremo qui i diversi passag^ di questo processo secondo i tre gruppi (no««ey oeU«,^oMe) additatici dal Vico; ma ci ristringeremo a notarne i difTerenti gradi seguendo l'ordine ascensi vo, tuituraU e, per cosi dire, cronologico. L a) Istinto fisiolooigo. Risponde alla Sensazione; anzi è la sensazione stessa, ma sotto l'aspetto riflesso, attivo, comecché incosciente. In esso quindi si ripeton le medesime condizioni, non altro essendo fuorché unità incosciente e confusa fra Vagente e'I motivo dell'azione. Additato così con fuggevoli tocchi il doppio aspetto onde risulta il processo psicologico, potremo intendere ormai quella dottrina del nostro filosofo a cui più di una volta venimmo alludendo nelP abbozzar la storia della Scienza Nuova: dico la dottrina del Vero e del Certo, che ha riscontro con V altra della Bagione e ddVAidorità, 11 vero è produzione di Ragione; il certo è produzione d^ Autorità,^ Ma come nelP ordine conosci[Istinto uitano (il poste del Vico nel sao primo grado empirico). Si ripeton le condizioni della Percezione sensata. I due termini qui cominciano a distingaersi; ma VigUnto non è por anche desiderio. L'istinto anche qui è immohile, è cieco, e pnr nonostante è umano. Ed è umano principalmente perchò non può rimanere istinto^ ma dehb* esser superato dal desiderio, dee diventar desiderio. e) Dbsidebio. ~ Risponde alla Rappresentazione, e n' è l’attività. Il motivo dell* azione è determinato, particolare. Quindi fra questo motivo e r agente havvi necessità empirica, immediatezza. d) Passignk. Risponde ai primi gradi deirimmaginazione, e, come questa, è mobile e varia; e perciò è meno indeterminata che non sia il desiderio. Il Desiderio è uno,' la Passione ha più forme. L'obbietto che la determina non è il particolare, e neanche il generale. Appartiene al-r individuo considerato non come individuo, ma com' elemento di società. Segna dunque un passaggio; il passaggio dal desiderio al libero arbitrio. II. e) LiBRRo ARBITRIO. L* obbietto è generale, astratto; perciò è più mobile della Passione, e quindi costituisce il passaggio dalla necessità empirica alla necessità razionale (libertà volgarmente intesa). Risponde alla Immaginazione imitatrice e riproduttiice eh* è tuttora schiava della natura; al modo istesso che il libero arbitrio è dominato da un motivo tuttora eteronomo.) Dbtkrminazionk (passaggio del libero arbitrio alla Libertà).Risponde, più che all'Immaginazione (combinatrice), alle varie forme dell' Intendimento. Varietà d* obbietti. g) SuK DIVBRSR POBMB {contrarietàf contraddizione j dezione). Anche qui ha luogo un processo come neU* Intendimento. L* elezion razionale non ò più libero arbitrio, ma Libertà. ) Libertà. È determinata dalla Ragione: perciò importa la necessità razionale. Libertà quindi è dovere appunto perchè è ragione. Ma può tornare ad una delle tre forme d'arbitrio, stantechè la necessità, ond'è signoreggiata, sia necessità morale. ») Personalità. È l’Autorità che si converte con la Ragione. È il risultato del processo psicologico, e rappresenta il circolo delle facoltà perchò le suppone tutte, e le contiene in atto. 1& dunque la circonferenza, cioè rio pienOf attuale. Qual n*è il centro? (Vedi nel Gap. seg.) * n concetto à^ÀtUorità è una delle idee cardinali dell'opera sul Piritto UniversaJle. Noi' qui ne parliamo per incidenza; perchè questa tivo è mestieri che il vero si converta col fatto, così nelr ordine pratico il certo fa d'uopo che si converta col vero. In altre parole, se il processo teoretico guardato psicologicamente è una conversione del vero col fatto; il processo operativo, al contrario, guardato storicamente, è una conversione del certo col vero. La relazione che Vico pone tra il vero e '1 Certo, somiglia quella che nell'Aristotelismo tiene la forma verso la materia, ma considerata nel processo isterico. Risponde altresì alla relazione eh' egli medesimo scorge tra la filologia e la filosofia. La filologia porge i placiti dell' umano arbitrio (placita humani arbitri); la filosofia indaga i principii necessari di natura (necessaria naturcey Perciò][aiferma. La Filosofia contempla la Ragione onde viene la Scienza del Vero: la Filologia osserva l’Autorità deW umano Arbitrio onde vien la Coscienza del Certo.^n Or la Ragione, producendo il dottrina dovendo esser considerata principalmente sotto T aspetto istorico (nel che sta tutto il suo pregio e la sua norità), dovrà quindi formare oggetto d' interpretazione e dì studio nella Sociologia. Qui dobbiamo avvertire solamente che, quantunque i siguiiìcati della parola Autorità pel Vico sian diversi (Autorità polìtica, religiosa, monastica, incononiica, civile e simili) nullameno tutte le specie d'autorità, chi interpreti bene la sua mente, hanno d' aver per fondamento originario queir An^ontò alla quale, propter rerum novitateìn^ ei volle dare un titolo nuovo, e V appellò AUCTOttlTAS NATURALIS, ACCTOEITAS ì>tATURMj[De Univ. Jur., XCI). PerciÒ la definisce: Humana: natura: proprietae. Perciò non dubita chiamarla divina. Perciò la designa come T unità vivente delle tre funzioni costituenti l' ordine pratico psicologico: noBsCf velie, posse. Perciò, finalmente, la dice Suitas; e la Suitas nell'uomo vale, per lui, ciò che in Dio VAseitas. Vedremo altrove esser questa una dottrina originale onde l'autore della Scienza Nuova prevenne la moderna filosofia del Diritto. Del che niuno de' critici di cui parlammo ha avuto sentore, tranne il Carmignani e l'Amari; ma l'uno, come dicemmo, ne parla superficialmente, e l'altro in senso tutto cattolico e tradizionale. De Constantia Jurispr., Proem., Sc. Nuova, Si noti qui, a maggiore schiarimento del metodo vichiano, che la Filosofia è quella che contempla, e la Filologia quella che ossava. Secondo il nostro linguaggio, quella deduce, e questa induce. Or la Scienza Nuova non fa propriamente l'una cosa, né l' altra. Essa pone in opera entrambe cotoste funzioni, e le couipenctra in una terza che dicemmo essere il ma),àstoro eduttivo. vero^ costituisce il processo della coscienza; in mentre che r Autorità, producendo il certo e legittimandosi nella ragione, forma il processo dell'autocoscienza, e partorisce il concetto della personalità (Proprietas sui; Suikis). Sotto l'aspetto isterico, perciò, l'Autorità è il libero arbitrio che diventa libertà, e quindi Ragione: sotto l'aspetto psicologico è lo stesso libero arbitrio già divenuto ragione. Ond' è che come il certo non è il vero ma una parte del vero così V Autorità non è Ragione, ma è partecipe di ragione. Che cosa è da concludere da tutto ciò? Che il processo pratico, riguardato psicologicamente, comincia là ove finisce il teoretico. Questo, infatti, s' inaugura col senso, e, sempre più ascendendo, si risolve nella ragione. Quello, invece, move dalla ragione avvisata come semplice colioscere, e, transitando pel volere, finisce nel potere; ma nel potere divenuto già attività concreta, piena, reale, vivente, stantechè il libero volere importi la ragione. Che se tra conoscere ed operare, fra coscienza e autocoscienza, 0 (per usare il linguaggio del nostro filosofo) tra Ragione e Autorità, fra il Vero e il Certo e tra filosofia e filologia havvi un processo; è necessaria, è inevitabile una conversione fra' due termini. Dunque 1' Autorità devesi poter elevare a dignità di Ragione; al modo istesso che la ragione operativa debbe aver coscienza di sé medesima anche come ragion conoscitiva. Or che è ella mai cotest' Autorità convertitasi in ragione se non l'autocoscienza? E non è appunto quest'Autorità autocoscente quella che, assolvendo l' uno e l' altro pro' Ut autem VBRUM constai RATiONE, ita criltuu nititur auotoritate, vd noHra $en»uum quat dicitur aUTO^i'a, vel aìtorum dicti», qua in tpeei^e dicitur AUOTORlTAS, cx quorum alterutra naicitur PRRSCASIO. Sed ipta auctoRITA8 e«t ^ar» ^rwofrfam RATiONis. {De Univ. Jur.y Proloq.) Vedi le diverse applicazioni del Vero e del Certo. Il primo scolare del Vico. Emanuele Dani, come arrertimmo, fin dal secolo passato colse giusto in questa dottrina del suo maestro, massime quant* al valore e alla relazione de' suddetti concetti. (Tedi Saggio di Oiuriprndenza Unirrr^aU, ed. cit., p. CVIII). cesso, costituisce l'essere veramente umano (universale)? E che cos' è l' ente umano, che cos' è VHumaniiaSj per cui l'individuo è davvero individuo, subbietto veracemente universale, fuorché la personalità? E che cos'è la persona se non queir unità vivente e operante del triphce diritto originario (tutèla^ dominio e libertà) nella quale s' incarna e s' impersona la triplice funzione del Potere, del Volere e del Conoscere?* Col concetto su la relazione fra il processo conoscitivo e '1 processo operativo dell'organismo psicologico Vico non solo previene l' esigenza Kantiana del doppio ordine di ragione, ma, che più monta, la supera. La previene distinguendo la Ragion pura (Batio) dalla Ragion pratica (Autoritas). E dovea distinguerla, perchè i due processi conoscitivo e pratico, tuttoché formanti unico organismo, hanno, come s' è visto, origine, natura, e andamento diverso. La supera poi, in quanto che scorge la conversione (ripetiamolo) non pur fra l'una e l'altra ragione, ma eziandio nell'una e nell'altra guardate ciascuna in sé stessa. Come processo conoscitivo la Ragione dee convertirsi con sé stessa; e non potrebbe, ove non divenisse anche Autorità. Come processo pratico l'autorità non potrebbe neanch' ella convertirsi con sé medesima, s' ella stessa non divenisse Ragione. Li altre parole: il conoscere non potrebb' esser vero conoscere, ove non fosse un processo, una conversione de' tre gruppi di funzioni teoretiche innanzi discorse. L'operare non sarebbe vero operare, se anch'egli non fosse una conversione de' tre gruppi delle funzioni operative. Finalmente il processo conoscitivo De Univ. Jur. Di qui nasce il concetto del gitu e della libertà secondo le dottrino Yichiane, come altrove mostreremo. Ma già i lettori prevedono qnal uso noi saremo per fare di cotesta dottrina nelle questioni polìtiche, giuridiche, religiose e pedagogiche. Posto il concetto àdV Auctoritcu naturalU^ e dell’Autorità in generale come particeptf RaHonUy cioè come facoltà che devesi convertire con la Ragione, ognuno saprà argomentare qual valore giuridico abbian per noi r autorità politica e 1’autorità religiosa nelle teoriche sociologiche. e'1 processo operativo non sarebbero tali, ove non fossero essi stessi una conversione tra se medesimi. Così il circolo è compiuto; e così rimane sbandita ogni maniera di dualismo e di formalismo nel regno della psicologia. Or la mancanza di processo è precisamente il tarlo che rode le dottrine del Kant. Posto il noumeno come un'incognita, posta la conoscenza com'una specie di combaciamento meccanico anziché come processo dinamico del fatto con l'idea e della materia con la forma; non poteva non chiudersi ogni via per intendere il fenomeno, e salvarsi dal cadere in quella specie di scetticismo metafisico del quale altrove toccammo (p. 238). Senza esempio nella storia della filosofia egli dimostra la necessità di certe condizioni superiori all' esperienza nel fatto del conoscere. Ecco la massima sua gloria. Ma non perviene a spiegar cotesto fatto, perchè non giunge a risolvere il dualismo tra la sensibilità e l' intelletto col discoprirne il germe comune eh' egli stesso )ion dubita chiamare sconosciuto. D'altra parte, dal disegno della Critica della Ragion Pura egli trae quello della Critica della Ragiofi Pratica, Nell'una move dal senso, e, attraverso l' intendimento, giugne alla ragione. Nelr altra tiene un cammino opposto, perchè dal concetto di libertà scende nelle facoltà inferiori. Or 1' errore non istà, certo, in questo cammino, in questo circolo; ma piuttosto nell' aver interrotto cotesto circolo. Donde avrebbe dovuto partire nell' organar 1' edifizio della Ragion Pratica ? Precisamente da quel punto ove' pon termine la Ragion Pura, Egli invece fa un salto; salto mortale; perchè voltando le spalle alla ragion pura (né poteva altrimenti), si basa nel concetto di libera causalità.* Ov' è dunque il processo fra l' un ordine e l' altro? Ov' è r unità, r organismo del circolo psicologico? Nella distinzione Kantiana e' è del vero. Ed è che la Ragion Pura è facoltà passiva in quanto ha per Kant, Crit, de la Raiaon Aire, Tissot. > Idem, Crit. de la Maieon Pratique, termine il fenomeno, tuttoché s' addimostri attiva nel concepire e disporre e costruir questo fenomeno mediante quella mirabile tela delle categorie. La Ragion pratica, al contrario, è profondamente attiva, stanteche con r atto del puro volere ella ponga il noumeno^ Se non che il grand' uomo non vide che né la Ragion pratica è assolutamente attiva, né la Ragion pura è assolutamente passiva. Il conoscere, certo, serba carattere di passività; non altrimenti che V operare ha carattere d' attività. Ma sono tali in modo relativo. Sono tali, cioè, in quanto T ordine pratico sopravviene a compiere il teoretico, non già nel senso che nel secondo abbiasi a conseguire ciò eh' è riescito impossibile nel primo, vo'dir la* posizione del noumeno. Che cos'è infatti cotesto noumeno nell'ordine pratico? Perchè la Ragion pratica s' ha da porre qual puro volere, cioè com'un fatto a priori? Insomma, che cos'è questo rolere che vuole sé stesso? A tal grave quesito il Criticismo non risponde, checché ne abbia detto poco fa uno della scuola della Morale Indipendente che in ciò crede poter ormeggiare il filosofo prussiano. Che anzi, se la legge morale procede dalla libertà come volontà indipendente e superiore a qualsivoglia motivo, cioè come autonomia che trascenda ogni eteronomia; è da confessare che un principio siffatto è condizione ni tutto subbiettiva, e quindi sorgente mutabile appunto perchè assolutamente libera. Un atto assofuto di volere, il volere come volere, io non l'intendo. Non intendo il voglio perchè voglio^ giusto perchè non capisco un atto che sia razionale e insieme scisso e quasi staccato dalla ragion pura. Brevemente: non intendo una Ragion pratica che non sappia né possa convertirsi con la Ragion teoretica.'' Se la radice del [Kant, Orìt, de la liaison Pure, Orit, de la Raiaon Pratique, Secondo Kant la Ragion pura, oltr'esser fornita dell’uao tpeculiiivoy ha eziandio un tntereaae pratico; il quale consiste semplicemente dovere sta nel sapere; la volontà di sua natura sarà sempre una funzione secondaria, non mai primaria: si che, ove nel processo istorico si svolga da sé, in tal caso ella si determina non già come libertà, ma come potere, come desiderio, come passione, come libero arbitrio. Laonde se il filosofo prussiano sente la necessità d' un reale nel suo formalismo critico, cotesta necessità per lui non può racchiudere il vero concetto del dovere, perchè importa una tendenza cieca. Non è dunque un atto etico veramente detto, ma un bisogno assolutamente empirico. Dal che si vede agevolmente non essere al tutto vero ciò che aflFermano due serie di critici rispetto alla natura de' due ordini di ragioni poste dal Criticismo. Alcuni credono esserci contradizione perchè, mentre Ja Ragion pura è indirizzata solamente (tuttoché con artifizio formale) a regolare V esperiènza, la Ragion pratica, invece, è destinata a ricostruire, a costituire; e costruisce mercè la posizione del noumeno, del libero volere, reintegrando siffattamente i postulati distrutti nell'ordine teoretico. Altri pensano, fra quali Spaventa, che la contraddizione non istia già fra le due Ragioni, ma in ciascuna d'esse. Per noi è vera l'una e l'altra sentenza, ma in questo senso; che la contraddizione del Criticismo non istà, come abbiam detto, nel porre due sfere diverse di ragioni; due ordini di processi psicologici, ma si nel non aver risoluto nessun de' due. La contraddizione esiste non pure in ciascuna delle due sfere, ma anche tra l'una e l'altra ad un tempo; con la differenza, che nell' un caso eli' è essenziale, dovechè nell'altro è secondaria. Togliete quella, e avrete insieme levato questa. Togliete il dualismo e '1 formalismo nella Ragion pura, avrete parimente riparato al formalismo e al dualismo della Ragion pratica. Perciò sommettete a processo nel determinaref non già ne) eogtituire la Ragion pratica. La Ragion pura pratica »i eoHituiace da «2. Ecco il grave difetto del kantismo nell’ordine morale. FU, di Kant e «uà relaxione coUa FU, /tal., Torino, Puna e 1' altra, e avrete schivata la contraddizione; e invece delle Idee sulla Storia Universale idee che paion come disorganate, avrete l'organismo della Scienza Nuova.Or la contraddizione, che per tre divers^e maniere offende il criticismo, potrà essere tolta unicamente quando dalla dualità, onde non si potè liberare il Kant, sappiasi risalire all' unità sua. Qual sia questa radicale unità da cui move, ed alla quale ritoma il processo psicologico, diremo fra poco. Torniamo a Vico. La Ragion pratica, l'Autorità, VAuctoritas naturalis^ che per lui costituisce la base del processo pratico in tutt'e tre i momenti in che questo si svolge, non è già un primo staccato da un altro primo al tutto formale, ma è un secondo che si converte con un primo^ e per tale conversione formano entrambi, anziché dualità irresoluta, unidualUà, Per l'Autore della Scienza Nuova la ragione, in quanto ragione, è una non due,^ Non due perciò le sorgive onde rampollano i ragionamenti; bensì Il significato della storia per Kant si riduce a questo. Come gli uomini si son costituiti in società per ischivar la guerra, cosi tutt* i popoli tendono a stabilirsi in federazione universale {Idée de eeque pourrait ètre Vhiètoire universelle dana le» vuee d^n eitoyen du monde). La P sentenza è un errore degno degli Hobbesiaui: la 2" è un'utopia la quale partorisce 1’altra della Pctce universnlcf e V altra ancora d* una Chiena filoeofica il cui fine dovrebb' esser quello di sorvegliare alla morale del genere umano (Vedi nella Relig, dana lee lim. de la raiwn). Sennonché è impossibile spiegar la stona col porne V origino in una condizione accidentale, in una necessità euipirica qual' è appunto la guerra. II fatto isterico può essere spiegato col risalire alle leggi psicologiche, e scoprirne il processo. Or poteva egli, il Kant, prefiggersi tal fine s* ei non seppe levare il dissidio fra le due Ragioni e mostrarne la conversione V Da ciò anche dipende quel proporre, air attuazione del progresso, mezzi affatto artiflziali com'è la federazione universale, la chiesa filosofica, e simili. « Con lo apiegarai delle umane idee^ i fatti, i diritti e le cose umane si andaron sempre più dirozzando, prima dalla acrupoloaità delle auperatìzioni, poi dalla aolennità degli atti legittimi e dalle angustie delle parole, finalmente da ogni eorpìdenxa; per ridursi al loro puro e vero principio che è loro propria aoatanza. Or qual è questa aoatanza propria, qual è questo principio vero e puro àe^ fatti e de' diritti umani^ eh' è dire dell' ordine pratico? È la aoatanza umana, la noatra volontà determinata dalla noatra mente con la Forza del Vrbo che ai chiama Coscienza. {Prima Se. Nuova) due le maniere del ragionare. Di fatto, se lo spirito in quant' è conoscere (Batio) produce il vero e dà la scienza; e in quant' è operare (Auctoritds) produce il certo e cosi esplica e conferma la prima, ovvero la prenunzia e Y anticipa ; ne viene che tra Y ordine teoretico e Y ordine pratico una conversione è necessaria. In che risiede r intima natura della volontà? Intelletto e volontà, nelr ordine psicologico spontaneo, hanno radice comune: per cui se r atto del volere non è propriamente atto d' intendere, e nondimeno lo sforzo d' intendere: è lo stesso conoscere, ma in quanto si realizza come Ragione universale, come operare umano, autonomo, razionale. La ragione dunque è facoltà di conversione per eccellenza ; e quindi lo spirito dee conformarsi al naturale ordin delle cose. E che è mai il naturale ordin delle cose? È la Datura, l'essenza, il valore, l' essere stesso delle cose.* Ora, conformarsi all'essere delle cose, non vuol dire convertirsi con lui, diventar lui? Col concetto d' ordine adunque il Vico determina la natura non del solo conoscere ne del solo operare, ma la natura d' entrambi; cioè della Ragione vivente e concreta; della Ragione comune, universale, imiana. La quale, supponendo già il concetto d'ordine, cioè dire supponendo il processo Qpnoscitivo, importa anche il processo operativo come risultato necessario dell' essenza umana. Con/ormatìo eum ipso ordine rerum e$t et dicitur batio. {De Univ, Jur.^ Proem.j ) Questa con/ormatio mentis suppone già il processo conoscitÌTO, e quindi il criterio della Convernone del vero col fatto. Ella dunque è risultamento delle funzioni teoretiche, e insieme principio delle funzioni pratiche. È la sostanza umana determinata con la Forza del Vero. Rosmini nella FU. del Diritto fa la critica del concetto d* ordine com' è inteso dal Vico. Il Finetti area fatto lo stesso fin dal secolo scorso nelle sue polemiche col Dnni e col Concinna. {De Prineip. Jur. ) Ma né V uno nò 1* altro s*è accorto come la facoltà, che per Vico dee conformarsi air ordine naturale, non sia il puro conoscere e neanche il solo operare; cioè non la Ratio e nemmanco VAuetoritas, ma la Ragione per eccellenza, la Ragione in quant' è risultato finale e quindi princìpio del doppio processo psicologico. £ la ragione, insomma, in quanto è conversione essenziale con la natura, con la storia, con lo Stato, col supremo suo fine, e della quale il Duni dice che dove Concludiamo quant' al processo pratico. La ragion pratica non contraddice alla teoretica. Intanto eli' è pratica, in quanto è comando; ma è comando della ragione fondata nel concetto del fine razionale, che vuol dire d' un fine il quale iraponesi come legge, e perciò come imperativo. Cotesto fine imperante, manifestato o imposto dalla ragione (e tutto ciò per noi è ragion pratica), inevitabilmente importa la necessità etica, il cui soggetto è la volontà: ond' è che tra la volontà e il suo fine, eh' è appunto il bene morale, òorre una sintesi necessaria. Che se l' imperativo per Kant è la stessa volontà in quanto è libera da ogni movente particolare e d'ogni particolare interesse; anche per noi cotesto imperativo è il volere libero da ogni qualunque motivo, meno da quello che scende dalla ragione, o per mezzo della ragione; ma di quella ragione pura o conoscitiva la quale, essendo il vero convertentesi col fatto, intende e legittima il fenomeno. Fra lei e’1 noumeno non esiste un abisso, com' è pur troppo pel Criticismo. E in questo senso non ha torto Hegel d'affermare che libertà è ragione, e ragione è libertà. Il motivo dell' azione, infatti, è intrinsecato con la ragione; scaturisce non già dall' estemo, come incontra nelle azioni di natura meccanica, ma dall' intemo. L'agente dunque è razionalmente libero; e però è liberamente necessario. Il perchè se una sintesi necessaria annoda il volere col suo fine, è pur mestieri che la volontà si converta con la ragione, e produca la virtù. Così nella sfera pratica, non diversamente che nella teoretica, il criterio è sempre il medesimo: la conversione del vero col fatto, eh' è dire della legge con la volontà. E poiché la legge neir ordine etico partorisce il dovere, e la volontà nelr ordine giuridico produce il diritto; perciò accade che la Morale, nella dottrina del nostro filosofo, deve stare al Diritto cosi come il vero sta al fatto, come la Ra-non c'^ uniformaziont,, non e'? ragione, (Vedi noi Saggio di Giuritprw denzn Umvermle^ .> gione air Autorità. Sono due sfere di fatti diversi; due ordini di scienze differenti per origine, e per applicazione. Il Diritto non iscaturisce dalla Morale, ne tampoco la morale puo emerger dal Diritto. Se cosi fosse, l'una di queste scienze annullerebbe l'altra, assorbendola. Esse dunque non s'identificano, ma si convertono.* Tal si è, come rapidamente l'abbiamo descritto, l'organismo psicologico ne' suoi elementi e nella sua natura. Ma quest' organismo può e debb' esser considerato riguardo a due soggetti, che sono l'individuo e la specie, cioè dire psicologicamente e storicamente. Nell'individuo ci è dato studiarlo, come chi dicesse, nella condizione statica, cioè nel suo equilibrio, nella sua compiutezza, a cagione delle mutue relazioni onde i due processi richiamansi a vicenda. Psicologicamente, infatti, il pensiero inaugura, determina e compie il processo pratico. Lo inaugura come senso in quanto eccita il potere: lo determina come rappresentazione, immaginazione, intendimento che sveglia e sprona il volere: lo compie, finalmente, come ragione, la quale costituisce l'essenza stessa della libertà. La Ragione dunque è l'atto, la forma dell'Autorità; come l'Autorità è la potenza e la materia della Ragione. Io voglio ed opero perchè conosco: né per altro potrò conoscere se non perchè debbo operare. La ragion del volere pone sua radice nel conoscere ; come la ragione e '1 fine del conoscere altro potrebb' esser che Y operare. Chi vuol conoscere per conoscere è un mezz' uomo. E la scienza per la scienza è frase ch'io non intendo, come non la intendeva nemmeno Aristotele.^ I due processi, adunque, ne' quali si sdoppia e determina l' organismo psicologico nell' individuo, s' importano a vicenda, e tutt' insieme compon• Sotto il rapporto psicolosrico può dirsi, come più d*una volta arverte il nostro filosofo, che ex Rottone Auctontas ipm orta ett. (De Univ. Jur.) * Rayaisson, Em, 9ur la Mitaph. ec. gono un sol circolo. In questo circolo per 1' appunto sta l'autogenesi dello spirito. Al contrario nella storia, che vuol dire nella specie avvisata come un individuo attraverso il tempo, l'organismo psicologico ci è dato considerarlo quasi in via di formazione, cioè sotto il rapporto dinamico, e perciò nelle condizioni del movimento. Avviene infatti' in quest'ordin di cose quel che la scuola di Lamarck pensa del REGNO ZOOLOGICO. Nell'organismo compiuto, nel mammifero, ci è tutta la scala zoologica, ma in atto; al modo istesso che nelle differenti specie d'organismi inferiori abbiamo l'organismo perfetto, ma come squadernato nella successione seriale de' diversi momenti del suo sviluppo. Se questa dottrina, secondochè altrove diremo, non è al tutto vera in ordine alla storia naturale, è verissima nella storia umana. La condizione statica non può verificarsi nell' ordine de' fatti, massime de' fatti storici. Nel regno della realtà, anziché quiete ed equilibrio, tutto è moto incessante, sviluppo, attrito, disequilibrio perpetuo: onde la Statica sociale de' Sociologisti non è che un' astrazione del pensiero. Il processo psicologico adunque, avvisato staticamente, è tipo, è realtà compiuta, alla quale c'innalziamo scrutando la natura dell'individuo, investigando le leggi della psicologia. Un processo psicologico in via di formazione non è altrimenti Statica, ma Dinamica. Ora il processo psicologico è r atto, il tipo del processo isterico; e quindi vana impresa è il pretendere d' imprimer ÌForma di scienza alla storia, senza porvi a fondamento immediato la psicologia. La storia non fa che ripeter la psicologia; ma al modo che la circonferenza ripete il centro. Che è mai la circonferenza fuorché lo stesso centro considerato, direbbe il Gioberti, fuori di sé? Tal è la specie rispetto all’individuo; tal si é pure la storia di fronte alla psicologia.* Ciò che nell' una si compie * Vedi le belle riflessioni del Noubisson in proposito. (La nature humainef Ess. de Fsycol. appliquée, Paris) attaraverso lunghi secoli, nell' altra, cioè nell' individuo, s' assolve attraverso una serie d' anni e di differenti età. E ciò che sono i secoli per la storia e gli anni e le diverse età per l' individuo, sono per la coscienza attuale que' diversi momenti necessari aftinché ella possa recare in atto la doppia fimzione del conoscere e dell' operare. Ma per quante sian le differenze, la legge è sempre una; non essendo possibile che le note essenziali alla specie manchino ai membri, manchino agli elementi di essa, ciò è dire agP individui.* Perciò nella storia tanto il processo teoretico quanto il processo pratico s'inaugura cod come nell' individuo. U senso, lo vedremo in altro luogo, sale a ragione attraverso le funzioni intermedie dell'immaginazione e dell'intendimento. Il potere, l'istinto (il che verificheremo nella sociologia) assume valore di Ubertà mercè la successione delle moltiplici forme cui soggiaccion le passioni e le determinazioni del libero arbitrio, e siffattamente crea il Diritto e lo Stato. Così la storia è una correzione lenta ma incessante, ma progressiva di due forze che mai non posano, Autorità e Rag^ne. La molla occulta del[Ce qui 9e paage dan» Vévolvtion 4e Vindividu est la tacine de ce qui se passe dans VévoìuHon de Vétte eoUectii*. (Littbé, PatoUs de Phil. Posit.) Ognan vede che questo principio non è, come ci dicono i Positivisti di Francia, una loro invenzione peregrina. È uno de* concetti fondamentali della Scienza Nuova; ed è insieme la correzione del Comtismo, per la ragione più volte rammentata che la psicologia pel Vico non iscatnrìsce dalla storia, ma è anzi la storia, cioè la scienza istorica quella che dee tórre a modello, a criterio la psicologia. * Tutte le opere del Vico sono una dimostrazione continua di quésto concetto. Lasciando delle facoltà d* ordine conoscitivo, basta meditare le diverse forme attraverso cui procede VAutotità, per vedere come davvero ella sia potenzialmente ragione. Vi è progresso, per dime un esempio, fra le tre forme d* autorità monasHcOf economica e eivUe (De Univ. Jut.); e vi ò progresso nella storia dell* autorità considerata nelle diverso maniere del reggimento politico {Ptima Se, Nuova Sec. Se. Nuova) Scoprire la conversione dell' Autotità con la Ragione, è una delle sue principali esigenze, e quindi uno de' precipui aspetti della Scienza Nuova. r umano progredire, infatti, sta nella faticosa conversione d' entrambe. Perchè sé la storia è la vita del genere umano,* il processo di questa vita, lo svolgimento di quest'organismo altro non potrà essere fuorché il ridursi di quella dualità a valore d' unità. Il processo istorico adunque non fa che ripetere, ma sotto forme sempre diverse, il processo psicologico: talché se la psicologia, come ha detto il Michelet, é quasi la storia in miniatura, cioè la storia come raccolta, adunata e quasi concentrata in un sol punto; la storia alla sua volta, secondo l'osservazione altrove accennata del Cattaneo, altro non sarà che la psicologia stessa in più vaste proporzioni, e sotto aspetti molteplici e svariatissimi. Ma quel punto, quel centro (ripetiamo la figura), vai tutta la circonferenza; vai più che la circonferenza. Se la psicologia infatti nasce dalla storia, chi vorrà dire che la prima non possa essere altro fuorché una semplice appendice della seconda? La psicologia è superiore alla storia, come il presente è superiore al passato. E le leggi psichiche sono anteriori a quelle del fatto istorico, al modo istesso che il criterio e la norma, in generale, sono anteriori alla materia interpretata e giudicata.' Perciò dice che il suo libro è anche nn». JUotoJia deW autorità {Sec. Se. Nuova) atta a ridurre a leggi certe V umano arbitrio di ma natura incertÌ9»imo. * Vita generila humani Hiètoria est, [De Univ. Jur.) * Il Taine dice benissimo dove osserva che la pttyeologìt «« à ehaque départentent de l’hintoire humaine ce que l^i physiologie generai^ e»t h la phyaiologie partictdiire. de ehaque esplce ou doAèe animale. {De Vlntelligence, Pref.) Che oggi la psicolog^ia debba esser condizione essenziale alla scienza del fatto storico, ninno è che ne dubiti. Ma la questióne ò ben altra, e di ben altro valore che non crede il Taine. Come s' ha da considerar la psicologia rispetto alla storia, e perciò r individuo rispetto alla specie'? Ecco il punto! Predicarci la necessità della psicologia nella indagine del fatto storico è un bel nulla, se innanzi tratto non si stabilisca qual relazione corra fra le due scienze. Mi spiego subito. Se Io svolgersi delle concezioni religiose, delle creazioni artistiche e letterarie e delle scoperte scientifiche in un dato periodo istorico e presso un dato popolo non sono in realtà altro che un’applicazione, un caso particolare di quelle medesime leggi che in ogn'istante regolano lo svolgimento psicologico di ciascun nomo; brevemente, se il fatto storico H nostro filosofo non pure colse, ma dimostrò la relazione tra r uno e l’altro ordin di fatti, e fece quel che non giunsero a fare i nostri platonici e aristotelici del Rinascimento; ciò che non fece tutto il Cartesianismo; ciò che dopo di lui non seppe fare il Criticismo in ordine alla storia; ciò che non han fatto, né sanno fare i Positivisti e gli Idealisti assoluti; i quali trascendono il positivo perchè disconoscono la difficile arte de' confini nella scienza del mondo e della storia. Alla sua mente lampeggiò il vero concetto dell' ente umano: il concetìo àeW individuo universale vivente, concreto, reale; e sotto doppia forma venne applicando il suo massimo criterio della conversione del vero col foHo nel conoscere, e del certo col vero nell' operare. Recò in atto quindi non una, ma due grandi leve, la psicologia da una parte, e la critica de' fatti storici dall'altra; la filosofia e la filologia; e perciò un a priori di natura puramente psicologica, e un a posteriori indagato pazientemente con oculata osservazione: e così gettando le basi del vero metodo storico razionalmente positivo, riesci a comporre la scienza dello spirito. Però Storia e Psicologia non sono due cose, ma una. Esse formano la vera scienza dello spirito, quando sian portate ad un fiato, com' egli dice con significantissima frase. Ecco il grande valore della Sdensfa Nuova, per quanti possano essere i suoi difetti nella forma, nel disegno, nelle conclusioni, nelle applicazioni. Lo dichiara egli stesso: il mio saggio è wrxR filosofia deW umanità. Perchè filosofia? non è che un'applicazione delle lejrgi psicologiche: ne viene che nella psicologìa solamente possiamo ritrovare il criterio, il principio, la teorica da applicare nella intorpretaziono del fatto isterico. Dnnqne? Danque (mi par chiaro) la psicologia è anteriore, e superiore alla storia. Or io non so davvero come siffatta conseguenza possa accordarsi co'princìpii di Taine, specie con quello ond'ei ci dichiara, che il fatto della coscienza non è altro che vm fantamna metajinco! Il problema storico è problema psicologico: lo sappiamo anche noi da un secolo e mezzo a questa parte. Quel che non sappiamo è il modo col quale il valoroso estetico francese potrà giugnere a risolvere cotesto problema col suo Positivismo. perchè ne inve^iga le coffionV Or le cagioni immediate e positive del processo istorico, non s'hann' a radicar tutte nel processo psicologico, eh' è, dire nella natura umana? Volere investigar le ragioni della storia nonché i principii della sociologia invocando la dicdeUica immanente détta Idea come fan gli Hegeliani, ovvero r opera della Provvidenza immediata come fanno Ontologisti e Teologisti; è uscir dalla Storia, dalla natura umana, dalla psicologia; ed è rendere il processo storico un processo affatto meccanico e arbitrario. Un principio estrinseco e superiore che non emerga dalle viscere stesse della storia, ma che alla storia si sovrapponga e s'imponga, che cosa dee produrre? Da una parte, meccanismo, e arbitrio dall'altra. Ed è anche un uscir dalla storia, dalla psicologia e dalla natura umana, queir invocare i soU fatti siccome leggi empiriche riferendole a cagioni tutte estrinseche, tutte mutabiU tutte acddentaU, come sono il clima, la razza, l'educazione e cento e mille condizioni esteriori e secondarie di cui ci parlano i positivisti e i filosofi dell’avvenire. Il fondamento razionale positivo del processo istorico dunque è l'organismo psicologico, ma ravvisato come processo. Questa precisamente è l' esigenza più legittima, la condizione più salda del metodo istorico che scaturisca dalle opere, dalle dottrine, dalla mente del Vico. Metodo isterico è anch'esso metodo genetico, metodo eduttivo. E metodo genetico vuol dir metodo essenzialmente psicologico. Ne segue perciò che la legge isterica delle tre età -divina, eroica, umana), pone sua ra[Ved. Prim, Se Nuav.y Le tre/any o stati del Positvismo francese non sono che un fatto, una legge empirica, non la ragione, non il principio delia storia. Lo confessa lo stesso Littré; il quale perciò avendo visto la necessità di correggere e compiere anche in questo il maestro, alle tre fasi del Comte sostitoisce le cinque forme di civiltà calcate sopra altrettante facoltà psicologiche. (Vedi A. Comte et la Phil, Pont.) Cosi il Littré ritoma a VICO, cioè al concetto psicologico, quantunque sbagli nella scelta della strada. dice non già in un fatto parHccHare quale sarebbe il nascere, il crescere ed il perire dell'individuo, come vedemmo pretendere VERA, ma sì neljo stesso organismo, nello stesso circolo delle funzioni psicologiche. Ciò che dunque è processo teoretico e pratico deUe facoltà e quindi conversione del vero col fatto e del certo col vero nell' individuo; nella specie, nella comunanza civile, assume forma e valore d' organismo e di processo isterico. Ecco perchè nello svolgimento della storia e delle diverse civiltà, lo stato, la fase, o (secondo il linguaggio del Vico) V età divina ritrova sua ragione intima, immediata, nel predominio ed esplicazione deUe due funzioni elementari, empiriche e naturali, che sono il Senso ed il Potere. La fase eroica per contrario, è l’incarnazione del volere e dell' Immaginazione. E, finalmente la fase umana è V attuazione e quindi il trionfo e la signoria della Ragione spiegata, la quale neU' ordine della vita civile, politica e sociale si traduce nel trionfo della libertà. La storia dunque è un organismo come la psicologia; e quindi le leggi psicologiche sono il criterio interpretativo principale del fatto isterico. Questo è il vero concetto della VoUcer Psycólogie per VA. della Scienza Nuova. Dove sta il difficile? Appunto nel far cotesti interpretazione; appunto nelr applicare le leggi psicologiche alla storia. In tale applicazione occorre schivare (come vedremo in Sociologia) que' due gravissimi errori ne' quali rompono Hegeliani e Positivisti: cioè l'universalismo nel comporre la filosofia della civiltà, e il particolarismo e '1 determinismo nel fissarne le leggi. Due perciò sono le condizioni razionali per la scienza della storia: V applicare al fatto isterico le leggi psicologiche; ma applicarle, non già all' umanità, come fanno i seguaci di Hegel, bensì a' popoli, alle schiatte, alle tradizioni: 2 tener conto delle mille cagioni estrinseche ed irraziouaU che in modi infinitamente diversi e molteplici turbano lo svolgimento della storia; ond' emerge la necessità, ripe* tiamolo, della psicologia e della crìtica storica nello stabilire i principii deUa filosofia dello spirito. Or cotesto metodo, oltreché nelle dottrine metafisiche, anche nelle teorie storiche e sociologiche risulta logicamente, come vedremo, dallMndirizzo medio dell'Aristotelismo rappresentatoci, ne' tempi moderni, dalla Sdenta Nuova. Nella Scienza Nuova, e perciò nel metodo isterico e psicologico del Vico, abbiamo la condanna più severa e la confutazione di fatto degli estremi indirizzi aristotelici rinnovatisi in questo secolo per opera dell' Hegelianismo e del Positivismo nel regno degli studi storici e sociologici. Ma qual è la genesi e quindi la teleologia del processo psicologico? That is the question! Re la genesi e teleologia psicologica. Lo spirito ha le sue leggi come la natura; ed è anch' egli un organismo come la natura. Perciò dapprima è Sintesi iniziale, come si disse, poi Analisi, poi Sintesi finale. Spencer direbbe che l' organismo psicologico procede dall' omogeneo indeterminato, all' eterogeneo; e dall'eterogeneo (avrebbe dovuto aggiungere;, fa ritomo all' omogeneo, ma all' omogeneo determinato e universale. Fin qui abbiamo studiato la psicologia nel fatto. Movendo da una dualità empirica, cioè dal senso che iniziando il processo teoretico s' eleva a dignità d'intelletto, e A^X potere che preludendo al processo pratico assume valore di libera volontà, abbiamo sorpreso l'organismo psicologico nel momento stesso dello sviluppo, dell'analisi, dell'eterogeneità, della diflFerenza e moltiplicità delle sue funzioni. Or è d' uopo rimontare all'origine psicologica. È d' uopo ricercar la cellula madre di quest'organismo. È d'uopo investigare il centro di questo cìroolo, la sintesi origìiiaxia di quest'analisi che a noi porge la coscienza. La genesi dello spirito vuol esser guardata in tre modi, sotto tre forme, per tre fini diversi: psicologicamente, logicamente, ideologicamente. La Psicologia studia lo spirito, ma in quanto è un multiplo di funzioni, d’operazioni, di facoltà. La Logica studia lo spirito, ne ricerca le funzioni psicologiche, ma in quanto producono, generano, partoriscono. L' Ideologia, finalmente, studia anch' essa lo spirito, ne indaga le funzioni psicologiche, ma guardandole ne' lor prodotti generali La Logica dunque siede in mezzo all' una e all' altra scienza. Ella studia non altro che relazioni: studia le relazioni fra la causa e l'effetto, le attinenze tra la forza e le sue produzioni, e quindi raccoglie leggi universali, attinenze necessarie, poiché se lo spirito si differenzia appo gl'individui per attività ed energia di potenza e per moltiplicità di risultati, non differisce menomamente per le leggi alle quali dee soggiacere ciascun individuo. La Logica è universale, obbiettiva; e quindi indipendente dal soggetto, non altrimenti che la matematica. Or queste tre scienze che r analisi immoderata delle scuole ha ridotto a frantumi, non sono che tre aspetti d'un medesimo subbietto: d'un subbietto, cioè, avvisato P come forza e potenza: come atto e risultato; finalmente come potenza in quanto diventa atto, e però come relazione dell' un termine verso l'altro. Psicologia, dunque. Logica e Ideologia dovranno condurci ad una medesima conseguenza nel problema su la gencHi psicologica. Nel processo psicologico dicemmo esserci un primo ed un ultimo atto. Questo primo e quest'ultimo atto, anziché facoltà, come pretendon gU Spiritualisti, anziché semplici condizioni psicologiche riducibili alla fin fine alle funzioni biologiche, come ci predicano i Positivisti,* sono invece facoltà delle facoltà. E son tali per[Per esempio Mill [cf. Grice, “More Grice to The Mill”] {La PhU, de Hamilton, trad. CazeUes). H. Taink (2>« VintelUgence). che runa d' esse è originaria, e V altra è complementare; perchè la prima è potenza, e la seconda è atto: perchè, in somma, quella è T Io in quant' è coscienza primitiva, e questa è V Io in quant' è pienezza di personalità, auto-coscienza. Or è mestieri ammettere che la coscienza, in quant' è facoltà détte facoltà, esista dapprima come potenza originaria; preesista com’energia irreducibile; preceda come atto che sia tutto, e nulla; e vaglia quindi a costituir la natura stessa di quell'ente che nella scala zoologica diciamo ente umano, E innanzi tratto, s'egli è vero che le fimzioni psicologiche convengon tutte nell'essere un conato di natura essenzialmente teleologica, è d'uopo che, attraverso a tutte e in fondo a ciascuna, si occulti un atto rudimentale, radicale, comune, essenzialmente generatore, contenente universale e indeterminato del doppio processo psicologico teoretico e pratico. D' altra parte, se il fatto ci addita una dualità empirica, concreta ed elementare, cioè il senso e il potere; ne viene che queste due facoltà, sia che le si guardino nel loro obbietto e natura, sia che nel fine cui sono indirizzate, ci rappresentino due opposti, ci esprimon due contrari; e, come tali, abbisognano d'un soggetto comune in cui (secondo l'esigenza dell'Aristotelismo) elle sussistano originariamente. La duaUtà empirica e, per così dirla, sensata, ci rimena infatti $ui una dualità superiore e trascendente, la quale a sua volta non può non essere altresì unità, unità confusa, unidualità anteriore, e della quale possiamo dire ciò che Aristotele afferma delle parti avvisate in riguardo al tutto. Se la parte potenzialmente e cronologicamente precede il tutto; attualmente e logicamente il tutto dee preceder la parte.* ^Xou xai >f uX>i TT^c ouVtac" Jtar' «vT«Xj;^tiav 5' u^7«/oov 5«aXxtBivroi y(/.p x«t* £vTi>JX«*av «(T']at. (Met.) Ecco la ragiono (sia detto di passata) onde la Psicologia differisce in immenso dalla Zoopsicologia, checché ne dicano il Darwin, V Agassiz, il Vogt ed altrettali. Neir ordino zoopsicologico la dualità empirica del »etuo e dell' i»Hnto esiste; ed è unità confusa, è unidualità: ma riman sempre tale, sempre Questo tutto originario, quest' unità la quale anche come primigenia è numero, cioè unìdualità e però facoltà déHe facóUà, è ciò che con antica ma significativa parola il Vico suole appellar mente, mens.^ Alla medesima conseguenza ci conduce la logica e r ideologia. Rammentiamoci della dottrina su la conoscenza. Se neir ordine del conoscere il fatto è il dato, il fenomeno, ciò eh' è posto, la cieca percezione; insomma, ciò che non può esser conosciuto di per sé stesso: il vero, per conta'ario, è l’elemento ideale, astratto, vuoto, formale, a priori; ma a priori in quant' origina immediate dal seno stesso del pensiero. In che sta, dunque, il nello stato potenziale: mentre neir ordine psicologico, cioè umano, ella diventa atto, numero, e quindi il Senso e il Potere vi assumono anche valore di sentimento e di coscienza. Se dunque è così, chi vorrà credere che quella dualità sia puramente animale come nella Zoopsìcologia ? Se fosse tale, non dovrehhe restar sempre la medesima, come incontra nel soargetto zoopsicologico? Dunque (la conseguenza parmi chiara) quella dualità nell’ente umano deve importare qual cos'altro che non sia puro Senso, né puro Istinto. * Quel che latinamente egli chiama men« cmimi è essenzialmente pensiero; e pensare per lui è manifestare sé a sé medesimo: Mens cogitando se extbet {De AsUiqHÌ9.). Or la mente è principio unico di tutte le facoltà: principium unum Men»; e I’occhio di lei é appunto la ragione: eujw oculua Ratio {De Univ. Proem.). Dunque ciò eh' è di là e dentro e dietro a quest' occhio eh' é la Ragione, é appunto la MenU; la quale perciò è anteriore a tutti i gradi, a tutti i momenti del processo conoscitivo. Se non che lo spirito, in quant'ò menUf vede anch'essa; altrimenti come si farebbe a dirla mente? Ma allora soltanto ella disceme, allora soltanto é oechiof e perciò era visione, quando diventa ragione epiegata, e quindi processo teoretico. Per intender meglio il significato della mente, ricordiamoci del »ene%u intemtu, del eennu eui, della eoecienta, cwn-eeientia, di cui egli parla in più luoghi delle sue scritture. In ispecie è da riflettere quando afferma, la coscienza essere insieme univereale e particolare; e il senso intimo, individuaUt e insieme comune, fi da riflettere dove accenna ad una facoltà naturale e epontanea ond' é fornita la eomuiune natura degli uomini. È da riflettere, finalmente, e specialmente, ove parla di certi giudizi istintivi eh' egli chiama giudizi fatti sknza bifles8I0NK. (Vedi Prim. e See. Se Nuow% passim.) Or di sotto a questo linguaggio esce chiara una conseguenza; la necessità, cioè, di riconoscere come, attraverso a tutte le diiferenti forme psicologiche, esista un punto centrale onde s' irradiano e dove si riconducon tutte le funzioni dello spirito. Quest'esigenza psicologica nel Vico parmi evidente per ciò che s* è detto, e per ciò che ancora diremo. conoscere? Nella conversione de' due elementi. Intendere è legere; e legere è cdligere dementa rei, cioè coUigere il vario sensato, il fatto. Questo fatto dunque vien raccolto e innalzato a dignità di vero e quindi ad unità, appunto quando la mente, generando sé stessa, conosca insieme la guisa onéPtma cosa è fatta. Or in cotesta genesi hawi un intimo vincolo per cui V eiFetto è anche causa, e la causa eflFetto; ed è questa quella tal funzione eduttiva onde la ragione, annodando cause con cause, e però convertendo il vero col fatto e viceversa, rintraccia il medio termine, e fa la scienza. Se intanto il conoscere è un atto di sintesi ond'il vero è forma, predicato, categoria, ma non per anche attributo e però cognizione, mentre il fatto è materia e parvenza fenomenale; ne segue, esser davvero una grande scoperta della moderna psicologia quella fatta dal Kant e legittimata in gran parte dal Rosmini, ma presentita dal nostro filosofo; che, cioè, pensare sia essenzialmente giudicare.* Che cos' è infatti il giudizio fuorché il predicato assumente forma evalore d'attributo? Dunque, anziché nel cogliere il puro vero, o nell'apprendere il puro fatto il giudizio risiede nel concetto. Ma che è egli mai il concetto salvochè la conversione del vero col fatto, considerati questi com' elementi essenziali nella sfera dell'intendimento? Ora, tornando al proposito, comecché il vero e '1 fatto, convertendosi, generino il concetto e quindi il giudizio, e col giudizio facKant, Orit. de la Raùon Pure. Log, Tra»cend., BosMiin, Nuo, Sagg, L' atto del conoscere ò m'rtò di vedere il tutto di eitueheduna omo, e dì vederlo tutto ineieme^ ehi tanto propriamente tuona intblliobri, e allora veramente ueiam Tintblletto. (Vedi Lett. al Sotta.) È agevole scorgere, por tutto ciò che abbiamo detto qui e altrove, quanto in Vico sia chiara Tesigeriza kantiana deirunirà eintetica detTappereezione, non che quella della percezione intellettiva Rosminiana, e meglio ancora (per qaèl che diremo), V altra del Sentimento fondamentale. Ma in grazia del suo criterio, al solito, si può riuscire a schivare il tubbiettiviemo e il formaliemo dell'uno e delPaltro filosofo adoperando il metodo deduttivo. cian possibile ad un tempo la coscienza e l'esperienza; nuUamanco, a somiglianza delle funzioni ond' essi rampollano, restan sempre una dualità, ma dualità originaria; stantechè non potendo T uno emerger dalP altro, né r altro dalF uno, debbano coesistere entrambi nella coscienza. Se non che, una dualità originaria non è forse un assurdo? Senza dubbio, un assurdo. Dunque è necessaria certa unità iniziale, intima, primigenia, appo cui 1 vero e il fatto sussistano germinalmente come in grembo ad una sintesi confusa. Alla medesima conclusione potrebbe giugnere chi pigliasse a guardar Y intero processo logico, cioè le funzioni teoretiche tanto nel lor movimento, quanto ne' lor risultati. Percezione, Giudizio e Sillogismo son tre gradi, tre momenti, tre forme distinte d'una medesima funzione eh' è la Mente.^ Nella percezione la Mente si manifesta come unità immediata appo cui oggetto e soggetto sian tuttora confasi. Nel giudizio, invece, predomina l'analisi, la differenza; perchè i termini standovi fra loro di fronte l'un r altro e quasi irresoluti, avviene che la mente debbasi palesare come dualità. Ma poiché il giudizio importa necessariamente un ritorno sopra sé stesso, e questo ritomo appunto costituisce il sillogismo; accade che in questo ritomo, nel sillogismo, la mente si palesi come unità e dualità in atto, come triplicità attuale, come mente spiegai'a. Or se l’organismo logico e l'ideo-logico son anch'essi un processo non altrimenti che l'organismo psicologico; se il risultato finale di cotesto processo, la funzione terminativa di cotest' organismo è • € Tre» mentit operationes: Pkroiptio, JUDIOIDM, Batiooinatio. Tribua artilM diriguntvr: Topica, Critioa, Mbthooo. {De AntiquUe.? aavT6)v, Met.). E s'aggira poi attorno alla seconda, cioè al senso e all' esperienza, perchè dee verificar la prima, cioè dove inverare il principio, o, eh' è il medesimo, dee convertire il vero col fatto^ il voù; potenziale con l'esperienza. Perciò il voù; attuale è la conversione per antonomasia, massime quando assuma valore di Ragione, Perciò stesso la scienza, diciamolo anche una volta, non può essere un magistero deduttivo, nettampoco un artifizio meramente induttivo. * e Metaphtfatei enim claritat eadem eat numero ae illa lueÌ9 quam non nin per opaca cogno»eimu». Si enim in clathratam fenestram qua lucem in aedee tuimittitf intente ac diu intueari»; deinde in eorpue omnino opacum aciem oculorum eonpertae; non lucem «ed lucida ckuhra tibi videre videaria. Ad hoc imitar metaphtfeieum verum illustre c«(, nullo fink ooNOL0Drr(TR, NTTLLA FORMA disorrnitur; quia est infìnitìim omnium formorum principium: phy9Ìea mtnt opaca, nempe formata et finita in quibu» metaphyeid veri lumen videmue (De Antiquie) Come si vede, anche in ciò il Vico non fa che inverare l' Aristotelismo. Che in Aristotele infatti ci sia il concetto del Noùc potenziale come noi l' intendiamo, e però anziché passivo, come parrebbe, sia fornito anch' egli d' attività stantechò possieda un oggetto somigliante alla luce che fa essere in atto i colori, si può vedere dalla seguente sentenza: xa la mente in potenua d'Aristotele, 2** V ettere ideale di SERBATI; ma levando 1 difetti che certo non mancano nelle loro dottrine. Difetto d'Aristotele, come avvertimmo, ò la mente che vien difuora. Difetto del Bosmini, poi, è V immobilità originarla e la presenza non legittimata del suo Ente poetibile dinanzi alla mente. Anche per noi la mente vien di fuori; ma questo di fuori è la natura in generale. È un di fuori nel senso eh' ella serba intimi vincoli con la natura e col sensibile, e sorge per virtù propria, ma col mezzo del sensibile. Tal si è l'interpretazione che potremmo dare a questa celebre frase aristotelica, nò ci mancherebbero testi in proposito per confermarla; tanto la natura non può essere intelligibile in quant' ò semplice realtà, ma in quant' è potenza attuosa, conato, processo, divenire. Or in che maniera potrebb' esser tutte queste cose ove non includesse una legge, un ritmo, una misura, una forma di moto, un moto ordinato? Che s'ella è per sé stessa intelligibile in quanto che esplicandosi mostra sé medesima e si fa intendere; evidentemente non potrebbe fai-si intendere ove non importasse tre condizioni, ciò è dire un principio, un mezzo, ed un fine. Se dunque la natura è potenza attuosa e quindi per sé stessa intelligibile, ha da essere altresì))otenzialmente intelligente. E sarà intelligente attuale ove quelle tre condizioni siano insieme compenetrate in unità: quando, cioè, il principio sia soggetto, il fine oggetto, il mezzo relazione. Che cos'è dunque lo spirito nell'atto suo radicale, nel suo momento originario? È soggetto, oggetto e relazione: pensante, pensato e pensiero. Però l' intima sua struttura è insieme dualità e unità, difi'erenza e medesimezza, e quindi, come si disse, triplicità; ma triplicità sotto forma di sintesi iniziale e confusa. Ne segue perciò che l' intuito, la mente, il NoJ; potenziale altro non possa essere, per noi, fuorché il momento istesso in che la natura diventa pensiero; il momento per cui l'anima attinge forma e sostanza d'intelletto. Ora il primo pensiero non potrebb' esser triplicità, non potrebb' esser sintesi primitiva, quando non fosse l’intelligibile divenuto altresì intelligente. Dunque la Mente è la natura incarnatasi come individuo; l'intuito è l'individuo che, trascendendo sé medesimo, assume valore di coscienza. più che interpretazione somigliante ne dettero alcuni aristotelici del Rinascimento, fra cai meritano d* esser menzionati PORZIO e ZABARELLA come quelli che considoramno la luce intelligibile quasi di8»eminata tuHle /arme materiali^ e Dio come influente sa V irUdletto potnbihf non in quanto intéUigente, ma solo in quanto intelligibile. (Vedi SERBATI, Peieol,, Ddle Sentenze de' FU Rinnooam.) Possiamo dire perciò che cotesto Noù? potenziale ci renda immagine della testa di Giano. Con una delle sue facce ccrtesto Giano guarda al processo della sostanza; guarda alla natura in quanto piglia valore d'individuo: dovechè con l'altra inaugura, geminandosi, il processo psicologico, del quale son due forme essenziali il processo sociologico, e il processo storico. Se non che, lasciando per ora del processo della storia e della sociologia, importa notare come dalla costituzione primitiva del pensiero, secondochè noi l'abbiamo designata, emergano, fra le altre, alcune conseguenze risguardanti l'essere individuale, l'origine e'I fine dell'anima. lUfacciamoci dalla prima. La triplicità originaria, o, eh' è il medesimo, il secreto vincolo fra oggetto e soggetto, costituisce la radice prima della individualità, e però il fondamento cardinale della libera determinazione. Se infatti il N^uc potenziale è due cose e non una, cioè mente e luce, ne segue che in quant'è niente è soggetto; e come soggetto non può non esser reale, moltiplioe, diverso, individuale: in quant'è luce, poi, è oggetto; e come oggetto deve serbar carattere indeterminato, comune, universale. Ora il concetto di persona risale appunto al connubio di questi due elementi primitivi. E invero, come mai l' individuo potrebb' esser individuo se non fosse oggetto, fornito perciò della nota d'universalità? E come, d'altra parte, potrebb' esser davvero universale ove non fosse nello stesso tempo un soggetto concreto, vivente, particolare? Il particolare è il fatto; e al pari del fatto e' sarà vero, quando assuma valore universale, non ismettendo d'esser particolare. Similmente l'universale è il vero; e al pari del vero sarà un fatto, quando rivesta, anche come universale, natura di particolare. La conversione del particolare e del generale non può farsi che nell'origine stessa del pensiero. Or se tutto ciò è indubitato, come potranno salvarsi dall'errore più esiziale all'umano consorzio, eh' è l'annuilamento del vero concetto di persona, tutte quelle diverse famiglie di filosofi che altrove riducemmo ai due indirizzi estremi dell’Aristotelismo? Gli aristotelici empirici e naturalisti e positivisti, infatti, distruggon la personalità perchè negano il Nou; potenziale come diverso dal senso; perchè lo riducono al senso. Ma la distruggono altred gP iperpsicologisti antichi e moderni, cioè gli Averroisti e gli Hegeliani: i primi perchè separando i due elementi credono il soggetto abbia a partecipare deir oggetto posto fuori e sopra dell'individuo; i secondi perchè fanno assorbir l'individuo entro a quell'oceano immobile e sconfinato, ch'essi addimandano Spirito Universale. La quale affinità di risultati non avrebbe a recar meraviglia, chiunque sappia come la dottrina dell'in^eZZ^^ agente, e l'altra non meno speciosa dello Spirito Vniversàlej rappresentino, sotto forme diverse di speculazione, l’iper-psicologismo aristotelico. Da questa prima conseguenza poi nasce una seconda di massimo rilievo. Posto il Noù; potenziale non già come passivo, anzi come fornito originariamente d'attività spontanea in quanto che nella sua nativa indeterminatezza è pur determinato da un oggetto; si riesce a schivare così quell'errore supremo a cui rompono, per vie diverse, i suddetti filosofi seguaci de' due opposti indirizzi aristotelici, e che riflette i destini dell'anima e dell'umana personalità. Se infatti nella mente, nel NoJc potenziale risiede la ragione della individualità e quindi la radice prima della personalità, ne segue che lo spirito, essendo coscienza originaria e quindi soggetto superiore all'organismo, non può, tuttoché sgorgato dall'organismo, finire così come finisce la funzione organica. Se l'organismo, come dicemmo, è numero che diventa unità, o meglio, unione d'indole dinamica, è chiaro com'ei non possa altrimenti finire, salvo che disgregandosi e trasformandosi. Il suo fine è semplice ritomo; è ritomo propriamente detto: il suo progresso è regresso nel significato di monotono rifacimento. Per contrario lo spìrito è unità e numero sin dal momento ìstesso eh' egli è pensiero. Dunque non può altrimenti finire fuorché attuandosi vie piii e compiendosi come individuo, come coscienza, anziché annullandosi come tale per vivere in grembo all' universale d' una vita che non é vita. Il suo finire non significa ritornare, ma persistere. 11 suo progredire non è regredire, ma incessante determinarsi. Non è insomma un monotono rifarsi, un ripetersi come la specie: é uà perpetuo farsi: un perpetuo rinnovellarsi dell' individuo in sé, e per sé medesimo. Che sia così, ce ne fa capaci l’essenza stessa del finito, delle forze, della natura. Perché, davvero, se la natura é conato essenziale, non verrebbe evidentemente a contraddire a sé medesima ov' ella non superasse il senso e, trascendendo il fantasma, non se ne distaccasse rendendosene indipendente?^ * A questa maniera di prora intende accennare Platone dove afferma che r immortalità non è nò un eato di cui saremmo felici ore ci toccasse, nò una aperanM della quale è pur bollo lusio^^are noi medesimi: x3c).oV 7a/9 o' xtv'Tuvoc, X3tì jr^vj rà roiavra tò^mp ffTroé^scv eaurù. {Fed.^ ed. Stallbanm) Che se altri ci chiedesse notizia su la pecnliàr forma della nostra esistenza sovramondana e sul modo con che il NoJ; attuale sarà unito coll’assoluto, noi risponderemmo francamente di non ne saper nulla. WpoaithOfW razionalmente poA/etVo, in siffatta quistione in che consiste? Consiste in ciò; che il Noù; attuale, in quanto pienezza di coscienza e di personalità, finisco di necessità neir Assoluto, cioò finisce col non finire; e quindi il soggetto j>of«»ùifmeiUe tn/ìntro, qual si è appunto lo spirito, non può finire come finiscon gli altri soggetti finiti, i quali finiscono appunto perchò non sono propriamente aoggeui. Orda cotesto pentivo si dipartono tanto coloro che nella soluzione di siffatto problema ci vogliono dar troppo, quanto quegli altri che finiscono col non darci nulla addirittura. Escon dal positivo razionale o fecondo, per cadere nel dommatico tradizionale, i Teologistt col loro inferno, paradiso, purgatorio, eternità delle pene, e che so io. Escon parimenti da questo positivo, per cadere neira priorinno dommatico e sistematico e nel Nullismo, gli Hegeliani con la teoria dell* individuo accidentef fenomenico e pataeggiero, £d escono finalmente dal positivo gli stessi Positivisti per cadere nel negativo, sia che dicano col Littré esser davvero impossibile indovinar nulla intomo a siffatto problema, sia che affehnìno col Feuerback di saperne ogni cosa quando sia risoluto co* principii dello schietto materialismo. 31a sopra questo tema ci rifaremo altrove. Qui ci basti d'aver accennato ad una maniera non troppo usata di provare la immanenza necessaria della personalità come coscienza individuale. Questo quant'al destino dell'anima umana. Che cosa potrà dir la filosofia positiva nuant' all' origine sua? Tutto nell'ordine psicologico move dal senso; ma nulla non può nascere per ragion del senso. Se lo spirito è essenzialmente pensare e giudicare, e quindi, come s' è detto, luce metafisica, intuito, mente e però triplicità; ne conseguita ch'ei nasce a sé stesso, ch'ei genera sé stesso come pensiero. Ecco il vero significato dell'innatismo, dell'idee innate, dell' innate facoltà. Questa conclusione, circa l' origine psicologica, contraddice, al solito, tanto al Materialismo che non sa elevarsi più oltre delle pure leggi meccaniche, quanto a quell'astratto e nebuloso Spiritualismo che, incapace di scendere nel regno de' fatti, non sa penetrare nell' esperienza, ed alimentarsene. Però la filosofia positiva, nel problema su l' origine del soggetto psicologico, non vuole, non può accettare il principio della trasformazione della materia come pretendon gli aristotelici empirici rappresentati oggidì dagli Hegeliani di parte sinistra; e non può del pari accettare il principio (pur ridotto a forma squisitamente razionale e metafisica) d'una creazione estrinseca, immediata, superiore, secondoché stimano, il tomista, il teologist^, l' averroista, il neoplatonico, r ontologista. Dottrine ipotetiche entrambe, elle non sanno reggere al martello della critica. La prima riesce insufficiente a spiegare il fatto del penciero: la seconda torna inutile a legittimarne la natura. Tra il senso e l’intelligenza ci ha intimo nesso ; ma ci ha da essere pure indipendenza e diversità. Anche qui si verifica ciò che ha luogo attraverso a tutti i differenti gradi della scala de' sommi generi cui si riducon le forze di natura: si verifica, vo'dire, quella doppia legge che altrove appellammo della continuità ideale^ o degl' intervalli reali, Havvi continuità perchè, posto il senso, posta la natura, è possibile, anzi è necessario l'intelletto: si che può dirsi che dall'uno scaturisca l'altro. Ma ci è pure intervalli, perocché se l'intelletto germina dal senso, o meglio nel senso, non per questo potrà esser lecito confonderlo col senso. Ci spiegheremo brevemente. Dicemmo come l'esigenza massima, il principio che qualifica l’Aristotelismo sia quello che si riferisce alla relazione tra la potenza e Tatto. Gli Aristotelici empirici (per esempio gli Hegeliani di parte sinistra), ci dicon che la potenza diventa atto; e, applicando siffatto pnncipio alla psicologia col fine di determinare l' attinenza fra l'anima e '1 corpo, affermano che l'anima debba rampollare dal corpo in forza della leggQ del diventare. Che cos' è per essi il diventare? È il to 7$ vo? tolto in significato al tutto empìrico e sperimentale; il quale perciò vuol dire trasformazione, generazione, ripetizione e quindi passaggio incessante (attraverso infinito numero di forme) d'un soggetto identico, d'un fondamento universale ma concreto e sensato, qual è appunto la Materia.^ Gli Aristotelici iperpsicologisti poi (fra' quali sono d'annoverarsi gli Hegeliani di destra), ci dicono an' È questa la teorica propugnata, come altrove toccammo, da* moderni Materialisti tedeschi. Essa, com' è noto, è rappresentata dal Feuerbach, è divulgata e sostenuta con incredìbile superficialità dal Di' BUchner (Foror ei Matth-e, trad. Gamper, Leipzig Science et Nature etc trad. Delandre, Paris), ed è applicata dal Moleschott alle scienze fisiologiche. Ho appellato Arùtoteliei empirici questi moderni materialisti usciti dal fianco sinistro doirHegelianismo, perchè davvero considerati st>orlcamente e* non fanno che svolgere l’indirizzo naturale deirAristotelismo. Bel qual fatto hanno coscienza essi medesimi, segnatamente il Moleschott, il più ingegnoso fra tutti, quando afferma che Vunion de laphilosophie et de la acience ne e^eH rialieée qu'une foie don» ArÌ9tote, {La Oirculation de la Vie, Paris) Ora s'intende agevolmente comò pel Moleschott questo connubio della Filosofia con la Scienza nella mente dello Staglrita si compiesse tutto a scapito della metafisica. Aristotele, egli dice, è conoscitore delle .opere d* arte, degli uomini e degli animali [Ibi). Evidentemente il dotto fisiologo riconosce in Aristotele l'autore d'una Rettorica, d' una Storia degli animali, e degli otto libri su la Politica. Ma perchè dimenticar r autore della Ptieologia, della iSi'HoywKca, dell' £Wea e segnatamente della Metafisica t Non è vero dunque che l’Aristotelismo de' Positivisti, do' Materialisti e degli Hegeliani di sinistra è addirittura falso, erroneo, mutilato storicamente o teoreticamente V ch'essi che ìsl potenza diventa atto; ma il loro diventai^e, anziché grossolana ed empirica trasformazione, è, per cosi dire, un' addizione ideale, cioè posizione e contrapposizione, determinazione, individuazione progressiva, ma d' un soggetto unico, universale, intimo, trascendente, assoluto, eh' è appunto l' Idea.^ Ora il soggetto del diventare, tanto per l'empirismo quanto per l'iperpsicologismo aristotelico, cioè tanto per la sinistra quanto per la destra hegeliana, è sempre uno, sempre identico a sé stesso, chiamisi Idea, chiamisi Materia. Ecco dunque la ragione per cui ne' risultati, massime nella soluzione del problema psicologico, le due scuole s' accordano a meraviglia. Di fatto, l'anima per gli uni na^e dalla materia, è materia, e finisce nella materia: per gli altri nasce in virtù dell' idea, è l' idea, e finisce nell'Idea. Qual è dunque il fine supremo dell'anima? Non altro che un ritomo, un estinguersi nell' Idea, o nella Materia: ecco tutto. L'intima parentela tra il Positivismo e l’Hegelianismo non potrebb' esser più evidente I Seguaci dell' indirizzo medio dell' Aristotelismo, a noi pare che l' interpretazione legittima della sentenza aristotelica in discorso non sia questa, che cioè la potenza diventi atto; ma quest' altra, che la potenza passi ad essere atto. Se non fosse così, tutto affogherebbe sotto il pesante domma dell'identità assoluta, né vi sarebbe differenza di contenuto fra le cose in generale, e nemmanco fra il senso e l'intelletto in particolare. Or se questo fosse, anziché progresso avremmo processo; e ' La materia e la forma, la pot&Ma e V atto, la forma e il contenuto, non ooetitHÌacono altro che due momenti deWIdea, (Hbgsl, Log., Vedi anche neir Introd. di VERA) L’Idea perciò s’occulta eeaenxialmenu in entrambo i momenti; con questo semplice divario, che nell* atto essa è piìi determinata, più individuata, più enudeata (direbbe con parola significantissima Vittorio. Imbriaui) di quel che non sia nella materia e nella potenza. Dunque, io concludo, la difTerenia non istà nel quali, ma nel qoaktvm; e perciò diventare non altro Tale, a dir proprio, che traeformanL Ecco il punto di coincidenza de* due estremi indirizzi aristotelici; ed è pur quello nel quale per logica necessità debbono consentire (checché se ne dica) la destra e la sinistra Hegeliana. quindi monotonia, eterno e indefinito cangiamento di forme. Tutto quindi si ridurrebbe ad un meccanismo materiale, ovvero ad un meccanismo ideale; e leggo universale del mondo sarebbe o la necessità empirica e fisiologica, ovvero la necessità dialettica: fatalismo cieco nell' un caso come nelF altro. Invece l' essenza del processo cosmico per noi, come vedremo, sta nel canato secondo eh' è inteso dal Vico. Ma come il conato potrebb' esser conato ove non includesse l' intervallo, la diversità vera, cioè la diversità di contenuto? Conato è passaggio nello stretto senso della parola (irjìpytx otTf)>?;); è transito, non trasformazione; eduzione (edu* dio entis ad a4ium) ma eduzione intrinseca, e quindi conversione del fatto ìid vero, cioè dire conversione della potenza nell’atto, creazione intima, creazione spontanea. La potenza dunque recasi ad atto non in quant' è potenza, ma in quanto cessa d' esser potenza, e passa ad esser atto; cioè in quanVè potenza feconda. E come potrebb' esser feconda (tò ^warov), ove non fosse privajsfione («rrf/jvjTc;)?» Or tutto ciò, come sarebb' egli possibile senza la doppia condizione della continuità ideale e dell'intervallo reale? Torniamo all' assunto. L' intelletto nasce dal senso: è vero. Ma forse che nascere vài risultare? Se così fosse, r intelletto non essendo altro che un risultato, starebbe rispetto al senso così oomQ precisamente nella storta del chimico sta un sale rispetto agli elementi onde risulta, cioè all' acido e alla base. Or questo (chi noi ' Questo è il senso che noi diamo al principio aristotelico della pn«astone. {Metaph.) Anziché principio negativo^ la pr«ea«ira posto oggimai nella sua massima evidenza sopratutto da Rosmini. A niuuo è lecito dubitare della necessità d’una forma oggettiva originaria nella sfera de* fatti psicologici. Con salde ragioni il Kant ha dimostrato, contr*ogni maniera d'empirismo psicologico, che lo spirito intanto pensa in quanto giudica; e più ancora Rosmini ha posto in chiaro che lo spirito giudica appunto perchè è toggeito e oggetto insiememente. Vedi Nuo. Saggio passim. Rinnowm, Psicologia, Introd, alla FU.) I difetti della teorica Rosminiana li accenneremo in quest'altro capitolo. Qui osserviamo che in tale dottrina il filosofo italiano si ricollega con AQUINO (si veda), e, chi volesse andare più in su, anche con Alessandro Afrodiséo, e quindi con Aristotele. Nello Stagirita infatti ò chiaro questo principio: NotjtvÌ ^i in iTÌpcK. do. Ma nemmanco è presupposta al corpo, come dice lo stesso Platone, 0 piovutagli addosso dal di fuori e dall'alto in certo mese e in certo momento della vita intrauterina, come affermano tomisti e teologi, senza dirci ne come né perchè: e tanto meno potrebb* esser venuta fuora e venir fuora qual risultamento di leggi meccaniche e fisiologiche. L'anima è creata; o, per dir meglio, l'anima crea sé medesima per una legge profondamente dinamica che si confonde e compenetra con l' essenza stessa della natura e del finito. Perciò alla domanda, se fra l'anima e '1 corpo come fra il sentire e l'intendere oi è salti ed abissi, rispondiamo subito che sì; ma tosto aggiungiamo, che, a colmare cotesti abissi e varcare cotesti salti, né la psicologia positiva ha punto bisogno d' invocar l’atto immediato d' un deus ex machina, né r ideobgia ha mestieri d' un a priori che, dardeggiando all' anima il raggio dell' intelligibile sovramondano, svegli ed ecciti in essa la virtù dell' intelletto. Questo, e solamente questo, noi potevamo dire 'quant' alla genesi e quant' alla teleologia dell' anima umana, puntellandoci unicamente su la natura dell' atto essenziale, dell' atto radicale onde vuol esser costituito il pensiero. La psicologia non sarebbe famMndoèi bel bello diventa miracolosamente intelletto, ignorando cosi o facendo le Tlste d'ignorare gli studi profondi e le parti accettabili deUa psicologia Rosminiana; sì serva pure: noi non istaremo a perderci ranno e sapone. Ma non sarà certamente villania il dover dire di lui con Aristotele: uoeo; yixp f^fw o toiowtoc y, toéoùtoc 'A^ril davvero positiva, non sarebbe razionalmente positiva, quand' ella presumesse di risolvere diffinitivamente, donimaticamente, sistematicamente questi due problemi, che non senza ragione Leibnitz appellò terribili. Ella deve saper contraddire a due estremi opposti e contrari. Da una parte dee contraddire allo Spiritualismo e al materialismo; dall'altra al positivismo. Dee contraddire al volgare spiritualista e al materialista, perchè entrambi pretendono, tuttoché per vie e risultati assai diversi, d'aver risoluto in maniera invincibile cotesto doppio problema, mentre nel fatto l'un d'essi disconosce il valore intimo, l'autonomìa dell'anima, e l'altro finisce per impugnanie perfino l'esistenza. Deve poi contraddire al Positivismo, perchè questo, al solito, non volendo sapere di siffatti problemi, ne dichiara impossibile tal soluzione, e quindi inutile il parlarne. Il filosofo seriamente positivo può fare qualcosa di più che non sappia il Positivista. Ma confessa di non saper giugnere fin dove, con volo icario e fatale, sanno spingersi materialisti e spiritualisti, empirici e tradizionalisti, hegeliani di destra ed hegeliani di sinistra, mistici e ontologisti. I principìi della psicologia positiva che abbiamo interpretato nell' autore della Sdenza Nuova ci possono far capaci di determinare siffattamente la genesi e la teleologia dello spìrito, da chiuder l'adito allo scetticismo e al nullismo. Il che non dovrebb' esser poco, anzi dovrebb' essere moltissimo, agli occhi almeno di coloro che modestamente sanno e voglion riconoscere i confini del pensiero umano. Abbiam visto come la genesi del processo psicologico sia essenzialmente genesi teleologica. Ella dunque ci vieta d'essere scettici per sistema, ci vieta d'esser nuUisti circa il sapere metafisico. Se il mondo della natura e quello dello spirito, come altrove toccammo, sono processo e conversione, stantechè il primo sia numero che volge ad unità e il secondo unità che, in sé medesima attuandosi, divien numero; anche l’assoluto, serbando medesimezza di legge, ha da esser non altro che conversione, processo, mediazione. È dunque possibile che la mente penetri in qualche maniera nel regno delle realtà metafisiche. Ma se la legge è comune, sarà pur tale il contenuto? Agli occhi del modesto indagatore del vero la metafisica è la scienza de' confini. Or questi confini appunto ignorano tanto i Neoplatonici quanto i Neoaristotelici per opposite ragioni. Di fatto anche qui, e sopratutto qui, navighiamo fra Scilla e Gariddi: siamo fra que'due soliti estremi, come si disse, in che travagliasi '1 pensiero filosofico fino da' tempi in cui sovraneggiarono i due grsmà'' istitutorì déW uman genere, come il vivente filosofo berlinese non dubita chiamare Platone ed Aristotele.' Qual è, in generale, l'esigenza e quindi '1 distintivo de' Platonici e del Neoplatonismo di tutte l'età nell'afifermar l'assoluto? È il propugnare la conoscenza immediata e primitiva dell' obbietto metafisico, qualunque ne sia 1' ampiezza, il grado, il valore dell'intùito. Qual è, invece, l'esigenza degli Aristotelici e del Neoaristotelismo? È il * 1|I0HIL«T, Metaph, d'ArUL. mantenere la mediatezza del conoscere metafisico, ovvero menomarla cosi da renderla inefficace, e talora persino affatto negativa.' I metodi de' Neoplatonici nelP attinger l'assoluto ' In armonia con le idee accennate già nel Gap. Ili di questo secondo libro sa la storia generalo del pensiero filosofico, noi togliamo in sig^nificato largo le parole Neo-platonismo e Neo-aristotelismo. In esse comprendiamo più e differenti scuole di filosoft. E quindi non sono soltanto filosofi Neoplatonici gli Alestandrini o quelli àeXht scuola Toscana « od altri simili tra' filosofi cristiani. Filosofo neoplatonico è chi, pur modificando il Platonismo, ne sorbi, come notammo, due esigenze, di cui 1’una ò p9Ìeologtea e 1’altra è tnetaJUica. La prima consiste nel porre un* attinenza primitiTa, e quindi una connessione originaria Tra la mente e l'obbietto metafisico. Secondo tal criterio, fra* neoplatonici andrebbero annoverati parecchi filosofi arabeggianti, avvegnaché per ragione isterica ei risalgano, come toccammo, allo Stagirita. La seconda esigenza poi risiede nel riguardar le idee siccome entità aottanxialmente eaemplatrici; il che costituisce davvero il distintivo del Platonismo in generale. Or le diverse famiglie o varietà di platonici e di neoplatonici possono esser coordinate, nella storia della filosofia, secondochè queste due posizioni si presentano più o meno modificate. Per iVeoameoCetùn poi intendiamo qne'filosofi che contraddicono, in generale, ali* anzidetta esigenza psicologica e metafisica. E poiché il Platonismo, come dicemmo e come avverte il Barthélemy Saint-Hilaire {Phif9. d*ÀrÌ9t., Pref.), si riproduco e si trasforma in Aristotele non pure quanto alla filosofia ma eziandio quanto ad ogni altra sfera di scibile, cosi noli' Aristotelismo è d’uopo saper rintracciare i germi del triplice indirizzo speculativo da noi altrove accennato, massime deirindirìzzo mediof nel quale unicamente è possibile rinvenir la correzione del Platonismo e dell’Aristotelismo. Ripetiamolo anche qui: tutta la storia del pensiero filosofico occidentale consiste nelJo svolgimento fecondo e svariatissimo di questi tre indirizzi; ciò ò dire nella lotta perenne delle due estreme posizioni, e nel trionfo lento e faticoso, ma immancabile, della posizione mediana. Se questo è vero, ne segue (almeno per chi serbi alcuna fiducia nel progresso della ragion filosofica) che se nessun filosofo oggi può dirsi od essere un puro platonico od un puro aristotelico, tutti invece dobbiamo essere e dirci neoplatonici, o neoarìstotelici, ovvero seguaci del terzo indirizzo; il quale, sia storicamente, sia teoricamente, vien fuora tostochè sian dati i due primi. Noi non possiamo intrattenerci sopra questa materia e corredar di prove isteriche tale assunto, essondo ben altro il compito del nostro lavoro. Ma riteniamo per sicuro che una storia particolare 0 generale della nostra scienza, la quale non sia condotta con silEatti criteri, altro alla fin fine non potrà esser che un lavoro d* intarsio, come tanti se ne vedono, ovvero un arbitrio sistematico, dommatico e fftntastico dairnn capo ali* altro. (Vedi tutto ciò che abbiamo discorso a tal proposito ( potranno differir nella forma più o manoo arbitraria con che ci è data la dottrina delP immediatezza. Ma tutti ci palesan lo stesso difetto: l'esser dommatici, Tesser sistematici; poiché tutti trascendon T esigenza d'un positivo e fecondo psicologismo. L' esagerazione di cotesto indirizzo è rappresentato da chi presume conseguir la notizia dell' assoluto con la ragione, ma con la ragione che si lasci guidar dalla fede, e sorreggere dal sentimento. Con siffatta maniera di speculazione noi non ci abbiamo che vedere. Essa ci rappresenta quella posizione metafisica che altrove appellammo DommcUismo empirico. Dobbiamo dunque rifiutarla. E dobbiamo rifiutarla, sia perchè in sostanza ella riesce a negar la speculazione trascendente, ùa perchè s'oppone alle condizioni più elementari della scienza Le altre forme di Neoplatonismo afferman l'immediatezza dell' oggetto metafisico ponendo l' intùito, ma l' intùito che legittima sé stesso in quanto che, assumendo virtù riflessa, diventa ragione. Secondo tale indirizzo appunto è venuta svolgendosi la speculazione italiana nel moderno periodo della nostra filosofia. Talché noi dovendo, come richiede l'indole stessa del nostro lavoro, tener conto non pur della ragion teoretica, ma eziandio della ragione isterica, verremo accennando alla dottrina di Rosmini, Gioberti e Mamiani, che ne sono i più legittimi rappresentanti. Rifacciamoci dal primo come quegli che per ragion cronologica e per valore di speculazione va innanzi a tutti. A SERBATI s' é voluto dar titolo d' idealista piatonico. * Con egual ragione altri potrebbe dargli titolo di realista aristotelico. Il Roveretano corregge davvero il neoplatonismo nella ricerca psicologica; ma v' è un punto vitale nel quale, come si vedrà, ei si palesa più che ne* È un titolo in gran parte sbagliato. Quelle eh' ei dice propriamente idee per lui sono eeemplari delV eetenxa inteUigibiUf non' già eeemplatrici per «è medeeime, {ArieU E«p. ed eeam,, Pref.) Come dunque ò idealista platonico ? platonico. Con ingegno potentemente analitico, temprata alla severa speculazione d' Aristotele e dell’Aquinate egli ha dimostrato ciò che in modo assai vago eran venuti affermando gli aristotelici su la necessità d^ una forma oggettiva nella mente. Ma egli non si contenta dell'essere in quanto essere: lo dichiara altresì immobile, immutabile, obbiettivo, inalterabile, se^nplice, uno, immescibile, infinito^ necessario, insussistente, ideale} Ecco il puntello ond' egli s' augura di spiccare il volo inverso ali Assoluto. Ma innanzi tutto guardiamo tale dottrina sotto il rispetto psicologico eh' è appuntò il tema precipuo del presente capitolo. Col porre l'Essere come oggetto primitivo della mente, e col dichiararlo fornito del carattere d' universalità, il Rosmini taglia i nervi, come dicemmo, ad ogni maniera di sensismo, e nel medesimo tempo corregge il Criticismo: lo corregge non già mondandolo (com' ei si vanta) della magagna della subbiettività di cui non sa neppur liberare sé medesimo, bensì dimostrando quant* inutile fardello sia quella moltitudine di categorie originarie ond' il Kantismo si distingue fra' moderni sistemi di filosofia. Ecco ciò che forma l'onore della psicologia rosminiana. * Ma qual è il suo difetto? È il non aver indagato fino alla più fonda radice quel eh' egli stesso appella il minimum della cognizione; e quindi l'aver fatto pesare su l'obbietto originario un ingombro di note e d'attributi cotanto copioso, da fargli smarrire affatto il carattere dell' originarietà. E, davvero, cotest' oggetto è egli ideale? Dunque è già beli' e determinato. Ór come un obbietto determinato potrà esercitare fun-[PAGANINI mostra 1’affinità fra SERBATI od AQUINO quant'alla teorica del lume intellettivo. {Sagg. 9opra «an Tomm, éC Aquino e t7 Roeminif Pisa) Vedi Rinnovam. Ptieologia, Nuo. Sagg. SPAVENTA ha pasto in sodo questo gran merito del filosofo italiano di fronte al Criticismo nel prezioso opuscolo altrove citato so la ' FUo9ofia di Kant e la tua relazione con la FUotoJia Italiana, Torino. 2Ìoni di Primo psicologico? Non verremmo cosi a turbare e confonder l'ordine primitivo della conoscenza col riflesso? Dunque Y essere ideale nell'organismo della psiche, anziché Primo psicologico, sarà il Primo logico. Quanto poi air attributo della infinità, egli ha ragione dove aflerma con san Tommaso, la natura del soggetto dover partecipare a quella dell'oggetto: e quindi se a questo appartiene il carattere della infinità, non si vede perchè non debba appartenere anche a quello. Or s' egli è cosi, è dunque infinito il pensiero? Lasciamo agli hegehani cotesta innocua pretensione finché non ce n' abbiau dato valide e serie dimostrazioni." Se, inoltre, cotal forma innata è immobile, immutabile, immescibUe e inalteràbile, perciò non le sarà dato moversi di per sé stessa. Ella si move bensì, ella diventa, ma in virtù d' una determinazione, in forza d' un' oppliccunone. Chi recherà ad atto cotest' applicazione? La [SPAVENTA ha ragione: « V errore di SERBATI non ì il fare ddV eteere come eeeere il primo eeientijico o logico, ma di fame jil primo peiedogieo: non U primo pensabile, ma il primo eonoeeibUe, » (Le prime categorie della Log, di Hegel, negli Aui dtUa B, Accad, di Nap.) SERBATI stesso prevede questa grave difficoltà, e tenta rispondere in più modi riparando al solito arsenale delle distinzioni; ma questa volta con assai poca fortuna. {Peieologia) In altre opere, e anche nel Nuo, Sag., avea chiamato infinito il pensiero, non però eotto tuui gli aepeUi. Ma un inAnito di cotesta foggia chi vorrà accettarlo? La creduta infinità dell* oggetto primitivo non ò infinità, ma indeterminatezza, E di fatto la nota epeeijicante della Ittee metaJUiea^ secondo la sentenza di VICO (si veda) altrove riferita è appunto la indeterminatezza, la potenzialità, ma la potenzialità non vuota e subbiettiva de’ AQUINISTI AQUINO e de* Peripatetici, bensì piena, feconda, oggettiva, essendo nella sua essenza un eonato. Or se questo ò il carattere dell* oggetto, e se la natura del soggetto ha da rispondere a quella della sua forma, ne seguita che alreggette indeterminato dee far riscontro una facoltà d*indol6 somigliante. Ma che cos*ò un pensiero indeterminato nel suo oggetto salvo che un essere potenzialmente infinito, un subbietto che tendit ad infinitum, come lo deRnisce lo stesso VICO? Dunque 1* indeterminatezza è il carattere precipuo della luce metafieiea, tuttoché in so stessa ella sia determinata In quanto che non cessa, ripetiamo, d’essere un oggetto; mentre che la potenzialità feconda è il carattere del pensiero inteso come soggetto. S. 2Ì ragione. Or bene, la ragione non vi potrebb' essere mossa tranne che da sé stessa, ovvero dal senso. Dal senso, no; che saremmo sempre impigliati in una forma più 0 meno schietta di sensismo, dal quale indirizzo il filosofo di Rovereto rifugge ad ogni patto. Dunque da sé stessa. Ma, si può chiedere: muovesi ella da sé in quant' è soggetto, ovvero in quant' é oggetto? In quant' è soggetto, no. Un soggetto spoglio di forma è una pò* tenza vuota; è la pura potentia, la purafaeultas degli scolastici: e come tale riesce incapace d'esercitar funzione di Primo psicologico. Movesi dunque siccome oggetto; movesi in quant' è luce fnetafisica. Or come si potrà movere s' ella é immobile, immutabile, immescibUe, iikiZterabile? Da ultimo, il difetto che in tale indagine egli ha comune con parecchi altri aristotelici, e pel quale vuol esser segnalato come neoplatonico, risguarda l' origine di cotesta forma ideale. Donde mai cotal luce? Piove dall' alto, 0 piuttosto rampolla dal basso? Non dall'alto, non dall' assoluto in maniera diretta, egli risponde; nettampoco dal basso, cioè dall'esperienza. Rosmini qui ha ragione: nessuno, crediamo, vorrà fargliene carico. Donde e come, dunque, ella viene? ' • Vedi Antropologia. Sistema FUotofieo, p. 82. ' Bisogna confessare che nel punto più vitale delle sae dottrine, eh* è Torigine dell* obbietto primitiro della monte, questo filosofo fu sempre titubante anche ne* suoi lavori postumi. In alcune opere evidentemente 8* accosta a san Tommaso, dove dice, per esempio, che Tessere ideale è un cotal raggio ddla divinità, il quale noi tftdremmo in modo ineffabile identijì earai con etaa quando ci si potesse disvelare la divina e$»enMa. (Atto. Sagg., vol. II.) Altrove ritiene che la forma intellettiva non ci abbia che vedere con Dio; e • dove pur ci fosse un* attinenza, difficilmente (egli sogin»?"®) ci salveremmo dal panteismo. {FU. dd Diritto, voi. II, p. 195.) E con tutfaO questo el non dubita alTermare, additando la nota scappatoia della distinzione tra forma reale e forma idecUe, che Dio si comunica al pensiero idealmeìUe, non già realmente ! Ma che cosa ò mai, e come avviene cotesta eomunieagione ideale f Che 8*ella è possibile, come, in tal caso, potrete salvarvi dal panteismo ideale? Il Rosmini parla chiaro (Teoeojia, su la Partecipazione del divino nella inteUigmza) ove dice che 1* essere iniziale della mente e 1* estere divino sono addirittura identici. Dunque non v* è scampo: o egli non riesce a salvarsi dal panteismo, ovvero deve attribuire all' obbietto della mente la 11 Rosmini crede potere attinger la notizia dell' assoluto ponendo in opera alcuni espedienti, per esempio il processo d' dimincunone, d' intcgrcmone e slmili. Ma sopra qual fondamento si basano cotesti processi? Appunto sul concetto dell'Essere ideale. Da cotesto concetto egli stima possibile trar gli elementi a comporre quello dell' obbietto metafisico. Perciò dagli attributi dell' ente ideale vuol concludere a quelli dell' essere in sé: perciò dal simile vuol procedere al simile. Or cotesto è un processo senza processo: è un processo apparente, illusorio, perchè dal simile non si procede al simile, ma si è nel simile. D' altra parte, per isquisiti che si voglian supporre i metodi eh' egli adopera a tal proposito, mai non avverrà che gli attributi dell' ente ideale possano porgere quelli del reale. In che maniera convertir le note d'assolutezza, d'universalità e d'infinità, che son proprie dell'uno, con quelle dell'altro? E dove e come poi andare a ripescar l'attributo della realtà? Checché se ne dica, a tale domanda ei non risponde, o ricasca nel ginepraio delle viete argomentazioni scolastiche. E mentre crede compiere o correggere il celebrato argomento di sant'Anselmo, non s' accorge il grand' uomo come restino tuttora incrollabili le gravi difficoltà affacciate dal Criticismo. Pur non ostante egli reputa negativa l' idea di Dio. Or come negativa se ci avete saputo disasconder tante peregrinità a questo riguardo? E s'ella é davvero negativa, non siamo già nel Positivismo? E se non é assolutamente negativa, perchè non è tale? perché non può esser tale? nota della realtà alla maniera del Gioberti. In altra opera postuma {Ari9t, Etp, ed etam,) le titubanze non iscemano; perchò quantunque modifichi in alcune parti la sua dottrina l’essere nondimeno ^W si prosenta sempre come ideale^ e crede confermar la propria sentenza con r autorità d'Aristotele. Dalla prima ali* ultima opera del Rosmini, dunque, il problema su la conoscenza s’aggira sempre nelP equivoco tra il Primo pticologieo 6 il Primo logico; ne qnindi crediamo che l’Idealismo Rosminiano siasi di mano in mano accostato air Ontologismo del Gioberti, come pensa il eh. FERRI (Est. tur VHist. de la Phil. en Italie) La guisa ond^ il Boveretano crede poter penetrare nel mondo metafisico non sarebbe, a parlar proprio, un processo, una mediazione. Nessuna conversione sarà mai possibile fra due termini simili appunto perchè fra questi, ripetiamo, non è possibile un intervallo. £ dato ci sia cotesto intervallo, è poi necessaria una continuità ideale; la quale, unzichè per comunicazione dell' oggetto, com’egli pensa, avviene per eduzione per parte del soggetto. Né è maraviglia eh' ei non abbia visto tali necessità, chiunque pensi come la filosofia di SERBATI partecipa a quel difetto che, come altrove notammo, è il verme pia micidiale che roda il kantismo. Tutto in lui sembra immobile, freddo, sterile come il suo ente ideale. Psicologia, ideologia, cosmologia, storia, diritto, politica e religione, nel loro insieme, paion quasi altrettanti organi, anziché un organismo, perocché uiun soffio vitale imprima forza e movimento a tutte queste membra. A lui, in somma, fa difetto l’esigenza del processo. Eppure air A. del Nuovo Saggio non sarebbe mancato il fondamento positivo sopra cui avrebbe potuto innalzar r edifizio della psicologia, e apparecchiare cori la soluzione d'alcuni problemi cosmologici. Avrebbe avuto una gran chiave nella sua teorica sai Sentimento fondametìicde, intomo a cui nessuno, dopo Aristotele, ha saputo discorrere con eguale acume e accuratezza, come saggiamente osserva il Ferri.^ Ma neanche in questo ei potè pervenire a disascondere quel secreto vincolo che in seno all'unità primigenia del Noù; potenziale annoda [Però Gioberti non a torto rassomigliò ad uno ttaUauUe il sistema Rosminiano. La forma stessa del suo iugesrno mostra cotal difetto. Kcco perchè non gli fa dato cogliere, come accennammo il valore del metodo Tichiano. Ecco perchè altra lllosoila della storia agli occhi suoi non dovrebb* esser possìbile, fuorché quella d* Agostino, del Bossuet, dello Schlegel, del De Maistre. Non altro concetto sociologico, salro che quello della società divina naitirale. Non altra cosmologia che quella del Tomismo. Non altra fisiologia e patologia, tranne che quella de* Tocchi vitalisti. . la visione ideale, la percezione empirica, nonché il sentimento fondamentale.' I difetti del Rosmini prese a correggere GIOBERTI; ma die neir esagerazione. In maniera invitta egli mostrò la fallacia della posizione dell' ente ideale, ma cadde nell’arbitrario anche lui quando ingolfossi nel mare magno del suo intùito. Se infatti havvi dottrina psicologica la quale più spiccatamente contraddica al criterio della conversione, e quindi all' esigenza metodica aristotelica della Sdema Nuova, è appunto quella del Neoplatonismo che con entusiasmo senza pari, con ingegno mirabile e con vena fecondissma di speculazione egli prese ad innovare fra noi con anima ITALICAMENTE generosa. A nessun italo oggi potrebb’esser lecito disconoscere i grandi meriti del filosofo subalpino: a nessuno i benefizi grandissimi che in età assai triste sepp' egli operar nella mente e nell'animo di tutti con le sue scritture. ' fi noto come per SERBATI sia U tentimeruo intimo e perfettamente uno che uniece la eeneitività e V intelletto. {Nuov. Sagg. ; Ariet.). Ma in che maniera poi accordare questa sentenza con quell’altra ove dice, la ragione eeeer quella che unieee il eentibile e V intelligibile f {Pncologia). L* anità de* due elementi qui sarebbe posteriore, mentre sarebbe ante^ riore la dualità, e quindi, come dualità primitiva, inconcepibile. Il che ci è confermato da lui stesso dove afferma, la vitione ideale non aver relazione di torta con la percezione empirica, {Antropologiaf C. VILI). Ora a me pare che il Sentimento fondamentale avrebbe potuto porgrersi a lui come base d* una dottrina psicologica razionalmente positiva, quando avesse pigliato a considerarla come unità Iniziale, come sintesi originaria del doppio elemento della conoscenza: il che non apparisce in alcun luogo delle sue scritture. Che cos*è, infatti, il Sentimento fondamentale f te V atto onde V anima vivifica il corpo, {Antropohf.), Or bene, checché se ne possa dire, cotesta evidentemente è psicologia neoplatonica, e però tutt' altro che positiva. Invece per noi il Senso fondamentale ha natura di conato, e quindi rappresenta, anzi incarna il momento in che la vita, la ^uvauc; biologica, superando so medesima, passa ad assumere anche valore di pensiero. In altre parole: l'anima pel Rosmini è energia primordiale, ò una originariamente (Ibi, e. IX); ma è una come anima, non già come anima e corpo, come vita e pensiero. E con questo difetto, eh egli ha comune co' platonici e con sant'Agostino come v^emmo, contraddice evidentemente all'indirizzo medio arittoulico secondochè noi lo intendiamo. Ma chi è oggimai che vorrà propugnare sul serio la sua teorica psicologica tuttoché sia da accogliere e svolgere non pochi principii della sua Protologia? ^ Fra le molte e gravi obbiezioni mosse contro V ontologismo giobertiano, noi ci restringeremo a ripetere quella semplicissima affacciata poco fa contro il Rosmini, e che con assai più ragione s' attaglia a GIOBERTI. Come oggetto primitivo del pensiero, la formula dell' Etite creante è un oggetto determinato, sia che si tolga a considerar la natura de' suoi membri, sia che la specie di relazione che li rannoda in organismo. In che maniera dunque può essere inizio, principio della genesi psicologica? Anziché il minimum del pensabile, qui s' avrebbe il maximum del conoscibile. Or s' egli é così, la scienza, io chiedo, sarà ella generazione, conversione, eduzione, o non più veramente copia, imitazione, ritratto d' un vero che non ci appartiene? La posizione dell'Intuito giobertiano è dunque arbitraria, ipotetica, oscurissima, come primo d'ogn' altri ebbe a mostrare lo stesso SERBATI. Perciò la formula non può essere riguardata, secondochè pretendon gli ontologisti, come sorgente d' ogni scienza, criterio d' ogni scibile, fondamento d' ogni dimostrazione, come Primo ed Ultimo del pensiero. Il Nov; degl’ontologisti italiani è la vecchia dottrina dell' Intelleito agente^ ma passata attraversò la scolastica, e ricorretta dal pensiero filosofico cristiano. È r IntelligibiHtà, la VerUà di sant'Agostino, ma determinata, concreta, reale. È la Reminiscenza platonica, ma fatta viva, presente, parlante al pensiero. Egli dun* Ved. il nostro opusc. Introduzione allo ttttdio delle acìenxe naturali e ttoriche, Firenze, Celiini, Ved. GIOBERTI e il Panteismo, Lucca. Dopo il GIOBERTI di SPAVENTA è impossibile difendere l’intuito del filosofo di Torino: se ne persuadano gli ontologisti. Noi accettiamo la sua critica: ma chi ?orrà accettar le conseguenze eh «i ne trae, o la relazioni eh' egli pone fra Io Ctisiologismo, in generale, o l’Idealismo assoluto? Anche qnant*al concetto creativo della /Vo(o/o^ fra Tuno e r altro sbtema, come avvertimmo, corre un abisso. ' « que è r esagerazione del Platonismo. È un iperpsicologismo avente il suo primo puntello nel catechismo, né può quindi essere accettata dalla ragion filosofica positiva.* Sennonché gli ontologisti si fan forti, come accennammo, della celebre sentenza vichiana su la rispondenza fra r ordine logico e Y ordine ontologico." Il nostro filosofo non parla d' ordine logico e ontologico, ma sì d' un Primo logico, e d' un Primo Vero Me[Qui abbiamo inteso accenDare alla dottrina deir Intuito come ci è data nelle prime opere di GIOBERTI. Ognuno sa che nelle scritture pòstnme egli Tiene talora a modificarla sì che s* accosta a SERBATI, o meglio, ad AQUINO. Per esempio, dice: {De Univ, Jur. Da questo lemma è agevole argomentare che Dio è Primo, sia che tu lo consideri come essente, sia che come conoscente. Qui non v* ha luogo ad interpretazioni. Ma vi è il lemma VII che dice: Itaque Primum Verum Methaphysieum et Primum Verum Lo ' gicum, unum idemque esse. Qui la critica interpretativa è necessaria, perchè qui la contraddizione con l' insieme delle altre sue dottrine è pur troppo evidente. Se la rispondenza cai allude il nostro fosse da interpretarsi come pretendono ontologisti e nooplatonici, olla contraddirebbe alla dottrina del conoscere e del metodo; la quale in siffatte ambiguità dee prevalere nel pensiero del critico, come quella che costituisce propriamente l’originalità di VICO. Se dunque in forza del suo criterio la scienza debb’esser frutto d’uno s?olgimonto riflesso e di ricerca e di critica essenzialmente eduttiva, parmi evidente come il rapporto fra r ordine delle cose e quello delle idee, anziché di corrispondenza originaria e di parallelismo primitivo, abbia da essere invece di rispondenza derivata, e di parallelismo riflesso. In una parola: cotesto parallelismo,cotesta equazione, non è un principio, è un risultato. Nel che 11 fliosofo di Napoli, com* era da sospettare, interpreta ed invera il beninteso Aristotelismo, perchè è lo stesso Aristotele quegli che osserva come la radice di tutti gli errori de' Platonici sia per l'appunto la confusione dell'ordine logico con l'ordine dell'essere, e però delle causo reali dell'essere, con lo cause formali della scienza: KW ou TtdvroL o€a tu \6yù» zjporepoiy xaì tVì oÙTc'a vipÓTspx^ {Metaph.). tafisico, considerandoli entrambi come unum idemque. Siamo dunque nel panteismo? ovvero in una dottrina neoplatonica? Intendiamoci. Qual debba essere per lui il Primo psicologico, s' è visto. Or quali han da essere, in armonia con le sue dottrine psicologiche, il primo logico e '1 Primo ontologico? Il Primo logico sarà, né vi cape dubbio, un principio mediato, risultante, secondario, cioè posteriore al Primo psicologico. Se infatti il processo della psiche s' attua ingradandosi in pili gruppi di facoltà componenti fra loro un organismo; e se il processo conoscitivo importa una serio di leggi atte a governare le diveree funzioni, che vuol dire le facoltà stesse avvisate in relazione co' loro prodotti (rappresentazioni, fantasmi, concetti, nozioni, idee, giudizi ec.); avviene che come, data una funzione, è già beli' e dato logicamente il suo prodotto e quinci una serie di leggi che ne regga lo^'svolgimento; così, posto il Primo psicologico, non potrebbe a verun patto mancare il Primo logico. Ora se il Primo psicologico è V essere indeterminato, eh' è dire il Nov; potenziale, in quant' è luce metafisica; quale sarà il Primo logico? Non altro che l’essere nella sua prima determinazione riflessa: l'essere in quanto ideale; il quale perciò suppone, sotto il riguardo cronologico, il sensato reale, il fatto; stantechè il senso, come toccammo, resti incluso nel circolo psicologico. L'ente ideale adunque è un primo: qui ha ragione SERBATI. Ma è anche un ultimo; uUimo psicologico, e primo logico. Al qual proposito giova notare che ove il Roveretano avesse riguardato a questa maniera 1' Ente possibile, non sarebbe caduto nell'aperta contraddizione di considerar l'essere come ideale^ e come immobile ad un tempo; stantechè se in quanto è luce metafisica, cioè in quanto originario ei non può non essere indeterminato, come ideale invece è mobilissimo, essendo già beli' e determinato, e come tale ci esprime lo stesso moto della facoltà, la facoltà in quanto è funzione. Quale sarà intanto il Primum Verum Metaphysicum? Posto il primo logico e quindi '1 processo della logica e r orditura de' concetti, il lavoro speculativo della mente non può ad altro pervenire fuorché ad uno di questi due risultati: o air essere indeterminato riflesso qual è, per esempio, l’indeterminato secondo eh' è posto dall’Hegelianismo quasi chiave di volta dell'edifìzio dialettico; ovvero all' essere determinato mercè Tartifizio del metodo compositivo sintetico, d' integrcurìone; voglio dire, all'essere pieno, all'essere fornito delle note più eminenti o delle primalità cui sappia poggiare il pensiero speculativo soccorso dall'esperienza. Ora il Primo vero metafisico al quale accenna Vico non può esser l' ente indeterminato inteso come luce metafisica, perchè questa, essendo essenzialmente indeterminata, cioè indeterminata per necessità di natura in quant'è oggetto primitivo della mente, è quindi un Primo psicologico anrichè metafisico. Non può esser neanco l' Indeterminato così detto dialettico al quale, come voglion gli Hegeliani, per un' assclida e subitaifiea astrandone si levi la mente e vi si estingua, e in grazia di siffatta estinzione scoppi la prima scintilla dialettica. E non può essere, sia perchè cotesto Indeterminato contraddirebbe al con* cetto che il Vico ci porge dell'assoluto, sia perchè, frutto d'un lavoro onninamente astrattivo, manca necessariamente d'ogni condizione d'obbiettiva e metafisica sussistenza. Se dunque non è l' indeterminato né come luce metafisica né come posto dall'astrazione, che eoe' altro sarà fuorché l' ente concepito come determinato nelle sue primalità essenziali, l’ente trascendente, il Nosse-Velle-Posse infinUum? Sennonché, per metafisico che sia cotesto essere, ninno vorrà dirlo reale. Donde trarre siffatta determinazione? Forse da un intuito primigenio? Ipotesi! Dal regno de' fatti e della ' Il Primo Hegeliano, dice Spaventa, ò queUo che non ha altra denominanione che di non averne alcuna, {Ddle prime Categ. della Log. di Hegti, Hbqil, Log., trad. VERA) esperienza? Impresa vana! Dalle viscere dello stesso pensiero per astrazione assolila e subitanea? Illusione! D' altra parte, tuttoché entità ideale, non per questo sarà lecito credere che il Primo metatìsico abbia da essere assolutamente astratto, poiché come determinato, cioè come concepito e costruito dalla mente, è pur mestieri eh' e' risponda ad una realtà. Egli dunque è metafisico ma non per questo può cessare d'essere identico al primo logico. Perchè? Perchè da questo appunto lo trae la virtù speculativa. Vico dunque ha ragione: il primum verum metaphysicum è unum idemque col primum logicum, giusto perchè il pensiero vien costruendo l'uno mediante l'altro. Brevemente: egli è metafisico, perchè ha valore obbiettivo; ed è poi unum idemque con l' essere logico e però col Primo psicologico, perchè non è, a dir proprio, una realtà, quantunque per necessità metafisica abbia un riferimento alla realtà. Ma qui si può chiedere: dunque il Primo metafisico non sarà egli né assolutamente reale, né assolutamente ideale, né obbiettivo, né subbiettivo? Precisamente così. Non è l'una cosa né l'altra, ma è r una e l' altra insieme, stantechè sia potenzialmente infinito. E poiché come infinito potenziale non è perfetta conversione di sé con sé medesimo, però fugge, quasi diremmo, sé stesso. EgU è, in somma, un essenzial conato; e come tale non può non riferirsi necessariamente ad una realtà, e in questo senso possiede natura metafisica. Dico necessaria tale oggettività, perchè il Primo metafisico, quando sia determinato dal pensiero speculativo, non è altro che la stessa triplicità psicologica, ma riguardata nella sua universalità. Che cos'è mai cotesta triplicità universale? È mentalità in sé, è dialettica in sé, è oggettività in sé. Ella dunque non può esser considerata nell' individuo, ma fuori dell' individuo, in un soggetto appo cui le primalità dell' essere si convertano e compenetrino: il che è davvero impossibile nell' individuo, come quello che non è il pensiero (voùc) ma la facoltà del pensiero (vouc ^wa^ust) secondo la sentenza aristotelica. Se il Primo metafisico, inoltre, fosse indeterminato, non avrebbe alcun opposto, quantunque serbasse distinzione come oggetto di pensiero. Al contrario éoncepito come determinato, e' tosto diventa obbiettivo ; e così da Primo vero metafisico assume virtù di Principio metafisico. Or che cos' è questo principio metafisico? Che cos'è la realtà alla quale ei si riferisce? È l'Assoluto: ma l'Assoluto che è davvero assoluto, come appresso mostreremo. ÀR1ST., De An.t li, iv. Cfr. anche la Metaph. Secondo l'interpretazione che noi qui abbiam dato alla sentenza del Vico 8i può dire che il Primo Metafisico, essendo il vero in attinenza col realtf sia il fatto, cioè il fatto del pensiero speculativo, il fatto della scienza che convertesi col Vero assoluto, il quale, come vedremo, è il primo fatto per eccellenza. Accade perciò che il Primum Verum Metaphysicum debba riguardarsi come anello di congiunzione fra la Logica e la Metafisica; ond'ò che fra queste due scienze, anziché esserci quella mediazione Hegeliana la quale in sostanza ò una compenetrazione assoluta, ci è invece conversione; e la conversione esprime non già identità nella difTerenza, ma identità e insieme differenza. Vi è, in altro parole, medesimezza di legge, di forma, e qnìndi continuità ideale; ma ci è pure differenza, differenza essenziale, differenza di contenuto, e però intervallo retde. Ecco perchè il Vico, svecchiando un principio aristotelico, afferma: « Qìullo eh* è metafisico in quanto contempla le co»e per tutti i generi delV eteere, la steesa è la logica in qwanto considera le cose jìer tutti i generi di eignificarle. Questa relazione fra la Logica e la Metafisica fu dal nostro filosofo incarnata sotto forma simbolica nella IHpiniura ; e nell' Introduzione alla Scienza Nuova la venne determinando nel concetto del M(»ndo DILLE Menti r di Dio. Menti pensiero spirito, e perciò Psicologìa Logica e Ideologia, come vedemmo, formano tutt*un processo. Un processo ha da essere anche l’Assoluto. Ma le Menti e Dio formano anch' essi un processo, un organismo, un Mondo: in quanto che fra que'duo termini ci ha da essere conversione. Questo tutto organico lo dicemmo proceeto ideale per parte del primo termine, cioè delle Menti, nel senso che ha da essere mediazione razionale, conoscitiva. Perciò Primo vero metafineo e Principio metafinco. Logica e Metafisica, Menti e Dio, compongono un Mondo; un Mondo superiore a quello della Natura nonché a quello dello Spirito, inteso questo come sviluppo isterico, come storia che è Vita Humani Qeneri, Dal tutt' insieme quindi si vede come il suo Primo Vero metafisico non sia nient' affatto una vuotaggine, un’entità formale e puramente astratta. È la sua luce metafieica^ non già indeterminata, anzi determinata mediante sé stessa; determinata mediante il processo eduttlTO. È il risultato estremo del Noùc attuale e Veniamo al vivente rappresentante del Neoplatonismo in ITALIA. L'illustre ROVERE ha visto la necessità d'imprimere novella forma e rigor logico alla dottrina platonica della conoscenza, modificando la teorica di GIOBERTI, e correggendo quella del Rosmim'. A spiegare perciò l'elemento universale del pensiero ei si raccomanda alla solita àncora di salvezza, l'Intuito del l'Assoluto, ma con l’interposmone delle idee; le quali per lui somiglierebbero quasi ad altrettanti spiragli ond'alla mente lampeggia la Divinità. Tutto ciò, del resto, non toglie eh' egli abbia da ammettere doppio ordin di conoscenze, percezioni e intellezioni, assai diverse fra loro e pur fra loro collegate per via di rappresentansia. Ma non potendo intrattenerci a riassumer le ragioni sopra cui si regge cotal dottrina, ci ristringiamo a far poche osservazioni guardandola segnatamente sotto l'aspetto psicologico. Due ne sembrano i difetti principali: l’nvocare l'intuito dell'Assoluto nello spiegar l'elemento universale della conoscenza; 2** non dimostrare per che mai ragioni l' ordine delle percezioni abbia a rispondere a quello delle intellezioni. Se ne l'intellezione, come vuole il Mamiani, può rampollare in modo alcuno dalla percezione, uè questa ci ha che vedere con quella tuttoché entrambe devano esser congiunte in armonia; la dottrina psicologica del rifleASo; epilogo della scienza psicolo^^ica, e però Defìnwione e Principio della Metafisica. Or la luce in quant’è oggetto del Noù; potenziale no! la dicemmo metafitioa perchè, quantunque superiore al sensOf è nondimeno po9ta da natura, ò originaria, e quindi essenzialmente obbiettiva. La conclusione dunque parmi chiara: Primo pticologico, Primo logico' e Primo vero metaJUioo non sono tre entità ruote e formali, giuochetti d'astrazione, indovinelli da algthritiij come direbbe lo stesso Vico, ma sono tre anelli d’una medesima catena, tre momenti dinamici d* una medesima energia essenzialmente obbiettiva. Questa (per concludere contro i Neoplatonici ontologisti) parmi V interpretazione più acconcia del rapportoche il filosofo di Napoli pone fra il /Vìnto logico e’1 Primo vero metafisico, e quindi fra l’ordine logico e l’ordine ontologico. Ogn' altra non riescirebbe a salvarlo dalle contraddizioni col proprio metodo, e tanto meno poi dalle incongruenze con la ragion filosofica positiva. Pesarese parrebbe, come ad altri è parsa, una specie d'alcliimia. Per quanto diverse, le percezioni e le intellezioni hann'a convergere si da appuntarsi quasi due raggi in un centro comune, cKè V unità sostaiìzUàe dello spirito. Or non è questo precisamente ciò che da ventidue secoli va chiedendo il pensiero filosofico: come mai, cioè, se diverse, elle compongono fra loro unità? Abbiamo un intùito di qua, e un intùito di là: la percezione che avvertendo un termine estriìiseco lo apprende siccome forza, e la visione, l'intùito ideale^ che con T interposizione delle idee coglie l'Assoluto. Non siamo già in una forma di dualismo psicologico che fu ed è sempre la pietra d^nciampo d'ogni fatta platonici? Non abbiamo qui sott' occhio Y etemo e gravissimo difetto del Neoplatonismo, la mancanza di processo? Oltre l’alchimia (col dovuto rispetto al grand' uomo) qui veggiamo una macchina a doppio retaggio: senso e concetti, esperienza e luce divina, fatti e Assoluto splendente cui lo spirito inerisce con marginale adesione, e per via di contatto spiìituale. Chi fa tutto ciò? Come avviene tutto ciò? L'illustre di Pesaro ci dice e ripete a sazietà, che fra l'ordine delle intellezioni e quello delle percezioni ci ha corrdaeione ordinata e continua, rispondenza puntualissima^ squisitissima armonia. E sta bene: chi non è scettico sistematico non penerà gran fatto a riconoscere e sentire cotesta e ben altre armonie. Ma quel che ignoriamo, e pur vorremmo sapere, è appunto il motivo di cotesta squisita rispondenza. Or questo motivo, non ci è, o almeno è impresa non molto agevole rinvenirla nelle Confessioni d*un metafisico Perocché s'io ho da coglier l'Assoluto mercè l'idee, o, meglio, se è l’Assoluto quegli che ha da comunicarmele Mamiaki, Con/ftioni d'un mttaJUieOf Idem, eo: € come avvenga che ad una data pereenone rieponda una daUx idea? non già graziosamente, anzi inevitabilmente, quale ne sarà la conseguenza? Sarà che la ragione onde questa 0 cotesta percezione ha da rispondere a quella o quell'altra intellezione, in altro non si potrà occultare fuorché in un vieto occasionalismo, od in una vieta e grossolana armonia prestabilita. Non v'è scampo. No' parecchi cangiamenti cai è andata sogrgetta la mente del Mamiani, sol una dottrina è rimasta immutata nelle sue scrìttnre, e della quale ei si loda più d* una volta. È la dottrina su la percezione, che il nostro egregio amico prof. Ferri dichiara bellissima. Bellissima sarà: ma è altrettanto salda? Forse che Ano SERBATI con r acuta lama della sua crìtica non la ridusse a polvere nel suo Rinnovamento f Intendiamoci bene. La percezione del Mamiani non è senso, e nemmanco, a dir proprio, giudizio. Che cos*ò dunque? È e im intuire V atto involto nella 8en9axione die congiugne in uno due termini^ oggetto eentiio e avvertito come fortOy e soggetto tentenìe. » {Oonfeasionif ; Meditazioni Carte»). Or bene, che è egli mai cotesto intuire? Quar è la natura intima di quest'atto? È difficile averne risposta ben determinata. L'animn, dice il Mamiani più d*una volta, è dotata d^una veduta it^eriore di ti medeaimaj e questa interior veduta è quasi occhio mentalcf pupilla spirituale, anteriore al fatto della percezione. Che cos* è, di grazia, cotest oeeAio, cotesta pupilla, cotesta veduta interiore f È forse un giudizio? No, risponde: che alla funziono giudicativa devq andare innanzi la percezione. {Confeenoni). Che cos*ò dunque? Per quanto altri voglia andar ricercando no' copiosi volumi di questo Neoplatonico, mai non gli verrà fatto ripescarne risposta. Ora a noi pare che tal veduta interiore di si altro non possa essere tranne che un ritorcersi, un geminarsi primitivo, e perciò un insieme d'oggetto e di soggetto, una triplicità iniziale, uu giudizio. Sarà giudizio sui generis; sarà giudino fcUto stnxa riflessione come direbbe il Vico; ma, in sostanza, ò giudizio. Se dunque è tale, non importa un oggetto? Or quale sarà l'oggetto dell' infmor veduta, cioò la luce di queir occhio, dì quella pupilla t V Ente possibile no, certo: e il Mamiani con dialettica stringente e per quattro differenti capi s' accinge a far minare dalle fondamenta la teorica rosminiana, e in parte vi riesce. Che cosa dunque sarà? A quel che ne pare, neanche qui egli risponde. E, checché possa dirne, certa cosa è che so l'anima è davvero dotata d'una interna veduta (la quale perciò è logicamente anteriore alla percezione), a spiegar questa non si può prescindere da quella. Se la cosa infatti non procedesse così, in che maniera la percezione verrebbe capace di trascendere i limiti del puro sensato ? Brevemente: l' Io non percepisce, V Io non avverte un termine esteriore siccome /orsa, senza eh' e' /)ereept«ca e avverta so medesimo. Or che cos' ò il percepire sé stesso, tranne che un atto giudicativo ? Dunque anteriormente al fatto della percezione (com' ei la intende), ci ha da Se non che, la più fresca novità delle Confessioni è r intuizione dell'Assoluto; quindi la invitta prova che ne scende, secondo ROVERE (si veda) Mamiani, su l'esistenza di Dio; quindi la salda costituzione a priori della Metafisica. Innanzi tutto: se cotesta intuizione non è altro fuorché una semplice contiguità, un' adesion marginale del pensiero con l'Assoluto, non è chi in essa non sappia ravvisare quel toccamento spirituale de* Yecchi Neoplatonici, dottrina rinverdita, quindici anni avanti '1 Pesarese, dall'illustre neoplatonico Pomari. Vero è che la sentenza la quale a tal proposito risulterebbe dall'insieme delle sue dottrine potrebb' esser questa: che il suo intùito non sia già un atto originario, potenziale, essenziale, bensì tutt' un ordine d' intuizioni per quante potrann' esser le idee attraverso alle quali avvien che traspaia l' Assoluto. Or s' egli è così (né sappiamo dir davvero s' e' sia così), perché aflFermare più d'una volta, esser necessaria, inevitabile uxìl intuizione perenne e immediata délV Etite sortitaci da natura e dalla essenza dd nostro spirito? * Se l' intuizione dell'Assoluto é un atto essenziale, come potrebbe non esser primitivo? E s' egli é primitivo, non è a reputarsi anteriore logicamente alla percezione? In sostanza, se l’Assoluto é quegli che ^presenta al pensiero, e' s'ha a mostrare fino dal primo atto della mente; la quale perciò sarà mente, sarà penessere qualcos'altro che ne sìa la vital condizione. Evidentemente r acuta pupilla speculativa del Pesarese non s’è profondata nolla natura di siffatta condizione. E puro con quest* alchimia e' non dubita credere d* avere una buona volta composto in armonia 1* antica lotta fra Platonismo ed Aristotelismo ! ' ROVERE dice: « balena con evidenza V intuito cT una poeitiva, immota ed universale realtà^,, indeterminata e inqualiJiiMta e perciò oeeura e non deecrivibile, > {Meditaz, Carte».) Non è egli cotesto V ohbiette intelligibile colto dall* intùito, nulla interpoeita creatura, di che parlano, per esempio, i seguaci di sant* Agostino, e, fra questi, il Fornarì? (Ved. VelV Armonia Univ.). Meditai, Cartee, Questa sentenza, come ò chiaro, è in aperta contraddizione con quell'altra onde il Mamiani afferma e ripete, nulla non v'esser nolla sua dottrina d'innato, nulla di primitivo. Vedi Riep, al eig, dott, Akt», Brentazzoli, Bologna] siero, solo in grazia di chi le sta dinanzi. Ora se il yero, metafisico o no che sia, non è fatto dalla mente, ma da essa ricevuto, evidentemente il Neoplatonismo di ROVERE viene a contraddire alla dottrina psicologica del Vico, rompe contro alle severe obbiezioni mosse al Gioberti, e massimamente soggiace a quella grave difficoltà che Aristotele oppose al suo gran maestro circa la inu* tilità deir esperienza e de' fatti e delle percezioni, posto che il vero e l'universale, in che risiede propriamente la scienza, debba ne' suoi principii derivarci dall'alto e dal di fuori, meglio che dal didentro/ Se non che, ingegno elegantissimo e ricco di vena poetica, questo filosofo spesso indovina. Talora infatti sembra non esser l'Assoluto quegli che determina e significa se medesimo nelle idee; bensì la mente stessa la quale, generando cotesto idee, determina idealmente, esprime e significa l' Assoluto : tanto che non sarebbe altrimenti lo splendor divino che penetrando quasi attraverso gli esilissimi spiragli delle idee ne promoverebbe l'intùito, ma la stessa virtù riflessa ne verrebbe argomentando r esistenza e la natura per necessità eduttiva. Ora solo * AbisTm M«iaph.y Mamianì potrebbe dire: il mio intiiito sta in ciò, che ogn* idea, avendo a significare per propria natura un obbietto, debba importare un' enistenza etema, ed una $peciaU determinazione ddVente aMolìtto e infinito. Accettiamo anche questa posizione. Che cosa ne Terrà? Poiché gli obbietti tignijiecuiei dallo idee non potranno esser altro salvo cho determinazioni ad intra o determinazioni ad extra delr assoluto, sorge la necessità di spiegare se 1* intuito s* appunterà verso le une, meglio che verso le altre. Stando alla dottrina della maboinalb ADS8I0NR e del toecawtento epirituale, V intuito, non essendo un atto penetrativo, coglierebbe le seconde anzi che le prime: e quindi, innanzi ogni altra determinazione dell* assoluto, dovrebbe afferrar quella dell* atto creativo. Or se questo è vero, parmi evidente come la dottrina del Mamiani su la conoscenza non si discosti neppur d*un apice, quanValla sostanza, dalla dottrina di Gioberti, il quale non ha mai preteso che il suo intùito abbia da essere un atto penetrativo. Ma il termine esterno, il sensato (egli dirà) si ha per via di percenone, Ad un acuto Qiobortiano qui non tornerebbe guari difAcile cogliere l’autore delle Oonfe99ioni in aperta contradizione con so medesimo. Nelle Con/e99Ìoni è sempre T Assoluto quegli che s'affaccia ed eccita e promovo lo spirito al pensiero, e solo in qualche luogo (per per cotesta via egli avrebbe potuto correggere il Gioberti, e riconoscere insieme la parte di vero che è pur nelle dottrine Rosminiane. Solo per cotesta via avrebb'egli inverato il Platonismo, e dischiuso fra noi un periodo novello di speculazione feconda, razionale, positiva e, che più rileva, conseguente alla storia della scienza. E solo per cotesta via non sarebbe incappato nella incoerenza di porre l'assoluto come uiroOt^tc, e in un'ora medesima dichiararlo oggetto d'intùito. Perocché se con l'analisi delle idee ci è dato risalire per logica necessità fino a cotesta uttotsjc;, a me pare che una dottrina psicologica 0 ideologica, la quale invochi '1 sussidio d'un intuito, sia un fuor d'opera addirittura. Con ciò stesso avrebbe corretto il valor rappresentativo delle idee, eh' è r altra originalità cui pretende il Neoplatonismo di ROVERE. Quale attinenza è mai fra l'idea e l'ideato? Non quella di somiglianza come han creduto balordamente i Malebranchiani, egli risponde; ma si quella d'una vera e propria significazione. Eccolo dunque anche qui, senza addarsene, alla famigerata wa/jo^ix platonica tanto invocata da Gioberti nella sua prima maniera di filosofare. Nel che il Pesarese, anziché progredire, è rimasto molto indietro all' autore della Protólogia nella quale, com' é noto, il concetto della piOiSi; rivelasi improntato d'una forma novella, e, fino a certo segno, originale. Ma lasciando stare del regresso e dello scadimento notevolissimo che nella specuhizione italiana ci segnano le Confessioni d' un metafisico ove si ponga a riscontro lo dottrine del ROVERE (si veda) Mamiani coll’ultima forma cui s' era levato r ingegno potentissimo del Gioberti, è bene qui accennare un'ultima osservazione su l' attinenza che il pesarese pone fra le intellezioni e il loro obbietto) fa trasparire la nuora tendenza cni allodiamo. Ma noU* opuscolo dì risposta ni BONATELLI (si veda) (Bologna) questa tendenza è pid chiara, tuttoché manifestata foggevolmente e forse Inconsapevolmente. Dico inconsapevolmente perchè nelle Meditazioni rinnovate e* ricasca nella solita presenaialità, nella tolita marginale ndenone^ come ci attestano le sentenze qna dietro riferite. Le idee importano il divino, egli dice; poiché non sono fuorché altrettanti simboli, altrettante significazioni dell' Assoluto. Se questo è vero ne segue che, in quanto simboli e segni, elle non avran valore infino a che cotesti simboli non siano intesi e interpretati. Macome la mente potrà giugnere ad intendere e interpretare siffatti segni? Mercé l'ordine delle percezioni. Or bene, se l' idea non basta a significar sé medesima né a farsi intendere da sé, evidentemente per noi ell'é come un chiaror confuso, vago, indeterminato, insignificante, e quindi al tutto inutile alla scienza. D' altra parte, se l' ordin delle percezioni é di sua natura cosiffattamente limitato da essere incapace a darci r universale, non potrà non riescire anch' egli d'ingombro inutile alla mente. Si dirà di poter superare il fenomeno e attinger la scienza mercé il connubio dell'ordine percettivo con l'intellettivo? Questo é per l'appuntò ciò che pretende il Mamiani. Ma, se eoa fosse, non vedremmo ad assomigliare il regno della scienza e delle idee a quello di natura e delle fisiche efficienze, ove se a due cavalli non vien fatto di tirarsi dietro un carro vi potranno benissimo riescir quattro? Mamiani afferma non dimostra la platonica 7ra/)0Tc«: afferma, non dimostra la platonica xotvwvèa. E per tutta dimostrazione ci annuns^ia che l'idea é significativa, perché? perché havvi un obbietto nel quale debb' ella necessariamente terminare.Or in che modo legittima egli cotesto obbietto? Lo legittima, come s' é visto, dichiarandolo presente^ ponendolo presente! Questo é proprio il nocciolo magagnato del Neoplatonismo. La preserunalUà dell'Assoluto è un'ipotesi, un'affermazione arbitraria: ecco tutto.Corte dottrine di ROVERE ci ricacciano addirittura fra i Plotino, i Proclo e gli Ammonio, appo cai facilmente troverebbe riscontro il sno concetto del Bene. E chi pigliasse poi a rovistare attentamente nelle antiche scuole, per esempio nel vecchio e anonimo autore della Teologia (Rayaibson), potrebbe ritrovar più che un germe della dottrina sn \*influxu$ divintu che neir Arabismo e anche nella Sco[Concludiamo. Noi abbiam dovuto fare una critica rapidissima del Neoplatonismo italiano considerandolo segnatamente sotto l'aspetto psicologico, perchè i tre filosofi di cui abbiamo toccato ci rappresentano le posizioni più serie, le forme principali ond'il Platonismo crede attinger l'obbietto metafisico. Rosmini è il meno dommatico, il meno arbitrario, il piii positivo e quindi il meno platonico fra tutt' i platonici. Egli pecca nel porre l' essere della mente come ideale; e lo sbaglio di siffatta posizione vale a spiegarci le contraddizioni in cui spesso ha inciampato nella psicologia, nonché le gravi manchevolezze nel suo disegno ontologico su le tre forme dell' Essere. Assai piii di SERBATI pecca GIOBERTI nella dottrina psicologica affermando l'essere come reale e, che più monta, come recde determinato. Non meno di GIOBERTI e di SERBATI pecca ROVERE ponendo cotesto reale come infinito in se, e come presente al pensiero mercè l' interposizione delle idee. Si direbbe dunque che il Neoplatonismo italiano, in questi tre filosofi, abbia progredito su la via dell' a priorismo e dell' iperpsicologismo. Essi han dato tre passi, ma indietreggiando sempre più; perchè con l'esagerare l'esigenza platonica han trascurato l' esigenza aristotelica, tuttoché ciascun d' essi abbia creduto d' aver impresso oggimai un accordo definitivo fra' sistemi de' due vecchi filosofi. L'ultimo segnatamente, il Mamiani, mostra d'aver progredito assai più di SERBATI e di GIOBERTI in questa via. Sotto certi rispetti, infatti, il Neoplatonismo del Pesarese par che confini col Teologismo: talora anzi vi si confonde, chiunque ripensi a quelle cinque differenti maniere (oltre la sesta della comunione ideale ond' abbiamo parlato) mercè cui egli stima debbansi attuare gV influssi divini. E Dio che crea l' anima, e la fa esistere. Ma è anche Dio che le fa intendere presentandosi a lei attraverso le idee. È Dio che le fa ammirare il bello, e incarnarlo. È Dio che lastica tien luogo del processut.Vedi lo stesso Rayaisson. Vachebot, Hi8t, critique de VÉcole d'^Alexandrie, T. II, iv.) le fa operare il bene e la virtù. Che più altro? È Dio perfino che, disponendola ineffabilmente, la eccita, la trae all'adorazione. È proprio il regno di Dio su questa nostra terra 1 E Y illustre Mamiani potrebbe oggi ripetere le pietose e calde parole del Malebranche: 0 Dieu! exaucez ma prière, après que vous Vaurez formée en mai! Capitolo Ottavo, continua lo stesso argomento. {Critica del NeoarigtoteUsmo), Notammo come il principio del conoscere metafisico immediato ponga radice, per dirla con le parole di Hegel, nel rapporto d' un nesso primitivo ed essenziale fra il pensiero e T Assoluto, fra il soggetto e T oggetto/ Àbbiam visto come il Neoplatonismo italiano moderno propugni questa connessione sotto tre forme più o manco razionali; e come abbia quindi a tornare assai difficile al Rosmini, e molto più al Gioberti e al Mamiani, li potersi difender dair accusa di panteismo ideale. Gli estremi si toccano anche qui. Con la teorica dell' intuizione e deir immediatezza i nostri Neoplatonici riescono, checché se ne dica, a' risultati cui perviene la dottrina della mediazimie propugnata dagli altri nostri viventi filosofi, seguaci caldissimi dell'Idealismo germanico. Dicemmo qual sia la doppia esigenza onde il Neo-platonismo si divaria dal Neo-aristotelismo quant'al conoscere metafisico. Per la natura istessa di questa doppia esigenza avviene che, come nel primo, cosi pure nel secondo indirizzo sono possibili più forme, più maniere, più metodi, sia che si tolga di mira il modo con che si crede poter attinger l'assoluto, sia che il risultato ultimo a cui si potrà giugnere. Non « Hegel, Log. volendo tener conto di quella vieta e volgar maniera di mediatezza che, quantunque sotto aspetti differenti, fa sempre un salto mortale quando presuma levarsi dall'effetto alla causa e dal dato alla condizione del dato; possiamo ridurre a due le forme più generali e comprensive di tal mediazione. Esse, al solito, risalgono a que' due estremi in che dicemmo sdoppiarsi r Aristotelismo: perchè anche nella quistione metafisica il primo di cotest' indirizzi ci è oggi rappresentato dal Positivismo e dal Materialismo; l'uno affermando, nulla mai non potersi conoscer di metafisico, e l'altro innalzando a dignità d' assoluto la stessa materia, senza legittimarne menomamente il concetto. Il secondo poi vuol essei^e anch' egli avvisato sotto doppio rispetto, potendo assumere due forme che, per due differenti ragioni, rivestano entrambe carattere iperpsicologico. Si può infatti mantener la posizione d' un. immediato irradiamento per virtù d'un principio superiore, generale e comune e s' ha uq indirizzo averroistico; il quale, benché storicamente sìa come un virgulto sbocciato nel giardino dell'Aristotelismo, può siffattamente svolgersi e grandeggiare, come nel fatto è avvenuto, da toccarsi e talora confondersi col Neoplatonismo. Ma, d'altra parte, può assumere forma squisita di scienza, e s' ha, come ne' tempi moderni, una delle tre maniere dell'Idealismo germanico appellate subbiettiva, obbiettiva, assoluta. Sennonché è da notare come fra tutt'i sistemi quello dell'assoluta identità serbi '1 distintivo d'esser naturalismo e ipei-psicologismo insieme, e racchiudere, co' molti pregi, i moltissimi difetti dell'uno e dell'altro indirizzo. In metafisica l'Hegeliano è iperpsicologista. Perocché quantunque non attinga l' assoluto per opera d' un intuito e d'un'immediata visione più o meno spiccatamente neoplatonica, dice e crede mostrare di poterlo cogliere quasi d'assalto, come toccammo, cioè per stibitanea ed assoluta astraeione dd pensiero puro. Dice e crede mostrare di poter dedurre a tìl di logica la dialettica che per lui costituisce la chiave di volta d' ogni scibile e d' ogni ordine di realtà.. Anch' egli dunque trascende; e però anch' egli vizia l'esigenza d'un positivo e severo psicologismo. Ma, oltreché iperpsicologista, l'Hegeliano è anche naturalista. Checche se ne dica, la sua logica obbiettiva, la dialettica intrinsecata e compenetrata con la stessa metafisica, non è altro alla fin delle fini che imitazione e ripetizione della stessa natura, delle stesse leggi di natura, tuttoché ridotte al grado più universale e squisito di trasparenza ideale, pura, assoluta, per cui la forma costituisce lo stesso contenuto, e viceversa. Il perché se l'Idealismo assoluto, come altrove notammo, è stato detto con felice espressione esser l’àlgebra dd naturalisino, con altrettanta verità può dirsi essere un' algebra della psicologia, del pensiero e delle idee; tanto che ci sarà lecito designar come indovinello d'algebristi (direbbe Vico) quell'assoluto che gli Hegeliani con miracolo non mai visto fanno venir fuora dalle nebbiose alture della dialettica. Possiamo dunque affermare che Positivisti e Idealisti assoluti oggi rappresentino gli estremi indirizzi dell' Aristotelismo. E queste due forme neoaristoteliche, tuttoché fra Joro si differenzino toto cedo nel metodo e nel concetto della scienza, nuUameno si toccano ne' risultati, massime in quello risguardante il valore e '1 destino dell' umana personalità. Chi tien conto della necessità d* ìndole tutta fisiologica ed empirica secondochò è intesa da' positivisti e da* niaterìalisti, e della necessità tntta dialettica ideale assoluta com'è concepita dagli Hegeliani, tosto 8* accorgerà d' un* altr’ attinenza fra queste due tendenze della moderna speculazione. Il dinamismo noli* essere, nelle cose, nella scienza e nella storia, sparisce cosi per 1* una come pet 1* altra dottrina. Meccanismo ideale, come dicemmo, e meccanismo fisiologico e materiale: necessità logica e formale, e necessità empirica e meccanica; ecco tutto. Oggi dunque potremmo affermare dell'una e dell'altra scuola ciò che Aristotele diceva de' pittagorìci e de' platonici: 'A).Xa yiyovi roì fiscBrifixrcx. To?c vvv >j ^tXoao^ia {Metaph.) Cosi Hegeliani e Positivisti, come avvertimmo nella Introduxione, tuttoché movano da due punti Uh loro interamente diversi ed opposti, riescono pur nullamanco fid una medesima legge. E come al Platonismo primitivo tenne dietro la scuola di Rifacciamoci da' Positivisti, i quali, ove discoiTono intorno al problema del conoscere metafisico, non mostrano quella serietà scientifica della quale non pertanto vanno lodati quando parlano de' principi! metodici da applicarsi alle scienze. Quant' al problema d'una realtà metafisica e' non sofirono d'esser messi in un fascio con gli scettici sistematici e co' nullisti; e, davvero, non han torto. I Positivisti infatti ci parlano d' un Inconoscibile. Dunque essi confessano V esistenza d' un obbietto trascendente. Ma come legittimano cotest' obbietto? Come ne determinano l'idea tosto che ne parlano? I Positivisti francesi ne discorrono, ci piace ripetere anche qui la frase, come d' un oceano immenso doni la daire vision est amsi salutaire que formidable.* I Positivisti inglesi poi ci porgono un concetto più determinato di cotesto Deus àbsconditus, àicenàoìo potenza, forzc^ di cui V universo è simbolo e manifestazione} Il positivista francese qui, com' è evidente, s' addimostra pili positivo, 0 meglio, più negativo dell'inglese, e quindi più timido, più circospetto, più scettico di di Speusippu cbe radiò addirittara il numero ideale (yortroc, sc^yjtcxo;) sostitueodoTì il nunioro sensibile appunto perchè queir idea come astratta e generale parevale cosa inutile (Arist. Metaph,, Rataibbon, i!^>eu9ippe); parimente oggi Positivisti e Materialisti, in luogo dell* /iea, pongono' II Fatto e la Materia; e cosi mentre negano V Idealismo assoluto, mostrano d'arer con osso doppia ed intima relazione, una storica e l'altra teoretica. La storia del pensiero filosofico progredisce, non v'ha dubbio: ma anche nel progredire si ripete. Ecco qua -una prova, chi vuol vederla. E. LiTTBi, A, Comte et la Phil. Poeit. Per quanto negativo, nullameno questo concetto del Littré su V Assoluto è una correzione deir idea del Orand' Eetere intorno alla quale con tanta vuotaggine avea finito per arzigogolare Comte. Spencer, Firft Prìnci^ee^ Alcune idee di questo scrittore su V obbietto metafisico superano quelle di St. Hill. L’Autore del Sietema di Logica parla del soprannaturale, come notammo in altro luogo, da schietto formalista, senza poterlo quindi legittimare in altra guisa che per empirica credenza. (Ved. A, Comte et Le Potitivitme) La relatività del eonoecere per lui non è, a dir proprio, quella di Spencer, e neanche quella de* Positivisti francesi. Vedi il novero eh* egli stesso fa de’diversi modi con che può intendersi la relatività della conoscenza nella PhiL de Hamilton, ed. cit. e. I. fronte alla scienza: ma le contraddizioni in che restano entrambi avviluppati son le medesime. Anch' essi infatti, i Positivisti, obbediscono e rendono omaggio al bisogno speculativo che punge ed eccita continuo il pensiero filosofico, stantgchè non solo riconoscono la realtà d' un oggetto trascendente, ma lo determinano, lo pongono, lo specificano in qualche modo. Che cos'è, per esempio, l'Inconoscibile onde ci parla l'illustre Spencer? È il fondo occulto delle religioni, e insieme l'estremo termine a cui riescono le scienze. Le religioni pongono tale obbietto per virtù d'istinto: le scienze lo subiscon per legge del proprio svolgimento. Tra fede e ragione, perciò, non v'è antagonismo: l'Inconoscibile n'è l' obbietto comune. Conciliarle dunque è possibile, tosto che s'abbia diffinito le idee madri onde scienze e religioni sono inviluppate. E poiché le une in sostanza Aon fanno che riconoscere ciò che le altre contengono ed esplicano istintivamente, ne segue che lo spirito umano' per mezzo della scienza perviene là ond' egli stesso era partito con la fede, cioè all'Inconoscibile. Il pensiero del filosofo inglese è chiaro e spiccato, ma non altrettanto vero. Innanzi tutto: perchè le religioni e molto più le scienze non potranno pervenire a render conoscibile in alcun modo l' Inconoscibile di cui pur confessate la realtà? Forse che tale impossibilità, ripetiamolo, non contraddice apertamente all'attività critica del vostro pensiero speculativo, alla stessa esigenza del vostro metodo critico e positivo? Non dubitate affermarlo esistente cotesto Inconoscibile. Giungete anzi a determinarlo come forza di cui l’universo è manifestojsnone. Or bene perchè non dare un altro passo? Perchè non ispecificar l'attinenza eh' è tra l'Inconoscibile e '1 conoscibile? In altre parole, domandiamo: col porre i termini, non siete già nella necessità logica di mostrarci in qualche maniera la relazione di essi, dirci quale attinenza interceda per avventura tra la forjsfa e la sua manifestazione, quale sia il vincolo che annoda insieme la potenza e l'universo onde quella potenza è simboleggiata? Brevemente: siete qui in una forma di panteismo, o di teismo? Il Positivista non risponde; e pur dovrebbe: dovrebbe se davvero amasse mostrarsi ed esser positivo. Inoltre, l'Inconoscibile onde move la fede, e Finconoscibile cui giugno la scienza, dice lo Spencer, sono una cosa. Ma perchè? Perchè col prodotto confondere due facoltà fra loro diverse? L'Inconoscibile della fede incontra un limite invalicabile in questa o cotesta intuizione particolare in cui l'Assoluto è compreso dal sentimento religioso appo un dato popolo, e presso una data civiltà. L' Inconoscibile delle scienze, invece, è l' inconoscibile di ragione; e, come tale, non può restare perpetuamente indeterminato, pel solito motivo che, ove rimanesse cosi necessariamente, l' indagine positiva annullerebbe sé stossa; e annullerebbe sé stessa perchè r esigenza critica non sarebbe altrimenti un' esigenza invitta, naturale, un irresistibile e crescente bisogno speculativo. Ora se il contenuto della fede è condizionato ad una forma speciale; se per la natura stessa della funzione psicologica ond' ei rampolla riman chiuso e quasi cristallizzato nella particolarità d'un sentimento: perchè, domandiamo, voler condannare alla medesima sorte l’Inconoscibile delle scienze? Perchè così inesorabilmente pretendere di segnare i confini alla ragione ponendo limiti all' attività del pensiero speculativo, eh' è pur la forza più libera dell'universo? Non è anch' ella, cotesta, una forma di dommatismo? 11 PositiTÌsto dirà: tosto che voi pigliate a determinare Vlitcono9cihile, siete già beli e uscito dalla scienaa^ e cadrete nella metafisica. verissimo: questo accade, e questo appunto deve accadere. Altrove mostrammo come ciascuna scienza, come tutte le scienze, riescano inefftcaci nel tentare la soluzione di certi problemi, segnatamente nel determinare il concetto dell’Assoluto. Il Positivista che è tutto scienza e solamente scienza, da una parte ha paura della speculazione, mentre dall* altra sente il bisogno di determinare in qualche modo cotesto assoluto, e lo determina, per esempio, alla maniera di Spencer o del [Concludiamo quant' a’ Positivisti. Il Positivismo gallico rispetto al conoscere metafisico ci dà un Immenso indeterminato; un Incondizionato reale, il positivismo inglese poi, facendo un altro passo, determina vie più cotesta ignota realtà, e giugne ad affermare che le forze, la materia, il movimento, la vita e l'universo non siano fuorché simboli e rappresentazioni. Altre affermazioni d'altre maniere di Positivismo che pongano T assoluto senza penetrar nel regno della metafisica^ io non conosco;ne, a dir vero, sono possibili.* Littré con offesa apertissima della logica. Ora, chi non voglia offendere non pur la logica ma neanche il hnon senso, e insieme salvarsi dalla contraddizione, dove altro può penetrare, uscendo dal regno delle «ctetue, fuorché in quello della tiietajUiea^ ma della metafìsica intesa non già come scienza/>rtma, anzi ultimaf Determinare in qualche modo la Potenza di cui r universo è manifestazione; specificaro questo Immento formidàbile e pvr •alutare oltre cui non sa penetrar rocchio dello Scienze ma della cai realtà nessuno che abbia mente sana potrà dubitare; cotesta impresa, diciamo, non è né impossibile nò puerile, altro che per gli animi volgari, incuranti e stupidi. La relatività nel conoscere non ò muro di bronzo; non è oceano assolutamente sconftnato. Il conoscere metafìsico è possibile; ma ò possibile come aesolato e come relativo insiememente. È a«eolutOf nel senso che salva il pensiero dal nullismo metafìsico; ed è relativoj nel senso che non istringe la mente entro la rigida catena d* una formola sistematica. Se intanto ò vero, come dice Spencer, che tra V Inconoscibile delle religioni e V Inconoscibile delle scienze non esiste antagonismOy no viene che, fra gli altri fini, la speculazione metafisica debba pre» figgersi anche questo: trasformare la fede, interpretar la credenza, porre a nodo il germe delFidea che pure si s voi ve attraverso le produzioni mitiche, superare il sentimento riducendo l'immaginazione a ragione secondochò richiede il processo psicologico, e siffattamente porgere guarentigie sperimentali all'inveramento della scienza mercè le applicazioni storiche in generale. In questa rapida critica su la tendenza metafisica del Positivismo non abbiamo tenuto conto dell' Umanismo di FRANCHI, e del suo Dio ddV Umanità che nega il Dio detta Bibbia {Razionalismo del popolo, Ginevra), e neanche del Fatto della vita, àeW Istinto ài cui parla FERRARI {Filosofia della Hivol.), perchè non ci paion concetti scrii, né degni di critica seria. Quando s' è detto che il Dio Umanità^ che la Vita della storia con tutte le sue leggi non sono che due fatti i quali perciò abbisognan d'una spiegazione, s'è detto tutto. Ora a cotesta qualsiasi spiegazione non sanno e non vogliono accostarsi questi due arditissimi scrittori per paura della metafisica; e però non sono positivisti, L' uno è critico, non Criticista, com' egli pretenderebbe giacOr bene, la filosofia positiva, la speculazione razionalmente positiva, accetta, deve accettar l' una e V altra posizione de' Positivisti inglesi e francesi, perchè ci rappresentano entrambe uno sforzo di metafisica, perchè sono entrambe un preludio alla metafisica. Se non che esse sono una metafisica incosciente, una metafisica negativa, perchè sentono ma non soddisfano l'esigenza speculativa. Come dunque soddisfare all'esigenza davvero positiva nella speculazione trascendente? Evidentemente bisognerà appagarla superando il negativo, superando quel sazievole non so, quel non mi preme sapere quel non si può sapere che ad ogn' istante e con incredibile noia ci ripetono i Positivisti, ma nel medesimo tempo restare nel positivo. E qual è il positivo in metafisica? Lo dicemmo già, e lo ripetiamo: schivare gli estremi; perocché il nemico mortale della positività metafisica son le colonne d'Ercole del tutto sapere, e del nulla sapere metafisico. Se quindi la vera filosofia positiva ha da accettare quel che il Positivismo ci dà e nel medesimo tempo superarlo in forza dello stesso metodo positivo, deve accogliere l' esistenza che il crìticista, il vero Kantiano affinchè sia tale, dehb' esser tutto d*un pezzo, dero accettare anche i sommi pronunziati della Ragion Pratica, Ausonio dunque è un puro critico, un critico sottile, è il doctor mbtilissimwi de* dì nostri, abile scaltri mai a trovare il pel neir uovo neMibri altrui, ma non così nel dare una dottrina, una teorica propria, fosse pur la teorica del giudizio. FERRARI invece è scettico sistematico meravig^lioso nell’accatastare erudizione come nel distrugger sistemi, ma nullista in metafisica al pari d’Ausonio. Costoro perciò son fuori d’ogni forma di platonismo e d'ogni forma d'Aristotelismo; e se ne vantano; e se ne gloriano: e si sortano pure! Ma non sono fuori della storia, chi sappia che cosa voglia dire storia della scienza e della filosofia. FRANCHI e FERRARI hanno esercitato fra noi quella funzione, parte benefica e parte malefica, che viene esercitando lo scetticismo in certi dati periodi storici; funzione al tutto negativa, ma necessaria. Ma la storia dovrebbe insegnar loro due cose: che il l)Ì80gno speculativo è uu gran fatto, e che la possibiltà d' una metafisica positiva non è un sogno. A questi critici e scettici, di cui fra noi oggi non è penuria, opponiamo un dilemma invincibile do) BERTINI su la possibilità di rintracciare un principio metafisico. (Ved. La\ FU, Greca prima di Socrate, esposiz, storicocritica) d' un* ignota realtà in quanto è Potenza e virtù dell' universo, ma legittimarla. Così il metodo positivo, assumendo valor critico e razionale, non più sarà l'esagerazione d'uno de' due estremi indirizzi dell'Aristotelismo, ne contraddirà'altrimenti alla sua posizione media, anzi varrà a confermarla, ad inverarla, ad esplicarla sempre più.* L'opposto indirizzo del Neoaristotelismo dicemmo esser THegelianismo. L'Hegeliano si oppone al Neoplatonico, perchè non accetta veruna sorta d' immediatezza nel conoscere metafisico. Si oppone al Positivista e ad ogni maniera d' empirismo, perchè non può accoglier la nozione d' un assoluto portoci dalla coscienza volgare, empirica o dommatica ch'ella sia. Qui egli ha pienamente ragione. Ma qual è la sua via? Qual è il suo metodo? Dov'egli mira? L'abbiamo detto: l'Hegeliano riconosce l' assoluto, ma lo riconosce ponendolo, facendolo;e lo legittima per necessità tutta dialettica. Lo pone e lo fa non perchè ci è, anzi perchè ci ha da essere; e per ciò nessuno potrà dire eh' e' ci sia prima che il pensiero s'accinga a farlo. Di qui una conclusione singolarissima: Tutto ciò che esiste, è anteriore a quello per cui virtù solamente egU è possibile e reale! Ma non anticipiamo. Che cos' è dunque l'assoluto per i neoaristotelici iperpsicologisti? Là risposta non è sì facile per noi quant' avrebbe da essere per loro. L' Assoluto è il Tutto: è l' assoluta e immanente relazione: è la relazione della relazione: lo Spirito. E così pure ?a in forno T affermazione del Littbì: c qui e»t mitapKyne»«n, iCe»tpa9 po9ÌiivÌ9U; qui ett positiwtefn'ett pa$ métaphyiieien (Princip, de Phil. Ponit. par A. Comte, Préf. d^un ditdple) Noa senza ragione un nostro acutissimo hegeliano (Dr Mris, Dopo la r^aureOf voi. I.) chiama Hegel V ArÌ9ioule moderno. Ma qual ò proprio V Aristotole rappresentato dal filosofo di Stoccarda V Ecco il punto! U nostro valoroso e carissimo professore, questo Oariholdi deW Hegdianimno come altrove r abbiamo chiamato, non ammette che un solo Aristotele, il suo Aristotele! 'L'assoluto, dice un fodol ripetitore di Hegel, non è questo o quello, r identità o la differenza, ma il tutto nella differenza e neil' unità tua, E il conoscere assoluto poi sta nel porre i termini, nel mostrar Sennonché, in cotest' assoluta relazione, in cotesto centro eh' è anche circonferenza, è pur d'uopo cominciare. Da qual parte rifarci? Qual è il Primo? Eccoci nel cuore dell' Hegelianismo: nella più alta e nascosa fortezza dove già da un pezzo la breccia è stata ajiertaper opera degli stessi tedeschi, massime dal Trendelenburg. All'assoluto, essi dicono, si perviene solo per medicunone. Ma» cotesto lavoro di mediazione, come s'inaugura e perchè? A siffatto processo va innanzi un momento d' assóltUa e subitanea astrazione} Col subitaneo astrarre il puro pensiero pone. Che cosa? Pone Vinse, l'Essere, o meglio l'Indeterminato. L'indeterminato non è soggetto né oggetto; non è pensante né pensato: ma è qualcosa oltre cui non si può andare, e senza cui nulla non sarà mai possibile, e mercè cui tutto sarà attuabile: l' idea assoluta, l' etema nozione {der ewige Begriff.y Ecco Vàbsólute Prius, il Vero primo, e però il vero Fatto.* La prima osservazione che qui sorge spontanea è la seguente. Cotesto Indeterminato è cosiffatto, che non si può nemmanco pensare: perocché ove accanto a lui fosse come s* oppongano fra loro, e come e perchè, opposti, si concilino. (Vkba, Introd, alla Log. di ffegel). ~ 1/ assoluto, dico un altro Hegeliano, non è Tldea, non la Natura, non lo Spirito, ma è VldeaNatura-t^rito; la rdoMÌone dtlla relaztotie; VindifferenMa differenxiata indifferentemente (Spaventa, Le», di FU.) Il vero abeolute Priue è 1* attività, il pensiero, lo spirito: non TEnte che come puro essere è PremppoHo cominciamento; ma il Ponente, vero Principio, che ò lo Spirito. FiL. di GIOBERTI. SPAVENTA ne chiarisce il pensiero cosi: Io mi levo aU^eeeere per una riaoluMtone immediata f per un'auoluta a$trazione. {Le Categ. della Log, di ffegd). Hrgbl, Log, voi. I, Jntrod. L* Indeterminato per SPAVENTA è il È proprio uno scherzo, un indovinello da algebristi ! Dunque, mi si chiederà, nel ^an sistema è egli ripudiato V elemento della differenza? Tutt* altro. 611 Hegeliani anzi in ogni lor libro, in ciascuna lor pagina s* affannano a mostrare e giustificar co* fatti cotesta legge tanto necessaria air organamento della dialettica. Ma quanto i Gesuiti non s’arrapinano anch^essi a parlarci di libertà di pensiero e di coscienza? K pure chi non sa come la libertà vera per costoro sia la schiavitù al Sillabo e al Domma, per cui la ragione è libera solo in quanto è assorbita dalla fede? Tal si è il diverso per gli Hegeliani: un fuor d* opera. E* ne parlan sempre, ma alla fin delle fini poi si trovano ingoiati nelr identico. L'alterità che scorge Hegel nel suo pensierpuro è (ripeto la sua frase) ineffabile e assolviamente vuota. Or una differenza assolutamente vuota non è forse indifferenza, cioè non differenza, identità, vuotaggine addirittura? E dato ci sia cotesta differenza, sarà ella di natura metafisica, o non piuttosto logica? E una differenza non metafisica, domanderò, sarà ella vera differenza o non più veramente semplice distinzione? Ecco la ragione per cui l'Idealismo assoluto non può riescire a dimostrare l'oggettività della conoscenza, e salvarsi dal pretto formalismo ond' è tutto magagnato. Che se poi la gran pretensione sta nel volerci dare la scienza assoluta, e 'sarebbe d'uopo, ripeto, che la logica, proprio come logica, fosse la metafisica; talché col far l'una si farebbe anche l' altra, e così potrebb' esser risoluto l' arduo problema dell' oggettività. Invece il più valoroso de’nostri Hegeliani come rispond'egli a questo proposito? Se n'esce pel rotto della cuffia dicendo. Tale oggettività non d un problema logico: la logica ami la presuppone, (SPAVENTA) La presuppone? Mi par di sognare! Se dunque è così, la conseguenza chiara come il sole, almeno per noi imbarbogiti sempre più nella vecchia logica aristotelica, sarà questa: che la logica, grande o piccola che sia, subbiettiva od obbiettiva che si voglia, non sarà e mai non potrà esser quella che ci si vuol dare ad intendere, la chiave, cioè, del grand' edlfizio, il fondamento a priori dell'enciclopedia, la vera metafisica del conoscere. Nò qui vale invocar la Fenomenologia qual propedeutica atta a dimostrare 1’oggettività, come fa' lo stesso Spaventa. Cotesta invocazione anzi è una ragione di più per dichiarar la logica degli hegeliani una tela di ragno. Perchè se la Fenomonalogia ha da esser la propedeutica necessaria della Logica, il processo a priori e assoluto nel costruire la scienza diventerà una parola [LIB. H. della nuova loj^ica, s' è provato a schiacciarlo. Ci è riescito? Un vizio magagna tutta la logica hegeliana, dice anch' egli; ed è vizio d'origine, in quanto che pone radice nelle viscere stesse del momento astratto, e propriamente nel concetto dell'Indeterminato. L'Indeterminato è un equivalente comune dell' Essere e del Non-essere, dell'Idea e del pensiero, dell'astratto e dell'ASTRAENTE. Di fatto, che cosa mai sono cotesto Essere e cotesto Non-essere? Ei son cosa indeterminata; ma non sono lo stesso Indeterminato. Se fossero, la difiFerenza tornerebbe davvero impossibile (difetto radicale dell'Idealismo obbiettivo dello Schelling), perchè avrebbe a sgorgare dall'identità. Che se non fossero la stessa cosa, tornerebbe impossibile il contrario, cioè l'identità. Essere e Non-essere, dunque, sono un medesimo, è vero, ma solo in quanto indeterminati, non già in quanto indifferenti. Essere e Nulla sono lo stesso, ma non come essere e Nulla. Una prima osservazione potrebb' esser questa. Se tra r Essere e'1 Nulla havvi identità e diiferenza; idenYuota di senso, an a priori che non è a priori, e perciò un* ironia, come dlcovamo poco fa. Ancora: se la Logica in cotesto processo a priori ha da pretuppoire la Fenomenologia, ne segrue che l’una di queste due scienze non potrà essere altro che imitazione, ripetizione, copia, copia anche ridotta al grado supremo di trasparenza ideale, ma sempre copia deir altra; e quindi s'intoppa nella solita conseguenza, che cioè la conge?natura dialettica hegeliana, anziché una metafisica, sarà un pretto formalismo, un assoluto soggettivismo. Che se la Logica prewpponendo necessariamente la Fenomenologia non può non essere altro che una copia trasparentissima di questa, non sappiamo dir davvero che cosa gli Hegeliani avranno da opporre al metodo di certi Teologisti i quali pigliano a discorrere della natura di Dio appoggriandosi nelle leggi psicologiche, ricopiandole, ripetendole e trasportando così la psicologia nella teologia. Del resto, sul significato e sul fine e sul valore della Fenomenitlogiat i seguaci di Hegel, com*è noto, navigano pur troppo in opposte correnti neir interpretar la mente del maestro. È d' nopo dunque che innanzi tutto e s’accordino fra loro e ci sappian dire se la Logica sia davvero la scienza madre, la scienza davvero o priori, ovvero abbia da presupporre qualcos'altro dinanzi a sé. In entrambe i casi le difficoltà saranno insormontabili. * Spatbmta, Le prime Categ, ecc. loc. cit. tità perchè entrambi indeterminaéi, e differenza perchè entrambi indifferenti; io domando: cotesto indifferente non è già di per sé stesso un indeterminato, cioè non differente, cioè non determinato? Dìinqne Isl differenza di cotesto indifferente è una parola com' un' altra; un pio desiderio: perocché, ripetiamolo, se l'indifferente è irrélativo, sarà per sé stesso irrazionale, sarà il nulla, sarà il nulla addirittura: quel nulla che, come dice il Vico, non può cominciar nulla, e nulla terminare: vuotaggine, e voragginel Ora piuttosto che dirlo un absclide Prius cotesto Indeterminato, non vuol esser anzi ritenuto come un vero capui mortuum, incapace a costituir la scienza perchè incapace a far cominciare il pensiero?" Sennonché il Professore di Napoli, nel corregger V Hegelianismo, par che voglia uccidere il verme velenoso procacciando mostrare che il diverso ponga radice nel Nulla, ma nel Nulla inteso non già com' essere purissimo, astrattissimo, scioperato, bensì come astraente, come NuHa-pensiero il quale, perciò, non cessa né può cessare d' esser pensiero. Or bene, l' illustre uomo così non risolve, ma sposta la grave difficoltà del Trendelenburg. Egli riesce a mettere un po'di calcina alla breccia, è vero; ma senz'addarsene poi n' apre un' altra non meno fatale della prima, perché l' intrusione del diverso è sempre lì duro a chiedergli ragione di sé. Infatti, s'egli considera l'Essere come un in sé, e considera come un in se anch' il Non-essere; non v' è nessuna ragione al mondo perchè non abbia da riguardare anche come un in se il connubio de' due termini. Intanto che cosa fa il dotto filosofo ? Giusto nel momento che s' hann' a decider le sorti della logica obbiettiva, giusto nell' istante supremo RÌ9p, al Oiom, de* Leti., T, IL. Si dirà: è indeterminato anche il vostro intelli^bile, la {«ce metafisica del vostro filosofo. Verissimo, io rispondo: ma tra il nostro indeterminato e quello degli Hegeliani corre tanto divario, quanto fra un oggetto posto da natura, e quello colto d'oMatto; fra T oggetto originario intuito, e r oggetto afferrato por risoluzione astrattiva. Veggasi quel che s*ò discorso nella sezione in cui la logica dee poter rivestire natura e valore di metafisica, egli cangia bruscamente posizione, e invoca il pensiero, invoca 1' astraente, invoca l’astrazione, e cosi dileguatasi a un tratto V obbiettività, ci fa divagare nel mondo delle pure forme, ed eccoci di bel nuovo ricacciati e ravviluppati per entro alle fitte maglie della tela di ragno! Dunque (mi si chiederà) a voler penetrare sul serio nel regno metafisico, nel mondo delle Menti e di Dio con metodo razionalmente positivo, chg cosa è da fare? Il da fare è manifesto: bisognerà che il connubio de' due termini, cioè il divenire, sia quel medesimo che sono cotesti suoi termini, dal cui annodamento esso dee pullulare. In altre parole, bisogna eh' e' sia da sé, che sia per sé, che sia mediante se. Fa d' uopo, insomma, che r Essere (ripetiamo volentieri la bella frase del Trendelenburg) sia dialettico, ma dialettico davvero, non da burla; dialettico nel verace significato della parola, e quindi atto a moversi da sé medesimo, anche senza il vostro pensare, anche fuori del vostro pensare. Cosi gli Hegeliani potrebbero schivare qualvogliasi intrusione; e così (e solamente così) potrebbero conseguir quella che tanto essi desiderano, la scienza assoluta. Ma questo non ha fatto Hegel; e questo non ha fatto Spaventa benché con tanto acume siasi adoperato a rammendar lo strappo micidiale che con abilità di grande maestro ha saputo operare il dottissimo Trendelenburg nella logica hegeliana. E perciò il sistema delF identità assoluta è, e resterà in perpetuo, come é stato appellato nella stessa Germania, il monismo del pensiero (monismi^ des Gedenkes). Abbiam detto che l' impossibilità di mostrare il principio della difierenza nel regno della logica fa sì che il passaggio al mondo della natura si manifesti arbitrario, illusorio, fallace. L'idea logica, dice VERA, è la Idea cieca, l’Idea senza coscienza né pensiero, la nuda possibilità: in somma é l'Idea, ma non l'Idea dell' Idea. In cotesta imperfezione logica sta proprio la ragione del passaggio alla natura, e quindi la sua legge, e la sua necessità.* Dunque, in altre parole, perchè r inderminato è indeterminato, perciò diventa determinato ; perchè è possibile, perciò diventa reale; perchè è privazione, perciò h posizione. Eccoci alla tt-ostc? aristotelica. Ma dicemmo che la privazione non è negazione, non è vaga e astratta indeterminatezza, non è pretta potenzialità, ma energia, principio positivo, e potenza feconda (to' ^uvarov). Or l’idea dell’Idea di cui parla VERA, è qualcosa d'assolutamente potenziale e d'indeterminato; è una possibilità logica, il to' ev^e^opevov, non già il tò ^uvktov, e quindi, meglio che principio positivo, è negazione d'ogni principio. Come dunque principia e fa principiare? Come passa e fa passare? In-, somma, com'è che diventa?* * Hegel, Log., Introd. n divenirey osserra il medesimo traduttore, compie la a/era ddV E98ere e del Non-esaerey e forma ti passaggio alla sfera ptù concreta dell' Idea, dove per novelle addizioni V Essere e il Non-essere diventanoy o meglio son divenute qualità, quantità, essenza. (Log..) Ma come fatte, da chi Jhtte e perchè fatte coteste novelle addizioni? Data la sfera dell* Essere, del Non-essere e del Divenire, si passa tosto e necessariamente alla sfera concreta del medesimo e del diverso... Ma come si passa? Chi vi dà il diritto d'affermare cotal passaggio? Torniamo a domandarlo: siamo qui fra* contraddittori, ovvero fra* contrari? Siamo fra nn termine posto ed un altro opposto, o non più veramente fra il puro pensiero e il soggetto determinatissimo e vivente che dicesì naturai Per quanto si faccia, la sola relazione logica e la sola necessità logica torneran sempre inefficaci, e però Hegel (secondo la severa critica dello Stahl) non giunge mai ad un mondo reale. Egli passa dal puro pensiero alla Natura perchè? Perchè l'uno dee negare sé stesso ponendo l'altro, l' opposto. Ora il carattere dell'opposto, della Natura, non è la realtà, la sostanzialità, la causalità (attribuiti già allo stesso pensiero puro), ma è la negazione dell'essere sostanziale, reale, causale. Che cosa dunque rimane alla Natura? La semplice determinazione del tempo e dello spazio (Ved. Enciclop). Or per qual ragione si dovrà ammettere che questa natura estesa e temporanea debba esistere attualmente, che, cioè, sia reale e non semplicemente pensata come estesa e temporanea, socondochè ci accade ne' sogni? L'opposto del pensiero puro è la Natura solo come temporanea ed estesa: ma per aver 1' opposizione forse che non basta pensarla come tale? L^ Idealismo oggettivo di Hegel (conclude lo Stahl) non è meno di quello soggettivo di Fichte un puro mondo di sogni: Tunica differenza ì che vi manca ehi sogna, » {FU. del Diritto. A. quest' ultimo e severo giudizio dello Stahl ci piace qui aggiungere quello d' un altro Parlando dell'Idealismo assoluto non possiamo dispensarci dall' accennar poche cose, quant' occorre al nostro proposito, sul suo organamento generale, e su le sue relazioni storiche col Platonismo e con V Aristotelismo in generale. Gli Hegeliani riconoscono che il mondo si svolge per una legge interna anziché per un caso o per necessità ineluttabile e geometrica, come pensano gli Spinozisti ne' tempi moderni, e come pensavano gli Epicurei in antico. L' Hegelianismo racchiude una grande idea; l'idea del processo, che vuol dh-e d'un fine da conseguire con pienezza di coscienza, di libertà, di razionalità. L'Idealismo assoluto, quindi, anziché cieco meccanismo e fatalismo ineluttabile, parrebbe un essenziale e profondo e universale dinamismo. Ma eccoci al punto 1 Al di là della natura, ci si dice, è l' Idea che per ogni conto è indeterminata e potenziale: al di qua poi ci é lo Spirito, eh' é l' Idea dell' Idea. Ora abbiam visto come la Natura non si possa movere per l' Idea, perchè ninno potrà mai dare quel che non possiede. Tanto meno poi si potrà movere per lo Spirito, perchè lo Spirito vien posteriore alla natura, e le si sovrappone. Ck)me dunque movesi cotesta Natura? Per necessità logica. E quale è il fine, quale il motivo ond'é spinta, eccitata, illuminata? La razionalità. Or non è ella cotesta una forma di fatalismo cieco e geometrico che, quant' a' risultati, non si divaria né pur d'un apice dallo Spinozismo? Qual differenaotoreTole scrittore su* difetti sostanziali deiridealismo assoluto. « Non 9% pud leggere Hegel tenxa chieder9Ì ei ragioni ttd terio. Spesso cade ntl fatalismo y nella personificazione, e, leggendolo, par d’assistere alla /ormatone d’una mitologia, alla genesi di un mondo che somiglia qtuilo degli Gnostici, in cui avviene che le idee piglino corpo, marcino^ e subiscano le piti svariate vicende. (SoBRRERt M^langes rf* Histoire religieuse). A proposito della Logica hegeliana poi ci sembra notevole questa sent-enza d*ano che se ne intende, e che per il solito è temperatissimo ne’suoi giudizi: Higd n’a pas renouveU la seience, comme Venthow situme de ses disciples Va parfois prodanU; il Va dénatwée, malgri les avertissements de Kant, et en la faisant la premiare des seiences, ou pour mieux dire la seuU scienoe, U Va tuée, (I. Babthìlkmt Saikt-Hilaibie Logique d^Arisiote, GL, Pré&ce.) za, infatti, fra la necessità dialettica e la necessità matematica, fra lo Stoico l’ Epicureo lo Spinoziano e l’Idealista assoluto fuorché la coscienza, in quest' ultimo, della razionalità, eh' è dir la coscienza e la trasparente visione di cotesta superiore, arcana, invincibile, ineluttabile necessità?^ Quanto poi alle sue relazioni storiche, notammo già come r Hegelianismo distinguasi da ogni altro sistema per la«pretensione di volerli tutti accordare e tutti compiere e tutti inverare. E poiché guardando al modo generale onde si suol determinare il fondamento assoluto delle cose, tutte quante le soluzioni metafisiche possono esser rimenate ai due indirizzi del Platonismo e deir Aristotelismo, così gV Idealisti assoluti, con la dottrina delia Idea e quindi del metodo dialettico, reputano d'esser finalmente pervenuti ad accordare l'esi[Nò Tale che alcuni fra i più intelligenti Hegeliani^ stimando dMnterpretar meglio la mente del maestro, riguardino i tre momenti del processo assoluto, nonché i tre termini del gran sillogismo, come in un sol momeìUo^ cioè nella loro immanenza, nell'attuale ed assoluta relazione, vomire nella immanenza àeWIdea della Natura e dello Spirito dandoci così a credere che cotesta non è altrimenti la metafisica della Idea immobile e irrigidita, e neanche della Mente, e tanto meno poi dell* Ente, ma si la metafisica Tera perchè metafisica dello spirito. Con l’aggiugnere al concetto del processo e del reale divenire quello dell’immanenza, panni che le difficoltà, anziché scemare, crescano. Fra que*tre momenti e que*tre termini, infatti, una relazione caueale è ineyitabile, essendo verità troppo antica ed altrettanto irrepugnabile, che la catua ì per la tua e$9enta avanti V effetto (Twv yàp fiéd^v^ wv coriv l5« xt etrj^oirov xae' o/BOTfjOov, ocva^xacov givat tÒ zrpórspoy airtov t«5v /xct' auro. Arist., Metapk.). E questo principio rlbadiscon oggi per Tia sperimentale tutte le scienze naturali e fisiche, mostrando ad evidenza come la natura fisica, nello svolgimento cosmico, preceda alla comparsa del regno vegetale, il vegetale (secondo alcuni) all'animale, e air animale rumano. Come dunque persistere a farci erodere aW immanenza del ternario f Come scaldarsi tanto per darci ad intendere che V Idea i insieme Natura e Spirito e che la Natura è insieme Idea e Spirito f È metafisica positiva cotesta? o non più veramente un abuso di logica nonché un'ingiuria ai pronunziati più sicuri della moderna scienza di natura? L'opposizione più salda, più seria, più invitta all' Idealismo assoluto la fanno oggi le discipline sperimentali. R pure gli Hegeliani non se ne accorgono! Felicissimi loro! genza metafisica dell' uno, con quella dell'altro sistema. Or è in questo preteso accordo eh' ei si palesano iper-psicologisti per doppio rispetto. Osservammo come uno de' massimi concetti dell' Aristotelismo sia quello del moto; fondamento e sintesi di tutte le categorie, ou xoivóv. Metaph. TóSe yy.p rt tÒ f^soóiievov >? Si xcvyjaiC} ov. Phys,, * Twv a^à^ffwv Z"» e) xévvjo'cc); oX>) ^%p ri zapi fVT£(ai (TXSìpi? ÒLV^p7)T0Lt. Melaph.y ' Tal è, per esempio, il ciottissimo Felice Raraisson, il quale, segnatamente nel 2** yolame dell* opera che noi più Tolte abbiamo citato, si mostra critico assai poco benigno verso le teoriche platoniche nel porre a riscontro la Dùdettiea e la Metajitùsa, E di questo difetto è stato giustamente ripreso dagli stessi francesi fra* quali Janet. {ÉhuL tur la DialecHque dant Platon et dans Hegel, Paris) come nota lo Zeller, che le idee abbiano da esser lo stesso che i sensibili; onde poi la conseguenza su l'inutilità di ciò che Aristotele chiama sensibili etemi, la facilità di rilevare T assurdo delle essente separate,^ il rimprovero su la necessaria vacuità degli eterni parodigmi, e la irrisa e, certo, ridevole mitologia delle idee come reminiscenze d' un' altra vita.* Ora il Platonismo espostoci da Aristotele arieggia, per più rispetti, al sistema dell' assoluta identità: di guisa che ov' altri desiderasse elementi per una severa confutazione della dottrina hegeliana, dovrebbe intendere Platone così come lo intese il suo celebre discepolo e come lo stesso Platone si rivela talvolta nel Parmenide e nel Sofista, e saperne quindi ritrarre gli assurdi. Anche nel Platonismo passato per la trafila dello Stagirita si può dire esser la logica quella che crea il mondo, essendo la nozione, il generale, Punita indeterminata che pone il multiplo. Fra il finito e l'tw/ìnito, fra l' Ente ed il Non-ente, fra 1' Uno e V Altro (rauToi, 5dÌ7spoy) nou ci ha chc uu rapporto di natura logica; sia che si parli di fx^juviacc, sia che di fisOf^ic, ovvero d'una relazione intima ed essenziale emergente "Ere Sol^iisv av aSiivarov ywpc'c stvae tìj'v ouT^av xai OH VI o\J7iOL' wt7« ctw; «y ac cosai ovacat t»v apxyfAOiTta'» oZdOLi X^P**"^ suv. Metaph, Quanto al vaJore della critica Aristotelica cons. lo Zbllkb {Eapo•inone arittotelica ecc.). Vedi anche Tbendblbkbubq come intende i n^ùròc àpt^fAoi {PleUonU de idei» et numerie doetrina ex Ariet. iUtutrata, Lipzia, Stillbaum, Prolog, in Parmenide di VELIA, ove tocca dell* esposizione aristotelica. !. Simon, Étnd. tur la Théodieée de Platon et cT Artet, Cuosiir, note al Tim. dorè Platone è difeso dall* accusa riguardante la causa finale. Jacqitks, Thior. dee Idée* réfutiee par Ariet, Lkvbano, De la Critique et Ice Idéee Platonicienne» par Ariat. au premier liv. de la Métaph. Lrclf.bc, Penniee de Platon preceduti da una Hist. abrégie du plaumieme, Oggimai dunque le interpretazioni e la difesa in favore di Platone sono tante e così evidenti, che la crìtica aristotelica è ridotta ai suoi legittimi confini. Molte obbiezioni Aristotele andò cercando col lumicino; ma alcune reggono e reggeranno contro ogni forma di Platonismo come altrove toccammo, e come vedremo meglio nel prossimo capitolo. dalla natura stessa delle idee secondochè appare nel Parmenide di VELIA. Non è questo il luogo per dire qual possa essere il significato sincero di questo celebre dialogo e quale il metodo più acconcio onde vuol essere interpretata la mente di Platone. Ripetiamo che per lo Stagirita, come per alcuni critici francesi, sembra che il filosofo Ateniese rimonti all' assoluto mercè gli artifizi dell' astrazione, dispogliando le cose de' lor caratteri individuali, risalendo gradatamente a' rispettivi prototipi, e giugnendo così al minimo della realtà, cioè al generale che per sé stesso è cosa indeterminata e vuota.*Ora, dare al Platonismo cotesto valore tornava comodo al discepolo per meglio combattere il maestro; ed era altresì naturale, atteso che il metodo adoperato da Aristotele, anziché iperpsicologico ed astratto, come dicevamo, si palesa essenzialmente psicologico, sperimentale, induttivo nell'ampio significato di questa parola, per cui la sua metafisica riesciva al massimo delle realtà eh' è l'Atto puro. Così ciò che per questi interpreti è il minimum pel malinteso Platonismo, è il maximum pel beninteso Aristotelismo. Questo fa oggi l'idealismo assoluto, ma il fa con quella ricchezza d'espedienti, come giustamente osserva r illustre traduttore di Hegel, e con quella possente vena di speculazione, che sanno dar venti e più secoli di storia e di profonda attività filosofica. L' Hegeliano condanna il metodo aristotelico, lo dice empirico, e si studia invece di seguire e compiere il metodo dialettico dell'autore del Parm^enide; ma nel fatto non fa che perpetuare la vuota posizione del Sofista in quanto che col TÒ ov di questo dialogo, che è precisamente il suo Indeterminato, e' si riman sempre nelle secche della logica. Rayaisson. Vera, V Hegelianifime tt la PhUoBopkie. Ma è poi davvero Y Indeterminato la posizione del Sofista? È egli tale forse r«»«er« che ì realmente e aaeolvUamejUe : rw travre^wc ovt«? {Soph.) L'Idealista assoluto non riesce al minimum platonico, è vero: ma comincia dal minimum dell'essere, perchè salendo di slancio, come dicemmo, air Indeterminato, coglie immediatamente (es egreift) l'In -sé {dans ansich) che è Nulla ed Essere, e poi con metodo dialettico e generativo egli viene sgomitolando, a così dire, ogni cosa con ritmo costante, immutabile, invincibile, matematico, monotono, per indi riuscire al medesimo punto onde era mosso per l' innanzi. E con ciò pensa d'aver conseguito il vantato accordo fra l’Aristotelismo e il Platonismo, mentre in realtà ad altro non riesce che ad una forzata compenetrazione e meschianza del melenso e indiscerniljile tò cv con quel Noùc immobile, solitario e tutto chiuso entro sé stesso di cui Aristotele parla nel XII libro della Metafisica. L'Hegeliano quindi é iperpsicologista per doppio conto. Egli incarna, esplica logicamente e compie mirabilmente uno de' due indirizzi estremi dell' Aristotelismo, e insieme interpreta il Platonismo con una critica che somiglia non poco a quella d' Aristotile. Concludiamo. Abbiam visto come la forma di mediazione onde i Positivisti mostrano d'aver coscienza dell' Assoluto sia contraddittoria. Essi protestano di non saper nulla, di non poter nulla sapere di metafisico; ma nel fatto confessano un nescio quid, la realtà d' un obbietto trascendente. Lo confessano in maniera empirica, e si contraddicono anche qui, perché, dichiai'andolo Inconoscibile, negano così l' esigenza più vivace della ricerca, negano il metodo positivo, negano la critica severa e feconda. Positivisti, Critici, Scettici o com’altrimenti si chiamino cotesti filosofi déW avvenire, non hanno e non vogliono aver fede nell' indagine d' un sapere metafisico. Essi dunque condannano sé medesimi, il proprio metodo, la ragione e la storia della scienza, poiché non fanno che perpetuare un aristotelismo fiacco, empirico, unilaterale, impotente, negativo. Ad un opposto resultato riesce il neoaristotelico iperpsicolggista. L'idealista asBolnto dice di conoscer l'Assoluto, d'intenderlo nel senso più stretto di questa parola, perchè lo fa solo in pensandolo, e ripensandolo il rende a sé stesso trasparente. Chi conosce Bram è già Bram, dice il filosofo indiano. Chi giugne a pensar Dio, l'infinito, ci dicon gl'Hegeliani, egli è già Dio, è già l'infinito. Ma il modo con che pervengono a pensarlo, il processo di mediazione, non è processo, non procede, non cammina, ma sé in sé rigira, direbbe l'ALIGHIERI, poiché riman sempre nel mondo del più puro pensiero, del subbiettivismo, in quel letto di Procuste appellato formalismo logico, come dell' Hegelianismo dice un illustre scrittore vivente di Germania.' Cotesto processo quindi é una mediazione bugiarda, perchè non é vera e legittima conversione. Quell'ombra, dunque, di dottrina metafisica, quel vano conato di conoscenza trascendente che ci porgono i Positivisti col confessare la realtà d'unDews absconditus ci rappresenta una delle forme costituenti la prima |)0sùnone speculativa; la quale perciò, chi guardi alla legge istorica aristotelica secondo cui si svolve il pensiero filosofico, s'addimostra tutt' altro che positivo, in quanto che ci rappresenta l'esagerazione del Dommciismo empirico. La dottrina hegeliana poi neir attingere a modo suo l' Assoluto e nel determinarlo, ci rappresenta invece la seconda posizione speculativa, ed è l'esagerazione del processo deduttivo, in quanto é dommatismo sistematico assoluto; e neanche questo merita nome di positivo. I Neoaristetelici moderni, dunque, sia che per necessità di sentimento e d' opinione e d'istinto pongano l' Inconoscibile, sia che a furia di speculazione trascendentale pongano l'Indeterminato come un absdute Prius, partono dall'ignoto; partono dall' impensabile. Essi movono dal buio, o riescono al buio: talché rassomigliano a que' filosofi di cui parla Aristotele, i quali fanno nascer tutte cose dalla notte: ol * CoLEBBOOKE, PhiL dea HindotUf Ess. II. Gbbvihub, Hìh, du IHx*Neuviéme SihUe, Paris. fx vuxTo'c 7fvvo3vTic. Perciò i Neoaristotelici, s' appellinQ Hegeliani o Positivisti, meritano, comecché per ragioni diflFerenti, il titolo di filosofi della notte; mentre i Neoplatonici con le vantate visioni, intuizioni, splendori, irradiamenti e influssi divini, ben ci figurano i filosofi del giorno e della luce. Il positivo nel conoscere metafisico non istà nella immediatezza de' Neoplatonici, e neanche nella mediazione de' Neoaristotelici. In che dunque vuol farsi consistere? Re LA RICERCA DELL'ASSOLUTO SECONDO LA RAGION FILOSOFICA POSITIVA, altrove notammo come l’essere s' incarni e sostanzii ne'tre processi, ideale^ naturale, istoricO'Sociologko: e come il Vico, a significare l'indipendenza di ciascuno e insieme la comune legislazione, siasi ben apposto nel chiamarli a Mondo delie Menti e di Dio^ Mondo della Natura^ Mondo dello Spirito. Avvertimmo altresì che le scienze le quali studiano lo spirito in sé stesso indipendentemente dallo svolgimento isterico, si adunan tutte nelle tre discipline fra loro distinte eppur connesse in unico organismo, i cui tre momenti, per così esprimerci, sono il primo psicologico, il primo logico e’1 primo vero metafisico. Ora il processo ideale è la dialettica; la quale volendo essere avvisata sotto doppio rispetto, ideologico e metafisico, è davvero, come l'han sempre designata i Platonici ed i neo platonici, una scala; ma una scala a doppio congegno; una scala ascensiva e discensiva, come direbbero certi viventi critici francesi nell' interpretare il Parmenide di Platone,' In qnanto ascensiva, è ideologia; e V ideologia, se non avesse alcun valore dialettico, altro non sarebbe che una serie di norme logiche e un cumulo di leggi e d'attinenze onninamente formali. Essa dunque rappresenta il processo eduttivo. Questo processo muove dal Primo logico, e riesce al Primo vero metafisico; e vi riesce col mezzo delle idee (ntpi iSé(av) che sono il medio per eccellenza, lo strumento pili acconcio, più legittimo, e perciò la prova razionalmente positiva per potere attinger la notizia dell'Assoluto. In quanto poi la dialettica è discensiva, è metafisica; ed è metafisica perchè, giunti, come accennammo, al sommo della scala, il Primo vero metafisico assume valore di principio metafisico che è anch'egli .processo e conversione con sé e col fuori di sé. In Vico é abbastanza chiara l'esigenza di questo doppio rispetto della dialettica laddove, nella simbolica Dipintura della Scienza Nuova, pone il pensiero e l'essere come formanti un organismo, un sol mondo, il Mondo delle Menti e di Dio. Vedi per es. Jankt, Étude »ur la Dicdectìque ecc., ed. cit. p. Vaoherot, HÌ9t. critique de VÉcole (TAlex.^ NoCTRlsSOir, Expo8Ìtion de la Théorie pUUonieienne de$ idée», PftHs, Simon, HìH. de VÉcole d'Alex. Perchè le idee tornino fruttuose han d' avere un valore dialettico. Cons. a questo proposito Plat., De Rep., Sop}i.\ Abist., Metaph., Proclo, Comm, in Parm. Il metodo dialettico beninteso risale, secondochò notammo, a Socrate, come quegli che trasferi tale parola dagli usi della vita (^ta'kéyt'jBxL^ eonvereare), agli usi della scienza. Però dialettica, nel suo razionale significato, indica la convenione della mente, vuoi con sé medesima, vuoi con altro. Vico intende a meraviglia tale origino istorica, nonché Tapplicazione speculativa alla scienza, laddove afferma: V ordine delle umane cote i d* ouervare le cote SIMILI, prima per ISPIROASSI, dipoi per provabr; e ciò prima con V ESKMPLO che ti contenta d* una coea^ finalmente con V INDUZIONE che ne ha hi' eogno di piò: onde Socrate, padre di tutte le eitte de*filo9ofi, introdueee la Dialettica con l’Induzione che poi compiè Aristotele col eillogiemo eJte rum regge senza un universale, {Se, Nuo.) Veggasi quel che abbiamo discorso quant* al metodo. Ricordiamoci che per noi la metafisica non ò sdema aeedlmUi, bensì Il nodo gordiano della filosofia, e però la chiave della metafisica, son le idee. Se il lettore ha badato al processo e alla genesi psicologica che assai fuggevolmente venimmo tratteggiando, avrà potuto indurre qual sia e qual debba essere, secondo V esigenza del filosofare positivo, r origine e la natura delle idee. Coteste idee non sono entità puramente formali, né puri concetti dello spirito. Non sono essente sparate, almeno quelle intomo alle quali (come usava dire GALILEI) possiamo discorrer noi umanamente; e però non sono sostanze esteriori, come Aristotele interpreta i napaStiyyiotrx del filosofo Ateniese. Non sono concetti innalzati ad universalita determinata ne^ quali col chiudersi il circolo dell' essere si esauriscano ed assolvano le ragioni delle cose, com' è per gl'Idealisti assoluti. Non sono, a dir proprio, le cose stesse nelle assolute lor qualità. E, finalmente, non sono quasi altrettanti simboli, o spiragli attraverso cui si affaccia al pensiero l'Assoluto. Le idee costituìscono il prodotto del processo psicologico. Elle dunque sono una fattura di nostra mente: son la mente stessa, direbbe Vico, ma la mente in quanto è Magione spiegata. Ecco le idee umane, sul cui svolgimento s'imba&a tutto l'edifizio e tutto il valore della Scienza Nuova.* Mcienxa ddP à»9oIìUo in quanto è Critica del Vero. Però accettiamo anche qui la sentenza che costituisce, diremmo, la chiave dell* indiriuMo medio dell* Aristotelismo. Per Aristotele la Metafisica è «ciennadeU^AatolìUo; e questa scienza dell'Assoluto è anche logica, logica in «2, logica in quanto considera l'essere »n «è, realmente: to' sgw ov xai x^/^'^l^v. {Metaph.): il che consuona con la sentenza di Vico riferita altrove: Quello che è metafiaica in quanto contempla le cote per tutti i generi delV e»aere, lo tteseo è la logica in quanto considera le coee per ttUti i generi di Bignifienrle. Col pensiero d’Aristotele poi rinverga il concetto del suo maestro. Platone, come ò noto, appella filosofi quelli a’ quali ò dato asseguir la notizia di ciò che è costante e assoluto (^cXóaoooc jiasv oc toù àcc xxT« rauToè wc«i»tw; e;^ovTo; 5«và^«ovi SfxnrtfrOxt. Bep.y). A prima giunta parrebbe che nella dottrina delle idee il Vico fosse un filosofo arciplatonico, ma non è. La dialettica platonica, intesa in un certo senso, non può menomamente prescindere, come osserva il Simon, dalla dottrina della reminiscenza: La euppreseion de la remini»cenee en peycologie ut la négation de la dialectique et de la tkéorie de» idée. Ma se le idee sono il moto stesso e lo stesso esultato della energia psichica, e, come tali, chiudono il circolo della natura e dello spirito, non però chiudon sé stesse, anzi dischiudonsi, e col dischiudersi ci mostrano di lor natura un intimo riferimento all' Assoluto. Se r uomo, lo spirito, secondo la nozione del nostro filosofo, non è, a dir proprio, Y infinito attuale e nemmanco r attuale finito, ma una potenzialità infinita, una potenza che tendU ad infinitum, ne seguita che anche, le idee, sue determinazioni, voglion esser fomite del doppio carattere della finità e della infinità, sia che le si considerino nelle intime lor attinenze organiche, sia che nella lor solitaria immanenza. Dunque l'idea è genm, è forma metaphysica, e, come tale, somiglia alla forma del plasticatore, anziché a quella del seme. Ma anche come genere, anche come forma metafisica l' idea è finita e infinita: finita in ampiezza e universalità; infinita in perfezione.' Però tiene del finito, in quanto che un' idea non è l'altra; e tiene poi dell'infinito, perchè è). Or la dottrina psicologica del Vico, secondo che noi siamo Tennti interpretandola, contraddice ad ogni platonica reminiscenza, ad ogni maniera d’intùito iperpsicologico; anzi non mancano luoghi ne^qaali egli condanni questa dottrina. (De Univ.j'ur.) Quanto alla scienza e alla virtù, dice esser cose che hisogna edurle dalla mente e dairanimo come fa T ostetrico (De Coruu PhiL, e. I). Non è poi nniraffatto platonica nò quant’alla natura, né quant’all’origine delle idee, perchè le idre, per lui, non sono gli eterni veri (essenze separate ed esemplatriei)^ ma sono entità che significano l'assoluto in quanto si riferiscono a ]uì [De Univ.). Non sono quindi appreso direttamente, ma fatte. Vedi, per es., quel che dice sul generarsi de* generi e delle forme metafisicke, le quali a nostris pueris primulum bua spontk «xpZtcantur. E ciò non pertanto gli hegeliani V han battezzato o seguitano a battezzarlo per platonico sviscerato ! Neil' altro capitolo vedremo fino a qnal segno e per qual ragione egli possa meritarsi questo titolo. Forma» intelligo metaphysioas (pice a physieis ita diversce sunti « forma plaatm a forma seminis. Plastce mim forma dum ad eam quid fermatur, manet idem et semper formato perfeetlor; forma seminis, dum quotidie se esplicai, demutixtur ae perjicitur magie: ita ut formfn pkysicct sint ex formis metaphysieis formatw {De Antiq.). Vedremo fra poco qual valore abbia quest'ultima sentenza. Genera esse formas, non amplitudine, sed perfezione injìnitas. l'altra e, sotto certo rispetto, tutte le altre. La legge dialettica, dunque, è la stessa legge universale dell' essere; legge di conversione; legge d'alterità e di medesimezza. Sennonché cotesta conversione ideale non è semplice opposizione, e neanche compenetrazione, conciossiachè la ragione dell'un termine non istia solamente nell'altro. Il dialettismo si radica, non già nelle idee come opposte fra loro o come generate, ma, innanzi tutto, nel soggetto che le genera. Un'idea non è universale perchè perfetta, ne perfetta perchè universale. E non è finita perchè infinita, né infinita perchè finita. Questo è l'errore delle dialettiche a priori che, levando a principio l' opposizione per r opposizione, riescono ad un pretto meccanismo ideale. Un' idea è infinita, o finita, principalmente per sé, e anche per l' àUra. Se dunque la lor conversione non è equazione, né semplice opposizione, ne conseguitano due cose: V ch'elle non chiudono il circolo; 2*" eh' esse importano l' ideato nella pienezza di sua realtà. Si vorrà supporre che anche cotesto ideato sia un'idea? un'idea madre? E allora avrà luogo il medesimo discorso, e saremo sempre daccapo. Si vorrà giugnere all'idea dell'essere mercè i soliti lambicchi de' raffinamenti e assottigliamenti astrattivi? E avremo la nuvola, non Giunone! Certo, l' idea dell' essere non è come le altre, finita nell'ampiezza, bensì infinita, universale; ma è vuota, è vacua, né altro è capace di dare fuorché yffi'kÒLi evvoiaf. Ella comprende tutto, ma non racchiude nulla: è un Primo logico, non già un Primo vero metafisico. Dunque vuol esser determinata; stanteché debba cessar d' essere infinita per universalità, e assumer valore d'idea infinita per perfezione. L' ascensione dialettica perciò è incalzata dallo stesso principio della conversione; e la mente deve posare in quell'ideato che, a dir proprio, sia un ideato dialettico, ciò è dire conversione piena, assoluta, vivente, reale. 1 Generi f dice il Vico, aono non per univer»alità, ma per perfezione inJiniH: e questo eeeere U brieve e vero 9en§o del lungo e intricalo F€tnn&' Se r idea è infinita non per ampiegm ma per_perfmone, perciò non va confusa col concetto; al modo nide di Platone; e questo intendimento doverti dare alla famosa Scala ddle Idee onde i Platonici pervengono alle perfeUianime ed eteme (Bisp. I, al Oiom. De’ Lett.). Quanto al brieve e vero senso del Parmenide toccheremo più giù. Dove poi Vico dice: Genera esse formasy non amj^itudinef sed ptr/ectione injinitas^ tosto SOggiugne: et quia injinitas in uno Deo esse. Come va intesa questa sentenza? In quanto le idee possiedon carattere dMnfinità e d* assoluta perfezione, elle sono in Dio; e sono in lui perchè forman tutte assoluta unità, e assoluta totalità: unitotalità. Lo avea detto GALILEI che non era un metafisico: Le idee, perchè inJinitCf sono una sola ndV essenza loro e nella mente divina (Op., ed. Albóri, Dial. de* Mass. Sist,). Ha in quanto possiedon Tubo e r altro carattere, elle si producono e rìseggon nello spirito, nel pensiero; sono il pensiero; e sono finite e infinite perchè tale è, ripetiamo, la natura stessa dello spirito, cioè potenzialità infinita. Ne viene perciò che, ove le idee fossero infinite in atto, non potrebbero essere altresì finite. E dove fossero solamente finite e puramente universali, sarebbero forme vuote e astratte, e però, contraddicendo air intera dottrina psicologica del nostro filosofo, cadremmo nel pretto sensismo. Or le idee, le nostre idee, non sono infinite e perfette perchè siano lo stesso Dio o pertinenze di Dio, ovvero spiragli ond’ei s’afikccia al pensiero, come dice il Mamiani col suo linguaggio tinto di certo color poetico; ma son tali perchè tale per T appunto è il soggetto che le partorisce; il quale perciò, mediando sé stesso come potenziale infinito, deve per necessità eduttiva concludere alla notizia dell’Assoluto. Di qui nasce che le idee non possono essere infinite di fatto, e ce *1 dice egli stesso: enim vero ista genera nomine tenue infinita, homo enim ncque nikil est, ncque omnia. Quare nee de nihilo nisi per aliquid negatum, neo de infinito, nisi per negata finita cogitare potest. Ai enim omnis triangulus habet angulos cequales duobus rectis. Ita bene: sed non id miìU infinitum verum, sed quia habeo trianguli formam in mentGot imprcssam, cujus hanc nosco proprietatem, et cu mihi est archetypus ceteroruh. Fatta dunque l’idea, tosto in essa io riconosco, non già l’infinito, ma il carattere della infinità: hanc proprietotem nosco. Per questa proprietà essa diventa un archetipo, diventa una misura {archetypus ceterorum); e come archetipo e misura ella, per me, è un assoluto; e così è vero, che Vuom tende a farsi regola deW universo,che vuol dire tende a farsi assoluto. E qui toma acconcio il riconfermare quella relazione che tra le opere di Vico altrove procacciammo chiarire. Nella Scienza Nuova Tuomo è regola e misura in tre maniere, secondo i tre momenti dello svolgimento isterico; 1° nella fase 0 stato divino, per credenza e per sentimento; 2« nella fase eroica, per arbitrio, forza, potere, volere; 3 nella fase umana, per magistero logico e scienziale, cioè per la ragione spiegata,^eT le idee {idee umane). Ecco dunque una prova novella che ci mostra come la Scienza Nuova, anziché contraddire al Libro metafisico, lo esplichi e lo legittimi sempreppiù, al modo istesso che questo riassume le ragioni metafisiche di quella. istesso che l'intendimento, secondochè mostrammo, non è da confondersi con la ragione. Tanto Videa quanto il concetto sono una dualità, perchè T una e l'altro sono conversione, giudizio, e però medesimezza e distinzione. Ma la dualità dell' idea è l' universalità e \2l perfezione; dovechè quella del concetto è l' estensione e la comprensione. Nel concetto come vedemmo, ci è sempre un'orma del fantasma; e nell' idea v' è sempi-e un' orma del concetto^ cioè il comune, l'universale. Or chi dirà che il concetto abbia carattere d'infinità solo perchè sia comune e universale?* Il circolo, a mo' d'esempio, in quanto è universale, è concetto; ma in qijanto racchiude la nota essenziale ond' e' si discerne da ogn' altra nozione, è quello che è; è perfettissimo; è infinito; e così lo pensa Dio come l'uomo. Si vero id contendane etse injinitum gentu (cioè che i tre angoli d*aii triangolo rettilineo siano eguali a due retti, eh' è l'esempio riferitopoco fa dallo stesso Vico), quia ad eum trianguli archettfputn accommodari innumeri trianguli po«8unt, id tibi habeant per me licet; nam vocabulum iÌ9 lubens condono, dum ipti de re mecum eentiant. Sed enim perperam loquuntur, qui decempedam dixerint injinitam, quod omne extenaum ad eam normam metiri poannt, > {De Antiq.) ' Galileo nota stupendamente questo privilegio del pensiero là dove distingue V intendere extensive dair intendere intensivCf confermando così la dottrina di Vico. Vintenèive del filosofo pisano è il perfettamente^ com* egli stesso dichiara. Ora v* ha cognizioni, egli dice, le quali, guardate sotto il rispetto della inteneìtà e della perfezione, agguagliano le di-rine neUa certezza obbiettiva^ perchè con essa arriviamo a comprenderne la nec€99Ìtà sopra la quale non par che posta essere sicurezza maggiore, {Dial. de' Mass. Sist,j) Gli esempi co' quali GALILEI procaccia chiarire tale idea, son tolti dalla matematica; e la matematica, anche per lui, è una fattura della mente; e però la certezza e la necessità ond'ei parla scaturisce immediatamente dalle leggi stesse della psicologia. So che il Neoplatonico neanche qui si darà pace, ed opporrà la solita inTitta necessità di certi yeri che, vada o Tenga il pensiero, sono e saran sempre quello che sono. A questa difficoltà ahhiamo già risposto. Il due e due fan quattro (direbbe un neoplatonico alla Maminni) gli è un vero assoluto e necessario, né io posso pensare il contrario; dunque T*ha in lui qualcosa che non m' appartiene; e però,o è Dio, o è pertinenza di Dio. Nient' affatto! Io non posso pensare il contrario; ed è yerissimo: ma perchè non posso pensarlo? Perchè non posso contraddirmi; ecco la ragione immediata. Il regno della logica non è il regno Or se tale è l’organismo delle idee, è impossibile che il pensiero partorisca e generi un'idea laquale sia infinita così nelF ampiezza come nella perfezione. Se potesse, e' già sarebbe V infinito in atto. Se potesse, egli, col farsi, già sarebbe un fatto. Ma così non si contraddirebbe? Non annullerebbe sé stesso anche qui? La conseguenza, dunque, parmi chiara: il pensiero, questo nostro pensiero con tutto il suo ^contenuto, non possiede l' essere, non è l'essere, non si compenetra con r essere. Questa invincibile manchevolezza d' essere, questa insuperabile impotenza d' essere, come ci si rivela? quand' è che ci si rivela? Precisamente nella stessa impossibilità d'afferrare e fermare il pensiero nell'o/to. Ed è impossibile poter cogliere e fermare quest'atto, appunto perchè lo spirito, pensando, è già un atto, è già faUo (actum). Or se non è atto, non ci ha da esser r atto ? Io penso l'essere; io son l'essere: eppure non sono la realtà dell'essere! Dunque la stessa impossibilità a dedurlo come tale, mi dà il diritto a concluderne la realtà. Il che accade per una ragione detta e ridetta, che, cioè. Essere e Pensiero non sono l' uno in due (come direbbe lo Spaventa), non sono l' identico nel diverso, ma sono il due in wwo, sono piuttosto il diverso nell’identico. E qui ci è dato scorgere sempre più nettamente V errore degl’intuitisti e ie^ mediatisti. Cotestoro, come vedemmo, voglion rintracciare la ragion dell'assoluto e dell' infinito nel pensiero, e ricorrono ad espedienti opposti e contrari. Gli uni ci dicon che la mente colga immediate l’Assoluto; gli altri, che lo faccia. Ora chi dice di vederlo, per me, sogna ad occhi aperti; e senz' addarsene resta impaniato nel panteismo. Chi poi dice di farlo, sogna anche lui e, per di più, diverte la doli* arbitrio. E perchè poi non posso contraddirmi? Giusto perchò lo stesso pensiero è quello die nel due e due fan quattro pone gl’elementi e le condizioni del giudizio: le quali io non potrei negare, senza distruggere il mio stesso pensiero. Se potessi, ne verrebbe che io farei, e non farei: cioè /arci il nulla t gente con indovineUi da algebrista, e finisce per immergersi nel nulla: talché anniillando cotesto assoluto, la sua deduzione riesce davvero ad \m3i bestemmia. Il neoplatonico s' affida ad un intùito; e così esagera l’impotenza in cui è il pensiero d' esser l’essere. Il neo-aristotelico hegeliano, al contrario, s'affida a sé stesso; e così esagera la potenza del suo pensiero adequandolo all' essere. Entrambi dunque deducono; ma l'uno appoggiandosi neh' obbietto intuito, o nell’Ideato presente al pensiero; l’altro,movendo dsàll’indeterminato cólto o posto per astrazione immediata e subitanea. Illusione l' immediatezza dell' uno! illusione e arzigogolo logico la mediatezza dell' al trol Non intùiti, ne posizioni a priori: non immediatezza, né mediatezza, ma conversione, ma processo del pensiero con l'essere. Le idee non sono r Assoluto significativo, l' ente in quanto sigtii/ica, in quanto presenta sé stesso al pensiero:' ma é lo stesso pensiero quello che per sé medesimo é significativo dell'Assoluto, in quanto é Bagione spiegata. Brevemente: se r idea è mezzo, eli' è il pensiero, ma è il pensiero in quanto rappresenta l'Ideato, non già l'Ideato in quanto s' affaccia al pensiero. Or qui si compie nella sua vera forma la funzione eduttiva. Parlando della genesi e classificazione delle varie discipline dicemmo, le scienze eduttive ridursi ad una sola, ed esser la filosofia. La filosofia s' intrinseca con tutte le scienze; e però é anch'olla induttiva e deduttiva la sua parte. Ma anch'essa é autonoma, anch'essa è trascendente, e come tale è di natura eduttiva; poiché non cessando d'alimentarsi de' tesori adunati dalle altre discipline, nondimeno sa e può trovare alimento in sé stessa, e per sua propria virtù. Se le idee infatti hanno lor fondamento in natura, nessuna funzione basterebbe * Hine adeo impiat euriontatit notandi, qui Deum Optimum Maximum a priori probare ttudeiU: nam tantundem ettet, quantum Dei Deum «e /aoere, et Deum negare, quem quixrunt. (Vico, De Antiq.) ROVERE, Lett. al DoU. BrentoMMoUf 424 DILLA DOTTBiNA ulosoiioa. [lib. n. a scioglierle da' viluppi delle sensate apparenze, ove la stessa mente non sapesse pai*torirle. Tra il fantasma e l'idea, tra la forma metafisica e la fisica^ c\ è quel medesimo intervallo esistente fra il senso e la ragione. Or tuttoché le idee pongan radice nella natura e si muovano in questa, nondimeno con lieve soccorso del senso elle possono esser generate dalla mente, poiché a concepir r idea del circolo, o meglio, a fissare il concetto del circolo nella nota che costituisce la sua perfezione e trasformarla in idea o forma metafisica, non v' ha mestieri di prolungati lavori d'astrazioni e di generalizzazioni. La mente perciò nel concepirle fa altrettanti giudizi eduttivi. Il giudizio eduttivo è diverso, così nella forma come nel contenuto, dal giudizio induttivo, e dal deduttivo. Il suo carattere specificante dicemmo radicarsi innanzi tutto nella relazione de' suoi termini, e quindi nell' origine dell' attributo. L' attributo non è dato dal fatto; e però non è sintetico a posteriori. Non è ricavato dal soggetto e applicato al soggetto stesso come parte del suo contenuto; e quindi non è di natura analitica. Non è ripetizione del medesimo soggetto; e quindi non è identico. Il giudizio eduttivo serba in' Se pensare, come altrove mostrammo, è giudicare, e giudicare è un atto di conversione in quanto che convertire è scorger la medesimezza e la differenza ad un tempo; ne viene che il giudizio è la sintesi di due elementi, convertione del vero col fattOf sintesi della medesimezza generica (vero) e della diversità specifica (fatto). Ora guardando alla funzione speciale onde la mente forma concetti e giudizi, ricavammo esser tre i sommi generi a cui essi potranno rimonarsi, e li appellammo induttivi, deduttivi, eduttivi. Questa divisione è essenziale, perchò si fonda principalmente nella differenza del contenuto de’ giudizi, e perchò dà origine alle tre funzioni metodiche. Si fonda dunque su la dottrina della conoscenza e della scienza, e perciò è razionale e cpmpiuta. L'atto del giudicare, Infatti, ò sempre identico nella sua forma logica, poiché è sempre una conversione al pari del concetto ond' emerge; ma differisce nel contenuto, ed ecco r origine delle tre differenze di giudizi. Tutte quelle innumerevoli distinzioni e classi e divisioni e suddivisioni di atti giudicativi fatte da Aristotele sino al Kant e a SERBATI, sono spartizioni secondarie, le quali riguardano l' estensione, la quantità, la relazione, la forma e l'indole de' giudizi; ma riescon tutte incompiute. dole essenzialmente sintetica, e però sgorga dallo stesso pensiero per virtù e necessità eduttiva. Ma qual sorta di sintesi è cotesta? Non è sintesi a priori nel senso de' Neoplatonici, perocché l'obbietto non è dato da nessun intùito o visione trascendentale. Non è sintesi nel senso dell' Idealismo assoluto e del criticismo, perchè r obbietto non è posto per mera legge dialettica, e neanco per non so qual cieca necessità subbiettiva. Il giudizio eduttivo è un vero atto sintetico, un atto sintetico trascendentale per eccellenza perchè l'attributo non è nel soggetto, e nondimeno è posto dal soggetto. Qual è l'oggetto di questa sintesi trascendentale? È appunto ciò che le forme metafisiche possiedon di comune. È ciò che nel concetto e nelle determinazioni ideali scopriamo d' infinito, non già nell'ampiezza, ma sì nella perfezione. La funzione eduttiva dunque è funzione dialettica, dialettica ascensiva. Perciò eduzione delle idee non vuol dir la pura e semplice generalizzazione delle qualità dell'essere: vuol dire accrescimento dell' essere; vuol dire concentramento dell' essere nella [I griudizi iintetici a priori di Kant non sono propriamente apriori, ma si riducono a giudizi analitici. Il processo conoscitivo è, per dir così, nna catena, gli estremi della quale sono due sintesi, e però due forme di conversione; l’una di esse è originaHay e l'altra finale. Quella precede, come si disse, ogni riflessione, e costituisce il primo psicologico, l’unidualità primitiva; la quale, facendo possibile la formazione de' concetti mercè il processo psicologico, toglie queir apparente petizion di principio tra la necessità per cui ogni giudizio deve importare il concetto, e la necessità ondMl concetto debb' essere un atto giudicativo. La sintesi finale poi riesce al Primo vero metafieico^i] quale devesi convertire col Principio metafisico. Avviene perciò che la sintesi originaria sia costituita dal pensiero e dal suo obbietto che è l’essere in quanto indeterminato; e però è sintesi naturale essendo posta dalla stessa natura. La sintesi finale per contrario, ha per oggetto 1’essere determinato ideale, e determinabile in quanto reale; e )»er ciò è sintesi superiore alla natura essendo prodotta dallo stesso pensiero. Queste due sintesi dunque sono due giudizi d'indole sintetica, ma diversissimo n'è il contenuto; per la ragione che, se nel primo d'essi l'obbietto è posto da natura, nel secondo è posto dalla stessa mente. sua idealità. Or se tale è la natura di questa funzione accade che il principio ond' ella è governata non possa esser quello d' identità, di repugnanza, di causa e simili; stantechè qui non si tratti di logica formale la cui materia è costituita, in generale, da' giudizi deduttivi, ne di logica induttiva, i cui giudizi riposano sul principio di causalità e di sostanza empiricamente intesi. Se il fine della logica formale sta nel fissar le norme del ben pensare, e il fine della logica induttiva nel porgere i criteri a fruttuosamente sperimentare; è chiaro esser necessaria una logica la quale sappia ritrovare il vero facendolo, se pure s' ammette che la metafisica abbia da essere una critica del vero. Ed è chiaro altresì esser necessario un principio che sappia guidarci nel processo di siffatta critica, il qual principio è appunto, come altrove toccammo, quello della conversione. Or questa funzione eduttiva, di natura essenzialmente dialettica, non va dall'effetto alla causa, né dalla causa all' effetto: non va dalla sostanza alla determinazione, né dalla determinazione alla sostanza. Le idee non sono effetti, non sono risultati, né determinazioni dell'Assoluto. Se così fosse, come sarebbe possibile il transito dialettico? Il passaggio dialettico (nopsisi) è solamente possibile dov'è possibile medesimezza e differenza; dov'è possibile intervallo e continuità; dov'è possibile, insomma, conversione di termini. I termini in quest' ordine di cose, da una parte, sono le idea, la Eagiotie spiegata; dall' altra sono le stesse idee, le stesse forme metafisiche, ma in quanto concludono nel loro ideato, neir ideato come Principio e Mente reale, nell' ideato che basti a sé stesso (ro^izavov), nell'ideato che nulla suppone, ma che si pone (ro ocvuttoOstov). Intanto la ragione, tuttoché secondo le leggi altrove notate del processo psicologibo debba mover dalla natura e dal senso, nondimeno, come tale, è caussa sui (suitas); e l' effetto di tal cagione è la scienza, le idee, le quali, in quanto forme metafisiche, si riferiscono all'Assoluto. E cotesto Assoluto alla sua volta è Caussa sui (Aseitas), ma è anche cagione del mondo in quanto è mente; e l'effetto di tal cagione è lo spirito, non già come Ragione spiegata, come Nove, come attualità, ma come virtualità, potenza, materia, natura, conato. Ora questa evidentemente è conversione, e quindi è sintesi eduttiva. Ed è tale in quanto procede da causa a causa, in quanto concatenando caussas caussis le annoda e distingue ad un tempo, perchè in realtà le s'immedesimano e si distinguono anche fra loro. Il perchè, se da una parte qui abbiamo le idee, le forme metafisiche, la ragioìie spiegata, la coscienza, il vero; mentre dall'altra abbiamo r Assoluto, r Assoluto in quanto è mente, in quanto è la Mente, in quanto è il Fatto per eccellenza; in una parola, se da una parte abbiamo quel che VICO (si veda) dice le Menti, e dall'altra Dio: ne viene che in questo Motido delle Menti e di Dio, in quest’organismo del pensiero con r essere, il passaggio dall' un termine all' altro non è processo deduttivo, né tampoco induttivo, ma è processo essenzialmente eduttivo, perchè anche qui ha luogo la conversione del vero col fatto, cioè la conversione delle Menti con Dio, della logica con V ontologia, dell' ideologia con la metafisica. Sarà un' alchimia anche questa ? Potrebbe stare. Ma chi ben la consideri, anziché un'alchimia, scorgerà in essa il fondamento della prova legittima, vera, positiva intorno all'Assoluto. Le tre ordinarie maniere d’argomentare resistenza di Dio furon ben cento volte dimostrate deboli, incompiute, fallaci, per la solita ragione che, non racchiudendo processo, mancano perciò di valore propriamente dimottratico. Il cosi detto argomento ontoìogicOf per es., qaalanque ne sia la forma datagli da Anselmo d’AOSTA, Cartesio, Malebranche, Fénelon, Leibnitz, Gerdil, SERBATI, GIOBERTI, ROVERE e simili, non può concludere alla realtà assoluta, perchè, comunque e' si squadri, ha sempre nn valore deduttivo. Gli argomenti poi dettiyì«ico, moralcf ootmologieOf sono sfomiti d* ogni rigor di prova razionale, in quanto che si riducono alla forma induttiva, la quale, in tal caso, racchiude nna petizion di principio. Laonde se la deduzione move da un /ntùtto, siamo nella ipotesi; e la scienza non può accettar le ipotesi come principi], tnttochò se ne possa e debba giovare È dunque vero, è verissimo che l' uomo da sé e con la propria mente faccia Dio. E lo fa dapprima col senso, poi con r immaginazione, da ultimo con la ragione. Col senso lo vede immediatamente nella natura, lo sente nella natura. Con l'immaginazione lo vede attraverso alla natura, ma lo sente in sé medesimo. Con la ragione lungo il suo processo come d'altrettanti mezzi. Se poi muove da un Indeterminato f siamo nel formalismo psicologico, nell* arbitrio logico, e però si riesce agi* indovintUi da algebristi, l’una forma di deduzione perciò non dimostra, cbè anzi invoca appunto l'Assoluto per dimostrare: T altra invece dimostra troppo, e perciò non dimostra nulla. Dunque l’argomento eduttivo o della eonveraionef che noi contrapponiamo a qualunque forma di deduzione e d* induzi one, è prova legittima, stantechè racchiuda il vero termine medio, il vero m«szo tra il mondo e l’Assoluto. Il solo Trendelenburg ha parlato d' una forma di prova ch’ei chiama argomento logico, il quale potrebbe avere alcun riscontro col nostro. Ma non poche sarebbero le difficoltà nelle quali intoppa il dotto tedesco, chi guardi al concetto del moto ch’ei pone a capo delle categorie. Neil* ordine psicologico noi moviamo dal vero che per necessità eduttiva si converte col Fatto: e ne ricaviamo che cotesto FaUo non è già moto, anzi pensiero per eccellenza, mentalità assoluta. Or bene s* e* fosse moto, corno saria possibile una conversione f E mancando la possibilità della conversione, come farà, l’illustre autore delle Bioerche Logiche, a salvarsi dal pericolo d’un vuoto formalismo? Giova qui rispondere ad un'obbiezione. Si dirà: cotesto vostro peregrino argomento, in somma delle somme, si riduce ad una forma d* induzione. Dall' effetto, andate alla causa; dal particolare, al generale; dalla determinazione, alla sostanza; dal finito, all'infinito. Brevemente, dal mondo salite a Dio, sia che consideriate la natura, sia che lo spirito, ovvero le idee. Rispondo: induzione pura o semplice, 'no; ma processo induttivo: il quale, compiendosi nel processo eduttivo, assume quindi valore d'argomento razionalmente positivo. Dio, a parlar proprio, non è pura sostanza, causa, essere infinito solitario; nò il mondo è pura qualità e determinazione, puro effetto, puro finito posto dall'infinito. Se Dio fosse cagione semplicemente presa, il mondo (l'effetto) ne sarebbe l'atto. Se fosse sostanza, il mondo ne sarebbe la modificazione. Chi ci salverebbe dal panteismo? Se poi fosse infinito ut «ie, perchè, domanderò io, se basta a so stesso ha da porre il finito ? Dio è tutte queste cose, infinito, causa, sostanza e simili, ma è tale, perchò principalmente è idea, pensiero, mentalità. Or non è anch' egli mente e pensiero l’universo? L’argomento della conversione, dunque, non va dal mondo a Dio, non procede dall’effetto alla causa (ohe non procederebbe davvero), ma va, ma procede da causa a causa annodandole insieme. E le annoda, perchò serbano medesimezza e diversità; le annoda, perchè adopra il mezzo delle idee; le annoda, perchò educe le idee, e perchò queste idee converte con l’ideato. Un’ultima osservazione che avrei dovuto fare già in altro luogo: meIo vede nelle sue stesse idee, perchè lo fa come idea; e così r uomo (ripeto la bella frase di GIOBERTI) giunge a rendere a Dio la pariglia. L'idea dell'Assoluto ha anch' egli i suoi annali ne' diversi momenti della storia e del processo psicologico. Ma nel far cotest'idea, e proprio quando l'abbiam fatta, noi somigliamo a quell'artefice che s'affatica e suda e si travaglia nell' incarnare il tipo che gli splende dinanzi alla fantasia, mentre la stessa natura potrebbe offrirglielo vivo e palpitante nella infinita ricchezza delle sue creazioni. Novello e arditissimo Prometeo, il pensiero del filosofo non abbisogna d' alcuna scintilla: la scintilla della vita s' agita già vivissima nell'opera stessa delle sue mani. Perocché quando il pensiero abbia prodotto l'idea dell'Assoluto, e' tosto s'accorge d'aver prodotto quello che già e' era, quello che è il Fatto per eccellenza, e che non può esser fatto perchè di sua essenza è il Fare, E così pure ci accorgiamo di far Dio con la scienza e con l' attività riflessa, solo perchè è egli innanzi tutto che fa noi come potenza, perchè siamo potenza, perchè siamo termine del suo atto. * glio tardi che mai. GIOBERTI accenna una sola volta (quant’io sappia) al metodo eduttivo, e lo fa consistere nell* andare dal particolare al particolare, dal generale al generale (Protei). £ precisamente la funzione deduttiva come la intende, per esempio, Miìl. La eduzione di GIOBERTI f com* ò eTìdente, non ci ha t;he vedere con la nostra. ' Questa precisamente è la facoltà della quale, come dice Cartesio, ci ha saputo fornire la stessa natura, e con la quale noi, produeendo Videa di Dio, conosciamo Dio. (2Ve ossiano forme dell" infinito, e disponendole le conosce, e in questa sua cognizione le fa, e questa cognizione d' Iddio è tvMa la ragione della quale l’uomo /m una porzione per la sua parte, E poiché l'Ente è assoluta conversione del Vero col fatto interno (Generato) e col Fatto propriamente detto (Mondo), ne viene che debb’essere altresì conversione come pensiero e come forza, come Causa e Mente, appunto percJiì unica causa quella che per produrre l’effetXo non% ha di altra bisogno; come quella la quale contiene dentro di sì gli elementi delle cose che produce, e li dispone, e sì ne forma e comprende la guisa, e comprendendola manda fuori l’effetto, (Ved. liisp. al Giom. de' Leu.). Per quanto questo lingruaggio possa sembrar vieto e coperto di muffa scolastica, nullameno tornerà agevole all'accorto lettore potervi scorgere come in germe la soluzione positiva del problema metafisico. In queste tre usate e abusate parole. Vero, generato e fatto, abbiamo, per così dire, i tre punti ne' quali s* imperna e gira il processo idealo che, considerato in se proprio, costituisce la dialettica discensiva. Qui è la sostanza, com' è noto, e, sto per dire, il nocciolo della teorica cristiana, ma ^levata al supremo valor razionale e speculativo oud'è capace: ed è il fine (chi ben consideri la storia della filosofia cristiana e non cristiana, ortodossa ed eterodossa) a cui par che convergano insieme e riescano il Platonismo e l'Aristotelismo nello differenti loro forme isteriche. Sennonché si badi a non pigliar come ripetizioni vano certe analogie e somiglianze di H Vero dunque è l'essere; e cotesto essere-vero non sarebbe tale, ove, anziché identità sostanziale deiTessere e del conoscere, anziché assoluta unità e assoluto monismo, non fosse invece un' essenzial dualità e ^nità, essenzial conversione del soggetto con l’oggetto, e quindi medesimezza e differenza attuale. Qui dunque, innanzi tutto, il nostro filosofo corregge Aristotele come quegli il quale disconosce una condizione eh' è l'interna necessità della stessa natura dell'Assoluto. Lo Stagirita pronunzia: ecTTtv >j vó>?o"ec vovìtso; vó/jtc?. Ma fo^c che l' eccellenza del pensiero starà nel pensar solamente sé come sé, e non anche sé come altro? Una Visione veggente Sé stessa non ^ un atto sterile e solitario? Vedere non è anche operare? Pensare non è generare? Ov'è dunque il gran linguaggio, che qui il Vico potrebbe aver con altri filosofi. Mi spiego subito. Per sant'Agostino, per es., intelligibilità e realtà si compenetrano insieme, e danno luogo alla natura assoluta formando così il Vero-EnU fVed. SolU?(T«oc proprio in sé, e s' avvilirebbe: Tò 9st6xarov Y.ot.1 to' rifxtwTatov vote, xa/ ou fAsra^aXXci * «t;;^«t/90v 7à/9 ^ /x£Ta6o>KÌ. Metaph. pensiero aristotelico della facoltà che pone il proprio obbietto e se ne distingue ? E perchè, mai non applicarlo anche all' Atto, e soprattutto all'Atto?* U Essere-Vero dunque è mestieri che sia anche Verbo, anche Fatto intemo, anche Generato. Che cos'è il generato? Non è luce metafisica, non è oggetto indeterminato e primigenio posto da natura, come nella genesi psicologica; ma è luce e colori, è oggetto determinatissimo, perchè è insieme la natura e ciò che è sopra alla natura. È dunque il diverso, il diverso dell'identico; al modo istesso che il vero è l'identico del diverso. Perciò è l'intelligibile che, mentre adequasi con l' intelligente, se ne distingue. Perciò è il pensante che, convertendosi col pensato, è pensiero, e quindi è in sé medesimo il trinuno. Se dunque l'Assoluto è generazione e dinamismo interiore, per ciò stesso è Mente: prindpium unum, Mens. Or come potrebb' esser mente senza esser cagione, attività, energia,e quindi idea, possibilità, relatività, infinità, moltiplicità ideale? Ma se qui il nostro filosofo corregge l'Aristotelismo, invera nel medesimo tempo il Platonismo. Il Generato del Vico, in quanto è termine di generazione ad intra, è appunto la benintesa idea platonica. Cote$ta idea platonica non è assoluta Unità, né assoluta Moltiplicità. Ma, si badi: il difetto metafisico dell* Aristotelismo non è tale che 1* annnlli e distrugga addirittara, ed è appunto per questo che Aristotele non potrà esser mai in etemo, né un idealista assoluto, nò un positivista, anzi così egli si presenta come una confutazione parlante deir Hegellanismo, e del Positivismo. Voglio dire in sostanza che il principio metafisico dello Stagirita non è, propriamente parlando, erroneo, ma incompiuto; e però è tale che corregge benissimo sé stesso. In che modo? Se l’Atto ha da esser davvero quello che dice Aristotele, ne viene che, metafisicamente e logicamente, è impossibile un Actu» pwru» ab^olute. Gli Alessandrini se ne accorsero; e questo è precisamente e principalmente il lor merito di fronte air Aristotelismo. La verità della Scuola d'Alessandria e dell’antico neoplatonismo sta chiusa in questo poche parole: [0,in ptaiix JfiTai Twv ci^wv xarà to tv caurw voitjtov o' vou?. Vod. Proclo in Parm. Lo stesso dicasi, come vedremo, del Platonismo; e così può affermarsi che Tesigenza della correzione, nel concetto metafisico deU'ano o dell* altro sistema, sia reciproca. in sè. Non è l'identico, ne il diverso. Non è il moto, ne la quiete. È dunque l'una e l'altra cosa ad un tempo istesso. È dunque il tò E?a/yv>?; senza cui ella riescirebbe affatto inintelligibile, e assurda; e quindi ci significa il momento nel quale è insieme numero, senza cessare d'esser altresì unità essenziale: talché costituendosi centro e circonferenza ad un tempo, rende siffattamente possibile l'accordo de'contrari. E tale accordo sarà possibile a questo sol patto: che il momento sia non pur la Nó»Ttc vóvjTswc dello Stagirita, ma eziandio Mente, e perciò Mente e Verbo, Vero e Generato, e quindi fornito della virtù onde lo fa ricco il filosofo Ateniese. Così interpretando il to' E^otéipvvjc (senza confonderlo col fjura^y.l'kety che sarebbe confonder la condizione col condizionato, il Generato col Fatto), non verremo a contraddire al contenuto degl’altri dialoghi, massime al Sofista ove la natura dell'assoluto ci è determinata come pensiero, come mente, e perciò come pienezza di vita e d'assoluta realtà.' FICINO traduce 1* 'E^ai^vvj^ per momentum indimduum; mii in questa parola e* è qualcosa di più, esprimendoci propriamente l’istantaneo; ed ecco perchè Platone lo dice di natura mirabile e etrana: ^ tUTcc aroTróf tc^. Partn., , E; 157, B. * *AjO ouv ìttì to' (xxoTTtìv TOUTO, sv w tÓt' av ety?, ots fiSTa^dXktfj Tò TToìov 5vi; To' e^at^vyj?. rò ydip i^at^vrjc Toeòv^j ti Jfocxf a^juatvecv wce? «xatvou ^«TaSaXXov sìq ixoirspov, ov yxp i'A ye Tov io-Tavai sttùtoì in asTa^séXXst, ou5'«x tkj; kiwitsoì? xtvovfx«v>ic «TI fj.tr OL^iWti' àW Tn i5at^v«c auT>j fvtriz oironóz Ttf iyìndBrirat jExcTa^u tt^C xiv>jo'««c rt y.olI «rTOCTEwc, iv XP^'*^} orjSsvi ouTa, xat te; TavTvjv 5vì xai e'x TauT>JC to rs xtvov'jEXffvov fjitra^oiWsi ini tò éo-Tavai xa« tò écTOc «Vi tÒ xivelo'dae. Kcv^uvsùst. Kat to ?v 5v7, etnsp «a"Tv?x/ Te xat xivjÌTat, /xsTa6a^^oi av if éy.drtpOL' fjLÓvwi ydp av outo? àp^ÒTSjoa Trotot'y»* /xeTa6a).>ov 5' sfat^vvjf /xsTaéai^ft, xac ot£. /xsTa€a»e£, ev ou^evt XP'^'^V *^ ^^^'j ou5« xtvofT* av tòts, ou5' àv ^rxirt. (Parm. 156., d.) * Te 9:; TO 7t7vwTXJCvì5 to yiyvtàTìLsv^^ai fCt.TS noinuoc I Tra^o;:^ àfifòrspov; -^ to' asv 7ra3-/?aa to' ^s 5aT£^ov; ì^ ttzvTCCTra^tv ou5sTg/30v ouJiTfi^ov TOUTwv ^fTaXau/Savsev* (Soph.) ^ ' Té dai itpò% Atò;; wc a^>J'9'wc x«vT7Ttv xat ^w>jv xat >/'vxiQv xa* ^^óv>70'iv tJ paSi(ùi 7re£j3>jo"ò|txjOa t« TravTsXw; «?vti /x>: Ma se r Idea è il Generato, e quindi rispetto al vero è il diverso dell'identico tò jts^oov, ciò nondimeno ravvisata in sé medesima ella è un possibile; e, in quanto possibile, è anche il medesimo d' un altro diveiso. Poiché se di sua natura eli' è possibile, deve importare una moltiplicità opposta, estrinseca, reale, determinata; deve necessariamente importare il diverso, il quale sia tale, non solo di fronte all'ofóro, cioè rispetto al Generato, ma anche in sé stesso tò aXXo. E se non includesse cotesto diverso? Se non l'includesse, finirebbe d'esser possibile, e negherebbe sé stesso. Perciocché un possibile, il quale non si potesse mai recare ad atto, evidentemente sarebbe un impossibile addirittura, o al più un possibile infecondo e fantastico. Laonde, poiché il generato é infinita idealità, e quindi infinita possibilità, però devesi necessariamente convertire col fatto: é si converte in quanto lo fa; si converte in quanto lo pone. VICO (vedasi) dunque ha detto giustissimo: Il vero si converte ad intra col generato, e ad extra col fatto. Or che cos'è mai cotesto fatto? È anch'egli il diverso dell'identico, il diverso del generato; ma é il diverso in sé proprio tò a).Xo), il mondo. Poiché quantunque il fatto e il generato sono moltiplicità, nonpertanto l'uno é, moltiplicità reale, e 1’altro ideale; talché se la prima si 7r«/oetvac, innari K^v aiiro ^>j5s (ppovelv ùWoi (rtfj.'^òv zat oiytov voùv oux f §e twv 7r/)afg&)v xa^' coìpidrMv xac à.'k'kri'Koìv xotvwvta navrot^^v yavTa^ópsva no'kXd yatvff^at Ixa^Tov. Qui pare che r idea 8i divida, si rompa, si spezzi nella moltiplicità fenomenalef e costituisca il positivo del fenomoDO, ma nella forma inadoquatadeir estensione: e siamo quasi all'idea hegeliana che passa ad tsaer natura, che si contrappone nella natura, che jiiventa natura. Perciò la metessi de’platonici mostra sempre un carattere di passività anzichò di attività, appunto perchè viene di su, mentre dovrebbe partire di gii, ed estrinsecarsi per opera e virtù del Fatto in quanto è infinita potenzialità. Questo carattere passivo della metessi platonica si scorge anche, e non dovrebbe, nel Parmenide di VELIA: tÒ elvat ^Wo 7t eTTtv ri p.:'0s5'C ouTicz; ^era ^povoìj 70Ù Tra/oovTOff. La metessi dunque spiegherebbe troppo; perchè il nesso tra l'idea e la cosa verrebbe ad esser cotanto immediato, da non farci discernere fra 1'una e l'altra nessun divario essenziale; e così avremmo l’identità come essenziale, e la diversità come fenomenale. Or se l'Assolato, perchè davvero sia tale, ha da ossero innanzi tutto una conversione di sé con sé stesso, deve risultare indivisibile e imparabile nella sua stessa moltiplicità infinita: e se il mondo ha da essere anche lui una conversione di so con sé, ne segue ch'egli debb' essere essenziale moltij^icità, moltiplicità in sé, diversità in sé; tanto che l'unità progressiva, che in lui s’agita e vive e spicca sempre più ne'diversi gradi della realtà cosmica, sia ben altra cosa dell'unità che dimora in seno all'assoluto. Dunque il vero che si converte col fatto, cioè per parlare la lingua degl’ntologisti l'infinito che pone il finito è anche finito, ma non si confonde per vorun modo con lui. E non può, per queste duo semplicissime ragioni: perchè, se cosi fosse, ne'due termini avremmo una ripetizione sostanziale inutile, e quindi potremmo cancellar l'uno o l'altro addirittura, e così finirebbe per aver ragione il panteista; e perchè un infinito avrebbe a partorire-, produrre o porre un altro infinito, e cosi negherebbe sé medesimo. D'altra parte, se il fatto devesi convertire con sé medesimo facendosi vero, cioè facendosi infinito essendo potenMialità in/inUaf non per questo si potrà credere eh'ei si possa identificar con lui, pelle due ragioni detto poco fa. Dunque stiamo contenti al quia ! né identità oMolutaf nò aseotuta diversità, ma conversione. E però le idee platoniche non sono da intendersi né come 7ra/9a^u7/xaTa, né come vov}^KTa, secondo che vogliono due schiere d'interpreti. Se fosse così ne verrebbe, nel primo caso, che Vid^a dovrobb'esser presente alla cosa in maniera, che questa, tanto nella sostanza, quanto nel movimento, tanto nella materia, quanto nella forma, dipenderebbe onninamente dalla prima, ed altro non sarebbe fuorché una semplice sua copia; e allora non avremmo bisogno d'un Dio artefice, non del SnfAioxjp'yoi del Timeo, non del deus ex macchina dall'ontologista, né della magna Idea degli Hegeliani. Nel secondo caso poi r idea sarebbe un termine del soggetto, ma un termine, dirò così, meramente soggettivo: somiglierebbe quindi, anzi 8areb))e addirittura pretare in modo razionale e positivo l'intuizione religiosa del Ternario cristiano. La cognizione immediata e divinativa, in questo e in ogn' altr' ordine di conoscenze, previene, come V ombra la persona, i portati della speculazione metafisica. Così prima ancora che la Scuola d' Alessandria si profondasse nelle ardite e vaporose elucubrazioni su la triplice ipostasi Plotiniana, il mistero della Trinità alberga di già nella coscienza popolare siccome oggetto d' intuizione, e cominciava a rivestir forma e valore dommatico mercè la Riflessione teologica. L' assoluto è uno e trino; è trinuno: e noi ormai lo sappiamo.* Ma è egli un trino ipostatico? E qual n'è l'essenza? L'assoluto importa tre ipostasi: ecco il mistero, ed ecco la fede.^ Quanto a determinarne l' essenza, la speculazione occidentale, anche sotto forma di speculazione teologica, non poteva non interpretare le divinazioni altrettanto spontanee quanto ricche e feconde della coscienza orientale essenzialmente religiosa, con l'inV inteìligìbile del Dio aristotelico, con l’intelllgrente formerebbe identità essenziale; e allora le idee non sarebbero essenzialmente relative quali appunto sono richieste dall' economia del sistema platonico, e T esigenza vera e giusta della metafisica platonica sparirebbe. Dunque cotesto idee plaioniche come s'hanno da intendere? Le idee platoniche sono T'Egac^v;? stesso, ma concepito come essenzialmente relativo &\VaUro, ma iiValtro non già come tò trspoif puro, assoluto, bensì come 70 ìrspov in quanto abbia un riferimento necessario al rò àWo, A questa maniera non è altrimenti vero che, accettando le idee platoniche, debbasi accettare altresì la dottrina dell' avajtzvYiTcCt come han detto certi critici moderni: e neanche si è costretti ad accettarla> nelle forme nuove ond' è stata presentata da' moderni neoplatonici, dal Malebranche fino al Mamiani. « SiMOX, ffitt. de l’Ecole d'Alex. Il tre è il numero che assolve tutte le condizioni della perfeziono, ed è perciò che tutto è definito del tre: to' Tràv y.(xt to Travra rof; TùtTiTt (fìptfTTat (Arist. De Coelo). Vedi le belle riflessioni di GIOBERTI sulla Trinità considerata razionalmente {FU, della Rivelaz.., XVIII) e di ROSSI (Regno di Dio naturale, ecc. li Studi di Zocehif) ' Prendiamo la parola tpostcm nel significato:' istiano non già nel senso neoplatonico e alessandrino. dirizzo, al solito, dell' Aristotelismo e del Platonismo. Il peripatetico nominalista ripone la divina realtà ed essenza nelle triplicità di persone, e riguarda l' unità come un puro nome. Tre sostanze indipendenti e separate, ma congiunte in unità mentale. Perchè congiunte? Perchè fomite d' egual potere, d' egual volere, d' egual conoscere. Il realista platonico, per contrario, vuol far consistere l'essenza divina nella realtà in quanto è unità determinantesi nella triplicità di persone. Agli occhi del primo, dunque, l' Assoluto è il tre in uno: agli occhi del secondo è l’uno in tre: ecco la lotta interna della riflessione teologica del medioevo. Ora giusto perchè questa riflessione è di natura teologica e dommatica, avviene eh' ella non supera, non può superare il sentimento, né trascender l'intuizione, né solvere il mistero, né disimpacciarsi dall'aperta contraddizione. Laonde Nominalisti e Realisti vecchi nuovi, avvegnaché discordi nella maniera di determinare l' essenza del Ternario cristiano, non sanno rimuoversi d'una linea dall'insegnamento dommatico su l' unità assoluta nella separazione delle tre persone. Se il ternario cristiano, in quanto germina dall'intuizione rehgiosa, è come l'immagine anticipata della ragione, in esso deve acchiudersi un vero che la ragion filosofica dee saper disvelare, correggere e legittimare. Questo vero non risguarda già l'unità nella triplicità ipostatica: riguarda il trinuno assoluto, l'assoluta triplicità considerata, come abbiamo toccato, nella medesimezza di subbietto. Perocché l' unità di sostanza mai non tornerà conciliabile con la pluralità di persone; e se così non fosse, il panteista avrebbe già trionfato nel regno della scienza, né io davvero so dirmi che cosa mai potrà rispondere il sottile teologo all'arguto hegeliano, il quale pretende precisamente questo: che la diversità delle persone non dimostri nuli' affatto la pluralità delle sostanze. Il perché pigliando alla lettera il domma della Trinità, la teologia cattolica non si salva dal precipitare nel tenebroso vuoto dell' assoluta identità. Il contenuto del ternario cristiano adunque ci significa le tre primalità del conoscere, del volere e del potere, ma nella relazione del vero che, convertendosi con sé medesimo, diventa generato, e, come generato, come verbo, è infinita idealità e possibilità del Fatto. Interpretandolo così accade che l'intuizione religiosa, generatasi per leggi inerenti allo stesso processo psicologico, rinverghi col concetto metafisico a cui può elevarsi la ragion filosofica positiva; e quindi può dirsi che, come la religione è il preludio naturale e necessario alla filosofia, di pari modo la speculazione metafisica sia la interpretazione critica e Tinveramento delle intuizioni spontanee e comuni della coscienza religiosa. Il cristianesimo è la religion razionale per eccellenza, e con essa oggi chiudesi il corso e ricorso delle creazioni propriamente mitologiche e delle grandi rivelazioni e divinazioni religiose. Ed è razionale perchè è in sé medesima processo, e svolgimento. Che se anch' ella come tutte le manifestazioni della storia é un processo, é mestieri applicare ad essa la universal legge storica e sociologica della Scienza. Guardata infatti nella sua storia ideale, anche la religione é innanzi tutto divinay indi eroica, appresso umana. E giugne ad essere umana quando la forma siasi potuta elevare a cotal grado di trasparenza, che il simbolo palesi da sé medesimo l'idea, e il mito siasi venuto elaborando così che rac[Non poco 8* illudono perciò quo' filosofi ohe, come il Cusano fra gli antichi e il Rosmini fra i moderni, si sforzano d'applicare a Dio il concetto delle categorie col fine di spiegarsi in qualche maniera il mistero della Trinità. Io potrò intendere il Cardinal di Cusa dove mi dice che Unitcu, Iditas e Identità siano quasi i tre momenti dialettici interiori dell’assolato. R potrei forse intendere il Roto retano quand'ersi studia mostrarmi che Realtìk^ Jdeaìità e Moralità sieno le tre forme in che si determina l'essere. Ma come intenderli quando il primo d'essi afferma che Vvnità è il Padre, Vegtiaglian Ma il Figlio e la connessione lo Spirito, e quando il secondo applica alle tre persone quelle sue tre sparute /orm« ontologiche f chiuda un vero metafisi(X) o morale che sia. Or se è tale il valore del sentimento religioso nello svolgimento isterico della civil società, perchè dirlo morbo della mente, fiacchezza della coscienza volgare, abberrazione della fantasia? Se dunque la ragion filosofica vorrà attingere anche qui forma razionalmente positiva, ella vi potrà giugnere a questo sol patto; che il concetto metafisico ond' è capace, non abbia a contraddire in modo assoluto ai portati della coscienza religiosa. £ se la religione dal canto suo vorrà essere anch' ella positiva e razionale e perciò rispettabile e santa, potrà essere tale a questo sol patto; che sappia porgersi alla ragion filosofica siccome riprova e guarentigia, tuttoché di natura istintiva ed empirica, ai pronunziati della speculazione metafisica. Anche qui regna la gran legge del concorso di forze combinate, e del loro corrispondersi tanto necessario alla eccellenza del risultato. E in tal caso religione e filosofia, serbando entrambe valor positivo e medesimezza di contenuto, formeranno un criterio al cui lume potrà esser giudicata ogn' altra filosofia e religione. Una critica religiosa che si diparta da questo principio, sarà critica infeconda ed erudita, com' è quella de' Teologisti cattolici, ovvero critica esiziale e sistematica com' è quella de' mitologi hegeliani. Tal si è precisamente il nostro concetto metafisico rispetto al ternario cristiano, che è il mistero piii comprensivo cui abbia saputo elevarsi la coscienza religiosa. L'uno è correzione dell'altro, al modo istesso che questo è, per così dire, guarentigia sperimentale del primo.' * Qui abbiamo dovuto accennare solamente al simbolo della Trinità, ma nella Sociologia mostreremo di proposito come la dottrina del Vico su la natura ed origine del mito in generale, sia fondata anch'ella nelle leggri del processo psicologico, e quindi racchiuda il concetto e la necessità della interpretazione morale nell'ordine delle intuizioni religiose, e mitologiche; deHa qual necessità il Kant, dopo Vico, ebbe assai chiara coscienza {Rdig, daiu le» lini, de In raiton). Ora ciò che qui preme osservare questo: s^ col concetto metafisico del nostro filosofo si può acconciamente interpretare il simbolo del ternario cristiano, ne scendono due Concludiamo. Se è vero che la metafisica è scienza non assoluta ma dall' assoluto, stantechè sia possibile attinger notizia razionalmente positiva circa il fondaconseguenze: P che il Libro Metafisico f nel quale troviamo depositato il germe del concetto riguardante il procesto ideale, sia intimamente collegato con la Seiema Nuova, appo cui la teorica sul mito (superiore sotto più riguardi, come vedremo, a quella de* mitologi e filologi Tiventi), non è che un' applicazione della sua dottrina psicologica, della quale noi ahbiamo svolto i tratti principali: che interpretando col suo concetto metafisico il simbolo cristiano, in generale, e, in particolare, quello del ternario, si viene a contraddire in modo serio e positivo al panteismo. Anche per gli Hegeliani il mistero della Trinità, come ogn' altro mistero, shnboleggia una verità filosofica. (Heobl, Phil. de VEaprit, ItUrod. del Vera); nel che siamo perfettamente d'accordo. Ma l'interpretazione alla quale costoro sottopongon la simbolica religiosa, anziché legittimare in qualche maniera la credenza elevandola a significato filosofico, l'annullano addirittura, perchè la rendono assai più inintelligìbile e paradossastica ch'ella stessa non sia come credenza. Idea, Natura e Spirito: Padre, Figlio e Spirito Santo! Ma che cosa ci ha che veder la Natura? Non è egli questo precisamente ìl vecchio concetto degli Alessandrini, di Plotino, che pretende ritrovare nel Parmenide di VELIA le tre famigerate ipostasi dell' Unità, del Multiplo, e dell’Unità-multiplo, riponendo quest'ultimo appunto nell'anima e nella natura V (Enn., tBoulliet). L' interpretazione davvero potitiva e non già fantastica del contenuto religioso, non deve e non può contraddire al simbolo (almeno per quel tanto che esso contiene di filosofico), perchè contraddirebbe alla stessa ragione. Or quest' elemento di verità, contenuto germinalmente nel simbolo cristiano, riguarda per appunto il ternario considerato in sé; riguarda il ternario assoluto, il ternario com'è richiesto dall'esigenza metafisica positiva, e non già il ternario trasportato anche nel processo della natura, e nello svolgimento della storia. Questa enorme confusione fanno i Teologi, e la fanno anche gli Hegeliani con la lor teorica e critica della simbolica cristiana. Che cos' è il Dio che eeende nella natura? Che cos'è il Figlio che si parte dal Padre per umanar»if Che cosa mai sono il popolo eletto, i profeti, gl'ispirati, il mondo latino-cristiano? E che cos' è la Idea che dall' astratta mansione dialettica scende anch' ella e passa mediandosi nella natura e penetra nella storia? Che cosa sono \6 funzioni storiche speciali de' popoli privilegiati, àQ* privilegiati personaggiy del mondo cristiano-germanico? L' Hegolianismo è davvero una contraffazione del più grossolano Cattolicismo! ò una mitologia anche lui! E quanti punti di contatto anche in questo, e specialmente in questo, con la dottrina sociologica dei Comtiani! VERA ha detto bene: il positivismo i una contraffazione dell’Hegelianismo. E noi alla nostra volta crediamo dir benissimo (col permesso dell' illustre traduttore) che r Hegolianismo è una contraffazione evidente del cattolicismo. Ma di ciò basti: ce ne rifnrorao altrove più riposatamente. mento e la ragion delle cose; se è vero, d'altra parte, che il significato esteriore della storia della filosofia occidentale sta nella lotta fra il platonismo e l’aristotelismo, mentre il significato interno ed essenziale di essi risiede nella correzione vicendevole de' due estremi indirizzi aristotelici in quanto concorrono al trionfo dell'indirizzo medio: ne viene che nel concetto del processo ideale e nella relazione de' tre termini costituenti la dialettica discensiva che abbiamo sin qui rapidamente interpretata nel nostro filosofo, trovasi non pure il risultato e insieme l' inveramento delle tre posizioni unicamente possibili in metafisica delle quali altrove toccammo, ma l' inveramento altresì della doppia esigenza deU'ùZga platonica e della categoria aristotelica. Trovasi la correzione, come ci sarà dato meglio vedere fra poco, del Dio platonico previdente e provvidente, e dell' immobile Dio aristotelico che nulla vede, nulla prevede e niente provvede nel mondo. E per tutto ciò troviamo l'accordo fra il principio della medesimezza che prevale nel padre della Dialettica, e'I principio della diversità che predomina nel padre della Metafisica. Cìotesto accordo per noi è vero accordo, è vera conciliazione, appunto perchè, come dicemmo, è vera correzione: correzione dell'Idea, dell'essenza che, pur sparata, dovrebb' esser l' essenza della cosa: correzione dell' Ji^o il quale, non ostante l'assoluta immobilità sua, dee muovere il mondo come causa finale. Quest'accordo e questa correzione trovano lor saldo fondamento nel criterio della Conversione, elevato a dignità di Pilicipio metafisico. E questo medesimo principio metafisico può e deve assumer natura, come si disse, di principio speculativo, di norma, di criterio essenzialmente isterico, universale e comprensivo, a poter saggiare e acconciamente ponderare la verità delle soluzioni che intomo al problema metafisico han dato le diverse scuole, e le differenti filosofie. Se ci fosse dato fermarci in siffatti riscontri storici, non sarebbe guari difficile mostrare come in esso trovi correzione, per dir qualche esempio, 1’Alessandrinismo; il cui rappresentante, Plotino, interpretando erroneamente il metodo dialettico di Parmmide di VELIA e abusando dell' Unità parmenidea, non potè coglier la ragione del vincolo che insieme annoda i suoi differenti generi del sensibile, co' suoi generi dell'intelligibile, e siffattamente sfumò nell'iperpsicologismo platonico pur credendo d' inverare l' Aristotelismo. Questo vincolo e questo passaggio non potè scorgere l'ingegno profondo d'Erigena con l'ardito concetto della yuVic e con le quattro diverse maniere onde per lui s'attua la Natura; poiché giunto all'assoluta essenza, com'è noto, ei se ne ritrasse invocando in sussidio la teologia rivelata. Né il Cusano, per citare un esempio del rinascimento, tuttoché con mirabile acume giugnesse a cogliere il concetto àéìT alteritcLS e delle determinazioni dell'Assoluto, bastò a dedurre acconciamente e necessariamente l'attinenza verace onde il mondo è a Dio congiunto,' e anche lui finì con intender l'atto creativo al modo che è posto dalla coscienza religiosa. Tanto meno l'arditissimo BRUNO puo imbroccare nel segno, con la dottrina de' tre intelletti, quant' all'attinenza tra l'intelletto divino e l'intelletto che tutto fa; e quindi sfumò in quel suo naturalismo che potrebbe dirsi un aristotelismo cui manchi il concetto dell'Atto in sé. Né il Campanella giunse ad applicare in maniera dialettica le sue tre primajità psicologiche all' Assoluto,' come il Vanini non superò guari la dottrina della natura e della forma de' peripatetici. Nello Spinoza poi, meglio che dialettica, ci è meccanica e geometria; poiché il concetto della sostanza unica' è negazione della tripli* Simon, BUt. Haubiau, PhU. Sool. ' Nio. DB Cusa, DicU. cU Pot§e9t. * Bbono, Dial., De Prine.j oc. Camparblla, MetapKt SpurosA, £th.t I, n. U, cita e d' ogni processo intimo e dinamico nelP Assoluto; onde il pensiero, che è uno de' due modi universali della sostanza, riesce, con evidente assurdo, molto piii che non sia la medesima sostanza. In opposizione alla sostanza spinoziana sta la monade del Leibnitz. Ma se nel concetto monadologico del filosofo di Lipsia vi è una divinazione originale che la scienza moderna è venuta semprepiii confermando, voglio dire il concetto dinamico, niun vincolo razionale e dialettico esiste tra la gran Monade e T universo delle monadi, come altrove dicemmo.' E per toccare finalmente de' moderni, niuno, tranne gli adepti, vorrà creder sul serio che Hegel col suo ternario assoluto ci abbia dato un concetto metafisico positivo. Egli anzi ha cancellato aftatto il concetto della conversione ad intra^ riducendo siffattamente il dinamismo ideale ad un ideale meccanismo; talché il processo geometrico della Sostanza spinoziana avrebbe più d' un' attinenza col processo formale e dialettico dell'Idea hegeliana. Alla vera nozione del processo ideale non sono pervenuti poi né GIOBERTI, né SERBATI. Il principio ctisologico del primo è senza dubbio un processo, come vedremo fra poco: ma, appunto perchè processo, non dovrà supporre forse un altro processo anteriore, e superiore? La dialettica giobertiana é Una dialettica a metà; e il creatore del filosofo subalpino è troppo accosto al suo concreatore, alla sua iitBì^ic^ al suo Intelligihile relativo che, coni' egli dice, è l' Idea redw^ata, V Idea per soìiificata; talché potendovisi facilmente confondere, non poteva àgli hegeliani riescir guari difficile tirarlo all' Idealismo assoluto.' Il Rosmini finalmente, col concetto dell' ente iniziale e comunissimo determi[Vedi ciò che abbiamo discorso del Leibnitz e se^. Gioberti, FU, ddla Rivdaz. Al GIOBERTI manca e deve mancare, come vedremo fra poco, il vero concetto della dialettica; e Io confessa egli medesimo là dove si prova a distinguere una dialettica interiore, ed una dialettica esterna (Protologia) nantesi nelle tre forme dialettiche, non è giunto, e non poteva giugnere neanch' egli a sciogliere e poi rilegare il vero nodo dialettico. Com'è possibile un processo fra quelle sue tre forme? Com'è possibile la distinzione categorica reale del suo essere? Le cose discorse ci menano a due conclusioni quanto chiare, altrettanto irrepugnabili: P L'assoluto è il vero che si converte ad intra col generato, e ad extra col Fatto: dunque la posizione del Fatto è razionalmente, liberamente necessaria: 2 U Fatto è V aUrOj è il diverso: ed è tale per doppio rispetto; come termine ^05^0, cioè come fatto semplicemente detto, e come fatto che si fa; come sostanza e come causa: dunque il fatto è estemo al Generato, è indipendente da lui, non come termine posto, bensì come Fatto che s'invera, come Fatto che si converte con sé stesso e perciò nel vero; insomma come sorgente perenne d'attività. Diciamolo in altre parole. Dio crea il mondo in quanto lo pone; e il mondo, in quanto è posto come fatto, si crea. 11 mondo, adunque, appunto perchè ha natura di Fatto, appunto perchè ha natura di altro sotto gemino aspetto, è insieme posizione e creazione. È posizione, in quanto è termine di conversione con l’altro, ciò è dire con Dio: ed è creazione, in quanto è subbietto di conversione con sé e per sé medesimo. Perciò se il Fatto non è creato ma è postOy ne viene eh' egli ha da essere il vero pònente, il vero creante sé medesimo. SERBATI, Teotojia. La parola ponzione è brutta, io Io veggo; ma qui non saprei come dire dÌTersamento per non restare avviluppato negli equivoci ed esagerazioDi in che sono caduti gli ontologisti con l’uso ed abaso deUa parolA Il mondo nel processo cosmico ci si presenta sotto tre aspetti. Riguardato come Fatto, egli è in Dio. Riguardato qual fatto che s'invera e converte con sé stesso, è fuori di Dio. E, finalmente, considerato qual Fatto che si converte col vero nel regno della storia e della psicologia, non si può dir propriamente eh' e' sia fuori di Dio né in Dio, ma Dio è in lui: é in lui nel senso che il mondo è pensiero, scienza. Ecco la correzione e insieme l'accordo del dualismo e del panteismo. Non vi é unica ed assoluta sostanza: né vi sono due sostanze poste empiricamente. Vi è bensì una dualità formante unità: vi é due sostanze formanti organismo. ertaMÌ4me. Nel g^reco non ini pare ci sia una voce che possa rendere il concetto: anzi non ci può essere^ chi consideri come al pensiero ellenico manchi r idea alla quale accenniamo. Tra l’Atto puro e la dateria prima deir Aristotelismo non ci è vincolo nel signifioato di potìnofu; ma t* è solamente relazione di finalità, perchò VAtto non pone, ma attrae; e attrae la materia in quanto essa è jiotoiua, cioò in quanto è opi^i; e però in quanto nelle cose Tiene inserito il deeiderio con perpetua in/ueion% che è 1’interpretazione erronea de’vecchi aristotelici e antiaristotelici (Rjlvaisbok, Metaph, ec. Neanche nel Platonismo ci è V idea della posizione, e quindi nò pur la parola che vi risponda; essendo noto come pel filosofo d’Atene la materia sia anche eterna e al tutto indipendente dall'ùlea, cioè un'assoluta recettività, iimeno intendendo Platone come si fa d'ordinario: nò poi la fii9t^i^ e la yLl^junii come toccammo, bastano ad esprimerci il concetto della conversione. Il pensiero ellenico dunque non pervenne a determinar nettamente l'attinenza originaria, non finale tra l'indeterminato e l'Idea, tra l’infinito e il finito, tra la forma e l'Atto; e quindi non riusd, com'ò noto, a superare il dualismo. Ora trascendere il dualismo è uno degl’aspetti e però uno de'fini della lotta fra il platonismo e l’aristotelismo. L'alessandrinismo tenta superarlo, ma evapora nel concetto dell'identità assoluta: e però neanche presso gl’alessandrini sarebbe facile trovare nò il concetto, nò la parola che significhi '1 vincolo originario tra il mondo e Dio. Gli Hegeliani usano anch'essi, fra le altre non meno brutte, la parola poeizione, che anzi costituisce il lor pane quotidiano. Ma pell' Hegelianismo poeizione vale determinazione, medùizione, compenetrazione; e perciò, checché ne dicano, esprime un rapporto di natura, per cosi dire, meccanica e formale. La nostra posizione è diversa dalle loro quanto il nostro generato dalla loro Idea; quanto la nostra convereione dalla loro contrappoeizione^ negazione, medÌ€tzione e che so io. fe inutile avvertire che le parole bara, asa, vasàb della letteratura ebraica, esprimon tutt'altro concetto di quello che noi intendiamo significare colla parola poeizione. Quest'organismo è vita, non è morte fqueet' organismo è profondo dinamismo, non è meccanismo. Ed è vita e dinamismo, perchè non è monismo assoluto; non è monismo inintelligibile, assurdo, esiziale alla scienza come alla civil società. E qui ci corre il debito di rendere giustizia alla mente straordinaria di GIOBERTI, e correggere nel medesimo tempo la sua formola ctisologica. Anch'egli è tal pasta d'ingegno che si svolge e s'allarga e s'invera e si corregge; ma non per questo si contraddice. La novità della protologia non stà nel concetto del creare inteso come divenire, secondochè vorrebbe Spaventa. Se così fosse, egli, in verità, non avrebbe detto nulla di nuovo; come nulla di nuovo dice nella Introdu' jrìone col rinverdire l’idea della creazione. La novità vera, la nuova esigenza del filosofo subalpino sta nel concetto della concreojgione, com'ei suol dire; della cancrecunone intesa non già come fxsOf5«; dell'Idea verso il mondo e rispetto al mondo, ma si del mondo verso r Idea, e rispetto all'Idea. Perciò l'ontologismo giobertiano va corretto; va fatto più conseguente con sé stesso: e, scambio della celebre formola dell'Ente creante l' Esistentey è forza porre la formola metafisica di VICO (vedasi) nella quale è racchiuso quel vero e compiuto dialettismo che r ardente scrittore del primato anda sempre cercando con ansia febbrile, e non trovò mai: cioè il vero che, convertendosi ad intra ed generato si converte anche ad extra col fatto. La sua formola teleologica, poi, vuol essere anch' ella corretta; e invece d'aflFermare che l’esistente ritoma alV ente (prima maniera), o che l’esistente concrea Venie concreando se stesso j è d'uopo dire che il Fatto si converte nel vero e col vero, e perciò si crea, e perciò si fa divino. Il concetto ctisolo^'oo di GIOBERTI della prima maniera (e dico marnerà per dir forma nello stiluppo, non già diversità di contenuto nella sua dottrina, come Terrebbero gli Hegeliani), sta nel presentar V’atto creatiro siccome prodaconte T  esistenza in quanto la individua. Nella IntroMi si chiederà: la seconda forinola, la formola cosmologica esprimente il vero concetto della creazione, cioè il fatto che si converte nel vero, esiste ella in VICO (vedasi)? Esiste, io rispondo, per chi la sappia ritrovare, e dedurre; e dedurla e trovarla è negozio agevolissimo. Come la si deduce? Considerando con accuratezza la sua formola metafisica. Quando egli pone il fatto siccome termine di duzione il creare suona, a dir proprio, individuare. Che cosa in£atti ò r individuo? È l’dea pasMta dalla potenza alTaUo. Qui t;* ò dol neoplatonismo, e anche buona doso di panteismo. Della prima maniera altresì è queir afTermare con tanta sazietà che l’uno crea ti mi«ltiplof e che ii tntdtiplo ritoma aU^tmo: concetti yaghi,  indeterminati ed erronei che ci fanno pensare a Proclo e a Plotino. Se GIOBERTI  fosse rimasto qui, non sarebbe stato ingegno potente ed essenzialmente correttivo di sé medesimo. Non sarebbe stato ingegno progressivo, fecondo ed esplicativo. Ma se nella protologia fosse giunto al concetto del divenire, più che esplicarsi e si sarebbe data la zappa su' piedi; si sarebbe codtradetto:  sarebbe passato dal bianco al nero, dal no al sì, da Dio alla Idea, e siffattamente sarebbesi mostrato ingegno leggiero, pensatore sghengo e anche un pò vanesio. Era egli tale T ingegno di GIOBERTI? Lo dica chi può! Dunque l'A. della Protologia, se per nostro conforto fosse vissuto, non sarebbe divenuto Hegeliano; anzi avrebbe inaugurato novello periodo filosofico in Italia conforme  all'indole di nostra mente; ciò che non ha fatto, e non poteva faro MAMIANI. FERRI ha detto benissimo: la teconda JUoaofia di GIOBERTI {che racchiude non già un nuovo 9Ì9tema, eibbene uno epirito nuovo)^ inaugura un altro periodo, la cui aorte i rieeronta al futuro Hist. E davvero, se fosse vissuto, ci avrebbe dato un Btnnovn mento filosofico, al modo stesso che ci dìo il rinnovamento civile col quale inaugura la nuova ITALIA, e del quale Cavour, dovremmo esserne ormai convinti, non fece che attuare il programma. Ciò non pertanto anche nella protologia si scopre l'uomo vecchio, VintuitUta, e però il neoplatonico schietto. Non dubita affermare, per esempio, che Videa pone il finito, e 8i COMUNICA): che le idee formino in Dio una gela, la quale 9Ì «quaderna e  pa^aa dalV as9oluto  ed relativo merde l’atto della creazione: che l’infinito attuale e l’infinito potenziale, anziché due cote, formino una sol cosa, ma sotto doppio aspetto: e che l'infinito potenziale non è né il finito né 1’infinito, ma la sintesi di essi, non {scorgendo il grand'uomo come finitò, e infinità potenziale non siano già due cose, ma due aspetti d’un medesimo subbit'tto, ciò è dire il fatto in quanto è alterità verso il Generato, e verso se stesso. Or le contraddizioni da cui bisogna salvare Gioberti nella sua seconda maniera di filosofare sono queste, non quelle che ci veggon gli Hegeliani. E bisogna salvamelo appunto, per liberarlo dalle tracce d’iper-psicologismo, di neo-platonismo, d’alessandrinismo, d'arabismo e d'hegelianismo che pure  contiene. conversione col Generato, cioè il Fatto come Fatto, come posto; con ciò stesso ei ci dà questo Fatto come subbietto che essenzialmente si converte con sé medesimo; cioè come creante sé, come autogenito, come conato, E come poi ritrovarla cotesta formola? La ritrova chi abbia occhi in fronte; cioè leggendo la Scienza. La quale è per l'appunto un'applicazione di essa, ma è  un'applicazione al mondo de' fatti umani, eh' è dire d'ima parte, d'un genere, del sommo genere del fatto. Che cos'è il certo che diventa vero? Che cos'è l’autorità che a grado a grado assume forma e valore di ragione? Che cos'è la filologia che diventa filosofia? Che cos'è la storia, l'uomo, lo spirito che dalla fase divina passa alla fase eroica, e dall'eroica all'wwana. Che cos'è il pensiero,  la Mente che è Senso poi Immaginaeione e poi Ragione? Taluno potrebbe dire: di cotesta formola VICO (vedasi) non fece applicazione al mondo della natura. Neanche questo è vero. E non vero, perchè non solamente quest'applicazione ci è dato dedurla, al solito, dal suo principio metafisico, ma, che più rileva, ei n'ha lasciate tracce visibilissime, germi assai fecondi ne'suoi principii  cosmologici, come vedremo appresso. Torniamo al proposito. Dato alla creazione il significato e il valore che noi diciamo, ne vengon fuora parecchie conseguenze le quali verremo accennando man mano. La creazione non è, per parte di Dio, né una deduzione, per dir così, né un'induzione. Per dedurre il mondo, egli dovrebbe cavarlo da sé: assurdo grossolano. Per indurlo, poi, dovrebbe cavarlo da una materia preesistente, ovvero dal nulla. Una materia preesistente senz'alcuna idea, un ricettacolo indeterminato, come lo concepisce il platonismo, riesce inintelligibile, e ci lascerebbe in pieno dualismo. Dal nulla come tale, nel che sta il concetto balordo dal pietoso credente, tanto meno. Si dirà esserci la potenza Vedi a questo proposito quel ohe abbiamo discorso nel Cap.  V del Ub. U. infinita attuale? Benissimo: quest'Atto ha da esser Oenerato; e, in quanto è Generato, pone il fatto, educe il fatto per necessità razionale, e quindi per legge di conversione. Se dunque lo educe per necessità intima e razionale, veggiamo scaturire una seconda conseguenza, ed à che un mondo particolare, contingente e d'ogni parte finito e mutabile e scorrevole, senz'altra  necessità fuorché quella d'un beneplacito divino, contraddice apertamente alla ragion filosofica positiva, nonché ai risultati sicuri della moderna scienza fisica, geologica, cosmologica, astronomica. Se il mondo, anche in sé medesimo, é una conversione di sé con sé stesso, non può non esser necessario nella sua esplicazione e nelle sue leggi, appunto perché essendo termine di conversione  d'una causa eh' é mente, debb'essere anche lui causa, mente, razionalità. Il mondo, in somma, é posto razionalmente. Dunque l’atto col quale Dio pone cotesto mondo é liberamente necessario, e necessariamente libero. Dicemmo qual relazione corra fra libertà e ragioue. Se l’atto volitivo guardato nella sna radice, secondo la legge del processo psicologico, non è altro in generale che  uno «/orso (Tintenderef cotesto sforzo, che in noi ò impedito perchè essenzial conato, nell’assoluto non può aver luogo, e quindi è speditissimo. £cco il fondamento della necessità della creazione. Ma la sapienza infinita! si dirà: chi ne misura gli abissi? Lasciamo gli abissi: qui la faccenda è chiara, perchè ce ne porge guarentigia la psicologia: gl’abissi ci sono, pur troppo, ma non qui;  e qui ci sono, perchè ce Than messi l’ignoranza, il pregiudizio e l’immaginazione. Nò si creda che togliendo a Dio la libertà anche quella a n«oem(ate natura, ella rimanga distrutta altresì nell’uomo. Innanzi tutto non è vero che si tolga a Dio U libertà; anzi gli si dà la libertà vera, dal momento ohe si concepisce come vera  e compiuta ragione. L’uomo è ^rt»eep«rous. Non v'è dunque destino: il destino è la natura e la ragione; e appunto perchè il destino è natura, perciò è lungi d'esser cieca necessità. Tutto quindi è provvidenza nella mente di VICO (si veda), perchè tutto è creazione, attività intima, profonda, spontanea si nel mondo fisico, e rì nel morale; né senza ragione volle metterla in cima alle sue discor verter La provvidenza agl’occhi suoi apre e chiude il  circolo della scienza, non meno che il processo della storia. Ella perciò è innanzi tutto naturale e divina, appresso eroica, da ultimo umana. La provvidenza umana è la stessa ragione, la quale non può non essere libertà: essa dunque importa pienezza di responsabilità. La provvidenza è il primo de'tre grandi principii, 0  sensi comuni dell’umanità: ed è altresì l'ultimo corollario della mente  del filosofo. La provvidenza dunque è principio e fine della storia umana, al modo istesso eh' è dedica e conclusione della scienza. E anche quest’altra: ab ipta rerum humatuxrum natura. De  Oon$t, Philel Il  coDCotto di Vico è concetto aristotelico; e così infatti 1‘Afrodìsio interpreta la neceasìtà Jinea e naturale d'Aristotele. Ved.  NooBI8S0N,  De la UberU et du Haaard,  E$8a%  sur  Alexandre d'Aphrodina»  ec. Paris Ved. Tavola delle Diteoverte nella Seien»a Perciò chiama il soo libro una teologia civile e ragionata della Prowedema divina Se.; e più d' ana volta si dà Tanto d'aver prodotto una nuova dimostrazione, una dimostrazione di fatto ittorieo circa l’esistenza di Dio. Che cor'  ò questa dimoetratione di fatto ietoricot t!  la provvidenza in quanto è Fatto, in  quanto è creazione. et il Fatto che si converte con so stesso, e mostra quel che è, quel che contiene, quel che debb'essere; e così, mostrando sé stesso, mostra anche Dio. Perciò la provvidenza non ò Dio che si mostra, Dio che interviene; ma ò il mondo delle nazioni che attuandosi, che creandosi e edébrando così la propria ìvatwra, si mostra sensatamente, e si manifesta  come termine di  conversione. Indi è che la provvidenza per lui non può essere un argomento induttivo dimostrante l'esistenza di Dio, appunto perchè ella nel mondo, anziché effetto, ò una causa. Questa sua dimostrazione di /atto ietorico, dunque, è una forma dì eduzione, non già di semplice induzione: col che confermiamo anche una volta la natura del metodo vichiano. Ora se questo è il significato  significato davvero nuovo e originale del concetto della prowidenaa  n^U'  A. della scienza, n concetto ctisologìco inteso al modo che noi lo interpretiamo nel nostro filosofo, si presenta come il risaltato del mondo moderno. È la vita stessa della scienza moderna: è il gran secreto della filosofia positiva: ed è l'esigenza massima della Sdenea. Chi non Faccetta, deve negare il presente,  dee dare una smentita alla storia; e sarà condannato a indietreggiare sino al medio evo, per non dir già sino alla Grecia. La formola cosmologica del nostro filosofo corregge e trascende, anche in questo, il neoplatonismo italiano moderno, ponendo non è a merarigliare s’egli in ciò sia stato franteso e interpretato assai male, come vedemmo, da certi saoi critici. JOMMELLI (vedasi) e il  primo ad osserrare che nella scienza tale concetto può intendersi in dne sensi; e l’acato archeologo napoletano non s’ingannata. Talora infatti sembra che la provvidenza, per VICO (vedasi), abbia a consistere solamente nell’azione di Dio. È la provvidenza, per dirne un esempio, che eccita Atejo Capitone e Lahtone; il primo nella gdoèa e tenace cuttodia de^ vecchi diritti, e il secondo  nel propugnare interprc tOMioni tempre nuove affindii la romana ffiurieprudenMa potetèc evtdgerai. De  Univ,  Jur,. La provvidenza egli invoca per iepiegare la rapida e univereale comporta del Cristianesimo merco la civiltà romana; la quale perciò altro scopo non avrebbe avuto nel mondo, fuorché quello di schiuder la via all’idea cristiana. Or tutto ciò contraddice all’esigenza del  suo metodo, ed è in aperta opposizione colla sua dottrina metafisica. Lo stesso religiosissimo JOMMELLI (vedasi), il quale del resto non avea nò punto né poco subodorato il valore della filosofia del suo maestro, non dubita affermare, che se per prowidenxa nella scienza vuole intendere eolo l’axione di Dio eugli uomini, Mora non  pare che n faccia altro che una lemone di teologia  poco neeeeearia ai Cattolici, ami ai Crietiani e a tutti gli eneeri ragionevoli. Provvidenza dunque, per VICO (si veda), vuol dire natura. Provvedere è fare, è creare, ò attuare. Dunque è incessante e vivace conversione del fatto nel vero. Per lui quindi è prowidenxa l’itetnto, laddove, parlando dell’origine della  parola 2ex,  dice che gl’uccelli nidificano pretto le fonti. De Vniv. Jur.   provvidenza il pudore, onde procede la frugalità, la temperanza, la giuttÌMia, e simili De Contt. Juritpr.,  I[I). È provvidenza la storia della poesia, e le false religioni. E provvidenza la forma monosillabica delle lingue. È provvidenza  lo teoppiar de’primi  tumulti deUe plebi nella terza età del tempo oscuro. È per provvidenza rebut iptit dietantibut che le religioni cominciano a venire in  dispregio. È prorvìdenn rebut iptit dietantibut, l’origine dell’arte della guerra e della pace. fe provvidenza che le Centi Minori apprendano dalle Centi Maggiori; ed è provvidenza  la templieità e naturalcMM  Oud*ò condotto il corto ddC  umanità Se..a nudo le magagne del concetto creativo del Teologismo, nonché dell' Hegelianiamo e del Positivismo: che vuol dire, al  solito, corregge i due estremi del filosofare, iperpsicologismo ed empirismo. Di fatto che cos' è per l'Hegeliano la creazione? È l’identico in guanto si differendo. Dunque non è vera creazione, svolgimento, processo; ma ripetizione ritmica e, come dire, inquadrata sovra un medesimo fondo che è la Idea. Pel Positivista il moto,  la  vita  e  l' essere  delle  cose  non  è  che  trasformazione di  forze,  o  di  materia; trasformazione fisica, meccanica, biologica; determinismo affatto meccanico, affatto accidentale, affatto cieco. Dunque anche per lui la creazione è ripetizione monotona d'un identico subietto. Colla formola cosmologica del nostro filosofo, inoltre, si giugne a conciliare le esigenze legittime del teismo e del panteismo sulla natura del mondo. Nel Panteismo vi è un'affermazione  giusta e ragionevole; ma vi è pure una negazione iriragionevole, erronea ed esiziale. L'affermazione risguarda lo svolgimento d'un principio interno e divino nel mondo, e nella natura. La negazione poi riguarda un'efficienza sovramondana, che come intelletto amore e potenza ponga il mondo e la natura, e sia presente al mondo e alla natura. Il Teismo grossolano e volgare contraddice  al  Panteismo col porre l'efficienza sovramondana; ma non sa intendere per nulla il divino della natura; non capisce il divino anche nel mondo. L'affermazione del Panteismo è l'esigenza dell'Oriente, e, in parte, dell'Occidente; della scuole jonica, eleatica, pitagorea, stoica, alessandrina; poi delle grandi intelligenze d'.Erigena, di BRUNO, dello Spinoza; ed è anche l'esigenza  dell'hegelianismo. L'affermazione poi del Teismo beninteso, è principalmente un portato della speculazione occidentale, perchè è l’esigenza profonda della metafisica platonica, e della metafisica aristotelica. Panteismo e Teismo, dunque, oggi sono di fronte; perchè essendo pervenuti entrambi al più alto grado di speculazione, ci porgono due forinole nette, chiare, spiccate:V essere, il  non-essere e il divenire, da una parte. Il vero, il generato e il fatto, dall'altra. Or l’affermazione, r esigenza ragionevole del panteismo è inclusa nella formula cosmologica di VICO (vedasi), e, che più importa, vi è anche corretta. L'affermazione e l'esigenza ragionevole del teismo, poi, trova correzione e inveramento nella formola metafisica dello stesso filosofo. Quant'alla parte  negativa,  cotesti sistemi sono da ripudiarsi entrambi. Se il teismo ignora il vero concetto di natura e però disconosce il divino e perciò stesso disconosce la creazione autonoma del mondo; il Panteismo, alla sua volta, disconosce la vera natura di Dio, e perciò disconosce la vera natura dell'uomo, e cosi viene a distruggere la grandezza e l'eccellenza dell’umana personalità. Se intanto la creazione  è un processo, cioè dire il fatto che si converte nel vero, si può domandare: in che maniera s' attua cotesto processo? In altre parole: come avviene che la creazione diventa provvidenza? Il modo con che s'attua la creazione potrà dircelo solamente l’esperienza: ce lo potran dire le scienze di natura, e le discipline storiche in generale. Ma anche nella soluzione del problema cosmologica  sbagliano, tanto quelli che tutto vogliono indurre, quanto quegli altri che tutto pretendono dedurre. Oggi non è permessa una dottrina cosmologica empirica; e tanto meno è permessa una cosmologia che, fabbricata a priori, si rimane campata a mezz'aria. La filosofia cosmologica potrà attinger valore positivo e razionale ad un sol patto; che, cioè, il pronunziato generale ch'ella potrà  fornire alle scienze le quali si travagliano intorno alla ricerca delle leggi da Mill appellate empiriche, sia del pari, o possa essere, il risultato complessivo e finale delle scienze stesGiastissime qaiodi le parole d*aii valoroso sorltlore moderno. (Tttt  ùonire le panthéitme que tou» eeux qui retUM  ^i>rit  de la vrai grandéur de l’homme doivent »e  riunir et eombattre (Tooqukvillk, De la VemoeraHe, Paris) se. La metafisica positiva altro non sa darci, salvo che la legge della conversione come principio della essenzial costituzione del fatto. Quant’al modo poi, ella non sa, ella non può assegnar né regole ritmiche, né tricotomie a priori di nessuna sorta. Che se anche qui per avventura è possibile un accordo e una rispondenza tra la speculazione del filosofo e l’osservazione  induttiva e deduttiva dello scienziato, in verità non si cerca di meglio. In cosiiFatto accordo si avrà la guarentigia più sicura dell'ottimo indirizzo cosi dell'una come dell'altra sfera di scibile. Se il Fatto à il diverso, non solo considerato qual termine di conversione col generato, ma anche avvisato in sé stesso, avviene che, nel convertirsi con sé medesimo, e' debba manifestare varietà di  momenti e passaggi e transiti, e quindi intervalli e tjontinuità nell’esplicazione delle sue forze. Vuol essere insomma, ripetiamolo, un vero processo, che è dire svolgimento, conversione, creazione, anziché una serie di semplici trasformazioni e d'increscevoli rimutamenti di forma. Vuol esser quindi un passaggio incessante ed essenzialmente dinamico dalla potenza all'atto, dall'omogeneo all'eterogeneo, per usare anche qui la frase di Spencer, dall'indeterminato al determinato, e però dal genere alla specie, e dalla specie all'individuo, per finire nell'individuo capace d'essere o di rappresentare insieme nella sua virtù il genere e la specie. Tre sono i sommi generi del processo cosmico; e altrettante le fermate o, per così dire, i momenti dell'attività creatrice. Tre sono dunque  i processi speciali e differenti attraverso a cui il Fatto si fa, e che potremo appellare fisico, orgor nicOf  e storico-sociologico od umano; e tre sono quindi gli anelli della gran catena; Forza, Vita e Pensiero. Fra questi tre processi ci ha differenza e medesimezza, e però intervalli e continuità: ma né questa continuità è di natura materiale, né quell'intervallo é un semphce passaggio alla  maniera che lo intendevano e lo intendono, come notammo, gli aristotelici empirici, ed i moderni materialisti. Fra il processo fisico e il processo organico, per esempio, ci è continuità ideale, e quindi intervallo reale; stantechè non sia la Forza che diventi Vita, né la Vita che diventi Pensiero, ma è la forza che passa ad esser vita, e la vita pensiero. E nel pensiero compenetrandosi non  già sovrapponendosi od  assomandosi le prime, abbiamo nel medesimo tempo r attuazione della forza, e della vita. Il passaggio quindi, come accennammo, non è semplice trasformazione, ma è transito, è passaggio nello stretto senso della parola (iyipyetò:  aTi>>i;),  eduzione eductio entìs ad  actum y e perciò creazione. Se intanto nel passaggio vi ha intervallo, cotesto intervallo non è  egli davvero un salto che fa la natura? L'intervallo superato dalla stessa natura è precisamente la conversione del fatto nel vero; è r energia creativa; è il vero passaggio dal nulla all'essere, dalla potenza all'atto: ed ecco il significato della creazione ex nihilo. Dunque l'intervallo per noi non è come altrove toccammo quel che per gli antichi era i) diastema e il cenon; negazione, vuoto,  nulla. È anzi pienezza d'essere, attuosità vivace, conato (to  Juvarov), perocché ci rappresenta il momento in cui la continuità ideale tende a diventar reale. Ai due capi della catena poi vedemmo esserci due intervalli; psicologico l'uno, e metafisico l'altro. U primo dicemmo potersi superare mercé la dialettica ascensiva, poiché qui il fatto, già convertitosi con sé medesimo e perciò  divenuto forza vita e pensiero, si converte quinci col vero, eh' é dire col primum verum metaphysicum: mentre il secondo é superato dall'essere stesso colla dialettica discensiva, secondochè ci addimostrano la formola metafisica e la formola cosmologica di VICO (vedasi). Queste sono le due leggi universali, o meglio, le due condizioni dell'attività creatrice di natura. In virtù di esse é  possibile una scienza cosmologica razionalmente positiva, poiché in esse sta il nodo di que'dibattati e YÌtali problemi sulla generazione, sulla genesi spontanea, sull'origine delle specie. Né il Platonismo, né l’Aristotelismo, né alcuna dottrina che risalga a queste due sorgenti, ci potranno dar mai questa doppia legge. Nell'uno fa difetto il concetto del processo; nell'altro questo processo,  ripetiamolo, è passaggio empirico> meccanico, generativo, ovvero logico e formale. Ammessa quindi la legge dell'intervallo nell’attività creativa di natura, verremo capaci di correggere il vieto concetto cosmogonico del teologismo e dell'empirismo. Il vecchio naturalista contro il teologista pronunzia, che natura non fadt saltum. A salvare il deus machina il teologo risponde, che natura  fadt sattum; e questi salti per lui sono altrettanti atti immediati del Demiurgo. Ora la verità non istà dall'una, né dall'altra parte. Naturalisti, sperimentalisti, deterministi, positivisti hanno ragione a non credere ai salti; ma non ha torto il teologo se dice che la natura procede per creazioni ed atti creativi diversi. Il positivo qui dove sta? Neil'accettar l' una e l' altra affermazione, e correggerle  entrambe. La natura, certo, non fa salti; non v'essendo ragione perché ella non proceda continua nella ricchezza e fecondità delle sue produzioni Ma eccoci al punto Questa continuità continuità materiale,  fisica, sensata ha luogo entro la sfera. Ma anche in questa dottrina Aristotele potrebb essere difeso, chi lo interpretasse benignamente.  Se pel Platonismo il divenire e il generarsi, ha  luogo per l’essenza, pell'idea che attua la cosa e la scorge e la determina; per Aristotele, al contrarlo, l’indeterminato procede al tUterminato qucdUativo per sua propria energia. Fra i molti passi che potrei addurre mi contento di questo che si legge nella Metaph.:  Uòrtpov  ouv  iv^i  tic (Ttfatpa  uxpot.  raqSi  Xf  oixiu  vK^pct TOtc  oXcvdouC}  i  01» J*  av  aoTf  iytyvexoy  ti  ovtwc  tJv,  róSt  ri; àXXa    Toióv^c  vrifjLaivtiy  róSt    xai  (upurixivov  oux  tf(r7(v, àWà  trotcì  xac'  7evvà  ex  totJ^s  rotov^s    xat  orav  7«vv>30i7,  Ìt^i ro$t  rotòvBt.  È nna  prova di  più, come  si  vede,  della  possibilità  di rintracciare  e  dimostrare  nell'Aristotelismo,  anche  in  siflbtta  ricerca, r  indirizzo  medio della  speculazione  filosofica  contro  gì*  interpreti  empirici e  contro  gì*  iperpsicologisti  che  il  generarsi  delle  cose  in  Aristotele  traggono  in  due  e  contrarie  sentenze opposite d'una specie, d'un genere, d'un ordine, anziché nel passaggio dall'uno all'altro. Se così non fosse, la natura non sarebbe guari natura, non sarebbe creazione, sibbene ripetizione sazievolmente monotona d'individui. E non meno ragione ha il teologo o il neoplatonico che sia, nel pretender che la natura procede a salti; ma non ha niente ragione a predicarci essere il demiurgo, proprio lui, quegli che la fa saltare. È ella stessa, è la stessa potente e feconda natura che si muove. E si muove per qualcosa che non sopraggiugne dal di fuora, anzi sgorga dal di dentro. Cosi, e solamente così, è possibile l'autogenesi del mondo. Chi non sia disposto ad accettarla, romperà senza rimedio contro Scilla, o Cariddi; che vuol dire contro uno de'due soliti estremi. Come intanto s'inaugura, come si svolge e come s’assolve egli il processo cosmico? Dell’attività creativa ne'diversi momenti del processo cosmico, se l’attività creatrice di natura è una  conversione del fatto nel vero, ella non può esplicarsi altrimenti che per gradi,  per momenti diversi, e quindi per intervalli e per continuità ideale. Il processo cosmico, dunque, è universale. Ed è  universale principalmente perchè, secondo la frase di BRUNO, racchiude in sé, quasi circolo più ampio altri piccoli circoH, il triplice processo fisico, organico e sociologico. Così la legge che governa il tutto come le parti è sempre la stessa: è la gran legge del trasformarsi e del rintegrarsi perpetuo, progressivo, incessante delle forze universali e comuni di natura. Perciò è il numero che  [lIB. H. sempre più volge ad unità; è l’indeterminato, l’omogeneo, l'indefinito  (tò  uopiiTòv) che procede al determinato, all'eterogeneo, al perfetto (tò  TsXitov). Se tale dunque è la natura di quest'universal movimento che dispiegasi nel tempo, in che maniera potrebb'esser un incessante cangiar di forme e di fenomeni? Se cosi fosse, quest'universo sarebb'egli un cosmos o non più veramente un increscevole ed eterna monotonia d'apparenze fenomenali, ovvero un caos? La legge del processo cosmico dunque è legge di creazione; è legge di coixyersione, anziché di semplice trasformazione. Col processo fisico si genera la forza; e la forza è subbietto omogeneo, sintesi confusa, numero e unità generale, unitotalità vaga e indeterminata. Cotesto processo fisico si  sdoppia nel processo organico nel quale si genera la vita; e la vita è numero, eterogeneità essenziale, essenzial dualità  -- vegetale e zoologica. Nel processo storico-sociologico, finalmente, SI GENERA LO SPIRITO, il pensiero; ed è un ritomo all'unità, ma come triplicità. La forza quindi si converte nella vita, come la vita si converte nel pensiero. Unità, dualità, dualunità: Forza, Vita  e Pensiero. Ecco il processo cosmico, ed è sempre il fatto che si converte nel vero, perocché è sempre il conato, il medesimo, che si fa diverso per intervallo. Come intanto. È il vecchio principio per cui si distingue l’indirizzo medio aristotelico nella  dottrina sulle forze fisiche, organiche ed organizzate: *H  $i  fxJffi^  ffivyet    aTrci^ov  * to  fiiv  yoip  anstpov  otTtlsq,  Si «vece  «s(  K^Ttt  TsXoc  (I>e  (7en.  an.).  E più chiaramente ancora: 'Aft  yàp  €v  Tw  efslivii  vppxst  xo  upOTspov De An..La scienza moderna non ha fatto e non fa che confermare questo principio aristotelico; ed è quel medesimo pronunziato che Spencer considera siccome chiave del processo cosmico. Ma avvertimmo già l’aspetta manchevole delle dottrine dell’illustre scrittore  inglese;  che, cioè, se il processo cosmico è davvero una creazione, è forza che nella sua natura altro non possa essere che uua teleologia, un processo essenzialmente teleologico, a partire dall'etere, dalla materia nebulare indeterminata, e scendere giù giù fino all'atto estremo, alla forza che diciamo  pensiero. Questo dato vitalissimo manca a Spencer nonché ai Positivisti e, come vedremo, a'  naturalisti  Darwiniani. E pure, chi ben rifletta, è un concetto essenzialmente poeitioo^ perchè è un fatto.rivelasi la prima conversione del fatto? In altre parole: in qual modo s'inaugura l'attuosità creativa dell'universo? La natura comincia con l’esser conato. Ella dunque comincia come sintesi iniziale e confusa: ella s'inaugura come materia metafisica Vico, De  Antiqui^. La nuiteria metafisica alla qaale più voite accenna confasimente VICO (vedasi) e che SERBATI, come toccammo, non interpreta convenevolmente, ò neill/ordine cosmico e naturale ciò che nell'ordine psicologico ò la luce tnetaJUica. Nel passaggio, nell’intervallo in generale, ha luogo nn novello conato, eh' è il momento creativo, il parto a/orno  impedito della natura; e quindi racchiude qualcosa d’intimo,  d’universale, di metafisico, d'iperfisico, di soprassensibile. Ecco  perchè talora in VICO (vedasi) nonv'ha divario nelle parole conato, momentOf  t/orto  impedito, luce meta/i» nea^mcUeria  metaJÌ9Ìca,virtue^vi»,  dvvxfJLi^y  «vT«).ffXJeav, e simili. Però è facile incontrarvi qualche sentenza di questo tenore: Lux metaphyeica §eu eduetio virtutum in actue conatu gignitur.  Perciò se si vuole interpretare a dovere la sua mente, il valore della parola conato, nella quale pone radice la novità della cosmologia vichiana e leibniziana, è questo: che il conato per lui sia il principio concreto, reale, vivente della natura: che sia perciò relazione la qual comprenda e annodi in organismo vivente i tre processi, e per cui risulti come la  molla secreta deir intero Proceeeo  eoemólogico, È la relazione concreta, e reale del fatto col vero; cioè del fatto che, in quanto divereo in sé, diventa Vero. In una  parola, è la eoetanxa della natura, come fra poco vedremo, e perciò è Vdpx^  xivKj Tcwc d'Aristotele (AfetopA) ma corretto profondamente, e però trasfigurato e legittimato, stantechè non sia altrimenti un principio di movimento ipercosmìco, ma nn principio  essenzialmente eoemico, essenzialmente naturale; e perciò è lo stesso movimento che, in quant'è motOf  si rivela come autogenito. GIOBERTI che ha un senso storico divinativo tutto suo nel saper cogliere in certe sentenze l'aspetto originale d’una dottrina, non dubitò scrivere che la teorica de'punti e del i eoncUo di VICO (vedasi)  ì il perno del tuo eietema; aggiungendo che per questa parte egli è arietotelico e platonico ad un tempo Protol.. Che la dottrina del conato sia il perno della sua cosmologia, nessun dubbio; ma la cosmologia non è la sua metafisica. È dunque il perno, è la molla della sua formola eoemoloffica, non già della sua formola metafiica: il perno di questa seconda è ben altro. Che poi in questo egli sia aristotelico e platonico insieme, è vero; ma è tale  in quanto corregge, trasforma e compie i due filosofi, e perciò in quanto li accorda. Nel platonismo il concetto del conato, al modo che è inteso da VICO (vedasi), non ci è, e non ci può essere, come si può ricavare da tutti que'luoghi ne'quali siamo venuti accennando rapidamente a quel sistema. Può esserci, e vi è di fatto in Aristotele, ma confuso e indeterminato cosi che non si lascia  riconoscere facilmente. Al qual proposito mi sia qui lecita nn* osservazione storica. Ma se la natura comincia coll’esser conato, appunto perchè conato ella dev'esser riguardata sotto doppio QualcQDo potrebbe confondere questo conato del filosofo napoletano colla monade leibniziana, o, pegfifio, col1’  ?pe$(?  aristotelica. Lasciamo della prima perchò ne dicemmo qualcosa in altro  luog^o. Qnant'al secondo osserro che tra Voptl^ii  dello Stagirita e il conato àe\ nostro filosofo, ci è profondo divario. Accennammo già qualcosa riguardo alr aspetto esagerato della «aiMo y!iMi2«  d'Aristotele.  L'ó^e^cc certamente è designato da lui qual moto 9pontaneo; e basti per tutti questo passo: Kcvftrac  yoLp  to' xivouufvov  t?  òpiysrat^  xat  17  xévTio'c;  rtc opsl^ti   t»spytia.  {De  Xn,)! Ma ò poi veramente tale, voglio dire essenzialmente spontaneo cotest’opegi^ d'Aristotele? Non sarebbe più tosto un residuo del maestro passato nella mente dello scolare? Aristotele, avvertimmo, rompe la terie predara in due modi; col1'intdllgibUe venuto di /uorOf  BvpstOiv, e colla causa finale, cioè, col dender€tb%le  [70  òptxTÒv  xat  to'  voutÓv).  Luce  per ribtelligenza,  dunque, e calore pella volontà vengon d'altronde; e però chi determina tanto il peneiero, quanto la tendenna, è il pensiero divino. Eih, Eud.. Ora dunque 1*opeHc'c per Aristotele non può esser davvero spontaneo, se no si contraddice. E tant*è vero che la natura per lui non ò propriamente attiva per so, che non mancò, fk'a' vecchi aristotelici, chi pigliasse a dimostrare come in Aristotele,  in forza del suo medesimo sistema, debba aver luogo la causa efficiente. Se Dio infatti ò canea finale^ per ciò stesso ha da essere anche canea efficiente; tanto pare ad Ammonio, il primo a dare tale interpretazione, che Aristotele dove mettersi in accordo con Platone (Yed.  Rayaisson). Dunque l’ops^i^  noir Aristotelismo ò  ?^e^cc non per essenza propria, ma in grazia d’un determinante  estrinseco, d’un’infiuenza eeteriore; la quale influenza non essendo stata chiarita nettamente nella sua natura dal filosofo di Stagira, ha fatto e fa si che molti i quali si studiano d’interpretarlo benignamente, credano d'aver buono in mano per assumerne le difese, e fino a certo punto riescono ad aver ragione. Sennonché il vero concetto  dell'o^sHcc,  che  in  parte  risponda al conato di VICO (vedasi) e rappresenti perciò r indirixMo medio in siffatta questione, sarebbe da riporre piuttosto nella nozione di svipyna  aTf>>i:, la quale è appunto attiva per sé, ò attiva per virtù propria, essendo ciò che esiste in potenza, ma in quanto s'avvia all'atto; e s'avvia  per sé medesima, non per un altro; s'avvia e procede per propria essenza: 'O^óc  ttQ  ouTiav  {Metaph.)  In altre parole  è ciò che, imperfetto, non ha il fine in so stesso, e quindi lo cerca. E lo cerca non perchè ne sia attratto (platonismo 0 aristotelismo platonico), ma k1 perchè ne ha bisogno. E se lo cerca e ne abbisogna, vuol dire che questo fine non potrà essere un'illusione addirittura. Perciò Aristotele determina il concetto del moto cosi: Twv apy.^£Mv eiv «tt/ taipoc ov^sjMca  tjXoc,  àWà  t«v tapi  To  TsXo;. {Metapk.). Ci slam voluti intrattenere un momento su questo particolare non solo per chiarire il concetto di VICO (vedasi) sul conato ma anche por mostrare l’attinenza ch'esso ha col concetto del rispetto. Anche del primo cosmologico possiamo dire qael che dicemmo del primo psicologico: egli è una testa di Giano; ha due facce. Il conato adunque è due cose, non una: è punto e momento (cf«7ft*i^ v) materia e moto, estensione e forza: ma e punto e momento di natura metafisica che vuol dir di natura potenziale, virtuale, soprassensibile, semplice, indivisa, universale. In altre parole, il conato e attuosità concreta e reale; ma non è, a dir proprio, né moto, né estensione, bensì virtii di moversi, e d'estendersi: e come virtù, come potenziaUtà, esso in generale é un soggetto identico. Punctum et momentum unum sunt, e quindi é nel medesimo tempo numero e unità, dualità e unità, polarità originaria, e perciò é unitotalità originaria, concreta, universale. Ora il conato in quanto é punto, materia, cioè in quant' é soggetto potenziale, recettivo, indeterminato, omogeneo, indefinito e indefinibile, é il ro Ssrspov; è la wa/xcc come pura capacità; in somma  é il fatto semplicemente detto; il fatto in quanto è termine di conversione dialettica coi Grenerato. Al contrario, in quanto é momento, ciò é dire materia e moto, estensione e forza, to'  Strtpov e to' notilo e però to warov, é il fatto in quanto è termine di conversione cosmologica; è il fatto in quanto é conversione di sé con sé stesso; e quindi é sostanza semplice,  sostanza universale, sostanza indivisibile in sé, ma divisa nelle cose che sostiene. Brevemente: il conato, guardato come puro fatto, cioè  come termine posto, é potenza in potenza, come direbbe Aristotele (^uvfltfii;  ^uvot^n); guardato invece come termine che si pone, come soggetto che si fa, egli, per dirla con le significantissime parole di VICO (vedasi), é for/pa che si fa dentro moto  aristotelico, il quale, inteso a doTere, nono tale quale d’ordinario Tiene interpretato dagli hegeliani. £ ci siamo trattenuti anche perchè quest'ultimi non abbiano a pigliare il concetto del conato per Vopt^i^ giacché nel conato del nostro filosofo non ci è necessità dialettiche, nò relaiioui di finalità come neiriperpsicologismo aristotelico fecchio e nuOTo. Il conato di VICO (vedasi) non è  propriamente VEatcre, nettampoco il NoH-ctnrc; dunque non sarà nemmanco U Divenire: ecco tetto.di sè medesima: perchè? precisamente perchè SFORZARSI È UN CONVERTIRSI IN SÈ STESSO;  0 perciò è sostanza che si sforsa a mandar fuori le cose. Che il ùonato nel concetto vlchiano sìa la sostanza delle cose e costituisca perciò il nerbo della sna formola cosmologica, si pnò  rìcaYare agevolmente da queste sentenze. Che cos*è la sostanza? Sattanza, in genertf  d ciò eke  »ta  9otto e  90$tiene la eoaa; indivitibile indivisa nelle cote eh* ella fottiene, e $oUo le dìvite cote, quantunqtu disuguali, vi §ta egualmente, Risp. al Giom. de Lett,. Questa deflnizione non ha che vedere colla definizione spinoziana: id quod existit a te et per «e. Sono entrambe definizioni  nominali, e però vere o falso flnchò non se ne faccia applicazione. Dal modo con che applicolla Spinoza, venne fuora il suo panteismo acosmico geometrizzato, con quella lunga sequela d’assurdi che ognuna  conosce. VICO (vedasi) 1’applica al fatto in quanto si fa vero, non già al vero che si converte col generato; e perciò riesce a schivare ogni maniera di panteismo. Infatti egli dice:  Quello che i moto ne*corpi particolari, neiVunivereo moto non è; perchè V’universo non ha con ehi altro possa mutar vicinanze. Dunque è una forza OHB  fa DRNTBO DI sà MBDESiifo: questo in s^ stesso sforzarsi, ì uno in sa strsso convertirsi. Ciò non pud eseere del corpo, perchè ciascuna parte del corpo avrebbe a rivoltarsi contro di sè medesima. Onde questo sarebbe tanto,  quanto le parti dd corpo si replicassero. Dunque, dico io, IL CONATO non è dd OORPO, ma deU*  UNI  Visse del  corpo. Tutto ciò è chiarito e confermato da quest'altra sentenza; Virtus est extensi, e perciò prior extenso est, soUicet  inextensa. De Antiq.. E spiegando altrove il valore di quest’ultimo concetto, dice: Io mi servo eie* vocaboli di virth e di potetaa appunto come se ne  servono i meeeaniei, appo i quali sono voci oelebratissime: con questo perciò di vario; cA' essi  (parla de’Cartesiani seguaci detta dottrina meccanica) V’attaccano ai corpi particolari, ed io dico esser dote propria e sola dell’universo. Risp. al Oiom. De’ LeU., E tornando al suo concetto gradito del conato, dice plh aperto: Nel mondo vero e reale vi ha un che invisibile che produce tutte  le cose. Ancora: Uno è lo sforzo delC universo, prrob2  dell’univrrbo: ed è l’indivisibile centro cui non è lecito trovare nell’universo esteso, e cAe dentro le linee deUa sua direzione tutti i disuguali pesi sostenendo con egual forza, tutte le partieo' lari cose sostiene insiememente ed aggira. Questa è la sostanza che si SFORZA mandar fuori le cose. È impossibile commentare queste  sentenze. Ci vorrebbe un capitolo per parola; e alla fin fine poi non riesciremmo che ad una freddura, ad una ripetizione fiacca e sbiadita. Bisogna dunque farle soggetto di meditazione severa, tramutarsele in sangue, e col loro sussidio interrogare! fenomeni e le leggi del mondo sensibile. Posti intanto questi principi! cosmologici, ecco alcune norme metodiche pella filosofia della natura  e delle scienze naturali: In fisica si trattano le cose per termini di eorpo t di moto; in m^afisioa trcUtar si debbono per qudli di sostanza e di conato, E come  U moto non è altro realmente che eorpo, cosi il conato altro realmsnU non sia che sostanza, L’altro domma metodico riSe questo è il cardine della cosmologia del nostro filosofo, le conseguenze e le applicazioni che se  ne traggono riescono supremamente feconde, positive, originali in tutte quante le sfere delle scienze di natura, dalP’astronomia alla fisiologia, dalla meccanica celeste alla zoologia e alla zoopsicologia. Noi non possiamo intrattenerci in queste applicazioni, e ce ne duole. Ci ristringeremo ad accennarne qualcuna, e rilevarne l’aspetto originale; e innanzi tutto quella risguardante la dottrina del  Cronotopo. Se la sostanza cosmica è una, indivisibile e divisa nelle cose a cui sta sotto egualmente per diseguali che queste siano, i modi essenziali e primigenii in che ella si determina, sono lo spazio e il tempo puri: punto e momentOj virtus extendendi e virtus movendi. Sennonché la virtii d' estendersi, logicamente, va innanzi alla virtù del moversi, al contrario di ciò che pensa il  GIOBERTI (vedasi); poiché, al solito, se il fatto come diverso in sé vuol essere un processo autonomo, avviene che la prima forma di conversione, la prima individuazione cosmica, debb'essere il punto che divien momento; debb' esser la virtù d'estendersi che si gemina, e assume valore di virtù motrice. Perciò la sostanza in quant'è virtus extendendi, inquant'é pura capacità, è V’altro, è il diverso, è il fatto come posto, e però è lo spazio infinito, la cui prima determinazione è ciò che domandasi etere da’moderni. In quanto poi è virtus movendi, cioè atto, diverso gniardante lo stadio delle leggi fisiche ò questo: L’unica ipoteti cioè finzione speculativa per la qwd dalla MetaJUica ndla Fisica discenda giammai ti po99a, netto le matematiche; e che il punto geometrico eia una SOMIOLIANZA del metafieicOf dot della sostanza; e ch’ella aia coea che veramente t, ed i indivisibile; che ci dà e sostiene distesi uguali con egual /orza: perche per le dimostnxzioni di BONAIUTI Galilei ed altre piene di meraviglittf le disuguaglianze quanto si vogliono grandi, ritirandoci al lor principio indivisibile, cioì ai puntiy tutte si perdono e si confondono., ti appena bisogno d’avvertire che colla sua dottrina cosmologica ei non fa che interpretare ed elevare ad altezza metafisica positiva l’esigenza del metodo galileiano. Nelle lor relazioni ideali BONAIUTI Galileo e VICO (vedasi) si richiamano a vicenda. (Ved. il nostro Disc. DanU, Galileo e Vico, Firenze, Celliul). L'esistenza dell’etere od abaro (come con ragione vuol chiamarlo il nostro valoroso e valente Colonnello Pozzolinì) che per i fisici è una in $èj 0 Fatto ohe si fa, la sostanza è il cominciamento originario, autogenito della natura, e perciò indipendente da Dio. Ed è affatto indipendente da Dio nel suo svolgimento, e però nelle sue leg{2p, appunto perchè, come fu mostrato, Dio pone il mondo non già come attuale, anzi come potenziale. Perchè dunque il punto diventa momento? Per necessità della propria essenza: vo'dire perchè è diverso in se; perchè è sformarsi che è uno in sé stesso convertirsi. Se adunque come materia il conato è confusione, impenetrabilità, pura capacità; come virtù di moversi, invece, è cominciamento d'ordine, inizio di cosmos finteli'atomo, nelP’esteso metafisico il quale, essendo medesimezza e differenza in atto, rappresenta perciò la prima dualità in cui forza e materia formano un medesimo subbietto. ipoteti della quale non possono in yenin modo prescindere, nella fonnola cosmologica di Vico, invece, assume valore di teti. Essi non sanno dir che cosa sia quest'eeere. Noi sanno oggi e noi potranno saper mai: perchè? Per la semplice ragione ch*ei trascende la mente: e la trascende in quanto che riguarda un’attinenza della sostanza come potta, non già della sostanza come causa, come forza. Perciò riguardando il dato della creazione, ne Tiene che, por intendere questo dato in qualche maniera, bisognerà filosofare; e per filosofare in modo serio e positivo e razionale bisogna ricorrere alla formoUi cosmologica del nostro filosofo. Non V’è scampo: o questa formola, oppure il concetto inintelligibile, grossolano e balordo d’una materia concepita qual ricettacolo assoluto e generativo d’ogni cosa: eh' è propriamente (chiedo perdono a tutti i materialisti e meccanicisti vecchi e nuovi) un concetto da cretini! Dunque il cronotopo non è, come pretendono i Leibniziani, la successione e coesistenza di punti e di momenti; teorica al tutto empirica la quale non ispiega nulla di nulla, perchè non addita la ragione della coesistenza. Non si può dir nemmeno pertinenza deir Assoluto in quanto ì l’Idea ad extr(h Videa come potnbUità infinita (GIOBERTI, ProtoU, Sagg. Ili); ì° perchè non s'intende che cosa mai sia codest'Idea ad extra; 2 perchè s*ella è pottihilità infinita, come tale appartiene al Fatto, il quale in quanto conato è precisamente un' infinita po$9ÌbilitiL Non è poi relazione tra U finito e linfinito (FoRNABi, DeW Arm. Univ. DiaL I) perchè, se così fosse, dovendo i termini partecipare alla natura della relazione, ci avrebbe a essere spazio e tempo anche nell' infinito! Finalmente non è la prima e immediata esistenza detta Idea (SPAVENTA, Mem, mi Tempo e tulio Spazio, negli Atti dell'Accad. di Nap.), perchè l’Idea è incapace di rivestire spazialità e temporalità per le ragioni altrove accennate. Dunque che cos'è cotesto cronotopo? È precisamente il conato; Abbiamo detto che l’atomo è l'esteso metafisico. Esso dunque è la compenetrazione del punto, e del momento: è il punto divenuto momento; è la virtù d'estendersi che s'estende in quanto si move. Neil'atomo perciò, neir esteso metafisico, trova pienissima applicazione il pronunziato di VICO (vedasi): ptmctum et mofnentum unum sunt In altre parole: che cos'è l’atomo? È l’estrema realtà (non astrazione) cui possa poggiar la mente. Dunque è la prima realtà onde move la natura. Anche in seno all'atomo quindi si dee verificare ciò che i fisici oggi riconoscono in molti fenomeni; il principio della polarità. L'esteso metafisico è un'essenzial dualità; è forza e materia in atto; è la determmazione originaria, autonoma della doppia virtii estensiva e motrice. Dunque è la prima conversione del fatto, in quanto il fatto è un subbietto diverso in sé. Perciò è il primo momento della creazione propriamente detta: il momento solenne in cui la forza, nascendo nella materia (non dalla materia), si crea.'ma il conato in qnanto ò polarità essenziale, essenzial dualità. È la sostanza stessa del mondo in quanto ha una doppia faccia: estensione e forza; wirhu extendendif e virtù» movendi. Ora se il conato è un subietto essenzialmente duplo^ essenzialmente polare, ì moderni fisici non possono, non debbono menomamente ripudiarne il concetto, che anzi accettandolo, giungerebbero a spiegare più d'una loro ipotesi. Chi dunque dice fona, dice ereazione: ecco il rero dinamismo, il dinamismo positi?o. Perciò erra tanto il materialista grossolano quando afferma ch/D la forza naaea dalla materia, o ne sia una pura e semplice determinazione; qnanto il dinamista puro (Hibn, Cotuiquence» phil. et mHaph. de la Thirmodinamique, Paris) che pretende concepire la fona anteriore alla materia! La forza Don nasce dalla materia, o per la materia. La forza si pone, e perciò si crea nella materia. Il suo nascere è creare nel Tero senso della parola; è uscire ex nihilo, E qual è il nulla f Il nulla del filosofo cattolico, no: cotesto nuUa ò impossibile, perchè ò inconcepibile. Dunque è la materia, ma la materia considerata come puro Fatto, come pura capaciti, come possibilità. Platone la diceya ricettacolo, e diceva benissimo. Dov'errava? Errava gravemente nel determinare il modo con che nel contenente sorga il contenuto. È precisamente l’errore del materialista moderno. La forza, dice questi, suppone la materia. Certamente! ma non ò pnra e semplice trae/ormanane o modiJicoMione o qualità di materia. La materia in qnanto diventa forza è conato: e perciò (ripetiamolo) ò intervallo già superato; ò atto propriamente detto, e Se intanto l'atomo è an'essenzial dualità, in esso è l'esigenza dell'altro atomo, delle molecole, del corpo, dell'organismo atomico. Ma ecco tosto nn dilemma: o l'atomo è semplice, o è composto. È egli semplice? Dunque non può dare il composto. È egli composto? Dunque richiede il semplice. Dilemma seriissimo, davvero. L'atomo non è l'una cosa ne l'altra; o, più veramente,, è r una cosa e l'altra insieme. Se l'atomo, è conato, momento in cui la materia e la forza si compenetrano; come dirlo semplice? come dirlo composto? Pertanto se l'atomo è conato, perciò racchiude l'esigenza degli altri atomi. Dunque? dunque l'atomo non ha figura in quanto è un esteso metafisico, ma ha figura in quanto si marita e si converte con altro atomo: la figura è un risultato. Or se l'atomo è virtii d'estensione che si attudij avviene che, come tale, e' debba essere attrazione: e s'egli è virtii di moversi in atto, avviene altre che, come tale, e'debb'esser moto essenzialmente rotatorio} Se dunque 1'atomo in quanto conato è insieme identico e diverso, perciò è in sé, e fuori di se; è per sé, e anche per l’altro; abbisogna dell'altro. Per questa comune proprietà gl’atomi ci rendon quasi immagine delle idee platoniche, la cui vita sta nell'essere essenqaindi è atto naovo, atto creatÌTo. Eccoci al miracolo! sento grridarmi. Precisamente al miracolo: ma gli è nn miracolo essensialmente naturale, unlversaie, necessario; e per consegnenza non ò miracolo. Se dunoue VeaUto metafinco è la forza in quanto si genera nella mcUeriiif ne viene cne VaUnno ha da essere tutt*altro che inerte. Anzi è la materia, è l’etere, è l’abaro, è quel quid nebulare primitivo che, da unità indeterminata, passa ad essere anche forza, profonda energìa in cui e per cui sMnaugura il Prooeeeo fieieo. Se così non fosse, io domando, come farebbe il chimico ad intender le leggi deir affinità? E se così non fosse, la moderna dottrina delTatonicità non andrebbe in fumo? Questo è il moro etemo e continuo dell’Aristotelismo, cagione d'ogni moto, il quale perciò non può non ettere un moto circolare nello epaxio {Phye,, Vili, ix), e come tale è moto naturale d'un elemento eempliee du non ha contrari {De Cod., I, li). Al motore motto bisogna sostituire il conato. E il moto circolare non avente contrari bisogna darlo all’essenza stessa dellatomo, dell’eeteeo metafisico. Ecco una delle correzioni vitali della cosmologia aristotelica richieste logicamente daU'indirimco medio. zialmente relative. L'atomo qaiadì, in quanto è medesimezza, è attrazione; in quanto è medesimezza e diversità, è rotazione e circolarità. Dunque può dare origine al moto per induzione e rivoluzione, che à moto secondario e derivato. Or questa legge si verifica in una lunga serie di fenomeni; luce, elettrico, calorico, magnetico. Si verifica ne'grandi coi*pi dell'universo. Perchè non dovrà verificarsi altresì, e principalmente, in seno alla stessa vita intima degl’atomi? Attrazione e rotazione, dunque, riduconsi ad un sol fatto primitivo, universale, assoluto. Il conato è moto essenzialmente rotatorio; e quindi è la sorgente prima d'ogni e qualunque forma di moto. La legge di rotazione perciò è legge universale; ed è la sostanza stessa cosi delle grandi, come delle piccole masse: Questo in se stesso sforearsiy è uno in se stesso convertirsi.* Le conseguenze di questa dottrina cosmologica sono evidenti, originali, modernissime. n vuoto è un assurdo; perchè è un assurdo il nulla. Esiste dunque l’universo infinito; ed è tale non come mondi, ben^i come conato, come sostanza universale determìnantesi ne'due attributi essenziali della spazialità e temporaneità pure. È un assurdo il moto comunicato, perchè è un assurdo che la forza si rompa, si scinda, si divida: senza dir già che, se è vero che la forza debb'essere anche materia, la comuniccmone del moto importerebbe la compenetrazione e insieme la inerzia degli atomi, ciò che costituisce un doppio assurdo. È uYi ' Ved. a questo proposito la bella Mem. di POZZOLINI (si veda) {Indumone delU forte finche, Bologna), Baudrimoni, Atomologie e le tre Memorie eu la atrtUtura cUi* Corpi. Bordeaux * Ved. la Mem. su la Legge univeraale di rotazione del nostro amico prof. Bàrbera, della quale accettiamo in gran parte la dottrina perchè ci sembra un'applicazione rigorosa de*principii cosmologici di VICO (vedasi). Di BARBERA merita esser letto il discorso stupendo su Newton e la Filoeofia Naturale Napoli. La memoria poco fa citata di POZZOLINI, come questi due saggi del BARBERA, sono i primi segui d'una riforma seria delle scienze astronomiche e della filosofia naturale in Italia. Abibt., PAy«., Tiii. assurdo che il moto universale cominci e finisca, poiché è un assurdo che il mondo, che è pur egli necessario come termine di conversione dialettica abbia principio e fine. È un assurdo un impulso primitivo impresso da Dio alla materia, ciò che è l’esigenza illegittima del fiacco Peripatetismo, dell'Aristotelismo platoneggiante: perciò assurda e gratuitamente ipotetica la base nella quale s'appoggia la teorica newtoniana sull’origine del moto. È un assurdo che la materia diventata forza, ciò è dire l’atomo, tomi ad esser pura materia; perciò assurdo che la forza cessi d'esser quella che è nella sua essenza, e che si sperda, che decresca, o si menomi in qual si voglia modo. Sono dunque un assurdo, sono indovinelli da algebrisH quei conti e racconti di certi facili calcolatori matematici che, come il teologista e il millenario, segnano già ne'secoli futuri la fine e lo spegnimento della terra. Ne'loro problemi essi dimenticano che la forza è creazione: e dimenticano troppo facilmente, che creare vuol non dire annullamento. Il conato adunque, è il vero motore immobile e mobilissimo dell'universo; è l'universo stesso in quanto è infinita potenzialità; è l’àpxrì xcv)ic intrinsecato, essenziato con l'universo stesso. Come tale l'universo procede di numero in numero, secondo la frase di Bruno, svolgendosi come mondi nelle successioni, e perciò è infinito nel tempo; e come tale anche l'universo, come il pensiero nel formarsi il concetto dell'Assoluto, rende a Dio la pariglia. Cosi il principio cosmo' LìtìQUB, Le premier moteur et la nature dame le tyetòme tTArietote Paris. V. a questo proposito con che assennatezza crìtica Barthélemy Saint-HUaire dÌMOm sula cosmologia aristotelica (PAyttgiM trad, en /rangaie et aceompagnie dCune paraphraee et de note» perpetueUe», Paris, Introd. V. L) Cosi resta lesrittimato il concetto sull’Universo e sullo Spaaio del filosofo nolano. Egli pone Io spazio come infinito e però infinito anche l’universo che è nello spazio [DeW Infinito Univereo e Mondi, DinL I.) L’unverso certamente ò inAnito, ma, ripetiamo, ò tale in quanto è eonaio; e così pure lo spazio. Perciò Mondo, Universo, Spazio ec., sono infiniti nella successione, che tuoI dire nella lor potenzialità. logico, o meglio, il Primo cosmologico di VICO (si veda), in mentre che corregge la cosmologia de'Platonici e degli Aristotelici, condanna ad un tempo quella de’neo-aristotelici empirici e degl'iperpsicologisti, legittimando r esigenza de'meccanici e de'dinamisti, de'Cartesiani e de'Leibniziani, che vuol dire della materia e della forza. I moderni cosmologi avran fatto moltissimo quando avranno ridotto ogni fenomeno ad un ultimo fenomeno. Essi così dimostreranno, o meglio, verificheranno la divinazione aristotelica. Ma si dovrà arrestar qui la cosmologia razionalmente positiva? No, certo. U suo grande problema sta nel dimostrare (e dimostrare non vai mostrare) come quest'ultimo e irreducibile e universal fenomeno, sia precisamente la sostanza stessa delle cose, la vita stessa degli esseri, la vita dell'universo che Vico rassomiglia ad una fiumana onde sgorga acqua sempre nuova e perenne: H(BC est vita rerum, fluminis nempe istar quod idem videtur, et semper alia atque alia aqua profluit} Se il Processo fisico s' inaugura col conato in quanto è un esteso metafisico e risolvesi coll'estrinsecazione della forza nel seno stesso della materia; ne viene che tal debba essere altresì il corpo nella sua sostanza; È inutile mostrare come il concetto del nostro filosofo sul Conato sia una correzione del conato leibniziano. Mostrammo già raffiniti tra Leibnltz e VICO (vedasi). Colla dottrina del conato questi filosofi ci rappresentano entrambi r indirizzo medio dell’aristotelismo negli studi cosmologici. Ma il nostro supera quel di Lipsia, perchè il suo conato è essenzialmente un e«(e«o reale, metafisico, non già fenomenico, ed apparente. Questo concetto manca assolutamente nella monadologia, Gens, il LoYR {Essai sur l’identité de» agentt qui produigent ec., Paris Obovr {Correlation de» force» phi/9Ìque§, trad. Moigno. E. Saiqry {E8»ai»nrVunité de» phenomène» nature!», Patìs) A. Sroohi {Unità ddle forze fiticke ec. Roma), Dr BoocHRPORif [Du principe generale de la PhU. naturale, Paris. A. Obuyrb Principe de PhU, Phyeiqtte ec. De Antiqui»». Gom* è evidente, è il concotto fisico dell’indirizzo medio aristotelico: La vita universale della natura non conosce riposo, nò morte: Kac toOto flèOxvarov xac an'auTrov xinapytt roi^ ouTtv^ otov ^a)>j Ttc ouffa toì; fxivtt ^uvio-tùtc notvtv. Phy»., Vili, i. S. 8f forza attuata; monodinafnia; e però sorgente perenne di forze fisiche, meccaniche, chimiche, dinamiche. L'atomo è sfornito di centro, perchè è centro egli stesso. Il corpo lo possiede cotesto centro; ma è di natura ideale, e perciò rende immagine dell'universo stellare nel quale il centro non è in alcun luogo, e pure è dappertutto, il moto nel corpo è monotono; è un’etema produzione di forza; e questa forza non è, a dir proprio, LA VITA (cf. Grice, “Philosophy of Life”). Però è un conato onde l’analisi delle forze omogenee e de’comuni agenti di natura tende ad elevarsi alla sintesi; ed è lo sforzo del numero che volge ad unità. Or la necessità di questo conato non importa egli un altro intervallo? Il centro dunque si manifesta nel vegetabile LOGICALLY DEVELOPING SERIES GRICE, e s'inaugura il mondo degl’organismi. Posto il processo fisico, la forza, nata già nella materia, qui nasce in sé stessa, qui rinasce, qui si rinnova, e qui è vita. Ma neanche il vegetabile, a dir giusto, possiede un centro reale. Dunque il vegetabile non è vita, bensì passaggio, e quindi strumento di vita. Il processo fisico perciò trae seco il processo geologico; e la genesi della forza importa la genesi della terra. Il processo geogenico alla sua volta importa il processo organico -- vegetale e animale -- e quindi il processo paleontologico, entro cui si vengono accumulando e sovrapponendosi cento e mille faune e flore. Dalla roccia cristallina non istratificata e non fossilifera alle più recenti produzioni geologiche; dal jeriodo antizoico al post-pliocene e all'attuale, rivelasi tutto un processo di forza. È il fatto che si fa come forza, ma in quanto è altresì conato alla vita. Dall’epoca eotoica nella qaale s’annunzia la prima aara vitale, e molto più dair epoca paleozoica alla oenozoiea e da questa all’età potiUrxtarifi quaternaria, accade che col processo fisico e g^logico si marita il processo paleontologico, e così ci si manifesta la continuità della vita attraverso le forme organiche passate o presenti. Or se tutto ò processo e conversione e perciò successione costante di fatti regrolati da lejrgi necessarie ed immutabili, ne viene che i cataclismi, riferiti a cagioni ipercosmiche, contraddicono evidentemente alla ragion filosofica positiva, nò l’ha interpretazione benigna ed ingegnosa della critica teologica che sappia legittimare la cronologia mosaica ed il racconto biblico. Ma a Ma come avviene egli il passaggio del processo fisico air organico, e quindi il passaggio della forza alla vita? Avviene per legge di conversione; la quale perciò, supponendo r intervallo, importa la differenza. S'invocano, al solito, anelli intermedi nel r^no vegetabile. Ma forse che il vegetabile rappresenta il transito eflFettivo tra il minerale e l'animale? SMnvocf no analogie esteriori fra certi minerali e certe piante. Ma forse che accanto alle analogie non sorgono diflFerenze profonde? S'invoca la eterogenesi, e se ne traggono disparate illazioni secondo il sistema che si vuol propugnare, come se la generazione spontanea possa soggiacere a dimostrazione noi non ci ò permesso intrattenerci intomo a questa particolarità. Solamente ci preme d’aTfertire che il concetto del procetio^ nella Geologia e nella storia naturale, forma oggi l’onore di Lyell e Darwin. Ma se la Scienza Nuova ò la dimostrazione, o, per lo meno, l’esigenza del processo istorico, in essa è racchiusa la verità della moderna geologia e zoologia. Quando VICO (vedasi) dice che i fllosoA prima di lui avefaii ricercato Dio, la scienza, il divino nel mondo della natura e non per ancho in quello della storia, ei s'ingannava. La vera scienza di natura, in generale, sta nel conoscere principalmente due cose: i il doppio processo geogenico e organico paleo-zoologico, in modo affatto sperimentale; 2* nell’annodarli entrambi in guisa razionale col processo storico. Or la scienza di natura condotta a questa maniera è posteriore a lui, essendo nata e cresciuta principalmente sotto gl’occhi de' due dotti inglesi poco fa mentovati, mentr' ei non faceva che inaugurarla prevenendone i grandi risultati. E questi insigni risultati preveniva non già producendo scoperte geologiche, zoologiche e paleontologiche, ma incarnando i^el processo de’fatti umani l’esigenza del metodo storico, e gettando i germi d’una dottrina cosmologica nella quale è racchiusa la necessità del processo universale, e, iu questo, la necessità del triplice svolgimento fisico, organico e storico. I vecchi naturalisti pretendeno rintracciare argomenti in favore della continuità reale fra questi due processi, notando la struttura mirabUe e squisita, per es., deirArragonite cotanto affine a quella d’uno de’più elementari vegetabili; come se nel cristallo la composizione semplice, uniforme, immobile cosi nel tutto come nelle parti e senza centri ne’suoi nuclei ed elementi, avesse che vedere col composto organico più rudimentale! Il fatto della eterogenesi è tuttora un’ipoUsi, e probabilmente resterà sempre tale nel campo della osservazione, ma è ten nella mente del filosofo. Gl’eterogenisti s'affaticano a dimostrare coi fatto ciò che già di per so stesso ò fatto! La genesi spontanea, appunto perchè tale, non è un fenomeno di trasformazione d’indole meccanica della /orna alla vita: essa importa già un transito, e quindi un intervallo. Come Per la medesima legge avviene il passaggio dal vegetabile all’animale. È vecchio il pregiudizio per cui si è creduto che Tun ordine d'esseri si congiunga all'altro col digradarsi del processo superiore, e col perfezionarsi deU'inferiore. Il pesce si congiugne coll'anfibio; gl’anelli zoologici inferiori s’annodano co’vegetabili superiori, e simili immaginazioni. Oggimai è d'uopo raccomandarci alla paleontologia, e alla geologia. Queste scienze ci additano un processo quasi parallelo ne'due ordini in che viene sdoppiandosi la vita sin dalle sue origini primitive. Il processo organico dunque non può danque potrà esser possibile in tal caso una prova sperimentale seria e irrepugnabile? Ti sono parecchi sperimenti, io lo so. Ma come fatti? Quante e quali cautele sono state adoperate? La questione della genesi spontanea ò mal posta. E poiché il naturalista non ò in grado di porla diversamente di quel che fa, sarà quindi necessario abbandonarne la soluzione ad altro metodo, ad altra maniera d’investigazione. In somma è una questione essenzialmente filosofica: si diano pace i travagliati seguaci di Pasteur e di Poullet! Neir epoca j9aZ«oltKeaapparÌ8con le grittogame superiori: indi, nell'epoca nuéoUtica le piante conifere: appresso, nell’età oenoUtica le fanerogame; e, finalmente, nell’età antropolUica, o meglio pott-terxiarta, si manifesta la flora attuale. Ecco qui un processo nella flora primitiva. Il medesimo reggiamo nello svolgimento della fauna. Co* più modesti tipi vegetabili s’accompagnano i più bassi tipi zoologici negli strati inferiori che ci rappresentano l'età originaria; e, nella medesima epoca negli strati superiori veggiamo lu prime forme di pesci, accanto alle quali appariscon le grittogame. Colle conifere appaiono i rettili; e negli strati superiori additatici dal periodo eenolitico, appariscon gl’uccelli. Ai rettili ed agl’uccelli, dappresso alle fanerogame teugon dietro e si manifestano le forme inferiori de’mammiferi; e negli strati superiori del perìodo terziario si rivelano le primo tracce del regno umano. Alla flora attuale poi s’accompagrna l’attuale FAUNA. Il processo riesce evidente anche qui, e il riscontro ne'caratteri generali, nella flsonomia e nell’insieme delle relazioni geografiche e biologiche, toma evidentissimo. Vegetabile e Animale, dunque, sono due correnti, per cosi dirle, che movon da una medesima sorgente. Elle si rassomiglian nella semplicità ed omogeneità delle forme primitive; e tal riscontro è più spiccato in ragione che il panteologista ascende verso il centro comune. Sennonché il processo nella serie GRICE LOGICALLY DEVELOPING SERIES zoologica è assai più compatto e variato; lo svolgersi è più rapido, e l'attuarsi di questo svolgimento è più intricato quanto più ci accostiamo alle recenti formazioni. Tal è, per es., lo sviluppo che ci palesano gl’articolati e i vertebrati, a differenza del modo con che si vanno svolgendo le classi de’vermi, de’molluschi, de’celenterati, degl’echinodermt non esser di natura essenzialmente polare. Il vegetabile e l’animale ci rappresentano incarnata la legge universale della dualità; la quale movendo dalF unità sintetica iniziale – il vertice della V della vita -- e confusa e passando pell’analisi, riesce ad una sintesi concreta, determinata, analizzata. La vita è vita in quanto si diversifica: è vita in quanto s’etereogenizecu^ Ma dov'è la radice primitiva ond'emerge questa doppia scala in cui e per cui la forza, incarnandosi, diventa vita? Non si discerne cotesta radice: non si verifica; né si può verificare. Fin negli strati primigeni dell'età archeolitica vi è tracce di vita animale e vegetale. Dunque il fatto, r’osservazione, ci pone sott'occhio una dualità. Ma una dualità originaria, ripetiamolo anche qui, non è un assurdo? Dunque l'analisi, il fatto, suppone già una sintesi rudimentale, in cui sia germinalmente contenuta la doppia forma di vita vegetale ed animale. Or questo comune stipite, che con felice espressione un illustre vivente naturalista ha chiamato unità astratta, o non esiste come realtà sensata, ovvero, esistendo, non può essere, a dir proprio, ne vegetabile, né animale, ma l'una cosa e l'altra insieme. ALICE MUSTARD GRICE S' ella é una realtà, è destinata a scomparire dal regno della vita, appunto perché non é forza né vita. S'ella é una realtà, sarà un soggetto di natura indeterminata, fisica e organica ad un tempo. In essa la forza diventa vita; e quindi, più che anello di continuità reale, ci rappresenta una continuità ideale; e perciò coll'intervallo reale ci significa la virtù e l'efficacia del conato, Ved. H. SpBircRR, E$$ay$ $ei€ntifìe, polUicalf (md 9peeulativef ed. cit. Veramente ingegnosa è l’analisi che quest’autore fa circa il modo con che avviene il procetso zoologico il quale egli talora chiama |7roee««o di di//erenziafzione: e non meno ingegnosa è quella sul processo geologico, etnologico e paleontologico. Jl difetto sta neir applicare la sua legge al processo èoeiologieOf dov* egli evidentemente abusa delle analogie estrinseche col. mondo zoologico. Si vegga, per dirne una, come considera il fatto de’fili telegrafici che abcompagnauo sempre le vie ferrate, in relazione a certe leggi biologiche degl’organismi zoologici inferiori. VoQT, Le lib. del diritto universale, e segnatamente nella storia delle cinque età del tempo oscuro; dalla quale storia risulta la legge storica e sociologica che, portata a pii largo sviluppo, costituisce la scienza. Noi consacreremo apposito capitolo intorno a questa teorica del tempo oscuro perchè in essa troveremo il fondamento legittimo della sociologia davvero filosofica e positiva. L’altro strumento poi che VICO (vedasi) ha fra mano e sa maneggiare in guisa che non ci ò dato nò pur sospettare alla lontana, costituisce propriamente la parto geniale, originalissima del suo metodo storico; ed ò quella che noi dicemmo di natura psicologica, e che di fironte alla prima serba indole a priori; ma è un a priori positivo, positivissimo, perchè di natura psicologica. Ella in somma cojitltuisce, se cosi potessi esprimermi, un lavoro mentale da geologo, da paleontologo. Se infatti lo spirito dell'uomo in una data epoca storìca somiglia, vorre dire, ad una caverna ossifera, bisogna studiarlo analizzandolo, anatomizzandolo, decomponendolo. Perciò è necessario dimenticar noi stossi, e lavorare attorno ad esso in modo tutto ideale dÌ8cendendo da questa no$tra umana ingentilita naturaf a queUe affatto fiere ed immani, U quali oi affatto negato d’immaginare, e eolamente a gran pena ci i permeeeo cT intendere, Se. Breremento: bisogna aver presenti noi stossi, ma nel medesimo tempo dimenticarci: bisogna etordire ogni eeneo «T uwtanità -- sono sue parole -- e ridurei in uno etato di eomma ignoranjta di tutta l’umana e divina erudizione. Questo è precisamente ciò eh egli dice portare ad un fiato il vero e il certo, la filosofia e la filologia. Questo è il metodo istorico davvero positivo, che è propriamente metodo di natura eduttiva. E questo dovrebbero mediterò ed applicare i nostri sazievolissimi predicatori di certi metodi storici e critici che al postutto riduconsi ad un meschino empirismo I perciò medesimo è scienza del presente, scienza dell’oggi, e, fino a certo segno, anche del domani. Ma senza quella filosofia che non le è incorporata ma ch'ella presuppone necessariamente, cotesta scienza non sarebbe niente di tutto ciò. Posta infatti la doppia formola metafisica e cosmologica, i cui germi giaccion nel libro metafisico; posta segnatamente la gran legge del processo cosmico, ella è davvero un poema, è un gran poema, un poema sul serio, ma un poema sui generis. Perchè? Per questa ragione principalmente: perchè è una storia naturale della umanità nell'uomo: perchè in lei si scruta l'originaria formazione dell'ultimo sommo genere; perchè eli'è la celebrazione solenne dello spirito che si crea nel regno stesso della vita; perchè è la creazione parlante, vivente, reale del pensiero ch'esce dal caos delle forze brute fisiche, meccaniche, biologiche; perchè, insomma, rivela il fatto che, convertitosi con sé stesso come forza e come vita, ora convertesi col vero come pensiero. Ecco l'originalità della filosofia di VICO (vedasi). È una filosofia d'una grandezza e d'una potenza, sto per dire, titanica ! un pensiero nuovo, nuovissimo, anche dopo due secoli I La Scienza, dunque, rappresentandoci la genesi del processo storico e sociologico, fra le altre cose pronunzia, legittima, compie e insieme corregge il darwinismo. Una delle degnila sulle quali è innalzato il suo grandioso edifizio è lo stato ferino dell'umanità; cagione certamente non puerile delle dispute e delle sètte de'ferini e degli antiferini surte fra noi, come toccammo, sotto gli occhi del Papa e de’cardinali nel bel mezzo del secolo passato. Il suo problema dunque è il gran problema ond'è agitata e mossa la scienza odierna. È lo stesso problema che, con significato assai pili comprensivo, assai più razionale, assai più sintetico e profondamente sintetico, agita e muove sotto gli occhi nostri la filologia, la zoologia, la geologia, la paleontologia, l'antropologia, la sociologia, la filosofia e la storia del diritto, la filosofia e la storia delle arti, la filosofia eia storia delle religioni, come saggiamente ha detto Fèrron. Il suo problema quindi si collega con quello stesso di Lamarck, Couvier, Saint-Hilaire, Herbert, Mathew, Omalius, Halloy, Rafinesque, Schaaffausen, Hooker, de'viventi naturalisti, de’viventi filologi, de'viventi mitologi, e degli storici d'ogni maniera. Nella scienza infatti il processo storico-sociologico nasce, sorge o si produce nel processo zoologico; ma nasce, sorge o si produce creandosi. Dunque il bestione, l’uomo ferino, per quanto ferino e bestione vogliasi immaginare, importa già un intervallo. Come ci si rivela egli cotesto intervallo? In altre parole: com'è che s'inaugura il processo istorico? Com'è che s'inizia il regno dell'umanità? Al solito s'inaugura con la gi an legge delle polarità, ma nel medesimo individuo: s'inizia colla legge della dualità, ma nella coscienza stessa dell'individuo. Ciò che nell'ordine psicologico è senso e intelligenza, potere e volere. Autorità e ragione; qui, nell'ordine sociologico e storico, è libertà e pudore: ecco i due principii éC’umanità; principii essenzialmente sociologici. Lo stato ferino per VICO e GRICE è an fatto accidentale, ed è accidentale perchè non è universale; ma questa dicemmo essere un’aperta contraddizione in che cadde tanto VICO, se non GRICE, quanto il suo discepolo DUNI (si veda). Ed ò contraddizione, perchè fa contro non solo ai suo principip cosmologico, ma anche all’esigenza stessa del suo metodo, fe-una delle contraddizioni duoque dalla quale ei pì libera da so medesimo. Nessuno prima di VICO impreme valore ed importanza storica a questi due iftm o principìi d’umanità. Grozio, per citare un esempio, parla anch’egli del pudore; ma non sospetta nò la necessità sociologica e storìca di questo fatto, nò il significato psicologico di questa tendenza, e però non ne fa uso di sorta'. Dt Jwr. M. et paeitf Disse la libertà madrt di qualsivoglia diritto civile; ma perchè madre? Citiamone un altro esempio. Anche l’accademia parla de’due beni. Pudore e OiuetÌMÌ€L, che Giove imparte agl’uomini Protag., ed. Cousin: ma pella filosofia dell’accademia tale tendenza ò partecipata, è comunicata, mentre per VICO è affiatto naturale. Pell’accademia riiman»tà si manifesta nella CVttèt, nella iSepubò^tca; dovecbè Qual valore, infatti, qual significato hanno queste due parole nella mente del nostro filosofo? Considerate sotto il rispetto storico e sociologico, pudore libertas non sono idee, concetti, nozioni, astrazioni; sono bensì condizioni efficienti originarie, intime, spontanee, istintive di nostra natura. Sono i due principii che principian l’umanità nell'uomo; principii ch'ei pone quasi geni tutelari alle porte della storia e delle cose umane. Sono facoltà, ma facoltà involute, potenziali; stantechè l’obbietto d’esse non sia per anche fatto, noh sia per anche elaborato. Perciò sono giudizi, ma, al solito, giudm sentUij come direbbe egli stesso; giudm fatti senza riflessione. Sono dunque tendenze primigenie, sono esigenze autogenite; e però ci rappresentano anch'elle ima sintesi confusa, entro cui si racchiude infinita virtù esplicativa. Qual è infatti il principio d'ogni socialità? Qual è la radicedella socialità? £ il concetto stesso d' umanità. £ come si determina, come s’esplica dapprima questa tendenza innata e originaria ad umanarci? Appunto col gemino sentimento del pudore e della libertà Questa originaria dualità costituisce la natura stessa dell'uomo, giacché l’ente umano intanto è animale umano, in quanto non è una cosa, ma due: (ùov fiU7Ttxoy, e (wov ttoXctcxov. £d egli è tale fin dalla sua prima origine, questa essendo pell'appunto la invitta necessità del processo iper-zoolo per VICO ò originaria, tanto che si manifesta anche nello stato di natura: il quale perciò, come altrove accennammo, non ò quello do' giusnaturalìsti. Fra la ReptMdiea del filosofo ateniese, quindi, e la SeienMa, anche per questo rispetto t*è un abisso, checche ne abbiano detto o possano dime certi hegeliani. Per questa medesima ragione non ò da confonder menomamente l’uomo ferino della scienza, con gl’uomini selvaggi di cui parlano tanto spesso gl’antichi, segnatamente r A. della RepubUica, Aristotele, CICERONE e simili. una posizione affatto diversa, a cui bisogna por mente. HumaniUu ett hominU hominum juvandi affedio, De Conti, JurUprudenHt, Sed ex latiori genere humanitatie heie a nobU aoupta a duobue prineijnù ootMtal, pudori et libebtatk. gico, e della legge di conversione: rèbus ipsis didantìbus. Or qual è la relazione che stringe insieme i due Principii d'umanità? È quella medesima che, posto il processo isterico e sociale, congiugne in armonia la società di ragione, Societas Veri, e la società dell'utile, Societas qui boni. È appunto la relazione che corre fra il certo e il vero, tra la forma e la materia. Ma se questa dualità di principii inauguratori dell'umanità nell'uomo è originaria, accade che, appunto perchè originaria, debba rivestir forma d'unitotalità e d'incosciente unità. Or come potrebb' essere unità ove, al solito, non serbasse natura di conato? Pudore e Libertà quindi sono un conato; sono dualità e unità insieme; sono perciò triplicità. Se non che, questa triplicità non è inaugurazione del processo psicologico teoretico, bensì pratico; non del processo conoscitivo, bensì operativo. E dunque una triplicità originaria di natura pratica, empirica, istintiva, e dee quindi serbare, nel medesimo tempo, valore psicologico e sociologico. L'ente umano adunque è di sua natura un soggetto essenzialmente relativo. Egli è in un'ora medesima in sé stesso, e anche nell'oZ^ro: è sé stesso, e insieme debb'essere anche l'altro. Egli insomma, ripetiamolo, non è una, ma due cose in sé stesso: uomo e cittadino. E dovendo esser tale fin Qai risiede, come Tedremo, la condanna della dottrina sociologica del positivismo, e della confusione eh ella fa tra la storia e la sociologia, tra la sociologia e la psicologia, tra la psicologia e la biologia, nonché l’erroneo concetto della statica toeiale de’positivisti. De Univ. Jwriè PrineiptOj Ex vi ip$iu9 humanct natura de duobu$ hit HumanitcUit prineipii» di«8eramìt$f ^orutn unum, ceu forma, erit Pudor, alterum, vduti matebia. erit LiherUtf, {De CoMt, Jur.) Trasportando questo concetto dall'ordine sociologico a quello delle idee e della scienza, possiamo affermare che in tal modo VICO pone nella stessa coscienza, nello stesso individuo, la distinzione, oggi vitalissima, tra la morale e’1 diritto – H. P. GRICE moral justice, politico-legal justice --, salvando così l’autonomia d'entrambe queste discipline. Perciò nò la morale può dedursi dal diritto, come farine i giusnaturalisti hegeliani e positivisti, nò il diritto dalla morale, come usan fare i teologisti e, in generale, i filosoft dell’accademia. Di queste cose discorreremo nella Sociofogicu dall'origine sua, fin da che apparve naturale, sdvaggio, ferino bestione; perciò in lui il pudore è conato, stantechè col conato incofninciò in esso a spuntare la virtù dell’animo, Per la stessa ragione è tale anche la Libertà, la quale è conato proprio degl’agenti liberi, onde que’giganti si ristettero dal veezo cT andar vagando pella gran sélva della terra, e s’aweisearono ad un costume ttdto contrario, Ma se la relazione che annoda i termini di questa originaria dualità è quella che corre tra la forma e la materia in generale, avviene che il pudore sia logicamente anteriore alla libertà, e la libertà, alla sua volta, sia cronologicamente, empiricamente anteriore al pudore. See, Scienza Idtmf eod, Perciò dice che il pudore l U primo antiehitnmo principio d’umanità. Sec. Se, E gaardADdo agl’effetti di questo sentimento, osserva che il pudore arreeta la vaga venere origina la eocictà matrimonÌ€i!e, donde emerge la soeietà Prim. Se.; e come inizia la società, così pure inventa la religione: Pudor inventar religionie. De Conti. Jur. Additando poi la priorità logica del pudore di fronte alla libertà, dice: Pudor euetoe jurie naturalie De Univ. Jur,; «Tura a pudore oria, ad pudorem redeunt, et a contemplatione nata, in contemplatione poetremo deeinunt Ihi, OC Vili: Pudor omnie divini kumanique Jurie parene Ihi, GIV: Pudor Jurie naturalie /one e. Ili: Pudor exoitator virtutie. Il senso di libertà, poi, assume dapprima nna forma affatto empirica e naturale; assume forma di potere poeee di volere sfornito di ragione, d'arbitrio, di passione; e, come tale, riesce cronologicamente anteriore al pudore nò potrebb’esser diversamente ammessa la relazione intima fra il processo zoologico e il processo storico. L'anello vero perciò fra questi due processi, l’anello reale fra i due mondi, òr «OMO stesso; ma l’uomo considerato come un poro poeee potenza, potestà naturale. Sennonchò cotesto ò un momento indiscernibile; è un intervallo che tosto ò superato, e il potere già diventa voUre e il volere diventa oonoeeere sempre per la solita legge del rehue ipeie diotantUnu, àéìVipea rerum natura. Libertà e pudore quindi son come le due facce del conato umano: l’una ò intima, secreta, individuale; l’altra ò sensata, estrinseca, e perciò di natura essenzialmente sociologica. Or come tale la libertà ò il primo punto di tutu le eoee umane Se.; e perciò ex libertate eommereiay ex eommereiie humanitae excuUa, De Conet, Jur,) E poichò ò una condizione primitiva, perciò la dice dote proprissima dell’uomo: NihU hcmini magie proprium quam oo2imto; ed essendo proprissima proj>rM(o^va del filosofare, quanto le forme negative. Ogni maniera di speculazione soccorre al progresso e alla ricostruzione della metafisica, a contare dalla piiì grossolana affermazione dommatica, alla negazione del più volgare ed em])irico pirronista; dalla più ardita formola sistematica, al più sottile sofisma dello scetticismo sistematico. Ma neanche qui ci poteva esser concesso dimostrare, senza trascendere i confini del nostro disegno, il modo con che in mezzo allo svolgersi de'due estremi indirizzi siasi venuto incarnando e pigliando quasi persona l'indirizzo medio. Mostrare insomma come le forme positive della metafisica siansi venute svolgendo, sarebbe stato lavoro di storia, e di crìtica: al modo istesso che sarebbe stato lavoro di esposizione far vedere la monotonia con che si sono succedute le forme negative del filosofare. Solamente ci fu mestieri accennare come nell'età moderna, dopo le divisioni del Cartesianismo nel quale ripetesi, con elementi di novella speculazione, la vecchia sintesi aristotelica, l'indirizzo medio ci sia rappresentato dal Leibnitz in Germania, e, più spiccatamente, da VICO in Italia; e come ne' tempi a noi piii vicini siansi ripetuti gli estremi, e si ripetan tuttora sotto novelle forme, così nell'uno come nell'altro paese. È iper-psicologismo il neoplatonismo italiano moderno: ma forse che sarà meno iperpsicologismo il sistema jdeir assoluta identità? È empirismo e nullismo metafisico il positivismo di Francia ed il materialismo di Germania: ma sarà meno empirismo lo scetticismo sistematico di FERRARI e certa ibrida forma di criticismo di FRANCHI e il nullismo metafisico de'nostri filosofi dell’avvenire? Vedi qael che altrove abbiamo discorso circa le forme negative e le forme po»Uìve del filosofare e circa la storia della filosofia in generale. Lo scetticismo non è da pigliarsi a gabbo, come par che facciano tutto giorno dommatici e sistematici. La sua funzione storica ha grande importanza, essendo quasi la molla efficace, tuttoché negativa, del progresso in filosofia, né y*,ha periodo storico in cui lo scetticismo non accompagni sempre lo STolgrersi del dommatismo. Il dommatismo è syariatissimo nelle sue forme, e quindi possiede una storia. Lo scetticismo invece è immobile, è immutabile; e questo è insieme il suo pregio, e la sua condanna. Perciò lo scetticismo non ha né può avere una storia, appunto perchè non importa un processo; e non è processo appunto perchè è negazione. L’arma dello scettico infatti è sempre identica a sé stessa. Nel nostro Ausonio rivive Enesidemo, e nel nostro FERRARI vi è tutto Sesto Empirico. Chi si voglia quindi provare o siasi provato, come il Bissolati (Ved. Tntrod. alle fgtituxioni Pirroniane^ Imola), a fare una storia dello scetticismo, altro non fa, altro non potrà mai fare, salvochè una rassegna, un racconto monotono e sazievole d'argomenti identici. L'esigenza scettica, il metodo teettieOf potrà benissimo cangiare i punti di m«(a, come fann'oggi gli schietti positivisti, ma la sostanza rimane e rimarrà sempre la stessa. Invece l’esigenza dommatica è un fatto al pari dell'esigenza scettica: ma ò un fatto che si muove; è un fatto che sì fa. Hegel ripete Platone, e ripete Erigena; ma non è nò Platone, né Erigena. ROSMINI ripete Aristotele o AQUINO, ma non è né Aristotele, né AQUINO. GIOBERTI ripete Malebranche, ma non è nient'affatto Malebranche. FERRARI anch'egli ripete. Ripete Sesto Empirico. Ma come lo ripete? Facendone la fotografia! Ora se il dommatismo conta una storia essendo un processo storico, e lo scetticismo n'é al tutto sfornito, com'è possibile che il trionfo stia pel secondo anziché pel primo? La funzione storica dello scetticismo dunque è necessaria, essendo »na ruota della macchina; ma badisi a non confonder la macchina con la ruota, ciò che costituisce appunto l'errore di chi spera (vana speranza!) nel trionfo definitivo del pirronismo. Se non che, lasciando di Leibnitz e del moto filosofico d'Alemagna, peculiar proposito del nostro saggio e quello d'additare la correzione e l’inveramento delle due estreme tendenze (scettica e dommatica) che nascono e rinascon parennemente nella storia, e che oggi, assunta forma pia conseguente e razionale, s’addimandano Positivismo e Idealismo assoluto. Il fondamento di tal correzione e '1 criterio di siffatto inveramento, per ciò che spetta al nostro paese, pone radice nelle dottrine del filosofo napoletano, interpretate e ricercate con metodo critico rintegrativo. Ma, a far questo, che cosa era d' uopo mostrare innanzi tutto? Era d'uopo mostrare la possibilità di rinvenire in lui cotal fondamento. In altre parole, era d'uopo mostrare se in lui per avventura fosse alcuna originalità di speculazione razionalmente positiva: il che ci parve opportuno innanzi tutto far vedere in maniera indiretta e per via storica, abbozzando una storia de' critici e degli espositori delle dottrine vichiane. Che poi davvero esistano in lui germi d'originalità metafisica, r abbiam chiarito nel secondo libro di quest'opera, interpretando le sue teoriche con una forma di critica che scaturisce logicamente dalla stessa triplice paiiizione de'periodi ne'quali abbiam diviso quel nostro saggio istorico. Se pertanto un rinnovamento del pensiero filosofico italiano è necessario e inevitabile perchè richiesto dalla ragion filosofica positiva, perchè domandato dall'esigenza del sapere moderno, e perchè imposto dalle rinnovate condizioni politiche, civili, religiose del nostro paese; si domanda: come innovarci? introducendo forse il Positivismo, o perdurando nello Scetticismo? Evidentemente contraddiremmo all'indomabile istinto verso la scienza: contraddiremmo al bisogno sempre più acuto e profondo di nostra ragione: negheremmo la ragione. Vorremo innovarci seguitando a dirci ed essere iperpsicologisti? In tal caso dovremo accettare due condizioni: costruire la scienza con la ipotesi, con Va priorismo; e disconoscere i limiti del pensiero e della scienza stessa, dando così alla ragione un valore dommatico, sistematico, assoluto, anziché critico e positivo. Chi vorrà oggimai accettare siffatte condizioni? Dunque Positivismo e Idealismo assoluto, negazione assoluta di sistema e assoluto sistematismOy son le colonne d’Ercole che la moderna Francia e la moderna Germania ci vogliono imporre: esse non ci appartengono, e a noi sarà lecito abbatterle, non per vana horia nazionale, ma si per necessità di ragione. Forse che un rinnovamento in senso hegeliano non ha ormai fatto fra noi le sue prove per quindici anni, per vent'anni? Non è stato favorito con ogni guarentigia di libertà? Non è stato e non è rappresentato così nel privato come nel pubblico insegnamento? E pure l’Idealismo assoluto, almeno quant^alla peculiare esigenza che lo distingue, cioè come Sistema delP identità assolata non ci è passato in sangue, ne poteva; e nonostante gli sforzi nobilissimi di egregi scrittori, egli è rimasto ne'libri, e rimarrà ne' libri. Altrettanto impossibile riesce un rinnovamento dsL positivisti. Piii deir Hegelianismo il Positivismo è stato accarezzato, favorito per ogni verso, predicato privatamente, talora persino officialmente. Ma gF ingegni severi vi han reagito, vi reagiscono; e l’infinita moltitudine di que' filosofanti che han su le labbra cotesto nome pomposo e bugiardo, è lungi dall' averne ponderato il valore, le conseguenze, le applicazioni. Rinnovamenti di cotal genere, dunque, sono impossibili fra noi: e' non sarebbero legittimi, coscieuti, naturali, autonomi, efficaci, intimi, storici.Vogliamo finalmente ritentare un rinnovamento d'iperpsicologismo da ontologisti neoplatonici? Resteremmo quel che pur troppo siamo stati, e siamo: non andremmo avanti; torneremmo indietro. Se dunque la necessità del nostro innovamento filosofico deve poter germinare dalla passata speculazione, noi dobbiamo rintracciarne gli elementi nelle opere e nella mente di chi è capace di rappresentare non pure il passato, ma, più ancora, il presente e l’avvenire. È d'uopo attingere ispirazione nelle opere e nella mente di chi può soddisfare l’esigenza positiva e l’esigenza ideale del sapere, ma correggendole entrambe. È d'uopo invocare gl’auspici di chi, incarnando il medio indirizzo della speculazione, valga a rannodarci colla nostra tradizione scientifica, e collo svolgimento dell'intera storia della filosofia. Chi potrebb'esser questi, fra noi, salvo che l’autore della Scienza? Ecco l'addentellato piii sicuro e tutto nostro, dal quale è mestieri s'inauguri il presente rinnovamento filosofico italiano. Ma, nell'invocame gli auspicii, noi dobbiamo interpretarlo colla coscienza del sapere moderno: noi dobbiamo correggere anche lui; e correggendo, lui correggeremo poi stessi, e gli altri: correggeremo il neoplatonismo, l' hegelianismo, il positivismo. Brevemente: se rinnovarci è suprema necessità, di tal necessità è d'uopo aver pienezza di sentimento e di coscienza storica. Abbiamo dunque bisogno d'una base per muoverci, d'un punto a cui mirare, d'un segno per orientarci, d'una guida tutta nostra in cui la nostra mente riconosca sé medesima. Chi potrebbe risponder meglio a cosiffatta esigenza tranne colui che seppe concepire il sublime per quanto rozzo e incompiuto disegno d'una scienza? Il nostro quesito adunque era semplice e chiaro; ed è questo: Come penserebbe il nostro filosofo ov'ei tornasse a vivere in mezzo a noi, nelle nuove condizioni politiche, sociali, religiose, co'nostri nuovi bisogni, con le nostre nuove tendenze? In altre parole: come farebb'egli a risolvere oggi, col suo stesso metodo, i grandi problemi della scienza? La risposta riguardante i problemi speculativi, è nella seconda parte del presente libro. La risposta poi che concerne i problemi d'ordine storico, politico, religioso e pedagogico, la daremo nella Sociologia. È che sia questa per l'appunto l'esigenza del suo pensiero; che sia questa la necessità del nostro Rinnovamento, ce ne porge guarentigia e conferma la storia, e il modo con che s'è venuto attuando e svolgendo il nostro pensiero filosofico. Noi non possiamo intrattenerci a lumeggiare in qualche maniera cotesto svolgimento. Non possiamo rilevarne i caratteri, ritrarne la necessità ne'passaggi, e dichiararne il progresso ne' differenti periodi, dando così forma determinata e compiuta al nostro assunto. Questo faremo quando che sia con apposito lavoro, di cui abbiamo già in pronto la materia. Ma accennare di volo al risultamento del nostro pensiero senza por tempo in mezzo, è cosa che possiamo fare anche ora; tanto piii, che tal risultamento, chi ben guardi, traesi facilmente dalle cose discorse in piii luoghi del nostro libro. La storia della filosofia italiana, dunque, a noi sembra doversi dividere in tre difiFerenti periodi, de'quali stringiamo in pochissimo i caratteri e le tendenze peculiari: Primo Periodo (Scolast%c(hteologico), S'inaugura con Boezio Severino (Marciano Capella, Cassiodoro ec), e finisce con Tommaso (Tomisti e Scotisti inclusive).Vi è chi col Gioberti divide la storia della filosofia italiana in cinque epoche Ved. Prìmnto, ed.; e v'è chi la divide in quattro età, cominciando dal VI sec avanti Cristo Babtolom I M RS, Dici, den teienc philot. Divisioni di cotal fatta evidentemente peccano d'eccesso, in quanto che abbracciano più e diverse civiltà, e però non riescono ad imprimere valor razionale e forma omo^renea allo svolgimento del nostro pensiero fllosoftco. La storia della filosofia italiana s’inaugura quando il popolo di Roma, cessando, secondo il detto di Hegel, d’essere essenzialmente umanitario e univertale, comincia ad essere italiano. Il suo cominciamento amare il concetto del metodo, cioè la industria induttiva, ma ne' fatti d'ordine fisico sensato, e in parte filologico ed erudito. L'indirizzo medio perciò s'inaugura con ricercare e determinare il metodo, non già coll'edificare un sistema. Questo è il lor merito comune; e questo è anche il loro difetto, stantechè manchi ad essi la nozione compiuta del mesi pretende imprimere ralore a tutta la storia, quando s’interpreta, cosi com’es8Ì fanno, la scuola platonica toscana, e le si vuol dare quel valore ch’ei le danno. Un altro esempio sono gli studi di Spaventa su Bruno e su Campanella: studi bellissimi e pieni di vedute profonde dall’un capo all’altro, e come monografie noi H accettiamo, e ne caviamo il nostra prò: ma com’elemento di storia generale, la Agnra e la Asonomia di Bruno, per esempio, ò delineata siffattamente, che quando siamo al significato della storia generale della filosofla, si toccan con mano lo Gonsognense sistematiche e parziali della critica monografica. In una parola io; voglio dir questo: la monografia ò boli e buona, ò supremamente utile, ma è sommamente pericolosa; perchò se come studio monografico ella può esservera, come parte, com’elemento di storia pu^ riescire falsissima. Altrove noi proveremo largamente e con esempi mostrani tale assunto. todo com'è applicato oggidì da metafisici. Se non che l'indirizzo medio nel rinascimento ci può esser più convenevolmente rappresentato da que'filosofi che, travagliandosi attorno alla questione dell’anima intesa come problema puramente di psicologia filosofica, fanno ad un tempo ogni sforzo per interpretare con benigna critica la dottrina dell’inteletto possibile e dell’inteletto agente e fra questi, come altrove notammo, van rammentati NISO (si veda), PORZIO (si veda) (il quale non è nient'affatto un seguace di POMPONAZZI (si veda), come pretende il nostro collega FIORENTINO (si veda), ZABARELLA (si veda), CASTELLANI (si veda), ed altri di simil valore. Costoro sorpassano i confini del senso; trascendono in parte la modesta indagine della psicologia filosofica introducendo la ricerca cosmologica, e rannodano così il problema dell'anima intelligente coll’altro della natura intelligibile. Nessuno ha I pensato a rilevar nettamente questo aspetto, e segnalare questa tendenza tanto evidente in parecchi filosofi di quell'età. E pur ci sarebbe tanta mèsse damietere, i quando non fossimo signoreggiati dalle prevenzioni sistematiche dell’accademia, o dell’idealismo di Hegel. Ma l’eterogeneità, il contrasto, l’opposizione cresce sempre più. Da una parte ella s’esagera, per esempio, con ZIMARA (si veda), CESALPINI (si veda), VANINI (si veda) e simili; i quali rappresentando, diremmo quasi, una mischianza di naturalismo e d' iper-psicologismo, palesano la fiacchezza del LIZIO: dall'altra poi s’esagera con que'filosofi che presumon d'interpretare convenevolmente il LIZIO e l’ACCADEMIA, mentre arabeggiano la lor parie; e tali per esempio, sono LAGALLA (si veda), LICETO (si veda) ed l’altri di simil fatta. È l’accdemia toscana, è il naturalismo di POMPONAZZI (si veda), è l'arabismo di PADOVA che si prolungano pur sempre svigoriti e indeterminati. Bruno e Campanella rappresentano anch'essi debolmente l’accademia e il lizio, ma per una ragione assai diversa. L'esigenza della psicologia filosofica, razionale, propria del rinascimento, nei due arditissimi frati assume ben altro valore, e si allarga a sistema; e così vediamo i due estremi modificarsi di guisa, che Bruno e Campanella ci paion quasi filosofi moderni, e modernissimo Galilei BONAITUI rappresentante dell'indirizzo medio nella scienza fisica, in quanto ci esprime assai vivacemente l'esigenza induttiva nelle discipline sperimentali. BRUNO (si veda), CAMPANELLA (si veda), e BONAIUTI (si veda) Galileo Galilei, infatti, non ripetono Aristotele del Lizio e Platone dell’ACCADEMIA, e neanche intendono ad accordarli. Essi piuttosto tendono a correggerli, e credono correggerli, come altrove mostreremo, in tre diverse maniere. Perciò non a torto il filosofo nolano è riguardato oggi siccome antecedente isterico di Spinoza; il filosofo di Stilo è ritenuto come antecedente di Cartesio; e di Galilei BONAITUI viene invocato da'positivisti come uno ùe'padri del positivismo, secondo che ci han fatto grazia dirci Comte ed Littré. Or tutto questo sarà vero; sarà vera cotesta novità ne'tre filosofi: ma sarà vera nel senso che a tutti e tre manchi qualcosa. Essi ci rappresentano, vorre’dire, tre esigenze solitarie, esclusive e quasi inorganiche. In CAMPANELLA, per esempio, vi è il concetto della COSCIENZA e della storia; ma non vi è quello dello spirito come storia. In BRUNO vi è il gran concetto della natura; ma è un concetto sifl'attamente annebbiato e indeterminato che riesce affatto irrelativo, e nulla non ha né dietro, né avanti a sé. Talché con l'avere affermato che la prima causa dove essere insieme efficiente, formale e finale, e'si chiarisce seguace, non già d'Aristotele del LIZIO, come vuole Michelet, ma dell'indirizzo naturale dell'Aristotelismo del LIZIO. Il metodo di BONAIUTI Galileo Galilei, finalmente, é quello che dove’essere; un processo induttivo e critico, ma solamente applicato allo studio delle leggi fisiche. D'altro canto il filosofo di PISA ha grandissimo valore quando si pensi com'egli, riducendo le leggi di natura fisica o meccanica a fenomeni piÌL 0 manco generali, giugnesse a scacciare dal regno degl’agenti naturali ogni fantasia astrologica del falso Aristotehsmo LIZIO (“Only he wrote his own horoscopes!” – Grice): ma chi dice eh' e'pervenne a darei Métaph, us ipsis dictantibus. Però non più individui predestinati; non più famiglie, né razze privilegiate. Non più popoli eletti – i galilei: ma privilegio dell'intelligenza, ma trionfo della libertà in ogni senso e sotto qualunque forma, nella famiglia, nello stato, nella chiesa, nella scuola, nella società. Dunque, formola suprema della vita e della storia, della natura e della speculazione, de'fatti e delle scienze e di Dio stesso: la conversione del vero cól fatto, e del fatto col vero. Il terzo periodo della nostra filosofia ci rappresenta l’età umana: rappresenta l'età delle idee, l'età della ragione spiegata. Quale sarà dunque la conclusione? La conclusione è chiarissima. Questo terzo periodo importa l'esigenza, la necessità d'un rinnovamento: racchiude l'esigenza e la necessità d'una filosofia razionalmente positiva. La sintesi confusa del primo periodo si ripete anche nel terzo; ed ecco le contraddizioni evidenti, manifeste, grossolane, talvolta puerili di VICO (vedasi). La medesima sintesi veggiamo ripetersi ne'nostri ultimi filosofi dell’accademia; ed ecco le contraddizioni di SERBATI (vedasi), ecco i contro-sensi di GIBERTI (vedasi), ecco l’incongruenze dell’accademia di ROVERE (vedasi). Ma cotesta sintesi tien dietro ad un'analisi, tien dietro all'analisi del rinascimento. Dunque, tuttoché erronea, ella già segna un progresso. Perciò le contraddizioni dei nostri filosofi si risolvono di per sé medesime; si risolvono e correggono per necessità storica: le risolve e corregge la storia ella stessa; rebt4S ipsis dictantibus. In altre parole, il terzo periodo è un ri-corso, dice l’Autore della Scienza Nuova; è un ri-corso d'uà corso, cioè un ri-corso del primo periodo. Ma cotesto ri-correre non è già un semplice ri-petersi, bensì é un ri-petersi che si rinnova necessariamente, ciò è dir razionalmente: ecco la ragione del suo verace progredire. Quale é dunque il problema che la storia del nostro pensiero filosofico tende a risolvere? È sempre l'antico, l'antichissimo problema, or divenuto novissimo: la correzione e l'accordo della doppia e vecchia esigenza naturale e iper-psicologica, empirica ed a priori, positiva e ideale. Quale n' è poi il risultamento? È il trionfo dell'indirizzo medio; è Finveramento successivo, progressivo e razionalmente necessario di tale indirizzo; ed è quella perennis philosophia di Leibnitz la quale non è fatta, ma si fa, e sempre più si farà. H. P. Grice: If philosophy generated no new problems, it is dead. Abbiam detto che in questa terza età la ragione sommette l'autorità, trionfa dell' Autorità, e la riduce ne'suoi giusti confini. Or nell'ordine de'fatti che cosa veggiamo? Ci è dato osservare (noi fortunati la medesima legge. Il grande spirito nazionale trionfa di Roma; riduce a ragione l'Autorità; la fa ragionevole. E questo gran fatto accade anch'egli per necessità e provvidenza storica: rebus ipsis didantìbus. Accade senz'av vedercene; accade senza grandi rumori; accade senza grandi strepiti guerreschi; accade senza i temuti fiumi di sangue. Evidentemente il pensiero filosofico italiano è provvidenziale I Egli è già penetrato nella gloriosa ma altrettanto ardua, altrettanto spinosa e travagliosissima età umana! La legge de'tre periodi, che noi abbiamo a fuggevolissimi tocchi tratteggiato ne'suoi caratteri essenziali e differenziali, non è, al solito, una legge dia-lettica, non è legge a priori, non è legge sistematicaj non è legge organica nel significato che vorrebbero darle gli Hegeliani. È una legge, ripetiamolo, essenzialmente storica e psicologica: e la necessità a cui ella è informata, anziché dialettica, è anch'essa di natura storica e psicologica. Non è dunque una tricotomia ideale, dialettica, logica e trascendentale applicata alla genesi del nostro pensiero filosofico; ma è una divisione risultante dal fatto stesso della storia, e qì è confermata dalla genesi delle funzioni psicologiche. Interpretando così la storia della filosofia italiana, il nostro rinnovamento speculativo non pur si presenta come un'esigenza della ragion teoretica, ma come un profondo bisogno altresì della ragione storica, I fini perciò a' quali potrà e dovrà pervenire lo storico della nostra filosofia saranno questi: 1"Egli così avrà dato forma razionale al movimento filosofico del pensiero italiano, a contare dalle sue proprie origini fino ai dì nostri: Avrà legittimato la scolastica e la riflessione teologica facendole servire entrambe allo svolgimento isterico del nostro pensiero filosofico. Avrà schivato le pretensioni esclusive, l’interpretazioni erronee, infedeli e parziali degli storiografi hegeliani che altro non veggono, sì nella nostra come nell’universale storia della filosofia, fuorché il trionfo d'un aristotelismo o d'un platonismo interpretati, rimaneggiatie rimpastati a tutto lor comodo e favore: Potrà giustificare la rinnovata filosofia positiva italiana correggendo l'arabismo vecchio e nuovo, correggendo il vecchio e’1 nuovo positivismo, legittimando la vera esigenza platonica e la vera esigenza aristotelica, e dimostrando col fatto il progresso nel corso del nostro pensiero filosofico mercè il trionfo dell'indirizzo medio. Finalmente potrà porger modo alla storia politica, alla storia civile e alla storia letteraria del nostro paese d' attingere significato razionale e razionalmente positivo, elevandole a dignità filosofica legittima. Fuori di questi principii è impresa vana pretendere d'imprimervalore scientifico alla storia del popolo italiano. FILOSOFI CHE DI PROPOSITO O PER INCIDENTE TRATTANO DELLE DOTTRINE DI VICO Giornale de’Letterati oT Italia, Osserrazioni al De antiqtuissima italomm sapìentia, Venezia, Clbbioo, JBihl anL e mod. Concinna, Originia futidamenta et capiUi prima JurÌ9 Naturalie. Padova, Romano, Difeta storica delle Leggi Oreche venute a Roma contro l’opinione di Vico, Napoli, Lettere evi terno principio della Scienza Nuota ec. Napoli, Ganassoni, Memoria in difesa dd principio dd Vico tu l’origine delle XII Tavole. Opasc. del Galogerà. RoOADEl, Saggio del diritto pubblico o politico del regno di Napoli, DdV antico stato de’popoli d’Italia Cistiberina. Vedi anche ColanOELO, Biblioteca analitica ec. Diamo qui tale indice tanto in servigio e compimento della storia e della critica fatta nel primo libro sn gli scrittori che parlano di Vico, quanto per ehi amasse di ripetere i medesimi studi, e far le medesimo ricerche da noi fatte. D’alcuni di questi autori, come aTrertìmmo, non ahhiam creduto prezzo deir opera far cenno; d'altri poi non abbiam potuto, segnatamente d’alcuni venuti alla luce quando la prima parte del nostro lavoro era già in corso di stampa, come per esempio del Qalatio, del D§ luca, del Sarchi, traduz. del saggio ì Mstafisieo, del Laurent e di qualcun altro. Tutti gli’abbiam letti o consultati o studiati secondo che richiede non solo il proposito di questa nostra opera, ma piti ancora quello della seconda che pubblicheremo intorno ai prineipii della sociologia. Non abbiam potuto.leggere gl’articoli di Wotf e dell' Or««t, la Prefatiom del Wsbsr alla trad. della Sdenta Nuovuy ì Fogli $parsi del QOichet e gli scritti di MUller e del Cauer; ma ne abbiam dato giudizio traendone notizia da fonti sicure. Disporremo qnest'indice, quant'ò possibile, secondo l’ordine cronologico, affinchè sia fatto più chiaro il pensiero a cui è informato il presente lavoro. Laui, Novelle Letterarie, Firenze. Vedi pure nelle note al Meursio. FlKETTi, De PrineipiU Jurx$ Naturce et Oentiam adver$tu Bòbbeatum, Pu/endorjium, Woljium et alio. Venetiis, Bettinellus, Sommario dell’opposizioni del Sistema ferino di Vico alla Sacra Scrittura. La faUità dello stato ferino: appendice al diritto di natura e delle OentU E. DuNi, Op., edi?. completa per cura di Gennarellì. Roma Scienza del Coetume. Saggio sulla giurisprudenza Universale. Origine e progressi del Cittadino di Roma. BuoNAFEDR, Istoria critica del diritto di Natura e delle Genti: la ediz. E fatta a Perugia in sa lo scorcio). Stbllini, Opera omnia. Padova, specialmente nell'Opera, Do Ortu et Progressu morum. M. Delfico CIVITELLA, Ricerche sul vero carattere della giurisprudenza romana de’suoi euUori. Napoli Pagano, Op. Capolago. I Saggi PoliHei sono pubblicati in Napoli. Cuoco, Platone in Italia. Milano, FiLANGiBBl, Scienza della legislazione. Firenze, Monti, Prolusione agli studii ddV Università di Pavia. Milano, Foscolo, Discorso dell’origine e dell’ufficio della letteratura. Vedi nelle lezioni d'eloquenza, ediz. di Napoli, WoLP, nel Museum der Alterthumwissenschafi. Berlino, Orblli, Vico e Niehuhr. Museo Svizzero, Anonimo, Dell’antichissima sapienza degl’italiani, versione dal latino. Milano, Silvestri, Iannblli, Sulla natura e necessità della Scienza delle cose e delle Storie umane. Napoli, Anonimo, nell’Indicatore di Gottinga COLANOELO, Saggio d’alcune considerazioni sulla Scienza nuova di Vico. Napoli, RoifAGKOSi, Osservazioni sulla scienza nuova. Weber, traduzione della Scienza Nuova. Lipsia, G. Db Cbsarb, Sommario delle dottrine di Vico, compilato sull’ediz. della scienza nuova fatta dallo stesso Vico e pubblicata nell’ediz. dello stesso saggio in Napoli. Gallotti, Principii «T una Scienza Nuova di Vico, prima edizione pubblicata dall'autore riprodotta e annotata. Napoli, CHE TBATTANO DEL VICO Michelet, Prineìpca de la PkiloBophic de VHUtoìre, traduits de la Scienza Nuova, Paris; ripubblicata colle altre opere a Bmzelles Ricci, nell’Antoloffia del Vleussenx, Firenze, studio critico sulla tradazione fatta da Michelet). lìivitta Enciclopedica f Fascicolo (art. sa la tradazione di Michelet). LBBXiinEB, Initoduction generale à VBittoire du droit. Paris Bietoire de la Philotophie du droit. Bruxelles. Ballanchb, Opere. Paris, JouFFBOY, Mélangea Philo$opMqu€$. Bruxelles CousiK, Oaurs ec, 2« serio, Paris Introductxon b. VHieioire de la Phil.f Lea, II, T. Maviani, Rinnovamento della Filonofia antica italiana, Paris, L. T. (LniQi Tonti), Saggio sopra la Scienza Nuova di Vico, Lugano, PREDABI, Op. di Vico con traduzioni e commonti. Milano, Bravette, Febbabi, Op. di Vico ordinate ed illustrate coW analisi détta MenU di Vico ec. Milano, Società Tipografica, Édit. compllte dee oeuvre de Vico, Paris, Vico et r Italie. Paris, Eeeai sur le principe et le$ limites de la Philoeophie de VBittoirt Paris, Joubert Vico et VItcdie (nella Recue dee Deux ^fond€9, Cattaneo, Vico e l’Italia, nel Politeniico. St. MrLL, Sifithne de Logique, RosviNT, Il Rinnovamento della Filosofia in Italia propoeto dal Conte Terenzio Mamiani della Rovere, Milano Vedi pure nella Filo•ofìa del Diritto, e nella Filosofia politica.) G98CHEL, Zerstreute Bldtter, nella Rivista Giuridico-filosofica. SchlousSingen, A. Cosmc, Lettera a Mill (vedi Littrì, Comte et la Philosoplie Positive, Paris, loLA, Studio su Vico e sulla filosofia della Storia, letto nell’Accade-mia filosofica di Sassari, Torino Maviani, LrUere intomo alla filosofia del diritto. Napoli, Mancini, Intorno alla Filosofia del Diritto, Lett. al conte Terenzio Mamiani. Napoli, Re.kouvieb, Manuel de PhU, moderne. Paris Gioberti, IiUrocU allo studio della Filosofia. Losanna, ToMMAsio, Stridii critici, Venezia, Studii filosofici, Venezia, BonCHEZ, Jntrod, à la Science de VHist, Paris, Anonimo, La Science nouvélle par Vico, trad. par Tautear de Tessa! sur la formation da Dogme Catholiqae. Paris, Della Valle, Saggi exdìa Scienza della storia, ossia Santo della Seiema Nuova di Vico.Napoli, Eocoo, Elogio storico di Vico. Napoli Farina, Storia (L’Italia, narrata al popolo italiano. Firenze, Poligrafia italiana, Prefazione. S. Centofakti, Una Fortixola logica della filosofici della storia, Pisa, TomiASào, Notizie sulla vita e sull’opere di Vico. Vedi nell’edizione della Scienza Nuova fatta a Milano dal Silvestri F. CARyiGNANl, jStona deUe origini e de’progressi della Filosofia del Diritto, Lucca Mancini, Intorno alla nazionalità come fondamento del Diritto delle Genti. Torino Ondes Begqio, Introduzione ai principii deUe umane società, Genova, Vannucci, Storia antica d’Italia, Firenze, Marini, Vico al cospetto, Napoli MUller, Vico Oleine ^c^/ten Neuhrandehurg. BouLLiKR, Hlst. de la Phil, CartUienne, Paris Poli, Manuale della Storia della Filosofia del Tenncmann, Milano. A. De Carlo, Istituzione filosofica secondo % principii di Vico, Napoli, Giani, DeW unico principio e deW unico fine dell’universo Diritto. Oper.a di Vico tradotta e commentata coir aggiunte d’appendici relative alla materia dell’opera stessa. Milano, Della eguàU autorità e naturale amicizia di tutte le scienze. Milano Caubr, nel Museo tedesco Amari, Critica d’una Scienza dille Legislazioni comparate, Genova, Tipografia de’Sordo-Muti, FORNARi, Dell’armonia universale, Napoli; Firenze, Faonani, Ddla neeessità e ddT uso della Divinanione tettifieata dalla Scienza Nuova di Vico. Alessandria, Ristampata a Torino. CHE TRATTANO DI VICO GIOBERTI, Protoloffia, Ediz. del Massari (Saggio ITI), B. ll&zzARELLA, La Critica dtUa Scienza. Genova, tipi Lavagnino, Spavrnta, Carattere e sviluppo della JUoBoJia itàliajut d IL Periodo de' critici e degl’eruditi Continua il periodo de' critici e degl’eruditi. Periodo degl’interpreti filosofi Continua il periodo degl’interpreti filosofi. Conseguenze. Forma della mente, e carattere delle opere di Vico. Valore della nostra critica.) Vico, Leibnitz e il Cartesianismo delle due moderne filosofie, Germanica e Italiana i INTERPRETAZIONE DELLA DOTTRINA FILOSOFICA. Preambolo Dottrina della scienza e del criterio IL Del criterio e del metodo nella scienza Òtà Posizione e critica del Principio speculativo n Platonismo e l’Aristotelismo nel problema psicologico Organismo e processo psicologico. Fondamento razionale del processo storico. Genesi e teleologia psicologica. Del conoscere metafisico. Critica de’ moderni Neoplatonici. Vin. Continua lo stesso argomento. Critica del Neoaristotelismo: Positivismo ed Hegélianismo, Su la ricerca dell’Assoluto secondo la Ragion filosofica positiva Del Principio metafisico Sul moderno concetto della Creazione e della Provvidenza Xn. Deir attività creativa ne’diversi momenti del Processo cosmico XnL Darwinismo, Scienza Nuova e Sociologia. Idea sulla Storia della Filosofia Italiana Indice degl’Autori che di proposito o per incidente trattano delle dottrine di Vico operazione immediata, per operazione mediata, e^non potrebbe non rieecire, per e non potrebbe rietcire, quel certo Jiloeofoy per certo, quelfloeofo. tuo*dirc, per vo^ dire. Crieto quel centro maeeimo, por Cristo, qvidl centro massimo, jUosofia fisiologica, per Jìlosofia etisologica, assommano la ragione, per assommano le ragioni, T&g. Firtz, per iVr««.v. 13. degVim-, ponderabili suW esistenza, per degV imponderabili e dell’esistenza. Sft^rji vrr(xpx,tt to, per fyi?:?? V7ra^;^«e to'. Sovsifiit, per juva/xee. tovto, per toùto. Jiaviafjperxat Jtavoiat;.7rauTt, per Travri. affermazione promessa, per affermazione promossa, ù^iirpòi, per wc irpò^. x**^' auTvJv, per xar' auTvjy. Avto7s tv, per Auto yt to. Sovo^iisi Zwki'v s^'V' ^®^ SvvdfjLii ^w>7v ?yovTOf.. rsOo^tov, per fAi9óptoy. tfivafjicf, per Svvafiig, TdJ ^9vzx 7tvgG'5a, per to' nuvroc yiviaOxAi.. altro potrebb* essere, per altro non potrtbV essere.. e perciò era visione, per e perciò visione. aXXov «^eu/xaTOtiv, per aXXwv a?to/iaTwv. tololtyi?, per Tuvxng. gL Tra/DOff ta, p«r Tra^ou^ca. che le fa iìUendere, per che la fa intendere. di coglierne concetto, per di coglierne il concetto. es egreift, per es ergreift, dans an sich, per das an sich. Jtvoljixffovt, per ^vva/X8VG(. e s^ avvilirebbe, ^r e* s* avvilirebbe. ytuVe?, per f^J7t(. /*v?5>j, per iit$è. ^a£va-5ae, por yaevjo'^'at. rxpoi^vy' |xaTa, per 7ra^a?£t7fAaTa. del Dio aristotelico, con; per del Dio aristotelico che con,, y. 40, in due e cantra- rie sentenze apposite, per in due apposite e contrarie sentenze yjppxsi ro,v^r vnapxst to. to (^trepov, per TO 5«UTe/)0v. to' rra^Xo, per tÒ oiWo, dell’atonicità/dell’atomicità,, creare vuol non dire/creare non vuol dire; ci son addate/ci son additate; e correggendo, lui/e correggendo lui; chi, davvero, ragion teologica/che, davvero, la ragion teologica. Pietro Siciliani. Siciliani. Keywords: la psico-genia di Vico, ateneo felsineo, l’unita organica della filosofia, zoologia filosofica, psicogenia, “I principii metafisici di Vico”. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Siciliani” – The Swimming-Pool Library. Siciliani.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Sidonio: la ragione conversazionale dell’implicaturis – inplicatura Lewis/Short -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Abstract. Grice: “When I coined ‘implicature,’ I had followed Austin’s advice of ‘going through the dictionary.’ Only this time I got hold of Lewis and Short’s Latin Dictionary, which has an entry for ‘in[sic]plicatura,’ as used by Sidonius. The reference is to the entanglements made by the peripatetics, so the quote was bound to amuse me!” -- Filosofo italiano. Sidonio Appolinare – follows a political career. He writes a number of letters in which he makes reference to philosophers and philosophical issues. He claims, for example, that Cleante di Assus bites his nails. Grice: “Implicature is a natural thing in Roman. You have -plicare, you add in-plicare, and then you conjugate!” – Keywords: inplicatura, implicatura, implicature, disimplicatura. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Sidonio,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Sighele: la ragione italiana – filosofia italiana  (Brescia). Filosofo italiano. Brescia, Lombardia. M. Firenze. S. was an Italian philosopher, -- who was described as a  psychologist, sociologist, and criminologist, best known as a pioneer of ‘mass psychology’ – H. P. Grice: “What Searle, at his infamous institute, called ‘social ontology’!” – S. is primarily known for his early wok on CROWD behaviour – “Laurel and Hardy” – ‘two’s company, three’s a crowd” – and collective psychology – ‘the ‘we’ of my ‘Personal Identity’ – H. P. Grice --, particulary his debate with Tarde and Bon on the subject of CRIMINAL responsibility – “if he did it it was wrong” – H. P. Grice – within a crowd. His most famous work is “La folla delinquent, Saggio di psicologia colletiva” – La Teorica positive della complicita e la cooperativita – a work on the positive theory of complicity and cooperation (bedfellows) in crime. Le crime a DEUX – Mungojerry and Rumpelteazer, the dynamic duo – an essay on the psychology of a criminal couple Bob Hoksins and Cheryl Ascombe in Pennies from Heaven. Psychologie des sected – a study of Crotona, examining sects such as Pythagoras’s – as ‘a chronic form of the rowd.’ La donna e l’amore: a work dealing with women and love, exploring the legal and ideological constraints on wommen’s emancipation in the fin de siècle era. Contro il parlamentarismo: a book on the crituique of parliamentarism. Giachetti SCIPIO S. IL PENSIERO, IL CARATTERE. Conferenza detta alla “ Pro Cultura „ di Firenze nel trigesimo della morte Col ritratto di Scipio Sighele. Harvey Cushing / John Hay Whitney Medicai Library HISTORICAL LIBRARY Yale University Gì fi of George Mora, M.D. SCIPIO SIGHELE. SCI PIO S 1 G H E L E nato a Brescia il 24 giugno 1868; morto a Firenze il 21 ottobre 1018, Cipriano Giachetti SCIPIO SIGHELE: IL PENSIERO, IL CARATTERE. Conferenza detta alla “ Pro Cultura „ dì Firenze nel trigesimo della morte. MILANO Fratelli Treves, Editori 1914. PROPRIETÀ LETTERARIA. 1 diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l’Olanda. Copyright by Fratelli Treves, . sur G-53 / l'y / ac kej) Milano. — Tip. Treves. SCIPIO SIGHELE Non sembri presunzione se un modesto stu- dioso, lontano da ogni accademismo ufficiale, quale io mi sono, pretende far rivivere qui la figura di un illustre e caro scomparso. Accade spesso delle persone note che la loro notorietà sia più di nome che di fatto, che una personalità simpatica diffonda nel pub- blico questa simpatia anche se una larga par- te di quel pubblico conosca solo sommaria- mente e imperfettamente l’opera che a un tal uomo ha dato giusta fama nel mondo più ristretto degli studiosi o degli entusiasti. Spet- ta allora — io penso — agli amici, anche Glvchettj. Scipio Sigli eie. 1 o Giochetti, Scipio Sighele umili, far la luce su quanto di bello e (di buono conobbero di questi uomini, che hanno avuto la fortuna di avvicinare e di amare ; spetta ad essi l’atto di pietoso omaggio in- teso a far partecipare con più sicura co- scienza le persone d’intelletto a questo culto verso una memoria, che è sacra agli intimi non solo per le qualità d’ingegno ma anche c più per quelle di cuore che onorarono nel- l’estinto. Convien dire, anzitutto, quanto la dirittura morale di Scipio Sighele sia degna di que- st’omaggio postumo : l’onestà, la fede, l’entu- siasmo per ogni buona causa d’italianità e di umanità sono virtù sue che van ricordata prima di ogni altra. E mi si consenta anche di ricordare quale tempra rara d’amico egli fu : la sua auto- revolezza e il suo nome non lo avevano po- sto, come di troppi succede, nella torre d’a- vorio interdetta ai miseri mortali : fu con tutti e per tutti : non ebbe le qualità acco- Rughetti, Scipio Siyliele inodative e concilianti di chi sa barcamenar- si, mollo promettere c niente mantenere : non promise mai invano, non rifiutò mai un con- siglio un incoraggiamento un aiuto quando gli parve che una parola o un suo atto di generosità avrebbero potuto suscitare alcun- ché di bene. Ma queste virtù che servono a farci cono- scere l’uomo sono destinate a rimanere nella perpetua memoria di chi lo conobbe da vi- cino ed ebbe campo di esperimentarne la pre- ziosa amicizia : non possono bastare a chi deve per necessità considerare sopra ogni altra co- sa lo scrittore, lo scienziato, ed anche il cit- tadino per ciò che egli ha compiuto e che sia di dominio pubblico, per ciò che egli ha lascialo nelle sue ricordanze, di esemplare e di non caduco. Esemplare, intanto, il carattere, che non pie- gò alle seduzioni della vita politica corrut- trice e fascinatrice, alle lusinghe di una esi- stenza più comoda e tranquilla, che non gli 4 Giacihetti, Scipio Sigitele sarebbe indubbiamente mancata, sei non aves- se sempre avuto il nobile pungolo del lavoro e non avesse stimato come un allo dovere (af- frontare con sereno animo le persecuzioni im- placabili che il suo amore per il più italiano paese d’Italia, ad ogni passo gli procurava. Egli mi scriveva pochi giorni dopo il decreto di sfratto che lo cacciava per sempre dal suo Trentino: C’è un’intima profonda con- solazione nei soffrire per ciò che si ama». Giacché fu regola sua — raramente seguita e del resto poco apprezzata nei cenacoli più evoluti — il conformare la vita e le azioni, alle opere sue : tutto quello che scrisse è sincero come quello che fece : non si con- tentò di dettare dei buoni libri, ma volle dare dei buoni esempi, perchè la predica di Padre Zappata non fu mai di grande utilità pubblica. Egli ricorda in questo il dialogo di Epittéto, dove un interlocutore si vanta di comporre delle graziose commedie e di fare dei buoni libri : « eh ! amico mio, — gli ri- Giàchetti, Scipio Sigitele 5 sponde il filosofo, mostrami piuttosto che tu domini le tue passioni, che tu regoli i tuoi desiderii e che tu segui la verità nelle tue opinioni. Assicurami che tu non temi nè la pri- gione, nè 1’esilio, nè il dolore, nè la povertà, nè la morte. Senza questo, per quanti bei libri tu scriva, persuaditi che sarai sempre un ignorante » . Dio mio, quanti ignoranti ci sono nel mon- do letterario e scientifico moderno ! Caduca non è gran parte della sua opera di scrittore, specie quella che riguarda gli studi più pensati e più veramente suoi : gli studi sulla psicologia normale e patologica del- la folla, quelli sulla morale politica, sulla coppia criminale, sulla teorica positiva della com- plicità, sul femminismo e le polemiche sul Nazionalismo che rappresentano quasi da sole un documento : rappresentano lo stato d’ani- mo di una gran parte degli italiani in uh momento storico del nostro paese. Quando le meschine contese politiche avranno ceduto ad 6 Giachetti, Scipio Sigitele una più calma visione della nostra forza e dei nostri doveri, quando non si perderà più il tempo a discutere l’opportunità di una con- quista che appartiene ormai alla storia, ma si parlerà solo di assicurare una prosperità coloniale e una grandezza internazionale al- l’Italia, allora i libri di Scipio Sigliele sul na- zionalismo saranno benefici ed utili. Prima forse no, finché non ci saremo elevati nel più spirabil aere del fatto compiuto e del- f a fl'erm azione indiscussa. E caduco non è — se non mi sbaglio — un altro insegnamento che egli détte. In un tempo nel quale la caccia al denaro, alla si- necura, alla cattedra è smaniosa, e i desiderii smodati, quando non v’è studentello che non ambisca al titolo di professore e non v’è pro- fessore che non voglia diventare deputalo o senatore o per lo meno accademico della Crusca, in un tempo di praticismo ad oltranza come questo, il Sighele se ne stette appar- talo : non salì la cattedra che pure avrebbe Giachetti, Scipio Sighele tenuto con tanto onore, non ambì la deputa- zione che pure gli era stata offerta, non for- nicò con accademie, con circoli e con cena- coli. Debbo dir la pura verità? Questa è stata una delle ragioni per la quale il Sighele mi fu fin dal principio che lo conobbi sim- patico : la scienza ufficiale mostrava d’igno- rarlo ? Le LTniversità lo consideravano come un dilettante? Non importa. I suoi libri in- tanto andavano per il mondo e vi portavano molte verità dette con una forma limpida e piacevole, di cui molli stupivano. La psico- logia, la sociologia, l’ antropologia, il diritto non sono cose molto noiose destinate a un ristretto numero di studiosi ? Come mai esse potevano esser lette e assimilate da tulli, po- tevano esser messe al contatto delle menti colte non specializzate, e interessare un largo cerchio di pubblico ? Per una ragione sempli- cissima : perchè il valore delle idee risulta in gran parie dal modo col quale esse ven- gono esposte. 8 Giachetti, Scipio Sigitele Sapete quanti libri bellissimi e profondi sono nati morti per il loro difetto di forma ? Non è poi proprio indispensabile essere così sciatti, ciabattoni, complicati, circonvoluti quando si espone una tesi filosofica, un principio di psi- cologia, una legge antropologica, non è poi sempre necessario affidarsi al fascino feticista esercitato dai nomoni, dajlle parole difficili, dai periodi sibillini. Sigheie prima che uno scienziato era un artista : per quanto mi dispiaccia mescolare al suo nome italianissimo dei nomi oltre mon- tani, non posso tacere che egli ricorda l’Espi- nas, il Tarde, il Finol, il Ribot, e in certe co- se anche scrittori di maggior levatura come il faine. In una parola, egli «sapeva scrivere» ; ed è proprio questo che molti non gli hanno saputo mai perdonare. Ma più che altro egli è stato un entusiasta, un combattente strenuo per nobili principii scientifici, un difensore a viso aperto di una bella causa d’italianità che egli lascia a noi come un retaggio sa- Giochetti, Scipio Sigitele 9 ero. Per ciò gli si attagliano mirabilmente le parole che egli pronunciava in memoria di Cesare Lombroso. « V’è — egli diceva — in questi soldati del- l'ideale — lo servano essi con la spada o con la penna, con la fiamma del sentimento o con le scintille del genio — v’è qualche cosa di più alto e di più bóllo dell’idea per cui sanno morire e per cui vogliono vivere lot- tando e soffrendo: v’è un esempio di sacrificio e di costanza : v’è l ammonimenlo -- così raro e pur così necessario in questa nostra epoca scettica — che la vita è degna e feconda solo quando con tutta l’anima si creda in qualche cosa, solo quando questa fede sia l’orgoglio, la passione dell’esistenza e in questa fede ci si perda come l’innamorato nel suo amore.» 10 Gjachetti. Scipio Sighelc « Solto le bandiere di Lombroso fece appunto il Sighele le sue prime armi : dalla fiaccola ardente di quell’uomo che per un quarto di secolo agitò le più audaci idee so- ciali e scientifiche, egli raccolse e conservò il calore delle sue convinzioni, la febbre della ricerca e del mirare sempre più lontano. Egli si trovò, poco più che ventenne, lanciato nella grande corrente del positivismo, corrente che allora parea più grossa e violenta di quel che non fosse in realtà : lo studio dell’uomo normale, dell’uomo di genio, dell’uomo delin- quente si trasformava in una se non più rigo- rosa, certo più attenta disamina : intorno a quello spirito semper ardens di Cesare Lom- broso, intorno alla sua intelligenza grande, ma incompleta, geniale ma spesso ingiusta, one- sta ma troppe volle tratta in inganno, cresce- Giachetti, Scipio Sigitele 11 va tutla una scuola : antropologia, sociologia, psichiatria, psicologia, giurisprudenza subiva- no l’urlo delle nuove idee. Lombroso, Garofalo, Ferrerò, Ellero, Ferri.... sono i pionieri clic sgretolavano le mura massiccie degli antichi edifizi scientifici, che pure — fra mezzo a parecchi mattoni vecchi e consunti — non mancavano del tutto di materiali resistenti al piccone. 1 A quel gruppo che sollievo tanto giustifi- caio clamore, tante elevale discussioni, tante denigrazioni e tanti osanna si aggiunse anche il nostro Sighele, il quale — anche se fornito forse di una personalità meno spiccata — portò subito e conservò ed accrebbe in seguito una virtù sua propria che valse a farlo di- stinguere fra gli altri di quella scuola e clic nc salvò l’opera dal precoce invecchiamento cui soggiacque la maggior produzione dei po- sitivisti di quel tempo. Questa virtù era la più semplice e la più difficile di tutte : il buon senso. Essa gli ispirò la giusta misura, 12 Ctiacheiti, Scipio Sigitele il retto criterio nell’ apprezzare il buono, il mediocre e il cattivo : essa gli impedì di farsi trascinare troppo oltre dalle teorie seducenti che sembrano esser le più probabili solo per- chè sono le prime a venire alla mente e le più favorevoli ad impressionarla : ma — co- me diceva Montaigne — dall’immaginazione ciascuno è urtato e non pochi ne sono addi- rittura rovesciati. Un uomo di scienza, an- che se nell’anima sia un artista come il Si- ghele, ha il dovere di resistere a questi mi- raggi deH’inimaginazione : perchè l’artista può far prendere lucciole per lanterne, lo scien- ziato no : il primo crea, il secondo ricostrui- sce faticosamente dai fatti e coH’osservazione quello che succede nella natura : egli ha l’ob- bligo di non perder di vista alcuni dettagli ma di non inventarne nessuno, ha l’obbligo di notare qualsiasi fenomeno, ma non di te- ner calcolo di quelli che gli appaiono incerti. Il buon senso salvò Scipio Sighele da questi pericoli : egli ammirò straordinariamente il Otachetti, Scipio Sigitele 13 Lombroso, — ed a ragione — ne celebrò l’at- lività, la genialità, l’onestà indiscussa, ma non lutto di lui accettò e la teoria più scabrosa da quella fervida mente escogitata, la teoria della patogenesi del genio, condivise molto pruden- temente riconoscendo che le cause patologiche rischiarano il problema dell’origine del genio, ma non lo risolvono. Ma egli tuttavia comprese quale mèsse di nuove osservazioni poteva costituire l’indagine scrupolosa dell’individuo, isolalo od unito ai suoi simili, studialo nei suoi desiderii, nei suoi sentimenti, nello scatenarsi dei suoi istinti e delle sue passioni, e magari nei suoi correlali fisiologici. La folla delinquente è un resultato notevolissimo di questi studi, è il capo-stipite di una serie di lavori nei quali c racchiusa una severa e acuta dottrina che rifugge dalle superficiali affermazioni e dalle generalizza- zioni troppo facili. Tutta l’opera sigheliana sulla folla, dalla folla delinquente fino alla morale politica, è 14 ("ìiachetti, Scipio Sìgìiele intesa a svolgere e a dimostrare questa legge generale che le forze morali e intellettuali de- gli uomini uniti si elidono e non si sommano : il che equivale a dire che la collettività è peggiore dell’individuo per quello che si ri- ferisce alla morale ed è capace di emozioni e di atti che l’individuo non conosce c non compie se non in misura più modesta. I.a condizione psicologica della folla non può essere quella dei singoli : se non altro potrebbe bastare a spiegare un tal fatto quel- la legge indiscutibile che «l’intensità di un’e- mozione cresce in proporzione diretta del nu- mero delle persone che risentono quest’emozio- ne nello stesso luogo e contemporaneamente» ; il che serve ad illuminare i fatti storici sotto un nuovo aspetto, serve a darci talora la chia- ve delle improvvise rivolle, delle rivoluzioni sociali, che passano come un turbine deva- statore ma il più spesso purificatore senza che i testimoni dell’ora tragica si rendano conto della ragione intima che le produsse. Giachbtti, Scipio Sigitele Ma le conseguenze dello studio della folla se sono interessanti nel campo sociale, lo so- no ancor più in quello dell’etica. Il Sighele lo comprese, e riprendendo e rivedendo il suo libro su «La delinquenza settaria», aveva forse in animo che questo preludesse a un più ampio svolgimento del tema : è la folla cao- tica degli uomini primitivi che dà origine — per successive evoluzioni — allo slato mo- derno : ma fra questi poli estremi — la folla e lo Stato — fra questi estremi anelli delibi catena dell’associazione umana esistono altri gruppi : le assemblee, le sètte, le caste, le classi e ciascuno di questi aggruppamenti ha caratteri propri e da essi si forma quella co- sa complessa e indefinibile, sottile e spesso poco onesta che è la politica. La politica è dunque il resultato di un lavoro collettivo o meglio di più lavori collettivi in antagonismo : lo studio degli aggregati politici ci fornisce perciò gli elementi per giudicare gli individui non più come individui, ma come facenti parte 16 G'iachetti, Scipio Sigliele di una corporazione, di una collettività. Non c’è da meravigliarsi se un tale studio ci dà dei resultati analoghi a quello compiuto sulla folla, se esso ci dimostra che la morale dei singoli va a poco a poco perdendo del suo valore e del suo significalo quando è a con- tatto della morale altrui . Chi compie un atto politico ha una giusti- ficazione nel fine altruistico, un vantaggio co- mune, che l’individuo singolo non può avere : la salus pubtica va innanzi alla salus pri- vala: non c’è da meravigliarsi se la salus publica fa spesso ai cozzi con la legge mo- rale e se gli atti che in nome suo si com- piono hanno un apprezzamenlo diverso da quello che avrebbero nella vita corrente. &lt; Si può declamare fin che si vuole — escla- ma audacemente il Sighele — ma la verità è clic, tanto dal posto luminoso di ministri o di reggitori di popoli, come da quello tene- broso di cospiratori o di settarii, non si può nè pensare nè agire con la coscienza intera Giochetti, Scipio Siyhele 17 e rigidamente morale dell’uomo privato.... Nelle cose politiche ci vuole impostura e im- moralità ed è da ingenui o da gesuiti il ne- garlo . » Ci sono dunque due morali, una politica c una privata ? O non aveva detto Rivarol : «Non c’è che una morale, come non c’è che una geometria : questi due vocaboli non han- no plurale » ? Scipio Sighele ebbe il coraggio di dimostra- re che questa pluralità della morale, per quanto dolorosa, esiste ed è universalmente ammessa. «Il reato settario — egli scrisse, — se diminuisce la sicurezza pubblica dell’am- biente in cui si produce, obbliga però inne- gabilmente le classi ricche e dirigenti a pen- sare a molti problemi politici o sociali che altrimenti sarebbero rimasti a lungo trascu- rati o dimenticati. Così avvenne politicamen- te in tutta Italia nella prima metà del secolo scorso : i delitti d’ allora contro i Governi op- pressori destarono lo spirito d’indipendenza Giochetti. Scipio Sighele. 18 GiAcrrETTi, Scipio Sigitele del popolo e provocarono l'aiulo di Casa Sa- voia. » Cesare Lombroso aveva già lumeggiato con quella intuizione geniale che era una delle sue caratteristiche più notevoli questa fun- zione sociale del delitto: al Sighele che ri- prese e sviluppò questa idea — dandone la dimostrazione pratica — toccò d’essere frain- teso: lo si accusò, lui l’uomo mite, integro e puro, lo si accusò di aver fatto l’apologià del delinquente politico. Era la solita retorica della gente onesta, che vede la birbanteria la tollera e magari l’approva, ma non sopporta che qualcuno la metta in piazza coraggiosamente c faccia l’au- topsia dei mali per cavarne fuori un po’ di bene. Il Sighele si difese serenamente da questi attacchi : egli che faceva opera di osservatore e di scienziato poteva permettersi il lusso di non prendere troppo sul serio le invettive dei catoncelli : ma la sua difesa maggiore era nel- (ticchetti, Scipio Sighelc 19 la sua visione delle cose : una visione ottimistica che lo portava a credere che anche nel fango vi fosse qualche cosa di utilizzabile, che anche nelle manifestazioni più tristamen- te deleterie di questa povera umanità fosse il germe di una bontà e di una grandezza fu- tura nella quale non fosse vano sperare. «A me pare confortante e poetico — egli scriveva — il pensare che come la perla è una malattia della conchiglia, come il genio non è che la trasformazione di dolori e di sventure che la natura con ignota e sapiente incubazione prepara, così il progresso umano non è, spesso, che il frutto di delitti atroci. » Gli scienziati si stringeranno nelle spalle e pronunzieranno la parola poesia. Eh ! sì ! poe- sia ! io vorrei che non ci si spaventasse trop- po di questa parola : in essa è tutto il sorriso e la bellezza di un’aspirazione che non può o non dovrebbe essere estranea neanche agli studi più severi. 11 Sighele ha questa poesia nel cuore e non la nasconde : senza di essa Giachetti, Scipio Sigitele 20 il miglior suo lavoro sarebbe rimasto freddo, senza di essa egli non avrebbe potuto dare opera tanto solerte ed efficace alla rigenera- zione morale della gioventù, alla lotta contro la delinquenza dei minorenni della quale egli fu uno dei più strenui apostoli. Ed egli, che pur non potè non vedere le deficienze che inquinavano la scuola positiva, forse amò quel- la dottrina per il generoso contenuto delle sue tesi. «La scuola positiva — egli scrisse — anziché definire il delitto un ente giuridico che deve essere giudicato secondo le norme della giustizia assoluta, lo considerò come un fenomeno patologico contro il quale la società ha diritto di difendersi.» Egli vide in questo concetto il gran merito di studiare il delitto come si studia una ma- lattia : non si cura un nevrastenico mettendolo a pane e acqua e non si medicano i fanciulli che rubano, gli uomini che uccidono, i solitari che colpiscono il capo d’una nazione in no- me di un ideale politico, non si guariscono Giachetti, Scipio Sigitele 21 tutti questi delinquenti diversi di educazione, di coltura e di aspirazioni con il carcere o con la ghigliottina. La società non può mo- dificare gli organismi predestinati, ma può migliorare e forse guarire gli individui por- tati al delitto dalla miseria, dalla fame, dalla cattiva educazione, dall’alcool, dall'intolleranza politica ed a questo santo scopo deve rivolgere i suoi sforzi generosi. Se la scuola positiva non avesse fatto altro che indicare questo programma avrebbe fatto già molto, più assai che tracciare l’ipotetica patologia del genio o annegarsi nella gran cal- daia della degenerazione di Nordau. * Fra i libri più pensati di criminologia e quelli più vari, meno profondi, ma pure più vivi sul femminismo e sul nazionalismo stanno quei saggi di critica psicologica o psico-pato- logica, che rappresentano come un piacevole 22 Giacchetti, Scipio Sigitele riposo per un autore di buon gusto, che mo- destamente domanda un piccolo posto nella critica per chi — com’egli afferma — « non ha nessun titolo letterario per esercitarla». Affermazione soverchiamente modesta per- chè non credo proprio necessario il diploma di letterato o di filosofo per far della critica artistica. I critici italiani ce ne danno prova tutti i giorni ! L’esame del Sighele, del resto, non è pura critica : l’autore ricerca piuttosto nelle opere di scrittori antichi e moderni i tipi più note- voli che precedono o accompagnano le de- scrizioni delle scuole scientifiche attuali. I pit- tori, i romanzieri, i novellieri hanno descritto gli isterici, i nevrastenici, gli epilettici, i de- linquenti, prima che Moreau de Tours o Lombroso o Gilles de la Tourrette si prendessero questa pena : il Balzac ci ha dato con Vautrin c Luciano di Rubempré il più bell’esempio di coppia criminale immaginabile: Annunzio ha descritto nel Giovanni Episcopo un perfet- Giachetti, Scipio Sighele 23 to tipo d’abulico e di amorale, probabilmente senza aver letto nessun trattato di psichiatria. Lo studio è dilettoso e S. lo fa in maniera acuta e piacevole, da quell’/zomme Irfe lettres che egli è : ma in fondo, è uno studio che mi permetto di credere poco concludente, almeno che non voglia dimostrarci che certi scrittori che noi siamo abituati a considerare sotto un aspetto del tutto estetico, sono stati anche dei precursori nel campo dell’osserva- zione scientifica. Ma questo è troppo poco, giacché sappiamo che il genio ha delle qua- lità intuitive che ci possono entusiasmare ma non indurci più alla meraviglia. Più personale e più degna di menzione è l’opera del Sighele sulla donna e sul movi- mento femminista moderno. Egli mi scriveva or sono pochi anni rispondendo ad un mio articolo sull’ Èva moderna: «Noi siamo sem- pre d’accordo, anche se lei non mi chiama femminista e molti invece dicono eh’ io lo sono.... » 24 Giacheoti, Scipio Sighele Secondo il mio modesto parere questi molti hanno torto e Scipio Sighele — se Dio vuole — non è mai stato femminista nel senso vol- gare e poco simpatico del vocabolo. Non ba- sta che egli abbia speso molta parte del suo tempo, ed abbia dedicato alcuni dei suoi libri più interessanti al femminismo, per dichia- rarlo femminista : non basta che egli abbia spezzalo più di una lancia per l’elevamento morale della donna e per il suo miglioramen- to giuridico. Ci vuol ben altro, oggi, per dirsi femmi- nisti. Purtroppo il femminismo è una di quelle questioni che ha la singolare virtù di far im- bizzire chi ne discute : le donne ci si arrab- biano perchè sembra loro che non si possa neanche mettere in dubbio la giustezza delle loro richieste : gli uomini si sdegnano per es- ser trattati con tanto disprezzo, e scherzano sulla poca serietà di mezzi adoprati dalle fem- ministe nella lotta. Ora i libri del Sighele sul- Guchetti, Sciino Sighelc 26 la donna sono scritti in punta di penna, col sorriso sulle labbra, con un gran desiderio di giustizia, con molto spirito cavalleresco, ma senza le esagerazioni che sembrano fatte apposta per sciupare una causa generosa. È generoso infatti proclamare le ingiustizie di una legislazione miope, richiedere per la don- na il diritto all’istruzione e più che altro il diritto di servirsi praticamente dei suoi studi. È generoso e giusto. Ma questo non è femminismo: questo è semplicemente senso civile di giustizia : il femminismo, coni’ è bandito dal suo pontefice massimo Finot, proclama un’eguaglianza che va contro ogni principio psicologico e fisiologico ; proclama l’avvento della donna (non desiderato c non necessa- rio) alla vita politica e sociale nella stessa misura dell’uomo. Ora non mi pare che il Sighele fosse della stessa opinione : pur ammettendo (ed è difficile non ammetterlo) la profonda ingiustizia dell’oppressione maschile, egli ha notalo argutamente che la donna se 26 Giochetti, Scipio Sigitele n’è vendicata «non tanto corrompendo l’uomo, quanto facendolo agire secondo la sua vo- lontà e lasciandogli soltanto l’illusione della sua indipendenza» ; egli ha scritto che «il maggio- re e minore ideale della donna si realizza nel- la sua missione di madre; egli ha concluso che di fianco all’uomo che combatte, la donna « deve essere la fata che ingentilisce ed at- tenua le fatali conseguenze della lotta : essa deve socializzare le anime per avvicinare gli uomini — opera più degna che socializzare la proprietà per sopprimere le classi». Se que- sto è femminismo, non sdegno di sottoscriverlo anch’io, poiché esso, col mirabile buon senso, con quella giusta misura che — come ho no- tato — sono le qualità predominanti della bonaria filosofia sigheliana, non toglie alle donne nessuna delle doli e delle virtù sovrane, alle quali è affidata la loro dolce missione nel mondo. tìiACUETTi, Scipio Sigitele 27 La scuola scientifica dalla quale S. uscì, allargò la sua indagine in immediate vi- sioni politiche : quasi tutti gli uomini che ne fecero parte, discesi dall’Empireo della speculazione ai conli correnti della vita quoti- diana, si gettarono nelle capaci braccia del socialismo, ufficiale o no : non importa se al- cuni prudentemente tornaron di poi sui loro passi : l’indirizzo schietto e spontaneo della scuola fu quello, e non tocca a me il dire se fosse una deduzione legittima delle premesse scientifiche. Il Sighele invece non seguì l’an- dazzo comune : la sua democrazia molto sin- cera, anche se non sia scritta col D maiu- scolo, non arrivò mai al socialismo, anzi si avviò per una stpada del tutto opposta : quel- la del Nazionalismo. Perchè ? 28 Glìch ;tti, Scipio Sigitele Credo abbia veduto giusto Gualtiero Castel- lini scrivendo del suo illustre zio che la «sua nobilissima idealità politica valse a guidarlo all’esame di altri fenomeni reali e a riprender quindi l’esame della soluzione del problema sociale da un altro punto di vista, conside- rando ancora una volta — nell’umanità — le unità delle patrie». Nato da padre e madre trentini, sposato a un’elettissima gentildonna che porta il nome dei Rosmini, il Sighele fu tratto fin da gio- vane a conoscere i dolori veri, le necessità, le condizioni tristissime di quel popolo indomito e sventurato. Un popolo che lotta accanitamente per con- servare il patrimonio della propria lingua, per salvaguardare le proprie caratteristiche na- zionali, che freme e piange e soffre in silen- zio guardando ad una luce lontana che è piccola e incerta, ma che pure è la fonte di ogni palpito e di ogni sorriso, un popolo così fatto deve dar da pensare sulla reale esi- Giachetti, Scipio Sigitele 29 stenza di quel sentimento di patria che alcuni negano, perchè non lo provano, come quelli che non vedono i colori o per i quali la mu- sica è solo un ingrato rumore. Fu nella quiete di quei monti, sulle sponde azzurrine del lago per tre quarti italiano, fra le austere e nobili genti tutte italiane, che maturò la concezione del nazionalismo: l’ani- ma gentile, formatasi fra dolori dignitosamen- te sopportati, ne tolse il seme da fecondare nuova mèsse italiana. Il momento era pro- pizio : da più parti erano segni di rinascenza e di volontà, di fermi propositi e di virili audacie : una schiera di giovani propugnava per il paese unito una maggior libertà di mo- venze, una più dignitosa condotta politica, una più virile attenzione sulle ultime sponde del Mediterraneo che restavano facile preda al primo audace occupante. Ricordate le parole del Carducci, del mae- stro, per il tricolore ? Se l’Italia — egli dice — avesse a durar tuttavia come un mu- 30 Giachetti. ScÌ2»o Sifilide seo o un conservatorio di musica o una vil- leggiatura per l'Europa oziosa, o al più aspi- rasse a divenire un mercato dove i fortunati vendessero dieci ciò che hanno arraffato per tre, oh, per Dio, non importava far le cinque giornate e ripigliare a baionetta in canna set- te volte la vetta di San Martino, e meglio era non turbare la sacra quiete delle ruine di Roma con la tromba di Garibaldi su’l Gianicolo o con la cannonata del re a Porta Pia. L’Italia è risorta nel mondo per sè e per il mondo ; ella, per vivere, deve avere idee e forze sue, deve esplicare un officio suo civile ed umano, un’espansione morale e politica.» I tempi eran maturi : la gioventù colta ed operosa d’Italia aveva raccolto rammonimen- lo del Maestro. II Sighele accompagnò, favorì, incoraggiò cor. lutti i mezzi, colla fede operosa, con l’entusia- smo più schietto, con la lealtà più completa questo movimento italiano : sperò di poter riu- nire in nome di un’idealità superiore tutte le Giachetti, Scipio Sigitele 31 forze fattive da qualunque parte venissero : il sogno era troppo bello : non riuscì e non è il caso d'indagare di chi ne fosse la colpa. Ma lo sforzo non fu vano : le Pagine naziona- liste del Sighele, « libro di fede e di propa- ganda » com'egli lo definì, uscirono quasi con- temporaneamente al Congresso di Firenze : in esse era posta per la prima volta limpidamente e serenamente, senza esagerazioni irredentiste, la questione trentina, in esse si affermava il principio ideale del nazionalismo: Creare un’anima collettiva nazionale, mentre oggi non abbiamo che anime collettive regionali». Questo principio così semplice ma così fon- damentale era già stato preannunziato dal Si- ghele in alcune parole premesse a un volume del De Frenzi, che fece assai chiasso, le Let- tere dal Gardasee. «Noi non abbiamo — dice S. - ancora formata un’unica anima italiana : noi abbiamo diviso e abbas- sato fra le piccole pettegole vanità regionali quell’orgoglio nazionale che farebbe la nostra 32 Giochetti, Scipio Sigitele forza nel mondo ; noi siamo, in una parola, ancor troppo individualisti c regionalisti per assurgere all’ideale grandezza patriottica che si afferma in un sano e cosciente naziona- lismo. Qpi è il nocciolo del nazionalismo italiano, altra e più pura cosa — almeno nelle ori- gini — del nazionalismo francese ; ad esso tutti dovevan portare il loro contributo, da qualunque parte venissero, per iniziare un’o- pera di rieducazione dell’anima italiana. È per questo che rendendo conto in quel tempo, sopra un giornale letterario assai dif- fuso e libero, del volume di S., gli fa- cevo questo augurio : Che gli italiani comin- ciassero intanto ad appassionarsi alla poli- tica estera ed alle questioni che più li toc- cavano fuori dei confini : e che fra dieci anni almeno non potesse più succedere quel fatterello che S. narrava sul principio del suo libro. Il fatterello era questo. Qualche anno fa Giac®ìtti, Scipio Siyhclc 33 un deputato italiano, non dei più ignoti, scen- dendo alla stazione di Ala per la visita-ba- gagli, fu avvertito che il treno con cui doveva ripartire verso il Tirolo aveva due ore di ri- tardo. — Non importa, — rispose, — andrò a pren- dere, intanto, un caffè a Trieste! E purtroppo il caso non era e non è iso- lato: fra quelli che inneggiano in ogni occa- sione e con gran clamore a Trento e Trieste c’è di certo qualcuno che mette le due città l’una accanto all'altra, a guardarsi amorosa- mente sulle sponde dell’Adriatico. L’anno dopo le prime Pagine nazionaliste , l’Italia iniziava l’impresa di Libia e il Si- ghele la precedeva con un altra libro dove fra mezzo alle teorie che tendevano a co- slrurre una dottrina nazionalista tutta nostra, di fronte ai partiti politici, palpitava già qual- che cosa di nuovo, quasi la prescienza di una più ampia impresa italiana, che riportasse il GlACHETTi. Scipio Sigitele. Bt Giachetti, Scipio Sigitele paese alla considerazione esalta della sua for- za, alla valutazione precisa del suo compito. Le tendenze diverse, i dissidii interni di par- tito, dai quali S. — natura sinceris- sima — aborriva, o&gt;, come è stato detto, la scaltrezza politica del nuovo movimento, al- lontanarono poi S. dal gruppo nazionalista ufficiale, non lo tolsero al nazionali- smo ; in lui questo era uno stato d’animo, era il fruito Idi convincimento e di pensiero : la sua austerità non gli permetteva di rimanere là dove gli apparivano tendenze contrarie a quei principii cui egli serbava fede inconta- minata. Riprese la sua libertà senza rancori c senza far intorno al suo nome quel chiasso che ama suscitare per solito chi si crede mal compreso o mal trattato mentre sa di avere diritto all’attenzione e al rispetto degli altri. Eppoi, per quanto gli dispiacessero certe defezioni e certe ingratitudini, egli era troppo sicuro della sua coscienza per sentii - ne un’a- marezza soverchia : la bella impjresa di Tripoli Giachettt, Scipio Sigitele 35 gli aveva acceso più vivida la sua fiamma d’ilalianità, gli aveva ridestato più salda la sua fede nei destini della Patria. Nei primi giorni della conquista egli scriveva da Nago: «Si vive in un’atmosfera di gioia e di attesa». La gioia era troppo grande c l’attesa intol- lerabile : per quanto la sua salute fosse as- sai delicata, egli volle andare a Tripoli e volle assistere di persona alle prime e dure prove deirilalia militare. E diventò popolare fra i soldati, con i quali amò confondersi e vivere per conoscere le loro impressioni e il loro ani- mo, per vedere come la nuova gioventù ita- liana, che ancora non conosceva la guerra, sapesse andare alla guerra : e lo spettacolo gli parve magnifico e il ricordo di tanto fiorir d’energie e di simpatiche audacie, anche a distanza di tempo gli riempiva gli occhi di lacrime. E fu a Tripoli, du- rante un banchetto oiferto dai giornalisti ita- liani a Jean Carrère, che il Sighele fu salu- Gl.U'rrF.TTT. Scipiti Sìfjlltth J tato al suo levarsi per parlare, dall unanime grido di « Viva Trento e Trieste ». Quel grido fu l’origine prima della sua ul- tima sventura. In un articolo pubblicato nella Renne del 15 marzo 1912 Scipio Sighele spiegava l’o- rigine di quel grido. «Non era soltanto — egli scriveva — una gentilezza verso chi rappre- sentava laggiù le terre irredente : era un’al- tra e più grande e più profonda cosa : era un’intuizione e un’affermazione. Sentivano quei giornalisti che un legame ideale univa la con- quista presente alla sognala integrazione futura della Patria : sentivamo noi lutti che lo spet- tacolo di energia e di vittoria che l’Italia da- va in Africa non era senza significato e senza speranza per altre energie e per altre vitto- rie ; e da quell’alba di Risorgimento Italiano che noi vedevamo luminosa spuntare sul de- serto e sul mare delle Sirti, noi prevedevamo col volo del desiderio, il meriggio glorioso sulle Alpi.» Lo sfogo era legittimo: ma del resto Giace etti, Scipio Sir/hcle 37 l’articolo che voleva essere una definizione se- rena, da osservatore e non da politico, dell’ir- redentismo, era serio e degno di un uomo che aveva sempre avuto in uggia gli sban- dieramenti e i chiassi degli studentelli in cer- ca di vacanze premature. Diceva perfino: «Noi oggi dobbiamo .armar- ci anche di pazienza, noi dobbiamo con se- renità prevedere che la realizzazione del no- stro sogno potrebbe non essere nè immediata nè molilo vicina, e in questa previsione noi dobbiamo quindi prepararci a difendere, in- tanto, la minacciata italianità detto terre ir- redente ». Sighele predicava la pazienza, ma quegli che non ebbe pazienza fu il governo au- striaco. Al primi di giugno dello stesso anno un decreto deH’I. R. Governo lo sfrattava per sempre dal Trentino, gli precludeva il ritorno alla, sua villetta adorala di Nago, dove, egli soleva passare molti mesi dell’anno, fra le 38 Giachetti, S. persone e le cose che egli amava, che gli ram- mentavano tuita ima tradizione, una storia, una volontà, una fede. Fu un gran colpo : egli non volle nè pro- testare nè dolersi, non fece polemiche sui gior- nali, nè discorsi eccitatori : tacque : egli sa- peva che in quel momento la politica italiana doveva per necessità ineluttabile di cose an- dare di pari passo con quella austriaca : gli parve certo amaro e stolto che la sfinge mul- tilingue tirasse un calcio all’ alleata mentre proprio le stendeva la mano, ma poiché egli era abitualo a posporre i suoi interessi perso- nali a quelli generali del paese, non fiatò : rinchiuse nel suo cuore leale ed alierò l’ama- rezza dell’affronto patito : soffrì nel più no- bile e nel più disinteressato silenzio : c poiché il Trentino gli era vietato e la porta della sua casa gli veniva chiusa in faccia con un ge- sto villano, egli si contentò di una stanza di albergo sul confine italico, dalla quale pote- va almeno vedere le acque dello stesso lago, Giachetti, Scipio Sigitele 39 e sospirare da lungi alle sponde della sua terra. Eppure egli aveva passalo ben altre burra- sche, affrontato due processi per alto tradi- mento, sfidato con tatto e sagacia le ire tede- sche per i suoi numerosi discorsi patriottici e più per il coraggio e la fiducia che il suo solo nome ispirava al popolo e sopralutlo fra i giovani. E fra i giovani molto visse spargendo la fresca gioia della sua inesauribile arguzia, che non si scompagnava mai dal senso profondo di patriottismo che lo animava : quelli che vissero con lui le dolci giornate di Nago ne sanno qualche cosa. È commovente riaprire oggi le pagine di quel giornalino il Corriere di Nago tutto fab- bricato nella villa Sighele e redatto da S. stesso, da Castellini, dai numerosi nipoti e parenti. Il Corriere di Nago, litogra- fato clandestinamente e ancor più clandestina- mente spedito ai suoi numerosi abbonati, por- 40 Giachetti, Scipio Siyhele tava nella testata il monumento di Dante a Trento, il profilo dell’ Italia e il suo simbolo, col motto carducciano : 0 Italia, daremo in altre Alpi Inclita ai venti la tua bandiera. Avverliva che l’abbonamento costava lire tre per la stagione « la cui durata varia secondo le condizioni meteorologiche». Era umoristico e pupazzeltato, ma lutti gli articoli in prosa o in versi che fossero chiudevano nella pia- cevolezza della forma un significato. «Forse non tutti i lettori hanno pensato — diceva un articolo riassuntivo dell’operosità del giornale — al lato meno frivolo c più rischioso dell’im- presa, al luogo dove stampammo il giornale, alle idee che vi abbiamo sostenute ! » Infatti ! La I. R. Luogotenenza non si accorse o fece vista di non accorgersi allora, dei numeri in- fuocali che ogni ricorrenza patriottica faceva uscir fuori come le margherite al nuovo sole : nella sala da pranzo della villa Sighelc, pie- na di bandierine italiane, si faceva il giornale, Giaoietti, S. 11 e si fucinavano i versi scherzosi, parodie di canti celebri, vibranti di un sentimento caldo, ingenuo, nostalgico. Sentite le prime strofe d'eirZn/io al Carrière di Naga: Si scopron le tombe, si levano i morti,' Sui monti di Trento già crollano i forti, Perchè sull’altura che domina il Garda È sorta una voce possente gagliarda, La voce irredenta del nostro giornale Che corre veloce l’intero stivale, E dice - svegliando l’antico ferver: Su tutti col nome d’Italia nel cor ! Esalta, diffondi il nostro pcnsier, Va, corri pel mondo, di Nago o Corrieri Il cuore traboccava nei versi burleschi e li rendeva quasi serii : le parole erano voluta- mente esagerate, ad uso Gaerin Meschino •: in realtà il Corriere di Nago non ha mai superato — credo — le ottanta o le cento copie e quel «correr per il mondo» va inteso con be- nefizio d’inventario. Ciò non impediva al pic- colo giornale intermittente, unica voce libera in mezzo a un coro di voci forzatamente som- messe e doloranti, di costituire come una fiam- mella accesa e custodita gelosamente : ciò non 42 Giachetti, Scipio Sigitele gli impediva di avere fra gli abbonati (che oggi conserveranno con amore la preziosa col- lezione) il generale Baldissera, Lorenzo El- lero, Alberto Eccher dall’Eco, Guido Semenza, Edoardo Gelli, Alfredo Montalti, Giulio Ri- cordi.... E la Lega Nazionale ed ogni opera d’italianità devon ricordare le offerte spesso generose che venivano loro dal piccolo e fe- condo giornale. C’era in tutto ciò, nella vita privata qome nella pubblica, la stessa anima gentile e forte, lo stesso spirito preveggente e sicuro, lo stesso amore indomito per un’Italia compiuta dav- vero, padrona di sè e dei suoi destini : nel piccolo Corriere di Nago vi sono delle parodie che stillano lacrime. Promotore dell’università libera che doveva portare un soffio agile eli latinità nella pe- sante inospite città tirolese, propugnatore in- faticabile dell’autonomia trentina e dell’Uni- versità Italiana a Trieste, richiesta da tempo immemoràbile, promessa spesso e concessa Giachetti, Scipio Sigitele 43 mai, egli fu sempre in prima linea nella di- fesa della nobile terra, nel tener desto e vi- gile il pronto spirilo italico di fronte alla mas- siccia greve e invadente disciplina panger- manista. Ma egli era un ospite incomodo per pa- droni così mal sicuri della loro padronanza : ogni sua mossa era spiata : bastò un prete- sto qualunque per sbarazzarsene. E non potè più Vedere la diletta Nago, la villa ombrosa dove fiorivan le rose bian- che e i «non ti scordar di me, Riva perla del Garda, Arco tepida come una serra, na- scosta sotto gli aspri contrafforti montani. Vi tornò fredda spoglia e tjutlo un popolo in lacrime l’accolse e lo seguii fino alla tom- ba : piangeva quel popolo il padre amoroso, il consigliere, il fratello buono, la voce forte e autorevole clic si levava nei momenti di pro- cella a incuorare i dubitasi, a rampognare i persecutori : quel popolo portava il tributo del suo amore a chi di quell’amore era morto e 44 Giochetti, Seipio Sigitele pensava : « chi, chi mai ne raccoglierà l’e- sempio ? » Egli giace ora nella tomba di famiglia e sulla sua fossa sta scritto solo il verso di Dante : L’ombra sua torna ch’era dipartita. Grave ammonimento ; ma l’Austria non l'in- tenderà : l’Austria — lo sappiamo — non ha paura dei morii ! Quello che ho detto fin qui può dare un’idea per quanto sommaria, del pensiero e del ca- ratlere di Scipio Sigitele. Ma è necessario, per completare la visione che egli ebbe della vita, e per segnare i limiti e l’estensione del suo poderoso lavoro, che io dica una parola di Si- gitele giornalista. Gli è stata rimproverata questa sua assidua opera data al giornale e da alcuni si è par- lato con un certo disdegno dei suoi ultimi li- bri affermando che son fatti di articoli. (ìiAóHRTTi, Scipio Siqliele 4 -' È vero ! Ma chi non sa che cosa sia scri- vere per il pubblico vasto e vario di un gior- nale, non può immaginare, quella febbre, quel- la passione, quell’ardore : lo so bene che per molLi di noi che veniamo dalle professioni, dagli studi, da altre e svariale attività, il gior- nale è pericoloso, è spesso un perditempo, un inciampo ai nostri interessi economici, alle nostre carriere. Ma che importa ! Si guarda forse ai difetti e alle imperfezioni della donna che si ama ? Il giornalismo è un amore ed ha dell’amorle tutte le seduzioni e tutti i pericoli. V’è dunque anche una bellezza in questo foglio di carta : il giornale è una forza viva, una pro- pulsione d’energie, uno strumento attivo per gettare nel pubblico le idee con la certezza che queste idee si diffondano, come non si diffonderebbero dal volume o dalle cattedre. Perciò il giornalismo che ha assorbito in Fran- cia molte fra le migliori intelligenze di quel paese, ha attirato anche in Italia e va attirali- 46 (tiachetti, Scipio Sigitele do ancor più nella sua orbila — via via che progredisce — pensatori e studiosi che avreb- bero un tempo esplicato altrimenti le loro at- tività. Il Sighele fu tra questi e ben si può dire che egli onorò il giornalismo italiano : i suoi articoli erano equilibrati, sintetici, com- pleti : egli aveva quella rara attitudine a scri- vere molto in poco che distingue il giornalista nato, da quelli d’occasione. E poiché negli argomenti che avevan formato il suo lungo tirocinio di studio e di osservazione, egli ave- va una direttiva ben sicura e definita, c’era fra un articolo e l’altro che scriveva e pub- blicava, magari su giornali diversi, un filo di conduzione, una continuità di concezioni : era lo svolgersi di un pensiero organico, che ve- deva gli addentellati fra cose e fra oggetti di- versi, e li riduceva — per così dire — al comune denominatore della propria logica e del proprio giudizio critico. Perciò io non dispregio i libri del Sighele che sono formati di articoli riuniti : se debbo Giachetti, Scipio Sigitele 47 dire latta la verità io li trovo anzi tra i suoi libri migliori, fra i più sinceri, i più bril- laci, dettati nel fervore di una battaglia da combattere, di una causa generosa da difen- dere e da salvare. Al giornale détte il Sighele gran parte del- la sua produzione fecondissima, che mi au- guro sia tutta raccolta : al giornale dedicò le estreme energie del suo spirito, poiché l’ul- time pagine da lui scritte, quando era già gra- vemente malato, furono quelle sull 'Evoluzione del femminismo pubblicate dalla Tribuna e dalla Gazzetta del Popolo dopo la sua morte. E morire a 45 anni, quando si ha ancora la saldezza degli ideali, l’aspirazione al la- voro, il desiderio e la certezza di essere utili agli altri, è angoscioso e crudele. Io so che negli ultimi giorni della straziante malattia Scipio Sighele si accorò di non poter lavorare alla rinnovata edizione della sua De- linquenza settaria; la compagna amorosa gli alleviava la pena correggendo essa le prove 48 Giachetti, Scipio Sigitele di stampa, sostituendosi a lui, cercando di compensare una volontà, un’energia, un pen- siero che si affievolivano. Egli doveva ancora scrivere la prefazione di quel volume e più volle — durante le tregue del male — vi si provò ; ma non potè : la mente gli reggeva, non lo forze : il cervello dettava, ma la mano ricadeva stanca e la parola usciva a fatica e dava solo degli sprazzi di luce nell’ombra. Ed allora il lavoratore tenace pianse : pianse non sulla vita, pur desiderata, che fuggiva, non sul- la felicità che lasciava, non subiamone che si spegneva : no : pianse sul lavoro interrotto, sul destino crudele che gli spezzava la penna, che gli troncava la parola quando egli aveva ancora qualcosa da dire, per la verità, per la giustizia, per la libertà del suo popolo e della sua terra. Niente è più bello e più triste di queste lacrime. Di prossima pubblicazione un volume postumo di SCiPIO SIGHELE ch’egli aveva già preparato col titolo Letteratura e Sociologia Accession ; ssion no. 9 *** ^ 'p ì c ^ 'farcele Si W G-òl /?'*/ n (/Oc/&lt;e$) Il PREZZO DEL PRESENTE VOLUME: UNA LIRA. ANTONIO FBADELETTO Conferenze. Cn volarne in- 16 di 276 pagine L. 3 50 Ma’attie d’arie. - La vo ontà come forza sociale. - La letteratura e la vita. Le idealità della scienza. - La psico ogia della letteratura italiana. La fine d’un Parlamento e la Dittatura di un Mi- njcfrn conferenza, seguita da Appunti storici sul Suffragio uni - moti Uj versale, e Analfabetismo 1 Dogmi e Illusioni della Democrazia i _ SAGGI E CONFERENZE Crispi jì Arcoleo l. 1 - La galleria del Serapione,dei P rof. Ugo Ancona. 8 c £Lio 4 nn- Mazzini, « Alessandro Luzio.inTutr?^ 0 !™- La difesa della Patria e il Tiro a Segno, Angelo Mosso -so L’America e l’avvenire, &lt;31 Ugo Ojetti 1 - Per una Fede, ai Arturo Graf. S T- Quesle sei conferenze riunite in un solo volume, legato in tela, costano Sei Lire. Per la nostra Cultura. Graf. . . 1 - Carducci, a Alessandro D’Ancona 1 - RllPlTa alla flllprra ? O sserv Q&lt; z ioni sulla situazione politica inter- Ullblld UlUi UUbll a . nazionale, seguite da. Considerazioni e prò- V Italia, del Tenente Generale Giuseppe Perrucchetfi . 1 - Le leggende del mare e le superstizioni dei marinai, di Ettore Bravetta Capitano di Fregata . 1 — Giusti, ai Ferdinando Martini, con 40 moia. . i - 1 Progressi della Scienza Luigi Luzzatti ì- Queste sei conferenze riunite in un solo volume , legato in tela, costano Sei Lire. Cesare Lombroso, g"tto ren . za . di . s . cipio SItmELE .'L Coi i r ì In memoria di Cesare Lombroso, RO. Con due ignorati scritti giovanili di Lombioso .... T-'ì — Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli </pre>C. Nome compiuto: Scipione Sighele. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Sighele,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria.

