Luigi Speranza, "Grice italo: un dizionario d'implicature" A-Z T TR
Luigi Speranza – GRICE ITALO; ossia, Grice e Trabalza:
grammatica razionale ed implicatura conversazionale – By Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Bevagna). Filosofo
italiano. Bevagna, Perugia, Umbria. Grice: “Russell always made fun of our
stone-age metaphysics. Physics, strictly. Ad there’s nothing funny about it, if
we think of SYNTACTIC CATEGORIES as reflecting ONTOLOGICAL CATEGORIES –
something that goes beyond Baron Russell’s mathematically-washed brain!” Ciro Trabalza (Bevagna, 17
agosto 1871 – Roma, 21 aprile 1936) è stato un grammatico e critico letterario
italiano. Biografia Nel 1894 conseguì la
laurea in lettere all'Università di Roma. Negli anni successivi insegnò in
varie scuole secondarie di Empoli, Modena, Perugia e Padova, prima di
intraprendere nel 1912 la carriera amministrativa, quale ispettore centrale del
Ministero della pubblica istruzione e poi come direttore generale per la scuola
media e per gli scambi culturali con l'estero (1921-1931)[1]. Nel corso
dell'incarico ministeriale, ebbe il particolare merito di dar vita agli
Istituti italiani di cultura all'estero, tuttora esistenti ed operativi nella
maggior parte delle città capitali del mondo, con la funzione precipua di
diffondere la lingua e la cultura italiana all'estero[2]. Come studioso si occupò di grammatica storica
della lingua italiana e di critica letteraria, dal Boccaccio (1907) al
Rinascimento e a tutto il secolo diciassettesimo (1913). Appare evidente
l'ispirazione crociana della critica estetica di Trabalza. Il suo nome peraltro
è soprattutto legato alla diffusa e discussa Storia della grammatica italiana
(1908), che Alfredo Schiaffini tra gli altri ebbe a definire «poderosa e severa»[3].
Ciro Trabalza svolse altresì un'assidua attività pubblicistica e diresse, tra
l'altro, la rivista «Problemi della scuola e della cultura»[4]. Opere Della vita e delle opere di Francesco
Torti, Bevagna, 1896. Studi e profili, Torino, Paravia, 1902. Saggio di
vocabolario umbro-italiano e viceversa, Bologna, Forni, 1905. Studi sul
Boccaccio, Città di Castello, S. Lapi, 1906. Storia della grammatica italiana,
Milano, Hoepli, 1908. La critica letteraria, dai primordi dell'Umanesimo a
tutto il secolo diciassettesimo, Milano, Vallardi, 1913. Dipanatura critiche,
Bologna, Cappelli, 1920. La grammatica degli italiani (coautore Ettore
Allodoli), Firenze, Felice Le Monnier, 1934. Nazione e letteratura. Profili,
saggi e discorsi, Torino, Paravia, 1936. Note ^ Fonte: Enciclopedia italiana
Treccani (1937) - URL consultato il 4.2.2020 ^ Fonte: Scheda bio-bibliografica
in AA. VV., Letteratura italiana - I Critici, volume quarto, Milano, Marzorati,
1970, p. 2787 ^ Giovanni Gentile, Ciro Trabalza, in Letteratura italiana - I
Critici, volume quarto, cit., pp. 2777-2787 ^ Scheda in calce al profilo Ciro
Trabalza, cit., p. 2787 Bibliografia Emiliano Picchiorri, TRABALZA, Ciro, in
Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 96, 2019. URL consultato il 15 marzo
2020. Autori vari, Il concetto di grammatica, con prefazione di Benedetto
Croce, Città di Castello, Lapi, 1912. Benedetto Croce, Conversazioni critiche,
Bari, Laterza, 1915 Giovanni Gentile, in Frammenti di estetica e letteratura,
Lanciano, R. Carabba, 1921. Carmelo Sgroi, in Prospettive letterarie, Bologna,
Cappelli, 1940. Alfredo Schiaffini, in Momenti di storia della lingua italiana,
Roma, Editrice Studium, 1953. Giovanni Gentile, “Ciro Trabalza”, in AA.VV.,
Letteratura italiana. I critici, vol. IV, Milano, Marzorati, 1987, pp.
2778-2787. Altri progetti Collabora a Wikisource Wikisource contiene una pagina
dedicata a Ciro Trabalza Collabora a Wikiquote Wikiquote contiene citazioni di
o su Ciro Trabalza Collegamenti esterni Trabalza, Ciro, su Treccani.it –
Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Wikidata
TRABALZA, Ciro, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,
1937. Modifica su Wikidata Emiliano Picchiorri, TRABALZA, Ciro, in Dizionario
biografico degli italiani, vol. 96, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2019.
Modifica su Wikidata Opere di Ciro Trabalza, su MLOL, Horizons Unlimited.
Modifica su Wikidata (EN) Opere di Ciro Trabalza, su Open Library, Internet
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Letteratura Categorie: Grammatici italianiCritici letterari italiani del XIX
secoloCritici letterari italiani del XX secoloNati nel 1871Morti nel 1936Nati
il 17 agostoMorti il 21 aprileNati a BevagnaMorti a Roma[altre]TRABALZA,
Ciro – Nacque il 17 agosto 1871 a
Bevagna, da Nicola e da Virginia Perugini.
A diciassette anni si trasferì a Prato per frequentare il collegio
Cicognini. Iscrittosi dapprima all’Università di Firenze, poi all’Università La
Sapienza di Roma, si laureò nel 1894 con Ernesto Monaci discutendo una tesi
sull’antipurista del primo Ottocento Francesco Torti, pubblicata nel 1896 con
una prefazione di Luigi Morandi. Insegnò
per un ventennio nelle scuole medie di Empoli, Modena, Lacedonia, Perugia e
Padova, anche dopo l’ottenimento della libera docenza universitaria: durante
questi anni, oltre a saggi di taglio prevalentemente letterario, ma non privi
di spunti sulla storia delle idee linguistiche, come Studi sul Boccaccio (Città
di Castello 1906), si devono a Trabalza numerosi contributi sulla didattica
dell’italiano, con uno spiccato interesse per la dinamica tra dialetti e lingua
nazionale (cfr. Nesi, 2009). La prospettiva assunta è sia teorica, come nelle
opere I frutti del lavoro (Città di Castello 1897), Nuovi frutti del lavoro
(Perugia 1899) e La mia scuola: vedute pedagogiche (Perugia 1900), in cui
emergono l’attenzione ai problemi della scolarità e la riflessione sui metodi
didattici, sia pratico-operativa, come nel manuale Hoepli L’insegnamento
dell’italiano nelle scuole secondarie: esposizione teorico-pratica con esempi
(Milano 1903) o nel più noto saggio sui dialetti umbri (Saggio di vocabolario
umbro-italiano e viceversa: per uso delle scuole elementari dell’Umbria,
Foligno 1905), pensato per l’insegnamento dell’italiano nelle scuole elementari
secondo il metodo ‘dal dialetto alla lingua’, che si ispirava alle idee di
Graziadio Isaia Ascoli e aveva in Monaci uno dei suoi principali
sostenitori. Nel 1903 sposò Michelina
Rosa, dalla quale ebbe quattro figli (Manlio, Maria Umbra, Folco e Maria
Novella). Sollecitato da due note di
Benedetto Croce apparse nella Critica (1905), iniziò a raccogliere ingenti
materiali sulla storia della riflessione grammaticale in Italia, che lo
portarono alla realizzazione del suo capolavoro, la Storia della grammatica
italiana (Milano 1908). -ALT L’opera
risente fortemente dell’impostazione idealistica, secondo la quale la lingua è
da intendere come perpetua creazione individuale e non come fenomeno sociale e,
di conseguenza, la storia della lingua è vista come parte della storia della
letteratura. Per la considerazione riduttiva della grammatica descrittiva,
declassata a pseudo-scienza, l’opera fu vivacemente criticata dagli studiosi
contemporanei, come documenta il volume Il concetto della grammatica. A
proposito di una recente Storia della grammatica (Città di Castello 1912); ciò
nonostante, la Storia della grammatica ha rappresentato un riferimento
bibliografico insostituibile fino a tempi recenti grazie alla ricchissima messe
di dati raccolti, spesso attraverso la consultazione di materiali di prima
mano. Numerosi sono gli spunti interpretativi originali presenti nell’opera
(cfr. Marazzini, 2009): la ricerca di elementi di continuità tra la grammatica
italiana e quella latina classica e umanistica; la valorizzazione dei trattati
di retorica, importanti per lo studio degli aspetti sintattici; l’attenzione
alla lessicografia e ai trattati di ortografia e pronuncia. Continuò a essere vivo in questi anni
l’interesse di Trabalza per la realtà locale perugina e le sue tradizioni,
testimoniato da svariati contributi storico-eruditi (come Bevagna illustrata,
Perugia 1901) e dalla fondazione della rivista Augusta Perusia, attiva tra il
1906 e il 1908. Insieme alla moglie si cimentò inoltre nella traduzione di
narrativa per ragazzi, curando le prime versioni italiane di Piccoli uomini e
Piccole donne di Louisa May Alcott (1905 e 1908). Nel 1912, nominato ispettore centrale del
ministero della Pubblica Istruzione, lasciò l’insegnamento e si trasferì a
Roma, ma continuò a dedicarsi ai consueti temi di ricerca, ad esempio con il
saggio Una singolare testimonianza sull’Alberti grammatico (in Studi dedicati a
F. Torraca, Napoli 1912, pp. 263-278), che richiama l’attenzione su un passo di
Mario Equicola utile ai fini dell’attribuzione della Grammatichetta vaticana a
Leon Battista Alberti, la cui prima pubblicazione si deve peraltro allo stesso
Trabalza, in appendice alla Storia della grammatica. Proseguì, inoltre, il
proprio impegno nell’ambito della grammatica scolastica: Dal dialetto alla
lingua. Nuova grammatica italiana per la IV, V e VI elementare, con 18 versioni
in dialetto d’un brano dei “Promessi Sposi” (Torino 1917) è un testo
indirizzato ai maestri elementari, che porta avanti il tentativo di
applicazione del metodo ‘dal dialetto alla lingua’ ed è concepito come sussidio
a una collana di manualetti prodotti a partire dal 1916 dalla Società
filologica romana di Monaci (cfr. Picchiorri, 2011). Nell’opera, la descrizione grammaticale
evidenzia in più punti le differenze tra l’italiano e i dialetti, affinché i
maestri possano sfruttare le competenze native dei bambini in una prospettiva
contrastiva; l’esemplificazione finale, tuttavia, anziché favorire il percorso
«dal noto all’ignoto», propone un confronto tra un brano letterario, l’episodio
di fra Galdino nei Promessi sposi, e le sue traduzioni dialettali (Stella,
1999). Dunque, come ha osservato Nicola De Blasi (1993, p. 408), Trabalza
«cerca di mettere d’accordo il pensiero di Manzoni, Ascoli e Croce, ma in
verità la didattica è del tutto svincolata da un uso linguistico reale e il
dialetto è visto non come lingua di una comunità, ma soltanto come il prodotto
di una creazione individuale». Nel 1920
pubblicò la Novissima grammatichetta italiana, rielaborazione della grammatica
del 1917 indirizzata non più agli insegnanti ma agli alunni delle scuole
elementari (e, in una versione del 1921, delle medie): come osserva Annalisa
Nesi (2009, pp. 49-51), vennero notevolmente ridotte le descrizioni fonetiche,
mentre furono arricchiti l’esemplificazione, il confronto con gli usi locali e
le indicazioni volte a indirizzare l’uso, anche nella pronuncia; inoltre, le
versioni dialettali del passo manzoniano furono sostituite da esercizi basati
sul riconoscimento delle differenze tra italiano e dialetti. Dal 1921 al 1928, come direttore generale
delle scuole italiane all’estero, favorì l’istituzione di cattedre di lingua e
letteratura italiana nelle università estere e la creazione di istituti
italiani di cultura (cfr. Brincat, 2009) e trattò il tema della diffusione
della cultura italiana nel mondo nei saggi La scuola e la cultura italiana
all’estero (Milano 1923) e Scuola e italianità (Bologna 1926): nonostante
l’adesione al fascismo mostrata in questo frangente, fu accusato di disfattismo
in un articolo anonimo apparso in Roma fascista del 30 maggio 1925. Fervida, in
questi anni, fu l’attività editoriale nel campo scolastico, con la
realizzazione di numerose antologie, spesso insieme ad altri autori, come
Ettore Allodoli, Giuseppe Zucchetti e Pietro Paolo Trompeo. Dal 1928 al 1931 fu direttore generale per
l’Istruzione media e divulgò le idee della politica scolastica gentiliana
attraverso gli Annali dell’Istruzione media. In seguito a problemi cardiaci
ottenne la collocazione a riposo nel 1931, ma continuò la sua ricca attività
editoriale: insieme a Ettore Allodoli scrisse La grammatica degl’Italiani
(Firenze 1934). L’opera, pur ricca di riferimenti a Benito Mussolini e al
fascismo, appare assai contenuta nelle posizioni xenofobe e antidialettali
(cfr. Sgroi, 2011); la sua impostazione crociana, che determinò il giudizio
negativo da parte di Alfredo Schiaffini, non impedisce la presenza di diversi
elementi di pregio, come l’ampio spazio riservato nell’esemplificazione a
scrittori contemporanei giovani e giovanissimi e «una concezione dinamica della
norma linguistica, non insensibile alla stratificazione socioculturale dei
parlanti e all’avvicendarsi degl’usi lungo l’asse del tempo» (Serianni, 2006,
p. 31). L’opera fu più volte ristampata negli anni successivi, anche in
versioni ridotte come la Piccola grammatica degli italiani (Firenze 1935),
destinata alla scuola media di primo grado e munita di esercizi, e conobbe una
certa fortuna anche nel primo dopoguerra, in edizioni emendate di tutti i
riferimenti al fascismo. Morì a Roma il
21 aprile 1936. Fonti e Bibl.: Lettere e
documenti si trovano nell’Archivio Trabalza di Bevagna e, a Firenze, nelle
carte De Gubernatis della Biblioteca nazionale, nelle carte Rajna della
Biblioteca Marucelliana, nel Fondo Migliorini dell’Accademia della Crusca. Per
la vita cfr. P.P. Trompeo, C. T., in Bollettino della Regia deputazione di
storia patria per l’Umbria, XXXIV (1937), pp. 142-145; M.R. Trabalza, C. T. La
coscienza dell’identità nazionale come cultura nella storia delle regioni,
Foligno 2008; C. Trabalza, Il pioppo di S. Filippo (Memorie), Foligno 2009. Per
l’opera cfr. N. De Blasi, L’italiano nella scuola, in Storia della lingua
italiana, a cura di L. Serianni - P. Trifone, I, Torino 1993, pp. 383-423; A.
Stella, Il miracolo delle noci e la sapienza dei dialetti, in I colori della
letteratura nella Lombardia postunitaria. Per Ettore Mazzali. Atti del
Convegno..., Godiasco-Rivanazzano... 1997, a cura di G. Polimeni, Varzi 1999,
pp. 79-104; L. Serianni, Prima lezione di grammatica, Roma-Bari 2006, pp. 31
s.; T. De Mauro, C. T., in Lexicon grammaticorum, a cura di H. Stammerjohann,
II, Tübingen 2009, ad vocem; C. T. A cento anni dalla «Storia della grammatica
italiana». Atti della Giornata di studio, a cura di A. Nesi, Firenze 2009 (in
partic. C. Marazzini, La “Storia della grammatica italiana” di C. T., pp.
15-30; A. Nesi, C. T. e la didattica dell’italiano, pp. 43-64; G. Brincat,
L’impegno di T. nell’insegnamento dell’italiano all’estero, pp. 89-98); E.
Picchiorri, Impostazioni teoriche e modelli di lingua nei manualetti per lo
studio dell’italiano a partire dal dialetto (1915-1925), in Storia della lingua
italiana e storia dell’Italia unita. L’italiano e lo Stato nazionale. Atti del
IX Convegno dell’ASLI,... 2010, a cura di A. Nesi - S. Morgana - N. Maraschio,
Firenze 2011, pp. 485-495; S.C. Sgroi, La grammatica degl’Italiani di C. T. ed
Ettore Allodoli (1934): grammatica fascista?, in Lo spettacolo delle parole.
Studi di storia linguistica e di onomastica in ricordo di Sergio Raffaelli, a
cura di M. Fanfani - E. Caffarelli, Roma 2011, pp. 283-308; S. Demartini,
Grammatica e grammatiche in Italia nella prima metà del Novecento. Il dibattito
linguistico e la produzione testuale, Firenze 2015, pp. 42-45, 82 s., 96-98,
157 ss.; R. Cella, Grammatica per la scuola, in Storia dell’italiano scritto, a
cura di G. Antonelli - M. Motolese - L. Tomasin, IV, Roma 2018, pp. 97-140.CIRO
T. STORIA DELLA GRAMMATICA ITALIANA, Hoepli, EDITORE E LIBRAIO DELLA REAL CASA,
IllM, MILANO. SEEf PF;icrWICES Imwmkm Milano, Allegretti, Via Orti. A CROCE. L'idea
del saggio, affacciatalisi alla mente di
T. or sono parecchi anni nella conoscenza che fa degli studi grammaticali di SANCTIS
(si veda), si rafferma quando appare l’estetica di CROCE (si veda), che,
avvalorandomela, l’offre insieme un
criterio direttivo per metterla in atto. E ora puo ben dichiarare che, se un
vasto materiale, tenuto sin qui in poco o
nessun conto o male utilizzato pella storia della filosofia, puo acquistare
un prezzo e servire a una costruzione, ciò è
stato principalmente in virtù
di quell'organico SISTEMA FILOSOFICO, della cui verità e fecondità esso vuole essere a sua volta una conferma. Per tale stretta dipendenza,
oltre che per omaggio di riverente e affettuosa gratitudine, il saggio di T.
porta in fronte il nome illustre e caro di CROCE (si veda). Il principio idealistico,
propugnato con tanta lucidità e originalità da CROCE (si veda) nell'ESTETICA – nel senso medievale di
SENSIBILIA, cioe, psicologia RAZIONALE -- e nella logica, guadagna
moltissimi filosofi e suscita un
salutare e assai palese rinnovamento negli
studi filosofici, così che le pagine
di T. hanno la fortuna di trovare dinanzi a sé un terreno in gran parte sgombro
di vecchi pregiudizi teorici sull’arte, sulla letteratura e sulla LINGUA
ITALIANA; ma, avutoriguardo al vario e largo pubblico cui si rivolgono, non
sognano neppure di passare senza discussioni. Qui l'estetica generale non
soltanto è applicata in tutto il suo rigore allo studio dello svolgimento della
GRAMMATICA (strettamente, letteratura), all'interpretazione cioè d'un movimento
filosofico che, alimentandosi e insieme
ponendosi al servizio della creazione artistica, si volge con isforzi più o
meno consci verso la vita della scienza. Ma, per mezzo appunto e in aiuto di
codesta interpretazione, è portata necessariamente a sperimentarsi e farsi
valere nella critica di tanti concetti e teoriche e problemi particolari della
LINGUA ITALIANA, stilistica e storia, che i motivi e l’occasioni del dissenso
da parte di chi non l'abbia familiare, saranno
frequenti quanto inevitabili. Ma il dissenso è tutt'altro che
temibile: è da sperare, invece, che qualcuno ne sia spinto a rendersi ragione
d'un principio di cui ha pur dovuto avvertire la efficacia nella dichiarazione
e valutazione di tanti fatti e fenomeni. D’altra parte, chi non sente
d'approvare l’idee che qui si sostengono, non potrà, suo auguro, disconoscere
l'utilità de'ragguagli che il saggio porge su di un complesso non trascurabile
d’opere e di questioni. Circa il modo poi ond'è stato raccolto e ordinato
codesto vario materiale, T. crede quasi superfluo il far notare che, senza
contravvenire ai canoni più rispettati dell'indagine erudita, esso ha dovuto
soggiacere soprattutto al criterio della scelta e della maggiore o minore considerazione, che logicamente
s'impone a chi fa storia d' idee. Onde non desterà maraviglia che a volte ci
siamo indugiati di più su documenti, che ad altra stregua non solo sarebbero
giudicati di diversa importanza e con diverso metodo, ma che parrebbero esser
fuori della cerchia stessa del nostro tema. Li sia lecito, infine, in questa
pagina dove un gentile costume ha trovato sempre un posto anche agl’affetti
che s'accompagnano per fortuna alle
nostre fatiche, esprimere i suoi ringraziamenti migliori ai carissimi amici il
conte ANSIDEI (si veda) e BRIGANTI (si
veda), suo coadiutore, della Comunale di Perugia, all'ottimo cav. Avetta e a tutti i suoi egregi
ufficiali dell' Universitaria di Padova,
che facilitano con ogni maniera di cortesia
e di dottrina le modeste ma non
sempre agevoli ricerche, a cui, in queste due care città più lungamente che
altrove, li è gradito l'attendere, e a VALCANOVER (si veda), studente di
lettere, che volle con ingegno e disinteresse aiutarmi nella compilazione
dell'indice e dei sommari. Padova. Una STORIA
DELLA GRAMMATICA ITALIANA è un lavoro
relativamente facile per chi
ha fede nella grammatica. Si muove d’un tipo, che si reputa
RAZIONALE, di grammatica scientifica, e
s’espone la storia della grammatica della LINGUA d’Italia commisurandola a quel
tipo, cioè: rispetto ai progressi fatti nell'escogitazioni delle CATEGORIE
SINTATTICHE grammaticali; rispetto all'esattezza con cui, seguendo quelle
categorie, sono state analizzate e comprese le
forme della LINGUA d’ITALIA. Ma la cosa diventa assai più difficile per
chi non ha più quella fede semplicistica. E come averla? Della dissoluzione della grammatica
compiuta dallo spirito sono varie e tutte
evidenti le manifestazioni. Se il buon senso non manca mai di ribellarsi
contro ciò che d'arbitrario è nel concetto d'una grammatica contenente i
precetti del ben parlare, accettati a occhi chiusi dalla servile pedanteria
letteraria o scolastica. Ricordisi l'esempio tipico di tali ribellioni, il motto attribuito a Voltaire:
tanto peggio pella grammatica. Oggi, mentre codesta servilità è presso che
distrutta o se ne sta nascosta per paura del ridicolo, quella ribellione si può
dire vittoriosa. Si parli o si scriva, quanti si sentono più stretti dalla
camicia di forza della grammatica, onde
sono un tempo torturati anche i filosofi più seri? Quel penoso e un po’comico
guardarsi d’attorno per non metter il piede sui roveti e nelle falle del temuto
codice, chi lo sopporta più? La filosofia ha da travagliarsi in ben altri
problemi che non sono quelli d'un impacciarne e infecondo verbalismo. Dinanzi a
tanto turbinio di cose, al complicarsi e all'approfondirsi della vita, al
sorger perenne di tanti interessi
spirituali, qual cervello può continuare a baloccarsi colle parole, le frasi e
i costrutti di parata? Nelle CONVERSAZIONI e ne’ritrovi nei saggi il temerario
che osi rinnovare le quisquilie che tanto appassionanoi nostri nonni e alimentano
la chiacchiera delle nostre accademie, s'accorge subito di non aver più
ascoltatori o d'averli mal disposti a seguirlo: e per qualche impenitente che si pigli la briga di
fargli eco, quanti gli si stringono addosso per zittirlo! La grammatica perde
ogni importanza negl’animi di tutti, anche di coloro che non fan professione di
filosofo. Anzi, quegli stessi che l'insegnano, non mancano d'avvertire che non
colla grammatica s'impara a parlare, ma col tener vigile lo spirito
all'osservazione, all’impressioni della vita,
e che lo studio d’essa non va fatto sistematicamente, ma praticamente
sugli scrittori, che soli possono formare il gusto e l'abito del rettamente
parlare. Sicché nelle nostre scuole la grammatica è ridotta, anche se se ne
adottino i testi, a poche e saltuarie osservazioni riguardanti pello più la
forma delle voci o il reggimento degl’elementi della proposizione o del
periodo, quando le suggeriscano o l’ispirino
gl’esempi degl’autori che si leggono o gli spropositi onde s'infiorano i
componimenti, esclusi perfino i paradigmi de'nomi e de'verbi e le liste dell’eccezioni.
Ma la critica della grammatica prende ai nostri tempi forma scientifica,
innestata naturalmente nei grandi sistemi della filosofia dello spirito. Tra
questi è superfluo che T. ricordi quello che pella sua salda unità ha così profonda efficacia sullo
svolgimento della FILOSOFIA. T. intende quella di CROCE (si veda). Dalle due
attività teoretiche dello spirito, l'intuitiva e la logica, non si producono
che immagini e concetti, ch’arte e scienza: fuori di questi due, non ci sono
altri prodotti teoretici che possano costituire per sé oggetto di speculazione
filosofica; essi soli sono la realità in cui si
possa esprimere tutta l'attività nostra conoscitiva. Se dunque ci si presentano
altri fatti apparentemente diversi colla pretesa d’essere studiati
scientificamente in sede propria, noi sappiamo cpial è l'obbligo nostro:
scoperto il procedimento artificiale per cui son venuti ad assumere aspetto di
formazioni indipendenti, spogliatili delle esteriorità che danno loro apparenza
di corpi, d’organismi capaci di vita e d’evoluzione
propria, ricondurli e ridurli nella loro
essenza nuda all'una o all'altra di quelle due forme d’attività. La lingua è
tra questi il fatto che suscita le maggiori e più resistenti illusioni, perchè
con tutti gli studi ai quali si presta nel terreno empirico, descrittivo,
storico, didattico, come suono, voce, forma, costrutto, ritmo, mutamento, uso, rappresentazione,
essa, sciolta e raccolta come realtà in
grammatiche e vocabolari, finisce col crearsi un proprio dominio, farsene
assoluta padrona, e imporre autorità e rispetto e esigere un culto speciale. Ma
studiata scientificamente, ossia come realmente jA\>\>ax?.. e non come la
formiamo noi astraendo dall’oggetto reale in cui è incorporata, essa è
inseparabile dal discorso vivo, dall'opera letteraria in cui s'incarna, ed è
quell’opera stessa, quel discorso
stesso. Onde non vi ha luogo ad uno studio veramente scientifico ossia
organico e filosofico della lingua fuori
dello studio della letteratura e dell'arte. Conseguenza di ciò, la filosofia
della lingua fa tutt'uno colla filosofia dell'arte, ossia coll'estetica; la
storia della lingua fa tutt'uno colla storia della letteratura. La lingua è
sempre individualizzata, ed è quindi perpetua creazione, irriducibile a
leggi fisse. Ciò posto, la grammatica –
strettamente, letteratura -- che cos'è? Espediente didattico, privo di valore scientifico,
perchè privo di problema scientifico. E una stona della grammatica si scolora
agl’occhi dello studioso dello svolgimento della scienza e della letteratura, ed appare più che altro materia
propria non già della storia della
FILOSOFIA, ma della storia dei costumi e dell’istituzioni, legata piuttosto
alla storia dell'insegnamento che non a quella della letteratura, la filosofia e
della scienza. E com'è anti-scientifico il suo fondamento, cosi arbitrarie sono le sue CATEGORIE, variabili
da grammatico e grammatico, e variate infatti d’Aristotile del LIZIO, che ne
ammette due o tre, al hSuommattei, che n
ammi. se dodici, a noi moderni che siamo tornati alle nove tradizionali:
variabili ancora, naturalmente, da lingua a lingua, potendo accadere ch’appaiano
in esse alcune delle pretese parti del discorso che non appaiono (CROCE (si
veda), Estetica, Palermo; e in La
Critica, per i rapporti tra grammatica e logicai, e] Vossler, Positivismus und Ideatisuius
in der Sprachiwssenschaft, Heidelberg. Anche
prima di PRISCIANO se ne sono già elaborate tredici o quattordici in altre. Chi
direbbe che qualche lingua s'è scoperta mancante del verbo, nientemeno la
categoria del moto e dell'azione e dell'esistenza, che tutti i grammatici filosofici
ritengono appunto la parte principale del discorso, la colonna che sostiene
tutta la proposizione? Le categorie
grammaticali sorgeno dal bisogno di comprendere e spiegare la
relazione intercedente tra gl’elementi della lingua e gl’elementi del pensiero,
il rapporto tra i segni e le cose: sorgeno insomma, non si può disconoscere,
dal bisogno di sciogliere un problema scientifico che la coscienza avverte; ma,
non conquistato ancora il problema della conoscenza nel suo duplice aspetto d’intuizione e intelletto, e ridotta l'attività dello
spirito alla sola forma logica, è naturale che i prodotti di questa attività
apparissero d'una sola natura, e tanto gl’estetici quanto i logici si
cercassero di spiegare coll'unico principio logico: e ne deriva l'annullamento
dell'espressione: questa, che è il prodotto dell'elaborazione fantastica, è
sottoposta a un'elaborazione logica, sicché, distrutta l'espressione dividendola ne'suoi pretesi elementi, su
ciascuno di questi si foggia una categoria: si
hanno così tante astrazioni particolari, e a ciascuna è attribuita una
funzione espressiva: ricavati i concetti di moto o azione, d’ente o di materia,
se ne fecero le categorie di verbo e di nome, e si crede d'aver trovata
l'espressione del moto e dell'ente, cioè la formula con cui esprimerli. Ora
l'errore scientifico è appunto non nel
lecito trapasso dall'estetico al logico, ma in questo ripassare dal logico
all'estetico, nel dare all'astrazione funzione espressiva, nel ridurre a norma,
a legge ciò ch’è semplice conseguenza d'un’elaborazione arbitraria sì, ma
consentita dalla pratica esigenza di raggruppare sotto determinati concetti
determinate parole. M’una volta ottenuti questi raggruppamenti, è facile avvertirne l'utile pel rispetto didattico dell'apprendimenti della lingua
d’ITALIA, ossia de'cosidetti mezzi d'espressione. E le categorie Iinduistiche
si mantennero anrhp contro la loro inconsistenza scientifica, a soddisfare a
giella--pratica esigenza nioltiplicate e
suddivise secondo i vari punti di vista didattici, e è prevedibile ch’almeno
entro certi limiti si manterranno, s'intende per quel mèdesimo scopo: e si
manterranno anche l’altre parti della grammatica, fonologia, sintassi, metrica,
ecc., sorte analogamente, perchè anch'esse potranno aiutare l'apprendimento
della lingua d’ITALIA, la raccolta del materiale da ri-elaborare nell’espressioni.
Assolutamente necessarie il mantenerle, in fondo, non sarebbe\ perchè a fornirci del materiale
linguistico, può bastare ascoltare chi
parla, cioè a dire, studiare il discorso vivo, realmente parlato, senza
tagliuzzarlo; ma, certo, alcuni raggruppamenti, specie delle forme flessive, di
famiglie di vocaboli, di particelle relative, nonché avvertimenti sull'uso e i
nessi delle parti del discorso, saranno sempre utili rome aiuti alla memoria, e
più, s'intende, pelle lingue straniere
che pella materna. Lo studio degli
schemi grammaticali in tutta la loro esuberanza e varietà è dubbio che
possa riuscire al proposito molto fecondo. I limiti qui sono segnati dalla
pratica dell'insegnamento e dai bisogni individuali degl’auto-didatti. Ma nei
libri dei grammatici non v'è solo questo
contenuto didattico, solo escogitazione d’espedienti, solo metodo. Tentativi,
spesso vani, di razionalizzare l’empiriche
distinzioni; crubbi, spesso generatori d’affermazioni e intuizioni
ragionevoli; confessioni spesso ingenue, e pure importanti come prove di stati
di coscienza ch’hanno disposto alla scienza, se la tradizione non avesse così
fortemente prepotuto; contradizioni che sarebbero state preziose, ove fossero
state in tempo avvertite; ribellioni improvvise e reazioni a regole state
generalmente accettate, questi e altrettanti documenti di progresso non mancano
quasi mai anche in grammatici inerti, ripetitori di travamenti altrui. Insomma,
nei libri de’grammatici appare una linea di progresso sui generis, il jDrogTgssxi cibila, dissoluzione, il
progresso della morte. E sotto questo riguardo ognun vede quale e quanta
importanza acquisti subito lo studio d’essi, e come un tale studio ri-entri nel dominio diretto della storia del
pensiero e dell'arte. Si tratta di vedere come dalla grammatica empirica si
passa alla grammatica filosofica e da questa all’estetica. È il medesimo
interesse, la medesima portata ch’offre la storia della poetica. Che cos'è
questa storia? È la descrizione di quel caratteristico processo per cui la dottrina umanistica dell'imitazione, quale
è plasmata dal rinascimento italiano
sulla poetica rediviva d’Aristotile nel LIZIO cristallizzata in regole
dogmatiche, è dal classicismo italiano, gallo, britannico, riguardata prima
sotto il rispetto dell'ingegno, poi di ragione, in fine di gusto, fino alla
conquista romantica del principio critico dell'immaginazione creativa, ossia la
storia d'una codificazione poetica completa e del suo progressivo e totale disfacimento. Poetica e grammatica,
disfacendosi dopo la loro evoluzione, mettono capo egualmente, toccando a lor
volta e ciascuna ne'propri limiti e gradi l'attività critica concreta e la
letteratura stessa, alla filosofia dell'arte, all'estetica. Da questo punto di
vista par che concepisse SANCTIS (si veda) una STORIA DELLA GRAMMATICA
RAZIONALE, a giudicar dai tentativi che
compì in proposito quando s'è dato con vero fervore agli studi grammaticali, e
dal disegno d'una grammatica filosofica intorno a cui si travaglia senza
venirne a capo pella difficoltà che ne presenta l'esecuzione e la sua stess preparazione
filosofica. Svolgendo, esercitando e scaltrendo il pronto e vivace intelletto,
disposto da natura a ripiegarsi su stesso, nelle varie correnti filosofiche predominanti al suo tempo, nelle larghe e
intense letture di grammatici, nella pratica dell'insegnamento e nella scuola di
Puoti di cui è insieme collaboratore, non tarda a ribellarsi alla grammatica
tradizionale e ad accorgersi che in questo campo è tutto d’innovare. Con quello
della grammatica che viene trattando, concepì l'ardito disegno d’una storia
delle forme grammaticali rifacendosi
dall'antichità; ma pella sua scarsa grecità e l'ignoranza delle cose
orientali, dopo vani tentativi appresso a VICO (si veda) e Schlegel, si riduce
a tracciare una storia dei grammatici da lui letti, criticando dapprima quelli
che tutto derivavano dalla lingua del LAZIO, poi gli studiosi della lingua, copiosi
di regole e d'esempi, poi i galli, la cui grammatica ragionata non lo
soddisface che a mezzo, perchè sente che
quel ragionare la grammatica non è ancora
la scienza. Che egli intuisse già che la risoluzione del tormentoso problema è
nell'identificazione del FATTO della lingua coll fatto estetico, appare
chiaramente da questa esplicita dichiarazione. Sostene che quella de-composizione
di amo in sono amante l'incadavera la parola, Spingarn, La critica letteraria
nel rinascimento, Bari. SANCTIS (si veda),
frammento autobiografico, pubbl. da P.
Yn.i.AKi, Napoli; Scritti inediti
o rari, pubbl. cur. CROCE (si veda), Napoli; e, sopratutto, i saggi nei saggi
critici, Napoli, col titolo “Frammenti
di scuola.” sottrae tutto quel moto che le viene dalla volontà in atto. Si senteno
quei giudizi acuti con raccoglimento, e si credeno in tutta buona fede
quell'uno che dove oscurare i galli e
irradiare l'Italia d’una altra scienza. E in verità in sostene che la
grammatica non è solo un'arte, ma ch'è principalmente una scienza: è e dove
essere. Questa scienza della grammatica, malgrado le tante grammatiche
ragionate e filosofiche, è per lui ancora di là da venire. Non par dubbio che,
se SANCTIS (si veda) avesse ripreso quel suo disegno di storia della grammatica, l' avrebbe condotto dal punto di
vista della critica, donde è condotto il saggio di T. Dato questo punto di
vista è certo desiderabile fare, anziché la storia della grammatica della
lingua d’ITALIA, quella della grammatica in genere, appunto secondo il disegno di
SANCTIS [si veda]; e in Italia stessa, anziché limitarsi alla grammatica della
lingua d’ITALIA, estendersi anche alle
costruzioni di grammatiche della LINGUA DEL LAZIO; e sarebbe stato anche bene
congiungerla collo studio delle speculazioni sulla lingua, delle controversie
intorno alla lingua ecc. Ma, senza dire che ciò abbiamo cercato di fare in
parte, sempre quando il legame tra le dottrine grammaticali in genere, quelle
costruzioni italiane e straniere e quello
studio e le grammatiche da noi
esaminate è strettissimo, essendo questo imprescindibile obbligo nostro
di storici, a quel fine il materiale è vasto e ingrato, sì d’averci costretti
per ora a studiare il solo svolgimento della grammatica della LINGUA D’ITALIA,
la quale peraltro, non che riflettere in sé quasi con pienezza il procedimento
di quella più ampia formazione, ce n’illustra la fase più interessante per noi,
quella dello sfacimento, quella cioè della grammatica volgare, e di questa
l'aspetto ancor più caratteristico, l'italiano. Poiché, mentre la grammatica,
delle lingue classiche, sebbene connessa anch'essa a un sistema di dottrine
poetiche, quello dell'antichità, e sbocciata da discussioni e per fini d'ordine
logico, conserva pur sempre il suo carattere d’espediente didattico e
ermeneutico pell'apprendimento della lingua e pella interpretazione degli
scrittori, per cui, non è sorta, m’erasi venuta formando e l'avevano infine sistemata gl’alessandrini
non senza ammirevoli tentativi di spiegarne filosoficamente le categorie, anche
quando pretese concorrere alla formazione del perfetto oratore, come è specialmente
presso i Romani; la grammatica volgare, non solo, perchè, nata col canone dell'imitazione de'classici e strettamente
congiunta colla poetica della rinascenza, che dove per suo fatale svolgimento
soggiacere a quel progresso di
dissoluzione, ci permette di seguire un identico procedimento, tenendoci sempre
in terreno scientifico per accompagnarci fino alle porte della scienza, ma,
essendosi sviluppata quasi in compagnia e nel seno stesso delle letterature
nel periodo del loro maggiore fiorire,
reca in sé più vivo e immediato il senso della lingua e dell'arte e quindi un
più intimo e energico sforzo di conquistarne
e rivelarne il segreto; e la grammatica
dell'italiano, cioè della
letteratura più rigogliosa e più ricca di forme, tutto questo ci offre
meglio che ciascun'altra delle lingue dell’Europa, perchè, a tacer d'altro, non
solamente più varia e complessa per
luoghi e tempi, ma perchè, mentre congiunta col suo sistema, passa fuori
d'Italia a plasmare il pensiero critico delle altre nazioni d’Europa, di queste
poi e particolarmente della Gallia, segue alcuni grandi indirizzi, come quello di Porto Reale e del
razionalismo di H. P. Grice. Puo osservarsi, infine, che noi abbiamo parlato
sin qui della grammatica normativa e non di
quella storica. Ma la grammatica storica non entra nel tema di T.,
perchè essa, sebbene adoperi gl’arbitrari schematismi grammaticali, ha un
contenuto conoscitivo, e la storia d’esso rientra per tal modo nella storia
dell'erudizione e delle ricerche storiche. E su- Parecchie delle definizioni
ragionate d’Apollonio sono riprese interamente dalla grammatica generale del e
continuano a esser ammirate anche più
tardi, Egger. Ma una grammatica filosofica nell'antichità non è neppur tentata.
Pur consentendo con quanto dice BORGESE (si veda) nella sua storia della critica romantica in Italia,
Napoli, del carattere e degli spiriti dell’alessandrinismo umanistico, è facile
riconoscere che la grammatica sorge e si sviluppa in condizioni più vantaggiose
per i risultati scientifici che non
l'antica. L’antica si svolge in tempi di progrediente decadenza di pensiero e
di coltura, quella in tempo di generale progresso. VOSSLER, Die Sprache als
Schdpfum: nnd Entwickelunx, Heidelberg. perfluo,
peraltro, avvertire, anche qui, che non abbiamo trascurato d’occuparcene ogni
volta che l'erudizione filologica muove da uno sforzo, T dice così, di
sciogliere il problema grammaticale, e
si connetteva perciò intimamente colla grammatica normativa: anzi, qualche volta, temiamo d’esserci
inoltrati in questo campo troppo più in là che il tema di T. consente, come, p.
es., a proposito di Castelvetro, la cui Giunta, di dominio certamente della grammatica
storica, T. esamina con cura minuziosa. Ma l'eccessivo, se ci sarà, ci vede
scusato; non tanto pel fatto che forse certe parti dell'opera di grammatici,
come anche questa di Castelvetro, a non allontanarci dal esempio di T., non sono
tenute nel debito conto neppur dagli storici, quanto pella considerazione che
certi nuclei d'erudizione grammaticale-filologica, escogitati pel comodo
pratico, interessano anche lo studioso della storia del costume e delle
istituzioni scolastiche, alla quale abbiamo
pur sempre tenuto l'occhio e di cui T. da qui non poche linee. Sicché
giova sperare che i lettori finiranno col
trovare nel saggio di T. più di quanto il titolo non prometta, mentre, in fondo, nulla si pio dire
superfluamente accoltovi che non serve ad illuminare l'oggetto che ne è
l'argomento principale, e l'istesso punto di vista al quale l'abbiamo considerato. La concreta e
sistematica compilazione delle regole
della grammatica della LINGUA D’ITALIA è
insieme comune resultato di due degl’effetti prodotti sulla letteratura
del rinascimento dal canone umanistico dell'imitazione de'classici della LINGUA
DEL LAZIO DEI ROMANI, cioè, il culto e lo studio della forma esteriore e lo sviluppo
della critica applicata o pratica, e conseguenza non ultima della
trionfante difesa del VOLGARE – tedesco,
volgare, lingua d’ITALIA -- di contro alla LINGUA DEL LAZIO, ch’è a sua volta
presentimento dell'importanza che nella coscienza assume definitivamente e
vigorosamente la lingua della NAZIONE
d’ITALIA: prodotto, dunque, di due diverse tendenze, di due diversi indirizzi,
il classico e il romantico. Né le sono estranee talune condizioni della vita sociale, la diffusa cultura, p. es., e,
in particolare, il sentimento della bellezza e della grazia, se non della
gravita – Trudgill, Italian is the most beautiful language – ch’esige anco
un'eloquio ornato e polito. Spinti dal bisogno di giustificare criticamente
1'immensa letteratura fantastica che il ri-fiorire degli studi ritorna alla
luce e all'ammirazione, gl’umanisti, superando le dottrine poetiche del Medioevo che suonano sprezzo o
condanna della poesia, e procedendo di superamento in superamento, passando
cioè attraverso le concezioni della natura della poesia in termini prima di
teologia, poeta theologus, poi d’oratoria, poeta orator, poi di rettorica e
filologia, poeta-rhetor e philologus, finirono col restituire la loro
indipendenza d’ogni funzione allegorica ai
prodotti dell'immaginazione e col
rimettere la poesia al posto che le spetta nella vita e nell'arte, giungendo
così insieme a riconsacrare la bellezza classica e a proclamare come base
estetica della letteratura l'imitazione dei classici: quindi studio
dell'artificio della poesia classica, quindi ricerca di principi e regole
pratiche pella più perfetta imitazione,
e, tra queste, anche le grammaticali. D'altra parte, il VOLGARE – tedesco, volgare --, il
che vuol dire la nostra gloriosa tradizione, non mai del tutto negletto pur nel
periodo più febbrile e intemperante della indagine erudita sull'antichità
classica, è venuto levando audacemente il capo sopra il sentimento stesso del
proprio valore. Già l'umanesimo stesso non è mica, che non puo essere, ri-sorgimento,
re-incarnazione dello spirito classico:
tutta la vita medioevale non è vissuta indarno e non se ne potevan con un
tratto di penna cancellare non dice T. le tracce, ma gl’effetti sullo spirito!/
moderno: che è anzi essa se non ROMANESIMO, nella sua sostanza incorruttibile,
più che non fosse o potesse essere il soffio inane onde si voleva ravvivare un
presunto cadavere? E poiché quella vita è espressa in opere volgari come la divina commedia, il decameron, il canzoniere,
e ora ad altre correnti spirituali, alla dottrina e alla speculazione si vede
pure che IL VOLGARE – tedesco, il volgare --
è più che bastevole, il difenderlo dove ben apparire vittoria sicura,
l'affermarne la virtù un dovere, e un diritto l'estendere anche ai suoi
precedenti monumenti letterari il canone dell’imitazione: i nostri massimi fiorentini dovevan valere quanto i classici
di ROMA: quindi studio e osservazione della loro forma esteriore, applicazione
pratica delle loro regole: quindi anche grammatica volgare. Questo processo,
d'intuitiva evidenza specie per chi tenga presente la storia della poetica del ri-nascimento,
ci spiega esattamente il contenuto e le fogge della PRIMA GRAMMATICA, i germi
in sé concepiti del suo svolgimento, dice
T anche la sua mossa e il punto di
partenza nel tempo e nello spazio. Vossler,
Poetische Theorien in der italienischen
FrUhrenaissance, Berlin. Spingarn. A renderne più convincente la
dimostrazione, ci soccorre, per buona fortuna, un documento molto interessante,
che ri-entra poi per sé stesso e proprio qui all'ingresso del nostro cammino,
come oggetto diretto della storia di T.:
quelle regole della volger lingua fiorentina, che si trovavano manoscritte
nella libreria medicea, e di cui T. pubblica il testo secondo una copia
ricavatane conservata nella biblioteca vaticana, cod. vat. reg.. Codeste regole,
come ben appare non solo dal titolo ma dal proemio e da tutta l'operetta, sono
fondate con piena coscienza sull'uso vivo fiorentino, mentre la prima grammatica italiana che viede
la luce, Fortunio, Bembo, ha il suo fondamento
negl'imitandi classici, che per i
volgaristi sono quel che pegli’umanisti CICERONE e LIVIO. Basta questo fatto a
dimostrare che la prima grammatica italiana ha la sua origine in quel movimento
umanistico che consacra il principio
dell'imitazione dei classici ed è perciò connessa colla poetica del ri-nascimento; muove cioè, quel
che più importa osservare a T., verso il suo intento precettistico d’una spinta
dice T. così estetica o, in qualche modo, d'ordine scientifico; mentre la grammatica vaticana è, non solo
espres- [MORANDI (si veda), Il primo vocabolario e la prima grammatiche della
nostra lingua, Antologia. Sensi, Un libro che si crede perduto, ALBERTI (si
veda) grammatico, in // Fanf. d. Dom. Al Cian,
che nel suo bel saggio su Bembo, Un
decennio della vita di Bembo, Torino, dubitando della possibilità di
ritrovar il libretto catalogato nell’inventario della libreria medicea,
manifesta rincrescimento di non poter sapere che cosa sono quelle regole della
lingua fiorentina, sfugge forse la segnalazione che della copia vaticana d’esse
fa Torri nell'edizione dell’opere minori
d’ALIGHIERI (si veda), Livorno, sbagliando, però, come avverte Morandi, a cui
non è sfuggita, nell'aftèrmare che l'originale senza dubbio appartene a Lorenzo
de’MEDICI (si veda), Duca d'Urbino, quando invece l'avvertenza del copista, Sumptum
ex bibliotecha L. medices Romae
anno humanatj Dej. Decembris ultima
exactum va riferita a Lorenzo il mgnifico,
Leon riscatta dai frati di San Marco in Firenze e fatto portare nel suo palazzo
in Roma la biblioteca paterna. Ne è punto da dubitare che questa copia fatta
in Roma e passata da Bourdelot a sione
d'un bisogno pratico già sentito in un momento di decadenza del volgare sotto
l' irrompere della cultura umanistica e pel quale si collega perciò a quel
particolare movimento in favore del volgare che culmina col certame coronario,
ma specialmente dimostrazione e applicazione, fatte con fini polemici, d'un
altro principio teorico di grande importanza, primamente scaturito dalle
discussioni coeve sui rapporti tra LA LINGUA DEL LAZIO e il volgare.
Mentre, pertanto, Xe^Jl regole di FORTUNIO (si veda) iniziano
uno svolgimento che dura, per un rispetto,
ne concludono un’altro, di cui si potrebbero rintracciare i lontani
precedenti nell'insegnamento de'dettatori di BOLOGNA e nell’elevate cure spese
dall'ALIGHIERI (si veda) a vantaggio del volgar materno – Brook, Potter, Our
mother tongue. Per ciò che concerne poi la motivazione critica, tra l’inedita
grammatica vaticana e la prima nostra grammatica edita, per T. è quasi una
soluzione di continuità, se con quella
non è congiunta d’una comune coscienza dell'importanza della lingua della
nazione d’ITALIA, che è in se insita; e se volessimo trovarle una
continuazione, meglio che riallacciarla colla grammatica dei toscani, Giambullari,
che non è eseguita secondo i principi
pur additati da Gelli, dovremmo scendere addirittura alla grammatica di MANZONI del Cristina di Svezia, e quindi alla biblioteca vaticana,
dove si trova in principio del cod. reg., a
ce., non è una copia dell'originale mediceo che col titolo di Regule
lingue fiorentine, o di Regole della lingua
fiorentina, si trova indicato in tre esemplari dell'inventario d’essa
Libreria, compilato, e da PICCOLOMINI (si veda) dato in luce, Arch. stor. Hai.,
Morandi. Il cod. che consta d’una raccolta
di codicetti diversi, contiene anche il
trattato d’ALIGHIERI, DE VVLGARI
ELOVENTIA, che appartenne a Bembo, e col quale la grammatichetta scambia la guardia: infatti la guardia che
precede il trattato dantesco reca Della THOSCANA SENZ’AUTTORE, e davanti alla grammatichetta vi son due
guardie, una delle quali reca sul recto Dante della Volo. Lino, e l'altra sul
verso Dantes de Vulgari [diomate. Cir . Il trattato De vulgari eloquentia
cur. R.AJNA, Milano. È curioso che la
grammatichetta sia venuta a trovarsi congiunta coll'insigne operetta di Dante
copiata per Bembo, che quella grammatichetta non dove mai vedere e ne dovette anzi ignorar l'esistenza. uso vivo fiorentino. La nostra
tradizione grammaticale benché resti sempre vero quel ch’è osservato da Morandi: aver i letterati
italiani in certi intervalli sostenuta la tesi di MANZONI (si veda), è
classica, vale a dire fu dominata soprattutto dal principio del classicismo,
che doveva necessariamente disfarla. E si potrebbe aggiungere, se fè il caso di
discorrere di ciò che non avvenne, che la grammatica normativa avrebbe forse
alla pratica rtsi maggiori servizi, s’avesse continuato nella forma e
cogl'intenti della grammatica vaticana,
certo assai più consoni e praticamente utili a quell'esigenza pella quale è
giustificabile, l'apprendimento della lingua. Ben diversa è la spinta teorica
della grammatichetta, che l’assegna, sia rispetto ai suoi precedenti letterari,
sia rispetto alle prossime produzioni consimili, un posto a sé, dandole una
singolare importanza, assai maggiore di quella che possono avere le prime grammatiche del classicismo,
che non nacquero con un problema proprio, ma sono nutrite dello spirito che
alimenta tutta la poetica. Sia o no d’ALBERTI (si veda), nel qual caso è da
riportare indubitatamente di là dall’anno del De componendis cifris in cui ALBERTI
(si veda) vi accenna come ad opera compiuta, la grammatichetta vaticana è senza
alcun dubbio da riconnettere all'azione
che Alberti stesso ed altri degni di lui promossero in favore del volgare:
tanto essa rispecchia il carattere delle dispute linguistiche ch’agitano i
dotti, e tanto strettamente è congiunta con quella che ha a campioni Biondo e
Bruni. Que’che affermano, questo è il proemio della grammatichetta, la lingua
latina non essere stata comune a tutti e'populi latini, ma solo propria di certi dotti scolastici, come hoggi
la vediamo in pochi; credo deporanno quello errore, vedendo questo nostro
opuscholo, in quale io racolsi l'uso [Sensi
sostiene che è d’Alberti, per molte somiglianze di pensiero e di forma
che ha con passi dell’Operette morali e perchè è ben degna dell’alte vedute di
quella niente altissima. Ma Morandi, ch’attende a un nuovo studio intorno alle prime grammatiche e ai primi vocabolari,
m’usa la cortesia d'avvertirmi ch’Alberti è d’escludere, e ch’è da pensare ad
altri, accennandomi i nomi di Pulci e, nientemeno, di VINCI (si veda).] della
lingua nostra in brevissime annotationi: qual cosa simile fecero gl'ingegni
grandi e studiosi presso a’Latini: et chiamorno queste simili ammonitioni, apte
a scrivere e favellare senza corruptela,
suo nome della LETTERATVRA. Quest’arte quale ella sia in la lingua nostra,
leggietemi e intenderetela. È precisamente Bruni quegli che sostene essersi
usate in Roma due lingue nettamente distinte, l'uma delle scritture e de'pochi
dotti, l'altra comune a tutto il volgo, il quale non avrebbe inteso un'orazione
forense o una commedia più che non intenda la messa, e non sa ammettere che le femminette riuscissero a
esprimersi naturalmente in una forma grammaticale, morfologica e sintattica di
difficilissimo acquisto pei dotti di professione. E non ad altri ch’a Bruni e a
suoi seguaci risponde Alberti quando altrove osserva. E dicono non potere
credere che in que'tempi le femmine
sapessero quante cose oggi sono in quella lingua del LAZIO a molto e ben dottissimi difficile e oscure. E per questo
concludono la lingua nella quale scriveno i dotti essere una quasi arte ed
invenzione scolastica piuttosto ch’intesa e saputa da molti. Ma questa è precisamente
l'opinione di Biondo, a cui si deve appunto la scoperta e l'affermazione d'un
fatto inchiudente quell'importante principio teorico che presede alla
compilazione della grammatichetta
vaticana: uno de'non molti principi teorici di grande importanza critica
pella nostra storia, che siano stati asseriti in tutto il nostro periodo
grammaticale avanti il sorgere della critica della grammatica con BORDONI Scaligero
e Sanzio e Portoreale. BIONDO (si veda) ha solo di recente la meritata
giustizia. mentre a BRUNI (si veda) sono d’assai tempo tributati i massimi
onori come a un felice indicatore dell’origini
del nostro volgare. L'oggetto della discussione avvenuta nelle anticamere
pontificie tra i segretari della curia, presenti Lusco, Romano, Fiocchi,
Bracciolini, Biondo e Bruni e che è poi trattata per iscritto In SENSI. Cfr.
anche Rossi, Il rinascimento, Milano. D’un infelice quanto valoroso nostro
corregkmario troppo presto rapito agli studi, MIGRIMI (si veda) di Perugia, il
quale ri-stampa nel Propugnatore con da Biondo nel De locutione romana, da
Bruni noli' Epistole, dal Poggio nelle Historiae convivales disceptativae , da
Filelfo Ep. e d’ALBERTI (si veda) nel proemio al libro della famiglia, era
stato il seguente, così definito da Biondo stesso: materno ne et passim apud
rudem una lucida prefazioncella l'epistola di Biondo a Bruni De locutione
romana, sempre rimasta alla sua edizione principe. Credo dì poter indicare come
e per qual via fosse condotto Biondo a toccare il problema della lingua volgare
e romana. Al tempo d’Eugenio, Roma è talmente rumata, che dieci altri anni,
dice Biondo in una lettera al pontefice restauratore, premessa alla sua Roma
instaurata, che ne foste stato absente, essendo ella già e per la sua
antichità, e pelle tante passate affìitioni, mezza minata, di certo, che la ne sarebbe del tutto
ita per terra. Come il papa intese a restaurare con tanta liberalità e
larghezza la città eterna, Biondo s'è dato a rinfrescar nelle memorie degl’uomini
la notitza degl’antichi edificii; anzi delle mine, ch'ora si veggono nella
città di Roma già capo e signora del mondo; ma
specialmente l'ha mosso l' ignoranza ne'secoli a dietro delle buone
lettere, tale e tanta, che quel poco che si sa degl’antichi edifici, è tutto con false e barbare voci sporcato e
guasto. E con quest'animo s'è messo alla nobile fatica: Porrò dunque mano
all'opera con speranza che i pochi hanno a giudicare, se la chiesa ed il
palazzo di San Pietro, e di San Giovanni in Laterano riconci, e per lo più rinovati, e se le porte di bronzo
fatte alla chiesa di San Pietro, e le
riconcie mura di Vaticano, e di borgo, colle strade della città rifatte, habbiano ad esser più stabili, ed a
durare per più tempo, per questa via
d'opera di calcie, di pietre, di bronzo, che pella via delle lettere della
scrittura: e medesimamente s'io m'habbia possuto co'1 rozzo stile imitare e
giugnere niente a così belli lavori con
tante dispese fatte. Come degl’edilìzi, egli dunque dove osservare la
corruzione della lingua, e attribuirne la causa alle medesime incursioni
barbariche. Questa è la manchevolezza della sua tesi; ma, se nell'additar la
causa dello scadimento Biondo erra, la materia di cui parla è però quella che
veramente soggia all'evoluzione e s'è
tramutata nel volgare. Mi son giovato della versione fatta da Fanno delle due opere di
Biondo intorno a Roma e all'Italia, perchè essa, riprodotta in più stampe, ci
spiega come il De locutione romana, edito primamente in fine alla Roma
instaurata, non vede poi mai più la luce, non avendo seguito nella versione
l'opera maggiore. Roma ristaurata, ed Italia illustrata di Biondo da Forlì.
Tradotte in buona lingua volgare per Fanno, Venezia, i ed.
Mehus. iS indoctamque multitudinem aetate nostra vulgato idiomate, an
gramaticae artis usu, quod latinum appellamus, instituto loquendi more Romani
orare fuerint soli. Bruni, che concepisce la grammatica non crede possibile ch’il
popolo inflette nomi e verbi, quasi che, dice Mignini, la regolarità non è stata
allora e poi assolutamente ex casti: sostene perciò esistere una differenza sostanziale tra LA LINGUA DEL
LAZIO de'dotti e il popolare, come tra due lingue diverse, né più né meno come
tra LA LINGUA DEL LAZIO e il volgare d’altri tempi. I contemporanei magnificarono
l’idee di Bruni, quasi dimostra l'origine del volgare: ma Bruni, come ben vede
Mignini, fa solo una questione preliminare a questa, e la conclusione che ne
scaturisce logicamente è che la lingua
volgare non deriva dalla LINGUA DEL LAZIO volgare, essendo state
sempre immobili e inalterate le due lingue dei latini, la degl’OTTIMATI e la plebea: LA LINGUA DEL LAZIO volgare o
plebea per Bruni non è il padre della lingua volgare d’ITALIA, ma è questo
stesso sempre vivo e verde e inalterato, senza che né le mutazioni naturali della lingua,
né quelle delle popolazioni italiane avessero avuto su esso, la minima
influenza. Biondo invece sostene che tra le due lingue non c’è differenza
sostanziale: la differenza è solo di forma, prodotta dall’educazione domestica,
dalla cura e dalla riflessione degli scrittori: e se non la deduce dall’iscrizioni
e solo dalle testimonianze degli scrittori latini, ha però sempre di mira la
reale condizione della lingua degl’OTTIMATI
e popolare sotto I ROMANI, e non fa per
suo conto, come parve a Schuchardt, una questione nominale. Ma quel che per noi
vale assai di più è che, mentre sin allora la grammatica è stata concepita, come
ancora Bruni la concipisce, una serie di regole stabilite a priori e per
sempre, e quindi una lingua del tutto artificiale e immutabile, Biondo
invece avverte anche nella lingua
popolare romana una sua propria regolarità, distinta naturalmente da quella che
deriva dalla riflessione e dall'arte congiunta a quella che viene dalla natura.
Egli voleva che ai suoi avversari questa risposta soddisface: nec naturae ac
bonae consuetudinis munere regulas indoctam multitudinem scivisse, quibus
grammaticam orationem omni ex partem congruam
i.m eret, ncque etiam tam longe a variationibtfs inclinationibusque et
reliqua grammaticae orationis compositione illius latinitatem abfuisse, quin
litterata, qualem mediocriter aetate nostra docti habent orario et videretur et
esset. E una speciale regolarità venne a riconoscere conseguentemente nella
lingua volgare de'suoi tempi, ponendo così il principio teorico della possibilità d'una grammatica del volgare, in parole ben chiare:
omnibus ubique APVD ITALOS CORRVPTISSIMA etiam VVLGARITATE loquentibus
idiomatis natura ìnsitum videmus, ut nemo tam rusticus, nemo tam rudis, tamque
ingenio hebes sit, qui modo loqui possit, quin aliqua ex parte tempora casus
modosque et numeros noverit dicendo variare, prout narrandae rei tempus
ratioque videbuntur postulare. Questa regolarità,
osserva benissimo Migninij insitam idiomatis natura, è il primo Biondo, che io
sappia, a notarla, e dopo di lui ripeteno l'osservazione Filelfo, Ep., ed Alberti,
Proemio. Si fa così un'ottima correzione alle dottrine grammaticali, e insieme
si muove un primo passo verso gli studi grammaticali sulla lingua volgare,
impossibili a farsi, finché questa si crede
assolutamente ex casti. Tante vero che, è Alberti o altri, certo è un
seguace di Biondo quegli che muove il secondo e ultimo passo e compone la grammatichetta
vaticana, fondandola sull'uso vivo di Firenze. Ed è questo che distingue
profondamente il significativo libretto dalla grammatica di Fortunio e la di
Bembo, cioè il principio informatore: quello scaturisce dalla riconosciuta regolarità insita nel volgare, cioè d’un
chiaro principio che ammette la possibilità della legiferazione grammaticale;
queste, sorte quando ormai la causa del volgare è vinta per quella via, cioè colla
forza ch’esso stesso reca in sé e che non è se non la vita della nazione
d’ITALIA, e quando è inalzato teoricamente al medesimo grado di nobiltà e di
perfezione della LINGUA DEL LAZIO e
quindi la possibilità di regolarla non si puo più affacciar come discutibile, sono
create col prin- [ed. Mignini. Nel discorso o dialogo, attribuito a MACHIAVELLO
(si veda) MACHIAVELLI, dove pella prima volta avanti le regole di FORTUNIO (si veda), e dopo, s'intende, il
movimento che s'accentra nella grammatichetta vaticana, si discorre dell’VIII
parti del discorso nella lingua
fiorentina, non è traccia alcuna di dubbio che codesta lingua non puo
esser trattata grammaticalmente come la lingua del LAZIO. Si noti peraltro che
Machiavelli in tanto parla di regolarità, in quanto ha cipio dell'imitazione,
senz’alcuna coscienza del problema scientifico insito in questo prodotto pseudo-scientifico
che è appunto la grammatica. Certo, senza un grande amore pel volgar nativo, cioè senz’aver della letteratura un
caldo sentimento di grandezza, quel riconoscimento di Biondo non basta a crear
la prima grammatica, anche a non considerar che, s’egli una certa regolarità
tutta sua, insita, naturale, gliela riconosce, non credo la ritenesse tale d’esser
presa a modello: Biondo è un classico da quanto e più ancora di Bruni: bisogna
veder nel volgare qualità ancor più nobili e virtuose, e d’efficacia e di
bellezza, perchè si puo additarle, quasi classificarle e schematizzarle in una
rassegna da porre di fronte alla nobile granitica della LINGUA DEL LAZIO, senza
timore o vergogna veruna. Sicché, in sostanza, il classicismo viene anche qui a
far valere i suoi diritti, come vedremo essere avvenuto in un problema
consimile già agitato dalla mente
suprema d'Alighieri; ma il compilatore non puo esser ch’un estimatore
convinto del volgare. Comunque, colla grammatica vaticana lo spregiato volgare viene,
quasi di punto in bianco, come l'antica grammatica, inalzato all'onore di
lingua letteraria. Gli giova, s'intende,
anche l'esser fiorentino, che non solo, per quei certi criteri formali che i
credenti nella grammatica non possono non
far valere, è il più polito e sonante dialetto d'Italia, m’ha in suo
attivo tutta la splendida tradizione letteraria antecedente. E certo quella
pratica dimostrazione della regolarità del volgare dove valere assai meglio e
più d'ogni e qualunque ragionamento in favore d’esso, e nel fiorentino parlato viene così a essere specchiata la
grammatica della lingua letteraria. Sul contenuto e il metodo d’essa, anche
perchè qui è integralmente riferita, non
occorre dir troppe parole. Basterà ri in mente un'unità linguistica ben
determinata, perchè, p. es., alla lingua della corte di Roma, d'un luogo dove
si parla di tanti modi, di quante nationi vi sono, pensa che non se li puo dare
in modo alcuno regola. Cito, col Rajna, La
lingua cortigiana, in Miscellanea linguistica in onore d’ASCOLI (si veda),
Torino, dal cod. orig. di Ricci, che è
il Pai. E. B., io,ce. r.° chiamar
l'attenzione sull'uso didattico degli specchi, ordine delle lettere, e dei
paradigmi, declinazioni e coniugazioni; sull'osservazione riguardante la
nomenclatura, in molta parte identica a quella della grammatica della LINGUA
DEL LAZIO; sugli accenni di grammatica storica, p. es. la formazione dei nomi dall'ablativo latino; sugl’esempi che,
come ha già hen visto Morandi, sono
concettosi e arguti. Su talune forme idiomatiche registrate come correnti -- savamo, savate; eravamo, eravate --; sui vitij del favellar, in cui si cade
introducendo forestierumi o storpiando l'uso, e sulla dottrina dell'IDIOTISMO –
Grice, idio-lect, idio-syncrasy]; sopra i richiami ad altri idiomi non italiani;
sopra il metodo di trattar non
separatamente le forme e l'uso delle varie parti del discorso. Conviene anche
notare poiché siamo davanti alla prima grammatica che de'nomi son fatte due
sole declinazioni: masculini la cui ultima vocale si converte in i, femminini,
la cui ultima vocale si converte in e, eccettuandosi “mano” che fa “mani”,
e i femminini finienti al singolare in “-e”, che fanno al plurale in “-i”; e che i verbi son trattati più per paradigmi
che per regole. Quel che ci preme anche
porre in rilievo è l'intento avuto di mira dal nostro autore nell'esecuzione,
veramente felice perchè rapida e chiara, del suo trattatello, e il calore
che vi mette, tanto da farsene un merito
patriottico, in altri termini il punto di vista donde ha raccolto le sue
osservazioni. Egli intende sbozzare la
fisionomia grammaticale della lingua viva di Firenze, perchè dal confronto con
quella della LINGUA DEL LAZIO, ne risultasse la bellezza e la perfezion
dell'organismo: non è tanto intento precettivo quanto praticamente
dimostrativo. Egli è tutt'altro che spregiatore della LINGUA DEL LAZIO, di cui anzi accoglie la nomenclatura, gli
schemi e adopera forme e nessi grafici; ma
sente tutta l'importanza e la virtù dell'idioma materno, che vorrebbe
onorato di pari culto e maggiore. Sono da ricordare a questo proposito i
rimproveri ch’Alberti dirige agl’umanisti che amano piuttosto piacere ai
pochi che cittadini miei, presovi, se
presso di voj hano luogo le mie fatighe, riabbiate a t^rado questo animo mio, cupido d’onorare la
patria nostra, chiusa). giovare ai molti,
adoperando una lingua convenzionale e non la naturale intesa da tutti.
Questi rimproveri ci richiamano facilmente alla memoria quelli più sonanti che
l'autore del convito scaglia contro gli scelleratissimi che coltivano lo
volgare altrui e lo proprio dispregiavano: né questo è ravvicinamento che fa
per suo capriccio la memoria; perchè, evidentemente, tra, non dice T. il
concetto filosofico, ma
l'interessamento pel volgare d’Alberti e quello d’Alighieri corre un intimo
nesso, come la grammatichetta è, per un rispetto, ultimo anello d'una lunga
catena che mette capo al primo
affermarsi del nostro volgare nella coscienza critica dei suoi primi
studiosi: siamo insomma su quella linea della tradizione nazionale che
congiunge appunto i dettatori di BOLOGNA e a quanti con Dante coltivarono il volgare, ai difensori
delle tre corone, ai propugnatori del volgare, tra i quali spetta ad Alberti il
primo posto. Occorre appena avvertire che il più benemerito di tutti i
rappresentanti di codesta tradizione, non solamente nella pratica ma anche
nella teorica è Alighieri. Fosse un pensiero maturo, o un profondo
presentimento, certo è ardito e degno della sua mente altissima il concetto onde il volgare viene glorificato
come sole il quale sorge ove tramonta
l'usato. Se il segreto intendimento di Dante è quello di far del volgare
una lingua come la lingua del LAZIO per
detronizzar questo, è materia d’ardua discussione: indubitabile però è, quale
dove esser la natura e la funzione del volgare così esaltato, che egli abbia
voluto renderlo [Si ricordino anche le
fiere parole della nota protesta fattaci conoscere da Flamini e integralmente
pubblicata da Mancini, Un documento del certame coronario di Firenze del -//.
in Arc/t. si. il., S. 1 L'ha forse già avvertito chi accozza in un medesimo volume la grammatichetta
attribuita ad Alberti e il trattatello dantesco? [Wesselofscky ha in brevi ma
limpide linee indicato l'importanza dell'avvenimento della lingua italiana agl’onori
della letteratura, e la parte che vi ha Alighieri, dal quale propriamente
incomincia il ri-nascimento nel senso nazionale, da lui s'informa e da lui,
piuttosto che da tutt'altro nome, noi vorremmo intitolare quel periodo che
precede al ri-nascimento classico dei Medici. In Dante e Firenze di Zenatti,
Firenze;/. per forza di lavoro crìtico e di
educazione artistica atto a ogni più elevata espressione d'arte e di
pensiero. A codesta altissima meta, conseguita, è inutile l'osservarlo così
eccellentemente nel fatto col poema divino l né altrimenti che nel fatto è conseguibile,
poiché PARLARE È ESPRIMERE E ESPRIMERE E PARLAR BENE e bellamente, tende il
magnanimo sforzo del De vulgari eloquentìa, che è o dove essere \ix\ ars grammatica, rhetorica e poetica
insieme sui generis. Che, sia pur affermato solo riguardo alla questione della
lingua italiana, non vi si tratti di lingua italiana né punto né poco, che in
ciò che è venuto fino a noi, e in ciò che ci manca, tutto s'aggiri intorno a
canzoni, ballate, sonetti, tragedia, commedia, elegia, cose da cantarsi; sempre
poesia, niente altro che poesia, è a torto
sostenuto da Manzoni, perchè bisogna non aver occhi per non vedere che
non vi si parla e non vi si dove parlare che di lingua e di
lingue e specie di lingue, le parole loqui, locutio, IDIOMA, Grice,
idio-lect, idio-syncrasy, idio-tism, vi ricorrono da cima in fondo, e di lingua
poetica e di lingua prosastica, e di lingua letteraria e di lingua parlata, inferiora
vulgaria illuminare curabimus, gradatim
descendentes ad illud, quod unius solius familie propinili est; ma che l'intento del trattato è precettistico
non ne'riguardi del solo dire in rima, come manchevolmente intendeno e Capponi
e Manzoni, che allega la testimonianza di Boccaccio, ma ne'riguardi d’ogni
forma di dire e di comporre, nessuno può
ragionevolmente negare. Ciò si desume non solamente dallo stato d'animo dell'autore che è, specie se messo in
relazione con quello che si rivela nel Rajna, Il trattato De vulgari eloquentia, lectura Dantis, Firenze, e recensione d’un saggio di BELARDINELLI
(si veda), La questione della lingua, ecc., in Bull. d. Soc. dant.; Parodi,
Bull. d. Soc. dant.; Vossler, Die góttliche Komòdie. Entwickelungsgeschichte
und Erklàrung: religiose und
philosophische Entwickelungsgeschichte,
Heidelberg, e Zingarelli, nella recens. di questo libro in La Cultura. Lettera
ifitorno al De vulgari eloquio d’Alighieri, in
Manzoni, Poesie minori, lettere inedite e sparse, pensieri e sentenze,
con note di Bertoldi, Firenze, Ed. Rajna. Mi son valso anche dell'ed. minore, Firenze. Prose minori. Convivio, di vivissima simpatia
pel volgare, di trepido desiderio che
esso è la luce alle genti, e dal titolo che non può essere che De
vulgari eloquentia, ma da più luoghi del trattato, ove quell'intento è
esplicitamente asserito e dichiarato, e particolarmente nel primo paragrafo.
Alighieri è mosso a scrivere dal vedere neminem de vulgaris eloquentie doctrina
quicquam tractasse, che tale eloquenza è a tutti necessaria, osservandosi che
perfino i fanciulli si sforzano di conseguirla, e si propone locutioni
vulgarium gentìum prodesse, non soltanto attingendo alla fonte del proprio
ingegno, ma accipiendo vel compilando ab aliis. Grammatici, retori, trattatisti
di poetica è facile affermare che sono i suoi autori: e quando si vogliono
cercar termini di paragone a misurare l'altezza della trattazione, il pensiero
corre a grammatiche, metriche, Donatus proensalis, Las razos de frodar, a summe,
Les leys d'amour, che sono appunto una grammatica, una rettorica e una poetica,
e doctrive de compondre dìctats, ad Tempo, a Gidino, insomma a precettistiche e
a precettisti: anche per quel libro che
non scrive, ma che si può matematicamente asserire dedica alla prosa ilhistre,
il pensiero corre alle trattazioni concernenti LA LINGUA DEL LAZIO, che certo
non è neppur concepibile che da lui si ricalcassero, come benissimo giudica chi
tanto s'è reso benemerito degli studi sul trattato, ma che non sono se non
trattazioni di rettorica e di grammatica. Trattar di lingua è dunque
inevitabile, essendo quella la materia del discorso; ma fine è insegnarne non l'acquisto,
l'apprendimento, sì bene un uso di maggiore o minor grado artistico secondo le varie classi di
parlanti, ma artistico, insomma un'espressione. Un intento siffatto, che è
quello d'ogni arte poetica, è anti-scientifico, perchè l'espressione non
s'insegna: ma lo sforzo che si compie per conseguirlo, può avere una portata
scientifica: e grandissima l'ha questo
d'Alighieri, pella dottrina, l'acume, e la partecipazione interiore, che non è se
non una forte coscienza estetica,
onde l'ha compiuto, anche
indipendentemente dalla cultura della sua età: sentire in quel modo così
profondo, quale specialmente c’è svelato dal convivio, il volgar materne, vedasi
specialmente il paragrafo dove si parla del naturale amore pella i'i
Rajna, Lect. nostra loquela, e
sollevarlo nella teoria, con uno slancio d'entusiasmo non più avvertito tra
noi, alla medesima altezza a cui è stato
o sarebbe stato portato nella pratica, e segnare le linee di svolgimento con
mano così ferma e scultoria, questo è vero progresso scientifico d’un valore,
starei per dire, anche più considerevole dell' altro di cui va egualmente
superbo Alighieri, d'averci data cioè una descrizione storica del volgare
romanzo, che pur ferma la maraviglia d'ogni grande filologo. Perchè, come l'intendimento precettistico,
così, sebbene sovranamente mirabile pell'uso che ne fa nel disegno del suo
ideale artistico, anti-scientifica appare la concezioned’ALIGHIERI della
lingua, della locutio: la quale in sé stessa non supera la scienza dell'età
sua, che ha il suo fondamento ella Bibbia e nella lotta tra nominalisti e
realisti riprende le discussioni dei sofisti, se la lingua è per natura o per volontà. M’ALIGHIERI supera
il suo tempo nel conciliare in un sistema solo la tradizione biblica e le
teorie filosofiche, mettendo in rilievo lo stato originario della lingua, e
quello che si determina dopo la torre di Babele; innumerevoli lingue
variabili continuamente d’una parte, e
1'artificiosa grammatica dall'altra. Il genere umano ha bisogno ad comunicandum
inter se conceptiones suas di un
rationale signum et SENSVALE [Croce,
Estetica o Aesthesis – SENSIBILIA] in quantum sonus est; rationale in quantum
aliquid SIGNIFICARE videtur AD PLACITVM, cioè SECONDOLA RAGIONE DALLA QUALE
L’UOMO è mosso. Di quel SEGNO il primo uomo è dotato da Dio, ed è quale è richiesto
dalla perfetta natura umana, cioè perfetto. In
vero, anche a non prescindere da questo che è poi un atto di fede, a
stare alle parole [Vossler, Die
góttliche Kòmodie, illustra in modo
molto evidente quanto acuto questo disegno, seguendo il pensiero
linguistico-filosofico d’ALIGHIERI dal suo primo sbocciare nella vita e nel convivio
all'altezze del De vulg. E.., donde tuttavia non scopre il mistero delle
terzine volgari della Commedia. L’idee d’ALIGHIERI
circa la voce e la parola, come suono, s'accordano più particolarmente coi due
grandi espositori scolastici del LIZIO: Alberto ed AQUINO (si veda). Busetto,
Saggi di varia psicologia dantesca, Giorn. dant., Pratom Toscana. Alberto
definisce la voce percussio respirati aeris ad arteriam vocativam ab anima per
immaginationem aliquam eam formantem,
quae est in partibus illis quæ ad respirationem congruunt. Vossler.] che
ALIGHIERI (si veda) adopera e al tono di
tutto il discorso, pare lampeggiar qua e là quasi un vago concetto della
sintesi interna di pensiero e parola, come quando dice certam formam locutionis
a Deo cum anima prima concreatam fuisse; e già quell'esaltare la lingua come
una dote data all'uomo perchè se ne
gloriasse ipse qui gratis dotaverat, eia facoltà divina che è in noi per
cui actu nostrorum affectuum letamur, ci suscita l'idea d'un atto spirituale
meglio che naturale e meccanico – H. P. Grice contro C. L. Stevenson – “mean”
in scare quotes --; anche la prossimità, affermata nel convivio tra la lingua
volgare parlata e LA PERSONA CHE LA PARLA – H. P. Grice, utterer’s meaning --, ci spinge verso quella intuizione; così
ancora, per addurre altri indizi, se non argomenti, quell'insistente relazione
posta tra la irriducibilità del volgare a regole fisse e la mutabilità e
variabilità dello spirito umano; il cenno della qualità della prima espressione
che l'uomo preferiscee PROFERISCE avanti il peccato, la similitudine posta in
Convivio tra la lingua e la bella donna, insomma l'enfasi onde il poeta parla della parola
umana; ma nel fatto la lingua è poi sempre concepita come SEGNO, cioè un'esteriorità di cui la mente si giova
per manifestarsi: quella certa forvia è tale quantum ad rerum vocabula, et
quantum ad vocabulorum constructionem, et quantum ad constructionis PROLATIONEM,
ed è la lingua che parlano Adamo ed il genere umano tutto prima della confusione delle lingue, e che rimase
poi al popolo ebreo, la lingua che, dopo la confusione, riprodussero appunto artificialmente gl’inventores
grammaticae facultatis, vale a dire la grammatica: una lingua dunque
grammaticale, stereotipata, beli' e formata, non producibile, ad ogni
espressione del pensiero. Con questa concezione della locutio e la nozione
storica de'vari ydiomata che tutti
ammiriamo e il fine che s'è dichiarato, Dante continua a svolgere il suo
trattato, che conduce fino al
principio del seguente libro colla
dottrina del volgare illustre applicata alla poesia: nel terzo, in immediatis
libris, avrebbe detto del medesimo volgare applicato alla prosa, come s'è visto
potersi con sicurezza congetturare; nel [Vossler già avverte che come poi
questi dotti ottenessero questa grammatica, Dante non dice; e che d'altra parte
grammatica non è solo LA LINGUA DEL LAZIO, per Dante, ma anche qualche altra
lingua] quarto ^a un dantista veramente egregio, Zingarelli, nella recensione
fatta nella Cultura) dell'opera cit. di Vossler, Die
góttliche Komòdie. Vossler riprende la tesi ch’è già in germe
nelle parole del Rajna {Lect.. Il volgare dunque s’incammina a insediarsi dove sta LA LINGUA
DEL LAZIO, o almeno accanto a lui; e per insediarvisi non solo, che è poco, ma
potervi rimanere, gl’occorreranno in misura non troppo scarsa le doti di
stabilità e universalità che LA LINGUA DEL LAIO ed ogni grammatica possiedono,
e che sono inconciliabili con una parlata qualsiasi. Conseguibili non sono per
Dante altro che da una lingua
fabbricata, e uscita dall'accordo di molte genti diverse, quale appunto egli
crede essere LA LINGUA DEL LAZIO. E di certo, mettendo da parte la stabilità,
che verrà a resultare di conseguenza, nulla pare poter rendere più agevole il
consenso d’una moltitudine d’eteroglossi in una forma sola d’una lingua, che
l'estrarre quella forma da tutti, in cambio di prenderla da taluno e volerla imporre agl’altri. Si pensi ai tentativi
di lingua universale, e che Parodi aveva accolta, dichiarando esplicitamente
che, insomma, Dante intende fondare una
grammatica, Bull. d. Soc. datit.
Zingarelli sostiene che questo puo essere un presentimento profondo, ma non
un pensiero, non un proposito recondito, a insegnar reg. di lingua. Rajna.]dizione
di critici che ebbero del idioma una
piena e profonda coscienza, cioè della tradizione nazionale di contro alla
classica; ma anche primo e non meno elevato rappresentante dell'altra ch’intende
a rinnovarsi nell'imitazione dei classici: nella prima veste si ricongiunge
all'autore della grammatica vaticana, ai toscani, a Manzoni; nella seconda a
Bembo e alla lunga tratta de'suoi seguaci classicisti: capo e propulsore delle due correnti in cui s’estrinseca lo
spirito italiano nella critica letteraria, maggiore di tutti, come accade
d'essere ai grandi, del suo tempo, per originalità e vastità di siero e
mirabile accordo di facoltà. Ma con Dante il germe della grammatica italiana
sboccia e avvizze, appunto perchè nessuno ebbe al pari di lui la coscienza
della letteratura, e la comune concezione della lingua e della grammatica e il germogliare
dell'umanesimo sull'istesso tronco spezzato dell’altissima letteratura
assicurano ancora alla lingua del LAZIO il predominio sul volgare come lingua
della scienza e della coltura. Perfino Petrarca e Boccaccio, che pur tennero
alla loro arte volgare quanto se non più
che alla lingua del LAZIO, rimaneno tutti estra Dante alimenta la contesa tra
umanisti e difensori del volgare; il suo
spirito aleggia nei sostenitori del volgare che promuovono il certame e
nell'autore della rammatichetta; col trattato De vulgari eloquentia sono
connesse le prime nostre contese ortografiche e tutta, in genere, la questione
della nostra lingua ne'suoi momenti più
salienti a Manzoni. Bembo e
Trissino d’ORO (vedasi), in fondo, non eseguirono ciascuno un piano identico a quello di Dante? La
dimostrazione data per Petrarca dal Cian {Nugellae vulgares f
questione di Petrarca, in La Favilla di
Perugia, ciie cioè il nostro maggior lirico tenesse tutt'altro che in
conto di Nugellae le sue Rime, si può ripetere
e me ne avverte il Cian stesso per
Boccaccio con eguale certezza. Che la’ecloga di PETRARCA sia una disputa intesa
a dimostrare la superiorità della poesia
italiana sulla di quella della GALLIA
esclude E. Carrara Giorn. st. d. leti, it., e conviene con lui Busetto, PETRARCA (si veda) satirico e polemista in Padova in onore di F.
P., Estr. Padova. Boccaccio anche nell'esposizione in
volgare della divina commedia, dove avrebbe potuto esser tratto facilmente a
osservazioni anche di forma esteriore, non va oltre la spiegazione di singoli boli, rimanendo
sempre sotto l'influenza delle sue dottrine poetiche. Difende calorosamente
Dante dell'aver poetato in volgare piuttosto nei a un qualsiasi movimento
coscientemente teorico in favor dell'idioma nativo. Quel che si fa in questo
per tutto il territorio romanzo, è diretto a intenti puramente pratici, di
grammatica in servizio della poetica o degli
stranieri, di vera e propria metrica, di rettorica in servizio dell’epistolografìa,
della notaria, e di chi dove tenere parlamenti e dicerie. Il Donatz proensal,
composto da Faidit prima in Italia a
richiesta di Morra e Sterleto e tradotto anche nella LINGUA DEL LAZIO per maggior utilità degl’italiani, è un ri-calco
sull’Ars minor di Donato. Senz'accennar a teorie linguistiche, né a scopi speciali, comincia subito a trattar dell’VIII
parti del vulgar proensal, nom, pronom, verbe, adverbe, particip, conjunctios,
prepositios, interjecios, e si chiude con un rimario abbondantissimo, De las
Rimai. Qui il vulgar proensal è trattato come una lingua letteraria, come una
grammatica pegl'italiani, quale dove appunto apparir loro la fiorente
letteratura provenzale: è insomma il
provenzale letterario, anzi poetico, classificato e chiuso negli schemi
della grammatica della LINGUA DEL LAZIO pell'apprendimento degli stranieri.
Certo quel poterlo cosi trattare come la grammatica dove ben valere a
dimostrare che dunque anche gl’altri volgari, non esclusi gl’italiani, che nella lingua del LAZIO, non solo col
criterio della fama, ma anche della bellezza e virtuosità del volgare, Zenatti, Dante
e Firenze: eppure della
regolarità del volgare neppur un cenno. Pe'più il volgare è una lingua
dispregiata, e Boccaccio ricorda che appunto quella è la caligine sotto cui
rimane nascosa la luce del valore di Dante, Dal Commento, ed.
Zenatti, Roma. E ragion vuol che
si dica che, se Boccaccio aveva difeso, meglio di Petrarca, la poesia, perchè
non aveva fatta differenza tra la lingua
del LAZIO e la volgare, commentando
la divina commedia concede, sia pure per non inasprire
gl’avversari, che s’Alighieri avesse poetato nella LINGUA DEL LAZIO col
l'eleganza onde tratta il volgar materno, avrebbe senza dubbio fatto opera più
artificiosa e sublime; e con quest'opinione veniva tra poco a concordanza un
altro ammiratore del poeta, Salutati \Ep., ed. Movati. Sull'attività critica ch’accompagna
il sorgere della letteratura nazionale è da vedere La Critica letteraria dall'Antichità classica, di Bacci, Milano, alla quale T. rimanda
anche per altre notizie di circostanze e fatti aventi qualche relazione col suo
argomento. potevan esser ugualmente trattati, e non avremmo così dovuto
aspettar Biondo perchè tosse intravvista
e riconosciuta una certa regolarità nel nostro idioma: pure all’ipotesi
d'una grammatica italiana non si venne.
Las razos de frodar sono anch'esse una
grammatica, ma in servizio delle forme poetiche, e, appunto perchè nate
in suolo provenzale, non eseguiscono tutta intera la trattazione grammaticale e
contengono dichiarazioni simili a quelle dei primi nostri grammatici che,
avendo ancora in mente LA LINGUA DEL
LAZIO e credendo molto fosse il conoscerla, dicono non esser necessario
svolgere questa o quella categoria o esemplificazione. E notevole altresì che
vi si trovano considerazioni intorno alla proprietà dei vari volgari e vi si vada come in cerca d'un volgare
illustre. La parladura PARLATURA galla vai mais et plus avinenz a far romanz e
pasturellas; ma cella de Lemosin vai
mais per far vers e cansons e serventes. È un orientamento, come ben si vide,
simile a quello del De vulgari eloquentia, e appunto per questo c’è davanti
l'abbozzo d'una grammatica provenzale,
come materia grammaticale abbiamo nel trattato dantesco; ma quale differenza! Quella che nelle Razos è
un'osservazione fuggevole e quasi inconscia del pratico che vuol giovare ai rimatori, qui è lo sforzo e
l'ardimento di chi vuol creare una lingua pella vita e pelll'arte. Anche le
Regles de trobar di Jaufré de Foixà, che sono un seguito dell'opera di Vidal,
sono compilate per domanda del re di Sicilia, Giacomo. Osservazioni di metrica,
parte forse di opera più vasta e perduta, contiene la doctrina de compondrc
dìctats. E per tacer d'altri rimaneggiamenti
delle Razos e d’altre arti
metriche, grammatica, metrica e rettorica sono Las Leys d'Amors o Flors
del gay saber che Molinier ha l'incarico, qual segretario o cancelliere, di
comporre in Tolosa dalla compagnia della Gaya scie?isa, perchè fossero un
codice della buona poesia, e dove il provenzale è appunto legiferato
grammaticalmente come una lingua lette- [Vidal, Las razos de trobar, ed. Stengel, Die beideìi àltesten
provenz. Gra/tim,, Marburgo. Si confrontino a questo proposito
anche Las leys d'amors. Anche per Donatz, questa edizione. Su J. de
Foixà Meyer, Romania,. raria. La lingua GALLICA nella GALLIA non ha nulla di
simile, allora, e le sue prime vere grammatiche le ha appunto molto più tardi, dopo di noi, per
effetto del medesimo movimento critico
che determina il sorger delle nostre. In terra italiana, oltre il trattato
delle Rime volgari di Tempo, e
l'imitazione che un contemporaneo de'nipoti del giudice Sommacampagna ne fa in
veronese di corte, pure arti metriche, e il trattatela metrico di Barberino, si
ricorda un trattateli simile che avrebbe composto, ma che in realtà non
compose. CAVALCANTI (si veda), secondo la
testimonianza di Villani che l'avrebbe avuto tra mano e di Fausto che
1'avrebbe visto e lo cita. Un confronto tra Las
razos e Donatz istituì Ovidio in
Giorn. st. d. lett. il. Sugl’ammaestramenti grammaticali
pella LINGUA GALLICA nel
medioevo, Brunot, Hist. d. la
langue gallique. L'abitudine, a lungo conservatasi nella Britannia, d’usare la
lingua gallica (Honi soit qui mal y pense – “anglo-normanno” di H. P. Grice,
originariamente ‘gris,’ grigio), fa sorgere tutta una serie di saggi, che rimaneno
senza paragone per molto tempo sul continente d’Europa e costituiscono la sola
letteratura grammaticale anteriore.
Delle rime volgari, trattato di Tempo, giudice padovano, dato in luce integralmente per cura
di Grion, Bologna. In rhetoricis delectatus studijs eandem
artem ad rhythmorum vulgarium compositionem eleganter traduxit. Villani, De Florentiae
famosis civiòus. Fausto, Introduzione alla Untiuà volgare in Gkio, nel capitolo
dell'ordinare la prosa: delle parole bisillabe e trisillabe sono alcune
aspirate come honore, alcune hanno geminate le liquide, come novella, fiamma,
anno, carro, lasso; consonante dopo muta doppia, fabbro; ovvero muta in mezzo liquide, sepolcro: e cotali
Dante chiama nella sua volgar Eloquenza, e Cavalcanti nella sua Grammatica, irsute: chi fa combinazione
di questa senza dubbie, seria dura e roggia orazione. Qui evidentemente la
parola grammatica è usurpata per significar metrica: fatto comune
nell'erudizione, tanto che Bacchi nel suo elogio di Cavalcanti, Elogia, Firenze,
attribuisce a CAVALCANTI una vera e propria
grammatica: quod multa CAVALCANTI scripserit, non desunt qui affirment,
ut de eloquentia sui seculi, de regulis linguae etruscae, de natura verborum,
quibus fit oratio numeris astrictior, artifieijs ornatior. Il trattato di Tempo
traduce nel suo dialetto Barati-Ila, sedicenne, figlio di Laureo.] Ma NON GRAMMATICA, come la chiama appunto Fausto, come GRAMMATICA NON È la sua
Introduzione alla lingua volgare, ch’è invece metrica e RETORICA. Insomma,
quanto di grammaticale o SINTASSI – MORFO-SINTASSI (“rules of formation” –
“syntax” – H. P. Grice – SYSTEM G -- vi può essere in tutte queste somme
romanze escluso Donatz è solo in servizio della metrica e della rettorica,
senza alcuna vera funzione propriamente
grammaticale, e assolutamente indipendente dal realmente parlato; mentre Dante
ha coscienza d'uno schietto criterio della regolarità grammaticale, onde anche
sia disciplinabile sull'esempio del latino il volgare italiano, e l'applica:
nel che egli differisce da Biondo in quanto questi riconosce nel volgare una
regolarità di fatto, e Dante gliela riconosce solo in germe: resta di fargliela acquistare. Così, e questo è tempo
ornai di concludere, prima dell'autore della grammatichetta vaticana ch’integra
i due criteri e fa il primo tentativo, una vera e propria grammatica
dell'italiano non è stesa. Lo studio strettamente grammaticale è fatto
esclusivamente ne'riguardi del latino sull'Ars minor di Donato: l'insegnamento
ne'riguardi del volgare, quando l'arte de'Dictamina è fatta
passare dal latino al volgare, rimane, com'era stato pel latino, di
carattere rettorico, alla H. P. Grice
nella caratterizazione di G. N. Leech, ‘pramatic, not logical.’ Certo, in
quelle Sutnmè dictaminis, in quelle Artes dictandi, ?w/ariae, concìonandi, non
mancano osservazioni che potrebbero chiamarsi di dominio puramente
grammaticale. Una parte di' viltà, che in principio della Summa di FABA (si veda) si raccomandano
d'evitare, riguarda Loreggia. Nel proemio di Tempo s’avverte che alla
versificazione giova la conoscenza della
grammatica, s'intenda IL LATINO;
si nota che lingua tusca magis apta est ad literam sive literaturam quam aliae
linguae, et ideo magis est communis et intelligibilis. Item ultimo notandum
est, s’avverte, quod quemadmodum in
oratione literali [il latino] debet vitari barbarismus et
soloecismus, ita in vulgari rithimo. Ma si tene ben distinta la trattazione
grammaticale dalla metrica: Vocales
autem literæ secundum grammaticos sunt V,
scilicet a e i o u, reliquae vero sunt literæ consonantes. Est tamen
alia etiam differentia inter consonantes literas: de quo nihil ad praesens
disputare intendo, quia satis per
grammaticas est ostensum. Invece il ragazzo compendiatore si distende
sulle vocali, sulle sillabe, sui dittonghi, sull’elisione, il troncamento e
altre figure: il bisogno della trattazione grammaticale s’è andato facendo
sempre più vivo! Il compendio di Baratella sta insieme coll'ed. delle rime
volgari di Tempo, ed. Grion. Guidonis
Fabe, Summa dictaminis in II Propugnatore, ed. Gaudenzi. la collisio, il frenum, lo hiatus, il metacismus,
il laudacìsmus, ossia figure grammaticali. Nella parte seconda, non tutto ciò
che riguarda la pronuntiaiio è garbo, ma correttezza – H. P. Grice on stress as
garbo, non corretteza. Il dictamen è
locutio ne'due aspetti di competens et decora: competens dicitur quantum ad
congruitatem vel incongruitatem tam bone
sententie quam recte gramatice. Il
dictamen dicitur autem pròsaycum a proson, quod est longum, quia ne legi
metrice vel rythmice subiacens, congrue se potest extendere. Circa dispositionem
si vuole che il dictator laboret ut ordinetur sub verborum serie competenti, et
postmodum ad colores – GRICE FREGE FARBUNG --
procedat rethoricos. Poi vi sono
le osservazioni de punctis et virgulis et regulis eoruni; quelle della constructio, in cui duplex est ordo:
Naturalis est ille qui pertinet ad espositionem, quando nominativus cum
determinatione sua precedit, et verbum sequitur cum sua, ut ego amo te. Artificialis ordo est illa
compositio que pertinet ad dictationem, quando partes pulcrius disponuntur; qui
sic a CICERONE (si veda) diffinitur. Compositio artificialis est
constructio dictaminis equabiliter per polita.
Si parla de regulis occurrentibus in dictamine: nello zeugma l'aggettivo
concorda col nome più prossimo: es. Socrates et Berta est alba: nella concepito
PREVALE IL MASCHIO: vir et mulier – i
promesi sposi -- sunt albi; il neutro prevale sul maschile e il femminile:
mancipium vir et mulier sunt alba. Si tratta dei verbi trasmissivi, de origine,
possessione et significatione quofundam
ver borimi, al de relativis et antecedentìbus; e quando anche s’è in pieno
campo rettorico De ornatu orationis et
colorìbus – FREGE GRICE FARBUNG -- retkorìcis, si trova indirettamente tutta la
declinazione perchè, parlando de
inseptione nominis per omnrs casus tanto al singolare, ((pianto al
plurale, le forme vengon tutte fuori, e medesimamente accade pei verbi e l’altre parti del discorso, gerundio,
supino, participio, pro-nome, pro-posizione,
pre-posizione, avverbi, di cui si passano in
rassegna gl’usi che se ne fanno al principio e alla fine dell'orazione – The exhibition was
visited by the King of France. Sicché sotto l'efficacia de’due insegnamenti
d'alta e umile grammatica, dei dettatori e dei grammatici, dove venirsi
praticamente e indirettamente elaborando
anche la grammatica del volgare, la quale poi appare direttamente quando
appunto il dictamen passa dal latino al volgare. Era un movimento, insomma,
fecondo in favore del volgare quello dei dettatori di BOLOGNA, e in
genere di quanti avevan che fare colle due lingue: e da qualunque aspetto le
fossero coltivate, a qualsiasi fine fosse rivolto l'esercizio, la grammatica del volgare spunta accanto a
quella del latino, ombra d’essa. Quel di-rozzamento del volgare fatto dai
maestri nelle scuole e nei libri a pratici fini rettorici, nelle prime come
nell’ultime scuole, non poteva non far sorgere ne'principianti, negli studiosi,
negli scrittori come la coscienza riflessa delle forme grammaticali del
volgare, apprendendole loro senza che s’accorgessero, senza somministrarne paradigmi, definizioni,
classificazioni. Tra il volgare e il
latino e il latino e il volgare sono continui e necessari i confronti sia nella
scuola letteraria che in quella giuridica. Tanto per chi s'avvia per i pubblici
uffici, che richiedeno faconda e ornata
parola, e possesso dello stile epistolare, quanto per chi si dedica al
notariato, lo studio del volgare sia pure pella via della grammatica latina era una necessità. Negli statuti che la società de’notaj
di Bologna promulga, gl’aspiranti al diploma di notaro doveno dimostrare
qualiter scirent scribere et qualiter legere scripturas quas fecerint
vulgariter et literaliter, et qualiter latinare et dictare. E a ciò non poteva
bastare uno studio stilistico, ma occorre anche lo studio delle forme e delle relazioni sintattiche. A un tale studio dovevan esser invitati o
condotti anche i discepoli di quel Signa, che fu de'primi a far sentir
l'influsso della Toscana alla sua scolaresca di BOLOGNA, e, meglio ancora, di
quel Faba, il cui conato di far
trionfare il volgare sul latino non potè esser solamente individuale. Faba,
osserva Monaci, viene a prendere il primo posto nella serie di quei maestri
che, facendo passare dal latino al
volgare l'arte dei dictamina, contribuirono assai più di quel che non si creda
alla formazione del nostro idioma letterario, e perciò alla determinazione sia
pure orale delle regole d’esso. Che l'insegnamento fosse porto in volgare confermano
anche i testi grammaticali esplorati da Thurot, il (piale osserva: On einsegnait la gram- [È
superfluo ch'io ricordi quanto e insegna su
questi argomenti Xovati, di cui
ora si può vedere il saggio, a Milano, su
Le Origini. Intorno alle Artes dictandi discorre anche Lisio, L'arte del
periodo nell’opere volgari d’Alighieri, Bologna. Sulla Gemma purpurea e altri
scritti volgari di FAVA (si veda) o FABA (si veda), maestro di grammatica in
BOLOGNA, in Rend. Lincei.] maire aux petits enfants sous une forme tout élémentaire,
d'après le Donatus minor, et mème en langue vulgaire; car, quoique je
n'aie rencontré que deux manuscrits qui contiennent des grammaires élémentaires
rédigées en francais, le traduction de casus par le substantif féminin case et
de modus par meuf montre que ces termes
étaient assez souvent employés pour avoir été accomodés au genie de la langue
vulgaire. Nel prepararsi
inoltre a pronunziare in volgare le
dicerie preparate in latino, nel leggere nel testo volgare, dato per disteso o
in compendio, le formule epistolari modellate in LATINO, ognuno era
naturalmente tratto a osservare le regole del volgare. Medesimente
gl'innumerevoli traduttori dal latino e
dal gallo, e anche dal provenzale, come
avrebbero potuto condurre l'opera loro, così minuta e analitica, senza notare le differenze morfologiche e
sintattiche fra l'una e l'altra lingua?
Codeste stesse volgarizzazioni, specie di opera di filosofia pratica e di varia
erudizione storico-letteraria e retorica, così diffuse e popolari, venivano
indirettamente ma non per questo meno efficacemente a propagare la conoscenza e
l'uso della regolarità del nostro volgare. Anzi le riduzioni e le traduzioni
dei testi di rettorica Notices et
extraits de diverses manuscrits latins, pour servir à l’histoire des doctrines
grammaticales aie moyen àge, in Noi. et extr., ecc. dell'Istituto imp. di Francia, Paris. Gli stessi testi di
grammatica latina dapprima redatti, com'era naturale, in latino, e poi, quando
e dove la conoscenza del latini' si era venuta facendo più scarsa, corredati
della versione volgare almeno nelle parti più necessarie tvocaboli, verbi,
nomi, avverbi, locuzioni, esempi, temi, finiron coll'esser redatti unicamente
in volgare. Son note le vicende di quel fortunato trattatela di grammatica
latina che fu tramandato di generazione in generazione, di paese in paese sotto
il nome di Janna, e che usurpa spesso il nome a Donato e gli disputa la
supremazia nelle scuole. Copiata e ri-copiata
e ri-stampata talvolta anche col titolo di Donato al Senno, adottata nel
corso preparatorio di Guarino, edita da Mancinelli col titolo di grammaticae
aditus tanna, fu ben per tempo volgarizzata non soltanto da un anonimo
bergamasco, ma da Mancinelli stesso, e nuovamente in Milano col titolo di
Donato al Senno con il Calo volgarizzalo; trad. in greco da Planude, servì ai
Costantinopolitani per impararvi IL LATINO, come agl’umanisti per impararvi nella versione di
Planude il greco. Sabbadini Fior di rettorica, la Retorica di
Tullio, ecc., se non contenevano
precetti di grammatica volgare, mirano però direttamente a metter in grado gl'indotti che ignorano il
latino, di parlare ornatamente nel volgar materno. E il compilatore del Fior di
Retorica riduce in volgare gli esempi
latini. Chi non vede gl’effetti di simili libri e ammaestramenti? Ben a ragione
Villani, parlando nella Cronica, Vili, io, di Latini, lo chiama digrossatore
de'fiorentini in farli scorti in bene parlare, ed in sapere guidare e reggere
la repubblica secondo la politica; e con non minor verità la critica afferma di
lui che mostra un certo presentimento degli alti e utili uiticj a'quali
eran chiamati i nuovi volgari romanzi: lode che in parte spetta anche a
Barberino. Per quanto concerne il latino, sorsero ben presto vocabolari e
grammatiche latino-volgari, che rappre [Ancona
e Bacci, Manuale. Sull'insegnamento che potè aver impartito Latini a Firenze
intorno all'ars dictandi, v. Fr.
Novati, Lect. cit., Le
epistole. Nei Reggimenti e
costume delle donne Onestate dice a Elocjuenza:
E parlerai sol nel volgar toscano E porrai mescidare alcun volgar
consonante ad esso di que'paesi dov'hai più usato pigliando i belli e i non
belli lasciando. Cito, tanto per far qualche
esempio, il dizionarietto latino-volgare contenuto nel cod. della comunale
di Perugia; il VOCABOLARIO
LATINO-ITALIANO contenuto nel cod. della Riccardiana, diviso per materia,
o meglio per gruppi di parole aventi un
identico significato, una specie di vocabolario de'sinonimi: di contro, p. es.,
alla colonna di sepultura, tumulus, baralrum, sepulcrum, pilum, tumba,
monimentum, monumentimi, colossus, cenothaphius abbiamo le corrispondenti voci
volgari la sepoltura, el monimento; la grammatichetta latino-volgare contenuta
nel cod.
di Verona, Biadego, Cai. descr. d. mss. d. Bibl. Coni,
di V. Verona. Un frammento di
grammatica latino-bergamasca ha illustrato negli Studi medievali Sabbadini, il
quale ci ricorda l'osservazione fatta da Thurot che nelle grammatiche latine
del Mezzogiorno d'Europa, dove era più scarsa la conoscenza del latino, sono
interpretati in volgare i thaemata che servivano all'applicazione delle regole. Una nuova grammatica
latino-italiana [veronese] ex ha fatto cono sentano, in ogni modo,
l'ingresso del volgare nelle scuole e nei libri scolastici, come strumento
necessario allo studio del latino, e il primo passo d’esso mosso nel campo
teorico sulla via dell'emancipazione da questo, dove procedette sì ostacolato
ma senza mai fermarsi. Tuttavia, questo ed altro di che si potrebbe
agevolmente dire, non spinse alcuno a
trattar di proposito la regolarità grammaticale ne nei libri né, a quanto si
può sapere, nelle scuole. Anzi quanto si
fece a prò del volgare, agevolandone il naturai uso orale, può considerarsi
come un ostacolo ad avvertir la necessità di quella trattazione. Il concetto teorico
scere Stefani, Revue des langues romanes. È notevole, secondo T., che vi s’espongano
significazioni e costruzioni irregolari e difficili. Un glossario
latino-bergamasco è pubb. da Grion in
II Propugn., e da Lorch ne'suoi
Altbergamkischc Sprachdenkmaler.
Altri testi grammaticali indica Rajna, Introd. cit. Per la spinosa questione, v. Zenatti, Dante e Firenze. La tesi di
Zenatti è che Dante a Ravenna potè aver insegnato nello studio retorica
volgare. La Romagna annunzia che Amaducci pone fine a un lavoro in cui crede d’aver
dimostrato che Dante in Ravenna tenne l'insegnamento della rettorica. Noi ammettiamo la possibilità
dell'insegnamento dantesco di retorica e anche di grammatica volgare, solo per
ciò che abbiamo detto della dottrina d'Alighieri circa la grammatica, e del
carattere precettistico del De vulgari eloquentia;
che, comunque s'andassero ormai modificando le condizioni e l’esigenze degli
studi, un insegnamento di lingua, grammatica, retorica volgare con intenti
letterari non è possibile. Se Dante lo imparte, fu solo, come solo fu a elevare
l'edificio del De Vulgari Eloquentia in quanto ha di nuovo circa la lingua e la
grammatica. Colgo qui l'occasione per dichiarare che dalla vasta letteratura
dell'insegnamento pubblico nessuna luce ho potuto trarre pel mio argomento, non
riguardando essa che fatti del tutto esteriori. Non giovò neppure il fatto die
ormai nel corpo stesso della grammatica latina se ne veniva introducendo tanta
parte di quella volgare da quasi bilanciarla, se s’eccettuino le definizioni.
Le nostre biblioteche sono ricche non solo di Prisciani, di Servi e di Donati,
e di grammatiche latine di noti e
ignoti, ma di compendi e trattati grammaticali latino-volgari veramente
preziosi anche pella storia della lingua, come, p. es., quello contenuto nel
cod. della Riccardiana, in
margine: Bucinensis Epistolae quinque de nonnullis Piscium, Avium, Herbarum, Anima della grammatica identifica
la grammatica col latino, la lingua immutabile, regolata: e checché si pensa
dell' origine e dello svolgimento del volgare,
questo non appare al certo in quella sua anche troppo vistosa mobilità capace
d'esser regolato; anzi i prodigiosi monumenti letterari che il genio dei tre
coronati produce, di tanto superiori a quelli pur così ammirati del periodo precedente,
distolsero vie più dall'idea che fosse necessario osservar le regole della
grammatica d'una lingua in cui, senz'esse,
Dante, Petrarca e Boccaccio avevano assegniti, sì alti fastigi. Né alla
grammatica si fa ricorso ne'momenti in cui, cessando il primato toscano,
riaffermandosi le letterature regionali, che innanzi a quello avevano quasi
d'un tratto ammutito, spezzatasi l'unità linguistica nella stessa Toscana, potè
lium Artificium vocabuli, che raccoglie liste di vocaboli assai importanti
(berlingozzi, insalata, erbastrella,
starna, fagiani, merla, giandaia, ecc. Il riccard. L, contenente una traduzione
latina dell’Iliade, ne' Rudimenti grammaticali, ha lunghissime liste di
avverbi, preposizioni e verbi con tutte le corrispondenze italiane; gli è
simile il I3 della nazionale di Firenze; altre liste di verbi volgari
contengono gli Ashburnam della Mediceo-Laurenziana, il riccard., il misceli.
della Casanatense frammento colle
corrispondenze romanesche, vardare, robare, cengere: notevole, tra quanti ho
potuto consultare di siffatto genere, il
riccard. contenente un tractatus grammaticalis ne'cui margini, in
corrispondenza del paradigma latino, è, segnata sempre rosso per miglior uso e
servizio mnemonico, la parte morfologica e sintattica del volgare, che, presa a
sé, è abbondante quanto quasi le regole
di Fortunio. E gli esempi vanno dalla singola parola, el poeta, la musa, lo
homo, la donna, la forestiera a costrutti participiali e gerundivi insegnando
ogni dì, intesi bene principia, volendo il discepolo imparare, e periodici di
più ampia tessitura, avendoti io amato e servito più volte, tu dovevi
richordartene. Questi testi grammaticali, oltre che al comodo comune, servirono
all'istituzione degl’appartenenti a famiglie di qualche importanza. Nell'ultima
pagina del Prisciano contenuto nel cod. riccardiano, è detto: io Lorenzo de
girolamo di Domenico di tingho o venduto q" Prisciano a Alexandre de
Romigi degli Strozzi e al prezzo de lire nove e per fide, ecc. Noto qui, come
per incidente, che molto sarebbe da raccogliere di prezioso materiale
linguistico dialettale o semi-letterario
anche nelle grammatiche latine umanistiche, essendo che i loro autori, Guarino,
Perotti, Scoppa, ecc., abbiano fatto
uso, pelle corrispondenze, del loro dialetto o del dialetto italianizzato.] parere che la letteratura
nazionale è signoreggiata come d’uno spirito d'indisciplina: il che veniva a
ribadire il concetto tradizionale della grammatica. Gello racconta che i literati, che primi usano all'orto de'Rucellai si maravigliarono
di alcuni literati poco avanti la loro età, che avevano composto in versi e in
prosa di questa lingua senza alcuna osservazione: parendo loro impossibile che,
avendo pur veduti gli scritti di que'tre famosi, e'non avessero aperti gli
occhi alle loro osservazioni e non si fossero accorti in quanta corruzione
fusse incorsa la bellissima lingua che
parliamo. Neppur la lettura pubblica nello studio, che pur non poteva non dar
occasione ad avvertimenti grammaticali, suggerì l'idea della compilazione delle
regole prima di Landino, che avvenne pelle ragioni che già vedemmo. Che più?
Dalla morte, anzi dagl’ultimi anni di Dante, che dove ascoltare i rimpianti di
Giovanni del Virgilio del non avere egli scritto in latino il poema, sin oltre l’invettiva di Rinuccini,
cioè fino agl’ultimi echi del giudizio di Niccoli, che ha dopo morte un
difensore in Poggio la quistione sulla preferenza di Dante pel volgare, che è
di quelle che parrebbero fatte apposta per fecondare la critica sulla natura e
la struttura delle lingue e il modo di studiarle, fu a questo proposito
inutilmente agitata: tanto le accuse come le difese non andarono oltre i termini vaghi e generali di
bruttezza e bellezza. Di fronte agl’attacchi e ai dispregi rivolti ad Alighieri
pella forma e la lingua onde compone la commedia non cessati neppur dinanzi
all'opera mirabile compiuta, Guido da PISA (si veda), nel commento latino della dichiarazione
poetica dell'Inferno, si scaglia contro gl’ignoranti che, perchè scritta in
volgare fructum qui latet in ipsa,
quaerere negligimi et abhorrent. Corteccia è la lingua anche per BOCCACCIO (si
veda), che in tre momenti per lui solenni, Epistola a Petrarca per accompa- [È
discretamente abbondante anche la letteratura dei commentatori di Dante e di Petrarca,
ma ben pochi elementi fornisce al nostro tema dal punto di vista teorico. È
largamente trattata da Zenatti in Dante e Firenze, I brani che T. cita in proposito son tutti di
qui, e a questo saggio rimanda per molte altre notizie che gettano luce
sul nostro tema. gnar il testo della commedia,
trattatello in laude d’ALIGHIERI (si veda), lettura in Santo Stefano, difese
con tanto calore il suo ammirato poeta di tutte le accuse. E quando
l'intemperante e intollerante umanista lancia contro Alighieri il titolo di
poeta da calzolai, Rinuccini risponde
osservando che gl’umani fatti dipigne in volgare più tosto per far più utile a
suo'cittadini che non farebbe in latino, e affermando ch’il volgar rimare è
molto più malagevole e meritevole che'1 versificare litterale. Ser Domenico di
maestro Andrea da Prato anda più in là. dicendo che esso volgare nel quale scrive
Dante è più autentico e degno di laude che il
latino e'1 greco ch’essi hanno. Dopo questo stadio acuto della questione
i giudizi s'andaron facendo più miti. E quegli stessi che vi partecipano d’avversari
del poeta, finirono coll'ammirarlo: Bruni, p. es., che dichiara ne' noti dialogi
ad Petrum Histrum, di pensarla come Niccoli, scrive contro questo 1'oratio in
nebulonem maledicum e la vita di Dante e di Petrarca. Il Eilelfo
non isdegna leggere tutte le domeniche al popolo la commedia.
S' intende, anche ora detrattori non mancano, e Filelfo stesso dove purgare il poeta
degli spregi d'ignorantissimi emuli. Ma ormai l'umanesimo trionfante poteva
guardar la passata letteratura
senz'inimicizia, avvicinarla, ammetterla: il certame coronario fu pos- Il
dissidio, s'intende, era più apparente che reale, era più nella mente de' dotti colpita dall’esteriorità e imbevuta di
pregiudizi che non nel fatto: quel latino e quel volgare sono legittimi
prodotti dello spirito italiano, sono due modi d'esprimersi che apparentemente
designano una doppia serie di spiriti diversamente conformati; ma non era né
poteva esser cosi. Era un'età di transizione, e come tale presenta i suoi
contrasti, che sembrano e sono più stridenti
quando il nuovo irrompe colla sfrenatezza e l'intemperanza che gli è
consueta. Negli stessi singoli individui s’avvertono apparenti discordanze:
anche nei tre maggiori non mancano a proposito di questa stessa questione, del
riconoscimento cioè del volgare: semhrano contraddirsi, sembrano oscillare, ma
in realtà essi son sempre d'accordo e coerenti con sé stessi e coll'età. Così
avviene per Bruni e per Niccoli: il
primo muove dal latino per andar verso il volgare; il secondo dagl’entusiasmi
pel volgare che gli fanno imparar a memoria la divina commedia, passa agli
oltraggi contro il poeta divino. Poi tutta la gloriosa schiera degl’umanisti
accoglie in sé latino e volgare, e Alberti,] sibile appunto, perchè le ire sono
sbollite, e il volgare poteva presumere di misurarsi col latino. È appunto, cred'io, per questi
raffronti istituiti senza fiere opposizioni, se non in amichevole accordo delle
parti contendenti, che le discussioni, che dovettero derivarne, poterono
avviarsi a qualche conclusione utile; ora era proprio di lingua, che si poteva
parlare, indipendentemente dalle persone e dalle dottrine poetiche. Il fatto è
che appunto di questi tempi ha luogo, comunque
originata, la già accennata controversia di Biondo e di Bruni, donde
abbiam visto uscire il concetto della regolarità grammaticale del volgare,
concetto veramente rivoluzionario rispetto a quello che si aveva prima della
grammatica. E coll'implicita affermazione della possibilità della grammatica
del volgare, sorgere la grammatica. Anzi
ci fu anche qualcosa di più che quell'affermazione; Landino, nell'orazione tenuta incominciando a
leggere i sonetti di Petrarca, accenna esplicitamente al bisogno di scoprire e
rissare le regole grammaticali del volgare, intorno appunto agl’anni in cui una
mano stende la prima grammatica della lineria italiana. Poliziano, Lorenzo, Sannazaro son glorie di tutt'e due
le letterature. é Medesimamente, quando si parla dello scadimento della lingua volgare, s’adopera un termine
improprio, pelle ragioni che non importa ripetere. Per quel che concerne poi la
copia della produzione, basta, pella
poesia, vedere il volume di Flamini, La lirica loscatia anteriore ai tempi del
magnifico, Pisa, e pella prosa, quel che ne discorre Baco, nel libro Prosa e Prosatori, Palermo, al qual
volume rimando pell’abbondanti notizie bibliografiche concernenti i rapporti tra il latino e
il volgare. E pell'interesse onde fu
proseguita la tradizione nazionale, basta pensare alla lettura di Dante, al circolo
di Coluccio, a quello del paradiso degl’Alberti, alle conversazioni del convento
di S. Spirito, all’improvvisazioni
de'canterini in S. Martino, alle radunanze di
S. Maria del Fiore, all'ufficio
dell'araldo della signoria, all'opera
letteraria de'giudici e notai della cancelleria,
al circolo della bottega di Calimala, a quello della bottega del Bisticci, all’accademia
senese, agl’Orti, e, in genere, all’esercitazioni poetiche mantenute tra le
faccende giornaliere della vita, nelle cancellerie, nelle case signorili, nei
ritrovi, ne'fondachi. In Corazzini, Miscellanea di cose inedite o rare,
Firenze. LANDINO (si veda) è eletto professore pella poesia e l'oratoria. Ma il
caso rimane isolato appunto perchè ormai il movimento a favore del volgare fu
così intensificato, che non ci fu il tempo perchè la via segnata dalla
grammatichetta vaticana potesse essere ila altri battuta. Si sa che dopo l'anno
del certame, L’ITALIANO anda guadagnando sempre maggiori sim-[Avemmo tentativi
parziali d’ortografia, e, anche più particolari di punteggiatura. Onesta
precedenza nella costituzione di regole ortografiche e di punteggiatura ebbe
due diverse cause, oltre quella del dissidio tra il latino e il volgare: le
esigenze create dall'invenzione dell'arte della stampa, e il gusto che il
classicismo veniva sempre più raffinando e che voleva dimostrare anche nei
minimi particolari della scrittura. Per tale rispetto il costituirsi di questa parte della grammatica in norme
speciali era un avviamento di progresso, perchè moveva dal bisogno sentito
dall'artista di conservare alla sua parola tutta quella vita o la parte di
quella sua vita di cui egli aveva coscienza. È, al proposito, della massima
importanza il vedere quello che recentemente s'è scoperto praticasse PETRARCA (si veda) in armonia con una teoria
quasi certamente sua nello stendere in
definitiva forma il suo canzoniere, egli che da quel grande umanista che era e
artista di squisitissimo sentimento, il più squisito che noi avemmo, ben è in
grado d’avvertire le più impercettibili sfumature d'accento e di suono ne'suoi
schietti e luminosi fantasmi. Egli, oltre il suspensivus (/), la nostra virgola, il colon (.), il nostro punto, l' interrogativus anche talora in forza d'esclamativo f., il
nostro interrogativo, adopera per speciali atteggiamenti di pensiero DUE ALTRI
SEGNI speciali: un punto sottostante a una virgola (.'), simile nella forma al
nostro esclamativo, pella clausola non chiusa
nell’INTENZIONE (vide Grice, “I KNOW vs. I know” -dello scrittore – R.
M. Hare sub-atomic particles of logic; e un punto attraversato da una virgola (/), per esprimere un'idea enfatica – cf. Grice on stress - di
particolare interesse per lui. Do un esempio del primo segno. Da be rami
scendea dolce nella memoria. Una pioggia di fior sovral suo grembo. Ed ella si
sedea Humile 7
tanta gloria couerta già de lamoroso nembo. Qual fior cadea sul lembo.
Qual sulle trecce bionde Choro forbito e perle
Eran quel dì a vederle. Ed ecco un esempio del secondo. Voi cui
fortuna a posto in mano il freno delle belle contrade Di che nulla pietà par
che vi siringa. Codesti segni, che si trovano adoperati anche nel vat. hit.,
contenente il bucolicum cat'tnen e nel vat. lat., contenente il de sui ipsius et multorum ignorantia,
corrispondono perfettamente a quelli di cui si discorre in un’ars punctandi, attribuita
a PETRARCA, e che questi avrebbe esposto
in una lettera a Salutati in risposta a un quesito di lui. L'edizione è fatta a
Lipsia con i tipi d’Arnaldo da Colonia, e comprende tre opuscoli riuniti certo
per uso scolastico: Il modus epistola/idi di Saphonenn, l'ars patie e aiuti da
parte de'dotti, e dalla Toscana il moto si propaga con molta rapidità nelle
altre regioni d'Italia, specie nel Veneto, dove scrissero o insegnarono le regole della lingua volgare
Augurello e Gabriello, e punctandi di Petrarca, e il Dyalogus de arte punctandi
di Giovanni de lapide. Società filologica
romana, iI canzoniere di Petrarca riprodotto letteralmente dal cod. vat.
lai., coti tre foto-incisioni, cur. Modigliani, in Roma, presso la Società.
Ili, Prefazione. Per altro, devesi osservare che questi trattatelli di ars
punctandi, come altri d'altro argomento
affine, quale il trattato De aspiratione di Pontano, erano dettati non in
servizio del volgare, ma specialmente in servizio del latino. Il volgare v’entra
in ispecie pelle varietà che veniva offrendo rispetto al latino, e l’osservazioni
erano poi più o meno seguite dai nostri grammatici del volgare. P. es.,
Fortunio ci dice. Come che il dottissimo Pontano nel suo trattato d'aspiratione dice, la pre-posizione
di questa lettera g a'vocali [come
in Giano, gioco, Giove] nella volgar lingua esser processo da barbari:
ma, la Tosca pronunciatione seguendo, a me par che vi si convenga. Se non s’ebbero
speciali trattati ortografici, non manca peraltro chi nelle trascrizioni
seguisse un sistema determinato di pronunzia. Mi basti citare 1'esempio messo
in luce da Rajna, Osservazioni
fonologiche a proposito d’un ms. della
Magliab., il libro della storia di
Fioravanti, in II Propugu., Dell'insegnamento di Trifon Gabriele, autore d'una Institutione della
grammatica volgare, uno de'grammatici e critici più riputati, e chiamato il
Socrate di quella età, Sanctis, Storia, ci lascia notizia in uno de'suoi dialoghi
Speroni, dove introduce a parlare de'
propri studi Brocardo. Questo nostro buon padre primieramente mi fa noti
i vocaboli, poi mi die regole da conoscere le declinazioni e coniugazioni di
nomi e verbi toscani, finalmente gl’articoli, i pronomi, i participii, gl’avverbi
e l’altre parti dell'orazione distintamente mi dichiara. Tanto clic accoltein
uno le cose imparate, io ne composi una mia grammatica con la quale scrivendo
io mi reggevo. In Sanctis. Per ogni
notizia riguardante Augurello, Gabriello
e altri, rimando al cit. libro di Cian, Un
decennio ecc. Per Augurello, in particolare, Serena, Attorno ad Augurello,
Treviso, e Pavanello, Un maestro: Auguralo, Venezia. 11 P. non sa dirci nulla se
l'A. scrive la grammatica; ma afferma l'esistenza dell'insegnamento a
Padova, a Venezia, a Treviso, e dà altre
indicazioni importanti circa uomini e cose di questo periodo e di quanti
sono in
relazione con Bembo. Bembo anda meditando quelle che poi divennero le
sue celebri prose, mettendo insieme, a
richiesta d'una sua amica, un libretto di Votazioni. La grammatica ormai cade
sotto il dominio della poetica del ri-nascimento e si sottopone al principio
dell'imitazione: la qualità di Toscano
non era più necessaria per occuparsi autorevolmente ed efficacemente del
volgare, che veniva a esser considerato come lingua morta, e come tale studiato
e regolato nella grammatica. E senza negare che pur in Toscana le cure spese
intorno ad esso né s'arrestano né s'affiochirono, che anzi troveremo non pochi
tra i Toscani escogitatori di concetti e di riforme veramente originali,
pure il movimento si svolge segnatamente
fuor di Toscana, almeno nei rapporti della compilazione scritta delle regole.
Ci basta il ricordare che a confessione stessa di Bembo, sono alquanti che
scriveno della lingua volgare. Codesti dovevan esser certamente fuori di quel
circolo cui egli dirige il manoscritto delle sue prose e che era composto di
Trifon Gabriele, suo principale corrispondente,
d’Augurello, di Tiepolo, di Valerio, di Ramusio e di Navagero. Chi
fossero non è ben chiaro, ma nella mente di Bembo dovevan esser con ogni
probabilità, oltre il Calmeta, che accusa di plagio, Fortunio, Liburnio, Colocci. Se tutti costoro insegnassero o
scrivessero, come Augurello e Trifone, regole della volgar lingua, non sappiamo;
come non sappiamo se e come si concretassero
l’osservazioni della lingua che, secondo la testimonianza di Trissino,
sarebbero andati facendo Dolfin, Fracastoro, Giulio Su Calmeta v. specialmente Rajna,
La lingua cortigiana Anche a Colocci sono attribuite d’Ubaldini regole
della lingua, che però dovrebbero essere state confuse, come ben suppone Cian,
non tanto col vocabolario, che effettivamente esiste nei due codd.
vaticani, sì bene coll’annotazioni su
varii autori volgari e latini o colla
Colleclio vocum Petrarchae et aliorum, die realmente esistono ancora Oggidì fra i codici vaticani. Per
Colocci, Rajna, recens. cit. del libro di Belardinelli, nella
quale -ohm anche messi a profitto due
altri scritti riguardanti Colocci, l'uno di Neri, Nota sulla letteratura
cortigiana del Rinascimento, in Bull. il. di Bordeaux, e l'altro di Debenedetti, Intorno ad
alcune postille di A. C, in Zeit. f. rom. Philol.. 4S Sforici
della Grammatica Camillo, e quel Amaseo di cui, mentre
pronunzia una gonfia orazione a BOLOGNA in difesa del latino, ormai
detronizzato, si sa che spiegava al proprio figliuolo e a un altro scolaro le regole della volgar Ungila,
e l'altro gruppo di letterati di cui ci tiene parola Dolce nelle sue Osservazioni, Cappello, Veniero, ZANE (si veda), Gradenigo, Baroer, Amalteo,
ecc. – TUTTI VENETI. Ma se non tutti sono stati intenti a scriver e
compilar grammatiche, di cose grammaticali certo s'occupano e molto s'
intendevano, specie coloro a'quali Bembo richiede l'opera di correttori e di
consiglieri, e, per tornare in Toscana, i frequentatori di quegli orti
Oricellari, alle cui discussioni presero
parte, tra gli altri, TRISSINO (si veda), che vi espone le sue dottrine
ortografiche, e il grande segretario fiorentino che bolla d'inonestissimi i
seguaci di Trissino, sostenendo che quella tale lingua curiale non esiste se non in quanto il fiorentino
de'sommi si sarebbe imposto all'uso letterario di tutta Italia, arricchito nel
vocabolario, ma invariato nella grammatica,
e che, primo Per una grammatica di Camillo
v. più innanzi. Zambaldi, Delle teorie ortografiche in Italia, estr. dagl’Atti
del R. Istituto veneto, Venezia. Sensi
(M. Claudio Volo/nei e le controversie
sull'ortografia italiana, non è disposto
a cedere la priorità e la maggior importanza del movimento grammaticale toscano
di contro a quello delle altre regioni d'Italia, e raccomanda che questo punto sia meglio riveduto. Egli anche
a parer mio ha perfettamente ragione, (pianilo parla d’un interessamento dei
Toscani vivo, continuo e intenso versoli loro idioma, che manifestano specie in
radunanze e ritrovi, nello sforzo di parlarlo meglio che possono; ma in fatto di produzione di
grammatiche, fatto concreto e accertabile e accertato quella vaticana è
l'eccezione che ha il valore che abbiam
visto il posto d'onore spetta a non toscani. Quella stessa testimonianza di
Pazzi quel che noi ridiente diciavamo, loro si sono messi a far sul serio
indica la coscienza che di questo fatto avevano i toscani; e vedremo che fino a
Giambullari, la Toscana non ebbe un vero e proprio grammatico del volgare, e
quando i Toscani vi posero mano tu proprio anche per un certo sentimento di vergogna che li punse nel
vedersi legiferare la loro lingua dagl’altri – “which reminds me of Otto
Jersperson!” H. P. Grice. Su gl’Orti, Scott, The Orti Oricellari, Firenze. Pella
composizione del Dialogo intorno alla
lingua di Machiavelli, v. Rajna, in
Rend. d. Acc. d. Lincei, fra tutti, intuì il valore dell'elemento
sintattico nella lingua, come fecero
poi, tra gli altri, il Martelli e
Gelli. Tutto questo è detto per dimostrare che, quando Fortunio pubblica le sue
regole, la necessità dello studio grammaticale del volgare era largamente riconosciuta, sia come effetto della sorta
coscienza dell'importanza della letteratura, sia in tanto in quanto a parlar
bene nel patrio idioma occorr, in ordine al canone dell' imitazione formulato
dal classicismo, osservare la regolarità
de'nostri sommi. Quando Fortunio pubblica le sue regole, due fatti si maturano,
la vittoria definitiva del volgare sul LATINO e il comporsi della dottrina
dell'imitazione in una salda unità di principi. Anzi esse ne sono la prima comune manifestazione. Primo e
principale effetto di quella dottrina è lo studio della forma esteriore così
nella letteratura antica che nella
moderna, elevata ai medesimi onori di quella: della forma nessun aspetto
fu trascurato, parendo essa
quasi tutto il meglio del- [Regole
grammaticali della volgar lingua di i/tesser FORTUNIO (si veda), reviste, e con somma
diligentia corrette. Aldus. La prima edizione ne è fatta in Ancona per
Vercellese. In poco più di trentanni sono ristampate diciotto volte. Un'altra
edizione da T. consultata è quella di
Vinegia, per Bindoni e Pasini compagni.
Una bibliografia de’nostri
antichi grammatici s’ha nella Biblioteca dell'eloquenza italiana di FONTANINI
(si veda) annotata da Zeno, Venezia. Di grammatici s’occupa di proposito anche
Tiraboschi nella sua storia della letteratura italiana, Roma. Grammatici
italiani in volgare; Contese
ortografiche, sul titolo della lingua,
ecc.; GRAMMATICI FILOSOFICI TOSCANI.
Notizie a loro relative si possono raccogliere in tutte le storie letterarie:
T. cita per tutte quella scritta d’una società di professori e edita per cura di
Yallardi, ma ricordando in particolare la storia di Canello, Milano. Ai meriti
di Sanctis anche verso la storia, l'opera
d'arte, ivi scoprendosi tutto l'artifìcio dello
scrittore: quindi sceltezza di lingua,
correzione, regolarità, eleganza, armonia nel disegno totale e in
ogiir-rniirimo particolare sono le doti volute alla perfezione d'un' opera: si
discusse dove e come studiarle: sono studiate, poi legiferate, codificate in
altrettanti particolari trattati: grammatiche, vocabolari, disamine
linguistiche, metriche, rettoriche: l'osservazione è tradotta in legge: sorge
così il purismo classico:
l'erudizione cede il passo all'estetica.
Di queste particolari trattazioni, se stiamo alle date delle principali opere
critiche, sorge prima la grammatica: che le prose di BemboT dove, oltre la grammatica, son trattati
l'effetto poetico dei diversi suoni e il valore onomatopeico delle varie vocali
e consonanti, sono del 25, il De Arte poetica di Vida, dove si danno le leggi d’armonia
imitativa, è del 27, la Poetica di
Trissino, che discorre di lingua e metrica toscana, è del 29, del 35 è il primo vero vocabolario toscano, al
39 risale il tentativo di Tolomei
d'introdurre i metri classici nella poesia volgare ecc. Se ciò non dipese dal
caso, la ragione è da ricercare nel fatto che, come la regolarità grammaticale
è la caratteristica che prima colpisce l'occhio del lettore e dello studioso ed
è, diremo, la dote essenziale della
forma esteriore d'una scrittura, così è o sembra più facile e nel tempo stesso più utile e
necessario il codificarla. La grammatica inoltre, e questa della grammatica ho già accennato, e torna a
discorrerne direttamente a suo luogo. Notizie di grammatici s’hanno, naturalmente,
in tutti i libri che trattano la questione della lingua: bastera che T. ricordi qui: Caix, Die Streitfrage ilber d. ital. Sprache, neh'
Italia dell' Hillebrand; Ovidio, Le correzioni ai promessi sposi e la questione
della lingua; Napoli; Vivaldi, Le controversie intorno alla nostra lingua;
Catanzaro, Foffano, Giorn. si. d. leti. il., dove si tien conto de'grammatici con
molta diligenza; Luzzatto, Pro e contro Firenze, Sensi, Pass. Bibl.; ora, Belardinelli, La questione della lingua.
Un capitolo di storia della letteratura
italiana. Da Dante a Muzio. Con una fonte, Roma, cit.
receus. Rajna Su i primi
grammatici della lingua italiana è scritto, oltre che da Morandi già
cit., da Ferrari, Rivista europea.
Anche nel Canone è la prima scienza. è ragione forse di maggior peso che non la
precedente, è in intima connessione con ognuna delle trattazioni che possono
esser condotte anche separatamente;
perchè è linguistica, se indaga l'origine e lo sviluppo della lingua che
studia, è vocabolario in quanto registra, nei paradigmi e negl’esempi, molte serie
di parole, è storia dove tratta
d'etimologia, è metrica, e, fino a un certo segno anche rettorica, specie dove discorre dell'uso e
della collocazione delle parole e delle figure grammaticali. Lo sguardo
del grammatico, insomma, può spingersi
in ogni aspetto della forma, s’è largo e
profondo. L'opera del nostro Fortunio, infatti, di cui abbiamo i primi due
libri soltanto, l'uno del dirittamente parlare, morfologici, l'altro del
correttamente scrivere, ortografia, comprende, secondo quant'egli afferma nel
proemio, in altri tre libri, la trattazione delli più riposti vocaboli, etimologia,
stilistica, della costruttione varia
delli verbi, sintassi, e della volgare
arte metrica, svolgendo così tutta o quasi la materia grammaticale, senza dire
che nel primo e secondo libro sono spesso discusse delle questioncelle di
critica ermeneutica, quasi saggio d'un'ampia appendice, che pure aveva tracciata
nel suo disegno. Ad ogni modo, questo primo tentativo d'abbracciar tutta la
forma della lingua che s’offre ora allo
studio e alla imitazione, rivela il calore onde la critica s'applica alla letteratura.
Ma, in generale, all'elaborazione della grammatica volgare, com'è già avvenuto per quella vaticana, presede il
modello della latina. Dei grammatici latini quelli che conservano fino al ri-nascimento
la maggiore autorità, sono Donato, ch'alla
prima arte volle pella mano, e Prisciano
Cesariense, della turba grama
dantesca: Donato specialmente, nell’Ars minor, pella prima istituzione
grammaticale, e Prisciano, il più completo fra tutti, pello studio più elevato;
ma il ri-nascimento sente il bisogno d’adattarli per i tironi riducendoli e
integrando l'uno coll'altro. Un primo tentativo di riduzione ha eseguito per
tempo Zonino da Pistoia, che è il primo a imporre il nome di Reguìa~e~?i\\%. grammatica latina; ma non ha molta fortuna. Assai più largamente adottati sono invece
Guarino e Perotti. Quest'ultimo gode ancora il vivo favore dei discenti, come
vedremo sulla testimonianza del
Conte di
S. Martino, che lo copia
letteralmente nelle sue osservazioni di grammatica toscana. T. da in nota, per
comodità dei lettori e per evitarsi continui raffronti
e ripetizioni, un'indicazione sommaria
delle due arti di Donato e dell’instituzioni di Prisciano, valendosi
delle loro stesse parole: di Prisciano,
che non si presta pella sua abbondanza di
Ecco lo schema della Donati De partibus orationis ars minor, ed. Kiel,
Lipsiae. Partes orationis VIII – I nomen
II pro-nomen III verbum IV adverbium V participium VI coniunctio VII praepositio VIII
interiectio.Nomen est =df pars orationis cum casu corpus aut rem proprie communiterve SIGNIFICANS
(Grice ; ‘shaggy.’) Nomini accidunt, sex: qualitas, proprium – FIDO --, appellativum – shaggy conparatio positivo comparativo
supperlativo, genus, maschile, femmenile commune promiscuo numerus singulare
duale – ‘ambedue’ --, plurale, figura, simpice, conposta, casus VI. Pro-nomen est =df pars orationis –
Grice, “Someone, I, is hearing a noise, quæ pro nomine posita tantunden paene SIGNIFICAT
PERSONAMque – Grice, “PERSONAL IDENTITTY: “Something is hearing a noise” --
interdum recipit. Pronomini accidunt, sex) : qualitas, genus, numerus, figura. Verbum est (=df) pars orationis cum tempore
et persona sine casu aut agere aliquid aut pati aut neutrum SIGNIFICANS. Verbo accidunt septem
qualitas in modis indicativo imperativo ottativo
coniuctivo infinitivo impersonale. In formis perfecta meditativa frequentativa inchoativa.
Coniugatio PRIMA, AM-o, -as, -bo, -bor; SECONDA,
doceo; TERZA, lego genus attivo passivo neutro deponente
com.ì; numerus f singolare, duale, plurale
figura isimplice composta tempus praesens, praeterito imperfetto perfetto plusquamperfectum; futuro),
persona prima – Grice, “I am hearing a noise”, SECONDA TERZA “Someone is
hearing a noise). Adverbium
– e. g. ‘non,’ compostodi ‘ne’ e ‘on’ – est =df pars orationis, quæ adiecta
verbo SIGNIFICATIONEM eius explanat atque inplet. Adverbio accidunt tria: significano
loci temporis numeri NEGANDI (‘non’) affirmandi demostrandi optandi hortandi
ordinis interrogandi similitudinis qualitalis quantitatis dubitandi personæ vocandi
respondendi separandi iurandi eligendi congruendi prohibendi eventus comparandi
comparatiti figura. Participium est =df. pars orationis partem capiens
nominis, partem verbi;
nominis genera et casus, verbi tempora
et SIGNIFICATIONES, utriusque numerimi et figuram. Participio
accidunt sex: genus casus tempus SIGNIFICATIO numerus
figura. Coniunctio est =df. pars oratiois adnectens ordinansque
sententiam. Coniuctioni accidunt irta:
potestas coppulativa – e -- disgiunctiva – o -- expl. – ‘se’ --, caus., ration. figura ordo praep., subs.,
coiti. Prae-positio est =df. pars orationis quæ praeposita aliis partibus orationis SIGNIFICATIONEM casum aut
conplet aut mutat aut minuit. Praepositioni accidit unum: casus. Interiectio
est =df. pars orationis SIGNIFICANS MENTIS [ANIMAE] AFFECTUM VOCE INCONDITA.
Interiectioni accidit unum: SIGNIFICATIO (la
intelligimus cum multis aliis etiam comprehensivum, verbale, principale,
adverbiale. de comparativis et sup. et eorum diversis extremitatis: ex quibus positivis et qua ratinili
formantur; de diminutivis: quot eorum species, ex quibus declinationibus
nominimi, quomodo formantur de denominativis et verbalibus et part. et adv.:
quot eorum species, ex quibus primitivis, quomodo nasenntur. de generibus
dinoscendis per singulas
terminationes; de nunieris;
de figuris et
earum compage; de
casti. Genera: masculinum,
femininum, commune et neutrum vocis magis qualitade quam natura dinoscuntur,
quae sunt sibi contraria, epicœna vel promiscua. clnbia. Numerus dictionis
forma, quae discretionem quantitatis facere potest. singularis vel pluralis. Figura quoque
dictionis in quantitate
comprehenditur: vel eiiim
simplex, vel composita,
vel decomposita. Casus est
declinatio nominis vel aliarum casualium dictionum quae fit maxime in
fine. de nominativo casu per singulas extremitates omnium nominnm, tam in
vocales quam in consonantes desinentium, per ordinem; de genetivorum tam
ultimis quam penultimis
syllabis, de ceteris
obliquis casibus, tam
singularibus quam pluralibus, de verbo
et eius accidentibus. VERBVM est pars
orationis cum temporibus et
modis, sine casu, agendi vel patiendi SIGNIFICATIVM. accidunt octo. Significatio
sive genus, tempus, modus, species, figura, coniugatio et persona cum numero, quando afifectus
animi definiti. Significatio:
activus, passivus, neutrum (absolutum i, deponens. tempus: praesens, prateritum
et futurum: praeteritum in tria, imperi"., perf., plusquamp.
modi sunt diversae inclinationes
animi, varios eius affectus demonstrantes. sunt autem quinque: ind. sive
definitivus, imp., opt., subiun., infinitus. ind.us, quo indicamus vel definimus, quid agitur a nobis vel ab aliis,
qui ideo primus ponitur, quia perfectus est in omnibus tam personis quam
temporibus et quia ex ipso omnes modi accipiunt regulam et derivativa nomina sive verba vel participia ex hoc
nascuntur, et quia primo positio verbi, quae videtur ab ipsa natura esse
prolata, in hoc est modo, quemadmodum in
nominibus est CASVS NOMINATIVS, et quia substantiam sive essentiam rei SIGNIFICAT,
quod in aliis modis non est. neque enim qui imperat neque qui optat nequi qui
dubitat in subiunctivo substantiam actus vel passionem significat, sed
tantummodo varias animi voluntates de re cavente substantia. Species sunt verborum duae,
primitiva et derivativa, quae inveniuntur fere in omnibus partibus orationi.
diversae species inchoativa, -sco, meditativa, -urio, frequentativa,
desiderativa, et aliæ a nominibus
(patrisso) et a verbis (albico).
