Luigi Speranza, "Grice italo: un dizionario d'implicature" A-Z T TR

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO; ossia, Grice e Trabalza: grammatica razionale ed implicatura conversazionale – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Bevagna). Filosofo italiano. Bevagna, Perugia, Umbria. Grice: “Russell always made fun of our stone-age metaphysics. Physics, strictly. Ad there’s nothing funny about it, if we think of SYNTACTIC CATEGORIES as reflecting ONTOLOGICAL CATEGORIES – something that goes beyond Baron Russell’s mathematically-washed brain!” Ciro Trabalza (Bevagna, 17 agosto 1871 – Roma, 21 aprile 1936) è stato un grammatico e critico letterario italiano.  Biografia Nel 1894 conseguì la laurea in lettere all'Università di Roma. Negli anni successivi insegnò in varie scuole secondarie di Empoli, Modena, Perugia e Padova, prima di intraprendere nel 1912 la carriera amministrativa, quale ispettore centrale del Ministero della pubblica istruzione e poi come direttore generale per la scuola media e per gli scambi culturali con l'estero (1921-1931)[1]. Nel corso dell'incarico ministeriale, ebbe il particolare merito di dar vita agli Istituti italiani di cultura all'estero, tuttora esistenti ed operativi nella maggior parte delle città capitali del mondo, con la funzione precipua di diffondere la lingua e la cultura italiana all'estero[2].  Come studioso si occupò di grammatica storica della lingua italiana e di critica letteraria, dal Boccaccio (1907) al Rinascimento e a tutto il secolo diciassettesimo (1913). Appare evidente l'ispirazione crociana della critica estetica di Trabalza. Il suo nome peraltro è soprattutto legato alla diffusa e discussa Storia della grammatica italiana (1908), che Alfredo Schiaffini tra gli altri ebbe a definire «poderosa e severa»[3]. Ciro Trabalza svolse altresì un'assidua attività pubblicistica e diresse, tra l'altro, la rivista «Problemi della scuola e della cultura»[4].  Opere Della vita e delle opere di Francesco Torti, Bevagna, 1896. Studi e profili, Torino, Paravia, 1902. Saggio di vocabolario umbro-italiano e viceversa, Bologna, Forni, 1905. Studi sul Boccaccio, Città di Castello, S. Lapi, 1906. Storia della grammatica italiana, Milano, Hoepli, 1908. La critica letteraria, dai primordi dell'Umanesimo a tutto il secolo diciassettesimo, Milano, Vallardi, 1913. Dipanatura critiche, Bologna, Cappelli, 1920. La grammatica degli italiani (coautore Ettore Allodoli), Firenze, Felice Le Monnier, 1934. Nazione e letteratura. Profili, saggi e discorsi, Torino, Paravia, 1936. Note ^ Fonte: Enciclopedia italiana Treccani (1937) - URL consultato il 4.2.2020 ^ Fonte: Scheda bio-bibliografica in AA. VV., Letteratura italiana - I Critici, volume quarto, Milano, Marzorati, 1970, p. 2787 ^ Giovanni Gentile, Ciro Trabalza, in Letteratura italiana - I Critici, volume quarto, cit., pp. 2777-2787 ^ Scheda in calce al profilo Ciro Trabalza, cit., p. 2787 Bibliografia Emiliano Picchiorri, TRABALZA, Ciro, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 96, 2019. URL consultato il 15 marzo 2020. Autori vari, Il concetto di grammatica, con prefazione di Benedetto Croce, Città di Castello, Lapi, 1912. Benedetto Croce, Conversazioni critiche, Bari, Laterza, 1915 Giovanni Gentile, in Frammenti di estetica e letteratura, Lanciano, R. Carabba, 1921. Carmelo Sgroi, in Prospettive letterarie, Bologna, Cappelli, 1940. Alfredo Schiaffini, in Momenti di storia della lingua italiana, Roma, Editrice Studium, 1953. Giovanni Gentile, “Ciro Trabalza”, in AA.VV., Letteratura italiana. I critici, vol. IV, Milano, Marzorati, 1987, pp. 2778-2787. Altri progetti Collabora a Wikisource Wikisource contiene una pagina dedicata a Ciro Trabalza Collabora a Wikiquote Wikiquote contiene citazioni di o su Ciro Trabalza Collegamenti esterni Trabalza, Ciro, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Wikidata TRABALZA, Ciro, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1937. Modifica su Wikidata Emiliano Picchiorri, TRABALZA, Ciro, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 96, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2019. Modifica su Wikidata Opere di Ciro Trabalza, su MLOL, Horizons Unlimited. Modifica su Wikidata (EN) Opere di Ciro Trabalza, su Open Library, Internet Archive. Portale Biografie   Portale Letteratura Categorie: Grammatici italianiCritici letterari italiani del XIX secoloCritici letterari italiani del XX secoloNati nel 1871Morti nel 1936Nati il 17 agostoMorti il 21 aprileNati a BevagnaMorti a Roma[altre]TRABALZA, Ciro  – Nacque il 17 agosto 1871 a Bevagna, da Nicola e da Virginia Perugini.  A diciassette anni si trasferì a Prato per frequentare il collegio Cicognini. Iscrittosi dapprima all’Università di Firenze, poi all’Università La Sapienza di Roma, si laureò nel 1894 con Ernesto Monaci discutendo una tesi sull’antipurista del primo Ottocento Francesco Torti, pubblicata nel 1896 con una prefazione di Luigi Morandi.  Insegnò per un ventennio nelle scuole medie di Empoli, Modena, Lacedonia, Perugia e Padova, anche dopo l’ottenimento della libera docenza universitaria: durante questi anni, oltre a saggi di taglio prevalentemente letterario, ma non privi di spunti sulla storia delle idee linguistiche, come Studi sul Boccaccio (Città di Castello 1906), si devono a Trabalza numerosi contributi sulla didattica dell’italiano, con uno spiccato interesse per la dinamica tra dialetti e lingua nazionale (cfr. Nesi, 2009). La prospettiva assunta è sia teorica, come nelle opere I frutti del lavoro (Città di Castello 1897), Nuovi frutti del lavoro (Perugia 1899) e La mia scuola: vedute pedagogiche (Perugia 1900), in cui emergono l’attenzione ai problemi della scolarità e la riflessione sui metodi didattici, sia pratico-operativa, come nel manuale Hoepli L’insegnamento dell’italiano nelle scuole secondarie: esposizione teorico-pratica con esempi (Milano 1903) o nel più noto saggio sui dialetti umbri (Saggio di vocabolario umbro-italiano e viceversa: per uso delle scuole elementari dell’Umbria, Foligno 1905), pensato per l’insegnamento dell’italiano nelle scuole elementari secondo il metodo ‘dal dialetto alla lingua’, che si ispirava alle idee di Graziadio Isaia Ascoli e aveva in Monaci uno dei suoi principali sostenitori.  Nel 1903 sposò Michelina Rosa, dalla quale ebbe quattro figli (Manlio, Maria Umbra, Folco e Maria Novella).  Sollecitato da due note di Benedetto Croce apparse nella Critica (1905), iniziò a raccogliere ingenti materiali sulla storia della riflessione grammaticale in Italia, che lo portarono alla realizzazione del suo capolavoro, la Storia della grammatica italiana (Milano 1908). -ALT  L’opera risente fortemente dell’impostazione idealistica, secondo la quale la lingua è da intendere come perpetua creazione individuale e non come fenomeno sociale e, di conseguenza, la storia della lingua è vista come parte della storia della letteratura. Per la considerazione riduttiva della grammatica descrittiva, declassata a pseudo-scienza, l’opera fu vivacemente criticata dagli studiosi contemporanei, come documenta il volume Il concetto della grammatica. A proposito di una recente Storia della grammatica (Città di Castello 1912); ciò nonostante, la Storia della grammatica ha rappresentato un riferimento bibliografico insostituibile fino a tempi recenti grazie alla ricchissima messe di dati raccolti, spesso attraverso la consultazione di materiali di prima mano. Numerosi sono gli spunti interpretativi originali presenti nell’opera (cfr. Marazzini, 2009): la ricerca di elementi di continuità tra la grammatica italiana e quella latina classica e umanistica; la valorizzazione dei trattati di retorica, importanti per lo studio degli aspetti sintattici; l’attenzione alla lessicografia e ai trattati di ortografia e pronuncia.  Continuò a essere vivo in questi anni l’interesse di Trabalza per la realtà locale perugina e le sue tradizioni, testimoniato da svariati contributi storico-eruditi (come Bevagna illustrata, Perugia 1901) e dalla fondazione della rivista Augusta Perusia, attiva tra il 1906 e il 1908. Insieme alla moglie si cimentò inoltre nella traduzione di narrativa per ragazzi, curando le prime versioni italiane di Piccoli uomini e Piccole donne di Louisa May Alcott (1905 e 1908).  Nel 1912, nominato ispettore centrale del ministero della Pubblica Istruzione, lasciò l’insegnamento e si trasferì a Roma, ma continuò a dedicarsi ai consueti temi di ricerca, ad esempio con il saggio Una singolare testimonianza sull’Alberti grammatico (in Studi dedicati a F. Torraca, Napoli 1912, pp. 263-278), che richiama l’attenzione su un passo di Mario Equicola utile ai fini dell’attribuzione della Grammatichetta vaticana a Leon Battista Alberti, la cui prima pubblicazione si deve peraltro allo stesso Trabalza, in appendice alla Storia della grammatica. Proseguì, inoltre, il proprio impegno nell’ambito della grammatica scolastica: Dal dialetto alla lingua. Nuova grammatica italiana per la IV, V e VI elementare, con 18 versioni in dialetto d’un brano dei “Promessi Sposi” (Torino 1917) è un testo indirizzato ai maestri elementari, che porta avanti il tentativo di applicazione del metodo ‘dal dialetto alla lingua’ ed è concepito come sussidio a una collana di manualetti prodotti a partire dal 1916 dalla Società filologica romana di Monaci (cfr. Picchiorri, 2011).  Nell’opera, la descrizione grammaticale evidenzia in più punti le differenze tra l’italiano e i dialetti, affinché i maestri possano sfruttare le competenze native dei bambini in una prospettiva contrastiva; l’esemplificazione finale, tuttavia, anziché favorire il percorso «dal noto all’ignoto», propone un confronto tra un brano letterario, l’episodio di fra Galdino nei Promessi sposi, e le sue traduzioni dialettali (Stella, 1999). Dunque, come ha osservato Nicola De Blasi (1993, p. 408), Trabalza «cerca di mettere d’accordo il pensiero di Manzoni, Ascoli e Croce, ma in verità la didattica è del tutto svincolata da un uso linguistico reale e il dialetto è visto non come lingua di una comunità, ma soltanto come il prodotto di una creazione individuale».  Nel 1920 pubblicò la Novissima grammatichetta italiana, rielaborazione della grammatica del 1917 indirizzata non più agli insegnanti ma agli alunni delle scuole elementari (e, in una versione del 1921, delle medie): come osserva Annalisa Nesi (2009, pp. 49-51), vennero notevolmente ridotte le descrizioni fonetiche, mentre furono arricchiti l’esemplificazione, il confronto con gli usi locali e le indicazioni volte a indirizzare l’uso, anche nella pronuncia; inoltre, le versioni dialettali del passo manzoniano furono sostituite da esercizi basati sul riconoscimento delle differenze tra italiano e dialetti.  Dal 1921 al 1928, come direttore generale delle scuole italiane all’estero, favorì l’istituzione di cattedre di lingua e letteratura italiana nelle università estere e la creazione di istituti italiani di cultura (cfr. Brincat, 2009) e trattò il tema della diffusione della cultura italiana nel mondo nei saggi La scuola e la cultura italiana all’estero (Milano 1923) e Scuola e italianità (Bologna 1926): nonostante l’adesione al fascismo mostrata in questo frangente, fu accusato di disfattismo in un articolo anonimo apparso in Roma fascista del 30 maggio 1925. Fervida, in questi anni, fu l’attività editoriale nel campo scolastico, con la realizzazione di numerose antologie, spesso insieme ad altri autori, come Ettore Allodoli, Giuseppe Zucchetti e Pietro Paolo Trompeo.  Dal 1928 al 1931 fu direttore generale per l’Istruzione media e divulgò le idee della politica scolastica gentiliana attraverso gli Annali dell’Istruzione media. In seguito a problemi cardiaci ottenne la collocazione a riposo nel 1931, ma continuò la sua ricca attività editoriale: insieme a Ettore Allodoli scrisse La grammatica degl’Italiani (Firenze 1934). L’opera, pur ricca di riferimenti a Benito Mussolini e al fascismo, appare assai contenuta nelle posizioni xenofobe e antidialettali (cfr. Sgroi, 2011); la sua impostazione crociana, che determinò il giudizio negativo da parte di Alfredo Schiaffini, non impedisce la presenza di diversi elementi di pregio, come l’ampio spazio riservato nell’esemplificazione a scrittori contemporanei giovani e giovanissimi e «una concezione dinamica della norma linguistica, non insensibile alla stratificazione socioculturale dei parlanti e all’avvicendarsi degl’usi lungo l’asse del tempo» (Serianni, 2006, p. 31). L’opera fu più volte ristampata negli anni successivi, anche in versioni ridotte come la Piccola grammatica degli italiani (Firenze 1935), destinata alla scuola media di primo grado e munita di esercizi, e conobbe una certa fortuna anche nel primo dopoguerra, in edizioni emendate di tutti i riferimenti al fascismo.  Morì a Roma il 21 aprile 1936.  Fonti e Bibl.: Lettere e documenti si trovano nell’Archivio Trabalza di Bevagna e, a Firenze, nelle carte De Gubernatis della Biblioteca nazionale, nelle carte Rajna della Biblioteca Marucelliana, nel Fondo Migliorini dell’Accademia della Crusca. Per la vita cfr. P.P. Trompeo, C. T., in Bollettino della Regia deputazione di storia patria per l’Umbria, XXXIV (1937), pp. 142-145; M.R. Trabalza, C. T. La coscienza dell’identità nazionale come cultura nella storia delle regioni, Foligno 2008; C. Trabalza, Il pioppo di S. Filippo (Memorie), Foligno 2009. Per l’opera cfr. N. De Blasi, L’italiano nella scuola, in Storia della lingua italiana, a cura di L. Serianni - P. Trifone, I, Torino 1993, pp. 383-423; A. Stella, Il miracolo delle noci e la sapienza dei dialetti, in I colori della letteratura nella Lombardia postunitaria. Per Ettore Mazzali. Atti del Convegno..., Godiasco-Rivanazzano... 1997, a cura di G. Polimeni, Varzi 1999, pp. 79-104; L. Serianni, Prima lezione di grammatica, Roma-Bari 2006, pp. 31 s.; T. De Mauro, C. T., in Lexicon grammaticorum, a cura di H. Stammerjohann, II, Tübingen 2009, ad vocem; C. T. A cento anni dalla «Storia della grammatica italiana». Atti della Giornata di studio, a cura di A. Nesi, Firenze 2009 (in partic. C. Marazzini, La “Storia della grammatica italiana” di C. T., pp. 15-30; A. Nesi, C. T. e la didattica dell’italiano, pp. 43-64; G. Brincat, L’impegno di T. nell’insegnamento dell’italiano all’estero, pp. 89-98); E. Picchiorri, Impostazioni teoriche e modelli di lingua nei manualetti per lo studio dell’italiano a partire dal dialetto (1915-1925), in Storia della lingua italiana e storia dell’Italia unita. L’italiano e lo Stato nazionale. Atti del IX Convegno dell’ASLI,... 2010, a cura di A. Nesi - S. Morgana - N. Maraschio, Firenze 2011, pp. 485-495; S.C. Sgroi, La grammatica degl’Italiani di C. T. ed Ettore Allodoli (1934): grammatica fascista?, in Lo spettacolo delle parole. Studi di storia linguistica e di onomastica in ricordo di Sergio Raffaelli, a cura di M. Fanfani - E. Caffarelli, Roma 2011, pp. 283-308; S. Demartini, Grammatica e grammatiche in Italia nella prima metà del Novecento. Il dibattito linguistico e la produzione testuale, Firenze 2015, pp. 42-45, 82 s., 96-98, 157 ss.; R. Cella, Grammatica per la scuola, in Storia dell’italiano scritto, a cura di G. Antonelli - M. Motolese - L. Tomasin, IV, Roma 2018, pp. 97-140.CIRO T. STORIA DELLA GRAMMATICA ITALIANA, Hoepli, EDITORE E LIBRAIO DELLA REAL CASA, IllM, MILANO. SEEf PF;icrWICES Imwmkm Milano, Allegretti, Via Orti. A CROCE. L'idea del saggio,  affacciatalisi alla mente di T. or sono parecchi anni nella conoscenza che fa degli studi grammaticali di SANCTIS (si veda), si rafferma quando appare l’estetica di CROCE (si veda), che, avvalorandomela,  l’offre insieme un criterio direttivo per metterla in atto. E ora puo ben dichiarare che, se un vasto materiale, tenuto sin qui in poco o  nessun conto o male utilizzato pella storia della filosofia, puo acquistare un prezzo e servire a una costruzione, ciò è  stato  principalmente  in virtù  di quell'organico SISTEMA FILOSOFICO, della cui verità e fecondità  esso vuole essere a sua volta  una conferma. Per tale stretta dipendenza, oltre che per omaggio di riverente e affettuosa gratitudine, il saggio di T. porta in fronte il nome illustre e caro di CROCE (si veda). Il principio idealistico, propugnato con tanta lucidità e originalità da CROCE (si veda)  nell'ESTETICA – nel senso medievale di SENSIBILIA, cioe, psicologia RAZIONALE -- e nella logica, guadagna moltissimi  filosofi e suscita un salutare e assai palese rinnovamento negli  studi  filosofici, così che le pagine di T. hanno la fortuna di trovare dinanzi a sé un terreno in gran parte sgombro di vecchi pregiudizi teorici sull’arte, sulla letteratura e sulla LINGUA ITALIANA; ma, avutoriguardo al vario e largo pubblico cui si rivolgono, non sognano neppure di passare senza discussioni. Qui l'estetica generale non soltanto è applicata in tutto il suo rigore allo studio dello svolgimento della GRAMMATICA (strettamente, letteratura), all'interpretazione cioè d'un movimento filosofico che,  alimentandosi e insieme ponendosi al servizio della creazione artistica, si volge con isforzi più o meno consci verso la vita della scienza. Ma, per mezzo appunto e in aiuto di codesta interpretazione, è portata necessariamente a sperimentarsi e farsi valere nella critica di tanti concetti e teoriche e problemi particolari della LINGUA ITALIANA, stilistica e storia, che i motivi e l’occasioni del dissenso da parte di chi non l'abbia familiare, saranno  frequenti  quanto  inevitabili. Ma il dissenso è tutt'altro che temibile: è da sperare, invece, che qualcuno ne sia spinto a rendersi ragione d'un principio di cui ha pur dovuto avvertire la efficacia nella dichiarazione e valutazione di tanti fatti e fenomeni. D’altra parte, chi non sente d'approvare l’idee che qui si sostengono, non potrà, suo auguro, disconoscere l'utilità de'ragguagli che il saggio porge su di un complesso non trascurabile d’opere e di questioni. Circa il modo poi ond'è stato raccolto e ordinato codesto vario materiale, T. crede quasi superfluo il far notare che, senza contravvenire ai canoni più rispettati dell'indagine erudita, esso ha dovuto soggiacere soprattutto al criterio della scelta e della  maggiore o minore considerazione, che logicamente s'impone a chi fa storia d' idee. Onde non desterà maraviglia che a volte ci siamo indugiati di più su documenti, che ad altra stregua non solo sarebbero giudicati di diversa importanza e con diverso metodo, ma che parrebbero esser fuori della cerchia stessa del nostro tema. Li sia lecito, infine, in questa pagina dove un gentile costume ha trovato sempre un posto anche agl’affetti che  s'accompagnano per fortuna alle nostre fatiche, esprimere i suoi ringraziamenti migliori ai carissimi amici il conte ANSIDEI (si veda) e  BRIGANTI (si veda), suo coadiutore, della Comunale di Perugia, all'ottimo  cav. Avetta e a tutti i suoi egregi ufficiali  dell' Universitaria di Padova, che facilitano con ogni maniera  di  cortesia  e  di dottrina le modeste ma non sempre agevoli ricerche, a cui, in queste due care città più lungamente che altrove, li è gradito l'attendere, e a VALCANOVER (si veda), studente di lettere, che volle con ingegno e disinteresse aiutarmi nella compilazione dell'indice e dei sommari. Padova. Una  STORIA DELLA GRAMMATICA ITALIANA è  un  lavoro  relativamente facile  per  chi  ha  fede nella  grammatica. Si muove d’un tipo, che si reputa RAZIONALE, di grammatica  scientifica, e s’espone la storia della grammatica della LINGUA d’Italia commisurandola a quel tipo, cioè: rispetto ai progressi fatti nell'escogitazioni delle CATEGORIE SINTATTICHE grammaticali; rispetto all'esattezza con cui, seguendo quelle categorie, sono state analizzate e comprese le  forme della LINGUA d’ITALIA. Ma la cosa diventa assai più difficile per chi non ha più quella fede semplicistica. E come  averla? Della dissoluzione della grammatica compiuta dallo spirito sono varie e tutte  evidenti le manifestazioni. Se il buon senso non manca mai di ribellarsi contro ciò che d'arbitrario è nel concetto d'una grammatica contenente i precetti del ben parlare, accettati a occhi chiusi dalla servile pedanteria letteraria o scolastica. Ricordisi l'esempio tipico di tali  ribellioni, il motto attribuito a Voltaire: tanto peggio pella grammatica. Oggi, mentre codesta servilità è presso che distrutta o se ne sta nascosta per paura del ridicolo, quella ribellione si può dire vittoriosa. Si parli o si scriva, quanti si sentono più stretti dalla camicia di forza della grammatica,  onde sono un tempo torturati anche i filosofi più seri? Quel penoso e un po’comico guardarsi d’attorno per non metter il piede sui roveti e nelle falle del temuto codice, chi lo sopporta più? La filosofia ha da travagliarsi in ben altri problemi che non sono quelli d'un impacciarne e infecondo verbalismo. Dinanzi a tanto turbinio di cose, al complicarsi e all'approfondirsi della vita, al sorger  perenne di tanti interessi spirituali, qual cervello può continuare a baloccarsi colle parole, le frasi e i costrutti di parata? Nelle CONVERSAZIONI e ne’ritrovi nei saggi il temerario che osi rinnovare le quisquilie che tanto appassionanoi nostri nonni e alimentano la chiacchiera delle nostre accademie, s'accorge subito di non aver più ascoltatori o d'averli mal disposti a seguirlo: e per  qualche impenitente che si pigli la briga di fargli eco, quanti gli si stringono addosso per zittirlo! La grammatica perde ogni importanza negl’animi di tutti, anche di coloro che non fan professione di filosofo. Anzi, quegli stessi che l'insegnano, non mancano d'avvertire che non colla grammatica s'impara a parlare, ma col tener vigile lo spirito all'osservazione, all’impressioni della vita,  e che lo studio d’essa non va fatto sistematicamente, ma praticamente sugli scrittori, che soli possono formare il gusto e l'abito del rettamente parlare. Sicché nelle nostre scuole la grammatica è ridotta, anche se se ne adottino i testi, a poche e saltuarie osservazioni riguardanti pello più la forma delle voci o il reggimento degl’elementi della proposizione o del periodo, quando le  suggeriscano o l’ispirino gl’esempi degl’autori che si leggono o gli spropositi onde s'infiorano i componimenti, esclusi perfino i paradigmi de'nomi e de'verbi e le liste dell’eccezioni. Ma la critica della grammatica prende ai nostri tempi forma scientifica, innestata naturalmente nei grandi sistemi della filosofia dello spirito. Tra questi è superfluo che T. ricordi quello che pella sua salda  unità ha così profonda efficacia sullo svolgimento della FILOSOFIA. T. intende quella di CROCE (si veda). Dalle due attività teoretiche dello spirito, l'intuitiva e la logica, non si producono che immagini e concetti, ch’arte e scienza: fuori di questi due, non ci sono altri prodotti teoretici che possano costituire per sé oggetto di speculazione filosofica; essi soli sono la realità in cui si  possa esprimere tutta l'attività nostra conoscitiva. Se dunque ci si presentano altri fatti apparentemente diversi colla pretesa d’essere studiati scientificamente in sede propria, noi sappiamo cpial è l'obbligo nostro: scoperto il procedimento artificiale per cui son venuti ad assumere aspetto di formazioni indipendenti, spogliatili delle esteriorità che danno loro apparenza di corpi, d’organismi  capaci di vita e d’evoluzione propria, ricondurli e ridurli  nella loro essenza nuda all'una o all'altra di quelle due forme d’attività. La lingua è tra questi il fatto che suscita le maggiori e più resistenti illusioni, perchè con tutti gli studi ai quali si presta nel terreno empirico, descrittivo, storico, didattico, come suono, voce, forma, costrutto, ritmo, mutamento, uso, rappresentazione, essa,  sciolta e raccolta come realtà in grammatiche e vocabolari, finisce col crearsi un proprio dominio, farsene assoluta padrona, e imporre autorità e rispetto e esigere un culto speciale. Ma studiata scientificamente, ossia come realmente jA\>\>ax?.. e non come la formiamo noi astraendo dall’oggetto reale in cui è incorporata, essa è inseparabile dal discorso vivo, dall'opera letteraria in cui s'incarna, ed è quell’opera stessa, quel discorso  stesso. Onde non vi ha luogo ad uno studio veramente scientifico ossia organico e filosofico  della lingua fuori dello studio della letteratura e dell'arte. Conseguenza di ciò, la filosofia della lingua fa tutt'uno colla filosofia dell'arte, ossia coll'estetica; la storia della lingua fa tutt'uno colla storia della letteratura. La lingua è sempre individualizzata, ed è quindi perpetua creazione, irriducibile a leggi  fisse. Ciò posto, la grammatica – strettamente, letteratura -- che cos'è? Espediente  didattico, privo di valore scientifico, perchè privo di problema scientifico. E una stona della grammatica si scolora agl’occhi dello studioso dello svolgimento della  scienza e della  letteratura, ed appare più che altro materia propria non  già della storia della FILOSOFIA, ma della storia dei costumi e dell’istituzioni, legata piuttosto alla storia dell'insegnamento che non a quella della letteratura, la filosofia e della  scienza. E com'è  anti-scientifico il suo fondamento, cosi  arbitrarie sono le sue CATEGORIE, variabili da grammatico e grammatico, e variate infatti d’Aristotile del LIZIO, che ne ammette due o tre, al  hSuommattei, che n ammi. se dodici, a noi moderni che siamo tornati alle nove tradizionali: variabili ancora, naturalmente, da lingua a lingua, potendo accadere ch’appaiano in esse alcune delle pretese parti del discorso che non appaiono (CROCE (si veda),  Estetica, Palermo; e in La Critica, per i rapporti tra grammatica e logicai, e] Vossler, Positivismus und Ideatisuius in der  Sprachiwssenschaft, Heidelberg. Anche prima di PRISCIANO se ne sono già elaborate tredici o quattordici in altre. Chi direbbe che qualche lingua s'è scoperta mancante del verbo, nientemeno la categoria del moto e dell'azione e dell'esistenza, che tutti i grammatici filosofici ritengono appunto la parte principale del discorso, la colonna che sostiene tutta la proposizione? Le categorie  grammaticali  sorgeno dal  bisogno di comprendere e spiegare la relazione intercedente tra gl’elementi della lingua e gl’elementi del pensiero, il rapporto tra i segni e le cose: sorgeno insomma, non si può disconoscere, dal bisogno di sciogliere un problema scientifico che la coscienza avverte; ma, non conquistato ancora il problema della conoscenza nel suo duplice aspetto d’intuizione  e intelletto, e ridotta l'attività dello spirito alla sola forma logica, è naturale che i prodotti di questa attività apparissero d'una sola natura, e tanto gl’estetici quanto i logici si cercassero di spiegare coll'unico principio logico: e ne deriva l'annullamento dell'espressione: questa, che è il prodotto dell'elaborazione fantastica, è sottoposta a un'elaborazione logica, sicché, distrutta l'espressione  dividendola ne'suoi pretesi elementi, su ciascuno di questi si foggia una categoria: si  hanno così tante astrazioni particolari, e a ciascuna è attribuita una funzione espressiva: ricavati i concetti di moto o azione, d’ente o di materia, se ne fecero le categorie di verbo e di nome, e si crede d'aver trovata l'espressione del moto e dell'ente, cioè la formula con cui esprimerli. Ora l'errore  scientifico è appunto non nel lecito trapasso dall'estetico al logico, ma in questo ripassare dal logico all'estetico, nel dare all'astrazione funzione espressiva, nel ridurre a norma, a legge ciò ch’è semplice conseguenza d'un’elaborazione arbitraria sì, ma consentita dalla pratica esigenza di raggruppare sotto determinati concetti determinate parole. M’una volta ottenuti questi raggruppamenti,  è facile avvertirne l'utile pel rispetto  didattico dell'apprendimenti della lingua d’ITALIA, ossia de'cosidetti mezzi d'espressione. E le categorie Iinduistiche si mantennero anrhp contro la loro inconsistenza scientifica, a soddisfare a giella--pratica  esigenza nioltiplicate e suddivise secondo i vari punti di vista didattici, e è prevedibile ch’almeno entro certi limiti si manterranno, s'intende per quel mèdesimo scopo: e si manterranno anche l’altre parti della grammatica, fonologia, sintassi, metrica, ecc., sorte analogamente, perchè anch'esse potranno aiutare l'apprendimento della lingua d’ITALIA, la raccolta del materiale da ri-elaborare nell’espressioni. Assolutamente necessarie il mantenerle, in fondo, non  sarebbe\ perchè a fornirci del materiale linguistico, può bastare  ascoltare chi parla, cioè a dire, studiare il discorso vivo, realmente parlato, senza tagliuzzarlo; ma, certo, alcuni raggruppamenti, specie delle forme flessive, di famiglie di vocaboli, di particelle relative, nonché avvertimenti sull'uso e i nessi delle parti del discorso, saranno sempre utili rome aiuti alla memoria, e più, s'intende, pelle  lingue straniere che pella materna. Lo studio degli  schemi grammaticali in tutta la loro esuberanza e varietà è dubbio che possa riuscire al proposito molto fecondo. I limiti qui sono segnati dalla pratica dell'insegnamento e dai bisogni individuali degl’auto-didatti. Ma nei libri dei grammatici non v'è  solo questo contenuto didattico, solo escogitazione d’espedienti, solo metodo. Tentativi, spesso vani, di razionalizzare l’empiriche  distinzioni; crubbi, spesso generatori d’affermazioni e intuizioni ragionevoli; confessioni spesso ingenue, e pure importanti come prove di stati di coscienza ch’hanno disposto alla scienza, se la tradizione non avesse così fortemente prepotuto; contradizioni che sarebbero state preziose, ove fossero state in tempo avvertite; ribellioni improvvise e reazioni a regole state generalmente accettate, questi e altrettanti documenti di progresso non mancano quasi mai anche in grammatici inerti, ripetitori di travamenti altrui. Insomma, nei libri de’grammatici appare una linea di progresso sui generis, il  jDrogTgssxi cibila, dissoluzione, il progresso della morte. E sotto questo riguardo ognun vede quale e quanta importanza acquisti subito lo studio d’essi, e come un tale studio  ri-entri nel dominio diretto della storia del pensiero e dell'arte. Si tratta di vedere come dalla grammatica empirica si passa alla grammatica filosofica e da questa all’estetica. È il medesimo interesse, la medesima portata ch’offre la storia della poetica. Che cos'è questa storia? È la descrizione di quel caratteristico processo per cui  la dottrina umanistica dell'imitazione, quale è plasmata  dal rinascimento italiano sulla poetica rediviva d’Aristotile nel LIZIO cristallizzata in regole dogmatiche, è dal classicismo italiano, gallo, britannico, riguardata prima sotto il rispetto dell'ingegno, poi di ragione, in fine di gusto, fino alla conquista romantica del principio critico dell'immaginazione creativa, ossia la storia d'una codificazione poetica completa e del suo progressivo e  totale disfacimento. Poetica e grammatica, disfacendosi dopo la loro evoluzione, mettono capo egualmente, toccando a lor volta e ciascuna ne'propri limiti e gradi l'attività critica concreta e la letteratura stessa, alla filosofia dell'arte, all'estetica. Da questo punto di vista par che concepisse SANCTIS (si veda) una STORIA DELLA GRAMMATICA RAZIONALE, a giudicar dai tentativi  che compì in proposito quando s'è dato con vero fervore agli studi grammaticali, e dal disegno d'una grammatica filosofica intorno a cui si travaglia senza venirne a capo pella difficoltà che ne presenta l'esecuzione e la sua stess preparazione filosofica. Svolgendo, esercitando e scaltrendo il pronto e vivace intelletto, disposto da natura a ripiegarsi su stesso, nelle varie correnti filosofiche  predominanti al suo tempo, nelle larghe e intense letture di grammatici, nella pratica dell'insegnamento e nella scuola di Puoti di cui è insieme collaboratore, non tarda a ribellarsi alla grammatica tradizionale e ad accorgersi che in questo campo è tutto d’innovare. Con quello della grammatica che viene trattando, concepì l'ardito disegno d’una storia delle forme grammaticali rifacendosi  dall'antichità; ma pella sua scarsa grecità e l'ignoranza delle cose orientali, dopo vani tentativi appresso a VICO (si veda) e Schlegel, si riduce a tracciare una storia dei grammatici da lui letti, criticando dapprima quelli che tutto derivavano dalla lingua del LAZIO, poi gli studiosi della lingua, copiosi di regole e d'esempi, poi i galli, la cui grammatica ragionata non lo soddisface che a  mezzo, perchè sente che quel  ragionare la grammatica non è ancora la scienza. Che egli intuisse già che la risoluzione del tormentoso problema è nell'identificazione del FATTO della lingua coll fatto estetico, appare chiaramente da questa esplicita dichiarazione. Sostene che quella de-composizione di amo in sono amante l'incadavera la parola, Spingarn, La critica letteraria nel  rinascimento, Bari. SANCTIS (si veda), frammento  autobiografico, pubbl. da  P.  Yn.i.AKi,  Napoli; Scritti inediti o rari, pubbl. cur. CROCE (si veda), Napoli; e, sopratutto, i saggi nei saggi critici, Napoli, col  titolo “Frammenti di scuola.” sottrae tutto quel moto che le viene dalla volontà in atto. Si senteno quei giudizi acuti con raccoglimento, e si credeno in tutta buona fede quell'uno  che dove oscurare i galli e irradiare l'Italia d’una altra scienza. E in verità in sostene che la grammatica non è solo un'arte, ma ch'è principalmente una scienza: è e dove essere. Questa scienza della grammatica, malgrado le tante grammatiche ragionate e filosofiche, è per lui ancora di là da venire. Non par dubbio che, se SANCTIS (si veda) avesse ripreso quel suo disegno di storia della  grammatica, l' avrebbe condotto dal punto di vista della critica, donde è condotto il saggio di T. Dato questo punto di vista è certo desiderabile fare, anziché la storia della grammatica della lingua d’ITALIA, quella della grammatica in genere, appunto secondo il disegno di SANCTIS [si veda]; e in Italia stessa, anziché limitarsi alla grammatica della lingua d’ITALIA, estendersi anche  alle costruzioni di grammatiche della LINGUA DEL LAZIO; e sarebbe stato anche bene congiungerla collo studio delle speculazioni sulla lingua, delle controversie intorno alla lingua ecc. Ma, senza dire che ciò abbiamo cercato di fare in parte, sempre quando il legame tra le dottrine grammaticali in genere, quelle costruzioni italiane e straniere e quello  studio e le grammatiche da noi  esaminate è strettissimo, essendo questo imprescindibile obbligo nostro di storici, a quel fine il materiale è vasto e ingrato, sì d’averci costretti per ora a studiare il solo svolgimento della grammatica della LINGUA D’ITALIA, la quale peraltro, non che riflettere in sé quasi con pienezza il procedimento di quella più ampia formazione, ce n’illustra la fase più interessante per noi, quella dello sfacimento, quella cioè della grammatica volgare, e di questa l'aspetto ancor più caratteristico, l'italiano. Poiché, mentre la grammatica, delle lingue classiche, sebbene connessa anch'essa a un sistema di dottrine poetiche, quello dell'antichità, e sbocciata da discussioni e per fini d'ordine logico, conserva pur sempre il suo carattere d’espediente didattico e ermeneutico pell'apprendimento della lingua e pella  interpretazione  degli  scrittori, per cui, non è sorta, m’erasi venuta  formando e l'avevano infine sistemata gl’alessandrini non senza ammirevoli tentativi di spiegarne filosoficamente le categorie, anche quando pretese concorrere alla formazione del perfetto oratore, come è specialmente presso i Romani; la grammatica volgare, non solo, perchè, nata col canone  dell'imitazione de'classici e strettamente congiunta colla poetica della rinascenza, che dove per suo fatale svolgimento soggiacere a  quel progresso di dissoluzione, ci permette di seguire un identico procedimento, tenendoci sempre in terreno scientifico per accompagnarci fino alle porte della scienza, ma, essendosi sviluppata quasi in compagnia e nel seno stesso delle letterature nel  periodo del loro maggiore fiorire, reca in sé più vivo e immediato il senso della lingua e dell'arte e quindi un più intimo e energico sforzo  di  conquistarne  e rivelarne il segreto; e la grammatica  dell'italiano, cioè della  letteratura più rigogliosa e più ricca di forme, tutto questo ci offre meglio che ciascun'altra delle lingue dell’Europa, perchè, a tacer d'altro, non solamente più varia e  complessa per luoghi e tempi, ma perchè, mentre congiunta col suo sistema, passa fuori d'Italia a plasmare il pensiero critico delle altre nazioni d’Europa, di queste poi e particolarmente della Gallia, segue alcuni grandi  indirizzi, come quello di Porto Reale e del razionalismo di H. P. Grice. Puo osservarsi, infine, che noi abbiamo parlato sin qui della grammatica normativa e non di  quella storica. Ma la grammatica storica non entra nel tema di T., perchè essa, sebbene adoperi gl’arbitrari schematismi grammaticali, ha un contenuto conoscitivo, e la storia d’esso rientra per tal modo nella storia dell'erudizione e delle ricerche storiche. E su- Parecchie delle definizioni ragionate d’Apollonio sono riprese interamente dalla grammatica generale del e continuano a esser  ammirate anche più tardi, Egger. Ma una grammatica filosofica nell'antichità non è neppur tentata. Pur consentendo con quanto dice BORGESE (si veda) nella  sua storia della critica romantica in Italia, Napoli, del carattere e degli spiriti dell’alessandrinismo umanistico, è facile riconoscere che la grammatica sorge e si sviluppa in condizioni più vantaggiose per i risultati scientifici che  non l'antica. L’antica si svolge in tempi di progrediente decadenza di pensiero e di coltura, quella in tempo di generale progresso. VOSSLER, Die Sprache als Schdpfum: nnd Entwickelunx,  Heidelberg. perfluo, peraltro, avvertire, anche qui, che non abbiamo trascurato d’occuparcene ogni volta che l'erudizione filologica muove da uno sforzo, T dice così, di sciogliere il problema  grammaticale, e si connetteva perciò intimamente colla grammatica  normativa: anzi, qualche volta, temiamo d’esserci inoltrati in questo campo troppo più in là che il tema di T. consente, come, p. es., a proposito di Castelvetro, la cui Giunta, di dominio certamente della grammatica storica, T. esamina con cura minuziosa. Ma l'eccessivo, se ci sarà, ci vede scusato; non tanto pel fatto che forse certe parti dell'opera di grammatici, come anche questa di Castelvetro, a non allontanarci dal esempio di T., non sono tenute nel debito conto neppur dagli storici, quanto pella considerazione che certi nuclei d'erudizione grammaticale-filologica, escogitati pel comodo pratico, interessano anche lo studioso della storia del costume e delle istituzioni scolastiche, alla quale abbiamo  pur sempre tenuto l'occhio e di cui T. da qui non poche linee. Sicché giova sperare che i lettori finiranno col  trovare nel saggio di T. più di quanto il titolo non  prometta, mentre, in fondo, nulla si pio dire superfluamente accoltovi che non serve ad illuminare l'oggetto che ne è l'argomento principale, e l'istesso punto di vista  al quale l'abbiamo considerato. La concreta e sistematica  compilazione delle regole della grammatica della LINGUA D’ITALIA è  insieme comune resultato di due degl’effetti prodotti sulla letteratura del rinascimento dal canone umanistico dell'imitazione de'classici della LINGUA DEL LAZIO DEI ROMANI, cioè, il culto e lo studio della forma esteriore e lo sviluppo della critica applicata o pratica, e conseguenza non ultima della trionfante  difesa del VOLGARE – tedesco, volgare, lingua d’ITALIA -- di contro alla LINGUA DEL LAZIO, ch’è a sua volta presentimento dell'importanza che nella coscienza assume definitivamente e vigorosamente la  lingua della NAZIONE d’ITALIA: prodotto, dunque, di due diverse tendenze, di due diversi indirizzi, il classico e il romantico. Né le sono estranee talune condizioni della  vita sociale, la diffusa cultura, p. es., e, in particolare, il sentimento della bellezza e della grazia, se non della gravita – Trudgill, Italian is the most beautiful language – ch’esige anco un'eloquio ornato e polito. Spinti dal bisogno di giustificare criticamente 1'immensa letteratura fantastica che il ri-fiorire degli studi ritorna alla luce e all'ammirazione, gl’umanisti, superando le dottrine  poetiche del Medioevo che suonano sprezzo o condanna della poesia, e procedendo di superamento in superamento, passando cioè attraverso le concezioni della natura della poesia in termini prima di teologia, poeta theologus, poi d’oratoria, poeta orator, poi di rettorica e filologia, poeta-rhetor e philologus, finirono col restituire la loro indipendenza d’ogni funzione allegorica ai  prodotti  dell'immaginazione e col rimettere la poesia al posto che le spetta nella vita e nell'arte, giungendo così insieme a riconsacrare la bellezza classica e a proclamare come base estetica della letteratura l'imitazione dei classici: quindi studio dell'artificio della poesia classica, quindi ricerca di principi e regole pratiche pella più perfetta  imitazione, e, tra queste,  anche le grammaticali. D'altra  parte, il VOLGARE – tedesco, volgare --, il che vuol dire la nostra gloriosa tradizione, non mai del tutto negletto pur nel periodo più febbrile e intemperante della indagine erudita sull'antichità classica, è venuto levando audacemente il capo sopra il sentimento stesso del proprio valore. Già l'umanesimo stesso non è mica, che non puo essere, ri-sorgimento, re-incarnazione dello spirito  classico: tutta la vita medioevale non è vissuta indarno e non se ne potevan con un tratto di penna cancellare non dice T. le tracce, ma gl’effetti sullo spirito!/ moderno: che è anzi essa se non ROMANESIMO, nella sua sostanza incorruttibile, più che non fosse o potesse essere il soffio inane onde si voleva ravvivare un presunto cadavere? E poiché quella vita è espressa in opere volgari  come la divina commedia, il decameron, il canzoniere, e ora ad altre correnti spirituali, alla dottrina e alla speculazione si vede pure che IL VOLGARE – tedesco, il volgare --  è più che bastevole, il difenderlo dove ben apparire vittoria sicura, l'affermarne la virtù un dovere, e un diritto l'estendere anche ai suoi precedenti monumenti letterari il canone dell’imitazione: i nostri massimi  fiorentini dovevan valere quanto i classici di ROMA: quindi studio e osservazione della loro forma esteriore, applicazione pratica delle loro regole: quindi anche grammatica volgare. Questo processo, d'intuitiva evidenza specie per chi tenga presente la storia della poetica del ri-nascimento, ci spiega esattamente il contenuto e le fogge della PRIMA GRAMMATICA, i germi in sé  concepiti del suo svolgimento, dice T  anche la sua mossa e il punto di partenza nel tempo e nello spazio. Vossler,  Poetische Theorien in  der  italienischen  FrUhrenaissance, Berlin. Spingarn. A renderne più convincente la dimostrazione, ci soccorre, per buona fortuna, un documento molto interessante, che ri-entra poi per sé stesso e proprio qui all'ingresso del nostro cammino, come  oggetto diretto della storia di T.: quelle regole della volger lingua fiorentina, che si trovavano manoscritte nella libreria medicea, e di cui T. pubblica il testo secondo una copia ricavatane conservata nella biblioteca vaticana, cod. vat. reg.. Codeste regole, come ben appare non solo dal titolo ma dal proemio e da tutta l'operetta, sono fondate con piena coscienza sull'uso vivo fiorentino,  mentre la prima grammatica italiana che viede la luce, Fortunio,  Bembo, ha il suo fondamento negl'imitandi  classici, che per i volgaristi sono quel che pegli’umanisti CICERONE e LIVIO. Basta questo fatto a dimostrare che la prima grammatica italiana ha la sua origine in quel movimento umanistico che consacra il  principio dell'imitazione dei classici ed è perciò connessa colla  poetica del ri-nascimento; muove cioè, quel che più importa osservare a T., verso il suo intento precettistico d’una spinta dice T. così estetica o, in qualche modo, d'ordine scientifico;  mentre la grammatica vaticana è, non solo espres- [MORANDI (si veda), Il primo vocabolario e la prima grammatiche della nostra lingua, Antologia. Sensi, Un libro che si crede perduto, ALBERTI (si veda) grammatico, in  //  Fanf. d. Dom. Al  Cian,  che nel suo bel saggio su Bembo, Un  decennio della vita di Bembo, Torino, dubitando della possibilità di ritrovar il libretto catalogato nell’inventario della libreria medicea, manifesta rincrescimento di non poter sapere che cosa sono quelle regole della lingua fiorentina, sfugge forse la segnalazione che della copia vaticana d’esse fa  Torri nell'edizione dell’opere minori d’ALIGHIERI (si veda), Livorno, sbagliando, però, come avverte Morandi, a cui non è sfuggita, nell'aftèrmare che l'originale senza dubbio appartene a Lorenzo de’MEDICI (si veda), Duca d'Urbino, quando invece l'avvertenza del copista, Sumptum ex bibliotecha  L. medices Romae anno  humanatj Dej. Decembris ultima exactum va riferita a  Lorenzo il mgnifico, Leon riscatta dai frati di San Marco in Firenze e fatto portare nel suo palazzo in Roma la biblioteca paterna. Ne è punto da dubitare che questa copia fatta in  Roma e passata da Bourdelot a sione d'un bisogno pratico già sentito in un momento di decadenza del volgare sotto l' irrompere della cultura umanistica e pel quale si collega perciò a quel particolare movimento in favore del volgare che culmina col certame coronario, ma specialmente dimostrazione e applicazione, fatte con fini polemici, d'un altro principio teorico di grande importanza, primamente scaturito dalle discussioni coeve sui rapporti tra LA LINGUA DEL LAZIO e il volgare. Mentre,  pertanto,  Xe^Jl regole di FORTUNIO (si veda) iniziano uno svolgimento che dura, per un rispetto,  ne concludono un’altro, di cui si potrebbero rintracciare i lontani precedenti nell'insegnamento de'dettatori di BOLOGNA e nell’elevate cure spese dall'ALIGHIERI (si veda) a vantaggio del volgar materno – Brook, Potter, Our mother tongue. Per ciò che concerne poi la motivazione critica, tra l’inedita grammatica vaticana e la prima nostra grammatica edita, per T. è quasi una soluzione  di continuità, se con quella non è congiunta d’una comune coscienza dell'importanza della lingua della nazione d’ITALIA, che è in se insita; e se volessimo trovarle una continuazione, meglio che riallacciarla colla grammatica dei toscani, Giambullari, che non è eseguita secondo i  principi pur additati da Gelli, dovremmo scendere addirittura alla  grammatica di MANZONI del Cristina  di Svezia, e quindi alla biblioteca vaticana, dove si trova in principio del cod. reg., a  ce., non è una copia dell'originale mediceo che col titolo di Regule lingue fiorentine, o di Regole della lingua  fiorentina, si trova indicato in tre esemplari dell'inventario d’essa Libreria, compilato, e da PICCOLOMINI (si veda) dato in luce, Arch. stor. Hai., Morandi. Il cod. che consta d’una raccolta  di codicetti diversi, contiene anche il  trattato d’ALIGHIERI,  DE VVLGARI ELOVENTIA, che appartenne a Bembo, e col quale la grammatichetta  scambia la guardia: infatti la guardia che precede il trattato dantesco reca Della THOSCANA SENZ’AUTTORE, e  davanti alla grammatichetta vi son due guardie, una delle quali reca sul recto Dante della Volo. Lino, e l'altra sul verso  Dantes de Vulgari  [diomate. Cir . Il trattato De vulgari eloquentia cur. R.AJNA,  Milano. È curioso che la grammatichetta sia venuta a trovarsi congiunta coll'insigne operetta di Dante copiata per Bembo, che quella grammatichetta non dove  mai vedere e ne dovette anzi ignorar  l'esistenza. uso vivo fiorentino. La nostra tradizione grammaticale benché resti sempre vero quel ch’è  osservato da Morandi: aver i letterati italiani in certi intervalli sostenuta la tesi di MANZONI (si veda), è classica, vale a dire fu dominata soprattutto dal principio del classicismo, che doveva necessariamente disfarla. E si potrebbe aggiungere, se fè il caso di discorrere di ciò che non avvenne, che la grammatica normativa avrebbe forse alla pratica rtsi maggiori servizi, s’avesse continuato nella forma e cogl'intenti  della grammatica vaticana, certo assai più consoni e praticamente utili a quell'esigenza pella quale è giustificabile, l'apprendimento della lingua. Ben diversa è la spinta teorica della grammatichetta, che l’assegna, sia rispetto ai suoi precedenti letterari, sia rispetto alle prossime produzioni consimili, un posto a sé, dandole una singolare importanza, assai maggiore di quella che possono  avere le prime grammatiche del classicismo, che non nacquero con un problema proprio, ma sono nutrite dello spirito che alimenta tutta la poetica. Sia o no d’ALBERTI (si veda), nel qual caso è da riportare indubitatamente di là dall’anno del De componendis cifris in cui ALBERTI (si veda) vi accenna come ad opera compiuta, la grammatichetta vaticana è senza alcun dubbio da  riconnettere all'azione che Alberti stesso ed altri degni di lui promossero in favore del volgare: tanto essa rispecchia il carattere delle dispute linguistiche ch’agitano i dotti, e tanto strettamente è congiunta con quella che ha a campioni Biondo e Bruni. Que’che affermano, questo è il proemio della grammatichetta, la lingua latina non essere stata comune a tutti e'populi latini, ma solo  propria di certi dotti scolastici, come hoggi la vediamo in pochi; credo deporanno quello errore, vedendo questo nostro opuscholo, in quale io racolsi l'uso [Sensi  sostiene che è d’Alberti, per molte somiglianze di pensiero e di forma che ha con passi dell’Operette morali e perchè è ben degna dell’alte vedute di quella niente altissima. Ma Morandi, ch’attende a un nuovo studio intorno  alle prime grammatiche e ai primi vocabolari, m’usa la cortesia d'avvertirmi ch’Alberti è d’escludere, e ch’è da pensare ad altri, accennandomi i nomi di Pulci e, nientemeno, di VINCI (si veda).] della lingua nostra in brevissime annotationi: qual cosa simile fecero gl'ingegni grandi e studiosi presso a’Latini: et chiamorno queste simili ammonitioni, apte a scrivere e favellare senza  corruptela, suo nome della LETTERATVRA. Quest’arte quale ella sia in la lingua nostra, leggietemi e intenderetela. È precisamente Bruni quegli che sostene essersi usate in Roma due lingue nettamente distinte, l'uma delle scritture e de'pochi dotti, l'altra comune a tutto il volgo, il quale non avrebbe inteso un'orazione forense o una commedia più che non intenda la messa, e non sa  ammettere che le femminette riuscissero a esprimersi naturalmente in una forma grammaticale, morfologica e sintattica di difficilissimo acquisto pei dotti di professione. E non ad altri ch’a Bruni e a suoi seguaci risponde Alberti quando altrove osserva. E dicono non potere credere che in  que'tempi le femmine sapessero quante cose oggi sono in quella lingua del LAZIO a molto e ben  dottissimi difficile e oscure. E per questo concludono la lingua nella quale scriveno i dotti essere una quasi arte ed invenzione scolastica piuttosto ch’intesa e saputa da molti. Ma questa è precisamente l'opinione di Biondo, a cui si deve appunto la scoperta e l'affermazione d'un fatto inchiudente quell'importante principio teorico che presede alla compilazione della grammatichetta  vaticana: uno de'non molti principi teorici di grande importanza critica pella nostra storia, che siano stati asseriti in tutto il nostro periodo grammaticale avanti il sorgere della critica della grammatica con BORDONI Scaligero e Sanzio e Portoreale. BIONDO (si veda) ha solo di recente la meritata giustizia. mentre a BRUNI (si veda) sono d’assai tempo tributati i massimi onori come a  un felice indicatore dell’origini del nostro volgare. L'oggetto della discussione avvenuta nelle anticamere pontificie tra i segretari della curia, presenti Lusco, Romano, Fiocchi, Bracciolini, Biondo e Bruni e che è poi trattata per iscritto In SENSI. Cfr. anche Rossi, Il rinascimento, Milano. D’un infelice quanto valoroso nostro corregkmario troppo presto rapito agli studi, MIGRIMI (si veda) di Perugia, il quale ri-stampa nel Propugnatore con da Biondo nel De locutione romana, da Bruni noli' Epistole, dal Poggio nelle Historiae convivales disceptativae , da Filelfo Ep. e d’ALBERTI (si veda) nel proemio al libro della famiglia, era stato il seguente, così definito da Biondo stesso: materno ne et passim apud rudem una lucida prefazioncella l'epistola di Biondo a Bruni De locutione romana, sempre rimasta alla sua edizione principe. Credo dì poter indicare come e per qual via fosse condotto Biondo a toccare il problema della lingua volgare e romana. Al tempo d’Eugenio, Roma è talmente rumata, che dieci altri anni, dice Biondo in una lettera al pontefice restauratore, premessa alla sua Roma instaurata, che ne foste stato absente, essendo ella già e per la sua antichità, e pelle tante passate affìitioni, mezza  minata, di certo, che la ne sarebbe del tutto ita per terra. Come il papa intese a restaurare con tanta liberalità e larghezza la città eterna, Biondo s'è dato a rinfrescar nelle memorie degl’uomini la notitza degl’antichi edificii; anzi delle mine, ch'ora si veggono nella città di Roma già capo e signora del mondo; ma  specialmente l'ha mosso l' ignoranza ne'secoli a dietro delle buone lettere, tale e tanta, che quel poco che si sa degl’antichi edifici,  è tutto con false e barbare voci sporcato e guasto. E con quest'animo s'è messo alla nobile fatica: Porrò dunque mano all'opera con speranza che i pochi hanno a giudicare, se la chiesa ed il palazzo di San Pietro, e di San Giovanni in Laterano riconci, e per  lo più rinovati, e se le porte di bronzo fatte alla chiesa di San  Pietro, e le riconcie mura di Vaticano, e di borgo, colle strade della città  rifatte, habbiano ad esser più stabili, ed a durare per più  tempo, per questa via d'opera di calcie, di pietre, di bronzo, che pella via delle lettere della scrittura: e medesimamente s'io m'habbia possuto co'1 rozzo stile imitare e giugnere niente a così belli  lavori con tante dispese fatte. Come degl’edilìzi, egli dunque dove osservare la corruzione della lingua, e attribuirne la causa alle medesime incursioni barbariche. Questa è la manchevolezza della sua tesi; ma, se nell'additar la causa dello scadimento Biondo erra, la materia di cui parla è però quella che veramente soggia all'evoluzione e s'è  tramutata nel volgare. Mi son giovato della  versione fatta da Fanno delle due opere di Biondo intorno a Roma e all'Italia, perchè essa, riprodotta in più stampe, ci spiega come il De locutione romana, edito primamente in fine alla Roma instaurata, non vede poi mai più la luce, non avendo seguito nella versione l'opera maggiore. Roma ristaurata, ed Italia illustrata di Biondo da Forlì. Tradotte in buona lingua volgare per Fanno, Venezia, i  ed.  Mehus. iS indoctamque multitudinem aetate nostra vulgato idiomate, an gramaticae artis usu, quod latinum appellamus, instituto loquendi more Romani orare fuerint soli. Bruni, che concepisce la grammatica non crede possibile ch’il popolo inflette nomi e verbi, quasi che, dice Mignini, la regolarità non è stata allora e poi assolutamente ex casti: sostene perciò esistere  una differenza sostanziale tra LA LINGUA DEL LAZIO de'dotti e il popolare, come tra due lingue diverse, né più né meno come tra LA LINGUA DEL LAZIO e il volgare d’altri tempi. I contemporanei magnificarono l’idee di Bruni, quasi dimostra l'origine del volgare: ma Bruni, come ben vede Mignini, fa solo una questione preliminare a questa, e la conclusione che ne scaturisce  logicamente è che la lingua volgare non  deriva  dalla LINGUA DEL LAZIO volgare, essendo state sempre immobili e inalterate le due lingue dei latini, la degl’OTTIMATI  e la plebea: LA LINGUA DEL LAZIO volgare o plebea per Bruni non è il padre della lingua volgare d’ITALIA, ma è questo stesso sempre vivo e verde e inalterato, senza che né le mutazioni naturali della  lingua,  né quelle delle popolazioni italiane avessero avuto su esso, la minima influenza. Biondo invece sostene che tra le due lingue non c’è differenza sostanziale: la differenza è solo di forma, prodotta dall’educazione domestica, dalla cura e dalla riflessione degli scrittori: e se non la deduce dall’iscrizioni e solo dalle testimonianze degli scrittori latini, ha però sempre di mira la reale condizione  della lingua degl’OTTIMATI e  popolare sotto I ROMANI, e non fa per suo conto, come parve a Schuchardt, una questione nominale. Ma quel che per noi vale assai di più è che, mentre sin allora la grammatica è stata concepita, come ancora Bruni la concipisce, una serie di regole stabilite a priori e per sempre, e quindi una lingua del tutto artificiale e immutabile, Biondo invece  avverte anche nella lingua popolare romana una sua propria regolarità, distinta naturalmente da quella che deriva dalla riflessione e dall'arte congiunta a quella che viene dalla natura. Egli voleva che ai suoi avversari questa risposta soddisface: nec naturae ac bonae consuetudinis munere regulas indoctam multitudinem scivisse, quibus grammaticam orationem omni ex partem congruam  i.m eret, ncque etiam tam longe a variationibtfs inclinationibusque et reliqua grammaticae orationis compositione illius latinitatem abfuisse, quin litterata, qualem mediocriter aetate nostra docti habent orario et videretur et esset. E una speciale regolarità venne a riconoscere conseguentemente nella lingua volgare de'suoi tempi, ponendo così il principio teorico della  possibilità d'una  grammatica del volgare, in parole ben chiare: omnibus ubique APVD ITALOS CORRVPTISSIMA etiam VVLGARITATE loquentibus idiomatis natura ìnsitum videmus, ut nemo tam rusticus, nemo tam rudis, tamque ingenio hebes sit, qui modo loqui possit, quin aliqua ex parte tempora casus modosque et numeros noverit dicendo variare, prout narrandae rei tempus ratioque videbuntur  postulare. Questa regolarità, osserva benissimo Migninij insitam idiomatis natura, è il primo Biondo, che io sappia, a notarla, e dopo di lui ripeteno l'osservazione Filelfo, Ep., ed Alberti, Proemio. Si fa così un'ottima correzione alle dottrine grammaticali, e insieme si muove un primo passo verso gli studi grammaticali sulla lingua volgare, impossibili a farsi, finché questa si crede  assolutamente ex casti. Tante vero che, è Alberti o altri, certo è un seguace di Biondo quegli che muove il secondo e ultimo passo e compone la grammatichetta vaticana, fondandola sull'uso vivo di Firenze. Ed è questo che distingue profondamente il significativo libretto dalla grammatica di Fortunio e la di Bembo, cioè il principio informatore: quello scaturisce dalla riconosciuta  regolarità insita nel volgare, cioè d’un chiaro principio che ammette la possibilità della legiferazione grammaticale; queste, sorte quando ormai la causa del volgare è vinta per quella via, cioè colla forza ch’esso stesso reca in sé e che non è se non la vita della nazione d’ITALIA, e quando è inalzato teoricamente al medesimo grado di nobiltà e di perfezione della LINGUA DEL LAZIO  e quindi la possibilità di regolarla non si puo più affacciar come discutibile, sono create col prin- [ed. Mignini. Nel discorso o dialogo, attribuito a MACHIAVELLO (si veda) MACHIAVELLI, dove pella prima volta avanti le regole  di FORTUNIO (si veda), e dopo, s'intende, il movimento che s'accentra nella grammatichetta vaticana, si discorre dell’VIII parti del discorso nella lingua  fiorentina, non è traccia alcuna di dubbio che codesta lingua non puo esser trattata grammaticalmente come la lingua del LAZIO. Si noti peraltro che Machiavelli in tanto parla di regolarità, in quanto ha cipio dell'imitazione, senz’alcuna coscienza del problema scientifico insito in questo prodotto pseudo-scientifico che è appunto la grammatica. Certo, senza un grande amore pel volgar  nativo, cioè senz’aver della letteratura un caldo sentimento di grandezza, quel riconoscimento di Biondo non basta a crear la prima grammatica, anche a non considerar che, s’egli una certa regolarità tutta sua, insita, naturale, gliela riconosce, non credo la ritenesse tale d’esser presa a modello: Biondo è un classico da quanto e più ancora di Bruni: bisogna veder nel volgare qualità  ancor  più nobili e virtuose, e d’efficacia e di bellezza, perchè si puo additarle, quasi classificarle e schematizzarle in una rassegna da porre di fronte alla nobile granitica della LINGUA DEL LAZIO, senza timore o vergogna veruna. Sicché, in sostanza, il classicismo viene anche qui a far valere i suoi diritti, come vedremo essere avvenuto in un problema consimile già agitato dalla mente  suprema d'Alighieri; ma il compilatore non puo esser ch’un estimatore convinto del volgare. Comunque, colla grammatica vaticana lo spregiato volgare viene, quasi di punto in bianco, come l'antica grammatica, inalzato all'onore di lingua  letteraria. Gli giova, s'intende, anche l'esser fiorentino, che non solo, per quei certi criteri formali che i credenti nella grammatica non possono non  far valere, è il più polito e sonante dialetto d'Italia, m’ha in suo attivo tutta la splendida tradizione letteraria antecedente. E certo quella pratica dimostrazione della regolarità del volgare dove valere assai meglio e più d'ogni e qualunque ragionamento in favore d’esso, e nel fiorentino  parlato viene così a essere specchiata la grammatica della lingua letteraria. Sul contenuto e il metodo d’essa, anche perchè  qui è integralmente riferita, non occorre dir troppe parole. Basterà ri in mente un'unità linguistica ben determinata, perchè, p. es., alla lingua della corte di Roma, d'un luogo dove si parla di tanti modi, di quante nationi vi sono, pensa che non se li puo dare in modo alcuno regola. Cito, col  Rajna, La lingua cortigiana, in Miscellanea linguistica in onore d’ASCOLI (si veda), Torino, dal  cod. orig. di Ricci, che è il Pai. E. B., io,ce. r.°  chiamar l'attenzione sull'uso didattico degli specchi, ordine delle lettere, e dei paradigmi, declinazioni e coniugazioni; sull'osservazione riguardante la nomenclatura, in molta parte identica a quella della grammatica della LINGUA DEL LAZIO; sugli accenni di grammatica storica, p. es. la formazione dei  nomi dall'ablativo latino; sugl’esempi che, come ha  già hen visto Morandi, sono concettosi e arguti. Su talune forme idiomatiche registrate come correnti -- savamo,  savate; eravamo, eravate --;  sui vitij del favellar, in cui si cade introducendo forestierumi o storpiando l'uso, e sulla dottrina dell'IDIOTISMO – Grice, idio-lect, idio-syncrasy]; sopra i richiami ad altri idiomi non italiani; sopra  il metodo di trattar non separatamente le forme e l'uso delle varie parti del discorso. Conviene anche notare poiché siamo davanti alla prima grammatica che de'nomi son fatte due sole declinazioni: masculini la cui ultima vocale si converte in i, femminini, la cui ultima vocale si converte in e, eccettuandosi “mano” che  fa  “mani”, e i femminini finienti al singolare in “-e”, che fanno al  plurale in “-i”;  e che i verbi son trattati più per paradigmi che per regole.  Quel che ci preme anche porre in rilievo è l'intento avuto di mira dal nostro autore nell'esecuzione, veramente felice perchè rapida e chiara, del suo trattatello, e il calore che  vi mette, tanto da farsene un merito patriottico, in altri termini il punto di vista donde ha raccolto le sue osservazioni. Egli intende sbozzare  la fisionomia grammaticale della lingua viva di Firenze, perchè dal confronto con quella della LINGUA DEL LAZIO, ne risultasse la bellezza e la perfezion dell'organismo: non è tanto intento precettivo quanto praticamente dimostrativo. Egli è tutt'altro che spregiatore della LINGUA DEL LAZIO,  di cui anzi accoglie la nomenclatura, gli schemi e adopera forme e nessi grafici; ma  sente tutta l'importanza e la virtù dell'idioma materno, che vorrebbe onorato di pari culto e maggiore. Sono da ricordare a questo proposito i rimproveri ch’Alberti dirige agl’umanisti che amano piuttosto piacere ai pochi  che cittadini miei, presovi, se presso di voj hano luogo le mie fatighe, riabbiate a  t^rado questo animo mio, cupido d’onorare la patria nostra, chiusa). giovare ai molti,  adoperando una lingua convenzionale e non la naturale intesa da tutti. Questi rimproveri ci richiamano facilmente alla memoria quelli più sonanti che l'autore del convito scaglia contro gli scelleratissimi che coltivano lo volgare altrui e lo proprio dispregiavano: né questo è ravvicinamento che fa per suo capriccio la memoria; perchè, evidentemente, tra, non  dice T. il  concetto filosofico,  ma l'interessamento pel volgare d’Alberti e quello d’Alighieri corre un intimo nesso, come la grammatichetta è, per un rispetto, ultimo anello d'una lunga catena che mette capo al primo  affermarsi del nostro volgare nella coscienza critica dei suoi primi studiosi: siamo insomma su quella linea della tradizione nazionale che congiunge appunto i dettatori di BOLOGNA e a quanti con  Dante coltivarono il volgare, ai difensori delle tre corone, ai propugnatori del volgare, tra i quali spetta ad Alberti il primo posto. Occorre appena avvertire che il più benemerito di tutti i rappresentanti di codesta tradizione, non solamente nella pratica ma anche nella teorica è Alighieri. Fosse un pensiero maturo, o un profondo presentimento, certo è ardito e degno della sua mente  altissima il concetto onde il volgare viene glorificato come sole il quale sorge ove  tramonta l'usato. Se il segreto intendimento di Dante è quello di far del volgare una  lingua come la lingua del LAZIO per detronizzar questo, è materia d’ardua discussione: indubitabile però è, quale dove esser la natura e la funzione del volgare così esaltato, che egli abbia voluto renderlo [Si ricordino  anche le fiere parole della nota protesta fattaci conoscere da Flamini e integralmente pubblicata da Mancini, Un documento del certame coronario di Firenze del  -//.  in Arc/t. si. il., S. 1  L'ha  forse già avvertito chi accozza  in un medesimo volume la grammatichetta attribuita ad Alberti e il trattatello dantesco? [Wesselofscky ha in brevi ma limpide linee indicato l'importanza dell'avvenimento della lingua italiana agl’onori della letteratura, e la parte che vi ha Alighieri, dal quale propriamente incomincia il ri-nascimento nel senso nazionale, da lui s'informa e da lui, piuttosto che da tutt'altro nome, noi vorremmo intitolare quel periodo che precede al ri-nascimento classico dei Medici. In Dante e Firenze di Zenatti, Firenze;/. per forza di lavoro crìtico e di  educazione artistica atto a ogni più elevata espressione d'arte e di pensiero. A codesta altissima meta, conseguita, è inutile l'osservarlo così eccellentemente nel fatto col poema divino l né altrimenti che nel fatto è conseguibile, poiché PARLARE È ESPRIMERE E ESPRIMERE E PARLAR BENE e bellamente, tende il magnanimo sforzo del De vulgari eloquentìa, che è o dove essere  \ix\ ars grammatica, rhetorica e poetica insieme sui generis. Che, sia pur affermato solo riguardo alla questione della lingua italiana, non vi si tratti di lingua italiana né punto né poco, che in ciò che è venuto fino a noi, e in ciò che ci manca, tutto s'aggiri intorno a canzoni, ballate, sonetti, tragedia, commedia, elegia, cose da cantarsi; sempre poesia, niente altro che poesia, è a torto  sostenuto da Manzoni, perchè bisogna non aver occhi per non vedere che non vi si parla e non vi si dove parlare che di lingua  e di  lingue e specie di lingue, le parole loqui, locutio, IDIOMA, Grice, idio-lect, idio-syncrasy, idio-tism, vi ricorrono da cima in fondo, e di lingua poetica e di lingua prosastica, e di lingua letteraria e di lingua parlata, inferiora vulgaria illuminare curabimus,  gradatim descendentes ad illud, quod unius solius familie propinili est;  ma che l'intento del trattato è precettistico non ne'riguardi del solo dire in rima, come manchevolmente intendeno e Capponi e Manzoni, che allega la testimonianza di Boccaccio, ma ne'riguardi d’ogni forma di dire e di comporre,  nessuno può ragionevolmente negare. Ciò si desume non solamente dallo stato  d'animo dell'autore che è, specie se messo in relazione con quello che si rivela nel Rajna, Il trattato De vulgari  eloquentia, lectura  Dantis, Firenze, e recensione d’un saggio di BELARDINELLI (si veda), La questione della lingua, ecc., in Bull. d. Soc. dant.; Parodi, Bull. d. Soc. dant.; Vossler, Die góttliche Komòdie. Entwickelungsgeschichte und  Erklàrung: religiose und philosophische  Entwickelungsgeschichte, Heidelberg, e Zingarelli, nella recens. di questo libro in La Cultura. Lettera ifitorno al De vulgari eloquio d’Alighieri, in  Manzoni, Poesie minori, lettere inedite e sparse, pensieri e sentenze, con note di Bertoldi, Firenze, Ed. Rajna. Mi son valso anche  dell'ed. minore, Firenze.  Prose minori. Convivio, di vivissima simpatia pel volgare, di trepido desiderio che  esso è la luce alle genti, e dal titolo che non può essere che De vulgari eloquentia, ma da più luoghi del trattato, ove quell'intento è esplicitamente asserito e dichiarato, e particolarmente nel primo paragrafo. Alighieri è mosso a scrivere dal vedere neminem de vulgaris eloquentie doctrina quicquam tractasse, che tale eloquenza è a tutti necessaria, osservandosi che perfino i fanciulli si sforzano di conseguirla, e si propone locutioni vulgarium gentìum prodesse, non soltanto attingendo alla fonte del proprio ingegno, ma accipiendo vel compilando ab aliis. Grammatici, retori, trattatisti di poetica è facile affermare che sono i suoi autori: e quando si vogliono cercar termini di paragone a misurare l'altezza della trattazione, il pensiero corre a grammatiche, metriche, Donatus proensalis, Las razos de frodar, a summe, Les leys d'amour, che sono appunto una grammatica, una rettorica e una poetica, e doctrive de compondre dìctats, ad Tempo, a Gidino, insomma a precettistiche e a precettisti: anche per quel libro  che non scrive, ma che si può matematicamente asserire dedica alla prosa ilhistre, il pensiero corre alle trattazioni concernenti LA LINGUA DEL LAZIO, che certo non è neppur concepibile che da lui si ricalcassero, come benissimo giudica chi tanto s'è reso benemerito degli studi sul trattato, ma che non sono se non trattazioni di rettorica e di grammatica. Trattar di lingua è dunque inevitabile, essendo quella la materia del discorso; ma fine è insegnarne non l'acquisto, l'apprendimento, sì bene un uso di maggiore o minor  grado artistico secondo le varie classi di parlanti, ma artistico, insomma un'espressione. Un intento siffatto, che è quello d'ogni arte poetica, è anti-scientifico, perchè l'espressione non s'insegna: ma lo sforzo che si compie per conseguirlo, può avere una portata scientifica: e grandissima  l'ha questo d'Alighieri, pella dottrina, l'acume, e la partecipazione interiore, che non è se non una  forte coscienza estetica, onde  l'ha compiuto, anche indipendentemente dalla cultura della sua età: sentire in quel modo così profondo, quale specialmente c’è svelato dal convivio, il volgar materne, vedasi specialmente il paragrafo dove si parla del naturale amore pella  i'i  Rajna,  Lect. nostra loquela, e sollevarlo nella teoria, con uno slancio d'entusiasmo non più avvertito tra noi, alla  medesima altezza a cui è stato o sarebbe stato portato nella pratica, e segnare le linee di svolgimento con mano così ferma e scultoria, questo è vero progresso scientifico d’un valore, starei per dire, anche più considerevole dell' altro di cui va egualmente superbo Alighieri, d'averci data cioè una descrizione storica del volgare romanzo, che pur ferma la maraviglia d'ogni grande filologo.  Perchè, come l'intendimento precettistico, così, sebbene sovranamente mirabile pell'uso che ne fa nel disegno del suo ideale artistico, anti-scientifica appare la concezioned’ALIGHIERI della lingua, della locutio: la quale in sé stessa non supera la scienza dell'età sua, che ha il suo fondamento  ella  Bibbia e nella lotta tra nominalisti e realisti riprende le discussioni dei sofisti, se la lingua  è per natura o per volontà. M’ALIGHIERI supera il suo tempo nel conciliare in un sistema solo la tradizione biblica e le teorie filosofiche, mettendo in rilievo lo stato originario della lingua, e quello che si determina dopo la torre di Babele; innumerevoli lingue variabili  continuamente d’una parte, e 1'artificiosa grammatica dall'altra. Il genere umano ha bisogno ad comunicandum inter  se conceptiones suas di un rationale signum et  SENSVALE [Croce, Estetica o Aesthesis – SENSIBILIA] in quantum sonus est; rationale in quantum aliquid SIGNIFICARE videtur AD PLACITVM, cioè SECONDOLA RAGIONE DALLA QUALE L’UOMO è mosso. Di quel SEGNO il primo uomo è dotato da Dio, ed è quale è richiesto dalla perfetta natura umana, cioè perfetto. In  vero, anche a non prescindere da questo che è poi un atto di fede, a stare alle parole [Vossler,  Die góttliche  Kòmodie, illustra in modo molto evidente quanto acuto questo disegno, seguendo il pensiero linguistico-filosofico d’ALIGHIERI dal suo primo sbocciare nella vita e nel convivio all'altezze del De vulg. E.., donde tuttavia non scopre il mistero delle terzine volgari della  Commedia. L’idee d’ALIGHIERI circa la voce e la parola, come suono, s'accordano più particolarmente coi due grandi espositori scolastici del LIZIO: Alberto ed AQUINO (si veda). Busetto, Saggi di varia psicologia dantesca, Giorn. dant., Pratom Toscana. Alberto definisce la voce percussio respirati aeris ad arteriam vocativam ab anima per immaginationem aliquam eam formantem,  quae est in partibus illis quæ ad respirationem congruunt. Vossler.] che ALIGHIERI (si veda)  adopera e al tono di tutto il discorso, pare lampeggiar qua e là quasi un vago concetto della sintesi interna di pensiero e parola, come quando dice certam formam locutionis a Deo cum anima prima concreatam fuisse; e già quell'esaltare la lingua come una dote data all'uomo perchè se ne  gloriasse ipse qui gratis dotaverat, eia facoltà divina che è in noi per cui actu nostrorum affectuum letamur, ci suscita l'idea d'un atto spirituale meglio che naturale e meccanico – H. P. Grice contro C. L. Stevenson – “mean” in scare quotes --; anche la prossimità, affermata nel convivio tra la lingua volgare parlata e LA PERSONA CHE LA PARLA – H. P. Grice, utterer’s meaning --,  ci spinge verso quella intuizione; così ancora, per addurre altri indizi, se non argomenti, quell'insistente relazione posta tra la irriducibilità del volgare a regole fisse e la mutabilità e variabilità dello spirito umano; il cenno della qualità della prima espressione che l'uomo preferiscee PROFERISCE avanti il peccato, la similitudine posta in Convivio tra la lingua e la bella donna, insomma  l'enfasi onde il poeta parla della parola umana; ma nel fatto la lingua è poi sempre concepita come SEGNO,  cioè un'esteriorità di cui la mente si giova per manifestarsi: quella certa forvia è tale quantum ad rerum vocabula, et quantum ad vocabulorum constructionem, et quantum ad constructionis PROLATIONEM, ed è la lingua che parlano Adamo ed il genere umano tutto prima  della confusione delle lingue, e che rimase poi al popolo ebreo, la lingua che, dopo la confusione,  riprodussero appunto artificialmente gl’inventores grammaticae facultatis, vale a dire la grammatica: una lingua dunque grammaticale, stereotipata, beli' e formata, non producibile, ad ogni espressione del pensiero. Con questa concezione della locutio e la nozione storica de'vari ydiomata che  tutti ammiriamo e il fine che s'è dichiarato, Dante continua a svolgere il suo trattato, che conduce fino al  principio  del seguente libro colla dottrina del volgare illustre applicata alla poesia: nel terzo, in immediatis libris, avrebbe detto del medesimo volgare applicato alla prosa, come s'è visto potersi con sicurezza congetturare; nel [Vossler già avverte che come poi questi dotti ottenessero questa grammatica, Dante non dice; e che d'altra parte grammatica non è solo LA LINGUA DEL LAZIO, per Dante, ma anche qualche altra lingua] quarto ^a un dantista veramente egregio, Zingarelli, nella recensione fatta nella Cultura) dell'opera cit. di Vossler,  Die  góttliche  Komòdie.  Vossler riprende la tesi ch’è già in germe nelle parole del Rajna {Lect.. Il volgare dunque  s’incammina a insediarsi dove sta LA LINGUA DEL LAZIO, o almeno accanto a lui; e per insediarvisi non solo, che è poco, ma potervi rimanere, gl’occorreranno in misura non troppo scarsa le doti di stabilità e universalità che LA LINGUA DEL LAIO ed ogni grammatica possiedono, e che sono inconciliabili con una parlata qualsiasi. Conseguibili non sono per Dante altro che da  una lingua fabbricata, e uscita dall'accordo di molte genti diverse, quale appunto egli crede essere LA LINGUA DEL LAZIO. E di certo, mettendo da parte la stabilità, che verrà a resultare di conseguenza, nulla pare poter rendere più agevole il consenso d’una moltitudine d’eteroglossi in una forma sola d’una lingua, che l'estrarre quella forma da tutti, in cambio di prenderla da taluno  e volerla imporre agl’altri. Si pensi ai tentativi di lingua universale, e che Parodi aveva accolta, dichiarando esplicitamente che,  insomma, Dante intende fondare una grammatica, Bull. d. Soc.  datit. Zingarelli sostiene che questo puo essere un presentimento profondo,  ma  non un pensiero, non un proposito recondito, a insegnar reg. di lingua. Rajna.]dizione di critici che ebbero del  idioma una piena e profonda coscienza, cioè della tradizione nazionale di contro alla classica; ma anche primo e non meno elevato rappresentante dell'altra ch’intende a rinnovarsi nell'imitazione dei classici: nella prima veste si ricongiunge all'autore della grammatica vaticana, ai toscani, a Manzoni; nella seconda a Bembo e alla lunga tratta de'suoi seguaci classicisti: capo e propulsore  delle due correnti in cui s’estrinseca lo spirito italiano nella critica letteraria, maggiore di tutti, come accade d'essere ai grandi, del suo tempo, per originalità e vastità di siero e mirabile accordo di facoltà. Ma con Dante il germe della grammatica italiana sboccia e avvizze, appunto perchè nessuno ebbe al pari di lui la coscienza della letteratura, e la comune concezione della lingua e  della grammatica e il germogliare dell'umanesimo sull'istesso tronco spezzato dell’altissima letteratura assicurano ancora alla lingua del LAZIO il predominio sul volgare come lingua della scienza e della coltura. Perfino Petrarca e Boccaccio, che pur tennero alla loro arte volgare quanto se non  più che alla lingua del LAZIO, rimaneno tutti estra Dante alimenta la contesa tra umanisti  e difensori del volgare; il suo spirito aleggia nei sostenitori del volgare che promuovono il certame e nell'autore della rammatichetta; col trattato De vulgari eloquentia sono connesse le prime nostre contese ortografiche e tutta, in genere, la questione della nostra lingua ne'suoi momenti più  salienti a  Manzoni. Bembo e Trissino d’ORO (vedasi), in fondo, non eseguirono ciascuno un  piano identico a quello di Dante? La dimostrazione data per Petrarca dal Cian {Nugellae vulgares  f  questione di Petrarca, in La Favilla di  Perugia, ciie cioè il nostro maggior lirico tenesse tutt'altro che in conto di Nugellae le sue Rime, si può ripetere  e me ne avverte  il Cian stesso per Boccaccio con eguale certezza. Che la’ecloga di PETRARCA sia una disputa intesa a dimostrare la  superiorità della poesia italiana sulla di quella della GALLIA  esclude  E.  Carrara Giorn. st. d. leti,  it., e conviene con lui Busetto,  PETRARCA (si veda)  satirico e polemista in  Padova in onore di  F.  P.,  Estr.  Padova. Boccaccio anche nell'esposizione in volgare della divina commedia, dove avrebbe potuto esser tratto facilmente a osservazioni anche di forma esteriore, non va oltre  la spiegazione di singoli boli, rimanendo sempre sotto l'influenza delle sue dottrine poetiche. Difende calorosamente Dante dell'aver poetato in volgare piuttosto nei a un qualsiasi movimento coscientemente teorico in favor dell'idioma nativo. Quel che si fa in questo per tutto il territorio romanzo, è diretto a intenti puramente pratici, di grammatica in servizio della poetica o degli  stranieri, di vera e propria metrica, di rettorica in servizio dell’epistolografìa, della notaria, e di chi dove tenere parlamenti e dicerie. Il Donatz proensal, composto da Faidit  prima in Italia a richiesta di Morra e Sterleto e tradotto anche nella LINGUA DEL LAZIO  per maggior utilità degl’italiani, è un ri-calco sull’Ars minor di Donato. Senz'accennar a teorie linguistiche, né a scopi  speciali, comincia subito a trattar dell’VIII parti del vulgar proensal, nom, pronom, verbe, adverbe, particip, conjunctios, prepositios, interjecios, e si chiude con un rimario abbondantissimo, De las Rimai. Qui il vulgar proensal è trattato come una lingua letteraria, come una grammatica pegl'italiani, quale dove appunto apparir loro la fiorente letteratura provenzale: è insomma il  provenzale letterario, anzi poetico, classificato e chiuso negli schemi della grammatica della LINGUA DEL LAZIO pell'apprendimento degli stranieri. Certo quel poterlo cosi trattare come la grammatica dove ben valere a dimostrare che dunque anche gl’altri volgari, non esclusi gl’italiani,   che nella lingua del LAZIO, non solo col criterio della fama, ma anche della bellezza e virtuosità  del volgare,  Zenatti, Dante  e  Firenze: eppure della regolarità del volgare neppur un cenno. Pe'più il volgare è una lingua dispregiata, e Boccaccio ricorda che appunto quella è la caligine sotto cui rimane nascosa la luce del valore di Dante, Dal Commento,  ed.  Zenatti,  Roma. E ragion vuol che si dica che, se Boccaccio aveva difeso, meglio di Petrarca, la poesia, perchè non aveva  fatta differenza tra la lingua del LAZIO  e la volgare, commentando la  divina  commedia concede, sia pure per non inasprire gl’avversari, che s’Alighieri avesse poetato nella LINGUA DEL LAZIO col l'eleganza onde tratta il volgar materno, avrebbe senza dubbio fatto opera più artificiosa e sublime; e con quest'opinione veniva tra poco a concordanza un altro ammiratore del poeta, Salutati \Ep., ed. Movati. Sull'attività critica ch’accompagna il sorgere della letteratura nazionale è da vedere La Critica  letteraria dall'Antichità  classica, di Bacci, Milano, alla quale T. rimanda anche per altre notizie di circostanze e fatti aventi qualche relazione col suo argomento. potevan esser ugualmente trattati, e non avremmo così dovuto aspettar Biondo perchè tosse intravvista  e riconosciuta una certa regolarità nel nostro idioma: pure all’ipotesi d'una  grammatica italiana non si venne. Las razos de frodar sono anch'esse una  grammatica, ma in servizio delle forme poetiche, e, appunto perchè nate in suolo provenzale, non eseguiscono tutta intera la trattazione grammaticale e contengono dichiarazioni simili a quelle dei primi nostri grammatici che, avendo  ancora in mente LA LINGUA DEL LAZIO e credendo molto fosse il conoscerla, dicono non esser necessario svolgere questa o quella categoria o esemplificazione. E notevole altresì che vi si trovano considerazioni intorno alla proprietà dei vari volgari e  vi si vada come in cerca d'un volgare illustre. La parladura PARLATURA galla vai mais et plus avinenz a far romanz e pasturellas;  ma cella de Lemosin vai mais per far vers e cansons e serventes. È un orientamento, come ben si vide, simile a quello del De vulgari eloquentia, e appunto per questo c’è davanti l'abbozzo d'una  grammatica provenzale, come materia grammaticale abbiamo nel trattato dantesco; ma quale  differenza! Quella che nelle Razos è un'osservazione fuggevole e quasi inconscia del pratico che  vuol giovare ai rimatori, qui è lo sforzo e l'ardimento di chi vuol creare una lingua pella vita e pelll'arte. Anche le Regles de trobar di Jaufré de Foixà, che sono un seguito dell'opera di Vidal, sono compilate per domanda del re di Sicilia, Giacomo. Osservazioni di metrica, parte forse di opera più vasta e perduta, contiene la doctrina de compondrc dìctats. E per tacer d'altri rimaneggiamenti  delle Razos e d’altre arti  metriche, grammatica, metrica e rettorica sono Las Leys d'Amors o Flors del gay saber che Molinier ha l'incarico, qual segretario o cancelliere, di comporre in Tolosa dalla compagnia della Gaya scie?isa, perchè fossero un codice della buona poesia, e dove il provenzale è appunto legiferato grammaticalmente come una lingua lette- [Vidal, Las razos de trobar,  ed. Stengel, Die beideìi  àltesten  provenz.  Gra/tim,,  Marburgo. Si confrontino a questo proposito anche Las leys d'amors. Anche per Donatz, questa  edizione. Su J.  de  Foixà  Meyer,  Romania,. raria. La  lingua GALLICA nella GALLIA non ha nulla di simile, allora, e le sue prime vere grammatiche le ha  appunto molto più tardi, dopo di noi, per effetto del medesimo movimento  critico che determina il sorger delle nostre. In terra italiana, oltre il trattato delle  Rime volgari di Tempo, e l'imitazione che un contemporaneo de'nipoti del giudice Sommacampagna ne fa in veronese di corte, pure arti metriche, e il trattatela metrico di Barberino, si ricorda un trattateli simile che avrebbe composto, ma che in realtà non compose. CAVALCANTI (si veda), secondo la  testimonianza di Villani che l'avrebbe avuto tra mano e di Fausto che 1'avrebbe visto e lo cita. Un confronto tra Las  razos e Donatz istituì Ovidio in  Giorn. st. d. lett.  il. Sugl’ammaestramenti  grammaticali  pella LINGUA GALLICA nel  medioevo,  Brunot, Hist. d. la langue gallique. L'abitudine, a lungo conservatasi nella Britannia, d’usare la lingua gallica (Honi soit qui mal y pense – “anglo-normanno” di H. P. Grice, originariamente ‘gris,’ grigio), fa sorgere tutta una serie di saggi, che rimaneno senza paragone per molto tempo sul continente d’Europa e costituiscono la sola letteratura grammaticale anteriore.  Delle rime volgari, trattato di Tempo, giudice  padovano, dato in luce integralmente per cura di Grion, Bologna. In rhetoricis delectatus studijs eandem  artem ad rhythmorum vulgarium compositionem eleganter traduxit. Villani, De Florentiae famosis civiòus. Fausto, Introduzione alla Untiuà volgare in Gkio, nel capitolo dell'ordinare la prosa: delle parole bisillabe e trisillabe sono alcune aspirate come honore, alcune hanno geminate le liquide, come novella, fiamma, anno, carro, lasso; consonante dopo muta doppia, fabbro; ovvero  muta in mezzo liquide, sepolcro: e cotali Dante chiama nella sua volgar Eloquenza, e Cavalcanti  nella sua Grammatica, irsute: chi fa combinazione di questa senza dubbie, seria dura e roggia orazione. Qui evidentemente la parola grammatica è usurpata per significar metrica: fatto comune nell'erudizione, tanto  che Bacchi  nel suo elogio di Cavalcanti, Elogia, Firenze, attribuisce a CAVALCANTI una vera e propria  grammatica: quod multa CAVALCANTI scripserit, non desunt qui affirment, ut de eloquentia sui seculi, de regulis linguae etruscae, de natura verborum, quibus fit oratio numeris astrictior, artifieijs ornatior. Il trattato di Tempo traduce nel suo dialetto Barati-Ila, sedicenne, figlio di Laureo.] Ma  NON GRAMMATICA, come la chiama appunto  Fausto, come GRAMMATICA NON È la sua Introduzione alla lingua volgare, ch’è invece metrica e RETORICA. Insomma, quanto di grammaticale o SINTASSI – MORFO-SINTASSI (“rules of formation” – “syntax” – H. P. Grice – SYSTEM G -- vi può essere in tutte queste somme romanze escluso Donatz è solo in servizio della metrica e della rettorica, senza alcuna vera funzione  propriamente grammaticale, e assolutamente indipendente dal realmente parlato; mentre Dante ha coscienza d'uno schietto criterio della regolarità grammaticale, onde anche sia disciplinabile sull'esempio del latino il volgare italiano, e l'applica: nel che egli differisce da Biondo in quanto questi riconosce nel volgare una regolarità di fatto, e Dante gliela riconosce solo in germe: resta di  fargliela acquistare. Così, e questo è tempo ornai di concludere, prima dell'autore della grammatichetta vaticana ch’integra i due criteri e fa il primo tentativo, una vera e propria grammatica dell'italiano non è stesa. Lo studio strettamente grammaticale è fatto esclusivamente ne'riguardi del latino sull'Ars minor di Donato: l'insegnamento ne'riguardi del volgare, quando l'arte de'Dictamina  è fatta  passare dal latino al volgare, rimane, com'era stato pel latino, di carattere  rettorico, alla H. P. Grice nella caratterizazione di G. N. Leech, ‘pramatic, not logical.’ Certo, in quelle Sutnmè dictaminis, in quelle Artes dictandi, ?w/ariae, concìonandi, non mancano osservazioni che potrebbero chiamarsi di dominio puramente grammaticale. Una parte di' viltà, che in principio della  Summa di FABA (si veda) si raccomandano d'evitare,  riguarda Loreggia. Nel  proemio di Tempo s’avverte che alla versificazione giova la conoscenza della  grammatica, s'intenda  IL LATINO; si nota che lingua tusca magis apta est ad literam sive literaturam quam aliae linguae, et ideo magis est communis et intelligibilis. Item ultimo notandum est, s’avverte, quod quemadmodum in  oratione literali  [il  latino] debet vitari barbarismus et soloecismus, ita in vulgari rithimo. Ma si tene ben distinta la trattazione grammaticale dalla  metrica: Vocales autem literæ secundum grammaticos sunt V,  scilicet a e i o u, reliquae vero sunt literæ consonantes. Est tamen alia etiam differentia inter consonantes literas: de quo nihil ad praesens disputare intendo, quia satis per  grammaticas est ostensum. Invece il ragazzo compendiatore si distende sulle vocali, sulle sillabe, sui dittonghi, sull’elisione, il troncamento e altre figure: il bisogno della trattazione grammaticale s’è andato facendo sempre più vivo! Il compendio di Baratella sta insieme coll'ed. delle rime volgari di Tempo, ed. Grion. Guidonis  Fabe, Summa dictaminis in II Propugnatore, ed. Gaudenzi.    la collisio, il frenum, lo hiatus, il metacismus, il laudacìsmus, ossia figure grammaticali. Nella parte seconda, non tutto ciò che riguarda la pronuntiaiio è garbo, ma correttezza – H. P. Grice on stress as garbo, non corretteza.  Il dictamen è locutio ne'due aspetti di competens et decora: competens dicitur quantum ad congruitatem vel incongruitatem tam  bone sententie quam recte  gramatice. Il dictamen dicitur autem pròsaycum a proson, quod est longum, quia ne legi metrice vel rythmice subiacens, congrue se potest extendere. Circa dispositionem si vuole che il dictator laboret ut ordinetur sub verborum serie competenti, et postmodum ad colores – GRICE FREGE FARBUNG --  procedat rethoricos.  Poi vi sono le osservazioni de punctis et virgulis et regulis  eoruni; quelle della  constructio, in cui duplex est ordo: Naturalis est ille qui pertinet ad espositionem, quando nominativus cum determinatione sua precedit, et verbum sequitur cum sua, ut  ego amo te. Artificialis ordo est illa compositio que pertinet ad dictationem, quando partes pulcrius disponuntur; qui sic a CICERONE (si veda) diffinitur. Compositio artificialis est constructio  dictaminis equabiliter per polita. Si parla de regulis occurrentibus in dictamine: nello zeugma l'aggettivo concorda col nome più prossimo: es. Socrates et Berta est alba: nella concepito PREVALE IL MASCHIO:  vir et mulier – i promesi sposi -- sunt albi; il neutro prevale sul maschile e il femminile: mancipium vir et mulier sunt alba. Si tratta dei verbi trasmissivi, de origine, possessione  et significatione quofundam ver borimi, al de relativis et antecedentìbus; e quando anche s’è in pieno campo rettorico  De ornatu orationis et colorìbus – FREGE GRICE FARBUNG -- retkorìcis, si trova indirettamente tutta la declinazione perchè, parlando de  inseptione nominis per omnrs casus tanto al singolare, ((pianto al plurale, le forme vengon tutte fuori, e medesimamente accade  pei verbi e l’altre parti del discorso, gerundio, supino, participio, pro-nome,  pro-posizione, pre-posizione, avverbi, di cui si passano in  rassegna gl’usi che se ne fanno al principio e alla  fine dell'orazione – The exhibition was visited by the King of France. Sicché sotto l'efficacia de’due insegnamenti d'alta e umile grammatica, dei dettatori e dei grammatici, dove venirsi praticamente e  indirettamente elaborando anche la grammatica del volgare, la quale poi appare direttamente quando appunto il dictamen passa dal latino al volgare. Era un movimento,  insomma,  fecondo in favore del volgare quello dei dettatori di BOLOGNA, e in genere di quanti avevan che fare colle due lingue: e da qualunque aspetto le fossero coltivate, a qualsiasi fine fosse rivolto l'esercizio, la  grammatica del volgare spunta accanto a quella del latino, ombra d’essa. Quel di-rozzamento del volgare fatto dai maestri nelle scuole e nei libri a pratici fini rettorici, nelle prime come nell’ultime scuole, non poteva non far sorgere ne'principianti, negli studiosi, negli scrittori come la coscienza riflessa delle forme grammaticali del volgare, apprendendole loro senza che s’accorgessero,  senza somministrarne paradigmi, definizioni, classificazioni. Tra il  volgare e il latino e il latino e il volgare sono continui e necessari i confronti sia nella scuola letteraria che in quella giuridica. Tanto per chi s'avvia per i pubblici uffici, che richiedeno faconda e ornata  parola, e possesso dello stile epistolare, quanto per chi si dedica al notariato, lo studio del volgare sia pure pella via  della grammatica latina era una  necessità. Negli statuti che la società de’notaj di Bologna promulga, gl’aspiranti al diploma di notaro doveno dimostrare qualiter scirent scribere et qualiter legere scripturas quas fecerint vulgariter et literaliter, et qualiter latinare et dictare. E a ciò non poteva bastare uno studio stilistico, ma occorre anche lo studio delle  forme e delle relazioni sintattiche.  A un tale studio dovevan esser invitati o condotti anche i discepoli di quel Signa, che fu de'primi a far sentir l'influsso della Toscana alla sua scolaresca di BOLOGNA, e, meglio ancora, di quel Faba, il cui conato di  far trionfare il volgare sul latino non potè esser solamente individuale. Faba, osserva Monaci, viene a prendere il primo posto nella serie di quei maestri che, facendo passare  dal latino al volgare l'arte dei dictamina, contribuirono assai più di quel che non si creda alla formazione del nostro idioma letterario, e perciò alla determinazione sia pure orale delle regole d’esso. Che l'insegnamento fosse porto in volgare confermano anche i testi grammaticali esplorati da Thurot, il  (piale osserva: On einsegnait la gram- [È superfluo ch'io ricordi quanto e insegna su  questi argomenti  Xovati, di cui ora si può vedere il saggio, a Milano, su  Le Origini. Intorno alle Artes dictandi discorre anche Lisio, L'arte del periodo nell’opere volgari d’Alighieri, Bologna. Sulla Gemma purpurea e altri scritti volgari di FAVA (si veda) o FABA (si veda), maestro di grammatica in BOLOGNA, in Rend. Lincei.] maire aux petits enfants sous une forme tout  élémentaire,  d'après le Donatus minor, et mème en langue vulgaire; car, quoique je n'aie rencontré que deux manuscrits qui contiennent des grammaires élémentaires rédigées en francais, le traduction de casus par le substantif féminin case et de modus par meuf  montre que ces termes étaient assez souvent employés pour avoir été accomodés au genie de la langue vulgaire. Nel prepararsi inoltre a  pronunziare in volgare le dicerie preparate in latino, nel leggere nel testo volgare, dato per disteso o in compendio, le formule epistolari modellate in LATINO, ognuno era naturalmente tratto a osservare le regole del volgare. Medesimente gl'innumerevoli traduttori dal  latino e dal gallo, e anche dal  provenzale, come avrebbero potuto condurre l'opera loro, così minuta e analitica, senza  notare le differenze morfologiche e sintattiche fra l'una e l'altra  lingua? Codeste stesse volgarizzazioni, specie di opera di filosofia pratica e di varia erudizione storico-letteraria e retorica, così diffuse e popolari, venivano indirettamente ma non per questo meno efficacemente a propagare la conoscenza e l'uso della regolarità del nostro volgare. Anzi le riduzioni e le traduzioni dei testi  di rettorica Notices et extraits de diverses manuscrits latins, pour servir à l’histoire des doctrines grammaticales aie moyen àge, in Noi. et extr., ecc. dell'Istituto  imp. di Francia, Paris. Gli stessi testi di grammatica latina dapprima redatti, com'era naturale, in latino, e poi, quando e dove la conoscenza del latini' si era venuta facendo più scarsa, corredati della versione volgare almeno nelle parti più necessarie tvocaboli, verbi, nomi, avverbi, locuzioni, esempi, temi, finiron coll'esser redatti unicamente in volgare. Son note le vicende di quel fortunato trattatela di grammatica latina che fu tramandato di generazione in generazione, di paese in paese sotto il nome di Janna, e che usurpa spesso il nome a Donato e gli disputa la supremazia nelle scuole. Copiata e ri-copiata  e ri-stampata talvolta anche col titolo di Donato al Senno, adottata nel corso preparatorio di Guarino, edita da Mancinelli col titolo di grammaticae aditus tanna, fu ben per tempo volgarizzata non soltanto da un anonimo bergamasco, ma da Mancinelli stesso, e nuovamente in Milano col titolo di Donato al Senno con il Calo volgarizzalo; trad. in greco da Planude, servì ai Costantinopolitani per impararvi IL LATINO, come  agl’umanisti per impararvi nella versione di Planude il  greco. Sabbadini  Fior di rettorica, la Retorica di Tullio,  ecc., se non contenevano precetti di grammatica volgare, mirano però direttamente  a metter in grado gl'indotti che ignorano il latino, di parlare ornatamente nel volgar materno. E il compilatore del Fior di Retorica riduce in volgare gli  esempi latini. Chi non vede gl’effetti di simili libri e ammaestramenti? Ben a ragione Villani, parlando  nella  Cronica, Vili,  io, di Latini, lo chiama digrossatore de'fiorentini in farli scorti in bene parlare, ed in sapere guidare e reggere la repubblica secondo la politica; e con non minor verità la critica afferma di lui che mostra un certo presentimento degli alti e utili uiticj a'quali eran  chiamati i nuovi volgari  romanzi: lode che in parte spetta anche a Barberino. Per quanto concerne il latino, sorsero ben presto vocabolari e grammatiche latino-volgari, che rappre  [Ancona e Bacci, Manuale. Sull'insegnamento che potè aver impartito Latini a Firenze intorno all'ars dictandi, v.  Fr. Novati,  Lect.  cit., Le  epistole. Nei  Reggimenti e costume  delle  donne Onestate dice  a Elocjuenza:  E parlerai sol nel volgar toscano E porrai mescidare alcun volgar consonante ad esso di que'paesi dov'hai più usato pigliando i belli e i non belli lasciando. Cito, tanto per far qualche  esempio, il dizionarietto latino-volgare contenuto nel cod. della comunale di  Perugia; il VOCABOLARIO LATINO-ITALIANO contenuto nel cod. della Riccardiana, diviso per materia, o  meglio per gruppi di parole aventi un identico significato, una specie di vocabolario de'sinonimi: di contro, p. es., alla colonna di sepultura, tumulus, baralrum, sepulcrum, pilum, tumba, monimentum, monumentimi, colossus, cenothaphius abbiamo le corrispondenti voci volgari la sepoltura, el monimento; la grammatichetta latino-volgare contenuta nel  cod.  di Verona, Biadego,  Cai.  descr. d. mss. d. Bibl.  Coni,  di  V. Verona. Un frammento di grammatica latino-bergamasca ha illustrato negli Studi medievali Sabbadini, il quale ci ricorda l'osservazione fatta da Thurot che nelle grammatiche latine del Mezzogiorno d'Europa, dove era più scarsa la conoscenza del latino, sono interpretati in volgare i thaemata che servivano all'applicazione delle  regole. Una nuova  grammatica  latino-italiana  [veronese]  ex ha fatto cono sentano, in ogni modo, l'ingresso del volgare nelle scuole e nei libri scolastici, come strumento necessario allo studio del latino, e il primo passo d’esso mosso nel campo teorico sulla via dell'emancipazione da questo, dove procedette sì ostacolato ma senza mai fermarsi. Tuttavia, questo ed altro di che si potrebbe agevolmente  dire, non spinse alcuno a trattar di proposito la regolarità grammaticale ne nei libri né, a quanto si può sapere, nelle  scuole. Anzi quanto si fece a prò del volgare, agevolandone il naturai uso orale, può considerarsi come un ostacolo ad avvertir la necessità di quella trattazione. Il concetto teorico scere Stefani, Revue des langues romanes. È notevole, secondo T., che vi s’espongano significazioni e costruzioni irregolari e difficili. Un glossario latino-bergamasco è pubb. da Grion in  II  Propugn., e da Lorch ne'suoi Altbergamkischc  Sprachdenkmaler. Altri  testi  grammaticali indica Rajna,  Introd. cit. Per la spinosa questione,  v. Zenatti, Dante e Firenze. La tesi di Zenatti è che Dante a Ravenna potè aver insegnato nello studio retorica volgare. La Romagna annunzia che Amaducci pone fine a un lavoro in cui crede d’aver dimostrato che Dante in Ravenna tenne l'insegnamento della  rettorica. Noi ammettiamo la possibilità dell'insegnamento dantesco di retorica e anche di grammatica volgare, solo per ciò che abbiamo detto della dottrina d'Alighieri circa la grammatica, e del carattere precettistico del  De vulgari eloquentia; che, comunque s'andassero ormai modificando le condizioni e l’esigenze degli studi, un insegnamento di lingua, grammatica, retorica volgare con intenti letterari non è possibile. Se Dante lo imparte, fu solo, come solo fu a elevare l'edificio del De Vulgari Eloquentia in quanto ha di nuovo circa la lingua e la grammatica. Colgo qui l'occasione per dichiarare che dalla vasta letteratura dell'insegnamento pubblico nessuna luce ho potuto trarre pel mio argomento, non riguardando essa che fatti del tutto esteriori. Non giovò neppure il fatto die ormai nel corpo stesso della grammatica latina se ne veniva introducendo tanta parte di quella volgare da quasi bilanciarla, se s’eccettuino le definizioni. Le nostre biblioteche sono ricche non solo di Prisciani, di Servi e di Donati, e di grammatiche latine di  noti e ignoti, ma di compendi e trattati grammaticali latino-volgari veramente preziosi anche pella storia della lingua, come, p. es., quello contenuto nel cod. della  Riccardiana,  in  margine: Bucinensis Epistolae quinque de nonnullis Piscium, Avium,  Herbarum, Anima della grammatica identifica la grammatica col latino, la lingua immutabile, regolata: e checché si pensa dell' origine  e dello svolgimento del volgare, questo non appare al certo in quella sua anche troppo vistosa mobilità capace d'esser regolato; anzi i prodigiosi monumenti letterari che il genio dei tre coronati produce, di tanto superiori a quelli pur così ammirati del periodo precedente, distolsero vie più dall'idea che fosse necessario osservar le regole della grammatica d'una lingua in cui, senz'esse,  Dante, Petrarca e Boccaccio avevano assegniti, sì alti fastigi. Né alla grammatica si fa ricorso ne'momenti in cui, cessando il primato toscano, riaffermandosi le letterature regionali, che innanzi a quello avevano quasi d'un tratto ammutito, spezzatasi l'unità linguistica nella stessa Toscana, potè lium Artificium vocabuli, che raccoglie liste di vocaboli assai importanti (berlingozzi, insalata,  erbastrella, starna, fagiani, merla, giandaia, ecc. Il riccard. L, contenente una traduzione latina dell’Iliade, ne' Rudimenti grammaticali, ha lunghissime liste di avverbi, preposizioni e verbi con tutte le corrispondenze italiane; gli è simile il I3 della nazionale di Firenze; altre liste di verbi volgari contengono gli Ashburnam della Mediceo-Laurenziana, il riccard., il misceli. della Casanatense  frammento colle corrispondenze romanesche, vardare, robare, cengere: notevole, tra quanti ho potuto consultare di siffatto genere, il  riccard. contenente un tractatus grammaticalis ne'cui margini, in corrispondenza del paradigma latino, è, segnata sempre rosso per miglior uso e servizio mnemonico, la parte morfologica e sintattica del volgare, che, presa a sé, è abbondante quanto quasi  le regole di Fortunio. E gli esempi vanno dalla singola parola, el poeta, la musa, lo homo, la donna, la forestiera a costrutti participiali e gerundivi insegnando ogni dì, intesi bene principia, volendo il discepolo imparare, e periodici di più ampia tessitura, avendoti io amato e servito più volte, tu dovevi richordartene. Questi testi grammaticali, oltre che al comodo comune, servirono all'istituzione degl’appartenenti a famiglie di qualche importanza. Nell'ultima pagina del Prisciano contenuto nel cod. riccardiano, è detto: io Lorenzo de girolamo di Domenico di tingho o venduto q" Prisciano a Alexandre de Romigi degli Strozzi e al prezzo de lire nove e per fide, ecc. Noto qui, come per incidente, che molto sarebbe da raccogliere di prezioso materiale linguistico  dialettale o semi-letterario anche nelle grammatiche latine umanistiche, essendo che i loro autori, Guarino, Perotti, Scoppa,  ecc., abbiano fatto uso, pelle corrispondenze, del loro dialetto o del dialetto  italianizzato.] parere che la letteratura nazionale è signoreggiata come d’uno spirito d'indisciplina: il che veniva a ribadire il concetto tradizionale della grammatica. Gello racconta che i  literati, che primi  usano all'orto de'Rucellai si maravigliarono di alcuni literati poco avanti la loro età, che avevano composto in versi e in prosa di questa lingua senza alcuna osservazione: parendo loro impossibile che, avendo pur veduti gli scritti di que'tre famosi, e'non avessero aperti gli occhi alle loro osservazioni e non si fossero accorti in quanta corruzione fusse incorsa la bellissima  lingua che parliamo. Neppur la lettura pubblica nello studio, che pur non poteva non dar occasione ad avvertimenti grammaticali, suggerì l'idea della compilazione delle regole prima di Landino, che avvenne pelle ragioni che già vedemmo. Che più? Dalla morte, anzi dagl’ultimi anni di Dante, che dove ascoltare i rimpianti di Giovanni del Virgilio del non avere egli scritto in latino il  poema, sin oltre l’invettiva di Rinuccini, cioè fino agl’ultimi echi del giudizio di Niccoli, che ha dopo morte un difensore in Poggio la quistione sulla preferenza di Dante pel volgare, che è di quelle che parrebbero fatte apposta per fecondare la critica sulla natura e la struttura delle lingue e il modo di studiarle, fu a questo proposito inutilmente agitata: tanto le accuse come le difese non  andarono oltre i termini vaghi e generali di bruttezza e bellezza. Di fronte agl’attacchi e ai dispregi rivolti ad Alighieri pella forma e la lingua onde compone la commedia non cessati neppur dinanzi all'opera mirabile compiuta, Guido da PISA (si veda),  nel commento latino della dichiarazione poetica dell'Inferno, si scaglia contro gl’ignoranti che, perchè scritta in volgare fructum qui  latet in ipsa, quaerere negligimi et abhorrent. Corteccia è la lingua anche per BOCCACCIO (si veda), che in tre momenti per lui solenni, Epistola a Petrarca per accompa- [È discretamente abbondante anche la letteratura dei commentatori di Dante e di Petrarca, ma ben pochi elementi fornisce al nostro tema dal punto di vista teorico. È largamente trattata da Zenatti in Dante e Firenze,  I brani che T. cita in proposito son tutti di qui, e a questo saggio rimanda per molte altre notizie che gettano luce sul  nostro tema. gnar il testo della commedia, trattatello in laude d’ALIGHIERI (si veda), lettura in Santo Stefano, difese con tanto calore il suo ammirato poeta di tutte le accuse. E quando l'intemperante e intollerante umanista lancia contro Alighieri il titolo di poeta da  calzolai, Rinuccini risponde osservando che gl’umani fatti dipigne in volgare più tosto per far più utile a suo'cittadini che non farebbe in latino, e affermando ch’il volgar rimare è molto più malagevole e meritevole che'1 versificare litterale. Ser Domenico di maestro Andrea da Prato anda più in là. dicendo che esso volgare nel quale scrive Dante è più autentico e degno di laude che il  latino e'1 greco ch’essi hanno. Dopo questo stadio acuto della questione i giudizi s'andaron facendo più miti. E quegli stessi che vi partecipano d’avversari del poeta, finirono coll'ammirarlo: Bruni, p. es., che dichiara ne' noti dialogi ad Petrum Histrum, di pensarla come Niccoli, scrive contro questo 1'oratio in nebulonem maledicum e la vita di Dante e di Petrarca. Il  Eilelfo  non  isdegna  leggere tutte le domeniche al popolo la commedia. S' intende, anche ora detrattori non mancano, e Filelfo stesso dove purgare il poeta degli spregi d'ignorantissimi emuli. Ma ormai l'umanesimo trionfante poteva guardar la passata  letteratura senz'inimicizia, avvicinarla, ammetterla: il certame coronario fu pos- Il dissidio, s'intende, era più apparente che reale, era più nella mente de'  dotti colpita dall’esteriorità e imbevuta di pregiudizi che non nel fatto: quel latino e quel volgare sono legittimi prodotti dello spirito italiano, sono due modi d'esprimersi che apparentemente designano una doppia serie di spiriti diversamente conformati; ma non era né poteva esser cosi. Era un'età di transizione, e come tale presenta i suoi contrasti, che sembrano e sono più stridenti  quando il nuovo irrompe colla sfrenatezza e l'intemperanza che gli è consueta. Negli stessi singoli individui s’avvertono apparenti discordanze: anche nei tre maggiori non mancano a proposito di questa stessa questione, del riconoscimento cioè del volgare: semhrano contraddirsi, sembrano oscillare, ma in realtà essi son sempre d'accordo e coerenti con sé stessi e coll'età. Così avviene  per Bruni e per Niccoli: il primo muove dal latino per andar verso il volgare; il secondo dagl’entusiasmi pel volgare che gli fanno imparar a memoria la divina commedia, passa agli oltraggi contro il poeta divino. Poi tutta la gloriosa schiera degl’umanisti accoglie in sé latino e volgare, e Alberti,] sibile appunto, perchè le ire sono sbollite, e il volgare poteva presumere di misurarsi col  latino. È appunto, cred'io, per questi raffronti istituiti senza fiere opposizioni, se non in amichevole accordo delle parti contendenti, che le discussioni, che dovettero derivarne, poterono avviarsi a qualche conclusione utile; ora era proprio di lingua, che si poteva parlare, indipendentemente dalle persone e dalle dottrine poetiche. Il fatto è che appunto di questi tempi ha luogo, comunque  originata, la già accennata controversia di Biondo e di Bruni, donde abbiam visto uscire il concetto della regolarità grammaticale del volgare, concetto veramente rivoluzionario rispetto a quello che si aveva prima della grammatica. E coll'implicita affermazione della possibilità della grammatica del volgare, sorgere la grammatica. Anzi  ci fu anche qualcosa di più che quell'affermazione;  Landino, nell'orazione tenuta incominciando a leggere i sonetti di Petrarca, accenna esplicitamente al bisogno di scoprire e rissare le regole grammaticali del volgare, intorno appunto agl’anni in cui una mano stende la prima grammatica della lineria italiana. Poliziano,  Lorenzo, Sannazaro son glorie di tutt'e due le letterature. é Medesimamente, quando si parla dello scadimento della  lingua volgare, s’adopera un termine improprio, pelle ragioni che non importa ripetere. Per quel che concerne poi la copia della  produzione, basta, pella poesia, vedere il volume di Flamini, La lirica loscatia anteriore ai tempi del magnifico, Pisa, e pella prosa, quel che ne discorre Baco,  nel libro Prosa e Prosatori, Palermo, al qual volume rimando pell’abbondanti notizie bibliografiche  concernenti i rapporti tra il latino e il  volgare. E pell'interesse onde fu proseguita la tradizione nazionale, basta pensare alla lettura di Dante, al circolo di Coluccio, a quello del paradiso degl’Alberti, alle conversazioni del convento di  S. Spirito, all’improvvisazioni de'canterini in S. Martino, alle radunanze di  S. Maria  del Fiore, all'ufficio dell'araldo della  signoria, all'opera letteraria  de'giudici e notai della cancelleria, al circolo della bottega di Calimala, a quello della bottega del Bisticci, all’accademia senese, agl’Orti, e, in genere, all’esercitazioni poetiche mantenute tra le faccende giornaliere della vita, nelle cancellerie, nelle case signorili, nei ritrovi, ne'fondachi. In Corazzini, Miscellanea di cose inedite o rare, Firenze. LANDINO (si veda) è eletto professore pella poesia e l'oratoria. Ma il caso rimane isolato appunto perchè ormai il movimento a favore del volgare fu così intensificato, che non ci fu il tempo perchè la via segnata dalla grammatichetta vaticana potesse essere ila altri battuta. Si sa che dopo l'anno del certame, L’ITALIANO anda guadagnando sempre maggiori sim-[Avemmo tentativi parziali d’ortografia, e, anche più particolari di punteggiatura. Onesta precedenza nella costituzione di regole ortografiche e di punteggiatura ebbe due diverse cause, oltre quella del dissidio tra il latino e il volgare: le esigenze create dall'invenzione dell'arte della stampa, e il gusto che il classicismo veniva sempre più raffinando e che voleva dimostrare anche nei minimi particolari della scrittura. Per tale rispetto il costituirsi di  questa parte della grammatica in norme speciali era un avviamento di progresso, perchè moveva dal bisogno sentito dall'artista di conservare alla sua parola tutta quella vita o la parte di quella sua vita di cui egli aveva coscienza. È, al proposito, della  massima  importanza il vedere quello che recentemente s'è  scoperto praticasse  PETRARCA (si veda) in armonia con una teoria quasi  certamente sua nello stendere in definitiva forma il suo canzoniere, egli che da quel grande umanista che era e artista di squisitissimo sentimento, il più squisito che noi avemmo, ben è in grado d’avvertire le più impercettibili sfumature d'accento e di suono ne'suoi schietti e luminosi fantasmi. Egli, oltre il suspensivus  (/), la nostra  virgola, il colon  (.), il nostro punto, l' interrogativus  anche talora in forza d'esclamativo f., il nostro interrogativo, adopera per speciali atteggiamenti di pensiero DUE ALTRI SEGNI speciali: un punto sottostante a una virgola (.'), simile nella forma al nostro esclamativo, pella clausola non chiusa  nell’INTENZIONE (vide Grice, “I KNOW vs. I know” -dello scrittore – R. M. Hare sub-atomic particles of logic; e un punto attraversato da  una virgola (/), per esprimere un'idea  enfatica – cf. Grice on stress - di particolare interesse per lui. Do un esempio del primo segno. Da be rami scendea dolce nella memoria. Una pioggia di fior sovral suo grembo. Ed ella si sedea  Humile  7  tanta gloria couerta già de lamoroso nembo. Qual fior cadea sul lembo. Qual sulle trecce bionde Choro forbito e perle  Eran quel dì  a vederle.   Ed ecco un esempio del secondo. Voi cui fortuna a posto in mano il freno delle belle contrade Di che nulla pietà par che vi siringa. Codesti segni, che si trovano adoperati anche nel vat. hit., contenente il bucolicum cat'tnen e nel vat. lat., contenente  il de sui ipsius et multorum ignorantia, corrispondono perfettamente a quelli di cui si discorre in un’ars punctandi, attribuita a PETRARCA,  e che questi avrebbe esposto in una lettera a Salutati in risposta a un quesito di lui. L'edizione è fatta a Lipsia con i tipi d’Arnaldo da Colonia, e comprende tre opuscoli riuniti certo per uso scolastico: Il modus epistola/idi di Saphonenn, l'ars patie e aiuti da parte de'dotti, e dalla Toscana il moto si propaga con molta rapidità nelle altre regioni d'Italia, specie nel Veneto, dove scrissero o  insegnarono le regole della lingua volgare Augurello e Gabriello, e punctandi di Petrarca, e il Dyalogus de arte punctandi di Giovanni de lapide. Società filologica  romana, iI canzoniere di Petrarca riprodotto letteralmente dal cod. vat. lai., coti tre foto-incisioni, cur. Modigliani, in Roma, presso la Società. Ili, Prefazione. Per altro, devesi osservare che questi trattatelli di ars punctandi,  come altri d'altro argomento affine, quale il trattato De aspiratione di Pontano, erano dettati non in servizio del volgare, ma specialmente in servizio del latino. Il volgare v’entra in ispecie pelle varietà che veniva offrendo rispetto al latino, e l’osservazioni erano poi più o meno seguite dai nostri grammatici del volgare. P. es., Fortunio ci dice. Come che il dottissimo Pontano nel suo  trattato d'aspiratione dice, la pre-posizione di questa lettera g  a'vocali  [come  in Giano, gioco, Giove] nella volgar lingua esser processo da barbari: ma, la Tosca pronunciatione seguendo, a me par che vi si convenga. Se non s’ebbero speciali trattati ortografici, non manca peraltro chi nelle trascrizioni seguisse un sistema determinato di pronunzia. Mi basti citare 1'esempio messo in  luce da Rajna, Osservazioni fonologiche a proposito d’un ms. della  Magliab., il libro della storia di  Fioravanti, in  II  Propugu., Dell'insegnamento di Trifon  Gabriele, autore d'una Institutione della grammatica volgare, uno de'grammatici e critici più riputati, e chiamato il Socrate di quella età, Sanctis, Storia, ci lascia notizia in uno de'suoi dialoghi Speroni, dove introduce a parlare de'  propri studi Brocardo. Questo nostro buon padre primieramente mi fa noti i vocaboli, poi mi die regole da conoscere le declinazioni e coniugazioni di nomi e verbi toscani, finalmente gl’articoli, i pronomi, i participii, gl’avverbi e l’altre parti dell'orazione distintamente mi dichiara. Tanto clic accoltein uno le cose imparate, io ne composi una mia grammatica con la quale scrivendo io  mi reggevo. In Sanctis. Per ogni notizia riguardante  Augurello, Gabriello e altri, rimando al cit. libro di Cian, Un  decennio ecc. Per Augurello, in particolare, Serena, Attorno ad Augurello, Treviso, e Pavanello, Un maestro: Auguralo, Venezia. 11  P. non sa dirci  nulla se  l'A. scrive la grammatica; ma afferma l'esistenza dell'insegnamento a Padova, a Venezia, a Treviso, e dà altre  indicazioni importanti circa uomini e cose di questo periodo e di quanti sono  in  relazione con Bembo. Bembo anda meditando quelle che poi divennero le sue celebri prose, mettendo  insieme, a richiesta d'una sua amica, un libretto di Votazioni. La grammatica ormai cade sotto il dominio della poetica del ri-nascimento e si sottopone al principio dell'imitazione: la qualità di Toscano  non era più necessaria per occuparsi autorevolmente ed efficacemente del volgare, che veniva a esser considerato come lingua morta, e come tale studiato e regolato nella grammatica. E senza negare che pur in Toscana le cure spese intorno ad esso né s'arrestano né s'affiochirono, che anzi troveremo non pochi tra i Toscani escogitatori di concetti e di riforme veramente originali, pure  il movimento si svolge segnatamente fuor di Toscana, almeno nei rapporti della compilazione scritta delle regole. Ci basta il ricordare che a confessione stessa di Bembo, sono alquanti che scriveno della lingua volgare. Codesti dovevan esser certamente fuori di quel circolo cui egli dirige il manoscritto delle sue prose e che era composto di Trifon Gabriele, suo principale corrispondente,  d’Augurello, di Tiepolo, di Valerio, di Ramusio e di Navagero. Chi fossero non è ben chiaro, ma nella mente di Bembo dovevan esser con ogni probabilità, oltre il Calmeta, che accusa di plagio,  Fortunio, Liburnio,  Colocci. Se tutti costoro insegnassero o scrivessero, come Augurello e Trifone, regole della volgar lingua, non sappiamo; come non sappiamo se e come si concretassero  l’osservazioni della lingua che, secondo la testimonianza di Trissino, sarebbero andati facendo Dolfin, Fracastoro, Giulio Su Calmeta  v. specialmente  Rajna,  La lingua cortigiana Anche a Colocci sono attribuite d’Ubaldini regole della lingua, che però dovrebbero essere state confuse, come ben suppone Cian, non tanto col vocabolario, che effettivamente esiste nei due codd. vaticani,  sì bene coll’annotazioni su varii autori volgari e latini o  colla Colleclio vocum Petrarchae et aliorum, die realmente esistono ancora  Oggidì fra i codici vaticani. Per Colocci,  Rajna,  recens. cit. del libro di Belardinelli, nella quale  -ohm anche messi a profitto due altri scritti riguardanti Colocci, l'uno di Neri, Nota sulla letteratura cortigiana del Rinascimento, in Bull. il. di Bordeaux, e  l'altro di Debenedetti, Intorno ad alcune  postille di A. C, in  Zeit. f. rom. Philol.. 4S  Sforici  della  Grammatica  Camillo, e quel Amaseo di cui, mentre pronunzia una gonfia orazione a BOLOGNA in difesa del latino, ormai detronizzato, si sa che spiegava al proprio figliuolo e a un  altro scolaro le regole della volgar Ungila, e l'altro gruppo di letterati di cui ci tiene parola Dolce nelle  sue Osservazioni, Cappello, Veniero,  ZANE (si veda), Gradenigo, Baroer,  Amalteo,  ecc. – TUTTI VENETI. Ma se non tutti sono stati intenti a scriver e compilar grammatiche, di cose grammaticali certo s'occupano e molto s' intendevano, specie coloro a'quali Bembo richiede l'opera di correttori e di consiglieri, e, per tornare in Toscana, i frequentatori di quegli orti Oricellari, alle  cui discussioni presero parte, tra gli altri, TRISSINO (si veda), che vi espone le sue dottrine ortografiche, e il grande segretario fiorentino che bolla d'inonestissimi i seguaci di Trissino, sostenendo che quella tale lingua curiale non  esiste se non in quanto il fiorentino de'sommi si sarebbe imposto all'uso letterario di tutta Italia, arricchito nel vocabolario, ma invariato nella grammatica,  e che,  primo Per una grammatica  di Camillo  v. più  innanzi. Zambaldi,  Delle teorie ortografiche in Italia, estr. dagl’Atti del R. Istituto veneto, Venezia. Sensi  (M.  Claudio  Volo/nei e le controversie sull'ortografia  italiana, non è disposto a cedere la priorità e la maggior importanza del movimento grammaticale toscano di contro a quello delle altre regioni d'Italia, e raccomanda che  questo punto sia meglio riveduto. Egli anche a parer mio ha perfettamente ragione, (pianilo parla d’un interessamento dei Toscani vivo, continuo e intenso versoli loro idioma, che manifestano specie in radunanze e ritrovi, nello sforzo di parlarlo meglio che  possono; ma in fatto di produzione di grammatiche, fatto concreto e accertabile e accertato quella vaticana è l'eccezione che ha  il valore che abbiam visto il posto d'onore spetta a non toscani. Quella stessa testimonianza di Pazzi quel che noi ridiente diciavamo, loro si sono messi a far sul serio indica la coscienza che di questo fatto avevano i toscani; e vedremo che fino a Giambullari, la Toscana non ebbe un vero e proprio grammatico del volgare, e quando i Toscani vi posero mano tu proprio anche per un certo  sentimento di vergogna che li punse nel vedersi legiferare la loro lingua dagl’altri – “which reminds me of Otto Jersperson!” H. P. Grice. Su gl’Orti, Scott, The Orti Oricellari, Firenze. Pella composizione del Dialogo intorno alla  lingua di Machiavelli, v. Rajna, in  Rend. d. Acc. d. Lincei, fra tutti, intuì il valore dell'elemento sintattico nella  lingua, come fecero poi, tra gli altri, il   Martelli e Gelli. Tutto questo è detto per dimostrare che, quando Fortunio pubblica le sue regole, la necessità dello studio grammaticale del volgare era largamente  riconosciuta, sia come effetto della sorta coscienza dell'importanza della letteratura, sia in tanto in quanto a parlar bene nel patrio idioma occorr, in ordine al canone dell' imitazione formulato dal classicismo, osservare la  regolarità de'nostri sommi. Quando Fortunio pubblica le sue regole, due fatti si maturano, la vittoria definitiva del volgare sul LATINO e il comporsi della dottrina dell'imitazione in una salda unità di principi. Anzi  esse ne sono la  prima comune manifestazione. Primo e principale effetto di quella dottrina è lo studio della forma esteriore così nella  letteratura antica che nella moderna, elevata ai medesimi onori di quella: della forma nessun aspetto fu  trascurato,  parendo essa  quasi tutto il meglio  del- [Regole grammaticali della volgar lingua di  i/tesser  FORTUNIO (si veda), reviste, e con somma diligentia corrette. Aldus. La prima edizione ne è fatta in Ancona per Vercellese. In poco più di trentanni sono ristampate diciotto volte. Un'altra edizione da T. consultata  è quella di Vinegia, per Bindoni e Pasini compagni.  Una  bibliografia de’nostri antichi grammatici s’ha nella Biblioteca dell'eloquenza italiana di FONTANINI (si veda) annotata da Zeno, Venezia. Di grammatici s’occupa di proposito anche Tiraboschi nella sua storia della letteratura italiana, Roma. Grammatici italiani in volgare;  Contese ortografiche, sul titolo della  lingua, ecc.;    GRAMMATICI FILOSOFICI TOSCANI. Notizie a loro relative si possono raccogliere in tutte le storie letterarie: T. cita per tutte quella scritta d’una società di professori e edita per cura di Yallardi, ma ricordando in particolare la storia di Canello, Milano. Ai meriti di Sanctis anche verso la  storia, l'opera d'arte,  ivi  scoprendosi tutto l'artifìcio dello scrittore: quindi sceltezza di lingua,  correzione, regolarità, eleganza, armonia nel disegno totale e in ogiir-rniirimo particolare sono le doti volute alla perfezione d'un' opera: si discusse dove e come studiarle: sono studiate, poi legiferate, codificate in altrettanti particolari trattati: grammatiche, vocabolari, disamine linguistiche, metriche, rettoriche: l'osservazione è tradotta in legge: sorge così il purismo  classico: l'erudizione  cede il passo all'estetica. Di queste particolari trattazioni, se stiamo alle date delle principali  opere  critiche, sorge prima la grammatica: che le prose di BemboT  dove, oltre la grammatica, son trattati l'effetto poetico dei diversi suoni e il valore onomatopeico delle varie vocali e consonanti, sono del 25, il De Arte poetica di Vida, dove si danno le leggi d’armonia imitativa, è del 27, la  Poetica di Trissino, che discorre di lingua e metrica toscana, è del  29, del 35 è il  primo vero vocabolario toscano,  al  39  risale il tentativo di Tolomei d'introdurre i metri classici nella poesia volgare ecc. Se ciò non dipese dal caso, la ragione è da ricercare nel fatto che, come la regolarità grammaticale è la caratteristica che prima colpisce l'occhio del lettore e dello studioso ed è, diremo,  la dote essenziale della forma esteriore d'una scrittura, così è o sembra più  facile e nel tempo stesso più utile e necessario il codificarla. La grammatica inoltre, e questa della  grammatica ho già accennato, e torna a discorrerne direttamente a suo luogo. Notizie di grammatici s’hanno, naturalmente, in tutti i libri che trattano la questione della lingua: bastera che T.  ricordi qui: Caix, Die  Streitfrage ilber d. ital. Sprache, neh' Italia dell' Hillebrand; Ovidio, Le correzioni ai promessi sposi e la questione della lingua; Napoli; Vivaldi, Le controversie intorno alla nostra lingua; Catanzaro, Foffano, Giorn. si. d. leti. il., dove si tien conto de'grammatici con molta diligenza; Luzzatto, Pro e contro Firenze, Sensi, Pass. Bibl.; ora,  Belardinelli, La questione della lingua. Un  capitolo di storia della letteratura italiana. Da Dante a  Muzio. Con una fonte,  Roma, cit.  receus.  Rajna Su i primi grammatici della lingua italiana è scritto, oltre che da Morandi  già  cit., da Ferrari,  Rivista europea. Anche nel Canone è la prima scienza. è ragione forse di maggior peso che non la precedente, è in intima connessione con ognuna delle trattazioni che possono esser  condotte anche separatamente; perchè è linguistica, se indaga l'origine e lo sviluppo della lingua che studia, è vocabolario in quanto registra, nei paradigmi e negl’esempi, molte serie di  parole, è storia dove tratta d'etimologia, è metrica, e, fino a un certo segno anche  rettorica, specie dove discorre dell'uso e della collocazione delle parole e delle figure grammaticali. Lo sguardo del  grammatico, insomma, può spingersi in ogni aspetto della  forma, s’è largo e profondo. L'opera del nostro Fortunio, infatti, di cui abbiamo i primi due libri soltanto, l'uno del dirittamente parlare, morfologici, l'altro del correttamente scrivere, ortografia, comprende, secondo quant'egli afferma nel proemio, in altri tre libri, la trattazione delli più riposti vocaboli, etimologia, stilistica,    della costruttione varia delli  verbi, sintassi, e della volgare arte metrica, svolgendo così tutta o quasi la materia grammaticale, senza dire che nel primo e secondo libro sono spesso discusse delle questioncelle di critica ermeneutica, quasi saggio d'un'ampia appendice, che pure aveva tracciata nel suo disegno. Ad ogni modo, questo primo tentativo d'abbracciar tutta la forma della lingua  che s’offre ora allo studio e alla imitazione, rivela il calore onde la critica s'applica alla letteratura. Ma, in generale, all'elaborazione della grammatica volgare, com'è  già avvenuto per quella vaticana, presede il modello della latina. Dei grammatici latini quelli che conservano fino al ri-nascimento la maggiore autorità, sono Donato,  ch'alla prima arte volle pella mano, e Prisciano  Cesariense, della  turba grama dantesca: Donato specialmente, nell’Ars minor, pella prima istituzione grammaticale, e Prisciano, il più completo fra tutti, pello studio più elevato; ma il ri-nascimento sente il bisogno d’adattarli per i tironi riducendoli e integrando l'uno coll'altro. Un primo tentativo di riduzione ha eseguito per tempo Zonino da Pistoia, che è il primo a imporre il nome di  Reguìa~e~?i\\%. grammatica  latina; ma non ha molta  fortuna. Assai più largamente adottati sono invece Guarino e Perotti. Quest'ultimo gode ancora il vivo favore dei discenti, come vedremo sulla  testimonianza del Conte  di  S.  Martino, che lo copia letteralmente nelle sue osservazioni di grammatica toscana. T. da in nota, per comodità  dei  lettori e per evitarsi continui raffronti e  ripetizioni, un'indicazione sommaria delle due arti di  Donato e  dell’instituzioni di Prisciano, valendosi delle loro stesse  parole: di Prisciano, che non si presta pella sua abbondanza di  Ecco lo schema della Donati De partibus orationis ars minor, ed. Kiel, Lipsiae. Partes  orationis VIII – I nomen II pro-nomen III verbum IV adverbium V participium  VI coniunctio VII praepositio VIII interiectio.Nomen est =df pars orationis cum casu corpus aut rem  proprie communiterve SIGNIFICANS (Grice ; ‘shaggy.’) Nomini accidunt, sex: qualitas, proprium – FIDO --,  appellativum – shaggy conparatio positivo comparativo supperlativo, genus, maschile, femmenile commune promiscuo numerus singulare duale – ‘ambedue’ --, plurale, figura, simpice, conposta,  casus VI. Pro-nomen est =df pars orationis – Grice, “Someone, I, is hearing a noise, quæ pro nomine posita tantunden paene SIGNIFICAT PERSONAMque – Grice, “PERSONAL IDENTITTY: “Something is hearing a noise” -- interdum  recipit.  Pronomini accidunt, sex) :  qualitas, genus, numerus, figura.   Verbum est (=df) pars orationis cum tempore et persona sine casu aut agere aliquid aut pati aut neutrum SIGNIFICANS. Verbo accidunt septem qualitas in  modis indicativo imperativo ottativo coniuctivo infinitivo impersonale. In formis perfecta meditativa frequentativa inchoativa. Coniugatio PRIMA,  AM-o, -as, -bo, -bor;  SECONDA,  doceo;  TERZA,  lego genus attivo passivo neutro deponente com.ì; numerus f singolare, duale, plurale  figura  isimplice composta tempus praesens,  praeterito imperfetto perfetto plusquamperfectum;  futuro),  persona prima – Grice, “I am hearing a noise”, SECONDA TERZA “Someone is hearing a noise).   Adverbium – e. g. ‘non,’ compostodi ‘ne’ e ‘on’ – est =df pars orationis, quæ adiecta verbo SIGNIFICATIONEM eius explanat atque inplet. Adverbio accidunt tria: significano loci temporis numeri NEGANDI (‘non’) affirmandi demostrandi optandi hortandi ordinis interrogandi similitudinis qualitalis quantitatis dubitandi personæ vocandi respondendi separandi iurandi eligendi congruendi prohibendi eventus comparandi comparatiti figura. Participium est =df. pars orationis partem  capiens  nominis,  partem  verbi;  nominis genera et casus, verbi tempora  et  SIGNIFICATIONES,  utriusque numerimi et figuram. Participio accidunt sex: genus casus tempus  SIGNIFICATIO  numerus  figura. Coniunctio est =df. pars oratiois adnectens  ordinansque  sententiam. Coniuctioni  accidunt irta: potestas coppulativa – e -- disgiunctiva – o -- expl. – ‘se’ --,  caus., ration. figura ordo praep., subs., coiti. Prae-positio est =df. pars orationis quæ praeposita aliis  partibus orationis SIGNIFICATIONEM casum aut conplet aut mutat aut minuit. Praepositioni accidit unum: casus. Interiectio est =df. pars orationis SIGNIFICANS MENTIS [ANIMAE] AFFECTUM VOCE INCONDITA. Interiectioni accidit unum: SIGNIFICATIO (la  intelligimus cum multis aliis etiam comprehensivum, verbale, principale, adverbiale. de comparativis et sup. et eorum diversis  extremitatis: ex quibus positivis et qua ratinili formantur; de diminutivis: quot eorum species, ex quibus declinationibus nominimi, quomodo formantur de denominativis et verbalibus et part. et  adv.:  quot eorum species, ex quibus primitivis, quomodo nasenntur. de  generibus  dinoscendis  per  singulas  terminationes;  de  nunieris;  de  figuris  et  earum  compage;  de  casti.   Genera: masculinum, femininum, commune et neutrum vocis magis qualitade quam natura dinoscuntur, quae sunt sibi contraria, epicœna vel promiscua. clnbia. Numerus dictionis forma, quae discretionem quantitatis facere potest. singularis vel   pluralis. Figura  quoque  dictionis  in  quantitate  comprehenditur:  vel  eiiim  simplex,   vel  composita,   vel  decomposita. Casus  est  declinatio nominis vel aliarum casualium dictionum quae fit maxime in fine. de nominativo casu per singulas extremitates omnium nominnm, tam in vocales quam in consonantes desinentium, per ordinem; de genetivorum  tam  ultimis  quam  penultimis  syllabis,  de  ceteris  obliquis  casibus,  tam  singularibus  quam  pluralibus, de  verbo  et  eius  accidentibus. VERBVM est  pars  orationis  cum temporibus et modis, sine casu, agendi vel patiendi SIGNIFICATIVM. accidunt octo. Significatio sive genus, tempus, modus, species, figura, coniugatio et persona cum numero, quando  afifectus  animi  definiti. Significatio: activus, passivus, neutrum (absolutum i, deponens. tempus: praesens, prateritum et futurum: praeteritum in tria, imperi"., perf.,  plusquamp.   modi  sunt diversae inclinationes animi, varios eius affectus demonstrantes. sunt autem quinque: ind. sive definitivus, imp., opt., subiun., infinitus. ind.us, quo indicamus vel  definimus, quid agitur a nobis vel ab aliis, qui ideo primus ponitur, quia perfectus est in omnibus tam personis quam temporibus et quia ex ipso omnes modi accipiunt regulam et derivativa  nomina sive verba vel participia ex hoc nascuntur, et quia primo positio verbi, quae videtur ab ipsa natura esse prolata, in hoc est modo,  quemadmodum in nominibus est CASVS NOMINATIVS, et quia substantiam sive essentiam rei SIGNIFICAT, quod in aliis modis non est. neque enim qui imperat neque qui optat nequi qui dubitat in subiunctivo substantiam actus vel passionem significat, sed tantummodo varias animi voluntates de re cavente substantia. Species sunt verborum duae, primitiva et derivativa, quae inveniuntur fere in omnibus partibus orationi. diversae species inchoativa, -sco, meditativa, -urio, frequentativa, desiderativa, et aliæ a nominibus  (patrisso) et a verbis  (albico). Impersonalia Figura quoque accidit verbo, quomodo  nomini. Coniugatio est consequens verborum declinatio. Sunt igitur personae verborum tres. Numerus accidit verbis uterque, quomodo et omnibus casualibus, singularis, pluralis. de regulis generalibus omnium coniugationum. de praterito perfecto. de participio. de  pronomine. est pars orationis, quae pro nomine proprio  uniuscuiusque  accipitur  personasque  finitas  recipit.   accidunt  sex:  species,  personae,  genus,  numerus,  figura, casus. species: primitiva derivativa, persona prima et secunda persona singula habent pronomina, tertia sex  diversas voces. demonstrativa, hic, relativa, is, praesens iuxta, iste, absens vel longe posita, ille, demonstrativa et relativa. genus: m., f., n. figura: s., e. numerus: s., pi. casus: quemadmodum  nominibus. De præpositione. Apolloni auctoritam in omnibus    sequendam  putavi. pars orationis indecl., quae prep. aliis part. vel appositione vel comp. cognationes de potestate separatae praepositiones vel acc. vel  abl. adiunguntur. De adverbio et interiectione. Pars orationis ind., cuius significatio verbis adicitur. accidunt species,  significatio. figura species prim. der. conp. sup. dim. significatio  adverbiorum  diversas  species  liabet tempus locum dehortativa confirmativa figura: simpl. conp. deconp. iurativa dub. discretiva ord. intentiva comp. super,  etc. Interiectionem  Graeci inter adv. ponunt, quoniam haec quoque ve]  adiungitur  verbis  vel  verba  ei  subaudiuntur,  ut  si  dicam papae,  quid  video?',  vel  per  se  'papae',  etiamsi  non  addatur  'miror',  habet  in  se  ipsius  verbi  significationeni.  quae res maxime fecit, Romanorum artium scriptores separatim liane partem ab adverbiis accipere, quia videtur affectum habere in se verbi et plenam modus animi significationem, etiamsi non addatur verbum, demonstrare. interiectio tamen non  solum quem  dicunt græci oxerMao/uóv significat, sed etiam voces, quae cuiuscumque  passionis  animi  pulsa  per  exclamationem  intericiuntur.  habent  igitur  diversas  significationem:  gaudii,  doloris, timoris, etc  optime  tamen  de  accentibus  earum  docuit DONATO E PRISCIANO, quod non sunt certi, quippe, cura et abscondita voce, id est 6r non piane expressa, proferantur et prò affectus commati qualitate, confunduntur in eis accentus De coniunctione. e. est pars orationis ind. coniunctiva  aliorum o. quibus  consignìflcat, vini vel ordinationem demonstrans: vim, piando simul essires aliquas significat, ut et pius et fortis fnit Ænaeas; ordinem,  quando  consequentiam aliquarum  demonstrat  rerum,  ut si ambulat, movetur. accidunt: figura et species, quam alii poteitatem nominant, quae est in significatione coniunctionum, praeterea ordo. figura: s., e. species:  copulativa,  continuativa, subcontinuativa adiunctiva causalis effectiva approbativa disiunctiva subdis. disertiva abl. praesump. advers. abneg. collect. vel rationalis dub. completiva ordo: praeponuntur. subponuntur. de constructiono  sive  ordinatione  partium orationis, inter se. Quoniam  in  ante  expositis  libris de partibus orationis in plerisque Apolloni auctoritàtem sumus secuti, aliorum qtwque sive nostrorum sive Graecorum non intermittentes necessaria et si quid ipsi quoque novi potuerimus addere, nunc quoque eiusdem maxime de ordinatione sive constructione dictionum, quam Graeci ovvra^iv vocant, vestigia sequntes, si quid etiam ex aliis vel ex nobis congruum inveniantur, non  recusemus  intercipere.  necessariam  ad  auctorum  expositionem.   est oratio comprehensio dictionum aptissime ordinatarum, quomodo syllaba comprehensio literarum aptissime coniunctarum, et quomodo ex syllabarum coniunctione dictio, sic etiam ex dictionum coniunctione perfecta oratio constat. Exempla: per abundantiam: literae, relliquias, syllabae, tutudi, dictionis, me, me adsum qui feci; literae prorfest, syllabae, inafoperator, dictionis, sic ore  locuta est: per defectionem: literae, audacter, syllabae, commovit, dictionis, urbs antiqua fuit quam, Tyrii tenuere  coloni. Quomodo autem literarum rationem vel scripturae inspectione vel aurium sensu diiudicamus, sic etiam in dictionum ordinatione disceptamus rationem contextus, utrumque recta sii an non. nani si incongrua sit, soloecismum faciet, quasi elementis orationis inconcinne  coeuntibus, quomodo inconcinnitas literarum vel syllabarum vel eis accidentium in singulis dictionis facit barbarismum. sicut igitur recta ratio scripturae docet literarum congruam iuncturam, sic etiam rectam orationis compositionem ratio ordinationis ostendit: dementa, syllabae, dictiones, orationes praeponuntur et postponuntur, dividuntur et coniunguntur, transmutantur, aliae prò  aliis accipiuntur. Solet quaeri causa ordinis elementorum, quare a ante b et cetera; sic etiam de ordinatione casuum et generum et temporum et ipsarum partium orationis solet quaeri. restat igitur de supra dictis tractare, et primum de ordinatione,collocatio, partium, quamvis quidam suae solacium imperitiae quaerentes aiunt, non oportere de huiuscemodi rebus quaerere, suspicantes  fortuitas esse ordinationum positiones. sed quantum ad eorum opinionem, evenit generaliter nihil per ordinationum accipi nec contra ordinationem peccari, quod existimare penitus stultum. si autem in quibusdam concedunt esse ordinationem, necesse est etiam omnibus eam concedere, sicut igitur apta ordinatione perfecta redditur oratio, sic ordinatione apta traditati sunt a doctissimis  artium scriptoribus partes orationis, cum primo loco nomen, secundo verbum posuerunt, quippe cum nulla oratio sine iis completur, quod licet ostendere a constructione, quae continet paene omnes partes orationis. a qua si tollas nomen aut verbum, imperfecta rit oratio; sin autem cetera subtrahas omnia, non necesse est orationem deficere, ut si dicas: idem homo lapsus ben bodie concidit, en omnes insunt partes orationes ausane comunctione, quae si addatili, aliarti orationem exigit. Possumus autem et amplioribus rationibus de ordinatione partium demonstrare; sed quia non de ea propo sitimi nobis est, sumciat hucusque dicere. Quaestio quare interrogativa dictionum in duas partes orationis solas concesserunt, id est in nomen et in adverbium: an haec etiam approbatio est, principales duas esse partes orationis nomen et verbum, quae quando in notitia non sunt, habere de se interrogationem frequenter  accipiendam?  Ouoniam de bis, quae loco articulorum accipi possunt apud Latinos in supra dictis ostendimus et de generaliter infinitis vel relativis vel interrogativis nominibus, quae relationis causa stoici inter articulos ponere solebant, et de adverbiis, quae vel ex eis nascuntur vel eorum  diversas  sequuntur  SIGNIFICATIONES, consequens esse existimo, de pronuininimi quoque constructione disserere. Partes orationis ad aptam coniunctiones ferri debent. per figurarti, quam Graeci à.kkoiòxt\xa vocant, id est variationem, et per nQÓÀrjynv vel  ovMeipiv, id est praeceptionem sive conceptionem, et per geBypia, id est adiunctionem et concidentiam, quam  ovvé/ATtxcùOiv  Graeci  vocant,  vel  procidentiam,  id  est  àvrwirwow, et numeri diversi et diversa genera et diversi casus et tempora et personae non solum transitive et per reciprocationem. sed etiam intransitive copulanti, quae diversis auctorum exemplis tam nostrorum quam Gra osservarle, a insegnarle, a compilarle sono ormai una schiera, e il fine questo conta ancor più è in tutti unito: trovar i principi onde condur con profitto lo studio e la 1 Vó stretto; per la s dolce propose il 0, per il eh seguito da i atono il  k, per il suono gì la grafia Ij, lasciando il e e il g col suono gutturale dinanzi a tutte le vocali, e il eh e gh pel palatale, e il digramma se. Sicché il suo alfabeto, quale ci è messo sott'occhio nella Grammatichetta, presenta 33 rappresentazioni: a b e d e f g eh e gh k i 1 j m nopqr^stouz v § x y th ph h, delle  quali  fa  28 SIGNIFICATIV, cioè,  rappresentative  degl’elementi  della  voce,  V  oziose -- x, y, ph, th, h -- benché  “h” non  lo  consideri  una  *lettera*,  ma  un  accento aspirato.  Le SIGNIFICATIVE distingue  in VII vocali  (aeeiocju) e 2i  consonanti.  Colle vocali  forma  13 dipthomgi, ai au ei eu ei ia ie ie io ico iu oi uo e un triphthngG>  (iu 99 renze e a Siena se ne fosse parlato, non mancali prove che l’attestino. Lasciando dell'atteggiamento preso contro Trissino e quant'è di personale nella polemica, e la contestata possibilità di conseguir l'intento in materia siffatta, gl’oppositori accettarono la distinzione per  Vu  e il v, quella dell',  per convenzione. Tratta poi del nome, e non va più innanzi, perchè da  lui  rivegna a noi, di  tutte le cose conoscimento, forma e sostanza. Secondo il novero e il grado, secondo che SIGNIFICA Corpo o ver Cosa, che sia d'altrui qualità  propria  o  comune,  otto  ne  sono  gli  osservamenti: Specie Qualità Comparazione Geno Novero Forma Grado e  Terminazione. Date  tutte [È  la  vera  traduzione  dell' alviariKÓv  de’greci. Trattandosi  della prima  grammatica dove si affacci  un  intendimento classificatorio – o tassonomico, i. e., non-esplicativo – adequazione descrittiva --,  credo meriti la spesa il riferire le definizioni di quest’accidenti grammaticali. Specie ee, una natia disposizione, di che che sia voce; per cui de'1 primo suo essere discernimento riesca, o soccedente dopo. Geno ee egli, uno racconoscimento dell'un sesso all'altro, dallo anziposto articolo, naturalmente tratto, o dall'autorità degli scrittori, alle genti rimase. Novero e egli, uno accrescimento di quantità, d’uno a più procedente; per terminazione distinto. Forma ee ella, uno racconoscimento della parola sempiamente detta, o congiunta e apposta altrui. Grado fia egli, un certo movimento della  variazione,  ne  '1  Novero, racconoscimento per anziposto articolo sempiamente  addetto, o con preposizione riposto. I casi son detti: nominativo vocativo genitivo acquisitivo causa-] guaito le relative definizioni, porge i paradigmi delle terminazioni, declinazioni, di cui fa cinque classi a; o; e;  i; Gerì, Portici, Napoli; cons. David,  Babel e infine un Notamente vocabolarietto de Nomi di che sia detto nello costui  ragionamento. La  medesima  applicazione del concetto di TRISSINO D’ORO del volgare illustre al canzoniere fa un altro curioso seguace di Bembo, il conte di  S. Martino nelle sue osservazioni grammaticali e poetiche della lingua d’ITALIA, dove lo schematismo grammaticale acquista quanto e più che nella grammatica dell'Ateneo un considerevole sviluppo. Difendendosi dall'accusa rivoltagli d'incapace, qual  nato sul confine, a osservar le regole del volgare, egli fa intendere che non occorre esser toscani per comprender Petrarca, il quale non iscrive nel puro fiorentino, ma nell'ITALICOi, che rappresenterebbe per noi quel che per i Greci la Kotvfj  òià/.EKTos(l).  Egualmente dichiara d’attenersi ai modi facili e intesi da tutti, non tolti di mezzo la Toscana, e usando anche vocaboli latini un  m. Nicolò Tani dal Borgo a  S. Sepolcro che, pur trattando della nostra lingua toscana, scrive i  suoi avvertimenti sopra le regole toscane colla formazione de’1 verbi, e variatione delle voci, non pe'toscani, tivo, Terminativo. Qualità ee, un partimento di nomi, de gl’uni agl’altri, altri fatto commone o proprio, a cose divertevoli tratto.Comparazione ee un accrescere o scemare di qualificato accidente, con anziponimento di se: per l’additioni fattone, significanti diminuzione, o accrescimento d’appellazione che sia. Terminazione, osservamento sezzaio, una fine esser diciamo, di che che sia  Appellazione; variata per gradi, et in uno de vocali pello sempre finiente; con barbari alquanti in consonante formati. I nomi son divisi in essistenti, sostantivi, e adherenti, aggettivi, shaggy. La doppia uscita è chiamata geminamente  chiostro,  -a;  calle,  -a;  martire,  -o. Delle parti del  discorso fa nove classi: nome,  pronome, articolo, dittione, verbo, partecipante, additione, avverbio, preposizione, congiuntione, interposizione: che corrispondono press'a poco alle nostre, tranne che fa una classe del participio e non dell' 'aggettivo, che fonde col nome. A questo raffronto hanno ricorso altri propugnatori dell'italiano comune, a cominciar da CALMETA, che se ne sarebbe servito per persuadere, ma indarno, la sua dottrina a TRIFONE.  Cfr.  Ra.ina,  La  lingua  cortigiana  cit.In  Venezia,  per  Giovita  Ripario. Sono lodati da Fedeli  in una sua lettera posta dietro le rime di Torelli. E infatti pell'uso a cui la destina l'autore, sono esposti con certa bravura didattica, e ricchi principalmente  di paradigmi.    S'in- [ma per quei fuori d'Italia. Un bel riscontro alla precedente offre questa dichiarazione che Citolini, autore della Tipocosmìa, fa nella sua lettera in difesa della lingua volgare: io voglio starmi nella Toscana non come in una prigione,  ma come in una bella e spaziosa piazza, dove tutti i nobili spiriti d'Italia si riducono. Né mancarono de'seguaci di Trissino più trissiniani di lui – more Griceian than Grice -- come Arezzo nelle sue osservaniii della LINGUA SICILIANA  O e Achillini  nel dialogo dell’annotazioni della volgar lingua [Arezzo, partendo dal concetto che l'antico siciliano è lingua più pulita che non sia il moderno, e tale concetto appoggia coll'autorità di Dante, scrive la  grammatica _p_er icojr^  regger questo e ridurlo all'antico splendore, sicché i siciliani  possano adoperarlo come lingua propria letteraria. Non è una  grammatica completa, perù  che io non altro fari intendo chi purgar la nostra lingua mutando alcuni palori non ben usati. Cita l'autorità di poeti siciliani viventi; ammette per necessità l'uso di parole latine e fiorentine per ragioni di stile italianizzate. E dà una raccoltina di sue canzoni per mostrare come sarebbe da scrivere, ponendo in margine il commento. dugia molto sui mutamenti di vocali in principio, nel mezzo e nel fine delle parole; dei vocaboli composti; del troncamento e dell'accrescimento. E notevole l'osservazione riguardante i participi sincopati,che sono ancor  oggi una delle caratteristiche del dialetto della regione di cui è l'autore: ingombro, cerco, scuro, inchino, desto, franco, molesto, stanco, lasso, ecc. da ingombrato, cercato, scurato, inchinato, ecc. Oggi vi si sente, p. es., 'nsénto per insegnato. La lettera è datata da Roma; ed è edita in Venezia per Marcolini  da  Forlì.  Vi  si  dice  che  il  Citolini  conversava  con  m.  Trifone;  e  che  la  lettera  trovavasi  manoscritta  nelle  mani  di Zane.  Fu  ripubblicata  in  compagnia  d'una  lettera  del  Ruscelli  al   Muzio,   in  Venezia al segno del Pozzo Osservaniii; Della lingua siciliana ecanzoni,  j  in  lo,  proprio idioma,  Arezzo,  | gititi/'  Homo, sa | ragusano. Ad instantia di  Siminara. In Missina per Spira. Annotationi della volgar lingua d’Achillino, Bologna da Bonardo da Parma e Marcantonio da Carpo dall'originale dell'Autore. Eccone un  esempio: Vinci  disdegno d'ogni amor la forza: Volsi diri: chi  cosa  Muta lo cori, e trasforma la vogla: nixuna pò mutar [Achillini loda ed esalta Dante, Petrarca e Boccaccio perchè lo meritano, e quando gl’accade volentiera gVimita: gli piace anche il fiorentino quando è pronunziato bene, ma ritiene più corretta, in qualche parte, la comune e bolognese nostra: perchè derogar' alle più belle parole nostre non intendo, non sol alle nostre bolognesi, ma di quale altra si voglia patria, che sono delle thosche migliori, le piglio, e le thosche abbandono. Non però di libertà privando coloro, che thoscanamente vogliono procedere. E con pieno sentimento della bontà della parola viva, argutamente soggiunge; A noi ìntraviene come a coloro ch'hanno in casa bianco e ben cotto pane, e vanno in prestanza dal vicino a tuorne de'1 negro et mal cotto. E s' argomenta rafforzare questo sentimento estetico della lingua colla ragione storica. Così preferisce Olempo ad Olimpo, perchè questi due elementi i ed e hanno sì grande insieme l'amicitia che quando quella / dalla romana ovvero latina si parte per farsi volgare, ed ella in molti dittioni in e si trasforma, come in ancella da anelila; più Olempo gli fa comodo perchè rima con tempo! E preferisce zeloso, che viene da zelo, -as, a geloso, perchè noi bolognesi, toscanizzando geloso, si fa come il gentil che butta via la gentil moglie, e ne piglia una bastardella. Bologna docet dal tempo di Teodosio: dunque Bologna è la madre, dunque a Bologna la lingua volgare nostra il suo rifugio sempre mai d'aver deve, specialmente ne'1 bene, e che li figli cordialmente ama. Achillini è E lo mio cori mai forzao: nen forza: lo cori so, di lo amor Ne lo rimossi di l'antica dogla: della sua donna, Anzi la vidi vigurosa smorza stanti la fidi e Foco, chi di disdegno si ricogla, la constantia, E la costantia: chi di novo sforza: la qual costringi la Costringi la radici a nova soglia. radici di l'arboro di lo amori a novi effetti. Pulejo Ettore, Sul più antico abbozzo di grammatica siciliana, Atti e rend. dell' accad. dafnica d’Acireale; e Sabbadini, Studi medievali. Con questi criteri Achillini compone un suo poema didascalico ad imitazione del Dittamondo, intitolato il Fedele. Frati, Giorn. st. d. leti, it. Ad Achillini dobbiamo quelle Collettame grece, latine e vulgari sulla morte dell'ardente AQUILANO (si veda) in un corpo redutte, che Ancona illustra, Studi, e dove sono rappresentate quasi tutte le città della pe- [l'unico che voglia parlar la propria lingua, lasciando piena libertà agl’altri, ai toscani di parlar la loro. Ed è il più logico. O meglio, chi mostra anche più buon senso in tanto variar d'opinioni e meno vaga coscienza di quel che sia la lingua, è Bolzani, il cui dialogo è male che non vede la luce che quasi un secolo dopo da che era stato disteso, sotto l'impressione di dispute avvenute, presente Trissino. Lelio, uno degl’interlocutori, a' quali nisola. Non possiam forse parlare d'una dottrina del volgare illustre dantesco che gli serva di fondamento ideale; ma nel fatto nulla vieta di considerarlo un omaggio a tutte le parlate di Italia che l'Achillini egualmente rispettava. Dialogo della volgar lingua di Valeriano, Bellunese, non prima uscito in luce. In Venetia, nella Stamperia di Gio. Battista Ciotti. Fu ristampato dal Ticozzi, Storia dei lett. e degli artisti del Dipartim. della Piave, Belluno. La composizione di questo Dialogo, il secondo dopo quello del Machiavelli, in cui si riflettono le discussioni sulla lingua che il Trissino avvivò discorrendo del De Vulgari Eloquentia, di cui possedeva uno de' pochi esemplari, si suol riportare (G. Percopo, Giorn. st. d. lett. il., cioè a un tempo di poco lontano alla composizione del dialogo machiavelliano e alla breve fermata fatta dal Trissino in Firenze e alla probabile visita dell'anno successivo alle medesime radunanze. È ben noto che discussioni simili a quelle degli Orti e nelle quali medesimamente, come apprendiamo in ispecie dal Cesano, il trattato dantesco era oggetto e materia, avvennero in Roma, presente anche qui il Trissino, che risiedette colà. (Rajna, Introduz. eh., p. L'I. Ora, il Dialogo del Valeriano, che, come ogni scritto consimile, se non è riproduzione dal vero, è finzione che nel vero deve avere qualche radice, a me sembra che rispecchi assai meglio le radunanze romane del 24 che non le fiorentine del 13 e 14. La scena è collocata in Roma e ne sono interlocutori Lelio, il Marostica, e Angelo Colotio (il Colocci): e il Colocci vi riferisce agli altri due il dialogo avvenuto la sera innanzi in altra casa, dove egli fu trattenuto, in Roma stessa. Può esser tutta finzione questa e il contenuto del riferito Dialogo appartenere alle discussioni fiorentine; ma l'allegazione del pensiero del Papa e il richiamo della tirannide che il fiorentinismo aveva impiantato alla capitale e le macchiette di quei canzonatori fiorentini, sono indizi a' quali mal si sa dare una realtà tutta immaginaria. Quel che, per altro, secondo noi, basta a dirimer la questione, è la teoria del Tolomei intorno al volgare, la quale corrispondeva perfettamente a quanto il Tolomei veniva pensando e scrivendo appunto in quel bat- il Colocci riferisce il Dialogo avvenuto tra il Trissino, il Tolomeij il Tibaldi e il Poggi, dice: Io non sento la più sciocca cosa, che '1 parlar toscano da uno, che non sia Toscano; e riesce ridicolo per lo più, chi vuol parlar la lingua d'altri, perchè non può star tanto sull'aviso, che a lungo andar non iscappi nel naturale, poiché la radice tien sempre della sua natura (p. 15). Il Marostica, un altro interlocutore, si duole in modo veramente spiritoso di non aver assistito al dialogo. Dio, perchè non mi smi io trovato a questi ragionamenti per poter finalmente risolvere, se ho da parlar con la mia lingua, o con quella d'altri, eh' è una compassione il fatto mio, ogni volta, che ho da scrivere a un amico, star a freneticar, s' io ho da usar la mia lingua, 0 mandar per un'altra al macello. Messer Angelo, non si può più vivere, dapoichè son usciti fuora certi soventi, certi eglino, certi uopi, certi chenti, e simili strani galavroni; non posso passeggiar per Parione, che vengano questi giovanotti dottarelli, barbette recitanti, e stanno ascoltando, quel che ragioniamo insieme, e ci puntano negli accenti, nelle parole, e sulle figure del dire, che non sono Toscane senza una compassion al mondo, ridendosi di noi, che se ben ha verno messo la barba bianca tagliero 24, e che non so da quale altra fonte, se non dal ricordo delle radunanze romane, Valeriano avrebbe potuto attingere. E anche la presenza del Pazzi è ben significativa. Cosicché io inchino a credere che questo caratteristico scritterello sia da riferire a un tempo non anteriore. L'oggetto della disputa che vi è riferito era stato: se questa lingua Volgare era nostra, o d'altri, e se l'era toscana, e di che paese, e se si poteva scriver in volgare altramente che con forme Toscane. Poi si trattò, se per Lingua Toscana, s'intendeva solo la Fiorentina, e sopra tutto qual convenisse a un galant'homo. La disputa, invece, quale è rispecchiata nel Dialogo del Machiavelli, che da ogni accento mostra esser vero, è ben diversa. E anche le parole, che si potrebbero allegare per metter il Dialogo del Valeriano in relazione con le discussioni degli Orti: Misser Giangiorgio [disse], che stava sopra una fantasia di certe lettere, che mancavano nel nostro alfabeto, poiché avendo la pronuntia diversa, si notavano con la medesima figura, vanno assai meglio pel 24, l'anno appunto in cui la riforma trissiniana fu resa pubblica. Noto con piacere che anche Rajna nella già cit. recens. (che vedo ora nel riveder le bozze) del saggio di Belardinelli, su cui parimenti getto lo sguardo ora appunto per la spinta di quella recensione, con quest'ultimo de' miei argomenti e altre parole propugnata nuovamente dal Belardinelli.] negli studi, non sapemo quello, che mai non ci sognassemo d'imparare. Non dico già, che, poiché havemo un Principe Toscano, e di tal dottrina, virtù, e benignità dotato, non debba ogniuno accomodarse, ingegnarse, arfaticarse con tutta l'industria, che può, di fargli cosa grata. Ma io povero vecchiarello, come posso hora imparar di nuovo a parlare, che, come vedete, m'incominciano cascar li denti? Certo, che m'è venuta qualche volta tentatione di partirmi di Roma per non esser tenuto forse per ribello, perchè non parlo toscano, e mi scappa di quando in quando mi, e ti (pp. io-ii). E il Colocci risponde con altrettanta arguzia, e fors'anche verità storica: Messer Antonio, la cosa non passa in questo modo. Il Principe non ha fantasia, ne pensier, ne interesse alcuno in questa materia; è homo universale, dotto come sapete, in lettere greche, e latine, et esercitato in tutte l'arti, che appartengono a un vero, e gran signore; e si prende piacere d'ogni esercitio d'ingegno, ma particolarmente di queste dispute, et osservationi; perchè havendo la lingua nativa, e libera, se ride di questi, che la mendicano, ma molto più di quelli, che la vogliono restringere, e limitar tutto il dì, e farla star a regola nelle stinche, si che non pensate che questo si faccia per adularli, che tanto amerà egli una cosa ben detta nella Cappella di Bergamo, quanto un'altra detta sotto la Cuppola di Firenze. La quistion è fra questi begli ingegni e scientiati de', nostri tempi. E tale quistione è riassunta nel Dialogo con molta esattezza, s' intende riguardo allo spirito: le dottrine del Tebaldo, che rappresenterebbe la corrente dialettale non toscana; del Pazzi, sostenitore del fiorentino, del Tolomei, propugnatore del Senese o meglio del Toscano in genere, del Trissino, che vagheggiava dantescamente l'uso cortigiano, sono con obiettività tale riferite, da far apparir appena che il Valeriano stia più dalla parte del Trissino che non de' Toscani. E anche l'ultimo pensiero messo in bocca al Trissino a conchiusione del dialogo e come sintesi dei principi da seguire, è di tal forma che i Toscani stessi avrebbero potuto accettarlo. Infatti, ciascuno, come avrò più volte osservato, aveva perfettamente ragione dal suo punto di vista, e tutti, come su per giù convenivano, per quant' era possibile, nella pratica (ciò che avviene poi in ogni secolo, perchè in ogni secolo o periodo storico gli spiriti sono su per giù tutti conformati all'ìstesso modo), così, tra tante divergenze e contradizioni anche con sé stessi, finivano per convenire nella teoria d'una lingua letteraria comune, che, fatta ragione di particolari predilezioni dialettali o letterarie, era e non poteva non essere che il fiorentino (piale la letteratura nazionale l'aveva adoperato. Il Machiavelli stesso si trovava più d'accordo con Dante, di quel che certo egli e gli altri non credessero. Era proprio come diceva il Colocci: La quistione è fra questi begli ingegni e scientiati de' nostri tempi. L'importanza derivava dal modo e dalle ragioni della disputa: e anche per noi quel che importa, è che una tale questione fosse stata agitata, e si tenesse così vivo l' interesse per il linguaggio. Ma i più camminavano sulla via nella quale s'era messo il Bembo, trattando nelle grammatiche la regolarità trecentesca, specialmente del Canzoniere, e raccogliendola in dizionari. Annotazioni su vari autori volgari e latini e una Colleclio vocum Petrarchae et aliorum , intorno a cui avrebbe lavorato nel medesimo tempo in cui il Bembo stendeva le Prose, ci ha lasciato, come vedemmo, Angelo Colocci suo grande amico, cui, pertanto, spetterebbe il merito di priorità nella compilazione d'un vocabolario volgare sul Liburnio {Le tre Fontane), sul Mi nerbi che diede una raccolta di voci del Decameron e ne prometteva una del Canzoniere, sul Luna che nel 36 ne diede una di cinquemila vocabulì toschi del Furioso, Bocaccio, Petrarcha ed ALIGHIERI, sul Di Falco, autore d'un Rimario, dove rimanda al J Vocabolario della Fingila Volgara di prossima ma non mai avvenuta pubblicazione. Osservazioni sopra Petrarca, puro lessico della lingua, come lo chiamano Carducci e Ferrari, del resto utilissimo, ma qua e là arricchito di qualche breve spiegazione , come aggiunge il Morandi, compilò Francesco Alunno, che nel 50 ne diede fuori una seconda edizione meglio ordinata e più compiuta, dopo che aveva messo in luce le altre due voluminose raccolte delle Ricchezze della lingua volgare sopra il Boccaccio e della Fabbrica del mondo, che con- Sono ancora tra i codd. vaticani. Cfr. Cian. Cfr. Morandi] tiene le voci di Dante, del Petrarca e del Boccaccio e di altri, ed è anche una specie di enciclopedia. Di grammaticale nelle opere di questo eccellente anatomista delle composizioni volgari , come egli stesso modestamente si fa chiamare in una lettera che finge direttagli dal Petrarca medesimo, c'è poco più che la classificazione dei vocaboli nelle varie categorie delle parti del discorso. Il di più consiste in qualche notazione etimologica come in Donna, quasi domina levata la / et mutata la M in N...; nell'unione degli epiteti o agiettivi ai loro sostantivi; in regolette e osservazioni riguardanti le particelle; e nell'indicazione de' vari modi in cui i verbi si variano secondo le variationi de i suoi tempi; nelle osservazioncelle ortografiche che sono in fine alla raccolta; non entrando nel campo strettamente grammaticale, non dico alcuni cenni biografici o storici, ma le dichiarationi delle voci , onde le voci sono accompagnate. Le Ricchezze furono ristampate da Aldo in Venezia, con le dichiarazioni, regole, osservazioni, cadenze e desinenze di tutte le voci del Boccaccio e del Petrarca per ordine d'alfabeto, e col Decameron secondo l'originale ecc. La forma tipica di questi zibaldoni tra lessicali e grammaticali e spositivi quali eran richiesti dai bisogni di chi s' introduce nello studio e nel culto del volgare con la guida del Bembo, ci è data nella sua opera intitolata Vocabolario, Grammatica et Orthographia de la Lingua volgare, con ispositioni di MORANDI. Lombardelli giudica così l'Alunno: Fin'oggi, è il più facile, più comune, e più utile scrittor di questa schiera, per quanto però da una semplice e debol Teorica si penda alla pratica, per ordinario può far benefizio ai Giovani e a' principianti; a certe occasioni levar fatica a' bene introdotti; e per dubbi che nascono all'improvviso intorno all'uso delle voci Toscane giovare ugualmente a' nostri, forestieri, deboli, gagliardi. Nelle osservazioni sopra il Petrarca esamina principalmente le voci, e le locuzioni poetiche; nelle Ricchezze i parlari, che alla prosa convengono; nella Fabbrica le voci e le guise di dire comuni, e popolaresche, scelte però da lui con assai buon giudizio da tre principali scrittori Toscani e talvolta dal Sannazaro, dall'Ariosto e dal Bembo. In certe dichiarazioni se ben per lo più vi è gito pesato, o sospeso, non è la più sicura cosa del Mondo. / fonti, pp. 55-6. Delle opere lessicografiche dell'Alunno riconosceva l'opportunità il Giraldi, Scritti estetici, Milano. Cfr. L. Arrigoni, F. Alunno da Ferrala, ecc., Firenze.] molti luoghi di /laute, di Petrarca e Boccaccio, d’Accarisio, che già nel 38 aveva mandato Cuori separatamente una grammaticheita, certe regolette latte leggendo il Bembo e grammatici, spositioni delle prose del Bembo in brevità redotte, et tale che chiunque vorrà imparare, piglierà speranza in breve di vedere il fine. L'Accarisio ha cura di tener distinto il linguaggio della prosa da quello della poesia, come aveva inteso di fare il Minerbi col vocabolario petrarchesco da lui annunziato, e come su per giù intendevano ormai far tutti più o meno esplicitamente: Regole, osservanze, e avvertimenti sopra lo scrivere correttamente Cento. Una seconda edizione con Privilegio di N. S. et d'altri Principi per anni A" ne fu fatta in Venetia alla bottega d' Erasmo di Vincenzo Valgrisio. La Grammatica volgare di M. Alberto de Gl'Acharisi da Cento. In Venezia per Nicolini da Sabio. Ad instantia di M. Merchiore Sessa. Fu ristampata più volte. Di questo libriccino io ho potuto vedere, per cortesia del prof. Teza, l'edizione del 43: La Grommati ca volgare di M. Al | berto de gli Acha | risi da Cento. Dopo II fine: stampata in Vinezia per Francesco Bindoni e Mapheo Pasini, piccolissimo di fogli 4. È dedicata al sig. Conte Giulio Boiardo signore di Scandiano. Alti lettori l'A. dice di non aver voluto essere scrittore di regole volgar, ma che per imparar leggendo le prose del Bembo e altri auttori, da i loro scritti per mia utilità questa brevissima regoletta mi feci... saranno spositioni delle prose del Bembo in brevità redotte. Raccomanda di studiar Bembo, Boccaccio, Petrarca e Dante: apprendete la facilità del dire, l'abondantia, le belle sententie, le clausole numerose, et fuggite gli antichi vocaboli, che hoggi se eglino vivessero non userebbono, per lo nuovo uso mutatisi, et scrivendo thoscanamente, scrivete con tale facilità, et vocaboli sì, che da chi gli scritti vostri leggerà, siate intesi, acciocché del vitio deiraffettione non siate ripresi. Poi scrive: Incominciamo le regoli (sic) volgari dell' Acharisio , e tratta degli Articoli, del Nome, del Pronome. È notevole che nella trattazione de' pronomi parli della forma latina, che declina in tutti i casi, sicché si ha una doppia declinazione italiano-latina di ipse, ille = quegli (per Egli non trova la corrispondente latina), iste, alius, idem, nullus, quis. Poi espone le quattro regole o maniere del verbo, e toccato dei Gerundi e Partecipi, tratta Degl'avverbi locali, e qui ritorna la corrispondente latina, hic, huc, hinc, ecc. Molt'altre ne lascio facili d'apprendersi da sé. Accenna, al proposito di tornar sopra all'argomento per mostrar che sia da fuggire ciò che non è toscano. S la li?igìia Toscana, indifferente (l'aquila, il passero), comune (portatore, -trice). i') Definisce l'accento temperamento, et armonia di ciascuna sillaba, o lettera significante, dividendolo in grave,' acuto, misto "•), converso (', apostrofo). Capitolo quarto 127 espressivo. Il che accade sempre quando si perdono i contatti con la parola viva. Fra tutte le parti, due sono di maggior pcrtettione, che l'altre. Il nome, et verbo, li quali giunti insieme fanno per sé stessi concludere una perfetta sententia come Rinaldo scrive. T. Dico per tanto il nome esser tra le parti, diesi variali, quello, per cui l'essenza, et la qualità di ciascuna cosa corporale, o non corporale che sia particolarmente et in universale si discerne: corporali son quelle cose che toccar si possono, et vedere come libro. Rinaldo. Homo. Non corporali son quelle, che con l'intelletto solo si comprendono, come studio. Ingegno et valore. Da questa funzione logica attribuita alle categorie grammaticali e dalla conseguente interpretazione di regolarità data alle forme, deriva l'accoglimento fatto dal Corso ne' suoi fondamenti alla parte della concordia delle parti principali insieme (sintassi di concordanza), e delle figure, che sono deviazioni di pronunzia, di forma, di costrutto, di ortografia dalla regolarità tipica. Per la strada in cui s'era messo il Corso, ritroviamo un altro poligrafo assai più prolifico, Lodovico Dolce, del quale il Lomdardelli disse che può dare una facile introduzzione, e commoda assai per li principianti , e che da sé si rannoda al Fortunio che poteva esser più copioso nelle cose necessarie , e al Bembo, che volendo vestir questa materia con i ricchi panni della eloquenza, ragionò solamente a Dotti. Egli si rivolge, pertanto, ai principianti, e tratterà la grammatica volgare, come gli antichi grammatici trattarono della latina. Le osservazioni constano di quattro parti: la I contiene le regole della volgar gramatica; la II l'ortografia, nel modo che c'è insegnata dalla ragione, dimostrata dall'uso, e conlermata dall'autorità; la III X ordine del puntare e gli accenti; la IV poetica, metrica e ritmica. Della concordanza delle parti discorre nella I sezione, dove non tralascia le figure grammaticali : di fonologia discorre sotto l'ordine dell'accento. Di molta importanza è anchora l'ordine e la testura delle parole; Dove, quando fosse chi della Volgar Grammatica trattasse in quel modo, che gli antichi Grammatici trattarono della Latina; senza dubbio essi quel medesimo profitto ne trarrebbero, che ne hanno tratto molti appo i Latini, senza niuna contezza haver della Greca. Pref. all'ottava ediz. di Gabriel Giolito de' Ferrari.] ma questa è parte, che appartiene al Rhetore, e non a scrittore di Grammatica. Si propone anche il Dolce il quesito se La volgar lingua si dee chiamare italiana o thoscana , e lo risolve nel senso voluto dal Bembo, cui prodiga grandi lodi anche di scrittore e poeta, ripetendo per lui il detto di Quintiliano: ille se proferisse sciat cui Cicero valde placebit; crede perciò che si debba chiamare volgare e thoscana, ma non in modo che i Toscani se ne insuperbiscano ! La facultà di lettere, com'anche è chiamata l'arte di parlare e scriver bene, si divide in lettera, sillaba, parola, che da i latini è chiamata Dittione , e parlamento, detto da' medesimi oratione. Ammette (citando particolari trattatisti, non escluso Pontano) 22 lettere: a b e d e f g h i 1 m n o p q r s t v x y z, di cui V vocali e XV consonanti (escludendone l' “h” e il “v” semivocale), così distribuite: 8 mutole, bcdgpqtz; 7 mezzevocali, f 1 m n r s x, di cui 4 liquide, 1 m n r. Delle parti del discorso due sono principali, il nome e il verbo, le altre secondarie, pronome, participio, avverbio, preposizione, interiezione, congiunzione. A proposito del nome, distinto in sostantivo e aggettivo (shaggy), che a sua volta si suddistingue in generale e particolare, tocca il problema dell'origine della favella se per natura o per convenzione. Discorre poi, pur non avendone fatta una categoria, de gli articoli, e di quei segni che a i nomi invece di casi si danno : a di da valgono per i casi retto, strumentale o effettivo o operativo, e locale. Molto assottigliata, rispetto al Bembo, è la trattazione de' pronomi, distinti semplicemente in principali (io) e derivati (mio). Al verbo, parte principale e più nobile del parlamento , indicante o operazione, o cosa operata, attribuisce cinque tempi: pres., impf., pass., pperf., avvenire; cinque modi, dimostrativo, inip., desiderativo, cong., in/.; tre figure: semplice, composta, ricomposta; due numeri; tre pe?'sone; due ma?iiere (coniugazioni), secondo il criterio della 3 ps. ind. pres. Dà i paradigmi dalle due maniere, degli irregolari (come sono e vado), degl' impersonali; tratta de' g erondi e participi, e degli anomali. Parla degli avverbi secondo le significazioni (tempo, qualità, affermare, accrescere, paragonare, luogo); delle preposizioni, divise in separate o aggiunte, e delle loro combinazioni; dell' intergettione, che esprime vari sentimenti, come mostra con molti esempi di versi; della congiun Capitolo quarto 129 tionc che va incatenando e ordinando il parlamento. Le figure grammaticali sono villose o bellezze: le prime dipendono dal cattivo suono (onde si ha il bischizzo, che qualche volta ha grazia come nel v. del fiorir queste inanzi tempo tempie ), dall'ai- giunqer paro/e di soverchio, dal tacerle, dall' invertirle, dall' usarle iniproprianiente (ellissi, pleonasmo, inversione ecc.); le bellezze dall'uso dell'ai, alla greca ( h umida gli occhi ), della parte per il tutto, della ripetizione, del polisindeto ecc. Nella trattazione dell'ortografia segue un criterio opposto a quello del Trissino, che chiama eretico, senza nominarlo, ma limitandosi alle cose più elementari: Basta haver dimostro come si debba fuggir il porre insieme alcune consonanti; come le lettere si cangino l'ima nell'altra; come si ha ad usar 1' h, come a raddoppiar esse consonanti sì ne' nomi come ne' verbi. Nel terzo libro segue la bellissima inventione del Bembo. Tratta dell' accento (da ad-ca?itus, concento ), che è acido, grave e rivolto (apostrofo). Sulla scorta delle dottrine degli antichi (Donato, Sergio, Fortunantiano, Diomede) sul puntare, tratta della distinzione, suddistinzione, mezzadistinzione, che si hanno secondo che il periodo ( clausola ) è terminato in tutto, in metà, o in parte. Illustra così l'uso del punto, ., della coma,,, del punto coma, ;, de' due punti, :, dell 'interrogativo, ?, della parentesi o traposizione (()). Raccomanda infine lo studio del Petrarca e del Boccaccio, ma non lascino da parte Dante. Perciocché anchora che egli non sia, (come nel vero non si può negare) molte volte, delle regole osservatore; dal suo divino Poema molte belle forme di dire si potranno apprendere. Il libro IV sulla Poetica, che occupa quasi un terzo dell'opera (pp. 87-115)0 si fonda principalmente su Antonio da Tempo e sul Bembo. L'opera di Dolce, specie nella sua prima edizione ("), non Osservazioni nella volgar lingua. Di 31. Lodovico Dolce divise m quattro libri. Con privilegio. In Vinegia appresso Gabriel Giolito de Ferrari. La più completa e corretta è la seguente: I quattro libri delle osservationi di m. Lodovico Dolce di nuovo ristampate et con somma diligenza corrette. Con le postille e due tavole: una de' capitoli e l'altra delle voci, et come si deono usare nello scrivere. In Vinegia presso Salicato. Nuove osservazioni C Trabalza. q Storia de/la Grammatica andò esente né da critiche né da beffe, da parte soprattutto del Ruscelli, col quale ebbe una fiera polemica, e dal Muzio, ai quali certo non potevano mancar appigli: essa è una compilazione abborracciata secondo il costume del Dolce, che vi mise di suo ciò che poteva metterci un compilatore in questo periodo, la parte schematica e 1' ordinamento, favorendo il processo di cristallizzazione delle osservazioni condotte personalmente dai primi grammatici con discreto senso della lingua sulle opere degli scrittori. Un piemontese, Matteo Conte di S. Martino e di Vische , riattaccandosi egualmente al Fortunio, al Bembo, da cui forse più di luce prende , e al Trissino, delle cui dottrine abbiam visto 1' applicazione fatta alla forma petrarchesca, nelle sue Osservazioni grammaticali e poetiche della lingua ita/iana (1), adottò interamente, con piccolissime varianti, lo schematismo dei Rudimenta gramatices di Perotti divulgatissimi(!)