 

Luigi Speranza -- Grice e Signa: la ragione conversazionale della ruota di Venere – la scuola di Signa – filosofia fiorentina – la scuola di Firenze -- filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Signa). Filosofo fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Signa, Firenze, Toscana. Insegna retorica (“ars dictaminis”) a Bologna e Padova. Vive ad Ancona, Venezia, Bologna, Padova, e Firenze. Tra i saggi più significativi si ricordano il saggio storico “L’assedio d’Ancona” (Viella, Roma), il “Bon Compagno”; “Rethorica novissima”; “Scacchi e il “Libellus de malo senectutis et senis”, nel quale, con spirito arguto, prende in giro le affermazioni di Cicerone che idealizzano la vecchiaia”; la “Rota Veneris” (Salerno), un saggio di epistolo-grafia amorosa; “Liber de amicitia”; “Ysagoge Boncompagnus; “Tractatus virtutum”; “Palma Oliva Cedrum Mirra Quinque tabulae salutationum”;  “Bonus Socius e Civis Bononiae. Garbini, Roma, Salerno, Gabrielli, Le epistole di Cola di Rienzo e l'epistolografia, Archivio della Società romana di storia patria, Gaudenzi, Sulla cronologia delle opere dei dettatori bolognesi da S. a Bene da Lucca, Bullettino dell'Istituto storico italiano, G. Manacorda, Storia della scuola in Italia, Palermo, Tateo,  Enciclopedia dantesca,  Treccani Dizionario biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. S., su ALCUIN, Ratisbona.  Wight: S.'s charter doctrine (Bologna), in: Medieval Diplomatic and the 'ars dictandi', Scrineum. Keywords: Cicerone, “ars dictaminis” – o rettorica --. Bon Compagno da Signa. Signa. Keywords: rota veneris – erotica – ermafrodita – erma: mercurio, afrodita, venere, afrodisiaco. Luigi Speranza, “Grice e Signa” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Silio: la ragione conversazionale a Roma – la maledizione di Dione – Scipione come Ercole – il sacrificio dell’eroe – filosofia veneta – la scuola di Padova -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Padova). Filosofo padovano. Filosofo veneto. Vilosofo italiano. Padova, Veneto. Avvocato, console, pro-console de principato romano. Muore in Campania. Figli: Lucio Silio Deciano. Console, Proconsole in Asia. Noto semplicemente come S. Italico è anche un poeta, avvocato e politico romano, autore dei Punicorum libri XVII, il più lungo poema epico latino pervenutoci. Abbiamo notizie di lui da una lettera di PLINIO il Giovane a Caninio RUFO, nella quale parla della sua morte. Il nome ‘Asconio’ porta a ritenere che e legato alla gens patavine. Altre brevi informazioni ci vengono da TACITO e da Marziale. Di Marziale, S. è il patrono e sappiamo che opera nel foro come avvocato difensore, probabilmente già al principato di CLAUDIO. Secondo Plinio, nel principato di Nerone, dove esercitare anche l'avvocatura d'accusa, ovvero la delazione vera e falsa per il favore del principe. Il beneficio che ne tratta e il consolato ordinario. Con la caduta e morte di Nerone, in quanto amico di Vitellio, S. partecipa alle trattative di questi con il fratello di Vespasiano, Tito Flavio Sabino, che è a Roma con il figlio di Vespasiano, Domiziano.  S. è pro-console in Asia Minore agl’ordini di VESPASIANO. Testimonianza è un'epigrafe ad Afrodisia, che riporta il suo nome completo. Allo scadere del mandato pro-consolare S. si ritira dalla vita politica attiva dedicandosi agli studi e alla stesura del suo “Punicorum libri”.  Nel Libro III vi è un riferimento al titolo di "Germanico" assunto da Domiziano e Marziale saluta l'opera nel IV libro degl’epigrammi. Anche a causa dello stato di salute aggiorna a Campania, dove compra la villa di CICERONE, il suo modello di oratoria, e la terra che custodia la tomba di VIRGILIO, di cui è un estimatore e ai cui stilemi si rifà abbondantemente nel corso dei Punica. Durante il principato di Domiziano, ha la paterna soddisfazione di vedere nominato console il figlio Lucio Silio Deciano, anche se Marziale e Plinio ci informano che, peraltro, dove subire la perdita del figlio minore. In Campania, provato da un male incurabile, si lascia morire di fame alla maniera del Portico. S. scrive i Punica, poema storico, anche se secondo una parte della critica il testo è incompiuto, in quanto si ipotizza un progetto originario in XVIII libri, parallelo alle dimensioni degl’annales d’ENNIO. La tomba di Virgilio al chiaro di luna, con S., dipinto di Wright. I Punica sono la più lunga epica romana che ci sia pervenuto. Racconta la guerra punica dalla spedizione d’Annibale in Spagna al trionfo di SCIPIONE dopo Zama. La disposizione annalistica testimonia la sua volontà di ricollegarsi alla III decade di LIVIO, ne recupera la cornice architettonica del modello. Colloca dopo il proemio il ritratto di Annibale e chiude, come LIVIO, con l'immagine del trionfo di Scipione. I Punica è concepita quale continuazione ed esplicazione dell’Eneide virgiliana. La guerra d’Annibale è, di fatto, vista come la continuazione di Virgilio, originata dalla maledizione di Didone contro ENEA, mentre dal poema virgiliano S. restaura la funzione strutturale dell'apparato mitologico, anche se lo stravolgimento anti-frastico della provvidenza virgiliana è sostituito da un'EPOPEA dal finale rassicurante.  PLINIO ha delle riserve sulle capacità di S., lo ritiene più antiquario che artista per il suo gusto per le ricostruzioni minuziose. Lo stile sembra influenzato dal gusto del tempo: "barocco", scene macabre unite al modello epico mitologico, con BANALI RIFLESSIONI ETICHE. L'opera, comunque, risulta frammentaria, poiché dà più importanza ai particolari piuttosto che non all'unità dell'opera stessa. Quindi, lo scritto di S. è importante soprattutto per la quantità di informazioni storiche e mitologiche piuttosto che per la sua poesia.  S. in Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. S., in Treccani.it – Enciclopedie, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. S., su Sapere.it, De Agostini. Pollidori - Postilla a S., su gionni altervista.org. Giarratano, S. in Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Epist. III, 7. Patavino: cittadino di Padova (dal latino Patăvium, nome della città di Padova. Marziale. Vinchesi, Introduzione, in Le guerre puniche, BUR, Milano, Occioni, S. e il suo poema, Firenze, Monnier, Vinchesi, Introduzione, in Le guerre puniche, BUR, Milano. S. su Treccani – Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Giarratano, S. Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, S. su sapere.it, Agostini. S., Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica. Silio Italico, su ALCUIN, Ratisbona. S., su Musisque Deoque; S. su PHI Latin Texts, Packard Humanities Institute. S., open MLOL, Horizons Unlimited, S., Open Library, Internet Archive. S. su Progetto Gutenberg. V · D · M Poeti epici antichi Portale Antica Roma   Portale Biografie   Portale Letteratura Categorie: Poeti romani Avvocati romani Politici romani, Poeti, Consoli imperiali romani. S. has a career in politics before retiring to his villa near Napoli where he pursues his interests in philosophy. He is a follower of the Porch, and admired by Pliny Minore. S. is a  philosopher of the Porch.. S. adopts Virgil's basic concept of seeing in the Punic War a fateful step on the road to Rome's greatness, pre-ordained and hence supported by the divine. In his epic, however, S. goes further than Virgilio had done in trying to illustrate how the actions of the great Romans of the period, such as Marcellus or Scipione - reveal that harmony between pre-destination and CHOICE which is demanded by the philosophy of IL PORTICO. Romans like Marcello or Scipione remain loyal to the ancient values of Rome, which are unknown (and naturally totally foreign) to the antagonist Hannibal. S. shows both Scipione and Hannibal as trying to emulate ERCOLE, that hero whom philosophers from both IL PORTICO and IL CINARGO present as the archetype of a man whose unceasing endeavour and striving make him able to attain perfection through his own efforts. The Roman ERCOLE is, moreover, an important figure in popular religion and in Flavian principate ideology. In S.’s epic only one of the two claimants is Hercules’s legitimate successor: Scipione, whose individual striving for perfection is sub-ordinate to the summum bonum (OPTIMVM) of serving Rome, and thus in harmony with the universal order in which Rome has its divinely given place. By applying the doctrine of fate of IL PORTICO to explain the tradition of Rome's heroic past with its many Republican memories S. establishes a meaningtul connection between that tradition and the state of the principate in which he himself lives. S.’s aim is to prove that a classicising frame of mind with its orientation towards the legendary past of Rome leads to an affirmation, instead of a rejection, of contemporary reality. Tiberio Cazio Asconio Silio Italico. Keywords: SCIPIONE, l’eroe nudo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Silio, and the labours of Ercole” – per il gruppo di gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library. Silio.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Silla: la regione conversazionale della ta meta ta physika -- Roma – lascuola di Roma – filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Apellicon, a member of the Lizio, acquires an extensive collection of the works of Aristotle and Teofrasto that had once belonged to Neleo, della Scessi. S. takes the collection away from him and transports it to Roma, where TIRANNIO (si veda) is put in charge of sorting it out and looking after it. Grice: “Tirannio saw a bunch of books which where obviously on physics. ‘And what are these?’ A bunch of books piled after those about physics. ‘I don’t know. I call them ‘the books that come after the books on physics’ – ta meta ta physika.”   Lucio Cornelio Silla Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.  Disambiguazione – "Lucio Silla" rimanda qui. Se stai cercando altri significati, vedi Lucio Silla (disambigua).  Disambiguazione – "Silla" rimanda qui. Se stai cercando altri significati, vedi Silla (disambigua).  Disambiguazione – Se stai cercando l'opera di Händel, vedi Lucio Cornelio Silla (Händel). Lucio Cornelio Silla Console e dittatore della Repubblica romana Ritratto di Silla su un denario battuto da suo nipote Quinto Pompeo Rufo Nome originale Lucius Cornelius Sulla Nascita Roma Morte Cuma Coniuge Giulia Elia Clelia Cecilia Metella Dalmatica Valeria Messalla Figlida Giulia Cornelia Silla Lucio Cornelio Silla da Metella Fausto Cornelio Silla Fausta Cornelia Silla Lucio Cornelio Silla da Valeria Cornelia Postuma GensCornelia PadreLucio Cornelio Silla Questura Pretura Propretura in Cilicia Consolato Proconsolato in Asia Dittatura Lucio Cornelio Silla Nascita Roma Morte Cuma Cause della morte cancro Etnia Latino Religione Religione romana Dati militari Paese servito repubblica romana Forza armata Esercito romano Grado Dux Guerre Guerra giugurtina Guerre cimbriche Guerra civile romana Prima guerra mitridatica Battaglie Battaglia dei Campi Raudii Assedio di Atene Battaglia di Porta Collina Battaglia di Cheronea Battaglia di Orcomeno Comandante di Esercito romano Altre cariche Dictator voci di militari presenti su Manuale Lucio Cornelio Silla (in latino Lucius Cornelius Sulla Felix, pronuncia classica o restituta: ˈluːkɪʊs kɔrˈneːlɪʊs ˈsʉlla ˈfeːlɪks, nelle epigrafi L·CORNELIVS·L·F·P·N·SVLLA·FELIX; Roma – Cuma) è stato un militare e dittatore romano.  Lucio Cornelio Silla naque a Roma da un ramo della gens patrizia dei Cornelii caduto in disgrazia. La motivazione è rintracciabile: un quadrisavolo di Silla, Publio Cornelio Rufino, nonostante fosse stato console, dittatore in data imprecisata e avesse celebrato il trionfo sui Sanniti, fu espulso dal Senato perché possedeva più di dieci libbre di argenteria in casa. Il figlio di Rufino, Publio Cornelio, fu nominato flamen Dialis, posizione di massima importanza in ambito religioso, ma i cui obblighi lo escludevano di fatto dalla vita politica.[4] Questi fu il primo a portare il cognomen Sulla. Nelle sue Memorie, Silla stesso scrive che il primo Sulla fu il flamine, facendo derivare la parola dal nome della Sibilla: infatti Publio Cornelio, figlio del sacerdote e bisavolo di Silla, aveva consultato i Libri sibillini per decidere se celebrare i primi ludi Apollinares; questo tentativo di nobilitare il cognomen non rispetterebbe però un'antica usanza romana. Tradizionalmente, infatti, il cognomen descriveva un tratto della famiglia che lo portava: in questo caso, mentre Rufinus richiamava la capigliatura rossa della famiglia, Sulla derivava da suilla, «carne di porco», e alludeva alla pelle chiara e cosparsa di lentiggini. Nonostante il cambiamento del cognomen, la reputazione della famiglia non migliorò e i successori del flamine non ricoprirono cariche superiori a quella pretoria. Il bisavolo di Silla, Publio Cornelio, fu unitamente praetor urbanus e peregrinus e, come già detto, indisse i primi Giochi di Apollo. Avvicinandosi all'età di Silla le informazioni scarseggiano: del primogenito e nonno di Silla, omonimo di suo padre, si sa che fu pretore in Sicilia, mentre il secondogenito, Servio, ricoprì la carica in Sardegna. Del padre, Lucio Cornelio Silla, si sa ancora meno: è probabile che non fosse il primogenito di Publio e che fu amico di Mitridate il Grande, per cui potrebbe essere stato promagistrato in Asia o membro di una delle numerose delegazioni che venivano frequentemente inviate in Oriente. Ebbe due mogli: la seconda, matrigna di Silla, era decisamente doviziosa. Gioventù  Busto virile detto Silla, copia del 40 a.C. ca. di un originale dell'età augustea, marmo, alt. 47 cm. Copenaghen, Ny Carlsberg Glyptotek (in Roma, Palazzo Barberini, collezione privata). La scultura e identificata con Silla ma, considerata la datazione (incerta), si può dire che probabilmente non lo ritrae. Poco si sa della fanciullezza di Silla. Ci rimane solo una leggenda, secondo cui, poco dopo la sua nascita, una donna lo vide in grembo alla nutrice e le disse «Puer tibi et reipublicae tuae felix» (Il fanciullo [sarà] fonte di gioia per te e per lo Stato).Certo è che il crollo del prestigio condizionò la situazione economica della famiglia, descritta così da Plutarco: «οἱ δὲ μετ’ ἐκεῖνον ἤδη ταπεινὰ πράττοντες διετέλεσαν, αὐτός τε Σύλλας ἐν οὐκ ἀφθόνοις ἐτράφη τοῖς πατρῴοις. γενόμενος δὲ μειράκιον ᾤκει παρ’ ἑτέροις ἐνοίκιον οὐ πολὺ τελῶν, ὡς ὕστερον ὠνειδίζετο παρ’ ἀξίαν εὐτυχεῖν δοκῶν. σεμνυνομένῳ μὲν γὰρ αὐτῷ καὶ μεγαληγοροῦντι μετὰ τὴν ἐν Λιβύῃ στρατείαν λέγεταί τις εἰπεῖν τῶν καλῶν τε κἀγαθῶν ἀνδρῶν· «Καὶ πῶς ἂν εἴης σὺ χρηστός, ὃς τοῦ πατρός σοι μηδὲν καταλιπόντος τοσαῦτα κέκτησαι;» I suoi di Rufino discendenti, fin dal primo, condussero una vita mediocre e Silla stesso fu allevato in una situazione patrimoniale niente affatto invidiabile. Da adolescente abitava in casa d'altri e pagava un affitto basso; questo gli fu rinfacciato in seguito, perché sembrava aver raggiunto una fortuna superiore al merito. Si dice che, dopo la campagna in Libia, quando si faceva bello e si vantava, uno dei boni gli si rivolse con queste parole: «E come potresti essere meritevole di lodi tu, che ti sei ritrovato tante ricchezze senza che tuo padre ti abbia lasciato niente?»»  (Plutarco, Sull., 1, 2; trad. di Lucia Ghilli)  Il biografo greco probabilmente esagera, perché Silla non crebbe nella povertà più assoluta: era ricco agli occhi del plebeo, ma povero agli occhi del nobile, una posizione assimilabile a quella di cavaliere. Nonostante l'ambiente modesto in cui visse, a Silla fu impartita un'ottima educazione, degna delle sue origini patrizie: gli furono insegnati la letteratura latina e greca, il diritto, la retorica, la filosofia e l'arte e fu impregnato dei valori tradizionali del mos maiorum. Con questi strumenti, Silla poteva certamente rivaleggiare con i più eruditi della sua epoca, ma per ottenere una carica gli serviva il denaro.  La speranza di ricoprire una magistratura sembrò svanire quando, verso l'età in cui indossò la toga virilis, il padre Lucio morì senza lasciargli nulla in eredità. Silla, che godeva di un reddito annuo di 9000 sesterzi, nove volte maggiore rispetto a quello di un operaio, ma decisamente umile per un aristocratico, prese a frequentare i sobborghi dell'Urbe, che poco si addicevano a un patrizio, e personaggi ambigui come mimi e istrioni, per cui scrisse anche alcune atellane. Secondo Plutarco, in occasione delle bevute con i suoi amici plebei Silla, la cui immagine è passata alla storia come severo dittatore, mostrava il suo lato migliore: «ἀλλ’ ἐνεργὸς ὢν καὶ σκυθρωπότερος παρὰ τὸν ἄλλον χρόνον, ἀθρόαν ἐλάμβανε μεταβολὴν ὁπότε πρῶτον ἑαυτὸν εἰς συνουσίαν καταβάλοι καὶ πότον, ὥστε μιμῳδοῖς καὶ ὀρχησταῖς τιθασὸς εἶναι καὶ πρὸς πᾶσαν ἔντευξιν ὑποχείριος καὶ κατάντης.»   «sebbene fosse attivo e più accigliato per il resto del tempo, non appena si buttava nella mischia e si metteva a bere cambiava del tutto, tanto da diventare gentile con mimi cantanti e ballerini, dimesso e propenso ad accogliere ogni richiesta.»  (Plutarco, Sull.; trad. di Lucia Ghilli)  Ormai pronto al matrimonio, Silla sposò una certa Ilia, che potrebbe corrispondere a una Giulia, sorella di Lucio Giulio Cesare e Cesare Strabone Vopisco, o una Giulia minore, sorella di Gaio Giulio Cesare, Sesto Giulio Cesare e Giulia maggiore, moglie di Gaio Mario, o più probabilmente si tratta di un errore di Plutarco, per cui la figura di Ilia coinciderebbe con Elia, la seconda moglie di Silla, di famiglia plebea e di cui non si sa altro che il nome. In ogni caso, da Ilia Silla ebbe la sua prima figlia, Cornelia, e il primo figlio, Lucio, che morì infante.Ad ogni modo, il legame matrimoniale non gli impedì di intrattenere relazioni extraconiugali: coltivò una relazione omosessuale con l'attore Metrobio, un amore giovanile che portò con sé fino alla morte, così come continuò a frequentare i circoli di buffoni. Amò anche la facoltosa Nicopoli, liberta più vecchia di lui e sua amante, che, quando spirò, lasciò al giovane Silla una grande eredità. Nello stesso periodò morì anche la matrigna, da cui Silla ereditò un'altra ingente somma di denaro.Fu probabilmente così che Lucio Cornelio Silla, nato da una famiglia decaduta, poté intraprendere la sua carriera politica: l'inizio della sua Felicitas.  Esordi della carriera e opposizione a Mario  Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra giugurtina e Guerre cimbriche. Silla e nominato questore di Gaio Mario, del quale era cognato avendo sposato la sorella minore della moglie di Mario, Giulia, nel periodo in cui questi stava assumendo il comando della spedizione militare contro Giugurta, re della Numidia. Questa guerra si protraeva ormai., con risultati addirittura umilianti per l'esercito romano, tenuto in scacco dalle forze di questo piccolo regno africano.  Alla fine Mario, riuscì a prevalere, soprattutto grazie all'abile e coraggiosa iniziativa di Silla, che riuscì a catturare Giugurta convincendo il suocero Bocco e gli altri familiari a tradirlo e consegnarlo ai Romani. La fama che gliene derivò gli servì da trampolino di lancio per la carriera politica, ma provocò il risentimento e la gelosia di Mario nei suoi confronti. Difatti Silla continuò a servire nello Stato Maggiore di Mario fino all'elezione al consolato di Quinto Lutazio Catulo, di antica famiglia aristocratica come lui, e infine passando nello Stato Maggiore di quest'ultimo nella difficile campagna condotta in Gallia contro le tribù germaniche dei Cimbri e dei Teutoni. Silla si distinse anche in questa occasione, aiutando il console Quinto Lutazio Catulo e Mario a sconfiggere i Cimbri nella Battaglia dei Campi Raudii, presso Vercelli. Al suo ritorno a Roma, Silla riuscì a farsi eleggere pretore urbano, e i suoi avversari non mancarono di accusarlo di aver corrotto all'uopo molti degli elettori. In seguito fu assegnato al governo della Cilicia, regione situata nell'odierna Turchia. Si assistette a un avvenimento storico per quell'epoca. La Repubblica romana e il grande Impero dei Parti vennero a contatto in modo del tutto pacifico. Una delegazione inviata dal sovrano parto, Mitridate II, si incontrò sulle rive dell'Eufrate con il pretore Lucio Cornelio Silla, governatore della nuova provincia di Cilicia. Dopo l'anno di pretura, Silla fu inviato in Cappadocia. Motivo ufficiale della sua missione era il porre di nuovo sul trono Ariobarzane I. In verità egli aveva il compito di contenere e controllare l'espansione di Mitridate, che stava acquisendo nuovi domini e potenza non inferiori a quanti ne aveva ereditati.»  (Plutarco, Vita di Silla)   La missione di Silla, procuratore della Cilicia, nel 96 a.C., quando incontrò un satrapo dei Parti presso Melitene (futura fortezza legionaria).  Rovine di Aeclanum, la città del Sannio irpino conquistata da Lucio Cornelio Silla. Questo primo incontro fissò sull'Eufrate il confine tra i due imperi. Una curiosità di quell'incontro fu che Silla cercò, anche in quella circostanza, di affermare la preminenza di Roma sulla Partia, sedendosi fra il rappresentante del Gran Re e il re di Cappadocia, come se desse udienza a dei vassalli. Una volta venuto a conoscenza dell'accaduto, il re dei Parti fece giustiziare colui che lo aveva così maldestramente sostituito all'incontro con il comandante militare romano. Ecco come racconta l'episodio Plutarco. Silla soggiornava lungo l'Eufrate, quando venne a trovarlo un certo Orobazo, un parto, quale ambasciatore del re degli Arsacidi. In passato non c'erano mai stati rapporti di sorta tra i due popoli. Tra le grandi fortune toccate a Silla, va ricordata anche questa. Egli fu infatti il primo romano che i Parti incontrarono, chiedendo alleanza e amicizia. In questa occasione si racconta che Silla fece disporre tre sgabelli, uno per Ariobarzane I, uno per Orobazo e uno per sé, e li ricevette mettendosi al centro tra i due. Di questa situazione alcuni lodano Silla, perché ebbe un contegno fiero di fronte a due barbari, altri lo accusano di impudenza e vanità oltre misura. Il re dei Parti, da parte sua, mise poi a morte Orobazo.»  (Plutarco, Vita di Silla. Silla lasciò il Medio Oriente e rientrò a Roma, dove si unì al partito degli oppositori di Gaio Mario. In quegli anni la Guerra Sociale era al suo culmine. L'aristocrazia romana si sentiva minacciata dalle ambizioni di Mario che, vicino alle posizioni del partito popolare, aveva già retto il consolato per 5 anni di seguito. Nella repressione di quest'ultimo moto di ribellione delle popolazioni italiche alleate di Roma, Silla si mise particolarmente in luce come brillante e geniale stratega, eclissando sia Mario sia l'altro console Gneo Pompeo Strabone (padre di Gneo Pompeo Magno). Una delle sue imprese più famose fu la cattura di Aeclanum, città degli Irpini, ottenuta incendiando il muro di legno che difendeva la città assediata. Come conseguenza, ottenne per la prima volta il consolato, insieme a Quinto Pompeo Rufo.  Occupazione militare di Roma  Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra civile romana. Silla, assunta la carica di console, ricevette poco dopo dal Senato l'incarico di governare la provincia d'Asia. Durante il governatorato organizzò una nuova spedizione in Oriente e combatté la prima guerra mitridatica. Si lasciò tuttavia alle spalle, a Roma, una situazione assai turbolenta. Mario era ormai vecchio, ma nonostante ciò aveva ancora l'ambizione di essere lui, e non Silla, a guidare l'esercito romano contro il re del Ponto Mitridate VI. Per ottenere l'incarico, Mario convinse il tribuno della plebe Publio Sulpicio Rufo a fare approvare una legge che sottraesse a Silla la guida, già legittimamente conferitagli, della guerra contro Mitridate e gliela attribuisse.  Appresa la notizia Silla, accampato in quel momento nell'Italia meridionale in attesa di imbarcarsi per la Grecia, scelse le 6 legioni a lui più fedeli e, alla loro testa, marciò su Roma. Nessun comandante, in precedenza, aveva mai osato violare con l'esercito il perimetro della città (il cosiddetto pomerio). La cosa era talmente contraria alle tradizioni che Silla esentò gli ufficiali dal parteciparvi. Spaventati da tanta risolutezza, Mario e i suoi seguaci fuggirono dalla città. Dopo avere preso una serie di provvedimenti per ristabilire la centralità del Senato come guida della politica romana, Silla lasciò di nuovo Roma, e riprese la strada della guerra contro Mitridate.  Guerra contro Mitridate in Oriente  Lo stesso argomento in dettaglio: Prima guerra mitridatica.  Mitridate (oggi al museo del Louvre). Approfittando dell'assenza di Silla, Mario riuscì a riprendere il controllo della situazione. Con il sostegno del console Lucio Cornelio Cinna (suocero di Gaio Giulio Cesare), ottenne che tutte le riforme e le leggi emanate da Silla fossero dichiarate prive di validità e che lo stesso Silla fosse ufficialmente dichiarato «nemico pubblico» e costretto perciò all'esilio. Insieme, Mario e Cinna eliminarono fisicamente un gran numero di sostenitori di Silla, e furono eletti consoli Mario morì pochi giorni dopo l'elezione e Lucio Valerio Flacco fu nominato consul suffectus al suo posto, mentre Cinna rimase a dominare incontrastato la politica romana, essendo rieletto console negli anni successivi.  Nel frattempo Silla si era recato in Grecia, dove portò alla caduta Atene. Il comandante romano vendicò quindi l'eccidio asiatico di Mitridate, compiuto su Italici e cittadini romani, compiendo un'autentica strage nella capitale attica. Silla proibì, invece, l'incendio della città, ma permise ai suoi legionari di saccheggiarla. Il giorno seguente il comandante romano vendette il resto della popolazione come schiavi. Catturato Aristione, chiese alla città come risarcimento del danno di guerra, circa venti chili di oro e 600 libbre d'argento, prelevandole dal tesoro dell'Acropoli. Poco dopo fu la volta del porto di Atene del Pireo. Da qui Archelao decise di fuggire in Tessaglia, attraverso la Beozia, dove portò ciò che era rimasto della sua iniziale armata, radunandosi presso le Termopili con quella del condottiero di origine tracia, Dromichete (o Tassile secondo Plutarco). Con l'arrivo di Silla in Grecia le sorti della guerra contro Mitridate erano quindi cambiate a favore dei Romani. Espugnata quindi Atene e il Pireo, il comandante romano ottenne due successi determinanti ai fini della guerra, prima a Cheronea, dove secondo Tito Livio caddero ben 700.000 armati del regno del Ponto, e infine a Orcomeno.Mappa dei movimenti delle armate romane, prima e durante la battaglia combattuta presso Cheronea  Mappa dei movimenti delle armate romane, durante la battaglia combattuta presso Orchomenos Contemporaneamente, il prefetto della cavalleria, Flavio Fimbria, dopo aver ucciso il proprio proconsole, Lucio Valerio Flacco, a Nicomedia prese il comando di un secondo esercito romano. Quest'ultimo si diresse anch'egli contro le armate di Mitridate, in Asia, uscendone più volte vincitore, riuscendo a conquistare la nuova capitale di Mitridate, Pergamo, e poco mancò che non riuscisse a far prigioniero lo stesso re. Intanto Silla avanzava dalla Macedonia, massacrando i Traci che sulla sua strada gli si erano opposti. Quando Mitridate seppe della sconfitta a Orcomeno, rifletté sull'immenso numero di armati che aveva mandato in Grecia fin dal principio, e il continuo e rapido disastro che li aveva colpiti. In conseguenza di ciò, decise di mandare a dire ad Archelao di trattare la pace alle migliori condizioni possibili. Quest'ultimo ebbe allora un colloquio con Silla in cui disse: Tuo padre era amico di re Mitridate, o Silla. Fu coinvolto in questa guerra a causa della rapacità degli altri comandanti romani. Egli chiede di avvalersi del tuo carattere virtuoso per ottenere la pace, se gli accorderai condizioni eque. Appiano, Guerre mitridatiche)  Dopo una serie di trattative iniziali, Mitridate e Silla si incontrarono a Dardano, dove si accordarono per un trattato di pace, che costringeva Mitridate a ritirarsi nei confini antecedenti la guerra, ma ottenendo in cambio di essere ancora una volta considerato «amico del popolo romano». Un espediente per Silla, per poter tornare nella capitale a risolvere i suoi problemi personali, interni alla Repubblica romana. Si racconta che Silla, prima di tornare in Italia, ebbe un secondo incontro con ambasciatori del re dei Parti, i quali gli predissero che «divina sarebbe stata la sua vita e la sua fama». Allora Silla decise di tornare in Italia, sbarcando a Brindisi con 300.000 armati.Il ritorno a Roma, la dittatura e le liste di proscrizione  Lo stesso argomento in dettaglio: Proscrizione sillana.  Possibile ritratto di Silla (copia di un originale, oggi conservata presso la Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen). L'identificazione è stata avanzata dall'archeologo tedesco Klaus Fittschen. Quando fu raggiunto dalla notizia della morte di Cinna, nell'84 a.C., lasciò l'Oriente e si mise in marcia verso Roma, ottenendo l'appoggio, tra gli altri, del giovane Gneo Pompeo Magno. Dopo un periodo iniziale di stasi delle operazioni militari, nel novembre dell'82 a.C. Silla ottenne la vittoria decisiva sconfiggendo nella Battaglia di Porta Collina un grande esercito costituito dalle legioni della fazione dei populares e dalle agguerrite truppe sannite al comando di Ponzio Telesino. L'esito di questa battaglia fu determinato in modo risolutivo dall'azione del futuro triumviro Marco Licinio Crasso che al comando dell'ala destra sbaragliò le forze nemiche, mentre Silla era in grave difficoltà sull'ala sinistra.  Subito dopo la battaglia, essendo morti entrambi i consoli, Silla fu eletto dittatore[56] a tempo indeterminato dai comizi centuriati con la Lex Valeria de Sulla dictatore: i suoi poteri comprendevano il diritto di vita e di morte, la possibilità di presentare leggi, di effettuare confische, di fondare città e colonie, di scegliere i magistrati.  Fu sulla base di questi poteri che Silla realizzò un'articolata serie di riforme, che, nelle sue intenzioni, dovevano risolvere la crisi in cui si dibatteva da decenni lo Stato romano. Divenuto padrone assoluto della città, Silla instaurò un vero e proprio regno del terrore, mettendo al bando e dichiarando fuori legge (prima proscrizione) tutti gli oppositori politici, offrendo ricompense a chi li avesse uccisi. I più colpiti furono i cavalieri, che erano sempre stati ostili a Silla e che presero potere grazie alla riforma del proletariato: ne furono uccisi 2.600 e i loro beni, messi all'asta a prezzi irrisori, finirono nelle tasche dei Sillani.  Il giovane Gaio Giulio Cesare, come genero di Cinna, fu costretto ad abbandonare precipitosamente la città, ma ebbe salva la vita grazie all'intercessione di alcuni amici influenti, soprattutto della cugina Cornelia, figlia di Silla, e del marito di lei Mamerco Emilio Lepido, princeps senatus. Silla annotò poi nelle proprie memorie di essersi pentito di averlo risparmiato ("e sia, lo risparmierò, ma vi avverto, in lui vedo mille volte Mario", frase citata in Svetonio, Vita di Cesare, edizioni Laterza), viste le ben note ambizioni politiche del giovane. Una vittima delle sue proscrizioni, con una morte particolarmente violenta e crudele fu Marco Mario Gratidiano, del quale si racconta che fosse decapitato da suo cognato Catilina anche se, in un frammento delle Storie, Sallustio non menziona Catilina nel descrivere la morte: a Gratidiano, dice, «la vita era sfuggita da lui pezzo per pezzo: le gambe e le braccia gli sono state spezzate e gli occhi cavati».  La circostanza che l'uccisione avvenisse presso la tomba di Catulo ha fatto pensare gli storici che si trattasse non di una semplice crudele vendetta ma di un vero e proprio sacrificio umano rituale per pacificare un antenato morto, riprendendo l'uso di sacrifici umani a Roma, documentati in tempi storici da Andrew Lintott, seppure da 15 anni fossero stati vietati.  Il nuovo ordine Ormai rimasto senza vere opposizioni, Silla attuò una serie di riforme tese a mettere il controllo dello Stato saldamente nelle mani del Senato, allargato per l'occasione da 300 a 600 senatori. La nomina a senatore fu resa, inoltre, automatica al raggiungimento della carica di questore, mentre prima era demandata alla scelta dei censori. Per evitare l'accumulo di poteri si stabilì un limite minimo di età per le varie magistrature: trent'anni per i questori, quaranta per i pretori, ecc. Il potere dei tribuni della plebe fu inoltre fortemente ridimensionato: le loro proposte dovevano essere approvate preventivamente dal Senato e il loro diritto di veto limitato. Il potere giudiziario fu restituito al Senato, sia per i reati più gravi sia per le cause di corruzione che la riforma graccana aveva demandato ai cavalieri. In definitiva tutte le sue azioni erano animate dall'intento di restituire al partito aristocratico il controllo della città. Introdusse inoltre la legge per cui i vincitori di corone militari di grado pari o superiore alla civica sarebbero stati ammessi di diritto in senato indipendentemente dall'età, questo fu il motivo per cui Gaio Giulio Cesare all'età di vent'anni ebbe accesso al Senato. Il ritiro dalla vita politica Cronologia Vita di Lucio Cornelio Silla Nasce a Roma  a.C.nominato questore di Gaio Mario fine della Guerra Giugurtina legatus di Mario nella Gallia Ulteriore legatus di Quinto Lutazio Catulo nella Gallia Ulteriore sconfigge i Cimbri nella Battaglia dei Campi Raudii (Vercelli) eletto pretore urbano governatore della Cilicia comandante nelle Guerre Sociali consolato insieme a Quinto Pompeo Rufo e successiva occupazione di Roma e messa fuori legge di Mario spedizione in Medio Oriente contro Mitridate VI del Ponto .messo fuori legge da Mario ritorna a Roma e la occupa con la forza per la seconda volta eletto dittatore consolato insieme a Quinto Cecilio Metello Pio 79 a.C.si dimette dal consolato e si ritira a vita privata muore per cause naturali in Campania nella sua villa di Cuma Nella sua veste di dittatore a vita Silla venne eletto console per la seconda volta Cresceva intanto l'insofferenza verso gli eccessi compiuti dai suoi uomini. Un suo liberto fu denunciato in un processo, e sconfitto grazie alle arringhe del giovane Cicerone. Silla, sorprendendo tutti, l'anno successivo decise di abbandonare la politica per rifugiarsi nella propria villa di campagna, con l'intento di accingersi a scrivere le proprie memorie e riflessioni.  Quando si ritirò a vita privata, pare che attraversando la folla sbigottita uno dei passanti si mise a ingiuriarlo. Silla si limitò a rispondergli, beffardo: «Avresti avuto lo stesso coraggio a dirmi queste cose quando ero al potere?. E alla fine, personaggio dall'indole spietata e ironica allo stesso tempo, confidò ad uno dei suoi amici:  «Imbecille! Dopo questo gesto, non ci sarà più alcun dittatore al mondo disposto ad abbandonare il potere]»  Plutarco nelle Vite parallele lo rappresenta come il vizio, narrando che fosse circondato da una variopinta corte di attori, ballerini e prostitute, fra cui un certo Metrobio, e che gli dei per punizione lo fecero ammalare di lebbra. Dopo aver terminato le sue riforme, si ritirò a vita privata. In compagnia di questa allegra brigata, Sulla Felix fino all'ultimo respiro, morì probabilmente di cancro. Lasciò vedova e incinta la sua ultima moglie, Valeria Messalla, che qualche mese dopo partorì una figlia, Cornelia Postuma.  Com'era allora d'uso presso i potenti di Roma, lui stesso dettò l'epitaffio che aveva voluto s'incidesse sul suo monumento funebre: Nessun amico mi ha reso servigio, nessun nemico mi ha recato offesa, che io non abbia ripagati in pieno.»  Conseguenze dell'operato politico di Silla I problemi politici e sociali che avevano portato alla guerra civile non erano però affatto risolti. Silla aveva ristabilito l'ordine oligarchico in virtù della forza derivatagli dagli eserciti, al cui appoggio avrebbero ricorso sia i sostenitori sia gli avversari del nuovo corso da lui instaurato. Da Silla in poi la vita politica e civile dello Stato fu perciò condizionata pesantemente dall'elemento militare: disporre di un esercito da usare contro gli avversari e, se si rivelasse necessario, contro le stesse istituzioni romane, divenne l'obiettivo principale dei più ambiziosi capi politici che aspiravano al potere. Il sistema costituzionale romano uscì distrutto dalla guerra civile. E l'esempio di Silla trovò presto un imitatore d'eccezione proprio in un uomo che aveva idee opposte alle sue: Giulio Cesare.  Matrimoni e discendenza Silla si sposò cinque volte: Giulia, chiamata anche Ilia. Probabilmente una parente di Giulio Cesare, si sposarono e lei morì., probabilmente di parto. Ebbero una figlia e un figlio: Cornelia, che fu madre di Pompea Silla, terza moglie di Giulio Cesare. Lucio Cornelio Silla, che morì giovane. Elia, da cui non ebbe figli. Clelia, da cui divorziò con l'accusa di sterilità. Cecilia Metella Dalmatica. Si sposarono. Ebbero due figli e una figlia: Fausto Cornelio Silla. Gemello di Fausta, questore Fausta Cornelia. Gemella di Fausto, madre di Gaio Memmio, console suffetto Lucio Cornelio Silla. Morì giovane poco prima della madre.Valeria Messalla. Si sposarono e fu l'ultima moglie di Silla, che morì nello stesso anno. Ebbero una figlia: Cornelia Postuma. Nata alcuni mesi dopo la morte del padre, si presume sia morta prima dell'età da matrimonio. Note Esplicative ^ Chiamata anche Ilia  Le figure di Giulia/Ilia ed Elia potrebbero coincidere (vd. infra). Plutarco, Sull.; Brizzi; Hinard; contra Keaveney, secondo il quale deriverebbe da sura, «polpaccio»; cfr. Quintiliano, Inst.). Noto anche semplicemente come Silla, nome che probabilmente deriva dalla corruzione della grafia originaria del suo cognome (SVILLA). Il cognome aggiuntivo (in latino agnomen) Felix fu aggiunto quando già era al termine della carriera, a motivo della sua quasi leggendaria fortuna come condottiero. Plutarco, Sull., 1, 1; Sallustio, Iug., Plutarco, Sull.; Brizzi; Hinard; Telford, Brizzi; Hinard Brizzi Livio, Brizzi; Hinard Hinard; Telford, Livio Brizzi; Hinard; Keaveney Brizzi; Hinard; Appiano, Mith. Plutarco, Sull.; Brizzi; Hinard; Keaveney Per maggior informazioni sul busto e la sua storia si rimanda ai seguenti link: The General Publius Cornelius Scipio Africanus?, su ancientrome.ru. The General Publius Cornelius Scipio Africanus?, su ancientrome.ru. Keaveney Hinard Sallustio, Iug., Hinar; Keaveney Brizzi; Keaveney Brizzi; Hinard, suppone anche la partecipazione a un'associazione bacchica; Keaveney Brizzi; Hinard; Keaveney Plutarco, Sull., Brizzi; Hinard; Keaveney Telford, Brizzi; Hinard Plutarco, Sull.; Brizzi; Hinard Hinard Plutarco, Sull.; Hinard 2003, p. 21; Keaveney Sheldon Livio, Periochae ab Urbe condita Piganiol Brizzi, Storia di Roma. 1. Dalle origini ad Azio, Bologna Livio, Periochae ab Urbe condita libri Appiano, Guerre mitridatiche Plutarco, Vita di Silla, Appiano, Guerre mitridatiche Appiano, Guerre mitridatiche, Appiano, Guerre mitridatiche, Plutarco, Vita di Silla, Floro, Compendio di Tito Livio, Livio, Periochae ab Urbe condita libri Appiano, Guerre mitridatiche, Plutarco, Vita di Silla, Livio, Periochae ab Urbe condita libri Plutarco, Vita di Silla Appiano, Guerre mitridatiche, Appiano, Guerre mitridatiche, Livio, Periochae ab Urbe condita libri, Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, Velleio Patercolo, Historiae Romanae ad M. Vinicium libri duo, Livio, Periochae ab Urbe condita libri, Livio, Periochae ab Urbe condita libri Appiano, Guerre mitridatiche Velleio Patercolo, Historiae Romanae ad M. Vinicium libri duo, Per ulteriori informazioni: ancientrome.ru/art/artworken/img. La carica di dittatore non era stata ricoperta da alcun politico romano l'ultimo dittatore era stato Gaio Servilio Gemino. Appiano, Guerre civili Lucio Cornelio Silla, romanoimpero. In principio ci fu Silla. È noto che egli fu modello a Cesare per tanti aspetti del suo agire, dall’uso spregiudicato di un esercito ormai politicizzato alla marcia su Roma, dalla dittatura (sia pure a tempo indeterminato, e non perpetua) al mantenimento dell’immissione dei neocittadini italici in tutte le tribù; così, anche in campo storiografico è difficile concepire la genesi dei commentarii di Cesare senza il precedente sillano": Zecchini Giuseppe, Cesare: commentarii, historiae, vitae, Aevum: rassegna di scienze storiche, linguistiche e filologiche: Milano: Vita e Pensiero, Plutarco, Vita di Silla Dufallo, Basil John Ciceronian oratory and the ghosts of the past. University of Michigan: UCLA. Bibliografia Fonti antiche Appiano, Guerre civili, in Storia romana (versione inglese) Appiano, Guerre mitridatiche, in Storia romana.(QUI la versione inglese Internet Archive. Dione Cassio, Storia romana. versione inglese. Floro, Flori Epitomae Liber primus (testo latino) . Tito Livio, Ab Urbe condita libri, Periochae (testo latino) . Tito Livio, Periochae (testo latino), in Ab Urbe condita libri Plutarco, Vita di Silla, in Vite parallele. QUI la versione inglese Plutarco, Le Vite parallele di Plutarco, volgarizzate da Marcello Adriani il Giovane, a cura di Francesco Cerroti e Giuseppe Cugnoni, traduzione di Marcello Adriani il Giovane, III, Firenze, Le Monnier, Plutarco, Lisandro; Silla, introduzione di Luciano Canfora, traduzione e note di Federicomaria Muccioli (per Lisandro), introduzione di Arthur Keaveney, traduzione e note di Lucia Ghilli (per Silla), con contributi di Barbara Scardigli e Mario Manfredini, Milano, BUR. Quintiliano, Institutio oratoria. Sallustio, Bellum Iugurthinum. Strabone, Geografia, XII. QUI la versione inglese Valerio Massimo, Factorum et dictorum memorabilium libri QUI la versione latina. Velleio Patercolo, Historiae Romanae Ad M. Vinicium Libri Duo (testo latino) .QUI la versione inglese. Fonti storiografiche moderne Giuseppe Antonelli, Mitridate, il nemico mortale di Roma. La vicenda umana e politica del principe orientale che ha avuto il coraggio di opporsi all'imperialismo di Roma, Roma, Newton Compton, Ernst Badian, Lucius Sulla: The Deadly Reformer, Sydney, University Press, Giovanni Brizzi, Storia di Roma, I: Dalle origini ad Azio, Bologna, Patron, Giovanni Brizzi, Silla, prefazione di François Hinard, Roma, Rai-ERI, Jérôme Carcopino, Silla o la monarchia mancata, traduzione di Anna Rossi Cattabiani, introduzione di Mario Attilio Levi, consulenza storica di Federico Ceruti, Milano, Rusconi, Hinard, Silla, traduzione di Anna Rosa Gumina, Il Giornale, Roma, Salerno, Keaveney, Silla, traduzione di Katia Gordini, Milano, Bompiani, André Piganiol, Le conquiste dei Romani, traduzione di Filippo Coarelli, Milano, Il Saggiatore, Rose Mary Sheldon, Le guerre di Roma contro i Parti, Traduzione dall'inglese di Pasquale Faccia, Gorizia, LEG, Lynda Telford, Sulla: A Dictator Reconsidered, Pen et Sword, Voci correlate Catilina Gens Cornelia Console romano Dittatore romano Pretore (storia romana) Altri progetti Collabora a Wikiquote Wikiquote contiene citazioni di o su Lucio Cornelio Silla Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Mario Attilio Levi, SILLA, Lucio Cornelio, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Silla, Lucio Cornelio, in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Ernesto Valgiglio, Sulla, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Ernesto Valgiglio, Sulla, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Opere di Lucio Cornelio Silla, su PHI Latin Texts, Packard Humanities Institute. Lucio Cornelio Silla / Lucio Cornelio Silla (altra versione), su Goodreads. luciuscorneliussylla.fr, su luciuscorneliussylla  Estratti dal libro di Carcopino su Silla, su ilpalo L. Cornelius Sulla, Sylla, su noctes-gallicanae.org. Mario e Silla, su janusquirinus.org. Predecessore Console romano Successore Gneo Pompeo Strabone, Lucio Porcio Catone con Quinto Pompeo Rufo Lucio Cornelio Cinna I, Gneo OttavioI Gneo Cornelio Dolabella, Marco Tullio Decula80 a.C. con Quinto Cecilio Metello Pio Appio Claudio Pulcro, Publio Servilio Vatia IsauricoII V D M Plutarco Antica Roma   Portale Biografie   Portale Ellenismo   Portale Storia Categorie: Militari romaniMilitari del II secolo a.C.Militari Romani del II secolo a.C.Romani Morti Nati a Roma Morti a Cuma Lucio Cornelio Silla Consoli repubblicani romani Dittatori romaniSenatori romani Cornelii Auguri Tresviri monetales Governatori romani dell'AsiaPersone delle guerre mitridatiche [altre]  Gamerra Mozart, Attori ATTORI Lucio SILLA, dittatore TENORE GIUNIA, figlia di Cajo Mario, e promessa sposa di SOPRANO CECILIO, senatore proscritto SOPRANO Lucio CINNA, patrizio romano amico di Cecilio, e nemico occulto di Lucio Silla SOPRANO CELIA, sorella di Lucio Silla SOPRANO AUFIDIO, tribuno amico di Lucio Silla TENORE Guardie. Senatori, Nobili, Soldati, Popolo, Donzelle. La scena è in Roma nel palazzo di L. Silla, e ne' luoghi contigui al medesimo. Altezze reali Lucio Silla Altezze reali Non ommetteremmo la possibile diligenza  per sperare, che il presente spettacolo rimeritar possa il generoso gradimento delle aa. vv. rr. Degnatevi perciò di riguardarlo con quella benignità, di cui ne abbiamo tante prove, ed animati da tal lusinga con profondissimo ossequio ci protestiamo di aa. vv. rr. divotiss. obbligatiss. servitori Gli associati nel Regio­ducal teatro. Gamerra /Moza Argomento Son note nell'istoria le inimicizie di Lucio Silla, e di Mario. È palese altresì il modo con cui il primo trionfò del suo emulo. Non può a Silla negarsi il vanto di gran guerriero felice in tutte le sue marziali intraprese. Ma co' la crudeltà, coll'avarizia, co' la volubilità, e co' le dissolutezze adombrò la gloria del proprio valore. I molti suoi amori lo caratterizzarono per uomo celebre nella galanteria, quanto glorioso nell'armi, e questa inclinazione, come ci assicura Plutarco, gli fu compagna fino nell'età sua più avanzata. Lucio Cinna, da esso innalzato a sommi onori co' la promessa di secondarlo, e d'assisterlo, celò poi contro di lui sotto le sembianze dell'amicizia un odio il più implacabile. Aufidio tribuno, menzognero adulatore, fu quello, che precipitar facea Silla negl'eccessi i più vergognosi. Fra l'incostanza, l'avarizia, e la crudeltà, che lo dominavano, era soggetto talora a quei rimorsi, che non si allontanano da un core, in cui per anche non si sono affatto estinti i lumi della ragione, e gl'impulsi della virtù. Odioso a tutta Roma lo resero le stragi, l'usurpatasi dittatura, la proscrizione, e la morte di tanti cittadini, ma degna fu d'ogni encomio la volontaria sua abdicazione, per cui cedette le insegne di dittatore,  richiamando   in   Roma   tutti   i   proscritti,   e anteponendo  all'impero,  e alle  grandezze  la tranquillità  d'una oscura vita  privata. Dall'istoria non meno rilevasi, che la famiglia dei Cecili fu sempre affezionatissima al partito di Caio Mario. (Plutarco in Syll.) Da tali istorici fondamenti è tratta l'azione di questo dramma, la quale è per verità fra le più grandi, come ha sensatamente osservato il sempre celeste, e inimitabile sig. abate Pietro Metastasio, che co' la sua rara affabilità s'è degnato d'onorare il presente drammatico componimento d'una pienissima approvazione. Allorché questa proviene dalla meditazion profonda, e dalla lunga, e gloriosa esperienza dell'unico maestro dell'arte, esser deve ad un giovane autore il maggior d'ogni elogio. Atto primo Lucio Silla ATTO PRIMO [Ouverture] Molto allegro (re maggiore) / Andante (la maggiore) Archi, 2 oboe, 2 corni, 2 trombe, timpani. Scena prima Solitario recinto sparso di molti alberi con rovine d'edifizi diroccati. Riva del Tebro. In distanza veduta del monte Quirinale con piccolo tempio in cima. Cecilio, indi Cinna. Recitativo CECILIO Ah ciel, l'amico Cinna qui attendo invan. L'impazienza mia cresce nel suo ritardo. Oh come mai è penoso ogn'istante al core uman se pende fra la speme, e il timor! I dubbi miei... ma non m'inganno. Ei vien. Lode agli dèi. CINNA Cecilio, oh con qual gioia pur ti riveggio! Ah lascia, che un pegno io t'offra or che son lieto appieno, d'amistate, e d'affetto in questo seno. CECILIO Quanto la tua venuta accelerò coi voti l'inquieta alma mia. Quai non produsse la tua tardanza in lei smanie, e spaventi, e quali immagini funeste s'affollano al pensier. L'alma agitata s'affanna, si confonde... CINNA Il mio ritardo altro motivo asconde. Tutto da me saprai. CECILIO Deh non t'offenda l'impazienza mia... Giunia, la cara, la fida sposa è sempre tutt'amor, tutta fé? Que' dolci affetti, ch'un tempo mi giurò, rammenta adesso? È 'l suo tenero core anche l'istesso? CINNA Ella estinto ti piange... 6 / 52 www.librettidopera.it G. De Gamerra / W. A. Mozart, 1772 Atto primo CECILIO Ah come?... Ah dimmi! Dimmi: e chi tal menzogna osò d'immaginar? CINNA L'arte di Silla per trionfar del di lei fido amore. CECILIO A consolar si voli il suo dolore. (in atto di partire) CINNA Deh, t'arresta. E non sai, che 'l tuo ritorno è così gran delitto, che guida a morte un cittadin proscritto? CECILIO Per serbarmi una vita, ch'odio senza di lei, dunque lasciar potrei la sposa in preda a un ingiusto, a un crudel? CINNA M'ascolta. E dove, di riveder tu speri la tua Giunia fedel? nel proprio tetto Silla la trasse... CECILIO E Cinna ozioso spettator soffrì?... CINNA Che mai solo tentar potea? Pur troppo è vano il contrastar con chi ha la forza in mano. CECILIO Dunque, nemici dèi di riveder la sposa più sperar non poss'io? CINNA M'odi. Non lungi da questa ignota parte il tacito recinto ergesi al ciel, che nelle mute soglie de' trapassati eroi le tombe accoglie. CECILIO Che far degg'io? CINNA Passarvi per quel sentiero ascoso, che fra l'ampie rovine a lui ne guida. CECILIO E colà che sperar? CINNA Sai che confina col palazzo di Silla. In lui sovente da' fidi suoi seguita fra 'l dì Giunia vi scende. Ivi sovente alla mest'urna accanto del genitor, la suol bagnar di pianto. Continua nella pagina seguente. Atto primo Lucio Silla CINNA Sorprenderla potrai. Potrai nel seno farle destar la speme, che già s'estinse, e consolarvi insieme. CECILIO Oh me beato! CINNA Altrove co' molti amici in tua difesa uniti frattanto io veglierò. Gli dèi oggi render sapran dopo una lunga vil servitù penosa la libertà a Roma, a te la sposa. [N. 1 ­ Aria] Allegro (si bemolle maggiore) Archi, 2 oboe, 2 corni, 2 trombe. CINNA Vieni ov'amor t'invita vieni, che già mi sento del tuo vicin contento gli alti presagi in sen. Non è sempre il mar cruccioso, non è sempre il ciel turbato, ride alfin, lieto e placato fra la calma, ed il seren. (parte) Scena seconda Cecilio solo. Recitativo accompagnato Andante (sol maggiore) / Allegro / Andantino / Allegro / Adagio Archi. CECILIO Dunque sperar poss'io di pascer gli occhi miei nel dolce idolo mio? Già mi figuro la sua sorpresa, il suo piacer. Già sento suonarmi intorno i nomi di mio sposo, mia vita. Il cor nel seno col palpitar mi parla de' teneri trasporti, e mi predice... Oh ciel sol fra me stesso qui di gioia deliro, e non m'affretto la sposa ad abbracciar? Ah forse adesso sul morir mio delusa priva d'ogni speranza, e di consiglio lagrime di dolor versa dal ciglio! 8 / 52 www.librettidopera.it Gamerra / Mozart, 1772 Atto primo [N. 2 ­ Aria] Allegro aperto (fa maggiore) Archi, 2 oboe, 2 corni. CECILIO Il tenero momento premio di tanto amore già mi dipinge il core fra i dolci suoi pensier. E qual sarà il contento, ch'al fianco suo m'aspetta, se tanto ora m'alletta l'idea del mio piacer? Scena terza Appartamenti destinati a Giunia, con statue delle più celebri donne romane. Silla, Celia, Aufidio, e Guardie. Recitativo SILLA A te dell'amor mio, del mio riposo Celia, lascio il pensier. Rendi più saggia l'ostinata di Mario altera figlia. E a non sprezzarmi alfin tu la consiglia. CELIA German sai, che finora tutto feci per te. Vuò lusingarmi di vederla cangiar. AUFIDIO Quella superba co' le preghiere, e coi consigli invano sia che si tenti. Un dittator sprezzato, che da Roma, e dal mondo inter s'ammira, s'altro non vale, usi la forza, e l'ira. SILLA E la forza userò. La mia clemenza non mi fruttò che sprezzi, e ingiuriose repulse d'una femmina ingrata. In questo giorno mi segua all'ara, e paghi renda gli affetti miei. O 'l nuovo sol non sorgerà per lei. CELIA Ah Silla, ah mio germano per tua cagione io tremo, se trasportar ti lasci a questo estremo. Pur troppo, ah sì pur troppo la violenza è spesso madre fatal d'ogni più nero eccesso. Atto primo Lucio Silla SILLA Da tentar che mi resta, se ostinata colei mi fugge, e sprezza? CELIA Adoprar tu sol devi arte, e dolcezza. S'è ver, che sul tuo core vantai finor qualche possanza, ah lascia, che da Giunia me n' corra. Ella fra poco da te verrà. L'ascolta forse sia che una volta cangi pensier. SILLA Di mia clemenza ancora prova farò. Giunia s'attenda, e seco, parli lo sposo in me. Ma non s'abusi dell'amor mio, di mia bontade, e tremi, se Silla alfine inesorabil reso favellerà da dittatore offeso. CELIA German di me ti fida. Oggi più saggia Giunia sarà. Finora una segreta speme forse il cor le nutrì. Se cadde estinto lo sposo suo, più non le resta omai amorosa lusinga. I preghi tuoi cauto rinnova. Un amator vicino se d'un lontan trionfa, il trionfare d'un amator, che già di vita è privo, è più agevole impresa a quel, ch'è vivo. [N. 3 ­ Aria] Grazioso (do maggiore) / Allegretto / Grazioso Archi. CELIA Se lusinghiera speme pascer non sa gli amanti anche fra i più costanti languisce fedeltà. Quel cor sì fido e tenero, ah sì quel core istesso così ostinato adesso quel cor si piegherà. (parte) 10 / 52 www.librettidopera.it G. De Gamerra / W. A. Mozart, 1772 Atto primo Scena quarta Silla, Aufidio, e Guardie. Recitativo AUFIDIO Signor, duolmi vederti ai rifiuti, agl'insulti esposto ancor. Alle preghiere umili s'abbassi un cor plebeo. Ma Silla, il fiero terror dell'Asia, il vincitor di Ponto l'arbitro del senato, e che si vide un Mitridate al suo gran piè sommesso, s'avvilirà d'una donzella appresso? SILLA Non avvilisce amore un magnanimo core, o se 'l fa vile, infra gli eroi, che le provincie estreme han debellate, e scosse, un sol non vi saria, che vil non fosse. In questo giorno, amico, sarà Giunia mia sposa. AUFIDIO Ella sen viene. Mira in quel volto espresso un ostinato amore, un odio interno, un disperato duolo. SILLA Ascoltarla vogl'io. Lasciami solo. (Aufidio parte) Scena quinta Silla, Giunia, e Guardie. SILLA Sempre dovrò vederti lagrimosa e dolente? Il tuo bel ciglio una sol volta almeno non fia che si rivolga a me sereno? Cielo! tu non rispondi? Sospiri? ti confondi? ah sì, mi svela perché così penosa t'agiti, impallidisci, e scansi ad arte d'incontrar gli occhi tuoi negli occhi miei. GIUNIA Empio, perché sol l'odio mio tu sei. SILLA Ah no, creder non posso, che a danno mio s'asconda sì fiera crudeltà nel tuo bel core. Hanno i limiti suoi l'odio, e l'amore. Atto primo Lucio Silla GIUNIA Il mio non già. Quant'amerò lo sposo, tanto Silla odierò. Se fra gli estinti l'odio giunge, e l'amor, dentro quest'alma che ad onta tua non cangerà giammai, egli il mio amor, tu l'odio mio sarai. SILLA Ma dimmi: in che t'offesi per odiarmi così? che non fec'io, Giunia, per te? La morte il genitor t'invola, ed io ti porgo nelle mie mura istesse un generoso asilo. Ogni dovere dell'ospitalità qui teco adempio, e pur segui ad odiarmi, e Silla è un empio? GIUNIA Stender dunque dovrei le braccia amanti a un nemico del padre? E ti scordasti quanto contro di lui barbaro oprasti? In doloroso esiglio fra i cittadin più degni languisce, e more alfin lo sposo mio, e chi n'è la cagione amar degg'io? Per tua pena maggior, di novo il giuro, amo Cecilio ancor. Rispetto in lui benché morto, la scelta del genitor. Se l'inuman destino dal fianco mio lo tolse per secondare il tuo perverso amore ah sì, viverà sempre in questo core. SILLA Amalo pur superba, e in me detesta un nemico tiranno. Or senti. In faccia di tanti insulti io voglio tempo lasciarti al pentimento. O scorda un forsennato orgoglio, un inutile affetto, un odio insano, o a seguir ti prepara nell'Erebo fumante, e tenebroso l'ombra del genitor, e dello sposo. GIUNIA Coll'aspetto di morte del gran Mario una figlia presumi d'avvilir? Non avria luogo nell'alma tua la speme ché oltraggia l'amor mio se provassi, inumano, di che capace è un vero cor romano. Atto primo SILLA Meglio al tuo rischio, o Giunia, pensa, e risolvi. Ancora un resto di pietade sol perché t'amo ascolto. Ah sì meglio risolvi... GIUNIA Ho già risolto. Del genitore estinto ognora io voglio rispettare il comando; sempre Silla aborrire, sempre adorar lo sposo, e poi morire. [Aria] Andante ma adagio (mi bemolle maggiore) / Allegro / Adagio / Allegro Archi, 2 oboe, 2 corni, 2 trombe. GIUNIA Dalla sponda tenebrosa vieni o padre, o sposo amato d'una figlia, e d'una sposa a raccor l'estremo fiato. Ah tu di sdegno, o barbaro smani fra te, deliri, ma non è questa, o perfido la pena tua maggior. Io sarò paga allora di non averti accanto, tu resterai frattanto coi tuoi rimorsi al cor. (parte) Scena sesta Silla, e Guardie. Recitativo SILLA E tollerare io posso sì temerari oltraggi? A tante offese non si scuote quest'alma? E che la rese insensata a tal segno? Un dittatore così s'insulta, e sprezza da folle donna audace?... E pure, oh mio rossor! e pur mi piace! www.librettidopera.it 13 / 52 Atto primo Lucio Silla Recitativo accompagnato Allegretto (do maggiore) / Allegro assai Archi. SILLA Mi piace? E il cor di Silla della sua debolezza non arrossisce ancora? Taccia l'affetto, e la superba mora. Chi non mi cura amante disdegnoso mi tema. A suo talento crudel mi chiami. Aborra la mia destra, il mio cor, gli affetti miei, a divenir tiranno in questo dì comincerò da lei. [N. 5 ­ Aria] Allegro (re maggiore) Archi, 2 oboe, 2 corni, 2 trombe, timpani. SILLA Il desìo di vendetta, e di morte sì m'infiamma, e sì m'agita il petto, che in quest'alma ogni debole affetto disprezzato si cangia in furor. Forse nel punto estremo della fatal partita mi chiederai la vita, ma sarà il pianto inutile, inutile il dolor. Andante (fa maggiore / la minore) Archi, 2 oboe. Scena settima Luogo sepolcrale molto oscuro co' monumenti degli eroi di Roma. Cecilio solo. Recitativo accompagnato Andante (la minore) / Allegro assai / Andante / Presto / Adagio Archi, 2 oboe, 2 fagotti, 2 corni, 2 trombe. CECILIO Morte, morte fatal della tua mano ecco le prove in queste gelide tombe. Eroi, duci, regnanti che devastar la terra, angusto marmo or qui ricopre, e serra. Già in cento bocche, e cento dei lor fatti echeggiò stupito il mondo. E or qui gl'avvolge un muto orror profondo. Continua nella pagina seguente. Atto primo CECILIO Oh dèi!... chi mai s'appressa? Giunia... la cara sposa?... Ah non è sola; m'asconderò, ma dove? Oh stelle! in petto qual palpito!... qual gioia!... e che far deggio? Restar?... partire?... oh ciel! Dietro a quest'urna a respirar mi celo. (parte) Scena ottava S'avanza Giunia col séguito di Donzelle, e di Nobili al lugubre canto del seguente: [N. 6 ­ Coro e arioso] Andante mosso (mi bemolle maggiore) Archi, 2 oboe, 2 fagotti, 2 corni, 2 trombe. CORO Fuor di queste urne dolenti deh n'uscite alme onorate, e sdegnose vendicate la romana libertà. Molto Adagio (do minore) Archi, 2 oboe, 2 fagotti. GIUNIA O del padre ombra diletta se d'intorno a me t'aggiri, i miei pianti, i miei sospiri deh ti movano a pietà. Allegro (mi bemolle maggiore) Archi, 2 oboe, 2 fagotti, 2 corni, 2 trombe. CORO Il superbo, che di Roma stringe i lacci in Campidoglio, rovesciato oggi dal soglio sia d'esempio ad ogni età. Atto primo Lucio Silla Recitativo accompagnato ... (mi bemolle maggiore) Archi. GIUNIA Se l'empio Silla, o padre fu sempre l'odio tuo finché vivesti, perché Giunia è tua figlia, perché il sangue romano ha nelle vene supplice innanzi all'urna tua sen viene. Tu pure ombra adorata del mio perduto ben vola, e soccorri la tua sposa fedel. Da te lontana di questa vita amara odia l'aura funesta... (esce il séguito) Scena nona Cecilio, e detta. Recitativo CECILIO Eccomi, o cara. GIUNIA Stelle!... io tremo!... che veggio? Tu sei?... forse vaneggio? Forse una larva, o pur tu stesso? Oh numi! M'ingannate, o miei lumi?... Ah non so ancor se a questa illusion soave io m'abbandono!... Dunque... tu sei... CECILIO Il tuo fedele io sono. [N. 7 ­ Duetto] Andante (la maggiore) / Molto allegro Archi, 2 oboe, 2 corni. GIUNIA D'Eliso in sen m'attendi ombra dell'idol mio, ch'a te ben presto, oh dio fia, che m'unisca il ciel. CECILIO Sposa adorata, e fida sol nel tuo caro viso ritrova il dolce Eliso quest'anima fedel. GIUNIA Sposo... oh dèi! tu ancor respiri? CECILIO Tutto fede, e tutto amor. GIUNIA E CECILIO Fortunati i miei sospiri, fortunato il mio dolor. GIUNIA Cara speme! Atto primo CECILIO Amato bene. (si prendon per mano) Insieme GIUNIA Or ch'al mio seno caro tu sei m'insegna il pianto degl'occhi miei ch'ha le sue lagrime anche il piacer. CECILIO Or ch'al mio seno cara tu sei m'insegna il pianto degl'occhi miei ch'ha le sue lagrime anche il piacer. Atto secondo Lucio Silla ATTO  SECONDO Scena prima Portico fregiato di militari trofei. Silla, Aufidio, e Guardie. Recitativo AUFIDIO Te l' predissi, o signor, che la superba più ostinata saria quanto più mostri di clemenza, e d'amor? SILLA Poco le resta da insultarmi così. Risolvi omai. Morir dovrà. L'ho tollerata assai. AUFIDIO L'amico tuo fedele può libero parlar? SILLA Parla. AUFIDIO Tu sai, ch'eroe non avvi al mondo senza gli emuli suoi. Gli Emili, e i Scipi n'ebbero anch'essi, e di sue gesta ad onta il glorioso Silla assai ne conta. SILLA Pur troppo io so. AUFIDIO Tu porgi nella morte di Giunia a rei nemici l'armi contro di te. D'un Mario è figlia, e questo Mario ancor ne' propri amici vive a tuo danno. SILLA E che far deggio? AUFIDIO In faccia al popolo, e al senato sia l'altera tua sposa. Un finto zelo di sopir gli odi antichi la violenza asconda. Al tuo volere chi s'opporrà? Di numerose schiere folto stuolo ti cinga. Ognun paventa in te l'eroe, ch'ogni civil discordia ha soggiogata, e doma e a un sguardo tuo trema il senato, e Roma. Continua nella pagina seguente. 18 / 52 www.librettidopera.it G. De Gamerra / W. A. Mozart, 1772 Atto secondo AUFIDIO Signor del comun voto t'accerta il tuo voler. La ragion sempre segue il più forte, e chi fra mille squadre a supplicar si piega? Vuole, e comanda allorché parla, e prega. SILLA E se l'ingrata ancora mi sprezza, e mi discaccia al popolo, al senato, a Roma in faccia? Che far dovrò? AUFIDIO L'altera non s'opporrà. Quell'ostinato core ceder vedrai nel pubblico consenso del popolo roman. SILLA Seguasi, amico il tuo consiglio. Oh ciel!... sappi... io ti scopro la debolezza mia. Quando le stragi, le violenze ad eseguir m'affretto è il cor di Silla in petto da più atroci rimorsi lacerato, ed oppresso. In quei momenti fieri contrasti io provo. Inorridisco, voglio, tremo, amo, ed ardisco. AUFIDIO Quest'incostanza tua, lascia, che 'l dica, i tuoi gran merti oscura. Ogni rimorso della viltade è figlio. Ardito, e lieto il mio consiglio abbraccia, e suo malgrado la femmina fastosa costretta venga a divenir tua sposa. [Aria] Allegro (do maggiore) Archi, 2 oboe, 2 corni, 2 trombe. AUFIDIO Guerrier, che d'un acciaro impallidisce al lampo, a dar non vada in campo prove di sua viltà. Se or cede a un vil timore, se or cede alla speranza, e qual sarà incostanza se questa non sarà? (parte) Atto secondo Lucio Silla Scena seconda Silla, indi Celia, e Guardie. SILLA Ah non mai non credea, ch'all'uom tra 'l fasto, e le grandezze immerso tanto costasse il divenir perverso. CELIA Tutto tentai finor. Preghi, promesse, e minacce, e spaventi al cor di Giunia, sono inutili assalti. Ah mio germano immaginar non puoi come per te... SILLA So quel, che dir mi vuoi. Silla non è men grato a chi per lui anche inutil s'adopra. In man del caso se pende ogni successo, il proprio merto, all'opere non scema contrario evento. In questo dì mia sposa Giunia sarà. CELIA Giunia tua sposa? SILLA Il come non ricercar. Ti basti, che pago io sia. CELIA Perché l'arcan mi celi, e perché non rischiari un favellar sì oscuro? SILLA (Perché in donna un arcano è mal sicuro.) Il mio silenzio or non ti spiaccia, e m'odi. Te pur sposa di Cinna in questo giorno io bramo. CELIA (Oh me felice!) Lascia, ah lascia, ch' a Cinna, il tuo fido amico io rechi così lieta novella. Il labbro mio gli sveli alfin, ch'ei solo è il mio tesoro, e che ognor l'adorai come l'adoro. (parte) SILLA Ad affrettar si vada in Campidoglio la meditata impresa, e la più ascosa arte s'adopri, onde la mia nemica al talamo mi segua. Ah sì conosco, ch'ad ogni prezzo io deggio il possesso acquistar della sua mano. Rimorsi miei vi ridestate invano. (parte con le guardie) Atto secondo Scena terza Cecilio senz'elmo, senza mento, e con spada nuda, che vuole inseguir Silla, e Cinna, che lo trattiene. CINNA Qual furor ti trasporta? CECILIO Il braccio mio non ritener. Su' passi del tiranno si voli. Il nudo acciaro gli squarci il sen... (in atto di partire) CINNA T'arresta. Ma donde nasce questa improvvisa ira tua? CECILIO Saper ti basti, che prolungar non deggio un sol momento il colpo... CINNA E il tuo periglio? CECILIO Non lo temo, e disprezzo ogni consiglio. CINNA Ah per pietà m'ascolta... svelami... dimmi... oh ciel! Que' tronchi accenti... que' furiosi sguardi... le disperate smanie tue... gli sforzi d'involarti da me... l'esporti ardito a un cimento fatal... Mille sospetti mi fan nascere in sen. Parla. Rispondi... CECILIO Tutto saprai... CINNA No, non sarà giammai, ch' io ti lasci partir. CECILIO Perché ritardi la vendetta comun? CINNA Sol perché bramo che dubbiosa non sia. CECILIO Dubbiosa non sarà. CINNA Dunque tu vuoi per un ardire intempestivo, e vano troncare il fil di tutti i meditati disegni miei? Giunia rivedi, e quando amar per lei di più devi la vita incauto corri ad un'impresa ardita? Più non tacer. Mi svela chi furioso a segno tal ti rende? Atto secondo Lucio Silla CECILIO L'orrida rimembranza in cor m'accende novi stimoli all'ira. Odi, e stupisci. Poiché quest'alma oppressa della mia sposa al fianco trovò dolce conforto alla sua pena, dal luogo tenebroso allontanati appena aveva Giunia i suoi passi, un legger sonno m'avvolse i lumi. Oh cielo! D'orrore ancor ne gelo! Ecco mi sembra spalancata mirar la fredda tomba, in cui l'estinte membra giaccion di Mario. In me le cavernose luci raccoglie, e 'l teschio per tre volte crollando disdegnoso, e feroce sento, che sì mi grida in fioca voce: «Cecilio a che t'arresti presso la tomba mia? Vanne, ed affretta della comun vendetta il bramato momento. Ozioso al fianco più l'acciar non ti penda. Ah se ritardi l'opra a compir, che l'ombra invendicata di Mario oggi t'impone, e ti consiglia, tu perderai la sposa, ed io la figlia.» Recitativo accompagnato Allegro assai (re minore) / Presto Archi. CECILIO Al fiero suon de' minacciosi accenti l'alma si scosse. Il sonno da sbigottiti lumi s'allontanò. M'accese improvviso furor. Strinsi l'acciaro, né il rimorso piede io più ritenni, ma 'l reo tiranno a trucidar qua venni. Ah più non m'arrestar... CINNA Ferma. Per poco dell'ira tua raffrena i feroci trasporti. Ah sei perduto, se in te Silla s'avvien... 22 / 52 www.librettidopera.it G. De Gamerra / W. A. Mozart, 1772 Atto secondo CECILIO Paventar deggio d'un tiranno gli sguardi? Un'altra mano trucidarlo dovrà? Non mai. Mi veggio intorno ognor la bieca ombra di Mario a ricercar vendetta; e degl'accenti suoi ad ogn'istante or ch'al tuo fianco io sono mi rimbomba all'orecchie il fiero suono. Lasciami... CINNA Ah se disprezzi tanto i perigli tuoi, deh pensa almeno, che dalla vita tua pende la vita d'una sposa fedele. Oh stelle! E come per così cari giorni... CECILIO Oh Giunia!... oh nome!... Il sol pensiero, amico che perderla potrei, del mio furore ogn'impeto disarma. Ah corri, vola per me svena il tiranno... Oh numi, e intanto al mio nemico accanto resta la sposa?... ahimè!... chi la difende... ma s'ei qui giunge?... Oh dio! Qual fier contrasto, qual pena, eterni dèi! Timore, affanno, ira, speme, e furor sento in seno, né so di lor chi vincerà! che penso? E non risolvo ancora? Giunia si salvi, o al fianco suo si mora. [N. 9 ­ Aria] Allegro assai (re maggiore) Archi, 2 oboe, 2 corni, 2 trombe, timpani. CECILIO Quest'improvviso tremito che in sen di più s'avanza, non so se sia speranza, non so se sia furor. Ma fra suoi moti interni fra le mie smanie estreme, o sia furore, o speme, paventi il traditor. (parte) www.librettidopera.it 23 / 52 Atto secondo Lucio Silla Scena quarta Cinna, indi Celia. Recitativo CINNA Ah sì, s'affretti il colpo. Il ciel d'un empio se il castigo prolunga, attenderassi, che de' tarquini in lui gli scellerati eccessi sian rinnovati a nostri tempi istessi? CELIA Qual ti siede sul ciglio cura affannosa? CINNA Altrove Celia, passar degg'io. Non m'arrestare... CELIA E ognor mi fuggi? CINNA Addio. CELIA Per un istante solo m'ascolta, e partirai. CINNA Che brami? CELIA (Oh dèi! Parlar non posso, e favellar vorrei.) Sappi, che il mio german... CINNA Parla. CELIA Desìa... (Ah mi confondo, e temo, che non mi ami il crudel.) Sì, sappi... (Oh stelle! In faccia a lui che adoro perché mi perdo? Oggi sarà mio sposo, e svelargli non oso?...) CINNA Io non intendo i tronchi accenti tuoi. CELIA (Finge l'ingrato!) Or che dubbiosa io taccio non ti favella in seno il cor per me? Che dir poss'io? Pur troppo ne' languidi miei rai questo silenzio mio ti parla assai. Atto secondo [Aria] Tempo grazioso (sol maggiore) Archi, 2 flauti. CELIA Se il labbro timido scoprir non osa la fiamma ascosa per lui ti parlino queste pupille per lui ti svelino tutto il mio cor. (parte) Scena quinta Cinna, indi Giunia. Recitativo CINNA Di piegarsi capace a un'amorosa debolezza l'alma non fu di Cinna ancor. Ma se da folle s'avvilisse così, no, non avria la germana d'un empio usurpatore il tributo primier di questo core. Giunia s'appressa. Ah ch'ella può soltanto la grand'opra compir, che volgo in mente. Agitata, e dolente immersa sembra fra torbidi pensier. GIUNIA Silla m'impone che al popolo, e al senato io mi presenti; l'empio che può voler? Sai ciò, che tenti? CINNA Forse più, che non credi è la morte di Silla oggi vicina per vendicar la libertà latina. GIUNIA Tutto dal ciel pietoso dunque speriam. Ma intanto alla tua cura io lascio l'amato sposo mio. Deh se ti deggio il piacer di mirarlo, poiché lo piansi estinto, ah sì per lui veglia, t'adopra, e resti al tiranno nascoso. www.librettidopera.it 25 / 52 Atto secondo Lucio Silla CINNA A me t'affida, non paventar su' giorni suoi. M'ascolta, ai padri in faccia e al popolo romano Silla sai ciò, che vuol? Vuol la tua mano. Con il consenso lor la violenza giustificar pretende. Il suo disegno tutto, o Giunia, io prevedo. GIUNIA Io son la sola arbitra di me stessa. A un vil timore ceda il senato pur, non questo core. CINNA Da te, se vuoi, dipende Giunia un gran colpo. GIUNIA E che far posso? CINNA Al letto segui l'empio tiranno ove t'invita, ma in quello per tua man lasci la vita. GIUNIA Stelle! che dici mai? Giunia potria con tradimento vil?... CINNA Folle timore. Deh sovvienti, che ognora fu l'eccidio de' rei un spettacolo grato a' sommi dèi. GIUNIA S'è d'un plebeo pur sacra fra noi la vita, e come vuoi, che in sen non mi scenda un freddo orrore nel trafiggere io stessa un dittatore? Benché tiranno, e ingiusto, sempre al senato, e a Roma Silla presiede, e di sua morte invano farmi rea tu presumi. Vittima ei sia, ma della man dei numi. CINNA Se d'offender gli dèi avesse un dì temuto la libertà non dovria Roma a Bruto. GIUNIA Ma Bruto in campo armato, non con una viltade della latina libertade infranse la catena servil. No, non fia mai ch'a' dì futuri passi il nome mio macchiato d'un tradimento vil. Serbami, amico, serbami il caro ben. Deh sol tu pensa alla salvezza sua. Della vendetta al ciel lascia il pensier. Atto secondo Recitativo accompagnato Allegro (si bemolle maggiore) / Andante Archi. GIUNIA Vanne. T'affretta. Forse lungi da te potria lo sposo per un soverchio ardir... l'impetuosa alma sua ben conosci. Ah, per pietade, fa', che rimanga ad ogni sguardo ascoso. Digli, che se m'adora; digli che se m'è fido serbi i miei ne' suoi giorni. A te l'affido. [Aria] Allegro (si bemolle maggiore) Archi, 2 oboe, 2 corni, 2 trombe. GIUNIA Ah se il crudel periglio del caro ben rammento tutto mi fa spavento tutto gelar mi fa. Se per sì cara vita non veglia l'amistà da chi sperare aita da chi sperar pietà? (parte) Scena sesta Cinna solo. Recitativo accompagnato Vivace (re maggiore) Archi. CINNA Ah sì, scuotasi omai l'indegno giogo. Assai si morse il fren di servitù tiranna. Se di svenar ricusa Giunia quell'empio, un braccio non mancherà, che timoroso meno il ferro micidial l'immerga in seno. Atto secondo Lucio Silla [N. 12 ­ Aria] Molto allegro (fa maggiore) Archi. CINNA Nel fortunato istante, ch'ei già co' voti affretta per la comun vendetta vuò, che mi spiri al piè. Già va una destra altera del colpo suo felice e questa destra ultrice lungi da lui non è. (parte) Scena settima Orti pensili. Silla, Aufidio, e Guardie. Recitativo AUFIDIO Signor, ai cenni tuoi il senato fia pronto. Egli fra poco t'ascolterà. D'elette squadre intorno numerosa corona ad arte io disporrò. SILLA L'amico Cinna non ignori l'arcano. Il suo soccorso è necessario all'opra. Ah che me stesso più non ritrovo in me! Dov'io mi volga della crudel l'immagine gradita mi dipinge il pensier. Mi suona ognora il caro nome suo fra i labbri miei, e tutto parla a questo cor di lei. AUFIDIO Io già ti vedo al colmo di tua felicità. Della possanza usa, che 'l ciel ti diè. Roma, il senato, e ogn'anima orgogliosa or che lo puoi fa', che pieghin la fronte a' piedi tuoi. (parte) Atto secondo SILLA Ah sì, di civil sangue inonderò le vie, se Roma altera alle brame di Silla, oggi s'oppone; ho nel braccio, ho nel cor la mia ragione. Giunia?... Qual vista! In sì bel volto io scuso la debolezza mia... ma tanti oltraggi? Ah che in vederla, oh dèi! il dittatore offeso io più non sono; de' suoi sprezzi mi scordo, e le perdono. Scena ottava Giunia, Silla, e Guardie. GIUNIA (Silla? L'odiato aspetto destami orror. Si fugga!) SILLA Arresta il passo. Sentimi per pietade. Il più infelice d'ogni mortal mi rendi, se nemica mi fuggi... GIUNIA E che pretendi? Scostati, traditor! (Tremo, m'affanno per l'idol mio!) SILLA Ah no, non son tiranno come tu credi. È l'anima di Silla capace di virtù. Quel tuo bel ciglio soffrir più non poss'io così severo... GIUNIA Tu di virtù capace? Ah, menzognero! (in atto di partire) SILLA Sentimi... GIUNIA Non t'ascolto. SILLA E vuoi... GIUNIA Sì voglio detestarti, e morir. SILLA Morir? GIUNIA La morte romano cor non teme. SILLA E puoi?... GIUNIA Sì posso pria d'amarti, morir. Vanne, t'invola... SILLA Superba, morirai, ma non già sola. Atto secondo Lucio Silla [N. 13 ­ Aria] Allegro assai (do maggiore) Archi, 2 oboe, 2 corni, 2 trombe, timpani. SILLA D'ogni pietà mi spoglio perfida donna audace; se di morir ti piace quell'ostinato orgoglio presto tremar vedrò. (Ma il cor mi palpita... perder chi adoro?... svenare barbaro, il mio tesoro?...) Che dissi? Ho l'anima vile a tal segno? Smanio di sdegno; morir tu brami, crudel mi chiami, tremane, o perfida, crudel sarò. (parte con le guardie) Scena nona Giunia, indi Cecilio. Recitativo GIUNIA Che intesi, eterni dèi? Qual mai funesto e spaventoso arcan ne' detti suoi? Sola non morirò? Che dir mi vuoi barbaro... ahimè! Che vedo?... lo sposo mio?... che fu?... che avvenne?... Ah dove sconsigliato t'inoltri? In queste mura sai, che non è sicura la tua vita, e non temi di respirar quest'aure comuni a' tuoi nemici? In quest'istante il tiranno partì. Tremo... deh, fuggi... Ah se dell'empio il ciglio... CECILIO Giunia, il tuo rischio è 'l mio maggior periglio. GIUNIA Deh per pietà, se mi ami, torna, mio bene, ah torna nel tenebroso asilo. Il rimirarti qual martirio è per me! CECILIO Non amareggi il tuo spavento, o cara, il mio dolce piacer. 30 Atto secondo GIUNIA Piacer funesto, se a un gelido spavento abbandona il mio cor. Se de' tuoi giorni decider può. T'ascondi. Ah da che vivo no, che angustia simile... CECILIO Sola vuoi, ch'io ti lasci in preda a un vile? So, ch' al senato in faccia il reo tiranno con violenza ingiusta al talamo vuol trarti, ed io, che t'amo restar potrò senza morir d'affanno lungi dal fianco tuo? Se invano un braccio, un acciaro si cerca per svenare un crudel, ch'odio, e detesto, quell'acciaro, quel braccio eccolo è questo. GIUNIA Ahimè! Che pensi? esporti?... Correr tu solo a un periglio estremo?... CECILIO Tu paventi di tutto, io nulla temo. Frena il timor, mia speme, e ti rammenta, ch'una soverchia tema in cor romano esser puote viltà. GIUNIA Ma il troppo ardire temerità s'appella. Ah sì ti cela, né accrescere, idol mio, nel tuo periglio nuove cagion di pianto a questo ciglio. CECILIO Eterni dèi! Lasciarti, fuggire, abbandonarti all'empie insidie, all'ira d'un traditor, ch'alle tue nozze aspira? GIUNIA E che puoi temer, se meco resta la mia costanza, e l'amor mio? Deh corri, corri donde fuggisti. Al suo dolore, a' suoi spaventi invola il cor di chi t'adora; se ciò non basta, io tel comando ancora. CECILIO E in questo giorno correndo se al tiranno io mi celo, chi veglia, o sposa, in tua difesa? GIUNIA Il cielo! CECILIO Ah che talvolta i numi... GIUNIA A che ti guida cieco furor? Ad onta de' miei timori ancor mi resti a lato? Partir non vuoi? Corro a morire, ingrato. Atto secondo Lucio Silla CECILIO Fermati... senti... Oh dèi! Così mi lasci, e brami?... GIUNIA I passi miei guardati di seguir. CECILIO Saprò morire, ma non lasciarti. GIUNIA (Oh stelle! Io lo perdo. Che fo?) CECILIO Cara, tu piangi? Ah che il tuo pianto... GIUNIA Ah sì per questo pianto per questi lumi miei di speme privi. Parti, parti da me, celati, vivi! CECILIO A che mi sforzi! GIUNIA Alfine lusingarmi poss'io di questo segno del tuo tenero affetto? Che rispondi, idol mio? CECILIO Sì tel prometto. GIUNIA Fuggi dunque, mio bene. Invan paventi, se di me temi. Ah pensa, pensa, che 'l ciel difende i giusti, e ch'io d'altri mai non sarò. Di mie promesse dell'amor mio costante ch'aborre a morte un traditore indegno, sposo, nella mia mano eccoti un pegno. Recitativo accompagnato Allegro (mi bemolle maggiore) Archi. CECILIO Chi sa, che non sia questa l'estrema volta, oh dio? ch'al sen ti stringo destra dell'idol mio, destra adorata, prova di fé sincera... GIUNIA No, non temere. Amami. Fuggi e spera. Atto secondo [N. 14 ­ Aria] Adagio (mi bemolle maggiore) / Andante (do minore) / Adagio (mi bemolle maggiore) Archi, 2 oboe, 2 corni. CECILIO Ah se a morir mi chiama il fato mio crudele seguace ombra fedele sempre sarò con te. Vorrei mostrar costanza cara, nel dirti addio ma nel lasciarti, oh dio! Sento tremarmi il piè. (parte) Scena decima Giunia, indi Celia. Recitativo GIUNIA Perché mi balzi in seno affannoso cor mio? Perché sul volto or che lo sposo io non mi vedo accanto, cade da' rai più copioso il pianto? CELIA Oh ciel! sì lagrimosa sì dolente io t'incontro? Al suo destino quell'anima ostinata alfin deh ceda e sposa al dittator Roma ti veda. GIUNIA T'accheta per pietà. CELIA Se in duro esiglio cade estinto Cecilio, a lui che giova un'inutil costanza? GIUNIA (A questo nome s'agghiaccia il cor.) CELIA Tu non mi guardi, e il labbro fra i singhiozzi, e i sospir pallido tace. Segui i consigli miei. GIUNIA Lasciami in pace. CELIA Bramo lieta vederti. Il mio germano oggi me pur felice render saprà. La mano mi promise di Cinna. Ah tu ben sai, ch'io l'adoro fedel. Più non rammento i miei sofferti affanni se sì cangiano alfin gli astri tiranni. Atto secondo Lucio Silla [Aria] Allegro (la maggiore) Archi. CELIA Quando sugl'arsi campi scende la pioggia estiva, le foglie, i fior ravviva, e il bosco, il praticello tosto si fa più bello, ritorna a verdeggiar. Così quest'alma amante fra la sua dolce speme dopo le lunghe pene comincia a respirar. (parte) Scena undicesima Giunia sola. Recitativo accompagnato Andante (re minore) / Molto allegro Archi. GIUNIA In un istante oh come s'accrebbe il mio timor! Pur troppo è questo un presagio funesto delle sventure mie! L'incauto sposo più non è forse ascoso al reo tiranno. A morte ei già lo condannò. Fra i miei spaventi, nel mio dolore estremo che fo? Che penso mai? Misera io tremo. Ah no, più non si tardi. Il senato mi vegga. Al di lui piede grazia, e pietà s'implori per lo sposo fedel. S'ei me la nega si chieda al ciel. Se il ciel l'ultimo fine dell'adorato sposo oggi prescrisse, trafigga me chi l'idol mio trafisse. 34 / 52 www.librettidopera.it G. De Gamerra / W. A. Mozart, 1772 Atto secondo [N. 16 ­ Aria] Allegro assai (do maggiore) Archi. GIUNIA Parto, m'affretto, ma nel partire il cor si spezza. Mi manca l'anima, morir mi sento né so morire. E smanio, e gelo, e piango, e peno. Ah se potessi, potessi almeno fra tanti spasimi, morir così. Ma per maggior mio duolo verso un'amante oppressa divien la morte istessa pietosa in questo dì. (parte) Scena dodicesima Campidoglio. S'avanza Silla, ed Aufidio seguìto dai Senatori e dalle Squadre. [N. 17 ­ Coro] Allegro (fa maggiore) Archi, 2 oboe, 2 corni. CORO Se gloria il crin ti cinse di mille squadre a fronte or la temuta fronte qui ti coroni Amor. Stringa quel braccio invitto lei, che da te s'adora. Se con i mirti ancora cresce il guerriero allor. Atto secondo Lucio Silla (compar Giunia fra i senatori) Recitativo SILLA Padri coscritti, io che pugnai per Roma, io, che vinsi per lei, io che la face della civil discordia col mio valore estinsi. Io che la pace per opra mia regnar sul Tebro or vedo d'ogni trionfo mio premio vi chiedo. GIUNIA (Soccorso, eterni dèi!) SILLA Non ignorate l'antico odio funesto e di Mario e di Silla. Il giorno è questo in cui tutto mi scordo. Alla sua figlia sacro laccio m'unisca, e il dolce nodo plachi l'ombra del padre. Un dittatore, un cittadin fra i gloriosi allori altro premio non cerca a' suoi sudori. GIUNIA (Tace il senato, e col silenzio approva d'un insano il voler?) SILLA Padri già miro ne' volti vostri espresso il consenso comun. Quei, che s'udiro festosi gridi risuonar d'intorno son del pubblico voto un certo segno. Seguimi all'ara omai... GIUNIA Scostati indegno! A tal viltà discende Roma, e 'l senato? Un ingiurioso, un folle timor l'astringe a secondar d'un empio le violenze infami? Ah che fra voi no, che non v'è chi in petto racchiuda un cor romano... SILLA Taci, e più saggia a me porgi la mano. AUFIDIO Così per bocca mia tutto il popol t'impon. SILLA Dunque mi segui... GIUNIA Non appressarti, o in seno questo ferro m'immergo. (in atto di ferirsi) SILLA Alla superba l'acciar si tolga, e segua il voler mio. Atto secondo Scena tredicesima Cecilio, con spada nuda, e detti. CECILIO Sposa, ah no, non temer. SILLA (Chi vedo?) GIUNIA (Oh dio!) AUFIDIO (Cecilio?) SILLA In questa guisa son tradito da voi? Del mio divieto e delle leggi ad onta tornò Cecilio, e seco Giunia unita di toglier osa al dittator la vita? Quell'audace s'arresti! GIUNIA Incauto sposo! Signor... SILLA Taci, indegna, ch'omai solo ascolto il furore. (a Cecilio) Al novo sole per mia vendetta, o traditor, morrai. Scena quattordicesima Cinna, con spada nuda, e detti. SILLA Come? D'un ferro armato, confuso, irresoluto Cinna tu pur?... CINNA (Oh ciel, tutto è perduto; qualche scampo ah si cerchi nel cimento fatal!) Con mio stupore col nudo acciaro io vidi Cecilio infra le schiere aprirsi un varco. La sua rabbia, i fieri minacciosi occhi suoi d'un tradimento mi fecero temer. Onde salvarti da quella destra al parricidio intesa corsi, e 'l brando impugnai per tua difesa. SILLA Ah vanne, amico, e scopri se altri perfidi mai... Atto secondo Lucio Silla CINNA Sulla mia fede signor riposa, e paventar non déi. (Quasi nel fiero incontro io mi perdei!) (parte) SILLA Olà quel traditore, Aufidio si disarmi. GIUNIA Oh dio! Fermate! CECILIO Finché l'acciar mi resta saprò farlo tremar. SILLA E giunge a tanto la tua baldanza? GIUNIA (Oh dèi!) SILLA Cedi l'acciaro, o ch'io... CECILIO Lo speri invan. GIUNIA Cecilio, o caro. CECILIO Ad esser vil m'insegna la sposa mia? GIUNIA Deh, non opporti! CECILIO E vuoi?... GIUNIA Della tua tenerezza una prova vogl'io. CECILIO Dovrò? GIUNIA Dovrai nella mia fede, e nel favor del cielo affidarti, e sperar. Se ancor mio bene dubbioso ti mostri, i giusti numi, e la tua sposa offendi. CECILIO (Fremo.) T'appagherò. Barbaro, prendi! (getta la spada) SILLA Nella prigion più nera traggasi il reo. Per poco quest'aure a te vietate respirar ti vedrò. Fra le ritorte del tradimento audace tu pur ti pentirai, donna mendace. Atto secondo [N. 18 ­ Terzetto] Allegro (si bemolle maggiore) Archi, 2 oboe, 2 corni, 2 trombe. SILLA Quell'orgoglioso sdegno oggi umiliar saprò. CECILIO Non lo sperare, indegno, l'istesso ognor sarò. GIUNIA Eccoti, o sposo, un pegno, ch'al fianco tuo morrò. SILLA Empi la vostra mano merita sol catene. Insieme GIUNIA Se mi ama il caro bene lieta a morir me n' vo. CECILIO Se mi ama il caro bene lieto a morir me n' vo. Insieme SILLA Questa costanza intrepida questo sì fido amore tutto mi strazia il core tutto avvampar mi fa. GIUNIA E CECILIO La mia costanza intrepida il mio fedele amore dolce consola il core né paventar mi fa. www.librettidopera.it 39 / 52 Atto terzo Lucio Silla ATTO  TERZO Scena prima Atrio, che introduce alle carceri. Cecilio incatenato, Cinna, Guardie a vista, indi Celia. Recitativo CINNA Ah sì tu solo, amico ritenesti il gran colpo. Eran non lungi al Campidoglio ascosi gli amici tuoi, gli amici miei. Seguito volea da questi infra le schiere aprirmi sanguinoso sentier. Ma la prudenza il furor moderò. Di tanti a fronte che far potea cinto da pochi? Il cielo novo ardir m'ispirò. Gli amici io lascio, tacito il ferro io stringo, e in Campidoglio m'avanzo. Allorché voglio vibrare il colpo, in te m'affiso. Il ferro nella man mi tremò. Nel tuo periglio gelossi il cor. M'arresto, mi confondo non so che dir. Quasi il segreto arcano, il tiranno svelò. Ma il suo comando, che di partir m'impose, la confusione e il mio dolore ascose. CECILIO Giacché morir degg'io morasi alfin. Sol mi spaventa, oh dèi! la sposa mia... CINNA Non paventar di lei. Entrambi io salverò. CELIA D'ascoltar Giunia men sdegnoso, e men fiero mi promise il german. CECILIO Giunia al suo piede? E perché mai? CELIA Desìa di placarne lo sdegno. CECILIO Invan lo brama. CINNA Odimi, Celia. È questo forse il momento, ond'illustrar tu puoi con opra sublime i giorni tuoi. CELIA Che far degg'io? 40 / 52 www.librettidopera.it Gamerra / Mozart, 1772 Atto terzo CINNA M'è noto a prova già tutto il poter, che vanti sul cor di Silla. A lui t'affretta, e digli che aborrito dal cielo, in odio a Roma, se in sé stesso non torna, e se non scorda un cieco amore insano l'eccidio suo fatal non è lontano. CELIA Dunque il german... CINNA Incontrerà la morte se non s'arrende a un tal consiglio. CECILIO Ah tutto, tutto inutil sarà. CELIA Tentare io voglio la difficile impresa, e se aver ponno le mie preghiere il lor bramato effetto? CINNA La destra in guiderdone io ti prometto. CELIA Un così dolce premio più animosa mi fa. Me fortunata, se fra un orror sì periglioso, e tristo salvo il germano, e 'l caro amante acquisto. [N. 19 ­ Aria] Allegro (si bemolle maggiore) Archi, 2 oboe, 2 corni, 2 trombe. CELIA Strider sento la procella né risplende amica stella pure avvolta in tanto orrore la speranza coll'amore mi sta sempre in mezzo al cor. (parte) Scena seconda Cecilio, e Cinna. Recitativo CECILIO Forse tu credi, amico che Celia giunga a raddolcir un core uso alle stragi, e che talor di sdegno ingiustamente furibondo, ed ebro fe' rosseggiar di civil sangue il Tebro? www.librettidopera.it 41 / 52 Atto terzo Lucio Silla CINNA So quanto Celia puote su quell'alma incostante, e Giunia ancora forse placar potria co' le lagrime sue... CECILIO La sposa mia a qualche insulto amaro invan s'espone. Un empio, un inumano non si cangia sì presto. Onde abbandoni il sentier del delitto ch'ei suol calcar per lungo suo costume, ci volle ognor tutto il poter d'un nume. Ah no più non mi resta né speme, né pietà. L'afflitta sposa ti raccomando, amico. In pro di lei vegli la tua amistà. Del mio nemico vittima, ah no, non sia. Nel di lui sangue vendica la mia morte, e 'l mio spirito sdegnoso nel regno degl'estinti avrà riposo. CINNA Ogni pensier di morte si allontani da te. Se il cor di Silla contro al dovere, e alla ragion s'ostina, sulla propria rovina, ne' suoi perigli estremi quell'empio solo impallidisca, e tremi. [N. 20 ­ Aria] Allegro (re maggiore) Archi, 2 oboe, 2 corni, 2 trombe. CINNA De' più superbi il core se Giove irato fulmina, freddo spavento ingombra, ma d'un alloro all'ombra non palpita il pastor. Paventino i tiranni le stragi, e le ritorte, sol rida in faccia a morte chi ha senza colpe il cor. (parte) librettidopera.it G. De Gamerra / W. A. Mozart, 1772 Atto terzo Scena terza Cecilio, indi Giunia. Recitativo CECILIO Ah no, che il fato estremo terror per me non ha. Sol piango, e gemo fra l'ingiuste catene non per la morte mia, per il mio bene. GIUNIA Ah dolce sposo... CECILIO Oh stelle! Come tu qui? GIUNIA M'aperse la via fra quest'orrore la mia fede, il mio pianto, il nostro amore. CECILIO Ma Silla... Ah parla. E Silla. GIUNIA L'empio mi lascia... Oh dio! Mi lascia, ch'io ti dia... l'ultimo addio. CECILIO Dunque non v'è per noi né pietà, né speranza? GIUNIA Al fianco tuo sol di morir m'avanza. Che non tentai finor? Querele, e pianti, sospiri, affanni, e prieghi sono inutili omai per quel core inumano che chiede o la tua morte, o la mia mano. CECILIO Della mia vita il prezzo esser può la tua man? Giunia frattanto che mai risolverà? GIUNIA Morirti accanto. CECILIO E tu per me vorrai troncar di sì be' giorni... GIUNIA E deggio, e voglio teco morir. A questo passo, o caro, m'obbliga, mi consiglia l'amor di sposa, ed il dover di figlia. Atto terzo Lucio Silla Scena quarta Aufidio con Guardie, e detti. AUFIDIO Tosto seguir tu déi Cecilio i passi miei. CECILIO Forse alla morte... parla... dimmi... AUFIDIO Non so. CECILIO Prendi, mia speme, prendi l'estremo abbraccio... GIUNIA (ad Aufidio) Rispondi... oh ciel! AUFIDIO Sempre obbedisco, e taccio. CECILIO Ah non perdiam, mia vita, un passeggero istante, che ne porge il destin. Parto, ti lascio, e in sì tenero amplesso ricevi, anima mia, tutto me stesso. GIUNIA Ah caro sposo... oh dèi! Se uccider può il martoro, perché vicina a te, perché non moro? CECILIO Quel pianto, oh dio! Ah sì quel pianto non sai come nel seno... Ahimè! ti basti, o cara sì ti basti il saper, che in questo istante più d'un morir tiranno quelle lagrime tue mi son d'affanno. [N. 21 ­ Aria] Tempo di minuetto (la maggiore) Archi. CECILIO Pupille amate non lagrimate morir mi fate pria di morir. Quest'alma fida a voi d'intorno farà ritorno sciolta in sospir. (parte con Aufidio, e guardie) Atto terzo Scena quinta Giunia sola. Recitativo accompagnato Allegro (do maggiore) / Andante / Allegro / Adagio / Presto Archi, 2 flauti, 2 trombe. GIUNIA Sposo... mia vita... Ah dove, dove vai? Non ti seguo? E chi ritiene i passi miei? Chi mi sa dir?... ma intorno altro, ahi lassa non vedo che silenzio, ed orror! L'istesso cielo più non m'ascolta, e m'abbandona. Ah forse, forse l'amato bene già dalle rotte vene versa l'anima, e 'l sangue... Ah pria ch'ei mora su quella spoglia esangue spirar vogl'io... che tardo? Disperata a che resto? Odo, o mi sembra udir di fioca voce languido suon, ch' a sé mi chiama? Ah sposo se i tronchi sensi estremi de' labbri tuoi son questi corro, volo a cader dove cadesti. [N. 22 ­ Aria] Andante (do minore) / Allegro Archi, 2 flauti, 2 oboe, 2 fagotti. GIUNIA Fra i pensier più funesti di morte veder parmi l'esangue consorte che con gelida mano m'addita la fumante sanguigna ferita e mi dice: che tardi a morir? Già vacillo, già manco, già moro e l'estinto mio sposo, ch'adoro ombra fida m'affretto a seguir. (parte) www.librettidopera.it 45 / 52 Atto terzo Lucio Silla Scena sesta Salone. Silla, Cinna, Celia e Senatori. Recitativo SILLA Celia, Cinna, non più. Roma, e 'l senato di mia giustizia, e del delitto altrui il giudice sarà. CINNA Più che non credi di Cecilio la vita necessaria esser puote. CELIA I giorni tuoi... la disperata Giunia... il suo consorte creduto estinto, e alle sue braccia or reso. SILLA So ch'ognor più l'odio comun m'han reso. Ma un dittator tradito vuol vendetta, e l'avrà. Stanco son io di temer sempre, e palpitar. La vita agitata, ed incerta fra un barbaro spavento è un viver per morire ogni momento. CELIA Ah speri invan, se speri fra un eccidio funesto, e sanguinoso trovar la sicurezza, ed il riposo. CINNA La furiosa Giunia correre tu vedrai ad assodar le vie di querele, e di lai. Destare in petto può de' nemici tuoi quel lagrimoso ciglio... SILLA Vedo più che non pensi il mio periglio. Amor, gloria, vendetta, sdegno, timore, io sento affollarmisi al cor. Ognun pretende d'acquistare l'impero. Amor lusinga. Mi rampogna la gloria. Ira m'accende. Freddo timor m'agghiaccia. M'anima la vendetta, e mi minaccia. De' fieri assalti in preda, alla difesa accinto, di Silla il cor fia vincitore, o vinto? Continua nella pagina seguente. Atto terzo SILLA Ma l'atto illustre alfine decider dée, s'io merto quel glorioso alloro, che mi adombra la chioma, e giudice ne voglio il mondo, e Roma. Scena settima Giunia con Guardie, e detti. GIUNIA Anima vil, da Giunia che pretendi? Che vuoi? Roma, e 'l senato nel tollerare un traditore ingegno è stupido, e insensato a questo segno? Padri coscritti innanzi a voi qui chiedo e vendetta, e pietà. Pietade implora una sposa infelice, e vuol vendetta d'un cittadino, e d'un consorte esangue l'ombra, che nuota ancora in mezzo al sangue. SILLA Calma gli sdegni tuoi, tergi il bel ciglio. Inutile è quel pianto. È vano il tuo furor. De' miei delitti della mia crudeltade a Roma in faccia spettatrice ti voglio, e in questo loco di Silla il cor conoscerai fra poco. Scena ottava Cecilio, Aufidio, Guardie, e detti. GIUNIA (Lo sposo mio?) CINNA (Che miro?) CELIA (E quale arcan?) CECILIO (Che fia?) SILLA Roma, il senato e 'l popolo m'ascolti. A voi presento un cittadin proscritto, che di sprezzar le leggi osò furtivo. Ei, che d'un ferro armato in Campidoglio alle mie squadre appresso tentò svenare il dittatore istesso. Continua nella pagina seguente. Atto terzo Lucio Silla SILLA Grazia ei non cerca. Anzi di me non teme e m'oltraggia, e detesta. Ecco il momento che decide di lui. Silla qui adopri l'autorità, che Roma al suo braccio affidò. Giunia mi senta e m'insulti, se può. Quell'empio Silla quel superbo tiranno a tutti odioso vuol che viva Cecilio, e sia tuo sposo. GIUNIA E sarà ver?... Mia vita... CECILIO Fida sposa, qual gioia... qual cangiamento è questo? AUFIDIO (Che fu?) CELIA (Lodi agli dèi.) CINNA (Stupito io resto.) SILLA Padri coscritti, or da voi cerco, e voglio quanto vergò la mano in questo foglio. De' cittadin proscritti ei tutti i nomi accoglie; ciascun ritorni alle paterne soglie. CECILIO Oh, come degno or sei del supremo splendor fra cui tu siedi! GIUNIA Costretta ad ammirarti alfin mi vedi. AUFIDIO (Ah che la mia rovina certa prevedo!) SILLA In mezzo al pubblico piacer, fra tante lodi, ch'ogni labbro sincer prodiga a Silla, e perché Cinna è il solo, che infra occulti pensier confuso giace, e diviso da me sospira, e tace? Fedele amico... (vuol abbracciarlo) CINNA Ah lascia di chiamarmi così. Per opra mia tornò Cecilio a Roma. In Campidoglio per trucidarti io corsi, e armai non lungi di cento anime audaci e la mano, e l'ardir. Io sol le faci a danni tuoi della discordia accesi... SILLA Tu abbastanza dicesti, io tutto intesi. CELIA (Dolci speranze addio!...) librettidopera.it G. De Gamerra / W. A. Mozart, 1772 Atto terzo SILLA La pena or senti d'ogni trama ascosa. Celia germana mia sarà tua sposa. GIUNIA (Bella virtù!) CECILIO (Che generoso core!) CINNA E quale, oh giusto cielo, mi s'accende sul volto vergognoso rossor? Come poss'io... SILLA Quel rimorso mi basta, e tutto oblio. CELIA (Me lieta!) (a Cinna) Ah premia alfine il mio costante amor. Della clemenza mostrati degno, e di quel core umano la virtù, la pietade... CINNA Ecco la mano. SILLA Qual de' trionfi miei eguagliar potrà questo, eterni dèi? AUFIDIO Lascia, ch'a piedi tuoi grazia implori da te. De' miei consigli, delle mie lodi adulatrici or sono pentito... SILLA Aufidio, sorgi. Io ti perdono. Così lodevol opra coronisi da me. Romani, dal capo mio si tolga il rispettato alloro, e trionfale; più dittator non son, son vostro uguale. (depone l'alloro) Ecco alla patria resa la libertade. Ecco asciugato alfine il civil pianto. Ah no, che 'l maggior bene la grandezza non è. Madre soltanto è di timor, di affanni, di frodi, e tradimenti. Anzi per lei cieco mortal dalla calcata via di giustizia, e pietà spesso travìa. Ah sì conosco a prova che assai più grata all'alma d'un menzogner splendore è l'innocenza, e la virtù del core. Atto terzo Lucio Silla [N. 23 ­ Finale] Allegro (re maggiore) Archi, 2 oboe, 2 corni, 2 trombe. CORO Il gran Silla a Roma in seno che per lui respira, e gode d'ogni gloria, e d'ogni lode vincitore oggi si fa. GIUNIA E CECILIO Sol per lui l'acerba sorte è per me felicità! CINNA E SILLA E calpesta le ritorte la latina libertà. TUTTI Trionfò d'un basso amore la virtude, e la pietà. SILLA Il trofeo sul proprio core qual trionfo uguaglierà? CORO Se per Silla in Campidoglio lieta Roma esulta, gode d'ogni gloria, e d'ogni lode vincitore oggi si fa. librettidopera G. De Gamerra Mozart AttoriAltezze realiArgomento Atto [OuvertureScena AriaScena AriaScena AriaScena Scena Aria] Scena AriaScena Scena Coro e arioso Scena Duetto Atto Scena Aria Scena Scena AriaScena AriaScena AriaScena AriaScena Scena AriaScena AriaScena AriaScena AriaScena Coro Scena Scena TerzettoAtto Scena AriaScena AriaScena Scena Aria Scena AriaScena Scena Scena FinaleBrani significativi Lucio Silla BRANI   SIGNIFICATIVI D'Eliso in sen m'attendi (Giunia e Cecilio) Dalla sponda tenebrosa (Giunia) Fra i pensier più funesti di morte (Giunia) Fuor di queste urne dolenti (Coro e Giunia) Parto, m'affretto (Giunia) Pupille amate (Cecilio) Se lusinghiera speme (Celia). Grice: “At Oxford they put you down. “That IS an original interpretation of Silla’s behaviour – but of course you would need to challenge Mommsen’s objection,” my tutor said, righly assuming that I had no idea Mommsen had an objection!” -- Silla. Keywords: Mommsen. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Silla”. Silla.