Impersonalia Figura quoque accidit verbo, quomodo nomini. Coniugatio est consequens verborum
declinatio. Sunt igitur personae verborum tres. Numerus accidit verbis uterque,
quomodo et omnibus casualibus, singularis, pluralis. de regulis generalibus
omnium coniugationum. de praterito perfecto. de participio. de pronomine. est pars orationis, quae pro nomine
proprio uniuscuiusque accipitur
personasque finitas recipit.
accidunt sex: species,
personae, genus, numerus,
figura, casus. species: primitiva derivativa, persona prima et secunda
persona singula habent pronomina, tertia sex
diversas voces. demonstrativa, hic, relativa, is, praesens iuxta, iste,
absens vel longe posita, ille, demonstrativa et relativa. genus: m., f., n.
figura: s., e. numerus: s., pi. casus: quemadmodum nominibus. De præpositione. Apolloni
auctoritam in omnibus sequendam putavi. pars orationis indecl., quae prep.
aliis part. vel appositione vel comp. cognationes de potestate separatae
praepositiones vel acc. vel abl. adiunguntur.
De adverbio et interiectione. Pars orationis ind., cuius significatio verbis
adicitur. accidunt species,
significatio. figura species prim. der. conp. sup. dim.
significatio adverbiorum diversas
species liabet tempus locum
dehortativa confirmativa figura: simpl. conp. deconp. iurativa dub. discretiva
ord. intentiva comp. super, etc. Interiectionem Graeci inter adv. ponunt, quoniam haec quoque
ve] adiungitur verbis
vel verba ei
subaudiuntur, ut si
dicam papae, quid video?',
vel per se
'papae', etiamsi non
addatur 'miror', habet
in se ipsius
verbi significationeni. quae res maxime fecit, Romanorum artium
scriptores separatim liane partem ab adverbiis accipere, quia videtur affectum
habere in se verbi et plenam modus animi significationem, etiamsi non addatur
verbum, demonstrare. interiectio tamen non
solum quem dicunt græci
oxerMao/uóv significat, sed etiam voces, quae cuiuscumque passionis
animi pulsa per
exclamationem intericiuntur. habent
igitur diversas significationem: gaudii,
doloris, timoris, etc optime tamen
de accentibus earum
docuit DONATO E PRISCIANO, quod non sunt certi, quippe, cura et
abscondita voce, id est 6r non piane expressa, proferantur et prò affectus
commati qualitate, confunduntur in eis accentus De coniunctione. e. est pars
orationis ind. coniunctiva aliorum o. quibus consignìflcat, vini vel ordinationem
demonstrans: vim, piando simul essires aliquas significat, ut et pius et fortis
fnit Ænaeas; ordinem, quando consequentiam aliquarum demonstrat
rerum, ut si ambulat, movetur.
accidunt: figura et species, quam alii poteitatem nominant, quae est in
significatione coniunctionum, praeterea ordo. figura: s., e. species: copulativa,
continuativa, subcontinuativa adiunctiva causalis effectiva approbativa
disiunctiva subdis. disertiva abl. praesump. advers. abneg. collect. vel
rationalis dub. completiva ordo: praeponuntur. subponuntur. de
constructiono sive ordinatione
partium orationis, inter se. Quoniam
in ante expositis
libris de partibus orationis in plerisque Apolloni auctoritàtem sumus
secuti, aliorum qtwque sive nostrorum sive Graecorum non intermittentes
necessaria et si quid ipsi quoque novi potuerimus addere, nunc quoque eiusdem
maxime de ordinatione sive constructione dictionum, quam Graeci ovvra^iv
vocant, vestigia sequntes, si quid etiam ex aliis vel ex nobis congruum
inveniantur, non recusemus intercipere.
necessariam ad auctorum
expositionem. est oratio
comprehensio dictionum aptissime ordinatarum, quomodo syllaba comprehensio
literarum aptissime coniunctarum, et quomodo ex syllabarum coniunctione dictio,
sic etiam ex dictionum coniunctione perfecta oratio constat. Exempla: per
abundantiam: literae, relliquias, syllabae, tutudi, dictionis, me, me adsum qui
feci; literae prorfest, syllabae, inafoperator, dictionis, sic ore locuta est: per defectionem: literae,
audacter, syllabae, commovit, dictionis, urbs antiqua fuit quam, Tyrii
tenuere coloni. Quomodo autem literarum
rationem vel scripturae inspectione vel aurium sensu diiudicamus, sic etiam in
dictionum ordinatione disceptamus rationem contextus, utrumque recta sii an
non. nani si incongrua sit, soloecismum faciet, quasi elementis orationis inconcinne coeuntibus, quomodo inconcinnitas literarum
vel syllabarum vel eis accidentium in singulis dictionis facit barbarismum.
sicut igitur recta ratio scripturae docet literarum congruam iuncturam, sic
etiam rectam orationis compositionem ratio ordinationis ostendit: dementa,
syllabae, dictiones, orationes praeponuntur et postponuntur, dividuntur et
coniunguntur, transmutantur, aliae prò
aliis accipiuntur. Solet quaeri causa ordinis elementorum, quare a ante
b et cetera; sic etiam de ordinatione casuum et generum et temporum et ipsarum
partium orationis solet quaeri. restat igitur de supra dictis tractare, et
primum de ordinatione,collocatio, partium, quamvis quidam suae solacium
imperitiae quaerentes aiunt, non oportere de huiuscemodi rebus quaerere,
suspicantes fortuitas esse ordinationum
positiones. sed quantum ad eorum opinionem, evenit generaliter nihil per
ordinationum accipi nec contra ordinationem peccari, quod existimare penitus
stultum. si autem in quibusdam concedunt esse ordinationem, necesse est etiam
omnibus eam concedere, sicut igitur apta ordinatione perfecta redditur oratio,
sic ordinatione apta traditati sunt a doctissimis artium scriptoribus partes orationis, cum
primo loco nomen, secundo verbum posuerunt, quippe cum nulla oratio sine iis
completur, quod licet ostendere a constructione, quae continet paene omnes
partes orationis. a qua si tollas nomen aut verbum, imperfecta rit oratio; sin
autem cetera subtrahas omnia, non necesse est orationem deficere, ut si dicas:
idem homo lapsus ben bodie concidit, en omnes insunt partes orationes ausane
comunctione, quae si addatili, aliarti orationem exigit. Possumus
autem et amplioribus rationibus de ordinatione partium demonstrare; sed quia
non de ea propo sitimi nobis est, sumciat hucusque dicere. Quaestio quare
interrogativa dictionum in duas partes orationis solas concesserunt, id est in
nomen et in adverbium: an haec etiam approbatio est, principales duas esse
partes orationis nomen et verbum, quae quando in notitia non sunt, habere de se
interrogationem frequenter
accipiendam? Ouoniam de bis, quae
loco articulorum accipi possunt apud Latinos in supra dictis ostendimus et de
generaliter infinitis vel relativis vel interrogativis nominibus, quae
relationis causa stoici inter articulos ponere solebant, et de adverbiis, quae
vel ex eis nascuntur vel eorum
diversas sequuntur SIGNIFICATIONES, consequens esse existimo, de
pronuininimi quoque constructione disserere. Partes orationis ad aptam
coniunctiones ferri debent. per figurarti, quam Graeci à.kkoiòxt\xa vocant, id
est variationem, et per nQÓÀrjynv vel
ovMeipiv, id est praeceptionem sive conceptionem, et per geBypia, id est
adiunctionem et concidentiam, quam
ovvé/ATtxcùOiv Graeci vocant,
vel procidentiam, id
est àvrwirwow, et numeri diversi
et diversa genera et diversi casus et tempora et personae non solum transitive
et per reciprocationem. sed etiam intransitive copulanti, quae diversis
auctorum exemplis tam nostrorum quam Gra osservarle, a insegnarle, a compilarle
sono ormai una schiera, e il fine questo conta ancor più è in tutti unito:
trovar i principi onde condur con profitto lo studio e la 1 Vó stretto; per la
s dolce propose il 0, per il eh seguito da i atono il k, per il suono gì la grafia Ij, lasciando il
e e il g col suono gutturale dinanzi a tutte le vocali, e il eh e gh pel
palatale, e il digramma se. Sicché il suo alfabeto, quale ci è messo
sott'occhio nella Grammatichetta, presenta 33 rappresentazioni: a b e d e f g
eh e gh k i 1 j m nopqr^stouz v § x y th ph h, delle quali
fa 28 SIGNIFICATIV, cioè, rappresentative degl’elementi
della voce, V
oziose -- x, y, ph, th, h -- benché
“h” non lo consideri
una *lettera*, ma
un accento aspirato. Le SIGNIFICATIVE distingue in VII vocali
(aeeiocju) e 2i consonanti. Colle vocali
forma 13 dipthomgi, ai au ei eu
ei ia ie ie io ico iu oi uo e un triphthngG>
(iu 99 renze e a Siena se ne fosse parlato, non mancali prove che l’attestino.
Lasciando dell'atteggiamento preso contro Trissino e quant'è di personale nella
polemica, e la contestata possibilità di conseguir l'intento in materia
siffatta, gl’oppositori accettarono la distinzione per Vu e
il v, quella dell', per convenzione. Tratta
poi del nome, e non va più innanzi, perchè da
lui rivegna a noi, di tutte le cose conoscimento, forma e sostanza.
Secondo il novero e il grado, secondo che SIGNIFICA Corpo o ver Cosa, che sia
d'altrui qualità propria o
comune, otto ne
sono gli osservamenti: Specie Qualità Comparazione Geno
Novero Forma Grado e Terminazione. Date tutte [È
la vera traduzione
dell' alviariKÓv de’greci.
Trattandosi della prima grammatica dove si affacci un
intendimento classificatorio – o tassonomico, i. e., non-esplicativo –
adequazione descrittiva --, credo meriti
la spesa il riferire le definizioni di quest’accidenti grammaticali. Specie ee,
una natia disposizione, di che che sia voce; per cui de'1 primo suo essere
discernimento riesca, o soccedente dopo. Geno ee egli, uno racconoscimento
dell'un sesso all'altro, dallo anziposto articolo, naturalmente tratto, o
dall'autorità degli scrittori, alle genti rimase. Novero e egli, uno
accrescimento di quantità, d’uno a più procedente; per terminazione distinto.
Forma ee ella, uno racconoscimento della parola sempiamente detta, o congiunta
e apposta altrui. Grado fia egli, un certo movimento della variazione,
ne '1 Novero, racconoscimento per anziposto
articolo sempiamente addetto, o con
preposizione riposto. I casi son detti: nominativo vocativo genitivo acquisitivo
causa-] guaito le relative definizioni, porge i paradigmi delle terminazioni, declinazioni,
di cui fa cinque classi a; o; e; i; Gerì,
Portici, Napoli; cons. David, Babel e
infine un Notamente vocabolarietto de Nomi di che sia detto nello costui ragionamento. La medesima
applicazione del concetto di TRISSINO D’ORO del volgare illustre al canzoniere
fa un altro curioso seguace di Bembo, il conte di S. Martino nelle sue osservazioni
grammaticali e poetiche della lingua d’ITALIA, dove lo schematismo grammaticale
acquista quanto e più che nella grammatica dell'Ateneo un considerevole
sviluppo. Difendendosi dall'accusa rivoltagli d'incapace, qual nato sul confine, a osservar le regole del
volgare, egli fa intendere che non occorre esser toscani per comprender
Petrarca, il quale non iscrive nel puro fiorentino, ma nell'ITALICOi, che
rappresenterebbe per noi quel che per i Greci la Kotvfj òià/.EKTos(l). Egualmente dichiara d’attenersi ai modi
facili e intesi da tutti, non tolti di mezzo la Toscana, e usando anche
vocaboli latini un m. Nicolò Tani dal
Borgo a S. Sepolcro che, pur trattando
della nostra lingua toscana, scrive i
suoi avvertimenti sopra le regole toscane colla formazione de’1 verbi, e
variatione delle voci, non pe'toscani, tivo, Terminativo. Qualità ee, un
partimento di nomi, de gl’uni agl’altri, altri fatto commone o proprio, a cose
divertevoli tratto.Comparazione ee un accrescere o scemare di qualificato
accidente, con anziponimento di se: per l’additioni fattone, significanti
diminuzione, o accrescimento d’appellazione che sia. Terminazione, osservamento
sezzaio, una fine esser diciamo, di che che sia
Appellazione; variata per gradi, et in uno de vocali pello sempre
finiente; con barbari alquanti in consonante formati. I nomi son divisi in
essistenti, sostantivi, e adherenti, aggettivi, shaggy. La doppia uscita è
chiamata geminamente chiostro, -a;
calle, -a; martire,
-o. Delle parti del discorso fa
nove classi: nome, pronome, articolo, dittione,
verbo, partecipante, additione, avverbio, preposizione, congiuntione, interposizione:
che corrispondono press'a poco alle nostre, tranne che fa una classe del
participio e non dell' 'aggettivo, che fonde col nome. A questo raffronto hanno
ricorso altri propugnatori dell'italiano comune, a cominciar da CALMETA, che se
ne sarebbe servito per persuadere, ma indarno, la sua dottrina a TRIFONE. Cfr.
Ra.ina, La lingua
cortigiana cit.In Venezia,
per Giovita Ripario. Sono lodati da Fedeli in una sua lettera posta dietro le rime di
Torelli. E infatti pell'uso a cui la destina l'autore, sono esposti con certa
bravura didattica, e ricchi principalmente
di paradigmi. S'in- [ma per
quei fuori d'Italia. Un bel riscontro alla precedente offre questa
dichiarazione che Citolini, autore della Tipocosmìa, fa nella sua lettera in
difesa della lingua volgare: io voglio starmi nella Toscana non come in una
prigione, ma come in una bella e
spaziosa piazza, dove tutti i nobili spiriti d'Italia si riducono. Né mancarono
de'seguaci di Trissino più trissiniani di lui – more Griceian than Grice -- come
Arezzo nelle sue osservaniii della LINGUA SICILIANA O e Achillini
nel dialogo dell’annotazioni della volgar lingua [Arezzo, partendo dal
concetto che l'antico siciliano è lingua più pulita che non sia il moderno, e
tale concetto appoggia coll'autorità di Dante, scrive la grammatica _p_er icojr^ regger questo e ridurlo all'antico splendore,
sicché i siciliani possano adoperarlo
come lingua propria letteraria. Non è una
grammatica completa, perù che io
non altro fari intendo chi purgar la nostra lingua mutando alcuni palori non
ben usati. Cita l'autorità di poeti siciliani viventi; ammette per necessità
l'uso di parole latine e fiorentine per ragioni di stile italianizzate. E dà
una raccoltina di sue canzoni per mostrare come sarebbe da scrivere, ponendo in
margine il commento. dugia molto sui mutamenti di vocali in principio, nel
mezzo e nel fine delle parole; dei vocaboli composti; del troncamento e
dell'accrescimento. E notevole l'osservazione riguardante i participi
sincopati,che sono ancor oggi una delle
caratteristiche del dialetto della regione di cui è l'autore: ingombro, cerco,
scuro, inchino, desto, franco, molesto, stanco, lasso, ecc. da ingombrato,
cercato, scurato, inchinato, ecc. Oggi vi si sente, p. es., 'nsénto per
insegnato. La lettera è datata da Roma; ed è edita in Venezia per
Marcolini da Forlì.
Vi si dice
che il Citolini
conversava con m.
Trifone; e che
la lettera trovavasi
manoscritta nelle mani
di Zane. Fu ripubblicata
in compagnia d'una
lettera del Ruscelli
al Muzio, in
Venezia al segno del Pozzo Osservaniii; Della lingua siciliana ecanzoni, j
in lo, proprio idioma, Arezzo,
| gititi/' Homo, sa | ragusano.
Ad instantia di Siminara. In Missina per
Spira. Annotationi della volgar lingua d’Achillino, Bologna da Bonardo da Parma
e Marcantonio da Carpo dall'originale dell'Autore. Eccone un esempio: Vinci disdegno d'ogni amor la forza: Volsi diri:
chi cosa
Muta lo cori, e trasforma la vogla: nixuna pò mutar [Achillini loda ed
esalta Dante, Petrarca e Boccaccio perchè lo meritano, e quando gl’accade
volentiera gVimita: gli piace anche il fiorentino quando è pronunziato bene, ma
ritiene più corretta, in qualche parte, la comune e bolognese nostra: perchè
derogar' alle più belle parole nostre non intendo, non sol alle nostre
bolognesi, ma di quale altra si voglia patria, che sono delle thosche migliori,
le piglio, e le thosche abbandono. Non però di libertà privando coloro, che
thoscanamente vogliono procedere. E con pieno sentimento della bontà della
parola viva, argutamente soggiunge; A noi ìntraviene come a coloro ch'hanno in
casa bianco e ben cotto pane, e vanno in prestanza dal vicino a tuorne de'1
negro et mal cotto. E s' argomenta rafforzare questo sentimento estetico della
lingua colla ragione storica. Così preferisce Olempo ad Olimpo, perchè questi
due elementi i ed e hanno sì grande insieme l'amicitia che quando quella /
dalla romana ovvero latina si parte per farsi volgare, ed ella in molti
dittioni in e si trasforma, come in ancella da anelila; più Olempo gli fa
comodo perchè rima con tempo! E preferisce zeloso, che viene da zelo, -as, a
geloso, perchè noi bolognesi, toscanizzando geloso, si fa come il gentil che
butta via la gentil moglie, e ne piglia una bastardella. Bologna docet dal
tempo di Teodosio: dunque Bologna è la madre, dunque a Bologna la lingua
volgare nostra il suo rifugio sempre mai d'aver deve, specialmente ne'1 bene, e
che li figli cordialmente ama. Achillini è E lo mio cori mai forzao: nen forza:
lo cori so, di lo amor Ne lo rimossi di l'antica dogla: della sua donna, Anzi
la vidi vigurosa smorza stanti la fidi e Foco, chi di disdegno si ricogla, la
constantia, E la costantia: chi di novo sforza: la qual costringi la Costringi
la radici a nova soglia. radici di l'arboro di lo amori a novi effetti. Pulejo
Ettore, Sul più antico abbozzo di grammatica siciliana, Atti e rend. dell'
accad. dafnica d’Acireale; e Sabbadini, Studi medievali. Con questi criteri
Achillini compone un suo poema didascalico ad imitazione del Dittamondo,
intitolato il Fedele. Frati, Giorn. st. d. leti, it. Ad Achillini dobbiamo
quelle Collettame grece, latine e vulgari sulla morte dell'ardente AQUILANO (si
veda) in un corpo redutte, che Ancona illustra, Studi, e dove sono
rappresentate quasi tutte le città della pe- [l'unico che voglia parlar la
propria lingua, lasciando piena libertà agl’altri, ai toscani di parlar la
loro. Ed è il più logico. O meglio, chi mostra anche più buon senso in tanto
variar d'opinioni e meno vaga coscienza di quel che sia la lingua, è Bolzani,
il cui dialogo è male che non vede la luce che quasi un secolo dopo da che era
stato disteso, sotto l'impressione di dispute avvenute, presente Trissino.
Lelio, uno degl’interlocutori, a' quali nisola. Non possiam forse parlare d'una
dottrina del volgare illustre dantesco che gli serva di fondamento ideale; ma
nel fatto nulla vieta di considerarlo un omaggio a tutte le parlate di Italia
che l'Achillini egualmente rispettava. Dialogo della volgar lingua di
Valeriano, Bellunese, non prima uscito in luce. In Venetia, nella Stamperia di
Gio. Battista Ciotti. Fu ristampato dal Ticozzi, Storia dei lett. e degli
artisti del Dipartim. della Piave, Belluno. La composizione di questo Dialogo,
il secondo dopo quello del Machiavelli, in cui si riflettono le discussioni
sulla lingua che il Trissino avvivò discorrendo del De Vulgari Eloquentia, di
cui possedeva uno de' pochi esemplari, si suol riportare (G. Percopo, Giorn.
st. d. lett. il., cioè a un tempo di poco lontano alla composizione del dialogo
machiavelliano e alla breve fermata fatta dal Trissino in Firenze e alla
probabile visita dell'anno successivo alle medesime radunanze. È ben noto che
discussioni simili a quelle degli Orti e nelle quali medesimamente, come
apprendiamo in ispecie dal Cesano, il trattato dantesco era oggetto e materia,
avvennero in Roma, presente anche qui il Trissino, che risiedette colà. (Rajna,
Introduz. eh., p. L'I. Ora, il Dialogo del Valeriano, che, come ogni scritto
consimile, se non è riproduzione dal vero, è finzione che nel vero deve avere
qualche radice, a me sembra che rispecchi assai meglio le radunanze romane del
24 che non le fiorentine del 13 e 14. La scena è collocata in Roma e ne sono
interlocutori Lelio, il Marostica, e Angelo Colotio (il Colocci): e il Colocci
vi riferisce agli altri due il dialogo avvenuto la sera innanzi in altra casa,
dove egli fu trattenuto, in Roma stessa. Può esser tutta finzione questa e il
contenuto del riferito Dialogo appartenere alle discussioni fiorentine; ma
l'allegazione del pensiero del Papa e il richiamo della tirannide che il
fiorentinismo aveva impiantato alla capitale e le macchiette di quei
canzonatori fiorentini, sono indizi a' quali mal si sa dare una realtà tutta
immaginaria. Quel che, per altro, secondo noi, basta a dirimer la questione, è
la teoria del Tolomei intorno al volgare, la quale corrispondeva perfettamente
a quanto il Tolomei veniva pensando e scrivendo appunto in quel bat- il Colocci
riferisce il Dialogo avvenuto tra il Trissino, il Tolomeij il Tibaldi e il
Poggi, dice: Io non sento la più sciocca cosa, che '1 parlar toscano da uno,
che non sia Toscano; e riesce ridicolo per lo più, chi vuol parlar la lingua
d'altri, perchè non può star tanto sull'aviso, che a lungo andar non iscappi
nel naturale, poiché la radice tien sempre della sua natura (p. 15). Il
Marostica, un altro interlocutore, si duole in modo veramente spiritoso di non
aver assistito al dialogo. Dio, perchè non mi smi io trovato a questi
ragionamenti per poter finalmente risolvere, se ho da parlar con la mia lingua,
o con quella d'altri, eh' è una compassione il fatto mio, ogni volta, che ho da
scrivere a un amico, star a freneticar, s' io ho da usar la mia lingua, 0
mandar per un'altra al macello. Messer Angelo, non si può più vivere, dapoichè
son usciti fuora certi soventi, certi eglino, certi uopi, certi chenti, e
simili strani galavroni; non posso passeggiar per Parione, che vengano questi
giovanotti dottarelli, barbette recitanti, e stanno ascoltando, quel che
ragioniamo insieme, e ci puntano negli accenti, nelle parole, e sulle figure
del dire, che non sono Toscane senza una compassion al mondo, ridendosi di noi,
che se ben ha verno messo la barba bianca tagliero 24, e che non so da quale
altra fonte, se non dal ricordo delle radunanze romane, Valeriano avrebbe
potuto attingere. E anche la presenza del Pazzi è ben significativa. Cosicché
io inchino a credere che questo caratteristico scritterello sia da riferire a
un tempo non anteriore. L'oggetto della disputa che vi è riferito era stato: se
questa lingua Volgare era nostra, o d'altri, e se l'era toscana, e di che
paese, e se si poteva scriver in volgare altramente che con forme Toscane. Poi
si trattò, se per Lingua Toscana, s'intendeva solo la Fiorentina, e sopra tutto
qual convenisse a un galant'homo. La disputa, invece, quale è rispecchiata nel
Dialogo del Machiavelli, che da ogni accento mostra esser vero, è ben diversa.
E anche le parole, che si potrebbero allegare per metter il Dialogo del Valeriano
in relazione con le discussioni degli Orti: Misser Giangiorgio [disse], che
stava sopra una fantasia di certe lettere, che mancavano nel nostro alfabeto,
poiché avendo la pronuntia diversa, si notavano con la medesima figura, vanno
assai meglio pel 24, l'anno appunto in cui la riforma trissiniana fu resa
pubblica. Noto con piacere che anche Rajna nella già cit. recens. (che vedo ora
nel riveder le bozze) del saggio di Belardinelli, su cui parimenti getto lo
sguardo ora appunto per la spinta di quella recensione, con quest'ultimo de'
miei argomenti e altre parole propugnata nuovamente dal Belardinelli.] negli
studi, non sapemo quello, che mai non ci sognassemo d'imparare. Non dico già,
che, poiché havemo un Principe Toscano, e di tal dottrina, virtù, e benignità
dotato, non debba ogniuno accomodarse, ingegnarse, arfaticarse con tutta
l'industria, che può, di fargli cosa grata. Ma io povero vecchiarello, come
posso hora imparar di nuovo a parlare, che, come vedete, m'incominciano cascar
li denti? Certo, che m'è venuta qualche volta tentatione di partirmi di Roma
per non esser tenuto forse per ribello, perchè non parlo toscano, e mi scappa
di quando in quando mi, e ti (pp. io-ii). E il Colocci risponde con altrettanta
arguzia, e fors'anche verità storica: Messer Antonio, la cosa non passa in
questo modo. Il Principe non ha fantasia, ne pensier, ne interesse alcuno in
questa materia; è homo universale, dotto come sapete, in lettere greche, e
latine, et esercitato in tutte l'arti, che appartengono a un vero, e gran
signore; e si prende piacere d'ogni esercitio d'ingegno, ma particolarmente di
queste dispute, et osservationi; perchè havendo la lingua nativa, e libera, se
ride di questi, che la mendicano, ma molto più di quelli, che la vogliono
restringere, e limitar tutto il dì, e farla star a regola nelle stinche, si che
non pensate che questo si faccia per adularli, che tanto amerà egli una cosa
ben detta nella Cappella di Bergamo, quanto un'altra detta sotto la Cuppola di
Firenze. La quistion è fra questi begli ingegni e scientiati de', nostri tempi.
E tale quistione è riassunta nel Dialogo con molta esattezza, s' intende
riguardo allo spirito: le dottrine del Tebaldo, che rappresenterebbe la
corrente dialettale non toscana; del Pazzi, sostenitore del fiorentino, del
Tolomei, propugnatore del Senese o meglio del Toscano in genere, del Trissino,
che vagheggiava dantescamente l'uso cortigiano, sono con obiettività tale
riferite, da far apparir appena che il Valeriano stia più dalla parte del
Trissino che non de' Toscani. E anche l'ultimo pensiero messo in bocca al
Trissino a conchiusione del dialogo e come sintesi dei principi da seguire, è
di tal forma che i Toscani stessi avrebbero potuto accettarlo. Infatti,
ciascuno, come avrò più volte osservato, aveva perfettamente ragione dal suo
punto di vista, e tutti, come su per giù convenivano, per quant' era possibile,
nella pratica (ciò che avviene poi in ogni secolo, perchè in ogni secolo o
periodo storico gli spiriti sono su per giù tutti conformati all'ìstesso modo),
così, tra tante divergenze e contradizioni anche con sé stessi, finivano per
convenire nella teoria d'una lingua letteraria comune, che, fatta ragione di
particolari predilezioni dialettali o letterarie, era e non poteva non essere
che il fiorentino (piale la letteratura nazionale l'aveva adoperato. Il
Machiavelli stesso si trovava più d'accordo con Dante, di quel che certo egli e
gli altri non credessero. Era proprio come diceva il Colocci: La quistione è
fra questi begli ingegni e scientiati de' nostri tempi. L'importanza derivava
dal modo e dalle ragioni della disputa: e anche per noi quel che importa, è che
una tale questione fosse stata agitata, e si tenesse così vivo l' interesse per
il linguaggio. Ma i più camminavano sulla via nella quale s'era messo il Bembo,
trattando nelle grammatiche la regolarità trecentesca, specialmente del
Canzoniere, e raccogliendola in dizionari. Annotazioni su vari autori volgari e
latini e una Colleclio vocum Petrarchae et aliorum , intorno a cui avrebbe
lavorato nel medesimo tempo in cui il Bembo stendeva le Prose, ci ha lasciato,
come vedemmo, Angelo Colocci suo grande amico, cui, pertanto, spetterebbe il
merito di priorità nella compilazione d'un vocabolario volgare sul Liburnio {Le
tre Fontane), sul Mi nerbi che diede una raccolta di voci del Decameron e ne
prometteva una del Canzoniere, sul Luna che nel 36 ne diede una di cinquemila
vocabulì toschi del Furioso, Bocaccio, Petrarcha ed ALIGHIERI, sul Di Falco,
autore d'un Rimario, dove rimanda al J Vocabolario della Fingila Volgara di
prossima ma non mai avvenuta pubblicazione. Osservazioni sopra Petrarca, puro
lessico della lingua, come lo chiamano Carducci e Ferrari, del resto
utilissimo, ma qua e là arricchito di qualche breve spiegazione , come aggiunge
il Morandi, compilò Francesco Alunno, che nel 50 ne diede fuori una seconda
edizione meglio ordinata e più compiuta, dopo che aveva messo in luce le altre
due voluminose raccolte delle Ricchezze della lingua volgare sopra il Boccaccio
e della Fabbrica del mondo, che con- Sono ancora tra i codd. vaticani. Cfr.
Cian. Cfr. Morandi] tiene le voci di Dante, del Petrarca e del Boccaccio e di
altri, ed è anche una specie di enciclopedia. Di grammaticale nelle opere di
questo eccellente anatomista delle composizioni volgari , come egli stesso
modestamente si fa chiamare in una lettera che finge direttagli dal Petrarca
medesimo, c'è poco più che la classificazione dei vocaboli nelle varie
categorie delle parti del discorso. Il di più consiste in qualche notazione
etimologica come in Donna, quasi domina levata la / et mutata la M in N...;
nell'unione degli epiteti o agiettivi ai loro sostantivi; in regolette e
osservazioni riguardanti le particelle; e nell'indicazione de' vari modi in cui
i verbi si variano secondo le variationi de i suoi tempi; nelle
osservazioncelle ortografiche che sono in fine alla raccolta; non entrando nel
campo strettamente grammaticale, non dico alcuni cenni biografici o storici, ma
le dichiarationi delle voci , onde le voci sono accompagnate. Le Ricchezze
furono ristampate da Aldo in Venezia, con le dichiarazioni, regole,
osservazioni, cadenze e desinenze di tutte le voci del Boccaccio e del Petrarca
per ordine d'alfabeto, e col Decameron secondo l'originale ecc. La forma tipica
di questi zibaldoni tra lessicali e grammaticali e spositivi quali eran
richiesti dai bisogni di chi s' introduce nello studio e nel culto del volgare
con la guida del Bembo, ci è data nella sua opera intitolata Vocabolario,
Grammatica et Orthographia de la Lingua volgare, con ispositioni di MORANDI.
Lombardelli giudica così l'Alunno: Fin'oggi, è il più facile, più comune, e più
utile scrittor di questa schiera, per quanto però da una semplice e debol
Teorica si penda alla pratica, per ordinario può far benefizio ai Giovani e a'
principianti; a certe occasioni levar fatica a' bene introdotti; e per dubbi
che nascono all'improvviso intorno all'uso delle voci Toscane giovare
ugualmente a' nostri, forestieri, deboli, gagliardi. Nelle osservazioni sopra
il Petrarca esamina principalmente le voci, e le locuzioni poetiche; nelle
Ricchezze i parlari, che alla prosa convengono; nella Fabbrica le voci e le
guise di dire comuni, e popolaresche, scelte però da lui con assai buon
giudizio da tre principali scrittori Toscani e talvolta dal Sannazaro,
dall'Ariosto e dal Bembo. In certe dichiarazioni se ben per lo più vi è gito
pesato, o sospeso, non è la più sicura cosa del Mondo. / fonti, pp. 55-6. Delle
opere lessicografiche dell'Alunno riconosceva l'opportunità il Giraldi, Scritti
estetici, Milano. Cfr. L. Arrigoni, F. Alunno da Ferrala, ecc., Firenze.] molti
luoghi di /laute, di Petrarca e Boccaccio, d’Accarisio, che già nel 38 aveva
mandato Cuori separatamente una grammaticheita, certe regolette latte leggendo
il Bembo e grammatici, spositioni delle prose del Bembo in brevità redotte, et
tale che chiunque vorrà imparare, piglierà speranza in breve di vedere il fine.
L'Accarisio ha cura di tener distinto il linguaggio della prosa da quello della
poesia, come aveva inteso di fare il Minerbi col vocabolario petrarchesco da
lui annunziato, e come su per giù intendevano ormai far tutti più o meno
esplicitamente: Regole, osservanze, e avvertimenti sopra lo scrivere
correttamente Cento. Una seconda edizione con Privilegio di N. S. et d'altri
Principi per anni A" ne fu fatta in Venetia alla bottega d' Erasmo di
Vincenzo Valgrisio. La Grammatica volgare di M. Alberto de Gl'Acharisi da
Cento. In Venezia per Nicolini da Sabio. Ad instantia di M. Merchiore Sessa. Fu
ristampata più volte. Di questo libriccino io ho potuto vedere, per cortesia
del prof. Teza, l'edizione del 43: La Grommati ca volgare di M. Al | berto de
gli Acha | risi da Cento. Dopo II fine: stampata in Vinezia per Francesco
Bindoni e Mapheo Pasini, piccolissimo di fogli 4. È dedicata al sig. Conte
Giulio Boiardo signore di Scandiano. Alti lettori l'A. dice di non aver voluto
essere scrittore di regole volgar, ma che per imparar leggendo le prose del
Bembo e altri auttori, da i loro scritti per mia utilità questa brevissima
regoletta mi feci... saranno spositioni delle prose del Bembo in brevità
redotte. Raccomanda di studiar Bembo, Boccaccio, Petrarca e Dante: apprendete
la facilità del dire, l'abondantia, le belle sententie, le clausole numerose,
et fuggite gli antichi vocaboli, che hoggi se eglino vivessero non userebbono,
per lo nuovo uso mutatisi, et scrivendo thoscanamente, scrivete con tale
facilità, et vocaboli sì, che da chi gli scritti vostri leggerà, siate intesi,
acciocché del vitio deiraffettione non siate ripresi. Poi scrive: Incominciamo
le regoli (sic) volgari dell' Acharisio , e tratta degli Articoli, del Nome,
del Pronome. È notevole che nella trattazione de' pronomi parli della forma
latina, che declina in tutti i casi, sicché si ha una doppia declinazione
italiano-latina di ipse, ille = quegli (per Egli non trova la corrispondente
latina), iste, alius, idem, nullus, quis. Poi espone le quattro regole o
maniere del verbo, e toccato dei Gerundi e Partecipi, tratta Degl'avverbi
locali, e qui ritorna la corrispondente latina, hic, huc, hinc, ecc. Molt'altre
ne lascio facili d'apprendersi da sé. Accenna, al proposito di tornar sopra
all'argomento per mostrar che sia da fuggire ciò che non è toscano. S la
li?igìia Toscana, indifferente (l'aquila, il passero), comune (portatore,
-trice). i') Definisce l'accento temperamento, et armonia di ciascuna sillaba,
o lettera significante, dividendolo in grave,' acuto, misto "•), converso
(', apostrofo). Capitolo quarto 127 espressivo. Il che accade sempre quando si
perdono i contatti con la parola viva. Fra tutte le parti, due sono di maggior
pcrtettione, che l'altre. Il nome, et verbo, li quali giunti insieme fanno per
sé stessi concludere una perfetta sententia come Rinaldo scrive. T. Dico per
tanto il nome esser tra le parti, diesi variali, quello, per cui l'essenza, et
la qualità di ciascuna cosa corporale, o non corporale che sia particolarmente
et in universale si discerne: corporali son quelle cose che toccar si possono,
et vedere come libro. Rinaldo. Homo. Non corporali son quelle, che con l'intelletto
solo si comprendono, come studio. Ingegno et valore. Da questa funzione logica
attribuita alle categorie grammaticali e dalla conseguente interpretazione di
regolarità data alle forme, deriva l'accoglimento fatto dal Corso ne' suoi
fondamenti alla parte della concordia delle parti principali insieme (sintassi
di concordanza), e delle figure, che sono deviazioni di pronunzia, di forma, di
costrutto, di ortografia dalla regolarità tipica. Per la strada in cui s'era
messo il Corso, ritroviamo un altro poligrafo assai più prolifico, Lodovico
Dolce, del quale il Lomdardelli disse che può dare una facile introduzzione, e
commoda assai per li principianti , e che da sé si rannoda al Fortunio che
poteva esser più copioso nelle cose necessarie , e al Bembo, che volendo vestir
questa materia con i ricchi panni della eloquenza, ragionò solamente a Dotti.
Egli si rivolge, pertanto, ai principianti, e tratterà la grammatica volgare,
come gli antichi grammatici trattarono della latina. Le osservazioni constano
di quattro parti: la I contiene le regole della volgar gramatica; la II
l'ortografia, nel modo che c'è insegnata dalla ragione, dimostrata dall'uso, e
conlermata dall'autorità; la III X ordine del puntare e gli accenti; la IV
poetica, metrica e ritmica. Della concordanza delle parti discorre nella I
sezione, dove non tralascia le figure grammaticali : di fonologia discorre
sotto l'ordine dell'accento. Di molta importanza è anchora l'ordine e la
testura delle parole; Dove, quando fosse chi della Volgar Grammatica trattasse
in quel modo, che gli antichi Grammatici trattarono della Latina; senza dubbio
essi quel medesimo profitto ne trarrebbero, che ne hanno tratto molti appo i
Latini, senza niuna contezza haver della Greca. Pref. all'ottava ediz. di
Gabriel Giolito de' Ferrari.] ma questa è parte, che appartiene al Rhetore, e
non a scrittore di Grammatica. Si propone anche il Dolce il quesito se La
volgar lingua si dee chiamare italiana o thoscana , e lo risolve nel senso
voluto dal Bembo, cui prodiga grandi lodi anche di scrittore e poeta, ripetendo
per lui il detto di Quintiliano: ille se proferisse sciat cui Cicero valde
placebit; crede perciò che si debba chiamare volgare e thoscana, ma non in modo
che i Toscani se ne insuperbiscano ! La facultà di lettere, com'anche è
chiamata l'arte di parlare e scriver bene, si divide in lettera, sillaba,
parola, che da i latini è chiamata Dittione , e parlamento, detto da' medesimi
oratione. Ammette (citando particolari trattatisti, non escluso Pontano) 22
lettere: a b e d e f g h i 1 m n o p q r s t v x y z, di cui V vocali e XV
consonanti (escludendone l' “h” e il “v” semivocale), così distribuite: 8
mutole, bcdgpqtz; 7 mezzevocali, f 1 m n r s x, di cui 4 liquide, 1 m n r.
Delle parti del discorso due sono principali, il nome e il verbo, le altre
secondarie, pronome, participio, avverbio, preposizione, interiezione,
congiunzione. A proposito del nome, distinto in sostantivo e aggettivo
(shaggy), che a sua volta si suddistingue in generale e particolare, tocca il
problema dell'origine della favella se per natura o per convenzione. Discorre
poi, pur non avendone fatta una categoria, de gli articoli, e di quei segni che
a i nomi invece di casi si danno : a di da valgono per i casi retto,
strumentale o effettivo o operativo, e locale. Molto assottigliata, rispetto al
Bembo, è la trattazione de' pronomi, distinti semplicemente in principali (io)
e derivati (mio). Al verbo, parte principale e più nobile del parlamento ,
indicante o operazione, o cosa operata, attribuisce cinque tempi: pres., impf.,
pass., pperf., avvenire; cinque modi, dimostrativo, inip., desiderativo, cong.,
in/.; tre figure: semplice, composta, ricomposta; due numeri; tre pe?'sone; due
ma?iiere (coniugazioni), secondo il criterio della 3 ps. ind. pres. Dà i paradigmi
dalle due maniere, degli irregolari (come sono e vado), degl' impersonali;
tratta de' g erondi e participi, e degli anomali. Parla degli avverbi secondo
le significazioni (tempo, qualità, affermare, accrescere, paragonare, luogo);
delle preposizioni, divise in separate o aggiunte, e delle loro combinazioni;
dell' intergettione, che esprime vari sentimenti, come mostra con molti esempi
di versi; della congiun Capitolo quarto 129 tionc che va incatenando e
ordinando il parlamento. Le figure grammaticali sono villose o bellezze: le
prime dipendono dal cattivo suono (onde si ha il bischizzo, che qualche volta
ha grazia come nel v. del fiorir queste inanzi tempo tempie ), dall'ai- giunqer
paro/e di soverchio, dal tacerle, dall' invertirle, dall' usarle iniproprianiente
(ellissi, pleonasmo, inversione ecc.); le bellezze dall'uso dell'ai, alla greca
( h umida gli occhi ), della parte per il tutto, della ripetizione, del
polisindeto ecc. Nella trattazione dell'ortografia segue un criterio opposto a
quello del Trissino, che chiama eretico, senza nominarlo, ma limitandosi alle
cose più elementari: Basta haver dimostro come si debba fuggir il porre insieme
alcune consonanti; come le lettere si cangino l'ima nell'altra; come si ha ad
usar 1' h, come a raddoppiar esse consonanti sì ne' nomi come ne' verbi. Nel
terzo libro segue la bellissima inventione del Bembo. Tratta dell' accento (da
ad-ca?itus, concento ), che è acido, grave e rivolto (apostrofo). Sulla scorta
delle dottrine degli antichi (Donato, Sergio, Fortunantiano, Diomede) sul
puntare, tratta della distinzione, suddistinzione, mezzadistinzione, che si
hanno secondo che il periodo ( clausola ) è terminato in tutto, in metà, o in
parte. Illustra così l'uso del punto, ., della coma,,, del punto coma, ;, de'
due punti, :, dell 'interrogativo, ?, della parentesi o traposizione (()).
Raccomanda infine lo studio del Petrarca e del Boccaccio, ma non lascino da
parte Dante. Perciocché anchora che egli non sia, (come nel vero non si può
negare) molte volte, delle regole osservatore; dal suo divino Poema molte belle
forme di dire si potranno apprendere. Il libro IV sulla Poetica, che occupa
quasi un terzo dell'opera (pp. 87-115)0 si fonda principalmente su Antonio da
Tempo e sul Bembo. L'opera di Dolce, specie nella sua prima edizione ("),
non Osservazioni nella volgar lingua. Di 31. Lodovico Dolce divise m quattro
libri. Con privilegio. In Vinegia appresso Gabriel Giolito de Ferrari. La più
completa e corretta è la seguente: I quattro libri delle osservationi di m.
Lodovico Dolce di nuovo ristampate et con somma diligenza corrette. Con le
postille e due tavole: una de' capitoli e l'altra delle voci, et come si deono
usare nello scrivere. In Vinegia presso Salicato. Nuove osservazioni C
Trabalza. q Storia de/la Grammatica andò esente né da critiche né da beffe, da
parte soprattutto del Ruscelli, col quale ebbe una fiera polemica, e dal Muzio,
ai quali certo non potevano mancar appigli: essa è una compilazione
abborracciata secondo il costume del Dolce, che vi mise di suo ciò che poteva
metterci un compilatore in questo periodo, la parte schematica e 1'
ordinamento, favorendo il processo di cristallizzazione delle osservazioni
condotte personalmente dai primi grammatici con discreto senso della lingua
sulle opere degli scrittori. Un piemontese, Matteo Conte di S. Martino e di
Vische , riattaccandosi egualmente al Fortunio, al Bembo, da cui forse più di
luce prende , e al Trissino, delle cui dottrine abbiam visto 1' applicazione
fatta alla forma petrarchesca, nelle sue Osservazioni grammaticali e poetiche
della lingua ita/iana (1), adottò interamente, con piccolissime varianti, lo
schematismo dei Rudimenta gramatices di Perotti divulgatissimi(!)/ Basti recar
l'esempio della trattazione del nome. Esso è diviso: A secoyido la sustanzia: I
proprio; II comune: 1. -a) primitivo (es. Giulio), primitivo-appellativo
(terra), derivativo proprio (Giuliano); derivativo-appellativo; corporale
proprio (Pietro), corporale appellativo (huomo); incorporale proprio e
appellativo; 5. univoco proprio e appellativo; 6. equivoco proprio o sinonimo
appellativo; B secondo la qualità: 1. sustanziale a) proprio; b) aggiuntivo
(epiteto); 2. (il sostanziale e l'aggiuntivo comprendono poi) 17 classi di
appellativi: I. intelligibile al detto (patre, tìglio); 2. id. (giorno, notte);
della lingua volgare scelte da Lodovico Dolce con gli artifici usati dal T
Ariosto nel suo Poema. In Venezia per li Sessa (-8n). Si devono al Dolce anche
Modi a/figurati^ e voci scelti et eleganti, Venezia, 1564. In Roma presso Valerio
Dorico e Luigi fratelli. Le osservazioni poetiche (che l'autore intitola //
Poeta) sono una poetica che l'autore stesso dichiara compilata sul Filosofo e
sui nostri principali trattatisti, Dante, Antonio da Tempo, Bembo e Trissino;
ma riguardano particolarmente l'elocuzione e la metrica. 1 Nicolai Perotti, ed.
cit. (:t) Quod est ad aliquid dietimi? Quod sine intellectu eius ad quod
dicitur proferre non potest: ut fiiius: pater. (Perotti). Quasi ad aliquid
dictum quod est? Quod quamvis habeat contrarium et quasi semper adherens: tamen
neq. ipso nomine significat etiam illud: nec secum interimit: ut nox: dies.
(Perotti.). gentilizio (greco); patrio (torinese); interrogativo (chi?);
infinito (quale); relativo (larga esemplificazione); collettivo (volgo); distributivo
o dividilo (ciascuno); io. faciisio (crich); generale (animale); speciale
(elefante); ordinale (primo); numerale (ventuno); assoluto (Dio); temporale
(ora); locale (vicino); C secondo la qua?itità, dal derivativo uscendo 9
maniere: patronimico; comparativo; superlativo; possessivo; diminutivo;
denominativo; verbale; partecipiate; adverbiale. Abbiamo dunque una cinquantina
di classi o categorie solo del nome ! Il quale ha cinque accidenti: genere (m.
e f.), mimerò (s. e p.), caso (diritto e obliquo in sei forme), specie
(primitiva o derivata), figura (sempl. o comp.); sette regole (declinazioni):
i.a sing. -a, pi. -e, opp. sing. -a, pi. -i; i.a -e, -i, opp. -o, -i; 3."
-o, -a opp. -ora; 4." eterocliti; 5.11 -a o -e, -i; 6.a comuni; 7/1 di
doppia forma {lodo, loda). Una vera ridda. Di contro a tale interesse per lo
schematismo, che corrispondeva, anzi derivava dall'esaurimento dell'attività
osservatrice delle forme realmente prodotte dagli scrittori, dalla infecondità
stessa del criterio d'osservazione assunto fin da principio e che aveva dato
quanto aveva potuto dare e da tutte le circostanze alle quali siamo venuti
alludendo, sorse il bisogno non che di ristampare le grammatiche più o meno
originali che s'erano desunte dalla diretta osservazione delle opere
letterarie, non che di ridurle a metodo, di raccoglierle come in un corpo unico
d'erudizione grammaticale, dove le une integrassero le altre e sodisfacessero
così all'esigenze ancor vive e urgenti dell'apprendimento della lingua e del
complicato maneggio di essa richiesto dalle teoriche poetiche e rettoriche. Per
tal modo si ebbero ben presto le Osservazioni della lingua volgare di diversi
uomini illustri, cioè del Bembo, del Gabbriello, del Fortunio, dell' Accarisio
e d'altri scrittori^) (che si riducono tutti al Corso), per opera del
Sansovino, distinte in cinque libri, quant' erano appunto le grammatiche
integralmente ristampate, con brevi relative notizie caratteristiche: del Bembo
(lib. I), riprodotto specialmente per la questione dell'origine e del nome
della lingua, vi è detto che imitò YOrator; del Fortunio (II), che imitò i
Grammatici In Venezia per Francesco Sansovino; più volte ristampate. 132 Storia
della Grammatica antichi della lingua latina : del Gabriello, che ebbe le
regole da suo zio Trifone; del Corso (IV), di cui è dato il giudizio che già
conosciamo; dell' Accarisio (V), che ha tenuto l'ordine de' latini o per meglio
dir di Donato... Ma io direi che innanzi che altri leggesse le cose del Bembo,
o del Gabriele, o del Corso, si arrecasse innanzi quelle dell' Accarisio,
conciosia che risolutamente abbozza nella mente degl' imparanti le regole pure
et semplici de' nomi, de' verbi, e de gli altri membri di questa lingua, li
quali appresso ria poi agevol cosa il capir ciò che ne ragionali gli altri
scrittori. Voglio anco che lo studioso, habbia innanzi /'osservatone del
Petrarca fatte dall'Alunno, la Fabrica e le Ricchezze pur del medesimo... Più
tardi un f. Giovanni da S. Demetrio, Aquilano, O.F.M., diede un manuale di
Regole della lingua toscana con brevità, chiarezza, et ordi?ie raccolte, e
scielte da quelle del Bembo, del Corso, del Fortunio, del Gabriele, del Dolce,
e dell' Accarisio (son gli stessi del Sansovino, aggiuntovi il Dolce) che
trattano quelle parli che ?iella seguente faccia si notano: Nome, Articolo,
Pronome, \erbd, Gerundio, Participio, Verbo passivo, impersonale. Avverbio,
Preposizione, Interiezione, Congiunzione, Lettere. Punti. Accenti, Ortografia,
forma di comporre o vero scrivere. Le Prose del Bembo, già ristampate con
indici e tavole, furono ridotte a metodo sotto il nome di M. A. Flaminio a
Napoli. Prima degli Avvertimenti del Salviati, appena due o tre grammatichette
(") dell'indirizzo che fin qui abbiamo esaminato, furon pubblicate: (*)
meritano appena tra queste d'esser particolarmente menzionate Venezia. Minturno
e il Tiraboschi ricordano un'Opera divina sulla toscana favella di Giambattista
Bacchili i modenese (Vivaldi, Le Controversie), che io non ho potuto vedere.
(iraniniatiche vere e proprie non si posson chiamare né la Regola della lingua
losca dell'ortografia volgare e latina raccolta da m. Girolamo Labella dalli
discorsi fatti dal diligentissimo //umanista Girolamo Gafaro nella Accad.
Cafarea. Novamente mandata in luce. In Venetia, Appresso Fr. Rampazetto (vi si
danno avvertimenti vari sull'art., sui nomi sost. e agg., sui pronomi, sulle
coniugazioni: poi alcune regole ortografiche: 1. santo da sanctus; 2. dotto da
doctus, ecc.), uè II Tesoro della votgar lingua di Reginaldo Acceto. In Napoli
per Cacchi (contiene appena XXIII regole grammaticali delle CLVIII che secondo
Zeno dove contenere). Capitolo quarto 133 le Regole della Thoseana lingua di m.
Yinckntio Menni Perugino, con un Breve modo di Comporre varie sorti di RimeQ),
sunterello elementare del terzo libro delle Prose del Bembo e poco più'(e).
Rimasero inediti alcuni scritti grammaticali di Alberto Lollio(3) e nuli' altn
che zibaldoni latino-volgari sono al[In Perugia per Andrea Bresciano (di pp. 40
un. nel recto). Al M. dobbiamo la versione della Bucolica (Perugia, Bianchini)
e dei primi sei libri dell' Eneide (Perugia, Bresciano. M. esalta su tutti il
Bembo di supreme lodi dignissimo veramente.... Ma perciocché [le regole in cui
egli ridusse la lingua toscana] paiono a molti ardue, et difficili, mi è caduto
nell'animo di riducere.... le regole della Toscana lingua in brevissimo volume,
con tale facilità, che.... qual si voglia persona senza alcun principio di
latina grammatica potrà facilmente apprendere il modo del parlare, et scrivere
Thoscanamente: Alla quale opera ho voluto aggiungere alcuni brevissimi precetti
circa il modo del comporre varie sorti di rime, acciocché da questa mia fatica
si possano cogliere vari), et diversi frutti. Senza l'aiuto [de' Grammatici]
non possiamo venire ad apprendere scienza alcuna. Del Bembo conserva anche la
dicitura dei termini grammaticali, e tutti i criteri d'armonia, ma
meccanizzandoli al punto da specificare quali sono le vocali più buone e quelle
meno buone. Un punto è tolto dal Cesano del Tolomei, quello cioè in cui si
parla dell'eccezione di alcune parolette terminanti in consonante piuttosto che
in vocale {in, con, per, ecc.). Come il Petrarca è il modello degli antichi, co
sì il Sannazzaro e '1 Bembo sono vivacissimi lumi della moderna poesia. Chiude
ponendo per ordine di Grammatica e d'Alfabeto quelle voci che sono del verso et
non della prosa, et così anchora quelle che alla prosa et non al verso si
concedono. Cf. Filippo Cavicchi, Scritti grammaticali inediti di A. Lollio in
Rass. bibl. d. lett. it. Sono in due cedici della Com. di Ferrara: a\ tav. di
alcune voci delle Prose del Bembo (dalla Historia vinitiana: a doppia colonna,
vocaboli e frasi, confrontata col latino, osservazioni ortografiche e
sintattiche, dichiarazioni storiche, quasi un indice analitico); b) brevi
regolette sopra la volgar lingua (sono 79 senz'ordine, ma riferentesi a tutte
le parti del discorso, con esempi tratti dall'uso vivo, e riferimenti al
latino, le più di morfologia, poche di sintassi); e) due lunghi spogli di Dante
e Petrarca (questioncelle metriche); d) Osservazioni di M. Giulio Costantino
sopra la volgar lingua; Compendio di alcune voci proprie della lingua toscana e
provenzale (ma delle voci provenzali promesse non ci dà nulla affatto: il resto
è un vocabolarietto italiano-ferrarese ì; b) Proverbi e motti. A stampa abbiamo
un'Orazione della lingua toscana, Venezia, ripubblicata nel 63 e poi in Prose
fiorentme del Dati. Il L. è per l'opinione del Tolomei, che vuole doversi
chiamar toscana la lingua. 134 Storia della Grammatica cune delle molte
abborracciate compilazioni di cui riempì il mondo letterario per più d'un
ventennio Orazio Toscanella, e elucubrazioni superricialissime quelli, in
genere, epistolari del Citolini, il noto miracolo di natura, cui già s'è
accennato. Le ristampe come le raccolte e le riduzioni a metodo, che tennero il
campo in vece di più recenti grammatiche dove quasi nullo era il contenuto e
sviluppatissimo lo schematismo, e che anzi impedirono il moltiplicarsi di
siffatte manipolazioni, se da una parte attestano d'una diminuzione di fervore
e d'interesse nella ricerca diretta o, per lo meno, d'un' incapacità ad
allargare e ad approfondire il campo dell' osservazione, sono indizio però,
dall'altra parte, d'un certo bisogno di mantenersi a contatto almeno con la
voce e l'esempio degli scrittori che più erano stati studiati, d'un
interessamento confa dire estetico, più o meno fervente e cosciente, verso
l'opera d'arte, piuttosto che verso lo schema per sé stesso. Il cinquecento è
secolo di passione artistica, che la critica formalistica non riesce a
smorzare, e pur sotto l'imperio sempre più assoluto di essa e tra lo svolgersi
d' una letteratura grammaticale-retorica conserva sempre j vivo il sentimento
della bellezza sia pure esteriore: passione I multiforme, che intendeva
sodisfarsi pienamente nel possesso cTP^ I soli titoli delle opere del T. ci
rivelano i caratteri di certa produzione scolastica del tempo: Istituzioni
grammaticali volgari, et latine a facilissima intelligenza ridotte da O. T.
della famiglia di maestro Luca fiorentino: et dichiarate per tutto dove è stato
necessario, con piena chiarezza dal medesimo, fatica utilissima a tutti quelli
che ad imparare Greco, Latino e volgare si datino. Et con una tavola
copiosissima. In Vinegia Appresso Gabriele Giolito de' Ferrari. Nella chiusa,
pp. 507-23, è un trattatello Dell'ortografia volgare e punti, e in fine
dichiara che stamperà a parte la metrica, e la grammatica greca che egli
insegna con la lingua latina. Ma in codeste Istituzioni, d' italiano non e' è
che la traduzione dei vocaboli e frasi latine, e la grammatica è soprattutto in
servizio del latino. L'ortografia è divisa in a) parola; b) punti; e) accenti.
Delle congiugationi dei verbi qui non scrivo; perchè ne ho scritto a pieno nel
volgareggiare le congiugationi dei verbi latini; come si può veder più su al
luoco loro. Concetti e forme di Cicerone, del Boccaccio, del Bembo, Venezia per
Lodovico degli Avanzi, Eleganze latine con i suoi volgari. Venezia per
Bariletto. Dictionariolum latino gallicuvi, Ciceroniana Epitheta, Parisiis per
Michaelem Sonnium.] tutti gli clementi formali della prosa e del verso, e della
lingua voleva saggiare tutte le essenze. Un libro che mirava ad appagare
codesta passione, qualunque sia il suo valore speciale come esecuzione, e che è
sulla linea di svolgimento che abbiamo seguita sin qui, sono i Commentari della
lingua italiana^) d' un fecondo quanto abborracciante poligrafo, Girolamo
Ruscelli, usciti postumi per cura del nipote nel 15H1, ma terminati almeno un
decennio innanzi, e composti tra il 55 e il 70, nel periodo cioè in cui si
conchiudeva l'attività grammaticale esercitata sull'opera dei primi grammatici
originali, quando già erano usciti i Tre discorsi a Dolce, coi quali il
Ruscelli aveva preso posto fra i grammatici del suo tempo. Questi Commentari
sono un grosso zibaldone di 574 pagine in-8": de' sette libri onde si
compongono, solo il secondo, che però è il più lungo, tratta di vera e propria
grammatica: il primo discorre dell'origine e dell'eccellenza della favella ; il
terzo è un' epitome del secondo, in servizio de' meno introdotti; il quinto è
un ricettario degli vitii da fuggire, ma non di quelli commessi da' forestieri
o dagT Italiani delle varie Provincie, sì bene da' Toscani o Toscanizzanti, e
ne parla sistematicamente seguendo l'ordine delle parti del Discorso (Articolo
' parte principale del Nome ', Nome, ecc.), per ciascuna delle quali fioccano i
vitii, libro ben caratteristico del purismo grammaticale del Ruscelli (?); gli
altri sono un miscuglio di precetti di ret In Venezia per Damian Zenari. Dei
Commentarti della lingua italiana del sig. Girolamo Ruscelli Viterbese, Libri
VII. In Venetia, appresso Zenaro, alla Salamandra. Dobbiamo al Ruscelli Tre
discorsi al Dolce: Atmotazioni sopra il Decamerone, Annotazioni al Furioso, un
Vocabolario: più un Dialogo ove si ragiona della ortografia, cioè del modo di
regolatamente scrivere, così nelle parole come ne gli accenti, et ne' punti.
Cavato novamente dalle scritture di m. Girolamo Ruscelli. Et agiuntovi la sottoscrittione,
et soprascrittione di componimenti di lettere. In Venetia, Appresso Pietro de'
Franceschi. (") De' vitii son fatte due categorie: a) contro l'eufonia (il
spirito, il studio non lo spirito, lo studio; ma li scogli non gli scogli); b)
contro la grammatica ('vitii espressi'): l'osservo/gli osservo, con il/col, con
i/coi, dalli/da i, d' i/de i, per i/per li, de '1/del, el/il, gli, o li/a loro,
a lei, i/li, o gli/a lui, cotesto per questo/questo, le gente/le genti,
dua/due, leggeno/eggono, pariamo/par- [torica grammaticale (Dell'ornamento):
specchio, per quanto appannato, se non riassunto, delle varie indagini condotte
sull'organismo della lingua dai precedenti grammatici e retori, le cui opinioni
vi sono spesso richiamate, con le antiche e nuove definizioni di termini, con
la loro varia nomenclatura; ricco di confronti dell'italiano con altre lingue,
specie la ebraica; discorsivo, frondoso. Da alcuni luoghi della trattazione
degli articoli e de' verbi, parrebbe che il Ruscelli avesse dovuto aver sott'occhio
la prima Giunta castel vetrina (1562), ma del metodo del grammatico modenese,
egli è la negazione: la sua è grammatica empirica; il suo principale maestro e
autore è il Bembo. Fu raccomandato dal Lombardelli con qualche riserva, e dal
Meduna, ma biasimato da altri, e specialmente da un intendente sicuro di cose
linguistiche, il Borghesi. Ma non è sull'ordinamento e la compagine del libro
né sulle trasgressioni contro la lingua, che si ferma la nostra attenzione, sì
bene sul principio che serve di fondamento alla grammatica, logica e necessaria
conchiusione dell'elaborazione a cui avea dovuto soggiacere: il principio della
perfetta regolarità, dell' ordine più assoluto della nostra divina favella, col
quale è accolto nel corpo della gram liamo {havemo, senio si possono adoperar
con discrezione, perchè li adoperano anche i Trecentisti), amono = amano,
andavo = andava, andorno, andassimo, andaressimo, andarci, venesti, contenirà,
odesti, habbi, facci, ecc. Questa trattazione rettorica incorporata in un trattato
grammaticale dimostra che ormai la poetica in quanto elocuzione si era staccata
dalla rettorica e che la prosa richiedeva una trattazione a parte. R. altresì
può giovare et a' principianti, ed a gli introdotti, parlo, ne' Commentari;
perchè tratta la nostra Gramatica distesamente declinando, e dando molti
avvertimenti comuni, e utili. Ha ben certe oppenioni che se non gli passano
agevolmente, e spende anche molte parole nel suo discorrere, riavendo hauto per
natura dell'Asiatico. Ne'discorsi a Dolce ricerca di belle sottigliezze, e
contengono un certo gastigo di coloro, che troppo ardita, e baldanzosamente si
mettono a scrivere in questa lingua. Nell'Annotazioni al Furioso, e sopr' al
Decamerone, e nel detto Vocabolario, dichiara e voci e modi di dire, ove un
forestiero può imparare assai. Fu studioso di più lingue, e di questa
particolarmente: onde mi sovvien d'avvertire, che egli corresse, o illustrò
molti scrittori: per lo che si potranno quasi legger sicuramente, quando nel
principio si troverà suo proemio, giudizio, censura, o elogio. I fonti.] matìca
tutto ciò che è regolato (l), e ripudiato, cacciato nel vocabolario, come in
luogo di pena, tutto il resto che non si presta a misurazione, o abbandonato a
sé stesso: lo spirito estetico animatore della favella è così completamente
distrutto, e conservata dell'espressione soltanto la forma geometrica. La
ripugnanza all' irregolare si esprime nel Ruscelli in una forma che ha del
comico, come (piando se la prende coi moltiplicatori delle difficoltà con dir
Muta in questo, Togli in quello, Aggiungi in quell'altro. Né codesto principio
è professato così all'ingrosso: anzi è dedotto a fil di logica, in un
ragionamento che vai la pena di riassumere, e porre qui come pietra miliare sul
cammino della nostra storia. Prima fu il parlamento che le leggi sue. L' uomo
ha da Dio o LA NATURA (GRICE) il dono di comprender coll’intelletto e ESPRIMER
COLLA FAVELLA quanto si contiene nella gran macchina dell'universo in forma
perfettamente ordinata, ripugnando la mente nostra dal disordine. Onde
nell'osservazione delle lingue, i grammatici scartarono tutto ciò che è
scorrezione d'ignoranti, usando dello stesso criterio de’giudiziosi che nel
fare le regole delle bellezze d'un corpo, o d'un volto, elessero o i volti più
belli, e più conformi con l'ordine, riuscendo a prevalere sull'USO SCORRETTO
(Grice: meaning not = use) di chi neh' usarla o nel porla in regola s'attenne
al peggio. La nostra grammatica si stampò sulla latina per la dipendenza della
nostra lingua e anche della greca, e l'averla compilata primi il Bembo e altre
persone rare, fa che non gioverebbe rinnovarla. Perciocché, s'ella fosse lingua
[l'italiana], che hor nascesse, et che noi fossimo i primi che la riducessimo
in osservatione, et in regole, ci governeremmo con la ragione, et con l'ordine
della Natura, come fanno gli Ebrei, et come nella Greca era opinione
d'Aristotele, cioè che le parti del parlamento fossero solamente tre... Et in
queste potean veramente contentarsi di divider la loro i nostri Latini, et ogn'altra
natione. Nondimeno, perchè, come cominciai a dire, non scriviamo hora regole di
lingua, che hor nasca nella sua grammatica, et perchè ancora questa nostra ha
fondamento, imi Nel secondo de' Tre discorsi al Dolce (Venezia, cioè nelle
Osservazioni di lingua volgare, infierisce contro l'autore delle Osservazioni
anche perchè oltre ai discutibili errori di grammatica vi aveva trovato
scorrezioni di questo genere: lotto per lóto, ametto per ammetto e Ameto, bevvo
per bevo. 13S Storia della Grammatica tatione, ornamento, et forma dalla
Latina, per questo parve a i nostri di volerle tenere congiunte, et conformi
tra esse quanto più sia possibile ne i modi principali, et nell'ordine
universale di tutto il composto con le sue parti (pp. 72-6). Insomma, il Ruscelli
in omaggio alla venerabile antichità, all' imperio della tradizione, mantiene
la grammatica così come lui T ha trovata, ma se la cosa dipendesse da lui, ne
divorerebbe per lo meno due terzi: tanti ne sono superflui, e la ridurrebbe a
due o tre categorie, sotto le quali dovrebbe ubbidire servilmente l'umano
pensiero, inquadrandovisi nel più perfetto ordine. Giustificare e difendere, di
fronte e di contro il latino, la lingua volgare, studiare i mezzi adatti a
condurla alla perfezione, secondo la corrente concezione del linguaggio, era
ornai intento comune de' letterati italiani: la differenza sorgeva ne' criteri
da adottarsi per conseguir codesto intento, differenza che corrispondeva alla
varietà della cultura, delle disposizioni, e delle condizioni etniche de'
letterati medesimi. La dottrina bembesca raccoglieva le maggiori adesioni,
anche presso i Toscani, i quali, però, come quelli che sapevano di non essere
stati punto estranei al movimento in favor del volgare e, si badi, al tentativo
di una legiferazione grammaticale di esso nel fatto, codesto movimento nel
Quattrocento era stato quasi esclusivamente toscano, anzi fiorentino, né tra il
chiudersi dell' un secolo e l'aprirsi dell'altro, rispetto alla sorta attività
degli altri Italiani, era punto diminuito l'interesse de' Toscani per la loro
lingua non potevano aver caro che [Sensi, M. Claudio Tolomei e le controversie
sull'ortografia italiana. Nota da tener presente anche per altri luoghi di
questo capitolo. (2) A non rammentar molte prove, basti la cit. lettera di
Alessandro de' Pazzi a Francesco Vettori, e il Dialogo du Machiavelli, donde
appare quanto vivo fosse in Toscana e in Firenze il culto dell' idioma natio e
l' interesse che si poneva nello studiarlo anche analiticamente. Tra i criteri
onde negli Orti si 140 Storia della Grammatica i non Toscani si fosser mossi e
gareggiassero a discorrer di lingua toscana e a dettarne le regole: una tale
legiferazione non poteva non risolversi in una violenza contro il loro senso
linguistico, tanto maggiore quando a fondamento di quelle regole non era
assunta la toscanità trecentesca, ma l' italiano parlato presentemente nelle
varie corti d' Italia. Sicché, tra le cercava di determinare le affinità e le
differenze tra le varie lingue e i vari dialetti, si applicò anche quello
strettamente grammaticale. Il Machiavelli, appunto, ci dice: e dicono che chi
considera bene le otto parti dell'orazione, nelle quali ogni parlar si divide,
troverà che quella che si chiama verbo, è la catena, ed il nervo della lingua, ed
ogni volta che in questa parte non si varia [cioè non c'è differenza tra la
lingua e lingua], ancoraché nelle altre si variasse assai, conviene che le
lingue abbiano una comune intelligenza, perchè quelli nomi che ci sono
incogniti, ce li fa intendere il verbo, il quale infra loro è collocato, e così
per contrario dove li verbi sono differenti, ancoraché vi fusse similitudine
ne' nomi, diventa quella lingua differente: e per esemplo si può dire la
provincia d'Italia, la quale è in una minima parte differente nei verbi, ma nei
nomi differentissima, perchè ciascuno Italiano dice amare, stare e leggere, ma
ciascuno di loro non dice già deschetto, tavola, e guastada. Intra i pronomi
quelli che importano più, sono variati, siccome è mi, in vece di io, e ti, per tu.
Quello che fa ancora differenti le lingue, ma non tanto che elle non
s'intendano, sono la pronunzia, e gli accenti. Li Toscani fermano tutte le loro
parole in sulle vocali, ma li Lombardi, e li Romagnoli quasi tutte le
sospendono sulle consonanti, come Patte, Pan. Discorso. Qui abbiamo un germe,
se non un cenno schematico di grammatica italiana, ed è il primo, come s'è già
osservato, nel Cinquecento avanti delle Regole del Fortunio. Il più notevole è,
oltre la verità estetica, che con questo e con altri argomenti il.Machiavelli
dimostra acutamente l'origine fiorentina della lingua letteraria d'Italia.
Quella lingua si chiama d'una patria, la quale converte i vocaboli ch'ella ha
accattati da altri, nell'uso, ed è sì potente che i vocaboli accattati non la disordinano,
ma ella disordina loro, perchè quello ch'ella reca da altri lo tira a se in
modo, che par suo.... Ma tinello che inganna molti circa i vocaboli comuni, è,
che tu [Dante], e gli altri che hanno scritto, essendo stati celebrati, e letti
in varj luoghi, molti vocaboli nostri sono stati imparati da molti forestieri,
ed osservati da loro, talché di propri nostri son diventati comuni. Quanto poi
sia calzante la dimostrazione che Dante scrisse in fiorentino, è cosa già ben
assodata. Non così esatta è l' interpretazionidel trattato dantesco, ma il
dedottone ammaestramento, gli uomini che scrivono in quella lingua, come
amorevoli di essa, debbono far quello ch'hai fatto tu [Dante], ma non dir
quello ch'hai detto tu, è tra le cose più acute che siano state osservate in
tanto e tale dibattito. Capito/a quint 14 [ voci ili protesta impregnata
talvolta di sarcasmo, venner fuori ben presto anche inviti ad accingersi alla
compilazione della grammatica. Il Norchiati nel dedicare al suo molto honorando
messer Pierfrancesco Giambullari il Trattato dei Dittonghi^, constatando che
rin allora molti non Toscani avevano scritto ordini, regole e modi d'imparar la
lingua, senza voler giudicare, pur ringraziandoli, se avessero giovato o no,
ammoniva che era ormai tempo che i Toscani si ponessero a dettar essi quelle
regole: ciò che egli intanto faceva per i dittonghi. E nel trattatello
notevole, nell' esaltare sui Greci e Latini i suoni Toscani, assai più
abbondanti, perchè rendono gratia et leggiadria inestimabile all'orecchio ,
osserva che al pronuntiar bene quadrisona {tuoi) bissogna grandissima pratica
et attitudine a far sonare in essa gli quattro suoni delle sue quattro vocali,
senza lassarne adietrio o gittarne via alcuno: e che tutti si sentino chiari
speditamente in tal pronuntia, come noi in Firenze, e gli altri toscani con
grandissima facilità, sonorità, et dolcezza perfettamente pronuntiano; e
avvertiva che nell'elisione i fiorentini non gettai: via nulla, pronunziando
assa' meglio 1' i che non sappian fare i non Toscani. Il Lenzoni nella sua
Difesa della lingua fiorentina se la prendeva più tardi coi grammatici non
Toscani che pretendevano insegnar la grammatica, e, con una certa bravura
schermistica, postillava in margine le sue osservazioni con questi motti: questo
va al Ruscelli et all'Alunno, et questo al Bembo. Ma all'elaborazione della
grammatica volgare i Toscani avevano contribuito anche a prescinder dalla
grammatichetta vaticana e contribuirono più di quanto essi stessi non
credessero, e certo con effetti assai migliori per lo sviluppo delle idee sul
linguaggio. (M Trattato de Diphthongi Toscani, di messer Giovanni Norchiati
canonico di S. Lorenzo. In Vinezia per Giovanni Antonio di Nicolini da Sabio.
Ad instantia di Sessa. Difesa della lingua fiorentina, e di Dante con le regole
di far bella, e numerosa la prosa. In Firenze per Lorenzo Torrentino. Fu pubbl.
da Cosimo Bartoli, e avrebbe dovuto esser pubblicata dal Giambullari, che
preparò per la stampa, gli appunti lasciati dal Lenzoni. La p. Ili è costituita
tutta di frammenti. Dalla pag. 76 incomincia la mano del Giambullari. 142
Storia della Grammatica I Toscani, che si trovavano in possesso della lingua
adottata dalla letteratura, non sentirono mai il bisogno d' apprenderla dai
libri, e nello sforzo di perfezionarla, secondo l'esempio dell'Alighieri,
perchè potesse competere con le lingue classiche, non solo non perdevano il
senso della parola viva, ma eran condotti a dar assai minor importanza al
precetto grammaticale, che seguiva non produceva il fatto linguistico: questo
affermarono il Tolomei, il Gelli e il Salviati medesimo. Essi, vedremo,
ammettevano la possibilità e l'opportunità della grammatica sol quando si fosse
potuto giudicar giunta alla sua perfezione, la lingua, e le attribuivano
ufficio di conservazione, più che di regola. Questa riconosciuta forza intima
del linguaggio, la sua capacità a svolgersi e perfezionarsi sotto il soffio
delle idee e della civiltà progredienti è il vanto della scuola toscana, anche
se la grammatica che ne usci, quella del Giambullari, non supera d'un grado
solo la contemporanea letteratura grammaticale, e tutto il movimento toscano
non potè sottrarsi al dominio dello spirito classico. Alcune delle idee
espresse nel suo Dialogo dal Machiavelli, vero principe, per l'altezza del suo
punto di vista, di questa scuola, valgono assai più di parecchie grammatiche di
questo periodo prese insieme: come quella già riferita sulla forza che ha la
lingua particolare d'un popolo intellettualmente forte, di convertire in
proprio uso i vocaboli accattati da altri, non solo senza rimanerne disordinata
ma in modo da disordinar essa loro, perchè quello ch'ella reca da altri lo tira
a sé in modo, che par suo: concetto a cui non mancherebbe nulla per esser
profondamente estetico, se nella mente del Segretario fiorentino il linguaggio
fosse stato tutt'uno con l'espressione, perchè, nel vero, il realmente parlato
non è se non il vecchio materiale linguistico rielaborato nelle nuove
espressioni. Nello studio grammaticale, storico e poetico della lingua che si
fece per oltre un trentennio, dal sorgere delle controversie ortografiche
all'inaspriménto della battaglia linguistica provocata dalla famosa Canzone de'
Gigli d'oro, il senese Claudio Tqlprnei, si può dire che faccia parte per sé
stesso in virtù della sua maggior cultura e penetrazione filologica, onde
anche'a ragione è reputato uno de' più fecondi precursori della grammatica
storica. Non digiuno di filosofia, cultore appassionato delle muse, oratore
politico di qualche nerbo, epistolografo de' meno sonnolenti, egli cercò sempre
di slanciarsi a più alto volo che le penne del puro grammatico non consentano,
benché la grammatica restasse pur sempre la sua principale occupazione, e alle
scoperte e innovazioni ivi fatte, ortografiche, metriche, fonologiche, sia
legata la sua rinomanza. Stando alle testimonianze che si posson raccoglier
dalle sue lettere, il suo animo fu sempre diviso tra le compiacenze che pur gli
procuravano i resultati in gran parte nuovi delle sue ricerche e il fastidio
che un tale studio recava con sé. In una lettera al signor Alessandro V.
dichiara d'aver trovato per li campi della grammatica... più tosto spine che
fiori , e chiama la grammatica cosa fastidiosissima. Non che non la ritenga una
scienza vera e propria come le altre; non che giudichi inutile l'apprenderla
come corpo di dottrina e come mezzo indispensabile alla piena intelligenza
degli scrittori; ma nega che possa mai apprendersi indipendentemente dallo
studio degli autori, e annette la più grande importanza a la destrezza del
maestro, il qual deve con bei modi infiammare il discepolo a li studij,
sforzandosi di agevolarli, e addolcirli queste vie spinose de la Grammatica,
acciocché si possa senza troppo offesa caminare. Lo scritto che ora tocca più
davvicino il nostro tema, è il Cesano, divulgatissimo, e meditato, se non
abbozzato, contemporaneamente alla collaborazione al Polito del Franci. Consta
nella Delle lettere di m. Claudio Tolomet, libri sette. In Venetia, Appresso i
Guerra. Cesano, Dialogo di m. Claudio Tolomei, nel quale da più dotti Huotnini
si disputa del Nome, col quale si dee ragionevolmetite chiamare la volgar
lingua. In Vinegia Appresso Gabriel Giolito De Ferrari, et Fratelli, MDLV, pp.
198-9. Sulla composizione, la fortuna e i manoscritti del Cesano, e le sue
relazioni col trattato dantesco, è da vedere l'importante % 2, Le allegazioni
di Tolomei della più volte cit. Introduz. del Rajna alla 'sua ediz. crit. del
De Vu/g. Eloq.. p. LX sgg. Il Dialogo ci riporta a Roma e agli anni 1524-5; il
signor mio Illustrissimo a cui il Cesano è diretto, sarebbe il card. Ippolito
de' Medici, patrono del Tolomei, che apparisce propriamente a' suoi servigi da
una lettera; è probabile che a scrivere il Cesano deva il Tolomei essersi messo
per effetto del mancato Concilio di cui s'è parlato. Del Cesano, a conoscenza
del Rajna, sono quattro testi a penna: uno è a Firenze (Magliabech.), due si
trovano a Siena (Bibl. Com., G. e K, e il quarto è a Roma, alla Vittorio
Emanuele (Fondo S. Pantaleo, S6 [5.8]. Il romano fu nelle mani di Celso
Cittadini, il quale, per 144 Storia della Grammatica '-1 esposizione del Cesano
di due parti oltre l'obbiettiva esposizione delle teorie del Bembo, del
Castiglione, del Trissino, del Pazzi: T una, generale, riguarda il linguaggio e
il nome da dare alla lingua volgare, l'altra, speciale, il confronto tra le
forme del latino e quelle del toscano, propugnato dal Tolomei. Il parlare ,
basterà metter in rilievo alcuni particolari pensieri per riassumere la
questione speculativa, a gli huomini è naturale, ma i vocaboli, che le cose ci
mostrano, sono non dalla natura: ma dall'arte, o dal caso in sul fondamento
della natura formati, la quale ci fece tutti et disposti al parlare, et a
sceglier la lingua in queste parole et in quelle. Né fu mai l'oppinione di
Nigidio Figulo ricevuta per vera, il quale istimava che tutti i vocaboli
fossero naturali, perchè quantunque alcuni se ne trovino, che par sieno dalla
natura, et midolla della cosa, che significano, cavati fuori: come strepito,
crepito, fischio, tuono, et altri simili a questi non però il monte grande de'
vocaboli si governa da [questa avvertenza. E come sorgono le lingue
particolari? Il parlar chiaro , cioè la facoltà di esprimer chiaramente i
propri pensieri, data dalla natura all' uomo ( non alli angeli per non esser
loro necessaria, non alle bestie per non esserne degne ), riceve ne' suoi
effetti varie modificazioni dalla varietà de i tempi, et la differentia de'
luoghi, che sono sempre di diversi vocaboli et di diverse lingue produttrici .
E superfluo avvertire qui l'eco delle antiche dispute circa l'origine del
linguaggio: a noi importa rilevare l'importanza che ha l'averle riprese, e
l'applicazione fattane. Non essendo altro vero Idioma, che un raccoglimento di
più e più vocaboli ordinato a servire a una diversità di più huomini per potere
isprimere i secreti de gli animi loro, certo di coloro sarà sempre, compiacere,
a quanto pare, al desiderio di Belisario Bulgarini, che doveva esserne il
possessore, vi segnò molte correzioni, tenendo a riscontro la stampa del
Giolito, e spesso vi restituì le usanze linguistiche dell'autore di cui nessuno
per certo poteva avere maggior pratica di questo suo grande depredatore. La
fonte del Tolomei parrebbe risultare il codice di Grenoble del De l'ulg. Eloq.
La prerogativa del Tolomei si riduce secondo ogni verosimiglianza ad essere il
primo studioso a cui apparisca noto il codice del D. V. E. che perverrà nelle
mani del Corbinelli, e forse l'avrà visto a Padova nell'estate o autunno del
1532 nell'occasione di una sua andata in Austria. che da teneri anni con le
madri et co i padri hanno imparato, et poscia cresciuto ad ogni movimento del
pensier loro, con gli altri di quella Città parimente usato. Cosi è naturale
che il Tolomei prenda posizione pel se?iese, lasciando che il Bembo adduca le
ragioni in favor del nome volgare, il Trissino per Vitaliano, il Castiglione
per il cortigiano, e Alessandro de' Pazzi pel fiorentino. Affermato il
carattere peculiare de' vari Idiomi, esce in un'osservazione acuta, che, se meglio
meditata e fecondata, avrebbe gettato un insolito sprazzo di luce sulla natura
del linguaggio, là dove afferma che il parlar prima dee esser notissimo a
colui, che lo parla, perchè con lui è più unito, che con alcun altro. Di qui al
riconoscere che il linguaggio è individua creazione spirituale il passo non
sarebbe stato davvero lungo. Dalla questione speculativa passando alla storica,
il Tolomei si fa a seguire le vicende della nostra lingua, derivandola dalla
trasformazione del latino operata, come si credeva general Su questo punto,
che, come sappiamo, non è una scoperta del Tolomei, mentre è suo peculiar vanto
l'aver tracciate alcune ben ferme linee di grammatica storica, debbo osservare
che mi sembra caratteristico l'atteggiamento onde il Tolomei guarda il
problema. Il filologo moderno, descrivendo il trasformarsi della parola latina
nelle varie parole romanze, non solo tratta il suo tema, sereno, senza
predilezione per il latino o per i nuovi volgari, ma vede in quella
trasformazione un fatto che si svolge naturalmente con le sue leggi precise e
costanti, un divenire continuatamente regolare, che, quasi facendo scomparire
agli occhi di lui l'esistenza di due lingue distinte, attira sopra di sé tutto
il suo interesse e glielo esaurisce. Invece, il Tolomei, volendo dimostrare che
la lingua toscana è propria lingua, indipendente dal latino, bella per conto
proprio, e libera da ogni debito verso quello, ha sì coscienza di quella
trasformazione e, se non nel Cesano, ne' suoi trattati inediti, ne addita e ne
determina le leggi, ma guarda il fatto non come una necessità, in cui il latino
almeno come materia ha la sua funzione, ma quasi come un continuo sforzo di
riazione e di ribellione compiuto dal volgare per differenziarsi dal latino,
staccarsene, anzi voltargli bruscamente le spalle, per ricomparirgli poi
dinanzi, sotto forme nuove e in abito di gala per dirgli, tra il gnive e il
canzonatorio, ' eccomi qua, ci sono anch'io, e posso anche misurarmi teco'.
Questa è l'impressione che desta la lettura del Cesano; onde non è maraviglia
che chi potè esser informato dei discorsi del Tolomei o direttamente o
indirettamente, fosse tratto ad attribuirgli l'erronea opinione che il toscano
non derivasse dal latino: Non vi concedo , si fa dire al Tolomei nel Diati.
Trabalza. io 146 Storia della Grammatica mente, dalle incursioni barbariche e
dalla questione storica è condotto a comparare le caratteristiche del toscano
con quelle I del latino, concludendo che, se bella è la lingua latina, nulla /
deve invidiarle la nostra che, pur essendo stata manomessa dai barbari, si
piegò mirabilmente a esprimer con arte efficace i| nuovi pensamenti del popolo
e si concretò e si organò in opere di letteratura immortali. Ecco i risultati
di tale comparazione dedotta per tutti gli -4 ordini della grammatica, e che
riesce, però, quasi a un abbozzo della grammatica stessa del toscano: 1. I
suoni e gli ' elementi ' (lettere), come fu dimostrato dal Polito, non son più
nel Toscano gli stessi che eran nel latino, perchè alcuni di quelli si perdettero
ed altri se ne produssero di nuovi. 2. Nella testura degli elementi il Toscano
fugge l'asprezza come non fa il Latino: a) due mute diverse che fanno aspra
testura il Toscano non le tollera; ò) né ogni muta può trovarsi innanzi alla.S;
e) lo / e lo V liquido si usa dopo ciascuna consonante, che addolcisce con quel
distruggersi et liquefarsi tutta la parola : nel latino questo avviene solo in
due casi. IL LATINO fugge generalmente il RADOPPIAMENTO delle consonanti. Nulla
di questo aggrada più al Toscano. logo del Valeriano, messer Giangiorgio, che
LA LINGUA TOSCANA si' peggior della cortigiana, o come voi dite, della commune,
perchè si discosti più della latina; ne vi concedo, che la toscana venga dal
latino, perchè è lingua propria e separata, e indipendente, et ha le sue
proprie inflessioni, e forme, e figure, et eleganze di dire forse assai più,
che non ha la latina. Et come questa vostra commune, Italica dite esser
derivata dalla latina, così la toscana moderna potemo creder, che venga
dall'antica lingua Etrusca, ecc. Aggiungerò che il tentativo di riformar la
nutrica italiana, secondo quella classica, mosse nel Tolomei dal medesimo
principio della virtuosità e dell'eccellenza del toscano rispetto al latino.
Ora questo atteggiamento in uno che pur seppe stabilire qualche principio
irrefutabile di grammatica storica, da che era determinato se non dalla
coscienza della bellezza della nuova lingua, cioè dall'attribuire alla parola
viva la virtù artistica propria dell'espressione? Ma qui debbo avvertire che,
come vedremo parlando del Cittadini, codesto atteggiamento muta nelle operette
grammaticali inedite, dove di proposito s'indaga il modo della derivazione
dell'italiano. Lo L in mezzo delle mute e delle vocali cambiasi nel Toscano in
un / liquido ('pieno, chiave, fiato'): e i vocaboli in cui lo L si trova (come
in ' Plora, implora, splende, plebe') • non furono presi dal mezzo delle piazze
di Te scana: ma posti innanzi da gli scrittori : il popolo avrebbe detto '
piora, implora, spiende, pieve', come di quest'ultimo ne habbiamo manifesto
segno, che volgarmente pieve si chiama quella sorte di Chiesa ordinata alla
Religione d'una Plebe. I vocaboli latini finiscono spesso in consonante, o
mute, o liquide, o mezze vocali: il Toscano termina sempre in vocale, tranne
alcuni pochi monosillabi (' non, in, con, per, il, ver = verso, pur, ancora che
il Boccaccio usi pure '). Questi fenomeni avvengono nelle ' pure dittioni ',
ossia in quelle di formazione popolare. 6. I vocaboli si partono da la natura o
per prolungamento o accrescimento e per accorciamento (cfr. il d eufonico e
epentetico; i suffissi ' facissigliene gli si ce ne fa ', nel primo caso; nel
secondo, oltre la sinalefe, comune ai Latini, Greci e Toscani, il troncamento
delle sillabe in liquida / m n r, spesso anche quando la liquida sia doppia: '
augel, han = augello, hanno '): a) codesto troncamento non può aver sempre
luogo in causa dell'accento: nel Toscano non si patisce mai che per qualunque o
accrescimento, o sminuimento della medesima dittione l'accento trapassi di una
sillaba in un' altra ; non è possibile il troncamento nel fine de' nomi
femminili in a, tanto nel sing. che nel plur. Gli altri casi raccogliere con
ogni cura minutamente lascieremo a coloro, che la Toscana Grammatica ci
vogliono interamente insegnare. A noi basta per hora intender, come questa
usanza dello sminuir così le parole nel fine, è bella et varia, et de' Toscani
molto propria. Ma passiamo più oltre a ragionare di quegli ornamenti, che
vestono la parola, che sono tempo, accento et fiato, overo aspiratone, et
veggiamo per Dio se in questa parte ha la nostra lingua ricchezza alcuna
propria, che a' Latini renderla non bisogni. La quantità. Noi non abbiam più
lunghe e brevi, benché et forse non senza ragione io non istimi, che ancora
nella lingua nostra vi sia la misura, tempo lungo et breve, lo quale se
conosciuto ben fusse a musiche regole temperato, vie più dolce renderebbe il
parlare et il comporre de' Toscani. Vedremo dell'esito della folta caccagio?ie
alla quale annunziava il Tolomei di porsi per ritrovarli e dell'uso che dei
trovamenti egli fece nella sua nuova poesia. \J accento. Più largo certo et più
spazioso è '1 corso de gli accenti Toscani, che non è quel de' Latini , che non
s'estende più là dell'antipenultima, mentre i Toscani si sospendon lontan dalla
line otto sillabe, quattro per conto della prima parola, et tre per conto delle
affisse: es. ' favolanosicenegliene '. E torna a ribadir la regola
dell'immutabilità dell'accento, ancora, che vi si aggiunghino quattro particole,
ciò che non avvien del Latino, dove l'enclitica que basta a trasportar
l'accento di pattern all'ultima sillaba: patremque. L ' aspiratio?ie è anche
diversa, perchè i Latini aspiravano il principio delle sillabe, se pur honor e
hieri e simili non succedessin dal greco, mentre i Toscani non aspirano niuna
sillaba che habbia in principio la vocale, ma quelle sole, che incominciano da
quattro lettere, et l'altre due giunte dal Polito, secondo eh' egli brevemente
et per verissime regole ne parla, nelle quali non si trova simiglianza alcuna
con l' aspiratione latina. io. I dittonghi toscani o non si spatriano per la
Toscana quali erano i cinque latini, o molti più di questi senza dubbio alcuno.
Gli articoli. Usangli anchora i toscani, come i greci, e ne' maschi et nelle
femmine e nel maggior numero, et nel minor differenti. Li quali oltre, che
distinguono l'un sesso dall'altro, et questo numero da quello, hanno forza di
terminare et far più certa quella cosa, alla quale sono applicati. Et evi
differenza di sentimento in quelle parole, che hanno l'articolo in quelle, che
non lo hanno. I casi. Variasi per cagione de' casi molto più. La struttura
(sintassi de' casi). Et ordina senza dubbio diverso in tutto et differente
forma di struttura. La tela et V orditura delle nostre parole (costruzione) son
diversissime nell'una e nell'altra lingua, com'è dimostrato dalle traduzioni,
perchè chi voglia far toscano Cicerone o latino il Boccaccio col medesimo filo
e corso di parole, s' avvedrà chiaramente quanto la prima fatica sia sciocca,
la seconda fasti-' diosa. E sintetizzando le riassunte osservazioni, conclude:
Che direni dunque? non esser questa propria lingua, (piando et ne' suoni.Ielle
voci sue, et nella struttura delle sue lettere insieme, et nel finimento delle
parole, et nel modo dell'accrescere, o sminuire quelle, ne' gli accenti, et
ne’tempi, nell' aspirationi. Che più? ne' dittonghi, ne' gli articoli, ne'
casi, nelle costruttioni, et ordinatimi delle parole, nelle figure del dire, et
finalmente nella maggior parte delle cose sia dall'antica Romana cotanto
differente? Forse perchè ella serba molti Latini vocaboli, ma epiesto che ci
noia, per Dio, non ha ella nel thesoro suo cpiasi infiniti, ancora, che non
dirò forma, propria pur ritengono dal Latino? Leggasi Dante, trascorrasi il
Boccaccio, odansi gli huomini parlar da' paesi nostri, e vedrassi quanto quella
heredità, che gli fu da' Latini lasciata, ella fusse riccamente vestita.... ben
si può dire quasi della vecchia moneta esserne nella Zecca stampata moneta nuova.
E all'obiezione dell'alfabeto risponde che questo è un meccanismo, un
espediente qualsiasi inventato dall'arte, dove la lingua è dono della natura
per aprire le fantasie di ciascuno a coloro, che intorno gli sono. Dall'aver
descritti i caratteri naturali del Toscano, passa a magnificarne l'eccellenza,
la bellezza, la ricchezza, la dolcezza, scagliandosi contro tutti i pedanti che
s'astengono dallo scrivere perchè i loro pensieri non nacquero già nella mente
de' tre sommi trecentisti da poterli dipingere col loro colore. Che ci
bisognerebbe fare se '1 Boccaccio non havesse il suo Decamerone scritto, o
Petrarca i suoi versi? tacer forse per questo, o punto non scrivere? Insomma la
nostra lingua non è tutta ne' libri: le sue ricchezze ella con la viva voce le
va a parte a parte discoprendo. La misura della ricchezza è nell'avere per ogni
cosa un distinto vocabolo. Così è condotto a far l'elogio della nostra
letteratura, dove trova che ciascuno scrittore nel grado suo, et nello stil suo
arriva a ogni maggior finezza di pregiata eccellenza. All'obiezione che la
lingua Toscana non obbedisce a regole di grammatica, il Tolomei risponde che è
la Grammatica che nasce dalla lingua e non questa da quella, e che se non sono
state trovate le regole ancora (il che tutto non si può dire, essendoci stato
già il Fortunio e aspettandosi le Prose del Bembo), le si troveranno, e saranno
complete quando altri tragedie, altri Comedie, Satire altri, et altri altissime
Poesie partoriranno: né mancherà chi l'infiammato stile dell' Oratione, il
piano e l'aperto della Historia, il familiare della Epistola faccia illustre,
adornarsi con questa lingua quella parte di Philosohia, che a' costumi
s'appartiene, quella che al disputare, et l'altra forse, che alla natura, et
finalmente non fia o arte nobile, o bella disciplina, che dipinta con le parole
di Toscana non si mostri agli occhi de' riguardanti vaghissima, et '1 potersi
con quelle honoratamente le cose scrivere, facendo segno non oscuro i nostri
antichi scrittori, i quali quello, che volsero così facilmente con la penna
scolpirono, che si conosce esser più tosto insino alla nostra età mancata copia
di eccellenti scrittori, che ella sia già alli scrittori mancata . A questo
accrescimento, a questo perfezionamento del volgare, il Tolomei veniva
pazientemente dissodando il terreno della fonetica, per ritrovar i principi su
cui fondar la nuova poesia onde doveva aumentarsi la patria letteratura, sì che
non avesse nulla da invidiare alla latina, pagando così il suo tributo a quel
classicismo, contro cui intendeva innalzare l'edificio delle nuove lettere.
Furono indagini laboriose, e di cui aveva piena coscienza. E notevole ciò che
scrisse al Benvoglienti circa taluni belli ingegni co' quali ebbe a ragionare
dell' inve?itione della nuova poesia, e che crederono, e dissero che tutta
quest'arte si doveva risolvere in queste poche regolette, che voi udirete.
Tutte le sillabe, dove è l'accento acuto son longhe. Tutte le sillabe, che son
dinanzi a l'accento acuto son brevi, se già non v' è l'addoppiamento. Tutte le
sillabe, che son dopo l'accento acuto son brevi, ancora che vi sia
l'addoppiamento, e così volevano, che tessonsi, romperne, volgerlo havessero la
sillaba di mezzo breve Io alhora assomiglia' costoro a medici, che da sé stessi
si chiamavan Metodici, li quali per lo contrario Galeno soleva chiamare
àjiièvoòovs; perchè con quattro, o sei regolette volevano, insegnar tutta la
medicina, omne laxum astringendum, omne strictum laxandum, omne cavum
implendum: e in ciò non considerava!! né età, né veruna altra cosa buona. Ma
veramente sì come ne la medicina fa mestiero riguardar tutte queste cose
distintamente, così nella nostra inventione bisogna contemplar tutta la lingua
insieme, le parti separatamente, e veder molto Concluderemo più presto esser mancati
alla lingua uomini, che l'esercitino, che la lingua as;ii uomini e alla
materia. Lorenzo de' Medici, Commento alle rime, in Torraca, Manuale d. I. bene
da qual fonte nasce la Longhezza, o la brevità del tempo, e come ciascuna
parola con l'altre e con sé stessa si misuri e si contrapesi; e per qual
riferimento e jroog to il longo sia longo, e '1 breve sia breve, e come in
questa contemplazione si pigli il mezzo e l'estremo. Che più? bisogna
sottilmente considerar, se tutte le sillabe longhe, sono egualmente longhe, e
le brevi, brevi, e le communi, communi parimenti: il che è principio e origine
di grande intendimento. E oltre di ciò è forza scoprir alcuni segreti, li quali
insieme con l'altre cose spero vederete distintamente dichiarate ne la nostra
operetta sopra di ciò fatta . L'operetta usci col titolo Versi e Regole de la
nuova poesia toscana^), contrassegnando, come è stato ben avvertito, un'epoca
nelle lettere del secolo XVI , per il movimento che presto se ne propagò in
tutta l'Europa occidentale (). Scopo dell'operetta era di difendere l'uso de'
metri classici nella lingua volgare, offrendone le regole e gli esempi, forniti
da un gruppo di letterati riuniti in un circolo, Y Accademia della nuova
poesia, di cui il Tolomei doveva esser ritenuto fondatore e espositore
dell'innovazione. All' inventione non dovè esser estraneo quel medesimo spirito
aristocratico, che palesemente affermarono in Francia il Du Bellav, l'autore
della Défence et illustration de la langue fra?icaise), il programma della nuova
scuola che si chiamò la Pleiade, e Jean de la Taille, autore di La manière de
faire de vers en franfois, comme en grcc et in latin e che ispirò Jean Antoine
de Bai'f a istituire sull'esempio appunto de\Y Accademia della nuova poesia,
un' Académie de poesie et de musique, accettando le riforme fonetiche
propugnate da Ramus nella sua Grammar. La concezione aristocratica che della
poesia si sarebbe fatta il Tolomei non sfuggì agli stessi cinquecentisti : così
il Ruscelli raccontava che la facilità di far versi volgari.... comune ad
artegiani, femminelle, et perfino a fanciulli di X o XII anni fu prima et
perfetta cagione di muovere Tentativi d'introdurre i metri classici nella
poesia volgare e relativi saggi risalgono, è noto, in Italia al Quattrocento.
Carducci, La poesia barbara, Bologna. Nel voi. carducciano ora citato. E cfr.
G. Mignini, Saggio di gramm. st. it.: i versi italiani in metrica latina,
Perugia Spingarn Spingarn Tolomei, et tutta quella bellissima schiera a
ritrovare una sorte di versi nella lingua nostra, per li quali si conoscessero
i dotti da gli indotti, che per far versi il Molino, il Veniero, il Contile, il
Varchi, il Costanzo, il Rota, il Tansillo, il Tolomei, il Caro, il Cinthio et
ogn'altro dotto, et giudicioso scrittore, non venissero a farsi fratelli, et
d'una schiera, o scuola stessa con Baldassare Olimpo e mille altri tali . Con
la De f enee del Du Bellay il Cesano ha non pochi punti di simiglianza, non
solo quanto alla condotta e tessitura generale, ma anche ai vari elementi
classici e romantici che vi sono egualmente contemperati, come dove, rispetto
alla lingua, di contro alla necessità che l' idioma volgare s'elevi alla
perfezione de' classici, si afferma l' indipendenza dagli scrittori,
decidendosi in quella contro les tradictions des règles, in questo contro
l'avversione dei timidi a parlare e a scrivere per non essere altrettanti
Boccacci e Danti. Più notevole è la corrispondenza nella motivazione di queste
decisioni: il non esserci regole che si possano accettare, non essendosi
raggiunto ancora quel grado di perfezione che sarebbe desiderabile. Quanto al
problema capitale le due opere mostrano un'altra corrispondenza: nella prima
parte esso consiste in questa tesi, che niente vieta alla lingua volgare di
conseguir la sua perfezione; nella seconda, riguardante i mezzi, la
corrispondenza non è altrettanto piena: pure se nella determinazione di essi il
Du Bellay non vede altra via che l' imitazione del greco e latino, in molte
premesse e in certi altri resultati l'accordo è abbastanza notevole. Entrambi
sostengono che la diversità delle lingue ne' vari paesi si deve ascrivere al
capriccio degli uomini (il Tolomei aggiunge anche quello del caso e le
modificazioni d ell'ambiente), e che perciò il perfezionarla è dovere di quei
che la parlano, e a nessuno è lecito esimersi dall' obbligo di concorrere al
perfezionamento dell'idioma nativo: che non basta attenersi agli antichi autori
nazionali, perchè altrimenti non ci sarebbe progresso. Qui il Du Bellay
consiglia di studiare i greci, i latini e gl'italiani, astenendosi dal comporre
rondò, ballate, strambotti e épiceries, che corrompono il gusto, e di adoperare
le migliori forme poetiche, epigrammi, elegie, odi, ecloghe, sonetti; il
Tolomei non insiste (1j Discorsi.] troppo su queir imitazione, ma, oltreché pel
verso, p. es., propugna la quantità degli antichi, fa derivar la perfezione
della lingua dal trattar tragedie, commedie, satire, orazioni, istorie,
epistole ecc., che vuol dire le forme più elevate delle letterature classiche.
La lingua, la poesia, la letteratura, la filosofia, dei moderni devono venire,
insomma, per vivere e prosperare, a patti con quelle degli antichi, nonostante
l'affermata totale indipendenza della struttura del toscano dal latino. Altri
resultati delle ricerche del Tolomei venivano comunicati occasionalmente agli
amici nelle lettere, spesso, com'era l'usanza, scritte con lo scopo della
pubblicazione, e che furono Questo ravvicinamento occorrerebbe dirlo? non
importa che la Défence derivi dal Cesano; ma, poiché lo Spingarn ha additato
come probabile fonte della Défence il De Vulvari Eloquentia e il Yossler ha
sollevato de' dubbi su tale derivazione, e il Farinelli li ha confermati di sue
ricerche, senza che però lo Spingarn abbia rinunziato alla sua tesi, che anzi
ha ribadito col dire che l'affinità è tale che merita ulteriori studi e più
particolari, il nostro ravvicinamento potrebbe gettar un po' di luce sulla
questione, e servire a dimostrar che il problema del volgare, quale era stato
impostato dall'Alighieri, veniva ora ripreso, con e senza l'aiuto dell'operetta
dantesca, alle medesime basi da più parti, per le condizioni in cui di contro
alle lingue classiche permaneva ancora il volgare. Quel problema è in fondo una
gagliarda espressione della coscienza della nuova letteratura e da Dante al
Salviati, per tutto cioè il periodo in cui si maturò la dottrina poetica del
Rinascimento, tutti i maggiori letterati vi si travagliarono intorno. In ogni
modo, che al Cesano dia molta materia il trattato dantesco è fuor d'ogni
dubbio: anzi, si può affermare che, seguendo le varie esposizioni che ciascun
interlocutore (Bembo, Castiglione, Trissino, De' Pazzi) fa della propria
dottrina appoggiandola con passi del trattato che sembrano confermarla, siamo
per un buon pezzo in compagnia dell'Alighieri; e con esso ci ritroviamo ancora
coll'ultimo interlocutore, il Cesano, il quale, fatto il dilemma che il
trattato (come aveva sostenuto il Martelli non è di Dante, o, se è di Dante,
non prova nulla contro i Toscani per la promiscuità dei termini da lui
adoperati a designar il toscano, penetra nella sostanza della distinzione circa
il latino e il volgare e nel significato stesso dell'operetta, nel modo,
secondo noi, più acuto: quand'ella [la lingua] è chiamata Volgare, è all' hora
da coloro, che così la chiamano considerata, come distinta dalla latina, la
quale in questi tempi non era più nelle bocche del Volgo, né naturalmente da
ciascuno si parlava, ma per arte e studio solo s'acquistava. Parmi finalmente
che il Tolomei avesse veduto anche il Discorso del Machiavelli, specie per la
parlata che mette in bocca al De' Pazzi e, in genere, per l'opposizione a
Dante.] pubblicate infatti in un grosso volume. Sono tra esse assai notevoli,
oltre le citate al Firenzuola e ad Alessandro V. per quanto concerne il
Congresso bolognese e l' insegnamento della grammatica, quella al Caro, dove
avvertisce alcune cose sopra l'ortografìa grammatica Toscana, come dir s'egli è
meglio dir celarò nel frutto [futuro] che celerò, et altri simili, una al
Citolini, dove dichiara che cosa sia H in Toscano, e dove si proferisca con
aspiratione, e quale uso sia d'essa , e quella al Benvoglienti, dove ragiona di
una disputa fatta sopra l'inventione nuova del verso Hesametro in Toscana .
Tolomei morì nell’anno stesso in cui il Giolito gli pubblica il Cesano, che
forse sarebbe rimasto inedito, quantunque il Giolito dicesse d'averlo
pubblicato per sottrarlo a una cattiva stampa, come inedite rimasero le molte
operette grammaticali del filologo senese. Perdute del tutto gli andarono, vivo
ancor il Tolomei, un'opera de V eccellenza de la lingua Toscana (svolgimento,
forse, d' idee già sostenute nel Cesano) ed altre scritture, durante quello
scellerato sacco di Roma, il quale oltre agli altri gravi danni che mi fece,
non si vergognò por la brutta mano ne le scritture, e dispergermi questa
insieme con alcune altre mie povere, e misere fatiche. Frequenti sono i cenni e
i richiami nelle sue lettere ad altre scritture. Nella lettera al Caro in cui
rispondeva circa l'uso di celarò per celerò e simili e di alcune forme
ortografiche, diceva che l'avrebbe giustificato a suo tempo, quando avesse
condotto a compimento altri suoi lavori: onde mi sarà forza finir prima e poi
stampar que' libri, ch'io ho incominciato de' principi '/, e de gli altri delle
nature, e que' terzi delle forme della lingua Toscana, oltre a certi piccoli
volumi di grammatica, che io ho scritti sopra questa nostra lingua. Dell'anno
della pubblicazione delle due Orazioni è un'altra sua lettera al Citabili da
Parma, nella quale gli annunziava di acconciarsi per iscriver una operetta de
le quattro lingue di Toscana , da mandare a M. Annibal Caro, la quale aprirà
una grandissima finistra per illuminar il corpo de la nostra lingua, e crediate
per certo che senza questo lume ci si cammina al buio. Notevole è anche sotto
il rispetto grammaticale l'altra al Caro sopra l'abuso del dire altrui Sua
Signoria, Sua Eccellenza, intorno a cui molto allora si disputò. È riprodotta
nella bella raccolta del Faxfam. Lettere precettive di eccellenti scritturi,
Firenze. Le operette grammaticali che ci restano del Tolomei e formano il noto
cod. della Comunale di Siena, vertono tutte su questioni di fonetica, anche
quando riguardino la morfologia e la metrica: Grammatica Toscana (lettere
dell'alfabeto e loro classificazione); Tratta/o delle forme (passaggi de' suoni
latini negl'italiani la teoria de' suoni in relazione con le loro
rappresentazioni grafiche); 3. La rima che cosa sia e quante lettere bisogna
rimare; Delle rime proprie e delle improprie; De lo e chiaro e fosco; De l'o
chiaro e fosco (che sono i due trattati che andarono a costituire il cap. VI
delle Origini del Cittadini); Stili'* sordo e sonoro; Stillo z sordo e sonoro.
Su di esse, che certo rappresentano il maggior titolo di lode pel Tolomei e gli
assegnano un posto eminente nella storia della filologia romanza, crediamo
opportuno discorrere quando incontreremo il Cittadini col quale vedono in
qualche modo la luce, entrando direttamente nel circolo delle idee. Intanto
osserviamo che fu male che questi trattatelli, che avrebbero potuto fecondare
un più intenso e metodico studio storico della lingua, non vedessero la luce;
ma una discreta parte si deve credere che ignota del tutto non rimanesse al
mondo letterario, date le relazioni del Tolomei e il costume letterario
dell'età. In ogni modo l'opera del Tolomei, considerata nel suo complesso,
avanza in valore la comune produzione grammaticale del tempo, per le idee
critiche generali sul linguaggio e gì' idiomi in particolare e le conoscenze
positive circa l'evoluzione del Toscano. Se non così notevoli, certo
importanti, non pel fatto della grammatica concreta che ne derivò, ma sì per i
canoni linguistici ripresi in discussione e le vedute per cui die luogo circa
la possibilità della grammatica, furono i resultati a cui menò l'iniziativa
presa dall' 'Accademia fiorentina l'anno stesso in cui si rinnovellava sul
tronco non vecchio ma infrenato degli Umidi, allegroni ben degni di godere il
frizzo del Lasca, che dai solenni uomini della riformazione generale fu con
l'espulsione punito de' suoi ribelli sdegni contro la pedanteria stravincente
sulla giovialità. Gelli e Giambullari furono de' quattro che l'Accademia elesse
all'ordinamento grammaticale della lingua, divenuta l'oggetto della sua attività
dalla compiuta riforma. E l'uno e l'altro si diedero infatti a osservare e a
comporre le leggi della lingua fiorentina. Ma Gelli, dopo un anno di studio
amoroso, rinunziò all'impresa, che gli parve fortemente difficile, anzi quasi
impossibile ad essere attuata. Egli, se non fu un filosofo, esercitò però il
pensiero sui problemi morali meglio di molti suoi contemporanei : da questi
suoi amori con la filosofia dovette esser tratto naturalmente a considerare il
difficile problema d'una grammatica toscana, e, con acume degno del suo fine
intelletto, lo risolse negativamente; in ciò è sopratutto il suo merito, anzi
per questo merita una nota particolare in una storia come questa, anche se a
codesta soluzione non giunse con ragioni critiche sempre e in tutto fondate e
dedotte da un criterio scientifico. Egli ne fece l'esposizione (a richiesta del
Giambullari stesso, che nella prima tornata era stato rieletto nel numero di
quegli uomini, che debbono riordinare et ridurre a regola la nostra lingua
fiorentina , e dell'esposizione si valse come di acconcia prefazione alla sua
grammatica già da tre anni composta e in quello stesso della rielezione
pubblicata) in un Ragionamento, che egli finge avvenuto o che avvenne il giorno
stesso di quella tornata e poi distese per iscritto, infra Bartoli et Gelli (sé
stesso) sopra le diffìcultà del mettere in Regole, la nostra lingua. Le ragioni
, comincia col confessare il nostro critico, et le diffìcultà che non solo mi
hanno fatto levar via l'animo da questa impresa; ma ancora giudicarla quasi
impossibile, sono et molte, et molto potenti: et quanto più vi pensava intorno,
più mi se ne offerivano sempre alla mente, dell'altre nuove. Così mentre che io
stava lontano al mettere in atto questa formazione delle Regole; me le imaginava
piccola cosa. Ma Egli apprende ed applica tenacemente; sì che un' idea sola, il
contrasto fra so/so e ragione, regge tutta l'opera sua, nei dialoghi morali e
ne' commenti, anch'essi morali, a Dante e al Petrarca; ma non è ingegno che
avanzi, nemmeno d'un punto, che sulle cognizioni apprese operi attivo per
arricchirle, per trasformarle in sé, per acuirle a nuovi concetti. F. Ne.,
recens. delle pubblicazioni gelliane dell'Ugolini e del Fresco in Giorn. st. d.
lett. il. Giambullari, Della lingua che si parla e scrive in Firenze, e un
Dialogo di Gelli, Sopra la difficoltà dell'ordinare detta lingua, In Firenze,
per Torrentino.] quando poi tentammo porla ad effetto, quanto più la
considerai, tanto più mi parve difficile. L' impresa anzi sarebbe al tutto impossibile
per la diversità di nomi et delle pronunzie che si trovano per le città di
Toscana: ciascuna delle quali pregiando più le sue cose, che quelle d'altri,
stimerebbe et terrebbe errore quello che in Firenze sarebbe regola : che è già
un bel principio positivo contro la possibilità d'una grammatica che voglia
abbracciare un nucleo di linguaggio più ampio di quel che sia il proprio d'una
sola città, e dal quale non era difficile dedur l'altro che, un fiorentino non
essendo l'altro, la grammatica d'uno non può esser la grammatica dell'altro. Ma
per meglio esplicarvi ancora questo capo, mi bisogna cominciarmi da un altro
principio. Ditemi chi fa l'ima l'altra, o le regole le lingue, o le lingue le
regole? E chi non sa che le lingue fanno le regole, essendo quelle innanzi che
queste: et non essendo fondate queste in altro uè avendo altra pruova chi le
confermi, se non la autorità di esse lingue? Et da questo essendo egli com'egli
è vero, nasce che e' non si può far regola alcuna che sia veramente regola: non
solo alla lingua Toscana; ma anche alla Fiorentina . Solo delle lingue
invariabili come quella sacra della Bibbia, certamente cosa fuori di Natura; et
che non può attribuirsi se non a Dio , si posson far regole: e è pur cosa certa
che anche si posson agevolmente metter in regola le variabili morte, come
sarebbe la lingua latina: ma de le vive che e' non sia solamente difficile il
farvi regola alcuna perfetta e vera; ma che e' sia quasi al tutto impossibile.
Perchè le lingue vive progrediscono fino a un massimo di perfezione e poi, dopo
una certa stasi, come avviene del sasso che lanciato a una certa altezza, per
calare, deve pur fermarsi un istante, decadono; ma, non potendosi conoscere
questa loro stasi di perfezione, perchè, la civiltà continuamente avanzando,
non e' è grado di perfezione che non possa esser superato da un grado più
eccellente, viene a mancare la fonte più pura donde si cavino regole perfette
ed intere. Dice molto meglio di noi il Gelli> Non si potendo sapere nelle
lingue vive, quando sia questo loro stato et questo colmo della loro
perfezione: Egli non si può ancora conseguentemente farne regole perfette ed
intere. Perchè sebbene e' si può sapere mediante gli scrittori di quelle quando
meglio che mai, elle si sierto favellate per il passato: Nessuno è però che si
possa promettere per il futuro, che insino a che elle non mancano, elle non si
possino favellar meglio; Et così che e' non possino surgere ancora alcuni
scrittori, ch e le iscrivino molto meglio. Qui appaiono evidenti tutti i concetti
erronei che servono di base al ragionamento del Gelli: quello della lingua
considerata come organismo staccato dal pensiero, quello della sua evoluzione
coi relativi gradi di ascensione, perfezione, decadenza, quello della lingua
perfetta o modello e l'altro, che ne conseguita, della facoltà acquisibile di
parlar con piena correttezza mediante regole perfette ed intere cavate da una
lingua nel colmo della sua perfezione. Qui l'atto del linguaggio come cosa viva
non è più libera creazione spirituale, e la grammatica viene argomentata
possibile: conclusione assolutamente contraria alla tesi annunziata: la
grammatica è ineseguibile ignorandosi il grado di perfezione della lingua e
mancando altre condizioni, come una ricca letteratura; ma, eliminati questi ostacoli,
è possibile. L'altra difficoltà è la seguente. Quel che fu concesso ai
Grammatici latini non si può fare nella lingua Fiorentina, et molto meno nella
Toscana, che et vivono ancora, et non hanno scrittori da fondarvi lo intento
suo, non si sapendo, se elle sono ancor pervenute a '1 colmo dello Arco. Et se
questo non si può fare per via de gli scritti; chi vieta che e' non si faccia
almanco per via dello uso? Et di quale uso? Oh questa è l'altra difficoltà, et
non punto minore della precedente. Et perchè? In sostanza, perchè i Romani,
padroni del mondo, potevano imporre la loro lingua, e noi Fiorentini che si
vale? Noi non ci abbiamo Imperio alcuno così grande, che e' muova (come i
Romani) le città sottoposteli, a cercare spontaneamente di favellare et onorare
quella lingua, che favelli che le comanda. Nientedimanco e' si vede pur
manifestamente ne' tempi nostri che molte persone di qualche spirito, così fuor
d'Italia come in Italia, s' ingegnano con molto studio, di apprendere, et di
favellare questa nostra lingua, non per altro che per amore. A questo punto il
Gelli tira il ragionamento a sostenere garbatamente il primato di Firenze,
nella lingua, non che sul1' Italia, sulla Toscana stessa, e a dar ragione del
decadimento di esso dai tempi del Triumvirato e del suo risorgimento presente
avvenuto per effetto della rinascenza, dell'amore e del culto, cioè, degli
studi classici, latini e greci. Et da che vi pensate che nasca questo? Se non
da l'essere oggi in Firenze così gran numero di Persone che hanno bonissima
cognizione) della lingua Latina: La quale essendo state necessitate nello
impararle, a vedere i veri Poeti hanno assai chiaramente conosciuto, che cosa
sia Poesia; et quanto sia verbigrazia contro i precetti dell'Arte, il ridurre,
tutta la vita di un huomo, o pur le azzioni di XXV o XXX anni, in due, o tre
ore di tempo che si consuma nel recitare. Oltre a questo, avendo appreso per
via di Regole, quelle due lingue, conoscendo quante e quali sieno le parti del
Parlare, et in che modo elle debbino accompagnarsi j cominciano a favellare
tanto rettamente, et con tanta leggiadria, che io mi persuado gagliardamente la
nostra lingua esser molto vicina a quel sommo grado della perfezione, oltre il
quale non si può salire. I nostri tre massimi scrittori stessi, aggiunge il
Gelli, furono i primi in questi Paesi ad aver notizia e a diffondere la
conoscenza del latino e del greco, essi stessi cominciando a parlare rettamente
et ordinatamente, migliorando et inalzando tanto il nostro Idioma da quello che
egli era Ma che e' non furon già poi seguiti né imitati nello allevarla,
secondo i modi posti da loro , come ora s'è tornato a fare in gloria della
lingua. Inoltre concorrono a ciò altre cause: l'imitazione di coloro che non
voglion esser da meno e nel parlare e sì co '1 tradurre, arrecandoci le scienze
et l'arti che elli imparano nelle altre lingue; l'uso più esteso della lingua
materna fatto da parte dei principi e gli uomini grandi et qualificati, a
scrivere in questa lingua, le importantissime cose de' Governi degli Stati, i
maneggi delle Guerre, e gli altri negotij gravi delle faccende che da non molto
indietro si scrivevano tutti in lingua latina. Perchè non vi date a intendere
che una lingua diventi mai ricca et bella, per i ragionamenti de' Plebei, et
delle Donnicciuole, che favellali' sempre (rispetto a lo avere concetti
vilissimi) di cose basse: che e' sono solamente gli huomini grandi e virtuosi,
quelli che inalzano, et tanno grandi le lingue. Imperoche avendo sempre
concetti nobili et alti, et trattando et maneggiando cose di gran momento, et
ragionando benespesso et discorrendo sopra quelle in prò et in contro,
persuadendo o dissuadendo, accusando o lodando: Et tal volta ancora ammonendo
et insegnando; fanno le lingue loro, copiose, onorate, ricche, et leggiadre .
Conseguentemente il Gelli conclude che la lingua fiorentina non essendo però
ancor pervenuta a lo stato suo, non se ne i6o Storia della Grammatica possa far
regola, che in tempo non molto lungo, non abbia a scoprirsi defettuosa; et non
più tale, quale oggi forse ci apparirebbe . Ma si fa opportunamente obiettare
dal suo interlocutore: Orsù, ponghiamo per le tante cose allegate da te, che
alla Accademia non si convenga il fare queste Regole: vuoi tu però affermare al
tutto, che una Persona privata et particulare; lasciando favellare ad arbitrio
loro qualunque Città et luogo della Toscana, senza difettargli, o riputargli da
meno per questo: Non possa almanco da i tre primi nostri scrittori et da l'uso
di Firenze, formare le Regole, che a' tempi d'oggi, insegnino favellare
rettamente a Fiorentini stessi, et a chi pur volesse imitargli ? E gli
risponde: Oh questo Nò, messer Cosimo, perchè io mi credo pure, che un' solo,
in suo nome proprio, et non di Accademia, con tutte quelle avvertenzie che voi
avete dette, sicuramente le possa fare . Fattosi poi domandare et con
qual'ordine? e in che maniera? quelle regole si potrebber formare, risponde
distinguendo nella lingua due parti principali, la materia ciò è et la forma:
la materia sono le parole de le quali ella è fatta: et la forma è quel modo et
quell'ordine, col quale son' contestate et tessute insieme l'una parola con
l'altra, che si chiama ordinariamente la costruzzione . Quanto alla materia,
trova facile ordinarla in un Vocabolario, ricordando a questo punto il lavoro
poi perduto del Norchiati, e permettendoci cosi da questa citazione di
argomentare che il Gel li avrebbe voluto un Vocabolario metodico. Quanto alla
forma, dopo aver accennato alla maggior dolcezza del periodo e delle clausole
della favella fiorentina, osserva che i grammatici anteriori troppo s'
indugiarono e si distesero nelle declinazioni solamente , passandosi della
costruzione senza parlarne se non pochissimo: come cosa troppo difficile; et ad
essi forse (appunto perchè forestieri!) mal riuscibile. Là onde circa al formar
queste regole, non mi affaticherei molto nella prima parte: Ma dichiarate le
parti della Orazione, et dimostrate le declinabili et le indeclinabili, et gli
esempli de' verbi massimamente con quella diversità che è tra l'uso moderno, et
quello che è dicono de' nostri antichi, me n'andrei tutto alla costruzione.
Nella quale, consistendovi (come ho detto) tutta la importanzia eli questa
lingua, vorrei io certamente usare una diligentia più la che estrema: Togliendo
da' tre sopra detti, tutto quel che fusse ben detto. Il che al giudizio mio
solamente sarebbe quello, che l'uso di oggi si ha mantenuto: Essendo l'orecchio
nostro inclinato naturalmente a lasciar sempre le cose aspre, dure, et
difficili; et seguitare le dolci e le facili . Ho riportato questo brano anche
perchè mi risparmia un più lungo discorso sulla grammatica del Giambullari, in
quanto che il Gelli si fa dire dal Bartoli: Questo è appunto l'ordine stesso,
et il modo che il nostro Giambullari, tenne in quelle sue Regole, che egli già
son tre anni, donò allo illustrissimo signor Don Francesco de' Medici
primogenito di S. Eccellenza . E il Gelli lo conferma aggiungendo d'averle
viste, poiché il Giambullari gliele aveva conferite molte volte et massimamente
l'anno passato, quando eravamo in questo maneggio , e parergli che egli avesse
trovato la vera via, et con una diligenzia maravigliosa, fatto ciò che fusse
possibile farsi in questa materia . E chiesta la ragione per cui ormai non le
comunica con la stampa a tutte le Genti che le desiderano , il Bartoli gli
annunzia d'aver finalmente a ciò indotto il Giambullari: et così fra non molti
giorni, comincerò a farle stampare, che di tanto son convenuto co '1
Torrentino. Nell'eseguire però il programma tracciatogli dal Gelli, il
Giambullari, secondo quanto anche afferma il Lombardelli, sulla fede del
Giambullari stesso proemiante all'operetta, tenne per quanto gli fu lecito, la
maniera del vostro Linacro in quella eccellente opera de struchira latini
sermonis, e seguitò anco la strada comune de' Gramatici latini, e forse di
Costantino Lascari greco; onde può ammaestrare i principianti, e giovare
agl'introdotti; e io per me gli ho grande obbligo; come anco voi dite di
avergliene, persuaso a pigliarlo in pratico da quelle lodi, che io già gli
diedi nel Proemio della Pronunzia Toscana . Degli otto libri onde il trattato
si compone, due son dedicati alla morfologia, e non senza rincrescimento
dell'autore, che ne avrebbe voluto far un solo (p. io), e gli altri sei alla
sintassi. Definite le lettere, le sillabe, le parole, l'orazione (diceria,
parlare, la nostra ' proposizione ' ) che divide in perfetta o imperfetta ('
elittica '), e classificate le parti di essa (nome, pronome, articolo, verbo,
avverbio, participio, preposizione, inframesso = interiezione, legatura =
congiunzione), passa a trattare i ' | I /otiti delle cinque declinabili nel
primo libro, e delle quattro indeclinabili nel secondo, dando di tutto poco più
che gli schemi. Così nella trattazione del nome, son quasi del tutto abolite le
declinazioni ; del pronome ha tagliato via tutta l'esemplificazione che
trovammo nel Fortunio e nel Bembo; dell'articolo fa una sola classe; del verbo
conserva solo la distinzione di transitivo e intransitivo, distinguendo invece
tra i modi l'esortativo, il desiderativo, il potenziale; ammette una quinta
coniugazione dei verbi che partecipano della terza e della quarta, come porre;
del participio tratta anche il passivo futuro {reverendo). Più rapida e
schematica è la trattazione del secondo libro. Distingue le preposizioni in a)
segni di casi (de, di, a, da) e b) preposizioni vere e schiette: più parla
delle affisse; enumera le varie 'specie' e 'sottospecie' di avverbi, dell'
inframesso (es. d'inframessi ' timidi ': sta sta, zi, babà, appartenenti al
linguaggio degli uomini bassi, non degli scrittori); chiude con alcune poche
specie di legature. E viene a trattare della ' costruzione '. L'esposizione è
notevole, perchè ci richiama una recente distinzione della sintassi in
regularis e figurata nelle relative forme di ellissi, pleonasmo, inversione o
per imitazione . Infatti Giambullari ammette della costruzione 'due spezie'
principalmente: l'ima delle quali non manca e non soprabbonda di cosa alcuna,
né ha in sé stessa trasmutamento, od alterazione, come p. es., la bellezza
diletta l'occhio: Et l'altra per l'opposito, manca [ellissi], e soprabbonda
[pieo?iasmo] di qualche cosa, o riceve alcun mutamento [inversione^, come p.
es. La vita il fine, e '1 dì loda la sera . Chiama la prima ' costruzzione
intera ' [' syntaxis regularis '], la seconda ' figurata ' [' fgurata '].
Quanto al giudizio dell'una e dell'altra, il Giambullari approva e raccomanda
ai giovinetti la prima, e giustifica l'altra sull'esempio de' grandissimi
nostri scrittori, che non debbono però essere imitati dai giovinetti. La
costruzione intera è trattata in tre libri, abbracciando la SINTASSI del nome,
dell'articolo, del pronome, nel IV quella del verbo, nel V quella delle parti
indeclinabili: hi fgurata comprende gli ultimi tre, di cui il VI è tutto
dedicato allo scambio (enallage, antimeria), il VII alle figure di parola, (']
L'ordine con cui tratta dello scambio, è questo: comincia da] nome, e parla di
tutti gli scambi del nome (una spezie per un'altra, l'YIII alle figure di sentenza:
oggetti questi del rettorico, ma di competenza anche del grammatico, perchè
anche il grammatico spiega gli scrittori (enarratio poetarum). Delle figure ne
sono inventariate coi loro rispettivi nomi greci, latini e italiani, coniati
bizzarramente dal Giambullari, circa dugento! Così, teoricamente, neppur con
questo valoroso gruppo di Toscani, che avevano invocato per sé il diritto di
legiferare in punto grammatica, nessun punto di vista nuovo veniva conquistato
con cui meglio scrutar la natura del linguaggio: praticamente, la grammatica
normativa, diremo così, ufficiale era elaborata sul vecchio stampo, ridotta
nella parte morfologica, accresciuta in quella SINTATTICA, gonfiata a dismisura
in quella retorica delle figure (quella che fu appunto compilata da
Giambullari, non esiterei a chiamar un regresso rispetto all'abbozzo
grammaticale che troviamo nel Cesano del Tolomei, appunto perchè qui si
notavano le caratteristiche del toscano vivo senz' intendimento precettistico):
teoria e pratica, prese a trattare con certo spirito nuovo, quasi di
ribellione, e non nascosto intendimento di progresso, rimanevano
sostanzialmente sotto il dominio del classicismo e delle regole. Pure, guadagni
se n'ebbero e non scarsi. Il maggiore e più positivo fu l' indagine storica
condotta con così bei resultati dal Tolomei: i suoi accertamenti vanno soggetti
a correzioni non poche né lievi, ma contengono un elemento conoscitivo
irrefutabile per la filologia moderna, né del tutto disutile per la stessa
ricerca speculativa: quei fatti linguistici (come li chiamano) da lui de ovvero
il proprio per lo appellativo, p. es. Imagine per Imaginazione: Petrarca, ' Et
sì diviso | da la imagine vera ' |; lo appellativo per il parti/ivo; il proprio
per il possessivo, ecc.), e del nome scambiato per un'altra parte del discorso
(il nome per il participio, per la preposizione, ecc.); poi dello scambio del
pronome, e così di seguito, di quello di tutte le altre parti del discorso:
litania interminabile di classificazioni, definizioni, esempi. Come a Gelli un
Trattatello dell'origine di Firenze, così al Giambullari dobbiamo un
Ragionamento, intitolato il Getto, della prima ed antica origine della Toscana
e particolarmente della lingua fiorentina, dove, com'è risaputo, il famoso
storico tanto spropositò nella spiegazione di quest'ultimo problema. Per
entrambi i libretti, cfr. M. Barbi, // trattatello sull'origine di Firenze di
G. G. Gelli, Firenze, 1894. Sul Giambullari, cfr. Valacca, La vita e le opere
di P. F. G., Bitonto. scritti non sono il linguaggio reale, ma non sono neppure
semplici e astratte categorie: e certo valgono assai più del precetto, delle
regole come aiuti a penetrare la natura dell'atto che li crea. Nell'ordine
delle idee, germi di progresso contengono quella calda difesa del volgare, e
particolarmente di quello parlato in Toscana di contro al latino e all'italiano
del Trissino, astrazione d'un'astrazione, che il Tolomei fece con tanto acume;
la poca simpatia di lui per la grammatica come disciplina precettiva, in cambio
della quale era consigliata più francamente la lettura degli scrittori; quel
travagliarsi del Gelli intorno alla difficoltà e all' impossibilità del mettere
in regola la lingua viva che è in continuo moto, anche se il fondamento della
dimostrazione è erroneo; quel riconoscer necessaria una maggior trattazione
della sintassi, un'altra categoria di più, che permette di veder meglio per
entro lo spirito della lingua; il riconoscere che la lingua s'accresce e si
perfeziona non tanto per la virtù del precetto quanto pel predominio del popolo
che la impone, per l'aumento della cultura, il dibattito delle idee, il
coltivar nuovi generi letterari; e quant'altro s' è messo particolarmente in
rilievo: lievito, di poca forza espansiva, se vuoisi, ma lievito, senza cui la
scienza non si sviluppa. La revisione della grammatica e il consolidarsi del
purismo. Svolgimento della grammatica storico-metodica. (A. Caro L. Castelvetro
B. Varchi G. Muzio). Il naturale determinarsi e permutarsi del principio
direttivo della critica letteraria del Cinquecento nelle sue forme di
imitazione, teoria, legge, fu rapido quanto intenso era il movimento che il
ricomparire delle opere classiche e segnatamente della Poetica aristotelica
aveva avvivato. Col codificarsi delle regole, lo spirito critico divenne, come
doveva accadere, sempre più restrittivo e sottile, e, nelle applicazioni,
pervicace e litigioso: nacquero così, com'è noto, numerose dispute letterarie e
polemiche personali che, peraltro, giovarono assai allo sviluppo della ritica
medesima: né la grammatica, meno d'altre discipline, potè rimanerne immune. Già
prima che il Sansovino nella sua raccolta dei principali grammatici della prima
metà del secolo, aveva il Varchi ristampate le Prose del Bembo: ora, se tali
ristampe erano, come abbiamo mostrato, una conseguenza dei metodi ond'era stata
elaborata la grammatica del volgare, questa, in quella forma tanto poco
sistematica e tanto, incompleta e così poco imperativa, non corrispondeva più
al nuovo spirito critico, al nuovo orientamento: quindi doveva necessariamente
soggiacere a un lavoro di revisione e di correzione. E l'uomo proprio ad hoc fu
Ludovico Castelvetro, che impersona e incarna, meglio d'ogni i66 Storia della
Grammatica altro di quei gagliardi letterati, lo spirito e la cultura della sua
età. E dalla ristampa del Varchi mosse appunto a rivedere tutta l'opera
bembesca tanto favorevolmente accolta. Ne venne fuori un volume molto grande ,
in cui, a detta del Castel vetro iuniore, erano minutissimamente [trattate?]
tutte le parti della grammatica della lingua volgare, nella guisa che fa
Prisciano quelle della latina . Di codesto volume, a cui l'autore dovè
attendere parecchi anni, e che si perde a Lione di Francia, quando si ruppe la
guerra la seconda volta tra il Re ed i suoi sudditi per conto della Religione,
una parte, la Guaita fatta al ragionamento degli articoli et de' verbi, era già
venuta fuori anonima, ma con l'indubbio segno della paternità, pei tipi del
Gadaldini di Modena : altre, non sappiamo se rifatte o superstiti alla perdita,
riguardanti il secondo e il terzo libro delle Prose, furono pubblicate postume
a Basilea. Sembra che l' incentivo alla edizione della prima Ghinta sia stata
la polemica col Caro, che non aveva ancor permesso al Castelvetro di mostrare
tutta la sua valentia di linguista e di grammatico. Comunque, è certo che il
contenuto di questa lunga polemica dal primo Parere del Castelvetro sulla
Canzone de' Gigli d'oro del Caro sino all'ultima sua fase esclusa (Ercolano del
Varchi, composto verso il 1560 ma pubblicato solo nel 70, e Correzione del
Castelvetro), è, sotto il rispetto puramente filologico e grammaticale, molto
scarso. Poiché la controversia tranne, s'intende, nella parte diremo personale,
che è senza dubbio divertente e anche, pel costume, interessante s'aggirò tutta
e sempre, nelle varie scritture dell'un partito e dell'altro, sul potersi o no
usare questa o quella parola nel rispetto della loro legittimità e del loro
significato {falli di parole e falli di sentimento sono le due categorie della
Ragione^*) del Castelvetro); e, per quanto l'uno e l'altro polemista abbian Nel
1536 aveva recato in ordine d'abicì li vocaboli latini di Valerio con la
spositione volgare, fiducioso che tale fatica sarebbe stata a ognuno utile.
Castelvetro jun., Biogr. di L. C. {Race. Calogerà), in Bertoni, op. qui
appresso cit.. C) In G. Cavazzuti, Lodovico Castelvetro, Modena, 1903, p. 122.
(:i) Giunta fatta al Ragiona \ mento degli articoli et \ de verbi di Messer
Bembo. | KEKPIKA. In fine: In Modona, Per gli Hcredi di Cornelio Gadaldino.
Parma] cercato di deviare dalla question principale nello svolgersi del
dibattito, pure il carattere di essa riman sempre quello che benissimo è
espresso nelle tanto discusse parole del Castelvetro: il Petrarca [codeste voci
adoperate dal Caro] non le isserebbe. La polemica verte essenzialmente sur una
questione di elocuzione poetica: argomenti e sofismi son sempre cavati dai
comuni criteri estrinseci e arbitrari della forma: tra l'aspra selva delle
osservazioni del Castelvetro e i fiorami umoristici e eleganti del Caro e
compagni di difesa, potete sempre scovare il serpentello della rettorica
corrente, il criterio delle voci belle e delle voci brutte. Valga
quest'esempio: Inviolata. Se questa voce non vi piace, vi puzzano le viole, e
le rose. Non potendo essere, ne la più soave, né la più moscata di questa. Se
'1 Petrarca non l'annasò; forse quando le capitò alle mani, era infreddato. Ma
il Boccaccio, che non aveva si delicato bocchino, né sì schifo naso, come voi;
la volle pure in certe sue insalitine (sic): e la fiutò volentieri. Leggete ne
l'Ameto. E però con solecitudine i fuochi nostri, che di qui porterai, fa che
Inviolati servi. Et appresso. Acciocché quelle di costumi, e d'arte, Inviolata
serbandomi ornassero la mia bellezza. La Ghmta castelvetrina, invece, ha ben
altra importanza, ed è veramente a dolere che le sue compagne relative alle
altre parti del discorso siano andate perdute, perchè avremmo avuto un
ammirevole esempio di grammatica metodica e storica: essa in ogni modo è, anche
così, un documento de' più significativi! perchè, per la prima volta, viene
svolto di proposito nella grammatica normativa l'elemento propriamente storico
e introdotto il vero metodo. Questo avea già ben visto un giudice di
grammatiche assai autorevole, come quegli che le leggeva e le sapeva leggere da
un punto di vista elevato, Francesco De Sanctis. Il quale, dopo aver osservato
che la grammatica italiana dapprima non fu se non una raccolta di regole ed
osservazioni sulla nostra lingua succedentisi a caso , mette bene in rilievo i
pregi delle opere grammaticali di grammatici superiori come il Bembo, il
Castelvetro e il Salviati per quanto concerne la parte storica, la diligenza
del raccogliere, la conoscenza delle proprietà de' vocaboli, ecc., e segnala
particolarmente il Castelvetro e il Salviati ('i Apologia, Parma, pp. 52-^ i68
Storia della Grammatica come perfezionatori della grammatica storica e
avviatori di quella metodica . E su questa Guaita fermeremo in particolare la
nostra attenzione, benché a chi voglia portar un giudizio complessivo
sull'attività filologica del Castelvetro, quale ricostruttore e interprete di
testi, indagatore dell'origine e della natura dei linguaggi, esploratore di
etimi ignoti ("), convenga tener presenti, oltre la Poetica, tutte le altre
opere di lui. Castelvetro, nella grammatica come nella poetica e nel resto,
manifesta assai chiaramente il carattere del suo ingegno. L'avevano ben capito
gli stessi suoi contemporanei, tra i quali mi basti citare il Lombardelli: Il
Castelvetro, con le sottigliezze di sua dottrina, fa star sospesi molto dallo
scriver toscano, tanto in teorica quanto in pratica, e di vero può molto
aiutare i fortemente introdotti, sì per gli avvertimenti particolari, sì per la
finezza del giudizio, che altri vien acquistando in legger le costui scritture,
fondate nelle scienze, e nelle lingue più famose . Lambiccato e falso nelle sue
sottigliezze lo disse già Sanctis. Recentemente, per un fortunato incontro
della storia letteraria e della filosofia, il Castelvetro ha avuto il suo degno
biografo e i suoi degni critici, sicché ora la sua figura sorge intera e vera:
le analisi del Vivaldi e del Capasso da un lato, la biografia critica del
Cavazzuti da un altro e per un terzo i cenni del Croce e dello Spingarn e
[Sulla notevole pagina dei Nuovi Saggi Critici (Napoli), riportata
opportunamente dal Fusco nella sua Poetica del Castelvetro, Napoli,si deve
peraltro osservare che il Bembo trattò la parte storica della lingua non nel
senso di Castelvetro: il Bembo ci mette sott' occhio V uso storico della nostra
lingua; il Castelvetro ci dà la storia, dirò, interna, delle forme, quali si
svolsero dal latino, subordinandone però l'indagine al precetto grammaticale
che veniva così incorporato a un elemento conoscitivo. Fusco. Un notevole posto
tra queste occupa la Spositionc a XIX canti dell Inferno (Modena. I fonti.
SANCTIS. Una polemica e le controversie intorno alla nostra lingua, Napoli.