/ Basti recar l'esempio della trattazione del nome. Esso è diviso: A secoyido la sustanzia: I proprio; II comune: 1. -a) primitivo (es. Giulio), primitivo-appellativo (terra), derivativo proprio (Giuliano); derivativo-appellativo; corporale proprio (Pietro), corporale appellativo (huomo); incorporale proprio e appellativo; 5. univoco proprio e appellativo; 6. equivoco proprio o sinonimo appellativo; B secondo la qualità: 1. sustanziale a) proprio; b) aggiuntivo (epiteto); 2. (il sostanziale e l'aggiuntivo comprendono poi) 17 classi di appellativi: I. intelligibile al detto (patre, tìglio); 2. id. (giorno, notte); della lingua volgare scelte da Lodovico Dolce con gli artifici usati dal T Ariosto nel suo Poema. In Venezia per li Sessa (-8n). Si devono al Dolce anche Modi a/figurati^ e voci scelti et eleganti, Venezia, 1564. In Roma presso Valerio Dorico e Luigi fratelli. Le osservazioni poetiche (che l'autore intitola // Poeta) sono una poetica che l'autore stesso dichiara compilata sul Filosofo e sui nostri principali trattatisti, Dante, Antonio da Tempo, Bembo e Trissino; ma riguardano particolarmente l'elocuzione e la metrica. 1 Nicolai Perotti, ed. cit. (:t) Quod est ad aliquid dietimi? Quod sine intellectu eius ad quod dicitur proferre non potest: ut fiiius: pater. (Perotti). Quasi ad aliquid dictum quod est? Quod quamvis habeat contrarium et quasi semper adherens: tamen neq. ipso nomine significat etiam illud: nec secum interimit: ut nox: dies. (Perotti.). gentilizio (greco); patrio (torinese); interrogativo (chi?); infinito (quale); relativo (larga esemplificazione); collettivo (volgo); distributivo o dividilo (ciascuno); io. faciisio (crich); generale (animale); speciale (elefante); ordinale (primo); numerale (ventuno); assoluto (Dio); temporale (ora); locale (vicino); C secondo la qua?itità, dal derivativo uscendo 9 maniere: patronimico; comparativo; superlativo; possessivo; diminutivo; denominativo; verbale; partecipiate; adverbiale. Abbiamo dunque una cinquantina di classi o categorie solo del nome ! Il quale ha cinque accidenti: genere (m. e f.), mimerò (s. e p.), caso (diritto e obliquo in sei forme), specie (primitiva o derivata), figura (sempl. o comp.); sette regole (declinazioni): i.a sing. -a, pi. -e, opp. sing. -a, pi. -i; i.a -e, -i, opp. -o, -i; 3." -o, -a opp. -ora; 4." eterocliti; 5.11 -a o -e, -i; 6.a comuni; 7/1 di doppia forma {lodo, loda). Una vera ridda. Di contro a tale interesse per lo schematismo, che corrispondeva, anzi derivava dall'esaurimento dell'attività osservatrice delle forme realmente prodotte dagli scrittori, dalla infecondità stessa del criterio d'osservazione assunto fin da principio e che aveva dato quanto aveva potuto dare e da tutte le circostanze alle quali siamo venuti alludendo, sorse il bisogno non che di ristampare le grammatiche più o meno originali che s'erano desunte dalla diretta osservazione delle opere letterarie, non che di ridurle a metodo, di raccoglierle come in un corpo unico d'erudizione grammaticale, dove le une integrassero le altre e sodisfacessero così all'esigenze ancor vive e urgenti dell'apprendimento della lingua e del complicato maneggio di essa richiesto dalle teoriche poetiche e rettoriche. Per tal modo si ebbero ben presto le Osservazioni della lingua volgare di diversi uomini illustri, cioè del Bembo, del Gabbriello, del Fortunio, dell' Accarisio e d'altri scrittori^) (che si riducono tutti al Corso), per opera del Sansovino, distinte in cinque libri, quant' erano appunto le grammatiche integralmente ristampate, con brevi relative notizie caratteristiche: del Bembo (lib. I), riprodotto specialmente per la questione dell'origine e del nome della lingua, vi è detto che imitò YOrator; del Fortunio (II), che imitò i Grammatici In Venezia per Francesco Sansovino; più volte ristampate. 132 Storia della Grammatica antichi della lingua latina : del Gabriello, che ebbe le regole da suo zio Trifone; del Corso (IV), di cui è dato il giudizio che già conosciamo; dell' Accarisio (V), che ha tenuto l'ordine de' latini o per meglio dir di Donato... Ma io direi che innanzi che altri leggesse le cose del Bembo, o del Gabriele, o del Corso, si arrecasse innanzi quelle dell' Accarisio, conciosia che risolutamente abbozza nella mente degl' imparanti le regole pure et semplici de' nomi, de' verbi, e de gli altri membri di questa lingua, li quali appresso ria poi agevol cosa il capir ciò che ne ragionali gli altri scrittori. Voglio anco che lo studioso, habbia innanzi /'osservatone del Petrarca fatte dall'Alunno, la Fabrica e le Ricchezze pur del medesimo... Più tardi un f. Giovanni da S. Demetrio, Aquilano, O.F.M., diede un manuale di Regole della lingua toscana con brevità, chiarezza, et ordi?ie raccolte, e scielte da quelle del Bembo, del Corso, del Fortunio, del Gabriele, del Dolce, e dell' Accarisio (son gli stessi del Sansovino, aggiuntovi il Dolce) che trattano quelle parli che ?iella seguente faccia si notano: Nome, Articolo, Pronome, \erbd, Gerundio, Participio, Verbo passivo, impersonale. Avverbio, Preposizione, Interiezione, Congiunzione, Lettere. Punti. Accenti, Ortografia, forma di comporre o vero scrivere. Le Prose del Bembo, già ristampate con indici e tavole, furono ridotte a metodo sotto il nome di M. A. Flaminio a Napoli. Prima degli Avvertimenti del Salviati, appena due o tre grammatichette (") dell'indirizzo che fin qui abbiamo esaminato, furon pubblicate: (*) meritano appena tra queste d'esser particolarmente menzionate Venezia. Minturno e il Tiraboschi ricordano un'Opera divina sulla toscana favella di Giambattista Bacchili i modenese (Vivaldi, Le Controversie), che io non ho potuto vedere. (iraniniatiche vere e proprie non si posson chiamare né la Regola della lingua losca dell'ortografia volgare e latina raccolta da m. Girolamo Labella dalli discorsi fatti dal diligentissimo //umanista Girolamo Gafaro nella Accad. Cafarea. Novamente mandata in luce. In Venetia, Appresso Fr. Rampazetto (vi si danno avvertimenti vari sull'art., sui nomi sost. e agg., sui pronomi, sulle coniugazioni: poi alcune regole ortografiche: 1. santo da sanctus; 2. dotto da doctus, ecc.), uè II Tesoro della votgar lingua di Reginaldo Acceto. In Napoli per Cacchi (contiene appena XXIII regole grammaticali delle CLVIII che secondo Zeno dove contenere). Capitolo quarto 133 le Regole della Thoseana lingua di m. Yinckntio Menni Perugino, con un Breve modo di Comporre varie sorti di RimeQ), sunterello elementare del terzo libro delle Prose del Bembo e poco più'(e). Rimasero inediti alcuni scritti grammaticali di Alberto Lollio(3) e nuli' altn che zibaldoni latino-volgari sono al[In Perugia per Andrea Bresciano (di pp. 40 un. nel recto). Al M. dobbiamo la versione della Bucolica (Perugia, Bianchini) e dei primi sei libri dell' Eneide (Perugia, Bresciano. M. esalta su tutti il Bembo di supreme lodi dignissimo veramente.... Ma perciocché [le regole in cui egli ridusse la lingua toscana] paiono a molti ardue, et difficili, mi è caduto nell'animo di riducere.... le regole della Toscana lingua in brevissimo volume, con tale facilità, che.... qual si voglia persona senza alcun principio di latina grammatica potrà facilmente apprendere il modo del parlare, et scrivere Thoscanamente: Alla quale opera ho voluto aggiungere alcuni brevissimi precetti circa il modo del comporre varie sorti di rime, acciocché da questa mia fatica si possano cogliere vari), et diversi frutti. Senza l'aiuto [de' Grammatici] non possiamo venire ad apprendere scienza alcuna. Del Bembo conserva anche la dicitura dei termini grammaticali, e tutti i criteri d'armonia, ma meccanizzandoli al punto da specificare quali sono le vocali più buone e quelle meno buone. Un punto è tolto dal Cesano del Tolomei, quello cioè in cui si parla dell'eccezione di alcune parolette terminanti in consonante piuttosto che in vocale {in, con, per, ecc.). Come il Petrarca è il modello degli antichi, co sì il Sannazzaro e '1 Bembo sono vivacissimi lumi della moderna poesia. Chiude ponendo per ordine di Grammatica e d'Alfabeto quelle voci che sono del verso et non della prosa, et così anchora quelle che alla prosa et non al verso si concedono. Cf. Filippo Cavicchi, Scritti grammaticali inediti di A. Lollio in Rass. bibl. d. lett. it. Sono in due cedici della Com. di Ferrara: a\ tav. di alcune voci delle Prose del Bembo (dalla Historia vinitiana: a doppia colonna, vocaboli e frasi, confrontata col latino, osservazioni ortografiche e sintattiche, dichiarazioni storiche, quasi un indice analitico); b) brevi regolette sopra la volgar lingua (sono 79 senz'ordine, ma riferentesi a tutte le parti del discorso, con esempi tratti dall'uso vivo, e riferimenti al latino, le più di morfologia, poche di sintassi); e) due lunghi spogli di Dante e Petrarca (questioncelle metriche); d) Osservazioni di M. Giulio Costantino sopra la volgar lingua; Compendio di alcune voci proprie della lingua toscana e provenzale (ma delle voci provenzali promesse non ci dà nulla affatto: il resto è un vocabolarietto italiano-ferrarese ì; b) Proverbi e motti. A stampa abbiamo un'Orazione della lingua toscana, Venezia, ripubblicata nel 63 e poi in Prose fiorentme del Dati. Il L. è per l'opinione del Tolomei, che vuole doversi chiamar toscana la lingua. 134 Storia della Grammatica cune delle molte abborracciate compilazioni di cui riempì il mondo letterario per più d'un ventennio Orazio Toscanella, e elucubrazioni superricialissime quelli, in genere, epistolari del Citolini, il noto miracolo di natura, cui già s'è accennato. Le ristampe come le raccolte e le riduzioni a metodo, che tennero il campo in vece di più recenti grammatiche dove quasi nullo era il contenuto e sviluppatissimo lo schematismo, e che anzi impedirono il moltiplicarsi di siffatte manipolazioni, se da una parte attestano d'una diminuzione di fervore e d'interesse nella ricerca diretta o, per lo meno, d'un' incapacità ad allargare e ad approfondire il campo dell' osservazione, sono indizio però, dall'altra parte, d'un certo bisogno di mantenersi a contatto almeno con la voce e l'esempio degli scrittori che più erano stati studiati, d'un interessamento confa dire estetico, più o meno fervente e cosciente, verso l'opera d'arte, piuttosto che verso lo schema per sé stesso. Il cinquecento è secolo di passione artistica, che la critica formalistica non riesce a smorzare, e pur sotto l'imperio sempre più assoluto di essa e tra lo svolgersi d' una letteratura grammaticale-retorica conserva sempre j vivo il sentimento della bellezza sia pure esteriore: passione I multiforme, che intendeva sodisfarsi pienamente nel possesso cTP^ I soli titoli delle opere del T. ci rivelano i caratteri di certa produzione scolastica del tempo: Istituzioni grammaticali volgari, et latine a facilissima intelligenza ridotte da O. T. della famiglia di maestro Luca fiorentino: et dichiarate per tutto dove è stato necessario, con piena chiarezza dal medesimo, fatica utilissima a tutti quelli che ad imparare Greco, Latino e volgare si datino. Et con una tavola copiosissima. In Vinegia Appresso Gabriele Giolito de' Ferrari. Nella chiusa, pp. 507-23, è un trattatello Dell'ortografia volgare e punti, e in fine dichiara che stamperà a parte la metrica, e la grammatica greca che egli insegna con la lingua latina. Ma in codeste Istituzioni, d' italiano non e' è che la traduzione dei vocaboli e frasi latine, e la grammatica è soprattutto in servizio del latino. L'ortografia è divisa in a) parola; b) punti; e) accenti. Delle congiugationi dei verbi qui non scrivo; perchè ne ho scritto a pieno nel volgareggiare le congiugationi dei verbi latini; come si può veder più su al luoco loro. Concetti e forme di Cicerone, del Boccaccio, del Bembo, Venezia per Lodovico degli Avanzi, Eleganze latine con i suoi volgari. Venezia per Bariletto. Dictionariolum latino gallicuvi, Ciceroniana Epitheta, Parisiis per Michaelem Sonnium.] tutti gli clementi formali della prosa e del verso, e della lingua voleva saggiare tutte le essenze. Un libro che mirava ad appagare codesta passione, qualunque sia il suo valore speciale come esecuzione, e che è sulla linea di svolgimento che abbiamo seguita sin qui, sono i Commentari della lingua italiana^) d' un fecondo quanto abborracciante poligrafo, Girolamo Ruscelli, usciti postumi per cura del nipote nel 15H1, ma terminati almeno un decennio innanzi, e composti tra il 55 e il 70, nel periodo cioè in cui si conchiudeva l'attività grammaticale esercitata sull'opera dei primi grammatici originali, quando già erano usciti i Tre discorsi a Dolce, coi quali il Ruscelli aveva preso posto fra i grammatici del suo tempo. Questi Commentari sono un grosso zibaldone di 574 pagine in-8": de' sette libri onde si compongono, solo il secondo, che però è il più lungo, tratta di vera e propria grammatica: il primo discorre dell'origine e dell'eccellenza della favella ; il terzo è un' epitome del secondo, in servizio de' meno introdotti; il quinto è un ricettario degli vitii da fuggire, ma non di quelli commessi da' forestieri o dagT Italiani delle varie Provincie, sì bene da' Toscani o Toscanizzanti, e ne parla sistematicamente seguendo l'ordine delle parti del Discorso (Articolo ' parte principale del Nome ', Nome, ecc.), per ciascuna delle quali fioccano i vitii, libro ben caratteristico del purismo grammaticale del Ruscelli (?); gli altri sono un miscuglio di precetti di ret In Venezia per Damian Zenari. Dei Commentarti della lingua italiana del sig. Girolamo Ruscelli Viterbese, Libri VII. In Venetia, appresso Zenaro, alla Salamandra. Dobbiamo al Ruscelli Tre discorsi al Dolce: Atmotazioni sopra il Decamerone, Annotazioni al Furioso, un Vocabolario: più un Dialogo ove si ragiona della ortografia, cioè del modo di regolatamente scrivere, così nelle parole come ne gli accenti, et ne' punti. Cavato novamente dalle scritture di m. Girolamo Ruscelli. Et agiuntovi la sottoscrittione, et soprascrittione di componimenti di lettere. In Venetia, Appresso Pietro de' Franceschi. (") De' vitii son fatte due categorie: a) contro l'eufonia (il spirito, il studio non lo spirito, lo studio; ma li scogli non gli scogli); b) contro la grammatica ('vitii espressi'): l'osservo/gli osservo, con il/col, con i/coi, dalli/da i, d' i/de i, per i/per li, de '1/del, el/il, gli, o li/a loro, a lei, i/li, o gli/a lui, cotesto per questo/questo, le gente/le genti, dua/due, leggeno/eggono, pariamo/par- [torica grammaticale (Dell'ornamento): specchio, per quanto appannato, se non riassunto, delle varie indagini condotte sull'organismo della lingua dai precedenti grammatici e retori, le cui opinioni vi sono spesso richiamate, con le antiche e nuove definizioni di termini, con la loro varia nomenclatura; ricco di confronti dell'italiano con altre lingue, specie la ebraica; discorsivo, frondoso. Da alcuni luoghi della trattazione degli articoli e de' verbi, parrebbe che il Ruscelli avesse dovuto aver sott'occhio la prima Giunta castel vetrina (1562), ma del metodo del grammatico modenese, egli è la negazione: la sua è grammatica empirica; il suo principale maestro e autore è il Bembo. Fu raccomandato dal Lombardelli con qualche riserva, e dal Meduna, ma biasimato da altri, e specialmente da un intendente sicuro di cose linguistiche, il Borghesi. Ma non è sull'ordinamento e la compagine del libro né sulle trasgressioni contro la lingua, che si ferma la nostra attenzione, sì bene sul principio che serve di fondamento alla grammatica, logica e necessaria conchiusione dell'elaborazione a cui avea dovuto soggiacere: il principio della perfetta regolarità, dell' ordine più assoluto della nostra divina favella, col quale è accolto nel corpo della gram liamo {havemo, senio si possono adoperar con discrezione, perchè li adoperano anche i Trecentisti), amono = amano, andavo = andava, andorno, andassimo, andaressimo, andarci, venesti, contenirà, odesti, habbi, facci, ecc. Questa trattazione rettorica incorporata in un trattato grammaticale dimostra che ormai la poetica in quanto elocuzione si era staccata dalla rettorica e che la prosa richiedeva una trattazione a parte. R. altresì può giovare et a' principianti, ed a gli introdotti, parlo, ne' Commentari; perchè tratta la nostra Gramatica distesamente declinando, e dando molti avvertimenti comuni, e utili. Ha ben certe oppenioni che se non gli passano agevolmente, e spende anche molte parole nel suo discorrere, riavendo hauto per natura dell'Asiatico. Ne'discorsi a Dolce ricerca di belle sottigliezze, e contengono un certo gastigo di coloro, che troppo ardita, e baldanzosamente si mettono a scrivere in questa lingua. Nell'Annotazioni al Furioso, e sopr' al Decamerone, e nel detto Vocabolario, dichiara e voci e modi di dire, ove un forestiero può imparare assai. Fu studioso di più lingue, e di questa particolarmente: onde mi sovvien d'avvertire, che egli corresse, o illustrò molti scrittori: per lo che si potranno quasi legger sicuramente, quando nel principio si troverà suo proemio, giudizio, censura, o elogio. I fonti.] matìca tutto ciò che è regolato (l), e ripudiato, cacciato nel vocabolario, come in luogo di pena, tutto il resto che non si presta a misurazione, o abbandonato a sé stesso: lo spirito estetico animatore della favella è così completamente distrutto, e conservata dell'espressione soltanto la forma geometrica. La ripugnanza all' irregolare si esprime nel Ruscelli in una forma che ha del comico, come (piando se la prende coi moltiplicatori delle difficoltà con dir Muta in questo, Togli in quello, Aggiungi in quell'altro. Né codesto principio è professato così all'ingrosso: anzi è dedotto a fil di logica, in un ragionamento che vai la pena di riassumere, e porre qui come pietra miliare sul cammino della nostra storia. Prima fu il parlamento che le leggi sue. L' uomo ha da Dio o LA NATURA (GRICE) il dono di comprender coll’intelletto e ESPRIMER COLLA FAVELLA quanto si contiene nella gran macchina dell'universo in forma perfettamente ordinata, ripugnando la mente nostra dal disordine. Onde nell'osservazione delle lingue, i grammatici scartarono tutto ciò che è scorrezione d'ignoranti, usando dello stesso criterio de’giudiziosi che nel fare le regole delle bellezze d'un corpo, o d'un volto, elessero o i volti più belli, e più conformi con l'ordine, riuscendo a prevalere sull'USO SCORRETTO (Grice: meaning not = use) di chi neh' usarla o nel porla in regola s'attenne al peggio. La nostra grammatica si stampò sulla latina per la dipendenza della nostra lingua e anche della greca, e l'averla compilata primi il Bembo e altre persone rare, fa che non gioverebbe rinnovarla. Perciocché, s'ella fosse lingua [l'italiana], che hor nascesse, et che noi fossimo i primi che la riducessimo in osservatione, et in regole, ci governeremmo con la ragione, et con l'ordine della Natura, come fanno gli Ebrei, et come nella Greca era opinione d'Aristotele, cioè che le parti del parlamento fossero solamente tre... Et in queste potean veramente contentarsi di divider la loro i nostri Latini, et ogn'altra natione. Nondimeno, perchè, come cominciai a dire, non scriviamo hora regole di lingua, che hor nasca nella sua grammatica, et perchè ancora questa nostra ha fondamento, imi Nel secondo de' Tre discorsi al Dolce (Venezia, cioè nelle Osservazioni di lingua volgare, infierisce contro l'autore delle Osservazioni anche perchè oltre ai discutibili errori di grammatica vi aveva trovato scorrezioni di questo genere: lotto per lóto, ametto per ammetto e Ameto, bevvo per bevo. 13S Storia della Grammatica tatione, ornamento, et forma dalla Latina, per questo parve a i nostri di volerle tenere congiunte, et conformi tra esse quanto più sia possibile ne i modi principali, et nell'ordine universale di tutto il composto con le sue parti (pp. 72-6). Insomma, il Ruscelli in omaggio alla venerabile antichità, all' imperio della tradizione, mantiene la grammatica così come lui T ha trovata, ma se la cosa dipendesse da lui, ne divorerebbe per lo meno due terzi: tanti ne sono superflui, e la ridurrebbe a due o tre categorie, sotto le quali dovrebbe ubbidire servilmente l'umano pensiero, inquadrandovisi nel più perfetto ordine. Giustificare e difendere, di fronte e di contro il latino, la lingua volgare, studiare i mezzi adatti a condurla alla perfezione, secondo la corrente concezione del linguaggio, era ornai intento comune de' letterati italiani: la differenza sorgeva ne' criteri da adottarsi per conseguir codesto intento, differenza che corrispondeva alla varietà della cultura, delle disposizioni, e delle condizioni etniche de' letterati medesimi. La dottrina bembesca raccoglieva le maggiori adesioni, anche presso i Toscani, i quali, però, come quelli che sapevano di non essere stati punto estranei al movimento in favor del volgare e, si badi, al tentativo di una legiferazione grammaticale di esso nel fatto, codesto movimento nel Quattrocento era stato quasi esclusivamente toscano, anzi fiorentino, né tra il chiudersi dell' un secolo e l'aprirsi dell'altro, rispetto alla sorta attività degli altri Italiani, era punto diminuito l'interesse de' Toscani per la loro lingua non potevano aver caro che [Sensi, M. Claudio Tolomei e le controversie sull'ortografia italiana. Nota da tener presente anche per altri luoghi di questo capitolo. (2) A non rammentar molte prove, basti la cit. lettera di Alessandro de' Pazzi a Francesco Vettori, e il Dialogo du Machiavelli, donde appare quanto vivo fosse in Toscana e in Firenze il culto dell' idioma natio e l' interesse che si poneva nello studiarlo anche analiticamente. Tra i criteri onde negli Orti si 140 Storia della Grammatica i non Toscani si fosser mossi e gareggiassero a discorrer di lingua toscana e a dettarne le regole: una tale legiferazione non poteva non risolversi in una violenza contro il loro senso linguistico, tanto maggiore quando a fondamento di quelle regole non era assunta la toscanità trecentesca, ma l' italiano parlato presentemente nelle varie corti d' Italia. Sicché, tra le cercava di determinare le affinità e le differenze tra le varie lingue e i vari dialetti, si applicò anche quello strettamente grammaticale. Il Machiavelli, appunto, ci dice: e dicono che chi considera bene le otto parti dell'orazione, nelle quali ogni parlar si divide, troverà che quella che si chiama verbo, è la catena, ed il nervo della lingua, ed ogni volta che in questa parte non si varia [cioè non c'è differenza tra la lingua e lingua], ancoraché nelle altre si variasse assai, conviene che le lingue abbiano una comune intelligenza, perchè quelli nomi che ci sono incogniti, ce li fa intendere il verbo, il quale infra loro è collocato, e così per contrario dove li verbi sono differenti, ancoraché vi fusse similitudine ne' nomi, diventa quella lingua differente: e per esemplo si può dire la provincia d'Italia, la quale è in una minima parte differente nei verbi, ma nei nomi differentissima, perchè ciascuno Italiano dice amare, stare e leggere, ma ciascuno di loro non dice già deschetto, tavola, e guastada. Intra i pronomi quelli che importano più, sono variati, siccome è mi, in vece di io, e ti, per tu. Quello che fa ancora differenti le lingue, ma non tanto che elle non s'intendano, sono la pronunzia, e gli accenti. Li Toscani fermano tutte le loro parole in sulle vocali, ma li Lombardi, e li Romagnoli quasi tutte le sospendono sulle consonanti, come Patte, Pan. Discorso. Qui abbiamo un germe, se non un cenno schematico di grammatica italiana, ed è il primo, come s'è già osservato, nel Cinquecento avanti delle Regole del Fortunio. Il più notevole è, oltre la verità estetica, che con questo e con altri argomenti il.Machiavelli dimostra acutamente l'origine fiorentina della lingua letteraria d'Italia. Quella lingua si chiama d'una patria, la quale converte i vocaboli ch'ella ha accattati da altri, nell'uso, ed è sì potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro, perchè quello ch'ella reca da altri lo tira a se in modo, che par suo.... Ma tinello che inganna molti circa i vocaboli comuni, è, che tu [Dante], e gli altri che hanno scritto, essendo stati celebrati, e letti in varj luoghi, molti vocaboli nostri sono stati imparati da molti forestieri, ed osservati da loro, talché di propri nostri son diventati comuni. Quanto poi sia calzante la dimostrazione che Dante scrisse in fiorentino, è cosa già ben assodata. Non così esatta è l' interpretazionidel trattato dantesco, ma il dedottone ammaestramento, gli uomini che scrivono in quella lingua, come amorevoli di essa, debbono far quello ch'hai fatto tu [Dante], ma non dir quello ch'hai detto tu, è tra le cose più acute che siano state osservate in tanto e tale dibattito. Capito/a quint 14 [ voci ili protesta impregnata talvolta di sarcasmo, venner fuori ben presto anche inviti ad accingersi alla compilazione della grammatica. Il Norchiati nel dedicare al suo molto honorando messer Pierfrancesco Giambullari il Trattato dei Dittonghi^, constatando che rin allora molti non Toscani avevano scritto ordini, regole e modi d'imparar la lingua, senza voler giudicare, pur ringraziandoli, se avessero giovato o no, ammoniva che era ormai tempo che i Toscani si ponessero a dettar essi quelle regole: ciò che egli intanto faceva per i dittonghi. E nel trattatello notevole, nell' esaltare sui Greci e Latini i suoni Toscani, assai più abbondanti, perchè rendono gratia et leggiadria inestimabile all'orecchio , osserva che al pronuntiar bene quadrisona {tuoi) bissogna grandissima pratica et attitudine a far sonare in essa gli quattro suoni delle sue quattro vocali, senza lassarne adietrio o gittarne via alcuno: e che tutti si sentino chiari speditamente in tal pronuntia, come noi in Firenze, e gli altri toscani con grandissima facilità, sonorità, et dolcezza perfettamente pronuntiano; e avvertiva che nell'elisione i fiorentini non gettai: via nulla, pronunziando assa' meglio 1' i che non sappian fare i non Toscani. Il Lenzoni nella sua Difesa della lingua fiorentina se la prendeva più tardi coi grammatici non Toscani che pretendevano insegnar la grammatica, e, con una certa bravura schermistica, postillava in margine le sue osservazioni con questi motti: questo va al Ruscelli et all'Alunno, et questo al Bembo. Ma all'elaborazione della grammatica volgare i Toscani avevano contribuito anche a prescinder dalla grammatichetta vaticana e contribuirono più di quanto essi stessi non credessero, e certo con effetti assai migliori per lo sviluppo delle idee sul linguaggio. (M Trattato de Diphthongi Toscani, di messer Giovanni Norchiati canonico di S. Lorenzo. In Vinezia per Giovanni Antonio di Nicolini da Sabio. Ad instantia di Sessa. Difesa della lingua fiorentina, e di Dante con le regole di far bella, e numerosa la prosa. In Firenze per Lorenzo Torrentino. Fu pubbl. da Cosimo Bartoli, e avrebbe dovuto esser pubblicata dal Giambullari, che preparò per la stampa, gli appunti lasciati dal Lenzoni. La p. Ili è costituita tutta di frammenti. Dalla pag. 76 incomincia la mano del Giambullari. 142 Storia della Grammatica I Toscani, che si trovavano in possesso della lingua adottata dalla letteratura, non sentirono mai il bisogno d' apprenderla dai libri, e nello sforzo di perfezionarla, secondo l'esempio dell'Alighieri, perchè potesse competere con le lingue classiche, non solo non perdevano il senso della parola viva, ma eran condotti a dar assai minor importanza al precetto grammaticale, che seguiva non produceva il fatto linguistico: questo affermarono il Tolomei, il Gelli e il Salviati medesimo. Essi, vedremo, ammettevano la possibilità e l'opportunità della grammatica sol quando si fosse potuto giudicar giunta alla sua perfezione, la lingua, e le attribuivano ufficio di conservazione, più che di regola. Questa riconosciuta forza intima del linguaggio, la sua capacità a svolgersi e perfezionarsi sotto il soffio delle idee e della civiltà progredienti è il vanto della scuola toscana, anche se la grammatica che ne usci, quella del Giambullari, non supera d'un grado solo la contemporanea letteratura grammaticale, e tutto il movimento toscano non potè sottrarsi al dominio dello spirito classico. Alcune delle idee espresse nel suo Dialogo dal Machiavelli, vero principe, per l'altezza del suo punto di vista, di questa scuola, valgono assai più di parecchie grammatiche di questo periodo prese insieme: come quella già riferita sulla forza che ha la lingua particolare d'un popolo intellettualmente forte, di convertire in proprio uso i vocaboli accattati da altri, non solo senza rimanerne disordinata ma in modo da disordinar essa loro, perchè quello ch'ella reca da altri lo tira a sé in modo, che par suo: concetto a cui non mancherebbe nulla per esser profondamente estetico, se nella mente del Segretario fiorentino il linguaggio fosse stato tutt'uno con l'espressione, perchè, nel vero, il realmente parlato non è se non il vecchio materiale linguistico rielaborato nelle nuove espressioni. Nello studio grammaticale, storico e poetico della lingua che si fece per oltre un trentennio, dal sorgere delle controversie ortografiche all'inaspriménto della battaglia linguistica provocata dalla famosa Canzone de' Gigli d'oro, il senese Claudio Tqlprnei, si può dire che faccia parte per sé stesso in virtù della sua maggior cultura e penetrazione filologica, onde anche'a ragione è reputato uno de' più fecondi precursori della grammatica storica. Non digiuno di filosofia, cultore appassionato delle muse, oratore politico di qualche nerbo, epistolografo de' meno sonnolenti, egli cercò sempre di slanciarsi a più alto volo che le penne del puro grammatico non consentano, benché la grammatica restasse pur sempre la sua principale occupazione, e alle scoperte e innovazioni ivi fatte, ortografiche, metriche, fonologiche, sia legata la sua rinomanza. Stando alle testimonianze che si posson raccoglier dalle sue lettere, il suo animo fu sempre diviso tra le compiacenze che pur gli procuravano i resultati in gran parte nuovi delle sue ricerche e il fastidio che un tale studio recava con sé. In una lettera al signor Alessandro V. dichiara d'aver trovato per li campi della grammatica... più tosto spine che fiori , e chiama la grammatica cosa fastidiosissima. Non che non la ritenga una scienza vera e propria come le altre; non che giudichi inutile l'apprenderla come corpo di dottrina e come mezzo indispensabile alla piena intelligenza degli scrittori; ma nega che possa mai apprendersi indipendentemente dallo studio degli autori, e annette la più grande importanza a la destrezza del maestro, il qual deve con bei modi infiammare il discepolo a li studij, sforzandosi di agevolarli, e addolcirli queste vie spinose de la Grammatica, acciocché si possa senza troppo offesa caminare. Lo scritto che ora tocca più davvicino il nostro tema, è il Cesano, divulgatissimo, e meditato, se non abbozzato, contemporaneamente alla collaborazione al Polito del Franci. Consta nella Delle lettere di m. Claudio Tolomet, libri sette. In Venetia, Appresso i Guerra. Cesano, Dialogo di m. Claudio Tolomei, nel quale da più dotti Huotnini si disputa del Nome, col quale si dee ragionevolmetite chiamare la volgar lingua. In Vinegia Appresso Gabriel Giolito De Ferrari, et Fratelli, MDLV, pp. 198-9. Sulla composizione, la fortuna e i manoscritti del Cesano, e le sue relazioni col trattato dantesco, è da vedere l'importante % 2, Le allegazioni di Tolomei della più volte cit. Introduz. del Rajna alla 'sua ediz. crit. del De Vu/g. Eloq.. p. LX sgg. Il Dialogo ci riporta a Roma e agli anni 1524-5; il signor mio Illustrissimo a cui il Cesano è diretto, sarebbe il card. Ippolito de' Medici, patrono del Tolomei, che apparisce propriamente a' suoi servigi da una lettera; è probabile che a scrivere il Cesano deva il Tolomei essersi messo per effetto del mancato Concilio di cui s'è parlato. Del Cesano, a conoscenza del Rajna, sono quattro testi a penna: uno è a Firenze (Magliabech.), due si trovano a Siena (Bibl. Com., G. e K, e il quarto è a Roma, alla Vittorio Emanuele (Fondo S. Pantaleo, S6 [5.8]. Il romano fu nelle mani di Celso Cittadini, il quale, per 144 Storia della Grammatica '-1 esposizione del Cesano di due parti oltre l'obbiettiva esposizione delle teorie del Bembo, del Castiglione, del Trissino, del Pazzi: T una, generale, riguarda il linguaggio e il nome da dare alla lingua volgare, l'altra, speciale, il confronto tra le forme del latino e quelle del toscano, propugnato dal Tolomei. Il parlare , basterà metter in rilievo alcuni particolari pensieri per riassumere la questione speculativa, a gli huomini è naturale, ma i vocaboli, che le cose ci mostrano, sono non dalla natura: ma dall'arte, o dal caso in sul fondamento della natura formati, la quale ci fece tutti et disposti al parlare, et a sceglier la lingua in queste parole et in quelle. Né fu mai l'oppinione di Nigidio Figulo ricevuta per vera, il quale istimava che tutti i vocaboli fossero naturali, perchè quantunque alcuni se ne trovino, che par sieno dalla natura, et midolla della cosa, che significano, cavati fuori: come strepito, crepito, fischio, tuono, et altri simili a questi non però il monte grande de' vocaboli si governa da [questa avvertenza. E come sorgono le lingue particolari? Il parlar chiaro , cioè la facoltà di esprimer chiaramente i propri pensieri, data dalla natura all' uomo ( non alli angeli per non esser loro necessaria, non alle bestie per non esserne degne ), riceve ne' suoi effetti varie modificazioni dalla varietà de i tempi, et la differentia de' luoghi, che sono sempre di diversi vocaboli et di diverse lingue produttrici . E superfluo avvertire qui l'eco delle antiche dispute circa l'origine del linguaggio: a noi importa rilevare l'importanza che ha l'averle riprese, e l'applicazione fattane. Non essendo altro vero Idioma, che un raccoglimento di più e più vocaboli ordinato a servire a una diversità di più huomini per potere isprimere i secreti de gli animi loro, certo di coloro sarà sempre, compiacere, a quanto pare, al desiderio di Belisario Bulgarini, che doveva esserne il possessore, vi segnò molte correzioni, tenendo a riscontro la stampa del Giolito, e spesso vi restituì le usanze linguistiche dell'autore di cui nessuno per certo poteva avere maggior pratica di questo suo grande depredatore. La fonte del Tolomei parrebbe risultare il codice di Grenoble del De l'ulg. Eloq. La prerogativa del Tolomei si riduce secondo ogni verosimiglianza ad essere il primo studioso a cui apparisca noto il codice del D. V. E. che perverrà nelle mani del Corbinelli, e forse l'avrà visto a Padova nell'estate o autunno del 1532 nell'occasione di una sua andata in Austria. che da teneri anni con le madri et co i padri hanno imparato, et poscia cresciuto ad ogni movimento del pensier loro, con gli altri di quella Città parimente usato. Cosi è naturale che il Tolomei prenda posizione pel se?iese, lasciando che il Bembo adduca le ragioni in favor del nome volgare, il Trissino per Vitaliano, il Castiglione per il cortigiano, e Alessandro de' Pazzi pel fiorentino. Affermato il carattere peculiare de' vari Idiomi, esce in un'osservazione acuta, che, se meglio meditata e fecondata, avrebbe gettato un insolito sprazzo di luce sulla natura del linguaggio, là dove afferma che il parlar prima dee esser notissimo a colui, che lo parla, perchè con lui è più unito, che con alcun altro. Di qui al riconoscere che il linguaggio è individua creazione spirituale il passo non sarebbe stato davvero lungo. Dalla questione speculativa passando alla storica, il Tolomei si fa a seguire le vicende della nostra lingua, derivandola dalla trasformazione del latino operata, come si credeva general Su questo punto, che, come sappiamo, non è una scoperta del Tolomei, mentre è suo peculiar vanto l'aver tracciate alcune ben ferme linee di grammatica storica, debbo osservare che mi sembra caratteristico l'atteggiamento onde il Tolomei guarda il problema. Il filologo moderno, descrivendo il trasformarsi della parola latina nelle varie parole romanze, non solo tratta il suo tema, sereno, senza predilezione per il latino o per i nuovi volgari, ma vede in quella trasformazione un fatto che si svolge naturalmente con le sue leggi precise e costanti, un divenire continuatamente regolare, che, quasi facendo scomparire agli occhi di lui l'esistenza di due lingue distinte, attira sopra di sé tutto il suo interesse e glielo esaurisce. Invece, il Tolomei, volendo dimostrare che la lingua toscana è propria lingua, indipendente dal latino, bella per conto proprio, e libera da ogni debito verso quello, ha sì coscienza di quella trasformazione e, se non nel Cesano, ne' suoi trattati inediti, ne addita e ne determina le leggi, ma guarda il fatto non come una necessità, in cui il latino almeno come materia ha la sua funzione, ma quasi come un continuo sforzo di riazione e di ribellione compiuto dal volgare per differenziarsi dal latino, staccarsene, anzi voltargli bruscamente le spalle, per ricomparirgli poi dinanzi, sotto forme nuove e in abito di gala per dirgli, tra il gnive e il canzonatorio, ' eccomi qua, ci sono anch'io, e posso anche misurarmi teco'. Questa è l'impressione che desta la lettura del Cesano; onde non è maraviglia che chi potè esser informato dei discorsi del Tolomei o direttamente o indirettamente, fosse tratto ad attribuirgli l'erronea opinione che il toscano non derivasse dal latino: Non vi concedo , si fa dire al Tolomei nel Diati. Trabalza. io 146 Storia della Grammatica mente, dalle incursioni barbariche e dalla questione storica è condotto a comparare le caratteristiche del toscano con quelle I del latino, concludendo che, se bella è la lingua latina, nulla / deve invidiarle la nostra che, pur essendo stata manomessa dai barbari, si piegò mirabilmente a esprimer con arte efficace i| nuovi pensamenti del popolo e si concretò e si organò in opere di letteratura immortali. Ecco i risultati di tale comparazione dedotta per tutti gli -4 ordini della grammatica, e che riesce, però, quasi a un abbozzo della grammatica stessa del toscano: 1. I suoni e gli ' elementi ' (lettere), come fu dimostrato dal Polito, non son più nel Toscano gli stessi che eran nel latino, perchè alcuni di quelli si perdettero ed altri se ne produssero di nuovi. 2. Nella testura degli elementi il Toscano fugge l'asprezza come non fa il Latino: a) due mute diverse che fanno aspra testura il Toscano non le tollera; ò) né ogni muta può trovarsi innanzi alla.S; e) lo / e lo V liquido si usa dopo ciascuna consonante, che addolcisce con quel distruggersi et liquefarsi tutta la parola : nel latino questo avviene solo in due casi. IL LATINO fugge generalmente il RADOPPIAMENTO delle consonanti. Nulla di questo aggrada più al Toscano. logo del Valeriano, messer Giangiorgio, che LA LINGUA TOSCANA si' peggior della cortigiana, o come voi dite, della commune, perchè si discosti più della latina; ne vi concedo, che la toscana venga dal latino, perchè è lingua propria e separata, e indipendente, et ha le sue proprie inflessioni, e forme, e figure, et eleganze di dire forse assai più, che non ha la latina. Et come questa vostra commune, Italica dite esser derivata dalla latina, così la toscana moderna potemo creder, che venga dall'antica lingua Etrusca, ecc. Aggiungerò che il tentativo di riformar la nutrica italiana, secondo quella classica, mosse nel Tolomei dal medesimo principio della virtuosità e dell'eccellenza del toscano rispetto al latino. Ora questo atteggiamento in uno che pur seppe stabilire qualche principio irrefutabile di grammatica storica, da che era determinato se non dalla coscienza della bellezza della nuova lingua, cioè dall'attribuire alla parola viva la virtù artistica propria dell'espressione? Ma qui debbo avvertire che, come vedremo parlando del Cittadini, codesto atteggiamento muta nelle operette grammaticali inedite, dove di proposito s'indaga il modo della derivazione dell'italiano. Lo L in mezzo delle mute e delle vocali cambiasi nel Toscano in un / liquido ('pieno, chiave, fiato'): e i vocaboli in cui lo L si trova (come in ' Plora, implora, splende, plebe') • non furono presi dal mezzo delle piazze di Te scana: ma posti innanzi da gli scrittori : il popolo avrebbe detto ' piora, implora, spiende, pieve', come di quest'ultimo ne habbiamo manifesto segno, che volgarmente pieve si chiama quella sorte di Chiesa ordinata alla Religione d'una Plebe. I vocaboli latini finiscono spesso in consonante, o mute, o liquide, o mezze vocali: il Toscano termina sempre in vocale, tranne alcuni pochi monosillabi (' non, in, con, per, il, ver = verso, pur, ancora che il Boccaccio usi pure '). Questi fenomeni avvengono nelle ' pure dittioni ', ossia in quelle di formazione popolare. 6. I vocaboli si partono da la natura o per prolungamento o accrescimento e per accorciamento (cfr. il d eufonico e epentetico; i suffissi ' facissigliene gli si ce ne fa ', nel primo caso; nel secondo, oltre la sinalefe, comune ai Latini, Greci e Toscani, il troncamento delle sillabe in liquida / m n r, spesso anche quando la liquida sia doppia: ' augel, han = augello, hanno '): a) codesto troncamento non può aver sempre luogo in causa dell'accento: nel Toscano non si patisce mai che per qualunque o accrescimento, o sminuimento della medesima dittione l'accento trapassi di una sillaba in un' altra ; non è possibile il troncamento nel fine de' nomi femminili in a, tanto nel sing. che nel plur. Gli altri casi raccogliere con ogni cura minutamente lascieremo a coloro, che la Toscana Grammatica ci vogliono interamente insegnare. A noi basta per hora intender, come questa usanza dello sminuir così le parole nel fine, è bella et varia, et de' Toscani molto propria. Ma passiamo più oltre a ragionare di quegli ornamenti, che vestono la parola, che sono tempo, accento et fiato, overo aspiratone, et veggiamo per Dio se in questa parte ha la nostra lingua ricchezza alcuna propria, che a' Latini renderla non bisogni. La quantità. Noi non abbiam più lunghe e brevi, benché et forse non senza ragione io non istimi, che ancora nella lingua nostra vi sia la misura, tempo lungo et breve, lo quale se conosciuto ben fusse a musiche regole temperato, vie più dolce renderebbe il parlare et il comporre de' Toscani. Vedremo dell'esito della folta caccagio?ie alla quale annunziava il Tolomei di porsi per ritrovarli e dell'uso che dei trovamenti egli fece nella sua nuova poesia. \J accento. Più largo certo et più spazioso è '1 corso de gli accenti Toscani, che non è quel de' Latini , che non s'estende più là dell'antipenultima, mentre i Toscani si sospendon lontan dalla line otto sillabe, quattro per conto della prima parola, et tre per conto delle affisse: es. ' favolanosicenegliene '. E torna a ribadir la regola dell'immutabilità dell'accento, ancora, che vi si aggiunghino quattro particole, ciò che non avvien del Latino, dove l'enclitica que basta a trasportar l'accento di pattern all'ultima sillaba: patremque. L ' aspiratio?ie è anche diversa, perchè i Latini aspiravano il principio delle sillabe, se pur honor e hieri e simili non succedessin dal greco, mentre i Toscani non aspirano niuna sillaba che habbia in principio la vocale, ma quelle sole, che incominciano da quattro lettere, et l'altre due giunte dal Polito, secondo eh' egli brevemente et per verissime regole ne parla, nelle quali non si trova simiglianza alcuna con l' aspiratione latina. io. I dittonghi toscani o non si spatriano per la Toscana quali erano i cinque latini, o molti più di questi senza dubbio alcuno. Gli articoli. Usangli anchora i toscani, come i greci, e ne' maschi et nelle femmine e nel maggior numero, et nel minor differenti. Li quali oltre, che distinguono l'un sesso dall'altro, et questo numero da quello, hanno forza di terminare et far più certa quella cosa, alla quale sono applicati. Et evi differenza di sentimento in quelle parole, che hanno l'articolo in quelle, che non lo hanno. I casi. Variasi per cagione de' casi molto più. La struttura (sintassi de' casi). Et ordina senza dubbio diverso in tutto et differente forma di struttura. La tela et V orditura delle nostre parole (costruzione) son diversissime nell'una e nell'altra lingua, com'è dimostrato dalle traduzioni, perchè chi voglia far toscano Cicerone o latino il Boccaccio col medesimo filo e corso di parole, s' avvedrà chiaramente quanto la prima fatica sia sciocca, la seconda fasti-' diosa. E sintetizzando le riassunte osservazioni, conclude: Che direni dunque? non esser questa propria lingua, (piando et ne' suoni.Ielle voci sue, et nella struttura delle sue lettere insieme, et nel finimento delle parole, et nel modo dell'accrescere, o sminuire quelle, ne' gli accenti, et ne’tempi, nell' aspirationi. Che più? ne' dittonghi, ne' gli articoli, ne' casi, nelle costruttioni, et ordinatimi delle parole, nelle figure del dire, et finalmente nella maggior parte delle cose sia dall'antica Romana cotanto differente? Forse perchè ella serba molti Latini vocaboli, ma epiesto che ci noia, per Dio, non ha ella nel thesoro suo cpiasi infiniti, ancora, che non dirò forma, propria pur ritengono dal Latino? Leggasi Dante, trascorrasi il Boccaccio, odansi gli huomini parlar da' paesi nostri, e vedrassi quanto quella heredità, che gli fu da' Latini lasciata, ella fusse riccamente vestita.... ben si può dire quasi della vecchia moneta esserne nella Zecca stampata moneta nuova. E all'obiezione dell'alfabeto risponde che questo è un meccanismo, un espediente qualsiasi inventato dall'arte, dove la lingua è dono della natura per aprire le fantasie di ciascuno a coloro, che intorno gli sono. Dall'aver descritti i caratteri naturali del Toscano, passa a magnificarne l'eccellenza, la bellezza, la ricchezza, la dolcezza, scagliandosi contro tutti i pedanti che s'astengono dallo scrivere perchè i loro pensieri non nacquero già nella mente de' tre sommi trecentisti da poterli dipingere col loro colore. Che ci bisognerebbe fare se '1 Boccaccio non havesse il suo Decamerone scritto, o Petrarca i suoi versi? tacer forse per questo, o punto non scrivere? Insomma la nostra lingua non è tutta ne' libri: le sue ricchezze ella con la viva voce le va a parte a parte discoprendo. La misura della ricchezza è nell'avere per ogni cosa un distinto vocabolo. Così è condotto a far l'elogio della nostra letteratura, dove trova che ciascuno scrittore nel grado suo, et nello stil suo arriva a ogni maggior finezza di pregiata eccellenza. All'obiezione che la lingua Toscana non obbedisce a regole di grammatica, il Tolomei risponde che è la Grammatica che nasce dalla lingua e non questa da quella, e che se non sono state trovate le regole ancora (il che tutto non si può dire, essendoci stato già il Fortunio e aspettandosi le Prose del Bembo), le si troveranno, e saranno complete quando altri tragedie, altri Comedie, Satire altri, et altri altissime Poesie partoriranno: né mancherà chi l'infiammato stile dell' Oratione, il piano e l'aperto della Historia, il familiare della Epistola faccia illustre, adornarsi con questa lingua quella parte di Philosohia, che a' costumi s'appartiene, quella che al disputare, et l'altra forse, che alla natura, et finalmente non fia o arte nobile, o bella disciplina, che dipinta con le parole di Toscana non si mostri agli occhi de' riguardanti vaghissima, et '1 potersi con quelle honoratamente le cose scrivere, facendo segno non oscuro i nostri antichi scrittori, i quali quello, che volsero così facilmente con la penna scolpirono, che si conosce esser più tosto insino alla nostra età mancata copia di eccellenti scrittori, che ella sia già alli scrittori mancata . A questo accrescimento, a questo perfezionamento del volgare, il Tolomei veniva pazientemente dissodando il terreno della fonetica, per ritrovar i principi su cui fondar la nuova poesia onde doveva aumentarsi la patria letteratura, sì che non avesse nulla da invidiare alla latina, pagando così il suo tributo a quel classicismo, contro cui intendeva innalzare l'edificio delle nuove lettere. Furono indagini laboriose, e di cui aveva piena coscienza. E notevole ciò che scrisse al Benvoglienti circa taluni belli ingegni co' quali ebbe a ragionare dell' inve?itione della nuova poesia, e che crederono, e dissero che tutta quest'arte si doveva risolvere in queste poche regolette, che voi udirete. Tutte le sillabe, dove è l'accento acuto son longhe. Tutte le sillabe, che son dinanzi a l'accento acuto son brevi, se già non v' è l'addoppiamento. Tutte le sillabe, che son dopo l'accento acuto son brevi, ancora che vi sia l'addoppiamento, e così volevano, che tessonsi, romperne, volgerlo havessero la sillaba di mezzo breve Io alhora assomiglia' costoro a medici, che da sé stessi si chiamavan Metodici, li quali per lo contrario Galeno soleva chiamare àjiièvoòovs; perchè con quattro, o sei regolette volevano, insegnar tutta la medicina, omne laxum astringendum, omne strictum laxandum, omne cavum implendum: e in ciò non considerava!! né età, né veruna altra cosa buona. Ma veramente sì come ne la medicina fa mestiero riguardar tutte queste cose distintamente, così nella nostra inventione bisogna contemplar tutta la lingua insieme, le parti separatamente, e veder molto Concluderemo più presto esser mancati alla lingua uomini, che l'esercitino, che la lingua as;ii uomini e alla materia. Lorenzo de' Medici, Commento alle rime, in Torraca, Manuale d. I. bene da qual fonte nasce la Longhezza, o la brevità del tempo, e come ciascuna parola con l'altre e con sé stessa si misuri e si contrapesi; e per qual riferimento e jroog to il longo sia longo, e '1 breve sia breve, e come in questa contemplazione si pigli il mezzo e l'estremo. Che più? bisogna sottilmente considerar, se tutte le sillabe longhe, sono egualmente longhe, e le brevi, brevi, e le communi, communi parimenti: il che è principio e origine di grande intendimento. E oltre di ciò è forza scoprir alcuni segreti, li quali insieme con l'altre cose spero vederete distintamente dichiarate ne la nostra operetta sopra di ciò fatta . L'operetta usci col titolo Versi e Regole de la nuova poesia toscana^), contrassegnando, come è stato ben avvertito, un'epoca nelle lettere del secolo XVI , per il movimento che presto se ne propagò in tutta l'Europa occidentale (). Scopo dell'operetta era di difendere l'uso de' metri classici nella lingua volgare, offrendone le regole e gli esempi, forniti da un gruppo di letterati riuniti in un circolo, Y Accademia della nuova poesia, di cui il Tolomei doveva esser ritenuto fondatore e espositore dell'innovazione. All' inventione non dovè esser estraneo quel medesimo spirito aristocratico, che palesemente affermarono in Francia il Du Bellav, l'autore della Défence et illustration de la langue fra?icaise), il programma della nuova scuola che si chiamò la Pleiade, e Jean de la Taille, autore di La manière de faire de vers en franfois, comme en grcc et in latin e che ispirò Jean Antoine de Bai'f a istituire sull'esempio appunto de\Y Accademia della nuova poesia, un' Académie de poesie et de musique, accettando le riforme fonetiche propugnate da Ramus nella sua Grammar. La concezione aristocratica che della poesia si sarebbe fatta il Tolomei non sfuggì agli stessi cinquecentisti : così il Ruscelli raccontava che la facilità di far versi volgari.... comune ad artegiani, femminelle, et perfino a fanciulli di X o XII anni fu prima et perfetta cagione di muovere Tentativi d'introdurre i metri classici nella poesia volgare e relativi saggi risalgono, è noto, in Italia al Quattrocento. Carducci, La poesia barbara, Bologna. Nel voi. carducciano ora citato. E cfr. G. Mignini, Saggio di gramm. st. it.: i versi italiani in metrica latina, Perugia Spingarn Spingarn Tolomei, et tutta quella bellissima schiera a ritrovare una sorte di versi nella lingua nostra, per li quali si conoscessero i dotti da gli indotti, che per far versi il Molino, il Veniero, il Contile, il Varchi, il Costanzo, il Rota, il Tansillo, il Tolomei, il Caro, il Cinthio et ogn'altro dotto, et giudicioso scrittore, non venissero a farsi fratelli, et d'una schiera, o scuola stessa con Baldassare Olimpo e mille altri tali . Con la De f enee del Du Bellay il Cesano ha non pochi punti di simiglianza, non solo quanto alla condotta e tessitura generale, ma anche ai vari elementi classici e romantici che vi sono egualmente contemperati, come dove, rispetto alla lingua, di contro alla necessità che l' idioma volgare s'elevi alla perfezione de' classici, si afferma l' indipendenza dagli scrittori, decidendosi in quella contro les tradictions des règles, in questo contro l'avversione dei timidi a parlare e a scrivere per non essere altrettanti Boccacci e Danti. Più notevole è la corrispondenza nella motivazione di queste decisioni: il non esserci regole che si possano accettare, non essendosi raggiunto ancora quel grado di perfezione che sarebbe desiderabile. Quanto al problema capitale le due opere mostrano un'altra corrispondenza: nella prima parte esso consiste in questa tesi, che niente vieta alla lingua volgare di conseguir la sua perfezione; nella seconda, riguardante i mezzi, la corrispondenza non è altrettanto piena: pure se nella determinazione di essi il Du Bellay non vede altra via che l' imitazione del greco e latino, in molte premesse e in certi altri resultati l'accordo è abbastanza notevole. Entrambi sostengono che la diversità delle lingue ne' vari paesi si deve ascrivere al capriccio degli uomini (il Tolomei aggiunge anche quello del caso e le modificazioni d ell'ambiente), e che perciò il perfezionarla è dovere di quei che la parlano, e a nessuno è lecito esimersi dall' obbligo di concorrere al perfezionamento dell'idioma nativo: che non basta attenersi agli antichi autori nazionali, perchè altrimenti non ci sarebbe progresso. Qui il Du Bellay consiglia di studiare i greci, i latini e gl'italiani, astenendosi dal comporre rondò, ballate, strambotti e épiceries, che corrompono il gusto, e di adoperare le migliori forme poetiche, epigrammi, elegie, odi, ecloghe, sonetti; il Tolomei non insiste (1j Discorsi.] troppo su queir imitazione, ma, oltreché pel verso, p. es., propugna la quantità degli antichi, fa derivar la perfezione della lingua dal trattar tragedie, commedie, satire, orazioni, istorie, epistole ecc., che vuol dire le forme più elevate delle letterature classiche. La lingua, la poesia, la letteratura, la filosofia, dei moderni devono venire, insomma, per vivere e prosperare, a patti con quelle degli antichi, nonostante l'affermata totale indipendenza della struttura del toscano dal latino. Altri resultati delle ricerche del Tolomei venivano comunicati occasionalmente agli amici nelle lettere, spesso, com'era l'usanza, scritte con lo scopo della pubblicazione, e che furono Questo ravvicinamento occorrerebbe dirlo? non importa che la Défence derivi dal Cesano; ma, poiché lo Spingarn ha additato come probabile fonte della Défence il De Vulvari Eloquentia e il Yossler ha sollevato de' dubbi su tale derivazione, e il Farinelli li ha confermati di sue ricerche, senza che però lo Spingarn abbia rinunziato alla sua tesi, che anzi ha ribadito col dire che l'affinità è tale che merita ulteriori studi e più particolari, il nostro ravvicinamento potrebbe gettar un po' di luce sulla questione, e servire a dimostrar che il problema del volgare, quale era stato impostato dall'Alighieri, veniva ora ripreso, con e senza l'aiuto dell'operetta dantesca, alle medesime basi da più parti, per le condizioni in cui di contro alle lingue classiche permaneva ancora il volgare. Quel problema è in fondo una gagliarda espressione della coscienza della nuova letteratura e da Dante al Salviati, per tutto cioè il periodo in cui si maturò la dottrina poetica del Rinascimento, tutti i maggiori letterati vi si travagliarono intorno. In ogni modo, che al Cesano dia molta materia il trattato dantesco è fuor d'ogni dubbio: anzi, si può affermare che, seguendo le varie esposizioni che ciascun interlocutore (Bembo, Castiglione, Trissino, De' Pazzi) fa della propria dottrina appoggiandola con passi del trattato che sembrano confermarla, siamo per un buon pezzo in compagnia dell'Alighieri; e con esso ci ritroviamo ancora coll'ultimo interlocutore, il Cesano, il quale, fatto il dilemma che il trattato (come aveva sostenuto il Martelli non è di Dante, o, se è di Dante, non prova nulla contro i Toscani per la promiscuità dei termini da lui adoperati a designar il toscano, penetra nella sostanza della distinzione circa il latino e il volgare e nel significato stesso dell'operetta, nel modo, secondo noi, più acuto: quand'ella [la lingua] è chiamata Volgare, è all' hora da coloro, che così la chiamano considerata, come distinta dalla latina, la quale in questi tempi non era più nelle bocche del Volgo, né naturalmente da ciascuno si parlava, ma per arte e studio solo s'acquistava. Parmi finalmente che il Tolomei avesse veduto anche il Discorso del Machiavelli, specie per la parlata che mette in bocca al De' Pazzi e, in genere, per l'opposizione a Dante.] pubblicate infatti in un grosso volume. Sono tra esse assai notevoli, oltre le citate al Firenzuola e ad Alessandro V. per quanto concerne il Congresso bolognese e l' insegnamento della grammatica, quella al Caro, dove avvertisce alcune cose sopra l'ortografìa grammatica Toscana, come dir s'egli è meglio dir celarò nel frutto [futuro] che celerò, et altri simili, una al Citolini, dove dichiara che cosa sia H in Toscano, e dove si proferisca con aspiratione, e quale uso sia d'essa , e quella al Benvoglienti, dove ragiona di una disputa fatta sopra l'inventione nuova del verso Hesametro in Toscana . Tolomei morì nell’anno stesso in cui il Giolito gli pubblica il Cesano, che forse sarebbe rimasto inedito, quantunque il Giolito dicesse d'averlo pubblicato per sottrarlo a una cattiva stampa, come inedite rimasero le molte operette grammaticali del filologo senese. Perdute del tutto gli andarono, vivo ancor il Tolomei, un'opera de V eccellenza de la lingua Toscana (svolgimento, forse, d' idee già sostenute nel Cesano) ed altre scritture, durante quello scellerato sacco di Roma, il quale oltre agli altri gravi danni che mi fece, non si vergognò por la brutta mano ne le scritture, e dispergermi questa insieme con alcune altre mie povere, e misere fatiche. Frequenti sono i cenni e i richiami nelle sue lettere ad altre scritture. Nella lettera al Caro in cui rispondeva circa l'uso di celarò per celerò e simili e di alcune forme ortografiche, diceva che l'avrebbe giustificato a suo tempo, quando avesse condotto a compimento altri suoi lavori: onde mi sarà forza finir prima e poi stampar que' libri, ch'io ho incominciato de' principi '/, e de gli altri delle nature, e que' terzi delle forme della lingua Toscana, oltre a certi piccoli volumi di grammatica, che io ho scritti sopra questa nostra lingua. Dell'anno della pubblicazione delle due Orazioni è un'altra sua lettera al Citabili da Parma, nella quale gli annunziava di acconciarsi per iscriver una operetta de le quattro lingue di Toscana , da mandare a M. Annibal Caro, la quale aprirà una grandissima finistra per illuminar il corpo de la nostra lingua, e crediate per certo che senza questo lume ci si cammina al buio. Notevole è anche sotto il rispetto grammaticale l'altra al Caro sopra l'abuso del dire altrui Sua Signoria, Sua Eccellenza, intorno a cui molto allora si disputò. È riprodotta nella bella raccolta del Faxfam. Lettere precettive di eccellenti scritturi, Firenze. Le operette grammaticali che ci restano del Tolomei e formano il noto cod. della Comunale di Siena, vertono tutte su questioni di fonetica, anche quando riguardino la morfologia e la metrica: Grammatica Toscana (lettere dell'alfabeto e loro classificazione); Tratta/o delle forme (passaggi de' suoni latini negl'italiani la teoria de' suoni in relazione con le loro rappresentazioni grafiche); 3. La rima che cosa sia e quante lettere bisogna rimare; Delle rime proprie e delle improprie; De lo e chiaro e fosco; De l'o chiaro e fosco (che sono i due trattati che andarono a costituire il cap. VI delle Origini del Cittadini); Stili'* sordo e sonoro; Stillo z sordo e sonoro. Su di esse, che certo rappresentano il maggior titolo di lode pel Tolomei e gli assegnano un posto eminente nella storia della filologia romanza, crediamo opportuno discorrere quando incontreremo il Cittadini col quale vedono in qualche modo la luce, entrando direttamente nel circolo delle idee. Intanto osserviamo che fu male che questi trattatelli, che avrebbero potuto fecondare un più intenso e metodico studio storico della lingua, non vedessero la luce; ma una discreta parte si deve credere che ignota del tutto non rimanesse al mondo letterario, date le relazioni del Tolomei e il costume letterario dell'età. In ogni modo l'opera del Tolomei, considerata nel suo complesso, avanza in valore la comune produzione grammaticale del tempo, per le idee critiche generali sul linguaggio e gì' idiomi in particolare e le conoscenze positive circa l'evoluzione del Toscano. Se non così notevoli, certo importanti, non pel fatto della grammatica concreta che ne derivò, ma sì per i canoni linguistici ripresi in discussione e le vedute per cui die luogo circa la possibilità della grammatica, furono i resultati a cui menò l'iniziativa presa dall' 'Accademia fiorentina l'anno stesso in cui si rinnovellava sul tronco non vecchio ma infrenato degli Umidi, allegroni ben degni di godere il frizzo del Lasca, che dai solenni uomini della riformazione generale fu con l'espulsione punito de' suoi ribelli sdegni contro la pedanteria stravincente sulla giovialità. Gelli e Giambullari furono de' quattro che l'Accademia elesse all'ordinamento grammaticale della lingua, divenuta l'oggetto della sua attività dalla compiuta riforma. E l'uno e l'altro si diedero infatti a osservare e a comporre le leggi della lingua fiorentina. Ma Gelli, dopo un anno di studio amoroso, rinunziò all'impresa, che gli parve fortemente difficile, anzi quasi impossibile ad essere attuata. Egli, se non fu un filosofo, esercitò però il pensiero sui problemi morali meglio di molti suoi contemporanei : da questi suoi amori con la filosofia dovette esser tratto naturalmente a considerare il difficile problema d'una grammatica toscana, e, con acume degno del suo fine intelletto, lo risolse negativamente; in ciò è sopratutto il suo merito, anzi per questo merita una nota particolare in una storia come questa, anche se a codesta soluzione non giunse con ragioni critiche sempre e in tutto fondate e dedotte da un criterio scientifico. Egli ne fece l'esposizione (a richiesta del Giambullari stesso, che nella prima tornata era stato rieletto nel numero di quegli uomini, che debbono riordinare et ridurre a regola la nostra lingua fiorentina , e dell'esposizione si valse come di acconcia prefazione alla sua grammatica già da tre anni composta e in quello stesso della rielezione pubblicata) in un Ragionamento, che egli finge avvenuto o che avvenne il giorno stesso di quella tornata e poi distese per iscritto, infra Bartoli et Gelli (sé stesso) sopra le diffìcultà del mettere in Regole, la nostra lingua. Le ragioni , comincia col confessare il nostro critico, et le diffìcultà che non solo mi hanno fatto levar via l'animo da questa impresa; ma ancora giudicarla quasi impossibile, sono et molte, et molto potenti: et quanto più vi pensava intorno, più mi se ne offerivano sempre alla mente, dell'altre nuove. Così mentre che io stava lontano al mettere in atto questa formazione delle Regole; me le imaginava piccola cosa. Ma Egli apprende ed applica tenacemente; sì che un' idea sola, il contrasto fra so/so e ragione, regge tutta l'opera sua, nei dialoghi morali e ne' commenti, anch'essi morali, a Dante e al Petrarca; ma non è ingegno che avanzi, nemmeno d'un punto, che sulle cognizioni apprese operi attivo per arricchirle, per trasformarle in sé, per acuirle a nuovi concetti. F. Ne., recens. delle pubblicazioni gelliane dell'Ugolini e del Fresco in Giorn. st. d. lett. il. Giambullari, Della lingua che si parla e scrive in Firenze, e un Dialogo di Gelli, Sopra la difficoltà dell'ordinare detta lingua, In Firenze, per Torrentino.] quando poi tentammo porla ad effetto, quanto più la considerai, tanto più mi parve difficile. L' impresa anzi sarebbe al tutto impossibile per la diversità di nomi et delle pronunzie che si trovano per le città di Toscana: ciascuna delle quali pregiando più le sue cose, che quelle d'altri, stimerebbe et terrebbe errore quello che in Firenze sarebbe regola : che è già un bel principio positivo contro la possibilità d'una grammatica che voglia abbracciare un nucleo di linguaggio più ampio di quel che sia il proprio d'una sola città, e dal quale non era difficile dedur l'altro che, un fiorentino non essendo l'altro, la grammatica d'uno non può esser la grammatica dell'altro. Ma per meglio esplicarvi ancora questo capo, mi bisogna cominciarmi da un altro principio. Ditemi chi fa l'ima l'altra, o le regole le lingue, o le lingue le regole? E chi non sa che le lingue fanno le regole, essendo quelle innanzi che queste: et non essendo fondate queste in altro uè avendo altra pruova chi le confermi, se non la autorità di esse lingue? Et da questo essendo egli com'egli è vero, nasce che e' non si può far regola alcuna che sia veramente regola: non solo alla lingua Toscana; ma anche alla Fiorentina . Solo delle lingue invariabili come quella sacra della Bibbia, certamente cosa fuori di Natura; et che non può attribuirsi se non a Dio , si posson far regole: e è pur cosa certa che anche si posson agevolmente metter in regola le variabili morte, come sarebbe la lingua latina: ma de le vive che e' non sia solamente difficile il farvi regola alcuna perfetta e vera; ma che e' sia quasi al tutto impossibile. Perchè le lingue vive progrediscono fino a un massimo di perfezione e poi, dopo una certa stasi, come avviene del sasso che lanciato a una certa altezza, per calare, deve pur fermarsi un istante, decadono; ma, non potendosi conoscere questa loro stasi di perfezione, perchè, la civiltà continuamente avanzando, non e' è grado di perfezione che non possa esser superato da un grado più eccellente, viene a mancare la fonte più pura donde si cavino regole perfette ed intere. Dice molto meglio di noi il Gelli> Non si potendo sapere nelle lingue vive, quando sia questo loro stato et questo colmo della loro perfezione: Egli non si può ancora conseguentemente farne regole perfette ed intere. Perchè sebbene e' si può sapere mediante gli scrittori di quelle quando meglio che mai, elle si sierto favellate per il passato: Nessuno è però che si possa promettere per il futuro, che insino a che elle non mancano, elle non si possino favellar meglio; Et così che e' non possino surgere ancora alcuni scrittori, ch e le iscrivino molto meglio. Qui appaiono evidenti tutti i concetti erronei che servono di base al ragionamento del Gelli: quello della lingua considerata come organismo staccato dal pensiero, quello della sua evoluzione coi relativi gradi di ascensione, perfezione, decadenza, quello della lingua perfetta o modello e l'altro, che ne conseguita, della facoltà acquisibile di parlar con piena correttezza mediante regole perfette ed intere cavate da una lingua nel colmo della sua perfezione. Qui l'atto del linguaggio come cosa viva non è più libera creazione spirituale, e la grammatica viene argomentata possibile: conclusione assolutamente contraria alla tesi annunziata: la grammatica è ineseguibile ignorandosi il grado di perfezione della lingua e mancando altre condizioni, come una ricca letteratura; ma, eliminati questi ostacoli, è possibile. L'altra difficoltà è la seguente. Quel che fu concesso ai Grammatici latini non si può fare nella lingua Fiorentina, et molto meno nella Toscana, che et vivono ancora, et non hanno scrittori da fondarvi lo intento suo, non si sapendo, se elle sono ancor pervenute a '1 colmo dello Arco. Et se questo non si può fare per via de gli scritti; chi vieta che e' non si faccia almanco per via dello uso? Et di quale uso? Oh questa è l'altra difficoltà, et non punto minore della precedente. Et perchè? In sostanza, perchè i Romani, padroni del mondo, potevano imporre la loro lingua, e noi Fiorentini che si vale? Noi non ci abbiamo Imperio alcuno così grande, che e' muova (come i Romani) le città sottoposteli, a cercare spontaneamente di favellare et onorare quella lingua, che favelli che le comanda. Nientedimanco e' si vede pur manifestamente ne' tempi nostri che molte persone di qualche spirito, così fuor d'Italia come in Italia, s' ingegnano con molto studio, di apprendere, et di favellare questa nostra lingua, non per altro che per amore. A questo punto il Gelli tira il ragionamento a sostenere garbatamente il primato di Firenze, nella lingua, non che sul1' Italia, sulla Toscana stessa, e a dar ragione del decadimento di esso dai tempi del Triumvirato e del suo risorgimento presente avvenuto per effetto della rinascenza, dell'amore e del culto, cioè, degli studi classici, latini e greci. Et da che vi pensate che nasca questo? Se non da l'essere oggi in Firenze così gran numero di Persone che hanno bonissima cognizione) della lingua Latina: La quale essendo state necessitate nello impararle, a vedere i veri Poeti hanno assai chiaramente conosciuto, che cosa sia Poesia; et quanto sia verbigrazia contro i precetti dell'Arte, il ridurre, tutta la vita di un huomo, o pur le azzioni di XXV o XXX anni, in due, o tre ore di tempo che si consuma nel recitare. Oltre a questo, avendo appreso per via di Regole, quelle due lingue, conoscendo quante e quali sieno le parti del Parlare, et in che modo elle debbino accompagnarsi j cominciano a favellare tanto rettamente, et con tanta leggiadria, che io mi persuado gagliardamente la nostra lingua esser molto vicina a quel sommo grado della perfezione, oltre il quale non si può salire. I nostri tre massimi scrittori stessi, aggiunge il Gelli, furono i primi in questi Paesi ad aver notizia e a diffondere la conoscenza del latino e del greco, essi stessi cominciando a parlare rettamente et ordinatamente, migliorando et inalzando tanto il nostro Idioma da quello che egli era Ma che e' non furon già poi seguiti né imitati nello allevarla, secondo i modi posti da loro , come ora s'è tornato a fare in gloria della lingua. Inoltre concorrono a ciò altre cause: l'imitazione di coloro che non voglion esser da meno e nel parlare e sì co '1 tradurre, arrecandoci le scienze et l'arti che elli imparano nelle altre lingue; l'uso più esteso della lingua materna fatto da parte dei principi e gli uomini grandi et qualificati, a scrivere in questa lingua, le importantissime cose de' Governi degli Stati, i maneggi delle Guerre, e gli altri negotij gravi delle faccende che da non molto indietro si scrivevano tutti in lingua latina. Perchè non vi date a intendere che una lingua diventi mai ricca et bella, per i ragionamenti de' Plebei, et delle Donnicciuole, che favellali' sempre (rispetto a lo avere concetti vilissimi) di cose basse: che e' sono solamente gli huomini grandi e virtuosi, quelli che inalzano, et tanno grandi le lingue. Imperoche avendo sempre concetti nobili et alti, et trattando et maneggiando cose di gran momento, et ragionando benespesso et discorrendo sopra quelle in prò et in contro, persuadendo o dissuadendo, accusando o lodando: Et tal volta ancora ammonendo et insegnando; fanno le lingue loro, copiose, onorate, ricche, et leggiadre . Conseguentemente il Gelli conclude che la lingua fiorentina non essendo però ancor pervenuta a lo stato suo, non se ne i6o Storia della Grammatica possa far regola, che in tempo non molto lungo, non abbia a scoprirsi defettuosa; et non più tale, quale oggi forse ci apparirebbe . Ma si fa opportunamente obiettare dal suo interlocutore: Orsù, ponghiamo per le tante cose allegate da te, che alla Accademia non si convenga il fare queste Regole: vuoi tu però affermare al tutto, che una Persona privata et particulare; lasciando favellare ad arbitrio loro qualunque Città et luogo della Toscana, senza difettargli, o riputargli da meno per questo: Non possa almanco da i tre primi nostri scrittori et da l'uso di Firenze, formare le Regole, che a' tempi d'oggi, insegnino favellare rettamente a Fiorentini stessi, et a chi pur volesse imitargli ? E gli risponde: Oh questo Nò, messer Cosimo, perchè io mi credo pure, che un' solo, in suo nome proprio, et non di Accademia, con tutte quelle avvertenzie che voi avete dette, sicuramente le possa fare . Fattosi poi domandare et con qual'ordine? e in che maniera? quelle regole si potrebber formare, risponde distinguendo nella lingua due parti principali, la materia ciò è et la forma: la materia sono le parole de le quali ella è fatta: et la forma è quel modo et quell'ordine, col quale son' contestate et tessute insieme l'una parola con l'altra, che si chiama ordinariamente la costruzzione . Quanto alla materia, trova facile ordinarla in un Vocabolario, ricordando a questo punto il lavoro poi perduto del Norchiati, e permettendoci cosi da questa citazione di argomentare che il Gel li avrebbe voluto un Vocabolario metodico. Quanto alla forma, dopo aver accennato alla maggior dolcezza del periodo e delle clausole della favella fiorentina, osserva che i grammatici anteriori troppo s' indugiarono e si distesero nelle declinazioni solamente , passandosi della costruzione senza parlarne se non pochissimo: come cosa troppo difficile; et ad essi forse (appunto perchè forestieri!) mal riuscibile. Là onde circa al formar queste regole, non mi affaticherei molto nella prima parte: Ma dichiarate le parti della Orazione, et dimostrate le declinabili et le indeclinabili, et gli esempli de' verbi massimamente con quella diversità che è tra l'uso moderno, et quello che è dicono de' nostri antichi, me n'andrei tutto alla costruzione. Nella quale, consistendovi (come ho detto) tutta la importanzia eli questa lingua, vorrei io certamente usare una diligentia più la che estrema: Togliendo da' tre sopra detti, tutto quel che fusse ben detto. Il che al giudizio mio solamente sarebbe quello, che l'uso di oggi si ha mantenuto: Essendo l'orecchio nostro inclinato naturalmente a lasciar sempre le cose aspre, dure, et difficili; et seguitare le dolci e le facili . Ho riportato questo brano anche perchè mi risparmia un più lungo discorso sulla grammatica del Giambullari, in quanto che il Gelli si fa dire dal Bartoli: Questo è appunto l'ordine stesso, et il modo che il nostro Giambullari, tenne in quelle sue Regole, che egli già son tre anni, donò allo illustrissimo signor Don Francesco de' Medici primogenito di S. Eccellenza . E il Gelli lo conferma aggiungendo d'averle viste, poiché il Giambullari gliele aveva conferite molte volte et massimamente l'anno passato, quando eravamo in questo maneggio , e parergli che egli avesse trovato la vera via, et con una diligenzia maravigliosa, fatto ciò che fusse possibile farsi in questa materia . E chiesta la ragione per cui ormai non le comunica con la stampa a tutte le Genti che le desiderano , il Bartoli gli annunzia d'aver finalmente a ciò indotto il Giambullari: et così fra non molti giorni, comincerò a farle stampare, che di tanto son convenuto co '1 Torrentino. Nell'eseguire però il programma tracciatogli dal Gelli, il Giambullari, secondo quanto anche afferma il Lombardelli, sulla fede del Giambullari stesso proemiante all'operetta, tenne per quanto gli fu lecito, la maniera del vostro Linacro in quella eccellente opera de struchira latini sermonis, e seguitò anco la strada comune de' Gramatici latini, e forse di Costantino Lascari greco; onde può ammaestrare i principianti, e giovare agl'introdotti; e io per me gli ho grande obbligo; come anco voi dite di avergliene, persuaso a pigliarlo in pratico da quelle lodi, che io già gli diedi nel Proemio della Pronunzia Toscana . Degli otto libri onde il trattato si compone, due son dedicati alla morfologia, e non senza rincrescimento dell'autore, che ne avrebbe voluto far un solo (p. io), e gli altri sei alla sintassi. Definite le lettere, le sillabe, le parole, l'orazione (diceria, parlare, la nostra ' proposizione ' ) che divide in perfetta o imperfetta (' elittica '), e classificate le parti di essa (nome, pronome, articolo, verbo, avverbio, participio, preposizione, inframesso = interiezione, legatura = congiunzione), passa a trattare i ' | I /otiti delle cinque declinabili nel primo libro, e delle quattro indeclinabili nel secondo, dando di tutto poco più che gli schemi. Così nella trattazione del nome, son quasi del tutto abolite le declinazioni ; del pronome ha tagliato via tutta l'esemplificazione che trovammo nel Fortunio e nel Bembo; dell'articolo fa una sola classe; del verbo conserva solo la distinzione di transitivo e intransitivo, distinguendo invece tra i modi l'esortativo, il desiderativo, il potenziale; ammette una quinta coniugazione dei verbi che partecipano della terza e della quarta, come porre; del participio tratta anche il passivo futuro {reverendo). Più rapida e schematica è la trattazione del secondo libro. Distingue le preposizioni in a) segni di casi (de, di, a, da) e b) preposizioni vere e schiette: più parla delle affisse; enumera le varie 'specie' e 'sottospecie' di avverbi, dell' inframesso (es. d'inframessi ' timidi ': sta sta, zi, babà, appartenenti al linguaggio degli uomini bassi, non degli scrittori); chiude con alcune poche specie di legature. E viene a trattare della ' costruzione '. L'esposizione è notevole, perchè ci richiama una recente distinzione della sintassi in regularis e figurata nelle relative forme di ellissi, pleonasmo, inversione o per imitazione . Infatti Giambullari ammette della costruzione 'due spezie' principalmente: l'ima delle quali non manca e non soprabbonda di cosa alcuna, né ha in sé stessa trasmutamento, od alterazione, come p. es., la bellezza diletta l'occhio: Et l'altra per l'opposito, manca [ellissi], e soprabbonda [pieo?iasmo] di qualche cosa, o riceve alcun mutamento [inversione^, come p. es. La vita il fine, e '1 dì loda la sera . Chiama la prima ' costruzzione intera ' [' syntaxis regularis '], la seconda ' figurata ' [' fgurata ']. Quanto al giudizio dell'una e dell'altra, il Giambullari approva e raccomanda ai giovinetti la prima, e giustifica l'altra sull'esempio de' grandissimi nostri scrittori, che non debbono però essere imitati dai giovinetti. La costruzione intera è trattata in tre libri, abbracciando la SINTASSI del nome, dell'articolo, del pronome, nel IV quella del verbo, nel V quella delle parti indeclinabili: hi fgurata comprende gli ultimi tre, di cui il VI è tutto dedicato allo scambio (enallage, antimeria), il VII alle figure di parola, ('] L'ordine con cui tratta dello scambio, è questo: comincia da] nome, e parla di tutti gli scambi del nome (una spezie per un'altra, l'YIII alle figure di sentenza: oggetti questi del rettorico, ma di competenza anche del grammatico, perchè anche il grammatico spiega gli scrittori (enarratio poetarum). Delle figure ne sono inventariate coi loro rispettivi nomi greci, latini e italiani, coniati bizzarramente dal Giambullari, circa dugento! Così, teoricamente, neppur con questo valoroso gruppo di Toscani, che avevano invocato per sé il diritto di legiferare in punto grammatica, nessun punto di vista nuovo veniva conquistato con cui meglio scrutar la natura del linguaggio: praticamente, la grammatica normativa, diremo così, ufficiale era elaborata sul vecchio stampo, ridotta nella parte morfologica, accresciuta in quella SINTATTICA, gonfiata a dismisura in quella retorica delle figure (quella che fu appunto compilata da Giambullari, non esiterei a chiamar un regresso rispetto all'abbozzo grammaticale che troviamo nel Cesano del Tolomei, appunto perchè qui si notavano le caratteristiche del toscano vivo senz' intendimento precettistico): teoria e pratica, prese a trattare con certo spirito nuovo, quasi di ribellione, e non nascosto intendimento di progresso, rimanevano sostanzialmente sotto il dominio del classicismo e delle regole. Pure, guadagni se n'ebbero e non scarsi. Il maggiore e più positivo fu l' indagine storica condotta con così bei resultati dal Tolomei: i suoi accertamenti vanno soggetti a correzioni non poche né lievi, ma contengono un elemento conoscitivo irrefutabile per la filologia moderna, né del tutto disutile per la stessa ricerca speculativa: quei fatti linguistici (come li chiamano) da lui de ovvero il proprio per lo appellativo, p. es. Imagine per Imaginazione: Petrarca, ' Et sì diviso | da la imagine vera ' |; lo appellativo per il parti/ivo; il proprio per il possessivo, ecc.), e del nome scambiato per un'altra parte del discorso (il nome per il participio, per la preposizione, ecc.); poi dello scambio del pronome, e così di seguito, di quello di tutte le altre parti del discorso: litania interminabile di classificazioni, definizioni, esempi. Come a Gelli un Trattatello dell'origine di Firenze, così al Giambullari dobbiamo un Ragionamento, intitolato il Getto, della prima ed antica origine della Toscana e particolarmente della lingua fiorentina, dove, com'è risaputo, il famoso storico tanto spropositò nella spiegazione di quest'ultimo problema. Per entrambi i libretti, cfr. M. Barbi, // trattatello sull'origine di Firenze di G. G. Gelli, Firenze, 1894. Sul Giambullari, cfr. Valacca, La vita e le opere di P. F. G., Bitonto. scritti non sono il linguaggio reale, ma non sono neppure semplici e astratte categorie: e certo valgono assai più del precetto, delle regole come aiuti a penetrare la natura dell'atto che li crea. Nell'ordine delle idee, germi di progresso contengono quella calda difesa del volgare, e particolarmente di quello parlato in Toscana di contro al latino e all'italiano del Trissino, astrazione d'un'astrazione, che il Tolomei fece con tanto acume; la poca simpatia di lui per la grammatica come disciplina precettiva, in cambio della quale era consigliata più francamente la lettura degli scrittori; quel travagliarsi del Gelli intorno alla difficoltà e all' impossibilità del mettere in regola la lingua viva che è in continuo moto, anche se il fondamento della dimostrazione è erroneo; quel riconoscer necessaria una maggior trattazione della sintassi, un'altra categoria di più, che permette di veder meglio per entro lo spirito della lingua; il riconoscere che la lingua s'accresce e si perfeziona non tanto per la virtù del precetto quanto pel predominio del popolo che la impone, per l'aumento della cultura, il dibattito delle idee, il coltivar nuovi generi letterari; e quant'altro s' è messo particolarmente in rilievo: lievito, di poca forza espansiva, se vuoisi, ma lievito, senza cui la scienza non si sviluppa. La revisione della grammatica e il consolidarsi del purismo. Svolgimento della grammatica storico-metodica. (A. Caro L. Castelvetro B. Varchi G. Muzio). Il naturale determinarsi e permutarsi del principio direttivo della critica letteraria del Cinquecento nelle sue forme di imitazione, teoria, legge, fu rapido quanto intenso era il movimento che il ricomparire delle opere classiche e segnatamente della Poetica aristotelica aveva avvivato. Col codificarsi delle regole, lo spirito critico divenne, come doveva accadere, sempre più restrittivo e sottile, e, nelle applicazioni, pervicace e litigioso: nacquero così, com'è noto, numerose dispute letterarie e polemiche personali che, peraltro, giovarono assai allo sviluppo della ritica medesima: né la grammatica, meno d'altre discipline, potè rimanerne immune. Già prima che il Sansovino nella sua raccolta dei principali grammatici della prima metà del secolo, aveva il Varchi ristampate le Prose del Bembo: ora, se tali ristampe erano, come abbiamo mostrato, una conseguenza dei metodi ond'era stata elaborata la grammatica del volgare, questa, in quella forma tanto poco sistematica e tanto, incompleta e così poco imperativa, non corrispondeva più al nuovo spirito critico, al nuovo orientamento: quindi doveva necessariamente soggiacere a un lavoro di revisione e di correzione. E l'uomo proprio ad hoc fu Ludovico Castelvetro, che impersona e incarna, meglio d'ogni i66 Storia della Grammatica altro di quei gagliardi letterati, lo spirito e la cultura della sua età. E dalla ristampa del Varchi mosse appunto a rivedere tutta l'opera bembesca tanto favorevolmente accolta. Ne venne fuori un volume molto grande , in cui, a detta del Castel vetro iuniore, erano minutissimamente [trattate?] tutte le parti della grammatica della lingua volgare, nella guisa che fa Prisciano quelle della latina . Di codesto volume, a cui l'autore dovè attendere parecchi anni, e che si perde a Lione di Francia, quando si ruppe la guerra la seconda volta tra il Re ed i suoi sudditi per conto della Religione, una parte, la Guaita fatta al ragionamento degli articoli et de' verbi, era già venuta fuori anonima, ma con l'indubbio segno della paternità, pei tipi del Gadaldini di Modena : altre, non sappiamo se rifatte o superstiti alla perdita, riguardanti il secondo e il terzo libro delle Prose, furono pubblicate postume a Basilea. Sembra che l' incentivo alla edizione della prima Ghinta sia stata la polemica col Caro, che non aveva ancor permesso al Castelvetro di mostrare tutta la sua valentia di linguista e di grammatico. Comunque, è certo che il contenuto di questa lunga polemica dal primo Parere del Castelvetro sulla Canzone de' Gigli d'oro del Caro sino all'ultima sua fase esclusa (Ercolano del Varchi, composto verso il 1560 ma pubblicato solo nel 70, e Correzione del Castelvetro), è, sotto il rispetto puramente filologico e grammaticale, molto scarso. Poiché la controversia tranne, s'intende, nella parte diremo personale, che è senza dubbio divertente e anche, pel costume, interessante s'aggirò tutta e sempre, nelle varie scritture dell'un partito e dell'altro, sul potersi o no usare questa o quella parola nel rispetto della loro legittimità e del loro significato {falli di parole e falli di sentimento sono le due categorie della Ragione^*) del Castelvetro); e, per quanto l'uno e l'altro polemista abbian Nel 1536 aveva recato in ordine d'abicì li vocaboli latini di Valerio con la spositione volgare, fiducioso che tale fatica sarebbe stata a ognuno utile. Castelvetro jun., Biogr. di L. C. {Race. Calogerà), in Bertoni, op. qui appresso cit.. C) In G. Cavazzuti, Lodovico Castelvetro, Modena, 1903, p. 122. (:i) Giunta fatta al Ragiona \ mento degli articoli et \ de verbi di Messer Bembo. | KEKPIKA. In fine: In Modona, Per gli Hcredi di Cornelio Gadaldino. Parma] cercato di deviare dalla question principale nello svolgersi del dibattito, pure il carattere di essa riman sempre quello che benissimo è espresso nelle tanto discusse parole del Castelvetro: il Petrarca [codeste voci adoperate dal Caro] non le isserebbe. La polemica verte essenzialmente sur una questione di elocuzione poetica: argomenti e sofismi son sempre cavati dai comuni criteri estrinseci e arbitrari della forma: tra l'aspra selva delle osservazioni del Castelvetro e i fiorami umoristici e eleganti del Caro e compagni di difesa, potete sempre scovare il serpentello della rettorica corrente, il criterio delle voci belle e delle voci brutte. Valga quest'esempio: Inviolata. Se questa voce non vi piace, vi puzzano le viole, e le rose. Non potendo essere, ne la più soave, né la più moscata di questa. Se '1 Petrarca non l'annasò; forse quando le capitò alle mani, era infreddato. Ma il Boccaccio, che non aveva si delicato bocchino, né sì schifo naso, come voi; la volle pure in certe sue insalitine (sic): e la fiutò volentieri. Leggete ne l'Ameto. E però con solecitudine i fuochi nostri, che di qui porterai, fa che Inviolati servi. Et appresso. Acciocché quelle di costumi, e d'arte, Inviolata serbandomi ornassero la mia bellezza. La Ghmta castelvetrina, invece, ha ben altra importanza, ed è veramente a dolere che le sue compagne relative alle altre parti del discorso siano andate perdute, perchè avremmo avuto un ammirevole esempio di grammatica metodica e storica: essa in ogni modo è, anche così, un documento de' più significativi! perchè, per la prima volta, viene svolto di proposito nella grammatica normativa l'elemento propriamente storico e introdotto il vero metodo. Questo avea già ben visto un giudice di grammatiche assai autorevole, come quegli che le leggeva e le sapeva leggere da un punto di vista elevato, Francesco De Sanctis. Il quale, dopo aver osservato che la grammatica italiana dapprima non fu se non una raccolta di regole ed osservazioni sulla nostra lingua succedentisi a caso , mette bene in rilievo i pregi delle opere grammaticali di grammatici superiori come il Bembo, il Castelvetro e il Salviati per quanto concerne la parte storica, la diligenza del raccogliere, la conoscenza delle proprietà de' vocaboli, ecc., e segnala particolarmente il Castelvetro e il Salviati ('i Apologia, Parma, pp. 52-^ i68 Storia della Grammatica come perfezionatori della grammatica storica e avviatori di quella metodica . E su questa Guaita fermeremo in particolare la nostra attenzione, benché a chi voglia portar un giudizio complessivo sull'attività filologica del Castelvetro, quale ricostruttore e interprete di testi, indagatore dell'origine e della natura dei linguaggi, esploratore di etimi ignoti ("), convenga tener presenti, oltre la Poetica, tutte le altre opere di lui. Castelvetro, nella grammatica come nella poetica e nel resto, manifesta assai chiaramente il carattere del suo ingegno. L'avevano ben capito gli stessi suoi contemporanei, tra i quali mi basti citare il Lombardelli: Il Castelvetro, con le sottigliezze di sua dottrina, fa star sospesi molto dallo scriver toscano, tanto in teorica quanto in pratica, e di vero può molto aiutare i fortemente introdotti, sì per gli avvertimenti particolari, sì per la finezza del giudizio, che altri vien acquistando in legger le costui scritture, fondate nelle scienze, e nelle lingue più famose . Lambiccato e falso nelle sue sottigliezze lo disse già Sanctis. Recentemente, per un fortunato incontro della storia letteraria e della filosofia, il Castelvetro ha avuto il suo degno biografo e i suoi degni critici, sicché ora la sua figura sorge intera e vera: le analisi del Vivaldi e del Capasso da un lato, la biografia critica del Cavazzuti da un altro e per un terzo i cenni del Croce e dello Spingarn e [Sulla notevole pagina dei Nuovi Saggi Critici (Napoli), riportata opportunamente dal Fusco nella sua Poetica del Castelvetro, Napoli,si deve peraltro osservare che il Bembo trattò la parte storica della lingua non nel senso di Castelvetro: il Bembo ci mette sott' occhio V uso storico della nostra lingua; il Castelvetro ci dà la storia, dirò, interna, delle forme, quali si svolsero dal latino, subordinandone però l'indagine al precetto grammaticale che veniva così incorporato a un elemento conoscitivo. Fusco. Un notevole posto tra queste occupa la Spositionc a XIX canti dell Inferno (Modena. I fonti. SANCTIS. Una polemica e le controversie intorno alla nostra lingua, Napoli. Note critiche su la Polemica tra il Caro e il Castelvetro, Napoli. la monografia del Fusco hanno ormai messo in piena luce così la vita come l'attività individuale e il pensiero vario di lui. Acato l'uomo e sottili le cose da lui scritte , torna a ripeter l'ultimo suo critico, il Fusco, sia che si affatichi a dare un certo che d'armonico al sistema e a farne vedere le parti legate L'ima all'altra dal vincolo di causalità; sia che per distinguersi proponga dimostrazioni originali di tesi in sé sgangherate e interpetrazioni bizzarre di problemi insoluti e insolubili; sia finalmente che, conscio de' vuoti, cui non gli riesce di colmare, si sforzi di dissimularli e di coprirli con foglie più trasparenti che pietose dommatico come un pontefice, dottorale, fiero, soprattutto insopportabilmente lungo e secco, innegabilmente lambiccato e falso nelle sue sottigliezze; [sempre] lui, lo scolastico colla somma di difetti propria degli scolastici, pe' quali la presunzione di essere a priori in possesso della verità è ostacolo a trovarla, arzigogolanti in un mondo, che è quello delle nuvole, aventi a supremo fine la forma, non la sostanza del discorso; di tutto sprezzanti che non si adagi nel rigido schema di un sillogismo: lui, il critico ottuso, più che mai ottuso alle pure e immediate impressioni dell'arte; lui, "un curioso miscuglio di dotto acume e di vuota sofisticheria che ondeggiava tra un pedantesco timore e un linguaggio scorretto, artificiale e provincialesco, come nello stile riusciva insieme arido e prolisso,, ("). Specialmente in fatto di poetica, dalla prima all'ultima pagina rivela costante l'oscillazione del pensiero, la perplessità psicologica, l'incertezza tra il sì e il no. Il risultato... ein bedenklicher Rùckfall in die Unklarheit der ersten theoretischen Versuche, come si esprime il Klein (3). Ed era inevitabile quando il metodo della ricerca e dell'esame, comunque allargato, restava invariato nella sostanza: al fatto particolare e mutabile dato il valore di legge universale e meccanica: il capriccio dell'artista di ieri assegnato come norma all'artista di oggi: l'empirismo sostituito alla scienza; l'arte messa alla dipendenza immediata del lavoro scientifico e della storicità; la poesia, che si appartiene tutta alla fantasia, edificata e giudicata con criteri Son parole d’Ovidio, Le correz.) Der Chor in den wichtig sten Tragòdien der franzòsischen Renaissance, Erlangen und Leipzig] logici o pratici, morali o intellettuali: l'estetica fondata sempre o quasi sempre su motivi extra od anti-estetici . Sicché il volerlo mettere in linea, caratterizzarlo, ridurlo sotto uno degli indirizzi che dominarono nella coltura italiana è impossibile o difficile e non senza pericolo di confusione; tutti i venti lo fecero piegare un po', nessuno lo vinse. Non classicista, non romantico, non aristotelico, pure lascia tracce non lievi e di classicismo e di romanticismo, figura multiforme, a diverse facce, changeante, che sta sola a sé e per sé in tutto il suo secolo: novatore e continuatore di pregiudizi; progressista ne' gesti e retrogrado nel fatto... ebbe acuto ingegno, indipendenza di giudizio, superiorità di critico: nondimeno sopravvive pedante tra pedanti: primus inter aequales . Filosofo del linguaggio, dunque, il Castelvetro non poteva essere né fu: anzi, quant'egli scrisse intorno al lato teorico della forma poetica e intorno al lato pratico {precettistica), non lo pone certo al di sopra d'altri grammatici che, come vedemmo, ebbero più d'una felice intuizione circa la natura dell'espressione. N'ebbe anch'egli, a dir vero, come quando scrisse queste che sono veramente come il Fusco le ha chiamate auree parole: Con lo splendore della favella non si deve oscurare la luce della sententia...; perchè deve essere stimato vitio che la favella sia in guisa vaga che altri riguardi più in ammirar lei che in considerare il sentimento, essendosi trovata la favella per lo sentimento e non lo sentimento per la favella. Ma i precetti della vecchia rettorica, teoria dell'ornato e teoria del conveniente, l'arbitraria distinzione di prosa e versi, ecc. ecc., son tutti dal Castelvetro mantenuti, anzi moltiplicati. Dove, invece, il Castelvetro, per comune consenso, eccelle, è nella filologia (erudizione linguistica spicciola, grammatica storica) e nella grammatica normativa; e se è impresa tutt'altro che facile il tirare la somma di tanti suoi accettabili o no accertamenti e dati positivi in fatto di lingua, fonologia, etimologia, morfologia, ortografia, lessico, sintassi, versificazione, tuttavia dalla limacciosa e dilagante corrente di tanta sua dottrina quasi tutta d' intonazione vivacemente, ostinatamente, sofisticamente polemica, balzano fuori in tutta la loro chiarezza la giusta tesi Fusco.] dell'origine del volgare e il diritto metodo della dimostrazione e della relativa indagine delle forme. Egli, infatti, non si limita ad affermare che il volgare italiano (e, è lecito ammettere, anche il provenzale e gli altri idiomi romanzi) , derivò dal latino e dal latino parlato, che non era quello che i dotti scrivevano o gli oratori adoperavano ne' pubblici discorsi, ma osserva che la diversità del nostro idioma volgare da quel volgare latino è nella declinazione, principalmente, non nel lessico, ossia nella variazione che le voci hanno subito e non in una diversità di etimi: e, prescindendo per ora dalle leggi fonetiche da lui poste, ingegnosissimo si mostra nello spiegare le circostanze, le cause esterne delle trasformazioni del volgare (:ì): e la nostra ammirazione certo aumenterebbe se di molta parte de' suoi studi sull'antico italiano non dovessimo lamentare la perdita. Non è cosa, peraltro, da maravigliar troppo chi ripensi quanto propizi volgessero ormai i tempi per gli studi romanzi, di cui bene può il Castelvetro, nei rispetti della grammatica italiana, considerarsi uno de' principali campioni anche a fianco del Barbieri e del Corbinelli, per citar solo i maggiori, i quali, per l'uso sapiente fatto del criterio comparativo, godono, l'uno nell'ordine storico letterario, l'altro nell'ordine linguistico, un vero primato ( "). Meno coerente e avveduto fu forse nella famosa que (' Cavazzuti. Delle prove dell' esistenza del latino volgare il Castelvetro non fu ricercatore compiuto, poiché non ebbe l'occhio specialmente, come doveva, al materiale epigrafico, ma quelle che indicò in vocaboli e modi di dire popolari della letteratura scritta e massimamente nelle commedie, colpiscono nel segno. Cavazzuti. Castelvetro non ignorò altri idiomi neolatini, ma in essi non acquistò una speciale competenza: quanto al provenzale, p. es., sono state ridotte a cinque o sei note linguistiche quella che dal Canello era stata chiamata straordinaria erudizione; in questo campo valse assai più, non dico il Barbieri, che a dir del nipote Ludovico avrebbe insegnato il provenzale al Castelvetro e se lo sarebbe associato nel trasportar in volgare le vite de' migliori trovatori (Cavazzuti), ma il Bembo stesso. Cfr. V. Crescini, Di J. Corbinelli, in Riv. crii. d. leti, il., II, col. 189 (cit. dal Bertoni nell'op. qui appresso cit.). Per la storia degli studi romanzi in Italia nel sec. XVI, v. V. Crescini, J. Corbinelli in Per gli studi romanzi Saggi ed appunti, Padova, e Bertoni, Barbieri e gli sludi romanzi nel sec. XVI, Modena. stione della lingua italiana; ma ciò dipese dall'essere in sostanza, ossia nella veduta e nella direttiva principale d'accordo col Bembo, col Caro e anche col Varchi, e dall'aver voluto, troppo indulgendo al suo bollente genio, combatterli ad ogni costo e ad oltranza, per abbattere il loro edificio e costruirne un altro con diverso materiale e diverso metodo ma d'eguale architettura e decorazione. Il D'Ovidio dice: La sua polemica col Caro rientra solo di sbieco nella questione generale della lingua... Se si prescinde dal modo come il Castelvetro scriveva e criticava le scritture altrui, se si riguarda alla sua astratta teoria quale si disviluppa dalle infinite perplessità delle sue Giunte alle Prose del Bembo, si può dire che col Caro egli s'accordasse interamente, proclamando che si debba scrivere nella lingua del proprio secolo e che sia impossibile gareggiar nella lingua del Trecento coi trecentisti, e che i fiorentini si trovino per lo scrivere in condizioni migliori di tutti gli altri (Giunta. Il Castelvetro non era ingegno da star saldo in un principio e concentrarvisi tutto intorno. A note di fonetica lo conduceva da una parte la sua passione per l'etimologia, dall'altra il proposito di combattere Bembo nelle questioni specialmente morfologiche. Codeste note, per altro, sono sparse un po’dappertutto. È miracoloso, scrive Castelvetro iuniore, nel DEDURRE L’ETIMOLOGIA DALLA LINGUA LATINA per servirsene nella lingua volgare. Il PARTICIPIALE DI SPERANZA-GRICE: “Etymologically speaking, ‘mean’ means ‘mind.’” Scelse tutte le parole oscure e non intese dagli altri, che sono nelle Novelle antiche e l' interpretò tutte coll'etimologie, e le mise in un volume sotto ordine dell'alfabeto, il qual saggio s'è perduto con altre scritture in Lione. Conviene pertanto spigolare le sue note etimologiche. Cavazzuti segnal, illustrando il metodo che Castelvetro segue nel cavarle, alcune etimologie di lui, quella di mai, di punto, di cavelle o cove/le, dell'articolo il, di arancia, di bozze, di niente, e altre. Ma più che queste e le moltissime altre che con speciale predilezione si sofferma a tirare, è da ammirare in Castelvetro, a giudizio di Vivaldi, l'aver ammessa la possibilità della scienza, quando altri, come Varchi, contro cui validamente la sostenne, la nega. Un esem- [Le correz. V. anche Cavazzuti. In Cavazzuti] pio caratteristico dell'acume che Castelvetro adopera nel terreno della fonetica, è la spiegazione ch'egli da del futuro italiano, dove puo dimostrare la sua dottrina in tatto di consonantismo. V non vuole, egli dice, innanzi a sé C, G, P; 15. D, H; LI, M, Nn, Rn, Ou, T, Tt, Ct, Nt, V; quindi avviene che accostandosi le predette lettere a V consonante, essa si tramuta in S, e quelle sono costrette a tramutarsi in quelle consonanti, o a prendere di quelle, che possono comportare la compagnia della S, o a dileguarsi; sì come B è costretto a tramutarsi in simile caso in P {scripsi), o in S (iussi); D in S (cessi), H in C (traxi); M in S {pressi); Mn in Mp (tempsi); V in C (yixi), ecc. .Su queste basi egli osservava: è da sapere che la lingua nostra non ha voce semplice futura, se non tre sole in un verbo disusato, o non usato mai... ma le ha composte del presente del verbo avere, e dello infinito del verbo, il cui futuro si richiede; dicendosi dire ho nella guisa che si dice appresso i Greci Àsyrive^to, e appresso i Latini dicere habeo, significandosi il futuro Aé^oj, dicam , spiegazione integrata da un luogo della Correzione, dove riferisce un colloquio avuto su tale argomento col Varchi: .... mi domandò come del verbo Amo la voce del tempo imperfetto Avi ab avi veniva in vulgare. Et io gli dissi che mutata B in V, et gittato M finale riusciva Amava. Perchè, adunque, soggiunse egli, se B si muta in V in Amava, non si può ancora in B in Amabo vegnente in vulgare mutare in R con trasportamento dell'accento, et dirsi Amerò? Non si può, gli risposi io, perciò che B si può mutare, e si muta in V, conciosia cosa che V, B, P, F sieno lettere pazienti et cambievoli l'una nell'altra, della schiera delle quali non è R, senza che non si potrebbe mostrare quando anchora concedessi questo, come di Legam et d'Audiam si potesse dire leggerò et udirò. De' mutamenti fonetici vide la causa in quei principi fisiologici che tentano di resistere ancora alla critica negativa di essi Q: Non ha dubbio, scriveva, che [In Cavazzuti. Corr. /.éyeiv è/o secondo l'Errata Corride del Castelv. stesso non vista dal Cavazzuti. V. più innanzi. Giunta LXVIII, in Cavazzuti. In Cavazzuti. Croce, La Critica.] la diversità dell'aere generi diversità di lingue; poiché opererà che si proffereranno le parole più o meno addentro nella gola; e appresso che alcune consonanti si distingueranno o più o meno l'ima dall'altra; e per avventura ancora alcune vocali; e si darà il fine alle parole o più o meno perfetto. Questo egli scriveva molti anni prima, dunque, che del massimo fonologo del Cinquecento, Bartoli, fosse apparso quel mirabile trattato che il Teza illustrò da par suo con tanto compiacimento. E, valga o non valga una tale dottrina, non si può lesinare l'ammirazione che il Castelvetro certo si merita, anche non dimenticando i progressi del Tolomei su questa parte della grammatica storica.Vero corpo di scienza grammaticale, storica e precettiva e metodica insieme è la prima Gninta. Consta di due parti: ia, [15] corpi [de' quali la maggior parte suddivisi in paragrafi] delle cose contenute nella Giunta di ciascuna particella degli articoli (pp. 2-16); 2a, [70] corpi [suddivisi parimenti in paragrafi] delle cose contenute nella Giunta di ciascuna particella de' verbi. In tutto dunque 85 giunte, in 77 -h 273 (2U parte) = 350 paragrafi, ossia osservazioni (selva selvaggia ed aspra e forte!); che son poi altrettante contraddizioni a quelle del Bembo. Nella prima parte, Degli Articoli, non parla soltanto di questi, come parrebbe, ma trova modo di toccare anche delle parti declinabili del discorso (nomi, [sostantivi e adiettivi], vicenomi) ; trattazione metodica perchè condotta quasi sempre sul filo conduttore della storia. Dove il Bembo aveva chiamato gli articoli parte de' nomi, egli, fondandosi sull'origine dell'articolo dal pronome latino, ne rivendica V indipendenza. Dove il Bembo aveva ammesso i vicecasi non sapendoli distinguere dai veri proponimenti, egli par escludere l'esistenza de' vicecasi, sostenendo che la decimazione volgare ha due soli casi (il diretto e l'oggetto), e riconoscere solo l'esistenza de' proponimenti co' quali si formano tante combinazioni (complementi) quanti essi sono. Tratta ampiamente della declinazione e dell'uso degli articoli: il, lo, 1", la, i, gli, le, che deriva non solo da ille, ma da hoc, citando per i pi. da hi e o sing. (1 In CAVAZZUTI.] da hoc le vecchie stampe e l' iscrizione a un quadro esistente in una sala del palazzo Fulvio Rangone di Modena in cui era dipinta l'historia della Teseide del Boccaccio: O re Theseo, A o re Theseo = il re Teseo, al re Teseo, della cui forma afferma esser riscontri nella lingua gallica più antica e del regno di Napoli (o re = il re). Qui comincia a delinearsi il metodo del Castelvetro, che se non coincide con quello della filologia moderna (è facile vederne le differenze), lo precorre però almeno per l'uso del criterio storico genetico e comparativo insieme, e in ogni modo non è il puro empirico degli altri grammatici. Invece di seguire passo passo il Castelvetro nella sua confutazione del Bembo e di istituire un confronto perpetuo, abbiamo creduto meglio di ricavarne una specie di trattatello grammaticale, onde insieme con la materia da lui esposta ne appaia anche il metodo della trattazione, pienamente sistematica pur tra tanto apparente intrigo. Dell'articolo. J articolo è voce separata e non parte di nome perchè ha origine dal vice-nome ille e ne conserva la forza, tanto che può esser sostituito da quello, ed è declinabile. Di da de, al da ad, da da de non sono vicecasi neppur essi, ma proponimenti, come tutte le altre propositioni e sono d'altronde altrettanti supplimenti de segni di casi, essendo che la nostra lingua ha due soli veri casi, l'operante e l'operato, ne' sostantivi come in molti vicenomi, e gli altri casi essendo tanti quante sono le combinazioni del sostantivo o del vicenome con i proponimenti. Gli articoli vulgari si originano dai vicenomi latini e si adoperano nel modo seguente: o da lioc. Es. O re Theseo neh' " historia della Theseida di Boccaccio dipinta non molto tempo dopo la morte di lui in una sala del conte Fulvio Rangone in Modena Il re Theseo. O re (nel regno di Napoli e nell'ant. frane.) = Il re b) i, pi. m., dal pi. di hoc, cioè hi '). S\ota. Il co in compagnia, puro o mutato, non è più articolo, perchè non si declina (cotale, questo, quello), eccetto in uguanno da Così, analogamente, qui da hicqui, qua da hacqua (per hoco orig. da hocquo, cfr. hoco + ilio quello. Non è biasimevole chi li deriva dai greci o e 01! 176 Storia detta Grammatica hoco-anno, dove rimane in forza d'articolo, perchè uguanno è voce fermata in su un senso e in su un numero, né di nuovo può ricevere altro articolo, anchora che io l'habbia per voce averbiale di tempo . il sing. m. dinanzi a cons. nel i° e 4" caso, da ilio, per essersi dovuto restringere sotto l'accento del nome come bel giovane, quel giovane da bello e quello giovane. b) lo sing. m., dinanzi a vocale, o s impura, o, nei casi né primo né quarto, a semplice cons., come non si può troncare bello e quello davanti a Intorno e scelerato. Lo si usò (cfr. Petrarca e Boccaccio) in. tutte e due i casi, e come rimase nelle combinazioni con mi ti si ci vi, onde melo, telo, ecc., dove potè troncarsi dinanzi a cons., così rimase e si potè troncare in tutte le proposizioni articolate: del (= delo), al (= alo), dal, col, ecc., voci che non si devono spiegare con di -f il, ecc., perchè da di + il verrebbe dil e non del. Quindi è errato scrivere de 'l, co 'l, da 'l cielo, ecc. A. i da hi, pi. m. dinanzi a cons., non comportandosi il contrario per l'iati) (l'it. non ha voci comincianti da ia, ie, ii, io, hi; quindi non è lecito i amori, i heretici, i italiani, i homicioli, i humidori; né i stormenti, perchè potrebbe confondersi con istormetiti). B. li da i/li, pi. m., dinanzi a voc, a s impura, a semplice cons. di nomi non usati al primo e quarto caso. li diventa gli dinanzi a vocale per la forza di questa (cfr. vaglio, voglio); ma dovrebbe restar //davanti a s impura; li stormenti, e non gli stormenti. Li, come lo conservato in del, ecc. da delo, ecc., conservasi nel pi. de' casi secondo, terzo, sesto: quindi deli, ali, dati, ecc., riducibili a de, a, da, come quali si riduce a qua, e elli a e, e tolti a to, poiché non iscrivesi de', a', da' per dei, ai, dai da de i, a i. da i, essendo questa derivazione errata. la da illa, sing. femm.; le, pi. di la; e) sta da ista in stamane, stamattina, stasera, stanotte, benché siano avverbi. 2 4. L'elisione della vocale finale dell'articolo è regolata da questa legge": che la lingua nostra non comporta ordine di vocali per accidente se non le può comportare per natura , Spesso si elide, invece che la finale voc. dell'art., la iniziale del nome quando comincia per in o im disaccentata: es. lo 'nventore, la 'mperfettione. ('i Monsignor lo, Messer lo son comuni; analogamente: tutto il mondo, ambe le mani ecc. Nel Petr. quattro nomi hanno lo: qua/, cuor, mio, bel, per conservar l'uso antico. Boccaccio n'ù pieno. I lei ha sempre //, nel Petrarca. Capi fola sesto Lo e // o;7/ si conservano con /éT dinanzi a consonante nei casi secondo, terzo e sesto analogamente a lo delle preposizioni del, al e da/, ecc. Es. per lo petto, per li fianchi. Per quanto s'è detto, non si deve raddoppiar 17 in de/o, alo, da/o, ne lo, ecc. (benché anche l'autore segua l'uso invalso di raddoppiarlo: mirabile e raro esempio d'ossequio in un tal contradittore); ma sì in collo perchè viene da con e lo. Il d di ad volgare è eufonico e non d'origine latina, come od, sedi ned, c/ied. A/lui, asse, dal/ui, dassc sono errori, ma non son tali accendere, apportare e simili. Il ri da re, in composizione. 2 8. Sottrazione di di a Colui, Colei, Coloro, Costui, Costei, Costoro; di a, a Lui e Lei (da il li /mie, illae ei); di di e a a Loro, Altrui, Lui; di con, di, a, in, per, da a Che; di di a nome dipendente da Casa, a Dio dipendente da Mercè; di di e dell'ara, a Giudicio dipendente da Die e a nomi dipendenti da Metà, e a nomi delle famiglie dipendenti da nomi propri maschili, e a Quattro Tempora dipendente da Digiuna: di per a Mercè, a Gratia, a Bontà; di per a Tempo; di a a Malgrado. Nei complementi di specificazione l'uso dell'articolo (prep. articolata) è determinato dal significato o forza che l'art., analogamente al vicenome quello, ha di preterito (reiteramento), futuro (premostramento), presente (additamento), dal suo scopo di particolareggiare o universalizzare il significato del nome, e dal significato particolare o universale del nome disarticolato. Ci sono poi dei nomi (Capo, Testa, Collo, Tavola in compagnia d' In z: Su; Piede, Dorso, Gola in compagnia d' In = Intorno) che rifiutano l'art.; altri (Città, Casa, Piazza, Palazzo, Chiesa in compagnia d' A, d' In, di Di, di Da; Mano in compagnia di Con, e Cintula in compagnia di Da, e Lato in compagnia di A e di Da, e Bocca in compagnia d' In e d' A) e gli aggettivi Mio, Tuo, Nostro, e Vostro antiposti a nomi, possono lasciare l'articolo. \ io. I nomi propri femminili comportano l'art, det.; de' ma X schili solo quelli in cui operi una notabile qualità (antonomasia), o che siano preceduti da un aggettivo e in cui l'agg. funga da sostantivo il cattivello d'Andriuccio). Quando l'aggiunto si pospone, l'art. segue il nome sia maschile che femminile. I nomi femminili di continente, d'isole maggiori (eccetto Lift~^ pari, Cresi, Ischia, Maiorica, Minorica e simili), stati e regioni, seguono la regola de' nomi propri di persona, cioè possono ricevere l'articolo. I maschili non seguono la regola de' nomi propri maschili; ma anch'essi possono ricevere l'articolo. I nomi di città e castelli rifiutano l'articolo (eccetto gli edificati dopo la perdita del latino: Il Cairo, La Mirandola, ecc.i; de' fium i, possono riceverlo e rifiutare; de' fonti, i più lo rifiutano. Preceduti da un aggiunto, tutti lo ricevono. Fratelmo, Patremo, Matrema, Mogliema, Figliuolto, Signorto, Moglieta, fiammata, Signorso; Dio; gli honorativi (Papa, Sere, ecc.); i pronomi personali o no e il relativo rifiutano l'articolo; i nomi antonomastici e i congiunti con tutti e numeri seguenti, e i vocativi possono ricevere l'articolo. Ma Vaghe le montanine e pastorelle è dell'uso della favella vile, non della nobile. Le quattro coniugazioni del verbo si determinano solo dall'infinito (-are, -ère, -ere, -ire), essendo in volgare la 2a ps. ind. uguale in tutt' e quattro. La primiera voce (cioè, meglio, la ia ps. pres. ind. att.) ne' verbi volgari varia. Agli esempi del Bembo: Seggo Seggio Siedo, Leggo Leggio Veggo Veggio Veo Vedo, Deggio Debbo, Vegno Vengo, Tegno Tengo Seguo Sego, Creo Crio Credo, Voglio Vo, sono da aggiungere: Muoro Muoio, Paro Paio, Salgo Saio, Doglio Dolgo. Toglio Tolgo Sono Son So, Ho Habbo Haggio, So Saccio, Fo Faccio, Deo (Deggio Debbo), Supplico Supplico, Rimagno Rimango, Coglio Colgo, Chiedo Chieggio, Vado Vo, Scioglio Sciolgo, Scieglio Scielgo, Fiedo Feggio Beo Bibo Descrivo Describo Appruovo Approbo Ripiovo Repluo Priego Preco Miro Mirro Replico Replico Foe Fo Soe Sono Do Doe Vo Voe (Vado) Haio (Ho) Deio (Debbo) Creio (Credo) Cado Caggio Sospiro Sospir Uccido OccidoAncido Ubedisco Obedisco Allevio Alleggio Cambio Caggio Manduco Mangio Manuco, Giudico Giuggio, Vendico Veggio, Simiglio Semblo Sembro Annumero Annovero, Ricupero Ricovero Valico Varco, Sepero Scevro, Delibero Delivro Dimentico Dismento, ecc. Ragioni fonetiche: D, B davanti a voc. i (da e) seguita da voc. = g geminato: Deggio (Debeo), Haggio Habeo), Seggio (Sedeo). Veggio (Video;, e, per analogia, Creggio (come da Credeo), Feggio (come da Fedeo), Caggio (come da Cadeo), [Tu] Regge (Dante) da Redeo. Il gg e ce si dileguarono nell'ant. ital. agevolmente. P davanti a voc. i seguita da voc. = Ch: Schiantare (da Piantare), Schiazzare (da Piazza), Saccio per Sacchio (da Sapio), cfr. prov. Sapche. e) L, N \i -j-'voc. vogliono g avanti, o anche L, N -je -fvoc: Nap. Chiagnere Piangere. Consiglio, Bologna, Sanguigno, Oglio. Quindi Saglio, Vegno, Tegno, Rimagno e, per analogia, Voglio (quasi da Voleo) come Doglio (da Doleo). Il g e 1 si possono posporre: Doglio, Dolgo. d) R prec. da A o O e seguita da I o E prec. da voc, si dilegua via: Frimaio, Cuoio, Aia (Primarius, Corium, Area). Quindi Muoio, Paio. L tra vocali = i: ìtaXóg gaio, pitllus buio. Quindi Voio (da volo) lomb., Yoo \'o. f) L'è paragogico di doe, foc, ecc., tue, sue, ecc., coste, ecc., die, ecc., è avvenuto per cagione di più soave e riposata preferenza . I di Seggio è naturale. In Debbo, Habbo ecc. è caduta. Di queste voci alcune sono poetiche altre prosaiche. La ia ppl. ind. pres. att. si è formata dal pres. del cong. confuso col pres. ind. in due modi: a) dalla ia pi. della 2a e 4" valeamus, sentiamus = sentiam, valeam); b) dalla i" ppl. della 1* (amemus), amemo e, per analogia, valemo, leggemo, sentemo. Mai leggerlo deriverebbe da legimus! E lo conferma anche il senio da shnus. \ 4. La 2H ps. ind. pres. è presa dalla 2a ps. sogg. o dall'indicativo, confusamente. Non mai si origina dalla 1" ps. ind. pres. La voce volgare si origina sempre dalla latina! Un argomento fortissimo della derivazione dal sogg. sono: giacci, dagli, pai, vinchi, proferiscili, sagli. \ 5. La 3a ps. pres. ind. si passiona per tre vie o per mutamento, o per levamento o per aggiugnimento. Esempi e ragioni fonetiche. La 2a ppl. deriva dalla 2a ppl. latina. Nella 3a coniug. avviene egualmente per analogia. Leggete quasi da Legetis. Neil' uso antico anche sull’esempio della quarta: leggile, vedile. Bembo aveva detto che Vi di tieni da tengo, di siedi da seggo, Vii di duoli da doglio, di vuoti da voglio, di suoli da soglio, di puoi da posso, è vocale di compenso per la caduta del g e del ss. Il C. dimostra che quelle vocali sono effetto d' uno scempiamento, tant'è vero che scompaiono fuori d' accento, e che il g è naturale nella ia ps., e sarebbe fuor di luogo nella 2*. Quanto a. posso rimanda alla trattazione di sono. 2. I verbi che nella 2" ps. perdono la cons. o le cons. della ia appartengono alla 2* e 3" coniug:. e quattro sole sono in effetto le cons. che si perdono (C e G, V e P, D e T, L). Verbi in -io di tutte e quattro le coniug. che nella 2a ps. perdono o non perdono una vocale o una cons. nella 2a ps. 3. Altre particolarità fonetiche sulla ia e 2a ps., specie sulla fogliazione di L e R, sulla geminazione di GG, di RR in Trarre, ecc. sull'elisione di R in Paro e Muoro. Del G e dell' N naturali si ragiona nella Giunta. Il G fognato nei GERONDI. La 3a ppl. dalla corrisp. latina, esemplandosi la 3* coniug. sulla 2*. Eccezioni, dipendenti dai mutamenti fonetici. Particolarità di altri verbi. \ Il pendente (= imperfetto). Il V della i" e 2* ppl., poiché è in sillaba accentata, non può dileguarsi. Nella 3 sin^. e pi. e nella 2a sing. il V non si elide quando lascerebbe due vocali eguali: dunque non amaa, amaano, e [tu] udii (per udivi), come vedea, vedeano, dovei. Riguardo alla forma della 3a ppl. haviéno, moviéno, serviéno, conteniéno, si osservi che la ia e 3" ps. pres. ind. della 2" e 3a coniug. in provenzale e italiano si modellarono sulla 4" che aveva audibant e andiebant onde udivano, udiano e udieno, quindi havia, solia, credia, potia, vincia, vinia. Analogamente la ia e 2a ppl. della 2a, 3" e 4" coniugaz. si modellarono sulla 1"; quindi credavamo, credavate. Del preterito. La ia ps. ha sei regole; la ia ppl. due. in cong. 2a e 3B 4'1 /' ps.: -ai (o -iaij -ei (iei) -etti, -si, e lat. -i, son tutte dalle corrisp. latine. I finienti in -si e i ritenenti il fine latino non mutano l'accento della sillaba radicale, come tutti gli altri finienti ne' modi predetti. I mutamenti di -avi lat. in ai vulg., di -idi, in -etti e, per analogia, anche in quelli non provenienti da -idi, sono facili a spiegarsi. Così il -si'. Di questo son due classi, secondo che conservano l'istesso numero di consonanti che nel presente, o ne hanno di meno o di più. I verbi col finimento latino sono io della 2", 11 della 3", 1 della 4a: malagevolmente possono cadere sotto la regola d'un fini-. Nella 4a più forme: audivi, udij (udì), e udìo. Verbi in -are e in -ire (colorai, colorii) ecc., cioè della ia e 4", della 2" e 4" (offersi e offerii). j" ps. i° conili"-, -ó, -io. Ant. dial. siciliano: Passao, Mostrao, Cangiao, ecc. 2a e 3° coniug. -é, o -ié (-éo), se la ia è -ei o -iéi; -ette, -se, da -etti, -si. 4a coniug. -i (-io), -ie. 3" Ppl- -ero, -ono; -éttero, -éttono; -àrono o -iàrono, -aro e -iàro quando la 3" sg. è -ó, -io; -érono, -iérono, -èro, -iéro, se -é, -ié; -irono, -irò, se -ì. L'o finale è troncabile. Questa 3a ppl. deriva dalla corrisp. latina. In poesia si sincopa: levórno, usato anche in Lomb. Finalmente c'è la terminazione -enno, -eno, -inno, -onno. Faro e Foro. /"ppl1° e 4a coniug. da -àvitnus, -ivimus, àvmus, ivnuis, -animo, immo e per analogia -emrao nella 2* e 3", come se si dicesse valevimus, legevimus. l) finimento lutino, per ora. Medesimamente si formò la jK ppl. e sitig., osservandosi: i" l'accento si trasporta sulla seguente sillaba: da vàhti, valeste, da legi, leggeste (fummo come da fùvimus e non fuimus, gimmo da ivimus); che si dice udiste e sonaste, benché la i" è odo, suono. \ io. Pariefici preteriti. -ato, -ito, -uto, -so dalle corrisp. latine. In quei in -ato si ha il raccoglimento, che del resto già era avvenuto nei latini Saucius, Lassus, Lacerus, Potus per Sauciatus ecc. In quei in -ito (4" coniug. sulla quale si modella anche Resistito benché sia della 3'), ant. -uto n'è rimasto venuto) per l'analogia che alcuni verbi della 4" avevano con quelli della 2" e 3" (cfr. uscì e uscetti, udì e udetti, feri e ferretti, venni e vennetti). Quando nel part. -ito, e' è r, avviene la sincope: morto, proferto, ecc.; ma non ferto, perto, smarto e sim.; ratto da rapito, sepolto. Nella 2a e 3" coniug. -uto e iuto a) to puro 6) to con cons. o impuro; -so puro e -so impuro. a) -to puro (dalla forma di /oattiis, tribntus, cautus e sim. e sui preteriti in -èi o -ici e -ètti e -ietti della 2" e 3a coniug., e su quelli che hanno il finimento latino. Irregolarità e doppioni (pentuto e pentito, perduto e perso, conceputo e concetto ecc.). b) -io impuro, 1" e 3" coniug. pret. in -si prec. da cons. che si conserva se è L, N, R, e si muta in T se è S. Tuttavia -si prec. da R o R dà -so, conservandosi R e S. Es. volsi volto (assolto e assoluto), (ma salito, caluto, valuto); giunsi giunto (ma stretto da strinsi); sparsi sparto (in verso sparso; porretto per porto nel volgarizzator di Giudici), strussi, strutto (fisso per fitto). -so puro, scesi, sceso (impeso e impenduto; accenso e acceso, offenso e offéso, nascosto e nascoso). Ma risposto, chiesto, posto e messo (poet. miso). -so impuro, pret. -si con r o s; tersi, terso (presso e premuto) scossi, scosso (visso e vivuto); scisso da scindo, ma scosceso da sconscindo. Ma arroto (da arroguto) e non arroso, pret. arrosi. Poet. priso preso e altri partefici che sono latinismi veri anche in prosa: digesto, deposito, inquisito, ecc. Critica della trattaz. De’partefici di Bembo. Si può osservare: la vocalizzazione del v cons. di ivi in docni, explicui, sapui ecc. non potendosi dire dóc(i)vi, explìc(i)vi, sàp(i(vi; la sibilizzazione del v cons. in duri, finxi, repsi, non potendosi dire dic(i)vi, fìng(i)vi, rè- [Morto sarà da morsi (morii) come dicesi in Lombardia , a Lombardia ha in Castelvetro il senso generico che ha anticamente) e quindi profferta e simili non saranno d;escludere dalla schiera de" participi in -ito? pCi)vi. Sicché il x non sarebbe da cs ma da cv, gv, pv. Medesimamente il V non può avere stato dopo B, D, H, LL, M, MN, RN, QV, T, TT, CT, NT, V (cons.). Indi il V di ivi, volendo conservar natura di consonante, si tramuta in s, obbligando le precedenti cons. a dileguarsi o a assimilarsi. Onde B = P o B = S ecc. con tutta la lunga e facile tramutazione. Insomma il si de' pret. latini non è mai originario. TEMPI COMPOSTI. SIGNIFICATO. “Havere” congiunto col partefice passato affigge termine certo all'attione perfetta, il qual termine si ferma nel tempo del verbo “Havere”. PASSATO PRESENTE: “ho amato”: affigge il termine del fatto al principio del presente [cf. H. P. Grice, on von Wright, “Actions and events”. PASSATO IMPERFETTO (haveva amato): congiunge il fine del fatto col principio dell’imperfetto. PASSATO PASSATO: hebbi amato”: congiunge il fine del fatto col principio del fatto. PASSATO FUTURO, “havrò amato”, congiunge l'estremità dell'unione perfetta col principio del futuro. Consecutio temporum. Concordanza del participio de' tempi composti col soggetto o coll'oggetto, secondo il valore del termine dell’AZIONE [cf. Grice, “Actions and events”). Il futuro. La lingua nostra non ha voce semplice futura se non tre sole in un verbo disusato, o non usato mai, e sono queste: Fia, Fie, o Fia, Fieno o Fiano b Fiero. Ma le ha composte del verbo “havere”, e dell'infinito del verbo il cui futuro si richiede, dicendosi “Dire ho,” nella guisa che si dice appresso i greci Xèysiv ryo>, e appresso i latini, “dicere habeo,” SIGNIFICANDOSI IL FUTURO. M§6ì Dicam . I verbi della itt coniug. si modellano su quella della 2*. Quindi “amerò” e non “amaro” (ma cfr. sen. “amaro”, “sarò” per “serò”, Possanza da Possendo, Sanza da Absentiaì. Avendo avere nella r' ps. ho, haggio, habbo, avremo: amerò, risapraggio, torrabbo. Analogamente, amerai, amerà, ameremo, amerete, ameranno. Consonantismo. Dileguo della cons. verb. e della voc. anzi terminante. Es. “farò”, per “faceró”. Dileguo della vocale: “andrò” per “anderó. Dileguo della vocale e mutamento della cons.: merrò per menrò per menerò. Madonna Iancofiore havendo alcuna cosa sentito de fatti suoi gli posa gli occhi addosso. Qui alcuna cosa fa dell'averbio. Eccezioni e casi speciali. Del comandativo. a) Possiamo comandare non pure cose presenti, ma future anchora, et non solamente con le seconde voci, ma con le terze. Il comandativo ha una sola voce propria, la 2a sing. della i" coniti gaz. Troncamenti della vocale e della sillaba tinaie. L' inf. pel coni. nelle frasi neg. secondo i greci e gli ebrei: salvo se non vogliamo dire, che v'habbi difetto di dei. Non dire in quel modo, Non dèi dire in quel modo. Il che a me pare assai verisimile. \ 15. Dello infinito. 1 Nervazione. Habbiamo mostrato infin a qui le voci de' verbi vulgari nascere dalle latine, dalle future dell’indicativo infuori, sì come anchora nascono queste dell’infinito. Perchè non è da dire, che esse o reggano, o formino le altre voci trattene le voci del futuro dell’indicativo, e quelle del POTENZIALE, come si vedrà, o sieno rette, o formate da alcune delle altre. Uso dell'infinito. Sono quattro casi molto tra se differenti, ne quali lo 'rifinito richiede il primo caso della persona, o della cosa che fa. i° quando si pone in luoo di gerondio, il che si fa: con le particelle Per, In, Con, A, Senza e simili: In farnegli io una; o con 1' art. masch. sing. Il volere io le mie poche forze sottoporre a gravissimi pesi, m'é di questa infermità stata cagione . 20 con Chi, Cui, Quale, Che, Dove, Come, per ellissi del verbo: Qui è questa cena e non saria chi mangiarla ecc. 3° quando ha forza di comandativo, forse per ellissi del verbo: non far tu . 4° nelle frasi consecutive: queste cose son da farle gli scherani. Uso dell'ausiliare coi partefici Potuto e Voluto, e coi verbi stanti cioè intransitivi: verbi che finiscono in sé 1' attione . Infinito futuro. Non ha voce propria, ma un’espressione fraseologica. La teoria generale del MODO [cf. Grice, Mode, not Mood] si può restringere nel seguente prospetto. Su essa torna Castelvetro nella Spositione della Poetica aristotelica. o E o re ~ n O O O c £ •- = ór. "1 ' £ 5 o o,-> . .5 c/5 tO l_l re -E ? T" E ° ^ (u -a a u o o a> s 3 o 3 u O S cr > cr +: o ^ v . x > P e ^ o T3 •*-• a o e e q w O) ~ )Z -1 'o *** v -2 a e -O e r re re -E 2 2 "re re] È dunque una concezione del modo un po' diversa dalla comune, derivando dall'interpretazione diversa del sentimento che racchiude. Formazione del comunemente detto Soggiuntivo', amerei 0 ameria, e amassi : amerei da amare 4 liei = hebbi ameresti + hesti = havesti amerebbe + hebbe ameremmo + hemmo = riavemmo amereste + heste = riaveste,, ero i hebbe amerebb + ono I hebbono parrave da pàr(eire + have (lomb.) =3 hebbe ameria ia ps. da amare + ibam ameria 3* ps. -fibat (ameriamo 1" ppl. + ibamus ameriano 3' ppl. + ibant opp. amerieno (per analogia con udieno). satisfarà (Dante) per satisfarla (eug. e prov.) Così Fora, Forano, = foria, fonano da fore -fibat. Per e da a in amerà, cfr. formaz. futuro (ma sarei e non serei). amassi da ama(vi)ssem. Nella 3 ps. perciò anche amassi come in Dante e Petr. amàssimo da ama(vi)ssimus amaste da amàs(sijte da amà(vi)ssetis amassero e amassimo quasi da amavisserunt per analogia della 3 ppl. pret. perf. ind., invece di amassino (come in alcuni poeti o amasseno (come nel Petr.) da amai vi)ssent. La 2a e 3R coniug. in queste voci si modellarono per analogia sulla ia e 43, leggessi e valessi come da legé(vi)ssem e valé(vi)ssem ecc. Significato di amerei e ameria, e amassi. Amerei (quasi Habbi ad amare; gr. potenziale con àv, lat. Amareni) significa deliberatione, o ubligatione, o potentia cominciata già nel passato, et riguardante all'adempimento futuro. Ameria ha questa medesima forza. Perciocché deliberatione, o movimento a far significa, et poi che niuno comunemente si muove a far, se non è ubligato, significa anchora per questa cagione ubligatione, et oltre a ciò potentia essendo anchora il preterito imperfetto appresso i greci potentiale. Secondo' l'uso di que d'ogobbio dove abitò | Dante] alcun tempo. Amassi (benché derivi da Amavissem) significa tempo presente o futuro a noi, che parliamo, ma passato havendo riguardo all'essecutione della deliberatione, o dell'ubligatione, o della potentia, che va avanti . Alcune particolarità di forma e di significato. Formazione del presente del soggiuntivo. Le voci di questo tempo derivano dalle corrispondenti latine, tranne la ia e 2a ppl. della 1" e 3a coniug. che si modellarono sulla 2R e 4", amiamo e amiate, leggiamo e leggiate quasi da ameamus o amiamus, ameatis o amiatis, legearnus o legiamus, legiatis o legiatis, e non amemo e anche, leggamo e leggate come sarebbe naturale. Spiegazione delle terminaz. in -e, -i, -a nella 3* p. sing.: vegga, vegghi, vegghe e veggi, vegge. Gerondio. Formazione, Uso. I Gerondi vulgari seguitano i vestigi de latini, conservando la consonante, o le consonanti loro verbali, che prese la prima volta non si lasciano per modi, persone, tempi, et numeri del suo verbo... et si contentano d'essere simplici, ma ne verbi che non continuano la consonante, o le consonanti prese la prima volta per tutti i modi, persone, et numeri: si truovano essere i gerondi doppi, cioè o con la consonante o con le consonanti sue naturali, o con le prese di nuovo, o con alcuna delle prese. Il gerondio dei verbi intrans, riceve indifferentemente il primo e il sesto caso (cfr. l'uso del come da quomodo e da cum, del verb. essere, e del grido affettuoso o schiamazzo, il nostro vocativo o esclamativo) ; quello di trans, solo il primo. Osservaz. sui pronomi relativi e dimostrativi, e su luì e lei. \ 21. Il passivo. Il si rende passive la 3" ps. e pi. e l'inf. (benché questo sia fatto passivo dal veggo, da resto, da sono con le particelle r7 da di da per per licenza e quasi per errore, essendo propri e regolati [passivi] que del partefice preterito col verbo sono). Il si ha significato riflessivo (Narcisso amasi o s'ama, cioè ama sé stesso), o reiterativo ossia intensivo (Eco s'ama o amasi Narcisso). Nelle orìgini del volgare, quando il soggetto in questo secondo caso era sottinteso per essere un nome indeterminato (nel qual caso dicevasi anche huomo cfr. il fr. on e i nostri scrittori antichi), si perde la nozione del quarto caso e questo sembrò primo. In s'ama la dorma, non si vide più il soggetto alcuno o uom, e la donna sembrò soggetto, e il s'ama verbo passivo. Così il si acquistò la virtù di far passivi i verbi. Verbi anomali. (Accenniamo, per brevità, solo alla trattazione del verbo sostantivo, la quale è fondata su questo principio, che le voci procedano da sei verbi: esso, ero, o, fuo, fio e sto, cinque dei quali non usitati sono, ma alcune intere, alcune diminuite, alcune dimuite insieme e accresciute, alcune diminuite insieme e tramutate, e alcune dileguate ). Participio futuro attivo e passivo. Mancano al volgare, benché abbi. insi futuro, venturo e reverendo, e, in Dante, fatturo, passino, e, in Bocc, redituro, venerando, ammirando. Questa sorta di participi futuri passivi hanno perduta la loro forza di tempi futuri. Ma la lingua volgare usa alcune formazioni analoghe per i sost. femminili sul part. fut. att.: scrittura, natura, creatura, lettura, ventura, tagliatura, copritura, sull'esempio del latino (cfr. natura da nascitura). Ma non i maschili: habituro è formato su tugurio. Cfr. il lomb. alturio, aiutorio, aiuto. Sul part. fut. pass.: facenda, merenda, vivanda, randa (da haereo) cfr. arente opp. a rente a rente. \ 24. Participio pres. att. e passato passivo (preterito). I partefici vulgari che derivano dai corrispondenti latini significano attione o passione, ma non mai tempo, tranne i preteriti in tre casi: i° col verbo havere; 20 col verbo essere; 3" usati assolutamente. Dai partefici presenti si formano i sost. in -anza e -enza. Dai partefici preteriti si formano i sost. in -ione, -aggio, e gli aggiunti in -ivo, -iva. -ore, -trice. Concordanza del participio e uso del gerondio. Giunti al termine del nostro rapido riassunto, possiamo molto facilmente stabilire i meriti di Castelvetro verso la grammatica. Confrontando il trattato castelvetrino con le analoghe parti delle recenti grammatiche storico-comparative dell'italiano, in quanto concerne le conclusioni della storia delle forme, ci accorgiamo subito che una non iscarsa parte di esse ebbe la sua prima sistematica elaborazione dal Castelvetro: osservinsi, particolarmente, la derivazione dell'articolo, le desinenze delle persone verbali, la derivazione de' tempi, e specialmente del futuro e del condizionale, e molti mutamenti fonetici specie consonantici." Fuori del campo strettamente fonetico e morfologico, sono poi da segnalare specialmente, come altra proprietà esclusiva del Castelvetro, il tentativo d' interpretazione psicologica de' modi, la spiegazione del significato del futuro e della doppia forma del condizionale (amerei, ameria), e la determinazione del significato de' tempi composti dell' indicativo. Senza dire delle etimologie e dei ravvicinamenti nuovi se non sempre esatti disseminati per entro la Giunta; ne della trattazione incidentale delle altre parti del discorso (vicenomi, sostantivi, aggiunti, verbi, segnacasi, congiungimenti, schiamazzi). Ma tutti questi accertamenti, come si vogliono .chiamare, positivi, veri in gran parte, non sono propriamente quel che iS8 Storia della Grammatica costituisce il principal merito del Castelvetro; questo è soprattutto, in linea generale: i" sulla conoscenza quasi completa del materiale linguistico di studio, che si può dire che non c'è forma, non dico d'articolo, ma verbale dell'antico e del moderno italiano (senza distinzione di dialetti toscani, meridionali e lombardi) che il Castelvetro non conosca, o mostri di conoscere, come si può vedere da un confronto con le forme studiate nella Grammatica del Meyer Li'ibke; 2° il metodo dell'indagine, arieggiarne nella sua naturale e parziale imperfezione, quello che informa la moderna filologia: è poco dire che il Castelvetro muove sempre dalla parola latina e che si serve della comparazione (estesa al greco e all'ebreo, oltre che al provenz. e al francese): egli ha anche altre virtù, come quella essenziale di porre la fonetica a base d'ogni sua ulteriore ricerca; 30 il metodo della trattazione: abbiam visto che, a proposito de' verbi, p. es., eglb muove dallo stabilire le coniugazioni, poi, tempo per tempo, studia le desinenze delle persone, e la formazione de' tempi e de' modi, con l' illustrazione degli esempi ricca e varia. In linea particolare : i° l'importanza data 2W accento: 2" la funzione della legge de\Y analogia. Qui anzi, più che in qualunque altra parte, per noi è il merito principalissimo del Castelvetro. L'importanza dell'accento non era stata ignota neppure al Fortunio, come vedemmo: di fonetica ammirammo la competenza nel Tolomei; ma l'analogia, prima di Castelvetro, era un fatto pressoché ignoto ai nostri grammatici: e anche sorprende di meraviglia il modo, se non sempre sicuro e preciso, sempre però acutissimo, che il Castelvetro usò nell' applicarla nella spiegazione delle forme. Col Castelvetro fa un passo notevole non solo la grammatica storica, ma la metodica e la precettistica: egli nelle parti che elaborò e con tutte le sue manchevolezze è il grammatico più completo, per larghezza d'indagine e pel metodo, non solo di tvitto il Cinquecento, ma di tutto il periodo anteriore alla moderna filologia. Il che vuol anchedire che non solo le sue ricerche non furono proseguite e fecondate sistematicamente, ma che, salvo forse pel Salviati e pel Buommattei, che pure si deve confessare che non seppero in tutto profittarne, avemmo certamente un regresso: un regresso rispetto s'intende a (pul ehe, nel terreno puramente empirico, si suol chiamare progresso. Nella polemica originata dalla Canzone de' Gigli d'oro e chiusasi con la pubblicazione postuma della Correzione del Ca Capito/o sesto 1S9 stelvetro all' F.r colano di Varchi, l'esaminata Giunta castelvet rina alle Pi ose del Bembo è, piti che una parentesi o una digressione, un assalto di fianco da schermidore destro e coraggioso: codesto scritto pare ed è, di fatto, rivolto ad abbattere l'edifìcio grammaticale tanto ammirato del Bembo, ma il fine dell'affrettata e parziale pubblicazione, non v'ha dubbio, fu quello, come ha bene intuito il Cavazzuti, di mostrare al Caro e compagni la soda e straordinaria dottrina filologica dell'autore. Abbiam visto se un tal fine fu conseguito e con (pianto buon aumento della scienza grammaticale. Dobbiamo ora vedere se Y Er co latto di Varchi, nato ed elaborato nel modo che si sa, portò a codesta scienza un ugual contributo. benedetto Varchi fu tutt'altro che un meschino e puro grammatico: è nota la risposta data al Celimi che l'avea pregato della revision della Vita, piacergli più il simplice discorso di quell'opera, in quello stile, che essendo rilimato e ritocco da altrui . Ed è la l'ita il capolavoro più sgrammaticato che abbia la nostra letteratura, e forse non la nostra soltanto. In una di quelle lettere dirette allo Strozzi, che, come benissimo ha dettoli Manacorda, racchiudono come un piccolo trattato di propedeutica allo studio delle umane lettere , quanto a' conienti, lo confortava, non solamente a non leggergli, ma a non gli havere pure in vicinanza, non che in casa, salvo Donato sopra Terentio et Virg. et Servio sopra Vir. et simili; dico simili, ciò è che non siano moderni d' hoggi, perchè Asconio sopra Cicerone è divino, et volessi Dio si trovassi tutto, e '1 Vittorino sopra la Rettorica di Cic. non solo si può, ma si clebbe leggere: io intendo i commenti: il Beroaldo, il Pio, Ascensio et tutti gli altri simili veneni et pesti, et se peggio è che peste et veneno, che sono da sbandire non meno che i gramatici. L' Ercolano dialogo di M. Benedetto Varchi nel quale si ragiona delle lingue ed in particolare della Toscana e della Fiorentina. Culla Correzione ad esso fatta da ///esser Lodovico Castelvetro; e colla Varchino di ///esser Girolamo Muzio. Impressione accuratissima come si può vedere nella seguente Prefazione. In Padova, Appresso Giuseppe Cornino. Benedetto Varchi, l'uomo, il poeta, il critico, Pisa, 1903, (Estr. dagli Annali della R. Scuola Normale di Pisa.Carte Strozz., e. 95, in Manacorda. Varchi fu tra i più enciclopedici de' letterati del Rinascimento. Critico, ripete con Manacorda, poeta, storico, filosofo, in quasi tutti i rami dello scibile umano diede prove della mirabile sua operosità . Si procurò una discreta conoscenza delle lingue antiche e moderne; ebbe cultura giuridica e artistica; ma, come la sua cultura, se pur svariata, non fu profonda, così la sua erudizione fu pedantesca, grave, spesso non ben digesta. Forse il meglio che produsse fu nella critica letteraria e nella poetica: dalla monografia dello Spingarn s'argomenta che non fu solo un divulgatore della Poetica aristotelica, ma fissò dei canoni nuovi ed ebbe qualche veduta modernista non in tutto trascurabile: ma resta sempre vera l'affermazione del Manacorda che la critica letteraria del Varchi portò in sé il gran difetto d'essere applicazione rigida sempre e inflessibile di principi, che avrebbero dovuto intendersi con molta larghezza D'altra parte non la palesa matura la tendenza a voler costringere entro limiti troppo precisi le manifestazioni letterarie anche più complesse, a considerare l'opera d'arte semplicemente qual'è, non quale s'è formata. L'opera più importante del Varchi, una delle più importanti fra le migliori trattazioni cinquecentesche sulla lingua, sia o no, come s'afferma dal D'Ovidio e si nega dal Manacorda, un capolavoro, è V Ercolano. Esso, nella sua parte essenziale, è veramente, come il Manacorda l'ha definito, una trattazione compiuta (s) de' tre punti del problema a cui principalmente si riducono tutte le questioni per tanto tempo dibattute: l'origine, la struttura e l'apprendimento e l'uso della nostra lingua, con l'immancabile preambolo metafisico circa l' origine della favella e la classificazione dei linguaggi. A non ripeter cose per noi non più nuove, ci basti qui ricordare che il Varchi fu un sostenitore della fiorentinità (che esaltò anche sul greco e il latino) sia nel rispetto storico che pratico, d'una fiorentinità scelta ma rinfrescata via via nell'uso de' meglio parlanti e del popolo {letterati, idioti, (Da vedere per la storia degli studi romanzi: De Benedetti, B. V. Provenzalista, Torino, (Estr. dagli Atti d. Acc. delle scienze di Torino; ma v. tutto il riassunto del Dialogo. iqi non idioti)^ e la propugnò specialmente contro il Trissino, giovandosi indubbiamente del Dialogo cK-1 Machiavelli, che però non cita, come e pel preambolo e per la rassegna de' quattordici volgari italiani ebbe ricorso al trattato dantesco. Di esso a noi interessa la parte strettamente grammaticale, la quale, anche col complementi! di altre scritture linguistiche del Varchi, come le due Lezioni di lingua, il Discorso sopra le lingue, la Lettera a*, la Lezione sul verbo farneticare (a tacer della Grammatica provenzale, versione del Donato provenzale^, e il frammento del Trattatello ms. delle lettere e dell' alfabeto toscano (*), non è davvero un gran che: anzi, non solo a confronto della Giunta castelvetrina, ma di altre grammatiche anteriori, non rappresenta alcun progresso, se non in quanto, allargando la trattazione linguistica e sollevando l'importanza del problema, riscalda e tiene vivo il dibattito e prepara il trionfo del fiorentinismo : che, del resto, non solo il suo naturale carattere empirico, è, dirò troppo empirico, ma non contiene alcun elemento storico. Che ci sembra strana cosa assai. Forse la sua tendenza più filosofica che filologica, il suo guardar l'arte e il linguaggio più attraverso i canoni aristotelici e rettorie! che non nella loro vita reale, lo distolse dal ricercare nella parola le leggi della sua formazione storica: il certo è che, come nella parte generale della grammatica non disse nulla di nuovo ne di originale, così nelle parti speciali, a prescindere da un certo contributo che reca all'arricchimento del Vocabolario, col registrare parole e locuzioni raccolte dalla viva parlata, non fu più che un osservatore comune. La GRAMMATICA RAZIONALE O RAGIONATA è, per VARCHI (si veda), una facilità o disciplina come la Rettorica, la Logica, la Storia e la Poetica, che FA PARTE DELLA FILOSOFIA. Solo per traslato puo dirsi scienza od arte, ma non è l'una cosa né l'altra, perchè l'arti e le scienze fan parte della filosofia e la superano quindi in nobiltà. Dovendosi d’ogni disciplina ricercar sempre il subbietto ed il fine, si dice che subbietto della grammatica è IL FAVELARE. Fine: 'l'insegnare FAVELARE RETTAMENTE. Più propriamente tuttavia lsu subbietto la dittione, cioè le lettere, le sillabe e le parti del discorso. Nelle ('i Biadexe, in Studi d. FU. rovi.. Ili 1SS5. Manacorda. prime dovranno considerarsi il numero, il nome, l'ordine e la figura (la rappresentazione grafica): nelle seconde il numero, l'accento, lo spirito e il tempo. Le parti del discorso poi sono VIII. Quattro sono DECLINABILI: Nome, Pronome, Verbo e Participio. Quattro sono IN-DECLINABILI: Preposizione, Avverbio, Interiezione e Congiunzione. Ciascuna delle declinabili presenta naturalmente vari accidenti, come sarebbero: genere, numero, caso, persona, e cosi via discorrendo. Manacorda, che ha riassunto la parte generale della trattazione grammaticale sparsa nell' Ercolano e altrove, dopo aver ricordato la definizione e le classificazioni della grammatica e la funzione attribuitagli da Varchi, gli ha fatto merito d'aver riconosciuto, meglio che non fa Bembo, il valore speciale di ciascuna delle parti declinabili. Ma tra Bembo e Varchi corre quasi un quarantennio di produzione grammaticale, nel quale c'è stato chi tratta delle parti del discorso con maggior compiutezza di Varchi. Anche nell'escogitazione dell’alfabeto rimasta ms. non sappiamo vedere nulla di notevole, tranne appunto la riconosciuta importanza della rappresentazione grafica delle parole, che non è ormai più un merito particolare. Nei punti specialissimi poi, come sarebbero quelli indicati da MANACORDA (si veda), e cioè gl’articoli, gl’affìssi, i gradi degli aggettivi, il valore dell’etimologia, troviamo ragioni più di sorpresa che d'ammirazione. Mentre Castelvetro fa le scoperte che abbiamo dovuto veramente ammirare, Varchi non sa osservar altro che LA LINGUA VOLGARE HA GL’ARTICOLI I QUALI NO HA LA LATINA, ma sibbene la lingua grecia, i quali articoli sono di grandissima importanza, e apparare non si possono, se non nelle citile, o da coloro clie nelle zane, cioè nelle cune, apparati gl’hanno, perchè in molte cose sono diversi dagli articoli greci così prepositivi, come suppositivi; e in alcuni luoghi, senzachè ragione nessuna assegnare se ne possa, se non l'uso del parlare, non solo si pos [ i1) Op., II, 796 e passim e Lett. a * in .Manacorda. Ecco l'alfabeto proposto da Varchi: a b e (ten.) eli fasp.i d e (chiuso) è (aperto) f g tenue gh (aspirato g molle i voc. e consonante, o ver liquida), ! m u (> 1 chiuso, lungo) o (aperto, tonda) p qu r s dura s molle / u (voc.) V consonante v liquida z zeta dolce Z aspero. .Manacorda] sono, ma si debbono porre. E quando osserva che “ del” e “al” NON sono articoli, ma segni de' casi, fa esclamare. Questa vostra lingua ha più regole, più segreti e più ripostigli, che io non avrei mai pensato! Nulla sa della legge dell'accento né dell'analogia. Ognuno pronunzia nel numero del meno. Io odo, tu odi, e in quello del più. Noi udimo, ovvero udiamo, voi udite; ma ognuno non sa (neppure Castelvetro?) perchè “vo” si muti in “u.” Similmente, ciascuno pronunzia nel singulare. Io esco, tu esci, e nel plurale, noi uscimo, ovvero lisciamo, voi uscite, ma non ciascuno sa la cagione perchè ciò si fa, e perchè nella terza non si dice “udono” ma “odono”, e non “uscono” ma “escono.” Buona, quando è positivo, si scrive per u liquida innanzi Vo; ma quando è superlativo, non si può, e non si deve profferire, né scrivere buonissimo, COME FANNO MOLTI FORESTIERI. Ma bisogna per forza scrivere, e pronunziare bollissimo senza la u liquida (:t). Per dimostrare la ricchezza di lingua meravigliosa fa un interminabile trattato degl’affissi, intorno ai quali già tanto a lungo vedemmo indugiarsi Bembo, ma non riuscendo ad altro che a fare infinite combinazioni di forme e radici verbali con particelle pronominali da servire per ottimo esercizio di scioglilingua. In luogo del vocalismo e del consonantismo, tratta così, sull'esempio di Bembo, Dolce ed altri, le qualità fonetiche delle parole e delle sillabe. Tutte le lingue sono composte d'ORAZIONE (Grice: SENTENCE), e l'orazioni di PAROLE (Grice: WORD), e le parole di sillabe, e le sillabe di lettere, e ciascuna lettera ha un suo proprio, e particolare suono diverso da quello di ciascuna altra, i quali suoni sono ora dolci, ora aspri, ora duri, ora snelli, e spediti, ora impediti, e tardi, e ora d'altre qualità quando più, e quando meno. E il medesimo, anzi più, si dee intendere delle sillabe, che di cotali lettere si compongono, essendone alcune di PURO suono, alcune di più PURO, e alcune di PURISSIMO, e molto più delle parole, che di sì fatte sillabe si generano, e vie più poi dell’orazioni, le quali dalle sopradette parole si producono ; onde quella lingua è più dolce la quale ha più dolci [Vi IJ Er colano.] parole, e più soavi orazioni. Dunque la dolcezza delle lingue nella dolcezza consiste delle orazioni. E seguita così a parlare delle tre dimensioni delle sillabe : lunghezza, altezza o profondità, e larghezza. Di questo spirito rettorico è tutto pervaso ERCOLANO (si veda), il quale deve la sua celebrità, non solo alla storia della controversia in cui venne a trovarsi episodio importantissimo, non solo a certe sue qualità formali di stile e di classica struttura e larghezza di variata esposizione, non solo a qualche indubbiamente ammirevole intuizione, ma soprattutto a una felice contemperanza di tante argomentazioni altrui a prò della tesi che dove poi esser ripresa e fatta trionfare, in quel che è possibile, da MANZONI (si veda) e al lucido e elegante riassunto delle teoriche dell’elocuzione quali sono lungo il secolo eloborate. Nessun valore scientifico nella trattazione concreta di tutte le questioni linguistiche connesse a codeste tesi. Ma per la scienza non è del tutto trascurabile il (significato e la tendenza della difesa che Varchi fa del volgare e della sua letteratura, che è un'altra più profonda affermazione d'una coscienza critica dell’importanza e dell’indipendenza artistica di esso dalle antiche letterature, e spiana la via al trionfo che specialmente per opera di Salviati avrebbe ha il fiorentino nell'elaborazione della grammatica. Le vicende d’Ercolano non sono certo ingloriose. Ha ristampe e commenti e postille, ma le scritture più celebri che ad esso si congiungono direttamente sono la Difesa d’ALIGHIERI di MAZZONI (si veda), la Correzione di CASTELVETRO (si vda) e la Varchina di MUZIO (si veda). Ma grammaticalmente, com'è naturale, poco o nulla c'è da raccogliere sia nelle postille, sia nelle opposizioni, data la scarsezza con cui è trattato di grammatica propriamente detta neh' Ercolano stesso. La tartiniana di Bottari, la cominiana diSeghezzi, la milanese di Mauri, la fiorentina del Dal Rio, quella che fa parte delle Opere di Varchi, tra l'altre. Bottari, Seghezzi, Mauri, Dal Rio, Alfieri, Tassoni, Volpi. Mi meraviglio non poco di lui, dice Castelvetro (Cor)e:., che avvilendo tanto la materia della mia disputa, nobiliti tanto quella del presente suo Dialogo delle Lingue, dove non si parla, co- [La parte più notevole che e' interessa della Correzione, fatta astrazione, s'intende, da questioncelle minute di linguistica, è quella che concerne Y etimologia. E facile immaginare quel che poteva osservare l'autore della Giìinta al filologo n>iatica cese (e tedesca) raffrontate alla nostra: comparazione non ispregevole e di cui piacemi dar qui un esempio. Nello spagnolo: i. talvolta / non si pronunzia; 2. //si pron. come il gì del nostro egli; 3. nn si pron. come il nostro gn ; 4. lo j si usa pel nostro ii e si pronun. come il g del nostro seggio; 5. x si pron. come se del nostro sciocco, ecc. Nel fraticese: 1. ai ora si pron. a: lignaige pr. lìnnage, ora £.• satisfaire, pr. satisfere. 2. ajy si pron. £: z^raj/, wumenlo sopra alcuni versi della Cometa del /J/7 dove anco si dimostra la nobiltà e Capitolo settimo 217 Il Sai viari occupa un posto notevole anche nella storia della poetica: ma il vero suo regno fu la grammatica, dove potè meglio sfoggiare tutta la sua vasta e minuta erudizione linguistica. L'impulso all'opera principale e maggiore in tale campo di studi gli venne dalla correzione del Decameron (1582) che gli fu commessa dal Granduca Francesco di Toscana, per compiacere a Sisto V, entrambi mal contenti che i Deputati alla correzione del 73 non avessero castrato a bastanza e a dovere il grande novelliere fiorentino. Il Decameron fu da quanto il Canzoniere e ancor più nella seconda metà la bibbia grammaticale del Cinquecento, poiché offriva il miglior modello di prosa numerosa secondo le teorie rettoriche che si venivano svolgendo: e le ristampe più o meno corrette e le correzioni che se ne fecero per ridurlo a edificante universal lettura, dimostrano quanto viva fosse la fede nella forma esteriore di quel libro veramente per il rispetto dell'arte maraviglioso, e qual fosse il credo grammaticale di quell'età, come anzi fossero andati in generale sempre più restringendosi i criteri linguistici e grammaticali del secolo a mano a mano che quella forma accresceva intorno a sé l'ammirazione, nonostante il progredir della grammatica storica e l'allargarsi del giudizio critico e certe parziali intuizioni della vera natura del linguaggio. Il meglio che e ristampe e correzioni produssero nel campo linguistico-grammaticale furono, oltre varie osservazioni del Borghesi e del Castel vetro, giustamente aspri censori delle storpiature del Ruscelli, da un lato le Annotazioni dei Deputati alle correzioni del 73, dall'altro gli Avvertimenti del Salviati. la vera pronuncia della lingua italiana, Venezia, 1579; Alberto Bissa, Gemine della lingua volgare et latina ( dotte locutioni e modi eloquenti di parlare usati da più illustri : la parte latina è indipendente dall' it. (Milano, Pacifico Pontio); Institutiones linguae italìcae cum interpretatione gallica in gratiam exterorum, opera et sedulitati Lentuli Scipionis neapolitani, Antonii Francisci M addii f. Patavini editio postrema, Patavii, 1641 (La lettera del Maddi. Il Fontanini ricorda due opere perdute di natura etimologica, l'una di Niccolò Eritreo, Lo Stoico, Dialogo delle origini della nostra lingua volgare, l'altra, Seminarla linguae vertiaculae di quel Celio Calcagnimi che, contrariamente a quanto sosteneva li Salviati circa l'eccellenza del volgare, in un lavoro indirizzato al Giraldi Cintio.... manifesta, fra l'altro la speranza che la lingua italiana e tutte le opere in essa scritte vengano dimenticate dal mondo. (Spingarx). Di quelle già il Lombardelli ne' suoi Foriti ebbe ad osservare che arrecano in mezo avvertimenti diversi intorno alle voci et alle forme del dire, che possono in gran maniera giovare a chi vuol da vero, e solennemente studiare in questa favella: perchè son guidati con fondamenti saldi, con ragioni isquisite, e con esempi notevoli . Le Annotazioni furono nella massima parte opera di quel Vincenzio Borghini che è stato ben a ragione chiamato il principe de' critici (critici nel senso di editori di testi) e eruditi del Cinquecento , e interessano così direttamente il linguista come il filologo, contenendo osservazioni di lingua e di grammatica storica e pratica illustrate dalla comparazione di esempi perspicui quasi sempre criticamente vagliati. Vincenzo Borghini fin dal 1569 aveva avuto in animo di scrivere un trattato sulla lingua, che né la Difesa del Lenzoni né la Grammatica del Giambullari erano tali da sodisfar i Toscani e ridurre al silenzio gli avversari: anche dopo la Giunta castelvetrina aveva scritto al Varchi non aver nessuno sino allora aperta la natura della lingua italiana. Quando arò parlato dell'origine, sito, edificazione, territorio, et altre particolarità di Firenze, e risposto alle opposizioni e contradizioni che ci son del Mei e d'altri e che ci potessero per avventura essere, et a questo proposito tocco tutto che bisogna, della cittadinanza romana, delle colonie, delle legioni, delle divisioni de' terreni e molte altre cose, venire a parlare di questa lingua, ove ho questi capi: onde ella è nata e cresciuta, che ella è nostra propria, perchè è sì bella, e della sua qualità, ultimamente il modo di conservarla e liberarla dalle forestiere che la imbrattano e guastano. Sicché, quando il Granduca ordina una compilazione delle regole della lingua fiorentina da leggersi in tutte le scuole, Borghini fa plauso con gioia al magnifico decreto e scrisse a B. Baldini, suggerendo con- [Per la stima in che è tenuto già da' suoi contemporanei BORGHINI (si veda), si ricorda qui le parole che, quanto all'edizione del Decameron, scrisse Corbinelli in una delle sue lettere già ricordate al Pinelli. Quel che non ha fatto a sufficienza Don Yinc." Borghini non credo il possa fare [non che il Salviati] altri, in Ckkscim. Quitti., Naz. Firenze, cit. in Barbi, Degli studi di V. Borghini, sopra la storia e la lingua di Firenze [Il Pr optigli.), di cui mi giovo per questi cenni intorno al Borghini. Capitolo sei ti ìlio 219 sigli: si deputassero alla bisogna tre o quattro intendenti con facoltà ili aggregarsi de' giovani. Nel 1574, come l'ordine granducale non aveva avuto effetto, tornava al proposito di far della lingua un trattato a sé. La conoscenza dei precedenti grammatici (dei quali taceva molto stima del Bembo, corifeo, che giudicava però scarsetto; il Giambuilari non gli pareva molto gagliardo né sicuro; migliore il Varchi, ma non finito; il Tornitane bisognoso d'essere burattato; il Castelvetro non meno sottile che sofistico nelle sue prose contro il Caro e il Bembo: Dubio non è che la sua dottrina non è generalmente sana. Io dico in conto di lingua, ma dall'altra parte e' non manca di letteratura ; ha visto assai e non è privo d'acume, e può essere sprone a far considerar molte cose; il Ruscelli, vano, pochissimo intendente di lingue; nomina il Fenucci, il Dolce, l'Acarisio, Fortunio, il Corso, il Gabriele, il Muzio, il Trissino), la conoscenza, dico, di tutti i precedenti grammatici e gli studi larghi fatti in specie per la rassettatura del Decamerone e del Novellino su tutti gli scrittori grandi e piccoli del Trecento, lo designavano veramente pari all'impresa ideata con tanta ampiezza. Ma il trattato non fu compiuto. Ne restano alcuni appunti su argomenti ne' quali era riuscito a esser sicuro: essere e qualità della lingua fiorentina; natura sua, delle sue parti e proprietà e aiuti e mancamenti (la lingua varia in una medesima provincia e città; l'italiana derivò dalla latina con le favelle degl'invasori); il nome (non ha casi, ma due generi; ha gli articoli); il verbo (non ha passivo), ecc. Il Borghini, essendo sotto la vecchia concezione della natura del linguaggio, che è 1 In una leti, a Varchi del 9 maggio 1563, l'anno della pubblicazione della Giunta castelvetrina, fin Salvini, Fasti Cons., cit. dal Fontanini), lo spronava a tirar avanti il suo Dialogo, lodando il Bembo e biasimando il Castelvetro, annunziando ebe l'Accademia Veneziana non sarebbe rimasta muta. Lasciò in vece un volume di Lettere filologiche e un altro di Discorsi. In Fiorenza presso i Giunti, oltre, s' intende quanto è suo delle Annotazioni e discorsi sopra alcuni luoghi del Decamerone di m. Giovanni Boccacci, fatti dai molto magnifici signori Deputati di loro Altezza Serenissima sopra la correzione di esso B. stampata in Fiorenza nella stamperia de' Giunti. Noto qui, come testimonianza del conto che s'è fatto modernamente dal Borghini, che dal suo nome fu intitolata una rivista filologica, // Borghini, non inutilmente vissuta. Storia della Grammatica mutarsi, crescere, abbellirsi e peggiorare ancora, perdere e pigliare voci di nuovo e simili altri accidenti , ritiene il Trecento il secolo d'oro della lingua: Io ho veduto (scriveva nella lettera del 71 circa la compilazione delle regole) libri scritti fino all’anno della gran mortalità, e scritti pur da persone idiote e semplici, e non vi si trova un error di lingua. Havvene alcuno intorno all'ortografia, della quale i nostri antichi non seppero né curarono troppo. Similmente ne ho veduti, e si veggono regolatissimamente osservate le coniugazioni, i numeri, i modi, i tempi, e tutto quello, ove oggi si pecca assai bruttamente. E si conosce, che la natura stessa o l'uso comune, che sia me' dire, era in quella età regola vera e sicura. Si comincia a trovare qualche errore, ma non tanti e un pezzo quanti oggi. Ella da un gran tracollo, e di questo tempo in qua è venuta di mano in mano talmente peggiorando, che quasi si può dir guasta in alcune sue parti, che quel tutto buono e come naturale corpo del vero e puro toscano si è per sempre mantenuto. Oltre a questa classificazione de' pregi della lingua per cinquantenni, il Borghini ne faceva un'altra per gradi: prosastica e poetica; nobile, media, plebea ecc. Così anche la lingua, come la poesia, era rigorosamente chiusa nel codice delle regole più assolute e ristrette: a tale che la grammatica diremo degl'Italiani, che aveva preso a fondamento l'uso letterario non pur del Trecento ma del Cinquecento, quando si trova e vi si trova spesso in discordia con l'uso fiorentino, qual era consacrato nel Decameron, veniva senz' altro combattuta e ripudiata. Cosi avemmo una singolare reazione contro la grammatica da parte di quegli stessi che vi dovevan necessariamente credere. A questo menava la correzione del testo del Deca?neron, ch*e col criterio dell'uso comune s'era venuto guastando dall'edizione ventisettina per tutto un cinquantennio e che ciascuno aveva tirato a documentar quelle regole che meglio gli piaceva di porre. I Toscani, e specialmente i Fiorentini, non potevano lasciar correre tanto strazio, e benché anch'essi fossero credenti nella grammatica, tra la grammatica e il Decameron, stavano per questo, naturalmente, e non si stancarono mai di ripetere [In Barbi, op. e loc. cit. Capitolo settimo che le regole furori sempre cavate dall'uso naturale, e non l'uso da quelle (l). Gli Annotatori all'edizione del 73 si giovaron perfino de' notai di que' tempi, la grammatica [intendasi il latino] de' quali era poco meno che un semplice corrente volgare che finisse in us et in as. Così parallela a quella del purismo grammaticale, vediamo svolgersi in Toscana e particolarmente in Firenze una tradizione che potremmo chiamare del purismo antigrammaticale, o che intanto accettava la grammatica in quanto essa rispecchiava fedelmente l'uso popolare trecentesco, che era quello seguito dal Boccaccio e dagli altri trecentisti e risonava ancora, salvo qualche modificazione di pronunzia, sulle bocche de' Fiorentini. Tutto era ridotto all'uso, appo il quale è tutta la balia, anzi, che direni meglio, il quale è la balia, la ragione e la regola del parlare. A proposito d'un esempio di quei molti ' AvavóXofìa o ' Avavranóbara ond'è pieno il Decameron, gli Annotatori escono in questa osservazione: Quegli che volsono fuggire questo o figurato o vizioso parlare che e' sia, e che pur hanno fitto nell'animo quello ' Ego amo Deum delle prime regole, mutarono Il quale in Del quale, e cosi appianarono questo scoglio. Queste sono dichiarazioni gravi contro la grammatica, e Annotazioni e Discorsi sopra alcuni luoghi del Decameroti di M. Giovanni Boccacci, fatti da' Deputati alla correzione del medesimo. Quarta edizione diligentemente corretta, con aggiunte di Borghini, e con postille del medesimo, e di A. M. Salvini, riscontrate sugli Autografi ed emendate da gravi errori. Firenze, Felice Le Monnier. È anche notevole quel che dicono dell'analogia: è una cotal regola che va dietro al simile, e suol esser il riparo di chi è straniero in una lingua, o sa poco della propria natura . (4) Op. cit., p. 70. In questo stesso luogo si conclude così: Noi in questi luoghi tutti abbiamo fedelmente mantenuta la lezione dei migliori libri, amando in questo più la verità, che o la facilità di quel parlar così piano, o la stitichezza di certe regole, che più servono, chi ben le guarda, a lingua composta e artificiata, che a naturale e propria. Altrove la lingua è assomigliata a un mare p. 91). Oltre le già addotte, eccone un'altra: E generalmente nelle voci del tempo, et in quelle del luogo, non è molto scrupolosa, né tanto fastidiosa la lingua nostra, quanto per avventura alcuni troppo sottili si credono, che lutto il di cercarlo di legarla, e (direni cosi) impastoiarla stranamente. Del resto si può dir che queste tanto ammirate e ammirevoli Annotazioni siano una protesta conti Storia della Grammatica devono essere ricordate per non mettere tutti in un fascio i puristi del Cinquecento. S' intende, anche codesti franchi assertori dell'uso, erano sotto l'imperio delle regole: seguire il Boccaccio perchè era stato il Boccaccio, era una regola anche più grave de\Y Ego amo Deiun; ma il Boccaccio era più vicino ad essi, che certi regolatissimi prosatori del Cinquecento, e stavano con Boccaccio. Non solo, ma essi riuscivano all'annullamento della grammatica anche per un'altra strada. Per loro ogni forma adoperata dal Boccaccio diventava legge: ora a far d'ogni più piccolo fatto linguistico una regola, la grammatica veniva ad annullar se stessa in questa sterminata selva di regole e il buon senso era vendicato. E tra le Annotazioni del Borghini, gli Avvertimenti del Salviati e le osservazioni del Borghesi, il volgar fiorentino veniva a esser codificato e preparato così per il travasamento nel Vocabolario della Crusca. Gli Avvertimenti nel Salviati erano stati concepiti in tre parti, ma videro la luce solo il i" e 2" volume. nuata contro la grammatica, tendendo esse a giustificare l'uso del Boccaccio, sia stato o no ratificato dalle grammatiche cinquecentesche. E si noti che la giustificazione non è fatta sempre con la ragion dell'uso, ma spesso s'appoggia a considerazioni anco artistiche. Citerò un esempio per tutti. In Landolfo Luffolo è detto: Venutagli alle mani una tavola ad essa si appiccò, se forse Iddio, indugiando egli lo affogare, gli mandasse qualche aiuto. Alcuni interpreti avevan interpolato sperando avanti a se forse Iddio. Orbene, gli Annotatori, restituendo, sulle testimonianze d'altre simili costruzioni, il testo antico, osservano: Queste locuzioni così un pochetto rotte (che in somma son proprie di questa lingua) danno talvolta più grazia, e mostrano più forza, e fanno il parlar più vivo, come poi avviene; dove questa costruzione non così piana e facile, ma alquanto alterata {alterata però quanto e a que' che vorrebbero le locuzioni sempre a un modo, e quelle senza industria o cura nessuna), scuopre più l'affanno e periglio del misero Landolfo, e par quasi (per dir così) che fortuneggi anch'ella , pp. 88-9. Non è critica neppur questa, ma per lo meno vi si avverte lo sforzo di penetrar la visione dell'artista senza la mediazione della grammatica. 