 

Luigi Speranza -- GRICE ITALO!; ossia, Grice e Silla: la ragione conversazionale – filosofia italiana – Luigi Speranza (Scanno). Filosofo italianao. Nasce da Giovanni, un ricco armentario. Inizia i suoi studi a Chieti per poi trasferirsi a Napoli, dove studia diritto e lingue orientali. Napoli è, all’epoca, attraversata da un grande fermento culturale, e ospita personalità di spicco come GENOVESI (vedasi), Galiani, Galanti. S. partecipa attivamente a questo mondo, si fa notare per la sua erudizione e per alcune precise prese di posizione, segnate da una robusta vis polemica. Ri-entra a Scanno dove prende moglie e comincia a esercitare la professione di avvocato. Fa ritorno a Napoli ed entra nella Real Accademia delle scienze e belle arti. Nella capitale pubblica La fondazione di Partenope, in cui confuta la tesi, espressa da Maciucca -- che la attribuiva a sua volta a Martorelli --, che individua nei fenici i fondatori della città, attribuendola invece ai greci abitanti di Cuma, già compagni della sirena Partenope -- Soria. S. offre una copia dell’opera al suo illustre conterraneo Antinori, accompagnandola da una lettera in cui ne sollecita un parere, seguita da una in cui motiva la sua presa di posizione contro Martorelli, e risponde ad alcuni rilievi dello stesso Antinori. Sempre a Napoli, pubblica una seconda opera, firmandola con le sole iniziali, La Teogonia commentata, sorta di prodromo, secondo Soria, alla Storia sacra de’ Gentili, pubblicata a Napoli. Intanto, prende posizione in un dibattito che anda segnando l’Italia e l’Europa dei lumi, sull’abolizione della tortura e della pena di morte, coagulatosi attorno alla pubblicazione di Dei delitti e delle pene di Beccaria -- apparso in forma anonima a Livorno. Fermamente contrario alla posizione espressa da Beccaria, e in sintonia invece con Facchinei che pubblica le Note ed osservazioni sul libro intitolato Dei delitti e delle pene, tacciando il suo autore di impostura, sfacciataggine e indegnità, S. scrive e pubblica, senza firmarlo, presso lo stampatore napoletano Raimondi, Il dritto di punire – cf. Lucas and the Oxford ordinary-language philosophers on ‘The Justification of Punishment’ in Philosophy.  S., dunque, da un lato riprende la linea polemica di Facchinei – tanto da sentire il bisogno di precisare di non essere lo stesso autore di quelle Note con invettive velenose – sostenendo a sua volta l’origine divina della GIUSTIZIA – cf. H. P. Grice, “Philosophical eschatology and Plato’s Republic” -- e del conseguente diritto di punire, l’identificazione del delitto con il peccato, la necessità della pena di morte. Si oppone altresì a ogni ipotesi contrattualistica alla GRICE come fondamento della società e del diritto di punire, centrando la sua visione arcaica della società e dello stato italiano sulla monarchia assoluta di diritto divino e sulla religione come fondamento del vivere associato e delle forme della politica. D’altro canto, contro la visione di Montesquieu, contesta con forza la graduazione delle pene a seconda del ceto -- Le persone nobili devono contraddistinguersi nelle azioni buone, e non già ne’ delitti -- ed esorta alla chiarezza e pubblicità delle leggi, pur sapendo di andare contro gl’interessi del ceto togato e delle magistrature napoletane. Morto il padre, ne eredita l’industria armentaria e, per questo, dove trasferirsi a Foggia, dove assume il ruolo di rappresentante degl’armentari abruzzesi, diventando uno dei deputati generali della dogana della mena delle pecore. Gl’interessi armentari si riflettono anche nella sua riflessione dotta e nella sua produzione libraria. Pubblica infatti La pastorizia difesa.  Con quest’opera, S. entra nel cuore del dibattito sulla censuazione del Tavoliere delle Puglie, che coinvolge alcune delle personalità eminenti dell’Illuminismo meridionale. La sua posizione, ancora una volta, è improntata a un netto CONSERVATORISMO – cf. H. P. Grice: “I would define myself as a conservative: a rationally dissenting and irreverent conservative!” -- e venata di toni polemici. Fermamente contrario al progetto di censuazione -- Si dimostra, che più tosto danno, che vantaggio riporterebbe il fisco dalla proposta censuazione; La censuazione è ineseguibile e dannosa anche per i locati --, difende con forza le ragioni della pastorizia. Pur riconoscendo che il sistema doganale ha subito un progressivo declino -- Varie vicende, e decadenza della dogana per l’introduzione degli abusi; Abusi introdotti in dogana circa la vendita degli erbaggi baronali -- e anda perciò risanato -- Che la Dogana abbia bisogno di riforma nello stato, in cui oggi si ritrova, è questo un punto, che non entra in controversia -- , ribadiva la necessità di mantenerlo in vita -- Si dimostra, che il discioglimento della dogana porterebbe la totale di lei ruina --, conciliando le ragioni della pastorizia con quelle della cerealicoltura -- Come nel Tavoliere possa promuoversi l’agricoltura senza danno della pastorizia.  Muore a Foggia.  Opere. La fondazione di Partenope, dove si ricerca la vera origine, la religione e la polizia dell’antica città di Napoli, Napoli; La Teogonia commentata, con cui si propone a’ Sigg. Letterati un nuovo sistema circa il modo di poter interpretare l’istoria antica secondo l’idea di Thaut, Napoli; Storia sacra de’ Gentili, che comincia dalla creazione del mondo fino al regno di Numa Pompilio, Napoli; Il dritto di punire o sia risposta al trattato de’ delitti e delle pene del signor marchese di Beccaria, Napoli; La pastorizia difesa. Ove si fa una breve analisi sopra alcuni progetti intorno alla riforma della Regia Dogana di Foggia, Napoli -- ed. anast. con note introduttive di A. Clementi, L’Aquila.  Fonti e Bibl.: F. Soria, Memorie storico-critiche degli storici napolitani, I, Napoli (ed. anast. Bologna); C. Minieri Riccio, Memorie storiche degli scrittori nati nel regno di Napoli, L’Aquila; A. De Nino, A. S. seguace del Vico, in Rivista abruzzese, Colarossi Mancini, Storia di Scanno e della Valle del Sagittario, L’Aquila (ed. anast. Scanno); L.A. Antinori junior, Notizie istoriche sulla vita e su gli scritti dell’arcivescovo Antonio Ludovico Antinori, a cura di L. Biondi, L’Aquila, Colapietra, Il Tavoliere di Puglia banco di prova dei riformatori e degli scrittori economici nel secondo Settecento, in Illuminismo meridionale e comunità locali, a cura di E. Narciso, Napoli; A.M. Rao, «Delle virtù e de’ premi»: la fortuna di Beccaria nel Regno di Napoli, in Cesare Beccaria tra Milano e l’Europa, Milano; R. Pasta, Dei delitti e delle pene et sa fortune italienne: milieux juridiques et lectures «philosophiques», in Beccaria et la culture juridique des Lumières, a cura di M. Porret, Genève, Matarazzo, Dei delitti e delle pene. Letture napoletane, in I diritti dell’uomo. Dei delitti e delle pene a 250 anni dalla pubblicazione, a cura di E. Palombi, Torino. Nome compiuto: Antonio Silla. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Silla.”

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Sillo: la ragione conversazionale e il voto al divino -- Roma – la scuola di Crotone -- filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Crotone). Filosofo italiano. Crotone, Calabria. A Pythagorean, cited by Giamblico. The sect being very reluctant to take an oath – invoking ‘il divino’ in vain – Sillo refused to take one, and just hand over money.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Simbolo: la ragione conversazionale della filosofia di Giuliano -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma) – Filosofo italiano. Along with two other philosophers by the names of Ieroteo and Maxximiniano, he persuades Giuliano to pave the floor of Hagia Sophia with silver. However, the story is doubted, as is the existence of these three philosophers.  Grice: “It amuses me that the name of this Italian philosopher is identical with an artificial language invented by J. L. Austin, Symbolo!”

 

Luigi Speranza -- Grice e Simichia: la ragione conversazionale dell’élite di Crotona e la sua diaspora -- Roma – la scuola di Taranto -- filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Taranto, Puglia. A Pythagorean, cited by Giamblico. “This is the diaspora from Crotona – as if we would have an Oxonian diaspora, provided the mayor of Oxford deems us elitists!” – ‘or the gown elitist towards the town, but surely Boris Johnson never saw himself as gown!’ – Grice.

 