Note critiche su la Polemica tra il Caro e il Castelvetro, Napoli. la
monografia del Fusco hanno ormai messo in piena luce così la vita come
l'attività individuale e il pensiero vario di lui. Acato l'uomo e sottili le
cose da lui scritte , torna a ripeter l'ultimo suo critico, il Fusco, sia che
si affatichi a dare un certo che d'armonico al sistema e a farne vedere le
parti legate L'ima all'altra dal vincolo di causalità; sia che per distinguersi
proponga dimostrazioni originali di tesi in sé sgangherate e interpetrazioni
bizzarre di problemi insoluti e insolubili; sia finalmente che, conscio de' vuoti,
cui non gli riesce di colmare, si sforzi di dissimularli e di coprirli con
foglie più trasparenti che pietose dommatico come un pontefice, dottorale,
fiero, soprattutto insopportabilmente lungo e secco, innegabilmente lambiccato
e falso nelle sue sottigliezze; [sempre] lui, lo scolastico colla somma di
difetti propria degli scolastici, pe' quali la presunzione di essere a priori
in possesso della verità è ostacolo a trovarla, arzigogolanti in un mondo, che
è quello delle nuvole, aventi a supremo fine la forma, non la sostanza del
discorso; di tutto sprezzanti che non si adagi nel rigido schema di un
sillogismo: lui, il critico ottuso, più che mai ottuso alle pure e immediate
impressioni dell'arte; lui, "un curioso miscuglio di dotto acume e di vuota
sofisticheria che ondeggiava tra un pedantesco timore e un linguaggio
scorretto, artificiale e provincialesco, come nello stile riusciva insieme
arido e prolisso,, ("). Specialmente in fatto di poetica, dalla prima
all'ultima pagina rivela costante l'oscillazione del pensiero, la perplessità
psicologica, l'incertezza tra il sì e il no. Il risultato... ein bedenklicher
Rùckfall in die Unklarheit der ersten theoretischen Versuche, come si esprime
il Klein (3). Ed era inevitabile quando il metodo della ricerca e dell'esame,
comunque allargato, restava invariato nella sostanza: al fatto particolare e
mutabile dato il valore di legge universale e meccanica: il capriccio
dell'artista di ieri assegnato come norma all'artista di oggi: l'empirismo
sostituito alla scienza; l'arte messa alla dipendenza immediata del lavoro
scientifico e della storicità; la poesia, che si appartiene tutta alla
fantasia, edificata e giudicata con criteri Son parole d’Ovidio, Le correz.)
Der Chor in den wichtig sten Tragòdien der franzòsischen Renaissance, Erlangen
und Leipzig] logici o pratici, morali o intellettuali: l'estetica fondata
sempre o quasi sempre su motivi extra od anti-estetici . Sicché il volerlo
mettere in linea, caratterizzarlo, ridurlo sotto uno degli indirizzi che
dominarono nella coltura italiana è impossibile o difficile e non senza
pericolo di confusione; tutti i venti lo fecero piegare un po', nessuno lo
vinse. Non classicista, non romantico, non aristotelico, pure lascia tracce non
lievi e di classicismo e di romanticismo, figura multiforme, a diverse facce,
changeante, che sta sola a sé e per sé in tutto il suo secolo: novatore e
continuatore di pregiudizi; progressista ne' gesti e retrogrado nel fatto...
ebbe acuto ingegno, indipendenza di giudizio, superiorità di critico: nondimeno
sopravvive pedante tra pedanti: primus inter aequales . Filosofo del
linguaggio, dunque, il Castelvetro non poteva essere né fu: anzi, quant'egli
scrisse intorno al lato teorico della forma poetica e intorno al lato pratico
{precettistica), non lo pone certo al di sopra d'altri grammatici che, come
vedemmo, ebbero più d'una felice intuizione circa la natura dell'espressione.
N'ebbe anch'egli, a dir vero, come quando scrisse queste che sono veramente
come il Fusco le ha chiamate auree parole: Con lo splendore della favella non
si deve oscurare la luce della sententia...; perchè deve essere stimato vitio
che la favella sia in guisa vaga che altri riguardi più in ammirar lei che in
considerare il sentimento, essendosi trovata la favella per lo sentimento e non
lo sentimento per la favella. Ma i precetti della vecchia rettorica, teoria
dell'ornato e teoria del conveniente, l'arbitraria distinzione di prosa e
versi, ecc. ecc., son tutti dal Castelvetro mantenuti, anzi moltiplicati. Dove,
invece, il Castelvetro, per comune consenso, eccelle, è nella filologia
(erudizione linguistica spicciola, grammatica storica) e nella grammatica
normativa; e se è impresa tutt'altro che facile il tirare la somma di tanti
suoi accettabili o no accertamenti e dati positivi in fatto di lingua,
fonologia, etimologia, morfologia, ortografia, lessico, sintassi,
versificazione, tuttavia dalla limacciosa e dilagante corrente di tanta sua
dottrina quasi tutta d' intonazione vivacemente, ostinatamente, sofisticamente
polemica, balzano fuori in tutta la loro chiarezza la giusta tesi Fusco.]
dell'origine del volgare e il diritto metodo della dimostrazione e della
relativa indagine delle forme. Egli, infatti, non si limita ad affermare che il
volgare italiano (e, è lecito ammettere, anche il provenzale e gli altri idiomi
romanzi) , derivò dal latino e dal latino parlato, che non era quello che i
dotti scrivevano o gli oratori adoperavano ne' pubblici discorsi, ma osserva
che la diversità del nostro idioma volgare da quel volgare latino è nella
declinazione, principalmente, non nel lessico, ossia nella variazione che le
voci hanno subito e non in una diversità di etimi: e, prescindendo per ora
dalle leggi fonetiche da lui poste, ingegnosissimo si mostra nello spiegare le
circostanze, le cause esterne delle trasformazioni del volgare (:ì): e la
nostra ammirazione certo aumenterebbe se di molta parte de' suoi studi
sull'antico italiano non dovessimo lamentare la perdita. Non è cosa, peraltro,
da maravigliar troppo chi ripensi quanto propizi volgessero ormai i tempi per
gli studi romanzi, di cui bene può il Castelvetro, nei rispetti della
grammatica italiana, considerarsi uno de' principali campioni anche a fianco
del Barbieri e del Corbinelli, per citar solo i maggiori, i quali, per l'uso sapiente
fatto del criterio comparativo, godono, l'uno nell'ordine storico letterario,
l'altro nell'ordine linguistico, un vero primato ( "). Meno coerente e
avveduto fu forse nella famosa que (' Cavazzuti. Delle prove dell' esistenza
del latino volgare il Castelvetro non fu ricercatore compiuto, poiché non ebbe
l'occhio specialmente, come doveva, al materiale epigrafico, ma quelle che
indicò in vocaboli e modi di dire popolari della letteratura scritta e
massimamente nelle commedie, colpiscono nel segno. Cavazzuti. Castelvetro non
ignorò altri idiomi neolatini, ma in essi non acquistò una speciale competenza:
quanto al provenzale, p. es., sono state ridotte a cinque o sei note
linguistiche quella che dal Canello era stata chiamata straordinaria
erudizione; in questo campo valse assai più, non dico il Barbieri, che a dir
del nipote Ludovico avrebbe insegnato il provenzale al Castelvetro e se lo
sarebbe associato nel trasportar in volgare le vite de' migliori trovatori
(Cavazzuti), ma il Bembo stesso. Cfr. V. Crescini, Di J. Corbinelli, in Riv.
crii. d. leti, il., II, col. 189 (cit. dal Bertoni nell'op. qui appresso cit.).
Per la storia degli studi romanzi in Italia nel sec. XVI, v. V. Crescini, J.
Corbinelli in Per gli studi romanzi Saggi ed appunti, Padova, e Bertoni,
Barbieri e gli sludi romanzi nel sec. XVI, Modena. stione della lingua
italiana; ma ciò dipese dall'essere in sostanza, ossia nella veduta e nella
direttiva principale d'accordo col Bembo, col Caro e anche col Varchi, e
dall'aver voluto, troppo indulgendo al suo bollente genio, combatterli ad ogni
costo e ad oltranza, per abbattere il loro edificio e costruirne un altro con
diverso materiale e diverso metodo ma d'eguale architettura e decorazione. Il
D'Ovidio dice: La sua polemica col Caro rientra solo di sbieco nella questione
generale della lingua... Se si prescinde dal modo come il Castelvetro scriveva
e criticava le scritture altrui, se si riguarda alla sua astratta teoria quale
si disviluppa dalle infinite perplessità delle sue Giunte alle Prose del Bembo,
si può dire che col Caro egli s'accordasse interamente, proclamando che si
debba scrivere nella lingua del proprio secolo e che sia impossibile gareggiar
nella lingua del Trecento coi trecentisti, e che i fiorentini si trovino per lo
scrivere in condizioni migliori di tutti gli altri (Giunta. Il Castelvetro non
era ingegno da star saldo in un principio e concentrarvisi tutto intorno. A
note di fonetica lo conduceva da una parte la sua passione per l'etimologia,
dall'altra il proposito di combattere Bembo nelle questioni specialmente
morfologiche. Codeste note, per altro, sono sparse un po’dappertutto. È
miracoloso, scrive Castelvetro iuniore, nel DEDURRE L’ETIMOLOGIA DALLA LINGUA
LATINA per servirsene nella lingua volgare. Il PARTICIPIALE DI SPERANZA-GRICE:
“Etymologically speaking, ‘mean’ means ‘mind.’” Scelse tutte le parole oscure e
non intese dagli altri, che sono nelle Novelle antiche e l' interpretò tutte
coll'etimologie, e le mise in un volume sotto ordine dell'alfabeto, il qual
saggio s'è perduto con altre scritture in Lione. Conviene pertanto spigolare le
sue note etimologiche. Cavazzuti segnal, illustrando il metodo che Castelvetro
segue nel cavarle, alcune etimologie di lui, quella di mai, di punto, di
cavelle o cove/le, dell'articolo il, di arancia, di bozze, di niente, e altre.
Ma più che queste e le moltissime altre che con speciale predilezione si
sofferma a tirare, è da ammirare in Castelvetro, a giudizio di Vivaldi, l'aver
ammessa la possibilità della scienza, quando altri, come Varchi, contro cui
validamente la sostenne, la nega. Un esem- [Le correz. V. anche Cavazzuti. In
Cavazzuti] pio caratteristico dell'acume che Castelvetro adopera nel terreno
della fonetica, è la spiegazione ch'egli da del futuro italiano, dove puo
dimostrare la sua dottrina in tatto di consonantismo. V non vuole, egli dice,
innanzi a sé C, G, P; 15. D, H; LI, M, Nn, Rn, Ou, T, Tt, Ct, Nt, V; quindi
avviene che accostandosi le predette lettere a V consonante, essa si tramuta in
S, e quelle sono costrette a tramutarsi in quelle consonanti, o a prendere di
quelle, che possono comportare la compagnia della S, o a dileguarsi; sì come B
è costretto a tramutarsi in simile caso in P {scripsi), o in S (iussi); D in S
(cessi), H in C (traxi); M in S {pressi); Mn in Mp (tempsi); V in C (yixi),
ecc. .Su queste basi egli osservava: è da sapere che la lingua nostra non ha
voce semplice futura, se non tre sole in un verbo disusato, o non usato mai...
ma le ha composte del presente del verbo avere, e dello infinito del verbo, il
cui futuro si richiede; dicendosi dire ho nella guisa che si dice appresso i
Greci Àsyrive^to, e appresso i Latini dicere habeo, significandosi il futuro
Aé^oj, dicam , spiegazione integrata da un luogo della Correzione, dove
riferisce un colloquio avuto su tale argomento col Varchi: .... mi domandò come
del verbo Amo la voce del tempo imperfetto Avi ab avi veniva in vulgare. Et io
gli dissi che mutata B in V, et gittato M finale riusciva Amava. Perchè,
adunque, soggiunse egli, se B si muta in V in Amava, non si può ancora in B in
Amabo vegnente in vulgare mutare in R con trasportamento dell'accento, et dirsi
Amerò? Non si può, gli risposi io, perciò che B si può mutare, e si muta in V,
conciosia cosa che V, B, P, F sieno lettere pazienti et cambievoli l'una
nell'altra, della schiera delle quali non è R, senza che non si potrebbe
mostrare quando anchora concedessi questo, come di Legam et d'Audiam si potesse
dire leggerò et udirò. De' mutamenti fonetici vide la causa in quei principi
fisiologici che tentano di resistere ancora alla critica negativa di essi Q:
Non ha dubbio, scriveva, che [In Cavazzuti. Corr. /.éyeiv è/o secondo l'Errata
Corride del Castelv. stesso non vista dal Cavazzuti. V. più innanzi. Giunta
LXVIII, in Cavazzuti. In Cavazzuti. Croce, La Critica.] la diversità dell'aere
generi diversità di lingue; poiché opererà che si proffereranno le parole più o
meno addentro nella gola; e appresso che alcune consonanti si distingueranno o
più o meno l'ima dall'altra; e per avventura ancora alcune vocali; e si darà il
fine alle parole o più o meno perfetto. Questo egli scriveva molti anni prima,
dunque, che del massimo fonologo del Cinquecento, Bartoli, fosse apparso quel
mirabile trattato che il Teza illustrò da par suo con tanto compiacimento. E,
valga o non valga una tale dottrina, non si può lesinare l'ammirazione che il
Castelvetro certo si merita, anche non dimenticando i progressi del Tolomei su
questa parte della grammatica storica.Vero corpo di scienza grammaticale,
storica e precettiva e metodica insieme è la prima Gninta. Consta di due parti:
ia, [15] corpi [de' quali la maggior parte suddivisi in paragrafi] delle cose
contenute nella Giunta di ciascuna particella degli articoli (pp. 2-16); 2a,
[70] corpi [suddivisi parimenti in paragrafi] delle cose contenute nella Giunta
di ciascuna particella de' verbi. In tutto dunque 85 giunte, in 77 -h 273 (2U
parte) = 350 paragrafi, ossia osservazioni (selva selvaggia ed aspra e forte!);
che son poi altrettante contraddizioni a quelle del Bembo. Nella prima parte,
Degli Articoli, non parla soltanto di questi, come parrebbe, ma trova modo di
toccare anche delle parti declinabili del discorso (nomi, [sostantivi e
adiettivi], vicenomi) ; trattazione metodica perchè condotta quasi sempre sul
filo conduttore della storia. Dove il Bembo aveva chiamato gli articoli parte
de' nomi, egli, fondandosi sull'origine dell'articolo dal pronome latino, ne
rivendica V indipendenza. Dove il Bembo aveva ammesso i vicecasi non sapendoli
distinguere dai veri proponimenti, egli par escludere l'esistenza de' vicecasi,
sostenendo che la decimazione volgare ha due soli casi (il diretto e
l'oggetto), e riconoscere solo l'esistenza de' proponimenti co' quali si
formano tante combinazioni (complementi) quanti essi sono. Tratta ampiamente
della declinazione e dell'uso degli articoli: il, lo, 1", la, i, gli, le,
che deriva non solo da ille, ma da hoc, citando per i pi. da hi e o sing. (1 In
CAVAZZUTI.] da hoc le vecchie stampe e l' iscrizione a un quadro esistente in
una sala del palazzo Fulvio Rangone di Modena in cui era dipinta l'historia
della Teseide del Boccaccio: O re Theseo, A o re Theseo = il re Teseo, al re
Teseo, della cui forma afferma esser riscontri nella lingua gallica più antica
e del regno di Napoli (o re = il re). Qui comincia a delinearsi il metodo del
Castelvetro, che se non coincide con quello della filologia moderna (è facile
vederne le differenze), lo precorre però almeno per l'uso del criterio storico
genetico e comparativo insieme, e in ogni modo non è il puro empirico degli
altri grammatici. Invece di seguire passo passo il Castelvetro nella sua
confutazione del Bembo e di istituire un confronto perpetuo, abbiamo creduto
meglio di ricavarne una specie di trattatello grammaticale, onde insieme con la
materia da lui esposta ne appaia anche il metodo della trattazione, pienamente
sistematica pur tra tanto apparente intrigo. Dell'articolo. J articolo è voce
separata e non parte di nome perchè ha origine dal vice-nome ille e ne conserva
la forza, tanto che può esser sostituito da quello, ed è declinabile. Di da de,
al da ad, da da de non sono vicecasi neppur essi, ma proponimenti, come tutte
le altre propositioni e sono d'altronde altrettanti supplimenti de segni di
casi, essendo che la nostra lingua ha due soli veri casi, l'operante e
l'operato, ne' sostantivi come in molti vicenomi, e gli altri casi essendo
tanti quante sono le combinazioni del sostantivo o del vicenome con i
proponimenti. Gli articoli vulgari si originano dai vicenomi latini e si
adoperano nel modo seguente: o da lioc. Es. O re Theseo neh' " historia
della Theseida di Boccaccio dipinta non molto tempo dopo la morte di lui in una
sala del conte Fulvio Rangone in Modena Il re Theseo. O re (nel regno di Napoli
e nell'ant. frane.) = Il re b) i, pi. m., dal pi. di hoc, cioè hi '). S\ota. Il
co in compagnia, puro o mutato, non è più articolo, perchè non si declina
(cotale, questo, quello), eccetto in uguanno da Così, analogamente, qui da
hicqui, qua da hacqua (per hoco orig. da hocquo, cfr. hoco + ilio quello. Non è
biasimevole chi li deriva dai greci o e 01! 176 Storia detta Grammatica
hoco-anno, dove rimane in forza d'articolo, perchè uguanno è voce fermata in su
un senso e in su un numero, né di nuovo può ricevere altro articolo, anchora
che io l'habbia per voce averbiale di tempo . il sing. m. dinanzi a cons. nel
i° e 4" caso, da ilio, per essersi dovuto restringere sotto l'accento del
nome come bel giovane, quel giovane da bello e quello giovane. b) lo sing. m.,
dinanzi a vocale, o s impura, o, nei casi né primo né quarto, a semplice cons.,
come non si può troncare bello e quello davanti a Intorno e scelerato. Lo si
usò (cfr. Petrarca e Boccaccio) in. tutte e due i casi, e come rimase nelle
combinazioni con mi ti si ci vi, onde melo, telo, ecc., dove potè troncarsi
dinanzi a cons., così rimase e si potè troncare in tutte le proposizioni
articolate: del (= delo), al (= alo), dal, col, ecc., voci che non si devono
spiegare con di -f il, ecc., perchè da di + il verrebbe dil e non del. Quindi è
errato scrivere de 'l, co 'l, da 'l cielo, ecc. A. i da hi, pi. m. dinanzi a
cons., non comportandosi il contrario per l'iati) (l'it. non ha voci
comincianti da ia, ie, ii, io, hi; quindi non è lecito i amori, i heretici, i
italiani, i homicioli, i humidori; né i stormenti, perchè potrebbe confondersi
con istormetiti). B. li da i/li, pi. m., dinanzi a voc, a s impura, a semplice
cons. di nomi non usati al primo e quarto caso. li diventa gli dinanzi a vocale
per la forza di questa (cfr. vaglio, voglio); ma dovrebbe restar //davanti a s
impura; li stormenti, e non gli stormenti. Li, come lo conservato in del, ecc.
da delo, ecc., conservasi nel pi. de' casi secondo, terzo, sesto: quindi deli,
ali, dati, ecc., riducibili a de, a, da, come quali si riduce a qua, e elli a
e, e tolti a to, poiché non iscrivesi de', a', da' per dei, ai, dai da de i, a
i. da i, essendo questa derivazione errata. la da illa, sing. femm.; le, pi. di
la; e) sta da ista in stamane, stamattina, stasera, stanotte, benché siano
avverbi. 2 4. L'elisione della vocale finale dell'articolo è regolata da questa
legge": che la lingua nostra non comporta ordine di vocali per accidente
se non le può comportare per natura , Spesso si elide, invece che la finale
voc. dell'art., la iniziale del nome quando comincia per in o im disaccentata:
es. lo 'nventore, la 'mperfettione. ('i Monsignor lo, Messer lo son comuni;
analogamente: tutto il mondo, ambe le mani ecc. Nel Petr. quattro nomi hanno
lo: qua/, cuor, mio, bel, per conservar l'uso antico. Boccaccio n'ù pieno. I
lei ha sempre //, nel Petrarca. Capi fola sesto Lo e // o;7/ si conservano con
/éT dinanzi a consonante nei casi secondo, terzo e sesto analogamente a lo
delle preposizioni del, al e da/, ecc. Es. per lo petto, per li fianchi. Per
quanto s'è detto, non si deve raddoppiar 17 in de/o, alo, da/o, ne lo, ecc.
(benché anche l'autore segua l'uso invalso di raddoppiarlo: mirabile e raro
esempio d'ossequio in un tal contradittore); ma sì in collo perchè viene da con
e lo. Il d di ad volgare è eufonico e non d'origine latina, come od, sedi ned,
c/ied. A/lui, asse, dal/ui, dassc sono errori, ma non son tali accendere,
apportare e simili. Il ri da re, in composizione. 2 8. Sottrazione di di a
Colui, Colei, Coloro, Costui, Costei, Costoro; di a, a Lui e Lei (da il li
/mie, illae ei); di di e a a Loro, Altrui, Lui; di con, di, a, in, per, da a
Che; di di a nome dipendente da Casa, a Dio dipendente da Mercè; di di e
dell'ara, a Giudicio dipendente da Die e a nomi dipendenti da Metà, e a nomi
delle famiglie dipendenti da nomi propri maschili, e a Quattro Tempora
dipendente da Digiuna: di per a Mercè, a Gratia, a Bontà; di per a Tempo; di a
a Malgrado. Nei complementi di specificazione l'uso dell'articolo (prep.
articolata) è determinato dal significato o forza che l'art., analogamente al
vicenome quello, ha di preterito (reiteramento), futuro (premostramento),
presente (additamento), dal suo scopo di particolareggiare o universalizzare il
significato del nome, e dal significato particolare o universale del nome
disarticolato. Ci sono poi dei nomi (Capo, Testa, Collo, Tavola in compagnia d'
In z: Su; Piede, Dorso, Gola in compagnia d' In = Intorno) che rifiutano
l'art.; altri (Città, Casa, Piazza, Palazzo, Chiesa in compagnia d' A, d' In,
di Di, di Da; Mano in compagnia di Con, e Cintula in compagnia di Da, e Lato in
compagnia di A e di Da, e Bocca in compagnia d' In e d' A) e gli aggettivi Mio,
Tuo, Nostro, e Vostro antiposti a nomi, possono lasciare l'articolo. \ io. I
nomi propri femminili comportano l'art, det.; de' ma X schili solo quelli in
cui operi una notabile qualità (antonomasia), o che siano preceduti da un
aggettivo e in cui l'agg. funga da sostantivo il cattivello d'Andriuccio).
Quando l'aggiunto si pospone, l'art. segue il nome sia maschile che femminile.
I nomi femminili di continente, d'isole maggiori (eccetto Lift~^ pari, Cresi,
Ischia, Maiorica, Minorica e simili), stati e regioni, seguono la regola de'
nomi propri di persona, cioè possono ricevere l'articolo. I maschili non
seguono la regola de' nomi propri maschili; ma anch'essi possono ricevere
l'articolo. I nomi di città e castelli rifiutano l'articolo (eccetto gli
edificati dopo la perdita del latino: Il Cairo, La Mirandola, ecc.i; de' fium
i, possono riceverlo e rifiutare; de' fonti, i più lo rifiutano. Preceduti da
un aggiunto, tutti lo ricevono. Fratelmo, Patremo, Matrema, Mogliema,
Figliuolto, Signorto, Moglieta, fiammata, Signorso; Dio; gli honorativi (Papa,
Sere, ecc.); i pronomi personali o no e il relativo rifiutano l'articolo; i
nomi antonomastici e i congiunti con tutti e numeri seguenti, e i vocativi
possono ricevere l'articolo. Ma Vaghe le montanine e pastorelle è dell'uso
della favella vile, non della nobile. Le quattro coniugazioni del verbo si
determinano solo dall'infinito (-are, -ère, -ere, -ire), essendo in volgare la
2a ps. ind. uguale in tutt' e quattro. La primiera voce (cioè, meglio, la ia
ps. pres. ind. att.) ne' verbi volgari varia. Agli esempi del Bembo: Seggo
Seggio Siedo, Leggo Leggio Veggo Veggio Veo Vedo, Deggio Debbo, Vegno Vengo,
Tegno Tengo Seguo Sego, Creo Crio Credo, Voglio Vo, sono da aggiungere: Muoro
Muoio, Paro Paio, Salgo Saio, Doglio Dolgo. Toglio Tolgo Sono Son So, Ho Habbo
Haggio, So Saccio, Fo Faccio, Deo (Deggio Debbo), Supplico Supplico, Rimagno
Rimango, Coglio Colgo, Chiedo Chieggio, Vado Vo, Scioglio Sciolgo, Scieglio
Scielgo, Fiedo Feggio Beo Bibo Descrivo Describo Appruovo Approbo Ripiovo
Repluo Priego Preco Miro Mirro Replico Replico Foe Fo Soe Sono Do Doe Vo Voe
(Vado) Haio (Ho) Deio (Debbo) Creio (Credo) Cado Caggio Sospiro Sospir Uccido
OccidoAncido Ubedisco Obedisco Allevio Alleggio Cambio Caggio Manduco Mangio
Manuco, Giudico Giuggio, Vendico Veggio, Simiglio Semblo Sembro Annumero
Annovero, Ricupero Ricovero Valico Varco, Sepero Scevro, Delibero Delivro
Dimentico Dismento, ecc. Ragioni fonetiche: D, B davanti a voc. i (da e)
seguita da voc. = g geminato: Deggio (Debeo), Haggio Habeo), Seggio (Sedeo).
Veggio (Video;, e, per analogia, Creggio (come da Credeo), Feggio (come da
Fedeo), Caggio (come da Cadeo), [Tu] Regge (Dante) da Redeo. Il gg e ce si
dileguarono nell'ant. ital. agevolmente. P davanti a voc. i seguita da voc. =
Ch: Schiantare (da Piantare), Schiazzare (da Piazza), Saccio per Sacchio (da
Sapio), cfr. prov. Sapche. e) L, N \i -j-'voc. vogliono g avanti, o anche L, N
-je -fvoc: Nap. Chiagnere Piangere. Consiglio, Bologna, Sanguigno, Oglio.
Quindi Saglio, Vegno, Tegno, Rimagno e, per analogia, Voglio (quasi da Voleo)
come Doglio (da Doleo). Il g e 1 si possono posporre: Doglio, Dolgo. d) R prec.
da A o O e seguita da I o E prec. da voc, si dilegua via: Frimaio, Cuoio, Aia
(Primarius, Corium, Area). Quindi Muoio, Paio. L tra vocali = i: ìtaXóg gaio,
pitllus buio. Quindi Voio (da volo) lomb., Yoo \'o. f) L'è paragogico di doe,
foc, ecc., tue, sue, ecc., coste, ecc., die, ecc., è avvenuto per cagione di
più soave e riposata preferenza . I di Seggio è naturale. In Debbo, Habbo ecc.
è caduta. Di queste voci alcune sono poetiche altre prosaiche. La ia ppl. ind.
pres. att. si è formata dal pres. del cong. confuso col pres. ind. in due modi:
a) dalla ia pi. della 2a e 4" valeamus, sentiamus = sentiam, valeam); b)
dalla i" ppl. della 1* (amemus), amemo e, per analogia, valemo, leggemo,
sentemo. Mai leggerlo deriverebbe da legimus! E lo conferma anche il senio da
shnus. \ 4. La 2H ps. ind. pres. è presa dalla 2a ps. sogg. o dall'indicativo,
confusamente. Non mai si origina dalla 1" ps. ind. pres. La voce volgare
si origina sempre dalla latina! Un argomento fortissimo della derivazione dal
sogg. sono: giacci, dagli, pai, vinchi, proferiscili, sagli. \ 5. La 3a ps.
pres. ind. si passiona per tre vie o per mutamento, o per levamento o per
aggiugnimento. Esempi e ragioni fonetiche. La 2a ppl. deriva dalla 2a ppl.
latina. Nella 3a coniug. avviene egualmente per analogia. Leggete quasi da
Legetis. Neil' uso antico anche sull’esempio della quarta: leggile, vedile.
Bembo aveva detto che Vi di tieni da tengo, di siedi da seggo, Vii di duoli da
doglio, di vuoti da voglio, di suoli da soglio, di puoi da posso, è vocale di
compenso per la caduta del g e del ss. Il C. dimostra che quelle vocali sono
effetto d' uno scempiamento, tant'è vero che scompaiono fuori d' accento, e che
il g è naturale nella ia ps., e sarebbe fuor di luogo nella 2*. Quanto a. posso
rimanda alla trattazione di sono. 2. I verbi che nella 2" ps. perdono la
cons. o le cons. della ia appartengono alla 2* e 3" coniug:. e quattro
sole sono in effetto le cons. che si perdono (C e G, V e P, D e T, L). Verbi in
-io di tutte e quattro le coniug. che nella 2a ps. perdono o non perdono una
vocale o una cons. nella 2a ps. 3. Altre particolarità fonetiche sulla ia e 2a
ps., specie sulla fogliazione di L e R, sulla geminazione di GG, di RR in
Trarre, ecc. sull'elisione di R in Paro e Muoro. Del G e dell' N naturali si
ragiona nella Giunta. Il G fognato nei GERONDI. La 3a ppl. dalla corrisp.
latina, esemplandosi la 3* coniug. sulla 2*. Eccezioni, dipendenti dai
mutamenti fonetici. Particolarità di altri verbi. \ Il pendente (= imperfetto).
Il V della i" e 2* ppl., poiché è in sillaba accentata, non può
dileguarsi. Nella 3 sin^. e pi. e nella 2a sing. il V non si elide quando
lascerebbe due vocali eguali: dunque non amaa, amaano, e [tu] udii (per udivi),
come vedea, vedeano, dovei. Riguardo alla forma della 3a ppl. haviéno, moviéno,
serviéno, conteniéno, si osservi che la ia e 3" ps. pres. ind. della
2" e 3a coniug. in provenzale e italiano si modellarono sulla 4" che
aveva audibant e andiebant onde udivano, udiano e udieno, quindi havia, solia,
credia, potia, vincia, vinia. Analogamente la ia e 2a ppl. della 2a, 3" e
4" coniugaz. si modellarono sulla 1"; quindi credavamo, credavate.
Del preterito. La ia ps. ha sei regole; la ia ppl. due. in cong. 2a e 3B 4'1 /'
ps.: -ai (o -iaij -ei (iei) -etti, -si, e lat. -i, son tutte dalle corrisp.
latine. I finienti in -si e i ritenenti il fine latino non mutano l'accento
della sillaba radicale, come tutti gli altri finienti ne' modi predetti. I
mutamenti di -avi lat. in ai vulg., di -idi, in -etti e, per analogia, anche in
quelli non provenienti da -idi, sono facili a spiegarsi. Così il -si'. Di
questo son due classi, secondo che conservano l'istesso numero di consonanti
che nel presente, o ne hanno di meno o di più. I verbi col finimento latino
sono io della 2", 11 della 3", 1 della 4a: malagevolmente possono
cadere sotto la regola d'un fini-. Nella 4a più forme: audivi, udij (udì), e
udìo. Verbi in -are e in -ire (colorai, colorii) ecc., cioè della ia e 4",
della 2" e 4" (offersi e offerii). j" ps. i° conili"-, -ó,
-io. Ant. dial. siciliano: Passao, Mostrao, Cangiao, ecc. 2a e 3° coniug. -é, o
-ié (-éo), se la ia è -ei o -iéi; -ette, -se, da -etti, -si. 4a coniug. -i
(-io), -ie. 3" Ppl- -ero, -ono; -éttero, -éttono; -àrono o -iàrono, -aro e
-iàro quando la 3" sg. è -ó, -io; -érono, -iérono, -èro, -iéro, se -é,
-ié; -irono, -irò, se -ì. L'o finale è troncabile. Questa 3a ppl. deriva dalla
corrisp. latina. In poesia si sincopa: levórno, usato anche in Lomb. Finalmente
c'è la terminazione -enno, -eno, -inno, -onno. Faro e Foro. /"ppl1° e 4a
coniug. da -àvitnus, -ivimus, àvmus, ivnuis, -animo, immo e per analogia -emrao
nella 2* e 3", come se si dicesse valevimus, legevimus. l) finimento
lutino, per ora. Medesimamente si formò la jK ppl. e sitig., osservandosi:
i" l'accento si trasporta sulla seguente sillaba: da vàhti, valeste, da
legi, leggeste (fummo come da fùvimus e non fuimus, gimmo da ivimus); che si
dice udiste e sonaste, benché la i" è odo, suono. \ io. Pariefici
preteriti. -ato, -ito, -uto, -so dalle corrisp. latine. In quei in -ato si ha
il raccoglimento, che del resto già era avvenuto nei latini Saucius, Lassus,
Lacerus, Potus per Sauciatus ecc. In quei in -ito (4" coniug. sulla quale
si modella anche Resistito benché sia della 3'), ant. -uto n'è rimasto venuto)
per l'analogia che alcuni verbi della 4" avevano con quelli della 2"
e 3" (cfr. uscì e uscetti, udì e udetti, feri e ferretti, venni e
vennetti). Quando nel part. -ito, e' è r, avviene la sincope: morto, proferto,
ecc.; ma non ferto, perto, smarto e sim.; ratto da rapito, sepolto. Nella 2a e
3" coniug. -uto e iuto a) to puro 6) to con cons. o impuro; -so puro e -so
impuro. a) -to puro (dalla forma di /oattiis, tribntus, cautus e sim. e sui
preteriti in -èi o -ici e -ètti e -ietti della 2" e 3a coniug., e su
quelli che hanno il finimento latino. Irregolarità e doppioni (pentuto e
pentito, perduto e perso, conceputo e concetto ecc.). b) -io impuro, 1" e
3" coniug. pret. in -si prec. da cons. che si conserva se è L, N, R, e si
muta in T se è S. Tuttavia -si prec. da R o R dà -so, conservandosi R e S. Es.
volsi volto (assolto e assoluto), (ma salito, caluto, valuto); giunsi giunto
(ma stretto da strinsi); sparsi sparto (in verso sparso; porretto per porto nel
volgarizzator di Giudici), strussi, strutto (fisso per fitto). -so puro, scesi,
sceso (impeso e impenduto; accenso e acceso, offenso e offéso, nascosto e
nascoso). Ma risposto, chiesto, posto e messo (poet. miso). -so impuro, pret.
-si con r o s; tersi, terso (presso e premuto) scossi, scosso (visso e vivuto);
scisso da scindo, ma scosceso da sconscindo. Ma arroto (da arroguto) e non
arroso, pret. arrosi. Poet. priso preso e altri partefici che sono latinismi
veri anche in prosa: digesto, deposito, inquisito, ecc. Critica della trattaz.
De’partefici di Bembo. Si può osservare: la vocalizzazione del v cons. di ivi
in docni, explicui, sapui ecc. non potendosi dire dóc(i)vi, explìc(i)vi,
sàp(i(vi; la sibilizzazione del v cons. in duri, finxi, repsi, non potendosi
dire dic(i)vi, fìng(i)vi, rè- [Morto sarà da morsi (morii) come dicesi in
Lombardia , a Lombardia ha in Castelvetro il senso generico che ha anticamente)
e quindi profferta e simili non saranno d;escludere dalla schiera de"
participi in -ito? pCi)vi. Sicché il x non sarebbe da cs ma da cv, gv, pv.
Medesimamente il V non può avere stato dopo B, D, H, LL, M, MN, RN, QV, T, TT,
CT, NT, V (cons.). Indi il V di ivi, volendo conservar natura di consonante, si
tramuta in s, obbligando le precedenti cons. a dileguarsi o a assimilarsi. Onde
B = P o B = S ecc. con tutta la lunga e facile tramutazione. Insomma il si de'
pret. latini non è mai originario. TEMPI COMPOSTI. SIGNIFICATO. “Havere”
congiunto col partefice passato affigge termine certo all'attione perfetta, il
qual termine si ferma nel tempo del verbo “Havere”. PASSATO PRESENTE: “ho
amato”: affigge il termine del fatto al principio del presente [cf. H. P.
Grice, on von Wright, “Actions and events”. PASSATO IMPERFETTO (haveva amato):
congiunge il fine del fatto col principio dell’imperfetto. PASSATO PASSATO:
hebbi amato”: congiunge il fine del fatto col principio del fatto. PASSATO
FUTURO, “havrò amato”, congiunge l'estremità dell'unione perfetta col principio
del futuro. Consecutio temporum. Concordanza del participio de' tempi composti
col soggetto o coll'oggetto, secondo il valore del termine dell’AZIONE [cf.
Grice, “Actions and events”). Il futuro. La lingua nostra non ha voce semplice
futura se non tre sole in un verbo disusato, o non usato mai, e sono queste:
Fia, Fie, o Fia, Fieno o Fiano b Fiero. Ma le ha composte del verbo “havere”, e
dell'infinito del verbo il cui futuro si richiede, dicendosi “Dire ho,” nella
guisa che si dice appresso i greci Xèysiv ryo>, e appresso i latini, “dicere
habeo,” SIGNIFICANDOSI IL FUTURO. M§6ì Dicam . I verbi della itt coniug. si
modellano su quella della 2*. Quindi “amerò” e non “amaro” (ma cfr. sen.
“amaro”, “sarò” per “serò”, Possanza da Possendo, Sanza da Absentiaì. Avendo
avere nella r' ps. ho, haggio, habbo, avremo: amerò, risapraggio, torrabbo.
Analogamente, amerai, amerà, ameremo, amerete, ameranno. Consonantismo. Dileguo
della cons. verb. e della voc. anzi terminante. Es. “farò”, per “faceró”.
Dileguo della vocale: “andrò” per “anderó. Dileguo della vocale e mutamento
della cons.: merrò per menrò per menerò. Madonna Iancofiore havendo alcuna cosa
sentito de fatti suoi gli posa gli occhi addosso. Qui alcuna cosa fa
dell'averbio. Eccezioni e casi speciali. Del comandativo. a) Possiamo comandare
non pure cose presenti, ma future anchora, et non solamente con le seconde
voci, ma con le terze. Il comandativo ha una sola voce propria, la 2a sing.
della i" coniti gaz. Troncamenti della vocale e della sillaba tinaie. L'
inf. pel coni. nelle frasi neg. secondo i greci e gli ebrei: salvo se non
vogliamo dire, che v'habbi difetto di dei. Non dire in quel modo, Non dèi dire
in quel modo. Il che a me pare assai verisimile. \ 15. Dello infinito. 1
Nervazione. Habbiamo mostrato infin a qui le voci de' verbi vulgari nascere
dalle latine, dalle future dell’indicativo infuori, sì come anchora nascono
queste dell’infinito. Perchè non è da dire, che esse o reggano, o formino le
altre voci trattene le voci del futuro dell’indicativo, e quelle del
POTENZIALE, come si vedrà, o sieno rette, o formate da alcune delle altre. Uso
dell'infinito. Sono quattro casi molto tra se differenti, ne quali lo 'rifinito
richiede il primo caso della persona, o della cosa che fa. i° quando si pone in
luoo di gerondio, il che si fa: con le particelle Per, In, Con, A, Senza e
simili: In farnegli io una; o con 1' art. masch. sing. Il volere io le mie
poche forze sottoporre a gravissimi pesi, m'é di questa infermità stata cagione
. 20 con Chi, Cui, Quale, Che, Dove, Come, per ellissi del verbo: Qui è questa
cena e non saria chi mangiarla ecc. 3° quando ha forza di comandativo, forse
per ellissi del verbo: non far tu . 4° nelle frasi consecutive: queste cose son
da farle gli scherani. Uso dell'ausiliare coi partefici Potuto e Voluto, e coi
verbi stanti cioè intransitivi: verbi che finiscono in sé 1' attione . Infinito
futuro. Non ha voce propria, ma un’espressione fraseologica. La teoria generale
del MODO [cf. Grice, Mode, not Mood] si può restringere nel seguente prospetto.
Su essa torna Castelvetro nella Spositione della Poetica aristotelica. o E o re
~ n O O O c £ •- = ór. "1 ' £ 5 o o,-> . .5 c/5 tO l_l re -E ? T"
E ° ^ (u -a a u o o a> s 3 o 3 u O S cr > cr +: o ^ v . x > P e ^ o T3
•*-• a o e e q w O) ~ )Z -1 'o *** v -2 a e -O e r re re -E 2 2 "re re] È
dunque una concezione del modo un po' diversa dalla comune, derivando
dall'interpretazione diversa del sentimento che racchiude. Formazione del
comunemente detto Soggiuntivo', amerei 0 ameria, e amassi : amerei da amare 4
liei = hebbi ameresti + hesti = havesti amerebbe + hebbe ameremmo + hemmo =
riavemmo amereste + heste = riaveste,, ero i hebbe amerebb + ono I hebbono
parrave da pàr(eire + have (lomb.) =3 hebbe ameria ia ps. da amare + ibam
ameria 3* ps. -fibat (ameriamo 1" ppl. + ibamus ameriano 3' ppl. + ibant
opp. amerieno (per analogia con udieno). satisfarà (Dante) per satisfarla (eug.
e prov.) Così Fora, Forano, = foria, fonano da fore -fibat. Per e da a in
amerà, cfr. formaz. futuro (ma sarei e non serei). amassi da ama(vi)ssem. Nella
3 ps. perciò anche amassi come in Dante e Petr. amàssimo da ama(vi)ssimus
amaste da amàs(sijte da amà(vi)ssetis amassero e amassimo quasi da amavisserunt
per analogia della 3 ppl. pret. perf. ind., invece di amassino (come in alcuni
poeti o amasseno (come nel Petr.) da amai vi)ssent. La 2a e 3R coniug. in
queste voci si modellarono per analogia sulla ia e 43, leggessi e valessi come
da legé(vi)ssem e valé(vi)ssem ecc. Significato di amerei e ameria, e amassi.
Amerei (quasi Habbi ad amare; gr. potenziale con àv, lat. Amareni) significa
deliberatione, o ubligatione, o potentia cominciata già nel passato, et
riguardante all'adempimento futuro. Ameria ha questa medesima forza. Perciocché
deliberatione, o movimento a far significa, et poi che niuno comunemente si
muove a far, se non è ubligato, significa anchora per questa cagione
ubligatione, et oltre a ciò potentia essendo anchora il preterito imperfetto
appresso i greci potentiale. Secondo' l'uso di que d'ogobbio dove abitò |
Dante] alcun tempo. Amassi (benché derivi da Amavissem) significa tempo
presente o futuro a noi, che parliamo, ma passato havendo riguardo all'essecutione
della deliberatione, o dell'ubligatione, o della potentia, che va avanti .
Alcune particolarità di forma e di significato. Formazione del presente del
soggiuntivo. Le voci di questo tempo derivano dalle corrispondenti latine,
tranne la ia e 2a ppl. della 1" e 3a coniug. che si modellarono sulla 2R e
4", amiamo e amiate, leggiamo e leggiate quasi da ameamus o amiamus,
ameatis o amiatis, legearnus o legiamus, legiatis o legiatis, e non amemo e
anche, leggamo e leggate come sarebbe naturale. Spiegazione delle terminaz. in
-e, -i, -a nella 3* p. sing.: vegga, vegghi, vegghe e veggi, vegge. Gerondio.
Formazione, Uso. I Gerondi vulgari seguitano i vestigi de latini, conservando
la consonante, o le consonanti loro verbali, che prese la prima volta non si lasciano
per modi, persone, tempi, et numeri del suo verbo... et si contentano d'essere
simplici, ma ne verbi che non continuano la consonante, o le consonanti prese
la prima volta per tutti i modi, persone, et numeri: si truovano essere i
gerondi doppi, cioè o con la consonante o con le consonanti sue naturali, o con
le prese di nuovo, o con alcuna delle prese. Il gerondio dei verbi intrans,
riceve indifferentemente il primo e il sesto caso (cfr. l'uso del come da
quomodo e da cum, del verb. essere, e del grido affettuoso o schiamazzo, il
nostro vocativo o esclamativo) ; quello di trans, solo il primo. Osservaz. sui
pronomi relativi e dimostrativi, e su luì e lei. \ 21. Il passivo. Il si rende
passive la 3" ps. e pi. e l'inf. (benché questo sia fatto passivo dal
veggo, da resto, da sono con le particelle r7 da di da per per licenza e quasi
per errore, essendo propri e regolati [passivi] que del partefice preterito col
verbo sono). Il si ha significato riflessivo (Narcisso amasi o s'ama, cioè ama
sé stesso), o reiterativo ossia intensivo (Eco s'ama o amasi Narcisso). Nelle
orìgini del volgare, quando il soggetto in questo secondo caso era sottinteso
per essere un nome indeterminato (nel qual caso dicevasi anche huomo cfr. il
fr. on e i nostri scrittori antichi), si perde la nozione del quarto caso e
questo sembrò primo. In s'ama la dorma, non si vide più il soggetto alcuno o
uom, e la donna sembrò soggetto, e il s'ama verbo passivo. Così il si acquistò
la virtù di far passivi i verbi. Verbi anomali. (Accenniamo, per brevità, solo
alla trattazione del verbo sostantivo, la quale è fondata su questo principio,
che le voci procedano da sei verbi: esso, ero, o, fuo, fio e sto, cinque dei
quali non usitati sono, ma alcune intere, alcune diminuite, alcune dimuite insieme
e accresciute, alcune diminuite insieme e tramutate, e alcune dileguate ).
Participio futuro attivo e passivo. Mancano al volgare, benché abbi. insi
futuro, venturo e reverendo, e, in Dante, fatturo, passino, e, in Bocc,
redituro, venerando, ammirando. Questa sorta di participi futuri passivi hanno
perduta la loro forza di tempi futuri. Ma la lingua volgare usa alcune
formazioni analoghe per i sost. femminili sul part. fut. att.: scrittura,
natura, creatura, lettura, ventura, tagliatura, copritura, sull'esempio del
latino (cfr. natura da nascitura). Ma non i maschili: habituro è formato su
tugurio. Cfr. il lomb. alturio, aiutorio, aiuto. Sul part. fut. pass.: facenda,
merenda, vivanda, randa (da haereo) cfr. arente opp. a rente a rente. \ 24.
Participio pres. att. e passato passivo (preterito). I partefici vulgari che
derivano dai corrispondenti latini significano attione o passione, ma non mai
tempo, tranne i preteriti in tre casi: i° col verbo havere; 20 col verbo
essere; 3" usati assolutamente. Dai partefici presenti si formano i sost.
in -anza e -enza. Dai partefici preteriti si formano i sost. in -ione, -aggio,
e gli aggiunti in -ivo, -iva. -ore, -trice. Concordanza del participio e uso
del gerondio. Giunti al termine del nostro rapido riassunto, possiamo molto
facilmente stabilire i meriti di Castelvetro verso la grammatica. Confrontando
il trattato castelvetrino con le analoghe parti delle recenti grammatiche
storico-comparative dell'italiano, in quanto concerne le conclusioni della
storia delle forme, ci accorgiamo subito che una non iscarsa parte di esse ebbe
la sua prima sistematica elaborazione dal Castelvetro: osservinsi,
particolarmente, la derivazione dell'articolo, le desinenze delle persone
verbali, la derivazione de' tempi, e specialmente del futuro e del
condizionale, e molti mutamenti fonetici specie consonantici." Fuori del
campo strettamente fonetico e morfologico, sono poi da segnalare specialmente,
come altra proprietà esclusiva del Castelvetro, il tentativo d' interpretazione
psicologica de' modi, la spiegazione del significato del futuro e della doppia
forma del condizionale (amerei, ameria), e la determinazione del significato
de' tempi composti dell' indicativo. Senza dire delle etimologie e dei
ravvicinamenti nuovi se non sempre esatti disseminati per entro la Giunta; ne
della trattazione incidentale delle altre parti del discorso (vicenomi,
sostantivi, aggiunti, verbi, segnacasi, congiungimenti, schiamazzi). Ma tutti
questi accertamenti, come si vogliono .chiamare, positivi, veri in gran parte,
non sono propriamente quel che iS8 Storia della Grammatica costituisce il
principal merito del Castelvetro; questo è soprattutto, in linea generale:
i" sulla conoscenza quasi completa del materiale linguistico di studio,
che si può dire che non c'è forma, non dico d'articolo, ma verbale dell'antico
e del moderno italiano (senza distinzione di dialetti toscani, meridionali e
lombardi) che il Castelvetro non conosca, o mostri di conoscere, come si può
vedere da un confronto con le forme studiate nella Grammatica del Meyer
Li'ibke; 2° il metodo dell'indagine, arieggiarne nella sua naturale e parziale
imperfezione, quello che informa la moderna filologia: è poco dire che il
Castelvetro muove sempre dalla parola latina e che si serve della comparazione
(estesa al greco e all'ebreo, oltre che al provenz. e al francese): egli ha
anche altre virtù, come quella essenziale di porre la fonetica a base d'ogni
sua ulteriore ricerca; 30 il metodo della trattazione: abbiam visto che, a
proposito de' verbi, p. es., eglb muove dallo stabilire le coniugazioni, poi,
tempo per tempo, studia le desinenze delle persone, e la formazione de' tempi e
de' modi, con l' illustrazione degli esempi ricca e varia. In linea particolare
: i° l'importanza data 2W accento: 2" la funzione della legge de\Y
analogia. Qui anzi, più che in qualunque altra parte, per noi è il merito
principalissimo del Castelvetro. L'importanza dell'accento non era stata ignota
neppure al Fortunio, come vedemmo: di fonetica ammirammo la competenza nel Tolomei;
ma l'analogia, prima di Castelvetro, era un fatto pressoché ignoto ai nostri
grammatici: e anche sorprende di meraviglia il modo, se non sempre sicuro e
preciso, sempre però acutissimo, che il Castelvetro usò nell' applicarla nella
spiegazione delle forme. Col Castelvetro fa un passo notevole non solo la
grammatica storica, ma la metodica e la precettistica: egli nelle parti che
elaborò e con tutte le sue manchevolezze è il grammatico più completo, per
larghezza d'indagine e pel metodo, non solo di tvitto il Cinquecento, ma di
tutto il periodo anteriore alla moderna filologia. Il che vuol anchedire che
non solo le sue ricerche non furono proseguite e fecondate sistematicamente, ma
che, salvo forse pel Salviati e pel Buommattei, che pure si deve confessare che
non seppero in tutto profittarne, avemmo certamente un regresso: un regresso
rispetto s'intende a (pul ehe, nel terreno puramente empirico, si suol chiamare
progresso. Nella polemica originata dalla Canzone de' Gigli d'oro e chiusasi
con la pubblicazione postuma della Correzione del Ca Capito/o sesto 1S9
stelvetro all' F.r colano di Varchi, l'esaminata Giunta castelvet rina alle Pi
ose del Bembo è, piti che una parentesi o una digressione, un assalto di fianco
da schermidore destro e coraggioso: codesto scritto pare ed è, di fatto,
rivolto ad abbattere l'edifìcio grammaticale tanto ammirato del Bembo, ma il
fine dell'affrettata e parziale pubblicazione, non v'ha dubbio, fu quello, come
ha bene intuito il Cavazzuti, di mostrare al Caro e compagni la soda e
straordinaria dottrina filologica dell'autore. Abbiam visto se un tal fine fu
conseguito e con (pianto buon aumento della scienza grammaticale. Dobbiamo ora
vedere se Y Er co latto di Varchi, nato ed elaborato nel modo che si sa, portò
a codesta scienza un ugual contributo. benedetto Varchi fu tutt'altro che un
meschino e puro grammatico: è nota la risposta data al Celimi che l'avea
pregato della revision della Vita, piacergli più il simplice discorso di
quell'opera, in quello stile, che essendo rilimato e ritocco da altrui . Ed è
la l'ita il capolavoro più sgrammaticato che abbia la nostra letteratura, e
forse non la nostra soltanto. In una di quelle lettere dirette allo Strozzi,
che, come benissimo ha dettoli Manacorda, racchiudono come un piccolo trattato
di propedeutica allo studio delle umane lettere , quanto a' conienti, lo
confortava, non solamente a non leggergli, ma a non gli havere pure in
vicinanza, non che in casa, salvo Donato sopra Terentio et Virg. et Servio
sopra Vir. et simili; dico simili, ciò è che non siano moderni d' hoggi, perchè
Asconio sopra Cicerone è divino, et volessi Dio si trovassi tutto, e '1
Vittorino sopra la Rettorica di Cic. non solo si può, ma si clebbe leggere: io
intendo i commenti: il Beroaldo, il Pio, Ascensio et tutti gli altri simili
veneni et pesti, et se peggio è che peste et veneno, che sono da sbandire non
meno che i gramatici. L' Ercolano dialogo di M. Benedetto Varchi nel quale si
ragiona delle lingue ed in particolare della Toscana e della Fiorentina. Culla Correzione
ad esso fatta da ///esser Lodovico Castelvetro; e colla Varchino di ///esser
Girolamo Muzio. Impressione accuratissima come si può vedere nella seguente
Prefazione. In Padova, Appresso Giuseppe Cornino. Benedetto Varchi, l'uomo, il
poeta, il critico, Pisa, 1903, (Estr. dagli Annali della R. Scuola Normale di
Pisa.Carte Strozz., e. 95, in Manacorda. Varchi fu tra i più enciclopedici de'
letterati del Rinascimento. Critico, ripete con Manacorda, poeta, storico,
filosofo, in quasi tutti i rami dello scibile umano diede prove della mirabile
sua operosità . Si procurò una discreta conoscenza delle lingue antiche e
moderne; ebbe cultura giuridica e artistica; ma, come la sua cultura, se pur
svariata, non fu profonda, così la sua erudizione fu pedantesca, grave, spesso
non ben digesta. Forse il meglio che produsse fu nella critica letteraria e
nella poetica: dalla monografia dello Spingarn s'argomenta che non fu solo un
divulgatore della Poetica aristotelica, ma fissò dei canoni nuovi ed ebbe
qualche veduta modernista non in tutto trascurabile: ma resta sempre vera
l'affermazione del Manacorda che la critica letteraria del Varchi portò in sé
il gran difetto d'essere applicazione rigida sempre e inflessibile di principi,
che avrebbero dovuto intendersi con molta larghezza D'altra parte non la palesa
matura la tendenza a voler costringere entro limiti troppo precisi le
manifestazioni letterarie anche più complesse, a considerare l'opera d'arte
semplicemente qual'è, non quale s'è formata. L'opera più importante del Varchi,
una delle più importanti fra le migliori trattazioni cinquecentesche sulla
lingua, sia o no, come s'afferma dal D'Ovidio e si nega dal Manacorda, un
capolavoro, è V Ercolano. Esso, nella sua parte essenziale, è veramente, come
il Manacorda l'ha definito, una trattazione compiuta (s) de' tre punti del
problema a cui principalmente si riducono tutte le questioni per tanto tempo
dibattute: l'origine, la struttura e l'apprendimento e l'uso della nostra
lingua, con l'immancabile preambolo metafisico circa l' origine della favella e
la classificazione dei linguaggi. A non ripeter cose per noi non più nuove, ci
basti qui ricordare che il Varchi fu un sostenitore della fiorentinità (che
esaltò anche sul greco e il latino) sia nel rispetto storico che pratico, d'una
fiorentinità scelta ma rinfrescata via via nell'uso de' meglio parlanti e del
popolo {letterati, idioti, (Da vedere per la storia degli studi romanzi: De
Benedetti, B. V. Provenzalista, Torino, (Estr. dagli Atti d. Acc. delle scienze
di Torino; ma v. tutto il riassunto del Dialogo. iqi non idioti)^ e la propugnò
specialmente contro il Trissino, giovandosi indubbiamente del Dialogo cK-1
Machiavelli, che però non cita, come e pel preambolo e per la rassegna de'
quattordici volgari italiani ebbe ricorso al trattato dantesco. Di esso a noi
interessa la parte strettamente grammaticale, la quale, anche col complementi!
di altre scritture linguistiche del Varchi, come le due Lezioni di lingua, il
Discorso sopra le lingue, la Lettera a*, la Lezione sul verbo farneticare (a
tacer della Grammatica provenzale, versione del Donato provenzale^, e il
frammento del Trattatello ms. delle lettere e dell' alfabeto toscano (*), non è
davvero un gran che: anzi, non solo a confronto della Giunta castelvetrina, ma di
altre grammatiche anteriori, non rappresenta alcun progresso, se non in quanto,
allargando la trattazione linguistica e sollevando l'importanza del problema,
riscalda e tiene vivo il dibattito e prepara il trionfo del fiorentinismo :
che, del resto, non solo il suo naturale carattere empirico, è, dirò troppo
empirico, ma non contiene alcun elemento storico. Che ci sembra strana cosa
assai. Forse la sua tendenza più filosofica che filologica, il suo guardar
l'arte e il linguaggio più attraverso i canoni aristotelici e rettorie! che non
nella loro vita reale, lo distolse dal ricercare nella parola le leggi della
sua formazione storica: il certo è che, come nella parte generale della
grammatica non disse nulla di nuovo ne di originale, così nelle parti speciali,
a prescindere da un certo contributo che reca all'arricchimento del
Vocabolario, col registrare parole e locuzioni raccolte dalla viva parlata, non
fu più che un osservatore comune. La GRAMMATICA RAZIONALE O RAGIONATA è, per
VARCHI (si veda), una facilità o disciplina come la Rettorica, la Logica, la
Storia e la Poetica, che FA PARTE DELLA FILOSOFIA. Solo per traslato puo dirsi
scienza od arte, ma non è l'una cosa né l'altra, perchè l'arti e le scienze fan
parte della filosofia e la superano quindi in nobiltà. Dovendosi d’ogni
disciplina ricercar sempre il subbietto ed il fine, si dice che subbietto della
grammatica è IL FAVELARE. Fine: 'l'insegnare FAVELARE RETTAMENTE. Più
propriamente tuttavia lsu subbietto la dittione, cioè le lettere, le sillabe e
le parti del discorso. Nelle ('i Biadexe, in Studi d. FU. rovi.. Ili 1SS5.
Manacorda. prime dovranno considerarsi il numero, il nome, l'ordine e la figura
(la rappresentazione grafica): nelle seconde il numero, l'accento, lo spirito e
il tempo. Le parti del discorso poi sono VIII. Quattro sono DECLINABILI: Nome,
Pronome, Verbo e Participio. Quattro sono IN-DECLINABILI: Preposizione,
Avverbio, Interiezione e Congiunzione. Ciascuna delle declinabili presenta
naturalmente vari accidenti, come sarebbero: genere, numero, caso, persona, e
cosi via discorrendo. Manacorda, che ha riassunto la parte generale della
trattazione grammaticale sparsa nell' Ercolano e altrove, dopo aver ricordato
la definizione e le classificazioni della grammatica e la funzione
attribuitagli da Varchi, gli ha fatto merito d'aver riconosciuto, meglio che
non fa Bembo, il valore speciale di ciascuna delle parti declinabili. Ma tra
Bembo e Varchi corre quasi un quarantennio di produzione grammaticale, nel
quale c'è stato chi tratta delle parti del discorso con maggior compiutezza di
Varchi. Anche nell'escogitazione dell’alfabeto rimasta ms. non sappiamo vedere
nulla di notevole, tranne appunto la riconosciuta importanza della
rappresentazione grafica delle parole, che non è ormai più un merito particolare.
Nei punti specialissimi poi, come sarebbero quelli indicati da MANACORDA (si
veda), e cioè gl’articoli, gl’affìssi, i gradi degli aggettivi, il valore
dell’etimologia, troviamo ragioni più di sorpresa che d'ammirazione. Mentre
Castelvetro fa le scoperte che abbiamo dovuto veramente ammirare, Varchi non sa
osservar altro che LA LINGUA VOLGARE HA GL’ARTICOLI I QUALI NO HA LA LATINA, ma
sibbene la lingua grecia, i quali articoli sono di grandissima importanza, e
apparare non si possono, se non nelle citile, o da coloro clie nelle zane, cioè
nelle cune, apparati gl’hanno, perchè in molte cose sono diversi dagli articoli
greci così prepositivi, come suppositivi; e in alcuni luoghi, senzachè ragione
nessuna assegnare se ne possa, se non l'uso del parlare, non solo si pos [ i1)
Op., II, 796 e passim e Lett. a * in .Manacorda. Ecco l'alfabeto proposto da
Varchi: a b e (ten.) eli fasp.i d e (chiuso) è (aperto) f g tenue gh (aspirato
g molle i voc. e consonante, o ver liquida), ! m u (> 1 chiuso, lungo) o
(aperto, tonda) p qu r s dura s molle / u (voc.) V consonante v liquida z zeta
dolce Z aspero. .Manacorda] sono, ma si debbono porre. E quando osserva che “
del” e “al” NON sono articoli, ma segni de' casi, fa esclamare. Questa vostra
lingua ha più regole, più segreti e più ripostigli, che io non avrei mai
pensato! Nulla sa della legge dell'accento né dell'analogia. Ognuno pronunzia
nel numero del meno. Io odo, tu odi, e in quello del più. Noi udimo, ovvero
udiamo, voi udite; ma ognuno non sa (neppure Castelvetro?) perchè “vo” si muti
in “u.” Similmente, ciascuno pronunzia nel singulare. Io esco, tu esci, e nel
plurale, noi uscimo, ovvero lisciamo, voi uscite, ma non ciascuno sa la cagione
perchè ciò si fa, e perchè nella terza non si dice “udono” ma “odono”, e non
“uscono” ma “escono.” Buona, quando è positivo, si scrive per u liquida innanzi
Vo; ma quando è superlativo, non si può, e non si deve profferire, né scrivere
buonissimo, COME FANNO MOLTI FORESTIERI. Ma bisogna per forza scrivere, e
pronunziare bollissimo senza la u liquida (:t). Per dimostrare la ricchezza di
lingua meravigliosa fa un interminabile trattato degl’affissi, intorno ai quali
già tanto a lungo vedemmo indugiarsi Bembo, ma non riuscendo ad altro che a
fare infinite combinazioni di forme e radici verbali con particelle pronominali
da servire per ottimo esercizio di scioglilingua. In luogo del vocalismo e del
consonantismo, tratta così, sull'esempio di Bembo, Dolce ed altri, le qualità
fonetiche delle parole e delle sillabe. Tutte le lingue sono composte
d'ORAZIONE (Grice: SENTENCE), e l'orazioni di PAROLE (Grice: WORD), e le parole
di sillabe, e le sillabe di lettere, e ciascuna lettera ha un suo proprio, e
particolare suono diverso da quello di ciascuna altra, i quali suoni sono ora
dolci, ora aspri, ora duri, ora snelli, e spediti, ora impediti, e tardi, e ora
d'altre qualità quando più, e quando meno. E il medesimo, anzi più, si dee
intendere delle sillabe, che di cotali lettere si compongono, essendone alcune
di PURO suono, alcune di più PURO, e alcune di PURISSIMO, e molto più delle
parole, che di sì fatte sillabe si generano, e vie più poi dell’orazioni, le
quali dalle sopradette parole si producono ; onde quella lingua è più dolce la
quale ha più dolci [Vi IJ Er colano.] parole, e più soavi orazioni. Dunque la
dolcezza delle lingue nella dolcezza consiste delle orazioni. E seguita così a
parlare delle tre dimensioni delle sillabe : lunghezza, altezza o profondità, e
larghezza. Di questo spirito rettorico è tutto pervaso ERCOLANO (si veda), il
quale deve la sua celebrità, non solo alla storia della controversia in cui
venne a trovarsi episodio importantissimo, non solo a certe sue qualità formali
di stile e di classica struttura e larghezza di variata esposizione, non solo a
qualche indubbiamente ammirevole intuizione, ma soprattutto a una felice
contemperanza di tante argomentazioni altrui a prò della tesi che dove poi
esser ripresa e fatta trionfare, in quel che è possibile, da MANZONI (si veda)
e al lucido e elegante riassunto delle teoriche dell’elocuzione quali sono
lungo il secolo eloborate. Nessun valore scientifico nella trattazione concreta
di tutte le questioni linguistiche connesse a codeste tesi. Ma per la scienza
non è del tutto trascurabile il (significato e la tendenza della difesa che
Varchi fa del volgare e della sua letteratura, che è un'altra più profonda
affermazione d'una coscienza critica dell’importanza e dell’indipendenza
artistica di esso dalle antiche letterature, e spiana la via al trionfo che
specialmente per opera di Salviati avrebbe ha il fiorentino nell'elaborazione
della grammatica. Le vicende d’Ercolano non sono certo ingloriose. Ha ristampe
e commenti e postille, ma le scritture più celebri che ad esso si congiungono
direttamente sono la Difesa d’ALIGHIERI di MAZZONI (si veda), la Correzione di
CASTELVETRO (si vda) e la Varchina di MUZIO (si veda). Ma grammaticalmente,
com'è naturale, poco o nulla c'è da raccogliere sia nelle postille, sia nelle
opposizioni, data la scarsezza con cui è trattato di grammatica propriamente
detta neh' Ercolano stesso. La tartiniana di Bottari, la cominiana diSeghezzi,
la milanese di Mauri, la fiorentina del Dal Rio, quella che fa parte delle
Opere di Varchi, tra l'altre. Bottari, Seghezzi, Mauri, Dal Rio, Alfieri,
Tassoni, Volpi. Mi meraviglio non poco di lui, dice Castelvetro (Cor)e:., che
avvilendo tanto la materia della mia disputa, nobiliti tanto quella del
presente suo Dialogo delle Lingue, dove non si parla, co- [La parte più
notevole che e' interessa della Correzione, fatta astrazione, s'intende, da
questioncelle minute di linguistica, è quella che concerne Y etimologia. E
facile immaginare quel che poteva osservare l'autore della Giìinta al filologo
n>iatica cese (e tedesca) raffrontate alla nostra: comparazione non ispregevole
e di cui piacemi dar qui un esempio. Nello spagnolo: i. talvolta / non si
pronunzia; 2. //si pron. come il gì del nostro egli; 3. nn si pron. come il
nostro gn ; 4. lo j si usa pel nostro ii e si pronun. come il g del nostro
seggio; 5. x si pron. come se del nostro sciocco, ecc. Nel fraticese: 1. ai ora
si pron. a: lignaige pr. lìnnage, ora £.• satisfaire, pr. satisfere. 2. ajy si
pron. £: z^raj/, wumenlo sopra alcuni versi della Cometa del /J/7 dove anco si
dimostra la nobiltà e Capitolo settimo 217 Il Sai viari occupa un posto
notevole anche nella storia della poetica: ma il vero suo regno fu la
grammatica, dove potè meglio sfoggiare tutta la sua vasta e minuta erudizione
linguistica. L'impulso all'opera principale e maggiore in tale campo di studi
gli venne dalla correzione del Decameron (1582) che gli fu commessa dal
Granduca Francesco di Toscana, per compiacere a Sisto V, entrambi mal contenti
che i Deputati alla correzione del 73 non avessero castrato a bastanza e a
dovere il grande novelliere fiorentino. Il Decameron fu da quanto il Canzoniere
e ancor più nella seconda metà la bibbia grammaticale del Cinquecento, poiché
offriva il miglior modello di prosa numerosa secondo le teorie rettoriche che
si venivano svolgendo: e le ristampe più o meno corrette e le correzioni che se
ne fecero per ridurlo a edificante universal lettura, dimostrano quanto viva
fosse la fede nella forma esteriore di quel libro veramente per il rispetto
dell'arte maraviglioso, e qual fosse il credo grammaticale di quell'età, come
anzi fossero andati in generale sempre più restringendosi i criteri linguistici
e grammaticali del secolo a mano a mano che quella forma accresceva intorno a
sé l'ammirazione, nonostante il progredir della grammatica storica e
l'allargarsi del giudizio critico e certe parziali intuizioni della vera natura
del linguaggio. Il meglio che e ristampe e correzioni produssero nel campo
linguistico-grammaticale furono, oltre varie osservazioni del Borghesi e del
Castel vetro, giustamente aspri censori delle storpiature del Ruscelli, da un
lato le Annotazioni dei Deputati alle correzioni del 73, dall'altro gli
Avvertimenti del Salviati. la vera pronuncia della lingua italiana, Venezia,
1579; Alberto Bissa, Gemine della lingua volgare et latina ( dotte locutioni e
modi eloquenti di parlare usati da più illustri : la parte latina è
indipendente dall' it. (Milano, Pacifico Pontio); Institutiones linguae
italìcae cum interpretatione gallica in gratiam exterorum, opera et sedulitati
Lentuli Scipionis neapolitani, Antonii Francisci M addii f. Patavini editio
postrema, Patavii, 1641 (La lettera del Maddi. Il Fontanini ricorda due opere
perdute di natura etimologica, l'una di Niccolò Eritreo, Lo Stoico, Dialogo
delle origini della nostra lingua volgare, l'altra, Seminarla linguae
vertiaculae di quel Celio Calcagnimi che, contrariamente a quanto sosteneva li
Salviati circa l'eccellenza del volgare, in un lavoro indirizzato al Giraldi
Cintio.... manifesta, fra l'altro la speranza che la lingua italiana e tutte le
opere in essa scritte vengano dimenticate dal mondo. (Spingarx). Di quelle già
il Lombardelli ne' suoi Foriti ebbe ad osservare che arrecano in mezo
avvertimenti diversi intorno alle voci et alle forme del dire, che possono in
gran maniera giovare a chi vuol da vero, e solennemente studiare in questa
favella: perchè son guidati con fondamenti saldi, con ragioni isquisite, e con
esempi notevoli . Le Annotazioni furono nella massima parte opera di quel
Vincenzio Borghini che è stato ben a ragione chiamato il principe de' critici
(critici nel senso di editori di testi) e eruditi del Cinquecento , e
interessano così direttamente il linguista come il filologo, contenendo
osservazioni di lingua e di grammatica storica e pratica illustrate dalla
comparazione di esempi perspicui quasi sempre criticamente vagliati. Vincenzo
Borghini fin dal 1569 aveva avuto in animo di scrivere un trattato sulla
lingua, che né la Difesa del Lenzoni né la Grammatica del Giambullari erano
tali da sodisfar i Toscani e ridurre al silenzio gli avversari: anche dopo la
Giunta castelvetrina aveva scritto al Varchi non aver nessuno sino allora
aperta la natura della lingua italiana. Quando arò parlato dell'origine, sito,
edificazione, territorio, et altre particolarità di Firenze, e risposto alle
opposizioni e contradizioni che ci son del Mei e d'altri e che ci potessero per
avventura essere, et a questo proposito tocco tutto che bisogna, della
cittadinanza romana, delle colonie, delle legioni, delle divisioni de' terreni
e molte altre cose, venire a parlare di questa lingua, ove ho questi capi: onde
ella è nata e cresciuta, che ella è nostra propria, perchè è sì bella, e della
sua qualità, ultimamente il modo di conservarla e liberarla dalle forestiere
che la imbrattano e guastano. Sicché, quando il Granduca ordina una
compilazione delle regole della lingua fiorentina da leggersi in tutte le
scuole, Borghini fa plauso con gioia al magnifico decreto e scrisse a B.
Baldini, suggerendo con- [Per la stima in che è tenuto già da' suoi
contemporanei BORGHINI (si veda), si ricorda qui le parole che, quanto
all'edizione del Decameron, scrisse Corbinelli in una delle sue lettere già
ricordate al Pinelli. Quel che non ha fatto a sufficienza Don Yinc."
Borghini non credo il possa fare [non che il Salviati] altri, in Ckkscim.
Quitti., Naz. Firenze, cit. in Barbi, Degli studi di V. Borghini, sopra la
storia e la lingua di Firenze [Il Pr optigli.), di cui mi giovo per questi
cenni intorno al Borghini. Capitolo sei ti ìlio 219 sigli: si deputassero alla
bisogna tre o quattro intendenti con facoltà ili aggregarsi de' giovani. Nel
1574, come l'ordine granducale non aveva avuto effetto, tornava al proposito di
far della lingua un trattato a sé. La conoscenza dei precedenti grammatici (dei
quali taceva molto stima del Bembo, corifeo, che giudicava però scarsetto; il
Giambuilari non gli pareva molto gagliardo né sicuro; migliore il Varchi, ma
non finito; il Tornitane bisognoso d'essere burattato; il Castelvetro non meno
sottile che sofistico nelle sue prose contro il Caro e il Bembo: Dubio non è
che la sua dottrina non è generalmente sana. Io dico in conto di lingua, ma
dall'altra parte e' non manca di letteratura ; ha visto assai e non è privo
d'acume, e può essere sprone a far considerar molte cose; il Ruscelli, vano,
pochissimo intendente di lingue; nomina il Fenucci, il Dolce, l'Acarisio,
Fortunio, il Corso, il Gabriele, il Muzio, il Trissino), la conoscenza, dico,
di tutti i precedenti grammatici e gli studi larghi fatti in specie per la
rassettatura del Decamerone e del Novellino su tutti gli scrittori grandi e
piccoli del Trecento, lo designavano veramente pari all'impresa ideata con
tanta ampiezza. Ma il trattato non fu compiuto. Ne restano alcuni appunti su
argomenti ne' quali era riuscito a esser sicuro: essere e qualità della lingua
fiorentina; natura sua, delle sue parti e proprietà e aiuti e mancamenti (la
lingua varia in una medesima provincia e città; l'italiana derivò dalla latina
con le favelle degl'invasori); il nome (non ha casi, ma due generi; ha gli
articoli); il verbo (non ha passivo), ecc. Il Borghini, essendo sotto la
vecchia concezione della natura del linguaggio, che è 1 In una leti, a Varchi
del 9 maggio 1563, l'anno della pubblicazione della Giunta castelvetrina, fin
Salvini, Fasti Cons., cit. dal Fontanini), lo spronava a tirar avanti il suo
Dialogo, lodando il Bembo e biasimando il Castelvetro, annunziando ebe
l'Accademia Veneziana non sarebbe rimasta muta. Lasciò in vece un volume di
Lettere filologiche e un altro di Discorsi. In Fiorenza presso i Giunti, oltre,
s' intende quanto è suo delle Annotazioni e discorsi sopra alcuni luoghi del
Decamerone di m. Giovanni Boccacci, fatti dai molto magnifici signori Deputati
di loro Altezza Serenissima sopra la correzione di esso B. stampata in Fiorenza
nella stamperia de' Giunti. Noto qui, come testimonianza del conto che s'è
fatto modernamente dal Borghini, che dal suo nome fu intitolata una rivista
filologica, // Borghini, non inutilmente vissuta. Storia della Grammatica
mutarsi, crescere, abbellirsi e peggiorare ancora, perdere e pigliare voci di
nuovo e simili altri accidenti , ritiene il Trecento il secolo d'oro della
lingua: Io ho veduto (scriveva nella lettera del 71 circa la compilazione delle
regole) libri scritti fino all’anno della gran mortalità, e scritti pur da
persone idiote e semplici, e non vi si trova un error di lingua. Havvene alcuno
intorno all'ortografia, della quale i nostri antichi non seppero né curarono
troppo. Similmente ne ho veduti, e si veggono regolatissimamente osservate le
coniugazioni, i numeri, i modi, i tempi, e tutto quello, ove oggi si pecca
assai bruttamente. E si conosce, che la natura stessa o l'uso comune, che sia
me' dire, era in quella età regola vera e sicura. Si comincia a trovare qualche
errore, ma non tanti e un pezzo quanti oggi. Ella da un gran tracollo, e di
questo tempo in qua è venuta di mano in mano talmente peggiorando, che quasi si
può dir guasta in alcune sue parti, che quel tutto buono e come naturale corpo
del vero e puro toscano si è per sempre mantenuto. Oltre a questa
classificazione de' pregi della lingua per cinquantenni, il Borghini ne faceva
un'altra per gradi: prosastica e poetica; nobile, media, plebea ecc. Così anche
la lingua, come la poesia, era rigorosamente chiusa nel codice delle regole più
assolute e ristrette: a tale che la grammatica diremo degl'Italiani, che aveva
preso a fondamento l'uso letterario non pur del Trecento ma del Cinquecento,
quando si trova e vi si trova spesso in discordia con l'uso fiorentino, qual
era consacrato nel Decameron, veniva senz' altro combattuta e ripudiata. Cosi
avemmo una singolare reazione contro la grammatica da parte di quegli stessi
che vi dovevan necessariamente credere. A questo menava la correzione del testo
del Deca?neron, ch*e col criterio dell'uso comune s'era venuto guastando
dall'edizione ventisettina per tutto un cinquantennio e che ciascuno aveva
tirato a documentar quelle regole che meglio gli piaceva di porre. I Toscani, e
specialmente i Fiorentini, non potevano lasciar correre tanto strazio, e benché
anch'essi fossero credenti nella grammatica, tra la grammatica e il Decameron,
stavano per questo, naturalmente, e non si stancarono mai di ripetere [In
Barbi, op. e loc. cit. Capitolo settimo che le regole furori sempre cavate
dall'uso naturale, e non l'uso da quelle (l). Gli Annotatori all'edizione del
73 si giovaron perfino de' notai di que' tempi, la grammatica [intendasi il
latino] de' quali era poco meno che un semplice corrente volgare che finisse in
us et in as. Così parallela a quella del purismo grammaticale, vediamo
svolgersi in Toscana e particolarmente in Firenze una tradizione che potremmo
chiamare del purismo antigrammaticale, o che intanto accettava la grammatica in
quanto essa rispecchiava fedelmente l'uso popolare trecentesco, che era quello
seguito dal Boccaccio e dagli altri trecentisti e risonava ancora, salvo
qualche modificazione di pronunzia, sulle bocche de' Fiorentini. Tutto era
ridotto all'uso, appo il quale è tutta la balia, anzi, che direni meglio, il
quale è la balia, la ragione e la regola del parlare. A proposito d'un esempio
di quei molti ' AvavóXofìa o ' Avavranóbara ond'è pieno il Decameron, gli
Annotatori escono in questa osservazione: Quegli che volsono fuggire questo o
figurato o vizioso parlare che e' sia, e che pur hanno fitto nell'animo quello
' Ego amo Deum delle prime regole, mutarono Il quale in Del quale, e cosi
appianarono questo scoglio. Queste sono dichiarazioni gravi contro la
grammatica, e Annotazioni e Discorsi sopra alcuni luoghi del Decameroti di M.
Giovanni Boccacci, fatti da' Deputati alla correzione del medesimo. Quarta
edizione diligentemente corretta, con aggiunte di Borghini, e con postille del
medesimo, e di A. M. Salvini, riscontrate sugli Autografi ed emendate da gravi
errori. Firenze, Felice Le Monnier. È anche notevole quel che dicono
dell'analogia: è una cotal regola che va dietro al simile, e suol esser il
riparo di chi è straniero in una lingua, o sa poco della propria natura . (4)
Op. cit., p. 70. In questo stesso luogo si conclude così: Noi in questi luoghi
tutti abbiamo fedelmente mantenuta la lezione dei migliori libri, amando in
questo più la verità, che o la facilità di quel parlar così piano, o la
stitichezza di certe regole, che più servono, chi ben le guarda, a lingua
composta e artificiata, che a naturale e propria. Altrove la lingua è
assomigliata a un mare p. 91). Oltre le già addotte, eccone un'altra: E
generalmente nelle voci del tempo, et in quelle del luogo, non è molto
scrupolosa, né tanto fastidiosa la lingua nostra, quanto per avventura alcuni
troppo sottili si credono, che lutto il di cercarlo di legarla, e (direni cosi)
impastoiarla stranamente. Del resto si può dir che queste tanto ammirate e
ammirevoli Annotazioni siano una protesta conti Storia della Grammatica devono
essere ricordate per non mettere tutti in un fascio i puristi del Cinquecento.
S' intende, anche codesti franchi assertori dell'uso, erano sotto l'imperio
delle regole: seguire il Boccaccio perchè era stato il Boccaccio, era una
regola anche più grave de\Y Ego amo Deiun; ma il Boccaccio era più vicino ad
essi, che certi regolatissimi prosatori del Cinquecento, e stavano con
Boccaccio. Non solo, ma essi riuscivano all'annullamento della grammatica anche
per un'altra strada. Per loro ogni forma adoperata dal Boccaccio diventava
legge: ora a far d'ogni più piccolo fatto linguistico una regola, la grammatica
veniva ad annullar se stessa in questa sterminata selva di regole e il buon
senso era vendicato. E tra le Annotazioni del Borghini, gli Avvertimenti del
Salviati e le osservazioni del Borghesi, il volgar fiorentino veniva a esser
codificato e preparato così per il travasamento nel Vocabolario della Crusca.
Gli Avvertimenti nel Salviati erano stati concepiti in tre parti, ma videro la
luce solo il i" e 2" volume. nuata contro la grammatica, tendendo
esse a giustificare l'uso del Boccaccio, sia stato o no ratificato dalle
grammatiche cinquecentesche. E si noti che la giustificazione non è fatta
sempre con la ragion dell'uso, ma spesso s'appoggia a considerazioni anco
artistiche. Citerò un esempio per tutti. In Landolfo Luffolo è detto: Venutagli
alle mani una tavola ad essa si appiccò, se forse Iddio, indugiando egli lo
affogare, gli mandasse qualche aiuto. Alcuni interpreti avevan interpolato
sperando avanti a se forse Iddio. Orbene, gli Annotatori, restituendo, sulle
testimonianze d'altre simili costruzioni, il testo antico, osservano: Queste
locuzioni così un pochetto rotte (che in somma son proprie di questa lingua)
danno talvolta più grazia, e mostrano più forza, e fanno il parlar più vivo,
come poi avviene; dove questa costruzione non così piana e facile, ma alquanto
alterata {alterata però quanto e a que' che vorrebbero le locuzioni sempre a un
modo, e quelle senza industria o cura nessuna), scuopre più l'affanno e periglio
del misero Landolfo, e par quasi (per dir così) che fortuneggi anch'ella , pp.
88-9. Non è critica neppur questa, ma per lo meno vi si avverte lo sforzo di
penetrar la visione dell'artista senza la mediazione della grammatica. 1 Degli
avvertimenti della lingua sopra ' l Decamerone. Volume Primo del cavalier
Lionardo Salviati Diviso in tre libri: il I in tutto dependente dall'ultima
correzione di quell'Opera: il II dì quistioni, e di storie, che pertengono a'
fondamenti della favella: il III diffusamente di tutta l'Ortografia. Ne' quali
si discorre partitamente dell'opera, e del pregio di forse cento Prosatori del
miglior tempo, che non sono in istampa, de' cui esempli, quasi infiniti, è
pieno il [La correzione fu fatta nel 1582 e fu edita non senza notizie
grammaticali: gli Avvertimenti sono il necessario svolgimento di esse. Noi ci
restringeremo qui a toccar delle questioni generali che più e' interessano e a
esporre il metodo grammaticale del nostro e a dar conto dello sviluppo del
corpo della grammatica precettiva, sebbene il Salviati tratti solo delle regole
a cui porge occasione il Decameron, lasciando da parte quanto si riferisce alla
critica del testo e all'ermeneutica boccaccesca. Vedemmo come Gelli rinunziasse
a dettar le regole del volgare e ne dimostrasse l'impossibilità. Pare non sia
stato solo a sostener questa ragionevole tesi, perchè il Salviati al principio
del secondo libro del primo volume s'indugia a confutar gli argomenti di alcuni
che tolgono alle lingue vive il ristringnerle, con ammaestramenti raccolti in
iscrittura, sotto alcuna ferma regola. Gli argomenti addotti da quei tali,
erano: 1. vivendo la voce del maestro, ciò si è il popolo, che la favella,
quella fatica è soverchia; 2. la cosa esser vana, perchè il popolo, non
tollerando che gli sia tocca la sua giurisdizione, seguita a parlare a modo
suo; 3. quand'anche si potesse dettargli legge, l'effetto non potrebbe esser
che dannoso. Noi non ci fermeremo neppure a -notare quanto sien giudiziosi
siffatti argomenti, per quanto non si vedano fondati in una tesi filosofica; e
indicheremo il pensiero del Salviati, il quale non può non riconoscere che
quelle sian belle ragioni e che hanno forse dell'efficacia ; ma tuttavia,
guardandole con alcune distinzioni, crede di potere e dover giustificar la
grammatica così: si tratta non di formare, ma di raccoglier le regole per
conservar i guadagni fatti, in modo che, deteriorandosi la favella, tutto non
sia andato perduto. Né si lega per tutto ciò, come essi dicono, le mani al
volgo, o se gli mette quasi la museruola; ma tuttavia lasciandolo nella sua
libertà, si pone in sicuro il guadagno, che s'è fatto fino allora, sì che il
tempo avvenire noi possa più portar via, e del futuro se gli lascia quasi
libero il traffico nelle mani (p. 71). Né la fatica è vana, perchè il popolo
non si può aver volume. Oltr'a ciò si risponde a certi mordaci scrittori, e
alcuni sofistichi Autori si ribattono, e si ragiona dello stile, che s'usa da'
più lodati. In Venezia. Presso Domenico, et Gio. Battista Guerra, fratelli
S" gr. sempre appresso, né, se ciò fosse possibile, parla tutto a un modo.
Onde conviene prender dal popolo il materiale e vagliarlo al vaglio degli
scrittori, tra i quali, naturalmente, il Salviati dà la preminenza ai
Trecentisti e al Boccaccio del Decameron in particolare. Risorge il vecchio
concetto bembesco e con esso tutta la critica ammirativa delle qualità
eccellenti del volgar fiorentino degli scrittori dell'aureo secolo,
l'efficacia, la brevità, la chiarezza, la bellezza, la vaghezza, la dolcezza,
la purità e la semplice leggiadria. Ma è facile notare come l'uso vivo venga
solennemente affermato, e come sia largo il criterio fondamentale della
grammatica. L'esempio e l'autorità degli scrittori sono appunto quelle cose,
che le regole della lingua si chiamano comunemente. Del favellare sia arbitro
il popolo, dello scrivere l'uso approvato dal consenso de' buoni: sicché nel
formar le regole venga primo il Boccaccio, poi i contemporanei di lui, indi il
popolo, il cui presente favellar è meno nobile di quello del Boccacio. Nel
fondo, però, pur con tutte queste larghezze, il Salviati riesce un un gran
purista. Disapprova il parlar degli scapigliati che non adoravano il bembesco e
il boccaccevole stile; cita come un barbarismo X applauso universale da loro usato.
Si scaglia contro il gergo cancelleresco cortigiano, segretariesco, contro V
autore della Giunta che scrive al buio volendo imitare il Boccaccio; contro il
latino, i latinizzanti e le scuole di latino che contribuirono a corrompere il
volgare. Esalta invece le benemerenze del Poliziano e più di Bembo. Toglie
parzialmente agli scrittori del buon secolo il vanto delle cose pertinenti a
gramaiica, e glielo dà in purità di vocaboli, modi del dire, breve, vaga e
semplice legatura. Propugna la pubblicazione d'un Vocabolario della Toscana
linguai^. . Indi sbozza una storia critica degli scrittori del buon secolo.
Conclude col dire che la grammatica resterà fissa sugli scrittori del 300, e
che il vocabolario potrà continuamente migliorare, distinguendo tra prosa e
poesia per quanto riguarda l'ortografia, i solecismi ecc., al qual punto
rimanda alla sua Poetica.] in ultimo accenna alla prova [Questa discussione del
Salviati fece fortuna, perchè, staccata dagli Avvertimenti, fu riprodotta a
parte in una miscellanea di Regole, di cui avremo occasione di parlare, in
Firenze, col titolo: Se le lingue sien da restringer sotto Regole e
spezialmente il volgar nostro. Da chi si debbano raccor le Regole, e prender le
parole nelle Lingue che si favellano, con un Sunto d'alcuni avvertimenti dilla
Lingua, sotto il nome, s'intende, del Salviati.] proposta dal Varchi di
paragonar il fiorentino con gli altri dialetti d'Italia, riportando in fin del
volume varie versioni italiane della novella boccaccesca del re di Cipro. Il III
libro svolge la parte dell 'ortografia. Dichiara che rispetterà la nomenclatura
grammaticale ormai in uso (quindi pronome, non vicenome, participio non
partefice, congiunzione non giuntura, esclamazione non schiamazzio, che fa
ridere), e la comune esposizione, forma , cioè distribuzione e condotta, già
ricevuta dall'uso delle scuole, benché in tutto non perfetta, sacrificando il
suo particolar modo di vedere all'utilità comune che dalle novità sarebbe stata
frustata. Sicché questi Avvertimenti del Salviati, sotto questo rispetto, ci
rappresentano il consentimento ufficiale scolastico intorno al corpo e allo
schema della grammatica; anzi essi si possono considerare la prima vera
grammatica scolastica dell'Italia, quale la didattica secolare se l'era venuta
formando. Consideriamo dunque brevemente il contenuto speciale che il Salviati,
desumendolo dallo studio del Decameron, ha di suo versato in quello schema. Le
Lettere sono nella vista (segni) della scrittura 21: a b e defghil.
mn'opqrstuxz, ma nella voce (suoni) 32. Delle lettere h è mezza lettera, il q è
inutile, il k è fuor d'uso perchè non dolce. Confuta la riforma trissiniana.
Vocali Q) in scrittura son 5: a, e, i, o, u in fonetica 8: a, è, é, i sottile,
i grasso, ó, ò, u. Diltongi, 49, quanti sono gli accoppiamenti ( distesi Es.
làude delle vocali e sono . \ raccolti guato. Trittongi e quattrittongi che si
possono raccogliere in una sillaba sola: lacciuoi. Ricorda le divisioni di
Platone, nel Cratilo (vocali, mezze vocali, e mutole), ripetute da Aristotile
nella Poetica. Nella Storia degli animali Aristotile accenna anche alla
formazione delle vocali dalla voce e dal gorgozzule, delle consonanti dalla
lingua e dai labbri. Su questa base fondarono retori e grammatici latini la
loro fonetica. Platone dice le vocali la catena, e '1 legame senza '1 quale
l'altre lettere esprimer non si potrebbero. Le consonanti in vista son 16,
semivocali, che partono ^dall'ugola madre delta nella zw^, almen 25 (sauere,
sapere), tra la / e la n (calonica, canonica), tra la / e la r (albori,
arbori), tra la / e la d (olore, odore), tra la / e \\g (li, gli articoli,
quelli, quegli, cavalli, cavagli, salì, saglì, dolgo, doglio), tra la n e il g
(piangere, piagnere), tra la r e il d (dierono, diedono), tra la s e la z aspra
(solfo, zolfo), tra la ^ e il e (Sicilia, Cicilia), tra la ^ e la f (sino,
fino), tra la .? e il / (nascoso, nascosto), tra chi e sii (schiena, stiena),
tra la. s e z aspre e sottili di altri popoli (pesso, pezzo; strossare per
istrozzare; Orazio per Orazio), tra la z sottile o aspra e il e ora scempio ora
doppio (beneficio, benefizio), tra la z rozza e il d (fronzuto, fronduto), tra
la z e il g (ammonigione, ammonizione), tra il b e il g (abbia, aggia), tra il
b e il p (brivilegi, privilegi), tra eh e ce (Antioco, Antioccio), tra il “c” e
il “g” (“Caio,” “Gaio”), tra il de il g (vedendo, veggendo), tra il d e il /
(cadmio, catuno). Passa poi alle jnllabe. Qui fa una distinzione curiosa: dice
che quel che significa sillaba è stato determinato dai filosofi, e che a dividerle
insegnano i pedagoghi, non più; ma sarebbe stato importante che ci avesse
accennato qualcosa di particolare intorno alla definizione data dai filosofi.
Chiude il trattato parlando del modo di scrivere molte parole, della copula,
degli accenti, delle maiuscole, e de' segni di punteggiatura. Assennatissime le
osservazioni sulla punteggiatura. Ricorda le moderne dottrine circa la storia
della punteggiatura, inclinando a credere, sulla testimonianza di Aristotile,
che gli antichi punteggiassero con minuzia. Si dichiara soddisfatto de' punti
usati al suo tempo , ma riconosce che questa .:;, ? f ) cioè punto fermo, mezo
punto, punto coma, coma, interrogativo, parentasi. Del fermo, per altro, fa,
secondo la necessità della posa (pausa), quattro specie: fermo, trafermo,
fermissimo, trafermissitno . ]materia è meno che altra atta a esser legiferata,
e convien lasci.ire alla pratica degli scrittori la più ampia libertà,
acciocché siano ben rese e la tela (costruzione) e la SENTENZIA (SIGNIFICATO)
del discorso. Rispetto, non dico alla fonetica di Castelvetro, ma anche alle
spiegazioni d'altri grammatici che s'occuparono di questa parte, non escluso il
Fortunio stesso, il primo di quelli editi, questo trattato del Salviati è
certamente un regresso, per quanto qualche osservazione supponga una teoria
meno empirica: se non che, e la giustificazione della grammatica fatta dal
Salviati e la relatività assegnata alle regole di esse da una parte, e la
legiferazione così minuta dell'ortografia intesa nel senso più largo fondata su
dati storici positivi, sui caratteri del volgare cinquecentesco usato dal
popolo, non escluso quello della dolcezza e musicalità dell'idioma fiorentino,
dall'altra, assegnano agli Avvertimenti del famoso accademico un discreto
valore scientifico nel primo rispetto, e, nel secondo, un notevole posto nella
storia di quei prodotti che indirettamente concorsero alla dissoluzione del
loro stesso contenuto : nella somma di questa duplice qualità, dunque, il
pregio di documento principalissimo per la nostra narrazione. Dell'importanza
data dal Salviati alla grammatica abbiamo già fatto cenno. Quanto alle
osservazioni donde son ricche le particelle della sua trattazione, in questo
senso noi affermiamo che sono notevoli, che, legiferando un'infinità di esigenze
formali dell'idioma nostro, sviluppando quasi all'infinito il corpo della
grammatica e nell'istesso tempo assottigliandolo fino a ridurlo un'ombra di sé
stesso, col fare d'ogni minimo caso una legge, riducono ai minimi termini il
rigore, la rigidità, l'inflessibilità della legge grammaticale, preparandone il
totale annullamento. Ho detto esigenze formali, ma non sono solamente tali.
Quelli che sono stati chiamati i criteri formalistici dei letterati del
Cinquecento dal Bembo, appunto, al Salviati, di fatto erano criteri estetici
sostanziali. Gli abiti mentali di quella generazione di scrittori e di critici,
il loro ideale di bellezza, il loro modo d'esprimere e riflettere nel verso e
nel discorso sciolto il proprio contenuto, questo stesso contenuto, conducevano
tanto chi esercitava l'arte quanto chi esercitava la critica a quella
concezione della forma che a noi può sembrare pretta esteriorità vuota di
contenuto, ma che per loro era la sostanza stessa del loro pensiero. Il
formalismo dunque legife rancio sé stesso, sodisfaceva a un bisogno, esprimeva
in regole la scarsa e superficiale vita interiore, che era vita formale essa
stessa, riuscendo così a una critica indirettamente negativa della grammatica,
dove a noi parrebbe di dover vedere un rafforzamento di fede grammaticale. In
altre parole, a me par di poter mettere sulla stessa linea progressiva il
Salviati e i migliori recenti costruttori di categorie grammaticali e
rettoriche a base di psicologia, con questo profondo divario ridondante a tutto
onore degli ultimi, che questi han coscienza di quel che fanno, cioè di fare
una critica della grammatica, e il Salviati no. Il Salviati legifera gli
atteggiamenti della lingua, gli affetti, quasi direi, delle parole e degli
elementi di essa (tant'è vero che parla dell'a?nisià delle lettere) rispondenti
alle tendenze del pensiero; quelli descrivono le forme in che si concretano i
movimenti dello spirito: in fondo menano dritti sì gli uni che gli altri
all'affermazione della formula tal contenuto tal forma, che non dà più luogo a
grammatica, a legge veruna regolatrice della favella (l). Nel secondo volume
degli Avvertimenti ("), dedicato a Francesco Panicarola architetto
dell'arte del ben parlare , tromba del nostro secolo , tratta, ne' primi due
libri, del nome, deWaccompagnanome, dell' articolo e del vicecaso; ma quello
che fu il desiderio de' contemporanei e, particolarmente, del Lombardelli, che
cioè venissero trattati con la medesima felicità l'altre parti, rimase
inappagato, nonostante che l'impulso a pubblicar questo secondo volume venisse
al Salviati e lo dichiara nella dedicatoria con viva compiacenza dal giudizio
favorevole dato sul [Per questo problema fondamentale della critica della
grammatica, si ricordi in particolare la polemica Vossler-Croce, originata dal
saggio di Vossler sulla Vita del Cellini, e precisamente: Atti d. Acc. Pont.,
Literaturblatt f. gertn. u. rovi. Pini., 1900, 1; Flegrea, 1 apr. 1900;
Zeitschr. f. rom. Pliil.; La Critica. Della polemica fa la storia lo stesso
Vossler, nel suo recente libro, Posilivistmis inni Ldealismus, già citato,
riuscendo ad un pieno accordo con la dottrina sostenuta dal Croce. Cfr. anche
Rossi, Contro la stilistica, Firenze. Del secondo volume degli Avvertimenti
della Lingua sopra il Decamerone. Libri due del Cavalier Lionardo Salviati. Il
Primo del Nome, e d'una Parte, che l'accompagna. Il Secondo dell'Articolo, e
del Vicecaso. In Firenze, nella Stamperia de' Giunti.] primo da tre
valent'huomini di sottilissimo intendimento: il utilissimo Cavalier Batista Guarirli,
delizie delle belle lettere de' nostri tempi, il Patrizio, le cui scritture e
spezialmente quest'ultime della Poetica, hanno fatto stupire il mondo, e quel
Mazzoni, huomo, se mai ne fu alcuno, in supremo grado scienziato, cittadino in
tutti i linguaggi, maestro perfettissimo in tutte le l'acuità: che tanto sa, di
quanto si rammemoria; di tanto si rammemoria, (pianto egli ha letto: cotanto ha
letto, (pianto oggi si truova scritto, al quale sia sempre, per lo nostro
maggior poeta, obbligata la patria mia. Nella trattazione di queste parti del
discorso ritornano, per altro, le infinite e complicate classificazioni e
distinzioni che rendono la morfologia fastidiosa e difficile e di scarsa
efficacia all'apprendimento della grammatica. Il nome è diviso secondo la
sentenza e secondo la voce: sotto questo rispetto, è semplice o composto,
primitivo o derivato; sotto l'altro sostantivo o adiettivo: il sostantivo è
proprio o appellativo e questo collettivo o no; V adiettivo è perfetto e ha 3
gradi {positivo, comparativo, superlativo) o imperfetto, e si divide in 3
gruppi: appartengono al primo il relativo, il rassomigliativo, il renditivo, V
interrogativo, il dubitativo, il relativo indefinito; al secondo il partitivo,
Y universale, il partictdare, il distributivo, il numerale o denominativo; al
terzo il possessivo, il materiale, il locale (patria, nazione, distanza). Ha
tre accidenti: il genere (maschile, femminile, neutrale, comune, dubbio,
indifferente), il mimerò (singolare, plurale o maggiore; non duale altrimenti
ci dovrebb'esser il triale, il quattrale, il cinqualé), il caso (uno pel
singolare, uno pel plurale). Si declina in quattro modi: a) maschili sing. -a,
pi. -i; b) femminili, -a, -e; e) comuni, -e, -i; d) comuni, -o, -i. L '
accompagnaìiome sarebbe l'articolo indeterminativo uno, una. Quasi un cento
pagine son dedicate, al solito, alX articolo, il cavai di battaglia di tutti i
maggiori grammatici del Cinquecento. Il Salviati ne ragiona in due pagine con
gran solennità la definizione; polemizza contro chi non lo vorrebbe in
italiano, non essendoci nel latino che è lingua più nobile: ne spiega la forza,
V ufficio, V opera, che è di determinare la cosa precisamente....e di tutta
insieme abbracciarla. E qui spiega un'infinità di sottili distinzioni, indulgendo
a quel fine senso estetico formale di cui ho parlato più sopra. Ripiglia la
questione del mortaio della pietra, affermando che nessuno, insomma, fin qui
ebbe confutato in ptibblico il Bembo. Neppure il Castelvetro? Eppure spesso il
Salviati si ferma a discuter col critico modenese, del quale non ha certo la
sottile e abbondante dottrina filologica né il metodo. L'opera di Salviati
suscitò un vero entusiasmo al suo tempo, e il Lombardelli, che fu quasi sempre
il fedele interprete dell'opinione comune, cosi ne discorse ne' suoi Fonti: Il
Salviati ha ritrovati i principi, le parti e gli ornamenti di questa lingua; et
ha scoperto i modi, e le strade vere di conoscerla, d'affinarla e di tenerla in
riputazione. Nel I volume scioglie molti bellissimi dubbi; fa la censura degli
scrittori antichi, e tratta nobilmente i fondamenti più generali della lingua.
Ne' due primi libri del II volume tratta del Nome, Accompagnanome, Articolo e
Vicecaso, con tal copia, e spirito, e vivacità, e chiarezza; che ne fa
desiderar di veder trattate con la medesima felicità l'altre parti. Queste e
l'altre scritture sue, dove si tratta di teorica, possono arrecar giovamento
aiuto e forza tanto maggiormente, quanto più fiero sarà l'intendimento di chi
si metterà a studiarla, ed a trarne frutto. Non tacerò che, a chi legge, oltre
a quel che impara capo per capo e parte per parte, se gli affina a maraviglia
il giudizio di maniera che può aspirare alla perfezion dell'intender gli
Autori, del parlar bene, e dello scriver con lode. Quest'affinamento di
giudizio veniva certamente prodotto in altrui dal Salviati appunto con quel suo
discuter parte per parte, capo per capo, gli esempi addotti in gran copia,
secondo il suo fine sentimento formale. Di modo che, sia per questo sia per
esser fondata la sua trattazione sopra la critica e l'esegesi del testo
decameronico, cioè sopra una base concreta, sia ancora per la infinita serie di
regole, il Salviati più che una grammatica nel senso pedantesco e scolastico
della parola, in questi suoi Avvertimenti ci ha porto un esempio notevole della
larghezza con cui dovrebbe esser condotto l'insegnamento grammaticale, mentre,
dall'altro canto, ha sviluppato il corpo della grammatica in siffatto modo, che
il progresso del disfacimento ne veniva certamente accelerato. Salviati, a cui
dobbiamo anche oltre un giudizio alcune aii7iotazioni tra linguistiche e
grammaticali sul Pastor fido del Marini, Ma l'ammirazione non fu senza
contrasti. Accennerò alla polemica che, un anno dopo la pubblicazione del
secondo volume, s'accese tra il Papazzoni e Beni. Il primo nella sua
Ampliazione della lingua volgare ( fondata parte in ragion chiarissima, e parte
in autorità d'autori principali) , rimproverò al Salviati il modo onde aveva
legiferato intorno alla grammatica e la corruzione fatta del testo boccaccesco.
Gli rispose nell'anno medesimo il Pescetti, uno dei più litigiosi grammatici
che abbia avuto l'Italia. Era di Marradi dalla diocesi di Faenza passata alla
signoria de' Fiorentini : un toscano un po' bastardo, dunque. Insegnò grammatica
a Verona, dove, un anno dopo della polemica col Papazzoni, s'attaccò con
Giandomenico Candido per la Difesa della Zeta, intorno a cui aveva pubblicato
un'operetta il Lombardelli, e la contesa si fece così accanita, che dovette
mettersi in mezzo Valerio Palermo dirigendo una lettera latina ad ambedue. Il
Papazzoni replicò ancora con una Apologia in difesa dell' Ampliazione contro r
opposizione del signor O. P. Ma ormai divampava la tremenda contesa tassesca, a
cui prese parte quasi tutta l'Italia e le piccole gare grammaticali e
ortografiche perdettero il loro interesse. Sicché, rimase senz'eco anche il
dialogo di Pierantonio Corsuto, // Capece ovvero le Riprensioni, diretto contro
gli Avvertimenti del Salviati. Non solo, ma anche la produzione grammaticale
ora diminuì, intese alla compilazione non solo di quello dell'Accademia, ma
d'un suo proprio Vocabolario, che però non vide mai la luce. In una di quelle
annotazioni, egli stesso dice: Tutto che' io m' assicuri d'affermarlo
assolutamente senza vedere la bozza del mio imbastito Vocabolario, il quale ora
non ho appreso, crederei all'improvviso che di fora per fosse o per fossi, non
vi abbia esempio sicuro.... Prose inedite del Cav. Leonardo Salviati raccolte
da Luigi Manzoni, Bologna. Sembra ormai fuor di dubbio che del Salviati sia il
Discorso nel quale si /nostra l'in/perfezione della Commedia, diffuso ms. piu
tardi pubblicato. Cfr. Flamini, Avviamento allo studio della D. C, Livorno. In
Venezia per Paolo Meietti, 1587, 8°. (2) Epistola lalerii Palermi ad Orlandum
Pescettium, et Io. Dominicum Candiduiu de uso litterae Z disceptantes, In
Verona, presso Girolamo Discepolo. In Padova, per Meietti.] tanto che avremo
quasi da arrivare al Buommatteri per ritovare un corpo di regole da gareggiare
con gli Avvertimenti e le altre fondamentali opere grammaticali del
Cinquecento. Il s££q1ol_sì chiudeva con la ristampa delle Osservazioni del
Dolce, e l'altro si apriva con la compilazione del Vocabolario della Crusca.
Più gravi, per la competenza e l'autorità di chi li moveva, e un più vivo
clamore avrebbero suscitato, se espressi in pubblico, gli appunti che contro
gli Avvertimenti rivolse il Corbinelli nelle molte lettere dirette al suo amico
Pinelli, tra le quali ha così proficuamente spigolato il Crescini . Il
Corbinelli, che aveva avuto il Salviati quasi scolaro a Firenze, havendo il
medesimo homore da giovinetti , non confidava troppo nella valentia linguistica
del Salviati, che giudica uomo di non grandi spiriti, ma diligenti, giuditio
mediocre , sofisticuzzo nelle sue cose , e torna a qualificare, dopo lettine
gli Avvertimenti, vago di non lasciar nulla indetto , incline a spezzare il
cervello in minutar mille e... nerie , principalmente per una sostanziale
differenza circa i criteri e al metodo, coi quali condurre lo studio della
nostra lingua. Il Salviati, come pareva anche al Corbinelli, tirava di lungo e
non vedeva più oltre che la lingua sua; il Corbinelli, conscio della sororità o
fratellanza delle due lingue cioè franzese et italiana , convinto che dalle
lingue barbare [francese, provenzale] noi haviam ritenuto una infinità di cose:
et che bisogna saperle per volere fare il grammatico: non dico per scrivere ,
procedeva nell' indagine linguistica col metodo comparativo, non per proporre
niente da imitare e odiando le regole (%): l'uno era un empirico precettista,
l'altro uno storico comparatore. Che il Corbinelli, anche non spiegando
esattamente, come gli accadde spesso, le forme linguistiche nella loro
formazione storica, potesse aver buon giuoco sul Salviati per ciò che riguarda
questo [Per gli studi romanzi cit.. In Crescini, op. cit., p. 194, 195, 204,
206. Col Salviati il Corbinelli appaiò il Muzio, di cui così scrisse: Io lo
trovo quasi quanto il Salviati et sì bene egli è ignorante nella maggior parte
delle cose, ancor si ha egli osservate molte, se non altamente, curiosamente,
et bene mi piace, che e' dice volentier male. V'ho trovato il mio povero
Corbaccio . Crescini. In Crescini] aspetto del problema della lingua, è più che
naturale ; mala presunzione che il Salviati, perchè non intendente del francese
e del provenzale, dovesse essere impari al suo compito che era di grammatico
normativo e non di storico, è illegittimo, poiché i due punti di vista sono
protondamente diversi: con l'uno si descrive la lingua quale fu prodotta e
fissata nella scrittura, con l'altro si compie uno sforzo, per quanto
disperato, di apprenderne il valore espressivo: con l'uno si lavora in un
piano, con l'altro in un altro, pur non disconoscendosi che la grammatica normativa,
in quanto espediente didattico, sarà tanto più efficace quanto più fedelmente
elaborerà le sue regole sui risultamenti dell' indagine storica. Il Corbinelli
odia le regole, perchè il suo è un interesse storico, e come egli trova i libri
scritti variare, così stima queste cose indifferenti, et se in parlando suol
dire et udire ' andavo ', ' facevo ', ' stavo ', tanto scriverà così, se la
penna harà fatto un v òvofiàrcìv) ; questioni agitate confusamente e che Alcune
linee di questo brevissimo riassunto della storia della grammatica presso i
Greci toljjo dalla Histoirc de la Littérature grecque par Alfred et Maurice
Croiset, Paris. Per maggiori e più sistematiche informazioni, oltre l' Egger
che citiamo più innanzi, H. Steinthal, Geschichte der Sprachwissenschaft bei
den Griechen uud Romeni mit besonderer Riieksicht auf die Logik,'Berlino,
1890-1. Y. l'interpretazione del Benfev, accettata dal Bonghi, nelV Appendici'
seconda al Cratilo in Dialoghi di Plafone tradotti da Ruggero Bonghi, voi. V,
Roma, 1S85, pp. 404-10. Capitolo ottavo 243 hanno il loro monumento nell'oscuro
Cratilo platonico, che sembra ondeggiare tra soluzioni diverse . Poco o nulla
progredì la teoria grammaticale coi teorici della grande eloquenza attica e gli
storiografi che s'informarono ai loro principi e imitarono i grandi oratori,
sebbene un d'essi, Eforo, scrivesse anche un trattato sullo stile (jtsqì
Àé^eoc;), come nessun impulso era venuto alla grammatica dai primi retori
siciliani. Ln_ Aristotile la teoria grammaticale si congiunge ancor più
direttamente e intimamente con la logica che non con la retlorica e la poetica,
dove ne' rispettivi capitoli sull'elocuzione, pur si parla di parti del
discorso. Nella Rettorica (1. IID, affermato che il principio della buona
locuzione è la correttezza, si spiegano i vari modi di conseguirla, che sono:
1. collocar bene le congiunzioni; 2. usare i nomi propri e non circoscritti; 3.
non usare i dubbi; 4. dare a ciascuno il suo genere, maschile, femminile e
neutro; 5. dare il numero suo, singolare, duale, plurale. Nella Poetica, tutto
un capitolo (il XX), che sembra a ragione interpolato (2), è dedicato alle
parti dell'orazione, che sarebbero: lettera o elemeyito, sillaba, congiunzione,
nome, verbo, [articolo], caso, orazione. Ma le vere categorie grammaticali che
Aristotile realmente e in modo chiaro elaborò, sono il no7ne e il verbo, i due
termini della proposizione enunciativa, di cui tratta nei pochi capitoletti
jtvoì 'Eoneveiag (De in Croce, Estetica cit., p. 176. •) Tale lo giudica
l'ultimo editore della Poetica aristotelica, che espunge anche, come
interpolazione nel brano interpolato, la categoria dell'articolo (òodQOv). The
Poetics of Aristotle edited with criticai notes and a translation by S. H.
Butcher, London. Osservo che l'
interpolazione del paragrafo era stata già avvertita dal Barthélemy
Saint-Hilaire, ma con una considerazione che non ci sembra del tutto opportuna.
Il gran divulgatore d'Aristotile osserva infatti que toutes ces théories
quelle sull'elocuzione, d'ailleurs très contestables, quand elles ne sont pas
tout à fait erronées, sont très-déplacées dans un ouvrage tei que celui-ci.
Cesi de la grammaire ; ce n'est plus de la poétique. Je n' hésite pas à
déclarer qu 'elles ne peuvent ètre d'Aristote, et je me fonde surtout pour les
repousesser sur V Herménéia, qui prouve une connaissance de ces matières, si ce
n'est plus étendue, du moins beaucoup plus exacte. Les chapitres qui vont
suivre [XX sgg.] sont donc une interpolation. Poétique d'Aristote trad. en fr.
et accomp. de notes perpètuelles par]. Barthélemv Saint-Hilaire, Paris. De', meriti del
nostro Castelvetro sotto il rispetto della critica del testo, s'è già accennato
e torneremo qui a darne altre prove. 244 Storia della Grammatica terpretatione,
o Della proposizione, secondo è stato tradotto il vocabolo). Uno svolgimento
ancor più considerevole che in Aristotile ebbe la grammatica dalla dialettica
degli stoici, pe' quali la logica era la scienza preliminare delle condizioni
della conoscenza o del metodo, e che si servirono del linguaggio per
determinare le leggi che segue la ragione: essi conobbero cinque parti del
discorso, nome, pronome, verbo, avverbio, congiunzione. Fondata la Biblioteca
d'Alessandria, con tante opere da curare e studiare, segnatamente i poemi
omerici, l'elaborazione della grammatica ebbe la spinta verso il suo completo
assetto con le dispute suW analogia e V anomalia. Aristofane di Bisanzio volle
vedere in tutti i fatti linguistici una razionale regolarità, e si diede a
svolgere la declinazione greca per darne la prova convincente, seguito da
Aristarco che ne divenne un caldo sostenitore: Crate di Mallo, uno stoico
condotto dalla sua stessa filosofia agli studi grammaticali seguendo Crisippo,
sostenne invece la teoria dell'irregolarità grammaticale. La conclusione della
disputa fu come sappiamo, l'accettazione del principio della recta
coìisìictudine, cioè della contradizione organizzata . Chi sistemò tutta la
scienza grammaticale dell'antichità fu Dionigi Trace, la cui Tèyyr)
yQajufiaxatr} tenne il campo per oltre due secoli fino ad Apollonio Discolo,
compendiata, commentata, amplificata. Per dare un esempio dello spirito ancor
tutto greco sottile e classificatorio di Dionigi, è stato già osservato che
egli coniuga anche le forme verbali logicamente corrette, benché non usate. I
Romani, di questo periodo, copiarono i Greci: Varrone è sotto l'influenza della
disputa tra analogisti e anomalisti, nella quale non riesce a veder chiaro. La
sofistica ebbe ancora un'ultima e non meno forte efficacia sulla grammatica, con
Apollonio, il quale si sforza di darle un carattere scientifico, rapportando
ogni singolo fatto linguistico a una legge logica. Egli sostiene il principio
che ogni parte del discorso procede da un'idea che gli è propria: 'Ekclotov òè
ui'Tox' è§ ìòiag èvvoiag àvàyeuai, e vi fonda su tutta una nuova sintassi di
reggimento, che, accettata poi dai grammatici romani, segnatamente da
Prisciano, ritornò quasi integra dopo la deformazione che n'ebbe fatto il
Medioevo, al Rinascimento, e in molti particolari accolta dai Portorealisti e
dai grammatici logici dell'Enciclopedia, rimane ancora, con le debite mo Croce,
Estetica cit., p. 498. Capitolo ottavo 245 dificazioni che il tempo apporta, in
tutta la grammatica moderna. Ma, com'è stato ben osservato, Apollonio, non
fondando la sintassi sullo studio della proposizione, ma sulle singole
categorie grammaticali, non ha costruito una grammatica filosofica. Dopo di lui
(sec. II) fino appunto a Prisciano (sec. VI) la grammatica ebbe dai trattatisti
romani vari rimaneggiamenti, ma nella sostanza non fu modificata ('")• Con
Donato (sec. IV), il più metodico, e Prisciano, il più infuso di spirito
"filosofico, servì al Medioevo e risorse tal quale nel Rinascimento, che,
come abbiamo già visto sull'esempio del Perotti, congiunse Donato e Prisciano,
perduta però ogni coscienza dell'origine della funzione delle categorie.
Codesta perdita era già avvenuta nel Medioevo, Apollonio ha avuto un diligente
e acuto illustratore in un grecista di gran valore, l'Egger, il quale per altro
lo critica dal punto di vista della grammatica generale quale era stata
sistemata in Francia. V. Apollonius Dy scole. Essai sur l'histoire des
thèories grammaticales dans l'antiquitè par E. Egger, Paris. À part des erreurs
de détail qui seront relevées dans les chapitres suivants, sa classification
des parties du discours est, en general, fort louable, parce qu'elle ne
méconnait ni l'unite essentielle de la proposition, ni la variété très-réelle
des mots qui concourent à former une phrase. Réduire à trois les parties du
discours sous prétextes que la proposition n'a que trois termes élémentaires,
c'est taire abus de logique; comme se serait, en quelque sort, faire abus de
grammaire que d'admettre douze ou quinze partie du discours en donnant ces nom
aux espèces secondaires au lieu de le réserver pour les véritables genres.
L'observation des mots et l'analyse des idées, la grammaire positive et la
logique sont deux sciences distinctes, dont l'alliance produit ce qu' on
appelle la philosophie des langues. Pp73'4L'Egger è un credente nella grammatica e anche
nella logica formalistica: come non si abusi né della grammatica né della
logica a riconoscere otto o nove parti del discorso, invece di tre o di
quindici, è un segreto che sanno solo l'Egger e i suoi compagni di fede: che
cosa sia poi la filosofia del linguaggio fondata sull'alleanza della grammatica
e della logica, ci è ben noto. (2) Un particolare contributo all'elaborazione
della grammatica antica avrebbero recato i grammatici romani specie per ciò che
concerne la sintassi dei casi, secondo il Sabbadini, Elementi nazionali nella
teoria grammaticale dei Roma?ii, in Studi di filologia classica, dove, anche si
nega, contro Golling [Ristorisene Grammatik der latemischen Sprache) che la
riforma della grammatica scolastica latina risalga a Guarino, per la storia
delle cui Regole il Sabbadini stesso rimanda al suo libro La scuola e gli studi
di Guarino Guarirti veronese, Catania] in cui logica e grammatica si
disciolgono dai comuni vincoli onde fin dalla nascita s'erano mantenute legate
nei GRAMMATICI RAZIONALI come Apollonio, per sottomettersi entrambe a un
processo di decomposizione e di degenerazione: la grammatica, prima delle
scienze del nuovo canone, e, rimasta, ne' secoli di maggiori tenebre, quasi
l'unica a esser coltivata, diviene un campo di esercitazioni pedantesche e di
polemiche interminabili su argomenti oziosissimi (se tutti i verbi, p. es.,
abbiano il frequentativo; se ergo abbia il vocativo ecc.; la logica,
analogamente, che pur con Aristotile s'è sollevata alla scoperta di principi di
vero carattere scientifico, ha nella scolastica la sua massima espansione
formale, perdendo tutta la vitalità che aveva avuto da Aristotile, il quale
peraltro rimase al giudizio dei critici del Rinascimento il responsabile dello
strazio che s'era poi fatto di lui. Contro la doppia degenerazione della
grammatica e della logica sorsero ben presto le proteste. Rinuccini lamentato
che i grammatici passassero tutto il loro tempo in fantasticherie, lasciando il
più utile della grammatica; lunga da se la fanno lunghissima, ma la
significazione, la distinzione, la temologia de’vocaboli, la concordanza delle
parti dell'orazione, l'ortografia, il pulito e proprio parlare litterale niente
istudiano di sapere. Di quelle terribili dispute è documento notissimo il
Bellum grammaticale, così fortunato, di Guarna salernitano, dove quei due
potentissimi re che sono il nome e il verbo inter se contendtint de
principalitate orationis . Le riforme, già in qualche modo invocate dai corifei
[Testimonianze varie e numerose delle lotte tra le scuole grammaticali del
medioevo si possono raccogliere nella monografia d’Ancona, Le rappresentazioni
allegoriche delle arti liberali nel m.-e. e nel rinasc., in L' Arte. In
Wesselofskv, // Paradiso degli Alberti. Ritrovi e ragionamenti del 1.389.
Romanzo di Giov. da Prato, Bologna. (Vi Parisiis, Ex officina Roberti Stephani.
VI (ma la prima ed. è Parmae, per Fr. Ugolettum et Octavianum Salàdum): a. e.
3, Griimaticale bellum nominis et verbi regi!, de principalitate orationis
inter se contendentium, Andrea Salernitano patritio Cremonensi authore. La
sentenza della lite fu che: in conficienda solenni oratione uterque Grammaticae
rex cimi suis sequacibus conveniat, Verbum scilicet et Nomen, Participium,
Adverbium, Prepositio, Interiectio, et Coniunctio. In quotidiana vero et dell'
Umanesimo e particolarmente dal Petrarca, che si scagliò contro gli scolastici
insanum et clamorosum vulgus , degeneri d'Aristotile, schiccheratori di
frascherie , guastatori dell'insegnamento elementare (l), furono richieste con
insistenza nei primi anni del Cinquecento: esse miravano al contenuto, al
metodo e alla lingua dell'insegnamento scolastico della logica. Il Vives, nel
II libro intitolato Grammatica della sua opera De causis corruptarum artìum
sosteneva che la lingua dovesse esser presa dall'uso vivo (3). Ramus lamenta
che VARRONE (si veda), Prisciano, Diomede, Festo non si leggessero più, e di sé
racconta. Grammaticam puer miseris adhuc temporibus et dialecticam fere eodem
modo doctus sum, disputando de praeceptis et altercando. La grammatica poi
voleva che fosse insegnata sugli scrittori: nec familiari oratione, soli Nomen
et Verbum, onus sustinebunt, arcessentes in patrocinium suum quos ex suis
volent. e. 35. Qui s'è inteso fare all'ingrosso una distinzione di poesìa e
prosa, di arte e pensiero, di fantasia e d’intelletto, insomma della funzione
estetica e della funzione logica, su questo fondamento vacillante, sebbene
fosse appunto qui da fondare la distinzione, che il parlare artistico, poetico,
sia il solenne, il fuori dell’ordinario, e il prosastico, non artistico,
puramente logico, il quotidiano e familiare. Altre minori sentenze in Bellitm
riguardano i rapporti tra il relativo e l'antecedente, tra l'aggettivo e il
sostantivo, tra il reggente e il termine retto, il determinante e il
determinato, la orazione perfetta e la non perfetta, la novità, il barbarismo,
ecc.: materia, come ognun vede, quasi tutta logica, che ci spiega, confermando
la nostra tesi, la fortuna del libretto; ristampato spesso (p. es., Cremona), è
anche tradotto in versi {Race, d'opusc.), e in sestine anacreontiche da Ricci,
Firenze. In N. Busetto, Fr. P. satirico e polemista. Caldi, La critica contro
la logica aristotelica e l' insegnamento scolastico, Udine. Le citazioni
seguenti di Vives, Ramus e NIZOLI (si veda) son prese da questa esposizione
riassuntiva. Vives è un gran propugnatore del metodo pratico nell'apprendimento
delle lingue (cfr. De studii puerilis ratione, Oxoniae), e lo applica in
un'opera [Flores italici ac latini idiomatis: ho l'edizione di Venezia), che
ristampata con la traduzione nel 1779 (del Carlini, in Venezia, col titolo
Colloquj latini e volgari), è raccomandata in nuova veste anche oggi, se non
erriamo, dal Turri. E una conversazione perpetua tra maestro e discepolo su
cose e fatti della vita ordinaria llevata della mattina, il primo saluto,
l'accompagnamento a scuola, quei che vanno a scuola, la. lezione, il ritorno a
casa e i giuochi de' fanciulli, la refezione scolastica, ecc.). grammaticam
puerum solis grammaticae praeceptis futur.um putamus; sed exemplis poétarum,
oratorum omnium denique hominum pure et latine loquentium eognoscendis
imitandis. Anche il Nizoli raccomandava lo studio della grammatica e della
rettorica senza cui omnis doctrina est indocta et omnis eruditio inerudita, e
confrontandole con la dialettica e la metafisica diceva: grammaticae et
rhetoricae praeceptiones ac traditiones sunt multo veriores dialecticis et
metaphysicis, et omnino ad veritatem investigandam, recteque philosophandum
longe utilior magisque necessaria est grammaticae et rhetoricae cognitio quam
dialecticae et metaphysicae . L'anno in cui il Ramus otteneva il grado di
professore nell'Università di Parigi, sostenendo vittoriosamente la tesi che le
dottrine di Aristotile, nessuna eccettuata, erano false, e in cui in Italia si
pubblicava la Poetica nel testo greco dal Trincaveli, nella versione latina del
Pazzi, può essere riguardato, ha ben osservato lo Spingarn, come il principio
della supremazia di Aristotele in letteratura e del declinare della sua
autorità dittatoria in filosofia. Con la Poetica aristotelica, come poco
appresso con la sua Retorica, risorgeva appunto la critica delle categorie
grammaticali, che avevano nell'una e nell'altro la loro descrizione: nei
medesimi anni si ripubblicava il De iyiterpretatione, già diffuso con
lunghissimi commenti per le stampe sul finire del Quattrocento, e con esso
medesimamente era ripresentata alla disputa la teoria della proposizione. Nelle
versioni ed esposizioni di queste opere aristoteliche viene, come dicevano,
esaurito quell'interesse per la grammatica generale che abbiam visto mancare
alle grammatiche empiriche: e i medesimi problemi, benché sotto altra forma, ci
ritroviamo dinanzi con BORDONI (si veda) Scaligero e il Sanzio critici della
grammatica tradizionale latina, e rappresentanti d'un aristotelismo
ammordernato. La differenza tra le opere critiche anteriori o estranee alla
diffusione dei testi aristotelici e delle loro versioni e quelle posteriori, e
che ne subirono gli effetti, è sensibilissima. Ba[ (1 Magentini in Aristotelis
librum de interpretatione explanatio Joanne Baptista Rasarlo interprete,
Venetiis apud Hieronymum Scotum. Aristotelis jtsqì 'JEQfirjveias, hoc est, de
interpretatione liber, a magno Angustino Nipho Philosoplw Suessano interpreta
tus et expositus, Venetiis, apud Octavianum Scotum D. Amadei.] sterà addurre
qualche esempio. Un testo di rettorica che veniva ristampato intorno agli anni
in cui si ripubblicavano i testi della poetica d'Aristotile, è la Retorica di
Ser Rrtinetto Latini in volgar fiorentino . Orbene, la trattazione grammaticale
di codest' opera è ridotta a semplici accenni. Nel Libro primo della inventione
over trovamento di M. T. C. tradotto e comentato in volgare fiorentino per Ser
Brunetto Latini Cittadino di Firenze è detto: Dittare è uno diritto et ornato
trattamento di ciascuna cosa convenevolmente a quella cosa aconcia. Questa è la
diffinitione del dettare, e perciò convien intendere ciascuna parola d'essa diffinitione.
Onde nota che dice diritto trattamento, -perciò che le parole che si mettono in
una lettera dettate debbono essere messe a diritto sì che s'accordi il nome col
verbo, e '1 mascolino col feminino, e '1 plurale, e '1 singolare, e la prima
persona, et la seconda, et la terza, et l'altre cose che s'insegnano in
grammatica, delle quali lo sponitore dirà un poco in quella parte del libro,
che sia più auenante, et questo diritto trattamento si richiede in tutte le
parti di retorica dicendo, et dictando (z). E al luogo indicato l'esposizione
va veramente poco più in là di queste semplici linee della sintassi di
concordanza: tutto, come si vede, si riduce all' affermazione del principio
della rettitudine: è il principio grammaticale puro e semplice della antica
rettorica di CICERONE (si veda) quale conserva il medioevo, senza che tra esso
e IL FONDAMENTO RAZIONALE (“logico”) DEL DISCORSO – Grice – è avvertito alcun
altro nesso e sia affatto accennato il problema delle CATEGORIE grammaticali e
sintattiche e MORFO-SINTATTICHE. Medesimamente nelle divisioni della Poetica di
TRISSINO (si veda) apparse in luce nel 1529 (:ì), dove si seguono ALIGHIERI (si
veda) e Antonio da Tempo (Aristotile, qui semplicemente nominato per la
definizione della poesia, è invece il maestro seguito nella quinta e sesta
divisione), la trattazione grammaticale non [Stampata in Roma In Campo di Fiore
per M. Valerio Dorico, et Luigi fratelli Bresciani. Il testo è corredato di
un'esposizione marginale. K. In Vicenza per Tolomeo Janiculo. Nel MDXIX, Di
Aprde. La quinta e la sesta divisione della poetica di Trissino. In Venetia,
appresso Andrea Arrivabene. ...e non mi partirò dalle regole, e dai precetti de
gl’antichi, e spetialmenK' di Aristotele nel LIZIO, il quale scrive di tal arte
divinamente.] si distende molto di più che nel De vidgari eloqueyilia, mentre è
assai più sviluppata quella della scelta delle parole. Illustrata la elezione,
che fa ALIGHIERI (si veda) de le parole, che si denno usare ne le canzoni: la
quale ne in tutto loda ne in tutto vitupera , espone la particolare elezione
che egli ha escogitato, le varie forme del dire (chiarezza, grandezza,
bellezza, velocità, costume, verità, artificio), che si debbono adoperare, e le
passioni de le parole , che è materiale .grammaticale, e che non son altro che
le quattro tradizionali figure grammaticali: Soprabondantia, mancamento,
mutazione e trasposizione (Div. I). A proposito de le rime (Div. II), tratta a)
de le lettere; b) de le sillabe; e) de li accenti (*). Nella terza divisione (
De l'accordar de le desinenzie ) e nella quarta (Del Sonetto, delle Ballate,
delle Canzoni, de' Mandriali, de' Sirventesi), nulla vi ha, naturalmente, di
grammaticale. Viceversa nella quinta e sesta, le quali trattano della inventiva
della Poesia, e della sua imitatione, e dei modi, coi quali si fa la detta
poesia, cioè della Tragedia, dello Heroico, della Comedia, della Ecloga, delle
Canzoni e Sonetti, e d'altre cose simili , ritorna, certo per effetto del
maggiore svolgimento che la teoria dell'elocuzione aveva ormai avuto, a parlare
più ampiamente delle conversioni, e le figure del parlare, di quello che nella
Tragedia havemo fatto, la qual cosa apporterà molta utilità, et ornamento a
tutti i poemi, che havemo detto, e che dicemo . Così tratta delle conversioni
[tropi] delle parole (onomatopeia, epiteto, catacresi, metafora, metalepsi,
sinecdoche, metonimia, antinomasia, antifrasi, ecfrasi), e delle conversioni
della construttione (figure: pleonasmo, perifrasi, iperbato, parembola,
pallilogia, epanafora, epanodo, homoteleuto, pariso, paronomasia, elipsi,
asindeto, asintacto, che si ha scambiando il genere de' nomi, il numero
(Enalage), spetie e casi, congiunzioni, preposizioni, adverbi, lasciando
preposizioni ecc., benché queste cose si po Io sono stato un poco diffuso in
questi toni, perciò, che sì come i Latini, et i Greci governavano i loro poemi
per i tempi, noi, come vederemo, li governiamo per li toni; benché, chiunque
vorrà considerare la lunghezza, e brevità di alcune sillabe, così gravi, come
acute, trarrà molta utilità di tal cosa, e darà molto ornamento a li suoi
poemi. Qui è come un germe della dottrina del Tolomei su la nuova poesia, quale
espose dieci anni dopo.] trebberò anchora riferire all’elipsi, facendo
apostrophe ecc., prosopopeia, diatyposis, ironia (e sarcasmo), allegoria,
iperbole). Così nella Dichiaratione, onde SEGNI (si veda) accompagna la sua
versione ITALIANA della Rettorica e della Poetica d'Aristotile, già si
avvertono tracce d' un maggior interesse per le categorie grammaticali e sintattiche
e MORFO-SINTATTICHE. Qui cade in acconcio un'osservazione. Saint-Hilaire, per
impugnare l'autenticità di quella parte della poetica aristotelica, dove si
tratta della locuzione, ha detto, come s' è visto, che ce n'est plus de la
poetique, c’est de la grammaìre. Ma tale considerazione muove dal pressupposto
che l'espressione linguistica è di esclusiva pertinenza della logica, mentre,
se la grammatica non è ne la logica né l'estetica, in quanto materiale
espressivo, è di pertinenza d'entrambe. Questo spiega come (sia o non sia, così
come e' è pervenuto, d’Aristotile, il brano che si giudica interpolato) il
filosofo, che fa un’osservazione capitale circa l'esistenza di altre
proposizioni, oltre l’emendative esprimenti il vero e il falso (logico), che
non dicono né il vero né il falso (logico), come l'espressioni delle
aspirazioni e dei desideri (£##)) e che son perciò di pertinenza non già
dell'esposizione logica, ma della poetica e della rettorica, spiega, dicevo,
come il filosofo tanto nella poetica e nella rettorica qifanto nella logica è
tratto a occuparsi in quelle d’analisi grammaticale-rettorica, in questa di
analisi logico-grammaticale, nelle proporzioni e differenze volute da quelle
discipline – o rami della filosofia -- particolari. Infatti nella poetica, la
disciplina o rama della filosofia dell'arte pura, sono formate con maggior
compiutezza le parti di tutta la locuzione non senza accennare alla bontà della
locutione (barbarismo – solecismo, malaprop – A nice derangement of epitaphs --,
METAFORA –you are the cream in my coffee --, nome ornato, nome proprio – Fido
--, allungamento, concisione e cambiamento del nome). Nella rettorica, la
disciplina o rama della filosofia della parola ornata in servizio della mozione
degl’affetti -- prottesi di H. P. Grice -- e della persuasione, s' illustra con
egual compiutezza la dottrina dell'oratione (pendente Rettorica, et Poetica
d'Aristotile, Trad. di Greco in Lingua Vulgare Fiorentina da SEGNI (si veda),
Gentil' Incorno, et Accademico Fiorentino. In Firenze, appresso Torrentino,
Impressor' Ducale. Croce, Logica e grammatica. Croce, Estetica.] distesa (Caro
), distorta = ripiegata (Caro)) nel periodo; nel jteqì 'EQ/Lirjveias, teoria
della proposizione emendativa, l'espressione più semplice dell'attività logica,
si tratta del nome e del verbo in quanto nel giudizio rappresentano lLuno il
sostantivo, il soggetto, l'altro il predicato. ypfL'autorità d'Aristotile ha
perpetuato tali dottrine e tale sistematica, che l'era classica
dell'aristotelismo letterario, e anche dopo, NON SOLO IN ITALIA, ma fuori,
attrassero invincibilmente l'attenzione e lo studio dei dotti. Ripresa la
disputa medioevale intorno alla classificazione delle rami o discipline della
filosofia imperniata sul raggruppamento aristotelico, s'indagarono con
sottigliezza pedantesca i rapporti delle varie rami o discipline della
filosofia e particolarmente della grammatica razionale o filosofica, della
rettorica, della poetica, della isterica e della logica, congiunte, come già la
seconda, la terza e l'ultima sono state da Aristotile, nell'unica categoria di
filosofia pratica. E anche in questo si può constatare il progresso del
logicismo aristotelico, fin tanto che i termini di gusto e di fantasia non
sorgono a detronizzare quello di ragione. Lìl isterica, iniziata dagl’umanisti
(Pontano, Actius dialogus e Valla, Dialedicae disputationes contra Aristote
lieo s), ha nella classificazione di Varchi il suo riconoscimento ufficiale,
quando già flveva avuto dal Robertello, De historica facilitate, un ampio
trattato, e, per effètto dell'importanza assunta dalla storiografia umanistica
e di quella che vienne assumendo con gl’eminenti storici nostri, feconda in
questo secolo una letteratura ricchisima. Pure alcuni dei medesimi trattatisti
la mettono come in una posizione d'inferiorità rispetto alle altre rami o
discipline della filosofia, quasi una loro schiava: l'historico, dice Speroni,
bene accorderà, se in descrivendo le cose sue ricorrerà alla Gramatica, et alla
Retorica, et tali' hora anche alla Poesia, a lor precetti artificiosi di tutto
core obbligandosi; la Poesia esser arte [Rettorica d'Aristotile fatta in lingua
Toscana dal Conmi. Annibal Caro, in Venezia. Essendo il parlare composto di
nomi, et di verbi, et essendo i nomi di tante sorti, di quante nella Poetica
s'è dimostrato: Intra tutte le dette sorti, dico, ecc.. Rhet.y III, nella cit.
versione di Segni. Vedine i titoli in Bernheim, La storiografia e la filosofia
della storia, trad. Barbati, Palermo, App. Bibliografica. Dell' Historia,
Dialoghi II in Dialoghi.] più nobile dell'Historia, pruova Aristotile, perchè
eli' è dell'Universale, e la Historia è del particolare. Insomma: la Grammatica
– o letteratura --, insegna parlar drittamente, la Historia parla, la Poesia
imita, la Rhettorica prova persuadendo nelle città, la Dialettica prova
sillogizzando la opinione . Ma ZABARELLA (si veda), interlocutore, con
Antoniano e Manuzio, nel Dialogo di Speroni), che è uno degl’ultimi
rappresentanti dell'insegnamento aristotelico, nella sua ampissima opera sulla
natura della logica, va ancora più in là, e, mentre fa della rettorica e della
poetica due parti sì bene distinte della logica, nega quest'onore, non che alla
grammatica, alla isterica, che bistratta spietatamente. Ars tamen historica non
modo ab Aristotele, sed a nemine hactenus -- ma questo non era affatto vero --
scripta comperitur. nec fortasse digna est, in qua scribenda tempus conteratur:
ea namque in simplici, ac nuda rerum gestarum narratone consistit. At Historia
nil huiusmodi tractat. sed est nuda gestorum narratio, quae omni artificio
caret, praeterquam fortasse elocutionis, quod quidem, et alia eiusmodi quisque
sanae mentis extranea, et accidentaria ipsi historiae esse iudicaret; quicquid
enim artificij in historia notari potest, illud omne vel a Grammatica, vel a
Rhetorica, vel ab aliqua arte desumptum est. GRAMMATICA ENIM NON EST LOGICA,
Historica ars non datur. ZABARELLA (si veda), Opera Logica, Coloniae, Sumptibus
Lazari Zetzneri, CI3I3CII (ma la prima ed. del De natura Logicae è anteriore. In
che senso ammetta lo Zabarella che la poesia sia una forma di FILOSOFIA, fu già
spiegato dallo Spingarn. Quanto alla relazione della rettorica con la logica,
basti qui osservare che ZABARELLA si fonda sull'autorità di Aristotile, il
quale (Rhet.) dice che oratoriam artem in argumentationibus consistere, quas
etiam ipsius orationis corpus asserit, e riprende i retori de’suoi tempi, che,
lasciando la parte argomentativa, insegnano solo l’elocutio, estranea alla
natura di quest'arte. Compito del retore è movere gl’affetti -- la prottesi di
Grice, influencing and being influenced -- per mezzo degli argomenti. Elocutio
autem est saltem accidentaria, et secundaria respicitur. Patet igitur non esse
necessariam, neque perpetuala inter has duas artes differentiam illam quae per
manum clausam et apertam significatur. L'immagine della mano chiusa e aperta
per dinotare la dialettica e la rettorica è già definitivamente consacrata
nell' Origini d'Isidoro. In queste trattazioni vienne naturalmente a esser
elaborato il concetto della grammatica e delle sue categorie, e, più
particolarmente ne’luoghi in cui veniva esposta la teoria dell'elocuzione
specifica per ciascuna di quelle scienze o arti o facoltà, come variamente è
apprezzata. Si determinarono così quattro diverse nature di periodo. Lo
storico, il retorico, il poetico o ritmico, il logico, e la grammatica è
riservata a insegnarne la dirittura formale. Questi nostri dotti si trovarono
così per le mani il vero problema delle manifestazioni di tutte le attività nostre
conoscitive, MA IL FILO D’ARIANNA, CHE È LA NATURA DEL LINGUAGGIO, NON È
RITROVATO, E SI PERDE NEL LABIRINTO. Il periodo retorico e poetico, che la
scienza moderna, identifica, è la forma espressiva della verità, intuita, il
logico del concetto, l'istorico della realtà. Il filosofo, dirò con parole
eioquentissime, che guarda il cielo e non riconosce la terra sulla quale pone i
piedi, è un'astrazione o una deficienza: il concreto, il perfetto è l'uomo che
immagina, pensa e riconosce l'immaginato: l'uomo, che vive la realtà
nell'intuizione artistica, la pensa nel concetto filosofico, la rivive nella
riflessa intuizione storica, nella quale si acqueta compiutamente, perchè il
circolo del pensiero è chiuso (2). Delle categorie grammaticali e sintattiche
elaborate fuori delle grammatiche propriamente dette e' informano largamente, e
su esse pertanto fermeremo la nostra attenzione, due opere ben caratteristiche
e. importanti, la Retorica deb Cavalcanti O e la Poetica_de\ Castelvetro.
Quella, anche per quanto riguarda [Si ricordino a questo proposito e per
maggiormente convincersi che non è possibile un'indifferenza teorica per
uniforma che in pratica, cioè nella coscienza dei produttori di letteratura, ha
un così grande valore, l’acute osservazioni di SANCTIS (si veda) sopra il
periodoe l’ottava, le due forme analitiche e descrittive di Boccaccio, divenute
la base della letteratura, Storia, e sulla parodia che della loro degenerazione
ne fa col suo LATINO MACCHERONICO Folengo. Croce, Lineamenti d’na logica. La storia
come il resultato dell'arte e della filosofia. La retorica di Cavalcanti. In
Vinegia, appresso Gabriel Giolito de'Ferrari. Poetica d' Aristotele
vulgarizzata, e sposta per Castelvetro. Riveduta, ed ammendata secondo
l'originale e la mente dell'autore. Stampata in Basilea ad istanza di
Sedabonis.] la logica, di cui olire un largo, minuto, chiaro riassunto.