1 Degli avvertimenti della lingua sopra ' l Decamerone. Volume Primo del cavalier Lionardo Salviati Diviso in tre libri: il I in tutto dependente dall'ultima correzione di quell'Opera: il II dì quistioni, e di storie, che pertengono a' fondamenti della favella: il III diffusamente di tutta l'Ortografia. Ne' quali si discorre partitamente dell'opera, e del pregio di forse cento Prosatori del miglior tempo, che non sono in istampa, de' cui esempli, quasi infiniti, è pieno il [La correzione fu fatta nel 1582 e fu edita non senza notizie grammaticali: gli Avvertimenti sono il necessario svolgimento di esse. Noi ci restringeremo qui a toccar delle questioni generali che più e' interessano e a esporre il metodo grammaticale del nostro e a dar conto dello sviluppo del corpo della grammatica precettiva, sebbene il Salviati tratti solo delle regole a cui porge occasione il Decameron, lasciando da parte quanto si riferisce alla critica del testo e all'ermeneutica boccaccesca. Vedemmo come Gelli rinunziasse a dettar le regole del volgare e ne dimostrasse l'impossibilità. Pare non sia stato solo a sostener questa ragionevole tesi, perchè il Salviati al principio del secondo libro del primo volume s'indugia a confutar gli argomenti di alcuni che tolgono alle lingue vive il ristringnerle, con ammaestramenti raccolti in iscrittura, sotto alcuna ferma regola. Gli argomenti addotti da quei tali, erano: 1. vivendo la voce del maestro, ciò si è il popolo, che la favella, quella fatica è soverchia; 2. la cosa esser vana, perchè il popolo, non tollerando che gli sia tocca la sua giurisdizione, seguita a parlare a modo suo; 3. quand'anche si potesse dettargli legge, l'effetto non potrebbe esser che dannoso. Noi non ci fermeremo neppure a -notare quanto sien giudiziosi siffatti argomenti, per quanto non si vedano fondati in una tesi filosofica; e indicheremo il pensiero del Salviati, il quale non può non riconoscere che quelle sian belle ragioni e che hanno forse dell'efficacia ; ma tuttavia, guardandole con alcune distinzioni, crede di potere e dover giustificar la grammatica così: si tratta non di formare, ma di raccoglier le regole per conservar i guadagni fatti, in modo che, deteriorandosi la favella, tutto non sia andato perduto. Né si lega per tutto ciò, come essi dicono, le mani al volgo, o se gli mette quasi la museruola; ma tuttavia lasciandolo nella sua libertà, si pone in sicuro il guadagno, che s'è fatto fino allora, sì che il tempo avvenire noi possa più portar via, e del futuro se gli lascia quasi libero il traffico nelle mani (p. 71). Né la fatica è vana, perchè il popolo non si può aver volume. Oltr'a ciò si risponde a certi mordaci scrittori, e alcuni sofistichi Autori si ribattono, e si ragiona dello stile, che s'usa da' più lodati. In Venezia. Presso Domenico, et Gio. Battista Guerra, fratelli S" gr. sempre appresso, né, se ciò fosse possibile, parla tutto a un modo. Onde conviene prender dal popolo il materiale e vagliarlo al vaglio degli scrittori, tra i quali, naturalmente, il Salviati dà la preminenza ai Trecentisti e al Boccaccio del Decameron in particolare. Risorge il vecchio concetto bembesco e con esso tutta la critica ammirativa delle qualità eccellenti del volgar fiorentino degli scrittori dell'aureo secolo, l'efficacia, la brevità, la chiarezza, la bellezza, la vaghezza, la dolcezza, la purità e la semplice leggiadria. Ma è facile notare come l'uso vivo venga solennemente affermato, e come sia largo il criterio fondamentale della grammatica. L'esempio e l'autorità degli scrittori sono appunto quelle cose, che le regole della lingua si chiamano comunemente. Del favellare sia arbitro il popolo, dello scrivere l'uso approvato dal consenso de' buoni: sicché nel formar le regole venga primo il Boccaccio, poi i contemporanei di lui, indi il popolo, il cui presente favellar è meno nobile di quello del Boccacio. Nel fondo, però, pur con tutte queste larghezze, il Salviati riesce un un gran purista. Disapprova il parlar degli scapigliati che non adoravano il bembesco e il boccaccevole stile; cita come un barbarismo X applauso universale da loro usato. Si scaglia contro il gergo cancelleresco cortigiano, segretariesco, contro V autore della Giunta che scrive al buio volendo imitare il Boccaccio; contro il latino, i latinizzanti e le scuole di latino che contribuirono a corrompere il volgare. Esalta invece le benemerenze del Poliziano e più di Bembo. Toglie parzialmente agli scrittori del buon secolo il vanto delle cose pertinenti a gramaiica, e glielo dà in purità di vocaboli, modi del dire, breve, vaga e semplice legatura. Propugna la pubblicazione d'un Vocabolario della Toscana linguai^. . Indi sbozza una storia critica degli scrittori del buon secolo. Conclude col dire che la grammatica resterà fissa sugli scrittori del 300, e che il vocabolario potrà continuamente migliorare, distinguendo tra prosa e poesia per quanto riguarda l'ortografia, i solecismi ecc., al qual punto rimanda alla sua Poetica.] in ultimo accenna alla prova [Questa discussione del Salviati fece fortuna, perchè, staccata dagli Avvertimenti, fu riprodotta a parte in una miscellanea di Regole, di cui avremo occasione di parlare, in Firenze, col titolo: Se le lingue sien da restringer sotto Regole e spezialmente il volgar nostro. Da chi si debbano raccor le Regole, e prender le parole nelle Lingue che si favellano, con un Sunto d'alcuni avvertimenti dilla Lingua, sotto il nome, s'intende, del Salviati.] proposta dal Varchi di paragonar il fiorentino con gli altri dialetti d'Italia, riportando in fin del volume varie versioni italiane della novella boccaccesca del re di Cipro. Il III libro svolge la parte dell 'ortografia. Dichiara che rispetterà la nomenclatura grammaticale ormai in uso (quindi pronome, non vicenome, participio non partefice, congiunzione non giuntura, esclamazione non schiamazzio, che fa ridere), e la comune esposizione, forma , cioè distribuzione e condotta, già ricevuta dall'uso delle scuole, benché in tutto non perfetta, sacrificando il suo particolar modo di vedere all'utilità comune che dalle novità sarebbe stata frustata. Sicché questi Avvertimenti del Salviati, sotto questo rispetto, ci rappresentano il consentimento ufficiale scolastico intorno al corpo e allo schema della grammatica; anzi essi si possono considerare la prima vera grammatica scolastica dell'Italia, quale la didattica secolare se l'era venuta formando. Consideriamo dunque brevemente il contenuto speciale che il Salviati, desumendolo dallo studio del Decameron, ha di suo versato in quello schema. Le Lettere sono nella vista (segni) della scrittura 21: a b e defghil. mn'opqrstuxz, ma nella voce (suoni) 32. Delle lettere h è mezza lettera, il q è inutile, il k è fuor d'uso perchè non dolce. Confuta la riforma trissiniana. Vocali Q) in scrittura son 5: a, e, i, o, u in fonetica 8: a, è, é, i sottile, i grasso, ó, ò, u. Diltongi, 49, quanti sono gli accoppiamenti ( distesi Es. làude delle vocali e sono . \ raccolti guato. Trittongi e quattrittongi che si possono raccogliere in una sillaba sola: lacciuoi. Ricorda le divisioni di Platone, nel Cratilo (vocali, mezze vocali, e mutole), ripetute da Aristotile nella Poetica. Nella Storia degli animali Aristotile accenna anche alla formazione delle vocali dalla voce e dal gorgozzule, delle consonanti dalla lingua e dai labbri. Su questa base fondarono retori e grammatici latini la loro fonetica. Platone dice le vocali la catena, e '1 legame senza '1 quale l'altre lettere esprimer non si potrebbero. Le consonanti in vista son 16, semivocali, che partono ^dall'ugola madre delta nella zw^, almen 25 (sauere, sapere), tra la / e la n (calonica, canonica), tra la / e la r (albori, arbori), tra la / e la d (olore, odore), tra la / e \\g (li, gli articoli, quelli, quegli, cavalli, cavagli, salì, saglì, dolgo, doglio), tra la n e il g (piangere, piagnere), tra la r e il d (dierono, diedono), tra la s e la z aspra (solfo, zolfo), tra la ^ e il e (Sicilia, Cicilia), tra la ^ e la f (sino, fino), tra la .? e il / (nascoso, nascosto), tra chi e sii (schiena, stiena), tra la. s e z aspre e sottili di altri popoli (pesso, pezzo; strossare per istrozzare; Orazio per Orazio), tra la z sottile o aspra e il e ora scempio ora doppio (beneficio, benefizio), tra la z rozza e il d (fronzuto, fronduto), tra la z e il g (ammonigione, ammonizione), tra il b e il g (abbia, aggia), tra il b e il p (brivilegi, privilegi), tra eh e ce (Antioco, Antioccio), tra il “c” e il “g” (“Caio,” “Gaio”), tra il de il g (vedendo, veggendo), tra il d e il / (cadmio, catuno). Passa poi alle jnllabe. Qui fa una distinzione curiosa: dice che quel che significa sillaba è stato determinato dai filosofi, e che a dividerle insegnano i pedagoghi, non più; ma sarebbe stato importante che ci avesse accennato qualcosa di particolare intorno alla definizione data dai filosofi. Chiude il trattato parlando del modo di scrivere molte parole, della copula, degli accenti, delle maiuscole, e de' segni di punteggiatura. Assennatissime le osservazioni sulla punteggiatura. Ricorda le moderne dottrine circa la storia della punteggiatura, inclinando a credere, sulla testimonianza di Aristotile, che gli antichi punteggiassero con minuzia. Si dichiara soddisfatto de' punti usati al suo tempo , ma riconosce che questa .:;, ? f ) cioè punto fermo, mezo punto, punto coma, coma, interrogativo, parentasi. Del fermo, per altro, fa, secondo la necessità della posa (pausa), quattro specie: fermo, trafermo, fermissimo, trafermissitno . ]materia è meno che altra atta a esser legiferata, e convien lasci.ire alla pratica degli scrittori la più ampia libertà, acciocché siano ben rese e la tela (costruzione) e la SENTENZIA (SIGNIFICATO) del discorso. Rispetto, non dico alla fonetica di Castelvetro, ma anche alle spiegazioni d'altri grammatici che s'occuparono di questa parte, non escluso il Fortunio stesso, il primo di quelli editi, questo trattato del Salviati è certamente un regresso, per quanto qualche osservazione supponga una teoria meno empirica: se non che, e la giustificazione della grammatica fatta dal Salviati e la relatività assegnata alle regole di esse da una parte, e la legiferazione così minuta dell'ortografia intesa nel senso più largo fondata su dati storici positivi, sui caratteri del volgare cinquecentesco usato dal popolo, non escluso quello della dolcezza e musicalità dell'idioma fiorentino, dall'altra, assegnano agli Avvertimenti del famoso accademico un discreto valore scientifico nel primo rispetto, e, nel secondo, un notevole posto nella storia di quei prodotti che indirettamente concorsero alla dissoluzione del loro stesso contenuto : nella somma di questa duplice qualità, dunque, il pregio di documento principalissimo per la nostra narrazione. Dell'importanza data dal Salviati alla grammatica abbiamo già fatto cenno. Quanto alle osservazioni donde son ricche le particelle della sua trattazione, in questo senso noi affermiamo che sono notevoli, che, legiferando un'infinità di esigenze formali dell'idioma nostro, sviluppando quasi all'infinito il corpo della grammatica e nell'istesso tempo assottigliandolo fino a ridurlo un'ombra di sé stesso, col fare d'ogni minimo caso una legge, riducono ai minimi termini il rigore, la rigidità, l'inflessibilità della legge grammaticale, preparandone il totale annullamento. Ho detto esigenze formali, ma non sono solamente tali. Quelli che sono stati chiamati i criteri formalistici dei letterati del Cinquecento dal Bembo, appunto, al Salviati, di fatto erano criteri estetici sostanziali. Gli abiti mentali di quella generazione di scrittori e di critici, il loro ideale di bellezza, il loro modo d'esprimere e riflettere nel verso e nel discorso sciolto il proprio contenuto, questo stesso contenuto, conducevano tanto chi esercitava l'arte quanto chi esercitava la critica a quella concezione della forma che a noi può sembrare pretta esteriorità vuota di contenuto, ma che per loro era la sostanza stessa del loro pensiero. Il formalismo dunque legife rancio sé stesso, sodisfaceva a un bisogno, esprimeva in regole la scarsa e superficiale vita interiore, che era vita formale essa stessa, riuscendo così a una critica indirettamente negativa della grammatica, dove a noi parrebbe di dover vedere un rafforzamento di fede grammaticale. In altre parole, a me par di poter mettere sulla stessa linea progressiva il Salviati e i migliori recenti costruttori di categorie grammaticali e rettoriche a base di psicologia, con questo profondo divario ridondante a tutto onore degli ultimi, che questi han coscienza di quel che fanno, cioè di fare una critica della grammatica, e il Salviati no. Il Salviati legifera gli atteggiamenti della lingua, gli affetti, quasi direi, delle parole e degli elementi di essa (tant'è vero che parla dell'a?nisià delle lettere) rispondenti alle tendenze del pensiero; quelli descrivono le forme in che si concretano i movimenti dello spirito: in fondo menano dritti sì gli uni che gli altri all'affermazione della formula tal contenuto tal forma, che non dà più luogo a grammatica, a legge veruna regolatrice della favella (l). Nel secondo volume degli Avvertimenti ("), dedicato a Francesco Panicarola architetto dell'arte del ben parlare , tromba del nostro secolo , tratta, ne' primi due libri, del nome, deWaccompagnanome, dell' articolo e del vicecaso; ma quello che fu il desiderio de' contemporanei e, particolarmente, del Lombardelli, che cioè venissero trattati con la medesima felicità l'altre parti, rimase inappagato, nonostante che l'impulso a pubblicar questo secondo volume venisse al Salviati e lo dichiara nella dedicatoria con viva compiacenza dal giudizio favorevole dato sul [Per questo problema fondamentale della critica della grammatica, si ricordi in particolare la polemica Vossler-Croce, originata dal saggio di Vossler sulla Vita del Cellini, e precisamente: Atti d. Acc. Pont., Literaturblatt f. gertn. u. rovi. Pini., 1900, 1; Flegrea, 1 apr. 1900; Zeitschr. f. rom. Pliil.; La Critica. Della polemica fa la storia lo stesso Vossler, nel suo recente libro, Posilivistmis inni Ldealismus, già citato, riuscendo ad un pieno accordo con la dottrina sostenuta dal Croce. Cfr. anche Rossi, Contro la stilistica, Firenze. Del secondo volume degli Avvertimenti della Lingua sopra il Decamerone. Libri due del Cavalier Lionardo Salviati. Il Primo del Nome, e d'una Parte, che l'accompagna. Il Secondo dell'Articolo, e del Vicecaso. In Firenze, nella Stamperia de' Giunti.] primo da tre valent'huomini di sottilissimo intendimento: il utilissimo Cavalier Batista Guarirli, delizie delle belle lettere de' nostri tempi, il Patrizio, le cui scritture e spezialmente quest'ultime della Poetica, hanno fatto stupire il mondo, e quel Mazzoni, huomo, se mai ne fu alcuno, in supremo grado scienziato, cittadino in tutti i linguaggi, maestro perfettissimo in tutte le l'acuità: che tanto sa, di quanto si rammemoria; di tanto si rammemoria, (pianto egli ha letto: cotanto ha letto, (pianto oggi si truova scritto, al quale sia sempre, per lo nostro maggior poeta, obbligata la patria mia. Nella trattazione di queste parti del discorso ritornano, per altro, le infinite e complicate classificazioni e distinzioni che rendono la morfologia fastidiosa e difficile e di scarsa efficacia all'apprendimento della grammatica. Il nome è diviso secondo la sentenza e secondo la voce: sotto questo rispetto, è semplice o composto, primitivo o derivato; sotto l'altro sostantivo o adiettivo: il sostantivo è proprio o appellativo e questo collettivo o no; V adiettivo è perfetto e ha 3 gradi {positivo, comparativo, superlativo) o imperfetto, e si divide in 3 gruppi: appartengono al primo il relativo, il rassomigliativo, il renditivo, V interrogativo, il dubitativo, il relativo indefinito; al secondo il partitivo, Y universale, il partictdare, il distributivo, il numerale o denominativo; al terzo il possessivo, il materiale, il locale (patria, nazione, distanza). Ha tre accidenti: il genere (maschile, femminile, neutrale, comune, dubbio, indifferente), il mimerò (singolare, plurale o maggiore; non duale altrimenti ci dovrebb'esser il triale, il quattrale, il cinqualé), il caso (uno pel singolare, uno pel plurale). Si declina in quattro modi: a) maschili sing. -a, pi. -i; b) femminili, -a, -e; e) comuni, -e, -i; d) comuni, -o, -i. L ' accompagnaìiome sarebbe l'articolo indeterminativo uno, una. Quasi un cento pagine son dedicate, al solito, alX articolo, il cavai di battaglia di tutti i maggiori grammatici del Cinquecento. Il Salviati ne ragiona in due pagine con gran solennità la definizione; polemizza contro chi non lo vorrebbe in italiano, non essendoci nel latino che è lingua più nobile: ne spiega la forza, V ufficio, V opera, che è di determinare la cosa precisamente....e di tutta insieme abbracciarla. E qui spiega un'infinità di sottili distinzioni, indulgendo a quel fine senso estetico formale di cui ho parlato più sopra. Ripiglia la questione del mortaio della pietra, affermando che nessuno, insomma, fin qui ebbe confutato in ptibblico il Bembo. Neppure il Castelvetro? Eppure spesso il Salviati si ferma a discuter col critico modenese, del quale non ha certo la sottile e abbondante dottrina filologica né il metodo. L'opera di Salviati suscitò un vero entusiasmo al suo tempo, e il Lombardelli, che fu quasi sempre il fedele interprete dell'opinione comune, cosi ne discorse ne' suoi Fonti: Il Salviati ha ritrovati i principi, le parti e gli ornamenti di questa lingua; et ha scoperto i modi, e le strade vere di conoscerla, d'affinarla e di tenerla in riputazione. Nel I volume scioglie molti bellissimi dubbi; fa la censura degli scrittori antichi, e tratta nobilmente i fondamenti più generali della lingua. Ne' due primi libri del II volume tratta del Nome, Accompagnanome, Articolo e Vicecaso, con tal copia, e spirito, e vivacità, e chiarezza; che ne fa desiderar di veder trattate con la medesima felicità l'altre parti. Queste e l'altre scritture sue, dove si tratta di teorica, possono arrecar giovamento aiuto e forza tanto maggiormente, quanto più fiero sarà l'intendimento di chi si metterà a studiarla, ed a trarne frutto. Non tacerò che, a chi legge, oltre a quel che impara capo per capo e parte per parte, se gli affina a maraviglia il giudizio di maniera che può aspirare alla perfezion dell'intender gli Autori, del parlar bene, e dello scriver con lode. Quest'affinamento di giudizio veniva certamente prodotto in altrui dal Salviati appunto con quel suo discuter parte per parte, capo per capo, gli esempi addotti in gran copia, secondo il suo fine sentimento formale. Di modo che, sia per questo sia per esser fondata la sua trattazione sopra la critica e l'esegesi del testo decameronico, cioè sopra una base concreta, sia ancora per la infinita serie di regole, il Salviati più che una grammatica nel senso pedantesco e scolastico della parola, in questi suoi Avvertimenti ci ha porto un esempio notevole della larghezza con cui dovrebbe esser condotto l'insegnamento grammaticale, mentre, dall'altro canto, ha sviluppato il corpo della grammatica in siffatto modo, che il progresso del disfacimento ne veniva certamente accelerato. Salviati, a cui dobbiamo anche oltre un giudizio alcune aii7iotazioni tra linguistiche e grammaticali sul Pastor fido del Marini, Ma l'ammirazione non fu senza contrasti. Accennerò alla polemica che, un anno dopo la pubblicazione del secondo volume, s'accese tra il Papazzoni e Beni. Il primo nella sua Ampliazione della lingua volgare ( fondata parte in ragion chiarissima, e parte in autorità d'autori principali) , rimproverò al Salviati il modo onde aveva legiferato intorno alla grammatica e la corruzione fatta del testo boccaccesco. Gli rispose nell'anno medesimo il Pescetti, uno dei più litigiosi grammatici che abbia avuto l'Italia. Era di Marradi dalla diocesi di Faenza passata alla signoria de' Fiorentini : un toscano un po' bastardo, dunque. Insegnò grammatica a Verona, dove, un anno dopo della polemica col Papazzoni, s'attaccò con Giandomenico Candido per la Difesa della Zeta, intorno a cui aveva pubblicato un'operetta il Lombardelli, e la contesa si fece così accanita, che dovette mettersi in mezzo Valerio Palermo dirigendo una lettera latina ad ambedue. Il Papazzoni replicò ancora con una Apologia in difesa dell' Ampliazione contro r opposizione del signor O. P. Ma ormai divampava la tremenda contesa tassesca, a cui prese parte quasi tutta l'Italia e le piccole gare grammaticali e ortografiche perdettero il loro interesse. Sicché, rimase senz'eco anche il dialogo di Pierantonio Corsuto, // Capece ovvero le Riprensioni, diretto contro gli Avvertimenti del Salviati. Non solo, ma anche la produzione grammaticale ora diminuì, intese alla compilazione non solo di quello dell'Accademia, ma d'un suo proprio Vocabolario, che però non vide mai la luce. In una di quelle annotazioni, egli stesso dice: Tutto che' io m' assicuri d'affermarlo assolutamente senza vedere la bozza del mio imbastito Vocabolario, il quale ora non ho appreso, crederei all'improvviso che di fora per fosse o per fossi, non vi abbia esempio sicuro.... Prose inedite del Cav. Leonardo Salviati raccolte da Luigi Manzoni, Bologna. Sembra ormai fuor di dubbio che del Salviati sia il Discorso nel quale si /nostra l'in/perfezione della Commedia, diffuso ms. piu tardi pubblicato. Cfr. Flamini, Avviamento allo studio della D. C, Livorno. In Venezia per Paolo Meietti, 1587, 8°. (2) Epistola lalerii Palermi ad Orlandum Pescettium, et Io. Dominicum Candiduiu de uso litterae Z disceptantes, In Verona, presso Girolamo Discepolo. In Padova, per Meietti.] tanto che avremo quasi da arrivare al Buommatteri per ritovare un corpo di regole da gareggiare con gli Avvertimenti e le altre fondamentali opere grammaticali del Cinquecento. Il s££q1ol_sì chiudeva con la ristampa delle Osservazioni del Dolce, e l'altro si apriva con la compilazione del Vocabolario della Crusca. Più gravi, per la competenza e l'autorità di chi li moveva, e un più vivo clamore avrebbero suscitato, se espressi in pubblico, gli appunti che contro gli Avvertimenti rivolse il Corbinelli nelle molte lettere dirette al suo amico Pinelli, tra le quali ha così proficuamente spigolato il Crescini . Il Corbinelli, che aveva avuto il Salviati quasi scolaro a Firenze, havendo il medesimo homore da giovinetti , non confidava troppo nella valentia linguistica del Salviati, che giudica uomo di non grandi spiriti, ma diligenti, giuditio mediocre , sofisticuzzo nelle sue cose , e torna a qualificare, dopo lettine gli Avvertimenti, vago di non lasciar nulla indetto , incline a spezzare il cervello in minutar mille e... nerie , principalmente per una sostanziale differenza circa i criteri e al metodo, coi quali condurre lo studio della nostra lingua. Il Salviati, come pareva anche al Corbinelli, tirava di lungo e non vedeva più oltre che la lingua sua; il Corbinelli, conscio della sororità o fratellanza delle due lingue cioè franzese et italiana , convinto che dalle lingue barbare [francese, provenzale] noi haviam ritenuto una infinità di cose: et che bisogna saperle per volere fare il grammatico: non dico per scrivere , procedeva nell' indagine linguistica col metodo comparativo, non per proporre niente da imitare e odiando le regole (%): l'uno era un empirico precettista, l'altro uno storico comparatore. Che il Corbinelli, anche non spiegando esattamente, come gli accadde spesso, le forme linguistiche nella loro formazione storica, potesse aver buon giuoco sul Salviati per ciò che riguarda questo [Per gli studi romanzi cit.. In Crescini, op. cit., p. 194, 195, 204, 206. Col Salviati il Corbinelli appaiò il Muzio, di cui così scrisse: Io lo trovo quasi quanto il Salviati et sì bene egli è ignorante nella maggior parte delle cose, ancor si ha egli osservate molte, se non altamente, curiosamente, et bene mi piace, che e' dice volentier male. V'ho trovato il mio povero Corbaccio . Crescini. In Crescini] aspetto del problema della lingua, è più che naturale ; mala presunzione che il Salviati, perchè non intendente del francese e del provenzale, dovesse essere impari al suo compito che era di grammatico normativo e non di storico, è illegittimo, poiché i due punti di vista sono protondamente diversi: con l'uno si descrive la lingua quale fu prodotta e fissata nella scrittura, con l'altro si compie uno sforzo, per quanto disperato, di apprenderne il valore espressivo: con l'uno si lavora in un piano, con l'altro in un altro, pur non disconoscendosi che la grammatica normativa, in quanto espediente didattico, sarà tanto più efficace quanto più fedelmente elaborerà le sue regole sui risultamenti dell' indagine storica. Il Corbinelli odia le regole, perchè il suo è un interesse storico, e come egli trova i libri scritti variare, così stima queste cose indifferenti, et se in parlando suol dire et udire ' andavo ', ' facevo ', ' stavo ', tanto scriverà così, se la penna harà fatto un v òvofiàrcìv) ; questioni agitate confusamente e che Alcune linee di questo brevissimo riassunto della storia della grammatica presso i Greci toljjo dalla Histoirc de la Littérature grecque par Alfred et Maurice Croiset, Paris. Per maggiori e più sistematiche informazioni, oltre l' Egger che citiamo più innanzi, H. Steinthal, Geschichte der Sprachwissenschaft bei den Griechen uud Romeni mit besonderer Riieksicht auf die Logik,'Berlino, 1890-1. Y. l'interpretazione del Benfev, accettata dal Bonghi, nelV Appendici' seconda al Cratilo in Dialoghi di Plafone tradotti da Ruggero Bonghi, voi. V, Roma, 1S85, pp. 404-10. Capitolo ottavo 243 hanno il loro monumento nell'oscuro Cratilo platonico, che sembra ondeggiare tra soluzioni diverse . Poco o nulla progredì la teoria grammaticale coi teorici della grande eloquenza attica e gli storiografi che s'informarono ai loro principi e imitarono i grandi oratori, sebbene un d'essi, Eforo, scrivesse anche un trattato sullo stile (jtsqì Àé^eoc;), come nessun impulso era venuto alla grammatica dai primi retori siciliani. Ln_ Aristotile la teoria grammaticale si congiunge ancor più direttamente e intimamente con la logica che non con la retlorica e la poetica, dove ne' rispettivi capitoli sull'elocuzione, pur si parla di parti del discorso. Nella Rettorica (1. IID, affermato che il principio della buona locuzione è la correttezza, si spiegano i vari modi di conseguirla, che sono: 1. collocar bene le congiunzioni; 2. usare i nomi propri e non circoscritti; 3. non usare i dubbi; 4. dare a ciascuno il suo genere, maschile, femminile e neutro; 5. dare il numero suo, singolare, duale, plurale. Nella Poetica, tutto un capitolo (il XX), che sembra a ragione interpolato (2), è dedicato alle parti dell'orazione, che sarebbero: lettera o elemeyito, sillaba, congiunzione, nome, verbo, [articolo], caso, orazione. Ma le vere categorie grammaticali che Aristotile realmente e in modo chiaro elaborò, sono il no7ne e il verbo, i due termini della proposizione enunciativa, di cui tratta nei pochi capitoletti jtvoì 'Eoneveiag (De in Croce, Estetica cit., p. 176. •) Tale lo giudica l'ultimo editore della Poetica aristotelica, che espunge anche, come interpolazione nel brano interpolato, la categoria dell'articolo (òodQOv). The Poetics of Aristotle edited with criticai notes and a translation by S. H. Butcher, London. Osservo che l' interpolazione del paragrafo era stata già avvertita dal Barthélemy Saint-Hilaire, ma con una considerazione che non ci sembra del tutto opportuna. Il gran divulgatore d'Aristotile osserva infatti que toutes ces théories quelle sull'elocuzione, d'ailleurs très contestables, quand elles ne sont pas tout à fait erronées, sont très-déplacées dans un ouvrage tei que celui-ci. Cesi de la grammaire ; ce n'est plus de la poétique. Je n' hésite pas à déclarer qu 'elles ne peuvent ètre d'Aristote, et je me fonde surtout pour les repousesser sur V Herménéia, qui prouve une connaissance de ces matières, si ce n'est plus étendue, du moins beaucoup plus exacte. Les chapitres qui vont suivre [XX sgg.] sont donc une interpolation. Poétique d'Aristote trad. en fr. et accomp. de notes perpètuelles par]. Barthélemv Saint-Hilaire, Paris. De', meriti del nostro Castelvetro sotto il rispetto della critica del testo, s'è già accennato e torneremo qui a darne altre prove. 244 Storia della Grammatica terpretatione, o Della proposizione, secondo è stato tradotto il vocabolo). Uno svolgimento ancor più considerevole che in Aristotile ebbe la grammatica dalla dialettica degli stoici, pe' quali la logica era la scienza preliminare delle condizioni della conoscenza o del metodo, e che si servirono del linguaggio per determinare le leggi che segue la ragione: essi conobbero cinque parti del discorso, nome, pronome, verbo, avverbio, congiunzione. Fondata la Biblioteca d'Alessandria, con tante opere da curare e studiare, segnatamente i poemi omerici, l'elaborazione della grammatica ebbe la spinta verso il suo completo assetto con le dispute suW analogia e V anomalia. Aristofane di Bisanzio volle vedere in tutti i fatti linguistici una razionale regolarità, e si diede a svolgere la declinazione greca per darne la prova convincente, seguito da Aristarco che ne divenne un caldo sostenitore: Crate di Mallo, uno stoico condotto dalla sua stessa filosofia agli studi grammaticali seguendo Crisippo, sostenne invece la teoria dell'irregolarità grammaticale. La conclusione della disputa fu come sappiamo, l'accettazione del principio della recta coìisìictudine, cioè della contradizione organizzata . Chi sistemò tutta la scienza grammaticale dell'antichità fu Dionigi Trace, la cui Tèyyr) yQajufiaxatr} tenne il campo per oltre due secoli fino ad Apollonio Discolo, compendiata, commentata, amplificata. Per dare un esempio dello spirito ancor tutto greco sottile e classificatorio di Dionigi, è stato già osservato che egli coniuga anche le forme verbali logicamente corrette, benché non usate. I Romani, di questo periodo, copiarono i Greci: Varrone è sotto l'influenza della disputa tra analogisti e anomalisti, nella quale non riesce a veder chiaro. La sofistica ebbe ancora un'ultima e non meno forte efficacia sulla grammatica, con Apollonio, il quale si sforza di darle un carattere scientifico, rapportando ogni singolo fatto linguistico a una legge logica. Egli sostiene il principio che ogni parte del discorso procede da un'idea che gli è propria: 'Ekclotov òè ui'Tox' è§ ìòiag èvvoiag àvàyeuai, e vi fonda su tutta una nuova sintassi di reggimento, che, accettata poi dai grammatici romani, segnatamente da Prisciano, ritornò quasi integra dopo la deformazione che n'ebbe fatto il Medioevo, al Rinascimento, e in molti particolari accolta dai Portorealisti e dai grammatici logici dell'Enciclopedia, rimane ancora, con le debite mo Croce, Estetica cit., p. 498. Capitolo ottavo 245 dificazioni che il tempo apporta, in tutta la grammatica moderna. Ma, com'è stato ben osservato, Apollonio, non fondando la sintassi sullo studio della proposizione, ma sulle singole categorie grammaticali, non ha costruito una grammatica filosofica. Dopo di lui (sec. II) fino appunto a Prisciano (sec. VI) la grammatica ebbe dai trattatisti romani vari rimaneggiamenti, ma nella sostanza non fu modificata ('")• Con Donato (sec. IV), il più metodico, e Prisciano, il più infuso di spirito "filosofico, servì al Medioevo e risorse tal quale nel Rinascimento, che, come abbiamo già visto sull'esempio del Perotti, congiunse Donato e Prisciano, perduta però ogni coscienza dell'origine della funzione delle categorie. Codesta perdita era già avvenuta nel Medioevo, Apollonio ha avuto un diligente e acuto illustratore in un grecista di gran valore, l'Egger, il quale per altro lo critica dal punto di vista della grammatica generale quale era stata sistemata in Francia. V. Apollonius Dy scole. Essai sur l'histoire des thèories grammaticales dans l'antiquitè par E. Egger, Paris. À part des erreurs de détail qui seront relevées dans les chapitres suivants, sa classification des parties du discours est, en general, fort louable, parce qu'elle ne méconnait ni l'unite essentielle de la proposition, ni la variété très-réelle des mots qui concourent à former une phrase. Réduire à trois les parties du discours sous prétextes que la proposition n'a que trois termes élémentaires, c'est taire abus de logique; comme se serait, en quelque sort, faire abus de grammaire que d'admettre douze ou quinze partie du discours en donnant ces nom aux espèces secondaires au lieu de le réserver pour les véritables genres. L'observation des mots et l'analyse des idées, la grammaire positive et la logique sont deux sciences distinctes, dont l'alliance produit ce qu' on appelle la philosophie des langues. Pp73'4L'Egger è un credente nella grammatica e anche nella logica formalistica: come non si abusi né della grammatica né della logica a riconoscere otto o nove parti del discorso, invece di tre o di quindici, è un segreto che sanno solo l'Egger e i suoi compagni di fede: che cosa sia poi la filosofia del linguaggio fondata sull'alleanza della grammatica e della logica, ci è ben noto. (2) Un particolare contributo all'elaborazione della grammatica antica avrebbero recato i grammatici romani specie per ciò che concerne la sintassi dei casi, secondo il Sabbadini, Elementi nazionali nella teoria grammaticale dei Roma?ii, in Studi di filologia classica, dove, anche si nega, contro Golling [Ristorisene Grammatik der latemischen Sprache) che la riforma della grammatica scolastica latina risalga a Guarino, per la storia delle cui Regole il Sabbadini stesso rimanda al suo libro La scuola e gli studi di Guarino Guarirti veronese, Catania] in cui logica e grammatica si disciolgono dai comuni vincoli onde fin dalla nascita s'erano mantenute legate nei GRAMMATICI RAZIONALI come Apollonio, per sottomettersi entrambe a un processo di decomposizione e di degenerazione: la grammatica, prima delle scienze del nuovo canone, e, rimasta, ne' secoli di maggiori tenebre, quasi l'unica a esser coltivata, diviene un campo di esercitazioni pedantesche e di polemiche interminabili su argomenti oziosissimi (se tutti i verbi, p. es., abbiano il frequentativo; se ergo abbia il vocativo ecc.; la logica, analogamente, che pur con Aristotile s'è sollevata alla scoperta di principi di vero carattere scientifico, ha nella scolastica la sua massima espansione formale, perdendo tutta la vitalità che aveva avuto da Aristotile, il quale peraltro rimase al giudizio dei critici del Rinascimento il responsabile dello strazio che s'era poi fatto di lui. Contro la doppia degenerazione della grammatica e della logica sorsero ben presto le proteste. Rinuccini lamentato che i grammatici passassero tutto il loro tempo in fantasticherie, lasciando il più utile della grammatica; lunga da se la fanno lunghissima, ma la significazione, la distinzione, la temologia de’vocaboli, la concordanza delle parti dell'orazione, l'ortografia, il pulito e proprio parlare litterale niente istudiano di sapere. Di quelle terribili dispute è documento notissimo il Bellum grammaticale, così fortunato, di Guarna salernitano, dove quei due potentissimi re che sono il nome e il verbo inter se contendtint de principalitate orationis . Le riforme, già in qualche modo invocate dai corifei [Testimonianze varie e numerose delle lotte tra le scuole grammaticali del medioevo si possono raccogliere nella monografia d’Ancona, Le rappresentazioni allegoriche delle arti liberali nel m.-e. e nel rinasc., in L' Arte. In Wesselofskv, // Paradiso degli Alberti. Ritrovi e ragionamenti del 1.389. Romanzo di Giov. da Prato, Bologna. (Vi Parisiis, Ex officina Roberti Stephani. VI (ma la prima ed. è Parmae, per Fr. Ugolettum et Octavianum Salàdum): a. e. 3, Griimaticale bellum nominis et verbi regi!, de principalitate orationis inter se contendentium, Andrea Salernitano patritio Cremonensi authore. La sentenza della lite fu che: in conficienda solenni oratione uterque Grammaticae rex cimi suis sequacibus conveniat, Verbum scilicet et Nomen, Participium, Adverbium, Prepositio, Interiectio, et Coniunctio. In quotidiana vero et dell' Umanesimo e particolarmente dal Petrarca, che si scagliò contro gli scolastici insanum et clamorosum vulgus , degeneri d'Aristotile, schiccheratori di frascherie , guastatori dell'insegnamento elementare (l), furono richieste con insistenza nei primi anni del Cinquecento: esse miravano al contenuto, al metodo e alla lingua dell'insegnamento scolastico della logica. Il Vives, nel II libro intitolato Grammatica della sua opera De causis corruptarum artìum sosteneva che la lingua dovesse esser presa dall'uso vivo (3). Ramus lamenta che VARRONE (si veda), Prisciano, Diomede, Festo non si leggessero più, e di sé racconta. Grammaticam puer miseris adhuc temporibus et dialecticam fere eodem modo doctus sum, disputando de praeceptis et altercando. La grammatica poi voleva che fosse insegnata sugli scrittori: nec familiari oratione, soli Nomen et Verbum, onus sustinebunt, arcessentes in patrocinium suum quos ex suis volent. e. 35. Qui s'è inteso fare all'ingrosso una distinzione di poesìa e prosa, di arte e pensiero, di fantasia e d’intelletto, insomma della funzione estetica e della funzione logica, su questo fondamento vacillante, sebbene fosse appunto qui da fondare la distinzione, che il parlare artistico, poetico, sia il solenne, il fuori dell’ordinario, e il prosastico, non artistico, puramente logico, il quotidiano e familiare. Altre minori sentenze in Bellitm riguardano i rapporti tra il relativo e l'antecedente, tra l'aggettivo e il sostantivo, tra il reggente e il termine retto, il determinante e il determinato, la orazione perfetta e la non perfetta, la novità, il barbarismo, ecc.: materia, come ognun vede, quasi tutta logica, che ci spiega, confermando la nostra tesi, la fortuna del libretto; ristampato spesso (p. es., Cremona), è anche tradotto in versi {Race, d'opusc.), e in sestine anacreontiche da Ricci, Firenze. In N. Busetto, Fr. P. satirico e polemista. Caldi, La critica contro la logica aristotelica e l' insegnamento scolastico, Udine. Le citazioni seguenti di Vives, Ramus e NIZOLI (si veda) son prese da questa esposizione riassuntiva. Vives è un gran propugnatore del metodo pratico nell'apprendimento delle lingue (cfr. De studii puerilis ratione, Oxoniae), e lo applica in un'opera [Flores italici ac latini idiomatis: ho l'edizione di Venezia), che ristampata con la traduzione nel 1779 (del Carlini, in Venezia, col titolo Colloquj latini e volgari), è raccomandata in nuova veste anche oggi, se non erriamo, dal Turri. E una conversazione perpetua tra maestro e discepolo su cose e fatti della vita ordinaria llevata della mattina, il primo saluto, l'accompagnamento a scuola, quei che vanno a scuola, la. lezione, il ritorno a casa e i giuochi de' fanciulli, la refezione scolastica, ecc.). grammaticam puerum solis grammaticae praeceptis futur.um putamus; sed exemplis poétarum, oratorum omnium denique hominum pure et latine loquentium eognoscendis imitandis. Anche il Nizoli raccomandava lo studio della grammatica e della rettorica senza cui omnis doctrina est indocta et omnis eruditio inerudita, e confrontandole con la dialettica e la metafisica diceva: grammaticae et rhetoricae praeceptiones ac traditiones sunt multo veriores dialecticis et metaphysicis, et omnino ad veritatem investigandam, recteque philosophandum longe utilior magisque necessaria est grammaticae et rhetoricae cognitio quam dialecticae et metaphysicae . L'anno in cui il Ramus otteneva il grado di professore nell'Università di Parigi, sostenendo vittoriosamente la tesi che le dottrine di Aristotile, nessuna eccettuata, erano false, e in cui in Italia si pubblicava la Poetica nel testo greco dal Trincaveli, nella versione latina del Pazzi, può essere riguardato, ha ben osservato lo Spingarn, come il principio della supremazia di Aristotele in letteratura e del declinare della sua autorità dittatoria in filosofia. Con la Poetica aristotelica, come poco appresso con la sua Retorica, risorgeva appunto la critica delle categorie grammaticali, che avevano nell'una e nell'altro la loro descrizione: nei medesimi anni si ripubblicava il De iyiterpretatione, già diffuso con lunghissimi commenti per le stampe sul finire del Quattrocento, e con esso medesimamente era ripresentata alla disputa la teoria della proposizione. Nelle versioni ed esposizioni di queste opere aristoteliche viene, come dicevano, esaurito quell'interesse per la grammatica generale che abbiam visto mancare alle grammatiche empiriche: e i medesimi problemi, benché sotto altra forma, ci ritroviamo dinanzi con BORDONI (si veda) Scaligero e il Sanzio critici della grammatica tradizionale latina, e rappresentanti d'un aristotelismo ammordernato. La differenza tra le opere critiche anteriori o estranee alla diffusione dei testi aristotelici e delle loro versioni e quelle posteriori, e che ne subirono gli effetti, è sensibilissima. Ba[ (1 Magentini in Aristotelis librum de interpretatione explanatio Joanne Baptista Rasarlo interprete, Venetiis apud Hieronymum Scotum. Aristotelis jtsqì 'JEQfirjveias, hoc est, de interpretatione liber, a magno Angustino Nipho Philosoplw Suessano interpreta tus et expositus, Venetiis, apud Octavianum Scotum D. Amadei.] sterà addurre qualche esempio. Un testo di rettorica che veniva ristampato intorno agli anni in cui si ripubblicavano i testi della poetica d'Aristotile, è la Retorica di Ser Rrtinetto Latini in volgar fiorentino . Orbene, la trattazione grammaticale di codest' opera è ridotta a semplici accenni. Nel Libro primo della inventione over trovamento di M. T. C. tradotto e comentato in volgare fiorentino per Ser Brunetto Latini Cittadino di Firenze è detto: Dittare è uno diritto et ornato trattamento di ciascuna cosa convenevolmente a quella cosa aconcia. Questa è la diffinitione del dettare, e perciò convien intendere ciascuna parola d'essa diffinitione. Onde nota che dice diritto trattamento, -perciò che le parole che si mettono in una lettera dettate debbono essere messe a diritto sì che s'accordi il nome col verbo, e '1 mascolino col feminino, e '1 plurale, e '1 singolare, e la prima persona, et la seconda, et la terza, et l'altre cose che s'insegnano in grammatica, delle quali lo sponitore dirà un poco in quella parte del libro, che sia più auenante, et questo diritto trattamento si richiede in tutte le parti di retorica dicendo, et dictando (z). E al luogo indicato l'esposizione va veramente poco più in là di queste semplici linee della sintassi di concordanza: tutto, come si vede, si riduce all' affermazione del principio della rettitudine: è il principio grammaticale puro e semplice della antica rettorica di CICERONE (si veda) quale conserva il medioevo, senza che tra esso e IL FONDAMENTO RAZIONALE (“logico”) DEL DISCORSO – Grice – è avvertito alcun altro nesso e sia affatto accennato il problema delle CATEGORIE grammaticali e sintattiche e MORFO-SINTATTICHE. Medesimamente nelle divisioni della Poetica di TRISSINO (si veda) apparse in luce nel 1529 (:ì), dove si seguono ALIGHIERI (si veda) e Antonio da Tempo (Aristotile, qui semplicemente nominato per la definizione della poesia, è invece il maestro seguito nella quinta e sesta divisione), la trattazione grammaticale non [Stampata in Roma In Campo di Fiore per M. Valerio Dorico, et Luigi fratelli Bresciani. Il testo è corredato di un'esposizione marginale. K. In Vicenza per Tolomeo Janiculo. Nel MDXIX, Di Aprde. La quinta e la sesta divisione della poetica di Trissino. In Venetia, appresso Andrea Arrivabene. ...e non mi partirò dalle regole, e dai precetti de gl’antichi, e spetialmenK' di Aristotele nel LIZIO, il quale scrive di tal arte divinamente.] si distende molto di più che nel De vidgari eloqueyilia, mentre è assai più sviluppata quella della scelta delle parole. Illustrata la elezione, che fa ALIGHIERI (si veda) de le parole, che si denno usare ne le canzoni: la quale ne in tutto loda ne in tutto vitupera , espone la particolare elezione che egli ha escogitato, le varie forme del dire (chiarezza, grandezza, bellezza, velocità, costume, verità, artificio), che si debbono adoperare, e le passioni de le parole , che è materiale .grammaticale, e che non son altro che le quattro tradizionali figure grammaticali: Soprabondantia, mancamento, mutazione e trasposizione (Div. I). A proposito de le rime (Div. II), tratta a) de le lettere; b) de le sillabe; e) de li accenti (*). Nella terza divisione ( De l'accordar de le desinenzie ) e nella quarta (Del Sonetto, delle Ballate, delle Canzoni, de' Mandriali, de' Sirventesi), nulla vi ha, naturalmente, di grammaticale. Viceversa nella quinta e sesta, le quali trattano della inventiva della Poesia, e della sua imitatione, e dei modi, coi quali si fa la detta poesia, cioè della Tragedia, dello Heroico, della Comedia, della Ecloga, delle Canzoni e Sonetti, e d'altre cose simili , ritorna, certo per effetto del maggiore svolgimento che la teoria dell'elocuzione aveva ormai avuto, a parlare più ampiamente delle conversioni, e le figure del parlare, di quello che nella Tragedia havemo fatto, la qual cosa apporterà molta utilità, et ornamento a tutti i poemi, che havemo detto, e che dicemo . Così tratta delle conversioni [tropi] delle parole (onomatopeia, epiteto, catacresi, metafora, metalepsi, sinecdoche, metonimia, antinomasia, antifrasi, ecfrasi), e delle conversioni della construttione (figure: pleonasmo, perifrasi, iperbato, parembola, pallilogia, epanafora, epanodo, homoteleuto, pariso, paronomasia, elipsi, asindeto, asintacto, che si ha scambiando il genere de' nomi, il numero (Enalage), spetie e casi, congiunzioni, preposizioni, adverbi, lasciando preposizioni ecc., benché queste cose si po Io sono stato un poco diffuso in questi toni, perciò, che sì come i Latini, et i Greci governavano i loro poemi per i tempi, noi, come vederemo, li governiamo per li toni; benché, chiunque vorrà considerare la lunghezza, e brevità di alcune sillabe, così gravi, come acute, trarrà molta utilità di tal cosa, e darà molto ornamento a li suoi poemi. Qui è come un germe della dottrina del Tolomei su la nuova poesia, quale espose dieci anni dopo.] trebberò anchora riferire all’elipsi, facendo apostrophe ecc., prosopopeia, diatyposis, ironia (e sarcasmo), allegoria, iperbole). Così nella Dichiaratione, onde SEGNI (si veda) accompagna la sua versione ITALIANA della Rettorica e della Poetica d'Aristotile, già si avvertono tracce d' un maggior interesse per le categorie grammaticali e sintattiche e MORFO-SINTATTICHE. Qui cade in acconcio un'osservazione. Saint-Hilaire, per impugnare l'autenticità di quella parte della poetica aristotelica, dove si tratta della locuzione, ha detto, come s' è visto, che ce n'est plus de la poetique, c’est de la grammaìre. Ma tale considerazione muove dal pressupposto che l'espressione linguistica è di esclusiva pertinenza della logica, mentre, se la grammatica non è ne la logica né l'estetica, in quanto materiale espressivo, è di pertinenza d'entrambe. Questo spiega come (sia o non sia, così come e' è pervenuto, d’Aristotile, il brano che si giudica interpolato) il filosofo, che fa un’osservazione capitale circa l'esistenza di altre proposizioni, oltre l’emendative esprimenti il vero e il falso (logico), che non dicono né il vero né il falso (logico), come l'espressioni delle aspirazioni e dei desideri (£##)) e che son perciò di pertinenza non già dell'esposizione logica, ma della poetica e della rettorica, spiega, dicevo, come il filosofo tanto nella poetica e nella rettorica qifanto nella logica è tratto a occuparsi in quelle d’analisi grammaticale-rettorica, in questa di analisi logico-grammaticale, nelle proporzioni e differenze volute da quelle discipline – o rami della filosofia -- particolari. Infatti nella poetica, la disciplina o rama della filosofia dell'arte pura, sono formate con maggior compiutezza le parti di tutta la locuzione non senza accennare alla bontà della locutione (barbarismo – solecismo, malaprop – A nice derangement of epitaphs --, METAFORA –you are the cream in my coffee --, nome ornato, nome proprio – Fido --, allungamento, concisione e cambiamento del nome). Nella rettorica, la disciplina o rama della filosofia della parola ornata in servizio della mozione degl’affetti -- prottesi di H. P. Grice -- e della persuasione, s' illustra con egual compiutezza la dottrina dell'oratione (pendente Rettorica, et Poetica d'Aristotile, Trad. di Greco in Lingua Vulgare Fiorentina da SEGNI (si veda), Gentil' Incorno, et Accademico Fiorentino. In Firenze, appresso Torrentino, Impressor' Ducale. Croce, Logica e grammatica. Croce, Estetica.] distesa (Caro ), distorta = ripiegata (Caro)) nel periodo; nel jteqì 'EQ/Lirjveias, teoria della proposizione emendativa, l'espressione più semplice dell'attività logica, si tratta del nome e del verbo in quanto nel giudizio rappresentano lLuno il sostantivo, il soggetto, l'altro il predicato. ypfL'autorità d'Aristotile ha perpetuato tali dottrine e tale sistematica, che l'era classica dell'aristotelismo letterario, e anche dopo, NON SOLO IN ITALIA, ma fuori, attrassero invincibilmente l'attenzione e lo studio dei dotti. Ripresa la disputa medioevale intorno alla classificazione delle rami o discipline della filosofia imperniata sul raggruppamento aristotelico, s'indagarono con sottigliezza pedantesca i rapporti delle varie rami o discipline della filosofia e particolarmente della grammatica razionale o filosofica, della rettorica, della poetica, della isterica e della logica, congiunte, come già la seconda, la terza e l'ultima sono state da Aristotile, nell'unica categoria di filosofia pratica. E anche in questo si può constatare il progresso del logicismo aristotelico, fin tanto che i termini di gusto e di fantasia non sorgono a detronizzare quello di ragione. Lìl isterica, iniziata dagl’umanisti (Pontano, Actius dialogus e Valla, Dialedicae disputationes contra Aristote lieo s), ha nella classificazione di Varchi il suo riconoscimento ufficiale, quando già flveva avuto dal Robertello, De historica facilitate, un ampio trattato, e, per effètto dell'importanza assunta dalla storiografia umanistica e di quella che vienne assumendo con gl’eminenti storici nostri, feconda in questo secolo una letteratura ricchisima. Pure alcuni dei medesimi trattatisti la mettono come in una posizione d'inferiorità rispetto alle altre rami o discipline della filosofia, quasi una loro schiava: l'historico, dice Speroni, bene accorderà, se in descrivendo le cose sue ricorrerà alla Gramatica, et alla Retorica, et tali' hora anche alla Poesia, a lor precetti artificiosi di tutto core obbligandosi; la Poesia esser arte [Rettorica d'Aristotile fatta in lingua Toscana dal Conmi. Annibal Caro, in Venezia. Essendo il parlare composto di nomi, et di verbi, et essendo i nomi di tante sorti, di quante nella Poetica s'è dimostrato: Intra tutte le dette sorti, dico, ecc.. Rhet.y III, nella cit. versione di Segni. Vedine i titoli in Bernheim, La storiografia e la filosofia della storia, trad. Barbati, Palermo, App. Bibliografica. Dell' Historia, Dialoghi II in Dialoghi.] più nobile dell'Historia, pruova Aristotile, perchè eli' è dell'Universale, e la Historia è del particolare. Insomma: la Grammatica – o letteratura --, insegna parlar drittamente, la Historia parla, la Poesia imita, la Rhettorica prova persuadendo nelle città, la Dialettica prova sillogizzando la opinione . Ma ZABARELLA (si veda), interlocutore, con Antoniano e Manuzio, nel Dialogo di Speroni), che è uno degl’ultimi rappresentanti dell'insegnamento aristotelico, nella sua ampissima opera sulla natura della logica, va ancora più in là, e, mentre fa della rettorica e della poetica due parti sì bene distinte della logica, nega quest'onore, non che alla grammatica, alla isterica, che bistratta spietatamente. Ars tamen historica non modo ab Aristotele, sed a nemine hactenus -- ma questo non era affatto vero -- scripta comperitur. nec fortasse digna est, in qua scribenda tempus conteratur: ea namque in simplici, ac nuda rerum gestarum narratone consistit. At Historia nil huiusmodi tractat. sed est nuda gestorum narratio, quae omni artificio caret, praeterquam fortasse elocutionis, quod quidem, et alia eiusmodi quisque sanae mentis extranea, et accidentaria ipsi historiae esse iudicaret; quicquid enim artificij in historia notari potest, illud omne vel a Grammatica, vel a Rhetorica, vel ab aliqua arte desumptum est. GRAMMATICA ENIM NON EST LOGICA, Historica ars non datur. ZABARELLA (si veda), Opera Logica, Coloniae, Sumptibus Lazari Zetzneri, CI3I3CII (ma la prima ed. del De natura Logicae è anteriore. In che senso ammetta lo Zabarella che la poesia sia una forma di FILOSOFIA, fu già spiegato dallo Spingarn. Quanto alla relazione della rettorica con la logica, basti qui osservare che ZABARELLA si fonda sull'autorità di Aristotile, il quale (Rhet.) dice che oratoriam artem in argumentationibus consistere, quas etiam ipsius orationis corpus asserit, e riprende i retori de’suoi tempi, che, lasciando la parte argomentativa, insegnano solo l’elocutio, estranea alla natura di quest'arte. Compito del retore è movere gl’affetti -- la prottesi di Grice, influencing and being influenced -- per mezzo degli argomenti. Elocutio autem est saltem accidentaria, et secundaria respicitur. Patet igitur non esse necessariam, neque perpetuala inter has duas artes differentiam illam quae per manum clausam et apertam significatur. L'immagine della mano chiusa e aperta per dinotare la dialettica e la rettorica è già definitivamente consacrata nell' Origini d'Isidoro. In queste trattazioni vienne naturalmente a esser elaborato il concetto della grammatica e delle sue categorie, e, più particolarmente ne’luoghi in cui veniva esposta la teoria dell'elocuzione specifica per ciascuna di quelle scienze o arti o facoltà, come variamente è apprezzata. Si determinarono così quattro diverse nature di periodo. Lo storico, il retorico, il poetico o ritmico, il logico, e la grammatica è riservata a insegnarne la dirittura formale. Questi nostri dotti si trovarono così per le mani il vero problema delle manifestazioni di tutte le attività nostre conoscitive, MA IL FILO D’ARIANNA, CHE È LA NATURA DEL LINGUAGGIO, NON È RITROVATO, E SI PERDE NEL LABIRINTO. Il periodo retorico e poetico, che la scienza moderna, identifica, è la forma espressiva della verità, intuita, il logico del concetto, l'istorico della realtà. Il filosofo, dirò con parole eioquentissime, che guarda il cielo e non riconosce la terra sulla quale pone i piedi, è un'astrazione o una deficienza: il concreto, il perfetto è l'uomo che immagina, pensa e riconosce l'immaginato: l'uomo, che vive la realtà nell'intuizione artistica, la pensa nel concetto filosofico, la rivive nella riflessa intuizione storica, nella quale si acqueta compiutamente, perchè il circolo del pensiero è chiuso (2). Delle categorie grammaticali e sintattiche elaborate fuori delle grammatiche propriamente dette e' informano largamente, e su esse pertanto fermeremo la nostra attenzione, due opere ben caratteristiche e. importanti, la Retorica deb Cavalcanti O e la Poetica_de\ Castelvetro. Quella, anche per quanto riguarda [Si ricordino a questo proposito e per maggiormente convincersi che non è possibile un'indifferenza teorica per uniforma che in pratica, cioè nella coscienza dei produttori di letteratura, ha un così grande valore, l’acute osservazioni di SANCTIS (si veda) sopra il periodoe l’ottava, le due forme analitiche e descrittive di Boccaccio, divenute la base della letteratura, Storia, e sulla parodia che della loro degenerazione ne fa col suo LATINO MACCHERONICO Folengo. Croce, Lineamenti d’na logica. La storia come il resultato dell'arte e della filosofia. La retorica di Cavalcanti. In Vinegia, appresso Gabriel Giolito de'Ferrari. Poetica d' Aristotele vulgarizzata, e sposta per Castelvetro. Riveduta, ed ammendata secondo l'originale e la mente dell'autore. Stampata in Basilea ad istanza di Sedabonis.] la logica, di cui olire un largo, minuto, chiaro riassunto. Naturalmente, la prima ci mette sott'occhio le CATEGORIE SINTATTICHE E MORFO-SINTATTICHE, la seconda le grammaticali. Della rettorica di Cavalcanti ci riguardano più direttamente il libro della dialettica, e quello dell'elocuzione. Le vie del persuadere riassumeremo quanto più brevemente è possibile sono tre. Provare con argomenti, muovere l'auditore -- o IL RECETTORE, dato che l’emissore puo ussare gesti – GRICE -- con passioni -- la prottetica di Grice: influencing and being influeced -- ; procacciarsi fede e favore da lui con quella maniera di parlare, la quale nomina costume. Di qui è manifesto, che questa facultà è quasi un rampollo della dialettica e di quella facultà la quale il LIZIO chiama civile. Le persuasioni sono artificiose e SENZA ARTIFICIO – Grice, “Those spots mean measles – Grice’s FROWN. L’artificiose si dividono in argomenti, affetti, costumi. Per trattar d’esse convien considerare quattro cose: la forma, la materia, i luoghi, il modo di sciorre gl’argomenti. In ultimo le sentenze. Argomento è ragione colla quale si prova una cosa dubbia; argomentazione è espressione dell'argomento, ed essa forma che gli si dà. Conclusione è quello che con argomento viene provato e manifestato. Ora, perciò che la retorica, quanto agl’argomenti, dipende dalla dialettica e gl’istrumenti, con i quali ella argomenta, e che come suoi propri le sono stati assegnati, rispondono agl’instrumenti della dialettica, e da quegli derivano: e' pare, che non si possa dichiarare bene la forma degl’argomenti retorici, se quella dalla quale questa ha origine, prima non si dichiara. Quest’inclusione dei principi logici nella rettorica è giustificata da Cavalcanti colla considerazione che IL LIZIO ne tratta separatamente, perchè i suoi libri della logica sono ben noti, mentre non ha ancora, ch'io sappia, la nostra lingua parte alcuna della logica, o dialettica, che dire vogliamo. Le maniere dell'argomentazione sono due: il sillogismo e 1'induttione, donde discendono l’entimema -- ragionamento implicito di Grice -- e l’esempio, che, secondo Aristotile, sono propri della rettorica. Il sillogismo categorico o assoluto si fa di proposizioni assolute. La proposizione assoluta è un parlare il quale afferma o nega qualche cosa [Non è perfettamente esatto. Per lo meno s’ha già la Loica di MASSA (si veda). In Venezia per Bindoni.] dì qualche altra, afferma quando a una cosa ne dà un'altra, come questa. “La virtù è laudabile.” Nega, quando toglie, come questa. “Lw ricchezze NON sono il sommo bene.” – Grice, “Negation and priation,” “Lectures on negation.” Quindi le proposizioni rispetto alla qualità si dividono in affermative e negative. Per quantità in iiniversali, particolari, determinate, ed indeterminate. Si hanno così queste varie CATEGORIE – kantiane --. Universali affermative e negative; particolari affermative e negative; indeterminate; determinate affermative e negative. La proposizione si compone di soggetto e di predicato (‘shggy’). Es., “L'uomo è animale.” Llhuomo è il soggetto, del quale si dice, e si manifesta l'essere animale. Il predicato è “animale,” o shaggy, che si attribuisce all'uomo, et si manifesta di lui. Il soggetto e il predicato sono i due termini –iniziale e finale -- della proposizione. Le altre particelle congiuntive NON sono termini. I termini sono semplici o composti. Semplici come uomo, arte, edifica, discorre, e in somma nomi e verbi. Composto è un parlare imperfetto fatto di più termini semplici, come questo: “l’arte della guerra”. Nella proposizione si possono trovare termini semplici e composti, un semplice e un composto, ambidue semplici, ambidue composti. Es. “l'arte della guerra” -soggetto, composto di termini semplici – “... porta ai soldati molti pericoli -- che è l'altro parlare simile, PREDICATO. Il sillogismo è una specie di parlare, nel quale essendo poste alcune cose ne seguita per virtù di quelle, una diversa da quelle; le quali sono, o universalmente, o per lo più. Vi concorrono TRE termini – Grice: Barbara --, due proposizioni, una conclusione. I termini sono maggiore – SOGGETO – iniziale --, minore (estremità) – PREDICATO, finale --, mezano (termine comune): perchè essendo il sillogismo un certo discorso, nel quale noi INTENDIAMO [Grice: intending is essential! -- ] di fare conclusione, e in quella unire l'una estremità con l'altra, non si può far questo, se noi non usassimo un mezzo, che con l'una, et con l'altra estremità ha qualche convenienza. La figura del sillogismo varia secondo la disposizione del medio. Essa è una ordinata disposizione dei termini: e ciascuna delle figure contiene più modi: e modo pare, che altro non sia che una certa ordinatione delle proposizioni: e circa la quantità, come universali e particolari; e circa la qualità, come affermativa, et negativa. Le figure sono tre: della prima, distinta in quattro modi, le conditioni sono due: l'ima che la maggiore proposizione sia universale: l'altra, che la minore sia affermativa -- Barbara; della seconda, in quattro modi, che la maggiore sia universale, et che la minore sia dissimile da quella; della terza, in sci modi, che la minore sia affermativa, e la conclusione particolare. I LATINI, come CICERONE (si veda), vuoleno estenderle a cinque, aggiungendo le prove. Ma queste fan parte delle proposizioni, o sono nuovi argomenti. L'entimema è sillogismo imperfetto, composto di verisimile, E DI SEGNI – semiotica di Eco. Aristotile vuole che esso è il sillogismo rettorico. Vi manca una proposta che è concepita mentalmente. Vi è poi, SECONDO I LATINI, il sillogismo hipotetico o SUPPOSITIVO o CONDITIONALE – da: con-dire – ‘se p, q” -- dove il legame delle assolute si fa col se e simili (o), onde le proposizioni risultano condizionali o disgiunte, e anche copulate o copulative. La condizionale dividesi in precedente e consegìiente. Analogamente si ha l’entimema condizionale. Nell’induttione le universali si conchiudono per mezzo delle particolari. Ma Aristotile le nega schietta natura rettorica. L'induttione rettorica per Aristotile è Y esempio, un modo cioè di procedere dal particolare al particolare, che si può moltiplicare e variare per affermativa, et negativa assoluta, et condizionale. Superflue, rettoricamente, sono le altre forme del dilemma ('complexio', sillogismo condizionale, congiunto o disgiunto), dell' enumeratio (entimema assoluto) e della subiectio (altra forma di enumeratio), submissio, oppositio, violaiio, collectio. Alcuni ammettono, infine, il sorite, che è una massa di sillogismi, e può esser anche condizionale. Sì come la forma, che io ho dichiarata, è la naturale, e (per dir così) pura forma degl’argomenti; così e' si può alterarla, et variarla senza mutare la sostanza, et la virtù di quella. Nel vero la eloquenza molto meno ammette (ed ecco che la natura fantastica dell'espressione non logica richiede i suoi diritti!) quella superstiziosa osservatione, e schifa volentieri ogni fanciullesca, minuta, et bassa cosa; abborrisce tutto quello, che porta seco odore di scuola, et di MAESTRO (Grice sotto Strawson), né può patire d'essere a così strette leggi sottoposta. Sì come adunque è necessario dichiarare la naturale, et pura forma de gli argomenti. Così fa di mestieri la tramutata et alterata dimostrare. E qui Cavalcanti si fa ad esporre tutta la varietà degl’esempi, spesso valendosi, come anche pel resto, degli schemi periodici del Decameron. Infine tratta della materia (il probabile, il verisimile, I SEGNI – la semiotica d’Eco), dei luoghi e del modo di scìorre gl’argomenti e delle sentenze. Basta, pel nostro argomento, riassumere la dottrina de' luoghi. Pongo i luoghi in tre gradi. Il primo contiene quegli, che sono nella sostaìiza della cosa: cioè la diffinitionc. la descrittione –cf. Grice, ‘the,’ definite descriptor --, 1' interpretatione del nome. Nel secondo pongo quelli che seguitano et accompagnano la sostanza, et sono d' intorno alla cosa; i quali, senza fare distintione di gradi tra loro, dico essere questi. Genere, spelte, differenza, et proprio, tutto, parte, numero di spetie, et di parti, overo divisione, forma, fine, causa efficiente, materia, effetto, uso, generatione, corruilioìie . adherenti, luogo, tempo, modo, congiogati. Nel terzo grado sono i luoghi presi di fuore, et disgiunti dalla cosa, sì che sono massimamente estrinsechi: e questi sono il simile, la proportione, il dissimile, i pari, il più et il meno, i contrari, i privativi, i rispettivi, i contraditlo?i, i ripugnanti, l'autorità, la transuntione . Quanto all' elocuzione, Cavalcanti dichiara di presupporre e di non voler replicare le cose che nella Grammatica di questa lingua lussino dichiarate, o si dovessino ancora (non era dunque molto sodisfatto delle grammatiche già compilate) più esquisitamente dichiarare circa la nettezza, et l'altre conditioni del regolato parlare . Ma già questa presupposizione dimostra, dato il fondamento di tutto il sistema, l' inscindibilità anche di rettorica e grammatica. Muove perciò dalle parole sole, che divide in proprie e improprie e, seguendo i grammatici, in animate e inanimate; tratta della composizione delle parole, che, specialmente rispetto al suono sono alte, basse, dolci, aspre, pigre correnti ; ma io non intendo far qui una fastidiosa e quasi fanciullesca (per dir così) disamina di lettere, sillabe, parole (era stata già fatta e minuziosa da Bembo, da Tomitano, da Lenzoni e da altri). Si trattiene perciò di più su quel che nella continuazione del parlare si richiede, circa 1" l'ordine e la commissura delle parole l'una coll'altra; 2" i membri, i concisi, i periodi. Due sono i criteri principali: 1" le parole di maggior forza e significazione devono 'esser collocate prima, e le altre dopo; 2" è necessario che qualcosa divida e posi il nostro parlare. Quel che in poetica è il verso, nella prosa è il membro, un parlare, il quale finisce, o tutto un concetto separato da per sé, o tutta una parte d'un intero concetto . Quando è breve, il membro si chiama inciso o conciso: es., conosci te stesso; questa fu la rovina d'Italia. Tanto i membri che gl'incisi sono legati o disgiunti. Il periodo, quale è definito da Aristotile, è un parlare che ha principio, et fine per se stesso, et grandezza da poterlo agevolmente tutto insieme comprendere: esso Capìtolo ottavo 259 é una composizione di membri, et di concisi bene acconci a far compito e perfetto tutto il concetto, che ella contiene, come dice Falereo . Qui, fatte altre distinzioni del periodo, si affaccia a Cavalcanti un altro grave problema, che egli risolve in modo in vero acuto e, date le premesse della dottrina generale, conseguente: v òè negi Tfp> Aètjiv . Altro è invece il quesito da risolvere, ed è precisamente questo: se le voci del verbo chiamato comandativo da grammatici possano ricevere il significato del pregare, si come si sa, che ricevono quello del comandare (l). E il Castelvetro lo risolve affermativamente, anzi affermando che quanto al significato tra le voci del verbo del modo chiamato da grammatici comandativo, e tra le voci del verbo chiamato desiderativo non vi è differenza alcuna. E qui richiamandosi a quanto ha già detto nella sua giunta al trattato de' verbi di messer Pietro Bembo , si fa a spiegare come la sospensione della certezza dell'atto, 0 della privatione , quindi il modo del desiderio e della preghiera (desiderativo, ottativo), si ottiene in due maniere, o manifestando i due sentimenti (del desiderio e della cosa desiderata) o uno manifestandolo e l'altro no: Ami io o Priego dio, acciocché io AMI, valgono la medesima cosa. Protagora, invece di vedervi una sospensione, vedeva nelYàeiòe una disposisione, mentre vi si può vedere e l'una e l'altra, il che è affar di grammatica. E confuta un altro difensore di Omero, Eusthathio, che intende Y àride come incitamento, perchè si comanda al minore, si conforta, o s' incita l'uguale, et si priega il maggiore , e nel comandativo non si ha determinazione di certezza, ma pure lo loda perchè mostra, meglio d'Aristotile, d' intendere e riconoscere il vigore del comandativo. La questione della funzione espressiva de’modi de’verbi è risorta anch'essa di recente con rinnovate teorie grammaticali. Ma la definizione di essi s'è dimostra inseguibile, perchè se può esser vero che, p. es., il CONGIUNTIVO – cf. Grice, INDICATIVE conditionals -- esprima il pensato, non è vero l' inverso, che cioè [Crediamo superfluo rilevare qui l'acutezza onde Castelvetro pone il problema, meglio che non abbian saputo i moderni editori d'Aristotile, non escluso Barthélemy Saint-Hilaire. La questione sollevata da Protagora, per quanto sottile, è di grammatica, e il Castelvetro l'ha risoluta colla grammatica e certo non meno acutamente di quanto avrebbe saputo fare un qualsiasi moderno credente nella grammatica. Sicché, per un certo rispetto, si potrebbe dir di lui, quel che è stato detto di filologi moderni, che ha ridotto la grammatica da muro di bronzo a un sottilissimo velo, in cui. basti soffiar dentro per distruggerlo, senza più adoperare il piccone: merito non piccolo, certamente.] il pensato si esprima sempre col congiuntivo. Ed è il problema di tutta la grammatica: dall'estetico al logico è lecito il passaggio, ma non è lecito ripassare dal logico all'estetico, e dare una funzione espressiva alla categoria ottenuta con una elaborazione logica dell'estetico e relativo annullamento dell'espressione. Neil' iniziare l'esposizione delle parti della favella poste da Aristotile (elemento, sillaba, legame,, nome, verbo, articolo, caso, diffinitione), Castelvetro fa una prudente dichiarazione preliminare, che cioè le cose di che si ragiona nella poetica possono anchora essere communi alla prosa, ciò è alla ritorica, o anchora ad altra arte, et ad altri, che a poeti, come alla grammatica, et a coloro che imparano a leggere: e su questa distinzione torna più spesso ad insistere, mentre altra volta non tralascia d'avvertire che queste differenze (delle vocali e delle consonanti) da quella della lunghezza, e della brevità in fuori pertengono alla compositione (prosa), et non a l'arte versificatola; e che versificatola e poetica non sono arti disgiungibili, il che menerebbe ad ammettere, ciò che per lui non è, potersi un poema comporre in prosa. Castelvetro sente vagamente il carattere intuitivo della parola, ma la concezione fornialistica gl’impedisce di penetrarlo e assumerne coscienza. Onde anche le infinite e minute distinzioni. Quelle parti della favella egli classifica come SIGNIFICATIVE, non significative – “pirot” --, divisibili e indivisibili, ricostituendole poi in tre gruppi: significative e divisibili (diffinitione, verbo, nome, caso); non-significative e divisibili (articolo – “the” – cf. “THE THE” Grice, ‘formal device’ --, legame, sillaba); non-significative e indivisibili (elementi). Divisi gl’elementi (lettere) in vocali e consonanti, classifica le une: per quantità di tempo; per diversità di snono: di spirilo; di acce?ito; di preferenza; di nome (osservando che questa consideratione tocca ne alla verificatola, ne alla compositione, ma alla grammatica, et a colui che insegna a leggere); e le altre: 1" per siniplicità, et compositione; per cominciare, et finire la sillaba; CROCE (si veda), Siile, ritmo e rima, in La Critica. La definizione, che, correggendo quella d'Aristotile ( OTOi%£tov /iri' inni' tp jteqì èQfir}veiag {Part.). Su questo punto essenziale s’osserva, seguendo CROCE (si veda), che Aristotile ha intuita la natura fantastica delle proposizioni non-logiche, ma che non riusce a separare la funzione linguistica dell’espressioni dalla funzione logica, il che lo conduce a gettare le fondamenta dell'estetica come è intesa modernamente. Né purtroppo Castelvetro riesce a vedere nel grave problema più chiaramente d’Aristotile. Ma è suo merito l'averne vista tutta l'importanza e l'averlo riagitato. Da questo punto fino alla fine della sposizione della terza parte della Poetica (Particelle) la trattazione esce dal campo strettamente grammaticale per entrare nel dominio particolare della teoria dell’ornato, che non c'interessa che indirettamente e per particolari punti di vista (p. es. pel barbarismo e l’aggiunto). Onde ci fermiamo nella persuasione d'avere sufficientemente dimostrato, esponendo, in ispecie, le teorie di Cavalcanti e di Castelvetro, che il problema delle categorie grammaticali e sintattiche è sebben fuori della grammatica propriamente detta, ampiamente e intimamente, per quanto i tempi lo concedevano, trattato: sicché tutti gli schemi grammaticali si può dire che sieno stati illustrati nelle loro origini e nelle loro funzioni, e non solo gli schemi, sì grammaticali che logici, ma tutte l’altre classi di accidenti grammaticali: il caso, la persona, il numero, il genere, il modo, il tempo, ecc. Il punto di vista generale rimane, s' intende, l'aristotelico, cioè il logico. Ma anche in questo, non che nel fatto stesso d'aver ripreso il problema fondamentale della grammatica, è un progresso. SI PREPARA LA VIA ALL’ELABORAZIONE DELLA GRAMMATICA RAZIONALE O FILOSOFICA alla Groce. E al medesimo fine e coi medesimi mezzi forniti d’Aristotile, riuscivano i critici della grammatica LATINA, BORDONI (si veda) Scaligero e SANZIO (si veda). La divampante polemica tassesca, attirando sopra di sé o le attività critiche o l'attenzione curiosa della maggior parte de' letterati d'Italia, non è l'ultima cagione per cui, smorzandosi le minori polemiche intorno agl’avvertimenti di Salviati e alle questioni linguistico-grammaticali, gli eruditi e i grammatici sono come distratti dall'opera di legiferazione del volgare, o meglio dalla continuazione d'un lavorio ormai secolare a cui per forza d' inerzia e per quel consenso che sempre viene accordato alla tradizione forse avrebbero, in mancanza d'altro, potuto attendere. Cade qui in acconcio un' osservazione già stata fatta da altri a proposito della smoderata letteratura dantesca contemporanea. Vi è in ogni periodo storico una folla di spiriti inerti e oziosi, benché nelle loro ilia ca Una sommaria esposizione degli studi e delle compilazioni di lingua, di grammatiche e di vocabolari nel Seicento, come complemento del suo contributo alla storia della critica, ' La critica letteraria nel sec. XVI ', diede in Ricerche letterarie, Livorno, 1897, pp. 2S8-312, F. Foffano, che, col Vivaldi, fu dei pochissimi a rivolgere l'attenzione su questi prodotti letterari. 1 Su questa e le altre, U. Cosmo, Le polemiche tassesche, la Crusca e Dante sullo scorcio del cinque e il principio del seicento, in Giorn. st. d. leti, il. (:,j Croce, // monoteismo dantesco, in La Critica. nifestazioni esteriori sembrino molto attivi, che ha bisogno di gettarsi sopra l'argomento di moda e sfogare in esso un' inutile avidità di sapere: dantisti oggi, manzoniani ieri, puristi ier l'altro, arcadi in tempi meno recenti, lettori accademici, legislatori del bello, grammatici in più lontane età. Tra il cader del Cinquecento e gli albori del Seicento, oltre la tassesca e quella non mai interrotta della lingua, più altre questioni tenevano agitata la repubblica letteraria, che ben rispondevano allo spirito che si rinnovava, a quel bollor di vita, che potè sembrare e fu in gran parte bizzarra, stranamente gonfia ed enfatica, ma che pur era vita: questioni che, come le altre due specificatamente accennate, si riducevano e rientravano in fondo tutte in quella generalissima della poetica, ormai cresciuta ed organizzata in corpo sistematicamente completo e sviluppatissimo di dottrina, che dall'Italia trasmigrava per tutta 1' Europa colta. Eravamo allora in quel più acuto studio della poetica in cui la teoria, uscita ben determinata dall' imitazione, nel diventar legge, cioè nel giungere alla sua codificazione completa per esser subito poi, con lo scoppiar del razionalismo e le formule dell' ingegno e del gusto, completamente disfatta, doveva essere applicata alle opere d' immaginazione o già passate o che ora venivano spuntando: l' Orlando Furioso, la Gerusalemme Liberata, Y Orbecche, il Pastor fido, oltre che la Divina Commedia sempre immanente nell'ammirazione e nel cuore degl'Italiani, benché cedesse ora il campo al Tasso; e ben si comprende come i dibattiti teorici, intrecciandosi naturalmente alle polemiche personali la serie dalla caro-castelvetrina già da noi discussa alle più recenti sarebbe lunghissima e attirando su di sé gli spiriti accaldati, quasi non altro da fare lasciassero ai letterati in questo campo di critica, cioè nell'unico campo della critica allora aperto, che la parte d'attori o di spettatori appassionati nel gran torneo schermistico. La grammatica, che dalla poetica era ritenuta quasi vile strumento meccanico, cioè dunque facoltà considerata assai inferiore, perdeva necessariamente ogni attrattiva. Senza dire che un altro sfogatoio erane le lezioni onde risuonarono tutte le Accademie d'Italia, e specialmente ora quelle di Firenze e di Padova; e che uno sfogatoio anche maggiore sarebbe stato tra poco la prima edizione del vocabolario dell'Accademia della CRUSCA, su cui si dovevano versare in tutti i secoli posteriori tanti fiumi d' inchiostro. Capitolo nono 269 Ma all' infuori di queste circostanze clica taluno potrebbero sembrar troppo esteriori ed estranee al movimento grammaticale, due altre intimamente con esso connesse lo attenuarono in questo periodo: 1" l'ordinamento scolastico; l'essersi detto quanto s'era potuto dire in fatto di grammatica; cioè da una parte l' essersi con le ricerche e sistemazioni del Salviati conchiuso il vero periodo produttivo delle osservazioni delle redole, dall'altro il non schiudersi ancora le scuole all'accoglimento, non già del volgare, ma del suo codice grammaticale. In sostanza quella che fu detta, ma, come altrove accennammo, in fondo non fu, la reazione del volgare contro il predominio tirannico del latino, si era affermata inalberando con la ferma mano del Bembo il vessillo dell'uso trecentesco specialmente petrarchesco per la poesia, decameronico per la prosa, e sotto quel vessillo e con quel duce aveva lottato ostinatamente e finendo col trionfare, per tutto il Cinquecento: antibembeschi più o meno valorosi, più o meno coerenti, non eran mancati; ma, di contro ai comuni avversari, cioè i pedanti del latinismo, gli umanisti bastardi e in ritardo, la lotta era stata più o meno concorde, e l'aveva animata un medesimo spirito di modernità e d' italianità, e, felice espediente o necessità storica che fosse, il segreto della vittoria era stato appunto quell'essersi eletto a rocca di difesa un sicuro punto strategico, il Trecento, donde si poteva fronteggiare l'esercito del classicismo antico senza perder dietro sé le schiere dei novissimi soldati dell'arte moderna. In altre parole, la causa del volgare si sarebbe vinta con una concessione, cioè non legiferando solo sull'uso vivo, ma ponendo a base della nuova grammatica quanto della lingua ormai vincente poteva parere ed era già consacrato da un periodo non breve di due secoli. Comunque, con quell'orientamento o in quell'atteggiamento s'era combattuto e vinto: di maniera che, da quella bibbia, in cui era stata la fede, del Decameron e con quei fondamentali principi ond' era stata interpretata, del Bembo, s' era finito di cavare, con gli Avvertimenti del Salviati, tutto il nuovo credo grammaticale, con cui si doveva e parlare e scrivere raodtrnamente e italianamente, e, quali e quanti si fossero i seguaci di codesta dottrina, quali e quante fossero state le opposizioni, le restrizioni e le riserve, il certo si è che ormai tutto si poteva • msiderar come già detto, dimostrato, codificato, e nulla rimaner di nuovo da poter dire e fare in quel campo: come succede quando una legge è sanzionata, ormai si trattava di solo applicarla: in questo si poteva desiderare come un regolamento, cioè uno strumento facile, che servisse di guida e di lume nell'applicazione; e vedremo infatti tra poco il Lombardelli, il quasi credutosi incaricato di compilar codesto regolamento, desiderare una grammatica intera, piena, risoluta e facile, la quale appena si potrebbe cavare da tutt'i detti Autori ; ma di una nuova produzione o investigazione grammaticale non si sentì, e non si poteva nel fatto sentire, il bisogno, tanto più che, come ora diremo, nei quadri dell' insegnamento scolastico la grammatica del volgare non era ancora stata ricevuta come disciplina autonoma e necessaria. Anche qui, per riflesso della più vasta guerra combattuta nel campo della cultura in difesa del volgare, anzi per un conseguente movimento strategico (si pensi che nella scuola, di natura sua conservatrice, le novità si fanno strada quando non sono più tali), s'era lottato e, se non vinto, non anco per certo perduto, non dico imponendo, ma accettando un patto conciliativo : l' insegnamento grammaticale doveva esser impartito ancora con e per la grammatica latina e per l'uso del latino, ma per mezzo, e non sicuramente in opposizione violenta del volgare: così si sarebbe poi finito col conciliare in un medesimo insegnamento l'una e l'altra lingua, pur sempre tuttavia, s'intende, con lo schematismo grammaticale latino, sino a tanto che anche l' italiano non avesse avuto con la sua grammatica il suo insegnamento ufficiale autonomo, che invero per la generalità accadde assai tardi. Del resto, senza richiamarci alla più antica tradizione dell' insegnamento rettorico de' dettatori bolognesi e di Dante stesso, che potè esser maestro, se non di grammatica, di rettorica volgare ne' suoi cadenti anni ravennati, né alla meno antica de' lettori quattrocentisti dello Studio fiorentino disputanti anche di grammatica volgare intorno all'arte delle tre Corone, basti il ricordare qui un fatto già accennato da noi come prova d'un'altra dimostrazione, che cioè, vale a dire nel primo vero affermarsi della grammatica del volgare, e un anno o due prima di quell' imbelle e non estremo attacco del convegno bolognese in contradittorio preparato e fallito anche perchè non preso sul serio a' danni dell'italiano, un anonimo grammatico latinista, che, se è vera la congettura dello Zeno, del vetusto Donato portavaanche il nome, dato che fosse quel Donato, veronese, che s'era distinto nella pubblicazione di altrettanti lavori latini e greci col medesimo tipografo, non s'era peritato di stampare una Gramatica latina in volgare , invocando, si badi bene a questa assai eloquente circostanza, invocando, dico, perdono, se non ivi gli era riuscito di servare tutte le regole e osservazioni della lingua volgare: Avete già veduta rettorica in volgare, aritmetica, geometria, astrologia, medicina, filosofia, teologia, ed altre innumerabili scienze: avete veduta eziandio gramatica della lingua volgare: non vi rincresca vedere ancora questa della Ungila latina, non forse men necessaria di quell'altra. E se per avventura, troverete non aver lui [l'Autore] servate tutte le regole ed osservazioni della lingua volgare; perdonategli, perciocché non la volgare gramatica, ma la latina vuol insegnarvi hi parlar volgare C). Opera nuova questa non era, come l'anonimo autore non senza pur legittima compiacenza, asseverava: poiché di grammatiche latine-volgari in volgare, come anche latine-francesi in francese, argomentammo essersene divulgate necessariamente, sebben poche, nientedimeno fin dal sec. XIII: nel sec. XV, nel pieno rigoglio dell'umanesimo, codeste grammatiche latino-volgari, salvo rarissime eccezioni, s'era tornati a dettare naturalmente in latino: il che spiega il vanto dell'anonimo cinquecentista: ma sì era nuovo lo spirito e l'atteggiamento con cui la pubblicava, e che era quello di chi pur aveva e non poco da concedere così presto al volgare che veniva imponendosi perfino nei penetrali più intimi del latino, cioè nella sua grammatica, come più volte vedemmo. Per entro il più maturo Cinquecento numerose prove si potrebbero raccogliere di altrettali, ora più ora meno ampie, concessioni e nei dibattiti e nei trattati e nelle scuole, che per amore di brevità e perchè le istituzioni scolastiche non sono per l'appunto l'oggetto diretto della nostra ricerca, noi tralasceremo: ma non senza averne addotte alcune poche di età diverse quasi a stabilire le pietre miliari d'una lunga via che doveva condurre alla logica risoluzione d'un così complesso problema. Ne ho data una di poco posteriore al primo quarto del secolo. Verso la VI qui. La grammatica della lingua romana in volgare, assai più nota e divulgata, di Priscianese.] metà e poco prima d'essa, Fabrini da Fighine così annotava un luogo del Sacro regno, da lui di latino tradotto in volgare, del Patrizio: Discostandomi un poco dall'opinione del mio Patritio, dico che non manco ne la volgare si debbe affaticare , perchè tutti che s' hanno a dare a le scienze, debbono imparare prima bene la grammatica volgare, cioè della lingua loro (:), osservazione parsa fortissima al Gerini, memore del luogo del Varchi, in cui è affermato l'assoluto divieto, a cui non si mancava senza esser puniti, di servirsi del volgare nelle scuole, e del De liberis recte instituendis del Sadoleto, dove non si fa alcun cenno della lingua italiana (s). Se non che questo silenzio e quello stesso divieto che cos'altro dimostrano se non la forza irresistibile del volgare? Nel terzo quarto di secolo, e precisamente, una prova più forte ce la fornisce quell'arguto libretto, degno d'esser raccomandato ancor oggi a maestri di latino e di italiano, che va sotto il nome di Aonio Paleario, uno degl' interlocutori del Dialogo, anzi l'interlocutore, che, biasimando le false esercitazioni de' grammatici, addita sull'autorità di CICERONE (si veda), i sani precetti, dal titolo // graviatico ovvero delle false esercitazioni nelle scuole. L'operetta è diretta agi' insegnanti di latino e a condannare il metodo di chiosare il latino col latino già lamentato da Cicerone, e col quale in luogo delle buone, e proprie parole, che aveva usate il buon Poeta, dichiarando così, [il grammatico] poneva le non proprie, e non idonee (p. 37); così, cioè sosti I ' De la Teorica della lingua dove s'insegna con regole generali et infallibili a tramutar tutte le lingue ne la lingua latina . In Venetia, appresso G. B. Marchio Sessa et fratelli, Appresso Nicolini). Nella deci, a Cosimo de' Medici accenna a una. pratica della lingua da lui fatta, che è un volume grandissimo. Il canone del Fabrini si riassume in queste sue parole della medesima dedica: Non trovo né trovai mai, né il più fedele, né il più dotto, né il più pratico consigliere che la sperienza . La Teorica è una bella sintassi de' casi con altre regole concernenti i gerundi, (piai è stata poi esposta recentemente ne' volumetti tipo Gandino. In Venezia, appresso Domenico e Giov. Battista Guerra, fratelli; ma la prima edizione è del 47. (J) Gerini, Codesto libro fu (rad. da 1. Montanari con annotaz., Ili ed., Parma, Fiaccadori, 1S47. (4) Venezia: ma io ho l'edizione perugina del Costantini, MDCCXVII. Capitolo nono 273 tuendo ad Arma virumqiu amo ' Ego Virgilius canto bella et Aeneam illuni hominem fortissimum ', come farebbe chi, volendo chiosar la sentenza onde s'apre il Decameron, ' Umana cosa è aver compassione agli afflitti ', dicesse 'è, existe, appare: cosa, una faccenda, una impresa, una bisogna, umana di uomo, o mortale, o di mortale, aver compassione, aver misericordia '. E qual metodo suggerisce il Paleario? La parafrasi in volgare, la versione e la retroversione, cioè il metodo comparativo che importa lo strumento e l'uso della grammatica e della lingua volgare. Né, si badi, perdendo di vista gl'interessi del volgare, anzi intimamente collegandoli con quelli del latino, in modo che gli uni non si favoriscano senza insieme favorir gli altri. Voi dite , si fa dire Aonio dal suo interlocutore, che il modo che tegniamo, nel leggere e nel dichiarare le lezioni latine, farà, che non mai i fanciulli impareranno la lingua latina: e l'epistole, che noi diamo volgari, acciocché le facciano latine, faranno, che non mai sapranno scrivere non solamente un'Epistola latina, ma non pure una leggiadra lettera volgare (p. 16), per poi così ammaestrarlo: dichiarate le lezioni latine con la lingua volgare, e così esercitate i fanciulli che repetano volgarmente, e non corromperete la lingua latina, ma in un medesimo tempo insegnerete loro la copia, e la proprietà di due lingue, di maniera, che in breve potranno verissimamente scrivere coll'una, e coll'altra, ed avendo imparato da voi, potrannoi giovanetti esercitarsi in tradurre l'epistole di Marco Tullio, ed essendo loro mostro dal Maestro le maniere, ed i modi di dire diversi, scriveranno da loro stessi lettere, ed orazioni latine, e toscane leggiadrissimamente (p. 52). E contro l'uso, prevalente anc'oggi nelle nostre scuole, delle traduzioni dal volgare in latino, così esplicitamente ammonisce, dandone lumi anche per l'arte dello scrivere in italiano: l'idioma della lingua latina è molto diverso dal nostro volgare, ne è maggior sciocchezza al mondo, che voler esser volgar latino, o latino volgare. Da questi errori sono nati gli stili falsi Toscani del Polifilo, e gli stili falsi latini, o moderni, di che è impestato il mondo: a volere scrivere dunque leggiadramente nell'una, e nell'altra lingua, bisogna avere tuttavia l'occhio, e la mente a questa diversità, ed oltre alle parole di tali lingue, i modi, le maniere, i tratti, le grazie, gli ornamenti, li quali si mostrano sparsi negli scritti degli buoni Autori, non altrimenti, che nelle più serene notti le stelle, nel Cielo. E, additati i cattivi effetti che nascono e permangono per tutta la vita da codeste false esercitazioni, acutamente osserva: e quello, che è cosa maravigliosa, se alcuni si voltano, e si danno alla miglior letteratura, avviene, perchè sono di eccellentissimo ingegno, il quale essendo avvezzo in tutte le azioni sue a seguire la ragione, come verissima guida, veduto, e conosciuto il vero, si, muove con grande impeto, e spezza, rompe e fracassa ogni velo, ogni falsa opinione, che teneva occupato e prigione l'animo. Laonde camminando col lume della ragione per nuova via, fanno cose miracolose. E senza tuttavia abolire addirittura l' insegnamento della grammatica che riduce a' suoi veri termini e contro cui arriva a formulare questo rivoluzionario principio, " non fidarsi mai di regole di grammatico alcuno, manifestamente dimostra che, se un esercizio giova, questo è di leggere gli scrittori e in essi studiare le regole. Osservato che giovinetti riescono a scrivere boccaccescamente e alcuna donna a scrivere petrarchescamente, domanda: Chi insegnò a quella Donna? alcun maestro di grammatica le dette il Tema?... Chi adunque le insegnò, altro che la diligenza nel leggere, ed osservare le parole, conoscere i concetti, dilettarsi dell'armonia, de' numeri, ch'empiono le orecchie, accendono l'animo all' imitare?. Non è peraltro per illustrare il buon metodo consigliato da lui che noi ci siamo qm indugiati intorno alle vedute del Paleario, ma specialmente per dimostrare coni' egli, discorrendo di precettistica grammaticale latina, ha continuamente il pensiero al volgare, senza il (piale, non era ormai più possibile 1' insegnamento classico e al quale, ben s'argomenta, miravano le scuole stesse come a disciplina in cui non era più lecito ormai non erudire i fanciulli. Un altro pedagogista tutt'altro che moderno, Meduna di Motta [L'ufizio del gramatico, come poco dianzi elicevamo, è insegnare con la lingua che ha propria, e che è comune a lui, ed agli scolari; conoscere le parti dell’orazione, e variare, o declinare, come voi dite, le parti declinabili, e congiungere attamente le parole insieme sempre avendo l'esempio avanti cieli ì buoni autori, etc. Abbiam visto il Lapini scriver in latino la grammatica del fiorentino. Ricordisi anche la Contesa di cui si fece cenno. di Livenza nel Friuli, in una sua opera in tre libri intitolata Lo scolare nel quale si forma a pieno un perfetto scolare, discorrendo della Grammatica, che chiama, secondo l'antichissimo canone, madre di tutte le altre discipline, e che, secondo lui, impone leggi all' ortografìa, alla prosodia, all' etimo logia, alla sintassi, alle figure, ai tropi, alle sentenze, all' 'analogia, raccomanda egualmente lo studio teorico e l'esercizio pratico, il primo sui testi antichi e moderni quali il Valla e il Perotto, ma aggiungendo che non si sarà grammatico senza aver imparato a memoria tutto Donato con le regole di Guerino, per lasciar da un lato i Cantatici e i Mancinelli • una vera indigestione, insomma, di grammatica latina d'ogni età e d'ogni fatta. Eppure non dimentica la lingua volgare né di raccomandar in proposito le Prose del Bembo, le Osservanze del Dolce, le Annotazioni del Ruscelli, sparse, e la Grammatica del Castelvetro C), cioè tutti i veri grammatici stati in voga nel Cinquecento fino all'anno in cui egli scriveva e venivano in luce gli Avvertimenti del Salviati, che evidentemente ancora egli non conosceva. Anche l'Antoniano, che il Castelvetro chiamò miracoloso mostro di natura , ne' tre libri dell' Educazione cristiana de* figli ', dove consiglia di liberar i fanciulli dalle molestie della grammatica, di cui non intendono i termini, facendogliela apprendere indirettamente sugli autori, non riprende qualche studio della lingua volgare e a tal uopo consiglia le versioni. Finalmente, per arrivare al tempo in cui ci troviamo con la nostra narrazione, due altri notevoli esempi dovrei addurre, quello del Possevino, autore di un De cultura inge?iiorum e l'altro del perugino Crispolti, autore di un Idea dello scolaro che versa negli studi (fi), entrambi scriventi nel 1604, per confermare come la tradizione che Venetia, Fachinetti, -S ',yr. Cfr. Gekinm. op. cit., II, 405. Correzione all' Er colano cit., p. 54. In Verona, per Bustina delle Donne, 15S4. Il Castelvetro lo dice scolaro di L. G. Giraldi; il Varchi, nell'Ere ola no (ed. cit., p. 423 e l'annotatore delle Opere di Sp. Spero?ii (tomo II, p. 2ir) lo dicono scolaro del Caro, ma il Castelvetro ( Correa., in Ercol. cit., p. 32 lo nega. Cfr. Gkrini. Venetia, Ciotti. Cfr. Gerini, Ant. Possevino scrittore educativo, in L'oss. scolastico, Perugia.] si ricollega a quell'anonimo del 1529, fosse andata ormai mettendo sempre più salde radici. Tuttavia e concluderò così questa lunga parentesi l' insegnamento della grammatica volgare non era peranco ufficialmente riconosciuto , né aveva perciò programmi e testi suoi, se anche indirettamente venissero ad essere svolti gli uni e consigliati gli altri: e al consiglio bastavano i grammatici cinquecentisti or or nominati, aggiuntovi naturalmente il Salviati. Queste le varie cause onde secondo noi in questo periodo, che dal Salviati va al Buommattei e al Cinonio editi che il primo di questi due cominciò ad attendere all'opera sua non leggera né facile fin dal 1612, la rigogliosa fioritura grammaticale cinquecentesca s'arrestò; ma senza, naturalmente, avvizzire ne intristire del tutto. Non foss' altro, se anche non furono propriamente grammatici nel senso ristrettissimo e compiuto della parola, avemmo due diversamente benemeriti e orientati cultori delle discipline grammaticali, entrambi senesi, come senesi furono in questo momento ben altri partecipi del movimento linguistico, quasi l'accampamento di Firenze si fosse attendato a Siena, che di valore per tutto il Cinquecento aveva mostrato notevoli esempi, basti ricordare il massimo del Tolomei: Orazio Lombardelli, cioè, e Celso Cittadini: l'uno, precettista pur esso d'una parte della grammatica, 1' ortografia, la pronunzia e la punteggiatura, che, riassumendo e vagliando i meriti di precedenti grammatici e vagheggiando un nuovo tipo di grammatica più nei rispetti dell'assetto esteriore che del contenuto legislativo, additò, come conscio de' bisogni d' un' educazione intellettuale più vasta e moderna per gli effetti della produzione letteraria, se non un piano di riforma degli studi, certo un sistema più organico e complesso dove fossero mostrati nella loro rispettiva funzione i fonti dell'arte, gli strumenti, i metodi, i fini; l'altro, filologo per proprio o per altrui merito, che, plagiario o no, dimostrò d'intendere il valore delle indagini dei Tolomei, dei Castelvetri, dei Bartoli, divulgando i principi e gli elementi di quella gramma (,'j Una Cattedra di lingua toscana tu istituita, come s'è visto, dal Granduca: a Siena ne fu primo lettore il Borghesi nel 1589. Col decreto del 1571 ricordato dal Borghini il Granduca ordinò che fossero compilate regole della lingua fiorentina da leggersi in tutte le scuole.] tìca storica, che, già rosi ben promettente nel suo giovanil rigoglio e assurta già .1 fastigi veramente impensati, senza per altro che quei cultori si stringessero scientemente come pochi ma saldi anelli di una catena in una comune tradizione, doveva poi, a maggiore danno, almeno per tutto il Seicento, quasi miseramente perire o giacere dispetta e scura, di contro alle in gran parte inutili, infeconde e noiose logomachie intorno al vocabolario della Crusca. Il Lombardelli, anch'esso già da altri lodato di non aver mai disgiunto nella sua precettistica e nel suo insegnamento gli studi del volgare da quelli del latino, non fu davvero poco ferace nella sua vita che non dovette esser lunga: poiché delle sue opere, elencate tutte da lui stesso ne' suoi Aforismi scolastici^, le grammaticali o che con la grammatica hanno una certa relazione se non altro per il metodo, a prescindere dalla parte anche da lui presa alla polemica tassesca, sono nientemeno che dodici. le più d' indole strettamente ortografica o ortoepiche, altre quasi lessicali, e quasi tre pedagogiche o didattiche: di tutte la più notevole è naturalmente quella dei Fonti Toscani. Della principale di quelle ortografiche, V Arte del puntargli scritti edita nel 15S5, ma di cui aveva già dato un saggio molto bene accolto fin dal 66, sarebbe detto tutto quando, ri Gerini. In Siena presso Salvatore Marchetti, 1603 (sono 887, distribuiti in 68 distinzioni). \z L'elenco è ripetuto in Gerini. Quelle che più direttamente c'interessano sono: I. Dei punti e degli accenti, clic ai nostri tempi sono in uso tanto appresso i Latini quanto appresso i Volgari. In Firenze, per li Giunti, 1566. II. L'arte del puntar gli scritti, formata ed illustrata, Siena, presso Bonetti. Memoriale dell'arte del puntar gli scritti. In Siena, Bonetti, 158S (Verona, 1596). IV. La difesa del zeta (già cit.). V. / riscontri grammaticali. In Firenze, due volte e in Siena. VI. La pronuncia toscana. In Fiorenza, presso il Marescotti. VII. L fonti toscani. In Firenze, appresso Marescotti (cfr. Conte Silvio Feronio, // Chiariti, Dialogo, ove trattandosi de' fonti toscani d'Orazio Lombardelli, si va ragionando d'altre cose. In Lucca, presso il Busdrago. Le eleganze toscane e latine. In Siena, 1568, e in Firenze, Marescotti, 1587. IX. LI giovane studente. \\\ Venetia. Gli aforismi, S conosciutane l'abbondanza e la metodica trattazione della materia, si fosse ripetuto l'aforisma a cui egli s' ispirò nel forviarla ed illustrarla: lingua fiorentina in bocca senese, principio contradittorio, col quale egli cercò di trovare una via conciliativa tra il primato fiorentino e il diritto che Siena s'arrogò e le fu riconosciuto d'emular Firenze e che esprime, come vedremo, .issai bene uno de' nuovi aspetti della rinnovantesi critica letteraria; ma, a lode del libro, occorre aggiungere che ha il merito d'aver registrato, al cap. 4 della parte prima, per ordine alfabetico, tutti i precedenti trattatisti italiani e latini della materia con l'indicazione delle opere o de' punti particolari ih cui ne trattarono: tra i latini, Aldo Pio Manuzio in calce libri quarti grammaticarìim institutionum, il Valla al cap. 41 lib. YI Elega?iliarum, lo Scoppa, il Vives nel suo De ratione studii; tra gl'italiani, il Franci, il Firenzuola, Cavalcanti (5'1 della Rettorica), il Lenzoni (3a giorn. della Difesa della lingua fior, e di Dante), il Tolomei (in una lettera a m. F. Benvoglienti), V Alunno, il Trissino, il Ruscelli (in Del modo di comporre in versi e sopra il Furioso), il Salviati, il Castelvetro {Sposiz. della i& particella della V parte della Poetica di Aristotele), il Dolce, il Toscanclla, il Giambullari, il Bembo, il Neri Dortelata {Osservai, per la pr. por.). Quanto al contenuto, basterà osservare che, premesse alcune avvertenze per intender più agevolmente l'opera e servirsene con frutto, circa le persone a cui si aspetti la cognizione e il buon uso de' punti (maestri, stampatori, scrittori, pubblici ufficiali), sulle cagioni de' grandi abusi, che nell'arte del puntar si passano (3), sugli autori che hanno scritto de' punti (4), sulle stampe che sono più corrette nel buon uso de' punti, passa alla descrizione del punto trattando del trovamento, della necessità, e dell'ordine naturale de' punti, degli Autori che rendon testimonianza dell'autorità de' punti (3), della convenenza, e disconvenenza, o vero della comunità, e differenza, che si ritruova tra' Punti '4); indi a discorrere del sospensivo (la nostra virgola), trattando del nome, figura, ordine, necessità, descrizione, regole con appendici e eccettuazioni: poi del mezopunto, ;, del coma, :, (VI) mobile (.), interrogativo, affettuosa (la nostra esclamazione), Parentesi, Apostrofe, Periodo. Onesti trattati di punteggiatura, più o unno completi, ]>iù ci meno polemici, accompagnarono sempre in connessione 0 no con i vari sistemi ortografici in tutto il suo secolare svolgimento la vessatissima questione della lingua, non pure a partir dai precursori senesi e fiorentini del Trissino nella riforma delle nuove lettere fino agli ultimi manzoniani, senza che ancor Oggi, .1 proposito di vecchi e di nuovi sistemi di punteggiatura (si ricordino gli esempi del Leopardi seguiti da Carducci e ancor più dal D'Annunzio parchissimo eli punti e del Manzoni che n'è invece larghissimo), non si tenti con inutilità manifesta rinnovar le vecchie diatribe, ma anche nel precedente periodo che corre dal De vulgari eloquentia alle contese quattrocentesche prò e contra le tre Corone. Vedemmo già, a non ricordar altri, il Petrarca risponder con un trattatello dell'arte di puntar gli scritti al Salutati che gliene aveva mosso questione. Ho parlato d'inutilità manifesta: poiché, risoluto ormai, come dobbiamo ritener che s'è fatto, il problema filosofico sul linguaggio con identificare l'estetica con la linguistica generale, non s'intende proprio come si chieda, per es., al D'Annunzio perchè non si degni conformarsi all'uso ormai comune e intorno al quale l'accordo s'è ottenuto così nella grafia come, s' intende, essendo l'i - .1 questione, nella punteggiatura, quasi volendolo rimproverar come d'un'inutile bizzarria o d'una posa e chiamandolo responsabile de' cattivi effetti che il suo capriccio tirannico può produrre sull'arte e sulla scuola. O non sono anch'esse e le forme speciali ortografiche e le specialissime interpunzioni d'un poeta le sue parole interiori? Egli parla con sé a quel modo, ed è illogica e tirannica quanto vana la pretesa di voler che e' parli secondo un uso astratto, cioè dica delle parole mute. Anche ne' punti è egli sempre il Poeta quale si dimostra in tutta l'originalità delle sue visioni. Mentre invece il problema non era vanamente trattato e discusso con più o meno vivo calore, quando, nel! 'affermarsi e nello svolgersi della nuova letteratura e, concedo ancora, nel romantico rinnovarsi di essa, allor che ancora la vera formula estetico-filosofica non era stata [Riguardavano, s'intende, specialmente il latino; ma, a tacer d'altro, il Borghini, come abbiani visto, ricordava d'aver visto un libro tra quelli del periodo intorno all'ortografia, della quale i nostri antichi -non curarono affatto , loc. cit. 280 Storia della Grammatica trovata, la coscienza artistica non si poteva appagare degli scarsi segni eravamo ridotti quasi al solo punto ereditati dal primo Trecento, né de' nuovi che venivano o rintracciati nell'antichissimo uso o novellamente foggiati. Nessuno di que' nostri trattati fu inutile o arbitrario prodotto da trascurarsi a chi fa la storia e delle istituzioni didattiche e dello spirito filosofico, poiché ciascun d'essi era l'effetto d'uno sforzo, d'un bisogno a cui ben si sentiva non era facile sottrarsi, quando si fosse voluto esprimere con pienezza il proprio pensiero; o meglio quando si fosse voluta schiarire e possedere l' immagine interiore del proprio pensiero. Potevano credere quei trattatisti di dirigersi al comodo pratico non pur degli apprendenti sì anche de' tipografi e scrivani pubblici; in latto essi rispondevano ai quesiti infiniti che sorgevano nella coscienza artistica de' nuovi produttori della letteratura: e il moltiplicarsi di codesti trattati, e l' ingrandirsi del loro corpo fino alla mostruosità dell'ampio volume veniva a segnar via via il loro fallimento completo di fronte alla scienza, che non conosce leggi fonetiche, né grammaticali, né, particolarmente, ortografiche o di accentuazione e interpunzione. Si noti, infine, a conferma di tutto questo, che ciascun d'essi s'eleggeva il principio che meglio e più rispondeva alla sua coscienza artistica, appunto perchè il loro senso estetico, ossia il loro particolar modo di sentire, si ribellava a ogni altra legge che in qualche modo lo violentasse nella sua libera e piena manifestazione: e il Lombardelli non cavò di sua testa il principio che è fondamento della sua dottrina ortografica, lingua fiorentina in bocca se?iese, né nel formularlo s' ispirò) come dice il D' Ovidio , al lodevole esempio di moderazione che gli era stato porto dal suo più illustre concittadino Tolomei; ma lo dedusse dal suo particolar gusto di senese, anzi di artista, quale si fosse, del suo volere e dover esser lui e non altri. Il Petrarca s'è già visto era arrivato perfino a crearsi de' segni particolari, più che d'interpunzione, di rilievo, direi quasi, e di colorimento per certi speciali atteggiamenti del suo pensiero artistico. Sui fonti Toscani, la più nota e diffusa opera del Lombardelli, ebbe già a portare la propria attenzione il D'Ovidio, che ne ] biasimò il titolo per esservi stati sotto compresi concetti disparatissimi con criterio goffamente didattico, e non ne risparmiò naturalmente il contenuto. Riconosce peraltro che il libercolo non iindegno di studio; giacchèj quantunque farraginoso e sconnesso, ha qualche importanza per la questione della lingua e per quella dell'origine, contiene qualche buon ragguaglio, e propugna con urbanità opinioni temperate e conciliative. Retto e mite per natura, quale si dimostra anche nell'atteggiamento benigno verso il povero Tasso, il Lombardelli non cadde in eccessi (l), come il Bargagli, vero separatista tra il fiorentino e il senese, né in quella violenza in cui trascese, più tardi, per esserne il capro espiatorio, il Gigli ("). Per fonti il Lombardelli intende tutte le sorgenti onde possiamo derivare rivoli e fiumi d'eloquenza toscana. Ne fa dodici categorie: la lingua latina; la voce viva dei popoli di Toscana ; le scritture del buon secolo; i linguaggi italiani; la lingua greca; i linguaggi stranieri; gli autori della teorica di nostra lingua; le traduzioni; gli scrittori di prosa moderna; io. i poeti; i prosatori scelti; e i tre sommi del Trecento. Quanto alla settima, osservisi che gli autori della teorica di nostra lingua per il Lombardelli non sono solamente i grammatici, ma tutti coloro i quali ci insegnano, come si debbia parlare, e scriver lodevolmente, con regole, avvertimenti, e precetti di Grammatica, di Rettorica, e di Dialettica, guidati anco talora, e praticati per via di Istorie e con ragioni, prese dalla Filosofia, e d'altronde (pp. 46-7). De' grammatici propriamente detti raccomanda i più recenti, designandone il grado d'attendibilità: se pur nel Dolce ha difetti, si trovan notati dal Ruscelli, se nel Bulgarino, si trovan ripresi dal Zoppio, e difesi da lui proprio e dal Borghesi. Se finalmente dal Borghesi e dal Salviati, né ho da parlar io nelle riprese dodicesima e tredicesima del penultimo fonte. Ma torno a dire intanto che per quanto appartiene a questa parte della Teorica di nostra lingua, gli ho per guide sicuris Pe' plagiari del Tolomei, in Pass, bibliogr., I, 467. Ma di plagio non si può parlare riconosce il D'Ovidio tranne che pel titolo e qualche idea e osservazione particolare. Il Lombardelli non ricorda del Tolomei solo le opere a stampa. (:) Le corr. cit. 2S2 Storia della Grammatica sime (p. 58). Ma ciò non toglie che egli non si taccia a esporre un lungo catalogo di desiderata con la più grande disinvoltura: si desidera una Gramatica intera, piena, risoluta, e facile: la quale appena si potrebbe cavar da tutt'i detti Autori. Poi un ampio Tesoro, dove sien raccolte tutte le voci attenenti al puro toscanesimo, scelte con buon giudizio tra le antiche, e le moderne, sposte con la copia, esaminate nella origine, nella proprietà, nella proporzione, o corrispondenza, nelle differenze, nelle costruzioni semplici, e nelle figure, avvivate con gli opposti, ornate degli epiteti e degli aggiunti, assicurate finalmente, ed approvate con diverse parti degli scrittori del buon secolo e de' più regolari del nostro, specialmente di quei dello ultimo fonte... Mancane un Vocabolario, non indirizzato a quei che aspirano all'eloquenza, ma alla turba, per intendere tutt'i vocaboli del Volgo e degli Antichi: e potrebbe farsi a imitazione o di quel Polluce greco, o di quel d'Anton Nebrisense, spaglinolo, e latino: poiché non ci può sodisfar la Tipocosmia d'Alessandro Citolini da Serravalle. Mancavi un Dizzionario poetico; e forse alcun altro d'altra sorte rispetto alle diverse arti e professioni.). Ci manca un Proverbiarlo cominciato già dal nostro sodo Intronato. Una sindacatila [manca] sopra a tutti i pregiati scrittori toscani antichi e moderni, come fu fatto per gli antichi da Quintiliano e Tacito in Cicerone, da Polemone in Sallustio, da altri in ( hnero e Virgilio, dal Valla in diversi (ib.). Ricordate le promesse di Vocabolari di G. C. Dal Minio, del Ruscelli, del Salviati, annunzia quelli del Persio e della Crusca: ragguaglia che Ottaviani Ottaviano suo allevato, scolaro di medicina, stava componendo la correzione degli abusi introdotti nella lingua (forestierumi, dialettalismi e idiotismi vernacoli); annunziala [Il Lombardelli era, sembra, scontento della non scarsa letteratura proverbiariesca a lui anteriore: per lo meno ignote non gli dovevano essere le varie edizioni della Civil conversazionidi Stefano Guazzo. Cfr. per questo argomento, Xovati, Le serie alfabetiche proverbiali e gli alfabeti disposti nella letteratura italiana dei primi tre secoli, in Giorn. si. d. leti, il., voi. XY e XVIII; e L. Boni-ioi.i, Stefano Guazzo e la sua raccolta di proverbi in Niccolò Tommaseo. In ogni modo il desiderio espresso dal Lombardelli vien ad essere una diretta conferma del tatto, dal Bonfigli affermato, che la mania per i proverbi era nell'aria. In gran parte l'avrebbe invece, soddisfatto, tra poco il Monosini, di cui s'è già discorso.] Semenza delle burle d'un suo amico, contenente centinaia di voci non mai uscite in istampa, proverbi, sbeffamenti, sentenze popolaresche. e per comodo de' forestieri, con le corrispondenze nobili, sì che un detto burlesco venga dichiarato, ad es., in dieci 0 venti modi nobili. Porge infine degli avvertimenti speciali ai forestieri" {soggiorno in Toscana; lettura delle opere grammaticali del Dolce, del Ruscelli, del Salviati, del Bembo, del Borghesi: la lettura degli scrittori antichi; la Fabbrica dell'Alunno; composizioni; traduzioni; corrispondenza con toscani), ai fanciulli toscani, alle donne, agli studenti, dottori e nobili artefic i (deplorando la scarsa cultura degli artisti!), ai notai e cancellieri, ai segretari, agli accademici, ai predicatori ('•ammaestrati prima ne' fonti della Gramatica, Greca, Latina, e Toscana, come Appollonio Alessandrino, Urbano, Demetrio, Prisciano, Emanuele Alvaro, Mario Corrado, Tommè Linacro, Agostin Lazaronio, Giovanni Scopa, il Manuzio, Anton da Nebrisa, il Ruscelli, il Bembo, il Castelvetro, il Salviati e altri), agli Umanisti, Traduttori, Poeti, Istorici e altri. Il carattere zibaldonesco del libro e quello un po' cervellotico de' principi secondo cui è stato imbastito, saltano subito all'occhio; pure di tra la farragine e delle cose e de' principi un fatto balza anche fuori che torna a tutta lode del Lombardelli ; questo, che egli, additando sì disparati modi e strumenti onde dovesse e potesse acquistarsi dalle varie classi sociali la cultura e l'arte letteraria, mostrava d'intendere che non c'è una sol via per imparare a scrivere e a parlare, e che l'intelletto va -'i-citato e nutrito non con le sole regole ma con più sorta di cibi o di ricambi. La grammatica, anzi, nel piano educativo da lui disegnato, occupa una parte molto secondaria, è una parte d'uno de' dodici fonti: ed essa stessa non è pedantesca, ma è concepita e desiderata liberale e facile. Egli non la corrode filosoficamente, ma ne attenua, nel fatto, la portata. Ed anche questo per la storia è notevole. La scarsa fede, in sostanza, in un prodotto antiscientifico, se non è indizio di senso scientifico, è certo segno di buon senso, che è base di quello. Il Cittadini, dai sommi altari della filologia a cui era stato elevato tra i profumi dell'incenso e il coro delle lodi, è caduto ìgnominiosamente a terra: e oggi non se ne pronunzia il nome, senza chiamarlo grande depredatore del Tolomei, malo affastellatore di scritti non suoi, e con epiteti consimili; ma cancellarlo dalla storia non si può. Parliamone dunque anche noi, senza più oltre incrudelire: cosa facile grazie alle diligenti fatiche d'un altro nostro valoroso corregionario, Filippo Sensi, che, per ripetere una frase del Rajna, ha i due Senesi sulla punta delle dita. Cominceremo dal riassumere del Sensi lo scritto principale. L'egregio studioso, a metter bene in chiaro i gravissimi debiti del Cittadini verso il Tolomei, rivolge primieramente uno sguardo generale alle Origini del Cittadini. Le Origini della Volgar Toscana favella si rannodano con un precedente trattato del Cittadini stesso, che reca un titolo consimile: Della vera origine, e del processo, e nome della nostra Lingua. Il Sensi stesso riconosce che qui, oltre il concetto della derivazione dell'italiano dal latino popolare, si ha un abbozzo veramente pregevole di storia di questo latino; ma quando si viene a chiarire il modo di quella derivazione, la ricerca è abbandonata sul più bello. Esaminata in confuso e come per esempio del restante l'origine de' pronomi, si rimanda al Bembo, al Castelvetro, al Salviati, ne' quali invano si cerca qualcosa di simile pel concetto e pel metodo. Nelle Origini la ricerca [Per la storia della filologia neolatina in Italia. Appunti di F. Sensi: I. Claudio Tolomei e Celso Cittadini, in Arch. gioii. Hai. (cfr. D'Ovidio, in Pass, bibliogr. d. lei/. Hai., I, 46-9; e Sensi). Le ... ecc., per Cittadini lettor publico di essa nello Studio di Siena e Censor perpetuo della medesima nell'Accademia de Filomati. App.: Salvestro Marchetti, in Siena. L'ed. di E. Gori, Siena, è detta dallo Zeno migliore della prima. (Il Vivaldi, op. cit., I, 166, attribuisce a Ercole Gori un trattato grammaticale, che io non ho potuto rintracciare. E una svista?). Le Opere di Celso Cittadini gentiluomo sanese con varie altre del medesimo non stampate furono raccolte da Girolamo Gigli. In Roma, per Rossi. Oltre i due trattati dell'origine questa raccolta contiene il Trattato degl'idiomi toscani, le Note marginali alla Giunta del Castelvetro, e le Note sopra le Prose del Bembo. Trattato della ecc. scritto in volgar Sanese da Celso Cittadini. In Venetia, per Giambattista Ciotti. Io credo che per Castelvetro debba farsi qualche riserva: la posizione del Castelvetro verso la grammatica storica non storia della lingua, si badi sia molto diversa da quella del Bembo e del Salviati, perchè, se il Castelvetro nella trattazione delle forme non adoperò il concetto tolomeiano-cittadinesco del latino popolare, dal latino in ogni modo mosse e con criteri non certo retorici. Capitolo nono 285 vi assume un aspetto, dice il Sensi, semifilo so fi co, pretendendosi spiegare la derivazione dell'italiano per via di dieci origini, senz'esser una continuazione del Trattato, rimasta cosa monca, anzi ne sono un regresso in confronto del metodo tutto analitico e storico, di cui l'autore aveva dato quel saggio. Vi si unta poi, oltre la poca corrispondenza al fine proposto, una grave sproporzione tra la parte fatta alla trattazione dell'i? e dell'0, che ricorre attraverso tutte le singole origini, e il disegno vasto che abbracciava non l'origine solo, ma questioni intorno alla pronunzia e alla scrittura del Toscano, in ogni varietà, specie nella fiorentina e nella senese, intrecciandosi o era criterio allo studio principale la fondamentale distinzione di tutto il linguaggio toscano in quattro suddivisioni, alle prime due delle quali sarebbero appartenuti i vocaboli nati dalle prime nove origini, alle altre quelli della decima: distinzione importante, perchè verte sull'origine letteraria e popolare de' vocaboli, e che sarebbe un bel vanto del libro. Sicché, senza tener conto di inconseguenze, contraddizioni e trascurarle, è da concludere che esso è un insieme inorganico di elementi greggi, un mal riuscito affastellamento delle operette inedite del Tolomei. Qui il Sensi, metodicamente si fa a considerare ($ II) codeste operette raccolte nella nota copia della Coni, di Siena, ricordando che al Tolomei, autore degli scritti da noi altrove esaminati, poco si badò, e che a nulla valse che il Benvoglienti s'accorgesse del plagio, perchè tale scoperta rimase inedita. Da quella considerazione la figura del Tolomei ne vien fuori pari, se non superiore, a ogni altra nella storia della grammatica neolatina a lui anteriore, benché da' vari materiali non si possa ricostruire quella Grammatica toscana che il Tolomei diceva di voler comporre, prima che il Giambullari ponesse mano alla sua. Forse il Tolomei avrebbe trattato in un primo libro di questioni generali, in un secondo di propria grammatica, e nel terzo, come appendice, dissertato di vari argomenti. Il Cittadini di questi materiali non si servì per ricostruire; ma volle [Poleni (cit. dal Sensii nelle Exercitationes Vitruvianae, Patavii, dice che Uberto Benvoglienti, eruditissimo, era d'opinione che l'autore del Polito fosse non il Franci, ma il Tolomei e deduceva dalla lettura delle opere inedite del Tolomei il plagio del Cittadini a danno del Tolomei, nell'opera Delle Origini.] solo plagiare: e base della sua compilazione fu il trattatello delTolomei : De"1 fonti de la Lingua Toscana. Codesti fonti (e siamo così al § III) sarebbero nove: de l'origine, de la forma, de la derivanza, de la figura, de la differenza, de la frequenza, de l'affetto, del rappresentamento, de la disuguaglianza. Il disegno, giudica Sensi, n'è ampio, ma la trattazione meschina, quasi un sommario. A ben intenderli poi occorre la conoscenza delle scritture del Tolomei parallele a' ' Tonti ', cioè il Proemio de le 4 lingue, il Ritratto de le q lingue toscane, e del relativo criterio, che serve loro di base, di due strati idiomatici, ' il bandolo ' della sua ricerca, la prima lingua essendo costituita di un fondo schiettamente popolare identico al toscano, le altre tre de' vocaboli introdotti dagli scrittori; ma le caratteristiche ne sono ben poco chiare. I confini dell'opera forse non oltrepassavano quelli della fonetica, e probabilmente era destinata a costituire la sezione preliminare della Grammatica, insieme con trattati maggiori che ne svolgevano i capitoli più importanti. ' La dimostrazione del plagio del Cittadini ', ristabilite cosi le cose, divien ora (§ V) pel Sensi assai facile. Ne sono spia, oltre la simiglianza del titolo, le aggiunte. Colpito dal ricorrere degli e e degli 0 nell'esemplificazione de' Fonti, e trattone a esagerare l'importanza, gli parve fortuna ritrovare le due dissertazioni De lo e chiaro e fosco e De /'o chiaro e fosco, e gli aggiunse nel cap. Della Differenza, nel mezzo dell'opera. Gli altri, quasi tutti, rimasero inalterati. Al I cap.. Natura, furono aggiunte le dissertazioncelle del Tolomei conservate nel ms. senese; 'qualsia miglior parlar: fosse vero o fisse vero '; ' stetti non è per forma ripigliata da ' steli latino, ma è preterito disteso ': ' Propio esser il vero J 'ocabolo toscano e non proprio '; ' De la figura agg ionia ' . Una breve giunta ebbe il cap. Figura; quello della Frequenza le maggiori a spese del trattato delle figure grammaticali, costituito di tre scritti (' Da Virtude, Virtù e da Salute non Salù ': ' Che e se ricevono il primo corrodimene) '; 'Dopo se e che con il e in si fa il corrodimento secondo '). Nella Conclusione mise il Proemio del Tolomei, e, infine, la nota dichiarazione di riconoscenza! Lo scritto del Sensi è di quelli che non lasciano adito a obiezioni e riserve: né è il caso, e tanto meno qui, di valutare la confessione fatta dal Cittadini de' suoi debiti verso il Tolomei Capilo/o nono 287 e richiamare alla mente le abitudini letterarie del tempo (che permettevano, p. es., al Giolito di prendere il Cesano e stamparlo senza chieder alcun permesso all'autore' per giudicare giuridicamente e moralmente del plagio del Cittadini, il quale lece quel che fece. Si tratta invece di vedere, .secondo noi, quel che mise di suo che qualcosa avrà pur dovuto metterci nella manipolazione o nell'uso che fece negli scritti del Tolomei, e di determinare il punto di vista donde elabori la manipolazione cioè interpretarla nel suo valore nel rispetto del progresso dello spirito critico che importa qui seguire; oltre, s'intende, alla considerazione di quanto potè il Cittadini intellettualmente operare indipendentemente dall'opera del Tolomei: si tratta, insomma, tenuto conto del plagio e del resto, di assegnare al Cittadini il posto che gli compete in una storia come la nostra. Nessuno intanto potrà contestare al Cittadini il merito, dirò con un apparente paradosso, del suo stesso plagiare, che importa un apprezzamento della materia plagiata: il conto fatto dal Cittadini delle idee e delle ricerche del Tolomei è già un valore criticamente: non è solo l'aver rimesso in circolazione delle conclusioni positive dimenticate e perciò nulle che costituisce il merito qui abbiamo ancora il plagiario, ma aver dato loro un valore, aver cioè aggiunto ad esse qualcosa di proprio. Ora questo merito non è venuto al Cittadini dal di dentro delle verità stesse che gli si fecero innanzi: occorreva che egli avesse in sé svolto una disposizione a comprenderle. Non bisogna qui dimenticare che il Cittadini tutta codesta materia delle Origini aveva esposta per sei anni, com'egli afferma nella dedica a Fabio Sergardi, nello Studio senese dalla cattedra, sia pure, com'è facile supporre, desumendola fin d'allora e per quell'uso dalle operette del Tolomei: vi era stato poi intorno nel tentare di sistemarla sia pure meccanicamente, in un libi' n'avrà discusso, e se ne sarà giovato nelle polemiche a cui prese parte: altro disse per conto proprio nel dare, attenendosi anche qui al Tolomei, brevi caratteristiche di ciascuno degl' idiomi toscani, nelle note alle Prose del Bembo, e alla Guaita del Castelvetro, oltre che nell'altro breve Trattato degli articoli e di alcime altre particelle della volgar lingua, che congiunse al maggior Trattato della zera origine. Non solo, ma lesse e tradusse il De l'ulgari Eloquentia di Dante, che non è libro certo 2ifo/o nono 2S9 portante non solo ne' riguardi dell'opera individuale del Cittadini, sì anellidi tutta la stòria della filologia romanza anteriori', il famoso plagiario era pervenuto quasi di primo acchito in quel primo de' suoi trattati, quello Della vera origine, che nessuno finora ha dimostrato essere un plagio. E se è vero che l'atteggiamento assunto dal Tolomei di fronte a codesto problema, quale ci venne fatto di caratterizzare secondo gl'indizi 1 'flirtici dal Tolomei stesso nei suoi scritti editi {Polito, in quel che contiene di suo, Regole, Cesano, Lettere) dev'esser ora corretto secondo quanto risulta dall'esame dell'operette inedite, nel senso che non permanga quello di chi non abbia avuto vera coscienza dell'oggetto e della portata delle sue ricerche, è anche vero che il Cittadini ci si mostra collocato dinanzi ad esso da un punto di vista che direi più obiettivo, cioè a dire con più piena coscienza di quel che sia il divenire linguistico nel suo ritmo e nelle sue leggi. E anche sotto questo rispetto a noi pare che Cittadini rappresenti un reale progresso. Ma un altro reale e maggiore progresso è, per noi, l'aver agitato il problema storico della lingua in un momento in cui avveniva la finale codificazione dell'osservazione grammaticale e la lingua era per cristallizzarsi nel vocabolario: nel momento in cui l'uso degli scrittori fiorentini del Trecento voleva essere imposto a tutta Italia. Egli, a differenza di quasi tutti i senesi che propugnarono il senese col medesimo calore con cui i fiorentini avevano propugnato il fiorentino, in piena concordia con sé stessi, non ebbe prepotenti predilezioni municipali, ma come, quegli che aveva visto più addentro nella formazione e nello sviluppo del linguaggio sotto il rispetto esteriore, storico, mostrò d'intendere che allo scrittore dovesse esser lasciata una maggiore libertà e non prescritto uno stampo determinato, e tanto meno quello d'un particolar dialetto, persuaso che, come intitolava il § 3 del lib. I della sua versione del trattato dantesco, il Parlar regolato vuol lungo studio . Era un credo grammaticale questo, ma chi lo metta in relazione e con lo spirito e lo sforzo della dottrina dantesca é coi convincimenti che si può formare chi studia storicamente e non grammaticalmente la lingua, un credo assai meno irragionale di quello che la comune grammatica normativa aveva formulato, e veniva così a risolversi in un'opposizione a questa. Onde possiamo concludere che, se nella pura storia della filologia neolatina in Italia, per quanto si riferisce alla materia plagiata, al Cittadini non compete altro posto che quello che l'esame indistruttibile del Sensi gli ha assegnato, mentre un posto assai distinto gli va assegnato per la soluzione e per il più esatto orientamento dato non solamente in termini generali al problema della derivazione dell'italiano dal latino popolare, in una storia come la nostra ne spetta al Cittadini uno ben altrimenti onorevole, quello di chi introduce nella grammatica empirica un elemento conoscitivo e un criterio meglio che puramente grammaticale. E certo è a lamentare che le condizioni critiche e letterarie dell'età impedissero che il Cittadini avesse de' continuatori in questo indirizzo non certo filosofico, ma storico e metodico da lui impresso alla grammatica, riallacciando la bella tradizione iniziata dal Bruni e dal Biondo, affermata con ricerche analitiche positive dal Tolomei, proseguita con molto acume intuitivo dal Castelvetro. Invece, se uno studio in tutto il Seicento e non in questo secolo soltanto fu trascurato, si fu appunto questo della grammatica storica. E per converso quanto scarsi guadagni non solo dalle contese prese nel loro insieme ("), che i senesi sostennero contro i maggiori avversari, i fiorentini, ma da quelle intorno al vocabolario, benché non trascurabili come segno d'una salutare ribellione al pedantismo e purismo grammaticale, e dalle opere stesse de' grammatici, benché tra esse avremo da annoverarne di abbastanza originali nel loro principio ispiratore, come quelle del Baratoli, se il razionalismo non fosse venuto col veicolo della gramma- [Qualche continuatore che facesse servire le idee del Cittadini a combatter la Crusca, come vedremo, non mancò; ma fu azione di scarso valore. Un avversario della Crusca, appunto, ne cantò l'elogio funebre: Orazione per l'esequie del dottor Celso Cittadini recitata nelVAcc. de' Fi toma ti da Giulio Piccolomini, lettor pubblico della toscana favella. In Siena, presso il Bonetti, 1628. (•) Tutta la loro importanza è in questo, che, facendo esse sorgere a fianco del principio fiorentinesco quale si fosse il suo valore storicamente parlando un altro principio, quello del sanesismo, non meno arbitrario del primo rispetto alla realtà del linguaggio, venivano implicitamente a corrodere l'uno e l'altro, o almeno a sottoporli a una discussione, che è il virus della corruzione e quindi del risanamento. Capitolo nono 291 tica di Poftoreale a scuotere il giogo grammaticale che sarebbe sceso sul collo della nazione e se, per quanto inascoltata e incompresa, la voce del Vico non si fosse levata contro l'empirismo grammaticale, essa sola bastevole alla gloria d'un secolo e d'una nazione. Poiché questo è da avvertire qui, che, mentre la produzione grammaticale cinquecentesca, anche a non voler considerare i meriti suoi verso la scienza, fu almeno spontanea e nacque dalla diffusa coscienza della importanza della nuova letteratura e reca perciò in sé l'impressione spesso calda d'un fatto nuovo che interessava grandemente l'anima italiana e d'un bisogno a cui occorreva dare una qualsiasi soddisfazione, quella del Seicento fu in generale, per quanto concerne specialmente le vere e proprie grammatiche, piuttosto fredda, quasi direi di testa, di riflessione. Il prototipo ne fu per la parte pratica il Buonmattei, che perciò ebbe più seguito di tutti i predecessori e contemporanei, e distolse altri dal tentar cosa nuova o diversa. Il Buonmattei pubblicò integralmente la sua grammatica nel 1643, ma l'aveva già tutta distesa circa un ventennio avanti, quando n'ebbe pubblicato il primo libro, e cominciata un trentennio prima, cioè quando usciva il Trattato del Pergamini. Prima di questo anno, oltre il Turavano del Bargagli, le Considerazioni tassoniane, un discorso del Politi, avemmo un'Arte di puntare di Iacopo Vit // Turammo, ovvero del parlare e dello scrivere sauese, del cavaliere Scipione Bargagli. In Siena, per Matteo Fiorini in Bianchi. Il Cittadini, come c'informa anche il Lombardelli, vi è citato con molta lode si per la formatione, ò piegatura de' verbi, sì per la maniera del proferire, e sì per la diversità non piccola de' vocaboli, e delle forme del nostro parlare proprie, chiare, che si rendono da quelle de' vicini, e degli strani belle, e distinte, sì anco per la giocondità, ed utilità che di esse s'è udita seguitare . I fonti, p. 116. ') Considerazioni sopra le Rime del Petrarca. Cfr. O. Baco, Le, ecc. Firenze. Discorso di Lorenzo Salvi della vera denominazione della lingua volgare usata da' buoni scrittori, in Le Lettere di Adriano Politi. In Roma, per Iacopo Mascardi. Dimostra che si deve chiamar volgare, come fu chiamata dagli aurei scrittori. Politi diede anche avvertimenti grammaticali nella [torio da Spello), un Compendio grammaticale in forma eli lessico del Salici e una vera e propria grammatichetta assai poco nota, Le regole per parlar bene nella lingua toscana di Girolamo Buoninsegni. Del primo qui accade di dover dir poco, ma, in compenso, quasi e in certo senso tutto in sua lode. E stato già osservato dal D'Ovidio che egli superò tutti i compagni d'arme senesi (Bulgarini , Lombardelli, Benvoglienti , Cittadini) nell'audacia di un radicale concetto d'autonomia, e, che in suon diverso dice lo stesso, [rispetto al primato fiorentino, almeno nel fatto più o meno riconosciuto perfin dal Gigli, tra i senesi così ribelle], solo Ini, il Bargagli, col pesante dialogo del Turammo, sostenne, con tranquilla cortezza e con pieno accordo della teoria con la pratica, che come in Grecia così in Toscana ciascuno scrivesse nella loquela propria, senza impacciarsi nell' affettazione d'imitare l'altrui (p. 204): il che giunta al suo Dizionario Toscano, scritto in opposizione alla Crusca, stampato la prima volta nel 1614 e poi in Venezia per Andrea Babà, 1629: v. Diz. Tose, di A. P. con la giunta di assaissime voci e avvertimenti necessari per iscrivere perfettamente Toscano. In Venezia, appresso Giovanni Guerigli e Francesco Bolzetta, 1615, II ed. Jì/odo di puntare le scritture volgari e latine. In Perugia, per Vittorio Colombara, 1608. (-) Compendio d'utilissime osserva/ioni nella lingua volgare di D. Gio. Andrea Salici di Como, di nuovo ristampalo, ricorretto, et accresciuto dall' Autore. In Venezia, MDCVII, presso Altobello Sali cato. In Siena. Gerini si maraviglia che ne tacciano il Tiraboschi, lo Zeno, il Cinelli (Bibl. volante), il Morelli (Bibl. stor.-rag. della Tose.), l'Inghirami (SI. d. Tose.). Domandò di supplire il Cittadini nella cattedra senese (cfr. Archivio Mediceo, Gov. di Siena, filza, 1942, cit. dal Gerini). Il Casotti nella Vita del Buonmattei accenna a un Tommaso Buoninsegni. B., per occasione di considerare V Inf., il Purg. e il Par. di D. e di difender sé stesso, o di censurar certi, che l'oppugnavano, esamina varie cose, attenenti a questa lingua, con ben intesi discorsi . Lombardelli, / fonti, p. 51. Criticato dallo Zoppio si difese da sé e fu difeso dal Borghesi. Considerazioni, Repliche alle risposte del sig. Orazio Capponi, Risposta ai ragionamenti del sig. Peroni n/o Zoppio. Opuscoli diversi sopra la lingua italiana, raccolti da F. Idelfonso di S. Luigi, Firenze, 1771. Capitolo nono 293 nel sentimento comune è manifesto e grossolano errore. Noi siamo naturalmente di diversissimo, se non opposto, avviso, né il sorriso che vediamo spuntar sul labbro de' più, ci trattiene dall' apertamente affermare che nel pensiero del Bargagli questo vidi errato, che si dia forma di precetto a ciò che è invece un fatto. Tutti scriviamo nella loquela che ci è propria, cioè in quella che la nostra educazione e la nostra cultura ci hanno formato, o meglio quella che con esse s'è formata in noi: chi fa altrimenti, fa male e cade appunto nell'affettazione: il danno sorge quando dell'osservazione d'un fatto se ne fa una norma più o meno arbitraria. Il Bargagli, lungi dall'essere il più paradossale, fu il più logico di tutti, in quanto sostenne quel che sostenne: solo non doveva appunto cavar da un'osservazione di fatto una legge, intendendo per loquela propria il nostro particolar dialetto nel senso stretto e angusto della parola. Pel resto, il suo principio affermato appunto in tutta la sua crudezza e assolutezza era, nel fondo, il risultato della profonda ribellione che egli sentiva per la grammatica, ma che non si rendeva ben chiara a sé stesso e ragionava e propugnava da un punto di vista empirico e però di scarsa portata filosofica. Ai medesimi principi del Bargagli giungeva un anno dopo per diversa via e senza intenzione certo di copiarlo, un altro suo concittadino, il Politi, in quello de' due suoi discorsi sulla lingua che serve d'introduzione al suo TACITO (si veda) tradotto e nel suo Dizionario Toscano. Infatti egli, come anche si rileva da una lettera del Pergamini che lo Zeno, correggendo il Fontanini, dice riferirsi a questo non già all'altro suo Discorso, dove solo parla, sotto lo pseudonimo di Lorenzo Salvi, della vera denominazione della lingua volgare usata da' óuoni scrittori, vi sostiene doversi: 1" scrivere alla Sanese senza obbligarsi ai fiorentini; 2" accomodarsi all' idioma della sua patria e all'uso comune regolato però dal giudizio. E poiché non approvava il gergo della traduzione del Davanzati, in fine alla propria mise la dichiarazione delle voci meno intese e vi sostituì le comuni: un dizionarietto, dunque, sanese-italiano. Un altro letterato di certo libere vedute, il Tassoni, che incontriamo spesso in tutta la prima metà del sec. XVII e che qui si presenta per le Considerazioni sulle Rime del Petrarca, interessa più la storia della poetica che non quella della grammatica. Lo ritroveremo oppugnatore dell'Accademia nell'opera 294 Storia della Grammatica concreta del Vocabolario , come in esse Considerazioni lo vediamo schernire la Fabbrica dell'Alunno, che dice costruita di mattoni malcotti. In complesso, per le sue spicciolate osservazioni grammaticali disseminate qua e là un po' da per tutto, egli ci si manifesta non troppo tenero amico della grammatica. Di che dobbiamo contentarci. Di Iacopo Vittorio di Spello e Girolamo Buoninsegni che diedero opera alla grammatica propriamente precettiva e didattica, basti aver ricordato il nome, e così del Salici, il quale di sé stesso dice che con quella chiarezza, e brevità e' ha potuto maggiore è andato discrivendo l'alterationi, i vari sensi, le radduplicationi, che patiscono le lettere dell'Alfabeto, così l'uso de' pronomi, delle prepositioni, e de gli avverbi, il tutto comprobando con autorità de' più classici scrittori, che scritto habbiano in lingua Italiana, o Toscana, che diciamo ('"). Meglio che con questi trattatelli, ritorniamo nel dominio della vera grammatica precettiva con Jacopo Pergamini di Fossombrone. La grammatica (s) del Perganini, il noto compilatore del [Le Atinotazioni sopra il vocabolario degli Accademici della Crusca, Venezia, 169S, ormai è noto che .non sono del Tassoni, ma dell'OTTONELLi, che fu grammatico celebrato a' suoi tempi da quanto il Bembo. Perduti sono i suoi quattro libri di ragionamenti in difesa del Tasso; degli Arringhi abbreviati per lo vocabolario della Crusca resta qualche frammento; e restano anche alcune postille al Pergamini nell'Estense. Un esemplare del Voc. della Crusca si trova all'Est. postillato di mano del Tassoni, che scrisse di lingua anche ne Pensieri diversi. E un misto di grammatica, di ortografia, di sinonimia e doppioni, d'etimologia, disposto in ordine alfabetico. Sulle due facce nel margine superiore del libretto è perpetuamente ripetuto Ortografia volgare. Ma l'ordine alfabetico non vi è per nulla rispettato, e il criterio etimologico de' vari raggruppamenti è troppo balordo per prenderlo sul serio. Sotto Posporre, p. es., troviamo, ma non questo soltanto. Possa, Possessione, Pozzuoli, Prestezza, Prezzemolo, Procaccio, Processione, Prossimo, Pulcella, Pupillo, Puzza. (3) Trattato della lingua del signor Pergamini di Fossombrone, nel quale con una piena, e distinta Instruttione si dichiarano tutte le Regole, i Fondamenti della Favella Italiana. In Venetia, presso Ciotti; e in Venezia, per Niccolò Pezzana, 1664. Tra questi limiti estremi, si ebbero altre edizioni: quella del 17 qui appresso accennata con un Supplimento di voci d'autori moderni, fatta per consiglio del Politi, la terza del 1657 con un'altra Aggiunta di mille e più voci tratta da celebri autori contemporanei, opera di Paolo Abriani. ( 'aditolo nono 295 Memoriale della lingua (' ), è un primo tentativo di ridurre a metodo per uso scolastieo ilei principianti le più ampie e e spesso farraginose trattazioni precedenti. Si divide in tre parti, suoni, parti del discorso, accenti e punti, e conserva su per giù le medesime categorie, tranne che tra le parti ' invariabili ' dell'Oratione include una classe di 'Particelle' che si usano solo per vaghezza, et ornamento senz'altro significato: delle quali alcune servono per principio di ragionare: altre si pongono per entro il ragionamento come Egli, E', Bene, Hor, Ne, Ci, Si . Del nessun interesse per la funzione logica delle categorie può esser prova anche quel che dice del gerundio: E lasciando da parte il motivo, che fanno alcuni, se gerondio sia parte formale dell'oratione, o più tosto membro del Partecipio: il che per mio credere, monta poco, o niente. Dico prima, ch'ogni Verbo ha ordinariame?ite il suo Gerundio; e di rado, o non mai n'è senza . Meglio ancora appare dalle definizioni: La quarta Parte principale dell'oratione è il Verbo, il quale congiunto co'l Nome fa il parlare intero, gli Accidenti del Quale sono Genere: Tempo: Modo: Numero: Persona: e Maniera . Insomma è conservato tutto lo schematismo, ma ridotto a semplici e nudi cartellini per raggrupparvi le forme, delle quali peraltro non si da più che l'esempio. Il metodo, infine, è inteso proprio alla rovescia: il proposito di semplificare la trattazione, rendere il libro facile e di pronto uso conduce l'autore non già a cercare una razionale disposizione della materia, ma ad ammucchiare i fatti con procedimento del tutto meccanico, a portare il vocabolario nella grammatica. Parlando, p. es., della Vocale A, osserva che è ' fine ordinario delle voci femminili nel numero del meno ', segno del caso Terzo, e Quarto del Nome, e del Numero del meno: segnato hor coli' Accento Grave; hora [Venezia, Ciotti, 1601. Questo Memoriale ebbe una certa fortuna. E consigliato da G. V. Gravina in Regolamento degli studi di nob. e vai. donna nella Nuova race, Napoli; TIRABOSCHI (si veda) lo dice il migliore di quanti ne furon pubblicati nel sec. XVI, benché uscito in luce nel 1601. Sul Pergamini, Ferruccio Benini, La vita e le opere di Giacomo Pergamini con scritti inediti [postille al yJ/razio?ii e il discorso. Par qui giustificare la Declinai, de' Verbi del Buonmattei che il Dati accolse nella prima ediz. e a cui, nella seconda, fece seguire la declinazione de' Verl>i anomali.] tedre di lingua toscana, destinandovi Professori di vaglia, e di abilità conosciuta. I buoni scrittori toscani di questi ultimi tempi, come oltre allo stesso Dati, il Redi, il Segneri, il Buonaroti, i due Salvini, e parecchi altri, han conosciuta questa verità, e se ne sono approfittati confessando che non basta il nascimento a voler scrivere purgatamente, ma che bisogna aggiungervi studio e fatica . E per la preminenza del volgare sul latino asserita dal Dati secondo il Fontanini, lo Zeno aggiungeva: Il Dati non mette ne troppo né molto la lingua volgare sopra la latina per via di sofismi; ma solamente dice che in questa scriveremo sempre imperfettamente con tutto che ci durassimo grandissima fatica, e che in quella, cioè nella volgare, si arriverà facilmente alla perfezione (pp. 130-1). Anche qui, oltre quella coscienza della letteratura nazionale cui più volte alludemmo, si sente appunto l'eco delle Battaglie del Muzio in difesa della italiana lingua contro i caldeggiatori del latino, che pare non si sentissero del tutto debellati, se osavano ancora, come indirettamente il Fontanini, rialzare il capo. Ma nella necessità dello studio e delle regole il Fontanini e lo Zeno concordavano, e con essi tutti i vincolati in un modo o in un altro all'Accademia, la quale appunto, non solamente con l'opera concreta del Vocabolario reggeva o credeva di, reggere i freni degli scrittori, ma con l'autorità morale che le veniva dalla sua stessa compagine, dalla funzione che in tempi accademici si svolgeva con il rispetto è l'ammirazione de' più, e ancora dall'appoggio del governo granducale. Il ristamparsi de' discorsi in cui si sosteneva la necessità delle regole è altro indizio della fede che esse riscotevano. Le Osservazioni dello Strozzi, incorporate nella raccolta del Dati e ricomparse nella seconda edizione d' esse, vedevano la luce anche separatamente, come s'è visto: l' istesso discorso del Dati fu stampat o almeno tre volte. E l'aver accolto nella seconda edizione la Declinazione de' verbi anomali del Buonmattei e la Costruzione irregolare del Menzini e un discorso del medesimo sopra le figure grammaticali (pleonasmo, ellissi, zeumma, iperbato, ecc.); insomma quanto sapeva d'irregolare, che veniva poi giustificato con criteri rettoria e l'autorità degli scrittori, conferma gli scopi di questa nuova campagna che il Dati, nell'ambito dell'azione della Crusca, tenacemente batteva. Ma con eguale e forse con maggiore baldanza combattevano gli avversari, e segnatamente il Bartoli, proclamando il Capitolo undicesimo 339 principio dell' indipendenza individuale in relazione al buon gusto, la nuova parola che s'era fatta strada, segnacolo d'una tendenza molto significativa. L'editore del 1709 delle Osservazioni del Cinonio giustifica il poco spaccio della prima edizione d' esse COIl la decadenza del buon gusto, e la ricerea che poi se ne lece verso il 1659, quando le iurono nuovamente ristampate, col risveglio di esso buon gusto. Destandosi però di quando in quando l'intorpidito Buon gusto, andavasi cercando quest'opera e se ne vide nel 1659 la più attesa divulgazione. Nel 1655, come avvertimmo, uscivano CL Osse?-vazioni del p. Daniello Bartoli, cresciute nel 57 a CLXXV, nel 68 (*) a CCLXX, e, dopo altre ristampe, ripubblicate (:) con copiose osservazioni di Niccolò Amenta, che muove al Bartoli molte eccezioni, e poi del Cito, nipote dell' Amenta, che ne rincara la dse (;!). Il libro, dice D'Ovidio, non è che un'argutissima e dotta polemica grammaticale e lessicale contro i divieti capricciosi de' linguai, né tocca la questione generale [della lingua] se non in quanto, sottintendendo il primato toscano ma badando piuttosto alla tradizione letteraria, loda e compie la Crusca . Ma pare per lo meno che quello del Bartoli fosse un ben curioso modo di lodare e di compire la Crusca. Già, chi erano ormai que' linguai contro i cui capricciosi divieti argutamente e dottamente polemizzava il Bartoli, se non accademici della Crusca o cruscanti? Poi, che rimanevan più il primato toscano e la tradizione letteraria, ammessi pure e rispettati dal Bartoli, d'accordo in questo, ma in questo solo con la Crusca, cioè in un riconoscimento a parole, quando, non solo si sarebbe dovuto ammettere con lui che // Torto, e '/ Diritto del ?ion si può, dato in giudizio sopra molte regole della lingua italiana, esaminato da Ferrante Longobardi. In Roma, per lo Varese, 1668, 8". Il Bartoli si difese con Y Apologia. In Napoli, per Antonio Abri, 171 7. (3) // torto e '/ diritto del non si può, dato in giudizio sopra moltiregole della lingua italiana esaminato da Ferrante Longobardi cioè da P. I). B. Colle osservazioni del sig. Niccolò Amenta, e con altre annotazioni dell'ab. sig. \). Gius. Cito. Aw. Napoletano. In Napoli, 1728, a spese di Niccolò Rispoli, e di Felice Mosca. Voli. 3. 34° Storia della Grammatica anche i migliori trecentisti scrissero non di rado fuori di regola , e che era dunque stolta baldanza il censurar vocaboli e locuzioni sol perchè non approvati dall' autorità degli scrittori del buon secolo, cioè a dire della Crusca; che i non Toscani avrebbero meglio provveduto a sé stessi col latineggiare un po' di più, anziché ostentare idiotismi d'accatto, che era un allontanarsi dal codice dell'Accademia; ma si fosse anche dovuto riconoscere con lui che un principio onde regolare bene il parlare non esisteva: non le decisioni de' grammatici, non l'uso del popolo o de' più eletti, non l'autorità degli scrittori, non la prerogativa del tempo, non l'etimologia, non l'analogia... esser veri principii, ma or l'uno or l'altro di questi principi aver forza, ma più di tutti l'arbitrio dello scrittore?! Meno inesattamente lo Zambaldi così ebbe a parlare de' due libri del Bartoli, che, per il loro contenuto più ristretto all'ortografia, non perdono valore di fronte ai principi generali linguistici e grammaticali: Press'a poco le stesse idee [degli oppositori Toscani] furono sostenute nel sec. seguente da Daniello Bartoli in quel libro singolare che s' intitola il Torto e il Diritto del non si può, dove in mezzo a molti paradossi trovi gran libertà di giudizio e mirabile erudizione. Egli ordinò poi la sua dottrina nel Trattato dell' Ortografia (1), dove dice che questa deve seguire tre principi: V autorità, la ragione, Yuso. Ma essendo spesse volte questi principi in contradizione l' uno con l'altro, lo scrittore dovrà usare il suo giudizio, e talvolta anche l'arbitrio.... Il Bartoli, nel combattere il dominio assoluto della pronunzia toscana e certe regole troppo esclusive della Crusca, ebbe forse l'intuizione vaga e confusa d'un principio vero; ma non seppe trovare i giusti limiti fra il regno dell'uso e quello dell'etimologia, né dare stabile fondamento all'uno e all'altro. DclP ortografia italiana trattato del P. D. B. In Roma, per Ignazio de' Lazzeri, 1670. Questo trattato fu ristampato più volte anche in tempi vicini a noi: p. es., a Milano, per Giovanni Silvestri, e Reggio, Torreggiani. Il Foffano, op. cit., p. 303, ricorda che non si ha più notizia dell'operetta disegnata dal Bartoli, delle proprietà o per così dire passioni di ' z, ibi, cit. nell' Apologia, p. 18. Capi/o/o undicesimi) 341 A noi quest' insufficienza riesce meno condannevole di quanto sia sembrato e possa ad altri sembrare. Il Bartori era quello che oggi si chiamerebbe uno stilista, un affine a Annunzio descrittore: uno scrittore insomma di quelli che esauriscono tutta la vitalità del loro pensiero nella tranquilla, olimpica contemplazione degli oggetti esteriori, moltiplicandosi il godimento e il diletto con l'accarezzare minutamente le proprie immagini, le risonanze varie che essi stessi si sono destati nell'anima. Per siffatti scrittori la forma è più che mai tutto ciò che l'interi è essa per se la sostanza dell'arte loro. E naturale che siffatti scrittori sdegnino più d'ogni altro il treno delle regole e proclamino la indipendenza assoluta del loro giudizio, o, meglio, la necessità dell'arbitrio. L'arbitrio per essi è la libertà. Nel fatto tutti i veramente scrittori hanno sentito e praticato un tale principio, perchè questa è la natura dell'arte, checche dicano le poetiche. Ma dai temperamenti artistici, a cui alludevamo, è maggiormente sentito il bisogno di regolarsi nell'espressione esteriore secondo il tumultuare e il fluttuare interno delle immagini, delle armonie, dei colori. E arbitrario e tirannico oltre che inutile è il chiedere ad essi, come per un'altra simile questione ho osservato, che si tengano alle norme in cui i grammatici e l'uso moderno ormai convengono: essi andranno sempre per la loro strada, indulgendo al loro genio: anche quella che in loro è evidentemente ricerca dell'effetto stilistico formale, è in fondo un'attività che ha radice nel loro particolare atteggiamento artistico. La loro grammatica è la loro natura artistica : regolarsi secondo detta dentro, caso per caso: c'è chi si forma un suo sistema particolare al quale strettamente s'attiene, perchè non solo non gl'impedisee la libera estrinsecazione delle sue forme interiori, ma corrisponde sì pienamente ad esse che il non seguirlo sarebbe farsi violenza: Annunzio è di questi. C'è chi si fa un sistema del non seguirne alcuno per lasciarsi trasportare in ogni singolo problema formale dalle esigenze del momento, sicché l'attenersi a una regola per quanto liberamente impostasi sarebbe un violentarsi, e di questi è il Bartoli. Il quale mi par che abbia formulato l'unico principio didattico che possa conciliarsi con la libertà e l'indipendenza dell'arte, che non ne tollera alcuno: principio che viene a concordanza piena con quanto scaturisce d' insegnamento per la pratica e l'esercizio dello scrivere da una recente polemica sull'Idioma gentile del De Amicis. A chi obiettava recentemente al Croce che la sua tesi circa i precetti, illustrati dal De Amicis nel suo libro, per l'apprendimento delle lingue e l'arte dello scrivere, sarebbe stata la più gradita ai discepoli, perchè li dispensava da qualsiasi studio, il Croce, tra le maraviglie di chi non riusciva a vedere come si potesse accordare con la teoria l'utilità di una pratica che in teoria non è giustificata, rispondeva affermando l'utilità dell'esercizio pratico e pienamente giustificando la comodità dell'empirismo . Ora il Bartoli nella prefa,2Ìone al suo Trattato del? ortografia, con acutezza e precisione veramente sorprendenti e in tutto degne d'una veduta estetica superiore, scriveva: Né niun v'è, il quale, per quantunque professi e vanti di tenersi strettissimo alle osservanze dello scrivere regolato, di parecchie maniere che userà, possa allegare altra più vera cagione che il così parergli, e così aggradirgli; e chi più studierà in questa professione, ogni dì meglio intenderà non potersene altrimenti. Dal che due cose a me par che ne sieguano: l'ima, che mal si farebbe, riprovando in altrui quel che si vuol lecito a sé stesso: l'altra, che v' ha due strade possibili a tenersi, da chi ama, non solamente di scrivere regolato, ma sufficientemente difeso; cioè: Dare una volta quanto è bisogno di studio a comprendere interamente la materia, e tutte averne davanti le necessità e gli arbitri, le diversità e le somiglianze, le strettezze e le larghezze, i perchè a gli usi, così moderni, come antichi: in somma quanto (fino a una conveniente misura) può dirsene e sapersi: e così INFORMATO SENZA PIÙ CHE SÉ STESSO, E IL SUO BUON GIUDICIO seco, farsi da sé medesimo un dettato d'ortografia, secondo il saviamente partitogli più convenevole ad usarsi, e più sicuro a darne, bisognando, ragione a chi ne l'addimandasse. E a questo intendo io che abbia a servire {se può bastare a tanto) il presente Trattato. L'altra via è [ma questa non è da lui evidentemente preferita, anzi il modo stesso con cui l'enuncia par tirare a metterla (piasi in ridicolo], del non prendersi maggior noia e fatica che di leggere, e far sue le regole che questo o quell'altro buon maestro in professione di lingua avrà dettate; e fon esse in mano, seguitarlo a chiusi occhi. E se altri l'addimandasse del Croce in La Critica, IV, S9 sgg., e Y, 71 sgg. I V. anche del Crock, // padrone g giumento della Scenica, in La Critica. perchè) ili qual che sia particolarità del suo scrivere, soddisfare a tutto con quella sola e universale risposta che è l'antichissimo Ipse dixit. Ma questo non dovrà mica voler più avanti che uso proprio: non per ardirsi a far dell'arbitro, e diffinitore del Così va riè si de' altrimenti; non sapendo non che le cagioni dellWtrimentì che può, e per avventura dee farsi, ma né pure il perchè dee così far egli, se non il così far ch'egli siegue; come appresso Dante le pecorelle, (piando escon del chiuso, E ciò che fa la prima, e l'altre tanno, Addossandosi a lei s'ella s'arresta Semplici e chete, E lo perchì-: non sanno . In tutto questo discorso mi par che questo pensiero si rilevi chiaramente: si studi la grammatica e si facciano esercizi grammaticali, ma, poi, nell'espressione non se tenga alcun conto, lasciando piena libertà al proprio buon genio. Il che ha una portata maggiore, filosoficamente parlando, di quel che gli sia stata fin epti riconosciuta, benché il Bartoli non muova da un determinato sistema: era il buon senso dello scrittore che lo rendeva ribelle alle regole, e il suo gusto particolare: sicché egli, e per questa ribellione e per la motivazione, rappresenta un progresso perfino sulla dottrina che seguirono il Buonmattei e il Cinonio. Questi parlavano di ragione: egli affermava l'esigenza del gusto, accordandosi così ai tempi, ne' quali appunto si veniva scoprendo un'altra facoltà diversa dalla ragione, che presiedeva alla produzione dell'arte: la fantasia: non era certamente ancora la scienza: era il lievito che la veniva fermentando. La dottrina del Bartoli aveva in sé un po' di questo lievito: e questo è il suo merito principale (?). E lievito è anche quel curioso libro del Vincenti che s' intitola 7/ ' ne quid nimis' della lingua volgare nelle Regole più praticabili e principali: ( !) dove, tra tante bizzarrie e anche balordaggini specie nella motivazione della sua indifferenza per l'uso di questa o quella parola sostanzialmente identica, si pro Milano, per Giovanni Silvestri. Croce, Est. Storia;, III, p. 209. opera non volgare, Roma, per [gnatio de Laz, nel 1665. Cfr. C. Trabalza, Un curioso criterio stilistico d'un grammatico secentista, in Sludi e Profili, Torino, 1903, p. Sr sgg. 344 Storia del/a Grammatica pugna un concetto di indipendenza dalle strettezze della grammatica pedantesca. Una ben curiosa apparizione moveva ancora contro la lingua fiorentina come già nel Cinquecento con Mario d'Aretio dalla Sicilia, dove la tradizione del primato poetico dugentesco è durata si può dir sino a ieri nella coscienza di grammatici e critici: vedremo, del 1836, una Glottopedia italo-sicida o grammatica italiana dialettica: ora, dunque, cioè nel 1660, Antonino Merello e Pio Mora in un Discorso che fa la lingua Vulgate dove si vede il suo nascimento essere siciliano facevano che la lingua siciliana, vedendo svaleggiata la sua cittadinanza da' fiorentini, che Toscana, s'appellano (p. 5), insorgesse contro la vana petolanza della Toscaneria, eccitando i siciliani a non starsene neghittosi. E due anni dopo in un nuovo Discorso dove si mostra che la Sicilia sia stata Madre non solo dello scrivere, e poetare, ma anco della lingua volgare^, dicevano : Eche habbia la lingua volgare gran parte della lingua greca, leggete il Discorso di Ascanio Persio, e negavano all'Allacci che la Sicilia sia stata solamente genetrice del rimare e poetare. Più rispettoso verso la Crusca par mostrarsi lo Sforza Pallavicino, a cui dobbiamo alcuni Avvertimenti grammaticali per chi scrive in lingua italiana, dati in luce dal p. Francesco Rainaldi della Compagnia di Gesù (!) nel 1661 e più volte ristam i Messina, 1660, per Paolo Bonacata. ! In Cosenza, per Gio: Battista Mojo e Gio: Battista Rossi, M DC LXII. In questo oltre li Osservanti dell'Aretio, si cita un D iscorso che la Ungila italiana hebbe nella Sicilia il suo nascimento di Francesco Pio. Il FOFFANO, attingendo al Mongitore, ricorda un 7)iseorso di Luigi La Farina, in cui si prova la lingua siciliana esser madre dell'italiana, dove anche è citato un BRUMALDI (Montalbani), che ne iscorso che la Ungila italiana hebbe nella Sicilia il suo nascimento di Francesco Pio. Il FOFFANO, attingendo al Mongitore, ricorda un 7)iseorso di Luigi La Farina, in cui si prova la lingua siciliana esser madre dell'italiana , op. cit., p. 299, dove anche è citato un BRUMALDI (Ovidio Montalbani), che ne l suo Vocabolista bolognese (Bologna, 1660) pretese dimostrare che il dialetto di Bologna è da considerarsi come la madre lingua d'Italia . Nel 500 aveva inneggiato l'Achillini a codesto dialetto. Che ogni scrittore illustrar dee l'idioma nativo et anche arricchirlo con alcune forme giudiziosamente portate dal latino, volle provare G. F. BoNOMl, Bologna, i6Sr. 1 i In Roma, per lo Varese, 1661; per Ignazio de' Lazzeri, 1675; in Roma et in Perugia, per gli Eredi di Sebastiano Zentrini, 1674 (ediz. che ho sott'occhioj. L'originale del Pallavicini è nel Cod. marciano, CLXXVI (Catal.] pati, pochi (sono in tutti 121), invero, ma non senza traccia di quel saporifilosofico che fa del noto cardinale un partecipe di quel presentimento critico del sec. XVII a cui, anche poco sopra, abbiamo accennato. Più rispettoso, abbiam detto; ma anch'egli, come il Bartoli e il Vincenti, non conosce leggi grammaticali assolute. Le sue osserva/ioni empiriche non sono mai infondate: egli sa osservare che in alcune voci la pronunzia fiorentina è diversa da quella del rimanente della Toscana e dell'Italia; come in dire Abate, Ujìzio, Roba, con le consonanti semplici: Immagine, Innalzare, Ovvidio, con le raddoppiate. In questi e simili casi non sarà degno di riprensione chi seguirà o l'una 0 l'altra maniera (p. 46). Didatticamente, segue un principio molto ragionevole e discreto. Col nome d'errori dunque intendo quelli, che si scostano dall'uso ordinario degli scrittori buoni, e pregiati per politezza di lingua. Tacerò le ragioni, 0 solo talvolta ne darò un cenno: però eh' elle sono difficili ad apprendersi, e vagliono solo al sapere: là dove i nudi insegnamenti s' imparano con agevolezza e bastano per operare (pp.3-4). Ma gli avvertimenti caratteristici son quelli onde si chiude il volumetto. Conchiuderò con due brevi avvertimenti. L'uno è, che questi contenuti nel presente Capitolo sono più tosto consigli che precetti: Onde meriterà lode chi gli osserva; ma non biasimo chiunque in picciola parte se ne allontana. L'altro è, che in questa, come in tutte le arti, ninna regola è sufficiente se non maneggiata e posta in uso a guisa di mero istrumento dal giudicio, il quale solo è /'Architetto di tutte le opere. Ognun vede coma il fondamento di questa conclusiva sentenza è nel sistema filosofico che mette il Pallavicino in un posto non disonorevole nella storia dell'estetica, come quello che affrancava la fantasia dall' intellettualismo, benché la identificasse poi col sensualismo marinesco , e, in ogni modo, l'arte dalle regole. Croce, Estetica. Accanto agli Avvertimenti dello Sforza Pallavicino registriamo alcune altre simili operette. Le prime lince o Lezioni della lingua italiana per regolarne il disegno ai suoi signori scolari concentrate dal maestro di lingua Gio: Pietro Erico rivelano se non una certa ingegnosità, una certa smania di voler far entrar in modo facile la grammatica nella testa degli scolari. Vi si fa largo uso dei paradigmi; gli elementi (vocali e consonanti sono raggruppate in più modi per 346 Storia della Grammatica Dietro l'esempio del Bartoli per oltre un cinquantennio, più spesso contro la Crusca che in favore, e sempre in consonanza col movimento linguistico a cui aveva dato impulso il Vocabolario, si misero a compilare grossi e piccoli zibaldoni specialmente d'indole ortografica, a stendere dissertazioni, lezioni e dialoghi, a postillare raccolte maggiori, e in connessione con l'ortografia a trattar di pronunzia e di prosodia , specie della agevolar la pronunzia); avverbi, modi avverbiali, congiunzióni, intergettioni, preposizioni sono ammariniti per elenchi; il nome vi è trattato ancora secondo la qualità, il numero, il caso, la figura, la motione; i verbi son dati in tavole; vi si additano esercizi per la concordanza. (Si debbono all'Erico anche: Generis humanae linguae, Venetiis, 1697 e Renatum e 'Mysterio principiiun phiiologicum, Patavii. Sono state ricordate qualche volta le Osservazioni della lingua volgare di Pio Rossi, Piacenza, e la Pratlica, e compendiosa istruzzione a' principianti circa l'uso emendato, et elegante della lingua italiana del RoGACCl. In appendice agli Avvisi di Parnaso ai poeti toschi, Venezia, s. a., Marcantonio Nali, dette un trattato sulla dieresi, sulla sineresi, sui dittonghi, e sull'accento; Loreto Mattei (il noto poeta vernacolo reatino), una Teorica del Verso volgare, e Prattica di retta pronunzia, in Venezia, per Girolamo Albrizzi.