Luigi Speranza -- Grice e Simioni: la ragione conversazionale degl’amanti – filosofia veneziana – la scuola di Venezia – filosofia veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Venezia). Fiosofo veneziano. Filosofo veneto. Filosofo italiano. Venezia, Veneto. Tra i principali studiosi di PIRANDELLO (si veda), inizia la sua attività politica militando nelle file del socialismo. Venne espulso dal partito per indegnità morale. Collabora con l’United States Information Service. Si trasfere a Monaco di iera per approfondire gli studi per poi ritornare a Milano. Leader di un collettivo operai-studenti, mentre lavora alla Mondadori, fonda il collettivo politico metro-politano milanese. Teorizza lo scontro aperto, e si considera il progenitore delle brigate rosse. Insieme a circa settanta persone, tra cui componenti del collettivo ed elementi del dissenso, partecipa al convegno di Chiavari nella sala Marchesani, adiacente la pensione Stella Maris, nel quale un gruppo di partecipanti dichiara la propria adesione ad una visione politica. La data di questo convegno viene da taluni considerata come la data di nascita delle brigate rosse. Altri affermano che la formazionesia nata con il convegno di Pecorile (Reggio Emilia). L'ultima attività, prima di passare alla completa clandestinità, a compe come redattore di "Sinistra proletaria", l'ultimo dei quali riporta in copertina uno sfondo rosso con disegnato al centro un cerchio nero attorniante le sagome di XIV mitra. Fonda la scuola di lingue Hyperion, la quale secondo alcuni ha la funzione di una vera centrale internazionale. Si afferma che e anche il capo del Super-clan, organizzazione nata da una costola delle brigate rosse. Si insere nella vita cittadina, ricominciando a frequentare gl’ambienti progressisti e divenendo vicepresidente della fondazione Pierre. E proprio quale accompagnatore di Pierre, e ricevuto da  Giovanni Paolo II in udienza privata. Si avvicina al buddhismo tibetano. Si apparta nella campagna di Truinas, nella Drôme, dove geste un B et B. Craxi, alludendo alla esistenza di un grande delle brigate rosse (l'eminenza grigia ipotizzata da alcuni che dall'estero avrebbe guidato, come un burattinaio, molte delle azioni sul suolo italiano), dichiara che costui poteva essere cercato tra quei personaggi che avevano cominciato a fare politica con noi e poi sono scomparsi, magari sono a Parigi a lavorare per il partito armato, frase che venne da molti ritenuto indicasse come grande proprio lui. L'organizzazione di sinistra extra-parlamentare Lotta Continua lo accusa di essere un confidente della polizia e in contatto con i servizi segreti.. Durante la fase iniziale di Mani pulite, e accusato da LARINI di essere il grande, accuse respinte da lui che le ritenne parte di un'azione contro Craxi, vista la comune militanza nel socialismo. Hyperion e realmente una scuola di lingue o la stanza di compensazione di diversi servizi segreti?  Ferrari, In teleselezione dalla Francia gli ordini ai italiani? Corriere della Sera. Entrambi gli edifici sono proprietà della curia  Il convegno di Pecorile in Anni di Piombo. Il nucleo storico delle brigate rosse. E morto il misterioso grande, La Tribuna di Treviso, Fratini, Hyperion: scuola di lingue chiacchierata, ANSA, repubblica cronaca  news/caso moro_il_bierre_franceschini moretti una_spia riduttivo si sentiva_lenin. Dalla lotta al buddhismo, in Critica Sociale, Anni di piombo Superclan Hyperion (Parigi) Venezia Anni di piombo. Corrado Simioni. Simioni. Keywords. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Simioni” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza-- Grice e Simmaco: la ragione conversazionale del console filosofo – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A philosopher of considerable wisdom, also a consul. Quinto Aurelio Simmaco.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Simoneschi: la ragione conversazionale e la rettorica conversazionale – (Venezia). Filosofo italiano. Venezia, Veneto. IL VELLO D'Ofe Ouero LARETTORjrra veneziana, Doue principalmente co' pregi Angolari di VENEZl A , c con molti farti gioriofi degii EROI VENEZIANI SUftfegna, l'Arte del ben parlare: DELP. FRANCESCOSIMONESCHI della -Compagnia di G 1 E S V * . tJ aCQVI,E Vlg-y^ENtORRo 1 f Digilized by Googl'. i ALL’ILLVSTRISSIMO ]Ed 'Eccclkntifsinio Signore.j Padrone 'Coleadifsìmo ■ II, •SI.G.NOB^^ VESARO 3?rocurator di S. Marco» Zi Scrittori non bene apbagati •di auer data, foia- mente 'vna vita t ed vna luce n' parti de’ loro intel- letti colla fampa mezjuo totentiCsimo ' contra la 4 hnorfe , eie ombre di (ta : Illujtrifs. ed EcceU lentifsimo Signore- cercai ron fèmore cU rendi rii dop~ piamente chiari , e vitali . Qmndt è che furon dedi- cate opere nobilifstme à E er fonaci riguardemli , acciocché col nome loro giugnejfero agli Autori^ ed a' libri nmua vita , e nuQUo fplendore . Or che non potrò io /per are fatto ardito ma non temeraria- mente 3 ■ àggìugnendo al mio Ideilo d’oro vn altro maggior di preZjZjò '/ e di lume qual è Hnome dell’^ ty. Digitized by Coogl M. che nella fua nobi^ lijsima , e anttchifsima famiglia fuò moftrar piti Guerrieri ^edEroi di (Quel- li che la famofifsima Na^ uè d\Argo rinchiufe nel feno: più Sauij che non fu- rono nell' Areopago di A- Tene : piìt gioì iuj? dcfl en- denti che non ebbe Nipoti ia celebrata Berecintia non tanto cinta di Torri Guanto coronata' da Se- midei ? E tutti furono fi ammirabili in ogni tfer- ciz^io laudeuole à cui fi diedero , che pochi eguali conobbero ,ed a niuno. ith- A J uìdiai Digitized by Googlc s* mdi arano la maggior an-^- Zja, Forfè i f mi Mag- giori non fiiron. chiama- ti. ne’ Campi: delle, hatta^- glie. veri Marti .y mentre’ operarono:azjioni’ pih ma-- rauigUjafe diMdcte fauor- lofo: , ed ingrandito: dalla- t faromi antr- mirati, maggiori di Gio-- ite comUattente co’ Gigan- ti mentre col fulmine del- lo ' fgaardo: terribile- fen- Zja l fulmine’ della-Jpada riduffero in cenere: t. Cor- pi, e gli acciai degli: Ar- mati ? ' Non ’ arrecarono co: i cadamri delle vccifh Digitized by Googl tegionìilcorp) fùriofo.d^ fiumi i^accioche la gloria che. fenZiOi intoppo, volaua per la Tierra^correffé: an- cor iWer amente per le ac- quei' N^mparuerOì fen~ fauiezjCi^ i. Sette S a- Wfif della.Grecia ^e-fenz/- eJòquenZja lè due. lingue^- principale di Roma-y e di ^tene ) quando, f e nt tron- fi' difcorrere. della Pace , e detta Guerra -, e degli affa- ri piu alti, gli Oratori del- la fua CafaiS Onde- Po- ma , ed- Atene non: furon piu- inuidiate: da. V^ene- Zjia yfna quelle, inuidiaro— A. 4i »»' Digitized by Google no a V'eneZjia la facondia degli Oratori natiui . ìdè ii'JHonda ^otè fentir fen-» Z>a noia gli altri JOicitO'^ ri dopo di auere vditi % , Jidaefri^e U Idee deira- 'gt onare . / primi pejt ono- remli delle dignità collo- car onji dada Kepuhhlica fopra i fmi Maggiori i-che non mai filmarono il cari- co eccedente le proprie for*> za i ma fempr e da' mede- fimi fa giudicato leggie- re . Ne ftc cercato t ono^ re: ma l’onore fu tratto à 'mua f or Zia dal merito nella chiarifsima Digitized by Googit 9 da Pefkro , donde prejcj Z^elanti- Arciuefcoui per gouernar le Chiefe , ^m- hafciadori eJperPÌ per re^ golareinegozjij' , Senatori prudenti , e facondi per difcorrere j e rtfoluere nel- l’uìjfemblte , Procuratori atitoreuoli per mojlrar lo fplendore , e la Mae (la delia Fatria , Generali magnanimi per guidar le jlrmate di Terra , e di Mare : offendo necejfarij due capactfsimi elementi alla grandez^z^a dell’ ani- mo -, dell’imprefe , e della loro.fortez^z^a. In quefa A 5 Ca[cì:> ( I lO^ Ga([a' medèjtmd ih ilìèjfp - tempo) con: iiittpor • del ’Jldòndo comparuero le ’ dite F.enici de’Combatten-' ti. Giacomo:, e: Benedetto > congiunti per fangue tj ’ per ‘virtù ; a’ quali, perche ■ la: fortezJLia : non fapea ' ben difiìnguere.chLfojfcj' più forte , diedé nen difsi- mili: onori:, , ajfegnando all primo: il Generalato delle fchiere: Pontificie ,, ed al fecondò delle, armi: della: Repubblica: Ser.enifsima E Roma •, e. Venez^ia. ‘vi- dero in amenduei‘vnito ciò ’ che di grande , e d ammi- ■ rubile; ‘ Digitized by Google Ifr rahilé fì dàlia M.àraui— dia diuifo ne’ Campioni’ piu fortunati •, piu glorio- ■ ' f p epiti fòrti'. Le fopr ad- dette,’digrtit a ed i: titoli pregiatifsimi, e quaf ere- - ditarij di. tal famiglia f accrebbero: dalla, maefià , . esdallà ' grandèZi^as nella elezione deli Serenifsimo L)oge C ’ fùo: gran Zio< Giouanni. da; Pefaro a cuiLanto fi de e;, che quan- tunque, tutti s’impiegajfe- ro per celebrarlo: , nondi- meno. farebbero femprc^ 'Dehit.ori:,ed eglt Credito- re , 2s[è mancarono nella A 6 fita Digitized by Google iaP' , -, ' I Jftta profapÌ4:Mae!frt, tJ' Scrktori ; fiche all’ E. V, fiù> conceduto l’ aueìr chi | facejfie imprefè da ejfercj' firitte , .e chi ficriuejfe cò- fie da ejfer lette . lo fiola^^ mente hù ^accennati alcu- ' ni Eroi, che germogli aro^ J no- nell Albero di orò della' I »; gran Cafada Pefiaró :efi ' fendo tanti di numero, che ne l’occhio , . ne l’orecchio ^ • potrebbono fenz^a Han- cheZjZ^a mirar li, vdir~ li yC tutti così fignalati, che dalla grandeZjZja de He virtù , e delle aZjionffin'- z>a ver un altro contrajfen &>«  ^gnù rauuìfanfi ejfsre fiati del fuo lignaggio . In tan- to compiacciajl di gradire ejuefio' V elio d" orò che Icj prefinto ^il^uale non vie<^ ne ^ioléntemente come : »■* • antic^di Coleo snelle ma-- ni digli Eroi della Gre cidi' n^ ^lentieri y e pronta- UnZjA 4? {jjftiale uendo 'vn ricchifsimo Vel- lo d’oro dslU fue proprie^ doti 3 chiaramente dimo- fira , che ancora jenZiA il preiiofo retarlo delle glorie lajiiatele da' fnoi Mrot 3 farebbe abbondan^^ Digitized by Google 14? temente: fplendìda -, , e ric- ca». DallaX.'afà PJofcflidiyeneziai 14^ Aprile 16^7,. Btll’E.V.. ,'lGanì&I2i'«eti&5f,Obbb‘g£Ser^^^ t , { M^ncefiòS ìmvnefchi delU t Compagnia dt G ieju . . A’LET^ Digitized by Google r rprefénto , Lettori , vhì Libro di due nomi , de'- quali non sò qual fìa piu i chiaro , e ricco , . ò quel di’ Vello d’óro‘ , ò di Rettorica.Vèncziana .. 11 nome d i Vello d'oro fii sì luminofo , che - mandò il fuo riucrbero fin dairifo- là Coleo nella. Grecia^- e col fur* fplendòre additò là nauigaziorie^ &: illuminò la-ftrada' da- tencrfi dagli Eroi ’ nominati j Argonauti auari vguaJmente.d*oro > c. di gloria, e->. Gon ameiiducfàtti gloriòfi »♦ ed ar- Hcchiti* Il nome Veneziano e si; ^Icndidò , c si ;dòuÌ2Ìofo. di rag- gi ehc,rendcXà:cnifsimo il^ CieL i , (ìuo^Ie h6 natio» e tutta TEuropa ; cfolamen^ te ofFuAra i regni Ottomanni con‘C- cli/Tare à quefh* la Luna ; ond*è piii= marauigliolo del Sole , mentre.^ nel tempo Heììo e nello .lìefso mifperio à chi reca il giorno, eà. chi la notte. La cagion poi d’inti»- toiarlo \^clJo d'oro si è ; perchè !'• adunazion degl* infegnamenti ; e delie orseruazioniintorno all’Arte* delben<Iife fono ricchezze ineftì'* mabili delia fapienza e femprc- dureuoii come à punto è l’Animo di • chi rapprende; per lacui conqui^ ila non, è ncccfsario viaggiare , ^ volar colie vele , ballando fola- mente il volere . L’altro titolo di; Rettorica Veneziana fi è dato per- alcuni fatti più fingitlari., cd: illuflri degli Eroi Veneziani cd i fregi più i Jguardeuoli dcll’inclita.,. . e fempre libera Citta di VENEZIA fi coucengono principalmente in^ quell Opera ; onde e si; da contez- za (li iiioUe Storie , c marau.igJie_> , es’infcgna TArte del dire. Dui] coii-'- tenerii alcuni fatti dc’VcneziauL, cd. Digitized by Google ^7 td alcuni frcgi<ii Venezia : perchè," quantunque molti altri ne riferbi per altri miei Libri , non farebbono però ballcuoli tutte k penne , e lingue vnitc infieme per Hcriuerli tutti y ifpiegarli ; nèpotrebbon- fi rinchiudere in molti volumi, ben- ché colla loro moltitudine mille ben ampie librerie colmafscro. Che fc ,'ò Lettori , farà il prefente Vek lod’oro daroi gradita , e mirato col leggerlo ; io v'afficuro di farlo comparire in breue di nilouo piii^ douJziofo , e più rpJcndido, SI che lo vagheggerete nelle (urte edmevo- flro dono; e farete più rairab’lidi Mida , mentre folamence r. )1 guar- dare farà da toì accrefcii,^.^ la c la valuta del Vello d’oro o i 1  *1 % Riformatùr} deUoSiudio dì TaicuÀc-, Avendo veduto per. fede del Padre Inguifirore nel Libro intitolato il J Vello d'oro , onero Rettorica Veneziana » . non cficiùi cofa. alcuna. centra la San-, ta Fede Cattolica , c parimente: per atte- ftato dei Segretario noftro,nientc.contra i Prencipi ) ebuoni coftumi»' concediamoli-, cenza à!Gio: Pietro PinejH di poterlo liam-- parc jofferaando gli ordini &c._ Dat< à 5. ... I Andrea Contartni C xu^Proe.Rifo^* . I rigelo Correr^ Card. Prec, Rifar, \ N:cofq^ Sagreda Cau^t Prec.' Rifer, Angelo Nicolofi Segf» .. 1^^7.i.Màrzp. Regiffrato nel Magiftrato » Eccellenti is della Bfaftema., CarL*jdnt9niojGradenigo.Nod,‘. FacultasReit. V;F*fit4teris SoCilefU, 3^ Go , inf rafctiptusi^ Ludouicus 5 Bom- . ij* planuS/SOGretatislefuriiì, Prouincia.» Veneta Viiiìtator, poreBatead Id mihi fa- tta ab admodum Ri P.- Noftro Io; Paulo . Oliua Prìcpofito Generali » fàcultatem fa- . ciò , vt Liber infci iptus •• F dorot onCm . re Rettorica ffemzjana Authore P.Fran- ciico Simonefeo Societatis NòftraeSacer- dotc r &.eiufdem Societatis- grauium, & ■ ineadem .Arte pcritorum iudició approba- . tus 9 typis mandetur * . In .quorum fìd. &c. , Mantus .: l.ud9H.BomplartHS,^ DEL, DEL VELLO DORO. Oucro' BELLA RETTORICA VENEZIANA. Broemio' lun’Artc giammai . cultà fece pompa di taiu tcmaiauigJicjquantcne; mod rò l’Arte dei bciu. ^ parlare. E chi tutte le potefse. accennare , non che ridire farcbbe:certamente marauigliofo . Cominci, Pericle a tonar colla vo- ce", à.fulminarcoiréloqucnza , che tutta la Grecia fpauentata. imma- ginerai di -riuedere- Salmoneoigià fulminalo i ò crederà che Gioue ra- gioni Digitized by Google IO ttyeUo ^Oro ] gioni frà turbini, òche que*del Cielo Yogiiano fcendere in.Terra per vdir Pericle dicitore . S’infiammi da M. Antonio con giiardori dclla'Retto- rica il Popolo Roraanojche immane tenente dà quefto fiJafcera iicacKaue<» ru diCefai e mezzo confumato^e tol- to il fuoco delia pira brucerà prima i palagi de* Congiura ti,,c he fieno ri- dotte in cenere le olfa di quel Mó- na rea . Verfi Arjftidc dagli occhi la- grime artideiofe , e mandi lagrimc- uoli paroJc da Jid buc£«ì ìa coin- pafsitme di'Sinima , che piagnen- do Antonino rifiorerà la Citta , e. rederi lo.fpentD Jiime. ali*Ionia pri- ma che fi afe fughino gli occhi im- periali. Sìa fpaiancata la Reggia^di Sapore ad Euftauo, che fubito que- fiifarà;parereàquelPrincipc le yì- uande /quifite aifatto infipide ;.c le collane d*oro legami> di ferro.. Tirteocolla fua Toce fonora dà il fiato, ed il Tuono aJic trombe guer- riere-.. Tuli io colPimpcto regolato del dire fcaccia Càtiiiua diRoraa , a cui apparecchiaua'.va*lacend io col- la ' k Digitizec; Ouerola^eètoyicaFem^khi', i? le fiamme , c coi fangue va diiuuio T Di Paolo con eloquenti catene le- gai! Roma , che tenea rifiretto il Mondo colle fiie leggi .. Qaeft’arte trafse tonti di lagrime dagli vomi- ni duri à guifa di felci ; accefe igno- ri piu freddi del ghiaccio ; agghiac- ciò i petti più ardenti del Mongi- belio ; feofse le armi dalle mani dì coloro che poncano fottofopra ì Regni» eie Prournzie ; dièie for- 2e à* deboli , a* pigri le penne yC fe- ce quad tanti Dei mettendo in pof- fefso delle volontà » c dc’Cuori , tC" foro più pregiato de gfLnperij . Or*io difeorrerò di quell* Arte potentiffima , la quale per auer pie- no il luo trionfo vd ir più piaufi non votò il Mondo colPvccilionc de’ Popoli , come fecero molti [Trionfatori, mà fenza tante ftragi proccurò di confcruar la vita dr- mortali per auuiuar maggiormea- le lue gloria. CA-  ■li lìl ytUo:dtOro,l LI BAD PKIMX). . i€me fope.troMta J^ettoricaJ ^ron poftc <JalIa Natura le fcin- itiJJc di qucft’Arte Jiobililfinia^ nel petto dcgii .vomini , i quali ta- lora imòftrarono gli Ipkndori di quelle . ;Così veggiamo alle volte vomini rozzilfimi auuczzi al campo. :fe accade qualche loro ÌQ« tcrcàe , difeorrere afauor della.» propria caufa come appunto fan.j quelli che fono vfati al Teatro , ed al Pergamo Si tratti nc’tribunali- diconfircare i beni , ò di porre la mannaia fopra’ixollo d i.alcuno>che tofto per tema della pouertà , c del- la morte diuenta ricco di parole , 'C mandafuori del Aio capo ancor in- tero tante Minerue . Qual arce non adopera per incantare il ferro , e-» la pena ,acciochecòn piè frcttolo- Tq non corrano contraia Tita , e !la robba Digitized by Google Ou€roU^(Utùrì€ayent:^<tM\ ij robbaddKco? Che non tenta per raflerenarc il volto accigliato , e-» •nuuoldfo ^el <jiudicc , acciocho» ‘non piombino i fuimìni dello fdc- •gno^c della Morte ? Or veggendo xiò coloroTopra i quali per benigni* 'tà della Natura che volea fecondar ringegno, erano cadute le piogge piii àbbòndariti , e preziofe di quel-, la venuta già fopraìDatiaè:determ?- narono di fiftfign'erc fi à i confini deirArtcciòchc andaua feni'ordi- nc, c fenzA legge vagando ; e di rendere à tutti comune quel che pa^ rea paftiediarc di pochi . Laonde,# fcrifiero eccellenti volumi , co’qua- li infcgnaronla viadi trouar ì*EIo- ‘quenza non ben additata dallaNa* tura . E con fide rando , ed òflTcruan- do in fc ,'c negli altri da qùal cofa,* principalmente folTefo molsi : e-» Ycggendp ciò riufcirquafiremprc » preferifiero il modo da tenerfi nel nmouergli affetti vmani •. Per ca- gion d’efenipio , S’auuidcro che-* ognvno fi muòue, ò dai diicfcteuolc, daUVcik ; ò dall'oncflo # c perciò  14, W retto d'Oro ì làrciaronofcritto , che per tirare il Giudice à fauoreggiar la caufa fi proponclTcro il diletto , ò l'vtilità fe v'erano , ò roneftà per isfiiggiic ogni ombra d'infamia : oucro i eoa» trarij de* fuddetti beni quando fi ?o- Icfse fralloruare alcuno dal feguir ciò di che fi trattaua . Videro le lo* di , e la filma «iTer potenti catene per tirar gli animi di ciafeuno ; on* de auucrt irono , che negli Efordi j fi doueflero render docili , c bene- noli gli vditori , ò coModarli , ò coi mofirar di farne gran conto accio- che fu’l principio efiendo mezzo le- gatinonauelTerpoi forze bafieuoH per rcfiftcrc . Gli ornamenti piii pellegrini delle figure fiiron prefi da quei f che dotati di maggior in- gegno /pandetiano nelle priuate-» Accademie, ne' Teatri, ene'Ro- firi i tefori della fap lenza ne*loro petti rinchiufi ,  Ouen U Veneziana, if : • ’t * » 4 ( I I ' / «  Delia Dtffini7^‘$nt , d€Ìl**jficio , del finct ’ j€ della materia 4f^(i Bjsttorlee , [ ’’ PRim^ ckc io dia la diffinìzioni, dclla,Rc;^cifriea , fi dcc/a|)eife^ in fegqajjfì, nelle; Scuole douerfi «cr- ear Smprc il genere ppo’fìimò -,rei'- vltiraa differenza >■ e poi > diffinjr^ che, che fia. Mifpicgo coii’efct)àpio. Chivuolda-re ynadiffiniziond ade- guata , e compita dejl’vorao y dirà chte.lJvpmo èAoimaJ razipnale.Anh male fi eh iaaaa genere i raa^onalefi appella diterenza,la quale difiereii* 2Ìa;,lVorHo. da* Bruti;. Prefuppofto ciò Q diffinirà laRcccorica in tal ma. niera . La Rettorica è vn* Arte, ò fa- cultàd/ bcn parlare .. Arte farà il ge- mere de/lAM<?ttorica,.ncl quale con- uìene cpììa .]^*a J ect ica . > coli a Gra- ma§icai&c^Pi he parlare,(àrà la dif- ferenza » colla quale fidiucrfifica la Rettorica . L’Arte fi chiama quella che dà infegnamenti per for fenza^ B errore  x(5 U Felh «rOf®, errore quanto fi dee operare 1 Per efempjo.; CIÒ òhe regola J '^fedi* di ehi balia 9 ò le mani di cb/i Tuonai hà il nome di Arte ; ed è impoflìW- ie fallare le fi ofieruano le regole da quella prclcritte , Che fi troui quefl* Arte di ben parlare pruouaffi mani- fedamente , Peroch4»fe l’Arte fi dee dare qualora le ópcrazioriifi- tK>r» fon fare indiflperentementè bene; d> male:.' ne fégue per cOnfeguenta-^ aucrfi à porre vn Arte regolatrice!^ della noflra lingua § e de'noflri di- fcorfi >' pofioche tutti non abbiali^ quefta cccelkflza di benparlaY‘é,'rtc fien Tulliii ntDeteòfij^i , i qua- li xolia- potenza della lingua ma ^ neggiauanò àlor talènto le Città ,-c leProuinaic . L’vffició dèlia Ret- torica fi è il dir cofe atte à perfua- dcre; il fine è indurre gli vditorià qtì auto vuole . Se polli coìifiderala Materia: la Rettoriea non paleg- gia per vn /blo Teatro; inàtrapàfia le colonne d’Èrcole , c le Vic'del So- le , ed entra nc’confini di tutte 1^ Scienze . La Medicina non lì dilun- N= ‘ ^ ga  C^ero^laPyjPttor,f^'ene:(iana, 27' ga'dai corpo vmano ; Ja Matèmad-* ca dalia foa quantità: l’Aritmetica da'/uornumcrijinà la Rettbrica ra* gionadè'humeri,deJJaquantità,deI corpo Villano e di tutto ciò'che_j può'cadère in difcorfo : onde la ma» tcriavdi'efsa faranno tutte le coCc^, > come fé auefse il dominio e*l pof* lèfso dell’vniuérro',> '. JDelU Tè fi , e iellklpotep, _ • ATtcndcndoTOratoread vn'- Arce, che fporge la Jiinghez- za'delle fue braccia oltre i Mondi dh I • Fiiòfofo Ahafsarca immagina- ti, e gli fpazij figurati dalla'noRi'a mente fuori delia grandezza fmifu' ratade* Cieii, fi arrolìifce di com- parire fa aperto , c dinanzi alla:.. Gente pouero, e mendico aucn- dò il retaggio diAKalO rC’J’ patri- monfò di Crefo- palcfarfi* per vnii Irò ; fi vergogna die gli manchino^ prima le parole chc*i tempo j;c che le vele fpiegate. dell’eloquenza re- B 2 fliaa Digilized by Google ^8 llì^ elio <t Òro'f ftino fenza vento nel- mezzo del' corfo j, ferucfi.perciò' della Tefi,- quando teme che l?Ipotefi abbia—»» da cfser mancheuole di materia» La> Te/lcrcfce nella bocca del Dicito»-- ' re i Fattoli ,ed i fiumi d’oro delFe* Joquenza;. efà che la fonte nori-j* manchi.» nèii difecchi.- LaTefì» di-- feerre generalmente del genere >' 0: della vniuerfalità per coachitider nclia.fpeJsfè, c nel particolatrev Mi ‘ fpiego colFefempio.^Vorràperau-- uentnra moftl•arl’0^atDreche la^< feienza delle cofcnaturali fidebba* da tutti defiderare: e temendo di non efsereicarfo d’argomenti in tal: materia, lafceràJa rpczic>« fe n’an- drà al genere,- prouandoànvniuer- l'ale che ogni feienza èdéfiderabile;^ perchè Ja feienza perfeziona Ì-In^- telletco ,ammaeflra l*vomo>, c lo* follcLu dal volgo ignorante, « e lo' rende.fi m i ! c à.D io . . Confermata la» Tefi con ragioni , e. con’ autorità,, ; fi conferma necefsariaracnte Tipo- i t-efi ; chc la feienza delle cofe natu-^ i*\Ji abbia-dadefiderarfi.. Il checca. qjieftc» \ Digitized by Google Onero la ^etiorka Vene^^am . ip queflo entimema fi manifclta_» ! Ogni fcienza è difiderabile: dunque la /cicnra delle caie naturali fi dee dcfiderarc. Parimente cb-i dubitaf* ^ di non potere abbellire, ed infio ’ Tareàraflìcienza l’orazioncntlde' fcriucreilRc> eia Reina de* fiori, il Gìglio, e la Rofa: potrebbe loda- re il fiore che è genere della fpczie dc*fiori;efatto ciò rifult crebbe la-j lode ancora nel Giglio, e nella Ro- fa . Sì fa ripotefi quando dal gene- re ,.e dali'vniuerfale fi fccnde alla^ fpczic, ed al particolare ; come pa- Icfafi coll'efcmpio apportato, nel quale il dicitore dalla lode della*» (cienza>edel fiore gcncralmcHte, viene fpecificatamente airaggran- dimento della feienza delle cole na^ turali , e del Giglio , e della Rofa * Similmente fc volendo alcun pro- uare douerfi fuggir l'inuidia, non-» auefle abbondciiolematcriada co- feguir l’intento, potrebbe tronare argomenti , i quali inoltrino che_> ogni vizio è omicida dell'Anima ; perche ilabilito ciò ne feguc percÓ!^  so ìlVtU%^0f9y. fegu enza don er /i de tcftar 1*1 im idia, come pefte veleno ddl'Xnuidio- fo - Nienteditnenogaardiftcialcii- DO di non andar vagando qui , e là troppo iiberamen{|te colle Tefi la neceffità priiia di leggi non' violenta ) perchè acquifterebbe far- ina di leggiere >e dq'ngcgno molto limitato Icuandoli facilmente per l'ària i yolo Ccaza prcTcrinerfi- ter-r mine alcuno. ' . ^ . Pétrti della t^ittcnea. Cinque ^no le parti ^ e quaft le membra delie quali è cumpov £o il corpo ragguardcuolc della.^ Rettorica.La prima parte ii appcK la Inucnzionc ^ e confifte nel troua* mento di ragion i , e d*argomen ti òr v eri , ò probabi li co* qilali l'Orator pofla pcrAiadere . E quella Xnuen- ^ aione richiede maggior ingegno di * verun'altra parte , effendo il parto piamirabile ,,e piindifficile della., noUra < Digitized by Google h ^H»haf^ene:(iana. j t ^odra mente. I.a fccoada diedi Df- fpofjzionc >la quale difponc, ed or- dina lecofe troqate dall^Inuentore mettendole j^c*ioro luoghi^, e fenza» la difpQiì^ione noa fi rapprcrente- rebbe va MoadQ ben dipinto > mi Yndifordtinatifilmo Caos. Ed quefto di/ponimcnto ricercali noa tanto l’ingegnò quanto la prudenr- «a >eM giudizio di porre ordinata- mente ÌMoMà penfieri . ,Xa terza^» vjeu detta Looszionè^à cui s^ppar* tiene il rinuenir i’ornameatoi. delie parole latine, ò volgari, e non bar- bare> efitote , c non a/pre*vftrc, c; non tròppo antiche. DallaLocu- zione fiaccpneiano , fi rifondano i periodiacciòcchè fien volubili, li« fisi ^epiilui àguHadi $ferz.: Da)^ lafielfaLlocuziòneii abbcili&e il di-* fcorfi3 colle fentenze ,colk^ure,. e con tutte le gaJcpolfibiiiy come fé fiornafie, ed imperJafic vna Reina*. Si acquiiìa la fauella .ornata coliO' lludio de’buonì Autori>e colla con^ tinua faticai cui niente è malagc<% uole . La Memoria che è la quarta B. 4 parte Digitized by Google \ . « ^ X tt falsilo • parte è iiuefacutta in mancare à Bicntc ,ed in ritener fermamente-^ tiò che farà trauaco dal Dicitore; ed èdono principalràcntedcllaNa- tura , benché coJfaiu co dell'Arte-» ancora ll'poifa perfezionare^ ed ac- quiftare . L’vltima'fi è laPronun- ziazione ; e quella contiene I gcHi , l'alzamento , e fabbalfamento del- la voce> e tutti i conueneuoli moni- menti del corpo : fenza che Tora* zione pare tnezzo morta> anzi fei^ z'Aairna. '; De luoghi degfi Urgomuti; . . . - i i * , ». • ESfcndoli detto nel capo pr ecc^ dente , che nelfinuentare com^ parifee maggionnetc la Ibttigliez- za dell'ingegno , aifegneremo > ed inregneremonel capitolo prefenie ilufoghì , nc'quali rifiedono, cftan- zianogli argomenti. E prima di additarla ilrada^ che alla Reggia diqiielli d conduce > lì decfapcce tra- j  Ouer» la Retòrica P^ene^ìana. trouarii due forti di luoghi, Vna fi nomina degli argomenti intrinfi ' chi « perchè prendonii dalia iheffa^ cola di cui £ tratta. Per cagion d'e* fempio . Se tu diraidoiierfi fuggire ogni colpa perche dififormaPAni-' ma immagine delia Diuinità> farà argomento intrinfeco^efiendo pror prietà deUa colpa macchiar la bel* lezza delPAnima , L'altra dicefi de* gli argomenti eftriniechi,ò rimotf> perchè non fi cauarvo da ciò diche fi ragiona , mà d'altronde - Argo- mento eltrinfeco farebbe il dire >do- ucrfi fchiuarc ogni vizio perchè cofiordinano>ed infegnanoi fauij, cd i Santi Maefiri del Mondo^eficn* do tal ragione lontana dalla colpa^ c dal vizio . Sedici danze fi conta^ no donde pigliahfi gli argomenti intrinfcchi. Alcuni fi prendono dal- ia DifGnizione > dalla Numeria- zion delle parti^dalPEcimologia^ò Deriuazion delie parole , da* C on- iugati dal Genereidalk Spezie, dal- la Similitudine, dalla Drlfinaigliaii- ^ altri da* Contrari^ , dagli Ag- / B j giunti. Digitized by Coogle j4' li Keliò d*Or<fy ^uDti, dagli Antecedenti, da* Corf^ ftguenti, da’Ripugnanti, dalle Ca- gioni) dagli Effetti , dalla Goinpa'- razion dc’maggforì, ò minori, oue-- ro vguali y e di tutti ragioneremo infegnando prima il modo d^iargo- mcntar dà ciafcun luogo intr in/ìco^ ' cd eftrinfcco ^e dopo di amplifica-- rc.XjHi argomenti efirinfcclii pren*' dbnfi da fei luoghi fecondò il parer di Quintiliano r dal pregiudizio r dallafàma ,da*fcormenti , dalleta*-^ uolc delle leggi ,dal giuramento, c daMeftimoni; >chc fonoifcrarmo potentiifinae per difènder fé fteflb>^ cd oflfendcrrAuucrfario. . De//ir t • LA.diffiniztone è vii parlar che • palefa chiaramente l*efieredr che che fia. Verbigrazia. Animale* razionale farebbe la diffinizion del* l^Voraodiffinito . Cofi’ argomente-. uebbe TOratorc dà quello luogo. Quel Digilized by Google Ouero lor I{ettùrtc4 ì^ene^ana, ^ Quel Monarca è Tiranno che è in^ tc/b foJaniente alla propria vtilità r Caligola è tale ;:aduncjac è Tirà no.- In quello liUogirmo cpJJa diffini- iioiidel Tiranno lì‘ pruoua quanto- pretende di far veder l'Oratóre-» ; che è il dimoftrar Tiranno Caligo- la caligine di Roma fole, delle Cit- tà, e diuorator delle Ailianze d'vn mezzo Mondo colla rinifaratezza- della Tua gola Il modo di amplifi- car da quello luogo è Pinueftigar diuerfe diffinizioni non cofi rigo- rofe , € perfette come quelle vfate da'Filofofi , e poi accozzarle infie^ me,donde traggono il nome di con- globate, cioè adunate . Ecco l’e- fempio neli’amplificazion di Vene- zia , di cui attellò ad vn Pontefice- Maffimo vn gran Letterato , cifcrc vn'impolTibiie , fc confiderauafi là grande2za,e la magnificenza della Città , pollo nelJ*impoffibilc , cioè su l’acquc, le quali con ragione in- fuitano alla Terra che non hà fimi^ li marauigJie nel fuo feno. Che altro è Venezia fé non vrL^ B (5 mi’- Digitized by Googic ^6' U Patito ^ Oro, ^ miracoladella Natura» e délI’Ar^ te , anzi fola mente dclPArte? vni^ Ciel terrcftre,vn pkcol Mondo <lo- ùc fono rtft rette le bellezze pm ra- ire , le più pregiate ricchezze , leu marauiglk più marauigliofe? Que- fta Città è il cuore della maeftà , c del v^alor latino: la Reggia eletta daÌlaVirtù ,c dalla Partuìia: il Ri- • fttgiodella Pietà, e della 'Rcligio*- né sbandeggiare dalla fierezza de" Barbari , perfeguitate dall’Impie- tà , efiliatc dairidalatria . Quella è srn* Antiraaro centra Pinonda- zion di Marte , quando con- vn* di- luu io d'arnie turchefche Tokffe ri^ I coprir Pitalia . E il Cielo fempre fcreno del Scrcniflimo DOGE fole I coronato da*Pianeti , c dalle Stei le di prima grandezza, da' Padri, e da^ Senatori chiarùfimi. E la Reggia della Libertà difefada va Lione-» alato, che vola per la terra, e per Pacqua,c da* Cittadini ebe hanno fortezza di Leone nell'afirontarc i pericoli , e villa piu acuta dell A- qaile neU'antiucdcrli . E Venezia vna Digitized by Google Otmo U ^eftorica f^eneT^iani, fy rnaCibcle , la quale con .fecondità non mafd menata Aerile hè parto- riti i e partorifee non cento , mà in- niiraerabiJi £roi^ epiù di quelli che ammirò la cieca Gentilità ria quale trauide quando affermò di rauui^ farli fràleftellc nel cielo . E vn_» Teatro douc combatte innocente- mente Pallade colle. Grazie r la^ fc lenza colla Cortelìa; doue feor- gonfi le felue fubitatnente trasfor- mate in fuperbifiìinenaui > edin^ galeazze torreggìanti i effendo la^ Città Maefira ingegnofa di limili trasformazioni non amnurate da- gli àbitaDti , perche vfìà vederle^ continuamente nell* A rfeoale . ba- llante à fabbricare >ed à riceuer piu nauirchenon furon quelle della^ Grecia fpinte contro a* Troiani ^ .c di Serfe r d'Antonio, c d'Augufto a’ qualifhanguflol'Oceano. . In quella lode fono Hate pofie^ ▼arie diffinfzioni adunate : Mira- colo della Natura» e dell'Arte, Cie- lo terrdlrc, piccol Mondo &c per lodare vnaCittàdicuipiù pregiali Nettu- Digitized by Google n reUo Nettuno , che di tutte le fiic perle nafeofte yperkiquaii fortemente-» tempeUano con^ tante battaglie le-' armate di Mane;. Il luogo dfcJle difònizioni dàima»- tcria infinita airOi-atore,potendofii ' accoglierc diffinizionidiuer/e prC' fe dalla numcrazion delie parti,, dalla fimilitudine , dalla difieren,* za >,daJle cagioni dagli cfletti , c dagli. altri luoghi accennaci. Chi dicefle : Roma cflere vn foie lumi- nofofimo , che prod igo d;ineftima> bill tefori> non imptònerifee giàm- mai>raridiffinizione tolta dalia*-., iimilkudine . Se dirà, che hà. fette' monti' per fette Rocche fbrtiflìnie ^ il Teucre per foira,iTCampidoglio- per rkouero , il famofifiìino fepoL- cro d*^vlriano per Mbngibellopie* no di fiamme rinchiufe nelle bom^ barde , farldiffinizione prelà dàlia' aumcrazion-déliè parti. E.fe affer-» mera efler quella che troncata pik. volte dalle fpade Cartaginefi , da* Goti da* Vandali ,.e dagli Vhni germogliiò.ccuxpiù teftctcdópo lc ftragi: Digitized by Google (5uerùlkl{ettorica P'ereT^iana, rtragi prcflb al Ticino , al Traiirac^ no , c<l à Canne fife fentfr con' mag- gior fremito , farà rn*elogfo dagli ertetti yCi che dalla fola diffinizione come da vna miniera copiofiiflima fi poflbno trarre tcfdri da render do- uìziofo- qualunque difeorfo . }  : DcllaVumerAV^on delle partii PEr leruirfi- bene dalia didribu- zion delle parti fi me/liere di annouerar le parti delle cofe tanto' iielPàmpli^cazione , quanto nell- argomentazione . Sotto nome di parti s'intcndorjonon folamcntele’ parti integrali', verbigrazia nci- l'voino , il capo , gli occh i, le brac- cia , il petto &c. in vn palagio ; il tetto ,de volte , le finellre, gli vici ; mà le parti elfenziaii ancora, come la materia ,e la forma ncTuggetti comporti ;€ oltre à ciò le doti , e le grazie <^peziali ottenute da- Dio, c dalla Natura vertendo quelle come tante Digitìzed by Googic 4<> // fatilo d'Oro^ Unte parti > Je quali adornano TeL> foftanze j c le cofe fatte. E però» ancor gli Angeli fi poflbno lodare dall'agilità^ dalla fottigliczza^dal- rintendimento , dal la forza , dall* bellezza > c Iddio fu danza incorpo- rea > cd infinita dallafiipieDza,daJ- la bontà , dall’onnipotenza , e da , ciòcie èproprio di quella efienza Diuina ^ c indiuifibiie , e prima ca^ gionc d*ogni elTere» .Sc l’Oratoro vole/feprouareargomcntando^che Eranccleo è ottimo Capitano, po- trebbe formare vna Idea di;vnCon* doteiere d’efcrcitir edipoimoftrar Francefeo fitaiie all’ercmplare for- mato. Il buon Capitano dee efler fortunato nell’iinprefc , forte nelle zuffe , perlpicace nel preuedere f pericali,gmfio nel premiale &c,- in Francefeo tutto ciò rkrouafi ; adunque egli è ottimo Capitano* Neiramplificazion dalie parti dob- biam contar le parti componenti vn tuttq.^^ A c.igion d'efcinpiojnel- la deferizi on di Venezia ( fé pur fi può dcfcrùicre l'Idea della Beltà) fi > dou-. Digitized by Google Onero la ^ettoricaP^ehi^iafta, 41 dourchbc ridirc'iJ mare della ''gente ondeggian te ne Ile pubi ic he lìrade il dallo , e rifladb del Popolo , Ja magnificenza, e vaghezza de* pa- lagi non inferiori alla Reggia del Sole > il quale darebbe volentieri Ja fua reale abitazione per auer gl*im - pareggiabilicdifiziidi Venezia, la Piazza di S. Marco fi mirabilepei- le fabbriche fiupendilfiiiie che la^ coronano , e fi fmifiirata neiraiii' piezza,chegliocchi fiftancano in vagheggiando l'architettura più che da Dedalo, Sci piedi nel paf- feggiare vno /pazio qua fi troppo grande ad vn Mondo fe quiui fi ra- gunafie , Ja bellezza de*Tcmpi; , i quali raflerabrano faflbfi Olimpi , le ftradc'ondofc fatte da Nettuno per nauigare a diportola fua Città> la moltitudine fenza numero di ti Rè quanti fono i Caualieri , ed i Senatori ballante cialcuno à gouer- nar più Mondi, il gran numero del- le botteghe, doue fi contiene l'O- landa , il Perii , l'India , e laSabea» E co fi andrai difcorrcndo per Pai- tre Digiiized by Google 41 iirt»0é:oyo y . . tre parti che ùumo va compoda df miracoli . Eccoti vna inunagiae di vna Città diftrutta ombreggiata^. , dalla nerezza dcll'incbioftro ^ A pena SII iameaza notte entrò nella Città iefercitò barbaro,ò'per dir meglio il fnrorcxoa ’ tutte le fn* rie > che incontanente la Cittè cre- feinta in molti fccoli rcftò in punto dirplata^ ed annichilata. La Tua Reggia principale è cintada^ coronala minofa di fiamme non già per hre apparhr là pompa , e k maefià-dl ^eHa ,mà per moftrar la pira preparata a* Ciittadini . Si lerifccna co* bronzi degli arieti le mur a, jie qiiaiipeafauaiio di firoiir teggkrc >e di refifiere alla violen- za > ed alla forza dei te^a» e di ilar forti cotro alEetèrnità^ SI rom- pono k /lame ancor viuentLfe ere» di agli occhi , acquifiate dagiiEroi col troncamento delle membjm nel- le battaglie . Abbattuta >e disfatta Reggia fi ricca coll*inccdimento di- fpo^lk innumerabiJi tolte da’Cit- tadini à mìMeiciiierc rpogliàte>.voj> Digitized by Google la in vn tratto a*ùcsrJTcmpi>ia fie- rezza portata dalle penne dello fdegno , e del furore ; e q^iui fi at- terrano gii altari^ fi lacerano Pim- maginide*Sanw,fcroftanfii marmi ^'pauimenti biancJieggianti con' inutdiaefeiiavia lattea ^ ammaflafi* l'oro , € l'argento 1 iquefatiojimpp- nerendo egli vortvini,^ cd'i Saqti' / Cqi^umatek Chiefii fi venerabili / e Ipiranti ancor dalle mine terre- re yG maeftà ^commc^allO‘i Sarban ad inc'oMelir control i pàiig^ld? no ■ bili yc le cafe de* pkbci colte fìàin^ tne,c col ferro, cofltra'l latte de* ianciulii , e’J ùLagne delle matrone, e dcHc trqrgini> c partite fra loro le contrade >^|Mggjano ehi pih prc- ftamentcooU* fpada ,ccolfixocolc diftrugga,. «?cJm abbia pih aflSIèto l’acciaio , c pih forfora la fidfontìtV Ardono' molte famiglie nelle lor cafe f & hanno la totaba , é laplra douegià cbberola cnlla^hre vfc^ tc colla cenere nel capo , è doUe la* ' gr ime negli occhi ad ammanfer la ferocia >iono raifèrabilmente fean"*; nate Hi-, ‘ . i by GtiOgle *44 llTettéd'Oro^ . fiate perchè auellero pennato dì trouar Ja pietà ne’Barbari differen^ ziati dalle tigri folamente nciraP* petto» AJenne donne t e fucinili auendo patito ogni oltraggio, fod- disfanno all'appetito del ferrabra- mofo di fangue fi puro . In fomma è intanto guafta c diflformata la Città, che non reilando falfi da in- tagliami la memoria, fi pudferiuer fol nelle ceneri» Qiu fu» . itelPgtinfkgia^» PVòdsr larga campa ^argo^ mentare ,ed ali’ampliar l*£ti* mologia 9 ouer interpretazion del» le parole» Confifie ^cfto luogo ncU’kiueftigar donde tragga l'ori- gine il vocabolo. Ptr efempio » Vorrai prouar non efler racriteuo* le del nome di Rè chi hà la corona nel capo», e loicettro -nelle mani i e per £àr ciò> iniicftighcrai da qual fonte origini il nome di Rè.. Non d'ai- Digitized by Googl Oum la ^ eU. d’altronde fi deriua qiieftovocaboio iì adorato di Rè fé non dal r%ginié- to de'fuggcni y e delle proprie paf- /ìoni ,€ dai nonefler Rgnoreggiato dal renfoiadunque non è Rè chi non regge nè i fuddhi , nè i fuoi affetti ,, L’interpretaméto del nome porge- Irebbe abbondcuol materia alle lodi; di Roma ,che procededalla parola greca l{omf che Tuona robuflezza y e fortezza.. L’emula del Ciclo' meritaua ih nome gloriofo di Roma, che vale^ apprefso i Greci gagiiardia,c vigo- re.Equal vaiétia maggiore che fo« flentar con gli omeri Tuoi Tette mó-- ti,i quali TeruifTero di Teak per pog- giare airEmpirco? Qual valore reV fi fiere a 11’ Affrica col far fronte ad' Annibaie Marte di CartagineProm-- per IcTcttccorna del Nilo coll’ab- battimento diCleopatra? deprimer l’alterigia dell’Eufrate coll’abbaT- Tamento de’ Parti ? auer le tre parti del Mondo oonofeiuto congiurate a’ danni del Campidoglioje niente^ meno Grondare à- quelle- gli allorii dèli  llydlin^OWi- del capo , cfpez^ar Tarmi delle de- lire furibonde?- Qual valore palesò- quàdo Aiperando lEartaginc (limata^ . inuincibile domò tutti i Leoni del- TAffricai^cioè gli Annibali , gli A- milcari, e gli Afdrubali? Roma per cagìon della Tua forza fu {celta dal' la Diuina prottidènza iioilenereia^ terra la macchina del Cielo: Lafeiando la più vera Etimolo-^ g ia d i Vcne2Ìà,detta,comeivoglio-' no Seruio >.ed altri quali £nezia« per cagjon dc’Popolr Ebeti fi lo- derà ,dcriuandòla dal venulto del- le grazie,e vaghezzeaccennate dal" nome >ò fi confideri la bellezzadel? fangue, del fito vdcgli edifici ji.dèllc' pompe , &c. ouero potremmo in- nalzarla coaderiuare il vocabolo fecondo il Sanfouino ,da veìii etiam qua fi ia Cittàinuiti > ed alletti i fo- rellieri à contemplarla di nuouov Riduconfi à quello luogo Tèqui-' vocazioni lignificanti colediucrfe Di tal forte è quel celebre diflico' fatto contra Nerone moftro di fcr-,- ro abitante in vn palagio > à cui la quan- Digitized by Google Ouerola^ettorica Vtnc7;jìMa, 47 quantità deU’oro maggior delle pietre dalle quali fh in parte com- porto/diede J*appélla2ÌQn di Cafa d*oro ' ' ■ ilmsneget^neanatfmde flirpe Keri- nem? ' SHflulU hìc 7iiatrem,fuflMlì( iUeVattem, L*equiuoco rtà in quella parola [uflulit , che rtgnirtca' vccidere , e portare ;’crtendò'rtato Nerone vc- ciditor delia Madre , degna forledi morte , perche partorì Dragoni , Sfingi , Chimere , &■ Idre , c tutte le fiere più mortruofe deii'Affrica , c dcli’inferaonei mandare alia luce vji parto fi nero > c dirtbrme per la bruicczza del V12ÌO. Simile fièle- quiuocamento d’Augurto allorché di ile dì non sò chi il quale rompeua coll’aratro il fepolcro di Tuo Padre. Tiks ille > eximtèentm Vatrem cólti; feberzando col verbo coliti che vale riuerire,coltiiiare, ed arare. Le pa- role parimente didotte , e deriuatc da vocaboli appartengono al capi- tolo prcfentc, come farebbe ^mor canato da l^orna , .ddulator > da Lau- ti Ator , Digitized by Google 4» . llreUo iTOw, dator, c tutti gli anagrammi, Final- racnte il moftrarc alcuno fimUe , ò^ dtólmilc ad altri dello fteflo nome , • prendendo dà ciò occafionc di loda*t. re, òbiafimarcc proprio di quefto', luogo. Perefempio: Chi fi chia- maife Coflancino potrebbeii lodare col ùr veder laPcrfona lodata fi- milc al Sole degl*Iraperadori: ò bia*:' funarla col moftrarla , molto difll- miJc , fmcntcndo il nome importo-, le, il quale collo fplcndore faccia comparir più chiaraiaente la notte . del vizio . De'Cùrtgiogath . . CHiaraanfi Congiogaci' quelle parole ,.leqiiali òfeaturifeo- no ^ vn fonte.fteilb , ò non hanno ipòita diucrficà , , come .fono Jt*^s , lufiitiéi t forti ff fortitcr , foriit^Or la* uiezza ,fauiamciite , grandc,graTi- dezza , reggere , Rè , Venezia, Ve- neziano, c limili. AppeJlanli Con- Digitìzed by Google Ouerolaf^tf^dyené^ 4P giogac)>perc1ic ifon Cotto molto dU fìadfi Giilla^miiittidine del nome>e fon qaafi pofti fottt^ló fteflb giogo. Ecco l^rgòmcrito. La prudenza fi hà in grànpregiò'dallc'Gittà ; dun- que l'vomo prudente molto fi ap- prezza. Il Regno è foggetto a* cafi fortunofì : adunque i Rèfotìo fot- ^ topófti aUc fortune tcmpeftofe^ , Eccò' l*efempfo nell'aaiplificaziq- ne deJl*antica Roma da^congiogati. L’antica Ronià tantoiii ragguar- deuole nell’ampiezza delle fabGri- che , nelle pompe degli rpcttacolf ,c del le pubbliche fefte, nelle douizie, e nel valor de’Gittadini, che lodan- doli alcuna cofa , diciamo'auer d-el Romano, Se mira fi rn pompofo palagiochc abbiala cima nel Cie- lo, c le fondimelita ncll’lnfemo , ampio nel giro i forte^ e maificcio «nelle-mura , einruperabiie agli Vrci degli^rictifdel’témpo ? fpleridido nel luft'fodc^ marmi pareggiati , c ripùlifidali’ArihicèttUra, e dalla^ •leggiadria^ ftibita ménte fi efcJama : . qiiclV*édificio tapprefénta le mac- tii* ^ G chine ^hiiK Romai^ .v^Se irCirta^i >jSiii modrft nelle pm«aei^:€iiìé'J>c4tri4i abiti< 4i6aiM*oi?a fcmptÀMi Ài giwmet e ^9ue oi^eggfi^' ii Tago» il PattQÌtì4)eJ*£ filtra ; Tc fpfegano iiuree>eiiujou€lfeggeL<li in- jucoute da Misem%^ dal 'Caprtc- <io: gridali tali appunfioiCiTere :fta- te f u^Je degli ant^Jbl Romani^^el rieeiii^eato de^ pr oftf i; , c dè'iofc- Rieri Monarclii . '6evi%aui; mani- fcflaflli pcff vomiai non ordinari; oo'Joro tonfigli nel Campo , e nelle ^al<^ j ^>appiia«dc à>qttelli;€raJcan^ d^ i xetme Maefir i> 4i An ime gr a o - 4i^ualia'Sef)atori dt^oma>^aLr ' Àii ime :Ro mane* r< : .. . > ;:t,Epjcr4ionaihiogarmi da.ycncr a:ia Ci età fingi! la re ,-eche Jià ogni cofa fiflguJariffima:<}utìfla s’innal- zerebbe da quello luogo così. ... Cbi ynpie aggr and ire voaC i ttà^ e ceiebrarJa .pfir:dou[ìaiofe<^i per fa- uia» perndbile > pctiinagnéfioìi per ,a,ni Rate dclJUiÌferii>diceiiQb ricchezze di' Venezia, , rì^ qhaleL-» coadeae. tncce le miniere:! la pru- denza / Digitized by Google ^MYù la Heti&rica Venetiana t <lcnza dei icuzto Veneziano com- podo di prudenti tliini Senatori/ln* teJl igenze Tu (Ìì cianci al. volgime nco di piii Mondi: Ja nobiltà Veneziana ricercata, & anibjca 4al iore , e dal fregio deli’Eur^a, da^PrÌHCÌpi;Chc fono i piitnogeniti.deJia maeilà : là fp cz i o fi tà delle * Re ggic V enea iane da cui rArehiceteura, e la Magnifi- cenza prefero il modello : l’amore di Ven<?zia verfo la. libertà mante- nuta per tantifccoli.col lenno ., c colla mano armata ^ ^<^uando xjuafi tutta l’Europa era incatenata fra^ ceppi de’Barbari, che liberi ,e len- za ritegno accompagnati dali' In- ,ferno feorreuano la miglior parte ideila Terra ^ e’i Paradilo di gue- ^flo— >.« Riadopera talora guefioduogo , quando fi fa largura nomata da_t Retori Iperbole, che vale cccefib neli’ingrandire , ò*nello feemaro . Di tal fatta è quel verfo di Marzia- le contra Zoilo folamentc à fc fiefip eguale nel vizio. tion vUioftiS hmo ts ZoilCffed^itìumt C % e quel ji ^ il Velhi^oW c tjucrdctto'di Tullio'ftelle Ver- rine t méì àón vtiHS h$mo impro^ bus ifpprimendus fii t ied omnìnè om~ ms mprohitas': ' Ói firn il foggia fono <que*mòdi f ìJonèbcllo> naà lafte{- ' fa beltà: non è fiero >màla ftefla-^ fierezza ♦ Là'figdra àncora detta Paronomafià V ò' Annominaziorte feruefi de* Còngiogati y facendo da Cétlum cd4tHittj da morum immrnlu tatem , aggiùgrjiendo , togliendo , c mutando , coiii*è fama , e fiamma , idea /e Dea , amare,e mare,ficlJa, e (lilla, ridere J e ridire, Marte , c i morte ,e fimiglianti' fcherzi' detti bifiicci. Di ciò abbiamo gli efempij àpprelTo i Jliatini,ed ltaliani. Mar» ziale nel fecondo libro de* Tuoi ar- guti epigrammi dille ; -rt morte fugeret Je tannius ipfe peremi t» Die rogo, num furor efi ne morUre mori ? ’E quel Poeta Tofcano: jtUor che dier dalle feamate gole ‘ Sangue in vece di voc^ /r dipàrolè , • *E'colui‘: Marta che merla mirto 4 morte m*vrta* Ì,a' figura Traduzione , ò-Re^ -* oli- A Digitized by Google OuetoUK^etmieAf^enc^imu, 5^ piicaziòne della Ite Afa «parola , ^6 mutando il cafo,ouero il fenfo> mi- lita fotto i Coagiogati - Ne lia per cfempio sud detto di €iccrone.^irf whil habet in vita iucundtm viPat^is cuf» virtHte vit am tiMpoteii colere di*» uerfificano i Congiogaci daJl*inter» pretàmento dei vocabolo in ciò : che rEtimologia dacci materia da ragionare coli’inqnifizion dell^ parola ; ed i CoUgiogad.colyarià- mento del vocabolo >ora nel verbo> ora nel nome,or neirauuerbio cam^ biando fembianza à guifa de* Corti- giani Protei Camaleonti delle.*. Corti femprc differenti ^ e ferapfe IL Genere confiderà Co filo/bfìca»* mcnteè quello che comprende^ fotto dife la fpezie, e fi dice , ouero fi predica effenzialmentc delie coft come pane fuilanziale > raàefami.r . •I . Cenere^ G 1 nata llydlùiOtOt f^co rettorìcainence 9 e non recoa-' do Je leggi reueriHime della Filofo* fia i è eliche hà lótcòpòfta la ipe-* 2^: verbigrazia. Animale ègene-; ré, predicatonella^ropofizione^ déiiaTpezie^dicénaoii. LVomo animale :<3ittà è genere perché di« eiamo di Ròma ^ e di Venezia v Ro- ' ma >c Vèneziafron Città r' fiore è gémere perche abbraccia le Rofe^lc Violei i Gigli > ed i Gfacrnti ; Gem- ma è genere còmuìie al diamante f allò ' fmeraidò s ' ab topazio &c« L'Oratore coli argomenterebbe^» .Non è virth: dunque non è nè pru« denza>nègiufiizia>nè temperanza# nè fortézza dtc.cónténute nel gene* redellà virch Néiraraplificazio- nc fi bà dai cercare il . genere di che • che fia /ridondando la lodéjò'l vita- pcriqdelgenerenellà rpezie. £ co- sì chi volelfc oniàr co*fiori delTelo- quenza la Réina piu adorna de’ fio- ri, e la Diana delle fiélle fiorite > odorofe del Cielo de’prati;cd eleuar là maefià del giglio fole biancheg- giante ,e fermo del Popolo di Flo^ ra, • Ofkero la I(èt^ricit Fen i'Ty àggrandfrà ihgcnere labclJe^- za de'tìòri^ ChidìfiafTe df trafigge- rccolla punta dello ftilc y, c dclla_^ lingua yn Tiranno particolare /la=- Ctr^rà gémerai mente il Tiranno fa^ ria ac*Rrgrir,e Cariddi dcll'aiter dc^ P'òpoffi Vcggiamo'l'àmplificazion diai genere - ne Ha lode di Venezia-i che^utio contiene . Ogni Città, marita particolare ofiare'i-bènchè altro' pregio noa^ àuèfiTe che PéfférCittàiJhnpercioc-» ' clì^ alle Gittàricorreft, dàlie Terre circdnnicfne quando il firòno delle trómbe ^ e de^ tamburi nemici di- nun^ia il disfacimentó alle ville', il guèlfe alle campagncVil rufe^men- tó alle gregge } ed àgi i - armenti , la mortè à'coltiuàtorrdc^ampr. Que- lle fònoi gli argini alzati cónira.» gli irhpctuofi torrenti di Marte , c drBellonà ^ ed il ricoucro della Ce- te sbigottita dàl rembiantc'del Ter- rore, dal ceffo della Morte", da* ful- mini delle Tpàde', dall*mgordigia della' crudeltà famelica ^ che cerca disfamarli coi corpi vccifi , c dalla* C 4 ' fete . ..'U ytUO \ . fece dèlia fteiTa bramofa non dì vii ^ ^ * i • nume >fnàdWn'0-ccano dilah'guc , L’Airembkenclie quali fi ftatuifce di fp/gnere le arante nel inave. „al- lÒr che i Corfari Arpie màrine Pin4 fèftano, e di mandar gli cTcrciti 4 raffrenare" il furore featénatp , fparger fangue per fai; ricolta Ài piu palme che pompeggino nelÌ*lV dumea, nelle Città iì,:ragunano. (facile pubblicalo leggi , c iiampar hb edittali qualifbnfremVecatcnc fen^a ferro; per mancamento.dièui partiVebbe la pace , ràmpre , Jaj li* berta I eUfecol doro >.c^vcrrebbonq in lor vece la difebrdia f« da Icruitii, e TEtà dèi ferro. Qui fì ùa* noiconfueti mercati , ne; Vu4y ,i| yedecó vnofgqardo’quaiitQ ha Ce- rere ne' piani, .Po ne’campi , Bacco nelle colline rBlora ne^praii, ^ .Commendate le Città dal generi rifui ta la' glòria nella fpezie^e ncir- Indìuiduodi Venezia verameiue-# vnica, e /ìnguìare com*è il Jolp^fra* Pianeti , e la Fenice fra gli 'v^celli'. Abbia peròrigiurdo rOratpre di non OMro h B^ettoricii P^enèT^ana . 5 'f nondi/lender/I foperchienolmeiTté col genere j Cagionajidofi dal trop- po delle viuande aneora.pm fapori- i€ ,;c" migli oj*i la naufea olcrecfaej:> non fi palefa il Dicitore copiofo co- me la terra ,.che èabbondeuoJe noli folamente d^oro , mè di argento , c di varietà ,di- genime Juminofe* fi- gliuole del Sole partorite nel {cen- tro della notte , e vicino airinfer- - no,doue giugne animofaracnte TA- uarizia ^ capo’ Dc///i. spezia; SE chiedèrafli al Peripato-, cd al Liceo qual cofa fia fp'ezie > ri* Iponderanno-efler auclloi che pre- dicafidi che che fia difièrente di nu- mero y cioè- non diuerro eflcnzial- nicnteìòfoftanzialmcntc, Vomoè fpezìe : FrancefeojPaolojGiouan- jii fono grindiuidui di quella; dW ccndofi Francefeo è vomo: Paolo e vomo' ^ La Rettorica però yfata. C J 5^^ tómprc alle delrzic? c tnorbrdei^^' fiori non hà'tantst ed afprezza , • ed aufieriià fonde fecondo i Reto»' ri ; lui iarid eh limerà Ili genere: Sa* » bihoj Perugino ,Sanefé , Roncano , ' j Veneziano farcbbèf^e’zié : Galea ' ' galeazza i gtmdola sfarebbe fpezic j com prefa da ogfir legno atto alla uauigazione ;-Or prOfeguiamo la' j tela ordita 'dal geftei'é' col l'aiutò ‘ della fpezie continiiando Teccel len . za di Venezia femprc Serenilfima nel chiaro della pace , e nel torbido tótà Merrav , /; •/ . ; ' ^ Venezia riuer ita dal marc_> ^ chè' leià ólTé^R> > c la còrteggia còlle acque > tanto eccede' le altre Cfttà quàntd il mare fdrmonta i fiumir^liVi iquali hanno per tri* butJfri; cctìtd'dumi ;‘c cento monti ncuofi : e quanto fcedri del Libano còlPeminenza loro fdpràuanzano il Vnlgò delle piante minori . Ve- nezia natà^ per fignoreggiàre , hd mianténuta la padrònanza piò di . mili^ahni >ed bà cóiiferiiata la Li* ' bèrtà^yeràràcote d*oro non tocca -' Digitized by Google onero ia^ettòrica Fene^ana •ma i dal ferro , e da'lcgami^de- Bar- bari / ed elfendoVVenezia nata t e crefciutà lib^ra^ fdiolta , e 1 ibera fi confeHierà infiiia- allò fcioglimen - tó della Natura, ed ài fcpolcro deli' Vhiucrfo f- Quella • Città>iltuata«, hcll'afeque non-arfe neil'àbbrucia- mento delle Prbuirfzie , ne pérdè la rerenitàVnel ftìmo dell'Europa iA- ccnerita v Qdà ricorfero còm'àPa-* tfia comune le Genti* deìritalia sbàndé’ggiate dagli Vhfii , e da’Goti, ppffeditod d'ògni luogp , votò d'a- bitatori i« ripieno di guerre , C' di miferie . ?Sotoc> l'ómbìf?a di ycnézià riporàronogli Akffandri,ed i Pon- tefici Soli del Vaticanerfuggendo la vainpadegf infocati Tiranni dall'i- ra i e dall'inferno V AfATenezia nel- la defortnicà deVègniguafti dall'ar- minon fii tolta la bcUezzà^ neH’oi- curità la’ chiarezza ^ nelle cadute la fertnez;^ , nell^àbbalTanaento l*al- tezzài, nell'infelicità la fortuna , nellàiiedlitàlavrrtb.di produrre i c multiplicare PèrfoRaggi efimij nella fortezza 1 Dclcónfigiio,e nel-; - c ^ U. I il u.Ct '0 la letteratura-., q cornjjadlfcra jtol‘ Campp > ònelje’Corti i' pfac^lciM- • femblee »< ò nelpAccadefhtCji'.^oè ne* Teatri di A4F;irt«'.i dk Miade togata ,• & armata,^, li dèiidefio 'di veder l^cneziadà^lcali a'iptedi^dè* Pòpoli >e*i voloalle xV«le;/pigifc;iÉ- dòle dal CicI natiio.al Croi' topirc’ Serenijlìmo delia-Reioadcli’Adnaf ' tipo .- ,, ^ , {,At:^n'p fpeztc potrà' fecondar J: ingegno a? Lodatori dé|ja rpezie’ ymam., fc porraiiàp^en.!d3eafe(.ar pregi; di T quella* •(> ]&c?iebè rranurio | quantunque ereataì^ T^ra>jitìidj } teri^.fbeanto appt^zjaato.dallaDf§ ainità> che 4ià^d^4riii^rèfca;tco del fsngb',^iimto{b^ gli argenti , C le gemmè Idóli ,d«l^ udo idolatra^. C;S^r dégl^ irò*» ' m ini diueniiti Tijrefie'^llo i^^iondo * rè di ei^ iperphè.fkanJilepofeagli 4^geli fuOaaae ÌncorruiiijbiÌJi>i ne fogg lacci j ti alia inortc vi quali npa ebbero' rattcnimeoto nel' ipfèèipi^ zio ne alzamento neliài caduta i perché* là Biuini cà v^lJlo?ànPQHì|^ , :ì rarfi-  ' f • . ^ J Óufroù^ncricaKefie^idm, rar/ì nel catalogo degli v.omini > ed aiilmantarfi di (poglie niorttliiperr chè- lo pofe ne - feggi célefti ;«* quali non' folle contento il .Gonfiftoro; e’I Senato del Cielo non. vedendoui l’.vomo AfielTore j'.c’ j'erafia'Diu ir n.o.fbire p onero fenza la..vUfà' dei noilio fango .. .' - fi ! • Della Sitnilitudmei ^ “ - > - - : ' i'* !». Li- . djnfegnar la raani«ra-j A d’argomentare, e diiefcm^ifica- rrpei* .via d i /imilitndinc èìVópo fa^ per ,dhe fì*poflbnogli Oggetti i co- iiifcere òi colla cognizioa iertipli: ce ,edaflfoluta , oiiero rirpettitia-j. Sénie/i della fempiicc cognizione l'Intelletto quando rimira Tempii- ccmente gli Oggetti non attcndenr do fé lecofe fieno fimili ,'òdi{fimiii ad altriOggCtti nella qualità ,e pro- prietà. Adoperali dallo- ftefio la»^ cognizionrifpcttiua , quando con- fidecati gli Oggetti rimira gli altri ^ * con- con’ofleruar fe^abtyiano zz 9 ò idiilsiàfg] ismz ifrà loro • ' Per . efempiOé') Si^uÒ£on^ì^ie^a^ IVomo aifbliitaizìeìate inr<^ftefib> con fide» * randofintend imeneo ^la.fòrtezza 4. il vizio i e ie altrc ^uaHtàdnteikci turali , emoraii rtton ba« dando alla OmilitudineràevhàcolU' ' Intelligenze perPiùtelligenzai eoa . * fenioniiper cagion del vizio ; c S v può contemplare oflcrUzndò la diP> iknilitudine^ò la fimilitudihe. do c^’IntellèttOradopéraii queiFd’' fecondp modo Ja:£militudine>Ài ^ dilEmilimdinei la quale confiftentl ^ nxoilifaid&nili ^ ò diÀFérentigdi ; g[étti^:M(ortre auucrtafi che la fimi** litùdincie difiimilitudine riguarda*' nqrgidfio^ gHnregnnaiemi de* mi* gliori Autori tu tte loCategorie : kr^ Ca tegoria della' V à;cu i ap* partèn^miio la bèi lezza, e la brut-^ rezza ^ia'tbiàttzza ye l’ofcufkàf il vifibile l^nuifibileyin delicatez* za> e l'àlpfezza del Tuono f kibaui^ tà:^ e la^fpiqceuokzza degli.odòri la: r* : i , Google Ouero la ^cttorìea Vene^óna, .àj ' Jà dolcezza y c J*a marezza dc’pipo- ri , il caldo , e’J freddo , la liceità , c J^vittid/tà; il biafimo, e*l vituperio,' la nobiltà,crig‘nobilitàdelIa’Àjrpe, la’ fa’nità , e l'infermità ; lo fpiàcen- tc , e'I diicttcuolei l'allegrezza ’> c làmalincbniaVl'odio » c Tamore^Ia IpeVanza', c la difperazioftc y- il ti- more , c Tardimentò , la fciénza V c rignìoranza', la giuftizia'^ c l'ifigiii-’ {ìizia , i vizi) ye le virtùì e le altre quà^lità proprie de» fenfi“,' ed atte- . nenti àll’Anima 5 ed al Corpo : la ' Categbria'della quantità ^del lito , * dell aMerc i c tutte le altre iriregna- te dallà FiJofolia.-Oirerui/i però che quàìEìdo lì pone nel difcòrfb pib, ò meno ; ò agguaglianza di gradi nélla qualità y' e ncil*àltrc Catego^ ' rie ; non è più limilitudinc ,ò dilfì^ miglfanza,màGbmparazione‘, di " cui è proprio auer rifpetto alla pa- rità ,'òdifpàrità.- Verbigrazia .Se io dirò che Venezia è più faggià-, deirantico Senato di Róma , e del- rAreopagòd’Atene reputati fcuo- ' k^di fapienza, farà Comparazione? ’ ^ ‘ A yHtù £Ot0'y > : - . o inà fe ià aftcrmcrò cifer fimiJcà <^èi modeili di prodènia' ^farà fimilitU'- dinc 'ji non a^nhanHo ; difaggua- gliaitì:* Vò'aggtiàgJ lamento v L’ar- gomento da Ulmtle farebbe taJe. Si come la moilczsia delia cera diucr- fameotefguran jCoiì^Ja tenerezca della Gkmeutb» arrendeuolc all- altruryolontà riceuendo facilmen* tele 6>rme del vizio , ò della virtù. Si come la for^ de* venti dllena^ maggiore alle fiamme ,.cofi ià vio- lenza dcdla.fòrtnna:. contraria dà polfol^agliacdo alia vir tfichiama« ta ragtóneuolmente ardente dalla poefia vmentre indir izza inuerfb il Cielofuot Centro c f«a Pàtria* Ecco vn faggio d i qu dìo luogo nel lodamento di Venezia i . . .Altro non trono degno d’cflerc aflimigliato à. V.ejiezià cfieilCielo» di.cui.può.iofiiperb^irft.la Natura .. Se quello còlla fccond itài delle ac-, que innaffiala Terra ,xlic poiiin-- porpora le ro/c , inargenta i gigli indorale vuc,fnial£.e'Jc campagne Venezia .coil’ybertà dd Lingue^ — IJ)adb Digitized by Googl ( 0«ero la ^ fparfo da’ flipi- Guerrièri nan f»l Jiberalmente , mà- con prodigali^ fecondò icinprc,»FiuiHÌ j^^fy^ari k , e CaippagnCipr'Qducitrici di più allori di pìd che «on-finfe Ja poefia iwJ iùQ'JParnafojè .trici di tutto -e^ciiue aòhifognana per l*Ìntrccciat^ù3»a delie eoroact da* 9Ìgnerc Libera ìionidi Città ^fSalit^ ri'di mura ,Corifcfiiadoridi rfigrrib - .Condottiw di o(er,<;in>dòisiCì tori, di fe ittoria più' cacai i\ peccilii' > piurat^ Se’l Qicio colla. bellez^i de* iupi piauetii> occhi volubili i. ed erranti di quel gran corpo trae ccn^ , to 5 C; mille, oqch i à contempla r lo»* .tTen ezià coll^ Aia' Yflgbe2«a dolce- Impat^ ìY ibjqa^ gl iiftr a nieri> ^ li.uato (àrebbeii* apa'tY ed^^ queft»i .Gittà., qyanto^aqa'ritTiÌFare il So •' ie ch-iaiu^O' da'iÉindarQ* <»lonna> d*oro ,Ja quale roAenta'rvniuerfo , e feruq di ^uida e agli animali ^ .*« agli vqmini . Se qucfto colla follcr citudinc , e cqiraccortezz:a di^vnL,* Argo cuAc^iTcedinottcfl-^ y caccia ,collà^coftùn«a' y ^infiniti V ed * accdf^ ■ guarda l’JtaJia Mondo di bellezze : daJJa Luna oitomarina',che. non_* . Contenta del Cidi della Tracia vor- rebbe iàir mofìra dhfe ftcffà nel no — Uro Giclò piu pura, r più fcrcno,ht ; infetto . dalla Jita pcftifef o di quel- limmondo > ed afFamatifiTlma Cer- bero non faaiodVn mezzo^Mondo » inghiottita , Se*r Cielo collinten- dinaentadeir Intelligenza èàggira- to confi bciròrdihes. Venezia, ed il , fu(H EJbrmaio^ fi^riimouV ordinata- mente^ còli'^uertenza^ di accorti •Regolatori ii quali han. mantenu- ta JaRèpubblfCa nel perturbamento • delle Monarchie diiòrdidate ; > quello hnalU^nte col rimbomba dé^ tuoni > e vColI'òrribiJità de* fui ^ mini atterrirceli ed àtterfa : ^quella Città CoVuggitidel fuoLèonc fò di- uentar p^riuti per cagion dello Tpauento i Nemici più arditiy c fa perdér le ale a’Barbàri piu veloci . Voi fcòrgete in queftò' alzamen- to di; Venezia dal Simile eflerfi 1*0- ratOf^fcruito della Categoria della 0'uerala Rett$rì€fyne^ana. 6f qualità *pcr qualificare vna Ciccè pcraeùuta à tal altcz«a>che l'occhio noii v'afriuà >c che farebbe cagioa di vertigine à chipofto hell^eima d i quella miraiTe le fóndaméntà $ e là bafe Ai la qualclU coJlocata.Ghe fc alla fecòiiditàybellezza , prùdèn- za>ed acconézzà s'aggiugnelTe' piii, eguale ^^^diccndo con piu beUezza , cori pari prudàiza , la fimìlitudine fi trastórmerebbc' ia Coriiparaz io- ne . Taluolta fenza^la xóatinua- zione d'àlcuhà fimilitudlne]^ niét- tonfi infieme piu fimilicudioi Ec- cone l’efcmpio « ' . , . Pompeo feiubrà vn Sole nel con- durre pel Mondo il gloriolb carro dclle'fue vittorie > e de Tuoi trio^ : vn fuljBiiùe helTincenen tanti ‘^àl- lori nelle fronti d'ihfifiitrM^nafchi creduti potere" eflef^illefi^dallc-;» fiamme Romane ; vuo Tcogiib nel rompimento d'inriumerabiii legni che córfeggiauaoo nel mare qm*» bratofialle velcdc Corfari Arpi^ dell'acque: vn Mòngjbello iicJrin- cendiraento delle Città > e dc^regnii cii> . nrtUùétOrOy^ ^ ' tìrcoodati da’^UH3Ì> e da'marir vn * Oceano nel l’ingoiar le ricchezzeu d’va Mondo» ponendole nel lèno d i Roma » acciocché la pouertà^ e la doufzia ddl’vniuer/b dependefse^ dallaCitrà di Marte : vaGioiie del Campidoglio Romano tonahte:^ colle macchittcgueciere » e fuimt* nan te col ferro , Che le alcuno volere allungar dalla lìmilitudàne la grandezza di Pompeo > potrebbe flenderii piu ' che non fé (piel Gigante Romano co? pafsf vittorioii • Riducooii à quello luogo la Pa« i‘ aboia-, l*il pok^o y < l'RTempio. L^Efempio è vn detto^ò i^tto vma^ no->doue appariice qualch’cfsere^ fi mik alla cofa di cui li tratta. La^ Pa rabola è vn fingimento fìtto dal^ i Oratore , ò da altri dirizzata al fi- ne preteib. Sia erempiodell’Bfem- pio J Orazio Coelite ruppe ^ il;poa^ te pcc :£irCiVn*'arginc ;ali'monda- zioneaiell'armìtoifcanef c*l Conte Nidolò di Sdriao disfece vn liin*- ghifsimo.pontc ,'donde i Turchi fi- Digitized by Google Ottórù U \etmìcdì^é1^tdrfà\ 6g gurauanfi di dare il pafsagsio al fu- rore Citante al 4Ci|net!e|^ ^ lu- cerna diuenne Sole di Sapienza ; sì che i fonnólenci ché han Tempre gli occhi chkh non vedranno giam- mai alcun faggio di SfajÀ efempio delia paraboia^e deiTApà- logo ciò che rtferiice 'AriiloeH^ JLa -Volpe non volle /cacciar. <Jàdei<L> mofché permonpronarne aJffépià noiofe , ed arrabbiate ^ ondcj,ferà bene Toppòrtac qualche Bìuaratb- re già pieno deiraucre/edcl fangnc de* fudditi, acciochc non venga vn Arpia più famelica;, e .vbi*ace , c .qualche Cerbero il quale roda in- -iin all*o/fa,con cui fQftengon/ilHò- poli digiuni, e Voti per la Sazie- tà, e pienezza dcli*Auarizia* Mo- ftro il piùpouero , e /brdido , an- corché fia pieno d’oro, mancando- gli egualmente ciò che hà ? e. ciò chcnonhài .v. Capo DUr‘ jù JktithdVi^o,  :t ideila > 9 Di§enn^* • * ,*1 L Piffimile 9 ouero Pliferente è nome gemrico che comprende i ^ , dió^ràtl > 1 ripugnanti contrari j i priuaoti^ ed i contra^ittorij. So , no difparati: amare, edormsre,leg- %ctc,t combattere; fono ripugnan- | ti ramare 9 e fui Maneggiare ; edere ramile , e difubbidire; fono contra- rii , amare , <5codiaix > perdonare , incrudelire; fono priuanti , ce- , chéaza di talpa, e aquilina ,veduu, Sordaggine , & ,vdica cpntraddi- ' centi d addimandano edere , x non edere", viaggiare , e non viaggia- re ; del che ragioneremo con bre* iiità nel capo feguentc. L'argomen- to dal di^mik il formerebbe cosi . ^ Se non dobbiamo edere auari di lo- de verfo vn guerriero prodigo del- la vita ; non perciò dobbiamo fem- prc unorafe v*i Campione non cu- rante delia fama, c del buon nome . Digitìzed by Google tiHcrola K<^ttciriic0^ìl^jp^’^anà‘'jx Uincemperanza :C<^i^inuitjplick^ dclk viuande jdd: vmoaggi^ua4^eorpQr,ìea ofifùfca i. cd accieca il 'dunqu.éla temperan^ay clafobrie- tà ^graua<| allcMcidfcc bra,_e rende l!LireTletto più Qctìtiu- todi Argo ye.pjua.cuiodéjJcAqui- ie. Orlodiamo^omaGriftiaiQa ,^ Tanta dàlia difi^iinilijudiuei(;l ì p i; ? i ; QuantkdiTsimilcfRoojài^tó ca^a dal vero Dio à'Rooia fiipfirfti- ziofa , ed empia profanata dalJeii Deità menzoniere. Roma profa- na , e gentiJecongui/fò J.a' fignoria dd Mondo eoJ :tcrror.deJie aririì portate dalle fu Jinina mici Ibgicmi $ Roma Tanta» c cattolica fecefS oapo cleli'Vniuerfo col timor delia rcli^ gione , eddla fede Tparfada vru drappello difarmato , c pacifico dVomini Apposolici . Roma gen. tile fpiegando l' Aquile nelle ban- diere di porpora , effigiate , adunai infinite nazioni fotto leale deìla> Regina de’volantkRomacriftiana mofirando la Croce inalberata-, vide y &'sibba(Fà*ta Italteaiia d<5^M<i>h5rch i ■ I^à pftoà’ ft uòbdikò ^ue^ggii& i Aioi £ra^ro«ot9ÌÌ^aKÌé»c<Stt(^ di Marte'; ia tóoàdiirdhi ulgàk f AìoC editci alTuo* jjo gracflfsitnÒJ dsclk trombe Appo- , A(^lche .l<a prima colia chiarezza' deJ|?éro > € dcli^-a^nto rendè ixWno£ila^ada'^per^tktear g^f vó* mini all'X^icienté dette Città 5 ' la ‘fe-* cofidaèdlia pouertà:&th‘tò la gente ài0rifto vero Sole di ^*u fti aia I Mò- flrò<jùetta le fiie-grandé^zc nel fab^ bricar Teatri , dotte 1* Armenia , la Libia> éMrcama^4fÌhdia ,e^ tutta 'Ìaffierczza>deil^Adrka mandàfono ' 'J'igri ^'ILiohi ,' edcifiléfdnt i ; ^ quefta m^irifcilò la tnagnifibènzànell* erger Tempij, c BafilicheaJIa pie- tàr^^d-alla religione nemiche della crudeltà , e che non vogHon tfgner raipmanio braiurhiràmò nd fan- ♦ 'I ' . * ’j» • ' • ■ » <,,i(^cfia^Dil^imrilrtudine darebbe ampia materiale volefte diitìblìliai’ la differenza di Roma , e di* Venè- zia'. Imperciocché Roma fb^fonh : . V data Digitized by Coogle X3uer9la^enmca Venè:^ana, 7| <latacon gli aufpici;,& augurij de- gli A uoltoi dar dueirateJJi a liat tat i da vna Lupa vn de* quali nìoftrò torto coftumiiiijjisni nell'vccifione dell’altro ; ed iifegnò a’ fuoi di- fcendcnti colia rapacità degl i ve- celli^e d*vna Lupa il predare il Mó* do : doue Venezia tìi accolta nel fe- no della pietà , e rtr infe colle fué-f fafee la religione JafciandoJa in re^ maggio a* porteri , chela conferua- rono incera , epura nell* Europa-i rotta dagli arieti delPIdola cria ; c macchiata dalle lordure della Ai- perrtizione ^ e colle mani ancor te- nere innalzò vn Tempio all’Appq- iioJo S.Giacopo • Roma fh ftabili- ta nella fermezzadella terra , ^ Venezia nella mobilità dcil'acque . Roma ebbe per forta il Teucre , c Venezia l’Adriatico. Roma fu gui- data dalJ’AquiJe i e Venezia volò sii le ali del Tuo Leone Signore della terra # e del mare « p C A- Digitized by Google 74 ItVtUe^Oro,  I V. ìk’ Cmtr»if t » * • Le fcaole rauuiTano fei forti d* oppofizione , ò per cagion di concranetà > ò di r ipugnanza > ò di priuazione^òdi Joacananza 9 òdi rifpetto , ò di. contraddir ione ^ c quefteoppofizioni formano i con- trari') , i ripugnanti , i priuanti , i difparati> i rifpetBÌui , ed i contrad- dicenti • I contrari; /bno quelli che arrolatì fotto l*infcgnc dVno fteflTo genere molto fi difcofiano , com’è bianco , e nero, che auendo il colo- re per genere nondimeno fono op- polli . Si chiamano ripugnanti quelli , che non contraria no di ric- taracntc ; come ramare , e’I dir ma- le . Si addimandano priuanti quelli che denotano la priuazion deiral- tro , còme fono luce , c tenebre : li- gnificandoli dalia luce la priuazion delle tenebre , e dalle tenebre la nc- gazìon del lume . X difparati fareb- bono Digitized by Google O^ero la^éttorkn Vine^ima, 75? bono dormire > c fludiare non con^ trarij immediatamente , e di mag** gior lontananza de* ripugnanti . I rifpetdui fono fi fattamente con- nefii , c congiunti fra loro, che non fi poffbno conofeere fenza gli altri co* qualifbno vni ci, Padre ,e figli- uolo , Padrone , c feruo diconfi rif- peteiui , perchè. non può eiTcre al- cuno Padre , e Padrone fenza figli- uoli , e fenza ferui , c niuno fi può interamente conofeere fenza l’al- tro i I contraddittori; negano l’af- fermato , ed affeonano ciò che fi niega , come farebbe; Pietro è fred- do : Pietro non è freddo . L’argo- mento da contrari; è quello . Non è corpo lcggiere,dunque è grauej da’ ripugnanti è quello . Pietro ama_j Francefeo , dunque non lo faetta colla malcdiccnza ; da* priuanti è tale . Non è viuo,dunque è morte ; Da’ difparati è di tal forte . Fran- cefeo dorme , dunque non va alla caccia 'y da*ril]5ettiui potrebbe efle- re. E Isolare , dunque hà Madiro ; da’ contraddittori; farebbe quello , JD ^ Pie- Digitized by Google 7<? Il Vello d'Oro , Pietro è ciotto , dudquc non è non dotto . Intorno a* contrari; auuer- tafiche dalla negazion d'vn’oppo- Ilo non ficgue Pafl^erma^ion dall’al- tro quando v*è mezzo intra Joro « verbigrazia , E faJfa la confegiicn- za in qucft’argonaento. Non è bian- co , dunque è nero , perchè frà’J bianco , c*l nero vi fono altri colori verde, giallo, azzurro , &c. Amoiirar la vita de' guerrieri, e de' gentiluomini di qualche Città farebbe à proposto il luogo de* contrari; , e degli altri limili . I cittadini della Città viuono pacificamente , ed oziofi ne'CieJi ' ftel lati decloro palagi , mentregii ! Eroi bellicofi fpinti dal fuoco mar- ' zialefi gettano dentro alle guerre orribili^ rompendo colla durezza de’ loro petti diamantini le. feJuc foltilfime, non che le fiepi dell'a/le: inquieti a guifa di generofi. deftrie- ri eccitatidal fuono delle trombe, c de' tamburi . A* foldati feruc di morbido letto la rigidezza degli ac ciai peranti,e degli arnefi militari; Digitized by Google Onero la ^ett&fkiVenetlma . 77 . e i tengati ripo(ano fri le d^licaccz- • ze delle piutne pifrkggiere del ven- to • I foldati trouanli fri le neui /quagliate dairardor de* ioracuori; c gli abitanti pacifici temperano' il verno* fudando preflb al fuoca , quando il gh laccio toglie la libertà ^fiumi più rayidi,e liberi ftrignen- doli con ceppi tenaci . Cecili col rclpirar nel puzzo dell’aria da* ca« daucri ammorbata mantengono io fpirito vital della Patria : quefti ai- traggono gli odori pìii grati della Sa bea fpogliata dc’ fuoi -profu mT ^ Quegli odono le= fir ida , cd i pianti ^ feliicrc nimicltc: diuoratC ' da ila rfame del ferrò : quefti veggono il filo r efentono le grida di giubilo tra le amiche conipagniè che £èm« prc fcftcggmno. ^eìlHbnofuof^ ^ ufcitiglorioll j e volontari importan- do fempre mai la Patria nel petto : queftiaoo abbandonano la Città ef* ièndo figliuoli troppo amanti della lor madre • Quelli (bno accecati > & aflbrdatidai poJuerio , e dallo ftfcpko del campo ; quefti godono T> 3 va Digitized by Google 7^ ' Il fucilo vn Ciclo quieto , c fercno che fcnza velo alcuno fcuopre il volto alle- gro > e ridente . Quellifinalmcote - cercano ,^e trouano la vita della fa- ma fra cadaueri ; e quelli vogliom^ morirefrà viui . . Con quelle contrarietà ritrae* - rebbefi al vino il.zclo,c la pietà del- * la Repubblica Veneziana', c l*im*- . pietà dell’Ottomanno , che feemo di ceruello hà per inlègna la^ Luna - fcema. . Sciolgoafida'p^tilc galee tm>- chelciie auide della ca trinità de’ C r illianiip^ton da V enezià i legni • ben corredaci yx perclià Ibno- fot* to*i comando di Capitaniallettatii j .*• ed allattati dalia libertà i ^ bramane^ - di vcdcrliberii regiiaci di Grillo é Oonfianli le veleOttomanne aliar deprel&one deUa.CrJRianità ^ vola- . no le naui,e le Cicladi della Sereni^ ■ -fimaRcpubblica all'efaltazionc del- .la Repubblica Cattolica . Sucntola , negli llcndardi della Tracia la Lu- na , che fignoreggiando la notte r gyuda vn Popolo cieco > & ottener braco Digitized by Googl Onero la I{ettoyica y‘e»e:^ana l. 7p brato da mille errori : muouefi nel* l*infegne Veneziane ij famofo Leo- ne, /rifilale collo /plendor dorato de* Tuoi crini , c colla luce della fpa- da fà la fcorta a^foldati , & alle ‘ compagnie cattoliche iiluftrate dal Sole del Vangelo. moHrato negli - flendardi Veneziani agii occhi- di tutt’il mondo , e difefo colia fpada vicina .. Si faplaufo dalle annate Ottomanne col tuono di cento bombarde all’infame Maometto a- dorato nella. Meca lignificante^ le laidezze df queir Animale impuri f- limo ; felleggiafi dagli AJiieui del* la Repubblica colio flrepito dc’mc- talli tonanti per onorar Grillo ,c la .Vergine difcnditrice d’vna^ Città conferuata vergine nella fua libertà non mai violata da^lcgami /eruilii 1 Turchi altro non vorrebbon ve- der che Mefchite , douecon facriJe- go culto S'irrita il Ciclo : ed i Vene- ziani fono intenti all'cdificamento de’ Tempii, ne* quali colie orazio- ni fi tolgon le ale a’fulmini del Gie- lo/dcgnato ,'c,s*impenna la Pietà. D che •- -.ijoglc- So . Il fucila f oro y che vola iin'aJrEinpireo;* Auuerta/i che TiiJiio. difcoflofìi tla’Pilofofi nella diffiflizione d*^ku* nicontrarij come notò Boezio nel comcnco fopra; la Topica di Gipe^ rone, non vcntilandoli’moltecpfe con tanta diligenza da- Rétori co* me dee fare il FiJofbfo , il quale al- lora s'ammette nel Tempio delJ'O* nore , e della Gloria quando catta in quello della verità c galleggia fopra tutti quando mnS)il& n«il profondodclicfcienze ^ : ìì. ìoq ^ ,v;x^;Vr^ De* ) i / » . » • . . t , *ni Ipugnantifotìoquelli clwiiòn Xv fono dirittamente auuerfi frà . loro , c tuttatija.noniI<;on£mfK)[nè pofsoflo /lare^iaiiemc.Per efempiò: amar e>6e odiare fon contrari j.-amiu r e , e non beneficare altrui fono r i- pugnanti nonaceordandofi l’amo» . re col non far beneficio . Di tal fat- ta è Targo mento^ daiqueito^ luogo *. Pietro lamico di Francefeo : que Digitized by Googl fiumk^ettùrhaFenetiam. qu'c non tende inedie aJJa vita , écf airiionordi queJk) .. Qiefti ripu- gnanti apprcfterebòonoic armi c io feudo per tJifender l^nnocenzai,» degli antichi Criftiani da* Gentili Galunniatorf,. * - E perchè ò Tiranni rinoua te uenzionidi Scini»diProcufte,diPe- riilo, di Diomede , di Mezenzio Dioniginomf reftatr neiJa memo- ria de*' pofkri per abbominarli ? perchè gli condannate alPInfèrno feppclicndoli viui nelJfc vifeerepiù cupe delle montagne coi desinarli àcauar metalli, fenza godere altro Jumefaluo qirclloche fcintilla dal- Targento, e dalforo ? Sono forfcL^ llurbatori della pace, e della- quiete de’Regni ?f mà quelli efortano i Pò- poli à non fott tarli, a’ lega mi delle leggi , àrimirar con occhi ritìeren- u la maeftide* Principi , rendfer tributo a* Cefari . Sono auidi del fangue quellichepKcrentanfiauan- ti i Tribunali pregando i Giudici à .fiìioglier le catene , ed à reftituirei-» ^cilaiibectà P quelli cheporgon , ‘ D 5 pie- Digitized by Google sìL- * . pittore ru'ppJichc acciochè *1*iraw non dià nelle mani de Carnefici i condannati ? quelli che colPargen;* to mendicato > c Tparfo à pienema- m perle corti , rompono il ferro’ de* prigionieri ? quelli che oflfefi di- uentano difenfori de* loro nimici ? ' Son forfè rubatori delPaiier altrui ? " perchè dunque odiar tanto' i nomi grandi, efpeaiofi de' Crefi , e de* ' Crain , e defiderar quelli degl*Iri , > edellapouertà? perchè chiuderle porte alle grandezze > alle pompe , - e.apririe alla mendicità ? ’ Voglio porre vn’altr^érempio • - nell* àggrandimento ' del G^nal grande da* ripugnanti i . Corre pel mezzo di Venezia vn ^ lunghiflimo , c /paziofiflimo Cana- le ^ che più toftó può chiamarfi vn^ maretje corre non fdlamente per portar.!’ Adriatico in tributo alia fila Réina, n>à per vagheggiare an- cora le glorie, e le bellezze, che in Venezia non fuggono come le:; acque, nè fono frali , e caduche , quantunque fieno fondate nel rc- , gao ' Dfgitized by Google Overd f^èneXiatmi gno della mobiJiti-, e di Nettuno ^ Chinauig^inqucftoCaflaJc li può . dir che.lia portai» in vn Mondo^ miouo , vedendaienapre noiiità di - j belleaze ripugnanti fri loro > mi concordinell*appagar l'occhio de' nauiganti > i q^ali non fanno ridire fé Ha pili bello ciò che lafciano > ò ideilo che trouano nell'andar pià^ innanzi .Se (ii girila viHa per l*ac-' qua ; tiii o£EeriH:ono Gondole infir nite , cioèLcamere mokllj>Te dai vn' occhiata alle fpònde vedi cafamen- ti reali aflbdati nel lubrico d’vn'e- lemento incoflante . 1 legni che vo* lano tIfcrmaoQ à contemplarli i palagi che ti fi prefentano fprona- no all'ands^ oltrn: . I pafiaggieri nobili chc- riiuigaho muouoho a^, fpiarne la chiarezza del fangue ; i riguardanti fermati ne* balconi de' palagi t'inuitano à .inuefiigarne la ftirpe. . Sotto di te rimiri criflalli chcondcggiano ; da/iatidcl. Cana- le ti dilettano i vetri trafparcntiiar* . tificiofa mente. commeifi; . IISoIcl^ addoppiato ,.e che. nelPacqua ri- D ò. flette Digitized by Googic ' 8if It elio d*UWr flette i Tuoi raggi , ricrea ; i marttit cglifpecchi lumino fi accecano gli- occhi col’ ripercotimento della lu-' ce . L’egualità deli-onde appianate • apporta diletto allo* fguat-do ^ gli fporti , ed i rifai ti delle pietre ^en^*' vfcir dal diritto ,»e dalla modanatu- ra dell’arte lo ftancano>tittto inten- to al veder l'artificioìdell’Architet^ tura.Finalmente il viaggiar fenza^^ mouimento>, auualora |l’àuuoiger- ficol penfieroin vnlaberinto d'og- getti ieoza poter difeernere à» quaF debbafila palma > opprime rvomó colio flu pore 9 e lo fà ondeggiare in - rn pelagadi dubbiezze . , ^ CAPO XVlv Digli E* Pìb' còpiòró della ftefla abbori-’' | danza il luogo degli Aggiunti, ! così chiamati perchè fono corf^ giunti colie -cofe-y nè di^ neCeffità- conchiudono come gli Antecedéfl- ti,e i Confeguenti , Hanno ancòra^a • il* Digitized by Google Óueto la ^ttèorica P^ene^ioHa, 8 f il nome di circo danze, quafi circuvi- fienf yr (ìiàtìo intorno agli oggetti . Per efempiò . Venezia Joderebbe/1 dagli Aggiu^tiUodandoJa dà' fon- datori miracolofi y che più poffenti diSerfe fecero’ non vn ponte , mi vna Città nel mare ; dalla religion 'modrata nelle culle , e nel nafci- mento ergendo vna Chiefa- in onor di'S.Giacomo con‘ idupor dell’ac- que, le quali vn'altra ne videro fab- bricàtà nel mare per gloria di San_^ Clemente r dalla Imighezza della Libertà , che fii come Vn’albero d'- oro non mai fchiantato dal ferro delle nazioni armate : da' Sereni flì- mi Dogi , i quali colla robuftezza degli omeri fenza Taiuto d’Ercoie_^ foftetinero la Patria nel cadimento deiralcre monarchie , e colla canu- tezza del fenno la liberarono dall'’ infidiedi più Sinoni; da* Capitani,' che fouentc fpennarono le ali alla fortuna fauoreuole de' Saracini' , e ruppero il carro delle vittorie all' infolcnza della crudeltà fortunata : daUettcrati che impallidendo su lo- ca Digitized by Google ss . UKeitoà*ùfO f -ue acconciane le vele , ic cammina- te, e corr idori Junghilfimi doue la- uoranii farce , e canapi ^ che per lunghezza rapprefentanorinfinito^ negato da moiti FiJofofi , le piazze i^rghifljme raà coperte , in cui fab- bricafi ogni forte di, legni cen tal prefte^a ,.c faciliti, chele aJtroac I nauilij da combattere fi fanno da- gli Artefici ,, par elle nafeano nell’ Arfcnal di Venezia ben corredati i canali comodi fiimi pipr varar le , Galee , e ie^Galeazze, iniacchinc olr tre:mpdafmifurateje pur con granr de ageuolej^a.tirate in acqua ,.tanr coche fiupirebbe Archimede fecib- vedeficoc il qpale^ van^auafi di poter muouere a ed aggirare iJfVafiifiimo- Corpp della Terra ;:iJ numero fenza numero degli Òperai d^^cui èpopo-r lato l'Arfeaaie CJiici^fieme per la^ fuagrandez2a veCittadelJa perle mura ,,per ic torri. , c per l’acque che.i’aificujjano,e,ia<coronano:.dalr la Merceria ricca ,, che la fuper- bia , e la rÌ9chc224 fé vpJefiero, far pompa degli, ornamenti, loro par-- reb- I - - Digitized by Google Óuero laB^fUt'wicà ytnè^/ma. * Sfp rcbboab fcarfe / è mendiche ih pa- Fagon di quella : fi varia , che fiah- cafi la curiofità di vagheggiare : fi abbondante > che potrebbe foddis- fare alle voglie ^infaziabili dell'A- uarizia felà policdelle j e fàdubitan fe’iMondo abbiartutto il preziofo trafportató in Veneziar'. In fine fi' poflbno contar gli altri aggiunti , i quali fon tanti che fanno danno a a loro fteffi non troùandofi Oratori che il polla minutamente, an'noue-' rar, nbn che lodare. Gosji argomen . jtcrebbe/r dagli aggiunti . ,E verifi * ra ile che foife iVccifor di Franceico * chi era p ih potente di for^c , e di danaro ; Paolo era cale : adunquc_ > è probabile che Paolo abbia com- melib Pomicidio. Tutti gliaggiùn- ti compreniionfi da quello verfo . Q^isyipiidy vBì> quibus auxUijs, cur y quomodo y quando , denota la Feriona,che fi pren- de à lodare, ò biafimare , nella qua- le fi può vedere la chiarez2ra>ò l*of- curità de* natalizia bellezza delcor-f po fimile à Turno , ò là bruttezza 8S , Il reito d*(ko , - uè acconcian/i le vele , Je cammina- te, e corridori Junghillimi doue Ja- uoranii farce , e canapi , che per Ja lunghezza rapprefcntano Tinfinito^ negato da moiti Fiiofofi , le piazze larghiflìrne mà coperte , in cui fab- bricafi ogni forte di legni con tal preftezza , e facilità, chefe aJtroae i nauilij da combattere G fanno da- gli Artefici ,, par che nafeano nell’ ArfenaJ di Venezia ben corredati i canali comodilGmi pjcr varar le Galee , ej e Galeazze, .macchine ol- tre modo fraifurate^e pur con granr de ageuolezza tirate in acqua ,,tanr Co che flupirebbe Archimede fecib vedefie ,5 il quale, vantauafi di poter niuouere , ed aggirare il vallilfiiTio- Corpo della Terra; il numero fenza nu.nero degli Operai da cui è popor Iato l'Arfeaale Città* 'i/)Geme perla' fua grandezza-, e Cittadella perle mura,, perle torri. , c per facque che i’a/fic^rano,.ela;coronano;.dalr la Merceria ,^sìriccr» fnne’^ Óuero la-J^cUoricà yené^tma, ' rcbbonb fcarfe , t mendicheih pa- Fagon di quella : fi varia , che ftah- cafi la curiofità di vagheggiare ; fi abbondante > che potrebbe foddis- fare alle voglie infaz labili dell'A- uarizia fé là pòlTcdefle j e fà diibitap; fe’iMondo abbia.tutto il preziofo trafportato in’ Venezia^ . In fine fi* poflbno contar gli altri aggiunti , i quali fon tanti che fanno danno a adoro fleffi non trouandofi Oratori che li' polla minutamente an’noue- • rar, nbn che lodare ..posit argomen . jtcrebbefi dagli aggiunti .’E verifi' ralle chcfoiTeUVccifor di Francefeo chi era pih potente di forze , e di danaro : Paolo era cale : adunqiie_;^ è probabile che Paolo abbia com- mefioPonlicidio, Tutti gli aggiun- ti comprehdonlida quefto verfo . QhìSì quidy vbiì quibus auxMìjSy cur y - quomodo y quando', la Ferfona,che fi pren- de 'are, nella qua- 7 ' rezza, ò l’ol- ezza del co:^ là bruttezza Digilized by Google . Il re/lo d’Oro , ' ue accoiìcian/I le vele , Jc catnmina-^ te , e corridori Junghilfimi doue Ja- uoranfi farte , e canapi , che per Ja iunghezza rappre Tentano Tinfinito^ negato da moiti Pjlofofì , le piazze larghi/Ume mà coperte , in cui fab^ bricafi ogni forte di legni con tal prefte^a , e facilità, chefeaJtroae i nauili; da combattere fi fanno da- gli Artefici ,, par che nafeano nell* Arfenal di Venezia ben corredati i canali comodiffimi .per varar le Galee , e le Galeazze, .macchine ol- tre modo Tnaifurareje pur con grane de ageiiolezza tirate in acqua , tan- to che llupfrebbe Archimede feciò vedefic > iJ quaJe vantauafi di poter muouer.e , ed aggirare il vafiiffimo- Corpo della Terra; il numero fenza nuiiiero degli Operai da cui è popor lato 1’Ar.feaaie Cittivi/jfieme per la- Tua giandezza-> e Cittadella perle- mura ,pprJc torri. , e per l-acque- che i’aificurano,c la>coronano;.dalr la Merceria sì ricc.T ^ fu oe* Digitized by Googlc Ùuero U'BjcUorfàà F€Hé:(iéina/ rcbbonò fcarfe e men diche ih pa- Fagon di queJla : fi varia , che fian- cai Ja curiofità di vagheggiare : fi abbondante > che potrebbe foddis- fare alle- voglie infaziabili dell'A- iiarizia fc là pólTcdefle ^ e fa dubitar. fe*I Mondo abbia. tutto il preziofo trafportato in Veneziar'. In fine fi' pofibno contar gli altri aggiunti , i quali fon tanti che fanno danno a adoro fieffi non trouandofi Oratori che li’ polla minutamente an’noue-’ rar> nbn che lodare. Così afgomen . jterebbe/r dagli aggiunti /,E verifi' mile chefofie IVccifor di Francefeo* chi era pih potente di forze , e di danaro ; Paolo era cale : adunque.^ è probabile che Paolo abbia com- mellò Pomicidio. Tutti gli aggiun- ti comprendonfi da quefto verfo . ^iSf quidy vbi> qmbus au:citqs, cur quomodo , quandi' , *ona,chefipren- 'arc,hellaqua- rezza, ò Pof- ezza del cor-f la bruttezza pari / y 4. Digitized by Cooglc 8^ , llFtitod*Oro f uc acconcjanfi le vele , ic cammina- te, e corridori lunghillimi doue Ja- uoranfi farce , e canapi , che per la lunghezza rappre Tentano l’infinito^ negato da moJtiFiJofofi , le piazze larghi/Ume ina coperte , in cui fab- bricali ogni forte di legni con tal preftezza , e facilità, chefe aJtroae i nauilij.da combattere fi fanno da- gli Artefici , par che nafeano nell’ Arfena I di Venezia ben corredati i canali comodilfimi per varar le Galee ,, e le Galeazze, macchine ol- tre:modo fnaifurateje pur con granr de ageuolezza tirate in acqua ,,tanr Co che llupirebbe Archimede fcciò- vedefie , il quale vantauafi di poter muoucre , ed aggirare iLvallilTimo- Corpo della Terra; fi numero fenza TiUiiiero degl] Operai da cui è popor Iato l'ArfeaaJe Cictà"ijhfieme perla» fua grandezza, c Cittadella perle- mura.,. p’“’* le torri. , e per J*acque nanoidalr- elafuper- V ole fiero, far '^ti.ioro par-^ reb- Digitized by Googlc Óuero la-Bjttt'orfCà if^enéxjtsna, * rcbbono fcarfe ,■ ’e mendiche ih pa- Fagon di quella : fi varia , che fiah- cafi la curiofità di vagheggiare ; fi abbondarne > che potrebbe foddis- fare alle voglie, infaziabili dell' A- ii’arizia fclà-poflcdefie j e fàdiibitan fe*i Mondo abbia: tutto il preziofo trafportató in Veneziar'. In fine fi' polfono contar gli altri aggiunti , i quali fon tanti che fanno danno a a loro fleffi non trouandofi Oratori che li’ pofia. minutamente' annone- ' rar, nbn che lodare. Gosìargomen . ter ebbefi dagli aggiunti * veri/ì ^ m ile che folTe l’vccifor di Francefeo * chierapihpotchte di forze , e di danaro : Paolo era tale : adunque.^ è probabile che Paolo abbia com- mefib'Pomicidio. Tutti gli aggiun- ti comprendonfi da quefto verfo . Quis» quid, vbi> qmbus auxUijs, cuy quomodo , quando , i^wr. denota la FerIona,che fi pren- de à lodare, ò biafitnare , nella qua- le fi può vedere la chiarezzra,ò l’of- curità de* natali>la bellezza del cor«f po fiimle à Turno , ò la bruttezza pari '84’ Il reltù d'ÓWr ' flette i Tuoi raggi , ricrea ; i marHif c glifpecch i lumino fi accecano gli- occhi col' ripercotimento della lu-- ce . L'egualità dell- onde appianate • apporta diletto allo i^uaedo';- gli fporci , ed iYifalti delle pietre ^en^*' vfeir daldirktoj^e dalla modanatu- ra deli-arte Io ftancano, cauto inten- to al veder l'artificiodeJI'Architet*- tura.Final(nent6 il viaggiar fenzo^> mouimento,auualorafl*àuuoiger- fi col penfieroin vnlaberinto d'og- getti ienza poter diicernere à* qual- debbafila palma , opprime rvomó collo flupore 9 e lo fà ondeggiare in < ra pelagodi dubbiezze .  t Degli jiggiunti * E*]Piiicòpiòrodellà IklTa abbon-’ danza il luogo degli Aggiunti, cosi chiamati perchè fono' conh giunti colie -cofe y <nè;di> neceflìtà- concbiudono come gli Anteceden- ti,ci Confeguenti, Hanno ancora*. < il Digitized by Googlc Óuero la I(€ÌÌ(nriM ^enèi(iiÀa, il nome di circo ftanze>quàii circum* ' ^nt y iliàRo intórno agli oggetti . Per efériipiò . Venezia loderebbefii 'dagli Aggiunti lodandola dà^‘ fon-^ 1 datori miiracolofi > che'più póffenti di^erfe fecero* non vn pónte , mà Vna Città-nel mare :• dallareligion - imóftrata nelle culle , è nei nafci- iKéiitó ergendo tna Cbiefa * in onor ♦dr^;Gia’comó Con^ iftnpor delPaó» iquer léqùali vn’alfra ne videro fab- ivricatamcl mare per gloria di San_^ Clemente r idalla' lunghezza della Libertà , che fii come Vn’albero d'- oro non mai fchiantatò dal ferro delle nazioni armate ; da' Serenili!-' mi Dogi , i quali colla rObuftezza degli omerifeaza Paiutò d'ErcoleL» foftehnd^ò ' la Pàtria nel cadimento deifaltre monarchie , c colla canu-^ tezzadel ienno la liberarono dall-’ iniidiedi più Sinoni; da’Capiwni,’ chefouente fpennarono le ali alla fortuna lauqreuole de* Saracifti’ , e mippero il carró^dclle vittorie all'* infoicnzaddlacrudeltàfortunata da? letterati che impallidendò sù le* carter Digilized by Google carte dmenncro fitniii alla mortei»* v inta da loro coil'immorcaJità del- la fama : dalla quantità det Nobili ,, che hanno più Palladi nclle lor ie- lle da r^ger piùR^pubblicfeeidagli Artefici’cccellentiin tutti i meUie- ri, da*qualirArtepetrebbe impa- rar l'artificio ; da* palagi piu .ricebi t della Gl fad oro di N«rone; dall* in-, finito numero de* ponti» che veggo- no folto di fei*altcre«aa delfacque: ; dalle Uradc che formano mille la- beri nti donde fuiluppafi fenza’i filo^ d* Ari anne : dalla copia de* ìnàrmi ' canati fin dairinferno per onora- re il Cielo co* Tempii^;, ne* quali li ^ può confiderar I* architettura , Ja. maellria » la vaghe2^a delle pitture fatte dalie Penici^ c dagli Apelii de* Dipintori: dalle felle , e dagli Ipet- tacoii che tirano feazqncanio , e-», magia tutta l'Europa ;.dalla diucr- fita de* Jegniche approdano a* poi> ti di Venezia > , i quali portano 1*0- ricnce , c ^Occidente i dalia varietà , dc’foreftieri che ci dimorano ; ,onr de colio.ltare in quella Città fi iCo» no? Oigitized by Google O^^iaRétùYÌcà P^ène:^ana , 87 " néfcorioicoftumi f e fi odono leJ - lingue di tutto il Mondo; dallcgcn' tiehe vengono , c partono , e tor- nano di nuouo perchè Tempra mi- ranfinouità ; da'Caftéllifortiffimi che Tafficurano , eflendo vniti il Mare, eia Terra per difcfk di Ve ^ nezia ; da' fiumi che fcorroiio nelle ' lagune , riconofeèndofi tributarij' non tanto del mare , quanto di Ve- nezia: dall'Arfcnale che ralTembra • l’Armeria del Cielojpoichè foprab-^ bondantementc egli è proaueduto. di tutti gU arnefi , e militari ftru- méti necclTarijper le guerre terre- firi,e marittime; di fpàde, di afte, di pifiole, di morchettiydi artiglierìcj ed'ogni guernimento d*arme por- tato per difefa della perfona , fi bea difpofH>&ordinati,che veramentca ■ Bello in fi belli vifla ancì^è l* orrore^ Di piu s’hanno à coniìderar- le3 fucine , le- ferriere , le botteghe innumerabili douc fi ftr'uggono i metalli, fi fondono le bombarde , fi formano l'ancore , fi tengono i ferramenti ; le fale capaciflime do- - Digilized by Google , llFeikd'Orù , v ‘ i ,uc acconcianfi le vele , ic cammina- te, e corridori lunghilfimi doue Ja- uoranfi farte , e canapi y che per la'. lunghezza, rapprefentanorinfinito> negato da moiti Filofbfi le piazze coperte , inciiifab' bricalì ogni forte di legni cen tal preftfi^a , e facili ti,xheiè altroac 1 nanilij da combattere fi fanno da- gli Artefici ,, par che nafeano nell’ Arfenal di\renezia ben corredati i canali comodilfimi\|^r varar le ,Galeè ^^(^Icaj?zea«iiac€hi*nc ol- tre^mf^aimlfuràteje pnr con granr de^euolej^aitirate in acqua ^.tanr co che Àupirebb.e Archimede fé ciò- vedeflc>jlqpalè vantauafi di poter muouere , ed aggirare iJcvafiilIìmo^ Corpo ddJa.Terra;;!! numero fenza nuiiiero degli Óperai da cui èpopor Iato l'Arfeaaie CJiitidiiafieme per la» Tua grandezza , e Cittadella perle mura perle torri. , c per. i*acque che i’aXficwi^'ano^c, lacoronanordalr la Merceria si ricca ,,chela fiiper- bia , e la ricchezza fe vplefiero, far pompa degli, ornamenti, loro par- r.cb- I by Google Ùuero U’^ett'wiàà 9^€né:^ima, ' ìfp rcbbonb fcarfe / e mendiche ih pa- ragon di quella : fi varia , che fian- ca fila curiofità di vagheggiare ; fi abbondante > che potrebbe foddis- fare alle voglie Jnfaziabili dell' A- iiarizia fclà-pòficdeffe ^ e fadiibitan fe*lMondo abbia:tutto il preziofo trafpòrtatóin Veneziar'. In fine fi- poffono contar gli altri aggiunti , i quali fon tanti che fanno danno a adoro fteffi non trouandofi Oratori t che li” polla minutamente; anhoue* rar> nbn chiodare. Cosi argomen , jlcrebbcfi dagli aggiunti . ;E verifi * m ile che fofie i’vccifo r di Francefeo ^ chierapifipatehte di forze , e di danaro : Paolo era cale : adunque,^ è probabile che Paolo abbia com- mefibl’brnicid io. Tu tt i gli aggiù n- ti comprendonfi da quefto verfo . ■ Q^isr.quidy vbh quibus auxMijs 9 cuy y quomodo y quando , denota la Ferfona,che fi pren- de à lodare, ò biafimare , nella qua- le fi può: vedere la chiarezza,ò l*of- curicà de* natalizi a bellezza del cor-f pofiimJeà Turno , ò la bruttezza pari ‘,^5 .. Hi Ì^Uù ^ iO I pari à quella diMargitc ; h gran- dezza della ilatura da .Giga ate , la piccolezza da Pimmco> le paru del corpo , la fto^te ^ gUoCchi ^ la èoc^ ,Jc braccia!, il coiot del iitoi- to bianco , ònero ,'ic virtù visti},. la. prudenza, Tinapr udenza ^ la giu* ftizia , l*ingiuftizia ;, ^arci , eie fcicnze , rarchitcttura , la^mufica larettprica, lafUofoba , gliabiti^ poueri ,. ricchi^ e tutti i beni^ èma* ii della natura , , c dellafornihat; , U ìao^ degli ^iunuaguzzb^io Iti* IcL di Mar'zhlè :^oi^a prontatocon.tuttri^ìliiRM ^dellz; malizia , e con mimo della bontà* /l(eai mag^am ftdflaSiZmUjft kmus^^l, lignifica ilnegpzio.i e la cola di cui fi traua^ifgitilia^iù ingiurta,. facra> ò profana, lodeUole ,òbiafi* mcuoic , vtile , ò nociua alpubbli- €0 , al priuata,a?buoai,a’ maluagi, allaCittàj allaProuinzIa , i ' yln i abbraccia Je cirooftanze dei luogo buono ,.ò reo , paidè, occul- to, •« Digitized by Googl (HieroUiBitmiitkéVm pi ' to> aito, baffo, ricino, lontano, aA prò, ameno, gloiiofo, infame, dan-!* ' nofo , falutctiole , fattodall'arteJ , ’ dalla natura, dalcàfo, aprico , om- bro(b ,efpolto al tento , fulmini del Cielo , ò di Marto . Q^dmsmsMfjsi addita i mezzi ché> ^ V ageuolanoil negozio,tutti gli ftrù- ' menti animati , ò inanimati come " fono le fpade yle bombarde , i mo- fchetti , gliamici % i nimici , i Citta- : dini > i foreAkri^iX^olicf i gli ' BreticiGerioni di tante^leifle quanti * fono i Capi dcJ^crcfiej c delle fette . Curr rifff ^nametc le caufe > c fpe- ziaimcntclac^on finale . A ca- gion d* éfempio . ’ In vn misfatto ‘ commefib fi pbtrebbono diligente» menteGercareléeagfoniv^lkfcc'* IcratezM , lo /degno . l*odip la.^ necefiìtà , il cafo il fine auùtòdal ^ maluagio'di^eacquifio d'onori, di ricchezze, di vendicar l'offcra-. iriceuuta ^ di torre del mondo l'og- getto più odiofo , e di troncar cooj vn colpo vnldra di più capi;, efer» tikdipiù noofiri . - * Digilized by Google pi II Fello (torà, liuomodo: abbraccia i Yarij modi del fatto • fi così nel rapprefenta- mento d’vna battaglia fi potrà dire, come ii azzufi^rouo i pedoni, icà« uaJieri ,J ibidati nouelli , i vetera- ni, i Generali >. come fii fcliierato rc/breito >la vanguardia > la retro-' giiard a > il corpo delia battaglia », come furono tramifehiati i mo- fchettieri co’foJdati armati di lan- cia » con qual ordine difpofle le ap* tigijerie elle danno le ale ai piom« bo> cdai.ferro. ~ : comprendie fe differenze del tempQu»ierena»ablHtiaco , d*in* ucrnpAdi primaueravpailkta, pre* fènte>.antJco9 moderno, ieffiuo, fe- riale>.determioàto,^incerto, cheto # venfofo ^ lumiaoCó per liraggi del Sole > ò pure per. gli fplcndori fii- ne/lidc.* baleni ,, c dc^fiilmmifurie ferpeggiaxitidcll’aria . Bccouf da- gli aggiunti aperto il modo di de- tcriuerc Centrata, e la crudeltàdVn eièrcito baldanzofo > c vittoriofo dentro ad vna Città . Già’l Soie aùca tolto il. fuo.liime . •' - agl* Digilized by Googlc / Onero la fifettorìca V^èe(janil p agli òcchi dei «oftro Mondo , e compartitolo agii abitanti del nuo- uo , quando i nini ici rotte le mura » € le porte entrarono furiofamente nella Città , auendo accefo il fuoco per le contrade > il quale edera fo- gno d*aiJegre2za , e moftraua JsL-« itrada a’ vincitori , acciocché fenza intoppo ’CorrelTero al fangue , ed alle rapine . I Cittadini sbigottiti dagli vrli, e dalle Urida non ofaua- noopporfiallefchicre; e à ciafeun d'clTi alleala paura multiplicati gli Oggetti , Ogni Soldato rapprefen- tana vn Centimano , ed ognifpada che s' aggirano, facea trauedere : penfando i Cittadini che molte fc ne mouelTero . Le penne degli elmi non erano d* vccelli pacifici j ed alieni dal fangue , mà di quelli ehc fpopolano l’aria , e la terra ; onde al comparir di quelli figurauali nel- la mente il Popolo Tacchi 9 e prede di foftanz(’, e d'onore . 11 rimbombo de’mofchctti parea va ta^mo che defie il fcgiio de* fulmini che lofio doueang cadere ad inuolare la vi- ta. Digiti by Google ìlVtlMOfOi ‘ ta • Ne fti vana la credeva degl* impauriti^ perchè fubitatnente fen- . tironogli vrti alle porte , e com- paruero n^lle magioni quelle fiere , veftitc più di fierezza, che di ferro. , Comandano i foldati che fi confe- { gni l’oro, e l'argento nafcofo fé non . vogliono i Padri, e le Madri perde- . re i figliuoli parti più preziofi ; mi eflendo egualmente potente la fete del fangue nella vendetta ,e dell’oro neirAuarizia ,riempiutichefpnoi Barbari di tefori vccidono imman- ; tenente quelli , -ehe penfauano col lume di que* metalli renderli alla^ morte inuifibili ; Giungono intan- to altre' marnadc mofle dagli vrli de' moribondi ; ed accorteli eflcre fiato tolto loro da* compagni più veloci, appiccano fiera mifchia col r ferro . Molti fon forzati à sborfare , al furore il fangue , c l'oro; pernxet- , tendo il Cielo , che chi voka trop- po colmarli di ricchezze reftaflc l voto ancor di fangue . Il fumo del- . Città che arde ,, la poluere delle £ cafe cad^nti,Ucalpefiio delle fchie- R;r:;:r;; ti Googir Onerosa 9^ tf ani', p j .re che corrono^ l*an^iiif:4e^c4UaJIrV 4c voci confafe di ciimtìofC », : e di chi ferifee , i pianai def fanciulli, le ilrida delie donne delie co/e or* ribili le meno , fpaaentèùo/i . Coi> rono per le firade humi di fangtie mefeedato colle lagrime . Apparif^ cono nelle piazze monti di cadane* ri > e veggonfi caualli , e cauaiied , vinti , e vinckori,.nobili , eplebei ammaflati , godendo la morie di auere innalzato nella Città viUr Campidoglio a* fuoi trionfi . CAPO XVII. Degli AnteeedtwU $ e de* ConfegnedH # Dlftinguonlì gli Antecedenti, e i Confeguenti dagli Aggina* ' ti in quello ; che gli Aggiunti non fono congiunti di neccfficà colla co* là come gli Antecedenti > e i Confe* guenti , Per efempio i fe io dirò : E nato il Sole , dunque è flato parto* ri^o il giorno : è comparfo ilgioi> no , dunque il Cefare de* pianeti gi^ ra ^ Digitized by Google ra col Aio carro intorno al Tuo re- gno : il primo farà vn’argómento prefo dagli Antecedenti » U fecon- do da*fuAegoenti . Seio dirò : Il ibnno non mi dà noia^ dunque roc- chio del Sole è già aperto ^ e l’alba inargentai! Cielo -, argomenterò dagli Aggiunti; perchè i’effcr deAo ) non è fe^no infallibile , ché’l Cie- lo , il quale era vn*Argo portante j Àelle occhi luminoA della notte , tenga folamente diichiufa la fua^ I lumiera maggiore , e fia .giorno « £ fallò Marc* Antonio confonden- do gli aggiunti con gli Anteceden- ti, c coi Conscguenti giufta la nar- razion di Tullio nel fecondo libro de Oratore che li di/linfe . Per dare à diiiedcr che Roma s’/ngannò nel I prometrerfi J’etern/tà colle fabbri* | che fmifura ce potremmo adoperar j quello luogo degli Antecedenti . Stolta fìi l'antica Roma , edido- | latra penfando che i Suoi fterminati edificijfoirerocome il Cielo noa^ foggettoallacorruzionc ; emeoti quel Poeta , il quale cantò , che le i opere ' Digitized by Google :1buer9U^(SthHci(Ven 97 6pcrc fatte (falle mani' de* Gcfafi coiponacj d’alloro non erano fotc<i^ polle a* fulmini della mòrte i Co- potàa r^erace fai» erpetiN(4 eol- ia fodczza^degli ait^hiideii’aguglie» delle piramidi , de* cololfi , de- tea- i tri , c de* paiaglCittà da vn fol Pa- drone abitate^ c popolate dà'vna— ! famiglia, efendo fattura ^’vominij che «di natura frflgTlrfarino leeòfe deboli , -è dì poca<durata^ 1 J figliuo- li generati da-Roma -come che vo- ' laflero fin alle ttelle^ efcorgelTcro folto di & le nazioni dome noiij erano fi migliatiti à Dio , che può dar rimihortàlità^^ render-digiuno iitcniplo - c rpczzargfi i dentiti, -fi che iion pofla dmorare • .Nè indoro balia ebbero il Cielo a cui pocefTero ? comandare , che nonfulminafle^ Roma , nù'foia mente fquapciaffe il Caucafo , vci'Atlante Giganti de* monti i e che^hanno le cime frà Je^ fiamme delle fieJlé ^ e ifondamenti fri quelle dell*Jnfc/-ho^è i marmi aueano commettiture da refifiere^' agli.arictidimiikrecoli* ' I ' - ^ :E Da*  ilarda grandc^a «^*$tliUiiaga}fi$;iHir jaa'de|l*asidl3a%iO04fl > >n I jvI ;>> r q ra(Ci eà f ccelìtK;^i9^i3aftteÌÌQGE^p^^^ corgiaceiitii* X0nKr^ià(l(oriirpPÌi- aiadelC9loltGkB9rp[i/QaiQ3cljSpl<^ CÀ&nwailc^ dfi^ mani)) fparfe p^i f»oja,T. im W’» gina* 0ltdfi e no gii apanziiopp rifcy na Ciwà moofe^ft:CÀ€-p«c6a PAflfriqaai*ia jèranaiHfiipi monci dtmacigtti^ « . quafi Ro^ mafasé^c i/àt^ cóiii^jù.{ki0&nci.« erc^^‘iiai(To(^pc^ piitflfèa(^; pconyapa1agio;^HHMi- to/abWcanrimiHc abitaaio^i^ ordamciici dcT^mpH^, e deli^^^ Itche lareiati dall' aiiariaia cte' Baifearij ia qnaJcAon tomuttìh nè wnii b§i|aatì/al rapimeh to> e {y-^ipoitob rplciQididaolen(a j ì^i Chic^c^* Le itacjie timaRtor^apo le Sale , ed i>Giar4ini<ii niiiksPrta»- tì pi , Dtfi'-rlir : C'iìc^llc ^Omo U ^eU9tica pp < cipi f eie piazze di mille Cictà.^ ^ pure quei popoladi/^fiTo prouò i colpi dLcenÌQ|N42ÌoQÌ é;;; I Confeguenti.Aacora^rcr;MÌrel>^ • . bono^l Dicitore, fe ^vòkfleiifar fc^» , de della prodezza de* fptldatiiVcae* zianiy i quali epUa>fpstdav£CÌferói nimiciy cauuiuaroaaetern^^te fclklfinclla pofterità . I *.% ,j/ . Se voleté^pcèla brauura:>a ^ c fa fortezza de’fulinini delia guerra!, . entrate ne’ palagi , ;c nelle fale d,e* . nobili ,'eulc’ Cittadini j^iloue le te* Ie»e le parati più in£aperbi7èono per rimprefe colorite dal pcnnéllo>che • per ^eccellenza deli’arte« ciie al vi- no refprede: .bencJic iPittori ,chc . le rapprefentarono., ecHCampipni / che le fecero fieno .eccellentiffimi . ^ Quiui nelle Città fumanti '& ar- denti companTcé chiaro il valor di efii ; ne’ mari ondeggianti la Joro immobilità; ndi*armatc fomnierfe la virtù galleggiante : nelle fchicre imprigionateJalibercà difefa»: ne* cadaueriinaalzaàfaltczga dcJla-j gloria. Entrateneuempij . £ s le féflatue àatble yt fredde t^knt> liftn61^rdd(e y *c Ì*4rdfr nel cotti* battéPé ì^I tt|«ikri gleriofi ridico- ìiò 4 pB^àHeri "de* barb^l ilafcìacf fbhza’fèpohttra: e leittlbrlaióni^fat- te'dagti'Tcar^lii raecontanp i fatbt retini eòlia ^uttta' del^ièrro nel eàttipagne àllagaie dtifangne • Mi* rateJ*Arrenalt|« <|umi lòfòretre^ , gii^rcbl'i le^Giite-»nléce}àte ;^gli fdiM 1 y& cdrà^tey i hiólèberti , 'Jei bòiUMrde ; e gJiiltff arnefi‘ftrbAti per còli tra flfcgilb della virtii y e per àggingttepc’ -ftittiol i * ' fi’i pófteri ’ nel co^o di eflay moftraiìo che PAdriaV ti (fó mtthdò'fcni p re ai^ a luce, vd nvi- VaiorbfilQm i auuej^^i' à nòn ire- iiier ttè Tacque de' mari ,aè*l fuoco delle guerre V ' ' • { * - ; Dagli Antecedenti aurebbono potuto comprendere i -Cittadiivi Veneziani con qual ìm agni ficenzal;. fidouelfe fabbricar TincomparabiI Ponte di Rialto fotto di cui doueai^ pa (fa re il mare non >come triott^A- tc, màcomc vinco; la Chie/aipJcn- d i lifHraa di S, Marco crefe iuta co^- ^ . lo / Dtgitized by Google (XuerohJ{€it.y^ne\ìaH9 , loi lo rptanamento de* monti > e collej» profondftà'della terfanda cui furon- cauatiimarmi : ilpalagioricchif- fimo delia Signoria ^ c della piazza * * di S. Marco il quale ora è rinoma^ to dalla fama>chc al veder magione' tale Jià tralafciato di 'celebrare cd^ rac inferiori le Rcggie di Nerone:^^ di Ciro, e dei Sole cantate da* Poeti Gignidi.Parnafo*, c trombe dlA^ polla*. ■’ ’ • E qùai miracoli ( potea dir frati-* ctmeate Venezia ) vedranno gii occhi naiei ?r I ferridogoratr , e le mani nel tagJiamento delie rupi , e de* monti ; lenaui, cTAdriatfco eh c appena^po iTon reggere il. • pefo delle colonne : il lìor %gli Artefici prefi dalPi (alia giardino delbEuro* pa: J'apparccciiiQtdegtì ordigni 'i che fmuouerebbono 11 Mondo. : i mucchi de*; canapi fi forti/che terV: rebbono il furore ^.promettono iaj.» giunta di pili miracoli à' fettc mira^ colidell’Vniuerro*. 1 Pittori, egli Scultori , i quali :con diuerfi ftru^ menti dan .vita : gli vni alle tcle-j-, , E C gli-: roxr. , i ^f^(M*Oirpì » c ì. Cigli altri a', marmi accrefceranno * i’iiifiaitaqiiaocità del mio popolo , • con taldmereoaa > cheglianimaiti: da! peoaeili>cda»^&arpclli auranndi vita più Jung^ Iftcfóri dcirorò' • e ddrarg<^toamixiairato fa^ Cieli ilèJiatineiie volte i nelle ctth: ppUi , e ne* Coatti / ftellc de* qua* li rirplendéranao alla prefenza dei Sòie > nè maitcamonceranna» parmidi vederlarglìidiràc Sakdo^ uc'd farannalé' adunanze déf Sena- tor i j e de* liobili/e doue là Pruden** za vk Sauiezza> il Configlio , c laLr Giufiizia - bilanceranno gli. affari: più.impoft^ti > eiciógikfaanò» r gioppi più aimodats ; Giàioiasagi-* sóakre S^e meno fpaziok: y mk IRMI men vaghe deputate à^pniden» tii2ìinf«Magi(h^fi> eltèggitori^dcf quali noniù^iùgiuila^^eilà finta i Ddaxhiamafta dagli antichi Afirea # che nòaurehbè prefò il vólo al Cie- lo fc in que*fempi fi fòfie trottata la mia Hlépubblica.'. Già 'antiueggo che rEiiropaxredeià vere le opere mirabili deU*£gttto yperchè Vene- ' Digitized by Google OuerùlàtI{Hì^^}Fenè7^iana^, »a vedrèponcivpalagii eTcmpi^^. più.raàrau^igiiòli*’ ii- •*» (; ^ . *1-^- l . «i . it'i: V* ^ ' • 4 4 ? % . * 1 i: l ì * u* Aria è Ja dmiUon delle Ca- V gipni fatta dà* fiJofofi y mà i rìdiiconÀ nondimeno à tjuattro , al-* rEfiffcientóiallà^Màteriaic, Fornirà* lè y^é Finale ^;dclle quali darò vna fenaplicenotiziaj V nè, cosi piena' y , toccandó alla filòfbfii la Cottile diO* culfione di quelle . Là caufà effi'-- dente fi è quella donde derma l’cf- fettor'i^ IlSòk dlcefi caufa produci- tricè V*c‘-PàdrC' iHiiftrè d’Vn parto lùmiric^ , ^clkifclà !óc6‘i.'dcIi*èro , dclFargcnto , :b di‘ tu tcH metalli , che: nati preflo an*;Infeirno. regno della difeordia mcttoafottofiDpra il Móndoy e cag ionana tante guei‘re : de* fióVii che reale (Ielle che hanno ròccà/b’ y c di tutte le vaghézze di- pinte^/ e-cPlbrite da. quelI’A pelle celefié j il ^ùale maouefi ^ e infieme • E 4 pcn- pcnncHcggi>-. Lrargoraepco dall4- caufa efficienté è qùpfto . Pietro dia : dunque diuencerà dotto « ca> gionando/WaHo (tudioia dj^tcrma. Querta'caglon ‘effieìenw cfà' riiòìta materia sì ncllaipde-^^^csi nel biafi- mo . Vna Città (i può lodare , biaiìiiiarc dal Fondatore , e daJl’ixn- prcfe fatte: yn palagio, vn tempiò, vna llatua daÌi*.ArchitettOjdalFAF-' teficc : i libri. dagli Scrittori' le' rcicnzedairinueqtore , i ^ìg^iuol'i^ da* Geaicori, dal Capitano ic gucr-: re j le Repubbliche da’^Dogi. > e da*r Senatori , gli vomini dal/cterna* Sapienza > e dall* Artefice Diuino. che formoUtcoU*aiÌii}enza « e cpi configlio delié trè; Pér.fone facefv^ nei Paradifo. terree lire* yn'aitrp P^a» radifcKanhnatp beììczze . 41 fu ^ perbo Anfiteatro di -Roma in tal foggia potrebbefi defi:riuere,dalla cau(k efficiente ... . Per formar qucfl*Ahfiteatro,c he ancor ^dopa tanti fccoli faperba- mente pompeggia , auendo.colia^. .maefià Tpauencato il^ tempo >,ie: là nior^ U \ett . f'ene^ana \ i o morte si che qooHl'ol'traggìalTero -, vennero i Maeftri <dcU*artc » c le ci^ mede* Maeftri^'dairiùik', -dalla^ Grecia , dall’Egitto -, c>d^l*altrei> p^ti del mondo , le quali - a* /ècte-> colli di Roma.inchinanafì(t> volete do Roma come la^prima deUe* Città auere i primi Artefici nelle-: fa bbr ir che. Quelli /affi , c- quelle dimez 2a ce montagne fono fiate.polli le braccia di tutte le nazioni , -Je-> quali concorferoad.vn’opera*, che douca dar diletto colla zuffa dellej) fiere > colla pugna fanguinQfa , colle fazioni orribili- dc’^comfiatti- tofi . Gli'lcarpelIiiaudeuoJmente g^reggiauan fra loro, nell’ abbelli- mentodeUe pietre, effcndó;gi} brr namentì di. quelle fregi, di qUcili -. Gli altri ftru menti 'adoperati ■> e:> maneggiati, da. mille, mani volcn- tier i logof aron li ne 1 ter mina.rc V'fia. macchina capacedi.tutti gli vomì- nÌ7i/eitu.tùfi foifero-raganati neli^ AnfiteatrOf^!'^ > ^ • • innanzichè s* Inregni*! modo d* amplfficar-dalla caufa matcrialcL^ ; B 5;T notili ,1^' U rèUòdWùt^ notifi che la cagfdit materiale preu^ ^ deli taltioltà perdio primò /oggetto - nel^uak riceue/i e' s’imprDnta la - fórma» 11 qifal'fdggettd perla cor- raziori della forma * non mai fi gua"* Aftr€ volte:plgliaft per tutto > ciò éhe cóme materia ferue al com- ponidumfo de'gn Etièi » fohò il Cui fi^fcatò i i legni la calce ed i ^ faisnitradnofÉateria'della' cafa'-: il > marmo e'I Bfónzó^/àrannro mate- ria dcllà fiatila ; Paùorio , rdro , c' ' ràrgento ; del ^afò Oltre à .ciò di- « cefi Materla;qtfèlfo,ltiforno * slmpieganple- ì^lrtù -i le Arti le ' Sclefiae>«.dtc;: li'piaceréraràmàte- rm delia tempera]aza': le^op^a^io- nideiPInteliettò i ò il {illógifftto . deìià iJbgica ; perchè pnma è m-' tefàCallìf moderazitmf^e*gu uerefaij e airaddirfezàmetfto delle ' operaxfonilfebnceve diftòrce, là fe- conda' . L'argòmentó prefo da quc« ftò luogo è di tal fohe ; Era laila-' ' tifa falca' d'óro » e di gemme : adun- que èra' peeziòfa . Là Règgia del 2 SoldApotrebbefi' più chiaramente ^* . .* 1 dalla Digilized by Google OUtrù la K étt* Féne^iana : . 1 07 ' JaJJa caufa materiale con • * amplificazione illnftiFare. . • Compariua ncJ fnezzo del Cielo • yn’aJtra Cielo più* rifpJendente , cioè la; Reggia Jum inorata del Sole . . Xè colonne à^^cui apppggiauafi magion sì fitperbà eraacomppfie di • quelle gemmo le quajf pcr eflerc • Itate pili vicineainbferBaeranpiii chiare . Nè monte^veruno fdegnò • di rendercele Aie vifeere preziofe generate<la,* faggi Solari . Le mu- ra; eram fatte d’;òra>finìnimo -, e che meritaua. Ip fccitro frà^gtì ori più purgati; neffèiio^èi quale mi- rauanfi gcmme|e diamanti sì accéfi che parcano viue fiamme ^ infiam- matLforfe dal rofibr della verg(> gna. di ' non- mandar ’ tanti , raggi quanti ne meritaua l’Abitatore<del palagio reale . Ne* roffitei vagheg- giauafi,.cbanov ed>/auGPÌò ; i 'quali col nero-, croi bianco denotauano e fiere il Sole apporta tor del gior- no, ; e della notte'. Nel pauimento - caloefiàuanfi piropi , e topazi] , ambizioficl*eiler tocchi , e calcati E 6 da/ toS-i it ^ .0 da’.j>iccii(ielRèjdelk!luòe;> p6rcSè più fpkndidi Si* pud Ér gurarcoHa&oieiiteqitalfoflek ma- guificcnza della Reggia dal peniàr .die. le ftalle-dc* deftrieri del Sole erano, pid riccho delPabkazion« di Ciro > * nella quale rArfe , da Ma*- gnificenza> c^a^pòtenza feceri) l’rli* timo S&ljZQ ‘ ;/i . : ;i f ) terza caufà.vJen dàaa fbrmà«>' le i edùiideii in* caafa formale :fu« fknziale v^cd ^cidentale t'. La i?apaialci!vdi£6ftike.ediu' quella^ ^ phe è d^ermèiatittaidella*matcriau indeterinmata^^y -àdeiocch^^iia .Tnii ÈntC'jiCitrn ccMnpoRozes^!HL^bi« graziai . , l^Aiilina» è. forma ftifbib ziale^ > perchè perelfa li conftimtpi cono le Ipczie-ie gi*indiuiduii l'vo** m«, Pietro , Pdolo.dtc. cdhàil nje i^tna pci'cióccM informa Ja^ materia rpo^kta d'ognibìaJrezza'V La ..forma aaciden^le» negli Enti- animati »> ed.dna^aimatj èqòteliafi<* gura efteriore > Ò apparenza efirin^ Ifica# che vedefi negli voroini; ncglf aiumalix.ne’ palagi ^quadri > riton^ di,." Digilized by Google §ùeroU^t$.f^fne7;kna; lep" (H, angolari > c in altre fogge fab’? bficatH e figurati .• Cfiianaanfi an • cora forme accidentali intrinfeciie, li faplenaa , l'ignoiranza , la gene- roficà , la codardia, cviltià ^c. per- chè l’vomo da talifornxc appellai ^ codardo , gencrofo , fauio , eigno- rante. . Dalla^ forma cq$ì formafi^ J’argomento‘*.’jQueft*Entc è priuq d*aninia razionale ;;adunquc nonè- vomo ymc può difcorrerc . Equan^ co è più nobile là forma tant*c più pregiato it com pollo . L? Anima_j ^ che è Jà forma fu/ianziaie deiiVo^ mò darebbe: al J'Orator materia -fe^ volefle mofirar la nobiltà di quella, . ?inamortalità;,'l^'inte]ligenza , la- /bttigJiezaa , la velocità , la fimi- glianza conODio , i e lealtre doti « . Dalla forma e/lrinfcca eccoui ab- bozzatoFitone trafitto dalJefaetEC; d'A pollo. ' . Dappoi che*i Mare , • el Cielo ^ moUra tonfi >fdegnati coll* inonda- zion delFacquc , . c con vn diluuio ’ Aniruraco di piogge , colle quali fe- • cero vna mobile fcpultnra alia^ge— • vmaiw) còitetìcei /ote mcaw'itól-tiiio !: jiancor la< /iWrà ? volle; m f Iiioami dei ^ fua rdegno * producendò Pitone* Tpaacaieuoie riftretto déll’cie^ore delia fierez- za . Eraidi corporatura sivfiermi— nata che aureftì detto efiere vno • fcoglichaninaato j,\sì difForme che ^ parca vftvritrattódeVmoati piìi*: moftruofi délla*terra Jafieme-coh- fufi • Afatfca fi poteadjTcernere /e < la bocca foflc,viia.rpeJonca,di vn_j monte i ouero la voragine di quel ^ ferpente.vaftiflìpio* ,,re»lmoto con- wnùociò non.aucfic;accerMto j Gli ^ occhi-;f|^ÌFauano . fiamme fulftìt^e colle: qua 1 1 s* illusiiiià ita - là inette ^ delle membra caliginofe . Era co- - lóflb'sl grande armato d* vn*vsbcr^, . go dmpenetrabile: c he* potea /rom- pere la fteirz, durezza.,. Lànciaua ■ dalla Aia lingua non; già tré faette, . màcentof c caiitc àpunto quati èra- • no i Còrpi che ogni giorno diuora** Utì .Né qifcfto Mofiro ftrifciaua Tem- pre pelliioló> mà ralora voiaua per 1 ariaxomc Padrone di più elemcci. Laviti- Onerò la Véne^ana / 1 1 x ’ L'vJtfma delle cau/è fiè k Ca- gfon firiale diffihìia da’ filófofi efler qiTdla da cui è mollod'cf crantc « Per dfc'mpidiGli dtìóri fontì 'cagion •' fihalcdell*a‘mbizforò> il guadagno ’ dcìl’auaro ; perchè à^^tal fine dirìz- zanola loro iirtenzioiìe col porre ta'ntrm ezz iV (^efia éadfifèla pri- ma nell’inteDzionc > ò pAftóro di ■ chf opera /‘cPvltirna ftéiré^cttfeio»’" • nei pcmràhddfi da’ll*àhibizid^' fov c dall’a'uaro altóricchcz!^ i ed agli onori ^ ché poi fònoglf tritimi ncll'acquifto i c fi ótte/igond dopo radóperamehto' dc’mezzi*‘pé6por*-''*’ ziònati ; L’argomcntó'daJ-fihcfifa ihtalmcxlo v LVomoè ftatòCrea- tó per goddrc ‘ Iddio? ed 1 eterno bene : addnqùc iibtì dce pòr- *■ re il fuo fihencvbéni'yaai'> e traafi* torij A riprender gli vdnìlnf'p'ro- fonda ti’ nel Ornare- de’ piaceri mon- * dani , che agitanorìnòfifo cuore , giouerebbè molto laicagidn fidale . Non per altro iVomb èfiatO fòr- ‘ mató nel PItradifò tCrVefirc dal ce- léfte Promcceo i (è non perchè à diC-' petto > ».u «nic |!iccto pcfo fc;iTttio:^*j|i2iakì al ; Cielo d!imtp.ao^ do ^oimile icoi^arii) >. erb^uttarfi; fa«gp4cllai|ÌMkjilt^r« , ftgóde dì atòraeciarla , i^ii^giàf er diuenir/ Signorc4'if9per|>i^Qm <j«el capi- UDpllogiaaojtQii^^^tpode.* r^oi af- fetti . &%|Q falco? 5 ^11^^ faccia :in,i ucria^'HeliCi % acc^^t^egeado: getiiiCidillllllY diKcuoii »i? fiaf rn^Af^ocj<qacecnpli#;lc beljc^- z.e^PQf>Ì(en)« , . ed k^^trucubili ^ (jicÓ£(a^rgWc^»v«l'^ .^3Ì rfQjidaik^lrte Iper* meg^af«oÌ5Ìfi?olÌL. e l^rAieli^c^ At^càimede^ Cckh?: ra defidccoio.d^uof ; la^ ^’g«Q?i%4i p&^pàtfef .dipQJece -wi/cppiciby Agm^ì pikgraa-y di jnèiiaiJan^ei^delk tew^tolcc* à/orza^fel^f^ i e (di ^re.ali'Apihir^, zìqner(ps^Q0^mQ i^mpò da rpaf* ^ feggiar:tii4*SiiipiaHiia > e eofoi^at-" te per Iq %ariimf tKo di , to piuito/;, , qual ap pup£9 èia ÌJcrfa in:eompa~ ^ €hinoUì(£tKyeiè^(mal ìif ràzione dcl Cieloi-' E ftato forni** to di ragione colla: quale E diflin^ iU^Brut t e jmre.opcra coroo fo4c vno 4cBa lor gregge non^v c^nofceBclailob^U. dello dziox, e delfuo^ne^ : » Mir h ^ì: V ^ - : Che (è volete auere va di ' tutte .dàrolJo coifaccen> narhreueinente 1 opeta magnifica.^' ed^AimirabiledelPonte di RiaUo doueii Ipefero oltrc à^dugcntó ciii’- quautia mila dueati. e fUrmodelló* (BAntaj^hdAÌ Ponte > che. r Arte > e le BelTo rendutoliwHa Terra colle fabbriche immortale , volleaQCQra.eternarli nell* Acque » ^ , jq eldi/egno di quello Ponce Ban carpale- menti degli Architetti^ pili ingegno^ nel ritrouare Idee non più immaginate > gli Arcehci ' pili efpcrti nei dar forme la:’ marnii - più rozzi 9 Jcbraccla più nerborute nel cauarli dairinferno à cui diero* no la luce eolia profondi tà dèlie ca» ue , kruaui più forti nel traportar* li dairiltria , che impallidì alla ve** duca di tantefotterraneè rpcJoiichc, c dijfcpokridd! vini Dodici ;milà? pali^d'iolmtjt fìwpfttifimpmfònciajti- nic^c..nclpacqirt"y,a^qi^aJr foprappofle groflì/firae; ta uoJe-i c faldillimc pietra si fòrteriictiee ‘Con- catenate i che dalie furicf Ara telate • dell'Adriatico nort faranno giam^ ‘niaiftomnae/Te # La forma; dr mac- ^ china si mirabile raflembra noiLj . tanto vn Ponte.' , .quanto. Vn'Arco ! )eriòni^le cretto., alla magnificenza . 1 del ScnatG^Vcneziano , aliar gloria . deli* Architetto >. e ad onta deh ma- re >.ch'e prigion iere , c vinto d i fo t- - | to riinirafi . Oltre alla moltitudi- ne della Gente j . ventiquattro bot- : teghe piene di merci “dall'Arco fo- I ! Aengonfi» che dal Mare inchinato , iJV’cnezia 5, imparò adiJirteuruarA > , per riuerir la- medéfima\ £' fé la { Germania conflderalTe il • famofo ponte fhnoda^T>aiano:t3el I bio y e'hPónte4J Riàito> certami 1 re direbbe , ,chV* qUei chVCdfiredi [ taato%ri^tatodaque^'d^^^^ i i zia > 1 di duantoi fiunii tóifoi fopra- [ aanaatidaifnare *. Per .n^olti gradi : ì mon- H Outro la 7 tt$' mònta/i alia Commìtà cfcll’opera^ ? donde fcernefi moltitudine di bar* ch^ > di palagi > e di popolo ; cioè (i veggono le pc^pedel Mare Ve del- la Terra -, . I fregi , e glì'órnamenti deH’artey che accòlnpagriario' 1^ maeftàdiRialtòfrègiano il deirirìuéhtore > e la Serenità del Doge Pafguale Cièògna , - fotto i cuiaurpicij furòndfacti Val qnale^ non dijffic ile il p<yriire^il giogo a- nemici -V . fc ancor lo pófc aimar^^^- co* Ponti; j.» ^ j ho' 'Ai  i sfitti I ^ *-i: ììrij. - » ' •' i. i) ^ • HiàrnàdéfFctto tiitto cià cheè \^j originato c prò^ttó dallè^' caufe . 11 giorno è cfFcttode^SoIe: lo ilerininio delle cà mpaghe'V la di- ftruzion .'delle* famiglie i la mina delle gregge J iWifértamcnto delle Città Vde riùólte "de’rèahiirbnd ef- fetti dclia^gucrra .Mà'dura la Veneziana liberta i la rclìfrériza fatta , &tta da*; Veneziani, ali* Afla > eé* a 11’ Affrica congiurate j:ed armate^ contra la Repu^lica > Jìabbondaa^.^ za deila ▼ettouàgliai ^ laiconoqrdiaf de! Citudini , ia paccidcllo Stato 1 a %M«^zza del trafficò >, , la tcan^ qpillitàdeli'Adinaticòinon infeila*; to t qè rconunoffb da’ Corfiiri i , Ja» hmtzu della. Gattoiica ReiigióT ne^^..iaf>ace dcil’italia Ibno effetti deràu.aoti dal prudentèOimo/gòuerii no4cli^<fliÀnioDoge:» cdc!Se<- natori lllaftrifliini t ed ecceUendHb mi perla nobiitàdel fangue , e per lo fplendor delle vàrtù . Son quat- rro le forti degli effetti , emendo quattro le Ca|^ioqi ». ^i fonti di ef* fetti varii , e particolari . Per cfetn- pio . . Che r^omo fi^poffa toccarcL# occupi luogo > non fia. penetrato 5 procede dalla. materia generaciua della quantità , donde taliproprie-* tà fon pródotte ; t che prontamente viifeorra di qualunque materia^che abbia nella, fu a mente gii auneni' menti di tutti irccoli> gli annali y e le fforie delie nazioni tanta, va* riera I Ouero yenè:^na ", If f rìetà d'OggGCCjy e Cwliy e mari, e €umi , e monti, e vaiJi ,'e ielue , c le feerie delle cofe create , -e poiSbili ft origina daJia forma fnftanzlalc dellf Anima ; che auanzi nella nobil- tà della forma tutti gli Enti mate- riali , cxrorporéi'fi dee alla primi caufa efficiente , cioè Dio y cht ài quella, informolio chelafci fpon- taneamcntc Hcchi patrimoni/ , e retaggi.; diCproggi titoli^ enomi gloriofi , e li fpofi Còlia t^ónertà , òc Vmiltà : che fi fucila degli am- manti pompoli , e lì ricuopra con.:. abito vile, fugga'l Spie, e fi nafeon- da ne* Monilleri , ò nelle fehic piu forcllc,e nèdiferci più difabi tati, rien dalla Caufa finale^ dà cui è mollo l*vomo , creato per vn re- gno eterno , il quale fi guadagna i e fi compera più facilmente col get- to de* cefo ri., c delle mondane ’fpc- ranze, ecolla perdita degli Amici . Sia r argomento dagli ^effetti . E giórno ; dunqne è nato il . Sole -j' di cui fia l’amplificazione , .Se le poucre , c nude montagne - fìÌFilh^Or$i , fuori t dentro fon ricche > & . dobbate d’oro « e di ^ ciò . ^cbbcuaQ alcole » il quale^^inail’iai? . oofe òperchè fiemicQdelle glork i Yu^kelarJciue grazie, r.ò perche . amico degli^vomini . vuol ‘fotcrarre . que* /- fpkndpri v che accecano ;il ^9Hdo,> e ghidano^coliumeioro le r Mcordic$ e le gacrre;ali’ecéidib;jde* Monarchi;Sedomahdate.aile:cam'^ pagne/Chicdia'^lhro :l*ammàwto jiJi tanta-vaf ictà.ieflu tp ruvi f ifpQdde- , rant^ effere iifSole > il quaie*dà l’o- itro^lieroic rapito ahlAurora / le j»epÀfiQfitc,a*ig^ttpJtè all’Alba^, dcT colori a’igarbfani , e agli«altri fiori alJrlrifeinuoIata^ Jlonoaile biade, i &a*frutti'fenza • chicgli . di Solerà prò , d c' mortalidiuenuco dipintore» co* iorifee ogni cofa lenz’ombre: fatto Arpicrc , cbikihcttc dcr raggi feri* , {cola notte 1 Q^eftpcomcxondot**. f^ere accortOL^ neli’andataal ntioiuel rtiondo lakia’;vna vfchicrh a i 1 a g u a rdia del noftro'Emifpcriò , co me Spirito vitale raanticn viua la terra;  OutYQ la Hettjy^ci^e^Mfia I t ip • tcrraj cpme<urforje>\^ek)ci®mo ac- correi deJJe deli^-PrimàUcra ‘fio- f ^ del Verno s^rftp, Scila State ofidcggiancedi tìade deU’A^utun- no biondeggiantc di frtitta depende dal Sole .‘Gii alimenti degli «anima- li e degli voniiiii fon giitati dal carfoi^r.atp de^ Sole ,;che più libc- Monarca, ogni .giorno abbondenòlmente /li com- parte . 11 giubilo , e" l'allegrezza deli^/^atura featurifee das^uèl ma- re chiariflirao che Tomnierge ogni noia, b malinconia. Eifetti della grandezza > c della i^^?§^ih^cnza del Senato ; Venezia- no furono le pompe , ie^fefie^ e gli fpettacpli fplcnniffimi >co' cj.^al i fti accolta in Venezia la Maéfta di Er- rico Terzo,aJlor che lafciato il re- gno delia Polonia ,fu chia ma to co- m’Ercole à Tollcnere/il pefo eredi- •tariodella^Francìa pér cagion del- la morte di Carlo fuo fràtello che n*era fiato /‘Atlante . 'Onefit appa. •recchiamenti -eguali aifaltezz i d* ' . va Vn Pr inielpetsi graiide , e^*ma' Rè* ^bf^jct^i^hequà^pi^^ ijtéB^^ IdìbMf^è 'lèi^a i ^ìóà r&èdìÉi^ / nòit f dté^&et^rifticKir.eoà parókPHki^ «QrfkabaèVv^*^^^-'' ' R ^àLmarad^rfencm dùcè qa&rko «dalla potenf;sa ckll* ammliiibil Seaàt<y Vcùicz rate ? Vldè à^èodapeaedt^^^ Irffimo^Sèrfe èÌÙ6|>èito l’AdCihIcJéé barche I dfgoddòk y d^briganci^ ni ydi fbffc j di galee > di fiiicbìtorl» ^he^egdìcatiaao :V eidadcompagna* uano vna Galea ittfìipeH>ìtà >cred* 40 'fpter^èpot^4tì ’iK)^ dollà^lUaYòrttina vkià^càf^i iiiqamf eràA Seiìacai^iy i ^^à}f i^^èeàh corona àMoro -^Dòge ^ -èd à gran Rè Córonàco ricènutó in quel* ia Galea che potea chiamar/i^là Réiiià frà P altre , CJuiui Errko potè vagheggiar gli effetti dell'àr té più arcificioS negNnt^h\« enellè figote d j rilieùo certamente Vhie' i sné' fatte immobili dallo ^iliipòrc'; nc* ricami finiifimi^douc Jc telépiù itima- Digitized by Google ùutt%U%^.Vtne^0nk\ iii IHmacc , c l'oro piu puro reputa- uaiifi di poco pregio in compara- zion deliauoro; che vinceua la pre- zioHca delia materia * nelle ricche ^ epompofeliuree , nonfol dc'Scr- ui y mà de* Rematori 9 dalle nobili ailife de’ quali fi poteano conghiet* turar gli abiti della Nobiltà , c de' Pignori, Vide Archi trionfali ab- belliti dal ferro , c dal pennello ^ di flatue , d'imprefc^ e di pitture rap- pcelentanti la fuga « e la feonfìtta^ degli eferciti , che aueano attuto ardimento di adfrontar/I con ellb ; onde ancora gli /corni , « Pignomi- nie de* nimicigiugneuano gloriò-» , ed onori alle pompe del Monarca_> Francefe • Ammirò diletteuoii Ra- gatte , cioè ynreorfo generale di barche, e di gondolcper la via lar- ghiiiima., uià ondeggiante del Ca- nal grande, le quali volando lenza le aleaueanper termine del volar loro il Palagiodel Rè, meta delJe^ grandezze terrene , c per premio . palme , ecoconeda tutte le Deità fiuolofe del mare polle quiui nell* P acque acque in vna fpclonca fatta Reggia ddfOnore y il quale onoraua'i Vin- citor^, éhc piìidfìduftfiofi di Dcda-' lo aùean date le petinèa* legni , co», quali erano innalzati jal Ciel della Gloria gl*Inuentori ;Apprcfentò ‘ ancora la rmagniiìcenza biella Re.- pubblica agli occhi di Errico quat- trocento guerrieri armati delle due*, celebri fazioni di Venezia, de* quag - li tome bdlicoTo che egli era godè, fommamente 1* animo di queU’JE- roe reggendo in va Ponte ch*cra piccol punto à tanta gente diipen'- diflfìaic proue pari all’animofo fat- to di Colite , che dimoiìrÒ valere vn folo Romano per rn’efercito , e che zanti efeteiti erano inRoma^ ' quanti v*auca ‘Soldati^ £ per óno- . rarcil Sol de* Regnanti fè compa- rir d'arabclc parti del Canal regio nelle fincftre de* palagi quantità in- ‘ finita diiumii foggiadi corone >di ‘ gigli , c di piramidi ^ che fifieiten- ^ do nelfacqua mofirauano npikro : Cielo fommerfo nel (mare tempe^. flato di più flclle , che noti fono le Digilized by Googlc Omo h \eU Venexj^i, rfcintiJlanti fopra’l noftro Mon^o . annoucr4tedall*AftroIogia>Ia agua- le non potè ailora ,contar guellc ^ , che tramontate , c tuffate nejrac- qua» di mezza notte forni auano vn mezzo giorno ^ benché il Ciclo foffe quieto 9 je ferehiflimo parea.* che tonafle , c tempera flc coMuoni delle bombarde , falutando' colle frequenti falue il Fulmine ideila guerra ^ Tralascio i con ulti fplen- didi y e lautilllnii eccedenti i conutti . fauolofidcgPJddij : le /Infonic piìi foaui dell'armonia fentita da Pita- gora ; i balli piu ineftrigabili del Ja^ . berinto Ai Aedalo ,, che farébbefi . fmarrito frà gli auuiluppamcnti or- dinati deli*arte, fe nella terra^e nel- l^ria jfolTero ;qucgrintrighi artifi- cioli rimali. -Inroraraa sì grandi , .c magnifiche furono le dimoftran- ze TerfolaMacftà di ;Errico >' che • ammutolì Ja fama , non ballandole cento bocche per ridirle . • ^  ''i; ^ k% . f Vi CA- — - k-, 41 r elio d'ori DeHa CmpgraT^one » L’Vltimo luogo intrinCcco fi è là Comparazione^ Ja quale in^ tré maniere fi può fore , ò parago- , nando vguali con vguaìi , òininori co* maggiori ò m iggiori co* mi* nori . Per diilinguerbene la Com* parazione dalla Similitudine fia quefia regola generàle : che nella Comparazione Tempre mofirafi e- < gualicà>òdirparjU;ilchenoQfifà ' nella Similituciine • appagata nel far veder folamente la conuenienza d*vn*Oggcttocoli*aJcro. Perefem- pio: fé nel deferiuere Ja ferocia d*vn | guerriero y dirò, cheTU «fiume ac- i ccefeiuto da tutte le neui deWAlpi , c dell'Appenino , eche non par gliuolo del mare , mà vn’Occano i . che vn turbine proccllofy furia del- la fpelonca d'Eolo : che vn fulmine arme più violenta dell’armeria del Cielo; che vn cremuoto ariete fot- ' ter. DIgilized by Google I OutrolcL 1{en, renctiand . ri'5 terraneo del Mondo, non pareggia- no , mà (òno inferiori al furor dèl^ Goinbawéte,{aranno Comparazio- ni ; la doue fc io diccHì-, chc impc- tuofi fiumi , turbini furiofi , acccifi. fulmini tremuoti rpauentcuoli c- rano fimiJi aii'Ach'ilJe , ed al Bria> reo furibonda , farà SimiJirudinc a- ftraente, come dicono i filofofi , dal. pili > e dai meno . L’argomento da- gli vguaiidl^fò quando Vi g. dima^ Itrafi eficr degnadi pari onore , ò' vitupero vna perlbna*, che l’altra', noneflendodifpari di affluenza ricchezze, di nobiltà di natali , di grandezza di virtù * di pienezza di vizi! , e.d’akro » JPer cftmpio. Il giòUaTc Ìa*^Cittàdihr col configlio , c coil-aiutò répùtafi" d* egual gioi- rla : dunque in parigrado di gloria fi deono auer quei che configliaho> c quei che difendono i Cittadini. P argomento da^maggiori a’ minori è ; quando proiuamo valer nel mi- nore quéi che vai nei maggiore . A cagion =d» efempio' . Se Francefeo non rirpettai'fuoiCenitoficagioni F I deli’ .r2,(T . dc]Peflcre>£ della fortuna ; qual ri- • ucrenza porterà a* lontani di fan- gue , e di parcnieia l pa^ miaòn a' è quando dàfli àdiucdcre .X iò che valnci nainprp v^ere ancor nel maggiore V Vi g; f rancefco ^ è. fi liberale e cortc/e verfqquei" chea pena conofce r quai fonti di grazie , e di fàuori non verferà /b^ ' pr a gli Amici ycd i còngiunii f Po-1 * iremmo valerci de? maggiori a*mj- nori à por re in palcféla crudèltà di ' SilJa^, Scilla^ che ingoiólà nobiltà deU-'itaJiar* ^.c fè" correre? vn* altro ’ Teucre^ , anzi va mar? di fanguc per iàCit^dì Roma ^ Ancorà^iLfà^^ corre perle tódedcÙa, Città a come d*prp ardoi^Uc ' pofte" dal fiero a* palagi di Roma . eda pplueredelle abitazioni caden* ,ti,.oon hà' diTueldta» la> faccia, dei Giclo y nà i’óndjeggiardcVtorrcnti fangqipbfiy c deghaceadij-hà Qmh merfp > e focato lo fdégno diSilJa ; le lagrime delie famìgli > pia^ gneati " Digitized by Google Cfmo la Vém^ana, <127 ’gncnti hanno ammolJito , c fpeti:a- toqueJ cuor diraflb nè il hienzio funcfto delle contrade; difòlatc^è fiato efficace Oratóre à perfuader là pictàv:c lacompafffòne à quell* ^empio , c crudele* :.or che farà col- ràltrc Città y fé ricuoprc con tanto fàngne ifette colli' di. Rbma?',. che amororamente gli porfe il latte ? fé vuoi vccidere il Mbndó col troncar * JàtcHà al Capo di tutto il Móndo , . aJzaj:© à le ile flb/ nelle pianure làtriier;va,Gampidóglio di cui egli iìà jf .Giòue che tuoni »' c fulmini ' oollarpada ? Non^hà-piotuto rite- ner Jèmanidi.quc/io Buiiridc mici- diale il legame deU’àfjffnità'» e: dell’ .am iacr iheaife . sii 4*^altare»dell?Irai’innoccn2à' di lan^ ti or con qual furore mai^gerà . lè armi contro à Nimici , ch'e àuea- no polle all’ord/nc per legarlo le catene fabbricate nella fucinardel- jl’òdio ?i £ fehàJarciatcrolànjcnce.» - le pictrc\,fl che additino iLfepolcro ■* dèlia Pàtriagiimoria; nè mèno la- fteràp oca poiuere; in cuifi fcriua il • ^‘4:. nome I / tirano d'OrQ'i aomc dell'aJcreCitiàjcJafìcrezza per cffcf più fiera non rorrà vefti- gio alcuno , ncJtjuaJe i furori degli altri pofiano sfogarli , volcndo^iiil- la efl'er folo nella vendetta , - . Terminiamo la Comparazione^' teon quella iiuoglw intrinfechi col paragondi Roma , òdi Venezia»» c delia Repubblica d'amendue . - Pargokggiaua^ielJa cullala Roh ^.rnana libertà , quando i Tolcani , i Volici, gli Equi, i^abini', cd^f Fi ancefi apparecchiauanle ' colle armi là morte , e con gli Ibcidi la ba» ra i e ladibertà di Venezia inuidia* . ta , < che aueiTegittattiiìioi fondai 'menti neiFacqueà'RialtO:, il quale €0Ìf^tezzA4d tnomof pronoilicaua ^ •k gràadezzatloue orarègiuataicoii deftino fiù ciatada vn^iticen- dio di guerra , tentando gii Vani, e gl*aJcri&rbari fepotefierodiuorar col iìioco*viia Repùbblica non in* goiata dal mare vmà rifpettata', adorata dall’Adriatico v La Répùb« ^ blica Romana Tide il • predpizió , uiclao , cTbairo deile fuefuenture allor Digitized by Googic Ouerc la ^ett, V t% y ’ alJor che Brcnno coflrinfcìl fiordi della» Giouenth à riconcrarfi nella RupeTarpea , e del /àllbimmóbì^ Ite del Campidoglio dbue li ruppe il’ carro della Fortuna de* Senoni; ed il Senato Viniaiano con timor pa« ri mirò raltnra del fiiafeggio qua- iì abbattuto , e dtprcflò quamio Pi^ pino lo fpinfc coll*"impeto dell’ ar- mi^ e col vento fauoreiiolc dclla-i profperitià Rialto , donde poi vit- toriofa* r & allegra Vinezia' con- templò l’armata nemica fommerfa' nel Canal'Orfano i à cui-forlc diede fi lagrimeaolt dinominazionè l*a- uer cagionato vn mar dì pianto agli occh i di tanti fanciulli rimali' orfa- ni nella Francia* per la* mortte d& loro Genitori affogatr ncll'àcqucL> non iolo amare , mà amarifflme ad vn^fereito , che auca lungamente affapofati-i frutti» dolci di molte vittorie profperamente ottenutc.il Porto di Cartagine colle fquadre^ nauali mandò Tempre tempefte di guerre neJlefoci del Teucre, c nel- le Ipiaggc Romane e dal mare di F S Ge- 09^ ' ,i" volarono, miile legni piii^ tenjpeftòfi dell’AHriatico contra la - Reina,di q9eftò;Batf agliò Jòngh i^ irmamentcRòma con Mitridate , il quale per efler eyn Gérióne non», fu vinto le non dalie trfe Ahimc gtafidi diSilla di Lncttllo » e di PòJÌpep i gucrreggtò molto tempo Vénezià(icól Gènouefi» c cof Virebn- - ti , , chc|Mi£uer,oyn*^^ at- terratp'qnan4*era>più V icibo alla-» • Terra ; Finalmente i Rbmani creb- ber tanto ,,che altri Guerrieri noa • témettéro/alup fe fteflì ; ed i Vini- ziani adatto fimilià* Romani’ com- ^Uéndóxóntinnamcntèfcóii l'Otr<' tóraanno,ch'e.nelnomc:mQflr4 d*eP - fer Gigante, di piìiinani , ipaKefano. • che fe dalli Luna deLCielo R può cclilTare ilSolc;la LunadèljaTracia non può torre lófplendòre à Véne' zia Sole del? Adriatico ‘,11 quale no teme nèècclilli nèoccafo fc non_i nelFvltima; eRnalejcuina del Mon-. dò ', ; che vedrà cadenti. leReliè , e ’ ottenebrati i pianeti maggiori , c : ffforgerà la pompa funerale dèi Ge% nere Digilized by Googl citerò là Féneo^ani ; i^v nere vinario priua.c}i Ju^nì >^.'1 quali ■ fbgliono eflerc vn chiaro argomen- to d^lilvita-g ii;;fpenta/ e. deliaci- notte agli occtìifoprauuenuta e . . r^Occobr€ncmcnte5.i luoghi da** quali prendóniigli argomen- ti eflrinfcchi ò remoti perchè non fón.cosidifficoJltoii, nèrichieg-. gpno tantq'ngegno Si:‘dinomina*' no ancor fen^’arte benché ricerchi- no artificio , perchè i*Òratore non . traeli^allc vircere;déjla cau far^^co? rae parlano i Retori , nèldalla co- fa dicui trattali; ,, mà dagli' altri . V! g. Il dir con Màrziale della Cit- tà marziale di Rbraa% . > ' • . loi, Terrarum Dea , Gentìumqut l[oma * Cut pM cjì nib ly & rubi l Jtc undur/i: ' conClaudiaao Poeta tuttq. fiorito > e che tutti'! pili bei fiori colfe dalle prateriè.di Eàrnaro',;le quali fono i Campi Elifij delie Mufe ; • , . ^6, Quà rji nrmnrè] Qìfk tàhU in tcnircmplelfit^^ dther; ' ■ CmusnecffnaimvipéM, netcwia iee§^ rem^ >Jfelau4em'y§»vU9€afi$ : quà lUecS tmiUi t^muU vicimfalìigiatiiifmrajhrit’; ,<Amorum, UgHmqttefo^s , iptdfimditf ÌHùmncs> . Ifitperiim]pMqìie déiìfeitnMéiiurith'* Hac efi exigiHtsqiuffimbusitrti tctendh In gemincs »^xtr,paruaq; aftdtprofeU'it Difperfii eum Soltrmatms^ ò chiamarla con Atnmiano: Tmperiji* virtutìimqyimMiitm tarem, ò còHàltff Penice nata'dàMa Pira di'Troialj Aquila feorpreintefita', c in mi* rare il SoJdcila glorià y Pàtria co* munc'di tutte le naziòni* Rifugio^' deJPctàr-deJJ’òro difcacciatà dal fe- coloxli ferro , Reggia ftabile dcllàf fortuna che hà- rotto il fu0‘ carro' per non* dipartir /ì‘ , che fon titoli- gloriosi , e grandi dàti à^quclla Cit* là da' Scrittori vguali al nome t c' alla grandezza di Ròma,^ allega* reaJjtreautoriù per corroborazio* Digitized by Google 6uero la tt'ett. ìTcne:itana rj j* he dcllcJodi di Roma , fono argoì menti cflTfnfcchf, c tcftimonianzc prcfc di'fuori . r luoghi cftrinfcchr da*' quali fi» piglianogli argomcrtti remoti , fe- condo Quintiliano , fon quefti • Il Pregiudicio', il romórci la fema > il tormento, leTauolé , il girirameri^ to,e’lTeftfmonio. . Il Pregiudicio flgni'fica ciò che determinato ne*' gitidicijfatti altre volte è di grand'' importanza alla Caufa , al ne'» gozib • Remore fi è vn grido vano’ fparlb per Radunanze degli* vomi- rti, il quale non cflendo appoggia’^ . to al fondamento d*àlcuna ccrta,cd’ auròreuolepcrfona , èpocodurc^ uolc, cà'pena rparfoedirperfo , c diiiien nulla . Eafàmaè diuolga^* mento di bene , òdi male , che hàì per bafe la ferma opinion degli vo*- mini,edi'qualche perfona' grauc la quale colla Tua grauità gli dà pe- fo, acciocché non così tofib fi' porti’ via dalla leggerezza', c dalla vclo-- cità del tempo , Il Tormento com^ prende le pene afflittiuc > clic foni^^ r , UVtUfi d’iOfoi lecfhuuiac cuori ym^oi tre 4i pa^^gpnc vche fpnoft^rc ; Wverità j e là falfità ,.,S6^:to!f*nQ(nc" di tjMmcnto tvengono^ancoiai Ic ' preghiere ^ le minacce ri vezzi,glr j H» apàzziil premi; le priiiazioni ^ de' bcpi |vi conuiti , ne' quali per me^Q del vino ciie èvn ; dolce c^r * ncHcp^dòJ cernente' fi violentano gli ^ atìfcttideil’yómo /, ; eii in fònama fi- gnificanfi iuttei'inóenzióni troua- - te da* Tribunali per iruelar ja men- zogna figliuolà della viltà'. L'eTa- iioleabbra^ Ì-le ' ^uàli fonò flegàinT^ itÌ2^V.e dàilàtP^^^^^^ teftìmpnìànze fiàmpate>.òicrittc . fciìdf ed arme potentHiime dà^ofJ- ' ■fendere i e dà difenderfi; JTgiiira*^' mento è: va’àtto> cofcquale^fixhia- ■ mano Iddio i.i Santi ,^’iécofè ci'ea- ^ te per corroborare: il fatto , e quan- ' X(M diciàmo-r cficndo la religione ; ^ijrumento- efficaciffimo> neVgiudi- eij-i; e colla riuerenza ,-e coLterror di eiT^ fò^^p; fiati >, intir, alcuni petti ■ coi^tra i quali èrano fià te adopera'- te DìQmì7: ; oy Googlc Gumik Bjtiti Veneziana , ìjj té mdarno macchine delia - fie- rezza per batterli per' cfTer veftiti ‘ dell* vsbergo di Marte compoftb de* piÌKluri diafpri , e diamanti . 1 Te. flimonìj fon lè perfone chc^attefìa-' ^ no , prefenii‘,òJontane *jamiche,ò nemiche , di ninno , è di molto cre- dito, di rei , ò di buoni coftumi , di quefta%, òdi quella nazione ; in* tìuendó.indirettamentè Id Terra , e ■ gli afpettidél Cielo', i e de’pianeti’ negli animi noftri',*c non diretta-' mente con isforzarla volontà^ co- me fognanfi alcuni Aftrolaghii che tolgono la libertà • acciocché^ piu ^ liberamente fi pecchile per rénder- fi più famofi àHcoF infamano' il- Gielo . Tutti i' luoghi fòpraddetti fon comprefi dà; Cicerone- fotto’i-^ Teftimonio ,che fidiuidé nel Diui- no', e nell*vmano Il Diuino con- tiene gli oracoli,! prcdicimenti gl i aufpicij , , e gli auguri j prefi dal canto ,e.dal. volò degli yccelli , eJ dall’ofieruazione?degli altri ogget- ti; le rifpofte de'Sacerdòti, dègrin- terprcti de’ fognii e degli Àrufpici sì die- tjé * M'FtUè ttOnr • che confiderano ie vittime de/Hha% te al facrifizio ,11 teftimonio vma-» uo contiene glieiethpij>,,le /enten^ ze yiproucrbijv giiemfaiemi > i ic- toglmci td'imprele > e cofe fimiii ^ le leggi , §Ji editti , iprcg indici; > i teilimoni; ji giuramenti , i patti ^ le conuenzioni , i tormenti tutto* ciòche dcpcndc dalPantorità. dcglt vomini ilhidrf 9 dalla volontà de^ Principi „ delle I^puBblichc , delp adunanzc>e dai parlar volontario > ò sforzato com*è quello del Reo , chci f]H>ntan6ainénte confelfa > ' ò sforzatam^e ài. cagion de*' tor- menti'*' Da 'qpefti luoglif eUrinfe** chidl.pojSbiìcauareragioniper lo» dare>,òòiaiimare ’> per difendere e condannare^ * Per condannare va. Reo'potrebbe cosi aringare i^Accu«> fatore. ; ^ . . t Non mcritadr goder lapubblica luce delSole^xhi elTcndo maluagió>. & pdiandopcrciàilgiornb corami^ le di notte v n misfatto , col.qnaie-> contaminò gii Splendori purifliiiii deile ftellc, c dinigrò la bianchezza della Digitized by Google r _ éutn la ^ettl^éHétiétta I 1 1 7 della via del Ciclo » che fi è tutta di latte. Chi per ricoprir la colpa cer- cò l’ainanto delle tenebre fia imiol- to dal velo caliginofo della inorte,I no Uri Maggióri punirono con firn il pena molti altri non di/fomiglianti à coftw nella fceleragine . Nè v*è fofpetto che la'confeflion fatta dal Reo (ia (lata finta-, oucratfifefto di* viltà cagionato dalla temenza di- maggiòrgafiigó , da cui apprcnfió- ne abbia feopertà la malfiàgfrà ce-' lata ne’ nafeondigh* del cuore , c tì*^ ‘ data all*òrcurità della notte . I (limonij ; che non fon di due lingue eorae i Cartaginefi , nè le hànUo- vcnalitomeiGuriòni mà ebbero Tempre r innocenza kel cuore ac- compagnata da yno iluolò di vite b*- ]e ^uaii Jorendóno infiiperabile al» la potenza degli afTettf, atiUerfar dImeAichi , mà- non mai del tutto dimeiticad , affermano^ Teccefib' commefib^ £a fam a fb rhAa 'di p i u > occhi , che non fono i lumixidttur^ ni del Ciclo > c dfpiù Voci dellaièli uà loquace di Dodona 9 PatcefisLi» ^ Le . ti P^eU0 d^Orai. y > Le leggi, cioè le Maeftre ,,vche ad- dottriiwno fèi^z^ fiancar fi , ed in^e* gnanoseza niiC^^dèi e fc^pi fileni , , .che ra^cengonp le p^òaiji /fé, e sffenatejigiudicanc^^pi^OjQun- zianadègno deiirvjcinu^iUpplK:^' coflui> che fìi il primo ^e^ribaidi, , c vn Moflro nuHàvimuu^ptum , , ilqualc perchè fii ainmapfira,io nel- la fcìjoladeilà fcclèrat^a:>, ed in^ dlffóliiziq^ difpfcgiè ^ griiifégnamen ti deìl^ pci^ènza , c * dcKà giùfl^i^/ >*/C*ruppC' f' legami? dèll'oncfl^i/q(^qualiira<^ ticnci e viue^ihiiberft^^ del vizìp-^P^t^^’iho^^ll^giora- te^ii^ntj fóq|[^cntW2et4«^ JRel^iòi^contral ì9a|^^ ^Suafqttrarfia^^^^^^ quefla èzoppica^CjiVn ^ chzarezza del giórno > perchè ilcurato dàlia notte > e dal deUcùàllti^ ,, .:,r . • , , ; , ; £ìpéréJtóyéne^-4:C non crc&c perde Jpdì a j tr« j ^ - cre/ceàiizi gìòrie a^ódàtóiMiì^ fri. mólti alcuni clógij ;>. co*. Di-j;;:,- ; by Google Ouero la F^eiK ì^i(iana: jp co* quali fubJimaroho fe ftelTc lei» penne di fòl Jéuatf Scrittori neJl'al- zàmentó di Venezia". Il che feruir* > V d'erempioàchivoleirecómmefida* xcdairautorità V-c da: vn luògo e- Itrinfccò qualchèCittà i che oltre i proprij fregi i edintrinlechi auelTe ancora gli altrui; egli èfrériòr h - ^ 1 Poeti migliori V cd iCigfti piu : (qauidiParnaro y gJi Oratori piu :fàcóndi> fgli5torÌci* piii rinomati ' col cant09.colla linguà; colia penna cfàltarono PaJteàza diVénezia% e degli abitatori . 11 Sannazaró' Pàn- tèpofe al primo miracolò della Ter- ^ ra , Roma ; c cantò che Venezia tùata nelle pianure' dell'acqua era più eccelfadclla Città di Marte in ^ sù i fette còlli jjòggiàta;percIi'è Rb» ma era vn'opera pólIìBile àfàrfi^,- e già fiibbricata dagli vòmini ;/là do- ue Venezia era impólfibilè à'C^afcu^ noeccéttò alla potenza'di Jjio . - lUmhmmii' iices , hant Dc$Sf' \ i - »:4 . .-.‘Si 2- ' * c pufe?eircndo anche quella Vmano ^ lauoro,;raccoglicfi thè i fondatori du . Ì40 U fatilo ttùw i - di Venezia ebbero dei /bprvma*- no^ . Chi la chiamò Rcina dell’A- driatico/erniu dà Tcddc y e da tut- ta la famiglia dei mare > che per ai- crojDurabile par che abbia mutata natura neiradoperarii cosi coRaii- temente à prò di queda Città coro- nata^ : ' ^ tÀdftaei ^^egmémarit^Ham ferué "ptre* tnr, Titbys 9 €$ ^bftfuijs VMdéoaUms ambii: fon parok 4*vii moderno inferiore folamenfie ragli antichi Boeti nel, tempo > e queiii ^ife ancor con r»> gione^, che*i dommio del mare ia^ prima è de* Veneti r«poi de* venti laonde; douean procurare i nau^ ganti d-au€f i*aura fauoreuole d’a*^ iii^nd^er ; - r ‘ iPf^tmtpsiaHtm > pentif^ae irate fk- Caiiìodoro col fuo flile dorato fcrif*» fc; elfere vn^dunanza diCaualieri e che fé le altre Città fon popolate di nobili , c di;picbci , in quella fi CQteneua vjQi*Airembka.di Grandi.. .r"' . ' ££  Ouerd laì[nt, prxdicabUes plcM nobilibus T Il Giouio Jc diede titolò di beata., , e di aniLTiirabiie da cui la feiicité , c la marauiglia non mai dilungoffi . Sid e a anté stias et lieata , etadmirdbìlis extftimatur , nulùfque opportuna bo^ fUum miuritt. Leandro Alberti nonfii- nolJa gran genitrice d* vomini grandi , c d'ingegni maggfori fem- pre piu feconda nel prodarii . ^Frbe bfcmaximorstmammorum homines , et ingenia pradara femper magna niultitu- dine k^buit • Filippo Onorio affer- ma , àie à ninna Città cede , e tutte eccede nonfopportando nè premi- nenza , nè agguagJianza . VenttioM^ Ctuitas efi pulcherrima , ac^ngutari fuo fitu admtrabUis pra cateris Cimtatibus » quibusnulUcedit . Il Sodino nciiibro terzo della Tua Repubblica là dà per inuincibile , e per più forte del- la Torre di Danae , mentre Vene- zia non fi ia/cia corrompere da* do- ni degli ftranieri , ed è impenetra- ' bile alle piogge d'oro ^ le ^uali io- neate han tolto il Juftro alle Città più ciliare ^ e foauneria la libertà 14^ ili y elio . de* Popoli * Sedhoc inprtfnis Senatori . eauendum ejlyne peregrinorum Vrincipum largitiombus deptanari fe > gut vllo bene» fiiio0gati patigtur ; ^uodtmetftcapi^ tale effe debet i JtihiL tamen frequentius in . omnium ,oculos incurrit 4 excipto Vene- itaYum Cmitatem , >qua ab hoc fordiunu g/enere pttrum babtt Senatum . Tutti fi- nal mente confelTano effere vna for- . tezza inefpugnabile , la quale refi- ilendo alla ferocia dePmarc dimo^^ fira non auer, timore della Terra*, quando congiu rafie al disfacimen'* to d*yna Città , che trafeorfa vna^ ,breue puerizia fi è conferuata fem- pce inyna lunghilfima , e robufìiffi* iBagiouentù , Ja quale noninuec- ^chiata nello /pazio di mille, e piti .anni > non hàprouati gli accidenti .della vecchiaia? ciocia debolezza , .e la caduta; che peròBaldaflfarBo- nifaziPappellòin vna Tua lettera ,, .Vrbem teternam nonnifi cum rerum natu^ ya, ac Mundi machina perii uram .'Nè fono.minori i vanti dati a'.figliuoli' d*vna Madre fi gloriofa augu- ■fi^. Dal Card inai Arnpldo Ofiato Ouero la \ett . P^ene^ha . i 4^ nella piftoJa ,^ colla Tua pennaj pitrpureateftiiìca/i , chcdHor della prudenza'jfioriTce nel petto de' Vi- niziani . Veneti res fuas tanta p^uden-^ ^tia agmt auàm àUus quiuis ^rinctps^àzì ■Giouio ?Fel.primo libro delle Sw; rie ; x:he nel vento /econdo dellaj •fortuna prospera piu del doucreL» non lì gonfiano ^ ^nè mancando -, fmarrilcono^ nè fan getto delia co- ilanza il che è la ?vera Idea d'vn_i Eroe . ^ hontmes in aducrfa rerum . fortuna coriflantes > numquant /OTWod/r/ dal Tuani nei libro 37. che l*amicÌ2Ìa de’medeifìmi come-* gioiellodi graa valore ii dee gua- dagnare , e comperare ad ogni prezzo da' Monarchi . Kullum TV»-- cipem èffe tota Italia > 'excepta\epultUc9 V eneta 1 in cuius atuicitia tomparandé^» J{ex multum elaborare debeat . •£ final- mente nei libro 2j. affermali dal medefimo , che folamente nel Se- nato auguffiffimo di Venezia tro-‘ uafila prudenza intera , la quale.» nelle fue parti è diuilà fra le altre.» Repubbliche > eleaitrcSig"^»***» - I i ; i i< J i \ i :H4^tU0'<POf0$ ’ della Terra . Fenetus Senatus meriti cmnis duilis fmlentiéi officina vocari 4ebe$ , ;E per mo/irarfi i Veneziani inai:au<jglioficom'èla Ciuà loro « non.i^iartirono i fiumi in piccoli - rigagnoli^ nè tol fero il nome di fiu* Oaeà Pinde , il che fi fece da Ciro ;; màdirperfero in mille canali l'A* 4riaW(:o Tacendoli {correre per Venezia:, quafi abbiano In balia il mare,# . elo pofTan tramutare in va rmQ ,f leuando alfOceano il titolo dteàcr Padre de* fiumi . Comparisce però più ricco d'in- ;gegno quell’Qratorc , che non pceadeinprefianza di fuori , per €QSÌ dice $ gli abbellimenti dcldif- corTo , e da* luoghi efirinfechi , mi ^grintrinfichU in quellaguira^ ^ ci^evVngentilvoQio itimafi piu4o- uizioio qualora nel riceuimento d’ Vii Principe nonferuefi degli araz* zijC degli ornanaenti altrui j inà de’ nobilifiimi arredi della Tua guar. daroba ; che è la Penicia j e POJan- ; da dei palagio. Molti facri Orato* r ri difettano nel (buerchio adopera- 7 ' ^l Ì4f rafcnto de* luoghi eftrin/echixrolma'* <io le prediche loro d*aucoricà X)iui? ne , ed v mane, di Scritta re^xl^adrii^ di Autori gentilii,ieGattóliciynè ad-. - ducendo fe-nonldi rado; gli argo-^ nienti intrinfechi, che fono Inanimi* de* ragionamenti , e gli arieti for* -tifiìmi deireJoqucnza , co5 quali li perciiotonp gii Vdkori per ibr-. prendere , ed occupar la Rocca deh cuore. Oiiindiiiafce la filatèra de^ difeorfi non mai finita > à puntacorr. me la teJa di Penelope - perchè fcndoinfiniti gli Autori che fi pdfi-* fono allegare i fi può allungare in^, iflfinko la diceria^ ^ c dire à^cofioro* ciò che dilTe Marziale ad vn'Mae- firo : pis Quantum óthpitptcUtmestAC- cipere vr uccàs jpotcndofijegua Ime n- tc pagare ii fiicnzio-, ed il parlare • E fi come nella Filofofìa / c neJI^ Teologia non mer ita lai aurea di Maeltro chi cita folaraentei tedi de* primi Maefc' del Mondo Ago-' nino , e Tornmafo > Platone , ed*A- riftotile , sh I fondamenti de* quali fentenze, vfaudo queir G ìpfe Digitized by Googl ^11 y elhdfùro ^ dtxU de’ Pi ctagorici fenz* ap- I porcare alcuna ragione del detto : ~ cosi non fi dee annouerar frà gli O-^ ratori artificiofi chi vuole -4A>«4e in • umifere fama 9re,viìerfi folamente.^ de* JuogHi nominaci fenz’arte; qua- li l* £loqucnzarToflcpouera di ra- gioni iatrinfichc > c mendica di ricr chezzc proprie 9 c non piìi^tofto fi- mile ;à quella 'Reina dcfcritta dal Saloiilta:: jtdfUttt. l^egma^'t^ ‘ deauratn ctrcumdatavartetate , ceinpe-. Rata. d*oro , e di^perle » e liftata dc*{ , pib bei fregi dclVlride .Torri V i prouarvi^twlche Predicatore , chc’l. peoeatci àdetcft^bilé; e per far ciò; Sà prima vn grande ftudio nelle Po- | liancee , acciocché pofia riempiere- ! da ca po à pie i c ne* margini » d*au- torica , c diserti ifuoi libri , i quali paiono y fummi piena iam margine libri Scrfptus & in ter^o , needm fnitm fOrefles . Qiiiui (Iveggon vari; titoli appro- piati dagli Autori al peccato • di pelle , d i Serpente , d’idra , di Cer- bero, di furia, perifpauentarpoi | dal '^Ouiro ^^^ianì ", r’dal p'crganto i pece» tori; j*r riè ccim ; k ragioni piÉi forti , rii^ktramè^zt i le te^moriiaiize in^ tririfcchi , "<k*;qtfaljj<coriS€k}ajtanti ; Ipecchi^rappref^ifi: lal^branezza . del vizio à^ife^feetì tanti , e :douc lì > veggano'i;njàli:cagionati dal^ipcc- > caco . '^ìE «guai torrenti di ;dirc noii^ : ilgorghcfanno rper inondarci! pec* . cato quando l'Oratore abbia l’arte f d’apfirc quc' fcdici^Juoghi della-. , Rettor ica ... -1 foli cflTetti del pecca* ; tò eki|ueitti^a»Qtefl^^ t di* ilefi fono vn Nilo di fette gran boc* che . che feconderanno Torazione . c renderanno facondo rOratorcL»; ; fQprabfecuidzntenicnte non che ; fófficienzaleiiza ficortb alle . nizionr.aJlc caufe vagli Aggiun tl v e alle altrefonti:/ impcrcioechè»i peccato fìi quello:, ^he 'bruttò nel Ci e Io J a^ bellezza del le Softa ozeo fpirituaii, ed annerl>C0llc4lrrc lid- ie Lucifero dPianeta ;p iù ^luminolb degli altri' 5, mentre volle aggua* gliarli al Dinln Sole • il peccato ruppe col Aio pefo la fodezza delle ' G z sfere Oigilized by Google «fere celefti fondtitc guato il dctté- ài Giobbe à gii brbn2Ìo: accedi fc col fu©jghtaocio'l*lnfernoi ;: ifè. sfiorir coJd’aHtò da Bafi liTch io verdura della dèrra^; armò colla fiaai fierezza, di a^le, ^xli rpìoetrtUUdlò' alpcimò Genitore Adamo ; cacciò' deli regno dcl ripofo gli abitator i* del Paradifo terreftre , eli còndaijH nò ad vha eterna ' fatica' t: prinoIJi- del retaggio della figiniolanza^di; Dio , del -patrtuionio delPimmor^l talità ,dcll’iniieftituradcl Cieloy dir lotti i tcforiic di tutte le felicità to^ glicndo loro Iddjoiyfc.pcr Ja doJccz- zajd'ni p(>niia>àfirapaÈra to . fè affag-. giar Pàflcnztay e’dffidc d^ogni ama- rezza la Adamo vocifo ammazzò lii difcendèiiza prima chCinafcci&V eicon vn colpo fdce ftragi maggióri- di -quante nciinixaiTe.Marte.iiellc battaglie catàpali * .Lo fpoglia- mfcnto de’ doni naturali y e foprv-. mani dell'. innocenza , , della rgra- 2Ìaf>. ddla.tranquillità deicnorò '■> ddclxiaròr della mente la priuh- zion del reamè^tC dei dominio fopra Digitized by Googl< Outrolaì{W, Fent^Una. le Creature:ed hi lor vece la feruitìf» la cacciuità , rofFu/cazion deirin*- tellctto ,.i>éunwilti degli affètti , Iti fcompiglio internò^ ,^Ja maluaghà porpaia,- furono gli effetti del' pec- cato! i.Qudlofugata^'età. dell’oro portò^elJa del ferro,- tonò', e ful- sahiò co* metalli nei campo , fla- gellò xo* remi la sfrenatezza dei marea,;? fcom pagnò^ Il amiciz^fe de^ compagni , i. Tefei ^ ed i Pirìtoi >difttoiia congiurizion delic-pareai- tdiCv,ie dcffangue t accoppiò id Ìealiiy/&.i ribaldi fotta*!’ giogo del vizio >c defcriifc al ruolo la Super- bia., Tlnuidia /.lo Sdegno , l’Anaric» zia / egli aitrimòftri vfciti non dai icnadcli'iAflfrÌGaj/npà^all*apercurà d'vn pomo,caJla, quale fidifohiu fé» £o a,ncora'^,dapeftiknza,/la fameii^ la magrezza, eia fcbiera di più ma- lattie che non furon quelle , chej> vennero, nella dilcefa fauol^fa'di Prometeo dalCielocol fuoco rapif lo , daeuinon furon arfe tanteCit- tà' quante. nc furon confumate da* mali cagionati dalla colpa.Le sfer^ - ‘ G i zate o" , ìl,FeUc doro r ' ^icefordc come dice il^atirico , c * rinternc ambafce; iencite di- giorno ' da* rei i Je*-viii6niórribiliii. c Jc fpa- neatofe iaruc vedute da’mcdc/inii di notte ne^iboni torbidi> & inquie* ti ombreggiate coJi’oTcuro dell*c»iio bre >.^ebberò principiò dal peccato " fatta: carnefice e.JDfpintòrCipcr iftraaiare i Albi fcguaci 1 timori - del fijggitiiio ' Cà^ che > temeiaa* ' c fie fe Ite ITo; veci for del l e fiere ^ ' fiera del Alò fratello ingiù Aàmeiitie - ammazzato : :gli vrli^diNerone> trafitti^ da mille- punture d'animò ' ne’ letti di rofe 'ì; é/iodcok da.’ colpi * mormli qu^l^i^tté.dri^dbd^ * gttardié i : ietdinpeflfe fielpettòidr Giona: più > fiiriÒfddellé pròce i le del mare : fiamme cadute dalì€^ófdprai(]pel* ^ riufami Città^dl ifmorzarè ibiuo* co delle t:òiKUpifi:ci^ : il'diluuio^" d^adque:infiai per: fbmmérgcrej» ^ fiH vomini^i- efié nelTun^ tàlrmritb ' poncano allà' toror’ - unti altri ga Qigti i h che ■ leggo* ^ nomeUe Storie (acre > eiprofane - featu-^ Oigiii Cd i -jOOgll Oìtero la I{ett VéntT^am \ i j i ' (caturironadai peccato . Or vedére che larga vena deriua da' (oli e^cti che:béne ampli £ca^ ti > e ppndérati daranno à^diueder 4'Oratorc'pjÌLCopiofò dell^Occano òrigioe di tanti fiumi reali > à cui per eflcr mari null'altro manca non il nome> e i'amarezza dell’ac^ que.. € Jt I K ^ . . 14 ÌltUé>€aU^rÌ€ filofcf étè donde p e^woì.rnanrU.daltVtamtm^ I . ‘ ©Van tunqu c c anafic. il Cigno ^ dell'Arno;: - Tómrarytonuàavdfihftfài purellaèàguiia;degl>àntichi • ni j adèntrariccà , ©fòrnata ,òco- ^ me le montagne che afconddno To- ro idi fuori nude, cpriiie infili del- iferbè i mà,ÌBternamenteripicné di^ tefòri i c di gemme", flcyé-fifié par- torite^algirameiiradd Sòie-, c dal ^ riuoigimento dc>CliBlfi^c affidata^ - alla notte piii buia Le miniere p : 4i dun- - Oigitized by Google Vfz 11 4*0ro > . dunque colle qyaii ci arricehi/be l2i^ Eilofofia»e donde fi può cauar ma- teria preziprq^ailli\i»ÌQar la yiai;^, per cui v^affiallaRettorica ^ e da-s. impcrlareidifcorfir, ' fono le .dieci famofe CatcgoFÌc la^Softanza , la. Quantità, la QuaJiti, la RcJaaione> • l’Azione,, la Pa filone, il Sito , il Tempo, il Luogo , e l’Auere . La Softanza , che è quel che jfo- ftencaii dffe Ile fio , contiene leSo- ftafize'ìnateriàJi , edimftiàtferiàli , .cwpprec , ed incorporee , razipn^ li,’ ed irrazionali anima te , ed ina* fìiinate, come fono nel Cielo Iddio» gU Angeli , i Beati , & i pianeti i ncirarià le Comete, i fulmini; nellii Terra gli vomini , ,,& i Bruti , le Piante le pietre , i fiori , ed i me>^ .tàlli : .nell!acqua tutte le fpezie de* ... .. .• . .La Quantità M.chc dinomina quantLgli Oggetti racchiude la jpQoic, il nu^ro , il pefo > c la ili- ma : V. g* lapiccolezza , la gran» dqzza , la lunghezza , là cortezza ^ . H rs^ccoltà:de’ numeri y erutta Digitizod by Googl» Óu€Yo Vml^ana\ r^kme|ijCj^>,v»Q>:4ie yenti, cèinto^i rlpi il jiui^ la a laij^«c^«a *>i iajkggerezza , i le mìfi-W , jeipairti , ili ÈtiEto>Ì*égaaii- , la ^iTaggaaglkaza , ^^-aper prò- ,pQrzioa$ ^òifcQmiencaza.,( dkiiflo' j à l^dTfiieìibdwMbilc, tei;- iiuiiej^ òtPelTe^^ P’ 4uer compimènttbiyiC perfezione 3Ò lielTcyre iqap.ef.(et{Q , la iprczioità >, e la viltà-ehè fono yna cerÉa quanti- ^^àdi ftinia V, ^ rv.il' ' • » ■• 'I o ;La ftalica?, mcdiaiite - la^quale fia^odettlqualiv ha rotfco‘.d» folte qualità pertinenti a* fénfi, Je figufèV lte.qualitadcU’i\pimà e che dà e.fterioW diftetminazion j. mtótót}- ta fon tutti iqolorijche rendono go yò difformed*Oggettof^ piaccio- no jòrgradiroono.ail-occh io, i'fuo- 4 i gra^ i-, ò fpi*a ceni i a li‘o(r è cch^io 91 fepqrfche confortano yòd ifeonfo», tanoiil gallo y Jeprimeqiialitài.cal* 4oj,7freddo,vmidp,,rcccócoTifbr*nie- VoU, òdifoonuenienti al tatto » Jc qjinlitàìder;iuate.daJle prinicj, la ipte|^n«a>iadifperazione.,ilti.mo- 'iii.: G f rcy Digitized by Google ^4‘‘ ilM&iPÓfòlf ^ ré) Fau^cia ^lamalinconlajl l'alfa- * grczzax6llciateiré paffiofli-; quelle • élìé apparté%onò'aHMittdiete<> ', ^ edme 1^ àcuteaza ‘ r* grò ilczara ‘ dcll’ihgcgno ; . e la virtù , c*!l - viziò còlte altrc'im>r^f; fanità ^ • riaféCmttàjèollé ^fiàeùi^Ji iuterne^ t ' e finalritenuquoite' qualità^ ', ch^ej» Ndaanò'vafie appcllaaiònièllef/ori, « còme ròiro là buona > è rcaifòrt una , ^ la lode , il biafìmo jiÌàMiòilà'7^ - fd icità,’dà che dicefi bùotìo, ò mal- Uàgiò 9 felice ,Ì òiinfelice il Sogget*^ tQ^ fono della Catègoria della * ÌM.: ; ' . .;-’ìV . Alla Relazione è fottopoftò tuc-^^ td :ciò che fi riferi/cc ad altri V e dice ' dcpcndcnza- ; Per efémpio : tutte^ . -le cagionrdi cui abbiàm f ag ionacò, dicendo relazione alloro effetti -, e quéftiaHécagion'i ; ; la ni* miila > la fiinigl?ànza , la dilfimi* glianza ,l*cffer Padre figliuolo • signore , ò Soggetto' &cj. fono di qUéfiàCaiegória ; perchè Peffer Si- gnore-importa l*aucr fòttò di'te^ ^ vaffalli i;Pefler Padri aucfifiglÌQ'^ ' , ’ j lan^ ■ Digitized by Googl OmolàHett,f^éne7^Maì dèf]^ dailcCagioiiiii • - •' • £’*A2Ìonè'fi è}iqi|cll^a ' qtìale gli Agenti óperand , 'fe^i^ida- cònfitidl'ittoi 4a’qùal forma ivicn ^ bietta, mòdò‘,.daJlaFj]óÌbJfà ; tìù* ^ Pilfioiie diik>t^’q^Iuifqué rkeu^ mento ^ òiìa nèj Ò'còntfaalla hatuiràdcgli Èntì> • ' Per cagion d’efétòpiò r • P illumina- ziòiiddSoJc, l-edificazion deirAr- ' chitettò^,. la caleiazioH del fuoco ^ chiaxhanfìàziónb mèdrànte k qua- (li rifcaJda ìIjìuocó , fabbrica fAr- ^itetto illumina*! Sole i lai fteffa ' itìùmin3zìdric>,e4*édrficamcn ri- ceuut i ne Soggètti '3ppelfàfi' Pa f- iìottc . Siippofìò cièc ogni òpèraz io- ne naturale^ ò fóprvmaòa, com’è il creare i il produrre, il raffredda- re^il rifcaldàre, il'f idércrif piagne- re fòlio azioni; il condannare , Taf- fòluerc, fofFendere , jl dififendére^ fono Operazióni della Politica .* ’ il 4abbbicare > i a tterrareiòno azioni dèlia Mcccankd'; prerupponendo però fempr e , die qu c de o p e f az f G 6 ni. Digilized by Googic jai;CQxifi<leraéjDcll*AgeDté che ope»’ ra prendono il nome di azione , e_^ ^oggetto' hanno quel- Ip' dy Pa Alone . ’ ; - Il Sito.vuoldirè la' pofitura , ò? iItuazion4elJà cofa'jfc ftia nel mez*- zo, à deftf a , ò;à iiniftra , fé ilia gii- xence i diritta > penderne > baila ò ' fiiblfrne»'', , . . . -i>r li Tempo-cÙffinito dà! Filofbfi efì^ .ftrla mifuradel mouimertto , com? , prende la durabilità,la mancanza l’intermiinonc , la continuazione ,« •l’3.ntiehicàii*cl&r moderno^nuouo»- eiimiglianti: : : Nel Luogo >-'chc altró'non non la fuperficic , edil Ternainei»' contenente i Corpi, confiderai la pienezza,la vacuità, la ftreteezza la capacità &c.^ Lvitima Categoria dell* Aucre altro non è fecondo • Arifiotile , fc non vn atto di mezzò frà-chi hà-, c ila cofa auuta , e conticn tutto ciò xheftà -dintorno aSug^etti-, come ibno gli abiti, e gli ornamenti delle dkife , delle liuree ,;deU’ariìie^&Cv Digilized by Google Òuero la I{€tt, Vem^am, 157 da* quali, fi dinomina il Soggetto poiiero , rieco , negletto , pompe- fo . . ' Di’quante ricchezze fieno ripie- ne quefte dieci miniere vedralfi col- refempio nella Città di Vene2Ìat_ , la quale peraltro ricchiffimà di io- di potrebbefi ancor più arricchire per mezzo delle Categorie , colle quali altresì 1* Llluftrifiìmo Conte è. Emanuel Tefauro a cuì furoni^ confegnate tutte le ricchezze dalia Sapienza, nel Tuo Canocchiale che vai più di molti cefori , lodò mà più; breuemeotc la Città di Roma . . 1 i Calla Sofitinza i Venezia ; Scoglioincui fono fiate rotte TArmate Octomanne. , e de* Corfari ; Baluardo pollo à fronte deli* Adriatico , e di Marte-, e di Bellona: Armeria da poter prouue- der le quattro parti del Mondo : Arrenale da ingombrar colle vele de* legni e colflfole finiluratedél- •le Galeazze l’Elemento dclfacqua :: GaJaifia terreflrc .tempeftata di ftellc de* Nobili ; Iride mirata dal- le Digilized by Googlt* 15^ il Fello le Nazióni come fegna della pace " comune . . > Dàlia Quantità ; - Città fingularei fimifc^jcui l'Arte, - e la Natura vnite non ne faranno ^ vnaltra : Parte miglior dell’Euro- pa i cdellVniuerfo : *Riftrctto mi- rabile déglfOggettrpiii rari: Guer- ' riera combàttente con cento mani ^ contrai l'idólàtcià : Mifura delle ' grandezze terrene : Comporto do* ue ogni parte contiene piii miraco- li' : Mondò' piccolo collocato nel.^ mare , e fe parato dalla Hérra : Fi- gura compaflàta nell'acqua dalla»» ma ertriaxIelJa Natura : Città fórni- ra d r più braccia di Briareo i colle ' quali Itrigne Tèrre, Màri, cd Ifolc. . Dàlia Qualità^ Reggia bèJlrflima porta è rincontro - della bellezza : j GJocia.deiia gloria rteila : Fregiò della macilà ' , e del ■ valor latino ; LucenonjTcolórina»> > dalia caligine delle guerre r. Clria- ^ rezra non ouenebratafdàMé ombre « della Tiaciàinèdal^fiàtoanuelena-; to delCérberoXDttomanno : / Allé? grezza Digitized by Coogle Omok%ett.<$^€nttMna \ ' igtezfeà dtila deità Aèliifon’d Af^iétótrtà (pa- ' -uèntatà da* ruggiti -tó itóbóiy Vii^- • zranò ; ^Compiàciiiienti^ che vinféfc ftcfla nel iifeiirièa^r Cit- tà fi magnifica : Inuidi'à‘(le^lÌNàtn-^ ifà chct ihùidiòr-air-^Attè 'Òpera fi ■ •beila ,' *- • , i.' j. .-Dalla Rclazldiiè Y *" • - Madre non di vn ternariò di gra- ’ zie , mà-d’infitìitc : Nu^cééhe diè • ifempre il latte dèlia pietà i e'dèlJa ’ KcHgiÒnc a’fuòi Allièui : Màeftrk ' ^cbcinfiiJlòlà vèr^ fàpiètìza^/ e le 4irtit»tté^ir€gnarè^*rnè^^ ■ Dónatricé della p^imogénittìt^ del- * la libertà a* Gitfàdiiii : Friihoge^ della Libértà'rifurta' i^fFItarlia : Nem ica de* Moftr i , > dt* qd^l? p fù > liè ftrangolò’ colle fafcefncila Gul- là c he nò n ne firozaò ‘E^Òk'ch e ' teòrfè alle vittorie priÉa ^iipòter camminare :Mediàtrice iofiente c* déttàper comporre i ^ìitigijdi.Max-/ ‘ieiediPàllàde.> / Dall* Azione! • Aànazónè la qulak col filò dellà£a'^ ’.T l]^^adav Digilized by Google rpada. fe)dà di ilsl^ao^ro- i gi*oppÌ:pÌH»jhÉièi^ ;^0Qdi(:«rj'cc dó- incìtiice^iie Èuric yfciccda Tripoli ,*&, A4gieri ad ii>- feilarl'Adrijatico :. |licpgiitrice de* Poq^qì , degJiiAJpda^dpi ,.e degii Eredi del Criflianefimo sbandegr giati daU’pdio : j^^ittà clle fpofa t MariperauerJi in to chei# sfpr;?^i:teQDÌ à fermar/i negli Stea^ . dardi della Repubblica? c da loro le : che tronpò tutta iTdwmea^- cofpija^fi.dipdincrcheritc^^ J?;%r,tuoa fuggenti' 5^iÌgf£ai6pQer.>.i . , ,, Rocca indarno battuta dalla potcn#- za d.e;.Priiy:ipi vnitirfenj:a.prd,cen- dall^»<^ietM-e lega di Cambrai> da-q^aJenon^iirriplS glfanirai^ei- JaìRep^hAica > mà.piu fortemeiue allardifefa ddla.liberfà;;Q[v R^gfl?*;ap,ei:tinapetiiente da* ueli fenza riportare-alti-Q^di tanice guerre oftinatilSaje,chA la gloria^ t$5f|ZQnatacQn yen?z.ia f, i^- ' fldik" « A ^ Digitized by Google Óuerola^^^t, KekeijUm, aói iidiata dalie congiure occulte , fco- pcrte però dalla vigilanza del Sc^ nato ci\e non mai aifonnò > e dei Lione che ancor dormendo tien gli occhi aperti per cuilodir la libertà^ trauagliata da Turchi sbranati nel- le ha ttaglionauali dagli artigli dei Kè delle Fiere militante à. fauor dir Venezia . . Dal Sito';" • Olimpo di gloria appoggiato sii là baie .della prudenza : Imperadrice:^ . fedentefopra’i dorfo di Nettuno •: Combattitrice fempre fublime che auuezza frà Tacque non toccò ma i, cadente la Terra : Campidogliodi- ,fleTo nel piano' aggranato dalial^^ moltitudine de* trionfi i e delle fpo- glie : Centro doue terminano tutte Iclinee della bellezza Bunto nel quale concorrono tutti i raggi delia . gloria^ che riflettendo addoppiano^ .il chiarore.: Città riuolta inuerfol .Cielo à riguardar le Corone appa- -recchiate \a’ Campioni VinizianF i3hc battagliano contra l’Inferno Digitized by Google Dal Tempo Città inucccfawa ndle vittorie , c ■ nata qiwndò.iimicochiàiia libertà de J 1*301/ ca Itoma ; aoamo^ da Jh volubili ruote dèi tempo tv:>vjè -più . creiciu ta col trefeimen to degli a n - ni che aumen tanfi neiidmancanae .* u\quiJanon ringiouanita>^, perchè non fù mai decrepita , màfèmpre-» giouane : -viuaèe Yràlc, morti della ' Città r c de[ Popoli vccinda^'Bsrbk-^ ri : Sòlèche {lette ftmpre fermo nel ^ mezzodidclk glorie fenaa dichina? re all'òccafiJi;^ - . Dal Lunga;. Cam^MlinòdtgU Eroi t .Zodiaco^ laniirióibjfiNcgiaio diinaraui^^ t > Giardino borito per cui palleggia* no à diporto le Mule > e dóue canta* - no i Cigni de! più fòaui Poeti : Ma- re ic'reniinino delle Sirene più dol- ci ; Màgico Pàlàgip ii"quale incanta » i forefiicri che nom/c^ncpolTòno * dipartire : AnSteatrodii cu iNctta- no fiì.inoftra: de* fuor ijjcttacoli : * Parnafò di più Apollini : fa mofo A» - rcopagordoucilànzia la Giuftizia-® . in .  Ouerola^eU.^tmT^na» ili compagnia d’Aiirca , che fug- gcndqfermolIinclCteKdi VcQ^ia ; ' Ifoia fortunata neUa qdale ripofa ^ ia làiuesza >> e *la^f(»f^iia' c^di tanti ' Pòpoli. ’b3> . Città che hàAper fiifegaa vn fortif- ' ilmo Lionei datole' dalla' magnani- ^mità«^pef«reg^àle^delUimprefè glò- ritide^thernellà^’Féi^ra^e à^èlMare t ichè hà^ihfiniti fplèndÒri tolti^àlk Xuiià dor^ ^urchi^milie ' Vò^^ rata^ dàl^ ^rìttièrVSiié^ 1^^gia- tà coll? ignominie rkcuut^^ OttomadiMnelleicònfitte :che t ten- ie chiaui della pace e della- gòecra •• che poftavne^ fiiòi aàmlij ' tórrcg^ianti; càellcfuc^rrH ' ia^nti Mleiflimi AfgonàikP^ehdiia* ' ■uiganoàllà eimqùilla dè’véllt (fòro rdhati ài CrilUant/imò dalla' ' ckadcgJ|ìdotótr /JlFell(td*Oroi vii , e quelle meatali Soilanze piU ^ piefte ddjienlìeroc::. il Sole cu rfor .' veloce^ e volator fcriza penne.:: i4' fafqia c4;:colaf cdcolia ;.qualc A-^z ikolagh jtjhJ^pnp^legatHant^^ lutninolì dì SerjJcntij e di iDragonf, . cU Torùc di Leoni , c di Cani^i^za ^ che. inficrifeano co* denti , coHeLr cornac e co^veieni: Qrionedl quale cóUa ipada taglia i,Jcgami a* verici^ -c gtìrpWginnaddlecauem • , mandiandoli neii'aperto del mare»-^ Marte che rpira tèrr.orc,e morte ; il‘ . SagmarìQ.iche np ceda ma idi votar , di inette la fua fai^etra. Sotto iòdi e fopra^tutti gliLiementi ili poflo ilfupcp dichiarato Monarca fri lo- ^ rQ.daJla pòrppra delle fue fiamme^: fononi tuoni tronche guc?:£iére dei- l*aria : i fulmini arme potcntiffime di qucirArmeriafTourana^: i lampi .che mplfranp^colla luce fubitanea iifegno da colpirli ; >ed i;venti furie Jnuihbili.^ Nell'acqua c nelmare fono le tempere ,'^oljc qualifi di- jbatte quel Modro come-LioneaJlor- , che alia battaglia s'accende .• fono ^ ' g>* Digitized by Googl Ouiro URetUVev^na, 1^87 rgli rcógii baluardi. oppiQ^i daJJaJ Natura alla batteria Vdell‘ondc ; le ’ voragini bocche ^eauernófc dell'O- ' ceano, chc'inghiottcde Città no^ taati de* legni ^ Nella Terra-fono le montagae , i (^ucafi , "gli-Olim- pi , le Alpi, egli Appennini, douc sfogali., e H rompe ^impeto primo dei GieJo fdegnato: Je fèJue in cui pr»mpeggiaao« Pini , ed Abeti , e "Cedri ^ e Querce , che d*altro non :fan perdita nella ‘ZuflPa\^coV venti fuorché di poche foglie .• nclleTcl- ue fono le fiere, Leoni, Oi ìi,Tigti, ^Pantere ,*R in oceroti , ed Blefònti 9 i quali fenza intermitìione'Contra' Ita no del primato Topra gli altri -animali'* Aggiugnete à qUefio'Jc cole fatte dall'Arte , Arieti*, 'Bom- barde, Bombe, e ie altre inuenaioni trouate neiretà cadente del Mondo per mandarlo con fretpa maggiore al precipùio , ed al fepolcrò .. Or* auendoui polii auaoti gli occhi v tutti quelli oggetti potrete auere^ infinite fimilitudini c compara- zioni da far comparire qualunque com- Oigilized by Google f^ìlVeUo^i'Orol ;]i y e quelle meatali Softanafe plii . preftc ddjienfiero >• il Sole cu rfor , veloce jiC volatQT jfciiza penne.:: ;i4‘ . faffaia cfrcolaf e.;^ol^^ ilrola^j[t)^ano.legatkanci;^^ < luoainoli diSerpenti, e di Dragoni, . di TQrÌf«-^i Leoni ,c di Canifcpzz ^ che, in fieri feano co* denti. , >col le^» cornai e co! veleni-: Orione.dl quale còlla fpada tag lia iJcgami a* velici, ^ - c gtófprigionaddlecanern ■ , niandindoli neirapicrto del mare^ Marte chefpira térrorc,e morte ; ilr . Sa gittari0jche np cefla ma i di votar di ìaette la fuafa retra . :Sotto i Òdi ^ efopra tutti gli^Eiemenli ila pollo il fupco dichiarato Monarca fri lo* - ro dalia porpora delle fue iìamme.<2 fono.i tuoni trombe -gueitiÉiérc dei- ràfia; i fiilmiai arn^c potcntjffìme» ,di qucirArmetiaffourana : i lampi .che mpllranpjcoJla luce fubitanea ilfcgno da colpirà ; ,ed i verjti furie . jnuifibiii.il 'Nell'acqua e nelmafc fono le tempere ,Scolje quali fi df- , batte quei Moftro come-Lione allor. ,cfie alla battaglia s'acccnde .* fono Digitized by Googic Onm laRetKVew^Àna^ j<f7 :'gH fcógii baluardi.oppi0ffti'daJla_I Natura allabacceriaìdeU^oode : le voragini bocche ^caucrnófc dell'O- ' ceano^ chc'dngh lotte - Je Città no^ • tanti de* legni ^ Nella . Terra fono le montagne , i Gaucaii , "gli Olim- pi, le Alpin e gli Appennini, douc s foga fi , e fi ro m pe J*i mpeto primo dei Gieioidegnator: le fófoe’^in cui pompeggiaao:e Pini , cd Abeti, e Cedri , e Querce , 'che d’altro non :fan perdita nella ‘zuflFa\^coWenti fuorché di poche foglie .• neJle’fèl- ue fono le fiere, Leoni, Or fi,Tigfi, ^Pantere ,*Rinoceroti , ed Blefontt » i quali ^en^a interni iiSone scontra- llaao del primato Topra glivàltri animali'* Aggiugnete à quello le cole fatte dall'Arte , Arieti , "Bom- barde, Bombe, e le altre inueagioni trouate nell’età cadente del Mondo per mandarlo con fretta maggiore al precipizio, ed al repolcrb Or* auendoui pdfti auaoti gli occhi ^ tutti quelli oggetti potrete /auei^ infinite fimilitudini c compara- zioni da far comparire qualunque co in- Digitized by Googl /Il Felhd^Oro; ‘ ' ' >li , c quelle mentali Softanze f ìir. ^ piefte ddjienfiero > il Sole cu rft>r veloce il c volatQr feniza penne;: là?* ; faf(3ia circoiare-jeoll^s.qualc ^ìh A^z jirolagjhi legati ta^ < lumiflolì diSerpcnii, e di Dragoni, di TqriVe ^i Leoni, c di Canii^za i , che. infierifeano co* denti , *coll^j cornai e co! veleni.: Qrionedl quale còlla fpada taglia i, legami aVveiìti, ^ .e giirprigijpna dalle cattemcd*£òlo , mandandoli neiraperto del mare^ Marte che fpira térrore,e morte : il . SagittarÌQ;chenp ceda maidi irotar , di fiettc la-fua fa netra. Sotto j Òdi < e fopra tufd gli,EJen|enti ilà pollo . il^pep dichiarato Monarca frd lo* rodali^ porpora delle fue iìamme:t: fpno'i tuoni trornbe ‘guepciére dei- l*aria ; i fulmini arn?c potentiffìme . di qucirArmeriarTourana^: i lampi ,chc:mQftrano:;colla luce fubitanea ilfcgno da colpirli ; <ed i;venti furie . iiiuifibili é Neil' acqua e nelmaf e Ibnole tempefte ,'^oHe quali fi di- , batte quei Mofiro comc-Lione aJlor che alia battaglia s'acccnde .* fono ^ gli D-. i?:i by Gdiiglf Ou:ro laRettVevì^na'i i"^7 rgli ^cógil^ba]uardi.of>po(ftl^daJIaLJ Natura ailai>acceriaidd}*onde : le voragiui bocche cauernofc dell'O- ceano, chc-anghiottc-Je Gittàno- tanti de' legni ^ Nella Terragno le montagne , i Gaucali , "gli-Olitn- pi , le Alpi, egli Appenniai, douc sfogali , e fi rompe l’impeto primo dei Cielo /degna cor: le ifelii e'^^^in cui pompeggiaaoePini , cd Abeti, e Cedri , c Qu^erce , che d’altro non :fan perdita nella ‘2uflra\? co' . venti fuorché di poche Foglie .• nelIeTél- ue fono le fiere, Leoni, Oi fi,Tigfi, Pantere ,*Rinoceroti , ed Elefanti» ' i qual i fenza interm iiSone -contr a^' Itaao del primato Topra ^li altri animali*, Aggiugnete ^ quello de cole fatte dall'Arte , Arieti -, ^Bom- barde, Bombe, e le altre inuengioni trouate nelfetà cadente del Mondo per mandarlo con fretta maggiore al precipizio , ed al fepolcrò v. Or* auendoui porti auaoti gli occhi v tutti quelli oggetti potrete /auer^ infinite firailitudini e compara- zioni da far comparire qualunque coin- Oigilized by Google /JlFell(y<rOroi vii , c quelle mentali Soilanze ^ pie(ie dd penfiero ;; il Sole curipr . veloGO jiC voJgtQT ifeiiza penné;; 44' I fafqia ckc&laredcoll^ i^quale j|gii ^ ilrolaghj[M^iH>.legati ta :* lunainolì diSerpenti, c di Dragoni, ' , di Ìo?Ì>« ^i Leoni, c di Canifcpza. ^ che. infierifeano co* denti^ , ‘ColIei-»i cornai e co*-velenj\: Qrionedl quale còlla fpada taglia iJegami av velici, . c glirprigipna ddle caÉuerned^òlo^ , mandandoli aeirapierto del mareu^f? Marte chefpira térrore,c morte : ilr . Sa gittariQche np ceila ma idi votar < , di inette la fua faretra. Sotto iòdi efopracufti gli,EJernenM.iià pofto * JlfupQo dichiarato Mojiarcafrà io* - ro'daJla pórpora delle Aie iìamme^s fonol tuoni tron^be gucctìérc deÌ-J rafia ; i fulmini arme potcntifiìme = di qucirArmeriadburana-: i lampi- .chc-mpftranQjcolla .luce fubitanea ilfcgno da colpir A ; .ed i;venti furie . imiiAhili i! ■ Nell' acqua, e nelmare Ibnoietempcfte ,’^olje quali fi di- , batte quei Mofiro come-Lione allor che alia battaglia $*acccnde .