Naturalmente, la prima ci mette sott'occhio le CATEGORIE SINTATTICHE E
MORFO-SINTATTICHE, la seconda le grammaticali. Della rettorica di Cavalcanti ci
riguardano più direttamente il libro della dialettica, e quello
dell'elocuzione. Le vie del persuadere riassumeremo quanto più brevemente è
possibile sono tre. Provare con argomenti, muovere l'auditore -- o IL
RECETTORE, dato che l’emissore puo ussare gesti – GRICE -- con passioni -- la
prottetica di Grice: influencing and being influeced -- ; procacciarsi fede e
favore da lui con quella maniera di parlare, la quale nomina costume. Di qui è
manifesto, che questa facultà è quasi un rampollo della dialettica e di quella
facultà la quale il LIZIO chiama civile. Le persuasioni sono artificiose e
SENZA ARTIFICIO – Grice, “Those spots mean measles – Grice’s FROWN.
L’artificiose si dividono in argomenti, affetti, costumi. Per trattar d’esse
convien considerare quattro cose: la forma, la materia, i luoghi, il modo di
sciorre gl’argomenti. In ultimo le sentenze. Argomento è ragione colla quale si
prova una cosa dubbia; argomentazione è espressione dell'argomento, ed essa
forma che gli si dà. Conclusione è quello che con argomento viene provato e
manifestato. Ora, perciò che la retorica, quanto agl’argomenti, dipende dalla
dialettica e gl’istrumenti, con i quali ella argomenta, e che come suoi propri
le sono stati assegnati, rispondono agl’instrumenti della dialettica, e da
quegli derivano: e' pare, che non si possa dichiarare bene la forma
degl’argomenti retorici, se quella dalla quale questa ha origine, prima non si
dichiara. Quest’inclusione dei principi logici nella rettorica è giustificata
da Cavalcanti colla considerazione che IL LIZIO ne tratta separatamente, perchè
i suoi libri della logica sono ben noti, mentre non ha ancora, ch'io sappia, la
nostra lingua parte alcuna della logica, o dialettica, che dire vogliamo. Le
maniere dell'argomentazione sono due: il sillogismo e 1'induttione, donde
discendono l’entimema -- ragionamento implicito di Grice -- e l’esempio, che,
secondo Aristotile, sono propri della rettorica. Il sillogismo categorico o
assoluto si fa di proposizioni assolute. La proposizione assoluta è un parlare
il quale afferma o nega qualche cosa [Non è perfettamente esatto. Per lo meno
s’ha già la Loica di MASSA (si veda). In Venezia per Bindoni.] dì qualche
altra, afferma quando a una cosa ne dà un'altra, come questa. “La virtù è
laudabile.” Nega, quando toglie, come questa. “Lw ricchezze NON sono il sommo
bene.” – Grice, “Negation and priation,” “Lectures on negation.” Quindi le
proposizioni rispetto alla qualità si dividono in affermative e negative. Per
quantità in iiniversali, particolari, determinate, ed indeterminate. Si hanno
così queste varie CATEGORIE – kantiane --. Universali affermative e negative;
particolari affermative e negative; indeterminate; determinate affermative e
negative. La proposizione si compone di soggetto e di predicato (‘shggy’). Es.,
“L'uomo è animale.” Llhuomo è il soggetto, del quale si dice, e si manifesta
l'essere animale. Il predicato è “animale,” o shaggy, che si attribuisce
all'uomo, et si manifesta di lui. Il soggetto e il predicato sono i due termini
–iniziale e finale -- della proposizione. Le altre particelle congiuntive NON
sono termini. I termini sono semplici o composti. Semplici come uomo, arte,
edifica, discorre, e in somma nomi e verbi. Composto è un parlare imperfetto
fatto di più termini semplici, come questo: “l’arte della guerra”. Nella
proposizione si possono trovare termini semplici e composti, un semplice e un
composto, ambidue semplici, ambidue composti. Es. “l'arte della guerra”
-soggetto, composto di termini semplici – “... porta ai soldati molti pericoli
-- che è l'altro parlare simile, PREDICATO. Il sillogismo è una specie di
parlare, nel quale essendo poste alcune cose ne seguita per virtù di quelle,
una diversa da quelle; le quali sono, o universalmente, o per lo più. Vi
concorrono TRE termini – Grice: Barbara --, due proposizioni, una conclusione.
I termini sono maggiore – SOGGETO – iniziale --, minore (estremità) –
PREDICATO, finale --, mezano (termine comune): perchè essendo il sillogismo un
certo discorso, nel quale noi INTENDIAMO [Grice: intending is essential! -- ]
di fare conclusione, e in quella unire l'una estremità con l'altra, non si può
far questo, se noi non usassimo un mezzo, che con l'una, et con l'altra
estremità ha qualche convenienza. La figura del sillogismo varia secondo la
disposizione del medio. Essa è una ordinata disposizione dei termini: e
ciascuna delle figure contiene più modi: e modo pare, che altro non sia che una
certa ordinatione delle proposizioni: e circa la quantità, come universali e
particolari; e circa la qualità, come affermativa, et negativa. Le figure sono
tre: della prima, distinta in quattro modi, le conditioni sono due: l'ima che
la maggiore proposizione sia universale: l'altra, che la minore sia affermativa
-- Barbara; della seconda, in quattro modi, che la maggiore sia universale, et
che la minore sia dissimile da quella; della terza, in sci modi, che la minore
sia affermativa, e la conclusione particolare. I LATINI, come CICERONE (si
veda), vuoleno estenderle a cinque, aggiungendo le prove. Ma queste fan parte delle
proposizioni, o sono nuovi argomenti. L'entimema è sillogismo imperfetto,
composto di verisimile, E DI SEGNI – semiotica di Eco. Aristotile vuole che
esso è il sillogismo rettorico. Vi manca una proposta che è concepita
mentalmente. Vi è poi, SECONDO I LATINI, il sillogismo hipotetico o SUPPOSITIVO
o CONDITIONALE – da: con-dire – ‘se p, q” -- dove il legame delle assolute si
fa col se e simili (o), onde le proposizioni risultano condizionali o
disgiunte, e anche copulate o copulative. La condizionale dividesi in
precedente e consegìiente. Analogamente si ha l’entimema condizionale.
Nell’induttione le universali si conchiudono per mezzo delle particolari. Ma
Aristotile le nega schietta natura rettorica. L'induttione rettorica per
Aristotile è Y esempio, un modo cioè di procedere dal particolare al
particolare, che si può moltiplicare e variare per affermativa, et negativa
assoluta, et condizionale. Superflue, rettoricamente, sono le altre forme del
dilemma ('complexio', sillogismo condizionale, congiunto o disgiunto), dell'
enumeratio (entimema assoluto) e della subiectio (altra forma di enumeratio),
submissio, oppositio, violaiio, collectio. Alcuni ammettono, infine, il sorite,
che è una massa di sillogismi, e può esser anche condizionale. Sì come la forma,
che io ho dichiarata, è la naturale, e (per dir così) pura forma
degl’argomenti; così e' si può alterarla, et variarla senza mutare la sostanza,
et la virtù di quella. Nel vero la eloquenza molto meno ammette (ed ecco che la
natura fantastica dell'espressione non logica richiede i suoi diritti!) quella
superstiziosa osservatione, e schifa volentieri ogni fanciullesca, minuta, et
bassa cosa; abborrisce tutto quello, che porta seco odore di scuola, et di
MAESTRO (Grice sotto Strawson), né può patire d'essere a così strette leggi
sottoposta. Sì come adunque è necessario dichiarare la naturale, et pura forma
de gli argomenti. Così fa di mestieri la tramutata et alterata dimostrare. E
qui Cavalcanti si fa ad esporre tutta la varietà degl’esempi, spesso valendosi,
come anche pel resto, degli schemi periodici del Decameron. Infine tratta della
materia (il probabile, il verisimile, I SEGNI – la semiotica d’Eco), dei luoghi
e del modo di scìorre gl’argomenti e delle sentenze. Basta, pel nostro
argomento, riassumere la dottrina de' luoghi. Pongo i luoghi in tre gradi. Il
primo contiene quegli, che sono nella sostaìiza della cosa: cioè la
diffinitionc. la descrittione –cf. Grice, ‘the,’ definite descriptor --, 1'
interpretatione del nome. Nel secondo pongo quelli che seguitano et
accompagnano la sostanza, et sono d' intorno alla cosa; i quali, senza fare
distintione di gradi tra loro, dico essere questi. Genere, spelte, differenza,
et proprio, tutto, parte, numero di spetie, et di parti, overo divisione,
forma, fine, causa efficiente, materia, effetto, uso, generatione, corruilioìie
. adherenti, luogo, tempo, modo, congiogati. Nel terzo grado sono i luoghi
presi di fuore, et disgiunti dalla cosa, sì che sono massimamente estrinsechi:
e questi sono il simile, la proportione, il dissimile, i pari, il più et il
meno, i contrari, i privativi, i rispettivi, i contraditlo?i, i ripugnanti,
l'autorità, la transuntione . Quanto all' elocuzione, Cavalcanti dichiara di
presupporre e di non voler replicare le cose che nella Grammatica di questa
lingua lussino dichiarate, o si dovessino ancora (non era dunque molto
sodisfatto delle grammatiche già compilate) più esquisitamente dichiarare circa
la nettezza, et l'altre conditioni del regolato parlare . Ma già questa
presupposizione dimostra, dato il fondamento di tutto il sistema, l'
inscindibilità anche di rettorica e grammatica. Muove perciò dalle parole sole,
che divide in proprie e improprie e, seguendo i grammatici, in animate e
inanimate; tratta della composizione delle parole, che, specialmente rispetto
al suono sono alte, basse, dolci, aspre, pigre correnti ; ma io non intendo far
qui una fastidiosa e quasi fanciullesca (per dir così) disamina di lettere,
sillabe, parole (era stata già fatta e minuziosa da Bembo, da Tomitano, da Lenzoni
e da altri). Si trattiene perciò di più su quel che nella continuazione del
parlare si richiede, circa 1" l'ordine e la commissura delle parole l'una
coll'altra; 2" i membri, i concisi, i periodi. Due sono i criteri
principali: 1" le parole di maggior forza e significazione devono 'esser
collocate prima, e le altre dopo; 2" è necessario che qualcosa divida e
posi il nostro parlare. Quel che in poetica è il verso, nella prosa è il
membro, un parlare, il quale finisce, o tutto un concetto separato da per sé, o
tutta una parte d'un intero concetto . Quando è breve, il membro si chiama
inciso o conciso: es., conosci te stesso; questa fu la rovina d'Italia. Tanto i
membri che gl'incisi sono legati o disgiunti. Il periodo, quale è definito da
Aristotile, è un parlare che ha principio, et fine per se stesso, et grandezza
da poterlo agevolmente tutto insieme comprendere: esso Capìtolo ottavo 259 é
una composizione di membri, et di concisi bene acconci a far compito e perfetto
tutto il concetto, che ella contiene, come dice Falereo . Qui, fatte altre
distinzioni del periodo, si affaccia a Cavalcanti un altro grave problema, che
egli risolve in modo in vero acuto e, date le premesse della dottrina generale,
conseguente: v òè negi Tfp> Aètjiv . Altro è invece il quesito da risolvere,
ed è precisamente questo: se le voci del verbo chiamato comandativo da
grammatici possano ricevere il significato del pregare, si come si sa, che
ricevono quello del comandare (l). E il Castelvetro lo risolve
affermativamente, anzi affermando che quanto al significato tra le voci del
verbo del modo chiamato da grammatici comandativo, e tra le voci del verbo
chiamato desiderativo non vi è differenza alcuna. E qui richiamandosi a quanto
ha già detto nella sua giunta al trattato de' verbi di messer Pietro Bembo , si
fa a spiegare come la sospensione della certezza dell'atto, 0 della privatione
, quindi il modo del desiderio e della preghiera (desiderativo, ottativo), si
ottiene in due maniere, o manifestando i due sentimenti (del desiderio e della
cosa desiderata) o uno manifestandolo e l'altro no: Ami io o Priego dio,
acciocché io AMI, valgono la medesima cosa. Protagora, invece di vedervi una
sospensione, vedeva nelYàeiòe una disposisione, mentre vi si può vedere e l'una
e l'altra, il che è affar di grammatica. E confuta un altro difensore di Omero,
Eusthathio, che intende Y àride come incitamento, perchè si comanda al minore,
si conforta, o s' incita l'uguale, et si priega il maggiore , e nel comandativo
non si ha determinazione di certezza, ma pure lo loda perchè mostra, meglio
d'Aristotile, d' intendere e riconoscere il vigore del comandativo. La
questione della funzione espressiva de’modi de’verbi è risorta anch'essa di
recente con rinnovate teorie grammaticali. Ma la definizione di essi s'è
dimostra inseguibile, perchè se può esser vero che, p. es., il CONGIUNTIVO –
cf. Grice, INDICATIVE conditionals -- esprima il pensato, non è vero l'
inverso, che cioè [Crediamo superfluo rilevare qui l'acutezza onde Castelvetro
pone il problema, meglio che non abbian saputo i moderni editori d'Aristotile,
non escluso Barthélemy Saint-Hilaire. La questione sollevata da Protagora, per
quanto sottile, è di grammatica, e il Castelvetro l'ha risoluta colla
grammatica e certo non meno acutamente di quanto avrebbe saputo fare un
qualsiasi moderno credente nella grammatica. Sicché, per un certo rispetto, si
potrebbe dir di lui, quel che è stato detto di filologi moderni, che ha ridotto
la grammatica da muro di bronzo a un sottilissimo velo, in cui. basti soffiar
dentro per distruggerlo, senza più adoperare il piccone: merito non piccolo,
certamente.] il pensato si esprima sempre col congiuntivo. Ed è il problema di
tutta la grammatica: dall'estetico al logico è lecito il passaggio, ma non è
lecito ripassare dal logico all'estetico, e dare una funzione espressiva alla
categoria ottenuta con una elaborazione logica dell'estetico e relativo
annullamento dell'espressione. Neil' iniziare l'esposizione delle parti della
favella poste da Aristotile (elemento, sillaba, legame,, nome, verbo, articolo,
caso, diffinitione), Castelvetro fa una prudente dichiarazione preliminare, che
cioè le cose di che si ragiona nella poetica possono anchora essere communi
alla prosa, ciò è alla ritorica, o anchora ad altra arte, et ad altri, che a
poeti, come alla grammatica, et a coloro che imparano a leggere: e su questa
distinzione torna più spesso ad insistere, mentre altra volta non tralascia
d'avvertire che queste differenze (delle vocali e delle consonanti) da quella
della lunghezza, e della brevità in fuori pertengono alla compositione (prosa),
et non a l'arte versificatola; e che versificatola e poetica non sono arti
disgiungibili, il che menerebbe ad ammettere, ciò che per lui non è, potersi un
poema comporre in prosa. Castelvetro sente vagamente il carattere intuitivo
della parola, ma la concezione fornialistica gl’impedisce di penetrarlo e
assumerne coscienza. Onde anche le infinite e minute distinzioni. Quelle parti
della favella egli classifica come SIGNIFICATIVE, non significative – “pirot”
--, divisibili e indivisibili, ricostituendole poi in tre gruppi: significative
e divisibili (diffinitione, verbo, nome, caso); non-significative e divisibili
(articolo – “the” – cf. “THE THE” Grice, ‘formal device’ --, legame, sillaba);
non-significative e indivisibili (elementi). Divisi gl’elementi (lettere) in
vocali e consonanti, classifica le une: per quantità di tempo; per diversità di
snono: di spirilo; di acce?ito; di preferenza; di nome (osservando che questa
consideratione tocca ne alla verificatola, ne alla compositione, ma alla
grammatica, et a colui che insegna a leggere); e le altre: 1" per
siniplicità, et compositione; per cominciare, et finire la sillaba; CROCE (si
veda), Siile, ritmo e rima, in La Critica. La definizione, che, correggendo
quella d'Aristotile ( OTOi%£tov /iri' inni' tp jteqì èQfir}veiag {Part.). Su
questo punto essenziale s’osserva, seguendo CROCE (si veda), che Aristotile ha
intuita la natura fantastica delle proposizioni non-logiche, ma che non riusce
a separare la funzione linguistica dell’espressioni dalla funzione logica, il
che lo conduce a gettare le fondamenta dell'estetica come è intesa
modernamente. Né purtroppo Castelvetro riesce a vedere nel grave problema più
chiaramente d’Aristotile. Ma è suo merito l'averne vista tutta l'importanza e
l'averlo riagitato. Da questo punto fino alla fine della sposizione della terza
parte della Poetica (Particelle) la trattazione esce dal campo strettamente
grammaticale per entrare nel dominio particolare della teoria dell’ornato, che
non c'interessa che indirettamente e per particolari punti di vista (p. es. pel
barbarismo e l’aggiunto). Onde ci fermiamo nella persuasione d'avere
sufficientemente dimostrato, esponendo, in ispecie, le teorie di Cavalcanti e
di Castelvetro, che il problema delle categorie grammaticali e sintattiche è
sebben fuori della grammatica propriamente detta, ampiamente e intimamente, per
quanto i tempi lo concedevano, trattato: sicché tutti gli schemi grammaticali
si può dire che sieno stati illustrati nelle loro origini e nelle loro
funzioni, e non solo gli schemi, sì grammaticali che logici, ma tutte l’altre
classi di accidenti grammaticali: il caso, la persona, il numero, il genere, il
modo, il tempo, ecc. Il punto di vista generale rimane, s' intende,
l'aristotelico, cioè il logico. Ma anche in questo, non che nel fatto stesso
d'aver ripreso il problema fondamentale della grammatica, è un progresso. SI
PREPARA LA VIA ALL’ELABORAZIONE DELLA GRAMMATICA RAZIONALE O FILOSOFICA alla
Groce. E al medesimo fine e coi medesimi mezzi forniti d’Aristotile, riuscivano
i critici della grammatica LATINA, BORDONI (si veda) Scaligero e SANZIO (si
veda). La divampante polemica tassesca, attirando sopra di sé o le attività
critiche o l'attenzione curiosa della maggior parte de' letterati d'Italia, non
è l'ultima cagione per cui, smorzandosi le minori polemiche intorno
agl’avvertimenti di Salviati e alle questioni linguistico-grammaticali, gli
eruditi e i grammatici sono come distratti dall'opera di legiferazione del volgare,
o meglio dalla continuazione d'un lavorio ormai secolare a cui per forza d'
inerzia e per quel consenso che sempre viene accordato alla tradizione forse
avrebbero, in mancanza d'altro, potuto attendere. Cade qui in acconcio un'
osservazione già stata fatta da altri a proposito della smoderata letteratura
dantesca contemporanea. Vi è in ogni periodo storico una folla di spiriti
inerti e oziosi, benché nelle loro ilia ca Una sommaria esposizione degli studi
e delle compilazioni di lingua, di grammatiche e di vocabolari nel Seicento,
come complemento del suo contributo alla storia della critica, ' La critica
letteraria nel sec. XVI ', diede in Ricerche letterarie, Livorno, 1897, pp.
2S8-312, F. Foffano, che, col Vivaldi, fu dei pochissimi a rivolgere l'attenzione
su questi prodotti letterari. 1 Su questa e le altre, U. Cosmo, Le polemiche
tassesche, la Crusca e Dante sullo scorcio del cinque e il principio del
seicento, in Giorn. st. d. leti, il. (:,j Croce, // monoteismo dantesco, in La
Critica. nifestazioni esteriori sembrino molto attivi, che ha bisogno di
gettarsi sopra l'argomento di moda e sfogare in esso un' inutile avidità di
sapere: dantisti oggi, manzoniani ieri, puristi ier l'altro, arcadi in tempi
meno recenti, lettori accademici, legislatori del bello, grammatici in più
lontane età. Tra il cader del Cinquecento e gli albori del Seicento, oltre la
tassesca e quella non mai interrotta della lingua, più altre questioni tenevano
agitata la repubblica letteraria, che ben rispondevano allo spirito che si
rinnovava, a quel bollor di vita, che potè sembrare e fu in gran parte
bizzarra, stranamente gonfia ed enfatica, ma che pur era vita: questioni che,
come le altre due specificatamente accennate, si riducevano e rientravano in
fondo tutte in quella generalissima della poetica, ormai cresciuta ed
organizzata in corpo sistematicamente completo e sviluppatissimo di dottrina,
che dall'Italia trasmigrava per tutta 1' Europa colta. Eravamo allora in quel
più acuto studio della poetica in cui la teoria, uscita ben determinata dall'
imitazione, nel diventar legge, cioè nel giungere alla sua codificazione
completa per esser subito poi, con lo scoppiar del razionalismo e le formule
dell' ingegno e del gusto, completamente disfatta, doveva essere applicata alle
opere d' immaginazione o già passate o che ora venivano spuntando: l' Orlando
Furioso, la Gerusalemme Liberata, Y Orbecche, il Pastor fido, oltre che la
Divina Commedia sempre immanente nell'ammirazione e nel cuore degl'Italiani,
benché cedesse ora il campo al Tasso; e ben si comprende come i dibattiti
teorici, intrecciandosi naturalmente alle polemiche personali la serie dalla
caro-castelvetrina già da noi discussa alle più recenti sarebbe lunghissima e
attirando su di sé gli spiriti accaldati, quasi non altro da fare lasciassero
ai letterati in questo campo di critica, cioè nell'unico campo della critica
allora aperto, che la parte d'attori o di spettatori appassionati nel gran
torneo schermistico. La grammatica, che dalla poetica era ritenuta quasi vile
strumento meccanico, cioè dunque facoltà considerata assai inferiore, perdeva
necessariamente ogni attrattiva. Senza dire che un altro sfogatoio erane le
lezioni onde risuonarono tutte le Accademie d'Italia, e specialmente ora quelle
di Firenze e di Padova; e che uno sfogatoio anche maggiore sarebbe stato tra
poco la prima edizione del vocabolario dell'Accademia della CRUSCA, su cui si
dovevano versare in tutti i secoli posteriori tanti fiumi d' inchiostro.
Capitolo nono 269 Ma all' infuori di queste circostanze clica taluno potrebbero
sembrar troppo esteriori ed estranee al movimento grammaticale, due altre
intimamente con esso connesse lo attenuarono in questo periodo: 1"
l'ordinamento scolastico; l'essersi detto quanto s'era potuto dire in fatto di
grammatica; cioè da una parte l' essersi con le ricerche e sistemazioni del
Salviati conchiuso il vero periodo produttivo delle osservazioni delle redole,
dall'altro il non schiudersi ancora le scuole all'accoglimento, non già del
volgare, ma del suo codice grammaticale. In sostanza quella che fu detta, ma,
come altrove accennammo, in fondo non fu, la reazione del volgare contro il
predominio tirannico del latino, si era affermata inalberando con la ferma mano
del Bembo il vessillo dell'uso trecentesco specialmente petrarchesco per la
poesia, decameronico per la prosa, e sotto quel vessillo e con quel duce aveva
lottato ostinatamente e finendo col trionfare, per tutto il Cinquecento:
antibembeschi più o meno valorosi, più o meno coerenti, non eran mancati; ma,
di contro ai comuni avversari, cioè i pedanti del latinismo, gli umanisti
bastardi e in ritardo, la lotta era stata più o meno concorde, e l'aveva
animata un medesimo spirito di modernità e d' italianità, e, felice espediente
o necessità storica che fosse, il segreto della vittoria era stato appunto
quell'essersi eletto a rocca di difesa un sicuro punto strategico, il Trecento,
donde si poteva fronteggiare l'esercito del classicismo antico senza perder
dietro sé le schiere dei novissimi soldati dell'arte moderna. In altre parole,
la causa del volgare si sarebbe vinta con una concessione, cioè non legiferando
solo sull'uso vivo, ma ponendo a base della nuova grammatica quanto della
lingua ormai vincente poteva parere ed era già consacrato da un periodo non
breve di due secoli. Comunque, con quell'orientamento o in quell'atteggiamento
s'era combattuto e vinto: di maniera che, da quella bibbia, in cui era stata la
fede, del Decameron e con quei fondamentali principi ond' era stata
interpretata, del Bembo, s' era finito di cavare, con gli Avvertimenti del
Salviati, tutto il nuovo credo grammaticale, con cui si doveva e parlare e
scrivere raodtrnamente e italianamente, e, quali e quanti si fossero i seguaci
di codesta dottrina, quali e quante fossero state le opposizioni, le
restrizioni e le riserve, il certo si è che ormai tutto si poteva • msiderar
come già detto, dimostrato, codificato, e nulla rimaner di nuovo da poter dire
e fare in quel campo: come succede quando una legge è sanzionata, ormai si
trattava di solo applicarla: in questo si poteva desiderare come un
regolamento, cioè uno strumento facile, che servisse di guida e di lume
nell'applicazione; e vedremo infatti tra poco il Lombardelli, il quasi
credutosi incaricato di compilar codesto regolamento, desiderare una grammatica
intera, piena, risoluta e facile, la quale appena si potrebbe cavare da tutt'i
detti Autori ; ma di una nuova produzione o investigazione grammaticale non si
sentì, e non si poteva nel fatto sentire, il bisogno, tanto più che, come ora diremo,
nei quadri dell' insegnamento scolastico la grammatica del volgare non era
ancora stata ricevuta come disciplina autonoma e necessaria. Anche qui, per
riflesso della più vasta guerra combattuta nel campo della cultura in difesa
del volgare, anzi per un conseguente movimento strategico (si pensi che nella
scuola, di natura sua conservatrice, le novità si fanno strada quando non sono
più tali), s'era lottato e, se non vinto, non anco per certo perduto, non dico
imponendo, ma accettando un patto conciliativo : l' insegnamento grammaticale
doveva esser impartito ancora con e per la grammatica latina e per l'uso del
latino, ma per mezzo, e non sicuramente in opposizione violenta del volgare:
così si sarebbe poi finito col conciliare in un medesimo insegnamento l'una e
l'altra lingua, pur sempre tuttavia, s'intende, con lo schematismo grammaticale
latino, sino a tanto che anche l' italiano non avesse avuto con la sua
grammatica il suo insegnamento ufficiale autonomo, che invero per la generalità
accadde assai tardi. Del resto, senza richiamarci alla più antica tradizione
dell' insegnamento rettorico de' dettatori bolognesi e di Dante stesso, che
potè esser maestro, se non di grammatica, di rettorica volgare ne' suoi cadenti
anni ravennati, né alla meno antica de' lettori quattrocentisti dello Studio
fiorentino disputanti anche di grammatica volgare intorno all'arte delle tre
Corone, basti il ricordare qui un fatto già accennato da noi come prova
d'un'altra dimostrazione, che cioè, vale a dire nel primo vero affermarsi della
grammatica del volgare, e un anno o due prima di quell' imbelle e non estremo
attacco del convegno bolognese in contradittorio preparato e fallito anche
perchè non preso sul serio a' danni dell'italiano, un anonimo grammatico
latinista, che, se è vera la congettura dello Zeno, del vetusto Donato
portavaanche il nome, dato che fosse quel Donato, veronese, che s'era distinto
nella pubblicazione di altrettanti lavori latini e greci col medesimo
tipografo, non s'era peritato di stampare una Gramatica latina in volgare ,
invocando, si badi bene a questa assai eloquente circostanza, invocando, dico,
perdono, se non ivi gli era riuscito di servare tutte le regole e osservazioni
della lingua volgare: Avete già veduta rettorica in volgare, aritmetica, geometria,
astrologia, medicina, filosofia, teologia, ed altre innumerabili scienze: avete
veduta eziandio gramatica della lingua volgare: non vi rincresca vedere ancora
questa della Ungila latina, non forse men necessaria di quell'altra. E se per
avventura, troverete non aver lui [l'Autore] servate tutte le regole ed
osservazioni della lingua volgare; perdonategli, perciocché non la volgare
gramatica, ma la latina vuol insegnarvi hi parlar volgare C). Opera nuova
questa non era, come l'anonimo autore non senza pur legittima compiacenza,
asseverava: poiché di grammatiche latine-volgari in volgare, come anche
latine-francesi in francese, argomentammo essersene divulgate necessariamente,
sebben poche, nientedimeno fin dal sec. XIII: nel sec. XV, nel pieno rigoglio
dell'umanesimo, codeste grammatiche latino-volgari, salvo rarissime eccezioni,
s'era tornati a dettare naturalmente in latino: il che spiega il vanto
dell'anonimo cinquecentista: ma sì era nuovo lo spirito e l'atteggiamento con
cui la pubblicava, e che era quello di chi pur aveva e non poco da concedere
così presto al volgare che veniva imponendosi perfino nei penetrali più intimi
del latino, cioè nella sua grammatica, come più volte vedemmo. Per entro il più
maturo Cinquecento numerose prove si potrebbero raccogliere di altrettali, ora
più ora meno ampie, concessioni e nei dibattiti e nei trattati e nelle scuole,
che per amore di brevità e perchè le istituzioni scolastiche non sono per
l'appunto l'oggetto diretto della nostra ricerca, noi tralasceremo: ma non
senza averne addotte alcune poche di età diverse quasi a stabilire le pietre
miliari d'una lunga via che doveva condurre alla logica risoluzione d'un così
complesso problema. Ne ho data una di poco posteriore al primo quarto del
secolo. Verso la VI qui. La grammatica della lingua romana in volgare, assai
più nota e divulgata, di Priscianese.] metà e poco prima d'essa, Fabrini da
Fighine così annotava un luogo del Sacro regno, da lui di latino tradotto in
volgare, del Patrizio: Discostandomi un poco dall'opinione del mio Patritio,
dico che non manco ne la volgare si debbe affaticare , perchè tutti che s'
hanno a dare a le scienze, debbono imparare prima bene la grammatica volgare,
cioè della lingua loro (:), osservazione parsa fortissima al Gerini, memore del
luogo del Varchi, in cui è affermato l'assoluto divieto, a cui non si mancava
senza esser puniti, di servirsi del volgare nelle scuole, e del De liberis
recte instituendis del Sadoleto, dove non si fa alcun cenno della lingua
italiana (s). Se non che questo silenzio e quello stesso divieto che cos'altro
dimostrano se non la forza irresistibile del volgare? Nel terzo quarto di
secolo, e precisamente, una prova più forte ce la fornisce quell'arguto
libretto, degno d'esser raccomandato ancor oggi a maestri di latino e di
italiano, che va sotto il nome di Aonio Paleario, uno degl' interlocutori del
Dialogo, anzi l'interlocutore, che, biasimando le false esercitazioni de'
grammatici, addita sull'autorità di CICERONE (si veda), i sani precetti, dal
titolo // graviatico ovvero delle false esercitazioni nelle scuole. L'operetta
è diretta agi' insegnanti di latino e a condannare il metodo di chiosare il
latino col latino già lamentato da Cicerone, e col quale in luogo delle buone,
e proprie parole, che aveva usate il buon Poeta, dichiarando così, [il
grammatico] poneva le non proprie, e non idonee (p. 37); così, cioè sosti I '
De la Teorica della lingua dove s'insegna con regole generali et infallibili a
tramutar tutte le lingue ne la lingua latina . In Venetia, appresso G. B.
Marchio Sessa et fratelli, Appresso Nicolini). Nella deci, a Cosimo de' Medici
accenna a una. pratica della lingua da lui fatta, che è un volume grandissimo.
Il canone del Fabrini si riassume in queste sue parole della medesima dedica:
Non trovo né trovai mai, né il più fedele, né il più dotto, né il più pratico
consigliere che la sperienza . La Teorica è una bella sintassi de' casi con
altre regole concernenti i gerundi, (piai è stata poi esposta recentemente ne'
volumetti tipo Gandino. In Venezia, appresso Domenico e Giov. Battista Guerra,
fratelli; ma la prima edizione è del 47. (J) Gerini, Codesto libro fu (rad. da
1. Montanari con annotaz., Ili ed., Parma, Fiaccadori, 1S47. (4) Venezia: ma io
ho l'edizione perugina del Costantini, MDCCXVII. Capitolo nono 273 tuendo ad
Arma virumqiu amo ' Ego Virgilius canto bella et Aeneam illuni hominem
fortissimum ', come farebbe chi, volendo chiosar la sentenza onde s'apre il
Decameron, ' Umana cosa è aver compassione agli afflitti ', dicesse 'è, existe,
appare: cosa, una faccenda, una impresa, una bisogna, umana di uomo, o mortale,
o di mortale, aver compassione, aver misericordia '. E qual metodo suggerisce
il Paleario? La parafrasi in volgare, la versione e la retroversione, cioè il
metodo comparativo che importa lo strumento e l'uso della grammatica e della
lingua volgare. Né, si badi, perdendo di vista gl'interessi del volgare, anzi
intimamente collegandoli con quelli del latino, in modo che gli uni non si
favoriscano senza insieme favorir gli altri. Voi dite , si fa dire Aonio dal
suo interlocutore, che il modo che tegniamo, nel leggere e nel dichiarare le
lezioni latine, farà, che non mai i fanciulli impareranno la lingua latina: e
l'epistole, che noi diamo volgari, acciocché le facciano latine, faranno, che
non mai sapranno scrivere non solamente un'Epistola latina, ma non pure una
leggiadra lettera volgare (p. 16), per poi così ammaestrarlo: dichiarate le
lezioni latine con la lingua volgare, e così esercitate i fanciulli che
repetano volgarmente, e non corromperete la lingua latina, ma in un medesimo
tempo insegnerete loro la copia, e la proprietà di due lingue, di maniera, che
in breve potranno verissimamente scrivere coll'una, e coll'altra, ed avendo
imparato da voi, potrannoi giovanetti esercitarsi in tradurre l'epistole di
Marco Tullio, ed essendo loro mostro dal Maestro le maniere, ed i modi di dire
diversi, scriveranno da loro stessi lettere, ed orazioni latine, e toscane
leggiadrissimamente (p. 52). E contro l'uso, prevalente anc'oggi nelle nostre
scuole, delle traduzioni dal volgare in latino, così esplicitamente ammonisce,
dandone lumi anche per l'arte dello scrivere in italiano: l'idioma della lingua
latina è molto diverso dal nostro volgare, ne è maggior sciocchezza al mondo,
che voler esser volgar latino, o latino volgare. Da questi errori sono nati gli
stili falsi Toscani del Polifilo, e gli stili falsi latini, o moderni, di che è
impestato il mondo: a volere scrivere dunque leggiadramente nell'una, e
nell'altra lingua, bisogna avere tuttavia l'occhio, e la mente a questa
diversità, ed oltre alle parole di tali lingue, i modi, le maniere, i tratti,
le grazie, gli ornamenti, li quali si mostrano sparsi negli scritti degli buoni
Autori, non altrimenti, che nelle più serene notti le stelle, nel Cielo. E,
additati i cattivi effetti che nascono e permangono per tutta la vita da
codeste false esercitazioni, acutamente osserva: e quello, che è cosa
maravigliosa, se alcuni si voltano, e si danno alla miglior letteratura,
avviene, perchè sono di eccellentissimo ingegno, il quale essendo avvezzo in
tutte le azioni sue a seguire la ragione, come verissima guida, veduto, e
conosciuto il vero, si, muove con grande impeto, e spezza, rompe e fracassa
ogni velo, ogni falsa opinione, che teneva occupato e prigione l'animo. Laonde
camminando col lume della ragione per nuova via, fanno cose miracolose. E senza
tuttavia abolire addirittura l' insegnamento della grammatica che riduce a'
suoi veri termini e contro cui arriva a formulare questo rivoluzionario principio,
" non fidarsi mai di regole di grammatico alcuno, manifestamente dimostra
che, se un esercizio giova, questo è di leggere gli scrittori e in essi
studiare le regole. Osservato che giovinetti riescono a scrivere
boccaccescamente e alcuna donna a scrivere petrarchescamente, domanda: Chi
insegnò a quella Donna? alcun maestro di grammatica le dette il Tema?... Chi
adunque le insegnò, altro che la diligenza nel leggere, ed osservare le parole,
conoscere i concetti, dilettarsi dell'armonia, de' numeri, ch'empiono le
orecchie, accendono l'animo all' imitare?. Non è peraltro per illustrare il
buon metodo consigliato da lui che noi ci siamo qm indugiati intorno alle
vedute del Paleario, ma specialmente per dimostrare coni' egli, discorrendo di
precettistica grammaticale latina, ha continuamente il pensiero al volgare,
senza il (piale, non era ormai più possibile 1' insegnamento classico e al
quale, ben s'argomenta, miravano le scuole stesse come a disciplina in cui non
era più lecito ormai non erudire i fanciulli. Un altro pedagogista tutt'altro
che moderno, Meduna di Motta [L'ufizio del gramatico, come poco dianzi
elicevamo, è insegnare con la lingua che ha propria, e che è comune a lui, ed
agli scolari; conoscere le parti dell’orazione, e variare, o declinare, come
voi dite, le parti declinabili, e congiungere attamente le parole insieme
sempre avendo l'esempio avanti cieli ì buoni autori, etc. Abbiam visto il
Lapini scriver in latino la grammatica del fiorentino. Ricordisi anche la
Contesa di cui si fece cenno. di Livenza nel Friuli, in una sua opera in tre
libri intitolata Lo scolare nel quale si forma a pieno un perfetto scolare,
discorrendo della Grammatica, che chiama, secondo l'antichissimo canone, madre
di tutte le altre discipline, e che, secondo lui, impone leggi all' ortografìa,
alla prosodia, all' etimo logia, alla sintassi, alle figure, ai tropi, alle
sentenze, all' 'analogia, raccomanda egualmente lo studio teorico e l'esercizio
pratico, il primo sui testi antichi e moderni quali il Valla e il Perotto, ma
aggiungendo che non si sarà grammatico senza aver imparato a memoria tutto
Donato con le regole di Guerino, per lasciar da un lato i Cantatici e i
Mancinelli • una vera indigestione, insomma, di grammatica latina d'ogni età e
d'ogni fatta. Eppure non dimentica la lingua volgare né di raccomandar in
proposito le Prose del Bembo, le Osservanze del Dolce, le Annotazioni del
Ruscelli, sparse, e la Grammatica del Castelvetro C), cioè tutti i veri
grammatici stati in voga nel Cinquecento fino all'anno in cui egli scriveva e
venivano in luce gli Avvertimenti del Salviati, che evidentemente ancora egli
non conosceva. Anche l'Antoniano, che il Castelvetro chiamò miracoloso mostro
di natura , ne' tre libri dell' Educazione cristiana de* figli ', dove
consiglia di liberar i fanciulli dalle molestie della grammatica, di cui non
intendono i termini, facendogliela apprendere indirettamente sugli autori, non
riprende qualche studio della lingua volgare e a tal uopo consiglia le
versioni. Finalmente, per arrivare al tempo in cui ci troviamo con la nostra
narrazione, due altri notevoli esempi dovrei addurre, quello del Possevino,
autore di un De cultura inge?iiorum e l'altro del perugino Crispolti, autore di
un Idea dello scolaro che versa negli studi (fi), entrambi scriventi nel 1604,
per confermare come la tradizione che Venetia, Fachinetti, -S ',yr. Cfr.
Gekinm. op. cit., II, 405. Correzione all' Er colano cit., p. 54. In Verona,
per Bustina delle Donne, 15S4. Il Castelvetro lo dice scolaro di L. G. Giraldi;
il Varchi, nell'Ere ola no (ed. cit., p. 423 e l'annotatore delle Opere di Sp.
Spero?ii (tomo II, p. 2ir) lo dicono scolaro del Caro, ma il Castelvetro (
Correa., in Ercol. cit., p. 32 lo nega. Cfr. Gkrini. Venetia, Ciotti. Cfr.
Gerini, Ant. Possevino scrittore educativo, in L'oss. scolastico, Perugia.] si
ricollega a quell'anonimo del 1529, fosse andata ormai mettendo sempre più
salde radici. Tuttavia e concluderò così questa lunga parentesi l' insegnamento
della grammatica volgare non era peranco ufficialmente riconosciuto , né aveva
perciò programmi e testi suoi, se anche indirettamente venissero ad essere
svolti gli uni e consigliati gli altri: e al consiglio bastavano i grammatici
cinquecentisti or or nominati, aggiuntovi naturalmente il Salviati. Queste le
varie cause onde secondo noi in questo periodo, che dal Salviati va al
Buommattei e al Cinonio editi che il primo di questi due cominciò ad attendere
all'opera sua non leggera né facile fin dal 1612, la rigogliosa fioritura
grammaticale cinquecentesca s'arrestò; ma senza, naturalmente, avvizzire ne
intristire del tutto. Non foss' altro, se anche non furono propriamente
grammatici nel senso ristrettissimo e compiuto della parola, avemmo due
diversamente benemeriti e orientati cultori delle discipline grammaticali, entrambi
senesi, come senesi furono in questo momento ben altri partecipi del movimento
linguistico, quasi l'accampamento di Firenze si fosse attendato a Siena, che di
valore per tutto il Cinquecento aveva mostrato notevoli esempi, basti ricordare
il massimo del Tolomei: Orazio Lombardelli, cioè, e Celso Cittadini: l'uno,
precettista pur esso d'una parte della grammatica, 1' ortografia, la pronunzia
e la punteggiatura, che, riassumendo e vagliando i meriti di precedenti
grammatici e vagheggiando un nuovo tipo di grammatica più nei rispetti
dell'assetto esteriore che del contenuto legislativo, additò, come conscio de'
bisogni d' un' educazione intellettuale più vasta e moderna per gli effetti
della produzione letteraria, se non un piano di riforma degli studi, certo un
sistema più organico e complesso dove fossero mostrati nella loro rispettiva
funzione i fonti dell'arte, gli strumenti, i metodi, i fini; l'altro, filologo
per proprio o per altrui merito, che, plagiario o no, dimostrò d'intendere il
valore delle indagini dei Tolomei, dei Castelvetri, dei Bartoli, divulgando i
principi e gli elementi di quella gramma (,'j Una Cattedra di lingua toscana tu
istituita, come s'è visto, dal Granduca: a Siena ne fu primo lettore il
Borghesi nel 1589. Col decreto del 1571 ricordato dal Borghini il Granduca
ordinò che fossero compilate regole della lingua fiorentina da leggersi in
tutte le scuole.] tìca storica, che, già rosi ben promettente nel suo giovanil
rigoglio e assurta già .1 fastigi veramente impensati, senza per altro che quei
cultori si stringessero scientemente come pochi ma saldi anelli di una catena
in una comune tradizione, doveva poi, a maggiore danno, almeno per tutto il
Seicento, quasi miseramente perire o giacere dispetta e scura, di contro alle
in gran parte inutili, infeconde e noiose logomachie intorno al vocabolario
della Crusca. Il Lombardelli, anch'esso già da altri lodato di non aver mai
disgiunto nella sua precettistica e nel suo insegnamento gli studi del volgare
da quelli del latino, non fu davvero poco ferace nella sua vita che non dovette
esser lunga: poiché delle sue opere, elencate tutte da lui stesso ne' suoi
Aforismi scolastici^, le grammaticali o che con la grammatica hanno una certa
relazione se non altro per il metodo, a prescindere dalla parte anche da lui
presa alla polemica tassesca, sono nientemeno che dodici. le più d' indole
strettamente ortografica o ortoepiche, altre quasi lessicali, e quasi tre
pedagogiche o didattiche: di tutte la più notevole è naturalmente quella dei
Fonti Toscani. Della principale di quelle ortografiche, V Arte del puntargli
scritti edita nel 15S5, ma di cui aveva già dato un saggio molto bene accolto
fin dal 66, sarebbe detto tutto quando, ri Gerini. In Siena presso Salvatore
Marchetti, 1603 (sono 887, distribuiti in 68 distinzioni). \z L'elenco è
ripetuto in Gerini. Quelle che più direttamente c'interessano sono: I. Dei
punti e degli accenti, clic ai nostri tempi sono in uso tanto appresso i Latini
quanto appresso i Volgari. In Firenze, per li Giunti, 1566. II. L'arte del
puntar gli scritti, formata ed illustrata, Siena, presso Bonetti. Memoriale
dell'arte del puntar gli scritti. In Siena, Bonetti, 158S (Verona, 1596). IV.
La difesa del zeta (già cit.). V. / riscontri grammaticali. In Firenze, due
volte e in Siena. VI. La pronuncia toscana. In Fiorenza, presso il Marescotti.
VII. L fonti toscani. In Firenze, appresso Marescotti (cfr. Conte Silvio
Feronio, // Chiariti, Dialogo, ove trattandosi de' fonti toscani d'Orazio
Lombardelli, si va ragionando d'altre cose. In Lucca, presso il Busdrago. Le
eleganze toscane e latine. In Siena, 1568, e in Firenze, Marescotti, 1587. IX.
LI giovane studente. \\\ Venetia. Gli aforismi, S conosciutane l'abbondanza e
la metodica trattazione della materia, si fosse ripetuto l'aforisma a cui egli
s' ispirò nel forviarla ed illustrarla: lingua fiorentina in bocca senese,
principio contradittorio, col quale egli cercò di trovare una via conciliativa
tra il primato fiorentino e il diritto che Siena s'arrogò e le fu riconosciuto
d'emular Firenze e che esprime, come vedremo, .issai bene uno de' nuovi aspetti
della rinnovantesi critica letteraria; ma, a lode del libro, occorre aggiungere
che ha il merito d'aver registrato, al cap. 4 della parte prima, per ordine
alfabetico, tutti i precedenti trattatisti italiani e latini della materia con
l'indicazione delle opere o de' punti particolari ih cui ne trattarono: tra i
latini, Aldo Pio Manuzio in calce libri quarti grammaticarìim institutionum, il
Valla al cap. 41 lib. YI Elega?iliarum, lo Scoppa, il Vives nel suo De ratione
studii; tra gl'italiani, il Franci, il Firenzuola, Cavalcanti (5'1 della
Rettorica), il Lenzoni (3a giorn. della Difesa della lingua fior, e di Dante),
il Tolomei (in una lettera a m. F. Benvoglienti), V Alunno, il Trissino, il
Ruscelli (in Del modo di comporre in versi e sopra il Furioso), il Salviati, il
Castelvetro {Sposiz. della i& particella della V parte della Poetica di
Aristotele), il Dolce, il Toscanclla, il Giambullari, il Bembo, il Neri
Dortelata {Osservai, per la pr. por.). Quanto al contenuto, basterà osservare
che, premesse alcune avvertenze per intender più agevolmente l'opera e
servirsene con frutto, circa le persone a cui si aspetti la cognizione e il
buon uso de' punti (maestri, stampatori, scrittori, pubblici ufficiali), sulle
cagioni de' grandi abusi, che nell'arte del puntar si passano (3), sugli autori
che hanno scritto de' punti (4), sulle stampe che sono più corrette nel buon
uso de' punti, passa alla descrizione del punto trattando del trovamento, della
necessità, e dell'ordine naturale de' punti, degli Autori che rendon
testimonianza dell'autorità de' punti (3), della convenenza, e disconvenenza, o
vero della comunità, e differenza, che si ritruova tra' Punti '4); indi a
discorrere del sospensivo (la nostra virgola), trattando del nome, figura,
ordine, necessità, descrizione, regole con appendici e eccettuazioni: poi del
mezopunto, ;, del coma, :, (VI) mobile (.), interrogativo, affettuosa (la
nostra esclamazione), Parentesi, Apostrofe, Periodo. Onesti trattati di
punteggiatura, più o unno completi, ]>iù ci meno polemici, accompagnarono
sempre in connessione 0 no con i vari sistemi ortografici in tutto il suo
secolare svolgimento la vessatissima questione della lingua, non pure a partir
dai precursori senesi e fiorentini del Trissino nella riforma delle nuove
lettere fino agli ultimi manzoniani, senza che ancor Oggi, .1 proposito di
vecchi e di nuovi sistemi di punteggiatura (si ricordino gli esempi del
Leopardi seguiti da Carducci e ancor più dal D'Annunzio parchissimo eli punti e
del Manzoni che n'è invece larghissimo), non si tenti con inutilità manifesta
rinnovar le vecchie diatribe, ma anche nel precedente periodo che corre dal De
vulgari eloquentia alle contese quattrocentesche prò e contra le tre Corone.
Vedemmo già, a non ricordar altri, il Petrarca risponder con un trattatello
dell'arte di puntar gli scritti al Salutati che gliene aveva mosso questione.
Ho parlato d'inutilità manifesta: poiché, risoluto ormai, come dobbiamo ritener
che s'è fatto, il problema filosofico sul linguaggio con identificare
l'estetica con la linguistica generale, non s'intende proprio come si chieda,
per es., al D'Annunzio perchè non si degni conformarsi all'uso ormai comune e
intorno al quale l'accordo s'è ottenuto così nella grafia come, s' intende,
essendo l'i - .1 questione, nella punteggiatura, quasi volendolo rimproverar
come d'un'inutile bizzarria o d'una posa e chiamandolo responsabile de' cattivi
effetti che il suo capriccio tirannico può produrre sull'arte e sulla scuola. O
non sono anch'esse e le forme speciali ortografiche e le specialissime
interpunzioni d'un poeta le sue parole interiori? Egli parla con sé a quel
modo, ed è illogica e tirannica quanto vana la pretesa di voler che e' parli
secondo un uso astratto, cioè dica delle parole mute. Anche ne' punti è egli
sempre il Poeta quale si dimostra in tutta l'originalità delle sue visioni.
Mentre invece il problema non era vanamente trattato e discusso con più o meno
vivo calore, quando, nel! 'affermarsi e nello svolgersi della nuova letteratura
e, concedo ancora, nel romantico rinnovarsi di essa, allor che ancora la vera
formula estetico-filosofica non era stata [Riguardavano, s'intende,
specialmente il latino; ma, a tacer d'altro, il Borghini, come abbiani visto,
ricordava d'aver visto un libro tra quelli del periodo intorno all'ortografia,
della quale i nostri antichi -non curarono affatto , loc. cit. 280 Storia della
Grammatica trovata, la coscienza artistica non si poteva appagare degli scarsi
segni eravamo ridotti quasi al solo punto ereditati dal primo Trecento, né de'
nuovi che venivano o rintracciati nell'antichissimo uso o novellamente
foggiati. Nessuno di que' nostri trattati fu inutile o arbitrario prodotto da
trascurarsi a chi fa la storia e delle istituzioni didattiche e dello spirito
filosofico, poiché ciascun d'essi era l'effetto d'uno sforzo, d'un bisogno a
cui ben si sentiva non era facile sottrarsi, quando si fosse voluto esprimere
con pienezza il proprio pensiero; o meglio quando si fosse voluta schiarire e
possedere l' immagine interiore del proprio pensiero. Potevano credere quei
trattatisti di dirigersi al comodo pratico non pur degli apprendenti sì anche
de' tipografi e scrivani pubblici; in latto essi rispondevano ai quesiti
infiniti che sorgevano nella coscienza artistica de' nuovi produttori della
letteratura: e il moltiplicarsi di codesti trattati, e l' ingrandirsi del loro
corpo fino alla mostruosità dell'ampio volume veniva a segnar via via il loro
fallimento completo di fronte alla scienza, che non conosce leggi fonetiche, né
grammaticali, né, particolarmente, ortografiche o di accentuazione e
interpunzione. Si noti, infine, a conferma di tutto questo, che ciascun d'essi
s'eleggeva il principio che meglio e più rispondeva alla sua coscienza
artistica, appunto perchè il loro senso estetico, ossia il loro particolar modo
di sentire, si ribellava a ogni altra legge che in qualche modo lo violentasse
nella sua libera e piena manifestazione: e il Lombardelli non cavò di sua testa
il principio che è fondamento della sua dottrina ortografica, lingua fiorentina
in bocca se?iese, né nel formularlo s' ispirò) come dice il D' Ovidio , al
lodevole esempio di moderazione che gli era stato porto dal suo più illustre
concittadino Tolomei; ma lo dedusse dal suo particolar gusto di senese, anzi di
artista, quale si fosse, del suo volere e dover esser lui e non altri. Il
Petrarca s'è già visto era arrivato perfino a crearsi de' segni particolari,
più che d'interpunzione, di rilievo, direi quasi, e di colorimento per certi
speciali atteggiamenti del suo pensiero artistico. Sui fonti Toscani, la più
nota e diffusa opera del Lombardelli, ebbe già a portare la propria attenzione
il D'Ovidio, che ne ] biasimò il titolo per esservi stati sotto compresi
concetti disparatissimi con criterio goffamente didattico, e non ne risparmiò
naturalmente il contenuto. Riconosce peraltro che il libercolo non iindegno di
studio; giacchèj quantunque farraginoso e sconnesso, ha qualche importanza per
la questione della lingua e per quella dell'origine, contiene qualche buon
ragguaglio, e propugna con urbanità opinioni temperate e conciliative. Retto e
mite per natura, quale si dimostra anche nell'atteggiamento benigno verso il
povero Tasso, il Lombardelli non cadde in eccessi (l), come il Bargagli, vero
separatista tra il fiorentino e il senese, né in quella violenza in cui
trascese, più tardi, per esserne il capro espiatorio, il Gigli ("). Per
fonti il Lombardelli intende tutte le sorgenti onde possiamo derivare rivoli e
fiumi d'eloquenza toscana. Ne fa dodici categorie: la lingua latina; la voce
viva dei popoli di Toscana ; le scritture del buon secolo; i linguaggi
italiani; la lingua greca; i linguaggi stranieri; gli autori della teorica di
nostra lingua; le traduzioni; gli scrittori di prosa moderna; io. i poeti; i
prosatori scelti; e i tre sommi del Trecento. Quanto alla settima, osservisi
che gli autori della teorica di nostra lingua per il Lombardelli non sono
solamente i grammatici, ma tutti coloro i quali ci insegnano, come si debbia
parlare, e scriver lodevolmente, con regole, avvertimenti, e precetti di
Grammatica, di Rettorica, e di Dialettica, guidati anco talora, e praticati per
via di Istorie e con ragioni, prese dalla Filosofia, e d'altronde (pp. 46-7).
De' grammatici propriamente detti raccomanda i più recenti, designandone il
grado d'attendibilità: se pur nel Dolce ha difetti, si trovan notati dal
Ruscelli, se nel Bulgarino, si trovan ripresi dal Zoppio, e difesi da lui
proprio e dal Borghesi. Se finalmente dal Borghesi e dal Salviati, né ho da
parlar io nelle riprese dodicesima e tredicesima del penultimo fonte. Ma torno
a dire intanto che per quanto appartiene a questa parte della Teorica di nostra
lingua, gli ho per guide sicuris Pe' plagiari del Tolomei, in Pass, bibliogr.,
I, 467. Ma di plagio non si può parlare riconosce il D'Ovidio tranne che pel
titolo e qualche idea e osservazione particolare. Il Lombardelli non ricorda
del Tolomei solo le opere a stampa. (:) Le corr. cit. 2S2 Storia della
Grammatica sime (p. 58). Ma ciò non toglie che egli non si taccia a esporre un
lungo catalogo di desiderata con la più grande disinvoltura: si desidera una
Gramatica intera, piena, risoluta, e facile: la quale appena si potrebbe cavar
da tutt'i detti Autori. Poi un ampio Tesoro, dove sien raccolte tutte le voci
attenenti al puro toscanesimo, scelte con buon giudizio tra le antiche, e le
moderne, sposte con la copia, esaminate nella origine, nella proprietà, nella
proporzione, o corrispondenza, nelle differenze, nelle costruzioni semplici, e
nelle figure, avvivate con gli opposti, ornate degli epiteti e degli aggiunti,
assicurate finalmente, ed approvate con diverse parti degli scrittori del buon
secolo e de' più regolari del nostro, specialmente di quei dello ultimo
fonte... Mancane un Vocabolario, non indirizzato a quei che aspirano
all'eloquenza, ma alla turba, per intendere tutt'i vocaboli del Volgo e degli
Antichi: e potrebbe farsi a imitazione o di quel Polluce greco, o di quel
d'Anton Nebrisense, spaglinolo, e latino: poiché non ci può sodisfar la
Tipocosmia d'Alessandro Citolini da Serravalle. Mancavi un Dizzionario poetico;
e forse alcun altro d'altra sorte rispetto alle diverse arti e professioni.).
Ci manca un Proverbiarlo cominciato già dal nostro sodo Intronato. Una sindacatila
[manca] sopra a tutti i pregiati scrittori toscani antichi e moderni, come fu
fatto per gli antichi da Quintiliano e Tacito in Cicerone, da Polemone in
Sallustio, da altri in ( hnero e Virgilio, dal Valla in diversi (ib.).
Ricordate le promesse di Vocabolari di G. C. Dal Minio, del Ruscelli, del
Salviati, annunzia quelli del Persio e della Crusca: ragguaglia che Ottaviani
Ottaviano suo allevato, scolaro di medicina, stava componendo la correzione
degli abusi introdotti nella lingua (forestierumi, dialettalismi e idiotismi
vernacoli); annunziala [Il Lombardelli era, sembra, scontento della non scarsa
letteratura proverbiariesca a lui anteriore: per lo meno ignote non gli
dovevano essere le varie edizioni della Civil conversazionidi Stefano Guazzo.
Cfr. per questo argomento, Xovati, Le serie alfabetiche proverbiali e gli
alfabeti disposti nella letteratura italiana dei primi tre secoli, in Giorn.
si. d. leti, il., voi. XY e XVIII; e L. Boni-ioi.i, Stefano Guazzo e la sua
raccolta di proverbi in Niccolò Tommaseo. In ogni modo il desiderio espresso
dal Lombardelli vien ad essere una diretta conferma del tatto, dal Bonfigli
affermato, che la mania per i proverbi era nell'aria. In gran parte l'avrebbe
invece, soddisfatto, tra poco il Monosini, di cui s'è già discorso.] Semenza
delle burle d'un suo amico, contenente centinaia di voci non mai uscite in
istampa, proverbi, sbeffamenti, sentenze popolaresche. e per comodo de'
forestieri, con le corrispondenze nobili, sì che un detto burlesco venga
dichiarato, ad es., in dieci 0 venti modi nobili. Porge infine degli
avvertimenti speciali ai forestieri" {soggiorno in Toscana; lettura delle
opere grammaticali del Dolce, del Ruscelli, del Salviati, del Bembo, del
Borghesi: la lettura degli scrittori antichi; la Fabbrica dell'Alunno;
composizioni; traduzioni; corrispondenza con toscani), ai fanciulli toscani,
alle donne, agli studenti, dottori e nobili artefic i (deplorando la scarsa
cultura degli artisti!), ai notai e cancellieri, ai segretari, agli accademici,
ai predicatori ('•ammaestrati prima ne' fonti della Gramatica, Greca, Latina, e
Toscana, come Appollonio Alessandrino, Urbano, Demetrio, Prisciano, Emanuele
Alvaro, Mario Corrado, Tommè Linacro, Agostin Lazaronio, Giovanni Scopa, il
Manuzio, Anton da Nebrisa, il Ruscelli, il Bembo, il Castelvetro, il Salviati e
altri), agli Umanisti, Traduttori, Poeti, Istorici e altri. Il carattere
zibaldonesco del libro e quello un po' cervellotico de' principi secondo cui è
stato imbastito, saltano subito all'occhio; pure di tra la farragine e delle
cose e de' principi un fatto balza anche fuori che torna a tutta lode del
Lombardelli ; questo, che egli, additando sì disparati modi e strumenti onde
dovesse e potesse acquistarsi dalle varie classi sociali la cultura e l'arte
letteraria, mostrava d'intendere che non c'è una sol via per imparare a
scrivere e a parlare, e che l'intelletto va -'i-citato e nutrito non con le
sole regole ma con più sorta di cibi o di ricambi. La grammatica, anzi, nel
piano educativo da lui disegnato, occupa una parte molto secondaria, è una
parte d'uno de' dodici fonti: ed essa stessa non è pedantesca, ma è concepita e
desiderata liberale e facile. Egli non la corrode filosoficamente, ma ne
attenua, nel fatto, la portata. Ed anche questo per la storia è notevole. La
scarsa fede, in sostanza, in un prodotto antiscientifico, se non è indizio di
senso scientifico, è certo segno di buon senso, che è base di quello. Il
Cittadini, dai sommi altari della filologia a cui era stato elevato tra i
profumi dell'incenso e il coro delle lodi, è caduto ìgnominiosamente a terra: e
oggi non se ne pronunzia il nome, senza chiamarlo grande depredatore del
Tolomei, malo affastellatore di scritti non suoi, e con epiteti consimili; ma
cancellarlo dalla storia non si può. Parliamone dunque anche noi, senza più
oltre incrudelire: cosa facile grazie alle diligenti fatiche d'un altro nostro
valoroso corregionario, Filippo Sensi, che, per ripetere una frase del Rajna,
ha i due Senesi sulla punta delle dita. Cominceremo dal riassumere del Sensi lo
scritto principale. L'egregio studioso, a metter bene in chiaro i gravissimi
debiti del Cittadini verso il Tolomei, rivolge primieramente uno sguardo
generale alle Origini del Cittadini. Le Origini della Volgar Toscana favella si
rannodano con un precedente trattato del Cittadini stesso, che reca un titolo
consimile: Della vera origine, e del processo, e nome della nostra Lingua. Il
Sensi stesso riconosce che qui, oltre il concetto della derivazione
dell'italiano dal latino popolare, si ha un abbozzo veramente pregevole di
storia di questo latino; ma quando si viene a chiarire il modo di quella
derivazione, la ricerca è abbandonata sul più bello. Esaminata in confuso e
come per esempio del restante l'origine de' pronomi, si rimanda al Bembo, al Castelvetro,
al Salviati, ne' quali invano si cerca qualcosa di simile pel concetto e pel
metodo. Nelle Origini la ricerca [Per la storia della filologia neolatina in
Italia. Appunti di F. Sensi: I. Claudio Tolomei e Celso Cittadini, in Arch.
gioii. Hai. (cfr. D'Ovidio, in Pass, bibliogr. d. lei/. Hai., I, 46-9; e
Sensi). Le ... ecc., per Cittadini lettor publico di essa nello Studio di Siena
e Censor perpetuo della medesima nell'Accademia de Filomati. App.: Salvestro
Marchetti, in Siena. L'ed. di E. Gori, Siena, è detta dallo Zeno migliore della
prima. (Il Vivaldi, op. cit., I, 166, attribuisce a Ercole Gori un trattato
grammaticale, che io non ho potuto rintracciare. E una svista?). Le Opere di
Celso Cittadini gentiluomo sanese con varie altre del medesimo non stampate
furono raccolte da Girolamo Gigli. In Roma, per Rossi. Oltre i due trattati
dell'origine questa raccolta contiene il Trattato degl'idiomi toscani, le Note
marginali alla Giunta del Castelvetro, e le Note sopra le Prose del Bembo.
Trattato della ecc. scritto in volgar Sanese da Celso Cittadini. In Venetia,
per Giambattista Ciotti. Io credo che per Castelvetro debba farsi qualche
riserva: la posizione del Castelvetro verso la grammatica storica non storia
della lingua, si badi sia molto diversa da quella del Bembo e del Salviati,
perchè, se il Castelvetro nella trattazione delle forme non adoperò il concetto
tolomeiano-cittadinesco del latino popolare, dal latino in ogni modo mosse e
con criteri non certo retorici. Capitolo nono 285 vi assume un aspetto, dice il
Sensi, semifilo so fi co, pretendendosi spiegare la derivazione dell'italiano
per via di dieci origini, senz'esser una continuazione del Trattato, rimasta
cosa monca, anzi ne sono un regresso in confronto del metodo tutto analitico e
storico, di cui l'autore aveva dato quel saggio. Vi si unta poi, oltre la poca
corrispondenza al fine proposto, una grave sproporzione tra la parte fatta alla
trattazione dell'i? e dell'0, che ricorre attraverso tutte le singole origini,
e il disegno vasto che abbracciava non l'origine solo, ma questioni intorno
alla pronunzia e alla scrittura del Toscano, in ogni varietà, specie nella
fiorentina e nella senese, intrecciandosi o era criterio allo studio principale
la fondamentale distinzione di tutto il linguaggio toscano in quattro
suddivisioni, alle prime due delle quali sarebbero appartenuti i vocaboli nati
dalle prime nove origini, alle altre quelli della decima: distinzione
importante, perchè verte sull'origine letteraria e popolare de' vocaboli, e che
sarebbe un bel vanto del libro. Sicché, senza tener conto di inconseguenze,
contraddizioni e trascurarle, è da concludere che esso è un insieme inorganico
di elementi greggi, un mal riuscito affastellamento delle operette inedite del
Tolomei. Qui il Sensi, metodicamente si fa a considerare ($ II) codeste
operette raccolte nella nota copia della Coni, di Siena, ricordando che al
Tolomei, autore degli scritti da noi altrove esaminati, poco si badò, e che a
nulla valse che il Benvoglienti s'accorgesse del plagio, perchè tale scoperta
rimase inedita. Da quella considerazione la figura del Tolomei ne vien fuori
pari, se non superiore, a ogni altra nella storia della grammatica neolatina a
lui anteriore, benché da' vari materiali non si possa ricostruire quella
Grammatica toscana che il Tolomei diceva di voler comporre, prima che il
Giambullari ponesse mano alla sua. Forse il Tolomei avrebbe trattato in un
primo libro di questioni generali, in un secondo di propria grammatica, e nel
terzo, come appendice, dissertato di vari argomenti. Il Cittadini di questi
materiali non si servì per ricostruire; ma volle [Poleni (cit. dal Sensii nelle
Exercitationes Vitruvianae, Patavii, dice che Uberto Benvoglienti,
eruditissimo, era d'opinione che l'autore del Polito fosse non il Franci, ma il
Tolomei e deduceva dalla lettura delle opere inedite del Tolomei il plagio del
Cittadini a danno del Tolomei, nell'opera Delle Origini.] solo plagiare: e base
della sua compilazione fu il trattatello delTolomei : De"1 fonti de la
Lingua Toscana. Codesti fonti (e siamo così al § III) sarebbero nove: de
l'origine, de la forma, de la derivanza, de la figura, de la differenza, de la
frequenza, de l'affetto, del rappresentamento, de la disuguaglianza. Il
disegno, giudica Sensi, n'è ampio, ma la trattazione meschina, quasi un
sommario. A ben intenderli poi occorre la conoscenza delle scritture del
Tolomei parallele a' ' Tonti ', cioè il Proemio de le 4 lingue, il Ritratto de
le q lingue toscane, e del relativo criterio, che serve loro di base, di due
strati idiomatici, ' il bandolo ' della sua ricerca, la prima lingua essendo
costituita di un fondo schiettamente popolare identico al toscano, le altre tre
de' vocaboli introdotti dagli scrittori; ma le caratteristiche ne sono ben poco
chiare. I confini dell'opera forse non oltrepassavano quelli della fonetica, e
probabilmente era destinata a costituire la sezione preliminare della
Grammatica, insieme con trattati maggiori che ne svolgevano i capitoli più
importanti. ' La dimostrazione del plagio del Cittadini ', ristabilite cosi le
cose, divien ora (§ V) pel Sensi assai facile. Ne sono spia, oltre la
simiglianza del titolo, le aggiunte. Colpito dal ricorrere degli e e degli 0
nell'esemplificazione de' Fonti, e trattone a esagerare l'importanza, gli parve
fortuna ritrovare le due dissertazioni De lo e chiaro e fosco e De /'o chiaro e
fosco, e gli aggiunse nel cap. Della Differenza, nel mezzo dell'opera. Gli
altri, quasi tutti, rimasero inalterati. Al I cap.. Natura, furono aggiunte le
dissertazioncelle del Tolomei conservate nel ms. senese; 'qualsia miglior
parlar: fosse vero o fisse vero '; ' stetti non è per forma ripigliata da '
steli latino, ma è preterito disteso ': ' Propio esser il vero J 'ocabolo
toscano e non proprio '; ' De la figura agg ionia ' . Una breve giunta ebbe il
cap. Figura; quello della Frequenza le maggiori a spese del trattato delle
figure grammaticali, costituito di tre scritti (' Da Virtude, Virtù e da Salute
non Salù ': ' Che e se ricevono il primo corrodimene) '; 'Dopo se e che con il
e in si fa il corrodimento secondo '). Nella Conclusione mise il Proemio del
Tolomei, e, infine, la nota dichiarazione di riconoscenza! Lo scritto del Sensi
è di quelli che non lasciano adito a obiezioni e riserve: né è il caso, e tanto
meno qui, di valutare la confessione fatta dal Cittadini de' suoi debiti verso
il Tolomei Capilo/o nono 287 e richiamare alla mente le abitudini letterarie
del tempo (che permettevano, p. es., al Giolito di prendere il Cesano e
stamparlo senza chieder alcun permesso all'autore' per giudicare giuridicamente
e moralmente del plagio del Cittadini, il quale lece quel che fece. Si tratta
invece di vedere, .secondo noi, quel che mise di suo che qualcosa avrà pur
dovuto metterci nella manipolazione o nell'uso che fece negli scritti del Tolomei,
e di determinare il punto di vista donde elabori la manipolazione cioè
interpretarla nel suo valore nel rispetto del progresso dello spirito critico
che importa qui seguire; oltre, s'intende, alla considerazione di quanto potè
il Cittadini intellettualmente operare indipendentemente dall'opera del
Tolomei: si tratta, insomma, tenuto conto del plagio e del resto, di assegnare
al Cittadini il posto che gli compete in una storia come la nostra. Nessuno
intanto potrà contestare al Cittadini il merito, dirò con un apparente
paradosso, del suo stesso plagiare, che importa un apprezzamento della materia
plagiata: il conto fatto dal Cittadini delle idee e delle ricerche del Tolomei
è già un valore criticamente: non è solo l'aver rimesso in circolazione delle conclusioni
positive dimenticate e perciò nulle che costituisce il merito qui abbiamo
ancora il plagiario, ma aver dato loro un valore, aver cioè aggiunto ad esse
qualcosa di proprio. Ora questo merito non è venuto al Cittadini dal di dentro
delle verità stesse che gli si fecero innanzi: occorreva che egli avesse in sé
svolto una disposizione a comprenderle. Non bisogna qui dimenticare che il
Cittadini tutta codesta materia delle Origini aveva esposta per sei anni,
com'egli afferma nella dedica a Fabio Sergardi, nello Studio senese dalla
cattedra, sia pure, com'è facile supporre, desumendola fin d'allora e per
quell'uso dalle operette del Tolomei: vi era stato poi intorno nel tentare di
sistemarla sia pure meccanicamente, in un libi' n'avrà discusso, e se ne sarà
giovato nelle polemiche a cui prese parte: altro disse per conto proprio nel
dare, attenendosi anche qui al Tolomei, brevi caratteristiche di ciascuno degl'
idiomi toscani, nelle note alle Prose del Bembo, e alla Guaita del Castelvetro,
oltre che nell'altro breve Trattato degli articoli e di alcime altre particelle
della volgar lingua, che congiunse al maggior Trattato della zera origine. Non
solo, ma lesse e tradusse il De l'ulgari Eloquentia di Dante, che non è libro
certo 2ifo/o nono 2S9 portante non solo ne' riguardi dell'opera individuale del
Cittadini, sì anellidi tutta la stòria della filologia romanza anteriori', il
famoso plagiario era pervenuto quasi di primo acchito in quel primo de' suoi
trattati, quello Della vera origine, che nessuno finora ha dimostrato essere un
plagio. E se è vero che l'atteggiamento assunto dal Tolomei di fronte a codesto
problema, quale ci venne fatto di caratterizzare secondo gl'indizi 1 'flirtici
dal Tolomei stesso nei suoi scritti editi {Polito, in quel che contiene di suo,
Regole, Cesano, Lettere) dev'esser ora corretto secondo quanto risulta
dall'esame dell'operette inedite, nel senso che non permanga quello di chi non
abbia avuto vera coscienza dell'oggetto e della portata delle sue ricerche, è
anche vero che il Cittadini ci si mostra collocato dinanzi ad esso da un punto
di vista che direi più obiettivo, cioè a dire con più piena coscienza di quel
che sia il divenire linguistico nel suo ritmo e nelle sue leggi. E anche sotto
questo rispetto a noi pare che Cittadini rappresenti un reale progresso. Ma un
altro reale e maggiore progresso è, per noi, l'aver agitato il problema storico
della lingua in un momento in cui avveniva la finale codificazione
dell'osservazione grammaticale e la lingua era per cristallizzarsi nel
vocabolario: nel momento in cui l'uso degli scrittori fiorentini del Trecento
voleva essere imposto a tutta Italia. Egli, a differenza di quasi tutti i
senesi che propugnarono il senese col medesimo calore con cui i fiorentini
avevano propugnato il fiorentino, in piena concordia con sé stessi, non ebbe
prepotenti predilezioni municipali, ma come, quegli che aveva visto più
addentro nella formazione e nello sviluppo del linguaggio sotto il rispetto
esteriore, storico, mostrò d'intendere che allo scrittore dovesse esser
lasciata una maggiore libertà e non prescritto uno stampo determinato, e tanto
meno quello d'un particolar dialetto, persuaso che, come intitolava il § 3 del
lib. I della sua versione del trattato dantesco, il Parlar regolato vuol lungo
studio . Era un credo grammaticale questo, ma chi lo metta in relazione e con
lo spirito e lo sforzo della dottrina dantesca é coi convincimenti che si può
formare chi studia storicamente e non grammaticalmente la lingua, un credo
assai meno irragionale di quello che la comune grammatica normativa aveva
formulato, e veniva così a risolversi in un'opposizione a questa. Onde possiamo
concludere che, se nella pura storia della filologia neolatina in Italia, per
quanto si riferisce alla materia plagiata, al Cittadini non compete altro posto
che quello che l'esame indistruttibile del Sensi gli ha assegnato, mentre un
posto assai distinto gli va assegnato per la soluzione e per il più esatto
orientamento dato non solamente in termini generali al problema della derivazione
dell'italiano dal latino popolare, in una storia come la nostra ne spetta al
Cittadini uno ben altrimenti onorevole, quello di chi introduce nella
grammatica empirica un elemento conoscitivo e un criterio meglio che puramente
grammaticale. E certo è a lamentare che le condizioni critiche e letterarie
dell'età impedissero che il Cittadini avesse de' continuatori in questo
indirizzo non certo filosofico, ma storico e metodico da lui impresso alla
grammatica, riallacciando la bella tradizione iniziata dal Bruni e dal Biondo,
affermata con ricerche analitiche positive dal Tolomei, proseguita con molto
acume intuitivo dal Castelvetro. Invece, se uno studio in tutto il Seicento e
non in questo secolo soltanto fu trascurato, si fu appunto questo della grammatica
storica. E per converso quanto scarsi guadagni non solo dalle contese prese nel
loro insieme ("), che i senesi sostennero contro i maggiori avversari, i
fiorentini, ma da quelle intorno al vocabolario, benché non trascurabili come
segno d'una salutare ribellione al pedantismo e purismo grammaticale, e dalle
opere stesse de' grammatici, benché tra esse avremo da annoverarne di
abbastanza originali nel loro principio ispiratore, come quelle del Baratoli,
se il razionalismo non fosse venuto col veicolo della gramma- [Qualche
continuatore che facesse servire le idee del Cittadini a combatter la Crusca,
come vedremo, non mancò; ma fu azione di scarso valore. Un avversario della
Crusca, appunto, ne cantò l'elogio funebre: Orazione per l'esequie del dottor Celso
Cittadini recitata nelVAcc. de' Fi toma ti da Giulio Piccolomini, lettor
pubblico della toscana favella. In Siena, presso il Bonetti, 1628. (•) Tutta la
loro importanza è in questo, che, facendo esse sorgere a fianco del principio
fiorentinesco quale si fosse il suo valore storicamente parlando un altro
principio, quello del sanesismo, non meno arbitrario del primo rispetto alla
realtà del linguaggio, venivano implicitamente a corrodere l'uno e l'altro, o
almeno a sottoporli a una discussione, che è il virus della corruzione e quindi
del risanamento. Capitolo nono 291 tica di Poftoreale a scuotere il giogo
grammaticale che sarebbe sceso sul collo della nazione e se, per quanto
inascoltata e incompresa, la voce del Vico non si fosse levata contro l'empirismo
grammaticale, essa sola bastevole alla gloria d'un secolo e d'una nazione.
Poiché questo è da avvertire qui, che, mentre la produzione grammaticale
cinquecentesca, anche a non voler considerare i meriti suoi verso la scienza,
fu almeno spontanea e nacque dalla diffusa coscienza della importanza della
nuova letteratura e reca perciò in sé l'impressione spesso calda d'un fatto
nuovo che interessava grandemente l'anima italiana e d'un bisogno a cui
occorreva dare una qualsiasi soddisfazione, quella del Seicento fu in generale,
per quanto concerne specialmente le vere e proprie grammatiche, piuttosto
fredda, quasi direi di testa, di riflessione. Il prototipo ne fu per la parte
pratica il Buonmattei, che perciò ebbe più seguito di tutti i predecessori e
contemporanei, e distolse altri dal tentar cosa nuova o diversa. Il Buonmattei
pubblicò integralmente la sua grammatica nel 1643, ma l'aveva già tutta distesa
circa un ventennio avanti, quando n'ebbe pubblicato il primo libro, e
cominciata un trentennio prima, cioè quando usciva il Trattato del Pergamini.
Prima di questo anno, oltre il Turavano del Bargagli, le Considerazioni
tassoniane, un discorso del Politi, avemmo un'Arte di puntare di Iacopo Vit //
Turammo, ovvero del parlare e dello scrivere sauese, del cavaliere Scipione
Bargagli. In Siena, per Matteo Fiorini in Bianchi. Il Cittadini, come c'informa
anche il Lombardelli, vi è citato con molta lode si per la formatione, ò
piegatura de' verbi, sì per la maniera del proferire, e sì per la diversità non
piccola de' vocaboli, e delle forme del nostro parlare proprie, chiare, che si
rendono da quelle de' vicini, e degli strani belle, e distinte, sì anco per la
giocondità, ed utilità che di esse s'è udita seguitare . I fonti, p. 116. ')
Considerazioni sopra le Rime del Petrarca. Cfr. O. Baco, Le, ecc. Firenze.
Discorso di Lorenzo Salvi della vera denominazione della lingua volgare usata
da' buoni scrittori, in Le Lettere di Adriano Politi. In Roma, per Iacopo
Mascardi. Dimostra che si deve chiamar volgare, come fu chiamata dagli aurei
scrittori. Politi diede anche avvertimenti grammaticali nella [torio da
Spello), un Compendio grammaticale in forma eli lessico del Salici e una vera e
propria grammatichetta assai poco nota, Le regole per parlar bene nella lingua
toscana di Girolamo Buoninsegni. Del primo qui accade di dover dir poco, ma, in
compenso, quasi e in certo senso tutto in sua lode. E stato già osservato dal
D'Ovidio che egli superò tutti i compagni d'arme senesi (Bulgarini ,
Lombardelli, Benvoglienti , Cittadini) nell'audacia di un radicale concetto
d'autonomia, e, che in suon diverso dice lo stesso, [rispetto al primato
fiorentino, almeno nel fatto più o meno riconosciuto perfin dal Gigli, tra i
senesi così ribelle], solo Ini, il Bargagli, col pesante dialogo del Turammo,
sostenne, con tranquilla cortezza e con pieno accordo della teoria con la
pratica, che come in Grecia così in Toscana ciascuno scrivesse nella loquela
propria, senza impacciarsi nell' affettazione d'imitare l'altrui (p. 204): il
che giunta al suo Dizionario Toscano, scritto in opposizione alla Crusca,
stampato la prima volta nel 1614 e poi in Venezia per Andrea Babà, 1629: v.
Diz. Tose, di A. P. con la giunta di assaissime voci e avvertimenti necessari
per iscrivere perfettamente Toscano. In Venezia, appresso Giovanni Guerigli e
Francesco Bolzetta, 1615, II ed. Jì/odo di puntare le scritture volgari e
latine. In Perugia, per Vittorio Colombara, 1608. (-) Compendio d'utilissime
osserva/ioni nella lingua volgare di D. Gio. Andrea Salici di Como, di nuovo
ristampalo, ricorretto, et accresciuto dall' Autore. In Venezia, MDCVII, presso
Altobello Sali cato. In Siena. Gerini si maraviglia che ne tacciano il
Tiraboschi, lo Zeno, il Cinelli (Bibl. volante), il Morelli (Bibl. stor.-rag.
della Tose.), l'Inghirami (SI. d. Tose.). Domandò di supplire il Cittadini
nella cattedra senese (cfr. Archivio Mediceo, Gov. di Siena, filza, 1942, cit.
dal Gerini). Il Casotti nella Vita del Buonmattei accenna a un Tommaso
Buoninsegni. B., per occasione di considerare V Inf., il Purg. e il Par. di D.
e di difender sé stesso, o di censurar certi, che l'oppugnavano, esamina varie
cose, attenenti a questa lingua, con ben intesi discorsi . Lombardelli, /
fonti, p. 51. Criticato dallo Zoppio si difese da sé e fu difeso dal Borghesi.
Considerazioni, Repliche alle risposte del sig. Orazio Capponi, Risposta ai
ragionamenti del sig. Peroni n/o Zoppio. Opuscoli diversi sopra la lingua
italiana, raccolti da F. Idelfonso di S. Luigi, Firenze, 1771. Capitolo nono
293 nel sentimento comune è manifesto e grossolano errore. Noi siamo
naturalmente di diversissimo, se non opposto, avviso, né il sorriso che vediamo
spuntar sul labbro de' più, ci trattiene dall' apertamente affermare che nel
pensiero del Bargagli questo vidi errato, che si dia forma di precetto a ciò
che è invece un fatto. Tutti scriviamo nella loquela che ci è propria, cioè in
quella che la nostra educazione e la nostra cultura ci hanno formato, o meglio
quella che con esse s'è formata in noi: chi fa altrimenti, fa male e cade appunto
nell'affettazione: il danno sorge quando dell'osservazione d'un fatto se ne fa
una norma più o meno arbitraria. Il Bargagli, lungi dall'essere il più
paradossale, fu il più logico di tutti, in quanto sostenne quel che sostenne:
solo non doveva appunto cavar da un'osservazione di fatto una legge, intendendo
per loquela propria il nostro particolar dialetto nel senso stretto e angusto
della parola. Pel resto, il suo principio affermato appunto in tutta la sua
crudezza e assolutezza era, nel fondo, il risultato della profonda ribellione
che egli sentiva per la grammatica, ma che non si rendeva ben chiara a sé
stesso e ragionava e propugnava da un punto di vista empirico e però di scarsa
portata filosofica. Ai medesimi principi del Bargagli giungeva un anno dopo per
diversa via e senza intenzione certo di copiarlo, un altro suo concittadino, il
Politi, in quello de' due suoi discorsi sulla lingua che serve d'introduzione
al suo TACITO (si veda) tradotto e nel suo Dizionario Toscano. Infatti egli,
come anche si rileva da una lettera del Pergamini che lo Zeno, correggendo il
Fontanini, dice riferirsi a questo non già all'altro suo Discorso, dove solo
parla, sotto lo pseudonimo di Lorenzo Salvi, della vera denominazione della
lingua volgare usata da' óuoni scrittori, vi sostiene doversi: 1" scrivere
alla Sanese senza obbligarsi ai fiorentini; 2" accomodarsi all' idioma
della sua patria e all'uso comune regolato però dal giudizio. E poiché non
approvava il gergo della traduzione del Davanzati, in fine alla propria mise la
dichiarazione delle voci meno intese e vi sostituì le comuni: un dizionarietto,
dunque, sanese-italiano. Un altro letterato di certo libere vedute, il Tassoni,
che incontriamo spesso in tutta la prima metà del sec. XVII e che qui si
presenta per le Considerazioni sulle Rime del Petrarca, interessa più la storia
della poetica che non quella della grammatica. Lo ritroveremo oppugnatore
dell'Accademia nell'opera 294 Storia della Grammatica concreta del Vocabolario
, come in esse Considerazioni lo vediamo schernire la Fabbrica dell'Alunno, che
dice costruita di mattoni malcotti. In complesso, per le sue spicciolate
osservazioni grammaticali disseminate qua e là un po' da per tutto, egli ci si
manifesta non troppo tenero amico della grammatica. Di che dobbiamo
contentarci. Di Iacopo Vittorio di Spello e Girolamo Buoninsegni che diedero
opera alla grammatica propriamente precettiva e didattica, basti aver ricordato
il nome, e così del Salici, il quale di sé stesso dice che con quella
chiarezza, e brevità e' ha potuto maggiore è andato discrivendo l'alterationi,
i vari sensi, le radduplicationi, che patiscono le lettere dell'Alfabeto, così
l'uso de' pronomi, delle prepositioni, e de gli avverbi, il tutto comprobando
con autorità de' più classici scrittori, che scritto habbiano in lingua
Italiana, o Toscana, che diciamo ('"). Meglio che con questi trattatelli,
ritorniamo nel dominio della vera grammatica precettiva con Jacopo Pergamini di
Fossombrone. La grammatica (s) del Perganini, il noto compilatore del [Le
Atinotazioni sopra il vocabolario degli Accademici della Crusca, Venezia, 169S,
ormai è noto che .non sono del Tassoni, ma dell'OTTONELLi, che fu grammatico
celebrato a' suoi tempi da quanto il Bembo. Perduti sono i suoi quattro libri
di ragionamenti in difesa del Tasso; degli Arringhi abbreviati per lo
vocabolario della Crusca resta qualche frammento; e restano anche alcune
postille al Pergamini nell'Estense. Un esemplare del Voc. della Crusca si trova
all'Est. postillato di mano del Tassoni, che scrisse di lingua anche ne
Pensieri diversi. E un misto di grammatica, di ortografia, di sinonimia e
doppioni, d'etimologia, disposto in ordine alfabetico. Sulle due facce nel
margine superiore del libretto è perpetuamente ripetuto Ortografia volgare. Ma
l'ordine alfabetico non vi è per nulla rispettato, e il criterio etimologico
de' vari raggruppamenti è troppo balordo per prenderlo sul serio. Sotto
Posporre, p. es., troviamo, ma non questo soltanto. Possa, Possessione,
Pozzuoli, Prestezza, Prezzemolo, Procaccio, Processione, Prossimo, Pulcella,
Pupillo, Puzza. (3) Trattato della lingua del signor Pergamini di Fossombrone,
nel quale con una piena, e distinta Instruttione si dichiarano tutte le Regole,
i Fondamenti della Favella Italiana. In Venetia, presso Ciotti; e in Venezia,
per Niccolò Pezzana, 1664. Tra questi limiti estremi, si ebbero altre edizioni:
quella del 17 qui appresso accennata con un Supplimento di voci d'autori
moderni, fatta per consiglio del Politi, la terza del 1657 con un'altra
Aggiunta di mille e più voci tratta da celebri autori contemporanei, opera di
Paolo Abriani. ( 'aditolo nono 295 Memoriale della lingua (' ), è un primo
tentativo di ridurre a metodo per uso scolastieo ilei principianti le più ampie
e e spesso farraginose trattazioni precedenti. Si divide in tre parti, suoni,
parti del discorso, accenti e punti, e conserva su per giù le medesime
categorie, tranne che tra le parti ' invariabili ' dell'Oratione include una
classe di 'Particelle' che si usano solo per vaghezza, et ornamento senz'altro
significato: delle quali alcune servono per principio di ragionare: altre si
pongono per entro il ragionamento come Egli, E', Bene, Hor, Ne, Ci, Si . Del
nessun interesse per la funzione logica delle categorie può esser prova anche
quel che dice del gerundio: E lasciando da parte il motivo, che fanno alcuni,
se gerondio sia parte formale dell'oratione, o più tosto membro del Partecipio:
il che per mio credere, monta poco, o niente. Dico prima, ch'ogni Verbo ha
ordinariame?ite il suo Gerundio; e di rado, o non mai n'è senza . Meglio ancora
appare dalle definizioni: La quarta Parte principale dell'oratione è il Verbo,
il quale congiunto co'l Nome fa il parlare intero, gli Accidenti del Quale sono
Genere: Tempo: Modo: Numero: Persona: e Maniera . Insomma è conservato tutto lo
schematismo, ma ridotto a semplici e nudi cartellini per raggrupparvi le forme,
delle quali peraltro non si da più che l'esempio. Il metodo, infine, è inteso
proprio alla rovescia: il proposito di semplificare la trattazione, rendere il
libro facile e di pronto uso conduce l'autore non già a cercare una razionale
disposizione della materia, ma ad ammucchiare i fatti con procedimento del
tutto meccanico, a portare il vocabolario nella grammatica. Parlando, p. es.,
della Vocale A, osserva che è ' fine ordinario delle voci femminili nel numero
del meno ', segno del caso Terzo, e Quarto del Nome, e del Numero del meno:
segnato hor coli' Accento Grave; hora [Venezia, Ciotti, 1601. Questo Memoriale
ebbe una certa fortuna. E consigliato da G. V. Gravina in Regolamento degli
studi di nob. e vai. donna nella Nuova race, Napoli; TIRABOSCHI (si veda) lo
dice il migliore di quanti ne furon pubblicati nel sec. XVI, benché uscito in
luce nel 1601. Sul Pergamini, Ferruccio Benini, La vita e le opere di Giacomo
Pergamini con scritti inediti [postille al yJ/razio?ii e il discorso. Par qui
giustificare la Declinai, de' Verbi del Buonmattei che il Dati accolse nella
prima ediz. e a cui, nella seconda, fece seguire la declinazione de' Verl>i
anomali.] tedre di lingua toscana, destinandovi Professori di vaglia, e di
abilità conosciuta. I buoni scrittori toscani di questi ultimi tempi, come
oltre allo stesso Dati, il Redi, il Segneri, il Buonaroti, i due Salvini, e
parecchi altri, han conosciuta questa verità, e se ne sono approfittati
confessando che non basta il nascimento a voler scrivere purgatamente, ma che
bisogna aggiungervi studio e fatica . E per la preminenza del volgare sul
latino asserita dal Dati secondo il Fontanini, lo Zeno aggiungeva: Il Dati non
mette ne troppo né molto la lingua volgare sopra la latina per via di sofismi;
ma solamente dice che in questa scriveremo sempre imperfettamente con tutto che
ci durassimo grandissima fatica, e che in quella, cioè nella volgare, si
arriverà facilmente alla perfezione (pp. 130-1). Anche qui, oltre quella
coscienza della letteratura nazionale cui più volte alludemmo, si sente appunto
l'eco delle Battaglie del Muzio in difesa della italiana lingua contro i
caldeggiatori del latino, che pare non si sentissero del tutto debellati, se
osavano ancora, come indirettamente il Fontanini, rialzare il capo. Ma nella
necessità dello studio e delle regole il Fontanini e lo Zeno concordavano, e
con essi tutti i vincolati in un modo o in un altro all'Accademia, la quale
appunto, non solamente con l'opera concreta del Vocabolario reggeva o credeva
di, reggere i freni degli scrittori, ma con l'autorità morale che le veniva
dalla sua stessa compagine, dalla funzione che in tempi accademici si svolgeva
con il rispetto è l'ammirazione de' più, e ancora dall'appoggio del governo
granducale. Il ristamparsi de' discorsi in cui si sosteneva la necessità delle
regole è altro indizio della fede che esse riscotevano. Le Osservazioni dello
Strozzi, incorporate nella raccolta del Dati e ricomparse nella seconda
edizione d' esse, vedevano la luce anche separatamente, come s'è visto: l'
istesso discorso del Dati fu stampat o almeno tre volte. E l'aver accolto nella
seconda edizione la Declinazione de' verbi anomali del Buonmattei e la
Costruzione irregolare del Menzini e un discorso del medesimo sopra le figure
grammaticali (pleonasmo, ellissi, zeumma, iperbato, ecc.); insomma quanto
sapeva d'irregolare, che veniva poi giustificato con criteri rettoria e
l'autorità degli scrittori, conferma gli scopi di questa nuova campagna che il
Dati, nell'ambito dell'azione della Crusca, tenacemente batteva. Ma con eguale
e forse con maggiore baldanza combattevano gli avversari, e segnatamente il
Bartoli, proclamando il Capitolo undicesimo 339 principio dell' indipendenza
individuale in relazione al buon gusto, la nuova parola che s'era fatta strada,
segnacolo d'una tendenza molto significativa. L'editore del 1709 delle
Osservazioni del Cinonio giustifica il poco spaccio della prima edizione d' esse
COIl la decadenza del buon gusto, e la ricerea che poi se ne lece verso il
1659, quando le iurono nuovamente ristampate, col risveglio di esso buon gusto.
Destandosi però di quando in quando l'intorpidito Buon gusto, andavasi cercando
quest'opera e se ne vide nel 1659 la più attesa divulgazione. Nel 1655, come
avvertimmo, uscivano CL Osse?-vazioni del p. Daniello Bartoli, cresciute nel 57
a CLXXV, nel 68 (*) a CCLXX, e, dopo altre ristampe, ripubblicate (:) con
copiose osservazioni di Niccolò Amenta, che muove al Bartoli molte eccezioni, e
poi del Cito, nipote dell' Amenta, che ne rincara la dse (;!). Il libro, dice
D'Ovidio, non è che un'argutissima e dotta polemica grammaticale e lessicale
contro i divieti capricciosi de' linguai, né tocca la questione generale [della
lingua] se non in quanto, sottintendendo il primato toscano ma badando
piuttosto alla tradizione letteraria, loda e compie la Crusca . Ma pare per lo
meno che quello del Bartoli fosse un ben curioso modo di lodare e di compire la
Crusca. Già, chi erano ormai que' linguai contro i cui capricciosi divieti
argutamente e dottamente polemizzava il Bartoli, se non accademici della Crusca
o cruscanti? Poi, che rimanevan più il primato toscano e la tradizione
letteraria, ammessi pure e rispettati dal Bartoli, d'accordo in questo, ma in
questo solo con la Crusca, cioè in un riconoscimento a parole, quando, non solo
si sarebbe dovuto ammettere con lui che // Torto, e '/ Diritto del ?ion si può,
dato in giudizio sopra molte regole della lingua italiana, esaminato da
Ferrante Longobardi. In Roma, per lo Varese, 1668, 8". Il Bartoli si
difese con Y Apologia. In Napoli, per Antonio Abri, 171 7. (3) // torto e '/
diritto del non si può, dato in giudizio sopra moltiregole della lingua
italiana esaminato da Ferrante Longobardi cioè da P. I). B. Colle osservazioni
del sig. Niccolò Amenta, e con altre annotazioni dell'ab. sig. \). Gius. Cito.
Aw. Napoletano. In Napoli, 1728, a spese di Niccolò Rispoli, e di Felice Mosca.
Voli. 3. 34° Storia della Grammatica anche i migliori trecentisti scrissero non
di rado fuori di regola , e che era dunque stolta baldanza il censurar vocaboli
e locuzioni sol perchè non approvati dall' autorità degli scrittori del buon
secolo, cioè a dire della Crusca; che i non Toscani avrebbero meglio provveduto
a sé stessi col latineggiare un po' di più, anziché ostentare idiotismi
d'accatto, che era un allontanarsi dal codice dell'Accademia; ma si fosse anche
dovuto riconoscere con lui che un principio onde regolare bene il parlare non
esisteva: non le decisioni de' grammatici, non l'uso del popolo o de' più
eletti, non l'autorità degli scrittori, non la prerogativa del tempo, non
l'etimologia, non l'analogia... esser veri principii, ma or l'uno or l'altro di
questi principi aver forza, ma più di tutti l'arbitrio dello scrittore?! Meno
inesattamente lo Zambaldi così ebbe a parlare de' due libri del Bartoli, che,
per il loro contenuto più ristretto all'ortografia, non perdono valore di
fronte ai principi generali linguistici e grammaticali: Press'a poco le stesse
idee [degli oppositori Toscani] furono sostenute nel sec. seguente da Daniello
Bartoli in quel libro singolare che s' intitola il Torto e il Diritto del non
si può, dove in mezzo a molti paradossi trovi gran libertà di giudizio e
mirabile erudizione. Egli ordinò poi la sua dottrina nel Trattato dell'
Ortografia (1), dove dice che questa deve seguire tre principi: V autorità, la
ragione, Yuso. Ma essendo spesse volte questi principi in contradizione l' uno
con l'altro, lo scrittore dovrà usare il suo giudizio, e talvolta anche
l'arbitrio.... Il Bartoli, nel combattere il dominio assoluto della pronunzia
toscana e certe regole troppo esclusive della Crusca, ebbe forse l'intuizione
vaga e confusa d'un principio vero; ma non seppe trovare i giusti limiti fra il
regno dell'uso e quello dell'etimologia, né dare stabile fondamento all'uno e
all'altro. DclP ortografia italiana trattato del P. D. B. In Roma, per Ignazio
de' Lazzeri, 1670. Questo trattato fu ristampato più volte anche in tempi
vicini a noi: p. es., a Milano, per Giovanni Silvestri, e Reggio, Torreggiani.
Il Foffano, op. cit., p. 303, ricorda che non si ha più notizia dell'operetta
disegnata dal Bartoli, delle proprietà o per così dire passioni di ' z, ibi,
cit. nell' Apologia, p. 18. Capi/o/o undicesimi) 341 A noi quest' insufficienza
riesce meno condannevole di quanto sia sembrato e possa ad altri sembrare. Il
Bartori era quello che oggi si chiamerebbe uno stilista, un affine a Annunzio
descrittore: uno scrittore insomma di quelli che esauriscono tutta la vitalità
del loro pensiero nella tranquilla, olimpica contemplazione degli oggetti
esteriori, moltiplicandosi il godimento e il diletto con l'accarezzare
minutamente le proprie immagini, le risonanze varie che essi stessi si sono
destati nell'anima. Per siffatti scrittori la forma è più che mai tutto ciò che
l'interi è essa per se la sostanza dell'arte loro. E naturale che siffatti
scrittori sdegnino più d'ogni altro il treno delle regole e proclamino la
indipendenza assoluta del loro giudizio, o, meglio, la necessità dell'arbitrio.
L'arbitrio per essi è la libertà. Nel fatto tutti i veramente scrittori hanno
sentito e praticato un tale principio, perchè questa è la natura dell'arte,
checche dicano le poetiche. Ma dai temperamenti artistici, a cui alludevamo, è
maggiormente sentito il bisogno di regolarsi nell'espressione esteriore secondo
il tumultuare e il fluttuare interno delle immagini, delle armonie, dei colori.
E arbitrario e tirannico oltre che inutile è il chiedere ad essi, come per un'altra
simile questione ho osservato, che si tengano alle norme in cui i grammatici e
l'uso moderno ormai convengono: essi andranno sempre per la loro strada,
indulgendo al loro genio: anche quella che in loro è evidentemente ricerca
dell'effetto stilistico formale, è in fondo un'attività che ha radice nel loro
particolare atteggiamento artistico. La loro grammatica è la loro natura
artistica : regolarsi secondo detta dentro, caso per caso: c'è chi si forma un
suo sistema particolare al quale strettamente s'attiene, perchè non solo non
gl'impedisee la libera estrinsecazione delle sue forme interiori, ma
corrisponde sì pienamente ad esse che il non seguirlo sarebbe farsi violenza:
Annunzio è di questi. C'è chi si fa un sistema del non seguirne alcuno per lasciarsi
trasportare in ogni singolo problema formale dalle esigenze del momento, sicché
l'attenersi a una regola per quanto liberamente impostasi sarebbe un
violentarsi, e di questi è il Bartoli. Il quale mi par che abbia formulato
l'unico principio didattico che possa conciliarsi con la libertà e
l'indipendenza dell'arte, che non ne tollera alcuno: principio che viene a
concordanza piena con quanto scaturisce d' insegnamento per la pratica e
l'esercizio dello scrivere da una recente polemica sull'Idioma gentile del De
Amicis. A chi obiettava recentemente al Croce che la sua tesi circa i precetti,
illustrati dal De Amicis nel suo libro, per l'apprendimento delle lingue e
l'arte dello scrivere, sarebbe stata la più gradita ai discepoli, perchè li
dispensava da qualsiasi studio, il Croce, tra le maraviglie di chi non riusciva
a vedere come si potesse accordare con la teoria l'utilità di una pratica che
in teoria non è giustificata, rispondeva affermando l'utilità dell'esercizio
pratico e pienamente giustificando la comodità dell'empirismo . Ora il Bartoli
nella prefa,2Ìone al suo Trattato del? ortografia, con acutezza e precisione
veramente sorprendenti e in tutto degne d'una veduta estetica superiore,
scriveva: Né niun v'è, il quale, per quantunque professi e vanti di tenersi
strettissimo alle osservanze dello scrivere regolato, di parecchie maniere che
userà, possa allegare altra più vera cagione che il così parergli, e così
aggradirgli; e chi più studierà in questa professione, ogni dì meglio intenderà
non potersene altrimenti. Dal che due cose a me par che ne sieguano: l'ima, che
mal si farebbe, riprovando in altrui quel che si vuol lecito a sé stesso:
l'altra, che v' ha due strade possibili a tenersi, da chi ama, non solamente di
scrivere regolato, ma sufficientemente difeso; cioè: Dare una volta quanto è
bisogno di studio a comprendere interamente la materia, e tutte averne davanti
le necessità e gli arbitri, le diversità e le somiglianze, le strettezze e le
larghezze, i perchè a gli usi, così moderni, come antichi: in somma quanto
(fino a una conveniente misura) può dirsene e sapersi: e così INFORMATO SENZA
PIÙ CHE SÉ STESSO, E IL SUO BUON GIUDICIO seco, farsi da sé medesimo un dettato
d'ortografia, secondo il saviamente partitogli più convenevole ad usarsi, e più
sicuro a darne, bisognando, ragione a chi ne l'addimandasse. E a questo intendo
io che abbia a servire {se può bastare a tanto) il presente Trattato. L'altra
via è [ma questa non è da lui evidentemente preferita, anzi il modo stesso con
cui l'enuncia par tirare a metterla (piasi in ridicolo], del non prendersi
maggior noia e fatica che di leggere, e far sue le regole che questo o
quell'altro buon maestro in professione di lingua avrà dettate; e fon esse in
mano, seguitarlo a chiusi occhi. E se altri l'addimandasse del Croce in La
Critica, IV, S9 sgg., e Y, 71 sgg. I V. anche del Crock, // padrone g giumento
della Scenica, in La Critica. perchè) ili qual che sia particolarità del suo
scrivere, soddisfare a tutto con quella sola e universale risposta che è
l'antichissimo Ipse dixit. Ma questo non dovrà mica voler più avanti che uso
proprio: non per ardirsi a far dell'arbitro, e diffinitore del Così va riè si
de' altrimenti; non sapendo non che le cagioni dellWtrimentì che può, e per
avventura dee farsi, ma né pure il perchè dee così far egli, se non il così far
ch'egli siegue; come appresso Dante le pecorelle, (piando escon del chiuso, E
ciò che fa la prima, e l'altre tanno, Addossandosi a lei s'ella s'arresta
Semplici e chete, E lo perchì-: non sanno . In tutto questo discorso mi par che
questo pensiero si rilevi chiaramente: si studi la grammatica e si facciano
esercizi grammaticali, ma, poi, nell'espressione non se tenga alcun conto,
lasciando piena libertà al proprio buon genio. Il che ha una portata maggiore,
filosoficamente parlando, di quel che gli sia stata fin epti riconosciuta,
benché il Bartoli non muova da un determinato sistema: era il buon senso dello
scrittore che lo rendeva ribelle alle regole, e il suo gusto particolare:
sicché egli, e per questa ribellione e per la motivazione, rappresenta un
progresso perfino sulla dottrina che seguirono il Buonmattei e il Cinonio.
Questi parlavano di ragione: egli affermava l'esigenza del gusto, accordandosi
così ai tempi, ne' quali appunto si veniva scoprendo un'altra facoltà diversa
dalla ragione, che presiedeva alla produzione dell'arte: la fantasia: non era
certamente ancora la scienza: era il lievito che la veniva fermentando. La
dottrina del Bartoli aveva in sé un po' di questo lievito: e questo è il suo
merito principale (?). E lievito è anche quel curioso libro del Vincenti che s'
intitola 7/ ' ne quid nimis' della lingua volgare nelle Regole più praticabili
e principali: ( !) dove, tra tante bizzarrie e anche balordaggini specie nella
motivazione della sua indifferenza per l'uso di questa o quella parola
sostanzialmente identica, si pro Milano, per Giovanni Silvestri. Croce, Est.
Storia;, III, p. 209. opera non volgare, Roma, per [gnatio de Laz, nel 1665.
Cfr. C. Trabalza, Un curioso criterio stilistico d'un grammatico secentista, in
Sludi e Profili, Torino, 1903, p. Sr sgg. 344 Storia del/a Grammatica pugna un
concetto di indipendenza dalle strettezze della grammatica pedantesca. Una ben
curiosa apparizione moveva ancora contro la lingua fiorentina come già nel
Cinquecento con Mario d'Aretio dalla Sicilia, dove la tradizione del primato
poetico dugentesco è durata si può dir sino a ieri nella coscienza di
grammatici e critici: vedremo, del 1836, una Glottopedia italo-sicida o
grammatica italiana dialettica: ora, dunque, cioè nel 1660, Antonino Merello e
Pio Mora in un Discorso che fa la lingua Vulgate dove si vede il suo nascimento
essere siciliano facevano che la lingua siciliana, vedendo svaleggiata la sua
cittadinanza da' fiorentini, che Toscana, s'appellano (p. 5), insorgesse contro
la vana petolanza della Toscaneria, eccitando i siciliani a non starsene
neghittosi. E due anni dopo in un nuovo Discorso dove si mostra che la Sicilia
sia stata Madre non solo dello scrivere, e poetare, ma anco della lingua
volgare^, dicevano : Eche habbia la lingua volgare gran parte della lingua
greca, leggete il Discorso di Ascanio Persio, e negavano all'Allacci che la
Sicilia sia stata solamente genetrice del rimare e poetare. Più rispettoso
verso la Crusca par mostrarsi lo Sforza Pallavicino, a cui dobbiamo alcuni
Avvertimenti grammaticali per chi scrive in lingua italiana, dati in luce dal
p. Francesco Rainaldi della Compagnia di Gesù (!) nel 1661 e più volte ristam i
Messina, 1660, per Paolo Bonacata. ! In Cosenza, per Gio: Battista Mojo e Gio:
Battista Rossi, M DC LXII. In questo oltre li Osservanti dell'Aretio, si cita
un D iscorso che la Ungila italiana hebbe nella Sicilia il suo nascimento di
Francesco Pio. Il FOFFANO, attingendo al Mongitore, ricorda un 7)iseorso di
Luigi La Farina, in cui si prova la lingua siciliana esser madre dell'italiana,
dove anche è citato un BRUMALDI (Montalbani), che ne iscorso che la Ungila
italiana hebbe nella Sicilia il suo nascimento di Francesco Pio. Il FOFFANO,
attingendo al Mongitore, ricorda un 7)iseorso di Luigi La Farina, in cui si
prova la lingua siciliana esser madre dell'italiana , op. cit., p. 299, dove
anche è citato un BRUMALDI (Ovidio Montalbani), che ne l suo Vocabolista
bolognese (Bologna, 1660) pretese dimostrare che il dialetto di Bologna è da
considerarsi come la madre lingua d'Italia . Nel 500 aveva inneggiato
l'Achillini a codesto dialetto. Che ogni scrittore illustrar dee l'idioma
nativo et anche arricchirlo con alcune forme giudiziosamente portate dal
latino, volle provare G. F. BoNOMl, Bologna, i6Sr. 1 i In Roma, per lo Varese,
1661; per Ignazio de' Lazzeri, 1675; in Roma et in Perugia, per gli Eredi di
Sebastiano Zentrini, 1674 (ediz. che ho sott'occhioj. L'originale del
Pallavicini è nel Cod. marciano, CLXXVI (Catal.] pati, pochi (sono in tutti
121), invero, ma non senza traccia di quel saporifilosofico che fa del noto
cardinale un partecipe di quel presentimento critico del sec. XVII a cui, anche
poco sopra, abbiamo accennato. Più rispettoso, abbiam detto; ma anch'egli, come
il Bartoli e il Vincenti, non conosce leggi grammaticali assolute. Le sue
osserva/ioni empiriche non sono mai infondate: egli sa osservare che in alcune
voci la pronunzia fiorentina è diversa da quella del rimanente della Toscana e
dell'Italia; come in dire Abate, Ujìzio, Roba, con le consonanti semplici:
Immagine, Innalzare, Ovvidio, con le raddoppiate. In questi e simili casi non
sarà degno di riprensione chi seguirà o l'una 0 l'altra maniera (p. 46).
Didatticamente, segue un principio molto ragionevole e discreto. Col nome
d'errori dunque intendo quelli, che si scostano dall'uso ordinario degli
scrittori buoni, e pregiati per politezza di lingua. Tacerò le ragioni, 0 solo
talvolta ne darò un cenno: però eh' elle sono difficili ad apprendersi, e
vagliono solo al sapere: là dove i nudi insegnamenti s' imparano con agevolezza
e bastano per operare (pp.3-4). Ma gli avvertimenti caratteristici son quelli
onde si chiude il volumetto. Conchiuderò con due brevi avvertimenti. L'uno è,
che questi contenuti nel presente Capitolo sono più tosto consigli che
precetti: Onde meriterà lode chi gli osserva; ma non biasimo chiunque in
picciola parte se ne allontana. L'altro è, che in questa, come in tutte le
arti, ninna regola è sufficiente se non maneggiata e posta in uso a guisa di
mero istrumento dal giudicio, il quale solo è /'Architetto di tutte le opere.
Ognun vede coma il fondamento di questa conclusiva sentenza è nel sistema
filosofico che mette il Pallavicino in un posto non disonorevole nella storia
dell'estetica, come quello che affrancava la fantasia dall' intellettualismo,
benché la identificasse poi col sensualismo marinesco , e, in ogni modo, l'arte
dalle regole. Croce, Estetica. Accanto agli Avvertimenti dello Sforza
Pallavicino registriamo alcune altre simili operette. Le prime lince o Lezioni
della lingua italiana per regolarne il disegno ai suoi signori scolari
concentrate dal maestro di lingua Gio: Pietro Erico rivelano se non una certa
ingegnosità, una certa smania di voler far entrar in modo facile la grammatica
nella testa degli scolari. Vi si fa largo uso dei paradigmi; gli elementi
(vocali e consonanti sono raggruppate in più modi per 346 Storia della
Grammatica Dietro l'esempio del Bartoli per oltre un cinquantennio, più spesso
contro la Crusca che in favore, e sempre in consonanza col movimento
linguistico a cui aveva dato impulso il Vocabolario, si misero a compilare
grossi e piccoli zibaldoni specialmente d'indole ortografica, a stendere
dissertazioni, lezioni e dialoghi, a postillare raccolte maggiori, e in
connessione con l'ortografia a trattar di pronunzia e di prosodia , specie
della agevolar la pronunzia); avverbi, modi avverbiali, congiunzióni,
intergettioni, preposizioni sono ammariniti per elenchi; il nome vi è trattato
ancora secondo la qualità, il numero, il caso, la figura, la motione; i verbi
son dati in tavole; vi si additano esercizi per la concordanza. (Si debbono
all'Erico anche: Generis humanae linguae, Venetiis, 1697 e Renatum e 'Mysterio
principiiun phiiologicum, Patavii. Sono state ricordate qualche volta le
Osservazioni della lingua volgare di Pio Rossi, Piacenza, e la Pratlica, e
compendiosa istruzzione a' principianti circa l'uso emendato, et elegante della
lingua italiana del RoGACCl. In appendice agli Avvisi di Parnaso ai poeti
toschi, Venezia, s. a., Marcantonio Nali, dette un trattato sulla dieresi,
sulla sineresi, sui dittonghi, e sull'accento; Loreto Mattei (il noto poeta
vernacolo reatino), una Teorica del Verso volgare, e Prattica di retta
pronunzia, in Venezia, per Girolamo Albrizzi.(Neil' Apologia della z cita una
Neogrammalogia di un Anonimo, dove si proponeva il segno dell'.? per lo z aspro
(fortezza, bellezza) per distinguerlo dal suono di: in donzella, grazia,
amazzone. Nella lezione La lingua toscana in bilancia con la latina il Mattei
pone la prima superiore alla seconda). In questo campo il libro classico è la
Prosodia italiana ovvero l'arte con l' uso degli accenti nella volgar favella
d'Italia, accordati dal padre Placido Spadafora, palerm. della Comp. d. G.,
colla Giunta di tre brevi trattati: l'uno della Zeta, e sue varietà: l'altro
dell', verbo sost., apposizione = ellissi del verbo sost., preposiz., avverbi,
congiunz., pronome, intercezione, intere sentenze, che se il loia, dello zeuma,
falsa zeuma, .sillessi, trasposizione, iperbato, anastrofe, tniesi, parentesi,
e sinchisi.]anzi ultrapurista, per dirla col suo recente biografo , ma, mutati
gli abiti mentali e slargato il suo orizzonte anelie per effetto delle lingue
apprese ne' suoi viaggi all'estero, fini quasi ribelle. Scienziato, filosofo e
teologo, erudito, novellatore e poeta, epistolografo, quale accademico della
Crusca attese a studi linguistici diversi, di spoglio, d'etimologia,
d'ortografia, di cui introdusse qualche novità anche ne' suoi scritti (ò, ài, à
per ho, hai. ha, secondo l'antica proposta del Tolomei); ma precettista di
grammatica non fu. A noi basterà caratterizzar tutta la sua operosità
grammaticale, osservando che egli non si peritò d'accogliere voci straniere,
che fu anzi uno de' primi neologisti, e riferendo quel che nel 1677 scriveva al
Bassetti circa la compilazione del Vocabolario: tutto l'arricchimento maggiore,
che si pensa dare a quest'opera è il rifrustar manoscritti antichi, e aggiunger
voci Ora io non vorrei che ci trafilassimo a cavar fuori e a spiegar voci, che
in questo secolo non accaderà che un uomo l'oda nominare una sola volta in vita
sua, e trascurassimo quelle, che occorrono in ogni discorso e che mal usurpate
rendono chi le dice ridicolo ('"). Voi mettete , tornava a ripetergli, in
questo vocabolario voci antiche, voci rancide. voci disusate, voci, che son
ridicole a voi medesimi, e poi, non distinguendole dalle buone, ci date
mescolate la crusca, o piuttosto le reste e la paglia istessa, con la farina .
A base di quest'osservazione è sempre la vieta concezione del linguaggio; ma
questo bollar di ridicolo le voci rancide e chi le adopera, indica per lo meno
la coscienza della contradizione tra parola vecchia e idea nuova, un sentimento
insoddisfatto dell'unità dell'espressione, un segno, in ogni modo, di salutare
reazione. Nel raccomandare alla risorta Accademia di aprir le porte al Tasso;
di mettere de' contrassegni alle voci arcaiche, alle non comuni, alle plebee: e
di esser meno difettosa nell'accogliere le buone voci forestiere (:i),
invidiando alle altre nazioni l'uso vivo della lingua, precorreva il Manzoni.
Fu pertanto considerato, come egli stesso confessava, per corruttore della
severa onestà de' Stefano Fermi, Lorenzo Dlagatotti scienziato e letterato (
Studio biografico bibliografico critico con ritratto, Firenze, 1903, p. 171.
Leti, fam.., t. II, p. 68, in Fermi. Ovidio] nostri antichi : ma non così
largamente che dal Panciatichi, residente nel 1671 a Parigi, non fosse invitato
sebbene inutilmente a prender le difese di nostra lingua contro gli attacchi
famosi del Bouhours, che trovò in Italia il suo avversario nel Conti. Più
importante di quella del Magalotti e de' comuni consoci è forse l'opera d'uno
de' due Salvini, Anton Maria: a Savino, dobbiamo, tra l'altro, la prima storia
dell'Accademia ('"): storia, si dica subito, che dimostra l'importanza che
l'Istituto famoso aveva ormai acquistato, ma, anche, la chiusura d'un periodo
d'attività che aveva fatto il suo tempo e non rispondeva più ai nuovi tempi.
Salvini è purista dello stampo del Dati, suo antecessore, di cui cita con lode
il ricordato discorso siili' Obbligo di ben parlare la propria lingua; fu,
direi, l'incarnazione de' principi che prevalsero in questo tempo nelV
Accademia; fu il perfetto accademico; anche i modi della sua attività
letteraria contraddistinguono il carattere della sua mente: fu oratore
accademico e postillatore: le Prose toscane e i Discorsi accademici offrono una
buona parte di quell'attività; ma è altrettanto considerevole la materia
trattata da lui nelle annotazioni a opere e libri famosi : il Malmantile del
Lippi, la Piera e la Tancia del Buonarroti, la Perfetta poesia del Muratori, le
Origini del Menagio, il Vocabolario, la Grammatica del Buonmattei, V Anticrusca
del Beni. Le più importanti al fatto nostro sono le postille all'opera
muratoriana, specie per ciò che concerne l'efficacia delle regole grammaticali.
Lett. in Belloni, // seicento, p. 452. ('-') Ragionamento sopra V origine
dell'Accademia della Crusca, Firenze. Su esso, dott. Carmelo Cordaro, Anton
Maria Salvini, saggio critico-biografico, Parma, 1906, e la notizia che di
questo libro dà R. Fornaci ari. Un filologo fiorentino del sec. XVIII, in Nuova
Antologia. [] Vivaldi esclude, con l'inoppugnabile argomento del tempo, che sia
del Salvini, n. il quel progetto di risposta da farsi all' Anticrusca per opera
del Fioretti che la fece infatti nel 1614, che il Moreni pubblicò nel 1S26
traendolo dalla iMagliabechiana. (6) Nei Discorsi Accada n. xxi, p. 3 l'A.
esordisce col sostenere che l'obbligo di ben parlare la propria lingua fu
dimostrata con Capitolo undicesimo 353 K noto che uno de' punti cui s'agitò la
controversia, che è stata chiamata della lingua, fu l'eccellenza del Trecento
sul Cinquecento e i secoli posteriori. Il Muratori fu perii Cinquecento : e il
Salvini, naturalmente, pel Trecento. Tra gli argomenti che il Muratori
adduceva, era questo, che nel Trecento la lingua non poteva essere arrivata
alla sua perfezione, perchè, tra l'altro, non se n'erano peranco stabilite le
regole e ognuno scriveva a suo talento, usando parole e locuzioni straniere,
rozze, plebee, cadendo per ciò senz'accorgersene in barbarismi e solecismi,
trascurando anche la retta ortografia. Il Salvini gli ritorce codesto argomento
così: il non essersi stabilite le regole, né poste in iscritto, e scrivendosi
tuttavia da molti e parlandosi in quel tempo regolarmente, è segno che in quel
tempo era giunta al non più oltre l'italiana favella; e non fa che le regole
naturalmente non ci fossero . In altre parole il Muratori sostiene la
inferiorità del Trecento con la mancanza della grammatica; il Salvini
l'eccellenza di esso con l'esistenza virtuale della grammatica : questione e
ragioni egualmente cervellotiche e che movono l'ima e le altre dal concepire,
al solito, il linguaggio come un congegno meccanico che funziona più o meno
bene secondo l'esattezza sua e di chi lo adopera: il confronto è impossibile ei
termini sono astrazioni. Che cos'è il Trecento? che cos'è il Cinquecento? sono
le opere concrete che si scrissero, sono le parole {parole nel senso estetico)
che si pronunziarono: ora confrontar l'un secolo con l'altro, è confrontar la
Divina Commedia con 1' Orlando Furioso, ossia fare una cosa inutile e
arbitraria. Spiegar poi l'eccellenza dell'una o dell'altra opera con le re
ottime riflessioni dal suo antecessore, il nobile e dotto Carlo Dati....
Vorrebbe che si coltivassero i due idiomi e si scrivesse nell'uno e nell'altro,
come fecero i maestri di nostra lingua, il Bembo, il Casa, ed altri. Ma poiché
la nostra favella non ha quel corso e quella voga d'esser parlata e scritta
comunemente, come, non so per qual destino, ha avuto ed ha l'idioma francese
... perciò chi di cose scientifiche vuole trattare, scriva in latino non perchè
a ciò sia inetta la nostra lingua, ma per aver più gran teatro, che ascolti,
perchè la lingua latina è lingua dell'universale e propria di tutti i letterati
non obbliando la nostra che ha i suoi vezzi e incanti singolarissimi . In
Gerini. Ricordiamo De i pregi dell' eloquenza popolare esposta da L. A.
Muratori, Venezia, M DCC L, presso G. B. Pasquali, fondati sulla dottrina
dell'imitazione.] gole, è pretendere che le regole producano l'arte. Siamo
ancora con la vecchia poetica. Il Muratori dedicò parecchie pagine della sua
perfetta poesia al buon gusto, e sebbene non accettasse le vedute dello Sforza
Pallavicino che davano briglia sciolta alla fantasia, le fece larghissima parte
, ebbe insomma più larghe vedute del Salvini: ma il linguaggio non fu neppur
sospettato né dall'uno né dall'altro che potesse esser tutt'uno con la
fantasia. La poetica del rinascimento si dissolvette, senza che la grammatica,
naturalmente, avesse avuto l'onore in essa d'una interpretazione degna d'esser
chiamata filosofica: fu sempre considerata come strumento: infatti nella
classificazione delle arti, rimase sempre all'ingresso. Da quell'argomento
delle regole il Salvini ne trasse un altro, meno disutile anche perchè contiene
un elemento che si può chiarire con la storia, ma egualmente infondato nella
sua concatenazione. Prima una lingua fiorisce, e la fan fiorire gli autori che
la mostrano e scuopronla; e poi se ne formano le regole. Anzi quando si fanno
le regole, cattivo segno: è segno che la lingua non è più nella sua naturai
perfezione: è scaduta dal suo primo fiore e lustro; ha bisogno di essere
puntellata, perchè non finisca di rovinare ("). E si sforza di dimostrarlo
col fatto dell 'imbarbarimento del 400 da cui ci liberò il Bembo con gli altri
grammatici, ma non in modo che scorcordanze e solecismi non durassero ancora,
consigliando il ritorno all'imitazione dell'aureo secolo, quando autori e volgo
parlavano puro e corretto e tutti scrivevano come i testi a penna dimostrano
senza sconcordanze, e si avevano le coniugazioni senza che vi fossero
grammatiche, dell'aureo secolo, che ebbe, oltre questi, il merito di fornire ai
grammatici cinquecentisti la materia delle regole loro. Il Vivaldi, che
riferisce queste idee e argomentazioni delSalvini, seguendolo passo passo con
la sua critica, osserva che quando nascono le regole in una lingua, questa non
è più nel suo stato di spontaneità, è entrata in un periodo riflesso; ma dire
che sia in un periodo di corruzione e di rovina mi pare troppo. Or che vuol
dire che una Croce, Estetica.) Quest'idea, annota il Vivaldi, p. 321, che la
grammatica sorga quando la lingua si comincia a corrompere, è ripetuta in molti
punti dal Salvini. Leg.ui le note] lingua e entrata in un periodo riflesso? La
lingua è sempre lingua, cioè creazione spirituale in ogni momento del suo
prodursi : slato riflesso sarà quello della coscienza di chi la parla. E
certamente da questi stati riflessi della coscienza nascono tutti gli sforzi
che mirano a spiegare il passato: le regole, teoricamente, sono il primo
tentativo della scienza: praticamente, servono al bisogno dell'apprendimento
della lingua: Aristotele, Quintiliano, il Bembo interessano egualmente ma
diversamente tanto chi fa la storia delle dottrine poetiche e grammaticali,
quanto chi si prefìgge lo scopo pratico di apprendere o di insegnare l'arte e
la lingua. Si può dire, quindi, aggiunge il Vivaldi, che, nate le regole, una
lingua sia meno vivace di prima; ma dire che s'incammini alla corruzione, donde
il bisogno di essere puntellata, non mi pare. Come se, quando spuntavano le regole
del Fortunio e le Prose del Bembo, fosse stato mai impedito all'Ariosto di
condurre a quello stato di perfezione o di vivacità, ond'è mirabile, il suo
Orlando Fttrioso, o per effetto di quei pretesi mali contro cui insorse la
grammatica del purismo avesse mai potuto raffreddarsi il calore ond'espresse e
corresse i suoi Promessi Sposi Alessandro Manzoni ! La corruzione della lingua
è una delle tante illusioni che il vecchio concetto del linguaggio suscita e
alimenta: e la grammatica non sorge in aiuto d'un guasto che è solo nella
fantasia degli empirici. Ma, intanto, quanto inchiostro non s'è versato in
queste discussioni che ogni tanto, anche dopo che la scienza le ha superate,
risorgono anche tra persone colte, dividendone gli animi ! Meglio che in polemiche
e in particolari trattazioni, un letterato pugliese, l'ab. Severino Boccia,
autore del Tasso piangente , concretò la sua opposizione contro la Crusca in
una vera e ampissima Grammatica e in un grande Vocabolario, che però non videro
mai la luce . Uno dei padri della grani Napoli, Mich. Monaco, 16S2, sotto lo
pseud. di Sincero Va/desio. Cfr. Guerrieri, L'abbate Severino Boccia grammatico
e lessicografo pugliese del sec. XVII, Cerignola (estr.). La Grammatica
italiana di Sincero Valdesio è contenuta in un ms. cart. legato in pelle bianca
di oltre 500 pagine, parte numerate parte no. Una postilla in cui quest'opera
viene attribuita al Boccia, reca la data iógo. Di essa fece un riassunto D.
Felice, Roma, nel 1703, che poi passò all'Armellini. Il Voc. è parimenti ms. in
cinque grossi volumi avrebbe chiamato il Boccia quel gran padre che ne fu
Basilio Puoti, che potè vedere la voluminosa opera dell'abate pugliese . La
Grammatica si apre con un discorso sulla lingua, il suo svolgimento, e il modo
di studiarla: la grammatica vi è definita l'arte di parlare e scriver bene in
tale idioma, senza vizio di barbarismo o solecismo , e se ne deduce che il
favellare è proprio connaturale all'uomo e che nessuno può pretendere di
parlare e scrivere bene, senza l'arte e lo studio: la macchina dell'opera sua
poggia sopratre colonne di bronzo massiccio, la ragione, Y autorità, V usanza;
ma l'A. non ha voluto giurare sul frullone delia Crusca, non sulla zucca degli
Intronati, non sulla gru degli Oziosi, non sulla luna degli Erranti, né in
altra celebre impresa di questa o di quella Accademia^). Da quanto ce ne dice
il Guerrieri la trattazione è completa, dalle lettere, vocali e consonanti,
sillabe alle parti del discorso, al pleonasmo, all'ortografia e punteggiatura;
il notevole è che gli esempi sono tolti tutti quanti dal Tasso, sia per le
regole che per le eccezioni: e le autorità del Vocabolario, dove spesso i modi
di dire hanno il corrispondente latino, sono di frequente cavate dal Tasso.
Così la Crusca veniva contraddetta in due modi, abbastanza pratici, nelle
regole e negli esempi, e l'infelice poeta aveva in questo grammatico e
lessicografo il più caldo e fedel difensore. Pro e contro la Crusca stette
infine quel GIGLI (si veda) che, come dice il D'Ovidio, rinnovò lo scandalo col
Vocabolario Cateriniano, libro riboccante d'arguzie e d'umorismo, ma spesso
scurrile, pettegolo e maligno, non di rado anche insipido o adulatore , (p.
153) e del quale scontò l'audacia con umilissime ritrattazioni e il bando da
Siena sua città natale e da Roma, dove fu precettore di D. Alessandro Ruspoli
de' Principi di Cerveteri, per l'istruzione del quale ordinò l'operetta è
dicitura che tolgo dal titolo che va sotto il nome di Regole per la toscana
favella dichiarate per la più stretta e più larga osservanza in dialogo tra (*)
Guerrieri, op. cit., p. 33. {-) Guerrieri. Su esso, T. Favilli, G. Gigli
senese, nella vita e nelle opere, Rocca S. Casciano, 1907 (ma cfr. I. Senesi,
recens. in Rass, bibl. d. leti. It. Maestro e scolare , una delle ultime e vere
grammatiche di questo lungo periodo di cui siam venuti notando le
manifestazioni più caratteristiche, cosa diversa dalle Lezioni di li?igua
tosca?ia ("), che furono nuovamente raccolte dall'ab. G. Catena Senese. Al
Gigli dobbiamo anche, tra l'altro, un'Orazione in lode della toscana favella, e
la raccolta romana delle Opere di Celso Cittadini: egli poi accenna a tavole
sinottiche de" Verbi ausiliari e regolari da lui compilate per
distinguerne in quattro colonnette l'uso corretto antico, poetico e corrotto,
distinzione non fatta dal Pergamini, e a una sua grammatica anteriormente
stampata, che è tutt'uno con le Lezioni, dove infatti questa partizione è
adottata. Avverte nella prefazione che ha più Grammatiche ornai la nostra
Volgar Favella, che non ha genti (stetti per dire) che la parli ...; la chiama
bastone ... istoriato dal Cittadini, fornito della punta di ferro dal
Castelvetro, contro il Bembo, o fatto a nodi contro il Bartoli, il Beni, il
Muzio; fornito di manico d'argento dal Castiglione ...; constata che l'Indie
grammaticali non mandano altri Ucelli, che qualche voce spelacchiata dell'H;
qualche verbo anomalo, che ha i piedi dove altri hanno il capo; qualche nome
eteroclito di due sessi . E questo supergiù, come abbiam visto, era vero per la
vecchia grammatica dell'italiano: poiché proprio ora, e precisamente usciva in
Napoli per il latino il Nuovo metodo di Portoreale, che doveva naturalmente
produrre la sua efficacia anche sull'italiano. Accenna, infine, a una nuova
edizione del Donato con Avvertimenli grammaticali per la nostra volgar lingua,
curata dal suo assistente alla cattedra d'eloquenza, Francesco Tondelli, che è
un nuovo esempio di quella fusio ne che ormai si ve In Roma. Nella stamperia di
Antonio de' Rossi, nella strada del Santuario Romano, vicino alla Rotonda,
Venezia, Giavasina, e 29. Coi tipi del Pasquali in Venezia. In Lezioni,
Venezia, 1736. (5) In Roma, per Antonio De' Rossi. In Roma, Chracas, 1710. Ma
la prima ediz. era stata fatta in Siena. Un Donato al Senno ... con le. loro
costruttioni et toscane dìchiarationi vide la luce in Treviso, per Gasparo
Pianto. 35^ Storia della Grammatica niva facendo sempre più completa delle due
grammatiche, l'italiana e latina, e sulla quale aveva insistito ne' suoi
Discorsi accademici (cfr. specialmente il LXII, t. I, sopra la lingua latina) e
nelle Prose toscane (le lezioni 22, 33, 44 sopra la lingua toscana, e la 47%
Esortazione a comporne in toscano) anche Anton Maria Salvini. Le Regole come le
Lezioni del Gigli non hanno maggior portata filosofica di quella che vien loro
dall'essere informate a un certo spirito liberale di modernità e d'opposizione
alla grammatica pedantesca e troppo ristretta, della quale abbandona il
complesso schematismo, contentandosi di dar poche regole tra molti e vari
esercizi (2); il che le rende naturalmente lodevoli sotto l'aspetto didattico.
L'uso che il Gigli segue è quello degli scrittori del Trecento più comunemente
accettati, che era un utile criterio per lui per propugnare quello della Santa
concittadina, in servizio del quale prese a compilare il l'ocabolario
Cateriniano, vessillo intorno a cui aveva tentato raggruppare un forte manipolo
di ribelli, dove s'oppone a riconoscere in Firenze e nell'Accademia il diritto
esclusivo di regolar la favella d'Italia. Per quanto editore delle opere del
Cittadini, pure non sembra ne faccia la debita stima almeno per l'utile che ne
possa venire ai discenti italiani: afferma, invece, che le ricerche
dell'illustre concittadino sono assai più giovevoli agli Oltremontani, Vi si
dice che lo studio del latino è necessarissimo per iscrivere perfettamente nel
toscano. Questi luoghi segnalò già il Gerixi, op. cit., p. 8, n. Regole della
poesia sì Latina che Italiana per uso delle scuole erano state edite per la 3a
volta, in Venezia, presso Giuseppe Rota niella prefaz. è detto che questa è la
prima poetica per le scuole). (2) P. es., è molto pratico quello indicato in
fin del libro per conservare a memoria le Regole addietro scritte, per via di
qualche racconto mescolato a studio degli usuali errori, che si commettono fra
i Toscani medesimi; i quali errori qui si correggono dagli scolari fra di loro,
con quest' ordine stesso, che dagli scolari della Grammatica Latina si pratica,
ascoltando un avversario il recitamento a memoria dell'altro . Gigli mostrò di
sapersi valere del dialetto per l'apprendimento della lingua. E forse a questo
scopo avrà disegnato una Grammatica senese di cui parla in una sua lettera del
28 ott. 1715 (in Favilli, G. Gigli, se questa non è tutt'uno con le Lezioni o
le Regole, o non è un termine vago per indicare i suoi studi grammaticali e
linguistici. Capitolo undicesimo 359 ai quali tiene costantemente l'occhio
specie per quel clie concerne la grafia. Né può esser lodato per ciò che
concerne la critica de' testi e l'etimologia. Batte molto su i criteri
stilistici, distinguendo come gli abbiam visto far per i verbi, un uso retto,
antico, poetico, corrotto, che corrisponderebbe su per giù alle distinzioni
fatte poi dal Manzoni. Ma è sempre sarebbe inutile osservarlo da quanto sin qui
s'è detto sotto la vecchia concezione del linguaggio, per cui s'aggira
costantemente nell'equivoco: Non troverete sollecismo , dice, che non possa con
qualche esempio salvarsi, o del Dante, o de' suoi Coetanei, o di S. Caterina da
Siena, e simili autorevoli Prosatori Poeti. Il pensiero com'è formulato
determina il carattere del vecchio dogmatismo grammaticale. Il Gigli ci
richiama al pensiero un sostenitore della Crusca, Niccolò Amenta (' ), già
ricordato come Annotatore del Torto del Bartoli, e del quale anche, per ragion
di tempo, ci dobbiamo ora occupare. L' Amenta già nelle Annotazioni al Torto
aveva preso posizione netta contro il Bartoli e in favor della Crusca,
giudicando che il Bartoli, menando beffe e strazio de' grammatici, non aveva
seguito né le loro decisioni, né l'uso, o sia del popolo o de' più eletti, né
l'autorità degli scrittori, né la prerogativa del tempo, né l'uso latino o il
suo contrario, né la convenenza de' simili; ma or l'uno or l'altro, or due o
tre insieme e più di tutto Y arbitrio, a cui una gran parte rimane in libertà,
ed è per avventura la più diffìcile a ben usare, richiedendovisi un buon gusto
proveniente da buon giudicio (p. 15). L'accusava d'aver plagiato il Cinonio, di
cui non par facesse molta stima: e concludeva: se adunque vorrà tutto ciò
considerare qualunque affezionato al P. B., ho per fermo, che compatirammi,
s'io in queste osservazioni tra la forza che m'ha tatto principalmente la
ragione, e per la riverenza che ho avuto a' Testi, a' buoni Grammatici, ed a'
signori Accademici fiorentini, spessissime volte gli ho contraddetto.
Protestando ad ognuno che se '1 B. scrisse questo libro (come già pare ch'egli
stesso volesse) per far conoscere, che nella Toscana favella prevaglia ('
spesso così accoppiati discussi dal Vico) poterono sodisfargli l'intendimento
circa la guisa del nascime?ito, ossia la natura delle lingue, che troppo ci ha
costo di aspra meditazione i1), e la cui Discoverta, ch'è la chiave maestra di
questa Scienza, ci ha costo la Ricerca ostinata di quasi tutta la nostra vita
letteraria. Medesimamente lo lasciarono insodisfatto i grammatici del
rinascimento, da lui criticati e nella massima opera enel breve Giudizio
intorno alla Grammatica d'Aronne. La metafisica è una scienza, comincia VICO (si
veda), la quale ha per oggetto la mente umana. Ond'ella si stende a tutto ciò
che può giammai pensar l'uomo. Quindi ella scende ad illuminare tutte le Arti,
e le Scienze, che compiono il subietto dell'umana Sapienza. Le prime tra queste
sono la Grammatica, e la Logica; l'ima, che dà le regole del parlar dritto,
l'altra del parlar vero. E perchè per ordine di Natura dee precedere il parlar
vero al parlar dritto; perciò con generoso sforzo Giulio Cesare della Scala,
seguitato poi da tutti i migliori Grammatici che gli vennero dietro, si diede a
ragionare delle cagioni della Lingua Latina co' principj di LOGICA. Ma in ciò
venne fallito il gran disegno con attaccarsi ai principj di Logica, che ne
pensò un particolare uomo filosofo, cioè colla Logica di Aristotile, i cui
principj essendo troppo universali, non riescono a spiegare i quasi infiniti
particolari, che per natura vengono innanzi a chiunque vuol ragionare d'una
lingua. Onde Francesco Sanzio, che con magnanimo ordine gli tenne dietro nella
sua Minerva, si sforza colla sua famosa Ellissi di spiegare gl'innumerabili
particolari, che osserva nella Lingua Latina; e con infelice successo, per
salvare gli universali principj della Logica di Aristotile, riesce sforzato e
importuno in una quasi innumerabile copia di parlari Latini, dei quali crede
supplire i leggiadri ed eleganti difetti, che la Lingua Latina usa nello spie-
[In Croce. Scienza Nuova, Milano, Truffi. Non è questa la migliore edizione del
gran libro; ma, avendo condotto su essa il mio studio, mi è difficile ora
concordare le citazioni con la seconda edizione Ferrari. Cfr. Croce, Bibliogr.
vichiana, Napoli, e Suppli'Diento.] garsi. Ma il quanto acuto, tanto avveduto
Autore di questa novella Grammatica ha ridotto tutte le maniere di pensare, che
nascer mai possono in mente umana intorno la sostanza, e le innumerabili varie
diverse modificazioni di essa, a certi principi metafisici cosi utili e comodi,
che si ritrovano avverati in tutto ciò che la Grammatica Latina propone nelle
sue regole, e nelle sue eccezioni. Il frutto di una sì fatta grammatica è
grandissimo, perchè il fanciullo, senz'avvedersene, viene informato di una
metafisica, per dir così, pratica, con cui rende ragione di tutte le maniere
del suo pensare; appunto come colla Geometria i giovani, pur senz'avvedersene,
apprendono un abito di pensar ordinatamente. Per tutto ciò, secondo il mio
debole e corto giudizio, stimo questa Grammatica degna della pubblica luce,
siccome quella che porta seco una discoverta di grandissimi lumi alla Repubblica
delle Lettere. Lasciando per ora da parte il rispetto del Vico verso la
grammatica ancor classificata secondo il vecchio canone, è agevole vedere come
la posizione presa da lui contro lo Scaligero e il Sanzio, acutamente distinti
tra tutti i grammatici dell'antichità e del rinascimento, sia determinata
appunto dal suo concetto fondamentale di fantasia e d'intelletto. Il Sanzio,
moviamo da questo perchè supera lo Scaligero, pur avanzando di tanto i
precedenti grammatici nell'interpretazione delle forme e de' costrutti latini,
come quegli che ne cercava le radici nello spirito e non in un convenzionale ed
esterior meccanismo ("), nel fatto linguistico e grammaticale non vedeva
che un fatto logico, e, con quest'unico criterio, spiegava non solamente i casi
('j Opuscoli di Giovanni Battista Vico raccolti e pubblicati da Carlantonio de
Rosa marchese di Villarosa. Napoli. Presso Piorelli. È notevole il tono, più
che polemico, sarcastico e sprezzante con cui combatte le dottrine de'
precedenti grammatici tutt' altro che indegni di alta stima come il Valla. Le
espressioni che adopera contro di loro sono di questo tenore: Ridicala vero
sunt quae inculcat Valla de Unus et Solus.... An non risu res digna est, quum
Valla et Grammatici docent in his orationibus: Fortiores Troianorum superavit,
et fortissimos Troianorum superavit: in priore esse genitivum partitionis, in
posteriore minime? Sed horum insaniam Minerva exagitat. Quella Minerva nel nome
della quale intitolò l'opera sua maggiore De caitsis linguae latinae di cui le
Verae brevesque Grammaticae latinae institutiones sono un anticipato compendio.