(Neil' Apologia della z cita una Neogrammalogia di un Anonimo, dove si proponeva il segno dell'.? per lo z aspro (fortezza, bellezza) per distinguerlo dal suono di: in donzella, grazia, amazzone. Nella lezione La lingua toscana in bilancia con la latina il Mattei pone la prima superiore alla seconda). In questo campo il libro classico è la Prosodia italiana ovvero l'arte con l' uso degli accenti nella volgar favella d'Italia, accordati dal padre Placido Spadafora, palerm. della Comp. d. G., colla Giunta di tre brevi trattati: l'uno della Zeta, e sue varietà: l'altro dell', verbo sost., apposizione = ellissi del verbo sost., preposiz., avverbi, congiunz., pronome, intercezione, intere sentenze, che se il loia, dello zeuma, falsa zeuma, .sillessi, trasposizione, iperbato, anastrofe, tniesi, parentesi, e sinchisi.]anzi ultrapurista, per dirla col suo recente biografo , ma, mutati gli abiti mentali e slargato il suo orizzonte anelie per effetto delle lingue apprese ne' suoi viaggi all'estero, fini quasi ribelle. Scienziato, filosofo e teologo, erudito, novellatore e poeta, epistolografo, quale accademico della Crusca attese a studi linguistici diversi, di spoglio, d'etimologia, d'ortografia, di cui introdusse qualche novità anche ne' suoi scritti (ò, ài, à per ho, hai. ha, secondo l'antica proposta del Tolomei); ma precettista di grammatica non fu. A noi basterà caratterizzar tutta la sua operosità grammaticale, osservando che egli non si peritò d'accogliere voci straniere, che fu anzi uno de' primi neologisti, e riferendo quel che nel 1677 scriveva al Bassetti circa la compilazione del Vocabolario: tutto l'arricchimento maggiore, che si pensa dare a quest'opera è il rifrustar manoscritti antichi, e aggiunger voci Ora io non vorrei che ci trafilassimo a cavar fuori e a spiegar voci, che in questo secolo non accaderà che un uomo l'oda nominare una sola volta in vita sua, e trascurassimo quelle, che occorrono in ogni discorso e che mal usurpate rendono chi le dice ridicolo ('"). Voi mettete , tornava a ripetergli, in questo vocabolario voci antiche, voci rancide. voci disusate, voci, che son ridicole a voi medesimi, e poi, non distinguendole dalle buone, ci date mescolate la crusca, o piuttosto le reste e la paglia istessa, con la farina . A base di quest'osservazione è sempre la vieta concezione del linguaggio; ma questo bollar di ridicolo le voci rancide e chi le adopera, indica per lo meno la coscienza della contradizione tra parola vecchia e idea nuova, un sentimento insoddisfatto dell'unità dell'espressione, un segno, in ogni modo, di salutare reazione. Nel raccomandare alla risorta Accademia di aprir le porte al Tasso; di mettere de' contrassegni alle voci arcaiche, alle non comuni, alle plebee: e di esser meno difettosa nell'accogliere le buone voci forestiere (:i), invidiando alle altre nazioni l'uso vivo della lingua, precorreva il Manzoni. Fu pertanto considerato, come egli stesso confessava, per corruttore della severa onestà de' Stefano Fermi, Lorenzo Dlagatotti scienziato e letterato ( Studio biografico bibliografico critico con ritratto, Firenze, 1903, p. 171. Leti, fam.., t. II, p. 68, in Fermi. Ovidio] nostri antichi : ma non così largamente che dal Panciatichi, residente nel 1671 a Parigi, non fosse invitato sebbene inutilmente a prender le difese di nostra lingua contro gli attacchi famosi del Bouhours, che trovò in Italia il suo avversario nel Conti. Più importante di quella del Magalotti e de' comuni consoci è forse l'opera d'uno de' due Salvini, Anton Maria: a Savino, dobbiamo, tra l'altro, la prima storia dell'Accademia ('"): storia, si dica subito, che dimostra l'importanza che l'Istituto famoso aveva ormai acquistato, ma, anche, la chiusura d'un periodo d'attività che aveva fatto il suo tempo e non rispondeva più ai nuovi tempi. Salvini è purista dello stampo del Dati, suo antecessore, di cui cita con lode il ricordato discorso siili' Obbligo di ben parlare la propria lingua; fu, direi, l'incarnazione de' principi che prevalsero in questo tempo nelV Accademia; fu il perfetto accademico; anche i modi della sua attività letteraria contraddistinguono il carattere della sua mente: fu oratore accademico e postillatore: le Prose toscane e i Discorsi accademici offrono una buona parte di quell'attività; ma è altrettanto considerevole la materia trattata da lui nelle annotazioni a opere e libri famosi : il Malmantile del Lippi, la Piera e la Tancia del Buonarroti, la Perfetta poesia del Muratori, le Origini del Menagio, il Vocabolario, la Grammatica del Buonmattei, V Anticrusca del Beni. Le più importanti al fatto nostro sono le postille all'opera muratoriana, specie per ciò che concerne l'efficacia delle regole grammaticali. Lett. in Belloni, // seicento, p. 452. ('-') Ragionamento sopra V origine dell'Accademia della Crusca, Firenze. Su esso, dott. Carmelo Cordaro, Anton Maria Salvini, saggio critico-biografico, Parma, 1906, e la notizia che di questo libro dà R. Fornaci ari. Un filologo fiorentino del sec. XVIII, in Nuova Antologia. [] Vivaldi esclude, con l'inoppugnabile argomento del tempo, che sia del Salvini, n. il quel progetto di risposta da farsi all' Anticrusca per opera del Fioretti che la fece infatti nel 1614, che il Moreni pubblicò nel 1S26 traendolo dalla iMagliabechiana. (6) Nei Discorsi Accada n. xxi, p. 3 l'A. esordisce col sostenere che l'obbligo di ben parlare la propria lingua fu dimostrata con Capitolo undicesimo 353 K noto che uno de' punti cui s'agitò la controversia, che è stata chiamata della lingua, fu l'eccellenza del Trecento sul Cinquecento e i secoli posteriori. Il Muratori fu perii Cinquecento : e il Salvini, naturalmente, pel Trecento. Tra gli argomenti che il Muratori adduceva, era questo, che nel Trecento la lingua non poteva essere arrivata alla sua perfezione, perchè, tra l'altro, non se n'erano peranco stabilite le regole e ognuno scriveva a suo talento, usando parole e locuzioni straniere, rozze, plebee, cadendo per ciò senz'accorgersene in barbarismi e solecismi, trascurando anche la retta ortografia. Il Salvini gli ritorce codesto argomento così: il non essersi stabilite le regole, né poste in iscritto, e scrivendosi tuttavia da molti e parlandosi in quel tempo regolarmente, è segno che in quel tempo era giunta al non più oltre l'italiana favella; e non fa che le regole naturalmente non ci fossero . In altre parole il Muratori sostiene la inferiorità del Trecento con la mancanza della grammatica; il Salvini l'eccellenza di esso con l'esistenza virtuale della grammatica : questione e ragioni egualmente cervellotiche e che movono l'ima e le altre dal concepire, al solito, il linguaggio come un congegno meccanico che funziona più o meno bene secondo l'esattezza sua e di chi lo adopera: il confronto è impossibile ei termini sono astrazioni. Che cos'è il Trecento? che cos'è il Cinquecento? sono le opere concrete che si scrissero, sono le parole {parole nel senso estetico) che si pronunziarono: ora confrontar l'un secolo con l'altro, è confrontar la Divina Commedia con 1' Orlando Furioso, ossia fare una cosa inutile e arbitraria. Spiegar poi l'eccellenza dell'una o dell'altra opera con le re ottime riflessioni dal suo antecessore, il nobile e dotto Carlo Dati.... Vorrebbe che si coltivassero i due idiomi e si scrivesse nell'uno e nell'altro, come fecero i maestri di nostra lingua, il Bembo, il Casa, ed altri. Ma poiché la nostra favella non ha quel corso e quella voga d'esser parlata e scritta comunemente, come, non so per qual destino, ha avuto ed ha l'idioma francese ... perciò chi di cose scientifiche vuole trattare, scriva in latino non perchè a ciò sia inetta la nostra lingua, ma per aver più gran teatro, che ascolti, perchè la lingua latina è lingua dell'universale e propria di tutti i letterati non obbliando la nostra che ha i suoi vezzi e incanti singolarissimi . In Gerini. Ricordiamo De i pregi dell' eloquenza popolare esposta da L. A. Muratori, Venezia, M DCC L, presso G. B. Pasquali, fondati sulla dottrina dell'imitazione.] gole, è pretendere che le regole producano l'arte. Siamo ancora con la vecchia poetica. Il Muratori dedicò parecchie pagine della sua perfetta poesia al buon gusto, e sebbene non accettasse le vedute dello Sforza Pallavicino che davano briglia sciolta alla fantasia, le fece larghissima parte , ebbe insomma più larghe vedute del Salvini: ma il linguaggio non fu neppur sospettato né dall'uno né dall'altro che potesse esser tutt'uno con la fantasia. La poetica del rinascimento si dissolvette, senza che la grammatica, naturalmente, avesse avuto l'onore in essa d'una interpretazione degna d'esser chiamata filosofica: fu sempre considerata come strumento: infatti nella classificazione delle arti, rimase sempre all'ingresso. Da quell'argomento delle regole il Salvini ne trasse un altro, meno disutile anche perchè contiene un elemento che si può chiarire con la storia, ma egualmente infondato nella sua concatenazione. Prima una lingua fiorisce, e la fan fiorire gli autori che la mostrano e scuopronla; e poi se ne formano le regole. Anzi quando si fanno le regole, cattivo segno: è segno che la lingua non è più nella sua naturai perfezione: è scaduta dal suo primo fiore e lustro; ha bisogno di essere puntellata, perchè non finisca di rovinare ("). E si sforza di dimostrarlo col fatto dell 'imbarbarimento del 400 da cui ci liberò il Bembo con gli altri grammatici, ma non in modo che scorcordanze e solecismi non durassero ancora, consigliando il ritorno all'imitazione dell'aureo secolo, quando autori e volgo parlavano puro e corretto e tutti scrivevano come i testi a penna dimostrano senza sconcordanze, e si avevano le coniugazioni senza che vi fossero grammatiche, dell'aureo secolo, che ebbe, oltre questi, il merito di fornire ai grammatici cinquecentisti la materia delle regole loro. Il Vivaldi, che riferisce queste idee e argomentazioni delSalvini, seguendolo passo passo con la sua critica, osserva che quando nascono le regole in una lingua, questa non è più nel suo stato di spontaneità, è entrata in un periodo riflesso; ma dire che sia in un periodo di corruzione e di rovina mi pare troppo. Or che vuol dire che una Croce, Estetica.) Quest'idea, annota il Vivaldi, p. 321, che la grammatica sorga quando la lingua si comincia a corrompere, è ripetuta in molti punti dal Salvini. Leg.ui le note] lingua e entrata in un periodo riflesso? La lingua è sempre lingua, cioè creazione spirituale in ogni momento del suo prodursi : slato riflesso sarà quello della coscienza di chi la parla. E certamente da questi stati riflessi della coscienza nascono tutti gli sforzi che mirano a spiegare il passato: le regole, teoricamente, sono il primo tentativo della scienza: praticamente, servono al bisogno dell'apprendimento della lingua: Aristotele, Quintiliano, il Bembo interessano egualmente ma diversamente tanto chi fa la storia delle dottrine poetiche e grammaticali, quanto chi si prefìgge lo scopo pratico di apprendere o di insegnare l'arte e la lingua. Si può dire, quindi, aggiunge il Vivaldi, che, nate le regole, una lingua sia meno vivace di prima; ma dire che s'incammini alla corruzione, donde il bisogno di essere puntellata, non mi pare. Come se, quando spuntavano le regole del Fortunio e le Prose del Bembo, fosse stato mai impedito all'Ariosto di condurre a quello stato di perfezione o di vivacità, ond'è mirabile, il suo Orlando Fttrioso, o per effetto di quei pretesi mali contro cui insorse la grammatica del purismo avesse mai potuto raffreddarsi il calore ond'espresse e corresse i suoi Promessi Sposi Alessandro Manzoni ! La corruzione della lingua è una delle tante illusioni che il vecchio concetto del linguaggio suscita e alimenta: e la grammatica non sorge in aiuto d'un guasto che è solo nella fantasia degli empirici. Ma, intanto, quanto inchiostro non s'è versato in queste discussioni che ogni tanto, anche dopo che la scienza le ha superate, risorgono anche tra persone colte, dividendone gli animi ! Meglio che in polemiche e in particolari trattazioni, un letterato pugliese, l'ab. Severino Boccia, autore del Tasso piangente , concretò la sua opposizione contro la Crusca in una vera e ampissima Grammatica e in un grande Vocabolario, che però non videro mai la luce . Uno dei padri della grani Napoli, Mich. Monaco, 16S2, sotto lo pseud. di Sincero Va/desio. Cfr. Guerrieri, L'abbate Severino Boccia grammatico e lessicografo pugliese del sec. XVII, Cerignola (estr.). La Grammatica italiana di Sincero Valdesio è contenuta in un ms. cart. legato in pelle bianca di oltre 500 pagine, parte numerate parte no. Una postilla in cui quest'opera viene attribuita al Boccia, reca la data iógo. Di essa fece un riassunto D. Felice, Roma, nel 1703, che poi passò all'Armellini. Il Voc. è parimenti ms. in cinque grossi volumi avrebbe chiamato il Boccia quel gran padre che ne fu Basilio Puoti, che potè vedere la voluminosa opera dell'abate pugliese . La Grammatica si apre con un discorso sulla lingua, il suo svolgimento, e il modo di studiarla: la grammatica vi è definita l'arte di parlare e scriver bene in tale idioma, senza vizio di barbarismo o solecismo , e se ne deduce che il favellare è proprio connaturale all'uomo e che nessuno può pretendere di parlare e scrivere bene, senza l'arte e lo studio: la macchina dell'opera sua poggia sopratre colonne di bronzo massiccio, la ragione, Y autorità, V usanza; ma l'A. non ha voluto giurare sul frullone delia Crusca, non sulla zucca degli Intronati, non sulla gru degli Oziosi, non sulla luna degli Erranti, né in altra celebre impresa di questa o di quella Accademia^). Da quanto ce ne dice il Guerrieri la trattazione è completa, dalle lettere, vocali e consonanti, sillabe alle parti del discorso, al pleonasmo, all'ortografia e punteggiatura; il notevole è che gli esempi sono tolti tutti quanti dal Tasso, sia per le regole che per le eccezioni: e le autorità del Vocabolario, dove spesso i modi di dire hanno il corrispondente latino, sono di frequente cavate dal Tasso. Così la Crusca veniva contraddetta in due modi, abbastanza pratici, nelle regole e negli esempi, e l'infelice poeta aveva in questo grammatico e lessicografo il più caldo e fedel difensore. Pro e contro la Crusca stette infine quel GIGLI (si veda) che, come dice il D'Ovidio, rinnovò lo scandalo col Vocabolario Cateriniano, libro riboccante d'arguzie e d'umorismo, ma spesso scurrile, pettegolo e maligno, non di rado anche insipido o adulatore , (p. 153) e del quale scontò l'audacia con umilissime ritrattazioni e il bando da Siena sua città natale e da Roma, dove fu precettore di D. Alessandro Ruspoli de' Principi di Cerveteri, per l'istruzione del quale ordinò l'operetta è dicitura che tolgo dal titolo che va sotto il nome di Regole per la toscana favella dichiarate per la più stretta e più larga osservanza in dialogo tra (*) Guerrieri, op. cit., p. 33. {-) Guerrieri. Su esso, T. Favilli, G. Gigli senese, nella vita e nelle opere, Rocca S. Casciano, 1907 (ma cfr. I. Senesi, recens. in Rass, bibl. d. leti. It. Maestro e scolare , una delle ultime e vere grammatiche di questo lungo periodo di cui siam venuti notando le manifestazioni più caratteristiche, cosa diversa dalle Lezioni di li?igua tosca?ia ("), che furono nuovamente raccolte dall'ab. G. Catena Senese. Al Gigli dobbiamo anche, tra l'altro, un'Orazione in lode della toscana favella, e la raccolta romana delle Opere di Celso Cittadini: egli poi accenna a tavole sinottiche de" Verbi ausiliari e regolari da lui compilate per distinguerne in quattro colonnette l'uso corretto antico, poetico e corrotto, distinzione non fatta dal Pergamini, e a una sua grammatica anteriormente stampata, che è tutt'uno con le Lezioni, dove infatti questa partizione è adottata. Avverte nella prefazione che ha più Grammatiche ornai la nostra Volgar Favella, che non ha genti (stetti per dire) che la parli ...; la chiama bastone ... istoriato dal Cittadini, fornito della punta di ferro dal Castelvetro, contro il Bembo, o fatto a nodi contro il Bartoli, il Beni, il Muzio; fornito di manico d'argento dal Castiglione ...; constata che l'Indie grammaticali non mandano altri Ucelli, che qualche voce spelacchiata dell'H; qualche verbo anomalo, che ha i piedi dove altri hanno il capo; qualche nome eteroclito di due sessi . E questo supergiù, come abbiam visto, era vero per la vecchia grammatica dell'italiano: poiché proprio ora, e precisamente usciva in Napoli per il latino il Nuovo metodo di Portoreale, che doveva naturalmente produrre la sua efficacia anche sull'italiano. Accenna, infine, a una nuova edizione del Donato con Avvertimenli grammaticali per la nostra volgar lingua, curata dal suo assistente alla cattedra d'eloquenza, Francesco Tondelli, che è un nuovo esempio di quella fusio ne che ormai si ve In Roma. Nella stamperia di Antonio de' Rossi, nella strada del Santuario Romano, vicino alla Rotonda, Venezia, Giavasina, e 29. Coi tipi del Pasquali in Venezia. In Lezioni, Venezia, 1736. (5) In Roma, per Antonio De' Rossi. In Roma, Chracas, 1710. Ma la prima ediz. era stata fatta in Siena. Un Donato al Senno ... con le. loro costruttioni et toscane dìchiarationi vide la luce in Treviso, per Gasparo Pianto. 35^ Storia della Grammatica niva facendo sempre più completa delle due grammatiche, l'italiana e latina, e sulla quale aveva insistito ne' suoi Discorsi accademici (cfr. specialmente il LXII, t. I, sopra la lingua latina) e nelle Prose toscane (le lezioni 22, 33, 44 sopra la lingua toscana, e la 47% Esortazione a comporne in toscano) anche Anton Maria Salvini. Le Regole come le Lezioni del Gigli non hanno maggior portata filosofica di quella che vien loro dall'essere informate a un certo spirito liberale di modernità e d'opposizione alla grammatica pedantesca e troppo ristretta, della quale abbandona il complesso schematismo, contentandosi di dar poche regole tra molti e vari esercizi (2); il che le rende naturalmente lodevoli sotto l'aspetto didattico. L'uso che il Gigli segue è quello degli scrittori del Trecento più comunemente accettati, che era un utile criterio per lui per propugnare quello della Santa concittadina, in servizio del quale prese a compilare il l'ocabolario Cateriniano, vessillo intorno a cui aveva tentato raggruppare un forte manipolo di ribelli, dove s'oppone a riconoscere in Firenze e nell'Accademia il diritto esclusivo di regolar la favella d'Italia. Per quanto editore delle opere del Cittadini, pure non sembra ne faccia la debita stima almeno per l'utile che ne possa venire ai discenti italiani: afferma, invece, che le ricerche dell'illustre concittadino sono assai più giovevoli agli Oltremontani, Vi si dice che lo studio del latino è necessarissimo per iscrivere perfettamente nel toscano. Questi luoghi segnalò già il Gerixi, op. cit., p. 8, n. Regole della poesia sì Latina che Italiana per uso delle scuole erano state edite per la 3a volta, in Venezia, presso Giuseppe Rota niella prefaz. è detto che questa è la prima poetica per le scuole). (2) P. es., è molto pratico quello indicato in fin del libro per conservare a memoria le Regole addietro scritte, per via di qualche racconto mescolato a studio degli usuali errori, che si commettono fra i Toscani medesimi; i quali errori qui si correggono dagli scolari fra di loro, con quest' ordine stesso, che dagli scolari della Grammatica Latina si pratica, ascoltando un avversario il recitamento a memoria dell'altro . Gigli mostrò di sapersi valere del dialetto per l'apprendimento della lingua. E forse a questo scopo avrà disegnato una Grammatica senese di cui parla in una sua lettera del 28 ott. 1715 (in Favilli, G. Gigli, se questa non è tutt'uno con le Lezioni o le Regole, o non è un termine vago per indicare i suoi studi grammaticali e linguistici. Capitolo undicesimo 359 ai quali tiene costantemente l'occhio specie per quel clie concerne la grafia. Né può esser lodato per ciò che concerne la critica de' testi e l'etimologia. Batte molto su i criteri stilistici, distinguendo come gli abbiam visto far per i verbi, un uso retto, antico, poetico, corrotto, che corrisponderebbe su per giù alle distinzioni fatte poi dal Manzoni. Ma è sempre sarebbe inutile osservarlo da quanto sin qui s'è detto sotto la vecchia concezione del linguaggio, per cui s'aggira costantemente nell'equivoco: Non troverete sollecismo , dice, che non possa con qualche esempio salvarsi, o del Dante, o de' suoi Coetanei, o di S. Caterina da Siena, e simili autorevoli Prosatori Poeti. Il pensiero com'è formulato determina il carattere del vecchio dogmatismo grammaticale. Il Gigli ci richiama al pensiero un sostenitore della Crusca, Niccolò Amenta (' ), già ricordato come Annotatore del Torto del Bartoli, e del quale anche, per ragion di tempo, ci dobbiamo ora occupare. L' Amenta già nelle Annotazioni al Torto aveva preso posizione netta contro il Bartoli e in favor della Crusca, giudicando che il Bartoli, menando beffe e strazio de' grammatici, non aveva seguito né le loro decisioni, né l'uso, o sia del popolo o de' più eletti, né l'autorità degli scrittori, né la prerogativa del tempo, né l'uso latino o il suo contrario, né la convenenza de' simili; ma or l'uno or l'altro, or due o tre insieme e più di tutto Y arbitrio, a cui una gran parte rimane in libertà, ed è per avventura la più diffìcile a ben usare, richiedendovisi un buon gusto proveniente da buon giudicio (p. 15). L'accusava d'aver plagiato il Cinonio, di cui non par facesse molta stima: e concludeva: se adunque vorrà tutto ciò considerare qualunque affezionato al P. B., ho per fermo, che compatirammi, s'io in queste osservazioni tra la forza che m'ha tatto principalmente la ragione, e per la riverenza che ho avuto a' Testi, a' buoni Grammatici, ed a' signori Accademici fiorentini, spessissime volte gli ho contraddetto. Protestando ad ognuno che se '1 B. scrisse questo libro (come già pare ch'egli stesso volesse) per far conoscere, che nella Toscana favella prevaglia (' spesso così accoppiati discussi dal Vico) poterono sodisfargli l'intendimento circa la guisa del nascime?ito, ossia la natura delle lingue, che troppo ci ha costo di aspra meditazione i1), e la cui Discoverta, ch'è la chiave maestra di questa Scienza, ci ha costo la Ricerca ostinata di quasi tutta la nostra vita letteraria. Medesimamente lo lasciarono insodisfatto i grammatici del rinascimento, da lui criticati e nella massima opera enel breve Giudizio intorno alla Grammatica d'Aronne. La metafisica è una scienza, comincia VICO (si veda), la quale ha per oggetto la mente umana. Ond'ella si stende a tutto ciò che può giammai pensar l'uomo. Quindi ella scende ad illuminare tutte le Arti, e le Scienze, che compiono il subietto dell'umana Sapienza. Le prime tra queste sono la Grammatica, e la Logica; l'ima, che dà le regole del parlar dritto, l'altra del parlar vero. E perchè per ordine di Natura dee precedere il parlar vero al parlar dritto; perciò con generoso sforzo Giulio Cesare della Scala, seguitato poi da tutti i migliori Grammatici che gli vennero dietro, si diede a ragionare delle cagioni della Lingua Latina co' principj di LOGICA. Ma in ciò venne fallito il gran disegno con attaccarsi ai principj di Logica, che ne pensò un particolare uomo filosofo, cioè colla Logica di Aristotile, i cui principj essendo troppo universali, non riescono a spiegare i quasi infiniti particolari, che per natura vengono innanzi a chiunque vuol ragionare d'una lingua. Onde Francesco Sanzio, che con magnanimo ordine gli tenne dietro nella sua Minerva, si sforza colla sua famosa Ellissi di spiegare gl'innumerabili particolari, che osserva nella Lingua Latina; e con infelice successo, per salvare gli universali principj della Logica di Aristotile, riesce sforzato e importuno in una quasi innumerabile copia di parlari Latini, dei quali crede supplire i leggiadri ed eleganti difetti, che la Lingua Latina usa nello spie- [In Croce. Scienza Nuova, Milano, Truffi. Non è questa la migliore edizione del gran libro; ma, avendo condotto su essa il mio studio, mi è difficile ora concordare le citazioni con la seconda edizione Ferrari. Cfr. Croce, Bibliogr. vichiana, Napoli, e Suppli'Diento.] garsi. Ma il quanto acuto, tanto avveduto Autore di questa novella Grammatica ha ridotto tutte le maniere di pensare, che nascer mai possono in mente umana intorno la sostanza, e le innumerabili varie diverse modificazioni di essa, a certi principi metafisici cosi utili e comodi, che si ritrovano avverati in tutto ciò che la Grammatica Latina propone nelle sue regole, e nelle sue eccezioni. Il frutto di una sì fatta grammatica è grandissimo, perchè il fanciullo, senz'avvedersene, viene informato di una metafisica, per dir così, pratica, con cui rende ragione di tutte le maniere del suo pensare; appunto come colla Geometria i giovani, pur senz'avvedersene, apprendono un abito di pensar ordinatamente. Per tutto ciò, secondo il mio debole e corto giudizio, stimo questa Grammatica degna della pubblica luce, siccome quella che porta seco una discoverta di grandissimi lumi alla Repubblica delle Lettere. Lasciando per ora da parte il rispetto del Vico verso la grammatica ancor classificata secondo il vecchio canone, è agevole vedere come la posizione presa da lui contro lo Scaligero e il Sanzio, acutamente distinti tra tutti i grammatici dell'antichità e del rinascimento, sia determinata appunto dal suo concetto fondamentale di fantasia e d'intelletto. Il Sanzio, moviamo da questo perchè supera lo Scaligero, pur avanzando di tanto i precedenti grammatici nell'interpretazione delle forme e de' costrutti latini, come quegli che ne cercava le radici nello spirito e non in un convenzionale ed esterior meccanismo ("), nel fatto linguistico e grammaticale non vedeva che un fatto logico, e, con quest'unico criterio, spiegava non solamente i casi ('j Opuscoli di Giovanni Battista Vico raccolti e pubblicati da Carlantonio de Rosa marchese di Villarosa. Napoli. Presso Piorelli. È notevole il tono, più che polemico, sarcastico e sprezzante con cui combatte le dottrine de' precedenti grammatici tutt' altro che indegni di alta stima come il Valla. Le espressioni che adopera contro di loro sono di questo tenore: Ridicala vero sunt quae inculcat Valla de Unus et Solus.... An non risu res digna est, quum Valla et Grammatici docent in his orationibus: Fortiores Troianorum superavit, et fortissimos Troianorum superavit: in priore esse genitivum partitionis, in posteriore minime? Sed horum insaniam Minerva exagitat. Quella Minerva nel nome della quale intitolò l'opera sua maggiore De caitsis linguae latinae di cui le Verae brevesque Grammaticae latinae institutiones sono un anticipato compendio. Capitolo dodicesimo 371 regolari della sintassi latina, ma tutte le apparenti irregolarità, mirando unicamente a questo, cioè a ridurre l'irregolare al regolare con quella che egli stesso chiamò la doctrina s?tpp tendi (l). ossia la dottrina dell'ellissi. Naturalmente non con la sola ellissi spiegava tutte le anomalie: poiché egli ammetteva cinque figure: il pleonasmo, l'ellissi, lo zeugma, la sillessi e l'iperbato, chiamando nionstrosi partus Grammaticarum (") l'antiptosi, la prolessi, la sintesi, V apposizione, V evocazione, la sinecdoche; ma latissime patet Ellipsis (;i), e perciò sull'ellissi particolarmente si diffonde , praeclarum munus . Dovunque l'espressione non è assolutamente geometrica, il Sanzio trova un' ellissi, e spiega il modo onde si supplisce, non accorgendosi della solenne smentita che dà alla propria dottrina, quando, come fa nell'introduzione alle Regulae generales (''), afferma che però sarebbe barbaro, neologistico, insomma inelegante, il modo regolare supplito, sciogliendo l'ellissi, all'irregolare. ...quid leporis habebunt tot proverbia, si integra referantur ?... Multa edam Grammaticae ratio nos cogit intelligere, quae si apponerentur latinitatis elegantiam disturbarent, aut sensum dubium facerent... Alia rursus videmus desiderari, quae sine barbarismo suppleri nequeunt et tamen Grammatica necessitas supplebit. In questo il Sanzio seguiva un'antica e sanissima veduta rappresentata principalmente da Quintiliano, il quale diceva: Aliud est Latine loqui, aliud Grammatice loqui, e seguita anche da Orazio, che il Sanzio cita con tanto maggior entusiasmo quanto più acremente rifiuta la tesi degli avversari, che pare non fossero né pochi ne in vero ignoranti. Supplementum , dicevan co- [Nell'opera qui appresso cit.: Doctrinam supplendi esse valde necessariam. SANCTIS (si veda) Brocensts in inclyta Salmanticensi Academia primarij Rhetorices, Graecaeque linguae doctoris, verae, brevesque Gramatices latinae institutiones, Salmanticae, excudebat Ma- thias Gastius. La introduzione si chiude con quest'enfa- tiche parole: Liceat iam nobis per Grammaticos thesauros Ellipseos aperire, sine quibus iniuriam facit Latino Sermoni, qui se Latinum audet nominare.] storo, reffugium est miserorum: si nobis liceat supplere quod volumus, omnes erunt valde bonae orationes . E non avevano torto, intuendo, senz'accorgersene, una profonda verità, quella cioè dell'impossibilità estetica della sostituzione della frase co- siddetta propria all'impropria, propria essendo solamente, cioè artistica, vera, espressiva, quella che s'è usata con tutti i suoi apparenti difetti. Horatius , dunque, diceva il Sanzio, quasi nostras partes agens, et Ellipsin amplectens, dixit li. I. Saty. io. Est brevitate opus, ut currat sententia, non se impediat verbis lassas onerantibus aures . Dove, come pure nella sentenza quintilianea, la Grammatica è solennemente liquidata e inverasi a maraviglia all'inverso il motto degli avversari del Sanzio: supplementum reffugium est miserorum ! Addurre esempi de' supplementi sanziani è superfluo e inutile, perchè occorrerebbe addurne tutto l'infinito numero, per vedere a che punto spinge il Sanzio l'applicazione della sua dottrina. Ora chi conosce una lingua, sa che il più è l'irregolare; onde converrebbe chiamar una lingua tutta una figura continuata. Il Vico, che aveva del linguaggio e della poesia una ben diversa concezione, derivandoli non dall'intelletto, ma dalla fantasia, in questo sforzo del Sanzio non poteva che vedere un'illusione, e, con disinvolta profondità, lo confuta e lo supera con quella semplice osservazione, che egli riesce sforzato e importuno in una quasi innumerabile copia di parlari latini, dei quali crede supplire i leggiadri ed eleganti difetti che la lingua latina usa nello spiegarsi ; dove la natura della lingua, i diritti della fantasia e i principi critici si affermano in una mirabile concordia veramente degna di quell'altissima mente. Così, egli, more solito, cioè con la massima semplicità, superava tutti i migliori grammatici, ripigliando con coscienza di causa l'antica tesi degli avversari del .Sanzio. Tuttavia non in questo Giudizio, dove pur non si vorrebbe conservata alla grammatica l'antica posizione che aveva nel canone tradizionale né fatta quella sottil distinzione tra parlar vero e parlar diritto, residui di vecchie vedute, non in questo Giudizio si esaurisce la sua critica della grammatica. Questa anzi è principalmente costituita dalla spiegazione della genesi delle parti dell'orazione e della sintassi che il Vico porge nei terzi Corollarj al cap. Della Logica poetica del libro secondo della Scienza nuova. Capitolo ti od ice si mo Lo Scaligero e il Sanzio avevano accettata tal quale la dottrina aristotelica delle categorie grammaticali: Aristotile aveva, in sostanza, dato al nome la funzione di esprimere la materia o Volte, al verbo quella di esprimere il moto o V azione, aveva cioè attribuito a astrazioni della nostra niente un valore effettivo e reale, aveva scam biato un concetto con un fatto. Accettar questa dottrina era, come benissimo osserva il Vico, conchiudendo que' corollari, un ammettere che i popoli, che si ritrovaron le lingue, avessero prima dovuto andare a scuola d' Aristotile (l); era un ammettere la preesistenza di categorie alla produzione del pensiero, un asserire che i parlanti si servirono di schemi astratti, per esprimere determinate parole, che fecero cioè l'impossibile. Il Vico diede invece una genesi naturale alle parti dell'orazione e alla sintassi, e insieme indicò V ordine con cui esse nacquero e la sintassi si formò. La lingua articolata mi rifò da questo punto per tenermi strettamente al mio argomento quella cioè delle tre che cominciarono nello stesso tempo ( intendendo sempre andar loro del pari le lettere (") ), degli Dei, degli Eroi e degli Uomini, cominciò con l'onomatopea, con la quale tuttavia osserviamo spiegarsi i fanciulli (ricordisi che nella sua storia ideale umana il Vico paragona sempre i momenti di sviluppo dell'umanità con quelli dell'uomo); seguitò a formarsi con l' Interiezione; che sono voci articolate all'empito di passioni violente, che in tutte le lingue son monosillabe ; poi coi pronomi; imperocché le interiezioni sfogano le passioni proprie, lo che si fa anco da' soli; ma i -bronomi servono per comunicare le nostre idee con altrui d'intorno a quelle cose, che co' nomi propj o noi non sappiamo appellare, o altri non sappia intendere: e i pronomi pur quasi tutti in tutte le Lingue la maggior parte son monosillabi, il primo de' quali, o almeno tra primi dovett'esser quello, di che n' è rimasto quel luogo d'oro d'Ennio, Aspice hoc sublime cadens, quem omnes invocant Jovem, ov'è detto hoc invece di Coelum, e ne restò in volgar Latino, Luciscit hoc jam; Qui il Vico ricorda il Trissino. 374 Storia della Grammatica in vece di albescit Coelum: e gli articoli dalla lor nascita [avvertasi il trapasso dalla spiegazione dell'origine de' pronomi a quella degli articoli, che, se non prendiamo abbaglio, nella mente del Vico rappresenterebbero una cotal funzione di determinare il nome generata dal pronome, quando non scompagnandosi dal nome, perdette la sua vera funzione] hanno questa eterna proprietà d'andare innanzi a' nomi, a' quali son attaccati. Dopo si formarono le particelle, delle quali son gran parte le preposizioni, che pur quasi in tutte le lingue son monosillabe; che conservano col nome questa eterna proprietà di andar innanzi a' nomi, che le domandano, ed a' verbi, co' quali vanno a comporsi. Tratto tratto s'andarono formando i nomi: de' quali nell' Origini della lingua Latiiia ritrovate in quest' Opera la prima volta stampata, si novera una gran quantità nati dentro nel Lazio dalla vita d'essi Latini selvaggia per la contadinesca infin alla prima civile, formati tutti monosillabi, che non hanno nulla d'origini forestiere nemmeno greche, a riserba di quattro voci fiovg. ovg, jav$, o>jij>, eh' a Latini significa siepe, e a' Greci serpe... ed esser nati i nomi prima de' verbi, ci è approvato da questa eterna proprietà; che non regge Orazione se non comincia da nome, ch'espresso, o taciuto la regga. Finalmente gli Autori delle lingue si formarono i verbi come osserviamo i fanciulli spiegar nomi, particelle, e tacer i verbi, perchè i nomi destano idee, che lasciano fermi vestigi; le particelle, che significano esse modificazioni, fanno il medesimo: ma i verbi significano moti, i quali portano l'innanzi, e '1 dopo, che sono misurati dall'indivisibile del presente difficilissimo ad intendersi dagli stessi filosofi. Ed è un 'osservazione fisica, che di molto approva ciò, che diciamo; che tra noi vive un uomo onesto tocco da gravissima apoplessia, il quale mentova nomi e si è affatto dimenticato de' verbi. E pur i verbi, che sono generi di tutti gli altri, quali sono sum dell 'essere, al quale si riducono tutte V essenze, ch'è tanto dire tutte le cose metafisiche: sto della quiete, co del moto, a' quali si riducono tutte le cose fisiche, do, dico e facio, a' (piali si riducono tutte le cose agìbili, sien o morali o famigliari, o finalmente civili: dovetter incominciar dagli imperativi ; perchè nello Stato delle famiglie, povero in sommo grado di lingua, i Padri soli dovettero favellare e dar gli ordini a' figliuòli, ed a' famoli; e questi sotto i terribili imperj famigliari, quali poco appresso vedremo, con cieco ossequio dovevano tacendo eseguirne i romandi; i quali imperativi sono tutti monosillabi, quali ci son rimasti es, sta, i, da, dic,fac. Analogamente si ritroverebbe, par che voglia dire il Vico, • Y ordine, con cui nacquero le parti dell'orazione, e 'n conseguenza le //aturali cagioni della SINTASSI (COM-POSITIO). Ora, date per provate tutte queste asserzioni di fatto del Vico riguardanti l'origine e la formazione nelle sue successive tasi delle lingue, qual è la differenza che passa tra la dottrina aristotelica delle categorie grammaticali e quella di VICO (si veda)? A me sembra profondissima. Di Aristotile abbiamo visto. Il Vico par ammettere l'esistenza di queste categorie; ma è solo question di parole; perchè, nella sua dimostrazione storico-genetica viene in sostanza ad annullarle. Le parti del discorso pel Vico corrisponderebbero ad altrettanti momenti della formazione del linguaggio o, eh' è lo stesso, della storia ideale dell'umanità: ogni parte è una fase della coscienza umana allargantesi alla concezione e all'espressione di nuove idee: perciò queste parti del discorso non sono categorie ricavate astrattamente dalla distruzione dell'espressione, come fa chi sottopone il fatto estetico unico, indivisibile a un'elaborazione logica; ma son vere e proprie parole, che il Vico appella coi nomi tradizionali della grammatica, tanto per farsi intendere, ma che non sarebbe affatto necessario chiamar in tal modo: ognuna di codeste parole è un fatto reale espressivo naturale per sé stante che si produce spontaneamente da una causa interiore. Se veramente codeste parole si sian formate nel modo accennato anzi affermato dal Vico e in quell'ordine, non possiamo storicamente provare, né il Vico può provarlo (gli esempi de' fancndli e de' paralitici valgon ben poco, secondo noi); ma, comunque siano andate le cose, questo é con piena evidenza chiarito che le lingue crebbero per fatto naturale, e che il discorso si andò sempre meglio organizzando a mano a mano che la coscienza dell'umanità si sviluppava, e che le parti di codesto discorso ne segnano le tappe successive: anzi, parti non potrebbero chiamarsi, poiché ognuna d'esse essendo una parola, ogni volta che questa veniva pronunziata, era un' espressioìie intera, cioè diceva tutto quello che il parlante voleva dire. Quel motto onomatopeico, quelì'ùiteriezione, quel pronome, quell' articolo, quel nome, quel verbo, anzi quell' imperativo, pronunziati dall'uomo primitivo, non sono categorie grammaticali, schemi preesistenti alla concezione stessa dell'idea in essi rappresentata e necessari assolutamente alla estrinsecazione di essa di cui sarebbero la formula d'espressione, ma veri vocaboli, vere parole, veri fatti espressivi, individuali e interi, che possono esser chiamati con quei nomi, ma per mera convenzione e senza alcuna necessità. Il Vico chiama il fatto estetico naturalmente prodotto coi nomi convenzionali astrattamente ricavati con un procedimento logico; Aristotile pretende che astrazioni logiche si esprimano con determinate parole. Come si vede, siamo agli antipodi; cioè z\V origine e quasi alla fine della grammatica. Dico qtiasi alla fine, perchè l' intuizione di VICO (si veda) non è rigorosamente e metodicamente dimostrata: e in ogni modo quello stesso parlar ancora di parti del discorso, non solo, ma il ripeter la definizione tradizionale del verbo, che significa il moto, ingenera per lo meno confusioni e dubbiezze; ma, presa nel suo insieme e nel suo spirito, la critica di VICO (si veda) si può ben dire che supera le precedenti vedute, e scioglie il problema. Ma, com'è noto, il Vico ebbe, almeno per allora, poca fortuna, e anche in questo terreno grammaticale i semi da lui sparsi non diedero alcun frutto, mentre sarebbe stato facile il fecondarli per opera di degni interpreti e continuatori. D'altra parte, neppur l'indirizzo logico-grammaticale di Porto-Reale fu, in questo periodo, seguitato in Italia con molto calore nei rispetti della lingua italiana, il Barba è una magnifica eccezione mentre invece specialmente in Francia alimentava una viva ed elevata letteratura grammaticale. Non che l'Italia fosse intellettualmente prostata o esaurita: decadimento ci fu, ma era solamente letterario e nessuno oggi oserebbe più estendere a tutto il pensiero e alla vita italiana del primo Settecento quant'era proprio solo dell'Arcadia. L'Italia si volgeva ad altri studi, specialmente a quelli d'erudizione e di critica storica, ne' quali si doveva rifar la coscienza, ripigliando le tradizioni cinquecentesche iniziate da Sigonio e da Borghini e trasmigrate nel Seicento in Germania e in Olanda. Oggetto di questi fervidi studi furono le costituzioni e le vicende politiche, il diritto, le costumanze, le origini e anche la lingua dell'Italia nuova, e, col Vico stesso, era alla testa del movimento Muratori, il rappresentante più caratteristico dell'attività intellettuale di quest'epoca italiana . Cardicci, Prefaz. alle Letture del Risorgimento ita/., Bologna, 1896, e ora in Opere, XVI, Poesia e Storia. Ma quello per la lingua fu un interesse non più solamente glottologico: allo studio della lingua antica d'Italia i nostri eruditi si volsero anche per la luce che ne potevano trarre sulla vita italiana e sulla condizione degli Italiani nel Medio-evo. Si rinnoveranno le controversie particolari sull'origine degli idiomi italiani, sul De Vulgari Eloqìientia, sull'eccellenza del Trecento e altrettali che costituiscono la cosidetta questione della lingua, ma il problema non è più solamente linguistico, è anche storico : non si tratta più di sole parole, ma di cose. La nuova coscienza italiana colorisce della sua luce le discussioni, rendendole meglio vitali e interessanti: nel Cinque e Seicento era la coscienza letteraria, ora è anche la coscienza civile che si propone il problema della lingua, della poesia e della letteratura quale testimonianza de' tempi. Siamo ai prodromi di quel rinnovamento scientifico che nella seconda metà del secolo determinerà il radicale rivolgimento degli stati europei. Non occorre che io ricordi qui più che i nomi del Crescimbeni, del Gravina, del Fontanini, del Gimma, del Maffei, del Giannone, dello Zeno, del Quadrio, ciascuno de' quali in opere d'indole e di soggetto varii discusse dell'origine o dello svolgimento della lingua, ma tutti, chi più chi meno, dominati dal concetto della reciproca influenza che popoli di civiltà diversa possono esercitarsi, e delle intime relazioni tra civiltà e letteratura, tra civiltà e lingua. In tali condizioni diminuirono le attrattive de' letterati verso la pura e arida grammatica, anche, non tenendo conto delle ampie, se non in tutto esaurienti, compilazioni grammaticali, come quelle del Buonmattei e del Cinonio, con la lunga tratta de' loro seguaci, sempre ancor circondate delle più vive simpatie, che non potevano non sviare dal proposito di nuove consimili fatiche. Cosicché chi si volse alla grammatica, se volle far cosa nuova, dovette tentar le uniche vie che almeno per ora rimanevano aperte: rinfrescar lo studio grammaticale che veniva rendendosi obbligatorio, con eleganti esposizioni, correggendo, vagliando; oppure, ch'era ormai vera necessità didattica, ridurre a metodo il sovrabbondante e spesso farraginoso materiale. L'una via e l'altra furono battute ugualmente: quella da Domenico Maria Manni, questa da Salvadore Corticelli: due letterati che si somigliano in più cose. Anzitutto nel sincero e fervente desiderio di tener desto e vivo il culto della prosa e della lingua toscana: poi nell'uso de' mezzi che scelsero a Capitolo tredicesimo 379 tal uopo, mezzi dirò così teorici e pratici: l'uno e l'altro intatti dettarono, pur tacendo cosa diversissima, regole e osservazioni di lingua, e racconti piacevoli che dilettando istruissero e incitassero allo studio di essa. Entrambi furono Accademici della Crusca. Le Lezioni di lingua toscana, di cui una terza edizione fu fatta nel 1773 (l), furon tenute dal Manni nel Seminario Arcivescovile di Firenze il 1736, per elezione dell'arcivescovo Giuseppe Maria Martelli, dove nulla sembrava mancare, fuorché lo studio, e la lettura della patria lingua. In Firenze pubbliche cattedre di lingua toscana, come vedemmo, e in Siena e altrove in Toscana, furono istituite dai Granduchi fin dal Cinquecento, e già prima nello Studio a principiar dal Boccaccio v'erano stati espositori di Dante e poi, nel Quattrocento, anche del Petrarca. Ma queste non furono mai vere e proprie istituzioni scolastiche in servizio esclusivo de' giovani e di contenuto puramente grammaticale: si rivolgevano al comodo del largo pubblico d'ogni ceto ed età. Se il Dati e altri letterati del tardo Seicento tornavano a lamentare che non si studiassero le regole e a predicare che non basta il nascimento per iscriver bene, ma occorrono studio e fatica, ciò vuol dire che un insegnamento metodico della grammatica non si era peranco istituito neppur in Toscana, e la testimonianza del Manni, per quanto riguardi un solo istituto, dimostra che quello del Martelli fu un primo tentativo d'introdurre ufficialmente nelle scuole l'insegnamento della grammatica: altrove, come a Napoli, un insegnamento siffatto mancò, anche dopo che lo sdoppiamento della cattedra di retorica del Vico inaugurò nell'Università quello d'eloquenza italiana ("). Il latino continuò per un pezzo a tener il campo della grammatica (3): e anche in queste Lezioni del Manni ne vedremo altre prove, dichiarandovisi spesso che a certe trattazioni sarebbe superfluo attendere, da poi che si compiono nella grammatica latina e sono sufficienti anche per chi studia quella del volgare. In ogni modo, almeno a Firenze, [Ho questa sott'occhio: fu fatta in Lucca, appresso Giuseppe Rocchi. GENTILE (si veda), Il figlio di Vico, cit. più innanzi. Perfino la grammatica generale s'innestò al' latina prima che alle lingue vive. 380 Storia della Grammatica non pare che ci fosse un insegnante speciale di lingua italiana, poiché nelle scuole laiche la materia delle lingue sarà stata disciplinata non diversamente dalle ecclesiastiche. Il Manni fu un grand'erudito, oltre che un grammatico: la sua Istoria del Decamerone è suo nobile titolo d'onore: queste Lezioni risentono in ogni pagina di questo spirito d'erudizione, e sono ricche di utili notizie anche per la storia della grammatica. Egli stesso anzi dichiarava che l'incarico commessogli dall'arcivescovo gli sarebbe servito di ben acuto sprone a compilare, in quel modo che avrebbe potuto, una breve Gramatica della Lingua Toscana, quantunque sentisse esser ella da altri omeri soma, che da' suoi. Son lezioni così distribuite: della necessità e facilità della Lingua Toscana, Delle lettere, Del nome, Parimenti del nome, Del pronome, Altresì del pronome, Del verbo, Dell'avverbio, Del periodo toscano, Dell'ortografìa. Come si vede, è un'esposizione saltuaria di talune parti dell'orazione e della grammatica, credendo l'autore non esser necessario fermarsi su tutto, conforme gl’esempi fornitigli da Strozzi e Sansovino, come fa, p. es., rispetto alle sillabe, tanto più che di esse cosa non ci ha quasi di dire che ai Latini insieme non appartenga (p. 46); né diffondersi con soverchia minuzia sui singoli argomenti, come usò, p. es., il Buonmattei a proposito de' verbi, de' quali discorse con rincrescevole lunghezza: eguale indifferenza dimostra il nostro Autore per i problemi della grammatica storica, che non servono ad altro che a far gittar via il tempo (p. 146). Tutto l'interesse del Manni è per la sovrabbondante bellezza della nostra lingua il che ci dice subito qua! sia la concezion che ne ha e per le questioni ermeneutiche, nella risoluzion delle quali egli poteva mettere a profitto la sua conoscenza degli antichi manoscritti, e il rigore assoluto che professava in fatto di regole. Quindi, mentre da un lato egli, sodisfatte U' principali esigenze a cui non si può sottrarre chiunque debba pur dar ilei paradigmi e delle norme generali intorno alle parti dell'orazione, si tien lontano dalla minuziosa trattazione metodica della sua materia, dall'altro e' si profonde in Capitolo tredicesimo 381 elucubrazioni elogiative della ricchezza e varietà ili nostra lingua, e s'ingolfa in particolarissime questioncelle veramente di scarsa importanza, come quelle del mai se significhi negazione senza il non, del lui e del lei se possano essere adoperati per egli ed ella, del cui se stia per chi soggetto. Sulla prima delle quali questioni, riferisce una curiosissima Sentenzia, data per le stampe in un foglio a sé, dell' Illustrissima et Eccellentissima Signora la Signora Donna Isabella Medici Orsina Duchessa di Bracciano, sopra la differenza fra Don Pietro della Rocca Messinese Cavaliere di Malta, et Cosimo Gacci da Castiglione, sopra la voce mai, se è negativa, o affermativa, secondo la quale si giudicava : esso cavaliere Don Pietro della Rocca, che teneva, che mai negasse senza la negativa, ha bene sentito, e tenuto secondo il commune, et buon uso del parlare Toscano , e che si chiudeva con queste sacramentali e solenni parole: In fede di che habbiamo fatto scrivere questo nostro lodo, dichiarazione, et sentenzia, la quale sarà affermata di nostra propria mano, et segnata col nostro solito sigillo. Data, nel nostro Palazzo a Baroncelli a dì XX, presenti M. Roberto de' Ricci, et M. Giovanni Antinori, gentil' huomini fiorentini. Noi Donna Isabella Medici Orsina, Duchessa di Bracciano affermiamo quanto di sopra . Era l'anno della celebre rassettatura del Decameron, e il rumore di quel gran lavorìo aveva, si vede, degli echi anche nelle corti, dividendo gli animi come se si trattasse della salute dell'Italia. A tanta sentenza non s'inchina il Mannij che ricorda le parole dello Strozzi affermanti che il mai Dante, il Petrarcha il Bembo e il Casa non l'hanno mai fatto negare senza il non ! (pp. 182-4). Medesimamente non accetta il lui e il lei per casi retti, e vi spende intorno ben ventidue pagine, raccontando la storia della questione e impugnando, come già aveva fatto il Fortunio, che però non cita, la lezione di quell'emistichio petrarchesco, E ciò, che non è lei del son. Pien di qicell' ineffabile dolcezza, che si dovrebbe leggere E ciò che non è in lei, secondo anche un ms. o di quel torno della libreria Riccardi, segnato 0,19 ! È noto che dal Filelfo al Monti è stato discusso su questo passo, e anche dopo, finché quelle che il Mestica ha chiamato invincibili ragioni estetiche e grammaticali Q} del Monti non ebbero la conferma dell' auto Ed. critica, Firenze] grafo vaticano 3195, che infatti legge E ciò che none lei, come ora ognun può vedere nella riproduzione letterale data dalla Filologica romana . Secolare questione, tenuta sempre viva dal pedantismo grammaticale tenacemente ribelle a riconoscere funzione soggettiva a lui e lei ! Simili investigazioni e discussioni ci porgono la misura del valore di queste Lezioni, e di quel che sarebbe stata la Grammatica che era nell'intendimento del Manni: tranne per qualche correzione ermeneutica da accettare perchè fondata su dati di fatto documentati da manoscritti autentici, la dottrina grammaticale del Manni rappresenta un regresso per l'età sua, un puro ritorno alle vedute cinquecentesche dei più puristi senza il pregio della spontaneità dell'osservazione, che allora corrispondeva a un bisogno pur mo nato di comprendere le forme esteriori d'una letteratura che andava sempre più acquistando importanza e grandezza. Le IX lezioni Del periodo toscano hanno un particolare interesse per le considerazioni alle quali possono offrire occasione. Abbiamo visto come alla sintassi sia stata fatta sempre poca o nessuna parte nelle grammatiche italiane: nel Cinquecento l'esempio del Giambullari, che fu il primo, sotto il consiglio del Gelli, a trattar largamente della costruzione intera e figurata secondo l'uso de' retori latini e greci, non fu molto seguito, e restò quasi isolato; tanto che il riassuntore di tutte le più che secolari osservazioni grammaticali, il Buonmattei, nella sua voluminosa grammatica, non dà luogo affatto alla sintassi e se parla del ripieno (pleonasmo), lo fa perchè lo considera come parte dell'orazione, non necessaria per altro alla tela grammaticale, e non come figura sintattica. Della costruzione tornò a trattare, come vedemmo, il Menzini, ma solo in quanto gli dava materia di discorrere appunto delle figure grammaticali, non del vero e proprio reggimento, e per influenza della grammatica sanziana e particolarmente della teoria dell'ellissi; supplì, come pure vedemmo, il Cinonio all'assenza della trattazione sintattica, con quel suo speciale sistema di passare in rassegna l'uso delle cosidette particelle: ma neppure il Cinonio trattò A cura di E. Modigliani] quella che propriamente si chiama la sintassi. Di questa, vedremo tra poco, e perchè, s'occupò direttamente e di proposito il Corticelli, trasportando di peso il metodo della grammatica latina nell'italiana e rimanendo così a mezza strada. Ma al periodo pochissimi grammatici , come s'è visto, rivolsero la loro attenzione, come ad oggetto diretto d'osservazione grammaticale. Né poteva esser diversamente. Avremo anche più volte ripetuto che nella sua esterna compagine la nostra grammatica si venne modellando sulla latina, svolgendo negli schemi da questa offerti il nuovo suo contenuto. Ora la trattazione del periodo per i latini non fu mai materia di grammatica, ma, come organismo d'arte e di pensiero, apparteneva alla rettorica. Così esso entrava nelle Artes dictandi de' nostri antichi dittatori, che erano, anche se si chiamano grammatici e maestri di grammatica, essenzialmente retori e maestri di rettorica. Il periodo insomma riguardava quella sezione della rettorica antica che è l'elocuzione. Il nostro Manni, infatti, accingendosi nella detta lezione, a discorrere del periodo, cita il retore Demetrio Falereo, il quale nel suo celebre Trattato dell'Elocuzione accintosi a parlar del periodo, tratta prima de i Membri, e degl'Incisi, come parti sostanziali, da cui riceve esso materialmente il suo essere; poiché dalla chiara cognizione di questi, la perfetta intelligenza di quello si facilita, se non in tutto, in gran parte. Quindi per ispiegare in un tempo stesso e del Periodo e de i Membri, e degl'Incisi l'essenza, con un esemplo, a mio giudicio, esprimente, rassembra il Periodo a una mano, della quale ogni dito che si consideri separatamente da quella, si trova essere un tutto in sé stesso perfetto; laddove poi se col risguardo all'intera mano si osservi, altro non è, che un membro, ed una picciola parte fra l'altre tutte, che vengono a comporlo. E poi cita subito il Panigarola nel Commento alla Particella terza della prima parte del suo Demetrio, e poi il cap. 9 del 30 della Rettorica d'Aristotile, doveil periodo vien poi diviso in Semplice, e in Composto, non altro essendo il Periodo semplice, che quello, che fatto è d'un Membro solo; il composto quel di più Membri. Ricordo, tra gli altri, il Gagliaro . Y. qui il cap. Vili e particolarmente la p. 25; Sulla scorta dei trattatisti antichi e moderni , che hanno fatto sopra di ciò trattati pienissimi , dichiara il Manni che potrebbe molte cose portare ai suoi discepoli; ma le tralascia, per non ripeter ciò che è stato detto dagli altri e che ognuno può veder da sé, e perchè le cose che dir potrebbonsi, non meno appartengono al Greco, ed al Latino periodo, di quel che al nostro Toscano abbiano attinenza (p. 200). Suo intendimento è ragionare soltanto del Periodo Toscano dal Boccaccio con sottile accorgimento nella Lingua nostra introdotto , mirando a eliminare un inconveniente comune negli scrittori e oratori. E appena necessario avvertire che il Manni concepisce il periodo come un esteriore meccanismo o strumento per l'espressione del pensiero, che si può togliere in prestito, insegnare o trasmettere da scrittore a scrittore. Le particolari osservazioni movono tutte da questa concezione, che è poi quasi interamente rettorica e punto grammaticale. Il forte, e l'essenziale del discorso ed il fondamento della buona eloquenza si è in primo luogo l'abbondevolezza delle cose, e la robustezza de' concetti, e de i sentimenti sul capitale di un gran sapere accumulata (p. 201). Poi la giudiziosa scelta del genere di parlare (lo stile), se alto, mediocre, o umile ('"), che però appartiene all'arte di dire. Da questi principi, derivano l'uso de' termini, degli epiteti, e degli avverbi ottima, ed abbondevole guernigione di nostra lingua. Ma la prima caratteristica del periodo toscano è V ordine del tutto e delle parti. L'ordine dev'esser naturale: da esso non si disgiunge la naturalezza e la chiarezza, cui è compagna la sonorità. Questa bisogna conseguire specialmente al principio r al fine del periodo, e particolarmente al fine. I Greci per conseguirla erano esercitati dal I^onasco, esercitatore della pronunzia . Essa in gran parte dipende dalla misura delle sillabe, negata da Bartolomeo Cavalcanti all'italiano, benché prima della [Tra questicita Giovita Rapicio, autore d'un Trattato del numero oratorio [De numero oratorio'], e lodatissimo maestro e scrittori.li ose grammaticali e pedagogiche. Cfr. Gekini, op. cit., p. 124 sgg. Recentemente gli è stata dedicata una monografia. Reca l'esempio di sinonimi del verbo morire: Trar l'aiuolo, Tirar le cuoia. Render l'anima al Creatore suo, Pagare alla natura il suo diritto.] sua morte la fosse stata asserita nel 1556 dal Ragionamento del Lenzoni, edito dal Giambullari, sulla quantità delle nostre sillabe, de' nostri piedi, de' nostri periodi, e prima ancora dagli Accademici della Virtù che ne diedero per le stampe i precetti. essendone stato primo autore Alberti. I Latini avevano le lunghe e le brevi, e noi abbiamo gli accenti. Il periodo non vuol esser terminato né da voci monosillabiche né assai lunghe. Il Boccaccio comincia e finisce il suo primo periodo del Decamerone con due trisillabe piane. Modello di numero oratorio è l'orazione del Casa per la restituzion di Piacenza. Utile a conseguir la sonorità è esercitarsi a dir improvviso versi di cinque, di sette, e d'otto piedi, alla mescolata, ma senza incorrer nel biasimo quintilianeo dell'uso de' versi interi nella prosa. Vizio rimproverato già al Boccaccio, ma dall'annotatore de\V Ercolano del Varchi non ritenuto tanto riprovevole, essendo impossibile non adoperar versi ne' periodi. Vizio è quando il verso si raffigura, o sia si fa sentire troppo spiccatamente, e l'editore delle Novelle che ne trasse fuori i versi adoperatevi, è lui biasimevole che la sua brevissima dedicatoria cominciò con una filza di versi. Il Panigarola si restringe a disapprovar nella prosa solo la rima. E un fatto che la bellezza del periodo dipende dalle parole bellamente acconce: volendo, ad es., conseguir la grandezza e la magni fi ee7iza, si deve far uso in principio de' casi obliqui, di repliche giudiziose, e anche di parlare alquanto oscuro, e tardo ! . Analogamente si conseguono l'evidenza, la vaghezza e la leggiadria, con simili espedienti: così la dolcezza è prodotta da parole dolci (Luce, Desio, Gioia), la languidezza e bassezza da parole lunghe, e sdrucciole; l' asprezza, la durezza, la severità da parole simili a queste: Stordimento, Discoraggiare, Stranezza, Frastuono . Insomma con la scelta delle parole, che meglio paroleggiamento appellar si potrebbe , si conseguono effetti sorprendenti. Son questi: Il sommo pregio dell'uom meritevole Non resta mai all'augusto confine Di sua dimora; ma perennemente Ovunque è cognizione di virtù Vera si spande; quindi l'Eccellenza Vostra sdegnar non deve ch'io da lunge ecc. C. Trabalza. 386 Storia della Grammatica Finalmente tre cose bisogna evitar nel periodo: Lunghezza eccedente, Trasposizioni non naturali, il Verbo al fin trascinato. Ho voluto esporre questa dottrina del periodo che il Manni formulava nel 1736 per far notare, come, mentre le dottrine grammaticali del Vico superavano il logicismo scaligero-sanziano, e questo, in ogni modo, fecondato dai solitari di Portoreale, produceva quella sì ricca letteratura di grammatiche ragionate o filosofiche, in Italia, ne' nostri istituti, si era ancora con l'antichissima rettorica, cioè proprio agli antipodi delle più nuove dottrine. Come s'è visto, nell'organismo periodico il Manni non ha intravvisto nessun legame tra le parole, l'ordine di esse e il pensiero, che non fosse rettorico; tutta la concordanza è tra la figura dirò così geometrica e musicale del periodo e una cotal forma di pensiero in essa rispecchiata. Tra la nona e l'ultima lezione il Manni espone il Galateo, e con la decima sull'ortografia, un gruppetto di osservazioni spicciolate di poco valore, chiude il corso. Né meno lontano del Manni dalle alture grammaticali dell'indirizzo filosofico contemporaneo troviamo il Corticelli, benché le sue Regole ed Osservazioni portino scritto in fronte la parola ?netodo(~). Alla tradizione seguita dal Manni appartengono quel p. Onofrio Branda, che nel suo Dialogo della lingua toscana tenne fermo con tirannide pedantesca e inurbana il culto del toscanismo (Concari, // Settecento, p. 242) e Girolamo Rosasco, de' cui sette dialoghi sulla lingua toscana avremo occasione di riparlare altrove. C') La parola metodo ha storicamente, per questo periodo, due significati, secondo che era adoperata dai seguaci di Portoreale, o dai grammatici puristi che intendevano sistemare didatticamente la materia grammaticale: per quelli il metodo riguarda V interno della grammatica, per questi Veslerno. 11 Nuovo Metodo di Portoreale, dopo la prima ediz. ital. cui già s'è accennato, cominciava a esser ora più largamente diffuso e ristampato in Italia con più frequenza. Dal latino, pel quale primamente fu escogitato, passò di leggieri al greco, e quindi al francese e all'italiano. I Portorealisti stessi avevano eseguiti i vari metodi. Un Nuovo metodo per la lingua italiana la più scelta estensivo a tutte le lingue pubblicò G. A. Martignoni a Milano. Ma anche in quello escogitato per apprendere la lingua latina era fatta una gran parte anche all'italiana, tanto che verso l'ultimo trentennio del secolo usciva anche, in compendio, come in Venezia, col titolo di Nuovo metodo d'insegnai e le lingue italiana e latina. E anche tipograficamente si volle distinta la parte Capitolo tredicesimo 387 Dai diciannove trattati del Buonmattei e dalle Particelle del Cinonio, alle Regole del Corticelli corre un secolo preciso, poiché questa Grammatica vide la luce la prima volta, fruttando all'autore con gli utili appunti degli Accademici la nomina a membro del massimo Istituto linguistico. Con tutte le sue novità, questa Grammatica, che ha il suo principal fondamento in quella del Buonmattei e che si ristampava nel 1854, a due secoli di distanza dunque dalla comparsa della sua fonte, è nuova testimonianza del fatto da me notato, che la storia della nostra grammatica precettiva in quanto contiene una tendenza filosofica finisce col Buonmattei: dopo il Buonmattei, se si vuol seguire il progresso scientifico, bisogna percorrere l'altra via che si stacca appunto dal Buommattei medesimo per quel che concerne il fondamento teorico delle grammatiche ragionate che vi ha di proposito la lingua italiana , coni' è detto nella prefazione all'ed. seguente, uscita in luce negli anni in cui ci troviamo col nostro discorso: Nuovo metodo per apprendere agevolmente la lingua Ialina traila dal francese nell'italico idioma, e, per utilità di novelli scolari, aggiuntovi nel principio gli Elementi tolti dal Compendio della medesima opera, per intelligenza di tutte le parti dell'Orazione e nel fine un tratta te Ilo della Volgar Poesia coir Indice dell' Opera sinora desiderato all'uso del Seminario Napoletano, in Napoli, Per Pietro Palumbo, a spese di Raffaello Gessari, voli. 2. Nel proemio è detto che le regole vi sono dettate in versi seguendo le pedate dell'A. . Vi si richiamano lo Scaligero, il Sanzio e il Vossio. Si deplora che nella letteratura si segua uno stil figurato [fantasia], mentre basterebbe il grammaticale [ragione']: invece di amare vanno in pesca di amore prosegui, benevolentia complecti! Nella trattazione, sotto le varie sezioni e categorie grammaticali, dopo date le definizioni e le regole per il latino, viene, in carattere più piccolo, la parte per l'italiano. Così a p. 3 incomincia l'uso dell'articolo. Ma non è una trattazione sistematica per l'italiano per quanto riguarda la prima parte, cioè la morfologia; e anche nella seconda, Osservazioni particolari sopra tutte le parti dell'Orazione , al trattato delle figure di costruzione , delle lettere , benché sia detto che è trattato '1 tutto in rapporto alla lingua italiana (p. 648 sgg.), nell'esecuzione la promessa è spesso dimenticata. E questa l'edizione che seguo: Regole ed osservazioni della lingua toscana ridotte a metodo ed in tre libri distribuite da Corticelli bolognese colle correzioni e giunte di Pietro dal Rio ed altri. Un volume in due fascicoli. Venezia, Stabilimento enciclop. di G. Tasso edit., M . DCCC . LIV. Il Corticelli era di Piacenza.] e filosofiche, che in Italia fanno una non breve apparizione e, inaugurate come vedremo con quella di Soave, caddero sotto la scomunica del risorto purismo incarnato in Puoti, proprio nel tempo stesso in cui il più illustre scolaro del Puoti, quasi di soppiatto del maestro, concepiva il disegno d'una nuova grammatica filosofica che contenesse anche ed insieme la grammatica storica e la grammatica metodica, facendo una liquidazione generale di quante grammatiche italiane da quella del Fortunio a quella del Corticelli avevano codificato il purismo bembesco-cesariano. Le novità con cui si presenta Corticelli, erano queste tre: il metodo; la costruzione (sintassi); un florilegio di frasi idiomatiche degli Autori del buon Secolo. L'ordine della trattazione è rispettato: MORFOLOGIA, SINTASSI, pronunzia, ed ortografia. Gl'insegnamenti erano fondati su gli esempi di buoni, ed approvati toscani scrittori , antichi fino al 400, moderni dal 500 in poi; gli esempi tolti in maggior copia dai trecentisti, e più specialmente dal Boccaccio, la prosa migliore, che vantar possa la nostra lingua, secondo il testo Mannelli. Questo il carattere e il pregio delle regole grammaticali: sono minuzie, che non si apprendono senza molestia: ma il ben saperle, e l'averle all'occasione in contanti è cosa di molto vantaggio. Qui troviamo condensati tutti i criteri che più tenacemente prevalgono con la forza stessa della loro pedanteria, in parte, in parte per quell' esigenza cui sembra che ineluttabilmente debba sodisfare chi voglia apprendere una lingua. La terza di quelle tre novità, era una conseguenza del criterio principale onde fu mosso il Corticelli nella compilazione della sua fortunata operetta, la riduzione del vario e vasto materiale a metodo: il bisogno di ridurre a metodo i precetti non poteva non ispirar l'altro di ridurre a metodo e come alla portata di mano il vocabolario delle veneri, de1 modi vaghi e belli onde riboccali gli aurei scrittori. Riconosciuta la sconfinata importanza, la fatidica necessità, l'assolutezza della grammatica, unico segreto per riuscire elegante e corretto artefice di prosa, lo studio degli scrittori doveva anch'esso ristringersi sotto il vasto imperio della grammatica, riducendo quasi in pillole e condensando in confettini il loro succo migliore: la conquista dell'arte non era, non diciamo effetto di vita e di elaborazione Capitolo tredicesimo 389 intcriore, ma neppur risultato della lettura degli artisti di prosa e di poesia, ossia dello studio concreto della letteratura; essa era infallibile conseguenza di chi si fosse bene impresse le regole della grammatica e le belle frasi di aver pronte al bisogno, come quelle che son molte e fuggono facilmente dalla menu >ria (ib.). Era, come ognun vede, l'allontanamento completo dalle vive, fresche e perenni sorgenti del pensiero e dell'arte: era il portare al suo ultimo grado di sviluppo degenerativo quella che, in sostanza, nel Cinquecento era stata, più o men bene condotta osservazione degli scrittori e non legge già imperiosamente dedotta: era insomma l'avvento tinaie e completo della grammatica nel peggior senso della parola, che è poi, non dimentichiamolo, il vero senso di essa. Quella del metodo era una novità, ma fino a un certo senso: già nel Cinquecento le osservazioni grammaticali contenute nel terzo libro delle famose Prose del Bembo erano state ridotte a metodo dal Flaminio e da altri variamente rassettate e accomodate all'utilità pratica degli studiosi della nostra volgar lingua, né erano mancate compilazioni grammaticali che quella materia stessa avevano disciplinato: il bisogno d'aver un corpo ordinato di quelle osservazioni che via via sotto lo studio diretto degli scrittori si eran venute facendo, da poter esser consultato volta per volta oltre che tenuto come testo per uno studio sistematico della grammatica sia pur fuori dell'ambito strettamente scolastico, era stato più o meno vivamente sentito e s'era cercato di sodisfarlo con qualche successo: e anche a non citar i cosiddetti mestieranti che non il Bembo soltanto, ma i principali grammatici cinquecenteschi avevan raccolto e ordinato a uso degli studiosi, lo stesso Salviati in quei suoi Avvertimenti sul Decameron aveva dato un lodevole esempio del come le forme e i costrutti d' un cosi ins igne capolavoro e d'altre opere dell'aureo secolo potessero esser studiate metodicamente nelle tradizionali categorie: e il Castelvetro, sopra tutti, pur in quelle apparentemente farraginose e selvose e irte sue Giunte alle Prose del Bembo che ebbero a stancar la pazienza di lettori non pochi, non esclusi i benevoli e amorevoli critici del più sottile di tutti i filologi nostri antichi, non aveva forse applicato un principio eminentemente metodico di esposizione? Metodico, nel senso più elevato della parola questo soprattutto interessa qui metter bene in rilievo più e meglio che nell'esposizione 390 Storia della Grammatica dirò esterna della materia contenuta nelle due principali categorie grammaticali, V articolo e il verbo, su cui aveva esercitato il suo spirito critico, era stato nella trattazione interna di essa, ossia nello svolgerla nella sua formazione storica, come quegli che, precorrendo assai meglio d'altri precettisti, come vedemmo, il sistema d'investigazione linguistica proprio della moderna filologia, aveva mosso dalla parola latina per ispiegare coi criteri della fonetica evoluzionistica e in ispecie con la legge dell'analogia, la morfologia dell'articolo e del verbo volgari. Infine con metodo aveva cercato di stendere, nella prima metà del Seicento, i suoi trattati il Buonmattei, elaborati sul materiale vario e diverso che i grammatici del Cinquecento gli avevano trasmesso. Anzi, nell'ordine che chiamerò ideologico, il Buonmattei è metodico quant'era stato nell'ordine storico o filologico il Castelvetro. Non solo. Il Buonmattei avrebbe proprio inaugurato il vero metodo dell'esposizione grammaticale astrazion fatta dal regresso che rappresenta rispetto al Castelvetro per quanto concerne la grammatica storica nel senso di un principio filosofico secondo il quale sorgono e si dispongono nella tela grammaticale le parti dell'orazione, se tra la sezione teorica e quella pratica, onde consta la sua grammatica, fosse un ben più intimo legame di quel che, come già notammo, in realtà non sia, poiché questa seconda sezione resta in sostanza quasi unicamente descrittiva. Ciò che non avvenne nelle posteriori grammatiche generali specie della Francia, dove appunto la grammatica generale s'incorpora nelle particolari del latino e delle lingue moderne con intimo legame. Non si può negare che in codesta descrizione non sia cercato il metodo con piena convinzione e coscienza; ma Buonmattei era ancora troppo vicino alle varie tendenze, alle polemiche che si svolsero nel campo della grammatica cinquecentesca, perchè non dovesse risentirne 1' influenza né lasciarne le tracce nella sua trattazione. Inoltre il troppo definire le specie e le sottospecie delle categorie, la confutazione d'errori e di teorie credute sbagliate, una soverchia abbondanza di svolgimento e di particolari, la moltiplicazione delle categorie stesse portate a dodici, e altri che sono e non sono difetti, non sono certamente le caratteristiche meglio notevoli d'una trattazione metodica. Egli stesso trovava il suo libro di non facile uso né di facile intelligenza e raccomandava che si studiasse prima della prima la seconda parte per ben comprender l'una e l'altra e specialmente la prima. Insomma, neppure quello del Buonmattei sembra che rispondesse al bisogno d' un libro di grammatica metodico, chiaro insieme e, come dicevano, manesco. Le aggiunte e correzioni, inoltre, che il Cinonio, il Bartoli e gli altri, che s'occuparono per tutto il resto del secolo e il principio del successivo di cose grammaticali, apportarono al corpo di quelle del Buonmattei, e i mutati ordinamenti scolastici, ne' cui piani cominciava ormai a entrare ufficialmente e separatamente, come vedemmo essersi fatto nell'Arcivescovile seminario di Firenze, rendevano ancor più vivo quel bisogno, anzi tanto vivo, che potè sembrare un bisogno recente, proprio del momento, e novità quella di chi introducesse il metodo nella trattazione grammaticale. Parrebbe inoltre che quel movimento intellettuale che s'era determinato nel campo della grammatica latina con la discussione e l'applicazione dei principi aristotelici ripresi dallo Scaligero e dal Sanzio e poi nuovamente fecondati dai Portorealisti, e che, richiamando gli studiosi della lingua a una considerazione più elevata che non fosse quella puramente descrittiva della grammatica, necessariamente li costringeva alla ricerca delle relazioni logiche de' fatti linguistici e perciò a una trattazione disciplinata, sistematica di esse, parrebbe, dico, che codesto movimento logico-grammaticale del Seicento cadente e dell' ineunte Settecento dovesse far sentire ancor meglio la necessità del metodo, né fosse estraneo appunto all'affermazione corticelliana dell'urgenza di sopperirvi; se non che, non solo questo non avvenne, ma a codesto movimento, non che estraneo, fu affatto in opposizione il modo onde il Corticelli esplicò il suo disegno di grammatica metodica. Precorre in questo senso il Corticelli di pochi anni nelle novità richieste dai tempi non si è mai soli Gaffuri barnabita, autore di Osservazioni grammatica/i ridotte a metodo breve e facile per chi desidera correttamente scrivere nella Italiana favella; dedicato alla ingenua e studiosa gioventù Friulana, Udine. Il Gaffuri dice appunto che i fanciulli si spaventano dinanzi ai volumi del Buonmattei, del Castelvetro, del Salviati, del Cinonio, e non possono profittarne: ed egli intende con questo suo libriccino aver supplito alla debolezza degl'uni, ed all'impotenza degl'altri. Ma, all'atto pratico, si vede che il metodo è concepito come abbandono di tutta la ricchezza delle osservazioni, e conservazione di alcuni pochi schemi. Prima ancora di Gafi'uri, Bosolini aveva pub- [Il suo metodo, in sostanza, si ridusse a scarnire fino quasi allo scheletro il corpo della grammatica, e, fattene tre sezioni, descriverlo pezzo per pezzo per regole, osservazioni, eccezioni e appendici con semplice meccanismo, senza mai cercare una ragione di intima dipendenza tra una parte e l'altra o altra distinzione che quella del numero progressivo, badando solo a render la materia facilmente imparabile a memoria, e de' precedenti grammatici limitandosi a citar qualche nome, più spesso quello del Buonmattei, e cancellando quasi ogni traccia delle vecchie discussioni anche con rimandi ad esse, ligio soprattutto specie per gli esempi all'autorità della Crusca, che, anche per confessione de" suoi annotatori, Corticelli continuamente saccheggia a maggior conferma della rigidità e assolutezza de' principi a' quali s' informa. Metodo vuol dir guida razionale, blicato la Midolla letteraria della lingua italiana purgata, e eoi' ietta con un competente Saggio de' suoi quattro principali dialetti cui s'aggiunge una Midolla di Le t ter familiari, per il principiante: il lutto ordinato con nuovo metodo a prò di un Amico, Venezia; ma se non vogliamo credere alle parole del titolo, questa grammatica, che potè esser stata ispirata dalla pubblicazione che appunto circa questo tempo) il Gigli fece delle Opere del Cittadini, più che al periodo diremo precorticelliano, sarebbe da riferire a quello postcittadinesco, per la parte ivi data alla fonetica e ai quattro idiomi toscani e al criterio non. esclusivamente municipalistico. Ognuno deve cercare, dice l'A., di star nel proprio terreno, evitando i due scogli o di dover praticar la pronunzia fiorentina, e quindi apparire in casa loro affettati e ridicoli, o di scrivere molto diversamente dal loro pronunciare, ch'è manifestamente contro i dettami di tutti gl'Italiani più saggi. La grammatica è contenuta nella I parte I. Ortografia: lettere, cons., voc, ditt., apostr., radd. o scem., maiusc. e staccamento; II. Etimologia: art., nome, pron., ver., pers., anomali, part., accorc, tronc, ristring., voci; III. Sintassi', div. della materia, dialetti (fior., sen., cur.-rom., comune, corrisp. ai greci attico, gionico, eoi., dor.), forma della sint.; Prosodia: accenti, interp.). Da pp. 16-22 riassume i trattati cittadineschi sull'i e Yo aperti e chiusi. E chiuso, p. es., è di 4 cause: 1. per accento grave: dove, pensoso (ma penso); per origine latina: lèttera; per ragioni della lettera: seguito da;/ o u: meno; 4. per definimento: -ménte (altamente ecc.). Di questa guisa d'errori [valore de' modi toscani] abbonda il Corticelli in queste sue Appendici ecc., i quali attinge si può dir tutti dal Voc. della Crusca. Però fin da ora ne sveglio il lettore, a cui non istarò a torre il capo con noterelle di questa specie. Uomo avvisato è mezzo salvo!] ordine interno di trattazione, svolgimento sistematico di relazioni o intellettuali o storiche: qui, invece, è scolasticismo, simplitìcazione didattica ottenuta con criteri meccanici, mnemonici, aiutata da partizioni e suddistinzioni, indici analitici: che, peraltro, possono rendere il libro di facile consultazione a chi voglia cercarvi una regola, ma non sono certi gli espedienti migliori a mettere lo studioso in possesso dell'argomento. Ma conviene del pari riconoscere che tal sorta di metodo è l' unica degna d' un tal prodotto qual è la grammatica: codesto metodo è l'unica logica di essa, che non ne ha appunto nessuna. E questa è la ragione per cui ha finito col trionfare non nella sola grammatica italiana, s' intende, e prevarrà indubbiamente fino a che si studieranno grammatiche. Quello della grammatica è studio meccanico: quindi spogliarla d'ogni intrusione razionalistica è, nel campo della didattica, perfettamente metodico, e renderla veramente servibile (che servizio sia, è inutile dirlo) a chi voglia o debba studiarla; non solo, ma l'innovarla troppo profondamente in quel suo tradizionale, stereotipato schematismo, la conturba, la trasfigura, disorientando i lettori: tanto è ciò vero che, attraverso il turbinìo continuo di nuovi metodi, l'antico, il comune, il tradizionale riman sempre in onore, e ritorna sempre, difeso e riverito, a ogni fallire di quelli. Anco per questa ragione, dovendo il Corticelli eseguire quasi per la prima volta nella grammatica italiana un'esposizione metodica della costruzione o sintassi toscana, ne tolse di peso dalla latina dell'Alvaro, come il Puoti avverte, criticandolo, nella prefazione alla seconda parte delle sue Regole (nella gr. latina elementare s'era cominciata prima la scarnificazione appunto perchè eravamo già lontani dal Rinascimento, periodo di vitalità), lo stampo e ve lo trasportò integralmente, anche dove e quando non solo non era richiesto, ma cozzava evidentemente con le nuove forme a cui più non s'attagliava: difetto egualmente avvertito dagli annotatori suoi, che sentenziavano quelle regole r, nelle cui note è cit. la copiosa bibliografia che del Soave diede il sig. Motta nel Boll. si. della Svizz. ìt. Ne ho l'ediz. di Venezia del MDCCXCV, nella stamperia di Giacomo Storti, dove vanno uniti col voi. I delle Istituzioni di logica, metafisica ed etica. f:t) Prefaz., dove è detto che a Berlino furono spedite in una Dissertazione latina colla divisa Utilitas expressit nomina rerum, Lucret. traduzione italiana. Croce, Est. senza di cui certamente la prima non può formarsi . Né una società può formarsi senza il motivo di bisogni scambievoli e senza che gli aiuti reciproci siano con qualche segno manifestati. La natura ne somministra alcuni spontaneamente: altri artificiali scaturiscono poi dagli originari meccanici. I primi e i secondi non essendo per altro bastevoli, la natura stessa stimolata da nuovi bisogni conduce all'istituzione d'altri segni, e, per gradi, prepara alla formazione d'un vero linguaggio. Oltre la tesi, è chiaramente indicato, nella prefazione citata, anche il metodo dell'analisi. L'istituzione primieramente del linguaggio de' gesti, appresso delle voci articolate in generale, e in seguito di ciascuna parte del discorso distintamente io mi ho veduto nascere dalla natura medesima con maggiore facilità e semplicità che forse dapprima non m'attendea . Ma a ben seguire lo sviluppo del linguaggio bisogna rifarsi dal principio della storia dell'umanità, e vedere come si può formar la famiglia, e poi per quali mezzi dalle famiglie moltiplicate sorse una compiuta società che dallo stato selvaggio gradatamente passasse a quello d'una perfetta coltura . Il linguaggio progredisce col progredire della società. Ma restava a cercare per quali vie più naturali e più semplici, e il numero de' suoi vocaboli, successivamente, potesse moltiplicarsi, e potessero stabilirsi di mano in mano le regole, che l'essenza costituiscono di una lingua . Dal poco che fin qui s'è riferito, facilmente s'argomenta che il Soave è sotto 1' influenza del pensiero vichiano, e ora dimostreremo come il punto di partenza e il sistema della dimostrazione del sorgere delle categorie grammaticali sieno presi dalla Scienza nuova. Ma qui mi giova metter subito in evidenza come il Soave abbia assunto del Vico perfino l'atteggiamento, sebbene con un gran pericolo di diventarne ridicolo. Chi sa i tormenti fierissimi in cui si travagliò 1' intelletto del sommo filosofo napoletano per conquistare la verità, non può leggere senza sentirsi preso da profonda riverenza e commozione dichiarazioni di questo genere: La guisa del loro nascimento, ossia la natura delle lingue, troppo ci ha costo di aspra meditazione. Ma che dire del padre Soave che, copiando il Vico, al punto in cui ne abbiam lasciato il pensiero, esce in questa che è una parafrasi della dichiarazione vichiana? questa parte a prima vista sembrava la più difficile; ma con un attento esame delle lingue già note, e con una seria meditazione su la natura intima delle lingtie, ella 4 io Storia della Grammatica pure si è ridotta ad una eguale semplicità, se non forse maggiore della prima . Avrebbe potuto ritenersi pago seguo ancora le preziose confessioni della scoperta; ma non volle perder l'occasione di mostrare l'influenza che la società e le lingue hanno sulla umana cognizione. Visto dunque lo stato mentale d'un uomo abbandonato a sé solo dal nascere, vale a. dire d'un uomo senza società, e conseguentemente senza linguaggio, si fa a considerarlo in società, e parlante: e giunto anche soltanto all'istituzione de' nomi e de' verbi , trova in lui perfettamente sviluppate tutte le facoltà come in noi e capaci di cognizioni di altissimo grado. E si lusinga che il vedere in tal guisa da due fanciulli abbandonati in un'Isola deserta nascere a poco a poco una società, nascere una lingua, e col progresso dell'una e dell'altra svilupparsi di mano in mano, e perfezionarsi le facoltà, moltiplicarsi le cognizioni, formerà... un colpo d'occhio non disgradevole nel tempo stesso che varie riflessioni, molte delle quali pur crede nuove; e intorno alla natura e allo sviluppamento delle umane facoltà e cognizioni, e intorno alla natura intima delle lingue non lascieranno di essere vantaggiose . Chiude dichiarando che, malgrado questi motivi... affine di non moltiplicare inutilmente le opere su d'uno stesso soggetto , si sarebbe tenuto dal pubblicar le sue ricerche, se la dissertazione del sig. Herder, che meritamente fu coronata, e eh 'è già uscita alla luce, fosse stata da esse meno dissimile . E seguendo l'estratto córsone sui giornali, istituisce questo raffronto tra la propria e la dissertazione dell'Herder: Sulla prima parte del quesito ci sembra essersi trattenuto principalmente : laddove io per la ragione sovraccennata alla seconda principalmente ho creduto dovermi appigliare. Ei non discende a ninna ipotesi; io fissata fin dal principio l'ipotesi di due fanciulli in un' isola deserta abbandonati, a questa continuamente m'attengo. Egli colla vastità del suo ingegno abbraccia il proposto argomento più in universale, e più in astratto, io l'esamino più in particolare, e, se m'è lecito di così dire, più in concreto. Insomma le due memorie, benché s'aggirino sovra la stessa materia, possono tuttavia riguardarsi come due cose pressoché affatto diverse; e dove le mie ricerche non abbiano altra utilità, avran quella forse di supplire a ciò ch'egli ha tralasciato. Accennando ai debiti del Soave verso il Vico non abbiamo certamente inteso d'affermare che la memoria sia tutt'un plagio: oltre che non avrebbe potuto esser tale per ragione di estensione, constando essa di ben diciannove capitoli, mentre il Vico ha tutta condensata in poche pagine la materia elaborata dal Soave, attinge largamente da scrittori contemporanei di filosofia del linguaggio, quali il De Brosse, autore del noto libro De laformation mécanique des Langues, il Lery, il Sulzer e altri. Particolari affermazioni di VICO (si veda), Soave ha fatto proprie: che le prime a essere istituite dovettero esser le interjezioni -- cf. Grice, “Ouch” – Meaning Revisited; che i vocaboli da principio furono mono-sillabi (ouch), o bi-sillabi (ouch ouch) al più. Perciocché innanzi di aver esercitato gl’organi della voce non potran essi proferire ad un tratto, che UNA, o due sillabe solamente. LO STESSO NOI VEGGIAMO NE’FANCIULLI, che le parole cominciarono da l'imitazioni delle voci, e de' suoni NATURALI (ouch), secondo la cosidetta dottrina dell' o?iomatopea; che i verbi cominciarono dall'imperativo ( non tutti, però, aggiunge, quasi voglia correggere il non citato maestro), e che anche i verbi furon tratti dall'onomatopea ecc. Il debito principale, tuttavia, è, come s'è già detto, in quel prender le mosse dallo stato primitivo della umanità, dal considerar le manifestazioni del linguaggio nel fanciullo, in quel riferire queste manifestazioni alle cause naturali agenti sull'uomo, i loro progressi ai progressi della società, nel distinguerle in mute e in articolate secondo che l'uomo fu abbandonato a sé stesso o costituito in società, in quel seguire il sorgere progressivo delle categorie grammaticali e sintattiche secondo i procedimenti rappresentativi e logici delle menti umane più o meno sviluppate secondo il progresso sociale, insomma nell'aver battuta la medesima via per giungere alla risoluzione del problema dell'origine del linguaggio. Ma, sarebbe quasi superfluo il dirlo, le differenze sono profonde. VICO (si veda), anzitutto, ha, come ormai si sa per la dimostrazione del Croce, definita la natura estetica del linguaggio; secondo, nello spiegarne l'origine e lo sviluppo, ha accennato solo principi generali di natura molto diversa da Su questo proposito dell'imperativo cita invece senza accettarla un'opinione del Berger, Les èléments priniit. des Lang., che ri-, cordava a sua volta quella del sapientissimo Leibnitz: nell'imperativo doversi cercare la radice de' verbi della lingua tedesca] quelli del Soave, senza scendere a particolari circostanze, tenendosi sempre all'altezza dell'aquila. Per esempio, il Vico, dopo aver esaurita la sua dimostrazione circa il sorgere delle prime classi grammaticali tutte monosillabiche, osserva: Questa Generazione delle Lingue è conforme ai Principi così dell'Universale Natura, per li quali gli elementi delle cose si compongono, e ne' quali vanno a risolversi; come a quelli della natura particolare umana per quella Degnila, eh' i fanciulli nati in questa copia di lingue, e eh' hanno mollissime le fibre dell' istromento da articolare le voci, le incominciano monosillabe; che molto più si dee stimare de' primi uomini delle genti, i quali l'avevano durissime, né avevano udito ancor voce umana. Soave nota che i fanciulli non potranno proferire che una o due sillabe solamente e che non arrivano se non dopo un certo tempo a poterne proferir di più lunghe. Il monosillabismo pel Vico è un principio universale e particolare insieme e con esso egli spiega tutta la primitiva grammatica, ossia tutto il linguaggio; pel Soave non è più nulla, non solo perchè è monosillabismo e bisillabismo, indifferentemente, ma perchè non è più un principio, ma una semplice questione di maggiore o minore bravura meccanica. Terzo, finalmente, Vico, come più addietro vedemmo, nel confronto della sua con la dottrina aristotelica delle categorie grammaticali, fa di queste degl' indici delle fasi ideali dell'umanità, ne fa dei segni in cui si siano concretati e espressi particolari progressivi atteggiamenti dello spirito umano: il Soave con la logica alla mano e con una storia di sua invenzione, precisa non solo nei particolari delle circostanze ma degli specifici procedimenti della mente umana, fa fare all'umanità un cammino inverso, appunto, per dirla con la maniera stessa di Vico, come se i popoli, che si ritrovaron le lingue, avessero prima dovuto andare a scuola ò? Aristotile . Ma non propriamente d'Aristotile, si bene dei sensisti del secolo decimottavo. Perchè, appunto, questo è da concludere, che il Soave ha elaborata la materia vichiana col sensismo filosofico del suo tempo. Insomma, sulla guida di un'intera e compiuta grammatica logica, fondata sulle distinzioni di materia e forma, di pensiero e segni, di idee sensibili e astratte, Soave ha costruito una storia universale umana, facendo corrispondere ad ogni classe grammaticale, a ogni forma inflessiva di nomi e di verbi, una particolare causa sociale e naturale che Capitolo quattordicesimo 413 l'abbia prodotta. Tanto valeva il prescindere dalla sua fantastica narrazione de' due piccoli selvaggi, e darci addirittura una grammatica logica. Quella che ci diede, fu dunque una copia, un duplicato ; ma prima che ne diciamo qualcosa, ci corre l'obbligo di accennare per lo meno alla grande portata filosofica che ha invece la dissertazione dell'Herder. Lo faremo con le succose parole, documentate da opportune citazioni, del Croce, che ne porgono una chiara idea e un giusto giudizio. La lingua egli dice in quello scritto è la riflessione o coscienza (Besonnenheit) dell'uomo. L'uomo mostra riflessione quando spiega con tale libertà la forza della sua anima che in tutto l'oceano di sensazioni penetranti pe' suoi sensi, può, per così dire, separare un'onda, ritenerla, dirigere su di essa l'attenzione, ed esser conscio che l'osserva. Egli mostra riflessione quando può, nell'ondeggiante sogno delle immagini che passano innanzi ai suoi sensi, raccogliersi in un momento di veglia, liberamente soffermarsi su di una immagine, prenderla in chiara e calma considerazione, separarne de' connotati. Egli mostra, infine, riflessione quando non solo può conoscere vivamente e chiaramente tutte le proprietà, ma può riconoscere una o più proprietà distintive. Il linguaggio umano non è l'effetto di n\\ organizzazione della bocca, giacché anche colui ch'è muto per tutta la vita, se riflette, ha in sé linguaggio. NON È UN GRIDO DELLA SENSAZIONE, giacché esso non fu trovato da una macchina respirante, ma da una CREATURA RIFLETTENTE. Non è un fatto d'IMITAZIONE, giacché l' imitazione della natura è un mezzo, e qui si tratta di spiegare lo scopo; MOLTO MENO È CONVENZIONE ARBITRARIA [Grice: “Meaning has nothing to do with convention”]. Il selvaggio nella solitudine del bosco avrebbe dovuto CREAR il linguaggio per sé medesimo, quand'anche non l'avesse parlato. Il linguaggio è l'ifitesa della sua ANIMA con sé stessa, intesa tanto necessaria, quanto che l'uomo è uomo. Comincia così la funzione linguistica ad apparire non più fatto meccanico od arbitrio ed invenzione, ma creazione ed affermazione prima dell'attività umana. Benché lo scritto dell'Herder, come il Croce stesso nota, non dia un risultato netto, e sia solo un sintomo e un presen- [Abhandlung i'cber den Ursprung der Sprache, nel libretto: Zwei Preisschriften etc. (2a ediz. di Berlino. Estetica] timento della soluzione da dare al problema del linguaggio, pure ognun vede quanto e come esso superi le vedute filosofiche dell'enciclopedismo francese seguite dal Soave e, in qualche parte e precisamente per le speciali teorie dell' interiezione e delV imitazione, quella dello stesso Vico, che l'Herder pur conobbe ed elogiò. Né il Vico né l'Herder, al quale come anche all'amico suo Hamann spetta il merito di aver fatto sentire come un soffio d'aria fresca anche negli studii di filosofia linguistica, ebbero tra noi non dico la preminenza sulle dottrine logiche dei francesi, ma un equivalente grado di efficacia, nonostante che un seguace e del Vico e dell'Herder, CESAROTTI (si veda), raccogliesse, più ancora del Soave, intorno al suo Saggio, che in parte deriva dagli scritti loro, non tenui simpatie basti citare il nome di Torti la tradizione logico-grammaticale, che ha il suo miglior rappresentante nel Du Marsais, tenne vittoriosa il campo, contrastata solo, come vedremo, dal risorto purismo cesariano puotiano, fino oltre la prima metà del secolo passato la Grammatica generale del Corradini in tutto dumarsaiana è del 1856! cioè anche dopo Humboldt, ma spolpata, dissanguata, scheletrita, ridotta ai puri schemi, il che vuol dire alla sua forma meno feconda e più noiosa, e pur propinata a a volte in libercoli di poche pagine perfino agli alunni della prima e seconda classe elementare ! La grammatica stèssa del Soave n'ègià una chiarissima prova. E divisa in due libri, uno dell' Etimologia, l'altro della Sintassi un trattatello della ortoepia e dell'ortografia fu scritto a parte, ciascuno de' quali suddiviso in 4 sezioni: la prima del I svolge la parte generale delle parti del discorso, la II il nome (coi suoi affini, aggettivo e pronome, e i suoi servitori, segnacasi e articoli), la prima delle parti logicamente più importanti : la III il verbo, l'altra parte più importante del discorso (coi suoi partecipi, gerundi e aggettivi verbali); la IV il miscuglio degli accessori logici (preposizioni, avverbi, congiun- [Croce, Est., p. 265. T., Della vita e delle opere di F. T., Bevagna, e Studi sul Boccaccio, Città di Castello, e Croce, Per la storia della critica e storiografia letteraria, Napoli. ' Syncathegoremeta ', ' consignificantia '. zioni, interposti); mentre la I sezione del II libro svolge la prima branca della sintassi, la concordanza, la II la seconda, il reggimento, la III la terza, la costruzione (la triple synlaxe, diceva l'Enciclopedia, de co?icordance, de regime, de constructiorì), la IV il miscuglio delle figure grammaticali (ellissi, pleonasmo, sillessi, enallage, iperbato le cinque figure del Sanzio). Lo schema, come qui si vede, è tracciato sul tipo divenuto ormai tradizionale nella grammatica francese e fondato sulla dottrina della grammatica generale: non solo del Vico, ma neppur del Soave autore delle discusse Ricerche, si ha più alcun sentore. Questo tuttavia non è l'unico danno: il maggiore è che lo schema sia rimasto schema, mancando quasi affatto quell'elaborazione logico-critica della materia grammaticale che ammirammo già nel Du Marsais e nell'Enciclopedia. Tutta la filosofia si riduce a definir gli schemi molto elementarmente e a versarvi dentro cataloghi di forme e di costrutti con scarsissime citazioni d'autori, senz'ombra di spiegazioni genetiche delle voci, viceversa conservando qua e là, come p. es. nel trattato della costruzione, le antichissime rettoricherie sulle fonti dell'armonia nel discorso. E quel po' di ragionamento che tenta illuminare la parte generale, e la definizione del nome e del verbo, esula affatto in tutto il resto delle classi e specie e sottospecie grammaticali, che è dato così nudo e crudo, spoglio persino di quel fare discorsivo e a volte vivacemente polemico e di quell'esemplificazione onde almeno si ravvivava l' interesse del lettore nella vecchia grammatica. La geniale veduta del Du Marsais, che le forme grammaticali, tranne quelle significatrici di cose, articoli, casi, ecc. rappresentino altrettanti punti di vista e atteggiamenti dello spirito, che egli applicava con altrettanta genialità ai singoli pezzi d'espressione, spargendovi sempre un po' di luce critica, è affatto ignorata da questa grammatica del Soave. Tanto che i compilatori dell'edizione bresciana del 1830, tenuta sulla milanese assistita da Soave stesso, sentirono il bisogno d' intercalare delle Appendici (autore l'ab. Bianchi) e dei paragrafi per versarvi con mano discreta un po' di metafisicherie, facendo cosi una cosa ancor più astrusa, arida e ibrida. P. es., nell'app. al cap. I, i nomi si dividono in fisici e metafisici, questi in metafisici reali o sostayitivi, e in metafisici astratti o ideali: delle significazioni delle desinenze di questi poi. e degli aggettivi derivati nell'app. I al cap. VI son date numerose categorie {-ione, -ento, -lira, -abile, -evole, -are, -ivo, -orlo, -ido, -usto, -ace, -ile, -ale, -estre, -ino, -ore, -ibile, ecc.) con un imperio d'infallibilità assoluto. E tutto anzi è logicamente schematizzato, a tutto è data una funzione logica, in modo che sembrerebbe impossibile come un uomo osasse aprir la bocca senza aver mandato a memoria tutta questa grammatica. Lo scopo dell'apprendimento delle lingue fallisce così in modo assoluto, e anche didatticamente vengono queste grammatiche ad avere un valore negativo. Invece la grammatica filosofica anche ridotta a tale schema si diffuse e divenne di moda nelle scuole, come di moda divennero questa specie di ricerche filosofiche sul linguaggio. De' precedenti italiani, nella prima metà del secolo, della grammatica ragionata s'è avuta occasione di accennare altrove, segnalando alcune manifestazioni veramente notevoli; ma quei metodi e nuovi metodi erano ricalchi di Portoreale e compendi elementari, che, in ogni modo, eran diretti specialmente allo studio del latino, per quanta parte facessero all'italiano; tant'è vero che non riuscirono a diminuire l'interesse per la grammatica empirica che, invece, col Buonmattei e col Corticelli seguitò a imperare. Solo nell'ultimo quarto del secolo cominciò a divampare il fervore per la grammatica generale. Un Piano ovvero ricerche filosofiche sulle lingue diede nel 1774 D. Colao Agata; Riflessioni sugli oggetti apprensibili, sui costumi e sulle cognizioni umane per rapporto alle lingue ORTES (si veda), libri che già dal titolo dichiarano il loro contenuto; nel 1783 Frane. Ant. Astore pubblicò a Napoli in due grossi volumi La filosofia dell 'eloquenza o sia l eloquenza della ragione (il titolo non potrebbe esser più chiaro), strano miscuglio, dice il Gentile, delle idee del Vico con quelle dei sensisti. Usce il famoso Saggio sopra la lingua italiana di CESAROTTI (si veda), sul quale ci dobbiamo fermare un poco per la sua diretta connessione con la critica delle categorie grammaticali: anzi, se Il figlio di G. B. Vico, nota. In Padova, nella stamperia Penada (ristampato col titolo di Saggio sulla filosofia delle lingue nell'ed. pisana delle Opere, e altre volte). Su esso e sulla questione della lingua in generale nel sec. XVIII, G. Mazzoni, La questione della lingua italiana nel secolo XVIII in Tra libri e carte, Roma, Su Cesarotti, V. Alemanni, Un filosofo delle lettere^ Torino] diverso è lo scopo finale, nella sua sostanza il libro è una nuova grammatica filosofica. Ma si deve dir subito ad onore del Cesarotti, tanto più che trattasi di cosa poco nota, che egli fin dal 1769, cioè un anno prima del quesito dell'Accademia berlinese e perciò delle dissertazioni dell'Herder e del Soave, aveva pubblicato a Padova un' Oratio de lingiiarum origine, progressi*, vicibus et pretio, dove è già manifesta l'influenza del Vico e, se non il germe, certo la tendenza della dottrina che poi doveva sviluppare nel Saggio . Questo, dunque, aveva lo scopo di criticare cortesemente la Crusca e di riformarla e ristorare così la lingua col far trionfare le proposte di Crusche regionali e d'un Consiglio italico per la compilazione di due diversi vocabolari, l'uno pe' dotti, l'altro pel popolo. Ma più che in questo e in altre vedute particolari, come una maggior considerazione in che ebbe i dialetti, la difesa discreta de' francesismi, la sconfessione data a presunte voci eleganti che non erano se non antichi gallicismi, segni tutti della posizione diritta e composta presa dal Cesarotti nella questione della lingua verso e in favore d'un'italianità viva e comune, il valore del Saggio è nella vera parte filosofica, nella quale certo s'ispirò ai pensatori francesi, ma trasfuse un poco di (manto potè far proprio del pensiero vichiano. Un limpido e vivace riassunto del Saggio diede il Cesarotti stesso nella lettera, bella per arguzia e sincerità, al suo contraddittore, il conte Napione, che fu in concordia con Cesarotti più di quanto non credesse egli stesso . Io m'era prefisso , diceva dunque, di toglier la lingua al despotismo dell'autorità, e ai capricci della moda e dell'uso, per metterla sotto il governo legittimo della ragione e del gusto; di fissare i principi filosofici per giudicar con fondamento della bellezza non arbitraria dei termini, e per diriger il maneggio della lingua in ogni sua parte, cosa non so se eseguita pienamente da altri, e certo non più tentata fra noi; di far ugualmente la guerra alla superstizione e alla licenza, per sostituirci una temperata e giu- [Croce, Per la storia della critica e della storiografia. Cfr. D'Ovidio, Le correz. Ediz. di Napoli (Biblioteca portatile ed istruttiva), G. Pedone Lauriel. V. in proposito, il D'Ovidio] diziosa libertà: di combattere gli eccessi, gli abusi, le prevenzioni d'ogni specie; di temperare le vane gare, le ricche parzialità; di applicare alfine le teorie della filosofia alla nostra lingua, d'indicar i mezzi di renderla più ricca, più disinvolta, più atta a reggere in ogni maniera di soggetto e di stile al paragone delle più celebri, come lo può senza dubbio quando saggiamente libera sappia prevalersi della sua naturale pieghevolezza e fecondità. Per eseguir questo piano presi dapprima a combattere alcune opinioni dominanti.... Negai la nobiltà in cuna di alcune lingue privilegiate, la superiorità senza limiti, la perfezione assoluta, la fissità inalterabile, la ricchezza non bisognosa d'aumento, il pregio inarrivabile dell'eterna vestali tà delle lingue... Mi opposi alla tirannide dell'uso, all'idolatria dell'esempio, accordando all'uno e all'altro quell'autorità che potea conciliarsi colla ragione, giudice legittimo e dell'esempio e dell'uso; provocai alfine a nome degli scrittori non volgari, dal tribunale dei grammatici pedanteschi a quello dei grammatici filosofi, i quali sanno che la lingua è 1' interprete del pensamento, e la ministra del gusto. Fatta così strada al mio assunto, passai a determinare colie teorie filosofiche la bellezza intrinseca ed essenzial delle lingue, fissandone i canoni, e applicandoli a ciascuna delle loro parti così logiche che rettoriche; nella qual trattazione mi lusingo (come il Soave!) d'aver in poco ristretto molto, detto più cose non comuni né inutili, e gittato sul mio soggetto qualche nuovo colpo di lume atto a rischiararlo con precisione, e a prevenir molti abbagli . E dopo aver accennato al confronto tra l'italiano e il francese, all'abuso del francesismo, alla indistruttibile libertà di crear nuovi vocaboli, alla storia della nostra lingua e allo stato attuale e allo spirito dominante del secolo per escogitar i mezzi dell'uso e del giudizio, ecc., manifesta che lo spirito dell'opera sua era di dire agi' italiani: .... sappiate pensare e sentire, e la figura del concetto verrà a stamparsi nell'espressione, che sarà conveniente, vivace, italiana e nostra: voi non sarete più schiavi né dei dizionari uè dei grammatici, non sarete né antichisti né neologisti, né francesisti né cruscanti, né imitatori servili né allettatori di stravaganze: sarete voi, voglio dire italiani moderni che fanno uso con sicurezza naturale d'una lingua libera e viva, e la improntasentire, e la figura del concetto verrà a stamparsi nell'espressione, che sarà conveniente, vivace, italiana e nostra: voi non sarete più schiavi né dei dizionari uè dei grammatici, non sarete né antichisti né neologisti, né francesisti né cruscanti, né imitatori servili né allettatori di stravaganze: sarete voi, voglio dire italiani moderni che fanno uso con sicurezza naturale d'una lingua libera e viva, e la improntano delle marche caratteristiche del proprio individuai sentimento. Sarebbe superfluo notare che le vedute filosofiche domi Capitolo quattordicesimo 419 nauti circa la lingua é la grammatica qui non solo non sono superate, ma, sotto la spigliatezza e la vivacità dell'esposizione, permangono immutate. Noi, riferendo quel riassunto, abbiamo inteso soprattutto mostrare che la parte veramente ninna del suo Saggio anche pel Cesarotti era l'applicazione dei canoni filosofici alla spiegazione delle categorie rettorico-grammaticali. Diamole uno sguardo. Fissato che la lingua scritta dee aver per base l'uso, per consigliere l'esempio, e per direttrice la ragione lingua pura è sinonima di barbara, ogni lingua essendosi formata dall' accozzamento di varj idiomi come è dimostrato dai sinonimi delle sostanze, dalla diversità delle declinazioni, • e coniugazioni, dall'irregolarità dei verbi, dei nomi, della sintassi, di cui abbondano le lingue più colte e stabilito che la giurisdizione sopra la lingua scritta appartiene indivisa a tre facoltà riunite, la FILOSOFIA (= RAGIONE), l'erudizione (= uso), ed il gusto (= esempio) (p. 24), con la scorta della prima di queste facoltà, osserva che la lingua come materia del discorso consta di due parti, l'ima delle quali chiameremo logica, l'altra rettorica. Logica sarà quella che serve unicamente all'uso dell' intelligenza, somministra i segni delle idee, del vincolo che li lega tra loro, e di tutti quei rapporti di dipendenza che ne formano un tutto subordinato e connesso. Rettorica è quella parte che, oltre all' istruir l'intelletto, colpisce l'immaginazione; né contenta di ricordar l' idea principale, la dipinge, o la veste, o l'atteggia in un modo più particolare e più vivo, o ne suscita contemporaneamente altre d'accessorio, le quali oltre all'oggetto indicato dinotano anche un qualche modo interessante di percepirlo, o un grado di sensazione (p. 24). I diritti della fantasia affermati così recisamente di contro a quelli dell' intelletto sono certo una novità rispetto alla grammatica ragionata dell'Enciclopedia che non conosce alcuna altra funzione nel discorso diversa dalla logica; ma è una veduta non nuova nelle opere del Cesarotti, per le quali era stato, come dice il Croce, celebrato ai suoi tempi in Italia come colui che "colla più pura face della filosofia aveva rischiarati gl'intimi penetrati della Poesia e dell'Eloquenza, benché certo non sembri j>j, nella quale cerca di combattere il filosofismo intemperante anche in materia di gusto. Riconosce che la filosofìa ha distrutto viete idee anche in materia di lingua, ma osserva che non tutto può distruggere in modo che tra lingua e lingua non ci sia più distinzione. Dall'esame dell'origine risica delle lingue apparisce in primo luogo che altre sono eleganti, altre barbare, e che alcuna è pienamente ed assolutamente superiore ad un'altra; apparisce inoltre che una anche cieca aderenza all'uso, ed agli scrittori approvati nella scelta delle parole discende dalla natura e dall'indole medesima del linguaggio. Nel >j 21 1 Idea della grammatica e dei grammatici '), alla tesi che i grammatici non hanno alcuna autorità legislativa contrappone la seguente definizione della grammatica, dove par di sentir un'eco come del noto brano del De vulgari eloquentia in cui della grammatica (la lingua immutabile) si porge l'idea. Non per nulla il Velo era concittadino del primo editore del libretto dantesco. La grammatica è una importantissima; e principalissima parte della logica; una cospirazione, un consenso de' primi scrittori in alcuni precetti, ed alcune regole di favella a preferenza, ed esclusione di alcuni altri; cospirazione e consenso, che preser consistenza col tempo e forza di consuetudine, e che formano il carattere proprio e l' indole d'una lingua scritta qualunque ; una legislazione finalmente, ed un codice convenzionale, ove ferma ed invariabile parla l'intenzione d'un popolo per fissare i modi vocali di comunicarsi le proprie idee, e di perpetuarle alla posterità cogli scritti (pp. 48-9). La protesta del Velo è un prodromo della prossima reazione puristica. Nel 1791 uscì l'opera del Galeani Napione, Dell'uso e dei pregi della Ungila italiana, le cui principali accuse, d'indole rettorica e non grammaticale, al Saggio del Cesarotti, sono di favorire il libertinaggio della lingua e di difendere troppo appassionatamente il francesismo. La nota polemica, ormai, per quanto concerne la cosiddetta questione della lingua, convenientemente Vicenza, Giusto. Libri tre, con giunta degli opuscoli, in due voli. Seguo la bella edizione dello Stabilimento tipografico Fontana, Torino] illustrata, non ci riguarda in modo diretto. Pure, non vogliamo lasciarci sfuggir l'occasione di dire che a questo eccellente libro del Napione non è stata data, o meglio riconosciuta tutta l' importanza che meritava: la sua vera portata non è tanto nella tesi sostenuta, nel campo strettamente linguistico, d'un' italianità larga, nobilmente intesa ed egualmente schiva del francesismo e dell' idiotismo fiorentinesco (per questo riguardo il libro lascia la secolare controversia come la trova), quanto nella descrizione che vi si fa delle vicende della nostra lingua sotto il rispetto della civiltà e dell'anima italiana: esso è, insomma, un documento importantissimo per la storia della nostra cultura fornito dalla considerazione rettorica o stilistica o estetica come si voglia chiamare della lingua italiana specie in confronto con la francese e dall'evocazione delle circostanze della sua fortuna. Il fine del Napione è pedagogico: favorire per mezzo della diffusione e del culto della nobile lingua d' Italia il primato civile degl' Italiani: " satis mirari non queo ", è il motto ciceroniano (De fin.) che il libro porta in fronte, " unde hoc sit tam insolens domesticarum rerum fastidium;" in questo secolo, è detto subito in principio, dietro la scorta dei Le-Clerc, dei Locke, dei Leibnitz, nomi grandissimi, i Genovesi, i Du-Marsais, i Condillac, i Michaelis, i Cesarotti ed altri sottili ingegni hanno creduto di dover esaminare filosoficamente la natura delle lingue; mentre altri si sono applicati più particolarmente ad osservare e descrivere il genio, l' indole, la storia di un determinato idioma. Laonde questa materia di grammaticale e letteraria, che al più era, è diventata filosofica, e diventar dovrebbe eziandio politica, mercè il giovamento che può arrecare alla civile società; ma, appunto per questo, gli argomenti il Napione è portato a trarli dalla storia, osservando nello specchio della lingua i riflessi dello spirito italiano e nella fortuna e nella stima che essa godette nei secoli passati specie presso gli stranieri e in ogni genere di letteratura, la sua feconda ed elastica virtù. Non possiamo pretendere dal nostro autore una considerazione storica (di storia della coltura, s'intende, e non artistica) della lingua italiana quale può darci la critica moderna cosi scaltrita ne' principi e così ricca di mezzi, ma ben possiamo appagarci dello sforzo che egli compie per iscoprire di sotto alle qualità rettoriche tradizionalmente affermate nella nostra lingua atteggiamenti e vitalità di spiriti quali egli per lo meno sente nell'anima italiana. Addurrò, per conchiudere, non potendo far qui lungo discorso, qualche esempio. Per confutare il Condillac, il quale sosteneva doversi ascrivere a difetto e ad imitazione servile del genio latino la tendenza italiana a riunire e connettere in un sol periodo maggior numero di idee , il Napione osserva: Ognun sa che il vedere e discernere diversi oggetti in un sol punto, il conoscerne le relazioni tra loro, il comporre di molte idee particolari una generale, il veder le idee secondarie che rischiarano, confermano o corteggiano la principale, si è uno de' pregi maggiori delle menti più vaste e più sublimi. V'ha pertanto ragion di credere che questa pratica degl' Italiani, di radunare comunemente in un periodo più cose che i galli non fanno, provenga da una facilità maggiore di rapidamente trascorrere, e vedere e combinare cose diverse insieme. Chi è caldo e passionato odia l'uniformità: coll'alterare, col sospendere l'ordinata costruzione, attizza la curiosità, e tien fissa l'attenzione. Sino il volgo, se è commosso, parla in figure, trasposizioni, trasporti di frasi, e più in quelle contrade dove ha maggior fuoco, ha maggior anima; il che dimostra, se dobbiamo dar retta a certuni, che un popolo, qual si è il francese, che si è fatta una lingua serva e pedestre, è più freddo in sostanza di quel che sembri in apparenza vivace; brio, che vien però detto da molti fuoco fatuo, e caldo superficiale. Lo sguardo di NAPIONE (si veda) non arriva all'intimo accento di particolari espressioni e di particolari periodi storici della lingua e di particolari affinità spirituali; pure nell' indagare i motivi della fortuna della lingua italiana, anche se rimane alla superficie, tenta di comprendere i caratteri generali di determinati periodi meglio fortunati e generi linguistici, da poterne cavare qualche raggio di luce spirituale. In og ni modo egli raccoglie tante testimonianze e richiama tanti libri, che, anche per questo riguardo, è uno degli autori più ricchi che ci possa offrire la nostra storia. Tornando al Cesarotti, aggiungeremo che a taluno è parso che anche il Pignotti, nella sua Storia della Tosca?ia confutasse forse con più fortuna ed efficacia del Napione il padovano illustre specialmente per quanto concerne la toscanità della lingua italiana Ci. Ci Bettinelli, Lett. cit.. (I Mazzoni, L'Ott. II. La grammatica ragionata si propagò ben presto nelle scuole, non escluse le prime classi delle elementari, ma anche in uno stato di pronta, quasi immediata degenerazione. Ciò che per altro non maraviglia. Un Corso teorico di Logica e Lingua Italiana e un discorso filosofico sulla metafisica delle lingue aveva pubblicato già fin dal 1783 Valdastri, citato poi spesso con lode, come dal Romani e dal Caleffi, un sensista che diede più tardi Lezioni di analisi delle idee, dove non fa che seguire i dettami dell'intimo senso, che è il criterio universale del genere umano, da cui solo si possono, e si devono ragionevolmente dedurre (I, xvn), nemi co acerrimo di Aristotile che dominava da tiranno le scuole. In un Indirizzo pel ragionato uso della lingua italiana, edito a Venezia, s'insiste sulla necessità di non far de' giovinetti de' pappagalli, ma d' illuminarli con la ragione, e si spiega il concetto di sostanza (da subtus stans) e di qualità con un curioso esercizio di far osservare un dato frutto, appressar le narici e toccarlo col dito! Un P. Simionato in un Nuovo metodo facile e ragionato di apprendere la lingua italiana, che egli stesso dichiara unico, comincia la sua esposizione con le solenni domande, che diverranno presto di moda: Perchè parlate voi ? Come vi fate intendere? E tutto il ragionio finisce lì. Il napoletano Giovanni Vincenzo Meola col suo Compendio del nuovo metodo per apprendere facilmente la lingua italiana, ritrovato da' migliori grammatici aduso de propri figliuoli^ '), compilato specialmente allo scopo di condurre alla cognizione dell' italiano senza supporre quella di alcun altro linguaggio (p. IX), ritorna invece al metodo di Portoreale, come aveva fatto l'Ajello per il latino e il Martorelli per il greco, prendendo a fondamento il Corticelli (ma intorno al ripieno par che saccheggi piuttosto il Buonmattei); redige le sue regole in versi, e annunzia un Nuovo me Guastalla, Costa. In Milano Galeazzi. V. era segretario scientifico dell'Accademia di Scienze, Belle Lettere, ed Arti di Mantova. Venezia, 1799. Napoli. V. Orsino.] todo completo in due volumi, in cui metterà a profitto tanti altri trattati speciali. A Napoli, per altro, dove qualche raggio di luce vichiana non mancò mai di spandersi sulle menti, è lecito credere che in armonia coli' insegnamento letterario del Marinelli e con i principi propugnati dall'autore del noto Progetto di legge del 1809 per la riforma della P. I. nel Reame, la grammatica non fosse almeno in quel breve periodo di tempo egualmente bistrattata. Il Vico stesso e dalla cattedra di eloquenza latina che tenne nell'Università di Napoli e nella sua scuola privata di eloquenza e lettere latine e in quei documenti pedagogici che sono il De nostri temporis studiorum ratione, le Insiitutiones oratoriae e la stessa Vita, tenne sempre Y eloqjientia sinonimo di sapie?itia, diede cioè sempre un insegnamento più di cose che di parole, non indugiandosi mai in pedanterie grammaticali, sebbene fossero da lui come di passaggio avvertiti i vezzi della lingua, le origini e proprietà delle voci, la bellezza e signoria delle espressioni , e giudicando che né la filosofia cartesiana né l'aristotelica fé' gran prò alle cose oratorie, ma la platonica, e di questa la dialettica (")• Anche per il figlio Gennaro, che, traendone ispirazione e conservandone i sani criteri, degnamente gli successe nel medesimo insegnamento che tenne fino al 1777 per unirvi quello della poesia fino al 1786, quando vi fu sostituito da Ignazio Falconieri, la vera eloquenza fu sempre quella che scaturisce dal pieno possesso dell'argomento; insistè sempre sull'importanza del contenuto, combattendo il puro studio della forma vuota, le virtuosità stilistiche, le minuzie grammaticali, ed incitando i giovani agli studi seri e profondi . Anzi, in sua lode speciale dobbiamo aggiungere che i suoi Avvertimenti per V insegnamento del latino (editi dal Gentile sull'autogr. esistente tra le carte Villarosa) nella parte che riguarda i rudimenti di grammatica sono anche nei particolari conformi al 11) Vita di G. B. Vico scritta dal Solla, cit. in Gentile, Il figlio di Vico e gl'inizi dell' inseg. di leti, il. /iella/?. Univ. di Napoli con docc. inedd. (Estr. dall' Arck. si. p. le Prov. Nap., Napoli, importantissimo volume che ci serve di fonte e di guida a proposito de' due Vico e de' loro successori. C) Inst. Orai, in Opere, cit. dal Gentile. Gentile primo Metodo del Du Marsais, che certo non avrà conosciuto, non solo perchè non lo nomina in nessuna maniera, ma perchè, come i suoi Avvertimenti, quel Metodo fu steso per un privato discepolo. Era insegnamento di grammatica latina, naturalmente, perchè di quello della grammatica volgare anche in Napoli si sentì molto tardi il bisogno: quando fu sdoppiata la cattedra di Gennaro Vico in quella che il Gentile chiama la riforma universitaria dell' illuminismo, e fu istituita la cattedra di Eloquenza italiana (per merito, pare al Napoli-Signorelli, di Ferdinando IY, e per un'ispirazione che risale, nota il Gentile, al Genovesi, che fu il primo a insegnar in italiano e già dal 1767 aveva proposto ' una scuola di lingua, di eloquenza e di poesia toscana '), allora, dico, a certi vecchioni la novità fece un'impressione di maraviglia: Quali cattedre (van dicendo) ! lingua italiana, agricoltura, chimica, commercio, diplomatica, storia naturale, geografia fisica. Fa mestieri di un pubblico professore per istudiar la lingua volgare che parliamo dalle fasce..?. Ma lo spirito della tradizione restava. Restò infatti, anche se il Vico è probabile sia stato tra quei vecchioni, non tanto forse perchè quel nuovo insegnamento non fu che una duplicazione della vecchia Rettorica, che s'insegnava nell'Università di Napoli dalla metà del cinquecento , quanto perchè della sorte toccatagli di raggiungere dopo 40 anni d'insegnamento quello stipendio di 300 ducati, che altri aveva ottenuto tanto più presto, p. e. Serio, ebbe, nel 1797, a muovere non lievi lagnanze. Quel Serio stesso, infatti, che fu assunto alla nuova cattedra, in un manifesto con cui dopo 14 d' insegnamento, annunziò la pubblicazione delle sue Istituzioni, che non sembra poi vedessero la luce (3), diceva che il primo tomo conterrebbe le più importanti questioni intorno all'origine, all'indole ed al carattere della lingua; e... tutto ciò, che principalmente alla grammatica appartiene, ma con animo di veder come esser possa una delle fonti dell'eloquenza . Dove non par solo di sentire Gennaro Vico, ma anche il Cesarotti e compagni. Tuttavia l' insegnamento del Serio non è neppur paragonabile con quello Gentile. (?) Gentile. Gentile. Agli amatori della bella letteratura in Gentile, op. e loc. cit. Capito/o quattordicesimo 433 che dovette impartire il Marinelli, assunto nel 1808 alla medesima cattedra abolita nel 99 e ristabilita sotto Giuseppe Napoleone e autore d'una molto lodata Filosofia dell'eloquenza^. Il fondo, dice il Gentile, che ne ha esaminate la Prolusione e dopo questa l'opera ora accennata, è ancorala rettorica: ma che rivoluzione ! Tale insegnamento, concludeva il Marinelli in quella Prolusione, avrebbe istruita la gioventù senza obbligarla al meccanismo de' precetti, e senz'ingolfarla nelle minuzie grammaticali, che sono per lo più disgradevoli alle persone di già avanzate negli studj . Alla Filosofia dell'eloquenza, dove si grida contro le regole colle quali si vorrebbe supplire al talento di un'anima che signoreggia sulle anime mercè l'ascendente della parola (p. io)(3), e dove qua e là lampeggia un ingegno critico non comune, corrisponde per importanza di vedute il già cit. Rapporto o progetto di legge presentato a G. Murat dalla Commissione straordinaria pel riordinamento della P. I. nel Regno di Napoli, di cui fece parte quello spirito illuminato di Melchiorre Delfico, ma fu relatore e vero autore Vincenzo Cuoco (4). In questo che il Gentile chiama il documento pedagogico e scientifico più notevole in cui si sia imbattuto nella sua ricerca, il Cuoco grandeggia come un alto spirito solitario, giacché egli si rannoda direttamente al pensiero d' un grande morto, rimasto nome sacro ma incompreso per tutto il periodo che abbiamo qui addietro percorso e per cui si distese la vita vuota di Gennaro Vico. Il nome del padre di costui ricorre in questo scritto più d'una volta. Sono esplicitamente richiamate alcune delle idee più geniali dell'orazione Denostri teinporìs studiorum ratione (5). A proposito della Scienza nuova, dice tra l'altro: Quello però che possiam dire con sicurezza si è, che la dottrina del Vico è nota e adottata quasi tutta intera nelle sue applicazioni; ma n'è rimasta oscura la teoria generale, da cui tali applicazioni dipendono, e da cui si possono rendere più ampie e più certe. Per la scuola media, Napoli, presso Angelo Trani, Gentile. In Gentile, op. cit., p. 126. Gentile. Gentile, op. cit., pp. 135-6. Gentile. CUOCO (si veda) inizia una riforma capitale, mettendo a capo di tutte le materie da insegnarvi la lingua italiana, della quale nelle scuole mezzane non s'era pensato ancora a far oggetto di studio speciale . Il linguaggio , dice il Rapporto, non è solamente la veste delle nostre idee, siccome i grammatici dicono, ma n'è anche l' istrumento. La prima lingua, che noi dobbiamo sapere, è la propria. L'educazione de' nostri collegj dava troppo, ed inutilmente, allo studio grammaticale delle lingue morte. Le lingue non si possono apprendere bene per via di grammatiche e di vocabolari: lo avverte benissimo il proverbio: aliud est grammatico, aliud est latine loqui ; e l'esperienza giornaliera lo conferma. I precetti della grammatica in ogni lingua sono pochi e semplici, e tra le grammatiche la più breve è sempre la migliore. Lo studio della lingua, e non già della grammatica, deve esser lungo: ma ogni studio soverchio, che si dà alla grammatica, è tolto al vero studio della lingua, la quale non si apprende se non colla lettura e retta imitazione de' classici. Noi diremo anche di più: rende più facile lo studio delle lingue morte il saper bene la propria e vivente. Tutte le lingue hanno un meccanismo comune, il quale dipende dalla natura comune delle menti umane . Da questo principio vichiano il Cuoco desume che quella che occorre studiare è, a proposito della lingua nostra, una grammatica generale, una grammatica con metodo filosofico, che faciliti l'apprendimento delle altre lingue. E doveva avere in mente la Grammatica generale del Du Marsais, che cita infatti poco dopo a proposito dei tropi!1), ma di un Du Marsais, osserva poi il Gentile acutamente, cuochiano, o vichiano che si voglia dire. Ma la riforma non fu fatta, e dopo il Marinelli, col Ricci(J) Gentile. Gentile. Scrisse Della vulgati eloquenza libri due, 1813. Vi si paragona al Bembo di cui vuol ricalcare le orme. Sa ricordare che le regoledelia Grammatica furono fissate dal Fortunio e poi dal Bembo, p. io dell'ed. di Napoli, Giorn. delle Due Sicilie. Tra tanto vecchiume mi è sembrata notevole la definizione della storia letteraria, e benché qui proprio non ci riguardi, ci permettiamo riferirla anche perchè non è stata avvertita da altri. La storia letteraria ha per oggetto di designar gradatamente e per ordine di tempi i progressi, le vicende, e il decadimento delle lettere e delle arti, riducendo di tratto in tratto si riebbe l' insegnamento della vecchia rettorica, e la letteratura italiana a Napoli non si rialzò più fino al i.s6o. Alle altezze del Marinelli e del Cuoco nessuno in altre parti d' Italia seppe sollevarsi. Pullularono invece le grammatiche ragionate, tra le quali pochissime meritano qualche considerazione. La prima di queste è quella scritta in francese pei francesi dal Biagioli, e di cui non sarebbe qui il luogo di dir due parole, se, anche a non tener conto della persona dell'autore, non fosse stata più volte ristampata in Italia e se non fosse stata citata con lode anche dai nostri grammatici. È intitolata Grammaire italienne clémentaire et raisonnéQ). L'Autore dichiara che ristudierà la lingua materna coi principi del Du Marsais, del Condillac e del Destutt-Tracy, richiamandosi al pensiero di Dante rielaborato dal Sanzio: La pensée du Dante, que Sanctius semole avoìr envisagée et développée ainsi: Grammaticorum sine ratione testimoniisque auctoritas nulla est (in Minerva, lib. I, e. 2), noits montre che non si deve fare un'esposizione dogmatica, ma ragionata. Bandisce Yusage, il caprice, Yabus. Nella parte generale spiega les principes les plus simples et les plus généraux , nella particolare, ritorna sui suoi passi esplicando avec plus d'étendue ce qui exige de la part des étudians plus d'at i diversi quadri del loro stato generale sotto un determinato punto di vista nelle diverse epoche, e fissando proporzionalmente i caratteri del gusto in ciascuna epoca; il che equivale per lei al pregio della unità indispensabile alla perfezione della storia politica. Molti sono i vantaggi della storia letteraria: cioè; 1. ella ci pone sottocchio i progressi dello spirito umano, e ce ne distingue le vie; 2. ci rende ragione delle rivoluzioni del gusto; 3. ci avvezza alla pratica d'una soda critica: ed infatti una giusta critica non disgiunta dalla storica imparzialità fedeltà ed accuratezza, ne costituisce il pregio principale . Pp. 95-6. Suivie d'un traité de la poesie. La quinta edizione di Milano, 1824, aggiunge ouvrage approuvè par l'institut de France: la 2a ediz. è del 1809: e la prima dovette esser di poco anteriore. Vi si cita la precedente del Vinéroni (Vigueron). Una grammatica italiana in francese dell'ANTONiNi è citata da Antonio Scoppa nella prefazione al suo Nuovo metodo stilla grammatica francese, Roma. Pel Fulgoni. Le nouveau maitre italien pubblicò D. A. Filippi, Vienne, 1812, con una lettera del Metastasio al conte Bathyny sul miglior modo d'insegnar l'italiano all'Imperador Giuseppe JI, in tempo ch'egli era principe ereditario , molto sensata e pratica. Robello G., Grammaire italienne élém. analysè et r aisonne', III ed., Paris. tention et de travail . Nell'introduzione tratta de l'origine des signes de nos idées per venire alle parti del discorso. Per trattare di queste, parte sempre da una frase {oh, ah Io sono attonito Io sono amante Ride piangendo Ho l'anima avvezza alle pene Questa donna è mia Pietro è morto, voi lo conoscevate Sto con mio padre Parla eloquentemente Ama la figlia e la madre). Sulle preposizioni crede d'aver trovato delle novità. Si occupa molto, da buono studioso del Sanzio, dell'ellissi, dando di duecento frasi ellittiche la costruzione piena, di molti esercizi, com'è necessità delle grammatiche per gli stranieri. Ma il Biagioli in sostanza è un retore, e non un filosofo, e finisce anche lui col ripetere la solita roba nei soliti schemi. Più cheper una strana se non cervellotica idea che gli serve di fondamento, c'interessa per alcune notiziette riferentisi alla storia della grammatica il Saggio sulle permutazioni della italiana orazione di Muzzi, che a Foscolo parve più un curioso gingillo di aritmetica applicata al periodo, che una serie di osservazioni giovevoli a chi cerchi nel periodare l'armonia, scopo, per altro, al quale non* era stato destinato. Il noto epigrafista comincia dall' affermare che per la varietà del nostro idioma e per l'infinito rimescolarsi delle parti dell'orazione, sono in lingua italiana infiniti i costrutti. Sotto questo punto di vista, nel campo della nostra grammatica c'è da riempire un gran vuoto, che non è stato colmato neppure dal (Torricelli, né dal Fernow, né dal Biagioli. Il suo è solo un saggio e breve delle permutazioni di semplici vocaboli presi uno per uno, e rappresentativi di parti differenti del parlare (p. XVII). Della miglior grammatica di nostra lingua dobbiamo saper grado a un tedesco: cario luigi fernovio, che la stampò in tubinga. Eccone una, che indica il suo metodo: accanto = à còte; prìs : 1 (In luogo posto) accanto ia canto 1 rispetto 1 al mare, Bemb., =à coté de la mer\ 2. (In luogo posto) accanto (rispetto a) le verdi ripe, Bemb. = près des vcrtes rivcs. (-) P. es.: Bastami (la disgrazia) d'essere stato schernito una volta, B.; Viene in concio (riguardo) ai fatti nostri. Ginguené gli lodò molto nel Mercure questa grammatica, facendogli un merito d'aver seguito Du Marsais e Condillac. (*) Milano, De Stefanis, 181 r. Mazzoni, L'Ott., p. 310. Ne ebbe notizia dal Biamonti. Muzzi scrive tutti i nomi propri con le minuscole. Ma, quanto a sintassi, molti passi del Boccaccio vi sono interpretati a rovescio. Essa pargli la più doviziosa per regole, la più sobria di metafisica e insieme la più elegante per metodo. Ma da un articolista del Giornale italiano le è stata attribuita una regola che è invece del Soave (cfr. l'ediz. milanese): quella che l'imperativo negativo ha la forma infinitiva: non amare ! La regola principale che forma il fondamento di tutto il Saggio è che la trasposizione delle parti del discorso della lingua italiana segue le leggi delle permutazioni aritmetiche . Esempi: veggio pietro \ In questa serie abbiamo una sola pietro veggio \ permutazione. egli amava guglielmo egli guglielmo amava amava egli guglielmo l ~ . et,., .. Qui sono sei. amava guglielmo egli guglielmo egli amava guglielmo amava egli Con la serie 1. 2. 3. 4. (coloro disprezzano grandemente arrigo) le permutazioni aumentano ancora. E così di seguito. Qui entra in confronto col francese dove è gran penuria di permutazioni. Viene poi a osservazioni particolari circa la maggiore o minore permutabilità delle parti del discorso. La preposizione, p. e., è indivisibile dal nome, ma non così dalla radice di un verbo: onde per meglio fare ciò invece di 24 permutazioni ne avrà solo dodici, dovendo escluder quelle dove il 2 è collocato prima di 1. Qui ricorda che il dépéret (recherches philosophiques sur le langage de sons articulés, in mém. d. l' ac. des sciences de tur in, années X-XI, 1803) tratta un soggetto affine al suo, e il Dubos, seguito dal Rollili, che propose un sistema musicale per rappresentare cambiamenti di voce diagnostici degli affetti. Fatte alcune osservazioni sulle pause, conclude col notare che nel campo della sintassi del periodo lo studio delle permutazioni diventa immenso (sfido io!), e, ricordati i Principj di grammatica generale del De Sacy, col far voti che si compili una grammatica italiana migliore nella parte sintattica. L'osservazione del Muzzi che la lingua italiana ha il privilegio di permutare straordinariamente le parti del discorso, è giustissima: ma che I 2 2 I I 2 3 I 3 2 2 1 3 2 1 ò 1 3 1 2 3 2 1il fatto possa dar luogo a un sistema di sintassi, a una nuova sezione grammaticale, è una sua inappagabile pretesa. La sintassi ha già formato i suoi schemi per comprendervi tutte le possibili permutazioni, ciascuna delle quali, caso per caso, vi ha la spiegazione. Che cosa si pretenderebbe col sistema delle permutazioni ? stabilire forse delle altre categorie sintattiche secondo le quali gli elementi del pensiero si potrebbero disporre in un modo piuttosto che in un altro? che ci fossero in altre parole nuovi ordini di mezzi espressivi ? Per altro nel sistema perni utativo del Muzzi, come in quello musicale da lui citato del Dubos e del Rollili, abbiamo una nuova prova, se ne avessimo bisogno, dell'arbitrarietà delle categorie grammaticali e sintattiche, che possono esser diminuite e accresciute e ex novo costruite secondo il mag giore e minore genio grammaticale inventivo dei grammàtici ! Parve, alfine, che la grammatica auspicata dal Muzzi spuntasse negli Elementi filosofici per lo studio ragionato dì lingua proposti e dedicati alla studiosa gioventù delle Università d' Italia da Mariano Gigli, professore di scienze, (/) che furono infatti molto lodati allora e dopo. Anche il Gigli comincia dal lamentare che non vi fosse ancora un libro... come il suo: un libro scritto dietro la sola guida del Buon-senso... è una scienza affatto nuova nella Repubblica Letteraria . Veramente un tal libro poteva anche esserci: la sua Lingua filosofico-universale (pubbl. a Milano l'anno avanti), di cui questi Elementi sono chiarimenti, aggiunte e correzioni. Uno de' miei primari difetti , confessa con ironico candore il Gigli, è quello di consultar la Ragione, e non l'Uso. Ecco che cosa gli dice la Ragione. L'uomo è un essere sensibile giudicante: in quanto vive in società, e ha bisogno della parola, in quanto, cioè, è un uomo sociale, è uomo naturale parlante (p. 8): u?iico dunque deve essere il linguaggio per ciò che riguarda l'uomo naturale; molteplice per l'uomo sociale. Avremo dunque una filosofia di lingua, e una grammatica di lingua. Conoscendo la propria lingua filosoficamente, conosceremo tutte le lingue, e non ci rimane che Milano. Non so se sia tutt'uno con essa l'altra opera di Gigli, La metafisica del linguaggio. Scienza nuova anche ' dotti e pe' soli di buon senso, Milano.] applicarci allo studio della grammatica di ciascuna, per apprendere i suoni e i segni attaccati dalla convenzione alle idee, e poi V ordine con cui si succedono. Onesta conoscenza si forma con l'abitudine, e non ci sarebbe bisogno di grammatica. Ma poiché ogni lingua ha le sue particolarità, il raccoglier sotto regole generali è far cosa utile. Far dunque la grammatica di una lingua, è formular quelle regole generali. E facile vedere che questa nuova scienza di Gigli è la vecchia grammatica generale caratterizzata con molte inutili e imprecise parole. Il suo buon senso non gì' ispira che complicazioni. De' giudizi, p. es. (p. 27), distingue quelli dazione e quelli di qualità; ma ogni giudizio esige tre cose: r. L’oggetto, cardine del giudizio'; la parola, (verbo) voce di giudizio '; la voce, che esprime ciò che si attribuisce, ' attributo di giudizio ! Non miglior pregio ha la Grammatica della lingua italiana di Bellisomi, autore anche di una Grammatica delle due lingtie italiana e latina per uso dei Ginnasi della Lombardia^) e di una Introduz. alla medesima. Sì l'ima che l'altra furono molto diffuse, ma di notevole la prima ha l'aver abolito lo schematismo della consueta grammatica: poiché il contenuto esposto in modo discorsivo per via d'analisi è su per giù il medesimo. Un'osservazione è degna d'esser ricordata a onore del Bellisomi: che i bamboli riescono a parlare secondo grammatica pur non avendone coscienza, e quando poi si danno ad apprender la grammatica, ricominciano a sbagliare ! (prefaz.) Un trattato... sul valore, sulle proprietà e sull'uso di alcune voci e di alcune frasi, un trattato compiuto, quale sin qui desideravasi, di sintassi e di costruzione, un trattato sul discorso e sullo stile... non pochi cenni storici sull'origine e sui progressi ('i Ad uso delle se. el. della Lombardia, Milano. Milano. Milano. Bellisomi ebbe una lunga polemica grammaticale col Fantoni. Cfr. Postille alle osservazioni critiche di I. Fantoni sopra la prima parte della gr. it. e latina, Milano. Del Fantoni, si può vedere Risposta al libro: Postille, ecc., Brescia. Il F. critica il B. coi principi del Soave, del Destutt de Tracy ecc. La polemica getta non poca luce sull'accaloramento onde la grammatica generale era trattata nelle scuole.] della lingua italiana ... non per gli uomini scienziati e d'alte lettere, ma per i giovanetti con istile semplice e familiare vuole dare Ziniglio Vianotti (cioè Giovanni Ziliotti) con le sue Lezioni di lingua italiana in seguito allo studio della grammatica, ma non riuscì che a comporre un zibaldone di rettoricherie, di osservazioncelle di grammatica (p. es. questa, che il che è la congiunzione più importante), di frasi (è un italianismo presero a fuggire). Il fervore per la grammatica come scienza era venuto sempre crescendo: forse non ci fu mai per questa disciplina un' ammirazione, anzi un'esaltazione come in Italia in questo periodo, che era in ragion inversa della penetrazione filosofica degli stessi che la coltivavano. Basta vedere la Dissertazione storico -critico filosofica di Antonio Adorni intorno alle Grammatiche, un ellogio, così l'autore stesso la chiama, della grammatica e insieme un infelice tentativo di spiegarne l'origine, per rivelarne l'antichità, in modo da farla coincidere con la stessa sapienza dei libri sacri, e esaltarne la venerabilità indicando non alla rinfusa, ma promiscuamente dentro le grandi epoche (grecoromana, medievale, rinascimento, tempi -moderni) senz' alcun criterio, i nomi degli insigni scienziati e filosofi che la tratSecondo le vedute di Cesarotti e Tiraboschi che infatti non fa che copiare. Dobbiamo (ma non è un gran debito) allo Ziliotti, oltre diversi compendi e metodi grammaticali anche per il latino, La ortografìa italiana citata al tribunale della sana critica, Padova, dove arrossisce di vergogna per avere tredici anni addietro (coll'operetta portante il titolo Ortografia italiana, ovvero regole per rettamente scrivere in lingua italiana) mostrato al publico come ei pure la pensava alla maniera degli altri in fatto di ortografia. Come la pensasse, s'argomenta ora dal vederlo scrivere publico, legere, add ungue, bacciarseli ! Padova. Pubblicò anche: " Il fanciullo istruito fin dalla sua infanzia in tutto ciò che il può risguardare'', Padova, 1817;" Libretto di devozione pe' fanciulli ", Vicenza, 1819; " Ortografia italiana ovvero regole per rettamente scrivere in lingua italiana ", Padova (2a ediz.) 1S24; '• Introduzione alla grammatica della lingua latina", Padova. Guastalla, nella tipografia di Gaetano Ferrari e figlio, s. a. (La ded. è datata da Sabbioneta. Una nota nell'ultima pag., la 54, dice: Dall'epoca in cui fu scritta la presente dissertazione, a quella, in cui si pubblica, la morte, sempre ingorda delle migliori cose, ci rapì il sempre memorabile Bodoni. tarono: sicché neppur giova come schizzo d'una storia della grammatica, quale un diligente avrebbe potuto disegnare, raccogliendo dai vari libri de' grammatici dove si ricordano i nomi de' predecessori . Tra le lodi della grammatica e lo sfogarsi contro le autorità che non elevano alle cattedre gli uomini veramente grandi (come lui, certo, che una n'aveva perduta e per un' altra si vide posposto a un ignorante di prete che poi fu la pietra dello scandalo degli scolari), egli, che pur gli aveva prima citati in onore per averla coltivata, trova modo, forse per mostrarsi uno di quei grandi, di biasimare, perchè non usavano del metodo analitico, e l'Alvarez, e il Despauterio, e Salvator Corticelli che modellò , e questo era vero, il suo corso Grammaticale sul gusto di quel de' latini , e Francesco Soave ne' suoi elementi di lingua italiana, quando volle ridurre a sette le parti dell'orazione, facendone una sola delle sue specifiche in natura addiettìvo, e participio, e in blocco tant'altri, senza che appaia se accetti il sensismo benché citi il Condillac o il puro logicismo. Non parliamo della sua filosofia del linguaggio: la dissertazione s' apre così. La lingua non è, come alcun tra filosofi opinar volle, figlia dell' uomo, ma figlia dell'autore della natura; il che prova in nota con argomenti infallibili. Un considerevole tentativo eli costituire un corpo organico di scienza grammaticale è il termine caro all' autore L'Adorni stesso, a dimostrare che neppure dal nono e ottavo secolo infìn ai tempi dell'Alighieri non fu come sembra offuscata di tenebre densissime la nostra regione scientifica rimanda ai documenti addottine in prova dal celebre Cerretti nella sua inaugurale recitata nell'Aula Regia dell'Università di Pavia per l'aprimento de' studi nell'anno millesimo ottocentesimo quinto, p. 25. Nella quale, peraltro, a me non è riuscito trovar nulla di strettamente connesso col nostro tema, come avevo potuto supporre. Notevole, invece, m'è parsa una pagina d'una lezione del Cerretti sullo Stile, dove illustra il fondamento logico della dottrina stilistica del Beccaria. La considerazione delle parole de' suoni diversi e diversamente ricevuti non è riguardata del celebre Autore, che come dipendenza della Grammatica: e però prescinde dalla stessa, o poco almeno, e in un solo paragrafo ne parla ov'egli ragiona dell'Armonia; e tutti colloca i suoi principj nell'Analisi delle idee. Seguendo il D'Alembert, il Cerretti fa altre osservazioni sulla chiarezza e precisione grammaticale dello stile. Instituzioni di eloquenza del cavaliere Luigi Cerretti modonese, Milano, presso Giuseppe Maspero] compì Romani di Casalmaggiore, un matematico che insegnò e fu preposto a pubbliche scuole e istituti educativi, e tutto infervorato nel proposito di rinnovare ' il linguaggio grammaticale ' con la grammatica filosofica. Tranne alcuni opuscoli, i suoi lavori furono pubblicati postumi tra il 25 e il 27 nella bella edizione delle Opere complete fatta dal benemerito Giovanni Silvestri di Milano. Ma all'ampiezza del suo 'piano' e all'entusiasmo onde attese a eseguirlo e anche alla larga informazione della letteratura grammaticale non corrispondeva certo la profondità del pensiero filosofico. Basterebbe dire che il Romani ammette tre sorte di linguaggi, uno grammaticale, per ' la manifestazione de' pensieri', uno oratorio per ' la comunicazione degli alletti ', e un altro poetico per ' la dilettazione dell'udito; che ritiene conservato in buono stato quest'ultimo, un po' meno il secondo, assolutamente in cattive condizioni il primo, perchè mentre per gli ultimi due non occorse una grammatica, essendo bastata Son volumi cosi ripartiti. Teorica de' sinonimi italiani. Dizionario generale de" sinonimi italiani. Osservazioni sopra varie voci del Vocabolario della Crusca. Teorica della lingua italiana; Vili. Opuscoli: Sulla scienza grammaticale applicata alla lingua Italiana (ed. Milano): Mezzi di preservare la lingua Italiana dallasua Decadenza (ed. Casalmaggiore, 1808); 3. Sulla libertà della lingua Italiana (ed. Pesaro; Sull'insufficienza del Vocabolario della Crusca al servizio del linguaggio filosofico Italiano per uso delle Scienze e delle Arti; Sopra l'origine, Formazione e Perftttibilità della lingua Italiana; Sulla bellezza della lingua Italiana. Il secondo di questi opuscoli era stato disteso per la gara di cui fu vincitore il Cesari, ma non fu presentato al Concorso. Quanto fosse profonda, non saprei dire, perchè gli autori li nomina quasi sempre per indicare se conobbero e applicarono 'la scienza grammaticale ', ma di nome e genericamente conosce quasi tutti i principali greci e latini, lo Scaligero e il Sanzio, i nostri, e più particolarmente i logici francesi. (:i) Che nel linguaggio degl’affetti, di cui si valsero soltanto i più rinomati Classici di quel secolo, si possa parlare e scrivere senza un piano meditato di scienza grammaticale, convengono tutti que' filologi che riconoscono tanto più naturali, più energiche, più vive e più commoventi le produzioni delle fantasie e delle passioni, quanto meno sono frenate da leggi, e da grammaticali regolamenti. Fra i molti moderni che sostennero questa ragionevole opinione si può particolarmente annoverare il celebre Cesarotti. l'imitazione degli scrittori e poeti migliori, per il primo mancò quel mezzo: la grammatica de' nostri grammatici fu compilata eoi lodevole scopo di perfezionare il linguaggio intellettuale e filosofico, ma... sventuratamente si sbagliò nel mezzo acconcio per riuscirvi: perchè, invece di dedurre le regole dai legittimi loro fonti, cioè dai principi dell'Ontologia e della Logica, ossia della vera scienza grammaticale, [i grammatici del Cinquecento] le tirarono materialmente dagli esempj del linguaggio affettivo degli scrittori trecentisti, linguaggio che, prodotto senza regole, non poteva somministrar regole certe ed opportune al linguaggio istruttivo e filosofico , e, di contro al vantaggio di procurar alla lingua una t'orma costante e generale che pria non avea , le recarono però due funestissimi danni: il primo di aggravare senza necessità il linguaggio affettivo di regole e l'altro di privare il linguaggio intellettuale di tutti quei canoni, e ragionato metodo, di cui abbisognava per giungere alla sua perfezione. Onde la necessità della scienza grammaticale, che, se ha nella parte teorica la dottrina ontologica a comune con la Logica, nella parte pratica non è però la Logica. L 'arte della Logica ha per fine la rettezza e la verità dei pensieri, senza punto curarsi del modo o dei mezzi di esprimerli; la Grammatica ha per iscopo la rettezza e la verità dell' espressione, senz'incaricarsi dell'esame, se i pensieri che debb'esprimere siano consentanei alle regole logiche; secondo la logica i pensieri sono retti e veri, quando sono conformi all'ordine naturale delle cose; secondo la Grammatica le espressioni sono rette e vere, quando con precisione riportano i pensieri nello stesso modo, estensione, limiti e stato, con cui sono concepiti d e filosofico , e, di contro al vantaggio di procurar alla lingua una t'orma costante e generale che pria non avea , le recarono però due funestissimi danni: il primo di aggravare senza necessità il linguaggio affettivo di regole e l'altro di privare il linguaggio intellettuale di tutti quei canoni, e ragionato metodo, di cui abbisognava per giungere alla sua perfezione. Onde la necessità della scienza grammaticale, che, se ha nella parte teorica la dottrina ontologica a comune con la Logica, nella parte pratica non è però la Logica. L 'arte della Logica ha per fine la rettezza e la verità dei pensieri, senza punto curarsi del modo o dei mezzi di esprimerli; la Grammatica ha per iscopo la rettezza e la verità dell' espressione, senz'incaricarsi dell'esame, se i pensieri che debb'esprimere siano consentanei alle regole logiche; secondo la logica i pensieri sono retti e veri, quando sono conformi all'ordine naturale delle cose; secondo la Grammatica le espressioni sono rette e vere, quando con precisione riportano i pensieri nello stesso modo, estensione, limiti e stato, con cui sono concepiti dalla mente, senza incaricarsi della logica verità o falsità di essi; mentre la parola debbe essere fedele e precisa nel riferire i pensieri della mente tanto retti che obliqui, tanto veri che falsi. Ma siccome il principio della differenziazione dei linguaggi è il fine per cui si parla, si ammettono i così detti linguaggi degli amanti, dei furbi, dei legisti, dei romanzisti ecc. . Introduz. alla Teorica. Invece di fermarmi e criticare queste vedute, rimando alla discussione fatta dal Croce sui rapporti tra Logica e Grammatica quali li aveva stabiliti lo Steinthal col famoso esempio della tavola 444 Storia della Grammatica His fretus, ovvero su questi bei fondamenti, per dirla col Manzoni, il Romani si fece a compilare un Dizionario di sinonimi, a correggere la Crusca e a fabbricare una nuova Grammatica generale italiana, che diceva anzi mancare all' Italia, anche dopo i tentativi del Venini, del Yaldastri e del Soave, in due sezioni, Teorica e Pratica, eseguendo però solo la prima; non solo, ma perchè, insomma, la scienza grammaticale penetrasse tutti i meandri della vita scientifica della nazione, propose che una sezione dell'Istituto Nazionale, composta di profondi Grammatici filosofi e di Ontologisti, si occupasse della redazione delle teorie e regole di Grammatica generale dedotte dai principi di naturale Ontologia, un' altra, alla dipendenza della prima, stabilisse le regole certe e immutabili di pratica attuazione, entrambe compilassero un completo Dizionario italiano al sol servizio del linguaggio filosofico; fosse poi esteso a tutte le Scuole elementari e Licei dello Stato lo studio della Grammatica ragionata di nostra lingua; i testi di lettura fossero scelti tra quegli autori didascalici che scrupolosamente si attennero ai termini adottati nel nuovo Dizionario, ed alle Regole stabilite nella Grammatica ragionata; che si accettassero per maestri solo quelli che per esame avessero dimostrato di conoscere appieno rotonda: La Critica, ‘QUESTA TAVOLA ROTONDA È QUADRATA [tautology – contradiction]. A Romani s'attaglia assai bene tutto quanto osserva qui Croce, perchè egli è veramente uno di quei grammatici che, se par limitarsi a scrivere sulle pagine elaborate secondo le sue regole: Videat logicus, videat aestheticus, poi passa dal campo empirico al filosofico, da costruttore di tipi astratti a giudice di realtà concreta e viva. Anzi va tanto in là da esclamare seriamente: che di grammatica e di regole possa esentuarsi il linguaggio dell'intelletto, del raziocinio, della ragione, è il punto che io non posso accordare, uè accorderò giammai al prefato oppositore, giacché io sono pienamente convinto che, per esprimere con precisione, e con chiarezza i nostri concetti, per manifestare con rettitudine i nostri giudizi, per coordinare, e regolarmente legare i nostri raziocini, per esporre metodicamente e sinteticamente i nostri ragionamenti, siano indispensabili tutti que' canoni, e tutte quelle cautele che ci somministra la Scienza grammaticale. E finisce col far tutt'uno della Logica e della Grammatica, come anche si vede dal fatto che nella sua Teorica della lingua italiana, elabora di proposito la dottrina delle Argomentazioni, dichiarando questo, dominio della grammatica. V. qui tutto il brano che abbiam riportato sulla degradazione della grammatica.] le scienze grammaticali; che a tali prove fossero sottoposti anche gli ufficiali dello stato incaricati di redigere atti pubblici. Con tali mezzi io sono pienamente persuaso che la Lingua italiana non solo potrà esser sollevata dall' attuale sua decadenza, ma potrà esser inoltre preservata per molti secoli da qualunque degradamene o degenerazione. Un vero infatuamene grammaticale. Senz'indugiarci a considerar da vicino come abbia eseguito i suoi ' piani ' il nostro ardente grammatico, dirò soltanto che se egli non sostiene che ci sia una visione grammaticale delle cose, concepisce però la grammatica come una rettorica (scienza [Il principio fondamentale onde si fa a svolgere la sua Teorica è il seguente: Secondo le parole unicamente destinate alla manifestazione de' nostri pensieri e delle affezioni nostre, debbono necessariamente le lingue essere fornite di tante sorte di parole, quante sono le diverse operazioni della mente nostra, perchè ciascuna di esse sia adeguatamente e distintamente rappresentata da appositi segni. Così vediamo sorgere le categorie grammaticali, non solo, ma tutte le varietà formali di esse, tutti i valori vozionali (p. es. -orio acquista nozione d'istrumento o di località quando s'accoppia a una radice: aspersorio, dormitorio). Cosi, poiché le nostre nozioni sono riducibili a dodici classi capitali, cioè: Sostanze; Proprietà; Qualità; Affezioni; Potenze; Forme; Relazioni; Quantità; Tempo; io. Luogo; Stato; Moto, la genealogia de’nomi viene a esser la seguente. Nomi Attributivi Propri Qualitativi Affettivi Formali Potenziali Sostanziali Relativi Comparativi Qualitativi Quantitativi Occasionali Temporali Locali Statari Motivi CON QUESTO PROCEDIMENTO SI CREA TUTTO IL LINGUAGGIO intellettuale. Schematizzandolo in un vasto quadro, dove l'occhio potesse tutto comprenderlo, ognuno dispererebbe di mai parlare. E dire che tutta questa brava gente di grammatici logici universali, dello stampo del Romani, credevano ciecamente nel loro sistema, senz'accorgersi che essi parlano egualmente benissimo e scriveno con altrettanta facilità, nonostante che ritenessero non ancora venuto il regno della grammatica RAZIONALE FILOSOFICA universale.] d'un'arte chiama la scienza grammaticale, e arte la logica), come una rettorica della logica, ossia, per l'appunto la scienza della tavola rotonda che è quadrata, e questo solo, non anche l'estetica di una poesia, che avrebbe per tipo i versi celebri, grammaticalmente e metricalmente impeccabili – Colourless green ideas sleep furiously. Pirots karulise elatically. C'era una volta un ricco poveruomo, Che cavalcava un nero cavai bianco; Salì scendendo il campami del Duomo, Poggiandosi sul destro lato manco.] perchè affetti e suoni, per designar col termine di Romani il mondo dell'arte, le creazioni della fantasia, son fuori, non avendone bisogno, della sfera dell'arte. Quella che era stata in CESAROTTI (si veda) una confusa intuizione del carattere fantastico del nostro pensiero, diventa nel suo scolaro un insanabile dualismo, per cui da una parte si ha un linguaggio grammaticale – Colourless green ideas sleep furiously – Pirots karulise elatically --, dall' altra un linguaggio agrammaticale (oratoria e poesia). Un vero regresso, dunque, rappresenta questo punto di vista del Romani, non pur verso i grammatici logici dell'Enciclopedia, ma verso lo stesso Cesarotti; e il suo apostolato ebbe infatti scarso successo. Giandomenico Nardo ("), che fu chiamato ' l'ultimo de' cesarottiani ', lamentava molti anni più tardi che gli scritti di Romani non fossero studiati abbastanza; ma, per ripetere un arguto giudizio del Mazzoni, quella era troppa filosofia, troppa fidanza, cioè, nel raziocinio, e troppa noncuranza invece dell'osservazione diretta sull'uso corrente. Fantastica anche ROMANI una sua lingua universale; e così crede, senza accorgersene, che pur la lingua nostra si potesse dipanare via via a fil di logica dalla matassa d'una teoria. Quanto aveva di ragione, e non è da negare che ne avesse, contro la Croce, in La Critica. Pubblica Osservazioni sopra alanti recenti vocabolari metodici della lingua nostra (Rambelli, Carena, Barbaglia, ecc.), e, come appendice a una raccolta di suoi studi, uno scritto Sui mezzi indicati da M. Cesarotti per avviare l'italiana favella alla desiderata perfezione. Prese dal maestro, osserva il Mazzoni (L'Olt.), l'idea buona e in qualche parte la praticò, dei vocabolari dialettali. Si ricordi l'espediente praticato e suggerito dal Cesari circa l'uso del dialetto (Disser/az., verso la fine) per l'apprendimento della lingua, e la proposta del Manzoni. Crusca d'allora, non bastava a dargli vittoria siffatta da costituire lui quasi supremo legislatore, in nome della Ragione, sulle grammatiche e sui vocabolari presenti e futuri. Era troppa filosofia per gli stessi continuatori di quell'indirizzo. Vanzon nella sua Grammatica ragionata della lingua italiana • C ), dove pur dichiara di aver seguito un punto di vista ornai comune appo le nazioni più colte d'Europa, vuol prender una via di mezzo distruggendo parte delle preoccupazioni degli scolastici e parte accettando delle filosofiche dottrine . Infatti, tranne che per le definizioni, dove versa discretamente lo spirito ideologico, vi segue i principali grammatici empirici dal Salviati al Buonmattei al Corticelli, attenendosi per le autorità ai padri della lingua, con molte liste alfabetiche di esempi e molti esercizi. Il Calchi nella prefazione alla terza edizione della sua Grammatica ragionata della lingua italiana, dichiarava d'aver compilata otto anni avanti una Grammatica elementare maggiore per un Corso di studj, coli' intento di applicare bensì la teorica generale del linguaggio alle regole proprie e particolari della nostra favella, ma non d' inoltrarsi soverchiamente nelX ideologiche astrattezze per non correr pericolo, invece di aiutare, di confondere la mente. Codesta Grammatica infatti, che tien conto dei grammatici francesi allora in voga, il Tracy e il Condillac, e i nostri sia logici (Vanzon, Valdastri, ecc.) che pratici (Buonmattei, Ambrosoli, ecc.), riesce a un lodevole contemperamento di filosofia e di empirismo, quale era consentito dai tempi. Anche vi è ristabilita quell'antica armonia delle varie parti della grammatica {ortologia, etimologia, costruzione, ortografia, prosodia e versificazione) che è stata poi ripresa modernamente: e alla grammatica moderna, p. es. a quella del Morandi e Cappuccini, rassomiglia per aver trattato dell'uso delle varie parti del discorso nella sezione dell'etimologia, di volta in volta, piuttosto che nella sintassi. Il ragionato in questa Grammatica si riduce alle dichiarazioni logiche delle singole categorie e degli accidenti grammaticali e alle dilucidaMazzoni. Livorno. La prima edizione, esaurita, dice l'a., in breve tempo, voleva essere un' 'Esposizione grammaticale al suo Dizionario universale.] zioni delle regole dell'uso delle varie parti del discorso. C'ingegneremo di determinare... le ragioni di esse regole: né solo in questa, ma anche in ogni altro che verrà dietro a ciascuno de' Capitoli successivi, giacché se una lingua deve avere Yuso per base, come dice il Cesarotti, V esempio per consigliere, deve parimenti avere, sempre che può, la ragione per guida. Abbonda invece di esempi, che sono tolti da approvati scrittori d'ogni secolo, e di paradigmi. Anzi in un punto egli si scusa di far di questi un uso troppo abbondante, più conveniente ad un Manuale della lingua che ad una Grammatica. Non si creda peraltro che il fervore per la grammatica generale accennasse a intiepidirsi, anzi si seguitavano a tradursi anche gli autori francesi, perchè fossero ancor più popolari, come il Girard (2). Anzi, ideologia logica e grammatica seguitavano a viver congiunte, come già ai tempi del Venini, del Valdastri e del Soave, non pur ne' libri, sì bene anche nell'insegnamento universitario. A Torino, Bona inaugurava appunto il corso di Grammatica generale con una lezione proemiale, in cui, delineando i concetti fondamentali ed il metodo di questa disciplina, diceva: " Poniamo innanzi tutto che la cognizione della Grammatica generale, o vogliamo dire la cognizione scientifica dei principi generali ed immutabili delle lingue, bene si può altrimenti ottenere che dalla cognizione dei materiali elementi dei singoli idiomi e dal paragone dei medesimi tra di loro per discernere in essi lo assoluto dal contingente, lo universale dal particolare, l'uso dal diritto... Le leggi fondamentali del discorso può l'uomo conoscerle parimenti per mezzo della riflessione, rivolgendo la sua attività intellettiva all'analisi dell'elemento spirituale del linguaggio, astrattamente dallo elemento formale del medesimo. L'analisi filosofica del pensiero può guidare eziandio allo scopo; questa anzi deve precedere ogni Grammatica ragionata della lingua italiana proposta da Caleffi già pubblico professore di FILOSOFIA. Terza edizione fiorentina. Firenze, a spese dell'Editore. Dell’insegnamento ragionato della lingua materna nelle scuole e nelle famiglie. Trad. di A. Pace, Torino. La Grammatica generale del conte Destutt de Tracy era stata tradotta dal Compagnoni, Milano.] cosa, olii vuole scientificamente risolvere i diversi problemi della teoria dell'umano linguaggio e conoscere le leggi fondamentali. Che più ? Non soltanto fu l' ideologia applicata alle grammatiche delle varie lingue, non escluse quelle comparative (una Grammatica ragionata italiana ed ebraica (2) aveva pubblicato fin dal 1799 Samuel Romanelli), ma perfino anche ai trattati d'altre arti diverse dalla parola, e avemmo così anche una vera e propria Grammatica ragionata della musica considerata sotto l'aspetto di lingua (3), fondata, come l'autore stesso, Balbi, dichiara sui principi e le grammatiche del Tracy, del Soave e d'altri (p. 33). Vero è che spesse fiate, nell'impresa di stabilire le rispondenze logico-grammaticali tra la lingua musicale e quell'articolata, è forza confessare al nostro autore, mi si paravano dinanzi delle difficoltà ed imbarazzi non piccoli, allorché mi mancava per esempio qualche parte da poter confrontare, ove qualche altra invece mi sopravanzava; ma, convinto dell'identità del principio logico generatore de' due modi d'espressione, egli comincia impavido a trattar delle parti costituenti il discorso musicale e via via, per tutte le categorie, considerate in tutti i loro accidenti del genere, del numero, del caso, ecc., del soggetto, dell' attributo, della copula, dell' avverbio, dell' interposto, della congiunzione, della preposizione, arriva fino alla sintassi, riguardata ne' suoi mezzi di costruzione, declinazioìie e creazione di legami e riposi (punteggiatura) destinati a marcare le relazioni delle altre parti . E ben facile rappresentarsi il contenuto d' un tal libro; pure gioverà aggiungere qualche esempio. Il soggetto è, così, il tono o modo, vera sostanza di qualunque pensiero musicale; V attributo è la qualità del tono, scelta del tempo, indicazione del movimento, posi- [ZOPPI (citato da VAILATI), LA FILOSOFIA DELLA GRAMMATICA: studi e memorie di un maestro di scuola, La Sapienza, Unione tipografica-editrice, dove Bona è citato così: Boxa, Lez. proem., Torino, 1847, P9"IO> cit. dal Pezzi nella Introd. allo, studio della scienza del linguaggio, Torino. Con trattato, ed esempi di poesia, Trieste, Dalla Ces. Reg. Privil. Stamperia, Milano, Ricordi. I capitoli sono stati pubblicati già dall'a. stesso per Nozze Treves-Todros e Todros-Treves, a Rovigo, A. Minelli] zione, intensità, carattere dei suoni; il verbo è la disposizione, X ordine, delle espresse o sottintese basi fondamentali formanti la cadenza, il di cui officio è appunto quello (al dir del Tracy) di svolgere le due idee presentate dal tono, e carattere o qualità paragonabili al soggetto ed ali 'attributo. Siccome poi, in fatto di lingua, altro verbo non esiste, che l'Essere, derivante dal suo participio étant (rozzamente essente) così nella sola cadenza semplice tonale, consiste la vera essenza copulativa o copula; e giacche qualunque altro verbo non può essere che un composto del sottinteso essere aggiunto ad un attributo, così anche qualunque altra cadenza non potrà essere che composta della tonale aggiunta a qualche altro attributivo accordo, o cadenza in qualsivoglia maniera, od espressa, o sottintesa. Ecco quindi ciò che forma la proposizione musicale, che noi chiameremo pure col solito titolo di periodo, canto, pensiero, motivo, frase, ecc., a secondo di quello che si tratterà, quando daremo gli elementi della composizione. Medesimamente il Balbi vi parlerà di costruzione diretta e inversa, della necessità che Y aggiuntivo si concordi col sostantivo, sì nel numero, come nel genere e nel caso, e perfino del punto ammirativo e interrogativo! Ma la cosa è perfettamente naturale: ammesso che si possa, per ragioni pratiche d'apprendimento e d'altro, sottoporre l'espressione artistica a un processo di elaborazione logica, le categorie grammaticali anche della musica sorgono immediatamente d'incanto, e non c'è nulla da ridire: anzi si può osservare con qualche compiacenza il loro meccanico sorgere anche fuori del campo strettamente linguistico. V'ha di più. Quel solo porre il problema di una grammatica ragionata della musica considerata come lingua in tempi di logicismo e purismo linguistico, anche se il criterio assunto per risolverlo era quel medesimo di cui si serviva la grammatica filosofica, poteva valere come un suggestivo richiamo a una considerazione meglio che intellettualistica dell'espressione in genere, potendosi avvertire in quell'equazione di un prodotto creduto facilmente logico e di un altro di evidentissima natura artistica una comunanza più intimamente spirituale di competenza dell'estetica meglio che della logica. Pochi anni avanti aveva vista la luce un' ' Opera postuma di POGGI (si veda) su La scienza dell'umano intelletto, ovvero Lezioni a" ideologia di grammatica di logica. L'opera, come s'argomenta dal titolo, è divisa, dopo l’Introduzione, in tre parti: Della ideologia; Della Grammatica, e Della logica. POGGI (si veda) è un condillachiano, e quello di Condillac è, se non isbaglio, l'unico nome che citi nel suo grosso volume. Ma, qua e là, come a proposito di metafore e termini-cifre e di lingue emblematiche e dipinte e alfabetiche ecc., indica anche un' influenza, non direi vichiana, ma cesarottiana. Parte, appunto, anche lui dalla istituzione delle lingue artificiali, e con la percezione, i bisogni, l'utilità, la brevità, svolge tutta la dottrina delle categorie grammaticali e de' loro accidenti e poi della sintassi di costruzione, di reggimento, di concordanza. Le prime articolazioni furon pronunziate per significare sensazioni riportate ad oggetti esteriori: un' interiezione, dunque, e un nome bastarono a esprimere qualunque sensazione. In ogni interiezione, in ogni nome è contenuta un'intera proposizione. Poiché un' idea qualunque non è propriamente che il risultato di una sensazione, ne segue che tutti gli altri elementi del discorso non servono ad esprimere veruna idea intera e completa, ma bensì soltanto delle modificazioni, e dei rapporti fra le nostre idee. Tutto il macchinismo d'ogni lingua parlata è spiegato con questo principio: i verbi, gli aggettivi, le proposizioni, le congiunzioni, e tutte le variazioni de' nomi e de' [Firenze. A spese degli editori [i figliuoli Poggi], . Precedono Cenni biografici. (*) In XXI lezioni, con un' Appendice sul l' Idea della metafisica scolastica. In due sezioni (lezioni) Della grammatica: Del PRIMITIVO LINGUAGGIO umano; Degli elementi del discorso in qualsivoglia lingua artificiale; Seguita l'analisi del discorso; Osservazioni sull'analisi precedente, massime intorno al Verbo; Delle variazioni a cui soggiaciono gli elementi del discorso; Dei verbi ausiliari, irregolari, e composti; Degli aggettivi di quantità e di numero. (lezioni): Della sintassi; Del reggimento, e delle altre condizioni della sintassi; Di una lingua dipinta, delineata, o scritta; Di una lingua scritta per caratteri, ossia della scrittura volgare; Dell'ortografia; Delle parole aventi più di un significato, dei sinonimi, dei tempi e delle figure grammaticali. (lezioni): Del Raziocinio; Delle proposizioni, e delle varie forme d'argomentazione.] verbi, si sviluppano da esso. V? avverbio e il participio non sono vere categorie, perchè l'avverbio si compone di una preposizione, di un sostantivo e di un adiettivo, e il participio è una specie di nome verbale aggettivo. La cosa è molto facile: e perciò, invece di seguir il nostro intrepido dipanatore del linguaggio nella sua dimostrazione, la lasceremo immaginare a chi vuole. Mi piace invece richiamar l'attenzione sull'espediente adoperato dal Poggi per dar l'idea della sintassi. Si ricorderà che il Croce per mostrare come i logici hanno cavato dall'espressione i generi grammaticali, ha portato l'esempio d'una pittura che rappresenti un individuo che cammina per una certa via campestre, e alla quale corrisponde la frase: Pietro cammina per una via campestre. Come elaborando logicamente quella pittura si ottengono i concetti di moto, azione, ente, del generale, dell' individuale, ecc., così elaborando col medesimo procedimento quella frase, si ottengono i concetti di verbo (moto o azione), di nome (materia o agente), di nome proprio, di nome connine ecc., che pei grammatici sarebbero le parole, le espressioni di quei concetti, ripassando illecitamente dal logico all'estetico . Orbene, il nostro si serve del medesimo esempio della pittura per elaborare, con poca esattezza, però, non solo le categorie grammaticali, ma l'ordinamento, la sintassi onde vengono a intrecciarsi armonicamente per la perfetta espressione del pensiero. Val la spesa di riportar questo brano, senz'altro dire. Se vi fate a osservare un dipinto in cui siansi per esempio ritratte varie figure umane, voi tosto vedete nel tutto insieme di ciascuna figura il primo elemento di ogni discorso, cioè il nome: se paragonate una figura coll'altra, vi scorgete delle differenze caratteristiche, onde una si discerne dall'altra; analizzando queste differenze vi risultano delle proprietà ovvero degli attributi che voi distinguete egualmente; ed ecco il secondo elemento del discorso che diciamo aggettivo, mentre aggiunge alcun che all'idea rappresentata dal nome: se vi fate a riguardare accuratamente le fisonomie, gli atteggiamenti, e gli atti delle figure medesime, scorgete eziandio le passioni e gli affetti, onde sono animate, dal che scaturisce il terzo elemento d'ogni lingua che appellasi verbo; imperocché quelle attitudini non esprimono che i bisogni, le tendenze, le avversioni o i desiderj dei perso- [Est.] naggi ritratti: infine non esprimono che le attuali modificazioni del loro essere: procedete all'analisi: osservate come una figura stia nel quadro rispetto all'altra, come gli atti o i gesti di questa si rapportino agli atti o ai gesti di quella; poiché siasi voluto rappresentare un fatto od un' azione principale con altre secondarie ed accessorie; finalmente in qual modo tutte quelle figure, e tutte quelle attitudini si leghino insieme, onde esprimere in complesso il concetto del pittore, e voi scorgete che questi rapporti e queste circostanze tengon luogo delle preposizioni e delle congiunzioni: mentre esse isolatamente prese nulla significano, anzi non sono nulla, ma guardate in complesso nel tutto insieme del quadro, servono a determinare, dichiarare e completare l'idea principale o il soggetto della dipintura. Ora, fermandoci all'addotto esempio, è altresì facile il comprendere che intanto il concetto del pittore si manifesta, e passa nella mente dell'osservatore, in quanto che le parti elementari del dipinto sono collocate e disposte in una certa guisa e con determinato ordine fra loro: dal che dipende la pronta e chiara intelligenza del soggetto, ossia dell'azione principale non meno che delle accessorie; di tal maniera che, se quelle figure, quegli atti, quegli emblemi o segni caratteristici e quelle mosse si travolgessero, o confondessero, non avremmo più espressa intelligibilmente l'idea del pittore. Questa collocazione e disposizione di parti, è appunto quella che nelle lingue chiamasi sintassi, la quale voce significa ordinamento. Ma non è prezzo dell'opera il fermarsi sulle colluvie di grammatiche ragionate grosse e piccole che innondò le scuole italiane nella prima metà del secolo decimonono: sarà già molto che ne diamo qui un elenco, s'intende, imperfetto.Neppur Dove ho messo questi puntini, è il seguente periodo: E qui cade in acconcio una bella e giusta osservazione, ed è questa, che l'arte della pittura fin che non seppe ritrarre le affezioni e i movimenti dell'animo, non fu che un linguaggio assai imperfetto, come quello che mancava di segni atti a significare le modificazioni dell'essere, e quindi pur anche le vere relazioni e i legami di un affetto o di un'azione coll'altra e quindi il dipintore non potea esprimere che in parte soltanto i proprj concetti: né tampoco imprimere alcun carattere marcato e distinto alle sue figure. (?