* fono . gJi DijitUeri by Googl( Ouiro laRett.y^emi^na “ 1K7 rgH fcògii baluardi oppiafti>daJla>I Natura aila^attermìcleil^aode : le ' voragini bocche ^cauerno/c dcll'O- ‘ ceanQ-, 'chc-dngh lotte - le Città nO' • tanti de* legni ^ Nella Terra fono -le montagne , i Gaucafi , "gli Olim- pi , le Alpin e gii Appennini, doue sfogali , e fi rompe l'impeto primo dei Gielo Tdegnato: deiefoe ^in cui pompeggjaaoePini , cd Abeti, e Cedri , e Querce , "che d’altro non :fan perdita nella 'zuffa ^co* venti fuorché di poche foglie : nel le Tel- ue fono le fiere, Leoni, Oi fi,Tigfi, ipantere ,*Rinoceroti « ed Elefonti > i quali fenza interni iifione ‘Contra- Itano del primato Topra gir altri animali^ Aggiugncte à qucfio^le cole fatte dall'Arte , Arieti , "Bom- barde, Bombe, e le altre inuenziohi trouate nell’età cadente del Mondo per mandarlo con fretta maggiore al precipizio , ed al repolcrb .. Or* auendoui pdfti auaoti gli occhi v tutti quelli oggetti potrete /auerCL-» infinite firailirudini c compara- zioni da far comparire qualunque coin- Digitized by Google f . liP^^o d*Or^ > V Dal Tempo - . Città Inueccinii^a ndJe vttiork , c ■ nata qmndò iimeocbiòi la libertà deìl’aniìcaRomarMoamoSkdaJh * volubili ruote del teqfipp t viè più ' crefciu ta col crefciàiea to <icgJi an • ni clic aumentali^ ^neià^tnaAcanac • ' Aquila nomriagiouaaita-, perchè non fù mai decrepita , màfempre-» giòuanc : .vm^e fràlt,mottidella' • C]ittà , c dclPapolivccifiiia*'Barba- ri~;Sbie che ftettefòmpre férmo nel : mezzodi delie glorie fénza dichina? reall'òccafii^^s^ - . Dal Luogo;. Campp.£lifiò ^gJi Eroi : .Zodiaco » Juniinóféjfécgiató divinarauigJie « ; Giardino borito per cui jpaiféggia* no à diporto le Mùfé > e dóue canta* • no i Cigni dc! più foaui Poeti ; Ma - re férenifllftio delle Sirene più dol- ci : Màgico Palagio il quale / i foreAieri che nomfé ncpolTòno • dipartire : Anfiteatro-ili cu iNctta- no fé.mofira, de* fuor ijièttacoli : - * Parnafo di più ApoiJinufemofo A- - rcopagofdpucfianzia la Giufiizia-». in c  Ouerolal{en.^tmì(iana» . ili compagnia d*Aiirca , che fug- ' gcndc^fermoIfincl'^Wi VcQ^ia; ' Ifola fortunata nella quale ripofa ' la làluezaa V e*la^f<»(^na''^dHanti - Pòpoli. . - •Dcli*AÌcFC '> f ‘^‘’ " Città che M>pec ti]|fegn£ vn fortif- fimo LÀàtté dàtolé‘ dàlia' m%nani' >xnitàipef<i fegnàie^ dell^imprciè' glo~ riblel&itlèncil^Tc*;^ nèlMare t hà^ihdniti fplèndÒri tolcFàlla •Lunà' deri ^urchi^mlile 'Vò^dfèa- ratà: dàlld' artsè^Venò# ^ ^gia- ra colP ignominie * rkeuu dagli Ottomadoi nelle icondtte :che tkn le chiaui della -pacc *V c della- g^ccra : che poftavne* iuòi nàtt ' tórreggianti; eàellcitì^^ ' Janti Micifliau Afgonàuti^/chena* * lufganoàUà cònqùilFà de'vdlt d’oro rubati ài Cridianciimò dalla tàba’!^ ’ tf^dcj^ldolatri, ' - ^ s.llytUod'Oro: € A P O;%X^ ' C i * •' l-‘* •» il u IJ } i'.‘ I X ^ SI!pH ^ItTQ. mdp.fer frollar mUerU • - « lx\ * « V Jk. SE TAuariziii'.rcofiiatail della - rnanatura ,* c della tfcaàcitàito naca moflradliberaliiniBadreirochi le addili nuputoodiid^^rieq^^ c^^Piqjift la cga- palefecalB Ut «nr WW* ViCr/^di,oi<ldlàuariaiii CG^inqo^^bjle di!;<^^ iaf;^ pknz^ f«Ìp|nregn0,jvaj?iévie per i ^foiiideilfi/^enzie fen* za^ valica di daf©>y npqcswe ^qualcii^ fainofoqUalQite fc^ fu ar celtjb- ic^'l volo delle -vele Sgonfie d41 i^ca- ta acòiacchè ^à^velacemente fi volaifc alla mprtCj^ ;MQflb;.duoquc da ciò voglio da ryi vn’alc^a ini^eiv- zione> colla quaJé poflìate non dico fu pcrficial mente indorare il difeor- fo , raà renderlo ancora tutto d’" oro fenzUdoperar quella piètra^ fiJofofica » chCvhà. infrante le tc* Digitiz.-il by Google Ouero la ] i Bx à wnti fil(>rofanti‘.‘^- ' '. A lodare' vn doraggiofòbapìtàBl Vlniziano > ò d'ak-ra na^fotie tutto cnore;,e tutto l^irieoS e pfÈlìiSérribf- lé dc4» ^fulminfe? da'^Gti ló- pi , e delch'ctof rtell’Bneìda ,-’potre- Ite Còlia - velocità dell- Intelletto Bando , imtiiùbìli ndle voftre ftan- zeli ivoJarpet rampi ezz'ade-i Wni- uèofo a 'ed-óiièrbar gii O^getti pià ckifei;rheerprimano la fodèzz^del- le iiìenibra ner^borùtè' •; le còie più fpauentcuoli , che*‘ r itra ggàno ini# parte Ja terribilftà ‘del Campione > c>tutto ciò che fi è proporzionato à figurar la potenza , la fortezzà V la vedocitày e lealtre'doti àpprò'pate ^ daHatfania je^dalle penne degiis^ifit- tori. aglrEroifa cti dalfa > propniaiL* mano rmmorta li , e dal 1 d in a«$ • al- trui dercriuendoli nelle carte ..' Per c/empio : NclCielo oJtre-alla natia durezza come voglioha àlcuni a'fi* ' iodati nella l^ro fèncenza pci'Ie’pa*' roledi Giobbe , che parue'-dibron-' 20 a** colpi deWa fortunaVii'p<>iron0 . confiderar quelle Menti fokauzia^ Digitized by Google fìireUortOroi vii , c quelle mentali Softanie plùT. ^pf ette ddjwnfieto ;; iJ Sole cur(pr , veloce voJatQr ifepza penne. : . faffjia circqdar cdColla..qualcj|^^^ A^z iUolaghj; h^qiK>legati\tahti;^M ‘ ^ luminolì di Serpen ti , e di Dragon i, ' , di Tori>e di Leoni, c di Caniiwza . . che. infierifeano co* denti j ‘collii cornai e co^-velcnM Or ionedl quale còlla fpada taglia i,legami a* verici» .e giirprigijonaddleca^^^ . mandandoli neiraperto del mare»^ Marte che fpira cérrore,e morte : il ; SagittariQiiche np ceda ma idi votar di ^ettc la fua fa retra . Sotto i Odi < e fopratntti glìLiementi ilà po^o < Monarca fri lo* ^ Aie fiamme^: .ibno'i tuoni trombe ‘gucctière dei- paria r i Ailmini arme potcntiflime . di qucirArmeriarfourana^: i lampi .che mpArano^colla luce Aibitanea il/cgno da colpirfi ; ^ed inventi Airie inuifibili ^ NdPacqua e neimare fono le tempefte ,’^olle quali fi di- {batte queÌMoftro come Lione allor che alia battag lia s’accende .• fono Dlgicized by Google 0«*TO URett,Veve^na~ ìiS^y rgli fcògll^ba^uardi oppoffti'daJla-T Natura ^ila batteria idell^ondc : le voragini bocche cauernofc deiJ'O- ‘ ceano^ chc-inghiottc- Je Gittà nO' taati de* legni ^ NeJJa TcrraYono 4e montagne , i Gaucafi , "gli Olim- pi, le Alpi, egli Appennini ,. douc sfogali , e fi rompe l’impeco primo del GieJo /degnato: ieiciue’’^iij ciii pompeggiano:ePini , cd Abeti, e Cedri ^ e Querce , che d*aitro non fan perdita nella '2u6ra\^co- venti fuorché di poche foglie .• nclJeTcl- ue fono le fiere, Leoni, Oi fi,Tigfi, pantere ,*Rinoceroti , ed Elefònti» i quali Cerna interni iiSone ‘Contra- llaao del primato Topra gli altri animali *, Aggiugnete à quello 'le co/e fatte daJPArtc , Arieti , "Bom- barde, Bombe, e le altre inuen.2Ìoni trouate neH’età cadente del Mondo per mandarlo con fretta maggiore al precipùio, ed al repolcrò Or* auendoui polii auaoti gli occhi , tutti quelli oggetti potrete auere^ infinite firailitudini e compara- zioni da far comparire qualunque coin- Digitized by Google nSS . il moderò combattente più feroce , Cosi fccé H Taflò 9 Virgilio volgare in quetì' ottaua terribile deferiuendo il Sol- cano. . • ' . ; ■ ^ J €<>ne innanT^ tl S<rlian0t9 giugne'd queUà ^ Confitfa ancor- , e mordmata guarda 9 Rapido. $i che torbida procella Da cauernofi monti efee piti tarda 9 fiume che Mrbori infume yt caje juella fclgore ibe le Torri abbatta ardt: • Terremoto che*l Mondo empia d* orrore - Son picciolo JembtanT^e al juo furore , ’ E Virgilio , .Tallo latino nel ii, dell* Eneida • „ murali concita numquam Tormento fic faxa fremunt , nec fulmine tantt Digultantcrepìtus 'y volai atri turbinis in- flar %xitium dirum hafla ferens • Seguitando la medefìma traccia po- trete trouar. materia da lodare v.g. la bellezza de’Bcati paragonandoli ai Cielo quando fenza ingóbramen- to di nuuole difeuopre il fcreno del voitoraliavia lattea quando le ftelle inargentano i campi cekfti al car- ro Digilized by Googic Vuero UHétt, f^ene:^ana, ro delia notte .• al Sole quando nd inezzodi ftà nel mezzo , e nel cen-^ tro delle fue pompe:alMride quan- do colParcoda-fliille colori Jiftato tira gli occhi de’curiofi alle rofc allor che imitando r Aurora dif^ piegano su*l mattino le porpore^ le quali collodore, ecdl colore pili fenfi ricreano; a" gigli ricchi d’oro, e d’argento, e di. ruttigli odori del- la Sabea ; .a* prati nel tempo che la ‘Primauera gl’infiora in fegno del •verno fuggitine .il quale eflendo Tquallidofugge'la cagion dell’ame- mità : alle perle con cui -1 mare ade- fea i’Auarizia de’ nauiganti^ ^ poi .toglie loro Ja vita : alle gemme , le qualigenerace dagli ardori del Sole ■portano. gHneendó* «el iMondo , e .nel mondo piccolo dellVomo. AI- tri Oggetti rapprefentanti la bel- tà de* Santi trouerete , fe andrcte_> pellegrinando colla mente noa_, perciò raminga per tutte le fpezie piu Ipcziofe , e /iugulari delle cofe , •ò animate , ò inanimate che fieno , Le feiuerc degli oggetti medefimi H da- tfjQ j'^flVeUod*Orà§ . \ daranno cofe contrarie ».cio^ mate^ ria di biafìiPQ > come appunto ]’a ila d* Achilie feruiua di medicamento , c di veleno, ferendo » -e lana ndo 2 qua fi quel prode guerriere aue | ^tcasfufala fiia valentia ancor neir | afià'nuouo (Irumento da vccider la mòrte nel campo, doueqncfta frà mille ftragi cerca d’immoctalairfi, .. t' : i -: ’ > •*. ^ Digitized by Googl^ Beile Figure delle 'Senten%e* , Niìn qui abbiamo data la materia preziofa in ve?* n’tà,mà tuttauia incorna pofla, efcnza J*Aniraa della forma; tal che ii può dire co- me già diffe Oau fdio del Caos, rudis, indigfftaque moles ^ "dobbiamo perciò in regnare il modo di pulirla e di figurarla , giacché il lavoro fiimafi aJ paridelJa preziofitàdella mate- ria^ an^i quella fouente da quello é vinta.; onde afferma il Poeta co'» ronacbàncor nel nomerà * Che vinta è U materia dal lauorot • ' ^Ouuidio difie prima; ìdaterkm Jumabae e^us . » ; ‘ H X Sì Digitized by Google 17X Itytlloii^nì 'Hi fà quedo ricamo > c fi dà <}uéd^ 'fcrma colle parola , e colle /enten- zt ; mà ora tralafièiandp le parolte-* figurate, m*accjngoàfaue!lardcl- Je^tìjgiire dtllc^ìfhtenzè > colle quJ^i • fida lume alla Eloquenza, accioc- ^ ’chè iion^aia cieca; e fixende forte^ " '^■^robuilàda poter fuperare la per- tinacia , eroftinaziondeile volon- tà , c compariTec più màeftofa Prima però di trattarne è nece fifa- rio fapere, come auuertono iFilo- fofi > quid rei & quid nominiti che co^ fa fia figura;: perchè fi chiami così’, &.in che differifeano le figure delle fentenze da quelle delle paroJc.Di- co dunqueefi'er la figura vna foggia di parlar diuerfo dal dir comune , «-triuiak . Appellali figura perchè ècome vna ibriim daK:ui viene 'inr formatoci difcorfo ed^comevir ammanto col quàlc acconciamente fladorna i c fi figura l'Eloquenza- ytfejiis Matrona moueri tuffa dtebus « i Si dtderènziano le figure delle /en- tenze da quelle delle parole in quC* ’fto : che iefigute delie paiole fi dif^ Oitmk^ttt,yenex}<tnèi~* 175 figurano col mutamento delle pa^ Fole i mà le figure delle fentenzc non fi fuiTano , nè guafiano col to- glimento, nècol cambiamento del- le parole- V.g. Se voi diceftc di Kc* rone ; Qualxrrudeltà fù con vn di-^ iuuio di fiamme far la pira ad vna^ intera Citti >• Capo delle Città , cdel Mondo, figurando a* difcen- denti da^ Troiani col^incendimen- to diiloma rimmagine lagrimeuo- ‘ le di Troia bruciata ? Qual crudel- tà fonare vn bène acc-ordato firu- mento fràle voci confufe di varie gcnti,che vedeano le loro abitazio** ni nel fuoco accefo da Nerone ? da cui quali fceieratezze non doueano aipettare i Romaiìi , fe per giuoco eonfumaua con vn MongibeiJo di fiamme la' Patria ?- Qual crudeltà fuifeeràr la Madre infegnando vn^ ‘ altro modo mà^ barbaro di prender gliaugurij dalie vifcere de* Geni- tori ? farà figura delle parole , la-> quale confifie neh r ipetere ; Qual orudeltà il che tolto- fi perderà quella fi:>ggia figurata i.mà Ja figu<» i ^ i if4 li KiUoitChtoì < ‘-*- sz deile fencen^c rimane intcraS' quantunqucli rimuouana lc paro- le ^ come lì può veder ncircfempio' addotto , doiie /è diraffi ^Qual cru- deltà fula tua ò'Neronc neitrasfor^ mare in Troia fumantcrla Città di Roma? nel trasferir nella Patria^^ Tfitna i ed il Vefuuio ? ael^mifchia« rc i fuoni dèlla lira > e*l canto dalla voce con gir vrli , e colle Arida del Popolò ^mano^ neliVccidèria^- tuaGcnitcicci auuenttirofófrà tan-* te difgrazie, f>erchè non douea ve* * derJa Oe Aiaiità d'Va/ìio'A^iuolo > il quale col /angue de^ Cittadini fioÌMÒic arene y e le acque dòrate del Teucre? re Aa. nond ime no Intera rogazioiie ,r la quale dicefi fìguraU delie fencenze; Auuertafi pèrò^ che^ fcntenza ih; queAò^ luogo AgniAcà &ncimento >. e concetto delPatifmo {pienti colle parole ; nè prendèfi per que* dcctiic per quelle propoli* z ioni vniti crralijpertcnéti allcazlo- ni vmane; come rono: ùacentqumim cent : Sp^ranm'éuntfpnaniusi Gli fikgìé ddmrtali non (Uono ^cìsfìm^nìili :r ! - ^ l€. ,  Onero fa ì{etù Fenéiìana . iàgtbriaèyiuaÀilfmi i è morta 'mortir: Il cibo d*Vfta voglia all* altra è farne; filmili , che ccouanfi negli Autori ' miglidrr, i quali pei: prezio , c ri^ compeiifaL datino à chi li ‘legge ? gemme tali nate dai Sole della Sa* picnza'e- •' ^ CAPÒ IL ÙeUìt Trofofopeiàl: ^ ‘ PRo/bpopeiafIgnifica finziondi - perfona .Conquefta figura in* trodìiciamo àpadatc Pedone viuc» ÒmórtcyCfttàvITegn^ Mari, Móni t i> ScIucì; Animali, y iz i;>Vi^tìi &c; Chi Yolefler ihtrbdiirrè à ragiona^ Gerulàl&mme per efbrtare i Princi^ piCrifiiahi à: la/ciar le guerre frà foroacàgiierrcggiar iolamcnte per ^ torre il giogo» pofto alla Città dì Cr ifib ,• potr ebbe fa r cosi, - • ^ - Nòn.vdicécheahcòr’ie pietre di- .Gièi:nralèmiùè aùànzatc ai furor* ^ ' • H. 4; dei Digilized by Coogle -IiyeHìid'Gìrè'i ^3 ilei cempp y e de* Rooiani anfmand’ can incredibile efficacia^gli Ercoli del CrilUandìnipi porre in/ieme le loro forze per inficuolirc la roba»* /tézza Occomana» critqrledimap^ la Ciccà Santa ? Perchè>(dioono)coa eterne nuuole dffumo cagionate da macchine guerriere ofcurate ilSplc de* voftri regni,ed imperi; , e lafcia* te rirplendere la Luna della Tracia^ con luint pib funefìQ di'^queìlo del*' le comete , e peggiore delle tene-' bre d*£gittQ l Perche <^rcate le^ tombe nelle campagne Cattoliche fenz’acquiftar vcrafema « potendo' recare pih^plorior^ent& fepolti nella Pale Ama , doue ammutolì- l*eterno Verbo , e mori la Vita del ^ Monda?! voftri ièpokripotrebbo* no infultar qpelli de* Catoni y e d^ ' Pompei: perchèie quelli combatte^, rono.per la Terra voi guerreggia-' ile per la difela di Criilo , e perla- conquilladel Cielo .. Godrebbonp' iéÉeÙe raoll^ar ca’lumi ìe yoll.ro fepolcure a* paflaggierij, Cfodc il* Tiranno deirAlia veggfadpM i. pc;^ ' Cfmt Ik Féi^ànà} i'^fy wrc colle voftrcjnani ^perchè crc-“ frc nelle voftré mancanze , s* in»- gra Ha nelle voftre magrezze , ar- rechi fcé colla poucrià de* Gattoli- ci> edifica code voftre pruine, e viue^' «ollemorti del Crifliàncfirao . « N el giro d'vn'altra Prolbpopcia^ voglio riftrignerc molti fccoli , - e «on vnafoia figurai voglio' abboz^ zar ^ tutte l*itfipreie de! iV^cneziani figli ra te .nella .Terra • c ;ncl l'acqua ngn con altro frumento > che con quello delia fpada^ nè con altro co-» lóre che del fangue.; efiendo fta+ ti in.vnntcmpo fiefib: marauigiio- Q Operatori , e Scrittori. di marauit glicv-- U' ' > {f .‘- ' .t ' ; Interrogate là voftra Patria ò:fi^ gliuoli; ehiarilfimid’vna'Città 11111-?- firilfima' g^CQ desiderate auer-contett?* sm delle proiie-gloriofe degli Atioi* li,o de* vófii*^ Compatrioti .Ella wdirà. Io vidi le armate nauali di Vitige,c;dJ Tòtilalbfiegno de* Goti - (confitteapprefib Raùenna,ed An- oo!na da'lcgni de'mieiGiierrieriiChe 4peoa> nati in vna Repubblica par- . , U 5, go-' Digitized by Google TjS^ nrettùéatéV goleggiante paruero.'vcramcntcJ* Giganti é^Jo vidi: IJdiprando co*' fiioi Longobardi Icgativ cd‘ incats*^ nati col" ferro apparecchiato aUc micrchierc. i. confclTàr finalnacnte^ che la Fòrtnna , la ATittoria , il no , ed il' valóre lanciata la Terrà aueano fcclca per Reggia Ja^ Reina^ del Marc:.. lò-vidi le. nani di Pipinoi? si fàttamehtè conquaffàte daVVène-r ^ ti , che quafi ruinà maggiòre non-*> aurebbonoapportatai fulmini tu|-/ ti del Cielo ^ onde quei Monarca di- anzi Signor di molco nauiiio; fti-' mò gran venturavl'àuer trouato per ifeanspo vtìissiiérolegno'f 'c troua— tolò , auer paflato per le acque im- pedite dalle' membra tronche de’ fuoi foldati , i quali eflendo morti parucrof ribelli ali loro? Capitano- ferrandog!i*rpaffó colla moltitudi- ne de’cadàueri ; I Saradni didipati nellà.Sicilia e neilaCàlabrià', IH*»' mnrono.'che i miei foldàti foflbro-’ veri £ ncelàdi , non fauolòfi . I Na- rentuni ,-gIi Adrienfi rCqucrdiZa- xa y che àguifad* Anteo tante volte' cran- by Googic- Gueroh^jstt,f^ene^àna\ caduti , c rifurti , dagli EreolE miei furondomatije rintii.Gli Abi- tatori' di Gomacchio nelle ncque prouarono le fiamme de*^micrCam- piòn'i GII Vnni' che prima della zuffa co' VcnetleranD innumerabi- li, terminata la pugna molti pochi Gomparuero teilimon/j- del pcopio fictminio ,cdclla Vittoria ,c della brauura: Veneziana .. Murcimiro ancora* Signor della- Croazià col domandar perdono a* Veneti teme- rariaracnce prouocati',. e colPòtte- nerlbteftimoniòeffer’ propictà. de* Lioni il perdonare, à chi diponc Talterigia , e fi abballar ràitezza fquerchia. dell*'aniino^.. Nella So- - ria però il Lione* della Repubblica fèfentire rruggiti; più furibondi a* Barba ricche nona fpetrandò gli ar- tigli aprirono le porte di'molre CiC. tà vrcendòne l.’Idolatrià, ed cntran-v doui la’ Religione , che dopo vn_» lungo efilio ritbrnaua à veder le fue Reggie*. E‘ perchè fiozio è il tarlo delì*Animegrandi ri Veneti Jafeia- cala Pakfiiiiagran'Tèatrò dclla-.^ H 6 fede ifò- ìl^èll<r iùtiv F«dc.cattolicà>e delia SuperfHzfon0‘ . in (ìcmexombatteìiti -, voltarono Ic- grojrocontra Gaioìanni ,* ed Ema-.r Duélc lippcradori de* Greci Rug^ gicrp RMcllaSkilia ;/ c poi dirià’*; zaran Pàrme contra i Padonani Eerrarefi , Anconitani , Bologncli » - Bifani>Genouefi, Inglefi, Gandiot-,- ti y, c a - danni de? VifeontGx degii> altd Propoli circonuicifti .♦ Nè fii' difificiie la vittoria, à-quelli > che^ aueano foggìogato vn^Mondo diJ Barbari nella Soria . Golia die • facìjità feonfiflero l’armata di Fc^ derigo Ifnpei?adorci; e la Terra , i venti, ilCicIo , ed ì! mare militaro- no a fauor della Repubblica , xoU* ' armi co* foffi j , co' fulmini , x col -- onde, vnendofi la Naturaperdife-i' fa del gran Pontefice Aleflandro ^ il quale per opera del mio Lione vide- Federigo. diuenuto vnVAgnello c-inirò ppoflrato in Terra chi pcn- fauad’auerlatefta^frà le ftclle , e volea più innalzarli tentando fòllp' mente di porre il fuofèggio Ibpra’l ; capo dei \^icatip di Crifto^O quan* Digitized by Google (SìitroU R cft» ene^idna , x 8 1 s tb crebbe coiralzamento del Pon- tefice Alcffandro e coiraccrcfci- mento della Cbiefa la gloria di v e-" nezia ! Dicanlo que* Scogli famofi de* Cnrzolari bagnati nonfenza or- ‘ rore dà* due mari d’àcqpa, e di fan-^ gueTurchefeo . Qu^iui PAfiaquafi tutta refiòfommerfa-, efuron rot-- te le corna della Luna Ottonlanna Quiuidifeccò il fiorevdG|lle milizie' Afiatiche . Quiuiperdèilfilo del- le Tue fpade il Griftianefitno nell* Tccifion di tanti 'Turchi , e furoiiù vendicate dàuar.zo TlfolediRodi c di Ci pri , ^ e le altre Città ò prefe-> per tradimento , ò ingiuftamente^:^ occupate dàirCttomanno j che hà per legge ninna legge ofleruare-» . Dicanlo iGorfari a' quali fii rotto il corfo delle loro fufte, ,,e furon_. troncate le fperanze dieorfeggiare ‘ dal volo degli alati L'iohi nìolto piu veloci de’ venti , dalle cuì penne^ cran portati i Vàfcelli ,.e le Saettic dell» Affrica . Dicanlo finalmente le' fpiagge, ed i liti, dòue furono eret- ti pju trofei che non aueano arene ; ; ac^- ttf^éllùd'OìrS^l acciocché tutti i haùigànti /ape/fé-^ ro i-'che re*l litó era vn-Argihe foi> matòrdàlla Diuina Pfóuidetiijà_*. cóntro al furore dclMaré ,i Veneti^ erano vho Scoglio femprc: pppofto> all a furia de* Corfarr. .  E. SI chiama rpén‘pofi quclla, fìgu*- ra'i colJaquale li efpriraono in tal guifà gli Oggetti', che pare agli ■ VditorL di non fcntirli dèferitti. ^ djaJl!Oratorc',. éd^*'L6ttoridinon. JeggcrHvmà di vederli : pcnnclleg^ gjandoìlDicitorccolIe parole le-»- cole , delle qual i ragiona .. Con que- ffa: figura fi potrebbe efpriraere il: conuitoidi Erode Sardanapaio del- ia Paieltina- c rvbbriacJiezzà de* CbnuitàcrApicijdi Geruralemme ’ Era imbandito in vna menfà d* auono vn conuito sìfplendidb , c sì ÌaiTto> chepoucri,, emendicipò- teano chiamar/i t coniriti deliai», Rcina Digilized by Google - Cueh ' Reina di Cartagine apparecchiati ad Enea , le cene fatte da Lucullp nel Tuo Apollihe e Hinbadigioni; fauolòfe di Giòuc alle Deità >» quali falfàmcnte ftimatc piene di Diuìnità fenciiiano il' male dèl di- giuno , e dclla vacuità dello Itoma- co.. Di tante viuande abbondaua’ che farebbono auanzate’à piti: re- gni » non che alla Paleftma .. Gli Elementi' arricchendò là 'mcnfa. dii Erode impouerirono . Imperocché P'E J emcnro d el lacqu a v jdc fcem ato - il Aio valore auendò perduti i pe^ fei più pregiati . L’Ariiireftò fpo* polàta nel Aio’ regno elTendble ftàti tolti gli' vccelli dall*£pulone’ db] lai Giudea, che àfòggia di àuoltoio la faccheggiò y e per la ffefla cagione- Ib felueTimafero' mutole » efl'endo- priuede* medelimi , chcrompeua- noad'cflc il fijènzio . La- 'Terra . dolféche le lue frutta, eie fue carni fofTero dcftihate folàmente alpafto- d’Erode , auendolè aflegnate ad va Mondo ;e’l fuoco, Aetti per dire:^ , iàidò ,,an2Ì perdèiliuo calore nell i cottu- ^ iiv tmmèy cottu ra di Wntc viuandc^^Lc CoJli-^ né pik a prichc aiicano inaiati . i Jo-^ rò 4 iq[uori nella^ Gi udea- per rifcal-» dare 1 cuori dagli ardori delhlnfcr^ no infiamuiati , c dalle fiamme del-* la impudicizia . Era il primo Ero-- de neirordine dello ilare alla raen-^ (a s ^Élfendo il iburano trà^ Principi ^ , edill^rincipetrà* golofiyed infami;^ Pa^an)Coroiia^al nouello Bacco Santrijgli-Ariftippii i Damafippi,- c quelli • che adorauano il ventre-»- ■ per loro- I)io , - non chinando pe-? rò Ja teftaperriucrenzarenon is^ fórzatidalvinoche li-* violentaua ; • Gli occhr erao fimi! i àcquei vd'vnj*. forferaiatò » che crede- doppi j tu ttt^ gli Oggetti , e- immagina dire Soli^ nel J'Emifpcrio ; -eal -giranìento deli Aio capo -penià che fia volubile là- Terra come le sfere ccidli . Delle: guanceBacco eraflato il ^Dipinto»' re. Igeili nonerano fenon ifconci^ . e gliattierantutti dirordinati:eui<r dente indizio -degli ;affetti tumuK t’uantf. Ondeggjauanoi vini nel pa* u imeneo j ed i Conuitati erano* * fcom*> 4  (TuerdUI^, Ttnt^Anì ^ fSj fcocDcnofii dalle tempeile di que* Jf* quori : onde barcoUauano benché non naviga irero,.cd erano /pinti or quà > or là fecondo che i marpii di ' Bacco agicauanp le loro menti . Colia medefima Jfigura porreb-* beqnafìauanti gli occhi di chi neL> fh lontano^ il facto generofo di Ma«^' rin Capello Prounedicore- dell'Ara" mata Veneta , e di Lorenzo Mar- cello Capitano di due Galeazze al- lor ch’entra ti nei • p orto della V al- lena tolfero > e rimorchiarono i le^ gni de- Corfari che prima parean_> j)iù toflo Signori baldanzofi dcl^ mare ^che ladroni timidi fuggi- tiui . L’azione dimcrebben fauolo*^ fa fe non fi parlafl'e degli Eroi Vi-’ niziani > che rendon pofiibile ciò’ che dagli altri fi giudica impolfibi*^* Gonfi; di baldanza ^ e di vento feorreano il Golfo dell* Adriatico i legni barbarefehi, i quali col terror del nome » e dell -armi aueanosbìr gottite non pur le riqiere vicin;?-; 'y > mà i mari che .non aueanoardiredi ' afial^ ^^J-nyeìt9d^Óyoi inlfalttrJi co}k/t«inpéàé ; quahJc^ MaciaCapellU^récorl-eiido i ven- ti, e. la £nxia<^ /uo àrrina li fa- praggiiiafè ai ^rto dellà Vallona 5ouc tutta lafiàiP&ei^'^pbeò au^ "Tebbe pàtitaif^àaufìragk^. 1 0orfàr «Mi eòme cof porto èra» dfféfi dall*' inipeto d€JJ’acque>. pèid^tiafìo > d’elfér'ficurfc dalla, furia, del' fiiocO' rinchiufo nelle bombarde de* Vi^nc^- ti . Mà il CàpelJb ffimandò. perdità. il vincer tardi c fnen belle la glo- ria K tlà palina TUngamehteaQ)et» tate i penètréf téraggiòfamente nel por ta ^ -e nel: centr<i de.'per ito! i .. Fulmlnaua. liitanta incelTàntemen* te la Fòrteijza delia ValJbnàco’ tiri delk artiglierie ; ed Vna dénfà gra^ gnubia di palle a oeà ih. tal modò^ rièhipÌHta l*ària #; ehekmbraiia cA ^ l'cr diuenutadi bronzo^ . rNimkfi ^ibartóti già^ in te^ fulmioahàno co'^orciictti -y • col le bomba rde-» ,, e eo* fuochi artificiati da'^ripari , C'dalle trincèc^ tenta rido dieonleri. uaitrleGàlee- , ^ k erario 1* Al?- ihQ^ilC: de- l?if airn i‘ dellfaé- Digilized by Cooglc 0umla Kene^tana: ■ 1S7 ^c, e Jo Spaucnto del marc„ Vota!-' uano gli-Arcieri.tutce'lc faretre^ ,, volcnda colle penne' delle faettc fermare' iJ- voJo' ali^alato'Liòne '9- che già già ftàua per aflferrarc i Le* gni Sallt> piómbi yfcrri'i dardi > e ciò che fuole adoperar la djfpera* isione quando è per dare gli vitimi trattiy tutto fìi dalla raaluagità vfa- tò»là quale è piu audace, cTigoro- fà quando è preflb all’eUreino della potenza », edclia yfe ^ Il Capello- però veggendo nel piccolo cerchio di vn portò vii largo campo' al fuo - valore' » fra* tanti rifehi' diuenuco più ardito,' anzi cuttòardòrev ha- Jenaua collo /guardo- c lampcg* giaua colla; fpada, c ancor fulmina* ala re dalle Galeazze che coprhiano' ^lc galee ,j e à' quelle faceano feudo da' colpi, e dalle batterie', /caricò tante tempeftedi morti, e di fiam- me quante non ne auuentano il Mongibello> c'I Vefuuiò j si che i Bàrbari priui d'animo*, e di conli- ^lio lafciarònfi prendere vilmente ledici galee , le quali perfegno del^ - • *' fcr ftr vinte feguirono come fcliiauelK- gate , e rimofcJuate J'Armata dei cVincitorc f 6àJe quali v’era ia Ca- pitanaid’AJgkrixonclotta inìtrioo^ fo^ e poiia neirArfena I di Vxnczia^ douc fi mirafiìe prigioniere^uel Ic^ gno Padróne già dei mare> e carce- re a pparcccluato alia libertà^ de^ ' Popoli.. ’ . - v ^ e  I Ti ./ is ♦-T" SI: fà; rÀpoiirofe quando intei^ roaipenda il parlar diretto voK giamo il:JK)Ìlro. ragionamento ad ' altri , ò Ha Iddio > égli. Angioli iieno perfone lofuane ò prefenti^' ò morte^ ò v4ue, ò monti , ò pianta -ie > ò mari ^ à fiiuni > ò noi fteffi » perciò vieoeancor detta Conucrilo- . ne: ... Chi lodafle vn Capitano vfe- rebbe quella figura* * fc volgelTc^ il faueilare a* nemici , rkbicdendolià ratificar quato narra ; cficndo la>fede deglt^^farij fenza : rofpcttò d* i adiit-? Digitized by Google "^ueròU^tH.^enè^mt. 'Tip fidolàzione , ò di mefizogiia ereriié nimichc ddk verità ciie ^ammina r^z'ammanto ^ ia doue quelle non vanoofonon ricGperce.|>er non ef- fer conofciiite . Voi chiamodn tcftimoixio di ciò cheiadico > ò Barbari , Non pen/à* ile voi che queft'Eroe folle /alito nel Ciclo^ome Prometeo a rubare - non i raggi del Sole >, mài fulmini Go*qualidillruggeire le vollre CUh tà ? Quanti allori incc'neri nelle vo« ilrc. fronti , ’ che jndarno fi fecero feudo con quelle frondi vincitrici dalle fiammecelcfii ? Quante foi^ tc22c prefe in breue tempo in coi fudarono gli altri molti ftcoli i pet coUquillarle Quanti 'Capitani ^ guanti Rèyedelle pendere da’ cenni di eflb, cbe prima da u ano leggeva 11^ Vniuerfoi Noncredefie che auef* >/e le penne 'Volando fopra de xnoip» ^agne al Cielo confinanti^ che fo fle ^ompollo di fuoco ilruggendode meui , ed i ghiacci,, cbcaucan fatti arefifienza al Sole più cocente , Per onorare vn'Eroc moderno :> > . ed Digitized by Google «po 'Il ■ ^ in quello lia mia penna , vri'àkrp efeippioaddurxoiiai nel GeneralK^ fimo dclMare^ eProcurator drSan iMarcoZaiigi Moccnigo Secondo, il quale fe folle viuuto nel tempo de**. gilEeoifarebbe flato antepofto al« i'Achille de* Greci , all’Ettore dcJ*» Troiani 1 airOclandó de*Prancefi> ed a tutti quei die nella Romana^ Repubblica furon giudicati pib eh è vernini auendo j&tcc azk>nitralcen< denti le forze , e la condizione delP vomo • Imperocché elTendo flato prefo il Baluardo Martinengo della Citti di Candia da’ Turchi, i quali con batterie continue^, con aflalti multipiicati, con minefotterraneci cóll'ingegno ,col «arti , collo afor- *o dc’Balià piìifamolì , c coliiiror di tutta TAfia fauean finalmente fuor della loro credenzaconquilla- Co coli'iaalbcrarni molte Jnfegne perdimofirarne il pofiefib , e i2L^ vittoria s trattaua la guarnigione di pochi Difcnibri , cd iiiipotente ad arrenare il d iluu io fempre crefeen- te de* Barbari di ceder la Piazza^ , , e nel-  0«f la 1{ett, Vent^tfnà T X neWa Piazza i|Regao ^ l’onor dclf JaRcpubbi/ca , Jach,iane delPJca-. lia, c dell* Adria tico , e tfa Jtri mari ,* e*i freoo che ratticn Ì*imperio Tur- •chcfco^l eh è armato non corra nel- TEuropa . A JJora il Mocenigo pri- mo nella digniri , nel coniigllo • neJPardire , nella prodezza , xneJi* amore verfo la Rcligfon Cattolica » c la Repubblica fpignendo/i guanti con la fpada ignuda ^ cagioncol- refempio che i Soldati combatter- fero da Capitani alla pre^nza di Luigi, a cui l*età fenile noti mai di- feccò il vigor dciranìmo viepiù 5o* rito-, e robullp; laonde appena la^ LynacompariraneJ Baftione , dif- paruc; ediJeguaronlì i TurchiVchc non riputarono - diVbnorata- la, fu- ga difcacciatidalPonor delle fchie^ re dal Moccnigo ; al quale PEc- xellentìflimo Luigi Mocemgo Ni- pote , c ancor Procurator di -San Marco , e deli’ordine de* Sani; del gouerno ,ed ora dal prudentilSmo Senato di Venezia eletto Ambafcia-^ dorè Rraordinario alla Maeftà di rcttà^Oròj 'Carlo Secondo Monarca delle Spa^ ignei ià fabbricato yn Sepolcro ma- gnifico > dégno del grado che ^hà- nellà Repubblica; del legnarlo iH luftrifiimo^e d’vn chiariflìmo Eroe, il quale per la difefa di Ca odia fi può dire che ficomperafle viia'Cit--» tà intera per Maufoleo , Or illu» Rriamó’quefto facto per via d*Apo-^ itròfc, ^ " 'Non ammiraft i tu, Candì a;,lè-pfo- de2ze del Mocenigo , quando volò nell’altura dVn Baluardo per efier veduto da tutta 1 ditola' di fenfor dev- ila ^Città mèzzo ^efa dal Campo Thrcheféo?quàdoPcQjJofpÌPÌtabd- Jicòfoj&ardentedcl-ruo petto ani- .mò il prefidio della Città qùafi dilà''* nimato, ^agghiacciato-? quando sforzò il Pianeta Ottomannp àfi* uolg'ère indiètro vitupcrora mente il'cò rlo,c<fqua rciò gl iilcnda rd iTu*r- ehéfcbi,chc ondeggiando minaccia- uanoi Candia vn naufragiodi (ah- gne?Nó ifcorgefti che vna fpada dai bràccio diLuigi aggirata diè il mo. ' uimcnto alle altre- fpade moflc con tal Digitized by Google Vumla^jstt»P^ehe:(fahi, ipj tal preftezza , che fi vedeano cadu- ti , e morti gl*Infcdeii , con già ca- denti, e feriti ? Nonièntift i quelle animofe parole : Mocenfgo non^ rende Piazze , fé non quando non^ hà piu fanguecelle vene da sborfà- re , nè può <auar Jo dal petto degli Auuerfarij? Mocenigo non abban- dona la Repubblica , nc’I Tuo Prin- cipe fé non allorché fugge la vita— vfeendo da mille ferite , e da mille porte fanguinofe ?Se ancora ò Can- gia godi il titolo di libera Reina fi dee à Luigi , che cinto da vna folta corona d'armati mantenne la tiia_9 libertà . Se ancora i LioniVeneti fuentoiano nelle tue mura ricono ' fello dal tuo Liberatore più forte^ de'Lioni , mentre non ebbe paura •delfuocodi Marte ^ Ja douc il Re delle fiere , ilTiranno delk felue_> dgomcntafi aJl'apparir del Principe luminofo degli filementf . ^cPIm- pietà non iicorrc liberamente nè le pianure del mare , nè del tuo Re- gno è effetto di Luigi, che nclPaper- to dVn Baluardo chiufe alla Tracia i Pcn^ Digitized by Google Ip4 rcntrata , RiuenTci Ja fpa^a dì Mo- cenigo degna d’efler porta predo à quella d’ Orione ncjl’aitczya del Ciclo: acciocché la Superrtiaione-» Ottomanna quando vorrà contem- plar la Tua Luna, vegga il fulmine-» da cui fi2 abbattuta nel Regno <4i Candia . CAPO V. Della InterrogaT^ione » SI parla qui non deJl*Interroga» zione, e delia fempiice doman- da , che talora fi fà , come farebbe : Che ora è ? qual è il tuo nome ? mà di quella ebeii adopera dall* Ora- tore per muoucre gli affetti , ò fia fdegno , ouercompallìone 6cc, ò per comandare, ò per prouar qual- che cofa con maggior gagliardia ; come farebbefi da chi voleflè mo- rtrarc , chegli Auuerfari;, eie au- uerfità rendono piu chiaro IVomo : in quella guifa che i contrari) porti di rincontro più viuacemente cam- peg- Oigilized by Google •Oum la ^ett, Ven%i^ana . jpj pcggiano • Per efcmpfo . Chi c/aJterebbe Ercole > fc Giu- none con animo auueJenato non inuianafniiruracirerpcnti alla pic- cola culla di quell*£roe bambolcg- gianÈc > il quale coJJa linguanon ancora fnodata non potea celebrar le Tue vittorie? Chi Taurcbbe ado- rato come vn Dio sui fette colli di Roma fe non aUaua contro ad elTo i fette capi l’Idra Lernea più ricca nelle perdite, più Ikura , c fertile e iTendo troncata , più viuacc quan- to parca più vicina al morire? Chi i’aurebbe collocato frà le fìelle fc non dilcendeua nell* Inferno ? Sa- rebbe forfè flato diuolgato dalle bocche della fama per le quattro parti del Mondo fe non traca dal grembo della notte alla pubblica-, luce Cerbero colle fue tré voragini fpaiaacate ? Che ancor le tronìbe della Poclia facciano rimbombare il gloriofo nome d’Ach file , non ne ^ la cagione U famoElGmo Ettore, in cui tanto li aliicuraua Troiai.» quanto nel fuo Palladio ? Che Sci^ I % pione Digitized by Google 1^6 il Potilo d'Òro / pione colle ricchezze , e coJJ’impe- ' rio tolto all’Affrica prendefle an- cora il nome di quella parte del Mondo, non fiafcriae ad Anniba- ie', che fpauentò Gioue Capitolino più de* Giganti ? Convna Interrogazione fatta à Mu ftafà Generale del J*e/erciro T u r- chefco desinato ail’ìmpreri di Ci- pri, efakiamo la magnanimità del , ProuiieditorGenerale diCipriMarc* Antonio Bragadino , c mo/triaino che’l Bafsà indarno s’affatica nell* cfortare il Oaualicrc à ceder la^ Piazza di -Famagofta , e poi fattolo prigione, nel tentar che lafci Ja fe- de . Imperocché quelli dopo d’auer foflenuta infaticabilmente la carica deiroffizio , e della guerra , e dife- fa la Città dalle fcolfe deli’Afia^. , palefandofì benché fo (Te Capo, fol- dato prìuato CGli’afllinto delle fatf- che , non fi volle rendere fc non per diretto non d’animo , mà di gente disfatta dalla guerra, dalla pelle , dalle vigilie, cda’difagi : perchè Marte folo non era fufficicnte ad / Digilized by Google Óumh'\ttt*Vmtx^cmei , ipy abbatterla . Mà chi può credere al- la Infedeltà ? li barbaro MuHafà 9 il qpaic non accogl iena fotto i Tuoi padiglioni nè la pietà > nàia fede : dopodÌTaucr perduto li tempo ^ e le parole JufiiiglieuoJi neirefortare il CauaiieFerendutonàpatti di buo- aa guerra* » acciocché lafcialTe la^» vera religione , e folTe infedele à E)io come.ii.Bafsà era disleale agli vomitH r comandò che folle il Bra^ gadini crudelmentelkaaiato ; e gli fi troncalTero gli orecchi lordi allo lufinghc,^ c gli iltiacfle da tutto il corpo la pelle viua per vendicar nella vita > e neilamorte di vn folo la morte d*inhnjti<Turehi* , c farlo morir lentamente nelle membra la- cerate p le qualiaueano cooperato alla* vcci/ion degli Ottomanni f e finalmente per riportare in Collana tinopoJi colle fpogliedi Cipri'la^ pellefiimata daSelim vn Vello d! oro , perchè auca la Repubbiica-j^ perduto- vn Campione eccedente ogni preazo .. . Perche ò.Mu/ìafà rifola di Cipri I j doue.  t^8 li retto d'Oro , <fouc ora Tei attendato fu creduta- fèmpre mai pia torto Reggia di Venere^ che drMarte> immagini che i Leoni di Venezia dalla Circe del piacere /ieiio-rtati trasformaci in codardi Aniraaiiv che fidandola falute alla vciocicà de' piedi penrt* no di sfuggire le faette alate della; mortef cUe i Capitani delia Repub- blica non abbiano altro di militare cccetta gii abiti' guerrieri ? diel Bragadinf Coman Jator ' d? eferciti- fia rtgnore^iato dalia viltà , e dal timore? Voa lai por c/pcr lenza chC’ dallo fcodinento dell' 1/bia cagio- nato da* cremuoti delle tue bom- barde fi fermò più faldamentc l'ani. modi Marc' Antoniofdalleterted^ Cattolici affiflc , ed alzate full'aflc dalla tua fierezza fù folleuata Ja^ mente ad imprefe più alte ? dalla morte di Nicolò Dandolo d’vnai^ rtefla Patria , c virtù , ed Illuftrilfii' mo pel fanguc auuto da* fuoi Ante- nati 9 e da to per la difenfionedi Ci^ pri , e dellaRcligionc > fù auuiuato^ in tal modo alla vendetta giurtifib»- ma^ Digilized by Googic Ouerù la t{en, t^€iKS(jana . i pp ma, che fèce abbrunar tutta PAfiia per la Mòrte d’muuracrabili Mao- mettani ? € pei? poco fangue ftct /pargere vn mar di faugut > e di la- tgrime y cfentirgli vrli nella vaftà inonartfaia dell’imperió turchefco? Alla propofla di rimetterfi neirar- bitrio del Vineitorenòn fentifti rif* ponderti €he glianimiiorti allo- ra fi rendono per vinti y e ogni ra- gion cedono quando non hanno nè mani da difenderla , nè fpada dà fciorre i viluppi della Caufa ? Per- chè dunque tenti d’ inchinar l’ani* mo infleffibile del Bragadini or col* le minacce» ora colle lufinghe , le quali fono le due maechiné poten^ tilfime , à cui chi non s*arrende mo** lira di non hauer cuore dì carne » mà di bronzo, ed efler frà gii vomi-*^ ni vomo folamcnte di nome ì Che fè*l torbido del tuo volto accigliato non hà potuto: leuar dal petto di Marc’ Antonio la candidezza della fède promcfla ed al Senato , ed alla Patria, nè la ferenità della tua frena- te ofcurarc la Veneta lealtà : ftime- I 4 rai Digitized by Google 200 . li^diocrOrOr Fai forfè colle arti adoperate dallo Spauento^ e dalla Lulinga torre dal cuore del Cai:ialier Crilliano diue^ outo tuo prigioniere ^ la vera fede giurata £rà poche gocciole d’acqua nel battefimo di conferuare ialino ' alnaufragio della vita nel fangue ì- Se le onde dell- Adriatico doue è- natogli han data fortezza da non elTere rmoiTa.dalia fedeltà douuta^ alla R^^ubblica* : il facro fonte in cui è rinato non gli aurà conceduta' coftanza dà^non intenct irlicol moK le de* vezzi > nè-darompcrlì col du-^ ro delle rigidezze ^ fatto fimile all corallo^ che cauato dall^cqua vie^' più indura f- Vezzeggia pure, mi- naccia , e tormenta : che altro farai pietofo , e fpietato fé non dichiarar il Bragadini Vincitor di te Beifo». della tua fierezza , de* tuoi Jufinga* menti, e della fortuna contraria^ cioà di quattro Niaiici ? Oigilized by Googl 6mo la ym:(iana. 20 ii Della Iroma ^ BEnchè.la lingua fià frequente^ ! mente interprete veridica del» Ja mente>, edeJ cuore, nondimeno nella figura Ironia è mefiaggiera^ mentiuice ;perchè l*Oratore ligni- fica il contrario di ciò che dice Il tutto fi eonofee da*'gelli , dalla vo- ce ,e dal modo di ragionare ciie> palefano per bugiardi la. lingua^» , e*i cuore . Si viencancora in cogni»* ziondell-oppofitadalia Perfona di cui fauellafi. Perelcmpio. Ghidi^ cefiediCatiiina , auer amata più delfuocuore-la-Gittàdi Romacuo:- re del Mondo, dalla quale diffonde^ uanfi gli. fpiriti vitali per tutt*il corpo del PVniuerfo , mofirerebbe chiaramente dirli ciò per ironia:., , cper giuoco . Il contrario ancora^-, s'intende in quefl'konia compofia per dileggiar Margite slcontrafFat- to> chela Deformità ftupì d*eficr 5^ via- Digitized by Googic reo; U f^eUàitOì^oi vinta nella bruttezza ; simoflhio^ fo , chci'Atfricadifperòcli gencFar Moftri più sformati ; tanrigporan’^ cc , che Bosotumin craffb iurares^am natumr c tanto paiirofo , che ognileggicr fofiìo di vento era Tempre' accom-- pagnato dalle grani cadute d( Mar^ gite sbigottito . V era mente, ò Margitc,>colla tua* vaghezza , fapienza , e fortezza »> Jodeuolmeffte hai rubati aiSole , a Gioue , à Marte i loro nomi . Se io contemplo il «uo volto, poflb dire r Parti pure ò Sole dalnoflro Emil^ perio j c Te non vuoi rimaner fenza- regno ,renz*àmmiratori,.efenza'P cor teg g io 1 u m inofo delle {felle, ie r-^ m Iti nel Cielo degli Antipodi , do**- ue troueraialtrofcettro, altri va^ gheggiatori , ed altri lumi cheti- coronino . Mhi-gite co* raggi fuot d.ira lume foprabfaondànte ai no*^ (b o Mondo , farà Poggetto degli occhi ,c della marauiglia ,e regne* rà fcnzi Compagno Tempre Tòrpet^ ro riegl’impcri|.. E voi Apclle cjj  Ouetif h Zcii/i ftemperatc i coJori , appa- Eccchiaccpennclji tele per ri- trarre vn’c^gic sì bella j, eflfcndo' conuenieiìtccbe da’ Soli della Pit- tura 4 dipinga vn Sole nouclio dente da ogni macchia , cd eccliffi . Voi Fidia PraffiteJe , che non in- feriorià Deucalione , e Pirra fape- te animare ì marmi collo fcarpello^. formate più. Goloflp acciocché fie- no à Margite innalzati ; e Rodi co- - nofea che*! fino Sole ÌRi mcn vago , mentre d*vn folo ColoiTo fò mer ite*- noie . Se confiderò la tua fapienza: veggio dal tuo Capo venute alla», luce più Palladf re Con priuilcgio non conceduto à Gjoue>le hai man- date fuori fenza dolore . Laonde >ò come gli Scrittori fhrari chiara la tua gloria colla nerezza dec loro in- chioftri ! O quante penne de* Lette- rati s'vniranno per fare alfa tua fa- ma leali maggiorile più robufle ; il che giugnendb in Terre non co^ nofeiute fi rida de’ termini d’Èrco- le 9 e di Bacco f La tua Fortezza è; ^igrande/ che nonconofei altro ti- I 4 more. — ^ : ■ z jd by zo4‘ Il Fèllo more faluo jueJlo , che apporti tuoi Nemici . £ perchè tutti hanno sfuggito il paragone, ed il combat- ter teco , quindi è che tùò Margitc puoi ben contar mille vittorie , niuna battaglia . Ironie limili pungenti , e moiS' daci potrebbonfi. aguzzar per tra*^- figgen Luterà , che fi facea chia-^ mare Appoftolo , e volea vn* al* tra vita coll* ©fiere animato ncV .marmi da quel] i , che lacerando i- raffi col ferro , ferifeono il tempo eia morte : e vantauafi di giouare; al Mondo coiroperercoll*efempio>j e colia penna;; © pure in tutto men- tiua : perchè in verità fii Lutero vn> Lucifero noue Ilo , chc pofcil fuo* feggio neirsAquilone : il Dragone 9^ che aurebbe tratta non la terza par»' te ,-mà tutte le fieli© ncll-Inferno fé le forze rifpondeuano^ a’ defiderij facrileghi ; il* turbine che atterrò' noni! palagio di Giob,mà4 Cieli di> tante Chiefe magnifiche ,fdoue an- cor di giorno rifplendeuano4 giiifa ' iifieile I^fane $ e lumi non mai { C»or^ Digitized by Coogle OuerolaKittùFeneziana", lof fmoraiati , mantenuti dalla pietà fempre acccfa nel cuor de* Fedeli ; quel ventus^vrens , che difeccò i fio* riti Giardini d’innumerabiliMoni* fieri? doue le Virtìi-riftrette con più largura pafleggiauano , edondel’ Amor terreno era fiato sbandito dairAmorDiuinoche neraCufto- de : vn fuoco >' chediuorò molti li-' bri degni d’efler conferuati frà ci« prelfi a’ quali perdona la Morte per eflerc amici dcTepolcri : la Idea da cui potea prender la forma ogni vi- 2Ìo : il Banditore infame delle leggi dcirinfcrno :■ e finalmente lo Scrit* rorc deteftabiie de* libri non fola»* mente lotoicnti r come Tuona il no- me di Lutero màpefiilenti> fi eh è' TAutore fii mcritcuolc del torchio da cui folle fortemente firetto , cd infranto* Io mi afiengo dal porre PeTempio dcirironia centra taPErefiarca, ac* ciocché gPignorantidelPArte-9 chè inrcgno;&della vita maluagia diLu^ cero non penfino che io lodL quanr daartificiofaaientelobiaiiinailì .. Digilized by Googlc 2o6 ’ tlVellà Pór Poppofito colia mcdc/im4 Ironia , colla quale fi potrebbe de- primer Lutero , polfiam fiiblimarc' la fedeltà dei Screniffimo Domeni- co Micheli> il quale Condottierc di‘ « dugento legni Veneti fi? era vnito> ili’fora'c Ve di volere colle armi con- federate de* Cattolici al racquifio di Terra Santa profanata da'pofleii- fori Maomettani : eirendodifdice- « noie che*] Ciel della Paleftina douc ebbePOricnte, e POccafoil Diuin; Sole folTc ingombrato dalla Luna Turchefea^ , crucciofa che altrò Pianeta vi rirplcndefle .Stanano al- Pafiedio di Tiro Città, creduta inefii pugnabilc dalla fteffa Fortezza , i* Principi confederati quando la. leggerezza della fama , di gran pe- fo negli affari della guerra fparfe perPefercito , che P Armata Vini- ziana vinta dal tedio della guerra e d*Vn*àfiedio silungò , edimpauri- ta dali'efpettazion del foccorfo vt- cino», meditaua pi£i. torto la j6jga „ che la partenza > aiutata dalle aJt> del vento , delle vele ,> cdel Leone., Icoins ^ I Digitized by Google eumU ^ett\ f^enexjana . loj I compagni delia lega > c de* traua*- gji temendo , col ritorno4c*Vene- ti non partilTe la Vittoria datCami- po Criftiano , fparlauano del Mi*- cheli, perchè'eflcndo quafi hcl por*, to del ripofo dopo tante feticke , volcflcfar vela , c laftiarli -frà le tempefte dVna guerra perietylofa . Untefo ciò dal Micheli ’v^llc mo- ftrarfi' ben corredato di v^irth • cCi principalmente di fedeltà ; léonde-^ sforni tutta la fua Armata 4àgìì redi naual i ,c marinarefclii, d'anco^ re , di vele , difarte ,<c d'ar.nH ; e di^- polirò il tutto nelle mani dò* Colile- gati per pegno del lai ftia^ede al lora fliinata fermiffima quandò videro* tutto ilnàu ilio inetto alla nauiga^ alone , ed almouimentò . Or com^ mcndiamo quefto fatto oolia^pre- lente Figura . Certamente ò' Principi pièni di 2elb , e di valore , raucr votaci i le- gni di tutti gli arnefi e Fornimen- ti, è fcgnoche fi è/pogliatod-ogni fede , e che le promefle fatte dar Micheli loao icci voto » e che dal*» Digitized by Google ^ ti'F^hiTOlroY Ija iBobilità delie acqpe appre/e ad' e0er collante folatnente nella, leg- gerezza . Il voftro Campo reUerà^ debilitato-, fneniacoj e vile per la^^ perdita de* Lioni ,.cioèdella forza edeila generolicà .. Non temer piCi^ ò foriilfima.Citta.di:Tiro della tua: cauiuità>. mentre le nani non haa- no più rarteda legar l'antenne ,^nè: gopaonc.da;teuer l'ancore .. Or orai parti ila forxuna prolpera dalJe^.' ieb ici e C ri 11 lane , eh e lono amma ^ nate e riftrettc le vele per noa*»^ prender pili vento * il quale feccia^ ' volargli alberi.perl*eJemento dell*' acqua .. Correte à Saradni à-portar' ioccorlò nella Biazza aflediata li^ curi d*intromctterio,;Chc*I Dogc;>. Veneto vuol ritornare al.CieJ natiV uo fenza la' prouuilìone neceflarià alla nauigazione , e alla vita . Bugr giteò guerrieri vnicidi fede „ e di; volontà, dalirimpugnazion^ dellk&4 Cittànimica fenon volete voiflclfi: cUcre gli alfedìati da vn- cerchio foltiiiiino di Barbari ed clTere il centro delie iaettc> e deiBahe Digitized by Google gu ite re/cmpio del Micheli , che> per elTerefpcdito alla fuga hà fen- dute immobili ^ edifadatceleGalee al viaggiov In que(l*amplifieazione fi^cono^ fee apertamente il contrario ^ norn clfendo argomentodi paura r nè dr mancamento di coflanza , e di fede difarmare il nauilioj anzi di brauu-' »a » e di lealtà-compagne indilfolu- bili nel petto del Micheliv che me- ritamente auea il cognome dVn^j Arcangeio Campione fidàtiiilmo ih> quel combattimento celeile y in cu i iucifero e gli altri Spiriti ribel Ji perderòno in vn momento quella gran giornata campale y e la /pc-^ xanza di mentar la battaglia ». CAPO VII. ^ila VreurìT^jont ^ MEttiamo in vrolàPreterizio^ _ ne quando diciamo di nonu voler dire , e di voler paflàr fotta filenzio quello che più . francamene te. Digitized by Google xio H VeìklfOirO r tc^ ccopiofa mente narriamo fendo fimili à Batto quando afFer- mianìo d’éflerc Arpracrati , ed òf- feruatori del fiienzio Pictagorico y. che dee ftatìziaré frà le llrfettezzc:^ dc’chioftri , e 1* ampiezze dclltj^ Rcggie , fe i Rè , ed i Mònarehi medicano imprefe da effér celebra- te fino alla^nchezza delie lingue dituccii fecoii . Fermiamoci colià; Preterizione in Galuino c trapali fiamoJo colio flilc dell'Oratore. Pe* rocchè queft*cmpio Erefiarca fliniò perduto quél giorno , in cui nom nuefle aggiunta qualche ferita allè: Chiefa > c iègnollo cól bianco quan^ do vide roffeggiar fiuouo fzttgùt' grondante dalle pia^e dé^edeli ; Io non voglio raccontare ò Cai- nino , il qiiale porti Pvbbriaèhez^ za , e*l vino nel nome che per ope- ra tua pubblicamcte ar/b là Santità neiriminagini abbruciatede’ Santi; che nelle Ghiefe Teatri di melodia, e di concenti co* quali fi placa j e€ addòlcifcelà Giuft/zfa Diuina fu* roafcntici anitrir cauaJii : che nelle blenfc Digitized by Googl Ouero a^r t Men(e facro/ance degli alcari'dou^ colia efficacia delle parole Sacerdo- tali li trac dai Ciclo noti la manna ^ mà lolite Ho Iddio furono apparec-' ohiati profani * ed empi; ebaniti*' ali’Erefia: che'l Dinihiflimo Sag’ra-^ mento cibo degli Angeli fii oatO' con abbomincuole facrilegio a? Ca- ni , che d’altro palio noncràn dé- gni fuorché delle carni degli Ercti-^ ci. Tralalcio le ribellioni de* Popo- li centra ilorodcgittiini ',Srgnori cioè delie membra còntì^‘ i- iffioi Capi cagionate dalla nouità' delia tua dottrina^ò perdir meglio igno-' ran^a , c da* tuoi maluagi configli co* quali erano inftigatc le genti à tor via ogni legge Dfuina,cd Vma- na , per non foggiacéirtèi Dio^jJ nè agli vomini,* mà folamentc à Luci- fero « che sprofondònclPabilfo non* volendo abballarli à riucrirper fuo Signore vn Dio che fì douea' vma- narc . Non ridico la difeordia pplìa da te nelle Città , nelle cale dc^pi- tenti ,e degli amici , dilgiugntndp’ gli vaiti per legamento dì fangue / * Di j;:i2ùd by Googk Ityelfoé^Or&, di fede>d*amicizfa9 e di Patria^ per* chèJa tua Setta non. altrimenti ac^ coppiar il poteà iè non col fepara*- mento de^li animi • 1 disfacimenti: delle Citta, le difolazioni de’ Rear mi. & i difertamenti delle campar gjne fi tacciano , mentre ognun si. che J’Ereda è accompagnata dalla' folicudine ,, nè in altra maniera^ vuoi efler celebrata, che dal iilenr zio rpauenteuole latto dal terrore^. E perchè parrebbe che io folli fiato preifoiecatadupi del Nilo dor ile gli abita tori/bn lordi ,,fe io non lentirn fi rimbombo ancor durante della fòmanifìmai vittociariportar ta.da; Cc. ttQilici coilegati.neliconir battimento nauale attaccato colle fur ie.Ottomanne ^ vferòJa fuddetta figura nel deferiuer folamente il pr imo conqua flb de* legni . tnichefT chi fatto dalie Ter Galeazze dclla^ Repubblica; delle quallcraCapir tpno Francefeo Duodo ;icur aliena do sì fei /cernente principiato >;ipoa. ragione fi: può a feria ere la metis deli'òpera j cdèll*impre/a > nella^ ■ Digilìzed by Googic Vuero . iìj quale ili qiiafi affatto Alenato il Gc« rion della Tracia dalle fpade di D, Gio; d* AuAria , di Marc'Antotìio Colonna , di Sebaftian Veniero Gc^ nerali, di Francefco Duodó , e d’al- tri infingi Capitani, i quali fc aucA fero profeguita la vittoria , aureb- bon vedutigli vitimi tratti della.» monarchia cnrchdca ychè ancor al folo nome pàuenta di quelli gran(^ vomini maggiori di. Archimede ; perocch-è fenza porre il piè fuor del Mondo lo fcoflcro colla potenza.»' deirarme. Perchè non hò io nè la voce -di Stentore , nè le cento bocche della Fama, tralafcio di contare gli effet- ti uiarauiglioli delle Galeazze macchine ftupende , & orribili , c fuobiliMongibeili» che fenza eoo* fumarle vifeere, continuamente aa« i^entano fulmini , c co’ fulmini mil- le morti ^ Nè mi fermo à narrare il treraor de’ barbari palpitanti , c commoflicomc il Marc agitato da remi , e gii ftendardi da’ venti : il pallor deila faccia difegnata dal color Digilìzed by Googic 2.1^. ttP^elhitOrai color cfclla morié, la quale rappre^ (èntaua i Turchi morti prima del morire,: la dubbietà de* Capitani. Qttomanni fs doucflcro fuggire , ò combattere , mentr*erano accertati da tanti f^ni infaufti ,, del riufei- mento infaice : la confu fion de Sol- dati , a*quali,parea di ritrouarli in vnCaos:: lemaledùioni dateallo*- xo Macometto ferendo colla lingua ^uel fallo Profeta :per cui lì erano eQ^oftl a' colpi mof tali,, ed ineuita- .bili . Nè meno voglio delcriuere la iuria colla quale da prora , e da poppa , dalcorpo, e da* lati rèinpe- ilàuano que* legni ùni furati colle artiglierie, contale continuaaion di tiri ^ e con fracaflb si orribile ^ che credeuano vicendeuolmentc fulminare or la Terra , ora il Cielo. , ouero generarli i fulmini dentro alle bombarde , Icuoterfil* Vniuerfo^ , ed elìère ^rig jonati i venti , i quali fofpigaeuano le nuuole del fumo nella faccia,tiencl- le naui de*nimici , acciocché non vedeliero la morte , nè la cagion del à Digitized by Coogle Ouero la I{en, Vene^4na] % f 5 del morire , nè Tap^lfero doue voi- gerfi per isfugg/rJa . Megiio è noa far menzione di vcJe , c d*JnfegncLf farciate ^ di traforategalee, di Combattenti, ò morti, ó mortal- mente, e miTerabiimente feriti, di remi, d’antenne, e d’aiberi , fpezzati da impetuoiìflimi cUpi del cannpne fraica ffauano, c sfraed'* lauano c ciurme, c nocchieri , e fot- dati, e capitani tradhi da' loro le- gni, da* cjua-i i h annichi iaua l'atsaa^ «o della gente non tocca dalle pal- le: come fei pini , e gli a beri tur- chefehi fo/lero collegati a* danni de* mede^mi Turchi . Si taccia dico tuttociòrperchè parrebbe, chef' Oratore ó Jpcrboicggìaffe , ò fin- gere come Poeta , E parcanche-> da vn finto aggrandimento non A parcggerebbela verità delia gran^ ruina incoininciata dalle galeazze; dondeoriginoffi vn fine gloriofilfi- mo della battaglia , e delle fatiche ; . ed li principio dell’onore immorta- le acquifiato da* Veneti, ed vn’eier- 130 feorno riportato da* Turchi , de* quali Oigitized by Google zid cTOrOf quali tanto fangue fì fpar/è> cheai^ rebbe (oilenuta J’Armata , fe per ventura leccato fi fofle il Mare , in cui tempefta maggiore non prouè mai i’Qttoxnanno • IL SoficHtas;jcne , Oratore fuole alcuna voltate^ I ner fofpcfi , e dubbiofi gli Vdi* tori 9 edopo foggiugnere qualche cofa non afpettata 9 ò grande , ò .piccola 9 ÒTÌdicoio/a« ò Jagrimeuo- le ; e quando fi ciò ù. la hgura So** tentazione • Potremmo adoperar la Sonentazionenelia prefadiCri^ ilo foilegnodd Mondo ^ Efce di notte vn’empia ma&ada jìimicadeila Juce • Porta nelle ma* niaccefefacelle ^ perchè que* lumi ccldli non vogJiono rifplendere in ieruigio della fceleraggine V*è Giuda per guida yche conducei Sol- dati accecaci dal furore , e che non veggono il rentier noto , c tame-^ volte Digilized by Googh X)ueròlal^ett,Fene7ikHÌ''. xij vohe caJpeftato . L’afìc , lefpadc t gliarchi,lcfaettc,IefromboJe , i baftoni, e le mazze non j7paucn- tano tanto , quanto da» terribilità del volto non d’altra armadura-, guernito, ehc dell’orrore natiuo • E perchè falli vn’apparecch lamen- to «ì grande ? Forfè le fchicre van- no ad alTalir qualche Rè ^ cke^ vicn di notte per ifpianar Gerufa- lemme 9 c recarle l’vltimo giorno « c fommergere il Sol della Palcftina in vn mar di.fanguc , e di lagrime ? Forfè inuianfi contro a qualche-? Città ribellata per diftruggerla del - tutto lardandole le pietre per lapi- da fepulcrale? Forfè torreggerà di nuouo qualche GigàntcFiliHeo ri- foluto di terminar la. battaglia quando non i^Herà pih Soldato ve- runo da e Sere vcciCo » c la vita farà «bandeggiata dal regno della Giu- dea i Gran cofe.pcr certo fi volge* ranno nellrmente di ognuno cor- rifpondenci alla orribilità delle.? fchierc . Efercito sìlìero , edam- maefirato nella fcuola dellaCmdeU li tà. ic 21» llf^dto£Orol tà> ordinato dal l’Orrore ^ aauam^ pantc per le fiamme dlnferixo» gui« dato dal Tradimento > m^cia coo_s patii da Gigante inuer/b vn’orco non per abbatter Tiranni , Fortcz-» ze j e Tifei 3 nià il noftro Grido 3 quale da Leone di Giuda che egli era è diuenuto vn*Agnd!toj &eflèn? do Gigante lì è oltre mlura impic*» colito,rilcuando i^omo abbaflàto, e riimalzandolo a 'maggiori graa>* dezze . L’aucr nominate grandezze mi fa fouuenirc deU'atto magnanimo del Doge Domenico Micheli /opra menzionato 9 il qualericusò il tito^ lo di Rè , ed il rea me delia Sicilia offertogli da que* Popoli , che io celebrarono maggiore del grande.-». Aleffandro , mentre il Macedone-# donaua Città , e*l Micheli ridonaua la corona già data : facendo dubi- tare chi auclTemoft rato animo pih reale ,i Donatori dello Scettro , ò’I Doge , che lo rifiutò ; e dimoftran- do alia Romana Repubblica , che la Repubblica di Venezia aueua an^ cora Oigilized by Google OMroUR€ttyenc:(ima , coraiTuoiFabrizi; contenti d’cfTcr tenuti degni dcJl* imperio nella eoa-* dizion di priuato . Q^edo fatto che donrebbe orna rii con tutti i colori della Rettorica nelle carte , c dalla Pittura nelle tele, farà efpreffo dal-* la figura Sofientazione . ^ Quali dimofiraiize d onore noit^ ricusò nella Siciliail Doge Micheli Sole de* Capitani nel ritorno fatto dairOricnte co* fuoi legni v ittorio» fi carichi di merce gloriofa inficme, e di fpoglic ? Ognuno immagina che quel Capitano , il qua le col pe- fo dell'arme /ue incuruò più volte ralterezzadc*Saracini non volefie Archi trionfali piegati , ed inarca- ti; chc'non accetta tfe tornea menti , cgioftrcdoue con finte battaglie fi combatte , auuezzo à veder zuffe vere nelle arene di Marte : che ri- gettafie ozioG fpettacoli il nobile Dirpregiator della quiete , e l'ama- tor delle fatiche : le pubbliche alle- grezze TAdducitor d'eterno pianto a' Saracini ; raccompagnamento dellaNobiltà chi era fiato cinto dal- K X le  lad le folte fchierc de* Barbari dirada tc dalla rpada da cui era fiata aperta la via al carro del (uotrionfo.Azio* ni piìi gloriofe s’afpettano da vil^ Principe , cheeflendo il primo del- la Repubblica voirefierc fuperiore nell* opcrazion delle marauiglie Non accettò l*aiToÌuxa Signoria della Sicilia > nè lafcioin piegare dalla violenza dell'ambizione ^ nè dalle preghiere; la doue molti per la cupidigia del dominare falirono al trono fopra tanti cadaueri di gente vccifa , che quafi perderono il titolo di Rè non rimanendo Po- poli da efserc fignoreggiati. DeUa Snbie:iime^ QVando rOratore fà qualche interrogazione à fcllefso, e fi rifponde , sfacendola ad altri , ò parlando con efìi non afpctta la rif- polla j raà immantenentc lafoggiti' gne , formala Subiezione : della qua- Digilized by Googlc OtueroUl^ètÈ.f^enè^àna, quale daremo vn’efempio in Ero* de; incuicoJnafcimento diCrifto nacque fubitamenceJa paura , da gelofia dello Stato: aquile, ed auol* toi della Reggia , c del petto del Rè della Palcftina , benché non fof- fc ancor diftefo per li noue iugeri di Tizio > nè legato con Prometeo aH Icrupi del Caucafo men duro del f uor d*Erodc • , : Perchè veggo la tua fronte offuA cata ò Erode , mentre inBettelcm^ me anche di mezza notte il Sole ri* fplende ? Temi che’J natale d’vnJ. pacifico Bambino intitolato Prin* cipedellapace debba far riforgere le guerre , e le difcordie già fpenté t Odia lo-llrcpito dèlie trombe , e de* tamburi , c gli vrli degli cferciti af* frontati chi eficndo la Voce , el Verbo delPeterno Padre nafee nel filenziodi tuttcleCrcature . Temi di vederlo vgualmentc armato d* acciaio, e di fdegno cbntra Gei u- falemme ? Kionè^atta la tenerezza delle membra àfollenerc il duro pe* fo degli elmi , e degli vsbsrghi. Du* K 3 bitl , il y cUo^Orù , bici che fatto grande non voglia fa- Jire ai! altezza dei tuo Trono con y ioJenza ? Non coglie l reami ter* reni chi ^ abbbandonò di prnpìa ^ volontà il regno del Cicloj nè ccrc^ le Signorie altrui chi non appreg*^ zando il fuo dominio hà prefa il contralTegno > e la condizion di ^cruo . Le fteUe comparfe di nuoua nell aria a u ranno perauuentnra ^ turbato il eh iaror della tua mente r perchè le credi òComece Prefiche , le quali piangano le mottidclMon* do colie chiome tiifciol te , ò le Himi fiaccole funerali per la fepoitura^ f Sappi efler nuoui occhi aperti ^ dal Cielo cariofodi rimirar pienamen- te le felicità delia Paldtina . der nouelliRè venuti dall 'Oriente^ c dalla culla dei Soie a quella del nato Fanciullo ti parrà iniàuito an* nunzio , ed augurio» c che predica diminuimcnto-d'lmperio ? Aurai nel ruolo de* tuoifudditi il Monar- ca dell*Vniuer/b >e Iddio a cui è de- bitrice tutta la Natura ti pagherà il tributo « ' Darò  Onero UHjstt,Ì^ene:^iana, iz^ Darò Jucc più chiara • , e aJla fi- gura* e a* Candidaci'ddJa eloquen- za facendo vedere vn'aJtr'efempio della Subiezione col porre auaoti gli occhi vno fenz'occhi , Arrigo Dandolo, gran lume della Patria , accecato da Emanuello Imperador de* Greci con infocatibacini , men- tre queglicon giufto ardore aringa- na come pubblico Ambafciadore , cd Oratore à fauor della Patria , ri- chiedendoil tolto fraudolentemen- tc nelle guerre pa fiate , e ritenuto > c negato a* Mercatanti Vin/ziani ; che aucan prona to più fedele , Hien ingordo il Mare paragonato alla dislealtà, edauarizia diEnaa- nuello , il qualeà man falua , e fen- za pericolo auea rapite lericchez- " zc guadagnate da* Mercatanti di Venezia in molte battaglie fatte-* con tuttigli Elementi , e con tutti 1 rifehi più pericolofi . ■ ’ Sci Emanuello vn T irefia (c non neglrocchi,aimenofieinntelletrof ed hai nella mente la mezza notte ^ mentre penfidi kuare al Dandolo K 4 il Dk ii*Sole delle allegrezze togliendo^ gli la luce degli occhi che fono i due Soli ncUVouiOi Giubila il Dandolo mentre mette in chiaro, che la Pa« tria gli è più cara degli occhi > de? | quali volentieri fi priua . E vero : non vede più nel Teatro dellaNatu^ ra la Scena delle cole lempre varia r c ferapre mioua f ma è felicità il non- , mirargli Oggetti cagione che gli j voiiìini foueate fi tramutino in £ra«^ i eliti . Non perde già la beniuolenza de* Aioi Cittadini ora che non hà più fperanza di riuedere il giorno*' Tù fai che 1* Amore amato da tuttfr è cieco , e rendefimili à fe i Tuoi Se-^ guaci. Non vagheggerà più Ja molr titudine degli amici> nèÀrà riguar^ datoF del Popolo nel ritorno allai^: Patria : mà farà onorato fpettacola' della Città-j la quale diuenteràvn^' Argo per. rimirare. Arrigo , che-> fempre riguardò Ponore della Re-» pubblicaci il comodo della Città 9 e Pvtilità de* Cittadini . Saràmentre 1 viucj ricoperto dal velo della not- te ii> naà quelle ipcziofè. tenebre ac*^  Onero U f^eneT^iana', i ci*efceranno la luce alla famiglia il* luftrinima , agli Antenati Chiarini-» mi , & a' dirccnclenti ne* quali fi i trasfonderà col fangue la chiarezza deriuata ancor dalle tenebre , l' ondeggiamento de* nofirr penficri ,e la diibbietàdeirOratore irrefoluto fc debba-parlarc ò tace- re , à qual partito appigliarfi , e fé lo debba decidere , ò lafciar pen- dente ; Qiiefia figura fi è allora pib vaga quando non è fchietra, nè pu- ra , ma mifebiata , e per dir cosi in- neiiata nella Subiczionc ; in quella guifa che.i Compo/H >,ediMifti fo iientemente fon -piu belli , e pregiar- ti de* Semplici . Premetterò in pri- ma l’efempio diquefta figura ,-mà comporta lodando il Beato Liuigi Gonzaga della mia Compagni^ Giouane purilliinOfC cheparue vna € A p X. Delia DubitaT^one-, Ortr/àrao collà Bubirazione K j So- Google r livello £ Orty , Saftanza incorporea > eiemplfclA fiina . Qual VirtLi principalmente deb- bo io raccontare di queft* Angelo terrcftre ? Sceglierò la fna Miodc- ftia, la quale fempre gli tenne il ve*» lo innanzi agIIocch;i,e perciò^traea gli occhi di tutti à rimirare vn Già- uanc guidato lìcuramente da vna- Guida benché bendata ? ma la Pu- rità , che donogli per iniegna va bianchiffimo giglio > ed èTemprc mai Compagna della Modelìia non v«uol eflcr dilgiunta nelle Iodi. Om- mettendo queftedueVirtà, darò à diueder la grandezza deU^animo maggiormente aggrandito col te- ner rotto il Mondo > difpregiando la primogenitura si ricca.^mà il Di- fpregiamento » anzi l’Odio porta- to al Aio corpo lacerato , e Iquar* ciato dalle catene , collc'bocchc di molte piagge Alamcntercbbe dell* Oratore , fe tralalclaflc la Peniten- za armata di ferro contra la carne di' Luigi tutta fraca fiata per man* tenerla intera. Loderò la Fortezza, la r ■>C i,U Oum la ^ett. ytncT^a . 2 17 la quale meritò due corone; perchè fii vincitrice dei Padre fdcgnato > c dclJ'amor nella Madre, che Tacca' irczzaua : fé PAft faènza , c*l Digiu- no pcfauano feueriflìmamente il mangiar di Luigi > le pur il nulla ( che cosi poteaii chiamar la picco- lezza del Cibo ) contrappefaua nel- la bilancia del Rigore. Anteporrò à tutte quefteVirtìiTamorc inuerfo Crifto j appiedi del quale aurebbe voluto mandar fuori dagTocchi il cuore disfatto in lagrime ; delìde- rando però di ritenere i lumi per ri- guardareil Saluatorc ; fe l’amore portato a’ Proffimiauea trasforma, to in Argo Luigi ofleruando dili- gentemente le loro neceflìtà ? Della femplicc Dubitazione da- rò vn faggio in Agoitin Barbarigo fauiffìmo, c fortiflìmo Prouueditor Generale dclTArmata a’CurzoIari, il quale fcelfc il luogo pi^ per ico- lolo nella pugna dòuc queft*Argo perfpicacifiirao , c vigilantiffimo della Repubblica hauenck) perduto pcrcagioud’vna factta va occhio > K e per r2ff: . llrèUoà'àìùl \ e per la malignità della ferita ancof ' la fauella: nondimeno dando la lia*^ gua, c la voce alle mani ^ non rifin^> congedi (d’animare alla continua-*' zion della vittoria i ftroi Soldati , » nelle braccia de* quali lafciò la luce* della vita non fenza vendetta ; poK chè.quefli auuiuati vie & fa’* uigoriti dalla mortedel Capitano s* fecero Scontare a*; Tiirch i la perdita^ della luce,e della vita con vn’ecclif*' 11 mortale apportato in quel gior* no alla Luna . . Qual titolo darò ad Agollin Bar*^ • barigo , che non fu fola mente libe-* • ra le , ma prodigo del fanguc , c del- | la vita PChiamcrollo Fulmine , che del Tuo furor momentaneo ^ la fei eterni fegni ? ò Leone che Itimi de- gna corona vna^lìcpc d’afte , c di^ ' fpade,echetrionfi nel regno della Fierezza ? Darogli^fno me d’Argo , non mai.aftonnato , mcntre collc lue vigilie recò vn licuro ripofoaU la Patria ; c furandoli’! fonno rubò : le pàlme, eJefpoglfea’Nemici, c con infaticabile vigilanza prouui-;^ Omota<^eft.yene7^ana , 2.29- dea*bifognidelle fuefchiere? Ko- mintìfollo Reggitore prudcntiai- mo dèll*àrmata perchè era ottimo ^ regolator de fuoi affctti? òpure Sol - dato cflcndo il primo à battagliar' Gongli Auuerfarij ^el’vltimoà trarfi : ihprimo à fottoporfi al gra- uiflSmo pefO'dcJle fatiche > e iVlti': moàrgrauarfenc?^ La perdita del-- l’occhio mi sforza à pareggiarlo à Goclite-diuenuto chiarillimo nella' cecità : mà J’ardirc incomparabir k , a* Gefari , a’ Pompei, à’ Catoni, ed a' Bruti fpauentofi aL Mondo^ perchè di nulla temeuaho. L’auc- re à vile la vita lo dimoftra per * Vfl*Eroc ineftimabile tmàreffer far condo fenza parlare , e cp’gefti mur tuli ,, e loquaci accendere i foldatii al combattimento lo paiefano per ammirabile. >  2J0 il . DcHa ^iftribni^ione • ' La DiftribuzioM partitaracn»* te diui/a , e diuidegJi Oggtt* ti 9 acciocché diflintamefìce fi veg* gaognì co/à da chi non auendala vifta aquilina y nè l'acutcaaa ccr- HÌcra 9 non la pcnetraflc. Per eicm- piov fe'l DicitorcauelTc talento d*il- lufirar quella chiaridima Donael* la di Cipri, la qualecoi fuoco dato al Galeone di Meeniet fublijmò fiw alCielale neui della purità,e naan^- dò in aria gl* infami difegni del’ Bafsà , potrebbe à parte à parte di-^ moftrar lo fpiendore , ci*l Sole de* natali piè luminofo nel tramon- tare 9 che nello fpuntare : l’età faociullefca , & acerba 9 adulta^ però 9, c matura per la gloria : la iieuolezza del felfo ingagliardita daUlamor dell’onellà; lagenero/i- tà dcli*animo , che non temette^, nè’l Vefuuio delle fiamme , nè la '' toin- Digilized by Googlc ùum Vtnnrjkna. zj r tomba ddJ’acquc : reca- ta à Tuoi Compatrioti liberanKÌo- li dalla cattiiiità più raotefta del- lo fcioglimcnto della vita : l’^ac- cortczza ingegnosa ncilo fuiJup»- pare*! nodo delle mi/èrie per vo-- larfenc alla beatitudine del cielo per vna ilrada renduta illuftrifli- ma > & additata dalle àrifee dei fuoco . Allora quefta figura è più va- ga quando l'Oratore alle 'Cofe pro- pofte aggiugne le fue pr^e » le^ quali feruano d’appoggio al di- feorfo * JLaonde per comprouar ninna cofa e/Tcr mancata àRoaia> acciocché nell'altezza de* fette col- li foflc riguarefeta con maratiiglia dal Mondo , potrebbefi diftribuirc il ragionamento m più parti colla giunta delle ragioni. A Roma non mancò la Fortu - na , la quale benché cieca é nccd- fùria per guidar Fimprefe j né la Fortezza , che lafcia prima la vi- ta , che*Ì luogo prefo nel campo ddla battaglia i né la Pruden- za» Digitized by Google pKeJfóiPOrèr, y che è la bafc i rénzaciii prc^ cipitofamente ruinano le monar<» chic y nè. la Sapienza , che interi' nandó/i dentro *1 fegreto delle ca- - gioni ; fcuoprc gli effetti piìi oc«» culti , nè la Eloqtienza chc di’* rozza^gli vomini feabrofi , ed in» canta fenza magia ; nèlaTempe- ranza^ che legando i fenfi li ren» de piùi liberi ; nè la Liberalità , U quale tanto più* acqaiffa quanto^ pib. dona^ c col donare vnagenH ma rapjfce vn* Eritreo .. Rimi- ra i natali di Roma pargolcg* giante nelle falce, e> vedrai che , la Fortuna difende Romolo , c Re^ mo dalle acque del 13euére , don* de farebbono vfeiti in proceffo di- tempo tanti incendi^ di guerra ad incenerir l’Vniucrro j e prouui*- de loro di Nutrice viia Lupa per lignificar ,xhc le Nazioni pib fie- re doucano fpremere il lattea dcllc^ ricchezze per allattare i Ro-« mani , Se vuoi conofcerJa For» rezza ^ , contempla i -Mnzij co* me mutoli fra gli fpafimi^delle:!, mani DIgitized by Google ' Cuero Ul^ett, .2^5 mani bruciate : i Curzi;*' che 2^^ GorcianfI la vita col gettarli nel^ le voragini : gli Orazij , che ac-; cecati nel faito da vn ponte for- montano al cfel dell'onore , nè perdono di vifta la Patria : Jc-^ delie notatrici nel Teucre, e vin- citrici de* fiumi; come fe Mhzìo,' e Clelia fi foflcro accordati , Tv- na di vincer l*acque> Paltrodifu- pcrare il' fuoco .'Se vuoi faper la; Prudenza , offerua quelPauguftif- fiino Senato vecchio d*anni y e di ienno,.il quale Teppe accoppiare fotto il ^iogo impofio al Mondo Popolidi coflumi', di linguaggio , odj cielo diuerfii La Sapienza carr.- peggia nelle Tauoie delle leggi , colle quali- ftt facto Pargine al tor- rente della Licenza*, eih imprigio- nata la Liberta del viucre. I TuS lij , gli Antoniji e gli Ortenzij, che ebbero la Dea Suada nelle lin- gue, e co! fiumi d?oro del dire fe^ cero vedere à Roma iT Gange l’Ermo c*l Fattolo > palcfimo' fEloqucnza , I Fabrizi.i .J Cu-' r' Digitized by Google tip , cd i Valeri^ , che per meri-? tar fèmpre il trionfo vinfero fensr prc la Fame ,.c furomx accompa- gnati al Campidoglio- dalia Po^ uertà , manifèAaiiola Temperan'^ aa • 1 Pompei che riempiono i teatri di combattenti « e di bere col votar le loro teforerie;. iMc- cenati y che fpontaneamente/i fan- no tributari; del Parnafo » ridico- no la Liberalità > colla quak ali- mentarono i Cigni de* Poeti > che fi mofirarono altrettantoliberali, impiegando le penne > ('*!• canto nel portar per tutta il mondola^ fama de* Mecenati* ed in far ri^< nare*l non^ glotriofo del Benefat- tore. SebaiHan Vcnicri Gcacrali^- Hio dcIPArmata Veneziana , epoi Doge Sercni(fimo,tcmpeftagtter^ riera * che 'dnlipb, c conquàrsò a* Curzoiari tanti legni mrchefchi «lirpergcndoli pér tatti f mari per fegno della vittoria ottenuta * e mandandoliancora innanz-r come annunziatoti della Confitta' de^ Bar-^ DIgitized by Google (fueroh^ett,jrpieiffana . ,^35 Barbari,Jodcfcbbefi dalia fìg^t^ di- flribuzionein caJgui/à, Al Venicri ncm mancò paffio alcuna per dicbiararJo CsLpkaiu de* Capitani , ed ^eole^ de* jfgira ; sV che (^nuno di^era di. pareg* giarJo , auendo polla la meta al valore vmano . Non gli itiapcò la chiarezza dei (àngue ; mentre leL> iùc culle paruero quelle del Sole tutte compone dei fior delia lu- ce ^ anzi fiiron piu jumi£p(e;.per la riucrberazionc di taoii. Soli quanti fiiron gli £roi nad daÌ!*<D' riente d'vn'lilufiriiSmo kgnag' gio . Non gli mancò la felicità ; mentre ebbe non folatnente collc' gati j mà in ina balia s Vendi 1 ^uali al fuono delie trombe gtì- lliane venuti anch'elfi nella bat- taglia (pin/èro il fiimo negli oc** chi de* Turchi , coprendogli col- le tenebre deil*aria , che doueano recar loro l'ombre della mortc_> • Non la fortezza : perchè fofte* nendo coi vigor ddVanìmó il pe^ fo degli anni > c delia età cadea* «* Mri te. Digitized by Google kjif "il FeUo^Orày tc > e dalle membra ferite , oppreÀ fe con vna mina irreparabile Turchia . Non la fpcrienza ficu- ra maeflra della vita : cflendo nel Venicri gli anni minori de cimen* ti aóutj nelle battaglie , nelle qua- li nulla di nuoito fi tentò da' Nc^ mici , che non fqfle antiiredato da chi era inuecchiatO' negli affari della guerra . Finalmente non gH mancò la pietà apprefa nel chiù-* fo del palagio paterno , econdot*- ta ncirapcrto del ca^o ; perchè ferito-inuitaua i Tuoi foldatià fé* rir mortalmente l'impietà de’Tur'^ chi > cd à fora mergere ncl-mare^ più di fangue > che d’acqua la Su^ perdizione > acciocché non mai poteflc galleggiare a* danni dclJit Fede Cattolica». Della Conciffiofie» ' i Q tVandò l'Oratore concede:> che che.fia > ,acciachèle coi^. da. Digitized by Googltr Ouerò , f^ene^wi l %ij d/rfi compariTcano maggiori fi Ja figura Conceflìoae , di citi da- Fouui vn’cfempio in NeFone , che concedette à fé ile fio quanto gli dettò il Vizio, neJJa feuoJa del qua- k tanto auanzofli, che fHpcrò il Maeftro fatto poiDifccpoJo di q^uel Monarca nero nclnorae^encriifi- mo nell'animo . L'auere incrudelito contro alla Nobiltà , perchè Come Tarquinio temeuajchei papaueri nói pareg« giaflero,e fodero cagione dVn ibn** no mortale , fi taccia. Altri JPrincl-» pi fecero il limile , non vojendo al^ tra rublimità nelle loro Metropoli^ c ne^loro Regni (e non l'altezza del loro Trono. L'auer toitaia vita al- le gentildonne Romane , ed à Ro- ma vna molticudmed'Rroii che-» farebbono nati dalla fecondità di quelle:, fi perdoni à Nerone. Altri larebbonfi moftrati vili, e codardi Yccidendo ledonne, perchè auca- no effi animo femminile , nè ba- llante à venire à battaglia aperta.^ co i Coinbattciici n-cl campo. Sei ' ' . Cr.N  V 1 ja tl VtUi^ d*0r<fj Criftiani per comandamento di >jerone furono efpofti aJ Jaccra- mento delie Fiere ne* Teatri^ douc videro trafportaca la Libia , cTAr* njcnia, e nel tempo fteffo sfamaro* noFauidità delle Tigri,c de* Leon tìi,e la brama , che aucano i Ho- manidi giuochi ^ e di tralfullKan- che quello fii da’ Succeflbri vfato, i quali fc non foffero flati più crude- li dcllaLupa di Romolo aurebbo* no- perdonato all’Innocenza di- chiarata colpcuolc per non effer rea di peccato verm^. Se nell*ab- bruciamento d’vna Città moRròa’ Romani rinferno y e fece in vm_» j^nto ad vn Mondo di Popolò il fepolcro , e la pira > fi fopporti come cofa leggiere : Auguftocon- fumò coi fuoco Perugia , pofeia»» dioorainata augufia da* due Cela, ri , dal Celare di Roma , c degli E- len^enti . Altre federa rezze più enormi commife Nerone, Moftr® tanto più fdolto , e sfrenato^quan*- to più era incatenato da’ Vizi; , che ogni giorno trionfauano / fiira- Digitized by Google 0»mi/4t ^£tt, renella T 2 ftrafcinando come vinto per^laJ via trionfale Hnapcrador ;cii Robi- nia . Fece aprir col ferro le vilcc» dMgrippina Aia Madre, che-» erano itale il conile dVn Agliuo* Jo beftiale ; e pofe per bersaglio del furore il ventre materno ; for- fè fcioccamente temendo , vn altro Nerone Amile , *ò peg- giore non A generane , dal quale ò fofle Alperato nella maluagità, à gli A contraftaffc-la palma. . Se vi ho fpauentati coirorror d*vn Cefare cinto d'alloro^ noru» per difender ia' Patria da* fulmi- ni , mà per fulminarla, vogliori^ creami con vn Caualicre doppia- mente corona to , di nmne » edi vir- tù , delle quali /più fc ne conta- no , che non furono i v-iaii abitan* ti già nella Corte , c nel petto di Nerone. Il CauaJier dicui parlo e Stefano Contarini, che neila^ feonAtta data al Viiconti nel La** go di Garda , fu siffattamente-, ammaccato, e peAo nella tefta da vna grandine di ferro , c di falli, che Digiiized by Google tlVélloitOrol , i:hc quafi eifendoii la celata fnca'* ^ Arata nel capo ,, fu neceAario à poco a poco romperla per corla via . Nè in vn martorio si crude- ' le datogli dalle arme Aie, moArò fegno veruno di dolore .; onde ri- ' portò -vna feconda vittoria degna di più .trionfi-, vincendo.fè Aefiò^ fe nella prima . dVn folo trionfo fu meriteuole . La figura Concefiio* ne fporràil tutto con parole , la fortezza fe mutolo il Contare ni,. X'auer trasformato il Lago di Garda in vn mare di fangue : do- uc le membra «tronca tede* nemici dalle mani di Stefano , e dalle,> febiere ViniziancpafcclTero la fa- me dc*pcfci , .e delle Qjadc vinci- crici , fi dia per azione ordinaria nd Contarmi , non mai contento, fe non .quando egli operaua im- prefe oltre all’vfo comune,chc pa- la nouità vinceffero i fatti mara- iifgiiofi degli antichi Capitani, li io p portare vna tempefia di fa (fi , che poi gli formaiì'cEo vnaltilfi- : rao Digitizrid by Google t>umU^^eft. P^ene^anM. A41 mo M'au/dJeo > e Ja rendéffei o fi* jnile al .primo martire Stefano ,il quale comfeattendo con ammirabil arte ebbe. -per dfpetratorè dellal^ iiiaéflria il Ciclo aperto > e 10 .Grillo Diaia Macftro del fuó Campione: > (non meriti. che tutte le pietre il figurino in viue fiatoc rappre/entanti à guifa.di maìcigno 11 Contarino immobile ncll’oltina- .zion delia battaglia. L’andar con- tro à móni diucrfe i c tante , quan- t’erano le varietà cielié armi lan- ciate^non fi fcriuadagli Storici , che impennano ancor i morti > eli fan volar gloriofamcnte per ogni elima t II non lafciar la pugna fc non quando le fpade auean per- duto la punta , .c *1 braccio la le- na , e i corpi le membra da efier ferite , e, le membra^ il fangue da:^ mandar fuori , confento che non fi narri ; mà il non auere fparfa vna lagrima , nè I^eflerfi lagnato nel- lo rpezzamcnto dVna celata , la-j quale incafirolfi, e quali nella te- Ita del Contarmi dalla violenza-. L de* Digitized by Google ’ ti fletta iOrùi de'coJpi s’ianellò> merita che Ste* fa no fi eterni dalie pchae nelle^ carte , da* pennelli nelle tele « da' fcarpelli ne* bronzi :: congiurando gli Scrittori :>i Pittori i e gli Scul- tori à lacerare il tempo, la morte , c Pobliaione; per onorar le feri- te del Caualiere colle piagJie di •tre Nemici.  I. I , , - t>elU Termijpóne , f La Permiflionc intanto è fimì- le alla Concefllonc , che pa- ioii differenti folamentc nel nome, non già nelle fattezze ond’è che gli Autori difficilmente potendo.- le^ raffigurare , e diftinguere ne* lineamenti del volto , dicono la«3 Conce ffione auer più gagliardia^ della Pcrmiffionc , che è . più fiac- ca , e più feema di forze i e fi ado- pererà da noi contra Ezzelino Ti- ' ran- Oigilized by Googl 'Oueroìa Hett. Vtnezum^ . 24^ ranno dì Padoua y sì fiero % che t Cittadini dcfidcrarono d'aucr pih tofto nella loro Città tutt*i Tiran* ni vnici intìemc> chc^qnclibJoTi*» ranno , il quale fh vinto da* Vini? ;2Ìani » che purgarono colla morte d*vn Mofiro la bella Italia Ida vn'f Affrica mofiruo/à . Se n pareò Ezzelino » che*l tuo palagio non fia ben ornato fé la^ Morte orribilmente non J’abbelli* fee con tronche membra « e con te* fchi di morti^efei pure della Cit- tà; riè corri mà vola fra Saraci- rii, e fra Mori. luì tagliagli or- namenti barbari , xhe appaghino la tua vifia^ e gli occhi della tua fierezza . SeSa rpada ti pare ozio- fa, c fenza lume,rc in ogni* mo- mento non fi maneggia , c non fi lorda nel fangue de’ Cittadini , im- brattala con quellodegli Sciti; nè xeflfa dalla vccifione infin che non vedi le loro neui rofieggianti , e le montagne minori degli' ammaf- fati cadaueri. Se non V aggrada^ il pafieggiar quando non è inter- L z rotto Digitized hy Googlc 244 jSU^€Ìtà(Mro'f » y ifotto da* corpi giacenti nelle pub- bliche vie ,e nelle piazze nelle_> pianure dell^Libiaiiinaizane can* lì ck& tolgano hutni il . corfo nel mare .* £.*auarizia ti ‘fppona ? Fi volar colle .vele le Armate fra gl'- Indiani ^rpoglia: le miniere deirOr riente , delle gemme, e de’ ;metal- li ;c vota gli erari; dati dal in . caftodia >ndla .profondità de/ monti alla Noti» icnz’occhi , e dal Ciclo all’Infèrno; ruba le perle-# della iPcfcheria xlcjquali fonil'efca con cui. IVngord^ia del Mare .hà pre/i tanti PefcatoH ingoiati , C’ambizione . ti gonfia i àbbafla-. Palterigit de* Tiranni j mettili fat- to il giogo; ed i'Nemici della con'» cordia tirino vnitamcnte il car- ro del tuo trionfo , c delia . tua for- tuna ; rompi le catene polle da .te à molte Città d’Italia ; altrimenti vedrai , che la Libertà , la <}iia- Jc è' tutta d’oro farà cagione d’vn fecolo di ferro; ed eflendo cornea il- fuoco, più .fiera imprigionata-- che fciolta, prenderà per fuoi Con- Digitized by Googlc Ou^ìù dbttieri i Bruti, gli ErcoJi , ejd f Sahfoni nati nel' gèrmogJiamcrito de* moitri , & aura’ fecó i Lioni Vi^ ntóiani yche fempre liberi odia ncy ràltruicattiuità ie tutti alati non poffono veder libera la Tirannia ff Ezzelino . ^ ’ Al' faraofo Marcella più toiìò moftrato , che dato alla Romana^ Repubblica /mentre la Morte au a** ra coire quel pomo d'oro ancor im- maturo, nè ben colorito da' raggi dèi Sole; e interamente eolie om- bre mortali appanni chi /àrcbbel» flato lo ‘fpecchio dèi valóre- a’ Guerrieri ; e con vn furto mille ne commift libando in - vn Fanciirllo a* Genitori la /J>er^2a-, *èd à’R'o< ma la pietà, la fede , e la fortc2^ za 5 onde Virgilio qua/i prefago cantò: ■’ j . ' t i . . \ Puer Iliaca qmftju^ di gente Latincs m tantum fpe tolietauos ; nec ì{cmulan quondam : .i ! ff llofi tantum Tellu^iaSiìtbìt lAlutmto ;; Heu pietasiheu prifcafidVs,mm2kq'yheih Dtxtcra; Digitized by Googlc Jt4^ llf^eU9tr0r§r • à qucflo MarceJlo ,dico , al cut fepaicro lameii{;euolmente fonò ia; tromba del Poeta 9.potrcbbelI con' trapporrc per via di Pcrmiifione-» dalla Repubblica. Viniziana il Gc* neraliilimo.Lorenzo Marcello lul^ mine animato vccifo da vn* altra» fulmine ^da vna bombarda neJJa^ vittoria riportata ^* Dardanelli.E così. Venezia* à penaj vide il. primov trionfo^ di Lorenzo mà trionfo^ vgualc a molti iufieme , che per-' dè il Trionfatore ;,la.RcligÌQn -- ài pena Tenti le sgrida. fis^Dìue: della^ Vittoria >.chc. vdi . •TpiantO:vniucr- ' falc; dell'Amtata ; ja quale^Tòtto la*, feorta di taK Capitano aurebbe po-> Ao nel dei! della! Luna^ ottoman-' na il (egao^vittorioTadeT Lione jt Cittadini à pena.mirarono.il lorO' Amore in terra ^ che iubitamente fpari portato dalle: ali» della/ua^ Gloria frale Aeliey che cedettero iL miglior luogo à: Marcello . . , Efalti pur Virgilio colTaltcz^ zadella fuaMufa il . piccolo Mar- cello, Gliaflegni per corona voj, P«: Digitized by Googh Oueto I^ene^ana , 147 perfettiflìmo ternario di Virtù , dcJla. Pietà >. della Fede >. c del- la. Fortezza . Dica - che farebbe riufeito vn Guerriero pietofo ver- fo la Patria» mà. nemicodmplaca- bile contrai Barbari; e che fareb- be. flato. vn'altro Gioue Capitoli* no. col fulmine della fpada ; che«^. aurebbe. moBrata la fedeltà à Ro- ma. coL nafeonderfi*, ed auuolgerli fra le fchicrc. de’Combattentr, e collfapertura: delle.- ferite, riceuute nel: petto ;^che terminate le batta- glie principierebbe la: pugna: col- le fiere: nelle: felueperfeguitando i. Cinghiali , gli Or/ì ,.ed i Leoni ,, c lafciàndo.arCompagni cacciato- ri ,, Cerui'j^c. Daini’ meno, terribi- li ; che ferrato nella, tomba aureb- be chiufì , ed’accccati ginocchi del Popolo Romano per la pioggia», continua delle.lagrimc ; e che*l Te- ucre perfegno di compalfionc gli bagnerebbe, la; fepQltura. colfac- que ; Venezia celcbrerà.il Aio Mar* cello tanto pietofo inuerfo la Cri* flianità j checoJPArmata chiufelc. L. 4. boc^- becche del Mare di Codantinopa-* li per foffùczrc il TiraonodelÌa«»t Tracia, c darJ’alito, elardpira-i zione a* Cridia-ni opprefii ; canto* fedele , che fece l’vltijno fregio alr la Tua fede col fanguc ; e co* pallo'^ ri della morte d<iiioftrolla più vi-; ua , e più bianca : tanto forte , che. per atterrarlo fer uifsi la Morte-»' d*vaa bombarda , tremuoto ,c fuli- mine.degliererpci , e nàacchinóL^ yfata contra i’ Badioni > e le Roc- che : tanto apprezzato , che la per- dita d'vn tal Capitano fU giudica- ta maggiore del- guadagno fatto in 3»ia. vittoria. memorabile per data, all* Imperio^ Turche?^ fco x e per la lira gc d^nfiniti Tur- chi » e per la liberazione di Tei mi- laTchiaui Cridian i , le curcatene-^ pofeia inferrar^^ao i Barbari , mif feri auanzi allo fdegpo , ed alla fa* me ddle fpadeGridiane:.Baalmen* tc tanto amato che come foife morto il Padre alla Patria , Veae^ zia tutta fuenne alia nuoua della* morte i e recuperato poi lo fpiritoà . : - abbrii* by Googic 9Hero là Venitimit ", 245? abbrunofit; onde » Marcello colla^' v.ittoria?tolfè il lume allà^ Luna ,cl colla morte lo. fp-lcndore:à Venè- zia inuolca ncirombra,.c nella not;r te d' V n abi to ner 01, e lugu br C'u . ^ . X)e/^4 Correi^wirff . . - . ^ ' I « . T Oglicfi colla figura Còrrezìò^ ne qualche incera fentenza , ò > parola : ’ diTd icendofi-J’Ora tore *, da. cui fi pongono in krogo! del detto altre fentenze j òpàrok; Perefem» pio ; Ppr hvìYtkmon/amtS'nh p adoro : Non fcefe nò {nreciprtàdi fèlla ; Cht^ dift mangiai aiUora , Dificnderò vn** efempio della ■ Gorrezionc' contr* Arrio ^ilquale fitidiolfi forte , che*! Mondo dall’erefia fiia p rèndei!© ài pome , e £r dinom ina fl è A rria npi» non appagandoli» che vna-Cittài ò vn Regno fofiero intitolati dal nome d*Arrio: la doue Romolo > AlelTandro , Conftantino > ed 'altri contea taronfi che Roma , Àlefian- L 5 dria,. Digitized by Google ryoe 11 Fello à'Otù ] dìria^e Conftanrìnopoli ferbaffero ì£ nome de*Fondàtori^ acciocché que* (li non auetfcro Ja feconda morte^ delia Non fu-Arrioauuerfo alla Reli* gion Cattolica , mà capitai’ nemi- co i il quale Con. defidèrio facrilego> bramò che tutti i Fèddi aucflero vn folo capoxhe: dadui fi’potcflc tron- care: auidoempiaincnte d’àuuilup- parfi con vn taglio fra mille omici- dij , e con vn colpo fra mille colpe . Non fìj difoncfto , mà la ftefla im- purità > odiando come ferpc Todor de* gigli icroglifici deirihnocenza , nella* quale l’Afpidò infernale di Arno infptrémit fpiracHlum mortis col foffiòauucienato . Ribellò le Cit^* tà ,an2Ì le Prouinaie , ed i Regni à« Dio* prima per fotcrarli pofeia-j piu faciimente a*^Pcincipia* quali fi apparteneuano perdòppio titolò , e pcF diritto di rangue,c'per ragion di virtu odiata intalguifa dalmo*» ftrod’Arrio, >com'Arriberaodia- to dalla Virtìi. Studiò del continuo i libri delia Menzogna i volli dire Digitized by Google GumlaRttkf^titeT^iana ] dèi Maefira della. bugia » ToJendo* ofcurarla^ veeitl dcb Vangelo , • le. vigilie furono indirizzate à tor- re il Tónno , e lai quiete, a* Catto- lici ,.ò. pili toila à. cagionare yri^ Tonno mortifero al! CrìfHàneiimo - inftigando i Ceiàri; à. Graziare i SeguacidiiCrifto ed: à cancella- re: ogni orma. di. vera fédeed Tan- gu e . . A rriònonibTorrcntCiil qua- le con va corfo. momentaneo^ re- chi vn*eterno/ pianto j a’ Padroni delle Ville , e delle; campagne^» ma vn’immenTo Piume i^che.voglia entrar fempre; nei- mare; eoa vna^ pompa iagrimcuolè’ d*àrmc’nti , e di felucVnon. vna Voragine i che fi chiuda come quelladi Curzio col- rmghiottìre vn ToJo, mi Scilla , c Cariddi , delle quali miriamo.Tem- pre la fame ^ noa mai la. fàzietà i non tremuoto y, che ftuota- per po- che ore* la Terra „ mi che ftia_> contìnuamente' in moto per iTmuo- uerià fe fofle poflU^ile dal centro <it j Mondo ‘y nè meno fh vn Fuoco , cliè nel diuoramento d*vn regno L d hnal- Digitized by Google £naJmente & fazij^ y mà* l?Ì4mmaj<»f.ché' incrudeUi aacoroLr* coatra- lerccnéri del* \roado con*»' fumato , c disfatto ; nè volle Ja*^ fciare. ^ fegni dciringorda voraci-*- td . parcndogl f debole , e lento fu«i- rorc ^udlo cherè^rfermato^dalla^w mobiiità-i delle- ceneri bene nès Torrenti , nè Fium i , nè Vora gini > nè. Tremuoti , nè Fiamme adegua- no il mio. concetto ;. raà gli hà^ adoperati .perchè quella, è la Gom- pagaia piii' terribile dallà» quale iV Tèrrore;:accofnpaghafii^ . t ^*iii vergogno d*auer macchiato' il candor. delle carte col nome^^ dVn".Arrio , al cui comparire quali annottò il Mondo laonde correg-*' gerò Terrore c on* vn’altrai Cor- rezione , neHa^quale campcggerà . iTnome Sercniffimo dei* Doge Se-^ ba diano piatii,., che portolfi dai* Alèlfandro‘ combattendo per Jadi- flTa di Aleflandro.Tcrzo gran Fon» teiice nelTaltezza^ del . Vìaticano e. della fortuna , e Maflimo quan« do fi. trouò nei. baffo della infeli» V , • V Digilized by Google 0um la \ett Vene^ma ", 25 cita j donde fu di nuouo' /blleua-' tò dalle penne del Lione Vene-- ziano, che allora più ferocemen- te ruggècontra- Federigo Jmpe<a- dore , e conigli artigli fquarcjò» FArmata I mperiale di fettantacin^ que legni ben corredati , ed arma- ti Irtiperciocchèf4opò; d-effercL^ ftato.acooJto da* Figliuoli della Re- ligione il' Padre comune con tali onori che Aleflandro trouò Aia- Roma* in Venezia » ed>ij Teuc- re nell’Adriatico : con tanta pre^ Oezza. lì- fabbricò per comanda- mento’ dell* Auguftiifimo* Senato^ vna buona quantità di galee con- tra Federigo y che paruead ognu- no , e maHìmamente aJFlmpera- dore che fodero create. Sebaftia- no Ziani Capo della^RepubbJica-o* fù dichiarato ancora Capo dell’Arr mata, colla quale fèp):igiv)i}ierc,. è fconfiflc Ottone figlinolo di Fe>- dcrigo,: il quale per rf’auere il fi- gliuolo di polltò-, an^i dipofc l'o- dio contra’l Pontefice^ à cui baciò ’ il piede ,.con grandconore. del zia^* ni j. ' Digitized by Googlc %$4 Vtllo^ étOrùy ^ ni> che auea dì due Capisi gran* di l’vno. innaJzatodal baffoVe l'al* ero atterrato dal fomìno . IJ Zia* ni che correffe ,,, e caftigòbtoli'ar*' me la maluagità di Federigo fìa^. onorato, colla, figura. Correzioi> ne*. Ancora ih vn. fecolo nel quale; gl’Inn pera dori pregiandofi. di fie* rezza erano Enobarbi di nora^ ed aueano il bronzo, nei cuore ». lampeggiò. Sebaftiano Ziani Prin'» cipe. tutto d’oro.. Falli la penna»* fcriua. Prisicipe tucto,di ferro, mcn* tre inclinato all'arme tramutò l’am- manto^ Ducale nell' armadura di, Marte, e affrontoflì con, Ottone,, iacui prima che peruenifle ilm- pcrio. era caduto il retaggio del- la crudeltà paterna ,, e lo ‘ vinfe , e; lo. condufle prigioncin, Venezia»,, nel Ceno, della libertà,, non per go- dert^e. la dolcezza, màper guftar- ne iamarezija eif€ndoiegato.,An- cor quando l'Ln pietà, credeuafi in- uincibile aueiido fugato vn’AJef- fandro dai Mondo , cioè da Ro» ma ,  ro Fenev^0ia\ i f f naa , trouolfì vn Scbaftiano pieno di coraggio ; mi corregjgo :;picnò ancor di Religióne ri pofta da Jui nel Trono dèr Vaticanovirimetten- doni *1 Pontefice che per cagioiL^ d* vn fatto fi gloriofo.dfedc a* Viniziani •J .polfeflb^ MareL. Adriatico ogni anno fpofato. j co^ me per contratto inditìnlubile >.e di' tanta durata 9 di quanta; farà jl mouimento deli'acque , e la. fer- mezza di Venezia . Kè' terminò la vittoria del ziani colla cattiui- , ràdi Ottone 9 ma sforzò’ Federi- go : che difli ? cofirinfela 5&perBìa ad vmiliarfialPoatcfice 9 e à der porre nel porto* di Venetia il^ven- ^ to col quaJeauea^ violeaeement^ feofia la Nauicclla: di Pietro- , e gixtato il Piloto da quella nel Mar re fortunofo delle' difgrazie fgonr fiato 9 e tranquillato» dal Ziani^ , t . * Iti , . r . . , ' • 5.1 i/'!. •. ,': V .'* ‘''‘.. ì3felUi Cmunicas(ione i COlJa; Comunicazfone domani- dia md ad altri à qual particè^ faf€bi^n(} appigliati;^ qual via:^. terrebbero' fc fi fodero troua ti , ò. fieficfO' ai prefente in limili cir* coftatìize'.iSe rOratore^lefle in-» dui:teJ^ Giudici Romanità riuoca* rc'y éi^niiullar la lentenzadi mor? te fuliiiunata ' contr'Otazro lpirito . vital della Pàtria , pèrche vccife_> . fua forctoV'Ja^ quale immatura-^ mente piagneà lo Spofo de* ' Curia** - zijgià deftiaatole ammazzato nel Campo- da Orazio-,* potrebbe int terrogare ique’ Saui i>Areòpagiti di Roma. dicendo^. . - = . Che a»rcbbe».fattarqualunque^ di - voi ò Giudici , fé ritornando^ vitioriofo a Roma co* trofei di tre- CurÌ5iZJj , cioè dì tre Anime gran- di vguali à tre efcrciti fi folle in-- coatrato in vna ,.la qpaJe.fi Jagnaf? Digitized by Googic Ouero la Kené^ana . 2 57 /è'pcr le palme come farebbcfi per li cipreffi j e perla vittoria, come per vna Tconfitta ? Non l’aiircbb© volentieri oCertaper vittima aliar Patria , mentre, daua fegno col pianto dolerli che Roma noii^ foP* fe à tal facrificio deputata ? men- tre miraua gli. ornamenti trionfa- li del fratello, come ammanti lu- gubri y e nel feréno delle pubbli--^ che allegrezze aueartorbido il vol<* to , e mandaua dagli occhia melH piogge di lagrime ? mentr*era pib potente la memoria dello Spofogià* ^ento per accenderla alla coni- palsionc, che la vifta dei firatelio' vino per ifmorzade quell*affetto acerbamente caldo nella* maturità delle felle apparecchiate a i> trion-* fo ? 11 delidcrar la faluezza dello Spofo era vn bramar i’eccidio del fratello > e lafpargiraento del pro^ prio fangue ; c*l‘ pregare il Cielo che non cadeHero i Curiazij , era vn far voti acciochè ruinaffero le fendamenta di Roma. Or da chi' CU- v-oi non^ farebbe/ì tratta^ la fpa- da Digilized by Googic xjt ìlydlùttOrar da per trafiggere viia crudele , che coJ defidcrio era già fatta omici- da della Patria i,e nella Patria^,, diivoi che auete. l'vrna Adle ma- . ai donde fi è canata, la dinonzia^ alone della tomba ad Orazio ?; Quantunque fofle, fiata yna voftra figliuola quella, che. amaramente lamentanafi , anrebbe sforzati voi. ad efierne Vcciditori che. auete-», per* Madre la Patria ; Dunque per non. condannar voi. ftelii: aifoi uetc.: Orazio ;.e fi perdoni ad vn Gioua- ue , ad, vn Soldato, vn'ecc.eflb fat- to nel bollore: deli fmgoc i.dcgiiì annfi^ e. neh ftruor ddla. vittorjia'i. mentre, le. lagrime. d^rna^Donzel- •Ja potean caminu onere jerifeai da* re gli animi ancora: pifi- freddi , C: più languidi,. Se vi fiere fiupìti veggendo la: firada triónfaU' d*Orazlo macchia? ta col: fangue d'vna. Romana , e^ dVna: forejla. ,, come.fe fofie vna^ nemica Aibancre/ ,, durerà Jamara? • ujglia vdendo che *i Doge* Anto- nio Veniero Bruto > e MalJio di Digitized by Google Onero la\etLVent^ma, l^énezia fè mecfiere' in prigit>ne la Tua vita , cioè l'vnico Aio Figlino- lo per non sò qual’ misfatto: g/cn uaniJe; c nel carcere Jafciò chcfi fpegnelTc la fcintilia deiia Aia fred- da vecchiaia , e che ruinaife il fo- Aegno. ibpra *1 quale appoggia- uaii la cala già; cadente . > Colia •Comuoicaziòne: fporrò- il fatto* del Venicri ,;xhc’ perduto il Figliuolo nella^ prigione per' ca^on dèlia moleAia^ e del tedioj/moltnctfai yc- JX) Padre della Patria.^ A chi di^voinon^ fi gelarcblK)- no le parole fu Ic labbra^nd profe- rimento' d'vna' fentfenza' ,xhc po- tefie ‘ recar freddo: di' morte ad vit, figliuolo^- il quale mantenefir ac^ cefe le Iperanae , c viiio ilcalor pa- terno? Chi larcbbe. fi dbror che_> non fcnti& le facttc: dclPamore allora', piu afièfiàte: quando fi aii- uentano più da ptefib ? Chiaureb- bc ordinato i che fr chiudèfic nel carcere pubbAcoda;metàidi. feftcf- fo* c permeflb ch’entra Afe neilao. prigione la Moric,Jaquaicdipur ro Digitized by Google r ItVelhd^Oro^ ro ftcnto^ e lenfamente vcci'defle affatto -iJ Figliuola V e lafciafle if I Genitor mezzo ‘ mortò‘?*'Chi fa- I rebbcfi' mofiratoifleforabileaUeii» I preghiere , asciutto fra:'l piamo de* I parenti , e della Citta cieco alla vifta deirocchio piìi càrb^,<^fefi»o nella' caduta d*vo Gióuanc'da cui la Subliiuità del- Padre potea rile^ I uarlo.? fi pure Antonior VenierL I quali adottando per figjitfoli tut- [ di Iboi Cittadini : nè riconofeen^ i do. per fuo il Figliuolo- sformata' j dalla bruttezza del fallo r nè vo- I lendo nel fu© innocente palagi®- la colpa;.* con<tal’ franchezza d'a- nimo confegnollo alla- Giuftizia>. colla, quale laMnedefima Giulìizià’- ' era lìatawiolata da -Luigi ; coai 1 qneir‘ allegrezza fegnò- 1* vltimo i, giorno della vita di Luigi >collaij quale auea notato il primo gior* > no. della nafeita ; c fece. impallidir Venezia fpauentata dalla ìeuerità |! del Véoierii , volle - più tofto autre ’frà i ritratti de’* Mgggiori ; la figuita 4cl mortoXuigi r I S  ^ OueroUU^ett.Veneo^kna, vmere più Jung^Tience neJ Figlia©: lo immagine viua del Padre , * . i . ” si>9WEt(^Ì4^ •' \ ' L'Ecopeia benché non abbia tìè pennelli ji nè colori , nondime' no qo-%( parale .rapprefea^^ frbc- nc i ^gai elì^rioridelpQrpp ,>chiC ci dà noti^ia:deli'indoJe della di- (poiìzione , e della inclinazione altrui . Talora internafi negli ani- mi, e Icuopre gli abiti^buoni , i rei coftumi , ed affetti celati ,con^ vna profondilfima caligine^ onde feorgonfì adeinpiutii mediante T- E topeia i de/ìderij di que’ Filofofi , che voleano vn*apcrtura nel petr to vaiano: oueroche gli huomiaf fodero diafani, e fi poteffe. dire: Lateat , ^ Iwent . CoilVaiuto deir E topeia figurerò Antonio fdegna- lo , ' Digilized by Googlc nVetMOrOf to , e furiofo qiiftildo comandò che ' s'TCcidcfse Tullio ; volendo nel dicapitamento di CiceFone-> troncare all’Eloquenzala tcfta , e commettere vn’ enorme parrici- dio neli’ammazzamento del Padre delia Patria, Tralucca chiaramente in Anto- nio il misfatto macchinato : miP> fatto > che nei lilenzio mortifero d*vna lingua douea fare ammuto- lir per lo llopor rVniuctfoj am- morzando il fulm ine ► centra • gli fcélerati ;' priuandoll Cid diRo-< nia d’vn tuono , e l’Italia d*vn fe- condo<rioue tonante , e folminan - te coll'eJoqucnza . La fronte in- crefpata di rughe , c difuguàle co- me d*vomo inuecchiato nélla-j malizia: gli occhi rofl'eggianti à guifa di maligne comete , che li rpengono quando s'accendono i torchi nel mortorio de’Grandi ; la variazion de* colori del volto più mutabile del Camaleonte, e di Pro- teo': lo fpeflb mouimento della^ perfona da vn ternario di furie agi- tata. Digilized by Google ^ueroU^,ett.VnexUn^^ ntata , cda vna kgioa di Baccanti: le mani non mai ferine , e sbattute fra loro, :ciie pareano di due cor- pi contrari? li difcorrimento con- tmuo perla iàla dei palagio, diue- nuto Cestro d’yn foi'/cnnato : il pcr**^ cuocere dcVpiedi nel pauimcnto che lenza tremuoto era fcoflb: le parole non articolate , c tronche limili à quelle d' vn fanciullo il qua- slegato dalle fafce non«. sa fnódarela lingua, erano indizi/ man ife/fi della rceieratezza da or- dinarli à Carnefici , di recargli*! capo mozzo di Cicerone , che colia fola feconda Fiiippicaauea dichia- rato Antonio il primo fra‘Mollri’ del VIZIO, ei*aueà mortalmente, cd immortalmente ferito . Se dalJ’Etopeia fi è adombrata la «otte del vizio , fi Colorì la luce-» delia virtù che rirpiendè in Violi- no e Marco Giufiiniani, i quali fé purnonfuron fratelli, taJifen- za dubbio fi mofirarono per la li- roiglianza dclfamore, edella for- tezza , quando nella piazza di San Mar- Digitized by Google '2ì^4 ‘ ttOra7f • :Marco fatto Teatro della pugna->J c doue per premio era pofta la li- bertà della Repubblica , fconfilTero i Congiurati ^ che più difennati de'.pa^zi , ddiberacameiite volean -comperare col fangue proprio la icruitù , eie catene alia Patria lem* pre libera , ed à fé medefimi nati nella Reggia della Libertà . v Lampeggiauano più per lo fplen- xìor della virtù , che del ferro ignu- do , Marco VgolinoGiuftinia- ni j a* quali la Giudiziali Tuo no- me auea dato adottandoli per figli- uoli • Coltuono della voce anima- nano i Compagni ad auuentare i fulmini della vendetta contra quel- ji chenella pubblica piazza volean venderla libertà , e la Patria , e_> portare il marchio bruttidimo di i'chiauo nella Città di Venezia , la quale nemeno quando nacque nel- l’Adriatico volici legami delle fa- rce per Pamor della libertà. Colla terribilità dello fguardo dauano a conofeere, che iLioni non erario folaraentc dipinti ncirinfegne del- Digilized by Google Onero la ^eU . VeneT^t&va l la Repubblica > mà chci veri, ^ buoni Cittadini veramente erano tali . Uiiifocamento della faccffl_> procedeua dall'ardente carità , che auea infiammati i Giuftiniani , & agghiacciati i Traditori . L’aggi- ramento della fpada con tanta bra** uura , e maeftria rotata , che pa- rca per li colpi , e per l’innume- rabili morti quella dell* Angelé fìenninator dell'efercito di Senna- cherib, era fegno d'vn'animo aman- te della Repubblica piìi che del cor- po .in cui i’x^nimo aibcrgaua . Il gettarli fra le fpadc nemiche , co- me fe araendue fofsero di diaman- te , nè foggetti alle ferite daua_> giulta cagione di dubitare fe fofl'ej in elfi maggioreil defiderio d\cci~ dere , ò di morire . E fecero tanto coll-efempio , coll’animo, c colla valentia , che coqfcfsò Vcnce:!a_> non- efserlc fiati di minore aiuto contra gi’interni nemici di quello che fofse fiato l'Adriatico contra gli ‘ftranieri . • M • CA- Digitized by Google x66 Myeìlo’^Ofùi DeW Efclmàv^jow . L’Efclamazionc altro non è che vn erpreìfion' di dolore , di fdegno ,di raarauiglia , ò d'aitra_> cominozion d’animo jc allora è più grata , c dilctteuole quando s*ag- giugnc à ciafcun periodo , c propo- fizione . EccoJ’efempio in alcuni Eroi di Roma gran Madre di Fi- gliuoli maggiori . Muzio che valfe piii alla difefa di Roma> fenza la mano, che fe-» fode flato Centimano , pone sii’l fuoco la delira ^ acciocché Forfè- na mon faccia la pira alla Par tria . ‘O amore più ardente delie fiamme verTo Ja Repubblica-» l Orazio nel mezzo d’vn Ponte non teme due Fiumi , vno d’Armati , e l’altro d’acque in cui fi getta . O Eroe Oigitized by Googl OmoUl^ttt.Keiiei^tdna. zoy Eroe da .npn eflcr fomùicrfo dal* racquc di Letc^ e delPObblmionc 1 CurziochiudeiSdeatro ad vna Vo* , ragine , che yolea cfterc il Tepol* .ero di Roma . .O v omo degno vd^er* fere immortale, e libero dalla tom- ba ! Ritorna E^egulo a Cartagine-» .Reina deli' Aflfrica , e della fierez- za , Q animo reale .! O Capitano da rimunerarli ,con più reaimi ! Spu- rina col ferro fi sfregia il volto , ac- ciochè la ,fua pudicizia mafehera- ' ta , e trauifata fé ne andafse più fi- cura perle vie di Roma, O Gio- ,uane da eCscrc trafportato nella», ftrada lattea del Cielo . !. JScipione-i ne meno vuoi veder la bellezza del- le fue prigioniere , per non efeere-* incatenato .da quelle ch*erano le- gate • O azione che merita in ri- compenfa flmperio dell'Affrica ! E acciochè non penfàfie alcuno , che .folamente gli Eroi V iniziani fieno fiati fecondifsimi di virtù ; foggiugnerò molte virtù mofiratc dalle Gentildonne -di Venezia nel ' fouuenire a* prigioni Genouefi , e jfì a, prou- Oigilized by Google OutYO la 1{ett, yerev^am . pouertà de’ Nemici, che erano flati cagione d'vn* allagamento di fan- gue • O clemenza inaudita ! An> cor vedeanfl gli abiti lugubri , e la notte nelle Matrone bagnate di fre- fche lagrime, e nelle Spofe per Toc- cafo de* Conforti; e con tutto ciò allegerirono dal pe£b infopportabi- k delle miferic i Prigioni , i quali colle Armate aueano aggrauato P- Adriatico aflbiidar Tlmperio > e la Libertà di Venezia , O nuoua vittoria da onorarli con inufitatr trionfi ì Non lafciaronfl gonfiare dal vento fauoreuolc della Fortu- na , che più non riempieualeveJe-» deirArmata contraria ^ O fermez- za incredibile nella Virtù ì Non in^ fultarono confuperbe parole quel- li , che auean cagionato va liJenzia lagrimeuole alla Patria per la vio* lenza del dolore . O raodeflia ine- fplicabile, che raffrenando la lin- gua , colla taciturnità fu Jodatrrce verace delle Gentildonne Venezia* ne, che volendoauer parte nella^ vittoria , e nel trionfa , legarono» M ^ colle Digitized by Google 3 jo ìlV' dio ^Oro'y • colle virtìi rodiote lo fdegno con*' tra i Nemici , e collo ftaporc non? folamente la Repubblica^ Gènouc- . fe I mà i'Vnmerfo attonito per la-a* grandezza del fatto ! CAPO xviir. OdU Deprecandone- E^Bbe tal nome la figura dettàJr »' d2L*Lztmi DeprecatiQ 9 dai prega-* re iufiantemente chi che fia à con- cederci quanto domandiamo ,’ ef- fendo la preghiera trionfatrice di^ tiuci; e mofirando i trofèi della fua potenza nella Terra , e nel’ Ciclo •• C^ol mezzo dellé preghiere le Dòn- ne Sabine pacificarono i Sabini , ed^ i Romani', i Suoceri , ed i Gèneri^ c- fecero che le deffre congiunte in fc* gnoida micizia fofsero apportatrici' di pace ; la douc prima recaua no le* ftragii e la morte nella fpadà, e vo- Ican torre à Ròma« tutti' gli vomi- ni ,fequefta violentemente auea.** rapitealla Sabina le Dònne: le qua- . li potrebbonfi' Còlla Deprecazione' introdurre Sragionare in tal guifa.- Deh^ Digitized by Googh Ouero U Vtnvj^ima . 171 ' I>eh non vogliate ò Sabini , Romani con tanto fuoco di guerra darfegno.fiìncfto deJPamore chcj. arde ne* voftri petti*. Vói ò Sabini . coll’vccifiòn de* noftri Mariti Ve- dòuc ci rendèrete . Voi ò Romani coll’ammazzamento * de*^noftri Ge- nitori ci condannate ad efsere, orfa- ne. Nonpcrmctcetc che termina-, tala Ute,-.c vinta la caufa e (Ten- done giudiccil ferro , , abbiam Tem- pre da viuerc; con, chi odioTo ci fa- rà per, là morte degli Spofi~, ò per quella de! noftri Padri ; che per al- legrezzar pubtflicadejle nozze veg- giamo i giiìochi-di Marte nel Cam- P^b Romana / che si tofto cambia- tilo ih ammanti lugubri le velli nu- ziali : : che per voftra , cagióne Ro- ma'^, e la Sabina rimangano fenz* ^ aromini c noi reHiamo foggette-> a! cafi pm.fórtunoli..Vi preghia- mo.che le noftrc lagrime vedute da , voi vaglian . si: che non : m ir iàmo . ' fiumi di' fangue . Se le. armi fono ; fiate prefe per Panaor che ci porta- te:; lo fieffo amore vi sforzi à de-- M, 4^ por- ' Digitized by Google T.TL livellò d" Oro . j porle, acciochèconofciamo dfe.^^ vgualraente ci amate . Se le Sabine luron mezzane del- la pace , le Cittadine Veneziane colla forza delie preghicrc fpmfe- ro le Armate della Patria , e coile lagrime accefero i Cittadini àper- feguitarei Trieltini , da* quali fur- tiuamentc con Legni armati acco-r fiatili alla Chiela diGaftellojdou’e- rano ragunate molte.DózelJe, que- lle furono rapite.Mà fu breue Talk» grczzadelPanimo: perchìè improu- uiramente fopraggiunti : i Vene- ziani fecero due acquifti, delle Gio- uani , c de* Trieflini 5 sì che il com^ batter di quelli , ePeffer vinti , p- auer rapita, e perdutala preda fti^ ▼n tempo folo* Andranno^ ( diceano le Donne dolenti di Venezia ) i Legni fciolti de* Tricllini colle noftre figliuole incatenate ? Millanterannofi d*auer, . rubata merce fi - prcziofa a' Leoni generofi di Venezia auuezzi à pre- dar le Armate piti forti dè* Saraci- ni^c dcgl*lnfcdcli ? Sel*ardor del- * • « Digitized by Gopgle Oìterù là - la gloria , che fempre fi mantenne* accefo ne'vofiri petti fràie acque dell’Adriatico : : Se gli fpiriti gcnc^ refi non fon fuggiti dal voftro cuo-- re coli* allontanamento del vofiro '• fang ue rapito da* Triefiini : Se 1’- amor verfo le voftre Conforti non : fi può difgiugnerc fe nonxol taglio della morte , vi domandiamo , che immantencntepcrfegniiiatc iTrie- fiini , edi Predatori che la fama • del voftro-arriuo fia preuenutadal volo dell’Armata Veneziana . Xa Patria dogliola nell’allegrezza de- gl’inimici: iÀlaggiori.vilipefinel** la gloria de’ Vincitori : i pofteri che nafccranno macchiati ne’ fregi de’ Ilubatori ,,pec le noftre bocche vi preganoad afsalire ìTriefiini non occultamente , màallafcoperta con magnanimità Veneziana \ à vincer- li nell’Adriatico , il quale per cTser Seruo della Repubblica aintcrauui alla vittoria , àritorre , e ricondur- re la preda , perchè /appiano cfse- rc in balia de’ Veneziani il tagliar Ic.alcalla fuperbia de’baldanzofi , e M 5 dar Oigitized by Google 274' > ’ dar le penne alla lentezza déllai^* Vendétta ; . C A P O) xix:. DiU*Ifìtpreca7^tìne:. » L^Imprecaziónc'i onero Efecra- - zione prega ad altri ogni ge- - nere , ed ogni Tpezie di malese per- ■ che non hà mani- colie quali armeg- gi i ferifea V & vccida , nuoce , ed ' ammazza coJ> de/idério y e con que- ' fio è omicida Coll’Imprecazione défidériamo *, che fi voti l’armeria del Ciélo > e fi riempia il Móndo di j guerre : che da Eòlo fi tolga Jofeo, gljo > che chiude la bocca dell’Eo- lia : che fi (carcerino i Vénti Tiran- ni, c fchiere volanti ddrVniuerfò , • acciochètanto muouano in giro 1*- Atmate nel laberintodel marefin- chè perdano la llrada, e la fpcranza i d’i/fcirne : .eiie’lMàre coii’àlzaincn- ' to,/ . Oigitized by Google Ouerola ì{ett. VémT^ana ; i yy r tai c coJl'abbafsamento delle onde: getti nel cielo i hauiganti , eli pro^ fondi nell*abifso : colli, bianchezza. della, fpuftia; colori : il ;palJol: della morte «nmiiicnte : ;co : j fcogli fac- cia la lapida fépulcrale ; che la Ter- ra ncll’àpertKra dèllc_voragini mo- ftri le cauerne di Cerbero appa- recchiate ad inghiottire gli fede- rati*; . Coirimprecaaiòne preghia- moiche Cerere perda l'Oro nel iej» campagneLondèggiànti di bade , ETora rammanto cempeftàto di fio- ri > BaccOyi rubini i ed i pifopi pen- dènti ddl'vue. Cóiriraprecazio- ne preghiamo chela Fortuna pre- cipiti dal carro i nofiri Nemici: che: la Difeordià con vna lègion di furie.penetri nelle : cafc.de! paren- tii e li disgiunga : il Furore-entri fra i. fratelli che tocchi dalla sferza fi tramutino in Atrei > ed in Tiefìi : chC; lai Morte, accompagnata da’ , lamenti , e.dà^prànti colTaricte ab- batta le* torri de' Grandi , e col poi- uerio delle ruine. cuopra il fumo della fupcrbia:chkleMalattie, e M 6, io Digitized by Coogle X7^' Il ideilo d*(Xroi lePcftilenzc difcrtino i regni i -c - ne faccian folitudini . Ne meno PEfecrazione perdona à que’ chc:^ nafceranno, a" quali prega che vcn» gano alla luce Talpe , eTirefie-» > Margiti , e Terfiti >ò con più capi come Idre, ò con più forme mo- fìruofe come Sfingi , e Centauri ; si brutti 9 che fuperino colla vera de? formità la fauolofa de^Mofiri-^.* si neri che paian figliuoli della Not? te : che crcfcano lordati di tanti vizi; , che non-abbiano eguali co cettofcfteflì: che non trouino chi li riconofca per fuoi parti rchc nel corfo d'vna vita efecrabile, dilono? rata , & affannofa trouino il Ter-» mine de’Malfattori, e fciolgano il groppo d*vnaT4*agedia. intrigati^ lima col nodo d’vn*infame laccio nel collo. Talora col PEfecraz io- ne mandiamo, e.pronuDziamo con- tro à noi fielfi il male, rendendoci volontariamente Rei , e foggetti alla fpada della Maladizione fc mancheremo di parola, c di fede. Gon quella figura- li .fabbricano- Digitized by Googl Cfuèro la ^ett» . xy? quell'arme , auuelenate pofeia dalT rodio intitolate Dir<c cioè Impre^ jcazioni, fcagliate principalmente' da’Poeti i come ibn quelle d’Giuii^ dio comra Ibi nome finto dal Poe- ta, acciochè, non fapendofi , nin- no imponefle ad altri nome side- tcftabile ; quelle eontr*Erode dei P-adre Bernardino Stefonio della:.^ mia Compagnia, il quale^ ebbe i: coturni maggiori di que* di Sofo- cle per. innalzar la Tr aged-ia , colfe tutt’i fiori delllbla , e dell'-' - Imctto,ctoire tutte le perle dell'- Oriente per abbellirne, la fua Elo- quenza , la quale comparue più ; pompofa delle Reine d'Egitto ; c. per vendicarli del rapimento fat- to da' Romani alla Sabina ouenac*- que , rapì tutta Roma colla bdkz: za del dire . Io per adoperar- giuftamenteJ^ fenz’ ofFefa degli vomini PEfecra- zione , l'vferò contr' vna. naue di Demoni; , che nell'anno mille tre- cento trentanoue cagionarono sì. grande accrdcimcntQ d'acque neK Digitized by Google 178' la Città di Venezia , ,che le Lagn- - ne perduto jal nome , ,vn’altro A- • driatico nominar, fi poteuano . 1' Cittadini fommerfi in vn mare dii lagrime, temeano il fecondò nau- fragio dclJ'acque, . Mà i tré Santi i Protettori di Venezia , S$n Marco, . San Nicolò , e San Giorgio entrati ; invna barca.d^vn pouero Pefeato- - re,,mà.ricca per tre^tefori cekfUi che portaua , , e. ficura non.per la_i , fortuna diCefare , ,mà di tre gran i Monarchi deJXiclo non conofeiu- ti : e fa nifi condurre al porto di San • Nicolò,. fecero innabilTare quegP ' InfernaJiCJorfari,che voléano pre- dar aJA’Adriatico.Vcnezia , ed il * fuo VèJlo d*oro a licitai ia ; onde fu- - bitamente mancarono le acque fo- - prabbondanti alle Lagune > e ic la- ' grimea' cittadini * . Itene ò; turbatori. del noftro A- - driatico.ad ondeggiare in,vn mare ; di fiioco , chetanto v'agiterà.quan- to dureranno le ruote del. tempo, , edei]*rcc'*nira i Qaiuì: colia: perpe- tuità. dello Ipirito immortale .fienp Digilized by Google Otiero la i naufragf; eterni fenza la vitia di lito , òdi porco giachè godete del- le tcm pelle . E perchè voIeuate_> mettere infondo Venezia Sole del- TAdriatico dciritalia , e deJl’Eu- rópa pfouiate vna caliginofilfima notte , nella qualé altro lume non fi mirifé non quello de’ baléni , c de' fulmini Precurrórifpauenteuolidel * Furore j e della Vendetta . Per Fru- mento . déll’Adr ia tico ;crefcano le_^ voftre pene à^difmirura fcnza • fpe- - ranza che fi fcemino; per leJagri- me fparfc fènz'.jnterrópimento da' Cittadini fi multiplichino fémpre i voftfi tormenti , e tuttod’Inferno:» vnifòrmcmenté s’accordi àtormen' tar voi , ehc congiurane cóntra.^ vna Repubblica i la qualé fu fein-’ pre libera , e fciolta , . perchè vnita.; con gli animi de' Cittadini > e firec- ta co* legami delle léggi fauifiìme . EtìiMaue dcteftàbilc che folli ri- cetto dè’Móftr j efiliari dall’Etnpi- reo , nè.voleui più. vedere il capo di Venezia innalzatofrà Tónde > ^ abbi periuogo di ricouero il profondo/ del. Digitized by Googlf i8o nydh^Oto-s • *iel marc^eiìj airinfcrno vicinai . tu che lo portafH nel fcno . E fe mai ■ dairAdriatico come legno floma- cheuolc farai vomitato , diuenti palèo di tutti i venti ; e finito il gi^* uoco , furiofa mente ti fofpingano ^ nelle punte degli fcogli àxonquaf* iarti, c sfracellarti . .Ltuoi minuzr zoli fieno confumati da* fulmini, e*l fuoco di quefti, fia tant*ingprdo , che diuori ancor le ceneri rifiutate dairaltre fiamme . La Terra in-j cui germogliarono, le, piante per fabricarti , frà le altte Terre fecon?- defterile Tempre fi vegga ,, nè. fa effer piii. madre ;^e’i Ciclo diuc» nuto di bronzo le nieghi le piogge per inaffiaria , ed ammollarla , ia^ pena d*auer prodotta la materia da fare , e corredare vnaNaue, la^ quale vn*altro mare portò nel ma’? - re, perchè PAdriatico vbbidiento a* foli cenni di Venezia ricusò di fommcrgcrc la. Città G A* Digitized by Google OutYola ^m,FmzMna • 2^1 € . Ì>clP£fìfonma. - - . . L*Epifonetna è vn detto deriiu- to,ouero vna confeguenza^ rifuitante dado che habbiampre^- meffo,ò raccontato. Cosi.Virgi- ho dopo di auer 'compendiofamen- te narratele cagioni ddlo fdegno centra i Troiani perfeguitatr da^ . Giunone Dea moflruofa per efser moglie 9 e fbrclJa infieme di Gio- ue : e dopo d’auer fuecintament«=‘. ^ accennato piii d»vn* Iliade di mali fofifert i da Enea I il quale col lo fc li- do non di Vulcano » mà della inu in- . cibile tolleranza non folamente fo^ Henne, mà ruppe tutte le armi de ^ gli elementi congiurau; e col nic> defimo in tal guifa fi coperfe , che i dardi lanciati da Giunone dal Gic--, lo , e di lotto dairinferno , fitti nel^ lo feudo ^ vn’ altro ne, formarono ‘ P Digilized by Google ^S^\ llKèllò^Oro^. per difenderlo da* feritori dopo-, (dico) vna.breuiflìma narrazione* foggiunfe queH'Epifonema... (terni . Tantit, mohs erat [{omanam coni ere Gen^ quali le fondamenta delPaltilIìma-^. Ciitàdi Roma non fi poteffer get- tare le non fopra vna grauofa mole ; d^aflfanni', , e le Enea non. li vedea~* dalie tempefte del mare appreflato, al cielo »€ depreflb all’Inferno dah la violenza delie furie , . Terminerò con due Epifònemi / due fate i : :lVno moftrato dalla Re- ligione in ..Pietro. Zeno c* l’altro , dalla Fortezza' in- Marcò Barbaro ^ M osé flagellatore.; del Califè >. Fa» - raonedciì*^figittOi, * ^ Pietro Zeno pietra fermilfimaj » oue s’appoggiaua- il pefò- grauiflir RIO del farme y enczianc , e che non ; lolamentcnoa fufcommoira'da'trc- - muoti del furor turcb'crco > , mà col» - la.fiiagrauczzaoppreire>e fchiac- ciò più volte la.teftaideljÌDragonc : Octomanno : mentre > vn giorno , . che fa J’vJcimo dé’ fuoi : triónfi nel- la/terra > , c'J primo della fiia glo- * ria^ Digitized by Googl Oif ro ta . Vm^ana . 28/ ria nel Cielo , diuQtiflìaiamente af- iìileua ai purilfuiio facrrfieio delia Me/Fa, e porgeua^ il- cuòre à Dio, feofferiua il Sacerdote airAltiifìmo rOftia iinmaculata' , fii auuifato apprclTarli*JCampo Turchefcoi c che perciò era vicina la morte fé-» Pietro non s*alloacanaua , nè volea cader vittima- con tale feempio a- uantialFaltarevche ninna (iiiia al fangue gli reftaife nel corpo , per- chè tutte Parme nemiche aurebbo- no voluto alTaporare il fangue di chi non mai fazioiZi di fparger quello de* Turchi.' Il Zeni à cui era Itato Tempre ignoto affetto il timo-- re , fece religiòfa' la Fortezza , e-» forre la Religione , la quale gli ap* parecchiaiia vn*àltro Tempio nelT- Empireo; Afpettò i nemici , cheJ ricònoTeiuta nelle ginocchia pie- gate» ed atterrate la Tublimità , e P- infié^ibilitài dell'ànimo’ Venezia- no:, con pìh cólpi Pvccilcro : c col- la loro barbara vittoria' furon’ ca- gione à Pietro di più palme , c co-* rone,.che non furono’ i'innumera- Bili. Oigitized by Google ^ iSj. Tl pretto ttOr$> bili riportate dal Zeni , e foprab* bendanti à molti efereiti,non che à molte legioni. Quanti allori au- rebbe perduti il Zeni > fe ò l’odio era minore neTurchi>ò minore in Pie- tro Tamor della Religione! Non (ì feompagni dal Zeno Mar* Go Barbaro Prouueditor Generale de li’ Armata contra’l Califa d’Egit- to; giachè amendue furono dcllsL,» fteffa Patria, & ebbero la ftefla for* rezza nelPanniehilar gl'infedeli ,e trouo^ vnfoi volete la due Anime generofe. Era flato tolto rn vna battaglia nn naie alla galea del Barbaro da.» vn’altra Galea barbarefea lo fleip- dardo inalberato ; Inlfegna della,» Repubblica > del proprio valore , e della Nazione . Doleuafi^^ Barba- ro che*l Nilo inferiore d'acque al- TAdriatico i douelic ftùnarfi fupe- r iore di forze ^ c vantar colle fue-> fette bocche d’auer vinto vn- vero Leone d'vn Capitano si prode , col raoftrare agli Egiziani vn dipinto Lione rapito nel combattimento delle V Digitized by Google Onero la \€tt, t^cnezìana \ 3 f delle naui . Freineiia che*l(uo Le- gno folle creduto vn ricetto d'ani- me vili non comparendo i Cefari gencrofi delle fiere ; e vergogna- uafi di rientrar ne’ porti di Vene- zia nccellìtato ad auuicinarfi per efler riconofeiuto qual era parti- to I non potendo da lungi effer raii- uifato allo fuentolar della ban- diera : onde braraofo di vendicar^ de’Saracini Rei di due furti , dell'o- nore, e dell'Infegna , e d'accerchiar con tanti ammontati, cadaueri lo ftendardo predato , che nè dalle-» mani de Barbari, nè dalfoffiode-*' venti fi potefle agitare ; impetuo- fiifiinainente lanciofli fra Nemici; i quali fé non fofle;fiato fereno 'i ciclo : ai tonar della voce , al lam- peggiar della fpada , aurebbono te- nuto che vfci/fevn fulmine della-» poppa donde prefe il falto improu- uifo. Pofeiadatofi anch'egliàpre- dare , quali furti generofi commi- fé! Tolfe al Capitan del legno , c de' Ladroni colla fpada la tella_; troncogli *jn braccio infame opera- x%6 II KelhitOroi tor ài mille ftragi , e rapine ; fjpp* gliò la fuperbià del capp.sfafci^n- do il turbante ; e ponendo ic ,fafc^ in yn*afta fpiegoile in vece di ften- dardo>raoftrando,cofi le glorie del- ritalia., e l*ignominie .deirEgittoj impadroniffi della galea^di jcui di- anzi auea prefoil ppflello con quel falto magnanimo ; ricuperò il fup perduto Leone , che col moto con- tiouo palefaua d’efler libero dalla fua breue cattiuità piii torto mo- ft rata gli , che prouata. Fra tanti gloriortacquirti volle guadagnare ancor colle perdite . Perciocché togliendo à fe rt cflb il cognome il- lultriflìmo di Magadefi , e volendp cfler dinominaco Barbaro per ca- gion de' barbari vccifi , e prigio- nieri, diuenne no.minatilfimo,men' tre sforzò il nome obbrobriofo dc^ vinti a feruire alle glorie del Vin- citore; con prefagiocertirtìmo; che nella Città di Venezia debbano tra- fportarfiielpoglie, e le ricchezze de* Popoli bàrbarelchi, il nonne de‘ quali già vi è rtato trasferito. Tan^ Oigitized by Google ^ OueroÌa1{en.Vene7^na. 2,8 j ’to bene deriuar fi potè in Marco Barbaro dal male fattogli dalflni* ‘mico ^j chc'dee auer fra documenti politici; non recar talora nocumen- to per cagionar 4danno m^giore-> •airAuucrfario.  1: t jipoftopefi, T ’Apofiopefi , ouero troncamene to di parole fi è vna cal iìgura, '<he dice piu col tacere , che col par- 1 ‘A^’pocrate Iddio eJ nienzio > e più loquace, dj Batto trasformato in vn freddo ^ado in^ pena della caldezza della lingua , c sforzato aliar Tempre fermo addi' ^*P^iì^ggicri la Brada , pèr- che fu mobile di fede , e riudò i Te- greti commeflìgli da Mercurio Dio tauolofo de* Dicitori , e de’ Ladri, il quale rubò più cuori colia lingua dacoada > che non fece furti colle-» mani Digitized by Google l i68 tlKetlo cTOro» mani d'Arpia . Dall*Apo{5opefl il ' poffono raanifcftar tutti gli affetti dell’Animo. Nettuno apprclTo Vir- gilio con due parole : Quos ego : det- te brufca mente a’ venti palesò >i tcommouimento , e la turbazioa_. dell’Animo più agitato del mare terapeftato da Euro , e da Zeffiro , Tentane vos generis tenuit fiducia vefiri i - Tarn Calum yTerramqufmeo finetiumi^ ne ifenti ynifcere , & tantas audefis tollere moles ? Sìuosego» E volle dire: lo -vi gaflfgherò C€Ki foprapporre montagne sì fmi/urate alia voftra caùerna , che ne meno la ' potenza d*EoIo pofFa rmuouerle;c vi farò flagellar con più -furore , che l’onde non battono gli fcogli, c le naui d’Enea . Mneìleo dimo- ffrò nel quinto dell’Eneida il defl- ÒCi/o di vincere con, Quanquamò] i^on iam prima peto Mnefiheus , ncque vincere certo , J^amquam o ! cioèi fc bene, fc io fbfsì il primo fra’ Vincitori mi reputerei il pri- nogenito fra I fortunati. . Dagli , Digitized by Googit 'OumlalRetUVent^tana , rSp Dagli Oratori oltrcU modo fo- p raddetto fi fa l'Apofiopefi quando -fingono di non poter parlare , nè profeguire il difcorfo , qualunque ne fia la cagione: come vedrafli nel- la defcrizion della pefiilenza , che incrudelì contra Roma nel tempo di San Gregorio-, Magno per da fu- blimità del lignaggio , della fanri- .tà» della fapienza , e della dignità •pontificale, c gran fofiegno, e con- iortoalJa grandezza de* mali fotto ■j quali gemeuano i fetteGolli diRo- •ma fatti maggiori dalle montagne de* cadaueri-ammafsati.. Dopo hvnmerfale allagamento ‘del Teu ere cominciò yn’al tra inon- dazione mortifera di mali , e di*mi- ferie nella Città di Roma , imper- ciocché fé nello Icemamento di 'queirantico.,^c fauolofo diluuio di Rirra crebbe vn Pitone fmiTunua- incnte aggrandito più tofto da’Poc- ti,' che dalla Terra ; dalia pofatura delTeuere furierò infiniti , c veri Serpenti, c Pitoni, che coll’alito pclifienziale .^uuclcnarono l’aria ; Ne cosi Digitized by Google ipo 11 Veltàd^OrOf c cosi due Clementi rAria , e TÀC- qua difolarono Ja Cittàfc que* Mo« . ftri co’fifchi /pauentofi chiamaro- no la Fede. Immanténcnte queda xomparue ^niàron.vna fembianza da metter paura a* mede/imi Mo- dri^chefauean chiamata. Nella fronte caliginofa , ed ofeura legge- . uafì chiaramente fcritta Fillade delle calamità . Gli occhi affo flati, ed incauernàti addìtauanoi fepol- cri : le chiome rcompìgliate » t confufe , il diTordinaraento , c la_» confufione : Ja bocca sformata-** mence fpalancata il chiudimento de' Tribunali, e de’palagi i i den- ti rugginofij 'e diradati la rqdalli- dezza della Città , e Ja rarità de^ Cictadini,chedouean rimanere in vn Diferto popolato da' modri . Tutto verifìcoffi , AJJ’aprir delle porte alla Fede chiurcro i Fori della Giudùia & a’ Giudici y & a' litiganti ;nè altro tribunale li ve- deua innalzato eccetto quel delia Fede, da cui jriafcun era dichiara- to indifferentemente Reo di Morte, 11 ^^uerotaHett.yene:(ixna. U* pòtcciiìorirceracaura bafìeuole per aucr la fcntenza capitale , A’ fanciulli fu troncata la tela della vita mentre s'ordiua . A* Giouani n^l mezzogiorno dell età inafpet- tatà mente s’annottò . A’ Vecchi oltre al freddo della decrepità , ed oltre alle neui de* capelli s’aggiun- fe il gielo mortale. Nè volle la_,* Pelle afpettar que’breui momenti, e que’ pochi palli , che a* Vecchi re- flauano per andare al fepolcro ^ laonde non andarono , mà furon_j tratti violentemente alla tomba . Le donne , delie quali lo fchermo , e lo feudo piu forte per difenderli è la debolezza à cui fi fuol perdona- re , furon come colpeuoli fentcn- jziate alla pena degli altri j abbor- réndolìla fecondità da quella Furia Gontagiofa , che trionfa nella fear- fczza del bene, e nellV-bbondcUiza delle drfamienture; fiche Roma_, tutta in breuediuenne vn gran lè- poiero di gente innumcrabile non fcpolta , la quale ancor morta era omicida de* viui col fetore intollc- N z rabi- Digitized by Coogle 'Il Ideilo d*t>ro / rabile . Le pubbliche ftradc Houé ondeggiaua di prima la calca dé' Romani, ed erano angufte a tan- to mare,rairauanfi fenza Tonde.* del Popolo • Nelle piazze dianzi sì frequentate paffcggiaua folica- ria la Morte . LeReggie, lequaH colTaltezza loro dauan certa noti- zia d^efl'er abitate dalle cime de’ Perfonaggi , cde* Sourani •; ele-> cafe minori per la balfezza degli edifici], e delle perfone-, tutt*era- no vn ridotto della Malinconia , c del Pianto fatti dimeltichi , e fa- miliari, mà feoiprepiù Jeri fenza poter dimeftica rii , ò ammanfarfi , c Padroni delPabitazione collo fcacciar gli antichi pofle fiori, Ve- deuanfi file lunghiflime di defunti non mai interrotte fé non quando quelli che portauan la bara fubita- mentc cadeuano , e fi troncaua lo- roJavita, eia via. La Morte, la quale come cieca indiftintamcnte auea mietuto colla falce, non die- de diuerfità di fepolcro ; e perciò negli ftefsi cimiteri eran-feppel li- ti Digitized by Google Okaro là ^ett, P^èneT^rank, 2p j ti quelli che vilfero differenziatt dalla natura^ dalla virtù, e dalla fortuna^, e poca poluere coprì chi , flette fotto-1 cielo immobile delle volte , e delle foffitte dorate , e. pofledette immenfe Tenute da ftan-- c-are il volo deiraquile;e chi dor- mi come pouero , e giacque fottoT fopraccielo dell’Empireo & eb- be forfè pili terra nel. morire che nonaoea poffeduta quando. vide I«e ceneri di Roma non furon già^ contrafsegno del fine di tanfinceii-j? dio fenza damme ; anzi la pelle . Non.poflb pih.ionoltrarmi coldi-r fcorfo ;.pcrchè la peflilenza fu fl; mortifera , che anche dopo il voK gimeatoidt pih. fecoli fé non veci» de colla memoria^ funefla ,, rende almeno < gli vomini ò fmemorati ; 6 femiuiui.. Dalla mcdeflma dgura , chejì^ ama il flienzio prudentemente , e flrettirsimamente ofleruato dall*- auguflifsimo. Senato Veneziano dì cui fono impenetrabili i fegreti , odi .trattati per eiTer. commefsi a! ■ N. I per;- Digilized by Google XP4 ìt fusilo (toro y psdoaaggi più fidaci delia Fedeltà^ e che non parlano ncque clamy me eum fcrobe, come, dice il Satirico; dalla raedefi.na fignra , dico >. vo- glio lodar la delira de* Guerrieri Viniziani i effenda coniteneuole-^ impiegare il dire nella commenda- zione di chi col fila non della-» lingua > mi delia fpada difdcle-^^ ragioni » e la caufa dells- Patria-*, nelle campagne defiJnate a* giu* dici; , ed à litigi; crudeli di Mar- Inuittirsima Delira che valeltr per mille mani ne*Briarei Vencziani,ne* Valieri,ne*^Morefini>ne*Falicri,ne!- Corrari , ne* Loredani, ne' Mocc- nighi , ne’ Comari, ne’ Fofcoli, ne* Capelli , ne’ Vcnicri,ne*Marcclli ,, ein altrIEroi infinici,ilcuinume- ronon li potrebbe fommarc: dall'- Aritmetica ; i cui fatti nonfi. po- trebbono annouerare lènza fianca* mento da Stentore ; la cui granj. fortezza fà. credere, piccola,, c de* bole^^ucllà del grand* Alcflandroy df Ercole,, e d’Achille ;; c. la cui fa? Oigitized by Googl Ouerotdl{etti Kene^^ana . ipf ma più fonora delio ftrepito in/op* portabile del Nilo aflbrda i*vno > e raJtro Mondo : inuictilliaia , e glo- riofifllma delira : folamente àtc dc«. laSerenidima Repubblica le palmc^^ egli allori riportati nella Patria in taata copia» chele fronti degli al- tri Vincitori.hanno à pena con che. inghirlandarfi . A te ildeono Q)oglie ,,e l’arme >,che ora feniono di gloria >e di dffefa fe giàlerui-- ronoa’Barbari? d*ornamcnto , e di offefa; A te fi. déono? gli Arrenali fjpieni,chepoffon fornir l’ Arma- te di tutti i Potentati Tu arrelta-^ RiTvQJoalJe naui de* Barbari,. troncafii le penne maefire alla Borì* lima degli Q^omanni» Se i nauH ganti non. tèmoa prù> doppieum- pelle ncll’j^driaiico>'4eironde» e- ce* Corfari Se l’Italia non mira^ ncl/uo Cielo due I«,uae.*Tna Tempre, varia ,,eralu:ade]iaTracia fempre. fccpia : fc la quiete di Venezia è: rotta folamente dal frenaito del ma'* re>,c non dal remore delle bombar- denemiche ; Te nellev campagne mK K 4. tali. Digitized by Google ^9^ ItyelMOfBy r-afi l’oro di Cerere nelle Ipighe ma» ture , e non il ferro di. Marce ; fe in- ogni luogo regna Tabbondanza ef* fendo sbandeggiata la careftia , tuodonoòdeflraiiberalifldma* La. Libertà non prigioniera , le. Artì non oziofe ,le Virtù corteggiate-» la Religione non macchiata , . da te. riconoibono.il candore lacomici'< ua , l’attiuitài, e la fignoria . Tui colfàrdir bellicoib ammorzafti ii fuoco delie guerre Vincendo i.Gott portarono gfJnccndij daf Set- tentrione Reggia eterna del rigo- re, e del verno.;, colla tua gagliar- d ia gettaiH à terra. quel gran Tifeo; di Federigo Imperadore > che auea ridouata la guerra contra’f Cielo mentre coll* armir perfeguitaua iL Vaticano , e volea precipitar dalla^ Rupe tarpea>iionche.dal trono il Sommo Pontefice Alcflandro Ter-: zo; colla tua robufiezza.indeboii^ jfli^anziiheruaiHle forze di Viti<? ge» di Totila^ di Dcfidcrio, di Pipi-, noi di Guifcardo > di Murcimiro> di Ruggiero^ di Ottone^i Ludouico>. Digitized by Googl ^ (ÌUerolaI{ett,yène^ana', di Alcffio,, di Leopoldo, diBiicf-- . nardo^delCaJifè,del5aladino,e de- gli Imperadori Ottorhanni. Tucol- la tua fermezza jcagionalìi’l tremo- re , poi le cadute ai le Tórri\ d*innu->- mcrabili Città , acciochè non cn-* trafle vn cauallo .comc in Troiai , , noà ordinatamente màrciallcro eferi citidipedoni ^ edi Gaualieri fra la confufiòn de* nemici , a* quali tanto- pili era chiufo il paflb , quanto più.. erano aperte le- mura:. Tu: màlà Reticenza mi comanda ,che io tac? eia , perchè nè io hnir ei di ridire ^ nè 1* Editore d*afcoltare ,nè il Let- tore di leggere l'azioni d^Vna deftra infaticabile , Qacfto iìle.nzioperò egli è.vn lunghiisimo elogio; men- tre fece tanto la mano ,~che fé beob ella non filmila nea neli*operare,può- colla numerazion dciropere am* mirabilirecar diminuimento di for- ze alBicitorc , attediar gli orecchi degli Ascoltanti ,. c accecar la vifta di chi legge,. N. S: CAr Digitized by Google CAP a xxm ùiì£l imerfreu^i$nel FAcciàmo) IMntcrpretazfòne:^» quandainoiirponiàmo qualche' dètco , ò fàtroifcgnalàto coli*é fatni- uar diligentemente qnanto<juiui fi* contenga , c col farne vna:minuta », ed efquifita; notomià .. Ponderiam. qucfto fatto .. Padòiiaoccupata g»à* dagl’ Imperiali fh< recuperata: dai'. ProuueditoreAndrea^Gritti , c po- feia Sèrcnifsimo' Dòge „ che; v’ in- introdursc. i Leoni dilcacciàtene le- Aquile . Pérmeg}iò< intender ciò :: fi hàda fapere , che da'Conféderati eisendò fiate tolte: molte' Città., c* Fortezze alla Repubblica. Vinizia-- na , siche quefta combatteua: nom.*' più per la v.ittoria > mà per la liber- tà , e per la falutcr Andrea* Gf itti: nouello Gamillo dii Venezia », con- • fertato conalcuni del contado > che; nell*. Digitized by Google Gutf^là'?y;(^ttùr» P^pteT^anai Ofijrentrare in. Padoua impediirero* la porta, mezza aperta co! loro car^ ri, da richi. di fieno ,,e di Ararne :: fo- praggiunfeimprounifaméte.co’ruoi; fbldad , cd impadronifJì; della; Git- tàprima ,, chei Tcdcfchi non dico > potefsero accorrere ,,mà. fapeffero la lorprefa >,ed‘entrdda trionfante, non da. combattente per la porta , la quale chiufe le fperanze a^nemi* ci, edaperfe il paflb alla Fortuna, cd alla V ictoria , che per Tanuenire militarono fedelmente, in faupre-» de! Veneziani^ Colla^caduta di Padòua: mirabil- menterifurfe la. Repubblica Vene- ziana;ed vn*acqu iftodmprottuifo fii cagione di molte vittorie inalpet'* late • Quella, porta, fpalancata al- largò di nujouo ii.dominio riftretto neirAcque,cnell'lible, c diede più fpazioiò campo al Leone di potere àfuatalento parseggiare Brcfcia, Rergainoj.Vkenza,. Vèrona colle:-» altre Terre. furono racquiftacc. col rjcoueramento di Padoua . La fu- ga de* Collegati , ralJontanamemo. i N 6 delle Digitized by Google tl ytltò y 4èlie arme dalJ’Italia,il ritorno dèi*» ikPaceebberororigine dal difcac-* ciamento degli.ftranieri fatto dal: Gritcicolla prefa-dVna Città i dal- ^ le cui porte vrdroaola Guerra ,ed^ il Furore , i quali -minacciauano di » fareardereJe acquedelI'Adriatico;, c ritornarono al Ciel natio fpaucn^ tari dall’apparir del Gritti vgual- mente prode ,> & accorto nelPado-* perar felicementcor la forza , oraj l’inganno . Che la Città di Vene-* zia mezzo a (Tediata non reftafse in-*; teramente cinta dalle {chiare Au-* (Triache : che la Brenta non portai^ fé auanti gli occhi de* Cittadini glit auanzi delle Ville bruciate annuari ziatricefunefta del Contado , che.-» ardeua: che la caualleria degli Aii- uerrarijnonircorrefse per le cam- pagne facendo di tutte vna pira iru. cui il conrumafsGro le fatiche fpefe , c le Tperanze degli Agricol- tori : che gli - Abitatori di Venezia^ piu non perdeflfero il Tonno col yeg- ghiar continuamente- per- la difela- non dell’Orto deU’Efperid i > mà di, , ' . va.  OMìùìàJ^eH.VehjximM. JÙT vn Paradifo di delizie qual è V enc-^ 2ia,fù operato col ritor re all* Aqui- la Ja Qiltàdi Padoua , . la . quale fin- ché durerà celebrerà le glorie di Andrea veramente gloriofiflimo ,> che in vece di Piramidi , di Coloflì, . c di Statue; glorie comuni àmol^- ti , confcruò , e fé ilare in piedi Ca- ilclli , Terre , e Città per contraife- gni doreaoli •> ;C fingala ri , dei - Tuo - nome. - s. Gloriofiffima altresì . fii nella^ Terra, c.nel/acque colle Armate; ViniziancilGeneralePietro Lore- dano ,il quale sì forte moftrolii ,* die non potè mai efiere. dalla For- tuna ilrauolto , che feraprcaggK rafi àfuo talento ; e parue , . che lai medefima prendeife il foldo,ò zh meno fofse venturiera fottoPinfe-; gne del Loredano. Quelli non fi eXpofemai fra le tcmpeile di fedi- - ziofe , c turbolente Città , che non Ic componelTc j etranquillafl'e, vo» lefidole .icrene , mentre la fua Re- pubblica era Sercnifsima; non fi po- fé. airafledio d* alcuna Città im^ “ . , Rcner  SOL TirelloiTOrc;, penetrabile che non l’aprilTc da£l più lat i , donde poteffero entrar più carri Yittoriofi ,, della Olona della Vittoria , e del Trionfo ; non. affrontorsi nemici nelle batta- glie tcrrertri>. che non tra nauta (Te - le pianure in. fejue trionfali di pal- me , ed in montagne dicadauerii nè: combattè colle Armate nel Mare-> che. non.incenerifle con.gfincendij; di; Marte i legni degli Auuerfari|< facendo, nafeere vn.' Mbngibello. nell’acme. Il fatto però.più.mc- morabiie fù la /confitta.data daTuoi > l;.cgni, alle galee Qttomannci colla, qiiale sforzò, l’alterigia della Lunàr. ad inchinarfi al Leone , e à doman- dar fupplicheuoimcnte la pace , ri-, conolcendo per Superiori L Vene- ' ^iani,come le fiere cenffflano.per lóro Monarca.il. Leone , c TAdria- tico pcr/ua. Rcina , Venezia . Or moftriamo- colT interpretazione, quefto. fattoci Qu^anto grande fu , la • gloriai def Loredano: aJlor che mirò YmiJiato. i'OtÈomanna>' il quale: credendoli X clTcr Digilized by Google QueKala<I(fttoK F^ene^anr» j>cr|.‘ effcc Sigporc > ed aucr riiiucfiuurai dèi Cielo porta neirihfegnc’ la Lu- na l Quanto grande fti. la rotta^ mentre mo/lrorsi abbattuta Iflmpe- riò: Turchefeo nell* abbaffamento* dèlPImperador dc'Turehi ! Dòpo il fatto < del Loredàno fpiegaronifi . aLvento.fiburamentc le vele fen^a^ timor dell’Eolo della Tracia . , Car ricaroniì di preziofe mei^L le nani lenza temer l’Arpie dii Collantino' poli . L! Adriatico:,^ ribnio > il Me- diterraneo, c l’Arcipclàgp non fu-, ron più. fòi^ctti &c inlidJofi nella* bonaccia 9 e nella, quiete opportu-^^ nea' Golfari, .che recauanguerre ^ edifturbi maggiori quàd’èra. il ma-, re più tranquillo:, ^ pacifico ; Non vdifsi più. ftrepito di trombe,; edi; Bombarde ; che non.fòcendò feiitire. i gemiti , e gli vrli de'ferkftogliefM feroià.compaisione ,.eTdolore del-': Laltrui pene,e milhrie . Noa fi vc-> tarono glh erarii: per. fornir le Ar- ma te d'arme ,: di. munizione ,, -e di ibidati ,,che refiàficro priui: di lani gue beuato dal. ferro j- e di fpir ito» Digitized by Google J04* ilTèlhd^Ofòì. predato dalla morte . ^on pian(c*^ ro le Madri colle chiome diiciolto i figliuoli ò legati >ouero vccifi da^ Barbari fefleggianti per la. preda,, e per li vita-rapita. Nonfi..vide— ro leCittà fra le ombre degli abi-?* ti bruni lugubri per la perdita> de»Cittadini,e de’Capitani Soli bel- licofi fòmmerfi-nel fangue . Ne ri ^ mafero difabitate Tlfole , elfcndo iL mare popolato da* Barbari; .si chc: la frequenza de* Popoli, le ricchez- ze. delle pubbliche teforerie, la-j.- quiete, eia pacc,iircrcno delle Cit^^ tà ,.i*Jllegrczza de* Genitori , la fi- curezza dei mare il mouimcnto. delie naui furono apportati dalla-u . viitCria di Pietro : di cui dubitò la Repubblica fe fofle maggiore la co-^ pia del fangue Turchefeo cauato. dal ferro del Loderano, e fparfo per. J’acquc;.ò la ricolta de* benefici/, dopo vno.fpargimemo sì lietoalla. Religione , e sUagrimcuolc all*Im'; pietà . Lo fieflb mo do proporziona I- mente fi.hà. da teneremeiifinterpre^ tazio9 Digitized by Google OtteroUT^emr^ì^iene^ìan** tazioncdc i detti nobili, ed eccel- lenti, de' quali abbondaronTempre i Saui di Veneziavincitricc dc'Cor» pi, e degli animi co* fulmini della^ eloquenza nella lingua, e della for^ tezzancllamano^ < t ‘ ' : \ « ^ iUllàCoUocwi^QWÌ^ 1p|i Er via dèlia Collocuzione par- r liamo fra noi, c domandiamo , > criTpondiamo à noi ileffi >■ come fe fofsimo dueperione: ed vna infe- gnafse , e l'altra , imparale ^ ouero * difcorriamo con altri- introducen'^ doli à ragionare rapprefentando i ' coHumi , i peniieri della mentej, e : gli aflfetci . dell'animo c tutto ciò > che folamente à Dio palelè , ed à . cui ogni cofa è vno (f>ecchio ter/if- fimo ,e che hà piti chiara notizia^ dcllVomo , che non hà Tvomo di fe: medefimo,. Digitized by Google itùro^y, I ~ Sti rapprefeatcrà da qucfta figii-^ ] ra il fatto, fegnaiato di Gior Dolfi- no • Picouasdiiiòféic drftnfoc d ITvt* uigi alTcdiato iftf Jià<è3!*i(3Q» Riè d*^ Vngheria; .Quiptìi ;eff€iridtìglj^or« J tefemcntc dormadato dàt énato che lafciaflc: liberamente vreir del» la Città, il Capo, della. Libertà, il. | Dolfino^letto ^ià Dóge,, ^gò la grazia richieila. Laonde. Giouan- n ì , bcnchài^irolQ follcvn^cfcrci»- tobafteuolc airimprera,coadugen-* > tpcaaaUit fecola ftradà per mez- zo^eitefièpLcdelJe feine dcJleaftc,. delieipadie^>.e «cime iel icemente:>. à;pre^^;i|>^eqe«ia LinfcgncLdeL ’ ^^cl fao. valore:!: ap^^ g^^^andcH.mara Italia, , e Ipaaewtp, al Camponemico >.cjte: abteadcmà< Par3^dió>dabjcaadov deli^ di.6ibuaaiùJiberaàffatco^>!lè d ' da^ V na. corona, d^arm^^à era^ilato^ cosirpauenteiiole ;,&3U^^eiitan* do. dalla? libertà: dell^Eroc: poterli bene Ifeigpfire w^ <»%ig?fre^.c legare; la-IJb^à di  t . .riogit OuiroU \ett, Veneziana . GJoriauafi Ludouico di ftrignerc fortemente in Treuigife naia Cittì di Venezia , il Capo almeno di Ve- neziane della Repubblica . Aggiu- gnerà alle mie glorie > dicea j ch^ dichiara tali Venezia imponente di vincer Ludouico vktonoCo colla»» violenza delle arme> ha ricor fa alia forza delle prieghierc per elpu« gnarlo n,e che tìon efsendo fu fficicn- te la mano n abbia rocco adoperata la lingua ► Infuperbirà la^nua^V^^ gheria veggendo vn ià quaieirvanta d’auerc jiifuabalia le furie dell'Adriatico • Dubiterò^ for- fè che la Fortuna non roi dia per foggettala Nobiitàdella Repub- blica Se mi hi conceduto qjuafi: prefoilCapo non mi negherà la^ feruitii. delie membra .. Si flaoche- ranno le mie fchierc per la tardane za si lunga? Sopporteranno ogh’- indugioauualorate dalla fperanza diaucc nelle manichi hànel pug/io lo Statole limperiov Le mura ^.ed i petti degli afsed iati rcndonocinef* pugnabile la. Città di Trcnigi ? li ÙLz- • by Google llnUoé^Olrol ) lapcr, Giouanni efler chiiifo , apri-- 1 rà k porte a' rQielcombattenti.Fre- meua di nobile /degno il Dolfino, c fra feragionaua , Odo ftà lo ftre- pito delle trombe gl*Ìnuki gloriofi: ai Trono Ducale fattimi dalla Pa- tria . Sento Ja Madre della Liberti che brama di veder Giouanni fuo- h^liuolo fuor degli argini di Tr cui-* gl , c delle mura di ferro -fabbricate dalle fchicre di ;Ludouico>i E per- chè non volo frale braccia di Vc^ nesia Dunque la paura può rea* dcrc alati gli vomini jiiè Ì*Amore4 me darà le fue penne? Diranno h Nemici e/àere.ftato più potente ili timorcperritrarmi>chc pcr.atlrar- mi l'Amore ?■ Ciò detto ^ fece apri* revna porta ^ che parne quella. di' Giano ) donde vici Giouaniil con^. quel furore , col quale fiiolc vfeire . vn fulmine del reno delle nuuole-»*. Penetrò frà le fchicre; dilHpò gli ar-- mat/i> volò frà mille morti, che sbii* gottite dal volto di Giomanni • e dal ferro amenduc fulmmanu > non eb- bero ardimento di lanciar le arme,^ . ^ di. / >1 "OueìùU^jstuFenexiann, jop 'di ferire il Dolano ,'à cui lì fece poi phafain Venezia cornea Doge, c tome à Trionfatore . Nè minore animo dimoftrò il Prouircditore, e rAchiiJe della-,. Città di Cattato Gio: Matteo Bem» bo capace ben sì della morte, ma non già del timore di eifa . Infuper- b ito Barbarofla perla preia di Ca- Belnuouo inaiò lettere piene d'al- terezza, e di minacce , dalle quali ancor Cerna CotuoCcvizione rauuilàc, di poteua il nome del Barbaro , In- timaiia con efle*, che il Beiiibo gli fpalancaffe le porte fe non volea.» •veder mille aperture fatte cnellc-f mura dalle bombarde , e mille vie aperte dai ferro nel Aio petto, ed in quello de* Cittadini per le quali entraflero mille moni , di Prou- ’ueditorc coraggiofamcntc rifpa- fe , che i Leoni creCciuti nella Tra^ eia non^ eran più forti de* nutriti ® Ipezialmenie nella^ Città di Venezia : de' quali aureb- be toAo Tentiti i ruggiti , e prouaci Bìi artigli,;,aonde il vile, e^odardo. Oigitized by Google 3to II F elio £ Ora, Barbaro ffaperdè tutto l'animo , c'l cuore allVdir della rifpofta genero-’ fa, cairapparirehc fece il Bem- bo «il le mura di Cattato co' fuoi foldati , che videro bensì Jc fpalle3 del Barbaro fuggiduo ^ mà non la^' faccia , vergognandoli di moBrarc il pallore agli occhi del Bembo > e della Città spettatrice della magna- nimità del Prouueditore , e della_j viltà, del Barbaroffa. • lo efporrò: per raez^o della Collocuzióne lo, idegno fcopcrto nel volto del Bem- . boneiraprirche fece le lettere del Capitan Turchefeo baldanzofo nc’ 4ctti,ne’fatti viliflimo , *;i J>unquesi poco pregia il valor de^ Bembo il Barbaroffa ., che pen» fa, veder difehiufe tutte le porte-» della Città nell'aprimento d'vna-*.. lettera^ eche nel terminar di leg-. gerevn foglio debbafi finir l'afse* dio , jc J'imprefa incominciata-^ ? che la bianchezza delia carta dair- inchioBro annerita debba mutar di colore il mio vifo , e tignerlo di pallidezza ? A ppreflati pure ò Bar- . , baro Digitized by Google 'Cuerol4Ì{ett.Vem^na , baro coJlc tue fchiere aJia Città,” che potrai ieggcre ne' volti nottri riflotia cfel male yche Ci è vficino , e Scorgere il cahdor della" mia fe‘cle->. La caduta di Caftclnuouo hà follc- uata la tua fuperbia à temerarie-» fperan^e ? vedrai totto colle morti, le quali voleranno dalle noftre ma- ni nel tuo Campo, fpennatd le ale della Speran;2a troppo credala , e dell'Alterigia preAinfuorajcdarro- gantc- . Sù Cittadini, c Soldati> compariam nelle mura fagliami ìic* Baluardi . Caderanno agli Ot- ■tqmanni le'armi > e gli animi ^ ^ ipa- -rirà:il Campo nemico , Tutto fii vero. Al. primo apparir dc*Lioni Vinùiani guidati dal Bembo: à i primituoni, e fulmini delle Bora*- barde della Città, sidileguò Bar- barolsa , che feppe tonare > e fulmi- nar centra Cattare , e contra'l Betnbo , mà colle lettere , colie-» quali ndlà Fortezza entrò fola- mente il nome dell* Otcomanno Scrittore ^ludacifllmo ,• c. vìlilSmo Capitano ,  :ll;Vt\h (fOr»ri . I ìDtlULicerv^a , L a Licenza non è altro che vna confidanza d'animo , ed vnsui iicurtà di poter liberamente tacere, ò, parlar di che che fia > e manifefia-- re i noftri fentimenti , egrinterni ^concetti dell'animo . Sogliono pe- rò gli Oratori, acciocché la licenza non fia troppo libera, e quali licen- .zio/a,, moderarla talora ,.c render- la modefta.Se in vn pubblico ragio- namento fatto. alla prefenza dcll- inclito Senato di Venezia volefse^ l'Oratore commendar di quella-^ ii'iacfiora,ereaJe Adunanza lama- uiiirà,lafauiezza,la prudenza ,la defirczza , Ia.ragacità,rautoreuq- is fembianza, la nobiltà , la capaci- tà delle menti che racchiudono i negozij d’vn Mondo troppo picco- - lo ^ Digitized by Googl Ouerotal{ett.yenè(janal jTj lo alia grandezza degl* Intelletti vivrebbe taJi, ò limili forme i - Sòchei’eminenza delle virtù ri-'^ chiederebbe -non mè per^ elTe>pi fentito che fono vn baffo Dicitore àparagon dell'altezzadi quelle^, mà vn’Oratore il quale parcggiaffe la loro Aiblimità : nondimeno la prontezza grande d'afcoJtar chi. che (la m'affida di ragionar franca- mente. Sono sì grandi le virtù di quell* Hccellb Senato , che non temendo d’efsere impiccolite, liberamente-^ permettono di lodarle, alla baffez' z^ di qualunque Oratore , / Non mi ritengo di celebrar Je_j ^irtu^benchc luhlimi; perchè que- flemafficurano d'innalzare il mio Itile co' loro aggrandimenti . Taluolta con libertà maggiordi quella che li concede a'Pittori dalla mutola poe/ia , e dalia pittura lo- quace a Poeti , dicono gli Oratori quanto loro aggrada, nè tempera- no la licenza con giro artificiofo di parole, perchè vogliono lenza mi- P ftura Digitized by Coogle J14 instilo f Croi ftura di modeftia la libertà tutta li- bera. lo metto in pratica > edòT* «femplo di quella feconda maniera > mentre termino quello fecondo Li- bro lenza leggiadria di formerete ! loriche y sì perchè dalla figara m i è permcllà quella libertà non -miT- ’ •chiata, nè alterata ^ si perchè farò piu gradito dalla Città di V enezia> che non. altcrazion di li. beri^ pcllum mutabilità del fuoCìe^ L i- t DIgitizedb i-o.'ik J*5 Tropi. On cfsendo t:a rnaDonna priuata, efenza grado didigni* ti , mi vna Reina pò* tentillinia» tiene ancor nelle fuc guardarofcc pompofe^ grandìllima quantità d*abiti sfog- giacijche hanno pih colori deJilri- de f à cui non iTdegna *J Sole idea della beikzza di fregiare, e di Jiitar rammanto, in tal maniera ; che fe*J Sole è ammirabile, l’Iride fi è Piglh uola,anzi IVIadrc delia marauiglia. fiche fia il vero.: oltre agii orna*, menci delle figure delle fentenze . ^ ^ pi le Digiti- r.i by Googl \ 11 Fello d' Orò ^ le quali concorrono aJl'abbelIimen*^ to^deireloqucnza, vi fono i ftegiiÌ4* tropi » e delle figure delle parole^ V che le variano iti tante guifei vefìi* menti reali, che folamente cono- fcefi effer de^a perchè -fempre chi la rimira raffembra vn’alcra ;c fempre èrauuirara,perclTerc inua- riabile nelle fuc mutabilità , e noui- tà . Tratterò prima de Tropi, e poi delle figure delle parole fuccinta- mente, equafi alla laconica , rnà con vna breuità , la quale a’dcìldc- rofi del Vello d’oro accorci lafira^ da, non allunghi la fatica , ed il cammino à chi viaggia. Il Tropo"/ècondo i Macfiri della eloquenza è vna mutazion dei fi- gnificato proprio del vocabolo in altra (ìgnilicazion mén propria,per ragioii delia lìmiglianza che ritro- uaiì fra gli oggetti. Verbigrazia. Se io dirò dell’ Adriatico quando coll’altezza dcll'onde vuol mofìra- rea Venezia, ed alla Terra le fuc montagne d'acqua ; Il Marc è fdc- gnato : farò vn tropo ; perchè Io by t . j _ OueroUl(eff.rené^itna\ jiy i^legnò prójxrietà deli’voino fi adafr ta ^,e.fi actritmi/ce aJ Mare ^come-fe vn’eicmeoto mfcnfato ,foflel vno fhiifiiratx).Gigf^nte pieno di sdegno*. £ con Tagioaii pu» dir del :Marej» guado tempera rdl Mare ccruccio- fo. percjiè;fi corae l’ira fcommuoue tutto l'vomo y cofi ’J Marc allor ch*è imperiierfafOk, mteo fi Ribatte Se io dirò quando J’arnpiczza della piazza di S, Marco è rimena di gen- te :laPiazzà'ondeggia:farà tropo> perchè l’ondeggiamento che è pro- prió.dell’aeque applicafi alla quatì^ citàddPopolouchc vrta > ediacal* za ,ia quella gutTa che vn’onda Cpi^ gne iPàitra» verfo *i l ito delPAdriat h* co:>doueiìfcangon[o> ea*abbalfané ui regno di riuerenza , la quale por^ tsano alla loro Reina Venezia < diffinizion data dei tropo comp'rcn** de tutti’ iTropi;,che fono vndick la Metafora , laSineddoche, la Me- tonimia., PAntonoàiafia,i’Oncrma** topeia ,^Ja Catàcccfi , la Metaielfi?, i*Allégorià ,.‘iaPcriifrafii, Tlpèrba^ to>. ci’Lperbole i- delia quale, fono ^ O ^ amicif? e amiciilimi i milianutori ^ ed i (u^ perbi > che noa &^auuegg,ona di I ce- mar le grandezze iora quando col- l'iperbole I^efaltano ;,e di compari- re vomiaidi mezzana Aaturaj^anzi Pigmei quando voglbno foprau* uanzar le montagne ediGiganci*.  IK HtlLtMiiapréi • *f ** La Metafora è vna traslazione di vn. vocabolo prefa da va^ luogo di cui. eraproprio,.etrasfe* rito in altro, luogo » Dicefi Traf- lazione 9 perchè par che s'imidno I Giardinieri^ ed i Coltiuatoci^ dCj' campi >chefouentecauanole pian* te da vna terra>ele trafportanoin altea terreno j^come fé la Tèrra in. vn luogo foiiè Matrigna > e altro- ue vna vera Madre •. Sarebbe me* tafora il dir delle. Galeazze porta* te da]lealede^remi>,e delle vele: Le Galeazze volano i perchèil vo-< ‘ la "  Omoh^jtn.yai^atia . to conucniente agli vccelli (ì ap^ propriccebbc a* qpe‘ legni ftcrmi- nati , quali vn fola vai quanta vna grande Armata ^ Di moke->^ metafore è ilata inuentrice là Ne« ccllitàtpiu ingegnofa nel rinueni- re quando è più mendica > e à cui l'ofcura della pouertà dà lume per trouar le ricchezze y onde gli Ora- tori di^era,gelfaf»a^f, deli'vuc jh C: de rampolli quando mettono la^ ^pamsi /òpulliilano ; e ckianuro- na y r il vigor fouerchia delle piante „ perchè aueana fcar- lizza , e careftiadi vocaboli per el^ primcrc quel puìiulamcnto,e quel- la foprabbondanza^ Nè farebboni venute alla luce quelle gemme « e^ quelle pompe difauellare y fela^ NecelKtà non fófk fiata priua di ricchezze^ edifiegL SimSmente> ^e’^modi nel linguaggio ItaHanor V orna rotto > di chi facilmente fi rompe ^epr^rompc ncltiraivomo afieoatadi chi.£enza redini corre> p^ipitolàmcntc perla firada del vizia£Vomo> ruuido j. & afpro di Q 4- chi Digitized by Google jiO llFeltoétOvo j chi non èripulito, e lifciato dallfe mani della Virtù; poeik tenebrore di que’ componimenti poetici /che difficilmente s*intendono , e che ri- chieggono non Joribla lucerna di Cleante, mà ’l Sole ffeflb per farli chiari ; orazioni chiare di quelle> che fenza molta ^tica fi capifeo^- no , e fono rimili alla cima deirO limpo hoa ingombrato da nuuolc e mille altre fogge^i parlare meta*- fotico fcaturirono per cagion delia Neceflìtà , che volca ben efprimc-7 re i concetti della mente , e gli og?/ getti. La maggior^ parte però del* le, metafore adoperafi non perne-f cclfitii màper cagion di apportar diletto alla mente , la quale colla traslazione acquifia in vn tempo fieffbr più* notizie d'oggctti diuerfi,. e. vola coirinteadimento a Catego-;Ì^ rie molto lontane, e difsimili,^ Vcr- bigrazia . Il dir di. Venezia; eflcr là. pupilla, più dilicata nclgrancorpo dell'Europa , lo Specchio, delfita- lia non mai appannato- dalle mac« chic della. fuperlUzione ,:rEclitt^ ca " Digitized by Googli \ Okero Vtrtej^am , ^rr ' ^-ncJla quale ilà/emprc immobile' iiJ Sol 4di a ^gloria ,,la.Fenice non in^ ieericriita fra tante fiamme di guer-- a?e ^ Vii Par-adiTo terrdlre doue non f€Ati*o rii Serpente deJJ’IdoJauia, fo» no traslazioni fatte non dalia ne* ficfsitàsj mà dal' piacere ;;poiehè non fD^ocano; forme ,,nè vocaboli pro^ prij da ipi^aro. Venezia non eiTe-» re fiata mai occupata dalla falfa ro ligione,,nè vinta da* Barbari nè mai eflerviuuta fenza gloria , per- chè non fù mar inferrala - dall a_j fchiauitudine , nè fatta Imida dal ferrot di catené fclnuiiy La Gogion perchè rechino tanto piacer le me- tafore fi à quella dianziaccènnata:, ciocjJ farci venire .in cognizione'di eofediuerre . Imperciocché dicen* doli fempiicementerVenezia èmol^ to bolla r- r^ipprefentafi la Colava^ ghezza della Città però adope? rafi'J tropo :;Vcnezia.è.vn Paradifo terrellre.-fon portati gli Vditori,nel deliziolirsimo Giardino d’Adamo 4 raffigurarne in parte la fimiglian- ZÀ y trouandofi. nella Città di Vc- ^ S nczia,.  il KfltoctCfroi . nczià , e acque >,eddizie>.e /icùrez- za > e quiete >.ed allegrezza. ISecoli' trapalTaciaodaroapiù. rattemitidel noiiroSeeolaxieirenurfi delle meta* £i>re;^chegl£ vomialmodemifieno' più dati al piacere ceccato> ancor ne*' vocaboli ò che iiéno più. anaci del tempo e pih paucod di: perderlo :: mentrecQa.vnaparola vogUoapiù: cofe incontanente comprendere „ ed imparare*. : quante forti fio. UMetafora i SI può formar Ta: Metafora fecoa» do Ariflotilein quatcra manie-* re . Ih ptimaquandoiignijSchiamo' col Genere la Spezie, A cagion d*e- fempio.. Se io dirò : Il ferraVini- ziana hitradtUi più. volte la: gola. dclPOttomannoiqucJla parola,fer- ro 7 è nome generico fìgnificante-»* Tafte ,.e le fpade ^ le qualiibno la Spezie.. Similmente con qudlò no- mc,mortalc, che pur’è generico in-^ 9uef^» k ^ett, remxjana - jiSf tendiamoj‘1 nome fpccifico ddi’vo'^ mo .. Seconda damence quando la^ Spczicfiponcmvccc del Genere;: cóme farebbe fe ia dkefsi.*. 1 Pini delle Galee ò, delle Galeazze, io-.> luogo di dire tglt albcrL Talora^ ciàchc comiienil ad. vna. Spezie fi attcibui&eadlaltraSpezie*. Vèrbi- grazia ::l*Incendiadei$ole reflendo Pincendiopropciamcntcdclfuoco . Finalmente fi.^ia.metafiì}ra. per via ^ pcQporzfonocomc farebbe fe^ io chiamarsi le gemme r Stelle fifle. dèlia Terra c appcllaffi le ftcllt^ fifie del firmamento Gemme* im- moblItdelCielo ó diccfsi dell’età decrepita- ,,cflcre il verna della vi- ta;.e del Verno eflcr la vecchiezza dclPanno ,. canuto per iè ncui,, lc-> qpa 1 i notano col bia neo non i g ior- ni fdici,,mà i piìi sfortunati,^ e lu- ' gubri dalla fiagibne., ^iegheréh in altra maniera pib le Spezie delle metafore jac- ciòchcfeaicunonoik fópeflc il Ge- nere > e la Spezie? nè auefse ancor Borseggiato ilportico delia Filofo- O fia,. Digitized by Google p:4' (tOrffr ^ fin, pofsa comprenderli ageuoU lìjcntc • Allor li fà la metafora^' quando fi pone che che fiaconue^ niente ad vna Sofianza animata in*, cambio d’aitra Softanza pure ani- mata . Per efempio^ L’Ottomanna latra indarno contrari Leon di Ve» nezia ' Ben fi v«de che il latrar proprio de* cani è fiato pofio per minacciare >. che conuienealie So- fianze animate ^ouero nell* adope* rar cofe inanimate per Taltre inani- mate; come II. vizio* tempefia 'L cuore degli Scelerati iqucJ, tempc— fia è pofio per altra cofa equina-'* lente >e fi piglia pel rimorfo della; cofeienza ,, detto dagli Autori, fin- derefi proprietà, del peccato ;.oue- ro ncl porre oggetti nomanimati' per gli animati ,come fe io dicefsi v li Marcelli ,i Mocenighi, i Loreda- ni fono fiati turbini ,-che'hanno. fcofso Plmpcrio de* Turchi quél- turbini, prcndefiiper- Capitani , Guerricriterribili‘ ... Vltimamente quando fi mette vna cofa animata per va altra. cofa inanimata .. Cosìi potrei^ . QumU^ttt.Vtìifs^ìma* ^zf potreidir poeticamente deiraltifli^ mo Gampanil di S- Marco donde-> mirali tutta Venezia, come già dal> là famofa Torre di -Troia fcopriàfi^ la Città, il Mare, le Naui tutto’l- Campo de’ Greci ,. Quella macchi' na fublime tiene il capo fradcHelle, che la coronano come Rema fra 1* altre fabbriche- Ih quell’èfempio ; • li, capo,paneprincipalc degliani- mati lignifica qudl’altezza propia delle fabbriche . Dee però l’Orato- re .guardarli ‘di non mettere .in viò’ certe metafore concedute folamen- • te a? Poeti ,che foggiòraando nellv altura di Pindo , c del Parnafo j dn lettanli ancora della fuòliraicà delle' metafore,* il Velia Sineddoche . , , , j . ' 1' A Sineddoche feruefi della -par- > L# te per lignificare il tutto, e4ci- tutto per dinotarla parte . Perciò* pone la poppa, e la proda parti del' * a. naue per tutto il -legno :• il tetta» Digitized by Google 3i6 iireUofO^l ! per tutta la cafa :.il fonte >^4£umè chcLfono il tutto, per vna quantità: «kteanmata d'acqua . Vfa ligcne- re per la rpezie^^chiamandafempli- cernente; animale queUb^ cke fari < Leone^ouec Orfoj^vccellava'AquK la*. CosVfece Virgilio:: . — Trétdmq^ ex tmQtilms des: • Trdedi fitmio 9. intendendo l'Aquila la fpezie pel! genere càJamanda chi à.omkida^. coi nome parrkida>.che vale-» », V ccifot dcIPadre.. Pone larmateria: per racofa'fatta Ecoskdir^lferf^ io> ilpino xl*àbeteperiafpada per la. naue *. Intende per l'vnicà la^ xnoJutu^ne rxome IL Venezianoi hl/crltucollafua fpada ifuoi trio-- £>.e col/aAguedegPIniedeli ;>cioè. li Capitani > ed iSoldatldellaR'epub* biicav MollVa con gli antecedenti I confcgueotl eoa dire.. GJài*òmr bre: fi fata maggiori : per hgnihcar la-natte ràeuxcpapailldi/ gig^to prccorroni’Qmbre mclTaggicre ,, c: figlinole: d’vnai madire tenebro fa*., Olà il! viuo; lume delie, ilelk s^am? mor- DIgiiized by Google GmùUt^ett,frene^}mil jir nìortiTce> pec dichiarar la profliini* tidel giorno 9 che Qoa ha. bi/bgnO' delia luce di quelle Adopera final- mente i coo&gpcnd per c^rimer gli antecedenti .. Per efempio dirà. L’Armata. Veneziana; ritornad a..* Dardanelli aggrauandone^itorno pihl’Addatico 2 chenell’àhdata.^ : per ifpiegare^ che è. terminata la. battagliale checitorna.pecla^uà- tità. della: predacoa lenta nauiga- zione :noa ballando: nè la iorzsu» deli^àcque nèla violenza de'remi^ uè la g^liardiadel vento àfpigner: liaui^e Gìaleesicarlche». C A F O V* DdlAWetùmma,^ La Metonimia pone la cagion:^. per l’effetto ^l’inuentore l’- Autore per le cole trouate^ e fia tee . Ditallortelbaque* modi di fauel> lare . Cerere biondeggianellecam- pagne: cioè le biàde>4i cuifècondo lefimole&cUa rinneasrice . Sillà Digitized by Google in forfè à eh i defeha Marte aggiiscB^ .car la licci cioè fi^dul>iia,qa.aijdegli' efer.citi farà . vittoriofoiieto guevr ra , la /quaJe'fi aferiue à Nfefce;; Hò ^ letto Piatone ,xd Ariftotjle , .pcr li- gnificare i volumi' di que* due Soli^ che illuminarono nel tempo Acfso* la Grecia . iPone l’cffcttoper latcar gionc Quindi nacqu ero quelle:^ formefigurate:.*. Si èitfouato il fur^ to, cioè il Ladro :ia-Morte pallida^, la Pouertà miferabiie ^ il Furor cie- co, la Vecchiezza curua : perchè la V ecchiaia incur.ua glii vominià cif mirar la comba^iii^urorcibenda» ed acdecagrinteJiettipiù occhiuti Pouertàr/ende' miferi gli vomini 9 e gli fcriue nei ruolo deirinfelicità j; la Morte fi impallidirci voltico- loriti da JPo Aro più viuace . Pone-», quei che contiene pd comenuto. In quello, fenfot dicia mo : ; V euez ia , fii fempre libera> volendo additare i Vinizìaai : contenuti^ daiia= Città * mà non maida? legami della. ferui- ..tìi,efugge2Ìonead alcun Principe. MettcJli^oileAQre.per la^cofa; pofj Digitized by Google Onero la ^ent^ana ] '^tp feduta , il Capitan per l'efercito Cosi Virgilio yc^ciido iig^'ficare, che J'aSitazion d’Vcalegonte arde-* ua , ed ^a. occupata da* V uJcano , difle : Arde VcaJcgonte .  iam^proxmns'afdH ytaUgon^ ' r- ^ ^ Annibaie à Canne y al Trafimeno - Alenò il corpo della Repubblica^ ' Ròmanaj cioè i foldati d'Anniba- le . Altresì moAra col legno gli og- getti da quello rappreleata ti . Re porpore roiTeggianti non lo fpa- uentarono ^ nè Io colorarono di pallore; cioè i Rè, ed i Monarchi vcAiti di porpora non Rattcrriro- no « 1 Leoni alati volano per i’A* / driatico; cioè i Veneziani , Ghc^= hanno per Infegna vn pennuto* Leone , il quale ò arriua gli Otto- inanni ^ ò gli sforza à fuggire fa^ cendo per la paura nafeer Lro Io penne* r - - ,C Digitized by Googlf cAfo vr. f » i T ’Anioiijbmafid fi»l^ec€r^ip0^ X4 ii nodiè proprioiaciopera^aK che altra èora equiuaknte i quello*. Per elèmp]o> diri; la Reioa.deJ]*A* dr iatf co> il Ri delle fiere, la PrJad- peAa dc*^^jfiQrrkil Frihcipedcìnetal-- hj, il Fiumedclla RomanacIoqucn-> Ita'^.UXoaentct notk malmancante. delia grcc^ fiicondia^». inrendienda» Venezia, il leeone >,la Rp/a,.l*Qro > €iceiConr»e IJemDltene ^ Auuertal^, pe^>.chc^pecfar PAntonomafia^. noafipoiròao fiiftitnrre altri voca« boli inluogp dei propria nome , non. quandale vocifiirrogatc con-^ neogona alIeSofiaDzei^.daliOrato-. rerÒL.dal ^eta nomihate,per cagio ; delle circo(ìanze',edegliaggmnti . Per^ non: difeoltarmi dali^Antono* mafia di Veneziadetta Reiiia deli- Adriatico , edaiLeofle>pnorato col titolo diRèdelR fiere l benebèrfie^ “ ao!* Digiiizod by Google no altre Citti fondale sii Tacque^ deirAdrmtico t tuHauja. perchè quelle Cittàcedono i Venezia >.che hàlo fcettradellflniperio » & ecce- de tutte dìgr^dezza» dinobiltà>di ~~ ricchezze > di frequenza di popolo^ à ragione merita li maeftoianome Reina : Benché il Leone iia peraco di corporatura ,,e di fmifu*» ratezzadi membra da gli Elefanti: di velocità , c di/poftezza dalle Ti- gri; di lunghezza di denti da' Cin- ghiali; con tutto ciò perché dalla Natura n è adunato ael Leone ciò. che difpensò , e comparti fra gli al- tri animali ^ dandogli grolTczza^a. proporzionata» ed agilità» e fortcz^ za > eocchi viuaci j^e crinidorati, e altre doti ; non per grazia mà per merito, hi il nome reale , c l'Impe- rio foprale Fiere,, le quali inchina- m Leone nato Rè^ non elettOo. O A.-  ' ^ty -i ' : t' » r*< 5 i '.y-'H: •„;.; " -e Af^^o YW u r *• ' • » l '*4 Vfc • ^ ^ ^ » li *, ‘ ^ i. - " * . .. 4^0WiQnpmaHffm* . .: \ y‘^^ ■ I .i .^‘:pis:- o\, Xa OflQOiatopeia inipoite il tìomr cfprciliuadegJi oggeWÌfigni£- cafijjc cà€ hà firaiglianza colle cofò «lanifera te . Quindinacquero, cer^ ti v.ocabplf , clic hanno TiiA"jaJ.YÌrr tildi fare intendef e gH oggetti aur- che ag|;igpQrantijkedi.po5i auai^ tiagli;ocehicoIièmplice fuono,di?^ uenuto /onoro Maeftro dcgPindotr* ti ^.e di chi fbflc ailcuato fra le folì^ tudini >c4 i iUenzii- deik frlue > nir aucir« ydita Ja viua„VQ€e ,ncJleu» fcuQle delie CitÉa„ , A eagion 4*e^ frmpio ; il tarihtaearitrQuato4a-^ ÉnoiojtiiQtihca fubito il (non della tromba > c della neJiajnentc le fpA- zie.di qnelio /lrùto.éQto militaroy > chefueglia gli fpiritide'foldati ne- ghittofi , & addormentati . ^dlc V od ronzare , Jatrare, an itr ire, v r ^ Jarc^muggire, ruggirete fimigliam ti mani^aao facilmente il ruott,, ddi’‘ Digilized by Google Duèrolal^t.yent^mnà] . ^irApi, dél Cane, del CaTjaJlo,’ del Liapo>dcJjBue,e delL«bnc,ii quale Tc sbigotÉiTce Vluò nelle 'feJaétro* rug- gitile colla raacftà gl i * dtiimaUì eÌÈ? già to negli ìftendardi V cnezianireCa fpauefitò'a* Nem ici della’' fede Cat- to! ica. A ppartegònoàquèlk) luogo inomitrouati da'colòfo , che van- rio fantàfticando , e vagando còlla imiiag inazione:^ c grimpongóriò alle ’pcrfonéèpvere , ò iinte'che fie« no» facendólefimiif à B’acco'chéebi be più nomi , H come auea auute-»’ più- Madri, - WS., u C:APO Ym. ' > De//a Catacrcfi^ i' ; La Catacresi ancor ella Yfa co*^ me la metafora i vocaboli prò- pri j dvn’oggectoi egli applica ad vn’akrò j mà condono molto diffi- mili fra loro, nè molto difFerifco- no nel lignificato ; Nei chc^per mio auuilb k'Catacreli è difiTercnziata dalla ntewfora, la quale poncle-» / Digilized by Google Vrello^Of^i voci alquanto piu diuerfc » che non ta la Catacreiì. Sarebbe Catacre li fé io diceffi delle migliala degli Ar- tefici > che lauorano iiell*inefiinia» bile Àrfenal di Venezia, iiquale per l’ampiezza del circuito , e per quantità degli Operai , fi può chia- mare vii’altra Città di Artefici po- lla nella Città di Venezia: farebbe dico Catacrefi fe io diceffi . 1 La- uoranti edificano le Galeazze Cit- tà di legno ,che tuonano , c fulmi- nano da ogni banda ancor quando j1 Cielo è fereno, c pacifico: perchè adoperoquella parola , edificano » che dicefi propiamcntc degli edifi- ci; dell e muraglie. Virgilio pari- mente dille: j il fior moniis tquum diurna TaUadis arte parlando del Cauallo di legno ,che eli notte partorì , e mandò in luce i Caualicri della Grecia , i quali tol- lero colie fiamme lo fpleado^ Aiia,Troia,e priuaronoi Cittadini Troiani dèlia pira benché ardeise- roneilmccndio della Patria, CA* Ok r* CAPO IX. ì)eU4 Tii€talt$ • I Poeti principalmente vaglìonfi della Mctalcfli, dalla tonale fi pone qualche parola, al cui vero fi» gnificato fi giugne dopo varie opc» fazioni dcll*Intellctlo > che da vna notizia pafla in vn’aJtra difeorren» do , e mentalmente viaggiando . E pare che la Metalclli voglia in ciò imitare! Poeti , che ne* compóni- menti eh iamaii Epici l^nao più gi- rauolte d’Vlifsc > ed*£nea, prima^ che arriuinoai termine dclPazioa principale. Prendiamo Peìempio da Virgilio , ìlquale volendo figni» ficar: dopo molt*anni: dille . Tt^aliquot fni4 rrgnz vi4ens tmratof aitasi doue dalle refie , che ibn quelle fot- tiliilime fila ìÌìqìJì alle ietole>appic« catc alla prima fpoglia del granel- lo , trafeorre alle fpighe , da quelle ai gambo, daliiifto alla Itatele dal» Digitized by Google liyell^d'Orèl : la Itate agli anni . Équefto diicor- riinento della niente diuer/ifica il prefente tropo dàlia Catacrefi ^ e dalla metafora. Parimente , fé di- rafsi: la Guerra di Candia hà mira- te cadute al Aiolo molte friitta; fi farà lo fieflb cammino dall’intellet- to j e dalla maturità paflerà alPa* cerbezza de* pomi, dall’acerbità al iiorir de gli alberi , e da queftol all - /\Ìitunno,e poiaglianni fpefi ge- nerofamente dalla cofianza delbin- uindbile Repubblica Veneziana.^ nello sborfar tanto fangue nobile^ de* fuoi foldati , e nel trarne molto più da* Turchi per riauereil domi- nip, libero di tutCil Regno di Can- dìa Ve riporre i Leoni neiialtre,^ Città , e Terre di quella grand’lfo- la occupata ingiuftanienteda* Cani delia Tracia . CA- Digitized by GoogU GueroU ^ett, Vcne^ana \ y CAPO X. ^ * V * , * . . DelbMlegom» . 4. ALtro dimpftrafi dan*AJlegoria colie parole , altro col fen/b, c col /ignificato diquclle ; onde le ■parole non Ì1 prendono letteral- mente ?. e fupertficialmente Tuonano ; tPer quella cagione l'Al- legoria pare imitatrice/e bene non interamente dcirantico , c miilerio- To Egitto , il quale con que'ieroglT lìci , e con que* corpi figurati di fer- penti ^e di coccodrilli volca figni- . ficare altri 9oncetw% e Tcgreti i '^ fa- cendo , che 1* orrore , e la bruttezza ‘delle Pierete de'raoftri fofiero inae- dlrid'inTègnainenti bellifiim.i,c pel' Icgrini. Efeinpió del parlare alle- gorico Tono que’duc verfi di Virgi- ,lio > il quale per dimoftrare elìcr ■giunto al fine del fecondo libro del- ;la Gcorgfca,e- della I materia trat- - tata^^xd cfler già fianco di ragiona- ..rc^reriiilTi deirallcgoria d'vn eoe- P eh io Digitized by Google I 5^8 • il Vello d'Oro ^ chio tirato da cauaJJi per lungo tratto d'vna immenfa pAnura > che aurebbeftancate Jc Cauaìi'ejFauoJo- fé nateda* VetìCfprcffoalTago piti ratte de* Genitori, e degrinfacica' bili deftrieri del Sole . Allegoria^ più lunga , e continuata è quella-. d’Ora 210 in tutta quèìi’ode 14, dei primo iibro , il cui principio ii ò : 0 nauis^rtferent 'in'Man tenoui i : ftuChis.'ò^uid^agti! fortitir ocatpa Tùrtim ' ; i : :' fignfficandofi alicgoncamente col- la naue Setto Pomprco , col marcia guerra &c. * ■ ^ ì ... ^queiraitradel^oetaTofcano. * TaffaUnnmmiOf^iUf^i d'oblio Daronne vn'altroefcmpio ^ c col velarne deirallegòria nafeonderò le glorie di Venezia , mà in tal mo- do , che trafparifcaco come quell’a- pe, la quaTcbbe vn fepolcrod’am- bra'jper ricompenfa del inele ambra dolciflfiuii larganicnte donata', 'Al Leon di Venezia non furonorinai fuelte le penne , nè furon poili . le- gami icioè Venezia fu ben cinta_j dal- jii. c.,ji Googic 0' "OueroU Veneziana , < 3alracquc dell’Adriatico per farM più libera j-mà non già dalle itatene de* N etnici, in quello tropo peccai - quando , -verbigraiia , ^com inciali ColMlegoria dVna cofa dell'acv -qua &c. c li^nifce col fuoco, il qua* le colle fuc^am me, mollra il poco lume, e la pocajiotÌ2:ia dicchi di- feorre, Edèdiiaitfopregio l'alle- goria , che alcuni portano ifermif- iiina opinione , i Poemi , ed i parti • chiarilsirai del cieco Omero, e degli altri Poeti effere^inuòlti fra le nu- uqle delPallcgoriaj come fé la Sa* pienza terrena fofleromigliante al- la Diu ina , che pòfuitJenebras lattl^u^ ' • ^cggsfi^pra 'CIÒ i’eru- ditifsimo , e dottifsimo Mazzoni nella diuina difefa .della diuina_, ^Commedia 'diT)ante doue trattali ' dell* Allegoria^ c nel capo trentefi- mo delPArte ideilo llile, l’Emfncn- .tiisimo Card; Sforza PalJauicino 'della Compagnia di Giesù gran Fi- lo/qfo. Teologo, ed lilorico,e gran- de in tutto ciò doue impiega facu- Jtezza della penna ,c dcJJ’intclJctto Pi >c.ni- Digitized by Googltr J4& d^OrB ] , '^minentirsirao , c vicmo'à Pallate > cioè alla . Sapienza > come fuona il nome deirEroe porporato , che^ sforata 9 . e vince colla gagliardia del- le ragioni quanto gli aggrada « La lunghezza diflfereiizia rÀllcgoria dalla metafora > la quale è più bre- uc . ColJ*aIlegcxria'' quando è più ofeuraii formano gli enigmi . E di tal materia dilcorrerò nella Poeti- ca, che già preinedito de comporrei /e vedrò che quello Vello d’Orori- efea preziofo ,e iion vile , nè abbia bifognodel fuoco per conofcerela fchiettezza, eia realtà del metallo, Dell'Ironìa. , f L’Ironia non fòlamcnte altro de- noti col parlare, cd altro col fignificaco , mà tutto loppofto > il che non fà dall'Allegoria; SidiTcer- ne il parlare ironico , ò dal modo di fiuellare , ò dalla Peribna di cui ragionali , ò dalla natura di che che 'fia. Digilized by Google Ouerola^^f.f^ene^iànal J41' fià • E rironifl quand’è tropo è piii^ breue ; quand’è figura delle fentcn*' 2€ è più lunga; Conofeerebbefi 1*0* rator parlar per Ironia fedicèfle di Catilina , che Volea torre non pur gli a Jlori>n]à il capo alla' Città di’ Roma , e da lingua deirEloquenza ncllVccider Tullio : Catilina amò‘ come Madre la Patria che gli diè il’ latte ,elò*fè nafccre nel Peno della Romana libertà . Vfedrebbefi pari' mente efierevn’apcrta' ironia il di- re'. 11 fenato diVenezia non rimc*^ f itòcon larga mano i Capirani^che ftrinfero colla delira il ferro per di* fender la Repubblica j nè rimunerò gli altri che s?impiegarono alla-i conferuazion della Città , ouérola celebrarono co*Joro fcritti ; e eolie penne le accrebbero il volòiaccioc*- chèpib velocemente giugnclTc alla Gloria; farebbe dico vn- aperta irO* nia;. poiché appare nelle liorie efie* re Rate Tempre Compagne nondh- Punite iaEibtrtà,e laLibcralitànel- la Città d i Venezia , . Premiò iGon- zaghi , gli Elknlì ,-gli5caligeri ’ B Car?;^ Digilized by Google yellbiTOrirr C^rarcfl , i MaiatcftfT i Brandolì-.- ni , i Rangoniv l Criftofori da To-^ lentino y.gli Aatottclli SièiU^ , Giouanni de'Còoti , i Kbfli i Gol- ' ) Jconi, c milleaJtri: i Rjuelatori del— k congiure coil^aggregazionO- ailanobilt4;> àcon grofle , c pcrpcr/ tue prouiiiironi di danaro >. ò cóllW Gnor delie Statue ,;^ò- con^altre^di* moftranze ,?gloriofG nonetnetio^ ’ benificati ,.che: a* Rimuneratori . . Freroiò gli Scrittoridèlk Borie Vi- niziànc, in cui s’imparano'i'fatd ^ non-di vnPóppJo >< mà del Genere ' ymano veli JiLnotizia de*climi i de* ^ coBumr^ddk forze v-deJlc Città , c ' dèll?JUl^è^i^Q;*iiMond6 k da* ’ ycacziàtii p ili colle vittoriei che co ‘ i palli Che più ? ‘ Vn’Epigramma del Sànnazaro>nei quale fi conchiu- de Vènez ia eflereBata vn opera fo- - prumana fii* ricompenfato con># buona fommad*oro > dimofirandofi dàlia prcziofità deLmetallo Tcccel- Icnza^ del componimcnto^ ^^e dèi ' Componitore > che prouò migliori ■ dcii’àcque di Pànmlo quelle del? A- • . ' i ‘ dria- . ' Ouero liu 1{ettu ì^eneT^a . j 4 j dHàtÌGofecondeancor.d*oro . LE- ptgramma benché notiiBrao , e mi- rabile aJ pari delia nomina tilfima, c iniracolofilfiraa.