Capitolo dodicesimo 371 regolari della sintassi latina, ma tutte le apparenti
irregolarità, mirando unicamente a questo, cioè a ridurre l'irregolare al
regolare con quella che egli stesso chiamò la doctrina s?tpp tendi (l). ossia
la dottrina dell'ellissi. Naturalmente non con la sola ellissi spiegava tutte
le anomalie: poiché egli ammetteva cinque figure: il pleonasmo, l'ellissi, lo
zeugma, la sillessi e l'iperbato, chiamando nionstrosi partus Grammaticarum
(") l'antiptosi, la prolessi, la sintesi, V apposizione, V evocazione, la
sinecdoche; ma latissime patet Ellipsis (;i), e perciò sull'ellissi
particolarmente si diffonde , praeclarum munus . Dovunque l'espressione non è
assolutamente geometrica, il Sanzio trova un' ellissi, e spiega il modo onde si
supplisce, non accorgendosi della solenne smentita che dà alla propria
dottrina, quando, come fa nell'introduzione alle Regulae generales (''),
afferma che però sarebbe barbaro, neologistico, insomma inelegante, il modo
regolare supplito, sciogliendo l'ellissi, all'irregolare. ...quid leporis
habebunt tot proverbia, si integra referantur ?... Multa edam Grammaticae ratio
nos cogit intelligere, quae si apponerentur latinitatis elegantiam
disturbarent, aut sensum dubium facerent... Alia rursus videmus desiderari,
quae sine barbarismo suppleri nequeunt et tamen Grammatica necessitas
supplebit. In questo il Sanzio seguiva un'antica e sanissima veduta
rappresentata principalmente da Quintiliano, il quale diceva: Aliud est Latine
loqui, aliud Grammatice loqui, e seguita anche da Orazio, che il Sanzio cita
con tanto maggior entusiasmo quanto più acremente rifiuta la tesi degli
avversari, che pare non fossero né pochi ne in vero ignoranti. Supplementum ,
dicevan co- [Nell'opera qui appresso cit.: Doctrinam supplendi esse valde
necessariam. SANCTIS (si veda) Brocensts in inclyta Salmanticensi Academia
primarij Rhetorices, Graecaeque linguae doctoris, verae, brevesque Gramatices
latinae institutiones, Salmanticae, excudebat Ma- thias Gastius. La
introduzione si chiude con quest'enfa- tiche parole: Liceat iam nobis per
Grammaticos thesauros Ellipseos aperire, sine quibus iniuriam facit Latino
Sermoni, qui se Latinum audet nominare.] storo, reffugium est miserorum: si
nobis liceat supplere quod volumus, omnes erunt valde bonae orationes . E non
avevano torto, intuendo, senz'accorgersene, una profonda verità, quella cioè
dell'impossibilità estetica della sostituzione della frase co- siddetta propria
all'impropria, propria essendo solamente, cioè artistica, vera, espressiva,
quella che s'è usata con tutti i suoi apparenti difetti. Horatius , dunque,
diceva il Sanzio, quasi nostras partes agens, et Ellipsin amplectens, dixit li.
I. Saty. io. Est brevitate opus, ut currat sententia, non se impediat verbis
lassas onerantibus aures . Dove, come pure nella sentenza quintilianea, la
Grammatica è solennemente liquidata e inverasi a maraviglia all'inverso il
motto degli avversari del Sanzio: supplementum reffugium est miserorum !
Addurre esempi de' supplementi sanziani è superfluo e inutile, perchè
occorrerebbe addurne tutto l'infinito numero, per vedere a che punto spinge il
Sanzio l'applicazione della sua dottrina. Ora chi conosce una lingua, sa che il
più è l'irregolare; onde converrebbe chiamar una lingua tutta una figura
continuata. Il Vico, che aveva del linguaggio e della poesia una ben diversa
concezione, derivandoli non dall'intelletto, ma dalla fantasia, in questo
sforzo del Sanzio non poteva che vedere un'illusione, e, con disinvolta
profondità, lo confuta e lo supera con quella semplice osservazione, che egli
riesce sforzato e importuno in una quasi innumerabile copia di parlari latini,
dei quali crede supplire i leggiadri ed eleganti difetti che la lingua latina
usa nello spiegarsi ; dove la natura della lingua, i diritti della fantasia e i
principi critici si affermano in una mirabile concordia veramente degna di
quell'altissima mente. Così, egli, more solito, cioè con la massima semplicità,
superava tutti i migliori grammatici, ripigliando con coscienza di causa
l'antica tesi degli avversari del .Sanzio. Tuttavia non in questo Giudizio,
dove pur non si vorrebbe conservata alla grammatica l'antica posizione che
aveva nel canone tradizionale né fatta quella sottil distinzione tra parlar
vero e parlar diritto, residui di vecchie vedute, non in questo Giudizio si
esaurisce la sua critica della grammatica. Questa anzi è principalmente
costituita dalla spiegazione della genesi delle parti dell'orazione e della
sintassi che il Vico porge nei terzi Corollarj al cap. Della Logica poetica del
libro secondo della Scienza nuova. Capitolo ti od ice si mo Lo Scaligero e il
Sanzio avevano accettata tal quale la dottrina aristotelica delle categorie
grammaticali: Aristotile aveva, in sostanza, dato al nome la funzione di
esprimere la materia o Volte, al verbo quella di esprimere il moto o V azione,
aveva cioè attribuito a astrazioni della nostra niente un valore effettivo e
reale, aveva scam biato un concetto con un fatto. Accettar questa dottrina era,
come benissimo osserva il Vico, conchiudendo que' corollari, un ammettere che i
popoli, che si ritrovaron le lingue, avessero prima dovuto andare a scuola d'
Aristotile (l); era un ammettere la preesistenza di categorie alla produzione
del pensiero, un asserire che i parlanti si servirono di schemi astratti, per
esprimere determinate parole, che fecero cioè l'impossibile. Il Vico diede
invece una genesi naturale alle parti dell'orazione e alla sintassi, e insieme
indicò V ordine con cui esse nacquero e la sintassi si formò. La lingua
articolata mi rifò da questo punto per tenermi strettamente al mio argomento
quella cioè delle tre che cominciarono nello stesso tempo ( intendendo sempre
andar loro del pari le lettere (") ), degli Dei, degli Eroi e degli
Uomini, cominciò con l'onomatopea, con la quale tuttavia osserviamo spiegarsi i
fanciulli (ricordisi che nella sua storia ideale umana il Vico paragona sempre
i momenti di sviluppo dell'umanità con quelli dell'uomo); seguitò a formarsi
con l' Interiezione; che sono voci articolate all'empito di passioni violente,
che in tutte le lingue son monosillabe ; poi coi pronomi; imperocché le
interiezioni sfogano le passioni proprie, lo che si fa anco da' soli; ma i
-bronomi servono per comunicare le nostre idee con altrui d'intorno a quelle
cose, che co' nomi propj o noi non sappiamo appellare, o altri non sappia
intendere: e i pronomi pur quasi tutti in tutte le Lingue la maggior parte son
monosillabi, il primo de' quali, o almeno tra primi dovett'esser quello, di che
n' è rimasto quel luogo d'oro d'Ennio, Aspice hoc sublime cadens, quem omnes
invocant Jovem, ov'è detto hoc invece di Coelum, e ne restò in volgar Latino,
Luciscit hoc jam; Qui il Vico ricorda il Trissino. 374 Storia della Grammatica
in vece di albescit Coelum: e gli articoli dalla lor nascita [avvertasi il
trapasso dalla spiegazione dell'origine de' pronomi a quella degli articoli,
che, se non prendiamo abbaglio, nella mente del Vico rappresenterebbero una
cotal funzione di determinare il nome generata dal pronome, quando non
scompagnandosi dal nome, perdette la sua vera funzione] hanno questa eterna
proprietà d'andare innanzi a' nomi, a' quali son attaccati. Dopo si formarono
le particelle, delle quali son gran parte le preposizioni, che pur quasi in
tutte le lingue son monosillabe; che conservano col nome questa eterna
proprietà di andar innanzi a' nomi, che le domandano, ed a' verbi, co' quali
vanno a comporsi. Tratto tratto s'andarono formando i nomi: de' quali nell' Origini
della lingua Latiiia ritrovate in quest' Opera la prima volta stampata, si
novera una gran quantità nati dentro nel Lazio dalla vita d'essi Latini
selvaggia per la contadinesca infin alla prima civile, formati tutti
monosillabi, che non hanno nulla d'origini forestiere nemmeno greche, a riserba
di quattro voci fiovg. ovg, jav$, o>jij>, eh' a Latini significa siepe, e
a' Greci serpe... ed esser nati i nomi prima de' verbi, ci è approvato da
questa eterna proprietà; che non regge Orazione se non comincia da nome,
ch'espresso, o taciuto la regga. Finalmente gli Autori delle lingue si
formarono i verbi come osserviamo i fanciulli spiegar nomi, particelle, e tacer
i verbi, perchè i nomi destano idee, che lasciano fermi vestigi; le particelle,
che significano esse modificazioni, fanno il medesimo: ma i verbi significano
moti, i quali portano l'innanzi, e '1 dopo, che sono misurati dall'indivisibile
del presente difficilissimo ad intendersi dagli stessi filosofi. Ed è un
'osservazione fisica, che di molto approva ciò, che diciamo; che tra noi vive
un uomo onesto tocco da gravissima apoplessia, il quale mentova nomi e si è
affatto dimenticato de' verbi. E pur i verbi, che sono generi di tutti gli
altri, quali sono sum dell 'essere, al quale si riducono tutte V essenze, ch'è
tanto dire tutte le cose metafisiche: sto della quiete, co del moto, a' quali
si riducono tutte le cose fisiche, do, dico e facio, a' (piali si riducono
tutte le cose agìbili, sien o morali o famigliari, o finalmente civili:
dovetter incominciar dagli imperativi ; perchè nello Stato delle famiglie,
povero in sommo grado di lingua, i Padri soli dovettero favellare e dar gli
ordini a' figliuòli, ed a' famoli; e questi sotto i terribili imperj
famigliari, quali poco appresso vedremo, con cieco ossequio dovevano tacendo
eseguirne i romandi; i quali imperativi sono tutti monosillabi, quali ci son
rimasti es, sta, i, da, dic,fac. Analogamente si ritroverebbe, par che voglia
dire il Vico, • Y ordine, con cui nacquero le parti dell'orazione, e 'n conseguenza
le //aturali cagioni della SINTASSI (COM-POSITIO). Ora, date per provate tutte
queste asserzioni di fatto del Vico riguardanti l'origine e la formazione nelle
sue successive tasi delle lingue, qual è la differenza che passa tra la
dottrina aristotelica delle categorie grammaticali e quella di VICO (si veda)?
A me sembra profondissima. Di Aristotile abbiamo visto. Il Vico par ammettere
l'esistenza di queste categorie; ma è solo question di parole; perchè, nella
sua dimostrazione storico-genetica viene in sostanza ad annullarle. Le parti
del discorso pel Vico corrisponderebbero ad altrettanti momenti della
formazione del linguaggio o, eh' è lo stesso, della storia ideale dell'umanità:
ogni parte è una fase della coscienza umana allargantesi alla concezione e
all'espressione di nuove idee: perciò queste parti del discorso non sono
categorie ricavate astrattamente dalla distruzione dell'espressione, come fa
chi sottopone il fatto estetico unico, indivisibile a un'elaborazione logica;
ma son vere e proprie parole, che il Vico appella coi nomi tradizionali della
grammatica, tanto per farsi intendere, ma che non sarebbe affatto necessario
chiamar in tal modo: ognuna di codeste parole è un fatto reale espressivo
naturale per sé stante che si produce spontaneamente da una causa interiore. Se
veramente codeste parole si sian formate nel modo accennato anzi affermato dal
Vico e in quell'ordine, non possiamo storicamente provare, né il Vico può
provarlo (gli esempi de' fancndli e de' paralitici valgon ben poco, secondo
noi); ma, comunque siano andate le cose, questo é con piena evidenza chiarito
che le lingue crebbero per fatto naturale, e che il discorso si andò sempre
meglio organizzando a mano a mano che la coscienza dell'umanità si sviluppava,
e che le parti di codesto discorso ne segnano le tappe successive: anzi, parti
non potrebbero chiamarsi, poiché ognuna d'esse essendo una parola, ogni volta
che questa veniva pronunziata, era un' espressioìie intera, cioè diceva tutto
quello che il parlante voleva dire. Quel motto onomatopeico,
quelì'ùiteriezione, quel pronome, quell' articolo, quel nome, quel verbo, anzi
quell' imperativo, pronunziati dall'uomo primitivo, non sono categorie
grammaticali, schemi preesistenti alla concezione stessa dell'idea in essi
rappresentata e necessari assolutamente alla estrinsecazione di essa di cui
sarebbero la formula d'espressione, ma veri vocaboli, vere parole, veri fatti
espressivi, individuali e interi, che possono esser chiamati con quei nomi, ma
per mera convenzione e senza alcuna necessità. Il Vico chiama il fatto estetico
naturalmente prodotto coi nomi convenzionali astrattamente ricavati con un
procedimento logico; Aristotile pretende che astrazioni logiche si esprimano
con determinate parole. Come si vede, siamo agli antipodi; cioè z\V origine e
quasi alla fine della grammatica. Dico qtiasi alla fine, perchè l' intuizione
di VICO (si veda) non è rigorosamente e metodicamente dimostrata: e in ogni
modo quello stesso parlar ancora di parti del discorso, non solo, ma il ripeter
la definizione tradizionale del verbo, che significa il moto, ingenera per lo
meno confusioni e dubbiezze; ma, presa nel suo insieme e nel suo spirito, la
critica di VICO (si veda) si può ben dire che supera le precedenti vedute, e
scioglie il problema. Ma, com'è noto, il Vico ebbe, almeno per allora, poca
fortuna, e anche in questo terreno grammaticale i semi da lui sparsi non
diedero alcun frutto, mentre sarebbe stato facile il fecondarli per opera di
degni interpreti e continuatori. D'altra parte, neppur l'indirizzo
logico-grammaticale di Porto-Reale fu, in questo periodo, seguitato in Italia
con molto calore nei rispetti della lingua italiana, il Barba è una magnifica
eccezione mentre invece specialmente in Francia alimentava una viva ed elevata
letteratura grammaticale. Non che l'Italia fosse intellettualmente prostata o
esaurita: decadimento ci fu, ma era solamente letterario e nessuno oggi
oserebbe più estendere a tutto il pensiero e alla vita italiana del primo
Settecento quant'era proprio solo dell'Arcadia. L'Italia si volgeva ad altri
studi, specialmente a quelli d'erudizione e di critica storica, ne' quali si
doveva rifar la coscienza, ripigliando le tradizioni cinquecentesche iniziate
da Sigonio e da Borghini e trasmigrate nel Seicento in Germania e in Olanda.
Oggetto di questi fervidi studi furono le costituzioni e le vicende politiche,
il diritto, le costumanze, le origini e anche la lingua dell'Italia nuova, e,
col Vico stesso, era alla testa del movimento Muratori, il rappresentante più
caratteristico dell'attività intellettuale di quest'epoca italiana . Cardicci,
Prefaz. alle Letture del Risorgimento ita/., Bologna, 1896, e ora in Opere,
XVI, Poesia e Storia. Ma quello per la lingua fu un interesse non più solamente
glottologico: allo studio della lingua antica d'Italia i nostri eruditi si
volsero anche per la luce che ne potevano trarre sulla vita italiana e sulla
condizione degli Italiani nel Medio-evo. Si rinnoveranno le controversie
particolari sull'origine degli idiomi italiani, sul De Vulgari Eloqìientia,
sull'eccellenza del Trecento e altrettali che costituiscono la cosidetta
questione della lingua, ma il problema non è più solamente linguistico, è anche
storico : non si tratta più di sole parole, ma di cose. La nuova coscienza
italiana colorisce della sua luce le discussioni, rendendole meglio vitali e
interessanti: nel Cinque e Seicento era la coscienza letteraria, ora è anche la
coscienza civile che si propone il problema della lingua, della poesia e della
letteratura quale testimonianza de' tempi. Siamo ai prodromi di quel
rinnovamento scientifico che nella seconda metà del secolo determinerà il
radicale rivolgimento degli stati europei. Non occorre che io ricordi qui più
che i nomi del Crescimbeni, del Gravina, del Fontanini, del Gimma, del Maffei,
del Giannone, dello Zeno, del Quadrio, ciascuno de' quali in opere d'indole e
di soggetto varii discusse dell'origine o dello svolgimento della lingua, ma
tutti, chi più chi meno, dominati dal concetto della reciproca influenza che
popoli di civiltà diversa possono esercitarsi, e delle intime relazioni tra
civiltà e letteratura, tra civiltà e lingua. In tali condizioni diminuirono le
attrattive de' letterati verso la pura e arida grammatica, anche, non tenendo
conto delle ampie, se non in tutto esaurienti, compilazioni grammaticali, come
quelle del Buonmattei e del Cinonio, con la lunga tratta de' loro seguaci,
sempre ancor circondate delle più vive simpatie, che non potevano non sviare
dal proposito di nuove consimili fatiche. Cosicché chi si volse alla
grammatica, se volle far cosa nuova, dovette tentar le uniche vie che almeno
per ora rimanevano aperte: rinfrescar lo studio grammaticale che veniva
rendendosi obbligatorio, con eleganti esposizioni, correggendo, vagliando;
oppure, ch'era ormai vera necessità didattica, ridurre a metodo il
sovrabbondante e spesso farraginoso materiale. L'una via e l'altra furono
battute ugualmente: quella da Domenico Maria Manni, questa da Salvadore
Corticelli: due letterati che si somigliano in più cose. Anzitutto nel sincero
e fervente desiderio di tener desto e vivo il culto della prosa e della lingua
toscana: poi nell'uso de' mezzi che scelsero a Capitolo tredicesimo 379 tal
uopo, mezzi dirò così teorici e pratici: l'uno e l'altro intatti dettarono, pur
tacendo cosa diversissima, regole e osservazioni di lingua, e racconti
piacevoli che dilettando istruissero e incitassero allo studio di essa.
Entrambi furono Accademici della Crusca. Le Lezioni di lingua toscana, di cui
una terza edizione fu fatta nel 1773 (l), furon tenute dal Manni nel Seminario
Arcivescovile di Firenze il 1736, per elezione dell'arcivescovo Giuseppe Maria
Martelli, dove nulla sembrava mancare, fuorché lo studio, e la lettura della
patria lingua. In Firenze pubbliche cattedre di lingua toscana, come vedemmo, e
in Siena e altrove in Toscana, furono istituite dai Granduchi fin dal
Cinquecento, e già prima nello Studio a principiar dal Boccaccio v'erano stati
espositori di Dante e poi, nel Quattrocento, anche del Petrarca. Ma queste non
furono mai vere e proprie istituzioni scolastiche in servizio esclusivo de'
giovani e di contenuto puramente grammaticale: si rivolgevano al comodo del
largo pubblico d'ogni ceto ed età. Se il Dati e altri letterati del tardo
Seicento tornavano a lamentare che non si studiassero le regole e a predicare
che non basta il nascimento per iscriver bene, ma occorrono studio e fatica,
ciò vuol dire che un insegnamento metodico della grammatica non si era peranco
istituito neppur in Toscana, e la testimonianza del Manni, per quanto riguardi
un solo istituto, dimostra che quello del Martelli fu un primo tentativo
d'introdurre ufficialmente nelle scuole l'insegnamento della grammatica:
altrove, come a Napoli, un insegnamento siffatto mancò, anche dopo che lo
sdoppiamento della cattedra di retorica del Vico inaugurò nell'Università
quello d'eloquenza italiana ("). Il latino continuò per un pezzo a tener
il campo della grammatica (3): e anche in queste Lezioni del Manni ne vedremo
altre prove, dichiarandovisi spesso che a certe trattazioni sarebbe superfluo
attendere, da poi che si compiono nella grammatica latina e sono sufficienti
anche per chi studia quella del volgare. In ogni modo, almeno a Firenze, [Ho
questa sott'occhio: fu fatta in Lucca, appresso Giuseppe Rocchi. GENTILE (si veda),
Il figlio di Vico, cit. più innanzi. Perfino la grammatica generale s'innestò
al' latina prima che alle lingue vive. 380 Storia della Grammatica non pare che
ci fosse un insegnante speciale di lingua italiana, poiché nelle scuole laiche
la materia delle lingue sarà stata disciplinata non diversamente dalle
ecclesiastiche. Il Manni fu un grand'erudito, oltre che un grammatico: la sua
Istoria del Decamerone è suo nobile titolo d'onore: queste Lezioni risentono in
ogni pagina di questo spirito d'erudizione, e sono ricche di utili notizie
anche per la storia della grammatica. Egli stesso anzi dichiarava che
l'incarico commessogli dall'arcivescovo gli sarebbe servito di ben acuto sprone
a compilare, in quel modo che avrebbe potuto, una breve Gramatica della Lingua
Toscana, quantunque sentisse esser ella da altri omeri soma, che da' suoi. Son
lezioni così distribuite: della necessità e facilità della Lingua Toscana,
Delle lettere, Del nome, Parimenti del nome, Del pronome, Altresì del pronome,
Del verbo, Dell'avverbio, Del periodo toscano, Dell'ortografìa. Come si vede, è
un'esposizione saltuaria di talune parti dell'orazione e della grammatica,
credendo l'autore non esser necessario fermarsi su tutto, conforme gl’esempi
fornitigli da Strozzi e Sansovino, come fa, p. es., rispetto alle sillabe,
tanto più che di esse cosa non ci ha quasi di dire che ai Latini insieme non
appartenga (p. 46); né diffondersi con soverchia minuzia sui singoli argomenti,
come usò, p. es., il Buonmattei a proposito de' verbi, de' quali discorse con
rincrescevole lunghezza: eguale indifferenza dimostra il nostro Autore per i
problemi della grammatica storica, che non servono ad altro che a far gittar
via il tempo (p. 146). Tutto l'interesse del Manni è per la sovrabbondante
bellezza della nostra lingua il che ci dice subito qua! sia la concezion che ne
ha e per le questioni ermeneutiche, nella risoluzion delle quali egli poteva
mettere a profitto la sua conoscenza degli antichi manoscritti, e il rigore
assoluto che professava in fatto di regole. Quindi, mentre da un lato egli,
sodisfatte U' principali esigenze a cui non si può sottrarre chiunque debba pur
dar ilei paradigmi e delle norme generali intorno alle parti dell'orazione, si
tien lontano dalla minuziosa trattazione metodica della sua materia, dall'altro
e' si profonde in Capitolo tredicesimo 381 elucubrazioni elogiative della
ricchezza e varietà ili nostra lingua, e s'ingolfa in particolarissime
questioncelle veramente di scarsa importanza, come quelle del mai se significhi
negazione senza il non, del lui e del lei se possano essere adoperati per egli
ed ella, del cui se stia per chi soggetto. Sulla prima delle quali questioni,
riferisce una curiosissima Sentenzia, data per le stampe in un foglio a sé,
dell' Illustrissima et Eccellentissima Signora la Signora Donna Isabella Medici
Orsina Duchessa di Bracciano, sopra la differenza fra Don Pietro della Rocca
Messinese Cavaliere di Malta, et Cosimo Gacci da Castiglione, sopra la voce
mai, se è negativa, o affermativa, secondo la quale si giudicava : esso
cavaliere Don Pietro della Rocca, che teneva, che mai negasse senza la
negativa, ha bene sentito, e tenuto secondo il commune, et buon uso del parlare
Toscano , e che si chiudeva con queste sacramentali e solenni parole: In fede
di che habbiamo fatto scrivere questo nostro lodo, dichiarazione, et sentenzia,
la quale sarà affermata di nostra propria mano, et segnata col nostro solito
sigillo. Data, nel nostro Palazzo a Baroncelli a dì XX, presenti M. Roberto de'
Ricci, et M. Giovanni Antinori, gentil' huomini fiorentini. Noi Donna Isabella
Medici Orsina, Duchessa di Bracciano affermiamo quanto di sopra . Era l'anno
della celebre rassettatura del Decameron, e il rumore di quel gran lavorìo
aveva, si vede, degli echi anche nelle corti, dividendo gli animi come se si
trattasse della salute dell'Italia. A tanta sentenza non s'inchina il Mannij
che ricorda le parole dello Strozzi affermanti che il mai Dante, il Petrarcha
il Bembo e il Casa non l'hanno mai fatto negare senza il non ! (pp. 182-4). Medesimamente
non accetta il lui e il lei per casi retti, e vi spende intorno ben ventidue
pagine, raccontando la storia della questione e impugnando, come già aveva
fatto il Fortunio, che però non cita, la lezione di quell'emistichio
petrarchesco, E ciò, che non è lei del son. Pien di qicell' ineffabile
dolcezza, che si dovrebbe leggere E ciò che non è in lei, secondo anche un ms.
o di quel torno della libreria Riccardi, segnato 0,19 ! È noto che dal Filelfo
al Monti è stato discusso su questo passo, e anche dopo, finché quelle che il
Mestica ha chiamato invincibili ragioni estetiche e grammaticali Q} del Monti
non ebbero la conferma dell' auto Ed. critica, Firenze] grafo vaticano 3195,
che infatti legge E ciò che none lei, come ora ognun può vedere nella
riproduzione letterale data dalla Filologica romana . Secolare questione,
tenuta sempre viva dal pedantismo grammaticale tenacemente ribelle a
riconoscere funzione soggettiva a lui e lei ! Simili investigazioni e
discussioni ci porgono la misura del valore di queste Lezioni, e di quel che
sarebbe stata la Grammatica che era nell'intendimento del Manni: tranne per
qualche correzione ermeneutica da accettare perchè fondata su dati di fatto
documentati da manoscritti autentici, la dottrina grammaticale del Manni
rappresenta un regresso per l'età sua, un puro ritorno alle vedute
cinquecentesche dei più puristi senza il pregio della spontaneità
dell'osservazione, che allora corrispondeva a un bisogno pur mo nato di
comprendere le forme esteriori d'una letteratura che andava sempre più
acquistando importanza e grandezza. Le IX lezioni Del periodo toscano hanno un
particolare interesse per le considerazioni alle quali possono offrire
occasione. Abbiamo visto come alla sintassi sia stata fatta sempre poca o
nessuna parte nelle grammatiche italiane: nel Cinquecento l'esempio del
Giambullari, che fu il primo, sotto il consiglio del Gelli, a trattar
largamente della costruzione intera e figurata secondo l'uso de' retori latini
e greci, non fu molto seguito, e restò quasi isolato; tanto che il riassuntore
di tutte le più che secolari osservazioni grammaticali, il Buonmattei, nella
sua voluminosa grammatica, non dà luogo affatto alla sintassi e se parla del
ripieno (pleonasmo), lo fa perchè lo considera come parte dell'orazione, non
necessaria per altro alla tela grammaticale, e non come figura sintattica.
Della costruzione tornò a trattare, come vedemmo, il Menzini, ma solo in quanto
gli dava materia di discorrere appunto delle figure grammaticali, non del vero
e proprio reggimento, e per influenza della grammatica sanziana e
particolarmente della teoria dell'ellissi; supplì, come pure vedemmo, il
Cinonio all'assenza della trattazione sintattica, con quel suo speciale sistema
di passare in rassegna l'uso delle cosidette particelle: ma neppure il Cinonio
trattò A cura di E. Modigliani] quella che propriamente si chiama la sintassi.
Di questa, vedremo tra poco, e perchè, s'occupò direttamente e di proposito il
Corticelli, trasportando di peso il metodo della grammatica latina nell'italiana
e rimanendo così a mezza strada. Ma al periodo pochissimi grammatici , come s'è
visto, rivolsero la loro attenzione, come ad oggetto diretto d'osservazione
grammaticale. Né poteva esser diversamente. Avremo anche più volte ripetuto che
nella sua esterna compagine la nostra grammatica si venne modellando sulla
latina, svolgendo negli schemi da questa offerti il nuovo suo contenuto. Ora la
trattazione del periodo per i latini non fu mai materia di grammatica, ma, come
organismo d'arte e di pensiero, apparteneva alla rettorica. Così esso entrava
nelle Artes dictandi de' nostri antichi dittatori, che erano, anche se si
chiamano grammatici e maestri di grammatica, essenzialmente retori e maestri di
rettorica. Il periodo insomma riguardava quella sezione della rettorica antica
che è l'elocuzione. Il nostro Manni, infatti, accingendosi nella detta lezione,
a discorrere del periodo, cita il retore Demetrio Falereo, il quale nel suo
celebre Trattato dell'Elocuzione accintosi a parlar del periodo, tratta prima
de i Membri, e degl'Incisi, come parti sostanziali, da cui riceve esso
materialmente il suo essere; poiché dalla chiara cognizione di questi, la
perfetta intelligenza di quello si facilita, se non in tutto, in gran parte.
Quindi per ispiegare in un tempo stesso e del Periodo e de i Membri, e
degl'Incisi l'essenza, con un esemplo, a mio giudicio, esprimente, rassembra il
Periodo a una mano, della quale ogni dito che si consideri separatamente da
quella, si trova essere un tutto in sé stesso perfetto; laddove poi se col
risguardo all'intera mano si osservi, altro non è, che un membro, ed una
picciola parte fra l'altre tutte, che vengono a comporlo. E poi cita subito il
Panigarola nel Commento alla Particella terza della prima parte del suo
Demetrio, e poi il cap. 9 del 30 della Rettorica d'Aristotile, doveil periodo
vien poi diviso in Semplice, e in Composto, non altro essendo il Periodo
semplice, che quello, che fatto è d'un Membro solo; il composto quel di più
Membri. Ricordo, tra gli altri, il Gagliaro . Y. qui il cap. Vili e
particolarmente la p. 25; Sulla scorta dei trattatisti antichi e moderni , che
hanno fatto sopra di ciò trattati pienissimi , dichiara il Manni che potrebbe
molte cose portare ai suoi discepoli; ma le tralascia, per non ripeter ciò che
è stato detto dagli altri e che ognuno può veder da sé, e perchè le cose che
dir potrebbonsi, non meno appartengono al Greco, ed al Latino periodo, di quel
che al nostro Toscano abbiano attinenza (p. 200). Suo intendimento è ragionare
soltanto del Periodo Toscano dal Boccaccio con sottile accorgimento nella
Lingua nostra introdotto , mirando a eliminare un inconveniente comune negli
scrittori e oratori. E appena necessario avvertire che il Manni concepisce il
periodo come un esteriore meccanismo o strumento per l'espressione del
pensiero, che si può togliere in prestito, insegnare o trasmettere da scrittore
a scrittore. Le particolari osservazioni movono tutte da questa concezione, che
è poi quasi interamente rettorica e punto grammaticale. Il forte, e l'essenziale
del discorso ed il fondamento della buona eloquenza si è in primo luogo
l'abbondevolezza delle cose, e la robustezza de' concetti, e de i sentimenti
sul capitale di un gran sapere accumulata (p. 201). Poi la giudiziosa scelta
del genere di parlare (lo stile), se alto, mediocre, o umile ('"), che
però appartiene all'arte di dire. Da questi principi, derivano l'uso de'
termini, degli epiteti, e degli avverbi ottima, ed abbondevole guernigione di
nostra lingua. Ma la prima caratteristica del periodo toscano è V ordine del
tutto e delle parti. L'ordine dev'esser naturale: da esso non si disgiunge la
naturalezza e la chiarezza, cui è compagna la sonorità. Questa bisogna
conseguire specialmente al principio r al fine del periodo, e particolarmente
al fine. I Greci per conseguirla erano esercitati dal I^onasco, esercitatore
della pronunzia . Essa in gran parte dipende dalla misura delle sillabe, negata
da Bartolomeo Cavalcanti all'italiano, benché prima della [Tra questicita
Giovita Rapicio, autore d'un Trattato del numero oratorio [De numero
oratorio'], e lodatissimo maestro e scrittori.li ose grammaticali e
pedagogiche. Cfr. Gekini, op. cit., p. 124 sgg. Recentemente gli è stata
dedicata una monografia. Reca l'esempio di sinonimi del verbo morire: Trar
l'aiuolo, Tirar le cuoia. Render l'anima al Creatore suo, Pagare alla natura il
suo diritto.] sua morte la fosse stata asserita nel 1556 dal Ragionamento del
Lenzoni, edito dal Giambullari, sulla quantità delle nostre sillabe, de' nostri
piedi, de' nostri periodi, e prima ancora dagli Accademici della Virtù che ne
diedero per le stampe i precetti. essendone stato primo autore Alberti. I
Latini avevano le lunghe e le brevi, e noi abbiamo gli accenti. Il periodo non
vuol esser terminato né da voci monosillabiche né assai lunghe. Il Boccaccio
comincia e finisce il suo primo periodo del Decamerone con due trisillabe
piane. Modello di numero oratorio è l'orazione del Casa per la restituzion di
Piacenza. Utile a conseguir la sonorità è esercitarsi a dir improvviso versi di
cinque, di sette, e d'otto piedi, alla mescolata, ma senza incorrer nel biasimo
quintilianeo dell'uso de' versi interi nella prosa. Vizio rimproverato già al
Boccaccio, ma dall'annotatore de\V Ercolano del Varchi non ritenuto tanto
riprovevole, essendo impossibile non adoperar versi ne' periodi. Vizio è quando
il verso si raffigura, o sia si fa sentire troppo spiccatamente, e l'editore
delle Novelle che ne trasse fuori i versi adoperatevi, è lui biasimevole che la
sua brevissima dedicatoria cominciò con una filza di versi. Il Panigarola si
restringe a disapprovar nella prosa solo la rima. E un fatto che la bellezza
del periodo dipende dalle parole bellamente acconce: volendo, ad es., conseguir
la grandezza e la magni fi ee7iza, si deve far uso in principio de' casi
obliqui, di repliche giudiziose, e anche di parlare alquanto oscuro, e tardo !
. Analogamente si conseguono l'evidenza, la vaghezza e la leggiadria, con
simili espedienti: così la dolcezza è prodotta da parole dolci (Luce, Desio,
Gioia), la languidezza e bassezza da parole lunghe, e sdrucciole; l' asprezza,
la durezza, la severità da parole simili a queste: Stordimento, Discoraggiare,
Stranezza, Frastuono . Insomma con la scelta delle parole, che meglio
paroleggiamento appellar si potrebbe , si conseguono effetti sorprendenti. Son
questi: Il sommo pregio dell'uom meritevole Non resta mai all'augusto confine
Di sua dimora; ma perennemente Ovunque è cognizione di virtù Vera si spande;
quindi l'Eccellenza Vostra sdegnar non deve ch'io da lunge ecc. C. Trabalza.
386 Storia della Grammatica Finalmente tre cose bisogna evitar nel periodo:
Lunghezza eccedente, Trasposizioni non naturali, il Verbo al fin trascinato. Ho
voluto esporre questa dottrina del periodo che il Manni formulava nel 1736 per
far notare, come, mentre le dottrine grammaticali del Vico superavano il
logicismo scaligero-sanziano, e questo, in ogni modo, fecondato dai solitari di
Portoreale, produceva quella sì ricca letteratura di grammatiche ragionate o
filosofiche, in Italia, ne' nostri istituti, si era ancora con l'antichissima
rettorica, cioè proprio agli antipodi delle più nuove dottrine. Come s'è visto,
nell'organismo periodico il Manni non ha intravvisto nessun legame tra le
parole, l'ordine di esse e il pensiero, che non fosse rettorico; tutta la
concordanza è tra la figura dirò così geometrica e musicale del periodo e una
cotal forma di pensiero in essa rispecchiata. Tra la nona e l'ultima lezione il
Manni espone il Galateo, e con la decima sull'ortografia, un gruppetto di osservazioni
spicciolate di poco valore, chiude il corso. Né meno lontano del Manni dalle
alture grammaticali dell'indirizzo filosofico contemporaneo troviamo il
Corticelli, benché le sue Regole ed Osservazioni portino scritto in fronte la
parola ?netodo(~). Alla tradizione seguita dal Manni appartengono quel p.
Onofrio Branda, che nel suo Dialogo della lingua toscana tenne fermo con
tirannide pedantesca e inurbana il culto del toscanismo (Concari, //
Settecento, p. 242) e Girolamo Rosasco, de' cui sette dialoghi sulla lingua
toscana avremo occasione di riparlare altrove. C') La parola metodo ha
storicamente, per questo periodo, due significati, secondo che era adoperata
dai seguaci di Portoreale, o dai grammatici puristi che intendevano sistemare
didatticamente la materia grammaticale: per quelli il metodo riguarda V interno
della grammatica, per questi Veslerno. 11 Nuovo Metodo di Portoreale, dopo la
prima ediz. ital. cui già s'è accennato, cominciava a esser ora più largamente
diffuso e ristampato in Italia con più frequenza. Dal latino, pel quale
primamente fu escogitato, passò di leggieri al greco, e quindi al francese e
all'italiano. I Portorealisti stessi avevano eseguiti i vari metodi. Un Nuovo
metodo per la lingua italiana la più scelta estensivo a tutte le lingue
pubblicò G. A. Martignoni a Milano. Ma anche in quello escogitato per
apprendere la lingua latina era fatta una gran parte anche all'italiana, tanto
che verso l'ultimo trentennio del secolo usciva anche, in compendio, come in
Venezia, col titolo di Nuovo metodo d'insegnai e le lingue italiana e latina. E
anche tipograficamente si volle distinta la parte Capitolo tredicesimo 387 Dai
diciannove trattati del Buonmattei e dalle Particelle del Cinonio, alle Regole
del Corticelli corre un secolo preciso, poiché questa Grammatica vide la luce
la prima volta, fruttando all'autore con gli utili appunti degli Accademici la
nomina a membro del massimo Istituto linguistico. Con tutte le sue novità,
questa Grammatica, che ha il suo principal fondamento in quella del Buonmattei
e che si ristampava nel 1854, a due secoli di distanza dunque dalla comparsa
della sua fonte, è nuova testimonianza del fatto da me notato, che la storia
della nostra grammatica precettiva in quanto contiene una tendenza filosofica
finisce col Buonmattei: dopo il Buonmattei, se si vuol seguire il progresso
scientifico, bisogna percorrere l'altra via che si stacca appunto dal
Buommattei medesimo per quel che concerne il fondamento teorico delle
grammatiche ragionate che vi ha di proposito la lingua italiana , coni' è detto
nella prefazione all'ed. seguente, uscita in luce negli anni in cui ci troviamo
col nostro discorso: Nuovo metodo per apprendere agevolmente la lingua Ialina
traila dal francese nell'italico idioma, e, per utilità di novelli scolari,
aggiuntovi nel principio gli Elementi tolti dal Compendio della medesima opera,
per intelligenza di tutte le parti dell'Orazione e nel fine un tratta te Ilo
della Volgar Poesia coir Indice dell' Opera sinora desiderato all'uso del
Seminario Napoletano, in Napoli, Per Pietro Palumbo, a spese di Raffaello
Gessari, voli. 2. Nel proemio è detto che le regole vi sono dettate in versi
seguendo le pedate dell'A. . Vi si richiamano lo Scaligero, il Sanzio e il
Vossio. Si deplora che nella letteratura si segua uno stil figurato [fantasia],
mentre basterebbe il grammaticale [ragione']: invece di amare vanno in pesca di
amore prosegui, benevolentia complecti! Nella trattazione, sotto le varie
sezioni e categorie grammaticali, dopo date le definizioni e le regole per il
latino, viene, in carattere più piccolo, la parte per l'italiano. Così a p. 3
incomincia l'uso dell'articolo. Ma non è una trattazione sistematica per
l'italiano per quanto riguarda la prima parte, cioè la morfologia; e anche
nella seconda, Osservazioni particolari sopra tutte le parti dell'Orazione , al
trattato delle figure di costruzione , delle lettere , benché sia detto che è
trattato '1 tutto in rapporto alla lingua italiana (p. 648 sgg.),
nell'esecuzione la promessa è spesso dimenticata. E questa l'edizione che
seguo: Regole ed osservazioni della lingua toscana ridotte a metodo ed in tre
libri distribuite da Corticelli bolognese colle correzioni e giunte di Pietro
dal Rio ed altri. Un volume in due fascicoli. Venezia, Stabilimento enciclop.
di G. Tasso edit., M . DCCC . LIV. Il Corticelli era di Piacenza.] e
filosofiche, che in Italia fanno una non breve apparizione e, inaugurate come
vedremo con quella di Soave, caddero sotto la scomunica del risorto purismo
incarnato in Puoti, proprio nel tempo stesso in cui il più illustre scolaro del
Puoti, quasi di soppiatto del maestro, concepiva il disegno d'una nuova
grammatica filosofica che contenesse anche ed insieme la grammatica storica e
la grammatica metodica, facendo una liquidazione generale di quante grammatiche
italiane da quella del Fortunio a quella del Corticelli avevano codificato il
purismo bembesco-cesariano. Le novità con cui si presenta Corticelli, erano
queste tre: il metodo; la costruzione (sintassi); un florilegio di frasi idiomatiche
degli Autori del buon Secolo. L'ordine della trattazione è rispettato:
MORFOLOGIA, SINTASSI, pronunzia, ed ortografia. Gl'insegnamenti erano fondati
su gli esempi di buoni, ed approvati toscani scrittori , antichi fino al 400,
moderni dal 500 in poi; gli esempi tolti in maggior copia dai trecentisti, e
più specialmente dal Boccaccio, la prosa migliore, che vantar possa la nostra
lingua, secondo il testo Mannelli. Questo il carattere e il pregio delle regole
grammaticali: sono minuzie, che non si apprendono senza molestia: ma il ben
saperle, e l'averle all'occasione in contanti è cosa di molto vantaggio. Qui
troviamo condensati tutti i criteri che più tenacemente prevalgono con la forza
stessa della loro pedanteria, in parte, in parte per quell' esigenza cui sembra
che ineluttabilmente debba sodisfare chi voglia apprendere una lingua. La terza
di quelle tre novità, era una conseguenza del criterio principale onde fu mosso
il Corticelli nella compilazione della sua fortunata operetta, la riduzione del
vario e vasto materiale a metodo: il bisogno di ridurre a metodo i precetti non
poteva non ispirar l'altro di ridurre a metodo e come alla portata di mano il
vocabolario delle veneri, de1 modi vaghi e belli onde riboccali gli aurei
scrittori. Riconosciuta la sconfinata importanza, la fatidica necessità,
l'assolutezza della grammatica, unico segreto per riuscire elegante e corretto
artefice di prosa, lo studio degli scrittori doveva anch'esso ristringersi
sotto il vasto imperio della grammatica, riducendo quasi in pillole e
condensando in confettini il loro succo migliore: la conquista dell'arte non
era, non diciamo effetto di vita e di elaborazione Capitolo tredicesimo 389
intcriore, ma neppur risultato della lettura degli artisti di prosa e di
poesia, ossia dello studio concreto della letteratura; essa era infallibile
conseguenza di chi si fosse bene impresse le regole della grammatica e le belle
frasi di aver pronte al bisogno, come quelle che son molte e fuggono facilmente
dalla menu >ria (ib.). Era, come ognun vede, l'allontanamento completo dalle
vive, fresche e perenni sorgenti del pensiero e dell'arte: era il portare al
suo ultimo grado di sviluppo degenerativo quella che, in sostanza, nel
Cinquecento era stata, più o men bene condotta osservazione degli scrittori e
non legge già imperiosamente dedotta: era insomma l'avvento tinaie e completo
della grammatica nel peggior senso della parola, che è poi, non
dimentichiamolo, il vero senso di essa. Quella del metodo era una novità, ma
fino a un certo senso: già nel Cinquecento le osservazioni grammaticali
contenute nel terzo libro delle famose Prose del Bembo erano state ridotte a
metodo dal Flaminio e da altri variamente rassettate e accomodate all'utilità
pratica degli studiosi della nostra volgar lingua, né erano mancate
compilazioni grammaticali che quella materia stessa avevano disciplinato: il
bisogno d'aver un corpo ordinato di quelle osservazioni che via via sotto lo
studio diretto degli scrittori si eran venute facendo, da poter esser
consultato volta per volta oltre che tenuto come testo per uno studio
sistematico della grammatica sia pur fuori dell'ambito strettamente scolastico,
era stato più o meno vivamente sentito e s'era cercato di sodisfarlo con
qualche successo: e anche a non citar i cosiddetti mestieranti che non il Bembo
soltanto, ma i principali grammatici cinquecenteschi avevan raccolto e ordinato
a uso degli studiosi, lo stesso Salviati in quei suoi Avvertimenti sul
Decameron aveva dato un lodevole esempio del come le forme e i costrutti d' un
cosi ins igne capolavoro e d'altre opere dell'aureo secolo potessero esser
studiate metodicamente nelle tradizionali categorie: e il Castelvetro, sopra
tutti, pur in quelle apparentemente farraginose e selvose e irte sue Giunte
alle Prose del Bembo che ebbero a stancar la pazienza di lettori non pochi, non
esclusi i benevoli e amorevoli critici del più sottile di tutti i filologi
nostri antichi, non aveva forse applicato un principio eminentemente metodico
di esposizione? Metodico, nel senso più elevato della parola questo soprattutto
interessa qui metter bene in rilievo più e meglio che nell'esposizione 390
Storia della Grammatica dirò esterna della materia contenuta nelle due
principali categorie grammaticali, V articolo e il verbo, su cui aveva esercitato
il suo spirito critico, era stato nella trattazione interna di essa, ossia
nello svolgerla nella sua formazione storica, come quegli che, precorrendo
assai meglio d'altri precettisti, come vedemmo, il sistema d'investigazione
linguistica proprio della moderna filologia, aveva mosso dalla parola latina
per ispiegare coi criteri della fonetica evoluzionistica e in ispecie con la
legge dell'analogia, la morfologia dell'articolo e del verbo volgari. Infine
con metodo aveva cercato di stendere, nella prima metà del Seicento, i suoi
trattati il Buonmattei, elaborati sul materiale vario e diverso che i
grammatici del Cinquecento gli avevano trasmesso. Anzi, nell'ordine che
chiamerò ideologico, il Buonmattei è metodico quant'era stato nell'ordine
storico o filologico il Castelvetro. Non solo. Il Buonmattei avrebbe proprio
inaugurato il vero metodo dell'esposizione grammaticale astrazion fatta dal
regresso che rappresenta rispetto al Castelvetro per quanto concerne la
grammatica storica nel senso di un principio filosofico secondo il quale
sorgono e si dispongono nella tela grammaticale le parti dell'orazione, se tra
la sezione teorica e quella pratica, onde consta la sua grammatica, fosse un
ben più intimo legame di quel che, come già notammo, in realtà non sia, poiché
questa seconda sezione resta in sostanza quasi unicamente descrittiva. Ciò che
non avvenne nelle posteriori grammatiche generali specie della Francia, dove
appunto la grammatica generale s'incorpora nelle particolari del latino e delle
lingue moderne con intimo legame. Non si può negare che in codesta descrizione
non sia cercato il metodo con piena convinzione e coscienza; ma Buonmattei era
ancora troppo vicino alle varie tendenze, alle polemiche che si svolsero nel
campo della grammatica cinquecentesca, perchè non dovesse risentirne 1'
influenza né lasciarne le tracce nella sua trattazione. Inoltre il troppo
definire le specie e le sottospecie delle categorie, la confutazione d'errori e
di teorie credute sbagliate, una soverchia abbondanza di svolgimento e di
particolari, la moltiplicazione delle categorie stesse portate a dodici, e
altri che sono e non sono difetti, non sono certamente le caratteristiche
meglio notevoli d'una trattazione metodica. Egli stesso trovava il suo libro di
non facile uso né di facile intelligenza e raccomandava che si studiasse prima
della prima la seconda parte per ben comprender l'una e l'altra e specialmente
la prima. Insomma, neppure quello del Buonmattei sembra che rispondesse al
bisogno d' un libro di grammatica metodico, chiaro insieme e, come dicevano,
manesco. Le aggiunte e correzioni, inoltre, che il Cinonio, il Bartoli e gli
altri, che s'occuparono per tutto il resto del secolo e il principio del
successivo di cose grammaticali, apportarono al corpo di quelle del Buonmattei,
e i mutati ordinamenti scolastici, ne' cui piani cominciava ormai a entrare
ufficialmente e separatamente, come vedemmo essersi fatto nell'Arcivescovile
seminario di Firenze, rendevano ancor più vivo quel bisogno, anzi tanto vivo,
che potè sembrare un bisogno recente, proprio del momento, e novità quella di
chi introducesse il metodo nella trattazione grammaticale. Parrebbe inoltre che
quel movimento intellettuale che s'era determinato nel campo della grammatica
latina con la discussione e l'applicazione dei principi aristotelici ripresi
dallo Scaligero e dal Sanzio e poi nuovamente fecondati dai Portorealisti, e
che, richiamando gli studiosi della lingua a una considerazione più elevata che
non fosse quella puramente descrittiva della grammatica, necessariamente li
costringeva alla ricerca delle relazioni logiche de' fatti linguistici e perciò
a una trattazione disciplinata, sistematica di esse, parrebbe, dico, che
codesto movimento logico-grammaticale del Seicento cadente e dell' ineunte
Settecento dovesse far sentire ancor meglio la necessità del metodo, né fosse
estraneo appunto all'affermazione corticelliana dell'urgenza di sopperirvi; se
non che, non solo questo non avvenne, ma a codesto movimento, non che estraneo,
fu affatto in opposizione il modo onde il Corticelli esplicò il suo disegno di
grammatica metodica. Precorre in questo senso il Corticelli di pochi anni nelle
novità richieste dai tempi non si è mai soli Gaffuri barnabita, autore di
Osservazioni grammatica/i ridotte a metodo breve e facile per chi desidera
correttamente scrivere nella Italiana favella; dedicato alla ingenua e studiosa
gioventù Friulana, Udine. Il Gaffuri dice appunto che i fanciulli si spaventano
dinanzi ai volumi del Buonmattei, del Castelvetro, del Salviati, del Cinonio, e
non possono profittarne: ed egli intende con questo suo libriccino aver
supplito alla debolezza degl'uni, ed all'impotenza degl'altri. Ma, all'atto
pratico, si vede che il metodo è concepito come abbandono di tutta la ricchezza
delle osservazioni, e conservazione di alcuni pochi schemi. Prima ancora di
Gafi'uri, Bosolini aveva pub- [Il suo metodo, in sostanza, si ridusse a
scarnire fino quasi allo scheletro il corpo della grammatica, e, fattene tre
sezioni, descriverlo pezzo per pezzo per regole, osservazioni, eccezioni e
appendici con semplice meccanismo, senza mai cercare una ragione di intima
dipendenza tra una parte e l'altra o altra distinzione che quella del numero
progressivo, badando solo a render la materia facilmente imparabile a memoria,
e de' precedenti grammatici limitandosi a citar qualche nome, più spesso quello
del Buonmattei, e cancellando quasi ogni traccia delle vecchie discussioni
anche con rimandi ad esse, ligio soprattutto specie per gli esempi all'autorità
della Crusca, che, anche per confessione de" suoi annotatori, Corticelli
continuamente saccheggia a maggior conferma della rigidità e assolutezza de'
principi a' quali s' informa. Metodo vuol dir guida razionale, blicato la
Midolla letteraria della lingua italiana purgata, e eoi' ietta con un
competente Saggio de' suoi quattro principali dialetti cui s'aggiunge una
Midolla di Le t ter familiari, per il principiante: il lutto ordinato con nuovo
metodo a prò di un Amico, Venezia; ma se non vogliamo credere alle parole del
titolo, questa grammatica, che potè esser stata ispirata dalla pubblicazione
che appunto circa questo tempo) il Gigli fece delle Opere del Cittadini, più
che al periodo diremo precorticelliano, sarebbe da riferire a quello
postcittadinesco, per la parte ivi data alla fonetica e ai quattro idiomi
toscani e al criterio non. esclusivamente municipalistico. Ognuno deve cercare,
dice l'A., di star nel proprio terreno, evitando i due scogli o di dover
praticar la pronunzia fiorentina, e quindi apparire in casa loro affettati e
ridicoli, o di scrivere molto diversamente dal loro pronunciare, ch'è
manifestamente contro i dettami di tutti gl'Italiani più saggi. La grammatica è
contenuta nella I parte I. Ortografia: lettere, cons., voc, ditt., apostr.,
radd. o scem., maiusc. e staccamento; II. Etimologia: art., nome, pron., ver.,
pers., anomali, part., accorc, tronc, ristring., voci; III. Sintassi', div.
della materia, dialetti (fior., sen., cur.-rom., comune, corrisp. ai greci
attico, gionico, eoi., dor.), forma della sint.; Prosodia: accenti, interp.).
Da pp. 16-22 riassume i trattati cittadineschi sull'i e Yo aperti e chiusi. E
chiuso, p. es., è di 4 cause: 1. per accento grave: dove, pensoso (ma penso);
per origine latina: lèttera; per ragioni della lettera: seguito da;/ o u: meno;
4. per definimento: -ménte (altamente ecc.). Di questa guisa d'errori [valore
de' modi toscani] abbonda il Corticelli in queste sue Appendici ecc., i quali
attinge si può dir tutti dal Voc. della Crusca. Però fin da ora ne sveglio il
lettore, a cui non istarò a torre il capo con noterelle di questa specie. Uomo
avvisato è mezzo salvo!] ordine interno di trattazione, svolgimento sistematico
di relazioni o intellettuali o storiche: qui, invece, è scolasticismo,
simplitìcazione didattica ottenuta con criteri meccanici, mnemonici, aiutata da
partizioni e suddistinzioni, indici analitici: che, peraltro, possono rendere
il libro di facile consultazione a chi voglia cercarvi una regola, ma non sono
certi gli espedienti migliori a mettere lo studioso in possesso dell'argomento.
Ma conviene del pari riconoscere che tal sorta di metodo è l' unica degna d' un
tal prodotto qual è la grammatica: codesto metodo è l'unica logica di essa, che
non ne ha appunto nessuna. E questa è la ragione per cui ha finito col trionfare
non nella sola grammatica italiana, s' intende, e prevarrà indubbiamente fino a
che si studieranno grammatiche. Quello della grammatica è studio meccanico:
quindi spogliarla d'ogni intrusione razionalistica è, nel campo della
didattica, perfettamente metodico, e renderla veramente servibile (che servizio
sia, è inutile dirlo) a chi voglia o debba studiarla; non solo, ma l'innovarla
troppo profondamente in quel suo tradizionale, stereotipato schematismo, la
conturba, la trasfigura, disorientando i lettori: tanto è ciò vero che,
attraverso il turbinìo continuo di nuovi metodi, l'antico, il comune, il
tradizionale riman sempre in onore, e ritorna sempre, difeso e riverito, a ogni
fallire di quelli. Anco per questa ragione, dovendo il Corticelli eseguire
quasi per la prima volta nella grammatica italiana un'esposizione metodica
della costruzione o sintassi toscana, ne tolse di peso dalla latina
dell'Alvaro, come il Puoti avverte, criticandolo, nella prefazione alla seconda
parte delle sue Regole (nella gr. latina elementare s'era cominciata prima la
scarnificazione appunto perchè eravamo già lontani dal Rinascimento, periodo di
vitalità), lo stampo e ve lo trasportò integralmente, anche dove e quando non
solo non era richiesto, ma cozzava evidentemente con le nuove forme a cui più
non s'attagliava: difetto egualmente avvertito dagli annotatori suoi, che
sentenziavano quelle regole r, nelle cui note è cit. la copiosa bibliografia
che del Soave diede il sig. Motta nel Boll. si. della Svizz. ìt. Ne ho l'ediz.
di Venezia del MDCCXCV, nella stamperia di Giacomo Storti, dove vanno uniti col
voi. I delle Istituzioni di logica, metafisica ed etica. f:t) Prefaz., dove è
detto che a Berlino furono spedite in una Dissertazione latina colla divisa
Utilitas expressit nomina rerum, Lucret. traduzione italiana. Croce, Est. senza
di cui certamente la prima non può formarsi . Né una società può formarsi senza
il motivo di bisogni scambievoli e senza che gli aiuti reciproci siano con
qualche segno manifestati. La natura ne somministra alcuni spontaneamente:
altri artificiali scaturiscono poi dagli originari meccanici. I primi e i
secondi non essendo per altro bastevoli, la natura stessa stimolata da nuovi
bisogni conduce all'istituzione d'altri segni, e, per gradi, prepara alla
formazione d'un vero linguaggio. Oltre la tesi, è chiaramente indicato, nella
prefazione citata, anche il metodo dell'analisi. L'istituzione primieramente
del linguaggio de' gesti, appresso delle voci articolate in generale, e in
seguito di ciascuna parte del discorso distintamente io mi ho veduto nascere
dalla natura medesima con maggiore facilità e semplicità che forse dapprima non
m'attendea . Ma a ben seguire lo sviluppo del linguaggio bisogna rifarsi dal
principio della storia dell'umanità, e vedere come si può formar la famiglia, e
poi per quali mezzi dalle famiglie moltiplicate sorse una compiuta società che
dallo stato selvaggio gradatamente passasse a quello d'una perfetta coltura .
Il linguaggio progredisce col progredire della società. Ma restava a cercare
per quali vie più naturali e più semplici, e il numero de' suoi vocaboli,
successivamente, potesse moltiplicarsi, e potessero stabilirsi di mano in mano
le regole, che l'essenza costituiscono di una lingua . Dal poco che fin qui s'è
riferito, facilmente s'argomenta che il Soave è sotto 1' influenza del pensiero
vichiano, e ora dimostreremo come il punto di partenza e il sistema della
dimostrazione del sorgere delle categorie grammaticali sieno presi dalla
Scienza nuova. Ma qui mi giova metter subito in evidenza come il Soave abbia
assunto del Vico perfino l'atteggiamento, sebbene con un gran pericolo di
diventarne ridicolo. Chi sa i tormenti fierissimi in cui si travagliò 1'
intelletto del sommo filosofo napoletano per conquistare la verità, non può
leggere senza sentirsi preso da profonda riverenza e commozione dichiarazioni
di questo genere: La guisa del loro nascimento, ossia la natura delle lingue,
troppo ci ha costo di aspra meditazione. Ma che dire del padre Soave che,
copiando il Vico, al punto in cui ne abbiam lasciato il pensiero, esce in
questa che è una parafrasi della dichiarazione vichiana? questa parte a prima
vista sembrava la più difficile; ma con un attento esame delle lingue già note,
e con una seria meditazione su la natura intima delle lingtie, ella 4 io Storia
della Grammatica pure si è ridotta ad una eguale semplicità, se non forse
maggiore della prima . Avrebbe potuto ritenersi pago seguo ancora le preziose
confessioni della scoperta; ma non volle perder l'occasione di mostrare l'influenza
che la società e le lingue hanno sulla umana cognizione. Visto dunque lo stato
mentale d'un uomo abbandonato a sé solo dal nascere, vale a. dire d'un uomo
senza società, e conseguentemente senza linguaggio, si fa a considerarlo in
società, e parlante: e giunto anche soltanto all'istituzione de' nomi e de'
verbi , trova in lui perfettamente sviluppate tutte le facoltà come in noi e
capaci di cognizioni di altissimo grado. E si lusinga che il vedere in tal
guisa da due fanciulli abbandonati in un'Isola deserta nascere a poco a poco
una società, nascere una lingua, e col progresso dell'una e dell'altra
svilupparsi di mano in mano, e perfezionarsi le facoltà, moltiplicarsi le
cognizioni, formerà... un colpo d'occhio non disgradevole nel tempo stesso che
varie riflessioni, molte delle quali pur crede nuove; e intorno alla natura e
allo sviluppamento delle umane facoltà e cognizioni, e intorno alla natura
intima delle lingue non lascieranno di essere vantaggiose . Chiude dichiarando
che, malgrado questi motivi... affine di non moltiplicare inutilmente le opere
su d'uno stesso soggetto , si sarebbe tenuto dal pubblicar le sue ricerche, se
la dissertazione del sig. Herder, che meritamente fu coronata, e eh 'è già
uscita alla luce, fosse stata da esse meno dissimile . E seguendo l'estratto
córsone sui giornali, istituisce questo raffronto tra la propria e la
dissertazione dell'Herder: Sulla prima parte del quesito ci sembra essersi
trattenuto principalmente : laddove io per la ragione sovraccennata alla seconda
principalmente ho creduto dovermi appigliare. Ei non discende a ninna ipotesi;
io fissata fin dal principio l'ipotesi di due fanciulli in un' isola deserta
abbandonati, a questa continuamente m'attengo. Egli colla vastità del suo
ingegno abbraccia il proposto argomento più in universale, e più in astratto,
io l'esamino più in particolare, e, se m'è lecito di così dire, più in
concreto. Insomma le due memorie, benché s'aggirino sovra la stessa materia,
possono tuttavia riguardarsi come due cose pressoché affatto diverse; e dove le
mie ricerche non abbiano altra utilità, avran quella forse di supplire a ciò
ch'egli ha tralasciato. Accennando ai debiti del Soave verso il Vico non
abbiamo certamente inteso d'affermare che la memoria sia tutt'un plagio: oltre
che non avrebbe potuto esser tale per ragione di estensione, constando essa di
ben diciannove capitoli, mentre il Vico ha tutta condensata in poche pagine la
materia elaborata dal Soave, attinge largamente da scrittori contemporanei di
filosofia del linguaggio, quali il De Brosse, autore del noto libro De
laformation mécanique des Langues, il Lery, il Sulzer e altri. Particolari
affermazioni di VICO (si veda), Soave ha fatto proprie: che le prime a essere
istituite dovettero esser le interjezioni -- cf. Grice, “Ouch” – Meaning
Revisited; che i vocaboli da principio furono mono-sillabi (ouch), o bi-sillabi
(ouch ouch) al più. Perciocché innanzi di aver esercitato gl’organi della voce
non potran essi proferire ad un tratto, che UNA, o due sillabe solamente. LO
STESSO NOI VEGGIAMO NE’FANCIULLI, che le parole cominciarono da l'imitazioni
delle voci, e de' suoni NATURALI (ouch), secondo la cosidetta dottrina dell'
o?iomatopea; che i verbi cominciarono dall'imperativo ( non tutti, però,
aggiunge, quasi voglia correggere il non citato maestro), e che anche i verbi
furon tratti dall'onomatopea ecc. Il debito principale, tuttavia, è, come s'è
già detto, in quel prender le mosse dallo stato primitivo della umanità, dal
considerar le manifestazioni del linguaggio nel fanciullo, in quel riferire
queste manifestazioni alle cause naturali agenti sull'uomo, i loro progressi ai
progressi della società, nel distinguerle in mute e in articolate secondo che
l'uomo fu abbandonato a sé stesso o costituito in società, in quel seguire il
sorgere progressivo delle categorie grammaticali e sintattiche secondo i
procedimenti rappresentativi e logici delle menti umane più o meno sviluppate
secondo il progresso sociale, insomma nell'aver battuta la medesima via per
giungere alla risoluzione del problema dell'origine del linguaggio. Ma, sarebbe
quasi superfluo il dirlo, le differenze sono profonde. VICO (si veda),
anzitutto, ha, come ormai si sa per la dimostrazione del Croce, definita la
natura estetica del linguaggio; secondo, nello spiegarne l'origine e lo
sviluppo, ha accennato solo principi generali di natura molto diversa da Su
questo proposito dell'imperativo cita invece senza accettarla un'opinione del
Berger, Les èléments priniit. des Lang., che ri-, cordava a sua volta quella del
sapientissimo Leibnitz: nell'imperativo doversi cercare la radice de' verbi
della lingua tedesca] quelli del Soave, senza scendere a particolari
circostanze, tenendosi sempre all'altezza dell'aquila. Per esempio, il Vico,
dopo aver esaurita la sua dimostrazione circa il sorgere delle prime classi
grammaticali tutte monosillabiche, osserva: Questa Generazione delle Lingue è
conforme ai Principi così dell'Universale Natura, per li quali gli elementi
delle cose si compongono, e ne' quali vanno a risolversi; come a quelli della
natura particolare umana per quella Degnila, eh' i fanciulli nati in questa
copia di lingue, e eh' hanno mollissime le fibre dell' istromento da articolare
le voci, le incominciano monosillabe; che molto più si dee stimare de' primi
uomini delle genti, i quali l'avevano durissime, né avevano udito ancor voce
umana. Soave nota che i fanciulli non potranno proferire che una o due sillabe
solamente e che non arrivano se non dopo un certo tempo a poterne proferir di
più lunghe. Il monosillabismo pel Vico è un principio universale e particolare
insieme e con esso egli spiega tutta la primitiva grammatica, ossia tutto il
linguaggio; pel Soave non è più nulla, non solo perchè è monosillabismo e
bisillabismo, indifferentemente, ma perchè non è più un principio, ma una
semplice questione di maggiore o minore bravura meccanica. Terzo, finalmente,
Vico, come più addietro vedemmo, nel confronto della sua con la dottrina
aristotelica delle categorie grammaticali, fa di queste degl' indici delle fasi
ideali dell'umanità, ne fa dei segni in cui si siano concretati e espressi
particolari progressivi atteggiamenti dello spirito umano: il Soave con la
logica alla mano e con una storia di sua invenzione, precisa non solo nei
particolari delle circostanze ma degli specifici procedimenti della mente
umana, fa fare all'umanità un cammino inverso, appunto, per dirla con la
maniera stessa di Vico, come se i popoli, che si ritrovaron le lingue, avessero
prima dovuto andare a scuola ò? Aristotile . Ma non propriamente d'Aristotile,
si bene dei sensisti del secolo decimottavo. Perchè, appunto, questo è da
concludere, che il Soave ha elaborata la materia vichiana col sensismo
filosofico del suo tempo. Insomma, sulla guida di un'intera e compiuta
grammatica logica, fondata sulle distinzioni di materia e forma, di pensiero e
segni, di idee sensibili e astratte, Soave ha costruito una storia universale
umana, facendo corrispondere ad ogni classe grammaticale, a ogni forma
inflessiva di nomi e di verbi, una particolare causa sociale e naturale che
Capitolo quattordicesimo 413 l'abbia prodotta. Tanto valeva il prescindere
dalla sua fantastica narrazione de' due piccoli selvaggi, e darci addirittura
una grammatica logica. Quella che ci diede, fu dunque una copia, un duplicato ;
ma prima che ne diciamo qualcosa, ci corre l'obbligo di accennare per lo meno
alla grande portata filosofica che ha invece la dissertazione dell'Herder. Lo
faremo con le succose parole, documentate da opportune citazioni, del Croce,
che ne porgono una chiara idea e un giusto giudizio. La lingua egli dice in
quello scritto è la riflessione o coscienza (Besonnenheit) dell'uomo. L'uomo
mostra riflessione quando spiega con tale libertà la forza della sua anima che
in tutto l'oceano di sensazioni penetranti pe' suoi sensi, può, per così dire,
separare un'onda, ritenerla, dirigere su di essa l'attenzione, ed esser conscio
che l'osserva. Egli mostra riflessione quando può, nell'ondeggiante sogno delle
immagini che passano innanzi ai suoi sensi, raccogliersi in un momento di
veglia, liberamente soffermarsi su di una immagine, prenderla in chiara e calma
considerazione, separarne de' connotati. Egli mostra, infine, riflessione
quando non solo può conoscere vivamente e chiaramente tutte le proprietà, ma
può riconoscere una o più proprietà distintive. Il linguaggio umano non è
l'effetto di n\\ organizzazione della bocca, giacché anche colui ch'è muto per
tutta la vita, se riflette, ha in sé linguaggio. NON È UN GRIDO DELLA
SENSAZIONE, giacché esso non fu trovato da una macchina respirante, ma da una
CREATURA RIFLETTENTE. Non è un fatto d'IMITAZIONE, giacché l' imitazione della
natura è un mezzo, e qui si tratta di spiegare lo scopo; MOLTO MENO È
CONVENZIONE ARBITRARIA [Grice: “Meaning has nothing to do with convention”]. Il
selvaggio nella solitudine del bosco avrebbe dovuto CREAR il linguaggio per sé
medesimo, quand'anche non l'avesse parlato. Il linguaggio è l'ifitesa della sua
ANIMA con sé stessa, intesa tanto necessaria, quanto che l'uomo è uomo.
Comincia così la funzione linguistica ad apparire non più fatto meccanico od
arbitrio ed invenzione, ma creazione ed affermazione prima dell'attività umana.
Benché lo scritto dell'Herder, come il Croce stesso nota, non dia un risultato
netto, e sia solo un sintomo e un presen- [Abhandlung i'cber den Ursprung der
Sprache, nel libretto: Zwei Preisschriften etc. (2a ediz. di Berlino. Estetica]
timento della soluzione da dare al problema del linguaggio, pure ognun vede
quanto e come esso superi le vedute filosofiche dell'enciclopedismo francese
seguite dal Soave e, in qualche parte e precisamente per le speciali teorie
dell' interiezione e delV imitazione, quella dello stesso Vico, che l'Herder
pur conobbe ed elogiò. Né il Vico né l'Herder, al quale come anche all'amico
suo Hamann spetta il merito di aver fatto sentire come un soffio d'aria fresca
anche negli studii di filosofia linguistica, ebbero tra noi non dico la
preminenza sulle dottrine logiche dei francesi, ma un equivalente grado di
efficacia, nonostante che un seguace e del Vico e dell'Herder, CESAROTTI (si
veda), raccogliesse, più ancora del Soave, intorno al suo Saggio, che in parte
deriva dagli scritti loro, non tenui simpatie basti citare il nome di Torti la
tradizione logico-grammaticale, che ha il suo miglior rappresentante nel Du
Marsais, tenne vittoriosa il campo, contrastata solo, come vedremo, dal risorto
purismo cesariano puotiano, fino oltre la prima metà del secolo passato la
Grammatica generale del Corradini in tutto dumarsaiana è del 1856! cioè anche
dopo Humboldt, ma spolpata, dissanguata, scheletrita, ridotta ai puri schemi,
il che vuol dire alla sua forma meno feconda e più noiosa, e pur propinata a a
volte in libercoli di poche pagine perfino agli alunni della prima e seconda
classe elementare ! La grammatica stèssa del Soave n'ègià una chiarissima
prova. E divisa in due libri, uno dell' Etimologia, l'altro della Sintassi un
trattatello della ortoepia e dell'ortografia fu scritto a parte, ciascuno de'
quali suddiviso in 4 sezioni: la prima del I svolge la parte generale delle
parti del discorso, la II il nome (coi suoi affini, aggettivo e pronome, e i
suoi servitori, segnacasi e articoli), la prima delle parti logicamente più
importanti : la III il verbo, l'altra parte più importante del discorso (coi
suoi partecipi, gerundi e aggettivi verbali); la IV il miscuglio degli
accessori logici (preposizioni, avverbi, congiun- [Croce, Est., p. 265. T.,
Della vita e delle opere di F. T., Bevagna, e Studi sul Boccaccio, Città di
Castello, e Croce, Per la storia della critica e storiografia letteraria,
Napoli. ' Syncathegoremeta ', ' consignificantia '. zioni, interposti); mentre
la I sezione del II libro svolge la prima branca della sintassi, la
concordanza, la II la seconda, il reggimento, la III la terza, la costruzione
(la triple synlaxe, diceva l'Enciclopedia, de co?icordance, de regime, de
constructiorì), la IV il miscuglio delle figure grammaticali (ellissi,
pleonasmo, sillessi, enallage, iperbato le cinque figure del Sanzio). Lo
schema, come qui si vede, è tracciato sul tipo divenuto ormai tradizionale
nella grammatica francese e fondato sulla dottrina della grammatica generale:
non solo del Vico, ma neppur del Soave autore delle discusse Ricerche, si ha
più alcun sentore. Questo tuttavia non è l'unico danno: il maggiore è che lo
schema sia rimasto schema, mancando quasi affatto quell'elaborazione
logico-critica della materia grammaticale che ammirammo già nel Du Marsais e
nell'Enciclopedia. Tutta la filosofia si riduce a definir gli schemi molto
elementarmente e a versarvi dentro cataloghi di forme e di costrutti con
scarsissime citazioni d'autori, senz'ombra di spiegazioni genetiche delle voci,
viceversa conservando qua e là, come p. es. nel trattato della costruzione, le
antichissime rettoricherie sulle fonti dell'armonia nel discorso. E quel po' di
ragionamento che tenta illuminare la parte generale, e la definizione del nome
e del verbo, esula affatto in tutto il resto delle classi e specie e
sottospecie grammaticali, che è dato così nudo e crudo, spoglio persino di quel
fare discorsivo e a volte vivacemente polemico e di quell'esemplificazione onde
almeno si ravvivava l' interesse del lettore nella vecchia grammatica. La
geniale veduta del Du Marsais, che le forme grammaticali, tranne quelle
significatrici di cose, articoli, casi, ecc. rappresentino altrettanti punti di
vista e atteggiamenti dello spirito, che egli applicava con altrettanta
genialità ai singoli pezzi d'espressione, spargendovi sempre un po' di luce
critica, è affatto ignorata da questa grammatica del Soave. Tanto che i
compilatori dell'edizione bresciana del 1830, tenuta sulla milanese assistita
da Soave stesso, sentirono il bisogno d' intercalare delle Appendici (autore
l'ab. Bianchi) e dei paragrafi per versarvi con mano discreta un po' di
metafisicherie, facendo cosi una cosa ancor più astrusa, arida e ibrida. P.
es., nell'app. al cap. I, i nomi si dividono in fisici e metafisici, questi in
metafisici reali o sostayitivi, e in metafisici astratti o ideali: delle
significazioni delle desinenze di questi poi. e degli aggettivi derivati
nell'app. I al cap. VI son date numerose categorie {-ione, -ento, -lira,
-abile, -evole, -are, -ivo, -orlo, -ido, -usto, -ace, -ile, -ale, -estre, -ino,
-ore, -ibile, ecc.) con un imperio d'infallibilità assoluto. E tutto anzi è
logicamente schematizzato, a tutto è data una funzione logica, in modo che
sembrerebbe impossibile come un uomo osasse aprir la bocca senza aver mandato a
memoria tutta questa grammatica. Lo scopo dell'apprendimento delle lingue
fallisce così in modo assoluto, e anche didatticamente vengono queste
grammatiche ad avere un valore negativo. Invece la grammatica filosofica anche
ridotta a tale schema si diffuse e divenne di moda nelle scuole, come di moda
divennero questa specie di ricerche filosofiche sul linguaggio. De' precedenti
italiani, nella prima metà del secolo, della grammatica ragionata s'è avuta
occasione di accennare altrove, segnalando alcune manifestazioni veramente
notevoli; ma quei metodi e nuovi metodi erano ricalchi di Portoreale e compendi
elementari, che, in ogni modo, eran diretti specialmente allo studio del
latino, per quanta parte facessero all'italiano; tant'è vero che non riuscirono
a diminuire l'interesse per la grammatica empirica che, invece, col Buonmattei
e col Corticelli seguitò a imperare. Solo nell'ultimo quarto del secolo
cominciò a divampare il fervore per la grammatica generale. Un Piano ovvero
ricerche filosofiche sulle lingue diede nel 1774 D. Colao Agata; Riflessioni
sugli oggetti apprensibili, sui costumi e sulle cognizioni umane per rapporto
alle lingue ORTES (si veda), libri che già dal titolo dichiarano il loro
contenuto; nel 1783 Frane. Ant. Astore pubblicò a Napoli in due grossi volumi
La filosofia dell 'eloquenza o sia l eloquenza della ragione (il titolo non
potrebbe esser più chiaro), strano miscuglio, dice il Gentile, delle idee del
Vico con quelle dei sensisti. Usce il famoso Saggio sopra la lingua italiana di
CESAROTTI (si veda), sul quale ci dobbiamo fermare un poco per la sua diretta
connessione con la critica delle categorie grammaticali: anzi, se Il figlio di
G. B. Vico, nota. In Padova, nella stamperia Penada (ristampato col titolo di
Saggio sulla filosofia delle lingue nell'ed. pisana delle Opere, e altre
volte). Su esso e sulla questione della lingua in generale nel sec. XVIII, G.
Mazzoni, La questione della lingua italiana nel secolo XVIII in Tra libri e
carte, Roma, Su Cesarotti, V. Alemanni, Un filosofo delle lettere^ Torino]
diverso è lo scopo finale, nella sua sostanza il libro è una nuova grammatica
filosofica. Ma si deve dir subito ad onore del Cesarotti, tanto più che
trattasi di cosa poco nota, che egli fin dal 1769, cioè un anno prima del
quesito dell'Accademia berlinese e perciò delle dissertazioni dell'Herder e del
Soave, aveva pubblicato a Padova un' Oratio de lingiiarum origine, progressi*,
vicibus et pretio, dove è già manifesta l'influenza del Vico e, se non il
germe, certo la tendenza della dottrina che poi doveva sviluppare nel Saggio .
Questo, dunque, aveva lo scopo di criticare cortesemente la Crusca e di
riformarla e ristorare così la lingua col far trionfare le proposte di Crusche
regionali e d'un Consiglio italico per la compilazione di due diversi
vocabolari, l'uno pe' dotti, l'altro pel popolo. Ma più che in questo e in
altre vedute particolari, come una maggior considerazione in che ebbe i
dialetti, la difesa discreta de' francesismi, la sconfessione data a presunte
voci eleganti che non erano se non antichi gallicismi, segni tutti della
posizione diritta e composta presa dal Cesarotti nella questione della lingua
verso e in favore d'un'italianità viva e comune, il valore del Saggio è nella
vera parte filosofica, nella quale certo s'ispirò ai pensatori francesi, ma
trasfuse un poco di (manto potè far proprio del pensiero vichiano. Un limpido e
vivace riassunto del Saggio diede il Cesarotti stesso nella lettera, bella per
arguzia e sincerità, al suo contraddittore, il conte Napione, che fu in
concordia con Cesarotti più di quanto non credesse egli stesso . Io m'era
prefisso , diceva dunque, di toglier la lingua al despotismo dell'autorità, e
ai capricci della moda e dell'uso, per metterla sotto il governo legittimo
della ragione e del gusto; di fissare i principi filosofici per giudicar con
fondamento della bellezza non arbitraria dei termini, e per diriger il maneggio
della lingua in ogni sua parte, cosa non so se eseguita pienamente da altri, e
certo non più tentata fra noi; di far ugualmente la guerra alla superstizione e
alla licenza, per sostituirci una temperata e giu- [Croce, Per la storia della
critica e della storiografia. Cfr. D'Ovidio, Le correz. Ediz. di Napoli
(Biblioteca portatile ed istruttiva), G. Pedone Lauriel. V. in proposito, il
D'Ovidio] diziosa libertà: di combattere gli eccessi, gli abusi, le prevenzioni
d'ogni specie; di temperare le vane gare, le ricche parzialità; di applicare
alfine le teorie della filosofia alla nostra lingua, d'indicar i mezzi di
renderla più ricca, più disinvolta, più atta a reggere in ogni maniera di
soggetto e di stile al paragone delle più celebri, come lo può senza dubbio
quando saggiamente libera sappia prevalersi della sua naturale pieghevolezza e
fecondità. Per eseguir questo piano presi dapprima a combattere alcune opinioni
dominanti.... Negai la nobiltà in cuna di alcune lingue privilegiate, la
superiorità senza limiti, la perfezione assoluta, la fissità inalterabile, la
ricchezza non bisognosa d'aumento, il pregio inarrivabile dell'eterna vestali
tà delle lingue... Mi opposi alla tirannide dell'uso, all'idolatria
dell'esempio, accordando all'uno e all'altro quell'autorità che potea
conciliarsi colla ragione, giudice legittimo e dell'esempio e dell'uso;
provocai alfine a nome degli scrittori non volgari, dal tribunale dei
grammatici pedanteschi a quello dei grammatici filosofi, i quali sanno che la
lingua è 1' interprete del pensamento, e la ministra del gusto. Fatta così
strada al mio assunto, passai a determinare colie teorie filosofiche la
bellezza intrinseca ed essenzial delle lingue, fissandone i canoni, e
applicandoli a ciascuna delle loro parti così logiche che rettoriche; nella
qual trattazione mi lusingo (come il Soave!) d'aver in poco ristretto molto,
detto più cose non comuni né inutili, e gittato sul mio soggetto qualche nuovo
colpo di lume atto a rischiararlo con precisione, e a prevenir molti abbagli .
E dopo aver accennato al confronto tra l'italiano e il francese, all'abuso del
francesismo, alla indistruttibile libertà di crear nuovi vocaboli, alla storia
della nostra lingua e allo stato attuale e allo spirito dominante del secolo
per escogitar i mezzi dell'uso e del giudizio, ecc., manifesta che lo spirito
dell'opera sua era di dire agi' italiani: .... sappiate pensare e sentire, e la
figura del concetto verrà a stamparsi nell'espressione, che sarà conveniente,
vivace, italiana e nostra: voi non sarete più schiavi né dei dizionari uè dei
grammatici, non sarete né antichisti né neologisti, né francesisti né
cruscanti, né imitatori servili né allettatori di stravaganze: sarete voi,
voglio dire italiani moderni che fanno uso con sicurezza naturale d'una lingua
libera e viva, e la improntasentire, e la figura del concetto verrà a stamparsi
nell'espressione, che sarà conveniente, vivace, italiana e nostra: voi non
sarete più schiavi né dei dizionari uè dei grammatici, non sarete né antichisti
né neologisti, né francesisti né cruscanti, né imitatori servili né allettatori
di stravaganze: sarete voi, voglio dire italiani moderni che fanno uso con
sicurezza naturale d'una lingua libera e viva, e la improntano delle marche
caratteristiche del proprio individuai sentimento. Sarebbe superfluo notare che
le vedute filosofiche domi Capitolo quattordicesimo 419 nauti circa la lingua é
la grammatica qui non solo non sono superate, ma, sotto la spigliatezza e la
vivacità dell'esposizione, permangono immutate. Noi, riferendo quel riassunto,
abbiamo inteso soprattutto mostrare che la parte veramente ninna del suo Saggio
anche pel Cesarotti era l'applicazione dei canoni filosofici alla spiegazione
delle categorie rettorico-grammaticali. Diamole uno sguardo. Fissato che la
lingua scritta dee aver per base l'uso, per consigliere l'esempio, e per
direttrice la ragione lingua pura è sinonima di barbara, ogni lingua essendosi
formata dall' accozzamento di varj idiomi come è dimostrato dai sinonimi delle
sostanze, dalla diversità delle declinazioni, • e coniugazioni,
dall'irregolarità dei verbi, dei nomi, della sintassi, di cui abbondano le
lingue più colte e stabilito che la giurisdizione sopra la lingua scritta
appartiene indivisa a tre facoltà riunite, la FILOSOFIA (= RAGIONE),
l'erudizione (= uso), ed il gusto (= esempio) (p. 24), con la scorta della
prima di queste facoltà, osserva che la lingua come materia del discorso consta
di due parti, l'ima delle quali chiameremo logica, l'altra rettorica. Logica
sarà quella che serve unicamente all'uso dell' intelligenza, somministra i
segni delle idee, del vincolo che li lega tra loro, e di tutti quei rapporti di
dipendenza che ne formano un tutto subordinato e connesso. Rettorica è quella
parte che, oltre all' istruir l'intelletto, colpisce l'immaginazione; né
contenta di ricordar l' idea principale, la dipinge, o la veste, o l'atteggia
in un modo più particolare e più vivo, o ne suscita contemporaneamente altre
d'accessorio, le quali oltre all'oggetto indicato dinotano anche un qualche
modo interessante di percepirlo, o un grado di sensazione (p. 24). I diritti
della fantasia affermati così recisamente di contro a quelli dell' intelletto
sono certo una novità rispetto alla grammatica ragionata dell'Enciclopedia che
non conosce alcuna altra funzione nel discorso diversa dalla logica; ma è una
veduta non nuova nelle opere del Cesarotti, per le quali era stato, come dice
il Croce, celebrato ai suoi tempi in Italia come colui che "colla più pura
face della filosofia aveva rischiarati gl'intimi penetrati della Poesia e
dell'Eloquenza, benché certo non sembri j>j, nella quale cerca di combattere
il filosofismo intemperante anche in materia di gusto. Riconosce che la
filosofìa ha distrutto viete idee anche in materia di lingua, ma osserva che
non tutto può distruggere in modo che tra lingua e lingua non ci sia più
distinzione. Dall'esame dell'origine risica delle lingue apparisce in primo
luogo che altre sono eleganti, altre barbare, e che alcuna è pienamente ed assolutamente
superiore ad un'altra; apparisce inoltre che una anche cieca aderenza all'uso,
ed agli scrittori approvati nella scelta delle parole discende dalla natura e
dall'indole medesima del linguaggio. Nel >j 21 1 Idea della grammatica e dei
grammatici '), alla tesi che i grammatici non hanno alcuna autorità legislativa
contrappone la seguente definizione della grammatica, dove par di sentir un'eco
come del noto brano del De vulgari eloquentia in cui della grammatica (la
lingua immutabile) si porge l'idea. Non per nulla il Velo era concittadino del
primo editore del libretto dantesco. La grammatica è una importantissima; e
principalissima parte della logica; una cospirazione, un consenso de' primi
scrittori in alcuni precetti, ed alcune regole di favella a preferenza, ed
esclusione di alcuni altri; cospirazione e consenso, che preser consistenza col
tempo e forza di consuetudine, e che formano il carattere proprio e l' indole
d'una lingua scritta qualunque ; una legislazione finalmente, ed un codice
convenzionale, ove ferma ed invariabile parla l'intenzione d'un popolo per
fissare i modi vocali di comunicarsi le proprie idee, e di perpetuarle alla
posterità cogli scritti (pp. 48-9). La protesta del Velo è un prodromo della
prossima reazione puristica. Nel 1791 uscì l'opera del Galeani Napione,
Dell'uso e dei pregi della Ungila italiana, le cui principali accuse, d'indole
rettorica e non grammaticale, al Saggio del Cesarotti, sono di favorire il
libertinaggio della lingua e di difendere troppo appassionatamente il
francesismo. La nota polemica, ormai, per quanto concerne la cosiddetta
questione della lingua, convenientemente Vicenza, Giusto. Libri tre, con giunta
degli opuscoli, in due voli. Seguo la bella edizione dello Stabilimento
tipografico Fontana, Torino] illustrata, non ci riguarda in modo diretto. Pure,
non vogliamo lasciarci sfuggir l'occasione di dire che a questo eccellente
libro del Napione non è stata data, o meglio riconosciuta tutta l' importanza
che meritava: la sua vera portata non è tanto nella tesi sostenuta, nel campo
strettamente linguistico, d'un' italianità larga, nobilmente intesa ed
egualmente schiva del francesismo e dell' idiotismo fiorentinesco (per questo
riguardo il libro lascia la secolare controversia come la trova), quanto nella
descrizione che vi si fa delle vicende della nostra lingua sotto il rispetto
della civiltà e dell'anima italiana: esso è, insomma, un documento
importantissimo per la storia della nostra cultura fornito dalla considerazione
rettorica o stilistica o estetica come si voglia chiamare della lingua italiana
specie in confronto con la francese e dall'evocazione delle circostanze della
sua fortuna. Il fine del Napione è pedagogico: favorire per mezzo della
diffusione e del culto della nobile lingua d' Italia il primato civile degl'
Italiani: " satis mirari non queo ", è il motto ciceroniano (De fin.)
che il libro porta in fronte, " unde hoc sit tam insolens domesticarum
rerum fastidium;" in questo secolo, è detto subito in principio, dietro la
scorta dei Le-Clerc, dei Locke, dei Leibnitz, nomi grandissimi, i Genovesi, i
Du-Marsais, i Condillac, i Michaelis, i Cesarotti ed altri sottili ingegni
hanno creduto di dover esaminare filosoficamente la natura delle lingue; mentre
altri si sono applicati più particolarmente ad osservare e descrivere il genio,
l' indole, la storia di un determinato idioma. Laonde questa materia di
grammaticale e letteraria, che al più era, è diventata filosofica, e diventar
dovrebbe eziandio politica, mercè il giovamento che può arrecare alla civile
società; ma, appunto per questo, gli argomenti il Napione è portato a trarli
dalla storia, osservando nello specchio della lingua i riflessi dello spirito
italiano e nella fortuna e nella stima che essa godette nei secoli passati
specie presso gli stranieri e in ogni genere di letteratura, la sua feconda ed
elastica virtù. Non possiamo pretendere dal nostro autore una considerazione
storica (di storia della coltura, s'intende, e non artistica) della lingua
italiana quale può darci la critica moderna cosi scaltrita ne' principi e così
ricca di mezzi, ma ben possiamo appagarci dello sforzo che egli compie per
iscoprire di sotto alle qualità rettoriche tradizionalmente affermate nella
nostra lingua atteggiamenti e vitalità di spiriti quali egli per lo meno sente
nell'anima italiana. Addurrò, per conchiudere, non potendo far qui lungo
discorso, qualche esempio. Per confutare il Condillac, il quale sosteneva
doversi ascrivere a difetto e ad imitazione servile del genio latino la
tendenza italiana a riunire e connettere in un sol periodo maggior numero di
idee , il Napione osserva: Ognun sa che il vedere e discernere diversi oggetti
in un sol punto, il conoscerne le relazioni tra loro, il comporre di molte idee
particolari una generale, il veder le idee secondarie che rischiarano,
confermano o corteggiano la principale, si è uno de' pregi maggiori delle menti
più vaste e più sublimi. V'ha pertanto ragion di credere che questa pratica
degl' Italiani, di radunare comunemente in un periodo più cose che i galli non
fanno, provenga da una facilità maggiore di rapidamente trascorrere, e vedere e
combinare cose diverse insieme. Chi è caldo e passionato odia l'uniformità:
coll'alterare, col sospendere l'ordinata costruzione, attizza la curiosità, e
tien fissa l'attenzione. Sino il volgo, se è commosso, parla in figure,
trasposizioni, trasporti di frasi, e più in quelle contrade dove ha maggior
fuoco, ha maggior anima; il che dimostra, se dobbiamo dar retta a certuni, che
un popolo, qual si è il francese, che si è fatta una lingua serva e pedestre, è
più freddo in sostanza di quel che sembri in apparenza vivace; brio, che vien
però detto da molti fuoco fatuo, e caldo superficiale. Lo sguardo di NAPIONE
(si veda) non arriva all'intimo accento di particolari espressioni e di
particolari periodi storici della lingua e di particolari affinità spirituali;
pure nell' indagare i motivi della fortuna della lingua italiana, anche se
rimane alla superficie, tenta di comprendere i caratteri generali di
determinati periodi meglio fortunati e generi linguistici, da poterne cavare
qualche raggio di luce spirituale. In og ni modo egli raccoglie tante
testimonianze e richiama tanti libri, che, anche per questo riguardo, è uno
degli autori più ricchi che ci possa offrire la nostra storia. Tornando al
Cesarotti, aggiungeremo che a taluno è parso che anche il Pignotti, nella sua
Storia della Tosca?ia confutasse forse con più fortuna ed efficacia del Napione
il padovano illustre specialmente per quanto concerne la toscanità della lingua
italiana Ci. Ci Bettinelli, Lett. cit.. (I Mazzoni, L'Ott. II. La grammatica
ragionata si propagò ben presto nelle scuole, non escluse le prime classi delle
elementari, ma anche in uno stato di pronta, quasi immediata degenerazione. Ciò
che per altro non maraviglia. Un Corso teorico di Logica e Lingua Italiana e un
discorso filosofico sulla metafisica delle lingue aveva pubblicato già fin dal
1783 Valdastri, citato poi spesso con lode, come dal Romani e dal Caleffi, un
sensista che diede più tardi Lezioni di analisi delle idee, dove non fa che
seguire i dettami dell'intimo senso, che è il criterio universale del genere
umano, da cui solo si possono, e si devono ragionevolmente dedurre (I, xvn),
nemi co acerrimo di Aristotile che dominava da tiranno le scuole. In un Indirizzo
pel ragionato uso della lingua italiana, edito a Venezia, s'insiste sulla
necessità di non far de' giovinetti de' pappagalli, ma d' illuminarli con la
ragione, e si spiega il concetto di sostanza (da subtus stans) e di qualità con
un curioso esercizio di far osservare un dato frutto, appressar le narici e
toccarlo col dito! Un P. Simionato in un Nuovo metodo facile e ragionato di
apprendere la lingua italiana, che egli stesso dichiara unico, comincia la sua
esposizione con le solenni domande, che diverranno presto di moda: Perchè
parlate voi ? Come vi fate intendere? E tutto il ragionio finisce lì. Il
napoletano Giovanni Vincenzo Meola col suo Compendio del nuovo metodo per
apprendere facilmente la lingua italiana, ritrovato da' migliori grammatici
aduso de propri figliuoli^ '), compilato specialmente allo scopo di condurre
alla cognizione dell' italiano senza supporre quella di alcun altro linguaggio
(p. IX), ritorna invece al metodo di Portoreale, come aveva fatto l'Ajello per
il latino e il Martorelli per il greco, prendendo a fondamento il Corticelli
(ma intorno al ripieno par che saccheggi piuttosto il Buonmattei); redige le
sue regole in versi, e annunzia un Nuovo me Guastalla, Costa. In Milano
Galeazzi. V. era segretario scientifico dell'Accademia di Scienze, Belle
Lettere, ed Arti di Mantova. Venezia, 1799. Napoli. V. Orsino.] todo completo
in due volumi, in cui metterà a profitto tanti altri trattati speciali. A
Napoli, per altro, dove qualche raggio di luce vichiana non mancò mai di spandersi
sulle menti, è lecito credere che in armonia coli' insegnamento letterario del
Marinelli e con i principi propugnati dall'autore del noto Progetto di legge
del 1809 per la riforma della P. I. nel Reame, la grammatica non fosse almeno
in quel breve periodo di tempo egualmente bistrattata. Il Vico stesso e dalla
cattedra di eloquenza latina che tenne nell'Università di Napoli e nella sua
scuola privata di eloquenza e lettere latine e in quei documenti pedagogici che
sono il De nostri temporis studiorum ratione, le Insiitutiones oratoriae e la
stessa Vita, tenne sempre Y eloqjientia sinonimo di sapie?itia, diede cioè
sempre un insegnamento più di cose che di parole, non indugiandosi mai in
pedanterie grammaticali, sebbene fossero da lui come di passaggio avvertiti i
vezzi della lingua, le origini e proprietà delle voci, la bellezza e signoria
delle espressioni , e giudicando che né la filosofia cartesiana né
l'aristotelica fé' gran prò alle cose oratorie, ma la platonica, e di questa la
dialettica (")• Anche per il figlio Gennaro, che, traendone ispirazione e
conservandone i sani criteri, degnamente gli successe nel medesimo insegnamento
che tenne fino al 1777 per unirvi quello della poesia fino al 1786, quando vi
fu sostituito da Ignazio Falconieri, la vera eloquenza fu sempre quella che
scaturisce dal pieno possesso dell'argomento; insistè sempre sull'importanza
del contenuto, combattendo il puro studio della forma vuota, le virtuosità
stilistiche, le minuzie grammaticali, ed incitando i giovani agli studi seri e
profondi . Anzi, in sua lode speciale dobbiamo aggiungere che i suoi
Avvertimenti per V insegnamento del latino (editi dal Gentile sull'autogr.
esistente tra le carte Villarosa) nella parte che riguarda i rudimenti di
grammatica sono anche nei particolari conformi al 11) Vita di G. B. Vico
scritta dal Solla, cit. in Gentile, Il figlio di Vico e gl'inizi dell' inseg.
di leti, il. /iella/?. Univ. di Napoli con docc. inedd. (Estr. dall' Arck. si.
p. le Prov. Nap., Napoli, importantissimo volume che ci serve di fonte e di
guida a proposito de' due Vico e de' loro successori. C) Inst. Orai, in Opere,
cit. dal Gentile. Gentile primo Metodo del Du Marsais, che certo non avrà
conosciuto, non solo perchè non lo nomina in nessuna maniera, ma perchè, come i
suoi Avvertimenti, quel Metodo fu steso per un privato discepolo. Era
insegnamento di grammatica latina, naturalmente, perchè di quello della
grammatica volgare anche in Napoli si sentì molto tardi il bisogno: quando fu
sdoppiata la cattedra di Gennaro Vico in quella che il Gentile chiama la
riforma universitaria dell' illuminismo, e fu istituita la cattedra di
Eloquenza italiana (per merito, pare al Napoli-Signorelli, di Ferdinando IY, e
per un'ispirazione che risale, nota il Gentile, al Genovesi, che fu il primo a
insegnar in italiano e già dal 1767 aveva proposto ' una scuola di lingua, di
eloquenza e di poesia toscana '), allora, dico, a certi vecchioni la novità
fece un'impressione di maraviglia: Quali cattedre (van dicendo) ! lingua
italiana, agricoltura, chimica, commercio, diplomatica, storia naturale,
geografia fisica. Fa mestieri di un pubblico professore per istudiar la lingua
volgare che parliamo dalle fasce..?. Ma lo spirito della tradizione restava.
Restò infatti, anche se il Vico è probabile sia stato tra quei vecchioni, non
tanto forse perchè quel nuovo insegnamento non fu che una duplicazione della
vecchia Rettorica, che s'insegnava nell'Università di Napoli dalla metà del
cinquecento , quanto perchè della sorte toccatagli di raggiungere dopo 40 anni
d'insegnamento quello stipendio di 300 ducati, che altri aveva ottenuto tanto
più presto, p. e. Serio, ebbe, nel 1797, a muovere non lievi lagnanze. Quel
Serio stesso, infatti, che fu assunto alla nuova cattedra, in un manifesto con
cui dopo 14 d' insegnamento, annunziò la pubblicazione delle sue Istituzioni,
che non sembra poi vedessero la luce (3), diceva che il primo tomo conterrebbe
le più importanti questioni intorno all'origine, all'indole ed al carattere
della lingua; e... tutto ciò, che principalmente alla grammatica appartiene, ma
con animo di veder come esser possa una delle fonti dell'eloquenza . Dove non
par solo di sentire Gennaro Vico, ma anche il Cesarotti e compagni. Tuttavia l'
insegnamento del Serio non è neppur paragonabile con quello Gentile. (?)
Gentile. Gentile. Agli amatori della bella letteratura in Gentile, op. e loc.
cit. Capito/o quattordicesimo 433 che dovette impartire il Marinelli, assunto
nel 1808 alla medesima cattedra abolita nel 99 e ristabilita sotto Giuseppe
Napoleone e autore d'una molto lodata Filosofia dell'eloquenza^. Il fondo, dice
il Gentile, che ne ha esaminate la Prolusione e dopo questa l'opera ora
accennata, è ancorala rettorica: ma che rivoluzione ! Tale insegnamento,
concludeva il Marinelli in quella Prolusione, avrebbe istruita la gioventù
senza obbligarla al meccanismo de' precetti, e senz'ingolfarla nelle minuzie
grammaticali, che sono per lo più disgradevoli alle persone di già avanzate
negli studj . Alla Filosofia dell'eloquenza, dove si grida contro le regole
colle quali si vorrebbe supplire al talento di un'anima che signoreggia sulle
anime mercè l'ascendente della parola (p. io)(3), e dove qua e là lampeggia un
ingegno critico non comune, corrisponde per importanza di vedute il già cit.
Rapporto o progetto di legge presentato a G. Murat dalla Commissione
straordinaria pel riordinamento della P. I. nel Regno di Napoli, di cui fece
parte quello spirito illuminato di Melchiorre Delfico, ma fu relatore e vero
autore Vincenzo Cuoco (4). In questo che il Gentile chiama il documento
pedagogico e scientifico più notevole in cui si sia imbattuto nella sua
ricerca, il Cuoco grandeggia come un alto spirito solitario, giacché egli si
rannoda direttamente al pensiero d' un grande morto, rimasto nome sacro ma
incompreso per tutto il periodo che abbiamo qui addietro percorso e per cui si
distese la vita vuota di Gennaro Vico. Il nome del padre di costui ricorre in
questo scritto più d'una volta. Sono esplicitamente richiamate alcune delle
idee più geniali dell'orazione Denostri teinporìs studiorum ratione (5). A
proposito della Scienza nuova, dice tra l'altro: Quello però che possiam dire
con sicurezza si è, che la dottrina del Vico è nota e adottata quasi tutta
intera nelle sue applicazioni; ma n'è rimasta oscura la teoria generale, da cui
tali applicazioni dipendono, e da cui si possono rendere più ampie e più certe.
Per la scuola media, Napoli, presso Angelo Trani, Gentile. In Gentile, op.
cit., p. 126. Gentile. Gentile, op. cit., pp. 135-6. Gentile. CUOCO (si veda)
inizia una riforma capitale, mettendo a capo di tutte le materie da insegnarvi
la lingua italiana, della quale nelle scuole mezzane non s'era pensato ancora a
far oggetto di studio speciale . Il linguaggio , dice il Rapporto, non è
solamente la veste delle nostre idee, siccome i grammatici dicono, ma n'è anche
l' istrumento. La prima lingua, che noi dobbiamo sapere, è la propria.
L'educazione de' nostri collegj dava troppo, ed inutilmente, allo studio
grammaticale delle lingue morte. Le lingue non si possono apprendere bene per
via di grammatiche e di vocabolari: lo avverte benissimo il proverbio: aliud
est grammatico, aliud est latine loqui ; e l'esperienza giornaliera lo
conferma. I precetti della grammatica in ogni lingua sono pochi e semplici, e
tra le grammatiche la più breve è sempre la migliore. Lo studio della lingua, e
non già della grammatica, deve esser lungo: ma ogni studio soverchio, che si dà
alla grammatica, è tolto al vero studio della lingua, la quale non si apprende
se non colla lettura e retta imitazione de' classici. Noi diremo anche di più:
rende più facile lo studio delle lingue morte il saper bene la propria e
vivente. Tutte le lingue hanno un meccanismo comune, il quale dipende dalla
natura comune delle menti umane . Da questo principio vichiano il Cuoco desume
che quella che occorre studiare è, a proposito della lingua nostra, una
grammatica generale, una grammatica con metodo filosofico, che faciliti
l'apprendimento delle altre lingue. E doveva avere in mente la Grammatica
generale del Du Marsais, che cita infatti poco dopo a proposito dei tropi!1),
ma di un Du Marsais, osserva poi il Gentile acutamente, cuochiano, o vichiano
che si voglia dire. Ma la riforma non fu fatta, e dopo il Marinelli, col
Ricci(J) Gentile. Gentile. Scrisse Della vulgati eloquenza libri due, 1813. Vi
si paragona al Bembo di cui vuol ricalcare le orme. Sa ricordare che le
regoledelia Grammatica furono fissate dal Fortunio e poi dal Bembo, p. io
dell'ed. di Napoli, Giorn. delle Due Sicilie. Tra tanto vecchiume mi è sembrata
notevole la definizione della storia letteraria, e benché qui proprio non ci
riguardi, ci permettiamo riferirla anche perchè non è stata avvertita da altri.
La storia letteraria ha per oggetto di designar gradatamente e per ordine di
tempi i progressi, le vicende, e il decadimento delle lettere e delle arti,
riducendo di tratto in tratto si riebbe l' insegnamento della vecchia
rettorica, e la letteratura italiana a Napoli non si rialzò più fino al i.s6o.
Alle altezze del Marinelli e del Cuoco nessuno in altre parti d' Italia seppe
sollevarsi. Pullularono invece le grammatiche ragionate, tra le quali
pochissime meritano qualche considerazione. La prima di queste è quella scritta
in francese pei francesi dal Biagioli, e di cui non sarebbe qui il luogo di dir
due parole, se, anche a non tener conto della persona dell'autore, non fosse
stata più volte ristampata in Italia e se non fosse stata citata con lode anche
dai nostri grammatici. È intitolata Grammaire italienne clémentaire et
raisonnéQ). L'Autore dichiara che ristudierà la lingua materna coi principi del
Du Marsais, del Condillac e del Destutt-Tracy, richiamandosi al pensiero di
Dante rielaborato dal Sanzio: La pensée du Dante, que Sanctius semole avoìr
envisagée et développée ainsi: Grammaticorum sine ratione testimoniisque
auctoritas nulla est (in Minerva, lib. I, e. 2), noits montre che non si deve
fare un'esposizione dogmatica, ma ragionata. Bandisce Yusage, il caprice,
Yabus. Nella parte generale spiega les principes les plus simples et les plus
généraux , nella particolare, ritorna sui suoi passi esplicando avec plus
d'étendue ce qui exige de la part des étudians plus d'at i diversi quadri del
loro stato generale sotto un determinato punto di vista nelle diverse epoche, e
fissando proporzionalmente i caratteri del gusto in ciascuna epoca; il che
equivale per lei al pregio della unità indispensabile alla perfezione della
storia politica. Molti sono i vantaggi della storia letteraria: cioè; 1. ella
ci pone sottocchio i progressi dello spirito umano, e ce ne distingue le vie;
2. ci rende ragione delle rivoluzioni del gusto; 3. ci avvezza alla pratica
d'una soda critica: ed infatti una giusta critica non disgiunta dalla storica
imparzialità fedeltà ed accuratezza, ne costituisce il pregio principale . Pp.
95-6. Suivie d'un traité de la poesie. La quinta edizione di Milano, 1824,
aggiunge ouvrage approuvè par l'institut de France: la 2a ediz. è del 1809: e
la prima dovette esser di poco anteriore. Vi si cita la precedente del Vinéroni
(Vigueron). Una grammatica italiana in francese dell'ANTONiNi è citata da
Antonio Scoppa nella prefazione al suo Nuovo metodo stilla grammatica francese,
Roma. Pel Fulgoni. Le nouveau maitre italien pubblicò D. A. Filippi, Vienne,
1812, con una lettera del Metastasio al conte Bathyny sul miglior modo
d'insegnar l'italiano all'Imperador Giuseppe JI, in tempo ch'egli era principe
ereditario , molto sensata e pratica. Robello G., Grammaire italienne
élém. analysè et r aisonne', III ed., Paris. tention et de travail . Nell'introduzione tratta de
l'origine des signes de nos idées per venire alle parti del discorso. Per
trattare di queste, parte sempre da una frase {oh, ah Io sono attonito Io sono
amante Ride piangendo Ho l'anima avvezza alle pene Questa donna è mia Pietro è
morto, voi lo conoscevate Sto con mio padre Parla eloquentemente Ama la figlia
e la madre). Sulle preposizioni crede d'aver trovato delle novità. Si occupa
molto, da buono studioso del Sanzio, dell'ellissi, dando di duecento frasi
ellittiche la costruzione piena, di molti esercizi, com'è necessità delle
grammatiche per gli stranieri. Ma il Biagioli in sostanza è un retore, e non un
filosofo, e finisce anche lui col ripetere la solita roba nei soliti schemi.
Più cheper una strana se non cervellotica idea che gli serve di fondamento,
c'interessa per alcune notiziette riferentisi alla storia della grammatica il
Saggio sulle permutazioni della italiana orazione di Muzzi, che a Foscolo parve
più un curioso gingillo di aritmetica applicata al periodo, che una serie di
osservazioni giovevoli a chi cerchi nel periodare l'armonia, scopo, per altro,
al quale non* era stato destinato. Il noto epigrafista comincia dall' affermare
che per la varietà del nostro idioma e per l'infinito rimescolarsi delle parti
dell'orazione, sono in lingua italiana infiniti i costrutti. Sotto questo punto
di vista, nel campo della nostra grammatica c'è da riempire un gran vuoto, che
non è stato colmato neppure dal (Torricelli, né dal Fernow, né dal Biagioli. Il
suo è solo un saggio e breve delle permutazioni di semplici vocaboli presi uno
per uno, e rappresentativi di parti differenti del parlare (p. XVII). Della
miglior grammatica di nostra lingua dobbiamo saper grado a un tedesco: cario
luigi fernovio, che la stampò in tubinga. Eccone una, che indica il suo metodo:
accanto = à còte; prìs : 1 (In luogo posto) accanto ia canto 1 rispetto 1 al
mare, Bemb., =à coté de la mer\ 2. (In luogo posto) accanto (rispetto a) le
verdi ripe, Bemb. = près des vcrtes rivcs. (-) P. es.: Bastami (la disgrazia)
d'essere stato schernito una volta, B.; Viene in concio (riguardo) ai fatti
nostri. Ginguené gli lodò molto nel Mercure questa grammatica, facendogli un
merito d'aver seguito Du Marsais e Condillac. (*) Milano, De Stefanis, 181 r.
Mazzoni, L'Ott., p. 310. Ne ebbe notizia dal Biamonti. Muzzi scrive tutti i
nomi propri con le minuscole. Ma, quanto a sintassi, molti passi del Boccaccio
vi sono interpretati a rovescio. Essa pargli la più doviziosa per regole, la
più sobria di metafisica e insieme la più elegante per metodo. Ma da un
articolista del Giornale italiano le è stata attribuita una regola che è invece
del Soave (cfr. l'ediz. milanese): quella che l'imperativo negativo ha la forma
infinitiva: non amare ! La regola principale che forma il fondamento di tutto
il Saggio è che la trasposizione delle parti del discorso della lingua italiana
segue le leggi delle permutazioni aritmetiche . Esempi: veggio pietro \ In
questa serie abbiamo una sola pietro veggio \ permutazione. egli amava
guglielmo egli guglielmo amava amava egli guglielmo l ~ . et,., .. Qui sono
sei. amava guglielmo egli guglielmo egli amava guglielmo amava egli Con la
serie 1. 2. 3. 4. (coloro disprezzano grandemente arrigo) le permutazioni
aumentano ancora. E così di seguito. Qui entra in confronto col francese dove è
gran penuria di permutazioni. Viene poi a osservazioni particolari circa la
maggiore o minore permutabilità delle parti del discorso. La preposizione, p.
e., è indivisibile dal nome, ma non così dalla radice di un verbo: onde per
meglio fare ciò invece di 24 permutazioni ne avrà solo dodici, dovendo escluder
quelle dove il 2 è collocato prima di 1. Qui ricorda che il dépéret (recherches
philosophiques sur le langage de sons articulés, in mém. d. l' ac. des sciences
de tur in, années X-XI, 1803) tratta un soggetto affine al suo, e il Dubos,
seguito dal Rollili, che propose un sistema musicale per rappresentare
cambiamenti di voce diagnostici degli affetti. Fatte alcune osservazioni sulle
pause, conclude col notare che nel campo della sintassi del periodo lo studio
delle permutazioni diventa immenso (sfido io!), e, ricordati i Principj di
grammatica generale del De Sacy, col far voti che si compili una grammatica
italiana migliore nella parte sintattica. L'osservazione del Muzzi che la
lingua italiana ha il privilegio di permutare straordinariamente le parti del
discorso, è giustissima: ma che I 2 2 I I 2 3 I 3 2 2 1 3 2 1 ò 1 3 1 2 3 2 1il
fatto possa dar luogo a un sistema di sintassi, a una nuova sezione
grammaticale, è una sua inappagabile pretesa. La sintassi ha già formato i suoi
schemi per comprendervi tutte le possibili permutazioni, ciascuna delle quali,
caso per caso, vi ha la spiegazione. Che cosa si pretenderebbe col sistema
delle permutazioni ? stabilire forse delle altre categorie sintattiche secondo
le quali gli elementi del pensiero si potrebbero disporre in un modo piuttosto
che in un altro? che ci fossero in altre parole nuovi ordini di mezzi
espressivi ? Per altro nel sistema perni utativo del Muzzi, come in quello musicale
da lui citato del Dubos e del Rollili, abbiamo una nuova prova, se ne avessimo
bisogno, dell'arbitrarietà delle categorie grammaticali e sintattiche, che
possono esser diminuite e accresciute e ex novo costruite secondo il mag giore
e minore genio grammaticale inventivo dei grammàtici ! Parve, alfine, che la
grammatica auspicata dal Muzzi spuntasse negli Elementi filosofici per lo
studio ragionato dì lingua proposti e dedicati alla studiosa gioventù delle
Università d' Italia da Mariano Gigli, professore di scienze, (/) che furono
infatti molto lodati allora e dopo. Anche il Gigli comincia dal lamentare che
non vi fosse ancora un libro... come il suo: un libro scritto dietro la sola
guida del Buon-senso... è una scienza affatto nuova nella Repubblica Letteraria
. Veramente un tal libro poteva anche esserci: la sua Lingua
filosofico-universale (pubbl. a Milano l'anno avanti), di cui questi Elementi
sono chiarimenti, aggiunte e correzioni. Uno de' miei primari difetti ,
confessa con ironico candore il Gigli, è quello di consultar la Ragione, e non
l'Uso. Ecco che cosa gli dice la Ragione. L'uomo è un essere sensibile
giudicante: in quanto vive in società, e ha bisogno della parola, in quanto,
cioè, è un uomo sociale, è uomo naturale parlante (p. 8): u?iico dunque deve
essere il linguaggio per ciò che riguarda l'uomo naturale; molteplice per
l'uomo sociale. Avremo dunque una filosofia di lingua, e una grammatica di
lingua. Conoscendo la propria lingua filosoficamente, conosceremo tutte le
lingue, e non ci rimane che Milano. Non so se sia tutt'uno con essa l'altra
opera di Gigli, La metafisica del linguaggio. Scienza nuova anche ' dotti e pe'
soli di buon senso, Milano.] applicarci allo studio della grammatica di
ciascuna, per apprendere i suoni e i segni attaccati dalla convenzione alle
idee, e poi V ordine con cui si succedono. Onesta conoscenza si forma con
l'abitudine, e non ci sarebbe bisogno di grammatica. Ma poiché ogni lingua ha
le sue particolarità, il raccoglier sotto regole generali è far cosa utile. Far
dunque la grammatica di una lingua, è formular quelle regole generali. E facile
vedere che questa nuova scienza di Gigli è la vecchia grammatica generale
caratterizzata con molte inutili e imprecise parole. Il suo buon senso non gì'
ispira che complicazioni. De' giudizi, p. es. (p. 27), distingue quelli dazione
e quelli di qualità; ma ogni giudizio esige tre cose: r. L’oggetto, cardine del
giudizio'; la parola, (verbo) voce di giudizio '; la voce, che esprime ciò che
si attribuisce, ' attributo di giudizio ! Non miglior pregio ha la Grammatica
della lingua italiana di Bellisomi, autore anche di una Grammatica delle due
lingtie italiana e latina per uso dei Ginnasi della Lombardia^) e di una
Introduz. alla medesima. Sì l'ima che l'altra furono molto diffuse, ma di
notevole la prima ha l'aver abolito lo schematismo della consueta grammatica:
poiché il contenuto esposto in modo discorsivo per via d'analisi è su per giù
il medesimo. Un'osservazione è degna d'esser ricordata a onore del Bellisomi:
che i bamboli riescono a parlare secondo grammatica pur non avendone coscienza,
e quando poi si danno ad apprender la grammatica, ricominciano a sbagliare !
(prefaz.) Un trattato... sul valore, sulle proprietà e sull'uso di alcune voci
e di alcune frasi, un trattato compiuto, quale sin qui desideravasi, di
sintassi e di costruzione, un trattato sul discorso e sullo stile... non pochi
cenni storici sull'origine e sui progressi ('i Ad uso delle se. el. della
Lombardia, Milano. Milano. Milano. Bellisomi ebbe una lunga polemica
grammaticale col Fantoni. Cfr. Postille alle osservazioni critiche di I.
Fantoni sopra la prima parte della gr. it. e latina, Milano. Del Fantoni, si
può vedere Risposta al libro: Postille, ecc., Brescia. Il F. critica il B. coi
principi del Soave, del Destutt de Tracy ecc. La polemica getta non poca luce
sull'accaloramento onde la grammatica generale era trattata nelle scuole.]
della lingua italiana ... non per gli uomini scienziati e d'alte lettere, ma
per i giovanetti con istile semplice e familiare vuole dare Ziniglio Vianotti
(cioè Giovanni Ziliotti) con le sue Lezioni di lingua italiana in seguito allo
studio della grammatica, ma non riuscì che a comporre un zibaldone di
rettoricherie, di osservazioncelle di grammatica (p. es. questa, che il che è
la congiunzione più importante), di frasi (è un italianismo presero a fuggire).
Il fervore per la grammatica come scienza era venuto sempre crescendo: forse
non ci fu mai per questa disciplina un' ammirazione, anzi un'esaltazione come
in Italia in questo periodo, che era in ragion inversa della penetrazione
filosofica degli stessi che la coltivavano. Basta vedere la Dissertazione
storico -critico filosofica di Antonio Adorni intorno alle Grammatiche, un
ellogio, così l'autore stesso la chiama, della grammatica e insieme un infelice
tentativo di spiegarne l'origine, per rivelarne l'antichità, in modo da farla
coincidere con la stessa sapienza dei libri sacri, e esaltarne la venerabilità
indicando non alla rinfusa, ma promiscuamente dentro le grandi epoche
(grecoromana, medievale, rinascimento, tempi -moderni) senz' alcun criterio, i
nomi degli insigni scienziati e filosofi che la tratSecondo le vedute di
Cesarotti e Tiraboschi che infatti non fa che copiare. Dobbiamo (ma non è un
gran debito) allo Ziliotti, oltre diversi compendi e metodi grammaticali anche
per il latino, La ortografìa italiana citata al tribunale della sana critica,
Padova, dove arrossisce di vergogna per avere tredici anni addietro
(coll'operetta portante il titolo Ortografia italiana, ovvero regole per
rettamente scrivere in lingua italiana) mostrato al publico come ei pure la
pensava alla maniera degli altri in fatto di ortografia. Come la pensasse,
s'argomenta ora dal vederlo scrivere publico, legere, add ungue, bacciarseli !
Padova. Pubblicò anche: " Il fanciullo istruito fin dalla sua infanzia in
tutto ciò che il può risguardare'', Padova, 1817;" Libretto di devozione
pe' fanciulli ", Vicenza, 1819; " Ortografia italiana ovvero regole
per rettamente scrivere in lingua italiana ", Padova (2a ediz.) 1S24; '•
Introduzione alla grammatica della lingua latina", Padova. Guastalla,
nella tipografia di Gaetano Ferrari e figlio, s. a. (La ded. è datata da
Sabbioneta. Una nota nell'ultima pag., la 54, dice: Dall'epoca in cui fu
scritta la presente dissertazione, a quella, in cui si pubblica, la morte,
sempre ingorda delle migliori cose, ci rapì il sempre memorabile Bodoni.
tarono: sicché neppur giova come schizzo d'una storia della grammatica, quale
un diligente avrebbe potuto disegnare, raccogliendo dai vari libri de'
grammatici dove si ricordano i nomi de' predecessori . Tra le lodi della
grammatica e lo sfogarsi contro le autorità che non elevano alle cattedre gli
uomini veramente grandi (come lui, certo, che una n'aveva perduta e per un' altra
si vide posposto a un ignorante di prete che poi fu la pietra dello scandalo
degli scolari), egli, che pur gli aveva prima citati in onore per averla
coltivata, trova modo, forse per mostrarsi uno di quei grandi, di biasimare,
perchè non usavano del metodo analitico, e l'Alvarez, e il Despauterio, e
Salvator Corticelli che modellò , e questo era vero, il suo corso Grammaticale
sul gusto di quel de' latini , e Francesco Soave ne' suoi elementi di lingua
italiana, quando volle ridurre a sette le parti dell'orazione, facendone una
sola delle sue specifiche in natura addiettìvo, e participio, e in blocco
tant'altri, senza che appaia se accetti il sensismo benché citi il Condillac o
il puro logicismo. Non parliamo della sua filosofia del linguaggio: la dissertazione
s' apre così. La lingua non è, come alcun tra filosofi opinar volle, figlia
dell' uomo, ma figlia dell'autore della natura; il che prova in nota con
argomenti infallibili. Un considerevole tentativo eli costituire un corpo
organico di scienza grammaticale è il termine caro all' autore L'Adorni stesso,
a dimostrare che neppure dal nono e ottavo secolo infìn ai tempi dell'Alighieri
non fu come sembra offuscata di tenebre densissime la nostra regione
scientifica rimanda ai documenti addottine in prova dal celebre Cerretti nella
sua inaugurale recitata nell'Aula Regia dell'Università di Pavia per
l'aprimento de' studi nell'anno millesimo ottocentesimo quinto, p. 25. Nella
quale, peraltro, a me non è riuscito trovar nulla di strettamente connesso col
nostro tema, come avevo potuto supporre. Notevole, invece, m'è parsa una pagina
d'una lezione del Cerretti sullo Stile, dove illustra il fondamento logico
della dottrina stilistica del Beccaria. La considerazione delle parole de'
suoni diversi e diversamente ricevuti non è riguardata del celebre Autore, che
come dipendenza della Grammatica: e però prescinde dalla stessa, o poco almeno,
e in un solo paragrafo ne parla ov'egli ragiona dell'Armonia; e tutti colloca i
suoi principj nell'Analisi delle idee. Seguendo il D'Alembert, il Cerretti fa
altre osservazioni sulla chiarezza e precisione grammaticale dello stile.
Instituzioni di eloquenza del cavaliere Luigi Cerretti modonese, Milano, presso
Giuseppe Maspero] compì Romani di Casalmaggiore, un matematico che insegnò e fu
preposto a pubbliche scuole e istituti educativi, e tutto infervorato nel
proposito di rinnovare ' il linguaggio grammaticale ' con la grammatica
filosofica. Tranne alcuni opuscoli, i suoi lavori furono pubblicati postumi tra
il 25 e il 27 nella bella edizione delle Opere complete fatta dal benemerito
Giovanni Silvestri di Milano. Ma all'ampiezza del suo 'piano' e all'entusiasmo
onde attese a eseguirlo e anche alla larga informazione della letteratura
grammaticale non corrispondeva certo la profondità del pensiero filosofico.
Basterebbe dire che il Romani ammette tre sorte di linguaggi, uno grammaticale,
per ' la manifestazione de' pensieri', uno oratorio per ' la comunicazione
degli alletti ', e un altro poetico per ' la dilettazione dell'udito; che
ritiene conservato in buono stato quest'ultimo, un po' meno il secondo,
assolutamente in cattive condizioni il primo, perchè mentre per gli ultimi due
non occorse una grammatica, essendo bastata Son volumi cosi ripartiti. Teorica
de' sinonimi italiani. Dizionario generale de" sinonimi italiani.
Osservazioni sopra varie voci del Vocabolario della Crusca. Teorica della
lingua italiana; Vili. Opuscoli: Sulla scienza grammaticale applicata alla
lingua Italiana (ed. Milano): Mezzi di preservare la lingua Italiana dallasua
Decadenza (ed. Casalmaggiore, 1808); 3. Sulla libertà della lingua Italiana
(ed. Pesaro; Sull'insufficienza del Vocabolario della Crusca al servizio del
linguaggio filosofico Italiano per uso delle Scienze e delle Arti; Sopra
l'origine, Formazione e Perftttibilità della lingua Italiana; Sulla bellezza
della lingua Italiana. Il secondo di questi opuscoli era stato disteso per la
gara di cui fu vincitore il Cesari, ma non fu presentato al Concorso. Quanto
fosse profonda, non saprei dire, perchè gli autori li nomina quasi sempre per
indicare se conobbero e applicarono 'la scienza grammaticale ', ma di nome e
genericamente conosce quasi tutti i principali greci e latini, lo Scaligero e
il Sanzio, i nostri, e più particolarmente i logici francesi. (:i) Che nel
linguaggio degl’affetti, di cui si valsero soltanto i più rinomati Classici di
quel secolo, si possa parlare e scrivere senza un piano meditato di scienza
grammaticale, convengono tutti que' filologi che riconoscono tanto più
naturali, più energiche, più vive e più commoventi le produzioni delle fantasie
e delle passioni, quanto meno sono frenate da leggi, e da grammaticali
regolamenti. Fra i molti moderni che sostennero questa ragionevole opinione si
può particolarmente annoverare il celebre Cesarotti. l'imitazione degli
scrittori e poeti migliori, per il primo mancò quel mezzo: la grammatica de'
nostri grammatici fu compilata eoi lodevole scopo di perfezionare il linguaggio
intellettuale e filosofico, ma... sventuratamente si sbagliò nel mezzo acconcio
per riuscirvi: perchè, invece di dedurre le regole dai legittimi loro fonti,
cioè dai principi dell'Ontologia e della Logica, ossia della vera scienza
grammaticale, [i grammatici del Cinquecento] le tirarono materialmente dagli
esempj del linguaggio affettivo degli scrittori trecentisti, linguaggio che,
prodotto senza regole, non poteva somministrar regole certe ed opportune al
linguaggio istruttivo e filosofico , e, di contro al vantaggio di procurar alla
lingua una t'orma costante e generale che pria non avea , le recarono però due
funestissimi danni: il primo di aggravare senza necessità il linguaggio
affettivo di regole e l'altro di privare il linguaggio intellettuale di tutti
quei canoni, e ragionato metodo, di cui abbisognava per giungere alla sua
perfezione. Onde la necessità della scienza grammaticale, che, se ha nella
parte teorica la dottrina ontologica a comune con la Logica, nella parte
pratica non è però la Logica. L 'arte della Logica ha per fine la rettezza e la
verità dei pensieri, senza punto curarsi del modo o dei mezzi di esprimerli; la
Grammatica ha per iscopo la rettezza e la verità dell' espressione,
senz'incaricarsi dell'esame, se i pensieri che debb'esprimere siano consentanei
alle regole logiche; secondo la logica i pensieri sono retti e veri, quando
sono conformi all'ordine naturale delle cose; secondo la Grammatica le
espressioni sono rette e vere, quando con precisione riportano i pensieri nello
stesso modo, estensione, limiti e stato, con cui sono concepiti d e filosofico
, e, di contro al vantaggio di procurar alla lingua una t'orma costante e
generale che pria non avea , le recarono però due funestissimi danni: il primo
di aggravare senza necessità il linguaggio affettivo di regole e l'altro di
privare il linguaggio intellettuale di tutti quei canoni, e ragionato metodo,
di cui abbisognava per giungere alla sua perfezione. Onde la necessità della
scienza grammaticale, che, se ha nella parte teorica la dottrina ontologica a
comune con la Logica, nella parte pratica non è però la Logica. L 'arte della
Logica ha per fine la rettezza e la verità dei pensieri, senza punto curarsi
del modo o dei mezzi di esprimerli; la Grammatica ha per iscopo la rettezza e
la verità dell' espressione, senz'incaricarsi dell'esame, se i pensieri che debb'esprimere
siano consentanei alle regole logiche; secondo la logica i pensieri sono retti
e veri, quando sono conformi all'ordine naturale delle cose; secondo la
Grammatica le espressioni sono rette e vere, quando con precisione riportano i
pensieri nello stesso modo, estensione, limiti e stato, con cui sono concepiti
dalla mente, senza incaricarsi della logica verità o falsità di essi; mentre la
parola debbe essere fedele e precisa nel riferire i pensieri della mente tanto
retti che obliqui, tanto veri che falsi. Ma siccome il principio della
differenziazione dei linguaggi è il fine per cui si parla, si ammettono i così
detti linguaggi degli amanti, dei furbi, dei legisti, dei romanzisti ecc. .
Introduz. alla Teorica. Invece di fermarmi e criticare queste vedute, rimando
alla discussione fatta dal Croce sui rapporti tra Logica e Grammatica quali li
aveva stabiliti lo Steinthal col famoso esempio della tavola 444 Storia della
Grammatica His fretus, ovvero su questi bei fondamenti, per dirla col Manzoni,
il Romani si fece a compilare un Dizionario di sinonimi, a correggere la Crusca
e a fabbricare una nuova Grammatica generale italiana, che diceva anzi mancare
all' Italia, anche dopo i tentativi del Venini, del Yaldastri e del Soave, in
due sezioni, Teorica e Pratica, eseguendo però solo la prima; non solo, ma
perchè, insomma, la scienza grammaticale penetrasse tutti i meandri della vita
scientifica della nazione, propose che una sezione dell'Istituto Nazionale,
composta di profondi Grammatici filosofi e di Ontologisti, si occupasse della
redazione delle teorie e regole di Grammatica generale dedotte dai principi di
naturale Ontologia, un' altra, alla dipendenza della prima, stabilisse le
regole certe e immutabili di pratica attuazione, entrambe compilassero un
completo Dizionario italiano al sol servizio del linguaggio filosofico; fosse
poi esteso a tutte le Scuole elementari e Licei dello Stato lo studio della
Grammatica ragionata di nostra lingua; i testi di lettura fossero scelti tra
quegli autori didascalici che scrupolosamente si attennero ai termini adottati
nel nuovo Dizionario, ed alle Regole stabilite nella Grammatica ragionata; che
si accettassero per maestri solo quelli che per esame avessero dimostrato di
conoscere appieno rotonda: La Critica, ‘QUESTA TAVOLA ROTONDA È QUADRATA
[tautology – contradiction]. A Romani s'attaglia assai bene tutto quanto
osserva qui Croce, perchè egli è veramente uno di quei grammatici che, se par
limitarsi a scrivere sulle pagine elaborate secondo le sue regole: Videat logicus,
videat aestheticus, poi passa dal campo empirico al filosofico, da costruttore
di tipi astratti a giudice di realtà concreta e viva. Anzi va tanto in là da
esclamare seriamente: che di grammatica e di regole possa esentuarsi il
linguaggio dell'intelletto, del raziocinio, della ragione, è il punto che io
non posso accordare, uè accorderò giammai al prefato oppositore, giacché io
sono pienamente convinto che, per esprimere con precisione, e con chiarezza i
nostri concetti, per manifestare con rettitudine i nostri giudizi, per
coordinare, e regolarmente legare i nostri raziocini, per esporre metodicamente
e sinteticamente i nostri ragionamenti, siano indispensabili tutti que' canoni,
e tutte quelle cautele che ci somministra la Scienza grammaticale. E finisce
col far tutt'uno della Logica e della Grammatica, come anche si vede dal fatto
che nella sua Teorica della lingua italiana, elabora di proposito la dottrina
delle Argomentazioni, dichiarando questo, dominio della grammatica. V. qui
tutto il brano che abbiam riportato sulla degradazione della grammatica.] le
scienze grammaticali; che a tali prove fossero sottoposti anche gli ufficiali
dello stato incaricati di redigere atti pubblici. Con tali mezzi io sono
pienamente persuaso che la Lingua italiana non solo potrà esser sollevata dall'
attuale sua decadenza, ma potrà esser inoltre preservata per molti secoli da
qualunque degradamene o degenerazione. Un vero infatuamene grammaticale.
Senz'indugiarci a considerar da vicino come abbia eseguito i suoi ' piani ' il
nostro ardente grammatico, dirò soltanto che se egli non sostiene che ci sia
una visione grammaticale delle cose, concepisce però la grammatica come una
rettorica (scienza [Il principio fondamentale onde si fa a svolgere la sua
Teorica è il seguente: Secondo le parole unicamente destinate alla
manifestazione de' nostri pensieri e delle affezioni nostre, debbono
necessariamente le lingue essere fornite di tante sorte di parole, quante sono
le diverse operazioni della mente nostra, perchè ciascuna di esse sia
adeguatamente e distintamente rappresentata da appositi segni. Così vediamo
sorgere le categorie grammaticali, non solo, ma tutte le varietà formali di
esse, tutti i valori vozionali (p. es. -orio acquista nozione d'istrumento o di
località quando s'accoppia a una radice: aspersorio, dormitorio). Cosi, poiché
le nostre nozioni sono riducibili a dodici classi capitali, cioè: Sostanze;
Proprietà; Qualità; Affezioni; Potenze; Forme; Relazioni; Quantità; Tempo; io.
Luogo; Stato; Moto, la genealogia de’nomi viene a esser la seguente. Nomi
Attributivi Propri Qualitativi Affettivi Formali Potenziali Sostanziali
Relativi Comparativi Qualitativi Quantitativi Occasionali Temporali Locali
Statari Motivi CON QUESTO PROCEDIMENTO SI CREA TUTTO IL LINGUAGGIO intellettuale.
Schematizzandolo in un vasto quadro, dove l'occhio potesse tutto comprenderlo,
ognuno dispererebbe di mai parlare. E dire che tutta questa brava gente di
grammatici logici universali, dello stampo del Romani, credevano ciecamente nel
loro sistema, senz'accorgersi che essi parlano egualmente benissimo e scriveno
con altrettanta facilità, nonostante che ritenessero non ancora venuto il regno
della grammatica RAZIONALE FILOSOFICA universale.] d'un'arte chiama la scienza
grammaticale, e arte la logica), come una rettorica della logica, ossia, per
l'appunto la scienza della tavola rotonda che è quadrata, e questo solo, non
anche l'estetica di una poesia, che avrebbe per tipo i versi celebri,
grammaticalmente e metricalmente impeccabili – Colourless green ideas sleep
furiously. Pirots karulise elatically. C'era una volta un ricco poveruomo, Che
cavalcava un nero cavai bianco; Salì scendendo il campami del Duomo,
Poggiandosi sul destro lato manco.] perchè affetti e suoni, per designar col
termine di Romani il mondo dell'arte, le creazioni della fantasia, son fuori,
non avendone bisogno, della sfera dell'arte. Quella che era stata in CESAROTTI
(si veda) una confusa intuizione del carattere fantastico del nostro pensiero,
diventa nel suo scolaro un insanabile dualismo, per cui da una parte si ha un
linguaggio grammaticale – Colourless green ideas sleep furiously – Pirots
karulise elatically --, dall' altra un linguaggio agrammaticale (oratoria e
poesia). Un vero regresso, dunque, rappresenta questo punto di vista del
Romani, non pur verso i grammatici logici dell'Enciclopedia, ma verso lo stesso
Cesarotti; e il suo apostolato ebbe infatti scarso successo. Giandomenico Nardo
("), che fu chiamato ' l'ultimo de' cesarottiani ', lamentava molti anni
più tardi che gli scritti di Romani non fossero studiati abbastanza; ma, per
ripetere un arguto giudizio del Mazzoni, quella era troppa filosofia, troppa
fidanza, cioè, nel raziocinio, e troppa noncuranza invece dell'osservazione
diretta sull'uso corrente. Fantastica anche ROMANI una sua lingua universale; e
così crede, senza accorgersene, che pur la lingua nostra si potesse dipanare
via via a fil di logica dalla matassa d'una teoria. Quanto aveva di ragione, e
non è da negare che ne avesse, contro la Croce, in La Critica. Pubblica
Osservazioni sopra alanti recenti vocabolari metodici della lingua nostra
(Rambelli, Carena, Barbaglia, ecc.), e, come appendice a una raccolta di suoi
studi, uno scritto Sui mezzi indicati da M. Cesarotti per avviare l'italiana
favella alla desiderata perfezione. Prese dal maestro, osserva il Mazzoni
(L'Olt.), l'idea buona e in qualche parte la praticò, dei vocabolari
dialettali. Si ricordi l'espediente praticato e suggerito dal Cesari circa
l'uso del dialetto (Disser/az., verso la fine) per l'apprendimento della
lingua, e la proposta del Manzoni. Crusca d'allora, non bastava a dargli
vittoria siffatta da costituire lui quasi supremo legislatore, in nome della
Ragione, sulle grammatiche e sui vocabolari presenti e futuri. Era troppa
filosofia per gli stessi continuatori di quell'indirizzo. Vanzon nella sua
Grammatica ragionata della lingua italiana • C ), dove pur dichiara di aver
seguito un punto di vista ornai comune appo le nazioni più colte d'Europa, vuol
prender una via di mezzo distruggendo parte delle preoccupazioni degli
scolastici e parte accettando delle filosofiche dottrine . Infatti, tranne che
per le definizioni, dove versa discretamente lo spirito ideologico, vi segue i
principali grammatici empirici dal Salviati al Buonmattei al Corticelli,
attenendosi per le autorità ai padri della lingua, con molte liste alfabetiche
di esempi e molti esercizi. Il Calchi nella prefazione alla terza edizione
della sua Grammatica ragionata della lingua italiana, dichiarava d'aver
compilata otto anni avanti una Grammatica elementare maggiore per un Corso di
studj, coli' intento di applicare bensì la teorica generale del linguaggio alle
regole proprie e particolari della nostra favella, ma non d' inoltrarsi
soverchiamente nelX ideologiche astrattezze per non correr pericolo, invece di
aiutare, di confondere la mente. Codesta Grammatica infatti, che tien conto dei
grammatici francesi allora in voga, il Tracy e il Condillac, e i nostri sia
logici (Vanzon, Valdastri, ecc.) che pratici (Buonmattei, Ambrosoli, ecc.),
riesce a un lodevole contemperamento di filosofia e di empirismo, quale era
consentito dai tempi. Anche vi è ristabilita quell'antica armonia delle varie
parti della grammatica {ortologia, etimologia, costruzione, ortografia,
prosodia e versificazione) che è stata poi ripresa modernamente: e alla
grammatica moderna, p. es. a quella del Morandi e Cappuccini, rassomiglia per
aver trattato dell'uso delle varie parti del discorso nella sezione
dell'etimologia, di volta in volta, piuttosto che nella sintassi. Il ragionato
in questa Grammatica si riduce alle dichiarazioni logiche delle singole
categorie e degli accidenti grammaticali e alle dilucidaMazzoni. Livorno. La
prima edizione, esaurita, dice l'a., in breve tempo, voleva essere un'
'Esposizione grammaticale al suo Dizionario universale.] zioni delle regole
dell'uso delle varie parti del discorso. C'ingegneremo di determinare... le
ragioni di esse regole: né solo in questa, ma anche in ogni altro che verrà
dietro a ciascuno de' Capitoli successivi, giacché se una lingua deve avere
Yuso per base, come dice il Cesarotti, V esempio per consigliere, deve
parimenti avere, sempre che può, la ragione per guida. Abbonda invece di
esempi, che sono tolti da approvati scrittori d'ogni secolo, e di paradigmi.
Anzi in un punto egli si scusa di far di questi un uso troppo abbondante, più
conveniente ad un Manuale della lingua che ad una Grammatica. Non si creda
peraltro che il fervore per la grammatica generale accennasse a intiepidirsi,
anzi si seguitavano a tradursi anche gli autori francesi, perchè fossero ancor
più popolari, come il Girard (2). Anzi, ideologia logica e grammatica
seguitavano a viver congiunte, come già ai tempi del Venini, del Valdastri e
del Soave, non pur ne' libri, sì bene anche nell'insegnamento universitario. A
Torino, Bona inaugurava appunto il corso di Grammatica generale con una lezione
proemiale, in cui, delineando i concetti fondamentali ed il metodo di questa
disciplina, diceva: " Poniamo innanzi tutto che la cognizione della Grammatica
generale, o vogliamo dire la cognizione scientifica dei principi generali ed
immutabili delle lingue, bene si può altrimenti ottenere che dalla cognizione
dei materiali elementi dei singoli idiomi e dal paragone dei medesimi tra di
loro per discernere in essi lo assoluto dal contingente, lo universale dal
particolare, l'uso dal diritto... Le leggi fondamentali del discorso può l'uomo
conoscerle parimenti per mezzo della riflessione, rivolgendo la sua attività
intellettiva all'analisi dell'elemento spirituale del linguaggio, astrattamente
dallo elemento formale del medesimo. L'analisi filosofica del pensiero può
guidare eziandio allo scopo; questa anzi deve precedere ogni Grammatica
ragionata della lingua italiana proposta da Caleffi già pubblico professore di
FILOSOFIA. Terza edizione fiorentina. Firenze, a spese dell'Editore.
Dell’insegnamento ragionato della lingua materna nelle scuole e nelle famiglie.