ì Martinelli Gius., Modo per agevolare la cognizione e l'uso della lingua toscana, Venezia, 1800 (Divide la lingua in parecchi gèneri di materie, ciascuno comprendente parecchie spezie, ai quali corrispondono vocaboli proprii e figurati e maniere di favellare: è una fraseologia metodica). Placci M. F. Gius, (professore di fisica nel r. Liceo di Fermo), Sul meccanismo della pronuncia ?iella lingua italiana Osservazioni Vicenza (L'a. dichiara di essersi giovato dell'opera del sig. di Kempelen e di alcune altre. Il nostro pensiero va naturalmente al De Brossei. Zanotti Fr., Elementi di grammatica volgare, Milano (È un opuscolo in cui s'insegna tutta la grammatica compresa la sintassi, compresovi un discorso sulla lingua). Brambilla Carminati Dom., Introduzione alla grammatica di Soave ossia Elementi delle due lingue italiana e latina, Venezia (ma riguarda più particolarmente il latino). Libro di lettura e Introduzione alla grammatica italiana per la classe II delle scuole Elementari, Venezia. Franscini Stef., Grammatica inferiore della lingua italiana, Milano, per la III classe elem. (compilazione elementare, ma intonata al la filosofico). Omezzati Andr., Grammatica elementare della lingua italiana, Mantova. (Nella prefaz. cita la dotta grammatica del Soave, e le due del dottissimo Bellisomi, dove colla più profonda sottil metafisica ecc. è porto il più grande aiuto, anzi è arato tutto il campo. Incomincia al solito col domandare: Che cosa è la grammatica? Che cosa intenderò per sillaba?). Alcuni cenni di grammatica comparata delle lingue italiana e latina ad uso della gioventù con Corollari della grammatica di Tracy, di G. B. D., Padova (Con l'esempio di alcuni casi l'it. essere si costruisce come il lat. esse, e i casi vi sono tanto in it. che in lat. dimostra che si deve insegnare la grammatica delle due lingue e d'altre lingue parallelamente per eliminare, anzi per non creare difficoltà. Vi si cita il Tracy, che insegna che una lingua è migliore quanto essa più segue l'ordine naturale nella costruzione . Ma il Tracy ci sta proprio a pigione. È notevole, peraltro, per l'indirizzo che parrebbe un trovato moderno. E già questo ha la barba lunga !). Elementi della lingua italiana ad uso delle scuole, Milano. Fontana Ant., Grammatica pedagogica elementare italiana, Brescia. Il fanciullo parli pure la sua lingua; e tu gli mostra quindi come il detto traducasi facilmente in Italiano; scrivi la traduzione sulla tabella; ed il fanciullo lo legga e lo rilegga, e lo venga poi ripetendo dopo che dalla tabella è cancellato. Anche l'esercizio delle traduzioni dialettali si vorrebbe far passare oggi per una novità; mentre il Fontana ha predecessori perfino nel Cinquecento!). Iaklitsch Gius., prof, a Trieste, Principi elementari della lingua italiana, Milano (Distingue la lingua in generale e verbale. Le vocali sono propriamente l'armonia della voce verbale, che al suono della lingua dà l'amenità e la soavità del canto; le consonanti all'incontro sono più il carattere distintivo delle idee per mezzo delle quali le parole acquistano e significato e intelligibilità, come: colto, conto, corto, costo, ove si può dire che le consonanti /, //, r, s della prima sillaba sono propriamente i segni caratteristici del significato delle parole, e la sillaba è soltanto una sillaba derivativa, la quale modifica il significato se Capitolo quattordicesimo 455 rondo che cambia la sua vocale come pasta, pasto p. 9. Qui la filosofia e l'etimologia a cavallo del De Brosse galoppano mirabilmente all'indietro). Visconti Kr.. Riflessioni ideologiche intorno al linguaggio grammaticale dei popoli colti, Milano, Non sono propriamenUuna grammatica, ma contengono dilucidazioni su ogni categoria grammaticale, secondo le vedute delle grammatiche filosofiche, delle quali l'a. dichiara d'essersi giovato. Se non che la grammatica filosofica mi par che vi sia trattata a rovescio, di mostrandovi si non come sorgono le categorie grammaticali, ma come si sciolgono nelle loro varie accidentalità. Degli aggettivi fa sei categorie, l'ultima delle quali è come la pentola in cui la locandiera getta il residuo di vari cibi, per farne una qualche vivanda destinata alle mense dell'indomani. Le precedenti sono in quella vece come il pollo fresco, l'arrosto ecc.). Scienza della parola toscana, p. I., Le diritte parole della lingua, Torino. Malvezzi Grammatica nuova italiana, Milano. Cogo Pietro, Grammatica italiana popolare, Padova. Cora Gius., Nozioni fondamentali su tutte le parti del discorso ordinate ad agevolare la intelligenza delle prime scuole della sintassi italiana e latina, Venezia (Sono 373 nozioni. Lo studio logico deve incominciare quel giorno stesso in cui il maestro comincia le sue lezioni, e terminare l'ultimo di dell'insegnamento. Sappiamo dai filosofi e sopra tutti dal celeberrimo ab. di Condillac che il perfezionamento del linguaggio e del pensiero devono proceder di egual passo. Fezzi Gius., Tentativo teorico-pratico per f insegnamento delle due lingue italiana e latina. Guida all'analisi ed alla pratica composizione del discorso applicato alla lingua italiana e proposta come primo fondamento dell'arte del tradurre e del comporre nelle classi di grammatica, Cremona Dichiara che quest' operetta è un sunto de' sommi predecessori Soave, Romani. Biagioli, Ambrosoli ma. specialmente, Bellisomi e Fontana, de' quali si dice discepolo, mutati solamente l'ordinamento e l'esposizione della materia e unita la teoria alla pratica. Usa ancora la distinzione cesarottiana delle parole-segni, e delle parole-figure. Ha un'appendice Degli elementi spirituali del linguaggio). Mattiello A., Regole pratiche per {sviluppare ai giovani i primi rudimenti dell' italiana favella in conformità alla metodica, Venezia. (Cogli alunni della I e II ci. eleni, applica la IV massima della metodica generale, come se si trattasse d'insegnar loro a far delle aste. Sai tu a che servono le regole? Non signore). Ànti Giorg., Trattato dialogico sopra la sintassi italiana, le proposizioni grammaticali e la ortografia con alcune tavole sinottiche e in fine un picco/o ' dizionario veronese-italiano ', per comodità e utilità della studiosa gioventù, Verona. Cestari Tom. Em., Grammatica italiana teorico-pratica divisa in ? classi ad uso specialmente delle scuole elementari. Venezia, Dello stesso: Primi eleni, digr. ital.-lat., Venezia; Genesi dell'accordo fra il pensiero logico ed il linguistico proposto a chiave dello studio filologico comparato, Venezia). Brugxoli Ag., Nuovissimo repertorio grammaticale, Verona. Missio Bern., Metodo d'iniziare i fanciulli nel comporre e nella quella del Cerutti si solleva molto dalle altre. Elaborata invece con acume filosofico è una GRAMMATICA IDEOLOGICA (cf. GRICE – ‘way of things, way of ideas, way of words -- Grammatica ideologica uscita senza nome d'autore: e, per chiarezza d'esposizione e grammatica italiana, Treviso. C. V., Grammatichetta italiana ad uso delle scuole elementari intermedie, Lecco, Lipella Car., Grammatica italiana per la j classe eleni., Verona (Postuma. Vi si cita ancora il Soave, ma non sempre per difenderlo). Gusberti D., Grammatica ragionala della lingua italiana, Torino. Naturalmente, in correlazione a questa diffusa produzione grammaticale, non si cessò di speculare sul linguaggio secondo il comune indirizzo filosofico-storico. Si ebbero: Rosa Gabriele, Vicende delle lingue in relaziofie alla storia dei popoli, Padova, s. a. Volpe Gir., Saggio sulle cause delle vicende delle lingue, Belluno. [Bidone Em.], Saggio sull'analisi ed unità delle lingue, Voghera, ed altri siffatti libri che qui non importa elencare. Né mancarono, com'è del pari naturale, discussioni circa il metodo dell'insegnamento grammaticale in riviste, opuscoli (ho ricordato la polemica Bellisomi-Fantoni), e conferenze (p. es. Della istruzione elementare di grammatica italiana, Lettura ne IP Ateneo di Treviso, Treviso): tutta una letteratura scolastica, che, se può interessare lo storico delle istituzioni e dei metodi didattici, non aggiunge nulla alle conoscenze che si posson trarre direttamente dalle grammatiche per l'argomento nostro. Medesimamente si vennero escogitando parecchi sistemi di lingua universale (i nostri volapuk e esperanto), nella illusione di poter ridurre a un unico schema valevole per tutti i popoli le singole grammatiche particolari. Poiché tutti i popoli si ritrovano nella grammatica generale uniformi nel concepimento dell'idee e nel loro collegamento logico, doveva pure potersi formulare un unico sistema grammaticale e ortografico insieme che servisse a rappresentare e a render comune e praticamente comunicabile la lingua universale. Ricorderò: Matraja Gio. Gius., Gcnigrafia italiana, nuovo metodo di scrivere questo idioma, Lucca. (Da genicografia, 'scrittura generale , Modo di scrivere generalmente senza relazione agl'idiomi '. Molti, ricorda il Matraja, si affaticarono per sciogliere il problema di tale scrittura, Cartesio, Leibnitz, Wolfio, Willio, Kircker, Delagarne, Beclero, Sobbrig, Lambert, Demaimieux e Richeri; ma solo a lui, povero frate, la Divina Provvidenza permise di farlo. Tratta la grammatica genigrafica in generale, e poi le parti dell'orazione ecc.). Proposta per la rettificazione dell 'alfabeto ad uso della lingua italiana di N. N., Milano (È fondata su quella del Court de Gibelin e del Klaproth, che prende a base l'alfabeto romano portato a 42 lettere). Già prima di Matraja, altri italiani avevano tentato questo sistema. Grammatica filosofica della lingua italiana, Napoli. Più interessante è forse la Vita di Cerutti con ragionamenti e digressioni morali e filosofiche da lui scritta e pubblicata lui vivente, anche per segnare il termine estremo, dirò così, più importante dello svolgimento della grammatica filosofica, notevole ci sembra il compendio di Corradini. Fondamento della grammatica ideologica, in cui non c'è riuscito riconoscere l'autore, che vi si designa nel proemio un addetto alla teoria e alla pratica della giurisprudenza, è il più schietto sensismo condillachiano che prevalse in Italia, specialmente nell'ambiente scolastico, dove  quella corrente puo circolare con molta facilità. L'autore si mostra assai accalorato pel suo prediletto sistema filosofico, e recisamente avversario alla crtiica. La dipendenza dalla grammatica dall'ideologia e seguendo nell'insegnamento il metodo analitico. Se le cognizioni vengonci tutte da'sensi adoperati nel passato ed attualmente. Se le regole o teorie non sono che brevi sunti delle  osservazioni nate dalla pratica dei fatti e degl’oggetti sensibili, ne consegue chiaro che lo esemplificare, o il far nascere l’osservazioni e le regole da'casi concreti, e dalle circostanze palpabili deve costituire la parte più momentosa dell'insegnamento, la sola e vera salda base del medesimo. Se la sperienza de'fatti fa toccar con mano a chi non ismarrì il tatto, che l’astrazioni e generalità  d'ogni maniera, classi d'individue cose, classi d'ognuna delle loro qualità trovata consimile in parecchi individui, e classi infine di giudizi singolari riuniti a farne un generale, non esistono che negl’oggetti od individui fatti, non sono fuorché estratti d’essi e delle loro relazioni di somiglianze, o differenze, o di causa ad effetto; è dunque pessimo ogni metodo d' insegnare, ch’aggirandosi  perpetuamente nelle copie, trascuri gl’originali siffatti, e'1 cominciar insegnando dall'astrazioni, quali solo tutte le regole e i precetti, con volar sempre sulle loro ali senza mai calare a terra, al sensibile. Il saggio consta di due parti, la prima, che contiene Prelezioni ideologiche indispensabili alla  grammatica, delle facoltà  intellettuali e de'bisogni dell'uomo;  Rapporti, giudizi e teoria dell’astrazioni; le generalità divise in tre sorta di classi, soggettiva o sostantiva, qualitativa, proposizionale, ossia l'esposizione dei principi generali su cui è fondata la grammatica; la seconda, che contiene la grammatica generale, sull’origine della lingua; lingua naturale, d'azione od affettivo; della grande utilità de'segni o vocaboli anche solo pel pensare e ragionare; e delle varie specie  di proposizioni, ossiano giudizj  parlati; del nome, pro-nome, adiettivo (shaggy), articolo e del verbo in genere; delle pre-posizioni e degl’avverbj; delle congiunzioni; del verbo, divisione de'verbi tempi; SINTASSI. La dottrina di questo saggio, sia generale che particolare, sviluppata in un'analisi certamente eccessiva, sovrabbondante pagine sono indubbiamente troppe per spiegare la  genesi delle categorie grammaticali, posa su un sistema assai meno complicato di quel che a bella prima puo sembrare. Senza la pretesa di riassumerla tutta neppur nelle sue linee generali in poche righe, che per tali opere non è possibile né gioverebbe molto, tante sono l’analisi particolari di categorie secondarie, e tanto lunga e spesso noiosa è la via della conclusione, eccola nel suo  principale aspetto. Noi siamo intelligenze servite d’organi, o sieno membri operativi. Colle nostre facoltà o potenze corporee non possiamo distinguere negl’oggetti che qualità, modi o maniere d'essere: ogni sensazione corrisponde a una qualità: gli’oggetti non sono che gruppi o mucchi delle qualità che noi possiamo percepire: sostanza è un nonnulla che sta sotto alla qualità cui serve  di sostegno, fulcro ed appoggio: grammaticalmente sostanza è anche il restante mucchio delle qualità d'un oggetto in opposizione a una o due qualità estratte mentalmente dal mucchio stesso,  cioè per via ed astrazione. Qualità e loro forme mutevoli e astrazioni e i loro rapporti ecco tutta la nostra conoscenza, ossia tutto il nostro modo di sentire, intelletto, e di volere, volontà, mediante  l'attenzione, la riflessione, i giudizi. Ora ogni nostra sensazione ha bisogno per esser circoscritta d’un termine proprio; ma non ci sarebbero vocabolari bastevoli a contener tutti questi termini: quindi la necessità delle classi, i generi, le specie: è tutto un lavoro di generalizzazione e d’individuazione per nominare gl’oggetti delle nostre sensazioni sempre per via d’astrazione: questa è la  naturale figliazione delle nostre idee: anche le pro-posizioni non sono che principj o formole compendiose dell’idee già acquistate dalla esperienza. La grammatica, non che la logica, trova piane le sue leggi  nell'ordine stesso con cui si figliano le idee. Siffatta dipendenza volle Dio ordinare tra l'anima umana nobilissima parte, e la terrena mole, sintantoché vivessimo quaggiù. Il sensismo  che limita le nostre conoscenze alle sole qualità degl’oggetti di cui abbiamo le sensazioni, giunge all'idea di Dio senza alcuna difficoltà!] nostre dal sensibile all'astratto per classificarsi e generalizzarsi. Donde deriva la sua importanza: imperciocché la natura deve necessariamente esordire, e poi l'arte d’essa aiutata proseguire, dirozzare; sicché se l'eloquenza è il cuore che naturalmente parla, l'arte è la ragione che lo rischiara e conduce. La lingua, prodotto naturale della sensività passa naturalmente per tre gradi: gridi o suoni  involontarj; gli stessi usati ad arte o per volontà; lingua composta di suoni distinti ed articolati ne'suoi successivi perfezionamenti. Si passa dall'uno all'altro per Ya?ialogia, magistero della lingua, coi soccorsi dell'onomatopeia. Nella prima naturai  lingua ogni intero pensiero s’espresse con un segno solo, a proposizione intera. È già arte spaccarla in due pezzi, soggetto (Fido) e predicato (shaggy), ed analisi più raffinata ancora il dividere sovente il soggetto in parecchi brani e'1 far lo stesso dell'attributo (shagy). È naturale che la prima pro-posizione intera sia stata un sol cenno di testa, o un 'interiezione. Poi avvenne un continuo  spaccamento di pro-posizioni. Il naturale è il più composto, ed inviluppato. L’artificiale è il più decomposto, analizzato e spezzato. La scienza delle parti del discorso é tutta nell'analisi dello sviluppo del primo grido. In  ou/c'è  io soffoco, o io soffro calore: quando avrò saputo nominar in disparte il soggetto io, il grido  07i f  è ridotto a significar il solo attributo soffoco: così il grido  diventa verbo, sicché il verbo, non escluso il verb' essere, non è che l'attributo della proposizione, cioè una qualità involgente il verb'essere, segno della concrezione della qualità col soggetto. Se ci fossero tante parole proprie quanti sono i soggetti e gl’attributi, non abbisogneremmo che di due specie di parole,  soggetto (Fido) e attributo (is shaggy). Colla parola Paolizzo Paulise puo significar “amo Paolo (Grice)”. “Amo Fido” (Fidoiso). Dalla necessità di determinare il pensiero, o meglio d’individuare l'oggetto che non ha nome proprio (Fido), nacquero tutte l’altre parti del discorso: l'articolo, la  pre-posi- [Tutto in noi riducendosi al ricevere sensazioni, che sono qualità nostre e degl’oggetti, a combinarle, e così al considerar le cose individue come gruppi di  qualità, tra le quali n’estraggiamo mentalmente una per contemplarla in disparte, e quindi ri-congiugnerla, attribuirla, al restante mucchio, lo ch'è pensare o giudicare; è chiaro che ogni nostra manifestazione non contiene mai ch’un giudizio od una serie di pensieri o giudizi.] -zione ecc. Nel dire il frutto del ciliegio posto iti tal luogo piace molto al figlio di Cajo, s'io avessi due parole o  segni proprii ed esclusivi, p. es., A pel soggetto tutto, e B, per l'attributo intero, poiché non s’hanno da comparare che due sole idee, come diverrebbe comodo il dire soltanto A-B. Ma che spaventoso numero di segni ci abbisognerebbe! Qui sorge la teoria dei rapporti grammaticali, il rapporto vero è uno solo, il logico, quello con cui si comparano le due sole idee ch’entrano nella  pro-posizione, colla quale si spiegano, olte le categorie, tutte l’innumerevoli accidentalità grammaticali, ossia le modificazioni delle parole utili a sempre più circoscrivere e individuare i nostri giudizi, pe'quali, al solito, mancano gl’unici termini propri che li significherebbero alla spiccia con somma nostra gioia e comodità. La  pre-posizione e l'avverbio sono riduzioni di qualità accessorie:  le congiunzioni sono le pre-posizioni delle congiunzioni, anch'esse dunque riduzioni d’attributi. Quanto abbiamo fin qui esposto, ci sembra sufficiente a caratterizzare la dottrina di questa grammatica ideologica senz’entrare nelle particolari trattazioni delle singole categorie grammaticali e sintattiche. Quanto sia povera e insufficiente a spiegare il superbo miracolo della lingua, ognun  vede facilmente senza che noi commentiamo di più. Non è nostro scopo far la critica dei sistemi filosofici su cui si costruirono le varie grammatiche: ci basta solo mostrare la relazione di questi con quelli. Ma non possiamo non meravigliarci della simpatia che il sensismo condillachiano ha goduto tra noi per tanto tempo specie come fondamento alle teorie sulla lingua e all’arti del  pensare, del dire, alle grammatiche, che l'ha goduta ancora dopo che Humboldt specula sulla lingua con tanto acume e genialità, n'ha finalmente fissata, pur tra incertezze e confusioni che ne dovevano mantener insoluto il problema, la natura tutta e solamente spirituale nella sua infinita ricchezza. Col sensismo della nostra grammatica ideologica quest'alta funzione del nostro spirito,  anzi la vita stessa del nostro spirito si riduce a un semplice meccanismo, straordinariamente ricco di nomi ma poverissimo di movimenti, che la natura esteriore manda, a suo bene placito, fornito solo di piacere e di dolore, i due grandi custodi del nostro essere. E dire che l'autore, fra i nomi di Condillac, Tracy, Court de Gebelin, Cousin e simili, cita parecchie volte quello di VICO! Il  che conferma quello che osserva l'autore del rapporto del da noi citato, che cioè la dottrina di VICO compresa e accettata in alcune particolari applicazioni rimane oscura nella sua essenza, e conferma ancora una  olta lo strano miscuglio che ne fanno col sensismo i nostri enciclopedisti. Quali utilità all'apprendimento della lingua puo venire da siffatte grammatiche, dove, pure in tanto  analizzare, l'osservazione del lettore non è mai richiamata neppure sulle particolari funzioni logiche dei fatti grammaticali, come invece vedemmo fare egregiamente a Marsais? Col quale si rannoda pella parte teorica, e non per queste felici applicazioni, Corradini, che volle darci, quasi a chiuder la serie non ingloriosamente, un compendio della grammatica generale filosofica. Questo  compendio ha il pregio della chiarezza assoluta, accoppiata colla più scrupolosa coerenza nella più rapida e concisa brevità. Gli autori di cui  CORRADINI dichiara d'essersi giovato sono: Sanctio, Minerva, Burnouf, Methode pour étudier la langue latine, Prompsault, Gramni, rais. d. la langne latine, Régnier, Le jardin de racines latines, Selvaggi, Grammatica generale filosofica, la  grammatica di Porto Reale, Beauzée, Gramm. gén., gl’articoli relativi dell'enciclopedia galla, cioè Marsais, e i suoi successori. Definisce la teoria della grammatica generale la scienza delle forme integrali d'ogni lingua. Ne definisce il carattere, la possibilità, l'oggetto, il fine, l'utilità. Una delle prove della possibilità la deduce dalle traduzioni, che dimostrano un comune procedimento  del pensiero umano, l'uniformità de'nostri pensieri. Gl’elementi son due: il materiale e il rappresentativo: in  mater,  m  r  l, ma, ter, l'accento sull'a, sono il materiale, la Gentile Padova, coi tipi del Seminario. Non dico che questa è assolutamente l'ultima, né che gl’effetti delle grammatiche generali si spegnessero nell'insegnamento. Grammatiche filosofiche si scrivono anche oggi, e noi  nelle scuole facemmo tutti, chi più chi meno, parecchie indigestioni d’analisi logica e grammaticale! [nozione di madre è il rappresentativo. La grammatica generale filosofica s’appoggia bensì alla logica pura, ma è propriamente una parte della logica applicata. La logica applicata considera il pensiero nelle sue condizioni empiriche: la condizione empirica universale del pensiero è la  cognizione; s’ha cognizione d'un  oggetto quando è determinato. La determinazione si compie nelle quattro supreme classi o categorie: quantità, qualità, relazione, e modalità. Il discorso deve dunque soddisfare anche a queste esigenze del pensiero. Esse costituiscono le varie modificazioni dei termini e delle parti del discorso. Esse pure devon esser oggetto d'una grammatica generale  filosofica. Tien conto anche delle condizioni empiriche dell'uomo parlante: lo stato della società, l'affetto e la passione che lo domina, l'impeto istintivo d’uguagliar col discorso la celerità del pensiero, le credenze religiose ecc. In conclusione, nella parola sono da considerare due elementi: il materiale e il rappresentativo. Il primo elemento s’appoggia alla natura dell'organo vocale, il  secondo alla natura del pensiero. L'elemento materiale comprende i suoni vocali e consonanti, l'aggruppamento de'suoni cioè le sillabe e le parole, e le modificazioni derivate da quest’aggruppamento cioè l'accento e la quantità. L'elemento rappresentativo appoggiato alla natura del pensiero deve somministrare i mezzi tanto per esprimere le tre funzioni concetti, giudizio, raziocinio,  quanto per determinare ciascheduna di queste tre nelle quattro categorie di qualità, quantità, relazione, e modalità. I nomi sostantivi ed aggettivi esprimono i concetti, i verbi, i giudizi, la sintassi, le congiunzioni e la costruzione esprimono il raziocinio in quanto consta di più giudizi legati fra loro. I numeri ne'sostantivi e gl’aggettivi d’estensione determinano la quantità, i generi ne'sostantivi, gl’aggettivi di comprensione e gl’avverbi determinano la qualità, le preposizioni o i casi ed i verbi le relazioni, i modi, le modalità. È insomma la logica distillata pel filtro grammaticale: di lingua effettiva qui non si ha più traccia. S'è sistemato tutto lo schemario delle categorie logico-grammaticali, ma il contenuto è caduto pella strada. Da Marsais a CORRADINI, a  traverso interpretazioni varie più o meno elevate, a rimaneggiamenti e riduzioni elementari, la grammatica generale, oltre a perdere, in Italia, tono e carattere filosofico in una elaborazione quasi sempre meschina e grossolana, viene sempre più separando la lingua effettiva dagli schemi grammaticali che s’erano ottenuti studiandolo sia direttamente, sia dal punto di vista esclusivamente  intellettuale, e a questi assegnando valore di formula e di legge, ma privandola d'un oggetto concreto a cui applicarsi. Un processo di degenerazione. La scienza della lingua progrede, ma seguendo altre correnti e battendo altre vie. La crisi della GRAMMATICA RAGIONATA IN ITALIA non puo mancare: ed è veramente risolutiva. Di GRAMMATICA RAGIONATA si finisce, dopo  una colluvie d’aride o elementari produzioni d’epigoni ritardatari, col non parlarne più, e d’essa non restano tracce che nell’esercitazioni scolastiche d’analisi logiche e grammaticali ancora in uso nelle nostre scuole e sulle quali talvolta rispunta come fungo qualche compendio di grammatica logica rivestito di pompa scientifica. La crisi è determinata d’un duplice ordine di fatti, tra i  quali T. non sa se veramente corre un'intima relazione. L’uno che riguarda direttamente il corpo, T. dice così, della GRAMMATICA RAGIONATA, ed è il non difficile né tardivo avvertire in esso un vuoto sostanziale e perciò tutta la sua infecondità sotto ogni rispetto, scientifico e didattico. L’altro che si riferisce allo stato in che venne a trovarsi la lingua d’ITALIA sotto la bufera  dell'enciclopedismo, ed è la naturale quanto però anti-filosofica  reazione al gallicismo, che dove richia[Borsa, nella dissertazione del decadimento della lingua in Italia, Mantova, l'anno in cui è  pubblato il saggio di Cesarotti, già incolpa appunto di quel decadimento il neo-logismo gallico e il FILOSOFISMO enciclopedico.] mare, come facile conseguenza d’una premessa sbagliata,  alla religiosa osservanza, alla maniaca adorazione degl’antichi i puristi inorriditi al novissimo strazio d'Italia. Le vicende di questa crisi si possono molto chiaramente osservare, d’una parte, in quel ch’accadde  a SANCTIS (si veda) scolaro e co-operatore di Puoti, e ch’egli narra non senza il lume d'una critica sempre nuova ed originale ed acuta, anche se, come in questo caso, non  definitivamente superatrice. Dall'altra, nella critica e nella pratica di Manzoni, che con stringenti argomenti colpi a morte LA GRAMMATICA RAGIONATA, sebbene non muove d’un punto di vista estetico. SANCTIS (si veda), quando accorse alla scuola di Puoti, ha già compiuto gli studi di grammatica, rettorica e FILOSOFIA, che oggi corrispondono al ginnasio e al liceo, i primi, il ginnasio, sotto suo zio Carlo SANCTIS (vedasi), i secondi, il liceo, sotto Fazzini, non avendolo voluto ricevere i gesuiti pella sua impreparazione. Un grand 'esercizio di memoria è in quella scuola dello zio, dovendo ficcarci in mente i versetti del Porto Reale che s'impara in certi suoi manoscritti, come l’antichità e la cronologia, la grammatica del svizzero Soave, la rettorica di  FALCONIERI (vedasi), le storie di Goldsmith, la Gerusalemme di Tasso, l’ariette di Metastasio. Alla fine del corso scrive la lingua d’ITALIA con uno stile pomposo e rettorico, un italiano corrente, mezzo gallico, a modo di Beccaria e di Cesarotti,  che sono i suoi favoriti. La scuola di Fazzini è quello che oggi si dice un liceo. Vi  s' insegna FILOSOFIA, fisica e matematica. Il corso  si puo fare in due anni. Quell'è l'età dell'oro del libero insegnamento. Un uomo di qualche dottrina comincia la sua carriera aprendo una  scuola. La scuola di Puoti, su cui è stata scritta una degna monografia d’un discepolo di Salvadori, Caraffa, Puoti e la sua scuola, Girgenti, si svolge in tre periodi, l’ultimo dopo due anni d'interruzione causata dalla pestilenza scoppiata a Napoli. SANCTIS (si veda) Frammento autobiografico pubblicato fo Villari;  Napoli. I seminari sono scuole di LINGUA del LAZIO e di FILOSOFIA, le scuole del governo sono affidate a frati, la forma dell'insegnamento è ancora scolastica. Rettorica e FILOSOFIA sono scritte in quella LINGUA DEL LAZIO convenzionale ch’è proprio degli scolastici. Le scienze vi sono trascurate, e anche  LA LINGUA NAZIONALE. Nondimeno un po’di secolo decimottavo è pur penetrato fra quelle tenebre teologiche, e con curioso innesto, vedevi andare a braccetto il sensismo e lo scolasticismo. Nelle scuole della capitale v'è maggior progresso negli studi. LA LINGUA DEL LAZIO PASSA DI MODA. Si scrive di cose scolastiche in una lingua italiana  scorretta, ma chiara e facile.  Gl’autori sono quasi tutti abati, come GENOVESI (si veda),  il svizzero SOAVE (si veda),  e TROISE (si veda). Allora è in molta voga  FAZZINI (si veda). Questo prete elegante, che ha smesso sottana e collare, veste in abito e cravatta nera, è un  sensista; ma pretende conciliare quelle dottrine coi principii religiosi. Accanto alla scuola, per chi ha voglia d' imparare, c’è naturalmente la biblioteca. Corsi alla  biblioteca e mi ci seppellii. Passano dinanzi a SANCTIS come una fantasmagoria Locke, Condillac, Tracy, Elvezio, Bonnet,  Mettrie. SANCTIS si ricorda ancora quella STATUA di Bonnet, che a poco a poco, per mezzo dei sensi acquista tutte le conoscenze. Il professore dice ch’il sensismo è una cosa buona sino a Condillac, ma non bisogna andare sino a   Mettrie ed Elvezio. Ragione per cui ci anda SANCTIS (si veda) coll'amara voluttà della cosa proibita. Compiuti così gli studi filosofici, avvezzo a una vita interiore, ha pochissimo gusto per i fatti  materiali, e bada più alle relazioni tra le cose che alla conoscenza delle cose. La scuola c’ha non piccola parte, perchè è scuola di forme e non di cose, e s’attende più ad imparare le parole e  l’argomentazioni che le cose a cui si riferisceno.  Ma s’avvicina  il [Conosce altri filosofi, naturalmente. Il professore fa una brillante lezione sull'armonia prestabilita di Leibnizio. E questo Leibnizio divenne il filosofo di SANCTIS. E  come l'una cosa tira l'altra, Leibnizio l’è occasione a leggere Cartesio, Spinoza, Malebranche, Pascal, libri divorati tutti e poco digeriti. Questo è il corredo d’erudizione filosofica di SANCITS verso la fine dell'anno scolastico, quando zio ci dice. Ora bisogna cercarvi un maestro di legge. Si batte già alle porte dell'università.] tempo in cui il sensismo, male accordato col movimento religioso, dove cedere il passo ad altra filosofia. S’annunzia al spirito di SANCTIS un altr’orizzonte filosofico; li bolleo in capo altri libri  e altri studi.  S’apparecchiavano i tempi di  Galluppi e Colecchi, de'quali l'uno volgarizza Hume e Smith, e l'altro, ch'è per giunta un matematico, volgarizza Kant. Fazzini è caduto di moda. Per questi insegnamenti e in queste condizioni intellettuali Sanctis, invano iniziati gli studi di legge, passa alla scuola del marchese. È proprio di questi tempi che la grammatica del sensismo di Condillac, che  vedemmo trionfare concentrata in estratti pegli stomachi degl’italiani, si vienne a trovare a fronte di due ben forti e agguerriti avversari, la critica e il purismo. Questo, dalla restaurazione linguistica di CESARI, iniziata colla dissertazione coronata  dall'Accademia di Livorno,  è venuto sempre più guadagnando terreno nelle forme in cui l'ha circoscritto Cesari, nonostante gl’attacchi  della proposta monti-perticariana e dell’anti-purismo tortiano, e nonostante l'esempio pratico del romanzo di MANZONI in cui fin dalla prima sua  edizione s' è voluta incarnare tutt'un'altra dottrina sulla lingua. La reazione al gallicismo è tanto più vasta e tenace della tesi temperata del classicista Monti e del modernismo del romantico Manzoni, quanto più compromessa sembra la  gloria d'Italia nella dilagante corruzione dell'aurea favella un dì sì onorata. Ne furono rocche meno facilmente espugnabili la Romagna e Napoli e organi di gran voce alcuni giornali, come la Biblioteca di Milano, il Giornale arcadico di Roma e la Rivista enciclopedica di Napoli. Ma tra i puristi, non per sola virtù di dottrina, sì bene anche pelle qualità della persona e i modi  dell'insegnamento, il più autorevole, quegli che veramente esercita una più vasta e duratura efficacia sulle menti, sulle scuole, sui metodi, sui  T.,  Della  vita e delle opere di Torti.  L'ha dimostrato Morandi ne'suoi noti saggi sull'unità della lingua.] libri, è il marchese Puoti, maestro, autore di grammatiche e d’arti del dire, annotatore di testi di lingua, pedagogista. Alla scuola di Puoti,  dice SANCTIS (si veda),  lascia studi di legge, e letture di commedie, di tragedie e di romanzi e di poesie, e si gitta perdutamente tra gli scrittori del resorgimento. L’è venuta la frenesia degli studi grammaticali quando la lingua d’Italia non ha pure una grammatica. Sanctis ha spesso tra mano Corticelli, Buonmattei, Cinonio, Salviati, Bartoli, Salvini, Sanzio, e non sa quanti altri dei più  ignorati. S’è gittato anche sul tardo risorgimento, sempre avendo l'occhio alla lingua d’Italia e il suo studio. Si trova in quel tempo a dover sostener sulle proprie spalle il peso della scuola dello zio. La sera anda sempre alla scuola di Puoti. Ma tutta la giornata è spesa a spiegar grammatiche e rettoriche e autori della LINGUA DEL LAZIO, a dettar temi, a correggere errori. Ma quei cari  studi mi riusceno acerbi, non solo pella fatica, ma perche non è più d'accordo colla sua coscienza. Quel svizzero Soave, quel Falconieri li fanno pietà. Nelle classi superiori puo elevarsi un po'più. Comincia a fare osservazioni sopra i sensi delle parole, sul nesso logico dell’idee, sull’espressione del sentimento, sull’INTENZIONI alla Grice e sulle malizie dello scrittore. Momenti più  deliziosi passa alla scuola del marchese, dove egli ben presto si distinge specie nelle cose della grammatica, tanto da meritarsi  l'appellativo di grammatico, ed è sollevato all'onore di co-adiuvare il maestro nell'insegnamento, quando, dopo l'interruzione cagionata dal colera, Puoti, cominciatosi a stancare dei novizi, ne lascia tutta la cura a SANCTIS (si veda). Il marchese che lavora a  una grammatica, attende pure alla pubblicazione d’alcuni testi di lingua più a lui cari, come i Fatti d'Enea, i Fioretti di S. Francesco, le Vite dei Santi Padri. Questi studi [Sulla scuola di Sanctis, v. le belle pagine del cenno biografico di Tamburini in  Sanctis, Scritti vari, ed. Croce. Di quella che è stata chiamata la seconda scuola di SANCTIS (si veda) si sono occupati degnamente Torraca e Mandalari.] di lingua si sono già divulgati nelle scuole, e si sente il bisogno di grammatica e di libri di lettura. Anche in questi lavori l'allievo aiuta il maestro. Di questo tempo fa intima amicizia con Amante, che è un infatuato di VICO (si veda). In una visita onde Leopardi onora la scuola di Puoti, che cita spesso con lodi Greco, autore d’una grammatica, il marchese di  Montrone, Gargallo, Cesari e sopra tutti essi Giordani, si sente dire dal poeta  che ha molta disposizione alla critica. In quell'occasione Leopardi, cui non puo sfuggire la rigidezza di Puoti, dice che nelle cose della lingua si vuole andare molto a rilento, e cita in prova Torto e Diritto di Bartoli. Leopardi dice anche che l'onde coli' infinito non gli pare un peccato mortale, a gran maraviglia  o scandalo di tutti. Il marchese è affermativo, imperatorio, non patisce contraddizioni. S’alcuno s’è arrischiato a dir cosa simile, anda in tempesta; ma il conte parla così dolce e modesto, ch'egli non dice verbo. Gl’è anche che ormai quel rigido, implacabile purismo comincia a dover piegare o almeno ad ammollirsi. Alla ripresa della scuola dopo il colera il marchese se n'è venuto  d’Arienzo, con certi grossi quaderni scritti di suo pugno. È una specie di rettorica immaginata da lui, e che egli battezza arte del dire. C'è una divisione dei generi del dire, accompagnata da regole e da precetti. Aristotile, CICERONE (si veda),  Quintiliano, Seneca sono la decorazione. O mi metteranno alla berlina, o questo è assolutamente un capolavoro, così dice, narrando per quali  vie è giunto alla grande scoperta. A quel tempo sono in gran voga gli STUDI FILOSOFICI, e il marchese, seguendo la moda, vuole filosofare anche lui, e da alle sue ricerche un aspetto e un rigore di logica, ch'è veste e non sostanza. E non gli è mancata la berlina. Ma lo salva un certo suo naturai buon senso. Ma chi dai bassi fondi  [deep berths – Grice] della grammatica prende il volo  filosofico, è SANCTIS (si veda), specie quando, trovandosi al sicuro dallo sguardo del marchese nella scuola preparatoria, puo lasciarsi trascinar dal suo genio a quell'onda di ribellione, che fa naufragare il senno del maestro. Ed è nella scuola preparatoria, che nelle lezioni private o nell'insegnamento del ollegio militare, al quale è assunto pella stima che gode presso Puoti, che n'è ispettore, il maestro intende soprattutto a rinnovare l'insegnamento grammaticale. N’uscirono, colla liquidazione della  GRAMMATICA RAGIONATA, un abbozzo di GRAMMATICA FILOSOFICA e storica e un saggio d’una storia dei grammatici. Quelle maledette regole grammaticali SANCTIS  le riduce in poche, moltiplicando l’applicazioni e gl’esempi, e sempre lì sulla lavagna. Si persuade che quello resta chiaro e saldo nella memoria, che è ordinato sotto categorie e schemi, logicamente. Così nasceno i suoi quadri grammaticali. Si sbriga della  grammatica, e capii che lo studio della grammatica così come si suol fare, per regole, per eccezioni e per casi singoli, è una bestialità piena di fastidio Posi da banda l’analisi grammaticali e  l'analisi logica, noiosissime,  e fa l'analisi delle cose, a loro gustosissime. Questo al collegio. Nella scuola al vico Bisi, il lunedì e il venerdì, quand'è solo, l'insegnamento grammaticale s’eleva ancora di più. Parecchi anni è a  leggicchiar grammatiche, lavorando intorno a quella di Puoti. Così si mette in corpo i dialoghi della volgar lingua di BEMPO (si veda). S’inghiottii VARCHI (si veda), FORTUNIO (si veda) e  i sottili avvertimenti di SALVIATI (si veda)  e la prosa dottorale di CASTELVETRO (si veda) e  BARTOLI (si veda) e CINONIO (si veda) ed AMENTA (si veda) e SANZIO (si veda) e non sa quanti altri, con approvazione di Puoti, il quale li vanta sopra tutti gl’altri Corticelli e Buonmattei. Seccatosi presto della parte  riguardante l’origini della  lingua e delle forme grammaticali,  perchè non ha, fondamento sodo, infastidito di quel pullular perpetuo di regole e d’eccezioni, stordito da tutte quelle DISSERTAZIONE SOTTILI E CAVILLOSE SULLE PARTI DEL DISCORSO e sulle forme grammaticali, ritorna ai suoi studi di FILOSOFIA. Quei Salviati e quei Castelvetri le pareno addirittura pigmei dirimpetto a quei grandi, la sua delizia un giorno e il suo amore.  Perciò si getta con avidità sopra i retori e i grammatici con un segreto che li cresce l'appetito, vedendosi sempre addosso gl’occhi del marchese. Lessi tutto il corso che Condillac compila a uso di non sa qual principe ereditario. Studia molto Tracy e Marsais. Il marchese, sapido dei suoi studi li perdona, a patto che non valica i confini della grammatica, e l'indica un tale, che SANCTIS (si veda) non ricorda, come un buon scrittore di grammatica generale. Il buon marchese fa anche di più. Ri-vide le prolusioni del professore mettendoci quello stampo tutto suo di classicità ideale. Le prime lezioni sono una storia della letteratura in Italia, o grammatica. In quei discorsi prende 1’aria d’un novatore, e trova che tutto va male, che tutto è a rifare. Ecco qui un ritratto, come  li venne in quei giorni sotto la penna. Niuna pratica dell'arte del dire; niuna cognizione de'nobili scrittori; malvagio gusto; pensieri non italiani; un predicar continuo purità, correzione; esempli contrari di barbarismi ed errori. Così la grammatica ricca di stranieri trovati splendidi in astratto, ma nella pratica o falsi o di poco profitto, per difetto della parte storica molto è discapitata di  quella perfezione in che è. In malvagio stato trovasi LA SINTASSI: squallida e incerta è l'ortografia; le regole del ben pronunziare dubbiose e mal  ferme. Niente di certo. Niente di determinato intorno alla dipendenza de’tempi, al reggimento delle congiunzioni. Principii opposti. Opinioni contrarie. Nelle lezioni vuole fare una storia delle forme grammaticali – cf. Grice, ‘or’, ‘other, ‘not, ‘ne aught’. Ma al pensiero gigantesco mal risponde la cultura, attesa la sua scarsa grecità e  l'ignoranza delle cose orientali. Perciò quella ideata storia delle forme grammaticali, dopo vani tentativi appresso a VICO (si veda) e Schlegel, si riduce nei modesti confini d’una storia dei grammatici da se letti. Parla dei grammatici che TUTTO DERIVANO DALLA LINGUA DEL LAZIO. Poi venni a quelli che sono studiosi della [Alcuni brani d’essi sono pubblicati ne’saggi critici, col titolo Frammenti  discuoia, dell'edizione di Napoli. Il periodo tra parentesi quadre, che qui è sostituito dai  puntini, l'ho tratto d’un brano integro de'saggi  critici.] lingua, copiosi di regole e d’esempli, che moltiplicano in infinito. Molto s’intrattenni su Corticelli,  Buonmattei,  Salviati e Bartoli. Censura quel moltiplicare infinito di casi  -- cf. Grice, the search for principle of generality -- e di regole che si riduceno in pochi principii. Quella tanta varietà di forme e di significati, massime in Cinonio, ch’è facile ri-condurre ad unità. Fa ridere, pigliando ad esempio  Va, il  per-, il da, irti di sensi e che pur non hanno che UN SENSO SOLO. La sua attenzione  anda  dalle forme al contenuto, dalle parole all’idee; sicché, sotto a quell’apparenze grammaticali, variabili e contraddittorie,  vede una logica animata, e tutto mette a posto, in tutto discerne il regolare e IL RAGIONEVOLE – Grice, principle of rational discourse --,  non ammettendo eccezioni e non ripieni e non casi arbitrari. Con questa tendenza filosofica, razionalistica, corroborata da  studi, concipisce pel di delle feste il risorgimento, e fa lucere innanzi uno schema di grammatica filosofica e metodica, quale appare ne’galli. Dice che costoro sono eccellenti nell'analisi delle forme grammaticali, risalendo alle forme semplici e primitive. Così amo vuol  dire io sono amante. L’ellissi è  posta da loro come base di tutte le forme d’una grammatica generale. Questo non  li contenta che a mezzo. Sostene che quella de-composizione di amo in sono amante l'incadavere la parola, le sottrae tutto quel moto che viene dalla volontà in atto. Si sente quei giudizi acuti con raccoglimento, e si credeva in tutta buona fede quell'uno che dove oscurare i galli e IRRADIARE L’ITALIA di un’altra scienza. E in verità sostene che la grammatica non è solo un'arte, ma  ch'è  principalmente una scienza: è e  dove essere. Questa scienza della grammatica, malgrado le tante grammatiche ragionate e filosofiche, è per SANCTIS ancora un di là da venire. Quel ragionato appiccicato alle grammatiche è una protesta contro la pedanteria, e vuole dire che non basta dare le regole ma che di ciascuna regola bisogna dare i  motivi e le ragioni. Paragona i grammatici  o  accozzatori di regole agl’articolisti che credeno di sapere il codice perchè si ficcano in capo gl’articoli, parola per parola, e numero per numero. Ma quel ragionare la grammatica non è ancora la scienza. Così Sanctis, erudito primamente su  Soave in un'atmosfera filosofica, passato poi pel purismo di Puoti, ritornato alla scienza, viene a una generale liquidazione di tutti i grammatici,  cioè della grammatica ragionata in ispecie, e della grammatica precettiva in genere, ma non della grammatica come scienza. Che nella sua critica negativa supera la grammatica ragionata e crea veramente la scienza non si può dire: interamente non s’appaga dei migliori grammatici filosofici, come Marsais; ma egli, almeno nel periodo del suo insegnamento, secondo quanto narra lui  stesso, rimane sempre sotto la loro influenza. Anche nella parte pratica, nel metodo, egli arieggia molto davvicino Marsais, superandolo nell’abilità di trasformar la grammatica in critica concreta dell'opera d'arte. La sua concezione della grammatica, o meglio della lingua d’ITALIA, pur avendo egli concepito una grammatica scientifica o estetica, è la medesima. Va però subito detto a  lode di Sanctis che egli stesso ha coscienza della  manchevolezza del sistema. Racconta infatti: così trovavo nella logica il fondamento scientifico della grammatica; e finché si tiene nei termini generalissimi d’una grammatica unica, come la concipe Leibnitz, il suo favorito, la sua corsa anda bene. Ma li casca l'asino, quando viene alle differenze tra le grammatiche, spesso in urto colla  logica, e originate d’una storia naturale o sociale, piena di varietà e poco riducibile a principi fissi. Per trovare in quella storia la scienza, si richiede altra cultura e altra preparazione. Nella sua ricerca dell'assoluto, vuole ridurre tutto a fil di logica, e concordare insieme derivazioni, scrittori e il popolo d’ITALIA;  ma, non potendo sopprimere le differenze e guastare la storia, pone 1'ingegno a dimostrare la conformità del fatto grammaticale colla logica, della storia colla scienza. Quell'avvertita irrudicibilità delle differenze tra le varie grammatiche e principi fissi dimostra chiaramente che SANCTIS (si veda) intuisce dov'è la soluzione del problema: e a lui non filosofo di professione ciò non è scarso titolo d'onore; il dissidio egli lo compone, e in grado eccellente,   insuperato, nella critica, nella quale la parola viva, la grammatica parlata dall'arte, è da lui illustrata in tutta la sua forza espressiva: scientificamente tocca il risolverlo a Humboldt, col quale e col suo seguace e correttore Steinthal si può veramente affermare che la grammatica è esclusa dall'orbita della filosofìa, sebbene non avvene ancora l' identificazione della teoria della lingua  generale coll'estetica, che è stata fatta solo recentemente. Nelle difficoltà in cui si dibate Sanctis di conciliare la grammatica generale colle grammatiche particolari della lingua d’ITALIA, si trovarono impigliati quanti, anche per impulso della Critica della ragione pura di Kant, intendeno alla ricerca delle relazioni fra pensiero e parola, fra l’unicità  logica e la molteplicità  delle lingue   (l)j  ricerca che, per altro, non è nuova, ma che già da origine nella Gallia alla grammatica  generale. Il primo tentativo d’applicare le categorie kantiane, dell'intuizione, spazio e tempo, e dell'intelletto alla lingua, riassumo, non potendolo qui integralmente riferire, dal paragrafo della parte storica dell’estetica di  Croce, è compiuto da Roth, mentre sullo stesso argomento speculano  Vater,  Bernhardi, Reinbeck, e Koch: pensiero dominante de'quali è la differenza  tra lingua e lingue, tra la lingua universale, corrispondente alla logica, e le lingue storiche ed effettive, che son turbate dal sentimento, dalla fantasia, o come altro si chiami l'elemento psicologico della differenziazione. Si distingue una teoria generale della lingua d’una teoria comparata, Vater. La lingua, allegoria dell'intelletto, si considera organo della poesia o organo della scienza, Bernhardi; s’ammette una grammatica estetica e una grammatica logica, Reinbeck; si proclama persino che l' indole della lingua si deve desumere dalla PSICOLOGIA RAZIONALE, non dalla logica, Koch. Residui intellettualistici s'avvertono ancora in Humboldt pel quale logica e lingua sembrano identificarsi  sostanzialmente e  diversificare  solo STORICAMENTE – l’arguzie della ragione conversazionale -- , e la lingua stesso Croce,  Estetica. Piazza tenta dimostrare che la teoria di Kant del giudizio è stata già intuita e fissata nella sintassi de’romani; ma è stato confutato da Croce, in La Critica. pare un qualcosa fuori dell'uomo che l'uomo fa rivivere coll'uso. Ma il grande filosofo trova il  vero concetto della lingua. La  lingua, egli  pensa, nella sua realtà è un prodursi e un divenire, non un prodotto; è un'attività, èvegyeia, non un'opera, ègyov. La lingua propria consiste nell'atto stesso del produrla nel discorso legato. Questo soltanto bisogna pensare come primo e vero nelle ricerche che vogliono penetrare l'essenza vivente della lingua. Lo spezzettamento in parole e  regole è il morto artificio dell'analisi scientifica. La lingua nasce spontaneo d’un bisogno interno. Esiste perciò ed ecco la vera scoperta di Humboldt di fronte ai grammatici logici universali  una forma interna della lingua, innere Sprachform, che non è il concetto logico, né il suono fisico, ma la veduta soggettiva ed INTENZIONALE che l’uomo si fa delle cose. Questa forma interna    è il principio di diversità proprio della lingua, oltre il suono fisico: è l'opera della  fantasia e del sentimento, è l'individualizzazione del concetto. Congiunger la forma interna del linguaggio col suono fisico è l'opera d’una sintesi interna: e qui, più che in altro, la lingua ricorda, nelle più profonde ed inesplicabili parti del suo procedere, l'arte. Anche lo scultore e il pittore sposano l'idea  alla materia, e anche la loro opera si giudica secondo che quest'unione, quest'intima compenetrazione sia opera del genio vero, o che l'idea separata sia stata penosamente e stentamente trascritta nella materia collo scalpello e col pennello. Ma lingua ed arte in Humboldt non s'identificano: e questo è il difetto della sua dottrina, che tira seco non tenui contraddizioni, come quella circa il  carattere differenziale della poesia e della prosa. Humboldt non vide esattamente che la lingua è sempre poesia e che la prosa, o scienza, non è distinzione di forma estetica, ma di contenuto, sebbene intorno a questi due concetti, compresi in senso filosofico, manifesta profonde vedute. La teoria della lingua d’Humboldt è integrata dal suo maggior seguace, Steinthal il quale, nella  polemica sostenuta  (M  Ueb.  d. Verschiendenheit d. menschl.  Sprachbaucs), opera, 2M  ed. a cura di Pott,  Berlino, in  Croce. Croce. Croce. coll'hegeliano Becker,  autore  degl’ORGANISMI della lingua, uno degl’ultimi logici della grammatica, dimostra, pur tr’affermazioni talvolta eccessive, che concetto e parola, giudizio logico e proposizione sono incomparabili. La proposizione  non è il giudizio, ma è la rappresentazione, Darstellung, d’un giudizio: e non tutte le proposizioni rappresentano giudizi logici. Parecchi giudizi possono esprimersi in una proposizione unica. Le divisioni logiche dei giudizi, i rapporti dai concetti 1 non  hanno  orrispondenza nella divisione grammaticale delle proposizioni. Parlar d’una forma logica della proposizione è una contraddizione  non minore che se si parlasse àttW angolo d’un cerchio o della periferìa d’un  tria?igolo. Chi parla, in quanto parla, non ha pensieri, ma lingua! Senza entrar ora nel merito degl’altri problemi trattati da Steinthal, come quello circa l'identità dell’origine e della natura della lingua che esattamente risolve, e l'altro delle relazioni tra poetica, rettorica e teoria della lingua, cioè tra lingua e  arte ch’interessa propriamente l'estetica, e che purtroppo Steinthal lascia insoluto, perchè non arriva mai ad affermare che PARLARE è PARLARE BENE – sententia come concetto orientato al valore -- e bellamente, o non è punto parlare, a noi basta l'osservar, qui, conchiudendo, il nostro discorso che con Humboldt e Steinthal, in quanto l'uno integra l'altro e lo rende coerente nella  parte linguistica, s’ha un notevole superamento della grammatica, non essendo questa soluzione pregiudicata  dalla  mancata  identificazione d’arte e lingua: la liberazione della lingua dalla logica, la riconosciuta completa autonomia della lingua da categorie di qualsiasi altra specie che non siano la sua forma interna essenziale, rappresentano una vittoria della critica negativa della  grammatica. La dissoluzione della quale viene così a coincidere perfettamente coll'avvento della scienza. La ribellione  e la reazione alla GRAMMATICA RAGIONATA quale s’è venuta sistemando in Italia, se non assunsero dovunque quel grado e quel tono che hanno in SANCTIS (si veda), seguirono, [Croce] però, su per giù, il medesimo sviluppo e i medesimi motivi: d’una parte  riusce difficile specie a letterati di più largo ingegno, come vedremo accadere, p. es.,  a Giordani  (Puoti stesso concede a Sanctis uno studio discreto di quella  gram matica), il chiuder gl’occhi a quell’ELEVATE E SCINTILLANTI (alla Grice) INVESTIGAZIONI logiche che sulle lingue avevan condotto i galli, incomparabilmente più geniali e profondi dei loro epigoni italiani. L’aria è impregnata di logicismo, tutto suona FILOSOFIA, il secolo è chiamato dei lumi: chi può sottrarsi alla forza delle cose e del tempo? dall'altra, la vacuità di quel formalismo pel fine pedagogico che ora s'impone, non richiede tanto un troppo ELEVATO SPIRITO FILOSOFICO per essere avvertita, quanto il fatto stesso dell'esperienza dello studio della lingua. Si puo credere, ancora, nella grammatica generale, raccomandarne l'utilità, e come si puo fare anco per ispirito d' imitazione e per servilismo verso la moda corrente, non occorre dire; ma, già, anche a tacer d'altro, con la grammatica generale eravamo già fuori del campo de’bisogni pratici. La grammatica generale è come un'estetica logica della lingua, quindi FILOSOFIA, e noi sappiamo che la scienza non è espediente didattico, mentre il motivo principale dell'interesse linguistico è ora in Italia più pratico che teorico. L'assoluta inefficacia inoltre della GRAMMATICA logica a dirigere l'apprendimento della lingua e l'esercizio dello scrivere dove essere tanto più fortemente sentita, quanto più dilaga il gallicismo nella lingua e nello stile: il ritorno alla vecchia pratica grammaticale e all' osservazione dei lodati scrittori, dove apparire come una urgente necessità; e vi si ritorna infatti con fede rinnovellata e sotto la bandiera del più rigoroso purismo inalberata dal Bembo dell'Ottocento, Cesari, coronato alfiere dall'Accademia livornese, qual s'è mostrato degno d'essere con la nota Dissertazione sopra lo stato della lingua}; e, in ogni modo, con o contro Cesari per gli scrittori o pel popolo, la pratica dove prevalere sulla teoria astratta; perfin nella grammatica em- [In Opuscoli linguistici e letterari di Cesari, raccolti, ordinati e illustra/i ora la prima rolla da Guidetti, Reggio d'Emilia, Collezione storico-letteraria presso il compilatore.] pirica, normativa, tradizionale, presso non gli scapigliati ma i pedanti, la vecchia fede se non scossa, certo fu illanguidita. La tradizione puristica, peraltro, non era stata interrotta nella seconda metà del Settecento, neppur quando più imperversò la bufera del filosofismo francese. Già prima che il rappresentante più autorevole di esso in Italia, il Cesarotti, fosse stato, appunto in nome della vecchia grammatica, contraddetto ricordammo già, tra gli altri, Velo con uno stile forbito e piccante, come dicono i suoi editori, si sforza Rosasco di rivendicare ai Fiorentini il tanto contrastato primato intorno all'origine ed al governo della favella , introducendo nei suoi Dialoghi sette della Lingua toscana a pontificare il Corticelli su lesecolari questioni, sull'autorità dei grammatici, sulla necessità imprescindibile dello studio della grammatica, di contrastare al nuovo sistema de' letterati propugnanti l'uso d'un'altra lingua diversa dalla fiorentina, con tutto il bagaglio de' vecchi argomenti grammaticali e rettorici in favore della purità, della armonia e dolcezza della pronunzia fiorentina, dell'elegante stile, e con le vecchissime distinzioni di discorso impensato e di discorso pensato. Eh via, la legge che ne obbliga a studiare la grammatica, è giustissima, e chiunque brama riportar gloria dal materiale della scrittura, dovrà o bere o affogare, siesi chi egli si vuole . E cita in sostegno il Salviati, Quintiliano e altri . Va notato peraltro che il Rosasco non solo propugna la necessità di uniformarsi anche all'uso moderno, ma giudica ancora, sebbene coi soliti argomenti estrinseci, che non dobbiamo per conto alcuno desiderare la perfezione delle grammatiche, si perchè non si può questo desiderio avere, senza desiderare insieme la estinzione della lingua; sì perchè quando siamo obbligati a scriver solo secondo le regole e' precetti dell'arte prescritti, non è mai possibile rendere le nostre scritture eccellenti : residui, come ognun vede, delle dottrine estetiche prevalenti nel senso che volevano conciliare il rigore grammaticale col criterio della libertà individuale: temperato purismo, che, mentre per un lato moveva dall'antica traEd. della Bibl. scelta, Milano, Silvestri] dizione grammaticale del classicismo, per l'altro era reso possibile dal non essersi ancora la lingua italiana inoltrata pel declivio della cosiddetta corruzione francesistica. Quando questa si accentuò maggiormente, era naturale che l'iniziativa del riparo partisse dalla Crusca custode gelosa del patrimonio linguistico: e già il ricordato Borsa protesta contro il decadimento della lingua, e da Losanna un suo Accademico, Haupt, scrive la Lettera dun tedesco stili' infranciosamento dello stile, com'è naturale che la rifioritura linguistica fosse più di vocabolario che di grammatica ; lo stesso lavorìo grammaticale, il più notevole dei primordi del secolo XIX, s'aggirò, come vedemmo, intorno a quella parte della grammatica che è più intimamente connessa col vocabolario, i verbi, di cui sorsero parecchi prospetti e teoriche. E a studi di lingua, ossia di vocabolario, si era volto nel 1806 l'Istituto lombardo, fondato dal Bonaparte nel 1797 e convocato a Bologna nel 1803, di cui era segretario quel Luigi Muzzi che già incontrammo quale autore del curioso libro sulle Permutazioni dell' italiana orazione, e che, dopo essersi divertito e gingillato intorno a problemi filosofici secondo la moda d'allora pe' quali non era affatto portato, si immerse talmente negli studi grammaticali e lessicali e con si vero spirito di devozione alla Crusca, che il Monti doveva titolarlo più tardi il più fatuo pedantuzzo che mai facesse imbratti d'inchiostro. Partecipò nel 1809 al concorso dell'Accademia livornese con un lavoro Dello siato e del bisogno di nostra lingua, ma il manoscritto, per ragioni regolamentari, non fu accettato. Come sappiamo, di quel concorso il trionfatore fu Antonio Cesari, odiatore quanto Giordani, delle dottrine di Cesarotti, che, se avevano ancora seguaci dal Romani al Nardo, andavano però perdendo terreno sempre più: quegli stessi che le propugnavano si avverta inoltre erano assai più temperati del maestro e si guardarono meglio di lui dall'esser accusati di gallofilia : verso l' italianità era un desiderio e un moto generale, cui favoriva la ridesta coscienza nazionale: cesariani e perticariani o mondani, neopuristi della prima maniera (cioè anteriore) e della seconda, tutti concordavano non solamente nel In Mazzoni, L'Otl.] l'avversare i criteri troppo licenziosi de' cesarottiani, ma ne! volere auspice la Crusca per la quinta volta rimessosi nel 1813 alla ricompilazione del Vocabolario che alle sottili fantasticherie sulle ragioni delle lingue si sostituisse il lavoro concreto e modesto del raccogliere e del vagliare voci e locuzioni del buon uso e a riprendere l'osservazione grammaticale secondo le migliori tradizioni del Cinquecento. Balbo scrive al Vidua una lettera sulla lingua italiana per muover lamenti intorno le tante esagerazioni e confusioni pratiche e teoriche del filosofismo che non giovavano punto alla causa della lingua: e il Vidua raccomandava a un compatriotta che, andando a Firenze come avevan fatto già l'Alfieri e il Goldoni, e avrebbe fatto il Manzoni e avrebbero consigliato al Cavour, non trascurasse di recarsi la mattina in Mercato Vecchio ad ascoltar il pizzicagnolo e le contadine. E alla Crusca stendeva la mano l'Istituto lombardo per proseguire concordi all'opera d'ampliamento del Vocabolario: né le ripulse dell'Accademia orgogliosa e gelosa delle sue secolari tradizioni né i risentimenti e le irritazioni, causa di tante guerre anche personali, che esse provocarono nel Monti, poterono mai dividere gli animi concordi nella comune avversione al logicismo, alle metafisicherie di provenienza franco-cesarottiana, nonostante che, per quanto riguarda i criteri particolari dell'uso linguistico italiano (pratica, dunque, non scienza), facilmente potessero incontrarsi col Cesarotti in un vivo desiderio di libertà, e spesso inconsciamente (come sarà avvenuto al Leopardi), non soltanto gli antipuristi come il cesarottiano Torti di Bevagna, ma letterati meno bollenti nella secolare battaglia. N'è prova l'atteggiamento assunto dal capo riconosciuto de' classicisti, il Giordani, nelle contese tra il Cesari, Monti e Perticari: richiesto del vero valore di alcune voci tolte dal greco, rispose [al Monti] e colse quell'occasione per lodare l'opera e il suocero e il genero, ma anche per addimostrare alcune sviste di essi due correttori degli altri, e per augurare che gli avversari si riconoscessero invece compagni, come quelli che insomma avevan un fine medesimo e uno stesso desiderio. Cfr. F. Colagrosso, La teoria leopardiana della lingua, Napoli, 1905 (Estr. d. Rend. Accad. Arch. Lett. e B. A. in Napoli, XIX) Mazzoni. Pure, il Giordani è appunto uno di quei puristi che raccomandavano ai giovanetti il Du Marsais e il Beauzée. I volumi della Enciclopedia Metodica ne' quali è trattata la grammatica e l' eloquenza ti possono essere utili. Gli articoli rettorici di Marmontel non mi paiono più che mediocri; quelli di Jancourt assai meno che mediocri. Ma bellissimi i grammatici di Du Marsais, e di La-Beauzée. E il conoscere e adoperare filosoficamente la lingua è gran virtù di eccellente scrittore. E prontamente si applica alla nostra quel che è notato della francese (1). Ma che cosa significa adoperare filosoficamente mia lingua ? specie quando la si consideri, come fa il Giordani, cosa diversa dallo stile? Interrompi, consiglia, con la lettura di quegli articoli, lo studio che devi far della lingua, e preparati a quello che poi farai dello stile. Perchè io giudico che quello della lingua debba precedere. Non si dee prima sapere qual sia la materia de' colori; poi imparare ad impastarli e mescolarli; poi esercitarsi a collocarli, e accordarli ? (io). Tutto lo scrivere sta nella lingua e nello stile; due cose diversissime egualmente necessarie.... I vocaboli e le frasi sono i colori di questa pittura; lo stile è il colorito. Ora persuaditi, caro Eugenio, che l'acquisto de' colori sia fatica della memoria: l'uso del colorito sia esercizio d'ingegno, disciplina di buoni esempi, di pochi precetti, di moltissima osservazione, di molta pratica. Ho letto molti antichi e moderni che vollero esser maestri: ho perduto tempo e acquistato noia, senza profitto. Veri maestri ho trovato gli esempi de' grandi scrittori. Tra i moderni consiglia, tuttavia il breve trattato del Condillac, Art d'écrire. Di tutto quel libro abbastanza buono, m' è rimasto in mente questo solo principio, molto raccomandato da lui = de la plus grande liaison des idées Vero è che quel legame delle idee non deve esser sempre logico; ma secondo la materia che si tratta, dev'esser pittorico o affettuoso; di che i moderni intendon pochissimo: gli antichi vi furono meravigliosi. In questo guazzabuglio di vedute, d'idee e di principi, c'è tutto, meno lo spirito filosofico: dal che si vede quanto A un italiano Istruzione per l'arte di scrivere, in Scritti di Giordani, ed. Chiarini, in Firenze.] poco fosse compresa e con quanto poca convinzione raccomandata la grammatica generale del Du Marsais e del Beauzée. Il nume che agitava interiormente il Giordani e i degni suoi compagni d'arme non era la filosofia, ma lo spirito italiano che si rinnovava, rinnovamento che alla coscienza di molti si presentava come un problema di lingua: donde il calore con cui si davano a questi studi. Il Giordani, mosso dall'invito dell' Accademia italiana, non per rispondere ad essa, per ciò che questa materia non sia d'ozio letterario .... ma importi non poco all'onore d'Italia , si dà ad abbozzare una Storia dello spirito pubblico d' Italia per 600 considerato nelle vicende della lingua e alcuni anni più tardi, discorrendo in una lunga lettera al Capponi di una raccolta in trenta volumi che intendeva fare delle migliori e men note prose della nostra letteratura, allargando e colorendo le linee di quel primitivo abbozzo, esprimeva l'opinione che l'ordine escogitato lo menerebbe quasi per una storia della nazione e della lingua ("), e che dalla somma dei particolari discorsi introduttivi ne sarebbe derivato quasi un ritratto filosofico delle menti italiane per quattro secoli . Perciocché io considerando la lingua come uno specchio, nel quale cadano tutti i concetti da tutti i pensanti della nazione, e dal quale nella mente di ciascuno si riflettano i pensieri di tutti; volli con diligenza di storico e sagacità di filosofo esaminare il vario corso del pensare italiano per le vestigia che di mano in mano lasciò impresse nel variare delle lingua; della quale i vocaboli e le frasi, o nuovamente introdotte, o dall'antico mutate, fanno certissimo testimonio (a chi '1 sa interrogare) d'ogni mutamento nella vita intellettiva del popolo. Così il Giordani si riallaccia al Napione. Tra il Napione e il Giordani spicca anche per questo riguardo il Foscolo, che nella celebre orazione, recitata a Pavia Opere: Scritti editi e postumi pubbl. da Antonio Gussalli , Milano. f;) Scritti, ed. Chiarini. Per l'eccellente posizione che occupa il Foscolo nella storia della critica, oltre che le note pagine del De Sanctis, vedi Croce, Per la storia della critica ecc., già cit., p. 9 e 27, Trabalza, Studi sul Boccaccio, e Borgese, Storia della critica romantica, libro è superfluo avvertirlo pell'inaugurazione degli studi, Dell' origine e dell'ufficio della letteratura e nelle Lezioni di eloquenza che le tennero dietro, e particolarmente in quella su la Lingua italiana considerata storicamente e letterariamente, (l) e ne' sei Discorsi sulla lingua italiana parlava della nostra lingua coi medesimi spiriti e intendimenti d'italianità, in modo veramente vivace. Nella sua Prolusione , ripeteremo col De Sanctis, tenta una storia della parola sulle orme del Vico, censurata da parecchi in questo o quel particolare, ma da' più ammirata, come nuova e profonda speculazione. Il suo valore, anzi che nelle sue idee, è nel suo spirito, perchè non è infine che una calda requisitoria contro quella letteratura arcadica e accademica, combattuta da tutte le parti e resistente ancora, contro quella prosa vuota e parolaia, e contro quella poesia che suona e che non crea. Nessuno ha considerato, scriveva il Foscolo, filosoficamente le origini, le epoche e la formazione di essa [lingua italiana], affine di conoscere per via d'analogia i principi, i progressi oscurissimi delle formazioni e trasformazioni di tante altre lingue. La storia d'una lingua, ecco il suo preciso punto di vista non può tracciarsi se non nella storia letteraria della nazione; né la storia può somministrare fatti certi e fondamentali a trovare in materie intricatissime il vero, se non per mezzo di epoche distinte, in guisa che le cause non diventino effetti, e gli effetti non sieno pigliati per cause . che dev'esser tenuto sempre presente per tutto questo periodo, perchè, se le idee sulla lingua de' vari critici che vi sono criticati poca luce diffondono sulle loro teorie poetiche, utilissimo è invece conoscere la portata critica di esse per chi fa la storia della lingua. In Opere edite e postume di Foscolo, Firenze, Le Monnier. In T.. È evidente l'affinità tra il metodo del Foscolo e quello del Napione; ma com'è più profonda la visione del Foscolo, così essa in certo senso precorre ancor meglio il principio moderno onde si vorrebbe indagata la storia della cultura nella lingua, specialmente in quanto si serve del metodo monografico per periodi di affinità spirituali. Notevolissima sotto questo rispetto è una pagina della Lez. II di Eoa. (è la 82 del voi. II) dove illustra il principio: La letteratura è annessa alla lingua. Capitolo quindicesimo 485 Nel fatto, il Foscolo intravvede così in confuso l'identità di lingua e pensiero, e nell'evoluzione linguistica uno svolgimento spirituale, mostra cioè una vaga coscienza del problema linguistico, e il suo sforzo di risolverlo, anche se non felice, è già un progresso. Particolarmente notevoli, anche per la ragione pedagogica, in cui però, come sappiamo, ben si riflette la scienza teorica, son le pagine che scrive sulla dottrina dantesca del Volgare illustre. Ne riferiamo volentieri un brano che ci tocca davvicino. Su ciò che Dante previde con occhio sicuro egli fondava pochi principi generali intorno alla legislazione grammaticale. Erano inerenti alla condizione e alla natura della lingua, onde operarono sempre e quando vennero applicati da parecchi scrittori, e quando vennero trascurati da altri, o negati ostinatamente da molti; ed operarono fin anche negli scritti di chi li negava ed oggimai l'esperienza ha convinto la più gran parte degl'Italiani, che la loro lingua letteraria non può prosperare senza l'applicazione dei principj di Dante: principi metafisici, dice Foscolo, annunziati in tempi ne' quali la filosofia, l'arte dialettica, e la teologia erano tutt' uno, e tali da intricarsi a vicenda, e perciò un po' oscuri forse allo stesso ALIGHIERI (si veda). Al qual punto il pensiero di Foscolo corre a Locke che facilita lo studio delle analisi delle idee, e quindi della natura delle lingue – Grice: way of things, way of ideas, way of words -- e a Condillac che illustrò questa difficilissima parte della metafisica. Ma il fine supremo di tali studi è per tutti questi filosofi italiani raggiungere le nazioni che appresso a noi surte ci sorpassarono, e poiché il mezzo non sembra potesse esser la [Giordani, Scritti. cit., ed. Chiarini. Si richiamino a tal proposito e si tengano presenti in questo capitolo anche peraltro le relazioni d'amicizia personale che corsero tra maggiori e minori rappresentanti di questo movimento d'ITALIANITÀ che s'agita nelle questioni linguistiche. V. specialmente Guidetti, La questione linguistica e l'amicizia di Cesari con Monti, Villardi e Manzoni narrata con l'aiuto di documenti inediti, Reggio d'Emilia; dello stesso, Cesari giudicato e onorato dagl'italiani e sue relazioni coi contemporanei con documenti inediti, Reggio d'Emilia; e Bertoldi, Giordani e altri personaggi del tempo in Prose critiche di storia e d'arte, Firenze] FILOSOFIA, lo studio cioè dei problemi della natura del linguaggio, ma lo studio pratico della lingua che non si dove lasciare adulterare, da più parti, non i soli fiorentini, ma tutti gl'italiani si danno e intesero con viva fede e non tenue sentimento d'ITALIANITÀ all'opera di restaurazione, che un diffuso lavorìo, specie nell'Italia centrale e particolarmente nell'Emilia, nella Romaga, nella Marca, nell'Umbria, a Roma, di traduzioni dai classici latini, condotto con superficiale ma sincero sentimento e gusto di bellezza formale, favorisce grandemente. Il mondano, e avversario della Crusca, Lamberti pubblica con aggiunte e correzioni Le Osservazioni del Cinonio. Ri-usce alla luce la vecchia raccolta di Pistoiesi, Prospetto dei verbi toscani tanto regolari che irregolari e Casarotti, torna a discorrere Sopra la natura e l'uso dei dittonghi italiani trattato. MASTROFINI (si veda) pubblica Teoria e prospetto ossia Dizionario critico de verbi italiani coniugati specialmente degl’anomali e mal noti nelle cadenze. E un compilatore in Milano ri-assume tutto questo lavorìo intorno ai verbi: Teorica dei verbi compilata sulle opere di Cinonio, di Pistoiesi, di Mastrofini e di altri, e una compilazione ancor più ricca attende Roster. Questo gruppo di saggi, com'è facile avvertire, si rannoda a quella tradizione grammaticale che appunto con Cinonio inizia la trattazione di categorie particolari della grammatica giunta allora al suo completo sviluppo nel suo schema generale per opera di Buonmattei; ma non è certamente estraneo a quell'esigenze d’osservazione diretta sul materiale della lingua a cui si sforza di soddisfare il purismo che appunto in quegli anni si afferma solennemente con la vittoria di Cesari. Il punto di vista è infatti ancora il retorico, come precettivo è l'intendimento, anche se uno di quei quattro autori, Casarotti, si abbella nella sua esposizione del culto professato alla dottrina di VICO (si veda) che cita in più luoghi: mentre, [Pisa, Capurro, nuova ed. riv. e corr. La prima ed. aveva visto la luce a Roma. Padova, nel Seminario. Roma, De Romanis. Anche Greco, il grammatico consigliere di Puoti, ha d'altra parte, non è identificabile con quello delle GRAMMATICHE RAGIONATE, anche se un altro, Mastrofini, segue l'autorità di Varano, Ossian, e Cesarotti. I tempi non potevano non esercitar la loro influenza. VICO (si veda) ormai comincia a non esser più una sfinge, e ciascuno degli altri scrittori gode il favor popolare. Vedasi come Casarotti, che indubbiamente non va confuso coi grammatici di bassa lega, citi VICO (si veda). Egli, mosso alla sua trattazione dalla necessità di sistemare una notevole serie di fatti, che inosservati danno luogo a molti inconvenienti, constata che i dittonghi mobili non sono il centesimo permalosi dei fermi, e senza sdegno stanno in bando da parecchie voci, alle quali avrebbero diritto di entrare. Priemo, truovo, pruova, ed altre già l'hanno quasi dimenticato. In questa parte verificasi la sentenza del profondissimo e oscurissimo VICO (si veda) (Pr. di Se. N. Della Sapienza Poetica, Corollarj d'intorno alle origini della locuzione ecc.), che i dittonghi ne’principj delle lingue sono in assai più numero, e che a poco a poco si scemano. E su VICO (si veda) stesso si appoggia per mostrare l'obbligo degl’italiani a non bandirli nella lingua che riceve d’essi pienezza e varietà di suono, due qualità carissime all'armonia, ed al canto. Di fatti i dittongi, se hanno valore i pensamenti del citato filosofo napoletano, del primo canto de popoli faìino gran pruova: e specialmente non dovrebbero bandirli i poeti, poiché l'espressione poetica è tanto vaga d'indipendenza da ogni fastidiosaggine grammaticale, che talvolta per lo disprezzo di certe rigide leggi acquista forza e bellezza. E la poesia, come colui dice della pittura, divien grande coli 'industrioso maneggio delle cose minime. Una consonante, una vocale, un dittongo, un ACCENTO, letto, se non compreso, Vico. Caraffa fa derivare Greco da Vico e lascia credere ch’un'infusione del spirito di VICO Greco comunica a Puoti stesso. [,dove anche osserva. Tanto è rispetto a noi della lingua del Lazio, che abbondantissima nella scrittura di sillabe bifocali, come Terenziano Mauro chiama i dittongi, rarissimi ne conserva nella pronunzia. E tanto è della lingua gallica, che compendia in una sola vocale molti dittongi, de’quali sul labbro degl’antichi galli s’è probabilmente lasciato sentire il duplice suono. Sul labbro italiano poi questo duplice suono si fa sentir sempre: e in ciò siamo più ragionevoli de’galli, in quanto l’italiana scrittura, si ritengano o si sbandiscano i dittongi, rimane sempre d'accordo colla pronunzia.] tutto essa fa servire a’suoi sublimi disegni. Così la filologia filosofica di VICO divienne in Casarotti rettorica grammaticale, ma assai migliore di quell'altra della tradizione. Nella parte storica e empirica il saggio di Casarotti non manca d’utilità. Passa in rassegna l’esposizioni di MAZZONI che NEGA ALLA LINGUA ITALIANA IL VERO E PROPRIO DITTONGO, di Salviati che n;ammise, di Buonmattei che ne giustifica tanti quanti sono i gruppi di due vocali. Si ride di Gigli che rimanda a Mazzoni chi vuol aver cognizione piena dei nostri dittonghi, avendo Mazzoni non scritto un trattato, ma un semplice discorso, e non sui soli dittonghi italiani, ma sui dittonghi in genere: rettifica non del tutto giusta, come s'è visto. Vero trattatista è certo egli Casarotti, che dà del dittongo questa definizione: la comprensione di due vocali diverse in una sillaba sola e indissolubile, di suono misto, come sono “aura”, “euro”, “piovere”, “ciel”. Critica gli strafalcioni dei rimari, Folchi, Fioretti, Ruscelli, Baruffaldi, non escluso quello di Rosasco, e, naturalmente, discorre a lungo di metrica, con molte esemplificazioni, essendo compilato il suo trattato principalmente in servizio della poesia. Riassume la storia di tutti i capricci ortografici, dichiarandosi contro l’uso della dieresi, co-operazione. Pistoiesi crede colmare una lacuna dei grammatici che danno sui verbi ammaestramenti e prospetti troppo scarsi ai bisogni. E ora se ne ristampa l'opera per il bisogno che se ne sente. Delle voci verbali vi si fanno quattro classi classificazione che è un'altra prova del carattere empirico e retorico del trattato: buone e corrette, regolari; antiche; poetiche; IDIOTISMI – Grice, IDIO-LECT – IDIO-SYNCRATIC -- ed errori. Si rimprovera Buonmattei di non aver avvertito che di contro al leggemmo si scrive l'errato lessamo. Si registra per es. il “savamo” (= “eravamo”) che incontrammo nella grammatica vaticana ricordata, ma, a sua volta, dimentica il “tro” e il “tretti” da “trarre,” che quella grammatica diligentemente raccoglie. Per questa parte storica specialmente il saggio di Pistoiesi conserva qualche interesse. Lo stesso [Ricorda qui le 12 definizioni dei dittonghi date da Riccioli in De recia diphthongorum promintiationc. Dice che nel Giornale di Padova si afferma che Evangeli scrive un trattato sui dittonghi italiani, ma egli dubita dell'asserzione. Non deriva dal latino questa definizione del dittongo.] dicasi di quello di Mastrolilli, che, peraltro, adopera un metodo assai diverso di trattazione sia nella parte introduttiva, dove porge, come meglio puo, delle nozioni archeologiche sulle trasformazioni latine, sia nella sistematica, dove registra di ogni singolo verbo tutte le voci, confinando nelle note gl’usi antichi e dialettali, costruendo così una gran mole in due grossi volumi di quattrocento pagine l'uno. Un'altra miniera di tutte le forme storiche del nome e del verbo sono le Osservazioni grammaticali di Roster. Il quale, più che a trattar sistematicamente la grammatica, intende soprattutto a radunare intorno a ogni persona, come a ogni nome, tutte le varianti che gli scrittori adoperarono, dando così un utile vocabolario metodico delle declinazioni e delle coniugazioni nel loro uso storico. Qualche decennio più tardi, su questo argomento avemmo un lavoro assai migliore e di una maggior portata, che è quasi anello di congiunzione tra i precedenti prospetti più o meno empirici e i più recenti trattati di analisi rigorosamente filologica: la Analisi critica dei verbi italiani investigati nella loro primitiva orìgine da NANNUCCI (si veda), a cui seguì il Saggiò del prospetto generale di tutti i verbi anomali e diffettivi, sì semplici che composti, e di tutte le varie configurazioni, dall'origine della li?igua in poi. Derivata da' medesimi principi e condotta con l' istesso metodo è la Teoria de' nomi della lingua italiana, che, come X Analisi, si raccomanda sia adoperata con cautela. Al Nannucci dobbiamo an Osservazioni grammaticali intorno alla lingua italiana compilate da Giacomo Roster professore delle lingue italiana, tedesca ed mg le se ecc. in Firenze, mediante le quali si procura di fissar le regole sinora incerte e vacillanti, fondate sull'uso generale de' classici antichi e moderni, e col parer de' primi letterati d'Italia: opera necessaria per intendere gli scrittori antichi e moderni, e per parlare e scrivere correttametite. Dedicata alla eulta nazione italiana. Firenze, nella stamperia Ronchi. Dopo un Ristretto di termini grammaticali e un Ristretto delle declinazioni tratta a lungo; della Dee lina zio?ie, ossia delle varie terminazioni di nomi sost. e agg. Nella dà le Regole per le formazioni di modi, tempi e persone delle tre coniug. de' verbi reg. e irr. Seguono alcune pagine di note. (Il raro libro mi fu fatto conoscere dal prof. Teza, che ne possiede un esemplare). Storia della Grammatica cora Voci e locuzioni italiane derivate dalla lingua provenzale. Son tutte parti codeste et uri opera vasta alla quale s'era dato l'esimio filologo e in cui si proponeva di ricercare minutamente la natura, l'indole e la storia della nostra lingua, seguitandola secolo per secolo ne' suoi movimenti e nelle sue trasformazioni, ed investigando la ragione de' costrutti e delle forme grammaticali (Ai lettori): un miscuglio, come ben s'intende, d'empirismo, di storia e di filosofia del linguaggio in cui sarebbero state riassunte e conciliate le tre tendenze degli studi linguistici prevalenti al suo tempo. Fu bene che il Nannucci si limitasse alla parte storica usando, come le forze gli permettevano, discretamente, del metodo comparativo ignoto ai suoi predecessori specialisti: ne uscirono giustificate nella loro origine e nella loro analogia con le neolatine, voci e frasi ritenute errori e idiotismi dagli altri; altre furono ridotte alla loro vera lezione. Quelle che per altri erano minutezze, cioè tutte le uscite varie di una stessa voce, egli raccolse e sistemò, svolgendo la sua trattazione, se non con metodo, con ordine, chiarezza, cioè tempo per tempo, persona per persona. Faccio la riserva sul metodo, appunto perchè qui è il lato debole, filologicamente parlando, dell'opera del Nannucci: la sua è una classificazione empirica, storica nel senso che parte dalle forme più antiche per giungere alle moderne: non è, e non poteva ancora essere a base fonetica, come oggi si esigerebbe. Se non che anche in questo rispetto supera i precedenti trattatisti, de' quali egli stesso vorrebbe eccettuato il Mastrofini, se oltre all'aver egli lasciato addietro tutte le anomalie più riposte, che sono sparse per entro agli scritti de' nostri vecchi, anche nelle più ovvie da lui riprodotte , non avesse per lo più errata la vera origine. L'opera di NANNUCCI (si veda), come anche risulta d’un utilissimo indice, è ricca di osservazioni grammaticali spicciole che servono a lumeggiare la posizione sua di grammatico diligente e osservatore, raccoglitore di prima mano de’fatti grammaticali, che sa ordinare nella loro serie storica, non nella loro genesi ed evoluzione interiore, intese, è superfluo dirlo, nel loro significato fittizio. È insomma, per l'Italia, a prescindere dai nostri filologi migliori, l'anello di congiunzione tra la pura precettistica e l’indagine storica. Un contenuto grammaticale hanno egualmente, chi più chi meno, tutti i nostri retori ed eruditi e lessicografi filologi nel senso ristretto che a questa parola da Diez in poi viene annesso, non li potremo chiamare dell'indirizzo puristico-classico da CESARI (si veda) a FORNACIARI. D’essi, quando non sono anche produttori di grammatiche vere e proprie, onde particolarmente vogliamo desumere i caratteri della grammatica di questo periodo, basta che noi ricordiamo poco più che i nomi per complemento di disegno, rientrando essi in quanto tali alcuni sono grandissimi filosofi come Foscolo, Monti, Leopardi più direttamente nella storia dell'erudizione linguistica o della rettorica o della coltura o della critica letteraria o della cosiddetta questione della lingua, secondo i singoli casi. Nel loro complesso, per quanto ha rapporto diretto con la grammatica, essi seguono e costituiscono il medesimo moto onde derivarono le varie grammatiche che esamineremo con quella brevità che l'interesse ormai scarso della materia e la qualità possono consentire in una storia come la presente. Di quei tre grandissimi, benché non siano stati, strettatamente parlando, né grammatici né critici del concetto di grammatica e neppure rinnovatori, saremmo tentati a far qui un meno breve cenno di quel che s'è fatto, avendo essi dato allo studio della lingua una parte non piccola della loro attività, se, considerando, a tacer d'altro, che le loro particolari vedute non sono in sostanza se non antecedenti della dottrina di MANZONI (si veda) sulla lingua, che è poi la dottrina linguistica del romanticismo, di questa non dovessimo trattenerci più lungamente e per il nuovo indirizzo grammaticale che ne deriva e per la connessione che ha particolarmente colla critica della grammatica generale, che a noi sopratutto interessa. Ma di Leopardi mi giova mettere in rilievo un curioso pensiero circa i rapporti tra grammatica e lingua, che si può riassumere così. La varietà, ricchezza, onnipotenza d'una lingua sono in ragione inversa del dominio regolatore della grammatica, e che egli illustra con gl’esempi della lingua greca che ha inesauribile ricchezza e assoluta potenza avanti il sorgere della sua grammatica, della LATINA che, per antica, avendo avuto avanti la grammatica greca, studiata per principi e nelle scuole, riuscì meno libera e meno varia d'ogni altra , dell'italiana che, scritta primieramente da tanti che nulla sapevano dell'analisi del linguaggio (poco o nulla studiando altra lingua e grammatica, come sarebbe stata la latina), venne, per lingua moderna, similissima di ricchezza e d’onnipotenza alla greca, della tedesca, che, avendo grammatica e non forse rispettandola e non avendo vocabolario riconosciuto per autorevole, è nelle migliori condizione per pervenire alla ricchezza, potenza, libertà. Giudizio quant'altro mai ostile alla grammatica, ma il più servile verso la sua immaginaria strapotenza. Su di un altro grande italiano, invece, che citeremo tra poco, TOMMASEO (si veda), filosofo di professione, non possiamo non fermarci un po’più, il che faremo con la scorta di BORGESE (si veda), il quale ci sembra averlo caratterizzato con mirabile precisione. Il CESARI (si veda) del romanticismo, lo chiama Borgese, e di CESARI non è così spietato censore come molti non-romantici. Ha quel che a CESARI (si veda) manca per divenire scrittore più che comune, la fede nel grande principio della rivoluzione letteraria. Di singolare nelle teoriche sulla lingua di TOMMASEO (si veda), è l'analogia coll’opinioni letterarie che si professano ornai da una ventina d'anni. Egli stima doversi i significati delle parole distinguere secondo l'uso più generale e ragionevole, proprio come gl’evangelisti del romanticismo volevano ligie le lettere alle passioni e ai desideri del tempo, perchè fossero secondo ragione e morale. Nel linguaggio vede tre pregi essenziali di bellezza: l'etimologia più prossima e d'evidenza irrecusabile, l'analogia filosofica e la grammaticale, l'armonia musicale e l'onomatopeica: pregi che meglio d’ogni altro idioma ritiene possedere il toscano. Non rinnova i concetti fondamentali della linguistica. Applica come BERCHET (si veda) e MANZONI (si veda) in modo nuovo principi vecchi, e sostenne l'imitazione del vero e l'uso di parole intelligibili al popolo. Ed ecco l'intento morale della riforma. Giova osservare, scrive, che la straordinarietà della lingua, la quale dà talvolta allo stile una cert'aria di dignità, è pregio tutto posticcio che non compensa il difetto di pregi più intrinseci. Molti si credono d'essere scrittori non comuni, allorché rivolgono un’idea comune in abito straordinario, ma converrebbe, in quella vece, sotto forme comuni, ren[Pensieri di varia filosofia e dì bella letteratura, Firenze. Del resto su LEOPARDI (si veda) filologo, v. i noti lavori recentemente condotti sullo Zibaldone, il saggio di BORGESE, e il citato studio di COLAGROSSO. Colagrosso.] -dere accessibile e, quasi dirti, perdonabile la straordinarietà dell'idea. Nella pratica pesa con scrupolo da farmacista parole e sillabe e della grammatica è cavalier senza macchia. Il numero maggiore degl’eruditi e letterati che si occuparono in questo tempo di lingua è dato dai vocabolaristi in genere: accademici della Crusca, dell’Istituto lombardo, Cesari, Galiani, Tommaseo, compresi i compilatori di dizionari di sinonimi (Grassi, Tommaseo), metodici (Carena) e dialettali, e in particolare, dagl’avversari più o meno accaniti della Crusca (Monti, Perticari, Compagnoni) coi loro rispettivi contradittori nelle polemiche che seguirono alla Proposta di Monti (Biamonti, Galvani, Niccolini, Tommaseo), e ancor più particolarmente dagli annotatori e correttori della Crusca (Parenti). Astrazion fatta dall'utilità pratica di queste raccolte di voci e locuzioni, sono ormai ben noti il nocciolo, le vicende e l'importanza della questione agitatasi con tanto fervore e accanimento: sostenitori e avversari della Crusca, nel propugnare secondo il loro partito un uso più o meno esteso nel tempo e nello spazio, quale si è il loro ideale d'un’ITALIANITÀ più o meno pura di pensiero, di sentimento e di lingua (entrano naturalmente nelle questioni sentimentalismi patriottici più o meno caldi e sinceri), muoveno dall’ormai stravecchia concezione meccanica del linguaggio abbuiata ancora non poco dall’ignoranza dell'origine dell'italiano, o meglio, de’ [In Borgese. Borgese. Tra i molti saggi di Tommaseo che in qualche modo si riferiscono al nostro argomento, merita d'essere ricordato qui particolarmente l’aiuto air unità della lingua, saggio di ìuodi con formi all'uso vivo italiano che corrispondono ad altri d'uso meno comune e meno legittimo, Proposte, Firenze, Le Monnier. Proposta di alcune correzioni ed aggiunte al Voc. d. Cr., Milano, R. Stamperia. Cvi collaborano segnatamente Perticari, Gherardini, Grassi, Peyron ecc.. Devesi ricordare qui il Capitolo CHI di un'Opera cominciata a scrivere dall’autore prima della Proposta di Monti e da non pubblicarsi se non piu tardi (Estr. d. Quad. XV del Nuovo ricoglitore con un'aggiunta, Milano) di Compagnoni, che pretende, come ODERZO (si veda) Oderzo -- Stilla libertà concessa alla locuzione italiana della Crusca -- di aver precorso Monti. Galvani, tra tutti costoro, si distingue per i suoi notevoli contributi alla storia della letteratura occitanica. Ricordiamo qui particolarmente di lui il discorso Del soverchio rigor de’grammatici.] vari dialetti italiani; e si tormentano tutti egualmente intorno a un problema anti-fìlosofico. Lo stesso dicasi dell'altra categoria, non meno numerosa, dei panegiristi della lingua italiana e caldeggiatori del ritorno all'antica purezza e semplicità, trattatisti in genere dell'origine e delle doti dell'elocuzione, dissertatori di combattimento o no, tutti quali con più quali con meno di destrezza armeggiami pel feticcio col vecchio bagaglio d'argomenti formali: Cesari, alla testa, Amadi, Amicarelli, Bressan, Mazzoni, Biondelli, Betti, Ranalli, Paravia, Fornaciari, Montanari, Mestica, Costa, Pagliese, Farini, Colombo, Marchetti, Parenti, Giordani, a tacer di Puoti e della sua scuola. Una terza schiera, infine, è costituita da molti di questi stessi, T. mette in prima linea Colombo, e altri moltissimi tra questi ricorderemo honoris causa Leopardi e Foscolo che o curano l'edizione de’testi antichi o li annotarono o fecero l'una cosa e l'altra. L'opera di costoro ha un carattere più specificatamente linguistico-retorico; ma, oltre che qui non se ne potrebbe molto agevolmente tener conto, poiché sarebbe da ridurre a corpo sistematico, in fondo la ritroveremo nelle singole grammatiche che accompagnarono questa produzione esegetica, di cui a priori s’intendono i valori e i caratteri, sol che siano annunziati i nomi dei produttori. Ma qui dobbiamo fermarci per registrare un fatto di qualche importanza. Pensando a questa schiera di puristi e di retori, generalmente ce li figuriamo anzitutto grandi credenti nella grammatica, come nell'ultima panacea di sicura efficacia per il retto esercizio del parlare, del comporre e dell'intendere [Un più recente correttore della Crusca è Cerquetti, il cui nome è mescolato in nuove e non meno vivaci polemiche. Pubblica parecchi saggi di Correzioni e giunte al vocabolario della Crusca, il primo de’uali vide la luce in Forlì. Su Cerquetti, Trabalza, A. Cerouellt in Studi e profili. T. ricorda qui, come segno del fervore puristico specialmente contro le insidie del dialetto, quella Tavola e correzione d'un migliaio d'errori di grammatica e di lingua ecc., per Ponza, sac, Torino.], dove Manzoni spigola esempi per la sua tesi dell’unità linguistica (Opere inedite o rare cit. più innanzi. gli scrittori. A mostrar l' inesattezza di tale opinione, senza che io mi stenda in soverchie parole, T. riferisce qui proprio un brano della dissertazione di Cesari, la cui testimonianza tronca la testa al toro. Dopo aver indicato, il che fa in modo che tutti possiamo accettare, come s'abbiano a legger i filosofi, dice che nel principio, la grammatica è necessaria per li nomi e coniugazioni de’verbi, e per parecchi de’più notabili usi de’verbi singolari. Io credo che i fanciulli non sono da stancare con molte regole. Al maestro sta venirle toccando, secondo che negli autori si abbatte a cose che richiegge spiegazione come che è. La grammatica di Corticelli crede molto ben acconcia per quell’età; quantunque assai vi manchi di quelle cose che al maestro s’appartiene d’aggiungere a luogo a luogo. Ma pella grammatica e i primi elementi di lingua lui arde di mostrare un cotal mio trovato, che assai felicemente mi riuscì. Io credo che grande agevolezza ad apprender la lingua dove portare a’fanciulli l'aiuto d'un'altra lingua, loro già nota, la cosa parla da sé. ora eglino nessun’altra ne sanno che il proprio dialetto. Essi, nel loro dialetto parlando, sanno il valor delle voci che usano, e le parti dell'orazione, nomi, pronomi, verbi, avverbi, eccetera, le usano tutte. Ora io questa loro scienza vorrei recarla ad essi a profitto. Facendo che tutto il loro studiar nella lingua è un tradurre dal dialetto lor naturale. E nella pratica dell’insegnamento privato fa fare esercizi di retro-versione di novelle da lui tradotte in volgar veronese e compila un Catalogo d'alcune voci di dialetto veronese col corrispondente toscano a fronte. Non è stato il primo a servirsi del [Precetti pochi di qualsivoglia autore, torna a predicare nello scritto Del metodo d' insegnare lettere latine e italiane, in Opuscoli cit., ed. Guidetti. Ed. Guidetti. Guidetti. Guidetti, a questo proposito, riferisce un brano di lettera scrittagli d'Ascoli. È anche vero che Cesari e Manzoni hanno in qualche modo la stessa filosofia, sostenendo entrambi che l'Italia dove attingere o ri-attingere l'unità del proprio linguaggio dalla Toscana o meglio DA FIRENZE, e n'è venuto assai naturalmente che in entrambi sorge il desiderio di raccolte lessicali o di frasarj, dove ai modi di ciascun dialetto si contrapponessero gl’equavalenti della pura e schietta FIORENTINITÀ.] dialetto per apprendimento e l'insegnamento della lingua, come sappiamo; ma possiamo ben figurarci di quale e quanta efficacia riuscissero e la dichiarazione di scarsa fede nella grammatica per sé stessa e il consiglio di ricorrere al dialetto per apprenderne naturalmente con gli schemi le parti dell'orazione italiana, esposti come si trovavano in una dissertazione che, e per il nome dell'autore e per il premio ond'è coronata, si divulga ed ha grandissima presa in Italia. Infatti, a prescindere dalla ricca serie di vocabolari dialettali (anche Puoti, oltre quello àé\ gallicismi, ne fece compilar uno domestico NAPOLETANO-ITALIANO), che non è nostro compito illustrare, da questo impulso di Cesari, indubitatamente, oltre che dalle cause generali che su Cesari stesso agirono, derivarono in ogni parte d'Italia grammatiche italiano-dialettali, dove appunto si fac servire il dialetto, anche più ufficialmente dirò cosi che non si fa con le versioni dialettali e con lo studio e la compilazione del dizionario dialettale, all'apprendimento della grammatica italiana. Ne T ricorda due: la bergomense-italiana, dove l’influenza di Cesari si vede non solo dall'innesto degli esercizi di retroversioni alle regole grammaticali e ai paradigmi, ma anche dall’aver proposto tra i temi vernacoli una novella di Cesari: e [Nel concorso alla cattedra di letteratura italiana a Napoli, a cui partecipò anche Puoti, è dato per la dissertazione latina il seguente tema, che è la traduzione del tema dell'Accademia livornese. Italici sermonis a Dante ac Petrarca praecipue exculti elegantia, quibus de causis, quibusve scriptoribus defecerit, quibusve de causis ac scriptoribus ad pristinum redeat splendorem. In Caraffa. Per la storia de' Vocabolari dialettali e quanto li concerne ne’rispetti dell'aiuto che posson recare a chi vuol imparar la lingua e a scrivere, cfr. Manzoni, Dell' unità della lingua in Prose minori, ed. Bertoldi, il Concorso bandito dal Ministero e relativa Relazione e T., L'insegnamento dell'italiano nelle scuole secondarie Esposizione teorico-pratica con esempi, Milano; per la necessità che se ne afferma anche ogs^i, né più né meno che con le idee di Cesari e di Manzoni, mi sia permesso citare la prefazione al mio Saggio di vocabolario umbro-fiorentino e viceversa, Foligno. Esperimento di una Grammatica bergomense-italiana compilato a comodo ed utilità de’giovanetti suoi connazionali dal sa e. G. A. M., Milano, Tip. Arciv., Ditta Boniardi-Pogliani di Besozzi (Bibl. Teza).] la già ricordata Glottopedia italo-sicula di Pulci, notevole per l'opinione tacita dell'A. che IL SICILIANO ben ripulito puo coincidere con la lingua letteraria, ma più importante per LE TRACCE CHE LA GRAMMATICA UNIVERSALE RAZIONALE FILOSOFICA ANCHE IN QUESTO CAMPO LASCIA. Protesta l'autore contro le grammatiche di Biagioli e di Cerutti impiastricciate d'ideologia Trasiana, afferma che le menti dei giovinetti sono immature a intendere LA FILOSOFIA mentre per intender questa occorre la grammatica, ma LA FILOSOFIA cacciata dalla finestra delle regole l'ha fatta ri-entrar per la porta delle note. E finalmente T ooserva qui che quel calore che quei nostri puristi senteno per la bella lingua giova a ravvivar la grammatica, in modo che questa non è neppure quel che è oggi per molti una cosa parecchio insopportabile. Venuti così alla rassegna delle vere e proprie grammatiche compilate nel periodo di cui abbiam cercato determinare i caratteri, ci risparmieremo dall'esame così dei trattati particolari come de' compendi e delle compilazioni di seconda e terza mano, [Glottopedia italo-sicula e Grammatica dialettica, in cui confrontasi il dialetto siciliano colla lingua italiana in ciò che disconvengono, a buon indirizzo de’giovani siciliani per evitare i SICILIANISMI grammaticali ridotta in tavole sinottiche corrispondenti ad ogni trattato per lo can. seconda della cattedrale di Catania Doti. FULCI (si veda) pubblico professore di lingua italiana nella Regia Università ecc. Catania, dalla Tip. della R. Università per Pastore. Diamo qui in nota, come abbiam fatto per molti continuatori di Soave e Cesarotti, una breve serie dei moltissimi che, escluso che si possan far tagli netti, si possono riallacciare alla tradizione di Cesari e Puoti. Regole ed osservazioni della lingua toscana. In Genova per lo Caflarelli (cit. Da Casarotti). Romola, Delle dieci parti del nostro discorso, Carmagnola, Agrati, Il maestro italiano con appendice delle voci dubbie compilate e ridotte informa di dizionario ad uso delle scuole e di chi ama a parlare e leggere e scrivere bene e correttamente, Brescia, Bettoni [grammatica e vocabolario trattati alfabeticamente. Ricorda il Pergamini]. De Filippi, Studio di lingua del fanciullo italiano, Milano, Osservazioni sull'uso variante dei dittonghi fatte dai padri della poesia italiana, Milano. Antolini, di Macerata, Saggio di parallelo di voci italiane; trattato della lettera J e del doppio I, Milano [È una prima parte d'un'opera di cui annunziato il programma. Attribuisce ai dialetti la colpa dei doppioni. Doppioni? Sono parole di forma e senso chiaramente diverse: Abbatte, Abate; Accadde, Accade, e che nessuno confonde. Negli altri trattati per fermarci ai quattro principali autori che sono Gherardini, Puoti, Ambrosoli e Rodino, tacendo anche qui interamente delle grammatiche italiane in lingua straniera per uso degli stranieri. Il milanese Gherardini è più noto specialmente per la sua riforma ortografica da pochi seguita avrebbe parlato dei nomi d'unica pronunzia e varia ortografia, di voci medesime di varia pronunzia, voci di doppia vocalizzazione, dell'/ e ii (Vj, del Z (VI), di monosillabi di vario significato (VIIj. Difende l'j lungo, e dà un elenco alfabetico di voci parallele: Abbomini, Abbominj; Accusatori, Accusatori (da accusatorio); Acquai (perf. da acquare, Acquai ecc.; dividendoli in tre classi. Voci che richieggono la finale j; Il doppio ii (Abbondi, Abbondii; Accoppi da accoppare, ecc., Accoppii, da accoppiare); Le due terminazioni (Incendj pi. da incendio,Incendii, da incendiare). GRECO (si veda) (un precursore di PUOTI (si veda) e degl’altri classicisti meridionali, Avvertimenti del parlare e scrivere correttamente la lingua italiana, Napoli (cfr. Sanctis, La giovinezza); AMADI (si veda), Dialogo della lingua italiana, Venezia. Trovansi ms. nel Cod. Marc. BIAGIO (si veda), Istruzione grammaticali da lui dettate, Cod. Marc. Regole ed osservazioni intorno alla lingua italiana, Imola; LISSONI (si veda), Risposta al libercolo Aiuto contro l'aiuto di LISSONI (si veda), ossia difesa di molte voci italiane a torto proscrìtte, Milano -- che T. cita per ricordare questa polemichetta e accennare che anche di questo tempo si ha una colluvie di scritti ortografici); AZZOCCHI (si veda) insegna italiano e latino al Collegio Romano e al Seminario. Scrive un Elogio di CESARI (si veda), che si compiace di lui come di suo nuovo seguace, cfr. Cesari, Opuscoli, ed. Guidetti, Avvertimenti a chi scrive in italiano (Fra noi, dice, è questo difetto grandissimo d’educazione, che non curiamo punto la lingua che di bellezza gareggia eziandio con la greca, mentrechè alle lingue morte attendiamo e alle straniere. A proposito d’AZZECCHI (si veda) e de’suoi pari nel culto della lingua, MAZZONI (si veda) (L’Ottocento) osserva giustamente. Il nome d'Italia è da per tutto, anche nelle grammatichette e ne’lessici per i ragazzi, rivendicato contro il forestierume e la barbarie. FALCHI (si veda) (I puristi; 1. Il classicismo de' puristi, Roma) vuole fare delle riserve e mettere le cose a posto sul patriottismo de’puristi, e trova una frase felice per illustrare la sua filosofia, dove dice che questi fanno servire il concetto di patria alla causa del purismo: non viceversa. Verissimo. Pure è innegabile, e la cosa si spiega facilmente, che, nonostante che PUOTI (si veda), prendiamo un esempio perspicuo, si dolesse profondamente di non poter diventare il pedagogo di Rampollo del Borbone, né s’accorgesse quali spiriti svegliasse nella scolaresca il [un di codesti è CATTANEO (si veda), onde vuole ricondurre tutte le forme alla grafia che l'etimologia esige. Vana ed illogica pretesa, ma, filosoficamente, non meno ingiustificata di quant'altre mirano a costringere l'arte entro determinati schemi grafici più o meno moderni, per quanto, naturalmente, più di esse ripugnante alla coscienza moderna cui è meno estraneo quel certo consenso formatosi intorno al cosiddetto uso vivo. Ma l'attività di GHERARDINI (si veda) si svolge largamente e per lunghi anni anche nel campo stesso della grammatica, concretandosi in saggi di gran lena e di grossa mole. Comincia con studi lessicografici – la botanica linguistica Austin-Grice -- pubblicando un Elenco d;alante parole oggidì frequentemente in uso, le quali non sono ?ie' Vocabolari italiani. Da alla luce una Introdìizione alla Grammatica italiana per uso della classe seconda delle scuole elementari: facile ma elementarissima esposizione accompagnata da tavole sinottiche e da un modello d'interrogazione per uso de’maestri che suo insegnamento, resta sempre vero quel che SANCTIS (si veda) ha ad osservare e altri a ripetere, che PUOTI (si veda) con l'amore e la cura della lingua desta il sentimento nazionale in tutta la gioventù che fa poi. Saggi critici, Napoli. Il viceversa è vero per i discepoli, se non pei maestri. BRENNA (si veda), Elementi di ortografia, Treviso. GUASTAVEGLIE (si veda), Compendio di grammatica, Perugia. È, per dichiarazione stessa dell'a., un rimaneggiamento del Compendio di CHINASSI. FECIA (si veda), Aiittarello a parlare faìnigliarmente italiano, Biella; CAMANDONA (si veda), Saggio di grammatica italiana, Torino; GRAVANTI (si veda), Grammatica della lingua, Cremona; MANNUCCI (si veda), Grammatica, Città di Castello; MELGA (si veda), Grammatica compilata sulle opere de’migliori filologi antichi e moderni, Napoli. Cfr. Borghini, e Rodino, Osservazioni sulla grammatica di Melga, in forma di lettera all'a., Opuscoli, Napoli, di cui fan parte anche l’osservazioni sopra il vocabolario d’UGOLINI (si veda) delle parole e modi errati – “A nice derangement of epitaphs. Una lodata e più volte ri-stampata Grammatichetta compila sulle tracce di quella di PUOTI (si veda) GIANNINI (si veda), sul quale v. T., C. G. in La Favilla (Estr., Perugia). La Riforma dell'ortografia in Alcuni scritti, Milano. CATTANEO (si veda) è naturalmente disposto a seguire il sistema grafico etimologico di Gherardini dalla propria dottrina filosofica sul linguaggio, intorno a cui è da vedere ora un'acuta pagina da Gentile, LA FILOSOFIA IN ITALIA, I positivisti, Le origini, CATTANEO (si veda), La Critica.] vogliano assicurarsi che i giovani abbiano ben capito. Usce a Milano la più importante delle tre òpere principali, cioè l’APPENDICE ALLE GRAMMATICHE, immensa raccolta, nella sua parte non-apologetica e polemistica, di singole, innumerevoli osservazioni grammaticali, che o correggono o accrescono il vecchio patrimonio della nostra grammatica. Dopo l’avvertenza, in cui trova modo di pigliarsela con PUOTI (si veda), autore d'un Dizionario de’ gallicismi, consacra il saggio all'apologia del suo sistema LESSIGRANCO con gl’argomenti che i lettori ben conoscono. Svolge anche l'appendice (che appendice!) alla grammatica. Nel resto chiarisce alcuni dubj proposti al compilatore e dà altri avvertimenti lessigrafici con aggiunte. Son tutti problemi che riguardano l’uso e la forma di particolari voci o il giro d’un costrutto. Nessun principio nuovo, s'intende. Anzi i vecchi principi sono ri-messi a nuovo con qualche velleità di arguzia e d’eleganza. P. es., paragona l'ellissi, la famosa ellissi, a Poppea, la quale, andando velata, fa sì che la sua beltà è aggrandita dall’incitata imaginativa de’riguardanti. Né sempre dà la spiegazione giusta. Il passo boccaccesco che vedemmo male spianato anche da Cinonio, non ne dov’io dì certo morire che io non me ne metta a fare ciò che promesso v’ho, è così dichiarato da Gherardini. Non rimane che io mi metta a fare ciò che l’ho promesso, se anche dì certo io ne dovessi morire -- che non è vero. Questi sforzi, peraltro, di tutti i grammatici ed ESEGETI [cf. Grice, “Love that never told can be”] per sostituire la locuzione o costruzione rigorosamente grammaticale a certe irregolari espressioni, anche quando sembrino aver ottenuto lo scopo, cozzano irremissibilmente contro la muraglia cinese dell'impossibilità della sostituzione, e confermano sempre meglio l'insostenibilità della precettistica grammaticale. Da che, se non da questo carattere della grammatica, derivano tutte le secolari diatribe circa l’interpretazione di singoli passi, di singoli costrutti, di singoli significati, circa il riconoscimento di determinate grafie, che vediamo rinnovarsi di età in età? Nel corpo della nostra grammatica ci sono parecchi temi che sono ripresi in discussione continuamente, in modo che noi vediamo, p. es., un ottocentista ancora (Cfr. Zambaldi) rimproverare a Bembo o a Buonmattei una certa formula. Mirando ognuno la frammentaria espressione non col resto dell'opera d'arte di cui è una molecola, ma coll'archetipo grammaticale che si contempla nella nostra mente, è naturale che l'accordo il più spesso manchi e che le discussioni grammaticali si rinnovino di continuo anche da persone colte, d’artisti provetti che non sieno riusciti a liberarsi completamente dall'ereditario quanto servile ossequio all'impotente ma riveritissima dea. Ma il moltiplicarsi di tali discussioni è anche un mezzo potentissimo alla dissoluzione della grammatica: e Gherardini con un gigantesco volume di Appendice alla Grammatica, dimostrando col fatto la dilatabilità del corpo della grammatica, ne affretta del pari la morte. Egli è il Salviati dell'Ottocento. Minuto, analizzatore come lui, come lui riassuntore d'un lungo lavorìo grammaticale e esegetico, sviluppa come lui all'infinito le particolarità lessicografiche, ortografiche e sintattiche della lingua, capovolgendo cosi i cardini della grammatica, che sono le regole, e sostituendoli con l'eccezioni. Di modo che l'opera sua finale piuttosto che una grammatica è un immenso materiale da costruzione, ma per costruirvi un edificio bizzarro dove tutti i pezzi meccanici adoperati dai singoli scrittori o da gruppi di scrittori sono ammucchiati e che non può aver mai né fine né unità. All’appendice seguirono la Lessigrafia, che rappresenta la forma definitiva del suo sistema ortografico, e le Voci e Maniere di dire -- Grice, WOW – Way of Words -- additate ai futuri Vocabolaristi. Proprio l'opposto dell'appendice gherardiniana per condotta e architettura, benché ispirate ai medesimi principi, sono le regole eleì7ientari della lingua che il napoletano PUOTI (si veda) pubblica. Il più diffuso e noto e fors'anche efficace dei molte suoi saggi con le quali intende a integrare il suo altrettanto ben noto e efficace insegnamento, che impartì in modo così simpatico a Napoli a scolaresche entusiaste e intelligenti a cui furono ascritti uomini quali SANCTIS (si veda), MEIS (si veda), ed altri filosofi famosi. Oratore nelle esequie del marchese di Montrone a Bari, che a lui consegna i suoi saggi da stampare, dice che lo piange come maestro, e ben rammentò come egli, discepolo, anda cercando che frutta nel Mezzogiorno d’Italia quella nobile confederazione, come la chiamò, che in Bologna ha stretta MONTRONE (si veda) con SAVIOLI (si veda); di cui canta nel Peplo, con Marchetti, Costa, Schiassi, Giusti, Strocchi, e Giordani : preziosa testimonianza per la storia del Classicismo e del Purismo sceso dall’Italia centrale nel Mezzogiorno. Dei caratteri del purismo di PUOTI e del suo insegnamento non occorre che qui ripetiamo quanto ormai è ben noto. Basta che diciamo qualcosa della sua grammatica, alla quale, come dichiara egli stesso nella prefazione all'edizione napoletana, collaborarono de’suoi allievi principalmente SANCTIS (si veda) e RODINO (si veda), MELGA (si veda) e FABBRICATORE e che basta a parecchie generazioni non del solo Mezzogiorno come lo provano i dodicimila esemplari che gl’editori della ristampa dell’edizione livornese dicono essersi esauriti in diverse edizioni fatte in Toscana, in Parma e in Napoli: grammatica che PUOTI circonda delle cure più amorevoli e venne correggendo e migliorando via via in tutte le edizioni che egli stesso cura. A lode del buon senso didattico di Puoti dobbiamo subito ricordare che a lui non sfuggirono le due principali condizioni che sole giustificano nel campo della pratica e rendono utile la grammatica. Che essa sia, non maestra dell'arte, ma semplice strumento per lo studio e l'apprendimento delle lingue. Che i suoi precetti, perchè riescano veramente utili, siano ravvisati nelle scritture -- e addita tra queste come meglio accomodate il Governo della famìglia, l’Antologia di prose italiane, i Fatti d’Enea. Come disegno, la grammatica di PUOTI è mirabile di sobrietà e d’armonia, dati non affatto spregevoli in un libro scolastico. La distribuzione è l'antica -- etimologia, SINTASSI, ortoepia e ortografia --, e riflessa bene, quasi quanto il contenuto, lo stato della linguistica d’allora e dell’importanza che si da a certi problemi. Il prevalere dell'etimologia (o, meglio, MORFOLOGIA) e della SINTASSI, sull'ORTO-EPIA [cf. Grice on ‘correct,’ procedure – what is proper -e sull’orto-GRAFIA e il quasi nessun conto fatto della fonetica [cf. Grice, distinctive features of phonetic analysis of phonematic sequences] dimostrano che non si ha alcuna coscienza del problema storico della lingua e che tutto l’interesse è ancora il puramente formale ORETTORICO. Mentre il persistere di questo interesse per la forma e l'uso delle pa[Mazzoni, L'Otl.. Napoli] -role quali si possono riconoscere negli scrittori pei rispetti della purità e della correttezza fa fede dopo tanto lavorìo grammaticale, dopo la crisi filosofica della grammatica prescrittiva, che sopravvive soltanto la parte puramente empirica, cessando ogni interesse per quella filologicamente storica, sopravvive cioè la grammatica spogliata d'ogni elemento filosofico e conoscitivo. A che si dove logicamente venire, e il fine e la funzione della grammatica non possoo non esser quelli che abbiam visto aver riconosciuto Puoti. Oggi essa non si studia diversamente ne con diverso fine. Ed è presumibile che nel futuro si seguiterà a fare altrettanto. E se alcuni resultati della grammatica storica si sono incorporati nella moderna grammatica normativa ed altri ancora vi si includeranno, ciò potrà forse migliorare il metodo d’esse e aiutare l'apprendimento, ma come conoscenza, come contenuto conoscitivo, storico, rimarrà sempre estraneo al fine della grammatica, che è quello di condurre all'acquisto della lingua da adoperare per i bisogni pratici, tant'è vero che delle grammatiche per gli stranieri quest’elemento conoscitivo è assolutamente escluso. Pure è facile avvertire nel contenuto specifico della grammatica di Puoti l' influenza tanto dei precedenti accertamenti della filologia quanto delle tendenze della GRAMMATICA RAZIONALE UNIVERSALE FILOSOFICA; com'è naturale che vi è tenuto conto delle formule trovate dai migliori precedenti grammatici, da Bembo a Salviati a Cittadini, da Buonmattei e da Cinonio a Corticelli. Sicché Puoti ci appare come un diligente vagliatore di quanto è escogitato dai grammatici dei vari tempi e indirizzi, un disegnatore sobrio e corretto, un espositore chiaro e temperato che sa bene il suo fine e che ha coscienza de’suoi mezzi e del proprio metodo, e perciò esibitore d'una materia che passa immediatamente nel cervello de’discepoli, osservabile negli scrittori e applicabile nelle scritture e nella parola viva, scartata ogni superfluità, ogni suppellettile che rivesta carattere scientifico o conoscitivo. Vedasi, p. es., quanto è rimasto in PUOTI dei trattati cittadineschi su cui tanto si travagliarono per sistemarli didascalicamente i grammatici posteriori; quanto, nella sintassi, di tutte le categorie della grammatica filosofica; quanto, per la morfologia, di tante forme di nomi e di verbi e d'altre categorie scovate dai più minuti ricercatori; quanto, per l'ortografia, delle smisurate trattazioni precedenti. Su tutto sta come principio dominatore infrangibile il più rigoroso criterio puristico. Valga d'esempio l'osservazione che il Puoti oppone alla regola del luì, del lei e del loro, che non si possono usare nel caso retto , sebbene << non manchino esempi in contrario anche del buon secolo della favella: Ma ora che la grammatica della lingua è ben fermata, questi esempi voglionsi tenere come errori, e punto non debbonsi imitare. Avvertiva il marchese che, se l' ingegno de' discepoli il poteva comportare , s'incominciasse per bel modo a far loro comprendere le ragioni delle cose , e, come già vedemmo, tollerò che il suo prediletto discepolo e assistente studiasse la grammatica generale, concessioni strappategli dalla riverenza in che ancora era questa tenuta, ma nelle sue Regole fu soppresso ogni perchè, e tutto dato come fatto e come legge. Concludendo, diremo che la grammatica del Puoti è l'espressione più caratteristica che presero le dottrine grammaticali ornai trionfanti di questo periodo. AMBROSCOLI, comasco, grande ammiratore del Giordani e del Leopardi, più noto per il suo Manuale (edito nel 31 e rifatto nel 60), fu meno restio del Puoti all'ammettere un po' di elemento filosofico: si vuol render conto, infatti, del come sorsero le categorie e le forme grammaticali; ma in questo, lungi dall'ispirarsi agli enciclopedisti francesi, egli tornava al Buonmattei; come pure adottava il metodo lessicale del Cinonio per la dimostrazione dell'ufficio e dell'uso pratico delle voci. La sintassi appar fondata sul principio della grammatica generale e particolare nella sua divisione di regolare e irregolare e nell'accettazione della dottrina dell 'ellissi: ma nella sua fisonomia generale come anche nella maggior parte della trattazione questa grammatica dell'Ambrosoli è ormai la grammatica di stampo moderno; tant'è vero che è stata ristampata, con le debite modificazioni, anche qualche decennio fa. Un vero ritorno alla grammatica filosofica sembra avverarsi con quella novissima della lingua italiana del palermitano Milano. Grammatica nuovissima della lingua italiana " ricomposta da Leopoldo Rodino per uso del Liceo arcivescovile e de'Seminari di Napoli, sopra quella compilata nello studio di Basilio Puoti. Prima edizione fiorentina rivista da un Maestro toscano", Firenze, Barbèra Bianchi u Comp.] Rodino, che anche si è ristampata non è molto e vien citata come autorevole, meritando forse l'elogio che il Betti le tributò di lavoro filosofico, magistrale, compiuto, sebbene non le siano mancati critici acerbi come Giannini. Col Rodino si dimostra, quello che era naturale che accadesse, che la grammatica empirica aveva dovuto venire a patti con la ragionata, la quale, spregiata dopo tanti onori ricevuti, non se ne poteva andare senza lasciar tracce: e le tracce ne son rimaste nelle grammatiche moderne specialmente con la famosa analisi logica della proposizione e del periodo. Nella Grammatica popolare della lingita italiana tratta dalla grammatica novissima, manifestava A chi legge questa sua veduta: La grammatica si può insegnare per tre differenti modi. L'uno è il filosofico, e sta nel porre alcuni principi di logica, da' quali si facciano discendere come conseguenze le regole grammaticali. Questa io chiamerei la scienza della Grammatica ; ed è lavoro, eh' io mi propongo di pubblicare di qui a qualche anno. L'altro è positivo e pratico, ed è quando si raccolgono tutti i precetti di quest'arte applicati alla lingua, e derivati dalla logica, ma esposti per modo, che nulla apparisca della loro origine filosofica alla mente de' giovanetti non ancora capaci di lunghi e severi ragionamenti. Questo secondo modo ho io tenuto nella mia Grammatica nuovissima. Ma non tutti possono imparare tutti i precetti di questa Grammatica....: quindi Grammatica popolare, circa al qual modo a due, si dee por mente. La prima è che i precetti non siano mai né contro alla ragione logica né contro alla verità positiva della lingua. L'altra è che si scelga giudiziosamente quella parte de' precetti che è più necessaria a sapere, e contro alla quale si falla più generalmente dal popolo. Che la esecuzione tanto della nuovissima quanto della popolare sia riuscita opera secondo il fine pratico veramente magistrale per l'agilità e la chiarezza, nessuno Napoli. Cfr. ftass. crii. d. I. it.. La Grammatica antica e le moderne. Osservazioni, Viareggio, Malfatti, opusc. recensito in Borghini. Giannini vi prende posizione contro i riformatori della grammatica, difendendo l'antica nomenclatura e gli antichi metodi. i4j Firenze, Barbèra, Bianchi e Comp., Storia della Gr animai ica vorrà negare che s' intenda di cose didattiche, e il favore goduto da entrambe l'attesta; ma questo stesso tentativo di adattare, anzi specializzare la grammatica alla varia mentalità degli apprenditori, stabilendo de' gradi non pur nell'ampiezza maggiore o minore della materia, ma nella maggiore o minore infusione dello spirito filosofico, come se ci sia un vero grammaticale più o meno potenziato di virtù illuminatrice, non solo, ma affermando il principio che questo vero ci abbia a essere anche nel grado inferiore, ma senza mostrarcisi, se può riuscire in lode del maestro che s' industria e s'affanna nell'escogitazione di espedienti sempre meglio e specialmente efficaci, è indizio però assai grave contro la stessa grammatica, scienza che si stira e s' impolpetta a piacere altrui. Infine, questo scolaro del Puoti che sorride alla grammatica filosofica, ma si regola nel compilarne una su per giù come si regolava il maestro, e ne escogita un'altra in cui la filosofia a braccetto dell'empirismo sia posta in servizio del popolo, è, grammaticalmente parlando, l' incarnazione di quel periodo di crisi e di transizione e della filosofia e dell'empirismo, in cui il popolo -appunto affermava il suo diritto di partecipare al banchetto della letteratura, asserendolo per bocca del Manzoni. Verità, necessità, chiarezza delle regole sono pel Rodino i requisiti che deve avere una grammatica. La verità è nella logicità, essendo la grammatica figlinola piimogcnita della logica. Ma non si aspetti per questo alcuno di vedere in questa Grammatica quelle teoriche di filosofia, che si vorrebbero da certi in questo secolo, che dicesi filosofico. Che, lasciando stare tutte le altre ragioni, questo non sarebbe acconcio a quelle tenere menti che non potrebbero sostenere difficili principi ideologici, e poco utile riuscirebbe all'uso della parola, la quale se ha la sua ragione nella ideologia, ha la sua forma dalla maniera propria di ciascuna lingua. Adunque lasciando star questa maniera che sarebbe conveniente ad una Grammatica generale o meglio alla Ragion della grammatica, bisogna star contenti a questo, che i principi cioè, che per necessità si hanno a porre nelle regole grammaticali, sieno secondo la logica. E si noti, intanto, che Y 'e tuttologia vien chiamata l'analogia. Così che la sintassi conserva le tre parti della grammatica generale: collocazione, concordanza, reggimento. Naturalmente la proposizione è il complesso di parole con cui si esprime quell'operazione della mente che si chiama giudizio. Tra il fragor d'armi che la Proposta montiana aveva destato, il Manzoni era venuto componendo il suo romanzo, non senza esser condotto naturalmente a meditare il problema della lingua sia dalle vivaci discussioni che intorno ad esso si agitavano, sia dagli ostacoli che si figurava aver incontrati nell'opera sua per non possedere tutta la lingua che gli sarebbe occorsa a raggiungere almeno la forma approssimativa del suo pensiero. Sicché, quando diede fuori la seconda edizione de' Promessi sposi nella nuova veste fiorentina che si era persuaso dover ad essi indossare, mostrando un esempio pratico della necessità e bontà della tesi di cui s'era venuto sempre meglio convincendo, era naturale che si aprisse un nuovo periodo di ardenti polemiche intorno a quel problema dell'unità della lingua, di cui in quel libro aveva praticamente dimostrato qual potesse e dovesse secondo lui esser la soluzione. La storia di quest'ultima fase della secolare controversia è ben nota anche nei minuti particolari e quel problema per fortuna è stato ormai risoluto nella pratica con la vittoria della dottrina manzoniana, vittoria immancabile non solo per merito di questa e dei sostegni che ha, ma anche per cause sociali che non importa dichiarare; nella teoria con il riconoscimento della sua natura non filosofica. Poiché quella di MANZONI (si veda) non è neppur nella sua mente e non puo essere una tesi estetica; ma semplicemente un vivace lavorìo di pensiero per trovare la via di soddisfare a un'imprescindibile esigenza pratica del momento non pur nei rispetti dell'artifizio stantìo della vecchia prosa, ma in quelli della lingua d' Italia intesa anche come mezzo d'integrazione della constituenda unità nazionale. Colla lingua è che noi formiamo le idee, e perfezione di lingua è perfezione di pensiero. Tutto poi quello che è ordinato, decente, quello che giova a pensare con facilità e con rettezza produce nelle anime nostre delle disposizioni preziosissime alla morale virtù. Finalmente qual vantaggio a questa bella parte del mondo, se l'Italia divenne tutta d'una sola favella! Che maggior fratellanza non crescerebbe tra noi ! Che aumento alla carità della patria comune! . Così pensava anche il Rosmini i Opere edite e inedite O, meglio, la tesi pratica sorse imperiosa dal suo stesso spirito artistico, ma cercò nella speculazione la sua base critica, tramutandosi necessariamente in pedagogica: resultato triplice dell'elaborazione, la correzione del romanzo, la negazione teorica della grammatica generale, le proposte di mezzi d’unificazione linguistica; criterio dominante, anzi assoluto, l'uso, particolarmente il fiorentino, quale lo forma l'evoluzione storica dell’italiano ed in cui è il maggior consenso di tutti i parlanti d'Italia. Il punto di partenza della dimostrazione teorica di MANZONI (si veda) è il concetto di lingua. Le lingue sono complesso di vocaboli soggetti a regole. Ma ciò che le fa essere quel che sono, non è l’analogìa, intendi: le leggi immutabili e universali della grammatica generale, sì bene l’uso, le regole grammaticali, in lume Pedagogia e Metodologia, che, come ben dice BORGESE è maestro in FILOSOFIA e scolaro in letteratura di MANZONI (si veda). E per non tornarci sopra altrove, aggiungo qui che ROSMINI (si veda) distingue nella lingua la materia e la FARINA. Quanto alla forma della lingua, avverte ai maestri, il fanciullo non è ancora da ciò. Perocché la FORMA della lingua (“Pirots karulise elatically”), cioè la SINTASSI – o grammatica -- esige dell’intellezioni d'un ordine molto superiore al secondo. Gli scritti di MANZONI (si veda) sui quali fermiamo più specialmente la nostra attenzione sono le due minute dell'opera “Della lingua italiana,” nell’Opere inedite o rare pubblicate da BONGHI (si veda), Milano. Ma teniamo presenti tutti gli altri scritti linguistici raccolti e egregiamente illustrati da BERTOLDI (si veda) nelle Prose minori, col corredo d'un'abbondante quanto scelta bibliografia. Minuta prima. Nella seconda, la definizione è corretta così. Materia propria d'ogni lingua sono de' vocaboli, e delle FORME MORFO-SINTATTICHE E PURAMENTE SINTATTICHE O GRAMMATICALI applicate ad essi, e che sono comunemente chiamate ‘regole.’ Il mutamento è stato suggerito dalla necessità di tener ben distinti tra loro nella trattazione il vocabolario e la MORFO-SINTATTICA, MORFOLOGIA, SINTASSI -- grammatica, -- mezzi che s'adoprano per rappresentare qualunque lingua nel suo complesso. Abbiam preso qui le mosse dalla prima minuta, tanto per dare subito una prova di quel che è la seconda, che la supera specialmente di rigore metodico e maggior precisione dialettica; e noi questa terremo a nostro fondamento, benché nella prima qua e là nell'incertezza dell'espressione par che si scopra meglio il pensiero dell'autore, il quale nella seconda ha cura di mostrarne di mano in mano e seguirne il progresso, perchè alla fine balzi più vivo: è l'arte sua] ogni Lingua, dipendono in tutto dall'USO, come i vocaboli. Così la dimostrazione viene a constare di due parti, non sempre nettamente distinte, ma rispondenti alle due parti fondamentali che ci restano dell'opera, dopo la prima che serve d'introduzione, Dello stato della lingua in Italia, e degl’effetti essenziali delle lingue, e che trattano, la prima. Quale è la causa efficiente delle lingue, rispetto ai vocaboli e rispetto alle regole morfologiche, morfo-sintattiche, e puramente sintattiche -- grammaticali. La seconda. Se l’analogia produce degl’effetti necessari nelle lingue, riguardo alla parte morfologica, morfo-sintattia, e puramente sintattia – o grammaticale. Quest'ultimo capitolo, che è quello che più ci riguarda qui, contiene la critica negativa della grammatica generale, cioè la parte veramente nuova del sistema di MANZONI (si veda). E dall'esame d'esso ci vien messa in rilievo la profonda differenza che intercede tra MANZONI (si veda) e SANCTIS (si veda) nella loro comune critica grammaticale. SANCTIS (si veda), mente filosofica speculativa, muove dalla grammatica per andare verso la scienza, verso l'estetica, e riuscì a vedere tanto quanto basta per esser libero nella sua critica, cioè nella manifestazione della sua vera personalità da pregiudizi teorici. MANZONI (si veda), anima d'artista – grammatica pratica non speculativa --, anda dalla TEORIA verso la PRATICA, verso la tecnica, alla ricerca de’mezzi dell'espressione, o meglio combatte per vincere quegl’ostacoli che ai grandi suoi pari spesso op[Minuta prima. Ecco tutta la materia dell'opera che sarebbe stata in tre parti: Principi generali, riconoscimento del fatto particolare; confutazioni delle obiezioni; esame de’sistemi; tale è l'assunto, e tale è l'ordine di questa parte. Nella seconda s'esaminano i diversi sistemi. Nella terza si tratta de’mezzi atti a propagar le lingue, e da impiegarsi, per conseguenza, a rendere, per quanto è possibile, comune di fatto in tutta Italia quella che si dimostra esser la lingua italiana. Chi ha presenti tutti gli altri saggi linguistici di MANZONI (si veda), s'accorge che il libro in quel che ci manca non è che una rielaborazione e sistemazione di quel che in essi è contenuto. Ma è sempre a dolere grandemente che l'opera rimane incompiuta. – cf. Vio compiuta Aquino. Soccorrono facilmente alla memoria i nomi d’ALFIERI (si veda) e LEOPARDI (si veda). Delle fatiche del primo per conquistar la lingua italiana, dell’elaborazione tormentosa dell’espressione formale delle sue tragedie, è superfluo dire. Ci piace invece riferire un pensiero che egli esprime a proposito dei gallicismi da lui avvertiti (Voci e modi toscani] pone la lingua come passività, come cosa morta, vuole insomma parlare. Il volgare illustre d’ALIGHIERI (si veda), le varie grammatiche e la correzione dell’Orlando Furioso, l'USO e la correzione de' Promessi Sposi di MANZONI (si veda), sono aspetti diversi d'un medesimo problema spirituale, il bisogno d'esprimersi in tutta la pienezza, di creare la propria espressione; nuove teorie, nuove grammatiche, rifacimenti, polemiche, tormenti teorici d’ogni genere accompagnano fatalmente quello sforzo inevitabile, specie ne’momenti di grandi rivoluzioni dello spirito. Grandi e piccoli partecipano calorosamente a tali dibattiti. I primi sciolgono il problema, se sono artisti, non con le teorie che costruiscono, ma creando capolavori, se sono FILOSOFI CREANDO SISTEMI, i secondi imitando gl’uni e gl’altri,, ripetendo, ma pur dando nel loro lavoro complessivo un riflesso TEORICO di quella che è stata chiamata la creazione collettiva della lingua, perchè tutti che abbiano in sé una sola favilla di vita interiore collaborano allo svolgimento della lingua, e tutti vogliono rendersi ragione e asserire un piccolo dritto sul capitale comune. Così si può intendere, meglio che non si fa comunemente, il valore che la parola “uso” – cfr. GRICE ON RYLE use/usage --, tanto frequente sulla bocca di MANZONI (si veda), ha nel suo discorso. L’USO è il parlar vivo, il con la corrisp. in lingua gallica e in dialetto piemontese, ed. Cibrario, Torino, Alliana -- nel Boccaccio. Le regole o inezie grammaticali debbono pell'appunto essere dai sommi scrittori più rispettate, perchè più grandezza d'animo si richiede per sottomettervisi che per disprezzarle (in Fabris, I primi scritti in prosa d’ALFIERI (si veda), Firenze), e che, lungi dall'essere una banalità o un paradosso, rivela quale importanza ha nella coscienza del grande artista annunziatore della terza Italia l’ITALIANITÀ della sua lingua. Quell'omaggio alla grammatica è un omaggio reso al nume agitatore del suo spirito poetico. LEOPARDI (si veda) anch'egli vuole andare ad abbeverarsi al fonte linguistico di Firenze, e a GIORDIANI (si veda) che l'ammonisce non esser paese che parli MENO ITALIANO di Firenze, risponde piacergli imparare quell'infinità di modi volgari che spesso stan tanto bene nelle scritture, e quella proprietà ed efficacia che la plebe per natura sua conserva tanto mirabilmente nelle parole. E se pur allora di quell'andata non ne è nulla, risciacquò però anch'egli più tardi le sue prose nell'Arno, sebbene in modi diversi da quello tenuto da MANZONI (si veda) (Mazzoni, Storia). Giudicano rettoricamente di lingua sì GIORDANI (si veda) che LEOPARDI (si veda), ma, chi guardi, con perfetta concordia col proprio temperamento spirituale.] parlare, il solo parlare: e quand' egli sostiene che la vera causa efficiente delle lingue, l'unica è l'Uso, in fondo non dice altro che questo, che il parlare è il. parlare: di codesta causa efficiente egli dovrebbe pur sapere che v' è un' altra causa più intimamente efficiente, che è lo spirito: su questo non si sofferma, e qui è la parte manchevole del suo sistema; il che vuol dire che egli non ha un'estetica, una filosofia sua del linguaggio vera e propria. Ma chi metta questa sua parola Uso o Parlar effettivo in rapporto col suo spirito artistico, vedrà che in esso l'Uso s' identifica con la causa generatrice dell'espressione. E in questo è la superiorità della sua dottrina. V ha di più. Questo propugnare l'Uso vivo del popolo, e del popolo fiorentino che certo fu il grande collaboratore della lingua nazionale, che altro rivela, in sostanza, se non una viva coscienza che il Manzoni avesse dell'attività spirituale collettiva onde il linguaggio si altera, si crea ogni momento? Perchè altri facevano della questione della lingua una questione storica, dimenticavate sempre più che è una questione atttiale di sua natura, dice in un punto ai suoi supposti avversari, e, a suo modo, diceva una verità. Sicché si può dire che egli, pur facendo una questione pratica, rasenta sempre il vero problema scientifico della lingua. E se n' ha una conferma magnifica nella critica eh' ei fa delle leggi immutabili della grammatica generale, dove egli riesce ancor più nuovo e originale e limpido negatore che non fosse il De Sanctis medesimo. Potrei citare moltissimi luoghi che dimostrano eh' egli intuiva la vita spiritunle del linguaggio, tanto come creazione collettiva quanto come creazione individuale. V. specialmente le pagine dove afferma che la causa della lingua non può esser che una, e l'esempio addotto d'una parola del Malherbe che diviene francese dopo solamente che è accettata dall'Uso. Sono le . Ma un luogo singolarmente caratteristico è il seguente: La grande operazione dell'Uso, l'operazione essenziale, permanente e omogenea, quella che fa viver le lingue, è, al contrario, quella di mantenere, e di mantenere incomparabilmente più di quello che, in ogni momento, possa andarsi mutando, com'è s'è accennato dianzi. Unico, tra tutti i letterati italiani, il Manzoni ha comune con SANCTIS (si veda) la conoscenza intima de' grammatici sì antichi che moderni, in particolare, s'intende, dei galli. Una correzione notevole di storia della questione della lingua è l'aver detto nella seconda minuta che della lingua italiana si va dispu- [Di negazione in senso assoluto, veramente, non si potrebbe parlare, in quanto che il Manzoni non nega l'esistenza delle regole, cioè d'un fondamento logico del linguaggio; ma sostiene che queste regole si trasformano via via sotto l'imperio dell'uso, in modo che esse non sono universali né immutabili: il che equivale a non ammenterle, tanto più quando si affermino continuamente i capricci e gli arbitri dell'Uso. Negazione è, e inconfutabile, quando il Manzoni dimostra con ragioni ed esempi l'arbitrarietà delle categorie grammaticali e delle loro funzioni. Dopo dimostrato, rispetto alla causa efficiente de' vocaboli, che ciò che fa essere nelle lingue i rispettivi vocaboli, sia col significato che si chiama proprio, sia con uno traslato, sia considerati ognuno da se, sia aggregati in locuzioni speciali, non è altro che l'Uso; e, rispetto alle regole grammaticali, che ogni effetto grammaticale può essere ottenuto con mezzi diversi; e che, per conseguenza, l'applicazione d'uno piuttosto che d'un altro di essi dipende da un arbitrio, Manzoni si fa a confutare l'opinione che l'Analogia, per una sua virtù propria, produca nelle lingue degli effetti necessari, e quindi indipendenti da qualunque arbitrio, ossia ad abbattere tutto il fondamento della grammatica generale. tando da cinquecent'anni, mentre nella prima aveva detto da trecento. Vi volle evidentemente comprendere anche Dante. Aggiungo qui a suo titolo esclusivo di lode, che il Manzoni nelle innumerevoli esemplificazioni e analisi particolari fa anche (e in che modo!) la grammatica normativa! Questo canone salva la forma non filosofica potrebbe esser propugnato anche dalla nostra estetica, se per arbitrio s'intendesse la libertà dello spirito. E quest' identità, occorre avvertirlo, il Manzoni non pone affatto; né tanto meno sospetta egli l'identità tra linguaggio e attività fantastica: il linguaggio resta sempre per lui qualcosa di estraneo allo spirito, una materia fonica a cui si dia un significato. L'eufonia, p. es., per cui si appella all'autorità di Donato, è per lui un motivo affatto materiale e estraneo agi' intenti razionali della lingua: laddove per l'estetica moderna ogni minima sfumatura fonetica deve riportarsi a un movimento spirituale. Il Manzoni riman sempre in fondo sotto la veduta del logicismo e del dinamismo meccanico. Per analogia M. intende l'applicazione de'medesimi mezzi esteriori e, dirò così, materiali della lingua a de'medesimi intenti del pensiero. Per Manzoni l'analogia è impotente a dare alla lingua legge veruna, né circa i vocaboli, né circa i mezzi grammatica/i, cioè l'inflessioni, i vocaboli che fanno un ufizio grammaticale, la costruzione, in altre parole le categorie grammaticali e sintattiche. Alla confutazione generale serve di discussione la definizione data da Beauzée nell' Encyclopédie Methodìque, art. analogia. In una Nota si fa poi ad esporre la critica delle parti del discorso – “shaggy”-- o categorie, passando in rassegna i vari grammatici antichi, poi quel Bordoni, che ama meglio usurpare il nome di Scaligero che render celebre il suo, Sanzio, Sdoppio e Vossio, i porto-realisti Arnauld e Lancelot, Buffier e Girard, Beauzée, determinando con molta acutezza la posizione d'ognuno e il modificarsi del problema delle categorie ne'vari periodi, colla conclusione della sua insolubilità. In un'appendice discute Se ci siano de'vocaboli necessariamente indeclinabili, concludendo anche qui pell'insolubilità di tali questioni, perchè derivate da una supposizione affatto arbitraria, cioè che tutti i vocaboli di tutte le lingue siano naturalmente e necessariamente divisi e scompartiti in tante classi diverse, o parti dell'orazione, ciascheduna delle quali sia esclusivamente propria a ‘significare’ una data modalità – shaggy – degl’oggetti del pensiero, o, come dicono, a fare una funzione speciale e distinta, e esamina con opportuni esempi comparativi tolti dalla lingua d’Italia le questioni particolari della pretesa essenziale indeclinabilità della preposizione, dell'avverbio, della congiunzione e dell'interiezione. Infine, dopo toccato d'una restrizione e d'una necessità imposte arbitrariamente alla declinazione, viene alla conclusione, sulla scorta della quale abbiam creduto, per ragioni di brevità, di fare il riassunto del pensiero di Manzoni. Gl’errori particolari di alcuni filosofi della lingua circa le categorie grammaticali morfosintattiche dimostra che hanno un'origine comune, la sopraddetta supposizione, che è quella medesima su cui si fonda la così detta grammatica generale. Ma il nome di parti dell'orazione non è forse solenne da secoli? Non sono esse state, già nell'antichità greca, oggetto Cj Di questo cita V Aristarchus, sive De arte grammatica delle ricerche di diversi filosofii e non sono poi, senza interruzione, la base, o dirò cosi, l'ordito delle grammatiche positive e speciali della lingua d’Italia, antica e moderna? Quale è dunque la scoperta per cui la grammatica di Porto Reale acquise e conserva, la reputazione d'aver fondata, o almeno iniziata, una filosofia? E qui Manzoni spiega come poteron sorgere le categorie e il loro variare dai filosofi romani, il cui carattere è la mancanza d'ogni intento sistematico. Ci si vede bensì un progresso, o piuttosto un aumento successivo, ma occasionale e, si può dire, empirico; un'analisi continua, ma che non è né lo svolgimento, né la ricerca d'una sintesi. Se a qualcheduno de'filosofi di quel tempo, che parlarono, in qualunque modo, di parti dell'orazione, fosse potuto venir in mente di ordinarle in un complesso scientifico, pare che Aristotele avrebbe dovuto esser quello. Ma, dai saggi che rimangon di lui, appare tutt'altro. Continua poi fino a Prisciano, che ne enumera quattordici, lo stesso suddividere, e per motivi d’egual valore. L'intento de’grammatici è sempre pratico: indicare le regole positive dei vocaboli – cf. Grice on ‘shaggy’ – ‘significazione’ . We need to be able to apply some such notion as a predication of B (adjectival) on a (nominal). "Smith is tactful," "Smith, be tact-ful," "Let Smith be tactful," and "Oh, that Smith may be tactful" would be required to count, all of them, as predications of "tactful" on "Smith." It would again be the business of some linguistic theory to set up such a sentential characterization. Suppose we, for a moment, take for granted two species of cor-relation, R-correlation (referential) and D-correlation (denotational). We want to be able to speak of some particular object as an R-correlate of a (nominal), and of each member of some class as being a D-correlate of B (adjectival). Now suppose that U has the following two procedures (P): P1: To utter the indicative version of o if (for some A) U wants/ intends A to think that U thinks... (the blank being filled by the infinitive version of o, e.g. "Smith to be tactful"). Also, P1': obtained from P1 by substituting "imperative" "indicative" and "intend"/ "think that U thinks." (Such procedures set up correlations between moods and specifications of "ft.")P2: To utter a t-correlated (cf. P1 and P1' predication of B on a if (for some A) U wants A to d a particular R-correlate of a to be one of a particular set of D-correlates of B. Further suppose that, for U, the following two correlations hold: C1: Jones's dog is an R-correlate of "Fido." C2: Any hairy-coated thing is a D-correlate of "shaggy." Given that U has the initial procedures P1 and P2, we can infer that U has the resultant procedure (determined by P1 and P2): RP1: to utter the indicative version of a predication of ß on a if U wants A to think U to think a particular R-correlate of a to be one of a particular set of D-correlates of B. Given RP1 and C1, we can infer that U has: RP2: To utter the indicative version of a predication of B on "Fido" if U wants A to think U to think Jones's dog to be one of a particular set of D-correlates of B. Given RP2 and C2, we can infer that U has: RP3: To utter the indicative version of a predication of "shaggy" on "Fido" if U wants A to think U to think Jones's dog is one of the set of hairy-coated things (i.e. is hairy-coated). And given the information from the linguist that "Fido is shaggy" is the indicative version of a predication of "shaggy" on "Fido" (as-sumed), we can infer U to have: RP4: To utter "Fido is shaggy" if U wants A to think U to think that Jones's dog is hairy-coated. And RP4 is an interpretant of "For U, 'Fido is shaggy' means 'Jones's dog is hairy-coated." I have not yet provided an explication for statements of timeless meaning relating to noncomplete utterance-types. I am not in a position to provide a definiens for "X (noncomplete) means ... deed, I am not certain that a general form of definition can be provided for this schema; it may remain impossible to provide a definiens until the syntactical category of X has been given. I can, however, provide a definiens which may be adequate for adjectival X (e.g. "shaggy"): D7: "For U, X (adjectival) means'... '"=df. "U has this proce-dure: to utter a y-correlated predication of X on a if (for some A) U wants A to yet a particular R-correlate of a to be.." (where the two lacunae represented by dots are identically completed).Any specific procedure of the form mentioned in the definiens of D7 can be shown to be a resultant procedure. For example, if U has P2 and also C2, it is inferable that he has the procedure of uttering a vt-correlated predication of "shaggy" on a if (for some A) U wants A to dt a particular R-correlate of a to be one of the set of hairy-coated things, that is, that for U "shaggy" means "hairy-coated." I can now offer a definition of the notion of a complete utterance-type which has so far been taken for granted: D8: "X is complete" =df. "A fully expanded definiens for "X means'...'" contains no explicit reference to correlation, other than that involved in speaking of an R-correlate of some referring expression occurring within X." (The expanded definiens for the complete utterance-type "He is shaggy" may be expected to contain the phrase "a particular R-correlate of 'he.") Correlation. We must now stop taking for granted the notion of correlation. What does it mean to say that, for example, Jones's dog is the/an R-correlate of "Fido"? One idea (building in as little as pos-sible) would be to think of "Fido" and Jones's dog as paired, in some system of pairing in which names and objects form ordered pairs. But in one sense of "pair," any one name and any one object form a pair (an ordered pair, the first member of which is the name, the second the object). We want a sense of "paired" in which "Fido" is paired with Jones's dog but not with Smith's cat. "Selected pair"? But what does "selected" mean? Not "selected" in the sense in which an apple and an orange may be selected from a dish: perhaps in the sense in which a dog may be selected (as something with which (to which] the selector intends to do something). But in the case of the word-thing pair, do what? And what is the process of selecting? I suggest we consider initially the special case in which linguistic and nonlinguistic items are explicitly correlated. Let us take this to consist in performing some act as a result of which a linguistic item and a nonlinguistic item (or items) come to stand in a relation in which they did not previously stand, and in which neither stands to noncorrelates in the other realm. Since the act of correlation may be a verbal act, how can this set up a relation between items? Suppose U produces a particular utterance (token) V, which belongs to the utterance-type "shaggy: hairy-coated things." To be able to say that U had by V correlated "shaggy" with each member of the set of hairy-coated things, we should need to be able to say that thereis some relation R such that: (a) by uttering V, U effected that "shaggy" stood in R to each hairy-coated thing, and only to hairy-coated things; (b) uttered V in order that, by uttering V he should effect this. It is clear that condition (b), on which some will look askance because it introduces a reference to U's intention in performing his act of correlation, is required, and that condition (a) alone would be inadequate. Certainly by uttering V, regardless of his inten-tions, U has set up a situation in which a relation R holds exclusively between "shaggy" and each hairy-coated thing Z, namely the relation which consists in being an expression uttered by U on a particular occasion O in conversational juxtaposition with the name of a class to which Z belongs. But by the same act, U has also set up a situation in which another relation R' holds exclusively between "shaggy" and each non-hairy-coated thing Z', namely the relation which consists in being an expression uttered by U on occasion O in conversational juxtaposition with the name of the complement of a class to which Z' belongs. We do not, however, for our purposes, wish to think of U as having correlated "shaggy" with each non-hairy-coated thing. The only way to ensure that R' is eliminated is to add condition (b), which confines attention to a relationship which U intends to set up. It looks as if intensionality is embedded in the very foundations of the theory of language. Let us, then, express more formally the proposed account of cor-relation. Suppose that V= utterance-token of type ""Shaggy': hairy-coated things" (written). Then, by uttering V, U has correlated "shaggy" with (and only with) each hairy-coated thing=(R) {(U effected by V that [Vx] [R "shaggy" x=*Ey (y is a hairy-coated thing)]) and (U uttered V in order that U effect by V that [Vx]... )}.' If so understood, U will have correlated "shaggy" with hairy- 1. The definiens suggested for explicit correlation is, I think, insufficient as it stands. I would not wish to say that if A deliberately detaches B from a party, he has thereby correlated himself with B, nor that a lecturer who ensures that just one blackboard is visible to each member of his audience (and to no one else) has thereby explicitly correlated the blackboard with each member of the audience, even though in each case the analogue of the suggested definiens is satisfied. To have explicitly correlated X with each member of a set K, not only must I have intentionally effected that a particular relation R holds between X and all those (and only those) items which belong to K, but also my purpose or end in setting up this relationship must have been to perform an act as a result of which there will be some relation or other which holds between X and all those (and only those) things which belong to K. To the definiens, then, we should add, within the scope of the initial quantifier, the following clause: "& U's purpose in effecting that Vx (.....) is that (BR') (Vz) (R' "shaggy'z=zEy (y is hairy-coated))."coated things only if there is an identifiable R' for which the condition specified in the definiens holds. What is such an R'? I suggest R'xy=x is a (word) type such that V is a sequence consisting of a token of x followed by a colon followed by an expression ("hairy-coated things") the R-correlate of which is a set of which y is a member. R'xy holds between "shaggy" and each hairy-coated thing given U's utterance of V. Any utterance V' of the form exemplified by V could be uttered to set up R"xy (involving V' instead of V) between any expression and each member of any set of nonlinguistic items. There are other ways of achieving the same effect. The purpose of making the utterance can be specified in the utterance: V = utterance of "To effect that, for some R, 'shaggy' has R only to each hairy-coated thing, 'shaggy': hairy-coated things." The expression of the specified R will now have "V is a sequence containing" instead of "V is a sequence consisting of ... " Or U can use the performative form: "I correlate 'shaggy' with each hairy-coated thing." Utterance of this form will at the same time set up the required relation and label itself as being uttered with the purpose of setting up such a relation. But by whichever form an act of explicit correlation is effected, to say of it that it is (or is intended to be) an act of correlation is always to make an indefinite reference to a relationship which the act is intended to set up, and the specification of the relation involved in turn always involves a further use of the notion of correlation (e.g. as above in speaking of a set which is the correlate [R-correlate] of a particular expression [e.g. "Hairy-coated things"]). This seems to involve a regress which might well be objectionable; though "correla-tion" is not used in definition of correlation, it is used in specification of an indefinite reference occurring in the definition of correlation. It might be considered desirable (even necessary) to find a way of stop ping this regress at some stage. (Is this a characteristically empiricist demand?) If we don't stop it, can correlation even get started (if prior correlation is presupposed)? Let us try "ostensive" correlation. In an attempted ostensive correlation of the word "shaggy" with the property of hairy-coatedness: U will perform a number of acts in each of which he ostends an object (a,, az, ag, etc.). Simultaneously with each ostension he utters a token of the word "shaggy." It is his intention to ostend, and to be recognized as ostending,only objects which are either, in his view, plainly hairy-coated or are, in his view, plainly not hairy-coated (4) In a model sequence these intentions are fulfilled. For a model sequence to succeed in correlating the word "shaggy" with the property of being hairy-coated, it seems necessary (and perhaps also suffi-cient) that there should be some relation R which holds between the word "shaggy" and each hairy-coated thing, y, just in case y is hairy-coated. Can such a relation R be specified? Perhaps at least in a sequence of model cases, in which U's linguistic intentions are rewarded by success, it can; the relation between the word "shaggy" and each hairy-coated object y would be the relation which holds between each plainly hairy-coated object y and the word "shaggy" and which consists in the fact that y is a thing to which U does and would apply, rather than refuse to apply, the word "shaggy." In other words in a limited universe consisting of things which in Us view are either plainly hairy-coated or plainly not hairy-coated, the relation R holds only between the word "shaggy" and each object which is for U plainly hairy-coated. This suggestion seems not without its difficulties: It looks as if we should want to distinguish between two relations R and R'; we want U to set up a relation R which holds between the word "shaggy" and each hairy-coated object; but the preceding account seems not to distinguish between this relation and a relation R' which holds between the word "shaggy" and each object which is in U's view unmistakably hairy-coated. To put it another way, how is U to distinguish between "shaggy" (which means hairy-coated) and the word "shaggy" * (which means "in Us view unmistakably hairy-coated")? If in an attempt to evade these troubles we suppose the relation R to be one which holds between the word "shaggy" and each object to which U would in certain circumstances apply the word "shaggy," how do we specify the circumstances in question? If we suggest that the circumstances are those in which U is concerned to set up an explicit correlation between the word "shaggy" and each member of an appropriate set of objects, our proposal becomes at once unrealistic and problematic. Normally correlations seem to grow rather than to be created, and attempts to connect such growth with potentialities of creation may give rise to further threats of circularity. The situation seems to be as follows: We need to be able to invoke such a resultant procedure as the following, which we will call RP12, namely to predicate B on "Fido," when U wants A to vt that Jones's dog is a D-correlate of B; and we want to be able to say that at least sometimes such a resultant procedure may result from among other things, a nonexplicit R-correlation of "Fido" and Jones's dog. It is tempting to suggest that a nonexplicit R-correlation of "Fido" and Jones's dog consists in the fact that U would, explicitly, correlate "Fido" and Jones's dog. But to say that U would explicitly correlate "Fido" and Jones's dog must be understood as an elliptical way of saying something of the form "U would explicitly correlate 'Fido' and Jones's dog, if p." How is "if p" to be specified? Perhaps as "If U were asked to give an explicit correlation for 'Fido"" But if U were actually faced with a request, he might well take it that he is being asked to make a stipulation, in the making of which he would have an entirely free hand. If he is not being asked for a stipulation, then it must be imparted to him that his explicit correlation is to satisfy some nonarbitrary condition. But what condition can this be? Again it is tempting to suggest that he is to make his explicit correlation such as to match or fit existing procedures. In application to RP12, this seems to amount to imposing on U the demand that he should make his explicit correlation such as to yield RP12. In that case, RP12 results from a nonexplicit correlation which consists in the fact that U would explicitly correlate "Fido" and Jones's dog if he wanted to make an explicit correlation which would generate relevant existing procedures, namely RP12 itself. There is an apparent circularity here. Is this tolerable? It may be tolerable inasmuch as it may be a special case of a general phenomenon which arises in connection with the explanation of linguistic practice. We can, if we are lucky, identify "linguistic rules," so called, which are such that our linguistic practice is as if we accepted these rules and consciously followed them. But we want to say that this is not just an interesting fact about our linguistic practice but also an explanation of it; and this leads us on to suppose that "in some sense," "implicitly," we do accept these rules. Now the proper interpretation of the idea that we do accept these rules becomes something of a mystery, if the "acceptance" of the rules is to be distinguished from the existence of the related practices-but it seems likea mystery which, for the time being at least, we have to swallow, while recognizing that it involves us in an as yet unsolved problem. C. Concluding Note It will hardly have escaped notice that my account of the cluster of notions connected with the term "meaning" has been studded with expressions for such intensional concepts as those of intending and believing, and my partial excursions into symbolic notation have been made partly with the idea of revealing my commitment to the legitimacy of quantifying over such items as propositions. I shall make two highly general remarks about this aspect of my procedure. First, I am not sympathetic toward any methodological policy which would restrict one from the start to an attempt to formulate a theory of meaning in extensional terms. It seems to me that one should at least start by giving oneself a free hand to make use of any intensional notions or devices which seem to be required in order to solve one's conceptual problems, at least at a certain level, in ways which (metaphysical bias apart) reason and intuition commend. If one denies oneself this freedom, one runs a serious risk of underestimating the richness and complexity of the conceptual field which one is investigating. Second, I said at one point that intensionality seems to be embedded in the very foundations of the theory of language. Even if this appearance corresponds with reality, one is not, I suspect, precluded from being, in at least one important sense, an extensionalist. The psychological concepts which, in my view, are needed for the formulation of an adequate theory of language may not be among the most primitive or fundamental psychological concepts (like those which apply not only to human beings but also to quite lowly animals), and it may be possible to derive (in some relevant sense of "derive") the intensional concepts which I have been using from more primitive extensional concepts. Any extensionalist has to deal with the problem of allowing for a transition from an extensional to a nonextensional language; and it is by no means obvious to me that intensionality can be explained only via the idea of concealed references to language and so presupposes the concepts in terms of which the use of language has to be understood. As we study the systematicity of the system, we need to be able to apply some such notion as a ‘predication’ of B adjectival – nome aggetivo on a nominal. "Smith is tactful," "Smith, be tactful," "Let Smith be tactful," and "O, that Smith may be tactful" would be required to count, each of them, as a ‘predication’ of il nome aggettivo "tactful" – educato -- on "Smith”, if you want to specify what ‘educato’ ‘signifies.’ It would be the business of some linguistic theory to set up such a sentential characterisation. Suppose we, for a moment, take for granted two species of cor-relation, a referential correlation and a denotational correlation. We want to be able to speak of some particular thing as a referential correlate of a nominal, and of each member of some class as being, extensionally,, a denotational correlate of B adjectival. Now suppose that the utterer has the following two procedures: To utter the indicative version of o if, for some addressee, the utterer wants/intends the addressee to think that the utterer thinks... -- the blank being filled by the infinitive version of o, e.g. Smith to be tactful, or Fido to be shaggy. Also, another procedure, obtained from the previous one, by substituting "imperative" "indicative" and "intend"/"think that U thinks." Such procedures set up correlations between modes and specifications of "ft." Another procedure: To utter a t-correlated (cf. P1 and P1' predication of B on a if (for some A) U wants A to d a particular R-correlate of a to be one of a particular set of D-correlates of B. Further suppose that, for the utterer, the following two correlations do hold: C1: Smith's dog is an R-correlate of "Fido." C2: Any hairy-coated THING is a D-correlate of the adjective – nome aggettivo -- "shaggy." Given that U has these initial procedures, we can infer that U has a RESULTANT procedure, determined by P1 and P2: to utter the indicative version of a predication of ß on a if U wants A to think U to think a particular R-correlate of a to be one of a particular set of D-correlates of B. Given RP1 and the first correlation, we can infer that U has a further resultant procedure: To utter the indicative version of a predication of B on the nome proprio "Fido" if U wants A to think U to think Smith's dog to be one of a particular set of D-correlates of B. Given RP2 and C2, we can infer that U has, now, still a further resultant procedure: To utter the indicative version of a predication of il nome aggetivo "shaggy" on il nome proprio "Fido" if U wants A to think U to think Smith's dog is one of the set of hairy-coated things -- i.e. is hairy-coated. And given the information that "Fido is shaggy" – Fidus est hirsutus -- is the indicative version of a predication of "shaggy" on "Fido,” as assumed, we can infer U to have the further resultant procedure: To utter the complete sentence now Fidus est hirsutus, "Fido is shaggy" if U wants A to think U to think the complete proloquium, as Varro has it, that Smith's – or indeed Cato’s, dog is hairy-coated. And this resultant procedure is an interpretant, as a semiotician would say, of "For the utterer U, 'Fido is shaggy' or Fidus est hirsutus ‘signifies’: Smith's dog is hairy-coated.’ Grice has at this point not yet provided an explication for a statement, report, or ascription, of timeless ‘significatio’ relating to non-complete utterance-types. Grice feels he is not really in a position to provide a definiens for the generic "X (noncomplete) ‘signifies’ ‘…’. Indeed, Grice is far from certain that a generic form of ‘definition’, or Aristotelian logos, can be provided for a schema such as that – although Plato and Aristotle played with NOMEN and RHEMA. It may well remain impossible to provide a definiens until the syntactical CATEGORY of X has been given – this is the scholastic way: NOMEN EST VOX SIGNIFICATIVA; VERBVM EST VOX SIGNIFICATIVA, NOMEN SVBSTANTIVM EST VOX SIGNIFICATIVA, NOMEN ADIECTIVVM EST VOX SIGNIFICATIVA. NOMEN PROPRIVM EST VOX SIGNIFICATIVE – and it was good that Grice never attended a GRAMMAR school! Grice can, however, provide a definiens which may be adequate for ‘il nome aggetivo,’ as Italians have it, or adjectival X -- e.g. hirsutus, or "shaggy". DEFINITIO or LOGOS: For utterer, X (adjectival – nome aggetivo) ‘signifies’ '... '" iff the Utterer U has this procedure: to utter a y-correlated predication of ‘il nome aggetivo’ X on a if (for some addressee) the utterer wants A to psi-asterisk a particular R-correlate of a to be …,’ where the two lacunae represented by dots are identically completed. Any specific procedure of the form mentioned in the definiens of this DEFINITIO can be shown to be a resultant procedure. E. g. if U has P2 and also the second correlation, it is inferable that U has the procedure of uttering a vt-correlated predication of il nome aggetivo hirsutus or "shaggy" on a if (for some A) U wants A to psi-asketerisk a particular R-correlate of a to be one of the set of hairy-coated things, i. e., that, for U, the specific nome aggetivo hirsutus or "shaggy" means ‘hairy-coated.’ – cf. Lewis/Short, hirsutus, a, um: shaggy. Grice can now offer a definition of the notion of a COMPLETE utterance TYPE which has so far been taken for granted. DEFINITIO: X is complete" iff a fully expanded definiens for "X means '...’” contains no explicit reference to correlation, other than that involved in speaking of an R-correlate of some referring expression occurring within X. The expanded definiens for the complete utterance type "He is shaggy" – Hirsutus est -- may be expected to contain the phrase "a particular R-correlate of 'he,’ and for simplificatory purposes we may either assume demonstrative for ‘he’ in Latin, or involve the conjugated form of ‘est’ to let us know it is not I, or you, or we, or ye, or indeed they the shaggy, but just HE – hirsutus, not hirsutum. We must now stop taking for granted the notion of correlation. What does it mean to say that, for example, Cato's dog is the, or a referential correlate of "Fidus"? One idea, building in as little as possible, would be to think of the NOMEN PROPRIVM "Fidus" and Cato's dog as paired, in some system of pairing in which a NOMEN PROPRIUM and a thing forms an ordered pair. But in one sense of ‘pair,’ any one NOMEN PROPRIVM and any one thing form a pair: an ordered pair, the first member of which is the NOMEN PROPRIVM, the second the thing: as Grice, Grice. We want a sense of ‘pair’ in which the specific – however generic, alas -- "Fidus" is paired with Cato's dog but not with Smith's cat. – or with Cato’s OTHER dog, should he happen to have another one."Selected pair"? But what does "selected" mean? Surely not ‘selected’ in the sense in which an apple and an orange may be selected from a dish, out of your ‘placitum’. Perhaps ‘selected’ qua adjudicated, in the sense in which one of Cato’s dogs may be selected, as something with which, or to which, the selector intends to do something – to beware of him, for example – cave Catonis canem. But in the case of the NOMEN-PROPRVM-thing pair, do what? Beware? Surely that’s too specific. And what is this process of selecting, anyway? Which its range? Grice suggests that we consider initially the special case in which a linguistic item such as a NOMEN PROPRIVM and a non-linguistic item is explicitly correlated. Let us take this to consist in performing some act, or other, as a result of which the linguistic item, the PROPER NAME – say, Frege -- and the non-linguistic item, or items – say the Freges -- come to stand in a relation in which they did not previously stand, and in which neither stands to non-correlates in the other realm. Since this act of co-relation may indeed be a verbal, or sonorous, act, how can this set up a relation between two – or more items? Think: The Freges. Suppose U produces a particular utterance (token) V, which belongs to the utterance-type "hirsutus: hairy-coated things." To be able to say that U had, by uttering V, correlated "hirsutus" with each member of the set of hairy-coated things, we should need to be able to say that there is some relation R such that: by uttering V, U effects that "hirsutus" stan in relation R to each hairy-coated thing, and only to hairy-coated things; and that utteres V in order that, by uttering V he should effect this. It is clear that this second, teleological, goal-oriented condition, on which some will look askance because it introduces a reference to U's intention – indeed with regard to an end -- in performing his act of correlation, is required, and that the first condition alone would clearly be inadequate. Certainly by uttering V, regardless of his intentions, U IS setting up a situation in which a relation R holds exclusively between "hirsutus" and each hairy-coated thing Z, scil.,the relation which consists in being an expression – to use Croce’s favoured idiom – (Grice borrowed it from Collingwood, but never returned it) -- uttered by U on a particular context of utterance or conversational occasion O in conversational juxtaposition – wtin his same conversational move, as it were -- with the name of a class to which Z belongs. But, by the same act – by exclusion or elimination, as Descartes has it, U is also setting up a situation in which another relation R' holds exclusively between "hirsutus" and each non-hairy-coated thing Z', scil., the relation which consists in being an expression uttered by U on conversational occasion O in conversational juxtaposition with the name of the complement of a class to which Z' belongs. Surely Grice does not, however, for HIS purposes, wish to think of U as having explicitly correlated "hirsutus" with each non-hairy-coated thing, such as Julius Caesar, or Ottavian. The only way to ensure that R' is eliminated is to add the further condition, which confines attention to a relationship which U intends to set up. It looks as if intensionality – or intentionality (Urmson had Grice doubt about the spellings here) is embedded in the very foundations of the theory of language. Let us, then, express more formally the proposed account of a co-relation. Suppose that V= utterance-token of type ""hirsutus': hairy-coated things" (inscribed, as T. Fjeld would have it). Then, by uttering V, U has correlated "shaggy" with (and only with) each hairy-coated thing=(R) {(U effected by V that [Vx] [R "shaggy" x=*Ey (y is a hairy-coated thing)]) and (U uttered V in order that U effect by V that [Vx]... )}.' If so understood, U will have correlated "shaggy" with hairy- [The definiens suggested for explicit correlation is, I think, insufficient as it stands. I would not wish to say that if A deliberately detaches B from a party, he has thereby correlated himself with B, nor that a lecturer who ensures that just one blackboard is visible to each member of his audience (and to no one else) has thereby explicitly correlated the blackboard with each member of the audience, even though in each case the analogue of the suggested definiens is satisfied. To have explicitly co-related X with each member of a set K, not only must I have intentionally effected that a particular relation R holds between X and all those, and only those, items which belong to K, but also my purpose or end in setting up this relationship must have been to perform some sort of Austinian baptismal act as a result of which there will be some relation, or other, which holds between X and all those, and only those, things which belong to K. To the definiens, then, we should add, within the scope of the initial quantifier, the clause: "& U's purpose in effecting that Vx (.....) is that (BR') (Vz) (R' "hirsutus' z=zEy (y is hairy-coated)).] coated things only if there is an identifiable R' for which the condition specified in the definiens holds. What is such an R'? Grice suggests: R' xy=x is a (word) type such that V is a sequence consisting of a token of x, followed by a colon, followed by an expression ("hairy-coated things") the R-correlate of which is a set of which y is a member. R'xy holds between "hirsutus" and each hairy-coated thing, given U's utterance of V. Any utterance V' of the form exemplified by V could be uttered to set up R"xy, involving V' instead of V, between any expression – again Croce’s term, borrowed by Grice from Collingwood -- and each member of any set of non-linguistic items. There are, of course, other more complicated ways of achieving the same effect, as you will expect. The purpose of making the utterance can be specified in the utterance: V = utterance of "To effect that, for some R, 'hirsutus' has R only to each hairy-coated thing, 'hirsutus': hairy-coated things." The expression of the specified R will now have "V is a sequence containing" instead of "V is a sequence consisting of ...”. Or U can use the performative – as Scots law goes, ‘operational’ -- form: "I hereby,” with the proper Roman attitude, “co-relate 'hirsutus' with each hairy-coated thing." Utterance of this form displaying such Roman gravitas, will at the same time fit Plato’s and Varro’s description of the first IMPOSTORS of name – and set up the required relation, AND label itself as being uttered with the purpose of setting up such a relation. But by whichever form an act of explicit correlation is effected – Romulus allegedly rejected them all! --, to say of it that it is (or is intended to be) an act of co-relation is, or has to be, always to make an indefinite reference to a relationship which the act is intended to set up, and the specification of the relation involved in turn always involves a further use of the notion of co-relation -- e.g. in speaking of a set which is the referential correlate of a particular expression [e.g. "Hairy-coated things"]). This seems to, but does not, involve a regress which might well be objectionable; though "co-relation" is not blatantly used in definition of ‘correlation,’ ‘co-relation’ is used in the specification of an indefinite reference occurring in the definition of correlation. It might be considered desirable -- why, even necessary -- to find a way of stop ping this regress at some stage. Is this, one pupil asked me, a characteristically empiricist demand? If we do not stop it, can correlation even get started -- if prior co-relation is presupposed, that is? Let us try ‘ostensive’ correlation and play the Witters! In an attempted ostensive correlation of the word NOME ADIECTIVM "hirsutus" with the property of hairy-coatedness: U will perform a number of acts in each of which he ostends an object (a,, az, ag, etc.). Simultaneously, with each ostension, he, say Brutus, utters a token of the word "hirsutus." It is Brutus’s intention to ostend, and to be recognised as ostending, only things – or parts of things (a body part, say), which are either, in his view, plainly hairy-coated or are, in his view, plainly not hairy-coated – or smooth. – an smooth man, say. In a model sequence, these intentions ny Brutus, are fulfilled. For a model sequence to succeed in co-relating the word NOMEN ADIECTIVM "hirsutus" with the property of being hairy-coated, it seems necessary, but fortunately also sufficient, that there should be some relation R which holds between the word NOMEN ADIECTIVM "hirsutus" and each hairy-coated thing, y, just in case y – say, Cato’s dog -- is hairy-coated. Can such a relation R be specified? Varro certainly thought it could. Grice: “I’m not so sure myself – as Varro was.” Perhaps at least in a sequence of model cases, in which U's intention is rewarded by success, it can, and the relation between the word NOMEN ADIECTIVM "hirsutus" and each hairy-coated thing y would be the relation which holds between each plainly hairy-coated object y and the word "shaggy" and which consists in the fact that y is a thing to which U does and would apply, rather than refuse to apply, the word "shaggy." In other words in a limited universe consisting of things which in Us view are either plainly hairy-coated or plainly not hairy-coated, the relation R holds only between the word "shaggy" and each object which is for U plainly hairy-coated. This suggestion seems not without its difficulties: It looks as if we should want to distinguish between two relations R and R'; we want U to set up a relation R which holds between the word "shaggy" and each hairy-coated object; but the preceding account seems not to distinguish between this relation and a relation R' which holds between the word "shaggy" and each thing which is, in Brutus’'s view unmistakably hairy-coated – and provided he has learned the correct ‘signification’ of the adjective – from his mother, most likely. To put it another way, how is Brutus, our utterer, to distinguish between "hirsutus,” which ‘signifies,’ of coarse, or course, hairy-coated, and the word "hirsutus" * -- hirsutus with a twist, which now ‘signifies’ "in Us view of things, unmistakably hairy-coated"? If Cicero, in an attempt to evade these troubles, supposes the relation R to be one which holds between the word NOMEN ADIECTIVVM "hirsutus” and each thing to which Brutus (our utterer) would, in this or that conversational circumstance, apply the word "hirsutus," how do we specify these conversational circumstances in question? If we suggest, as Cicero does – in his long letter to Atticus -- that the conversational circumstances are those in which U – Brutus, that is -- is concerned to set up an explicit co-relation between the word NOMEN ADIECTIVVM "hirsutus" and each member of an appropriate set of things, Grice’s proposal becomes at once, unrealistic for a non-Oxonian, and problematic for the rest of the world! Normally, Grice would expectd, a co-relation seems to grow rather than to be created. An attempt to connect such a growth with potentialities of creation may give rise to further threats of circularity, especially for or to the Practical Roman. The situation seems to be, however, and as far as Oxford is concerned, as follows. Grice desperately (to put it mildly, but kindly – ‘despeartely’ is always an understatement at Oxford) needs to be able to invoke such a resultant procedure as the following, namely to predicate B on "Fidus," when U wants A to vt that Cato's dog is a denotational correlate of B; and we want to be able to say that, at least sometimes, such a resultant procedure may result from, among other things, a non-explicit REFERENTIAL now co-relation of "Fidus" and Cato's dog. It is tempting to suggest that a non-explicit referential co-relation of "Fidus" and Cato's dog consists in the fact that Brutus would, explicitly, correlate "Fidus" and Cato's dog. But to say that Brutus would explicitly correlate "Fidus" and Cato's dog must be understood as an elliptical or pleonastic or periphrastic way of saying something of the form "U – Brutus, that is -- would explicitly correlate 'Fidus' and Cato’s dog, if, conversationally, p." How is "if p" to be specified? Perhaps as "if U were asked to give an explicit correlation for 'Fidus"" But if he were actually faced with a request, Brutus might well take it that he is being asked to make a stipulation, in the making of which he would have an entirely free hand. But if Brutus is not being asked for an arbitrary stipulation, it must be imparted to him that his explicit correlation shall have to satisfy some NON-arbitrary, or ‘natural,’ as Cicero prefers, condition. But what condition can this be? Cicero does not say. Again, it is tempting to suggest that Brutus is to make his explicit co-relation such as to match or fit some existing procedure. “If there’s something us Romas are, is traditional,” Varro is alleged to have said. In application to our resultant procedure, this seems to amount to imposing on Brutus the demand that he should make his explicit correlation such as to yield such resultant procedure. In that case, the resultant procedure in fact ‘results’ from a non-explicit co-relation which consists in the fact that Brutus – or any other utterer inAncient Rome, would explicitly correlate "Fidus" and Cato's dog if he wanted to make an explicit correlation which would generate some relevant existing procedure, namely the resultant procedure in question itself. There seems to be a slight circularity here. Is this tolerable? Grice does tolerate it, and we cannot think why you should not! It may be tolerable, Grice explains, in tutorial tones, inasmuch as it may be a special case of a general phenomenon which arises in connection with the explanation of linguistic practice, ‘or conversation, as I prefer.’ We can, if we are lucky or fortunate, identify this or that "linguistic rule," -- so called, -- Grice is reminded of O. P. Wood, “The Force of Linguistic Rules” – The Aristotelian Society --, even analytic Meaning or ‘signification’ postulate alla Carnap, to please Roger Bishop Jones, which is such that our linguistic conversational practice is as if we accepted these rules and more or less consciously – or at least not totally unconsciously, pace Chomsky -- followed them. But we want to say that this is not just an interesting fact about our linguistic conversational practice, but also an explanation – it provides explanatory adequacy, as some pompously put it -- of it; and this leads us on to suppose that "in some sense," "implicitly," we do accept these rules. Think: Kripkenstein! Now the proper interpretation of the idea that we do accept these rules becomes something of a mystery, if the "acceptance" of the rules is to be distinguished from the existence of the related conversational practices -- but it seems like a mystery which, for the time being at least, we shall have to swallow, while recognising that it involves us in an as yet unsolved problem. In any case, it will hardly have escaped notice by now that Grice’s account of the cluster of notions connected with the term "significatio" has been studded with expressions for such intensional concepts as those of intending and believing, and Grivce’s partial amusing, care-free, VERY Oxonian, and leisurely, excursions into strange symbolic notation and expression – “blame it on Oxford!” -- have been made partly with the idea of revealing Grive’s commitment to the legitimacy of quantifying over such items as propositions. Grice goes on tomake two highly general remarks about this aspect of his procedure. First, he is hardly sympathetic toward any methodological policy which would restrict one from the start to an attempt to formulate a theory or analysis – to appease Mrs. Jack -- of ‘signification’ in purely extensional set-theoretical, dully Boolean terms. It seems to Grice that one should at least start by giving oneself a free hand to make use of any intensional notion or devices which you please, and that seem to be required in order to solve one's conceptual problems, at least at a certain level, in ways which, your ugly metaphysical bias apart, reason and intuition commend. If one denies oneself this freedom, one runs a serious risk of underestimating the richness and complexity of the conceptual field which one is investigating – “and my pupils, don’t WANT that!” – “Recall that only the poor learn at Oxford.” Second, Grice said at one point that intensionality seems to be embedded in the very foundations of the theory of language. Even if this appearance corresponds with reality, one is not, Grice suspects, precluded from being, in at least one important sense, an extensionalist – such an ugly word, even when applied to Boole!The psychological concepts which, in Grice’s view, are needed for the formulation of an adequate theory of language, conversation, ‘significatio,’ or what have you, may not be among the most primitive or fundamental psychological concepts (like those which apply not only to human beings but also to some quite lowly animals – such as The Amoeba – as genial Ian Dengler would remind us!), and it may be possible to derive (in some relevant sense of "derive") this or that intensional concept which Grice used in his tutorials from more primitive extensional concepts. Any extensionalist has to deal with the problem of allowing for a transition from an extensional to a non-extensional language; and it is by no means obvious Grice that intensionality can be explained only via the idea, “as Occam sadly thought, to the disgrace of Oxford!” -- of concealed references to language – O ccam’s sermo mentalis -- and so presupposes the concepts in terms of which the use of language has to be understood! E in questo si trovano d'accordo senza fatica, perchè segueno tutti una medesima guida, l'uso – Grice: “Ryle distinguished between use and usage. I don’t!” -- : sfido a prenderne un’altra per comporre delle grammatiche positive. Anche quel novo e artifizioso edilìzio filosofico che è la GRAMMATICA SPECULATIVA di Scoto, è fondato sull’autorità sottintesa e costrutto sul metodo arbitrario d’un grammatico. E l’arbitrio è proseguito da VALLA (si veda) a BUONMATTEI (si veda). Novo e notabile /w in questo l'assunto de’due celebri filosofi galli, che lo fondarono su questo principio. La maggior distinzione di ciò che accade nel nostro spirito è che ci si può considerare e l'oggetto del nostro pensiero, e la forma o la maniera del pensiero medesimom che, applicato al linguaggio, li conduce alla deduzione che, avendo gl’uomini BISOGNO DI SEGNI o INDICI per INDICAR ciò che accade nel loro spirito, la distinzione più generale de’vocaboli dev’essere che gli uni SIGNIFICANO gli oggetti o CONTENUTI de’pensieri, e gl’altri la FORMA, o il modo de’pensieri medesimi. Qui MANZONI (si veda) trova acutamente che una supposizione è stata sostituita da una ricerca. Mentre i fondamenti dell'arte di PARLARE o CONVERSARE dovevano esser cercati altrove che in una distinzione de' vocabili in due categorie. Ciò che da origine a tutte le arbitrarietà della grammatica generale. Ed è una storia lunga e superflua quella di tant’altre questioni dello stesso genere [di quella della pre-posizione non pre-posizione o participio non participio Excepté]; vai a dire se tali o tali altri vocaboli s’hanno a collocare tra gl’avverbi, o tra le pr-eposizioni, o tre le congiunzioni, o tra’nomi, o tra’pro-nomi, o tra’verbi o tra pro-verbi. Questioni non mai sciolte, e, MANZONI osa dire, insolubili, perchè con esse si cerca ne’vocaboli una qualità supposta arbitrariamente, qual'è l'attitudine esclusiva a fare un ufizio grammaticale – cf. Grice on Gellner on Words and Things. Quindi ognuna delle parti puo avere una ragione; nessuna puo aver ragione. Dalla qual conclusione è facile concludere che MANZONI (si veda) colpe a morte la grammatica generale, ma non la grammatica simpliciter. Come tesi pratica, lungi dall’esser una reazione e opposizione al purismo trionfante di CESARI (si veda) come quello che offre un'unità linguistica da seguire di contro alla nuova barbarie del gallicismo e alla babele della LINGUA UNIVERSALE, la teoria di MANZONI (si veda) ne è, non dico la continuazione, ma una trasformazione – cf. la grammatica trasformata – rivoluzione. Il purismo afferma i diritti della lingua letteraria e dei filosofi posteriori che la mantenno viva, ossia dell'unità fiorentina quale si è stabilita. MANZONI (si veda) afferma i diritti dell'unità fiorentina viva e PARLATA in quanto, non discordando da quel tanto di fiorentino ch’è rimasto vivo e ch’è perciò adoperabile e rappresenta il nucleo che gl'italiani hanno in comune, puo essere comunicata a tutti e bastare ai bisogni di tutti, cioè diventare con la maggior facilità e precisione la lingua comune, universale della letteratura e perciò dell’Italia. Su MANZONI (si veda) grammatico, seguendo l’opere inedite o rare da noi esaminate, scrive una memoria ZOPPI (citato da VAILATI) nella Miscellanea per le Nozze Biadego- Bernardinelli, Verona. Il che viene a concordanza con quanto osserva BORGESE (si veda) circa le relazioni tra il purismo classico e il romanticismo. I classicisti puristi hanno quasi troncato tutte le dispute sulla natura storica della nostra lingua, stabilendo ch'ella doves modellarsi sulla toscana, o meglio, sulla fiorentina; se non che, per la medesima ragione che la poesia esprime sentimenti, passioni, opinioni di tempi [Le opposizioni di genere teorico non possono mancare alla tesi di MANZONI (si veda), e non mancarono, come non mancarono le calorose difese. Intervenno nella disputa anche filologi e glottologi, con gl’argomenti a favore e contro che la grammatica storica puo loro offrire. Ma dubitiamo che la partecipazione di non filosofi al dibattito è stato il deus ex machina che è riuscito a risolverlo. Poiché, se i non filosofi possono ben chiarire col metodo positivo come è sorta e si è sviluppata la lingua italiana intesa come evoluzione, non è vero che con questo chiarano ancora che cosa una lingua effettivamente è. Il problema non è filologico. È FILOSOFICO. E noi sappiamo con che LA FILOSOFIA identifica la lingua – il deutero-Esperanto di Grice. Nel fatto invece il problema di MANZONI (si veda) in quanto ha di pratico è risoluto nel senso da lui voluto. Che cosa vuole MANZONI (si veda)? Quello che ottenne, e che dirò con parole di SANCTIS (si veda), di uno cioè che non prende e non puo prender parte a una controversia che non ha per lui alcuna portata né critica né FILOSOFICA. MANZONI (si veda) rinnova la forma, rendendola popolare, perchè combatte a morte la forma convenzionale. Distrugge l'atmosfera classica. Vince la rettorica, producendo una forma semplice, vera, reale, forma cercata nelle viscere stesse del popolo, forma ingentilita con tali colori accessibili al popolo. Su questo nuovo fatto, che non è naturalmente tutt' opera di MANZONI (si veda) e de’suoi valorosi seguaci (son troppi per citarli tutti, ma qui è doveroso ricordare BONGHI (si veda), MORANDI (si veda), e, benché sia manzoniano temperato, OVIDIO (si veda)), sorge la nuova grammatica italiana oggi adottata nelle scuole, cioè la gram[andati, parla anche colle parole morte, quasi è LATINA. I romantici mostrano che, se la poesia vuole imitare il vero, per vero deve intendere quello a cui noi crediamo, e che, se ha da parlare ai contemporanei e non ai defunti, deve usar di quelle parole che possono intendersi anche dai non dotti. Sulla dibattuta questione è pubblicato perfino uno speciale periodico, “L'unità della lingua,” per cura di FANFANI (si veda), GELLI (si veda) e VESCOVI (si veda). Firenze.A titolod'onore dobbiamo qui registrare il proemio d’Ascoli nell’Archivio glottologico, che degnamente combattuto dagl’avversari, solle la controversia alla maggiore elevatezza di discussione possibile. In Vivaldi] matica dell'uso, o della lingua parlata e dell'uso vivo, di cui avemmo tipi invero in qualche parte diversi. Il che chiarendo avremo assolto anche il compito che qui ci è riservato, di dar conto complessivamente di un gruppo di grammatiche, troppo numerose per essere singolarmente esaminate, e troppo uniformi non solo nel principio che lor serve di base ma anche nella configurazione loro, non gran che, s’aggiunga, differente da quella che ha la grammatica del purismo, per meritare un'analisi minuta del loro speciale contenuto, considerato sopratutto che non scaturendo esse, come invece avvenne dal bisogno di rendersi conto della letteratura bisogno che assume aspetto di PROBLEMA FILOSOFICO né connettendosi, come si avverò, agli sforzi compiuti dai filosofi del linguaggio per intenderne la natura e insieme le tradizionali categorie, ma solo rappresentando un indirizzo pratico, come quelle del purismo di CESARI (si veda), vengono a perdere individualmente gran parte del loro interesse in una storia come la di T. Trascurando non senza ragione gl’ultimi epigoni della grammatica del purismo, non esclusi quelli che sotto veste di novità in sostanza esponeno la medesima materia [Melgaj, e tacendo anche per amor di brevità di trattazioni particolari, che per certi rispetti si ricongiungono alla grammatica storica (CAMPO (si veda), Regole pella pronunzia italiana, e per altri che vertono più specialmente sulla SINTASSI tradizionale (Bulgarini e Castagnola, LA STRUTTURA DEL PERIODO – “We studied ‘Syntactic Structure’ with Austin!” – Grice --, e delle solite disquisizioni sullo studio o sull’importanza o SULLA PORTATA FILOSOFICA della grammatica generalmente prive di senso scientifico, noteremo che, se ben presto, dopo cessate completamente le polemiche rinnovatesi più vivacemente coll’elazione di MANZONI (si veda) e quando ormai i fatti cominciano a parlar da sé sorgeno e pullulano le grammatiche del principio dell'uso [cf. Little Oxford Dictionary, Fowler – Grice], invero quella ch’applica rigorosamente, cioè nel suo preteso esclusivismo m’in tutta la sua larghezza e in tutte le sue contemperanze, il concetto fondamentale di MANZONI (si veda), usce Trapani. Torino] relativamente tardi, e precisamente: ed è la Grammatica italiana diMORANDI (si veda) e CAPPUCCINI (si veda), non essendoci lecito dubitare, anche se non ce ne siamo convinti col nostro studio, di quanto essi affermano nell’introduzione. Più di ventanni fa, uno di noi [MORANDI (si veda), in saggi incorporati in Le correzioni ai Pr. Sp. ], sostene come fosse ormai tempo di rinnovare la grammatica italiana sul concetto fondamentale di MANZONI (si veda): concetto che l’indagini e gli studi filologici hanno sempre meglio illustrato e confermato. Ma questo voto rimane quasi del tutto inesaudito, come puo vedere chiunque confronti accuratamente il nostro lavoro colle grammatiche che si pubblicarono d’allora ad oggi. Cf. la Grammatica italiana dell'uso moderno di FORNACIARI (si veda) e la Grammatica italiana di ZAMBALDI (si veda), la Grammatica della lingua parlata cogl’esempi cavati da MANZONI (si veda) di BONI (si veda), la Grammatica della lingua italiana di PETROCCHI. Son tutte pregevoli, come garantiscono i nomi degl’autori chiari e autorevoli quanto benemeriti e infaticabili cultori del nostro idioma. Ma il principio dell'uso v'è stato applicato diremo così un po'all'ingrosso, con maggior simpatia verso l'uso letterario in quelle di FORNACIARI (si veda) e ZAMBALDI (si veda), con più libertà -- cf. Grice contro Macaulay -- manzoniana, dirò così, nelle altre due. Scendere a particolari qui non possiamo, né ne mette il conto. È un giudizio che i lettori ci possono menar buono anche senza prove, purché pensino ai nomi di codesti autori e alla diffusione che l’opere loro hanno ancora nelle scuole. Il nome di ZAMBALDI (si veda) e più ancora di FORNACIARI assicurano, per es., d’un certo freno, quasi d’una remora prudente e ragionevole alla scapestrataggine grammaticale. Infatti le loro grammatiche si ristampano coi dovuti miglioramenti anche oggi, e sono meglio accette ai maestri che vogliono sì l'uso ma colle debite cautele e restrizioni: gente che ha naturalmente molta fede nella grammatica come ausiliatrice della rettorica pegl’effetti del corretto e bello scrivere degl’alunni. Invece interamente manzoniana nel senso largo ch’abbiamo determinato, ma non ESCLUSIVAMENTE MANZONIANA, perchè vi si tien conto nella fonetica dei più notevoli e certi resultati della gram- [Parma] matica storica, è quella di MORANDI (si veda) e CAPPUCCINI (si veda). I quali l'hanno caratterizzata meglio di quel che potremmo far noi. Posto come norma fondamentale l'uso civile fiorentino, senza punto occultarne, m’anzi mettendone in rilievo i rari e leggieri dissensi coll'uso vivo generale italiano, noi facciamo poi largo luogo anche all'uso letterario, distinguendo il comune od ORDINARIO (Grice on Austin on Donne on Nowell-Smith) del poetico, o dell'antiquato, o dal pedantesco – Grice on Austin against VOLITION --, ecc., e notando spesso ciò che di quest'uso sopravvive tuttora nel volgare, ossia plebeo – cf. Grice the lay --, di Firenze, o ne’vari dialetti. Sicché, quella parte storica della lingua, che anche quando è addirittura morta, può alle volte essere ri-adoperata nello stile poetico, ovvero per ironia – “Methinks the lady doth protest too much” --, o per ischerzo, o per altro, qui non solo non manca, ma ce n'è di più che in molte altre grammatiche, colla differenza però che ci si trova nettamente distinta. E a proposito di lingua, dobbiamo pur dire che dell'usata e usabile abbiam procurato, negl’esempi e nel resto, di darne colla maggiore possibile varietà e ricchezza, senza però invadere il campo proprio del vocabolario, se non quando i vocabolari sono discordi tra loro, o addirittura in errore. Se spesso poi, specialmente rispetto all'uso vivo, noi ricorriamo ai forse, ai più o meno, ai d’ordinario, e simili, anche di questo la colpa non è nostra. Gli è che noi non vogliamo dar per certo ciò che è dubbio, ne sostituire il nostro gusto alla realtà de’fatti. E i fatti, in ogni lingua viva, son di tre specie: ben determinati, e di questi noi diamo regole fisse; che si vanno determinando (“pirot”), e qui noi diciamo la tendenza, il più comune; ancora incerti, e noi notiamo l'incertezza (il deutero-Esperanto di Grice). Non vi par questa una pagina sinteticamente illustrativa della dottrina di MANZONI (si veda) nella sua parte più essenziale e praticamente attuabile? e, nel tempo stesso, non vedete qui disegnato l'ideale della grammatica NORMATIVA? della grammatica che, conscia del suo modesto compito, vi spiana la via all'apprendimento della lingua che vi occorre o vi può occorrere senza mettervi né la catena a’piedi né le manette? La grammatica MORANDI (si veda)-CAPPUCCINI (si veda) chiude l'ultimo momento storico dello svolgimento di questo prodotto di cui siam venuti descrivendo le vicende, riflettendo in sé esattamente l'ambiente linguistico in cui si matura. Delle moltissime altre che le si sono succedute colla rapidità e frequenza onde l’imitazioni sogliono accompagnare l'opera originale, è superfluo qui spender parole, anche se in qualcuna d’esse avessimo da segnalare particolari espedienti didattici, non essendo stato l’assunto di T. il far la storia dell’istituzioni scolastiche e dei metodi d' insegnamento. Ma lasceremmo una lacuna, se non facessimo un cenno dello sviluppo della grammatica storica, non perchè l'argomento rientri nel nostro tema, specie quando si consideri che la grammatica storica si svolge in quest'ultimo suo veramente glorioso periodo affatto indipendentemente, come il suo metodo e i suoi intenti esigeno, dalla MERA GRAMMATICA NORMATIVA il che non accadde, p. es., quando il problema appare unico e intimamente connesso con quello della rifiorita letteratura nazionale ma perchè la grammatica storica s' immischia nelle discussioni intorno alla lingua, o meglio alla tesi di MANZONI (si veda) e, fuori di queste relazioni, vuole esser rappresentata non senza ragione nell’antica sezione della pronunzia e dell'ortografia, costituendovi un riassunto dei principali accertamenti della fonologia. BIANCHI (si veda) in quella sua lodata “STORIA DELLA PRE-POSIZIONE A E DE’SUOI COMPOSTI NELLA LINGUA ITALIANA” dichiara d'essersi giovato di NANNUCCI (si veda), che da noi segna il passaggio dell'antica alla nuova scuola, e che ancora egli stima assai più di certi arrembati, i quali montati a cavalluccio sopra i Bopp, i Grimm e i Diez, si danno il facile vanto di far passar da ciuchi tutti i loro predecessori. Prima ancora di NANNUCCI (si veda), non manca un certo interesse per lo studio storico della lingua. CIAMPI (si veda) nel suo DE VSTE LINGUAE ITALICAE SALTEM ripiglia la vecchia tesi di BRUNI (si veda) e CITTADINI (si veda) con molta dottrina ed erudizione, ma così, mi pare, peggiorandola. LINGVAM ITALICAM extitisse APVD VETVS ITALVM VVLGVS, in multo ante, nec equidem repugnabo, saltem a saeculo R. S. Quinto. Eamque ortam non tantum ab RELIQVIS LATINAE linguae cultioris, sed AB VNIVERSIS VETVSTISSIMIS ITALICIS DIALECTIS, dein, varie, variis [Una grammatica italiana a cui sottostà la coscienza della sua INCONSITENZA FILOSOFICA e che cerca d’attenuare i danni dell'eccessivo schematismo tradizionale è quella di RADICE (si veda), seguace dell'Estetica del Croce, Catania] temporibus, adauctam latino maxime, et graeco sermone: tum edam quibusdam externorum vocibus. Post saeculum vero R. S. alterimi supra decimum, e triviis in aedes hominum elegantiorum successiti hinc et ad normam, libellumque redacta, scriptorum statu et praeceptis grammatices polita est. È il tono degl’eruditi, MURATORI (si veda), TIRABOSCHI (si veda), MAFFEI (si veda), del quale infatti Ciampi ri-pubblica Y ITALICA ehtaibratio hi idem argumentum, riassumendo e criticando tutt'e tre i nominati, che, nello sfogliare le cartapecore antiche, vedendo tante voci e modi della nostra lingua adoperati in tempi ne’quali si crede non sono mai sonati sulle bocche de’parlanti, sono stati condotti a veder chiaro nel problema lasciato insoluto dai precedenti trattatisti: il primo riferisco CIAMPI (si veda), s'intende, conclude che la lingua italiana è derivata dalle rovine del latino, e che è parlata dal volgo; il secondo ridotto l'antichità dell'origine al periodo longobardico e riconnessala alle genti barbare più ch’alle latine; il terzo negato ogni straniera e particolarmente tedesca derivazione, mettendosi così sulla buona via di dimostrarla in tutto d'origine latina sebbene con molte alterazioni della lingua dotta. Anche questa di CIAMPI (si veda) è un'esercitazione erudita, sebbene scende a particolari de usu verborum quæ vocant auxiliaria e di voci e costrutti volgari rintracciati nel latino antico e di vocaboli derivati dal greco. Né puo far fare un passo al vecchio problema. Ma intanto lo mantiene vivo ed è già un progresso e lascia visibile l'orizzonte verso cui avrebbero i posteri spinto così profondamente lo sguardo. Anche MANNO (si veda) col suo fortunato saggio, “Della fortuna delle parole” contribuisce a tener vivo l’interesse per gli studi storici intorno alla lingua; e le stesse polemiche destate dalla proposta e particolarmente le dissertazioni di PERTICARI (si veda) e de’suoi contradittori non possono non considerarsi, con tutti i loro errori e traviamenti più o meno spontanei, non possono non considerarsi almeno come caratteristici episodi nella storia della grammatica storica. Tra le ricerche d'indole storica, si ricora TOSELLI (si veda), ORIGINE DELLA LINGUA ITALIANA, BOLOGNA; BIONDELLI (si veda), ORIGINE E SVILUPPO DELLA LINGUA ITALIANA, Milano; SICHER (si veda), ELEMENTI E STATI DELLA LINGUA ITALIANA, Trento.] La quale si mise finalmente sulla strada regia dell'indagine metodica storico-comparativa, quando, cessate le vane logomachie, le ricerche complessive che si contentano di raggiungere un'idea approssimativa delle parentele delle lingue e del loro stato in determinati periodi storici, pone sulla pietra anatomica il vario materiale linguistico dei gruppi affini mono-genetici criticamente vagliato, e, coi potenti aiuti della comparazione e delle leggi dell'analogia e de’suoni, puo stabilire con matematica sicurezza le derivazioni dell’ITALIANO e delle lingue romanze dal LATINO popolare, fissarne le fasi e le condizioni e costituirsi così in corpo organico di dottrina capace d’ulteriori modificazioni ne’suoi aspetti particolari, ma stabilmente fondato su basi incrollabili, s’intende nel senso che diamo noi a queste parole. Ricordare i nomi e le date più notevoli di questo serio e fecondo lavorìo che rappresenta uno de’caratteri più spiccati e più seri dell'erudizione ci è molto facile. Ci è permesso solo accennare qui che, di fronte ai celebri nomi dei fondatori della scienza positiva della lingua e della grammatica storica particolarmente ROMANZA, Bopp, Diez, e degl’ammirati maestri che ci danno la grammatica storica della lingua d’Italia, Meyer-Lùbke, e alle loro importanti riviste e enciclopedie, Romania, Zeitschrift, Grundriss, ecc., l'Italia può vantare una schiera di valorosi filologi, dai compianti CAIX (si veda), CANELLO (si veda) e MUSSAFIA (si veda) a RAJNA (si veda), Crescini, Parodi, Gorra, Salvioni, Lollis, Biadene, Goidanich, Zingarelli, Lopez, Bartholomaeis, Bertoni, a molti altri, a Renier e Novati, benemeriti della filologia anche pel Giornale storico, ad OVIDIO (si veda), sempre ricercato anche dai colleghi d'Oltralpe a collaborare in libri e periodici, a Teza, cui, come dice un nostro poderoso glottologo, Ceci, nessun territorio linguistico è sconosciuto, a Monaci che fonda riviste che gareggiano felicemente colle straniere migliori e ora è anima d'una fiorentissima e attivissima società filologica, stretti già quasi tutti intorno ad Ascoli, il glorioso fondatore dell’archivio glottologico. Tra i divulgatori della grammatica storica dell’italiano sono degni tra noi di menzione Fornaciari e Mattio, che sono preceduti fuori da Blanc, la cui “Gratnmatik der italienischen Sprachen” ha ancora un certo valore pella dottrina delle forme. Se la grammatica generale, non mai del tutto rassegnata a morire, giacque sotto i colpi e i sarcasmi della scienza della lingua, non mancarono tra noi tentativi d’una FILOSOFIA della GRAMMATICA – ragionata e razionale, ovviamente --, e notevole è quellodi ZOPPI (citato da VAILATI), un rosminiano -- ROSMINI (si veda) -- acuto quanto dotto e diligente e anche garbato espositore. Il quale crede appunto di costruire una scienza della grammatica col connubio della grammatica generale e della scienza positiva del linguaggio, inconsapevolmente ese- [T. ricorda il saggio di Starck, Grammar and Language, Boston, fondato sulla credenza che almeno i tre gruppi attuali e più importanti delle lingue indo-europee sono retti da comuni principi generali; e i numerosi saggi di Grasserie e particolarmente “L’Essai de syntaxe generale,” Louvain, che parimenti a T. sembrano ispirarsi alla medesima fede nelle leggi generali. Per curiosità T. ricorda anche una ristampa della grammatica ragionata di COMPAGNONI (si veda), “Grammatica scientifica, ossia la teoria della lingua italiana secondo i principi naturali del linguaggio,” Milano, e Bert, “Grammaire rationelle et pratique de la langue italienne,” Paris. Inoltre: DONATELLI (si veda), Appunti di logica e grammatica, Venezia; Fink, Logisches und Grammatisches, Progr., Ploen; Peine, Notes sur l’analyse grammaticale et logique, Montemorency, Societé amicale des proff. elèni, de Paris et de départ., Breve contributo agli studi logico-sintattici, e nel testo, modesto contributo a una SINTASSI filosofica della meravigliosa lingua di quel popolo,il greco, a cui nessuna intuizione manca, è il sottotitolo della citata memoria sulla teoria kantiana del giudizio già intuita e fissata nella sintassi de’greci di PIAZZA (si veda), il quale T. non sa quanto si è confortato a proseguire nell’ardua impresa dalla recensione parimente citata che gliene fa CROCE (si veda). II vero fondatore della scienza del linguaggio intesa in senso IDEALISTICO è Humboldt, e sotto i colpi de’principi di questa cade effettivamente la grammatica generale. Ma si sa che il punto di vista humboldtiano è spesso smarrito dagl’indagatori della parola col metodo positivo: e questi non sappiamo quanto possano aver da ridire sulla grammatica generale, che in fondo è un tentativo di filosofia del linguaggio. T. dice qui per chiarezza positiva in ordine a quanto osservo nella nota precedente. Perchè la pubblicazione del frammento di MANZONI (si veda) è posteriore al suo tentativo che risale agli anni quando ne’quali lo pubblica nella Rivista La Sapienza.] guendo un disegno abbozzato già dal Manzoni stesso. Il miglior mezzo di farle cessare [le controversie sulla distribuzione delle parole nell’arbitrarie classi grammaticali] è una GRAMMATICA veramente FILOSOFICA, dice MANZONI (si veda), la quale, in vece di supporre nel fatto della lingua una simmetria arbitraria, cerca nella natura dell'oggetto della mente o anima – PSICOLOGIA RAZIONALE --, e nella condizione imperfetta e necessariamente limitata della lingua, la spiegazione del fatto qual’è, vale a dire di quella molteplice attitudine di diversi vocaboli. Il campo della quale ricerca deve naturalmente essersi allargato colla cognizione più diffusa e più intima di lingue altre volte o ignorate in Europa, o studiate da pochissimi, e con intenti più pratici che FILOSOFICI. Si veda, per un  esempio, ciò che dice d’una di queste il celebre sinologo Rémusat. Molti vocaboli chinesi possono essere adoperati successivamente come sostantivi, come aggettivi, come verbi, e qualche volta anche come particelle. La FILOSOFIA della grammatica, dice ZOPPI (si veda), diversamente dalla grammatica generale, che pretende che certe forme o espedienti grammaticali sono cosi necessari ed inerenti a certe specie di vocaboli da costituire una teorica grammaticale assoluta, a cui devono conformarsi ogni lingua, confrontando i risultati della FILOSOFIA colle leggi psicologiche del pensiero, cerca l’origini, studia, ed espone il PERCHE di quelle forme grammaticali  che  si  trovano DI FATTO diversamente  svolte  ed  attuate nelle  diverse  lingue.  Essa  per  una  parte  è  l'applicazione della filosofia e la logica alla lingua, ed è quindi per questo rispetto scienza cocettuale analitica A PRIORI. Ma  dall'altra è  fondata sulla più diligente e minuta osservazione  -- “linguistic botany” – Grice -- dei fatti che nelle sue molteplici varietà presenta il linguaggio, ed è perciò anche scienza induttiva ed A POSTERIORI (“I don’t give a hoot what the dictionary said” – Grice to Austin). Laonde, la  filosofia  della  grammatica dev’essere il frutto dell’accordo di questi due metodi. La sola logica o l’analisi filosofico concettuale a priori in effetto ci da delle generalità forse per alcuni troppo astratte e spesso apparentemente contradette dai fatti, come è avvenuto delle grammatiche generali. La sola linguistica, poi, ossia, la critica delle lingue si sta paga a raccogliere e ad ordinare dei vocaboli o ad accertare alcune leggi di questo o di quell'idioma, ed a formarne delle [Opere inedite o varie; Manzoni  grammatico] famiglie e dei gruppi, senza però levarsi mai alla sommità di principi universali, in cui deve trovarsi la ragione ultima di tutte le varie forme, onde il pensiero s’attua e si plasma nella parola. Ma noi dubitiamo assai che ZOPPI (si veda) con tutto il suo buon volere sia riuscito a far di meglio che  un  lavoro  di  natura  egualmente arbitraria, vorremmo dire doppiamente arbitraria, com'è quello in cui si uniscono, anzi si confondono due sistemi, l’uno  de’quali  il  logico,  è  falso  e  arbitrario, l’altro, il positivo, è semplicemente metodologico e non gnoseologico e che si giova di schemi e di categorie per pura comodità pratica, senza dare ad essi alcun valore. Due punti di vista sono troppi per comprendere un unico fatto. Congiunti in un terzo non possono dare che un nuovo punto di vista falso, tanto più falso in quanto tra gl’altri due non vi è intimità di rapporti e  l'uno è più insufficiente dell'altro a spiegar da solo quell'unico fatto. E il vero linguaggio, il linguaggio come creazione resta fuori d'ogni considerazione sia storica (storia letteraria) che teorica (estetica). Il superamento della concezione grammaticale della lingua e il concetto della vera natura spirituale e intuitiva d’essa si sono ottenuti in modo pieno e definitivo solamente ai nostri giorni coli 'opera capitale di CROCE (si veda), l’estetica come scienza dell’ESPRESSIONE e linguistica generale, che, riannodandosi  a VICO (si veda), a Hegel, a Humboldt nella  correzione integrativa di Steinthal, scioglie il problema identificando parola e intuizione e riferendo arte e lingua alla medesima attività teoretica dello  spirito, l’intuitiva o fantastica. Qui la grammatica ha finalmente la sua critica completa. Se la lingua è ESPRESSIONE e non esistono classi d’espressioni, la linguistica in quanto ha di riducibile a scienza è tutt'uno coll’estetica, e non  può davvero costruirsi sulle particolari teoriche che sono escogitate dell'interiezione, dell'associazione  [A  questo punto  ZOPPI (si veda) cita MANZONI (si veda), e tutto il brano è  riportato nel saggio su MANZONI (si veda) grammatico  i La filosofia della grammatica, Verona. ZOPPI (si veda) alla fine del suo saggio dà due tavole dimostrative, l’una della genesi psicologica delle parti del discorso, l'altra di quella glottologica.] o convenzione e dell'onomatopea, mescolate insieme: e poi che, se la lingua è creazione spirituale, dev’esser sempre creazione (onde resta senza significato la distinzione del problema in origine e svolgimento), l’altra considerazione che  può  farsi  sul  linguaggio  non  può  esser  che  storico-artistica,  ogni  ESPRESSIONE essendo  un  individuo  artistico  da  studiare  in    stesso  e da rivedere e ricreare in noi col ricollocarci nelle condizioni storiche in cui si produce. Una terza considerazione della lingua, la logica, che consiste nell’elaborare logicamente il fatto estetico, che è di natura sua indivisibile, dividendolo in concetti e ricavando le categorie grammaticali del moto o dell'azione (verbo), dell’ente o materia (nome) eccr, se è lecita, è infeconda pella comprensione del fatto estetico, perchè in quella elaborazione esso è stato distrutto: e quelle categorie non possono valere come modi imitabili d’espressione, come formule e precetti  pella creazione artificiale della lingua. Una tecnica dell' 'espressione è un termine erroneo, contradittorio: e appunto tale è la grammatica normativa, il cui valore è semplicemente didattico. Una forte risonanza dell’estetica di CROCE (si veda),  per quanto riguarda la lingua, s’è avuta nel saggio di Vossler, Positivismo e Idealismo nella scienza della lingua, dove si conducono argute  polemiche contro recenti teorici della lingua e in bellissime particolari analisi è mostrata tutta la fecondità e la verità del principio idealistico propugnato da CROCE (si veda) e si traggono deduzioni importantissime pel metodo e il fine dell'indagine linguistica. Vossler trova nella lingua due aspetti distinti sotto cui dev'essere conformemente considerato: 1’uno del progresso assoluto, cioè dalla libera creazione individuale e teorica, 1’altro del progresso relativo, cioè dello sviluppo regolare e della creazione teorico-pratica collettiva condizionantisi a vicenda. Nel primo caso la considerazione è estetica o stilistica (cioè di storia artistica, o critica letteraria, o storia, semplicemente), nel secondo è storica o evoluzionistica (cioè di storia della coltura, [Con questo titolo  è uscita per i tipi del Laterza di Bari, e per merito di GNOLI (si veda), la traduzione] grammatica storica). Un terzo modo di considerar la lingua, puramente  positivistico o descrittivo senza valutazione  estetica o  spiegazione  evoluzionistica, non esiste. È teoricamente impossibile. Ossia quel terzo modo è la grammatica empirica e normativa,  sussidio didattico. Ma il sistema  idealistico  vige pienamente in entrambe le prime considerazioni. Anche nel momento del progresso relativo della lingua opera un’attività  spirituale. La  grammatica, quando è conoscitiva, è così sciolta o nella storia letteraria o nella storia della cultura, sempre cioè nella storia. Quando vuol esser normativa, e non più empirica ma FILOSOFICA e rigorosa, s’annulla nell'estetica. Col suo saggio  T.  spera d'esser riusciti a confermare la verità di tale sistema idealistico, applicandone i PRINCIPII alla considerazione d'un prodotto caratteristico dello spirito teorico ITALIANO studiato nelle condizioni storiche del suo svolgimento, nei suoi  rapporti cioè coll'arte e colla scienza. Un importante filosofo. Ciro Trabalza. Trabalza. Keywords: la grammatica razionale di Grice, ‘Logic and conversation,’ repinted in Davidson and Harman, Logic and Grammar!. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Trabalza”, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza -- Grice e Trabucco: FILOSOFIA SICILIANA, NON ITALIANA -- all’isola -- la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della filosofia della salute – filosofia siciliana -- filosofia italiana – Grice italo -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Lirary, Villa Speranza (Caltagirone). Abstract. Kewyords: salute, sano, sanita. “If there was an adjective that Aristotle loved was healthy” (Grice). Grice attempts an application of ‘healthy’ to Plato, too, in the Republic. Note that ‘salute’ is a corruption of ‘salvus,’ and thus not cognate with ‘sanus’, which is the word Boezio uses to translate hygeion, as used by Plato and Aristotle. Filosofo italiano. Caltagirone, Catania, Sicilia.  Non abbiamo grandi notizie della sua vita, della quale sappiamo solo che esercita con successo la medicina a Caltagirone, soprattutto durante l'epidemia. Per il suo contributo è creato nobile da Fernando d'Aragona. Alcune suoi saggi sono conservate nella biblioteca comunale di Caltagirone, città che gli ha anche dedicato una strada.  Saggi:  “De Morbis puerorum et mulierum.” Chaudon,  Dictionnaire universel, historique, critique, et bibliographique, v. Amico e Statella, V. M., Dizionario topografico della Sicilia, Palermo. Libro d'oro della nobilità dell'imperial casa amoriense, Roma,  s.v. Amati, Dizionario corografico dell'Italia. Nome compiuto: Trabucco. Keywords: salute, filosofia della salute. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Trabucco” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Tragella: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazional dei caduti – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Grice italo – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Trezzano sul Naviglio). Abstract. Keywords. per i caduti. Grice, “How I met my wife.” As it happens, Grice was a student at Merton. A younger recipient of the same Senior scholarship, J. S. Watson, called him on short noice to fulfil the task of best man – seeing that the original best man had been killed in action shortly before. It was a Watson’s wedding that Grice met his future wife. While Grice himself was engaged  in action in the North Atlantic, he was transferred to the Admiralty for the remaining of the duration of the war. Filosofo italiano. Trezzano, Milano, Lombardia. Studia a Gorla Minore, Milano, e Torino. Si occupa di serbare la memoria della battaglia di Magenta con la costruzione di una cappella espiatoria all'interno della chiesa per accogliere le spoglie dei caduti. Ricovero vecchi poveri Sito Lombardia Beni Culturali.  Viviani, cfr. Tunesi, Morani Le stagioni, op. cit.. T., Lettera a Murri in: Murri, L. Bedeschi, Carteggio. II. Lettere a Murri. Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, Le stagioni di un prete, Le stagioni di un prete, «Rivista di storia e letteratura religiosa», Viviani, Dalle ricerche la prima storia vera, Magenta, Zeisciu. Nome compiuto: Cesare Tragella. Tragella. Keywords: per i caduti. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Tragella” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO; ossia, Grice e Trapaninapola: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionle – filosofia italiana – Grice italo – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Roma). Abstract. Keywords. implicatura. Filosofo italiano. Nome compiuto: Trapaninapola. Keywords. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Trapaninapola” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO; ossia, Grice e Trapè: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’umanità di Varrone -- -- filosofia marchese – scuola di Montegiorgio --filosofia italiana – Grice italo – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Montegiorgio). Abstract. Keywords. humanitas, homo, Varrone. Flosofo italiano. Montegiorgio, Fermo, Marche. Uno dei massimi studiosi della filosofia semiotica d’Agostino. Si laurea a Roma con una “Il concorso divino in Colonna” (Tolentino). Insegna a Roma. Promosse la fondazione dell'Istituto patristico augustinianum.  Fonda la "Biblioteca agostiniana" che si occupa della volgarizzazione di Agostino (Città Nuova) e il "Corpus scriptorum augustianorum", che pubblica le opere dei filosofi scolastici agostiniani.  Altri saggi: “Introduzione ad Agostino e le grandi correnti della filosofia contemporanea”, Atti del congresso Italiano di filosofia agostiniana, Roma, Tolentino; Varro et Augustinus praecipui humanitatis cultores, Latinitas Augustinus et Varro, Atti del Congresso di studi varroniani, Rieti) – VARRONE --; “Escatologia e anti-platonismo” Augustinianum, “Agostino, filosofo e teologo dell'uomo”; Bollettino dell’Istituto di filosofia (Macerata); Agostino: L'ineffabilità di Dio, in  «La ricerca di Dio nelle religioni (EMI, Bologna); “La Aeterni Patris e la filosofia”, Atti del Congresso Tomistico, Roma; Agostino, l'uomo, il pastore, il mistico” (Roma, Città Nuova); Patrologia, Casale Monferrato, Dizionario patristico e di antichità cristiana, Casale Monferrato, Introduzione e commento alla lettera apostolica «Hipponensem episcopum», Roma, Introduzione ad Agostino, Roma,  L'amico, il maestro, il pioniere, Cremona, apostolo della cultura. Nome compiuto: Agostino Trapè. Trapè. Keywords: la semiotica d’Agostino, Varrone, humanitas. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Trapè” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO; ossia, Grice e Trasea: la ragione conversazionale della morale romana e l’implicatura conversazionale del diritto romano -- Roma antica – scuola di Padova -- filosofia italiana – Grice italico – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Padova). Abstract. Keywords: portico, suicidio, vita pubblica, vita privata, virtute, ius, principe, principato, reppublica, senato, morale, diritto e moral. Roma antica, giustizia morale, giustizia politco-legale, Grice. Filosofo italiano. Padova, Veneto. Nato da una famiglia illustre e agiata. Mantenne stretti legami con Padova, come dimostra la partecipazione ai festeggiamenti in onore del fondatore, Antenore. Nulla è degli inizi della carriera politica tranne contrasse matrimonio colla figlia di CECINA PETO, console suffetto. Il suocero è implicato nella rivolta di Lucio Arrunzio Camillo Scriboniano che mira ad eliminare Claudio e a RESTAURARE LA REPUBBLICA e pertanto e costretto al suicidio. Lo segue, sebbene T. avesse cercato di impedirlo, anche la moglie.  Probabilmente, dopo la morte del suocero, T. aggiunse il suo nome al proprio, prassi inconsueta per un genero, che può essere letta come un segno di opposizione al principato. Non abbiamo informazioni sulla cronologia della progressione di Trasea tra i ranghi più bassi del cursus honorum ed è possibile, ma non è affatto certo, che la sua carriera politica fosse ad un punto morto.  A seguito della morte di Claudio e l'ascesa di NERONE, l'influenza del precettore del nuovo principe, il filosofo Seneca, del Portico, gli permise T. a di divenire console suffetto acquistando nel frattempo l'importante amicizia del genero ELVIDIO PRISCO. Dopo il consolato, T. ottenne il prestigioso incarico di quindecim-vir sacris faciundis. Tale ascesa e, forse, aiutata dall'attività svolta presso le corti di giustizia né è da escludere una sua nomina come governatore provinciale in accordo alla testimonianza di PERSIO, amico e parente di T., il quale scrive di aver viaggiato con lui. Sostenne in senato la causa di concussione avanzata dai cilici contro il loro ex-governatore, COSSUZIANO CAPITONE, vicino al principe, che e condannato probabilmente proprio per l'influenza e la capacità oratoria mostrata da T.Si oppose ad una mozione con cui i siracusani chiedevano di superare il numero legale di gladiatori per i loro giochi censurando di fatto l'irrilevanza cui e giunto il senato.  Quando, poi, NERONE invia al senato una lettera – scritta da Seneca -- in cui giustifica l'appena compiuto omicidio della madre, T. e il solo ad uscire dall'aula affermando di non poter dire ciò che voleva e che non avrebbe detto quel che poteva, mentre molti dei suoi colleghi si congratulavano bassamente con Nerone. Il pretore ANTISTIO SOSIANO, che scrive poesie diffamatorie su Nerone, a accusato da Cossuziano Capitone, recentemente riabilitato in Senato su impulso del suocero di questi, TIGELLINO, di maiestatis. T. dissente dalla proposta di imporre la pena di morte sostenne la più lieve sanzione dell'esilio, conforme per il reato. La proposta è approvata con larga maggioranza nonostante il parere contrario di Nerone consultato prima della votazione ed il principe e costretto ad aderirvi per far mostra di clemenza. Al processo contro il pro-console di Creta, CLAUDIO TIMARCO, accusato dai provinciali di continui abusi, avendoli costretti a compiere frequenti voti di ringraziamento, T. censura il comportamento del pro-console. Fa approvare a maggioranza un senatoconsulto che però dove aspettare il placet del principe. E dispensato dal principe dal portargli i ringraziamenti, insieme alla delegazione del senato, per la nascita di una figlia. Tale gesto e, probabilmente, il preludio della fine anche perché TIGELLINO, tra i più influenti cortigiani di Nerone e ostile a T. essendo il suocero di Cossuziano Capitone, fatto condannare da T. stesso. Tuttavia, è noto che Nerone dice a Seneca di essersi riconciliato con T. e che Seneca si fosse congratulato perché recupera un'amicizia piuttosto che averlo costretto a chiedere clemenza. Dopo tale vicenda, T. si ritira dalla vita politica. Non sappiamo esattamente quando è presa la decisione ma TACITO fa dire a Capitone, in occasione del processo, che T. ha da oltre III anni disertato tutte le sedute del senato ma, occorre ricordare che la fonte è polemica e quindi poco affidabile. Non è noto neppure quale sia stato il catalizzatore di una tale decisione che contrasta apertamente con la sua vita precedente. Forse è la sua ultima forma di protesta al principe.  In questo lasso di tempo, T. continua a curare gl’interessi dei suoi clienti e probabilmente compose anche la sua “Vita di CATONE [si veda]”, in cui loda il sostenitore della libertà senatoriale contro GIULIO CESARE (si veda) con il quale condivide la filosofia del portico. Tale opera, oggi perduta, e una fonte importante per la biografia di Plutarco. Nerone, dopo aver violentemente represso la congiura dei Pisoni, decide di sbarazzarsi di chiunque sospettava ostile, e tra questi anche T. e Barea Sorano che da tempo detesta. Spinto da Cossuziano Capitone, decide di agire durante la visita del re Tiridate I di Armenia a Roma, come scrive sarcasticamente Tacito "quasi fosse atto da re", affinché passassero inosservate le vicende di due così illustri cittadini. L'accusa contro T. e assunta da Cossuziano Capitone e Marcello Eprio, mentre Ostorio Sabino si occupa di Barea Sorano. Dapprima Nerone esclude T. dal ricevimento in onore di Tiridate ma questi, anziché farsi prendere dal timore, chiede che gli fossero notificati i capi d'accusa e che gli fosse dato tempo di difendersi. Nerone accolge la risposta di T. con agitata premura e come mai prima d'ora comincia a temere la presenza, l'ardimento e lo spirito di libertà della sua vittima e pertanto comanda di convocare il senato. L'imputato, dopo aver consultato gl’amici, decise di non partecipare al processo per evitare che Nerone si incrudelisse anche con la moglie e la figlia e per non prestare orecchio all’ingiurie degl’accusatori. In tale occasione, inoltre, impede al tribuno ARULENO RUSTICO di porre il veto al decreto del senato affermando che una siffatta azione mette in pericolo la vita del tribuno senza salvare la sua. Il giorno del processo, il tempio di Venere Genitrice, luogo di raduno del Senato, e circondato da due coorti della guardia pretoriana. Iniziata la seduta, il questore legge una lettera del principe che, senza far nomi, accusa alcuni senatori di trascurare da tempo i loro doveri e di essere, pertanto, cattivo esempio anche per i cavalieri.  Gl’accusatori accolsero tali affermazioni come un dardo pronto per essere scagliato e subito Cossuziano si scaglia contro T. per essere seguito poi da Marcello Eprio il quale, con maggiore energia, grida che si tratta di LA SALVEZZA DELLO STATO ROMANO e che la longanimità del principe sarebbe venuta meno di fronte all'arroganza dei sottoposti e che fino ad ora troppo indulgenti sono stati i senatori nei confronti di T., di Barea Sorano, definiti faziosi ribelli. Non si ricordano discorsi della difesa ed in ogni caso i senatori, nel più profondo terrore per i reparti armati, non hanno altra alternativa che votare la condanna a morte nella forma del liberum mortis arbitrium ovvero l'ordine di suicidarsi. T. e ovviamente condannato a morte, il genero Elvidio Prisco e esiliato insieme agl’amici Paconio Agrippino e Curzio Montano. Gl’altri imputati, Barea Sorano e la figlia di lui, processati separatamente, seguirono lo stesso destino di T.. Al crepuscolo, T. intento ad intrattenere numerosi ospiti e ad ascoltare con molta attenzione il filosofo Demetrio, del CINARGO, con il quale discute della natura dell'anima e della separazione dello spirito dal corpo, riceve da uno dei suoi intimi, DOMIZIO CECILIANO, la notizia della condanna. A tal punto, esorta i più a non disperarsi e a ritirarsi in gran fretta per evitare di compromettere le loro sorti con la sua, poi persuase la moglie che, memore della madre, si prepara a seguire nella morte il marito, a restare in vita e a non privare la figlia dell'unico sostegno. Poco dopo, mentre T. si avvia al portico con un'espressione lieta, avendo saputo che il genero, Elvidio Prisco, è stato solo esiliato, giunse il questore a comunicargli ufficialmente la condanna. Si ritira, quindi, accompagnato da Demetrio e dal genero, nelle proprie camere, porse ad uno schiavo le vene di entrambe le braccia e, come il sangue scorse, lo sparse a terra libando a Giove liberatore sempre alla presenza del questore. Infine, dopo molte sofferenze, muore.  In Prato della Valle, Padova, è presente una statua che lo raffigura, opera d’ Andreosi ed eretta a cura della associazione padovana Excisa Civitas. T. è rappresentato in abito consolare, ai suoi piedi un piedistallo, simbolo della costanza con cui sostenne la sua impari lotta contro Nerone. È menzionato nel romanzo Quo Vadis di Sienkiewicz. È menzionato nel romanzo Memorie di Adriano di Yourcenar. Dione Cassio. Tacito. Plinio. Tacito, Historiae. Plutarco Moralia. Geiger. Statua di T. su digilander.libero. Cassio Dione Cocceiano, Historia Romana, libri LXVI-LXVII. Plinio il Giovane, Epistulae. Tacito, Annales. Brunt, Stoicism and the Principate, PBSR, Devillers, Le rôle des passages relatifs à Thrasea Paetus dans les Annales de Tacite, Neronia, Bruxelles, Collection Latomus Geiger, Munatius Rufus and T. on Cato the Younger, Athenaeum. Rudich, Political Dissidence under Nero, Londra, (Strunk, Saving the life of a foolish poet: Tacitus on Marcus Lepidus, T., and political action under the principate, Syllecta Classica, Syme, A Political Group, Roman Papers, Turpin, Tacitus, stoic exempla, and the praecipuum munus annalium, Classical Antiquity, Wirszubski, Libertas as a political idea in Rome in the late republic and early principate, Cambridge. T., su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. MPortale Antica Roma   Portale Biografie Categorie: Retori romaniFilosofi romaniScrittori romaniFilosofi del I secoloScrittori del I secolo Romani Nati a Padova Morti a Roma Filosofi giustiziati Stoici Morti per suicidio. The wide circulation of the philosophy of the Porch among Romans of the upper class from the time of Panaetius to the reign of Marcus Aurelius is a familiar fact. Few Romans of note can indeed be marked down as committed ‘filosofi del portico’, and even those, like Seneca, who avowedly belongs to the school borrows ideas from other philosophies. Still, even if eclecticism is the mode, the ‘Porch’ element is dominant. The PORTICO permeates the writings of ‘filosofi’ like Virgil and Horace who professed no formal allegiance to the sect, and became part of the culture that men absorb in their early education. One might think that the Porch exercises an influence comparable, at Oxford, at in some degree with that which Christianity has often had on men ignorant or careless of the nicer points of systematic theology. It has often been supposed that it did much to humanise Roman law and government. That is a contention of which I should be rather sceptical, but it is not my present theme. I propose to examine the effects that The Porch had on men's attitudes to the Principate, the essentially monarchical form of government created by Ottavianus. Prima facie we might expect these effects to have been significant, yet it is not easy to discern exactly what they are. At the very outset an apparent contradiction confronts us. The Porch seems to be both upholders and opponents of the regime. The Stoic Atenodoro is an honoured counsellor of Ottaviano; Seneca the preceptor of Nerone and then one of his chief ministers, Marcus Aurelius Antonino a philosopher on the throne. Seneca exalts the autocratic power of the Princeps. Under Nerone, a ruler vigilant for the safety of each and all of his subjects, anxious to secure their consent, and protected by their affection, Rome (Seneca claims) enjoyed the happiest form of constitution, in which nothing is lacking to our complete freedom but the license to destroy ourselves. We may always suspect Seneca of insincere rhetoric and special pleading. But Seneca’s approval of monarchy in principle is shared by the honest Musonius, and Antonino clearly assumed that it was by divine providence that he had been called to exercise absolute power. And yet that perfect philosopher of the Porch, as Seneca calls him (Const. Sap.), Catone, died in defence of the old Republic, which Giulio Cesare had overthrown and Ottaviano had replaced. Cato’s conduct was still viewed as exemplary by philosophers of the Porch during the Principate. T. writes Catone’s life, and he is the centre of a circle, including ELVIDIO PRISCO and ARULENO RUSTICO, which offers the most intractable opposition to certain princes, opposition which was certainly ascribed to the teaching of the Porch. Nerone’s suspicions of RUBELLIO PLAUTO, a kinsman and potential pretender to the Principate, are enhanced by the allegation that he had adopted the Porch’s presumptuous creed, which made men turbulent and avid for power. Writing soon afterwards, Seneca himself admits that some thought, though erroneously, that the votaries of philosophy were 'defiant and stubborn, men who held in contempt magistrates, kings and all engaged in government', and he advises Lucilius to devote himself to philosophy, but not to boast of it, since philosophy itself, associated with arrogance and defiance, has brought many men into danger. Let it remove your faults and not reproach those of others, and let it not recoil from social conventions ('publicis moribus"), nor produce the appearance of condemning what it does not practise'? Though Seneca speaks of 'philosophy' in general, the context shows that he has in mind only that philosophy in which he thought the truth resided, the Porch. The second passage indeed may suggest that what endangers the Porch was not so much resistance to authority as censure of the behaviour common in the world, which made the Porch generally unpopular. Seneca had also admitted earlier that The Porch had the reputation, in his view undeserved, of excessive harshness, which was held to make it incapable of giving wise advice to rulers. It was under Gaius, Nero, Vespasian and Domitian that the Porch certainly suffered persecution. The last two princes actually expelled professional philosophers from Rome and Italy; Epictetus was among the exiles. Yet he too repudiates the charge that the Porch is opposed to authority. By reconciling the interests of the individual, truly conceived, with those of society, the Porch, Epitteto claims, produced concord in a state and peace among peoples. The Porch teaches men to obey the laws, but not to despise the authority of 'kings', though in his view neither laws nor kings could give or take away anything essential to a man's blessedness. On the other hand, the Stoic would not comply with the orders of 'tyrants', which conflicted with his own moral purpose. We might then infer that it was not political authority, nor monarchy as such, that the Porch rejects, but those rulers whose vile conduct made them 'tyrants',"' and that what the Porch – in a figure like T. -- admires in Catone is not his fight for the Republic but his rectitude and constancy. However, Vespasian was never reproached with tyranny, and ELVIDIO PRISCO, at least, whom Dio called a Republican, and whom Vespasian puts to death, must have had convictions by which an emperor could be judged in political as well as moral terms. The apparent inconsistency in the Porch’s attitude to monarchy is not the only ambiguity in their relations to the state. Seneca meets the charge of political defiance by replying that none are more grateful to rulers who preserve peace than philosophers who have retired from public life to the nobler activity of tranquil contemplation and teaching. Much writing of the Porch suggests that their teaching tended to promote not active resistance to government but entire withdrawal from political activity. Quintilian speaks of philosophers as men prone to neglect their civic duties. P. Suillius had contemptuously referred to Seneca's own 'studia inertia'. In the very passage in which Tacitus marks out ELVIDIO PRISCO as a Stoic he says that 'from early youth he devoted his brilliant mind to deeper studies, not as so many (plerique') do, to make the high-sounding name of philosophy a screen for indolent retirement ('segne otium'), but in order to undertake public duties, while fortified against the strokes of fortune. Evidently, in his judgement, the general tendency of philosophic training was to render men unfit for public careers by making them prefer the life of contemplation. Hence an ambitious mother, like Agricola's, would restrain her son from drinking too deeply at the philosophic spring. Indeed all writings of the Porch illustrate a certain tension between the claims of public activity and those of study and meditation (injra). We must, of course, distinguish sharply between Stoics who deliberately chose 'segne otium' from the start and those, like T., who retires from politics in such a way as to manifest their disapprobation of the government, even though such retirement could be justified by arguments that might rather have persuaded the believer never to enter the political arena. The former might by their indifference to the state deprive it of useful talent, but they constituted no danger to the regime. But we may wonder how a creed which encouraged such quietism could also be accused of making men turbulent enemies of the Princeps. To understand these apparent contradictions in the political attitudes of Stoics under the Principate, we must look more closely than historians generally do at the moral principles they embraced. All I can attempt here is naturally no more than a rather impressionistic sketch of those aspects of Stoic teaching which seem to me most relevant to their actual political behaviour, in office, opposition or retirement. This is no place for a systematic exposition of the logical and physical presuppositions of their moral creed, and indeed the Stoics of our period evinced no keen interest in the dialectical subtleties and doctrinal coherence of the system the earlier masters of their school had evolved. Rhetoric and devotion had largely replaced inquiry and argument. None the less their moral convictions continued to rest on metaphysical dogmata, however uncritically accepted. Like other philosophers, the Stoics assume that each man does and must pursue his individual happiness. This he can secure only if he conforms his life to nature, his own nature and that of the universe, of which his own is of necessity a part. In the impulses of animals and of children we can see how Nature herself directs living beings to seek what is conducive to life and to avoid what is contrary. Life itself and all that assists the proper functioning of the living creature belong to the category of things that are natural and therefore can be described as things of value. They include wealth, health and nearly all that men generally make their objects of endeavour. Now, man is endowed with reason, and reason shows that he cannot live in isolation. We are born for one another, and it is proper to our nature to prefer things of value for our fellows as well as for ourselves. However, experience teaches us that such things may not be in our power. If, then our happiness, or that of our fellows, were to depend at all on their possession, it would not necessarily be within our grasp, our minds would be filled with anxiety, and our failures to obtain what we desire would seem to be limitations on our freedom. But no man can be happy if he is not secure from anxiety and free. Now Nature must have designed our happiness, for all being is permeated by a substance the Stoics described as reason or the divine. This ruling element in the world, which causes all things to work together for good, is also present in our souls, and it is its presence that enables us in some measure to apprehend the providential order of the Universe. Our reason should also be the ruling element in our own nature, as it must be capable of directing us to that true happiness, security and freedom which nature impels us to seek, and which, given the rationality and beneficence of nature, it must be in our power to attain. Hence the so-called things of value cannot be truly good, simply because they are not always and necessarily in our reach. By contrast nothing can ever prevent us from constantly willing to do what is right, even though the resultant actions may fail to produce the effects intended; these effects are external to ourselves and do not or should not affect that permanent disposition of the soul in which our blessedness, security and freedom are to be found. The only true good, which reason prescribes, lies then in a virtuous disposition and in the activity that flows from it, and the only true evil is the lack of such a disposition, while the things of value and their contraries must alike be classed, to use the technical term, as things indifferent to us. Yet this leaves no criterion for identifying the particular acts the good or wise man will perform, and that criterion has still to be supplied by the things of value. Is The acts which were termed in Greek “KaOkovaand” in Latin “officia”, acts incumbent on men, which we may render as duties, even though the word has perhaps excessively Kantian overtones, consist in promoting states of affairs which will contain as much as possible of such secondary goods as health or wealth, and as little as possible of their contraries. We are bound to make the best calculations we can on the consequences of our acts, and to exert ourselves to the utmost in performing them. But we should always act with the reservation in our minds that what we seek may not be attainable and that its actual attainment is not per se good. A father will jump into deep water to rescue his child. But the goodness of his act is not enhanced if the child is saved, nor diminished if it drowns. Indeed, since the universe is providentially ordered, the death of the child, if it occurs, must be for the best. Chrysippus is quoted by Epictetus as saying that, so long as the consequences are not clear to me, I cling to what is best adapted to securing things that accord with nature; for the divine has created me such that I shall choose these things; but if I actually knew that it was now ordained for me to be ill, I would aim at being ill. Victrix causa deis placuit, sed victa Catoni. As a good Stoic, Catone should not have fought against Caesar, if he could have foreseen Caesar's victory. But lacking this foresight, he could still be subjectively right; and the admiration a Stoic could express for Cato is not in itself incompatible with acceptance of the regime for which Caesar's victory had prepared the way. For the Stoics only the wise man has an understanding of nature so complete and a disposition so unchangeable that he will never do what is not right, and only his actions are truly successful or good. Others may perform the same actions, but in a way that is somehow flawed. However, the wise man, as Seneca remarked, is as rare as the phoenix. Not even the great Stoic teachers pretended to the title. Most of their statements about his conduct may then be understood as the presentation of a model for others, and in fact the Stoics did not hesitate from the first to lay down rules for the guidance of ordinary beings. In such prescriptions they continued to attach value only to the purpose of moral activity, and not to success in performance. The fullest discussion we possess of their teaching on men's duties is to be found in Cicero's “de officiis,” the first two books of which are avowedly based on a treatise of Panaetius. But though Panaetius, who departed in various ways from the doctrines of his predecessors, did not care to describe the ideal sage and expressly turned to the duties of men in whom perfect wisdom was not to be found but whose conduct might still manifest the semblances of virtue ('similitudines honesti'), his concern with this topic was certainly not new. Moreover, there are some indications that Stoics extrapolated the concept of perfect virtue from the conduct of ordinary men which commanded universal approval. Orazio on the bridge could not be called truly brave, because he was no sage. Yet, his heroism gives an idea, by analogy, of what tcourage is. Thus Stoic practical morality was founded on commonly received opinions. While every man is bound to be of service to his fellows, the particular services he should render vary with his special relationships to them. From the first orthodox Stoic thinkers enjoined specific duties on the husband, father, slave-owner and so forth. Tacitus alludes to this practice when he describes ELVIDIO PRISCO as steady in performing all the duties of life, as citizen, senator, husband, son-in-law and friend. Epictetus and others conceive such duties as arising from the place in the world, the station or military post (Tá§is, statio) to which each individual is appointed, and which may limit, as it always defines, the kinds of action incumbent on him; though a life of virtue is open to all, even to slaves, what a man can do determines what he ought to do; for instance, if he is poor, he cannot hold office or endow his city with fine buildings (Ench.). But how do we identify these specific duties, which are given to us by our place in the world? If you are a town-councillor, says Epictetus, remember that you are one; if you are young, that you are young, if old, that you are old, if a father, that you are a father; on reflection each name invariably suggests the appropriate tasks. These tasks can, I think, only have been regarded as obvious if they were those conventionally expected from the persons so designated, and in fact Stoics seldom recommend acts that would have violated conventions. All that Epictetus himself tells a provincial governor is to render just decisions, to keep his hands off others' property, and to see no beauty in another man's wife or a boy or a piece of gold or silver plate. Epictetus does not go far beyond the maxims of abstinentia and integritas, always accepted, if often infringed, by the Roman ruling class. In fact he adds that we ought to look for doctrines that agree with but give additional strength to such common notions of duty. The great mind, as Seneca puts it, is intent on honourable and industrious conduct in that station in which it is placed. The good man does not change the rules, but obeys them more strictly. In another metaphor the Stoics employed the world was viewed as a stage in which each man had to play a part (persona, mpóocov). Panaetius exploited this metaphor in connexion with a doctrine he himself seems to have transferred from aesthetic to ethical theory, that there is a kind of moral beauty, called in Greek pétrov and in Latin decorum, which 'shines out' in virtuous activity, even in that of the man still imperfect in wisdom. It would not be germane to my theme to attempt to expound this doctrine in full, but two points are important. First, just as the physical beauty of a living creature must be attributed to the due relation of all the parts to the whole, so the moral beauty of a man's activity lies in the order and coherence of all his words and deeds, and just as the correct delineation of a figure in a drama depends on the suitability to his character of what he does and says, so in real life men must aim at maintaining the consistency, 'constantia'' or 'aequabilitas, of their conduct. But while the dramatist may properly portray the wicked man, on the stage of life we are all bound to play the role of rational beings subject to the moral law. None the less, the manner of the performance must vary from man to man." Besides the role which is common to all Panatius distinguished three others. The first arises from the individual's special inborn endowments, which he must develop to the full, so far as they are compatible with virtue, and his natural disabilities, which limit what he can do, the second from his position in the world, the third from the choice of a vocation that he is bound to make on the basis of his capacity and of the resources at his disposal, but which tends to commit him for the future. Thus a Roman of rank might choose to be a philosopher or a jurist, an orator or a soldier; having made his decision, he should normally carry it out to the end. For Panaetius it is only by recognizing the potentialities and limitations imposed by his own personality and circumstances that the individual can avoid those inconsistencies in conduct which would mar the moral beauty of his life. 'It is of no avail to contend with nature or to pursue an end you cannot reach'. Similarly in Epictetus' view, 'if you assume a role beyond your ability, the result is that you perform it disgracefully (hoxnuóvndas) and neglect the role you were able to fill. To thine own self be true, And it must follow, as the night the day, Thou canst not then be false to any man. Secondly, according to Panaetius, moral beauty, like physical, attracts the approval and love of other men. Indeed that approval comes to be regarded as a criterion for determining whether particular actions really do manifest 'decorum'. We ought to respect the opinions and feelings of others. Hence deportment, polite conversation and other matters of social etiquette become the subjects of moral precepts. Manual labour is condemned as unbefitting the free man. Even the liberal professions are pronounced below the dignity of an aristocrat. In general the conventions of the upper class society to which both Panaetius and Cicero belonged are unquestioningly accepted. We are told that for actions to be performed in accordance with custom and civic practices no rules need be prescribed. These practices are the rules, and no one should make the mistake of thinking that he has the same license as Socrates or Aristippus to transgress them. It was only their great and superhuman virtue that gave that privilege to them. This teaching justified Romans in treating their own traditions as equivalent to moral laws. It is no accident that the Stoic RUBELLIO PLAUTO 'respected the maxims of old generations' in the strictness of his household, or that Seneca admires the mores antiqui in which Romans had always tended to find the secret of Rome's greatness. The very use of the term “officium” to render Kankov had a similar effect. In common speech “officum” could mean both the kind of service which social conventions expected one man to render another, and the function of a magistrate, for example, or a senator. Its use in ethical theory suggested that such a service or such a function constitutes a moral obligation. Cicero illustrates Panaetius' doctrine of the special duties imposed by a man's individual personality from the suicide of Cato. Not every one would have been right to kill himself in such circumstances. Cato was justified because he had always held that it was better to die than to set eyes on a tyrant; his'constantia' left him no choice. Plutarch, who drew directly or indirectly on a firsthand account, shows that Catone consciously acted on this view. For Catone, death is the only way out. His son might live, but being also a Catone, should not serve Caesar. Others might make their peace with the victor and incur no blame. An anecdote in Plutarch's life of Cicero tells us that Catone also held in that while he himself could not honourably have abandoned his consistent opposition to Caesar, Cicero, whose past conduct had been very different, would have done better to remain neutral in the civil war. Catone’s conceptions are certainly known to the circle of T., whose own life of the hero may be Plutarch's immediate source. When they debate whether T. should appear in the senate to answer the capital charges against him, the question is essentially what course it is fitting – “deceret” -- for him to take, if he were to be true to the course of behaviour he had pursued without a break for so many years. Another man even within his circle is not bound to the same intransigence. Similarly, his friend, PACONIO, says that any one who so much as thought of going to Nero's games should go, but his own 'persona' did not allow him to consider the possibility. ELVIDIO PRISCO is for Epictetus the shining example of a man who was true to his persona. This sort of conception is indeed ascribed to men who are not known to have embraced the Stoic creed, just as the word 'persona' is sometimes used unphilosophically in a way compatible with Panaetius' doctrine but not derived from it. These are further indications that his doctrine corresponded closely with the thought and behaviour natural to traditional Romans. The concept is found in ORAZIO as well as in all the later Stoic writers, Seneca, Musonius, Epictetus and Marcus (and indeed elsewhere); though sometimes they think more of the special duties that were imposed on the individual by his place in the world or his vocation than of those which flow from his inborn propensities and disabilities, a few texts show that that part of Panaetius' doctrine was not wholly forgotten. The idea of decorum also survives in the attention still devoted to etiquette, to seemly ways of walking, talking, laughing, dressing, behaviour at the table and even in bed, for all such behaviour was considered an outward manifestation of the disposition of the soul. It is characteristic that Epictetus would rather have died than shaved off the beard that symbolized his role as a philosopher. In all these precepts we find the assumption that the moral law required performance of traditionally accepted duties and respect for conventions. After telling his readers that the poet can discover how to treat his personae appropriately by learning the duties that belong to the citizen, friend, father, brother, host, senator, judge and general, Horace adds: respicere exemplar vitae morumque iubebo doctum imitatorem et vivas hinc ducere voces. For the Stoics a virtuous disposition necessarily issued in virtuous activity. All had to perform their duties within that City of Gods and men which was not a city in any ordinary sense, nor a world-state that might one day be brought into being, but the providentially ordered Universe in which all live here and now. However, political activity could certainly be included among these duties. From the first the Stoic fathers had taught that the wise man would take part in public affairs, if there were no hindrance. Indeed it was a famous Stoic paradox that only the wise man was a king or statesman; he alone possessed the art of ruling, whether or not he had any subjects, just as only the doctor has the art of healing, even if he has no patients. His principal aim in politics would be to restrain vice and encourage virtue, ' although he would also necessarily be concerned with the 'things of value' and would treat wealth, fame, health etc. as if they were goods. But it could hardly fail to influence his attitude to such objects of endeavour that he was always to remember that his efforts to promote them might fail, and that failure or success was unimportant; they were not truly goods. As Epictetus observed, 'Caesar seems to provide us with profound peace... but can he give us peace from love or sorrow or envy? He cannot'. And yet blessedness comes only from such spiritual peace. In the real world, according to Chrysippus, all laws and constitutions were faulty. He once despairingly said that if the wise statesman pursued a bad policy he would displease the gods, if a good policy, he would displease men. So too Seneca could suggest that there was no state which could tolerate the wise man or secure his toleration. However, such pessimism did not represent the final judgement of the Stoa. It was recognized, most emphatically by Panaetius, that the state answered human material needs and fulfilled men's natural and reasonable impulse for co-operation." It would hardly have been consistent with the Stoics' faith in providence if all or most existing states had been irremediably evil. Did not the mere existence of any given form of institutions perhaps imply that those institutions served a worthy purpose in the divine economy? At any rate there is no evidence that Stoics condemned any political system as such; for instance what they disapproved of in the tyrant was not his absolute power but his abuse of it. We are told that it was particularly (though not exclusively) in states that exhibited some progress towards perfection that the wise man would be active. Progress must here be construed in a moral sense, of states that tended to imbue their citizens with virtue. Old Sparta apparently evoked Stoic admiration, because of the strict and simple life prescribed by Lycurgus. Sparta was also most often cited as an instance of that mixed or balanced constitution which won the approval of many ancient thinkers, perhaps above all for its stability. In the individual stability of purpose was for Seneca a mark of moral progress, s and perhaps stability was also a Stoic criterion for judging constitutions. Certainly we are told, without explanation, that the old Stoics preferred a mixed constitution. Panaetius is often held, with no certain proof, to have commended the Republican system at Rome for its balance,' and the historical work of his illustrious successor, Posidonius, was probably biased in favour of the Roman aristocracy. At Sparta Cleomenes I, who professed to be re-establishing both the old austerities and the old political balance, enjoyed the assistance of a Stoic counsellor. Cato could probably have cited Stoic texts to justify his struggle to preserve the Republic. On the other hand Stoics did not condemn monarchy in theory. Some scholars even suppose that they gave it their special approbation. No doubt rule by a Stoic sage would have been in their eyes the best form of government. That may be one reason why several of the early Stoic masters wrote treatises on kingship. Yet, given the rarity of the sage, it must have seemed a remote possibility that if he emerged at all, he would also happen to obtain sovereign authority. Probably these treatises were intended to depict the perfect ruler as a model for contemporary kings. Conceivably, like Seneca in the de clementia, their authors did not insist over much on the gulf that divided actual rulers from their ideal. Moreover, a philosopher had the best hope, so it might seem, of effecting what he thought right as the minister of an autocrat, and since kings enjoyed great power in the Hellenistic world, Stoics who were ready to engage in political activity entered their service; this was only natural. However, once the aristocratic Roman Republic had become dominant, they were no less prepared to attend and advise men of influence at Rome. Panaetius was an intimate of Scipio Aemilianus, and Tiberius Gracchus and Cato had their Stoic counsellors. Only after Augustus did monarchy become the one system towards which for practical purposes a Stoic needed to define his attitude. The precepts and examples of the early masters of the school did not require him to reject it on doctrinal grounds; how indeed could he have done so, without impugning the dispensations of Providence? At a merely empirical level Tacitus reluctantly conceded that it was in the interest of peace that all power should be conferred on one man; he had been anticipated, a century earlier, by Strabo, who was an avowed Stoic. Seneca argued that the struggle for Republican freedom had been futile, and not only his career but those of T. and Helvidius, men of firmer resolution, indicate that their principles did not lead these Stoics to condemn the Principate as such. The wise man would not be hindered from participating in public life by any form of government, yet under any form he might conceive that he had a higher duty to a vocation of philosophic investigation and teaching his fellows by precept and example, besides fulfilling the obligations of private life." And under any form he might also see that he had no opportunity for effective political action, because of the wickedness of those in high places at the time. The doctrine that the goodness of every act lay in the disposition from which it was performed and not in its results did not require Stoics to engage in an undertaking doomed to fail ab initio; the wise man would not take a leaking ship to sea, nor, if unfit to fight, enlist in the army. Under a tyranny he simply could not do any service. As for the ordinary man, there were reasons why he might abstain from public affairs which did not apply to the sage. By definition the latter had already attained to that perfect understanding and virtue to which others at best aspired. But the pre-occupations of a busy public career might be sufficient of themselves to prevent imperfect men from ever reaching that goal. Seneca could hold at times that it was justifiable for a man to retire from long public service to private duties and to care of his own soul, at times that the whole of his life was not too long for this task, all the more because his example could be beneficial to others. The sage too was impregnable in his virtue, which he could hardly lose, but in other men moral progress might be impeded by what St. Paul calls 'evil communications' (I Cor.). Moreover, even when arguing that a man should normally undertake public duties, Seneca concedes, in a way reminiscent of Panaetius' emphasis on individual endowments, that he might be debarred not only by his physical, intellectual or pecuniary resources but also by his temperament; he might be too sensitive or insufficiently pliable for life at court, too prone to indignation, or to untimely witticisms that showed high spirit and freedom of speech but would only do the speaker harm. Again, as Panaetius had also held, he might be suited only to contemplation, not to public affairs; and 'reluctante natura, irritus labor est'. None of these considerations applied to the sage, who was omnicompetent and impervious to what others would regard as insults or injuries. Seneca's views on the propriety of a political career are self-contradictory, but the assumption that these contradictions can be explained simply by the hypothesis that he recommended otium only when his own political prospects were impaired and political activity only when himself engaged in public affairs, hardly fits the fact that we find the same antinomy in the sermons of Epictetus and the Meditations of Marcus. Seneca's advocacy of quietism reflects one important aspect of Stoic influence. Epictetus recognizes of course that men are bound to perform the duties that arise from their social relationships, but he is much more insistent on the ultimate worthlessness of all those secondary goods to which activity in the world is inevitably directed. A man of a certain station should take office, but it is wrong for him to set his heart either on holding it or on freedom from its cares; it is significant that he should think it necessary to warn his pupils against yielding to both these kinds of pestic Ofeis i a is les kiy Fallivan my police it cno doubt because no good man would submit to the humiliations on which advancement depends;? the few whose aim is to bring themselves into a right relation with the divine earn the mockery of the crowd, and they can hardly pursue their aim as procurators of Caesar. Epictetus was himself a former slave with no chance of a public career, but it is plain that his audiences were mainly drawn from the upper class, some of them aspirants to a career at Rome, like the young Arrian who took down his words.' In fact Epictetus' own low social station and the academic character of his way of life may have made him less conscious of the dangers of evil communications than Seneca had been, even though two of his diatribes are devoted to the theme (n. 69). We also find a greater serenity in his teaching than in Marcus' reflections. When Marcus looked back to the time of Vespasian or of Trajan, he saw a world in which men were engaged in flattery and boasting, suspicions and plots, praying for the death of others, murmuring at their own lot, given to sexual passions, avarice and political ambition. It was the same in his own court. More than once he dwells with loathing on the dark qualities of those who surrounded him, the emptiness of their aims, their longing for the death of 'the schoolmaster', though he had so greatly toiled, prayed and thought on their behalf; indeed death would be a release, the more merciful, the earlier it came. However, Marcus had his duty to perform; he was set over mankind as the ram over the flock or the bull over the herd (ibid). No other vocation (inó®ois) is so suited to philosophy, that is to say, to the exercise of a reason which has accurately established the rationality of nature and of all that life contains. But it is evidently by a conscious effort that Marcus reconciles himself to the place Providence has assigned him, and he can also say that his role impedes him in the pursuit of philosophy." The general character of his Meditations shows that his inclination was to ponder on the divine order and his own relation to it rather than to consume his energies in 'the daily round, the trivial task' which, nonetheless, furnished him on his own principles with all his reason required him to ask. Those principles taught him that the wise man would serve the state, if there were no external hindrance. But an autocrat could plead no hindrance, so long at least as his natural capacities permitted him to render good service. All the same we can see how a man of Marcus' temperament, set in some lower station, must have preferred that life of contemplation which in the end Seneca had pronounced the best. Thus the more seriously Stoic teaching was accepted, the more ardent in some minds must have been the desire for retirement and meditation, at most combined with the performance of inescapable private duties. Whether Stoics commonly yielded to this desire, as some of their critics averred (p. 9), we cannot say; our records can hardly be expected to commemorate lives of quiet seclusion; Sextius is a rare example, known by name (n. 10). It is with others that we must henceforth be concerned, men who thought themselves bound by their principles to enter public life, who believed what Seneca once said (ep. 96, 5),'vivere militare est', and who tried to play the part, or to occupy the station, to which they had been called by birth and ability. This Stoic concept of the individual's station was applied, as Koestermann showed long ago, to the emperor himself. Augustus seems consciously to have adopted it, probably under the influence of the Stoic Athenodorus; this was known to such panegyrical writers of the time as Ovid and Velleius. Claudius too appears to have spoken of his station, and in his reign and Nero's the notion is found in Seneca and Lucan. Tacitus referred to Vespasian's station, Pliny to Trajan's. Pius himself also employed the term. It survived into the fourth century.? Curiously, Koestermann failed to observe that the idea is implicit in Marcus' Meditations. Pius, according to Marcus, always acted in the way which had been appointed for him. He exhorts himself to let the god within him be lord of a living being, who is a male, a Roman, a ruler, who has taken up his post, as one who awaits the signal for retirement from life, fully prepared. He has to carry out the task set him like a soldier storming the breach. Similarly he speaks of his 'place' in the world, or of his 'vocation'; like all men, he has tasks to perform, proper to his own constitution and nature, and 'as Antoninus, my city and fatherland is Rome'; he must be strenuous in doing his duty, acts of piety and benefit to men, like Pius before him. He is a sort of priest and servant of the gods, and this makes him, rather like the Pope, a servant of men; he regards his life as a 'liturgy' or as 'servitude'. Long before, Antigonus Gonatas under Stoic influence had described kingship as 'noble servitude', and Seneca had applied this to Nero's position. But what were the particular duties that Stoics attached to the station or role of the emperor? According to Seneca he is to be 'vigilant for the safety of each and all'. He belongs to the state, not the state to him.® Seneca recommends Nero to win his subjects' consent, respecting public opinion 3 and freedom of speech,* and to observe the laws. Under the good ruler justice, peace, morality ('pudicitia'), security and the hierarchical social order ('dignitas') will be upheld, and economic prosperity will be assured.& The greatest stress is of course laid, for reasons not hard to discern, on clementia. But it is everywhere implicit that the emperor should be guided by traditional standards and objectives accepted by his subjects. Marcus accepted similar criteria. Marcus adjures himself to do everything as a pupil of Pius, to emulate his justice, beneficence, clemency, piety, frugality, his respect for the opinions of others combined with firmness and foresight in making his own decisions, the purity of his sexual life, his mildness and cheerfulness, his civilitas, and so forth. Marcus himself continually reflects on two themes, the providential order of the world and the duty incumbent on all men to perform acts of fellowship (praxeis koinônikai), a duty that springs from man's place in that order." This creed undoubtedly supplied him with a deeper sense of the value of the virtues that Pius had exemplified, not least his untiring devotion to work. 'Rejoice and take thy rest in one thing, proceeding from one social act to another, with God in mind' (VI 7). There was no novelty in all this. For instance, Hadrian's procurators had proclaimed the 'indefatigable care with which he is unceasingly vigilant for the interests of men'. Fergus Millar has illustrated at length the standard of personal industry which was expected of emperors, though (I suspect) not as often reached as his more unwary readers might suppose. Dio tells us that Marcus himself was a hard worker who applied himself diligently to all the duties of his office, who never said or wrote or did anything as if it were of small account, but who would spend whole days, without hurrying, on the slightest point, believing that it would bring reproach on all his actions, if he neglected any detail. The assiduity always expected of an emperor was now grounded in Marcus' own philosophic convictions. Recently a scholar has censured Marcus for speaking of the obligations we have in the universal city of gods and men without telling us what they are.? But for Marcus each man has his own station in that city: his was that of Rome's ruler. He was not writing a treatise to instruct others, but meditating privately on his own duties, and he could have learned these, in conformity with Epictetus' teaching, by merely considering the name of emperor which he bore; it told him that his task was to do what was expected of an emperor. Numerous principles of government are in fact implicit in his account of Pius, for instance in his allusion to Pius' husbandry of financial resources. The same critic rightly observes that Marcus' policy and legislation were largely traditional, and concludes that he was basically a Roman rather than a Stoic. But the antithesis is false. I suppose that it rests on a presupposition that Stoic teaching on the kinship of all men as such ought to have made genuine believers critical of the existing order and ready, when they had the power, to reform it. But at least after Zeno and Chrysippus (n. 37) no Stoic thinker drew any such practical implications from the doctrines of the school: their aim was to amend the spiritual condition of individuals, not their material lot, nor the social structure. Epictetus held that it was man's task not to change the constitution of things - 'for this is neither vouchsafed us nor is it better that it should be' - but to make his will conform with what happens." So too Marcus, vested with autocratic power, tells himself 'not to look for a Utopia, but to be content if the least thing goes forward, and even in this case to count its outcome a small matter. "3 Marcus' portrait of Pius has special value for two reasons. First, as the product of intimate familiarity and perfect sincerity, it shows us both what Pius was in the eyes of one who had long worked with him closely and what Marcus himself sought to be." It is thus infinitely more authoritative testimony to the practice of Pius and to the ideals of Marcus than we possess for any other ruler in the judgements of historians or in the propaganda of panegyrics and coins. But, in the second place, if we leave on one side a few merely personal traits and anecdotes, it presents a model that corresponds to the conventional view of the good emperor that we can construct from such evidence. The qualities that Marcus imputes to Pius are precisely those for which other emperors take credit themselves or which are lauded by their admirers or flatterers, and the judgements of later historians such as Tacitus and Dio reflect the extent to which they considered these claims justified. Augustus himself provided the prototype. There is thus no sign that Marcus recognized any objectives that had not been pursued by those among his predecessors who had earned the approval of the upper classes, or that his doctrines either led him to question the established principles of imperial policy or offered him any guidance in determining the objective content of his actions. His philosophy inspired him to do what he thought to be right, but what he thought to be right was fixed by tradition. His convictions made him give the most conscientious attention to even trivial tasks, but that very absorption can have left him the less time to re-examine the content of his duties; probably it never occurred to him that such re-examination could be needed. The principles and virtues he admired in Pius are almost the same as, for instance, Pliny had ascribed to Trajan, and Pliny admits that they had been attributed to all earlier rulers, Domitian included, though with less sincerity and truth.? To take one example of the traditional character of the ideal, Pius' firmness of purpose, his self-consistency, recalls the 'constantia' of the Stoic wise man," but it was Tiberius who had proclaimed to the senate his wish to be 'far-sighted in your affairs, constant in dangers, fearless of giving offence for the public interest'. And in this same speech Tiberius re-asserted his policy of treating all Augustus' words and deeds as having the force of law. That was known even to a provincial contemporary; Strabo remarked that he had made Augustus the standard for his administration and commands.' It was by that standard that each of peror our or prided, a deo which the syst a uration of y ravis a adjustments had from time to time to be made, but it developed slowly and almost imperceptibly from a sequence of new expedients rather than from any deliberate pursuit of reform. Deliberate innovation was characteristic only of those emperors whose policy was reversed after they had been overthrown. There are certain features in Marcus' imperial ideal which are highly relevant to the attitudes that Romans of rank might be expected to adopt towards the emperor and his service. Pius had disliked pomp and adulation and treated his friends as one gentleman treats another; Marcus warned himself not to be 'Caesarified'. This civilitas may seem to be no more than a matter of etiquette, but Panaetius had already elevated sensibility for the feelings of others into a moral obligation, and the more indes-tructibly absolute the real power of the emperor appeared, the more the upper class at Rome prized the semblance of his being no more than the first citizen. Perhaps nothing in Domitian's conduct so enraged them as his claim to be 'God and Master' and the behaviour that went with this claim. Moreover, civilitas generally accompanied and conduced to something of more political significance, the emperor's readiness to tolerate free expressions of opinion and to listen to advice. Both Pius and Marcus were notable for respecting such 'libertas' (even though there is no good reason to think that Marcus did not reserve the final decision to himself). 1a Such respect was demanded of emperors by senators, and it could be seen as an indispensable condition of their performing their own role in the service of the state. In name at least the imperial senate retained the highest responsibilities. Augustus had pretended to restore the old Republic, and it could even be said of him and of Tiberius that they had revived the maiestas of the senate. On Republican principles, as stated by Cicero, that should have meant that the senate was once again the ruling organ of the state with the magistrates as its servants;1°4 of these the princeps could no doubt be regarded as the first. In theory he was to be the public choice ('vocatus electusque a re publica'), and Tiberius expressly acknowledged that it was the senate which had entrusted him with his wide powers; like Augustus, he would not allow himself to be styled dominus, but actually addressed the senators as his 'bonos et aequos et faventes dominos', 105 In outward appearance the majesty of the senate had been enhanced by new judicial, electoral and legislative prerogatives, and the privileges of its members were sedulously preserved or extended. At his accession Tiberius had professed to desire that the functions of government discharged by Augustus should be more widely shared; later he censured the senate for casting the whole burden on the emperor; he disliked flattery, and at least pretended that senators should speak their minds; in his reign, as under Augustus, 108 there remained what Tacitus calls vestiges of free speech in the senate. Tiberius began by consulting it on all matters, however weighty;''° it was still expected to be the great council of state. Gnaeus Piso, renowned for his free speaking, urged that it would be proper ('decorum') for the senate and Equites to show that they could assume the burdens of government in the absence of the emperor.!" The reigns of terror in Tiberius' later years and under several of his successors in the first century cowed most members, but the emperors continued, however insincerely, to treat their constitutional rights as unchanged. Claudius could tell the senate that it was 'minime decorum maiestati huius ordinis' that its members should not all give their considered opinions. Pliny tells how Trajan exhorted them to resume their liberty and 'capessere quasi communis imperii curas'; we may be sure that 'quasi' was inserted as discreetly by Pliny as it had tactfully been omitted by Trajan. This was not new, as he remarks; every emperor had said the same, though none had been believed before. Thus in theory the senate remains the great council of state, and just as a conscientious emperor could conceive that he was bound to perform the traditional duties of his station as ruler, so conscientious senators could take seriously the fulfilment of the responsibilities that the emperors themselves continued to recognise as constitutionally belonging to their order. Under Nero T. saw it as his duty 'agere senatorem', to play the role of a senator. At the outset of his reign in Nero declares that the senate should retain its ancient functions, lis and, until the conspiracy of Piso,  most senators are free from the terror that hardly abates in the previous generation. Nero's victims in these years consisted almost wholly of the few who stood too near the throne. T. has some ground for hope, not least in the influence of Seneca, that there is now a place for senatorial freedom. T.’s first recorded initiative consists in unsuccessful opposition to a motion permitting Syracuse to exceed the appointed number of gladiators for a show. T. is standing for the old order. T’s critics urge that an advocate of senatorial liberty should devote himself rather to great questions of state. T. replies that, by attention to the smallest matters, the senate shows its competence to deal with the greatest. To T., virtue is manifest in EVERY ACTIVITY ALIKE. We may recall Marcus' attention to detail and insistence that it was of value if the least thing went forward. T. also shows his care for good government by assisting the Cilicians to obtain the conviction of an oppressive governor. Yet T. is to inveigh against the 'novam provincialium superbiam', manifested in the power some subjects possessed, to secure or prevent votes of thanks to governors in provincial councils. It is  shameful that 'nunc colimus externos et adulamur'. This solicitude for the superior dignity of a senator is no more inconsistent with T’s belief in the common humanity of all men, irrespective of their status, than their failure to challenge the institution of slavery, or indeed to promote strict equality before the law among free men. They never expressed disapproval of degree, priority and place', which were such marked features of the Roman social structure and which they could not have regarded as incompatible with the providential order of the Universe. Not that T. is showing indifference to the true interests of the provincials. It is the 'praevalidi provincialium et opibus nimiis ad iniurias minorum elati' whom T seeks to check. Tacitus makes T. aver his care for good government on this very occasion. T.’s sincerity need not be doubted. And, in all probability, T.’s motion, which was approved after reference to Nero, is beneficial. Once again it only extended the principle of a senatus consultum of Augustus' time. Already T. walks out of the senate rather than assent to the congratulations it proffers to Nero on Agrippina's murder. T. also shows less enthusiasm than Nero desired for the ludi luvenales. T.’s enemies suggested that it is inconsistent that T. himself performs in the garb of a tragic actor in his home town of Padova. But the ludi cetasti which T so honours are of ancient institution, ascribed to Antenor, and it is very possible that T. does no more than tradition requires. By contrast, Nero's histrionic performances are a hated novelty. Ordinary Romans came to detest Nero no less for his breaches of convention than for his crimes; 'I began to hate you' Subrius Flavus told him: 'once you appeared as the murderer of your mother and wife, as charioteer, actor and incendiary' It was typical of a Stoic to disapprove of departures from the old mores. Yet T. still does not despair. What Seneca could excuse, T. overlooks. T. advocates a mild penalty for the praetor, Antistius, accused of treason because he had published poems libellous of the emperor. The senate should not impose sentence of death 'egregio sub principe', when it was free to make its own decision and could opt for clemency. Even flattery of Nero was justified in a good cause, and in fact Seneca's old pupil was not yet ready to disregard the maxims of his master. Long assiduous in attending the senate, T. at last withdraws, though he still performs private duties to his clients in the courts, in the manner Seneca recommends. There is no vestige of evidence that T. conspires. But T.’s retirement implies that, in his view, the regime is irretrievably corrupt, since his previous devotion to public affairs showed that it could not be set down to 'ipsius inertiae dulcedo.’ It may seem strange that his friends, Arulenus Rusticus, tribune, and Helvidius Priscus, did not retire with T. But each Stoic had to make his own decision, true to his own persona. T.’s conduct marks Nero as a tyrant. It may be construed, and genuinely felt, as a threat. Tyrannicide was esteemed in antiquity as not a crime but a noble deed. In an extreme case, according to Seneca, it was an act of mercy to the tyrant himself. The poet, Lucan, who was tinged with Stoicism, had been implicated in Piso's conspiracy,and that was the occasion for the banishment of Musonius, though there was apparently no evidence of his guilt. In general, there is no ground for thinking that Stoics turned to plotting against the emperors of whom they most profoundly disapproved. Epictetus merely insists that no commands of the tyrant can affect true freedom; a man can always choose to obey God rather than Caesar. Thus he only contemplates passive resistance. T. goes no further, and perishes on that ground alone. Under DOMIZIANO too Arulenus Rusticus, called an ape of the Stoics, is said to have suffered death merely for his laudation of T., Herennius Senecio for his biography of the elder Helvidius and for failing to pursue the normal senatorial career, and Helvidius' own son for his withdrawal from politics and for alleged libels on the emperor; by what they did not do, and sometimes by what they said, these men had indicated that Domitian was a tyrant, no more, but that was sufficient offence. The elder Helvidius, T.'s son-in-law, undoubtedly went further. Exiled by Nero and recalled by Galba, he was encouraged by Vitellius' practice of consulting the senate even on minor matters to controvert the emperor's proposals, and new hope was brought by the accession of Vespasian, a friend of T.. At first Helvidius spoke of T. with honour but without insincere adulation. He judged that the time had come for independent action. The senate should indeed 'capessere rem publicam', all the more, as Gnaeus Piso had once held because the emperor was absent. Helvidius proposed that the senate should take immediate measures to remedy the deficiencies of the treasury and to restore the Capitol, a task in which Vespasian might merely be asked to assist. By selecting deputies to congratulate the new ruler it should mark out the men on whom Vespasian should rely for advice. Equally the great delators of Nero's reign, such as T.’s accuser, Eprius Marcellus, should be punished. Perhaps the motives for this demand made by Helvidius' friends as well as by himself were vindictive; we cannot read their minds. But we may see a justification that went beyond rancour, one of the same kind that lay behind the impeachments and Acts of Attainder that served to promote the development of a constitutional monarchy in our own country; the punishment of wicked ministers of the past might deter their like in the future. Helvidius' aim was surely to ensure that Vespasian and his successors should rule by the advice and consent of the senate and of those it trusted. His initiatives found insufficient support. 136 It was in the same year after Vespasian's return that the fatal conflict began. According to Dio Helvidius incurred Vespasian's hatred partly for abusing his friends - that is easy to understand, for Eprius was again in high favour - and still more for turbulence in rousing the people with denunciations of monarchy and praise of a Republican system. 138 That is not to be believed. Long ago Helvidius had consented to serve the Principate; he had recently approved of Vespasian's accession, and rabble-rousing was as alien to Stoic practice as it was futile. Probably Dio confused Helvidius' attachment to libertas, an ambiguous word, with Republican allegiance. 139 But the breach was serious: it led first to Helvidius' arrest and then to his banishment and execution, of which Vespasian himself is said to have repented. He must in the emperor's view have been guilty of treason. But in what way?Dio, in making out that Helvidius appealed to the rabble, probably associates his opposition with the expulsion of Stoic and Cynic philosophers that occurred about the same time. It is highly probably that some Cynics under the Principate did assail monarchy and the whole social order. This view indeed hardly fits the notion that there was a 'Cynic-Stoic' theory of kingship, but that notion should surely be discarded. Just as the Cynic 'citizen of the world' was a man who rejected the ties of citizenship in any particular state, so the Cynic 'king' was one who truly possessed the unfettered freedom that was falsely ascribed to autocrats; both conceptions were moral, not political.140 In any case Cynics and Stoics ought not to be confused, though some Stoics, notably Epictetus, undoubtedly admired the true Cynic's indifference to worldly goods; but not even Epictetus held that it was right, except for a few persons with a special vocation, to neglect ordinary social and political obligations. 14 But just because there was a certain measure of agreement between Stoics and Cynics, and because there were a few Stoics who could be called 'paene Cynici' (n. 37), it was easy for the enemies of aristocratic Stoics to resort to malicious misrepresentation of their attitudes. Thus the accusers of T. had suggested that his attachment to liberty was a mere pretence that concealed anarchic designs inimical to the Roman peace. Tacitus' detailed account of his actions disposes of this calumny. Unfortunately, Tacitus' evidence of Helvidius'  quarrel with Vespasian is lacking, and Dio, usually unsympathetic to philosophers, probably adopted uncritically somewhat similar allegations against him. It is not in the least likely that a man of mature age whohad sought to uphold the authority of the senate and had previously been ready to serve emperors now threw over all his past convictions and engaged in attacks on the whole established order. Epictetus (n. 152) and Tacitus (n. 22) depict him as true to the last to his own role as a senator. We must then look for another explanation. Dio's epitomator collocates Helvidius' quarrel with Vespasian with an incident in which Vespasian left the senate in tears, saying that either his sons would succeed him or no one would. It is an old conjecture, which I would endorse, that Helvidius objected to Vespasian's manifest intention to pass on his power to his sons. Once Titus had actually been invested with imperial power as his father's colleague in 71, Helvidius' protests could plausibly have been construed as treason. If this explanation be true, we can see that there was right on both sides. Constitutionally the choice of a princeps lay with the senate, and a man was to be chosen in the public interest as the person best fitted for the task. There was no reason to think that Titus or Domitian fulfilled this criterion.  In practice the succession had been dynastic from the first, and it had given Rome a series of rulers, every one of whom in senatorial opinion had proved a tyrant. The crimes and follies of Nero had resulted in civil war that imperilled the very fabric of the empire. Galba (having no heir in his family) had allegedly proclaimed a very different principle: the adoption of the best man to be marked out by consent. 147 Yet from the first Flavian supporters had seen in the fact that Vespasian had two grown sons a guarantee of stability. Dynastic sentiment might count for little in the senate, but it made a powerful appeal to the armies and the provinces. '4) Not one of Vespasian's successors could afford to disregard this factor. Marcus Aurelius admired Helvidius as well as Thrasea; from them he had learned, he says, the conception of a state with one law for all, adminstered by the principles of equality and free speech for all alike, and of a monarchy that valued most highly the liberty of the subjects;150 yet he too made a worthless son his successor. We need not think that this must be explained by Aristotle's dry observation that it would be an act above human virtue for an absolute king to disinherit his own son:151 dynastic succession was part of the tradition that Marcus could think it right to accept.Epictetus illustrates his thesis that every man has his own individual role to play by dramatizing a confrontation between Helvidius and Vespasian. 'When Vespasian forbade him to attend the senate, Helvidius replied, "It lies with you to exclude me from the senate, but while I am a senator, I must attend". "Then attend, but say nothing." "Do not ask my opinion and I will say nothing." "But I am bound to ask your opinion." "And I am bound to say what I think right." "But if you speak, I shall put you to death." "When then did I tell you that I was immortal: You will do your part and I mine. It is your part to put me to death, mine to die without trembling, your part to banish me, mine to depart without repining.'" What good did Helvidius do, asks Epictetus, as he stood alone? 'What good does the red stripe do the mantle? What but this? It shines out (iopÉTTE!) as red, and is there as a fine (koóv) example to the rest. Anyone but Helvidius would simply have thanked Vespasian for excusing his attendance, but then Vespasian would not have had to issue any prohibition; any one else would have sat in the senate, inanimate as a jug, or have heaped on the emperor the flatteries he wished to hear. '152 Helvidius had assumed a role, conscious of what his personality required, had prepared himself to play it, and was resolved to play it to the last. And his conception of that role was determined by constitutional principles, to which indeed most men now rendered only lip service. His stand was unsuccesstul. lo a Stoic that was of no consequence. Similarly it is no valid criticism of T. that, in disapproving of Agrippina's murder, he imperils himself without promoting the freedom of the rest. Not all men have the same duties, and in any case you could not prescribe another's conduct, nor could it affect your own blessedness. If my contentions are correct, Stoics as such had no theoretical preference for any particular form of government, monarchical or Republican. They acknowledged the value of the state, and they accepted that an individual whose position in the world and natural endowments permitted him to render the state some service had a duty to take part in public life, but only under certain conditions. His preoccupation with political activity must not be such as to impair his spiritual welfare, and even though the value of every action derived wholly from the agent's state of mind and not at all from the external consequences of the action, it was senseless for a man to involve himself in public cares, if it were certain from the start that he could achieve nothing so long as he acted as a good man should. Thus Stoic teaching may have tended to induce many of its devotees never to emerge from a quiet course of philosophic study and private duties: it certainly led others to retire from public life, or to manifest their opposition to the government, under rulers whose conduct violated moral rules. These rules were, for the Stoics, those which were endorsed by their society. It did not occur to them that the political principles that rulers were commonly expected to observe might need to be reviewed. Each man had a role to perform, a station to fill, the duties of which were fixed by general consent. The good emperor, and the good senator, were bound to carry out these duties conscientiously. It was this way of thinking that united Stoics in power and Stoics in opposition. Hence, as the good ruler, Marcus could easily recognize the merits of good subjects such as Thrasea and Helvidius, who had done their best to play their own, different, parts in public affairs. If in politics success is the standard of judgment, there was little to commend in men who did not identify outward defeat with sheer futility, who admired above all the 'iustum et tenacem propositi virum' and would have thought it praise enough to say that si fractus illabatur orbis impavidum ferient ruinae, without even admitting that there might be something unwelcome in the ruin of the world. Moralists may find some comfort that history occasionally reveals men in high places ready to do or endure anything for what they suppose to be right. The historian can note that what the Stoics supposed to be right, what they could conscientiously devote or sacrifice their lives to doing, was largely settled by the ideas and practices current in their society, and that a Helvidius or a Marcus was inspired by his beliefs not to revalue or reform the established order, but to fulfil his place within that order, in conformity with notions that men of their time and class usually accepted, at least in name, but with unusual resolution, zeal and fortitude. T. was thus a Roman politician of the Porch persuasion. As a member of the Senate, he fearlessly follows an independent line, and in the process antagonised with Nerone, who eventually pressurises the Senate into condemning him to death. T. duly commits suicide by opening his veins in the presence of his son-in-law, Elvidio Prisco and Demetrio di Roma. He was a great admirer of Catone Minore and wrote a biography of him. Nome compiuto: Publio Clodio Tràsea Peto. Keywords: portico, suicidio, vita pubblica, vita privata, virtute, ius, principe, principato, reppublica, senato, morale, diritto e moral. Roma antica. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO; ossia, Grice e Trasea: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della filiale della setta di Crotone a Metaponto – Roma – filosofia italiana – Grice italico – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Metaponto). Abstract. Keywords: Crotone, filosofia italica. Filosofo italiano. Metaponto, Bernalda, Matera, Basilicata. A Pythagorean, cited by Giamblico. Nome compiuto: Trasea. Keywords: la setta di Crotone, filiale a Metaponto. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO; ossia, Grice e Trasci: la ragione conversazionale del colloquio lizio con me stesso -- filosofia italo-albanese -- filosofia italiana – Grice italo – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Bisignano). Abstract. Keywords. Grice: “A good thing about having a ‘colloquio con me stesso’ is that you don’t need to follow the Cooperative Principle, or do you?! --  But while some such quasi-contractual basis as this may apply to some cases, there are too many types of exchange, like quarreling and letter writing, that it fails to fit comfortably. In any case, one feels that the talker who is irrelevant or obscure has primarily let down not his audience but himself. Filosofo italiano. Bisignano, Cosenza, Calabria. “Spera in Deo”. Nato in una famiglia di origine arbëreshë. Essendo il primogenito della famiglia e, dunque, contravvenendo alle regole del maggiorascato, a causa della salute cagionevole venne avviato alla carriera ecclesiastica nel locale seminario, proseguendo gli studi a Roma e Napoli. È nella città partenopea che si lega particolarmente alla compagnia di Gesù divenendo uno dei confessori più vicini a Isabella della Rovere, principessa di Bisignano. Per non essere distolto dai propri studi filosofici si ritira volontariamente a vita privata, dapprima nella Tuscia e poi ospite nel Castello di Proceno, presso Viterbo di proprietà dei Sforza. Ancora nei primi professore una lapide marmore posta nella rocca ne ricorda la sua permanenza. Da tale esilio usce in pochissime occasioni, assistito dal nipote. Fu durante la reclusione nella rocca di Proceno che ha modo di conoscere GALILEI ospite nel palazzo durante un suo viaggio verso Roma. Dopo esser stato vescovo di Umbriatico,venne creato vescovo di Massimianopoli in partibus infidelium da Alessandro VII. Saggi: “Colloquio con me stesso”, di Antonino. Universam Aristotelis philosophiam; Summa Aristotelicha – LIZIO. Summa theologica dogmatica. Tomassetti, Cenno storico sulla vita dell’illustrissimo T. (Roma); Nutarelli, Proceno-Memorie storiche, Acquapendente, T., Amalfitani di Crucoli, erudito italo albanese Professore or mai dimenticato,  MIT Cosenza. Ferrante Marco Antonio Baffa Trasci. Ferruccio Baffa-Trasci. Trasci. Keywords: “conversazione con me stesso”, lizio, Galilei. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Trasci” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO; ossia, Grice e Trasillo: la ragione conversazionale del principe filosofo -- Roma – filosofia italiana – Grice italo -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza  (Roma). Abstract. Keywords. philosophus rex, Antonino. Filosofo italiano. the philosophy teacher or tutor of emperor TIBERIO. A Pythagorean and member of the Accademia. Nome compiuto: Trasillo. Keywords: Tiberio, principe filosofo. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO; ossia, Grice e Trasimede: la ragione conversazionale della filiale della setta di Crotone a Metaponto – Roma – filosofia della Basilicata -- filosofia italiana – Grice Italico – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Metaponto). Abstract. Grice: “Humpty Dumpy tells Alice that, in contrast with what Mill was indoctrinating, names do have meaning. Consider ‘Trasimede’. The name means ‘bold of thought.’ From Trasi- which means bold, courageous, audacious, or resolute. And -mede, a suffix related to thought, consel, or plans. Therefore, the name signifies someonewith bold or courageous thoughts, plans, or counsels. In ancient Greece, and Magna Graecia – southern Italy, but not Sicily – names are often chosen to reflect desired traits or lineage. The name ‘Trasimede’ was particularly associated with heroic figures and influential families, such as the lkmaionidai, a prominent Athenian noble family descended from a grandson of Trasimede. The name also reflects the valued placed on decisive and energetic actions, particularly during the classical period in Athens when uch characteristics were vital for a successful warrior and statesman. Keywords: Crotone. Filosofo italiano. Metaponto, Bernalda, Matera, Basilicata. A Pythagorean, cited by Giamblico. Trasimede. Keywords: setta di Crotone, filiale di Metaponto. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO; ossia, Grice e Trebazio: la ragione conversazionale della repubblica romana e l’implicatura conversazionale del luogo – Roma antica -- la filosofia romana –  filosofia campanese -- filosofia italiana – Grice italo – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Velia). Abstract. Keywords. Filosofo italiano. Novi Velia, Salerno, Campania. È molto dubbio che si debbano prendere alla lettera certe espressioni di CICERONE che accennano l’inclinazione di T. por la filosofia dell’Orto. Provenne da famiglia agiata e pare che si reca a Roma per darsi agli studi giuridici. Per raccomandazione di CICERONE, GIULIO CESARE lo conduce nelle Gallie e si serve di lui per pareri giuridici. Ritornato a Roma all’inizio della guerra civile, T. age da mediatore tra GIULIO CESARE  e CICERONE. Nel conflitto fra CESARE e POMPEO, T. si schiera col primo al quale rimase sempre fedele. Dopo la morte di GIULIO CESARE, T. si reca spesso alla villa Tuscolana di CICERONE, ove gli caddero in mano i "Topica" di Aristotele. Per contentare il suo desiderio di avere chiarimenti di quella trattazione, CICERONE scrive il saggio omonimo che dedica ed invia a T. In seguito T.  segue OTTAVIANO. ORAZIO dedica a T. una satira, in cui lo presenta come un insigne giurista. T. venne nominato cavaliere o da GIULIO CESARE o d'OTTAVIANO. T. è il maggiore giurista del tempo suo e ha come scolaro ANTISTIO LABEONE (si veda). Scrive sul diritto civile e sulle religione, ma ci restano soltanto citazioni di autori posteriori. T. probabilmente adere a un eclettismo simile in parte a quello di CICERONE con forti caratteri dell’ACCADEMIA e del PORTICO, ma non si può dire se accetta la scessi probabilista dell'ACCADEMIA. È in stretti rapporti di amicizia e confidenza con GIULIO CESARE, OTTAVIANO, ORAZIO, MECENATE, oltre che con CICERONE, col quale intrattenne un fitto epistolario e che gli dedica i “Topica”. In qualità di giureconsulto, segue GIULIO CESARE nelle sue campagne galliche, ricoprendo, anche se solo formalmente, la carica di tribuno militare. E inoltre ascoltato consigliere d’OTTAVIANO ed ha notevole fama quale maestro di MARCO ANTISTIO LABEONE (si veda), che, nella fase evolutiva che dalla Res publica al Principato, è l'artefice di quel movimento innovatore del diritto romano che e stato detto dei proculiani.  Delle sue numerose opere nulla si è conservato, se non le frequenti menzioni che di lui si trovano nelle Pandette e nelle Institutiones del Corpus iuris civilis giustinianeo. Da CICERONE e POMPONIO apprendiamo che è allievo a Roma di CORNELIO MASSIMO (si veda). Secondo POMPONIO, la perizia giuridica di T. e maggiore dell'eloquenza, arte in cui fu superato da qualcuno, come CASCELLIO, giuridicamente meno dotato di lui. Potrebbe essersi avvicinato all'ORTO tramite PANSA, una scuola dalla quale si sarebbe poi allontanato su sollecitazione di CICERONE che la considera poco consona alle virtù civili e allo studio e alla pratica del diritto. La questione ritorna poco dopo, quando CICERONE parla dei rischi del disimpegno civico di T., in relazione al suo ruolo di patrono di Ulubrae, i cui cittadini, in nome dell'amicizia tra i due, saputa della presenza dell'oratore di Arpino, si sono mobilitati nel dare un'entusiastica accoglienza. Nelle stesse righe, CICERONE già si mostra perplesso alla notizia di un suo precedente avvicinamento, sulla scia di Selius, all’ACCADEMIA di Carneade, della scessi, una tradizione filosofica un tempo seguita e apprezzata da CICERONE, ma dalla quale, come si evince indirettamente anche dalla lettera, egli aveva preso le distanze in favore di una sua particolare interpretazione del PORTICO. Ha poi una notevole reputazione come maestro di MARCO ANTISTIO LABEONE (si veda), che avrebbe ricoperto un ruolo importante nella cruciale fase di svolta che portò dalla repubblica romana al principato. Nell’accanite dispute dottrinarie che divisero in fazioni i giureconsulti dell'epoca, LABEONE è l'iniziatore di quella corrente innovatrice che sarebbe stata detta dei proculiani. La familiarità con CICERONE è testimoniata dall'intensa corrispondenza – XVII lettere - nelle quali aleggia sempre un tono umoristico e confidenziale e da cui è possibile attingere molte delle notizie sulla sua vita. Ecco come CICERONE, probabilmente ospite di T. (o forse dell'amico THALNA) a VELIA in un viaggio verso la Grecia, si rivolge all'amico assente. Tu però, se, come sei solito, darai ascolto ai miei consigli, serberai i tuoi beni paterni, né lascerai il nobile fiume Alento, né diserterai la casa dei Papiri. Cicerone. Velia, lettera a T. in Roma. Da CICERONE proviene anche qualche annotazione critica sul carattere di T., secondo lui troppo incline, a volte, ad atteggiamenti presuntuosi e giudizi tranchant: come quando CICERONE, in mezzo ai brindisi, viene messo alla berlina dall'amico sulla questione dell'esistenza o meno di una particolare tradizione dottrinaria. L'esistenza della tradizione, a cui peraltro nessuno dei due adere, vienne negata da T.. CICERONE allora, pur rientrato tardi a casa, e tra i fumi dell'alcool, trova il tempo di puntigliose ricerche in biblioteca per dimostrare la fondatezza delle sue ragioni e rinfacciarle all'amico. Tratti caratteriali che CICERONE considera evidentemente difetti e che non manca di rimproverare all'amico, in maniera anche piuttosto aspra. E ora ascoltami bene, mio caro Testa [T.]! Io non so cosa ti renda più superbo, se il denaro che ti guadagni o l'onore che GIULIO CESARE ti fa nel consultarti. Conoscendo la tua vanità, possa io crepare se non credo che tu ami più l'essere da GIULIO CESARE consultato piuttosto che da lui arricchito! -- Cicerone. Roma, Lettera a T. in Gallia. CICERONE lo raccomanda come giureconsulto a GIULIO CESARE, allora pro-console della Gallia, definendolo probo, modesto e dotato di profonda conoscenza e dottrina dello ius civile. T. si une a GIULIO CESARE nella campagna di Gallia venendo investito della carica di tribuno militare. Mostrandosi poco attratto dalle faccende militari, sembra che GIULIO CESARE, pur confermandogli la carica e la paga, lo avesse esentato dagl’oneri connessi. La stessa cautela in materie militari lo dissuase dal seguire GIULIO CESARE in Britannia, facendogli meritare ancora le frecciate di CICERONE che ironicamente si chiede come mai un accanito nuotatore come lui non abbia voluto bagnarsi nell'oceano. Poté quindi godere dei favori di GIULIO CESARE con il quale entra in grande confidenza e al cui fianco resta fedele nel corso della guerra civile. A proposito di tale confidenza è significativo un aneddoto, riportato da SVETONIO, in cui GIULIO CESARE da prova di superbia e scarso rispetto verso il senato romano ricevendo, senza neppure alzarsi, una delegazione senatoria venuta a rendergli onori presso il tempio di Venere genitrices. In quell'occasione GIULIO CESARE letteralmente fulmina T. con lo sguardo, per il solo fatto di aver letto nei suoi occhi una poco gradita esortazione ad alzarsi. Ha anche da GIULIO CESARE il delicato incarico di mediare con CICERONE e con il tentennante SERVIO SULPICIO, nel tentativo, risultato poi vano, di condurre i due dalla sua parte. Dopo l'assassinio di GIULIO CESARE alle idi di marzo, si une alla cerchia d’OTTAVIANO e MECENATE, divenendo consigliere giuridico del principe. Da POMPONIO apprendiamo che T. acquisce l'ufficio di quaestor ma che il suo cursus honorum si ferma a quel gradino per scelta deliberate. T. infatti, non volendo profittare della posizione privilegiata, rifiuta il consolato offertogli d’OTTAVIANO. Si sa ad esempio che OTTAVIANO, dopo aver dato personale attuazione a un fidecomesso formalizzato da un certo LUCIO LENTULO attraverso codicilli, incaricò una commissione di saggi, fra cui T., dall'indiscussa autorità, di pronunciarsi sulla legittimità dei codicilli stessi. Dalla stessa fonte apprendiamo che la favorevole risposta di T. e improntata a un'argomentazione molto pragmatica. I codicilli, più informali di un vero e proprio testamento, permetteno di dare efficacia anche alle disposizioni mortis causa di quei cittadini romani che, impegnati in lunghi viaggi, non potevano conformare le loro volontà nelle solenni formalità richieste al testamento. Ogni sorta di scrupolo sulla legittimità dei codicilli sarebbe svanita quando perfino il prestigioso LABEONE, allievo di T., ne avrebbe fatto personalmente uso. Questa innovazione giuridica infranse la regola secondo cui le disposizioni testamentarie dovessero essere integrate in un unico atto unitario, che disponesse simultaneamente di tutti i beni. Da allora in poi è possibile frammentare le proprie disposizioni testamentarie in una serie di singoli atti scollegati. Alla cerchia di MECENATE appartene ORAZIO che recalcitra, con tono leggero e confidente, ai pareri legali dell'amico sui rischi insiti nella mestiere di poeta satirico. C'è di quelli cui sembro nella satira troppo feroce e oltrepassare i limiti consentiti. T., dimmi tu che cosa fare. Startene quieto. Dici che non devo scriver più versi affatto? Appunto questo. Che mi prenda un malanno se non era questo il meglio. Però soffro d'insonnia. La consulenza si sposta allora su un altro terreno. Coloro che han bisogno di dormire attraversin tre volte il Tevere unti. A sera si bagnino di vino. O se tanta mania ti forza a scrivere osa cantar le imprese dell'invitto Cesare, e avrà compensi la fatica. ORAZIO insiste ancora. Non che gli manchi la voglia ma i suoi mezzi poetici non li sente all'altezza del compito. T. sembra inchiodarlo alla durezza della norma che non tollera ignoranza, ma poi si arrende agli argomenti del poeta e conclude con un'interpretazione pragmatica. Tuttavia vorrei darti il mo consiglio di stare attento, di restare in guardia che non ti porti qualche seria noia l'ignoranza di leggi inviolabili. Se qualcuno abbia scritto contro un altro versi cattivi sia condotto innanzi al tribunale e sia data sentenza. Sta bene. Se cattivi; ma se buoni qualcuno li abbia scritti e con la lode di Cesare che giudica la causa? Se qualcuno ha latrato, integro lui, dietro a un altro che è degno di disprezzo? Saranno disarmate dalle risa le leggi e tu sarai lasciato andare. -- Orazio, Satire. Gli scritti di T. annoverano un De religionibus, in almeno X libri e un “De iure civili”. Delle sue opere, che si conservavano ancora al tempo di POMPONIO, non ci è pervenuto direttamente alcun frammento. Sappiamo tuttavia che e frequentemente citato dai giuristi successivi come desumibile dalle occorrenze nelle Pandette e nelle Institutiones del Corpus iuris civilis giustinianeo. La congettura sulla data di morte si deve a Kunkel, Herkunft und soziale Stellung der römischen Juristen, Böhlau Verlag. Tale datazione si basa sull'identificazione del LENTULO della diatriba giuridica sui codicilli con il LUCIO CORNELIO LENTULO, pro-console d'Africa. CICERONE pone mano a questa breve opera proprio su richiesta di T. Vi si dedica, lavorando a memoria, nella tappa da VELIA a REGGIO di un suo viaggio -- Si veda: Cic. ad familiares. La decisione di intraprendere questo viaggio è maturata nelle turbolenze successive all'assassinio di GIULIO CESARE, volendo CICERONE raggiungere la Grecia attraverso una lunga e inusuale, ma più sicura navigazione litoranea che, dalle coste tirreniche, attraversasse lo stretto di Sicilia.  Cic. ad familiares. Pomp. Enchiridion, nel frammento incorporato nelle Pandette giustinianee (The Latin Library). Un accenno a una possibile vicenda epicurea di T. compare nell'epistola ad familiares 7.12 scritta dalle paludi pontine. La notizia è riferita a CICERONE dallo stesso PANSA, allora in Gallia e in procinto di diventare tribuno per il biennio 52-51 a.C. L'accenno è inserito in una sorta di canzonatura, in cui Cicerone indulge all'ironia lieve sullo scarso impegno di T. nella campagna di Gallia, quasi l'avesse scambiata per una molle vacanza tarantina. ^ Altre fonti lo indicano invece come epicureo seguace di Irzio, legato di Cesare in Gallia (che sarà console con Pansa). Si veda Gravina. Origines juris civilis (De ortu et progressu juris civilis), riportata in Biografia degli uomini illustri del Regno di Napol. Ad familiares. L'accoglienza degli ulubrani intenti a rendergli onore viene comicamente resa con l'immagine fabulistica di un'orda di ranocchi gracidanti, in una lettera di poco successiva (ad familiares). Sellius, comune amico dei due, fu un oratore le cui doti non sono ritenute eccelse da Cicerone (Cic. ad familiares). Pomp. Enchiridion, in: Pandette. Il riferimento, non chiaro, a Thalna è in una lettera scritta da Vibo a Tito Pomponio Attico: ad Atticum. Dovrebbe trattarsi, in questo caso, di persona sicuramente diversa dal Thalna nominato (o pseudonimato) in ad Atticum, giudice corrotto ai tempi del famoso processo in cui Clodio fu imputato e Cicerone testimone. È anche possibile che Cicerone, nella corrispondenza, non facesse menzione dell'ospitalità offertagli a Elea da Trebazio, per non compromettere l'amico. Cic. ad familiares. La disputa, per inciso, riguardava l'esistenza di certe tradizioni giuridiche circa una facoltà, in capo all'erede, di perseguire giudizialmente un furto avvenuto prima della successione mortis causa. Cicerone tende ad imputare l'atteggiamento così titubante -- e così poco saggio -- dell'amico agli insegnamenti di Cornelio Massimo. ^ “studiosissimus homo natandi” -- così lo definisce in ad familiares. Svetonio, Vite dei Cesari. Si veda, su Lacus Curtius di Thayer. Il tentativo con Cicerone è in Plutarco, Vite parallele. Cicerone o su Lacus Curtius. La notizia su Sulpicio è tratta dal già citato Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli, che riprende, anche in questo caso, il Gravina. Origines juris civilis, Vol. 1, (De ortu et progressu juris civilis). Forse identificabile con Lucio Cornelio Lentulo, console e pro-console d'Africa, morto in Provincia d'Africa (cfr. Kunkel, Herkunft und soziale Stellung der römischen Juristen, Böhlau Verlag, Institutiones. Sul prestigio di T. troviamo questo inciso: «cuius tunc auctoritas maxima erat». ^ Si intende meglio il consiglio se lo si confronta con l'immagine di un T. appassionato nuotatore, già ricordata in una precedente nota (ad familiares.  In questo caso Augusto. In Orazio - Tutte le opere. Versione, introduzione e note di Cetrangolo, Sansoni. Intratext Library. Macrobio, in Saturnalia cita infatti, fra gli altri, il decimo libro della sua opera. Treccani – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Ruiz, T., in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, T. su sapere.it, De Agostini. Opere di T. su PHI Latin Texts, Packard Humanities Institute. Portale Antica Roma   Portale Biografie Categorie: Giuristi romaniPolitici romani del I secolo a.C.Giuristi del I secolo a.C.Persone delle guerre galliche[altre] A lawyer and a friend of Cicerone. When he converted to The Garden, Cicerone writes to him questioning whether being a gardener is compatible with belonging to the legal profession. Trebazio is also the author of some works about the divine and its cult. Nome compiuto: Gaio Trebiano Testa. Keywords: I topica di Cicerone, ius, IVSTVM, legge, Ottaviano, Labeone, satira, Orazio, religione, ius civile, pragmatica del diritto. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza -- Grice e Trebiano  la ragione conversazionale dell’orto romano e l’implicatura conversazionale del Grice italo – Roma – filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza  (Roma). Abstract. Keywords: edonismo, placitum. Orto. Lucrezio. Il secolo d’oro – Ottaviano. Filosofo italiano. Friend of CICERONE. He takes an interest in philosophy and may have been a ‘Gardener.’ Nome compiuto: Trebiano. Keywords: Roma antica, l’orto. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO; ossia, Grice e Treves: la ragione conversazionale dei giudici e l’implicatura conversazionale della giustizia nella filosofia italiana – ventennio fascista – la scuola di Torino – filosofia torinese – filosofia piemontese -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza  (Torino). Abstract. Keywords. IVSTVM. Sociologo e filosofo italiano del diritto. M. Milano. Allievo di Solari a Torino, dopo le leggi anti-semite si rifugia in Argentina, dove insegna filosofia del diritto e sociologia nell’univ. di Tucumán. Nel dopoguerra, tornato in Italia, fu prof. delle medesime materie nell’univ. di Milano. Dapprima le sue ricerche si rivolsero alla storia del pensiero politico italiano -- La dottrina sansimoniana nel pensiero italiano del Risorgimento --, quindi si incentrarono sul concetto di diritto nel neokantismo (Il diritto come relazione. Saggio critico sul neokantismo contemporaneo, 1934). Studioso di Kelsen, curò la prima edizione italiana della sua opera fondamentale Reine Rechtslehre (1934, 2a ed. 1960; trad. it. Dottrina pura del diritto, 1952). Mise poi in evidenza i legami tra la filosofia del diritto e la filosofia della cultura, intendendo l’esperienza giuridica come esperienza culturale (Interpretazione del diritto e filosofia della cultura, 1960). È stato uno dei maggiori promotori degli studi di sociologia giuridica in Italia, concorrendo a definirne lo statuto disciplinare (Introduzione alla sociologia del diritto, 1978; Sociologia del diritto, 1987, 3a ed. 1993). Dal 1962 al ’68 ricoprì la carica di vicepresidente dell’Associazione internazionale di sociologia, poi quella di presidente del Comitato per la sociologia del diritto della stessa Associazione. Tra le sue opere si segnalano: Il problema dell’esperienza giuridica e la filosofia dell’immanenza di G. Schuppe (1938); Diritto e cultura (1947); Libertà politica e verità (1962); Giustizia e giudici nella società italiana (1973); Sociologia e socialismo. Ricordi e incontri (1990). Grice: “Aristotle claims that IVSTVM is analogical. Ross's suggestion about 'good' would, moreover, be at best only a description of one special case of analogical unification, and would not give us any general account of such unification. I might add that little supplementary assistance is derivable from those who study general semantic concepts; such persons seem to adhere to the principle that silence is golden when it comes to discussion of such questions as the relation between analogy, metaphor, simile, allegory and parable.  So far as Aristotle himself is concerned it seems fairly clear to me that tie primary notion behiad the concept of analogy is that of 'proportion'.  This notion is embodied, for example, in Aristotle's treatment of justice. where one kind of justice is alleged to consist in a due proportion between return (reward or penalty) and antecedent desert (merit or demerit) but it remains a mystery how what starts life as, or as something approximating to, a quantitive relationship gets converted into a not-quantitive relation of correspondence of allinity. It looks as if we might be thrown back upon what we might hope to be inspired conjecture.   Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Torino, Piemonte. Compie gli studi al liceo AZEGLIO (vedi) e poi nella facoltà dove entra in contatto, fra gl’altri, con BOBBIO, FOA, LUZZATI, ENTRÈVES, e simpatizza con il gruppo di giustizia e libertà abbracciando i principi del socialismo liberale. Si laurea  sotto la guida di SOLARI con una tesi su Henri de Saint-Simon. Insegna a Messina, dove viene arrestato per sospetta attività contro IL REGIME FASCISTA. Trasferito a Urbino e escluso dal concorso bandito sulla sua cattedra. Insegna a Parma, si trasfere a Milano. Protagonista della rinascita post-bellica della sociologia in Italia, co-opera attivamente col centro nazionale di prevenzione e difesa sociale e col suo segretario generale Argentine, coordinando fra l'altro una vasta ricerca su “L'amministrazione della giustizia e la società italiana in trasformazione” da cui escono volumi di vari filosofi. Presiede questo comitato facendosi attivo promotore della sociologia del diritto. Fonda  la rivista italiana della disciplina, di cui ottiene il riconoscimento accademico e che insegna a Milano. Difende una posizione filosofica relativista e prospettivista, influenzata da Mannheim, Mills e Kelsen, del quale ultimo introduce in Italia la dottrina pura del diritto positivo. Alieno dal dogmatismo e paladino di una concezione critica della scienza, rifiuta ogni visione metafisica del diritto in favore di una visione metodologica che sfocia nella sociologia del diritto intesa come scienza prevalentemente empirica, non avalutativa, ma ispirata a valori, nel suo caso quelli di libertà e giustizia sociale -- è considerato insigne maestro per un'intera generazione di filosofi e sociologi del diritto. Due sono i problemi che la sociologia del diritto deve affrontare: da un lato la posizione, la funzione e il fine del diritto nella società vista nel suo insieme. Dall'altro la società nel diritto, cioè quei comportamenti effettivi che possono essere conformi e difformi rispetto alle norme, ma comunque forniscono informazioni su come una società vive le regole che si è data. Del primo problema si sono occupate soprattutto le dottrine sociologiche e polito-logiche, mentre sul secondo si sono soffermate le dottrine giuridiche anti-formalistiche. Saggi: “Il diritto come relazione” (Torino); “Diritto e cultura” (Torino); “Spirito critico e spirito dogmatico” (Milano); “Libertà politica e verità” (Milano); “Giustizia e giudici nella società italiana” (Bari); “Introduzione alla sociologia del diritto” (Torino); “Sociologia del diritto -- Origini, ricerche, problem” (Torino); “Sociologia e socialism - ricordi e incontri” (Milano); “Dizionario biografico dei giursti italiani” (Bologna, Il Mulino); Il magistero; in La Nuova Antologia, Colombo, La lezione in La Nuova Antologia, FERRARI, FSociologo del diritto, in Rivista internazionale di filosofia del diritto, in Ratio Juris,  ss. FERRARI, GHEZZI, La scienza del dubbio. Volti e temi di sociologia del diritto (Mimesis, Milano-Udine), Losano, Sociologo (Unicopli, Milano); Marconi, Il legato culturale, in Sociologia del diritto, Tanzi, dalla filosofia alla sociologia del diritto, ESI, Napoli, Nitsch, T. esule in Argentina. Sociologia, filosofia sociale, storia. Con documenti inediti e la traduzione di due scritti di T., Memorie dell'Accademia delle Scienze di Torino, Classe di Scienze Morali, Storiche e Filologiche, Sociologia del diritto, Dizionario di filosofia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  When it comes to The Debate between Socrates and Thrasymachus in the Republic, We should bear in mind that Grice’s purpose of looking at the discussion of Justice  is to see if the course of that discussioncould be looked on as a conscious, subconscious, or unconscious venture by Socrates or Plato into the discipline of philosophical escha-tology.  The discussion begins with a pressing invitation to Socrates to take part in an examination of the question "What is Justice?" It is clear that despite the intrusion of distractions Socrates has not lost sight of this focus. Two preliminary answers are put forward; that of Cephalus ("to tell the truth and pay one's debts"); and that of his son Polemar-chus ("to give every man his due"). The first of these answers seems to be an attempt to exhibit the nature of Justice by means of its paradigmatic rules, while the second attempts to provide a general characterization or definition. Socrates points out that even paradigmatic rules allow of exceptions, with the consequence that a practical principle will be needed to identify the exceptions; while Polemarchus's suggested definition is faulted on the grounds that counterintuitively it allows Justice on occasion to be exhibited in causing harm. It seems to be open to Polemarchus to reply to Socrates that the connection of Justice with punishment makes it questionable whether it is counterintuitive to suppose that Justice sometimes involves causing harm. Indeed we might inquire why the answers suggested by Cephalus and Polemarchus are given house-room at all if they are going to be so cursorily handled.  (3) The debate with Thrasymachus. A number of different factors to my mind raise serious questions about the role of this debate in the general scheme for the treatment of Justice in the Republic.  The quality of Thrasymachus's dialectical apparatus seems to be (to put it mildly) not of the highest order. Socrates himself remarks that in the course of the debate the original question ("What is Justice?") becomes entangled in a confused way with a number of other seemingly different questions such as whether the just life is the happiest life (or is more, or less, happy than the unjust life), whether the just life is worthy of choice, etc. What does Thrasymachus achieve beyond the generation of confu-  Socrates' replies to Thrasymachus are by no means always intellectually impeccable; yet so far as I can see, this fact is not pointed out. Glaucon and Adeimantus are dissatisfied with the upshot of this debate and call upon Socrates to show that the just life is the happylife, not making it clear what the connection is between this demand and the answering of the original question about the nature of Justice. (e) Socrates endeavors to meet the demands of Plato's older broth-ers, but to do this, he resorts to the elaborate presentation of an analogy between the soul and the state. What justifies the presentation, in the current context, of the nature of this analogy?  (4) Blow-by-blow details of the debate with Thrasymachus.  Round 1. Thrasymachus at the outset couples the thesis that "jus-tice is the interest of the stronger" with the admission that rulers are not infallible in their estimates of where the interest of the stronger lies. As the comments of Socrates, Polemarchus, and Cleitophon make clear, this leads Thrasymachus into an intolerable tension between the idea that the edicts of the ruler command obedience because they spring from a belief on the part of the ruler that obedience is in the interest of the stronger, and the idea that obedience is demanded if, but only if, it would in fact be conducive to the interest of the stronger. Thrasymachus seeks to repair his position by distinguishing between (a) what the ruler commands and (b) what the ruler commands qua ruler; the latter cannot but be conducive to the interest of the stronger, though no such assurance attends the former.  Though no one points this out, the attempted escape seems to carry the consequence that whether the ruler's commands do or do not call for obedience may be, and may continue to be, shrouded in obscurity.  But apart from this initial confusion, the debate in Round 1 is characterized by a number of further disfigurements or blemishes, responsibility for which may attach not only to Thrasymachus but, by as-sociation, to Socrates. Some of these disfigurements or blemishes may indeed also be visible in subsequent rounds.  It is not made clear, nor indeed is the question raised, whether the kind of justice under discussion is political (or politico-legal) jus-tice, or moral justice. The general tenor of Thrasymachus's remarks would suggest that his concern is with political or politico-legal jus-tice. Indeed it seems not impossible that it is part of Thrasymachus's position that there is no such thing as moral justice, that the concept of moral justice is chimerical and empty. If this were his position, he could be characterized as a certain sort of skeptic; but whether or not it is his position should surely not be left in doubt. Thrasymachus nowhere makes it clear whether he regards the popular application of the term "just," which Thrasymachus may not himself endorse, as a positive or a negative commendation. Are justacts supposed to be acts which fulfill some condition which acts should fulfill, or acts which are free from an imputation that they fulfill some condition which acts should not fulfill? It is not clear whether Thrasymachus's thesis that justice is the interest of the stronger is to be taken as a thesis about the "nominal essence" or about the "real essence" of justice. Is Thrasymachus suggesting that the right way to conceive of justice, the correct interpretation of the term "just," is as signifying that which is in the interest of the stronger? Or is he suggesting that whatever content we attach to the concept of justice, the characteristic which explains why just acts are done and why they have the effects which standardly attend them, is that of being in the interest of the stronger? Thrasymachus seems uninterested in distinguishing between the use of the word "just" ("right") as part of a sentential operator which governs sentences which refer to possible actions (e.g., "it is just  (right) that a person who has contracted a debt should repay it at the appointed time," "it is just for a juror to refuse offers of bribes") and its use as an epithet which applies to actually performed actions (e.g.,  "he distributed payments, for the work done, justly"). The two uses are no doubt intimately connected with one another, but they are surely distinguishable.  (e) Thrasymachus is not at pains to make it clear whether the phrase "the stronger" refers to the ruler or government (the official boss) or to the person or persons who wield political power (the real boss). These persons might or might not be identical.  As a result of these obscurities the precise character of Thrasyma-chus's position is by no means easy to discern.  Round 2. At the end of Round 1, as it seems to me, Socrates seeks to counter Thrasymachus's reliance on a distinction between what the practitioner of an art ordains simpliciter and what the practitioner ordains qua practitioner of that art, by suggesting that if we take this distinction seriously, we shall be led to suppose that when the practitioner acts qua practitioner, his concern is not with his own wellbeing but with the well-being of the subject matter which the art con-trols; so rulers qua rulers will be concerned with the well-being of their subjects rather than of themselves. This contention seems open to the response that there is nothing to prevent the well-being of the subject matter from being, on occasion, that state of the subject matter which is congenial to the interest of the practitioner. This indeed may be the tenor of Thrasymachus's outburst comparing the treat-ment of subjects by rulers with the treatment of sheep by shepherds.  If so, Socrates does not seem to have any better reply than to suggest that the dominance of concern on the part of rulers to obtain compensation for their operations hardly supports the idea that it is common practice for them to use their offices to feather their own nests; a response to which Socrates adds an obscurely relevant demand for a distinction between the practice of an art which is typically not directed toward the interests of the practitioner, and the special case of a concomitant exercise of the art of profit-making, which is so directed.  Thrasymachus, however, complicates matters by introducing a new line of attack against the merits of justice vis-à-vis injustice. He suggests that in the private citizen justice (devotion to the interest of the stronger, that is, of the ruler) is folly, while injustice (devotion to his own interest) is sensible even if dubiously effective; while the grand-scale injustice of rulers, as exhibited in tyranny, has everything to recommend it. It is not clear that this manifesto is legitimate, since it is not clear that, on his own terms, Thrasymachus is entitled to count tyranny as injustice; the tyrant is not preferring his own interests to the interests of someone stronger than himself, since no one is stronger than he. It is true, of course, that while Thrasymachus may not be entitled to call tyranny injustice, he may be equally not entitled to call it justice, since though the tyrant may be the strongest person around, he is certainly not stronger than himself. So perhaps Thrasy-machus's plea for injustice may turn out to be a misfire.  Round 3. In response to a query from Socrates, Thrasymachus recapitulates his position, which is not that injustice is a good quality and justice a bad quality, nor (exactly) the reverse position, but is rather that justice is folly or extreme simplicity, whereas injustice is good sense. With this contention there is also associated Thrasyma-chus's view that injustice implies strength, and that the unjust life rather than the just life is the happy life.  Socrates' reply to Thrasymachus invokes arguments which seem weak to the point of feebleness. In his first argument he gets Thra-symachus to agree that the just man seeks to compete with, or outdo only the unjust man, whereas the unjust man competes both with the just and with the unjust. Reflection on the arts, however, prompts the observation that in general the expert competes only with the inex-pert, whereas the nonexpert competes alike with the inexpert andwith the expert, so it is the just man, not the unjust man, who runs parallel to the general case of the expert, and who therefore must be regarded as possessing not only expertise but also good sense. Among the flaws in this argument one might point particularly to the dubious analogy between the province of justice and the province of the arts, and also to a blatant equivocation with the word "compete," which might mean either "try to perform better than" or "try to get the better off.”  In the succeeding argument against the alleged strength of injustice, Socrates remarks that injustice breeds enmity, observes that efficient and thoroughgoing injustice requires  "honor among thieves," and  concludes that a fully unjust man would in real life be weaker than one who was less fully unjust. Maybe this argument shows that the unjust man cannot, with maximum effectiveness, literally "go the whole hog" in injustice; but this is far from showing that he should never have started on any part of the hog.  Finally, Socrates counters Thrasymachus's claim that the unjust life, rather than the just life, is the happy life, by getting Thrasymachus to agree that at least for certain kinds of things the best state of a thing of that kind lies in the fulfillment of the function of that kind, which will also constitute an exhibition of the special and peculiar excellence of things of that kind; and also that justice is in the required sense the special excellence of the soul; from which he concludes that justice is the best state of the soul and as a consequence gives rise to the happy life. This argument, perhaps, palely foreshadows Socrates' strategy in the main part of the dialogue; but at this point it seems ineffective, since no case has been made out why Thrasymachus should agree to what one would expect him to regard as the quite uncongenial suggestion that justice is the special excellence of the soul.  (5) Transition to the main body of the Dialogue. Glaucon and Ad-eimantus express dissatisfaction with Socrates' handling of Thrasy-machus. Glaucon invokes a distinction between three classes of  goods: those which are desirable only for their own sake, those which are desirable both in themselves and for the sake of their conse-quences, and those which are desirable only for the sake of their con-sequences. He remarks that it is the view of Socrates, shared by himself and Adeimantus, that justice belongs to the second class of goods, those which are doubly desirable; but he wishes to see the truth ofthis view demonstrated, particularly as the generally received opinion seems to be that justice belongs to the third class of goods which are desirable only for the sake of their consequences and have no intrinsic value. He wishes Socrates to show that justice is desirable in respect of its effect on those who possess it, independently of any rewards or consequences to which it may lead. He wishes Socrates to show that it is reasonable to desire to be just rather than merely to seem just, and, indeed, that the life of the just man is happy even if his reputation is bad. Otherwise it will remain feasible:  that the institutions of justice are acceptable only because they secure for us the greater good of protection from the inroads of others at the cost of the lesser evil of blocking our inroads upon others, and that if the possession of Gyges's ring would enable our inroads upon others to remain undiscovered, no reasonable person would deny himself this advantage. Adeimantus reinforces the demands expressed by Glaucon by drawing attention to the support lent by the prevailing education and culture to the received opinion about justice as distinct from the view of it taken by Socrates, Glaucon, and himself. Apart from the tendency to represent the rewards associated with justice as really attending not justice itself but the reputation for justice, Adeimantus observes that even when the rewards are thought of as attending not merely the semblance of justice but justice itself, the rewards are conceived of as material and consequential rather than as consisting in the fact that justice is its own reward. He also points to the fact that even when recognition that it is injustice rather than justice which pays leads to the pursuit of injustice and thereby to the incurring of divine wrath, the prevailing culture and education teach that the gods can be bought off. So unless Socrates follows the course proposed by Glaucon, he will be saddled with the charge that really he agrees with Thrasymachus, that so-called justice is really pursuit of the interest of the stronger, the strength of whose case lies in his command of the big battalions, and that the so-called injustice involved in the alternative pursuit of one's own interests is really inhibited only by the threat of force majeure.  In his attempt to accede to the demands of Glaucon and Adeiman-tus, Socrates embarks on his elaborate analogy between the state and the soul. The details of this presentation lie outside the scope of my present inquiry, which is concerned only with the structural aspects of Socrates' procedure.III. Does Thrasymachus Have a Coherent Position?  When we operate as moral philosophers in the borderland be-tween Ethics and Political Theory, one of the salient questions which we encounter is whether there is a distinction between moral and political concepts and how such a distinction, if it exists, should be characterized. In this connection it will be of great importance to con- sider the viewpoint of a philosopher, if such a philosopher can be found, who maintains that there is no distinction, or at least no genuine distinction, between moral and political concepts in this area or in some significant part of this area. If it were possible without undue distortion to exhibit Thrasymachus as a kind of moral skeptic—as someone who holds, for example, that while political justice, or polit-ico-legal justice, is an intelligible notion with real application, the same cannot be said of moral justice, which can be seen to be ulti-mately an illusion-then it might be philosophically advantageous to regard Thrasymachus in that way. We should examine, therefore, the prospects of success for such an interpretation of Thrasymachus's po-sition. Can he be viewed as one who regards political justice, but not moral justice, as a viable concept? If we attempt to proceed further in this direction, we encounter a difficulty at the outset, in that it is unclear just what concept it is which the friends of moral justice suppose to be the concept of moral justice. Is the term "moral justice" to be thought of as referring to moral value in general, as distinct from other kinds of value? Or is the notion of moral justice to be conceived as possessing some more specific content, so that, while both fairness and loyalty are morally admirable qualities, only the first can be properly regarded as a form of moral justice? And if the notion of moral justice is to be supposed to cover only a part of the domain of moral value, to which part of that domain is its application restricted? To the region of fairness? To that of equality of opportunity? To that of respect for natural rights? Rival candidates seem to abound.  In the case of Plato's Thrasymachus it seems that he, perhaps like Plato himself, is not disposed to engage in the kind of conceptual sophistication practised by Aristotle and by some philosophers since  Aristotle; for Thrasymachus, the friends of moral justice (on the as-sumption that the representation of Thrasymachus as a kind of moral skeptic is legitimate) will be philosophers who treat the term "moral justice" as one which refers to morality, or to moral virtue in general,a usage which Aristotle also recognizes as legitimate, alongside the usage in which "justice" is the name of one or more specific virtues.  If our program requires that we try to represent Thrasymachus as a certain sort of moral skeptic, obviously one part of his position will be that the concept of moral justice is unacceptable. One or both of two forms of unacceptability might be in question, namely alethic unacceptability and semantic unacceptability. The suggestion might be that positive ascriptions of moral justice are never in fact true, and so are always alethically unacceptable, or that such ascriptions, together perhaps with their negations, suffer from some form of un-intelligibility, and so are semantically unacceptable. Some indeed might contend that general alethic unacceptability generates semantic unacceptability, that if a certain kind of characterization is always false, that implies that that kind of characterization is in some way unintelligible. Let us assume that the revised presentation of Thrasy-machus will be one which, for one reason or another, ascriptions of moral justice are semantically unintelligible. This assumption will leave open a considerable range of possibilities with regard to the more precise interpretation of the notion of semantic unacceptability, ranging perhaps from the extreme suggestion that ascriptions of moral justice are just gibberish, to the suggestion that they admit no fully successful rational elucidation. Within the boundaries of this position, the new Thrasymachus might perhaps hold that, though the concept of moral justice is semantically unacceptable, a related concept, which we may call "moral justice»," is fully admissible. Moral justice* is to be supposed to have precisely the same descriptive content as moral justice; ascrip-tions, however, of moral justice* will entirely lack the ingredient of favorable valuation or endorsement which is carried by the term  "moral justice." It might, however, be objected that the proposed separation of the descriptive content of moral justice from its evaluative content is quite inadmissible; if we are looking for predicates which from an ascriptive point of view are specifications of the general descriptive condition for moral justice, but which at the same time lack the evaluative element which attaches to the term "moral justice," we shall need predicates which are considerably more specific than "morally just»." Indeed, some might claim that it is pure fantasy to suppose that any predicate, however specific, could signify a descriptive character which falls within the general character signified by the term "moral justice" after detachment of the term's eval-uative signification. Description cannot be thus severed from evalua-tion.  (5) Whatever may be the final upshot of debate about the possibility of separating the descriptive and the evaluative significations of the term "morally just," it is clear that a further element in the position of the new Thrasymachus will be that whatever semantic unacceptability may attach to moral justice, there is a further kind of jus-tice, namely political (or politico-legal) justice, which is free from this defect. Political justice is a concept which is both intelligible and has application. The old Thrasymachus, however, wished to combine this recognition of the intelligibility and the applicability of the concept of political justice with the contention that the applicability of the concept of political justice to a particular line of actual or possible action provided a basis not for the commendation but rather for the discommendation of that line of action; the wise, prudent, or sensible man would be led away from rather than toward the adoption of a certain course of action, would become less rather than more favorably disposed toward the idea of his becoming engaged in it, if he were told, perfectly correctly, that political justice required his engagement in it. This further contention has the air of paradox; how could the fact that political justice, or indeed any kind of justice, requires a man to undertake a particular course of action, be in the eyes of that man a bad mark against doing the action in question? Can the new Thra-symachus align himself in this matter with the old? It can fairly easily be seen that the idea that the position of the old Thrasymachus involves paradox is ill-founded. That this is so can best be shown by the introduction of one or two fairly simple distinctions. First, a value (or disvalue) may be either intrinsic or extrinsic. Roughly speaking, the value (or disvalue) of x will be intrinsic if it attaches to x in virtue of some element in the character of x; it will be extrinsic if it depends on the nature of some effect of x. To present the distinction somewhat more accurately, a value or disvalue of x will be intrinsic if its presence is dependent on some property of x which may indeed be a causal property, but if it is a causal property, it is one whose value or disvalue does not depend on the value or disvalue of that which is caused. The property of causing raised eyebrows is a causal property and may be one with which value or disvalue is associated; but if the eyebrow-raising is something with which value or disvalue is associated, this is not because of the antecedent value or disvalue of elevated eyebrows, but rather because of a connection between raised eyebrows and sur-prise. A value or disvalue will be extrinsic if it attaches to x in virtue of a causal property the value or disvalue of which depends upon the antecedent value or disvalue of that which is caused. Second, a value or disvalue may be either direct or indirect. A value which is a direct value of x must rest, if it rests on other features at all, on features of x which, at least on balance, are values rather than disvalues; simi-larly, a direct disvalue of x, if it rests on other features of x, must rest on features which are at least on balance disvalues. An indirect value of x may rest on a prior disvalue of x, provided that this disvalue is less than that which would attach to any alternative state of x. The disvalue of being beheaded may be indirectly a value, provided that (for example) it is less than the disvalue which would attach to the only other option, namely to being burned at the stake. The least of a number of possible evils may thus be indirectly a good. The old Thrasymachus, then, was perfectly entitled to deny that political justice is directly a kind of good, provided he was willing to allow (as he was) that indirectly it is, or may be, a good. There is then no conceptual barrier to incorporating in the position of the new Thrasymachus the thesis that political justice is only indirectly a good; it is acceptable only as a way of averting the greater evil of being at the mercy of predators.  (6) This would perhaps be an appropriate moment to consider a little more closely what I have been speaking of as Thrasymachus's combination of rejection of the concept of moral justice and acceptance of the concept of political justice. There are two ways of looking at this matter. One, which is, I think, suggested by my discussion, is that there are two distinct concepts, which some philosophers regard as being both parallel and viable, namely moral justice and political justice. The special characteristic of Thrasymachus is supposed to be that he allows the second concept while rejecting the first. I shall call this approach the "two-concept" view of justice, according to which the unqualified term "justice" might be used to refer to either of two distinct concepts. The second way of looking at things I shall call the  "one-concept" view of justice, according to which the least misleading account of the difference between moral justice and political justice will be not that two different concepts are involved, but that two different kinds of reason or backing may be relied upon in determining the application of a single concept, namely that expressed simply by the word "justice" without the addition of any adjectival modifi-cation. The term "justice" will always ultimately refer to a system of practical rules for the regulation of conduct, perhaps not just any andevery such system but one which conforms to certain restrictions— for example, perhaps, one which is limited to the regulation of certain kinds of conduct or regions of conduct. The difference between moral and political justice might be thought of as lying in the fact that in the case of moral justice the system of rules is to be accepted on account of the intrinsic desirability that conduct of a certain sort should be governed by practical rules or by practical rules of a certain sort, where a system of rules of political justice rests on the desirability of the consequences of making conduct subject to rules, or to those particular rules. This possibly more Kantian conception of the relation between moral and political justice will perhaps carry the consequence that the view of Socrates and his friends that moral justice is desirable independently of the consequences of acting justly is no ac-cident, but is a constitutive feature of moral justice; without it, moral justice would not be moral. It should of course be recognized that the idea that there is only one concept of justice, though there may be different kinds of reason for accepting a system of rules of justice, does not entail that one and the same system of rules of justice may be acceptable for radically different kinds of reasons; there might be a single concept of justice without its ever being true that different sorts of reason could ever justify the acceptance of a single system of rules of justice. We may, of course, if we wish to treat a one-concept view of justice as in fact invoking two concepts of justice; but if we do, we should recognize that the two concepts of justice are higher-order concepts, each relating to different kinds of reasons governing the applicability of a single lower-order concept of justice.  (7) Let us take stock. We seem to have reached a position in which  (a) we have failed to detect any incoherence in the views of the old Thrasymachus, and (b) it seems to be a live possibility that intrinsic desirability is not an accidental feature but is a constitutive feature of moral justice. We should now inquire what considerations, if any, would be grounds for dissatisfaction with the viewpoint of Thra-symacus.  IV. Moral Justice and Skepticism  (1) The claim that what I am presenting is a reconstruction of Socrates' original defense of moral justice rests on my utilization of some of Socrates' leading ideas, notably on the idea that the presence of moral justice in a subject x depends upon a feature or features of components of x, that the relevant feature or features of the compo-nents is that individually each of them fulfills its role or plays its part, whatever that role or part may happen to be (or, perhaps better, taken all together, their overall state is one which realizes most fully their various separate roles), that in satisfying this condition, they, the com-ponents, enable x to realize the special and peculiar virtue of excellence of the type to which x essentially belongs, that this fact entitles us to regard x as a good or well-conditioned T (where "T" refers to the type in question), and this in turn, if membership of T consists in being a soul, ensures that the life of x is happy, in an appropriate sense of "happy." My account also resembles the original account given by Socrates in that it deploys the notion of analogy which was a prominent ingredient in Socrates' story, though it seeks to improve on Socrates' presentation by making it clear just why the notion of analogy should be brought into this discussion, and by making its appearance something more than an expository convenience. My presentation seeks also to link the idea of maximal or optimal fulfillment of function not merely with the concept of moral injustice but more centrally and more directly with the more widely applicable concept of what one might call "health." This change carries with it an increase in the number of stages to be considered from two (the political and the moral) to three (the physiological, the political, and the moral). My presentation also introduces the suggestion that the very same factors which determine whether a particular entity x, belonging to a certain type T, merits the accolade of being a T which is healthy, well-conditioned, or in good shape, also by their presence (in lower de-grees) determine the difference between the existence (or survival) of x, rather than its nonexistence (or nonsurvival). The same features, for example, which at the physiological stage determine whether a body is or is not well-conditioned, also determine by their appearance or nonappearance in lower degrees whether that body does or does not exist or survive. (This example in fact calls for a more careful formulation.) I shall proceed to a more detailed discussion of the three stages recognized in my account. The complications are consid-erable, and intelligibility of presentation may call for omissions and convenient distortions.  (2) Stage 1. At this stage (the physiological stage) there appear a number of different items or types of item, namely:  physiological things, such as human and animal bodies (ф-thing,, -thing» ф-thingn; physiological components (ф-components or bodily organs).These will include both distinct types of d-component or organ, like the Liver and the Heart, and distinct instances or tokens of these types, like my liver and my heart, or my liver and your heart. Entry will distribute a number of different types of bodily organ one apiece among human or animal bodies. For these purposes sets of teeth and pairs of human legs will have to count as single organs. Functional properties of physiological components or organs. These correspond to the jobs or functions which the various organs crucially fulfill in the life of the -thing or body to which they belong, such as walking, eating, achieving, and digestion. For convenient  oversimplification I assume that each organ has just one functional property, which will be variable in degree.  (d) Certain properties of -things (bodies) ("global properties") which will be dependent on the functional properties exhibited by the arrays of physiological components or organs which belong to the things in question. The properties under this head which presently concern me are two in number: one, which will not be variable in degree, will be the property of existence or survival, which will depend on the array of physiological components belonging to a particular d-thing achieving a minimal level with respect to the functional properties of the members of the array, that is to say, a level which is sufficient to ensure that the array of physiological components continues to exhibit some positive degree of the functional properties of that array. The other -thing property which will concern me is one which will be variable in degree; it is the property of well-being, or wellbeing as a -thing of the sort to which it belongs. Maximal well-being will depend on an optimal combined exemplification of the functional properties of a -thing's physiological components. The higher levels of this latter property are commonly known as "bodily health" (with-out qualification), or as "bodily healthiness." At all levels the phrase  "bodily health" may be used to signify the dimension within which variation takes place between one level and another.  (3) Before I embark on a consideration of the details of subsequent stages, perhaps I should amplify the account of my intended proce-dure, including the general structure of my strategy for the characterization and defense of moral justice:  (a) The items involved in the stage 1 (physiological entities or bod-ies, their components or organs, the functional properties, and certain overall features of bodies, such as existence and being in good shape, which are dependent on the functional properties of organs) exist or are exemplified quite naturally and without the aid of analogy at this level. The stage therefore may be regarded as providing paradigms which may be put to work in the specification of related items which appear in subsequent stages and into the constitution of which analogy does enter.  (b) Those members of the list of items, mentioned in 3(a) as appearing in later stages, which are properties as distinct from things, may be specified in two different ways. One way will be to make use of abstract nouns or phrases which are peculiar and special to properties belonging to that stage, and which do not incorporate any reference to more generic properties specifications of which are found also at stages other than the one to which the property under discussion itself belongs. The other way is to build the specifications from what at least seem to be more generic properties, together with a differentiating feature which singles out the particular stage at which the specified properties apply. Leaving on one side for a moment the second mode of specification, I shall comment briefly on the first. This may be expected to yield for us, at the political stage, such properties as those expressed by the phrases "political justice" and "political existence," and by whatever epithets are appropriate for the expression of the features of this or that part of a state on which the global properties of political justice and political existence will depend.  Again, at the psychological stage, the first method will give us, unless the state is beset by illusion, expressions for the psychological properties of moral justice and psychological existence, and for the particular features of parts of the soul (whatever these parts may be) on which the presence of moral justice and psychological existence will depend. It will be noted that more than one important issue has so far been passed over; I have ignored the possibility that political and moral justice might be different specifications of a more general feature for which the name "justice," without added qualification, might be appropriate; I have left it undetermined whether "parts of the state" are to be regarded, as they were by Socrates, as particular political classes or in some other way, perhaps as political offices or de-partments; and I have so far ducked the question of the objects of reference of the phrase "parts of the soul." Such matters obviously cannot be indefinitely left on one side.  (c) I turn now to the considerably more complicated second mode of specification of the relevant range of properties. As already re-marked, this mode of specification will incorporate references to seemingly generic properties the appearance of which are not restricted to just one stage, a fact which perhaps entitles us to talk here about "multistage" epithets (predicates) and properties. Examples of second-mode specification will be such epithets as "is in good shape as a body" and "is in good shape as a state," both of which incorporate the more generic epithet "is in good shape" which seemingly applies to objects belonging to different stages, namely to animal bodies and to states. In addition to such "holistic" epithets which apply to subjects which inhabit different stages, there will also be "meristic" epithets, like "part" itself, which apply to parts of such aforementioned subjects. One of my main suggestions is that the multistage epithets which are characteristically embedded in second-mode specifications always, or at least in all but one kind of cases, apply only analogically to the subjects to which they do apply. I may remark that we shall need to exercise considerable care not to become entangled with our own bootlaces when we talk about analogical epithets, the analogical application of epithets, and analogical properties. Such care is particularly important in view of the fact that it is also one of my contentions that there will be properties the possession of which may be nonanalogically conveyed by use of the first mode, and analogically conveyed by use of the second mode.  It should be observed that although I have claimed that there are two different modes of property-specification, I have not claimed that for each individual property, at least within a certain range of prop-erties, a specimen of each mode of specification will be available for use; it may be that in certain cases the vocabulary would provide only for a second-mode specification, or that a first-mode specification can be made available only via a stipulative definition based initially on a preexisting second-mode specification. Since in my view most of the difficulties experienced by philosophers concerning this topic have arisen from doubts and discomforts about the applicability and consequences of second-mode specifications, gaps which appear in the ranks of first-mode specifications might be expected to favor neo-Socrates rather than neo-Thrasymachus, unless neo-Thrasymachus can make out a good case in favor of the view that where first-mode specifications are lacking, second-mode specifications will also be lacking; in which case the onus of proof will lie on the skeptic rather than on his opponent. It should also be observed that further discus-sion of the relation between second-mode and first-mode specifications might make a substantial contribution to two distinct philosophical questions, namely:  (i) whether it is sometimes true that description presupposes valuation (since second-mode specification seems only too often to rely on ideas about how things should go or ought to go);  (i) whether it is sometimes or always true that valuation presupposes Teleology or Finality, since second-mode specifications characteristically introduce references to functions and purposes.  (d) I shall now recapitulate the main features which I am supposing to attach to first-mode and second-mode specifications, with a view to raising some further questions about the two modes:  (i) Properties which will be specified, when one uses first-mode specifications by single-stage epithets (properties like bodily health, political justice, and, perhaps controversially, moral justice) may also be specified by the use of second-mode specifications which will incorporate references to seemingly multistage properties such as wellbeing and existence. The property of bodily health, for example, may also be referred to as the property of well-being as a physiological entity, the property of political justice as the property of well-being as a political entity (or state), and the property of moral justice (perhaps) as the property of well-being as a psychological entity (or soul).  (ii) The global properties of well-being as this or that type of entity will depend on a maximal (or optimal) degree of fulfillment, by the various parts of the subjects of those global properties, of a sequence of meristic properties associated with the jobs or functions of those  (iii) The very same meristic properties on which the various forms of well-being depend will also determine, at a lower degree of realiza-tion, the difference between the existence and the nonexistence of the entities which inhabit a particular stage.  (iv) It might be possible, by a move which would be akin to that of  "Ramsification," to redescribe the things which inhabit a certain stage, their components or parts, the jobs or functions of such com-ponents, the property of well-being and the property of existence as being just those items which, in a certain realm, are analogical coun terparts to the prime items, in the physiological realm, respectively, of bodies, organs, bodily functions, health, and life (survival).  (v) These proposals might achieve a combination of generalizationand justification (validation) of the items to which they relate, given the assumption that the proposed redescriptions are semantically and alethically acceptable.  Among the questions which most immediately clamor for consideration will be the following:  (Q1) How are we to validate my intuitive judgment that second-mode specifications which involve multistage epithets will always, or at least sometimes, be analogical in character?  (Q2) How are we to elucidate the phrase used in (iv) "in a certain realm"?  (Q3) How is it to be shown that the proposed redescriptions are not merely semantically but also alethically acceptable?  I will take these questions in turn.  (e) Question (Q1) calls for the justification of a thesis which, without offering arguments in its support, I suggested as being correct, namely that if there are multistage epithets, that is to say, epithets which apply sometimes to objects belonging to one stage and also sometimes to objects belonging to another stage, the application of such an epithet to one, and possibly to both, of these segments of its extension must be analogical rather than literal. It seems to me that, before such a thesis can be defended or justified, it needs to be emended, since as it stands it seems most unlikely to be true. Consider first the epithet "healthy"; there would, I think, be intuitive support for the idea that when we talk, for example, of "a healthy mind in a healthy body," at least one of these applications of the epithet  "healthy" must be analogical rather than literal, since only a body can be said to be literally healthy. But if we turn to the epithets  "sound" and "in good order," though I think there will be intuitive support for the idea that both bodies and minds may be said to be sound or to be in good order, and indeed for the idea that bodies and minds can truly be said to be sound or in good order just in case they can truly be said to be healthy, there will not, I think, be intuitive support for the idea that the application of the epithets "sound" and  "in good order" to either bodies or minds, or to both, is analogical rather than literal. I would in fact be inclined to regard the application of each of these epithets to both kinds of entity as being literal. I would suggest that the needed emendation, while it allowed that the literal application of epithets may straddle the division between its applicability to subjects that belong to one stage and to subjects that belong to another, would insist that, when such literal cross-stageapplications occur, they depend upon prior cross-stage applications of some other epithet, where one or even both of the segments of application are analogical rather than literal.  How should the emended thesis be supported? My idea would be that the barriers separating the applications of an epithet to objects belonging to one stage from its application to objects belonging to another will in fact be category-barriers, and that there are good grounds for supposing that objects which differ from one another in category cannot genuinely possess common properties, and so cannot ultimately, at the most fundamental level, be items to which a single epithet will literally and nonanalogically apply. If objects x and y are categorically debarred from sharing a single property, then they are also debarred from falling, literally and nonanalogically, within the range of application of an epithet whose function is to signify just that property. There is nothing to prevent a body and a mind from being, each of them, literally in good order, provided that the condition needed for being literally in good order is that of being either literally healthy (in the case of a body) or (in the case of a mind) (analogically speaking) healthy. Perhaps the first matter to which we should attend in an endeavor to form a clear conception of (for ex-ample) the place of being (analogically speaking) healthy, a feature which may attach to minds, within a generalized notion of being in good order, or (perhaps) of being healthy, is the consideration that the question whether the application of a certain epithet to certain things is literal or analogical, is by no means the same question as the question whether its application to those things is or is not to be taken seriously. It may, for example, remain an importantly serious question whether John Stuart Mill is properly to be regarded as a friend of the working classes long after it has been decided that, if the epithet  "friend of the working classes" does apply to John Stuart Mill, it applies to him analogically rather than literally; it does not apply to him in at all the same kind of way as that in which the epithet "friend of Mr. Gladstone" may have applied or, perhaps, failed to apply to him. The question whether a particular person is in good shape may be a question an important aspect of which is expressed by the question "Is his mind (analogically speaking) healthy?"; if so, given that the first question is, as it may be, one to be taken seriously, the same would be true of the second question.  A second consideration, which we should not allow ourselves to lose sight of, is one which has already been briefly mentioned in thefirst part of this essay. We are operating in an area in which, not infrequently perhaps, we shall be under pressure from what Aristotle would have called an Aporia. We find ourselves confronted by a number of seemingly distinct kinds of items, and by a number of features each of which is special to one of these kinds. If we heed intuition — also, perhaps, if we heed the way we talk —we shall be led to suppose that these features are all specifications of some more general feature which is manifested, with specific variations, throughout the range formed by the kinds in question, a putative general feature for which ordinary language may even provide us with a candidate's name.  Furthermore, if we heed intuition, we shall be led to suppose that the members of this range of special features have a common explana-tion, a further general feature which accounts for the first general feature, and also, with the aid of specific variations, for the original range of special features. To follow this route would seemingly be just to follow the procedures which we constantly employ in describing and accounting for the phenomena which the world lays before us. In the present case, the application of this method would be to a range of items which includes bodies, states, and (perhaps) souls and also to such special features of these items as (respectively) bodily health, political justice, and (perhaps) moral justice.  Unfortunately, at this point, we encounter a major difficulty. The items which are the subjects to which the members of the range of special features attach, namely bodies, states, and souls, insofar as they are genuine objects at all, seem plainly to belong to different categories from one another; and these categorial differences would be such as to preclude, if widely received views about categories are to be accepted, the possibility that there are any properties which are shared by items which differ from one another with respect to the kinds to which they belong. It looks, then, as if the possibility that there is a generic property of which the special properties are differ-entiations, and the possibility that there is a further generic property which serves to account for the first generic property, have both been eliminated. I have in fact not attempted to set out a theory of categories which would carry this consequence, and it would certainly be necessary to attempt to fill this lacuna. But the prospects that this undertaking would remove the difficulty do not at first sight seem encouraging. If, then, we are not to abandon all hope of rational so-lution, we shall be forced to do one of three things:  (i) Relinquish the idea of applying here procedures for descriptionand explanation which are operative in examples which are not bedeviled by category difference.  (ii) Argue that the category differences which seem only too prominent on the present occasion are only apparent and not real.  (iii) Devise a less restrictive theory of the effect of category differences on the sharing of properties.  In the light of these problems, we should obviously be at pains to consider whether attention to the notion of analogical application would have any chance of providing relief.  I propose to leave this problem on one side for a moment, returning to consideration of it at a later point; immediately, I shall address myself to a possible response to the suggestion that the question whether the possible application of a given epithet to a certain subject is an issue which it is proper to take seriously, is quite distinct from the question whether such application, if it existed, would be analog-ical or literal. The response would be that the distinction between the two questions does not have to be a simple black-or-white matter; it might be that, while the fact that if such application existed at all it would be an analogical application is not a universal obstacle to the idea that the application is one which should be taken seriously, it is also not true that there is no connection between the two questions; if the inquiry into the application of the epithet is one of a certain sort or one which is conducted with certain purposes in view, then the idea that such application would be analogical stands in the way of the idea that the application is one to be taken seriously; if, however, the character and purposes of the inquiry are of some other sort, then the two questions may be treated as distinct.  It might, for example, be held that if the inquiry about the application of an epithet is one which aims at reaching scientific truth, at laying bare the true nature of reality, then the fact that the application of the epithet would be analogical conflicts with the idea that it should be taken seriously; if, however, the inquirer's concern is not with scientific truth but rather with the acceptability, either in general or in a particular case, of some practical principle (or principle of conduct), then the two questions may be treated as distinct. Something like this "halfway" position is perhaps discernible in Kant; in, for example, his claim that Ideas of Pure Reason, with regard to which no transcendental proofs are available, admits of "regulative" but not of "constitutive" employment, a suggestion which is perhaps repeated in his demand for a nondogmatic kind of teleology, a teleol-ogy which somehow guides our steps without adding to our stock of beliefs. The situation, however, is vastly complicated by the fact that the notion of what is "practical" is susceptible to more than one in-terpretation; on a wider interpretation, any principles or precepts would count as practical provided that they relate to questions about how one should proceed. On a second interpretation of "practical," only those examples of principles and precepts which are "practical" in the first sense will count as "practical" which relate not just to some form of procedure but to procedure in the world of action as distinct from procedure in the world of thought. Imperatives which are practical in the second and narrower sense will, as Kant himself seems to have thought, include those which tell us how to act but will not include those which tell us how to think; they will be concerned with the conduct of the business of life but not with the conduct of the business of thought. This ambiguity leaves principles and precepts which concern conduct of the business of thought in a somewhat indeterminate position; they will be practical in the wider sense since they are concerned with questions about how we should conduct our-selves; however, what is given with one hand seems to be swiftly taken away by the other when we observe that the conduct they prescribe is conduct which is specifically involved in arriving at decisions about scientific truths and the nature of reality. For me the issue is made even more complicated by the fact that I have instinctive sympathy toward the idea that so-called transcendental proofs should be thought of as really consisting in reasoned presentation of the neces-sity, in inquiries about knowledge and the world, of thinking about the world in certain very general ways. This viewpoint would introduce interconnections between what we are to believe and how we are to proceed which will be by no means easy to accommodate.  I return now to discussion of the quandary which I propounded a little while ago, and the severe limitations on explanation seemingly imposed by category-differences between features which need to be explained. As I see it, my task will be to provide a somewhat more formalized characterization of the phenomenon of analogical application than has yet been offered, perhaps a logico-metaphysical char-acterization, which will at the same time be one which both preserves those category-differences and their consequential features, and at the same time avoids undue restrictions on the application of standard procedures for the construction of explanations. This may seem like a tall order, but I think it can be met.Let us first look at the notion of instantiation and at one or two related notions. If I am informed that x instantiates y (that x is an instance of y), and also that y specifies z (that y is a specification of z, that being y is a way of being z, that y is a form of z), then I am entitled to infer that x instantiates z. If, however, instead of being informed that y specifies z, I am informed that y instantiates z, the situation is different; I cannot infer from the information that x instantiates y and y instantiates z, that x instantiates z. The relation of instantiation is not transitive, since if azure specifies blue, and blue specifies color, then it looks as if azure must specify color. Let us now define a relation of "subinstantiation"; x will subinstantiate z just in case there is some item or other, y, such that x instantiates y and y instantiates z. We might perhaps offer, as a slightly picturesque representation of the foregoing material, the statements that if x specifies y, then x and y belong to the same level or order of reality as one another, if x instantiates y, then x belongs to a level which is one step lower than that of y, and that if x subinstantiates y, then x belongs to a level which is two steps lower than that of y. Now it seems natural to suppose that when a number of more specialized explanations are brought under a single more general and so more comprehensive ex-planation, this is achieved through representing the various features, which are separately accounted for in the original specialized expla-nations, as being different specifications of a single more general fea-ture. If, however, we were entitled to say that the crucial relation connecting the more specialized explicanda with a generalized expli-candum is not, or at least is not in those cases in which the specialized explicanda are categorically different from one another, that of specification but rather of subinstantiation, then we shall be able to avoid the uncomfortable conclusion that the admissibility of generalized ex-plicanda involves the admissibility of the idea that categorically different subject items may be instances of common properties. An item need not, indeed perhaps cannot, instantiate that which it subinstan-tiates.  To conclude my treatment of the quandary, I need to show, as best I can, that a systematic replacement of references to the relation of specification by references to the relation of instantiation would have no ill effect on the standard procedure for generalizing a set of specialized explanations, with which we have provided ourselves, of the presence of discriminated specialized properties. To fulfill this under-taking, I must consider two cases, one involving the application of aprocedure for generalization which is characterized in terms which involve reference to the relation of specification, and the other in which all references to specification are replaced by references to additional and "higher-level" occurrences of the relation of instantia-tion.  Case I. (i) We start with a group of particulars (x, through x,), with regard to each of which we are informed that it possesses property D; and with two further groups of particulars (y, through Ym and z, through z,) instantiating, respectively, properties E and F. (ii) The generalization procedure begins when we find further properties A, B, C, such that x, through x,, Y, through Ym and z, through Z, instantiate, respectively, A, B, and C; and (as we know or legitimately conjecture) A implies D, B implies E, and C implies F. (iii) We next find the more general properties P, Q, such that A and D, specify in way 1, respectively, P and Q; B and E, specify in way 2, respectively P and Q; and C and F, specify in way 3, respectively, P and Q  (iv) We are now, it seems, in a position to predict that whatever instantiates property P, will, in a corresponding way, instantiate property Q; that is to say, to predict for example that anything which has A will have D; and though I would hesitate to say that provision of the materials for systematic prediction is the same thing as explana-tion, I would suggest that, at least in the context which I am consid-ering, it affords sufficient grounds for supposing that explanation has in fact been achieved.  Case I1. Case Il begins to differ from Case I only when we reach stage (iii). In Case Il stage (iii), instead of saying that A and D specify in way 1, respectively, P and Q, we shall say something to the effect that A and D are "first group" instances, respectively, of P and Q; and precisely parallel changes, introducing, instead of the phrase "first-group instance" either the phrase "second-group instance" or "third-group instance" will be made in what we say about properties B and E and properties C and F.  Though I would not claim to have a wholly clear head in the mat-ter, it seems to me that the difference between Case Il and Case I generates no obstacle to the attribution of legitimacy of the procedure for generalization with which I am currently concerned. The scope for systematic prediction, and so for explanation, will be quite un-affected. If I am right in this suggestion I shall, I think, have succeeded in providing what was mentioned in Part I of this essay as a desider-atum, namely a development of a concept of Affinity, which would be less impeded by category-barriers than the more familiar notion of Similitude.  (f) I now turn briefly to question Q2. This is the question how to interpret the expression "in respect to a certain realm" within such phrases as in "an analogical extension, in a certain realm, of the property of health, in the primary physiological realm to which animal and human bodies are central." I should make clear the problem of ambiguity which prompts this question; there is one way of looking at things, one conception, according to which there is a certain realm, which is that to which souls are central, and into which there is projected an analogical extension of the property of health. In this conception the notion of souls is logically prior to the notion of the psychological realm to which souls are central, and both are logically prior to the property which is the analogical extension of the property of health, which in the primary physiological realm is the property of bodies. But there is another conception which might particularly appeal to those who regard souls as being, initially at least, somewhat dubious entities, according to which souls are introduced into the psychological realm to be the subjects or bearers of a property in that realm which is an analogical extension of the property of health, which in the physiological realm belongs to bodies. According to this conception, fairly plainly, the conception of souls is logically posterior both to the notion of the psychological realm and to the analogical extension of the property of health which exists in that realm. Question Q2 is in effect an accusation: it suggests that the two conceptions are mutually inconsistent, since souls cannot be at one and the same time both logically prior to and logically posterior to both the concept of the realm to which they are supposedly central and to a certain property, analogous to bodily health which exists in that world; it further suggests that Socrates (or neo-Socrates) need both of these conceptions, but, of course, cannot have both of them.  To meet this objection, I would suggest that a promising line to take would be to deny that we start with a certain realm, the psychological realm, the nature of which is determined either by the subject-items, namely souls, which are central to it, or by the properties, such as a certain analogue of bodily health, which characterize things in it; and that we then proceed at a later point to add to it the remaining members of these two classes of elements. Rather, we start off with analogues of two of the elements in the primary physiological realm,souls which are analogues of bodies and a class of properties one of which is an analogue of bodily health, and call the realm to which these analogues belong the psychological realm. In this way the incoherence covertly imputed by question Q2 will be dissolved, since neither of these psychological elements (souls and properties like the analogue of bodily health) will be logically prior to the other. What in fact has been done is to introduce, first, a double analogical extension of two types of items which belong to the primary physiological realm and, second, the notion of a psychological realm for use in a convenient way of talking about what has initially been done.  No doubt more than this will need to be said in a full treatment of the topic; but perhaps for present purposes, which are primarily directed toward defusing a certain criticism, what has been said will be sufficient.  V. Prospects for Ethical Theory (Question Q3)  Question Q3 might be expanded in the following way; we can imagine ourselves encountering someone who addresses us in the following way: "You have certainly achieved something. There is one class of philosophers who would be inclined to deny that the notion of moral justice can be regarded as an acceptable and legitimate con-cept, because there is no way in which the intuitive idea of moral justice can be coherently presented in a rigorous manner. What you have said has shown that such a philosopher's position is untenable; for you have shown that if we allow the possibility of representing moral justice as a certain sort of analogical extension of a basic no-tion, namely health, which is a property of bodies, items which belong to a basic or primary realm of objects, you have succeeded in characterizing in a sufficiently articulated way the possession of moral justice to which the philosopher in question is opposed on the grounds of its incoherence. That is no small achievement, but it is not, nevertheless, from your point of view, good enough. For there will be another class of philosophers who find no incoherence in the notion of moral justice, but claim that lack of incoherence is a necessary condition but not a sufficient condition for accepting moral justice as a genuine feature of anything in the world. The uses that we make of our characterizations of moral justice and other such items must be as part of an as it were encyclopedic picture of the fundamental ingredients and contents of the rational world; and if, of the two would-be encyclopedic accounts, one contains everything which the other contains together with something which the other does not contain, while the other account contains nothing beyond a certain part of what the first account contains, it will be rational, in selecting the optimum encyclopedic volume, to prefer the smaller to the larger vol-ume, unless it can be shown that what is contained in the larger volume but omitted in the smaller one is something which should be present in a comprehensive picture of the rational world. To be fit for inclusion in an account of the rational world, a contribution must be not only coherent but also something which is needed. This demand you have not fulfilled."  To this critic I should be inclined to reply in the following manner.  "I agree with you that more is required to justify the incorporation of moral justice within the conceptual furniture of the world than a demonstration that the notion of moral justice is one which is capable of being coherently and rigorously presented; and I agree that I have not met this additional demand, in whatsoever it may consist. But I think it can be met; and indeed I think I can not only say what is required in order to meet it but also bring off the undertaking of actually meeting it. The required supplementation will, I suggest, involve two elements; first, a demonstration of the value, in some appropriate sense of "value," of the presence in the world of moral justice, and second, a demonstration that it is, again in the same ap. propriate sense, up to us whether or not the notion of moral justice does have application in the world." I shall now enlarge upon the two ingredients of this proposed response.  First Supplementation. A person who is concerned about the realization in the world of moral or political justice will encounter at a number of points alternative options relating to such realization which he may have to take into account. The number of such options will vary according to whether a "two-concept" view or a "one-concept" view is taken of justice; the number will be larger if a two-concept view is taken, and I shall begin with that possibility.  (1) On a two-concept view, there will be two properties the realization of which has to be considered, moral justice and political justice.  One who is concerned about the application of these properties, and who is unhampered by any skeptical reservations, will have to consider the application of each of these properties to a particular indi-vidual, standardly himself, and also to a general subject-item, such as a particular totality of individuals each of whom might consider theapplication to himself as an individual of each of the initial proper-ties. There will also be a variety of distinct motivational appeals which the application of one of these forms of justice has to a particular subject-item, the consequential appeal of that realization (e.g. its payoff), or both. If we go beyond Plato, we might have to add such forms of motivational appeal as that which arises from subscriptions to some principle governing the realization of the initial property.  (2) On a one-concept view the initial array of options will be considerably reduced, though it is perhaps questionable whether such reduction will correspond to any reduction in genuinely distinct and authentic options. On the assumption that it would not, I shall temporarily go along with the idea that a one-concept view is the correct one. On this view a distinction between moral and political justice will reappear as the difference between concern for the application of a single property, that of justice, when it is motivated by the intrinsic appeal of its realization in a given subject-item (one might perhaps say its moral appeal) or alternatively, when it is motivated by the idea of the consequence of such a realization (one might say by its political appeal). One should perhaps be careful to allow that the idea that a single concept or property may exert different forms of motivational appeal does not carry with it the idea that one and the same body of precepts will reflect that concern, regardless of the question whether the motivational foundation is moral or political.  It is crucially important to recognize that situations which are only subtly different from one another may exert quite different forms of motivational appeal. Nothing has so far been said to rule out the possibility that while Socrates and other such persons may each be concerned that people in general should value the realization of justice in themselves because of its intrinsic appeal, that is to say, for moral reasons, nevertheless their concern that people in general should value for moral reasons the realization in themselves of justice is based at least in part on consequential or political grounds rather than on any intrinsic or moral appeal. It is possible to be concerned that people be sensitive to the moral appeal of being just, and at the same time for that concern to be at least partly founded on political rather than on moral considerations. If that is so, then the concern for a widespread realization of moral justice might itself have a nonmoral foundation. Such considerations as these might be sufficient to ensure that the realization of moral justice in a community is of value to that community. This value might consist in the fact that if themembers of a community are morally concerned for the realization of justice in themselves, their manifestation of socially acceptable behavior will not be dependent on the real or threatened operations of law-enforcers, to the advantage of all.  Second Supplementation. If we were to leave things as they are at the end of the first supplementation, though we should perhaps have shown that the realization of moral justice in the world was of value to inhabitants of the world and possibly also absolutely, we should not have escaped the suggestion that this alone is not adequate to our needs; it would leave open the possibility that all one could do would be to pray that moral justice is realized in the world, and then when we have found out whether this is or is not the case, to jubilate or to wail as the case might be. To make good our defense of moral justice, we should need to be able to show that in some sense the realizability of moral justice in the world is up to us. At this point it seems to me we move away from the territory of Socrates and Plato and nearer to the territory of Kant; it also seems to me that at this point the problems become immensely more difficult, and partly because of that, I shall not attempt to devise here a solution to them, but only to provide a few hints about how such a solution might be attained. As we have been interpreting the notion of moral justice, its realizability is an idea which is very close to that of the validity of Morality; and if we were to follow Kant's lead, we should be on our way to a supposition which is close to his idea that the validity of Morality depends upon the self-imposition of law, an idea which, though obscure, seems to suggest that what secures the validity of Morality is something which, in some sense or other of the word "do," is something that we ourselves do, and so perhaps in some sense or other "could," we could avoid doing. What kind of "doing" this might be, and how it might be expected to support Morality, to my mind remain shrouded in darkness even after one has read what Kant has to say; there seems little reason to expect that it would closely resemble the kind of doing with which we are familiar in the ordinary conduct of life. There is also important uncertainty about the proper interpretation of the word "could"; it might refer to some kind of psychological or natural possibility, something which some would be inclined to call a kind of causal possibility; or it might refer to some kind of "rational" possi-bility, the existence of which would require the availability of a reason or possible reason for doing whatever is said to be rationally possible.  Not everything which is psychologically possible is also rationallypossible; and I think it might be strategically advantageous if it could be held that the Kantian view assigns psychological possibility but not rational possibility to the avoidance of the institutive act which underlies Morality; but whether this is Kant's view, and how, if it is his view, it is to be made good, are problems which I do not know how to solve.  VI. The Republic and Philosophical Eschatology  Let me first present what I see as the background to the reconstructed debate between Thrasymachus and Socrates, or rather perhaps between neo-Thrasymachus and neo-Socrates. Neo-Thrasyma-chus is a Minimalist and a Naturalist who has affinities with Hume; he rejects the concept of moral justice on the grounds that it would be at one and the same time a nonnatural and psychologistic feature and also an evaluative feature. At this point we may suppose that neo-Socrates, who is not committed to any form of Naturalism, will have retorted to neo-Thrasymachus that a blanket rejection of psychologis-tic and evaluative features will totally undermine philosophy. This part of the debate is not recorded, but we may imagine neo-Thrasymachus to have responded that neo-Socrates is in no better shape; for he can make sense of the notion of moral justice only by representing it as a special case of a favorable feature, namely well-being, which spans category-barriers between radically different sorts of entities, such as bodies, political states, and persons. But neo-Socrates himself will be committed to holding a view of universals which will prohibit any such crossing of category-barriers by a single universal. To this charge neo-Socrates may resort to two forms of defense, one less radical than the other. The less radical form would involve the claim that while there have to be category-barriers, these do not have to be as severe and restrictive as the accusation suggests.  The more radical form of defense would refrain from relying on a more permissive account of category-barriers even though it allowed that such increased permissiveness would be in order. It would rely rather on a distinction between concepts which may span category-barriers, whether these are more or less severe in nature, and universals which may not span such barriers. A closely parallel distinction between (i) an expression's having a single meaning and (ii) its being used to signify a single universal can, I think, be found in Aristotle.  This distinction would be made possible by making concepts rest ona foundation of affinities as distinct from the foundation of similarities which underlies universals; affinities may, while similarities may not, be characterizable purely in analogical terms. The working out of such a distinction would be one of a variety of concerns which would be the province of a special discipline of philosophical escha-tology. The key to its success would lie in the observance of a distinction between instantiation and subinstantiation. The latter notion would permit generalization and explanation to cross category-barriers and would undermine the charges of incoherence brought by neo-Thrasymachus against neo-Socrates and his favored notion of moral justice. At some level of reinterpretation, then, Socrates's appeal to an analogy between the Soul and the State would be at least partly aimed at showing that the concept of Moral Justice, which Thrasymachus would like to banish as theoretically unintelligible, is analogically linked with the concept of bodily health, admitted by everyone, including Thrasymachus, as a legitimate concept, in such a way that, despite radical categorial differences between the two con-cepts, if the concept of bodily health is intelligible, the concept of Moral Justice is also intelligible.  However, to exhibit Moral Justice as a feature which is really applicable to items in the world, such as persons and actions, more is needed than to show that its ascription to such items is free from incoherence. It will be necessary to show that such ascription, if it were allowed, would serve a point or purpose, and also that it is in some important way up to us to ensure that such ascription is admis sible. The fulfillment of the last undertaking might force us to leav the territory of Socrates and Plato and to enter that of Kant. When it comes to the debate on what Aristotle has as ‘dikaios’ from his years at the Academy, before he moved to the Lycaeum, between Plato’s Socrates and TRASIMACO in Republica, Grice makes it explicit that what we should bear in mind that Grice’s purpose – and indeed Treves’s -- of looking at the discussion of  δίκαιον” – Cicero’s IVSTVM -- is to see if the course of that discussion between TRASIMACO and SOCRATE could be looked on as a conscious, sub-conscious, or even un-conscious venture by Socrates – indeed Plato, as Ryle would point out: “We are not sure Socrates existed” -- into eschatology. TRASIMACO’s and SOCRATES’s discussion – Grice: “I would not call it a conversation” -- begins with a pressing invitation to Socrates to take part in an examination of the question "What is δίκαιον?" – or as Hardie prefers, “What do you mean by δίκαιον?” It is clear that, despite the intrusion of distractions, Socrates – whom from now on Grice calls PLATO -- has not lost sight of this focus. Two preliminary answers are put forward. The first is that of Cephalus ("δίκαιον =df ‘to tell the truth and pay one's debts’ – Thou shalt pay thy debts – P. G. R. I. C. E. Clarendon --). The second is that of of Polemarchus – Cephalus’s son,  it happens -- δίκαιον =df to give every man his due – cf. Horatio Nelson, a maxim crucial, but trite. A maxim tremendous, but trite. CEFALO’s answer seems to be an attempt to exhibit the nature of δίκαιον by means of a paradigmatic rule – alla Flew or Urmson. POLEMARCO’s answer, instead, attempts to provide a general or generic – via genus -- characterisation or definition, terminus or horos – logos.  Socrates – or Plato -- points out that even a paradigmatic rule allows of this or that exception – Hare: “Do not tell the truth to the Nazi enquirer” -- , with the consequence that a practical principle is needed to identify this or that exception. POLEMARCO’s suggested definition or conceptual analysis is faulted on the grounds that, counter-intuitively it allows δίκαιον on occasion to be exhibited in causing harm – cf. Lucas on the justification of punishment in PHILOSOPHY. It seems to be open to Polemarco to reply to Socrates or Plato that the connection of δίκαιον with punishment makes it questionable whether it is counter-intuitive to suppose that δίκαιον sometimes involves causing harm. Indeed, we might inquire why the answers suggested by Cefalo and Polemarco are given house-room at all if they are going to be so cursorily handled! The debate with Thrasymachus. A number of different factors to Grice’s mind raise serious questions about the role of this debate in the general scheme for the treatment of δίκαιον in Republica. The quality of Thrasymachus's dialectical apparatus seems to be, to put it mildly, not of the highest order. Socrates himself remarks that in the course of the debate the original question ("What is δίκαιον?") becomes entangled in a confused way with a number of other seemingly different questions such as whether the just -- δίκαιον -- life is the happiest life, or is more, or less, happy than the unjust [not δίκαιον] life, whether the just [δίκαιον] life is worthy of choice, etc. What does Thrasymachus achieve beyond the generation of confusion? Socrates's replies to Thrasymachus are by no means always intellectually impeccable. Yet, so far as Grice and T. can see, this fact is not pointed out. Glaucon and Adeimantus are dissatisfied with the upshot of this debate and call upon Socrates to show that the just δίκαιον life is the happy life, not making it clear what the connection is between this demand and the answering of the original question about the nature of δίκαιον. Socrates endeavours to meet the demands of GLAUCONE e ADEMANTO -- Plato's brothers, as it happens: his was a philosophical family -- but to do this, Socrates resorts to the elaborate presentation of a FULL-BLOWN analogy between the soul psyche ANIMA and the state LO STATO. What justifies the presentation, in the current context, of the nature of this full-blown – Cajetan, almost -- analogy? Blow-by-blow details of the debate with Thrasymachus.  Round 1. Thrasymachus at the outset couples the thesis that " δίκαιον =df the interest – not the duty -- of the stronger" with the admission that a ruler – the rex -- may not not infallible in his estimates of where the interest – not the duty -- of the stronger lies. As the comments of Socrates, Polemarchus, and Cleitophon make clear, this leads Thrasymachus into an intolerable tension between the idea that the edicts of the ruler or rex – think Fasage -- command obedience because they spring from a belief on the part of the ruler that such intended obedience is in the interest of the stronger, and the idea that obedience is demanded if, BUT only if, it would in fact be conducive to the interest of the stronger. Thrasymachus seeks to repair his position by distinguishing between (a) what the ruler commands and (b) what the ruler commands qua ruler. The latter cannot but be conducive to the interest – not duty -- of the stronger, though no such assurance attends the former. Though no one points this out, the attempted escape seems to carry the consequence that whether the ruler's commands do, or do not, call for obedience may be, and may continue to be, shrouded in obscurity. But, apart from this initial confusion, the debate in Round 1 is characterised by a number of further disfigurements or blemishes, responsibility for which may attach not only to Thrasymachus but, by association, to Socrates. Some of these disfigurements or blemishes may indeed also be visible in subsequent rounds. It is not made clear, nor indeed is the question raised, whether the kind of δίκαιον under discussion is political (or politico-legal) δίκαιον, or moral δίκαιον. The general tenor of Thrasymachus's remarks would suggest that his concern is with political or politico-legal δίκαιον. Indeed it seems not impossible that it is part of Thrasymachus's position that there is no such thing as moral δίκαιον, that the concept of moral δίκαιον is chimerical and empty. If this were his position, he could be characterized as a certain sort of sceptic, avant la letter – the Porch had not been built yet! -- ; but whether or not it is his position should surely not be left in doubt. Thrasymachus nowhere makes it clear whether he regards the popular, or vulgar, application of the term "δίκαιον," which Thrasymachus may not himself endorse, as a positive or a negative commendation. Are just δίκαιον acts supposed to be acts which fulfill some condition which acts should fulfill, or acts which are free from an imputation that they fulfill some condition which acts should not fulfill? In other words, is Trasimaco defending Hall’s view on EXCLUDERS? It is not clear whether Thrasymachus's thesis that δίκαιον is the interest of the stronger is to be taken as a thesis about the "nominal essence" – alla Robinson: what is there? you name it -- or about the "real essence" of δίκαιον. Is Thrasymachus suggesting that the right way to conceive of δίκαιον, the correct interpretation of the term " δίκαιον," is as ‘signifying’ that which is in the interest of the stronger? Or is he suggesting that whatever content we attach to the concept of δίκαιον, the characteristic which explains why just δίκαιον acts are done and why they have the effects which standardly attend them, is that of being in the interest of the stronger? Thrasymachus seems uninterested in distinguishing between the use of the word " δίκαιον " – what Austin would have as ‘just’, ‘fair’, or "right" -- as part of a sentential operator which governs a sentence which refers to this or that possible action (e.g., "it is δίκαιον -- just  or right -- that a person who has contracted a debt should repay it at the appointed time," "it is δίκαιον  --just -- for a juror to refuse offers of bribes" -- and its use as an adjunctive – aggetivo -- epithet which applies to actually performed actions -- e.g.,  "he distributed payments, for the work done, justly -- δίκαιον. These two uses are no doubt intimately connected with one another – cf. it is certain, x is certain --, but they are surely distinguishable. Thrasymachus is not at pains to make it clear whether the phrase "the stronger" refers to the ruler or government, the official boss, or to the person or persons who wield political power (legitimately or not): the real boss. These persons might or might not be identical.  Think Mussolini – I owe this remark to T. As a result of these obscurities which Grice one and again forbirds from conversation – ‘avoid obscurity of expression – be perspicuous [sic] -- the precise character of Thrasymachus's position is by no means easy to discern.  Round 2. At the end of Round 1, as it seems to Grice, Socrates seeks to counter Thrasymachus's reliance on a distinction between what the practitioner of an art ordains simpliciter and what the practitioner ordains qua practitioner of that art – think Picasso --, by suggesting that if we take this distinction seriously, we shall be led to suppose that when the practitioner acts qua practitioner, his concern is not with his own well-being but with the well-being of the subject matter which the art controls.Therefore, rulers, qua rulers, will be concerned with the well-being of their subjects rather than with the well-being of themselves. This contention seems open to the response that there is nothing to prevent the well-being of the subject matter from being, on occasion, that state of the subject matter which is congenial to the interest of the practitioner. This indeed may be the tenor of Thrasymachus's outburst comparing the treatment of subjects by rulers with the treatment of (allegedly good) sheep by an (allegedly good) shepherd – in fact, Catholics in Italy call Christ The Lord is My Shepherd – PASTORE.  If so, Socrates does not seem to have any better reply than to suggest that the dominance of concern on the part of rulers to obtain compensation for their operations hardly supports the idea that it is common practice for them to use their offices to feather their own nests; a response to which Socrates adds an obscurely relevant demand for a distinction between the practice of an art which is typically not directed toward the interests of the practitioner, and the special case of a concomitant exercise of the art of profit-making, which is so directed. Thrasymachus, however, complicates matters by introducing a fresh line of attack against the merits of δίκαιον vis-à-vis injustice – non- δίκαιον. He suggests that in the private citizen δίκαιον (devotion to the interest of the stronger, that is, of the ruler) is folly, while injustice – non- δίκαιον -- (devotion to his own interest) is sensible even if dubiously effective; while the grand-scale injustice – non- δίκαιον  -- of rulers, as exhibited in tyranny – cf. Aristotle on ‘consttutio’ as an analogical term in JOACHIM --, has everything to recommend it. It is not clear that this manifesto is legitimate, since it is not clear that, on his own terms, Thrasymachus is entitled to count tyranny as injustice – non- δίκαιον; the tyrant is not preferring his own interests to the interests of someone stronger than himself, since no one is stronger than he (is). It is true, of course, that while Thrasymachus may not be entitled to call tyranny injustice – non- δίκαιον --, he may be equally not entitled to call it justice -- δίκαιον --, since though the tyrant may be the strongest person around, he is certainly not stronger than himself. So perhaps Thrasymachus's plea for injustice – non- δίκαιον  -- may turn out to be a misfire.  Round 3. In response to a query from Socrates, Thrasymachus recapitulates his position, which is not that injustice – non- δίκαιον -- is a good quality and justice -- δίκαιον -- a bad quality, nor (exactly) the reverse position, but is rather that δίκαιον is folly or extreme simplicity, whereas non- δίκαιον is good sense. With this contention there is also associated Thrasymachus's view that non- δίκαιον implies strength, and that the unjust – non- δίκαιον -- life rather than the just δίκαιον life is the happy life. Socrates' reply to Thrasymachus invokes arguments which seem weak to the point of feebleness. In his first argument, Socrates gets Thrasymachus to agree that the just δίκαιον man seeks to compete with, or outdo only the unjust -- non δίκαιον -- man, whereas the unjust – non δίκαιον -- man competes both with the just -- δίκαιον and with the unjust, non δίκαιον. Reflection on the arts, however, prompts the observation that, in general, the expert competes only with the inexpert, whereas the non-expert competes alike with the inexpert AND with the expert, so it is the just δίκαιον man, not the unjust non δίκαιον man, who runs parallel to the general case of the expert, and who therefore must be regarded as possessing not only expertise but also good sense. Among the flaws in this argument, one might point particularly to the dubious analogy between the province of the δίκαιον and the province of the arts, and also to a blatant aequi-vocality with  "compete," by whose utterance, in Greek, the utter might mean  "try to perform better than", but also "try to get the better off.”  In the succeeding argument against the alleged strength of injustice non δίκαιον, Socrates remarks that injustice, non δίκαιον breeds enmity, observes that efficient and thorough-going injustice, non δίκαιον, requires  "honour among thieves," and concludes that a fully unjust – non δίκαιον  -- man would in real life be weaker than one who was less fully unjust – non δίκαιον. Maybe this argument shows that the unjust, non δίκαιον, man cannot, with maximum effectiveness, literally "go the whole hog" in injustice, or non δίκαιον; but this is far from showing that he should never have started on any part of the hog. Finally, Socrates counters Thrasymachus's claim that the unjust, non δίκαιον, life, rather than the just, δίκαιον, life, is the happy life, by getting Thrasymachus to agree that at least for certain kinds of things the best state of a thing of that kind lies in the fulfillment of the function or metier of that kind or genus, which will also constitute an exhibition of the special and peculiar excellence – ANDREIA, or virtus -- of things of that kind; and also that justice, δίκαιον, is in the required sense the special excellence of the soul psyche ANIMVS ANIMA; from which he concludes that justice, δίκαιον, is the best state of the soul and as a consequence gives rise to the happy life. This argument, perhaps, palely foreshadows Socrates's strategy in the main part of the dialogue. But at this point it seems ineffective, since no case has been made out why Thrasymachus should agree to what one would expect him to regard as the quite uncongenial suggestion that justice, δίκαιον, is the special excellence of the soul. Transition to the main body of the Dialogue. Glaucon and Adeimantus express dissatisfaction with Socrates's handling of Thrasymachus. Glaucon invokes a distinction between three classes of  goods: those which are desirable only for their own sake, those which are desirable both in themselves and for the sake of their consequences, and those which are desirable only for the sake of their consequences, which Glaucon dubs ‘futilitarian.’ Glaucon goes on to remark that it is the view of Socrates, shared by himself and Adeimantus, that justice, δίκαιον, belongs to the second class of goods, those which are doubly desirable; but he wishes to see the truth of this view demonstrated, particularly as the generally received opinion seems to be that justice belongs to the third class of goods which are desirable only for the sake of their consequences and have no intrinsic value. He wishes Socrates to show that justice, δίκαιον, is desirable in respect of its effect on those who possess it, independently of any rewards or consequences to which it may lead – duty without interest, in Prichard’s terms. He wishes Socrates to show that it is reasonable to desire to be just, δίκαιον, rather than merely to seem just, δίκαιον, and, indeed, that the life of the just, δίκαιον, man is happy even if his reputation is bad. Otherwise it will remain feasible: that the institutions of justice, δίκαιον, are acceptable only because they secure for us the greater good of protection from the inroads of others at the cost of the lesser evil of blocking our inroads upon others – benevolence versus self-love --, and that if the possession of Gyges's ring would enable our inroads upon others to remain undiscovered, no reasonable person would deny himself this advantage. Adeimantus reinforces the demands expressed by Glaucon by drawing attention to the support lent by the prevailing education and culture to the received opinion about justice, δίκαιον, as distinct from the view of it taken by Socrates, Glaucon, and himself. Apart from the tendency to represent the rewards associated with justice, δίκαιον, as really attending not justice, δίκαιον, itself but the reputation for justice, δίκαιον, Adeimantus observes that even when the rewards are thought of as attending not merely the semblance of justice, δίκαιον, but justice, δίκαιον, itself, the rewards are conceived of as material and consequential rather than as consisting in the fact that justice, δίκαιον, is its own reward. He also points to the fact that,even when recognition that it is injustice, non δίκαιον, rather than justice, δίκαιον, which pays leads to the pursuit of injustice, δίκαιον, and thereby to the incurring of divine wrath, the prevailing culture and education teach that the gods can be bought off. So unless Socrates follows the course proposed by Glaucon, he will be saddled with the charge that really he agrees with Thrasymachus, that so-called justice, δίκαιον, is really pursuit of the interest of the stronger, the strength of whose case lies in his command of the big battalions, and that the so-called injustice, δίκαιον, involved in the alternative pursuit of one's own interests is really inhibited only by the threat of force majeure. In his attempt to accede to the demands of Glaucon and Adeimantus, Socrates embarks on his elaborate analogy between the state and the soul. The details of this presentation lie outside the scope of Grice’s inquiry, which is concerned only with the structural, eschatological aspects of Socrates' procedure. Does Thrasymachus have a coherent position?  When we operate, as moral philosophers, in the borderland between ethics and political theory – not Hart’s JURISPRUDENCE! – when or why was that chair instituted at Oxford, and wy doesn’t it count as philosophy?--, one of the salient questions which we encounter is whether there is a distinction between a moral concept and a political concept, and how such a distinction, if it exists, should be characterised. In this connection it will be of great importance to consider the view-point of a philosopher, if such a philosopher can be found, who maintains that there is no distinction – “I don’t count Mussolini as a philosopher” (Grice) --, or at least no genuine distinction, between a moral concept and a political concept in this area of the δίκαιον, or in some significant part of this area. If it were possible without undue distortion to exhibit Thrasymachus as a kind of moral (avant la letter) sceptic — as someone who holds, for example, that while political justice δίκαιον, or politico-LEGAL justice δίκαιον – the deontological alla Kelsen --, is an intelligible notion with real application, the same cannot be said of moral justice, δίκαιον, which since Prichard, at Oxford, can be seen to be ultimately an illusion, it might be philosophically advantageous to regard Thrasymachus in that way. We should examine, therefore, the prospects of success for such an interpretation of Thrasymachus's position. Can he be viewed as one who regards political justice δίκαιον, but not moral justice δίκαιον, as a viable concept?  If we attempt to proceed further in this direction, we encounter a difficulty at the outset, in that it is unclear just what concept it is which who Grice calls The Friends of Moral Justice δίκαιον suppose to be the concept of moral justice δίκαιον. Is the term – or phrase -- "moral justice" δίκαιον to be thought of as referring to moral value – axis -- in general, as distinct from other kinds of value? Or is the notion of moral justice, δίκαιον, to be conceived as possessing some more specific content, so that, while both fairness and loyalty are morally admirable qualities, only the first can be properly regarded as a form of moral justice δίκαιον? And if the notion of moral justice, δίκαιον, is to be supposed to cover only a part of the domain of moral value, to which part of that domain is its application restricted? To the region of fairness – Cricket is an Englishman? To that of equality of opportunity – VICO, AEQVITAS alla romana? To that of respect for this or that natural right? Rival candidates seem to abound – as we well know – and not just at Oxford! In the case of Plato's Thrasymachus it seems that he, perhaps like Plato himself, is not disposed to engage in the kind of conceptual sophistication practised later by Plato’s former pupil, Aristotle – I am reminded at this point of my own tutor Hardie, whose bedside book was the ETHICA NICOMACHEA -- and by some philosophers since  Aristotle – notably my tutor, from Scotland, Hardie. For Thrasymachus, The Friends of Moral Justice δίκαιον (on the assumption that the representation of Thrasymachus as a kind of moral sceptic is legitimate) will be philosophers who treat the term or phrase "moral justice δίκαιον " as one which refers to morality, or to moral virtue in general, a usage which, not Philippa Foot, but Aristotle also recognises as legitimate, alongside the usage in which "justice" δίκαιον is the name of one or more specific virtues, and for which he offers an analogical explanation in terms of quantitative merit/demerit to non-quantitative reward-punishment – the proportio or aequilibrium praised by Cicero. If our programme requires that we try to represent Thrasymachus as a certain sort of moral sceptic, obviously one part of his position will be that the concept of moral justice δίκαιον is unacceptable. One or both of two forms of unacceptability might be in question, namely alethic unacceptability and semantic unacceptability, concerning what an utterer might ‘signify’ by uttering δίκαιον. The suggestion might be that a positive ascription of moral justice, δίκαιον, are never in fact true, and so are always alethically unacceptable, or that such ascriptions, together perhaps with their negations, suffer from some form of un-intelligibility, and so are semantically unacceptable. Cfr. Carnap: It is not the case that pirots karulise elastically. Some indeed might contend that it is general or generalized alethic unacceptability which generates semantic unacceptability, concerning what an utterer might ‘signify’ – but recall Humpty-Dumpty on ‘glory’ --, that if a certain kind of characterization is always false, that implies that that kind of characterisation is in some way unintelligible. Let us assume that the revised presentation of Thrasymachus will be one which, for one reason or another, ascriptions of moral justice, δίκαιον, are semantically unintelligible, by way of an utterer ‘signifying’ by the uttering of δίκαιον. This assumption will leave open a considerable range of possibilities with regard to the more precise interpretation of the notion of semantic unacceptability, concerning what an utterer ‘signifies’ – consider Humpty Dumpty --, ranging perhaps from the extreme suggestion that an ascriptions of moral justice, δίκαιον, are just gibberish, as Humpty-Dumpty’s Jabberwocky, to the suggestion that they admit no fully successful rational elucidation – cf. Grice’s pupil Strawson on the bounds of sense – grenzen der sinnlichkeit.. Within the boundaries of this position, the new Thrasymachus might perhaps hold that, though the concept of moral justice, δίκαιον, is semantically unacceptable, a related concept, which we may call "moral justice», -** δίκαιον - Owen would have a double star here -- " is fully admissible. Moral justice* δίκαιον *-- I’ll use just one star -- δίκαιον is to be supposed to have precisely the same descriptive content as moral justice δίκαιον; ascriptions, however, of moral justice*, δίκαιον, will entirely lack the ingredient of favourable valuation or endorsement which is carried by the term  "moral justice δίκαιον." It might, however, be objected that the proposed separation of the descriptive content of moral justice, δίκαιον, from its evaluative content is quite inadmissible. If we are looking for a predicate which from an ascriptive point of view is the specification of the general descriptive condition for moral justice, δίκαιον, but which at the same time lack the evaluative element which attaches to the term "moral justice," δίκαιον , we shall need predicates which are considerably more specific than "morally just»." δίκαιον .Indeed, some might claim that it is pure fantasy to suppose that any predicate, however specific, could ‘signify’ a descriptive character which falls within the general character ‘signified’ by the term "moral justice", δίκαιον , after detachment of the term's very core evaluative ‘signification’! Description cannot be thus severed from evaluation, or the etic from the emic. Whatever may be the final upshot of debate about the possibility of separating the descriptive ‘signification’ and the evaluative ‘signification’ of the term "morally just," δίκαιον , it is clear that a further element in the position of the new Thrasymachus will be that whatever semantic unacceptability may attach to moral justice, δίκαιον, there is a further kind of justice, δίκαιον, namely political (or politico-legal) justice, δίκαιον – of the type Hart adored, and Hare, on occasion, too--, which is free from this defect. Political justice, δίκαιον, is a concept which is both intelligible and has application. Thrasymachus, however, wishes to combine this recognition of the intelligibility and the applicability of the concept of political justice, δίκαιον, with the contention that the applicability of the concept of political justice, δίκαιον, to a particular line of actual or possible action provided a basis not for the commendation but rather for the discommendation of that line of action; the wise, prudent, or sensible man would be led away from rather than toward the adoption of a certain course of action, would become less rather than more favorably disposed toward the idea of his becoming engaged in it, if he were told, perfectly correctly, that political justice, δίκαιον, required his engagement in it. This further contention has the air of paradox; how could the fact that political justice, δίκαιον, or indeed any kind of justice, δίκαιον, requires a man to undertake a particular course of action, be in the eyes of that man a bad mark against doing the action in question? Can the new Thrasymachus align himself in this matter with the old? It can fairly easily be seen that the idea that the position of Thrasymachus involves paradox is ill-founded. That this is so can best be shown by the introduction of one or two fairly simple distinctions. First, a value (or disvalue) may be either intrinsic or extrinsic. Roughly speaking, the value (or disvalue) of x will be intrinsic if it attaches to x in virtue of some element in the character of x; it will be extrinsic if it depends on the nature of some effect of x. To present the distinction somewhat more accurately, a value or disvalue of x will be intrinsic if its presence is dependent on some property of x which may indeed be a causal property, but if it is a causal property, it is one whose value or disvalue does not depend on the value or disvalue of that which is caused. The property of causing raised eyebrows is a causal property and may be one with which value or disvalue is associated; but if the eyebrow-raising is something with which value or disvalue is associated, this is not because of the antecedent value or disvalue of elevated eyebrows, but rather because of a connection between raised eyebrows and surprise, or moral indignation (in Strawson’s case). A value or disvalue will be extrinsic if it attaches to x in virtue of a causal property the value or disvalue of which depends upon the antecedent value or disvalue of that which is caused. Second, a value or disvalue may be either direct or indirect. A value which is a direct value of x must rest, if it rests on other features at all, on features of x which, at least on balance, are values rather than disvalues; similarly, a direct disvalue of x, if it rests on other features of x, must rest on features which are at least on balance disvalues. An indirect value of x may rest on a prior disvalue of x, provided that this disvalue is less than that which would attach to any alternative state of x. The disvalue of being beheaded – if you are Charles I, if not Antoinette - may be indirectly a value, provided that (for example) it is less than the disvalue which would attach to the only other option, namely to being burned at the stake – as Bruno and a few other Italian philosophers were on account of the technicalities of axe-yielding – never mind the guillotine The least of a number of possible evils may thus be indirectly a good. Thrasymachus, then, is perfectly entitled to deny that political justice, δίκαιον, is directly a kind of good, provided he was willing to allow, as he is, that indirectly it is, or may be, a good. There is then no conceptual barrier to incorporating in the position of the new Thrasymachus – think my pupil Nozick (And I did my best by teaching Rawls’s ‘Fairness’ on Saturday mornings! -- the thesis that political justice, δίκαιον, is only indirectly a good; it is acceptable only as a way of averting the greater evil of being at the mercy of predators. This would perhaps be an appropriate moment to consider a little more closely what Grice is speaking of as Thrasymachus's combination of rejection of the concept of moral justice, δίκαιον, and acceptance of the concept of political justice, δίκαιον. There are two ways of looking at this matter. One, which is, I think, suggested by Grice’s discussion, is that there are two distinct concepts, which some philosophers regard as being both parallel and viable, namely moral justice, δίκαιον, and political justice, δίκαιον. The special characteristic of Thrasymachus is supposed to be that he allows the second concept while rejecting the first. I shall call this approach the "two-concept" view of justice, δίκαιον  -- senses are not to be multiplied, etc. -- according to which the unqualified term "justice", δίκαιον, might be used to refer to either of two distinct concepts. The second way of looking at things I shall call the  "one-concept" view of justice, δίκαιον, according to which the least misleading account of the difference between moral justice, δίκαιον, and political justice, δίκαιον, will be not that two different concepts are involved, but that two different kinds of reason or backing may be relied upon in determining the application of a single concept, namely that expressed simply by the word "justice" δίκαιον -- without the addition of any adjectival modification. The term "justice" δίκαιον will always ultimately refer to a system of practical rules for the regulation of conduct, perhaps not just any and every such system but one which conforms to certain restrictions — for example, perhaps, one which is limited to the regulation of certain kinds of conduct or regions of conduct. The difference between moral justice, δίκαιον , and political justice, δίκαιον, might be thought of as lying in the fact that in the case of moral justice, δίκαιον, the system of rules is to be accepted on account of the intrinsic desirability that conduct of a certain sort should be governed by practical rules or by practical rules of a certain sort, where a system of rules of political justice, δίκαιον, rests on the desirability of the consequences of making conduct subject to rules, or to those particular rules. This possibly rather more Kantian conception of the relation between moral justice, δίκαιον, and political justice, δίκαιον, will perhaps carry the consequence that the view of Socrates and his friends that moral justice, δίκαιον, is desirable independently of the consequences of acting justly is no accident, but is a constitutive feature of moral justice, δίκαιον; without it, moral justice, δίκαιον, would not be moral. It should of course be recognised that the idea that there is only one concept of justice, δίκαιον, though there may be different kinds of reason for accepting a system of rules of justice, does not entail that one and the same system of rules of justice may be acceptable for radically different kinds of reasons. There might be a single concept of justice, δίκαιον, without its ever being true that different sorts of reason could ever justify the acceptance of a single system of rules of justice, or δίκαιον. We may, of course, if we wish to treat a one-concept view of justice δίκαιον as in fact invoking two concepts of justice δίκαιον; but if we do, we should recognise that the two concepts of justice δίκαιον are higher-order concepts, each relating to different kinds of reasons governing the applicability of a single lower-order concept of justice δίκαιον. Let us take stock. We seem to have reached a position in which  we have failed to detect any incoherence in the views of Thrasymachus, and it seems to be a live possibility that intrinsic desirability is not an accidental feature but is a constitutive feature of moral justice δίκαιον. We should now inquire what considerations, if any, would be grounds for dissatisfaction with the viewpoint of Thrasymacus.  When it comes to moral Justice δίκαιον and Scepticism, the claim that what Grice is presenting is a reconstruction of Socrates' original defense of moral justice δίκαιον rests on my utilisation of some of Socrates' leading ideas, notably on the idea that the presence of moral justice δίκαιον in a subject x depends upon a feature or features of components of x, that the relevant feature or features of the components is that individually each of them fulfills its role or plays its part, whatever that role or part may happen to be (or, perhaps better, taken all together, their overall state is one which realizes most fully their various separate roles), that in satisfying this condition, they, the components, enable x to realize the special and peculiar virtue of excellence ANDREIA or virtvs of the type to which x essentially belongs, that this fact entitles us to regard x as a good or well-conditioned T (where "T" refers to the type in question), and this in turn, if membership of T, or U, for universalia, if you wish to forget about Russell,consists in being a soul, ensures that the life of x is happy, in an appropriate sense of "happy." Grice’s account also resembles the original account given by Socrates in that it deploys the notion of analogy which is a prominent ingredient in Socrates' story, though it seeks to improve on Socrates' presentation by making it clear just why the notion of analogy should be brought into this discussion, and by making its appearance something more than an expository convenience. Grice’s presentation seeks also to link the idea of maximal or optimal fulfillment of function not merely with the concept of moral injustice non δίκαιον but more centrally and more directly with the more widely applicable concept of what one might call "health." This change carries with it an increase in the number of stages to be considered from two (the political and the moral) to three (the PHYSIOLOGICAL, the political, and the moral). Grice’s presentation also introduces the suggestion that the very same factors which determine whether a particular entity x, belonging to a certain type T, merits the accolade of being a T which is healthy, well-conditioned, or in good shape, also by their presence (in lower degrees) determine the difference between the existence or survival of x, rather than its non-existence, or non-survival, or lack of operancy. The same features, for example, which at the physiological stage determine whether a body is or is not well-conditioned, also determine by their appearance or non-appearance in lower degrees whether that body does or does not exist or survive, i. e. collapses instead. This example in fact calls for a more careful formulation. Grice proceeds to a more detailed discussion of the three stages recognized in his account. The complications are considerable, and intelligibility of presentation may call for omissions and convenient distortions. At Stage 1, the physiological stage, there appear a number of different items or types of item, viz.:  physiological things, such as human and animal bodies -- ф-thing,, -thing» ф-thingn; physiological components (ф-components or bodily organs. These will include both distinct types of d-component or organ, like the Liver and the Heart, and distinct instances or tokens of these types, like GRICE’S liver and  GRICE’S heart, or GRICE’s liver and STRAWSON’s heart. Entry will distribute a number of different types of bodily organ one apiece among human or animal bodies. For these purposes, sets of teeth and pairs of human legs will have to count as each a single organ. Functional properties of physiological components or organs. These correspond to the jobs or functions which the various organs crucially fulfill in the life of the -thing or body to which they belong, such as walking, eating, achieving, and digestion. For convenient  oversimplification I assume that each organ has just one functional property, which will be variable in degree.  (d) Certain properties of -things (bodies) ("global properties") which will be dependent on the functional properties exhibited by the arrays of physiological components or organs which belong to the things in question. The properties under this head which presently concern me are two in number: one, which will not be variable in degree, will be the property of existence or survival, which will depend on the array of physiological components belonging to a particular d-thing achieving a minimal level with respect to the functional properties of the members of the array, that is to say, a level which is sufficient to ensure that the array of physiological components continues to exhibit some positive degree of the functional properties of that array. The other -thing property which concerns Grice is one which will be variable in degree; it is the property of well-being, or well-being as a -thing of the sort to which it belongs. Maximal well-being will depend on an optimal combined exemplification of the functional properties of a -thing's physiological components. The higher levels of this latter property are commonly known as "bodily health" (with-out qualification), or as "bodily healthiness." At all levels the phrase  "bodily health" may be used to signify the dimension within which variation takes place between one level and another.  (3) Before I embark on a consideration of the details of subsequent stages, perhaps I should amplify the account of my intended proce-dure, including the general structure of my strategy for the characterization and defense of moral justice:  (a) The items involved in the stage 1 (physiological entities or bod-ies, their components or organs, the functional properties, and certain overall features of bodies, such as existence and being in good shape, which are dependent on the functional properties of organs) exist or are exemplified quite naturally and without the aid of analogy at this level. The stage therefore may be regarded as providing paradigms which may be put to work in the specification of related items which appear in subsequent stages and into the constitution of which analogy does enter.  (b) Those members of the list of items, mentioned in 3(a) as appearing in later stages, which are properties as distinct from things, may be specified in two different ways. One way will be to make use of abstract nouns or phrases which are peculiar and special to properties belonging to that stage, and which do not incorporate any reference to more generic properties specifications of which are found also at stages other than the one to which the property under discussion itself belongs. The other way is to build the specifications from what at least seem to be more generic properties, together with a differentiating feature which singles out the particular stage at which the specified properties apply. Leaving on one side for a moment the second mode of specification, I shall comment briefly on the first. This may be expected to yield for us, at the political stage, such properties as those expressed by the phrases "political justice" and "political existence," and by whatever epithets are appropriate for the expression of the features of this or that part of a state on which the global properties of political justice and political existence will depend.  Again, at the psychological stage, the first method will give us, unless the state is beset by illusion, expressions for the psychological properties of moral justice and psychological existence, and for the particular features of parts of the soul (whatever these parts may be) on which the presence of moral justice and psychological existence will depend. It will be noted that more than one important issue has so far been passed over; I have ignored the possibility that political and moral justice might be different specifications of a more general feature for which the name "justice," without added qualification, might be appropriate; I have left it undetermined whether "parts of the state" are to be regarded, as they were by Socrates, as particular political classes or in some other way, perhaps as political offices or de-partments; and I have so far ducked the question of the objects of reference of the phrase "parts of the soul." Such matters obviously cannot be indefinitely left on one side.  (c) I turn now to the considerably more complicated second mode of specification of the relevant range of properties. As already re-marked, this mode of specification will incorporate references to seemingly generic properties the appearance of which are not restricted to just one stage, a fact which perhaps entitles us to talk here about "multistage" epithets (predicates) and properties. Examples of second-mode specification will be such epithets as "is in good shape as a body" and "is in good shape as a state," both of which incorporate the more generic epithet "is in good shape" which seemingly applies to objects belonging to different stages, namely to animal bodies and to states. In addition to such "holistic" epithets which apply to subjects which inhabit different stages, there will also be "meristic" epithets, like "part" itself, which apply to parts of such aforementioned subjects. One of my main suggestions is that the multistage epithets which are characteristically embedded in second-mode specifications always, or at least in all but one kind of cases, apply only analogically to the subjects to which they do apply. I may remark that we shall need to exercise considerable care not to become entangled with our own bootlaces when we talk about analogical epithets, the analogical application of epithets, and analogical properties. Such care is particularly important in view of the fact that it is also one of my contentions that there will be properties the possession of which may be nonanalogically conveyed by use of the first mode, and analogically conveyed by use of the second mode.  It should be observed that although I have claimed that there are two different modes of property-specification, I have not claimed that for each individual property, at least within a certain range of prop-erties, a specimen of each mode of specification will be available for use; it may be that in certain cases the vocabulary would provide only for a second-mode specification, or that a first-mode specification can be made available only via a stipulative definition based initially on a preexisting second-mode specification. Since in my view most of the difficulties experienced by philosophers concerning this topic have arisen from doubts and discomforts about the applicability and consequences of second-mode specifications, gaps which appear in the ranks of first-mode specifications might be expected to favor neo-Socrates rather than neo-Thrasymachus, unless neo-Thrasymachus can make out a good case in favor of the view that where first-mode specifications are lacking, second-mode specifications will also be lacking; in which case the onus of proof will lie on the skeptic rather than on his opponent. It should also be observed that further discus-sion of the relation between second-mode and first-mode specifications might make a substantial contribution to two distinct philosophical questions, namely:  (i) whether it is sometimes true that description presupposes valuation (since second-mode specification seems only too often to rely on ideas about how things should go or ought to go);  whether it is sometimes or always true that valuation presupposes Teleology or Finality, since second-mode specifications characteristically introduce references to functions and purposes.  (d) I shall now recapitulate the main features which I am supposing to attach to first-mode and second-mode specifications, with a view to raising some further questions about the two modes: Properties which will be specified, when one uses first-mode specifications by single-stage epithets (properties like bodily health, political justice, and, perhaps controversially, moral justice) may also be specified by the use of second-mode specifications which will incorporate references to seemingly multistage properties such as wellbeing and existence. The property of bodily health, for example, may also be referred to as the property of well-being as a physiological entity, the property of political justice as the property of well-being as a political entity (or state), and the property of moral justice (perhaps) as the property of well-being as a psychological entity (or soul).  (ii) The global properties of well-being as this or that type of entity will depend on a maximal (or optimal) degree of fulfillment, by the various parts of the subjects of those global properties, of a sequence of meristic properties associated with the jobs or functions of those  (iii) The very same meristic properties on which the various forms of well-being depend will also determine, at a lower degree of realiza-tion, the difference between the existence and the nonexistence of the entities which inhabit a particular stage.  (iv) It might be possible, by a move which would be akin to that of  "Ramsification," to redescribe the things which inhabit a certain stage, their components or parts, the jobs or functions of such com-ponents, the property of well-being and the property of existence as being just those items which, in a certain realm, are analogical coun terparts to the prime items, in the physiological realm, respectively, of bodies, organs, bodily functions, health, and life (survival).  (v) These proposals might achieve a combination of generalizationand justification (validation) of the items to which they relate, given the assumption that the proposed redescriptions are semantically and alethically acceptable.  Among the questions which most immediately clamor for consideration will be the following:  Question 1: How are we to validate my intuitive judgment that second-mode specifications which involve multistage epithets will always, or at least sometimes, be analogical in character?  Question 2 is: How are we to elucidate the phrase used in (iv) "in a certain realm"?  (Q3) How is it to be shown that the proposed redescriptions are not merely semantically but also alethically acceptable?  I will take these questions in turn.  Question 1 calls for the justification of a thesis which, without offering arguments in its support, I suggested as being correct, namely that if there are multistage epithets, that is to say, epithets which apply sometimes to objects belonging to one stage and also sometimes to objects belonging to another stage, the application of such an epithet to one, and possibly to both, of these segments of its extension must be analogical rather than literal. It seems to me that, before such a thesis can be defended or justified, it needs to be emended, since as it stands it seems most unlikely to be true. Consider first the epithet "healthy"; there would, I think, be intuitive support for the idea that when we talk, for example, of "a healthy mind in a healthy body," at least one of these applications of the epithet  "healthy" must be analogical rather than literal, since only a body can be said to be literally healthy. But if we turn to the epithets  "sound" and "in good order," though I think there will be intuitive support for the idea that both bodies and minds may be said to be sound or to be in good order, and indeed for the idea that bodies and minds can truly be said to be sound or in good order just in case they can truly be said to be healthy, there will not, I think, be intuitive support for the idea that the application of the epithets "sound" and  "in good order" to either bodies or minds, or to both, is analogical rather than literal. I would in fact be inclined to regard the application of each of these epithets to both kinds of entity as being literal. I would suggest that the needed emendation, while it allowed that the literal application of epithets may straddle the division between its applicability to subjects that belong to one stage and to subjects that belong to another, would insist that, when such literal cross-stageapplications occur, they depend upon prior cross-stage applications of some other epithet, where one or even both of the segments of application are analogical rather than literal.  How should the emended thesis be supported? My idea would be that the barriers separating the applications of an epithet to objects belonging to one stage from its application to objects belonging to another will in fact be category-barriers, and that there are good grounds for supposing that objects which differ from one another in category cannot genuinely possess common properties, and so cannot ultimately, at the most fundamental level, be items to which a single epithet will literally and nonanalogically apply. If objects x and y are categorically debarred from sharing a single property, then they are also debarred from falling, literally and nonanalogically, within the range of application of an epithet whose function is to signify just that property. There is nothing to prevent a body and a mind from being, each of them, literally in good order, provided that the condition needed for being literally in good order is that of being either literally healthy (in the case of a body) or (in the case of a mind) (analogically speaking) healthy. Perhaps the first matter to which we should attend in an endeavor to form a clear conception of (for ex-ample) the place of being (analogically speaking) healthy, a feature which may attach to minds, within a generalized notion of being in good order, or (perhaps) of being healthy, is the consideration that the question whether the application of a certain epithet to certain things is literal or analogical, is by no means the same question as the question whether its application to those things is or is not to be taken seriously. It may, for example, remain an importantly serious question whether John Stuart Mill is properly to be regarded as a friend of the working classes long after it has been decided that, if the epithet  "friend of the working classes" does apply to John Stuart Mill, it applies to him analogically rather than literally; it does not apply to him in at all the same kind of way as that in which the epithet "friend of Mr. Gladstone" may have applied or, perhaps, failed to apply to him. The question whether a particular person is in good shape may be a question an important aspect of which is expressed by the question "Is his mind (analogically speaking) healthy?"; if so, given that the first question is, as it may be, one to be taken seriously, the same would be true of the second question.  A second consideration, which we should not allow ourselves to lose sight of, is one which has already been briefly mentioned in thefirst part of this essay. We are operating in an area in which, not infrequently perhaps, we shall be under pressure from what Aristotle would have called an Aporia. We find ourselves confronted by a number of seemingly distinct kinds of items, and by a number of features each of which is special to one of these kinds. If we heed intuition — also, perhaps, if we heed the way we talk —we shall be led to suppose that these features are all specifications of some more general feature which is manifested, with specific variations, throughout the range formed by the kinds in question, a putative general feature for which ordinary language may even provide us with a candidate's name.  Furthermore, if we heed intuition, we shall be led to suppose that the members of this range of special features have a common explana-tion, a further general feature which accounts for the first general feature, and also, with the aid of specific variations, for the original range of special features. To follow this route would seemingly be just to follow the procedures which we constantly employ in describing and accounting for the phenomena which the world lays before us. In the present case, the application of this method would be to a range of items which includes bodies, states, and, perhaps, souls and also to such special features of these items as (respectively) bodily health, political justice, and (perhaps) moral justice.  Unfortunately, at this point, we encounter a major difficulty. The items which are the subjects to which the members of the range of special features attach, namely bodies, states, and souls, insofar as they are genuine objects at all, seem plainly to belong to different categories from one another; and these categorial differences would be such as to preclude, if widely received views about categories are to be accepted, the possibility that there are any properties which are shared by items which differ from one another with respect to the kinds to which they belong. It looks, then, as if the possibility that there is a generic property of which the special properties are differ-entiations, and the possibility that there is a further generic property which serves to account for the first generic property, have both been eliminated. I have in fact not attempted to set out a theory of categories which would carry this consequence, and it would certainly be necessary to attempt to fill this lacuna. But the prospects that this undertaking would remove the difficulty do not at first sight seem encouraging. If, then, we are not to abandon all hope of rational so-lution, we shall be forced to do one of three things:  (i) Relinquish the idea of applying here procedures for descriptionand explanation which are operative in examples which are not bedeviled by category difference.  (ii) Argue that the category differences which seem only too prominent on the present occasion are only apparent and not real.  (iii) Devise a less restrictive theory of the effect of category differences on the sharing of properties.  In the light of these problems, we should obviously be at pains to consider whether attention to the notion of analogical application would have any chance of providing relief.  I propose to leave this problem on one side for a moment, returning to consideration of it at a later point; immediately, I shall address myself to a possible response to the suggestion that the question whether the possible application of a given epithet to a certain subject is an issue which it is proper to take seriously, is quite distinct from the question whether such application, if it existed, would be analog-ical or literal. The response would be that the distinction between the two questions does not have to be a simple black-or-white matter; it might be that, while the fact that if such application existed at all it would be an analogical application is not a universal obstacle to the idea that the application is one which should be taken seriously, it is also not true that there is no connection between the two questions; if the inquiry into the application of the epithet is one of a certain sort or one which is conducted with certain purposes in view, then the idea that such application would be analogical stands in the way of the idea that the application is one to be taken seriously; if, however, the character and purposes of the inquiry are of some other sort, then the two questions may be treated as distinct.  It might, for example, be held that if the inquiry about the application of an epithet is one which aims at reaching scientific truth, at laying bare the true nature of reality, then the fact that the application of the epithet would be analogical conflicts with the idea that it should be taken seriously; if, however, the inquirer's concern is not with scientific truth but rather with the acceptability, either in general or in a particular case, of some practical principle (or principle of conduct), then the two questions may be treated as distinct. Something like this "halfway" position is perhaps discernible in Kant; in, for example, his claim that Ideas of Pure Reason, with regard to which no transcendental proofs are available, admits of "regulative" but not of "constitutive" employment, a suggestion which is perhaps repeated in his demand for a nondogmatic kind of teleology, a teleol-ogy which somehow guides our steps without adding to our stock of beliefs. The situation, however, is vastly complicated by the fact that the notion of what is "practical" is susceptible to more than one in-terpretation; on a wider interpretation, any principles or precepts would count as practical provided that they relate to questions about how one should proceed. On a second interpretation of "practical," only those examples of principles and precepts which are "practical" in the first sense will count as "practical" which relate not just to some form of procedure but to procedure in the world of action as distinct from procedure in the world of thought. Imperatives which are practical in the second and narrower sense will, as Kant himself seems to have thought, include those which tell us how to act but will not include those which tell us how to think; they will be concerned with the conduct of the business of life but not with the conduct of the business of thought. This ambiguity leaves principles and precepts which concern conduct of the business of thought in a somewhat indeterminate position; they will be practical in the wider sense since they are concerned with questions about how we should conduct our-selves; however, what is given with one hand seems to be swiftly taken away by the other when we observe that the conduct they prescribe is conduct which is specifically involved in arriving at decisions about scientific truths and the nature of reality. For me the issue is made even more complicated by the fact that I have instinctive sympathy toward the idea that so-called transcendental proofs should be thought of as really consisting in reasoned presentation of the neces-sity, in inquiries about knowledge and the world, of thinking about the world in certain very general ways. This viewpoint would introduce interconnections between what we are to believe and how we are to proceed which will be by no means easy to accommodate.  I return now to discussion of the quandary which I propounded a little while ago, and the severe limitations on explanation seemingly imposed by category-differences between features which need to be explained. As I see it, my task will be to provide a somewhat more formalized characterization of the phenomenon of analogical application than has yet been offered, perhaps a logico-metaphysical char-acterization, which will at the same time be one which both preserves those category-differences and their consequential features, and at the same time avoids undue restrictions on the application of standard procedures for the construction of explanations. This may seem like a tall order, but I think it can be met.Let us first look at the notion of instantiation and at one or two related notions. If I am informed that x instantiates y (that x is an instance of y), and also that y specifies z (that y is a specification of z, that being y is a way of being z, that y is a form of z), then I am entitled to infer that x instantiates z. If, however, instead of being informed that y specifies z, I am informed that y instantiates z, the situation is different; I cannot infer from the information that x instantiates y and y instantiates z, that x instantiates z. The relation of instantiation is not transitive, since if azure specifies blue, and blue specifies color, then it looks as if azure must specify color. Let us now define a relation of "subinstantiation"; x will subinstantiate z just in case there is some item or other, y, such that x instantiates y and y instantiates z. We might perhaps offer, as a slightly picturesque representation of the foregoing material, the statements that if x specifies y, then x and y belong to the same level or order of reality as one another, if x instantiates y, then x belongs to a level which is one step lower than that of y, and that if x subinstantiates y, then x belongs to a level which is two steps lower than that of y. Now it seems natural to suppose that when a number of more specialized explanations are brought under a single more general and so more comprehensive ex-planation, this is achieved through representing the various features, which are separately accounted for in the original specialized explanations, as being different specifications of a single more general fea-ture. If, however, we were entitled to say that the crucial relation connecting the more specialized explicanda with a generalized expli-candum is not, or at least is not in those cases in which the specialized explicanda are categorically different from one another, that of specification but rather of subinstantiation, then we shall be able to avoid the uncomfortable conclusion that the admissibility of generalized ex-plicanda involves the admissibility of the idea that categorically different subject items may be instances of common properties. An item need not, indeed perhaps cannot, instantiate that which it subinstan-tiates.  To conclude my treatment of the quandary, I need to show, as best I can, that a systematic replacement of references to the relation of specification by references to the relation of instantiation would have no ill effect on the standard procedure for generalizing a set of specialized explanations, with which we have provided ourselves, of the presence of discriminated specialized properties. To fulfill this under-taking, I must consider two cases, one involving the application of aprocedure for generalization which is characterized in terms which involve reference to the relation of specification, and the other in which all references to specification are replaced by references to additional and "higher-level" occurrences of the relation of instantia-tion.  Case I. (i) We start with a group of particulars (x, through x,), with regard to each of which we are informed that it possesses property D; and with two further groups of particulars (y, through Ym and z, through z,) instantiating, respectively, properties E and F. The generalization procedure begins when we find further properties A, B, C, such that x, through x,, Y, through Ym and z, through Z, instantiate, respectively, A, B, and C; and (as we know or legitimately conjecture) A implies D, B implies E, and C implies F. We next find the more general properties P, Q, such that A and D, specify in way 1, respectively, P and Q; B and E, specify in way 2, respectively P and Q; and C and F, specify in way 3, respectively, P and Q  (iv) We are now, it seems, in a position to predict that whatever instantiates property P, will, in a corresponding way, instantiate property Q; that is to say, to predict for example that anything which has A will have D; and though I would hesitate to say that provision of the materials for systematic prediction is the same thing as explana-tion, I would suggest that, at least in the context which I am consid-ering, it affords sufficient grounds for supposing that explanation has in fact been achieved.  Case I1. Case Il begins to differ from Case I only when we reach stage (iii). In Case Il stage (iii), instead of saying that A and D specify in way 1, respectively, P and Q, we shall say something to the effect that A and D are "first group" instances, respectively, of P and Q; and precisely parallel changes, introducing, instead of the phrase "first-group instance" either the phrase "second-group instance" or "third-group instance" will be made in what we say about properties B and E and properties C and F.  Though I would not claim to have a wholly clear head in the mat-ter, it seems to me that the difference between Case Il and Case I generates no obstacle to the attribution of legitimacy of the procedure for generalization with which I am currently concerned. The scope for systematic prediction, and so for explanation, will be quite un-affected. If I am right in this suggestion I shall, I think, have succeeded in providing what was mentioned in Part I of this essay as a desider-atum, namely a development of a concept of Affinity, which would be less impeded by category-barriers than the more familiar notion of Similitude.  (f) I now turn briefly to question Q2. This is the question how to interpret the expression "in respect to a certain realm" within such phrases as in "an analogical extension, in a certain realm, of the property of health, in the primary physiological realm to which animal and human bodies are central." I should make clear the problem of ambiguity which prompts this question; there is one way of looking at things, one conception, according to which there is a certain realm, which is that to which souls are central, and into which there is projected an analogical extension of the property of health. In this conception the notion of souls is logically prior to the notion of the psychological realm to which souls are central, and both are logically prior to the property which is the analogical extension of the property of health, which in the primary physiological realm is the property of bodies. But there is another conception which might particularly appeal to those who regard souls as being, initially at least, somewhat dubious entities, according to which souls are introduced into the psychological realm to be the subjects or bearers of a property in that realm which is an analogical extension of the property of health, which in the physiological realm belongs to bodies. According to this conception, fairly plainly, the conception of souls is logically posterior both to the notion of the psychological realm and to the analogical extension of the property of health which exists in that realm. Question Q2 is in effect an accusation: it suggests that the two conceptions are mutually inconsistent, since souls cannot be at one and the same time both logically prior to and logically posterior to both the concept of the realm to which they are supposedly central and to a certain property, analogous to bodily health which exists in that world; it further suggests that Socrates (or neo-Socrates) need both of these conceptions, but, of course, cannot have both of them.  To meet this objection, I would suggest that a promising line to take would be to deny that we start with a certain realm, the psychological realm, the nature of which is determined either by the subject-items, namely souls, which are central to it, or by the properties, such as a certain analogue of bodily health, which characterize things in it; and that we then proceed at a later point to add to it the remaining members of these two classes of elements. Rather, we start off with analogues of two of the elements in the primary physiological realm,souls which are analogues of bodies and a class of properties one of which is an analogue of bodily health, and call the realm to which these analogues belong the psychological realm. In this way the incoherence covertly imputed by question Q2 will be dissolved, since neither of these psychological elements (souls and properties like the analogue of bodily health) will be logically prior to the other. What in fact has been done is to introduce, first, a double analogical extension of two types of items which belong to the primary physiological realm and, second, the notion of a psychological realm for use in a convenient way of talking about what has initially been done.  No doubt more than this will need to be said in a full treatment of the topic; but perhaps for present purposes, which are primarily directed toward defusing a certain criticism, what has been said will be sufficient. When it comes to the prospects for ethical theory -- Question 3  Question 3 might be expanded in the following way. we can imagine ourselves encountering someone who addresses us in the following way: "You have certainly achieved something. There is one class of philosophers who would be inclined to deny that the notion of moral justice, δίκαιον, can be regarded as an acceptable and legitimate concept, because there is no way in which the intuitive idea of moral justice, δίκαιον, can be coherently presented in a rigorous manner. What you have said has shown that such a philosopher's position is untenable; for you have shown that if we allow the possibility of representing moral justice, δίκαιον, as a certain sort of analogical extension of a basic notion, namely health, which is a property of bodies, items which belong to a basic or primary realm of objects, you have succeeded in characterizing in a sufficiently articulated way the possession of moral justice, δίκαιον, to which the philosopher in question is opposed on the grounds of its incoherence. That is no small achievement, but it is not, nevertheless, from your point of view, good enough. For there will be another class of philosophers who find no incoherence in the notion of moral justice, δίκαιον, but claim that lack of incoherence is a necessary condition but not a sufficient condition for accepting moral justice, δίκαιον, as a genuine feature of anything in the world. The uses that we make of our characterizations of moral justice, δίκαιον, and other such items must be as part of an as it were encyclopedic picture of the fundamental ingredients and contents of the rational world; and if, of the two would-be encyclopedic accounts, one contains everything which the other contains together with something which the other does not contain, while the other account contains nothing beyond a certain part of what the first account contains, it will be rational, in selecting the optimum encyclopedic volume, to prefer the smaller to the larger volume, unless it can be shown that what is contained in the larger volume but omitted in the smaller one is something which should be present in a comprehensive picture of the rational world. To be fit for inclusion in an account of the rational world, a contribution must be not only coherent but also something which is needed. This demand you have not fulfilled." To this critic Grice should be inclined to reply in the following manner. "I agree with you that more is required to justify the incorporation of moral justice, δίκαιον, within the conceptual furniture of the world than a demonstration that the notion of moral justice, δίκαιον, is one which is capable of being coherently and rigorously presented; and I agree that I have not met this additional demand, in whatsoever it may consist. But I think it can be met; and indeed I think I can not only say what is required in order to meet it but also bring off the undertaking of actually meeting it. The required supplementation will, I suggest, involve two elements. First, a demonstration of the value, in some appropriate sense of "value," of the presence in the world of moral justice, and second, a demonstration that it is, again in the same ap. propriate sense, up to us whether or not the notion of moral justice does have application in the world." I shall now enlarge upon the two ingredients of this proposed response.  First Supplementation. A person who is concerned about the realization in the world of moral or political justice, δίκαιον, will encounter at a number of points alternative options relating to such realization which he may have to take into account. The number of such options will vary according to whether a "two-concept" view or a "one-concept" view is taken of justice, δίκαιον; the number will be larger if a two-concept view is taken, and I shall begin with that possibility. On a two-concept view, there will be two properties the realization of which has to be considered, moral justice δίκαιον and political justice δίκαιον. One who is concerned about the application of these properties, and who is unhampered by any sceptical reservations, will have to consider the application of each of these properties to a particular individual, standardly himself, and also to a general subject-item, such as a particular totality of individuals each of whom might consider the application to himself as an individual of each of the initial properties. There will also be a variety of distinct motivational appeals which the application of one of these forms of justice, δίκαιον, has to a particular subject-item, the consequential appeal of that realization (e.g. its payoff), or both. If we go beyond Plato, we might have to add such forms of motivational appeal as that which arises from subscriptions to some principle governing the realization of the initial property. On a one-concept view the initial array of options will be considerably reduced, though it is perhaps questionable whether such reduction will correspond to any reduction in genuinely distinct and authentic options. On the assumption that it would not, Grice temporarily goes along with the idea that a one-concept view is the correct one. On this view a distinction between moral justice, δίκαιον, and political justice, δίκαιον, will reappear as the difference between concern for the application of a single property, that of justice, δίκαιον, when it is motivated by the intrinsic appeal of its realization in a given subject-item (one might perhaps say its moral appeal) or alternatively, when it is motivated by the idea of the consequence of such a realization (one might say by its political appeal). One should perhaps be careful to allow that the idea that a single concept or property may exert different forms of motivational appeal does not carry with it the idea that one and the same body of precepts will reflect that concern, regardless of the question whether the motivational foundation is moral or political.  It is crucially important to recognize that situations which are only subtly different from one another may exert quite different forms of motivational appeal. Nothing has so far been said to rule out the possibility that while Socrates and other such persons may each be concerned that people in general should value the realization of justice, δίκαιον,in themselves because of its intrinsic appeal, that is to say, for moral reasons, nevertheless their concern that people in general should value for moral reasons the realization in themselves of justice, δίκαιον, is based at least in part on consequential or political grounds rather than on any intrinsic or moral appeal. It is possible to be concerned that people be sensitive to the moral appeal of being just, δίκαιον, and at the same time for that concern to be at least partly founded on political rather than on moral considerations. If that is so, then the concern for a widespread realization of moral justice, δίκαιον, might itself have a non-moral foundation, as Prichard attempted at Oxford with his duty and interest, repr. by Urmson. Such considerations as these might be sufficient to ensure that the realization of moral justice in a community is of value to that community. This value might consist in the fact that if themembers of a community are morally concerned for the realization of justice, δίκαιον, in themselves, their manifestation of socially acceptable behavior will not be dependent on the real or threatened operations of law-enforcers, to the advantage of all.  Second Supplementation. If we were to leave things as they are at the end of the first supplementation, though we should perhaps have shown that the realization of moral justice in the world was of value to inhabitants of the world and possibly also absolutely, we should not have escaped the suggestion that this alone is not adequate to our needs; it would leave open the possibility that all one could do would be to pray that moral justice, δίκαιον, is realized in the world, and then when we have found out whether this is or is not the case, to jubilate or to wail as the case might be. To make good our defense of moral justice, we should need to be able to show that in some sense the realizability of moral justice in the world is up to us. At this point it seems to me we move away from the territory of Socrates and Plato and nearer to the territory of Kant; it also seems to me that at this point the problems become immensely more difficult, and partly because of that, I shall not attempt to devise here a solution to them, but only to provide a few hints about how such a solution might be attained. As we have been interpreting the notion of moral justice, δίκαιον, its realizability is an idea which is very close to that of the validity of morality; and if we were to follow Kant's lead, we should be on our way to a supposition which is close to his idea that the validity of morality depends upon the self-imposition of law, an idea which, though obscure, seems to suggest that what secures the validity of Morality is something which, in some sense or other of the word "do," is something that we ourselves do, and so perhaps in some sense or other "could," we could avoid doing. What kind of "doing" this might be, and how it might be expected to support Morality, to my mind remain shrouded in darkness even after one has read what Kant has to say; there seems little reason to expect that it would closely resemble the kind of doing with which we are familiar in the ordinary conduct of life. There is also important uncertainty about the proper interpretation of the word "could"; it might refer to some kind of psychological or natural possibility, something which some would be inclined to call a kind of causal possibility; or it might refer to some kind of "rational" possi-bility, the existence of which would require the availability of a reason or possible reason for doing whatever is said to be rationally possible.  Not everything which is psychologically possible is also rationallypossible; and I think it might be strategically advantageous if it could be held that the Kantian view assigns psychological possibility but not rational possibility to the avoidance of the institutive act which underlies morality; but whether this is Kant's view, and how, if it is his view, it is to be made good, are problems which I do not know how to solve. When it comes to The Republic and Philosophical Eschatology, Grice presents what he sees as the background to the reconstructed debate between Thrasymachus and Socrates, or rather perhaps between neo-Thrasymachus and neo-Socrates. Neo-Thrasymachus is a Minimalist and a Naturalist who has affinities with Hume – and his name is Nozick; he rejects the concept of moral justice, δίκαιον, on the grounds that it would be at one and the same time a non-natural and psychologistic feature and also an evaluative feature. At this point we may suppose that neo-Socrates, who is not committed to any form of Naturalism, will have retorted to neo-Thrasymachus that a blanket rejection of psychologistic and evaluative features will totally undermine philosophy. This part of the debate is not recorded, but we may imagine neo-Thrasymachus to have responded that neo-Socrates is in no better shape; for he can make sense of the notion of moral justice, δίκαιον, only by representing it as a special case of a favourable feature, namely well-being, which spans category-barriers between radically different sorts of entities, such as a body, a political state, or a person. But neo-Socrates himself will be committed to holding a view of universals which will prohibit any such crossing of category-barriers by a single universal. To this charge neo-Socrates may resort to two forms of defense, one less radical than the other. The less radical form would involve the claim that while there have to be category-barriers, these do not have to be as severe and restrictive as the accusation suggests.  The more radical form of defense would refrain from relying on a more permissive account of category-barriers even though it allowed that such increased permissiveness would be in order. It would rely rather on a distinction between concepts which may span category-barriers, whether these are more or less severe in nature, and universals which may not span such barriers. A closely parallel distinction between  an expression's having a single meaning and its being used to ‘signify’ a single universal can, Grice thinks, be found in Aristotle. Vide Grice, “Aristottle on the multiplicity of being” and the three modes of unification of universalia via recursion – the logically developing series, the focus, or the analogy or proportion. This distinction would be made possible by making concepts rest ona foundation of affinities as distinct from the foundation of similarities which underlies universals; affinities may, while similarities may not, be characterizable purely in analogical terms. The working out of such a distinction would be one of a variety of concerns which would be the province of a special discipline of philosophical escha-tology. The key to its success would lie in the observance of a distinction between instantiation and subinstantiation. The latter notion would permit generalization and explanation to cross category-barriers and would undermine the charges of incoherence brought by neo-Thrasymachus against neo-Socrates and his favored notion of moral justice, δίκαιον. At some level of reinterpretation, then, Socrates's appeal to an analogy between the soul and Mussolini’s Italian state, say, would be at least partly aimed at showing that the concept of Moral Justice, δίκαιον, which Thrasymachus would like to banish as theoretically unintelligible, is analogically linked with the concept of bodily health, admitted by everyone, including Thrasymachus, as a legitimate concept, in such a way that, despite radical categorial differences between the two concepts, if the concept of bodily health is intelligible, the concept of Moral Justice, δίκαιον, is also intelligible.  However, to exhibit Moral Justice as a feature which is really applicable to items in the world, such as persons and actions, more is needed than to show that its ascription to such items is free from incoherence. It will be necessary to show that such ascription, if it were allowed, would serve a point or purpose, and also that it is in some important way up to us to ensure that such ascription is admis sible. The fulfillment of the last undertaking might force us to leav the territory of Socrates and Plato and to enter that of Kant, or even worse, if we follow Gentile, Hegel! Nome compiuto: propr. Samuele Renato Treves. Renato Treves. Treves. Keywords: giudice, giustizia, giusto, ventennio fascista. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Treves” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO; ossia,  Grice e Tria: la ragione conversazionale da Roma a Roma via Roma; o, l’implicatura conversazionale della terza Roma – la scuola di Laterza -- filosofia pugliese -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Laterza). Abstract. Keywords: la terza Roma, la prima Roma. Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Laterza, Taranto, Puglia. Come egli stesso dichiara -- Memorie storiche --, era nato a Laterza, in Terra d’Otranto, da Francesco e da Margherita Geminale (dalla documentazione della Dataria risulta però battezzato il 21 luglio 1675, Archivio segreto Vaticano, Dataria Apostolica, Processus Datariae, 1720, c. 9); fu ottavo di undici figli. Studia a Napoli filosofia, teologia, diritto civile e canonico. Fu ordinato sacerdote, poi, licenziato in teologia, a Roma si addottora in utroque iure (Archivio di Stato di Roma, Università di Roma).  Servì come uditore l’abate Giacomo Navarrete di Cava de’ Tirreni. Si trasferì nelle Marche come vicario generale del vescovo di Gherardi. Firrao, allora visitatore apostolico di Marche e Umbria, ma fatto nunzio straordinario in Portogallo da Clemente XI, lo volle suo uditore a Lisbona e poi anche in Svizzera, dove risolse delicate questioni pendenti tra il vescovo di Costanza e i canonici regolari di Kreuzlingen, in seno agli ospitalieri del Gran San Bernardo, e tra vescovo, capitolo e magistrato di Losanna.  Per motivi di salute rientrò in Italia Clemente XI lo nominò vescovo di Cariati e Cerenzia; fu consacrato dal cardinale Zondadari, assistito da Marazzani, vescovo di Parma, e dal gesuita Lafitau, vescovo di Sisteron in Francia. Entrato in diocesi, provvide alla visita pastorale, fece sistemare nel duomo un sepolcro per i vescovi suoi predecessori, istituì la penitenzieria nella cattedrale di Cerenzia e la prebenda teologale anche in quella di Cariati. Si appellò al cardinale segretario di Stato Giorgio Spinola contro le prepotenze di qualche signore locale, come Nicola Cortese, duca di Verzino e Savelli. Celebrò un sinodo diocesano e ne pubblicò gli atti (Prima dioecesana synodus Cariatensis, et Gerontinensis  habuit in S. Ecclesia Cariatensi anno Christo nato 1726 die 16. 17. et 18. mensis Martii, s.n.t.), che presentò a Benedetto XIII in occasione della visita ad limina.  Per favorire le sue cagionevoli condizioni di salute, il papa lo trasferì alla sede di Larino e lo nominò prelato domestico e assistente al soglio. Nella nuova diocesi, di cui prese possesso celebrò un contrastato sinodo diocesano (Prima dioecesana synodus Larinensis habuit in sancta Ecclesia Larinensi anno a Christo nato, Romae), al quale presero parte anche due avvocati laici (Spinosa e Brencola). Intervenne al concilio provinciale di Benevento. Con approvazione della S. Sede staccò dal capitolo del duomo due vicarie curate e istituì un collegio di mansionari. Abolì l’uso del rito orientale per le minoranze albanesi presenti in diocesi, rendendo obbligatorio quello latino. Affidandosi a Lorenzo Troccoli, fece ammodernare la cattedrale con abbondanza di stucchi e marmi. Produsse un ‘Proprio’ dei santi per la provincia ecclesiastica beneventana (Officia propria Sanctorum, Beneventanae provinciae, Neapoli Collaborò per la parte ecclesiastica alla stesura del Trattato di accomodamento tra Regno di Napoli e S. Sede insieme ai cardinali Alessandro Albani, Pietro Marcellino Corradini, Antonio Saverio Gentili e Giuseppe Spinelli, e al segretario della congregazione delle Immunità Torrigiani; per parte regia vi lavorarono il cardinale Troiano Acquaviva d’Aragona, ‘protettore’ del Regno, e il cappellano maggiore Celestino Galiani. Le sue posizioni curialiste lo resero poco gradito alla corte, obbligandolo a chiedere il trasferimento dalla diocesi.  Clemente XII lo nominò consultore del S. Uffizio, poi, quando si dimise da Larino, Benedetto lo promosse esaminatore dei vescovi e arcivescovo titolare di Tiro (20 dicembre 1741); a Larino gli subentrò il nipote omonimo, già suo vicario generale. Fu poi nominato correttore della Penitenzieria apostolica A Napoli consacrò le chiese di S. Maria delle Grazie a Caponapoli e di S. Maria del Popolo degli Incurabili. A Roma consacrò l’altare della chiesa di S. Giuliano in Banchi, ricostruita, e benedisse il cimitero di S. Spirito voluto da Benedetto XIV presso i bastioni di S. Onofrio.  Morì a Roma e fu sepolto nella chiesa della Trinità della Missione a Montecitorio (Archivio segreto Vaticano, Vat. lat. : P.L. Galletti, Necrologium episcoporum, c. 126; Forcella, Iscrizioni delle chiese e d’altri edificii di Roma, Roma). Opere. Ricostruì con erudizione la storia della diocesi di Larino (Memorie storiche civili, ed ecclesiastiche della città, e diocesi di Larino metropoli degli antichi Frentani, Roma), ben accolta dalle Novelle della Repubblica delle lettere e dal Journal des sçavans. Cura una nuova edizione, con aggiunte e note, del cinquecentesco trattato De Cardinalis dignitate et officio del teologo gesuita Piatti -- Romae. Espresse, ma senza profondità, la sua visione anti-giurisdizionalista a commento delle posizioni di GIANNONE (vedasi) -- Osservazioni critiche intorno alla polizia della Chiesa che si legge da’ suoi primi tempi sino al presente ne’ quattro tomi della Storia civile del Regno di Napoli scritta da Pietro Giannone, Roma 1752; lo scritto era apparso prima con lo pseudonimo di Pietro di Paolo, con la falsa data di Colonia). Per l’Arcadia, cui appartenne con il nome di Abdolomino Dipeo, commemorò Benedetto XIII con un lusinghiero profilo biografico (Le vite degli Arcadi illustri, V, Roma 1751, pp. 3-66).  