-Véne2Ìa, e dcgno> cTcflcrclcrmo à lettere d’òro , nón- coll^inchioftrov ,.e:tale.: yjderatHadmcUf^enetamìiepm vndisi State f^rbc,& tato ponete tur ari ; Hunc mihtT.arpeias ^umtumuis.luppiterr ' j^rcesj. .  ù.bijeey&illà tui mpen^'Martis y aiti- StiTeiàgOi Tibrim prafèrs^, Frben^afpite * THramquey Uhm hominesdices i han& fpfuijje beoti. C XII. Delhi Terjftt^ ,. } 1-* APpcIlàfi Pèrifra/i. quando cotti lunghezza, di parole in par- t«;mctafQriehe fpiegalì ciòiche bie- uethentedir H poteua i,e s.'aggira i* ,lhtelleUo deir.Vditore ,.ò:.del Lct-* :t3ore per varie ilrade prima d’arri- •uare ai termine deli* intero fenti*?- R 4f mento. \ Digitized by Googlc j*44* yelto d'Ofo^f ‘ mento deIi*Oratore , Che però vien*' detta la ? cn fra fi , tircuitus loquendi :• prefa la metafora da* Viandanti ^chfr ò per errore,. ò per capriccio allon-: unandofl dalla (Irada maefìra più compendiofa , e diritta, prendo-^ no il cammino non folito più lun-^ go, c più torto . Hò detto, che la.* Ferifraiì richiede lunghezza di pa* rolenon proprie , raà.in parte mc-f taforiche , acciochè il verifichi la^ diffinizion del tropo > la cui diffini- zion già data è comunc alia Per i-*“ frali ; altrimenti non fi vedrebbe la mucazion delproprió fignifica to ia altra fignificazion men propria i e percpnTeguenzala Périfrafi non fi potrebbe riporre fra* tropi . A mo- ftrar che Venezia* fhfempre fccon* da d*vomini forti , c dotti,potrci dir cosi con circuito di parole . Lafe- condità di Venezia non ebbe mai fierilità di quegli vomini, i qu|iU col lume deli-ingegno fecero vA^ giorno chiarifsimo alle loro glorie, ed alla fronte vna luminofacorona: ò/coila .luce dell’arme fecero trjH • raon^  Oì\ ?f 0 U f^ttu V'eMzmha \ inontare il Sol della vicaa’loro Nò-- mici nef più i^iTpJeirffcdte meriggio.- Ditali cii'conrcfizioni feruonfi piùi diradò gli Oratorfjic^ più frcquen-» temente i Pocti^ ne* cui componi*' in éntinondirpiacoion tanto>,quan^ to nelle orazioni^enellc prede. La ragione come notò PBmineriiifli- raoPailaiiicini nell;Arte..dello.ftiie> fi-trae dalla diuerfità del fine , chei* Ora tore,e’i Poeta fi preferiuono . I Dicitori hanno iolamcnte la>mira-i di perfuadcce , perchè colla -pccfua-' fioae colpifcono,e Wneono giiVdi-* tori , e gii Auuerfari>> laonde tutto quello che ricarda’Mal. vincer, pre-? llaracntcjr fi reputa^ fé non viziedb j almeno, difutilc^j. il. che - cagionali dalla Perifrafij e dail^proJiflìtà;.mà Ifoggetto vnico de Poeti èpiù tofto i4 piacere, chc.l'inregnare ; .e perciò iLettorlnon adiranfi mà godono di vederfiallungata la firada per fcntir.più Jutrgamente il piacere rjfir dato loro.dalia>rccnadi più- oggetti ^PP^c^^ntati ailadmmaginaxione. ' Il l^ellò d*0iro',4 C APO; XI li:. Ùdl'ìfprbatov maniera, cJb£ ancora iidifdrdine ci- ' agg^àrcomrappuntovnoicom- pigiiato efercito vedato mym; tc- ' la d'vn- vaiente ,. &: ordinatiiflmo^ Dipintore , ÒV Scuramente mirato ^ in vn Campo di battaglia,» non è' fj^ceuoJe ajróccliio , . mà. dilette*^ noie : iProfacori Latini gualiano>» edcoinpongono^hórdine. delie voci pcrmaggiorc.clcganza^, facendosi cosi*] parlare pib'acconciò , e com- porto v- Pcrcagioa d*cfempip^, diiTc^ Tnliio nelf/orazìone pro^ Cluent. ^mnmdHtrtr^udtceSromtiem'-^ccHfàtù^- tis omifonemm duas^iuifamefié- partei: in vece-idi dire : in dkas futrtes^diuifam^ effe, come lichkdeua l'ordine i per-' chè elfcndo-l'òrdinc^ perturbato fii fjendè la dettatura* più ordinata:’, c* l^giadra . Per la cagion medefi-? ma. Oigilized by Google Ohm là Retti ytnt7^Am\ ma il meclefimo^fcriirc Ter mthli gf:ìatHm€rit :: efl^adò più gratoi e più ^ grazipib,che il dhc:,Tergrjtimm^ Ù» ent . . li Poeti ; talora fon coftrctt i j àtva ler fi d c ll^^Ipcr bìa tadal là necclfi- là; non. potcndò. correre,. e formar-» ITI. verfQ.fenza: loJtbrpio ^per dir cosf> e guafiamentaJèlic parole:^ . • Gùierpecàidi'flieVirgilio; :, > — — — — Septemluhie^A Tr inni : : non asnmettendò Kefametro quella- vocevnita i Septmtrmi ,. Alcune-> volte i medefimi Vaglionfi di quello trpp«> per/àr piùxljijc^tjo ,,e pai i to H.-verfo cjQ^n€.,^parc^ in quello uerfo purdi^^VirgilioneL t^zp del- Dotte quel, perì porpoflb mollifica, ÉtUotencriice il-vcilo ,.il. quale al- trimenti iarebbie duro.,.e feogJ iò.fp ». /Uroua fi quello tropo anehe, nelì*’- idiòmaiiaiianpj^pnde/arebbe, Iper- bato il: dire; il Cor,po pregiati ìli-- modi S.Marco trarportato da Alef- ^ndtia Città deiPEgitto, recò leco : E 6 vruv Digitized by Googlc I lfVellò^^CfÌ‘òi ' vfltì piena di grazicve di fàùorii'. maggior di quella dell’àcque , colle quali èinódàto rEgiwodàl Nilo; e i portò'' nella ‘Repubblica la fortima- • di gran lunga Superiore alla fortu- I) na del grand' Aleflandro fondator d’Aleflfandria . L'Iperbato fi è inij " miella parola^, feco^pofta incambio ' i di Con fe ; coftiinAandòiì^ nel lin* | guaggioTofeanodiporporrclai;,-, ; Con, .è di farne tna dizione col tor- re la , N, come fi oiferua nelle va*- ci» Meco V eTecò^'i la quale regola ò praticata in parte da’ Latini, che * dicoilo,Src«;» yTAecwm ìTtcuntì e fo*^ j miglianti . Auuercafiche la diffinn 2Ìon del tropo non fi dee rigorofa- mente prendere y acciochè pbfik:^ - conuenire ancora all*I perbato >c à ^ Ritti l 'Tropi dc'Retor fi Egualmen- , te'da'Poeti Latini', c Tofcanifi dir-»^ giungono i vocaboli , quando vo^ gliohdileggiarealtrui'iò’purctra-' fitìljarfi'; Di tal’fatta fon^ue*dù^- vcrfi efa metri fópravn Poeta chia^^ ' mato Foffa : . ' | infoca mir4yUis offai • , I Rk: ! 2^-- -, -’.ooglc Ouero U fibh condendo verjmìcere commimìt - brumi- ' doué col troncamento della parola, Cerebrùm , fi mollra lo ftordimento, ^ e*l rompimento del oaporca^ionà- toà quel Poeta dal mormorio betìr chè fóaue delle fontane di Parnafo, , dalla* cui fommità prccipicò. iaar- petta ta mente nella fofla;. ^ j-i GAP © XIV. . . . .f; nella JferboU^ . . . T j ' • *v*.' ^ .. 'IperhkOlc ingrandifee >ò impic’*^ colifce ftraordinariamente^ ^ . ond’è natada voce | iperboleggia v re i.che wiol dire , » fcerimrc , ò a mentare fuor di mifura. ^ Quefio tropo non hà luogo. nella^Città di Venezia y perchè, non fi può nè- croppo >.nèà.bafianza lodar, dagli Oratori , viche. Tempre part^anno* fcarfi, quantunque foffero più prò* dighi d i iodi « che non fù la Greciai verfo le cole proprie Si farebbon» ^le iperboli ^d’vna^d’aggrandimcr- • * # • 4 tOoi> Digitized by Googl 5jraj IlKtttòifOHrr. ] to, c l’altra di rcemamento,dicendo> ' di ducdcftrieri^veloGÌ(Iìmi ;,:Se>fofr fero accoppiati al cocchio del Sole : farebbero i giorni più* Breui del fo^- lico', e à pena fi conofe crebbe: il na- ' ^ fcercjed il tramontar.delSole i,edii due.CauailLtardifliaai j;Pofti^ nel- punto d'vncirxolanonmaiiidifco-' llerebbono col muoucrfiidal centro i della, circonferenza^ Ecco, due al- tre, iperboli.delle Galeazze Sono ^ ^ grandi Armerié. vagantii per l’A*- driatico', Sònadue. (cogli ^.doue-» < 'vrtandode Armate. Qctomannej^j., feinpre furono rotte i.e. friacafiate •>. 33aJla, Iperbole fi.- traggommoltó^ arguziedette volgarmcnteconcet- ti perocché, fono, i parti; più pre- giaci conceputi dal noftr.o InteJlet-- to , e dati alla. luce: per Jllwminar le* menti; altrui'., E quapt'è.maggior l’iperbole ,,e l’aggrandimento^tan.-- to più riefee, marauigliofo ih con- • cctto *-Mi fpicgo.coli efempio .Pa- rca; grande amplificazione: reflerc : llaco. detto dal Tallo deli e; figure^. fcoJpite* su le porte dd' palagio in-- cani- . ^ Digitized by Google (fumlàK^^niVmzma. jfJ" càiitato'i il qpaleincantaija'» equa- fàcea diuenire altre^ Sfatu.e. per Jamarauigliai Vàgheggiàtòri di q^el intaglio anlflsato ; contai dif- ferenza > : ehe gli-A"fflmiratqri fcm- brauano eifer morti;, ^ Ja dòuc gli oggetti rappreféntàti ^ viueano nel- l’intaglio iparcai.diooi gr^'efag' gerazione l’aiférmare ^ i : ; ; - ; quando -ivedcfir piì^in alto tórmon- tar refaggcrazioncr colfòjtrp. vet“ * £b ;; , ' ./ •• "^Itnanca quejìo ancor fé agjU occhi cv edili come fe. gli - occhi ; non aueller. po- tuto difeerncre il verodal- fàlfo fcn-' za il giudiciò deili orecchi ;>iche' vn • fordòj yj^gpnufii au r alFcr- matOi quelle mutole ^èdinìénfate^ figure, fentireveramenteiedilcbr^^ rerc.. E tanto balli d*aucr>dctto in-- tofnotavtropi , il eaioiumcrb fé vq- gliàBarigprolamente filòfofóre; Ai-* moefier4nenodèll’àanouerato* £* quandanelBOhonm^eia , eaéll’- Iperbato &c; non. v*abÌ3iiat ciò'ch^ dicemmou: r ichicdcxfiw dalla di “ . ' ziwi Digitized by Googli ; ‘ ■ '\ ^ UV'ellò i'Oìro\ • • zìon del T^opò ; gluftàmente Tro^ ' pi notninarnod fi potranno . Q&sì\ ancora fcnte il "Mazkoni : nel- tapa>' didqtte^mo del priitió^ libroidelia. > difefà d(‘ Dante 5 Mà ' io ha voluto t più toftòictondar gli? ancichrM^c* Ziri deilà' clòquenzà ‘9 che andar* contro^lk^rrentéde* toedcfimi ; richi^èndo - la gratitudine idei b» . Scbiàèè>ll1rfon far doro aperta guer-' ra coìcontradd ir palesemente ,mà^ tacere:: rendendo il filenzio agli» llelfi per ricompenfa dcgl’infegnar* menti dèiòea^parilare.. - . c a p o : XT. , » * %• DtUtfigmrdelUfmlei titUà e dilì^ altre ftguYer f^e €oÌl*jtgg{ugniraenta., ti ^ ^ ^ ^ l’fiùla Jllei^tizione quando fiire-^ plica^iaitèfiaiparola ». ^eo /em pio > nell’ ’impr efe generofe di Bietro^ocenigo ,colle. quali ren- derò più- figurata , ed ornata la-prc* lènte figurava - • C — - " Chi' DIgilized by Google / Ouero U 55 ^ Chi prcfc PaiTaggio Città dell'A- fìa con tal prefleizxa > che nonpar-' uc dimora d’vn Campione accam- pato >mà)Veramef^vh paifaggio d*vn Campo vittoriofo che mar- eialTé ? Chfpoiè a&cco leSmlrnev eClazomene>arricchendò i foldati di preda re fé ileflb di glorie^ehe^ ronolefpoglie , delie qualimè meo la Morte può fùeiUre ?< Chi acqui* dò Sechino > e Corico sforzati à ce'^ dercr impauriti pih~ dal rimbombo della ftma < dci> Capitano ■, che ^ da^ tuoni> e da'itilmini delle bombarde? Chi atterrò le mura di Stleucia per dar luogo alla ^Vittoria Venezìana^ ^ cheaififaneiruo cocchio trionfale ir^atròlChi Tàlicò le folfe profon- diliime della medefimaCittà^ e lé riempiè fuor di modo col^ fangue^ degli adediati vccifj > e disfatti? Chi abbafsò ^alterigia de' Barbari col prender la Città di Mira> lituata fo- -pra Paltézaa di yn Monte , (è non il Boge Pietro Moccnigo , à cui fcrùì^ di glorioio , e fterminato CololTo^ qiicll'emiaente montagna • : .... i C-À'!* ^ Il Fello . e A p xvr.. *• I . j . / j « i DeUé^Cmmeìfieneà. > ^ •, 'li ^ El4; GonpcrfiòBC quando^ .yol^- gCfé 6 xiirizzst ii pariareàjqùil* che parola /pciTc volte.' replicaULj Con-, quella figura: loderò^ breuc- mente i* ^cceJlcntirsixnoGcncral di; Dalmazia Procùratop. di S^Marco Iieonardo Pofcola, cpoi Generali f»- fimadel'Màre^tfmifattr ancora ec-- ceirentiisimi iarannQÌlmgbifsima« mente^ianziTempre rcplicatifcnzas fianciiezara dèiiaJ?ama>e lenza noia^ dcglicVditoriv, ' Bramate: di. vedére: atterrata^:. llmpictàturchefca>raentre i: Eèoài c yeaeziani: con^ voJo^, magnanimo^ gwng9no;nell!aJto dcrBàlUardi deir’ erpugbate FòrtezzeP.di. vederla me- - dica ncl'giuilafpogliamento^ delle: Città, Ottomanne refiale: lènza rie*-- chezzc> carènza mura ?: diìnirariaL». fpirante> o poftànell*efi|«mQ; fra le firagi.de! i qualif non* Digilized by Google Oìtero ìf^ène^ana , non furoa tagliati dal ferra else»<io • morti per le fpauento del valor yi- niziano ? Tutto ciò fò^operato dal Fofcolo V Perocché, la < caduta > di Ghnin ,Ài Ri^oìNadin / e di 2e- monico fortezza ^difsima > da cui era roflèntàtala SupérilizióneiSue' couari V Pólifsano i IsIaovcdJàlùre:-» Terreai^ate à ruba< meritamente per cfftcr loggettc à* Turchi Ladro- ni dcllàTcrrarC del Mare ; l*erércÌT - to- Tufphélcp^À . innumcrabilc . nel p/incipio dèli'ai^edio rnhinttiiofo pùlldintornc) àSebenico y C pofeià- diminuitodi g.ente , di forze c di credito , ' Ci diuenitto^oggetto' di^ feberno » futoiio- e^ti« nod mara* ' ttiglioii'i pec eiser eóó^ti Veagio* nati. dalAÈofcolo Gli/sav ebe^ allor credéa di poter' temere;^ quandó gii vomini fatti alati? Dèdali'aùcfser - potuto calar dal. Ciclo* denyo* alle fue murafòrtii&ime ebb ilimauanli eterne ,iin tredici giórni^ fb prefà-» dal Fofcolo; Nouegradilritolto a’ Turchi che fì*érano flati vliirpà* tori 7 e.poi diflmtto dalfen o Ve daL 4». Digilized by Google llrtUoétGr9\ • jboco del Vincitore , fò racquiila^ to, «disfatto dal fofcolo.. C A P O xYii; • >> h » ; iHUa empitomi. f AComplbfiione come Tuona il Jkji. nome^abbraccia la Repetizio«- Ac>elaCoDucrfione ^cftendo comr poìla d’ameadue. Biacemi colla-^ 9nirchianza.dj.due: figure > cioè coR la. Complefiiòne accennar ciò che fece il Generai. Benedetto PeTaro t che parue contrari * Turchi vn fii !♦ mine coeapofiq^iaiE«nco-»dinembi.^> dlturbiai^ di tcùypeiie^ di tuoni , di balenìi ài ^oco> d!orrore $ e di tut^ to ciò che trouafi di furioTo > di vio**: lento r edi^aucnteuolenegli eJe^ mentii e nell*inférnòi conae ^unto era queLdlGione'defcritto ’il bene nellfottauo dcilTneida che recala Tpauento al ipari dèi . fulmine rea*' gliato dal. Cielo * ! • ChisfUppene’Mari delIa.Grcciài c pr^oiojStretto di-Coftaqtinopo - Digilized by Google Onero la ^tttor, yene^iana, licon aHd(jppiata fortezza moJtò G'O Jee rinforzate de' Turchie fgra- uò gli Schiatti Criftiani jdal pcfo delle catene , e della Cattiuiti la-> quale opprime tutt'il.Co«?po , ed in- catenò i Barbari iti quc’ Legni ch*e- rano ila ti Carcere pcnofii«imo a'Fc» deli diCrifto, e. Reggia più toftò della Licenza , che della Turchefca Libertà ? il Pcfaro. - Chi entrato nel Golfo , e poi nel Porto della Preuc- la fra nembi. di faette , diluuij di fuochi arrificiati,grandini di piom- bo > turbini di ferro >,e di bronzo cagionati dagli archi, dalle bombe, da'mofchetti, e dalle bombarde, dis- fece parte de' Legni Ottomanni quiui cremati:: parte nediè al fuo- co , ed all'acqua ;e parte ncrimor- chiò conducendoli legati in trion- fo , cóme Rei d'aucr portata la Su- . perftizione,cioè la Pelle dell’Orien- te? il Pefero. ChiprcfcIUnco, Alcf- fia , Metelino, Carifto ,Tenedot S.bjaura , la Samotracia , la Cefa- Jonia , cd altre Fortezze, ed Ifole.* c colla fchiauitudine fciolfc i Turchi dal- Digitized by Googlc ^58 ìlyelkitOnl da Jradcmpimcnto di molti voti fa- criJcghi fatti al falfo doro Profeta .Maometto -lordo alle preghiere ,, edimpotentea difenderlidal Cam- pione :!\^cnc2Ìano:? ilPefaro. 'Chi iìnaimentecoHrinfe 3aiazeteà do* , mandar la pace, J>er.tema di .non-» perdere colla xontinuazion della..» guerra il titolo di 'Monarca., e còl titolo l’Imperio della Turchia ? il Pe/aro. I^eirvfo però di gucftafgura-*^ c d’altre Umili ii dee andar molto racienuLto,, perchè. troppo all aTco- pcrta palefano l’Arte aJJof piùbel» la > guandaraeno apparifee , e che più toedhi aTliguardanti per eliiT.vaghcggiata guandella .è pih »chiufa.: .  J>el I{addojìpìamemà, f • ; ■ • IL ‘Raddoppiamento détto da.? Lmrìi,CondupiÌ€4tiOjr2àdoppÌ3^ Ja parola; con che. s’accrefcc la va- ghez* ‘  'Ouerù la VenCT^i T 3 ■ghezxndcl parlare, c*| diictto aglì orecchi , ed aJ^Je ménci deg^i ATcol" tanti', che veggòn puJltilar dadue parole due pregiarìlfimi oggetti ,la bellezza ,& il piacere, ‘Ciò che il replica fi può porre ò vicino, òJoft- tano, ò nel mezzo , ò dopo qualche interiezione , come fi vede in quefti efempii prefi da Cicerone , , ^ ^furs nm ud iUponendam , {cd ai confirmandam maactam . T^lidti , graucs doiùtes Vfiuenti pannùbus^^ prò* pimjuis multi . ^onat miferum ìne» (con^- fumptis tnim iacrymrs tamen infixus hjt - m dolor ) bona , inejuam , Cnetj Pompeij acerbiffimavoci fubieBa praconis , Vir- gilio fece da repiicazion nel mez- zo:* ■ , Te nemus Angitm 'vUreà u Pùcim ..vndà^ la qual replica fà comparir co mej> in vno fpecchio» ed in vn criftallo ra rtific io dei Poeta . jCoI raddoppiamento farò vnj foloperfodo fopra- la prodezza di vna Naue del Capitan Tommafo JMorofini , la quale roftenne , e via*' ^ feda Digilized by Googlc il Vello £0ro] fc Ja furia di quaraaca Galee chefchej concbiudendo i Barbari, iche fc vaa Naue Viniziana trionfò d*yna intera Armata: tutte le Ga- lee , c Galeazze vnite deila SercnìA lima Repubblica aurebbono meiQ in conquaifo tutti i Legni di Serfe , di Marc*Antonio , d’Augufto , e de* .Greci andati à Troia , fe foffe fiata mai poffibilc in yn tempo ftefloR? ynion^di tanti Monarchi, ed vn_^ combattimento nel mare centra i -Veneziani . V na fola Naue , non erro , nè iperboleggio , vna fola Naue piìi ■valente , e piìi coraggiofa d’vn* Ar- mata , cpiùamnairabiJcdi quella , che portò,& ebbe il fior degli Eroi, e de’.mctalli gli Argonauti» e'I Vel- lo d’oro , fi auucnne in quaranta_> Lr.ì Ice turchcfche, & efTendo più ton- ilo i’afiaiitrice di quelle che l’aiTa? iica, e bruciandone alcune perac- cciider fuochi d’allegrezza, & altre Sommergendone per aucrc il Tea- .tro del mare aperto, e lihero,lafciò, <r.edfÌ9 , Jafeiò voÌQnta,rianient_eJ fug- Digilized by Google Onero ìaJ{€tt,P^enexjanal fi»ggirc il Telante de* legni laceri, c fracaifati^aGciocchè moftralTero i fègni dcUa loro viltà ,.c delia fcòn- fitta icideiraniraofieà ,c della Vitr. tòrta f4iclla Mane dei Morefini > c dominque giugneffero attcllaflcro , ogni Armata Qttomanna cfferc in' fcriore di forze ad ogni Nane della Repubblica; c che quaranta Galee turchcfchc pàriicro vnafola Nane porta à .fronte dcirArmata Vene-^ 2 lana . comporta lolamentc , ; dViui Legno, , De//a Traduzione,, , , ^ i, \ * ' ’J La rraduzionc /i.£ì quando tor- nafi à dir di nuouo qualche pa-f roJa , mutandole ò il numero , ò il genererò’] tempo >ò’J cafo. Darò: •l*ercmpialatino, per;cflcr poiimc-' glio intefo nell’ altr’ efempio volf gare . nihtl babet in vita iucimdius vita, is cum vinute vitant non poteft co- dere , La Traduzion confi fte inquel imi' Digitized by Google -^6% • c" mutamento di caii poncadoCi, FitMy or in vno/or in vn’altro caCo , .. Col va riamcnto’ delia Tcaduzio- nc ìpiegli'crò inftVittor’PiCini più volte GcneraJcji'iinmiatabilifà dell* animo non akeratodal timore, nel- la molfa delI’armeGenouefi, cCar- rarefì contra la Repubblica, e'la_. Città di Venezia , dalia quale fug- g irono g li A iTa i i tori con rnagg ioc preftezza di quella con cui eran ve- nuti^ onde nella venuta >”«' nell a::, partenza ebber le ale . Scorrcano i Nemici perle cam- pagnefdel Dominio V^n^ziano,, e per le Lagunedi Venezia j inà de^* Nemici, molti che pannerò alati nel giugnerc inafp^ttaràmente , noru potcrón poi ne meno lentamente^» tornare , elTendo lUto lor ironct) tutt’il corpo , non che i piedi, dal ferro del Pifani femprc ardito , 6c intrepido. j il quale non .cersò di ta- gliare k fchiere, fé non quando 'il ferro.cra già fazio di far. più ftrage: onero, i rimali eran Soldati viiiili- mi i nè degni deflere vccili dalfcr- : ro Digitized by Googl OuerolaI{Htw,yenexjana, ^6^ TÓd’vnCaualiere sì nobile. Alfic- parono gli Auucrfari; con alTcdio ftrettiffimaJa Città di Venezia., e-> le bocche de* Canali; raà lìdicboc- -che furon ertati canti ca datteri , chedagliAuncrfariJ furono rendu- té angudecol jnarire^^ ikhedel lut* lo non aueatì potuto opcrarrocn- tre vincano. Cosi fri queiie Uree* tezzc ooniparuepiù grande lai glo- ria .dei .Vincitore', c piii ampb • il trionfo dei Pifaed c biama to pere iò Padre dellàipatrfa , e dèlia’ Libertà, figliuole ancor viuenti ; in cui fono viue rimmagine , e la memoria di Vittore:^piliquaic à tutto ciò che^, prometccafi dal nome^corrj/pofel» ' collc vittcJrie^^ : r . : ,»>!.Dc//a Smaimia , - ^ SI può formar la Sinonimia iru duemaniere. L'irna ècol por- re varij Sinonimi , e-vocidiuerfcL.» matctialmente , per vfare vn ter- CL 2. mine Digitized by Googlf ' ‘UFélhitùroi mine delle fcuolc: le quali voci no- dimeno fignifich ino 1* ide/To con- cetto della mente , & efprimanò l'- oggetto medeixiìio edendo fola- mente di Tuono t cd in apparenza.^ diuerfeicomc fono appreffoi La- tini 7 Gladtus, ScEnfis , ainendiie fi- gn ideanti la fpada^ e appo'i Tolca- ni, ammazzare» 6c vccidere , efi- miglianti . E tanto à punto fuona-* il mero, e puro nome di Sinonimia; mà quella prima maniera. di Sino- nimi è viziofa c però niun dirà mai: LVccifc» el’ammazzò. L’altra maniera c, quando fi ado^ perano altri vocaboli , li quali ben- ché manifeftino Tideflo concetto , oggetto, tuttauialo rapprefea- tano colJ’imprimer varie immagi’ ni nella mente, e cpl pcnnelleggiar: lo con vàri; colori ; Imftandofi da* Retori i Dipintori» da cui talvolta - col verde, e col giallo figurali la.* ftclTacofa. Di quella feconda forre di Sinonimi feruonfi talora i Poeti, e gli Oratori , e fpczialmcnte nell* erprclUon di qualche affetto , ò nd- fin- Oumla f^enei^ana , ^6$ Pintrodurre qualche paflionato; perchè clTendo cicche le paflìoni> non guardano fe/kno lèmedeiimci ò diuerfe leformedel parlar&>«ie frali ^edersendoimpotendàraffìre-» narh^non poiTono ritenerli.dal rid^ re indirettamente rifleiro> con di* ueriìtà dfaggiunti * . Veggafi< la fce- na feconda deirAtto quarto nella Tragedia notiiiima ed incompa- rabile del Crifpo compofìa da £er^ fiardino Stefonio.Sabino: nella cui morte li può. dir con verità , che s** abbrunafle tutt*il Parnafo ,-e che le Grazie»^ e le Mufe. inficme coil_. Apollo> concorreHero à Modena^ doue morirà fargli la pompa fune* rale« Ilioaeo.ancoranel^prinioJiv bro dell* £ndda > volendo fìgni£ca« re : Se viue Enea ; Pcfprejfc con va- rie forme rapprefentantil’ifterso Qum fi fata yirum leruànty.fiyefàm ■'? awfAf. [ \ :: j v^theti^ynecndhuccruiebhiu octubat vmbàist le quali parole lUi (bflanza fanno vkcnir nella nòtizia di quello corh Q- i, cetr ^^5 . Il I cctco : Se vitie Enea iJ qual eoa- ' cetto ènocincatacoll’aria , e mani-' fella^to còirombre> ciìe fontuccje^ imoaa:gÌni differenti.;, la doue GU* Mhs > & EnfU ^y còdice ,.6c ammaz'^ I zarc , figucanacoile fieife fpe2.ie->>,. ed inunagmi la fpada lamorte , L’auer nominata la» morte , mi fi fouuenir delle:, ferite mortali^ ri- ceuute mentre difendano- Cipri ,v Bernardino Poiàni , Gib: Baveri cd Antonio Quirino , che’ fempre-» volleroefferegllvlciini nelritrarfi dalle fcaraniucce^ edà'coinbatti* menti fangu ino (1 fatti in.quell’ifola; iiion data da’ Turchi : dichiarando- fi coireiTccgli vltimi nella ritirata^, f primi nel valore;iexui ferite j le quali dierono loro lamorte ve don** de; V feì; pih:gloriàixlte fàngue^ colla Sinonimia potrebbero ’cosl com?; fncndarfl ; =. .. . . Colle porte, fùnefte- del petto fi* a{^fe l*entcà4a alla Morte le vccife i tre Achilli Vcnczianichc | chiudevano' il. pafibiallc fchiercj» Ottomanne ;,mà. dali'ifiersefurono; ov ^ f ia- V I Ouero*Ul{ett, Venei^ana^ Hitrodótti ndla Reggia dcJI^Im-^, morcalfcà . Coll’ aperture crudeli ferraronfi. gl i occhi a*SoJ i de* Ca pi-^ cani ;;mà dalle medeiìme IL ^&hiu- fc il Ciclo r dòue andarono à va- y c godere il fònte diui- nadi quella lucejdfcui*! Sole terre- no è vn!omhra . Q^elleboccheran- guinolc. recarono vn’ eterno filen- 2LÌo fra; mortali ;:mlfiiron cagione: che ancor elsi fhodarsero le voci fra le'meloudie /baui de* A1jufici ce- lefti parteadbi d^< Campo romo- regghnte ,, e- tumultuante dcila_j. Ter; a . Que* fegni mortiferi im- prelfi nel petto Reggia, -c Seggio dei Cuore ,, edella hor teziza ,,'fece- cosi.ciieàt penadaiSaldati} firauui* faflcro , elTcnda mancati ,,c: fpariti Ìcoloridelìa:Vita ; à.qucftinondh- meno luccedettero altri fregi, da_>» quali fii abbellito i Animo nel Cie- h> ;aperto,iCred?io, quando i colpi nemici allargarono.il petto, doue-» fiauaitrinchiull il Zelo, della fede: CattoIica>e l?Amor verlb la Patria ,, alterni, ed occulti^ Abitatori ,.al dii I.: . Q., 4. fuori Digitized by Google irreUdiTOrOg fuori già manifcftati col dormire*,’ elfcndo coperti , ò per dir meglio opprcfli. dairarmadure d’accia/o : col vcgghiarfoucnte fottoi*apcrto dei Cielo: col feppeliirfi viui nelle cane profondHsiine delie mine, mé« tre appareccliiauano le tombe à Maomettani : scolio . dar nelle foile dell’ acqua tfommerfi, mentre por<^ tauano' ferro , e fuoco : J*vnò per affondar nel proprio iàngne i Bar«« bari veci fi , -e Taltro per ardere , e confilmare gli ordigni , ede mac-* eh ine da guerra ; coll'cfsere inuolti' fra la peduere innalzata nel Cam- po> e fra*l fumo cagionato dalle bombarde! : coll’ internarli nelle fchiere foltifsime ::e finalmente^ coirampiezza delle piaghe fpalan- eate , le quali moftraron ranimo largo, e liberale d’vn Ternario no- bilifsimo ,che volca perla Religio- ne, e per la Patria verfar non poche gócce , mà fiumi eternamente cor« renti , fe*l corfo delle cofe terrene fempre fofse dureuolc , ed cfserpo* tersefenza termine. In Digitized by Googl OmrorlaB(jtn, ffene7;màl l. ' In quiefta lode, fono ftatì poftf< vaH|aggiunti:/;£ vari€ forme : - co^ me fono , porte funcflc , aperture crudèli e che iurono^introdotti nella Reggia dcll'immortaliti: an- darono à^vagheggiar Tctcrno Sojc &c. per lignificar con immagini di- uerfe gl*ifi«flfi Oggetti ,, cioè le fc* ri te, c la mortC'di tre Nobili Ve» neziani , .più4cgli altri degni di ta , percbc.piii.di tutti difprcgiaron la mortCi e degni dell’immortalità^ ò almeno di^morirgli Wtimi fra>gli vernini del loro Secolo j ^eTsendo ftàti gli vltimi à- ritirarli dalle auf? 2C , jc daUebattaglic:* . K -V , ùeLVoUfindeto^ .. figura in cui ritrouanfi mol- ^ te congiunzioni appellali, Po- lifindeto ;-e con quelle- particelle^ fiabbellifce mirabilmente il parla* re; dall' abbellimento del quale nar lbe‘ il. fletto nel Lettore>:ò negli “ ii; V 5 vair Digitized by Google ^Wtori. ■ EccofercTempio' prefa; dal! t<|rzo Libro ddla Gfiorgic^rdiVir-:' gjlio: ^ rrc ; - « Et fpumas^tni Icintkr^jM- y, cSr.fulpbura; Viudr ' IdMfque fices:, &^^ingues:vngmne ce^ • ras, - '.iioj-ifiyi \ Scyliami^t, hcUtlkmfque'graues: , tur- gYunuiM bitvdnsn-j.'^^' ^ i ^ Per Góngiunziònimon. falamente_j' iutcndbnfi le particelle' copulaciue,. edi vnitiue , come fono , 4C , atqftc i c2T!tielPidioina. LaJtiho' >.--e ncLiinr guaggio Tofcaoóy E-,:Et ,edi,j ma; Paltrc particellc^ancora >;ò fienò.fe|^ paratine.,, coaie ^ ® ' infèrifcano cDnclufione,come ergo y ò fieno riempierne &c. ddie^ quali le fpezie, il nn inero,.la forza,, e i'vfiìcio fi: poffon.vedetc. appreso, i Gradatici .. •La Repubblica Viniziana>^ fétn-pix' furono' accoppiati il ricof nofeimento ,.-e la: memoria de;bene- fidi riceuucL dal Cielo , .e pero; an- ch’ella degna d’eterna ricognizi^ nc , e ricordanza , commenderafli; - ) da. Digitized by Google Ouero^ là I{etL ^ir da quefta figura., Ja quaJc con pie- coJepartfceiJe congiugne vn gran- fi' cg i X ed ornamento . ò’e'l Cielo non. mai dimenticofli di fauorir la Città di Venezia, que- fia fìi femprcrricordenole^dc’ henefi' d; largamente riceuuti; ; onde /ì p^à. dir con verità , che: fel Cielo tutto fi apterfe , acciocché da ogni IktoJcendeffcnQnvVn Ternario ,=mà vn’infinita moltitudinedi grazie-^; anche Venezia tutta impiegollì nel riconofeere il benefattore con mil- le. d i moitrazion i d!òiTequ io > e d i gratitndine’. E' perdo. Ì*àugufiiffì- nio Scnatojc alzò di nuouo la Chie- fà cadente di; San.Giàcomoifofiegno ferrairaimo: alla Città nafeente , e-» Bi*otettoi*e chiarirsimo fmorzando a fuoco » il quale coile fiamme vo- léa confumar la culla di Venezia :e*l medefirao Senato edificò S: Maria_,' del Pia^ntQcagioa dell’allegrézza , c; del rifo ,,e;fugatrice.dclla guerra f^inta dalla. Tracia nell’Italia: e fabbricò la Chiefa del Redentore p.er mezzo di cui rifeoflero i Citta.- dini 'Il VMlà)tÙfOi • „ '^inì la fan irà , -e lafaluezza occii-’ paca dalla pefter ed ereffe^òpra-» tanti marmi Pamitiirabilc y e nia- gnificcntifsimo’ Tempio* dedicato, alla Madonna della Salate , la qua* le vccife la Morteci claPcftiienza bmidde> che ognvno giudicònon e (Ter re ftate ‘pietre nelle montagne^, colie quali potefscdàPofterkàdh- naizare altri edifici], MoftroTsi an- cora riconofeente'fplendido> dwo-^ to , e liberale j ò^con'procefsiòni' chiarifsimeper la^juantità dc*Tor- chi , e de‘Lumi della Città , cioè de** Nobili mcfsi in ordinanza; ò col-^ porre sii gli altari il Diuin Sole 'Ve- lato dalle niiuole degli accidenti fra cere bianehifsìme ,efraleneui che ardono,cridÌ6fanno,bcnchè il^ Sole ccleftecuopra , e temperi gli’ ardori, &ifuoi'raggi;òcon tèflii-' monianze foaui , e fonore di bcn'ac-* eordati-firumcnti^edimuficàliicò- fcrti ne*_Tempij : ò collo fpargere • argento, òìkìto ffa^oueri'toglicn- • doli dal regno della Mifcria,c della' Neccfsilà : o cóll’andate folcnni à; Saa- Cruero la Vm^làna, j San Vito , ed àS.Ilìdoro perla vita* conferuata al la Patria, c per la li- bertà più prcziofa deJPoro: òtà S. Marina perla tranquillitàottenuta,’ clfendofi abbonacciato vn Mare fu ^ riofifsimo di guerre,che volea foni' mergere lo Stato della Repubblica:' o à S.Maria Pormofa per lo^racqui-» lìo delle Donzelle , e della bellezza rapita : o à S. Nicolò , nome che fuona trionfi , e vittorie^ per lo feonfitta data nel Mare alP Armata di Federigo che tempeftaua il Va- ticano, e tentauadi affondare il grand* Alefs'andro Terzo- Sanefe Sommo Pontefice, e Piloto legitti- mo della Naiie di S.* Chiefa ; o à SS. Gio: e Paolo per la rotta riceuuta da’ Turchi a* Dardanelli , o per dii^ meglio per moke aiiute in vna roc-: ta ; o finalmente a S. Giuftina , nel cui giorno* la Repubblica con gli altri Collegati renduti animofi dal- la caufa ^iuflifsima, e dall’innato valore» vinfero prefso a’Curzolari - rOttomanno tanto ficuro dèlia vit- toria , ohe non credendo cfser vinr- cibile.,. j74’ liydMOir(ti\ cibile* pensò poi di traueder^ ^uan^' dò veramente tale ' quat’cfa.-.com- paruc ràiianzo- deU/Arn^ta fattaci» e corredata, in mo]t!a nni;^ disfatta iiipoch*òrc .. Nòn yoglio’ confer- mar nè con.aiti e andate ,,nè con al^ tri contrajTegpfciò diche difeorrq,^^ perchè lì.deono pre&ppprr©^. iipn prou a quand aragio na fi:d j = Venq^ zia , la.quale vide ngJ vtc;mpor i- fuoifondamenti ,,e. quelli.deJia^* Religióne , neJi*ediicainento> deli Tempio ded2catQ.àS.Giacomo< .  II. ’ BtUa GradoTilpner,, . EBbc tal nome' la Gradazione-» , perchè forma col ripeter del- le paroleqwafr canti gradij,pcr, cui polla l’Oratore, ageuolmcnre, fall— re, y à fc cadere e cosi giugnere al- te rmiae d e’ /li oi deli de ri j' ,.cd. al ma-: n i fcliainento de’ fuoi. fenll ,, e con- cetti.. E.queRa è . là prima manie- radifar la Gradazione , Il fecon- Digitized by Googl merola^^FmT^mtl jjf db motto è qfuaado non fit rcpcte Ja paròla > roà con tnrtoci^fir và ere- tondo , /ed afcendendo > ò calan- do col parlare Efetnpio deirac- crercimento>< & afcendimcnto ìiij quefta feconda guifa, fia, quello Fu grande ioìpietà de* Giudèi le- . gar Grillo vera libertà dèlMondo* incatcxmtDda*;vÌ2JÌj;,raà4tm.^ggJo^^^ re battcF con fùnj , e con'vergbc di ficrro il flagello deli-inferno :.coro ' nar dirpinedii-iwnmai punlefe^ conigli Scelerati^^cbc ag^a^auanp r anzi ffàbhriéauano: contro: afe lleiTi le armi rdt i fulmini ;^ddoflar lai-. Croce pianta grauoEffima deila_>. morte alFAJbero dèlia Vita ; in- chiodar chi ferinblaFélici^fuggi- tiua|.e trafilfe il Principe de gli Spi- riti r ibelli ilquaie; yan^i^- d?cf- fer ificuro-cda ogni -colpo u mà^u. grandiisimaimpietà torre la paro- la >rc‘ la V j |a<al V erbo Eterno, ed àii^^Veciior della Morte .. ' L’dempio della diminuzione ,c del difcendimcnto fi potrete fare* è&cMne. fofift vago > dcfcriwcp^^ ' ìh ' “ m Digitized by Google I-Y invm^ota^^ " iimulti 3 IVccìfionì, e le guerre re non per cagion di patrimoni; Città, di Reami, c d*lmperijfi mà, percofe vilifsime.- Ercole, ed Ip^ pocoonte,! Popoli Pitti, e gli Scoz- zeli per vn Cane combatterono rabbiofamentei e s'aperfe vn’lnfer- no di guerre : come fé Cerbero foP- fc jftato danneggiato j' e percoiTo^ Gli Egizi; per ?n Gatto fubiMmen-» le contra i Romani tumukuarono>- jftimando i Barbari che in quell’A^ nimalefofleroftate oflTcfc le Deità moftruofc d*ifide , d’Anubi, e d’Od^ ride . Anzi per vna Secchia rapita. fi armarono, e /ìazz^uflfarono i Bo’* logne/i , & i Mòdonefi ,-come fe.:s folfc flato il rapimento dVn’Ele* na:i, - - Gr moEHamo il ^ moida pr imicra ài farla Gradazione ncll'annouc-^ rar folameiite i 'Pontefici , i Rèi le Re ine , c gPlmperador# venuti à* Venezia trala/cfando gli altri Princip ♦ , e Priherpefse m inori , col numero -de* quali (i sfarebbe? non dia co Vi>a figura > tiSà Veàapiercbboao piuu Ouerola^jsU.l^en$^itnii'i ^77 pib volumi j perchè (oucnte tanta moltitudine ne concorfe in quella Città , che vniti formcrebbono vn ampia Città tutta popolata dauJ, Principi;. Perchè Venezia è /lata fèmpro' Teatro della Libertà ^ della gran- dezzate delia mac/là ; perciò vol- lero venire iricourarfì in efsa ^ ò i vagheggiarla , ed ammirarla le^ Potenze terrene, legate foJ amento dalle fafce nei nafcimento, e riftrct^ te dal cerchio delle Corone Reali nella loro folenne coronazione > e che daH’aJtczza delGieJo de' loro troni mae/lofi ò mandan raggi per benifìcare^^u fcaglian fulmini per incenerire . Vennero : mà tratti da violenza dolce t; e da violenta dolcezza di veder Venezia , An- drea Rèsd’Vnghcria , Errico^Tcr- zo prima della Polonia , e poi Re di Francia» que’di O'pri, e del* la Dacia , le Reine di Cipri , d'- Vnghcria, della Polonia , c del- la Dacia • Nè vennero i foli Rè , e le fole Reine, mà grimpcradori » Ltidouico Secondo , Ottone Se*- CQDidp f Errico Quinto , Federi- go Barbaro/sa „ Feder^o Secondo^ AJcfsio, Rohecm,Giòiianni «.Fe- derigo: Terzo > CalQÌanni«, e Cac-- lo Quinto ; Nè (blaincni3e>gllm pcradori mà Benedetta Tcjrzo ,, Leone Nono c Aki^aneferoj Ter- zo Sommi Pontefici Pvltimodc*^ quali crouò; £iiioreuolc«,c iccon’* da la. Fortuna, nell* Adrjaticp,.prQf- uata contrariai prciso. all' acque-». del Tenere 5* e vide in Venezia-*, caduto* a’ Tuoi picdiFcderigo , at- terrato dii' fui mini: auuentati da: gl i occhi fianìmeggianti del Leone: ¥ iniziano. «. c dclla.ipada dcJL^jùuii;. ' ♦  III. l^llt figure fatte cùl togUmemo^. i^U^Dìfiùlmfiùnel, ( : - - .3 ' i ■ . F Rà lc!figurc> che fi fannoi ccil' torre ,, vna. fi; è la; Difli^uzio- ne chc: potremmo, dire fc iogìiì* men.to> Digitized by Google OmoUBj^tt^KentT^ìana’l ^7p’ mento r colla quai:£gura il tolgosi via tutte le congiunzioni ; ondisi quella figura è del tutto oppoila al roJifiadetOr perchè quello ama^I' vniòne ,,c quella^ vuolclaDifgiua^. zionc . Mon fii difforma però la bcllezza del parlare leuandò particclleV’ che han forza d'vnire , c per cosi dire commettere il di- feorfo , mà rendefi piu leggiadra ^ quantunque nelle Città, ne’Regni,. e nelle Repubbliche fi gnalli affat- to ogni figura , c forma di gouerno lenza, rvnionc tanto apprezzata > che òqueffa diede il nome alla per- la detta da* JLatini» ymo y. o- dalla perla.fu dinominata. fVnione . E giacchi demmo di Ibpra qual- che debito tributo di' lodi alla de - lira de* Guerrieri Veneziani , coL* la quale fi difefe la Patria da ogni lìniftro auuenimento : par conue- neuole ilcomracndar JaMano , con cui dagli Storicinatiuldi Venezia furono fcritte le cofe memorabili della Repubblica., e de* Cittadini, c R tenne lontano i*obblio',.che è la. pelle,; j8o ìlViìkimoy ‘pcftc ,cd vn*akra morte de^viuen* ti » e de* tra pafsati. Mi doglio beni» fòrte di non potere iùuftrar le mie carte con^ualclie rpkndidò elogio d*Tn*liJiikri£mo >cd £ccelkntiflSi« mo Scrittore > Procuratore diSan^ Marco , e CaualierefiattiAaMant^, fijpcrchèia mia penna non è vgira- icalla Aia , anai di ^raii lunga infe* ri ore-iii 'perchè hò dcterm»ato di no{i]odarei>\^iueati y.per non- ira* correre in dóppio {degno: de’ loda- ti , ferendo collo ftilela loro mode- itià^. onero ;nofi cfaJtandoli fecon- do che HchiedeA^dali^ltezza del-' la virtb > dcgllsommcm » non facen- donex>noraca memoria : come 'fò ' t - fecondi folTer. veramente fecondi^ nell'eminenzai in paragon de* primi. . llfoddisfar poi à tutti è impoflìbi- le ^Acoroeegl' è Jmpoflìbik vn'al» traVenezia Fenice aelieCittà^voi» ca , e iingularci; Beco dunque cok la Biflblùzione ,e coUa pifgiùn* afone accoppiate : le ^ lodi dellai» Mano fiigatrice dell* obbliùione a difcnditricc.ddic memorie glo^ " ' ria? Digitized by Googl , ^ Onero la J{en.f^ènet (Otta'. riofc degli vomirli . •Fii più feconda dì marauiglie-»^' che di caratteri .Ja Mano ammira- bile degli Scrittori Vencziani ,chc benificarono colle ilorie i contem- poranei;, ed i poileri . Quella col defcriner l*ardor delle battaglic,in- iìammò i Lettori icnza’I Tuono bel- licoTo delle trombe: col figurar nel- le carte le fughe de' nemici auuili- ti , arredò per lo lluporede menti à vagheggiare il coraggio Italia- no , che gli cacciò : coll'erprimcr le tronche inembra.dcgli Octomanni ^ Colorò viuamente fenza pénnellt la virtù de* Combattenti Viniziani. Quella infegoa fenza parlare, e fen- za lingua ; coll*ofcuria delTin- ch iodro mette in eh laro le cagioni più nafcoile delle guerre , i tratta- ti più Tegreti delle Corti, le trame più occulte ; raccoglie in breui fo- gli gli affari difperfi per le Reggie, e per le Repubbliche; aduna i fe- coli fra loro lontanifiimi;fà prefen- ti i tempi trapaffati ; rapprefenta di mioiio gli Ijpcttacoli iagrimeuoli delle jfs il Veifod^rè, * ' delle guerre fatte già nel Teatro crf Marte ; riftrigae dentro al giro di pochi periodi molti alTcdij co' ii«fiwQn^intc le FortC22Ee piii ficu- re > é più libere ; moftra i iacchi>e ^^incendii^delle Città fenza timor ^<hllegge^ railembra in talguifà l'orrore , che fpau cn ta , ed alletta . Quella ci fà cauti col porre auami l^imprudenza dcgl^incòn fiderati ^ ci cagiona ipcrànza con gli .àcci- denti.quafi difperati jepoX inàfpet- natamente i c cantra ogiù creden- 2a^raflicura't4 rende mature Icno- Hre diiibcrazioni co i configli al- trui troppo frettolofì , & acerbi , e infciicementcriufeiti; ci fa córrer lenta mente all*im prefe malageuoli colia temerità di chi più^eldoucre iì cónfidò nelle Tue forze. ^Quefta fi- na i mente dona Pimmortaiità del nome vgual mente a’ buoni , ed a* maluagi, aglianioiofi , ed a* vili ; mà con tal difparità , che la rcelera- lezz'à», e la codardia' fono eterne > acciocché Icmpre la poficrtrà polla merkamenie pungérilc , è lacerarle ‘ . colla \ Digitized by Google Onero U ctt. V tnerlmna. j xolJa lingua ; eia bontà, e’J Valore fono imnlorta li nella me^noria de*' gli vominiy acciocché fieno fimuJa^ cri ,& oggccci d’ammiraz/onc; nè mai pofliam Ji dsi dimenticarci, cf^ fendo fcolpiti, ed internaci nell’ani- mo nofiro , fe non ifmarriamoia-» memoria di noi iìefsi. CAPO xxiv: ì>ell*^ggìugnimen to» NEIPAggiugnimento , onero Aggiunzione vn foì verbo pollo nei principio, ò nel fine, reg- ge , e foilenta tutui fentimento , c dircorfo.i onde fe’i verbo fi toglicf- le cadcrebbe affatto , c fi guafiereb- be tutt’ii figni Acato della fentcnza , nè potrebbefi piu intendere. E ben- ché quella figura paia sì breuc, con tutto ciò fi poflbnfare, per dir cofi> dall’Intelletto fabbriche ingegno- fifsiine , e lunghifsime d’ifcrizionf » e di componimenti ad vn folo ver- bo appoggiati. Così à punto fu fat- to ' 584 IlTeUo drOro,' . dalla gran penna del- Caualier Marini quell'elogio > che comincia. ' AlHminortalità &c. - . ; ; v ’ lo .ancora collocherò fopra làp bafe d'vn vcrbo > molti titoli nóbi^- iifsimi datial SerenifsimoDogedi Venezia in varij.terapi da*.Berfo- naggi > e Monarchi dXuerfi . ^ Col titolo d'illuftrirsimo da’Po'' poli della JDalinazia» e:^deHlftria , diSérènifsimò , ed Éccèllcntiféimo da molti Rè, diStrennifsinio da Co- iomàno Rè d*Vngheria,di Principe della Repubblica infigne, di grami. Briiieipe , Signor di-Padl> e di Pro- uincic , d'Araminiftrator di gfufti- zh -9 di pofleditor del vero modo di goùernare , tenuto e nominato fra i maggiori Principi della genteCri- iliana , ornato di gloria., d'onore, e di potenza, ripieno di maeftà, di ^^randezza ,e dtfdicità , daPRèdi Pelila', d'illuftre da Federigo Se- condo , d'egregio da Andronico, di iauio:, di Criftiano , e di difereto da ErricoQuarto, eScitò, diglòrio- riofilfimoda Roberto tutti Monar- • ,./ ^ chi. d by ^ìr>o<^Ic OuiYoU^ett.yene:-mna . chi j ed liuperadoiij fu onerato il Pianeta niaggiorc , ma non erran- te > Ja prima InteJJigen^a regoJa- tr ice dei mouimento , il Sole noru' ^ mai editato daiJa Luna deJia Tra- cia , il PjJoto non mai adonnato quando fi deflano Je tcmpeile con- tra Ja Nane delia Repubblica, il Cuore da cui diffondefi*! vigore-> pei-.tuccvii'Cor4?odd Dominio, 1' Anima tu tt’ impiegata nel confer- uar la vita de» Popoli, Ja viua Idea donde fu ritratta J*lmmagine della prudenza, io Specchio adoperato •dalie Viftii per abbeJJirfi , vn’pg^ getto in cui vagheggianfi molti og- getti di marauiglie , cioè il Doge di Venezia, dal quale fbnIontaneJe macchie , c i ombre eilcndo /eniprc ScrcaiiTimo . Della Dtfgiurr;(me , f ♦ Q Velia lìgiira fi doiiea collocar luì quclicchc il fanno cojp- i- * > t i L. 't 4. ^ àggtagnitnenCQ 7 mà fi fone quìy perchè cflcndo qt^eflacocm-aria^ll^ Aggiunz iaac >confiparifca pfii chia-’ raaacnte là lon> tjppdilzi-d^ V Si fà la Di fgiuixzionéj^àa^dò ogni Cóla di cui ragionali, è circolcritta, e-> rinehiufa dal fuo verbo, che può elTerc accompagnaco , Ò ^dmpa- giiato.dalIi5partióeIie còpùlatiue . • Paréà osfó actonfia la Dirgian- ztpae à ditnoflrat* hattOiì magnani- mo d*Orfo ParticipàiloSeèondd BacJoaro, di PieiroOrfeòlò'^ di Vi- lal Caadianoi ài Sanato, di Tribuno Memo., di Orio Malipiero 7 e di PietmZunisichc ehèndó Dogi fir nu jiziatonò PaJeezift della d ignicà, c deJfonorc, alla quale erano (lati portati dàllaTublimitàde’ meriti, e delle virtù: e prefero rabito reli- giofo, per viner , polii nel Mondo, d i fgìaati dal. Mon<f&: i ^ua ì i nond i - meno lafciando la Serenità del gra- do ,diucnnero più chiari, cd ìllu- Uri . ■ Nè raltezzi.del Seggio riera fle i prenominati Dogi dalla balFcz^a, ■ ia I Onero la ymziana . in édi'/^óntaneaiitentc tadeuaóol* nè l’am^mc^fignòrile',* epòmpo* fo gl ì rikiòfft Hàl preti dére vn^ab?-* to abbietto ^ eiiimaco qua/i fcruil^ apparecchiatodalJa^ RcJigione ; nè Tar^iczzà ,.«3a grandezza <ìc* pa- lagi pofleduti,gli ritardò dall*abitar .camcre-bàifé i ed aiigùflé 5 nè Ja co^ pia de^ ScVtìÌ^rì'gl|.rÀfcéniic dall*^ andar fotto l'altrui podcllà j nè la libertà dipreltriueMeg^i>gli arre- ilò^al farli efccutori folleciti de^’ cenni d'altri Superiori ; nè lo ftfc- pito diletteuòle della Citd> e la fr^ quenza del ?opoio,gli ipatiemò cól metter-eauantragJi occhi iaToHtu- dine, ed'ii filenzio de* Monifteri ; nè gli agi , ed i piacéri oheUi godu- ti ^ &auuti nelle loro Reggie, gli fè dciiiaf dal cammino iau'errò la Re- ligióne, in apparenza fpinofa , eli /piacente; ma con aniiim maggior •delJeminenzàdcl grado,à cui ci ano flati fnblimaci davna /bpremineri- te'Repubblica , e con palli gcnero- ii, egrandi;fugg iron dal Mondo ; il quale onorò la fuga magnanima , e R z no- Digitized by Google ^8 8 Xl iTOro > iiobiliilima collagloria, e co* trionr ri, acni gli vomini più s’apprelfa- no i.allor che da .quelli più & di*/co^ HaQO« r ::i • j . / l ? ‘ * Delle figure fatte pfr mezp^ della fimi-- •^lianxfi.f^eontrmetàc^ Deirj^nominaxìone * . • r- PEr trarre bifticci , e motti gìe- coli > è molto acconcia la figu- ra dettada* Greci Varonomafia , e da’ Tofeani AliiteraaiGne, ouer An* nominazione; e fi può, fare o coiJ*- aggiiignere., ò col torre .»ò col mu- tar le letterc'i onero col trafportar- le da vn luogo ad vn’alcro ; del che pcrvciafcun modo porrò .duecfem- pi, l’vno Italiano , c l’altro Latino, La fama è più veloce di qqalfiuo- glia fiamma.: Libri funt liberti i\otu, arnandofi meno i parti deli* inge- gao , che i propri; figliuoli. Io-p quelli efcinpi fi vede raggiugni- ' Digitized by Google Onero ta reneì^ana . jSp mento . Si fà talora col torre . Per nauigar flcuramente rAdrinticor è riècelTàriò atier fauoreuoJi più i Ve> 'fleti / Chei venti, - Cùria ejì magna ra dieefi^JàCorte , doue còBa-j lunghèzza^deHe' fptranze *s*accòf^ eia a’Cortigiani la vita .- G àòl mul- tai: k lèttere. E vn'Oratore siru- ■flico e difadorrio nella dettatursLj, e nello ftile / che par più torto vn*^ ‘AratoreVcd'vn'Còléiuacor de Gatti?- pi , aimezzp à naancggiare i ràftri^ •nò à d^rèsù i RortrijC sii le Wnghie^ tede iDiciton'. B’Vn*aItr^*Orat0^ re GhiamatoRulio, Jù detto ; ^ \uilur eris triuijsj at mihi nullus eris , ^ G col trafportar le lettere da vn luo?» go ad;vn*altro . riiaudatorilbuenrt - fonò^Àdtilatori r i quali cóJ màhtò del vetó cuopronola mctjzogiiaajì. Di Vtt jyiocolo dt Ratura^, mà granii " dcy e ’gigantenel vizio fù fcritto,’ Tàruufy fid prauns O còlPaccrefce- re i e Jcuar qualche rtllaba . La eondia fù^ cagión feconda di molt^ mali>coin€ accadde à Demoftéh^>. caUms màgìM fuit caUmitas « Si^ ' ’ ' K I mili ^ ' Digilìzed by Googic jpx H f^éUo i^Uéa^ v . tj a> Verre, nuouo Dionifio della Si** cilia . Eli idem f^ems qui fuitfemper vi..ad .audendum^prouBus , fic paratus ad audiendum; nel qual luogo^panu tUsy^pmeSusrfOudèndùmy 0’ aiidien- dum fono ne* cali inedefimi. Nè^par- laftqui foÌa*nieflte'de*-cajì de’ nomi, mà de* verbi ancora , i quali dicon/i auere i cali limili quand’ hanno i tcmpi^ eleperfonefterse i come fa?» rebbc : yenitipercu$t ahfcèjjki detto daFioro dèi falmioe;e ciòichedi*- cea Ceferedi fé ftefso i^eoi^vidiyvh ci : il che lì dee pacimentelntcndere nell' idioma italiano ; nel quale-» quantunque non. li did inguano i cali de’nomi perle cadenze y&pof^ fon tutcauolta. rauuifar da* fegni > e dagli articoli . Rapprefenteròqucfta figura nel linguaggio italiano^ c dimollrerò nella figurala virtù di Andrea Ciu-^ rani , il quale dopo d’auer combat*^ tufo à corpo àcorpo col* GapitanLi. nemico , offeritolo mortalmente^ nella faccia, vinfe, e fugò vngrolso corpa d!cfercito> caduto^ d’animot ^ -- - •• Oigitized by Googlc Guero h ^^€tt . Fene'^atut 1 6*1(14 ‘fperan^ày €^ venuto menò nclì trmbiJCimcntò del CondottiereL» „ dhè era lo^fpirfto da ciii eràno ani*- naaìce > e moire le* mani' de* roidati •aella battaglia „ . ‘ ' - Andrea Cìurani /bperò moki in vn folbf percliè’ egJi fblodemppe , ivalfe per molti ne^combattimen»- ‘ti y & (ìbbegli fpiriti d^viì eferci*- to intero* * adunati' in vn. petto*^ Suisò con ferite notabili aU’Au- ucrfàrio'i/. VoUto ^ perchè vqlle^ fregiar fe flefib , éd ornarli col- la sformazion deJl^mulp i' -'Jer- minò pili zuffe quand’atterrò il Campion. nem*ico e* m'erkò ; Golfe piè^'^palme quando* vba fo- la ne tsoife; Egli fit cagione / ciré i foJdati Viniziani maneggia flfero ferocemente le mani neiCampo^ gelido abbattuto’! Capo ; e - che i medefimi folscro Ercoli cadu- to i^Anteò / e che' brilJarsero ge- Uerofamenic 'i Cuori , perduto *! Jiwigu'e’di Givi ct?a ircuore deiicL^ -fehiere contraric . Egli monrolTi eguale alla grand’anima di Brino». ' R ^ il Digitized by Googk jpi H fucilo V . ' cj‘a> VerrCj nuouo L ionifio della Si» ciiù . E{i idem rems qui fuitfemper vt ^ad .aitdendumipronBus , ftc paratus ad audiendum ; nel qual luogo, para>r 0ÉfSy&.prcte^ufyfauddndum, 0r audien- dum fono ne* cali medefimi. Nèi^ar- laiì qui foianiemc de*-caiì de' nomi , mà de* verbi ancora-, i quali dicon/i auere i cali limili quand’ hanno i tcmpi>,eleperfonefterse ,comefa^ rebbé : y evihpmu^t ahfcèjjiti detto daFloro dèi ftilmiae ; e ctòichedii* cca Ceferedi fé flefso tfi ; il che lì^dee parimcntcdntcndere nell’ idioma italiano ; nel, quale:-> quantunque non. li did inguano- i cali de’nomi perle cadenze >6 poi» fon tuttauolta. rauuifar dà’ fegni , e dagli artìcoli . Rapprefenteròquclla figura nel linguaggio italiano; c dimofirerò nella figurala virtù di Andrea Ciu-; rani , il quale dopo d’auer combat-^ cutoà corpo à corpo coLGapitanL». nemico cferitolo mortalmente:# nella faccia, vinfe, e fugò vngrofso jcorpa d!efcrcito> caduto* d'.^imOf Oigitized by Cooglc Ouero la> l^ett . Fene’^am 1 crdi'fperan^a V efvcnutomcnò nel! trafmbi?cfmcn tb del CoiidotciereL» „ dhc ecà lo^^rpirito da Guierano ani*- naa^cc ^ e ' mc>irG le- mani' dé*‘ fol da ti ■Bdla battaglia ^ ^ Andrea Cìiirani Aipcrò moki ih vn foibf perché 'egli fbJodempi;^ , jvalfe per molti né^ combattimene ‘ti y Se ebbe gli fpiriti d^vh-eferci*' to intero* ■ adunati’ in vn. petto». Suisò con ferite notabili alfAii- uenfàrio'i/jyolito ^ “perché volle^ fregiar fé flelTo , ed ornarli col^ la ^ormazion déll^mulp ^ 'Ter- minò pili zuffe quand’atterrò il Campion. nemico e* naerkò > é-> Golfe piiF palmc quafìdo* vha fo- la ne oolfc; Egli fà cagione,* ciré i folddti Vlniziani maneggia ffero ferocemente k mani nel‘Campo> dlendp abbattuto’! Capo ; e *chc i medefimi fbfscro Ercoli cadii« tO ' Anteo e clic* brHiarsero ge- nerofamentc i cuori* -, perduto *! .fa>ngu’€ 'di ' clvi cita il 'cuore delle^ 'khiere contrarie-. Egli moUrolTi €gH ale 'alla grand’anima di. Bruto,. ' • • R ^ il Oigitized by Google 1 jpx nrn frdlo ^ ' tj*a: Verre, nuouo Dionifio della Si<» cilfa . E{i idem f^erres qui fuitfemper vi. ad .audendum^proUBus , ftc paratus ad audiendum ; nQÌqvLAÌÌuogcyypara^ iitSy^ipmeBHSyfaudendum, 0- audien- dum fono ne* ca/i inedefimi. Nèipar- Jali qui foi adente* de*-cafi de* nomi , mà de* verbi ancora-, i quali diconli auere i cali limili quand’ hanno i tcmpi^eleperfoneftefse icomefa*- rebbé : yemhper€u$t abfcèjjki detto daFJoro dèi fulmine fe ciòtchedi*- cca Celare di fe ftefso i-^eah vidi^yh ci : il che (i dee paErmenceIntendere nell’idioma italiano; nél.quale^ quantunque non. lì didinguano- i cali de’nomi perle cadenze fon tuttauolta. rauuifar da’ fegni > e dagli articoli . Rapprefenteròiquclla figura nel linguaggio italiano; c dimollrerò nella figurala virtù di Andrea Ciu-^ rani , il quale dopo d’auer combat-^ tuto à corpo àcorpo cohCapitanLi. nemico , e»feritolo mortalmente:^ nella faccia, vinfe, e fugò vn grofso Sorpa d!efercito> caduto* d'anjmo. Digitized by Google / Oueroh 1{ett . Fene'^nct 1 “jp j c' dijfperan^a v €f venuto meno nclì trarmbi^iiim’cntò cieJ CondottiereL» „ bhc ecà lD.\fpirfto da Guierano ani*- •nia»te> e 'nioffe le* mani' de’* foidati •nella ba/ttaglia „ . Andrea Ciurani Aaperò moki ih vn foiby perché' egli /blodemppe , ivalfe per molti ne^combattimen»* ‘ti ^ &o ebbe gli fpiriti d^vn^eferci*- to incerO' ' adunati' in vn. pettO’ . Suisò con ferite notabili airAii- uerfàrio- il. Volto perchè volle,» fregiar fe flefib , éd ornarli col- la sformazion déll^Emulp ì' 'ter- minò pili zuffe quand’atterrò il Campion- nemico nà'erkò > colfc pitF^pòIme quando* vha fo- la nc colfe; Egli fu cagione v 'chre i folddti Viniziani maneggia flero ferocemente le mani neiCampo^ ciiendio abbattuto’! Capo ; e - che i medefimi fofscro Ercoli cadit» to ' Anteo e clic* briilafsero ge- uerofamcntc i cuori , perduto *! Ja>iigiÌ€*di'Glvi ettd il 'cuore delleL> leh iere contrarie . Egli nioEroffi egH ale ’àJla grand’anima di. Bruto». ' : - R 5- il ' Oigitized by Google SiWf, H Vello v tj a/VerrCj nuouo Cionifio della Si» ' cilia . Eli idem Verres qui fuitfemper vt. ad. audendum oprate &u$ , fic paratus < ad audienium ; nel qual ìuoga^pariu tksy ^cfroieSHiifOudàndum, 0- audien^ dum fono ne* cafi oiedefimi, Nèlpar- J ail'quì foi a*meiite‘de*'Gafi de’ nomi, mà de* verbi ancora-, i quali dicqnli aucre i cali limili quand’ hanno i tempi) , e le perfpne ftefse j come fa^* r ebbe : : VeniP, percH$t abfcèffiti detto da Floro dèi fai mine yc ctóxhediv cea Cefere di fé ftefso : Vetti, vidi^vh d:iì che lìdee parhnentcintcndere nell’idioma italiano; nel quale-» quantunque non> lì diUinguano' i cali de’nomi perle cadenze fon tutcauolta rauuifar da’ fegni , e dagli articoli . Rapprefenteròquellà figura nel linguaggio italiano; c dimollrerò nella figurala virtù di Andrea Ciu-> rani , il quale dopo d’auer combat*^ tufo à corpo à corpo col> CapitariLi nemico eiferitolo mortalmente^» nella faccia, vinfe, e fugò vngrofso ^corpa d!efc«;ito> caduta d’animot Digitized by Google Ouero l<p ^€tt. VtntT^am \ c*^^ di ?fperan^ji V e venuto menò nell trarnibi?iiiracntò del Condottiei'eL» ,, ’éhc ecar lo^fpii•fto da euieràno ani** e 'mofle le* mani' de*' roldati ‘Delia battaglia ^ ' -Andrea GiuranHìapcrò molti in vn foib; percliè'egJi iblodempFe , ivalfe per molti* ne^ combattimene- ‘ti y &o ebbe gli fpiriti d^vh-ererci*- to intero- ^adonat^' in vn. petto- . Suisò con ferite notabili all’ Ali- ucn/ario' il: Volto ^‘perchè volle^ fregiar fé ftelTo , éd ornarli col^ la sforma 2 ion déll^mulp ì’ Ter- minò pili zuffe quand’atterrò il Campion nemico e* meritò i colfe^ piip^palme quando* vha fo- la ne oolfei Egli fò cagione , • chrc i foJddti Vini?;iani maneggia fiero ferocemente le mani nelCampo> efienda abbattuto’! Capo ; e - che i noedefimi folscro Ercoli cadu« to' Anteo e chc" brHiarsero ge- ncrofafneotc'i cuori , perduto-*! .fàngiie’di Givi eità il 'cuore deilcL^ Ghiere contrarie-. Egli niofirofii cgH ale !àJla grand’anima di. Bruto,. ' R ^ il Digitized by Google notuiiilima colla gloria, e co* trìon? ii., àcui gli vomini più s’appr^ira-^ no ,,allpr di? da .quelli piufi dilco^. __ ftaQO« ;i'. I . t', . J ,.J- .i. .> Delle figure f Atte per mezp^o della fim^. ^Uan%^A it eorttranetd:^ , . S ; ' , M' ■ ' l.i DeWAnnominascìone^ .  ' I P"^ Er trarre bifticci , e motti gìe- . coE , è molto acconcia la figu- ra detta da’ Greci Varonomafia , e da* tofeani A li iterazione, ouer An» nominazione^ e fi può fare o coll*- aggÌLigner^., òcol torre.,òcol mu- tar le lettere louero col trafportar- le da vn luogo ad vn’alcro del che per ciafeun modo porrò duecfem- pi, l'’ viio Italiano.,^ l’altro Latino. La fama è piu veloce di qualfiuo- glia fiamma.: Libri funt liberi : ppnj, arnandofi meno i parti dell’ inge- gno , che i propri; figliuoli. L'U quelli efempi fi vede l'aggiugni- nicnto • i.» J , Digitized by Googic Ouerùia rene:^ta»a , jSp mento . Si fà talora col torre , Per nauigar flciiramente TAdriatico, è riece/Tario auer faiioreuoJi piii i Ve^ lieti > che i venti. Curia efl magna tu- ta dieefi della Corte , doue coiJa«» Jungheiza deHe fpcranze s’accor^ da a’Cortigiani la vita . G eoi mul- tar le lettere. E vn*Oratorc sìru- flico , e clifadorno nella detta tura_j, e nelloEile, che par piu torto vn*^ Aratore> ed*vir Colduator de Gam^- pi , auuezzoà maneggiare i ràrtri» nó à dire sii i Rortri,e sii le ringhici re de i Dicitorf. D’Vn^^Itr^ Orato^ re chiamato Rullo, fu detto ; Hjillus eris trìuijs^ at mihi nullus eris , G col crarporta rie lettere da vn luo» go ad vn*altro .1 Laudatori /buentc fono Adulatori > i quali cól manto del veró'cuopronola menzogna^ Di vn-piceolo di rtatura, mà gran- " de ,* e gigantenel viziofìi fcritto,' Taruusyfedprauus, G colPaccrefcc- rc , e Icuar qualche rtllaba . La ftt- Gondia fii‘Cagion feconda dimoiti maIi,come accadde à DemoftenO,. calamus magna fuii ealamitas . Sh- Dfc • allicerazioni deonfì adoperare' ifcarfamente nc*<:ompoftin3cnti gra- ni, c ferii perchè collivlcggercz- dell’agno miiiazionj /itprre^hh^ fagraniti i m^^^rpiacpMpli, e gip- eofi fi poflbn;rpetìUrc:p te.àp^enc. manica Còir<|uefleatinoinii^zÌQni fipa* crebbe rchcrzarcfopraledue Scatue^ di bronzo dette iduc Morii dai Vol- go ^ i'^nali: bactòfio à^vicendà Ja^> Campana dèli*àr ti^iofi aìmo Ori- uolaneila. Piazzai di;S* M^rco v cj» diftinguon ;]e prie :cofl dire Che diie Mori rchéfi miranaaJdi. fuori arinatly fembrano efsere anuiiiacf ^e|itrOidalÌ-^:te,^Ja qaaie alloi^mcr' ròa d’cfsere (ueiata; agli oqchi^di tu tti,.quando èpih velata ncU*artir fick) : che àgui(a>di Bfontifp^cuo* tono i bronzile, i colpi lorp-fémprc ma j febeemente colpi/c^^ or- dinatamente : che*] Tuono feruc; iii^ vece :d i ypccy col quale regplafi dj notte iUonno dclJar pittici, e; fiidà: regolale agliozi jyedVg! n^pzii del giorno ; che, col bronco ioro quafi con. Digitizùd by Google Onero ta\tU,Vinexìana , _jpr con fonora tromba> Ja tomba rieoi?* dano ; e. che (enza «mentire, ammo- niicon le, ménti de’Mor tali i. Morte auer le ali'&e» n ■ - . .Con queUiivbl/iiqoi è compoflo^ qucliVerfo Marta che mertamrfor, à mòrte mortai Queftie leggerezze però riefeon di pefo alioc che contengono q^ualehc pefatay e graiie>fentfiH2a.>còinc. è quella £' Doeent del Patire Famiana Stradà« deila^ Compagnia di GicsfefamofoincJ Acme >. nelle: 3^iriù ,^nc* libri ; dacui fiiinfegnar caia via divgiugncrc al Tempio dclr ^Immortalità, c di ayn cfser morto, nèmcndopojnorre , ncchiiiija.ben^ chcriftreoadai iepokro *.5 r i - ; r. € A F <i> xxvm I f - ^ tteUa fgWfa liml€ nt'eaft\. 4.^ •'i* * ■ *> - ' ' I ' I- A £guradcna:da’LatHU,fMlr^ ayter caienSi oonMcnel porrele ^rolemelcafi. Udii ^ Prenderò' l*c~ tuB£Ìo dai Cicef ojie ,^che difte con* ' ‘ R 4 tra. " Digitized by Google jpLi nry, H Ktìla v , . ' ti'ajVerre, nuouo Dionifio della Si» cilfa . Efi idem f^ems qui fuìtfemper vt.ad .ctudendum^^proitBus /fie paratus ad audiendum ; nel cjual luogo, tUsy^pmeSusyfOudendum, ^ audien* dum Cono ne* ca/i medefimi. Nèlpar- Jafrqui foia^mentcde'^ca^ dc’iromr, Tuà de* verbi ancora-, i quali diconli auere i cali firn ili quand’ hanno i tempi), e le pevfpne ftefse , come fa- rebbe : Fenitipmul^ abfcèjfa» detto ' da Floro dèi fai mine ; e ciófichedi*- c'ea Cefere di feilerso : ^enh vidi,vh ci : il cbe (i<àte pacimentelntcndere nell' idioma italiano ; nèh quale-> quantunque non. lì diflinguano' i cali de’ nomi per le cadenze fon tutcauolta rauuifar da' fegni , e dagli articoli . Ràppréfenteròqiaiclte figura'ittel linguaggio italiano; e dimoflrerò nella figurala virtù di Andrea Ciu-^ rani , il quale dopo d'auer combat-^ tuto à corpo àcorpo cohGapìtan^ nemico > e<feritolo mortalmente^ nella faccia, vinfe,!e fugò vngtofso jcorpa d*efcrcito> caduto- d’-^imot I ■' — -r Qfii Digitized by Google / Oueroh 1{ett . VentT^m \ j c'di‘fperan^3V €f venuto fncnó nelì trafmbi?iiimcntb <ieJ Condottiereb ,, bbèbua .lo^» Spirito 4a cuferano ani*- naaite^ e mofle le mani' de*' faldati ijella battaglia ^ . • ' ' ' : Andrea Ciurani ibperò molti in vn folby perciiè egJi fbJo'femppe , ivalfe per molti né^ combattimeli- *ti r ^ ebbe gli fpiriti ^^vn eferc l'- io intero* - adunati ' in vn. petto* • Suisò con ferite notabili ali’Aii- uenfario- i/;. Volto perchè volle^ fregiar fe flclTo , éd ornarli col- la ^ormazion déll'Emulp Ter- minò pili zuffe quand’atterrò il Campion- nemico e* nà'eritò i Golfe. pitp'jpalme quando* vha' fo- la ne oolfe; Egli fù cagione / chre i foldciti V/niziani maneggia Aero ferocemente le moni neiCampo> cfl'endo^ abbattuto’! Capo ; e - che i medefimi fo/sero Ercoli cadii* to - Anteo e ciie* brHlarsero ge- nerofamentc i eoorr , perduto-*! Aangu’e’di Givi cita il Vuore delieL> -tehiere ^contrai rie . Egli moAro^ eguale alla grand’anima di. Brino». ' - R 5- ■ il ■ Digilized by Google llF'eUùi^jOrofy, jr* ih cjùiak iColla morte* d' Arunte^* Tchiantò: il rampollo delia Super- bia ; alla ^fìibi ime ibttezza di. Mal- dio Torquato »>, che nella- .cadiita-j dell’Auucc^rio^j-ipotftòliiomc »mc la teftaTCorouata :*aU*incomparabi- le animoiìtldi Lucio Valerio Cor- uioo ,> che; nelle: tenebre mortali dfel Barbaro Spento ,.via piii illuftrò; ja; luce , ed il.vaior. del nome ( . • - I li.  VirL . ì) ! mila figura fimile nella definenTii^^ *T T N’aitra figu ra nomina ta da” V;. (Retori, pmiliter dtfinens , hà li- mile la terminazione , 6 la defineii- za.in vna ,. onero in.piìi fillabc . Di. tal fatta è queft'cferapio' di Cicero- ne, prò /fgc Tdnt' felìx lm~ peratpY'i vt eiusjrmper volmttHbus noìii modo ciues afj'enfer'int y focif^oMcm* perarinty hofle.s. ebediennt }. fed^ etUnLf» rjenti , tempeliàiefque^ obfècundarint *. Diderifce quella figura. dall'altra^ dinanzi mentouata,friquello:che la figli-; DIgilized by Googl Oum y'et^^and] cadenryrichkàtfoìz!^ meotc ii ponimcnto deiJe parole^ 0^' caii fìi^Jj pofttiiiqoaJ fi fia Juo- go'^ oà può tròùar/fc negli auuerbij prilli di cali ria dout nclJa figura^ chiamatar/^iMf^/f/: dèfinens^ in parte rfchiedeil nel £oe dtiroraztonc 5, ò- de* periodi hi ftejSa termina e definénza >1. la: qnaie trouafi ancor ncgU auucrbi;,c<Mnctojgcii in que- ft’aitro compio „ E!ufdem,non efi ficere firùtèr , ^ •muenutrpitèr\. Nè queita defincnza ,* è. foggettt. alle leggi ii rigprofc deila; rima ; onde fe bene , per efempio affen-, /érinr* farebbon falfada rimalatina ; non* gnafferebijona la fguta:’ pre- •fcntc xdandolc'q.ucilc due parole-» ornamenti. baftcaoJr, La.Hefla: li- bertà li può proporzionalmente^^ oileruare da chi Icriue nell’idioma fciorto> onero ih profa pin, cui ò. potranno rirpondcrll le rime im- perfette V. G.. leggere combaite- le , fcriucre xX fchaiglianti ; ò po- tranno adoperarli ma radiUìma- ^ mente le rime perfette ^ acciocché, R 6 gli Digilized by Google gli Veditori' , ed. i> Lettori non ibA pettino di qualche - inuhtata tras* forraazìonei^c che.g]i Oratori iica dìucniiti Cigni di Parnafo> come-» cantarono di fé ftelIi Orazio- , ed il Caporali primo dfe’quali diffe lànt iàm re fidunt cruribus alperA Velia 9 & album, mutar in^Utenp ■:SupernètynA[cunmr^e Uues. . - ^ Ter drgitas , bum erofque piuma : - & il fecondò Crà mi par à'auerì^de agili delire y dà fuor mi [punta il beccOit mi fi fantf» . Le dita delle man penne maefire^ I{uuida Icoì^ » e dmapellem hanno , Cinti gli fiinchi^tal che dir mi lìce r * ^jtfiate à dio eal%etti miei di panno. Colle leggi prefcriue dalla* figura- di cui trattari, rirtrigncròvaienco- uiio:fopra*i Capitan. Generale deh Marc.G-iacomo Hofearini , al quale fcrulper larga piazza deLfuo trion- fo. ' i’a m p i ezz a dcH’'Ad in a tico.: . pere- diè- Colia fola fa niaid’è (Tei- Generai» le, talmente fpaaEÒ.l*Artnata dicen- to fclfanta legni turchefehi, che gli • Qà toinanni non cbl^eroanimp d^en» Oigitized by Google Ouero laI{ttìor. Vtnti^nniL. ^97 trar nelGblfbrper tema cPincon tifa- re il Fofcarihi, più fpauentcuòie a Joroideglifcogli ye deJlctenipélle'> c cosi-fù €gU vincitordenza com- battere , e terminò la battaglia ù>- lamentecol terror del nome. Quanto, il Fofcarini,nelle batta- glie precèdéiiti, còlla IJia in- foperabile òperò, fe per'armé po- tentifldme , anzi per malceifcfaiei c feruìgli ancora il nome, col quale centinaia di legni , e migliaia d’ar- mati fugò! Golia luce degli occhi piu fpauenteuoli di quelli di Mario, àquantii nemici l’vJtinaa notte re- caua ,:f€ prima di Scorgere , edefler veduto dagli Auuerfarij , per JaiÀ paura gli acciecaua, e gli abbattea ! Collafugade Barbari diede all’A^ driaticO‘ minacciato d’elfer eh iufo dairArmata de’ Turchi , la libertà^ & a’Nauigantì Ghriftiani^sbandite k tempelk deilagucrra, 1‘ antica tranquillità ;, ed à Vcnezia-.ì coU’allontanar le v^lc delia Tracia^ dalie quali eran coperte-, & ombra-* te le acque rendè la folitaXecenità.; ~ * L’Iiìria^ Digitized by Google VMrh rU Friaii ,, lac Dàlona2Ìa:,.c: tutta iUta!lia».canfersò; iiuggioir di Cciàrcil fòfcàdflilocoLi^atorc: . pcrchè/cnfea nader gJiOtiDoaanni, . coU*anmiQzio.<ieiiaì V enuta >gl i v iaì* ' fc.. >itl 4 ./ 1 ; I -. , .JC ' (' > ;* * . < 23fÌ/à^C(Maf:^oeeÌ€uer(^Cifttfr^»' « . : f ofi^9ne ^ ’ ■ • 1 • I ' Ella: figuri: Contrappofizio^ (nor detta, Contenziooc da Tullio i. H veggono^ vaiti: infie** me i contrari; „ ciie ida?' Greci i fi ‘ cliianiano Antiteti ;)della còngiun* z^Ton. de* quali goder raicabilmcnte: rintcilfiUo: in quella; guilàà pun- to. che l'occhio prenderebbe granii, diletto^ fe potelie vagheggiar fieu-. ramcntcin.rji*àmpioSéEraglio,tut- le lefpczic, coni carie: delle fiere:,, C' r im karc: adunar oTQrrore,e lai Fic-^ irezza di tutte le feliie , ò amman/àr la ,:*o pur combattitrice coJiVarmc, aatie'4u>a. m ^ ' Da: Oigitized by Google Gum U K€tt. Kene^ìana . 599 Da firn ili contrari; loderò Fede- rigo Cornaro Pifcopia , che giunfe nupuo lume ad vna famiglia chia- -rifsima ;; fé pure ftpuò: aggiugnerc fplendore,non dìcoad vn Sole,ina ad infiniti Soli di luminofiffimiÉroi dello fiefso lignaggio. E perchè à cominendar Federigo dalle virtù , c da tutte le Tue azionij non be la lingua; di Tullio , che hcbbc l’ingegno;,.e la facondia eguale alla grandezza dell'Imperia Romano C'verrebbono meno gli Oratori più robufti r io fra molti fccglierò fola - mente quell’atto dalla'fua liberalità operato ,,quanxlo con vna pioggia anzi vn diliiuio d’oro fouuenne nel- la guerra di Ghioggia alla Repub- blica-> la quale con vn Diluuio d’ar- inati era quali fommerfa e larga- mente diede le fue ricchezze alla—^ Patria ftretu mente afsediata dalia .nccefsità ; ed a cuidi'preziofp^akro non rekaua , che la Libertà ,, pre- giatifiìma dote? fcmpte jnter^amen- te confcruata nella Città; di Vene: zia *. '■ 4C«5. • tlrtìh d^ai" Non fu di rainor giouamentGrai-- fa difera della Patria col petto 'dii- fcop’erto j Federigo difarmato y'd‘i \|uc]chc'fòflefò rCic'tàdihi:, & i fòl- dati armati^ c ricoperti d’acciaio-. Combatteuàn quefti nello ftr igne- ré irferro:Colla dèftra incallita , & induràtà-nelParitìc : gucrreggiaim qué^fféblPallargar le mani ba^nà*- tC', émoHida-coni imie i ' c ‘ppoziò f e vene aperte dalla Liberal iti , 1 fol- dati co’iailipi mortiiféri dèlie fpadt iccccaiianò i Nbmici ‘> acciocché non ffcorgéflcro i fulmini* auucnta- tir 'Fédcrigo^rolla luce vitale deK Poro rifchiaraua gJiocchi dc’Gonr- battitòri Vértcziàni'j a,cciocché^V'c- deirero,é sfuggiireroi colpi fcaglia- ci dagIi‘Auuerfàrij’. 1 foldati eofiL, ofcuriifime nuuole formate ncJI*<> ria d*allcmorti voIanti>abbiunau^ no le febiere degli’offeaditorn 'Fe- d cr igo con Vna 1 u mi nciflllìma co p fa di rag^‘ dorati, ài tri Sol i recaua nel eadipode^difénlbri; Quèlltéol vòt- traVJé Ve ne di /angue agli* Aflalito- ni di yenc;ìia,.togiieuano loro iivi- gore». / Digitizod by Google Oueroh^fitUVmi^na^ 404 gore , e la forza , il Cornaro col fe- condo fanguc delle ricchezze riem- piendo gliamatQri della l<ibertà , /gli auualorana tutti alla battaglia • 'àiizi’l Comaco anche lontano cb- ;be pih pa«i:c nella pugna > c nella^^ vittoria.» Perocché egli eiTcndofo- loparèa^uhàplicato^ nonché rad- doppiato» fneattccoi^a potenza^ del danamraoueale màili di tutti ^ trouandoiinel chiuib, del palagio » era prefente ndllhpcrto delOarapor praticando con gli ^ici > aggira- uafi fra le genti nemiche f c quando moftraua dfefler difoccupato , tutto s’impicgaua per la faluezza dello-» Repubblica , per cui prontifsima- mente priuau^dell*argenta> e deir 4»oro fcnz*impouerire ; con reflar doui^iolb dellalibertà>della Patria i». delPatfezione,.del cuore de^Cittar dini , deirimmortalità del nomei^ comperati convazione fifplendida : le quali cofe prefc» non dico» vnitat mente ,màfeparatamentc,:vaglion|^ .piìi delle perle i deile genxmeitedei fflCtaUi piii.-ragguardeubli; delto. ' " " - monr Digilized by Google 40L ^ V- 0 montagne j c de Mari-i,^. j , r*( ? ' ' Vogiio dar fine à qucft*Vitiina fra^ Je e vltìmare ecoronarc il -Trattato d i effe ì^aratiuhenta r la ‘ liberali inuérài KÒifògRón vfata dal privalo Patr^ca di vWezìa^ dal dS. Lorenzo Giuftmianòia,cui la Sa- pienza^^ iiberalffsjs^^jniofflio^i ‘9. aprendogli le veae^pìff/pure >i empiii iimpide ddie /ieiei^ze);^ la^itiAiafa diè le fue bilance gin ffifsimè: coi co^ gnomcorigiiutttdàflgritff^^ Pru- denza R'einaddJié.Vicriì-,lla corona jreaie tolta di; capaà ic ilcffa : lau^ 7'cmpcranza , Tàffolutò. iìgnoreg- g iainenCD.lbpra^ Ia:TJbeiiione^e con- tumacia del|*appemo$ sellai poren<* ara concupilcibilc , forzata ifcmpl?c àfoggettarfi^ed à fèruireailaLrag^' ne riafoctezza 9 iolbUda dirtele* ra fi Buona > che le. armt Icag^iàtel» da ha Fòrmna 9Ìn quello fpùtauànn: : ]a;NòbiÌtà.> piò raggi che.‘flon hai Sóle quandò iie]' mezzov giòrno^> t: ^neli’altò, delle fuc^grahdìezief pià. maeffofo pompeggia : 'e 4 cuiftuttc. le Virtù donarono: i lòroabBiglià*- menti». = ?d 1 , Google D Ùuero la lettor, Veneziana] 40 j menti , e le diiuTe^iù vaghe^ il qua- le pclrdiuentar piariccoj c pompo- fo gittò nel fenadclla Pouertàitaiit* oro', ed argento^, che fi fece voloo - tario Debitorc,pcrcfler poi Credi- tore dclGielo e poter contare Io ftclfo' Dio' fra Debitori . Di queftp fatto darò Tampllhcazione da*con- trarij. ^ Echidiràche la Pbuertà fia vi- le , oBBrobriofa , lorda , ftomache- noie , e moftruofa, c’ degna* d’èfser collocata da* Poeti alla porta dell*- InferqiQ quafi che* ella cònduca i Poucri nel rabiffo' d'ògni pena: , e miferia , mentre fu reputata’ di tan- ta fiinia', di tanta glòria, e chiarez- za, di tale allettamento , e co/ì at- ttattiua'j dal B. Lorenzo Giuftinia- no ,cKe percoraperarlà vendè lar- ghifsimi patrimoni; 5 e per eflerne pofsefsoce afsoluto , diè ò>ontanea - mente qiianto‘pofsedèua nelMon- do ? Anzidiuenuto lai;dàbirmentey c fantamente. inuidiofo , ed auaro del teforo ricefaifsimo della Poiier- tà, tutto lo volle perfe; nc^ jijòlem n tien tkii mirandòlòip à^ltrui > arrfccJìi 'tiiftìi bifogriòlf c^'Iiarfi pouero; gli vefti- collo "fpogJiar ‘ lìe guardarob- bè ifegl i arredi',* e de*' fornimenti le ■jtìiifW del) palagio')^ gli fóHeliò’ Hàl centrò; àtlle c^hiniià èof carkàHi •S debiti ) ed acciocché qtìtìlr anéf- tùlio , nulla Tctbofsf/ -i ^'co- li d*oro, le piogge preziofe/e furòh fàfiróle nel tempo di; e di Gioue ) furon y^tHsime flòrie nei^ l’età délp^imjb Patriatea di Vene** vsla , la quale iridfe fémprc ilfuo Pre- •laNro^into disdire 'ftliwrc : Tvoa de’ Poueri , e die^merchini*e Kalicra del-^ Je Virtù ,cdc1Perfona^i nobihTsi^ m i ) Ja^ prima era eòmitiua conftJc^ ta della Liberalità, e diiLorenzo : lìt feconda, dellafantità^. e* dell^dign^ tà di PaCriarca. \ ’ . i - , - , ( . M^t'akr^ figure dellfif p^rok ^ è delle ftìlten^e erbuanfi apprefso gli Autori i tnàli'tralafòiano',.0 pérchè Iba' facili, e non tanto necefsariè ) ò pefchèmoa fono così capaci d*cfte^ re^amplificate promettendo' però difjWégade i? c di darne notizia*, co- » ‘ muli? Digitized by Googlf Outro la ^etù Veneziana 1 munque fi^no , neJJa giunta che-» farà ai pre(ènté:^^iKcac(T9> ^at<tf faprò, piu rincrcrcfere a’I^ttoriiÌL^ piccolezza > che la .graode^^^el Libro > e la multiplicazion defogli: cgT quaJf ;^aluoIU fomc''CdWevpenn^ maeftre ; fi vola piSrfpeditamènte , •e velócemente al Cielo 4eIJa Sa- pien^av'‘^' '.I *1 A 3 Ih Dr--,.:!bvC  jOJ^ARXO., tnódo d( compor lè Oratemi • J! CAPO I. DeWinvenTÌton deWargomtntB,, ■ •■'f > Vendo g/à ne* libri pre- cedenti aperte Je minie- re de"]ubghi,ropfci,dQn- ’dc{ì trae prcziofa matc- .ria .dalla Rettorica : c l'palancafe k guardarobbe o oue fo- no ripoflégii abiti AobiJr., ed i fregi fuperbi della Eloquen2a:cancora_/ mfcgnaca la maniera di lauorarli^ e di tefserli : ora.moRrercmo il modo di comporle orazioni , nelle quali fi han da porre gli ornamenti , cd i ricami ma con moderazione : ac^ , ciò» /►-} Lv < Ouero laì{etf,J^m:^kua, ciocch è rOi-atò re .coi la CtmcrchisLJ luce delie gale > c ddlè pLoibpe,iion illumiai taimcnce il firò Jaiiòror^c^^ òBfu/chL gli occhi de* riguardanti conglì fplehdori ; hè poTsan rimi- rare ciò che egli grandemente defi« dera che fi vagheggi J Prima però che io tratti di tutte e tre le forti- di Caule , Dimofiraciaa, Giudiciarfa, t DiJiberatiua , accennerò - varie ftrade,lc quali condurranno alJ*ln- uenzion d*ognì argomento non fo- lamcnte ordinario, e dozzinale , mà ipeziofo , cdingegnofo , ;c che faccia degno icì Viaudne l'Orato- re, prima che gii Vditori fi dipar- tano dal Teatro: c renda. iJ Dicito- re mer iteuole delle prime lodi an* <hc nel principiodel dire . JNeJ genere Dimoftratiuo di cui ragiono ( non e/sendo negli altri due generi nccersaric tante ìnuen^ zionì) alciinc volte fi trae l'argo- mento dal nome j il cheli può fare in piìiguife, - ' -.1 Se alcuno aura qualche nome , ò cognome ragguardeuole, e nobile , c . Ver- •«4 Digitized by Googlc 408^ . Il ^elló'(fOr&^ ‘ ' Verbigrazià , di Maffimò .* potrà prouarc'il Dicitore con varierà- gioni ^ che ilPerfonaggiò lodato fiSr Maiiìaio nelle virtù > c nelle azioni operate: e che pareggiò la grandez* za del nome, come à punto diffe Ouuidiodi Mafiimo: maxime qui tanti menjuram nomims im^ fleti Se altri fi appellafle Stefa- no, chein greco Tuona Corona : fi potrebbe moftraré aliegori camen- le., ellerc (lata vna corona non fab- bricata di gemme., e di .metalli, che fon cuori , ed idoli dell’Auaro , mà diiinilfime » e di pcrfettifiìrae vir*- ^ù , che fono Pamorc-? c l'oggetto diDio'j ouerofi potrebbe dire , che ad ogni operazione per la fua ec* ccllenzaA douea vna corona reale j 3Ì.cJicpef.fimili ritrouamenci gio- verà molto il viedere quhl cofa fi- goilichi ,evagiiadl nome apprefiò -ic Na^zioni ,cd i loro linguaggi . L'inueltigare ancora donde ila., originato > e dcriuato il nome, farà l'origine ^ e la fonte» da cui Icamr^ ranno Dtgitized by Googl Ouero lof^ett. ^^nt^anà , 40P ranno moJti argpmcnti V.G. Il no- medi chi fi eh fama fle Giuftiniana;, parche fia-didotto dalla giuftizia , jedaligiufto : di Roma, dalla robu- (lezza fignìficata dal vocabolo gre- co row/, del Senato iSenibus fecon- do che accennò Quuidio in quel rverfo ; . ' ^ Senibusnomen mite,'Stnatushhalf€t. .£ così in Giiiftiniano fi loderebbe^ il giuilo, ei’integrità de*co/lumL: dn Roma la fortezza ;-nel Sena to la •prudenza , la quale è più vigorofa, ;C frefea nella canutezza , e debolez- za de* Vecchi,. E perchè oltre à nom i , c fopran- nomr; foglionfi dare altri titoli a* .Razionali, edjrr aziona li. V. G, di .Grande ad AlelTandro , àPompeo !, ad Errico Quarto Rè di Francia, di Padre della Patria à Bruto , ed àCi« .cerone, di.Felice à Siila,, diDottoad Adriano., di Pio ad Antonino 7 à iNerua di Buono , à Traiano, di On timo i à Galerio di Bello, aiMaflì* miJiano di Liberale, à Commodo di Ercole , di Giufio à Luigi Decimo* ' * • 5 terzo. DIgilized by Google 410 il yeitoi^Oroy terzo I che neli’cfpugnazione » c di- folazion della Roccella vinfe,& ab- battè la Rocca delJaErefiai-* di For^ te al Leone , alla Volpe di Aftuta , di Crudeli alle Tigri ^ di Prudenti agli Elcfanti,di Fedeli/Unaa^di Fer- rile , di Forte, diSauia, diGuerrie- ra> di Potente &c.à molte Città: quefìi titoli feruirebbono d’argo- mento agli Oratori..' R Verìezia-?, che fi chiama , ed è lingula re , noo^ darebbe vn raro argomento à chi moiftraire c fière fiata cosi merita- mente detta? Qnefta è fingulare: perchè delle altre Città veggonfi in parte fc non ’Mdec, ^Irìiseno le fo- jnìgliaDze ; mà Venezia è vn’efem- piare di cui ai tra imitazione iion_, fi feorge > dirperandoTArte ftefsa, che ne fu Mae'ftra , di farne vna fi- mile^ £ fingulare: perchè éflendo fituata nei regno ddl’acqne, non è foggettaimà Reiaa dclMare, di cui non teme le batterie j e lontana daJlàTerr.a è fiCura di xtopfentir da prelfo gli allàlti terreftri . E fingu- larc ; perchè la Città > e la Libertà . J iuiN Oigitized by Googl Ouero la f^ene^Qona . 4 1 1 rAirfcro nel Jcinpoilefso dall’acque; il che fii indizio ccr.tilSnio , che la I T ' libertà jkhi viuerebbe mai fenza^ Venezia , nè quella fenza la vita di quella, E llngulare^* perchè ebbe si bene le acqueialmallre milchiate con quelle di fette -fiumi j del Ta- gl lamento j della JLiuenza > delia^ Piauej della firepta ^del Pò , deli*- Adige ,edel JBacchiglione : mà dal rdi. nel qualcjiacque xió vide giam- mai il candor del latte della Cat- »toiica Religione, confufo colla ne- rezzadcl tolficodeiridolatria della Super ftiz ione. B fingu laro: perche. galleggiò iempre la fua Li- ^bertà ncllinondazion de’Aarbarij >pccchè per più miglia dillantc dal- la Terra, èpiùcopiofa delle Città .fondateiiella Terra , e nel feno dei- JaFertilùà , & Abbondanza . La^ moltitudine ancora de* Magiar a ti fcnzaconfufione, la prouidcnza__, KquafiJDiuinancl prouuedcre fenza flanchezzaallaTerra, aJMare airifoie, la frequenzadi tante con- iulte con tanta fcgrete2za,Ja cqntf- S » nua- Digitized by Google 4 IX Itytttó d^Oréy v .o niiazioni della guerra con^tanta nerofità, non folamente per Ja con- :feru32Ìon della Fede Cattolica , mà ‘per Faccrcfcimentò , tanta diuerfi- tà di gradi nobiiifsimi di Doge^^di Procuratori jdi Configliertr di Se- natori , di Saui , di Giudici , di Ge- neralifsinii ,di Prouu editori gene» rali , e d'altri Capi infiniti fra quali è diuifo il gouerao intero della Re- pubblica : etant'altre marauiglie-, le quali fon molte , non già fette , la dichiarano per fingularCr Quando però i nomi , ed i titoli non hanno fpeaiqfità‘, -nè: rappre- fentarto oggetti’cfi grandezza:," con tu teò- 'CIÒ pòrgerà nno^ argomento rllufire , e grande a'Lodatori ,Te di- ranno non confa rfi alle Perfone lo- da te, ò edere flati poftr pcranti- frali , come dicono i Retori , e per contrarietà, colla quale il bofeo di* cefi Incus qnia Mow/#icrGla guerra ìu , ^>e//«?e GlotOyLachefi, cd Atropo diconfi Pàrfte ^ quia mUii pÀrcunt . Qiiindi deriuarono que*ti- titòii , cd quelle infcrizioni de’iPa- - ■ ne- Digitized by Googir Ouero la I{en. yene^ant 41^ = . negirici; LeSublimità dìS. BalFo,’: le Chiarezze di S. Eofca , il Candor di S.Filippo Neri> le. Grandezze del Minioio>cioè di § J?fanceico di Pao- , ^ la Eondator de Minimi , ed altre-» » fenzalnumeco^..' ■* : • Mà chi vorrà; tefler .Verrine , e . Filippiche , e biafimar che che fia , . dourà. tutto Poppofto alle cofe_> - predette, operare . Se ilSuggetto che fi vvitupera farà nobilitato , aggrandito .dairAltczza , e daJla_j Gloria de* nomi : sforzerarsirOra- tore di fate apparire.,che nel biafi- . niato nulla fii di gloriofo, e di fplé- - dfdo fuorché*] nome, al cui chiaro^ - refividerapiùdifiintaraente l*om- ' ' bre , e ic brutture i e che - fu feonue-. neuoJe fregiar co’.guernimenti del titolo chi doueator la bellezza col- ' la deformità del vizio , e chi aureb-- be fmentiti come bugiardi quelli, ohe tal nome gli diedero. . Se il Sug- getto anrà vn nome odiofo , vilifsi- mo , c ridicolofo ; fi .dirà ellerfi. ve- rififcato quanto fignificàuafi dal no-- iUCimmolo parlatoj’o. yerbigi;a- Digitized by Google 414" IlVeìtod^Cfr(ti .:*»- • zia. Nerone , c Caligola che ebbe-* rola caligine , e la nerezza nel no* me rnonchene’coftutnijxlarebbono' argomento di prbuare , cheda que- lli fii olcur^tb ilSòledegWmpcrij e ia: Monarci) ia Romania :: che Elio» gaba lo- nom adempiè quanto prò- metteuafi' dalla; chiarezza del no- - me r.fignificandò , iliosy ìì Sole appo > i Greci ;xhe AlèiTand ro- Magno m- - ti to la to figl iuoladivGiòue i^non fo- laincnte non.fù Iddiòi màmenqche^ vomo per là fuperbiaieper gli^ltrii Tizi; datquali fu-dominato il Signo^ reggiator ^ei Mondò“. - Talora dal nome -, , c dal-, t itoto s’ ' accenna qnalch’e-vir tùó, 6 vizio^co- * , me da Pio s’àddita là'Bktà>dà Giu- ftiniano là Giuftizia v da Ecdelc ia ^ Fede , - la Còftànzaìdà.Cóftàntino > < là Pcrtihaciada PcrtihaccjdàCal?- - uinoia.Vinolénza , e PVbbriachcz- - za: le virtu,ed i Yizi}:dc* quali potrà fbruir d'argomento rdimofti'ando che campeggiàronoprinoipalfiie»- tcne» Soggetti* lodati , òiblafimatì . - SogtiàDttp^ncoraparagoiiart firav loro*» ^ Digitized by Google Guerola^^ettor,f^€He7^ana, 415* lóro quelli che hanno vn nomejcon^. gli altri nella fteffa guifa nominati.- Chi-uppcilafi Alelìandro , può ino- IhrarhJn tutta i’òrazione limile al grande AJèlTandro. che.llimò. pic- colo. cam|K) a? fuoi paflr. v ittorioli, . eda Giganterii giro fmifùrato dei- la. Terrai; chi. Pelagio , à.Pélagio' Errcfiàrca>pelago di tuttehiniquità.. Da qucftoluogò per viadi cópa- ra2Ìòner,fàrcbbelii vn*. lunghiHìino’ Panegirico > Ibpra- Peloquentilfiraa^ Giouanni'délJa Famiglia Ulii/lriUL- ma.de’ Gorrari* nonfoJo feconda^-.,. iBà-fecondilIìnia d*Er o i moki de* qi^i furon.Marti nd.Gampo5,akrr fòrmi. Gatoni- ndhAlTemblee ,, 6c. Angeli. dicQttligim>. altri vdi- rontì^com& oracoiPmellaì Città. diO Roma volendc^la Fòrtezza > la^ Eradcnza >.la Religione r. e le altre: ’viftÉL aucr Tempre avvicenda qual- che Allicuo dellà gran Cala Corra • ra t: farehb€£.>dico,v,vn Eàncgìrico^ fòpra Giòuannir aiHinig|ià^olo nella facondia à,San.Giouanni> co* gpomiàato.Crirollbmo >. cioè: £oc« . S»‘ 4^ ^^3»' Digilized by Googlf 41^' llVeìItod^OtOf cadoroi poiché Venezia dalPélo--. quenza ^el Tuo Giouanni vide Po-.- polì , Città , c Regni dolcemente--» / incantati, ed incatenati , e’ che. ài quello dehderauano cento bocche , \ e. cento lingue , ' acciochè non ‘fi > fiancalfe di ragionare ,iion eflfendo - ehi mailadì, e lazi; di fentirlo . Vn’altro mododi troua-r l'argo- - mento fi è i il vedere quali contraT- fegni s’appropijno à ciafcuno . - Per t cfein pio : Perchè S.Girolamo fi di-r pigne col Leone, e S. Giouanni col-/ l’-Aquila , IVno Rè delle Fiere , ei> ? Taltra Reina de* volanti : non fenzai ragione S.Girolamo fi comparereb;jjr be per via d*aJiegopia al Leone > Sin Giouanni all’Aquila ; giacché - quegli co* fuoi ruggiti fpauenté >e-' fugò le fiere* edi inoftri degli Ere^ -r tici i ^ e'queftrcoHuovolo arriuàar. Seggio , ed alla cima della' lleflai*- Sublimità . Ouero * nel primo fi có-.> naenderebbe laFortczzapropia del;- Leone; nei fecondo. J^ilntelletto piii j perfpicace délPacutiffima villa dcl-r l’Aquila , Quelle infegne,^ fcgnalF ^ " fono. Digitized by Googlc ermo la Vmi^na; 41 77 fóno ancora propij delle Famiglie, =, delle Città, de* Regiiiydelle Repub-.~ bliche; auendo la Sereniflìma Re-^ pubblica di Venezia il Lione alato 5 &c. onde facilmente infegneranna l*a.rgomento di lode , òdi bia/imo . . Oltre à-.ciò«fl v4a di -comparar, quel] i eh e hanno va nome, ad altri bcnch è. diuerh di nome, e di n aiu ra^ , e inoftrarii limili , ò diflìmili . . Per. cren) pio : . Qualche Santo , ò Bea to fi paragonerebbe conS; Paolo , coa> S. G io: fiattifta, eoa gl i ADgeli,cofi Dio : Vii Capitana con Ercole, . con^ Sanfone, eoa Achille, con Etft>re3; vh Sauio con Solone , con '.Catone : : ^ va'Eloquen^ :con Tullio jtConDerì moEene; viro Seul torcìoon Ridia, e con PrafiS tele ; .vn Dipimore: coft.. Apelle, coAMicherAngelo>, coxiÀ Raffaele, e Tiziano , i quali ncir-i cfcrcizio loro paruero FenicH Maeliri dellaNatura, e dell’Arte-;.. Penconuerfo ; J.Viii,gli (lolti j egP ignoranti fi coinparérébhoiio ad ab tri dellhfl€irafatta,chc iufònòfòg?* gcttadelIoicher.no , &:aurebbòno - ' Sl J: caua-T ’ U f^iUó ^Ofo; ^ cauate le rifa eziandio ad Eraclito^# cd 'agl i'T:fciti della fpelonca idi Tro^ ' f6nio«> Sòuente adóperanfi lè 'Allegorie r fàccnJoiVcdcrcchechciià,firmlcali Giclo, al Sole>allaEuna &ic: e pro- uandó^auer auute in^partele lóro* proprietà .. DI queftc Allègoriefo^ • no^ripicoi^niolt^pancgirici degli Scrittofi^niodérm',^che"preiero il più vagodelGiélo j^edelHAria',- il* più prcziòfò della Tèrra*, c dcl’Mà*»^ re'; ; crrappropriaronoagli" Eroi^ ooramcndàii; S. ^Tonaaiafo* Angelo ^ di codumi ; e-d*lrig^oj eicKe ebbe : l’eceraa Sapiènza pcrr Approna tri^ cedellà-dòttrina pura , c (incera * al pari: dclki vitai innocenti (5ma , r fù ^ efpreffóTòttO’Pàllègorià dèi Sole ; S^lgnazió EondatprdelIa?naia-'Rè- ' ligionet.utc*àrdòrenel nome'*, e nel • cuore eichepurgò , e rinonòcome - lo fpirito Diuinoda. fupcrficié . dèi* * ia-Tèrra';ct colle fiamme. fpenfe lai vitande* Mòftri-, e gl!incendi>.’man* * dati dàlleboGche'diinillc.Cùimere- dd bdliali Eirefiàrchi , ili rapprefen»- UtO;j Digitized by Googlc f Okero Ih 4 r rato coli'àlJcgpria:^cJ fuoco. Altri' fwon^oftrati vguaii alle Stellci .a* * Bhn yat FJàmh^^^^^ come : apparifccne! pa ncgifich de’Modcr-^ ni ; coli*c(cmpio de*VjuaIi; poUbno > feufariì r,c difenderli quellÒGhe tef- ft>noi. fuoi. CDmponimcnttJCoii. tali : a-llcgpric; continuate parendo à: mecche faccia megliòxhi fe ne:aliie«- ncs,, e;rendè: coir. aJtri;argontejiti = p iù g?gliarda,.e ma tura^rórazione. , Eiux)lcre.Xefentcnzc ,&i’ detti nTemqràbuJ i giòuanó'pcr; li f ittoua* inentLdi cui fauelliamo Per. cTém^ pio :il détto di Mùziò«Sc€uolà>,che • rece piu fénza là'mano~,iClic moitejfv regioni con molte dèftre : : «*■ mu Kmmum e/l , . feuireb^ àx hi voléffe: loda r Sàa_* Erancefeov Sàuerio, della; Compa- gnia.di) Giesù ^idimoflrandó-eflcre' fiato proprio: di Erancefeo ciò che 3^ibuì a'fuoi. Ròmani/ quell,*Eroe pià chiacoidel ;fdoco> coEquale con- la; Tua; delira . L’altro detto ^QrazionelPAf re^poetica :: T"^^^iocnÒHS e^e Toetis , S 6. ìion Digitized by Google ì^<m Dtj ,nùn homincs ^ non conceffìsre eo^* ilirwwig; potrQbbefi adattar, fcnz’adu- - lazbiic agH Eroi :di Venezia , aV quali non tnai ptacque ia mediocri- - tà nelie virtù» mà iercaron© fem- • pre in quelle;raJcczza,nTaggiore-j . > All’incontro pen-tvicuperarealtrui, , pread^emoraltfi <detti> . e.dkenio . Cifferii =tutt(i ciò verificato : - : ' . t ApprelTo i Moderni trouanfi al- ■ tri ca pricciir, e^ghiribizz i d’drgomé-! * ti. Sono" fiati Artefici d*Aguglié 3 » ' di Parami4i.,.<liColofii> di Tempii/, di Statue-/ ienz-à do perare gli fear- peili nell|ingcgnofp Ja;Uoro;di ,Gal- * leric,e'di Q^adri/èhza inacinàr CO' lori ,c coloni* le tele. L’Artificio di. tali componimenti è di tale , ò fimil . fatta; • Dirà l’Oratore > che non fa^ pendo maneggiar ferri, e-pennclli per intagliare , e dipignerc-, t mi la .* lingua folamente j infègncràciò che fi dee fcolpire ne! iaffi / ed imprimcrr iic’ lini ; pregando -i Parrafij / » ed < i ^ Miroii i 5 gli ApeJJi, ed i Tizianidel • Tuo Secolo à cominciar Tòpera dife-. gi;ia Cv/ nel peniiero, Pofeia narrati . ' tutte*- ‘ Digitized by Googl OHerù ìa I{en. Fénezidna, 42,1 J tutte, le azioni da cappr^rcntarfi ’ dalla Scultura, c dalla Pitturale ter- - minerà il difcorlb con dire, che fe-' delraente il tutto efeguifcano -, per- chè in tal goifa li eternerà ne*, ' mar- mi , enelle Taualc noumeno’ il no- me del lodato, che degli Artefici * La llefta maniera proporzjcmaL mente douerafsi tener. da. chi , sper eiempio , v oklfe .innalzare Yn*Àr- co trionfale al Serenìfsimo DogC-^ ’ Lorenzo Priuli , cheiVCcire.vnGc-’ • rione mollfuofifsimo, cioè la Pelle, la Eamei'e la Guerra , t mofteandofi, maggior.d*Ercole , 'mentrci (menti ‘ l’antico prouerbio .* Nrr Hereidai^con-’- uà duot ; col vincer .trcvmotlri àppa-r* riti , € dileguati nel fuo principato. La lollanza del difeorfo potrebbe.;» elìer, quella \ .Elfendofi . collumato’ nelle Citta-di piegare; in Arch i . le.' piet re, ed; i marmi di Pa ro> e d i N u - midia ipcronorar gli EroiabbalTav ti èd-incui nati focto* I.pefo delles^ • palme., e deglialiori : conuien che , da^Cìttadini;vn akrodè jie fabbri- chi con > abbellimeiui ;di llacue.j > dii - ^ ‘ ’. lWeiìÒ^€fHih ff egi-v c di pittare adombranti*!:- ló* ' me.della. Patria Lorenzo, PriuJi- d'amparifcano la Peflilénza > e . ^ Morte vnitc ifificme,lè qaaii.colgi- rar della fpadà^ c.dcllà.iólcefpicu- ta miètano^ e tagiinovlevite matu- re, flèaccfbc dégli 'roaaim polle; medeiiòrcfiVeggiaootcoll^nne rot- te dàrilalJa: fuga, aL compar ir dii Lorenao perchè: quelli:: fiiirAui- ma » la quale confer uà ;V4UaJa:VIta , « che noD'^ potcaficuramchtcjpafleg» * già r, per l’intoppo id i tanttxadàue'* ri. . Qgeili difarmò qne!nioAri>àcuii là molticudinedel P,ópoi6,,.addop- pià^é fòrze ; Scorg^da Famepa r— to abbiomiiieiioieL; generaxofdàlla;:^. peililenziofà mortaiicà i^ccupare v pafsr , per vietare, il trafporto degli ; adimenti’, collàinancanza de’ quali; arefcela feme; e poi mirifi'l*Abbon-' da nzai .per opera^dcLPriuli, entrar vJctòriofa in .Vènezià ^iàcchèXo- * renzo r.il qqalé;diède la vitaa’ Cit- mdinii collo: fcacdamento^ della.», morte -, ,prouuide.a* med éfimi anco- * saidi cibo^ pecr cnnr€raazion;dellà:,^ niriiJizcd by Googli Vita . yàgbeggiri da vn lato Mary te col fuo cawo (correre >al4aozo- famente per ritaliàie dàU*àJ»o fi contempli - lo ^ ftérso- ftrarciàato - da I • fuococcliio medcfiinoj.di cui la^ve- lòcìtà^ féruì per condurrc^ l’Arbitro della gucrra.c©np.rcftéa:aa maggia re, alla morte. ImperocebièilBdu- li colla fua prudénzaie defirc^^a fè ohe la Guerra entrata: neUUtaliaiJ , non ci fifennafse ; . onde: parne*che le arme fólàmente pellc^inafsero ne*paefi circonuicini; Sicno jSguray tlMàri , .Terrei ed Ifole > douc da* fiioi Antenati vgual mente* fórtifii^ mi ,e nobilifslmi fnronarcrctti Ar-* chiicGolónneal valòr delie lòr de » firc,aòiidè'nacquc la tra»qnn^ e là ferenità del G icl-deJlaPatria» -dee . . Con tale artificio fi pof$on eom- mcndàrei ed erpriraeretutte le altre opere , e' dòti del Sercnifiimo l-o^ renno Friuli . • Apprcfso . .Collumafi ftdoperarei i problèmi i .ccrcandò qual . vktii , e dote* pib campeggi' ncb^rfoaag- gio ;/e la fortczj&avA^l^ p^denza,, C»* _ . ^ Digitized by Google tì Fétt'é'iTOyoi ^ ' UGiuftizia , ò J a temperanza. Sid, Gosi vn’Orator facro propofe< per* via <11 problema :<e*lB^Èo Francc-, feo Borgia deJla mia Compagma,£L» maggiormcnce'dìfgianto da fc AeF- fOiòcoagiantocoftDio k . E altrcsi potrcbbfefi cercare nel. Sereniflimo ‘ Doge Franecfeo daii Moliao '^ -fe fo& più liberale cich fangue in prò della Repubblica , .6- dell’argencò> etlcli*oro inbcnifìcia - de*pGueriv. Se foffepià allento Di’? rcepolò neirimparar le dottrine-» tklGiela^ ò Maedro piùxiiligente , • c fegnaJato nell’mfcgnarlealia Pa-. ^ tr ia : poiché egli dòpo le caricb e^». piii onorcuoJ-i amile nella .Citta^ e nel Campo fatto • Generaliflìmo delVArmata di n^re,intrepidamenK te li efpolè'al fuoco della guerra /ed ? aJl*acijire fortunofe deirAdriatkoi . e dell’lo’nio . E fé la: malattia pjouuifa , ,e la podagra non impe-f dtuano più il rcorfo della vittoria Che de* ]. iedi : il carro deJlafortu- nh prolpcf euole.de* Barbari yfareb» beli mafo indubitatamcAtc òr otto/ ^ oucr DIgilized by Google Guevo U yene^^iana l 41 y. ou«r inchiodato, figli vfato 4 man-- dar piogge , e tempefte di fnoco for pra gli Octomanni > niandauadilu-*' uij d’oro ibpra i Poucri , che vide** ro noaelli humi > il Gange, r£rmo> e*l Fattolo fcorrere per le La gune-» di Venezia . Egli continuamente- frequentaua i faeri Tempii pubbli- 'che fcuolc ; doue fcnza voci parla ed ammaedra ]*£ terna Sapienza^ ^ > nellé qualiapprele quanto pofcia-* infegnà colla vo€e>jecoirefempio, ' Grator pKi facondot > ed efifìcace d’-J' ,ogni Dicitorei e che da- tutti s’iiW* tende/:/ ' , " Di pili il luogo dé*Contràrij è fécondiflimod’argomenti mirabili; come à punto daJia contrarietà de- gli Elementi dali'cterno Artefice_> ' accozzati ; nacque la fabbrica di { quello gran Mondo > e del picco! i Mondo >.che è rvomo . Con que£q ; luogo furon formaci quegli; argo« . menti : Le felicità infelici degli vo^ . mini mondani : La Pouertà ricca^* • de* Poucri; Le Ricchezze ntóndi* ■ ^ dc*^ Ricchi ; vLe ^uuerfi.tà ft-; i > conr^ - Digitized by Google ìlV^iUo^OltO'r conde de* Giunti ;;Le, Fortune sfor^* lunate de’ maluagi TuiKMagpus, ò . S;.Gii; Battàftay.c ccm’* altre:' f>ropofiaioiu ;.le gaalWircor- di per àltro> fon cbncordtnelrecare^ ag 1 i.V d itoci dile ttO' , e inarauiglia e plauroall'Oratoire', Contaii.oppdiìziòni fi-compor^- rcbbe.vJi.vagliifltoo Fancgirico m< ‘ lode, del Sereniffimo- I>ogc. MarinL» Giorgiymoftfaodù^ia^q r La^ Giott«Atifeamttave.nutura« E.chet ila- il vero :: L’andarcoEnpQiìo/. in_» ijuella gttfikcJfe andrebbe Ja^ V ir tm ìc pore& vmanar/I',.c prcndèi: cor- po fra glt nomini ;c i patfi che dinìo- - (ira nano ,, efei f^cedario; ap- pettare il cor folongo deJlretà, per: ^ giugnere aìia/omrmtàdelbdGdoeia;: la Modeilia deglinccKi cièest.iE£>Ió% ta r iàmen te agl ibggeitiìdéii^Ter* ra > . e pero>. vagheggiata. dalla Ter- ra c.' dalCklo : fòi ferole, di tamo^« pefò , C' perciò} non/grattoféadaP cunò gl' infegnamentkfàlticeuoli/ feguiti. dagli^ altri cEendoneMa- rifló^Aooc diamente: MàcB:rof^ > mà» Digitized by Google &ueroUì^m^Vkn^0na', 417' 0p^ràcore di ciò ch& infc^iiaua^ tutti gWatti della periòna^Acia mai ozioii mà fcmj;)CC'' attiù i V ed ' ope- ranti^ effetti^ marauiglioli' di com- punzione e: d'ammirazión& nella Città di-Vènezia , non" eran^le^ni d*y na età raatuf ad’anni Ve di virtù? Ciò gli diè dav prima il cognomi di Santol e dappoi il Trono di Prin- cipe nellaPàcria > che lo fè fuo Ca- po,-donde fàcilmente li diffefe la^ fanticà per luttoM Corpo della Re- pubblica.. i . . Alcune volte formali da nói ftefli- nella nolb^mentc Pldca* d’vn Prin- cipe perfee tó , .d* V n - eccellènte Ca- pitano d*vn prode Gùerfiere , di- vnpi^éntilfìaK) Sèna tóre ; ?dicen- do chcperéllcré“ottimo Prineipe , « è necellaria^làv Vigilanza , là Gin- Rizià la Ribcralitài&'c; e por rao- firaiicb ritronarlL nel Principe lo ■* dato •' Per via d'idea è compòRa^ rórazionpwl^f , nella quale d crebra , cd cfalta il gran Pòmpeo più- fecondòdi palme all’Imperio Romano ,, che non è fer-^ ' Digitized by Google • • -fmiìédl: biade il Nilo alPEgitCo >\ dòuegià’cqire decapitato il Capo dv tantfcferciti ; e doue morilà Liber*‘ tà Latina, rifurta pofcia nelf Adria-. tieo ;e cnllbdita •, e dife/a* per taati^ fecoiì.. *•' còli I^éa ‘{ìfniglBnte/ it figurc-^^ , rebbè vii.Panegit'Kòid^a-'»chr'delldeV ' rafle rapprefentare- vn verifiSmo^ Ritratto de! Doge Giouanni Pefa-- 1*0. Direbbe ,icagiond*crempio-#'. Chi è innalzatò'al Tronodagli E-^i lettor^ , i quali lòao il fiore e l'e-- Tein piare dellà" vera prudenza , è: vapò che habbia chiarezza di na-- tali ,.douendò efférc vn Sole nei- Cfclò delle terrene grandezze ; Re-i- iigione -incontaminata j -perche.hà?^ da tener femp^i^c impughatoil-ierro^ contila u’ Turchi» dcllé fàeue.de->*/ quali qu cila^è ‘berlhglfe r pru deiizài incomparabile i ; effendo^pofto aU reggimento non fòlàmetìtc- del- Po- polo -9 mà d'hifiniti Principi , come: fono i Nobili ‘Veneziani Mac/lri< dèi gotiernare- : àffabiJitò -c pia- ccuoiezza di coirmi > colie quaJi IL. kgan. Digitized by Google Onero ta '^ett . Veneziana . «41^ •legan 'gli. Anim irparce.fiiigl iore de- gli V omini ; Vigilanza • fcmpre dè- cita per eonferuare il ripofo de* Sud- diti ; Giuitizia che tien ieiiiprc Ja^j bilancia pari,, e dii'icca,>non aggra- aiata dal peib di palfionc alcuna ; c con fatti particola^icoinfermereb- rbe la Tua propoiìziQne.: donde rifui- •terebbe eflere 'dato if .5ereni(nmo Pefaro-vn modello de*Pr incip i,pcr- chè ebbe quanto abbiam detto ri- -chiederfi da vn Principe . Chi però aueise difficoltà nel fi-’ igurancoJla mente PJdea d’vm Prin- cipe; può fifamen te, e conattcn- .zipne ri mira re il Seren i ffi mo > DO- M£NICO CONTARINI , Ri- ^tratto non immaginario , mà viuo^ e regnante; e che ancora eccede i d elìder ij quando /bno piu audaci.,Sc -àrdenti nelle brame ; ondej.giuÌla- .mentC’fi.può dire hiunquam - voto Ifaltem concipere^/uccurne fimUc/n buie ' vtd^tìMs j fil che fu. iperbole d£ ■Plinio in Traiano ^ed-è -verità nel Aerenifsimo DOGE Contarmi.* «Perocché quefii al^loriofo retags DIgilized by Google 4J0 11 fottio d*Oro ', gio dato aTuoi Maggiori daliaFor* auna ^ .edalla^Vj’rtù ^ .che laudabil- rmoitc garcggiaron fra Joro ncil!ac- créfccr,nuóuo Juroc adivna iplendn .da «ed.aatichiffima iamìglia i .da^ vCui nacquero più Sercniflìmì: ag- giutìfe altri patrimon fj d i grandi- 2C , c di propie virtù > si etóre, che àncora fenza ,J*aJtrui Splendore > e degli Antenati., era .vìj jprincipjo iuminq/iffimo .'la quefto Ja'i)iari- . chezza dellechiome nioftra iJ can- dordeJpanimq', e. delia ;Caótitezz^ .del fenno: col qualc/oftcnta la gra? uezza degl i anni, eh e di anno benj. •Si vicinate le forze del corpo, mà accrcfciuto il .vigor .della mente-# per felicitar .la .Repubblica, c di- fender la Religione, .della .quale-» V f/ Amazzone lì ,è Venezia, femprc -coiiibattence centra l'Jìxvpietà , c /a perfìdia deipOttoitianno.. Che i*a pprou amento d* vn ^U;ii(^ f ù pro- ua bafteuQie.à dichiarar'bUòha > e giuda Ja moffadeirarmc fatta da ÌHompco ; laonde caniò^ Lucano .della guerra ciuik; • . * Digitized by Google . Ouero l4^,en. , "■ ■■ Qtffi iufliùs itjiiuit arm€ Scire nefas xmqgno /e fudice^Mtfquctue- twr^ f^ì^rix 'caufa ’Dtis :fUmt » fsd viUtu» CalQUìi il Contarmi non potrà «on efscrejr ottimo Principe , mentre ih eletto» ed approuato da vna intera Adu- nanza diSauò'^ e dairAdemblea^ 'delle V irtu concordcuoimcnte vnì- te , periar -laielezioned^vn virtttor /ifs imo Doge >. J-a peuuitima maniera di far Taiv ;gomento quando fi hiafitna, è pren- der qualche fatto , ò vizio folo in.» cui fù fegnalatamente , e famofa* mente intame la Pcrfona che fi yl*’ tu pera, e poi tonare , e fulminee pili di Pericle^ e fcagJiar contro à ^uellatufte le anni , chefuole ado- perar l'Eloquenza quando fi tra- muta in Ainazzone,ò inPalladc-» bellicofa . E cosi aurebbefi da ri- prendere in Werone la crudeltà , la quale fiisi grande , che feffere vru I<erone ,val tanto , quanto 1* cfferc crudele ; la doppiezza in Tiberio, Ì Digitized by Google t 4^ ' ^ ììyelio avrò i , ->■ cui fcnfi occuJùTsimi , nè meno (k Edipo farebbonli rinucnuti; e cui rifpoftc parean qucJJe degJi oracoli antichi : .la golofità in Api- zio > che viuea per mangiare ,>non mangiaua per viuere , ed era Idola- ^tra del cibo • Non fi vieta però, an- zi è bene intrecciare artificio/a- niente nel dilcorfo'gli .altri vizij~a vfando le figure rettoriche , le Prò- •fopopeie., le Apoftrofi,.le Preterì zioni,e limili . Verbigrazia . Io •non racconto le crapule , le difone- ftà , i furti., le rapine..^ i facrilegij ^c, perche la-folavCrudeità diNc- •A'one balla per cagionare orrore , e ' .jìanchezza.è aiP.Oratore-, e> agli Afcoltanti . Altre infinite maniere di narrar dazioni federate fi por- geranno dalla varietà dell'aJtre fi- gure. Per conuerfo; nclie-lodr: di t/aitcrà qualche fatto fublime' ; e s’ il luflrerà qualche virtù più rag- giiardeuole che col Tuo fplendore abbngliàuagli occhide* riguarda n- vi . Perefempio : * in Giacomo Tiepoli, farebbe tie- gaa Dìgitized by Google Ouero 4^ gmad’éffer magnificata, c Tubi ima-* ta la grandezza dell'ànimo , ch« mofiyrò; quando fi oppofe al Popo- lo , il qualeTenza Ifaliènfo de'Seaa' tori , e de' Padri volea crearlo Do- ge con gioriofa fuga -fi allentò dalia Patria» ixifinattanto che dal Senato» , con piena. libertà, yn'al* trofìi collocato nel Trono rifiutaT to dal Tiepoli ; perchè in.vna Cit- tà<libera,non era Elettrice dei Prin- cipe , nè Conduci trice al Seggio, la Tiberxà del Senato . E benché per Pauiienire viuclse priuato,era non- dimeno come Princ-ipe riuerito; auendo il principato di.fe fteflb., c c de' Tuoi aftècci , più difficile ad ot ' tenerli , perchè fi han da vincere gl'interni Tiranni; e più malage- uole à conreruarfj ., perchè cofp^ raiio continuamente à ribeilarfi al- la Ragione Gouernacrice dcilaRe- pubblica interiore dellVomo , La- onde fé’! Tiepoii non ebbe i voti di tutti per eiser Doge della Patria. fu però da tutta la Patria dichiara- to PrincipenelRcgno della Virtù,. T In Digitized by Googic 454 11 Vello d^Ordf", luGiouanni Bafadonaa j fi com* mendercbbe principalinente Ja de- flrezza nel trattare i pubblici ne<* gozij ; che p«rÒ dalla Repubblica, lenza teina di pericolo ;lii ampolla la mole degli affari pib grauofì , à quell* Atlante non birognofo dial- tr’Ercole 5 e fìi mandato .Amba- feiadore al Duca di Milano , al Rè di FranGÌa.,- airimperador -Carlo Quinto, e al iomino, Pontefice Fao- lo Terzo, che erano altri Atlanti fodenitori di. Stati, di Regni , di Monarchie, e di Mondi .Ed accioc- ché la Vita , c la Mort^., di pari fof- fero riguardeuoli^: ;Giq: nato rin.:» Venezia Reggia delia Maghificcn- za,fpirò neifeaodiRo na Teatro della Grandezza 1 e fra i plauli dati alia fuaLegazione interrotta dalla morte : erscado il Bafa donna cari-» codi onori-, e di glorie, peficon- fueti dati dalla Virtù , quando vuol maggiormente fubiimar gli .vomi- ni gr indi ; & alleggerir loro gli grami delle f.itiche, tollerate pec; folleiiamento della Fa tria . L'vI- ^ ^ j Digitized by Google 'Oucrol4Reim, yeneì;iana, 437 L’vicima maDÌera il è il narrar , tutta Uyita.^ tutte ic.4oti , e virtù d’a^cuno.fen^a .comparazioni , Al- legorie Idee . JE perche ciò è Cile : il d^ art^icchir Jarpnncrtà del- I*argomcnto,cpn tutto i*£ritreo-, e 1 i (tari orazione ^olle .forme , e col- . le figure più . sfoggiate !e fontuofe del dire , ,e profumarla con quante ambre , & pdori.hà la Rcttorica_, . E ben vero non eflcr.ne,ccrsario tan- to ludo d’ornamenti • «quando il fondoè preziofo: e chi fi loda, è douiziolQ dc’beni della Fortuna , e ..della Virtù ^ ,Tale à punto fu Marin Grimani, .che .vide nel fuo ,na(cere doppio chiarore , del Sole , c de' fuoi Ante- nati nobihTsimij i quali quantun- que fpenti auean conferuata viua_, la luce , e trarinefsaJa a* N ipoti , cd a’Pofterù per illuminare .a qu.efii laftrada. Per.taleftrada caminiiiò il Grimani , fatta via più rifplen- dence da* raggi della propia virtù, che gli diede i gouerni più apprez- zati , le più celebri legazioni, le di^ T X gni- Dìgitized by Google ' ugello d'òro^ ^nità più riguardeuoli, e pofch ll •'{ommo degli onori , con farlo Do- ge . Nri fuo Principato fpenfe il ^oco delle guerre ‘ accefo nella--, ' Dalinaziia , e nelPiftria : incatenò il furore , ehe fcorrea per quelle^ Prouincie ; e còme Signor del Ma- re , aflicurò ancora dalla ferocia-» de' fiumi il Dominio della Repub- blica . La careifia sbandeggiata y l'Erario accrefciuto , la Città ab- bellita ,-Ia pace fermata , 'furono opere della prudenza , delia Jibera- lioà, della magnificenza, della de* ffrezza del Grimani riucritonoa^ folamente dall^Occidencer, mà dall* Oriente ancora per mezzo dVii*- Ambafeìadore inuiato dal Rè di Perfia , con lettcre«sì gentili : che-=» paruero non venir da vn clima-* ftraniero , e da vn barbaro Monar- ca , mà da vn cof tefillìmo Cielo > e da vn Principc coronatodalla Gen- tilezza, In qiieftvlc ima Foggia potrebbe^ ancor di nuouo far comparir nel Teatro del Mondo PAppoftolo - - ' c'I Digitized by Googl Oktrt lOrì\eit, Ì^ène^mì, l 4^ 7 \ e<I primo Marcire ddPVnghcriaLa^ San Gerardo Sagredo Vefcouo di> Canadio: fe TOratore- col- corib» facondo d'vna ben d ifl-efa , . n è in-- terrotta orazione , ii fermaffe ncK la carriera marauigiiofa della vita» del Sagrcdo: ò quelli fi confideri nel principio delle moflc , ò nel mezzot del corio., ò nel rapprolfiinazionc-A al termine , ò nella nieca ; cioè nella puerizia , nella giouentìi,nella ma«i turi cà , nella. veccàiezza , e . nélla^ ^ morte,- Nell'età di cinque anni , lafciata l'àflilà del Mondo > prende la liurea ^ di Grifto i vedendo fi d’abito mona^ - calcin-S^Giorgio maggiore, *e quan« do appena ferme allodaceauea le piante,fenza gli ordigni d^Archif» mede , /cuoce da fe il Mondo coa> poiTa mirabile; del qua le Tgr^uato, co pochi palOG, perchè tutti erano da Gigante, arriuò all’erta della - per»> fezione ; .doue nel gjro di molto tempo» difficilmente giungon quelv - lidie fono aggrauad daglianni-. . Laonde chi rimiraua il fembiante, , % 2^ Digitized by Google 4# tir elfo (fora ? eie fattezze di Gerardo, non potea;’ non giudicarlo fanciullo;, mà chi s’afìfifaua intentamente' nelle azio*^ ni,c ne’coftìimi , ftimaualo inea» nutito nella Scuola 'della- Keligio^ ne; L*aumenio»dégliabitfcvii‘tuaiÌ,- crebbe col crcfcère df Sagredo ; nè i ' fuoi coetànei gli fùron pari ycòcet' to nel numero degli anni ; poiché ‘ GcvzlL^ ferapre gli" auànzò- in^ quello delle virtù, £.per andar con- tinuamente innanzi ; volaua colla ' mente su Jè ali dcli’orazionci nel eliclo; Gàricaua fi di férro,e di cioc- cio >pefi coiUi>etf dèlia penicenzà f ' dimagraua ;.6i jridebòl/ua- ifeorpo con frcquenttd/giijnf;,ca’quaiìi’a'* ' nimo più vigo: oro ; epicu6;diuie- ' ne ; nélifciaua: parte' intera ìiella^ - fùa carne Vfquarciata dalia terope» fla dè fTageJli icon chè fana fi con- lerua l'iritcgr i tà /e fi nnoCénzà .Fat- to gì ènei l*età maturo , chi fu tale-» ' ancora nell’accerbèzza' della pne*- tizia ; e riputato- degniffimo dico- ' 'mandale ; chi nori^fù inaiiìgnorcg*» " giato dal vizio; co* voti di tutti . con» Digilized by Googl Oitm là ^eU.VeneT^ani: 4 con. piena allegrezza del Moniftc* ro y è innalzato alSeggjo > ed alla** dignitàdi Abate ^volendó i Monac iv fignificac colla preminenzadei gran- de ^Tàltezza de'meriti dell'Eletto.- Spintopofcia dal delia’ drriucrirc il Santa Sépolerov cagion della Ter • conda V ita' dell* vomo fpento neV Eàradi/o térreftrei s'inuiò co* palfi. dóu*era^giuntój col defidério mà dàlie reali preghiere del Santo Rè Stefò no y e dallà fòrza dèlie ragioni deirAbacc Ràlino, af re/làto Sàgrc» do nell* Vnglieria t coll efficaciaL» - della predicazióne a ppo/lòJica e ' eoll*èfémpió: fenaalingùa fàcùndo> . lègQ tahnentegliViigheri ,.che vi* lEendo ilMcmtca natioo vn*altro ancóra ne videro , cioè Gerardo aC* ióluto Signore dèglràittrmii Rifor-» mata eoa fante Icggr 1* Vhghèria-^ parue che voléffématàrc ancora le fiere dèlié foreftè y poiché ri tira tofi : nella folitudine popolata dagli An- geli che lo corteggiatiano'iquiurrer» ni diMèdico V- e di Céruiico ad Viu £upp ferito da*Gacciatori,e rifana- - Digitized by Googic f^dló 'd*Onff > te dai Sagrcdo , e di Nutrice ad Genio. Btauendo al primo tolta la fierezza , ed al fecondo i’inftfnto di vagare : e in tanta diùerfita di na-- ture, fattili concordi, gli ebbe Com- pagni nelferenio, e Ammiratori di ciò che fi operaua dal Santo > degnar di più fpettacori , /e di più nobile^ moltitudine, V'ien per tanto sfor- zatoà Jafciare il fiknzio, le -feluca • Je fiere , l'ombre^ e gli orrori ; .ed è-' condotto , anzf trattò fra do fife pi» to > fra le Città , fra gli vomini i e lo chiarezze , colJ’efler fatto - Vefcouo ' di Canadio , E fe fra i bofchi diè • la ' fanità ', e lamanfuetudine a* bruti 5; nelle Gictà» dalla vita brutale riduP» fe in prima gli abitatori ad cffere-> ' vominh & indi ad effer fanti i & ac<^ compagnò la iankà delf animo eoa» quella de* corpi ; volendo che i*ai-» bergo deJl*anima , eia Reggia del- ^innocenza nonfpfiero afiediatlda^ malori,mentre non erano più ricet- to del vizio . Mà i Succeflbri dei rc^ gno, e gli Eredi della corona ; mon già della fantità di Stefano, amando Digitized by Google OUero ; 44i> pfh i?ieffer ciechi nella notte dell*I- ' dolatri^che l’effer veggenti nella luce d^V-angelo, Cfdella verità^ :è godendo pih del giogo pefantifllmo qeirimpjetà. nella licenza del re- gnare , che del foaitc di C r ifto nella vera libertà de’figliiipli diDia,efoi> tarono i Popoli à fpegnere il Sole, ed à fciorre ì legami della vita, dei niiouo Liberatore, eoli* vccidcr Ge-f rardo, Vn-tempofola fh>reibrtarc olfatto deteftabke<,-e Pefeguirlo. . Eerocchè da* MaJuagi fopraggiun*^ toil Sagredo pienod’anni ^ e di-pa-< tiinenti nell’vltimou viaggio fatto per PVngheria , e>nel primo*^, coi qualealGielo peruennc ; tentaron quelli di lapidarlo^ •’è di-rendere il p rimo- Ma r t ire d e J 1* V'iig h cria ,11 m i-^ le à Stefano Protomartire . Mà lei> pietre. con. doppio miracoio diuc^? niiteJeggieire ,e pietofe-, reftarona rorpefe neli’arKi , nèoffe-Tero il San-« to, cheLcrmòcuirorazione i fulmi- ni nelCicJo-y i quali già precipita-, uario fopra gli- empi; , che.aueano vneuore più duro de^raflì lanciati „ A. T 5 Non Digitized by Googic U ’ Non rattengon però le pietre arre-; fiate il fiiror di que* barbari ; anzi fatti pili, fariofi; gettan prima dal carro ; e poi di m’altiflSma balza • G(Èrardo; acui,quant'éra più alta la rupe, tanto più fublime gli fi appa- recchia u a là gl òr m* Nè. con tutto ciò puntò fce mando l'ira \ diTcendo» ' no doue il. Santo giacca Gli "tra- ' figgonòdFpeita’cóa vnà' lancia, e gii sfracellano il capo-in vn maci- ' gnojChcafperfddrfangiTe non. vol- le mai lafciar quel nobiliffimo frc- ' gio : benché là violenza \ e’ la cor- rente irapetuofa. del Danubio jV per ' fétte anni lobagnafie ; tentando di rapirJò colie acque perchè quel £uinerealé volcfsé cancellare i fé-* gni crudeli de'fuoi'Abìtatorijò per- ' cliè fofse ambiziofo d*auer parteJ» ■ dclJ’órnamento y- colqpale' pòférsc ' co n ^magg io r p om pa ,’e • fplénd óreJ» ' sboccare ncrm a re , Tal fuil corfo dellàvitadiGérardójcHénócefsò di accórrere dòpalà mortéairàiuto di chi afiféttuofamente Pinu'ócò; Prc- garoniò i ciechi defiderofi più di ve- ' dére. Digitized by Google Ouero U ^tti, Vmii^ank\ 44)* i^i^H'corpo del Santo , che laJ* luce, del giórno ;; e" fubitamcntC sniderò rofcritta la lùpplicai Pre* garoolo-gli- attratti;. e folamen*' te collo fcòrrcr degli occhi r c col àTolgerli verfo il cadàuero( giacché ■ il mouimentò deli e al tre membra-, non' aucàno*’)' ricuperarono' Tvfo ‘ delie parti - perdute v L*ihuocaroru, qticlli che dalfuoco delle febbri era lentamente bVucciatirquelli che dal freddò de'veleni erano mortalmen** téagghiacciàti ;,'cd i' primi prona-- reno v'n'aura.frcrchiffima'che tem» però, loro gli ardori ; ' ed i fecondi Riebbero il caldo vitale che dileguò preftàmentei rigori ; E fu tant’ami- 00 di' lollèuarer i Cuoi- Diuoti dagli affanni ', e dàlie pene :.che nè meni. Volle s’àfFaticaflero nel reggere il piccolò nauilio , da^ cui tragittar fi dòiiea. ii‘ cadauero di Gerardo v il- quale trouauafì;g>à.cner ficurillìmo. pòrto dèi Ciclo ; laonde fcrz’aiuto df remi, e di vele , e folamcnte fpin- to dali'àuta dellò- Spirito Diuino x giànfc il legno alla riua dei fiume . T ó Che Digitized by Google 444 ^ UP^eltìidWoi . : , ^ Che fc la femplice,e nuda narfà*^ zione farebbe vna sfoggiata,e pom» pofa moflra fenza i fregi ;ed i rica^’ ' mi mendicati daJl'arte i farebbe del certo niarauigliora,quando fi aprif-i fero tutti i Tuoi fumi d*orodali*Elo«ì ^ q^enza * per arricchirla ^ e J*Orato-‘ re peraggiugnerpre^ioadoperaffo gli aggiuati. J confiderando'l'anti^- chitàd’vnafamigiia nobiliffima^, cd ' inuecchiata negli onori . Tempre-»- lìoriti di Huouomct lignaggio del?* Sagredo : la tenerezza ddTetà^qu5-« do la fottopofc al giogo della RelH gione; la fugstdel? Mondo ^quando? ■ appena fa pea muoirerei pa/Tirla^s generofitd nell'andare incontro . a*^ pericoli , fenz’afpetmr che venire- ro ; la pcouidenza occhiuta, ed ala^< ta nel preuederl’akriirneceffità , nel prouuedore à tutti^:^ rodio dì Te^ lleffo facendo' tali. Icempij del' Tuo» corpo , quali nè meno aui*ebbon_i’ fatti i Tirannia Te foflero fiati tor- mentatori di Gerardo j la nobile^- prodigalità neliò fparger tanto fu-# dorè , dal quale l’Vngheria bagna*« : . . . ta--’' / Digitized by Google Òimla I(éti'6r. Venì^anà, tà Vcdeffe tòrto nafcerJa Fede , e lei Religion GrrrtiaDa , e da cui fo/Te ' l’impietà ibramerra> c l’Idolatria.^: il'giubiloiieldar per Chriftó il fan- gue,il qualedefiderò più aperture ' ndle membra ferite , acciocché fu- bitamente vfccndo, palefafle laJ^ prontezza del Donatore : la libera- lità de' Genitori nelFòfFerire à Dio - il figliuolo in sù*l primo' fiore , da cuipoteanolperar mólti frutti d- oto ,ehe aurebbòno^ pompeggiato " nelJ* Albero d'oro della famiglia : ' la quale nondiméno per l'atto ma' gnanimo ndlo'fpropiarfi di Gerar- doj-fù maggiormente affiochita ; - non folamente‘3 perchè' ih pregio * della famità deJ-figiiuoIode accreb- ’ be il valore : mà perchè dal medefi-' • moj coll'infltienze celefti fi rendè - TAlbero, fecondiiTimo di Senatori,* di Capitani , d’Ainbafciadoi i > di * Oaualieri', e di Procuratori , che produflero altri frutti pur doro. Innumerabili fono gli altri ag- ■ giunti da’ quali fi potrebbe trar ma-* - teria dà lodare il Santo j che acqui"< * rtòò ^ Digitized by Google 44^1 fìòÌ?dmordeiMoa<Jor.e dopa /etó’ traffead amrR.i'i^arJef glòrie del Sa»* grcdojcoaqofft'vuica inuenzióncj - ed arte ; col fuggire & odiare la^ Terra.. Dà tutte le fontrpredétte donde attingonfi gli argomenti ,.fi cawanQ ' i titoli da porre’ ncrprincipjj i e ne' froatifpi^jjfdcll’órazioni . . Verbi- grazia . Se taluno aurà prouato , • che TEroe è. ftató vn Sole vn’Er-» ' colè, vn’A'tlantei T Idèa de’ guerrie-^ ri &c , potri pof metter per ticolo: ' II Sole , l'EfcoleilTdéade'guerrie- ri ... Se aurà Jòdata' vnaTbià? virtii • Ex;c. là prudenza > la giiillizia ,^ la.' liberalità' &e»^ porrà' nel. fronrifpi-/ 2Ìó tali parole. , La Prudenza ; , Giuftizia ,-la Liberalità- &c. Lo^ flèflb E olTerucràne^panegirici lati- ni’,. Sol alter : feu de S- L hotm^A^tth' mie^\ Ignis : feu de 5 . IgnatiO' Loyoìa , , Tbaumaturgus l icudé’ S> Francifeo Xa* nmo Inaia<umu^ppJìotò i e fimiJi..- £ benché balli quanto/hò'’ detto * per troirare a» gomenti in ognilor-- te d’orazioni ; tuttaupltad perchè' Digitized by Google Omo li Vinè^kM ] 44Ì quella mia fatica è dirizzata fpe-' zialmentéa’PrincipiantJVcd a'No- uiziì'heirartè del dire > dficcndcrò ad alcune fpezie-diorazióniiaccen* nando 1* kiuenz ione' degli ' argo- menti. ' Nelle orazioni appellate Gene- tliache i che fi fanno nel na/cimen- tó di qualche Priricij5e? fi può far la ' comparazione col natale' degli al- tri Principi V che ebbero lo ' ftelTo “ nome ouer diuerfo é / Si può mo- Arar per via' di prcdicimento la_f grandézza, futura del nato Bambi- no, conghìettnrandola daf régni Ve-' duti^ e dalle altre circoftanze-. Per efempiò,'. Se il Sole fi è ecliflatofdi- rà rOratore*^ che dalle azioni chia- ^ riflìtiie' che' opererà-, faranno* gli»' . Eròi pili illufiri oftufcati;* Se fono * preceduti tfemuoti ; che fcuotérài • ed abbatterà ié C“ittài ed i Régni de • giiAuuerfàrij.Sé è venuto alla luce ' ih giorno dihoràinato dà Marte j.ò- da Gioue : chV/aràb'ellicofò ed in*' d inaio all’à r me , e g iouerà a* fùoi Eopoli. Se rtelmcfe V.gr,. d'Algtk^- Digitized by Google 44^' fbr> ; ciie raràauguililTinio » Se neK - rAutuano^che farà maturo, e gra* uc; darà i frutti ^ quando prefii parrebbono i fiori . Se hà qualche^, nota , e (egao militare > ,pome nar-ì rafidi Scanderbech nato coUa-figivr._ ra d>na rpada effigiata nel bracqio: chefara yn fegno a Nemici , più, fpauenteuole .di Orione a* Naui-r ganti &c, .Potrà prouarfi ancora.^, col matàlc. del Principe ; effer nata» PaUegrczzaa* Popoli,, alU-VirtS ailaReligione ^ e a’ Ribelli , zi) , calia Siiperilia ione , la malia-*, conia. . Con poca diiromi^ianza dallè-», orazioni ^genetJiaclie', 4i componi-, gon quellc ,, quando fi pone il nome., àchi,c ricentcìncnte nato ,lcquaÌL d ieonfi luftr iche,'pprchè»di« lufira'* /{Ichiamauafiquelgiptmo in cui il. dàùa il nome. Si potrà prouare>che. le azioni, future, à, quanto fi prò -j mette mel nome , .rifponderanno j.: che :fara fi nule a’.Pcrfonaggf nella... (leda guiià dinominaci &c. Appara icngpap aacor à quello luogo i pa-c - Dìgilized by Google merola^étt.Fm’^ana'. 44^^ ncgirici fatti , quando tal*vno nel-/ la guerra , ò nella pace aura confc^ guito qualche cognome gloriofo di Grande , di Giufto > di Fortunato &C. e li potranno narrar le cagioni per le quali li coniienga tale appeK lazione , colla quale li conofcc la«» • dìuerlìtàdeglivoHiini grandi > da*" dozzinali#' : Nelle orazioni fotte per qualche vlttoriaiotcenuta '9 dette ancora^ Epinici; , ,può feraiìr ^argomento là tiàrraz ione del ^ fatto , elprelTa fi ^ ' viuamente^ che gfi Vdicori diuen-^ gano* Veditori della pilgna ; ò la fc- ’ licità. recata nella Patria col prò- fpero auuenimentó^ò il fin pollb à ^ molte -guerre -col terminare vnaLs * battaglia $ ò* ra/sicuramento dello ' Stato , e della Città colPauer vinto ' ilNemiccrcagion d*ògni traiore. Nelleorazioni nelle quali li rin- ; grazia , nòminate EucarilHche , li ^ efporrà la-grandezza del benificio, • ò la prontezza del Benefattore, ò il ’ poco inerito del benificato', per far comparir maggiore la grazia : ò la ' ~ cb^ DIgilized by Google ilV^òd’Orol- conmnevtilità: volendo^ dal Do^- nacoreimicareil SoIè,iI quale coni' patxc i doai chiàriisimide*ruoirag- gi'fiaifizrtutto CéJikffot al'pubblico , per? obbUgarli'gliraaimi di* laitti : Quero laJiberalità.che fempre ac- qua fta: piu di ciò che dòjia> perchè : V iene ih po ireTsiooc /déJi’àoiore a c dclcuore,ceróradè*rudditijioafòg- getta alla: rapacità^ dèlia Eórtuca . . Se q ual che Eriad pe il hàda com*» laemlace V ^cchèidel continua vl riuedenda,,e^vÌ6tandòr il^ùo Do- miato .' pocràrcompararil al Solevi il " «'[ua k rcmpre-Yolgefi attorno all a.». Terra > come àrcentra amati/simo 4^. quel piaiittta^^ ctxi^aa^oeeeAC be* nilicare fàTsi hello ile db momento p effeudo impaziente d^adugio,. Po- tràlodà rii la vtg tJanza v ctexogl fe la pigrizia^ e la fonnQknaadè'Vaf-r falli , e manticQ delle, le Arti , e le-» Virtù.. Poti^magurficarfil^amorci che tuttodì fuoco oom p^ò Hat fer^ mo fe non: g iugne alla, fiia sfea; . j Nei riccuimentodi vn P?erlbnag-» gio eminente nella Gittà^rommini-?- : ' Arali. ^ Digitized by Googl OuerolaI{,eU,^ems(kijaZ 4jk' ftrafi Targomento dalla comune al*" leg rezza ^-palefatà' col lume dc^fuo* chi acccfi nelle pubbliche- piaazc , Co*^tuoni dilcttcuoli V e co- fulmini innocenti delle bòmba^dcV con chi trionfali alla ’ra^cftà^del For^ fticrc’accolto , ' inchinati V còf^lf arazzi > che Aldina rafFcttò de^ Riè Céuitori col coprirle Sale, e lèAan* 2C apparcGchiate > e con altrrrégni d*applau(ò> laonde il Dicitore pò- trcbbè prender per téma la venuta, - e i'cntra tà del Friiicipe cfscre ftata vhiuerfalmente gradita; I.b fpie- gare ancora le cagioniVdi accòglie- ifé con apparecchi maghifichi gli vòmihi grandi riceuuti nel narcerej dàlia C^bHà^e dàlFÓhore, farà vn- alccòhcifsimo argomentò e * Nelle bràziònt funerali da recf- ' taf A nella' mòrte d’àìcuho oltre à molti mòdi udditati di fòpra pof- fiam valere fò’uihhitè al^^ d*Ì3)impi fupériòf i à’moiiti > ed al fiirof del Cielo , df Fortezze di^ tòrto le anime'déllc Mbharchfe , df" ^icli che giranA'i acciòcchè- non ftan- " Digitized by Google nvem^ofo;^ fianchi la Fòrtuna nel volgeri ini - prò mortali: di bafe , edi fonda- menta fopra cui appoggiali la feli- cità de Regni-, e delie Repubbliche &c; comparando il morto alle cofe fuddette. E fi mi li alJcgorkv ferui- ranno ancora nelle lodi delle Vii> tti , delle quali s’muefliglierannolv eflenze, Jc propietà., e-gli vffieij per jdifcorrcnieacconc iamente.Per oppofito: nelbiafimodel \fizìo: di« ralftcfserc vn'ldra. feconda di raor-» ti , per . fare fterilc lé virtù .• vn Ba^ àiifehioi^ che dapprclTa, £ da lun^ - gi , col-vclenodifecca i'oncflà 45Ì11.4 jhoi'ita : vn .Vefuuio inceflantcmeni tc auuampante , col fuma an« neraogni lullro di bellezza, ecoH faoco toglk fardore a' cuori pili < inhammati nell* amore inuerfo. il i Ciclo iv > t < Ne* dif<J®ri3 appartenenti alleai nozze > detti Epitalami; , fi può fa-r re apparir regualità de» Conforti nella nobiltà , e nella virtù ^ ouero li poHon pronofticar felicità, ed à quelli, gd. alla Patria per cagiona , della.. Digiiized by Google Ouero la . ^enec^na 4f <Jella'prole, che nafcerè/Viaifica- trice delle fperanze mezzo rpcntc.> oconferuatrice delle già nate> eu crefcmte ; ouero fi dirà che miglior matrimoniojnon fi porca contrarre^ -icui legami auuenturofi ftrigneràr no con indiflblubii nodo la bcnt^ uolcnza , .e la concordia, Hcfae aoa mai fi dipartano. >1, iSe talVno douerà confegurre la*# laurea di Dottore , ò di Poeta, la quale non inaridircefe non col fred* do della morte; moftreraiEcon va- rie ragioni >dall*Orato re , che la«. Sapienza , come Reina , è meritc-; uole di corona ; che gli vo nini dot-* tifoni) tanti Rè., e perciò deono auere vn contralTegno reale: cliele cerimonie vfate in tali pubbliche.*, azioni non fon vote, mà piene di mifierij.,de*quali iarà Interprete# ed-Efpofitorechi ragiona. Scaltri aura ottenuto qualch’ altro grado onorato nella Patria , e nella Re- pubblica, per efempio, la dignità di Procuratore in Venezia; fiften'- deràilJQicitore nel dare à diuede- re# Digilized by Google 4]T4 ^lAVeìlò ^Orol re , che le qualità fingulari (del Np* : bile , h agguagliano alia Aibliuiità ddì onore : che la Repubblica ri* , cóndafì di chi non perde mai la me- morìa della Patria ; che in V^cnezia la V/ia fieura per correre alle digni- tà > è quella la quak^è pi ìi lu brica , e mollé'.per lo Jpargimenco del jjroi* prio fudore . Che fé l’Oratore vor- rà valcrfi delle Allegorie, edelle.» Comparazione , trouera ingegno* iiiiìmi irgomcnti . -Il modo poi dj teff^ le Praz ioni |>er via di alle- goriche diparagoni fi è quello,. Si cercano le prppietà >gJ i effetti^ , e gii ilnri aggiunti , e circofianze-» , dcll^Óggetto con cui fi fà iljparago- ne*,, e pofeia prouafi ritrouarfi pel Pei fonaggio^ ,e nella cufa lodata *• Per crempio. J1 Sole illumina , rì- icaida , produce pel fondo deile-» Montagne» e del Marc l’oro > ie-> gemme, le perle cagioni del nau- kagio, della vita , e di tanti fepolcri à* mortàliscoptinuamente muouefi come famiglio , anzi Cur/bre per ferii igiq dtgli vpraini 6rc. ora fei Digilized by Googh Òuero la P'^ettìfzknà 7 4^5 D fcicor.e Ejkc. rauniicrà in S.Praa^ cefco Sauerio dcWa^ ;ii^a /Compa- ^gnia tutto x:iò;j é prouèrà celie ri- fchiaròiCOiliaJucc ^l’^Vangclo pift d'vn milione , ■dugcnto mila Ido-. lauri Tepol ti, non chegiacenci nella notte deiPinfedcltà? infiaiU.nò eoa fuoco falutifero 4*Qricnte , in tutte le (lagioni deifaano , a^g liiccia- .to , & intirizzato dal freddo morti- fero del trizio : ih nafeer di nuouo l*età dell’oro col produrr e le Virti -in que' petti di ferro : ii aio Je di co- . tinuo , ed infaticabilmeuce , faccn^; «do piti di cento mila miglia per ii^ ' uolgere dallatlrada della perdizio* me *vn Mondo nuouo > ed iauiario inuerfo*JlQieio &c;auràdinioiirato >e(fer (iuìileal SoleFraneefco ISaue* rio , à cui non mancò l’Occidentejt morendo , e tramontando tieii’Q^ -diente, " V Digitized by Google \ CAPO II. 0*alfune €ofec§muni- negli Eferd^ \ trifémfe^Giudtctanai Omo* ' ‘ • . BtamtiiC Delihmttua, ^ ^ ,f i.- .• i • TRouato l'argomento ^ fi princi- . pierà rEfòrdio , col quale fi deono difporre , c. preparare gii animi degli Vditori acciocché vo- lentieri , e cortefementc afcoltino il nofiro difcorfo . • Siifà tal dilpofi- «ione ,e preparamento col rendere ^ii Afcoltanci b^eublii attentile .docili I cioè, che agèuolracnte ap- "|>refidano ; ^ ' * V . -Si confeguirà la heneuoknzaiCpl raccontar le cofe operate dal Dici- tore in ferufgio della Città , della^ Repubblica/de* Giudici, degli Vdi- ì;pi i : col rammentar l’amicizia ^ la parentela con chi ode , requicà del- la càufa , la fincerità , e candidezza deli’afictto non mifchiata > nè an- nebbiata dall’ iriterelTe , da'.nuiioli del quale pochi fono liberi, ed efen- Digitized by Googl t)uer9 U I{elt . f^em^ana l 4 ti: col moilrar la ngfeiltà e dciracfiufatojla pQuertà,Jej*icche2* ze , i’iagpgao , la virtù , il fanguc, e . Toro. fpLdfQ per la Pàtria, rintegrità dc'.Qiudici , la prudenza, palefata-;# negli aierigiudieij , la;pied,‘&com4 paflione de* medefimi verfo i cala- raitofì^ ed afflitti ,la potenza , c !*• ambizione degli AccufarnH, kiCru- deltà efercicate^etcoic romigliantij fecond.q jcffetón le Caufe nià prin-^* cipalmentc neUc' Giudiciarjc •. Nel Genere •ditnoftratiuo «‘otterrà lai:* l^eniuolenza,, figuiiicando il timor .di ragionare alla prefenzà dVonii- ili vditicon plaufo ne'Roari ,ene* Licej., tiueriti. per la moiticudinfc 4egii acmi > e degli onori auuti,per Ja verdezza , e gagliardia del feano nella -vecchiaia i d*vna Città in cni gli Oratori più fioriti fpiegarono la pompa delle loro amenità ; d’vn Principe che hàJa preminenza del grado , e del fauelJare , effendo non mcn potente, che facondo. Altri fimiii aggiunti metteranno in poA Xelib dell’affezione bramata . Nel ' . y Ge- Digilized by Google 43fS ' Geoere Delibcrailtiofi cattmeraoì^ no gli Animi .y-ìiicendo di (tupi^ che vn*Arcopa^ d’voTriiirf accor- e prùdeaci/simi àbBia^fecito per rifotòcre eh j è pitibifogad^D di riceuere^ *cheatto4 dar .còniigiio : che paclctàtlibcranicnte inon per configiiare .9 mà per foddisfare al defiderio .dell’Adunanza.: chè eia* (cun degli. adunati 9 auendo la Dea Suada helia diagua^xon paròle pili cfficaci^epci^ualhiera^Diiercbbe: che la corUfia dèll’Airenibiea y c la gentilezza;! che .traJuce nel volto,* inulta i’Oratore al iiilcorrere * e dà iume per «xrooare acconce cagioni idaperruadere i Con guclle^ò alene for ine d i dire dpefe neireffordio , A guadagiicrà ìl’affetto nè potremo .dubitar della >YÌctoria., edl.condur gli AGrol tanti » .anz’ di tirargli do* ue d piacerà * velfendo già mezzo vinti * e per poco incatenati nei principio dell’orazione , Aurafsi l’attenzione col protnet- ter la breuicà , la chiarezza > ouero di voler narrar cole grandi > ammi* . ara*^ Dgilized by Google 'Onero la Kett , 459 ^ r abili f ncccfsarje y gioueuoii > Te* „ condo che rlch federi il genere delle 1 Caufe da trattarli • Finalmuite. rcnderanfì . dodi i gli .V d itor^ fe^ióigcainent^^ & iara- , nente iènza^coi^^ ofcuri* , tà faremo la proporzione., e prò* porremo. lVargòmemo;> Jl,qualc^ , quantop]ujè.^Jiuouo , c pellegrino tanto.più dilctta^E tal'cócdlcnza, c rari|à fi può Jare .agli argomenti , triuiaii .col feniirfi de’ iuqghi rai^ gliori nel -Capo precedente inic- gnati., £x.c., Argomento dozzinale farebbe . Ricchi .fono ^infelici , Quefta prpppliziot^ pqueca , & , igiiuda dibell.czza ,4iuerrcbhc leg- giadra , criccad'ariiamciiti jcoli’a- * doperarla Comparazione : Tutti gli Itau , e i gradi dc*pÌM.mifcri, fon piii felici della .condizion -de’ Ric- chi ; ò^eryi.a di.contrarii > c di pa» radofsì y ciojè detti aiarauigJiofi ; Tutti i Ricchi iquanto più fon pie- ni, canto più IbaYoti di felicità : La gran ricchezzaè il fonimo delle mi- .ierie : ò per Idea : 11 Ricco è vn vt- V z rilsi- f DIgitized by Google 4<Jo ■ 'ftVéUò^Ùró'^ rifsimo Ritratto delPinfcIicità &c^ E vuoili metter gran diligenza nel- Tabbellir PEfordio , aGciocchè il primo a jjparir deirOratorc ‘V del- la Eloquenza sà'i-RoÀri'» iSa'eótne quello del Sole, sl’adorno nella pri- ma Tua moEra acll^Oricnte , e si v i- ilofo , che auendo fugata la notte , quali vn altra ne reca agli occhi coiuabbagliarli . ‘ • ' C A PO Begli Ef»r4ij vieciofi , SArà difettnofo quell’ Efordio , ! che può'fcruire à molte Gaufe, ò hà fupcriiaita di parole , e^dì fen- tenze ; ouero-è troppo lontano dal- la Caufa , nè renderà gli Vditori beneuoli , attenci 5 e docili , nè aura leggiadria , ed eleganza dì forme ; oucro fe-conv troppo affettato ftile ' farà comporto,, cioè con ifquifitez- za > ricercata con fouerchio* affet- to, e • più del dòucre 'a'rtificiòféLj. Apprefso ; fon riputaci puerili, c con Digitized by Google QutrèlalMtmryen^ana» 4^1 ^ confcguentemcnte prìui di maturi- tà quegli? Efbrdi j ne' quali; l’^Ora* torq con filatera, ^ feiunghe^a- parole deprime , ed abballa pii^dei douercJa, fcajcfezaia del proprfpdnt gcgho, dèiràrte> e della eloquenza^ perchè con, fora iglianti finzioni moftrafi veraracncc maneheuoledi prudenzà'i cdiifenno ; ed i fuoi. ifin-?! giraeptiidiuei%oareali> ed vo. eisctcdiiciò' che. dice CAPO IV. prmapiQ tfeglt Efàrdij nel . ^ : i i Nei genere Dimoft'ratrwio v cui l'Ora torev impiega torno alla lòde^.ouero biafimo,può dar principio» alfEfordio qualche fauola,.illoria,finiiìitudine,.dettOi e fentenza j con che fiaoilraente ci ageuplererao la ftrada peisgiugne^ re aftermine r & airargomento , q foggetto,delquale fi'vuol difeorre*^ ^ t II giorno» il tempo^la moltitu^ .. y ^ dine / Digitized by Googic 4^' Uf^ellotPOfnr dine degli Vditori, il luogo doue ’ ragionali yC tutele altre circo/lan- zc-, de aggiun tr contenuti da quei ' Verro:' * - * fwhùsauxU^s, ntr, miidó'fftiaHdoi - pòffbna giouareai cómmdamenr^ to del diibórfo ; Per' etempio ^ Se* qùàlcttb' nOuella comeca'Taré fiata - veduta neiia mortèdi ta^i*vno t an- cor quélMumC '* ardenté^nel Cielo ! qxianda fi e^ihguóno L MònarchP Soli dèlia Ter ra >dara Idee ai Dici- ' tòrc;il ^ùaie'pòtridire : Che non_* ' crfiendó b^fièuòli' gli occhi delia Terra-per piàgnerc li mòrte dei^' Pìtiocipé?r6ento>iiCièlb volle apri* reTal tri oècbi per lagr imslfe che^l^^' Cielòpér fare va'ofreqùiò^lamino* fò ^<^e<ìilluflri?'elequie aPpèfunto , ' accèréàuóùidoppi'eri^ Tàlóra nel- le orazióni' funerali conainciafi ex ■ ah»pf(r^. Hai pure ò'Mòrté attcr- ra^iigraO Coloflò dei^Sòlè ;ònde - cl ttòufàmo in/Àjuèfiò Tèmpio co* " me neU^ Règgia dèllà nòttefiaima- la^dà ^iièfiii< pomj^a fiiòèlla- d*ani^ ' manti^ Digitized by Google / OèerólàHett^rwTdanal mafie e da ^iieft’ómbre pendenti ' dàlie ' pareti •' Lodàadòfi < qualche Brihcfpc'nato i- fe- fono 'precedute ‘ guerre li può dire : ^ che le morti di umifoao ftatc lacghiÀtimmen* te ricompenfòte coa3 vna^ vita che VAÌ per tutte *. Se è precorrà la pa* ce > li dirà ;;che’i Principe non farà giammai accompagnato da* tu mul-^^ ti> e dalle guerre ^ mentre dàllà pa» ce fi» corteggiato i e córonatofielia calla/»- Eodàtviod' qualche^ Nobile * v^apiu^bilita ta nella Repubbl fca ' ddgli onorii. VérbigEazià;dàlla di- l^tàdiPi?ociifatorc in Venezia > poctàprincipiar PErordio vaarran-' ddlè pompe<sfoggiate>.e lerchiàrif- iime dimoli^az^i fitterdalla Cit* tà f e da’-Cittadmi idi Arclir l quali ’ férifcon^gli occhi colla i fplendore dèllamagnificenza jje colla varietà ' del colori fan;^crederev che gli Ar- cfóbalenid^ Ciclo lampeggino in > Venezia trdr quadri ,e^ diritture à eutdiviùo«alcranon~manca vfàluo il mouimento > tolto apcora a’ Ri* gj^ardanti fermati come immobili V 4+ va.- Digitized by Googic ^4 ' ll'ytih-iCO'm ‘ ' vagheggiarle i di ^Ritratti del Per- fonaggiò a tale dlterzaifablimato r sì viul l’oreoch f cred^do chc- phrlinoVftupifcònd dinon (ctìtirle parole ^di inoilre fuperbiflìnlc fat- te liella^Merceriaj; pércui'fi và'iiel*- la Piazza magnjficeótksima di Saa' Marco, amendut kinmtrabilijonde fc la primafofte'ftata veduta-daglr antichi , e gentili Poeti- ^aurcbbc imutodà quelli ir nome della forno- fo , e faUolòfa dirada degriddi;^e la* feconda farebbe fiata detta da' me- defìmi il Paradiro dellelognate loro* DeitàiSi può ditela calcadellaGéte^ ché eolia Aia fpcflezza fo piò raro il; trionfo : 'la cómitiaa de* Nobili - che paiono in. quei* giorno^ Pianeti erranti > e che camminino néiri’iclo' immobile di Venezia ; il tutto ve- duto da me mentre componeua H> préfente Trattato : quando* vn*ll- iU ftriliìino ed EccellentiflìmO Per* fonaggio fh creato Procurator di S*Marco> e fiiammiraco «/wry idein appunto come il Sole quando * wnafce'dàidnarc.. - Digitized by Google » * I ^ J t '* ■***.**.?■ j)iL pnftcf^o éegli 2[ordij mlgentr9r. . * ' Ciudiciate,. -. . ALl’Efbrdiò nel ‘ GjeiiereGiudi^ , ciale^ jn cui trawa/i. d'accuf^- i:e,e difédetcjpoflbnodarc acconcio comiiiciamento, gli affetti dell'ani- mo.. V.gr.il timor.e ; con dire ; effe? re fpaueniato-, vedendo tanti Emù? li , ed Au wfarij. potentilfimi con- giurati contra deii’innocente; ouero craggerando-gii appoggi tóle, ric- chezacre delle parentele , fppm.le-» qìi^i fon .fondate le fperanze degli Àccufatori 3 ò rallegrandoli che fie? ho- prefenti tali Giudici ,, da'quali fpei:ar. li poffa vn feliciUìmo riu fei^ mento -in. vna.. caufa,pcr altro ine? llrigabiki ò.facendo animo à fe llcÀ fo> conhdado neii^ equità-della cau«> fe ,ehe fuole incoraggiar glianimi piii aùuiliti,.e quali diranimati.. Se*! Reo prefentaio a'Xribunali^è ami? co ddròratqre: potrà dire > effere-^ «foràiftto à porre ogni diligep^za per Digilized by Google ^ lìf^eltoiTOròf ^ difender TAmico, parte miglforè->j> * c l'Ahinu dctDìeitprci E fe TAccu* fatò è ftrcttò con ihdilfolubil nodo ' d^micìzh> ò^ì paréncéià ciVdiVà,.ccrtiìlIìmaménterpera di * niifuppàrlòyda'groppi i e da* làcci dcHéràceùfe cólTaiuto de*mcdciimi ’ GfudiciV i^uali còlla coiidanitó ’ deli*Ami(^ ihnòcente >e congiunto " di fangue , nòri vórranno ;^dalla Fa- ' mi > chc:^hàpiàtòcché>efl’w accu-^’ fàticoìhe ReMrmolte colpe d*in« gratitudine dislealtà xd*ihgiùfti« ' zia , t di crude! tà;.col tradir Fàmicif zia 9 la fedé>l*ihnÒcénza> e là pàren- tela.v Finalméntéf fette generi de-' S^ràgè^i^tiàflegnatidà’Rètori ; à ' cbiàtténtàmèntè^licónlìd^ fbn^ cótoc Infette bocche del Nilo; laon- " devi* Eloquenza coi^nezzodi^iièlli fiòù'rèiférà ina i àfau^ta9^mà:iarà vh ‘ tìti thè; gigante ancói^qhàndohàfce , e^llà c ullà 9 cherpòi^dilùngandofi ' dai^[^ipnté;e ingfeiian e infu- perbchdò per là fópf abbondanza.»^ delle piène ; diuehga vn mare , mà - feazal'àhtarèzzà» . M ffmipj&dé gli Efwdij nel genere' DeUberatino:,' * h E1 ^nere' Deliberatiuo m cui ' 4t^ fi cercarie' debba fi ftre Toa^^ ò tralà(ciarè;gli B&dijife del tutta 'non -fi.* omaieetóna'V ' alineno * fon bréiùfiìmi/ j; non rklliédéndofi- procàccià^cón molte parole la be* nitiolénza ; rperclièf trattali ' della^ comune vtilicà , clic tiene ognuno* atteiitiflìrao )..e dà iVdito' ancora à- chlfQffcpjìtiordQ degli fcóglr d*I- càro > che. mòilròPpiu ’ tòffo d'àucr ttfratìcòn ceragli^orccchì V.chc in- cècateie penne non^ientendó/ gli/ auùèrtibentidiDédàlò;* Ihvariej gilife potrà cominciar rOratóre i (e benein tutte le forti delle Catife i pftnctpi j; cadati €3èvi{cenibus?Caufs » cioè dàile còfe dà tratta rfi.>fo no piu Ihudàbiii itònaccénnarealla sfiigr gitaglrargomfcativchepoi compa- tiranao con tutta la loro pompa > c V 6 ro- Digitized by Google Umettò xtOrù'r ^ robiiftezza nel di fcorfo. Ringrazici rà il Popolo della ftima che ‘fà del- Dicitore/chiatiiàto à' ragionare nei- Confi^ iodé Ha fte^Ta S aii iezza .Pro- raetteri-di.paléfar liberaméte i fuor penfìeri ;di non ircoftaril.pnnto dal- 1* Qfldlà* ■ Dirà che le fqc:paro3c' raiino vcradiflKneDiniQftratrjci’àel C9pre ^ihq|ia|e ve4r^ fenza J5apcr^ tura del pettor.cicercata datquel'Fi^^ lòfofo , per ailicurarfi dalla Simula- zkj:ne?'di cui è propri età innata il;: pprt^r fenapre la mafchcra>.e le fin-, tedjuife in quello .gran Teatro deh Mondo.,.; , ' ui.::- ; ■K e A PO i^Ua Ni»ra:(iont* . II. . . ACciocchèla Narrazione quan^' ,i'do faràneceliàriai liabiiona^» fa?inertiere chevclla fia^ breue , ichiar i*a ,.e a*edibile . Sarabreuc , fe noji^ allungheremo di- fouerchio^ il di- feorfo > ne tot neremo à.dir di nuouo- lèn za nccellUa-, la coie già • detto ^ j SÀra^ Digilized b/ Cooglc Onero làl(ett. Kem^iana ] Sarà Ghiaia fé non. v^eremo paroJé troppo antiche > diificiJi glie Sarà credibile , fe*I ràeconta? mento non centrar ierà à’iuoghi, al- le perfone, cd aJr-aitre circofianze:; Interno alla Narrazionefidee; fa^ pere trouarfenediic forti i vnà.vien: detta Naturalfc^e i*àl tramiceli. Artf^ ficiofa*. Allora fi fà la Naturaleij , quando feguiam rordine della Na** tura . Per eferapio:; le .lodando vn Perfonaggio > racconteremo 'le Qolft operate nella fanciullezza ^iiella^ giouentiu » . iiclla maturità. * nella vecch ia k > ■ farà narraziom natura-* le. E. tafordine à mioìgiudicioià bene ohe fi tenga nelle * Allegorie > è nelkComparazioni.Làondeie"! pa-. ragone V. gr; ii( fà col Soie > ò cant Ercole ^ meglio ècom inciar da’ na- tali d’àmcnduc ,cfinir colfoccafo ,, e colia- moi«^ del kCQndq>c del pri- ; mo >che perturbare ogni cofa: fe^‘ gnendo l’Epica- poefia ,da quale-»- preferiue a* Poeti di non dar princi- pio all’azione ,<e al fatto dell'Eroe’ da càtarfi>col principiar dal fonceip: Digitized by Googic 47® ' • ^ yeUo é^Oro lr dairórigine. L'Artificiofa èi quan^ 1 do confondiamo ròrdinc dcJJa Na-* tura> edeiretàrdiccndò in^pfima-»^ i della. vecchiezza >epoi ò:deUa pue- ' riàia *, 6déirétàpcrfecta ; Dal ' che ‘ i raccoglicfi • errar ^ coloro 1 quali penfano ychc: nel- tefsen panegirici- iopra iSanti lòàltre Pèrfone^fi-deb* baremprccQcnindardallaCuila ,e- ttrmihar colladepoltura Vch'c chiu- da il ragiònamentò;del> Dicitore-» a come chiiife il corpo dèi trapafsa- to v Auucrtafi però che quando " rOratorcfproponerdàiàuellarc or- dina tamente prima d'vna^ virtù > C' f fecondàriàmcnted?vn!àJtra ydee of-’ feruar Tòrd/ne propoftò ;alcrimen- - ti ( per noftdircaltro) faràxreduto^ fmemoirato;ved vn Oratore non for- mato pecfectamentcdàllemanr del- la^ Eloquenza' mancandogli voav p^t£>cke è ia Memoria «L Dijiii — : 1» GisOgU- 471 C A P Q ' Vili. Del j^ineipfò itili ììmAwne j e tfe* * * / * ’ - Jt E forme vfatc nèirirtcommcia» ‘ Li ìmcntodella^j^arraz^^ quefteie fómigjiantrf Per dar prin- cipio at mia SirèorfQ . Per dir nel primo luògo della Temperanza!» . Per dimoftrar quanti hò ^ proppfto eflcr vero J- eccoric le prÓHc 1 • V eg- g^ramò'ciòchVp^in^iei^^^^^ pòli ‘ nel lapaf t JzJÓnc V TralaTciò^ le co- fé opcratcncllWfanciullèz ; pe^ chè fé bénefon> pàaraùigliòfe , ' piu inYrabili fon’ quelle cH'c ii 'vaghégr giano nella Giòuljntù'. Aìcùhi co- miheianoper via'di dubitazioni , Pòndfe cómmcerÒ?Pamplificàzi dèi fatto ? ' Di iqual virtìi ih priraài» ràgiònerà<l*ÓiratÒTc ?,Ate déue figure PreteriziÒheVGónùer- fioncVConcc^one j.edi tutte le al** &e di Topra infégnate • Intorno a*pa&ggiuDolte fórme di Digitized by Google ijPe . p-^cUc <r<7r#r ! Jidjré,e mólte figure adoperatei:!? f?cr iflGominciap’^a Narrazione^ aiucafiò rOratoì*e accio<iohè‘àrtifi- ciof;^mentc faccia vn figurato pafi- raggiò da vna cofaVia vn’altra . E, ]uefio? tranfito rendefi pili artifi- r fQfo>^ legg iadro ^^qualqr^' nel li- ne ^òm a{u:;a parte 4ei peiiiodò , beilo fiùdiò qualche paiola fi pone., ia 9viale/e?ua di.cómocTó^d oppor- hinò tragittp cagion .d’èTemr pio, Dapod’aucr ddcrittele bat^ taglie terreftri.de* Veneziani : fe fi? V pie 1 fe paftarearid ir le . puguera^ ri tjcim c jl fi { porrebbe bel j" per iodò^ precedente la pùrbla,in^ pci;tibenYeaÌxxiar,e,i e poi^ potreb- be Hire. IJ nome. di mare mi riduce alia memoria i combattf^mcnu fatu^ ne]]*Adria tico.^ neÌJCv cui, ac^ue fu- ^ ron, colorile jcol f^ngu.e de* Nemici, le,yittprie|dè* Ve^e .Già cheii ho fa t^ '^Azióne bel mare/ voglio • quello inol-f t«armi,^/empré fecondo di cipreflì; ^ 4 *toftantÌnopbJi ,e di palme a Ve^- nezia;.. Appò^tatamente iii quello ;ì ' ■ iuó' ‘ wk luogo collocai alcune ct^eap^a'ifcP ncncial mare ,lperchè iblTerocomo legni > perf mezzore* quali fi'ricotff dafle il Dicitore di contar l’òpereù fcgnalate fatte da Venezia nell’Alt cipelàgo > e nell'Ionio contra de-> Turchr, che telson piìr i Lionidi' Venc^ia ,che quelli uell’AfFrllca^J Nelfinuclligamcnto ditali paffag- gi , fi dee molto impiegar l'ingegno di chi profefla^dificn parlare / ac* ciocché i fàlti ancora ( per dir còsi ) del l'Oratore da va luogocin vn'al- tro , fieno ben redolati / cd il tutto artificiofo > e meritenole del fiaudite intero ^nondimezzato'. N^imite* rà molti Oratóri facr i > e profani/ che pafiano da* Tn. luogo all’àltvo mirabilmente V perchè fm medio: ~ guifa d’Angeliitjhc giufta l'opiriioni d’alcuni/ poflbno trasferirli dooe> loro aggrada lenza mezzo veruno.' Veggafi cièche dice PlinioSecondo’ nel libro terzo ndla pillola decima*; terza , parlando dcirordine s • tranfiti , e ^ellc figure del fuo pancA girico ? à cni la Verità con ragiono Dìgitized by Google 474 UVdUitOnBLy. pvMareii' titolo d*ottimo>4ato gii: dalì*Aduhziorìe à Traiàoo ^allora quando^ attribuhil; /bniiiio ^ delia, bontà i.e l'òttima à^Princ^pI^ •Gentili,. . . - A i- ^ . DtlU^ C wiffrma^ont * I ’  La . Confermazione altro non è'* cbempcoime i,.e ftàhilir con fenncragioni quantaii è propofto , - Nella cofifermazion «per mia au* uifo^meglió è poereii^rima le ra- gjonf ptafàldciegagiiardè^^ c poii lè meaviggi^o&s.€Lpm£àccbc^ dièi*yditorenerprÌQCipió àlplb at** tento r nè trouan^fi' ftànco/ è pibi &cj]èadàcrenderiii.ed èpiÙLefpofto^ a’^colpi délPBioquenza ^ e £ìlnunatrice « la quale non férifce. ta ^a> nè calp^e sl^ bene j^qi^ando gU AfóDJtantrronain&ilMiti > . flracclypcclà^diccriàdcll’Ofatorc.^ laonde nellerbattaglié’ fatte:: da^*r fictofiàttwène^il eontranadiqueli che. Digitìzed by Google , OmoIaì^eu. f^iHep'amt, 4.7S che fucccde neile pugne dèi Cam- ‘ pò; in cui pfùmàla^^ fi vìncono ; 'e s’àct<à*rana'^aèlPÌflÌco* minciameiit6^dèirà^2uff^^ dègii^'Acmati d allor che I vIntimóUl d , e di radòre»innaH)ànalepaimè data* . gliarfir é raccòj^ièf&^foiàniente da” Vincitori i c bagnandò là- ter^ ' filrucciòlanoye càdono‘nèl fèpol« ^ cro^ c néfTcnaf dei Ja^moi^e . Non fi nìcga pcrò-il ferbar^^ rÒi^rj^mHtnda collo^^ fi* . nt dèlTa^Cònfè'rihaziohe'^^ dàll'Óràtore fi rin^ pùgh^; C fi dire » argbihènèi sicònuiacèntf > co*' me da' Filofofi^mettèr^ia iCc&ieraiJ ^ cd à ftbnte'prim^^^ glr ar- |r6^ntlpiù l^robabiJi^ic ' j din&ffóatiui > e pofciaa mén prò* bàbiliy chc^talora fonò più 'pène* tranti 9 pcfchè'^più^pchetrati d^^ sdoltitùdinè’^ non^àuùèiàa alle fot* ^ tifica* moitrrcT^MierquelJàforza^che già ebbe hcipwnci^^^ E perche non ^acp itdonodagliOrst^ tónicòmc^SDfégnàDo^fMà  * ^ ìi*f^eltoétOfol ^ tigìkzzQ ytd airacme maneggiàtè Ilei Liceo . Sono gli argomenti in- triniichi p iù fortixtegli eftrinfeehiji, dir. còl vàgìionfi'frequentcnientì^ molti ^Predicatoci mon difetto d'j ngegno V ra à per ; abborr imcn to > ò,pcr dir meglio per l&iga’ di fatica> la quale come fpauenteuoJe , fù pon- ila da Virgilio, alla . porta dell'I% jferno-.’::i . '•> ' 1 1 A ■ ia ^ • • 1 f5 J • C Xt . * J . . Della Ter9raziiwt'i La Perora3Ìonevltima|>af te del? ; ‘ ragionameato > ààda compar l ir la prima- ,.c la piìuriguardeuplr uèirartificio ; E pcrciòife'l pici-* torc nel: corfo dell'orazione allagò' i Roftri’,^.c rVdienza co* torrenti del dire,giunto alla meta dee fpani» der-fiurai grandi, e reali'.. Se caldo moftroffi-nd principio ,> e neldnez-* £o ; nel fine donerà tutfardem ^ ,.e Spirai*; jfiammecome*lMongibello,. & Eflcdado .. SefìLfimileàTttlijoi, " ■ &.à. Digitized by Coogle Ouero ^ à Demoftenc nell ar»N afc^i ione e C«onferma;^ion&: nella Perorazio- ne farà vn Pericle, & vni@ioue>cÌie tuonino , e che fulminino . Sforze- ralfi ncH*cftrerao del difcpffo^di ca- gionar tutti i mouimenti délPani* mo, d*odia, d’amore , di fdegno , di ^co m pafTì one, d i paura , « d^gli altri affetti, fecondo che richiede Pargo- menco j ' sì che oralletci , or Hiftpl- *ga , ^raccenda , or’agghiàcci^' or* inanimi ora fgometìti , 'òr fac- cia impietrare or^ammoJifca:^ Si fà la Perorazione; col riepilo- gar le cofe détte, cóirefortarcal- la fuga del vizio , al «fegui tomen- to de lla virtù , alPantor ' dell'ione - fbo ,v all'odio dello ^ohaeneoòie Talora termina CoK riuoJgerfi à Dio, a’ Giudici col porre lin- nanzi la fclicicàv , e lasmifèrnulpte con mille altre guife icomefìpaò veder negli Oratori di primo ^nó- me» e fpezialmente in Tullio , a cui V'elido diede il titólo 'di lejhffimt oris i e ia> cui lingua fh piu poffente per difendere Plm- Digitized by Google perio Romano $ cht*l fulmina ><ti r Gioue adonto 4aHa vGeotiii tà nel ^Campidoglio. ^ . ^APO yLTiMa Dd frìmfh diUaTerora^hiu^ NRlIe orazioni funerali S pu<& VfipjTCCon finoiJi^òpocodif- fei^ntlfe^ . fi chi puà.xattcncir Jc lagrime , aucndo perduta Ja ca- gioQ delpaiicgrezzà , e del rifo^ lecito pianto <|uc^o^giòrnaÌieti<^ ,al Defun- to , al- ia Re^là^eila LVita jè yolàjtp* D ^.tc^peatùr^oc^^^ atJ^iuato in^ * vn Rc^o , ficuw 4alla jvoli&ili^ :d^la Fortuna • £ jche , fa^mo In- taotò noi yditofi ? ll Giclo acqui- ' /Vató^da qucil^ Anima graqdc , ci ;fpSgacà rallegrarci con effa ; Iperdiu dà noi fatta 4/^51 pregiato .Eroe , ci sforza Jaceffancemcfltc À lagrimare^ 6ti dolercene . altre  ^Jtrc orasionitaJora ri dice thTf - - «acme -di voJcr.iei!nrmare ìJ > ^iionauer,pn:i fi nella cameideS^ef Jungheaaa '«UI ancorio «hè non •della ■nauigaaion .mofi£roi4rtìArS^t ^ -pcrflaxoHanzam^ra?? - ’ PO . Chenar^ '"’ VII COf. quanto TompoZ"d”fo^oTd^? iprcmioilVtìJoj-oro: |k-s™£s!E^“ ■tra inafo di couiDarirA?^ ?^ **’*’» fpeaWo,e riS". W«mente <*a di i cfte-por. elio cToroic dj PiNiE* ‘; 4VW  • /■ AVTORI 'X)‘c*'ilHàiifiiferuitol*‘AHt6re ntlie cofQ \ i ? nf^tenenU f^enez^a^ed ' » » ■ -' \',n.{‘JEr6i f^enfz.iani. Amqldo jVv fon ♦ iw t 5^tiilaNani« ^efarp pampana J Filippa. Onorio. Franoìrco : Sanfooipo Gafparo Contarmi. _ , Gjo;Ìaitiila Gontariniv ^io;3attifta Vero. . < Gip: Nitido. ^ GiuftinianMartinioni^ « Gui4o Cafoni.* Lcan^.o Alberti.' . Leone Marina . . ' / 1 1)^. Antonio Sabellfco I NicplòCralTo'.^- J^icp^^jpoglioni. • i) . Paolo Morolìni . Paolo Parata. Pietro Bcnabo^ • ’» - * Pietro Giuftiniano. IK  ^ INDICE DE' CAPI Come foflc trouata la Rcttonca. cart.22 CAPO 2^ Della Diffinìzione > dclPvficio > delfine» c della matena della Rertorìca Della Tcfi, e della fporcfi Delle Parti della Rertorica . De’ Luoghi degli Argomenti. Della Diffinìzione Della Numerazion delle Paro. Dell*Eriraologia De* Congiocati Del Genere Delia Spezie. Della Similitudine Della Di(Tìmilirndine> è Diffcrewa De’-Coritrarf. ■ d (i Dc^RipugnanrU «Q Degli Aggiunti. Degl i Antecedenti c dc*Con (éguetiti. Delle Cattfe, Degli Effetti- Della Compar. zione.  De’ Luoghi c(f infcchi, * LAPO 22t Delle Categoiie fìlofofìchc donde fi può cauar maceria dall’Oratore. D’vn’alcro modo per trouar materia Delle Figure delle fenicnzc. Della Profopópeia Della Ipotipofi . * \ • Ocl!*A4>oftrof€. Dell* Interrogazione . m. CAPO 6. - Qjetla Ironia Delia preterizione . À : acf. Della Softentàzionè Della Subiczipnc  Delibi Dubitazione Della Diftribuzionc. 23Ò CAPO 13. Della Conccflìonc . 256 CAPO 13- Della Pcrmiflfìone. Della Correzione. Della Comunicazione DcU’Eropeia . * DelfEfclafnazione - ti6 Della Deprecazione Dell'Imprccazioi^. ' . >74 « t Ou Déll’Epifonema . Capo 21. ‘ Dell’Apofiopefi. DelI’Intctprctazione. Della Collocuzione. ' , Dèlia Licenza . iS LìS: 29 il De‘ Tropi.  Della Metafora. Di quante fòrti fia la Metafora, Della Sineddoche Delia Metonimia Dell’Anconomafìa Dell’Onomaropei a Della Catacrefi Della Melale fTi . Deli* Allegoria. il ■' 31 il .12 .ai 'il il 13 Dell’J-ronìa Della Perifràfi . Dcll’Ipcrbaro i Deiriperbolc – H. LP. Grice: “Every nice girl loves a sailor”.  if. Delle Figure delle parole Della Reperizione, c dell’altro ^gure fat- te coll’aggiiignimento Della Conuei (ione . Della Compleflìone  la Dd Raddoppiamento. Della Traduzione Della Sinonimia . 263 CAPO: ni. Del Polifindcto ^ aié. Della Gradazione Delle Figure, fatte co^toglimentò • Della Difloluzione DelI^Aggiogniracnto- 383' C: A. P O.; 25, DelkDifgiunzione INDICE Delle colè notabili,. E principalmente* di ciò che ap- . partiene à Venezia , ed agli Eroi Veneziani. ■ A • . AGgiugnimenco. . ^ caivjSJ Aggiunti! quali! e quanti fieno. 84 c 89- AgoftinoBarbarigo\ ni .Al efiandro Terzo Sommo Pontefice dife- lo dalla Repubblica di Venezia.a5;t.37 ; Allegoria! Tuo efempio , piegio,edin eh; fi di iferenzijjdalla Metafora .. 33'3 538. &c. ^ Anagrammi appartengono, all .EtimoJo già* 4I Andate, folenni del Sereniflfimo Doge c Venezia a vmc CbielC! perche.. 37 AnurcaCiurani.'. 39 Andrea Gritti Doge. 29I Anfiteatro di Roma . io, Ange’ ' come fi pollano lodar dalla rfliimc lazion delle parti • ^ j4 Anima razionsdccagione di v«ri j cifetti . ufi. ■ , Annominazione. ^ 3° Annominazioni, òbifticci foprai’Oritrol della Piazzadi S. Marca. ■ 35 An-y / Digitized by Google MMcc<fèiitt ibndìóerfidagli if^iunrì ^ • i" ' ' Antonio dal Pome Arcb’ietto del Pont»: di Rialto. . Il) Antonio furiofa comanda cheli vedda^ Cicerone. Antonio Qdri no . 3^^’ Antonio V enicro Doge ’ Amonomafìa. 350 Apologo della Volpoiìfcrito da Atinotiie, . 69. Apofìopelii 287 Apofirefe. 188-^ Argomenti f ed ampirficazioni dalla Diffi-* nizronc vdalla Nómerazion delle parti dall’Etimologìa, &rc.vedii loro'Capì.. ^ Argomenti , ed ^amplificazioni daMuoghi •efirinlechi* vedi iiCapp 21. del Libro» primorf. Argomenti intrinlichi, ed efiriMecbijqna- - W, e quanti. 33* Argomenti percornporrc varie orazióni . 407 . Arguzie rpcCTe volte fi traggono dall’Iper* bolci 3 50'. Armata delCalifè d’EgKto rotta da Mar- co Barbaro. 284 Atmatadel Vifeonti Iconfitra nelLagodi-: Garda, da Stefano Contarmi i . dì Fedengo BarbarofiTadal Doge Stbaftià- • no Ziani . 253.. de* Genouefi dal Gene- rale Virtor Piiani . 36Ì. Aimatade’Tuicbi d^£acta da Mario Ca^> a^ 5. peHoj- DIgilized by Google pello , ’e Lorenzo ^LatceUò'iHdhPbeco' della Vallona. 185 da Scbaftiano.ye- 2 ?niero ,e da’jGóUegatì aVCTufrisóIafrìrii 3JI { da Lorenzo Marcello a*Dardanèih’éi46, - i jdà Pré litQ Epcddaoo^ao z:' dà Bèncdctro z Pefaro allo Stretto di CoftanrinopoTiV c >> nel Porto della Preuefà; . c Armate varferotte da’Vinfefanu I78;z96,, Armare de Venezianf fono alla jdrfefà del^ . la Cattolica Arrigo Dandolo. " 2^5, Arrfgo ni.Re dìFrànda ricGuutòalla rea- *• in V enezia . tro. Arrio’, e.due fceJecaeezBe.^''*/! - .-^149^ Ar-ienale ammiraBilo<li Venezia; 87.354. Ajrejqual cofa fia.' .r. ^ Attenzione come fi* confeguiica nell’E- fordio. r ^ 458, Auuerfarij , ed Aàiufrfità rendon iVomc . , fMVrd^i^roi' • ; .'j - , 1 '' ; ' :4 BAibar«(2^-fugac9 dalla Città^ di Cac • raro. ^ .310 Bactitìa Nani Caualière rC Procurator d S. Marco,. llluftriflimo, ed EcceHentif fimo Iftorieo*- i • i . ' ' 38C Bellezza de’ Beati . . m j6{ Bellezza del <.'anal grandedi Venèzia. 8: Benedetto Pefaro; ,,10^351 Beniuolenza neirEFordio' ctìme.fe ptten - V V :! • ' , viT'- %5é Bernardino Poiani. - ' 505 B^nardioo St«fon«s^5abIoo Com . : ’ -V. ' ' ' giliì-' IT .tlJagniVdi €iesuy gran l^eta»ed Orato^ ,v.;JC». ., ù •.. 277^36-5;^ Bilica quando fi ftimìno. 'i-:. f -o. 59 \r-.'’.\r.i ir' ' C ; / 'Xi ;>• ir' i C Agiorf finale cagiona vatit«ffctti tìei-’ t!vomo*; ;• . ’> i . ?■ ’ jr 117' Caloino, e fnoi fatti detefiabiliirt-. 210; Cainpanilrdi SiMatco^ ;, Canai grade di VcQeTàaftC fna .vaghczza^gi». Caml Òrfano donde rraeirq il nome. Oipii3aoa'4*Algtori)ptefe da- Màrin CapcU - i tornei Porto della .Yaljonay.e ripòfta^ opelPArfenal di Venezsa Capitano lodato dall’Àpoftrofe; ’ iZ^ì ' Capitano fonnato dalla Numerarion deU ,'le|«ifti*n ’ . Caftelli-tjtedifcodoiìo^-Venezia..Catacrefi*, ' ':"533;* Categorie de’FilofofivtiliffìmeaiPOrato^ \re per trouartnaCc^ia^ ed amp^càre^. Caufe, loro diuifionc,e diflinzioné*,>io3. Chiefedi S Giacomo, di S.Mafia*dcl Piati- to,del Rcdentor‘e,della Salute, per qual’ cagionefabbiicatein Venezia. 371- Chieda defla Salute fabbricata con grande fpefa dairAuguftifliino Senato Vene- ziano. : j 372. Chiefa di J. Marco.** » 1. ' ioa ChieiainnalzataàS:Giacomo nella fon- dazion di Venezia. Cittàdi Candia difefa da Luigi Mocenig^' Secoiuio» . i9<aL a é Ci&-  peIlo , 'c Lorenzo MatcriIò'<i«dhPbrttJ della Vallona. 185 da Sebaftiano-Ve- e ?ntcfo , e da’jGóHegari a^drttòlaìirilr j da Lorenzo Marcello a*Dardantóh*H46. Rfé®o EpccfdanDt^oi; da Bbnédetrc I P.cfsronllo'Strcttodi Coftantinopoli^c ò nel Porto delia Preuefa; . .• n '«6 Armare vanerotteda’Vinfeìani:i78;^^, Armare de Venezianf fono alla -difcfà del- . la Cattolica rKei^onè* •/ r,.l >0 o;: Arrigo Dandolo. ‘ Arrigo HI.Rè diFrancia riceuuto alla rea in Venezia. Arrio', ejue fccletaee*ee.^«*< r • .-1145 Arrenale ammiraBiledl YèneZia; 87.72.1 A/r^iqual cofa (ìa.- Arreninone come fi coafeguiica ncìl’É fc)rdio. ^ f*' ^ ^ k.5? Auuerfai ij , ed Aàiuerfità rendon J vom .f)ÌÙc|iH>rOi! .5 ' -..; BAi Nrefi^ fogaro dalla Città di Ca /^ro. ^ Bactifta Nani Caualière *e Pro^rator > S. Marcoj-lHuftriffimoi'ed EcceHenii fimo Idopieo*- : ’ 1 . ‘ ‘ 28 Bellezza de’ Beati . . m .j<< Bellezza del <.:anal grandedi Venèzia, i Benedectp Pefaro. j a* Benfuotenza nel rEbrdio- come ifc otte ga» , ' ;t • ' . ’’-rnardino Polani. - : V30 aurdiiio Stefonìft Sabina déHài Con It .xpagniVdi GiesùV gran Foeta»ed Orato^ BìÀìcd quando fi ftimìno. ri-. -o > 39Ù ì C'  C •; / tJM : li- i C Agiori finale cagiona varit«feti iid-‘ Cvomoi; ; . , . p 7f’ ' UT* Calaino, e fnoi fatti detefiabiliirr *.v a io. Cainpanilrdi S^Marco/ • ;:u Canai gride dl.Veaezàasc/aa vaghezza^^i» Canal Òrfano donde traefie fi nome. ^ 03piÈaoai4*A)gitrifprefe da* Màrin CapcU - 4 kinel Porto della .Yallona j.e ripòlla_> •^neirArfcnal di Venezia , » - ) ' H. Capirano lodato dall’Apòftrofe; 1^.' ' Capitano formato dalla Numcrazion deU :lef>artr.rì ^ ,T*f' * Caftclii che difendono ..Venezia,- * -87,. Cacacrefi,. ' ^ 333^* Cate^rie de’Filofofi vtiliflìmeail’Oratoi- ^e per trouar matefia-» «d arap^càrc^A. i i'"”  ». . ' » '* - • ^ Caufe> loro diuifione,e dfflinzioné^.ao^. Chiefedi S Giacomo, di S.Maria'dcl Piana- to,del RcdGntor'e,dclla Salute, per quaV cagionefabbricate in Venezia. 371' Ch ie^a della Salute fabbricata con gra nde fpela dall’Auguftiffimo Senato Vene- ziano. \ • . 372f« Chiefa di 5. Marco.'- • . 1. ' . ioa ChieiainnalzataàS:Giacorao nella fon- dazion di Venezia. Cìtiàdi Candia difefa da Luigi Mocenig^^ Secondo. 19<SL A é Ci&*  pello , ’c Lorenzo ^fa^celIò'^ Hd^Pbrto della Vallona. 185 da Scbaftiano.yé- 3 ?nrero >e da^jGóHcgatì aVCdrirólaririi 2. f da Lorenzo Marcello a*Dardanèlh’lÌ46, P#é(ito EpcddaoD,ao2;''da Hèncdettc ^ Pefaroallo ScrcttodiCoftanrinopolire >, nel Porto della Preuefa; . _ ,1 -'j^6 Armare vanerorte da*Vjnfefanì'i78:f95, Armare de Venezianf fono alla del- . Ih Cattolica -R^%ioqe. ’ ' rJ m> o; A^ri?o Dandolo. 2^^ Arrigo I ^I.Rè diFrancia rieemitoaHa rea F in V enezia . 1 : 1 ir Arrios e.tuB fccJcr^tzEe.^*».V- > ,-7245 Af-ienale ammirabile di Vènezia; 87.35^ Attenzione come fi' confeguifea neìl’É fordio. • , .< Auuerfari j , ed iàiuerfità rendon rv'om _.f)ÌÙc|^rosj •••: > :..M9 . » . .r Al barefiA ftigacp daila Città di Ca >raro. ^ Ba r titla * Nani Caualiére yc Pro^raror S. Marco,. Illuftriffimo, ed EcceHenti fimo Iftopfeo..Bellezza de’ Beati . ^ ^ * r< Bellezza del L'anal grandedi Venèzia, l Benedetto Pefaro; ' ..xp.^> Beniiiolcnza neli’Honjiò-ctìmc'è^ otte - 'i d ■ . ^•crnardino Polani. • ’ - ^ ruardiao St«fon2a Sabino dyiài ‘ • V. ■. -piu xt di Giesu y gran Foeta»ed Orato* .uJTjt». 'wf'-iodr» ./ > Bilica quando fi ftimino. i- r ir' ’ € ■. / ‘in :• *j-' i C'Agionfiàalc cagiona variiieflfettinel- ,'Cvoino* ; : . Il'T' Calainoj e Tuoi fatti deteftabili ir? aio; CampanU'dl S„Marco. 325^;, Gan'al gride di Venezia ne/na .vaghczza^gi' Canal Òrfano donde rraefie il nome, Chpiiaoa'd’Al^Ti/pirefe da- Màrin Capei* - 4 la nel Porco della .y^ljojiaj'.e ripòftaj .inell’A'rfenal di Venezia , - ' i ■' •• a88l. Capitano lodato dal l’Apòftrofe. • ; Capitano formato dalla Numerazbn dcU Jci?artr..l •' *' •''* t t' - 40. Caftelliete difendono .-Venezia,. .. Catacrefi». Categorie de’Filofofi vtiliflìme ail*Orato^ ze per crouar maiìifia'» ed amp^càrc^À . "V ' «o » , .’}< À Caufe^ loro djuifionc,e diflinzione.,*io3. Chiefedì S Giacomo, di S.Maria*del Pian* to,del RGdenrof‘e,della Salute, per qual' cagionefabbiicare in Venezia. 371- Chie^'a della Salute iabbricata con grande fpefa dairAugutìifiìmo Senato Vene- . ziano. ! . . 372f. Chiefa di Marco.' *i ». h ' . looi Chieia innalzata iS:Giaconjo nella fon- dazion di Venezia. 85^ Cictàdi Candia difefa da Luigi Mocenige'' Secondo.^ . i9ql ' a é Osn Déll’Epifonema . . i8 j Capo 21. Dell’ApofiopeG. - Dell’Interpretazione Della Collocuzione. / ' . ' ^0] Dèlia Licenza De’Tropi Della Metafora – H. P. Grice: You’re the cream in my coffee. 3 il Di Quante forti fia la Metafora , 3 ri Della Sineddoche Della Metonimia . 32: e . A p o DeirAntonomaGa . DeU’Onomaropei a . Della Catacrefi Della Mctalefliì Dell’Allegoria lu Dcll’I^onja . - Della Perìfràfi . ' , Deiriperbaro * ' - , lA, Pciripcrbole .  if. Delle Figure delle parole Della Repetiziòne, cdell’altre figure fat- ^ te coll'aggiugnimcnto. Della Conuci (ione . Della CompleflSonc ' . la. Dd Raddoppiamento. Della Traduzione. . Della Sinonimia .  a ali. Dd Polifindeto •  aa* Della Gradazione • . Delle Figure .fatte col^cogIimemò • Della Diflòluzione DelPAggiugniracmo. .; >5, DcUaDirgittnzione Dcllfc figure fatte, per mezzo cfella^ fomiglianza, e cootrapietà. Deli* Annommazione . '... ,, , Della Figura fimile nc’ cafì . ' ag Della Figura fimile nella definenza , Della Contenzione , oucro Contrappofi adone.   gvjiBiro. '''' ‘Del modo di compof le Orazioni. Capo !.. Dell*Inucnzion dell’argomento , aoì  ^ D*slcuneco(tcomuni negli Efordij allc^ tre Caule , G^’udiciaria > Dimofliatiua, e Deliberar jua. Degli Erordijfviziofi. Del principiodegli Bordi j^nclgcncrcDi- moftratiuov^ • ' 4<5i D*l principio degli Efordij nclgcncecGiu- dieialc. -  ' Dtl princf pio digli ÉTordiinei genere De- lÌD'eratiuo . Della NarcazÌGnc . Del princi'pio della Narraiionc > e de* paf- taggi* Della Confermazion»,' -  w. . Della Perorazione.  -VI rimo* Del principio della Perocazìonie.'^ Di' INDICI Delle colè notabili,. E principalmente- di ciò che appartiene à Venezia , cd agli Eroi Veneziani . "a  . AGgìugnìmento. . ^ caivjSg; Aggiunti) quali) e quanti Geno. 84. c - AgoftinoBarbarigov 228 .AlelTandro Terzo Sommo Pontefice dife* fo dalla Repubblica di Venezia.25,2.573- Allegoria , Tuo efempio , picgio led in chs fi differenzi jjdalla Metafora .. 6cc. ^ ^ Anagrammi appartengono, all. Etimolo- gìa. 4^/ Andate, folcnni del Sereniffimo Doge di Venezia a varie Cbielcjperchc., 372- AnurcaOurani.', Andrea Gritti Doge. »; Anfiteatro di Roma- 104,. AngeH come fipoffano lodar dalla Nunic- razion delle parti • Anima razionaiccagionc di vari| effetti - Annominazione. ^ 3°"’ Annominazioni, òbiftiai fopraJ’Onuolo- della Piazzajdi ii. Matea. - 390- An» Di. Aìtfeccdemìibftclìóerfi dagli Aggiunti Antonio dal Ponto Afcb'tecto del Pont»: di Rialto. .. Il) Antonio foriofa coinaDda cheli yccida.! Cicerone*. 2^2'^ Antonio Quirino » ' 3^^» Antonio V enicro Doge^.  ’ Amonomaln. Apologo della Volperìferito da Afinotiie, . . Apofiopefi; 287: Apofirefe. ~^ Argomenti , ed amplificazioni dalla Diffi** nizioinc vdalla Nómerazion delle parti >- dairEtimologia} fifc.vedii loro^Capì.. ^ Argomenti » ed amplifieazioni'daMuoghì • cfiriniechi* vedi iiOpp 21. del Libro* primo;. ' Argomenti intrinfichijcd cftriMecbijqoa- e quanti. 33' Argomenti per comporre vatie orazióni . 407 . Arguzie fpcCTc voke fi traggono dall’Iper* bolci 350'. Armata del Califè d’Egkto rotta da Mar- co Barbaro. 2^4 Armata del ViTconti ftonfiita nelLagodi ; Garda, da Stefano Contatimi 23^. di Federigo Barbaroffadal Doge Sebaflià- > no Ziani . 25 3.. de* Genouefi dal Gene- rale Victor Piiani . 36Ì. Armata (te* Dirchtr disfeita da Mario Ca^- a^ 5:, pelloj- Digitized by Googic peHo j ’c Lorenzo Màfccrilò'iiirfhPbm)’^ della Vallona. 185 da Scbaftiano.^e- 3?nrero »eda’jCjòilegati aVCiìrt56larìriia,4i { da Lorenzo Marcello a*Dardanèlli:Ì45., ujdà P^è(itQ EpcddanD.3or.' da Bènedetto" Pefaroallo Stretto di CoftanrinopohV c ò nel Porto della Preuefa; . v , c Armare vanerorte da’Vinfefanui78;Z9^.-. Armare de Veneziani fono alla xiffefà del»-- , la Cattolica -Keligtoqé. r..l - b r ; Arriso Dandolo. " 2^^,, Arrigo HI.Re diFrancia riceuntòalla rea*^ p in Venezia . . . ^ ntioS; Arrio', e. lue rccJctactMe.^-^/. ■^2492^ Af-ienale ammirabile di Venezia; 87.354. Ajrc jqual cofa fia.' . Attenzione come fi' confeguiica ncll’É- fordio._., Auuerfarij , ed Aaiuerfità rendon rvomo- ,f)iAc^Ìar<>S! ‘ '•.'/'ì- ;i ' 'JV < . 'A I^ Aibar«fla.-fugar9 dalla Città di Cae- ^ b3io'i Bartifta Nani Caualière > c Procurator di- S. Marco,. liluftriffimo, ed EcceHentif-- fimo Iftopìeo-- : . < ’ Belleafza de’ Beati . Bellezza del Canal grandedi Venezia. 8z. Benedetto Pefaro; j ■ 10.356 Beninotenza ncirBocdio' come fi'otten* - V , lì Bernardino Polani. ^ ^ Bernardino St«foni& Sabino dèilài Com.- .iJwgniVdi Giesùy gran Poeta» ed Orator il? r- ■ *Ì •..»77*:36''5;ì Bilica* quando fi ftimìno. -'j-. r 591/ ir'" € •; '• -f‘, / *in ;>• ìì*' i C'Agiorffaiale cagiona vatifeflfetii tìel- ’ttvolnoi; ; •) J . Caloino, e fuoi fatti dotefiabiliiff. .. a jcr. CampanUrdi S*Marco.f • . Canai grado df Veaesa»e;rHa .vaghc2:za*^i' Canal Orfano donde traefie il nome. 129.' ©apilaoad’Algèériipcefa da- Màrin Cape!-.- - , kinel Porto della .ValJonay.e trpòfta^ •>nell’Arfcnaldi Venezia , • - ! • • a8?3l. Capitano lodato dall’ Apòftrofe; • tSpì Capitano formato dalla Nuoacrazion del# :lc'paftf..l ■' .jT“t ‘ ' 40. Caftellicbedifcndono,.Vei»e2Ìa,- •* '87.. Ca racrefi». . ‘ ‘33 3 Categ:oTÌe de’Filofofi vtiliflìmeail’Orato# i:e pa- trooarmattìfm od anop^càrciA- Caufe> loro diuifione,e diflin2Ìonc^.^ro3. ChiefediS Gjaet>mó,di S.Maria*delPian# tOjdel Rcdentof‘e',della Salute, per qual' cagiontffabbiicare in Venezia. 371- Chieda della Salute fabbricata con grande fpela dall’ Augufii (fimo Senato Vene- ziano. 1: ì . ' . » Chiefa di 5. Marco.- . v. i i. ' ioa Cbieiaj*nnalzataàS:Giaconao nella fon- dazion di Venezia. Citiàdi Candia difefa da Luigi Mocenig^' Secondo# . I9<3l .. / ' ’ a < Cia-  ri Città <l!ftru«ac!èftritta\ - 4*5. Cirtàicome fi loderebbe dalle Caufe. X04 Gìrrà coirmendate dal Genera ^ 5 y Cittadine Veneziane animano i Soldati della patria ojntraiWd^^ ' zjìb. Glazomene > c Corico prefi- da vpietror Mocenigo.; . 553.'. Cliffa prela da Leonardo Fbfcolo.'. 355, . Cognizióne fempiicaexirpetcma# . éi. Collocuzione» , r 305» Comparazione ; ed in che fidinerfi^b» dalla Similiiudinc. Complelfione. 'r \ GornunicazionCi'. - • • • Gonccfifonc’; Concetti, ed arguzie fouente fi ‘traggono dal)’Iperbote> edaU’Annoiiùnaziono^ 350.388. Gongiógati»..  Confermazione dell'Orazione ; ^ 474* Confcguenti ditferilcono dagli Aggiunti . 95- Conr enzionciouero Cótrappofizionc.  ConucrfioDc. 354. Conuito di Erode.' . Conuitr rplendidi farti ad Ernco Terzo - Rè di'Ftancia dalla Repnbblhra . 123. Corpo di S. Marco rralportato dalla Città di Aleffandria in V cnczfa.' 347. Correzione.' 247 Corecoimmi alle tre Gaufé , Giudiciaria « Dimoftratiua, c Dilibcraiiua • 456. Crii\iaui anticbì» 8u. Crx*p- DIgilized by Google GrìOo prclb di* Giudei i - 2?i 6 DEprecazìone. 270 Deftra de* Soldati Vimzlamcómen- daradall’Apofiopefi. ^ 294 Diflfinizìone come fi faccia . 2.5. 34* DIffinizion della Rcttorica . ^ 25 DiÌgIun:?LÌonc. • 3^5 • Difpofizione. 3^ Dì (fi milirudine. oucro differenza.' 70 Dìffoluzione;  Difinbuz'one;- * Dogi di Venezia onorati con vari) titoli da* Popolile Principi diuerfi. 3S4 Domenico Conrarini Doge viuentet viua-. Idea de’ Principi. ^ ^ 4^9; Doraenreo Micheli Doge Condottlcre di diìgento Legni > c cagion della pref’a di i Tiro. 206. llmedefimo rifiuta il Reame della Sicilia k 218' Donzella di Cipri che bruciò il Galeone.^ delBafsà. 230 Dubitazione^  E I* Ffetti dell’Animo fi crprlmonotalora jConfinonimi. 3^4 Effetti dell’Arte Rcttorica. i9 e 20> Eff^etti del gouerno V iniziano. J 1 5 Bfi^etti della grandezza , c della magnifi- cenza della Repubblica Veneziana. 119 Effetti di quante forti fieno k • i * Eloquenza d’Antonio > di AriBide > dì bu*- A&»- 14^ . . ftaziò^ di S.Paolòjèdi Pòricic.,i^i Eloquenza dcll’amjca Roma. 23-2x2^ C o;Emanucl Tefauti$ gran letterato. . : Epi'foncma .. . ? ^r. Equiuoco detto tfa*'Augufto * ; . ' Ò \ 47.. Equ fiochi riducono ali’EtimolGgia., *4^ Eicole* ... , I - . il , ^ ]r . , Equiuoco fopra Nerone, I Erqde turbato nel nafeimento di Grifto . • I 221. _ ^,-j Eroi Romani/ ^ Qì;?; u:r .■ 266*. £rpi Veneziani,. , . 'i; ; Errico Dandolo , vedi Arrigo . . ' Erriec^ Tvrpo Rd df Francia accolto coni j.Sgrandifnmapompa dalla Rep^biVene- ^ jzianav vedi Arr^o . , Erdàmazfonc*. ’ ; .^6. ECecràzione centra vna Nane di Dcmonij* ... cbcLvoleano fommer^^re ycmrzia.277>. Eh mpiò appai ricneallacSimilitadinc. , 68. Eiercitocneiacchcggia vna città. • 42- Erucdio,eiucvfiìcio. ; . » 456. Elordio nel genere Dimofitatmo^ 461.. : Giudioialc. 463^. Diliberatiuo. 467. Elordio yjzioio. . ... Etiniolo^'a comprende l’Equiuocazione , : e gli Anagrammi. 4^047; , 261^ Ezeiino Tiranno diPadòua Aia crudeU ■4 P' FAbbiiche dell*àntica Roma . . 96.98) Famapei celiai cofa fi. prenda. Digiiized i'/ Ciwigli Fàtìfi^oftà difcfo dà Marc’Àntoniò Bra* 'gadino. ‘ ‘ Fartiiaflo Strada dcllèCòmpagrifa fefc- *'sà. • F^déltiy ^"^égretciaa de* Vctìerfàiir . 29 3^ Federigo Cornato PiTcopià. \* ' 5^^, Federigo Impcradore fi vmilia ttì Venezia jad Alcffandto Terzo Sommo Pontefi- vce. lSo.253.c253f Figure delle parole.' ‘3^^ Figura fimile ne’èafi . 3'^i; nellà definen- ? za . Figure dèlie fentenze , petefiedi chiamina ^ così , cd in che fieno diuerfe dalle figu- ‘ te dèlie parole. lyt' Fine della Rctton*ca\ ' 26 Fioricomefi lodino dal genere / 54^ f/umi^che sboccano nelle Lagune di Ve- \ nezìa . ■ ’ ' , • * 411 FonuDa,e fortezza dell’antica koma.2 3 F £rauc^'co^)a5’do foile G^azzedàvn^ felice principio alla famofa- Viaoeiiu Nauale. ‘ 2ir Hrancefeo da Molino* Doge 424 S.Francefco Sauerio della Compagnia d? ' Giesù* ' - 41^ G • j.J ' >■ i G‘ Alcazzc Vèneziànc'; I Le medefime ca^o&dttlla* Fittpr ià ' a’ Curzolati„ 1;  .Galea fuperbiffima nel^ ticeutmento di' ifiòca Terzo Rè, di, Fsaneia^ ih Ven«»^ * « . auiw Genere come fi diffiniTcà . fi GeotildjCtfuic yepe2»2ine) e loro.vtrtìb-  ; S.Gerardo Sigredo . 436 Gei;uiralcm efortai Princìpi.Chiu(Uani\i7 Giacomo Fotearioì . Giacoma Pefaro . lOj S, Giacomo fmotza*) fuoco nel. pnócipio della,fondaz»ondi Venezia Giat^omo Ticpoli . Gioùapni Bafadonna^. G’o: Corraro . G io: Dolfiiìo Doge» . GiotfaW'cri. Gipf Matteo Bembo . Gi,c:<la Pefaro Dogev. Gitiramento.,, Gi,'adazipne.. . G u^re de* Veneziani . Veneziani. Guerf ier Veneziano > 9 d*aIo:e città . . l 1;r^io cagione della nobiltà deB*voma> . 5 ii.17/ .. . Iddio ù può lodare dalla Nuxncrazron del- le parti . S. iKnazio Fondatore della; compagnia di • -Giesù* •’ 4i3 ■Im|aètàtd<.**Ijirchi. . Imprccazic ne . 2.74 ■. ' Irap' ^e^gucfrci € ’Vittorfe de’ Veneziani. . <;► In- * *7 Innocenza de'Cbriftìani. ^ ^ p. Intelletto adopera lacogni?ionrifpetuua per far la fimiliiudinc* ^ Interpretazione. • Interrogazione. . ^94 Iniienzione. . „ ^ Ifiuenzion per tiouar materia nelle ora- zioni. Inuenzion degK argomenti per leorazio- Iperbato. 34^ Iperbole. . 34:9 Ironia . aoi^ benché fecondo alcuni Allegoria» può efler-diuerfa dall’A llcgo- ria. 340 Ipetefi. 3.7 Ipotipofi- Inorici Veneziani^ ì r. . LEonardo Fofcolo 3-54: Lcone,e fuoi pregi. ^ , _ 330 Liberalità delle Gentildonne Vencaianc^ vetfoi Nemici prigiomi» Liberalità del Senato Veneziano nel pre- miare.- 34^ Libertà di Venezia Tempre conferuata. 5 1_. Licenza. L«'Cuzione. 3^ B#LorenzpGiuftinian<^-. - ^ Lorenzo Marcello. i85»Z4^ Lorenzo Priuli Doge. 4ZI- Luigi figliolo del Doge Antonio V ènieto . B^Luigi Digfeed by Gnogli iS B. Luigi Gonzaga della Compagnia dì Gicsù. J > 225 1 uigi Mocenìgo Secondo . ■ 1 Luoghi donde prcndonfi gli areomeTuT inrriBfichf, quali, equanti. 32 Luoghi eftrinfcchi, c perchè détti" (cnz’ar- te «. • . iT? 7:. j ; ‘ y Luoghi imrinijchi della Rpr torica Oó*iòro- argomcnti,e còlPitòjpliifeaiioni. 34. fi-- noà ' Lutero>craobiafima. - vjoì M MArc’Ahtònio Éragàdinò « • ^ jo6 Marcello' celebrato da Virgifio • 245«246 ^ Marco Barbaro, Marco GiufiiniaoiV Marfitc^ i ■ - Mann Cap«llo - J. Marin Giorgi Doge ^ ' Marin Grimani ^ge,~ ' Mareriaf ciiioì effetti. jO . Materia della Retiotìtt^ ' - Memoria.^"'•i;:* Merceria tìcchifflinadi Venezì», Metafora.^ ' ' : • / Mctaforad(quanrelctejffai. MctalelTì. ^^étommia, j Modo, per trouar raaterià' pes ìe OraziW V , ^ 1&4. Mòdo di/en^riidellai&um Licena» a tat - ^ Natasi* àg|  tl& ax a® sa 51? 35X Di0"i7',d by Gtv.^q *9 NArrazìonc > c Tue doti 45S*ruopriii« cjpio. . . 471- Narrazion naturalie»cdartificjof8« 469 Naue dì D&monii (ommcrìada* SS. Mai^ - co , Giorgio y c Nicdiò.' Z77. Naue dì Tommalo Morcitnt combatte.^ con quarwca galee mrehefebe. 5^7* NecefìTicàìnuencrìce dì molte metaforcr - , Nerone vituperata. ^ t73; *37«' Numcrazion delle paró.- 39* • a ONoraatopefa 33^» Oppofizioni quante fieno; 74* Oratori moftrano piiVingcgnò rerùendoii de’ luoghi ìntrìnfichìr <44« Ora zìoni diuerfe come fi teffiuio , 447* Orazio R ornano vecifor della Stìrcl!a.a56 OrioMalipieroltì)oge. — 384* Ontiolòdella l^azzadì S.Mareo* ^ 35^^** Oifo Partìcipazio 1 1. òBadoaro Dogo •• ' Ottone figKuolc dìFederigolmper. vìnto ZiamV ' p . PhAlagìo della Signorìa dì V’cneafà.ioii . Parabola rìducefi a!làSrmìiìtudìne.48r . Pani della Rcttorìca. ' ' i ' 30-- - Pafquale Cicogna Doge. ^ 1x5* Paffaggi artificìofi neirorazìonc . , 471» Pcccato,cfuoieffctti. • 147, Pcrifrali>e peich&adoperata più fpeFb da* Poe- Digitized by Google 20 Poeti, che dagli O^tori. 343*e 545 Permiffione., 242 Perorai^ onc . 47^ .Grc- 289 AI M v/*lV • PcfHIenza in Kom nel tempo di S. gorio Magno. • , Piazza incornpatajjJUcdi S.M^rcQ; Pietro Lx>redano, Pietro Mwenigo,  W9i Pietro OriVolo Poge .. Pietro Zeno - Pietro Ziani Doge. , , Pitone Serpente ftpifuratQ^ pompa in Venezia quando fi creano i Pro- curatori di S.Marco,.  Polifindeto.v ,3^' Pompeo Magno.,. , ^ Ponte dì Rialto. ^ loi. e i<i 3 ì’ontc faap. da.Traiano fu*l Danubio . 1 1 4> Pontefici .venuti à Vcne?ia^  T^rciwdicjocbefia. ^ 133/ rceftezza ,ne! farle A uniate in Venezia^. .. , , . . j. rrctfrizione. ao9 Principi venuti à Venezia . . • 376 < Ptipeipio della Perorazione#^ 47jg Fronbnziazionc. ^ ,32 Profopopeia^i . I75;r Prudenza dejJ’anncaRoma., 233^ Pugna de* pugni in Venezia^ taz J Q-. •: .* . K R, Addoppiamento . 35^ ' #.,IieggiadcISpJe.. 107 Rex Digitized by Googl 21 Rfclìgion Cattolica femprc cònferuata in Venezia . 41 1 Reò condannato da’luoghi eftrihTechi.i 36 Repùbbliche come fi lodino dalla Cau/a* i<54 Repubblica Romàna, e Veneziana, ng Repubblica Veneziana femiprelibera . 5 1, 4H. ' Ripugnanti . 2o Ritrouamento dell’Aì'te Rettotica. 25 Roma idolatra. ‘ 9$ Roma lodata da* luoghi cftrinfechi. 1 31 Roma lodata da* luoghi intrinfichi.38.4y. . , , Roma fuperftiiiola, e Tanta. 71 Roraore» che figli! fichi. 135 S Abine mezzane intra i Suoceri, ed i Generi . 2jo Sébafiiano Venicro Doge. ^ Sebaftiano Zianf Doge V- - 252" Segretezza de* Veneziani^ 29J : Senato Aug;utlifiìmodi Venezia. ^2 r Sentenza che fia . i74r Sepolcro magnifico fabbricato à Luigi , Mocenigo Secondo in Venezia. 19% Sforza Paliauicino Cardin. della Compa-r gniadi Giesù Silenziovtilea*Prindpi. 210 Siila, e Tua crudeltà . . 126 Simile ne* cafi , e nella definenzà fig. . , Similitudine che fia, e quante Categorie, com- D 6z 117 zi£ 57 442 220. coti^renda. Sineddoche. Sinonimia. Sole, «fuoi effetti. .Softcntazionc. Spezie pre0o i Retori» c Filofofì . Spezi^ Varie d'Oraz.foni. Stefano Contarini. Subiezione. T TAuole 9 e Tcftjmontj quali cofe de- notino. I34‘<^*35- Tcfi^cGii. i8- Tcfi°eonfi fuggir <W10t*tor«. ’ 30. 1 eliimonio Diuino » ed vmano. Ij5* Tiro (,ittà affediata da CoUcgati>c da Do* rrcnico Micbcli Doge . ao<J. Titoli van j dati a* Prtficipi.409 a’Dogi dt Venezia. ^4. Titoli delle Orazioni. 44^. S.Toinmaiod*Aqaiiio. 41^» Tommalo Morolini . Tormento quali cofe abbracci. 13^ Tribuno Memo Doge. ^ ^ ^6. Trieftini vinti da* Veneziani. 272» Triuigi Città affediata da Ludouico Rè ‘ d’Vnghcria. %o6. Tropi loro diffinizine. Ji4. fonovndicT» ' perche l*Ironia è fpczic^AUegoria. 317 Tropi non fem tanti» quanti ne pongono* ',:^]Rcton\ . 351. VdU ■ 1 V - ' VDiron* come fi rendano bencuoli’, attenti , c docili neil’Efordio. 456. 458.^9. . Vello d*Oro, perché fia cofi intitolaioif •Libro. , , 16. yeneziae fijoi pregi bdacida luo^n* in- trinfichidellakettonca.dal|aDi(Bnizlo- ne. 35. 36. 37.dallaNumerazió delle par^ . li 40..^i.dairEtimologia.46. da’Con- g10gati.50.51. dal Genere. 55. 5^. dalla Spezie. 58.59.60. dalla Similinjdinc.. Ó7. dalla Difiìmilirudine. 72. 73. da’Contrarij.;8. 79. da'Ripugnanti.82. 83,84. dagli Aggiunti. 85.86. 87,88.89* da gli Antecedenti, cda’C.onregucmi 99 loo.ior.ioa.dalle Caure.113.u4 dagli Edettùi dalla- ora- parazfone. da* luoghi c- ftrinlechi. dalle Categorie filolofiche *. 157. finoà 163. * • Venezia (empre Cattolica.32 374. fcm- pre libera . 41 1. fmgula- re, perchè . ricordeuoledc* benefici j riceuuci dal Cielo. 370, Venezia è vnimpoflìbile pofto nell’im- pofiìbile. Venezia in pericolo d’cITer fommerfa da* Demoni j , c liberata da SS, Mai co, Ni- colò» e Giorgio Veneziani, c loro lode. 140. 143. V fficio della Kettorica, Vgo- DIgilized by Google 24 ' Vgolino GiuftlnSan! . tS j. 264. 26$ V irtù delleGentildonne Veneziane Virtù dciranticaR0ma.23i.252.233.234* Vital Candianoj ò Sanato Doge. 386 VittorPìfani . 362 Vittorie de Viniziani Vomì ni guerrieri, ed oziofi. 70 Vomini che pongono il fine loro nel Mò- do. .V ■ HI Vomolodatodalla ipezic. éo Il PINE. ledbyCooQl t