Trad. di A. Pace, Torino. La Grammatica generale del conte Destutt de Tracy era
stata tradotta dal Compagnoni, Milano.] cosa, olii vuole scientificamente
risolvere i diversi problemi della teoria dell'umano linguaggio e conoscere le
leggi fondamentali. Che più ? Non soltanto fu l' ideologia applicata alle
grammatiche delle varie lingue, non escluse quelle comparative (una Grammatica
ragionata italiana ed ebraica (2) aveva pubblicato fin dal 1799 Samuel
Romanelli), ma perfino anche ai trattati d'altre arti diverse dalla parola, e
avemmo così anche una vera e propria Grammatica ragionata della musica
considerata sotto l'aspetto di lingua (3), fondata, come l'autore stesso,
Balbi, dichiara sui principi e le grammatiche del Tracy, del Soave e d'altri
(p. 33). Vero è che spesse fiate, nell'impresa di stabilire le rispondenze
logico-grammaticali tra la lingua musicale e quell'articolata, è forza
confessare al nostro autore, mi si paravano dinanzi delle difficoltà ed
imbarazzi non piccoli, allorché mi mancava per esempio qualche parte da poter
confrontare, ove qualche altra invece mi sopravanzava; ma, convinto dell'identità
del principio logico generatore de' due modi d'espressione, egli comincia
impavido a trattar delle parti costituenti il discorso musicale e via via, per
tutte le categorie, considerate in tutti i loro accidenti del genere, del
numero, del caso, ecc., del soggetto, dell' attributo, della copula, dell'
avverbio, dell' interposto, della congiunzione, della preposizione, arriva fino
alla sintassi, riguardata ne' suoi mezzi di costruzione, declinazioìie e
creazione di legami e riposi (punteggiatura) destinati a marcare le relazioni
delle altre parti . E ben facile rappresentarsi il contenuto d' un tal libro;
pure gioverà aggiungere qualche esempio. Il soggetto è, così, il tono o modo,
vera sostanza di qualunque pensiero musicale; V attributo è la qualità del
tono, scelta del tempo, indicazione del movimento, posi- [ZOPPI (citato da
VAILATI), LA FILOSOFIA DELLA GRAMMATICA: studi e memorie di un maestro di
scuola, La Sapienza, Unione tipografica-editrice, dove Bona è citato così:
Boxa, Lez. proem., Torino, 1847, P9"IO> cit. dal Pezzi nella Introd.
allo, studio della scienza del linguaggio, Torino. Con trattato, ed esempi di
poesia, Trieste, Dalla Ces. Reg. Privil. Stamperia, Milano, Ricordi. I capitoli
sono stati pubblicati già dall'a. stesso per Nozze Treves-Todros e
Todros-Treves, a Rovigo, A. Minelli] zione, intensità, carattere dei suoni; il
verbo è la disposizione, X ordine, delle espresse o sottintese basi
fondamentali formanti la cadenza, il di cui officio è appunto quello (al dir
del Tracy) di svolgere le due idee presentate dal tono, e carattere o qualità
paragonabili al soggetto ed ali 'attributo. Siccome poi, in fatto di lingua,
altro verbo non esiste, che l'Essere, derivante dal suo participio étant
(rozzamente essente) così nella sola cadenza semplice tonale, consiste la vera
essenza copulativa o copula; e giacche qualunque altro verbo non può essere che
un composto del sottinteso essere aggiunto ad un attributo, così anche
qualunque altra cadenza non potrà essere che composta della tonale aggiunta a
qualche altro attributivo accordo, o cadenza in qualsivoglia maniera, od
espressa, o sottintesa. Ecco quindi ciò che forma la proposizione musicale, che
noi chiameremo pure col solito titolo di periodo, canto, pensiero, motivo,
frase, ecc., a secondo di quello che si tratterà, quando daremo gli elementi
della composizione. Medesimamente il Balbi vi parlerà di costruzione diretta e
inversa, della necessità che Y aggiuntivo si concordi col sostantivo, sì nel
numero, come nel genere e nel caso, e perfino del punto ammirativo e
interrogativo! Ma la cosa è perfettamente naturale: ammesso che si possa, per
ragioni pratiche d'apprendimento e d'altro, sottoporre l'espressione artistica
a un processo di elaborazione logica, le categorie grammaticali anche della
musica sorgono immediatamente d'incanto, e non c'è nulla da ridire: anzi si può
osservare con qualche compiacenza il loro meccanico sorgere anche fuori del
campo strettamente linguistico. V'ha di più. Quel solo porre il problema di una
grammatica ragionata della musica considerata come lingua in tempi di logicismo
e purismo linguistico, anche se il criterio assunto per risolverlo era quel
medesimo di cui si serviva la grammatica filosofica, poteva valere come un
suggestivo richiamo a una considerazione meglio che intellettualistica
dell'espressione in genere, potendosi avvertire in quell'equazione di un
prodotto creduto facilmente logico e di un altro di evidentissima natura
artistica una comunanza più intimamente spirituale di competenza dell'estetica
meglio che della logica. Pochi anni avanti aveva vista la luce un' ' Opera
postuma di POGGI (si veda) su La scienza dell'umano intelletto, ovvero Lezioni
a" ideologia di grammatica di logica. L'opera, come s'argomenta dal
titolo, è divisa, dopo l’Introduzione, in tre parti: Della ideologia; Della
Grammatica, e Della logica. POGGI (si veda) è un condillachiano, e quello di
Condillac è, se non isbaglio, l'unico nome che citi nel suo grosso volume. Ma,
qua e là, come a proposito di metafore e termini-cifre e di lingue emblematiche
e dipinte e alfabetiche ecc., indica anche un' influenza, non direi vichiana,
ma cesarottiana. Parte, appunto, anche lui dalla istituzione delle lingue
artificiali, e con la percezione, i bisogni, l'utilità, la brevità, svolge
tutta la dottrina delle categorie grammaticali e de' loro accidenti e poi della
sintassi di costruzione, di reggimento, di concordanza. Le prime articolazioni
furon pronunziate per significare sensazioni riportate ad oggetti esteriori:
un' interiezione, dunque, e un nome bastarono a esprimere qualunque sensazione.
In ogni interiezione, in ogni nome è contenuta un'intera proposizione. Poiché
un' idea qualunque non è propriamente che il risultato di una sensazione, ne
segue che tutti gli altri elementi del discorso non servono ad esprimere veruna
idea intera e completa, ma bensì soltanto delle modificazioni, e dei rapporti
fra le nostre idee. Tutto il macchinismo d'ogni lingua parlata è spiegato con
questo principio: i verbi, gli aggettivi, le proposizioni, le congiunzioni, e
tutte le variazioni de' nomi e de' [Firenze. A spese degli editori [i figliuoli
Poggi], . Precedono Cenni biografici. (*) In XXI lezioni, con un' Appendice sul
l' Idea della metafisica scolastica. In due sezioni (lezioni) Della grammatica:
Del PRIMITIVO LINGUAGGIO umano; Degli elementi del discorso in qualsivoglia
lingua artificiale; Seguita l'analisi del discorso; Osservazioni sull'analisi
precedente, massime intorno al Verbo; Delle variazioni a cui soggiaciono gli
elementi del discorso; Dei verbi ausiliari, irregolari, e composti; Degli
aggettivi di quantità e di numero. (lezioni): Della sintassi; Del reggimento, e
delle altre condizioni della sintassi; Di una lingua dipinta, delineata, o
scritta; Di una lingua scritta per caratteri, ossia della scrittura volgare;
Dell'ortografia; Delle parole aventi più di un significato, dei sinonimi, dei
tempi e delle figure grammaticali. (lezioni): Del Raziocinio; Delle
proposizioni, e delle varie forme d'argomentazione.] verbi, si sviluppano da
esso. V? avverbio e il participio non sono vere categorie, perchè l'avverbio si
compone di una preposizione, di un sostantivo e di un adiettivo, e il
participio è una specie di nome verbale aggettivo. La cosa è molto facile: e
perciò, invece di seguir il nostro intrepido dipanatore del linguaggio nella
sua dimostrazione, la lasceremo immaginare a chi vuole. Mi piace invece
richiamar l'attenzione sull'espediente adoperato dal Poggi per dar l'idea della
sintassi. Si ricorderà che il Croce per mostrare come i logici hanno cavato dall'espressione
i generi grammaticali, ha portato l'esempio d'una pittura che rappresenti un
individuo che cammina per una certa via campestre, e alla quale corrisponde la
frase: Pietro cammina per una via campestre. Come elaborando logicamente quella
pittura si ottengono i concetti di moto, azione, ente, del generale, dell'
individuale, ecc., così elaborando col medesimo procedimento quella frase, si
ottengono i concetti di verbo (moto o azione), di nome (materia o agente), di
nome proprio, di nome connine ecc., che pei grammatici sarebbero le parole, le
espressioni di quei concetti, ripassando illecitamente dal logico all'estetico
. Orbene, il nostro si serve del medesimo esempio della pittura per elaborare,
con poca esattezza, però, non solo le categorie grammaticali, ma l'ordinamento,
la sintassi onde vengono a intrecciarsi armonicamente per la perfetta
espressione del pensiero. Val la spesa di riportar questo brano, senz'altro
dire. Se vi fate a osservare un dipinto in cui siansi per esempio ritratte
varie figure umane, voi tosto vedete nel tutto insieme di ciascuna figura il
primo elemento di ogni discorso, cioè il nome: se paragonate una figura
coll'altra, vi scorgete delle differenze caratteristiche, onde una si discerne
dall'altra; analizzando queste differenze vi risultano delle proprietà ovvero
degli attributi che voi distinguete egualmente; ed ecco il secondo elemento del
discorso che diciamo aggettivo, mentre aggiunge alcun che all'idea
rappresentata dal nome: se vi fate a riguardare accuratamente le fisonomie, gli
atteggiamenti, e gli atti delle figure medesime, scorgete eziandio le passioni
e gli affetti, onde sono animate, dal che scaturisce il terzo elemento d'ogni
lingua che appellasi verbo; imperocché quelle attitudini non esprimono che i
bisogni, le tendenze, le avversioni o i desiderj dei perso- [Est.] naggi
ritratti: infine non esprimono che le attuali modificazioni del loro essere:
procedete all'analisi: osservate come una figura stia nel quadro rispetto
all'altra, come gli atti o i gesti di questa si rapportino agli atti o ai gesti
di quella; poiché siasi voluto rappresentare un fatto od un' azione principale
con altre secondarie ed accessorie; finalmente in qual modo tutte quelle
figure, e tutte quelle attitudini si leghino insieme, onde esprimere in
complesso il concetto del pittore, e voi scorgete che questi rapporti e queste
circostanze tengon luogo delle preposizioni e delle congiunzioni: mentre esse
isolatamente prese nulla significano, anzi non sono nulla, ma guardate in
complesso nel tutto insieme del quadro, servono a determinare, dichiarare e
completare l'idea principale o il soggetto della dipintura. Ora, fermandoci
all'addotto esempio, è altresì facile il comprendere che intanto il concetto
del pittore si manifesta, e passa nella mente dell'osservatore, in quanto che
le parti elementari del dipinto sono collocate e disposte in una certa guisa e
con determinato ordine fra loro: dal che dipende la pronta e chiara
intelligenza del soggetto, ossia dell'azione principale non meno che delle accessorie;
di tal maniera che, se quelle figure, quegli atti, quegli emblemi o segni
caratteristici e quelle mosse si travolgessero, o confondessero, non avremmo
più espressa intelligibilmente l'idea del pittore. Questa collocazione e
disposizione di parti, è appunto quella che nelle lingue chiamasi sintassi, la
quale voce significa ordinamento. Ma non è prezzo dell'opera il fermarsi sulle
colluvie di grammatiche ragionate grosse e piccole che innondò le scuole
italiane nella prima metà del secolo decimonono: sarà già molto che ne diamo
qui un elenco, s'intende, imperfetto.Neppur Dove ho messo questi puntini, è il
seguente periodo: E qui cade in acconcio una bella e giusta osservazione, ed è
questa, che l'arte della pittura fin che non seppe ritrarre le affezioni e i
movimenti dell'animo, non fu che un linguaggio assai imperfetto, come quello
che mancava di segni atti a significare le modificazioni dell'essere, e quindi
pur anche le vere relazioni e i legami di un affetto o di un'azione coll'altra
e quindi il dipintore non potea esprimere che in parte soltanto i proprj
concetti: né tampoco imprimere alcun carattere marcato e distinto alle sue
figure. (?ì Martinelli Gius., Modo per agevolare la cognizione e l'uso della
lingua toscana, Venezia, 1800 (Divide la lingua in parecchi gèneri di materie,
ciascuno comprendente parecchie spezie, ai quali corrispondono vocaboli proprii
e figurati e maniere di favellare: è una fraseologia metodica). Placci M. F.
Gius, (professore di fisica nel r. Liceo di Fermo), Sul meccanismo della
pronuncia ?iella lingua italiana Osservazioni Vicenza (L'a. dichiara di essersi
giovato dell'opera del sig. di Kempelen e di alcune altre. Il nostro pensiero
va naturalmente al De Brossei. Zanotti Fr., Elementi di grammatica volgare,
Milano (È un opuscolo in cui s'insegna tutta la grammatica compresa la
sintassi, compresovi un discorso sulla lingua). Brambilla Carminati Dom.,
Introduzione alla grammatica di Soave ossia Elementi delle due lingue italiana
e latina, Venezia (ma riguarda più particolarmente il latino). Libro di lettura
e Introduzione alla grammatica italiana per la classe II delle scuole
Elementari, Venezia. Franscini Stef., Grammatica inferiore della lingua
italiana, Milano, per la III classe elem. (compilazione elementare, ma intonata
al la filosofico). Omezzati Andr., Grammatica elementare della lingua italiana,
Mantova. (Nella prefaz. cita la dotta grammatica del Soave, e le due del
dottissimo Bellisomi, dove colla più profonda sottil metafisica ecc. è porto il
più grande aiuto, anzi è arato tutto il campo. Incomincia al solito col
domandare: Che cosa è la grammatica? Che cosa intenderò per sillaba?). Alcuni
cenni di grammatica comparata delle lingue italiana e latina ad uso della
gioventù con Corollari della grammatica di Tracy, di G. B. D., Padova (Con
l'esempio di alcuni casi l'it. essere si costruisce come il lat. esse, e i casi
vi sono tanto in it. che in lat. dimostra che si deve insegnare la grammatica
delle due lingue e d'altre lingue parallelamente per eliminare, anzi per non
creare difficoltà. Vi si cita il Tracy, che insegna che una lingua è migliore
quanto essa più segue l'ordine naturale nella costruzione . Ma il Tracy ci sta
proprio a pigione. È notevole, peraltro, per l'indirizzo che parrebbe un
trovato moderno. E già questo ha la barba lunga !). Elementi della lingua
italiana ad uso delle scuole, Milano. Fontana Ant., Grammatica pedagogica
elementare italiana, Brescia. Il fanciullo parli pure la sua lingua; e tu gli
mostra quindi come il detto traducasi facilmente in Italiano; scrivi la
traduzione sulla tabella; ed il fanciullo lo legga e lo rilegga, e lo venga poi
ripetendo dopo che dalla tabella è cancellato. Anche l'esercizio delle
traduzioni dialettali si vorrebbe far passare oggi per una novità; mentre il
Fontana ha predecessori perfino nel Cinquecento!). Iaklitsch Gius., prof, a
Trieste, Principi elementari della lingua italiana, Milano (Distingue la lingua
in generale e verbale. Le vocali sono propriamente l'armonia della voce
verbale, che al suono della lingua dà l'amenità e la soavità del canto; le
consonanti all'incontro sono più il carattere distintivo delle idee per mezzo
delle quali le parole acquistano e significato e intelligibilità, come: colto,
conto, corto, costo, ove si può dire che le consonanti /, //, r, s della prima
sillaba sono propriamente i segni caratteristici del significato delle parole,
e la sillaba è soltanto una sillaba derivativa, la quale modifica il
significato se Capitolo quattordicesimo 455 rondo che cambia la sua vocale come
pasta, pasto p. 9. Qui la filosofia e l'etimologia a cavallo del De Brosse
galoppano mirabilmente all'indietro). Visconti Kr.. Riflessioni ideologiche
intorno al linguaggio grammaticale dei popoli colti, Milano, Non sono
propriamenUuna grammatica, ma contengono dilucidazioni su ogni categoria
grammaticale, secondo le vedute delle grammatiche filosofiche, delle quali l'a.
dichiara d'essersi giovato. Se non che la grammatica filosofica mi par che vi
sia trattata a rovescio, di mostrandovi si non come sorgono le categorie
grammaticali, ma come si sciolgono nelle loro varie accidentalità. Degli
aggettivi fa sei categorie, l'ultima delle quali è come la pentola in cui la
locandiera getta il residuo di vari cibi, per farne una qualche vivanda
destinata alle mense dell'indomani. Le precedenti sono in quella vece come il
pollo fresco, l'arrosto ecc.). Scienza della parola toscana, p. I., Le diritte
parole della lingua, Torino. Malvezzi Grammatica nuova italiana, Milano. Cogo
Pietro, Grammatica italiana popolare, Padova. Cora Gius., Nozioni fondamentali
su tutte le parti del discorso ordinate ad agevolare la intelligenza delle
prime scuole della sintassi italiana e latina, Venezia (Sono 373 nozioni. Lo
studio logico deve incominciare quel giorno stesso in cui il maestro comincia
le sue lezioni, e terminare l'ultimo di dell'insegnamento. Sappiamo dai
filosofi e sopra tutti dal celeberrimo ab. di Condillac che il perfezionamento
del linguaggio e del pensiero devono proceder di egual passo. Fezzi Gius.,
Tentativo teorico-pratico per f insegnamento delle due lingue italiana e
latina. Guida all'analisi ed alla pratica composizione del discorso applicato
alla lingua italiana e proposta come primo fondamento dell'arte del tradurre e
del comporre nelle classi di grammatica, Cremona Dichiara che quest' operetta è
un sunto de' sommi predecessori Soave, Romani. Biagioli, Ambrosoli ma.
specialmente, Bellisomi e Fontana, de' quali si dice discepolo, mutati
solamente l'ordinamento e l'esposizione della materia e unita la teoria alla
pratica. Usa ancora la distinzione cesarottiana delle parole-segni, e delle
parole-figure. Ha un'appendice Degli elementi spirituali del linguaggio).
Mattiello A., Regole pratiche per {sviluppare ai giovani i primi rudimenti
dell' italiana favella in conformità alla metodica, Venezia. (Cogli alunni
della I e II ci. eleni, applica la IV massima della metodica generale, come se
si trattasse d'insegnar loro a far delle aste. Sai tu a che servono le regole?
Non signore). Ànti Giorg., Trattato dialogico sopra la sintassi italiana, le
proposizioni grammaticali e la ortografia con alcune tavole sinottiche e in
fine un picco/o ' dizionario veronese-italiano ', per comodità e utilità della
studiosa gioventù, Verona. Cestari Tom. Em., Grammatica italiana
teorico-pratica divisa in ? classi ad uso specialmente delle scuole elementari.
Venezia, Dello stesso: Primi eleni, digr. ital.-lat., Venezia; Genesi
dell'accordo fra il pensiero logico ed il linguistico proposto a chiave dello
studio filologico comparato, Venezia). Brugxoli Ag., Nuovissimo repertorio
grammaticale, Verona. Missio Bern., Metodo d'iniziare i fanciulli nel comporre
e nella quella del Cerutti si solleva molto dalle altre. Elaborata invece con
acume filosofico è una GRAMMATICA IDEOLOGICA (cf. GRICE – ‘way of things, way
of ideas, way of words -- Grammatica ideologica uscita senza nome d'autore: e,
per chiarezza d'esposizione e grammatica italiana, Treviso. C. V.,
Grammatichetta italiana ad uso delle scuole elementari intermedie, Lecco,
Lipella Car., Grammatica italiana per la j classe eleni., Verona (Postuma. Vi
si cita ancora il Soave, ma non sempre per difenderlo). Gusberti D., Grammatica
ragionala della lingua italiana, Torino. Naturalmente, in correlazione a questa
diffusa produzione grammaticale, non si cessò di speculare sul linguaggio
secondo il comune indirizzo filosofico-storico. Si ebbero: Rosa Gabriele,
Vicende delle lingue in relaziofie alla storia dei popoli, Padova, s. a. Volpe
Gir., Saggio sulle cause delle vicende delle lingue, Belluno. [Bidone Em.],
Saggio sull'analisi ed unità delle lingue, Voghera, ed altri siffatti libri che
qui non importa elencare. Né mancarono, com'è del pari naturale, discussioni
circa il metodo dell'insegnamento grammaticale in riviste, opuscoli (ho
ricordato la polemica Bellisomi-Fantoni), e conferenze (p. es. Della istruzione
elementare di grammatica italiana, Lettura ne IP Ateneo di Treviso, Treviso):
tutta una letteratura scolastica, che, se può interessare lo storico delle
istituzioni e dei metodi didattici, non aggiunge nulla alle conoscenze che si
posson trarre direttamente dalle grammatiche per l'argomento nostro.
Medesimamente si vennero escogitando parecchi sistemi di lingua universale (i
nostri volapuk e esperanto), nella illusione di poter ridurre a un unico schema
valevole per tutti i popoli le singole grammatiche particolari. Poiché tutti i
popoli si ritrovano nella grammatica generale uniformi nel concepimento
dell'idee e nel loro collegamento logico, doveva pure potersi formulare un
unico sistema grammaticale e ortografico insieme che servisse a rappresentare e
a render comune e praticamente comunicabile la lingua universale. Ricorderò:
Matraja Gio. Gius., Gcnigrafia italiana, nuovo metodo di scrivere questo
idioma, Lucca. (Da genicografia, 'scrittura generale , Modo di scrivere
generalmente senza relazione agl'idiomi '. Molti, ricorda il Matraja, si
affaticarono per sciogliere il problema di tale scrittura, Cartesio, Leibnitz,
Wolfio, Willio, Kircker, Delagarne, Beclero, Sobbrig, Lambert, Demaimieux e
Richeri; ma solo a lui, povero frate, la Divina Provvidenza permise di farlo.
Tratta la grammatica genigrafica in generale, e poi le parti dell'orazione
ecc.). Proposta per la rettificazione dell 'alfabeto ad uso della lingua
italiana di N. N., Milano (È fondata su quella del Court de Gibelin e del
Klaproth, che prende a base l'alfabeto romano portato a 42 lettere). Già prima
di Matraja, altri italiani avevano tentato questo sistema. Grammatica
filosofica della lingua italiana, Napoli. Più interessante è forse la Vita di
Cerutti con ragionamenti e digressioni morali e filosofiche da lui scritta e
pubblicata lui vivente, anche per segnare il termine estremo, dirò così, più
importante dello svolgimento della grammatica filosofica, notevole ci sembra il
compendio di Corradini. Fondamento della grammatica ideologica, in cui non c'è
riuscito riconoscere l'autore, che vi si designa nel proemio un addetto alla teoria
e alla pratica della giurisprudenza, è il più schietto sensismo condillachiano
che prevalse in Italia, specialmente nell'ambiente scolastico, dove quella corrente puo circolare con molta
facilità. L'autore si mostra assai accalorato pel suo prediletto sistema
filosofico, e recisamente avversario alla crtiica. La dipendenza dalla
grammatica dall'ideologia e seguendo nell'insegnamento il metodo analitico. Se
le cognizioni vengonci tutte da'sensi adoperati nel passato ed attualmente. Se
le regole o teorie non sono che brevi sunti delle osservazioni nate dalla pratica dei fatti e
degl’oggetti sensibili, ne consegue chiaro che lo esemplificare, o il far
nascere l’osservazioni e le regole da'casi concreti, e dalle circostanze
palpabili deve costituire la parte più momentosa dell'insegnamento, la sola e
vera salda base del medesimo. Se la sperienza de'fatti fa toccar con mano a chi
non ismarrì il tatto, che l’astrazioni e generalità d'ogni maniera, classi d'individue cose,
classi d'ognuna delle loro qualità trovata consimile in parecchi individui, e
classi infine di giudizi singolari riuniti a farne un generale, non esistono
che negl’oggetti od individui fatti, non sono fuorché estratti d’essi e delle
loro relazioni di somiglianze, o differenze, o di causa ad effetto; è dunque
pessimo ogni metodo d' insegnare, ch’aggirandosi perpetuamente nelle copie, trascuri gl’originali
siffatti, e'1 cominciar insegnando dall'astrazioni, quali solo tutte le regole
e i precetti, con volar sempre sulle loro ali senza mai calare a terra, al
sensibile. Il saggio consta di due parti, la prima, che contiene Prelezioni
ideologiche indispensabili alla grammatica,
delle facoltà intellettuali e de'bisogni
dell'uomo; Rapporti, giudizi e teoria
dell’astrazioni; le generalità divise in tre sorta di classi, soggettiva o
sostantiva, qualitativa, proposizionale, ossia l'esposizione dei principi
generali su cui è fondata la grammatica; la seconda, che contiene la grammatica
generale, sull’origine della lingua; lingua naturale, d'azione od affettivo; della
grande utilità de'segni o vocaboli anche solo pel pensare e ragionare; e delle
varie specie di proposizioni, ossiano
giudizj parlati; del nome, pro-nome,
adiettivo (shaggy), articolo e del verbo in genere; delle pre-posizioni e degl’avverbj;
delle congiunzioni; del verbo, divisione de'verbi tempi; SINTASSI. La dottrina
di questo saggio, sia generale che particolare, sviluppata in un'analisi
certamente eccessiva, sovrabbondante pagine sono indubbiamente troppe per
spiegare la genesi delle categorie
grammaticali, posa su un sistema assai meno complicato di quel che a bella
prima puo sembrare. Senza la pretesa di riassumerla tutta neppur nelle sue
linee generali in poche righe, che per tali opere non è possibile né gioverebbe
molto, tante sono l’analisi particolari di categorie secondarie, e tanto lunga
e spesso noiosa è la via della conclusione, eccola nel suo principale aspetto. Noi siamo intelligenze
servite d’organi, o sieno membri operativi. Colle nostre facoltà o potenze
corporee non possiamo distinguere negl’oggetti che qualità, modi o maniere
d'essere: ogni sensazione corrisponde a una qualità: gli’oggetti non sono che
gruppi o mucchi delle qualità che noi possiamo percepire: sostanza è un
nonnulla che sta sotto alla qualità cui serve
di sostegno, fulcro ed appoggio: grammaticalmente sostanza è anche il
restante mucchio delle qualità d'un oggetto in opposizione a una o due qualità
estratte mentalmente dal mucchio stesso,
cioè per via ed astrazione. Qualità e loro forme mutevoli e astrazioni e
i loro rapporti ecco tutta la nostra conoscenza, ossia tutto il nostro modo di
sentire, intelletto, e di volere, volontà, mediante l'attenzione, la riflessione, i giudizi. Ora
ogni nostra sensazione ha bisogno per esser circoscritta d’un termine proprio;
ma non ci sarebbero vocabolari bastevoli a contener tutti questi termini:
quindi la necessità delle classi, i generi, le specie: è tutto un lavoro di
generalizzazione e d’individuazione per nominare gl’oggetti delle nostre
sensazioni sempre per via d’astrazione: questa è la naturale figliazione delle nostre idee: anche
le pro-posizioni non sono che principj o formole compendiose dell’idee già
acquistate dalla esperienza. La grammatica, non che la logica, trova piane le
sue leggi nell'ordine stesso con cui si
figliano le idee. Siffatta dipendenza volle Dio ordinare tra l'anima umana
nobilissima parte, e la terrena mole, sintantoché vivessimo quaggiù. Il
sensismo che limita le nostre conoscenze
alle sole qualità degl’oggetti di cui abbiamo le sensazioni, giunge all'idea di
Dio senza alcuna difficoltà!] nostre dal sensibile all'astratto per
classificarsi e generalizzarsi. Donde deriva la sua importanza: imperciocché la
natura deve necessariamente esordire, e poi l'arte d’essa aiutata proseguire,
dirozzare; sicché se l'eloquenza è il cuore che naturalmente parla, l'arte è la
ragione che lo rischiara e conduce. La lingua, prodotto naturale della
sensività passa naturalmente per tre gradi: gridi o suoni involontarj; gli stessi usati ad arte o per
volontà; lingua composta di suoni distinti ed articolati ne'suoi successivi
perfezionamenti. Si passa dall'uno all'altro per Ya?ialogia, magistero della
lingua, coi soccorsi dell'onomatopeia. Nella prima naturai lingua ogni intero pensiero s’espresse con un
segno solo, a proposizione intera. È già arte spaccarla in due pezzi, soggetto
(Fido) e predicato (shaggy), ed analisi più raffinata ancora il dividere
sovente il soggetto in parecchi brani e'1 far lo stesso dell'attributo (shagy).
È naturale che la prima pro-posizione intera sia stata un sol cenno di testa, o
un 'interiezione. Poi avvenne un continuo
spaccamento di pro-posizioni. Il naturale è il più composto, ed
inviluppato. L’artificiale è il più decomposto, analizzato e spezzato. La
scienza delle parti del discorso é tutta nell'analisi dello sviluppo del primo
grido. In ou/c'è io soffoco, o io soffro calore: quando avrò
saputo nominar in disparte il soggetto io, il grido 07i f è
ridotto a significar il solo attributo soffoco: così il grido diventa verbo, sicché il verbo, non escluso
il verb' essere, non è che l'attributo della proposizione, cioè una qualità
involgente il verb'essere, segno della concrezione della qualità col soggetto.
Se ci fossero tante parole proprie quanti sono i soggetti e gl’attributi, non
abbisogneremmo che di due specie di parole,
soggetto (Fido) e attributo (is shaggy). Colla parola Paolizzo Paulise puo
significar “amo Paolo (Grice)”. “Amo Fido” (Fidoiso). Dalla necessità di
determinare il pensiero, o meglio d’individuare l'oggetto che non ha nome
proprio (Fido), nacquero tutte l’altre parti del discorso: l'articolo, la pre-posi- [Tutto in noi riducendosi al
ricevere sensazioni, che sono qualità nostre e degl’oggetti, a combinarle, e
così al considerar le cose individue come gruppi di qualità, tra le quali n’estraggiamo
mentalmente una per contemplarla in disparte, e quindi ri-congiugnerla, attribuirla,
al restante mucchio, lo ch'è pensare o giudicare; è chiaro che ogni nostra
manifestazione non contiene mai ch’un giudizio od una serie di pensieri o
giudizi.] -zione ecc. Nel dire il frutto del ciliegio posto iti tal luogo piace
molto al figlio di Cajo, s'io avessi due parole o segni proprii ed esclusivi, p. es., A pel
soggetto tutto, e B, per l'attributo intero, poiché non s’hanno da comparare
che due sole idee, come diverrebbe comodo il dire soltanto A-B. Ma che
spaventoso numero di segni ci abbisognerebbe! Qui sorge la teoria dei rapporti
grammaticali, il rapporto vero è uno solo, il logico, quello con cui si
comparano le due sole idee ch’entrano nella
pro-posizione, colla quale si spiegano, olte le categorie, tutte l’innumerevoli
accidentalità grammaticali, ossia le modificazioni delle parole utili a sempre
più circoscrivere e individuare i nostri giudizi, pe'quali, al solito, mancano
gl’unici termini propri che li significherebbero alla spiccia con somma nostra
gioia e comodità. La pre-posizione e
l'avverbio sono riduzioni di qualità accessorie: le congiunzioni sono le pre-posizioni delle
congiunzioni, anch'esse dunque riduzioni d’attributi. Quanto abbiamo fin qui
esposto, ci sembra sufficiente a caratterizzare la dottrina di questa grammatica
ideologica senz’entrare nelle particolari trattazioni delle singole categorie
grammaticali e sintattiche. Quanto sia povera e insufficiente a spiegare il
superbo miracolo della lingua, ognun
vede facilmente senza che noi commentiamo di più. Non è nostro scopo far
la critica dei sistemi filosofici su cui si costruirono le varie grammatiche:
ci basta solo mostrare la relazione di questi con quelli. Ma non possiamo non
meravigliarci della simpatia che il sensismo condillachiano ha goduto tra noi
per tanto tempo specie come fondamento alle teorie sulla lingua e all’arti
del pensare, del dire, alle grammatiche,
che l'ha goduta ancora dopo che Humboldt specula sulla lingua con tanto acume e
genialità, n'ha finalmente fissata, pur tra incertezze e confusioni che ne
dovevano mantener insoluto il problema, la natura tutta e solamente spirituale
nella sua infinita ricchezza. Col sensismo della nostra grammatica ideologica
quest'alta funzione del nostro spirito,
anzi la vita stessa del nostro spirito si riduce a un semplice
meccanismo, straordinariamente ricco di nomi ma poverissimo di movimenti, che
la natura esteriore manda, a suo bene placito, fornito solo di piacere e di
dolore, i due grandi custodi del nostro essere. E dire che l'autore, fra i nomi
di Condillac, Tracy, Court de Gebelin, Cousin e simili, cita parecchie volte
quello di VICO! Il che conferma quello
che osserva l'autore del rapporto del da noi citato, che cioè la dottrina di VICO
compresa e accettata in alcune particolari applicazioni rimane oscura nella sua
essenza, e conferma ancora una olta lo
strano miscuglio che ne fanno col sensismo i nostri enciclopedisti. Quali
utilità all'apprendimento della lingua puo venire da siffatte grammatiche,
dove, pure in tanto analizzare,
l'osservazione del lettore non è mai richiamata neppure sulle particolari
funzioni logiche dei fatti grammaticali, come invece vedemmo fare egregiamente
a Marsais? Col quale si rannoda pella parte teorica, e non per queste felici
applicazioni, Corradini, che volle darci, quasi a chiuder la serie non
ingloriosamente, un compendio della grammatica generale filosofica. Questo compendio ha il pregio della chiarezza
assoluta, accoppiata colla più scrupolosa coerenza nella più rapida e concisa
brevità. Gli autori di cui CORRADINI dichiara
d'essersi giovato sono: Sanctio, Minerva, Burnouf, Methode pour étudier la langue
latine, Prompsault, Gramni, rais. d. la langne latine, Régnier, Le jardin de
racines latines, Selvaggi, Grammatica generale filosofica, la grammatica di Porto Reale, Beauzée, Gramm.
gén., gl’articoli relativi dell'enciclopedia galla, cioè Marsais, e i suoi
successori. Definisce la teoria della grammatica generale la scienza delle
forme integrali d'ogni lingua. Ne definisce il carattere, la possibilità,
l'oggetto, il fine, l'utilità. Una delle prove della possibilità la deduce
dalle traduzioni, che dimostrano un comune procedimento del pensiero umano, l'uniformità de'nostri
pensieri. Gl’elementi son due: il materiale e il rappresentativo: in mater,
m r l, ma, ter, l'accento sull'a, sono il
materiale, la Gentile Padova, coi tipi del Seminario. Non dico che questa è
assolutamente l'ultima, né che gl’effetti delle grammatiche generali si
spegnessero nell'insegnamento. Grammatiche filosofiche si scrivono anche oggi,
e noi nelle scuole facemmo tutti, chi
più chi meno, parecchie indigestioni d’analisi logica e grammaticale! [nozione
di madre è il rappresentativo. La grammatica generale filosofica s’appoggia
bensì alla logica pura, ma è propriamente una parte della logica applicata. La
logica applicata considera il pensiero nelle sue condizioni empiriche: la
condizione empirica universale del pensiero è la cognizione; s’ha cognizione d'un oggetto quando è determinato. La
determinazione si compie nelle quattro supreme classi o categorie: quantità,
qualità, relazione, e modalità. Il discorso deve dunque soddisfare anche a
queste esigenze del pensiero. Esse costituiscono le varie modificazioni dei
termini e delle parti del discorso. Esse pure devon esser oggetto d'una
grammatica generale filosofica. Tien
conto anche delle condizioni empiriche dell'uomo parlante: lo stato della
società, l'affetto e la passione che lo domina, l'impeto istintivo d’uguagliar
col discorso la celerità del pensiero, le credenze religiose ecc. In
conclusione, nella parola sono da considerare due elementi: il materiale e il
rappresentativo. Il primo elemento s’appoggia alla natura dell'organo vocale,
il secondo alla natura del pensiero.
L'elemento materiale comprende i suoni vocali e consonanti, l'aggruppamento
de'suoni cioè le sillabe e le parole, e le modificazioni derivate da quest’aggruppamento
cioè l'accento e la quantità. L'elemento rappresentativo appoggiato alla natura
del pensiero deve somministrare i mezzi tanto per esprimere le tre funzioni
concetti, giudizio, raziocinio, quanto
per determinare ciascheduna di queste tre nelle quattro categorie di qualità,
quantità, relazione, e modalità. I nomi sostantivi ed aggettivi esprimono i
concetti, i verbi, i giudizi, la sintassi, le congiunzioni e la costruzione
esprimono il raziocinio in quanto consta di più giudizi legati fra loro. I
numeri ne'sostantivi e gl’aggettivi d’estensione determinano la quantità, i
generi ne'sostantivi, gl’aggettivi di comprensione e gl’avverbi determinano la
qualità, le preposizioni o i casi ed i verbi le relazioni, i modi, le modalità.
È insomma la logica distillata pel filtro grammaticale: di lingua effettiva qui
non si ha più traccia. S'è sistemato tutto lo schemario delle categorie logico-grammaticali,
ma il contenuto è caduto pella strada. Da Marsais a CORRADINI, a traverso interpretazioni varie più o meno
elevate, a rimaneggiamenti e riduzioni elementari, la grammatica generale,
oltre a perdere, in Italia, tono e carattere filosofico in una elaborazione
quasi sempre meschina e grossolana, viene sempre più separando la lingua
effettiva dagli schemi grammaticali che s’erano ottenuti studiandolo sia
direttamente, sia dal punto di vista esclusivamente intellettuale, e a questi assegnando valore
di formula e di legge, ma privandola d'un oggetto concreto a cui applicarsi. Un
processo di degenerazione. La scienza della lingua progrede, ma seguendo altre
correnti e battendo altre vie. La crisi della GRAMMATICA RAGIONATA IN ITALIA non
puo mancare: ed è veramente risolutiva. Di GRAMMATICA RAGIONATA si finisce,
dopo una colluvie d’aride o elementari
produzioni d’epigoni ritardatari, col non parlarne più, e d’essa non restano
tracce che nell’esercitazioni scolastiche d’analisi logiche e grammaticali
ancora in uso nelle nostre scuole e sulle quali talvolta rispunta come fungo
qualche compendio di grammatica logica rivestito di pompa scientifica. La crisi
è determinata d’un duplice ordine di fatti, tra i quali T. non sa se veramente corre un'intima
relazione. L’uno che riguarda direttamente il corpo, T. dice così, della GRAMMATICA
RAGIONATA, ed è il non difficile né tardivo avvertire in esso un vuoto
sostanziale e perciò tutta la sua infecondità sotto ogni rispetto, scientifico
e didattico. L’altro che si riferisce allo stato in che venne a trovarsi la
lingua d’ITALIA sotto la bufera
dell'enciclopedismo, ed è la naturale quanto però anti-filosofica reazione al gallicismo, che dove richia[Borsa,
nella dissertazione del decadimento della lingua in Italia, Mantova, l'anno in
cui è pubblato il saggio di Cesarotti,
già incolpa appunto di quel decadimento il neo-logismo gallico e il FILOSOFISMO
enciclopedico.] mare, come facile conseguenza d’una premessa sbagliata, alla religiosa osservanza, alla maniaca
adorazione degl’antichi i puristi inorriditi al novissimo strazio d'Italia. Le
vicende di questa crisi si possono molto chiaramente osservare, d’una parte, in
quel ch’accadde a SANCTIS (si veda) scolaro
e co-operatore di Puoti, e ch’egli narra non senza il lume d'una critica sempre
nuova ed originale ed acuta, anche se, come in questo caso, non definitivamente superatrice. Dall'altra,
nella critica e nella pratica di Manzoni, che con stringenti argomenti colpi a
morte LA GRAMMATICA RAGIONATA, sebbene non muove d’un punto di vista estetico. SANCTIS
(si veda), quando accorse alla scuola di Puoti, ha già compiuto gli studi di
grammatica, rettorica e FILOSOFIA, che oggi corrispondono al ginnasio e al
liceo, i primi, il ginnasio, sotto suo zio Carlo SANCTIS (vedasi), i secondi,
il liceo, sotto Fazzini, non avendolo voluto ricevere i gesuiti pella sua
impreparazione. Un grand 'esercizio di memoria è in quella scuola dello zio,
dovendo ficcarci in mente i versetti del Porto Reale che s'impara in certi suoi
manoscritti, come l’antichità e la cronologia, la grammatica del svizzero Soave,
la rettorica di FALCONIERI (vedasi), le
storie di Goldsmith, la Gerusalemme di Tasso, l’ariette di Metastasio. Alla
fine del corso scrive la lingua d’ITALIA con uno stile pomposo e rettorico, un
italiano corrente, mezzo gallico, a modo di Beccaria e di Cesarotti, che sono i suoi favoriti. La scuola di Fazzini
è quello che oggi si dice un liceo. Vi
s' insegna FILOSOFIA, fisica e matematica. Il corso si puo fare in due anni. Quell'è l'età
dell'oro del libero insegnamento. Un uomo di qualche dottrina comincia la sua
carriera aprendo una scuola. La scuola di
Puoti, su cui è stata scritta una degna monografia d’un discepolo di Salvadori,
Caraffa, Puoti e la sua scuola, Girgenti, si svolge in tre periodi, l’ultimo dopo
due anni d'interruzione causata dalla pestilenza scoppiata a Napoli. SANCTIS
(si veda) Frammento autobiografico pubblicato fo Villari; Napoli. I seminari sono scuole di LINGUA del
LAZIO e di FILOSOFIA, le scuole del governo sono affidate a frati, la forma
dell'insegnamento è ancora scolastica. Rettorica e FILOSOFIA sono scritte in
quella LINGUA DEL LAZIO convenzionale ch’è proprio degli scolastici. Le scienze
vi sono trascurate, e anche LA LINGUA
NAZIONALE. Nondimeno un po’di secolo decimottavo è pur penetrato fra quelle
tenebre teologiche, e con curioso innesto, vedevi andare a braccetto il
sensismo e lo scolasticismo. Nelle scuole della capitale v'è maggior progresso
negli studi. LA LINGUA DEL LAZIO PASSA DI MODA. Si scrive di cose scolastiche
in una lingua italiana scorretta, ma
chiara e facile. Gl’autori sono quasi
tutti abati, come GENOVESI (si veda), il
svizzero SOAVE (si veda), e TROISE (si
veda). Allora è in molta voga FAZZINI
(si veda). Questo prete elegante, che ha smesso sottana e collare, veste in
abito e cravatta nera, è un sensista; ma
pretende conciliare quelle dottrine coi principii religiosi. Accanto alla
scuola, per chi ha voglia d' imparare, c’è naturalmente la biblioteca. Corsi
alla biblioteca e mi ci seppellii.
Passano dinanzi a SANCTIS come una fantasmagoria Locke, Condillac, Tracy,
Elvezio, Bonnet, Mettrie. SANCTIS si
ricorda ancora quella STATUA di Bonnet, che a poco a poco, per mezzo dei sensi
acquista tutte le conoscenze. Il professore dice ch’il sensismo è una cosa
buona sino a Condillac, ma non bisogna andare sino a Mettrie ed Elvezio. Ragione per cui ci anda SANCTIS
(si veda) coll'amara voluttà della cosa proibita. Compiuti così gli studi
filosofici, avvezzo a una vita interiore, ha pochissimo gusto per i fatti materiali, e bada più alle relazioni tra le
cose che alla conoscenza delle cose. La scuola c’ha non piccola parte, perchè è
scuola di forme e non di cose, e s’attende più ad imparare le parole e l’argomentazioni che le cose a cui si riferisceno. Ma s’avvicina
il [Conosce altri filosofi, naturalmente. Il professore fa una brillante
lezione sull'armonia prestabilita di Leibnizio. E questo Leibnizio divenne il filosofo
di SANCTIS. E come l'una cosa tira
l'altra, Leibnizio l’è occasione a leggere Cartesio, Spinoza, Malebranche, Pascal,
libri divorati tutti e poco digeriti. Questo è il corredo d’erudizione
filosofica di SANCITS verso la fine dell'anno scolastico, quando zio ci dice. Ora
bisogna cercarvi un maestro di legge. Si batte già alle porte dell'università.]
tempo in cui il sensismo, male accordato col movimento religioso, dove cedere
il passo ad altra filosofia. S’annunzia al spirito di SANCTIS un altr’orizzonte
filosofico; li bolleo in capo altri libri
e altri studi. S’apparecchiavano
i tempi di Galluppi e Colecchi, de'quali
l'uno volgarizza Hume e Smith, e l'altro, ch'è per giunta un matematico,
volgarizza Kant. Fazzini è caduto di moda. Per questi insegnamenti e in queste
condizioni intellettuali Sanctis, invano iniziati gli studi di legge, passa
alla scuola del marchese. È proprio di questi tempi che la grammatica del
sensismo di Condillac, che vedemmo
trionfare concentrata in estratti pegli stomachi degl’italiani, si vienne a
trovare a fronte di due ben forti e agguerriti avversari, la critica e il
purismo. Questo, dalla restaurazione linguistica di CESARI, iniziata colla dissertazione
coronata dall'Accademia di Livorno, è venuto sempre più guadagnando terreno nelle
forme in cui l'ha circoscritto Cesari, nonostante gl’attacchi della proposta monti-perticariana e dell’anti-purismo
tortiano, e nonostante l'esempio pratico del romanzo di MANZONI in cui fin dalla
prima sua edizione s' è voluta incarnare
tutt'un'altra dottrina sulla lingua. La reazione al gallicismo è tanto più
vasta e tenace della tesi temperata del classicista Monti e del modernismo del
romantico Manzoni, quanto più compromessa sembra la gloria d'Italia nella dilagante corruzione
dell'aurea favella un dì sì onorata. Ne furono rocche meno facilmente
espugnabili la Romagna e Napoli e organi di gran voce alcuni giornali, come la
Biblioteca di Milano, il Giornale arcadico di Roma e la Rivista enciclopedica
di Napoli. Ma tra i puristi, non per sola virtù di dottrina, sì bene anche pelle
qualità della persona e i modi
dell'insegnamento, il più autorevole, quegli che veramente esercita una
più vasta e duratura efficacia sulle menti, sulle scuole, sui metodi, sui T.,
Della vita e delle opere di Torti. L'ha dimostrato Morandi ne'suoi noti saggi
sull'unità della lingua.] libri, è il marchese Puoti, maestro, autore di
grammatiche e d’arti del dire, annotatore di testi di lingua, pedagogista. Alla
scuola di Puoti, dice SANCTIS (si veda), lascia studi di legge, e letture di commedie,
di tragedie e di romanzi e di poesie, e si gitta perdutamente tra gli scrittori
del resorgimento. L’è venuta la frenesia degli studi grammaticali quando la
lingua d’Italia non ha pure una grammatica. Sanctis ha spesso tra mano
Corticelli, Buonmattei, Cinonio, Salviati, Bartoli, Salvini, Sanzio, e non sa
quanti altri dei più ignorati. S’è
gittato anche sul tardo risorgimento, sempre avendo l'occhio alla lingua
d’Italia e il suo studio. Si trova in quel tempo a dover sostener sulle proprie
spalle il peso della scuola dello zio. La sera anda sempre alla scuola di Puoti.
Ma tutta la giornata è spesa a spiegar grammatiche e rettoriche e autori della
LINGUA DEL LAZIO, a dettar temi, a correggere errori. Ma quei cari studi mi riusceno acerbi, non solo pella
fatica, ma perche non è più d'accordo colla sua coscienza. Quel svizzero Soave,
quel Falconieri li fanno pietà. Nelle classi superiori puo elevarsi un po'più.
Comincia a fare osservazioni sopra i sensi delle parole, sul nesso logico dell’idee,
sull’espressione del sentimento, sull’INTENZIONI alla Grice e sulle malizie
dello scrittore. Momenti più deliziosi
passa alla scuola del marchese, dove egli ben presto si distinge specie nelle
cose della grammatica, tanto da meritarsi
l'appellativo di grammatico, ed è sollevato all'onore di co-adiuvare il
maestro nell'insegnamento, quando, dopo l'interruzione cagionata dal colera,
Puoti, cominciatosi a stancare dei novizi, ne lascia tutta la cura a SANCTIS
(si veda). Il marchese che lavora a una
grammatica, attende pure alla pubblicazione d’alcuni testi di lingua più a lui
cari, come i Fatti d'Enea, i Fioretti di S. Francesco, le Vite dei Santi Padri.
Questi studi [Sulla scuola di Sanctis, v. le belle pagine del cenno biografico
di Tamburini in Sanctis, Scritti vari,
ed. Croce. Di quella che è stata chiamata la seconda scuola di SANCTIS (si
veda) si sono occupati degnamente Torraca e Mandalari.] di lingua si sono già
divulgati nelle scuole, e si sente il bisogno di grammatica e di libri di
lettura. Anche in questi lavori l'allievo aiuta il maestro. Di questo tempo fa
intima amicizia con Amante, che è un infatuato di VICO (si veda). In una visita
onde Leopardi onora la scuola di Puoti, che cita spesso con lodi Greco, autore d’una
grammatica, il marchese di Montrone,
Gargallo, Cesari e sopra tutti essi Giordani, si sente dire dal poeta che ha molta disposizione alla critica. In
quell'occasione Leopardi, cui non puo sfuggire la rigidezza di Puoti, dice che
nelle cose della lingua si vuole andare molto a rilento, e cita in prova Torto
e Diritto di Bartoli. Leopardi dice anche che l'onde coli' infinito non gli
pare un peccato mortale, a gran maraviglia
o scandalo di tutti. Il marchese è affermativo, imperatorio, non patisce
contraddizioni. S’alcuno s’è arrischiato a dir cosa simile, anda in tempesta;
ma il conte parla così dolce e modesto, ch'egli non dice verbo. Gl’è anche che
ormai quel rigido, implacabile purismo comincia a dover piegare o almeno ad
ammollirsi. Alla ripresa della scuola dopo il colera il marchese se n'è
venuto d’Arienzo, con certi grossi
quaderni scritti di suo pugno. È una specie di rettorica immaginata da lui, e
che egli battezza arte del dire. C'è una divisione dei generi del dire,
accompagnata da regole e da precetti. Aristotile, CICERONE (si veda), Quintiliano, Seneca sono la decorazione. O mi
metteranno alla berlina, o questo è assolutamente un capolavoro, così dice,
narrando per quali vie è giunto alla
grande scoperta. A quel tempo sono in gran voga gli STUDI FILOSOFICI, e il marchese,
seguendo la moda, vuole filosofare anche lui, e da alle sue ricerche un aspetto
e un rigore di logica, ch'è veste e non sostanza. E non gli è mancata la
berlina. Ma lo salva un certo suo naturai buon senso. Ma chi dai bassi
fondi [deep berths – Grice] della
grammatica prende il volo filosofico, è SANCTIS
(si veda), specie quando, trovandosi al sicuro dallo sguardo del marchese nella
scuola preparatoria, puo lasciarsi trascinar dal suo genio a quell'onda di
ribellione, che fa naufragare il senno del maestro. Ed è nella scuola
preparatoria, che nelle lezioni private o nell'insegnamento del ollegio
militare, al quale è assunto pella stima che gode presso Puoti, che n'è
ispettore, il maestro intende soprattutto a rinnovare l'insegnamento
grammaticale. N’uscirono, colla liquidazione della GRAMMATICA RAGIONATA, un abbozzo di GRAMMATICA
FILOSOFICA e storica e un saggio d’una storia dei grammatici. Quelle maledette
regole grammaticali SANCTIS le riduce in
poche, moltiplicando l’applicazioni e gl’esempi, e sempre lì sulla lavagna. Si persuade
che quello resta chiaro e saldo nella memoria, che è ordinato sotto categorie e
schemi, logicamente. Così nasceno i suoi quadri grammaticali. Si sbriga
della grammatica, e capii che lo studio
della grammatica così come si suol fare, per regole, per eccezioni e per casi
singoli, è una bestialità piena di fastidio Posi da banda l’analisi
grammaticali e l'analisi logica,
noiosissime, e fa l'analisi delle cose,
a loro gustosissime. Questo al collegio. Nella scuola al vico Bisi, il lunedì e
il venerdì, quand'è solo, l'insegnamento grammaticale s’eleva ancora di più.
Parecchi anni è a leggicchiar
grammatiche, lavorando intorno a quella di Puoti. Così si mette in corpo i dialoghi
della volgar lingua di BEMPO (si veda). S’inghiottii VARCHI (si veda), FORTUNIO
(si veda) e i sottili avvertimenti di
SALVIATI (si veda) e la prosa dottorale
di CASTELVETRO (si veda) e BARTOLI (si
veda) e CINONIO (si veda) ed AMENTA (si veda) e SANZIO (si veda) e non sa
quanti altri, con approvazione di Puoti, il quale li vanta sopra tutti gl’altri
Corticelli e Buonmattei. Seccatosi presto della parte riguardante l’origini della lingua e delle forme grammaticali, perchè non ha, fondamento sodo, infastidito
di quel pullular perpetuo di regole e d’eccezioni, stordito da tutte quelle DISSERTAZIONE
SOTTILI E CAVILLOSE SULLE PARTI DEL DISCORSO e sulle forme grammaticali, ritorna
ai suoi studi di FILOSOFIA. Quei Salviati e quei Castelvetri le pareno
addirittura pigmei dirimpetto a quei grandi, la sua delizia un giorno e il suo
amore. Perciò si getta con avidità sopra
i retori e i grammatici con un segreto che li cresce l'appetito, vedendosi
sempre addosso gl’occhi del marchese. Lessi tutto il corso che Condillac
compila a uso di non sa qual principe ereditario. Studia molto Tracy e Marsais.
Il marchese, sapido dei suoi studi li perdona, a patto che non valica i confini
della grammatica, e l'indica un tale, che SANCTIS (si veda) non ricorda, come
un buon scrittore di grammatica generale. Il buon marchese fa anche di più.
Ri-vide le prolusioni del professore mettendoci quello stampo tutto suo di
classicità ideale. Le prime lezioni sono una storia della letteratura in
Italia, o grammatica. In quei discorsi prende 1’aria d’un novatore, e trova che
tutto va male, che tutto è a rifare. Ecco qui un ritratto, come li venne in quei giorni sotto la penna. Niuna
pratica dell'arte del dire; niuna cognizione de'nobili scrittori; malvagio
gusto; pensieri non italiani; un predicar continuo purità, correzione; esempli
contrari di barbarismi ed errori. Così la grammatica ricca di stranieri trovati
splendidi in astratto, ma nella pratica o falsi o di poco profitto, per difetto
della parte storica molto è discapitata di
quella perfezione in che è. In malvagio stato trovasi LA SINTASSI: squallida
e incerta è l'ortografia; le regole del ben pronunziare dubbiose e mal ferme. Niente di certo. Niente di determinato
intorno alla dipendenza de’tempi, al reggimento delle congiunzioni. Principii
opposti. Opinioni contrarie. Nelle lezioni vuole fare una storia delle forme
grammaticali – cf. Grice, ‘or’, ‘other, ‘not, ‘ne aught’. Ma al pensiero
gigantesco mal risponde la cultura, attesa la sua scarsa grecità e l'ignoranza delle cose orientali. Perciò
quella ideata storia delle forme grammaticali, dopo vani tentativi appresso a VICO
(si veda) e Schlegel, si riduce nei modesti confini d’una storia dei grammatici
da se letti. Parla dei grammatici che TUTTO DERIVANO DALLA LINGUA DEL LAZIO. Poi
venni a quelli che sono studiosi della [Alcuni brani d’essi sono pubblicati ne’saggi
critici, col titolo Frammenti discuoia,
dell'edizione di Napoli. Il periodo tra parentesi quadre, che qui è sostituito
dai puntini, l'ho tratto d’un brano
integro de'saggi critici.] lingua,
copiosi di regole e d’esempli, che moltiplicano in infinito. Molto s’intrattenni
su Corticelli, Buonmattei, Salviati e Bartoli. Censura quel moltiplicare
infinito di casi -- cf. Grice, the
search for principle of generality -- e di regole che si riduceno in pochi
principii. Quella tanta varietà di forme e di significati, massime in Cinonio,
ch’è facile ri-condurre ad unità. Fa ridere, pigliando ad esempio Va, il
per-, il da, irti di sensi e che pur non hanno che UN SENSO SOLO. La sua
attenzione anda dalle forme al contenuto, dalle parole all’idee;
sicché, sotto a quell’apparenze grammaticali, variabili e contraddittorie, vede una logica animata, e tutto mette a
posto, in tutto discerne il regolare e IL RAGIONEVOLE – Grice, principle of
rational discourse --, non ammettendo
eccezioni e non ripieni e non casi arbitrari. Con questa tendenza filosofica, razionalistica,
corroborata da studi, concipisce pel di
delle feste il risorgimento, e fa lucere innanzi uno schema di grammatica
filosofica e metodica, quale appare ne’galli. Dice che costoro sono eccellenti
nell'analisi delle forme grammaticali, risalendo alle forme semplici e
primitive. Così amo vuol dire io sono
amante. L’ellissi è posta da loro come
base di tutte le forme d’una grammatica generale. Questo non li contenta che a mezzo. Sostene che quella
de-composizione di amo in sono amante l'incadavere la parola, le sottrae tutto
quel moto che viene dalla volontà in atto. Si sente quei giudizi acuti con
raccoglimento, e si credeva in tutta buona fede quell'uno che dove oscurare i galli
e IRRADIARE L’ITALIA di un’altra scienza. E in verità sostene che la grammatica
non è solo un'arte, ma ch'è principalmente una scienza: è e dove essere. Questa scienza della grammatica,
malgrado le tante grammatiche ragionate e filosofiche, è per SANCTIS ancora un
di là da venire. Quel ragionato appiccicato alle grammatiche è una protesta
contro la pedanteria, e vuole dire che non basta dare le regole ma che di
ciascuna regola bisogna dare i motivi e
le ragioni. Paragona i grammatici o accozzatori di regole agl’articolisti che
credeno di sapere il codice perchè si ficcano in capo gl’articoli, parola per
parola, e numero per numero. Ma quel ragionare la grammatica non è ancora la
scienza. Così Sanctis, erudito primamente su
Soave in un'atmosfera filosofica, passato poi pel purismo di Puoti,
ritornato alla scienza, viene a una generale liquidazione di tutti i grammatici, cioè della grammatica ragionata in ispecie, e
della grammatica precettiva in genere, ma non della grammatica come scienza.
Che nella sua critica negativa supera la grammatica ragionata e crea veramente
la scienza non si può dire: interamente non s’appaga dei migliori grammatici
filosofici, come Marsais; ma egli, almeno nel periodo del suo insegnamento,
secondo quanto narra lui stesso, rimane
sempre sotto la loro influenza. Anche nella parte pratica, nel metodo, egli
arieggia molto davvicino Marsais, superandolo nell’abilità di trasformar la
grammatica in critica concreta dell'opera d'arte. La sua concezione della
grammatica, o meglio della lingua d’ITALIA, pur avendo egli concepito una
grammatica scientifica o estetica, è la medesima. Va però subito detto a lode di Sanctis che egli stesso ha coscienza della manchevolezza del sistema. Racconta infatti:
così trovavo nella logica il fondamento scientifico della grammatica; e finché si
tiene nei termini generalissimi d’una grammatica unica, come la concipe
Leibnitz, il suo favorito, la sua corsa anda bene. Ma li casca l'asino, quando
viene alle differenze tra le grammatiche, spesso in urto colla logica, e originate d’una storia naturale o
sociale, piena di varietà e poco riducibile a principi fissi. Per trovare in
quella storia la scienza, si richiede altra cultura e altra preparazione. Nella
sua ricerca dell'assoluto, vuole ridurre tutto a fil di logica, e concordare
insieme derivazioni, scrittori e il popolo d’ITALIA; ma, non potendo sopprimere le differenze e
guastare la storia, pone 1'ingegno a dimostrare la conformità del fatto
grammaticale colla logica, della storia colla scienza. Quell'avvertita
irrudicibilità delle differenze tra le varie grammatiche e principi fissi
dimostra chiaramente che SANCTIS (si veda) intuisce dov'è la soluzione del
problema: e a lui non filosofo di professione ciò non è scarso titolo d'onore;
il dissidio egli lo compone, e in grado eccellente, insuperato, nella critica, nella quale la
parola viva, la grammatica parlata dall'arte, è da lui illustrata in tutta la
sua forza espressiva: scientificamente tocca il risolverlo a Humboldt, col
quale e col suo seguace e correttore Steinthal si può veramente affermare che
la grammatica è esclusa dall'orbita della filosofìa, sebbene non avvene ancora
l' identificazione della teoria della lingua
generale coll'estetica, che è stata fatta solo recentemente. Nelle
difficoltà in cui si dibate Sanctis di conciliare la grammatica generale colle
grammatiche particolari della lingua d’ITALIA, si trovarono impigliati quanti,
anche per impulso della Critica della ragione pura di Kant, intendeno alla
ricerca delle relazioni fra pensiero e parola, fra l’unicità logica e la molteplicità delle lingue
(l)j ricerca che, per altro, non è
nuova, ma che già da origine nella Gallia alla grammatica generale. Il primo tentativo d’applicare le
categorie kantiane, dell'intuizione, spazio e tempo, e dell'intelletto alla
lingua, riassumo, non potendolo qui integralmente riferire, dal paragrafo della
parte storica dell’estetica di Croce, è
compiuto da Roth, mentre sullo stesso argomento speculano Vater,
Bernhardi, Reinbeck, e Koch: pensiero dominante de'quali è la
differenza tra lingua e lingue, tra la
lingua universale, corrispondente alla logica, e le lingue storiche ed
effettive, che son turbate dal sentimento, dalla fantasia, o come altro si
chiami l'elemento psicologico della differenziazione. Si distingue una teoria generale
della lingua d’una teoria comparata, Vater. La lingua, allegoria
dell'intelletto, si considera organo della poesia o organo della scienza, Bernhardi;
s’ammette una grammatica estetica e una grammatica logica, Reinbeck; si proclama
persino che l' indole della lingua si deve desumere dalla PSICOLOGIA RAZIONALE,
non dalla logica, Koch. Residui intellettualistici s'avvertono ancora in Humboldt
pel quale logica e lingua sembrano identificarsi sostanzialmente e diversificare
solo STORICAMENTE – l’arguzie della ragione conversazionale -- , e la
lingua stesso Croce, Estetica. Piazza
tenta dimostrare che la teoria di Kant del giudizio è stata già intuita e
fissata nella sintassi de’romani; ma è stato confutato da Croce, in La Critica.
pare un qualcosa fuori dell'uomo che l'uomo fa rivivere coll'uso. Ma il grande
filosofo trova il vero concetto della
lingua. La lingua, egli pensa, nella sua realtà è un prodursi e un
divenire, non un prodotto; è un'attività, èvegyeia, non un'opera, ègyov. La
lingua propria consiste nell'atto stesso del produrla nel discorso legato. Questo
soltanto bisogna pensare come primo e vero nelle ricerche che vogliono
penetrare l'essenza vivente della lingua. Lo spezzettamento in parole e regole è il morto artificio dell'analisi
scientifica. La lingua nasce spontaneo d’un bisogno interno. Esiste perciò ed
ecco la vera scoperta di Humboldt di fronte ai grammatici logici
universali una forma interna della lingua,
innere Sprachform, che non è il concetto logico, né il suono fisico, ma la
veduta soggettiva ed INTENZIONALE che l’uomo si fa delle cose. Questa forma
interna è il principio di diversità
proprio della lingua, oltre il suono fisico: è l'opera della fantasia e del sentimento, è
l'individualizzazione del concetto. Congiunger la forma interna del linguaggio
col suono fisico è l'opera d’una sintesi interna: e qui, più che in altro, la
lingua ricorda, nelle più profonde ed inesplicabili parti del suo procedere,
l'arte. Anche lo scultore e il pittore sposano l'idea alla materia, e anche la loro opera si
giudica secondo che quest'unione, quest'intima compenetrazione sia opera del
genio vero, o che l'idea separata sia stata penosamente e stentamente
trascritta nella materia collo scalpello e col pennello. Ma lingua ed arte in Humboldt
non s'identificano: e questo è il difetto della sua dottrina, che tira seco non
tenui contraddizioni, come quella circa il
carattere differenziale della poesia e della prosa. Humboldt non vide
esattamente che la lingua è sempre poesia e che la prosa, o scienza, non è
distinzione di forma estetica, ma di contenuto, sebbene intorno a questi due
concetti, compresi in senso filosofico, manifesta profonde vedute. La teoria della
lingua d’Humboldt è integrata dal suo maggior seguace, Steinthal il quale,
nella polemica sostenuta (M
Ueb. d. Verschiendenheit d.
menschl. Sprachbaucs), opera, 2M ed. a cura di Pott, Berlino, in
Croce. Croce. Croce. coll'hegeliano Becker, autore
degl’ORGANISMI della lingua, uno degl’ultimi logici della grammatica,
dimostra, pur tr’affermazioni talvolta eccessive, che concetto e parola,
giudizio logico e proposizione sono incomparabili. La proposizione non è il giudizio, ma è la rappresentazione, Darstellung,
d’un giudizio: e non tutte le proposizioni rappresentano giudizi logici.
Parecchi giudizi possono esprimersi in una proposizione unica. Le divisioni
logiche dei giudizi, i rapporti dai concetti 1 non hanno
orrispondenza nella divisione grammaticale delle proposizioni. Parlar d’una
forma logica della proposizione è una contraddizione non minore che se si parlasse àttW angolo d’un
cerchio o della periferìa d’un
tria?igolo. Chi parla, in quanto parla, non ha pensieri, ma lingua!
Senza entrar ora nel merito degl’altri problemi trattati da Steinthal, come
quello circa l'identità dell’origine e della natura della lingua che
esattamente risolve, e l'altro delle relazioni tra poetica, rettorica e teoria
della lingua, cioè tra lingua e arte ch’interessa
propriamente l'estetica, e che purtroppo Steinthal lascia insoluto, perchè non
arriva mai ad affermare che PARLARE è PARLARE BENE – sententia come concetto
orientato al valore -- e bellamente, o non è punto parlare, a noi basta
l'osservar, qui, conchiudendo, il nostro discorso che con Humboldt e Steinthal,
in quanto l'uno integra l'altro e lo rende coerente nella parte linguistica, s’ha un notevole
superamento della grammatica, non essendo questa soluzione pregiudicata dalla
mancata identificazione d’arte e
lingua: la liberazione della lingua dalla logica, la riconosciuta completa
autonomia della lingua da categorie di qualsiasi altra specie che non siano la
sua forma interna essenziale, rappresentano una vittoria della critica negativa
della grammatica. La dissoluzione della
quale viene così a coincidere perfettamente coll'avvento della scienza. La
ribellione e la reazione alla GRAMMATICA
RAGIONATA quale s’è venuta sistemando in Italia, se non assunsero dovunque quel
grado e quel tono che hanno in SANCTIS (si veda), seguirono, [Croce] però, su
per giù, il medesimo sviluppo e i medesimi motivi: d’una parte riusce difficile specie a letterati di più
largo ingegno, come vedremo accadere, p. es.,
a Giordani (Puoti stesso concede
a Sanctis uno studio discreto di quella
gram matica), il chiuder
gl’occhi a quell’ELEVATE E SCINTILLANTI (alla Grice) INVESTIGAZIONI logiche che
sulle lingue avevan condotto i galli, incomparabilmente più geniali e profondi
dei loro epigoni italiani. L’aria è impregnata di logicismo, tutto suona FILOSOFIA,
il secolo è chiamato dei lumi: chi può sottrarsi alla forza delle cose e del
tempo? dall'altra, la vacuità di quel formalismo pel fine pedagogico che ora
s'impone, non richiede tanto un troppo ELEVATO SPIRITO FILOSOFICO per essere
avvertita, quanto il fatto stesso dell'esperienza dello studio della lingua. Si
puo credere, ancora, nella grammatica generale, raccomandarne l'utilità, e come
si puo fare anco per ispirito d' imitazione e per servilismo verso la moda
corrente, non occorre dire; ma, già, anche a tacer d'altro, con la grammatica
generale eravamo già fuori del campo de’bisogni pratici. La grammatica generale
è come un'estetica logica della lingua, quindi FILOSOFIA, e noi sappiamo che la
scienza non è espediente didattico, mentre il motivo principale dell'interesse
linguistico è ora in Italia più pratico che teorico. L'assoluta inefficacia
inoltre della GRAMMATICA logica a dirigere l'apprendimento della lingua e
l'esercizio dello scrivere dove essere tanto più fortemente sentita, quanto più
dilaga il gallicismo nella lingua e nello stile: il ritorno alla vecchia
pratica grammaticale e all' osservazione dei lodati scrittori, dove apparire
come una urgente necessità; e vi si ritorna infatti con fede rinnovellata e
sotto la bandiera del più rigoroso purismo inalberata dal Bembo dell'Ottocento,
Cesari, coronato alfiere dall'Accademia livornese, qual s'è mostrato degno
d'essere con la nota Dissertazione sopra lo stato della lingua}; e, in ogni
modo, con o contro Cesari per gli scrittori o pel popolo, la pratica dove
prevalere sulla teoria astratta; perfin nella grammatica em- [In Opuscoli linguistici
e letterari di Cesari, raccolti, ordinati e illustra/i ora la prima rolla da
Guidetti, Reggio d'Emilia, Collezione storico-letteraria presso il
compilatore.] pirica, normativa, tradizionale, presso non gli scapigliati ma i
pedanti, la vecchia fede se non scossa, certo fu illanguidita. La tradizione
puristica, peraltro, non era stata interrotta nella seconda metà del
Settecento, neppur quando più imperversò la bufera del filosofismo francese.
Già prima che il rappresentante più autorevole di esso in Italia, il Cesarotti,
fosse stato, appunto in nome della vecchia grammatica, contraddetto ricordammo
già, tra gli altri, Velo con uno stile forbito e piccante, come dicono i suoi
editori, si sforza Rosasco di rivendicare ai Fiorentini il tanto contrastato
primato intorno all'origine ed al governo della favella , introducendo nei suoi
Dialoghi sette della Lingua toscana a pontificare il Corticelli su lesecolari
questioni, sull'autorità dei grammatici, sulla necessità imprescindibile dello
studio della grammatica, di contrastare al nuovo sistema de' letterati
propugnanti l'uso d'un'altra lingua diversa dalla fiorentina, con tutto il
bagaglio de' vecchi argomenti grammaticali e rettorici in favore della purità,
della armonia e dolcezza della pronunzia fiorentina, dell'elegante stile, e con
le vecchissime distinzioni di discorso impensato e di discorso pensato. Eh via,
la legge che ne obbliga a studiare la grammatica, è giustissima, e chiunque
brama riportar gloria dal materiale della scrittura, dovrà o bere o affogare,
siesi chi egli si vuole . E cita in sostegno il Salviati, Quintiliano e altri .
Va notato peraltro che il Rosasco non solo propugna la necessità di uniformarsi
anche all'uso moderno, ma giudica ancora, sebbene coi soliti argomenti
estrinseci, che non dobbiamo per conto alcuno desiderare la perfezione delle
grammatiche, si perchè non si può questo desiderio avere, senza desiderare
insieme la estinzione della lingua; sì perchè quando siamo obbligati a scriver
solo secondo le regole e' precetti dell'arte prescritti, non è mai possibile
rendere le nostre scritture eccellenti : residui, come ognun vede, delle
dottrine estetiche prevalenti nel senso che volevano conciliare il rigore
grammaticale col criterio della libertà individuale: temperato purismo, che,
mentre per un lato moveva dall'antica traEd. della Bibl. scelta, Milano,
Silvestri] dizione grammaticale del classicismo, per l'altro era reso possibile
dal non essersi ancora la lingua italiana inoltrata pel declivio della
cosiddetta corruzione francesistica. Quando questa si accentuò maggiormente,
era naturale che l'iniziativa del riparo partisse dalla Crusca custode gelosa
del patrimonio linguistico: e già il ricordato Borsa protesta contro il
decadimento della lingua, e da Losanna un suo Accademico, Haupt, scrive la
Lettera dun tedesco stili' infranciosamento dello stile, com'è naturale che la
rifioritura linguistica fosse più di vocabolario che di grammatica ; lo stesso
lavorìo grammaticale, il più notevole dei primordi del secolo XIX, s'aggirò,
come vedemmo, intorno a quella parte della grammatica che è più intimamente
connessa col vocabolario, i verbi, di cui sorsero parecchi prospetti e
teoriche. E a studi di lingua, ossia di vocabolario, si era volto nel 1806
l'Istituto lombardo, fondato dal Bonaparte nel 1797 e convocato a Bologna nel
1803, di cui era segretario quel Luigi Muzzi che già incontrammo quale autore
del curioso libro sulle Permutazioni dell' italiana orazione, e che, dopo
essersi divertito e gingillato intorno a problemi filosofici secondo la moda
d'allora pe' quali non era affatto portato, si immerse talmente negli studi
grammaticali e lessicali e con si vero spirito di devozione alla Crusca, che il
Monti doveva titolarlo più tardi il più fatuo pedantuzzo che mai facesse
imbratti d'inchiostro. Partecipò nel 1809 al concorso dell'Accademia livornese
con un lavoro Dello siato e del bisogno di nostra lingua, ma il manoscritto,
per ragioni regolamentari, non fu accettato. Come sappiamo, di quel concorso il
trionfatore fu Antonio Cesari, odiatore quanto Giordani, delle dottrine di
Cesarotti, che, se avevano ancora seguaci dal Romani al Nardo, andavano però
perdendo terreno sempre più: quegli stessi che le propugnavano si avverta
inoltre erano assai più temperati del maestro e si guardarono meglio di lui
dall'esser accusati di gallofilia : verso l' italianità era un desiderio e un
moto generale, cui favoriva la ridesta coscienza nazionale: cesariani e
perticariani o mondani, neopuristi della prima maniera (cioè anteriore) e della
seconda, tutti concordavano non solamente nel In Mazzoni, L'Otl.] l'avversare i
criteri troppo licenziosi de' cesarottiani, ma ne! volere auspice la Crusca per
la quinta volta rimessosi nel 1813 alla ricompilazione del Vocabolario che alle
sottili fantasticherie sulle ragioni delle lingue si sostituisse il lavoro
concreto e modesto del raccogliere e del vagliare voci e locuzioni del buon uso
e a riprendere l'osservazione grammaticale secondo le migliori tradizioni del
Cinquecento. Balbo scrive al Vidua una lettera sulla lingua italiana per muover
lamenti intorno le tante esagerazioni e confusioni pratiche e teoriche del
filosofismo che non giovavano punto alla causa della lingua: e il Vidua
raccomandava a un compatriotta che, andando a Firenze come avevan fatto già l'Alfieri
e il Goldoni, e avrebbe fatto il Manzoni e avrebbero consigliato al Cavour, non
trascurasse di recarsi la mattina in Mercato Vecchio ad ascoltar il
pizzicagnolo e le contadine. E alla Crusca stendeva la mano l'Istituto lombardo
per proseguire concordi all'opera d'ampliamento del Vocabolario: né le ripulse
dell'Accademia orgogliosa e gelosa delle sue secolari tradizioni né i
risentimenti e le irritazioni, causa di tante guerre anche personali, che esse
provocarono nel Monti, poterono mai dividere gli animi concordi nella comune
avversione al logicismo, alle metafisicherie di provenienza
franco-cesarottiana, nonostante che, per quanto riguarda i criteri particolari
dell'uso linguistico italiano (pratica, dunque, non scienza), facilmente
potessero incontrarsi col Cesarotti in un vivo desiderio di libertà, e spesso
inconsciamente (come sarà avvenuto al Leopardi), non soltanto gli antipuristi
come il cesarottiano Torti di Bevagna, ma letterati meno bollenti nella
secolare battaglia. N'è prova l'atteggiamento assunto dal capo riconosciuto de'
classicisti, il Giordani, nelle contese tra il Cesari, Monti e Perticari:
richiesto del vero valore di alcune voci tolte dal greco, rispose [al Monti] e
colse quell'occasione per lodare l'opera e il suocero e il genero, ma anche per
addimostrare alcune sviste di essi due correttori degli altri, e per augurare
che gli avversari si riconoscessero invece compagni, come quelli che insomma
avevan un fine medesimo e uno stesso desiderio. Cfr. F. Colagrosso, La teoria
leopardiana della lingua, Napoli, 1905 (Estr. d. Rend. Accad. Arch. Lett. e B.
A. in Napoli, XIX) Mazzoni. Pure, il Giordani è appunto uno di quei puristi che
raccomandavano ai giovanetti il Du Marsais e il Beauzée. I volumi della
Enciclopedia Metodica ne' quali è trattata la grammatica e l' eloquenza ti
possono essere utili. Gli articoli rettorici di Marmontel non mi paiono più che
mediocri; quelli di Jancourt assai meno che mediocri. Ma bellissimi i
grammatici di Du Marsais, e di La-Beauzée. E il conoscere e adoperare
filosoficamente la lingua è gran virtù di eccellente scrittore. E prontamente
si applica alla nostra quel che è notato della francese (1). Ma che cosa
significa adoperare filosoficamente mia lingua ? specie quando la si consideri,
come fa il Giordani, cosa diversa dallo stile? Interrompi, consiglia, con la
lettura di quegli articoli, lo studio che devi far della lingua, e preparati a
quello che poi farai dello stile. Perchè io giudico che quello della lingua
debba precedere. Non si dee prima sapere qual sia la materia de' colori; poi
imparare ad impastarli e mescolarli; poi esercitarsi a collocarli, e accordarli
? (io). Tutto lo scrivere sta nella lingua e nello stile; due cose diversissime
egualmente necessarie.... I vocaboli e le frasi sono i colori di questa
pittura; lo stile è il colorito. Ora persuaditi, caro Eugenio, che l'acquisto
de' colori sia fatica della memoria: l'uso del colorito sia esercizio
d'ingegno, disciplina di buoni esempi, di pochi precetti, di moltissima
osservazione, di molta pratica. Ho letto molti antichi e moderni che vollero
esser maestri: ho perduto tempo e acquistato noia, senza profitto. Veri maestri
ho trovato gli esempi de' grandi scrittori. Tra i moderni consiglia, tuttavia
il breve trattato del Condillac, Art d'écrire. Di tutto quel libro abbastanza
buono, m' è rimasto in mente questo solo principio, molto raccomandato da lui =
de la plus grande liaison des idées Vero è che quel legame delle idee non deve
esser sempre logico; ma secondo la materia che si tratta, dev'esser pittorico o
affettuoso; di che i moderni intendon pochissimo: gli antichi vi furono
meravigliosi. In questo guazzabuglio di vedute, d'idee e di principi, c'è
tutto, meno lo spirito filosofico: dal che si vede quanto A un italiano
Istruzione per l'arte di scrivere, in Scritti di Giordani, ed. Chiarini, in
Firenze.] poco fosse compresa e con quanto poca convinzione raccomandata la
grammatica generale del Du Marsais e del Beauzée. Il nume che agitava
interiormente il Giordani e i degni suoi compagni d'arme non era la filosofia,
ma lo spirito italiano che si rinnovava, rinnovamento che alla coscienza di
molti si presentava come un problema di lingua: donde il calore con cui si
davano a questi studi. Il Giordani, mosso dall'invito dell' Accademia italiana,
non per rispondere ad essa, per ciò che questa materia non sia d'ozio
letterario .... ma importi non poco all'onore d'Italia , si dà ad abbozzare una
Storia dello spirito pubblico d' Italia per 600 considerato nelle vicende della
lingua e alcuni anni più tardi, discorrendo in una lunga lettera al Capponi di
una raccolta in trenta volumi che intendeva fare delle migliori e men note
prose della nostra letteratura, allargando e colorendo le linee di quel
primitivo abbozzo, esprimeva l'opinione che l'ordine escogitato lo menerebbe
quasi per una storia della nazione e della lingua ("), e che dalla somma
dei particolari discorsi introduttivi ne sarebbe derivato quasi un ritratto
filosofico delle menti italiane per quattro secoli . Perciocché io considerando
la lingua come uno specchio, nel quale cadano tutti i concetti da tutti i
pensanti della nazione, e dal quale nella mente di ciascuno si riflettano i
pensieri di tutti; volli con diligenza di storico e sagacità di filosofo
esaminare il vario corso del pensare italiano per le vestigia che di mano in
mano lasciò impresse nel variare delle lingua; della quale i vocaboli e le
frasi, o nuovamente introdotte, o dall'antico mutate, fanno certissimo
testimonio (a chi '1 sa interrogare) d'ogni mutamento nella vita intellettiva del
popolo. Così il Giordani si riallaccia al Napione. Tra il Napione e il Giordani
spicca anche per questo riguardo il Foscolo, che nella celebre orazione,
recitata a Pavia Opere: Scritti editi e postumi pubbl. da Antonio Gussalli ,
Milano. f;) Scritti, ed. Chiarini. Per l'eccellente posizione che occupa il
Foscolo nella storia della critica, oltre che le note pagine del De Sanctis,
vedi Croce, Per la storia della critica ecc., già cit., p. 9 e 27, Trabalza,
Studi sul Boccaccio, e Borgese, Storia della critica romantica, libro è
superfluo avvertirlo pell'inaugurazione degli studi, Dell' origine e
dell'ufficio della letteratura e nelle Lezioni di eloquenza che le tennero
dietro, e particolarmente in quella su la Lingua italiana considerata
storicamente e letterariamente, (l) e ne' sei Discorsi sulla lingua italiana
parlava della nostra lingua coi medesimi spiriti e intendimenti d'italianità,
in modo veramente vivace. Nella sua Prolusione , ripeteremo col De Sanctis,
tenta una storia della parola sulle orme del Vico, censurata da parecchi in
questo o quel particolare, ma da' più ammirata, come nuova e profonda
speculazione. Il suo valore, anzi che nelle sue idee, è nel suo spirito, perchè
non è infine che una calda requisitoria contro quella letteratura arcadica e
accademica, combattuta da tutte le parti e resistente ancora, contro quella
prosa vuota e parolaia, e contro quella poesia che suona e che non crea.
Nessuno ha considerato, scriveva il Foscolo, filosoficamente le origini, le
epoche e la formazione di essa [lingua italiana], affine di conoscere per via
d'analogia i principi, i progressi oscurissimi delle formazioni e
trasformazioni di tante altre lingue. La storia d'una lingua, ecco il suo
preciso punto di vista non può tracciarsi se non nella storia letteraria della
nazione; né la storia può somministrare fatti certi e fondamentali a trovare in
materie intricatissime il vero, se non per mezzo di epoche distinte, in guisa
che le cause non diventino effetti, e gli effetti non sieno pigliati per cause
. che dev'esser tenuto sempre presente per tutto questo periodo, perchè, se le
idee sulla lingua de' vari critici che vi sono criticati poca luce diffondono
sulle loro teorie poetiche, utilissimo è invece conoscere la portata critica di
esse per chi fa la storia della lingua. In Opere edite e postume di Foscolo,
Firenze, Le Monnier. In T.. È evidente l'affinità tra il metodo del Foscolo e
quello del Napione; ma com'è più profonda la visione del Foscolo, così essa in
certo senso precorre ancor meglio il principio moderno onde si vorrebbe
indagata la storia della cultura nella lingua, specialmente in quanto si serve
del metodo monografico per periodi di affinità spirituali. Notevolissima sotto
questo rispetto è una pagina della Lez. II di Eoa. (è la 82 del voi. II) dove
illustra il principio: La letteratura è annessa alla lingua. Capitolo
quindicesimo 485 Nel fatto, il Foscolo intravvede così in confuso l'identità di
lingua e pensiero, e nell'evoluzione linguistica uno svolgimento spirituale,
mostra cioè una vaga coscienza del problema linguistico, e il suo sforzo di
risolverlo, anche se non felice, è già un progresso. Particolarmente notevoli,
anche per la ragione pedagogica, in cui però, come sappiamo, ben si riflette la
scienza teorica, son le pagine che scrive sulla dottrina dantesca del Volgare
illustre. Ne riferiamo volentieri un brano che ci tocca davvicino. Su ciò che
Dante previde con occhio sicuro egli fondava pochi principi generali intorno
alla legislazione grammaticale. Erano inerenti alla condizione e alla natura
della lingua, onde operarono sempre e quando vennero applicati da parecchi
scrittori, e quando vennero trascurati da altri, o negati ostinatamente da
molti; ed operarono fin anche negli scritti di chi li negava ed oggimai
l'esperienza ha convinto la più gran parte degl'Italiani, che la loro lingua
letteraria non può prosperare senza l'applicazione dei principj di Dante:
principi metafisici, dice Foscolo, annunziati in tempi ne' quali la filosofia,
l'arte dialettica, e la teologia erano tutt' uno, e tali da intricarsi a
vicenda, e perciò un po' oscuri forse allo stesso ALIGHIERI (si veda). Al qual
punto il pensiero di Foscolo corre a Locke che facilita lo studio delle analisi
delle idee, e quindi della natura delle lingue – Grice: way of things, way of
ideas, way of words -- e a Condillac che illustrò questa difficilissima parte
della metafisica. Ma il fine supremo di tali studi è per tutti questi filosofi
italiani raggiungere le nazioni che appresso a noi surte ci sorpassarono, e
poiché il mezzo non sembra potesse esser la [Giordani, Scritti. cit., ed.
Chiarini. Si richiamino a tal proposito e si tengano presenti in questo
capitolo anche peraltro le relazioni d'amicizia personale che corsero tra
maggiori e minori rappresentanti di questo movimento d'ITALIANITÀ che s'agita
nelle questioni linguistiche. V. specialmente Guidetti, La questione
linguistica e l'amicizia di Cesari con Monti, Villardi e Manzoni narrata con
l'aiuto di documenti inediti, Reggio d'Emilia; dello stesso, Cesari giudicato e
onorato dagl'italiani e sue relazioni coi contemporanei con documenti inediti,
Reggio d'Emilia; e Bertoldi, Giordani e altri personaggi del tempo in Prose
critiche di storia e d'arte, Firenze] FILOSOFIA, lo studio cioè dei problemi
della natura del linguaggio, ma lo studio pratico della lingua che non si dove
lasciare adulterare, da più parti, non i soli fiorentini, ma tutti gl'italiani
si danno e intesero con viva fede e non tenue sentimento d'ITALIANITÀ all'opera
di restaurazione, che un diffuso lavorìo, specie nell'Italia centrale e
particolarmente nell'Emilia, nella Romaga, nella Marca, nell'Umbria, a Roma, di
traduzioni dai classici latini, condotto con superficiale ma sincero sentimento
e gusto di bellezza formale, favorisce grandemente. Il mondano, e avversario
della Crusca, Lamberti pubblica con aggiunte e correzioni Le Osservazioni del
Cinonio. Ri-usce alla luce la vecchia raccolta di Pistoiesi, Prospetto dei
verbi toscani tanto regolari che irregolari e Casarotti, torna a discorrere
Sopra la natura e l'uso dei dittonghi italiani trattato. MASTROFINI (si veda)
pubblica Teoria e prospetto ossia Dizionario critico de verbi italiani
coniugati specialmente degl’anomali e mal noti nelle cadenze. E un compilatore
in Milano ri-assume tutto questo lavorìo intorno ai verbi: Teorica dei verbi
compilata sulle opere di Cinonio, di Pistoiesi, di Mastrofini e di altri, e una
compilazione ancor più ricca attende Roster. Questo gruppo di saggi, com'è
facile avvertire, si rannoda a quella tradizione grammaticale che appunto con
Cinonio inizia la trattazione di categorie particolari della grammatica giunta
allora al suo completo sviluppo nel suo schema generale per opera di
Buonmattei; ma non è certamente estraneo a quell'esigenze d’osservazione
diretta sul materiale della lingua a cui si sforza di soddisfare il purismo che
appunto in quegli anni si afferma solennemente con la vittoria di Cesari. Il
punto di vista è infatti ancora il retorico, come precettivo è l'intendimento,
anche se uno di quei quattro autori, Casarotti, si abbella nella sua
esposizione del culto professato alla dottrina di VICO (si veda) che cita in
più luoghi: mentre, [Pisa, Capurro, nuova ed. riv. e corr. La prima ed. aveva
visto la luce a Roma. Padova, nel Seminario. Roma, De Romanis. Anche Greco, il
grammatico consigliere di Puoti, ha d'altra parte, non è identificabile con
quello delle GRAMMATICHE RAGIONATE, anche se un altro, Mastrofini, segue
l'autorità di Varano, Ossian, e Cesarotti. I tempi non potevano non esercitar
la loro influenza. VICO (si veda) ormai comincia a non esser più una sfinge, e
ciascuno degli altri scrittori gode il favor popolare. Vedasi come Casarotti,
che indubbiamente non va confuso coi grammatici di bassa lega, citi VICO (si
veda). Egli, mosso alla sua trattazione dalla necessità di sistemare una
notevole serie di fatti, che inosservati danno luogo a molti inconvenienti,
constata che i dittonghi mobili non sono il centesimo permalosi dei fermi, e
senza sdegno stanno in bando da parecchie voci, alle quali avrebbero diritto di
entrare. Priemo, truovo, pruova, ed altre già l'hanno quasi dimenticato. In
questa parte verificasi la sentenza del profondissimo e oscurissimo VICO (si
veda) (Pr. di Se. N. Della Sapienza Poetica, Corollarj d'intorno alle origini
della locuzione ecc.), che i dittonghi ne’principj delle lingue sono in assai
più numero, e che a poco a poco si scemano. E su VICO (si veda) stesso si
appoggia per mostrare l'obbligo degl’italiani a non bandirli nella lingua che
riceve d’essi pienezza e varietà di suono, due qualità carissime all'armonia,
ed al canto. Di fatti i dittongi, se hanno valore i pensamenti del citato
filosofo napoletano, del primo canto de popoli faìino gran pruova: e
specialmente non dovrebbero bandirli i poeti, poiché l'espressione poetica è
tanto vaga d'indipendenza da ogni fastidiosaggine grammaticale, che talvolta
per lo disprezzo di certe rigide leggi acquista forza e bellezza. E la poesia,
come colui dice della pittura, divien grande coli 'industrioso maneggio delle
cose minime. Una consonante, una vocale, un dittongo, un ACCENTO, letto, se non
compreso, Vico. Caraffa fa derivare Greco da Vico e lascia credere
ch’un'infusione del spirito di VICO Greco comunica a Puoti stesso. [,dove anche
osserva. Tanto è rispetto a noi della lingua del Lazio, che abbondantissima
nella scrittura di sillabe bifocali, come Terenziano Mauro chiama i dittongi,
rarissimi ne conserva nella pronunzia. E tanto è della lingua gallica, che
compendia in una sola vocale molti dittongi, de’quali sul labbro degl’antichi
galli s’è probabilmente lasciato sentire il duplice suono. Sul labbro italiano
poi questo duplice suono si fa sentir sempre: e in ciò siamo più ragionevoli
de’galli, in quanto l’italiana scrittura, si ritengano o si sbandiscano i
dittongi, rimane sempre d'accordo colla pronunzia.] tutto essa fa servire
a’suoi sublimi disegni. Così la filologia filosofica di VICO divienne in
Casarotti rettorica grammaticale, ma assai migliore di quell'altra della
tradizione. Nella parte storica e empirica il saggio di Casarotti non manca d’utilità.
Passa in rassegna l’esposizioni di MAZZONI che NEGA ALLA LINGUA ITALIANA IL
VERO E PROPRIO DITTONGO, di Salviati che n;ammise, di Buonmattei che ne
giustifica tanti quanti sono i gruppi di due vocali. Si ride di Gigli che
rimanda a Mazzoni chi vuol aver cognizione piena dei nostri dittonghi, avendo
Mazzoni non scritto un trattato, ma un semplice discorso, e non sui soli
dittonghi italiani, ma sui dittonghi in genere: rettifica non del tutto giusta,
come s'è visto. Vero trattatista è certo egli Casarotti, che dà del dittongo
questa definizione: la comprensione di due vocali diverse in una sillaba sola e
indissolubile, di suono misto, come sono “aura”, “euro”, “piovere”, “ciel”.
Critica gli strafalcioni dei rimari, Folchi, Fioretti, Ruscelli, Baruffaldi,
non escluso quello di Rosasco, e, naturalmente, discorre a lungo di metrica,
con molte esemplificazioni, essendo compilato il suo trattato principalmente in
servizio della poesia. Riassume la storia di tutti i capricci ortografici,
dichiarandosi contro l’uso della dieresi, co-operazione. Pistoiesi crede
colmare una lacuna dei grammatici che danno sui verbi ammaestramenti e
prospetti troppo scarsi ai bisogni. E ora se ne ristampa l'opera per il bisogno
che se ne sente. Delle voci verbali vi si fanno quattro classi classificazione
che è un'altra prova del carattere empirico e retorico del trattato: buone e
corrette, regolari; antiche; poetiche; IDIOTISMI – Grice, IDIO-LECT –
IDIO-SYNCRATIC -- ed errori. Si rimprovera Buonmattei di non aver avvertito che
di contro al leggemmo si scrive l'errato lessamo. Si registra per es. il
“savamo” (= “eravamo”) che incontrammo nella grammatica vaticana ricordata, ma,
a sua volta, dimentica il “tro” e il “tretti” da “trarre,” che quella
grammatica diligentemente raccoglie. Per questa parte storica specialmente il
saggio di Pistoiesi conserva qualche interesse. Lo stesso [Ricorda qui le 12
definizioni dei dittonghi date da Riccioli in De recia diphthongorum
promintiationc. Dice che nel Giornale di Padova si afferma che Evangeli scrive
un trattato sui dittonghi italiani, ma egli dubita dell'asserzione. Non deriva
dal latino questa definizione del dittongo.] dicasi di quello di Mastrolilli,
che, peraltro, adopera un metodo assai diverso di trattazione sia nella parte
introduttiva, dove porge, come meglio puo, delle nozioni archeologiche sulle
trasformazioni latine, sia nella sistematica, dove registra di ogni singolo
verbo tutte le voci, confinando nelle note gl’usi antichi e dialettali,
costruendo così una gran mole in due grossi volumi di quattrocento pagine
l'uno. Un'altra miniera di tutte le forme storiche del nome e del verbo sono le
Osservazioni grammaticali di Roster. Il quale, più che a trattar
sistematicamente la grammatica, intende soprattutto a radunare intorno a ogni persona,
come a ogni nome, tutte le varianti che gli scrittori adoperarono, dando così
un utile vocabolario metodico delle declinazioni e delle coniugazioni nel loro
uso storico. Qualche decennio più tardi, su questo argomento avemmo un lavoro
assai migliore e di una maggior portata, che è quasi anello di congiunzione tra
i precedenti prospetti più o meno empirici e i più recenti trattati di analisi
rigorosamente filologica: la Analisi critica dei verbi italiani investigati
nella loro primitiva orìgine da NANNUCCI (si veda), a cui seguì il Saggiò del
prospetto generale di tutti i verbi anomali e diffettivi, sì semplici che
composti, e di tutte le varie configurazioni, dall'origine della li?igua in
poi. Derivata da' medesimi principi e condotta con l' istesso metodo è la
Teoria de' nomi della lingua italiana, che, come X Analisi, si raccomanda sia
adoperata con cautela. Al Nannucci dobbiamo an Osservazioni grammaticali
intorno alla lingua italiana compilate da Giacomo Roster professore delle
lingue italiana, tedesca ed mg le se ecc. in Firenze, mediante le quali si
procura di fissar le regole sinora incerte e vacillanti, fondate sull'uso
generale de' classici antichi e moderni, e col parer de' primi letterati
d'Italia: opera necessaria per intendere gli scrittori antichi e moderni, e per
parlare e scrivere correttametite. Dedicata alla eulta nazione italiana.
Firenze, nella stamperia Ronchi. Dopo un Ristretto di termini grammaticali e un
Ristretto delle declinazioni tratta a lungo; della Dee lina zio?ie, ossia delle
varie terminazioni di nomi sost. e agg. Nella dà le Regole per le formazioni di
modi, tempi e persone delle tre coniug. de' verbi reg. e irr. Seguono alcune
pagine di note. (Il raro libro mi fu fatto conoscere dal prof. Teza, che ne
possiede un esemplare). Storia della Grammatica cora Voci e locuzioni italiane
derivate dalla lingua provenzale. Son tutte parti codeste et uri opera vasta
alla quale s'era dato l'esimio filologo e in cui si proponeva di ricercare
minutamente la natura, l'indole e la storia della nostra lingua, seguitandola
secolo per secolo ne' suoi movimenti e nelle sue trasformazioni, ed
investigando la ragione de' costrutti e delle forme grammaticali (Ai lettori):
un miscuglio, come ben s'intende, d'empirismo, di storia e di filosofia del
linguaggio in cui sarebbero state riassunte e conciliate le tre tendenze degli
studi linguistici prevalenti al suo tempo. Fu bene che il Nannucci si limitasse
alla parte storica usando, come le forze gli permettevano, discretamente, del
metodo comparativo ignoto ai suoi predecessori specialisti: ne uscirono
giustificate nella loro origine e nella loro analogia con le neolatine, voci e
frasi ritenute errori e idiotismi dagli altri; altre furono ridotte alla loro
vera lezione. Quelle che per altri erano minutezze, cioè tutte le uscite varie
di una stessa voce, egli raccolse e sistemò, svolgendo la sua trattazione, se
non con metodo, con ordine, chiarezza, cioè tempo per tempo, persona per
persona. Faccio la riserva sul metodo, appunto perchè qui è il lato debole,
filologicamente parlando, dell'opera del Nannucci: la sua è una classificazione
empirica, storica nel senso che parte dalle forme più antiche per giungere alle
moderne: non è, e non poteva ancora essere a base fonetica, come oggi si
esigerebbe. Se non che anche in questo rispetto supera i precedenti
trattatisti, de' quali egli stesso vorrebbe eccettuato il Mastrofini, se oltre
all'aver egli lasciato addietro tutte le anomalie più riposte, che sono sparse
per entro agli scritti de' nostri vecchi, anche nelle più ovvie da lui
riprodotte , non avesse per lo più errata la vera origine. L'opera di NANNUCCI
(si veda), come anche risulta d’un utilissimo indice, è ricca di osservazioni
grammaticali spicciole che servono a lumeggiare la posizione sua di grammatico
diligente e osservatore, raccoglitore di prima mano de’fatti grammaticali, che
sa ordinare nella loro serie storica, non nella loro genesi ed evoluzione
interiore, intese, è superfluo dirlo, nel loro significato fittizio. È insomma,
per l'Italia, a prescindere dai nostri filologi migliori, l'anello di
congiunzione tra la pura precettistica e l’indagine storica. Un contenuto
grammaticale hanno egualmente, chi più chi meno, tutti i nostri retori ed
eruditi e lessicografi filologi nel senso ristretto che a questa parola da Diez
in poi viene annesso, non li potremo chiamare dell'indirizzo puristico-classico
da CESARI (si veda) a FORNACIARI. D’essi, quando non sono anche produttori di
grammatiche vere e proprie, onde particolarmente vogliamo desumere i caratteri
della grammatica di questo periodo, basta che noi ricordiamo poco più che i
nomi per complemento di disegno, rientrando essi in quanto tali alcuni sono
grandissimi filosofi come Foscolo, Monti, Leopardi più direttamente nella
storia dell'erudizione linguistica o della rettorica o della coltura o della
critica letteraria o della cosiddetta questione della lingua, secondo i singoli
casi. Nel loro complesso, per quanto ha rapporto diretto con la grammatica,
essi seguono e costituiscono il medesimo moto onde derivarono le varie
grammatiche che esamineremo con quella brevità che l'interesse ormai scarso
della materia e la qualità possono consentire in una storia come la presente.
Di quei tre grandissimi, benché non siano stati, strettatamente parlando, né grammatici
né critici del concetto di grammatica e neppure rinnovatori, saremmo tentati a
far qui un meno breve cenno di quel che s'è fatto, avendo essi dato allo studio
della lingua una parte non piccola della loro attività, se, considerando, a
tacer d'altro, che le loro particolari vedute non sono in sostanza se non
antecedenti della dottrina di MANZONI (si veda) sulla lingua, che è poi la
dottrina linguistica del romanticismo, di questa non dovessimo trattenerci più
lungamente e per il nuovo indirizzo grammaticale che ne deriva e per la
connessione che ha particolarmente colla critica della grammatica generale, che
a noi sopratutto interessa. Ma di Leopardi mi giova mettere in rilievo un
curioso pensiero circa i rapporti tra grammatica e lingua, che si può riassumere
così. La varietà, ricchezza, onnipotenza d'una lingua sono in ragione inversa
del dominio regolatore della grammatica, e che egli illustra con gl’esempi
della lingua greca che ha inesauribile ricchezza e assoluta potenza avanti il
sorgere della sua grammatica, della LATINA che, per antica, avendo avuto avanti
la grammatica greca, studiata per principi e nelle scuole, riuscì meno libera e
meno varia d'ogni altra , dell'italiana che, scritta primieramente da tanti che
nulla sapevano dell'analisi del linguaggio (poco o nulla studiando altra lingua
e grammatica, come sarebbe stata la latina), venne, per lingua moderna,
similissima di ricchezza e d’onnipotenza alla greca, della tedesca, che, avendo
grammatica e non forse rispettandola e non avendo vocabolario riconosciuto per
autorevole, è nelle migliori condizione per pervenire alla ricchezza, potenza,
libertà. Giudizio quant'altro mai ostile alla grammatica, ma il più servile
verso la sua immaginaria strapotenza. Su di un altro grande italiano, invece,
che citeremo tra poco, TOMMASEO (si veda), filosofo di professione, non
possiamo non fermarci un po’più, il che faremo con la scorta di BORGESE (si
veda), il quale ci sembra averlo caratterizzato con mirabile precisione. Il
CESARI (si veda) del romanticismo, lo chiama Borgese, e di CESARI non è così
spietato censore come molti non-romantici. Ha quel che a CESARI (si veda) manca
per divenire scrittore più che comune, la fede nel grande principio della
rivoluzione letteraria. Di singolare nelle teoriche sulla lingua di TOMMASEO
(si veda), è l'analogia coll’opinioni letterarie che si professano ornai da una
ventina d'anni. Egli stima doversi i significati delle parole distinguere
secondo l'uso più generale e ragionevole, proprio come gl’evangelisti del romanticismo
volevano ligie le lettere alle passioni e ai desideri del tempo, perchè fossero
secondo ragione e morale. Nel linguaggio vede tre pregi essenziali di bellezza:
l'etimologia più prossima e d'evidenza irrecusabile, l'analogia filosofica e la
grammaticale, l'armonia musicale e l'onomatopeica: pregi che meglio d’ogni
altro idioma ritiene possedere il toscano. Non rinnova i concetti fondamentali
della linguistica. Applica come BERCHET (si veda) e MANZONI (si veda) in modo
nuovo principi vecchi, e sostenne l'imitazione del vero e l'uso di parole
intelligibili al popolo. Ed ecco l'intento morale della riforma. Giova
osservare, scrive, che la straordinarietà della lingua, la quale dà talvolta
allo stile una cert'aria di dignità, è pregio tutto posticcio che non compensa
il difetto di pregi più intrinseci. Molti si credono d'essere scrittori non
comuni, allorché rivolgono un’idea comune in abito straordinario, ma
converrebbe, in quella vece, sotto forme comuni, ren[Pensieri di varia
filosofia e dì bella letteratura, Firenze. Del resto su LEOPARDI (si veda)
filologo, v. i noti lavori recentemente condotti sullo Zibaldone, il saggio di
BORGESE, e il citato studio di COLAGROSSO. Colagrosso.] -dere accessibile e,
quasi dirti, perdonabile la straordinarietà dell'idea. Nella pratica pesa con
scrupolo da farmacista parole e sillabe e della grammatica è cavalier senza
macchia. Il numero maggiore degl’eruditi e letterati che si occuparono in
questo tempo di lingua è dato dai vocabolaristi in genere: accademici della
Crusca, dell’Istituto lombardo, Cesari, Galiani, Tommaseo, compresi i
compilatori di dizionari di sinonimi (Grassi, Tommaseo), metodici (Carena) e
dialettali, e in particolare, dagl’avversari più o meno accaniti della Crusca
(Monti, Perticari, Compagnoni) coi loro rispettivi contradittori nelle
polemiche che seguirono alla Proposta di Monti (Biamonti, Galvani, Niccolini,
Tommaseo), e ancor più particolarmente dagli annotatori e correttori della
Crusca (Parenti). Astrazion fatta dall'utilità pratica di queste raccolte di
voci e locuzioni, sono ormai ben noti il nocciolo, le vicende e l'importanza
della questione agitatasi con tanto fervore e accanimento: sostenitori e
avversari della Crusca, nel propugnare secondo il loro partito un uso più o
meno esteso nel tempo e nello spazio, quale si è il loro ideale d'un’ITALIANITÀ
più o meno pura di pensiero, di sentimento e di lingua (entrano naturalmente
nelle questioni sentimentalismi patriottici più o meno caldi e sinceri),
muoveno dall’ormai stravecchia concezione meccanica del linguaggio abbuiata
ancora non poco dall’ignoranza dell'origine dell'italiano, o meglio, de’ [In
Borgese. Borgese. Tra i molti saggi di Tommaseo che in qualche modo si
riferiscono al nostro argomento, merita d'essere ricordato qui particolarmente
l’aiuto air unità della lingua, saggio di ìuodi con formi all'uso vivo italiano
che corrispondono ad altri d'uso meno comune e meno legittimo, Proposte,
Firenze, Le Monnier. Proposta di alcune correzioni ed aggiunte al Voc. d. Cr.,
Milano, R. Stamperia. Cvi collaborano segnatamente Perticari, Gherardini,
Grassi, Peyron ecc.. Devesi ricordare qui il Capitolo CHI di un'Opera
cominciata a scrivere dall’autore prima della Proposta di Monti e da non
pubblicarsi se non piu tardi (Estr. d. Quad. XV del Nuovo ricoglitore con
un'aggiunta, Milano) di Compagnoni, che pretende, come ODERZO (si veda) Oderzo
-- Stilla libertà concessa alla locuzione italiana della Crusca -- di aver
precorso Monti. Galvani, tra tutti costoro, si distingue per i suoi notevoli
contributi alla storia della letteratura occitanica. Ricordiamo qui
particolarmente di lui il discorso Del soverchio rigor de’grammatici.] vari
dialetti italiani; e si tormentano tutti egualmente intorno a un problema
anti-fìlosofico. Lo stesso dicasi dell'altra categoria, non meno numerosa, dei
panegiristi della lingua italiana e caldeggiatori del ritorno all'antica
purezza e semplicità, trattatisti in genere dell'origine e delle doti
dell'elocuzione, dissertatori di combattimento o no, tutti quali con più quali
con meno di destrezza armeggiami pel feticcio col vecchio bagaglio d'argomenti
formali: Cesari, alla testa, Amadi, Amicarelli, Bressan, Mazzoni, Biondelli,
Betti, Ranalli, Paravia, Fornaciari, Montanari, Mestica, Costa, Pagliese,
Farini, Colombo, Marchetti, Parenti, Giordani, a tacer di Puoti e della sua
scuola. Una terza schiera, infine, è costituita da molti di questi stessi, T.
mette in prima linea Colombo, e altri moltissimi tra questi ricorderemo honoris
causa Leopardi e Foscolo che o curano l'edizione de’testi antichi o li
annotarono o fecero l'una cosa e l'altra. L'opera di costoro ha un carattere
più specificatamente linguistico-retorico; ma, oltre che qui non se ne potrebbe
molto agevolmente tener conto, poiché sarebbe da ridurre a corpo sistematico,
in fondo la ritroveremo nelle singole grammatiche che accompagnarono questa
produzione esegetica, di cui a priori s’intendono i valori e i caratteri, sol
che siano annunziati i nomi dei produttori. Ma qui dobbiamo fermarci per
registrare un fatto di qualche importanza. Pensando a questa schiera di puristi
e di retori, generalmente ce li figuriamo anzitutto grandi credenti nella
grammatica, come nell'ultima panacea di sicura efficacia per il retto esercizio
del parlare, del comporre e dell'intendere [Un più recente correttore della
Crusca è Cerquetti, il cui nome è mescolato in nuove e non meno vivaci
polemiche. Pubblica parecchi saggi di Correzioni e giunte al vocabolario della
Crusca, il primo de’uali vide la luce in Forlì. Su Cerquetti, Trabalza, A.
Cerouellt in Studi e profili. T. ricorda qui, come segno del fervore puristico
specialmente contro le insidie del dialetto, quella Tavola e correzione d'un
migliaio d'errori di grammatica e di lingua ecc., per Ponza, sac, Torino.],
dove Manzoni spigola esempi per la sua tesi dell’unità linguistica (Opere
inedite o rare cit. più innanzi. gli scrittori. A mostrar l' inesattezza di
tale opinione, senza che io mi stenda in soverchie parole, T. riferisce qui
proprio un brano della dissertazione di Cesari, la cui testimonianza tronca la
testa al toro. Dopo aver indicato, il che fa in modo che tutti possiamo
accettare, come s'abbiano a legger i filosofi, dice che nel principio, la
grammatica è necessaria per li nomi e coniugazioni de’verbi, e per parecchi
de’più notabili usi de’verbi singolari. Io credo che i fanciulli non sono da
stancare con molte regole. Al maestro sta venirle toccando, secondo che negli
autori si abbatte a cose che richiegge spiegazione come che è. La grammatica di
Corticelli crede molto ben acconcia per quell’età; quantunque assai vi manchi
di quelle cose che al maestro s’appartiene d’aggiungere a luogo a luogo. Ma
pella grammatica e i primi elementi di lingua lui arde di mostrare un cotal mio
trovato, che assai felicemente mi riuscì. Io credo che grande agevolezza ad
apprender la lingua dove portare a’fanciulli l'aiuto d'un'altra lingua, loro
già nota, la cosa parla da sé. ora eglino nessun’altra ne sanno che il proprio
dialetto. Essi, nel loro dialetto parlando, sanno il valor delle voci che
usano, e le parti dell'orazione, nomi, pronomi, verbi, avverbi, eccetera, le
usano tutte. Ora io questa loro scienza vorrei recarla ad essi a profitto.
Facendo che tutto il loro studiar nella lingua è un tradurre dal dialetto lor
naturale. E nella pratica dell’insegnamento privato fa fare esercizi di
retro-versione di novelle da lui tradotte in volgar veronese e compila un
Catalogo d'alcune voci di dialetto veronese col corrispondente toscano a
fronte. Non è stato il primo a servirsi del [Precetti pochi di qualsivoglia
autore, torna a predicare nello scritto Del metodo d' insegnare lettere latine
e italiane, in Opuscoli cit., ed. Guidetti. Ed. Guidetti. Guidetti. Guidetti, a
questo proposito, riferisce un brano di lettera scrittagli d'Ascoli. È anche
vero che Cesari e Manzoni hanno in qualche modo la stessa filosofia, sostenendo
entrambi che l'Italia dove attingere o ri-attingere l'unità del proprio
linguaggio dalla Toscana o meglio DA FIRENZE, e n'è venuto assai naturalmente
che in entrambi sorge il desiderio di raccolte lessicali o di frasarj, dove ai
modi di ciascun dialetto si contrapponessero gl’equavalenti della pura e
schietta FIORENTINITÀ.] dialetto per apprendimento e l'insegnamento della
lingua, come sappiamo; ma possiamo ben figurarci di quale e quanta efficacia riuscissero
e la dichiarazione di scarsa fede nella grammatica per sé stessa e il consiglio
di ricorrere al dialetto per apprenderne naturalmente con gli schemi le parti
dell'orazione italiana, esposti come si trovavano in una dissertazione che, e
per il nome dell'autore e per il premio ond'è coronata, si divulga ed ha
grandissima presa in Italia. Infatti, a prescindere dalla ricca serie di
vocabolari dialettali (anche Puoti, oltre quello àé\ gallicismi, ne fece
compilar uno domestico NAPOLETANO-ITALIANO), che non è nostro compito
illustrare, da questo impulso di Cesari, indubitatamente, oltre che dalle cause
generali che su Cesari stesso agirono, derivarono in ogni parte d'Italia
grammatiche italiano-dialettali, dove appunto si fac servire il dialetto, anche
più ufficialmente dirò cosi che non si fa con le versioni dialettali e con lo
studio e la compilazione del dizionario dialettale, all'apprendimento della
grammatica italiana. Ne T ricorda due: la bergomense-italiana, dove l’influenza
di Cesari si vede non solo dall'innesto degli esercizi di retroversioni alle
regole grammaticali e ai paradigmi, ma anche dall’aver proposto tra i temi
vernacoli una novella di Cesari: e [Nel concorso alla cattedra di letteratura
italiana a Napoli, a cui partecipò anche Puoti, è dato per la dissertazione
latina il seguente tema, che è la traduzione del tema dell'Accademia livornese.
Italici sermonis a Dante ac Petrarca praecipue exculti elegantia, quibus de
causis, quibusve scriptoribus defecerit, quibusve de causis ac scriptoribus ad
pristinum redeat splendorem. In Caraffa. Per la storia de' Vocabolari
dialettali e quanto li concerne ne’rispetti dell'aiuto che posson recare a chi
vuol imparar la lingua e a scrivere, cfr. Manzoni, Dell' unità della lingua in
Prose minori, ed. Bertoldi, il Concorso bandito dal Ministero e relativa
Relazione e T., L'insegnamento dell'italiano nelle scuole secondarie
Esposizione teorico-pratica con esempi, Milano; per la necessità che se ne
afferma anche ogs^i, né più né meno che con le idee di Cesari e di Manzoni, mi
sia permesso citare la prefazione al mio Saggio di vocabolario umbro-fiorentino
e viceversa, Foligno. Esperimento di una Grammatica bergomense-italiana
compilato a comodo ed utilità de’giovanetti suoi connazionali dal sa e. G. A.
M., Milano, Tip. Arciv., Ditta Boniardi-Pogliani di Besozzi (Bibl. Teza).] la
già ricordata Glottopedia italo-sicula di Pulci, notevole per l'opinione tacita
dell'A. che IL SICILIANO ben ripulito puo coincidere con la lingua letteraria,
ma più importante per LE TRACCE CHE LA GRAMMATICA UNIVERSALE RAZIONALE
FILOSOFICA ANCHE IN QUESTO CAMPO LASCIA. Protesta l'autore contro le
grammatiche di Biagioli e di Cerutti impiastricciate d'ideologia Trasiana,
afferma che le menti dei giovinetti sono immature a intendere LA FILOSOFIA
mentre per intender questa occorre la grammatica, ma LA FILOSOFIA cacciata
dalla finestra delle regole l'ha fatta ri-entrar per la porta delle note. E
finalmente T ooserva qui che quel calore che quei nostri puristi senteno per la
bella lingua giova a ravvivar la grammatica, in modo che questa non è neppure
quel che è oggi per molti una cosa parecchio insopportabile. Venuti così alla
rassegna delle vere e proprie grammatiche compilate nel periodo di cui abbiam
cercato determinare i caratteri, ci risparmieremo dall'esame così dei trattati
particolari come de' compendi e delle compilazioni di seconda e terza mano,
[Glottopedia italo-sicula e Grammatica dialettica, in cui confrontasi il
dialetto siciliano colla lingua italiana in ciò che disconvengono, a buon
indirizzo de’giovani siciliani per evitare i SICILIANISMI grammaticali ridotta
in tavole sinottiche corrispondenti ad ogni trattato per lo can. seconda della
cattedrale di Catania Doti. FULCI (si veda) pubblico professore di lingua
italiana nella Regia Università ecc. Catania, dalla Tip. della R. Università
per Pastore. Diamo qui in nota, come abbiam fatto per molti continuatori di
Soave e Cesarotti, una breve serie dei moltissimi che, escluso che si possan
far tagli netti, si possono riallacciare alla tradizione di Cesari e Puoti.
Regole ed osservazioni della lingua toscana. In Genova per lo Caflarelli (cit.
Da Casarotti). Romola, Delle dieci parti del nostro discorso, Carmagnola,
Agrati, Il maestro italiano con appendice delle voci dubbie compilate e ridotte
informa di dizionario ad uso delle scuole e di chi ama a parlare e leggere e
scrivere bene e correttamente, Brescia, Bettoni [grammatica e vocabolario
trattati alfabeticamente. Ricorda il Pergamini]. De Filippi, Studio di lingua
del fanciullo italiano, Milano, Osservazioni sull'uso variante dei dittonghi
fatte dai padri della poesia italiana, Milano. Antolini, di Macerata, Saggio di
parallelo di voci italiane; trattato della lettera J e del doppio I, Milano [È
una prima parte d'un'opera di cui annunziato il programma. Attribuisce ai
dialetti la colpa dei doppioni. Doppioni? Sono parole di forma e senso
chiaramente diverse: Abbatte, Abate; Accadde, Accade, e che nessuno confonde.
Negli altri trattati per fermarci ai quattro principali autori che sono
Gherardini, Puoti, Ambrosoli e Rodino, tacendo anche qui interamente delle
grammatiche italiane in lingua straniera per uso degli stranieri. Il milanese
Gherardini è più noto specialmente per la sua riforma ortografica da pochi
seguita avrebbe parlato dei nomi d'unica pronunzia e varia ortografia, di voci
medesime di varia pronunzia, voci di doppia vocalizzazione, dell'/ e ii (Vj,
del Z (VI), di monosillabi di vario significato (VIIj. Difende l'j lungo, e dà
un elenco alfabetico di voci parallele: Abbomini, Abbominj; Accusatori,
Accusatori (da accusatorio); Acquai (perf. da acquare, Acquai ecc.; dividendoli
in tre classi. Voci che richieggono la finale j; Il doppio ii (Abbondi,
Abbondii; Accoppi da accoppare, ecc., Accoppii, da accoppiare); Le due terminazioni
(Incendj pi. da incendio,Incendii, da incendiare). GRECO (si veda) (un
precursore di PUOTI (si veda) e degl’altri classicisti meridionali,
Avvertimenti del parlare e scrivere correttamente la lingua italiana, Napoli
(cfr. Sanctis, La giovinezza); AMADI (si veda), Dialogo della lingua italiana,
Venezia. Trovansi ms. nel Cod. Marc. BIAGIO (si veda), Istruzione grammaticali
da lui dettate, Cod. Marc. Regole ed osservazioni intorno alla lingua italiana,
Imola; LISSONI (si veda), Risposta al libercolo Aiuto contro l'aiuto di LISSONI
(si veda), ossia difesa di molte voci italiane a torto proscrìtte, Milano --
che T. cita per ricordare questa polemichetta e accennare che anche di questo
tempo si ha una colluvie di scritti ortografici); AZZOCCHI (si veda) insegna
italiano e latino al Collegio Romano e al Seminario. Scrive un Elogio di CESARI
(si veda), che si compiace di lui come di suo nuovo seguace, cfr. Cesari,
Opuscoli, ed. Guidetti, Avvertimenti a chi scrive in italiano (Fra noi, dice, è
questo difetto grandissimo d’educazione, che non curiamo punto la lingua che di
bellezza gareggia eziandio con la greca, mentrechè alle lingue morte attendiamo
e alle straniere. A proposito d’AZZECCHI (si veda) e de’suoi pari nel culto
della lingua, MAZZONI (si veda) (L’Ottocento) osserva giustamente. Il nome
d'Italia è da per tutto, anche nelle grammatichette e ne’lessici per i ragazzi,
rivendicato contro il forestierume e la barbarie. FALCHI (si veda) (I puristi;
1. Il classicismo de' puristi, Roma) vuole fare delle riserve e mettere le cose
a posto sul patriottismo de’puristi, e trova una frase felice per illustrare la
sua filosofia, dove dice che questi fanno servire il concetto di patria alla
causa del purismo: non viceversa. Verissimo. Pure è innegabile, e la cosa si spiega
facilmente, che, nonostante che PUOTI (si veda), prendiamo un esempio
perspicuo, si dolesse profondamente di non poter diventare il pedagogo di
Rampollo del Borbone, né s’accorgesse quali spiriti svegliasse nella scolaresca
il [un di codesti è CATTANEO (si veda), onde vuole ricondurre tutte le forme
alla grafia che l'etimologia esige. Vana ed illogica pretesa, ma,
filosoficamente, non meno ingiustificata di quant'altre mirano a costringere
l'arte entro determinati schemi grafici più o meno moderni, per quanto,
naturalmente, più di esse ripugnante alla coscienza moderna cui è meno estraneo
quel certo consenso formatosi intorno al cosiddetto uso vivo. Ma l'attività di
GHERARDINI (si veda) si svolge largamente e per lunghi anni anche nel campo
stesso della grammatica, concretandosi in saggi di gran lena e di grossa mole.
Comincia con studi lessicografici – la botanica linguistica Austin-Grice --
pubblicando un Elenco d;alante parole oggidì frequentemente in uso, le quali
non sono ?ie' Vocabolari italiani. Da alla luce una Introdìizione alla
Grammatica italiana per uso della classe seconda delle scuole elementari:
facile ma elementarissima esposizione accompagnata da tavole sinottiche e da un
modello d'interrogazione per uso de’maestri che suo insegnamento, resta sempre
vero quel che SANCTIS (si veda) ha ad osservare e altri a ripetere, che PUOTI
(si veda) con l'amore e la cura della lingua desta il sentimento nazionale in
tutta la gioventù che fa poi. Saggi critici, Napoli. Il viceversa è vero per i
discepoli, se non pei maestri. BRENNA (si veda), Elementi di ortografia,
Treviso. GUASTAVEGLIE (si veda), Compendio di grammatica, Perugia. È, per
dichiarazione stessa dell'a., un rimaneggiamento del Compendio di CHINASSI.
FECIA (si veda), Aiittarello a parlare faìnigliarmente italiano, Biella;
CAMANDONA (si veda), Saggio di grammatica italiana, Torino; GRAVANTI (si veda),
Grammatica della lingua, Cremona; MANNUCCI (si veda), Grammatica, Città di
Castello; MELGA (si veda), Grammatica compilata sulle opere de’migliori
filologi antichi e moderni, Napoli. Cfr. Borghini, e Rodino, Osservazioni sulla
grammatica di Melga, in forma di lettera all'a., Opuscoli, Napoli, di cui fan
parte anche l’osservazioni sopra il vocabolario d’UGOLINI (si veda) delle
parole e modi errati – “A nice derangement of epitaphs. Una lodata e più volte
ri-stampata Grammatichetta compila sulle tracce di quella di PUOTI (si veda)
GIANNINI (si veda), sul quale v. T., C. G. in La Favilla (Estr., Perugia). La
Riforma dell'ortografia in Alcuni scritti, Milano. CATTANEO (si veda) è
naturalmente disposto a seguire il sistema grafico etimologico di Gherardini
dalla propria dottrina filosofica sul linguaggio, intorno a cui è da vedere ora
un'acuta pagina da Gentile, LA FILOSOFIA IN ITALIA, I positivisti, Le origini,
CATTANEO (si veda), La Critica.] vogliano assicurarsi che i giovani abbiano ben
capito. Usce a Milano la più importante delle tre òpere principali, cioè
l’APPENDICE ALLE GRAMMATICHE, immensa raccolta, nella sua parte non-apologetica
e polemistica, di singole, innumerevoli osservazioni grammaticali, che o
correggono o accrescono il vecchio patrimonio della nostra grammatica. Dopo
l’avvertenza, in cui trova modo di pigliarsela con PUOTI (si veda), autore d'un
Dizionario de’ gallicismi, consacra il saggio all'apologia del suo sistema
LESSIGRANCO con gl’argomenti che i lettori ben conoscono. Svolge anche
l'appendice (che appendice!) alla grammatica. Nel resto chiarisce alcuni dubj
proposti al compilatore e dà altri avvertimenti lessigrafici con aggiunte. Son
tutti problemi che riguardano l’uso e la forma di particolari voci o il giro
d’un costrutto. Nessun principio nuovo, s'intende. Anzi i vecchi principi sono
ri-messi a nuovo con qualche velleità di arguzia e d’eleganza. P. es., paragona
l'ellissi, la famosa ellissi, a Poppea, la quale, andando velata, fa sì che la
sua beltà è aggrandita dall’incitata imaginativa de’riguardanti. Né sempre dà
la spiegazione giusta. Il passo boccaccesco che vedemmo male spianato anche da
Cinonio, non ne dov’io dì certo morire che io non me ne metta a fare ciò che
promesso v’ho, è così dichiarato da Gherardini. Non rimane che io mi metta a
fare ciò che l’ho promesso, se anche dì certo io ne dovessi morire -- che non è
vero. Questi sforzi, peraltro, di tutti i grammatici ed ESEGETI [cf. Grice,
“Love that never told can be”] per sostituire la locuzione o costruzione
rigorosamente grammaticale a certe irregolari espressioni, anche quando
sembrino aver ottenuto lo scopo, cozzano irremissibilmente contro la muraglia
cinese dell'impossibilità della sostituzione, e confermano sempre meglio
l'insostenibilità della precettistica grammaticale. Da che, se non da questo
carattere della grammatica, derivano tutte le secolari diatribe circa
l’interpretazione di singoli passi, di singoli costrutti, di singoli
significati, circa il riconoscimento di determinate grafie, che vediamo
rinnovarsi di età in età? Nel corpo della nostra grammatica ci sono parecchi
temi che sono ripresi in discussione continuamente, in modo che noi vediamo, p.
es., un ottocentista ancora (Cfr. Zambaldi) rimproverare a Bembo o a Buonmattei
una certa formula. Mirando ognuno la frammentaria espressione non col resto
dell'opera d'arte di cui è una molecola, ma coll'archetipo grammaticale che si
contempla nella nostra mente, è naturale che l'accordo il più spesso manchi e
che le discussioni grammaticali si rinnovino di continuo anche da persone
colte, d’artisti provetti che non sieno riusciti a liberarsi completamente
dall'ereditario quanto servile ossequio all'impotente ma riveritissima dea. Ma
il moltiplicarsi di tali discussioni è anche un mezzo potentissimo alla
dissoluzione della grammatica: e Gherardini con un gigantesco volume di
Appendice alla Grammatica, dimostrando col fatto la dilatabilità del corpo
della grammatica, ne affretta del pari la morte. Egli è il Salviati
dell'Ottocento. Minuto, analizzatore come lui, come lui riassuntore d'un lungo
lavorìo grammaticale e esegetico, sviluppa come lui all'infinito le
particolarità lessicografiche, ortografiche e sintattiche della lingua,
capovolgendo cosi i cardini della grammatica, che sono le regole, e
sostituendoli con l'eccezioni. Di modo che l'opera sua finale piuttosto che una
grammatica è un immenso materiale da costruzione, ma per costruirvi un edificio
bizzarro dove tutti i pezzi meccanici adoperati dai singoli scrittori o da
gruppi di scrittori sono ammucchiati e che non può aver mai né fine né unità.
All’appendice seguirono la Lessigrafia, che rappresenta la forma definitiva del
suo sistema ortografico, e le Voci e Maniere di dire -- Grice, WOW – Way of
Words -- additate ai futuri Vocabolaristi. Proprio l'opposto dell'appendice
gherardiniana per condotta e architettura, benché ispirate ai medesimi
principi, sono le regole eleì7ientari della lingua che il napoletano PUOTI (si
veda) pubblica. Il più diffuso e noto e fors'anche efficace dei molte suoi
saggi con le quali intende a integrare il suo altrettanto ben noto e efficace
insegnamento, che impartì in modo così simpatico a Napoli a scolaresche
entusiaste e intelligenti a cui furono ascritti uomini quali SANCTIS (si veda),
MEIS (si veda), ed altri filosofi famosi. Oratore nelle esequie del marchese di
Montrone a Bari, che a lui consegna i suoi saggi da stampare, dice che lo
piange come maestro, e ben rammentò come egli, discepolo, anda cercando che
frutta nel Mezzogiorno d’Italia quella nobile confederazione, come la chiamò,
che in Bologna ha stretta MONTRONE (si veda) con SAVIOLI (si veda); di cui
canta nel Peplo, con Marchetti, Costa, Schiassi, Giusti, Strocchi, e Giordani :
preziosa testimonianza per la storia del Classicismo e del Purismo sceso
dall’Italia centrale nel Mezzogiorno. Dei caratteri del purismo di PUOTI e del
suo insegnamento non occorre che qui ripetiamo quanto ormai è ben noto. Basta
che diciamo qualcosa della sua grammatica, alla quale, come dichiara egli
stesso nella prefazione all'edizione napoletana, collaborarono de’suoi allievi
principalmente SANCTIS (si veda) e RODINO (si veda), MELGA (si veda) e
FABBRICATORE e che basta a parecchie generazioni non del solo Mezzogiorno come
lo provano i dodicimila esemplari che gl’editori della ristampa dell’edizione
livornese dicono essersi esauriti in diverse edizioni fatte in Toscana, in
Parma e in Napoli: grammatica che PUOTI circonda delle cure più amorevoli e
venne correggendo e migliorando via via in tutte le edizioni che egli stesso
cura. A lode del buon senso didattico di Puoti dobbiamo subito ricordare che a
lui non sfuggirono le due principali condizioni che sole giustificano nel campo
della pratica e rendono utile la grammatica. Che essa sia, non maestra
dell'arte, ma semplice strumento per lo studio e l'apprendimento delle lingue.
Che i suoi precetti, perchè riescano veramente utili, siano ravvisati nelle
scritture -- e addita tra queste come meglio accomodate il Governo della
famìglia, l’Antologia di prose italiane, i Fatti d’Enea. Come disegno, la
grammatica di PUOTI è mirabile di sobrietà e d’armonia, dati non affatto
spregevoli in un libro scolastico. La distribuzione è l'antica -- etimologia,
SINTASSI, ortoepia e ortografia --, e riflessa bene, quasi quanto il contenuto,
lo stato della linguistica d’allora e dell’importanza che si da a certi
problemi. Il prevalere dell'etimologia (o, meglio, MORFOLOGIA) e della
SINTASSI, sull'ORTO-EPIA [cf. Grice on ‘correct,’ procedure – what is proper -e
sull’orto-GRAFIA e il quasi nessun conto fatto della fonetica [cf. Grice,
distinctive features of phonetic analysis of phonematic sequences] dimostrano
che non si ha alcuna coscienza del problema storico della lingua e che tutto
l’interesse è ancora il puramente formale ORETTORICO. Mentre il persistere di
questo interesse per la forma e l'uso delle pa[Mazzoni, L'Otl.. Napoli] -role
quali si possono riconoscere negli scrittori pei rispetti della purità e della
correttezza fa fede dopo tanto lavorìo grammaticale, dopo la crisi filosofica
della grammatica prescrittiva, che sopravvive soltanto la parte puramente
empirica, cessando ogni interesse per quella filologicamente storica,
sopravvive cioè la grammatica spogliata d'ogni elemento filosofico e
conoscitivo. A che si dove logicamente venire, e il fine e la funzione della
grammatica non possoo non esser quelli che abbiam visto aver riconosciuto
Puoti. Oggi essa non si studia diversamente ne con diverso fine. Ed è presumibile
che nel futuro si seguiterà a fare altrettanto. E se alcuni resultati della
grammatica storica si sono incorporati nella moderna grammatica normativa ed
altri ancora vi si includeranno, ciò potrà forse migliorare il metodo d’esse e
aiutare l'apprendimento, ma come conoscenza, come contenuto conoscitivo,
storico, rimarrà sempre estraneo al fine della grammatica, che è quello di
condurre all'acquisto della lingua da adoperare per i bisogni pratici, tant'è
vero che delle grammatiche per gli stranieri quest’elemento conoscitivo è
assolutamente escluso. Pure è facile avvertire nel contenuto specifico della
grammatica di Puoti l' influenza tanto dei precedenti accertamenti della
filologia quanto delle tendenze della GRAMMATICA RAZIONALE UNIVERSALE FILOSOFICA;
com'è naturale che vi è tenuto conto delle formule trovate dai migliori
precedenti grammatici, da Bembo a Salviati a Cittadini, da Buonmattei e da
Cinonio a Corticelli. Sicché Puoti ci appare come un diligente vagliatore di
quanto è escogitato dai grammatici dei vari tempi e indirizzi, un disegnatore
sobrio e corretto, un espositore chiaro e temperato che sa bene il suo fine e
che ha coscienza de’suoi mezzi e del proprio metodo, e perciò esibitore d'una
materia che passa immediatamente nel cervello de’discepoli, osservabile negli
scrittori e applicabile nelle scritture e nella parola viva, scartata ogni
superfluità, ogni suppellettile che rivesta carattere scientifico o
conoscitivo. Vedasi, p. es., quanto è rimasto in PUOTI dei trattati
cittadineschi su cui tanto si travagliarono per sistemarli didascalicamente i
grammatici posteriori; quanto, nella sintassi, di tutte le categorie della
grammatica filosofica; quanto, per la morfologia, di tante forme di nomi e di
verbi e d'altre categorie scovate dai più minuti ricercatori; quanto, per
l'ortografia, delle smisurate trattazioni precedenti. Su tutto sta come
principio dominatore infrangibile il più rigoroso criterio puristico. Valga
d'esempio l'osservazione che il Puoti oppone alla regola del luì, del lei e del
loro, che non si possono usare nel caso retto , sebbene << non manchino
esempi in contrario anche del buon secolo della favella: Ma ora che la
grammatica della lingua è ben fermata, questi esempi voglionsi tenere come
errori, e punto non debbonsi imitare. Avvertiva il marchese che, se l' ingegno
de' discepoli il poteva comportare , s'incominciasse per bel modo a far loro
comprendere le ragioni delle cose , e, come già vedemmo, tollerò che il suo
prediletto discepolo e assistente studiasse la grammatica generale, concessioni
strappategli dalla riverenza in che ancora era questa tenuta, ma nelle sue
Regole fu soppresso ogni perchè, e tutto dato come fatto e come legge.
Concludendo, diremo che la grammatica del Puoti è l'espressione più
caratteristica che presero le dottrine grammaticali ornai trionfanti di questo
periodo. AMBROSCOLI, comasco, grande ammiratore del Giordani e del Leopardi,
più noto per il suo Manuale (edito nel 31 e rifatto nel 60), fu meno restio del
Puoti all'ammettere un po' di elemento filosofico: si vuol render conto,
infatti, del come sorsero le categorie e le forme grammaticali; ma in questo,
lungi dall'ispirarsi agli enciclopedisti francesi, egli tornava al Buonmattei;
come pure adottava il metodo lessicale del Cinonio per la dimostrazione
dell'ufficio e dell'uso pratico delle voci. La sintassi appar fondata sul
principio della grammatica generale e particolare nella sua divisione di
regolare e irregolare e nell'accettazione della dottrina dell 'ellissi: ma
nella sua fisonomia generale come anche nella maggior parte della trattazione
questa grammatica dell'Ambrosoli è ormai la grammatica di stampo moderno;
tant'è vero che è stata ristampata, con le debite modificazioni, anche qualche
decennio fa. Un vero ritorno alla grammatica filosofica sembra avverarsi con
quella novissima della lingua italiana del palermitano Milano. Grammatica
nuovissima della lingua italiana " ricomposta da Leopoldo Rodino per uso
del Liceo arcivescovile e de'Seminari di Napoli, sopra quella compilata nello studio
di Basilio Puoti. Prima edizione fiorentina rivista da un Maestro
toscano", Firenze, Barbèra Bianchi u Comp.] Rodino, che anche si è
ristampata non è molto e vien citata come autorevole, meritando forse l'elogio
che il Betti le tributò di lavoro filosofico, magistrale, compiuto, sebbene non
le siano mancati critici acerbi come Giannini. Col Rodino si dimostra, quello
che era naturale che accadesse, che la grammatica empirica aveva dovuto venire
a patti con la ragionata, la quale, spregiata dopo tanti onori ricevuti, non se
ne poteva andare senza lasciar tracce: e le tracce ne son rimaste nelle
grammatiche moderne specialmente con la famosa analisi logica della
proposizione e del periodo. Nella Grammatica popolare della lingita italiana
tratta dalla grammatica novissima, manifestava A chi legge questa sua veduta:
La grammatica si può insegnare per tre differenti modi. L'uno è il filosofico,
e sta nel porre alcuni principi di logica, da' quali si facciano discendere
come conseguenze le regole grammaticali. Questa io chiamerei la scienza della
Grammatica ; ed è lavoro, eh' io mi propongo di pubblicare di qui a qualche
anno. L'altro è positivo e pratico, ed è quando si raccolgono tutti i precetti
di quest'arte applicati alla lingua, e derivati dalla logica, ma esposti per
modo, che nulla apparisca della loro origine filosofica alla mente de'
giovanetti non ancora capaci di lunghi e severi ragionamenti. Questo secondo
modo ho io tenuto nella mia Grammatica nuovissima. Ma non tutti possono
imparare tutti i precetti di questa Grammatica....: quindi Grammatica popolare,
circa al qual modo a due, si dee por mente. La prima è che i precetti non siano
mai né contro alla ragione logica né contro alla verità positiva della lingua.
L'altra è che si scelga giudiziosamente quella parte de' precetti che è più
necessaria a sapere, e contro alla quale si falla più generalmente dal popolo.
Che la esecuzione tanto della nuovissima quanto della popolare sia riuscita
opera secondo il fine pratico veramente magistrale per l'agilità e la
chiarezza, nessuno Napoli. Cfr. ftass. crii. d. I. it.. La Grammatica antica e
le moderne. Osservazioni, Viareggio, Malfatti, opusc. recensito in Borghini.
Giannini vi prende posizione contro i riformatori della grammatica, difendendo
l'antica nomenclatura e gli antichi metodi. i4j Firenze, Barbèra, Bianchi e
Comp., Storia della Gr animai ica vorrà negare che s' intenda di cose
didattiche, e il favore goduto da entrambe l'attesta; ma questo stesso
tentativo di adattare, anzi specializzare la grammatica alla varia mentalità
degli apprenditori, stabilendo de' gradi non pur nell'ampiezza maggiore o
minore della materia, ma nella maggiore o minore infusione dello spirito
filosofico, come se ci sia un vero grammaticale più o meno potenziato di virtù
illuminatrice, non solo, ma affermando il principio che questo vero ci abbia a
essere anche nel grado inferiore, ma senza mostrarcisi, se può riuscire in lode
del maestro che s' industria e s'affanna nell'escogitazione di espedienti
sempre meglio e specialmente efficaci, è indizio però assai grave contro la
stessa grammatica, scienza che si stira e s' impolpetta a piacere altrui.
Infine, questo scolaro del Puoti che sorride alla grammatica filosofica, ma si
regola nel compilarne una su per giù come si regolava il maestro, e ne escogita
un'altra in cui la filosofia a braccetto dell'empirismo sia posta in servizio
del popolo, è, grammaticalmente parlando, l' incarnazione di quel periodo di
crisi e di transizione e della filosofia e dell'empirismo, in cui il popolo
-appunto affermava il suo diritto di partecipare al banchetto della
letteratura, asserendolo per bocca del Manzoni. Verità, necessità, chiarezza
delle regole sono pel Rodino i requisiti che deve avere una grammatica. La
verità è nella logicità, essendo la grammatica figlinola piimogcnita della
logica. Ma non si aspetti per questo alcuno di vedere in questa Grammatica
quelle teoriche di filosofia, che si vorrebbero da certi in questo secolo, che
dicesi filosofico. Che, lasciando stare tutte le altre ragioni, questo non
sarebbe acconcio a quelle tenere menti che non potrebbero sostenere difficili
principi ideologici, e poco utile riuscirebbe all'uso della parola, la quale se
ha la sua ragione nella ideologia, ha la sua forma dalla maniera propria di
ciascuna lingua. Adunque lasciando star questa maniera che sarebbe conveniente
ad una Grammatica generale o meglio alla Ragion della grammatica, bisogna star
contenti a questo, che i principi cioè, che per necessità si hanno a porre
nelle regole grammaticali, sieno secondo la logica. E si noti, intanto, che Y
'e tuttologia vien chiamata l'analogia. Così che la sintassi conserva le tre
parti della grammatica generale: collocazione, concordanza, reggimento.
Naturalmente la proposizione è il complesso di parole con cui si esprime
quell'operazione della mente che si chiama giudizio. Tra il fragor d'armi che
la Proposta montiana aveva destato, il Manzoni era venuto componendo il suo
romanzo, non senza esser condotto naturalmente a meditare il problema della
lingua sia dalle vivaci discussioni che intorno ad esso si agitavano, sia dagli
ostacoli che si figurava aver incontrati nell'opera sua per non possedere tutta
la lingua che gli sarebbe occorsa a raggiungere almeno la forma approssimativa
del suo pensiero. Sicché, quando diede fuori la seconda edizione de' Promessi
sposi nella nuova veste fiorentina che si era persuaso dover ad essi indossare,
mostrando un esempio pratico della necessità e bontà della tesi di cui s'era
venuto sempre meglio convincendo, era naturale che si aprisse un nuovo periodo
di ardenti polemiche intorno a quel problema dell'unità della lingua, di cui in
quel libro aveva praticamente dimostrato qual potesse e dovesse secondo lui
esser la soluzione. La storia di quest'ultima fase della secolare controversia
è ben nota anche nei minuti particolari e quel problema per fortuna è stato
ormai risoluto nella pratica con la vittoria della dottrina manzoniana,
vittoria immancabile non solo per merito di questa e dei sostegni che ha, ma
anche per cause sociali che non importa dichiarare; nella teoria con il
riconoscimento della sua natura non filosofica. Poiché quella di MANZONI (si
veda) non è neppur nella sua mente e non puo essere una tesi estetica; ma
semplicemente un vivace lavorìo di pensiero per trovare la via di soddisfare a
un'imprescindibile esigenza pratica del momento non pur nei rispetti
dell'artifizio stantìo della vecchia prosa, ma in quelli della lingua d' Italia
intesa anche come mezzo d'integrazione della constituenda unità nazionale.