Fonti e Bibl.: La sua attività episcopale è documentata presso gli archivi storici della concattedrale di Cariati e della diocesi di Termoli-Larino. Presso l’Archivio segreto Vaticano è attestata la sua attività diplomatica e curiale (in partic. Archivio Concistoriale, Acta Camerarii, e Dataria Apostolica, Processus Datariae); Soria riferiva che i suoi manoscritti sarebbero stati depositati presso l’archivio della Penitenzieria; si veda pure Biblioteca apostolica Vaticana, Cataloghi sommari e inventari dei fondi manoscritti, I, a cura di A.M. Piazzoni - P. Vian, Città del Vaticano In assenza di uno studio monografico su T., bisogna accontentarsi dei cenni autobiografici che egli stesso ha fornito nelle Memorie storiche su Larino e delle scarse menzioni in pochi altri scritti: F. Ughelli, Italia sacra, Venetiis; F. Soria, Memorie storico-critiche degli storici napolitani, I, Napoli Cappelletti, Le Chiese d’Italia dalla loro origine sino ai nostri giorni, Venezia Pastor, Storia dei papi, XV, Roma Eubel, Hierarchia catholica medii et recentioris aevi, V, Patavii; Le lettere di Benedetto XIV al Card. De Tencin dai testi originali, a cura di E. Morelli, I, Roma 1955, p. 314; P. Giannantonio, Pietro Giannone, II, Napoli Giannoniana. Autografi, manoscritti e documenti della fortuna di Giannone, a cura di S. Bertelli, Milano-Napoli Dal Muratori al Cesarotti, V, a cura di R. Ajello et al., Milano-Napoli Tanucci, Epistolario, Roma Sterlich, Lettere a G. Lami, a cura di U. Russo - L. Cepparrone, Napoli; Ch. Weber, Die Päpstlichen Referendare, Stuttgart Mammarella, Da vicino e da lontano. Sacro e profano nella ricostruzione di fatti emblematici della storia molisana e delle aree limitrofe, Larino 2009.Studia filosofia a Napoli e Roma. Uditore di diritto  presso il monastero benedettino di Cava de' Tirreni rimane al servizio di questa abbazia anche quando e trasferito a Roma, è nominato vicario generale di monsignor Gherardi, vescovo di Loreto e Recanati, e tale rimase. Più tardi, con monsignor Firrao, ha l'incarico di nunzio straordinario alla Corte del Portogallo. Quando monsignor Firrao, per questione di salute, è trasferito in Svizzera, T. anda con lui a Lucerna. Durante la sua permanenza in Svizzera intraprende un'importante missione in Svezia e Germania. Eletto vescovo di Cariati e Cerenzia, entra in carica presiedendo il sinodo. Trasferito poi a Larino, partecipa al concilio di Benevento. Nominato consulente del Sacro Offizio e arcivescovo di Tiro.  Divenne esaminatore di Vescovi ed è insignito del titolo di cavaliere dell'ordine di S. Giacomo per i suoi meritori servigi resi alla Corte di Lisbona. Il suoi eruditi saggi includeno:  “Memorie storiche civili di Larino (Roma); “Accommodamento tra il papato e la corte reale di Napoli” (Roma), “Benedetto XIII”. Memorie storiche degli scrittori, regno di Napoli, Napoli, Tipografia dell'Aquila di Puzziello, Diocesi di Larino, Pietro Pollidori Giovan Battista Pollidori. Nome compiuto: Giovanni Andrea Tria. Tria. Keywords: la terza Roma. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Tria” – The Swimming-Pool Library. Tria.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO; ossia, Grice e Trincheri: la ragione conversazionale secondo Andrea Speranza, e l’implicatura conversazionale – la scuola di Pieve di Teco -- filosofia ligure -- la filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Pieve di Teco). Abstract. Keywords. Andrea Speranza. The phrase ‘Grice italo’ is meant as provocative. An Old-World philosopher such as Turoldo would never have imagined to be compared to a tutor at a varsity in one of the British Isles, but there you are! It is meant as a geo-political reminder, too. Many Italian philosophers have been educated in a tradition that would make little sense of Turoldo as a ‘Grice italo,’ but there you are. My note is meant as a tribute to both philosophers. Grice has been deemed an extremely original philosopher, and by Oxford canons he certainly was. He was the primus inter pares at the Play Group, the epitome of ordinary-language philosophy throughout most of the twentieth century. His heritage remains. Turoldo’s place in the history of philosophy is other. But there are connections, and here they are. Filosofo ligure. Filosofo italiano. Pieve di Teco, Imperia, Liguria. Nato da una famiglia benestante che ha in possesso alcuni ettari di terreno. Appassionato alli romantici, e riconosciuto e si afferma all'interno della cerchia dei letterati del suo tempo grazie alla brillante difesa in favore di Manzoni, quando quest'ultimo pubblica  la sua prima tragedia, “Il Conte di Carmagnola”. E con il sostegno del suo maestro e amico Goethe, famoso filosofo e scrittore romantico, che riusce a far valere la proprio opinione positiva nei confronti dell'autore dei Promessi sposi. Poche altre notizie biografiche si conoscono a proposito della sua vita che, a causa di un incidente in cui fere a morte il suo amico, Andrea Speranza, crolle in una situazione estremamente travagliata.  Grice: “”Andrea Speranza” may mean different things.” Il Conte di Carmagnola Tragedia in cinque atti  Studio di Francesco Hayez per il dipinto Il Conte di Carmagnola Autore Manzoni Lingua originale Italiano Genere Tragedia Prima assoluta Teatro Goldoni, Firenze Personaggi Personaggi storici il Conte di Carmagnola Antonietta Visconti, sua moglie Una loro figlia, a cui nella tragedia si è attribuito il nome di Matilde Francesco Foscari, Doge di Venezia Condottieri al soldo dei Veneziani: Giovanni Gonzaga Paolo Francesco Orsini Nicolò da Tolentino Condottieri al soldo del Duca di Milano: Carlo Malatesti Angelo della Pergola Guido Torello Nicolò Piccinino, a cui nella tragedia si è attribuito il cognome di Fortebraccio Francesco Sforza Pergola figlio Personaggi ideali Marco, senatore veneziano Marino, uno de' capi del Consiglio dei Dieci Primo commissario veneto nel campo Secondo commissario Un soldato del conte Un soldato prigioniero Senatori, condottieri, soldati, prigionieri, guardie Manuale Il Conte di Carmagnola è la prima tragedia di Manzoni. La vicenda editoriale non fu semplice: erano gli anni in cui la polizia austriaca aveva intensificato la censura e disposto la chiusura del Conciliatore. Manzoni, amico dei redattori del giornale, era tra gli autori che venivano guardati con sospetto. Giulio Ferrario, bibliotecario di Brera e funzionario imperiale, che era stato incaricato della pubblicazione del Conte, preferì rinunciare, cedendo l'opera al fratello Vincenzo, vicino all'ambiente romantico e stampatore del Conciliatore. La prima tragedia manzoniana veniva quindi stampata dalla tipografia di Vincenzo Ferrario, a cura di Visconti. La prefazione  Giuseppe Gatteri, Battaglia di Maclodio, 1427. La tragedia è dedicata all'amico Claude Fauriel ed è preceduta da una prefazione sulle unità drammatiche e sull'uso del coro che, non essendo legato allo svolgimento dell'azione, non può alterarla e, nel contempo, costituisce una parentesi lirica che dà voce ai sentimenti dell'autore togliendogli la tentazione di parlare per bocca dei personaggi, lasciando così separata la realtà storica dalle passioni e dalla fantasia del poeta. A questo proposito Manzoni osservò che necessariamente i personaggi storici di una tragedia pronunciano discorsi mai detti e compiono azioni mai avvenute.  Manzoni si scaglia contro le unità pseudoaristoteliche di tempo e di luogo che non aveva voluto seguire nella tragedia. Infatti le vicende del Carmagnola si estendono i sei anni e si svolgono a Venezia, in campo militare a Maclodio, in casa del conte e in prigione. Manzoni dimostra che queste unità sono arbitrarie, perché basate solo sull'idea che molte tragedie greche le prevedano (e quindi sul prestigio del teatro greco). Per giunta, Aristotele non le ha mai "teorizzate", limitandosi a dire che sono una tendenza.   Francesco di Bartolomeo Bussone, conte di Carmagnola. Manzoni difende l'utilità della poesia drammatica, che era stata condannata anche da pensatori come Rousseau. Il filosofo era infatti convinto che non fossero morali in quanto rappresentavano azioni licenziose.  Quanto all'unico coro inserito nella tragedia, Manzoni sa che alcuni lo criticherebbero perché non è rappresentabile con gli strumenti moderni. Allora afferma che il suo coro è per la sola lettura. Per spiegare il motivo della ripresa di questo dispositivo del teatro greco cita Schlegel. Nel Corso di letteratura drammatica l'autore tedesco spiega che il coro è lo spettatore ideale perché produce quei pensieri mortali ispirati all'azione a cui sta assistendo. In questo, è sia genio nazionale che genio dell'umanità.[3]  Argomento In questa tragedia Manzoni sottolinea, condannandole aspramente, le discordie italiane che impedivano l'unificazione della Patria, specificamente nell'ultima strofa della Battaglia di Maclodio:  «Tutti fatti a sembianza d'un Solo; Figli tutti d'un solo Riscatto, In qual ora, in qual parte del suolo, Trascorriamo quest'aura vital Siam fratelli; siam stretti ad un patto: Maledetto colui che l'infrange, Che s'innalza sul fiacco che piange, Che contrista uno spirto immortal!» Manzoni aggiunse anche alcune notizie storiche sull'argomento della tragedia; in tale introduzione sostenne l'innocenza del conte, smentita da recenti studi.  La tragedia Il carme, secondo l'uso del tempo, è in versi endecasillabi: (È giunto il fin de' lunghi dubbi, è giunto, - Nobiluomini, il dì che statuito).  Per il coro Manzoni sceglie il decasillabo, molto martellante ed incisivo: (S'ode a destra uno squillo di tromba, - A sinistra risponde uno squillo).  Il soggetto trae ispirazione da vari testi, il più importante dei quali è l'ottavo volume della monumentale Histoire des républiques italiennes du moyen âge di Sismondi. Scrivendo a Fauriel, Manzoni afferma di volergli dedicare l'opera, e di averne già versificato alcune scene. Aggiunge che l'amico potrà trovare informazioni su «François Carmagnola» «à la fin du huitième volume des Rep[ubliques] italiennes de Sismondi» (alla fine dell'ottavo volume dell'opera di Sismondi). L'autore consultò inoltre le Vite de' famosi capitani d'Italia del Lomonaco e il capitolo XV della Storia di Milano di Pietro Verri (1783-1785).  Sempre nella missiva a Fauriel, infine, Manzoni lodava il teatro shakesperiano - al quale riservò grandi apprezzamenti nei Materiali estetici -, e spiegava all'amico di voler comporre un'opera realistica dal punto di vista linguistico, facendo parlare i personaggi in modo non artificiale e quanto più possibile conforme al vero. Manzoni tragediografo guarda anche al teatro tedesco di Schiller, Goethe e soprattutto all'opera "Lezioni sulla letteratura drammatica" di Schlegel.   Carmagnola, centro storico Qualche incertezza c'è nella ragione del titolo. Francesco da Bussone, il protagonista della tragedia, era effettivamente detto Il Carmagnola e, pur essendo di umili origini, dal duca di Milano Filippo Maria Visconti era stato fatto conte ma di Castelnuovo Scrivia e non di Carmagnola, che apparteneva al marchesato di Saluzzo. È controverso se si tratti di una "svista" del Manzoni o invece di un ossimoro, in quanto Carmagnola, proprio pochissimi anni prima, era un canto rivoluzionario molto noto dei più accesi sanculotti. In questo modo il personaggio positivo della tragedia vedeva ribadito, nonostante il titolo di conte, il proprio carattere di derivazione popolare.  Francesco Bussone era un valente capitano di ventura, dapprima per il ducato di Milano e poi per i Veneziani, al soldo dei quali aveva vinto i suoi antichi padroni nella battaglia di Maclodio.  Secondo l'uso delle compagnie di ventura aveva lasciato liberi i prigionieri; i Veneziani sospettavano invece un tradimento e lo condannarono a morte.  La trama è storica, ma l'interesse dello scrittore è per i problemi morali. Come può accordarsi un atto di generosità (lasciar liberi i prigionieri) con le ferree leggi della politica (i nemici sono da distruggere)? Inoltre nel coro  che commenta la battaglia di Maclodio ("S'ode a destra uno squillo di tromba") Manzoni mostra la propria riprovazione per le guerre fratricide che contrappongono Italiani ad Italiani (Veneziani contro Milanesi), auspicando l'unità nazionale e la fraternità fra i popoli. Nella fase finale del coro dell'atto II si sviluppa la ripulsa di ogni forma di violenza in nome di una coscienza intimamente religiosa che deve accomunare tutti gli uomini nella fraternità della Fede: "siam fratelli; siam stretti ad un patto: / maledetto colui che l'infrange, / che s'innalza sul fiacco che piange; /che contrista uno spirto immortal!". Tutti gli uomini sono uguali dinanzi a Dio , tutti sono rinati alla Grazia attraverso la redenzione operata da Cristo: è un sacrilegio quindi infrangere un patto di fratellanza opprimendo e sfruttando un'anima libera ed eterna.  Accoglienza  Il conte di Carmagnola Alla sua prima apparizione, l'opera non ebbe gran successo di pubblico né di critica. Se alla fine del 1819 Gaetano Cattaneo annunciava all'autore, da poco a Parigi, l'imminenza della sua pubblicazione, riferendo il giudizio entusiastico sull'opera di Ludovico Di Breme, e se al suo apparire Silvio Pellico la apprezzò, affermando che la tragedia era «generalmente lodata, e Monti stesso non trova a dire che sullo stile, che a lui sembra troppo trascurato e prosaico», furono in molti a criticare il testo (lo stesso Pellico ammetteva più avanti al fratello Luigi che «lo stile è molto criticato», e che «non è lettura che trascini, perché gli eroi sono lasciati troppo simili al vero»). Tra i numerosi articoli che attaccarono la tragedia il più celebre è quello del drammaturgo e poeta francese Victor Chauvet, apparso nello stesso anno sul Lycée Français a Parigi. Il problema principale, secondo Chauvet, risiedeva nel mancato rispetto dell'unità di tempo e di luogo, ancora canonica per il teatro tragico. Manzoni, che nei suoi scritti teorici, coevi al Conte, aveva sottolineato lo scarso realismo che le unità pseudoaristoteliche comportavano e l'esasperazione dell'io del protagonista che ne derivava, rispose con la celebre Lettre.  In Italia tre interventi anonimi pubblicati sulla Gazzetta di Milano, ma riconducibili alla penna del suo direttore Pezzi, criticarono severamente il Conte, né fu diverso il giudizio della Biblioteca Italiana, anch'esso apparso anonimo nel mese di febbraio e ascrivibile probabilmente al funzionario della magistratura austriaca Sardagna, a Scalvini e Acerbi, direttore del giornale. In difesa del Conte si schierò invece T. Goethe loda apertamente l'opera: il suo articolo, che vide la luce sulla rivista Über Kunst und Alterthum, suscitò il vivo ringraziamento del poeta, il quale gli inviò una lettera. Goethe scrisse ancora in favore della tragedia, con altri due testi licenziati per la rivista sopracitata. Più avanti curerà l'edizione delle Opere poetiche di Manzoni a Jena, con una prefazione in cui veniva parzialmente ripubblicato il primo articolo elogiativo, assieme a un saggio sull'Adelchi. Foscolo prese le distanze dal giudizio del grande scrittore tedesco, deluso dal fatto che nel dramma manzoniano non si avvertisse «mai chiaramente» un «contrasto di forti passioni».  La prima rappresentazione Già Stendhal, scrivendo al barone Adolphe de Mareste, coglieva un aspetto importante dell'opera, sostenendo che Manzoni, allora a Parigi, «avait fait, ce printemps, deux actes fort longs sur la mort du général Carmagnola [...] Ces actes étaient faits pour être lus» ([Manzoni] ha composto, questa primavera, due atti molto lunghi sulla morte del generale Carmagnola Questi atti erano fatti per la lettura). In effetti, la tragedia aveva caratteristiche che si adattavano più alla lettura che alla scena. Così, passarono alcuni anni senza che venisse rappresentata. Anche quando il 22 dicembre 1827, a Firenze, il regio censore degli Spettacoli Attilio Zuccagni Orlandini chiese a Manzoni l'autorizzazione per mettere in scena in quella città le sue due opere teatrali, questi rifiutò, dimostrando, con una punta di ironia, l'antiteatralità del Conte e dell'Adelchi. L'opera andò in scena ugualmente al Teatro Goldoni di Firenze. La rappresentazione fu allestita dalla compagnia di Luigi Vestri, e vide lo stesso Vestri nei panni del protagonista, mentre Carolina Internari recitava nel ruolo di Antonietta, la moglie del Carmagnola. La prima assoluta, però, non ebbe successo.  Traduzioni Già comparve in Francia, presso l'editore Bonange la traduzione faurieliana del Carmagnola e dell'Adelchi, accompagnata dalla celebre Lettre à M. Chauvet. Immagini della vita e dei tempi di Alessandro Manzoni (a cura di Marino Parenti), Firenze, Sansoni, 1973, pp. 104-105; G. Tellini, Manzoni, Roma, Salerno, Manzoni, Scritti di teoria letteraria.  Schlegel, Corso di letteratura drammatica. ^ Carteggio Manzoni-Fauriel (a cura di Botta), Milano, Centro Nazionale Studi Manzoniani,  La storia di Bussone è raccontata in F. Lomonaco, Francesco Bussone soprannominato il Conte Carmagnola, in id., Vite de' famosi capitani d'Italia, Milano, Stamperia della Storia Universale, Per le fonti, cfr. G. Tellini,  nei documenti veneziani è sempre chiamato Conte di Carmignola, vedi AdS di Ve reg.11 Secreti ^ Secondo le note avvertenze premesse all'opera nella Prefazione, il "coro" nelle tragedie manzoniane è un cantuccio nel quale lo scrittore parla in prima persona esprimendo proprie riflessioni. ^ Carteggio di Alessandro Manzoni. 1803-1821 (a cura di G. Sforza e G. Gallavresi), Milano, Hoepli, Carteggio, Tellini, Immagini della vita e del tempo di Manzoni, cFoscolo, Della nuova scuola drammatica italiana in ID., Opere, XI. Saggi di letteratura italiana (a cura di C. Foligno), Firenze, Le Monnier, Opere inedite o rare di Manzoni, vol. II, Milano, Rechiedei, Manzoni a A. Zuccagni Orlandini, Milano, 4 gennaio 1828, in Tutte le lettere (a cura di C. Arieti), Milano, Adelphi, 1Tellini, Blazina, Premessa alle Tragedie, in A. Manzoni, Poesie e tragedie (intr. di P. Gibellini, note e premesse di S. Blazina), Milano, Garzanti, 1990, p. 269; cfr. anche, Immagini della vita e del tempo di Alessandro Manzoni, cit., p. 106 Voci correlate Opere di Alessandro Manzoni Francesco Bussone, conte di Carmagnola Il conte di Carmagnola, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Il coro conclusivo del secondo atto (La battaglia di Maclodio), su studirisorgimentali.org. V · D · M Alessandro Manzoni Portale Letteratura   Portale Teatro Categorie: Opere teatrali in italianoOpere teatrali del 1828Opere teatrali di autori italianiOpere di Alessandro Manzoni[altre]Nome compiuto: Lorenzo Gioacchino Trincheri. Trincheri. Keywords: Andrea Speranza. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Trincheri” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Troilo: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della conflagrazione – la scuola di Chieti -- filosofia abruzzese -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Perano). Abstract. Keywords: conflagrazione. The phrase ‘Grice italo’ is meant as provocative. An Old-World philosopher such as Turoldo would never have imagined to be compared to a tutor at a varsity in one of the British Isles, but there you are! It is meant as a geo-political reminder, too. Many Italian philosophers have been educated in a tradition that would make little sense of T. as a ‘Grice italo,’ but there you are. My note is meant as a tribute to both philosophers. Grice has been deemed an extremely original philosopher, and by Oxford canons he certainly was. He was the primus inter pares at the Play Group, the epitome of ordinary-language philosophy throughout most of the twentieth century. His heritage remains. T.’s place in the history of philosophy is other. But there are connections, and here they are. Keywords: Telesio, Quattromani, Alighieri, Cento. Filosofo abruzzese. Filosofo italiano. Perano, Chieti, Abruzzo. O Archi. Filosofo. M. Padova, prof. di filosofia teoretica nelle univ. di Palermo e di Padova. Socio nazionale dei Lincei. Partito dal positivismo del suo maestro Ardigò, pervenne a una sorta di metafisica, da lui chiamata realismo assoluto, che richiama il panteismo di Bruno e di Spinoza. Opere principali: La filosofia di Bruno; Il positivismo e i diritti dello spirito; Figure e studi di storia della filosofia; Lo spirito della filosofia; Realismo assoluto. Insegna a Palermo e Padova. Lincei. Partito dal positivismo del suo tutore ARDIGÒ, pervenne a una sorta di meta-fisica, da lui chiamata realismo assoluto, che richiama il panteismo di BRUNO (vedi). L'essere eterno infinito, tutt'uno con lo spirito assoluto, è il presupposto e il principio unificatore degl’esseri relativi. Trascendente e indeterminato, l'essere si immanentizza e si determina nella realtà e negl’individui, oggettivandosi di fronte ai soggetti come assolutamente altro da questi.  Saggi: “Il misticismo”; Idee e ideali del positivism, La filosofia di BRUNO”; “Il positivismo e i diritti dello spirito”; “Figure e studi di storia della filosofia”; “Lo spirito della filosofia”; “Le ragioni della trascendenza o del realismo assoluto”. Società Filosofica Italiana Sezione di Sulmona, riferimenti in Garin, Cronache di filosofia italiana, Laterza, Roma; Pra F. Minazzi, Ragione e storia nella filosofia italiana (Rusconi, Milano); Cappelli, L'orizzonte filosofico: Idealismo e Positivismo, Pra. Dizionario di filosofia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, T., biografia e  nel sito della Società Filosofica Italiana, Sezione di Sulmona "Capograssi". CLASSICI DEL RIDERE. BRUNO (vedasi), In tristitia hilaris, in hilaritale tristis  Or  eccovi un convito sì grande, sì picciolo, sì maestrale, si disciplinale, sì sacrilego, si religioso che certo credo che non v’è poca occasione da divenir eroico, dismesso. Maestro, discepolo; credente, miscredente; gaio, triste; sofista con Aristotele, filosofo con Pitagora, ridente con Democrito, piangente  con Eraclito. Cena  delle   Ceneri.  Proemiale  epistola  al  signor  di  Mauvissiero. sione democriteggiare,  che  è  nella  satanica  Declamae    che  zione della  Cabala  del  Cavallo  Pegaseo, torna nel dialogo della Causa Principio et Uno, dove il pensiero va con ala superba, per altezze magnifiche. Ma è evidente dal testo dei passi stessi accennati che BRUNO non intende affatto  stabilire ne una contrapposizione radicale di riso e di pianto, ne la sua posizione propria. Mentre invece egli qui riguarda le cose dal semplice punto di vista esteriore e comune; onde tutto si presta alla considerazione dell'uno o dell'altro di questi, che si potrebbero chiamare anch'essi  A'jo  lo^oi  delle cose. Non senza piegare sotto questo rispetto verso un impetuoso riso che circola e  guizza in tutte le sue opere e scoppia fin in mezzo agl’argomenti più gravi, senza sottigliezza e senz’ambagi, aperto e rude, come un suggello di giudizio e di sanzione. Ma se ben consideriamo la natura del suo riso, ci appare come esso non ha mai nulla di esteriore o che puo farlo considerare quale fine a se medesimo. Il comico, in quanto tale, veramente, non c'è in Bruno. In lui non si  aprono quelle brevi parentesi d’azzurro,  che, per  esempio,  tra-   [Chi potrà donar freno alle lingue che non mi mettano ne medesimo predicamento, come colui che corre appo h vestigi degl’altri, che circa cotal  soggetto, sia quando si conclude la dedica dell'opera stessa, con austere parole in cui vibra il senso profondo della nolana  filosofia. Il tempo tutto toglie e tutto dà. Ogni cosa  si muta, nulla s'annichila. È un solo che non può mutarsi, e può perseverare eternamente uno, simile e medesimo. Con questa filosofia l’animo mi s'aggrandisce e mi si magnifica l’intelletto. Suggestive parole, le quali, a traverso la trama ridicola della favola, a traverso l'ingenuità e talora la sconcezza degli svolgimenti e degl’episodi, costituiscono come un'atmosfera di  più profonda meditazione, entro cui s’accendono d’opposto riflesso l'ilarità triste e la tristezza ilare dello psicologo, del moralista, del filosofo. Cosi, il riso di BRUNO è veramente filosofico – cf. Grice, LAUGH WITH PHILOSOPHY, NOT AT PHILOSOPHY --; e però esso non s'intende nel suo significato e nel suo valore, non s'intende nel suo intimo segreto. Spampanato.  Alla Signora Morgana.  SPAMP eccovi la candela che vi vien porgiuta per questo Candelaio che da me si parte, la qual in questo paese, ove mi trovo, puo chiarir alquanto certe Ombre dei- idee, le quali invero spaventano le bestie, e come {ussero diavoli danteschi, fan rimaner gl’asini lungi a dietro; ed in cotesta patria, ove voi siete, puo far contemplar l'animo mio a molti, e fargli vedere che non è al tutto  smesso  De V Infinito Universo e Mondi.  Wagner. Questa è quella filosofia che apre gli sensi, contenta il spirto, magnifica l'intelletto e riduce l'uomo alla vera beatitudin se lo si considera diversamente e sotto gl’altri particolari e più facili aspetti che può presentare, come il letterario, e quello morale, nel senso più stretto e più pratico della parola. Non che ciò sia trascurabile. Ma certo  non è tutto, e non è il più. Onde è avvenuto che anche qualche grande, come CARDUCCI (vedasi), non intende in particolare il Candelaio e disconosce in generale, in BRUNO (vedasi), il filosofo. E che quel riso, se pur s’esplica nella forma della comedia e della satira; se nel gonfiarsi delle tendenze letterarie ha spunti di violento anti-accademismo e di anti-petrarchismo. Se ritrae i tipi  classici del pedante, dell'avaro libertino, del marito sciocco, dello scroccone, etc, non è un riso, per cosi dire, letterario. E s’ancora vuole, secondo la massima tradizionale, castigare ridendo mores, non è nel senso immediato e, diciamo, esclusivo della morale. A chi studii a fondo l'etica di BRUNO, appare come il riso e la satira del Nolano non solo sono profondamente inseriti in essa,  ma quasi ne seguano lo stesso schema di svolgimento. Sembrano veramente corrispondere alle tre fasi o aspetti dell'etica, la psicologica e descrittiva, la costruttiva e, in certo senso, dialettica, e la conclusiva o  razionale e filosofica propriamente) la satira in concreto e in particolare, di vizii e difetti e debolezze e sconcezze degl’uomini. La satira in astratto di quegli stessi vizi e difetti e  imbecillità, considerati possiamo pur dire ex altiore causa, criticamentee simbolicamente, in correlazione colle virtù, negli  O Eccovi avanti gl’occhi ociosi princinii, debili orditure, vani pensieri, frivole speranze, scoppiamenti di petto, scoverture di corde, falsi presuppositi, alienazion di mente, poetici furori, offuscamento uomini e negli dei. La satira, infine, che ha vera e propria    intenzione filosofica, nella critica e nel sarcasmo di carattere eterodosso verso i tradizionali valori scientifici, morali, politici e religiosi, e che comprendendo e riassumendo anche l’altre due forme accennate, esplica appieno il significato, della tristitia hilaris e della hilaritas tristis. E si  ha qui una profonda espressione di quella oppositorum coincidentia, che, formula ricorrente nella  filosofia di BRUNO, assume forse la sua maggiore consistenza e significazione precisamente sotto l'aspetto morale, nella caratteristica compenetrazione di riso e pianto, e nella fase culminante dell'etica propriamente, colla trattazione, per quanto frammentaria e balenante, del problema dell’opposizioni e dell’armonie morali. Si possono distinguere, appunto, questi tre aspetti o momenti  del riso di BRUNO; ed approssimativamente e quasi a mo'd’esemplificazione, si possono riferire al Candelaio il  primo; allo Specchio della Bestia trionfante ed al Cantus Circaeus il secondo; ed il terzo allo Spaccio stesso, alla Cabala del cavallo Pegaseo ed  all’asino cillenico, con i richiami   alle altre opere veramente costruttive, quali sorxO la Cena delle Ceneri, De la Causa, Principio  et Uno, etc. di sensi, turbazion di fantasia, smarrito peregrinaggio d'intelletto, fede sfrenate, cure insensate, studii incerti, somenze intempestive, e gloriosi frutti di pazzia.Vedrete, etc. Candelaio. Proprologo. E di fronte a questa materia di morale miseria, l'A., nell’evidente contrapposizione del urologo al Proprologo, delinea se medesimo, a L’autore, si voi Io conosceste, direste, ch'ave  una fisionomia smarrita, etc. per il più, lo vedrete fastidito, restio e bizarro, non si contenta di nulla, ritroso, fantastico com un cane ch'ha ricevute mille spellicciate, pasciuto di cipolla. Non sono inutili la distinzione, necessariamente sommaria, ed il riferimento ai tre gradi progressivi dell’etica; giacche questa nota di coincidenza e d’analogia può far vedere come il riso di BRUNO non  è un episodio, ma ri-entri quasi nella linea della sua filosofia e, in sostanza, tiene della stessa suggestiva profondità di tutta la sua etica. Perciò la materia della satira, la quale non è leggiera, come potrebbe forse apparire a taluno, ma più tosto grave e pensosa, pur nella facezia e nella licenza, è disposta secondo quella triplice divisione che naturalmente segue la partizione dell'etica di BRUNO. Comunque, è ben certo che il significato del caratteristico riso di Bruno sta nel complesso dei suoi momenti e dei suoi aspetti. Solo nell'insieme, e sopra tutto tenendo conto della sua formula integrale che s’estende alle considerazioni estreme della filosofìa, ma costituisce pure il solenne avvertimento ed il motto del Candelaio, si può intendere il suo vero senso umano ed universale, il suo valore filosofico. Bisogna tener conto della formula compiuta, ch’esplicitamente apposta alla prima opera italiana, a quella che più s’avvicina nella forma e nel contenuto ai molti e tradizionali componimenti morali del tempo, sta ad indicar quasi di questo l'avviamento verso uno spirito nuovo; e, riprodotta più oggettivamente, in uno scritto, fra altri, di prevalente sostanza etica, che è dei più personali ed importanti, il De Vinculis, come a ragione giudica TOCCO (vedasi), sembra abbracciare l'intero sistema morale e filosofico di BRUNO. A prescindere dagli strani  richiami, i quali, pur facendo la necessaria parte alla consueta fantastica associazione di BRUNO, prendono un significato rilevantissimo allorché vediamo, e dobbiamo pur confessare  senza intenderne a pieno il motivo e la portata reale, ricongiunti in una relazione singolare la luce del Candelaio e l’ombre dell’idee, la filosofia della comedia e la filosofia dell’Infinito Universo e Mondi e molti altri accenni si potrebbero trovare ancora nell’altre opere; a prescindere da ciò, e ben evidente che anche un sommario esame della formula dell’ilarità di BRUNO ci riporta,  per cosi dire, nel cuore della sua fondamentale inspirazione filosofica. Certo essa si presta ad un'analisi puramente e strettamente morale; a cui è connesso un atteggiamento particolare psicologico, sentimentale del filosofo. Da tal punto di vista potremo cogliere qualche lato del pensiero, qualche momento dello spirito bizzarro e tempestoso di BRUNO. Ma se, arrestandoci a ciò,  ritenessimo soli o ponessimo definitivi questo lato e questo  momento, noi non avremmo e non intenderemmo affatto BRUNO nella sua interezza e nella sua essenza, sotto questo rispetto. Il fastidito, il perseguitato, l'insonne, l'errante, il misconosciuto, l'odiato può anche umanamente esprimere un senso tragico, di riduzione e quasi di confusione, in un disprezzo ed in un'amarezza superiori, della sua tristezza e del suo riso; può, sopra tutto, esprimere la sua forza tremenda, ridendo nella tristezza ed essendo triste nell'ilarità; può anche, mefistofelicamente, ridere laddove gl’altri piangono e piangere laddove gl’altri ridono; può, infine, riportare tutto ciò ad un senso vago di scetticismo e di  Bruno, In tristitìa  hilaris, etc. 2. pessimismo, che più d'una volta pur si  accenna nell'opera di BRUNO; ora in forma propria, come per esempio in quelle parole del Candelaio dove si dice, m conclusione non esser cosa di sicuro, ma assai di negocio, difetto a bastanza, poco di bello e nulla di buono, ora con qualche formula usuale, come il biblico omnia vanitas. Massime l’ilarità triste, presa separatamente, si presta ad una significazione più particolare,  esprimendo quella che è l'essenza amara d’ogni satira; la quale veste di riso ciò che in realtà è solo degno di compassione pella sua debolezza, pella sua deficienza, pella sua bruttura, specialmente nell'ordine umano. Ma questo, mentre non dà il lineamento vero ed intiero di BRUNO, riferendosi solo al  flusso delle sue vicende personali, intellettuali e sociali, se ben si consideri  presuppone, in fondo, una diversa e superiore posizione della sua stessa personalità; e, ciò che più importa, ancora, un diverso e superiore punto di vista della sua speculazione morale propriamente detta e filosofica. Il che appare dalla prima parte della formula, e più dall'insieme. L’ilarità che è triste e la tristezza che è ilare non indica un bisticcio, si una intuizione profonda, morale e  filosofica; in quanto non si limita a considerazioni parziali d’umanità, ma scende alla totale contemplazione umana, ed a questa aggiunge, anzi connette in un inscindibile complesso, la considerazione della realtà universale. Sono l’ultime parole che precedono l'entrata del Bidello. Naturalmente qui il senso è del tutto particolare e riferito al mondo del Candelaio, che sta per entrare  materialmente in iscena. A nessuno più che a Bruno ripugna la concezione della realtà umana staccata ed avulsa dalla realtà totale; e più a lui ripugna quella definizione dell'uomo, a cui accenna non senza ironia Benedetto Spinoza, come l’animale capace di ridere. Qui siamo fuori del campo morale, sia che questa capacità di ridere si prenda nella sua espressione più semplice e primitiva, nella sua espressione inferiore e FISIOLOGICA (BERGSON – risus significat naturaliter laetitiam animae -- dove, in sostanza, non e che l'animalità. nel senso pre-umano, dunque; sia che si prenda nel senso estremo opposto, nel senso cioè di NIETZSCHE, che nel Super-uomo travolge l'Uomo. L'umanità vera ha il suo segno nel riso che si fa pensoso di tristezza e nella tristezza che  s'illumina in una visione trascendente di gioia; SEGNO NATURALE vero d’umanità, che è morale ed estetico insieme, e che ha in Bruno un assertore d'incomparabile energia. II quale trae il motivo e la forza possente e luminosa dell'affermazione sua, in un certo senso nuovissima, non già da fonti, che trascendono, in sostanza, l'uomo e la realtà, come sono propriamente le fonti e gli  ideali religiosi, al di là, immortalità, ricompensa divina, etc, che fanno piacente la tristezza, il dolore, la morte, bensì dalle stesse fonti della vera umanità e della vera realtà, in una superba considerazione filosofica. Cosi ritroviamo Bruno e cogliamo il vero suo spirito. Cosi, d’un punto di vista più particolare ma non meno importante, possiamo intendere come se la rozza asprezza  dell'autore, e circostanze speciali della sua vita e del suo tempo, lo conducono a parlar volgare e sconcio, adoperare forme e figure licenziose e toccare talora l'oscenità, tutto ciò è trasfigurato e purificato nell'intento profondo che lo domina: qui veramente il riso, che sembra infettarsi d’elementi estremi, è triste. Questa tristezza purifica e redime; ed accenna, appunto, a qualche cosa di  più alto a CUI mira il filosofo, e che trascende l’ilarità per se e la tristezza in se. Così, la considerazione dell’ilarità di Bruno ci conduce a veder, sotto nuova luce e forse non meno profondamente della pura indagine speculativa, una parte, da cui non si può prescindere, del suo pensiero. Di là dalla hilaritas tristis, la tristitia hilaris può riferirsi ad un altro importante aspetto dello spirito  di BRUNO: l'ottimismo. Il quale ha la sua vera significazione,che ri-appare con altre forme, in altri sistemi, non tanto copie espressione morale per se, o perchè conferisca una coloritura particolare alla visione di BRUNO del mondo; ma in quanto esprime, in certo modo, l'aspetto intrinseco e la risoluzione culminante della realtà stessa. L'ottimismo morale qui è coessenziale, assolutamente, coll'essere e coll'immanente suo ordine ontologico: il nuovo mondo della realtà infinita che, escludendo ogni trascendenza, è essere, potenza e legge eterna a se, non può non essere, per ciò stesso, che uno ahsolutissimo in cui Ente, Vero, Bene fanno la medesima cosa. Che significato possono avere in questo universo il dolore, il brutto, il disordine, il male e la morte, il  caso e la fortuna? ALLA BRUNO, tutto ciò appartiene alla superficie, alla esteriorità, alla contingenza ed alla transitorietà del mondo; tutto ciò che è pluralità e particolarità è la spuma che si gonfia, scorre e si frange sulla realtà; non è la realtà; tutto ciò è di ente, non ente. come dice con sottigliezza grammaticale, ma con pensiero profondo Bruno. Il mondo si presenta, dunque, sotto  questi due aspetti: quello della totalità, dell'unità, dell'assoluto e dell'eterno; e quello del vario, molteplice, fluente, disgregantesi nel tempo e nella particolarità. L'uomo sta di fronte a questo mondo, spettatore e partecipe, ad un tempo, della sua realtà e della sua transitorietà; di fronte a questo enorme ritmo, ond'esso quasi sgorga e si discioglie fuori di se, nel molteplice, nel disgregato  e nel relativo, e si rituffa in se nella pienezza dell'essere ch’è assolutezza d'eternità. Allora l'uomo che riguarda e ch’agisce in questo mondo, se si fermi a ciò che è particolare, scorre e cambia volto, può e deve trovar motivo alla sua tristezza; ma s’approfondisca lo sguardo e l'azione, allora il particolare transfluisce nell'universale, il contingente nell'infinito, il relativo nell'assoluto: la  visione e la consapevolezza di ciò può dare, dà, filosoficamente, la tristezza gioconda. Questo e il segno del conseguimento della più alta coscienza e della più profonda realtà; questa è la visione sub specie aeterni, ed è quasi comunicazione coll'assoluto. Allora la tristezza svanisce; alla realtà particolare e contingente subentra un'altra più profonda realtà. Dileguano le nubi e brilla il  sole, o apparisce il cielo stellato. Il riso stesso s’è trasfigurato; esso, ormai nel campo della contemplazione e dell'azione più alta, è divenuto eroico furore e beatitudine.  BRUNO vuol accogliere quanto di più caratteristicamente espressivo dell’ilarità triste e della tiistezza ilare circola, guizza o s'indugia nella vasta opera di BRUNO (vedasi), e le dà un fascino strano ed acuto. Forniscono  qui la materia solo gli scritti ITALIANI; che sono più varii di contenuto e più vivi di forma e quasi più liberamente riflettono l'anima del filosofo e dell'uomo. Laddove i latini sono o più tecnici e scolastici, come quelli ch’appartengono ai gruppi dell’opere Lulliane, Mnemoniche, Espositive e critiche; o più solenni come le brevi, importantissime Orazioni; ovvero rielaborano più rigidamente, in gran parte con veste poetica, come De minimo. De Monade e De Immenso, contenuto d’opere italiane. Tuttavia, neppur l’opere latine mancano di qualche sprazzo del pensoso suggestivo riso, come il Cantus  Circaeus; il quale, mentre riguarda l'arte della memoria, è di carattere essenzialmente  morale. Forse non appare chiaro a prima vista il significato messo in rilievo  e che possiam dire ascendente, del riso di BRUNO, secondo lo schema generale dell'etica. Ma se ben SI consideri, esso risulta, in sostanza, non meno sicuro che l’intima compenetrazione di quel riso in tutte le parti dell'opera del nolano, anche nelle più  astratte, speculative ed astruse; come là dove si tratta dell'eroico slancio pella conoscenza e  pell’ideale, o della cosmologia, dei  principii dell'universo e della verità. La   Filosofia   di  Bruno, Le  opere di Bruno. Bruno,  Coli.  Profili,  Formi'gglni,  Roma. La materia morale agitata dal filosofo è una; massa viva e turbmosa su cui cadono il suo ghigno e la sua tristezza, come gocce di fuoco. Ma non si può sconoscere la differenza dell'atteggiamento spirituale, e, in un certo senso, del fine medesimo, nel  Candelaio, per esempio, ed anche in pagihe affini d’altre opere, e nello Spaccio della Bestia trionfante. Nell'uno v'è, sopra tutto, il quadro satirico, dipintura e constatazione dei vizii e difetti e debolezze e sconcezze degl’uomini; nell'altro l'approfondimento critico di tutto questo mondo, e la contrapposizione fra simbolica e dialettica di corrispondenti pregi, virtù, valori, nel cielo e  nella   terra,  negl’uomini e negli dei. Nell'uno è la materia fermentante ed oscura di Menandro e di Teofrasto, di Plauto e di Terenzio, di Machiavelli e di Molière; nell'altro la materia di Xenofane e d’Aristofane, ed è anche, come non a torto è stato da taluno notato, lo spirito d’ALIGHIERI.  Poiché la bestia che si deve spacciare non è solo ciò che d'impuro e triste offende praticamente l'uomo  e il convitto umano, ma quello altresì che contamina e sminuisce i diritti, la libertà, la santità della mente nelle sue più alte funzioni contemplativa e speculativa. E, insomma, trattasi dell'affrancazione totale dell'uomo e dello spirito, che fanno tutt'uno. E come nel Candelaio medesimo c'è qualche oscuro accenno a più profondo intento ed a relazioni speculative, cosi lo Spaccio della  Bestia  trionfante segna la  strada  La filosofia soggettiva,  l'Etica-  Bruno.  Profilo  cit. pella più completa conquista etica ed elevazione spirituale. Purgare, liberare: questo è il motivo dell'opera strana e stupenda di fantasia e di riso. Purificare ciò che è fuori dell'uomo, ma che cosa è fuori dell'uomo, dal  punto di vista morale?, e ciò che è nell'uomo: il mondo superno e celeste, che la  scienza tiene incorruttibile, e che al filosofo appar pieno e guasto d'infinita corruzione; e perfino il mondo infero, la sede stessa del peccato e della bruttura, che la credenza a quello opponeva. Abbiam notizia d'un  dialogodi BRUNO,  Il Purgatorio dell’Inferno il quale nel titolo d'apparente bisticcio ma di trasparente significato, completa suggestivamente il disegno della totale purgazione.  Occorre, finalmente, mondare e rinnovare la scienza e la filosofia, la stessa mente umana; ed a questo mira, con passione intensa, con forza eroica, il filosofo.  E se tale opera, che più propriamente riguarda lo spirito, appare nella forma ridicola di quella vivacissima e scintillante trattazione che ha per Nella Cena delle Ceneri, Teofilo,  Bruno, dice: Non dubitate, Prudenzio, perchè del  buon vecchio non ri si guasterà nulla. A voi, Smitho, manderò quel dialogo del nolano, che si chiama Purgatorio dell'Inferno, e ivi vedrai il frutto della redenzione. L'accenno al frutto della redenzione, che forse rende estremamente eterodosso lo scritto, non toglie nulla all'idea dello spaccio dell'inferno; forse la rende più  forte. Cosi pure, per essa nulla importa che, a quanto pare, il  purgatorio sia stato composto qualche anno avanti della Bestia trionfante. L'idea potrebbe essere stata estesa dall'inferno al cielo. Ma  l'opinione  di BERTI (vedasi), Vita  di BRUNO, e di Frith, Life of Bruno, Londra, resta anche da   dimostrare. L’Asinità, ciò non oscura affatto il pathos intenso e puro ch’agita ogni fibra dell'instauratore e che sembra discendere in lui dall'ardore stesso  del divino Platone. Ne la frenesia da cui si lascia trasportare Bruno impedisce di scorgere, d’ultimo, la sovrana bellezza della visione che s'apre davanti al suo occhio  profondo, ed innanzi alla quale egli stesso rimane estatico e commosso. Così come per Xenofane colofonio, del quale v'è qualche traccia nello spinto del Nolano e Castrucci; che dopo aver spacciato, sia lecito adoperar questa  espressione, gli Dei della superstizione, dell'ignoranza e della corruzione, riguardando nel cielo, purificato, dice che tutto è Dio. Culmina, dunque, la critica, la satira, la derisione e la tristezza delle brutture e degl’errori umani, un mondo morale e spirituale di bellezza, di bontà, di verità. All’instaurazione cosmologica, onde si rompevano e disfacevano i palchi dipinti e i congegni  d’orbi e di cieli, si congiungono l’instaurazione morale, e l’intellettuale, le quali finiscono per coincidere, sul principio dell'indissolubile ternano d’Ente, Vero e Bene; che Bruno contempla, ragiona e  sente con impeto straordinario.  Candelaio e Canto di Circe, Spaccio della Bestia trionfante ed Eroici furori. Cena delle Ceneri e Asino cillenico. Cabala del cavallo pegaseo e Causa  Principio et Uno esprimono e  fondono  insieme, a  traverso. Noti sono i framm. di Xenofane circa la critica degli Dei. Quello citato è  riferito d’Aristotele, Metafisica. Le diverse interpretazioni del passo non disdicono al concetto fondamentale qui  adombrato.  i momenti che singolarmente rappresentano i valori del mondo e dello spirito. E però, non illegittimamente, si chiude questo  libro dell’ilarità triste e dell’ilare  tristezza di Bruno, che speriamo rechi qualche vantaggio, illuminando la pur sempre scarsamente conosciuta opera del nolano, con alcune fra le pagine più solenni della sua filosofia, fra le parole più alte della sua anima. PA scr _ mp Te & Ut Vi ettemeea - IYTXXXXXCCC - ARAI SERA TRE RARA A RATA Ia Baia pae run so vna cen nnarnasò svnasesa ti Fr TIZIA CE /6I , Pg PROFILI sono graziosi volumetti elzeviriani impressi su carta fili- granata di lusso, accuratamente ri- legati in falsa pergamena e adorni di fregi e di illustrazioni. Saranno tutti opera di autori di singolare competenza: non aridi riassunti eruditi, ma vivaci, sinte- tiche e suggestive rievocazioni di figure attraenti e significative scelte senza limiti di tempo o di spazio. I profili soddisferanno il più nobilmente possi- bile alla esigenza, caratteristica del nostro tempo, di voler molto apprendere col minimo sforzo, ma in una sobria ed avveduta appendice bibliografica daranno una guida fresca ed utilissima a chi, con maggior calma, vorrà approfondire la conoscenza di una data figura. Spero che questa mia raccolta sia per diven- tare un pane spirituale veramente indispensabile per tutte le persone amiche della coltura e che sia per essere considerata l’ornamento più ambito, più ricco e meno dispendioso per tutte le biblioteche e per tutte le case. Formiggini. [ORE == =" i; È f x i. 3 Y fs x > 7 \ =f 7° 4 z O FÀ \AY AV S = SUL =, Bernardino x * lTlelesio f si Ul Mm X @ zeri) | \\ i Ò \ il ed ALU A. F. FORMIGGINI EDITORE IN MODENA  “E = d TELESIO  (°)  I elesto A. F. FORMIGGINI MODENA Ogni esemplare dovrà portare impressa a secco nel frontispizio l’ impresa editoriale. O. Ferraguti e C. Tipografi - Modena, Via Servi, 5. i . ue I — > + gr - x 2 2/ 1753 4 Veritatis] « certe solius nos amore illecti, et hanc venerantes solam, in iis quae ab antiquioribus tradita erant acquiescere im- potentes, diu rerum naturam inspeximus, et conspectam, ni fallimur, tandem mortalibus aperire voluimus; nec liberi, nec probi ho- minis offici fungi judicantes, si generi illam humano invidentes, aut invidiam ab homi- nibus veriti, ipsi illam occultaremus >». B. Terres De rer. nat. III, I. I. L passaggio dal Medio Evo al Rina- scimento segna una rivoluzione tra le più profonde dello spirito umano. Preparata lentamente nel corso di più secoli, essa presenta forme molteplici e complesse, investendo gli aspetti este riori e la contenenza intrinseca del pensiero e della vita; mutando e rinnovando tutti i valori, ideali e reali, teoretici e pratici, che avevano giàcostituite le vecchie tavole. ci Una tale rivoluzione, appunto per-. chè è una radicale trasformazione di valori, va considerata ed è in complesso, essenzialmente una rivoluzione filosofica. Nè in altra guisa si potrebbe 10 E. Troilo designare e caratterizzare quell’ influsso intimo ed unico che sorregge, animandolo ed illuminandolo, il moto totale e le manifestazioni speciali tipiche di rinnovamento; quella potente vena che pulsa e s' irradia per tutto, dall’ Arte alla Politica, dalla Scienza alle forme e costituzioni pratiche della vita individuale e sociale. In verità, quando parlasi di Filosofia, si suole intendere, in genere, la costruzione e la formula- zione più o meno architettonica, riflessa e teoriz- zata di dottrine e di sistemi; e si trascura, così, un aspetto elementare ed essenziale della filosofia stessa: più oscuro ed indistinto, ma più vivo; meno ragionato, ma più immediatamente sentito; l’ aspetto pel quale la filosofia è primitiva ed immanente, sta e si rivela alle scaturigini, al cuore della vita e costituisce il vivente modo di essere, la dialettica stessa dello spirito. Certamente, questo aspetto tanto poco consi- derato, e che si può chiamare la filosofia implicita, non ha propriamente compiutezza e consapevo- lezza se non nella filosofia elaborata, tecnica ed esplicita dei filosofi; ma ben è certo che questa stessa non è e non s'intende, a sua volta, senza quella prima forma. la quale ne costituisce il ter- reno, l’ atmosfera, le condizioni necessarie di ger- minazione e di sviluppo. E poichè essa, indistintamente, è in sostanza, tutto lo spirito, nella sua intrinseca, spontanea, pri- mordiale attività, fa d’ uopo riconoscere che senza di essa, non sono e sicuramente non s’ intendono appieno, le produzioni varie e individuate dello Bernardino Tesesio. 11 spirito stesso in un periodo storico. È lo spirito unico, il quale, nel ritmo eterno di azioni e reazioni infinite palpita, urge, crea nella massa incande- scente della vita e della storia; e determinandosi, si esprime e traduce in due maniere, o in accadimenti, fatti ed istituti vari, in forme cioè che col Vico, si potrebbero chiamare corpulente, o in or- dine di pensieri puri, di speculazioni particolari e di dottrine astratte. Ora questo duplice modo della filosofia, in nes- sun altro periodo si afferma e si manifesta più evi. dente, più energico e più significativo che nel Ri- nascimento; in quel fremito vasto di vita nuova che pervade, avvolge ed infiamma si può dire dal Mille in poi — dal terribile Mille I’ Europa intera; ma che ha, ben a ragione, il suo focolare più in- tenso, la rivelazione più compiuta nell’ Italia: ben a ragione; poichè quì erano le ceneri, piene di fati, di due civiltà universali. Il Rinascimento è tutto impregnato di filosofia; quella indistinta ed implicita circola nel sottosuolo e alimenta e feconda fiori e frutti della mirabile primavera dello spirito; preparando, insieme, la ela- borazione delle dottrine e dei sistemi che compor- ranno, nel senso più specifico, la nuova filosofia: questa dà il suggello chiaro e preciso al movi- mento profondo: dal complesso veramente risulta che la Rinascenza è l’ era dei nuovi valori. Si pensi, infatti: — L’ uomo, dopo il lungo tor- bido sogno, si scuote, si muove; abbandonando le oscure rive medioevali, allontana l’ incubo del tra- scendente, ripiglia possesso della viva realtà, e con 12 E. Troilo ardore quasi mistico la contempla, la penetra in mille guise; Il’ uomo slarga i confini del mondo scoprendo nuove terre e nuove cose: ed estende i confini dello spirito e dell’ attività pratica, con la ricerca affannosa e col ritrovamento felice di li- bri, documenti e segni dell’ antica sapienza e del- P antica bellezza; con invenzioni di congegni e di meccanismi; con imprese molteplici ed ardimen- tose: — l’uomo ricostruisce spiriti e forme della letteratura e dell’ arte, creando da un lato la satira più meravigliosa del medioevo cavalleresco e sco- lastico, e sottraendo dall’ altro, la storia delle vi- cende politiche e sociali, al motore immobile della provvidenza, per farne una dialettica reale ed u- mana; — l’uomo rinnova strumenti e sistemi del conoscere, e trasforma, di conseguenza, direttamente o indirettamente, i criteri del valutare e dell’ agire, e si sforza, in fine, di riassumere ed esprimere tutto questo mondo nuovo, nella forma mirabile della nuova musica; — tutto ciò, e lo stesso gettarsi nel- I esaltazione del godimento e dell’ ebrezza, sino a scendere a traverso e presso le corti di principi e prelati, all’orgia ed alla corruzione, che cosa è se non, appunto, una trasmutazione radicale di valori ? Il medio evo è finito veramente. Invano qualche aspro tentativo di reazione insorge qua e là; invano frate Girolamo Savonarola cerca disperatamente ri- durre lo spirito, la vita, la società e la chiesa stessa dentro le strettoie di un mondo in dissoluzione: i nuovi principii e i nuovi valori s' impongono ormai vittoriosi, e con essi sgorga e sale la nuova filo- sofia propriamente detta. Telesio. Telesio ne è l’instauratore; e lui che inter novitios prae omnibus commendatur, giu- stamente Francesco Bacone proclama novorum ho- minum primum, in quelle sue singolari opere, ima- ginose e profonde, della Storia Naturale (Silva Sil- varum) e della Filosofia di Parmenide, di Telesio e di Democrito, trattata nella favola di Cupido e del Cielo, dove egli sembra tender l’ orecchio ad ogni voce, ad ogni fremito nuovo o rinnovato del pensiero, e cogliere, con intuizioni geniali, i destini — della nuova scienza e della nuova filosofia. Ma quasi per ragione di contrasto, che viene qui ad assumere particolare aspetto di ricorso sto- rico e spirituale, Telesio, questo primo degli uo- mini nuovi, questo promotore ed esponente a un tempo, della grande rivoluzione filosofica della Rinascenza, ci appare con la vita e col pensiero tutto circonfuso e pervaso di un tranquillo senso di raccoglimento e di serena imperturbabile ar- monia. i È questo il carattere peculiare della sua perso- nalità. Egli viene da un angolo solitario dell’Italia me- ridionale; da quella terra cosentina che si può dire tutta una fantasiosa bellezza; tra l’amena valle del Crati, non a torto gloriantesi del nome di Tempe, e le magnifiche asprezze della Sila; da quell’ am- biente intellettuale squisito, preparato dalle finezze letterarie e classiche del Parrasio e dei Tarsia, dei Martirano e di Antonio Telesio (zio del Nostro), dove si ragiona di poesia, si comentano Cicerone ed Orazio, Ovidio e Tibullo, si conversa per epi- 14 E. Troilo stole forbite, si approfondisce |’ erudizione latina e greca, si rinnovano miti e figurazioni antichi, e s' inneggia con fresca inspirazione alla natura; non senza tentarne qualche indagine, come fa appunto Antonio Telesio, il quale da una parte, precedendo il nipote nell’ argomento, scrive un trattatello sui colori, e dall’ altra canta, con un certo impeto che fa quasi presentire Bruno, Omniparens Natura, hominum rerumque creatrix, Difficilis, facilis, similis tibi dissimilisque, Nulligena, indefessa, ferax, te pulchrior ipsa Solaque quae tecum certas, te et victa revincis.... Da questo terreno con tanto amore e gusto coltivato, in una pace quieta e primitiva, mal- grado le agitazioni e le aspre vicende politiche, sorge la nuova filosofia con spirito sereno e puro, quasi dal grembo stesso della natura, e quasi traendo i succhi dalle radici profonde della filosofia greco- italica. Non è questa, appunto, la Magna Grecia, il paese su cui si riflette e risuona la divina bellezza della natura e del pensiero dell’ Ellade; il paese fra il mare lucente ed il monte frondeggiante, fecondato quasi dall’ intuizione di Pitagora e dalla medita- zione di Parmenide? Da questo ambiente si leva, calma chiara e lu- minosa, la filosofia telesiana, a contrapporsi, in mezzo al grande rivolgimento ed ai fremiti nuovi che scuotono l’ Italia e 1’ Europa, al groviglio ine- stricabile, secco, sterile e petulante del sapere tra- dizionale e ufficiale delle Università e dei Con- Bernardino Telesio. 15 venti. Di là toglie Telesio il carattere di dolce e composta serenità; che sorregge ed ac- compagna tutta la sua vita; che consiglia i lunghi studi nella meditazione di un ritiro solitario o nella contemplazione immediata e viva della natura; ac- compagna i suoi viaggi e le intellettuali peregri- nazioni a Roma, a Brescia, a Padova, a Napoli; conforta la lenta elaborazione delle nuove dottrine; gli conquista simpatie e favori di dotti e di si- gnori, di cardinali e di papi, e lo fa soprannomi- nare, fra l’ universale amore ed estimazione, i/ fi- losofo buono. Nato da stirpe di letterati ed eruditi in Cosenza, T. anda collo zio Antonio a Roma, per ragione di studio, e vi si trovò quando avvenne il sacco fa- moso; anzi in quel frangente fu fatto e tenuto pri- gioniero per due mesi, non si sa bene per qual motivo, e venne liberato in grazia del conterraneo Bernardino Martirano che aveva seguito, con alta carica, l’ esercito invasore del Connestabile. Abbandonò allora Roma e si recò a Padova dove si addottora, essendosi reso piena- mente padrone dell’opera aristotelica, ed avendo atteso con singolare amore agli studi di matema- tica, di ottica, di medicina e di scienze naturali. A poco a poco, nelle incessanti meditazioni e nelle osservazioni dei fenomeni della natura, sorse nella sua mente come da una fonte intima che dentro gli si discoprisse, il pensiero di ben altra filosofia da quella corrente appoggiata sulla tra- dizione e sui dogmi; lungamente la pensò, e la delineò nello spazio di quasi trent’ anni, e solo nel 1565, dopo scrupolosissime prove, ne pubblicò i primi due libri: chè gli altri sette non apparvero se non nel 1586. Tale lentezza non sta forse a mostrare che il Telesio sentiva la importanza e la responsabilità dell’ opera sua, di contro al sistema della secolare filosofia? Così tutta la sua vita fu occupata dall’ alta spe- culazione. E poichè essa fu pura, ilare e semplice, come illuminata da una grande luce interna, volta ad un gagliardo ideale, coronata di bontà, non potette mancarle intorno un’aura di confidente amicizia e di serena dolcezza. Una lunga serie di papi, Clemente VII, Paolo III, Paolo IV, Pio IV, Gregorio lo stimarono, lo tennero caro e vollero dargli favori e cariche: il filosofo sem- plicemente e dignitosamente spesso ne rifiutò. Tutti gli uomini più illustri del tempo ebbero bella fa- migliarità con lui, Quattromani e Martirano, Bembo e Contarini, Francesco Muti e Francesco Patrizi, Giovanni della Casa ed altri: ma forse ciò che più al filosofo riuscì gradito, fu l’ affetto e la venerazione del popolo e della sua città, di cui fa testimonianza nella calda Oratione, Giovanni D’ Aquino. Vita degna di un filosofo che ricongiungeva il suo pensiero ed il suo spirito alla più pura e salda filosofia greca: calma ed uguale nella tranquillità e nella buona ventura famigliare ed intellettuale ; calma ed uguale quando la sciagura si abbattè so- pra la sua casa, ed egli fu privato immaturamente della buona compagna, ed ebbe morto il fratello bene amato, e vide assassinato (l'oscurità regna Bernardino Telesio. 17 sul triste caso) uno dei figli. — Vennero da ultimo il sospetto e l’avversione della Chiesa; ed insieme alla persecuzione non mancarono l’ invidia e la ri- strettezza. Ma il filosofo nella sua forza e nella sua dignità è pur sempre uguale a sè stesso. Tal- volta qualche doglianza egli ne muove ma la tristezza ed il risentimento non tra- smodano: Egli è un Saggio; e come aveva iniziata la sua vita spirituale, aprendo ’ anima pagana- mente alle meraviglie della natura, tra i fiumi e i monti della patria, così la conchiude con un canto alato; è il canto scritto per donna Giovanna Ca- striota nel 1586. E il Saggio finisce serenamente, extatico quasi stupore praepeditus. Era, appunto, la personalità di tale filosofo che aveva formato un’ atmosfera di consenso e di con- fidenza attorno a quelle dottrine, che solo più tardi dovevano essere condannate all’ autore. La opposizione ad Aristotile, il grande filosofo che, per un curioso destino dovuto all’ opera degli Aristotelici e ad un insieme di cause ben note, ha lo strano compito di incarnare e rappresentare il duro, angusto e sterile pensiero medioevale, era già incominciata da tempo; sia a traverso l’ironico sorriso e le punte della nuova letteratura, special. mente in quei bizzarri centoni che sono come la parodia delle somme, dei codici ortodossi della sa- pienza e della saggezza scolastica; sia nella com- media talvolta, oltre che satirica, dal ghigno amaro: era incominciata anche, in senso più strettamente filosofico, con un istintivo più che riflesso con- trapporsi di Platone e dei Platonici allo Stagirita Proriti, — Telesio. 2 18 E. Troilo ed ai suoi seguaci; e via via era pervenuta ad es- sere a dirittura fiera di rampogne, di accuse e di odi, irruente e spesso eccessiva, come appare per esempio in Paracelso e in Mario Nizolio, in Ramo e in Patrizi. Telesio ebbe il buon senso ed il buon gusto di ricondurre l’ opposizione ad Aristotele nei limiti di una critica, che è viva, continua, senza quartiere; ma che, nello stesso tempo, non trascende in vane declamazioni ed in poco filosofiche insinuazioni. E così essa acquistava in serietà e consistenza e poteva, insieme, affermarsi senza destar sospetti e reazioni. Nè tale misurato atteggiamento verso l aristo- telismo, che si addice alla posizione nettamente e chiaramente assunta e delineata dal filosofo co- sentino contro quelli che, egli dice, ante nos mundi hujus constructionem rerumquem in eo contentarum naturam perscrutati sunt, ed è senza dubbio abile ed efficace, può ritenersi dovuto a calcolo e ad in- fingimento ; ma deve certo attribuirsi alla composta serenità del suo pensiero ed alla equilibrata ar- monia e liberalità del suo temperamento greco. Nè, ad ogni modo, esso vela o attenua l’interezza e l’ essenza dell’ opera sua. Non è tanto Aristotele che importa a Telesio, ma la Verità, quella di cui è innamorato e di cui tanto infiammatamente parla. E così, di fronte ai problemi metafisici e religiosi finali, egli non smar- risce la visione sicura della via da percorrere o da aprire nuovamente; a lui importa la Natura, da studiare con diverso indirizzo e con tutt’ altro Bernardino Telesio. 19 animo del solito; il resto, credenze o realtà trascen- dentali, non lo preoccupa, e permanga pure al suo posto, dove la tradizione e la fede lo vogliono e lo immaginato: comunque l’ investigatore della natura non si scordi, con vana superbia, che egli deve considerarla da uomo, non con la pretesa sa- pienza e potenza divina, o ricrearsela a dirittura, come Dio egli stesso. La sua invocazione alla Verità, secondo i di- ritti e i doveri del pensiero ricercatore, di fronte alla natura, e di fronte al soprannaturale, è fra ciò che di più alto e nobile la mente umana abbia espresso: è diritta, sicura professione di fede, che non ha solo un profondo valore morale e storico, ma che implica ancora, se pure oscura- mente, il problema, e forse la risoluzione dei rap- porti tra scienza e dogma, tra filosofia e religione. Di qui l’ importanza capitalissima di essa; la quale mentre non è attenuata dal tragico sacrificio del Bruno, dibattentesi con stupenda violenza nello stesso problema, supera di gran lunga |’ eloquente parafrasi di Bacone, contenuta nella prefazione alla Instauratio Magna. La invocazione baconiana ripete il pensiero di Telesio con sonanti parole; ma il problema essen- ziale, gnoseologico e diciamolo pure metafisico, è svanito a traverso l’ impeto retorico, o peggio si è impigliato nell’ equivoco, a traverso la mistica in- vocazione che la conchiude, a Dio Padre, a Dio verbo, a Dio Spirito. Con tale disposizione di sincerità e dirittura, di temperanza e di forza, Telesio intraprende l’ opera propria, instauratrice anzi rivo- luzionaria più di quello che sia apparso se non a lui medesimo, certo, agli ambienti conservatori ed ortodossi del tempo. La Chiesa, infatti, da prima parve non avve- dersi della minaccia e del pericolo inclusi in essa, sia che la persona del filosofo buono non desse ombra, sia che maggiori cure premessero, per la bufera della Riforma imperversante. Ma dopo il Concilio di Trento ed iniziata energicamente la controriforma; fatta avvertita che attorno alle dot- trine telesiane si formavano ed alimentavano, per tutta l’Italia, vivi focolari di propagazione, e qua e là si accendevano baleni e scintille, forieri di futuri incendii, la Chiesa non esitò di correre al riparo. Non fu violenta tuttavia, l’ azione; ma fu quasi di isolamento e di precauzione: ciò che sopra tutto importava era che l’ opera telesiana non producesse contagio; e tutti gli sforzi furono diretti a tal fine. Potè sperimentarlo, con grande suo dolore, frate Tommaso Campanella al quale fu inesorabilmente proibito di avvicinare e perfino di vedere il Telesio. Chè l’ ardentissimo giovane non potè soddisfare, come egli stesto dice, il grande suo desiderio, se non quando il filosofo fu morto; allora solo, nella chiesa di Cosenza, gli fu dato scorgere il cadavere del pensatore, che già l’ aveva infiammato, susci- tando vie più gli impeti che dentro gli fremevano di commozione, di estro e di battaglie. /rncaluit veritas! Così incominciava la lotta attorno al pensiero di Bernardino Telesio. Ma, infine, che cosa è mai PAROTA - Telesio. 21 ciò di fronte al destino tremendo dei filosofi che lo seguono; alla durissima prigionia di ventisette anni ed alla tortura sette volte ripetuta, del Cam- panella: ai roghi di Giulio Cesare Vanini e di Gior- dano Bruno, allo strazio di Galileo ? In sostanza, può dirsi che l’ alta serenità risplen- dente sulla vita e sull’ opera del Telesio, non è conturbata: la tragedia comincia alla sua morte. Sì che, veramente, il pensiero cresciuto da quella vita, la riflette e vi si riflette con immacolata pu- rezza. Esso rappresenta — fra le torbide ossessio- nanti visioni medioevali e cristiane del passato, e le terribili tempeste che già s’ addensano all’ oriz- zonte — un momento di grazia. Sembrerà strano, ma è questo, appunto, che rende e mostra quel pensiero, nella singolare e capitale sua posizione, ribelle al passato ed inizia- tore dell’ avvenire; poichè esso è il momento clas- sico, in cui lo spirito uscendo dal dominio delle ombre, ritrova la natura, e nella natura sè stesso. Ma che lunga e faticosa via per arrivarvi! Giacchè, come è noto, il trionfo del pensiero cri- stiano nel medio evo, aveva segnato non tanto la soggezione quanto il violento ripudio della natura: e ciò se non nell’ ordine pratico, che era impossibile (benchè deliranti tentativi non fossero mancati), certo, e in maniera assoluta, nell’ ordine teoretico e morale. Una vera e propria deformazione men- tale aveva fatto sì che lo spirito vedesse nella na- tura un principio nemico di abbiezione e di in- ganno, da annientare. Ed esso l'aveva appunto ii i oil 22 E. Troilo spezzato, polverizzato, e lo aveva soffiato via — disse stupendamente Francesco Fiorentino — con impeto di mistico furore; giungendo all’ estremo di quel processo, iniziato dal tragico momento della riflessione socratica, pel quale l’ affermarsi e | av- valorarsi dello spirito non doveva ottenersi mercè armonica sua integrazione con la natura, bensì in forza della negazione e della svalutazione di questa. L’antica intuizione meravigliosa di verità e di bellezza, che lo spirito fosse già di per sè natura, era stata ottenebrata e soffocata quanto più era stato possibile. L’ opposta concezione che la natura fosse essa medesima spirito, se aveva avuta qual- che più o meno chiara affermazione nella stessa antichità, in senso però, occorre dire, del tutto na- turalistico, ancora non erasi sviluppata nell’ estre- mo senso metafisico, ed era riguardata più peri- colosa e dannosa della prima. Fra questi due modi d’intendere il rapporto tra materia e spirito, che evidentemente sono gli unici che diano la possibilità di soluzione del pro- blema, il medioevo scolastico e cristiano farneticò un terzo, che tendeva a fare di quei termini non già un rapporto in un senso o nell’ altro, ma una antitesi estrema; da cui il pensiero doveva violen- temente uscire, annullando uno di essi, la natura. Formalmente si potrebbe anche ammettere che questa fosse una specie di filosofia: una filosofia però, di negazione e distruzione che ben s’addice e si appaga alla triste formula generale, espres- sione dello stato d’animo del tempo, « cupio dis- SI Bernardino Telesio. 23 solvi; e che è materiata e divorata da una intrin- seca contradizione e da una irrimediabile impotenza. Nè giova, sia detto di passaggio, addurre contro, le filosofie nichiliste del Nirvana e di Schope- nhauer; le quali, in virtù del loro stesso radicalismo estremo per cui si tratta non di distruggere un ter- mine di un rapporto, ma di annientare tutti i ter- mini di tutti i rapporti possibili, si differenziano sostanzialmente da quella, e si salvano dall’ assurdo, mentre vi precipita e vi si consuma la concezione accennata. « Cupio dissolvi » dice la natura di sè, nell’ uomo mistico e nel filosofo medioevale. Ma dicendo, appunto, questo, si riafferma e si riab- barbica e rispunta essa, inevitabilmente, per entro lo spirito, in eterno. Altro che dissoluzione! Così, l esorcizzazione del Maligno, che in so- stanza è il simbolo della natura, non è precisamente la sua affermazione? Del resto, all'infuori dell’ affermazione impli- cita, vi è la necessità permanente o ricorrente dell’ e- sorcismo stesso; e questo è proprio il trionfo del Maligno. Esso tanto poco è vinto ed eliminato, che in mille forme ribalena e riappare, empie di sè tutti gli angoli del mondo, nè risparmia i luoghi stessi che più ne dovrebbero essere immuni. E per vero, secondo la credenza tenace dei tempi, la quale si esplica in segni non dubbii di pratiche volgari e di motivi di arte, esso si acco- vaccia, saltella ed irride nell'ombra delle navate, sogghigna e subsanna tra le volute dei capitelli, guizza tra il raggiare delle vetrate e tra i lembi azzurri delle feritoie dei campanili. 24 E. Troilo La negazione violenta della natura è precisa- mente la sua affermazione solenne. E però può intendersi come dall’ assurdo stesso accennato, pro- prio dello stato d’ animo medioevale, e se si vuole, di questa filosofia, doveva derivare il superamento della triste fase d’ impotente negazione e distruzione della natura. : Ed infatti, se impossibile ed assurdo era espel- lere la natura, non poteva non avvenire che questa riprendesse, più o men lentamente, il suo posto e i suoi diritti nel pensiero; le contingenze storiche «e psichiche non potevano cancellare la necessità immanente dell’ essere e della logica universale. Ma, d’ altra parte, convien tener conto che la strana aberrazione, essa stessa, era un fatto che si era determinato ed aveva pesato nella storia del pensiero e della vita; attaccando, così, necessaria- mente, il concetto medesimo della Natura. Di guisa che se essa — invano espulsa e distrutta — ri- tornava e risorgeva dalla sua stessa negazione, non poteva tuttavia, ritornare e risorgere se non enor- memente contaminata e deformata, e quasi con le tracce e i segni dell’ assurdo violento e della aber- razione mostruosa. È la caratteristica fase teosofica, magica, dia- bolica del Rinascimento, in cui non si prescinde più dalla natura, ma questa non si concepisce e non s’ intende se non a traverso la contaminazione e la deformazione accennata. — Singolarissima fase, ma di capitale importanza; poichè la contamina- zione stessa dà alla natura riaffermata, nella forma mistica che fonde il naturale nel soprannaturale e Bernardino Telesio. 25 viceversa, tale valore da porla a fronte e persino al di sopra del principio spirituale propriamente detto, trascendentale e divino. Il che manifesta- mente appare, da una parte nell’ opera oscura e macchinosa, mista di pazzie e d’ intuizioni geniali, di teosofi, magi, alchimisti e fattucchieri, e dal- I’ altra in quel terriccio fangoso e luminoso di cre- denze e di fantasie, da cui esce complessa e pro- fonda creazione rappresentativa, di filosofia e di poesia insieme, il Dottor Faust. Lo spirito che aveva tentato e creduto di an- nientare la natura ora l’ ammette, la subisce e 1° e- salta a modo suo, concependola come un abissale insieme di occulte e misteriose virtù ed entità, e racchiudendola quasi in una densa crosta, a tra- verso cui filtrano e affiorano, talora, segni delle sottostanti potenze; a traverso cui solo con straor- dinarii mezzi l’uomo può aprirsi uno spiraglio. Se, a questo punto, richiamiamo alla mente il periodo primitivo delle concezioni umane, noi ve- diamo che si ha nell’indicata fase del Rinasci- mento un processo perfettamente inverso a quello. Allora, l uomo passò dall’ oscuro indistinto di so- prannaturale e di naturale, di fantasmagorico e di concreto, a traverso un filtro sempre più chiaro e puro di simboli e di miti, alla intuizione schietta, vergine della natura, nel pensiero della prima filo- sofia greca. Ora l’ uomo torna alla natura, a tra- verso un vortice formidabile di ombre, di misteri, di enigmi. Ad una anabasi meravigliosa, segue una catabasi tragica. Ma l’ importante è che spirito e natura si ricerchino ancora — non importa per quali vie — si ritrovino, pulsino ancora l’ uno di fronte all’ al- tra, l’uno nell’ altra inscindibilmente. Questo punto segna, nel Rinascimento, la nuova epifania della natura, e il ritorno di un momento di grazia dello spirito: — punto filosoficamente rappresentato e compiuto da Bernardino Telesio. E questo, nel senso più preciso della parola; poichè il Filosofo occupa una posizione nettissima fra l’ età che immediatamente lo precede e quella che immediatamente lo segue. Entrambe sono di opposizione radicale al vecchio mondo medioevale; ma la prima, di preparazione generale, come l’in- distinto affermarsi filosofico, accennato, di nuovi valori; la seconda, come rapido svolgersi e fatale complicarsi del nuovo pensiero, che oltrepassa su- bito, ed inevitabilmente altera la pura, ingenua, presocratica rappresentazione telesiana. Il pensiero emerso dal fervore della rivoluzione che si compie e che, come si è detto, è tutta pregna di filosofia, s’' arresta per un istante in quella po- sizione singolare e privilegiata che è segnata dal Telesio; prima di avviarsi, e per potersi avviare alle nuove imprescindibili complicazioni del più largo ma più turbato e commosso pensiero di Cam- panella e di Bruno. Ma ciò non che di inferiorità e debolezza è motivo della personalissima importanza del Telesio, il quale, da solo, rappresenta nel processo del pen- siero, l’ indicato momento di grazia. Per vero, se si confronti, sia pure in maniera, sommaria, la filosofia cosentina con quella campanelliana bruniana, non solo si vede agevolmente che questa ultima è, naturalmente più complessa, ed anche più tormentata ed oscura, ma si scorge altresì che essa, da una parte assume forme e co- lorito (se non proprio contenuto e spirito) di me- tafisica, e dall’ altra s’ infetta e si contamina, a di- rittura, delle credenze strane che sono il corredo degli spiriti comuni del tempo, e che più o meno; per i presupposti remoti o per l’ inspirazione ge- nerica o per i risultati ultimi, si riflettono nella vera metafisica postscolastica. Tutto in Telesio, invece, è semplice, schietto, cristallino: sembra davvero che un grande lavacro abbia purificato il mondo del suo pensiero; e lo spirito e la natura ne escono freschi, lucidi, pal- pitanti della primitiva vita. Così, dopo la foschia, la nuvolaglia e i vortici polverosi della bufera, le cose tutte tornano a risplendere nella gioia della più nitida luce e dei più intensi colori. Fatto è che noi dobbiamo attraversare grandi masse di ombre, zone di aridi deserti e linee pau- rose di enigmi per attingere il magnifico, vivo e fecondo insieme della filosofia naturale di Gior- dano Bruno: gran parte delle opere lulliane, il De Monade, numero et mensura, il De Magia e più d’ un tratto anche delle maggiori opere, costitui- scono i veli e le trame che contendono la imme. diata e netta visione del possente pensiero bru- niano. Ed è pure noto che molte credenze e molte tendenze mistiche si ritrovano nel Filosofo, le quali coloriscono dello strano colore del tempo, la sua opera, e la ricongiungono, per qualche aspetto, alla concezione teosofica e magica corrente. 28 E. Troilo Questo è più rilevante ancora in Tommaso Cam- panella; il quale mirando a costruire una vera e propria metafisica della natura, mostra come il suo pensiero non sia, nel fervido crogiuolo del Rina- scimento, appieno purificato; o più tosto (come si è accennato) già si sia riconturbato, non appena varcato il momento telesiano, da cui egli pur prende con entusiasmo e con fede, le mosse, ed al quale più o meno s’inspira in tutta la sua opera. Egli ricorda ancora troppo da vicino Cardano; e ad onta della sua irruenza rivoluzionaria, troppo con- cede, per lo meno, allo spirito supertizioso del- l’età sua. Ma Bernardino Telesio è immune di ogni in- fezione superstiziosa, volgare o teosofica o mistica che sia: egli, per ciò, è veramente di là dal suo tempo, ed ha potuto far rivivere in sè e nel suo pensiero il mirabile privilegio della schiettezza e della dirittura del pensiero greco; e come non s’ impiglia nelle grossolane credenze tuttora vive del mondo medioevale (molto significativa, per esempio, a tal riguardo la sua opinione sulle pretese catastrofiche influenze delle comete), come non si annebbia nelle ibride concezioni della realtà avvinta ancora da vecchie strettoie, così non si lascia allettare e trascinare dalle facili e pericolose suggestioni me- tafisiche. Egli è, in pieno secolo decimosesto, — ripetia- molo tuttavia — la forza e la bellezza, e diciamo pure la ingenuità del pensiero presocratico. Con ciò e per ciò, egli segna il punto più significativo e importante del rinnovamento filosofico. Bernardino Telesio. 29 Nè evidentemente, giova a tale proposito l’ 0s- servare, come fa il Fiorentino, con proprie consi- derazioni e sulla scorta di Simone Porzio, e di con- seguenza obiettare che Telesio non possa rappre- sentare il momento presocratico, perchè, in so- stanza, prende le mosse da Aristotele, e pur com- battendolo, in parecchi punti conviene con lui, su dottrine più o meno fondamentali. Si potranno ricercare quante coincidenze e quanti consensi si vogliano; si potrà dare qualunque esagerata significazione alla temperanza ed al ri- serbo della critica telesiana antiaristotelica; ma tutto ciò non ridurrà di una linea la posizione del filosofo cosentino, nè sminuirà la sua schietta in- spirazione personale, inconciliabile in maniera as- soluta, con lo spirito e l’ atteggiamento tradizionale della filosofia aristotelica e degli aristotelici, quale s'era venuta determinando nel mondo medioevale. In ogni caso, il consenso di Telesio ad Aristo- tele verte su particolari; e particolare è, per certo rispetto, anche la dottrina della materia unica e della opposizione fondamentale: che d’ altronde, come osserva Telesio stesso, non si può dire d’in- venzione aristotelica, giacchè era stata per lo meno intravista anche dai filosofi antiquiores, che Ari- stotele, praeter morem suum, nihil damnat. Così, anche a traverso Aristotele, Telesio si ri- chiama esplicitamente ai pensatori precedenti, di cui, nello spirito generale, nulla v'è, per ragioni storiche e teoretiche, di più genuinamente antipe- ripatetico. E neppure può dirsi con Bacone, col Brucker 30 E. Troilo e col nostro Cuoco, che Telesio riproduca più specialmente uno dei presocratici, Parmenide. È troppo noto che l’ Eleate pur nella capitale sua importanza, non rappresenta che un lato del pen- siero e dell’ atteggiamento presocratico, e quello precisamente che è meno fisico, e già si trasfigura in metafisico, non senza qualche accenno sofistico. Il vero spirito presocratico è nella intuizione fisica; la quale già si ombra nell’ eleatismo, ed è soverchiata a dirittura dalla logica e dalla metafi- sica aristotelica. E quella intuizione si riproduce in Telesio. La sua opera è ancora una vasta regi qdosws: la natura è tutto; immensa, stupenda, onnipotente, ammiranda, ma nientre altro che natura; senza cor- teccia e senza nocciolo, come dirà magnificamente, ma con intento corrotto, Giorgio Hegel: senza noc- ciolo mistico al fondo, che determinasse e legitti- masse la pazzesca fenomenologia magica e diabo- lica, e senza culminazioni trascendentali, che tor- nassero, in fin dei conti, a risommergerla nei gorghi oscuri da cui, ormai, si era liberata. La natura, per Telesio, non è che la natura. Sembra una tautologia e un giuoco di parola; ed è l’ affermazione importantissima dei tempi nuovi e della nuova filosofia; di quel principio di identità e di totalità, solo in virtù del quale la natura si pone come realtà, concreta ed attiva, e come reale oggetto di pensiero. È la posizione inerente a tale affermazione che, sforzandosi di re- staurare la veduta presocratica, ritrova e ridà al pensiero quella condizione, senza di che esso non — Bernardino Telesio. 31 avrebbe poi potuto uscire dall’ orbita fatale, i cui fuochi, per così dire, erano costituiti dal cieco mi- stero dello spirito, da una parte, e dall’ impenetra- bile realtà trascendente dall’ altra. Senza di che, non avrebbe potuto mai, a traverso la metafisica della natura, costruire la filosofia naturale, ed a traverso la filosofia naturale, la scienza moderna: in fine non avrebbe potuto mai stabilire i nuovi valori del pensiero moderno. È un momento, dunque, questo della instaura- zione telesiana; ma di quanta importanza capitale non è chi non vegga. Che non sia stato perfetto e definitivo è cosa ben ovvia: vano ed illusorio sarebbe stato il ten- tativo di ripristinare con pretesa di assolutezza, il pensiero presocratrico. Consapevolmente o nov, il ritorno a quel punto non doveva e non poteva verificarsi in tal guisa che il pensiero si rinchiudesse e permanesse nell’ am- bito della filosofia greca, quale era stato tracciato da Talete e da Parmenide, da Eraclito e da Demo- crito. Così come la fervida tendenza della letteratura e dell’arte, nello stesso periodo della Rinascenza, a riprendere spiriti e forme di classicismo, poteva infondere in esse nuova vita e nuovo vigore ed avviarle a nuovi destini; non poteva certo rifarle sostanzialmente e compiutamente classiche. Irrevocabile è la storia; e non invano sullo spi- rito era passato, gonfio, vasto, penetrante, come un gran fiume impetuoso, il pensiero postsocratico, alessandrino, medioevale. Non invano sul tronco meraviglioso della civiltà pagana, s’ erano abbattuti 32 : E. Troilo ed innestati il Cristianesimo e il Cattolicismo! E noi, pur avendo il diritto di giudicare e valutare, anche in modo affatto negativo, queste vicende e questi processi della storia, nelle loro cagioni, nella essenza, nelle loro conseguenze, non possiamo fare che non sia stato quello che è stato; la grande contaminazione spirituale ed umana. Ma se non era possibile restaurare material. mente dottrine e sistemi della filosofia dei fisici anteriori od anche posteriori, nè potevasi far ri- vivere per così dire, puramente e semplicemente, la mentalità presocratica nelle sue caratteristiche manifestazioni particolari, trattavasi ben di ricon- quistare come la fonte e il modo dello spirito in- corrotto; di riassumere quella posizione pura e santa, che sola permetteva, e sola può permettere di non violentare e di non offuscare la natura e lo spirito stesso. Ciò era l’ essenziale, tutto il resto aveva ed ha valore più o meno relativo. Telesio l’ intese e l’ espresse efficacemente; ed è questo il suo massimo vanto, vieppiù confermato ed illustrato dal fatto stesso — e ben s'intende per le accennate considerazioni — che le conse- guenze del suo pensiero, sono assai diverse da quelle del pensiero presocratico, specialmente nei riguardi gnoseologici. È noto che la speculazione presocratica risol- vesi, in ultima analisi, nello scetticismo: quella telesiana, invece, riesce ad una sana e vigorosa fi- losofia ottimistica; non nel senso etico che assu- sumerà la metafisica leibniziana, ma per la confi- denza salda ed entusiastica in quella energia dello spirito che si contrapporrà, almeno presumibilmente, pronta e adeguata alla schietta reintegrata natura. E per vero: sgorganti dalla fonte della primi- tiva, spontanea e quasi inconsapevole intuizione, i vari modi di spiegare la natura nella filosofia pre- socratica, all'infuori delle formulazioni personali, non potevano non equivalersi da un punto di vista generale ed obiettivo; e così contrapponendosi e lun l altro negandosi in particolare, finivano per eliminarsi a vicenda: che cosa, dunque, poteva de- rivare (a parte l’ assodata indistinta intuizione fon- damentale) se non una scettica conclusione, circa il valore di quei modi medesimi? Ma la riflessione telesiana, restaurando e ren- dendo perfettamente consapevole quella intuizione, trae il suo massimo pregio non tanto dalla maniera particolare di spiegare la natura, bensì di conce- pirla filosoficamente; che è quanto dire dalla ma- niera di porne il problema ontologico e gnoseologico. De rerum natura, juxta propria principia » è la formula del rinnovamento telesiano; la quale rias- sume già tutta in sè le fasi accennate del pensiero, e costituisce la base e la condizione psicologica e gneseologica della nuova filosofia. « De rerum natura > era stato il motto semplice e forte della fisiologia greca; della prima classica fi- losofia, che va, su una linea non interrotta neppure dalla violenta rivoluzione socratica e postsocratica, da Talete a Tito Lucrezio Caro. E non v'era da ag- giungere altro a quella divisa, se non i modi par- ticolari e personali, onde la natura poteva rico- struirsi nella visione o nella invenzione di questo o quel filosofo. Ma per ciò che si è detto, tornato, dopo tanti secoli, il pensiero alla fonte antica ed immortale, non potevasi lasciare alla predilezione o all’ arbitrio individuale del pensatore, di assu- mere un principio a preferenza di un altro, sia pure corroborato da esperienze personali. Nè d’ altronde, era possibile ormai, iniziatosi il processo di ritorno e reintegrazione della natura come tale, orientarsi alla concezione ed alla formula metafisica, teoso- fica, mistica che era seguita al lungo e fatale ostra- cismo della natura. Ed ecco, appunto, la speculazione della natura « juxta propria principia, » non, cioè, secondo quelli occulti del profondo o trascendenti dell’ alto; ma secondo i suoi propri principii, sia obiettiva- mente, sia soggettivamente; quelli per i quali la natura è ed agisce come tale, e quelli per cui essa può essere, come tale, conosciuta. Così Bernardino Telesio, nell’ atto stesso che in- staurava il momento presocratico della speculazione filosofica, segnando il punto capitalissimo onde il medioevo del pensiero ruinava definitivamente, lo superava; non facendone, pertanto, un anacronismo, ma bensì la condizione legittima e feconda, e a di- rittura indispensabile, di tutta la nuova filosofia. E poichè il Rinascimento, nel suo vasto e pro- fondo movimento spirituale, è tutto un ardimento e un entusiasmo prorompente, si comprende come dopo un periodo di raccoglimento, l influenza del pensiero telesiano rapidamente si diffondesse ed assumesse grandissima importanza, con |’ Accademia cosentina che degnamente ne prese il nome, (e Bernardino Telesio. . 35 tuttora ne continua il culto), con scuole e con pro- seliti che si andarono formando non solo in Italia ma in Europa. Osserva, infatti, Francesco Fiorentino nell’ am- pia opera sul Telesio, che la sua filosofia « inco- minciò a farsi via, ed a dilatarsi nel Napoletano, e principalmente in Calabria, mentre ancora era vivo |’ Autore: amici e discepoli la fecero cono- scere anche al di là del Tronto, ed a Roma ed a Venezia ebbe protettori e seguaci; nella Toscana era pure conosciuta ». Pubblicamente se ne dispu- tava a Venezia, « a poca distanza da Padova, an- tica cittadella della filosofia peripatetica, che il Te- lesio aveva oppugnato. Nè questo solo; ma i mag- giori aristotelici se non aderivano, e non applaudi- vano alla nuova dottrina, almeno l ammiravano: la turba solo strepitava ». E Giovanni d’ Aquino che scrisse la importante orazione in morte di Ber-. nardino Telesio, agli Accademici cosentini, dice ornatamente ma senza esagerazione, che « dei suoi divini scritti tanta stima ha fatto il mondo, che sono stati dati più volte in luce; non sola- mente in Italia, ma in Fiandra et in Germania ». Ed il D’ Aquino stesso, citato dal Fiorentino, rac- conta che l’ opera del Telesio parve tanto meravi- gliosa a Francesco I, da fargli promettere al filo- sofo uno splendido dono. « Ritrovandosi un giorno monsignor Hippolito Capilupi vescovo di Fano con Francesco re di Francia, gli disse come uno italiano havea cominciato a scrivere contra la dot- trina di Aristotele, et che si confidava mostrare con ragioni chiare, et vive, che era tutta fondata 66 E. Troilo sopra principii falsi, et quel generoso principe volle intendere il nome et la patria del Telesio, mo- strando di ciò una allegrezza grande, e rivolto al Capilupo disse: Io prometto, che se costui fa quel che dice, che io sono per dargli diecimila fiorini d’ entrata >. Ma non si tratta di rinomanza semplicemente; bensì di impulso efficiente nella nuova afferma- zione del pensiero: in generale non solo, per la definitiva lotta contro Aristotele ed il medioeva- lismo, ma in particolare anche. Chè le scienze le quali, nelle rinnovate basi e condizioni vanno ab- bozzandosi, sentono il bisogno, specialmente dietro I esempio della medicina, di fondarsi su principii proprii; e la metafisica stessa, che torna dopo il momento telesiano, tende in certo modo a natu- ralizzarsi, per così dire, telesianamente /iuxta pro- pria principia e juxta propria dogmata, come ve- desi nel Campanella. Tali sono, da un punto di vista generico, la posizione, l atteggiamento, l’ orientamento e l’ azione del pensiero di Bernardino Telesio. Ma per bene intendere tutto ciò, e per vedere che cosa im- porti e sin dove arrivi la sua irradiazione nella ra- gione d’ essere della filosofia e nel moto della storia, lo studio dell’ opera fondamentale De rerum natura e degli Opuscoli varii di cose naturali che l’ at- torniano, condotto in senso analitico, sia pure con la massima compiutezza e diligenza, non basta. Nè d’altronde molto giova, oltre che è mala- gevole assai (e si potrebbe dire impossibile) solle- Bernardino Telesio. 37 varsi ad una sintesi da tutte quelle questioni par- ticolari — alcune veramente essenziali, altre di scarsa importanza — che sono distese e dibattute nei nove libri, così frastagliati e suddivisi in capi- toli, alcuni dei quali brevissimi e sommarii. Non si tratta di sintesi; bisogna arrivare a co- gliere sotto la materia analitica qualche cosa di più profondo ancora di una idea madre che vi palpita, e cioè un presupposto intuitivo, sentimentale, organico che anima ed infiamma dal di dentro il tutto e le parti; onde la polemica formale, la disquisizione tecnica si illuminano e si slargano, e le vedute par- ticolari e le questioni e le dottrine varie, spesso slegate o forzatamente connesse, spesso schema- tiche ed aride, si compongono in un corpo vivo e coerente, di alta significazione e di grande valore. Non ha l’ Autore stesso chiamati anche Com- mentarii i suoi libri Commentarios de rerum na- tura — e non l’ ha composti veramente come tali? Ora il commentario, quando non trattasi di sog- ° getto storico, nel quale caso è semplice narra- zione, altro non è che meditazione e riflessione su un punto prefisso; illustrazione e variazione d’ un tema presupposto. Ed è ciò il motivo essenziale che bisogna intendere, a traverso le osservazioni e i frammenti, e che questi riunisce, salda e avviva. Dire che il punto o tema centrale sia nell’ opera telesiana, la natura, non è tutto; quantunque, pur questo solo, nel periodo in parola, è innovazione e ribellione per sè stesso; dal momento che viene a riaffermarsi e reintegrarsi nel campo della filosofia e della vita ciò che n’ era stato sbandito furiosamente. A questo deve aggiungersi il modo di intendere e quasi di sentire quel punto o tema fondamentale dei novissimi commentari. La natura, sì; ma non già quella implicita, come s'è visto, contraditto- riamente nella sua stessa negazione; nè quella teo- sofica pure accennata; nè quella in senso assolu- tamente presocratico. Ma la natura — rinnovato oggetto di speculazione e di contemplazione — in- tesa nel senso oscuro e magnifico di chi alla ver- gine e serena intuizione aggiunge la profonda e tormentosa visione profetica che precorre i tempi. Tutto il valore ed il significato, e la caratteristica dell’ opera telesiana non si discoprono e non s' in- tendono a traverso l’ analisi, o nello sforzo di farne una sintesi conclusiva; ma si ritrovano e si com- prendono solo nella intuizione fondamentale, la quale ben è quella del primo degli uomini nuovi, fatta può dirsi, felicemente, di due anacronismi; quello per cui si rinnovava una visione venti volte secolare, e quello che si risolveva in una anticipa- zione meravigliosa. Il momento presocratico s’ integra in Telesio di tal maniera, che la concezione e il valore della na- tura che se ne determinano, sono d’ allora in poi, checchè se ne dica e malgrado ogni più o meno violento diniego, irrevocabili. La Natura, telesianamente intesa, è ben quella di Bruno e di Galilei; e cioè della filosofia e della scienza nuova, o meglio ancora del pensiero e della vita, in eterno: quella, pertanto, che si affermere sicura, pur in mezzo alla forte corrente idealistica di Descartes e di Leibnitz; che supererà vittoriosa Bernardino Telesio. 30 il solitario trabocchetto del solipsismo di Berkeley, e proclamerà i suoi imprescrittibili diritti per fino nel cuore della più pura metafisica, di Fichte, di Schelling e di Hegel; e in una parola, non potrà essere mai più violata o diminuita o distrutta da scolasticismi e dogmatismi e misticismi di qualsiasi genere. Ora ciò che si è detto dell’ opera di Bernardino Telesio vale anche per la sua vita. Quella non si intende nel suo spirito intrinseco e nella sua ef- ficienza psicologica e.storica, se non si riconduca alla sua fonte animatrice accennata: la quale am- morbidisce ed organizza la varia materia, altrimenti arida e quasi inerte. E la vita del filosofo e del- I uomo, se si riguardi esteriormente apparisce uni- forme, senza rilievo e senza movimento, compas- sata e fredda: ed invece sprigiona ed irradia, in effetto, tanto calore da suscitare non solo larga copia di interesse e simpatia, ma affetto ed entu- siasmo di amici e discepoli numerosi. Donde deriva ciò, se non da quella fiamma viva che dentro vi si nasconde, e che è l’ essenza vera ed il carattere di quella vita? Essa è contenuta, ma intensa; e fa pensare alla classica linea delle fi- gure greche, che è fatta di quella rigidezza mera- vigliosa, a traverso la quale palpita un segreto interiore di forza e di bellezza. E così riaccostando i caratteri dell’ opera e della vita del Telesio, si può dire che l'intuizione natu- ralistica fondamentale che anima la prima, trova riscontro nell’ intimo raptus che sorregge i lunghi anni della seconda, e si riflette nella sua nobiltà _ TT <r Too Fee To 40 © E. Troilo e purezza, ed erompe talora, come nel solenne inno ricordato alla Verità; per esprimersi poi, quasi simbolicamente, in quel carme scritto a settanta- sette anni, il quale quantunque occasionalmente, sembra consacri e concluda la vita stessa, da una parte rievocando l’ antica inspirazione poetica e fi- losofica presocratica, dall’ altra annunziando la com- mozione e l’espressione dionisiaca di Giordano Bruno: O volucrem fiammam, et fiammae monumenta volucris! En sublime feror, nec te memorande ruina Icare despiciens paveo; non Daedalus alis Sustinet errantem, major vis tollit olympo. Hinc animae proprios motus contemplor, et ipsum Divinum inspicio, qui spiritus intimus olli est. II. Come è noto, l’ opera fondamentale di Bernar- dino Telesio De Rerum Natura juxta propria prin- cipia fu stampata primieramente a Roma nel 1565, ma limitata ai primi due libri, e così riprodotta ancora nel 1570 a Napoli. Solo diciasette anni più tardi apparve completa in nove libri, e cioè nel 1587; infine due anni dopo la morte del filosofo, nel 1590, tutti i libelli di cose naturali, in numero di nove, furono pubblicati, raccolti insieme, a cura di Antonio Persio, uno dei più fedeli e premurosi discepoli del Telesio. Ma anche definita negli accennati nove libri, la grande opera telesiana rimane divisa, sostanzialmente, in due parti; una generale compresa sopra tutto, nei primi due, ed una speciale negli altri aggiunti. Questa distinzione è notevole, perchè, a pre- scindere dalla lunga preparazione e meditazione delle due parti, mostra e riprova il carattere essen- ziale accennato e che possiamo dire intuitivo del punto di partenza e della base della nuova filosofia naturale: la reintegrazione della natura, obiettiva- mente e subiettivamente; come dato di pura, im- mediata realtà, e quindi di pura, immediata com- prensione, secondo il suo stesso modo di essere, e cioè secondo i suoi proprii principii. Le relazioni delle due parti, generale e spe- ciale, di questa fisica telesiana, si possono desu- mere dalla maniera stessa di composizione del- l’opera, e appariscono chiare dall’ insieme, illumi- nate anche più dai sussidii accennati dei Comen- tarii, e dalle più particolari considerazioni fatte nei Libelli. Esse mostrano nel pensiero del Telesio una tendenza di compiutezza, sia pure non ancor bene specificata, e d’ integrazione dei procedimenti de- duttivo e induttivo, di cui proclamerà fra breve, esplicitamente, la necessità e |’ alto valore Francesco Bacone; una tendenza, cioè, d’intiera respirazione intellettuale, che è sfuggita ai più che troppo si affisarono all’ esteriorità del sensismo telesiano: tendenza la quale non è affatto menomata dalle insufficienze e dagli errori che, naturalmente, si ri- scontrano nelle speciali risoluzioni e spiegazioni di problemi e questioni naturali. Ora questo carattere d’integralità fatto dal ritmo speculativo e dal ritmo sperimentale, traccia alla nuova filosofia naturale quelle ampiezze e profon- dità che ben presto si illumineranno magnifica- mente nell’ opera di Galileo e dei grandi suoi suc- cessori; ed anticipa, in certo modo, quei rapporti tra filosofia e scienza che, malgrado ogni avventata denegazione, si sono venuti facendo sempre più in- tensi e vitali. Che se la trattazione della fisica generale e della fisica speciale, segue di fatto la trattazione ari- stotelica e si svolge in una continua critica e po- lemica contro Aristotele, ciò non è che la forma più esteriore e contingente dell’ opera, dovuta al- PP atmosfera ed alle condizioni del tempo, per cui come si è veduto, il nuovo pensiero si affermava sostanzialmente in opposizione e ribellione a quello peripatetico. L’ opera telesiana, considerata nel modo accen- nato, oltre a scoprire l’intima sua fonte viva, rivela anche la sua struttura organica, la trama dei principii essenziali che la sorreggono, e che sono: il principio obiettivo o della materia, il principio subiettivo o del senso, e intermedio fra questi, e quasi segnante il pas- saggio dall’ uno all’ altro, il principio dello spazio e tempo. Questi costituiscono i tre principii filosofici della natura, schiettamente caratterizzati e distinti da quelli che, prima e dopo il Telesio, si dissero i prin- cipii metafisici della natura; ai quali deve però ag- giungersi un quarto principio, che il filosofo cosentino non può fare a meno di considerare (e ne vedremo il valore), il principio trascendente, che si riferisce ai problemi così detti ultimi i quali segnano vera- mente il limite metafisico al di là del compatto e chiaro sistema naturale. Il principio obiettivo del mondo, il principio ontologico, la condizione del suo essere, è la ma- teria: non già quella divenuta per opera più degli aristotelici che d’ Aristotele, estenuata, astratta e formale ; ma la materia concreta e reale nel senso presocratico, il sustrato corporeo delle cose, il con- sistente, il sussistente ed il persistente; non già quella onde la natura era divenuta una specie di larva dell’ essere, ma quella onde la natura si rifà vera, viva, presente. L’ universo, in virtù di questo principio, riprende la sua salda e sicura consistenza; ed era questa la prima necessità nella ricostituzione della natura, all’ inizio della nuova filosofia naturale. Le sotti- gliezze delle dubitazioni sofistiche; le fantasie delle trascendenze metafisiche, le secchezze delle for- mule logiche, le aberrazioni delle pretese penetra- zioni mistiche avevano scosso, alterato, minato quel postulato supremo; e bisognava riaffermarlo, ri- conquistarlo, risentirlo e quasi riviverlo, nella sua assolutezza e nella sua purezza fondamentale. La materia è; ed essa è una, ed è costituita da una sola e medesima natura. Materia una, et ab una eademque universuni constitutum natura. Una ed indistinta dunque, ed indistruggibile; poichè essa, per quanto possa cam- biar forma e restringersi e dilatarsi, sino quasi a diventar non ente, non può nè diminuirsi nè ac- crescersi sostanzialmente; materiae molem neque minui neque augeri unquam. Tali caratteri di unità, identità, indistruggibilità della materia, affermati con singolare energia dal Telesio, ora per via intuitiva, ora per via di ragio- namenti, ora con vedute sperimentali che ingenue talvolta, talvolta hanno la vivezza e la forza delle dimostrazioni scientifiche moderne, dànno al prin- cipio ontologico un carattere totale di assolutezza, che costituisce il punto più essenziale della nuova filosofia; aprendo, così, la strada sia all’ ampia spe- culazione del Bruno, sia alla possente conquista della scienza galileiana. E ciò non solo da un punto di vista generale, ma anche particolarmente, se si consideri il modo come Telesio svolge la dimo- strazione memoranda, onde si stabilisce in maniera superbamente audace la identità costruttiva sostan- ziale della terra e del cielo, del mondo sublunare e sopralunare. La dimostrazione fu ripresa, estesa, assodata da Bruno e Galileo più tardi, quando decisivi sussidii apprestarono fatti e mezzi nuovi scoperti; studii e conclusioni sulle comete, osservazioni di perturba- menti celesti e di macchie solari, ed altro. Ma Telesio, contrapponendosi formalmente ad Aristotele, in effetto dando il colpo mortale al si- stema metafisico e teologico corrente, solo con la profondità della sua intuizione e con la saldezza del ragionamento, riuscì a dare la solenne dimostrazione. Come è noto, Aristotele dalla supposta diver- sità dei moti dei corpi sopralunari e sottolunari, arguiva e concludeva la diversità delle nature nelI’Universo. Telesio, anticipando i magnifici studii sul moto che creeranno con Galileo la scienza moderna, osserva che non c’è diversità essenziale di moti; che ogni corpo mobile non ha un solo moto, come voleva lo Stagirita, ma ha ogni moto: in sostanza non vi sono diversità di moti; non v’ è che moto, e perciò non vi possono essere e non vi sono diversità di natura fra terra e cielo: « qua terram, mareque et stellas intra quodque ipsas inter stellas locatum est ens, unum idemque..... »- Il limite misterioso e pauroso era varcato; il pensiero rompeva la soglia del regno trascendente: un principio solo si affermava e valeva per l’ u- niverso. Nè, giunto a questo punto, il pensiero di Te- lesio si arresta; ma procede fino alle conseguenze estreme, che non potevano allora non essere terri- bili ed esecrande; e tali apparvero di lì a poco. Il cielo è corruttibile! Vero è che Telesio s'’ in- dustria anche a rassicurare (evidentemente non sè, ma gli altri) che per varie ragioni non ha a te- mersi che di fatto si corrompa; ma il principio è posto, ed è irrevocabile. Il cielo è della stessa sostanza della terra; è come questa corruttibile; è dotato per sè di moto. Un altro passo ancora, in questo regno del trascen- dente e viene negato, come vedremo, e distrutto il motore immobile. Per noi, vecchie sono diventate tali quistioni, 46 E. Troilo e fastidiose anche a leggersene le trattazioni: ma questa scalata del pensiero umano, questa avanzata sino al confine dell’ imperscrutabile, questo ascen- dere al culmine della verità e della morte, è stori- camente e simbolicamente stupendo ed immortale. Così per tutto l’ universo è una sostanza unica, identica, indistruggibile ed assoluta. È dessa inerte? In un certo senso, sì; e Telesio stesso lo afferma. Ma sembra a noi che questo carattere d’inerzia ed inattività della materia sia dato solo, vorremmo dire nella descrizione ed illustrazione del punto di vista puramente esistenziale. La materia cioè va riguardata in un primo suo aspetto, lo statico; ma ha anche un altro aspetto, il dinamico. In altri termini, considerando l’ insieme del pen- siero telesiano, non si può dire che sia posta asso- lutamente inerte la materia, e non si possono rite- ner del tutto vere le contradizioni che in proposito parve a Francesco Bacone di vedere e che dal Fiorentino sono approvate. Telesio non poteva porre assolutamente inerte la materia, se egli stesso l’ adattava nella formula aristotelica della opposizione di contenuto e di forina. Inerte è la materia per una parte, o quasi, solo se si consideri astrattamente; ma essa in realtà è un contenuto; è contenuto di una forma, è termine di una opposizione, è involta necessariamente in un dinamismo: ha quindi anche un aspetto dina mico. Ma v’' ha anche di più, giacchè il Telesio stesso talora la determina come atfifudine: quam- Bernardino Telesio. 47 piam ad motum aptitudinem. Vero è che questa sarebbe determinata, a sua volta, dal calore che è pure dato in senso quasi aristotelico, come forma; ma questo calore, dopo tutto, è in- sito in essa ed è in fin dei conti, moto. Il che mostra, poi, a qual nuovo senso abbia il filosofo italico piegata l’ antica distinzione tra forma e con- tenuto, e come l’ opposizione che egli afferma quale principio dinamico dell’ universo, se mantiene qual- che scoria tradizionale e formale, è in sostanza, reale, concreta, viva, e con quel carattere che di- venterà così singolare in Bruno e che avrà il mas- simo risalto nella dialettica di Hegel. In particolare, il principio dinamico telesiano è una opposizione reale di nature agenti, il caldo e il freddo; ed in tutta l’ opera sua il filosofo s’ in- dustria a dimostrare il giuoco di questa opposi- zione, la sua portata universale, sia come principio generalissimo e veramente primo, sia come mezzo di produzione e spiegazione dei più particolari fe- nomeni. Questo principio della contrarietà ha esercitato sempre il più grande fascino sul pensiero, nè Telesio vi si sottrasse. Ma per quanto egli l’ abbia reso concreto e quasi contingente, tuttavia a ben guardare esso rimane come semplice affermazione. Poichè in realtà delle due nature agenti, il caldo ed il freddo, l’ una veramente è quella che agisce, il caldo: mentre il freddo ha, su per giù, la parte della privazione aristotelica. Il Calore è il principio dinamico fondamentale; esso è la forma, nell’ alto suo senso proprio; è la 48 E. Troilo forma del cielo, e dell’ universo intiero, e come abbiamo anche accennato, esso s’ indentifica, in ul- tima analisi, col Moto; poichè non meno il Moto è fatto dal Calore, che faccia esso stesso il Calore, e non più il Moto è fatto dal Calore, che il Ca- loro dal Moto. Così dalle avviluppate distinzioni, opposizioni, e relazioni tra Contenuto e Forma, Forma e Priva- zione, Caldo e Freddo, Cielo e Terra, Moto e Quiete, non resta nella parte più viva del pensiero tele- siano che la realtà della Materia unica, identica, eterna, e del Moto universale. Tale è il primo principio, obiettivo, della filo sofia naturale di Bernardino Telesio; la cui im- portanza, come è facile vedere, sia storicamente sia teoreticamente è capitale: sforzo di specula- zione alto ed audace, con cui si inizia il pensiero moderno, e di cui il carattere più saliente è dato dal coincidere che fanno in una purezza luminosa, l intuizione filosofica e l’ intuizione scientifica. Il secondo principio della filosofia naturale te- lesiana è quello che si è detto essere quasi inter- medio tra quello obiettivo e quello subiettivo, o dello Spazio e Tempo. — Non molto sviluppata è la sua trattazione, che si restringe tutta negli ul- timi cinque capitoli del primo libro del De Rerum Natura; ma in compenso racchiude spunti e in- dizii di dottrine che mostrano sotto un aspetto di solito poco considerato, il pensiero del filosofo. In vero, già nel discorrere del principio schiet- tamente obiettivo I A. accenna qua è là ad alcune vedute ‘che si potrebbero dire di soggettivismo obiettivo. La materia infatti, che come si è notato, a torto viene ritenuta del tutto pigra ed inerte, oltre alla indicata attitudine, mostra anche un certo che di sensibile: « entia prorsus omnia mutuum con- tactum sentire et summopere eo oblectari ». Il caldo e il freddo poi, cioè le nature agenti che costitui- scono il principio dinamico dell’ universo, insieme | alle altre attitudini, azioni ed operazioni di cui sono capaci, hanno anche una specie di facoltà di sen- tire e percepire: « Calori frigorique sese assidue ge- nerandi multiplicandique et quaqueversus effun- dendi et molem universam occupandi, seseque mu- tuo oppugnandi et propriis e sedibus deturbandi, et sese in iis constituendi, praeterea et alterius actiones et proprias precipiendi sentiendique pas- siones communem utrique tributam esse facultatem. Ma dati questi accenni, avrebbe torto chi li considerasse quali tracce dell’ antico e supersti- zioso animismo o quali influssi delle nuove credenze mistiche. Come già prima è stato avvertito, presso che nulla di queste contaminazioni è nel pensiero del Telesio: il quale invece, sembra essere dominato da una preoccupazione schiettamente filosofica, e tendere ad una profonda radicale visione monistica dell’ universo. Il problema soggettivo, oltre che nei suoi aspetti più particolari, non poteva non imporsi alla mente del filosofo, nel suo aspetto più generale e com- plessivo. Doveva esso riaprire un’altra specie di ProriLi, quella distinzione fra terra e cielo che il filosofo aveva superato ed annullato ? Doveva costituire una antinomia tale che avrebbe divorato i saldi prin- cipii naturali così laboriosamente stabiliti? Insomma, a questo proposito il Telesio intravede tutti i pericoli del dualismo, e riassumendo, anche per ciò, la più schietta posizione presocratica, sem- bra condurre il problema sulla via di una solu- zione monistica. Nell’ unica realtà universale di materia e moto, v’ è pure la radice del soggetto; lo spirito è anche e sopra tutto natura. Se così non fosse, « quae nec Coelo inest, nec Terrae, iis quae a Caelo Terraque fiunt, indi queat facultas? » (Lib. I, Cap. 6). Accenni, indizii, preoccupazioni, abbiamo detto; che però servono a gettare un ponte, altrimenti impossibile tra obiettivo e subiettivo, e che sono quindi della maggiore importanza e del più alto valore filosofico. Quanto allo Spazio e al Tempo, l’ atteggiamento aristotelico preso da Bernardino Telesio, va ben al di là della polemica dottrinaria, ed accenna come è stato notato già da Francesco Fiorentino ad una certa idealità della natura. Ma anche qui non bisogna fraintendere. Lo spazio telesiano è cosa ben diversa dalla mole dei corpi contenutivi, e può darsi come vuoto; è incorporeo, ed essendo privo di ogni azione e di ogni operazione, può dirsi una certa attitudine a ricevere i corpi: nè simile o contrario agli enti, ma diverso da tutti, e da sè stesso non mai diffe- risce, ma è uno, medesimo, identico universalmente, Bernardino Telesio. 51 ed in ciascuna sua parte prontissimo ad accogliere ogni ente, e per nessuna vicenda si conturba o al- tera; e apprende gli enti che si succedono, quanti e qualsivogliano siano, e l’uno e gli altri mai non si assomigliano (Lib. I, Cap. 25). Lo spazio dunque, è uno, identico, omogeneo, incorporeo; è quasi non ente, pura attitudine a ricevere tutti gli enti. (Cap. 28). Con tale sottile e colorita determinazione dello spazio, si può parlare, volendo, anche di idealità; ma a patto che non s’ intenda nulla di metafisico, poichè altrimenti dovrebbe darsi, e sarebbe assurdo, portata metafisica anche al calore e al moto tele- siano, che pur presentano alcune analogie con lo spazio. Obiettiva, senza dubbio, è questa determinazione dello spazio come unico, identico, omogeneo, im- mutabile: ma questi caratteri che si risolvono in universalità ed assolutezza, insieme a quella spe- ciale sua attitudine a ricevere i corpi, non designa una specie di condizione categorica per la deter- minazione degli enti stessi? Determinazione però non in senso assolutamente oggettivo, perchè al- lora lo spazio telesiano non sarebbe altro che lo spazio aristotelico, quello cioè pel quale ogni corpo sarebbe contenuto nell’ altro. Se quindi tale determinazione non può pren- dersi, per l’ accennata ragione, in senso del tutto oggettivo, non apre essa la via, non vi accenna per lo meno indistintamente ad una determinazione soggettiva ? Comunque, la stessa incertezza ed imprecisione 52 E. Troilo che qui può notarsi, ha una importanza storica per così dire, assai notevole; poichè in fin dei conti implica e prepara essa il problema: È oggettivo o soggettivo lo spazio? — problema che doveva di- battersi poi ia maniera esplicita e memoranda da Newton, da Leibnitz e da Kant. Quanto al Tempo, il suo concetto, nella brevis- sima esposizione telesiana, sebbene più preciso e sicuro, presenta in sostanza i medesimi caratteri notati per lo spazio. Obiettivamente considerato è, contro ciò che riteneva Aristotele, indipendente dal moto e dalla mutazione. Ed è anche indipen- dente dalla quantità; nè può essere dato come numero o misura o come passione o affezione qualsiasi. Il tempo esiste di per sè, e quelle condi- zioni cui è legato non le ha da altro che da sè stesso. Da questo punto di vista, dunque, Telesio pone il tempo come pura durata, e v'è in tale determi- nazione quasi un sapore bergsoniano. L’ aspetto soggettivo, poi, è più esplicito che non sia, come abbiamo veduto quello dello spazio. Giacchè Telesio conviene con Aristotele che noi siamo indotti alla cognizione del tempo dal moto e dalla mutazione degli enti, e che senza il senso di qualche moto non si ha alcun senso del tempo. In fine, ciò che lo spazio è per gli enti, dal punto di vista statico, il tempo è per il moto e per la mutazione, dal punto di vista dinamico: « Tempus mora sit duratioque et spatium, at non super quo, aut per quod, sed in quo motus immutatioque fit omnis ». Bernardino Telesio. | 53 Così anche per questa analogia e correlazione di Spazio e Tempo, si conferma ciò che si è detto circa la natura ed il valore del secondo principio della filosofia telesiana, il quale può ritenersi formi il punto di passaggio dal principio schiettamente obiettivo a quello subiettivo. II principio della subiettività nella filosofia natu- rale di Bernardino Telesio si incardina in una dot- trina ampia, minuziosa @ coerente del senso; di cui naturalmente la parte più importante è quella che riguarda il problema generale del sentire e del’ conoscere; pur dovendosi osservare che nella trat- tazione di una quantità di questioni particolari di fisiologia e di psicologia, fra cui c’è, si capisce, molta zavorra, il Telesio spesso mostra una forza di pensiero straordinario, ed anticipa vedute e teorie in tutto od in parte confermate o utilizzate dalla scienza moderna. Basti a tal proposito ricor- dare, da un lato la funzione del sistema nervoso, e dall’ altro il processo di formazione e conserva- zione delle immagini, che conduce l’ Autore ad os- servare argutamente e con più profondità di quello che non sembri: Voi dite che non si capisce come innumerevoli immagini possano dipingersi nella fantasia, data quale corporea; ma si può meglio intendere come una sola si possa avere nell’ in- corporea? Dal punto di vista generale, |’ importanza del principio subiettivo telesiano sta nello sforzo, già innanzi accennato, di superare la mortale antitesi con l’obiettivo. 54 E. Troilo Il senso ha già radici nella natura: la materia, il calore, il moto, e per un certo rispetto anche lo spazio e il tempo, hanno e mostrano una attitu- dine indistinta, una potenzialità o possibilità oscura che si determina, si concreta, si individualizza a poco a poco, nelle azioni e nelle operazioni degli enti, e più traluce nella vita organica delle piante e degli animali, e tutta si rileva nell’ uomo, nel soggetto distinto e perfetto. Telesio non considera, forse neanche avverte tutti i formidabili aspetti del problema di questa meravigliosa insorgenza: ma egli risolve per conto suo il problema centrale in maniera diritta e si- cura, e la sua risoluzione è schiettamente filosofica. Chi oserebbe negarlo? Ricordiamo ancora quella sua interrogazione capitale a proposito della facoltà del senso e della coscienza: come ciò che non è nel fondo e nella sostanza dell'universo, può poi ad un tratto essere? Con questo Telesio non solo legittimamente ripudiava il dualismo trascendente, ma annullava anche, se ben si guardi, ciò che po- trebbe dirsi il dualismo immanente di materia e spirito. Diciamolo con franchezza; tanta fortuna ha avuto ed ha il dualismo ontologico, e gli si è attri- buita la quintessenza filosofica, perchè è troppo comodo e si presta a meraviglia a tutte le varia- zioni possibili e a tutte le esercitazioni del ragio- namento, del sentimento e della fantasia. | Lo spirito alacre del Telesio era troppo poco adatto all’ accomodamento del dualismo di qual. siasi forma, platonica, aristotelica o averroista o Bernardino Telesio. 55 cattolica, e ritorna audacemente alla veduta moni- stica e naturalistica. Corpulenza dello spirito? — È affermata e ri- petuta senza ambagi. Ma che significato può avere essa se non schiettamente filosofico, come quello appunto che filosoficamente risolve, nel senso del- ’ unità, la formidabile questione? Corpulento è lo spirito, in quanto non è principio di trascendenza e di dualità; ma bensi per così dire, ente e processo della natura e della realtà. E il suo emergere ed operare non è un miracolo continuo ed un persi- stente enigma; è forma dell’ attività e della potenza dell’ universo, che viene dal profondo e si espande in ampio e sale all’ alto: è, perchè no? in guisa puramente naturalistica, evoluzione creatrice. La stessa mira unitaria ed armonica, che do- mina e risolve il problema dell’ essere e dell’ emer- gere del principio soggettivo, si ritrova in tutti i problemi delle sue ulteriori manifestazioni. Allora l obiezione dei filosofi diventa, come è noto, questa: che, cioè, il senso è umile, trascurabile e gretto. Il dire tutto è senso, è ridurre lo spirito alla cecità e presso che a niente. Per vero, Telesio più che dire: tutto è senso, dice: futto è dal senso; e non è precisamente la stessa cosa. Ma se anche fosse, non per questo il sensazio- nalismo, sia pure il più rigoroso e conseguente, come è quello telesiano, diventa tanto abietto quanto si pretende, sia filosoficamente e sia perfino mo- ralmente. Umile, elementare, manchevole è il senso; ma 56 ‘E. Troilo esso o è o non è coscienza e spirito. Chi vorrà dire che non sia? — Ma se è, esso contiene ed è tutto il problema della coscienza e dello spirito, poichè ne è la radice e l’ essenza. Il resto non può essere che processo e manifestazione di gradi. E ciò che si è detto della dualità ontologica di materia e spirito, va ripetuto anche per la dualità gnoseologica di senso e intelletto. Quì appare il radicalismo più completo e più energico del Telesio; poichè egli non solo annulla il dualismo aristotelico, ma in certo senso purifica e rende più schietta, a tal riguardo, la posizione del pensiero presocratico; nel quale, come è noto, a traverso una diffusa inspirazione pessimista e scettica, serpeggiava più di un accenno del dua- lismo, appunto, di intelletto e di senso. Il sensazionalismo telesiano svolge, così, tutto il ciclo dello spirito; e storicamente ha la impor- tanza fondamentale di segnare il punto di partenza della corrente empirica della filosofia moderna, che discende da Bacone a Galileo, a Locke ed Hume ed oltre, e teoreticamente si afferma in una coerenza ed armonia salda e cristallina; in virtù della quale non solo è scevro di quelle vene sot- tili e mortali d’idealismo che filtrano nell’ empi- rismo inglese, e a traverso cui si apre il passo ri- solutamente Giorgio Berkeley, ma anche implica, in sostanza, sulla base della energica risoluzione in attiva e feconda unità, dei dualismi di materia e spirito, di senso e intelletto, una teoria della co- noscenza che forse avrà per sè l’ avvenire, A questo punto, chi ha scorso il De Rerum i Bernardino Telesio. 57 Natura specialmente nei libri V, VII e VIII, po- trebbe addurre che la pura e forte coerenza nel ciclo dello spirito secondo Telesio, sia turbata e rotta da una ultima irriducibile opposizione, tra lo spirito in senso corporeo e naturale e l anima creata da Dio e trascendente. Ma chi abbia ben letta e meditata l’ opera del filosofo cosentino, non si porrà neppure tale questione, che è meramente formale ed apparente, e dovrà convenire nelle schiette considerazioni, su cui nessun sospetto può cadere, fatte da Fiorentino; « se misi chiegga, quale ufficio faccia quest'anima di origine divina, nol saprei veramente definire, nè il Telesio stesso aveva preso una deliberazione precisa; ce | aveva messa per non romperla a viso aperto con la fede; ma venuto alla funzione propria da attribuirle, non sa più che dirsi, e si rassegna a lasciarla in ozio. Ed ancora: Telesio con quell’ altra anima creata da Dio, che appiccica come forma all’ uomo, ri- produce l’ antagonismo che ha cercato di togliere in tutti i suoi libri  Se non che tale antago- nismo non ha alcuna ragione d’essere. « Che l' a- nima umana abbia un intelletto e una volontà dei quali non si giovi ora, ma che li tenga in serbo per servirsene altrove; o tutt’ al più che, mentre guarda con l'intelletto e l'appetito naturale alle cose pre- senti, con quell’ altra dia un’ occhiata ad un altro mondo; ciò poco rileva alla storia del pensiero umano. La miglior prova dell’inutilità di quel duplicato è lo averlo egli stesso privato di ogni contenuto, e di averlo condannato all’ ozio o al- ineno interdetto vita natural durante >». 58 E. Troilo Prescindiamo dal trattare di proposito l’ etica te- lesiana perchè, in vero, l’ Autore non fa che ac- cenni più o meno svolti, senza comporli in un tutto propriamente organico. Di essa basti dire che è la derivazione diretta, a somiglianza della classica etica greca, delle pre- cedenti dottrine fisiche e psicologiche, e si risolve in una specie di illuminato utilitarismo. Già il filosofo ha congiunto e quasi commisto alla funzione teoretica dello spirito pure una fun- zione pratica di conservazione e d’ integrazione (Lib. IX, Cap. 23); ed in ciò non può non consi- stere anche l’ essenza ed il fine dell’ etica. Sapere ed operare secondo la propria natura, come hanno una comune radice ontologica e psicologica nel- I’ essere, così culminano in un comune coronamento nell’ etica; e Telesio anticipando in ciò le vedute fondamentali di Bacone e di Spinoza, e, in un certo senso, del moderno pragmatismo, vuole che gli uomini non omnium modo scientes, sed omnium fere potentes fiant. Così non resta, ora, a parlare che dell’ ultimo principio che limita e conclude il sistema telesiano, il principio trascendentale. L’ epoca e le condizioni in cui Bernardino Te- lesio delineava audacemente le nuove dottrine ri- voluzionarie non consentivano che il filosofo tra- scurasse il principio trascendentale. Ma la purezza, l’ interezza e la novità della fondamentale inspira- zione telesiana fan sì che esso, pur essendo for- malmente trattato ed ammesso qua e là, sia ridotto in sostanza a qualchè di affatto esteriore, estraneo ed inerte. Bernardino Telesìo. 59 Sacre lettere, scienze divine, dottori santi, Fede, Religione, Dio s'incontrano invocati a questo o a quel proposito; ma si sente troppo bene che for- mano un bagaglio estraneo, tradizionale e conven- zionale. È questa la caratteristica situazione del pensiero della Rinascenza in genere, e di Telesio più spic- catamente; la quale, a parte il problema storico, delinea in maniera tipica il problema stesso delle relazioni fra Religione e Filosofia, in senso cioè del tutto negativo. Storicamente il dissidio è e si fa sempre più acuto tra l'una e l’altra; ma teoreticamente e psicolo- gicamente per così dire, esso è come se non esi- stesse. Il pensiero della nuova filosofia naturale sta di per sè, e cerca di organizzarsi nella maniera più completa e libera: tutto il resto è estraneo, è in- differente, appartiene ad un’ altra sfera che si isola e si riduce e si allontana e s’ estenua sempre più. I richiami, le invocazioni, le proteste abituali ingenuamente o prudentemente ricorrenti, non po- tranno mai nè alterare l’ intrinseca essenza del nuovo pensiero indipendente, nè ravvivare e rav- vicinare quel mondo crepuscolare. Quello che si è detto per l’ anima, è da ripetere per tutto il principio trascendentale, che si assomma in Dio. Telesio lo ammette e lo venera come principio creatore ed informatore. Poichè il mondo per il no stro filosofo non è ab aeterno, ma è stato nel suo tempo creato da Dio. Sembrerebbe, quì, fuori di discussione il cozzo fra il naturale e il divino, ed aperto e insanabile, quindi, l’ antagonismo nel cuore della filosofia na- turale. Tuttavia, a ben considerare, essa si risolve e sfuma, non senza una certa tristezza. Dio ha creato ; nel modo come l'artefice (ar- tifex, opifex ricorrono spesso a indicare Dio nel pensiero della Rinascenza) crea l’ opera sua; cioè trasfondendo in questa tutto ciò che possiede e può darle. Onde prima della creazione, Dio era tutto in sè, gravido della sua potenza e della sua sapienza e come inerte in questo suo stesso pondo. Allorchè crea, Dio non è più tutto in sè anzi, tutto si trasferisce nella cosa creata: Natura sive Deus. È un processo di sdeificazione di Dio. Ora questo processo è energicamente iniziato e avviato, e in certo senso può dirsi anche compiuto, nell’ opera telesiana. Dio creando, ha dato tutto ciò che poteva e do- veva dare alla natura; sì che oltrepassato il mo- mento creativo, la natura fa da sè, e non ha bi- sogno di alcun che altro, per tutte le sue azioni, operazioni e manifestazioni infinite. Tutto in genere il De Rerum Natura, così profondamente caratte- rizzato dall’ aggiunta juxta propria principia, e più di trenta luoghi particolari che si potrebbero citare, stanno a dimostrare ciò, sia nei principii fonda- mentali sia nei più minuti fenomeni specifici. La Natura creata si sostituisce a Dio; in essa è trafusa e insita ogni facoltà, la condizione dell’ es- sere, la potenza del moto e la potenza del senso: perfino il motore immobile si rende inutile ed inerte; Bernardino Telesio. 61 e la dimostrazione che ne dà il Telesio, stringente e vibrante, è una delle cose più impressionanti del- l’ opera. Ma v'è di più. Dio ha creato il mondo; ma tale quale essere doveva: mundus quomodo con- structus est, construendus ; e spesso in Telesio questa e simili espressioni, quale datum videri, dandum fuit, etc. ricorrono e s’ impongono. — Ora ciò non sta per lo meno ad adombrare una certa necessità da cui è dominato il creatore stesso nella crea- zione? Sì che la creazione medesima viene, in fin dei conti a determinarsi quasi secondo un principio di contingenza positiva. Il processo di sdeificazione tocca il suo cul- mine. La inerzia per così dire positiva, in cui Dio era chiuso, prima della creazione, diviene inerzia negativa dopo l’ atto creativo. Di un Dio, che come astretto dalla necessità crea, e creando nel modo come doveva creare, tutto si trasfonde nella cosa creata che gli si sostituisce, se resta qualche cosa non può restare se non l’ ombra immobile e la larva vuota. Questo concetto e questo processo proprio della Rinascenza è solenne e tragico: il pensiero nel re- staurare la natura si sforza di attingere per essa e per sè, la indipendenza e la libertà più assoluta; ed in questo sforzo immane, che ha di contro a sè la credenza dei secoli, il terrore degli uomini, e i balenii della morte, folgora nella sua serenità il pensiero di Bernardino Telesio. Che importa più il principio trascendente, e che può valere di fronte al nuovo sistema? Esso è ri.  mosso e ridotto a tal segno che è come se non fosse affatto. E di esso può dirsi veramente che nulla più può trarlo dalla sua inerzia e dalla sua immobi- lità, e ripetersi con Telesio i versi di Omero, che il filosofo stesso sembra esten- dere a più profonda significazione: Sed vobis caelo numquam deducere ab alto Ad terram dabitur summum omnisciumque tonantem; Non si pervigili studio summoque labore Dii, deaeque omnes pariter trahere inde velitis. Ill. È stato detto primamente da Francesco Bacone, e poi ripetuto sempre, anche da acuti ingegni, come Vincenzo Cuoco e Francesco Fiorentino, che Ber- nardino Telesio più che costruire abbia distrutto; donde seguirebbe che la sua importanza filosofica e storica sarebbe più negativa che positiva. Da un certo punto di vista, l'osservazione regge, in quanto la critica, senza dubbio, prevale tecni- camente nell’ opera telesiana; e ciò produce una impressione forse di poca autonomia nel sistema del filosofo cosentino. Ma è, d’ altronde, erroneo ed ingiusto dare un valore assoluto a quella sentenza. Poichè, che si- gnifica, specialmente in filosofia, costruire? Am- monticchiare forse teorie, a qualsiasi costo? — Il che non solo è affatto sciocco, ma porterebbe a Telesio.  questo pure, di non tener conto delle condizioni e delle esigenze di un periodo storico. Ora, appunto, in certi momenti storici, in certi stati dello spirito collettivo, costruire nel senso usuale della parola, non si può. C’ è ben altro da fare: c’è da prendere posizione di fronte alle vec- chie tradizioni ed agli istituti più o meno radicati nel clima intellettuale e morale e nella compagine sociale. C'è da sgombrare il terreno, da prepa- rare le fondamenta; c’ è da gettare le linee cardi- nali, precisamente sulle rovine, dell’ opera futura. Ma questo non. è forse, vera e propria costru- zione, a sua volta? costruzione nello stesso senso profondo, in cui per esempio è, nella mirabile espressione di qualche lingua, costruttore il con- tadino che scava, dissoda, prepara e getta il seme? In tal senso, Bernardino Telesio non solo ha distrutto, ma ha, essenzialmente, costruito. Che cosa? È, innanzi tutto, opera fondamentale positiva la reintegrazione della natura, secondo le intrinseche sue naturali potenzialità, di cui si è già discorso. E non si tratta come abbiamo veduto, di una semplice rievocazione dell’ antico, ma di una vera e propria elaborazione nuova, che muovendo dalla pura primitiva intuizione presocratica, si allarga e si approfondisce in guisa, da anticipare, sia pure indistintamente, la speculazione scientifica e filo- sofica avvenire. Del resto, il semplice tornare alle origini (cosa diversa dal solito ritorno all’ antico) ha spesso va- lore di rinnovazione sostanziale, che è quanto dire di costruzione e creazione: tornare alle origini è purificarsi; e forse nulla è più creativo della pu- rificazione, del rifarsi l anima nuova. Certo che la grande purificazione che col Te- lesio si avvera del concetto della natura, è opera di innegabile costruzione filosofica. La quale è compiuta con determinazioni ed altre vedute più particolari, ma non meno importanti. Dalla intuizione fondamentale della natura — realtà schietta ed immediata — il Telesio, infatti, può trarre e donare, definitivamente possiamo dire, al pensiero, i due principii o le due condizioni indi- spensabili, ond’esso può comporsi come organismo di scienza e di filosofia, avente un valore reale, con- creto, umano; cioè positivo, nel senso più ampio e ricco della parola, in opposizione vittoriosa ormai, alle metafisiche scolastiche ed alle trascendenze re- ligiose, alla cui lunga depauperazione si ribellava finalmente lo spirito. Sono i due principii o condizioni obiettivo e subiettivo, ontologico e gnoseologico, dati non più come una schematica ed arida contrapposizione di entità formali, ma come una viva correlazione, ed in certo senso, anzi, feconda e ricca unità di po- tenza e funzione esistenziale e conoscitiva. Precisa mente, la realtà naturale, da una parte, tutta in- tiera e libera nelle sue energie intrinseche, nelle sue leggi immanenti: donde il fluire indefinito delle sue manifestazioni e l essere eterno del suo si- stema d'ordine e d’ armonia; e dall’ altra parte, la capacità dello spirito, forma e virtù anch’ esso della natura, a penetrarla a possederla nella cono- Bernardino Telesio. 65 Aim iii scenza, per mezzo dello strumento più diretto e connaturale, il senso. E questo, concepito nel ca- ratteristico modo telesiano, pieno di profondità e d’ ampiezza: che mentre esclude, come abbiamo ve- duto, sia il crudo sensismo, sia il realismo ingenuo e volgare, dà all’ uomo quella salutare consapevo- lezza e confidenza della propria forza, che già trasforma radicalmente il vecchio rapporto fra sog- getto ed oggetto, ed inizia, quindi, la capitale ri- voluzione che Emanuele Kant, sull analogia della rivoluzione astronomica copernicana, fissa ed illu- stra nella guisa poderosa che tutti sanno. È un fatto, evidentemente, di carattere tutt’ altro che distruttivo, e di valore tutt’ altro che negativo, nella storia del pensiero: il naturalismo telesiano segna non solo la possibilità imminente dell’ av- vento della scienza e della filosofia naturale, ma propone esso stesso, virtualmente, il problema gnoseologico, nella radicale forma nuova del rap- porto accennato. Profondamente ingannavasi il povero Lotario Sarsi, l’autore di quel Libro Astronomico e Filoso- fico così terribilmente ponderato con bilancia esqui- sita e giusta nel Saggiatore, da Galileo: egli giu- dicò la filosofia di Telesio (insieme a quella di Cardano) sterile ed inefficace, ed entrambi di niun seguito nulla ab ea prole beati, libros posteris, non liberos religuerant; mentre Galileo rispettosamente proclama il Telesio, con Cardano stesso, venerando padre della natural Filosofia. Ma considerando più in particolare i due prin- cipii o condizioni indicati, noi possiamo scorgervi ProriLi, — Telesio. come delle irradiazioni potenti che anticipano punti ed aspetti essenziali della filosofia posteriore; so- pratutto del Bruno. È noto che i tre cardini fondamentali del si- stema della filosofia bruniana si possono ridurre a questi: la Naturalità, Vl Unità, l Infinità; i quali sono decisivi per l avviamento di tutto il pensiero moderno, non solo nel senso della filosofia natu- rale e della filosofia positiva e scientifica, in ge- nere, ma anche nel senso della metafisica, culmi- nante in Hegel. Ora tali principii, mentre sono elaborati indi- stintamente da tutta la fermentazione intellettuale della Rinascenza, hanno in Telesio, specialmente per i primi due, un assertore energico, un prepa- ratore indiscutibile. La naturalità emergente dalla splendida intui- zione telesiana, è là intiera, chiara, purissima; anzi come si è accennato più ancora che nel Bruno, senza perdere, per questo, in profondità. Poichè, mentre il Bruno riconosce, in sostanza, nella natura due aspetti, due volti; l uno quasi inerente al fondo teologico, teosofico e mistico dell’ essere, 1’ altro aperto e rivelato a noi, aspetti che il Nolano — e sta qui la sua caratteristica importanza — di pro- pria forza, tende a superare e fondere nella unità; mentre, tuttavia, questa unità serba ancora una traccia di quella duplicità, nella formula del pan- teismo naturalistico (natura sive deus), il Telesio la offre nella sua magnifica nudità senza alcun in flusso nè teologico, nè teosofico, nè magico e si- mili. La purificazione è totale; l’ accenno al problema Berna no Telesio. 67 trascendente del divino e quindi alla dualità, che s'incontra nel Proemio ed in qualche altro punto, sembra anzi fatto a posta per escludere il problema stesso dal campo della filosofia naturale (che quì equivale alla filosofia pura e semplice) sia pure con l’ ingenua, formale contradizione che vi si può riscontrare. La natura universa, identica ed una, sta a sè; e Dio stesso l’ha creata fornita di forze pro- prie e di proprie leggi: dove si vede, appunto, quella posizione di Dio, del tutto estranea ed inerte che nell’ atto stesso che accenna il problema tra- scendente, lo risolve. In tal modo, la naturalità e |’ unità dell’ universo si delineano compiutamente nel pensiero telesiano, ridotte, anzi, ad una espressione di semplicità, forse anche troppo secca e un poco artifiziosa, nella legge unica di opposizione (caldo e freddo), che deter- mina tutti i modi di essere e i fenomeni della realtà. Senza questa energica riduzione, non vi sarebbe stato nè il compimento della reazione al pensiero medioevale, nè l'avviamento alla filosofia bruniana; la quale si dispiega meravigliosamente e si illu- mina di luce immortale, nel terzo principio, della Infinità. Di questo principio non si può dire che si abbia in Telesio chiare e sufficienti indicazioni: esso è gloria intiera bruniana, ed è inutile ricordarne l’e- norme importanza per tutti i campi della filosofia. Ma conviene, nondimeno, riconoscere che senza la totale naturalità dell’ universo, è impossibile per- venire alla sua infinità; perchè dove fosse dualismo 68 E. Troilo di naturale e di soprannaturale, non si potrebbe avere che o la finità del primo o l’assurdo di due infiniti coesistenti. E poi, la vera infinità è nel- I unità. Così, dunque, possiamo affermare, a riguardo del principio ontologico del Telesio, ch’ esso pre- para in parte direttamente, in parte implicitamente ma con evidente necessità teoretica e storica, Bruno: e la gran luce che irradia l’opera immortale del Nolano tempestoso, non può non riflettersi su quella del mite e sereno Cosentino. Quanto al principio subiettivo e gnoseologico, che nella dottrina telesiana, si esplica nella potenza e nella funzione del senso, abbiamo mostrato quale singolare importanza esso abbia; e le prevenzioni di angustia e di grettezza sono smentite dal fatto accennato che esso stesso prepara, da un punto di vista generale, la nuova posizione del problema della conoscenza. Del resto, a chi ben consideri appariranno altri aspetti della importanza della dottrina sensistica del Telesio. — ll senso è lo strumento elaborato dalla natura, per cui la natura si svela a sè stessa. Ma questa formazione naturale del senso, che è quanto dire della coscienza, non ne pone puramente e sem- plicemente la corpulenza accennata; non ripete il favoleggiato più che reale materialismo psichico dei primitivi: accenna, invece, nientemeno a quella specie di coscienzionalismo che oggi è tanto in voga; dal momento che adombra, a dirittura, ele- menti coscienti nella natura, ovvero quel principio proprio di essa onde tende alla conoscenza: come Telesio. abbiamo veduto, i termini stessi della legge uni- versale telesiana, caldo e freddo, sarebbero, in certo modo, dotati di facoltà sentiendi e percepiendi. Idealismo, dunque, nel cuore stesso di questo singolare sensismo? Sarà; l’ idealista (vi ha pen- sato mai alcuno?) potrebbe svolgere questo lato della dottrina. Al che, però, potrebbe contrapporsi il punto di vista e l aspetto del semplice natura- lismo evolutivo dello spirito; il quale mentre è legittimamente filosofico, è e resta essenzialmente, irrevocabilmente, positivo, anche sotto le mascherature della bergsoniana evoluzione creatrice. Ma è inutile discutere qui tutto ciò. Quello che importa assodare è che dalle cose dette risulta la intima ricchezza della dottrina telesiana; la quale, per questo rispetto, ha un riscontro importante nell’empirismo di Locke. Certo è che dalla concezione e dalla relazione dei due principii obiettivo e subiettivo, si delinea, più particolarmente, nel Telesio, quella schietta po- sizione che assumerà una forma tipica ed una espressione lapidaria in Galileo: /a natura prima fece le cose a suo modo, e poi la mente capace ad intenderle; forma naturalistica, la cui essenza è pure nella visione bruniana, per quanto complicata e infetta di coloriture mistiche, d’origine neoplato- nica ed alessandrina; nella corrispondenza cioè e nell’ adesione per così dire dell’ essere e del cono- scere, e che trova, in fine, la sua ampia proclama- zione in Bacone: La verità nella realtà delle cose e la verità nella conoscenza, non sono che una sola e medesima verità. Tutto ciò (che implica una teoria della cono- scenza magnifica, ancora da svolgere nelle sue pro- fondità e nelle sue conseguenze) prende, in so- stanza, le mosse da Bernardino Telesio; il cui pen- siero, quindi, è mirabilmente fecondo ed essenzial- mente costruttivo. Distruttiva è certo l’ opera del filosofo italico; ma nel senso profondo e fecondo della reazione al vecchio mondo medioevale aristotelico; mentre sta poi in fatto che la reintegrazione della natura e le anticipazioni ontologiche e gnoseologiche accennate sono vere conquiste nuove del pensiero. V’ è nell’ opera del Telesio un altro aspetto del tutto distruttivo; ma esso è implicito, e noi stessi solo ne possiamo trarre l’ abbozzo, portando alle estreme conseguenze — cosa affatto lecita, anzi necessaria lo spunto indicato del problema del trascendente, e utilizzando lo spirito positivo, con- creto, direbbesi quasi pratico, di tutta la sua opera. Nella olimpica serenità della nuova visione del- l’ universo ; nell’ ardore della verità umana; nello svolgimento del ciclo dello spirito dal senso, dalla forma più umile che ha la ricchezza primigenia del- l'intuizione, alle forme più alte, che sembra ab- biano già realizzata la disciplina baconiana per non cadere nel vortice delle illusorie fantasie, — si sente quasi circolare quella severa e salutare inspira- zione che avrà la sua definitiva affermazione sce- veratrice, purificatrice e demolitrice nella Dialettica trascendentale di Emanuele Kant. Nel naturalismo filosofico della Rinascenza che si inizia con Telesio, appunto, trattavasi di rom- Bernardino Telesio. 71 pere il viluppo inestricabile di cosmologie, di psi- cologie, di teologie razionali, come dice Kant, ac- cumulati strati su strati, cerchi su cerchi, dalla meta- fisica greca, dal misticismo alessandrino, dalla sco- lastica medioevale: e trattavasi ancora di garentire ulteriormente, la natura e lo spirito liberati e rin- novati. Nel fatto stesso della storica funzione che compie Telesio, nel momento di grazia del Rinascimento, è implicita l affermazione teoretica contro ogni vaneggiante metafisica ed ogni sterile logica della illusione: e perciò non è fuor di luogo e non è il- legittimo segnare, col nome e con l’opera Telesio, l’ inizio di quel procedimento di pensiero, che mette capo alla Dialettica trascen- dentale del distruttore di Koenigsberg. A parte le vedute speciali, che oggi sono di competenza della scienza, e che costituiscono il lato caduco dell’ opera De Rerum Natura juxta propria principia, Telesio per lo spirito animatore ed informatore, è anche per altro rispetto, più vi- cino a noi di quello che non sembri. Oggi varie forme di metafisica e di trascendenza tornano e riprendono vigore, è vero; ma inconte- stabile è pure che ciò costituisce più l’ apparenza che la sostanza dell’ attuale momento filosofico. Quello che veramente lo caratterizza è la ten- denza, molteplice di manifestazioni, ma identica in fondo, dell’ antintellettualismo. Filosofia dell’ in- tuizione e filosofia dell’azione; filosofia della con- tingenza e filosofia dell’ esperienza, esprimono ap- punto questa tendenza ; e la formula può esserne, Troilo in genere, quella di James, empirismo radicale. Lo psicologo americano, dopo aver sciolto l’ inno più alato alla ricchezza sempre sgorgante da ogni punto della vita e della realtà, dopo aver affermato che la Natura è « dèbordement », mostra che tutto in fin dei conti, è contenuto nella vita sensibile, nella quale si riversa la realtà medesima imme- diatamente. « Ad esaminare concretamente la vita sensibile è impossibile non vedere che le relazioni di ogni specie, tempo, spazio, differenza, rassomi- glianza, cambiamento, misura, causa, etc., formano parte integrante del flusso delle sensazioni, come delle sensazioni stesse: è appunto |’ empirismo: ra- dicale ». Ora, questo reintegrarsi dei diritti e dei valori della sensazione, della esperienza pura — palpito vivo e continuo che segna il ritmo ed il fluire della vivente e presente realtà, questo rituffarsi del pensiero nella vita e nella realtà; il nuovo sensa- zionalismo e il nuovo empirismo, in una parola, co- munque avvolti nelle forme raffinate della metafi- sica, nelle sottigliezze e sfumature dell’ interiorismo, comunque risolventisi in evanescenze estetiche, re- ligiose, mistiche, sono sempre un getto, un po’morbido, del saldo profondo tronco antico. Un po’ morbido si è detto; ma è più giusto dire acutamente morbido. Perchè non aver il coraggio di scuotere questa morbidità, di tornare schiettamente al tronco saldo e robusto, al fonte salutare e fecondo? James stesso vi accenna chiaramente, allorchè Bernardino Telesio. 73 confessa di aver, alfine, compreso che la filosofia da Socrate, Platone ed Aristotele ha sempre se- guito una falsa strada, estenuandosi nel trascen- dentalismo e perdendosi in considerazioni di una compassionevole magrezza. È il tronco e il fonte del radicale empirismo presocratico, che il Primo degli uomini nuovi ri- trovò e rimise santamente in onore, e in cui rinnovò natura e spirito. Se la complicata e conturbata età nostra, se- guendo la tendenza accennata della filosofia con- temporanea, avrà la forza e il modo di ritornarvi, s' incontrerà in Telesio. Telesio. CENNI BIBLIOGRAFICI Telesii Consentini, De Natura juxta propria principia, Liber Primus et secundus. Romae, Bladus, De Rerum Natura juxta propria principia, Liber primus et secundus denuo editi. Neapoli, Joseph Cacchius -- vi sono parecchie modificazioni rispetto alla prima edizione. Telesii Consentini, De rerum natura juxta pro- pria principia. Neapoli, apud Horatium Salvianum [ Nel!a Biblioteca Vittorio Emanuele di Roia, esiste un esemplare avente una pagina in fine con una nota auto- grafa del medico Domenico Cotugno e le risposte del Telesio ad alcune osservazioni di PATRIZZI, SO» pra i due primi libri dell’ Opera]. Bernardini Telesii Cosentini, Varii de naturalibus rebus li- belli ab Antonio Persico editi, quorum alii nunquam antea excusi, alii meliores facti prodeunt. Sunt autem hi: De Cometis et lacteo circulo De his quae in aere fiunt et de terremotibus De Iride De Mari Quod ani- mal universum ab unica animae substantia gubernatur — De usu respirationis — De coloribus De saporibus De somno. Unicuique libello appositus est capitum index. Venetiis, Volgerius Felix, A questi opuscoli vanno aggiunti i seguenti, che tro- vansi manoscritti nella Biblioteca Nazionale di Napoli, e che sono stati pubblicati da Francesco FioRENTINO in ap- pendice all’ opera Bernardino Telesio etc. Firenze, De Fulmine Quae et quo- modo febres faciunt De rigoris, aestusque, qui rigo- rem excipit, causis, Troilo (Sertorio Quattromani), La Prilosophia di Telesio ristretta in brevità, et scritta in lingua toscana dal MonTANO AccapemMico Cosentino In Napoli, appresso Cacchi, . Adami Tobias, Pro.iromus Philosophiae instruendae, idest Dis- sertationis de Natura Rerum Compendium secundum vera principia ex scriptis TitomAE CAMPANELLAE proemissum. Cum prefatione ad Philosophos Germaniae, Francofurti, Johannes Bringerius, Francisci Muti consentini, Disceptationum libri V, contra ca- lumnias Th. Angelutii in maximum philosophum Franci- scum Patricium, in quibus pene universa Aristotelis phi- losophia in exa:nen adducitur. Ferrariae,  [Dedica a Telesio ]. Disputationes libri novarum positionum Antonii Persii friduo habitae Venetiis Florentiae, in officina Marescoti Propositiones ab Persio editae, sed A Gaspare ZeEnucHiNO ad disputandum productae Venetiis et Patavii per tres perpetuos dies, ineuntes a die Ascensionis Domini ...... | Antonii Persii, Apo/ogia pro Bernardino Telesio adversus Fran- ciscum Patritium. Responsiones ad obiecta Francisci Patritii contra Tele- sium. [Manoscritto della Biblioteca Magliabechiana. FIORENTINO. i . Francesco Martelli, Delle cose naturali (Libri 1 e II); Del mare: Delle cose che si fanno nell’ aria e dei Terremoti tradotti in lingua toscana. [Manoscritto nella libreria del Granduca. FroRENTINO]. Giovanni D’ Aquino, Oratione in morte di Telesio philosopho eccellentissimo, agli Accademici Cosentini. Co- senza, per Leonardo Angrisano Ristampata a cura e spesa del Filippino Luigi Telesio. Napoli, Frat. Trani. Francesco Fiorentino, Bernardino Telesio ossia Studi storici su l’idea della natura nel Risorgimento Italiano. Voll. 2. Firenze, Successori Le Monnier, 1872-1874. Bernardino Telesio. TI Francesco Bartelli, Note bivgrafiche. (Telesio — Galeazzo Tarsia). Cosenza. Uscirà in questi giorui: Telesii, De Rerum Natura, a cura di V. SPAMPANATO. Filosofi Italiani; Collezione promossa dalla Società filos. Ital. e diretta da Tocco. A. F. For- miggini, Editore in Modena. rate: CP-co SD «d. sò co co» <a > ce saceo ce FILOSOFI ITALIANI COLLEZIONE PROMOLIA DALLA KOCIETÀ PILOFGFICA FTALIANA Inerbteiiàni FELICE TOCCO re denso 0 © 0» 0 e 0 0 lt TELESI? DE RERUM NATURA 4 Tuta os VINCENZO SPAMPANATO voLume sgimo cere nana 0 + © co n ile dei © 0° 00 — ent» AP. roRILIGONI He7 3 UDITORE IN MODENA RR, Profili già pubblicati: 1.° I. B. Supino - Sandro Botticelli. (II8 Edizione) 2.° ALBERTI - Carlo Darwin. (IA Edizione ) 3.° Luigi DI S. Giusto - Gaspara Stampa. (II® Edizione ) SETTI - Esiodo. PASCAL - Amiel. LORIA - Malthus. ANGELI Verdi. 8.° BALDASSARE LABANCA - Gesù di Nazareth. (II.* Edizione) MomigLIANO Porta. FAVARO, Galilei. T., Telesio. FILOSOFI ITALIANI COLLEZIONE PROMOSSA er) SOCIETÀ FILOSOFICA ITALIANA DIRETTA DA FELIGE: TOCCO CHIARISSIMO SIGNORE, Nel terzo Congresso della Società Filosofica Italiana tenutosi in DI > Sii Roma, chiedevo ai SER O Consoci l'appoggio morale per at- tuare una iniziativa che senza il con- senso attivo e concorde di tutti gli studiosi di filosofia non avrebbe possibilità di successo. Proponevo cioè di raccogliere in una accuratis- = sima edizione i testi critici dei mag-. scasanomI TELESAI giori filosofi italiani, di rendere cioè |{! DE RERUM NATURA accessibili a tutti le opere meno age- e rn volmente reperibili e più importanti per la storia del pensiero nazionale. Mi sembrava che l’ alta impresa avrebbe potuto offrire un nobilissimo campo di attività alla Società Filosofica, la quale appunto vuole curare gli interessi generali della filosofia e diffondere l’amore per questo ordine di studi, Potei comunicare al Congresso l’adesione entusiasta di Bene- detto Croce e la proposta, che corrispondeva ad un voto già espresso dalla Società, ottenne da tutti i presenti la più cordiale approvazione, e il Presidente Federigo Enriques la caldeggiò eloquentemente e si impegnò di dare ogni ajuto possibile : debbo infatti alla autorevole intercessione di Federigo Enriques e di Benedetto Croce se Felice Tocco ha accettato di assumere la direzione della raccolta. Per potere sperimentare quanto il pubblico degli studiosi risponderà alla nostra iniziativa, pubblicheremo intanto a titolo o reLict TOCCO Digitized by Google di saggio in quattro volumi che usciranno a distanza di sei mes l’uno dall’altro le opere complete di Bernardino Telesio da Cosenza. I volumi, curati con sapiente amore da Vincenzo Spampanato, saranno ciascuno di circa 400 pagine, stampati con caratteri ita- lici espressamente fusi su carta a mano, rilegati alla bodoniana in falsa pergamena, con un frontispizio disegnato da Alberto Artioli. I volumi saranno messi in commercio al prezzo costante di L. 5,50: alcune copie si venderanno a lire 7,50 rilegate in per- gamena autentica. Nelle prime pagine di ogni volume sarà pubblicato 1’ elenco dei sottoscrittori, dei promotori e dei benemeriti della raccolta. I sottoscrittori si impegneranno di acquistare i volumi in ragione di L. 5 l’uno (o di L. 7 se rilegati in pergamena auten- tica) pagandoli anche in diverse rate ma sempre anticipatamente. I promotori si impegneranio di acquistare i volumi in ragione di lire 10 l'uno (L. 12 se colla rilegatura in pergamena autentica), pagandoli come sopra. (I membri della Società Filosofica Italiana e gli abbonati alla Rivista di Filosofia od alla Rivista Pedagogica, godranno del 10 °/, di scorto sui prezzi sopraindicati ). 1 benemeriti saranno coloro che in più ampia misura contri- buiranno al buon successo della iniziativa. Il Municipio di Cosenza, per esempio, apparirà non solo come auspice della edizione delle opere Telesiane alla quale ha generosamente contribuito, ma benanche come benemerito di tutta la raccolta, se questa, come noi fermamente crediamo, potrà felicemente continuare. Gli editori del passato ricorrevano spesso alle pubbliche sottoscrizioni, ed io che da quelli cerco di attingere ammaestra- menti, ho creduto che ben si addicesse alla nostra impresa un appello alla piccola famiglia degli studiosi di filosofia, perchè si possa in certo modo controllare quanti avranno risposto all’ amo- roso richiamo e perchè gli Illustri e Benevoli Amici che con tanto disinteresse mi hanno accordato l’ appoggio prezioso della loro autorità e della loro dottrina, possano valutare se io saprò corri- spondere adeguatamente a quanto il pubblico degli studiosi farà per incoraggiare questa mia iniziativa. Dev.mo Joogle4. F. Formiggini. SIN SESSANT'ANNI DI ELOQUENZA PARLAMENTARE IN ITALIA == 2A l_NIEeE Nella grande ricorrenza del nostro nazionale giubileo di libertà, pubblicherò questa splendida antologia ideata e curata da NOTA. Nessun libro dovrebbe tornare oggi più di questo opportuno e gradito agl’ Italiani. L’ Autore ha voluto tracciare in esso la Storia politico-parlamentare dell’Italia nostra perseguendola attra- verso una forma d’arte fortemente suggestiva qual’ è l’ora- toria, anzichè in una fredda esposizione di fatti. Egli si è proposto di riempire una lacuna da troppo tempo esistente in Italia, dove i libri che trattano di oratoria, di partiti e d uomini politici, dalla satira infuori, sono, come si dice, troppo aristocratici o troppo gravi e costosi e però impopolari, e dove quindi la storia e l’opera del nostro Parlamento sono quasi affatto e quasi da tutti ignorate o misconosciute. In questo libro si troveranno opportunamente rac- colti e commentati i più bei discorsi che siano stati pro- nunziati nel Parlamento subalpino e nell'italiano, così che rileggendoli parrà quasi di riudire le voci degli uomini insigni del nostro Risorgimento e, con le voci, l’eco delle loro fedi, delle loro passioni, delle speranze, degli amori, degli odii. Vi si troverà insieme compendiata e raccolta tutta la vita parlamentare con le discussioni più 4 importanti, gli atti più solenni, le più celebrate vicende, di cui i discorsi stessi sono come la traccia luminosa e risplendente, di cui sono a un tempo la poesia e la storia. Questo libro è repertorio ed enciclopedia insieme per ciò che riguarda la vita parlamentare di quei sessant’ anni. Ed è bello il vedervi passo passo germogliare e svilupparsi nuove idee, nuovi partiti e istituti e forma- zioni sociali, e nuovi sistemi. di governo, altri invece declinare, tramontare, scomparire. È bello ed interessante il vedere come dagli uomini diversi furono giudicate al loro primo annunziarsi nel Parlamento italiano le teorie socialistiche, le anarchiche, le democristiane e così via; e come furono accolti e con- siderati al loro primo apparire uomini quali il Cavour, il Minghetti, il Crispi, il Cavallotti ed altri tra i più illustri parlamentari. È bello e interessante insomma il vedere come si siano trasformate in sessant'anni certe opinioni e quantie e quali partiti e uomini e fatti si siano succeduti e fino a che punto mutati. Si vede in questo libro come si atteggiarono i partiti diversi, come il repubblicano e come il clericale, di fronte alle vicende della patria, e come variamente furono giu- dicati e sentiti i diversi avvenimenti dagli uomini diversi, e se alle previsioni corrisposero i fatti e quali effetti ne conseguirono. Vi si vede infine sul tronco giovine ancor oggi e rigoglioso dello Statuto innestarsi tutta la legislazione italiana almeno fino al punto da poterne discernere le linee generali e gli ampi svolgimenti. Tutta la vita del Parlamento italiano e insieme la fisonomia e la psicologia d’ogni suo momento partico- lare scaturiscono insomma da questo libro meglio che da qualunque più grave e voluminosa storia o trattato. Ai discorsi saranne intercalati opportuni cenni sto- 5 riee-politico-cronologici, atti a fornire anche ai meno istrutti le notizie e le spiegazioni occorrenti alla facile e pronta intelligenza di ciascun discorso. Così pure, in un titolo suggestivo premesso a ciascun discorso sarà riassunto l’ argomento, e in apposito cap- pello saranno rappresentate le particolari circostanze parla- mentari che lo determinarono. In fondo al volume si troveranno i cenni biografici degli oratori. « A chi dunque servirà questo libro? » chiede 1’ Au- tore nella chiusa della sua prefazione, ed aggiunge: « Dovrebbe servire — vorrei potermi rispondere — a tutti in genere — e vorrei potermi lusingare che fos- sero molti — gli studiosi delle vicende e delle istituzioni patrie, per rintracciarvi le grandi correnti logiche, senti- mentali ed etiche, onde è uscita e si è plasmata l anima dell’ Italia moderna: agli uomini politici del parlamento, del giornalismo, della cattedra, della pubblica tribuna e dei comizi, per ispirarsi agli svariatissimi esempi di oratoria che il libro offre, e trarne qualche utile insegnamento, specie dai discorsi meglio confacenti al proprio temperamento indi- viduale e alle proprie tendenze ideologiche; e inoltre, ove occorra, per trovarvi in breve riassunte la storia e l’opera del Parlamento italiano e dei partiti che vi si avvicendarono, e la vita e il pensiero dei loro uomini più rappresentativi, i quali convennero in questo magni- fico arringo a paragone e a cimento, portandovi l’ eco poderosa delle idee, dei sentimenti e degli interessi che agitavano il Paese: e vorrei anche e soprattutto potermi rispondere che questo libro servirà ai giovani studenti delle nostre scuole superiori; ma non oso, sebbene d'altra parte io non sappia acconciarmi a disperare che possa tornar grato alla gioventù studiosa, in quest’ anno nel quale si cele- brano i fasti dell’indipendenza e dell’ unità d'Italia, rivi- 6 vere, con gli uomini che le vissero e vi parteciparono, le fasi, le vicende, gli entusiasmi, le lotte del patrio risor- gimento; e ritemprarsi nella visione delle idealità supe- rate o raggiunte, e attingere in un sentimento di nobile emulazione il coraggio, la volontà e la forza per com- piere, migliorare e ingrandire l’opera dei padri ». L’opera sarà pubblicata a cominciare in dispense mensili in 8.° grande che saranno in vendita dovunque a L. 1,25 (estero L. 1,50). L’opera completa sarà in dodici dispense di comples- sive 1000 pagine e sarà divisa in due volumi che saranno posti in cominercio l’uno a L. 6, l’altro a L. 8. Sono aperte due forme di abbonamento all’ opera completa: i sottoscrittori pagheranno L. 10 (estero lire 12,50) anticipate; i promotori pagheranno L. 25 (estero L. 28) anticipate. I promotori avranno una edizione sontuosa in carta a mano, fuori commercio, e i loro nomi saranno annun- ciati a titolo di onore sulle copertine delle dispense e dopo i frontispizi dei due voluini. ; FORMIGGINI IN MODENA PROFILI > RIVISTA DI FILOSOFIA = RIVISTA PEDAGOGICA © PUBBLICAZIONI TASSONIANE :k BIBLIOTECA FILOLOGICA E LETTERARIA © BIBLIOTECA DI FILO- SOFIA E DI PEDAGOGIA © FILOSOFI ITALIANI POETI ITALIANI  © PUBBLICAZIONI VARIE ci > >k Questa Casa Editrice ha acquistato la proprietà letteraria del Poema Calliope di FRANCESCO CHIESA, /a più forte opera poetica pubblicata in questo principio di secolo. (L. 4 la copia, con illustrazioni). Di FRANCESCO CHIESA uscirà in questi giorni un volume di liriche: 1 viali d’oro (numero 2 della Collezione Poeti Ita- liani del XX. secoko. L. 2,50). | Si accettano prenotazioni. LA MACCHINA DA SCRIVERE SMITH PREMIER N. 10 (THE SMITH PREMIER TYPEWRITER C° SIRACUSE N. V. U. S. 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Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Troilo” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Tronti: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale degli spiriti liberi – filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Abstract. Keywords. democrazia -- Filosofo italiano. Filosofo e uomo politico italiano – m. Ferentillo, Terni. Considerato uno dei fondatori dell’operaismo teorico, le cui idee si trovano riassunte nel saggio “Operai e capitale,” insegna a Siena Filosofia morale e poi Filosofia politica. Militante del Partito comunista italiano, si  è dedicato anche alla pubblicistica: è stato tra i fondatori delle riviste Quaderni Rossi, Classe operaia, di cui è stato anche direttore, e Laboratorio politico. È stato eletto in Senato nelle fila del Partito democratico della sinistra e nelle fila del Partito democratico. -- è stato presidente della Fondazione Centro per la Riforma dello Stato - Archivio Pietro Ingrao. Tra le sue pubblicazioni si ricordano: Noi operaisti, Per la critica del presente, Dello spirito libero. Frammenti di vita e di pensiero, Il popolo perduto. Per una critica della sinistra -- con A. Bianchi --, La saggezza della lotta. Considerato uno dei principali fondatori ed esponenti del marxismo operaista teorico. Insegna a Siena, vive a Roma.  Fonda “Quaderni Rossi” e “Classe operaia”. Anima l'esperienza radicale dell'operaismo. Tale esperienza, che va considerata per molti versi la matrice della sinistra, si caratterizza per il fatto di mettere in discussione le organizzazioni del movimento operaio -- partito e sindacato -- e di collegarsi direttamente, senza intermediazioni, alla classe in sé e alle lotte di fabbrica. Influenzato da VOLPE (vedi), s’allontana di GRMASCI, o almeno dalla sua versione ufficiale promossa dal PCI togliattiano. Ri-apre la strada rivoluzionaria. Di fronte all'irruzione dell'operaio-massa sulla scena delle società, il suo operaismo propone un'analisi delle relazioni di classe. Mette l'accento sul fattore inter-soggettivo. La sua filosofia, debitrice anche all’’Operaio” di Jünger, trova una sistemazione con la pubblicazione di “Operai e capitale” (Einaudi, Torino), un saggio di forte impatto letterario che esercita un'influenza notevole sulla contestazione e più in generale sull'ondata di mobilitazione. È proprio la sconfitta della spontaneità operaia e dell'ondata di mobilitazione, colta anticipatamente da lui e non invece da altri operaisti come NEGRI (vedi) -- di qui la rottura tra loro -- a indurlo a spostare la sua riflessione sul problema del politico, ovvero della direzione e della mediazione politica. Pubblica “L’autonomia del politico” (Feltrinelli, Milano),  una teoria politica realista che, in un'originale commistione di Marx e Schmitt, e capace di colmare i limiti della inter-soggettività sociale. Si tratta di una fase più intellettuale che politica. Fonda l'influente rivista Laboratorio politico. Riavvicinatosi al PCI di Berlinguer, e finalmente riabilitato dal gruppo dirigente del partito, entrando a far parte più volte del Comitato centrale. Eletto al Senato della Repubblica nelle liste del Partito Democratico della Sinistra, membro della Commissione parlamentare per le riforme istituzionali.  Non avendo condiviso le trasformazioni post-comuniste del partito, la sua filosofia assume toni pessimistici, concentrandosi sulla fine della politica moderna e sulla critica della democrazia. Presidente del Centro per la riforma dello stato. Eletto al Senato nelle liste del Partito Democratico per la Lombardia.  È tra i parlamentari a firmare un emendamento contro l'articolo del disegno di legge Cirinnà riguardante l'adozione del configlio. Altri saggi: “Hegel politico” (Istituto dell'Enciclopedia italiana, Roma); ““Soggetti, crisi, potere” (Cappelli, Bologna); “Il tempo della politica” (Riuniti, Roma); “Con le spalle al futuro: per un altro dizionario politico” (Riuniti, Roma); “Berlinguer: il principe disarmato” (Sisifo, Roma); “La politica al tramonto” (Einaudi, Torino); “Cenni di Castella” (Cadmo, Fiesole); “Teologia e politica al croce-via della storia” (Albo Versorio, Milano); Passaggio Obama. L'America, l'Europa, la Sinistra (Ediesse); “La democrazia dei cittadini: dai cittadini per l'Ulivo al Partito Democratico” (Ediesse); “Non si può accettare” (Ediesse); “Noi operaisti” (Derive Approdi); “Dall'estremo possible” (Ediesse); “Per la critica del presente” (Ediesse); “Dello spirito libero: frammenti di vita e di pensiero” (Saggiatore); “Il nano e il manichino: la teologia come lingua della politica” (Castelvecchi); “Il demone della politica” (Il Mulino); “Tra materialismo dialettico e filosofia della prassi”; “La città futura” (Feltrinelli, Milano); ““Cromwell” (Saggiatore, Milano); “Operaismo e centralità operaia” (Riuniti, Roma); “Il politico: da MACHIAVELLI a Cromwell; da Hobbes a Smith” (Feltrinelli, Milano); “Il destino dei partiti” (Ediesse); “Rileggendo "La libertà comunista", “Un altro marxismo” (Fahrenheit 451, Roma); “Classe operaia. Le identità: storia e prospettiva” (Angeli, Milano); Per la critica della democrazia politica” “Guerra e democrazia” (Manifesti, Roma); “Politica e destino” (Sossella, Roma); “Finis Europae. Una catastrofe teologico-politica” (Bibliopolis, Napoli). Ne “La politica al tramonto”, un capitolo porta il titolo “Karl und Carl”, per sotto-lineare, anche qui allusivamente, la necessità di completare Marx con Schmitt", Autobiografia filosofica, in Storia della filosofia, Filosofi italiani contemporanei, Le Grandi Opere del Corriere della Sera, Bompiani, Milano. Unioni civili: i numeri che mettono a rischio le adozioni gay, su Termometro Politico; Unioni civili, 30 senatori Pd contro le adozioni. E Gay pubblica la lista: "Scrivi al malpancista". Loro: "Squadristi", su Il Fatto Quotidiano. Le piume, le fidanzate, lo zio comunista. I 60 anni di R. Zero, Altri Mondi, Alcaro, Dellavolpismo (VOLPE) e nuova sinistra, Dedalo, Bari, Preve, La teoria in pezzi. La dissoluzione del paradigma teorico operaista in Italia (Dedalo); Gobbi, Com'eri bella, classe operaia. Storia fatti e misfatti dell'operaismo italiano (Longanesi, Milano); Leo, Per una storia di Classe Operaia, in Bailamme, Mezzadra, Operaismo, in Esposito e Galli, Enciclopedia del pensiero politico. Autori, concetti, dottrine, Laterza, Romai; Basso, Gozzini e Sguazzino, delle opere e degli scritti. Dipartimento di Filosofia-Università degli Studi, Siena;  Berardinelli, Stili dell'estremismo. Critica del pensiero essenziale (Riuniti, Roma), Pozzi, Roggero, Borio, “Futuro anteriore: dai Quaderni rossi ai movimenti globali. Ricchezze e limiti dell'operaismo italiano, Derive Approdi, Roma, Wright, L’assalto al cielo. Per una storia dell’operaismo (Alegre, Roma); Corradi, Storia dei marxismi in Italia (Manifesto, Roma); Pozzi, Roggero, Guido Borio, Gli operaisti, Derive Approdi, Roma, Peduzzi, Lo spirito della politica e il suo destino. L'autonomia del politico, il suo tempo, Ediesse-Crs, Roma, Trotta e Milana, L'operaismo degli anni Sessanta. Da «Quaderni rossi» a «classe operaia», cd con la raccolta completa della rivista «classe operaia» (Derive Approdi, Roma); Peduzzi, A Cartagine poscia io venni incubi sulla teoria marxista, Arduino Sacco editore, Roma,; Filippini, T. e l'operaismo politico degli anni Sessanta, Euro Philosophie, Milanesi, Nel Novecento, Storia, teoria, politica nel pensiero (Mimesis, Milano); Abecedario (Formenti), Derive Approdi, Operaismo Quaderni Rossi Classe operaia (rivista) Panzieri Negri Cacciari Ingrao Centro per la Riforma dello Stato, TreccaniEnciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Opere su senato, Senato della Repubblica; T., su Openpolis, Associazione Openpolis.  Registrazioni di T., Radio Radicale.. Centro per la Riforma dello Stato, "Storia e critica del concetto di democrazia" -- intervento di T., disponibile anche in file audio, su global project Sitoitaliano per la filosofia:  su lgxserver uniba. Conricerca-Futuro Anteriore, su alpcub."Lotta contro gl’idoli" (intervento di T. per Rai Educational, su emsf. rai. Intervista "La lotta di classe c'è ancora", La Repubblica,  "Sono uno sconfitto, non un vinto. Abbiamo perso la guerra del '900", La Repubblica. Nome compiuto: Mario Tronti. Tronti. Keywords: L’implicatura di Hobbes, libero spirito, democrazia --. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Tronti” – The Swimming-Pool Library.

 

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