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Simoni: la scuola di Caprese -- filosofia italiana – Luigi Speranza Caprese). Filosofo toscano. Filosofo italiano. Caprese, Toscana. Antenato: Simone de Buonarrota. Nome: S. Grice: “Some call him Michelangelo, but that’s rude!” --  See the study of Buonarroti’s Moses by Freud, “filosofia”  Michelangelo Buonarroti. CDisambiguazione – Se stai cercando altri significati, vedi Michelangelo Buonarroti il Giovane, Michelangelo (disambigua) e Buonarroti (disambigua).  Pietro Freccia, statua di Michelangelo, piazzale degli Uffizi a Firenze. Michelangelo Buonarroti, noto semplicemente come Michelangelo (Caprese, 6 marzo 1475[1] – Roma), è stato un filosofo italiano -- pittore, scultore, architetto e poeta italiano.   Daniele da Volterra, Ritratto di Michelangelo  Autoritratto (?) come Nicodemo, Pietà Bandini  Michelangelo, disegno di Daniele da Volterra Soprannominato "Divin Artista" e definito "Artista universale", fu protagonista del Rinascimento italiano, e già in vita fu riconosciuto dai suoi contemporanei come uno dei più grandi artisti di tutti i tempi[3]. Personalità tanto geniale quanto irrequieta, il suo nome è legato ad alcune delle più maestose opere dell'arte occidentale, fra cui si annoverano il David, il Mosè, la Pietà del Vaticano, la Cupola di San Pietro e il ciclo di affreschi nella Cappella Sistina, tutti considerati traguardi eccezionali dell'ingegno creativo.  Lo studio delle sue opere segnò le generazioni artistiche successive dando un forte impulso alla corrente del manierismo.  Nome Nelle fonti coeve, Michelangelo è chiamato in latino Michael.Angelus (la firma dell'autore sulla Pietà vaticana è MICHAEL.A[N]GELVS BONAROTVS FLORENT[INVS]) e in italiano Michelagnolo, come risulta dalla biografia del 1553 Vita di Michelagnolo Buonarroti scritta da Condivi, suo discepolo e collaboratore. Lo stesso Vasari lo chiamava Michelagnolo e il nome rimase tale fino alla metà dell’Ottocento. Il cambio in Michelangiolo prima e la successiva italianizzazione in Michelangelo poi, avvengono tra l’800 e il ‘900.  Benché tra le nuove generazioni si sia affermata la versione moderna, a Firenze resiste la variante ottocentesca di Michelangiolo nel parlato degli anziani e nella denominazione di luoghi simbolo della città (viale Michelangiolo, piazzale Michelangiolo, Liceo Classico Michelangiolo, ecc.).  Biografia Gioventù Origini  Il ricordo del padre sulla nascita di Michelangelo Michelangelo Buonarroti nasc a Caprese, in Valtiberina, vicino ad Arezzo, da Ludovico di Leonardo Buonarroti S., podestà al castello di Chiusi e di Caprese, e Francesca di Neri del Miniato del Sera. La famiglia è fiorentina, ma il padre si trova nella cittadina per ricoprire la carica politica di podestà. S. è il secondogenito, su un totale di cinque figli della coppia.  I S. di Firenze fanno parte del patriziato fiorentino. Nessuno in famiglia ha fino ad allora intrapreso la carriera artistica, né l'arte meccanica (cioè un mestiere che richiedeva sforzo fisico) poco consona al loro status, ricoprendo piuttosto incarichi nei pubblici uffici. Due secoli prima un antenato, Simone di Buonarrota S., è nel consiglio dei cento savi e ha ricoperto le maggiori cariche pubbliche. Possedeno uno scudo d'arme e patronano una cappella nella basilica di Santa Croce.  All'epoca della nascita di S., la famiglia attraversa però un momento di penuria economica. Il padre è talmente impoverito che sta addirittura per perdere i suoi privilegi di cittadino fiorentino. La podesteria di Caprese, uno dei meno significativi possedimenti fiorentini, è un incarico politico di scarsa importanza, da lui accettato per cercare di assicurare una sopravvivenza decorosa alla propria famiglia, arrotondando le magre rendite di alcuni poderi nei dintorni di Firenze. Il declino influenza pesantemente le scelte familiari, nonché il destino di S. e la sua personalità: la preoccupazione per il benessere economico, suo e dei suoi familiari, è una costante in tutta la sua vita. Già alla fine di marzo, terminata la carica semestrale di Ludovico Buonarroti, tornò presso Firenze, a Settignano, probabilmente alla poi detta Villa Michelangelo, dove il neonato venne affidato a una balia locale. Settignano era un paese di scalpellini, poiché vi si estraeva la pietra serena, da secoli utilizzata a Firenze nell'edilizia di pregio. Anche la balia di Michelangelo era figlia e moglie di scalpellini. Diventato un artista famoso, Michelangelo, spiegando perché preferiva la scultura alle altre arti, ricordava proprio questo affidamento, sostenendo di provenire da un paese di "scultori e scalpellini", dove dalla balia aveva bevuto «latte impastato con la polvere di marmo»[9].  Nel 1481 la madre di Michelangelo morì; egli aveva soltanto sei anni. L'educazione scolastica del fanciullo venne affidata all'umanista Francesco Galatea da Urbino, che gli impartì lezioni di grammatica. In quegli anni conobbe l'amico Francesco Granacci, che lo incoraggiò nel disegno[6]. Ai figli cadetti di famiglie patrizie era di solito riservata la carriera ecclesiastica o militare, ma Michelangelo, secondo la tradizione, aveva manifestato fin da giovanissimo una forte inclinazione artistica, che nella biografia di Ascanio Condivi, redatta con la collaborazione dell'artista stesso, viene ricordata come ostacolata a tutti i costi dal padre, che non la spuntò però sull'eroica resistenza del figlio.  Formazione presso il Ghirlandaio (1487-1488)  Michelangelo, San Pietro da Masaccio, 1488-1490 circa. Penna e sanguigna su carta. Staatliche Graphische Sammlung, Monaco. Nel 1487 Michelangelo finalmente approdò alla bottega di Domenico Ghirlandaio, artista fiorentino tra i più quotati dell'epoca[10].  Ascanio Condivi, nella Vita di Michelagnolo Buonarroti[11], omettendo la notizia e sottolineando la resistenza paterna, sembra voler enfatizzare un motivo più che altro letterario e celebrativo, cioè il carattere innato e autodidatta dell'artista: dopotutto, l'avvio consenziente di Michelangelo a una carriera considerata "artigianale", era per il costume dell'epoca una ratifica di una retrocessione sociale della famiglia. Ecco perché, una volta divenuto famoso, egli cercò di nascondere gli inizi della sua attività in bottega, parlandone non come di un normale apprendistato professionale, ma come se si fosse trattato di una chiamata inarrestabile dello spirito, una vocazione, contro la quale il padre avrebbe inutilmente tentato di resistere[12].  In realtà sembra ormai quasi certo che Michelangelo fu mandato a bottega proprio dal padre a causa dell'indigenza familiare[13]: la famiglia aveva bisogno dei soldi dell'apprendistato del ragazzo, al quale così non poté essere data un'istruzione classica. La notizia è data da Vasari, che già nella prima edizione delle Vite [14], descrisse, appunto, come fu Ludovico stesso a condurre il figlio dodicenne nella bottega del Ghirlandaio, suo conoscente, mostrandogli alcuni fogli disegnati dal fanciullo, affinché lo tenesse con sé, alleviando le spese per i numerosi figli, e convenendo assieme al maestro un "giusto et onesto salario, che in quel tempo così si costumava". Lo stesso storico aretino ricorda le sue basi documentarie, nei ricordi di Ludovico e nelle ricevute di bottega conservate all'epoca da Ridolfo del Ghirlandaio, figlio del celebre pittore[10]. In particolare, in un "ricordo" del padre, datato 1º aprile 1488, Vasari lesse i termini dell'accordo con i fratelli Ghirlandaio, prevedendo una permanenza del figlio a bottega per tre anni, per un compenso di venticinque fiorini d'oro. Inoltre in elenco di creditori della bottega artistica, al giugno 1487, è registrato anche Michelangelo dodicenne[10].  In quel periodo la bottega del Ghirlandaio era attiva al ciclo affrescato della Cappella Tornabuoni in Santa Maria Novella, dove Michelangelo poté certamente apprendere una tecnica pittorica avanzata[15]. La giovane età del fanciullo (che al termine degli affreschi aveva quindici anni) lo relegherebbe a mestieri da garzone (preparazione dei colori, riempimento di partiture semplici e decorative), ma è altresì noto che egli era il migliore tra gli allievi e non è da escludere che gli fossero affidati alcuni compiti di maggior rilievo: Vasari riportò come Domenico avesse sorpreso il fanciullo a "ritrarre di naturale il ponte con alcuni deschi, con tutte le masserizie dell'arte, et alcuni di que' giovani che lavoravano", tanto che fece esclamare al maestro "Costui ne sa più di me". Alcuni storici hanno ipotizzato un suo intervento diretto in alcuni ignudi del Battesimo di Cristo e della Presentazione al Tempio oppure nello scultoreo San Giovannino nel deserto, ma in realtà la mancanza di termini di paragone e riscontri oggettivi ha sempre impossibilitato una definitiva conferma[16].  Sicuro è invece che il giovane manifestò un forte interesse per i maestri alla base della scuola fiorentina, soprattutto Giotto e Masaccio, copiando direttamente i loro affreschi nelle cappelle di Santa Croce e nella Brancacci in Santa Maria del Carmine[15]. Un esempio è il massiccio San Pietro da Masaccio, copia dal Pagamento del tributo. Condivi scrisse anche di una copia da una stampa tedesca di un Sant'Antonio tormentato da diavoli: l'opera è stata recentemente riconosciuta nel Tormento di sant'Antonio, copia da Martin Schongauer[6], acquistato dal Kimbell Art Museum di Fort Worth, in Texas[17].  Al giardino neoplatonico (1488-1490)  Copia da Cesare Zocchi, Michelangelo giovane scolpisce la testa di fauno, Studio Romanelli, Firenze Molto probabilmente Michelangelo non terminò il triennio formativo in bottega, a giudicare dalle vaghe indicazioni della biografia del Condivi. Forse si burlò del proprio maestro, sostituendo un ritratto della mano di Domenico, che doveva rifare per esercizio, con la sua copia, senza che il Ghirlandaio si accorgesse della differenza, "con un suo compagno ridendosene".  In ogni caso, pare che su suggerimento di un altro apprendista, Francesco Granacci, Michelangelo cominciò a frequentare il giardino di San Marco, una sorta di accademia artistica sostenuta economicamente da Lorenzo il Magnifico in una sua proprietà nel quartiere mediceo di Firenze. Qui si trovava una parte delle vaste collezioni di sculture antiche dei Medici, che i giovani talenti, ansiosi di migliorare nell'arte dello scolpire, potevano copiare, sorvegliati e aiutati dal vecchio scultore Bertoldo di Giovanni, allievo diretto di Donatello. I biografi dell'epoca descrivono il giardino come un vero e proprio centro di alta formazione, forse enfatizzando un po' la quotidiana realtà, ma è senza dubbio che l'esperienza ebbe un impatto fondamentale sul giovane Michelangelo[15].  Tra i vari aneddoti legati all'attività del giardino è celebre nella letteratura michelangiolesca quello della Testa di fauno, una perduta copia in marmo di un'opera antica. Veduta dal Magnifico in visita al giardino, venne criticata bonariamente per la perfezione della dentatura che si intravedeva dalla bocca dischiusa, inverosimile in una figura anziana. Ma prima che il signore finisse il giro del giardino, il Buonarroti si armò di trapano e martello per scalfire un dente e bucarne un altro, suscitando la sorpresa ammirazione di Lorenzo. Pare che in seguito all'episodio Lorenzo in persona chiese il permesso a Ludovico Buonarroti di ospitare il ragazzo nel palazzo di via Larga, residenza della sua famiglia[19]. Ancora le fonti parlano di una resistenza paterna, ma le gravose necessità economiche della famiglia dovettero giocare un ruolo determinante, infatti alla fine Ludovico cedette in cambio di un posto di lavoro alla dogana, retribuito otto scudi al mese[19].  Verso il 1490 il giovane artista venne quindi accolto come figlio adottivo nella più importante famiglia in città. Ebbe così modo di conoscere direttamente le personalità del suo tempo, come Poliziano, Marsilio Ficino e Pico della Mirandola, che lo resero partecipe, in qualche misura, della dottrina neoplatonica e dell'amore per la rievocazione dell'antico. Conobbe inoltre i giovani rampolli di casa Medici, più o meno a lui coetanei, che diventarono negli anni successivi alcuni dei suoi principali committenti: Piero, Giovanni, poi papa Leone X, e Giulio, futuro Clemente VII[19].  Un altro fatto legato a quegli anni è la lite con Pietro Torrigiano, futuro scultore di buon livello, noto soprattutto per il suo viaggio in Spagna, da dove esportò modi rinascimentali. Pietro era noto per la sua avvenenza e per un'ambizione pari almeno a quella di Michelangelo. Tra i due non correva buon sangue e, una volta entrati in contrasto, durante un sopralluogo alla cappella Brancacci, finirono per azzuffarsi; ebbe la peggio Michelangelo, che incassò un pugno del rivale in pieno volto, rompendosi il naso e avendo deturpato per sempre il profilo[20]. In seguito alla rissa, Lorenzo De Medici esiliò Pietro Torrigiano da Firenze.  Prime opere (1490-1492)  Michelangelo, Madonna della Scala, marmo, 1491 circa. Casa Buonarroti, Firenze. Al periodo del giardino e del soggiorno in casa Medici risalgono essenzialmente due opere, la Madonna della Scala (1491 circa) e la Battaglia dei Centauri, entrambe conservate nel museo di Casa Buonarroti a Firenze. Si tratta di due opere molto diverse per tema (uno sacro e uno profano) e per tecnica (una in un sottile bassorilievo, l'altro in un prorompente altorilievo), che testimoniano alcune influenze fondamentali nel giovane scultore, rispettivamente Donatello e la statuaria classica[19].  Nella Madonna della Scala l'artista riprese la tecnica dello stiacciato, creando un'immagine di tale monumentalità da far pensare alle steli classiche; la figura della Madonna, che occupa tutta l'altezza del rilievo, si staglia vigorosa, tra notazioni di vivace naturalezza, come il Bambino è assopito di spalle e i putti, sulla scala da cui prende il nome il rilievo, occupati nell'insolita attività di tendere un drappo[21].   Michelangelo, Battaglia dei centauri, marmo, 1492 circa. Casa Buonarroti, Firenze Di poco posteriore è la Battaglia dei centauri, databile tra il 1491 e il 1492: secondo Condivi e Vasari fu eseguita per Lorenzo il Magnifico, su un soggetto proposto da Agnolo Poliziano, anche se i due biografi non concordano sull'esatta titolazione[22].  Per questo rilievo Michelangelo si rifece sia ai sarcofagi romani, sia alle formelle dei pulpiti di Giovanni Pisano, e guardò anche al contemporaneo rilievo bronzeo di Bertoldo di Giovanni con una battaglia di cavalieri, a sua volta ripreso da un sarcofago del Camposanto di Pisa. Nel rilievo michelangiolesco però viene esaltato soprattutto il dinamico groviglio dei corpi nudi in lotta e annullato ogni riferimento spaziale[22].  Michelangelo e Piero de' Medici (1492-1494)  Il Crocifisso di Santo Spirito (1493 circa) Nel 1492 morì Lorenzo il Magnifico. Non è chiaro se i suoi eredi, in particolare il primogenito Piero, mantennero l'ospitalità al giovane Buonarroti: indizi sembrano indicare che Michelangelo si ritrovò improvvisamente senza dimora, con un difficile ritorno alla casa paterna[19]. Piero di Lorenzo de' Medici, succeduto al padre anche nel governo della città, è ritratto dai biografi michelangioleschi come un tiranno "insolente e soverchievole", con un difficile rapporto con l'artista, che era di appena tre anni più giovane di lui. Nonostante ciò, i fatti documentati non lasciano alcun indizio di una rottura plateale tra i due, almeno fino alla crisi dell'autunno del 1494[23].  Nel 1493 infatti Piero, dopo essere stato nominato Operaio in Santo Spirito, dovette intercedere coi frati agostiniani in favore del giovane artista, affinché lo ospitassero e gli consentissero di studiare l'anatomia negli ambienti del convento, sezionando i cadaveri provenienti dall'ospedale del complesso, attività che giovò enormemente alla sua arte[19].  In questi anni Michelangelo scolpì il Crocifisso ligneo, realizzato come ringraziamento per il priore. Attribuito a questo periodo è anche il piccolo Crocifisso di legno di tiglio recentemente acquistato dallo Stato italiano. Inoltre, probabilmente per ringraziare o per accattivarsi Piero, dovette scolpire, subito dopo la morte di Lorenzo, un perduto Ercole.  Il 20 gennaio 1494 su Firenze si abbatté una violenta nevicata e Piero fece chiamare Michelangelo per fare una statua di neve nel cortile di palazzo Medici. L'artista fece di nuovo un Ercole, che durò almeno otto giorni, sufficienti per fare apprezzare l'opera a tutta la città[24]. All'opera si ispirò forse Antonio del Pollaiolo per un bronzetto oggi alla Frick Collection di New York.  Mentre cresceva lo scontento per il progressivo declino politico ed economico della città, in mano a un ragazzo poco più che ventenne, la situazione esplose in occasione della calata in Italia dell'esercito francese capeggiato da Carlo VIII, nei confronti del quale Piero adottò un'impudente politica di assecondamento, giudicato eccessivo. Appena partito il monarca, la situazione precipitò rapidamente, aizzata dal predicatore ferrarese Girolamo Savonarola, con la cacciata dei Medici e il saccheggio del palazzo e del giardino di San Marco[6].  Resosi conto dell'imminente crollo politico del suo mecenate, Michelangelo, al pari di molti artisti dell'epoca, abbracciò i nuovi valori spirituali e sociali di Savonarola. Il frate, con le sue accalorate prediche e il suo rigorismo formale, accese in lui sia la convinzione che la Chiesa dovesse essere riformata, sia i primi dubbi sul valore etico da dare all'arte, orientandola su soggetti sacri[19].  Poco prima del precipitare della situazione, nell'ottobre 1494, Michelangelo, nella paura di rimanere coinvolto nei disordini, quale possibile bersaglio poiché protetto dai Medici, fuggì dalla città di nascosto, abbandonando Piero al suo destino: il 9 novembre venne infatti scacciato da Firenze, dove si instaurò un governo popolare[19].  Il primo viaggio a Bologna (1494-1495)  San Procolo (1494-1495) Per S. si trattava del primo viaggio fuori Firenze, con una prima tappa a Venezia, dove rimase poco, ma abbastanza per vedere probabilmente il monumento equestre a Bartolomeo Colleoni del Verrocchio, dal quale trasse forse ispirazione per i volti eroici e "terribili"[26].  Si diresse poi a Bologna, in cui venne accolto, trovando ospitalità e protezione, dal nobile Giovan Francesco Aldrovandi, molto vicino ai Bentivoglio che allora dominavano la città. Durante il soggiorno bolognese, durato circa un anno, l'artista si occupò, grazie all'intercessione del suo protettore, del completamento della prestigiosa Arca di san Domenico, a cui avevano già lavorato Nicola Pisano e Niccolò dell'Arca, che era morto da pochi mesi, in quel 1494. Scolpì così un San Procolo, un Angelo reggicandelabro e terminò il San Petronio iniziato da Niccolò[27]. Si tratta di figure che si allontanano dalla tradizione di primo Quattrocento delle altre statue di Niccolò dell'Arca, con una solidità e una compattezza innovative, nonché primo esempio di quella "terribilità" michelangiolesca nell'espressione fiera e eroica del San Procolo[28], nel quale pare abbozzata un'intuizione embrionale che si svilupperà nel famoso David.  A Bologna lo stile dell'artista era infatti velocemente maturato grazie alla scoperta di nuovi esempi, diversi dalla tradizione fiorentina, che lo influenzarono profondamente. Ammirò i rilievi della Porta Magna di San Petronio di Jacopo della Quercia. Da essi attinse gli effetti di "forza trattenuta", data dai contrasti tra parti lisce e stondate e parti dai contorni rigidi e fratturati, nonché la scelta di soggetti umani rustici e massicci, che esaltano le scene con gesti ampi, pose eloquenti e composizioni dinamiche[29]. Anche le stesse composizioni di figure che tendono a non rispettare i bordi quadrati dei riquadri e a debordare con le loro masse compatte e la loro energia interna furono motivo di suggestione per le future opere del fiorentino, che nelle scene della Volta Sistina citerà diverse volte queste scene vedute in gioventù, sia negli insiemi, sia nei particolari. Anche le sculture di Niccolò dell'Arca devono essere state sottoposte ad analisi da parte del fiorentino, come il gruppo in cotto del Compianto sul Cristo morto, dove il volto e il braccio di Gesù saranno richiamati di lì a breve nella Pietà vaticana.  Inoltre Michelangelo rimase colpito dall'incontro con la pittura ferrarese, in particolare con le opere di Francesco del Cossa ed Ercole de' Roberti, come il monumentale Polittico Griffoni, gli espressivi affreschi della cappella Garganelli o la Pietà del de' Roberti[27].  L'imbroglio del Cupido (1495-1496) Rientrato a Firenze nel dicembre 1495, quando la situazione appariva ormai calmata, Michelangelo trovò un clima molto diverso. Nella città dominata dal governo repubblicano di ispirazione savonaroliana erano nel frattempo rientrati alcuni Medici. Si trattava di alcuni esponenti del ramo cadetto che, per l'occasione, presero il nome di "Popolani" per accattivarsi le simpatie del popolo, presentandosi come protettori e garanti delle libertà comunali. Tra questi spiccava Lorenzo di Pierfrancesco, bis-cugino del Magnifico, che era da tempo una figura chiave della cultura cittadina, committente di Botticelli e di altri artisti. Fu lui a prendere sotto protezione Michelangelo, commissionandogli due sculture, entrambe perdute, un San Giovannino e un Cupido dormiente[27].  Il Cupido in particolare fu al centro di una vicenda che portò di lì a poco Michelangelo a Roma, in quello che può dirsi l'ultimo dei suoi fondamentali viaggi formativi. Su suggerimento forse dello stesso Lorenzo e probabilmente all'insaputa di Michelangelo, si decise di sotterrare il Cupido, per patinarlo come un reperto archeologico e rivenderlo sul fiorente mercato delle opere d'arte antiche a Roma. L'inganno riuscì, infatti di lì a poco, con l'intermediazione del mercante Baldassarre Del Milanese, il cardinale di San Giorgio Raffaele Riario, nipote di Sisto IV e uno dei più ricchi collezionisti del tempo, lo acquistò per la cospicua somma di duecento ducati: Michelangelo ne aveva incassati per la stessa opera appena trenta[27].  Poco dopo, tuttavia, le voci del fruttuoso inganno si sparsero fino ad arrivare alle orecchie del cardinale, che per avere conferma e richiedere indietro i soldi, spedì a Firenze un suo intermediario, Jacopo Galli, che risalì a Michelangelo e riuscì ad avere conferma della truffa. Il cardinale andò su tutte le furie, ma volle anche conoscere l'artefice capace di emulare gli antichi facendoselo spedire a Roma, nel luglio di quell'anno, dal Galli. Con quest'ultimo, in seguito, Michelangelo strinse un solido e proficuo rapporto[27].  Primo soggiorno romano (1496-1501) Arrivo a Roma e il Bacco (1496-1497) Michelangelo accettò senza indugio l'invito a Roma del cardinale, nonostante questi fosse nemico giurato dei Medici: di nuovo per convenienza voltava le spalle ai suoi protettori[30].  Arrivò a Roma il 25 giugno 1496. Il giorno stesso il cardinale mostrò a Michelangelo la sua manutenzione di sculture antiche, chiedendogli se se la sentiva di fare qualcosa di simile. Neppure dieci giorni dopo, l'artista iniziò a scolpire una statua a tutto tondo di un Bacco (oggi al Museo del Bargello), raffigurato come un adolescente in preda all'ebbrezza, in cui è già leggibile l'impatto con la statuaria classica: l'opera infatti presenta una resa naturalistica del corpo, con effetti illusivi e tattili simili a quelli della scultura ellenistica; inedita per l'epoca è l'espressività e l'elasticità delle forme, unite al tempo stesso con un'essenziale semplicità dei particolari. Ai piedi di Bacco scolpì un fauno che sta rubando qualche acino d'uva dalla mano del dio: questo gesto destò molta ammirazione in tutti gli scultori del tempo poiché il giovane sembra davvero mangiare dell'uva con grande realismo. Il Bacco è una delle poche opere perfettamente finite di Michelangelo e dal punto di vista tecnico segna il suo ingresso nella maturità artistica[31].  L'opera, forse rifiutata dal cardinale Riario, rimase in casa di Jacopo Galli, dove Michelangelo viveva. Il cardinale Riario mise a disposizione di Michelangelo la sua cultura e la sua collezione, contribuendo con ciò in maniera determinante al miglioramento del suo stile, ma soprattutto lo introdusse nell'ambiente cardinalizio dal quale sarebbero arrivate presto importantissime commissioni. Eppure, ancora una volta Michelangelo mostrò ingratitudine verso il mecenate di turno: a proposito del Riario fece scrivere dal suo biografo Condivi che era un ignorante e non gli aveva commissionato nulla[32].  Pietà (1497-1499)  S., Pietà, 1497-1499, marmo. Basilica di San Pietro, Città del Vaticano. Grazie sempre all'intermediazione di Jacopo Galli, Michelangelo ricevette altre importanti commissioni in ambito ecclesiastico, tra cui forse la Madonna di Manchester, la tavola dipinta della Deposizione per Sant'Agostino, forse il perduto dipinto con le Stigmate di san Francesco per San Pietro in Montorio, e, soprattutto, una Pietà in marmo per la chiesa di Santa Petronilla, oggi nella Basilica di San Pietro[33].  Quest'ultima opera, che suggellò la definitiva consacrazione di Michelangelo nell'arte scultorea - ad appena ventidue anni - era stata commissionata dal cardinale francese Jean de Bilhères de La Groslaye, ambasciatore di Carlo VIII presso papa Alessandro VI, che desiderava forse adoperarla per la propria sepoltura. Il contatto tra i due dovette avvenire nel novembre 1497, in seguito al quale l'artista partì alla volta di Carrara per scegliere un blocco di marmo adeguato; la firma del contratto vero e proprio si ebbe poi solo nell'agosto del 1498. Il gruppo, fortemente innovativo rispetto alla tradizione scultorea delle Pietà tipicamente nordica, venne sviluppato con una composizione piramidale, con la Vergine come asse verticale e il corpo morto del Cristo come asse orizzontale, mediate dal massiccio panneggio. La finitura dei particolari venne condotta alle estreme conseguenze, tanto da dare al marmo effetti di traslucido e di cerea morbidezza. Entrambi i protagonisti mostrano un'età giovane, tanto che sembra che lo scultore si sia ispirato al passo dantesco "Vergine Madre, Figlia di tuo Figlio"[34].  La Pietà fu importante nell'esperienza artistica di Michelangelo non solo perché fu il suo primo capolavoro ma anche perché fu la prima opera da lui fatta in marmo di Carrara, che da questo momento divenne la materia primaria per la sua creatività. A Carrara l'artista manifestò un altro aspetto della personalità: la consapevolezza del proprio talento. Lì infatti acquistò non solo il blocco di marmo per la Pietà, ma anche diversi altri blocchi, nella convinzione che - considerato il suo talento - le occasioni per utilizzarli non sarebbero mancate[35]. Cosa ancora più insolita per un artista di quei tempi, Michelangelo si convinse che per scolpire le proprie statue non aveva bisogno di committenti: avrebbe potuto scolpire di propria iniziativa opere da vendere una volta terminate. In pratica Michelangelo diventava un imprenditore di sé stesso e investiva sul proprio talento senza aspettare che altri lo facessero per lui[35].  Rientro a Firenze (1501-1504) Passaggio per Siena (1501) Nel 1501 Michelangelo decise di tornare a Firenze. Prima di partire Jacopo Galli gli ottenne una nuova commissione, questa volta per il cardinale Francesco Todeschini Piccolomini, futuro papa Pio III. Si trattava di realizzare quindici statue di Santi di grandezza leggermente inferiore al naturale, per l'altare Piccolomini nel Duomo di Siena, composto architettonicamente una ventina di anni prima da Andrea Bregno. Alla fine l'artista ne realizzò solo quattro (San Paolo, San Pietro, un San Pio e San Gregorio), spedendole da Firenze fino al 1504, per di più con un uso massiccio di aiuti. La commissione delle statue senesi, destinate a nicchie anguste, iniziava infatti a essere ormai troppo stretta per la sua fama, in luce soprattutto delle prestigiose opportunità che si stavano profilando a Firenze[36].  Rientro a Firenze: il David (1501)  Michelangelo, David, 1501-1504, marmo. Galleria dell'Accademia, Firenze. Nel 1501 Michelangelo era già rientrato a Firenze, spinto da necessità legate a "domestici negozi". Il suo ritorno coincise con l'avvio di una stagione di commissioni di grande prestigio, che testimoniano la grande reputazione che l'artista si era conquistato durante gli anni passati a Roma.  Il 16 agosto del 1501 l'Opera del Duomo di Firenze gli affidò ad esempio una colossale statua del David da collocare in uno dei contrafforti esterni posti nella zona absidale della cattedrale. Si trattava di un'impresa resa complicata dal fatto che il blocco di marmo assegnato era stato precedentemente sbozzato da Agostino di Duccio nel 1464 e da Antonio Rossellino nel 1476, col rischio che fossero state ormai asportate porzioni di marmo indispensabili alla buona conclusione del lavoro[38].  Nonostante la difficoltà, Michelangelo iniziò a lavorare su quello che veniva chiamato "il Gigante" nel settembre del 1501 e completò l'opera in tre anni. L'artista affrontò il tema dell'eroe in maniera insolita rispetto all'iconografia data dalla tradizione, rappresentandolo come un uomo giovane e nudo, dall'atteggiamento pacato ma pronto a una reazione, quasi a simboleggiare, secondo molti, il nascente ideale politico repubblicano, che vedeva nel cittadino-soldato - e non nel mercenario - l'unico in grado di difendere le libertà repubblicane. I fiorentini riconobbero immediatamente la statua come un capolavoro. Così, anche se il David era nato per l'Opera del Duomo e quindi per essere osservato da un punto di vista ribassato e non certo frontale, la Signoria decise di farne il simbolo della città e come tale venne collocata nel luogo col maggior valore simbolico: piazza della Signoria. A decidere di questa collocazione della statua fu una commissione appositamente nominata e composta dai migliori artisti della città, tra i quali Davide Ghirlandaio, Simone del Pollaiolo, Filippino Lippi, Sandro Botticelli, Antonio e Giuliano da Sangallo, Andrea Sansovino, Leonardo da Vinci, Pietro Perugino[39].  Leonardo da Vinci, in particolare, votò per una posizione defilata del David, sotto una nicchia nella Loggia della Signoria, confermando le voci di rivalità e cattivi rapporti tra i due geni[40].   Confronto tra il profilo del Louvre e il profilo scultoreo di Palazzo Vecchio conosciuto come l'Importuno di S. Contemporaneamente alla collocazione del David, Michelangelo potrebbe essere stato coinvolto nella realizzazione del profilo scultoreo inciso sulla facciata di Palazzo Vecchio conosciuto come L'Importuno di Michelangelo. L'ipotesi[41] su un possibile coinvolgimento di Michelangelo nella creazione del profilo si fonda sulla forte somiglianza di quest'ultimo con un profilo disegnato dall'artista, databile agli inizi del XVI secolo, oggi conservato al Louvre.[42] Inoltre il profilo fu probabilmente scolpito con il permesso delle autorità cittadine, infatti la facciata di Palazzo Vecchio era costantemente presieduta da guardie. Quindi il suo autore godeva di una certa considerazione e libertà d'azione. Lo stile fortemente caratterizzato del profilo scolpito è vicino a quello dei profili di teste maschili disegnati da Michelangelo nei primi anni del XVI secolo. Quindi anche il ritratto scultoreo di Palazzo Vecchio dovrebbe essere datato all'inizio del XVI secolo,[43] la sua esecuzione coinciderebbe con la collocazione del David[44] e potrebbe forse rappresentare uno dei membri della suddetta commissione.[45]  Leonardo e Michelangelo Leonardo dimostrò interesse per il David, copiandolo in un suo disegno (sebbene non potesse condividere la spiccata muscolarità dell'opera), ma anche Michelangelo fu influenzato dall'arte di Leonardo. Nel 1501 il maestro da Vinci espose nella Santissima Annunziata un cartone con la Sant'Anna con la Vergine, il Bambino e l'agnellino (perduto), che "fece maravigliare tutti gl'artefici, ma finita ch'ella fu, nella stanza durarono due giorni d'andare a vederla gl'uomini e le donne, i giovani et i vecchi"[46]. Lo stesso Michelangelo vide il cartone, restando forse impressionato dalle nuove idee pittoriche di avvolgimento atmosferico e di indeterminatezza spaziale e psicologica, ed è quasi certo che l'abbia studiato, come dimostrano i disegni di quegli anni, dai tratti più dinamici, con una maggiore animazione dei contorni e con una maggiore attenzione al problema del legame tra le figure, risolto spesso in gruppi articolati in maniera dinamica. La questione dell'influenza leonardesca è un argomento controverso tra gli studiosi, ma una parte di essi ne legge le tracce nei due tondi scultorei da lui eseguiti negli anni immediatamente successivi[47]. Ampiamente riconosciute sono indubbiamente due delle innovazioni stilistiche di Leonardo assunte e fatte proprie nello stile di Michelangelo: la costruzione piramidale delle figure umane, ampie rispetto agli sfondi naturali, e il "contrapposto", portato al massimo grado dal Buonarroti, che rende dinamiche le persone i cui arti vediamo spingersi in opposte direzioni spaziali.  Nuove commissioni  Tondo Taddei  Tondo Doni Il David tenne occupato Michelangelo fino al 1504, senza impedire però che si imbarcasse in altri progetti, spesso a carattere pubblico, come il perduto David bronzeo per un maresciallo del Re di Francia, una Madonna col Bambino per il mercante di panni fiammingo Alexandre Mouscron per la sua cappella familiare a Bruges (1503) e una serie di tondi. Nel 1503-1505 circa scolpì il Tondo Pitti, realizzato in marmo su commissione di Bartolomeo Pitti e oggi al Museo del Bargello. In questa scultura spicca il diverso rilievo dato ai soggetti, dalla figura appena accennata di Giovanni Battista (precoce esempio di "non-finito"), alla finitezza della Vergine, la cui testa ad altorilievo arriva a uscire dal confine della cornice.  Tra il 1503 e il 1504 realizzò un tondo dipinto per Agnolo Doni, rappresentante la Sacra Famiglia con altre figure. In essa, i protagonisti sono grandiose proporzioni e dinamicamente articolati, sullo sfondo di un gruppo di ignudi. I colori sono audacemente vivaci, squillanti, e i corpi trattati in maniera scultorea ebbero un effetto folgorante sugli artisti contemporanei. Evidente è qui il distacco netto e totale dalla pittura leonardesca: per Michelangelo la migliore pittura è quella che maggiormente si avvicina alla scultura, cioè quella che possedeva il più elevato grado di plasticità possibile[48] e, dopo le prove a olio non terminate che possiamo vedere a Londra, realizzerà qui un esempio di pittura innovativa, pur con la tradizionale tecnica della tempera stesa con fitti tratteggi incrociati. Curiosa è la vicenda legata al pagamento dell'opera: dopo la consegna il Doni, mercante molto attento alle economie, stimò l'opera una cifra "scontata" rispetto al pattuito, facendo infuriare l'artista che si riprese la tavola, esigendo semmai il doppio del prezzo convenuto. Al mercante non restò che pagare senza esitazione pur di ottenere il dipinto. Al di là del valore aneddotico dell'episodio, lo si può annoverare fra i primissimi esempi (se non il primo in assoluto) di ribellione dell'artista nei confronti del committente, secondo il concetto allora assolutamente nuovo della superiorità dell'artista-creatore rispetto al pubblico (e quindi alla committenza)[49].  Del 1504-1506 circa è infine il marmoreo Tondo Taddei, commissionato da Taddeo Taddei e ora alla Royal Academy of Arts di Londra: si tratta di un'opera dall'attribuzione più incerta, dove comunque spicca l'effetto non-finito, presente nel trattamento irregolare del fondo dal quale le figure sembrano emergere, forse un omaggio all'indefinito spaziale e all'avvolgimento atmosferico di Leonardo[50].  Gli Apostoli per il Duomo (1503) Il 24 aprile 1503, Michelangelo ricevette anche un'impegnativa con i consoli dell'Arte della Lana fiorentina per la realizzazione di dodici statue marmoree a grandezza naturale degli Apostoli, destinate a decorare le nicchie nei pilastri che reggono la cupola della cattedrale fiorentina, da completarsi al ritmo di una all'anno[47].  Il contratto non poté essere onorato per varie vicissitudini e l'artista fece in tempo a sbozzare solo un San Matteo, uno dei primi, vistosi esempi di non-finito[47].  La Battaglia di Cascina (1504)  Copia del cartone della Battaglia di Cascina di Michelangelo, eseguita da Aristotele da Sangallo nel 1542 e conservata presso la Holkham Hall di Norfolk Tra l'agosto e il settembre 1504, gli venne commissionato un monumentale affresco per la Sala Grande del Consiglio in Palazzo Vecchio che doveva decorare una delle pareti, alta più di sette metri. L'opera doveva celebrare le vittorie fiorentine, in particolare l'episodio della Battaglia di Cascina, vinta contro i pisani nel 1364, che doveva andare a fare pendant con la Battaglia di Anghiari dipinta da Leonardo sulla parete vicina[47].  Michelangelo fece in tempo a realizzare il solo cartone, sospeso nel 1505, quando partì per Roma, e ripreso l'anno dopo, nel 1506, prima di andare perduto; divenuto subito uno strumento di studio obbligatorio per i contemporanei, e la sua memoria è tramandata sia da studi autografi sia da copie di altri artisti. Più che sulla battaglia in sé, il dipinto si focalizzava sullo studio anatomico delle numerose figure di "ignudi", colte in pose di notevole sforzo fisico[47].  Il ponte sul Corno d'Oro (1504 circa) Come riporta Ascanio Condivi, tra il 1504 e il 1506 il sultano di Costantinopoli avrebbe proposto all'artista, la cui fama iniziava già a travalicare i confini nazionali, di occuparsi della progettazione di un ponte sul Corno d'Oro, tra Istanbul e Pera. Pare che l'artista avesse addirittura preparato un modello per la colossale impresa e alcune lettere confermano l'ipotesi di un viaggio nella capitale ottomana[51].  Si tratterebbe del primo cenno alla volontà di imbarcarsi in un grande progetto di architettura, molti anni prima dell'esordio ufficiale in quest'arte con la facciata per San Lorenzo a Firenze[52].  Il progetto per il tamburo di Santa Maria del Fiore (1507) Nell'estate 1507 Michelangelo fu incaricato dagli Operai di Santa Maria del Fiore di presentare, entro la fine del mese di agosto, un disegno o un modello per il concorso relativo al completamento del tamburo della cupola del Brunelleschi[53]. Secondo Giuseppe Marchini, Michelangelo avrebbe inviato alcuni disegni a un legnaiolo per la costruzione del modello, che lo stesso studioso ha riconosciuto in quello identificato con il numero 143 nella serie conservata presso il Museo dell'Opera del Duomo[54]. Questo presenta un'impostazione sostanzialmente filologica, tesa a mantenere una certa continuità con la preesistenza, mediante l'inserimento di una serie di specchiature rettangolari in marmo verde di Prato allineate ai capitelli delle paraste angolari; era prevista un'alta trabeazione, chiusa da un cornicione dalle forme analoghe a quello di Palazzo Strozzi. Tuttavia questo modello non fu accolto dalla commissione giudicatrice, che successivamente approvò il disegno di Baccio d'Agnolo; il progetto prevedeva l'inserimento di un massiccio ballatoio alla sommità, ma i lavori furono interrotti nel 1515, sia per lo scarso favore ottenuto, sia a causa dell'opposizione di Michelangelo, che, secondo il Vasari, definì l'opera di Baccio d'Agnolo una gabbia per grilli[55].  Intorno al 1516 Michelangelo eseguì alcuni disegni (conservati presso Casa Buonarroti) e fece costruire, probabilmente, un nuovo modello ligneo, identificato, seppur con ampie riserve, col numero 144 nell'inventario del Museo dell'Opera di Santa Maria del Fiore[56]. Ancora una volta si registra l'abolizione del ballatoio, a favore di un maggiore risalto degli elementi portanti; in particolare un disegno mostra l'inserimento di alte colonne binate libere in corrispondenza degli angoli dell'ottagono, sormontate da una serie di cornici fortemente aggettanti (un'idea che sarà successivamente elaborata anche per la cupola della basilica di San Pietro in Vaticano). Le idee di Michelangelo non furono comunque concretizzate.  A Roma sotto Giulio II (1505-1513)  Ricostruzione ipotetica del primo progetto per la tomba di Giulio II (1505) La tomba di Giulio II, primo progetto (1505) Fu probabilmente Giuliano da Sangallo a raccontare a papa Giulio II Della Rovere, eletto nel 1503, gli strabilianti successi fiorentini di Michelangelo. Papa Giulio infatti si era dedicato a un ambizioso programma di governo che intrecciava saldamente politica e arte, circondandosi dei più grandi artisti viventi (tra cui Bramante e, in seguito, Raffaello) nell'obiettivo di restituire a Roma e alla sua autorità la grandezza del passato imperiale[47].  Chiamato a Roma nel marzo 1505, S. ottenne il compito di realizzare una sepoltura monumentale per il papa[57], da collocarsi nella tribuna (in via di completamento) della basilica di San Pietro. Artista e committente si accordarono in tempi relativamente brevi (appena due mesi) sul progetto e sul compenso, permettendo a Michelangelo, riscosso un consistente acconto, di dirigersi subito a Carrara per scegliere personalmente i blocchi di marmo da scolpire[58].  Il primo progetto, noto tramite le fonti, prevedeva una colossale struttura architettonica isolata nello spazio, con una quarantina di statue, dimensionate in scala superiore al naturale, su tutte e quattro le facciate dell'architettura[58].  Il lavoro di scelta ed estrazione dei blocchi richiese otto mesi, dal maggio al dicembre del 1505[58].   Particolare dell'ipotetico profilo della montagna da scolpire come un Colosso, Casa Buonarroti, 44 A[59]  Ricostruzione ipotetica del primo progetto per la tomba di Giulio II (1505)[57] Secondo il fedele biografo Ascanio Condivi, in quel periodo Michelangelo pensò a un grandioso progetto, di scolpire un colosso nella montagna stessa[59], che potesse guidare i naviganti: i sogni di tale irraggiungibile grandezza facevano parte dopotutto della personalità dell'artista e non sono ritenuti frutto della fantasia del biografo, anche per l'esistenza di un'edizione del manoscritto con note appuntate su dettature di S. stesso (in cui l'opera è definita "una pazzia", ma che l'artista avrebbe realizzato se avesse potuto vivere di più). Nella sua fantasia Michelangelo sognava di emulare gli antichi con progetti che avrebbero richiamato meraviglie come il colosso di Rodi o la statua gigantesca di Alessandro Magno che Dinocrates, citato in Vitruvio, avrebbe voluto modellare nel Monte Athos.  Rottura e riconciliazione con il papa (1505-1508) Durante la sua assenza si mise in moto a Roma una sorta di complotto ai danni di Michelangelo, mosso dalle invidie tra gli artisti della cerchia papale. La scia di popolarità che aveva anticipato l'arrivo a Roma dello scultore fiorentino doveva infatti averlo reso subito impopolare tra gli artisti al servizio di Giulio II, minacciando il favore del pontefice e la relativa disposizione dei fondi che, per quanto immensi, non erano infiniti. Pare che fu in particolare il Bramante, architetto di corte incaricato di avviare - pochi mesi dopo la stipula del contratto della tomba - il grandioso progetto di rinnovo della basilica costantiniana, a distogliere l'attenzione del papa dal progetto della sepoltura, giudicata di cattivo auspicio per una persona ancora in vita e nel pieno di ambiziosi progetti[60].   La targa che a Bologna ricorda il soggiorno di S. del 1506 e la fusione della perduta statua di Giulio II benedicente  Fu così che nella primavera del 1506 Michelangelo, mentre tornava a Roma carico di marmi e di aspettative dopo gli estenuanti mesi di lavoro nelle cave, fece l'amara scoperta che il suo progetto mastodontico non era più al centro degli interessi del papa, accantonato in favore dell'impresa della basilica e di nuovi piani bellici contro Perugia e Bologna[61].  Il Buonarroti chiese invano un'udienza chiarificatrice per avere la conferma della commissione ma, non riuscendo a farsi ricevere nonché sentendosi minacciato (scrisse «s'i' stava a Roma penso che fussi fatta prima la sepoltura mia, che quella del papa»[61]), fuggì da Roma sdegnato e in tutta fretta, il 18 aprile 1506. A niente servirono i cinque corrieri papali mandati per dissuaderlo e tornare indietro, che lo inseguirono raggiungendolo a Poggibonsi. Rintanato nell'amata e protettiva Firenze, riprese alcuni lavori interrotti, come il San Matteo e la Battaglia di Cascina. Ci vollero ben tre brevi del papa inviati alla Signoria di Firenze e le continue insistenze del gonfaloniere Pier Soderini («Noi non vogliamo per te far guerra col papa e metter lo Stato nostro a risico»), perché Michelangelo prendesse infine in considerazione l'ipotesi della riconciliazione[61]. L'occasione venne data dalla presenza del papa a Bologna, dove aveva sconfitto i Bentivoglio: qui l'artista raggiunse il pontefice il 21 novembre 1506 e, in un incontro all'interno del Palazzo D'Accursio, narrato con toni coloriti dal Condivi, ottenne l'incarico di fondere una scultura in bronzo che rappresentasse lo stesso pontefice a figura intera, seduto e in grande dimensione, da collocare al di sopra della Porta Magna di Jacopo della Quercia, nella facciata della basilica civica di San Petronio.  L'artista si fermò quindi a Bologna per il tempo necessario all'impresa, circa due anni. A luglio 1507 avvenne la fusione e l'opera venne scoperta e installata, ma non ebbe vita lunga. Poco amata per l'espressione del papa-conquistatore, più minacciosa che benevolente, fu abbattuta in una notte del 1511, durante il rovesciamento dalla città e il rientro temporaneo dei Bentivoglio[61]. I rottami, quasi cinque tonnellate di metallo, vennero inviati al duca di Ferrara Alfonso d'Este, rivale del papa, che li fuse in una bombarda, battezzata per dileggio la Giulia, mentre la testa bronzea era conservata in un armadio[62]. Una parvenza di come doveva apparire questo bronzo michelangiolesco possiamo averla osservando la scultura di Gregorio XIII, ancora oggi conservata sul portale del vicino Palazzo Comunale, forgiata da Alessandro Menganti nel 1580.  La volta della Cappella Sistina (1508-1512)  Lo stesso argomento in dettaglio: Volta della Cappella Sistina.  La volta della Cappella Sistina  «Senza aver visto la Cappella Sistina non è possibile formare un'idea completa di ciò che un uomo è capace di raggiungere.»  (Johann Wolfgang von Goethe)  I rapporti con Giulio II rimasero comunque sempre tempestosi, per il forte temperamento che li accomunava, irascibile e orgoglioso, ma anche estremamente ambizioso. A marzo del 1508 l'artista si sentiva sciolto dagli obblighi col pontefice, prendendo in affitto una casa a Firenze e dedicandosi ai progetti sospesi, in particolare quello degli Apostoli per la cattedrale. Nell'aprile Pier Soderini gli manifestò la volontà di affidargli una scultura di Ercole e Caco. Il 10 maggio però un breve papale lo raggiunge aggiungendogli di presentarsi alla corte papale[63].  Subito Giulio II decise di occupare l'artista con una nuova, prestigiosa impresa, la ridecorazione della volta della Cappella Sistina. A causa del processo di assestamento dei muri, si era infatti aperta, nel maggio del 1504, una crepa nel soffitto della cappella rendendola inutilizzabile per molti mesi; rinforzata con catene poste nel locale sovrastante da Bramante, la volta aveva bisogno però di essere ridipinta. L'impresa si dimostrava di proporzioni colossali ed estremamente complessa, ma avrebbe dato a S. l'occasione di dimostrare la sua capacità di superare i limiti in un'arte quale la pittura, che tutto sommato non sentiva come sua e non gli era congeniale. L'8 maggio di quell'anno l'incarico venne dunque accettato e formalizzato[64].  Come nel progetto della tomba, anche l'impresa della Sistina fu caratterizzata da intrighi e invidie ai danni di Michelangelo, che sono documentati da una lettera del carpentiere e capomastro fiorentino Piero Rosselli spedita a Michelangelo il 10 maggio 1506. In essa il Rosselli racconta di una cena servita nelle stanze vaticane qualche giorno prima, a cui aveva assistito. Il papa in quell'occasione aveva confidato a Bramante l'intenzione di affidare a Michelangelo la ridipintura della volta, ma l'architetto urbinate aveva risposto sollevando dubbi sulle reali capacità del fiorentino, scarsamente esperto nell'affresco.  Nel contratto del primo progetto erano previsti dodici apostoli nei peducci, mentre nel campo centrale partimenti con decorazioni geometriche. Di questo progetto rimangono due disegni di Michelangelo, uno al British Museum e uno a Detroit.   Ignudo Insoddisfatto, l'artista ottenne di poter ampliare il programma iconografico, raccontando la storia dell'umanità "ante legem", cioè prima che Dio inviasse le Tavole della Legge: al posto degli Apostoli mise sette Profeti e cinque Sibille, assisi su troni fiancheggiati da pilastrini che sorreggono la cornice; quest'ultima delimita lo spazio centrale, diviso in nove scompartimenti attraverso la continuazione delle membrature architettoniche ai lati di troni; in questi scomparti sono raffigurati episodi tratti della Genesi, disposti in ordine cronologico partendo dalla parete dell'altare: Separazione della luce dalle tenebre, Creazione degli astri e delle piante, Separazione della terra dalle acque, Creazione di Adamo, Creazione di Eva, Peccato originale e cacciata dal Paradiso terrestre, Sacrificio di Noè, Diluvio universale, Ebbrezza di Noè; nei cinque scomparti che sormontano i troni lo spazio si restringe lasciando posto a Ignudi che reggono ghirlande con foglie di quercia, allusione al casato del papa cioè Della Rovere, e medaglioni bronzei con scene tratte dall'Antico Testamento; nelle lunette e nelle vele vi sono le quaranta generazioni degli Antenati di Cristo, riprese dal Vangelo di Matteo; infine nei pennacchi angolari si trovano quattro scene bibliche, che si riferiscono ad altrettanti eventi miracolosi a favore del popolo eletto: Giuditta e Oloferne, Davide e Golia, Punizione di Aman e il Serpente di bronzo. L'insieme è organizzato in un partito decorativo complesso, che rivela le sue indubbie capacità anche in campo architettonico,[65][66] destinate a rivelarsi pienamente negli ultimi decenni della sua attività[67].  Il tema generale degli affreschi della volta è il mistero della Creazione di Dio, che raggiunge il culmine nella realizzazione dell'uomo a sua immagine e somiglianza. Con l'incarnazione di Cristo, oltre a riscattare l'umanità dal peccato originale, si raggiunge il perfetto e ultimo compimento della creazione divina, innalzando l'uomo ancora di più verso Dio. In questo senso appare più chiara la celebrazione che fa Michelangelo della bellezza del corpo umano nudo. Inoltre la volta celebra la concordanza fra Antico e Nuovo Testamento, dove il primo prefigura il secondo, e la previsione della venuta di Cristo in ambito ebraico (con i profeti) e pagano (con le sibille).   Creazione di Adamo[68] Montato il ponteggio Michelangelo iniziò a dipingere le tre storie di Noè gremite di personaggi. Il lavoro, di per sé massacrante, era aggravato dall'insoddisfazione di sé tipica dell'artista, dai ritardi nel pagamento dei compensi e dalle continue richieste di aiuto da parte dei familiari[6]. Nelle scene successive la rappresentazione divenne via via più essenziale e monumentale: il Peccato originale e cacciata dal Paradiso terrestre e la Creazione di Eva mostrano corpi più massicci e gesti semplici ma retorici; dopo un'interruzione dei lavori, e vista la volta dal basso nel suo complesso e senza i ponteggi, lo stile di Michelangelo cambiò, accentuando maggiormente la grandiosità e l'essenzialità delle immagini, fino a rendere la scena occupata da un'unica grandiosa figura annullando ogni riferimento al paesaggio circostante, come nella Separazione della luce dalle tenebre. Nel complesso della volta queste variazioni stilistiche non si notano, anzi vista dal basso gli affreschi hanno un aspetto perfettamente unitario, dato anche dall'uso di un'unica, violenta cromia, recentemente riportata alla luce dal restauro concluso nel 1994.  In definitiva, la difficile sfida su un'impresa di dimensioni colossali e con una tecnica a lui non congeniale, con il diretto confronto coi grandi maestri fiorentini presso i quali si era formato (a partire da Ghirlandaio), poté dirsi pienamente riuscita oltre ogni aspettativa[64]. Lo straordinario affresco venne inaugurato la vigilia di Ognissanti del 1512[67]. Qualche mese dopo Giulio II moriva.  Il secondo e terzo progetto per la tomba di Giulio II   Lo stesso argomento in dettaglio: Tomba di Giulio II.  Mosè  Nel febbraio 1513, con la morte del papa, gli eredi decisero di riprendere il progetto della tomba monumentale, con un nuovo disegno e un nuovo contratto nel maggio di quell'anno. Si può immaginare Michelangelo desideroso di riprendere lo scalpello, dopo quattro anni di estenuante lavoro in un'arte che non era la sua prediletta. La modifica più sostanziale del nuovo monumento era l'addossamento a una parete e l'eliminazione della camera mortuaria, caratteristiche che vennero mantenute fino al progetto finale. L'abbandono del monumento isolato, troppo grandioso e dispendioso per gli eredi, comportò un maggiore affollamento di statue sulle facce visibili. Ad esempio le quattro figure sedute, invece che disporsi sulle due facciate, erano adesso previste in prossimità dei due angoli sporgenti sulla fronte. La zona inferiore aveva una partitura analoga, ma senza il portale centrale, sostituito da una fascia liscia che evidenziava l'andamento ascensionale. Lo sviluppo laterale era ancora consistente, poiché era ancora previsto il catafalco in posizione perpendicolare alla parete, sul quale la statua del papa giacente era retta, da due figure alate. Nel registro inferiore invece, su ciascun lato, restava ancora spazio per due nicchie che riprendevano lo schema del prospetto anteriore. Più in alto, sotto una corta volta a tutto sesto retta da pilastri, si trovava una Madonna col Bambino entro una mandorla e altre cinque figure[61].  Tra le clausole contrattuali c'era anche quella che legava l'artista, almeno sulla carta, a lavorare esclusivamente alla sepoltura papale, con un termine massimo di sette anni per il completamento[69].  Lo scultore si mise al lavoro di buona lena e sebbene non rispettò la clausola esclusiva per non precludersi ulteriori guadagni extra (come scolpendo il primo Cristo della Minerva, nel 1514), realizzò i due Prigioni oggi al Louvre (Schiavo morente e Schiavo ribelle) e il Mosè, che poi venne riutilizzato nella versione definitiva della tomba[69]. I lavori vennero spesso interrotti per viaggi alle cave di Carrara.  Nel luglio 1516 si giunse a un nuovo contratto per un terzo progetto, che riduceva il numero delle statue. I lati vennero accorciati e il monumento andava assumendo così l'aspetto di una monumentale facciata, mossa da decorazioni scultoree. Al posto della partitura liscia al centro della facciata (dove si trovava la porta) viene forse previsto un rilievo bronzeo e, nel registro superiore, il catafalco viene sostituito da una figura del papa sorretto come in una Pietà da due figure sedute, coronate da una Madonna col Bambino sotto una nicchia[61]. I lavori alla sepoltura vengono bruscamente interrotti dalla commissione da parte di Leone X dei lavori alla basilica di San Lorenzo[52].  Michelangelo e Sebastiano del Piombo In quegli stessi anni, una competizione sempre più accesa con l'artista dominante della corte papale, Raffaello, lo portò a stringere un sodalizio con un altro talentuoso pittore, il veneziano Sebastiano del Piombo. Occupato da altri incarichi, S. spesso forniva disegni e cartoni al collega, che li trasformava in pittura. Tra questi ci fu ad esempio la Pietà di Viterbo.  Nel 1516 nacque una competizione tra Sebastiano e Raffaello, scatenata da una doppia commissione del cardinale Giulio de' Medici per due pale destinate alla sua sede di Narbona, in Francia. Michelangelo offrì un cospicuo aiuto a Sebastiano, disegnando la figura del Salvatore e del miracolato nella tela della Resurrezione di Lazzaro (oggi alla National Gallery di Londra). L'opera di Raffaello invece, la Trasfigurazione, venne completata solo dopo la scomparsa dell'artista nel 1520[71].  A Firenze per i papi medicei La facciata di San Lorenzo (1516-1519)  Il modello ligneo del progetto di Michelangelo per San Lorenzo Nel frattempo il figlio di Lorenzo il Magnifico, Giovanni, era salito al soglio pontificio col nome di Leone X e la città di Firenze era tornata ai Medici nel 1511, comportando la fine del governo repubblicano con alcune apprensioni in particolare per i parenti di Michelangelo, che avevano perso incarichi d'ordine politico e i relativi compensi[72]. Michelangelo lavorò per il nuovo papa fin dal 1514, quando rifece la facciata della sua cappella a Castel Sant'Angelo (dal novembre, opera perduta); nel 1515 la famiglia Buonarroti ottenne dal papa il titolo di conti palatini[73].  In occasione di un viaggio del papa a Firenze nel 1516, la facciata della chiesa "di famiglia" dei Medici, San Lorenzo, era stata ricoperta di apparati effimeri realizzati da Jacopo Sansovino e Andrea del Sarto. Il pontefice decise allora di indire un concorso per realizzare una vera facciata, a cui parteciparono Giuliano da Sangallo, Raffaello, Andrea e Jacopo Sansovino, nonché S. stesso, su invito del papa. La vittoria andò a quest'ultimo, all'epoca impegnato a Carrara e Pietrasanta per scegliere i marmi per il sepolcro di Giulio II[72]. Il contratto è datato 19 gennaio 1518[73].  Il progetto di Michelangelo, per il quale vennero eseguiti numerosi disegni e ben due modelli lignei (uno è oggi a Casa Buonarroti) prevedeva una struttura a nartece con un prospetto rettangolare, forse ispirato a modelli di architettura classica, scandito da potenti membrature animate da statue in marmo, bronzo e da rilievi. Si sarebbe trattato di un passo fondamentale in architettura verso una concezione nuova di facciata, non più basata sulla mera aggregazione di elementi singoli, ma articolata in modo unitario, dinamico e fortemente plastico[74].  Il lavoro procedette però a rilento, a causa della scelta del papa di servirsi dei più economici marmi di Seravezza, la cui cava era mal collegata col mare, rendendo difficile il loro trasporto per via fluviale fino a Firenze. Nel settembre 1518 Michelangelo sfiorò anche la morte per una colonna di marmo che, durante il trasporto su un carro, si staccò colpendo micidialmente un operaio accanto a lui, un evento che lo sconvolse profondamente, come raccontò in una lettera a Berto da Filicaia datata 14 settembre 1518[75]. In Versilia S. creò la strada per il trasporto dei marmi, ancora oggi esistente (anche se ampliata nel 1567 da Cosimo I). I blocchi venivano calati dalla cava di Trambiserra ad Azzano, davanti al Monte Altissimo, fino al Forte dei Marmi (insediamento sorto proprio in quell'occasione) e da lì imbarcate in mare e spedite a Firenze tramite l'Arno.  Nel marzo 1520 il contratto fu rescisso, per la difficoltà dell'impresa e i costi elevati. In quel periodo S. lavorò ai Prigioni per la tomba di Giulio II, in particolare ai quattro incompiuti oggi alla Galleria dell'Accademia. Scolpì probabilmente anche la statua del Genio della Vittoria di Palazzo Vecchio e alla nuova versione del Cristo risorto per Metello Vari (opera portata a Roma nel 1521), rifinita da suoi assistenti e posta nella basilica di Santa Maria sopra Minerva[72]. Tra le commissioni ricevute e non portate a termine c'è una consulenza per Pier Soderini, per una cappella nella chiesa romana di San Silvestro in Capite (1518)[76].  La Sagrestia Nuova  Lo stesso argomento in dettaglio: Sagrestia Nuova.  Sagrestia Nuova Il mutamento dei desideri papali venne causato dai tragici eventi familiari legati alla morte degli ultimi eredi diretti della dinastia medicea: Giuliano Duca di Nemours nel 1516 e, soprattutto, Lorenzo Duca d'Urbino nel 1519. Per ospitare degnamente i resti dei due cugini, nonché quelli dei fratelli Magnifici Lorenzo e Giuliano, rispettivamente padre e zio di Leone X, il papa maturò l'idea di creare una monumentale cappella funebre, la Sagrestia Nuova, da ospitare nel complesso di San Lorenzo. L'opera venne affidata a Michelangelo prima ancora del definitivo annullamento della commissione della facciata; dopotutto l'artista poco tempo prima, il 20 ottobre 1519, si era offerto al pontefice per realizzare una sepoltura monumentale per Dante in Santa Croce, manifestando quindi la sua disponibilità a nuovi incarichi[72]. La morte di Leone sospese il progetto solo per breve tempo, poiché già nel 1523 venne eletto suo cugino Giulio, che prese il nome di Clemente VII e confermò a Michelangelo tutti gli incarichi[72].  Il primo progetto michelangiolesco era quello di un monumento isolato al centro della sala ma, in seguito a discussioni con i committenti, lo cambiò prevedendo di collocare le tombe dei Capitani addossate al centro delle pareti laterali, mentre quelle dei Magnifici, addossate entrambe alla parete di fondo davanti all'altare.  L'opera venne iniziata nel 1525 circa: la struttura in pianta si rifaceva alla Sagrestia Vecchia, sempre nella chiesa di San Lorenzo, del Brunelleschi: a pianta quadrata e con piccolo sacello anch'esso quadrato. Grazie alle membrature, in pietra serena e a ordine gigante, l'ambiente acquista un ritmo più serrato e unitario; inserendo tra le pareti e le lunette un mezzanino e aprendo tra queste ultime delle finestre architravate, dà alla sala un potente senso ascensionale concluso nella volta a cassettoni di ispirazione antica.  Le tombe che sembrano far parte della parete, riprendono nella parte alta le edicole, che sono inserite sopra le otto porte dell'ambiente, quattro vere e quattro finte. Le tombe dei due capitani si compongono di un sarcofago curvilineo sormontato da due statue distese con le Allegorie del Tempo: in quella di Lorenzo il Crepuscolo e l'Aurora, mentre in quella di Giuliano la Notte e il Giorno. Si tratta di figure massicce e dalle membra poderose che sembrano gravare sui sarcofagi quasi a spezzarli e a liberare le anime dei defunti, ritratti nelle statue inserite sopra di essi. Inserite in una nicchia della parete, le statue non sono riprese dal vero ma idealizzate mentre contemplano: Lorenzo in una posa pensierosa e Giuliano con uno scatto repentino della testa. La statua posta sull'altare con la Madonna Medici è simbolo di vita eterna ed è fiancheggiata dalle statue dei Santi Cosma e Damiano (protettori dei Medici) eseguite su disegno del Buonarroti, rispettivamente da Giovanni Angelo Montorsoli e Raffaello da Montelupo.  All'opera, anche se non continuativamente, Michelangelo lavorò fino al 1534, lasciandola incompiuta: senza i monumenti funebri dei Magnifici, le sculture dei Fiumi alla base delle tombe dei Capitani e, forse, di affreschi nelle lunette. Si tratta comunque di uno straordinario esempio di simbiosi perfetta tra scultura e architettura[77].  Nel frattempo S. continuava a ricevere altre commissioni che solo in piccola parte eseguiva: nell'agosto 1521 inviò a Roma il Cristo della Minerva, nel 1522 un certo Frizzi gli commissionò una tomba a Bologna e il cardinale Fieschi gli chiese una Madonna scolpita, entrambi progetti mai eseguiti[76]; nel 1523 ricevette nuove sollecitazioni da parte degli eredi di Giulio II, in particolare Francesco Maria Della Rovere, e lo stesso anno gli venne commissionata, senza successo, una statua di Andrea Doria da parte del Senato genovese, mentre il cardinal Grimani, patriarca di Aquileia, gli chiese un dipinto o una scultura mai eseguiti[76]. Nel 1524 papa Clemente gli commissionò la biblioteca Medicea Laurenziana, i cui lavori avviarono a rilento, e un ciborio (1525) per l'altare maggiore di San Lorenzo, sostituito poi dalla Tribuna delle reliquie; nel 1526 si arrivò a una drammatica rottura coi Della Rovere per un nuovo progetto, più semplice, per la tomba di Giulio II, che venne rifiutato[72]. Altre richieste inevase di progetti di tombe gli pervengono dal duca di Suessa e da Barbazzi canonico di San Petronio a Bologna[72].  L'insurrezione e l'assedio (1527-1530)  Copia dalla Leda e il cigno di Michelangelo, alla National Gallery di Londra Un motivo comune nella vicenda biografica di Michelangelo è l'ambiguo rapporto con i propri committenti, che più volte ha fatto parlare di ingratitudine dell'artista verso i suoi patrocinatori. Anche con i Medici il suo rapporto fu estremamente ambiguo: nonostante siano stati loro a spingerlo verso la carriera artistica e a procurargli commissioni di altissimo rilievo, la sua convinta fede repubblicana lo portò a covare sentimenti di odio contro di essi, vedendoli come la principale minaccia contro la libertas fiorentina[77].  Fu così che nel 1527, arrivata in città la notizia del Sacco di Roma e del durissimo smacco inferto a papa Clemente, la città di Firenze insorse contro il suo delegato, l'odiato Alessandro de' Medici, cacciandolo e instaurando un nuovo governo repubblicano. Michelangelo aderì pienamente al nuovo regime, con un appoggio ben oltre il piano simbolico. Il 22 agosto 1528 si mise al servizio del governo repubblicano, riprendendo la vecchia commissione dell'Ercole e Caco (ferma dal 1508), che propose di mutare in un Sansone con due filistei[72]. Il 10 gennaio 1529 venne nominato membro dei "Nove di milizia", occupandosi di nuovi piani difensivi, specie per il colle di San Miniato al Monte. Il 6 aprile di quell'anno riceve l'incarico di "Governatore generale sopra le fortificazioni", in previsione dell'assedio che le forze imperiali si apprestavano a cingere[77]. Visitò appositamente Pisa e Livorno nell'esercizio del proprio ufficio, e si recò anche a Ferrara per studiarne le fortificazioni (qui Alfonso I d'Este gli commissionò una Leda e il cigno, poi andata perduta), rientrando a Firenze il 9 settembre[72]. Preoccupato per l'aggravarsi della situazione, il 21 settembre fuggì a Venezia, in previsione di trasferirsi in Francia alla corte di Francesco I, che però non gli aveva ancora fatto offerte concrete. Qui venne però raggiunto prima dal bando del governo fiorentino che lo dichiarò ribelle, il 30 settembre. Tornò allora nella sua città il 15 novembre, riprendendo la direzione delle fortezze[72].  Di questo periodo rimangono disegni di fortificazione, realizzate attraverso una complicata dialettica di forme concave e convesse che sembrano macchine dinamiche atte all'offesa e alla difesa. Con l'arrivo degli Imperiali a minacciare la città, a lui è attribuita l'idea di usare la platea di San Miniato al Monte come avamposto con cui cannoneggiare sul nemico, proteggendo il campanile dai pallettoni nemici con un'armatura fatta di materassi imbottiti.  Le forze in campo per gli assedianti erano però soverchianti e con la sua disperata difesa la città non poté altro che negoziare un trattato, in parte poi disatteso, che evitasse la distruzione e il saccheggio che pochi anni prima avevano colpito Roma. All'indomani del ritorno dei Medici in città (12 agosto 1530) Michelangelo, che sapeva di essersi fortemente compromesso e temendo quindi una vendetta, si nasconde rocambolescamente e riuscì a fuggire dalla città (settembre 1530), riparando a Venezia[77]. Qui restò brevemente, assalito da dubbi sul da farsi. In questo breve periodo soggiornò all'isola della Giudecca per mantenersi lontano dalla vita sfarzosa dell'ambiente cittadino e leggenda vuole che avesse presentato un modello per il ponte di Rialto al doge Andrea Gritti.   La sala di lettura della Biblioteca Medicea Laurenziana  Lo scalone nel vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana La Biblioteca Medicea Laurenziana  Il perdono di Clemente VII non si fece però attendere, a patto che l'artista riprendesse immediatamente i lavori a San Lorenzo dove, oltre alla Sagrestia, si era aggiunto cinque anni prima il progetto di una monumentale libreria. È chiaro come il papa fosse mosso, più che dalla pietà verso l'uomo, dalla consapevolezza di non poter rinunciare all'unico artista capace di dare forma ai sogni di gloria della sua dinastia, nonostante la sua indole contrastata[77]. All'inizio degli anni trenta scolpì anche un Apollino per Baccio Valori, il feroce governatore di Firenze imposto dal papa[72].  La biblioteca pubblica, annessa alla chiesa di San Lorenzo, venne interamente progettata dal Buonarroti: nella sala di lettura si rifece al modello della biblioteca di Michelozzo in San Marco, eliminando la divisione in navate e realizzando un ambiente con le mura scandite da finestre sormontate da mezzanini tra pilastrini, tutti con modanature in pietra serena. Disegnò anche i banchi in legno e forse lo schema di soffitto intagliato e pavimento con decorazioni in cotto, organizzati in medesime partiture. Il capolavoro del progetto è il vestibolo, con un forte slancio verticale dato dalle colonne binate che cingono il portale timpanato e dalle edicole sulle pareti.  Solo nel 1558 Michelangelo fornì il modello in argilla per lo scalone, da lui progettato in legno, ma realizzato per volere di Cosimo I de' Medici, in pietra serena: le ardite forme rettilinee e ellittiche, concave e convesse, vengono indicate come una precoce anticipazione dello stile barocco.  Il 1531 fu un anno intenso: eseguì il cartone del Noli me tangere, proseguì i lavori alla Sagrestia e alla Liberia di San Lorenzo e per la stessa chiesa progettò la Tribuna delle reliquie; Inoltre gli vennero chiesti, senza esito, un progetto dal duca di Mantova, il disegno di una casa da Baccio Valori, e una tomba per il cardinale Cybo; le fatiche lo condussero anche a una grave malattia.  Nell'aprile 1532 si ebbe il quarto contratto per la tomba di Giulio II, con solo sei statue. In quello stesso anno Michelangelo conobbe a Roma l'intelligente e bellissimo Tommaso de' Cavalieri, con il quale si legò appassionatamente, dedicandogli disegni e composizioni poetiche[72]. Per lui approntò, tra l'altro, i disegni col Ratto di Ganimede e la Caduta di Fetonte, che sembrano precorrere, nella potente composizione e nel tema del compiersi fatale del destino, il Giudizio universale[78]. Rapporti molto tesi ebbe, invece, con il guardarobiere pontificio e Maestro di Camera Pietro Giovanni Aliotti, futuro vescovo di Forlì, che Michelangelo, considerandolo troppo impiccione, chiamava il Tantecose.  Il 22 settembre 1533 incontrò a San Miniato al Tedesco Clemente VII e, secondo la tradizione, in quell'occasione si parlò per la prima volta della pittura di un Giudizio universale nella Sistina[72]. Lo stesso anno morì il padre Ludovico[72].  Nel 1534 gli incarichi fiorentini procedevano ormai sempre più stancamente, con un ricorso sempre maggiore di aiuti[79].  L'epoca di Paolo III  Il Giudizio universale  Giudizio universale  Cristo, dettaglio del Giudizio universale L'artista non approvava il regime politico tiranneggiante del duca Alessandro, per cui con l'occasione di nuovi incarichi a Roma, tra cui il lavoro per gli eredi di Giulio II, lasciò Firenze dove non mise mai più piede, nonostante gli accattivanti inviti di Cosimo I negli anni della vecchiaia[79].  Clemente VII gli aveva commissionato la decorazione della parete di fondo della Cappella Sistina con il Giudizio universale, ma non fece in tempo a vedere nemmeno l'inizio dei lavori, perché morì pochi giorni dopo l'arrivo dell'artista a Roma. Mentre l'artista riprendeva la Sepoltura di papa Giulio, venne eletto al soglio pontificio Paolo III, che non solo confermò l'incarico del Giudizio, ma nominò anche Michelangelo pittore, scultore e architetto del Palazzo Vaticano.  I lavori alla Sistina poterono essere avviati alla fine del 1536, per proseguire fino all'autunno del 1541. Per liberare l'artista dagli incarichi verso gli eredi Della Rovere Paolo III arrivò a emettere un motu proprio il 17 novembre 1536[72]. Se fino ad allora i vari interventi alla cappella papale erano stati coordinati e complementari, con il Giudizio si assistette al primo intervento distruttivo, che sacrificò la pala dell'Assunta di Perugino, le prime due storie quattrocentesche di Gesù e di Mosè e due lunette dipinte dallo stesso Michelangelo più di vent'anni prima[79].  Al centro dell'affresco vi è il Cristo giudice con vicino la Madonna che rivolge lo sguardo verso gli eletti; questi ultimi formano un'ellissi che segue i movimenti del Cristo in un turbine di santi, patriarchi e profeti. A differenza delle rappresentazioni tradizionale, tutto è caos e movimento, e nemmeno i santi sono esentati dal clima di inquietudine, attesa, se non paura e sgomento che coinvolge espressivamente i partecipanti.  Le licenze iconografiche, come i santi senza aureola, gli angeli apteri e il Cristo giovane e senza barba, possono essere allusioni al fatto che davanti al giudizio ogni singolo uomo è uguale. Questo fatto, che poteva essere letto come un generico richiamo ai circoli della Riforma Cattolica, unitamente alla nudità e alla posa sconveniente di alcune figure (santa Caterina d'Alessandria prona con alle spalle san Biagio), scatenarono contro l'affresco i severi giudizi di buona parte della curia. Dopo la morte dell'artista, e col mutato clima culturale dovuto anche al Concilio di Trento, si arrivò al punto di provvedere al rivestimento dei nudi e alla modifica delle parti più sconvenienti.  Una statua equestre Nel 1537, verso febbraio, il duca d'Urbino Francesco Maria I Della Rovere gli chiese un abbozzo per un cavallo destinato forse a un monumento equestre, che risulta completato il 12 ottobre. L'artista però si rifiutò di inviare il progetto al duca, poiché insoddisfatto. Dalla corrispondenza si apprende anche che entro i primi di luglio Michelangelo gli aveva progettato anche una saliera: la precedenza del duca rispetto a tante commissioni inevase di Michelangelo è sicuramente legata alla pendenza dei lavori alla tomba di Giulio II, di cui Francesco Maria era erede.  Quello stesso anno a Roma riceve la cittadinanza onoraria in Campidoglio[76].  Piazza del Campidoglio  Piazza del Campidoglio in una stampa di Étienne Dupérac (1568) Paolo III, al pari dei suoi predecessori, fu un entusiasta committente di Michelangelo.  Con il trasferimento sul Campidoglio della statua equestre di Marco Aurelio, simbolo dell'autorità imperiale e per estensione della continuità tra la Roma imperiale e quella papale, il papa incaricò Michelangelo, nel 1538, di studiare la ristrutturazione della piazza, centro dell'amministrazione civile romana fin dal Medioevo e in stato di degrado[76].  Tenendo conto delle preesistenze vennero mantenuti e trasformati i due edifici esistenti, già ristrutturati nel XV secolo da Rossellino, realizzando di conseguenza la piazza a pianta trapezoidale con sullo sfondo il palazzo dei Senatori, dotato di scala a doppia rampa, e delimitata ai lati da due palazzi: il Palazzo dei Conservatori e il cosiddetto Palazzo Nuovo costruito ex novo, entrambi convergenti verso la scalinata di accesso al Campidoglio. Gli edifici vennero caratterizzati da un ordine gigante a pilastri corinzi in facciata, con massicce cornici e architravi. Al piano terra degli edifici laterali i pilastri dell'ordine gigante sono affiancati da colonne che formano un insolito portico architravato, in un disegno complessivo molto innovativo che rifugge programmaticamente dall'uso dell'arco. Il lato interno del portico presenta invece colonne alveolate che in seguito ebbero una grande diffusione[80]. I lavori furono compiuti molto dopo la morte del maestro, mentre la pavimentazione della piazza fu realizzata solo ai primi del Novecento, utilizzando una stampa di Étienne Dupérac che riporta quello che doveva essere il progetto complessivo previsto da Michelangelo, secondo un reticolo curvilineo inscritto in un'ellisse con al centro il basamento ad angoli smussati per la statua del Marc'Aurelio, anch'esso disegnato da Michelangelo.  Verso il 1539 iniziò forse il Bruto per il cardinale Niccolò Ridolfi, opera dai significati politici legata ai fuorusciti fiorentini[72].  La Crocifissione per Vittoria Colonna (1541)  La copia della Crocifissione per Vittoria Colonna di Marcello Venusti Dal 1537 circa Michelangelo aveva iniziato la vivida amicizia con la marchesa di Pescara Vittoria Colonna: essa lo introdusse al circolo viterbese del cardinale Reginald Pole, frequentato, tra gli altri, da Vittore Soranzo, Apollonio Merenda, Pietro Carnesecchi, Pietro Antonio Di Capua, Alvise Priuli e la contessa Giulia Gonzaga.  In quel circolo culturale si aspirava a una riforma della Chiesa cattolica, sia interna sia nei confronti del resto della Cristianità, alla quale avrebbe dovuto riconciliarsi. Queste teorie influenzarono Michelangelo e altri artisti. Risale a quel periodo la Crocifissione realizzata per Vittoria, databile al 1541 e forse dispersa, oppure mai dipinta. Di quest'opera ci restano solamente alcuni disegni preparatori di incerta attribuzione, il più famoso è senz'altro quello conservato al British Museum, mentre buone copie si trovano nella concattedrale di Santa Maria de La Redonda e alla Casa Buonarroti. Inoltre esiste una tavola dipinta, la Crocefissione di Viterbo, tradizionalmente attribuita a Michelangelo, sulla base di un testamento di un conte viterbese datato al 1725, esposta nel Museo del Colle del Duomo di Viterbo, più ragionevolmente attribuibile ad ambiente michelangiolesco[81].  Secondo i progetti raffigurava un giovane e sensuale Cristo, simboleggiante un'allusione alle teorie riformiste cattoliche che vedevano nel sacrificio del sangue di Cristo l'unica via di salvezza individuale, senza intermediazioni della Chiesa e dei suoi rappresentanti.  Uno schema analogo presentava anche la cosiddetta Pietà per Vittoria Colonna, dello stesso periodo, nota da un disegno a Boston e da alcune copie di allievi.  In quegli anni a Roma Michelangelo poteva quindi contare su una sua cerchia di amici ed estimatori, tra cui oltre alla Colonna, Tommaso de' Cavalieri e artisti quali Tiberio Calcagni e Daniele da Volterra[79].  Cappella Paolina   La Conversione di Saulo, dettaglio Nel 1542 il papa gli commissionò quella che rappresenta la sua ultima opera pittorica, dove ormai anziano lavorò per quasi dieci anni, in contemporanea ad altri impegni[79]. Il papa Farnese, geloso e seccato del fatto che il luogo ove la celebrazione di Michelangelo pittore raggiungesse i suoi massimi livelli fosse dedicato ai papi Della Rovere, gli affidò la decorazione della sua cappella privata in Vaticano che prese il suo nome (Cappella Paolina). Michelangelo realizzò due affreschi, lavorando da solo con faticosa pazienza, procedendo con piccole "giornate", fitte di interruzioni e pentimenti.  Il primo a essere realizzato, la Conversione di Saulo (1542-1545), presenta una scena inserita in un paesaggio spoglio e irreale, con compatti grovigli di figure alternati a spazi vuoti e, al centro, la luce accecante che da Dio scende su Saulo a terra; il secondo, il Martirio di san Pietro (1545-1550), ha una croce disposta in diagonale in modo da costituire l'asse di un ipotetico spazio circolare con al centro il volto del martire.  L'opera nel suo complesso è caratterizzata da una drammatica tensione e improntata a un sentimento di mestizia, generalmente interpretata come espressione della religiosità tormentata di Michelangelo e del sentimento di profondo pessimismo che caratterizza l'ultimo periodo della sua vita.  La conclusione dei lavori alla tomba di Giulio II (1544-1545)  La Tomba di Giulio II Dopo gli ultimi accordi del 1542, la tomba di Giulio II venne posta in essere nella chiesa di San Pietro in Vincoli tra il 1544 e il 1545 con le statue del Mosè, di Lia (Vita attiva) e di Rachele (Vita contemplativa) nel primo ordine.  Nel secondo ordine, al fianco del pontefice disteso con sopra la Vergine col Bambino si trovano una Sibilla e un Profeta. Anche questo progetto risente dell'influsso del circolo di Viterbo; Mosè uomo illuminato e sconvolto dalla visione di Dio è affiancato da due modi di essere, ma anche da due modi di salvezza non necessariamente in conflitto tra di loro: la vita contemplativa viene rappresentata da Rachele che prega come se per salvarsi usasse unicamente la Fede, mentre la vita attiva, rappresentata da Lia, trova la sua salvezza nell'operare. L'interpretazione comune dell'opera d'arte è che si tratti di una specie di posizione di mediazione tra Riforma e Cattolicesimo dovuta sostanzialmente alla sua intensa frequentazione con Vittoria Colonna e il suo entourage.  Nel 1544 disegnò anche la tomba di Francesco Bracci, nipote di Luigi del Riccio nella cui casa aveva ricevuto assistenza durante una grave malattia che l'aveva colpito in giugno[72]. Per tale indisposizione, nel marzo aveva rifiutato a Cosimo I de' Medici l'esecuzione di un busto. Lo stesso anno avviarono i lavori al Campidoglio, progettati nel 1538.   Gli ultimi decenni di vita di Michelangelo sono caratterizzati da un progressivo abbandono della pittura e anche della scultura, esercitata ormai solo in occasione di opere di carattere privato. Prendono consistenza invece numerosi progetti architettonici e urbanistici, che proseguono sulla strada della rottura del canone classico, anche se molti di essi vennero portati a termine in periodi seguenti da altri architetti, che non sempre rispettarono il suo disegno originale[79].  Palazzo Farnese (1546-1550)  La facciata di Palazzo Farnese A gennaio 1546 Michelangelo si ammalò, venendo curato in casa di Luigi del Riccio. Il 29 aprile, ripresosi, promise una statua in bronzo, una in marmo e un dipinto a Francesco I di Francia, che però non riuscì a fare[76].  Con la morte di Antonio da Sangallo il Giovane nell'ottobre 1546, a Michelangelo vennero affidate le fabbriche di Palazzo Farnese e della basilica di San Pietro, entrambe lasciate incompiute dal primo[72].  Tra il 1547 e il 1550 l'artista progettò dunque il completamento della facciata e del cortile di Palazzo Farnese: nella facciata variò, rispetto al progetto del Sangallo, alcuni elementi che danno all'insieme una forte connotazione plastica e monumentale ma al tempo stesso dinamica ed espressiva. Per ottenere questo risultato accrebbe in altezza il secondo piano, inserì un massiccio cornicione e sormontò il finestrone centrale con uno stemma colossale (i due ai lati sono successivi).  Basilica di San Pietro in Vaticano   Progetto per la basilica vaticana nell'incisione di Étienne Dupérac Per quanto riguarda la basilica vaticana, la storia del progetto michelangiolesco è ricostruibile da una serie di documenti di cantiere, lettere, disegni, affreschi e testimonianze dei contemporanei, ma diverse informazioni sono in contrasto tra loro. Infatti, Michelangelo non redasse mai un progetto definitivo per la basilica, preferendo procedere per parti[82]. In ogni caso, subito dopo la morte dell'artista toscano furono pubblicate diverse stampe nel tentativo di restituire una visione complessiva del disegno originario; le incisioni di Étienne Dupérac si imposero subito come le più diffuse e accettate[83].  Michelangelo pare che aspirasse al ritorno alla pianta centrale del Bramante, con un quadrato inscritto nella croce greca, rifiutando sia la pianta a croce latina introdotta da Raffaello Sanzio, sia i disegni del Sangallo, che prevedevano la costruzione di un edificio a pianta centrale preceduto da un imponente avancorpo.  Demolì parti realizzate dai suoi predecessori e, rispetto alla perfetta simmetria del progetto bramantesco, introdusse un asse preferenziale nella costruzione, ipotizzando una facciata principale schermata da un portico composto da colonne d'ordine gigante (non realizzato). Per la massiccia struttura muraria, che doveva correre lungo tutto il perimetro della fabbrica, ideò un unico ordine gigante a paraste corinzie con attico, mentre al centro della costruzione costruì un tamburo, con colonne binate (sicuramente realizzato dall'artista), sul quale fu innalzata la cupola emisferica a costoloni conclusa da lanterna (la cupola fu completata, con alcune differenze rispetto al presunto modello originario, da Giacomo Della Porta).  Tuttavia, la concezione michelangiolesca fu in gran parte stravolta da Carlo Maderno, che all'inizio del XVII secolo completò la basilica con l'aggiunta di una navata longitudinale e di un'imponente facciata sulla base delle spinte della Controriforma.  Nel 1547 morì Vittoria Colonna, poco dopo la scomparsa dell'altro amico Luigi del Riccio: si tratta di perdite molto amare per l'artista[72]. L'anno successivo, il 9 gennaio 1548 muore suo fratello Giovansimone Buonarroti. Il 27 agosto il Consiglio municipale di Roma propose di affidare all'artista il restauro del ponte di Santa Maria. Nel 1549 Benedetto Varchi pubblicò a Firenze "Due lezzioni", tenute su un sonetto di S. [72]. Nel gennaio del 1551 alcuni documenti della cattedrale di Padova accennano a un modello di S. per il coro[76].  La serie delle Pietà  La Pietà Bandini  La Pietà Rondanini Dal 1550 circa iniziò a realizzare la cosiddetta Pietà dell'Opera del Duomo (dalla collocazione attuale nel Museo dell'Opera del Duomo di Firenze), opera destinata alla sua tomba e abbandonata dopo che l'artista frantumò, in un accesso d'ira due o tre anni più tardi, il braccio e la gamba sinistra del Cristo, spezzando anche la mano della Vergine. Fu in seguito Tiberio Calcagni a ricostruire il braccio e rifinire la Maddalena lasciata dal Buonarroti allo stato di non-finito: il gruppo costituito dal Cristo sorretto dalla Vergine, dalla Maddalena e da Nicodemo è disposto in modo piramidale con al vertice quest'ultimo; la scultura viene lasciata a diversi gradi di finitura con la figura del Cristo allo stadio più avanzato. Nicodemo sarebbe un autoritratto del Buonarroti, dal cui corpo sembra uscire la figura del Cristo: forse un riferimento alla sofferenza psicologica che lui, profondamente religioso, portava dentro di sé in quegli anni.  La Pietà Rondanini venne definita, nell'inventario di tutte le opere rinvenute nel suo studio dopo la morte, come: "Un'altra statua principiata per un Cristo et un'altra figura di sopra, attaccate insieme, sbozzate e non finite".  S. nel 1561 donò la scultura al suo servitore Antonio del Francese continuando però ad apportarvi modifiche sino alla morte; il gruppo è costituito da parti condotte a termine, come il braccio destro di Cristo, e da parti non finite, come il torso del Salvatore schiacciato contro il corpo della Vergine quasi a formare un tutt'uno. Successivamente alla scomparsa di Michelangelo, in un periodo imprecisato, questa scultura fu trasferita nel palazzo Rondanini di Roma e da questi ha mutuato il nome. Attualmente si trova nel Castello Sforzesco, acquistata nel 1952 dalla città di Milano da una proprietà privata[84].  Le biografie Nel 1550 uscì la prima edizione delle Vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori di Giorgio Vasari che conteneva una biografia di S., la prima scritta di un artista vivente, in posizione conclusiva dell'opera che celebrava l'artista come vertice di quella catena di grandi artefici che partiva da Cimabue e Giotto, raggiungendo nella sua persona la sintesi di perfetta padronanza delle arti (pittura, scultura e architettura) in grado non solo di rivaleggiare ma anche di superare i mitici maestri dell'antichità[85].  Nonostante le premesse celebrative ed encomiastiche, Michelangelo non gradì l'operazione, per le numerose scorrettezze e soprattutto per una versione a lui non congeniale della tormentata vicenda della tomba di Giulio II. L'artista allora in quegli anni lavorò con un suo fedele collaboratore, Ascanio Condivi, facendo pubblicare una nuova biografia che riportava la sua versione dei fatti (1553). A questa attinse Vasari, oltre che in seguito a una sua diretta frequentazione dell'artista negli ultimi anni di vita, per la seconda edizione delle Vite, pubblicata nel 1568[85].  Queste opere alimentarono la leggenda dell'artista, quale genio tormentato e incompreso, spinto oltre i propri limiti dalle condizioni avverse e dalle mutevoli richieste dei committenti, ma capace di creare opere titaniche e insuperabili[79]. Mai avvenuto fino ad allora era poi che questa leggenda si formasse quando ancora l'interessato era in vita[79]. Nonostante questa invidiabile posizione raggiunta dal Buonarroti in vecchiaia, gli ultimi anni della sua esistenza sono tutt'altro che tranquilli, animati da una grande tribolazione interiore e da riflessioni tormentate sulla fede, la morte e la salvezza, che si trovano anche nelle sue opere (come le Pietà) e nei suoi scritti[79].  Altri avvenimenti degli anni cinquanta Nel 1550 Michelangelo aveva terminato gli affreschi alla Cappella Paolina e nel 1552 era stato completato il Campidoglio. In quell'anno l'artista fornì anche il disegno per la scala nel cortile del Belvedere in Vaticano. In scultura lavorò alla Pietà e in letteratura si occupa delle proprie biografie.  Nel 1554 Ignazio di Loyola dichiarò che Michelangelo aveva accettato di progettare la nuova chiesa del Gesù a Roma, ma il proposito non ebbe seguito[76]. Nel 1555 l'elezione al soglio pontificio di Marcello II compromise la presenza dell'artista a capo del cantiere di San Pietro, ma subito dopo venne eletto Paolo IV, che lo confermò nell'incarico, indirizzandolo soprattutto ai lavori alla cupola. Sempre nel 1555 morirono suo fratello Gismondo e Francesco Amadori detto l'Urbino che lo aveva servito per ventisei anni[72]; una lettera a Vasari di quell'anno gli dà istruzioni per il compimento del ricetto della Libreria Laurenziana[76].  Nel settembre 1556 l'avvicinarsi dell'esercito spagnolo indusse l'artista ad abbandonare Roma per riparare a Loreto. Mentre faceva sosta a Spoleto venne raggiunto da un appello pontificio che lo obbligò a tornare indietro[72]. Al 1557 risale il modello ligneo per la cupola di San Pietro e nel 1559 fece disegni per la basilica di San Giovanni Battista dei Fiorentini, nonché per la cappella Sforza in Santa Maria Maggiore e per la scalinata della Biblioteca Medicea Laurenziana. Forse quell'anno avviò anche la Pietà Rondanini[72].  Porta Pia a Roma (1560)  Porta Pia Nel 1560 fece un disegno a Caterina de' Medici per la tomba di Enrico II. Inoltre lo stesso anno progetto la tomba di Giangiacomo de' Medici per il Duomo di Milano, eseguita poi da Leone Leoni[72].  Verso il 1560 progettò anche la monumentale Porta Pia, vera e propria scenografia urbana con la fronte principale verso l'interno della città. Il portale con frontone curvilineo interrotto e inserito in un altro triangolare è fiancheggiato da paraste scanalate, mentre sul setto murario ai lati si aprono due finestre timpanate, con al di sopra altrettanti mezzanini ciechi. Dal punto di vista del linguaggio architettonico, Michelangelo manifestò uno spirito sperimentale e anticonvenzionale tanto che si è parlato di "anticlassicismo"[86].  Santa Maria degli Angeli   Santa Maria degli Angeli; praticamente del progetto di Michelangelo sono visibili solo le volte Ormai vecchio, Michelangelo progettò nel 1561 una ristrutturazione della chiesa di Santa Maria degli Angeli all'interno delle Terme di Diocleziano e dell'adiacente convento dei padri certosini, avviati a partire dal 1562. Lo spazio della chiesa fu ottenuto con un intervento che, dal punto di vista murario, oggi si potrebbe definire minimale[87], con pochi setti di muro nuovi entro il grande spazio voltato del tepidarium delle terme, aggiungendo solo un profondo presbiterio e dimostrando un atteggiamento moderno e non distruttivo nei confronti dei resti archeologici.  La chiesa ha un insolito sviluppo trasversale, sfruttando tre campate contigue coperte a crociera, a cui sono aggiunte due cappelle laterali quadrate.  Console dell'Accademia delle Arti del Disegno Il 31 gennaio 1563 Cosimo I de' Medici fondò, su consiglio dell'architetto aretino Giorgio Vasari, l'Accademia e Compagnia dell'Arte del Disegno di cui viene subito eletto console proprio il Buonarroti. Mentre la Compagnia era una sorta di corporazione cui dovevano aderire tutti gli artisti operanti in Toscana, l'Accademia, costituita solo dalle più eminenti personalità culturali della corte di Cosimo, aveva finalità di tutela e supervisione sull'intera produzione artistica del principato mediceo. Si trattava dell'ultimo, accattivante invito rivolto a Michelangelo da parte di Cosimo per farlo tornare a Firenze, ma ancora una volta l'artista declinò: la sua radicata fede repubblicana doveva probabilmente renderlo incompatibile col servizio al nuovo duca fiorentino.  La morte  La tomba di Michelangelo in Santa Croce A un solo anno dalla nomina, quasi ottantanovenne, S. morì a Roma, nella sua modesta residenza di piazza Macel de' Corvi (distrutta quando venne creato il monumento a Vittorio Emanuele II), assistito da Tommaso de' Cavalieri. Si dice che fino a tre giorni prima avesse lavorato alla Pietà Rondanini. Pochi giorni prima, il 21 gennaio, la Congregazione del Concilio di Trento aveva deciso di far coprire le parti "oscene" del Giudizio universale.  Nell'inventario redatto qualche giorno dopo il decesso sono registrati pochi beni, tra cui la Pietà, due piccole sculture di cui si ignorano le sorti (un San Pietro e un piccolo Cristo portacroce), dieci cartoni, mentre i disegni e gli schizzi pare che fossero stati bruciati poco prima di morire dal maestro stesso. In una cassa viene poi ritrovato un cospicuo "tesoretto", degno di un principe, che nessuno si sarebbe immaginato in un'abitazione tanto povera.  Le solenni esequie a Firenze La morte del maestro venne particolarmente sentita a Firenze, poiché la città non era riuscita a onorare il suo più grande artista prima della morte, nonostante i tentativi di Cosimo. Il recupero dei suoi resti mortali e la celebrazione di esequie solenni divenne quindi un'assoluta priorità cittadina[88]. A pochi giorni dalla morte, suo nipote Lionardo Buonarroti arrivò a Roma col preciso compito di recuperare la salma e organizzarne il trasporto, un'impresa forse ingigantita dal resoconto del Vasari nella seconda edizione delle Vite: secondo lo storico aretino i romani si sarebbero opposti alle sue richieste, desiderando inumare l'artista nella basilica di San Pietro, al che Lionardo avrebbe trafugato il corpo di notte e in gran segreto prima di riprendere la strada per Firenze[89].  Appena arrivata nella città toscana, la bara venne portata in Santa Croce e ispezionata secondo un complesso cerimoniale, stabilito dal luogotenente dell'Accademia delle Arti del Disegno, Vincenzo Borghini. Si trattò del primo atto funebre (12 marzo) che, per quanto solenne, venne presto superato da quello del 14 luglio 1564 in San Lorenzo, patrocinato dalla casata ducale e degno più di un principe che di un artista. L'intera basilica venne addobbata riccamente con drappi neri e di tavole dipinte con episodi della sua vita; al centro venne predisposto un catafalco monumentale, ornato di pitture e sculture effimere, dalla complessa iconografia. L'orazione funebre venne scritta e letta da Benedetto Varchi, che esaltò "le lodi, i meriti, la vita e l'opere del divino Michelangelo Buonarroti".  L'inumazione avvenne infine in Santa Croce, in un sepolcro monumentale disegnato da Giorgio Vasari, composto da tre figure piangenti che rappresentano la pittura, la scultura e l'architettura[89].  I funerali di Stato suggellarono lo status raggiunto dall'artista e furono la consacrazione definitiva del suo mito, come artefice insuperabile, capace di raggiungere vertici creativi in qualunque campo artistico e, più di quelli di qualunque altro, capaci di emulare l'atto della creazione divina.  Arma Stemma Blasonatura Cimiero D'azzurro a due cotisse d'oro, e il capo d'Angiò cucito, abbassato sotto un altro capo d'oro, caricato di una palla d'azzurro marcata di un giglio d'oro in mezzo alle lettere L. X. per concessione di papa Leone X. Un cane uscente con un osso in bocca. Rime  Frontespizio delle Rime, edizione 1960  Un sonetto sulle fatiche alla volta della Sistina, copiato in bella e con uno schizzo autografo Da lui considerata come una "cosa sciocca", la sua attività poetica si viene caratterizzando, a differenza di quella usuale nel Cinquecento influenzata dal Petrarca, da toni energici, austeri e intensamente espressivi, ripresi dalle poesie di Dante.  I più antichi componimenti poetici datano agli anni 1504-1505, ma è probabile che ne abbia realizzati anche in precedenza, dato che sappiamo che molti suoi manoscritti giovanili andarono perduti.  La sua formazione poetica avvenne probabilmente sui testi di Petrarca e Dante, conosciuti nella cerchia umanistica della corte di Lorenzo de' Medici. I primi sonetti sono legati a vari temi collegati al suo lavoro artistico, a volte raggiungono il grottesco con immagini e metafore bizzarre. Successivi sono i sonetti realizzati per Vittoria Colonna e per Tommaso de' Cavalieri; in essi Michelangelo si concentra maggiormente sul tema neoplatonico dell'amore, sia divino sia umano, che viene tutto giocato intorno al contrasto tra amore e morte, risolvendolo con soluzioni ora drammatiche, ora ironicamente distaccate.  Negli ultimi anni le sue rime si focalizzano maggiormente sul tema del peccato e della salvezza individuale; qui il tono diventa amaro e a volte angoscioso, tanto da realizzare vere e proprie visioni mistiche del divino.  «Di giorno in giorno insin da' mie prim'anni, Signor, soccorso tu mi fusti e guida, onde l'anima mia ancor si fida di doppia aita ne' mie doppi affanni[90].»  Le rime di Michelangelo incontrarono una certa fortuna negli Stati Uniti, nell'Ottocento, dopo la loro traduzione da parte del grande filosofo Ralph Waldo Emerson.  La tecnica scultorea di Michelangelo  Schizzo esplicativo per cavatori con blocchi e misure, Casa Buonarroti Da un punto di vista tecnico, Michelangelo scultore, come d'altronde spesso accade negli artisti geniali, non seguiva un processo creativo legato a regole fisse; ma in linea di massima sono comunque tracciabili dei principi consueti o più frequenti[91].  Innanzitutto Michelangelo fu il primo scultore che, nella pietra, non tentò mai di colorire né di dorare alcune parti delle statue; al colore preferiva infatti l'esaltazione del "morbido fulgore"[92] della pietra, spesso con effetti di chiaroscuro evidenti nelle statue rimaste prive dell'ultima finitura, con i colpi di scalpello che esaltano la peculiarità della materia marmorea[91].  Gli unici bronzi da lui eseguiti sono distrutti o perduti (il David De Rohan e il Giulio II benedicente); l'esiguità del ricorso a tale materiale mostra con evidenza come egli non amasse gli effetti "atmosferici" derivati dal modellare l'argilla. Egli dopotutto si dichiarava artista "del levare", piuttosto che "del mettere", cioè per lui la figura finale nasceva da un processo di sottrazione della materia fino al nucleo del soggetto scultoreo, che era come già "imprigionato" nel blocco di marmo. In tale materiale finito egli trovava il brillio pacato delle superfici lisce e limpide, che erano le più idonee per valorizzare l'epidermide delle solide muscolature dei suoi personaggi.  Studi preparatori  Studio per un dio fluviale nel blocco di marmo, 1520-1525, British Museum Il procedimento tecnico con cui Michelangelo scolpiva ci è noto da alcune tracce in studi e disegni e da qualche testimonianza. Pare che inizialmente, secondo l'uso degli scultori cinquecenteschi, predisponesse studi generali e particolari in forma di schizzo e studio. Istruiva poi personalmente i cavatori con disegni (in parte ancora esistenti) che fornissero un'idea precisa del blocco da tagliare, con misure in cubiti fiorentini, talora arrivando a delineare la posizione della statua entro il blocco stesso. A volte oltre ai disegni preparatori eseguiva dei modellini in cera o argilla, cotti o no, oggetto di alcune testimonianze, seppure indirette, e alcuni dei quali si conservano ancora oggi, sebbene nessuno sia sicuramente documentato. Più raro è invece, pare, il ricorso a un modello nelle dimensioni definitive, di cui resta però l'isolata testimonianza del Dio fluviale.  Col passare degli anni però dovette assottigliare gli studi preparatori in favore di un attacco immediato alla pietra mosso da idee urgenti, suscettibili tuttavia di essere profondamente mutate nel corso del lavoro (come nella Pietà Rondanini).  Preparazione del blocco  Il Giorno, dettaglio  Il Crepuscolo, dettaglio  Tondo Pitti, dettaglio Il primo intervento sul blocco uscito dalla cava avveniva con la "cagnaccia", che smussava le superfici lisce e geometriche a seconda dell'idea da realizzare. Pare che solo dopo questo primo appropriarsi del marmo Michelangelo tracciasse sulla superficie resa irregolare un rudimentale segno col carboncino che evidenziava la veduta principale (cioè frontale) dell'opera. La tecnica tradizionale prevedeva l'uso di quadrati o rettangoli proporzionali per riportare le misure dei modellini a quelle definitive, ma non è detto che Michelangelo facesse tale operazione a occhio. Un altro procedimento delle fasi iniziali dello scolpire era quello di trasformare la traccia a carboncino in una serie di forellini che guidassero l'affondo via via che il segno a matita scompariva[91].  Sbozzatura A questo punto aveva inizio la vera e propria scolpitura, che intaccava il marmo a partire dalla veduta principale, lasciando intatte le parti più sporgenti e addentrandosi man mano negli strati più profondi. Questa operazione avveniva con un mazzuolo e con un grosso scalpello a punta, la subbia. Esiste una preziosa testimonianza di B. de Vigenère[93], che vide il maestro, ormai ultrasessantenne, accostarsi a un blocco in tale fase: nonostante l'aspetto "non dei più robusti" di Michelangelo, egli è ricordato mentre butta giù «scaglie di un durissimo marmo in un quarto d'ora», meglio di quanto avrebbero potuto fare tre giovani scalpellini in un tempo tre o quattro volte maggiore, e si avventa «al marmo con tale impeto e furia, da farmi credere che tutta l'opera dovesse andare in pezzi. Con un solo colpo spiccava scaglie grosse tre o quattro dita, e con tanta esattezza al segno tracciato, che se avesse fatto saltar via un tantin più di marmo correva il rischio di rovinar tutto».  Sul fatto che il marmo dovesse essere "attaccato" dalla veduta principale restano le testimonianze di Vasari e Cellini, due devoti a Michelangelo, che insistono con convinzione sul fatto che l'opera dovesse essere lavorata inizialmente come se fosse un rilievo, ironizzando sul procedimento di avviare tutti i lati del blocco, trovandosi poi a constatare come le vedute laterali e tergale non coincidano con quella frontale, richiedendo quindi "rattoppi" con pezzi di marmo, secondo un procedimento che «è arte da certi ciabattini, i quali la fanno assai malamente»[94]. Sicuramente Michelangelo non usò "rattoppamenti", ma non è da escludere che durante lo sviluppo della veduta frontale egli non trascurasse le vedute secondarie, che ne erano diretta conseguenza. Tale procedimento è evidente in alcune opere non finite, come i celebri Prigioni che sembrano liberarsi dalla pietra.  Scolpitura e livellatura Dopo che la subbia aveva eliminato molto materiale, si passava alla ricerca in profondità, che avveniva tramite scalpelli dentati: Vasari ne descrisse di due tipi, il calcagnuolo, tozzo e dotato di una tacca e due denti, e la gradina, più fine e dotata di due tacche e tre o più denti. A giudicare dalle tracce superstiti, S. doveva preferire la seconda, con la quale lo scolpire procede «per tutto con gentilezza, gradinando la figura con la proporzione de' muscoli e delle pieghe»[95]. Si tratta di quei tratteggi ben visibili in varie opere michelangiolesche (si pensi al viso del Bambino nel Tondo Pitti), che spesso convivono accanto a zone appena sbozzate con la subbia o alle più semplici personalizzazioni iniziali del blocco (come nel San Matteo).  La fase successiva consisteva nella livellatura con uno scalpello piano, che eliminava le tracce della gradina (una fase a metà dell'opera si vede nel Giorno), a meno che tale operazione non venisse fatta con la gradina stessa[91].  Rifinitura Appare evidente che il maestro, nell'impazienza di vedere palpitare le forme ideate, passasse da un'operazione all'altra, attuando contemporaneamente le diverse fasi operative. Restando sempre evidente la logica superiore che coordinava le diverse parti, la qualità dell'opera appariva sempre altissima, pur nei diversi livelli di finitezza, spiegando così come il maestro potesse interrompere il lavoro quando l'opera era ancora "non-finita", prima ancora dell'ultima fase, spesso approntata dagli aiuti, in cui si levigava la statua con raschietti, lime, pietra pomice e, in ultimo, batuffoli di paglia. Questa levigatura finale, presente ad esempio nella Pietà vaticana garantiva comunque quella straordinaria lucentezza, che si distaccava dalla granulosità delle opere dei maestri toscani del Quattrocento[91].  Il non finito di S.  Non-finito nella Pietà Bandini Una delle questioni più difficili per la critica, nella pur complessa opera michelangiolesca, è il nodo del non finito. Il numero di statue lasciate incompiute dall'artista è infatti così elevato da rendere improbabile che le uniche cause siano fattori contingenti estranei al controllo dello scultore, rendendo alquanto probabile una sua volontà diretta e una certa compiacenza per l'incompletezza[96].  Le spiegazioni proposte dagli studiosi spaziano da fattori caratteriali (la continua perdita di interesse dell'artista per le commissioni avviate) a fattori artistici (l'incompiuto come ulteriore fattore espressivo): ecco che le opere incompiute paiono lottare contro il materiale inerte per venire alla luce, come nel celebre caso dei Prigioni, oppure hanno i contorni sfocati che differenziano i piani spaziali (come nel Tondo Pitti) o ancora diventano tipi universali, senza caratteristiche somatiche ben definite, come nel caso delle allegorie nelle tombe medicee[96].  Alcuni hanno collegato la maggior parte degli incompiuti a periodi di forte tormento interiore dell'artista, unito a una costante insoddisfazione, che avrebbe potuto causare l'interruzione prematura dei lavori. Altri si sono soffermati su motivi tecnici, legati alla particolare tecnica scultorea dell'artista basata sul "levare" e quasi sempre affidata all'ispirazione del momento, sempre soggetta a variazioni. Così una volta arrivati all'interno del blocco, a una forma ottenuta cancellando via la pietra di troppo, poteva capitare che un mutamento d'idea non fosse più possibile allo stadio raggiunto, facendo mancare i presupposti per poter portare avanti il lavoro (come nella Pietà Rondanini)[96].  La personalità  Lo stesso argomento in dettaglio: Aspetti psichici nell'opera di Michelangelo.  Una delle versioni del ritratto di Michelangelo di Daniele da Volterra La leggenda dell'artista geniale ha spesso messo in seconda luce l'uomo nella sua interezza, dotato anche di debolezze e lati oscuri. Queste caratteristiche sono state oggetto di studi in anni recenti, che, sfrondando l'aura divina della sua figura, hanno messo a nudo un ritratto più veritiero e accurato di quello che emerge dalle fonti antiche, meno accondiscendente ma sicuramente più umano.  Tra i difetti più evidenti della sua personalità c'erano l'irascibilità (alcuni sono arrivati a ipotizzare che avesse la sindrome di Asperger[97]), la permalosità, l'insoddisfazione continua. Numerose contraddizioni animano il suo comportamento, tra cui spiccano, per particolare forza, l'atteggiamento verso i soldi e i rapporti con la famiglia, che sono due aspetti comunque intimamente correlati.   S, si autoritrasse forse come pelle senza corpo nel Giudizio universale Sia il carteggio, sia i libri di Ricordi di Michelangelo fanno continue allusioni ai soldi e alla loro scarsità, tanto che sembrerebbe che l'artista vivesse e fosse morto in assoluta povertà. Gli studi di Rab Hatfield sui suoi depositi bancari e i suoi possedimenti hanno tuttavia delineato una situazione ben diversa, dimostrando come durante la sua esistenza egli riuscì ad accumulare una ricchezza immensa. Basta come esempio l'inventario redatto nella dimora di Macel de' Corvi all'indomani della sua morte: la parte iniziale del documento sembra confermare la sua povertà, registrando due letti, qualche capo di vestiario, alcuni oggetti di uso quotidiano, un cavallo; ma nella sua camera da letto viene poi rinvenuto un cofanetto chiuso a chiave che, una volta aperto, dimostra un tesoro in contanti degno di un principe. A titolo di esempio con quel contante l'artista avrebbe potuto benissimo comprarsi un palazzo, essendo una cifra superiore a quella sborsata in quegli anni (nel 1549) da Eleonora di Toledo per l'acquisto di Palazzo Pitti[89].  Ne emerge quindi una figura che, benché ricca, viveva nell'austerità spendendo con grande parsimonia e trascurandosi fino a limiti impensabili: Condivi ricorda ad esempio come fosse solito non togliersi gli stivali prima di andare a letto, come facevano gli indigenti[89].  Questa marcata avarizia e l'avidità, che continuamente gli fanno percepire in maniera distorta il proprio patrimonio, sono sicuramente dovute a ragioni caratteriali, ma anche a motivazioni più complesse, legate al difficile rapporto con la famiglia[96]. La penosa situazione economica dei Buonarroti doveva averlo intimamente segnato e forse aveva come desiderio quello di lasciar loro una cospicua eredità per risollevarne le sorti. Ma ciò è contraddetto apparentemente dai suoi rifiuti di aiutare il padre e i fratelli, giustificandosi con un'immaginaria mancanza di liquidi, mentre in altre occasioni arrivava a chiedere la restituzione di somme prestate in passato, accusandoli di vivere delle sue fatiche, se non di approfittarsi spudoratamente della sua generosità[96].  La presunta omosessualità  La tomba di Cecchino Bracci nella basilica di Santa Maria in Aracoeli a Roma, realizzata su disegno di Michelangelo Diversi storici[98] hanno affrontato il tema della presunta omosessualità di Michelangelo esaminando i versi dedicati ad alcuni uomini (Febo Dal Poggio, Gherardo Perini, Cecchino Bracci, Tommaso de' Cavalieri). Si veda, ad esempio, il sonetto dedicato a Tommaso de' Cavalieri - scritto nel 1534 - in cui Michelangelo denunciava l'abitudine del popolo di vociare sui suoi rapporti amorosi:  «E se 'l vulgo malvagio, isciocco e rio, di quel che sente, altrui segna e addita, non è l'intensa voglia men gradita, l'amor, la fede e l'onesto desìo.]»  Sul disegno della Caduta di Fetonte, al British Museum, Michelangelo scrisse una dedica a Tommaso de' Cavalieri.  Molti sonetti furono dedicati anche a Cecchino Bracci, di cui S. disegnò il sepolcro nella Basilica di Santa Maria in Aracoeli. In occasione della morte prematura di Cecchino, Buonarroti scrisse un epitaffio (pubblicato la prima volta solo nel 1960) dalla forte ambiguità carnale[101]:  «La carne terra, e qui l'ossa mie, prive de' lor begli occhi, e del leggiadro aspetto fan fede a quel ch'i' fu' grazia nel lecto, che abbracciava e 'n che l'anima vive.»  In realtà, l'epitaffio non dice nulla su tale presunta relazione tra i due. Del resto, gli epitaffi di Michelangelo furono commissionati da Luigi Riccio e da questi retribuiti mediante doni di natura gastronomica, mentre la conoscenza tra il Buonarroti e il Bracci fu solo marginale[103].  I numerosi epitaffi scritti da Michelangelo per Cecchino furono pubblicati postumi dal nipote, che però, spaventato dalle implicazioni omoerotiche del testo, avrebbe modificato in più punti il sesso del destinatario, facendone una donna. Le edizioni successive avrebbero ripreso il testo censurato, e solo l'edizione Laterza delle Rime, nel 1960, avrebbe ristabilito la dizione originaria.  Il tema del nudo maschile in movimento è comunque centrale in tutta l'opera michelangiolesca, tanto che è celebre la sua attitudine a rappresentare anche le donne coi tratti spiccatamente mascolini (un esempio su tutti, le Sibille della volta della Cappella Sistina)[100]. Non è una prova inconfutabile di attitudini omosessuali, ma è innegabile che Michelangelo non ritrasse mai una sua "Fornarina" o una "Violante", anzi i protagonisti della sua arte sono sempre vigorosi individui maschili.  Nel 1536 o 1538 è da collocarsi il primo incontro con Vittoria Colonna. Nel 1539 la donna rientrò a Roma e lì crebbe l'amicizia con S., che la amò (almeno dal punto di vista platonico) enormemente e su cui ebbe una grande influenza, verosimilmente anche religiosa. A lei l'artista dedicò alcuni tra i più profondi e potenti componimenti poetici della sua vita.  Il biografo Ascanio Condivi ricordò anche come l'artista dopo la morte della donna si rammaricava di non aver mai baciato il viso della vedova nello stesso modo in cui aveva stretto la sua mano.  Michelangelo non prese mai moglie e non sono documentate sue relazioni amorose né con donne né con uomini. In tarda età si dedicò a un'intensa e austera religiosità[100].  Le fonti su S.  Ritratto di Michelangelo nella seconda edizione delle Vite di Vasari Michelangelo è l'artista che, forse più di qualunque altro, incarna il mito di personalità geniale e versatile, capace di portare a termine imprese titaniche, nonostante le complesse vicende personali, le sofferenze e il tormento dovuto al difficile momento storico, fatto di sconvolgimenti politici, religiosi e culturali. Una fama che non si è affievolita coi secoli, restando più che mai viva anche ai giorni nostri.  Se il suo ingegno e il suo talento non sono mai stati messi in discussione, nemmeno dai più agguerriti detrattori, ciò da solo non basta a spiegarne l'aura leggendaria, né sono sufficienti la sua irrequietezza, o la sofferenza e la passione con cui partecipò alle vicende della sua epoca: sono tratti che, almeno in parte, sono riscontrabili anche in altri artisti vissuti più o meno nella sua epoca. Sicuramente il suo mito si alimentò anche di sé stesso, nel senso che Michelangelo fu il primo e più efficace dei suoi promotori, come emerge dalle fonti fondamentali per ricostruire la sua biografia e la sua vicenda artistica e personale: il carteggio e le tre biografie che lo riguardarono al suo tempo.  Il carteggio Nella sua vita Michelangelo scrisse numerose lettere che in larga parte sono state conservate in archivi e raccolte private, tra cui spicca il nucleo collezionato dai suoi discendenti a casa Buonarroti. Il carteggio integrale di Michelangelo è stato pubblicato nel 1965 e dal 2014 è interamente consultabile online.  Nei suoi scritti l'artista descrive spesso i propri stati d'animo e si sfoga delle preoccupazioni e i tormenti che lo affliggono; inoltre nello scambio epistolare approfitta spesso per riportare la propria versione dei fatti, soprattutto quando si trova accusato o messo in cattiva luce, come nel caso dei numerosi progetti avviati e poi abbandonati prima del completamento. Spesso si lamenta dei committenti che gli volgono le spalle e lancia pesanti accuse contro chi lo ostacola o lo contraddice. Quando si trova in difficoltà, come nei momenti più oscuri della lotta con gli eredi della Rovere per il monumento sepolcrale a Giulio II, il tono delle lettere si fa più acceso, trovando sempre una giustificazione della propria condotta, ritagliandosi la parte di vittima innocente e incompresa. Si può arrivare a parlare di un disegno ben preciso, attraverso le numerose lettere, teso a scagionarlo da tutte le colpe e a procurarsi un'aura eroica e di grande resistenza ai travagli della vita[107].  La prima edizione delle Vite di Vasari (1550) Nel marzo del 1550, Michelangelo, quasi settantacinquenne, si vide pubblicata una sua biografia nel volume delle Vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori scritto dall'artista e storico aretino Vasari e pubblicato dall'editore fiorentino Lorenzo Torrentino. I due si erano conosciuti brevemente a Roma nel 1543, ma non si era instaurato un rapporto sufficientemente consolidato da permettere all'aretino di interrogare Michelangelo. Si trattava della prima biografia di un artista composta quando era ancora in vita, che lo indicava come il punto di arrivo di una progressione dell'arte italiana che va da Cimabue, primo in grado di rompere con la tradizione "greca", fino a lui, insuperabile artefice in grado di rivaleggiare con i maestri antichi[85].  Nonostante le lodi l'artista non approvò alcuni errori, dovuti alla mancata conoscenza diretta tra i due, e soprattutto ad alcune ricostruzioni che, su temi caldi come quello della sepoltura del papa, contraddicevano la sua versione costruita nei carteggi[107]. Vasari dopotutto pare che non avesse cercato documenti scritti, affidandosi quasi esclusivamente ad amicizie più o meno vicine al Buonarroti, tra cui Francesco Granacci e Giuliano Bugiardini, già suoi collaboratori, che però esaurivano i loro contatti diretti con l'artista poco dopo dell'avvio dei lavori alla Cappella Sistina, fino quindi al 1508 circa[108]. Se la parte sulla giovinezza e sugli anni venti a Firenze appare quindi ben documentata, più vaghi sono gli anni romani, fermandosi comunque al 1547, anno in cui dovette essere completata la stesura[108].  Tra gli errori che più ferirono Michelangelo c'erano le disinformazioni sul soggiorno presso Giulio II, con la fuga da Roma che era stata attribuita all'epoca della volta della Cappella Sistina, dovuta a un litigio col papa per il rifiuto a svelargli in anticipo gli affreschi: Vasari conosceva i forti disappunti tra i due ma all'epoca ne ignorava completamente le cause, cioè la disputa sulla penosa vicenda della tomba[109].  La biografia di Ascanio Condivi  Non è un caso che appena tre anni dopo, nel 1553, venne data alle stampe una nuova biografia di Michelangelo, opera del pittore marchigiano Ascanio Condivi, suo discepolo e collaboratore. Il Condivi è una figura di modesto rilievo nel panorama artistico e anche in campo letterario, a giudicare da scritti certamente autografi come le sue lettere, doveva essere poco portato. L'elegante prosa della Vita di Michelagnolo Buonarroti è infatti assegnata dalla critica ad Annibale Caro, intellettuale di spicco molto vicino ai Farnese, che ebbe almeno un ruolo di guida e revisore.  Per quanto riguarda i contenuti, il diretto responsabile dovette essere quasi certamente Michelangelo stesso, con un disegno di autodifesa e celebrazione personale pressoché identico a quello del carteggio. Lo scopo dell'impresa letteraria era quello espresso nella prefazione: oltre a fare d'esempio ai giovani artisti, doveva "sopplire al difetto di quelli, et prevenire l'ingiuria di questi altri", un chiaro riferimento agli errori di Vasari[107].  La biografia del Condivi non è quindi scevra da interventi selettivi e ricostruzioni di parte. Se si dilunga molto sugli anni giovanili, essa tace ad esempio sull'apprendistato alla bottega del Ghirlandaio, per sottolineare il carattere impellente e autodidatta del genio, avversato dal padre e dalle circostanze. Più rapida è la rassegna degli anni della vecchiaia, mentre il cardine del racconto riguarda la "tragedia della sepoltura" (l'interminabile iter per la tomba di Giulio II), ricostruita molto dettagliatamente e con una vivacità che ne fa uno dei passi più interessanti del volume. Gli anni immediatamente precedenti all'uscita della biografia furono infatti quelli dei rapporti più difficili con gli eredi Della Rovere, minati da duri scontri e minacce di denuncia alle pubbliche autorità e di richiesta degli anticipi versati, per cui è facile immaginare quanto premesse all'artista fornire una sua versione della vicenda.  Altra pecca della biografia del Condivi è che, a parte rare eccezioni come il San Matteo e le sculture per la Sagrestia Nuova, essa tace sui numerosi progetti non finiti, come se con il passare degli anni il Buonarroti fosse ormai turbato dal ricordo delle opere lasciate incompiute.  La seconda edizione delle Vite di Vasari (1568) A quattro anni dalla scomparsa dell'artista e a diciotto dal primo lavoro, Giorgio Vasari pubblicò una nuova edizione delle Vite per l'editore Giunti, riveduta, ampliata e aggiornata. Quella di Michelangelo in particolare era la biografia più rivisitata e la più attesa dal pubblico, tanto da venire pubblicata anche in un libretto a parte dallo stesso editore. Con la morte la leggenda dell'artista si era infatti ulteriormente accresciuta e Vasari, protagonista delle esequie a Michelangelo svoltesi solennemente a Firenze, non esita a riferirsi a lui come al "divino" artista. Rispetto all'edizione precedente appare chiaro come in quegli anni Vasari si sia maggiormente documentato e come abbia avuto modo di accedere a informazioni di prima mano, grazie a un forte legame diretto che si era stabilito tra i due.  Il nuovo racconto è quindi molto più completo e verificato anche da numerosi documenti scritti. Le lacune vennero colmate con la sua frequentazione dell'artista negli anni del lavoro presso Giulio III e con l'appropriazione di interi brani della biografia del Condivi, un vero e proprio "saccheggio" letterario: identici sono alcuni paragrafi e la conclusione, senza alcuna menzione della fonte, anzi l'unica citazione del marchigiano si ha per rinfacciargli l'omissione dell'apprendistato presso la bottega del Ghirlandaio, fatto invece noto da documenti riportati dallo stesso Vasari.  La completezza della seconda edizione è motivo di vanto per l'aretino: "tutto quel [...] che si scriverrà al presente è la verità, né so che nessuno l'abbi più praticato di me e che gli sia stato più amico e servitore fedele, come n'è testimonio fino chi nol sa; né credo che ci sia nessuno che possa mostrare maggior numero di lettere scritte da lui proprio, né con più affetto che egli ha fatto a me".  I Dialoghi romani di Francisco de Hollanda L'opera che da alcuni storici è stata considerata testimonianza delle idee artistiche di Michelangelo sono i Dialoghi romani scritti da Francisco de Hollanda come completamento del suo trattato sulla natura dell'arte De Pintura Antiga, scritto verso il 1548 e rimasto inedito fino al XIX secolo.  Durante il suo lungo soggiorno italiano, prima di tornare in Portogallo, l'autore, allora giovanissimo, aveva frequentato, intorno al 1538, Michelangelo allora impegnato nell'esecuzione del Giudizio universale, all'interno del circolo di Vittoria Colonna. Nei Dialoghi fa intervenire Michelangelo come personaggio a esprimere le proprie idee estetiche confrontandosi con lo stesso de Hollanda.  Tutto il trattato, espressione dell'estetica neoplatonica, è comunque dominato dalla gigantesca figura di Michelangelo, come figura esemplare dell'artista genio, solitario e malinconico, investito di un dono "divino", che "crea" secondo modelli metafisici, quasi a imitazione di Dio. Michelangelo diventò così, nell'opera di De Hollanda e in genere nella cultura occidentale, il primo degli artisti moderni.  Caratteristiche fisiche Nel 2021 il paleopatologo Francesco M. Galassi e l'antropologa forense Elena Varotto del FAPAB Research Center di Avola, in Sicilia, hanno esaminato le scarpe e una pantofola conservate a Casa Buonarroti, che la tradizione ritiene appartenute al genio rinascimentale, ipotizzando che l'artista fosse alto circa 1 metro e 60: un dato concorde con quanto sostenuto dal Vasari, il quale nella sua biografia dell'artista sostiene che il maestro fosse "di statura mediocre, di spalle largo, ma ben proporzionato con tutto il resto del corpo.  Opere  Lo stesso argomento in dettaglio: Opere di Michelangelo. Opere letterarie Rime di Michelangelo Buonarroti raccolte da Michelangelo suo Nipote, in Firenze, appresso i Giunti, 1623. Rime di Michelangelo Buonarroti il Vecchio, con il commento di G. Biagioli, Parigi, presso l'editore in via Rameau Rime e lettere, precedute dalla vita dell'autore scritta da Ascanio Condivi, Firenze, Barbèra, Le rime di Michelangelo Buonarroti, a cura di Cesare Guasti, Le Monnier, Firenze, 1863. Le lettere di Michelangelo Buonarroti, a cura di Gaetano Milanesi, Le Monnier, Firenze Die Dichtungen des Michelagniolo Buonarroti, a cura di C. Frey, Berlino Edizioni moderne:  Rime, Prefazione di A. Castaldo, Roma, Oreste Garroni Editore, 1910. Le rime e le lettere, precedute dalla vita di Michelangelo per Luigi Venturi, Collana Classici Italiani, Milano, Istituto Editoriale Italiano; Milano, Bietti, 1933. Poesie, Prefazione di Giovanni Amendola, Lanciano, Carabba Le rime, Prefazione e note di Foratti, Milano, R. Caddeo Lettere e rime, per cura di Guido Vitaletti, Torino, SEI, 1925. Le rime, Introduzione, note e cura di Valentino Piccoli, Collezione Classici Italiani, Torino, UTET. Rime, a cura di Gustavo Rodolfo Ceriello, Collana BUR, Rizzoli, Milano, 1954. Rime, a cura di Enzo Noè Girardi, Laterza, Bari, 1960. Il carteggio di Michelangelo, edizione postuma di Giovanni Poggi, a cura di Paola Barocchi e Renzo Ristori, 5 voll., Firenze, S.P.E.S. Rime, premessa, note e cura di Ettore Barelli, Introduzione di Giovanni Testori, Milano, Rizzoli, 1975; Fabbri Editore, Rime e lettere, a cura di Paola Mastrocola, UTET, Torino, Agostini, 2015. Rime, a cura di Matteo Residori, Introduzione di Mario Baratto, con un saggio di Thomas Mann, Collana Oscar Classici, Milano, Mondadori Rime, a cura di Stella Fanelli, Prefazione di Cristina Montagnani, Garzanti, Milano, 2006. Le rime di Michelangelo, a cura di Marzio Pieri e Luana Salvarani, La Finestra Editrice, Trento [riproduce l'edizione delle Rime stampate a Firenze Rime, a cura di T. Gurrieri, Collana Classici, Firenze, Barbès. Rime, a cura di Paolo Zaja, Collana Classici, Milano, BUR-Rizzoli, Canzoniere, a cura di Maria Chiara Tarsi, Biblioteca di scrittori italiani, Milano, Guanda, Rime e lettere, A cura di Antonio Corsaro e Giorgio Masi, Collezione Classici della letteratura europea, Milano, Bompiani, Omaggi Michelangelo è stato raffigurato sulla banconota da 10.000 lire italiane Film e documentari cortometraggio - Rolla e Michelangelo di Romolo Bacchini documentario - Michelangelo di Kurt Oertel documentario - Il titano, storia di Michelangelo di Kurt Oertel film tv - Vita di Michelangelo di Silverio Blasi (1964) lungometraggio - Il tormento e l'estasi di Carol Reed documentario - Michelangelo: The Last Giant di Tom Priestley documentario - The Secret of Michelangelo di Milton Fruchtman film tv - La primavera di Michelangelo di Jerry London cortometraggio - Lo sguardo di Michelangelo di Michelangelo Antonioni documentario - The Divine Michelangelo di Tim Dunn e Stuart Elliott film tv - Michelangelo Superstar di Wolfgang Ebert e Martin Papirowski lungometraggio - Michelangelo - Infinito con Enrico Lo Verso film lungometraggio - "Il peccato - Il furore di Michelangelo" di A. Konchalovsky Opere teatrali e musicali Ferdinand Avenarius, Faust bei Michelangelo, in: Kunstwart Hugo Ball, Die Nase des Michelangelo, Leipzig, 1911 Anita Barbiani, Michelangelo, Sarzana, Domenico Bolognese, Michelangelo Buonarroti, Napoli, 1872 Georg Braun, Raphael Sanzio von Urbino, Mainz, Bussotti, Nottetempo, Milano Cammarano, Luigi Rolla, Trieste Cornwall, Michelangelo, in: Dramatic Scenes and other poems, London Cossa, I Borgia, in: Teatro in versi, Torino, Etienne Delrieu, Michel Ange, Paris Dunker, Michelangelo, Stettin, Eberlein, Michelangelo, Roma 1942 Dietrich Eckart, Lorenzaccio, München Konrad Falke, Michelangelo, in: Dramatische Werke, vol. V, Zurich Fitger, Michelangelo, Bremen, Giachetti, Rolla, Napoli, Paolo Giacometti, Michelangelo Buonarroti, in: Teatro, Milano Gobineau, La Renaissance, Monaco, Haecker, Die Michelangelo Tragoedie, Berlin, 1942 Friedrich Hebbel, Michel Angelo, in: Werke, vol. 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The self-portrait of the Buonarroti Archive, Critica d'Arte, Gonzáles De Vecchi-Cerchiari, De Vecchi-Cerchiari, p. 217.  Camesasca, Baldini Alvarez Gonzáles, La colonna infame di Michelangelo, articolo sul Corriere Fiorentino (Corriere della Sera) La colonna spezzata sarebbe ancora oggi conservata nel parco del convento nella villa Hainaux nel borgo di Ripa presso Seravezza. Nella pieve della Cappella ad Azzano Michelangelo scolpì il rosone e forse anche un colonnato, opere perdute durante i bombardamenti.  Baldini, p. cit.  Alvarez Gonzáles, Heusinger, Gonzáles, Benelli, “Variò tanto della comune usanza degli altri”: the function of the encased column and what Michelangelo made of it in the Palazzo dei Conservatori at the Campidoglio in Rome, in Annali di architettura, Crocifissione di Viterbo Brodini, San Pietro in Vaticano, in Michelangelo architetto a Roma, Cinisello Balsamo, Zanchettin, Il tamburo della cupola di San Pietro, in Michelangelo architetto a Roma, Cinisello Balsamo, Tartuferi e Fabrizio Mancinelli, Michelangelo. Pittore, scultore, architetto ATS Italia, Gonzáles Argan-Contardi. ^ David Karmon, "Michelangelo's "Minimalism" in the Design of Santa Maria degli Angeli" in Annali di architettura, Gonzáles, Gonzáles, S., Rime, Arnoldo Mondadori Editore.  Baldini, Hartt. ^ note alle Immagini dei due filostrati. 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Si tratta della prima occorrenza del termine "creare" in rapporto all'attività di un artista: Elisabetta Di Stefano, La libertà del Genio, Francisco de Hollanda e la teoria della creazione artistica, in "Il concetto di libertà nel Rinascimento" atti del convegno, Galassi ed Elena Varotto, THE ALLEGED SHOES S.: ANTHROPOMETRICAL CONSIDERATIONS, in Anthropologie, Percivaldi, Le scarpe di Michelangelo rivelano la "statura" dell'artista, in BBC History Italia, Michelangelo era alto 1 metro e 60, prova dalle sue scarpe - Toscana, su Agenzia ANSA, Foglia, Michelangelo nel Teatro, collana La Ricerca Umanistica, Napoli, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Apollino del Bargello Giorgio Vasari, Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori, Firenze, Torrentini, Ascanio Condivi, Vita di Michelangelo Buonarroti raccolta per Ascanio Condivi da La Ripa Transone, Roma, Vasari, Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori, Firenze, Grandi Tascabili Economici Newton Roma, Francesco Milizia, Le vite de' più celebri architetti d'ogni nazione e d'ogni tempo precedute da un saggio sopra l'architettura, Roma Tolnay, Michelangelo, Princeton. 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Modifica su Wikidata Michelangelo Buonarroti, in Archivio storico Ricordi, Ricordi et C.. Spartiti o libretti di Michelangelo Buonarroti, su International Music Score Library Project, Project Petrucci LLC. Michelangelo Buonarroti, su Discogs, Zink Media. Michelangelo Buonarroti, su MusicBrainz, MetaBrainz Foundation. Registrazioni audiovisive di Michelangelo Buonarroti, su Rai Teche, Rai. 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Luigi Speranza -- Grice e Simoni: la ragione conversazionale degl’ ‘eretici’ reazionari italiani – gl’acuti – i nobili – filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Lucca). Filosofo italiano. Lucca, Toscana. Studia con BENDINELLI e PALEARIO, due umanisti in dore d’eresia. Il secondo fine sul rogo a Roma. Legge sostenuto dal padre e dal patrizio veneziano MOCENIGO e peregrina nei maggiori studi d'Italia: Bologna, Pavia, Ferrara, e Napoli. Si laurea a Padova. Diversi ma tutti autorevoli i suoi professori: da MAGGI a CARDANO, da BOLDONI a BRASAVOLA. La sua formazione e di stampo del LIZIO, come s'insegna nello studio padovano, con una forte esigenza razionalistica che ha riflessi nel campo religioso, tale da mettere in dubbio l'immortalità dell'anima e a creare sospetti di eresia tra i professori e gl’studenti di quella università. Con questa preparazione, S. fa ritorno a Lucca, dove scrive saggi di argomento filosofico. Lucca ha vissuto un periodo concitato d’aperti conflitti sociali e poi di tentativi di riforme politiche, portate avanti dal gonfaloniere BURLAMACCHI e dal circolo di filosofi riuniti intorno a VERMIGLI. Quando ritorna a Lucca, quella fervida attività è già stata spenta dalla reazione cattolica guidata da GUIDICCIONI, ma certo quelle idee di riforma circolano ancora sotterraneamente, e forse lui stesso le ha già raccolte durante i suoi trascorsi nelle diverse università da lui frequentate. Sta di fatto che è chiamato dall’autorità lucchesi a dare spiegazioni sulle proprie opinioni. Per tutta risposta non fidandosi troppo delle sue forze, cerca la salvezza con la fuga. Munito solo di un cavallo e dei propri risparmi, dopo aver preso commiato dalla famiglia, fugge, accompagnato da un servitore, alla volta di Ginevra. Negl’atti ufficiali della repubblica di Lucca, la sua condanna per eresia si formalizza. A Ginevra, patria del calvinismo, si forma una numerosa colonia di emigrati italiani e tra questi non pochi sono i lucchesi. La comunità italiana è inserita in una propria chiesa e S. vi ha l'incarico di catechista. Preso a benvolere dall'influente teologo BEZA, ottenne di insegnare filosofia: un incarico dapprima senza compenso, poi retribuito insieme con la nomina a professore. Anche il padre Giovanni si stabilì a Ginevra. In quello stesso periodo gli venne aumentato lo stipendio, ottenne un alloggio gratuito e, nell'accademia è istituita appositamente per lui la cattedra. Pubblica saggi. Presso Crespin apparve il suo “In librum Aristotelis de sensuum instrumentis et de his quae sub sensum cadunt commentarius unus” è il commento al “De sensu et sensibilibus” di Aristotele. In esso define la verità filosofica -- una premessa tipica del lizio padovano ma poi cerca di dimostrare che la ragione, indagando la natura, può giungere al divino, rivelando le verità di fede. In tal modo, sostiene che anche ogni questione ha natura razionale e, qualora sorgano contrasti, la ragione è in grado di comporli, indicando la via da seguire per una corretta interpretazione. Una conseguenza, seppure non esplicita nel commento, della prevalenza della ragione sulla fede, è che il dogma espressione della tradizionale sub-ordinazione della ragione alla fede non ha motivo di esistere. Il suo LIZIO che poco concede alla teologia si conferma con i successivi commenti all'Etica Nicomachea e al De anima, mentre S. condusse una lunga e dura polemica contro il filosofo Schegk. Questi, proprio all'opposto del S. usa argomenti tratti dalla scolastica per dimostrare la realtà della teoria, allora caldeggiata in ambienti luterani, della ubiquità del corpo di Cristo. S. risponde con argomenti di carattere fisico dimostrando l'irrealtà di tale assunto. Un olo corpo fisico non può che occupare, nello stesso tempo, un unico spazio determinato. Anche Cristo, in vita, e soggetto alla legge naturale. Dopo la morte, Cristo mantenne soltanto una natura divina. Non è sostenibile l'idea che il divinopossa mutare una legge naturale in legge trans-naturale o sovra-naturale. Ente perfetto e primo motore immobile come lo delinea Aristotele il divino agisce sulla natura unicamente attraverso la sua perfezione che indirizza al bene gl’esseri naturali. Il suo carattere collerico e l'alta considerazione che ha di sé lo porta a una lite clamorosa con BALBANI, un altro lucchese. Durante il matrimonio della figlia di questi, S. lo copre d'insulti, con grave scandalo delle autorità di Ginevra, che fanno imprigionare S. e lo espulsero dall'accademia. A nulla valsero le suoi scuse presentate -- è del resto probabile che la severità del consiglio e del Concistoro ginevrino e motivata anche dalla freddezza e dallo suo spirito d'indipendenza dimostrato che pure si dichiara calvinista in materia di religione. Tuttavia BEZA gli mantenne ancora la sua amicizia e lo forne di una lettera di raccomandazione con la quale si dirige alla volta di Parigi.  A Parigi ottenne una buona accoglienza. I calvinisti qui chiamati ugonotti sono ancora tollerati e le lusinghiere referenze gli fanno ottenere una cattedra di filosofia al collège royal, dove le sue lezioni ottenneno subito un grande concorso di pubblico. Come scrisve a BEZA, alle sue lezioni assistevano sei o settecento uomini barbati, dottori, professori, et altri di robba lunga, preti, frati, giesuiti et altra simil razza d'uomini. Si ha congratulazioni di RAMO, che volle incontrarlo e lo chiama “felicissimum et praestantissimum ingenium italicum”, non però quelle del collega CHARPENTIER, che teme che fosse stato mandato da Ginevra per turbare questa scuola. Sa che la sua permanenza a Parigi è precaria. Il nome di Ginevra mi nuoce più che il nome di ugonotto -- né puo valere molto la protezione del cardinale COLIGNY, passato al calvinismo. Rifere di aver rifiutato offerte sostanziose da parte cattolica per insegnare in loro collegi, a prezzo di una sua conversione, e di attendersi un prossimo editto che affronta il problema della convivenza tra cattolici e ugonotti.  Un editto effettivamente ci e, emanato da Carlo IX, con il quale si proibe ai protestanti l'insegnamento pubblico. Così, perduti anche i suoi saggi che gli furono sequestrati, e costretto ad abbandonare la Francia. Si apre un nuovo periodo di difficoltà. Non potendo insegnare a Ginevra, cerca di ottenere un incarico a Zurigo e a Basilea, sollecitando in tal senso altr’emigrati italiani come l'editore PERNA e il filosofo umanista CURIONE, ma invano. I sospetti di anti-trinitarismo che gravano sul suo conto, da quando fa visita nel carcere di Berna all'eretico GENTILE  poco prima che questi venisse giustiziato, e il recente scandalo provocato a Ginevra non agevolavano il suo inserimento nelle élite filosofica delle città svizzere.  Ottenne bensì una raccomandazione da BULLINGER per un posto di insegnante a Heidelberg, ma anche qui rimane poco tempo. La sua amicizia con l'anti-trinitario ERASTO, il suo a LIZIO senza compromessi dal nulla, nulla si crea, sostenne in una pubblica lezione, cosicché anche Cristo era stato creato dal divino Padre e il suo carattere spigoloso gl’alienarono ogni simpatia e dove riprendere la via di Basilea. Ottenne una cattedra straordinaria di filosofia a Lipsia. Se puo fregiarsi della stima d’Augusto I, non eguale considerazione ottenne dai suoi colleghi, che fanno gruppo a sé e lo isolarono. Non si perde d'animo. Molto popolare tra gli studenti per la vivacità delle sue lezioni e lo spirito critico che infonde negl’allievi, fonda, all'interno dell'Università, un'accademia sul modello umanistico italiano, battezzandola degl’acuti. Degl’acuti, entra a far parte un gruppo di suoi studenti. Le discussioni dovevano vertere sulla interpretazione di passi del LIZIO i filosofi così raggruppati intorno a lui dettero ben presto dello spirito critico e dell'idea di esser superiori agl’altri, che il vivace professore finisce per insinuare nei loro animi. Pasquinate anonime contro un professore, e un litigio clamoroso tra questo e S., iniziano una serie di incidenti che ha termine con la soppressione degl’acuti. La soppressione degl’acuti, decisa dal senato universitario, testimonia i difficili rapporti intercorrenti tra l'università e lui, che per altro in città era reputato ospite illustre, professionista affermato e ricercato, uomo di mondo e di cultura dalla posizione prestigiosa, che gode della stima e del rispetto dei suoi concittadini, e la cui fama oltrepassa la frontiera del paese che gli dava ospitalità. Infatti, oltre a insegnare filosofia e ad avere allievi anche illustri, come il prìncipe RADZIWIŁL, esercita la professione medica, vantando clienti di riguardo. Pubblica il suo saggio filosofico più originale, la “De vera nobilitate”, dedicato ad Augusto I. La vera nobiltà è la virtù (ANDREIA) dell'anima umana, la quale è intesa alla maniera del LIZIO, come forma del corpo. La virtù dell'anima è perciò strettamente legata alla particolare costituzione del corpo, trasmessa nell'individuo di generazione in generazione dal seme del padre, che costituisce la causa efficiente del singolo essere. Non per nulla da ‘genere’ deriva ‘generoso’. Se pure non ogni nobile è generoso, chi è generoso è considerato nobile. Le differenze sociali tra gl’uomini e le conformazioni dei loro corpi sono egualmente corrispondenti per necessità naturale. La natura vuole infatti fare diversamente il corpo dei liberi da quelli dei servi. Questi robusti e con deformità necessarie al loro particolare utilizzo. Quelli diritti e belli, perché non desti tali fatiche, ma alla vita civile. L’educazione svolge una funzione per la formazione dell'uomo, ma resta inferiore a quella naturale. Di due uomini, di diversa estrazione sociale ma educati allo stesso modo, il nobile risulta meglio formato, in quanto la natura lo ha costituito di una materia superiore. L'educazione ha lo stesso effetto della medicina. Fa recuperare la propria condizione di salute, ma non può migliorarla oltre il limite fissato dalla natura. Viene da sé che le famiglie nobili d’Italia diano lustro alla nazione italiana, formando l'élite della società civile sotto l'aspetto culturale e politico. Questo avviene nella nazione italiana, di antica civiltà in sostanza. Presso i barbari non può esistere nobiltà. Il barbaro e giustamente detto servo per natura e in quanto servo non porta in lui nessuna virtù, essendo nato per servire sotto una tirannia e non in un regio e civile governo. La virtù dei nobili non possono consistere nell'accumulare ricchezze, ma essa e ugualmente attiva e pratica. E la virtù civili del politico, che si occupa del benessere dei cittadini, quelle del medico, che si occupa della salute degl’individui, del fisiologo, che studia la natura e infine del metafisico, che studia le cose divine. Queste ultime, insieme alla virtù della contemplazione, è però meglio riservarle nella vita che ci attende dopo la morte, quando quei problemi saranno facilmente risolti. Queste cose sono irrise dai politici, tra i quali, non tra gl’angeli, si discute di nobiltà. Nel frattempo, è opportuno dedicarsi alle cose di questo mondo ed essere utili alla società degl’uomini. Si loda Socrate il quale, trascurate le altre parti della filosofia, coltiva quella sola che era più adatta ai costumi degl’uomini e alle istituzioni civili. Che la vera nobiltà si debba esprimere nell'attività pratica e civile è ribadito più volte. La nobiltà spunta fuori dalla società civile, non dalla solitudine e la virtù spirituale, come quelle mostrate dai mistici e dai contemplativi, non e virtù nobile propria dell'essere umano. Questa virtù discende direttamente dal divino e perciò non derivano da generazione spermatica naturale del padre, non sono frutto della carne e del sangue il fondamento della vera nobiltà e non essendo ereditarie non puo essere considerata virtù nobile. Naturalmente, ai innobili non possono essere affidati incarichi di responsabilità nel governo della società, ma al più solo l'esercizio di magistrature minori. Derivando dal sangue la nobiltà, non si può diventare autenticamente nobili attraverso conferimenti onorifici, anche se concessi d’un sovrano mentre, al contrario, un autentico nobile non può essere privato della fama e dell'onore, perché in lui opera sempre quella forza e quell'efficacia naturale ricevuta dai suoi antenati. Dopo questa applicazione dei principi del LIZIO al vivere civile e al governo dello stato, che deve essere affidato a chi per natura fa parte degl’ottimati, si dedica a trattare temi propriamente medici. Appare a Lipsia il suo “De partibus animalium” ove descrive la conformazione del feto, la “De vera ac indubitata ratione continuationis, intermittentiae, periodorum febrium humoralium”; l'”Artificiosa curandae pestis methodus” ; la “Synopsis brevissima novae theoriae de humoralium febrium natura” -- temi di drammatica attualità, a Lipsia, investita da un'epidemia di peste. Ottene il permesso di esercitare la professione medica all'interno dell'università, pur senza ottenere, oltre quella straordinaria di filosofia, anche una cattedra di medicina. Presenta ad Augusto I una proposta di riforma universitaria. S'indica la necessità di una maggiore cura nell'assunzione dei professori, che dovevano dimostrare non solo di possedere la necessaria scienza, ma anche capacità didattiche. Dovevano anche essere obbligati a tenere un maggior numero di lezioni s'imponevano multe ai professori inadempienti mentre la durata dell'anno accademico venne prolungata.  Particolare cura dedica all'insegnamento. Dovevano tenere lezioni V professori, tra i quali un chirurgo che avrebbe tenuto esercitazioni di anatomia e fatto dimostrazioni pratiche di cura delle diverse affezioni. La qualità dell'insegnamento teorico anda migliorata. Ritene che corressero troppe affermazioni dogmatiche, che sarebbero dovute essere verificate dalla pratica e dal rigore della dimostrazione dialettica. A questo proposito opina che avrebbe giovato un'accurata conoscenza delle opere del LIZIO. Non mancano poi critiche severe sull'attuale andamento a Lipsia. I rettori sono scelti grazie alle loro aderenze, si promuovevano studenti immeritevoli, vi è scarsa pulizia, la farmacia universitaria è mal tenuta. Tali proposte e simili critiche non potevano che alimentare ancor più l'ostilità dei colleghi. Egli non sembra preoccuparsene. La stima dell'Elettore Augusto si mantene immutata, se lo fa nominare Professore di filosofia e lo promuove a suo primo medico personale. Avvenne tuttavia che, su sollecitazione della chiesa luterana, la quale prepara una confessione di fede che in particolare tutti funzionari e gl’impiegati, a vario titolo, dello stato avrebbero dovuto firmare, l'elettore pretese tale sottoscrizione anche dal professor S., ottenendone un netto rifiuto. Racconta lo stesso S. che, avendo rifiutato costantemente di sotto-scrivere quella che i teologi sassoni denominarono Formula di Concordia, il Principe Elettore rivolge il suo sdegno contro di me. Al che S. decide di andarsene e, nonostante l'Elettore cerca d'impedirlo, da l'ultimo saluto a quelle popolazioni. Si trasfere a Praga, dove venne assunto quale medico personale di Rodolfo II. Tale incarico e il carattere cattolico dell'Impero di cui era ora suddito rendeva necessario un chiarimento sulle sue posizioni religiose, poiché è nota la rottura avvenuta a Ginevra con i calvinisti e a Lipsia con i luterani. S. si adegua facilmente alla nuova situazione e abiura pubblicamente le passate convinzioni, ritratta quanto nei suoi scritti poteva esservi di eretico e abbraccia formalmente il cattolicesimo. Si tratta di una scelta di convenienza, seppure comprensibile nel clima torbido delle persecuzioni e dell'intolleranza. Lo scrive lui stesso all'amico Selnecker, un teologo luterano. Confesso di aver abiurato, anche se non avrei voluto farlo neppure a costo del mio sangue. Di tale mio atto altri comunque sono i responsabili. In nessun altro modo avrei potuto infatti salvare la mia vita, quella di mia moglie e dei miei figli che speravo di poter condurre con me. La moglie muore poco dopo e i tre figli rimasero affidati a Lipsia al nonno materno. Io, un italiano perseguitato a causa della religione luterana, dichiarato nemico della patria, esposto per decreto del senato all'agguato di sicari. E ricorda la sorte di chi non si è piegato a compromessi. I che vidi con questi occhi il Paleologo, esule per causa di religione, condotto su richiesta del legato pontificio dalla Moravia a Vienna, e di qui trascinato in catene a Roma (si sente dire che ormai è stato crudelmente arso sul rogo), io che sono circondato da ogni parte da infinite difficoltà e pericoli di ogni genere, che cosa avrei dovuto fare? Questa lettera non venne agl’occhi dei gesuiti, che vantarono il successo ottenuto con la presunta conversione del filosofo famoso, il quale avrebbe promessoa dir lorodi collaborare nella lotta agl’eretici. La loro soddisfazione non dovette però durare a lungo, o forse essi stessi credettero poco alla conversione del S., se lo storico gesuita SACCHINI puo qualificarlo di miserabile uomo che in disprezzo di ogni religione sprofonda nell'empietà, mentre tra i protestanti BEZA, alla notizia della sua conversione, commenta di essere sempre stato convinto che l'unico divino è in realtà Aristotele, del Lizio. Monau, dopo aver ricordato i suoi continui trascorsi da cattolico si è fatto calvinista, da calvinista anti-trinitario, da anti-trinitario luterano, e ora di nuovo papista. Lo stratteggia da uomo profano ed empio, come indicano sia i suoi costumi, sia i suoi discorsi, sia tutta la sua vita. Forse egli stesso sente di essere circondato da un clima di diffidenza se non di disprezzo, perché prende la risoluzione di lasciare le terre dell'impero per trasferirsi in Polonia.  Sembra che sia stato un altro italiano, BUCCELLA, medico personale del re Stefano Báthory, a raccomandarlo come medico della corte di Cracovia. BUCCELLA, di fede anabattista, gode di notevole considerazione, né la sua fama d’eretico gl’aveva pregiudicato l'esercizio della professione in quella Polonia che era ancora un paese tollerante. Il prestigioso incarico e la fama stessa di cui da tempo gode gl’apre le porte della migliore società. Riprese a pubblicare alcuni saggi: la “Disputatio de putredine” è una confutazione, sulla scorta di Aristotele del Lizio, delle teorie d’Erasto, mentre la “Historia aegritudinis ac mortis magnifici et generosi domini a Niemsta” è una relazione sulla morte di un borgomastro. Sulla malattia di quest'ultimo torna nel “Simonius supplex” insieme con una delle solite polemiche che lo videro ora opporsi al medico di SQUARCIALUPI. Una nuova svolta nella sua  si verifica con la malattia e la morte del re Stefano. Báthory si sente male nel suo castello di Grodno, e nel consulto tenuto da BUCCELLA e da S. emersero serie divergenze. BUCCELLA giudica molto grave le condizioni di Stefano. S. ritenne che non ci è nessun pericolo. Due giorni dopo le condizioni del re si aggravarono e i due medici si trovarono d'accordo nell'imporre un salasso al re ma in contrasto sulla dieta. S. e favorevole a fargli bere del vino, che BUCCELLA intende invece proibire. Nemmeno nella diagnosi si trovarono d'accordo. Per BUCCELLA, il re soffre di asma. Per S., d’epilessia. Sopravvenne una nuova grave crisi e il re perde conoscenza. Pur giudicando molto gravi le sue condizioni di salute, S. rassicura i circostanti, perché, a suo dire, non c'è ancora pericolo di morte. Appena pronunzia queste parole che il re spira. Lascia il castello e non volle assistere all'autopsia, sostenendo che è inutile, poiché l'epilessia “ab infernis partibus ducit originem” e non lascia tracce nel cadavere. Coordinata da BUCCELLA, l'autopsia è effettuata da Zigulitz, che accerta una grave alterazione dei due reni. La ri-cognizione dello scheletro di Báthory conferma che la morte avvenne per de-generazione renale, uremia e calcolosi. Cracovia: chiesa di San Francesco pubblica a sua difesa lo “Stephani primi sanitas, vita medica, aegritudo, mors” che e violentemente contestato dal “De morbo et obitu serenissimi magni Stephani” scritto da Chiakor su ispirazione di BUCCELLA. La polemica prosegue a lungo, coinvolgendo altr’amici di BUCCELLA, e degenerando in insulti e attacchi sulle convinzioni filosofiche dei due protagonisti. Contro S., tra gl’altri, e indirizzato l'opuscolo “Simonis Simoni lucensis, primum romani, tum calviniani, deinde lutherani, denuo romani, semper autem athei summa religio”. Alla fine, Sigismondo III ri-conferma BUCCELLA nella carica di medico curante, escludendo S. da ogni incarico di corte. Da allora, le notizie su lui si fanno scarse. Pur senza avere incarichi ufficiali, mantenne una ricca clientela e gode della considerazione di  Rodolfo, dei principi Radziwiłł, di Pavlowski e dei gesuiti, dai quali si fa ri-ilasciare un salva-condotto per rientrare in Italia e recarsi a Roma. Precauzione necessaria, con i suoi trascorsi: una precauzione maggiore e però quella di rinunciare al viaggio. La sua vita agitata ha così fine a Cracovia, come lo ricorda la lapide posta sulla sua tomba nella chiesa di S. Francesco. La data di nascita si deduce dalla lapide sepolcrale, poi andata distrutta in un incendio, posta nella chiesa di S. Francesco, a Cracovia, nella quale era scritto che il Simoni «ultimum diem clausit III.” Il testo della lapide è in S. Ciampi, Viaggio in Polonia, Queste notizie biografiche si apprendono da saggio di S., “Scopae, quibus verritur confutation”. Per secoli gli storici discuteno del luogo della sua nascita. Verdigi, “S. filosofo e medico”, Madonia, “S. da Lucca”; Lucchesini, Come scrive egli stesso: S., “Synopsis brevissima” Madonia, S. da Lucca,  Tommasi, “Sommario della storia di Lucca”;  Pascal, “Da Lucca a Ginevra. Studi sull'emigrazione religiosa lucchese”; Fabris, “La filosofia di S.” n Verdigi, S.,  S. S. a Teodoro di Beza, in Pascal, Da Lucca a Ginevra, e in Verdigi, S. S. a Beza, in Verdigi, S., Madonia, S. Pierro, La vita errabonda di uno spirito einquieto. S. S. S., “Simonius supplex”  in Madonia, S. da Lucca, Firpo, Alcuni documenti sulla conversione al cattolicesimo dell'eretico lucchese. Il paleo-logo e decapitato in carcere  e il cadavere arso pubblicamente a Roma, nel campo de' fiori. Firpo, Alcuni documenti sulla conversione al cattolicesimo di un eretico lucchese; Sacchini, Historia Societatis Jesu, in Verdigi, S., Beza, lettera a Gwalther, in Pascal, Da Lucca a Ginevra, Monau, lettera a Crato, in Caccamo, “Eretici italiani” Pierro, La vita errabonda di uno spirito inquieto. S., Madonia, S. da Lucca. Altre saggi: “In librum Aristotelis de sensuum instrumentis et de his quae sub sensum cadunt commentarius unus” (Geneva, Crispinum); “Commentariorum in Ethica Aristotelis ad Nicomachum, liber primus” (Geneva, apud Ioannem Crispinum); “Interpretatio eorum quae continentur in praefatione Simonis Simonij Lucensis, Doct. Med. et Philosophiae cuidam libello affixa, cuius inscriptio est: Declaratio eorum quae in libello D. D. Iacobi Schegkii, et c.” (Geneva, Crispinum); “Phisiologorum omnium principiis Aristotelis De anima libri III” (Lipsiae, Võgelin); Anti-schegkianorum liber I, in quo ad obiecta Schegkii respondetur, vetera etiam non nulla, dialectica et phisiologica praesertim, errata eiusdem, male defensa et excusata inculcantur, novaque quam plurima peiora prioribus deteguntur” (Basilea, Perna); “Responsum ad elegantissimam illam modestissimamque praephationem Schegkii, cui titulum fecit Prodromus antisimonii”; “Ad amicum quendam epistola, in qua vere ostenditur, quid causae fuerit, quod responsum illud, quo maledicus, et multis erroribus refertus Schegkij doctoris et professoris Tubingensis liber plene refellitur, nondum in lucem prodierit” (Pariggi, in vico Jacobaeo); “De vera nobilitate” (Lipsiae, Rhamba); “De partibus animalium, proprie vocatis Solidis, atque obiter de prima foetus conformatione” (Lipsiae, Rhamba); “De vera ac indubitata ratione continuationis, intermittentiae, periodorum febrium humoralium” (Lipsiae, Bervaldi); “Artificiosa curandae pestis methodus, libellis duobus comprehensa” (Lipsiae, Steinmann); “Synopsis brevissima novae theoriae de humoralium frebrium natura, periodis, SIGNIS, et curatione, cuius paulo post copiosissima et accuratissima consequentur hypomnemata; annexa eiusdem autoris brevi de humorum differentiis dissertatione. Accessit eiusdem Simonis examen sententiae a Brunone Seidelio latae de iis, quae Jubertus ad axplicandam in paradoxis suis disputavit” (Basilea, Perna); “Historia aegritudinis ac mortis magnifici et generosi domini a Niemsta” (Cracovia, Lazari); “Disputatio de putredine” (Cracovia, Lazari); “Commentariola medica et physica ad aliquot scripta cuiusdam Camillomarcelli SQUARCIALUPI nunc medicum agentis in Transilvania” (Vilna, Velicef); “Simonius supplex ad incomparabilem virum, praeclarisque suis facinoribus de universa republica literaria egregie meritum Marcellocamillum quendam Squarcilupum Thuscum Plumbinensem triumphantem”; “Pars  in qua de peripneumoniae nothae dignitione curationeque in domino a Niemista, de subiecto febris, de rabie canis, de starnutamento, de infecundis nuptiis agitur” (Cracovia, Rodecius); “D. Stephani primi Polonorum regis magnique Lithuaniae ducis vita medica, aegritudo, mors” (Nyssae, Reinheckelii); “Responsum ad epistolam cuiusdam G. Chiakor Ungari, de morte Stephani primi”; “Responsum ad Refutationem scripti de sanitate, victu medico, aegritudine, obitu, D. Stephani Polonorum regis, Olomutii, Scopae, quibus verritur confutatio, quam advocati Nicolai Buccellae Itali chirurgi anabaptistae innumeris mendaciorum, calumniarum, errorumque purgamentis infartam postremo emiserunt (Olomutii, Milichtaler); Appendix scoparum in N. BUCCELLAM, Sacchini, Historiae Societatis Iesu” (Antverpiae, Nutii); Ciampi, “Viaggio in Polonia” (Firenze, Gallett); Lucchesini” (Lucca, Giusti); Tommasi, Sttoria di Lucca” (Firenze, Vieusseaux); Pascal, “Da Lucca a Ginevra. Studi sull'emigrazione religiosa lucchese” -- Rivista storica italiana, Cantimori, “Un italiano a Lipsia” Studi Germanici -- Pierro, La vita errabonda di uno spirito inquieto, Minerva, Torino; Caccamo, “Eretici italiani” (Firenze, Sansoni); Firpo, “Alcuni documenti sulla conversione al cattolicesimo dell'eretico lucchese S.”, “Annali della Scuola normale superiore di Pisa,  Madonia, Rinascimento, Firenze, Sansoni, Madonia, Il soggiorno in Polonia, in «Studi e ricerche I», Verdigi, Lucca, Tiraboschi su S., in Biblioteca Modenese, Modena,  Ciampi, Viaggio in Polonia, Lucchesini, Della storia letteraria del Ducato lucchese,  Tommasi, Sommario della storia di Lucca,  su S. Antischegkianorum liber I. S., De vera nobilitate; S/ Artificiosa curandae pestis methodus. Simone Simoni. Simoni. Keywords: nobilitaà, eretici italiani. Luigi Speranza, “Grice e Simoni” – The Swimming-Pool Library. Simoni.