Colla lingua è che noi formiamo le idee, e perfezione di lingua è perfezione di
pensiero. Tutto poi quello che è ordinato, decente, quello che giova a pensare
con facilità e con rettezza produce nelle anime nostre delle disposizioni
preziosissime alla morale virtù. Finalmente qual vantaggio a questa bella parte
del mondo, se l'Italia divenne tutta d'una sola favella! Che maggior
fratellanza non crescerebbe tra noi ! Che aumento alla carità della patria
comune! . Così pensava anche il Rosmini i Opere edite e inedite O, meglio, la
tesi pratica sorse imperiosa dal suo stesso spirito artistico, ma cercò nella
speculazione la sua base critica, tramutandosi necessariamente in pedagogica:
resultato triplice dell'elaborazione, la correzione del romanzo, la negazione
teorica della grammatica generale, le proposte di mezzi d’unificazione
linguistica; criterio dominante, anzi assoluto, l'uso, particolarmente il
fiorentino, quale lo forma l'evoluzione storica dell’italiano ed in cui è il
maggior consenso di tutti i parlanti d'Italia. Il punto di partenza della
dimostrazione teorica di MANZONI (si veda) è il concetto di lingua. Le lingue
sono complesso di vocaboli soggetti a regole. Ma ciò che le fa essere quel che
sono, non è l’analogìa, intendi: le leggi immutabili e universali della grammatica
generale, sì bene l’uso, le regole grammaticali, in lume Pedagogia e
Metodologia, che, come ben dice BORGESE è maestro in FILOSOFIA e scolaro in
letteratura di MANZONI (si veda). E per non tornarci sopra altrove, aggiungo
qui che ROSMINI (si veda) distingue nella lingua la materia e la FARINA. Quanto
alla forma della lingua, avverte ai maestri, il fanciullo non è ancora da ciò.
Perocché la FORMA della lingua (“Pirots karulise elatically”), cioè la SINTASSI
– o grammatica -- esige dell’intellezioni d'un ordine molto superiore al
secondo. Gli scritti di MANZONI (si veda) sui quali fermiamo più specialmente
la nostra attenzione sono le due minute dell'opera “Della lingua italiana,”
nell’Opere inedite o rare pubblicate da BONGHI (si veda), Milano. Ma teniamo
presenti tutti gli altri scritti linguistici raccolti e egregiamente illustrati
da BERTOLDI (si veda) nelle Prose minori, col corredo d'un'abbondante quanto
scelta bibliografia. Minuta prima. Nella seconda, la definizione è corretta
così. Materia propria d'ogni lingua sono de' vocaboli, e delle FORME
MORFO-SINTATTICHE E PURAMENTE SINTATTICHE O GRAMMATICALI applicate ad essi, e
che sono comunemente chiamate ‘regole.’ Il mutamento è stato suggerito dalla
necessità di tener ben distinti tra loro nella trattazione il vocabolario e la
MORFO-SINTATTICA, MORFOLOGIA, SINTASSI -- grammatica, -- mezzi che s'adoprano
per rappresentare qualunque lingua nel suo complesso. Abbiam preso qui le mosse
dalla prima minuta, tanto per dare subito una prova di quel che è la seconda,
che la supera specialmente di rigore metodico e maggior precisione dialettica;
e noi questa terremo a nostro fondamento, benché nella prima qua e là
nell'incertezza dell'espressione par che si scopra meglio il pensiero
dell'autore, il quale nella seconda ha cura di mostrarne di mano in mano e
seguirne il progresso, perchè alla fine balzi più vivo: è l'arte sua] ogni
Lingua, dipendono in tutto dall'USO, come i vocaboli. Così la dimostrazione
viene a constare di due parti, non sempre nettamente distinte, ma rispondenti
alle due parti fondamentali che ci restano dell'opera, dopo la prima che serve
d'introduzione, Dello stato della lingua in Italia, e degl’effetti essenziali
delle lingue, e che trattano, la prima. Quale è la causa efficiente delle lingue,
rispetto ai vocaboli e rispetto alle regole morfologiche, morfo-sintattiche, e
puramente sintattiche -- grammaticali. La seconda. Se l’analogia produce
degl’effetti necessari nelle lingue, riguardo alla parte morfologica,
morfo-sintattia, e puramente sintattia – o grammaticale. Quest'ultimo capitolo,
che è quello che più ci riguarda qui, contiene la critica negativa della
grammatica generale, cioè la parte veramente nuova del sistema di MANZONI (si
veda). E dall'esame d'esso ci vien messa in rilievo la profonda differenza che
intercede tra MANZONI (si veda) e SANCTIS (si veda) nella loro comune critica
grammaticale. SANCTIS (si veda), mente filosofica speculativa, muove dalla
grammatica per andare verso la scienza, verso l'estetica, e riuscì a vedere tanto
quanto basta per esser libero nella sua critica, cioè nella manifestazione
della sua vera personalità da pregiudizi teorici. MANZONI (si veda), anima
d'artista – grammatica pratica non speculativa --, anda dalla TEORIA verso la
PRATICA, verso la tecnica, alla ricerca de’mezzi dell'espressione, o meglio
combatte per vincere quegl’ostacoli che ai grandi suoi pari spesso op[Minuta
prima. Ecco tutta la materia dell'opera che sarebbe stata in tre parti:
Principi generali, riconoscimento del fatto particolare; confutazioni delle
obiezioni; esame de’sistemi; tale è l'assunto, e tale è l'ordine di questa
parte. Nella seconda s'esaminano i diversi sistemi. Nella terza si tratta
de’mezzi atti a propagar le lingue, e da impiegarsi, per conseguenza, a
rendere, per quanto è possibile, comune di fatto in tutta Italia quella che si
dimostra esser la lingua italiana. Chi ha presenti tutti gli altri saggi
linguistici di MANZONI (si veda), s'accorge che il libro in quel che ci manca
non è che una rielaborazione e sistemazione di quel che in essi è contenuto. Ma
è sempre a dolere grandemente che l'opera rimane incompiuta. – cf. Vio compiuta
Aquino. Soccorrono facilmente alla memoria i nomi d’ALFIERI (si veda) e
LEOPARDI (si veda). Delle fatiche del primo per conquistar la lingua italiana,
dell’elaborazione tormentosa dell’espressione formale delle sue tragedie, è
superfluo dire. Ci piace invece riferire un pensiero che egli esprime a
proposito dei gallicismi da lui avvertiti (Voci e modi toscani] pone la lingua
come passività, come cosa morta, vuole insomma parlare. Il volgare illustre
d’ALIGHIERI (si veda), le varie grammatiche e la correzione dell’Orlando
Furioso, l'USO e la correzione de' Promessi Sposi di MANZONI (si veda), sono
aspetti diversi d'un medesimo problema spirituale, il bisogno d'esprimersi in
tutta la pienezza, di creare la propria espressione; nuove teorie, nuove
grammatiche, rifacimenti, polemiche, tormenti teorici d’ogni genere
accompagnano fatalmente quello sforzo inevitabile, specie ne’momenti di grandi
rivoluzioni dello spirito. Grandi e piccoli partecipano calorosamente a tali
dibattiti. I primi sciolgono il problema, se sono artisti, non con le teorie
che costruiscono, ma creando capolavori, se sono FILOSOFI CREANDO SISTEMI, i
secondi imitando gl’uni e gl’altri,, ripetendo, ma pur dando nel loro lavoro
complessivo un riflesso TEORICO di quella che è stata chiamata la creazione
collettiva della lingua, perchè tutti che abbiano in sé una sola favilla di
vita interiore collaborano allo svolgimento della lingua, e tutti vogliono
rendersi ragione e asserire un piccolo dritto sul capitale comune. Così si può
intendere, meglio che non si fa comunemente, il valore che la parola “uso” –
cfr. GRICE ON RYLE use/usage --, tanto frequente sulla bocca di MANZONI (si
veda), ha nel suo discorso. L’USO è il parlar vivo, il con la corrisp. in
lingua gallica e in dialetto piemontese, ed. Cibrario, Torino, Alliana -- nel
Boccaccio. Le regole o inezie grammaticali debbono pell'appunto essere dai
sommi scrittori più rispettate, perchè più grandezza d'animo si richiede per
sottomettervisi che per disprezzarle (in Fabris, I primi scritti in prosa
d’ALFIERI (si veda), Firenze), e che, lungi dall'essere una banalità o un
paradosso, rivela quale importanza ha nella coscienza del grande artista
annunziatore della terza Italia l’ITALIANITÀ della sua lingua. Quell'omaggio
alla grammatica è un omaggio reso al nume agitatore del suo spirito poetico.
LEOPARDI (si veda) anch'egli vuole andare ad abbeverarsi al fonte linguistico
di Firenze, e a GIORDIANI (si veda) che l'ammonisce non esser paese che parli
MENO ITALIANO di Firenze, risponde piacergli imparare quell'infinità di modi
volgari che spesso stan tanto bene nelle scritture, e quella proprietà ed
efficacia che la plebe per natura sua conserva tanto mirabilmente nelle parole.
E se pur allora di quell'andata non ne è nulla, risciacquò però anch'egli più
tardi le sue prose nell'Arno, sebbene in modi diversi da quello tenuto da
MANZONI (si veda) (Mazzoni, Storia). Giudicano rettoricamente di lingua sì
GIORDANI (si veda) che LEOPARDI (si veda), ma, chi guardi, con perfetta
concordia col proprio temperamento spirituale.] parlare, il solo parlare: e
quand' egli sostiene che la vera causa efficiente delle lingue, l'unica è
l'Uso, in fondo non dice altro che questo, che il parlare è il. parlare: di
codesta causa efficiente egli dovrebbe pur sapere che v' è un' altra causa più
intimamente efficiente, che è lo spirito: su questo non si sofferma, e qui è la
parte manchevole del suo sistema; il che vuol dire che egli non ha un'estetica,
una filosofia sua del linguaggio vera e propria. Ma chi metta questa sua parola
Uso o Parlar effettivo in rapporto col suo spirito artistico, vedrà che in esso
l'Uso s' identifica con la causa generatrice dell'espressione. E in questo è la
superiorità della sua dottrina. V ha di più. Questo propugnare l'Uso vivo del
popolo, e del popolo fiorentino che certo fu il grande collaboratore della
lingua nazionale, che altro rivela, in sostanza, se non una viva coscienza che
il Manzoni avesse dell'attività spirituale collettiva onde il linguaggio si
altera, si crea ogni momento? Perchè altri facevano della questione della
lingua una questione storica, dimenticavate sempre più che è una questione
atttiale di sua natura, dice in un punto ai suoi supposti avversari, e, a suo
modo, diceva una verità. Sicché si può dire che egli, pur facendo una questione
pratica, rasenta sempre il vero problema scientifico della lingua. E se n' ha
una conferma magnifica nella critica eh' ei fa delle leggi immutabili della
grammatica generale, dove egli riesce ancor più nuovo e originale e limpido
negatore che non fosse il De Sanctis medesimo. Potrei citare moltissimi luoghi
che dimostrano eh' egli intuiva la vita spiritunle del linguaggio, tanto come
creazione collettiva quanto come creazione individuale. V. specialmente le
pagine dove afferma che la causa della lingua non può esser che una, e
l'esempio addotto d'una parola del Malherbe che diviene francese dopo solamente
che è accettata dall'Uso. Sono le . Ma un luogo singolarmente caratteristico è
il seguente: La grande operazione dell'Uso, l'operazione essenziale, permanente
e omogenea, quella che fa viver le lingue, è, al contrario, quella di
mantenere, e di mantenere incomparabilmente più di quello che, in ogni momento,
possa andarsi mutando, com'è s'è accennato dianzi. Unico, tra tutti i letterati
italiani, il Manzoni ha comune con SANCTIS (si veda) la conoscenza intima de'
grammatici sì antichi che moderni, in particolare, s'intende, dei galli. Una correzione
notevole di storia della questione della lingua è l'aver detto nella seconda
minuta che della lingua italiana si va dispu- [Di negazione in senso assoluto,
veramente, non si potrebbe parlare, in quanto che il Manzoni non nega
l'esistenza delle regole, cioè d'un fondamento logico del linguaggio; ma
sostiene che queste regole si trasformano via via sotto l'imperio dell'uso, in
modo che esse non sono universali né immutabili: il che equivale a non
ammenterle, tanto più quando si affermino continuamente i capricci e gli
arbitri dell'Uso. Negazione è, e inconfutabile, quando il Manzoni dimostra con
ragioni ed esempi l'arbitrarietà delle categorie grammaticali e delle loro
funzioni. Dopo dimostrato, rispetto alla causa efficiente de' vocaboli, che ciò
che fa essere nelle lingue i rispettivi vocaboli, sia col significato che si
chiama proprio, sia con uno traslato, sia considerati ognuno da se, sia
aggregati in locuzioni speciali, non è altro che l'Uso; e, rispetto alle regole
grammaticali, che ogni effetto grammaticale può essere ottenuto con mezzi
diversi; e che, per conseguenza, l'applicazione d'uno piuttosto che d'un altro
di essi dipende da un arbitrio, Manzoni si fa a confutare l'opinione che
l'Analogia, per una sua virtù propria, produca nelle lingue degli effetti
necessari, e quindi indipendenti da qualunque arbitrio, ossia ad abbattere
tutto il fondamento della grammatica generale. tando da cinquecent'anni, mentre
nella prima aveva detto da trecento. Vi volle evidentemente comprendere anche
Dante. Aggiungo qui a suo titolo esclusivo di lode, che il Manzoni nelle
innumerevoli esemplificazioni e analisi particolari fa anche (e in che modo!)
la grammatica normativa! Questo canone salva la forma non filosofica potrebbe
esser propugnato anche dalla nostra estetica, se per arbitrio s'intendesse la
libertà dello spirito. E quest' identità, occorre avvertirlo, il Manzoni non
pone affatto; né tanto meno sospetta egli l'identità tra linguaggio e attività
fantastica: il linguaggio resta sempre per lui qualcosa di estraneo allo
spirito, una materia fonica a cui si dia un significato. L'eufonia, p. es., per
cui si appella all'autorità di Donato, è per lui un motivo affatto materiale e
estraneo agi' intenti razionali della lingua: laddove per l'estetica moderna
ogni minima sfumatura fonetica deve riportarsi a un movimento spirituale. Il
Manzoni riman sempre in fondo sotto la veduta del logicismo e del dinamismo
meccanico. Per analogia M. intende l'applicazione de'medesimi mezzi esteriori
e, dirò così, materiali della lingua a de'medesimi intenti del pensiero. Per
Manzoni l'analogia è impotente a dare alla lingua legge veruna, né circa i
vocaboli, né circa i mezzi grammatica/i, cioè l'inflessioni, i vocaboli che
fanno un ufizio grammaticale, la costruzione, in altre parole le categorie
grammaticali e sintattiche. Alla confutazione generale serve di discussione la
definizione data da Beauzée nell' Encyclopédie Methodìque, art. analogia. In
una Nota si fa poi ad esporre la critica delle parti del discorso – “shaggy”--
o categorie, passando in rassegna i vari grammatici antichi, poi quel Bordoni,
che ama meglio usurpare il nome di Scaligero che render celebre il suo, Sanzio,
Sdoppio e Vossio, i porto-realisti Arnauld e Lancelot, Buffier e Girard,
Beauzée, determinando con molta acutezza la posizione d'ognuno e il modificarsi
del problema delle categorie ne'vari periodi, colla conclusione della sua
insolubilità. In un'appendice discute Se ci siano de'vocaboli necessariamente
indeclinabili, concludendo anche qui pell'insolubilità di tali questioni,
perchè derivate da una supposizione affatto arbitraria, cioè che tutti i
vocaboli di tutte le lingue siano naturalmente e necessariamente divisi e
scompartiti in tante classi diverse, o parti dell'orazione, ciascheduna delle
quali sia esclusivamente propria a ‘significare’ una data modalità – shaggy –
degl’oggetti del pensiero, o, come dicono, a fare una funzione speciale e
distinta, e esamina con opportuni esempi comparativi tolti dalla lingua
d’Italia le questioni particolari della pretesa essenziale indeclinabilità
della preposizione, dell'avverbio, della congiunzione e dell'interiezione.
Infine, dopo toccato d'una restrizione e d'una necessità imposte
arbitrariamente alla declinazione, viene alla conclusione, sulla scorta della
quale abbiam creduto, per ragioni di brevità, di fare il riassunto del pensiero
di Manzoni. Gl’errori particolari di alcuni filosofi della lingua circa le
categorie grammaticali morfosintattiche dimostra che hanno un'origine comune,
la sopraddetta supposizione, che è quella medesima su cui si fonda la così
detta grammatica generale. Ma il nome di parti dell'orazione non è forse
solenne da secoli? Non sono esse state, già nell'antichità greca, oggetto Cj Di
questo cita V Aristarchus, sive De arte grammatica delle ricerche di diversi
filosofii e non sono poi, senza interruzione, la base, o dirò cosi, l'ordito
delle grammatiche positive e speciali della lingua d’Italia, antica e moderna?
Quale è dunque la scoperta per cui la grammatica di Porto Reale acquise e conserva,
la reputazione d'aver fondata, o almeno iniziata, una filosofia? E qui Manzoni
spiega come poteron sorgere le categorie e il loro variare dai filosofi romani,
il cui carattere è la mancanza d'ogni intento sistematico. Ci si vede bensì un
progresso, o piuttosto un aumento successivo, ma occasionale e, si può dire,
empirico; un'analisi continua, ma che non è né lo svolgimento, né la ricerca
d'una sintesi. Se a qualcheduno de'filosofi di quel tempo, che parlarono, in
qualunque modo, di parti dell'orazione, fosse potuto venir in mente di
ordinarle in un complesso scientifico, pare che Aristotele avrebbe dovuto esser
quello. Ma, dai saggi che rimangon di lui, appare tutt'altro. Continua poi fino
a Prisciano, che ne enumera quattordici, lo stesso suddividere, e per motivi
d’egual valore. L'intento de’grammatici è sempre pratico: indicare le regole
positive dei vocaboli – cf. Grice on ‘shaggy’ – ‘significazione’ . We
need to be able to apply some such notion as a predication of B (adjectival) on
a (nominal). "Smith is tactful," "Smith, be tact-ful,"
"Let Smith be tactful," and "Oh, that Smith may be tactful"
would be required to count, all of them, as predications of "tactful"
on "Smith." It would again be the business of some linguistic theory
to set up such a sentential characterization. Suppose we, for a moment, take
for granted two species of cor-relation, R-correlation (referential) and
D-correlation (denotational). We want to be able to speak of some particular
object as an R-correlate of a (nominal), and of each member of some class as
being a D-correlate of B (adjectival). Now suppose that U has the following two
procedures (P): P1: To utter the indicative version of o if (for some A) U
wants/ intends A to think that U thinks... (the blank being filled by the
infinitive version of o, e.g. "Smith to be tactful"). Also, P1':
obtained from P1 by substituting "imperative" "indicative"
and "intend"/ "think that U thinks." (Such procedures set
up correlations between moods and specifications of "ft.")P2: To
utter a t-correlated (cf. P1 and P1' predication of B on a if (for some A) U
wants A to d a particular R-correlate of a to be one of a particular set of
D-correlates of B. Further suppose that, for U, the following two correlations
hold: C1: Jones's dog is an R-correlate of "Fido." C2: Any
hairy-coated thing is a D-correlate of "shaggy." Given that U has the
initial procedures P1 and P2, we can infer that U has the resultant procedure
(determined by P1 and P2): RP1: to utter the indicative version of a
predication of ß on a if U wants A to think U to think a particular R-correlate
of a to be one of a particular set of D-correlates of B. Given RP1 and C1, we
can infer that U has: RP2: To utter the indicative version of a predication of
B on "Fido" if U wants A to think U to think Jones's dog to be one of
a particular set of D-correlates of B. Given RP2 and C2, we can infer that U
has: RP3: To utter the indicative version of a predication of
"shaggy" on "Fido" if U wants A to think U to think Jones's
dog is one of the set of hairy-coated things (i.e. is hairy-coated). And given
the information from the linguist that "Fido is shaggy" is the
indicative version of a predication of "shaggy" on "Fido"
(as-sumed), we can infer U to have: RP4: To utter "Fido is shaggy" if
U wants A to think U to think that Jones's dog is hairy-coated. And RP4 is an
interpretant of "For U, 'Fido is shaggy' means 'Jones's dog is
hairy-coated." I have not yet provided an explication for statements of
timeless meaning relating to noncomplete utterance-types. I am not in a
position to provide a definiens for "X (noncomplete) means ... deed, I am
not certain that a general form of definition can be provided for this schema;
it may remain impossible to provide a definiens until the syntactical category
of X has been given. I can, however, provide a definiens which may be adequate
for adjectival X (e.g. "shaggy"): D7: "For U, X (adjectival)
means'... '"=df. "U has this proce-dure: to utter a y-correlated
predication of X on a if (for some A) U wants A to yet a particular R-correlate
of a to be.." (where the two lacunae represented by dots are identically
completed).Any specific procedure of the form mentioned in the definiens of D7
can be shown to be a resultant procedure. For example, if U has P2 and also C2,
it is inferable that he has the procedure of uttering a vt-correlated
predication of "shaggy" on a if (for some A) U wants A to dt a
particular R-correlate of a to be one of the set of hairy-coated things, that
is, that for U "shaggy" means "hairy-coated." I can now
offer a definition of the notion of a complete utterance-type which has so far
been taken for granted: D8: "X is complete" =df. "A fully
expanded definiens for "X means'...'" contains no explicit reference to
correlation, other than that involved in speaking of an R-correlate of some
referring expression occurring within X." (The expanded definiens for the
complete utterance-type "He is shaggy" may be expected to contain the
phrase "a particular R-correlate of 'he.") Correlation. We must now
stop taking for granted the notion of correlation. What does it mean to say
that, for example, Jones's dog is the/an R-correlate of "Fido"? One
idea (building in as little as pos-sible) would be to think of "Fido"
and Jones's dog as paired, in some system of pairing in which names and objects
form ordered pairs. But in one sense of "pair," any one name and any
one object form a pair (an ordered pair, the first member of which is the name,
the second the object). We want a sense of "paired" in which
"Fido" is paired with Jones's dog but not with Smith's cat.
"Selected pair"? But what does "selected" mean? Not
"selected" in the sense in which an apple and an orange may be
selected from a dish: perhaps in the sense in which a dog may be selected (as
something with which (to which] the selector intends to do something). But in
the case of the word-thing pair, do what? And what is the process of selecting?
I suggest we consider initially the special case in which linguistic and
nonlinguistic items are explicitly correlated. Let us take this to consist in
performing some act as a result of which a linguistic item and a nonlinguistic
item (or items) come to stand in a relation in which they did not previously
stand, and in which neither stands to noncorrelates in the other realm. Since
the act of correlation may be a verbal act, how can this set up a relation
between items? Suppose U produces a particular utterance (token) V, which
belongs to the utterance-type "shaggy: hairy-coated things." To be
able to say that U had by V correlated "shaggy" with each member of
the set of hairy-coated things, we should need to be able to say that thereis
some relation R such that: (a) by uttering V, U effected that
"shaggy" stood in R to each hairy-coated thing, and only to
hairy-coated things; (b) uttered V in order that, by uttering V he should
effect this. It is clear that condition (b), on which some will look askance
because it introduces a reference to U's intention in performing his act of
correlation, is required, and that condition (a) alone would be inadequate.
Certainly by uttering V, regardless of his inten-tions, U has set up a
situation in which a relation R holds exclusively between "shaggy"
and each hairy-coated thing Z, namely the relation which consists in being an
expression uttered by U on a particular occasion O in conversational
juxtaposition with the name of a class to which Z belongs. But by the same act,
U has also set up a situation in which another relation R' holds exclusively
between "shaggy" and each non-hairy-coated thing Z', namely the
relation which consists in being an expression uttered by U on occasion O in
conversational juxtaposition with the name of the complement of a class to
which Z' belongs. We do not, however, for our purposes, wish to think of U as
having correlated "shaggy" with each non-hairy-coated thing. The only
way to ensure that R' is eliminated is to add condition (b), which confines
attention to a relationship which U intends to set up. It looks as if
intensionality is embedded in the very foundations of the theory of language.
Let us, then, express more formally the proposed account of cor-relation.
Suppose that V= utterance-token of type ""Shaggy': hairy-coated
things" (written). Then, by uttering V, U has correlated
"shaggy" with (and only with) each hairy-coated thing=(R) {(U
effected by V that [Vx] [R "shaggy" x=*Ey (y is a hairy-coated
thing)]) and (U uttered V in order that U effect by V that [Vx]... )}.' If so
understood, U will have correlated "shaggy" with hairy- 1. The definiens
suggested for explicit correlation is, I think, insufficient as it stands. I
would not wish to say that if A deliberately detaches B from a party, he has
thereby correlated himself with B, nor that a lecturer who ensures that just
one blackboard is visible to each member of his audience (and to no one else)
has thereby explicitly correlated the blackboard with each member of the
audience, even though in each case the analogue of the suggested definiens is
satisfied. To have explicitly correlated X with each member of a set K, not
only must I have intentionally effected that a particular relation R holds
between X and all those (and only those) items which belong to K, but also my
purpose or end in setting up this relationship must have been to perform an act
as a result of which there will be some relation or other which holds between X
and all those (and only those) things which belong to K. To the definiens,
then, we should add, within the scope of the initial quantifier, the following
clause: "& U's purpose in effecting that Vx (.....) is that (BR') (Vz)
(R' "shaggy'z=zEy (y is hairy-coated))."coated things only if there
is an identifiable R' for which the condition specified in the definiens holds.
What is such an R'? I suggest R'xy=x is a (word) type such that V is a sequence
consisting of a token of x followed by a colon followed by an expression
("hairy-coated things") the R-correlate of which is a set of which y
is a member. R'xy holds between "shaggy" and each hairy-coated thing
given U's utterance of V. Any utterance V' of the form exemplified by V could
be uttered to set up R"xy (involving V' instead of V) between any
expression and each member of any set of nonlinguistic items. There are other
ways of achieving the same effect. The purpose of making the utterance can be
specified in the utterance: V = utterance of "To effect that, for some R,
'shaggy' has R only to each hairy-coated thing, 'shaggy': hairy-coated
things." The expression of the specified R will now have "V is a
sequence containing" instead of "V is a sequence consisting of ...
" Or U can use the performative form: "I correlate 'shaggy' with each
hairy-coated thing." Utterance of this form will at the same time set up
the required relation and label itself as being uttered with the purpose of
setting up such a relation. But by whichever form an act of explicit
correlation is effected, to say of it that it is (or is intended to be) an act
of correlation is always to make an indefinite reference to a relationship
which the act is intended to set up, and the specification of the relation
involved in turn always involves a further use of the notion of correlation
(e.g. as above in speaking of a set which is the correlate [R-correlate] of a
particular expression [e.g. "Hairy-coated things"]). This seems to
involve a regress which might well be objectionable; though
"correla-tion" is not used in definition of correlation, it is used
in specification of an indefinite reference occurring in the definition of
correlation. It might be considered desirable (even necessary) to find a way of
stop ping this regress at some stage. (Is this a characteristically empiricist
demand?) If we don't stop it, can correlation even get started (if prior
correlation is presupposed)? Let us try "ostensive" correlation. In
an attempted ostensive correlation of the word "shaggy" with the
property of hairy-coatedness: U will perform a number of acts in each of which
he ostends an object (a,, az, ag, etc.). Simultaneously with each ostension he
utters a token of the word "shaggy." It is his intention to ostend,
and to be recognized as ostending,only objects which are either, in his view,
plainly hairy-coated or are, in his view, plainly not hairy-coated (4) In a
model sequence these intentions are fulfilled. For a model sequence to succeed
in correlating the word "shaggy" with the property of being
hairy-coated, it seems necessary (and perhaps also suffi-cient) that there
should be some relation R which holds between the word "shaggy" and
each hairy-coated thing, y, just in case y is hairy-coated. Can such a relation
R be specified? Perhaps at least in a sequence of model cases, in which U's
linguistic intentions are rewarded by success, it can; the relation between the
word "shaggy" and each hairy-coated object y would be the relation
which holds between each plainly hairy-coated object y and the word
"shaggy" and which consists in the fact that y is a thing to which U
does and would apply, rather than refuse to apply, the word "shaggy."
In other words in a limited universe consisting of things which in Us view are
either plainly hairy-coated or plainly not hairy-coated, the relation R holds
only between the word "shaggy" and each object which is for U plainly
hairy-coated. This suggestion seems not without its difficulties: It looks as
if we should want to distinguish between two relations R and R'; we want U to
set up a relation R which holds between the word "shaggy" and each
hairy-coated object; but the preceding account seems not to distinguish between
this relation and a relation R' which holds between the word "shaggy"
and each object which is in U's view unmistakably hairy-coated. To put it
another way, how is U to distinguish between "shaggy" (which means
hairy-coated) and the word "shaggy" * (which means "in Us view
unmistakably hairy-coated")? If in an attempt to evade these troubles we
suppose the relation R to be one which holds between the word
"shaggy" and each object to which U would in certain circumstances
apply the word "shaggy," how do we specify the circumstances in
question? If we suggest that the circumstances are those in which U is
concerned to set up an explicit correlation between the word "shaggy"
and each member of an appropriate set of objects, our proposal becomes at once
unrealistic and problematic. Normally correlations seem to grow rather than to
be created, and attempts to connect such growth with potentialities of creation
may give rise to further threats of circularity. The situation seems to be as
follows: We need to be able to invoke such a resultant procedure as the
following, which we will call RP12, namely to predicate B on "Fido,"
when U wants A to vt that Jones's dog is a D-correlate of B; and we want to be
able to say that at least sometimes such a resultant procedure may result from
among other things, a nonexplicit R-correlation of "Fido" and Jones's
dog. It is tempting to suggest that a nonexplicit R-correlation of
"Fido" and Jones's dog consists in the fact that U would, explicitly,
correlate "Fido" and Jones's dog. But to say that U would explicitly
correlate "Fido" and Jones's dog must be understood as an elliptical
way of saying something of the form "U would explicitly correlate 'Fido'
and Jones's dog, if p." How is "if p" to be specified? Perhaps
as "If U were asked to give an explicit correlation for 'Fido""
But if U were actually faced with a request, he might well take it that he is
being asked to make a stipulation, in the making of which he would have an
entirely free hand. If he is not being asked for a stipulation, then it must be
imparted to him that his explicit correlation is to satisfy some nonarbitrary
condition. But what condition can this be? Again it is tempting to suggest that
he is to make his explicit correlation such as to match or fit existing
procedures. In application to RP12, this seems to amount to imposing on U the
demand that he should make his explicit correlation such as to yield RP12. In
that case, RP12 results from a nonexplicit correlation which consists in the
fact that U would explicitly correlate "Fido" and Jones's dog if he
wanted to make an explicit correlation which would generate relevant existing
procedures, namely RP12 itself. There is an apparent circularity here. Is this
tolerable? It may be tolerable inasmuch as it may be a special case of a
general phenomenon which arises in connection with the explanation of
linguistic practice. We can, if we are lucky, identify "linguistic
rules," so called, which are such that our linguistic practice is as if we
accepted these rules and consciously followed them. But we want to say that
this is not just an interesting fact about our linguistic practice but also an
explanation of it; and this leads us on to suppose that "in some
sense," "implicitly," we do accept these rules. Now the proper
interpretation of the idea that we do accept these rules becomes something of a
mystery, if the "acceptance" of the rules is to be distinguished from
the existence of the related practices-but it seems likea mystery which, for
the time being at least, we have to swallow, while recognizing that it involves
us in an as yet unsolved problem. C. Concluding Note It will hardly have
escaped notice that my account of the cluster of notions connected with the
term "meaning" has been studded with expressions for such intensional
concepts as those of intending and believing, and my partial excursions into
symbolic notation have been made partly with the idea of revealing my
commitment to the legitimacy of quantifying over such items as propositions. I
shall make two highly general remarks about this aspect of my procedure. First,
I am not sympathetic toward any methodological policy which would restrict one
from the start to an attempt to formulate a theory of meaning in extensional
terms. It seems to me that one should at least start by giving oneself a free
hand to make use of any intensional notions or devices which seem to be
required in order to solve one's conceptual problems, at least at a certain
level, in ways which (metaphysical bias apart) reason and intuition commend. If
one denies oneself this freedom, one runs a serious risk of underestimating the
richness and complexity of the conceptual field which one is investigating.
Second, I said at one point that intensionality seems to be embedded in the
very foundations of the theory of language. Even if this appearance corresponds
with reality, one is not, I suspect, precluded from being, in at least one
important sense, an extensionalist. The psychological concepts which, in my
view, are needed for the formulation of an adequate theory of language may not
be among the most primitive or fundamental psychological concepts (like those
which apply not only to human beings but also to quite lowly animals), and it
may be possible to derive (in some relevant sense of "derive") the
intensional concepts which I have been using from more primitive extensional
concepts. Any extensionalist has to deal with the problem of allowing for a
transition from an extensional to a nonextensional language; and it is by no
means obvious to me that intensionality can be explained only via the idea of
concealed references to language and so presupposes the concepts in terms of
which the use of language has to be understood. As we study the systematicity
of the system, we need to be able to apply some such notion as a ‘predication’
of B adjectival – nome aggetivo on a nominal. "Smith is tactful,"
"Smith, be tactful," "Let Smith be tactful," and "O,
that Smith may be tactful" would be required to count, each of them, as a
‘predication’ of il nome aggettivo "tactful" – educato -- on
"Smith”, if you want to specify what ‘educato’ ‘signifies.’ It would be
the business of some linguistic theory to set up such a sentential
characterisation. Suppose we, for a moment, take for granted two species of
cor-relation, a referential correlation and a denotational correlation. We want
to be able to speak of some particular thing as a referential correlate of a
nominal, and of each member of some class as being, extensionally,, a
denotational correlate of B adjectival. Now suppose that the utterer has the
following two procedures: To utter the indicative version of o if, for some
addressee, the utterer wants/intends the addressee to think that the utterer
thinks... -- the blank being filled by the infinitive version of o, e.g. Smith
to be tactful, or Fido to be shaggy. Also, another procedure, obtained from the
previous one, by substituting "imperative" "indicative" and
"intend"/"think that U thinks." Such procedures set up
correlations between modes and specifications of "ft." Another
procedure: To utter a t-correlated (cf. P1 and P1' predication of B on a if
(for some A) U wants A to d a particular R-correlate of a to be one of a
particular set of D-correlates of B. Further suppose that, for the utterer, the
following two correlations do hold: C1: Smith's dog is an R-correlate of
"Fido." C2: Any hairy-coated THING is a D-correlate of the adjective
– nome aggettivo -- "shaggy." Given that U has these initial
procedures, we can infer that U has a RESULTANT procedure, determined by P1 and
P2: to utter the indicative version of a predication of ß on a if U wants A to
think U to think a particular R-correlate of a to be one of a particular set of
D-correlates of B. Given RP1 and the first correlation, we can infer that U has
a further resultant procedure: To utter the indicative version of a predication
of B on the nome proprio "Fido" if U wants A to think U to think
Smith's dog to be one of a particular set of D-correlates of B. Given RP2 and
C2, we can infer that U has, now, still a further resultant procedure: To utter
the indicative version of a predication of il nome aggetivo "shaggy"
on il nome proprio "Fido" if U wants A to think U to think Smith's
dog is one of the set of hairy-coated things -- i.e. is hairy-coated. And given
the information that "Fido is shaggy" – Fidus est hirsutus -- is the
indicative version of a predication of "shaggy" on "Fido,” as
assumed, we can infer U to have the further resultant procedure: To utter the
complete sentence now Fidus est hirsutus, "Fido is shaggy" if U wants
A to think U to think the complete proloquium, as Varro has it, that Smith's –
or indeed Cato’s, dog is hairy-coated. And this resultant procedure is an
interpretant, as a semiotician would say, of "For the utterer U, 'Fido is
shaggy' or Fidus est hirsutus ‘signifies’: Smith's dog is hairy-coated.’ Grice
has at this point not yet provided an explication for a statement, report, or
ascription, of timeless ‘significatio’ relating to non-complete
utterance-types. Grice feels he is not really in a position to provide a
definiens for the generic "X (noncomplete) ‘signifies’ ‘…’. Indeed, Grice
is far from certain that a generic form of ‘definition’, or Aristotelian logos,
can be provided for a schema such as that – although Plato and Aristotle played
with NOMEN and RHEMA. It may well remain impossible to provide a definiens
until the syntactical CATEGORY of X has been given – this is the scholastic
way: NOMEN EST VOX SIGNIFICATIVA; VERBVM EST VOX SIGNIFICATIVA, NOMEN
SVBSTANTIVM EST VOX SIGNIFICATIVA, NOMEN ADIECTIVVM EST VOX SIGNIFICATIVA.
NOMEN PROPRIVM EST VOX SIGNIFICATIVE – and it was good that Grice never
attended a GRAMMAR school! Grice can, however, provide a definiens which may be
adequate for ‘il nome aggetivo,’ as Italians have it, or adjectival X -- e.g.
hirsutus, or "shaggy". DEFINITIO or LOGOS: For utterer, X (adjectival
– nome aggetivo) ‘signifies’ '... '" iff the Utterer U has this procedure:
to utter a y-correlated predication of ‘il nome aggetivo’ X on a if (for some
addressee) the utterer wants A to psi-asterisk a particular R-correlate of a to
be …,’ where the two lacunae represented by dots are identically completed. Any
specific procedure of the form mentioned in the definiens of this DEFINITIO can
be shown to be a resultant procedure. E. g. if U has P2 and also the second
correlation, it is inferable that U has the procedure of uttering a
vt-correlated predication of il nome aggetivo hirsutus or "shaggy" on
a if (for some A) U wants A to psi-asketerisk a particular R-correlate of a to
be one of the set of hairy-coated things, i. e., that, for U, the specific nome
aggetivo hirsutus or "shaggy" means ‘hairy-coated.’ – cf.
Lewis/Short, hirsutus, a, um: shaggy. Grice can now offer a definition of the
notion of a COMPLETE utterance TYPE which has so far been taken for granted.
DEFINITIO: X is complete" iff a fully expanded definiens for "X means
'...’” contains no explicit reference to correlation, other than that involved
in speaking of an R-correlate of some referring expression occurring within X.
The expanded definiens for the complete utterance type "He is shaggy"
– Hirsutus est -- may be expected to contain the phrase "a particular
R-correlate of 'he,’ and for simplificatory purposes we may either assume demonstrative
for ‘he’ in Latin, or involve the conjugated form of ‘est’ to let us know it is
not I, or you, or we, or ye, or indeed they the shaggy, but just HE – hirsutus,
not hirsutum. We must now stop taking for granted the notion of correlation.
What does it mean to say that, for example, Cato's dog is the, or a referential
correlate of "Fidus"? One idea, building in as little as possible,
would be to think of the NOMEN PROPRIVM "Fidus" and Cato's dog as
paired, in some system of pairing in which a NOMEN PROPRIUM and a thing forms
an ordered pair. But in one sense of ‘pair,’ any one NOMEN PROPRIVM and any one
thing form a pair: an ordered pair, the first member of which is the NOMEN
PROPRIVM, the second the thing: as Grice, Grice. We want a sense of ‘pair’ in
which the specific – however generic, alas -- "Fidus" is paired with
Cato's dog but not with Smith's cat. – or with Cato’s OTHER dog, should he
happen to have another one."Selected pair"? But what does
"selected" mean? Surely not ‘selected’ in the sense in which an apple
and an orange may be selected from a dish, out of your ‘placitum’. Perhaps
‘selected’ qua adjudicated, in the sense in which one of Cato’s dogs may be
selected, as something with which, or to which, the selector intends to do
something – to beware of him, for example – cave Catonis canem. But in the case
of the NOMEN-PROPRVM-thing pair, do what? Beware? Surely that’s too specific.
And what is this process of selecting, anyway? Which its range? Grice suggests
that we consider initially the special case in which a linguistic item such as
a NOMEN PROPRIVM and a non-linguistic item is explicitly correlated. Let us
take this to consist in performing some act, or other, as a result of which the
linguistic item, the PROPER NAME – say, Frege -- and the non-linguistic item,
or items – say the Freges -- come to stand in a relation in which they did not
previously stand, and in which neither stands to non-correlates in the other
realm. Since this act of co-relation may indeed be a verbal, or sonorous, act,
how can this set up a relation between two – or more items? Think: The Freges.
Suppose U produces a particular utterance (token) V, which belongs to the
utterance-type "hirsutus: hairy-coated things." To be able to say
that U had, by uttering V, correlated "hirsutus" with each member of
the set of hairy-coated things, we should need to be able to say that there is
some relation R such that: by uttering V, U effects that "hirsutus"
stan in relation R to each hairy-coated thing, and only to hairy-coated things;
and that utteres V in order that, by uttering V he should effect this. It is
clear that this second, teleological, goal-oriented condition, on which some
will look askance because it introduces a reference to U's intention – indeed
with regard to an end -- in performing his act of correlation, is required, and
that the first condition alone would clearly be inadequate. Certainly by
uttering V, regardless of his intentions, U IS setting up a situation in which
a relation R holds exclusively between "hirsutus" and each
hairy-coated thing Z, scil.,the relation which consists in being an expression
– to use Croce’s favoured idiom – (Grice borrowed it from Collingwood, but
never returned it) -- uttered by U on a particular context of utterance or
conversational occasion O in conversational juxtaposition – wtin his same
conversational move, as it were -- with the name of a class to which Z belongs.
But, by the same act – by exclusion or elimination, as Descartes has it, U is
also setting up a situation in which another relation R' holds exclusively
between "hirsutus" and each non-hairy-coated thing Z', scil., the
relation which consists in being an expression uttered by U on conversational
occasion O in conversational juxtaposition with the name of the complement of a
class to which Z' belongs. Surely Grice does not, however, for HIS purposes,
wish to think of U as having explicitly correlated "hirsutus" with
each non-hairy-coated thing, such as Julius Caesar, or Ottavian. The only way
to ensure that R' is eliminated is to add the further condition, which confines
attention to a relationship which U intends to set up. It looks as if
intensionality – or intentionality (Urmson had Grice doubt about the spellings
here) is embedded in the very foundations of the theory of language. Let us,
then, express more formally the proposed account of a co-relation. Suppose that
V= utterance-token of type ""hirsutus': hairy-coated things"
(inscribed, as T. Fjeld would have it). Then, by uttering V, U has correlated
"shaggy" with (and only with) each hairy-coated thing=(R) {(U
effected by V that [Vx] [R "shaggy" x=*Ey (y is a hairy-coated
thing)]) and (U uttered V in order that U effect by V that [Vx]... )}.' If so
understood, U will have correlated "shaggy" with hairy- [The
definiens suggested for explicit correlation is, I think, insufficient as it
stands. I would not wish to say that if A deliberately detaches B from a party,
he has thereby correlated himself with B, nor that a lecturer who ensures that
just one blackboard is visible to each member of his audience (and to no one
else) has thereby explicitly correlated the blackboard with each member of the
audience, even though in each case the analogue of the suggested definiens is
satisfied. To have explicitly co-related X with each member of a set K, not
only must I have intentionally effected that a particular relation R holds
between X and all those, and only those, items which belong to K, but also my
purpose or end in setting up this relationship must have been to perform some
sort of Austinian baptismal act as a result of which there will be some
relation, or other, which holds between X and all those, and only those, things
which belong to K. To the definiens, then, we should add, within the scope of
the initial quantifier, the clause: "& U's purpose in effecting that
Vx (.....) is that (BR') (Vz) (R' "hirsutus' z=zEy (y is hairy-coated)).]
coated things only if there is an identifiable R' for which the condition
specified in the definiens holds. What is such an R'? Grice suggests: R' xy=x
is a (word) type such that V is a sequence consisting of a token of x, followed
by a colon, followed by an expression ("hairy-coated things") the
R-correlate of which is a set of which y is a member. R'xy holds between "hirsutus"
and each hairy-coated thing, given U's utterance of V. Any utterance V' of the
form exemplified by V could be uttered to set up R"xy, involving V'
instead of V, between any expression – again Croce’s term, borrowed by Grice
from Collingwood -- and each member of any set of non-linguistic items. There
are, of course, other more complicated ways of achieving the same effect, as
you will expect. The purpose of making the utterance can be specified in the
utterance: V = utterance of "To effect that, for some R, 'hirsutus' has R
only to each hairy-coated thing, 'hirsutus': hairy-coated things." The
expression of the specified R will now have "V is a sequence
containing" instead of "V is a sequence consisting of ...”. Or U can
use the performative – as Scots law goes, ‘operational’ -- form: "I
hereby,” with the proper Roman attitude, “co-relate 'hirsutus' with each
hairy-coated thing." Utterance of this form displaying such Roman
gravitas, will at the same time fit Plato’s and Varro’s description of the
first IMPOSTORS of name – and set up the required relation, AND label itself as
being uttered with the purpose of setting up such a relation. But by whichever
form an act of explicit correlation is effected – Romulus allegedly rejected
them all! --, to say of it that it is (or is intended to be) an act of
co-relation is, or has to be, always to make an indefinite reference to a
relationship which the act is intended to set up, and the specification of the
relation involved in turn always involves a further use of the notion of
co-relation -- e.g. in speaking of a set which is the referential correlate of
a particular expression [e.g. "Hairy-coated things"]). This seems to,
but does not, involve a regress which might well be objectionable; though
"co-relation" is not blatantly used in definition of ‘correlation,’
‘co-relation’ is used in the specification of an indefinite reference occurring
in the definition of correlation. It might be considered desirable -- why, even
necessary -- to find a way of stop ping this regress at some stage. Is this,
one pupil asked me, a characteristically empiricist demand? If we do not stop
it, can correlation even get started -- if prior co-relation is presupposed,
that is? Let us try ‘ostensive’ correlation and play the Witters! In an
attempted ostensive correlation of the word NOME ADIECTIVM "hirsutus"
with the property of hairy-coatedness: U will perform a number of acts in each
of which he ostends an object (a,, az, ag, etc.). Simultaneously, with each
ostension, he, say Brutus, utters a token of the word "hirsutus." It
is Brutus’s intention to ostend, and to be recognised as ostending, only things
– or parts of things (a body part, say), which are either, in his view, plainly
hairy-coated or are, in his view, plainly not hairy-coated – or smooth. – an
smooth man, say. In a model sequence, these intentions ny Brutus, are
fulfilled. For a model sequence to succeed in co-relating the word NOMEN
ADIECTIVM "hirsutus" with the property of being hairy-coated, it
seems necessary, but fortunately also sufficient, that there should be some
relation R which holds between the word NOMEN ADIECTIVM "hirsutus"
and each hairy-coated thing, y, just in case y – say, Cato’s dog -- is
hairy-coated. Can such a relation R be specified? Varro certainly thought it
could. Grice: “I’m not so sure myself – as Varro was.” Perhaps at least in a
sequence of model cases, in which U's intention is rewarded by success, it can,
and the relation between the word NOMEN ADIECTIVM "hirsutus" and each
hairy-coated thing y would be the relation which holds between each plainly
hairy-coated object y and the word "shaggy" and which consists in the
fact that y is a thing to which U does and would apply, rather than refuse to
apply, the word "shaggy." In other words in a limited universe
consisting of things which in Us view are either plainly hairy-coated or
plainly not hairy-coated, the relation R holds only between the word
"shaggy" and each object which is for U plainly hairy-coated. This
suggestion seems not without its difficulties: It looks as if we should want to
distinguish between two relations R and R'; we want U to set up a relation R
which holds between the word "shaggy" and each hairy-coated object;
but the preceding account seems not to distinguish between this relation and a
relation R' which holds between the word "shaggy" and each thing
which is, in Brutus’'s view unmistakably hairy-coated – and provided he has
learned the correct ‘signification’ of the adjective – from his mother, most
likely. To put it another way, how is Brutus, our utterer, to distinguish
between "hirsutus,” which ‘signifies,’ of coarse, or course, hairy-coated,
and the word "hirsutus" * -- hirsutus with a twist, which now
‘signifies’ "in Us view of things, unmistakably hairy-coated"? If
Cicero, in an attempt to evade these troubles, supposes the relation R to be
one which holds between the word NOMEN ADIECTIVVM "hirsutus” and each
thing to which Brutus (our utterer) would, in this or that conversational
circumstance, apply the word "hirsutus," how do we specify these conversational
circumstances in question? If we suggest, as Cicero does – in his long letter
to Atticus -- that the conversational circumstances are those in which U –
Brutus, that is -- is concerned to set up an explicit co-relation between the
word NOMEN ADIECTIVVM "hirsutus" and each member of an appropriate
set of things, Grice’s proposal becomes at once, unrealistic for a non-Oxonian,
and problematic for the rest of the world! Normally, Grice would expectd, a
co-relation seems to grow rather than to be created. An attempt to connect such
a growth with potentialities of creation may give rise to further threats of
circularity, especially for or to the Practical Roman. The situation seems to
be, however, and as far as Oxford is concerned, as follows. Grice desperately
(to put it mildly, but kindly – ‘despeartely’ is always an understatement at
Oxford) needs to be able to invoke such a resultant procedure as the following,
namely to predicate B on "Fidus," when U wants A to vt that Cato's
dog is a denotational correlate of B; and we want to be able to say that, at
least sometimes, such a resultant procedure may result from, among other
things, a non-explicit REFERENTIAL now co-relation of "Fidus" and
Cato's dog. It is tempting to suggest that a non-explicit referential
co-relation of "Fidus" and Cato's dog consists in the fact that
Brutus would, explicitly, correlate "Fidus" and Cato's dog. But to
say that Brutus would explicitly correlate "Fidus" and Cato's dog
must be understood as an elliptical or pleonastic or periphrastic way of saying
something of the form "U – Brutus, that is -- would explicitly correlate
'Fidus' and Cato’s dog, if, conversationally, p." How is "if p"
to be specified? Perhaps as "if U were asked to give an explicit
correlation for 'Fidus"" But if he were actually faced with a
request, Brutus might well take it that he is being asked to make a
stipulation, in the making of which he would have an entirely free hand. But if
Brutus is not being asked for an arbitrary stipulation, it must be imparted to
him that his explicit correlation shall have to satisfy some NON-arbitrary, or
‘natural,’ as Cicero prefers, condition. But what condition can this be? Cicero
does not say. Again, it is tempting to suggest that Brutus is to make his
explicit co-relation such as to match or fit some existing procedure. “If
there’s something us Romas are, is traditional,” Varro is alleged to have said.
In application to our resultant procedure, this seems to amount to imposing on
Brutus the demand that he should make his explicit correlation such as to yield
such resultant procedure. In that case, the resultant procedure in fact
‘results’ from a non-explicit co-relation which consists in the fact that
Brutus – or any other utterer inAncient Rome, would explicitly correlate
"Fidus" and Cato's dog if he wanted to make an explicit correlation
which would generate some relevant existing procedure, namely the resultant
procedure in question itself. There seems to be a slight circularity here. Is
this tolerable? Grice does tolerate it, and we cannot think why you should not!
It
may be tolerable, Grice explains, in tutorial tones, inasmuch as it may be a
special case of a general phenomenon which arises in connection with the
explanation of linguistic practice, ‘or conversation, as I prefer.’ We can, if
we are lucky or fortunate, identify this or that "linguistic rule," --
so called, -- Grice is reminded of O. P. Wood, “The Force of Linguistic Rules”
– The Aristotelian Society --, even analytic Meaning or ‘signification’ postulate
alla Carnap, to please Roger Bishop Jones, which is such that our linguistic conversational
practice is as if we accepted these rules and more or less consciously – or at
least not totally unconsciously, pace Chomsky -- followed them. But we want to
say that this is not just an interesting fact about our linguistic conversational
practice, but also an explanation – it provides explanatory adequacy, as some
pompously put it -- of it; and this leads us on to suppose that "in some
sense," "implicitly," we do accept these rules. Think:
Kripkenstein! Now the proper interpretation of the idea that we do accept these
rules becomes something of a mystery, if the "acceptance" of the
rules is to be distinguished from the existence of the related conversational practices
-- but it seems like a mystery which, for the time being at least, we shall have
to swallow, while recognising that it involves us in an as yet unsolved
problem. In any case, it will hardly have escaped notice by now that Grice’s
account of the cluster of notions connected with the term "significatio"
has been studded with expressions for such intensional concepts as those of
intending and believing, and Grivce’s partial amusing, care-free, VERY Oxonian,
and leisurely, excursions into strange symbolic notation and expression –
“blame it on Oxford!” -- have been made partly with the idea of revealing Grive’s
commitment to the legitimacy of quantifying over such items as propositions. Grice
goes on tomake two highly general remarks about this aspect of his procedure.
First, he is hardly sympathetic toward any methodological policy which would
restrict one from the start to an attempt to formulate a theory or analysis –
to appease Mrs. Jack -- of ‘signification’ in purely extensional set-theoretical,
dully Boolean terms. It seems to Grice that one should at least start by giving
oneself a free hand to make use of any intensional notion or devices which you
please, and that seem to be required in order to solve one's conceptual
problems, at least at a certain level, in ways which, your ugly metaphysical
bias apart, reason and intuition commend. If one denies oneself this
freedom, one runs a serious risk of underestimating the richness and complexity
of the conceptual field which one is investigating – “and my pupils, don’t WANT
that!” – “Recall that only the poor learn at Oxford.” Second, Grice said at one
point that intensionality seems to be embedded in the very foundations of the
theory of language. Even if this appearance corresponds with reality, one is
not, Grice suspects, precluded from being, in at least one important sense, an
extensionalist – such an ugly word, even when applied to Boole!The
psychological concepts which, in Grice’s view, are needed for the formulation
of an adequate theory of language, conversation, ‘significatio,’ or what have
you, may not be among the most primitive or fundamental psychological concepts
(like those which apply not only to human beings but also to some quite lowly
animals – such as The Amoeba – as genial Ian Dengler would remind us!), and it
may be possible to derive (in some relevant sense of "derive") this
or that intensional concept which Grice used in his tutorials from more
primitive extensional concepts. Any extensionalist has to deal with the problem
of allowing for a transition from an extensional to a non-extensional language;
and it is by no means obvious Grice that intensionality can be explained only
via the idea, “as Occam sadly thought, to the disgrace of Oxford!” -- of
concealed references to language – O ccam’s sermo mentalis -- and
so presupposes the concepts in terms of which the use of language has to be
understood! E in questo si
trovano d'accordo senza fatica, perchè segueno tutti una medesima guida, l'uso
– Grice: “Ryle distinguished between use and usage. I don’t!” -- : sfido a
prenderne un’altra per comporre delle grammatiche positive. Anche quel novo e
artifizioso edilìzio filosofico che è la GRAMMATICA SPECULATIVA di Scoto, è
fondato sull’autorità sottintesa e costrutto sul metodo arbitrario d’un
grammatico. E l’arbitrio è proseguito da VALLA (si veda) a BUONMATTEI (si
veda). Novo e notabile /w in questo l'assunto de’due celebri filosofi galli,
che lo fondarono su questo principio. La maggior distinzione di ciò che accade
nel nostro spirito è che ci si può considerare e l'oggetto del nostro pensiero,
e la forma o la maniera del pensiero medesimom che, applicato al linguaggio, li
conduce alla deduzione che, avendo gl’uomini BISOGNO DI SEGNI o INDICI per
INDICAR ciò che accade nel loro spirito, la distinzione più generale
de’vocaboli dev’essere che gli uni SIGNIFICANO gli oggetti o CONTENUTI
de’pensieri, e gl’altri la FORMA, o il modo de’pensieri medesimi. Qui MANZONI
(si veda) trova acutamente che una supposizione è stata sostituita da una
ricerca. Mentre i fondamenti dell'arte di PARLARE o CONVERSARE dovevano esser
cercati altrove che in una distinzione de' vocabili in due categorie. Ciò che
da origine a tutte le arbitrarietà della grammatica generale. Ed è una storia
lunga e superflua quella di tant’altre questioni dello stesso genere [di quella
della pre-posizione non pre-posizione o participio non participio Excepté]; vai
a dire se tali o tali altri vocaboli s’hanno a collocare tra gl’avverbi, o tra
le pr-eposizioni, o tre le congiunzioni, o tra’nomi, o tra’pro-nomi, o
tra’verbi o tra pro-verbi. Questioni non mai sciolte, e, MANZONI osa dire,
insolubili, perchè con esse si cerca ne’vocaboli una qualità supposta
arbitrariamente, qual'è l'attitudine esclusiva a fare un ufizio grammaticale –
cf. Grice on Gellner on Words and Things. Quindi ognuna delle parti puo avere
una ragione; nessuna puo aver ragione. Dalla qual conclusione è facile
concludere che MANZONI (si veda) colpe a morte la grammatica generale, ma non
la grammatica simpliciter. Come tesi pratica, lungi dall’esser una reazione e
opposizione al purismo trionfante di CESARI (si veda) come quello che offre
un'unità linguistica da seguire di contro alla nuova barbarie del gallicismo e
alla babele della LINGUA UNIVERSALE, la teoria di MANZONI (si veda) ne è, non
dico la continuazione, ma una trasformazione – cf. la grammatica trasformata –
rivoluzione. Il purismo afferma i diritti della lingua letteraria e dei
filosofi posteriori che la mantenno viva, ossia dell'unità fiorentina quale si
è stabilita. MANZONI (si veda) afferma i diritti dell'unità fiorentina viva e
PARLATA in quanto, non discordando da quel tanto di fiorentino ch’è rimasto
vivo e ch’è perciò adoperabile e rappresenta il nucleo che gl'italiani hanno in
comune, puo essere comunicata a tutti e bastare ai bisogni di tutti, cioè
diventare con la maggior facilità e precisione la lingua comune, universale
della letteratura e perciò dell’Italia. Su MANZONI (si veda) grammatico,
seguendo l’opere inedite o rare da noi esaminate, scrive una memoria ZOPPI
(citato da VAILATI) nella Miscellanea per le Nozze Biadego- Bernardinelli,
Verona. Il che viene a concordanza con quanto osserva BORGESE (si veda) circa
le relazioni tra il purismo classico e il romanticismo. I classicisti puristi
hanno quasi troncato tutte le dispute sulla natura storica della nostra lingua,
stabilendo ch'ella doves modellarsi sulla toscana, o meglio, sulla fiorentina;
se non che, per la medesima ragione che la poesia esprime sentimenti, passioni,
opinioni di tempi [Le opposizioni di genere teorico non possono mancare alla
tesi di MANZONI (si veda), e non mancarono, come non mancarono le calorose
difese. Intervenno nella disputa anche filologi e glottologi, con gl’argomenti
a favore e contro che la grammatica storica puo loro offrire. Ma dubitiamo che
la partecipazione di non filosofi al dibattito è stato il deus ex machina che è
riuscito a risolverlo. Poiché, se i non filosofi possono ben chiarire col
metodo positivo come è sorta e si è sviluppata la lingua italiana intesa come
evoluzione, non è vero che con questo chiarano ancora che cosa una lingua
effettivamente è. Il problema non è filologico. È FILOSOFICO. E noi sappiamo
con che LA FILOSOFIA identifica la lingua – il deutero-Esperanto di Grice. Nel
fatto invece il problema di MANZONI (si veda) in quanto ha di pratico è
risoluto nel senso da lui voluto. Che cosa vuole MANZONI (si veda)? Quello che
ottenne, e che dirò con parole di SANCTIS (si veda), di uno cioè che non prende
e non puo prender parte a una controversia che non ha per lui alcuna portata né
critica né FILOSOFICA. MANZONI (si veda) rinnova la forma, rendendola popolare,
perchè combatte a morte la forma convenzionale. Distrugge l'atmosfera classica.
Vince la rettorica, producendo una forma semplice, vera, reale, forma cercata
nelle viscere stesse del popolo, forma ingentilita con tali colori accessibili
al popolo. Su questo nuovo fatto, che non è naturalmente tutt' opera di MANZONI
(si veda) e de’suoi valorosi seguaci (son troppi per citarli tutti, ma qui è
doveroso ricordare BONGHI (si veda), MORANDI (si veda), e, benché sia
manzoniano temperato, OVIDIO (si veda)), sorge la nuova grammatica italiana
oggi adottata nelle scuole, cioè la gram[andati, parla anche colle parole
morte, quasi è LATINA. I romantici mostrano che, se la poesia vuole imitare il
vero, per vero deve intendere quello a cui noi crediamo, e che, se ha da
parlare ai contemporanei e non ai defunti, deve usar di quelle parole che possono
intendersi anche dai non dotti. Sulla dibattuta questione è pubblicato perfino
uno speciale periodico, “L'unità della lingua,” per cura di FANFANI (si veda),
GELLI (si veda) e VESCOVI (si veda). Firenze.A titolod'onore dobbiamo qui
registrare il proemio d’Ascoli nell’Archivio glottologico, che degnamente
combattuto dagl’avversari, solle la controversia alla maggiore elevatezza di
discussione possibile. In Vivaldi] matica dell'uso, o della lingua parlata e
dell'uso vivo, di cui avemmo tipi invero in qualche parte diversi. Il che
chiarendo avremo assolto anche il compito che qui ci è riservato, di dar conto
complessivamente di un gruppo di grammatiche, troppo numerose per essere
singolarmente esaminate, e troppo uniformi non solo nel principio che lor serve
di base ma anche nella configurazione loro, non gran che, s’aggiunga,
differente da quella che ha la grammatica del purismo, per meritare un'analisi
minuta del loro speciale contenuto, considerato sopratutto che non scaturendo
esse, come invece avvenne dal bisogno di rendersi conto della letteratura
bisogno che assume aspetto di PROBLEMA FILOSOFICO né connettendosi, come si
avverò, agli sforzi compiuti dai filosofi del linguaggio per intenderne la
natura e insieme le tradizionali categorie, ma solo rappresentando un indirizzo
pratico, come quelle del purismo di CESARI (si veda), vengono a perdere
individualmente gran parte del loro interesse in una storia come la di T.
Trascurando non senza ragione gl’ultimi epigoni della grammatica del purismo,
non esclusi quelli che sotto veste di novità in sostanza esponeno la medesima
materia [Melgaj, e tacendo anche per amor di brevità di trattazioni
particolari, che per certi rispetti si ricongiungono alla grammatica storica
(CAMPO (si veda), Regole pella pronunzia italiana, e per altri che vertono più
specialmente sulla SINTASSI tradizionale (Bulgarini e Castagnola, LA STRUTTURA
DEL PERIODO – “We studied ‘Syntactic Structure’ with Austin!” – Grice --, e
delle solite disquisizioni sullo studio o sull’importanza o SULLA PORTATA
FILOSOFICA della grammatica generalmente prive di senso scientifico, noteremo
che, se ben presto, dopo cessate completamente le polemiche rinnovatesi più
vivacemente coll’elazione di MANZONI (si veda) e quando ormai i fatti
cominciano a parlar da sé sorgeno e pullulano le grammatiche del principio
dell'uso [cf. Little Oxford Dictionary, Fowler – Grice], invero quella
ch’applica rigorosamente, cioè nel suo preteso esclusivismo m’in tutta la sua
larghezza e in tutte le sue contemperanze, il concetto fondamentale di MANZONI
(si veda), usce Trapani. Torino] relativamente tardi, e precisamente: ed è la
Grammatica italiana diMORANDI (si veda) e CAPPUCCINI (si veda), non essendoci
lecito dubitare, anche se non ce ne siamo convinti col nostro studio, di quanto
essi affermano nell’introduzione. Più di ventanni fa, uno di noi [MORANDI (si
veda), in saggi incorporati in Le correzioni ai Pr. Sp. ], sostene come fosse
ormai tempo di rinnovare la grammatica italiana sul concetto fondamentale di
MANZONI (si veda): concetto che l’indagini e gli studi filologici hanno sempre
meglio illustrato e confermato. Ma questo voto rimane quasi del tutto
inesaudito, come puo vedere chiunque confronti accuratamente il nostro lavoro
colle grammatiche che si pubblicarono d’allora ad oggi. Cf. la Grammatica
italiana dell'uso moderno di FORNACIARI (si veda) e la Grammatica italiana di
ZAMBALDI (si veda), la Grammatica della lingua parlata cogl’esempi cavati da
MANZONI (si veda) di BONI (si veda), la Grammatica della lingua italiana di PETROCCHI.
Son tutte pregevoli, come garantiscono i nomi degl’autori chiari e autorevoli
quanto benemeriti e infaticabili cultori del nostro idioma. Ma il principio
dell'uso v'è stato applicato diremo così un po'all'ingrosso, con maggior
simpatia verso l'uso letterario in quelle di FORNACIARI (si veda) e ZAMBALDI
(si veda), con più libertà -- cf. Grice contro Macaulay -- manzoniana, dirò
così, nelle altre due. Scendere a particolari qui non possiamo, né ne mette il
conto. È un giudizio che i lettori ci possono menar buono anche senza prove,
purché pensino ai nomi di codesti autori e alla diffusione che l’opere loro
hanno ancora nelle scuole. Il nome di ZAMBALDI (si veda) e più ancora di
FORNACIARI assicurano, per es., d’un certo freno, quasi d’una remora prudente e
ragionevole alla scapestrataggine grammaticale. Infatti le loro grammatiche si
ristampano coi dovuti miglioramenti anche oggi, e sono meglio accette ai
maestri che vogliono sì l'uso ma colle debite cautele e restrizioni: gente che
ha naturalmente molta fede nella grammatica come ausiliatrice della rettorica
pegl’effetti del corretto e bello scrivere degl’alunni. Invece interamente
manzoniana nel senso largo ch’abbiamo determinato, ma non ESCLUSIVAMENTE
MANZONIANA, perchè vi si tien conto nella fonetica dei più notevoli e certi
resultati della gram- [Parma] matica storica, è quella di MORANDI (si veda) e
CAPPUCCINI (si veda). I quali l'hanno caratterizzata meglio di quel che
potremmo far noi. Posto come norma fondamentale l'uso civile fiorentino, senza punto
occultarne, m’anzi mettendone in rilievo i rari e leggieri dissensi coll'uso
vivo generale italiano, noi facciamo poi largo luogo anche all'uso letterario,
distinguendo il comune od ORDINARIO (Grice on Austin on Donne on Nowell-Smith)
del poetico, o dell'antiquato, o dal pedantesco – Grice on Austin against
VOLITION --, ecc., e notando spesso ciò che di quest'uso sopravvive tuttora nel
volgare, ossia plebeo – cf. Grice the lay --, di Firenze, o ne’vari dialetti.
Sicché, quella parte storica della lingua, che anche quando è addirittura
morta, può alle volte essere ri-adoperata nello stile poetico, ovvero per
ironia – “Methinks the lady doth protest too much” --, o per ischerzo, o per
altro, qui non solo non manca, ma ce n'è di più che in molte altre grammatiche,
colla differenza però che ci si trova nettamente distinta. E a proposito di
lingua, dobbiamo pur dire che dell'usata e usabile abbiam procurato,
negl’esempi e nel resto, di darne colla maggiore possibile varietà e ricchezza,
senza però invadere il campo proprio del vocabolario, se non quando i
vocabolari sono discordi tra loro, o addirittura in errore. Se spesso poi,
specialmente rispetto all'uso vivo, noi ricorriamo ai forse, ai più o meno, ai
d’ordinario, e simili, anche di questo la colpa non è nostra. Gli è che noi non
vogliamo dar per certo ciò che è dubbio, ne sostituire il nostro gusto alla
realtà de’fatti. E i fatti, in ogni lingua viva, son di tre specie: ben
determinati, e di questi noi diamo regole fisse; che si vanno determinando (“pirot”),
e qui noi diciamo la tendenza, il più comune; ancora incerti, e noi notiamo
l'incertezza (il deutero-Esperanto di Grice). Non vi par questa una pagina
sinteticamente illustrativa della dottrina di MANZONI (si veda) nella sua parte
più essenziale e praticamente attuabile? e, nel tempo stesso, non vedete qui
disegnato l'ideale della grammatica NORMATIVA? della grammatica che, conscia
del suo modesto compito, vi spiana la via all'apprendimento della lingua che vi
occorre o vi può occorrere senza mettervi né la catena a’piedi né le manette?
La grammatica MORANDI (si veda)-CAPPUCCINI (si veda) chiude l'ultimo momento
storico dello svolgimento di questo prodotto di cui siam venuti descrivendo le
vicende, riflettendo in sé esattamente l'ambiente linguistico in cui si matura.
Delle moltissime altre che le si sono succedute colla rapidità e frequenza onde
l’imitazioni sogliono accompagnare l'opera originale, è superfluo qui spender
parole, anche se in qualcuna d’esse avessimo da segnalare particolari espedienti
didattici, non essendo stato l’assunto di T. il far la storia dell’istituzioni
scolastiche e dei metodi d' insegnamento. Ma lasceremmo una lacuna, se non
facessimo un cenno dello sviluppo della grammatica storica, non perchè
l'argomento rientri nel nostro tema, specie quando si consideri che la
grammatica storica si svolge in quest'ultimo suo veramente glorioso periodo
affatto indipendentemente, come il suo metodo e i suoi intenti esigeno, dalla
MERA GRAMMATICA NORMATIVA il che non accadde, p. es., quando il problema appare
unico e intimamente connesso con quello della rifiorita letteratura nazionale
ma perchè la grammatica storica s' immischia nelle discussioni intorno alla
lingua, o meglio alla tesi di MANZONI (si veda) e, fuori di queste relazioni,
vuole esser rappresentata non senza ragione nell’antica sezione della pronunzia
e dell'ortografia, costituendovi un riassunto dei principali accertamenti della
fonologia. BIANCHI (si veda) in quella sua lodata “STORIA DELLA PRE-POSIZIONE A
E DE’SUOI COMPOSTI NELLA LINGUA ITALIANA” dichiara d'essersi giovato di
NANNUCCI (si veda), che da noi segna il passaggio dell'antica alla nuova
scuola, e che ancora egli stima assai più di certi arrembati, i quali montati a
cavalluccio sopra i Bopp, i Grimm e i Diez, si danno il facile vanto di far
passar da ciuchi tutti i loro predecessori. Prima ancora di NANNUCCI (si veda),
non manca un certo interesse per lo studio storico della lingua. CIAMPI (si
veda) nel suo DE VSTE LINGUAE ITALICAE SALTEM ripiglia la vecchia tesi di BRUNI
(si veda) e CITTADINI (si veda) con molta dottrina ed erudizione, ma così, mi
pare, peggiorandola. LINGVAM ITALICAM extitisse APVD VETVS ITALVM VVLGVS, in
multo ante, nec equidem repugnabo, saltem a saeculo R. S. Quinto. Eamque ortam
non tantum ab RELIQVIS LATINAE linguae cultioris, sed AB VNIVERSIS
VETVSTISSIMIS ITALICIS DIALECTIS, dein, varie, variis [Una grammatica italiana
a cui sottostà la coscienza della sua INCONSITENZA FILOSOFICA e che cerca
d’attenuare i danni dell'eccessivo schematismo tradizionale è quella di RADICE
(si veda), seguace dell'Estetica del Croce, Catania] temporibus, adauctam
latino maxime, et graeco sermone: tum edam quibusdam externorum vocibus. Post
saeculum vero R. S. alterimi supra decimum, e triviis in aedes hominum elegantiorum
successiti hinc et ad normam, libellumque redacta, scriptorum statu et
praeceptis grammatices polita est. È il tono degl’eruditi, MURATORI (si veda),
TIRABOSCHI (si veda), MAFFEI (si veda), del quale infatti Ciampi ri-pubblica Y
ITALICA ehtaibratio hi idem argumentum, riassumendo e criticando tutt'e tre i
nominati, che, nello sfogliare le cartapecore antiche, vedendo tante voci e
modi della nostra lingua adoperati in tempi ne’quali si crede non sono mai
sonati sulle bocche de’parlanti, sono stati condotti a veder chiaro nel
problema lasciato insoluto dai precedenti trattatisti: il primo riferisco
CIAMPI (si veda), s'intende, conclude che la lingua italiana è derivata dalle
rovine del latino, e che è parlata dal volgo; il secondo ridotto l'antichità dell'origine
al periodo longobardico e riconnessala alle genti barbare più ch’alle latine;
il terzo negato ogni straniera e particolarmente tedesca derivazione,
mettendosi così sulla buona via di dimostrarla in tutto d'origine latina
sebbene con molte alterazioni della lingua dotta. Anche questa di CIAMPI (si
veda) è un'esercitazione erudita, sebbene scende a particolari de usu verborum
quæ vocant auxiliaria e di voci e costrutti volgari rintracciati nel latino
antico e di vocaboli derivati dal greco. Né puo far fare un passo al vecchio
problema. Ma intanto lo mantiene vivo ed è già un progresso e lascia visibile
l'orizzonte verso cui avrebbero i posteri spinto così profondamente lo sguardo.
Anche MANNO (si veda) col suo fortunato saggio, “Della fortuna delle parole”
contribuisce a tener vivo l’interesse per gli studi storici intorno alla
lingua; e le stesse polemiche destate dalla proposta e particolarmente le
dissertazioni di PERTICARI (si veda) e de’suoi contradittori non possono non
considerarsi, con tutti i loro errori e traviamenti più o meno spontanei, non
possono non considerarsi almeno come caratteristici episodi nella storia della
grammatica storica. Tra le ricerche d'indole storica, si ricora TOSELLI (si
veda), ORIGINE DELLA LINGUA ITALIANA, BOLOGNA; BIONDELLI (si veda), ORIGINE E
SVILUPPO DELLA LINGUA ITALIANA, Milano; SICHER (si veda), ELEMENTI E STATI
DELLA LINGUA ITALIANA, Trento.] La quale si mise finalmente sulla strada regia
dell'indagine metodica storico-comparativa, quando, cessate le vane logomachie,
le ricerche complessive che si contentano di raggiungere un'idea approssimativa
delle parentele delle lingue e del loro stato in determinati periodi storici,
pone sulla pietra anatomica il vario materiale linguistico dei gruppi affini
mono-genetici criticamente vagliato, e, coi potenti aiuti della comparazione e
delle leggi dell'analogia e de’suoni, puo stabilire con matematica sicurezza le
derivazioni dell’ITALIANO e delle lingue romanze dal LATINO popolare, fissarne
le fasi e le condizioni e costituirsi così in corpo organico di dottrina capace
d’ulteriori modificazioni ne’suoi aspetti particolari, ma stabilmente fondato
su basi incrollabili, s’intende nel senso che diamo noi a queste parole.
Ricordare i nomi e le date più notevoli di questo serio e fecondo lavorìo che
rappresenta uno de’caratteri più spiccati e più seri dell'erudizione ci è molto
facile. Ci è permesso solo accennare qui che, di fronte ai celebri nomi dei
fondatori della scienza positiva della lingua e della grammatica storica particolarmente
ROMANZA, Bopp, Diez, e degl’ammirati maestri che ci danno la grammatica storica
della lingua d’Italia, Meyer-Lùbke, e alle loro importanti riviste e
enciclopedie, Romania, Zeitschrift, Grundriss, ecc., l'Italia può vantare una
schiera di valorosi filologi, dai compianti CAIX (si veda), CANELLO (si veda) e
MUSSAFIA (si veda) a RAJNA (si veda), Crescini, Parodi, Gorra, Salvioni,
Lollis, Biadene, Goidanich, Zingarelli, Lopez, Bartholomaeis, Bertoni, a molti
altri, a Renier e Novati, benemeriti della filologia anche pel Giornale
storico, ad OVIDIO (si veda), sempre ricercato anche dai colleghi d'Oltralpe a
collaborare in libri e periodici, a Teza, cui, come dice un nostro poderoso
glottologo, Ceci, nessun territorio linguistico è sconosciuto, a Monaci che
fonda riviste che gareggiano felicemente colle straniere migliori e ora è anima
d'una fiorentissima e attivissima società filologica, stretti già quasi tutti
intorno ad Ascoli, il glorioso fondatore dell’archivio glottologico. Tra i
divulgatori della grammatica storica dell’italiano sono degni tra noi di
menzione Fornaciari e Mattio, che sono preceduti fuori da Blanc, la cui
“Gratnmatik der italienischen Sprachen” ha ancora un certo valore pella
dottrina delle forme. Se la grammatica generale, non mai del tutto rassegnata a
morire, giacque sotto i colpi e i sarcasmi della scienza della lingua, non
mancarono tra noi tentativi d’una FILOSOFIA della GRAMMATICA – ragionata e
razionale, ovviamente --, e notevole è quellodi ZOPPI (citato da VAILATI), un
rosminiano -- ROSMINI (si veda) -- acuto quanto dotto e diligente e anche
garbato espositore. Il quale crede appunto di costruire una scienza della
grammatica col connubio della grammatica generale e della scienza positiva del
linguaggio, inconsapevolmente ese- [T. ricorda il saggio di Starck, Grammar and
Language, Boston, fondato sulla credenza che almeno i tre gruppi attuali e più
importanti delle lingue indo-europee sono retti da comuni principi generali; e
i numerosi saggi di Grasserie e particolarmente “L’Essai de syntaxe generale,”
Louvain, che parimenti a T. sembrano ispirarsi alla medesima fede nelle leggi
generali. Per curiosità T. ricorda anche una ristampa della grammatica
ragionata di COMPAGNONI (si veda), “Grammatica scientifica, ossia la teoria
della lingua italiana secondo i principi naturali del linguaggio,” Milano, e
Bert, “Grammaire rationelle et pratique de la langue italienne,” Paris.
Inoltre: DONATELLI (si veda), Appunti di logica e grammatica, Venezia; Fink,
Logisches und Grammatisches, Progr., Ploen; Peine, Notes sur l’analyse
grammaticale et logique, Montemorency, Societé amicale des proff. elèni, de
Paris et de départ., Breve contributo agli studi logico-sintattici, e nel
testo, modesto contributo a una SINTASSI filosofica della meravigliosa lingua
di quel popolo,il greco, a cui nessuna intuizione manca, è il sottotitolo della
citata memoria sulla teoria kantiana del giudizio già intuita e fissata nella
sintassi de’greci di PIAZZA (si veda), il quale T. non sa quanto si è
confortato a proseguire nell’ardua impresa dalla recensione parimente citata
che gliene fa CROCE (si veda). II vero fondatore della scienza del linguaggio
intesa in senso IDEALISTICO è Humboldt, e sotto i colpi de’principi di questa
cade effettivamente la grammatica generale. Ma si sa che il punto di vista
humboldtiano è spesso smarrito dagl’indagatori della parola col metodo
positivo: e questi non sappiamo quanto possano aver da ridire sulla grammatica
generale, che in fondo è un tentativo di filosofia del linguaggio. T. dice qui
per chiarezza positiva in ordine a quanto osservo nella nota precedente. Perchè
la pubblicazione del frammento di MANZONI (si veda) è posteriore al suo
tentativo che risale agli anni quando ne’quali lo pubblica nella Rivista La
Sapienza.] guendo un disegno abbozzato già dal Manzoni stesso. Il miglior mezzo
di farle cessare [le controversie sulla distribuzione delle parole
nell’arbitrarie classi grammaticali] è una GRAMMATICA veramente FILOSOFICA,
dice MANZONI (si veda), la quale, in vece di supporre nel fatto della lingua
una simmetria arbitraria, cerca nella natura dell'oggetto della mente o anima –
PSICOLOGIA RAZIONALE --, e nella condizione imperfetta e necessariamente
limitata della lingua, la spiegazione del fatto qual’è, vale a dire di quella
molteplice attitudine di diversi vocaboli. Il campo della quale ricerca deve
naturalmente essersi allargato colla cognizione più diffusa e più intima di
lingue altre volte o ignorate in Europa, o studiate da pochissimi, e con
intenti più pratici che FILOSOFICI. Si veda, per un esempio, ciò che dice d’una di queste il
celebre sinologo Rémusat. Molti vocaboli chinesi possono essere adoperati
successivamente come sostantivi, come aggettivi, come verbi, e qualche volta
anche come particelle. La FILOSOFIA della grammatica, dice ZOPPI (si veda),
diversamente dalla grammatica generale, che pretende che certe forme o
espedienti grammaticali sono cosi necessari ed inerenti a certe specie di
vocaboli da costituire una teorica grammaticale assoluta, a cui devono
conformarsi ogni lingua, confrontando i risultati della FILOSOFIA colle leggi
psicologiche del pensiero, cerca l’origini, studia, ed espone il PERCHE di
quelle forme grammaticali che si
trovano DI FATTO diversamente
svolte ed attuate nelle
diverse lingue. Essa
per una parte
è l'applicazione della filosofia
e la logica alla lingua, ed è quindi per questo rispetto scienza cocettuale
analitica A PRIORI. Ma dall'altra è fondata sulla più diligente e minuta
osservazione -- “linguistic botany” –
Grice -- dei fatti che nelle sue molteplici varietà presenta il linguaggio, ed
è perciò anche scienza induttiva ed A POSTERIORI (“I don’t give a hoot what the
dictionary said” – Grice to Austin). Laonde, la
filosofia della grammatica dev’essere il frutto dell’accordo
di questi due metodi. La sola logica o l’analisi filosofico concettuale a
priori in effetto ci da delle generalità forse per alcuni troppo astratte e
spesso apparentemente contradette dai fatti, come è avvenuto delle grammatiche
generali. La sola linguistica, poi, ossia, la critica delle lingue si sta paga
a raccogliere e ad ordinare dei vocaboli o ad accertare alcune leggi di questo
o di quell'idioma, ed a formarne delle [Opere inedite o varie; Manzoni grammatico] famiglie e dei gruppi, senza però
levarsi mai alla sommità di principi universali, in cui deve trovarsi la
ragione ultima di tutte le varie forme, onde il pensiero s’attua e si plasma
nella parola. Ma noi dubitiamo assai che ZOPPI (si veda) con tutto il suo buon
volere sia riuscito a far di meglio che
un lavoro di
natura egualmente arbitraria,
vorremmo dire doppiamente arbitraria, com'è quello in cui si uniscono, anzi si
confondono due sistemi, l’uno de’quali il
logico, è falso
e arbitrario, l’altro, il
positivo, è semplicemente metodologico e non gnoseologico e che si giova di
schemi e di categorie per pura comodità pratica, senza dare ad essi alcun
valore. Due punti di vista sono troppi per comprendere un unico fatto. Congiunti
in un terzo non possono dare che un nuovo punto di vista falso, tanto più falso
in quanto tra gl’altri due non vi è intimità di rapporti e l'uno è più insufficiente dell'altro a
spiegar da solo quell'unico fatto. E il vero linguaggio, il linguaggio come
creazione resta fuori d'ogni considerazione sia storica (storia letteraria) che
teorica (estetica). Il superamento della concezione grammaticale della lingua e
il concetto della vera natura spirituale e intuitiva d’essa si sono ottenuti in
modo pieno e definitivo solamente ai nostri giorni coli 'opera capitale di CROCE
(si veda), l’estetica come scienza dell’ESPRESSIONE e linguistica generale,
che, riannodandosi a VICO (si veda), a Hegel,
a Humboldt nella correzione integrativa
di Steinthal, scioglie il problema identificando parola e intuizione e
riferendo arte e lingua alla medesima attività teoretica dello spirito, l’intuitiva o fantastica. Qui la
grammatica ha finalmente la sua critica completa. Se la lingua è ESPRESSIONE e
non esistono classi d’espressioni, la linguistica in quanto ha di riducibile a
scienza è tutt'uno coll’estetica, e non
può davvero costruirsi sulle particolari teoriche che sono escogitate
dell'interiezione, dell'associazione [A questo punto
ZOPPI (si veda) cita MANZONI (si veda), e tutto il brano è riportato nel saggio su MANZONI (si veda) grammatico i La filosofia della grammatica, Verona.
ZOPPI (si veda) alla fine del suo saggio dà due tavole dimostrative, l’una
della genesi psicologica delle parti del discorso, l'altra di quella
glottologica.] o convenzione e dell'onomatopea, mescolate insieme: e poi che, se
la lingua è creazione spirituale, dev’esser sempre creazione (onde resta senza
significato la distinzione del problema in origine e svolgimento), l’altra
considerazione che può farsi
sul linguaggio non
può esser che
storico-artistica, ogni ESPRESSIONE essendo un
individuo artistico da
studiare in sé
stesso e da rivedere e ricreare
in noi col ricollocarci nelle condizioni storiche in cui si produce. Una terza considerazione
della lingua, la logica, che consiste nell’elaborare logicamente il fatto
estetico, che è di natura sua indivisibile, dividendolo in concetti e ricavando
le categorie grammaticali del moto o dell'azione (verbo), dell’ente o materia
(nome) eccr, se è lecita, è infeconda pella comprensione del fatto estetico,
perchè in quella elaborazione esso è stato distrutto: e quelle categorie non
possono valere come modi imitabili d’espressione, come formule e precetti pella creazione artificiale della lingua. Una
tecnica dell' 'espressione è un termine erroneo, contradittorio: e appunto tale
è la grammatica normativa, il cui valore è semplicemente didattico. Una forte
risonanza dell’estetica di CROCE (si veda),
per quanto riguarda la lingua, s’è avuta nel saggio di Vossler,
Positivismo e Idealismo nella scienza della lingua, dove si conducono
argute polemiche contro recenti teorici
della lingua e in bellissime particolari analisi è mostrata tutta la fecondità
e la verità del principio idealistico propugnato da CROCE (si veda) e si
traggono deduzioni importantissime pel metodo e il fine dell'indagine
linguistica. Vossler trova nella lingua due aspetti distinti sotto cui
dev'essere conformemente considerato: 1’uno del progresso assoluto, cioè dalla
libera creazione individuale e teorica, 1’altro del progresso relativo, cioè
dello sviluppo regolare e della creazione teorico-pratica collettiva
condizionantisi a vicenda. Nel primo caso la considerazione è estetica o
stilistica (cioè di storia artistica, o critica letteraria, o storia,
semplicemente), nel secondo è storica o evoluzionistica (cioè di storia della
coltura, [Con questo titolo è uscita per
i tipi del Laterza di Bari, e per merito di GNOLI (si veda), la traduzione] grammatica
storica). Un terzo modo di considerar la lingua, puramente positivistico o descrittivo senza
valutazione estetica o spiegazione
evoluzionistica, non esiste. È teoricamente impossibile. Ossia quel
terzo modo è la grammatica empirica e normativa, sussidio didattico. Ma il sistema idealistico
vige pienamente in entrambe le prime considerazioni. Anche nel momento
del progresso relativo della lingua opera un’attività spirituale. La grammatica, quando è conoscitiva, è così
sciolta o nella storia letteraria o nella storia della cultura, sempre cioè
nella storia. Quando vuol esser normativa, e non più empirica ma FILOSOFICA e
rigorosa, s’annulla nell'estetica. Col suo saggio T.
spera d'esser riusciti a confermare la verità di tale sistema
idealistico, applicandone i PRINCIPII alla considerazione d'un prodotto
caratteristico dello spirito teorico ITALIANO studiato nelle condizioni
storiche del suo svolgimento, nei suoi
rapporti cioè coll'arte e colla scienza. Un importante filosofo. Ciro
Trabalza. Trabalza. Keywords: la grammatica razionale di Grice, ‘Logic and
conversation,’ repinted in Davidson and Harman, Logic and Grammar!. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Trabalza”, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza -- Grice e Trabucco: FILOSOFIA
SICILIANA, NON ITALIANA -- all’isola -- la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale della filosofia della salute – filosofia siciliana -- filosofia
italiana – Grice italo -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice,
The Swimming-Pool Lirary, Villa Speranza (Caltagirone). Abstract. Kewyords: salute, sano, sanita. “If there
was an adjective that Aristotle loved was healthy” (Grice). Grice attempts an
application of ‘healthy’ to Plato, too, in the Republic. Note that ‘salute’ is
a corruption of ‘salvus,’ and thus not cognate with ‘sanus’, which is the word
Boezio uses to translate hygeion, as used by Plato and Aristotle. Filosofo italiano. Caltagirone, Catania,
Sicilia. Non abbiamo grandi notizie
della sua vita, della quale sappiamo solo che esercita con successo la medicina
a Caltagirone, soprattutto durante l'epidemia. Per il suo contributo è creato
nobile da Fernando d'Aragona. Alcune suoi saggi sono conservate nella biblioteca
comunale di Caltagirone, città che gli ha anche dedicato una strada. Saggi: “De Morbis puerorum et mulierum.” Chaudon, Dictionnaire universel, historique, critique,
et bibliographique, v. Amico e Statella, V. M., Dizionario topografico della Sicilia,
Palermo. Libro d'oro della nobilità dell'imperial casa amoriense, Roma, s.v. Amati, Dizionario corografico dell'Italia.
Nome compiuto: Trabucco. Keywords: salute, filosofia della salute. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Trabucco” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Tragella: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazional dei caduti – filosofia lombarda
-- filosofia italiana – Grice italo – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di
H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Trezzano sul Naviglio). Abstract. Keywords. per i
caduti. Grice, “How I met my wife.” As it happens, Grice was a student at
Merton. A younger recipient of the same Senior scholarship, J. S. Watson,
called him on short noice to fulfil the task of best man – seeing that the
original best man had been killed in action shortly before. It was a Watson’s
wedding that Grice met his future wife. While Grice himself was engaged in action in the North Atlantic, he was
transferred to the Admiralty for the remaining of the duration of the war. Filosofo italiano. Trezzano, Milano, Lombardia.
Studia a Gorla Minore, Milano, e Torino. Si occupa di serbare la memoria della
battaglia di Magenta con la costruzione di una cappella espiatoria all'interno
della chiesa per accogliere le spoglie dei caduti. Ricovero vecchi poveri Sito
Lombardia Beni Culturali. Viviani, cfr.
Tunesi, Morani Le stagioni, op. cit.. T., Lettera a Murri in: Murri, L.
Bedeschi, Carteggio. II. Lettere a Murri. Roma, Edizioni di Storia e
Letteratura, Le stagioni di un prete, Le stagioni di un prete, «Rivista di storia
e letteratura religiosa», Viviani, Dalle ricerche la prima storia vera,
Magenta, Zeisciu. Nome compiuto: Cesare Tragella. Tragella. Keywords: per i
caduti. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Tragella” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO; ossia, Grice e Trapaninapola:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionle – filosofia italiana
– Grice italo – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Roma). Abstract. Keywords. implicatura. Filosofo
italiano. Nome compiuto: Trapaninapola. Keywords. Refs.: Luigi Speranza, “Grice
e Trapaninapola” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO; ossia, Grice e Trapè:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’umanità di
Varrone -- -- filosofia marchese – scuola di Montegiorgio --filosofia italiana –
Grice italo – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Montegiorgio). Abstract. Keywords. humanitas, homo,
Varrone. Flosofo italiano. Montegiorgio, Fermo, Marche. Uno dei massimi
studiosi della filosofia semiotica d’Agostino. Si laurea a Roma con una “Il
concorso divino in Colonna” (Tolentino). Insegna a Roma. Promosse la fondazione
dell'Istituto patristico augustinianum. Fonda la "Biblioteca agostiniana"
che si occupa della volgarizzazione di Agostino (Città Nuova) e il "Corpus
scriptorum augustianorum", che pubblica le opere dei filosofi scolastici
agostiniani. Altri saggi: “Introduzione ad Agostino e le grandi correnti
della filosofia contemporanea”, Atti del congresso Italiano di filosofia agostiniana,
Roma, Tolentino; Varro et Augustinus praecipui humanitatis cultores, Latinitas Augustinus
et Varro, Atti del Congresso di studi varroniani, Rieti) – VARRONE --; “Escatologia
e anti-platonismo” Augustinianum, “Agostino, filosofo e teologo dell'uomo”; Bollettino
dell’Istituto di filosofia (Macerata); Agostino: L'ineffabilità di Dio, in «La ricerca di Dio nelle religioni (EMI,
Bologna); “La Aeterni Patris e la filosofia”, Atti del Congresso Tomistico, Roma;
Agostino, l'uomo, il pastore, il mistico” (Roma, Città Nuova); Patrologia,
Casale Monferrato, Dizionario patristico e di antichità cristiana, Casale
Monferrato, Introduzione e commento alla lettera apostolica «Hipponensem
episcopum», Roma, Introduzione ad Agostino, Roma, L'amico, il maestro, il pioniere, Cremona,
apostolo della cultura. Nome compiuto: Agostino Trapè. Trapè. Keywords: la
semiotica d’Agostino, Varrone, humanitas. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Trapè” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO; ossia, Grice e
Trasea: la ragione conversazionale della morale romana e l’implicatura
conversazionale del diritto romano -- Roma antica – scuola di Padova -- filosofia
italiana – Grice italico – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Padova). Abstract. Keywords: portico, suicidio, vita
pubblica, vita privata, virtute, ius, principe, principato, reppublica, senato,
morale, diritto e moral. Roma antica, giustizia morale, giustizia
politco-legale, Grice. Filosofo italiano. Padova, Veneto. Nato da una
famiglia illustre e agiata. Mantenne stretti legami con Padova, come dimostra
la partecipazione ai festeggiamenti in onore del fondatore, Antenore. Nulla è
degli inizi della carriera politica tranne contrasse matrimonio colla figlia di
CECINA PETO, console suffetto. Il suocero è implicato nella rivolta di Lucio
Arrunzio Camillo Scriboniano che mira ad eliminare Claudio e a RESTAURARE LA
REPUBBLICA e pertanto e costretto al suicidio. Lo segue, sebbene T. avesse
cercato di impedirlo, anche la moglie. Probabilmente, dopo la morte del
suocero, T. aggiunse il suo nome al proprio, prassi inconsueta per un genero, che
può essere letta come un segno di opposizione al principato. Non abbiamo
informazioni sulla cronologia della progressione di Trasea tra i ranghi più
bassi del cursus honorum ed è possibile, ma non è affatto certo, che la sua
carriera politica fosse ad un punto morto. A seguito della morte di
Claudio e l'ascesa di NERONE, l'influenza del precettore del nuovo principe, il
filosofo Seneca, del Portico, gli permise T. a di divenire console suffetto
acquistando nel frattempo l'importante amicizia del genero ELVIDIO PRISCO. Dopo
il consolato, T. ottenne il prestigioso incarico di quindecim-vir sacris
faciundis. Tale ascesa e, forse, aiutata dall'attività svolta presso le corti
di giustizia né è da escludere una sua nomina come governatore provinciale in
accordo alla testimonianza di PERSIO, amico e parente di T., il quale scrive di
aver viaggiato con lui. Sostenne in senato la causa di concussione
avanzata dai cilici contro il loro ex-governatore, COSSUZIANO CAPITONE, vicino
al principe, che e condannato probabilmente proprio per l'influenza e la
capacità oratoria mostrata da T.Si oppose ad una mozione con cui i siracusani
chiedevano di superare il numero legale di gladiatori per i loro giochi censurando
di fatto l'irrilevanza cui e giunto il senato. Quando, poi, NERONE invia
al senato una lettera – scritta da Seneca -- in cui giustifica l'appena
compiuto omicidio della madre, T. e il solo ad uscire dall'aula affermando di
non poter dire ciò che voleva e che non avrebbe detto quel che poteva, mentre
molti dei suoi colleghi si congratulavano bassamente con Nerone. Il pretore ANTISTIO
SOSIANO, che scrive poesie diffamatorie su Nerone, a accusato da Cossuziano
Capitone, recentemente riabilitato in Senato su impulso del suocero di questi, TIGELLINO,
di maiestatis. T. dissente dalla proposta di imporre la pena di morte sostenne
la più lieve sanzione dell'esilio, conforme per il reato. La proposta è approvata
con larga maggioranza nonostante il parere contrario di Nerone consultato prima
della votazione ed il principe e costretto ad aderirvi per far mostra di
clemenza. Al processo contro il pro-console di Creta, CLAUDIO TIMARCO, accusato
dai provinciali di continui abusi, avendoli costretti a compiere frequenti voti
di ringraziamento, T. censura il comportamento del pro-console. Fa approvare a
maggioranza un senatoconsulto che però dove aspettare il placet del principe. E
dispensato dal principe dal portargli i ringraziamenti, insieme alla
delegazione del senato, per la nascita di una figlia. Tale gesto e,
probabilmente, il preludio della fine anche perché TIGELLINO, tra i più
influenti cortigiani di Nerone e ostile a T. essendo il suocero di Cossuziano
Capitone, fatto condannare da T. stesso. Tuttavia, è noto che Nerone dice a
Seneca di essersi riconciliato con T. e che Seneca si fosse congratulato perché
recupera un'amicizia piuttosto che averlo costretto a chiedere clemenza. Dopo
tale vicenda, T. si ritira dalla vita politica. Non sappiamo esattamente quando
è presa la decisione ma TACITO fa dire a Capitone, in occasione del processo,
che T. ha da oltre III anni disertato tutte le sedute del senato ma, occorre
ricordare che la fonte è polemica e quindi poco affidabile. Non è noto neppure
quale sia stato il catalizzatore di una tale decisione che contrasta
apertamente con la sua vita precedente. Forse è la sua ultima forma di protesta
al principe. In questo lasso di tempo, T. continua a curare gl’interessi
dei suoi clienti e probabilmente compose anche la sua “Vita di CATONE [si
veda]”, in cui loda il sostenitore della libertà senatoriale contro GIULIO
CESARE (si veda) con il quale condivide la filosofia del portico. Tale opera,
oggi perduta, e una fonte importante per la biografia di Plutarco. Nerone, dopo
aver violentemente represso la congiura dei Pisoni, decide di sbarazzarsi di
chiunque sospettava ostile, e tra questi anche T. e Barea Sorano che da tempo
detesta. Spinto da Cossuziano Capitone, decide di agire durante la visita del
re Tiridate I di Armenia a Roma, come scrive sarcasticamente Tacito "quasi
fosse atto da re", affinché passassero inosservate le vicende di due così
illustri cittadini. L'accusa contro T. e assunta da Cossuziano Capitone e
Marcello Eprio, mentre Ostorio Sabino si occupa di Barea Sorano. Dapprima
Nerone esclude T. dal ricevimento in onore di Tiridate ma questi, anziché farsi
prendere dal timore, chiede che gli fossero notificati i capi d'accusa e che
gli fosse dato tempo di difendersi. Nerone accolge la risposta di T. con
agitata premura e come mai prima d'ora comincia a temere la presenza,
l'ardimento e lo spirito di libertà della sua vittima e pertanto comanda di
convocare il senato. L'imputato, dopo aver consultato gl’amici, decise di non
partecipare al processo per evitare che Nerone si incrudelisse anche con la
moglie e la figlia e per non prestare orecchio all’ingiurie degl’accusatori. In
tale occasione, inoltre, impede al tribuno ARULENO RUSTICO di porre il veto al
decreto del senato affermando che una siffatta azione mette in pericolo la vita
del tribuno senza salvare la sua. Il giorno del processo, il tempio di Venere
Genitrice, luogo di raduno del Senato, e circondato da due coorti della guardia
pretoriana. Iniziata la seduta, il questore legge una lettera del principe che,
senza far nomi, accusa alcuni senatori di trascurare da tempo i loro doveri e
di essere, pertanto, cattivo esempio anche per i cavalieri. Gl’accusatori
accolsero tali affermazioni come un dardo pronto per essere scagliato e subito
Cossuziano si scaglia contro T. per essere seguito poi da Marcello Eprio il
quale, con maggiore energia, grida che si tratta di LA SALVEZZA DELLO STATO
ROMANO e che la longanimità del principe sarebbe venuta meno di fronte
all'arroganza dei sottoposti e che fino ad ora troppo indulgenti sono stati i
senatori nei confronti di T., di Barea Sorano, definiti faziosi ribelli. Non si
ricordano discorsi della difesa ed in ogni caso i senatori, nel più profondo
terrore per i reparti armati, non hanno altra alternativa che votare la
condanna a morte nella forma del liberum mortis arbitrium ovvero l'ordine di
suicidarsi. T. e ovviamente condannato a morte, il genero Elvidio Prisco e
esiliato insieme agl’amici Paconio Agrippino e Curzio Montano. Gl’altri
imputati, Barea Sorano e la figlia di lui, processati separatamente, seguirono
lo stesso destino di T.. Al crepuscolo, T. intento ad intrattenere numerosi
ospiti e ad ascoltare con molta attenzione il filosofo Demetrio, del CINARGO, con
il quale discute della natura dell'anima e della separazione dello spirito dal
corpo, riceve da uno dei suoi intimi, DOMIZIO CECILIANO, la notizia della
condanna. A tal punto, esorta i più a non disperarsi e a ritirarsi in gran
fretta per evitare di compromettere le loro sorti con la sua, poi persuase la
moglie che, memore della madre, si prepara a seguire nella morte il marito, a
restare in vita e a non privare la figlia dell'unico sostegno. Poco dopo,
mentre T. si avvia al portico con un'espressione lieta, avendo saputo che il
genero, Elvidio Prisco, è stato solo esiliato, giunse il questore a
comunicargli ufficialmente la condanna. Si ritira, quindi, accompagnato da
Demetrio e dal genero, nelle proprie camere, porse ad uno schiavo le vene di
entrambe le braccia e, come il sangue scorse, lo sparse a terra libando a Giove
liberatore sempre alla presenza del questore. Infine, dopo molte sofferenze, muore.
In Prato della Valle, Padova, è presente una statua che lo raffigura, opera d’
Andreosi ed eretta a cura della associazione padovana Excisa Civitas. T. è
rappresentato in abito consolare, ai suoi piedi un piedistallo, simbolo della
costanza con cui sostenne la sua impari lotta contro Nerone. È menzionato nel
romanzo Quo Vadis di Sienkiewicz. È menzionato nel romanzo Memorie di Adriano
di Yourcenar. Dione Cassio. Tacito. Plinio. Tacito, Historiae. Plutarco Moralia.
Geiger. Statua di T. su digilander.libero. Cassio Dione Cocceiano, Historia
Romana, libri LXVI-LXVII. Plinio il Giovane, Epistulae. Tacito, Annales. Brunt,
Stoicism and the Principate, PBSR, Devillers, Le rôle des passages relatifs à
Thrasea Paetus dans les Annales de Tacite, Neronia, Bruxelles, Collection
Latomus Geiger, Munatius Rufus and T. on Cato the Younger, Athenaeum. Rudich, Political Dissidence
under Nero, Londra, (Strunk, Saving the life of a foolish poet: Tacitus on
Marcus Lepidus, T., and political action under the principate, Syllecta
Classica, Syme, A Political Group, Roman Papers, Turpin, Tacitus, stoic
exempla, and the praecipuum munus annalium, Classical Antiquity, Wirszubski,
Libertas as a political idea in Rome in the late republic and early principate,
Cambridge. T., su Enciclopedia
Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. MPortale Antica Roma
Portale Biografie Categorie: Retori romaniFilosofi romaniScrittori
romaniFilosofi del I secoloScrittori del I secolo Romani Nati a Padova Morti a
Roma Filosofi giustiziati Stoici Morti per suicidio. The wide circulation of the
philosophy of the Porch among Romans of the upper class from the time of
Panaetius to the reign of Marcus Aurelius is a familiar fact. Few Romans of
note can indeed be marked down as committed ‘filosofi del portico’, and even
those, like Seneca, who avowedly belongs to the school borrows ideas from other
philosophies. Still, even if eclecticism is the mode, the ‘Porch’ element is
dominant. The PORTICO permeates the writings of ‘filosofi’ like Virgil and
Horace who professed no formal allegiance to the sect, and became part of the
culture that men absorb in their early education. One might think that the
Porch exercises an influence comparable, at Oxford, at in some degree with that
which Christianity has often had on men ignorant or careless of the nicer
points of systematic theology. It has often been supposed that it did much to
humanise Roman law and government. That is a contention of which I should be
rather sceptical, but it is not my present theme. I propose to examine the
effects that The Porch had on men's attitudes to the Principate, the
essentially monarchical form of government created by Ottavianus. Prima facie
we might expect these effects to have been significant, yet it is not easy to
discern exactly what they are. At the very outset an apparent contradiction
confronts us. The Porch seems to be both upholders and opponents of the regime.
The Stoic Atenodoro is an honoured counsellor of Ottaviano; Seneca the
preceptor of Nerone and then one of his chief ministers, Marcus Aurelius Antonino
a philosopher on the throne. Seneca exalts the autocratic power of the Princeps.
Under Nerone, a ruler vigilant for the safety of each and all of his subjects, anxious
to secure their consent, and protected by their affection, Rome (Seneca claims)
enjoyed the happiest form of constitution, in which nothing is lacking to our
complete freedom but the license to destroy ourselves. We may always suspect
Seneca of insincere rhetoric and special pleading. But Seneca’s approval of
monarchy in principle is shared by the honest Musonius, and Antonino clearly
assumed that it was by divine providence that he had been called to exercise
absolute power. And yet that perfect philosopher of the Porch, as Seneca calls
him (Const. Sap.), Catone, died in defence of the old Republic, which Giulio
Cesare had overthrown and Ottaviano had replaced. Cato’s conduct was still
viewed as exemplary by philosophers of the Porch during the Principate. T. writes
Catone’s life, and he is the centre of a circle, including ELVIDIO PRISCO and ARULENO
RUSTICO, which offers the most intractable opposition to certain princes,
opposition which was certainly ascribed to the teaching of the Porch. Nerone’s
suspicions of RUBELLIO PLAUTO, a kinsman and potential pretender to the
Principate, are enhanced by the allegation that he had adopted the Porch’s presumptuous
creed, which made men turbulent and avid for power. Writing soon afterwards,
Seneca himself admits that some thought, though erroneously, that the votaries
of philosophy were 'defiant and stubborn, men who held in contempt magistrates,
kings and all engaged in government', and he advises Lucilius to devote himself
to philosophy, but not to boast of it, since philosophy itself, associated with
arrogance and defiance, has brought many men into danger. Let it remove your
faults and not reproach those of others, and let it not recoil from social
conventions ('publicis moribus"), nor produce the appearance of condemning
what it does not practise'? Though Seneca speaks of 'philosophy' in general,
the context shows that he has in mind only that philosophy in which he thought
the truth resided, the Porch. The second passage indeed may suggest that what
endangers the Porch was not so much resistance to authority as censure of the
behaviour common in the world, which made the Porch generally unpopular. Seneca
had also admitted earlier that The Porch had the reputation, in his view
undeserved, of excessive harshness, which was held to make it incapable of
giving wise advice to rulers. It was under Gaius, Nero, Vespasian and Domitian
that the Porch certainly suffered persecution. The last two princes actually
expelled professional philosophers from Rome and Italy; Epictetus was among the
exiles. Yet he too repudiates the charge that the Porch is opposed to
authority. By reconciling the interests of the individual, truly conceived,
with those of society, the Porch, Epitteto claims, produced concord in a state
and peace among peoples. The Porch teaches men to obey the laws, but not to
despise the authority of 'kings', though in his view neither laws nor kings
could give or take away anything essential to a man's blessedness. On the other
hand, the Stoic would not comply with the orders of 'tyrants', which conflicted
with his own moral purpose. We might then infer that it was not political
authority, nor monarchy as such, that the Porch rejects, but those rulers whose
vile conduct made them 'tyrants',"' and that what the Porch – in a figure
like T. -- admires in Catone is not his fight for the Republic but his
rectitude and constancy. However, Vespasian was never reproached with tyranny,
and ELVIDIO PRISCO, at least, whom Dio called a Republican, and whom Vespasian
puts to death, must have had convictions by which an emperor could be judged in
political as well as moral terms. The apparent inconsistency in the Porch’s
attitude to monarchy is not the only ambiguity in their relations to the state.
Seneca meets the charge of political defiance by replying that none are more
grateful to rulers who preserve peace than philosophers who have retired from
public life to the nobler activity of tranquil contemplation and teaching. Much
writing of the Porch suggests that their teaching tended to promote not active
resistance to government but entire withdrawal from political activity. Quintilian
speaks of philosophers as men prone to neglect their civic duties. P. Suillius
had contemptuously referred to Seneca's own 'studia inertia'. In the very
passage in which Tacitus marks out ELVIDIO PRISCO as a Stoic he says that 'from
early youth he devoted his brilliant mind to deeper studies, not as so many
(plerique') do, to make the high-sounding name of philosophy a screen for
indolent retirement ('segne otium'), but in order to undertake public duties,
while fortified against the strokes of fortune. Evidently, in his judgement,
the general tendency of philosophic training was to render men unfit for public
careers by making them prefer the life of contemplation. Hence an ambitious
mother, like Agricola's, would restrain her son from drinking too deeply at the
philosophic spring. Indeed all writings of the Porch illustrate a certain
tension between the claims of public activity and those of study and meditation
(injra). We must, of course, distinguish sharply between Stoics who
deliberately chose 'segne otium' from the start and those, like T., who retires
from politics in such a way as to manifest their disapprobation of the
government, even though such retirement could be justified by arguments that might
rather have persuaded the believer never to enter the political arena. The
former might by their indifference to the state deprive it of useful talent,
but they constituted no danger to the regime. But we may wonder how a creed
which encouraged such quietism could also be accused of making men turbulent
enemies of the Princeps. To understand these apparent contradictions in the
political attitudes of Stoics under the Principate, we must look more closely
than historians generally do at the moral principles they embraced. All I can
attempt here is naturally no more than a rather impressionistic sketch of those
aspects of Stoic teaching which seem to me most relevant to their actual
political behaviour, in office, opposition or retirement. This is no place for
a systematic exposition of the logical and physical presuppositions of their
moral creed, and indeed the Stoics of our period evinced no keen interest in
the dialectical subtleties and doctrinal coherence of the system the earlier
masters of their school had evolved. Rhetoric and devotion had largely replaced
inquiry and argument. None the less their moral convictions continued to rest
on metaphysical dogmata, however uncritically accepted. Like other philosophers,
the Stoics assume that each man does and must pursue his individual happiness.
This he can secure only if he conforms his life to nature, his own nature and
that of the universe, of which his own is of necessity a part. In the impulses
of animals and of children we can see how Nature herself directs living beings
to seek what is conducive to life and to avoid what is contrary. Life itself
and all that assists the proper functioning of the living creature belong to
the category of things that are natural and therefore can be described as
things of value. They include wealth, health and nearly all that men generally
make their objects of endeavour. Now, man is endowed with reason, and reason
shows that he cannot live in isolation. We are born for one another, and it is
proper to our nature to prefer things of value for our fellows as well as for
ourselves. However, experience teaches us that such things may not be in our
power. If, then our happiness, or that of our fellows, were to depend at all on
their possession, it would not necessarily be within our grasp, our minds would
be filled with anxiety, and our failures to obtain what we desire would seem to
be limitations on our freedom. But no man can be happy if he is not secure from
anxiety and free. Now Nature must have designed our happiness, for all being is
permeated by a substance the Stoics described as reason or the divine. This
ruling element in the world, which causes all things to work together for good,
is also present in our souls, and it is its presence that enables us in some
measure to apprehend the providential order of the Universe. Our reason should
also be the ruling element in our own nature, as it must be capable of
directing us to that true happiness, security and freedom which nature impels
us to seek, and which, given the rationality and beneficence of nature, it must
be in our power to attain. Hence the so-called things of value cannot be truly
good, simply because they are not always and necessarily in our reach. By
contrast nothing can ever prevent us from constantly willing to do what is
right, even though the resultant actions may fail to produce the effects intended;
these effects are external to ourselves and do not or should not affect that
permanent disposition of the soul in which our blessedness, security and freedom
are to be found. The only true good, which reason prescribes, lies then in a
virtuous disposition and in the activity that flows from it, and the only true
evil is the lack of such a disposition, while the things of value and their
contraries must alike be classed, to use the technical term, as things
indifferent to us. Yet this leaves no criterion for identifying the particular
acts the good or wise man will perform, and that criterion has still to be
supplied by the things of value. Is The acts which were termed in Greek “KaOkovaand”
in Latin “officia”, acts incumbent on men, which we may render as duties, even
though the word has perhaps excessively Kantian overtones, consist in promoting
states of affairs which will contain as much as possible of such secondary
goods as health or wealth, and as little as possible of their contraries. We
are bound to make the best calculations we can on the consequences of our acts,
and to exert ourselves to the utmost in performing them. But we should always
act with the reservation in our minds that what we seek may not be attainable
and that its actual attainment is not per se good. A father will jump into deep
water to rescue his child. But the goodness of his act is not enhanced if the
child is saved, nor diminished if it drowns. Indeed, since the universe is
providentially ordered, the death of the child, if it occurs, must be for the
best. Chrysippus is quoted by Epictetus as saying that, so long as the
consequences are not clear to me, I cling to what is best adapted to securing
things that accord with nature; for the divine has created me such that I shall
choose these things; but if I actually knew that it was now ordained for me to
be ill, I would aim at being ill. Victrix causa deis placuit, sed victa Catoni.
As a good Stoic, Catone should not have fought against Caesar, if he could have
foreseen Caesar's victory. But lacking this foresight, he could still be
subjectively right; and the admiration a Stoic could express for Cato is not in
itself incompatible with acceptance of the regime for which Caesar's victory
had prepared the way. For the Stoics only the wise man has an understanding of
nature so complete and a disposition so unchangeable that he will never do what
is not right, and only his actions are truly successful or good. Others may
perform the same actions, but in a way that is somehow flawed. However, the
wise man, as Seneca remarked, is as rare as the phoenix. Not even the great
Stoic teachers pretended to the title. Most of their statements about his
conduct may then be understood as the presentation of a model for others, and
in fact the Stoics did not hesitate from the first to lay down rules for the
guidance of ordinary beings. In such prescriptions they continued to attach
value only to the purpose of moral activity, and not to success in performance.
The fullest discussion we possess of their teaching on men's duties is to be
found in Cicero's “de officiis,” the first two books of which are avowedly
based on a treatise of Panaetius. But though Panaetius, who departed in various
ways from the doctrines of his predecessors, did not care to describe the ideal
sage and expressly turned to the duties of men in whom perfect wisdom was not
to be found but whose conduct might still manifest the semblances of virtue
('similitudines honesti'), his concern with this topic was certainly not new.
Moreover, there are some indications that Stoics extrapolated the concept of
perfect virtue from the conduct of ordinary men which commanded universal
approval. Orazio on the bridge could not be called truly brave, because he was
no sage. Yet, his heroism gives an idea, by analogy, of what tcourage is. Thus
Stoic practical morality was founded on commonly received opinions. While every
man is bound to be of service to his fellows, the particular services he should
render vary with his special relationships to them. From the first orthodox
Stoic thinkers enjoined specific duties on the husband, father, slave-owner and
so forth. Tacitus alludes to this practice when he describes ELVIDIO PRISCO as
steady in performing all the duties of life, as citizen, senator, husband,
son-in-law and friend. Epictetus and others conceive such duties as arising
from the place in the world, the station or military post (Tá§is, statio) to which
each individual is appointed, and which may limit, as it always defines, the
kinds of action incumbent on him; though a life of virtue is open to all, even
to slaves, what a man can do determines what he ought to do; for instance, if
he is poor, he cannot hold office or endow his city with fine buildings
(Ench.). But how do we identify these specific duties, which are given to us by
our place in the world? If you are a town-councillor, says Epictetus, remember
that you are one; if you are young, that you are young, if old, that you are
old, if a father, that you are a father; on reflection each name invariably
suggests the appropriate tasks. These tasks can, I think, only have been
regarded as obvious if they were those conventionally expected from the persons
so designated, and in fact Stoics seldom recommend acts that would have
violated conventions. All that Epictetus himself tells a provincial governor is
to render just decisions, to keep his hands off others' property, and to see no
beauty in another man's wife or a boy or a piece of gold or silver plate.
Epictetus does not go far beyond the maxims of abstinentia and integritas,
always accepted, if often infringed, by the Roman ruling class. In fact he adds
that we ought to look for doctrines that agree with but give additional
strength to such common notions of duty. The great mind, as Seneca puts it, is
intent on honourable and industrious conduct in that station in which it is
placed. The good man does not change the rules, but obeys them more strictly. In
another metaphor the Stoics employed the world was viewed as a stage in which
each man had to play a part (persona, mpóocov). Panaetius exploited this
metaphor in connexion with a doctrine he himself seems to have transferred from
aesthetic to ethical theory, that there is a kind of moral beauty, called in
Greek pétrov and in Latin decorum, which 'shines out' in virtuous activity,
even in that of the man still imperfect in wisdom. It would not be germane to
my theme to attempt to expound this doctrine in full, but two points are
important. First, just as the physical beauty of a living creature must be
attributed to the due relation of all the parts to the whole, so the moral
beauty of a man's activity lies in the order and coherence of all his words and
deeds, and just as the correct delineation of a figure in a drama depends on
the suitability to his character of what he does and says, so in real life men
must aim at maintaining the consistency, 'constantia'' or 'aequabilitas, of
their conduct. But while the dramatist may properly portray the wicked man, on
the stage of life we are all bound to play the role of rational beings subject
to the moral law. None the less, the manner of the performance must vary from
man to man." Besides the role which is common to all Panatius
distinguished three others. The first arises from the individual's special
inborn endowments, which he must develop to the full, so far as they are
compatible with virtue, and his natural disabilities, which limit what he can
do, the second from his position in the world, the third from the choice of a
vocation that he is bound to make on the basis of his capacity and of the
resources at his disposal, but which tends to commit him for the future. Thus a
Roman of rank might choose to be a philosopher or a jurist, an orator or a
soldier; having made his decision, he should normally carry it out to the end.
For Panaetius it is only by recognizing the potentialities and limitations
imposed by his own personality and circumstances that the individual can avoid
those inconsistencies in conduct which would mar the moral beauty of his life.
'It is of no avail to contend with nature or to pursue an end you cannot
reach'. Similarly in Epictetus' view, 'if you assume a role beyond your
ability, the result is that you perform it disgracefully (hoxnuóvndas) and
neglect the role you were able to fill. To thine own self be true, And it must
follow, as the night the day, Thou canst not then be false to any man. Secondly,
according to Panaetius, moral beauty, like physical, attracts the approval and
love of other men. Indeed that approval comes to be regarded as a criterion for
determining whether particular actions really do manifest 'decorum'. We ought
to respect the opinions and feelings of others. Hence deportment, polite
conversation and other matters of social etiquette become the subjects of moral
precepts. Manual labour is condemned as unbefitting the free man. Even the
liberal professions are pronounced below the dignity of an aristocrat. In
general the conventions of the upper class society to which both Panaetius and
Cicero belonged are unquestioningly accepted. We are told that for actions to
be performed in accordance with custom and civic practices no rules need be
prescribed. These practices are the rules, and no one should make the mistake
of thinking that he has the same license as Socrates or Aristippus to
transgress them. It was only their great and superhuman virtue that gave that
privilege to them. This teaching justified Romans in treating their own
traditions as equivalent to moral laws. It is no accident that the Stoic RUBELLIO
PLAUTO 'respected the maxims of old generations' in the strictness of his
household, or that Seneca admires the mores antiqui in which Romans had always
tended to find the secret of Rome's greatness. The very use of the term “officium”
to render Kankov had a similar effect. In common speech “officum” could mean
both the kind of service which social conventions expected one man to render
another, and the function of a magistrate, for example, or a senator. Its use
in ethical theory suggested that such a service or such a function constitutes
a moral obligation. Cicero illustrates Panaetius' doctrine of the special
duties imposed by a man's individual personality from the suicide of Cato. Not
every one would have been right to kill himself in such circumstances. Cato was
justified because he had always held that it was better to die than to set eyes
on a tyrant; his'constantia' left him no choice. Plutarch, who drew directly or
indirectly on a firsthand account, shows that Catone consciously acted on this
view. For Catone, death is the only way out. His son might live, but being also
a Catone, should not serve Caesar. Others might make their peace with the
victor and incur no blame. An anecdote in Plutarch's life of Cicero tells us
that Catone also held in that while he himself could not honourably have
abandoned his consistent opposition to Caesar, Cicero, whose past conduct had
been very different, would have done better to remain neutral in the civil war.
Catone’s conceptions are certainly known to the circle of T., whose own life of
the hero may be Plutarch's immediate source. When they debate whether T. should
appear in the senate to answer the capital charges against him, the question is
essentially what course it is fitting – “deceret” -- for him to take, if he
were to be true to the course of behaviour he had pursued without a break for
so many years. Another man even within his circle is not bound to the same
intransigence. Similarly, his friend, PACONIO, says that any one who so much as
thought of going to Nero's games should go, but his own 'persona' did not allow
him to consider the possibility. ELVIDIO PRISCO is for Epictetus the shining
example of a man who was true to his persona. This sort of conception is indeed
ascribed to men who are not known to have embraced the Stoic creed, just as the
word 'persona' is sometimes used unphilosophically in a way compatible with
Panaetius' doctrine but not derived from it. These are further indications that
his doctrine corresponded closely with the thought and behaviour natural to
traditional Romans. The concept is found in ORAZIO as well as in all the later
Stoic writers, Seneca, Musonius, Epictetus and Marcus (and indeed elsewhere);
though sometimes they think more of the special duties that were imposed on the
individual by his place in the world or his vocation than of those which flow
from his inborn propensities and disabilities, a few texts show that that part
of Panaetius' doctrine was not wholly forgotten. The idea of decorum also
survives in the attention still devoted to etiquette, to seemly ways of
walking, talking, laughing, dressing, behaviour at the table and even in bed,
for all such behaviour was considered an outward manifestation of the
disposition of the soul. It is characteristic that Epictetus would rather have
died than shaved off the beard that symbolized his role as a philosopher. In
all these precepts we find the assumption that the moral law required
performance of traditionally accepted duties and respect for conventions. After
telling his readers that the poet can discover how to treat his personae
appropriately by learning the duties that belong to the citizen, friend,
father, brother, host, senator, judge and general, Horace adds: respicere
exemplar vitae morumque iubebo doctum imitatorem et vivas hinc ducere voces.
For the Stoics a virtuous disposition necessarily issued in virtuous activity.
All had to perform their duties within that City of Gods and men which was not
a city in any ordinary sense, nor a world-state that might one day be brought
into being, but the providentially ordered Universe in which all live here and
now. However, political activity could certainly be included among these
duties. From the first the Stoic fathers had taught that the wise man would
take part in public affairs, if there were no hindrance. Indeed it was a famous
Stoic paradox that only the wise man was a king or statesman; he alone
possessed the art of ruling, whether or not he had any subjects, just as only
the doctor has the art of healing, even if he has no patients. His principal
aim in politics would be to restrain vice and encourage virtue, ' although he
would also necessarily be concerned with the 'things of value' and would treat
wealth, fame, health etc. as if they were goods. But it could hardly fail to
influence his attitude to such objects of endeavour that he was always to remember
that his efforts to promote them might fail, and that failure or success was
unimportant; they were not truly goods. As Epictetus observed, 'Caesar seems to
provide us with profound peace... but can he give us peace from love or sorrow
or envy? He cannot'. And yet blessedness comes only from such spiritual peace.
In the real world, according to Chrysippus, all laws and constitutions were
faulty. He once despairingly said that if the wise statesman pursued a bad
policy he would displease the gods, if a good policy, he would displease men.
So too Seneca could suggest that there was no state which could tolerate the
wise man or secure his toleration. However, such pessimism did not represent
the final judgement of the Stoa. It was recognized, most emphatically by
Panaetius, that the state answered human material needs and fulfilled men's
natural and reasonable impulse for co-operation." It would hardly have
been consistent with the Stoics' faith in providence if all or most existing
states had been irremediably evil. Did not the mere existence of any given form
of institutions perhaps imply that those institutions served a worthy purpose
in the divine economy? At any rate there is no evidence that Stoics condemned
any political system as such; for instance what they disapproved of in the
tyrant was not his absolute power but his abuse of it. We are told that it was
particularly (though not exclusively) in states that exhibited some progress
towards perfection that the wise man would be active. Progress must here be
construed in a moral sense, of states that tended to imbue their citizens with
virtue. Old Sparta apparently evoked Stoic admiration, because of the strict
and simple life prescribed by Lycurgus. Sparta was also most often cited as an
instance of that mixed or balanced constitution which won the approval of many
ancient thinkers, perhaps above all for its stability. In the individual
stability of purpose was for Seneca a mark of moral progress, s and perhaps
stability was also a Stoic criterion for judging constitutions. Certainly we
are told, without explanation, that the old Stoics preferred a mixed
constitution. Panaetius is often held, with no certain proof, to have commended
the Republican system at Rome for its balance,' and the historical work of his
illustrious successor, Posidonius, was probably biased in favour of the Roman
aristocracy. At Sparta Cleomenes I, who professed to be re-establishing both
the old austerities and the old political balance, enjoyed the assistance of a
Stoic counsellor. Cato could probably have cited Stoic texts to justify his
struggle to preserve the Republic. On the other hand Stoics did not condemn
monarchy in theory. Some scholars even suppose that they gave it their special
approbation. No doubt rule by a Stoic sage would have been in their eyes the
best form of government. That may be one reason why several of the early Stoic
masters wrote treatises on kingship. Yet, given the rarity of the sage, it must
have seemed a remote possibility that if he emerged at all, he would also
happen to obtain sovereign authority. Probably these treatises were intended to
depict the perfect ruler as a model for contemporary kings. Conceivably, like
Seneca in the de clementia, their authors did not insist over much on the gulf
that divided actual rulers from their ideal. Moreover, a philosopher had the
best hope, so it might seem, of effecting what he thought right as the minister
of an autocrat, and since kings enjoyed great power in the Hellenistic world,
Stoics who were ready to engage in political activity entered their service;
this was only natural. However, once the aristocratic Roman Republic had become
dominant, they were no less prepared to attend and advise men of influence at
Rome. Panaetius was an intimate of Scipio Aemilianus, and Tiberius Gracchus and
Cato had their Stoic counsellors. Only after Augustus did monarchy become the
one system towards which for practical purposes a Stoic needed to define his
attitude. The precepts and examples of the early masters of the school did not
require him to reject it on doctrinal grounds; how indeed could he have done
so, without impugning the dispensations of Providence? At a merely empirical
level Tacitus reluctantly conceded that it was in the interest of peace that
all power should be conferred on one man; he had been anticipated, a century
earlier, by Strabo, who was an avowed Stoic. Seneca argued that the struggle
for Republican freedom had been futile, and not only his career but those of T.
and Helvidius, men of firmer resolution, indicate that their principles did not
lead these Stoics to condemn the Principate as such. The wise man would not be
hindered from participating in public life by any form of government, yet under
any form he might conceive that he had a higher duty to a vocation of
philosophic investigation and teaching his fellows by precept and example,
besides fulfilling the obligations of private life." And under any form he
might also see that he had no opportunity for effective political action,
because of the wickedness of those in high places at the time. The doctrine
that the goodness of every act lay in the disposition from which it was
performed and not in its results did not require Stoics to engage in an
undertaking doomed to fail ab initio; the wise man would not take a leaking
ship to sea, nor, if unfit to fight, enlist in the army. Under a tyranny he
simply could not do any service. As for the ordinary man, there were reasons
why he might abstain from public affairs which did not apply to the sage. By
definition the latter had already attained to that perfect understanding and
virtue to which others at best aspired. But the pre-occupations of a busy
public career might be sufficient of themselves to prevent imperfect men from
ever reaching that goal. Seneca could hold at times that it was justifiable for
a man to retire from long public service to private duties and to care of his
own soul, at times that the whole of his life was not too long for this task,
all the more because his example could be beneficial to others. The sage too
was impregnable in his virtue, which he could hardly lose, but in other men
moral progress might be impeded by what St. Paul calls 'evil communications' (I
Cor.). Moreover, even when arguing that a man should normally undertake public
duties, Seneca concedes, in a way reminiscent of Panaetius' emphasis on
individual endowments, that he might be debarred not only by his physical,
intellectual or pecuniary resources but also by his temperament; he might be
too sensitive or insufficiently pliable for life at court, too prone to
indignation, or to untimely witticisms that showed high spirit and freedom of
speech but would only do the speaker harm. Again, as Panaetius had also held,
he might be suited only to contemplation, not to public affairs; and
'reluctante natura, irritus labor est'. None of these considerations applied to
the sage, who was omnicompetent and impervious to what others would regard as
insults or injuries. Seneca's views on the propriety of a political career are
self-contradictory, but the assumption that these contradictions can be
explained simply by the hypothesis that he recommended otium only when his own
political prospects were impaired and political activity only when himself
engaged in public affairs, hardly fits the fact that we find the same antinomy
in the sermons of Epictetus and the Meditations of Marcus. Seneca's advocacy of
quietism reflects one important aspect of Stoic influence. Epictetus recognizes
of course that men are bound to perform the duties that arise from their social
relationships, but he is much more insistent on the ultimate worthlessness of
all those secondary goods to which activity in the world is inevitably
directed. A man of a certain station should take office, but it is wrong for
him to set his heart either on holding it or on freedom from its cares; it is significant
that he should think it necessary to warn his pupils against yielding to both
these kinds of pestic Ofeis i a is les kiy Fallivan my police it cno doubt
because no good man would submit to the humiliations on which advancement
depends;? the few whose aim is to bring themselves into a right relation with
the divine earn the mockery of the crowd, and they can hardly pursue their aim
as procurators of Caesar. Epictetus was himself a former slave with no chance
of a public career, but it is plain that his audiences were mainly drawn from the
upper class, some of them aspirants to a career at Rome, like the young Arrian
who took down his words.' In fact Epictetus' own low social station and the
academic character of his way of life may have made him less conscious of the
dangers of evil communications than Seneca had been, even though two of his
diatribes are devoted to the theme (n. 69). We also find a greater serenity in
his teaching than in Marcus' reflections. When Marcus looked back to the time
of Vespasian or of Trajan, he saw a world in which men were engaged in flattery
and boasting, suspicions and plots, praying for the death of others, murmuring
at their own lot, given to sexual passions, avarice and political ambition. It
was the same in his own court. More than once he dwells with loathing on the
dark qualities of those who surrounded him, the emptiness of their aims, their
longing for the death of 'the schoolmaster', though he had so greatly toiled,
prayed and thought on their behalf; indeed death would be a release, the more
merciful, the earlier it came. However, Marcus had his duty to perform; he was
set over mankind as the ram over the flock or the bull over the herd (ibid). No
other vocation (inó®ois) is so suited to philosophy, that is to say, to the
exercise of a reason which has accurately established the rationality of nature
and of all that life contains. But it is evidently by a conscious effort that
Marcus reconciles himself to the place Providence has assigned him, and he can
also say that his role impedes him in the pursuit of philosophy." The
general character of his Meditations shows that his inclination was to ponder
on the divine order and his own relation to it rather than to consume his
energies in 'the daily round, the trivial task' which, nonetheless, furnished
him on his own principles with all his reason required him to ask. Those
principles taught him that the wise man would serve the state, if there were no
external hindrance. But an autocrat could plead no hindrance, so long at least
as his natural capacities permitted him to render good service. All the same we
can see how a man of Marcus' temperament, set in some lower station, must have
preferred that life of contemplation which in the end Seneca had pronounced the
best. Thus the more seriously Stoic teaching was accepted, the more ardent in
some minds must have been the desire for retirement and meditation, at most
combined with the performance of inescapable private duties. Whether Stoics commonly
yielded to this desire, as some of their critics averred (p. 9), we cannot say;
our records can hardly be expected to commemorate lives of quiet seclusion;
Sextius is a rare example, known by name (n. 10). It is with others that we
must henceforth be concerned, men who thought themselves bound by their
principles to enter public life, who believed what Seneca once said (ep. 96,
5),'vivere militare est', and who tried to play the part, or to occupy the
station, to which they had been called by birth and ability. This Stoic concept
of the individual's station was applied, as Koestermann showed long ago, to the
emperor himself. Augustus seems consciously to have adopted it, probably under
the influence of the Stoic Athenodorus; this was known to such panegyrical writers
of the time as Ovid and Velleius. Claudius too appears to have spoken of his
station, and in his reign and Nero's the notion is found in Seneca and Lucan.
Tacitus referred to Vespasian's station, Pliny to Trajan's. Pius himself also
employed the term. It survived into the fourth century.? Curiously, Koestermann
failed to observe that the idea is implicit in Marcus' Meditations. Pius,
according to Marcus, always acted in the way which had been appointed for him.
He exhorts himself to let the god within him be lord of a living being, who is
a male, a Roman, a ruler, who has taken up his post, as one who awaits the
signal for retirement from life, fully prepared. He has to carry out the task
set him like a soldier storming the breach. Similarly he speaks of his 'place'
in the world, or of his 'vocation'; like all men, he has tasks to perform,
proper to his own constitution and nature, and 'as Antoninus, my city and
fatherland is Rome'; he must be strenuous in doing his duty, acts of piety and
benefit to men, like Pius before him. He is a sort of priest and servant of the
gods, and this makes him, rather like the Pope, a servant of men; he regards
his life as a 'liturgy' or as 'servitude'. Long before, Antigonus Gonatas under
Stoic influence had described kingship as 'noble servitude', and Seneca had
applied this to Nero's position. But what were the particular duties that
Stoics attached to the station or role of the emperor? According to Seneca he
is to be 'vigilant for the safety of each and all'. He belongs to the state,
not the state to him.® Seneca recommends Nero to win his subjects' consent,
respecting public opinion 3 and freedom of speech,* and to observe the laws.
Under the good ruler justice, peace, morality ('pudicitia'), security and the
hierarchical social order ('dignitas') will be upheld, and economic prosperity
will be assured.& The greatest stress is of course laid, for reasons not
hard to discern, on clementia. But it is everywhere implicit that the emperor
should be guided by traditional standards and objectives accepted by his
subjects. Marcus accepted similar criteria. Marcus adjures himself to do
everything as a pupil of Pius, to emulate his justice, beneficence, clemency,
piety, frugality, his respect for the opinions of others combined with firmness
and foresight in making his own decisions, the purity of his sexual life, his
mildness and cheerfulness, his civilitas, and so forth. Marcus himself
continually reflects on two themes, the providential order of the world and the
duty incumbent on all men to perform acts of fellowship (praxeis koinônikai), a
duty that springs from man's place in that order." This creed undoubtedly
supplied him with a deeper sense of the value of the virtues that Pius had
exemplified, not least his untiring devotion to work. 'Rejoice and take thy
rest in one thing, proceeding from one social act to another, with God in mind'
(VI 7). There was no novelty in all this. For instance, Hadrian's procurators
had proclaimed the 'indefatigable care with which he is unceasingly vigilant
for the interests of men'. Fergus Millar has illustrated at length the standard
of personal industry which was expected of emperors, though (I suspect) not as
often reached as his more unwary readers might suppose. Dio tells us that
Marcus himself was a hard worker who applied himself diligently to all the
duties of his office, who never said or wrote or did anything as if it were of
small account, but who would spend whole days, without hurrying, on the
slightest point, believing that it would bring reproach on all his actions, if
he neglected any detail. The assiduity always expected of an emperor was now
grounded in Marcus' own philosophic convictions. Recently a scholar has
censured Marcus for speaking of the obligations we have in the universal city
of gods and men without telling us what they are.? But for Marcus each man has
his own station in that city: his was that of Rome's ruler. He was not writing
a treatise to instruct others, but meditating privately on his own duties, and
he could have learned these, in conformity with Epictetus' teaching, by merely
considering the name of emperor which he bore; it told him that his task was to
do what was expected of an emperor. Numerous principles of government are in
fact implicit in his account of Pius, for instance in his allusion to Pius'
husbandry of financial resources. The same critic rightly observes that Marcus'
policy and legislation were largely traditional, and concludes that he was
basically a Roman rather than a Stoic. But the antithesis is false. I suppose
that it rests on a presupposition that Stoic teaching on the kinship of all men
as such ought to have made genuine believers critical of the existing order and
ready, when they had the power, to reform it. But at least after Zeno and
Chrysippus (n. 37) no Stoic thinker drew any such practical implications from
the doctrines of the school: their aim was to amend the spiritual condition of
individuals, not their material lot, nor the social structure. Epictetus held
that it was man's task not to change the constitution of things - 'for this is
neither vouchsafed us nor is it better that it should be' - but to make his
will conform with what happens." So too Marcus, vested with autocratic
power, tells himself 'not to look for a Utopia, but to be content if the least
thing goes forward, and even in this case to count its outcome a small matter.
"3 Marcus' portrait of Pius has special value for two reasons. First, as
the product of intimate familiarity and perfect sincerity, it shows us both
what Pius was in the eyes of one who had long worked with him closely and what
Marcus himself sought to be." It is thus infinitely more authoritative
testimony to the practice of Pius and to the ideals of Marcus than we possess
for any other ruler in the judgements of historians or in the propaganda of
panegyrics and coins. But, in the second place, if we leave on one side a few
merely personal traits and anecdotes, it presents a model that corresponds to
the conventional view of the good emperor that we can construct from such
evidence. The qualities that Marcus imputes to Pius are precisely those for
which other emperors take credit themselves or which are lauded by their
admirers or flatterers, and the judgements of later historians such as Tacitus
and Dio reflect the extent to which they considered these claims justified.
Augustus himself provided the prototype. There is thus no sign that Marcus recognized
any objectives that had not been pursued by those among his predecessors who
had earned the approval of the upper classes, or that his doctrines either led
him to question the established principles of imperial policy or offered him
any guidance in determining the objective content of his actions. His
philosophy inspired him to do what he thought to be right, but what he thought
to be right was fixed by tradition. His convictions made him give the most
conscientious attention to even trivial tasks, but that very absorption can
have left him the less time to re-examine the content of his duties; probably
it never occurred to him that such re-examination could be needed. The
principles and virtues he admired in Pius are almost the same as, for instance,
Pliny had ascribed to Trajan, and Pliny admits that they had been attributed to
all earlier rulers, Domitian included, though with less sincerity and truth.?
To take one example of the traditional character of the ideal, Pius' firmness
of purpose, his self-consistency, recalls the 'constantia' of the Stoic wise
man," but it was Tiberius who had proclaimed to the senate his wish to be
'far-sighted in your affairs, constant in dangers, fearless of giving offence
for the public interest'. And in this same speech Tiberius re-asserted his
policy of treating all Augustus' words and deeds as having the force of law.
That was known even to a provincial contemporary; Strabo remarked that he had
made Augustus the standard for his administration and commands.' It was by that
standard that each of peror our or prided, a deo which the syst a uration of y
ravis a adjustments had from time to time to be made, but it developed slowly
and almost imperceptibly from a sequence of new expedients rather than from any
deliberate pursuit of reform. Deliberate innovation was characteristic only of
those emperors whose policy was reversed after they had been overthrown. There
are certain features in Marcus' imperial ideal which are highly relevant to the
attitudes that Romans of rank might be expected to adopt towards the emperor
and his service. Pius had disliked pomp and adulation and treated his friends
as one gentleman treats another; Marcus warned himself not to be 'Caesarified'.
This civilitas may seem to be no more than a matter of etiquette, but Panaetius
had already elevated sensibility for the feelings of others into a moral
obligation, and the more indes-tructibly absolute the real power of the emperor
appeared, the more the upper class at Rome prized the semblance of his being no
more than the first citizen. Perhaps nothing in Domitian's conduct so enraged
them as his claim to be 'God and Master' and the behaviour that went with this
claim. Moreover, civilitas generally accompanied and conduced to something of
more political significance, the emperor's readiness to tolerate free
expressions of opinion and to listen to advice. Both Pius and Marcus were
notable for respecting such 'libertas' (even though there is no good reason to
think that Marcus did not reserve the final decision to himself). 1a Such
respect was demanded of emperors by senators, and it could be seen as an
indispensable condition of their performing their own role in the service of
the state. In name at least the imperial senate retained the highest
responsibilities. Augustus had pretended to restore the old Republic, and it
could even be said of him and of Tiberius that they had revived the maiestas of
the senate. On Republican principles, as stated by Cicero, that should have
meant that the senate was once again the ruling organ of the state with the
magistrates as its servants;1°4 of these the princeps could no doubt be regarded
as the first. In theory he was to be the public choice ('vocatus electusque a
re publica'), and Tiberius expressly acknowledged that it was the senate which
had entrusted him with his wide powers; like Augustus, he would not allow
himself to be styled dominus, but actually addressed the senators as his 'bonos
et aequos et faventes dominos', 105 In outward appearance the majesty of the
senate had been enhanced by new judicial, electoral and legislative
prerogatives, and the privileges of its members were sedulously preserved or
extended. At his accession Tiberius had professed to desire that the functions
of government discharged by Augustus should be more widely shared; later he
censured the senate for casting the whole burden on the emperor; he disliked
flattery, and at least pretended that senators should speak their minds; in his
reign, as under Augustus, 108 there remained what Tacitus calls vestiges of
free speech in the senate. Tiberius began by consulting it on all matters,
however weighty;''° it was still expected to be the great council of state.