 

Luigi Speranza -- Grice e Simonide: la ragione conversazionale e la filosofia sotto il principato di Valente. la filiale dell’Accademia – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A member of the Accademia, well known for living a principled and disciplined life. He is, unfortunately, accused of involvement in a plot against the prince VALENTE (si veda).  S.’s refusal to betray any secret lets to him being burnt alive.

 

Luigi Speranza -- Grice e Sini: la ragione conversazionale e la filosofia del segno – la scuola di Bologna -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Bologna). Filosofo romagnuolo. Filosofo italiano. Bologna, Emilia-Romagna. Grice: “I like Sini; especially his “I segni dell’anima,” since this is, in a nutshell, what my philosophy has been all about: the signs of the soul!” Studia a Milano sotto BARIÉ e PACI, con il quale si laurea. Insegna ad Aquila e Milano. Membro per del Collegium phaenomenologicum di Perugia, della Società filosofica italiana e socio dei Lincei, dell'Istituto lombardo di scienze e lettere. Insignito per una sua opera del premio della presidenza del consiglio dello stato italiano. Collabora al Corriere della Sera e la Rai. Dirige per Versorio la collana "Pragmata", membro del comitato scientifico del festival La Festa della Filosofia. Premiato da Milano con l'Ambrogino d'oro. Con Grice, tra i primi a segnalare all'attenzione l'importanza della teoria del segno di Peirce. Propone un filone di ricerca sulla convergenza dei percorsi di Peirce e Heidegger sul filo dell'ermeneutica benché la sua formazione didattica fosse di orientamento prevalentemente fenomenologico. La sua proposta teoretica si concentra sul tema della scrittura e sulla centralità dell' abecedario come forma logica della filosofia nella lingua del Lazio. In “Figure dell'enciclopedia filosofica” rende conto della radicalità del gesto istitutivo di LUCREZIO e della nascita della filosofia romana in modo da illuminare la genealogia della nostra civiltà e le figure del suo destino. Questo saggio si misura con nodi problematici e profondi della nostra cultura. Si mostra la verità del gesto filosofico di LUCREZIO nel tratto tecnologico dell’abecedario che trasforma la relazione al mondo in cosità – “de rerum natura”. La pratica del concetto, infatti, in-forma il paradigma dell'oggettività – “in rerum natura” -- e traduce la sterminate antichità dell'umano all'interno dell'ambito crono-topico della visione logica elaborata dalla scansione dell’abecedario del mondo con la conseguente nascita del tempo e del sapere storico. All'educazione mitologica dei corpi dei uomini si sostituisce l'educazione dei animi nella ri-mozione delle qualità sensibili della vita vissuta. Prima operazione di ingegneria genetica che comporta sia la nascita del soggetto morale nella paideia del bio-politico -- come Nietzsche intuisce -- sia il conseguente destino nichilista rivelato dal dis-incanto. Ma l'intreccio, che dalla pre-istoria conduce ai nostri giorni, rinvia al desiderio e all'iscrizione originaria che danza nelle figure del sesso e della morte. La soglia così dischiusa, annunciata dalla verità analogica dell'evento mimato nella generazione, permette il passaggio del movente desiderante nel desiderio di vita eternal. L’ACCADEMIA e la logica disgiuntiva hegeliana rappresentano i due poli più rilevanti di questa consapevolezza lancinante. Addirittura, tutta la filosofia dell’ACCADEMIA è probabilmente da pensare come la domanda più alta e profonda che sia mai stata posta alla sapienza di BACCO.  E così, dagli ominidi alla società dell'informazione, sul filo delle pratiche che ne circoscrivono le traiettorie, la trama del senso transita al SEGNO disegnando le co-ordinate del nostro tempo e il predominio della visione scientifica e delle sue figure che dileguano la consistenza dell'inter-soggetivito, profilando nel rituale pubblico del potere finanziario, e nella conseguente imposizione dell'universalità oggettiva, un paradosso costitutivo che nasconde nuove e positive opportunità ancora tutte da scoprire -- e attualmente mascherate dalla deleteria mercificazione imperante. Delineando nuove occasioni di senso, le figure dell'enciclopedia invitano a sognare più vero, vale a dire ad abitare la conoscenza filosofica nell'esercizio dell'evento del significato nella concretezza delle sue pratiche. Ethos di una nuova scrittura della soggezione del mortale al desiderio, nell'apertura al transito della vita. Approfondisce la questione del logos -- parola, ragione -- e della tecnica facendo del primo il fondamento ultimo, della seconda l'essenza. Una posizione di rilievo e in controtendenza all´interno del panorama di questa specifica area della filosofia. Altre saggi: “I greci” ((Accademia di Belle Arti, Milano), “La funzione della filosofia” (Marsilio, Padova); “La fenomenologia” (Nigri, Milano); “Storia della filosofia” (Morano, Napoli); “Il pragmatismo (Laterza, Roma); “Segno” (Mulino, Bologna); “Passare il segno” (Saggiatore, Milano); “Kinesis: saggio d'interpretazione (Spirali, Milano)”; “Il metodo” (Unicopli, Milano); “Parola e silenzo” (Marietti, Genova); “Segni dei animi” (Laterza, Bari); “Segno ed immagine” (Spirali, Milano); “Segni dei uomini” (Egea, Milano): “L'espressione e il profondo” (Lanfranchi, Milano)”, Etica della scrittura (Il Saggiatore, Milano, Mimesis, Milano); “Pensare il Progetto” (Tranchida, Milano); “Filosofia teoretica” (Jaca, Milano) Variazioni sul foglio-mondo. Peirce, Wittgenstein, la scrittura” (Hestia, Como), “L'incanto del ritmo” (Tranchida, Milano Filosofia e scrittura (Laterza, Roma); “Scrivere il silenzio: Wittgenstein e il problema del linguaggio” (Egea, Milano); “Teoria e pratica del foglio-mondo (Laterza, Roma-Bari) Gli abiti, le pratiche, i saperi (Jaca, Milano) Scrivere il fenomeno: fenomenologia e pratica del sapere (Morano, Napoli) Ragione (Clueb, Bologna) Idoli della conoscenza (Cortina, Milano La libertà, la finanza, la comunicazione (Spirali, Milano) La scrittura e il debito: conflitto tra culture e antropologia” (Jaca, Milano); “Il comico e la vita” (Jaca, Milano); “Figure dell'enciclopedia filosofica. Transito verità” (Jaca, Milano), “L'analogia della parola: filosofia e metafisica;  La mente e il corpo: filosofia e psicologia; Origine del significato: filosofia ed etologia; La virtù politica: filosofia e antropologia; Raccontare il mondo: filosofia e cosmologia; Le arti dinamiche: filosofia e pedagogia  La materia delle cose: filosofia e scienza dei materiali (Cuem, Milano); “La verità e la vita” (Ghibli, Milano) Del viver bene: filosofia ed economia (Cuem, Milano); “Distanza un segno: filosofia e semiotica” (Cuem, Milano); “Il gioco del silenzio (Mondadori, Milano); “Il segreto di Alicia” (AlboVersorio, Milano); “Eracle al bivio: semiotica e filosofia” (Bollati Boringhieri, Torino); “Da parte a parte. Apologia del relativo (ETS, Pisa) L'uomo, la macchina, l'automa: lavoro e conoscenza tra futuro prossimo e passato remoto (Boringhieri, Torino) L'Eros dionisiaco (Versorio, Milano); “Figure d'Occidente” (Versorio, Milano); “La nascita di Eros” (Versorio, Milano); “Spinoza” (Time, Milano ); Redaelli, Il nodo dei nodi. L'esercizio della filosofia” (Ets, Pisa); “Il filosofo e le pratiche. In dialogo con S. (E.Redaelli,  BrovelliCrippa, Valle,  Redaelli), Milano, CUEM. Comerci, Filosofia e mondo. Il confronto di S., Milano, Mimesis.  Cristiano, La filosofia di S.: semiotica ed ermeneutica  (Milano, Mimesis) Collana Pragmata, in AlboVersorio, Cfr. Copia archiviata, su unimi). Logos e techne, tecnologia e filosofia, S. Noema, Treccani Enciclopedie o Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  Nòema la rivista di filosofia diretta da Fabbrichesi e S., su riviste. Archivio S. il luogo ove i materiali relativi ai corsi di S. ed altro ancora. Lectio Magistralis di S. su La Différance, Arcoiris TV, Riflessioni sul Senso della Vita. Intervista di Nardi,  Riflessioni Collana Pragmata, Versorio. Carlo Sini. Sini. Keywords: segno, da Lucrezio a Cicerone. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Sini” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza Grice e Siracusa: FILOSOFIA SICILIANA, NON ITALIANA -- all’isola – la ragione conversazionale del tutore di filosofia del principe ai bagni di Pozzuoli – la scuola di Siracusa -- filosofia siciliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Siracusa). Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Grice: “We know William is from Ockham but we call him Ockham, not William; similarly, Alcaldino is from Siracusa, and I call him Siracusa!” Vissuto vicino alla corte degl’Hohenstaufen. Studia a Salerno. Si cimenta negli studi di filosofia, raccogliendo attorno a sé una serie di seguaci. Quindi, in seguito alla conclusione del corso regolare degli studi, e scelto per fare da insegnante filosofia presso la stessa scuola salernitana.  Divenuto uno dei più stimati filosofi della scuola, e chiamato alla corte d’Enrico VI, che nel frattempo è entrato in possesso del regno di Sicilia, ed e assunto come filosofo del sovrano. Dopo la morte d’Enrico, divenne il filosofo  di lui figlio, Federico II, che lo rese degno di confidenza e apprezzamento. Fra gl’attività legate ai saggi filosofici, scrive e un saggio sui bagni minerali di Pozzuoli, il “De balneis puteolanis”. In questo poema filosofico rimato vengono descritti con precisione il luogo, le qualità e le virtù dei suddetti bagni. Scrive inoltre II opere nelle quali celebra le gesta d’Enrico VI e Federico II. “De triumphis Henrici imperatoris de his quae a Friderico II imperatore praeclare ac fortifer gesta sunt”. Panvini di S. Caterina Salvatore De Renzi, Panvini di S. Caterina, Biografia degl’uomini illustri della Sicilia, Ortolani, Napoli, S. De Renzi, “Storia documentata della scuola medica di Salerno” (Napoli). Alcaldino di Siracusa. Siracusa. Keywords: i bagni di Pozzuoli. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Siracusa” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Sirenio: la ragione conversazionale del ‘libero’ arbitrio – la scuola di Brescia. filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Brescia). Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Brescia, Lombardia. Insegna a Bologna. Altri saggi: De fato, Venezia, Ziletti. H. P. Grice, “Sugar-gree”, free fall and freedom, in Actions and events. Sirenio. Keywords: libero arbitrio, contingetia, possibilitas, necessitas, ‘secundum philosophorum opinionem” fatum, casum, il fato, il caso -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Sirenio” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Siro: la ragione conversazionale dell’orto a Napoli – Roma – filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Napoli). Filosofo napoletano. Filosofo italiano. Napoli, Campania. S. founds a fililale of L’ORTO at Napoli. VIRGILIO attends it, as does ORAZIO. L’ORTO enjoys a great success, as S. succeeds in attracting a number of influential followers. VIRGILIO lives in the casino of L’ORTO -- but the subsequent fate of The Garden is unknown.

 

Luigi Speranza -- Grice e Sisenna: la ragione conversazionale dell’orto romano -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. He achieves acclaim as a historian. Cicerone suggests that S. is a member of L’ORTO, ‘but not a very consistent one.’ Lucio Cornelio Sisenna.

 

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