Gnaeus Piso, renowned for his free speaking, urged that it would be proper
('decorum') for the senate and Equites to show that they could assume the
burdens of government in the absence of the emperor.!" The reigns of
terror in Tiberius' later years and under several of his successors in the
first century cowed most members, but the emperors continued, however
insincerely, to treat their constitutional rights as unchanged. Claudius could
tell the senate that it was 'minime decorum maiestati huius ordinis' that its
members should not all give their considered opinions. Pliny tells how Trajan
exhorted them to resume their liberty and 'capessere quasi communis imperii
curas'; we may be sure that 'quasi' was inserted as discreetly by Pliny as it
had tactfully been omitted by Trajan. This was not new, as he remarks; every emperor
had said the same, though none had been believed before. Thus in theory the
senate remains the great council of state, and just as a conscientious emperor
could conceive that he was bound to perform the traditional duties of his
station as ruler, so conscientious senators could take seriously the fulfilment
of the responsibilities that the emperors themselves continued to recognise as
constitutionally belonging to their order. Under Nero T. saw it as his duty
'agere senatorem', to play the role of a senator. At the outset of his reign in
Nero declares that the senate should retain its ancient functions, lis and, until
the conspiracy of Piso, most senators are
free from the terror that hardly abates in the previous generation. Nero's
victims in these years consisted almost wholly of the few who stood too near
the throne. T. has some ground for hope, not least in the influence of Seneca, that
there is now a place for senatorial freedom. T.’s first recorded initiative
consists in unsuccessful opposition to a motion permitting Syracuse to exceed
the appointed number of gladiators for a show. T. is standing for the old
order. T’s critics urge that an advocate of senatorial liberty should devote
himself rather to great questions of state. T. replies that, by attention to
the smallest matters, the senate shows its competence to deal with the
greatest. To T., virtue is manifest in EVERY ACTIVITY ALIKE. We may recall
Marcus' attention to detail and insistence that it was of value if the least
thing went forward. T. also shows his care for good government by assisting the
Cilicians to obtain the conviction of an oppressive governor. Yet T. is to
inveigh against the 'novam provincialium superbiam', manifested in the power
some subjects possessed, to secure or prevent votes of thanks to governors in
provincial councils. It is shameful that
'nunc colimus externos et adulamur'. This solicitude for the superior dignity
of a senator is no more inconsistent with T’s belief in the common humanity of
all men, irrespective of their status, than their failure to challenge the
institution of slavery, or indeed to promote strict equality before the law
among free men. They never expressed disapproval of degree, priority and
place', which were such marked features of the Roman social structure and which
they could not have regarded as incompatible with the providential order of the
Universe. Not that T. is showing indifference to the true interests of the
provincials. It is the 'praevalidi provincialium et opibus nimiis ad iniurias
minorum elati' whom T seeks to check. Tacitus makes T. aver his care for good
government on this very occasion. T.’s sincerity need not be doubted. And, in
all probability, T.’s motion, which was approved after reference to Nero, is
beneficial. Once again it only extended the principle of a senatus consultum of
Augustus' time. Already T. walks out of the senate rather than assent to the congratulations
it proffers to Nero on Agrippina's murder. T. also shows less enthusiasm than
Nero desired for the ludi luvenales. T.’s enemies suggested that it is
inconsistent that T. himself performs in the garb of a tragic actor in his home
town of Padova. But the ludi cetasti which T so honours are of ancient
institution, ascribed to Antenor, and it is very possible that T. does no more
than tradition requires. By contrast, Nero's histrionic performances are a
hated novelty. Ordinary Romans came to detest Nero no less for his breaches of
convention than for his crimes; 'I began to hate you' Subrius Flavus told him: 'once
you appeared as the murderer of your mother and wife, as charioteer, actor and
incendiary' It was typical of a Stoic to disapprove of departures from the old
mores. Yet T. still does not despair. What Seneca could excuse, T. overlooks. T.
advocates a mild penalty for the praetor, Antistius, accused of treason because
he had published poems libellous of the emperor. The senate should not impose
sentence of death 'egregio sub principe', when it was free to make its own
decision and could opt for clemency. Even flattery of Nero was justified in a
good cause, and in fact Seneca's old pupil was not yet ready to disregard the
maxims of his master. Long assiduous in attending the senate, T. at last withdraws,
though he still performs private duties to his clients in the courts, in the
manner Seneca recommends. There is no vestige of evidence that T. conspires. But
T.’s retirement implies that, in his view, the regime is irretrievably corrupt,
since his previous devotion to public affairs showed that it could not be set
down to 'ipsius inertiae dulcedo.’ It may seem strange that his friends,
Arulenus Rusticus, tribune, and Helvidius Priscus, did not retire with T. But
each Stoic had to make his own decision, true to his own persona. T.’s conduct
marks Nero as a tyrant. It may be construed, and genuinely felt, as a threat.
Tyrannicide was esteemed in antiquity as not a crime but a noble deed. In an
extreme case, according to Seneca, it was an act of mercy to the tyrant
himself. The poet, Lucan, who was tinged with Stoicism, had been implicated in
Piso's conspiracy,and that was the occasion for the banishment of Musonius,
though there was apparently no evidence of his guilt. In general, there is no
ground for thinking that Stoics turned to plotting against the emperors of whom
they most profoundly disapproved. Epictetus merely insists that no commands of
the tyrant can affect true freedom; a man can always choose to obey God rather
than Caesar. Thus he only contemplates passive resistance. T. goes no further,
and perishes on that ground alone. Under DOMIZIANO too Arulenus Rusticus,
called an ape of the Stoics, is said to have suffered death merely for his
laudation of T., Herennius Senecio for his biography of the elder Helvidius and
for failing to pursue the normal senatorial career, and Helvidius' own son for
his withdrawal from politics and for alleged libels on the emperor; by what
they did not do, and sometimes by what they said, these men had indicated that
Domitian was a tyrant, no more, but that was sufficient offence. The elder
Helvidius, T.'s son-in-law, undoubtedly went further. Exiled by Nero and
recalled by Galba, he was encouraged by Vitellius' practice of consulting the
senate even on minor matters to controvert the emperor's proposals, and new
hope was brought by the accession of Vespasian, a friend of T.. At first
Helvidius spoke of T. with honour but without insincere adulation. He judged
that the time had come for independent action. The senate should indeed
'capessere rem publicam', all the more, as Gnaeus Piso had once held because
the emperor was absent. Helvidius proposed that the senate should take
immediate measures to remedy the deficiencies of the treasury and to restore
the Capitol, a task in which Vespasian might merely be asked to assist. By
selecting deputies to congratulate the new ruler it should mark out the men on
whom Vespasian should rely for advice. Equally the great delators of Nero's
reign, such as T.’s accuser, Eprius Marcellus, should be punished. Perhaps the
motives for this demand made by Helvidius' friends as well as by himself were
vindictive; we cannot read their minds. But we may see a justification that
went beyond rancour, one of the same kind that lay behind the impeachments and
Acts of Attainder that served to promote the development of a constitutional
monarchy in our own country; the punishment of wicked ministers of the past
might deter their like in the future. Helvidius' aim was surely to ensure that
Vespasian and his successors should rule by the advice and consent of the
senate and of those it trusted. His initiatives found insufficient support. 136
It was in the same year after Vespasian's return that the fatal conflict began.
According to Dio Helvidius incurred Vespasian's hatred partly for abusing his
friends - that is easy to understand, for Eprius was again in high favour - and
still more for turbulence in rousing the people with denunciations of monarchy
and praise of a Republican system. 138 That is not to be believed. Long ago
Helvidius had consented to serve the Principate; he had recently approved of
Vespasian's accession, and rabble-rousing was as alien to Stoic practice as it
was futile. Probably Dio confused Helvidius' attachment to libertas, an
ambiguous word, with Republican allegiance. 139 But the breach was serious: it
led first to Helvidius' arrest and then to his banishment and execution, of
which Vespasian himself is said to have repented. He must in the emperor's view
have been guilty of treason. But in what way?Dio, in making out that Helvidius
appealed to the rabble, probably associates his opposition with the expulsion
of Stoic and Cynic philosophers that occurred about the same time. It is highly
probably that some Cynics under the Principate did assail monarchy and the
whole social order. This view indeed hardly fits the notion that there was a
'Cynic-Stoic' theory of kingship, but that notion should surely be discarded.
Just as the Cynic 'citizen of the world' was a man who rejected the ties of
citizenship in any particular state, so the Cynic 'king' was one who truly
possessed the unfettered freedom that was falsely ascribed to autocrats; both
conceptions were moral, not political.140 In any case Cynics and Stoics ought
not to be confused, though some Stoics, notably Epictetus, undoubtedly admired
the true Cynic's indifference to worldly goods; but not even Epictetus held
that it was right, except for a few persons with a special vocation, to neglect
ordinary social and political obligations. 14 But just because there was a
certain measure of agreement between Stoics and Cynics, and because there were
a few Stoics who could be called 'paene Cynici' (n. 37), it was easy for the
enemies of aristocratic Stoics to resort to malicious misrepresentation of
their attitudes. Thus the accusers of T. had suggested that his attachment to
liberty was a mere pretence that concealed anarchic designs inimical to the
Roman peace. Tacitus' detailed account of his actions disposes of this calumny.
Unfortunately, Tacitus' evidence of Helvidius' quarrel with Vespasian is lacking, and Dio,
usually unsympathetic to philosophers, probably adopted uncritically somewhat
similar allegations against him. It is not in the least likely that a man of
mature age whohad sought to uphold the authority of the senate and had
previously been ready to serve emperors now threw over all his past convictions
and engaged in attacks on the whole established order. Epictetus (n. 152) and
Tacitus (n. 22) depict him as true to the last to his own role as a senator. We
must then look for another explanation. Dio's epitomator collocates Helvidius'
quarrel with Vespasian with an incident in which Vespasian left the senate in
tears, saying that either his sons would succeed him or no one would. It is an
old conjecture, which I would endorse, that Helvidius objected to Vespasian's
manifest intention to pass on his power to his sons. Once Titus had actually
been invested with imperial power as his father's colleague in 71, Helvidius'
protests could plausibly have been construed as treason. If this explanation be
true, we can see that there was right on both sides. Constitutionally the
choice of a princeps lay with the senate, and a man was to be chosen in the
public interest as the person best fitted for the task. There was no reason to
think that Titus or Domitian fulfilled this criterion. In practice the succession had been dynastic
from the first, and it had given Rome a series of rulers, every one of whom in
senatorial opinion had proved a tyrant. The crimes and follies of Nero had
resulted in civil war that imperilled the very fabric of the empire. Galba
(having no heir in his family) had allegedly proclaimed a very different
principle: the adoption of the best man to be marked out by consent. 147 Yet
from the first Flavian supporters had seen in the fact that Vespasian had two
grown sons a guarantee of stability. Dynastic sentiment might count for little
in the senate, but it made a powerful appeal to the armies and the provinces.
'4) Not one of Vespasian's successors could afford to disregard this factor.
Marcus Aurelius admired Helvidius as well as Thrasea; from them he had learned,
he says, the conception of a state with one law for all, adminstered by the
principles of equality and free speech for all alike, and of a monarchy that
valued most highly the liberty of the subjects;150 yet he too made a worthless
son his successor. We need not think that this must be explained by Aristotle's
dry observation that it would be an act above human virtue for an absolute
king to disinherit his own son:151 dynastic succession was part of the
tradition that Marcus could think it right to accept.Epictetus illustrates his
thesis that every man has his own individual role to play by dramatizing a
confrontation between Helvidius and Vespasian. 'When Vespasian forbade him to
attend the senate, Helvidius replied, "It lies with you to exclude me from
the senate, but while I am a senator, I must attend". "Then attend,
but say nothing." "Do not ask my opinion and I will say
nothing." "But I am bound to ask your opinion." "And I am
bound to say what I think right." "But if you speak, I shall put you
to death." "When then did I tell you that I was immortal: You will do
your part and I mine. It is your part to put me to death, mine to die without
trembling, your part to banish me, mine to depart without repining.'" What
good did Helvidius do, asks Epictetus, as he stood alone? 'What good does the
red stripe do the mantle? What but this? It shines out (iopÉTTE!) as red, and
is there as a fine (koóv) example to the rest. Anyone but Helvidius would
simply have thanked Vespasian for excusing his attendance, but then Vespasian
would not have had to issue any prohibition; any one else would have sat in the
senate, inanimate as a jug, or have heaped on the emperor the flatteries he
wished to hear. '152 Helvidius had assumed a role, conscious of what his
personality required, had prepared himself to play it, and was resolved to play
it to the last. And his conception of that role was determined by
constitutional principles, to which indeed most men now rendered only lip
service. His stand was unsuccesstul. lo a Stoic that was of no consequence.
Similarly it is no valid criticism of T. that, in disapproving of Agrippina's
murder, he imperils himself without promoting the freedom of the rest. Not all
men have the same duties, and in any case you could not prescribe another's
conduct, nor could it affect your own blessedness. If my contentions are
correct, Stoics as such had no theoretical preference for any particular form
of government, monarchical or Republican. They acknowledged the value of the
state, and they accepted that an individual whose position in the world and natural
endowments permitted him to render the state some service had a duty to take
part in public life, but only under certain conditions. His preoccupation with
political activity must not be such as to impair his spiritual welfare, and
even though the value of every action derived wholly from the agent's state of
mind and not at all from the external consequences of the action, it was
senseless for a man to involve himself in public cares, if it were certain from
the start that he could achieve nothing so long as he acted as a good man
should. Thus Stoic teaching may have tended to induce many of its devotees
never to emerge from a quiet course of philosophic study and private duties: it
certainly led others to retire from public life, or to manifest their
opposition to the government, under rulers whose conduct violated moral rules.
These rules were, for the Stoics, those which were endorsed by their society.
It did not occur to them that the political principles that rulers were
commonly expected to observe might need to be reviewed. Each man had a role to
perform, a station to fill, the duties of which were fixed by general consent.
The good emperor, and the good senator, were bound to carry out these duties
conscientiously. It was this way of thinking that united Stoics in power and
Stoics in opposition. Hence, as the good ruler, Marcus could easily recognize
the merits of good subjects such as Thrasea and Helvidius, who had done their
best to play their own, different, parts in public affairs. If in politics
success is the standard of judgment, there was little to commend in men who did
not identify outward defeat with sheer futility, who admired above all the
'iustum et tenacem propositi virum' and would have thought it praise enough to
say that si fractus illabatur orbis impavidum ferient ruinae, without even
admitting that there might be something unwelcome in the ruin of the world.
Moralists may find some comfort that history occasionally reveals men in high
places ready to do or endure anything for what they suppose to be right. The
historian can note that what the Stoics supposed to be right, what they could
conscientiously devote or sacrifice their lives to doing, was largely settled
by the ideas and practices current in their society, and that a Helvidius or a
Marcus was inspired by his beliefs not to revalue or reform the established
order, but to fulfil his place within that order, in conformity with notions
that men of their time and class usually accepted, at least in name, but with
unusual resolution, zeal and fortitude. T. was thus a Roman politician of the
Porch persuasion. As a member of the Senate, he fearlessly follows an
independent line, and in the process antagonised with Nerone, who eventually
pressurises the Senate into condemning him to death. T. duly commits suicide by
opening his veins in the presence of his son-in-law, Elvidio Prisco and
Demetrio di Roma. He was a great admirer of Catone Minore and wrote a biography
of him. Nome compiuto: Publio
Clodio Tràsea Peto. Keywords: portico, suicidio, vita pubblica, vita privata,
virtute, ius, principe, principato, reppublica, senato, morale, diritto e
moral. Roma
antica. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza.
Luigi Speranza – GRICE ITALO; ossia, Grice e Trasea: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale della filiale della setta di
Crotone a Metaponto – Roma – filosofia italiana – Grice italico – By Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza (Metaponto). Abstract.
Keywords: Crotone, filosofia italica. Filosofo italiano. Metaponto, Bernalda,
Matera, Basilicata. A Pythagorean, cited by Giamblico. Nome compiuto: Trasea.
Keywords: la setta di Crotone, filiale a Metaponto. Per H. P. Grice’s
Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza
Luigi Speranza – GRICE ITALO; ossia, Grice e Trasci:
la ragione conversazionale del colloquio lizio con me stesso -- filosofia italo-albanese
-- filosofia italiana – Grice italo – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di
H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Bisignano). Abstract. Keywords. Grice: “A good thing about
having a ‘colloquio con me stesso’ is that you don’t need to follow the
Cooperative Principle, or do you?! -- But while some such
quasi-contractual basis as this may apply to some cases, there are too many
types of exchange, like quarreling and letter writing, that it fails to fit
comfortably. In any case, one feels that the talker who is irrelevant or
obscure has primarily let down not his audience but himself. Filosofo italiano. Bisignano, Cosenza,
Calabria. “Spera in Deo”. Nato in una famiglia di origine arbëreshë. Essendo il
primogenito della famiglia e, dunque, contravvenendo alle regole del
maggiorascato, a causa della salute cagionevole venne avviato alla carriera
ecclesiastica nel locale seminario, proseguendo gli studi a Roma e Napoli. È
nella città partenopea che si lega particolarmente alla compagnia di Gesù
divenendo uno dei confessori più vicini a Isabella della Rovere, principessa di
Bisignano. Per non essere distolto dai propri studi filosofici si ritira
volontariamente a vita privata, dapprima nella Tuscia e poi ospite nel Castello
di Proceno, presso Viterbo di proprietà dei Sforza. Ancora nei primi professore
una lapide marmore posta nella rocca ne ricorda la sua permanenza. Da tale
esilio usce in pochissime occasioni, assistito dal nipote. Fu durante la
reclusione nella rocca di Proceno che ha modo di conoscere GALILEI ospite nel
palazzo durante un suo viaggio verso Roma. Dopo esser stato vescovo di
Umbriatico,venne creato vescovo di Massimianopoli in partibus infidelium da Alessandro
VII. Saggi: “Colloquio con me stesso”, di Antonino. Universam Aristotelis
philosophiam; Summa Aristotelicha – LIZIO. Summa theologica dogmatica. Tomassetti,
Cenno storico sulla vita dell’illustrissimo T. (Roma); Nutarelli,
Proceno-Memorie storiche, Acquapendente, T., Amalfitani di Crucoli, erudito
italo albanese Professore or mai dimenticato, MIT Cosenza. Ferrante Marco Antonio Baffa
Trasci. Ferruccio Baffa-Trasci. Trasci. Keywords: “conversazione con me stesso”,
lizio, Galilei. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Trasci” – The Swimming-Pool
Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO; ossia, Grice e Trasillo: la ragione
conversazionale del principe filosofo -- Roma – filosofia italiana – Grice italo
-- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza (Roma). Abstract. Keywords. philosophus rex, Antonino. Filosofo
italiano. the philosophy teacher or tutor of emperor TIBERIO. A Pythagorean and
member of the Accademia. Nome compiuto: Trasillo. Keywords: Tiberio, principe
filosofo. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza.
Luigi Speranza – GRICE ITALO; ossia, Grice e Trasimede: la ragione
conversazionale della filiale della setta di Crotone a Metaponto – Roma – filosofia
della Basilicata -- filosofia italiana – Grice Italico – By Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Metaponto). Abstract. Grice: “Humpty Dumpy tells Alice that,
in contrast with what Mill was indoctrinating, names do have meaning. Consider
‘Trasimede’. The name means ‘bold of thought.’ From Trasi- which means bold,
courageous, audacious, or resolute. And -mede, a suffix related to thought,
consel, or plans. Therefore, the name signifies someonewith bold or courageous
thoughts, plans, or counsels. In ancient Greece, and Magna Graecia – southern
Italy, but not Sicily – names are often chosen to reflect desired traits or
lineage. The name ‘Trasimede’ was particularly associated with heroic figures
and influential families, such as the lkmaionidai, a prominent Athenian noble
family descended from a grandson of Trasimede. The name also reflects the
valued placed on decisive and energetic actions, particularly during the
classical period in Athens when uch characteristics were vital for a successful
warrior and statesman. Keywords:
Crotone. Filosofo italiano. Metaponto, Bernalda, Matera, Basilicata. A
Pythagorean, cited by Giamblico. Trasimede. Keywords: setta di Crotone, filiale
di Metaponto. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza.
Luigi Speranza – GRICE ITALO; ossia, Grice e Trebazio: la ragione
conversazionale della repubblica romana e l’implicatura conversazionale del luogo
– Roma antica -- la filosofia romana – filosofia
campanese -- filosofia italiana – Grice italo – By Luigi Speranza, pel Gruppo
di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Velia). Abstract. Keywords. Filosofo italiano.
Novi Velia, Salerno, Campania. È molto dubbio che si debbano prendere alla
lettera certe espressioni di CICERONE che accennano l’inclinazione di T. por la
filosofia dell’Orto. Provenne da famiglia agiata e pare che si reca a Roma per
darsi agli studi giuridici. Per raccomandazione di CICERONE, GIULIO CESARE
lo conduce nelle Gallie e si serve di lui per pareri giuridici. Ritornato a
Roma all’inizio della guerra civile, T. age da mediatore tra GIULIO CESARE e CICERONE. Nel conflitto fra CESARE e POMPEO,
T. si schiera col primo al quale rimase sempre fedele. Dopo la morte di GIULIO
CESARE, T. si reca spesso alla villa Tuscolana di CICERONE, ove gli caddero in
mano i "Topica" di Aristotele. Per contentare il suo desiderio di
avere chiarimenti di quella trattazione, CICERONE scrive il saggio omonimo che
dedica ed invia a T. In seguito T. segue
OTTAVIANO. ORAZIO dedica a T. una satira, in cui lo presenta come un
insigne giurista. T. venne nominato cavaliere o da GIULIO CESARE o d'OTTAVIANO. T.
è il maggiore giurista del tempo suo e ha come scolaro ANTISTIO LABEONE (si
veda). Scrive sul diritto civile e sulle religione, ma ci restano soltanto
citazioni di autori posteriori. T. probabilmente adere a un eclettismo simile
in parte a quello di CICERONE con forti caratteri dell’ACCADEMIA e del PORTICO,
ma non si può dire se accetta la scessi probabilista dell'ACCADEMIA. È in
stretti rapporti di amicizia e confidenza con GIULIO CESARE, OTTAVIANO, ORAZIO,
MECENATE, oltre che con CICERONE, col quale intrattenne un fitto epistolario e
che gli dedica i “Topica”. In qualità di giureconsulto, segue GIULIO CESARE
nelle sue campagne galliche, ricoprendo, anche se solo formalmente, la carica
di tribuno militare. E inoltre ascoltato consigliere d’OTTAVIANO ed ha notevole
fama quale maestro di MARCO ANTISTIO LABEONE (si veda), che, nella fase
evolutiva che dalla Res publica al Principato, è l'artefice di quel movimento
innovatore del diritto romano che e stato detto dei proculiani. Delle sue
numerose opere nulla si è conservato, se non le frequenti menzioni che di lui
si trovano nelle Pandette e nelle Institutiones del Corpus iuris civilis
giustinianeo. Da CICERONE e POMPONIO apprendiamo che è allievo a Roma di CORNELIO
MASSIMO (si veda). Secondo POMPONIO, la perizia giuridica di T. e maggiore
dell'eloquenza, arte in cui fu superato da qualcuno, come CASCELLIO, giuridicamente
meno dotato di lui. Potrebbe essersi avvicinato all'ORTO tramite PANSA,
una scuola dalla quale si sarebbe poi allontanato su sollecitazione di CICERONE
che la considera poco consona alle virtù civili e allo studio e alla pratica
del diritto. La questione ritorna poco dopo, quando CICERONE parla dei rischi
del disimpegno civico di T., in relazione al suo ruolo di patrono di Ulubrae, i
cui cittadini, in nome dell'amicizia tra i due, saputa della presenza
dell'oratore di Arpino, si sono mobilitati nel dare un'entusiastica
accoglienza. Nelle stesse righe, CICERONE già si mostra perplesso alla notizia
di un suo precedente avvicinamento, sulla scia di Selius, all’ACCADEMIA di
Carneade, della scessi, una tradizione filosofica un tempo seguita e apprezzata
da CICERONE, ma dalla quale, come si evince indirettamente anche dalla lettera,
egli aveva preso le distanze in favore di una sua particolare interpretazione
del PORTICO. Ha poi una notevole reputazione come maestro di MARCO
ANTISTIO LABEONE (si veda), che avrebbe ricoperto un ruolo importante nella
cruciale fase di svolta che portò dalla repubblica romana al principato. Nell’accanite
dispute dottrinarie che divisero in fazioni i giureconsulti dell'epoca, LABEONE
è l'iniziatore di quella corrente innovatrice che sarebbe stata detta dei proculiani. La
familiarità con CICERONE è testimoniata dall'intensa corrispondenza – XVII lettere
- nelle quali aleggia sempre un tono umoristico e confidenziale e da cui è
possibile attingere molte delle notizie sulla sua vita. Ecco come CICERONE,
probabilmente ospite di T. (o forse dell'amico THALNA) a VELIA in un viaggio
verso la Grecia, si rivolge all'amico assente. Tu però, se, come sei solito,
darai ascolto ai miei consigli, serberai i tuoi beni paterni, né lascerai il
nobile fiume Alento, né diserterai la casa dei Papiri. Cicerone. Velia, lettera
a T. in Roma. Da CICERONE proviene anche qualche annotazione critica sul
carattere di T., secondo lui troppo incline, a volte, ad atteggiamenti
presuntuosi e giudizi tranchant: come quando CICERONE, in mezzo ai brindisi,
viene messo alla berlina dall'amico sulla questione dell'esistenza o meno di
una particolare tradizione dottrinaria. L'esistenza della tradizione, a cui
peraltro nessuno dei due adere, vienne negata da T.. CICERONE allora, pur
rientrato tardi a casa, e tra i fumi dell'alcool, trova il tempo di puntigliose
ricerche in biblioteca per dimostrare la fondatezza delle sue ragioni e rinfacciarle
all'amico. Tratti caratteriali che CICERONE considera evidentemente difetti e
che non manca di rimproverare all'amico, in maniera anche piuttosto
aspra. E ora ascoltami bene, mio caro Testa [T.]! Io non so cosa ti renda
più superbo, se il denaro che ti guadagni o l'onore che GIULIO CESARE ti fa nel
consultarti. Conoscendo la tua vanità, possa io crepare se non credo che tu ami
più l'essere da GIULIO CESARE consultato piuttosto che da lui arricchito! -- Cicerone.
Roma, Lettera a T. in Gallia. CICERONE lo raccomanda come giureconsulto a GIULIO
CESARE, allora pro-console della Gallia, definendolo probo, modesto e dotato di
profonda conoscenza e dottrina dello ius civile. T. si une a GIULIO CESARE nella
campagna di Gallia venendo investito della carica di tribuno militare. Mostrandosi
poco attratto dalle faccende militari, sembra che GIULIO CESARE, pur
confermandogli la carica e la paga, lo avesse esentato dagl’oneri connessi. La
stessa cautela in materie militari lo dissuase dal seguire GIULIO CESARE in
Britannia, facendogli meritare ancora le frecciate di CICERONE che ironicamente
si chiede come mai un accanito nuotatore come lui non abbia voluto bagnarsi
nell'oceano. Poté quindi godere dei favori di GIULIO CESARE con il quale entra
in grande confidenza e al cui fianco resta fedele nel corso della guerra
civile. A proposito di tale confidenza è significativo un aneddoto, riportato
da SVETONIO, in cui GIULIO CESARE da prova di superbia e scarso rispetto verso
il senato romano ricevendo, senza neppure alzarsi, una delegazione senatoria
venuta a rendergli onori presso il tempio di Venere genitrices. In
quell'occasione GIULIO CESARE letteralmente fulmina T. con lo sguardo, per il
solo fatto di aver letto nei suoi occhi una poco gradita esortazione ad
alzarsi. Ha anche da GIULIO CESARE il delicato incarico di mediare con CICERONE
e con il tentennante SERVIO SULPICIO, nel tentativo, risultato poi vano, di
condurre i due dalla sua parte. Dopo l'assassinio di GIULIO CESARE alle idi di
marzo, si une alla cerchia d’OTTAVIANO e MECENATE, divenendo consigliere
giuridico del principe. Da POMPONIO apprendiamo che T. acquisce l'ufficio di
quaestor ma che il suo cursus honorum si ferma a quel gradino per scelta deliberate.
T. infatti, non volendo profittare della posizione privilegiata, rifiuta il
consolato offertogli d’OTTAVIANO. Si sa ad esempio che OTTAVIANO, dopo aver
dato personale attuazione a un fidecomesso formalizzato da un certo LUCIO
LENTULO attraverso codicilli, incaricò una commissione di saggi, fra cui T.,
dall'indiscussa autorità, di pronunciarsi sulla legittimità dei codicilli
stessi. Dalla stessa fonte apprendiamo che la favorevole risposta di T. e improntata
a un'argomentazione molto pragmatica. I codicilli, più informali di un vero e
proprio testamento, permetteno di dare efficacia anche alle disposizioni mortis
causa di quei cittadini romani che, impegnati in lunghi viaggi, non potevano
conformare le loro volontà nelle solenni formalità richieste al testamento.
Ogni sorta di scrupolo sulla legittimità dei codicilli sarebbe svanita quando
perfino il prestigioso LABEONE, allievo di T., ne avrebbe fatto personalmente
uso. Questa innovazione giuridica infranse la regola secondo cui le
disposizioni testamentarie dovessero essere integrate in un unico atto
unitario, che disponesse simultaneamente di tutti i beni. Da allora in poi è
possibile frammentare le proprie disposizioni testamentarie in una serie di
singoli atti scollegati. Alla cerchia di MECENATE appartene ORAZIO che
recalcitra, con tono leggero e confidente, ai pareri legali dell'amico sui
rischi insiti nella mestiere di poeta satirico. C'è di quelli cui sembro nella
satira troppo feroce e oltrepassare i limiti consentiti. T., dimmi tu che cosa
fare. Startene quieto. Dici che non devo scriver più versi affatto? Appunto
questo. Che mi prenda un malanno se non era questo il meglio. Però soffro
d'insonnia. La consulenza si sposta allora su un altro terreno. Coloro che han
bisogno di dormire attraversin tre volte il Tevere unti. A sera si bagnino di
vino. O se tanta mania ti forza a scrivere osa cantar le imprese dell'invitto
Cesare, e avrà compensi la fatica. ORAZIO insiste ancora. Non che gli manchi la
voglia ma i suoi mezzi poetici non li sente all'altezza del compito. T. sembra
inchiodarlo alla durezza della norma che non tollera ignoranza, ma poi si
arrende agli argomenti del poeta e conclude con un'interpretazione pragmatica. Tuttavia
vorrei darti il mo consiglio di stare attento, di restare in guardia che non ti
porti qualche seria noia l'ignoranza di leggi inviolabili. Se qualcuno abbia
scritto contro un altro versi cattivi sia condotto innanzi al tribunale e sia
data sentenza. Sta bene. Se cattivi; ma se buoni qualcuno li abbia scritti e
con la lode di Cesare che giudica la causa? Se qualcuno ha latrato, integro
lui, dietro a un altro che è degno di disprezzo? Saranno disarmate dalle risa
le leggi e tu sarai lasciato andare. -- Orazio, Satire. Gli scritti di T.
annoverano un De religionibus, in almeno X libri e un “De iure civili”. Delle
sue opere, che si conservavano ancora al tempo di POMPONIO, non ci è pervenuto
direttamente alcun frammento. Sappiamo tuttavia che e frequentemente citato dai
giuristi successivi come desumibile dalle occorrenze nelle Pandette e nelle
Institutiones del Corpus iuris civilis giustinianeo. La congettura sulla data
di morte si deve a Kunkel, Herkunft und soziale Stellung der römischen
Juristen, Böhlau Verlag. Tale datazione si basa sull'identificazione del LENTULO
della diatriba giuridica sui codicilli con il LUCIO CORNELIO LENTULO, pro-console
d'Africa. CICERONE pone mano a questa breve opera proprio su richiesta di T. Vi
si dedica, lavorando a memoria, nella tappa da VELIA a REGGIO di un suo viaggio
-- Si veda: Cic. ad familiares. La decisione di intraprendere questo viaggio è maturata
nelle turbolenze successive all'assassinio di GIULIO CESARE, volendo CICERONE
raggiungere la Grecia attraverso una lunga e inusuale, ma più sicura
navigazione litoranea che, dalle coste tirreniche, attraversasse lo stretto di
Sicilia. Cic. ad familiares. Pomp. Enchiridion, nel frammento incorporato
nelle Pandette giustinianee (The Latin Library). Un accenno a una possibile
vicenda epicurea di T. compare nell'epistola ad familiares 7.12 scritta dalle
paludi pontine. La notizia è riferita a CICERONE dallo stesso PANSA, allora in
Gallia e in procinto di diventare tribuno per il biennio 52-51 a.C. L'accenno è
inserito in una sorta di canzonatura, in cui Cicerone indulge all'ironia lieve
sullo scarso impegno di T. nella campagna di Gallia, quasi l'avesse scambiata
per una molle vacanza tarantina. ^ Altre fonti lo indicano invece come epicureo
seguace di Irzio, legato di Cesare in Gallia (che sarà console con Pansa). Si
veda Gravina. Origines juris civilis (De ortu et progressu juris civilis), riportata
in Biografia degli uomini illustri del Regno di Napol. Ad familiares. L'accoglienza
degli ulubrani intenti a rendergli onore viene comicamente resa con l'immagine
fabulistica di un'orda di ranocchi gracidanti, in una lettera di poco
successiva (ad familiares). Sellius, comune amico dei due, fu un oratore le cui
doti non sono ritenute eccelse da Cicerone (Cic. ad familiares). Pomp.
Enchiridion, in: Pandette. Il riferimento, non chiaro, a Thalna è in una
lettera scritta da Vibo a Tito Pomponio Attico: ad Atticum. Dovrebbe trattarsi,
in questo caso, di persona sicuramente diversa dal Thalna nominato (o
pseudonimato) in ad Atticum, giudice corrotto ai tempi del famoso processo in
cui Clodio fu imputato e Cicerone testimone. È anche possibile che Cicerone,
nella corrispondenza, non facesse menzione dell'ospitalità offertagli a Elea da
Trebazio, per non compromettere l'amico. Cic. ad familiares. La disputa, per
inciso, riguardava l'esistenza di certe tradizioni giuridiche circa una
facoltà, in capo all'erede, di perseguire giudizialmente un furto avvenuto
prima della successione mortis causa. Cicerone tende ad imputare
l'atteggiamento così titubante -- e così poco saggio -- dell'amico agli
insegnamenti di Cornelio Massimo. ^ “studiosissimus homo natandi” -- così lo
definisce in ad familiares. Svetonio, Vite dei Cesari. Si veda, su Lacus Curtius
di Thayer. Il tentativo con Cicerone è in Plutarco, Vite parallele. Cicerone o
su Lacus Curtius. La notizia su Sulpicio è tratta dal già citato Biografia
degli uomini illustri del Regno di Napoli, che riprende, anche in questo caso,
il Gravina. Origines
juris civilis, Vol. 1, (De ortu et progressu juris civilis). Forse identificabile con Lucio Cornelio Lentulo,
console e pro-console d'Africa, morto in Provincia d'Africa (cfr. Kunkel,
Herkunft und soziale Stellung der römischen Juristen, Böhlau Verlag,
Institutiones. Sul prestigio di T. troviamo questo inciso: «cuius tunc
auctoritas maxima erat». ^ Si intende meglio il consiglio se lo si confronta
con l'immagine di un T. appassionato nuotatore, già ricordata in una precedente
nota (ad familiares. In questo caso
Augusto. In Orazio - Tutte le opere. Versione, introduzione e note di
Cetrangolo, Sansoni. Intratext Library. Macrobio, in Saturnalia cita infatti,
fra gli altri, il decimo libro della sua opera. Treccani – Enciclopedie on
line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Ruiz, T., in Enciclopedia Italiana,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, T. su sapere.it, De Agostini. Opere di T. su
PHI Latin Texts, Packard Humanities Institute. Portale Antica Roma
Portale Biografie Categorie: Giuristi romaniPolitici romani del I secolo
a.C.Giuristi del I secolo a.C.Persone delle guerre galliche[altre] A lawyer and
a friend of Cicerone. When he converted to The Garden, Cicerone writes to him questioning
whether being a gardener is compatible with belonging to the legal profession.
Trebazio is also the author of some works about the divine and its cult. Nome compiuto: Gaio Trebiano Testa. Keywords: I
topica di Cicerone, ius, IVSTVM, legge, Ottaviano, Labeone, satira, Orazio,
religione, ius civile, pragmatica del diritto. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza -- Grice e Trebiano
la ragione conversazionale dell’orto romano e l’implicatura
conversazionale del Grice italo – Roma – filosofia italiana – By Luigi Speranza,
pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Roma). Abstract.
Keywords: edonismo, placitum. Orto. Lucrezio. Il secolo d’oro – Ottaviano. Filosofo italiano. Friend of CICERONE.
He takes an interest in philosophy and may have been a ‘Gardener.’ Nome compiuto: Trebiano. Keywords: Roma antica,
l’orto. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza.
Luigi Speranza – GRICE ITALO; ossia, Grice e Treves:
la ragione conversazionale dei giudici e l’implicatura conversazionale della giustizia
nella filosofia italiana – ventennio fascista – la scuola di Torino – filosofia
torinese – filosofia piemontese -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Torino). Abstract. Keywords. IVSTVM. Sociologo e filosofo italiano del
diritto. M. Milano. Allievo di Solari a Torino, dopo le leggi anti-semite si
rifugia in Argentina, dove insegna filosofia del diritto e sociologia
nell’univ. di Tucumán. Nel dopoguerra, tornato in Italia, fu prof. delle
medesime materie nell’univ. di Milano. Dapprima le sue ricerche si rivolsero
alla storia del pensiero politico italiano -- La dottrina sansimoniana nel
pensiero italiano del Risorgimento --, quindi si incentrarono sul concetto di
diritto nel neokantismo (Il diritto come relazione. Saggio critico sul
neokantismo contemporaneo, 1934). Studioso di Kelsen, curò la prima edizione
italiana della sua opera fondamentale Reine Rechtslehre (1934, 2a ed. 1960;
trad. it. Dottrina pura del diritto, 1952). Mise poi in evidenza i legami tra
la filosofia del diritto e la filosofia della cultura, intendendo l’esperienza
giuridica come esperienza culturale (Interpretazione del diritto e filosofia
della cultura, 1960). È stato uno dei maggiori promotori degli studi di
sociologia giuridica in Italia, concorrendo a definirne lo statuto disciplinare
(Introduzione alla sociologia del diritto, 1978; Sociologia del diritto, 1987,
3a ed. 1993). Dal 1962 al ’68 ricoprì la carica di vicepresidente
dell’Associazione internazionale di sociologia, poi quella di presidente del
Comitato per la sociologia del diritto della stessa Associazione. Tra le sue
opere si segnalano: Il problema dell’esperienza giuridica e la filosofia
dell’immanenza di G. Schuppe (1938); Diritto e cultura (1947); Libertà politica
e verità (1962); Giustizia e giudici nella società italiana (1973); Sociologia
e socialismo. Ricordi
e incontri (1990). Grice: “Aristotle claims that IVSTVM is analogical. Ross's
suggestion about 'good' would, moreover, be at best only a description of one
special case of analogical unification, and would not give us any general
account of such unification. I might add that little supplementary assistance
is derivable from those who study general semantic concepts; such persons seem
to adhere to the principle that silence is golden when it comes to discussion
of such questions as the relation between analogy, metaphor, simile, allegory
and parable. So far as Aristotle himself is concerned it seems fairly
clear to me that tie primary notion behiad the concept of analogy is that of
'proportion'. This notion is embodied, for example, in Aristotle's
treatment of justice. where one kind of justice is alleged to consist in a due
proportion between return (reward or penalty) and antecedent desert (merit or
demerit) but it remains a mystery how what starts life as, or as something
approximating to, a quantitive relationship gets converted into a
not-quantitive relation of correspondence of allinity. It looks as if we might
be thrown back upon what we might hope to be inspired conjecture. Filosofo
piemontese. Filosofo italiano. Torino, Piemonte. Compie gli studi al liceo AZEGLIO
(vedi) e poi nella facoltà dove entra in contatto, fra gl’altri, con BOBBIO, FOA,
LUZZATI, ENTRÈVES, e simpatizza con il gruppo di giustizia e libertà
abbracciando i principi del socialismo liberale. Si laurea sotto la guida di SOLARI con una tesi su Henri
de Saint-Simon. Insegna a Messina, dove viene arrestato per sospetta attività contro
IL REGIME FASCISTA. Trasferito a Urbino e escluso dal concorso bandito sulla
sua cattedra. Insegna a Parma, si trasfere a Milano. Protagonista della
rinascita post-bellica della sociologia in Italia, co-opera attivamente col centro
nazionale di prevenzione e difesa sociale e col suo segretario generale Argentine,
coordinando fra l'altro una vasta ricerca su “L'amministrazione della giustizia
e la società italiana in trasformazione” da cui escono volumi di vari filosofi.
Presiede questo comitato facendosi attivo promotore della sociologia del
diritto. Fonda la rivista italiana della
disciplina, di cui ottiene il riconoscimento accademico e che insegna a Milano.
Difende una posizione filosofica relativista e prospettivista, influenzata da
Mannheim, Mills e Kelsen, del quale ultimo introduce in Italia la dottrina pura
del diritto positivo. Alieno dal dogmatismo e paladino di una concezione
critica della scienza, rifiuta ogni visione metafisica del diritto in favore di
una visione metodologica che sfocia nella sociologia del diritto intesa come
scienza prevalentemente empirica, non avalutativa, ma ispirata a valori, nel
suo caso quelli di libertà e giustizia sociale -- è considerato insigne maestro
per un'intera generazione di filosofi e sociologi del diritto. Due sono i
problemi che la sociologia del diritto deve affrontare: da un lato la
posizione, la funzione e il fine del diritto nella società vista nel suo
insieme. Dall'altro la società nel diritto, cioè quei comportamenti effettivi
che possono essere conformi e difformi rispetto alle norme, ma comunque
forniscono informazioni su come una società vive le regole che si è data. Del
primo problema si sono occupate soprattutto le dottrine sociologiche e polito-logiche,
mentre sul secondo si sono soffermate le dottrine giuridiche anti-formalistiche.
Saggi: “Il diritto come relazione” (Torino); “Diritto e cultura” (Torino); “Spirito
critico e spirito dogmatico” (Milano); “Libertà politica e verità” (Milano); “Giustizia
e giudici nella società italiana” (Bari); “Introduzione alla sociologia del
diritto” (Torino); “Sociologia del diritto -- Origini, ricerche, problem” (Torino);
“Sociologia e socialism - ricordi e incontri” (Milano); “Dizionario biografico
dei giursti italiani” (Bologna, Il Mulino); Il magistero; in La Nuova
Antologia, Colombo, La lezione in La Nuova Antologia, FERRARI, FSociologo del
diritto, in Rivista internazionale di filosofia del diritto, in Ratio Juris, ss. FERRARI, GHEZZI, La scienza del dubbio.
Volti e temi di sociologia del diritto (Mimesis, Milano-Udine), Losano, Sociologo
(Unicopli, Milano); Marconi, Il legato culturale, in Sociologia del diritto, Tanzi,
dalla filosofia alla sociologia del diritto, ESI, Napoli, Nitsch, T. esule in
Argentina. Sociologia, filosofia sociale, storia. Con documenti inediti e la
traduzione di due scritti di T., Memorie dell'Accademia delle Scienze di
Torino, Classe di Scienze Morali, Storiche e Filologiche, Sociologia del
diritto, Dizionario di filosofia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. When it comes to The Debate
between Socrates and Thrasymachus in the Republic, We should bear in mind that
Grice’s purpose of looking at the discussion of Justice is to see if the
course of that discussioncould be looked on as a conscious, subconscious, or
unconscious venture by Socrates or Plato into the discipline of philosophical
escha-tology. The discussion begins with a pressing invitation to Socrates to take
part in an examination of the question "What is Justice?" It is clear
that despite the intrusion of distractions Socrates has not lost sight of this
focus. Two preliminary answers are put
forward; that of Cephalus ("to tell the truth and pay one's debts");
and that of his son Polemar-chus ("to give every man his due"). The
first of these answers seems to be an attempt to exhibit the nature of Justice
by means of its paradigmatic rules, while the second attempts to provide a
general characterization or definition. Socrates points out that even
paradigmatic rules allow of exceptions, with the consequence that a practical
principle will be needed to identify the exceptions; while Polemarchus's
suggested definition is faulted on the grounds that counterintuitively it
allows Justice on occasion to be exhibited in causing harm. It seems to be open
to Polemarchus to reply to Socrates that the connection of Justice with
punishment makes it questionable whether it is counterintuitive to suppose that
Justice sometimes involves causing harm. Indeed we might inquire why the
answers suggested by Cephalus and Polemarchus are given house-room at all if
they are going to be so cursorily handled. (3) The debate with
Thrasymachus. A number of different factors to my mind raise serious questions
about the role of this debate in the general scheme for the treatment of
Justice in the Republic. The quality of Thrasymachus's dialectical apparatus
seems to be (to put it mildly) not of the highest order. Socrates himself remarks that
in the course of the debate the original question ("What is
Justice?") becomes entangled in a confused way with a number of other
seemingly different questions such as whether the just life is the happiest
life (or is more, or less, happy than the unjust life), whether the just life
is worthy of choice, etc. What does Thrasymachus achieve beyond the generation
of confu- Socrates' replies to
Thrasymachus are by no means always intellectually impeccable; yet so far as I
can see, this fact is not pointed out. Glaucon and Adeimantus are dissatisfied with the
upshot of this debate and call upon Socrates to show that the just life is the
happylife, not making it clear what the connection is between this demand and
the answering of the original question about the nature of Justice. (e)
Socrates endeavors to meet the demands of Plato's older broth-ers, but to do
this, he resorts to the elaborate presentation of an analogy between the soul
and the state. What justifies the presentation, in the current context, of the
nature of this analogy? (4) Blow-by-blow details of the debate with
Thrasymachus. Round 1. Thrasymachus at the outset couples the thesis that
"jus-tice is the interest of the stronger" with the admission that
rulers are not infallible in their estimates of where the interest of the
stronger lies. As the comments of Socrates, Polemarchus, and Cleitophon make
clear, this leads Thrasymachus into an intolerable tension between the idea
that the edicts of the ruler command obedience because they spring from a
belief on the part of the ruler that obedience is in the interest of the
stronger, and the idea that obedience is demanded if, but only if, it would in
fact be conducive to the interest of the stronger. Thrasymachus seeks to repair
his position by distinguishing between (a) what the ruler commands and (b) what
the ruler commands qua ruler; the latter cannot but be conducive to the
interest of the stronger, though no such assurance attends the former.
Though no one points this out, the attempted escape seems to carry the
consequence that whether the ruler's commands do or do not call for obedience
may be, and may continue to be, shrouded in obscurity. But apart from
this initial confusion, the debate in Round 1 is characterized by a number of
further disfigurements or blemishes, responsibility for which may attach not
only to Thrasymachus but, by as-sociation, to Socrates. Some of these
disfigurements or blemishes may indeed also be visible in subsequent
rounds. It is not made clear, nor
indeed is the question raised, whether the kind of justice under discussion is
political (or politico-legal) jus-tice, or moral justice. The general tenor of
Thrasymachus's remarks would suggest that his concern is with political or
politico-legal jus-tice. Indeed it seems not impossible that it is part of
Thrasymachus's position that there is no such thing as moral justice, that the
concept of moral justice is chimerical and empty. If this were his position, he
could be characterized as a certain sort of skeptic; but whether or not it is
his position should surely not be left in doubt. Thrasymachus nowhere makes it
clear whether he regards the popular application of the term "just,"
which Thrasymachus may not himself endorse, as a positive or a negative
commendation. Are justacts supposed to be acts which fulfill some condition
which acts should fulfill, or acts which are free from an imputation that they
fulfill some condition which acts should not fulfill? It is not clear whether
Thrasymachus's thesis that justice is the interest of the stronger is to be
taken as a thesis about the "nominal essence" or about the "real
essence" of justice. Is Thrasymachus suggesting that the right way to
conceive of justice, the correct interpretation of the term "just,"
is as signifying that which is in the interest of the stronger? Or is he
suggesting that whatever content we attach to the concept of justice, the
characteristic which explains why just acts are done and why they have the
effects which standardly attend them, is that of being in the interest of the
stronger? Thrasymachus seems uninterested
in distinguishing between the use of the word "just"
("right") as part of a sentential operator which governs sentences
which refer to possible actions (e.g., "it is just (right) that a person
who has contracted a debt should repay it at the appointed time," "it
is just for a juror to refuse offers of bribes") and its use as an epithet
which applies to actually performed actions (e.g., "he distributed
payments, for the work done, justly"). The two uses are no doubt
intimately connected with one another, but they are surely
distinguishable. (e) Thrasymachus is not at pains to make it clear
whether the phrase "the stronger" refers to the ruler or government
(the official boss) or to the person or persons who wield political power (the
real boss). These persons might or might not be identical. As a result of
these obscurities the precise character of Thrasyma-chus's position is by no
means easy to discern. Round 2. At the end of Round 1, as it seems to me,
Socrates seeks to counter Thrasymachus's reliance on a distinction between what
the practitioner of an art ordains simpliciter and what the practitioner
ordains qua practitioner of that art, by suggesting that if we take this
distinction seriously, we shall be led to suppose that when the practitioner
acts qua practitioner, his concern is not with his own wellbeing but with the
well-being of the subject matter which the art con-trols; so rulers qua rulers
will be concerned with the well-being of their subjects rather than of
themselves. This contention seems open to the response that there is nothing to
prevent the well-being of the subject matter from being, on occasion, that
state of the subject matter which is congenial to the interest of the
practitioner. This indeed may be the tenor of Thrasymachus's outburst comparing
the treat-ment of subjects by rulers with the treatment of sheep by
shepherds. If so, Socrates does not seem to have any better reply than to
suggest that the dominance of concern on the part of rulers to obtain
compensation for their operations hardly supports the idea that it is common
practice for them to use their offices to feather their own nests; a response
to which Socrates adds an obscurely relevant demand for a distinction between
the practice of an art which is typically not directed toward the interests of
the practitioner, and the special case of a concomitant exercise of the art of
profit-making, which is so directed. Thrasymachus, however, complicates
matters by introducing a new line of attack against the merits of justice
vis-à-vis injustice. He suggests that in the private citizen justice (devotion
to the interest of the stronger, that is, of the ruler) is folly, while
injustice (devotion to his own interest) is sensible even if dubiously
effective; while the grand-scale injustice of rulers, as exhibited in tyranny,
has everything to recommend it. It is not clear that this manifesto is
legitimate, since it is not clear that, on his own terms, Thrasymachus is
entitled to count tyranny as injustice; the tyrant is not preferring his own
interests to the interests of someone stronger than himself, since no one is
stronger than he. It is true, of course, that while Thrasymachus may not be
entitled to call tyranny injustice, he may be equally not entitled to call it
justice, since though the tyrant may be the strongest person around, he is
certainly not stronger than himself. So perhaps Thrasy-machus's plea for
injustice may turn out to be a misfire. Round 3. In response to a query
from Socrates, Thrasymachus recapitulates his position, which is not that
injustice is a good quality and justice a bad quality, nor (exactly) the
reverse position, but is rather that justice is folly or extreme simplicity,
whereas injustice is good sense. With this contention there is also associated
Thrasyma-chus's view that injustice implies strength, and that the unjust life
rather than the just life is the happy life. Socrates' reply to
Thrasymachus invokes arguments which seem weak to the point of feebleness. In
his first argument he gets Thra-symachus to agree that the just man seeks to
compete with, or outdo only the unjust man, whereas the unjust man competes
both with the just and with the unjust. Reflection on the arts, however,
prompts the observation that in general the expert competes only with the
inex-pert, whereas the nonexpert competes alike with the inexpert andwith the
expert, so it is the just man, not the unjust man, who runs parallel to the
general case of the expert, and who therefore must be regarded as possessing
not only expertise but also good sense. Among the flaws in this argument one
might point particularly to the dubious analogy between the province of justice
and the province of the arts, and also to a blatant equivocation with the word
"compete," which might mean either "try to perform better
than" or "try to get the better off.” In the succeeding
argument against the alleged strength of injustice, Socrates remarks that injustice
breeds enmity, observes that efficient and thoroughgoing injustice
requires "honor among thieves," and concludes that a
fully unjust man would in real life be weaker than one who was less fully
unjust. Maybe this argument shows that the unjust man cannot, with maximum
effectiveness, literally "go the whole hog" in injustice; but this is
far from showing that he should never have started on any part of the
hog. Finally, Socrates counters Thrasymachus's claim that the unjust
life, rather than the just life, is the happy life, by getting Thrasymachus to
agree that at least for certain kinds of things the best state of a thing of
that kind lies in the fulfillment of the function of that kind, which will also
constitute an exhibition of the special and peculiar excellence of things of
that kind; and also that justice is in the required sense the special
excellence of the soul; from which he concludes that justice is the best state
of the soul and as a consequence gives rise to the happy life. This argument,
perhaps, palely foreshadows Socrates' strategy in the main part of the
dialogue; but at this point it seems ineffective, since no case has been made
out why Thrasymachus should agree to what one would expect him to regard as the
quite uncongenial suggestion that justice is the special excellence of the
soul. (5) Transition to the main body of the Dialogue. Glaucon and
Ad-eimantus express dissatisfaction with Socrates' handling of Thrasy-machus.
Glaucon invokes a distinction between three classes of goods: those which
are desirable only for their own sake, those which are desirable both in
themselves and for the sake of their conse-quences, and those which are
desirable only for the sake of their con-sequences. He remarks that it is the
view of Socrates, shared by himself and Adeimantus, that justice belongs to the
second class of goods, those which are doubly desirable; but he wishes to see
the truth ofthis view demonstrated, particularly as the generally received
opinion seems to be that justice belongs to the third class of goods which are
desirable only for the sake of their consequences and have no intrinsic value.
He wishes Socrates to show that justice is desirable in respect of its effect
on those who possess it, independently of any rewards or consequences to which
it may lead. He wishes Socrates to show that it is reasonable to desire to be
just rather than merely to seem just, and, indeed, that the life of the just
man is happy even if his reputation is bad. Otherwise it will remain
feasible: that the institutions of
justice are acceptable only because they secure for us the greater good of
protection from the inroads of others at the cost of the lesser evil of
blocking our inroads upon others, and that if the possession of Gyges's ring would enable
our inroads upon others to remain undiscovered, no reasonable person would deny
himself this advantage. Adeimantus reinforces the demands expressed by Glaucon
by drawing attention to the support lent by the prevailing education and
culture to the received opinion about justice as distinct from the view of it
taken by Socrates, Glaucon, and himself. Apart from the tendency to represent
the rewards associated with justice as really attending not justice itself but
the reputation for justice, Adeimantus observes that even when the rewards are
thought of as attending not merely the semblance of justice but justice itself,
the rewards are conceived of as material and consequential rather than as
consisting in the fact that justice is its own reward. He also points to the
fact that even when recognition that it is injustice rather than justice which
pays leads to the pursuit of injustice and thereby to the incurring of divine
wrath, the prevailing culture and education teach that the gods can be bought
off. So unless Socrates follows the course proposed by Glaucon, he will be
saddled with the charge that really he agrees with Thrasymachus, that so-called
justice is really pursuit of the interest of the stronger, the strength of
whose case lies in his command of the big battalions, and that the so-called
injustice involved in the alternative pursuit of one's own interests is really
inhibited only by the threat of force majeure. In his attempt to accede
to the demands of Glaucon and Adeiman-tus, Socrates embarks on his elaborate
analogy between the state and the soul. The details of this presentation lie
outside the scope of my present inquiry, which is concerned only with the
structural aspects of Socrates' procedure.III. Does Thrasymachus Have a
Coherent Position? When we operate as moral philosophers in the
borderland be-tween Ethics and Political Theory, one of the salient questions
which we encounter is whether there is a distinction between moral and
political concepts and how such a distinction, if it exists, should be characterized.
In this connection it will be of great importance to con- sider the viewpoint
of a philosopher, if such a philosopher can be found, who maintains that there
is no distinction, or at least no genuine distinction, between moral and
political concepts in this area or in some significant part of this area. If it
were possible without undue distortion to exhibit Thrasymachus as a kind of
moral skeptic—as someone who holds, for example, that while political justice,
or polit-ico-legal justice, is an intelligible notion with real application,
the same cannot be said of moral justice, which can be seen to be ulti-mately
an illusion-then it might be philosophically advantageous to regard
Thrasymachus in that way. We should examine, therefore, the prospects of
success for such an interpretation of Thrasymachus's po-sition. Can he be
viewed as one who regards political justice, but not moral justice, as a viable
concept? If we attempt to proceed
further in this direction, we encounter a difficulty at the outset, in that it
is unclear just what concept it is which the friends of moral justice suppose
to be the concept of moral justice. Is the term "moral justice" to be
thought of as referring to moral value in general, as distinct from other kinds
of value? Or is the notion of moral justice to be conceived as possessing some
more specific content, so that, while both fairness and loyalty are morally
admirable qualities, only the first can be properly regarded as a form of moral
justice? And if the notion of moral justice is to be supposed to cover only a
part of the domain of moral value, to which part of that domain is its
application restricted? To the region of fairness? To that of equality of
opportunity? To that of respect for natural rights? Rival candidates seem to
abound. In the case of Plato's Thrasymachus it seems that he, perhaps
like Plato himself, is not disposed to engage in the kind of conceptual
sophistication practised by Aristotle and by some philosophers since
Aristotle; for Thrasymachus, the friends of moral justice (on the as-sumption
that the representation of Thrasymachus as a kind of moral skeptic is
legitimate) will be philosophers who treat the term "moral justice"
as one which refers to morality, or to moral virtue in general,a usage which
Aristotle also recognizes as legitimate, alongside the usage in which
"justice" is the name of one or more specific virtues. If our program requires that we
try to represent Thrasymachus as a certain sort of moral skeptic, obviously one
part of his position will be that the concept of moral justice is unacceptable.
One or both of two forms of unacceptability might be in question, namely
alethic unacceptability and semantic unacceptability. The suggestion might be
that positive ascriptions of moral justice are never in fact true, and so are
always alethically unacceptable, or that such ascriptions, together perhaps
with their negations, suffer from some form of un-intelligibility, and so are
semantically unacceptable. Some indeed might contend that general alethic
unacceptability generates semantic unacceptability, that if a certain kind of
characterization is always false, that implies that that kind of
characterization is in some way unintelligible. Let us assume that the revised
presentation of Thrasy-machus will be one which, for one reason or another,
ascriptions of moral justice are semantically unintelligible. This assumption
will leave open a considerable range of possibilities with regard to the more
precise interpretation of the notion of semantic unacceptability, ranging
perhaps from the extreme suggestion that ascriptions of moral justice are just
gibberish, to the suggestion that they admit no fully successful rational
elucidation. Within the boundaries of this
position, the new Thrasymachus might perhaps hold that, though the concept of
moral justice is semantically unacceptable, a related concept, which we may
call "moral justice»," is fully admissible. Moral justice* is to be
supposed to have precisely the same descriptive content as moral justice;
ascrip-tions, however, of moral justice* will entirely lack the ingredient of
favorable valuation or endorsement which is carried by the term
"moral justice." It might, however, be objected that the proposed
separation of the descriptive content of moral justice from its evaluative
content is quite inadmissible; if we are looking for predicates which from an
ascriptive point of view are specifications of the general descriptive
condition for moral justice, but which at the same time lack the evaluative
element which attaches to the term "moral justice," we shall need
predicates which are considerably more specific than "morally just»."
Indeed, some might claim that it is pure fantasy to suppose that any predicate,
however specific, could signify a descriptive character which falls within the
general character signified by the term "moral justice" after
detachment of the term's eval-uative signification. Description cannot be thus
severed from evalua-tion. (5) Whatever may be the final upshot of debate
about the possibility of separating the descriptive and the evaluative
significations of the term "morally just," it is clear that a further
element in the position of the new Thrasymachus will be that whatever semantic
unacceptability may attach to moral justice, there is a further kind of
jus-tice, namely political (or politico-legal) justice, which is free from this
defect. Political justice is a concept which is both intelligible and has
application. The old Thrasymachus, however, wished to combine this recognition
of the intelligibility and the applicability of the concept of political
justice with the contention that the applicability of the concept of political
justice to a particular line of actual or possible action provided a basis not
for the commendation but rather for the discommendation of that line of action;
the wise, prudent, or sensible man would be led away from rather than toward
the adoption of a certain course of action, would become less rather than more
favorably disposed toward the idea of his becoming engaged in it, if he were
told, perfectly correctly, that political justice required his engagement in
it. This further contention has the air of paradox; how could the fact that
political justice, or indeed any kind of justice, requires a man to undertake a
particular course of action, be in the eyes of that man a bad mark against
doing the action in question? Can the new Thra-symachus align himself in this
matter with the old? It can fairly easily be seen that the idea that the
position of the old Thrasymachus involves paradox is ill-founded. That this is
so can best be shown by the introduction of one or two fairly simple
distinctions. First, a value (or disvalue) may be either intrinsic or
extrinsic. Roughly speaking, the value (or disvalue) of x will be intrinsic if
it attaches to x in virtue of some element in the character of x; it will be
extrinsic if it depends on the nature of some effect of x. To present the
distinction somewhat more accurately, a value or disvalue of x will be
intrinsic if its presence is dependent on some property of x which may indeed
be a causal property, but if it is a causal property, it is one whose value or
disvalue does not depend on the value or disvalue of that which is caused. The
property of causing raised eyebrows is a causal property and may be one with
which value or disvalue is associated; but if the eyebrow-raising is something
with which value or disvalue is associated, this is not because of the
antecedent value or disvalue of elevated eyebrows, but rather because of a
connection between raised eyebrows and sur-prise. A value or disvalue will be
extrinsic if it attaches to x in virtue of a causal property the value or
disvalue of which depends upon the antecedent value or disvalue of that which
is caused. Second, a value or disvalue may be either direct or indirect. A
value which is a direct value of x must rest, if it rests on other features at
all, on features of x which, at least on balance, are values rather than
disvalues; simi-larly, a direct disvalue of x, if it rests on other features of
x, must rest on features which are at least on balance disvalues. An indirect
value of x may rest on a prior disvalue of x, provided that this disvalue is
less than that which would attach to any alternative state of x. The disvalue
of being beheaded may be indirectly a value, provided that (for example) it is
less than the disvalue which would attach to the only other option, namely to
being burned at the stake. The least of a number of possible evils may thus be
indirectly a good. The old Thrasymachus, then, was perfectly entitled to deny
that political justice is directly a kind of good, provided he was willing to
allow (as he was) that indirectly it is, or may be, a good. There is then no
conceptual barrier to incorporating in the position of the new Thrasymachus the
thesis that political justice is only indirectly a good; it is acceptable only
as a way of averting the greater evil of being at the mercy of predators.
(6) This would perhaps be an appropriate moment to consider a little more
closely what I have been speaking of as Thrasymachus's combination of rejection
of the concept of moral justice and acceptance of the concept of political
justice. There are two ways of looking at this matter. One, which is, I think,
suggested by my discussion, is that there are two distinct concepts, which some
philosophers regard as being both parallel and viable, namely moral justice and
political justice. The special characteristic of Thrasymachus is supposed to be
that he allows the second concept while rejecting the first. I shall call this
approach the "two-concept" view of justice, according to which the
unqualified term "justice" might be used to refer to either of two
distinct concepts. The second way of looking at things I shall call the
"one-concept" view of justice, according to which the least
misleading account of the difference between moral justice and political
justice will be not that two different concepts are involved, but that two
different kinds of reason or backing may be relied upon in determining the
application of a single concept, namely that expressed simply by the word
"justice" without the addition of any adjectival modifi-cation. The
term "justice" will always ultimately refer to a system of practical
rules for the regulation of conduct, perhaps not just any andevery such system
but one which conforms to certain restrictions— for example, perhaps, one which
is limited to the regulation of certain kinds of conduct or regions of conduct.
The difference between moral and political justice might be thought of as lying
in the fact that in the case of moral justice the system of rules is to be
accepted on account of the intrinsic desirability that conduct of a certain
sort should be governed by practical rules or by practical rules of a certain
sort, where a system of rules of political justice rests on the desirability of
the consequences of making conduct subject to rules, or to those particular
rules. This possibly more Kantian conception of the relation between moral and
political justice will perhaps carry the consequence that the view of Socrates
and his friends that moral justice is desirable independently of the
consequences of acting justly is no ac-cident, but is a constitutive feature of
moral justice; without it, moral justice would not be moral. It should of
course be recognized that the idea that there is only one concept of justice,
though there may be different kinds of reason for accepting a system of rules
of justice, does not entail that one and the same system of rules of justice
may be acceptable for radically different kinds of reasons; there might be a
single concept of justice without its ever being true that different sorts of
reason could ever justify the acceptance of a single system of rules of
justice. We may, of course, if we wish to treat a one-concept view of justice
as in fact invoking two concepts of justice; but if we do, we should recognize
that the two concepts of justice are higher-order concepts, each relating to
different kinds of reasons governing the applicability of a single lower-order
concept of justice. (7) Let us take stock. We seem to have reached a
position in which (a) we have failed to detect any incoherence in the
views of the old Thrasymachus, and (b) it seems to be a live possibility that
intrinsic desirability is not an accidental feature but is a constitutive
feature of moral justice. We should now inquire what considerations, if any,
would be grounds for dissatisfaction with the viewpoint of Thra-symacus.
IV. Moral Justice and Skepticism (1) The claim that what I am presenting
is a reconstruction of Socrates' original defense of moral justice rests on my
utilization of some of Socrates' leading ideas, notably on the idea that the
presence of moral justice in a subject x depends upon a feature or features of
components of x, that the relevant feature or features of the compo-nents is
that individually each of them fulfills its role or plays its part, whatever
that role or part may happen to be (or, perhaps better, taken all together,
their overall state is one which realizes most fully their various separate
roles), that in satisfying this condition, they, the com-ponents, enable x to
realize the special and peculiar virtue of excellence of the type to which x
essentially belongs, that this fact entitles us to regard x as a good or
well-conditioned T (where "T" refers to the type in question), and
this in turn, if membership of T consists in being a soul, ensures that the
life of x is happy, in an appropriate sense of "happy." My account
also resembles the original account given by Socrates in that it deploys the
notion of analogy which was a prominent ingredient in Socrates' story, though
it seeks to improve on Socrates' presentation by making it clear just why the
notion of analogy should be brought into this discussion, and by making its
appearance something more than an expository convenience. My presentation seeks
also to link the idea of maximal or optimal fulfillment of function not merely
with the concept of moral injustice but more centrally and more directly with
the more widely applicable concept of what one might call "health."
This change carries with it an increase in the number of stages to be
considered from two (the political and the moral) to three (the physiological,
the political, and the moral). My presentation also introduces the suggestion
that the very same factors which determine whether a particular entity x,
belonging to a certain type T, merits the accolade of being a T which is
healthy, well-conditioned, or in good shape, also by their presence (in lower
de-grees) determine the difference between the existence (or survival) of x,
rather than its nonexistence (or nonsurvival). The same features, for example,
which at the physiological stage determine whether a body is or is not
well-conditioned, also determine by their appearance or nonappearance in lower
degrees whether that body does or does not exist or survive. (This example in
fact calls for a more careful formulation.) I shall proceed to a more detailed
discussion of the three stages recognized in my account. The complications are
consid-erable, and intelligibility of presentation may call for omissions and
convenient distortions. (2) Stage 1. At this stage (the physiological
stage) there appear a number of different items or types of item, namely:
physiological things, such as
human and animal bodies (ф-thing,, -thing» ф-thingn; physiological components (ф-components or bodily organs).These will include both distinct types of
d-component or organ, like the Liver and the Heart, and distinct instances or
tokens of these types, like my liver and my heart, or my liver and your heart.
Entry will distribute a number of
different types of bodily organ one apiece among human or animal bodies. For
these purposes sets of teeth and pairs of human legs will have to count as
single organs. Functional properties of
physiological components or organs. These correspond to the jobs or functions
which the various organs crucially fulfill in the life of the -thing or body to
which they belong, such as walking, eating, achieving, and digestion. For
convenient oversimplification I assume that each organ has just one
functional property, which will be variable in degree. (d) Certain
properties of -things (bodies) ("global properties") which will be
dependent on the functional properties exhibited by the arrays of physiological
components or organs which belong to the things in question. The properties
under this head which presently concern me are two in number: one, which will
not be variable in degree, will be the property of existence or survival, which
will depend on the array of physiological components belonging to a particular
d-thing achieving a minimal level with respect to the functional properties of
the members of the array, that is to say, a level which is sufficient to ensure
that the array of physiological components continues to exhibit some positive
degree of the functional properties of that array. The other -thing property
which will concern me is one which will be variable in degree; it is the
property of well-being, or wellbeing as a -thing of the sort to which it
belongs. Maximal well-being will depend on an optimal combined exemplification
of the functional properties of a -thing's physiological components. The higher
levels of this latter property are commonly known as "bodily health"
(with-out qualification), or as "bodily healthiness." At all levels the
phrase "bodily health" may be used to signify the dimension
within which variation takes place between one level and another. (3)
Before I embark on a consideration of the details of subsequent stages, perhaps
I should amplify the account of my intended proce-dure, including the general
structure of my strategy for the characterization and defense of moral
justice: (a) The items involved in the stage 1 (physiological entities or
bod-ies, their components or organs, the functional properties, and certain
overall features of bodies, such as existence and being in good shape, which
are dependent on the functional properties of organs) exist or are exemplified
quite naturally and without the aid of analogy at this level. The stage
therefore may be regarded as providing paradigms which may be put to work in
the specification of related items which appear in subsequent stages and into
the constitution of which analogy does enter. (b) Those members of the
list of items, mentioned in 3(a) as appearing in later stages, which are
properties as distinct from things, may be specified in two different ways. One
way will be to make use of abstract nouns or phrases which are peculiar and
special to properties belonging to that stage, and which do not incorporate any
reference to more generic properties specifications of which are found also at
stages other than the one to which the property under discussion itself
belongs. The other way is to build the specifications from what at least seem
to be more generic properties, together with a differentiating feature which
singles out the particular stage at which the specified properties apply.
Leaving on one side for a moment the second mode of specification, I shall
comment briefly on the first. This may be expected to yield for us, at the
political stage, such properties as those expressed by the phrases
"political justice" and "political existence," and by
whatever epithets are appropriate for the expression of the features of this or
that part of a state on which the global properties of political justice and
political existence will depend. Again, at the psychological stage, the
first method will give us, unless the state is beset by illusion, expressions
for the psychological properties of moral justice and psychological existence,
and for the particular features of parts of the soul (whatever these parts may
be) on which the presence of moral justice and psychological existence will
depend. It will be noted that more than one important issue has so far been passed
over; I have ignored the possibility that political and moral justice might be
different specifications of a more general feature for which the name
"justice," without added qualification, might be appropriate; I have
left it undetermined whether "parts of the state" are to be regarded,
as they were by Socrates, as particular political classes or in some other way,
perhaps as political offices or de-partments; and I have so far ducked the
question of the objects of reference of the phrase "parts of the
soul." Such matters obviously cannot be indefinitely left on one
side. (c) I turn now to the considerably more complicated second mode of
specification of the relevant range of properties. As already re-marked, this
mode of specification will incorporate references to seemingly generic
properties the appearance of which are not restricted to just one stage, a fact
which perhaps entitles us to talk here about "multistage" epithets
(predicates) and properties. Examples of second-mode specification will be such
epithets as "is in good shape as a body" and "is in good shape
as a state," both of which incorporate the more generic epithet "is
in good shape" which seemingly applies to objects belonging to different
stages, namely to animal bodies and to states. In addition to such
"holistic" epithets which apply to subjects which inhabit different
stages, there will also be "meristic" epithets, like "part"
itself, which apply to parts of such aforementioned subjects. One of my main
suggestions is that the multistage epithets which are characteristically
embedded in second-mode specifications always, or at least in all but one kind
of cases, apply only analogically to the subjects to which they do apply. I may
remark that we shall need to exercise considerable care not to become entangled
with our own bootlaces when we talk about analogical epithets, the analogical
application of epithets, and analogical properties. Such care is particularly
important in view of the fact that it is also one of my contentions that there
will be properties the possession of which may be nonanalogically conveyed by
use of the first mode, and analogically conveyed by use of the second
mode. It should be observed that although I have claimed that there are
two different modes of property-specification, I have not claimed that for each
individual property, at least within a certain range of prop-erties, a specimen
of each mode of specification will be available for use; it may be that in
certain cases the vocabulary would provide only for a second-mode
specification, or that a first-mode specification can be made available only
via a stipulative definition based initially on a preexisting second-mode
specification. Since in my view most of the difficulties experienced by
philosophers concerning this topic have arisen from doubts and discomforts
about the applicability and consequences of second-mode specifications, gaps
which appear in the ranks of first-mode specifications might be expected to
favor neo-Socrates rather than neo-Thrasymachus, unless neo-Thrasymachus can
make out a good case in favor of the view that where first-mode specifications
are lacking, second-mode specifications will also be lacking; in which case the
onus of proof will lie on the skeptic rather than on his opponent. It should
also be observed that further discus-sion of the relation between second-mode
and first-mode specifications might make a substantial contribution to two
distinct philosophical questions, namely: (i) whether it is sometimes
true that description presupposes valuation (since second-mode specification
seems only too often to rely on ideas about how things should go or ought to
go); (i) whether it is sometimes or always true that valuation
presupposes Teleology or Finality, since second-mode specifications
characteristically introduce references to functions and purposes. (d) I
shall now recapitulate the main features which I am supposing to attach to
first-mode and second-mode specifications, with a view to raising some further
questions about the two modes: (i) Properties which will be specified,
when one uses first-mode specifications by single-stage epithets (properties
like bodily health, political justice, and, perhaps controversially, moral
justice) may also be specified by the use of second-mode specifications which
will incorporate references to seemingly multistage properties such as
wellbeing and existence. The property of bodily health, for example, may also
be referred to as the property of well-being as a physiological entity, the
property of political justice as the property of well-being as a political
entity (or state), and the property of moral justice (perhaps) as the property
of well-being as a psychological entity (or soul). (ii) The global
properties of well-being as this or that type of entity will depend on a
maximal (or optimal) degree of fulfillment, by the various parts of the
subjects of those global properties, of a sequence of meristic properties
associated with the jobs or functions of those (iii) The very same meristic
properties on which the various forms of well-being depend will also determine,
at a lower degree of realiza-tion, the difference between the existence and the
nonexistence of the entities which inhabit a particular stage. (iv) It
might be possible, by a move which would be akin to that of
"Ramsification," to redescribe the things which inhabit a certain
stage, their components or parts, the jobs or functions of such com-ponents,
the property of well-being and the property of existence as being just those
items which, in a certain realm, are analogical coun terparts to the prime
items, in the physiological realm, respectively, of bodies, organs, bodily
functions, health, and life (survival). (v) These proposals might achieve
a combination of generalizationand justification (validation) of the items to
which they relate, given the assumption that the proposed redescriptions are
semantically and alethically acceptable. Among the questions which most
immediately clamor for consideration will be the following: (Q1) How are
we to validate my intuitive judgment that second-mode specifications which
involve multistage epithets will always, or at least sometimes, be analogical
in character? (Q2) How are we to elucidate the phrase used in (iv)
"in a certain realm"? (Q3) How is it to be shown that the
proposed redescriptions are not merely semantically but also alethically
acceptable? I will take these questions in turn. (e) Question (Q1)
calls for the justification of a thesis which, without offering arguments in
its support, I suggested as being correct, namely that if there are multistage
epithets, that is to say, epithets which apply sometimes to objects belonging
to one stage and also sometimes to objects belonging to another stage, the
application of such an epithet to one, and possibly to both, of these segments
of its extension must be analogical rather than literal. It seems to me that,
before such a thesis can be defended or justified, it needs to be emended,
since as it stands it seems most unlikely to be true. Consider first the
epithet "healthy"; there would, I think, be intuitive support for the
idea that when we talk, for example, of "a healthy mind in a healthy
body," at least one of these applications of the epithet
"healthy" must be analogical rather than literal, since only a body
can be said to be literally healthy. But if we turn to the epithets
"sound" and "in good order," though I think there will be
intuitive support for the idea that both bodies and minds may be said to be
sound or to be in good order, and indeed for the idea that bodies and minds can
truly be said to be sound or in good order just in case they can truly be said
to be healthy, there will not, I think, be intuitive support for the idea that
the application of the epithets "sound" and "in good
order" to either bodies or minds, or to both, is analogical rather than
literal. I would in fact be inclined to regard the application of each of these
epithets to both kinds of entity as being literal. I would suggest that the
needed emendation, while it allowed that the literal application of epithets
may straddle the division between its applicability to subjects that belong to
one stage and to subjects that belong to another, would insist that, when such
literal cross-stageapplications occur, they depend upon prior cross-stage
applications of some other epithet, where one or even both of the segments of
application are analogical rather than literal. How should the emended
thesis be supported? My idea would be that the barriers separating the
applications of an epithet to objects belonging to one stage from its
application to objects belonging to another will in fact be category-barriers,
and that there are good grounds for supposing that objects which differ from
one another in category cannot genuinely possess common properties, and so
cannot ultimately, at the most fundamental level, be items to which a single
epithet will literally and nonanalogically apply. If objects x and y are
categorically debarred from sharing a single property, then they are also
debarred from falling, literally and nonanalogically, within the range of
application of an epithet whose function is to signify just that property.
There is nothing to prevent a body and a mind from being, each of them,
literally in good order, provided that the condition needed for being literally
in good order is that of being either literally healthy (in the case of a body)
or (in the case of a mind) (analogically speaking) healthy. Perhaps the first
matter to which we should attend in an endeavor to form a clear conception of
(for ex-ample) the place of being (analogically speaking) healthy, a feature
which may attach to minds, within a generalized notion of being in good order,
or (perhaps) of being healthy, is the consideration that the question whether
the application of a certain epithet to certain things is literal or
analogical, is by no means the same question as the question whether its
application to those things is or is not to be taken seriously. It may, for
example, remain an importantly serious question whether John Stuart Mill is
properly to be regarded as a friend of the working classes long after it has
been decided that, if the epithet "friend of the working
classes" does apply to John Stuart Mill, it applies to him analogically
rather than literally; it does not apply to him in at all the same kind of way
as that in which the epithet "friend of Mr. Gladstone" may have
applied or, perhaps, failed to apply to him. The question whether a particular
person is in good shape may be a question an important aspect of which is
expressed by the question "Is his mind (analogically speaking)
healthy?"; if so, given that the first question is, as it may be, one to
be taken seriously, the same would be true of the second question. A
second consideration, which we should not allow ourselves to lose sight of, is
one which has already been briefly mentioned in thefirst part of this essay. We
are operating in an area in which, not infrequently perhaps, we shall be under
pressure from what Aristotle would have called an Aporia. We find ourselves
confronted by a number of seemingly distinct kinds of items, and by a number of
features each of which is special to one of these kinds. If we heed intuition —
also, perhaps, if we heed the way we talk —we shall be led to suppose that
these features are all specifications of some more general feature which is
manifested, with specific variations, throughout the range formed by the kinds
in question, a putative general feature for which ordinary language may even
provide us with a candidate's name. Furthermore, if we heed intuition, we
shall be led to suppose that the members of this range of special features have
a common explana-tion, a further general feature which accounts for the first
general feature, and also, with the aid of specific variations, for the
original range of special features. To follow this route would seemingly be
just to follow the procedures which we constantly employ in describing and
accounting for the phenomena which the world lays before us. In the present
case, the application of this method would be to a range of items which
includes bodies, states, and (perhaps) souls and also to such special features
of these items as (respectively) bodily health, political justice, and (perhaps)
moral justice. Unfortunately, at this point, we encounter a major
difficulty. The items which are the subjects to which the members of the range
of special features attach, namely bodies, states, and souls, insofar as they
are genuine objects at all, seem plainly to belong to different categories from
one another; and these categorial differences would be such as to preclude, if
widely received views about categories are to be accepted, the possibility that
there are any properties which are shared by items which differ from one
another with respect to the kinds to which they belong. It looks, then, as if
the possibility that there is a generic property of which the special
properties are differ-entiations, and the possibility that there is a further generic
property which serves to account for the first generic property, have both been
eliminated. I have in fact not attempted to set out a theory of categories
which would carry this consequence, and it would certainly be necessary to
attempt to fill this lacuna. But the prospects that this undertaking would
remove the difficulty do not at first sight seem encouraging. If, then, we are
not to abandon all hope of rational so-lution, we shall be forced to do one of
three things: (i) Relinquish the idea of applying here procedures for
descriptionand explanation which are operative in examples which are not
bedeviled by category difference. (ii) Argue that the category
differences which seem only too prominent on the present occasion are only
apparent and not real. (iii) Devise a less restrictive theory of the
effect of category differences on the sharing of properties. In the light
of these problems, we should obviously be at pains to consider whether
attention to the notion of analogical application would have any chance of
providing relief. I propose to leave this problem on one side for a
moment, returning to consideration of it at a later point; immediately, I shall
address myself to a possible response to the suggestion that the question
whether the possible application of a given epithet to a certain subject is an
issue which it is proper to take seriously, is quite distinct from the question
whether such application, if it existed, would be analog-ical or literal. The
response would be that the distinction between the two questions does not have
to be a simple black-or-white matter; it might be that, while the fact that if
such application existed at all it would be an analogical application is not a
universal obstacle to the idea that the application is one which should be
taken seriously, it is also not true that there is no connection between the
two questions; if the inquiry into the application of the epithet is one of a
certain sort or one which is conducted with certain purposes in view, then the
idea that such application would be analogical stands in the way of the idea
that the application is one to be taken seriously; if, however, the character
and purposes of the inquiry are of some other sort, then the two questions may
be treated as distinct. It might, for example, be held that if the
inquiry about the application of an epithet is one which aims at reaching
scientific truth, at laying bare the true nature of reality, then the fact that
the application of the epithet would be analogical conflicts with the idea that
it should be taken seriously; if, however, the inquirer's concern is not with
scientific truth but rather with the acceptability, either in general or in a
particular case, of some practical principle (or principle of conduct), then
the two questions may be treated as distinct. Something like this
"halfway" position is perhaps discernible in Kant; in, for example,
his claim that Ideas of Pure Reason, with regard to which no transcendental
proofs are available, admits of "regulative" but not of
"constitutive" employment, a suggestion which is perhaps repeated in
his demand for a nondogmatic kind of teleology, a teleol-ogy which somehow
guides our steps without adding to our stock of beliefs. The situation,
however, is vastly complicated by the fact that the notion of what is
"practical" is susceptible to more than one in-terpretation; on a
wider interpretation, any principles or precepts would count as practical
provided that they relate to questions about how one should proceed. On a
second interpretation of "practical," only those examples of
principles and precepts which are "practical" in the first sense will
count as "practical" which relate not just to some form of procedure
but to procedure in the world of action as distinct from procedure in the world
of thought. Imperatives which are practical in the second and narrower sense
will, as Kant himself seems to have thought, include those which tell us how to
act but will not include those which tell us how to think; they will be concerned
with the conduct of the business of life but not with the conduct of the
business of thought. This ambiguity leaves principles and precepts which
concern conduct of the business of thought in a somewhat indeterminate
position; they will be practical in the wider sense since they are concerned
with questions about how we should conduct our-selves; however, what is given
with one hand seems to be swiftly taken away by the other when we observe that
the conduct they prescribe is conduct which is specifically involved in
arriving at decisions about scientific truths and the nature of reality. For me
the issue is made even more complicated by the fact that I have instinctive
sympathy toward the idea that so-called transcendental proofs should be thought
of as really consisting in reasoned presentation of the neces-sity, in
inquiries about knowledge and the world, of thinking about the world in certain
very general ways. This viewpoint would introduce interconnections between what
we are to believe and how we are to proceed which will be by no means easy to
accommodate. I return now to discussion of the quandary which I
propounded a little while ago, and the severe limitations on explanation
seemingly imposed by category-differences between features which need to be
explained. As I see it, my task will be to provide a somewhat more formalized
characterization of the phenomenon of analogical application than has yet been
offered, perhaps a logico-metaphysical char-acterization, which will at the
same time be one which both preserves those category-differences and their
consequential features, and at the same time avoids undue restrictions on the
application of standard procedures for the construction of explanations. This
may seem like a tall order, but I think it can be met.Let us first look at the
notion of instantiation and at one or two related notions. If I am informed
that x instantiates y (that x is an instance of y), and also that y specifies z
(that y is a specification of z, that being y is a way of being z, that y is a
form of z), then I am entitled to infer that x instantiates z. If, however,
instead of being informed that y specifies z, I am informed that y instantiates
z, the situation is different; I cannot infer from the information that x instantiates
y and y instantiates z, that x instantiates z. The relation of instantiation is
not transitive, since if azure specifies blue, and blue specifies color, then
it looks as if azure must specify color. Let us now define a relation of
"subinstantiation"; x will subinstantiate z just in case there is
some item or other, y, such that x instantiates y and y instantiates z. We
might perhaps offer, as a slightly picturesque representation of the foregoing
material, the statements that if x specifies y, then x and y belong to the same
level or order of reality as one another, if x instantiates y, then x belongs
to a level which is one step lower than that of y, and that if x
subinstantiates y, then x belongs to a level which is two steps lower than that
of y. Now it seems natural to suppose that when a number of more specialized
explanations are brought under a single more general and so more comprehensive
ex-planation, this is achieved through representing the various features, which
are separately accounted for in the original specialized expla-nations, as
being different specifications of a single more general fea-ture. If, however,
we were entitled to say that the crucial relation connecting the more
specialized explicanda with a generalized expli-candum is not, or at least is
not in those cases in which the specialized explicanda are categorically
different from one another, that of specification but rather of
subinstantiation, then we shall be able to avoid the uncomfortable conclusion
that the admissibility of generalized ex-plicanda involves the admissibility of
the idea that categorically different subject items may be instances of common
properties. An item need not, indeed perhaps cannot, instantiate that which it
subinstan-tiates. To conclude my treatment of the quandary, I need to
show, as best I can, that a systematic replacement of references to the
relation of specification by references to the relation of instantiation would
have no ill effect on the standard procedure for generalizing a set of specialized
explanations, with which we have provided ourselves, of the presence of
discriminated specialized properties. To fulfill this under-taking, I must
consider two cases, one involving the application of aprocedure for
generalization which is characterized in terms which involve reference to the
relation of specification, and the other in which all references to
specification are replaced by references to additional and
"higher-level" occurrences of the relation of instantia-tion.
Case I. (i) We start with a group of particulars (x, through x,), with regard
to each of which we are informed that it possesses property D; and with two
further groups of particulars (y, through Ym and z, through z,) instantiating,
respectively, properties E and F. (ii) The generalization procedure begins when
we find further properties A, B, C, such that x, through x,, Y, through Ym and
z, through Z, instantiate, respectively, A, B, and C; and (as we know or
legitimately conjecture) A implies D, B implies E, and C implies F. (iii) We
next find the more general properties P, Q, such that A and D, specify in way
1, respectively, P and Q; B and E, specify in way 2, respectively P and Q; and
C and F, specify in way 3, respectively, P and Q (iv) We are now, it
seems, in a position to predict that whatever instantiates property P, will, in
a corresponding way, instantiate property Q; that is to say, to predict for
example that anything which has A will have D; and though I would hesitate to
say that provision of the materials for systematic prediction is the same thing
as explana-tion, I would suggest that, at least in the context which I am
consid-ering, it affords sufficient grounds for supposing that explanation has
in fact been achieved. Case I1. Case Il begins to differ from Case I only
when we reach stage (iii). In Case Il stage (iii), instead of saying that A and
D specify in way 1, respectively, P and Q, we shall say something to the effect
that A and D are "first group" instances, respectively, of P and Q;
and precisely parallel changes, introducing, instead of the phrase
"first-group instance" either the phrase "second-group
instance" or "third-group instance" will be made in what we say
about properties B and E and properties C and F. Though I would not claim
to have a wholly clear head in the mat-ter, it seems to me that the difference
between Case Il and Case I generates no obstacle to the attribution of
legitimacy of the procedure for generalization with which I am currently
concerned. The scope for systematic prediction, and so for explanation, will be
quite un-affected. If I am right in this suggestion I shall, I think, have
succeeded in providing what was mentioned in Part I of this essay as a
desider-atum, namely a development of a concept of Affinity, which would be
less impeded by category-barriers than the more familiar notion of
Similitude. (f) I now turn briefly to question Q2. This is the question
how to interpret the expression "in respect to a certain realm"
within such phrases as in "an analogical extension, in a certain realm, of
the property of health, in the primary physiological realm to which animal and
human bodies are central." I should make clear the problem of ambiguity
which prompts this question; there is one way of looking at things, one
conception, according to which there is a certain realm, which is that to which
souls are central, and into which there is projected an analogical extension of
the property of health. In this conception the notion of souls is logically
prior to the notion of the psychological realm to which souls are central, and
both are logically prior to the property which is the analogical extension of
the property of health, which in the primary physiological realm is the
property of bodies. But there is another conception which might particularly
appeal to those who regard souls as being, initially at least, somewhat dubious
entities, according to which souls are introduced into the psychological realm
to be the subjects or bearers of a property in that realm which is an analogical
extension of the property of health, which in the physiological realm belongs
to bodies. According to this conception, fairly plainly, the conception of
souls is logically posterior both to the notion of the psychological realm and
to the analogical extension of the property of health which exists in that
realm. Question Q2 is in effect an accusation: it suggests that the two
conceptions are mutually inconsistent, since souls cannot be at one and the
same time both logically prior to and logically posterior to both the concept
of the realm to which they are supposedly central and to a certain property,
analogous to bodily health which exists in that world; it further suggests that
Socrates (or neo-Socrates) need both of these conceptions, but, of course,
cannot have both of them. To meet this objection, I would suggest that a
promising line to take would be to deny that we start with a certain realm, the
psychological realm, the nature of which is determined either by the
subject-items, namely souls, which are central to it, or by the properties,
such as a certain analogue of bodily health, which characterize things in it;
and that we then proceed at a later point to add to it the remaining members of
these two classes of elements. Rather, we start off with analogues of two of
the elements in the primary physiological realm,souls which are analogues of
bodies and a class of properties one of which is an analogue of bodily health,
and call the realm to which these analogues belong the psychological realm. In
this way the incoherence covertly imputed by question Q2 will be dissolved,
since neither of these psychological elements (souls and properties like the
analogue of bodily health) will be logically prior to the other. What in fact
has been done is to introduce, first, a double analogical extension of two
types of items which belong to the primary physiological realm and, second, the
notion of a psychological realm for use in a convenient way of talking about
what has initially been done. No doubt more than this will need to be
said in a full treatment of the topic; but perhaps for present purposes, which
are primarily directed toward defusing a certain criticism, what has been said
will be sufficient. V. Prospects for Ethical Theory (Question Q3)
Question Q3 might be expanded in the following way; we can imagine ourselves
encountering someone who addresses us in the following way: "You have
certainly achieved something. There is one class of philosophers who would be
inclined to deny that the notion of moral justice can be regarded as an
acceptable and legitimate con-cept, because there is no way in which the
intuitive idea of moral justice can be coherently presented in a rigorous
manner. What you have said has shown that such a philosopher's position is
untenable; for you have shown that if we allow the possibility of representing
moral justice as a certain sort of analogical extension of a basic no-tion,
namely health, which is a property of bodies, items which belong to a basic or
primary realm of objects, you have succeeded in characterizing in a
sufficiently articulated way the possession of moral justice to which the
philosopher in question is opposed on the grounds of its incoherence. That is
no small achievement, but it is not, nevertheless, from your point of view,
good enough. For there will be another class of philosophers who find no
incoherence in the notion of moral justice, but claim that lack of incoherence
is a necessary condition but not a sufficient condition for accepting moral
justice as a genuine feature of anything in the world. The uses that we make of
our characterizations of moral justice and other such items must be as part of
an as it were encyclopedic picture of the fundamental ingredients and contents
of the rational world; and if, of the two would-be encyclopedic accounts, one
contains everything which the other contains together with something which the
other does not contain, while the other account contains nothing beyond a
certain part of what the first account contains, it will be rational, in
selecting the optimum encyclopedic volume, to prefer the smaller to the larger
vol-ume, unless it can be shown that what is contained in the larger volume but
omitted in the smaller one is something which should be present in a comprehensive
picture of the rational world. To be fit for inclusion in an account of the
rational world, a contribution must be not only coherent but also something
which is needed. This demand you have not fulfilled." To this critic
I should be inclined to reply in the following manner. "I agree with
you that more is required to justify the incorporation of moral justice within
the conceptual furniture of the world than a demonstration that the notion of
moral justice is one which is capable of being coherently and rigorously
presented; and I agree that I have not met this additional demand, in
whatsoever it may consist. But I think it can be met; and indeed I think I can
not only say what is required in order to meet it but also bring off the
undertaking of actually meeting it. The required supplementation will, I
suggest, involve two elements; first, a demonstration of the value, in some
appropriate sense of "value," of the presence in the world of moral
justice, and second, a demonstration that it is, again in the same ap.
propriate sense, up to us whether or not the notion of moral justice does have
application in the world." I shall now enlarge upon the two ingredients of
this proposed response. First Supplementation. A person who is concerned about
the realization in the world of moral or political justice will encounter at a
number of points alternative options relating to such realization which he may
have to take into account. The number of such options will vary according to
whether a "two-concept" view or a "one-concept" view is
taken of justice; the number will be larger if a two-concept view is taken, and
I shall begin with that possibility. (1) On a two-concept view, there
will be two properties the realization of which has to be considered, moral
justice and political justice. One who is concerned about the application
of these properties, and who is unhampered by any skeptical reservations, will
have to consider the application of each of these properties to a particular indi-vidual,
standardly himself, and also to a general subject-item, such as a particular
totality of individuals each of whom might consider theapplication to himself
as an individual of each of the initial proper-ties. There will also be a
variety of distinct motivational appeals which the application of one of these
forms of justice has to a particular subject-item, the consequential appeal of
that realization (e.g. its payoff), or both. If we go beyond Plato, we might
have to add such forms of motivational appeal as that which arises from
subscriptions to some principle governing the realization of the initial
property. (2) On a one-concept view the initial array of options will be
considerably reduced, though it is perhaps questionable whether such reduction
will correspond to any reduction in genuinely distinct and authentic options.
On the assumption that it would not, I shall temporarily go along with the idea
that a one-concept view is the correct one. On this view a distinction between
moral and political justice will reappear as the difference between concern for
the application of a single property, that of justice, when it is motivated by
the intrinsic appeal of its realization in a given subject-item (one might
perhaps say its moral appeal) or alternatively, when it is motivated by the
idea of the consequence of such a realization (one might say by its political
appeal). One should perhaps be careful to allow that the idea that a single
concept or property may exert different forms of motivational appeal does not
carry with it the idea that one and the same body of precepts will reflect that
concern, regardless of the question whether the motivational foundation is
moral or political. It is crucially important to recognize that
situations which are only subtly different from one another may exert quite
different forms of motivational appeal. Nothing has so far been said to rule
out the possibility that while Socrates and other such persons may each be
concerned that people in general should value the realization of justice in
themselves because of its intrinsic appeal, that is to say, for moral reasons,
nevertheless their concern that people in general should value for moral
reasons the realization in themselves of justice is based at least in part on
consequential or political grounds rather than on any intrinsic or moral
appeal. It is possible to be concerned that people be sensitive to the moral
appeal of being just, and at the same time for that concern to be at least
partly founded on political rather than on moral considerations. If that is so,
then the concern for a widespread realization of moral justice might itself
have a nonmoral foundation. Such considerations as these might be sufficient to
ensure that the realization of moral justice in a community is of value to that
community. This value might consist in the fact that if themembers of a
community are morally concerned for the realization of justice in themselves,
their manifestation of socially acceptable behavior will not be dependent on
the real or threatened operations of law-enforcers, to the advantage of
all. Second Supplementation. If we were to leave things as they are at
the end of the first supplementation, though we should perhaps have shown that
the realization of moral justice in the world was of value to inhabitants of
the world and possibly also absolutely, we should not have escaped the
suggestion that this alone is not adequate to our needs; it would leave open
the possibility that all one could do would be to pray that moral justice is
realized in the world, and then when we have found out whether this is or is
not the case, to jubilate or to wail as the case might be. To make good our
defense of moral justice, we should need to be able to show that in some sense
the realizability of moral justice in the world is up to us. At this point it
seems to me we move away from the territory of Socrates and Plato and nearer to
the territory of Kant; it also seems to me that at this point the problems
become immensely more difficult, and partly because of that, I shall not
attempt to devise here a solution to them, but only to provide a few hints
about how such a solution might be attained. As we have been interpreting the
notion of moral justice, its realizability is an idea which is very close to
that of the validity of Morality; and if we were to follow Kant's lead, we
should be on our way to a supposition which is close to his idea that the
validity of Morality depends upon the self-imposition of law, an idea which,
though obscure, seems to suggest that what secures the validity of Morality is
something which, in some sense or other of the word "do," is
something that we ourselves do, and so perhaps in some sense or other
"could," we could avoid doing. What kind of "doing" this
might be, and how it might be expected to support Morality, to my mind remain
shrouded in darkness even after one has read what Kant has to say; there seems
little reason to expect that it would closely resemble the kind of doing with
which we are familiar in the ordinary conduct of life. There is also important
uncertainty about the proper interpretation of the word "could"; it
might refer to some kind of psychological or natural possibility, something
which some would be inclined to call a kind of causal possibility; or it might
refer to some kind of "rational" possi-bility, the existence of which
would require the availability of a reason or possible reason for doing
whatever is said to be rationally possible. Not everything which is
psychologically possible is also rationallypossible; and I think it might be
strategically advantageous if it could be held that the Kantian view assigns
psychological possibility but not rational possibility to the avoidance of the
institutive act which underlies Morality; but whether this is Kant's view, and
how, if it is his view, it is to be made good, are problems which I do not know
how to solve. VI. The Republic and Philosophical Eschatology Let me
first present what I see as the background to the reconstructed debate between
Thrasymachus and Socrates, or rather perhaps between neo-Thrasymachus and
neo-Socrates. Neo-Thrasyma-chus is a Minimalist and a Naturalist who has
affinities with Hume; he rejects the concept of moral justice on the grounds
that it would be at one and the same time a nonnatural and psychologistic
feature and also an evaluative feature. At this point we may suppose that
neo-Socrates, who is not committed to any form of Naturalism, will have
retorted to neo-Thrasymachus that a blanket rejection of psychologis-tic and
evaluative features will totally undermine philosophy. This part of the debate
is not recorded, but we may imagine neo-Thrasymachus to have responded that
neo-Socrates is in no better shape; for he can make sense of the notion of
moral justice only by representing it as a special case of a favorable feature,
namely well-being, which spans category-barriers between radically different
sorts of entities, such as bodies, political states, and persons. But
neo-Socrates himself will be committed to holding a view of universals which
will prohibit any such crossing of category-barriers by a single universal. To
this charge neo-Socrates may resort to two forms of defense, one less radical
than the other. The less radical form would involve the claim that while there
have to be category-barriers, these do not have to be as severe and restrictive
as the accusation suggests. The more radical form of defense would
refrain from relying on a more permissive account of category-barriers even
though it allowed that such increased permissiveness would be in order. It
would rely rather on a distinction between concepts which may span
category-barriers, whether these are more or less severe in nature, and
universals which may not span such barriers. A closely parallel distinction between
(i) an expression's having a single meaning and (ii) its being used to signify
a single universal can, I think, be found in Aristotle. This distinction
would be made possible by making concepts rest ona foundation of affinities as
distinct from the foundation of similarities which underlies universals;
affinities may, while similarities may not, be characterizable purely in
analogical terms. The working out of such a distinction would be one of a
variety of concerns which would be the province of a special discipline of
philosophical escha-tology. The key to its success would lie in the observance
of a distinction between instantiation and subinstantiation. The latter notion
would permit generalization and explanation to cross category-barriers and would
undermine the charges of incoherence brought by neo-Thrasymachus against
neo-Socrates and his favored notion of moral justice. At some level of
reinterpretation, then, Socrates's appeal to an analogy between the Soul and
the State would be at least partly aimed at showing that the concept of Moral
Justice, which Thrasymachus would like to banish as theoretically
unintelligible, is analogically linked with the concept of bodily health,
admitted by everyone, including Thrasymachus, as a legitimate concept, in such
a way that, despite radical categorial differences between the two con-cepts,
if the concept of bodily health is intelligible, the concept of Moral Justice
is also intelligible. However, to exhibit Moral Justice as a feature
which is really applicable to items in the world, such as persons and actions,
more is needed than to show that its ascription to such items is free from
incoherence. It will be necessary to show that such ascription, if it were
allowed, would serve a point or purpose, and also that it is in some important
way up to us to ensure that such ascription is admis sible. The fulfillment of
the last undertaking might force us to leav the territory of Socrates and Plato
and to enter that of Kant. When it comes to the debate on what Aristotle
has as ‘dikaios’ from his years at the Academy, before he moved to the Lycaeum,
between Plato’s Socrates and TRASIMACO in Republica, Grice makes it explicit
that what we should bear in mind that Grice’s purpose – and indeed Treves’s -- of
looking at the discussion of “δίκαιον” – Cicero’s IVSTVM -- is to see if the course of that
discussion between TRASIMACO and SOCRATE could be looked on as a conscious, sub-conscious,
or even un-conscious venture by Socrates – indeed Plato, as Ryle would point
out: “We are not sure Socrates existed” -- into eschatology. TRASIMACO’s and
SOCRATES’s discussion – Grice: “I would not call it a conversation” -- begins
with a pressing invitation to Socrates to take part in an examination of the
question "What is δίκαιον?" – or as Hardie prefers,
“What do you mean by δίκαιον?” It is clear that, despite
the intrusion of distractions, Socrates – whom from now on Grice calls PLATO --
has not lost sight of this focus. Two preliminary answers are put forward. The first is that
of Cephalus ("δίκαιον =df ‘to tell the truth and pay
one's debts’ – Thou shalt pay thy debts – P. G. R. I. C. E. Clarendon --). The
second is that of of Polemarchus – Cephalus’s son, it happens -- δίκαιον =df to give every man his due – cf. Horatio Nelson, a maxim crucial,
but trite. A maxim tremendous, but trite. CEFALO’s answer seems to be an
attempt to exhibit the nature of δίκαιον by means of a paradigmatic rule
– alla Flew or Urmson. POLEMARCO’s answer, instead, attempts to provide a
general or generic – via genus -- characterisation or definition, terminus or
horos – logos. Socrates – or Plato -- points
out that even a paradigmatic rule allows of this or that exception – Hare: “Do
not tell the truth to the Nazi enquirer” -- , with the consequence that a
practical principle is needed to identify this or that exception. POLEMARCO’s
suggested definition or conceptual analysis is faulted on the grounds that, counter-intuitively
it allows δίκαιον on occasion to be exhibited in
causing harm – cf. Lucas on the justification of punishment in PHILOSOPHY. It
seems to be open to Polemarco to reply to Socrates or Plato that the connection
of δίκαιον with punishment makes it
questionable whether it is counter-intuitive to suppose that δίκαιον sometimes involves causing harm. Indeed, we might
inquire why the answers suggested by Cefalo and Polemarco are given house-room
at all if they are going to be so cursorily handled! The debate with
Thrasymachus. A number of different factors to Grice’s mind raise serious
questions about the role of this debate in the general scheme for the treatment
of δίκαιον in Republica. The quality
of Thrasymachus's dialectical apparatus seems to be, to put it mildly, not of
the highest order. Socrates himself remarks that in the course of the debate the original
question ("What is δίκαιον?") becomes entangled in a
confused way with a number of other seemingly different questions such as
whether the just -- δίκαιον -- life is the happiest life, or
is more, or less, happy than the unjust [not δίκαιον] life, whether the just [δίκαιον] life is worthy of choice,
etc. What does Thrasymachus achieve beyond the generation of confusion? Socrates's replies to
Thrasymachus are by no means always intellectually impeccable. Yet, so far as Grice
and T. can see, this fact is not pointed out. Glaucon and Adeimantus are dissatisfied
with the upshot of this debate and call upon Socrates to show that the just δίκαιον life is the happy life, not making it clear what the connection is
between this demand and the answering of the original question about the nature
of δίκαιον. Socrates endeavours to meet
the demands of GLAUCONE e ADEMANTO -- Plato's brothers, as it happens: his was
a philosophical family -- but to do this, Socrates resorts to the elaborate
presentation of a FULL-BLOWN analogy between the soul psyche ANIMA and the
state LO STATO. What justifies the presentation, in the current context, of the
nature of this full-blown – Cajetan, almost -- analogy? Blow-by-blow
details of the debate with Thrasymachus. Round 1. Thrasymachus at the
outset couples the thesis that " δίκαιον =df
the interest – not the duty -- of the stronger" with the admission that a ruler
– the rex -- may not not infallible in his estimates of where the interest –
not the duty -- of the stronger lies. As the comments of Socrates, Polemarchus,
and Cleitophon make clear, this leads Thrasymachus into an intolerable tension
between the idea that the edicts of the ruler or rex – think Fasage -- command
obedience because they spring from a belief on the part of the ruler that such
intended obedience is in the interest of the stronger, and the idea that
obedience is demanded if, BUT only if, it would in fact be conducive to the
interest of the stronger. Thrasymachus seeks to repair his position by
distinguishing between (a) what the ruler commands and (b) what the ruler
commands qua ruler. The latter cannot but be conducive to the interest –
not duty -- of the stronger, though no such assurance attends the
former. Though no one points this out, the attempted escape seems to carry
the consequence that whether the ruler's commands do, or do not, call for
obedience may be, and may continue to be, shrouded in obscurity. But,
apart from this initial confusion, the debate in Round 1 is characterised by a
number of further disfigurements or blemishes, responsibility for which may
attach not only to Thrasymachus but, by association, to Socrates. Some of these
disfigurements or blemishes may indeed also be visible in subsequent
rounds. It is not made clear, nor indeed is the question raised, whether
the kind of δίκαιον under discussion is political
(or politico-legal) δίκαιον, or moral δίκαιον. The general tenor of Thrasymachus's remarks would
suggest that his concern is with political or politico-legal δίκαιον. Indeed it seems not impossible that it is part of
Thrasymachus's position that there is no such thing as moral δίκαιον, that the concept of moral δίκαιον is chimerical and empty. If this were his position,
he could be characterized as a certain sort of sceptic, avant la letter – the
Porch had not been built yet! -- ; but whether or not it is his position should
surely not be left in doubt. Thrasymachus nowhere makes it clear whether he regards
the popular, or vulgar, application of the term "δίκαιον," which Thrasymachus may not himself endorse, as a positive or a
negative commendation. Are just δίκαιον acts supposed to be acts which
fulfill some condition which acts should fulfill, or acts which are free from
an imputation that they fulfill some condition which acts should not fulfill? In
other words, is Trasimaco defending Hall’s view on EXCLUDERS? It is not clear whether
Thrasymachus's thesis that δίκαιον is the interest of the
stronger is to be taken as a thesis about the "nominal essence" –
alla Robinson: what is there? you name it -- or about the "real
essence" of δίκαιον. Is Thrasymachus suggesting
that the right way to conceive of δίκαιον, the correct interpretation of
the term " δίκαιον," is as ‘signifying’ that
which is in the interest of the stronger? Or is he suggesting that whatever
content we attach to the concept of δίκαιον, the characteristic which
explains why just δίκαιον acts are done and why they
have the effects which standardly attend them, is that of being in the interest
of the stronger? Thrasymachus seems uninterested
in distinguishing between the use of the word " δίκαιον " – what Austin would have as ‘just’, ‘fair’, or "right"
-- as part of a sentential operator which governs a sentence which refers to this
or that possible action (e.g., "it is δίκαιον -- just or right -- that a person who has contracted a debt
should repay it at the appointed time," "it is δίκαιον --just -- for a juror to refuse
offers of bribes" -- and its use as an adjunctive – aggetivo -- epithet
which applies to actually performed actions -- e.g., "he distributed
payments, for the work done, justly -- δίκαιον.
These two uses are no doubt intimately connected with one another – cf. it is
certain, x is certain --, but they are surely
distinguishable. Thrasymachus is not at pains to make it clear whether the
phrase "the stronger" refers to the ruler or government, the official
boss, or to the person or persons who wield political power (legitimately or
not): the real boss. These persons might or might not be identical. Think
Mussolini – I owe this remark to T. As a result of these obscurities which
Grice one and again forbirds from conversation – ‘avoid obscurity of expression
– be perspicuous [sic] -- the precise character of Thrasymachus's position is
by no means easy to discern. Round 2. At the end of Round 1, as it seems
to Grice, Socrates seeks to counter Thrasymachus's reliance on a distinction
between what the practitioner of an art ordains simpliciter and what the
practitioner ordains qua practitioner of that art – think Picasso --, by
suggesting that if we take this distinction seriously, we shall be led to
suppose that when the practitioner acts qua practitioner, his concern is not
with his own well-being but with the well-being of the subject matter which the
art controls.Therefore, rulers, qua rulers, will be concerned with the
well-being of their subjects rather than with the well-being of themselves.
This contention seems open to the response that there is nothing to prevent the
well-being of the subject matter from being, on occasion, that state of the
subject matter which is congenial to the interest of the practitioner. This
indeed may be the tenor of Thrasymachus's outburst comparing the treatment of subjects
by rulers with the treatment of (allegedly good) sheep by an (allegedly good) shepherd
– in fact, Catholics in Italy call Christ The Lord is My Shepherd – PASTORE.
If so, Socrates does not seem to have any better reply than to suggest that the
dominance of concern on the part of rulers to obtain compensation for their
operations hardly supports the idea that it is common practice for them to use
their offices to feather their own nests; a response to which Socrates adds an
obscurely relevant demand for a distinction between the practice of an art
which is typically not directed toward the interests of the practitioner, and
the special case of a concomitant exercise of the art of profit-making, which
is so directed. Thrasymachus, however, complicates matters by introducing
a fresh line of attack against the merits of δίκαιον vis-à-vis injustice – non- δίκαιον. He suggests that in the
private citizen δίκαιον (devotion to the interest of
the stronger, that is, of the ruler) is folly, while injustice – non- δίκαιον -- (devotion to his own interest) is sensible even if
dubiously effective; while the grand-scale injustice – non- δίκαιον -- of rulers,
as exhibited in tyranny – cf. Aristotle on ‘consttutio’ as an analogical term
in JOACHIM --, has everything to recommend it. It is not clear that this
manifesto is legitimate, since it is not clear that, on his own terms,
Thrasymachus is entitled to count tyranny as injustice – non- δίκαιον; the tyrant is not preferring his own interests to
the interests of someone stronger than himself, since no one is stronger than
he (is). It is true, of course, that while Thrasymachus may not be entitled to
call tyranny injustice – non- δίκαιον --, he may be equally not
entitled to call it justice -- δίκαιον --, since though the tyrant
may be the strongest person around, he is certainly not stronger than himself.
So perhaps Thrasymachus's plea for injustice – non- δίκαιον -- may turn out to be a misfire.
Round 3. In response to a query from Socrates, Thrasymachus recapitulates his
position, which is not that injustice – non- δίκαιον -- is a good quality and justice -- δίκαιον -- a bad quality, nor (exactly) the reverse position, but is rather
that δίκαιον is folly or extreme simplicity, whereas non- δίκαιον is good sense. With this contention there is also associated
Thrasymachus's view that non- δίκαιον implies strength, and that the
unjust – non- δίκαιον -- life rather than the just δίκαιον life is the happy life. Socrates' reply to Thrasymachus invokes
arguments which seem weak to the point of feebleness. In his first argument,
Socrates gets Thrasymachus to agree that the just δίκαιον man seeks to compete with, or outdo only the unjust -- non δίκαιον -- man, whereas the unjust – non δίκαιον -- man competes both with the just -- δίκαιον and with the unjust, non δίκαιον. Reflection on the arts, however,
prompts the observation that, in general, the expert competes only with the
inexpert, whereas the non-expert competes alike with the inexpert AND with the
expert, so it is the just δίκαιον man, not the unjust non δίκαιον man, who runs parallel to the general case of the expert, and who
therefore must be regarded as possessing not only expertise but also good
sense. Among the flaws in this argument, one might point particularly to the
dubious analogy between the province of the δίκαιον and the province of the arts, and also to a blatant aequi-vocality
with "compete," by whose
utterance, in Greek, the utter might mean
"try to perform better than", but also "try to get the
better off.” In the succeeding argument against the alleged strength of
injustice non δίκαιον, Socrates remarks that
injustice, non δίκαιον breeds enmity, observes that
efficient and thorough-going injustice, non δίκαιον, requires "honour among thieves," and concludes
that a fully unjust – non δίκαιον -- man would in real life be weaker than one
who was less fully unjust – non δίκαιον. Maybe this argument shows
that the unjust, non δίκαιον, man cannot, with maximum
effectiveness, literally "go the whole hog" in injustice, or non δίκαιον; but this is far from showing that he should never
have started on any part of the hog. Finally, Socrates counters
Thrasymachus's claim that the unjust, non δίκαιον, life, rather than the just, δίκαιον, life,
is the happy life, by getting Thrasymachus to agree that at least for certain
kinds of things the best state of a thing of that kind lies in the fulfillment
of the function or metier of that kind or genus, which will also constitute an
exhibition of the special and peculiar excellence – ANDREIA, or virtus -- of
things of that kind; and also that justice, δίκαιον, is in the required sense the special excellence of the soul psyche
ANIMVS ANIMA; from which he concludes that justice, δίκαιον, is the best state of the soul and as a consequence gives rise to the
happy life. This argument, perhaps, palely foreshadows Socrates's strategy in
the main part of the dialogue. But at this point it seems ineffective, since no
case has been made out why Thrasymachus should agree to what one would expect
him to regard as the quite uncongenial suggestion that justice, δίκαιον, is the special excellence of the
soul. Transition to the main body of the Dialogue. Glaucon and Adeimantus
express dissatisfaction with Socrates's handling of Thrasymachus. Glaucon
invokes a distinction between three classes of goods: those which are
desirable only for their own sake, those which are desirable both in themselves
and for the sake of their consequences, and those which are desirable only for
the sake of their consequences, which Glaucon dubs ‘futilitarian.’ Glaucon goes
on to remark that it is the view of Socrates, shared by himself and Adeimantus,
that justice, δίκαιον, belongs to the second class
of goods, those which are doubly desirable; but he wishes to see the truth of this
view demonstrated, particularly as the generally received opinion seems to be
that justice belongs to the third class of goods which are desirable only for
the sake of their consequences and have no intrinsic value. He wishes Socrates
to show that justice, δίκαιον, is desirable in respect of
its effect on those who possess it, independently of any rewards or
consequences to which it may lead – duty without interest, in Prichard’s terms.
He wishes Socrates to show that it is reasonable to desire to be just, δίκαιον, rather than merely to seem just, δίκαιον, and, indeed, that the life of the just, δίκαιον, man is happy even if his reputation is bad.
Otherwise it will remain feasible: that the institutions of justice, δίκαιον, are acceptable only because they secure for us the
greater good of protection from the inroads of others at the cost of the lesser
evil of blocking our inroads upon others – benevolence versus self-love --, and
that if the possession of
Gyges's ring would enable our inroads upon others to remain undiscovered, no
reasonable person would deny himself this advantage. Adeimantus reinforces the
demands expressed by Glaucon by drawing attention to the support lent by the
prevailing education and culture to the received opinion about justice, δίκαιον, as distinct from the view of it taken by Socrates,
Glaucon, and himself. Apart from the tendency to represent the rewards
associated with justice, δίκαιον, as really attending not
justice, δίκαιον, itself but the reputation for
justice, δίκαιον, Adeimantus observes that even
when the rewards are thought of as attending not merely the semblance of
justice, δίκαιον, but justice, δίκαιον, itself, the rewards are conceived of as material and
consequential rather than as consisting in the fact that justice, δίκαιον, is its own reward. He also points to the fact that,even
when recognition that it is injustice, non δίκαιον, rather than justice, δίκαιον, which pays leads to the
pursuit of injustice, δίκαιον, and thereby to the incurring
of divine wrath, the prevailing culture and education teach that the gods can
be bought off. So unless Socrates follows the course proposed by Glaucon, he
will be saddled with the charge that really he agrees with Thrasymachus, that
so-called justice, δίκαιον, is really pursuit of the
interest of the stronger, the strength of whose case lies in his command of the
big battalions, and that the so-called injustice, δίκαιον, involved in the alternative pursuit of one's own interests is really
inhibited only by the threat of force majeure. In his attempt to accede to
the demands of Glaucon and Adeimantus, Socrates embarks on his elaborate
analogy between the state and the soul. The details of this presentation lie
outside the scope of Grice’s inquiry, which is concerned only with the
structural, eschatological aspects of Socrates' procedure. Does Thrasymachus have
a coherent position? When we operate, as moral philosophers, in the
borderland between ethics and political theory – not Hart’s JURISPRUDENCE! –
when or why was that chair instituted at Oxford, and wy doesn’t it count as
philosophy?--, one of the salient questions which we encounter is whether there
is a distinction between a moral concept and a political concept, and how such
a distinction, if it exists, should be characterised. In this connection it
will be of great importance to consider the view-point of a philosopher, if
such a philosopher can be found, who maintains that there is no distinction –
“I don’t count Mussolini as a philosopher” (Grice) --, or at least no genuine
distinction, between a moral concept and a political concept in this area of
the δίκαιον, or in some significant part
of this area. If it were possible without undue distortion to exhibit
Thrasymachus as a kind of moral (avant la letter) sceptic — as someone who
holds, for example, that while political justice δίκαιον, or politico-LEGAL justice δίκαιον – the deontological alla
Kelsen --, is an intelligible notion with real application, the same cannot be
said of moral justice, δίκαιον, which since Prichard, at
Oxford, can be seen to be ultimately an illusion, it might be philosophically
advantageous to regard Thrasymachus in that way. We should examine, therefore,
the prospects of success for such an interpretation of Thrasymachus's position.
Can he be viewed as one who regards political justice δίκαιον, but not moral justice δίκαιον, as a viable concept? If we attempt to proceed further in this direction, we
encounter a difficulty at the outset, in that it is unclear just what concept
it is which who Grice calls The Friends of Moral Justice δίκαιον suppose to be the concept of moral justice δίκαιον. Is the term – or phrase -- "moral justice" δίκαιον to be thought of as referring to moral value – axis
-- in general, as distinct from other kinds of value? Or is the notion of moral
justice, δίκαιον, to be conceived as possessing
some more specific content, so that, while both fairness and loyalty are
morally admirable qualities, only the first can be properly regarded as a form
of moral justice δίκαιον? And if the notion of moral
justice, δίκαιον, is to be supposed to cover
only a part of the domain of moral value, to which part of that domain is its
application restricted? To the region of fairness – Cricket is an Englishman?
To that of equality of opportunity – VICO, AEQVITAS alla romana? To that of
respect for this or that natural right? Rival candidates seem to abound – as we
well know – and not just at Oxford! In the case of Plato's Thrasymachus it
seems that he, perhaps like Plato himself, is not disposed to engage in the
kind of conceptual sophistication practised later by Plato’s former pupil, Aristotle
– I am reminded at this point of my own tutor Hardie, whose bedside book was
the ETHICA NICOMACHEA -- and by some philosophers since Aristotle –
notably my tutor, from Scotland, Hardie. For Thrasymachus, The Friends of Moral
Justice δίκαιον (on the assumption that the
representation of Thrasymachus as a kind of moral sceptic is legitimate) will
be philosophers who treat the term or phrase "moral justice δίκαιον " as one which refers to morality, or to moral virtue in general, a
usage which, not Philippa Foot, but Aristotle also recognises as legitimate,
alongside the usage in which "justice" δίκαιον is the name of one or more specific virtues, and for which he offers an
analogical explanation in terms of quantitative merit/demerit to
non-quantitative reward-punishment – the proportio or aequilibrium praised by
Cicero. If our programme requires that we try to represent Thrasymachus as a
certain sort of moral sceptic, obviously one part of his position will be that
the concept of moral justice δίκαιον is unacceptable. One or both of
two forms of unacceptability might be in question, namely alethic
unacceptability and semantic unacceptability, concerning what an utterer might
‘signify’ by uttering δίκαιον. The suggestion might be that a
positive ascription of moral justice, δίκαιον, are
never in fact true, and so are always alethically unacceptable, or that such
ascriptions, together perhaps with their negations, suffer from some form of
un-intelligibility, and so are semantically unacceptable. Cfr. Carnap: It is
not the case that pirots karulise elastically. Some indeed might contend that it
is general or generalized alethic unacceptability which generates semantic
unacceptability, concerning what an utterer might ‘signify’ – but recall
Humpty-Dumpty on ‘glory’ --, that if a certain kind of characterization is
always false, that implies that that kind of characterisation is in some way
unintelligible. Let us assume that the revised presentation of Thrasymachus
will be one which, for one reason or another, ascriptions of moral justice, δίκαιον, are semantically unintelligible, by way of an
utterer ‘signifying’ by the uttering of δίκαιον.
This assumption will leave open a considerable range of possibilities with
regard to the more precise interpretation of the notion of semantic
unacceptability, concerning what an utterer ‘signifies’ – consider Humpty
Dumpty --, ranging perhaps from the extreme suggestion that an ascriptions of
moral justice, δίκαιον, are just gibberish, as
Humpty-Dumpty’s Jabberwocky, to the suggestion that they admit no fully
successful rational elucidation – cf. Grice’s pupil Strawson on the bounds of
sense – grenzen der sinnlichkeit.. Within the boundaries of this position, the new
Thrasymachus might perhaps hold that, though the concept of moral justice, δίκαιον, is semantically unacceptable, a related concept,
which we may call "moral justice», -** δίκαιον - Owen would have a double star here -- " is fully admissible.
Moral justice* δίκαιον *-- I’ll use just one star -- δίκαιον is to be supposed to have precisely the same descriptive content as
moral justice δίκαιον; ascriptions, however, of
moral justice*, δίκαιον, will entirely lack the
ingredient of favourable valuation or endorsement which is carried by the
term "moral justice δίκαιον." It might, however, be
objected that the proposed separation of the descriptive content of moral
justice, δίκαιον, from its evaluative content
is quite inadmissible. If we are looking for a predicate which from an
ascriptive point of view is the specification of the general descriptive
condition for moral justice, δίκαιον, but which at the same time
lack the evaluative element which attaches to the term "moral
justice," δίκαιον , we shall need predicates
which are considerably more specific than "morally just»." δίκαιον .Indeed, some might claim that it is pure fantasy to
suppose that any predicate, however specific, could ‘signify’ a descriptive
character which falls within the general character ‘signified’ by the term
"moral justice", δίκαιον , after detachment of the
term's very core evaluative ‘signification’! Description cannot be thus severed
from evaluation, or the etic from the emic. Whatever may be the final upshot of
debate about the possibility of separating the descriptive ‘signification’ and
the evaluative ‘signification’ of the term "morally just," δίκαιον , it is clear that a further element in the position
of the new Thrasymachus will be that whatever semantic unacceptability may
attach to moral justice, δίκαιον, there is a further kind of
justice, δίκαιον, namely political (or
politico-legal) justice, δίκαιον – of the type Hart adored, and
Hare, on occasion, too--, which is free from this defect. Political justice, δίκαιον, is a concept which is both intelligible and has
application. Thrasymachus, however, wishes to combine this recognition of the
intelligibility and the applicability of the concept of political justice, δίκαιον, with the contention that the applicability of the
concept of political justice, δίκαιον, to a particular line of
actual or possible action provided a basis not for the commendation but rather
for the discommendation of that line of action; the wise, prudent, or sensible
man would be led away from rather than toward the adoption of a certain course
of action, would become less rather than more favorably disposed toward the
idea of his becoming engaged in it, if he were told, perfectly correctly, that
political justice, δίκαιον, required his engagement in
it. This further contention has the air of paradox; how could the fact that
political justice, δίκαιον, or indeed any kind of
justice, δίκαιον, requires a man to undertake a
particular course of action, be in the eyes of that man a bad mark against
doing the action in question? Can the new Thrasymachus align himself in this
matter with the old? It can fairly easily be seen that the idea that the
position of Thrasymachus involves paradox is ill-founded. That this is so can
best be shown by the introduction of one or two fairly simple distinctions.
First, a value (or disvalue) may be either intrinsic or extrinsic. Roughly
speaking, the value (or disvalue) of x will be intrinsic if it attaches to x in
virtue of some element in the character of x; it will be extrinsic if it
depends on the nature of some effect of x. To present the distinction somewhat
more accurately, a value or disvalue of x will be intrinsic if its presence is
dependent on some property of x which may indeed be a causal property, but if
it is a causal property, it is one whose value or disvalue does not depend on
the value or disvalue of that which is caused. The property of causing raised
eyebrows is a causal property and may be one with which value or disvalue is
associated; but if the eyebrow-raising is something with which value or
disvalue is associated, this is not because of the antecedent value or disvalue
of elevated eyebrows, but rather because of a connection between raised
eyebrows and surprise, or moral indignation (in Strawson’s case). A value or
disvalue will be extrinsic if it attaches to x in virtue of a causal property
the value or disvalue of which depends upon the antecedent value or disvalue of
that which is caused. Second, a value or disvalue may be either direct or
indirect. A value which is a direct value of x must rest, if it rests on other
features at all, on features of x which, at least on balance, are values rather
than disvalues; similarly, a direct disvalue of x, if it rests on other
features of x, must rest on features which are at least on balance disvalues.
An indirect value of x may rest on a prior disvalue of x, provided that this
disvalue is less than that which would attach to any alternative state of x.
The disvalue of being beheaded – if you are Charles I, if not Antoinette - may
be indirectly a value, provided that (for example) it is less than the disvalue
which would attach to the only other option, namely to being burned at the
stake – as Bruno and a few other Italian philosophers were on account of the
technicalities of axe-yielding – never mind the guillotine The least of a
number of possible evils may thus be indirectly a good. Thrasymachus, then, is perfectly
entitled to deny that political justice, δίκαιον, is
directly a kind of good, provided he was willing to allow, as he is, that
indirectly it is, or may be, a good. There is then no conceptual barrier to
incorporating in the position of the new Thrasymachus – think my pupil Nozick
(And I did my best by teaching Rawls’s ‘Fairness’ on Saturday mornings! -- the
thesis that political justice, δίκαιον, is only indirectly a good; it
is acceptable only as a way of averting the greater evil of being at the mercy
of predators. This would perhaps be an appropriate moment to consider a
little more closely what Grice is speaking of as Thrasymachus's combination of
rejection of the concept of moral justice, δίκαιον, and acceptance of the concept of political justice, δίκαιον. There are two ways of looking at this matter. One,
which is, I think, suggested by Grice’s discussion, is that there are two
distinct concepts, which some philosophers regard as being both parallel and
viable, namely moral justice, δίκαιον, and political justice, δίκαιον. The special characteristic of Thrasymachus is
supposed to be that he allows the second concept while rejecting the first. I
shall call this approach the "two-concept" view of justice, δίκαιον -- senses are
not to be multiplied, etc. -- according to which the unqualified term
"justice", δίκαιον, might be used to refer to
either of two distinct concepts. The second way of looking at things I shall
call the "one-concept" view of justice, δίκαιον, according to which the least misleading account of the difference
between moral justice, δίκαιον, and political justice, δίκαιον, will be not that two different concepts are
involved, but that two different kinds of reason or backing may be relied upon
in determining the application of a single concept, namely that expressed
simply by the word "justice" δίκαιον -- without
the addition of any adjectival modification. The term "justice" δίκαιον will always ultimately refer to a system of practical rules for the
regulation of conduct, perhaps not just any and every such system but one which
conforms to certain restrictions — for example, perhaps, one which is limited to
the regulation of certain kinds of conduct or regions of conduct. The
difference between moral justice, δίκαιον , and political justice, δίκαιον, might be thought of as lying in the fact that in the
case of moral justice, δίκαιον, the system of rules is to be
accepted on account of the intrinsic desirability that conduct of a certain
sort should be governed by practical rules or by practical rules of a certain
sort, where a system of rules of political justice, δίκαιον, rests on the desirability of the consequences of making conduct
subject to rules, or to those particular rules. This possibly rather more
Kantian conception of the relation between moral justice, δίκαιον, and political justice, δίκαιον, will perhaps carry the
consequence that the view of Socrates and his friends that moral justice, δίκαιον, is desirable independently of the consequences of
acting justly is no accident, but is a constitutive feature of moral justice, δίκαιον; without it, moral justice, δίκαιον, would not be moral. It should of course be recognised that the idea
that there is only one concept of justice, δίκαιον, though there may be different kinds of reason for accepting a system
of rules of justice, does not entail that one and the same system of rules of
justice may be acceptable for radically different kinds of reasons. There might
be a single concept of justice, δίκαιον, without its ever being true
that different sorts of reason could ever justify the acceptance of a single
system of rules of justice, or δίκαιον. We may, of course, if we wish
to treat a one-concept view of justice δίκαιον as in fact
invoking two concepts of justice δίκαιον; but if we do, we should
recognise that the two concepts of justice δίκαιον are higher-order concepts, each relating to different kinds of reasons
governing the applicability of a single lower-order concept of justice δίκαιον. Let us take stock. We seem to have reached a
position in which we have failed to detect any incoherence in the views
of Thrasymachus, and it seems to be a live possibility that intrinsic
desirability is not an accidental feature but is a constitutive feature of
moral justice δίκαιον. We should now inquire what
considerations, if any, would be grounds for dissatisfaction with the viewpoint
of Thrasymacus. When it comes to moral Justice δίκαιον and Scepticism, the claim that what Grice is presenting is a
reconstruction of Socrates' original defense of moral justice δίκαιον rests on my utilisation of some of Socrates' leading ideas, notably on
the idea that the presence of moral justice δίκαιον in a subject x depends upon a feature or features of components of x,
that the relevant feature or features of the components is that individually
each of them fulfills its role or plays its part, whatever that role or part
may happen to be (or, perhaps better, taken all together, their overall state
is one which realizes most fully their various separate roles), that in
satisfying this condition, they, the components, enable x to realize the
special and peculiar virtue of excellence ANDREIA or virtvs of the type to
which x essentially belongs, that this fact entitles us to regard x as a good
or well-conditioned T (where "T" refers to the type in question), and
this in turn, if membership of T, or U, for universalia, if you wish to forget
about Russell,consists in being a soul, ensures that the life of x is happy, in
an appropriate sense of "happy." Grice’s account also resembles the
original account given by Socrates in that it deploys the notion of analogy
which is a prominent ingredient in Socrates' story, though it seeks to improve
on Socrates' presentation by making it clear just why the notion of analogy
should be brought into this discussion, and by making its appearance something
more than an expository convenience. Grice’s presentation seeks also to link
the idea of maximal or optimal fulfillment of function not merely with the
concept of moral injustice non δίκαιον but more centrally and more
directly with the more widely applicable concept of what one might call
"health." This change carries with it an increase in the number of
stages to be considered from two (the political and the moral) to three (the PHYSIOLOGICAL,
the political, and the moral). Grice’s presentation also introduces the
suggestion that the very same factors which determine whether a particular
entity x, belonging to a certain type T, merits the accolade of being a T which
is healthy, well-conditioned, or in good shape, also by their presence (in
lower degrees) determine the difference between the existence or survival of x,
rather than its non-existence, or non-survival, or lack of operancy. The same
features, for example, which at the physiological stage determine whether a
body is or is not well-conditioned, also determine by their appearance or non-appearance
in lower degrees whether that body does or does not exist or survive, i. e.
collapses instead. This example in fact calls for a more careful formulation.
Grice proceeds to a more detailed discussion of the three stages recognized in his
account. The complications are considerable, and intelligibility of
presentation may call for omissions and convenient distortions. At Stage
1, the physiological stage, there appear a number of different items or types
of item, viz.: physiological things, such as human and animal bodies -- ф-thing,, -thing» ф-thingn; physiological components (ф-components or bodily organs. These will include both
distinct types of d-component or organ, like the Liver and the Heart, and
distinct instances or tokens of these types, like GRICE’S liver and GRICE’S heart, or GRICE’s liver and STRAWSON’s
heart. Entry will distribute a number of
different types of bodily organ one apiece among human or animal bodies. For
these purposes, sets of teeth and pairs of human legs will have to count as
each a single organ. Functional properties of physiological components or organs. These
correspond to the jobs or functions which the various organs crucially fulfill
in the life of the -thing or body to which they belong, such as walking,
eating, achieving, and digestion. For convenient oversimplification I
assume that each organ has just one functional property, which will be variable
in degree. (d) Certain properties of -things (bodies) ("global
properties") which will be dependent on the functional properties
exhibited by the arrays of physiological components or organs which belong to
the things in question. The properties under this head which presently concern
me are two in number: one, which will not be variable in degree, will be the
property of existence or survival, which will depend on the array of
physiological components belonging to a particular d-thing achieving a minimal
level with respect to the functional properties of the members of the array,
that is to say, a level which is sufficient to ensure that the array of
physiological components continues to exhibit some positive degree of the
functional properties of that array. The other -thing property which concerns
Grice is one which will be variable in degree; it is the property of
well-being, or well-being as a -thing of the sort to which it belongs. Maximal
well-being will depend on an optimal combined exemplification of the functional
properties of a -thing's physiological components. The higher levels of this
latter property are commonly known as "bodily health" (with-out
qualification), or as "bodily healthiness." At all levels the
phrase "bodily health" may be used to signify the dimension
within which variation takes place between one level and another. (3)
Before I embark on a consideration of the details of subsequent stages, perhaps
I should amplify the account of my intended proce-dure, including the general
structure of my strategy for the characterization and defense of moral
justice: (a) The items involved in the stage 1 (physiological entities or
bod-ies, their components or organs, the functional properties, and certain
overall features of bodies, such as existence and being in good shape, which
are dependent on the functional properties of organs) exist or are exemplified
quite naturally and without the aid of analogy at this level. The stage
therefore may be regarded as providing paradigms which may be put to work in
the specification of related items which appear in subsequent stages and into
the constitution of which analogy does enter. (b) Those members of the
list of items, mentioned in 3(a) as appearing in later stages, which are
properties as distinct from things, may be specified in two different ways. One
way will be to make use of abstract nouns or phrases which are peculiar and
special to properties belonging to that stage, and which do not incorporate any
reference to more generic properties specifications of which are found also at
stages other than the one to which the property under discussion itself
belongs. The other way is to build the specifications from what at least seem
to be more generic properties, together with a differentiating feature which
singles out the particular stage at which the specified properties apply.
Leaving on one side for a moment the second mode of specification, I shall
comment briefly on the first. This may be expected to yield for us, at the
political stage, such properties as those expressed by the phrases
"political justice" and "political existence," and by
whatever epithets are appropriate for the expression of the features of this or
that part of a state on which the global properties of political justice and
political existence will depend. Again, at the psychological stage, the
first method will give us, unless the state is beset by illusion, expressions
for the psychological properties of moral justice and psychological existence,
and for the particular features of parts of the soul (whatever these parts may
be) on which the presence of moral justice and psychological existence will
depend. It will be noted that more than one important issue has so far been
passed over; I have ignored the possibility that political and moral justice
might be different specifications of a more general feature for which the name
"justice," without added qualification, might be appropriate; I have left
it undetermined whether "parts of the state" are to be regarded, as
they were by Socrates, as particular political classes or in some other way,
perhaps as political offices or de-partments; and I have so far ducked the
question of the objects of reference of the phrase "parts of the
soul." Such matters obviously cannot be indefinitely left on one
side. (c) I turn now to the considerably more complicated second mode of
specification of the relevant range of properties. As already re-marked, this
mode of specification will incorporate references to seemingly generic
properties the appearance of which are not restricted to just one stage, a fact
which perhaps entitles us to talk here about "multistage" epithets
(predicates) and properties. Examples of second-mode specification will be such
epithets as "is in good shape as a body" and "is in good shape
as a state," both of which incorporate the more generic epithet "is
in good shape" which seemingly applies to objects belonging to different
stages, namely to animal bodies and to states. In addition to such
"holistic" epithets which apply to subjects which inhabit different
stages, there will also be "meristic" epithets, like "part"
itself, which apply to parts of such aforementioned subjects. One of my main
suggestions is that the multistage epithets which are characteristically
embedded in second-mode specifications always, or at least in all but one kind
of cases, apply only analogically to the subjects to which they do apply. I may
remark that we shall need to exercise considerable care not to become entangled
with our own bootlaces when we talk about analogical epithets, the analogical
application of epithets, and analogical properties. Such care is particularly
important in view of the fact that it is also one of my contentions that there
will be properties the possession of which may be nonanalogically conveyed by
use of the first mode, and analogically conveyed by use of the second
mode. It should be observed that although I have claimed that there are
two different modes of property-specification, I have not claimed that for each
individual property, at least within a certain range of prop-erties, a specimen
of each mode of specification will be available for use; it may be that in
certain cases the vocabulary would provide only for a second-mode
specification, or that a first-mode specification can be made available only
via a stipulative definition based initially on a preexisting second-mode
specification. Since in my view most of the difficulties experienced by philosophers
concerning this topic have arisen from doubts and discomforts about the
applicability and consequences of second-mode specifications, gaps which appear
in the ranks of first-mode specifications might be expected to favor
neo-Socrates rather than neo-Thrasymachus, unless neo-Thrasymachus can make out
a good case in favor of the view that where first-mode specifications are
lacking, second-mode specifications will also be lacking; in which case the
onus of proof will lie on the skeptic rather than on his opponent. It should
also be observed that further discus-sion of the relation between second-mode
and first-mode specifications might make a substantial contribution to two
distinct philosophical questions, namely: (i) whether it is sometimes
true that description presupposes valuation (since second-mode specification
seems only too often to rely on ideas about how things should go or ought to
go); whether it is sometimes or always true that valuation presupposes
Teleology or Finality, since second-mode specifications characteristically
introduce references to functions and purposes. (d) I shall now
recapitulate the main features which I am supposing to attach to first-mode and
second-mode specifications, with a view to raising some further questions about
the two modes: Properties which will be specified, when one uses
first-mode specifications by single-stage epithets (properties like bodily
health, political justice, and, perhaps controversially, moral justice) may
also be specified by the use of second-mode specifications which will
incorporate references to seemingly multistage properties such as wellbeing and
existence. The property of bodily health, for example, may also be referred to
as the property of well-being as a physiological entity, the property of
political justice as the property of well-being as a political entity (or
state), and the property of moral justice (perhaps) as the property of
well-being as a psychological entity (or soul). (ii) The global
properties of well-being as this or that type of entity will depend on a
maximal (or optimal) degree of fulfillment, by the various parts of the
subjects of those global properties, of a sequence of meristic properties
associated with the jobs or functions of those (iii) The very same
meristic properties on which the various forms of well-being depend will also
determine, at a lower degree of realiza-tion, the difference between the
existence and the nonexistence of the entities which inhabit a particular
stage. (iv) It might be possible, by a move which would be akin to that
of "Ramsification," to redescribe the things which inhabit a
certain stage, their components or parts, the jobs or functions of such
com-ponents, the property of well-being and the property of existence as being
just those items which, in a certain realm, are analogical coun terparts to the
prime items, in the physiological realm, respectively, of bodies, organs,
bodily functions, health, and life (survival). (v) These proposals might
achieve a combination of generalizationand justification (validation) of the
items to which they relate, given the assumption that the proposed
redescriptions are semantically and alethically acceptable. Among the
questions which most immediately clamor for consideration will be the
following: Question 1: How are we to validate my intuitive judgment that
second-mode specifications which involve multistage epithets will always, or at
least sometimes, be analogical in character? Question 2 is: How are we to
elucidate the phrase used in (iv) "in a certain realm"? (Q3)
How is it to be shown that the proposed redescriptions are not merely
semantically but also alethically acceptable? I will take these questions
in turn. Question 1 calls for the justification of a thesis which,
without offering arguments in its support, I suggested as being correct, namely
that if there are multistage epithets, that is to say, epithets which apply
sometimes to objects belonging to one stage and also sometimes to objects belonging
to another stage, the application of such an epithet to one, and possibly to
both, of these segments of its extension must be analogical rather than
literal. It seems to me that, before such a thesis can be defended or
justified, it needs to be emended, since as it stands it seems most unlikely to
be true. Consider first the epithet "healthy"; there would, I think,
be intuitive support for the idea that when we talk, for example, of "a
healthy mind in a healthy body," at least one of these applications of the
epithet "healthy" must be analogical rather than literal, since
only a body can be said to be literally healthy. But if we turn to the
epithets "sound" and "in good order," though I think
there will be intuitive support for the idea that both bodies and minds may be
said to be sound or to be in good order, and indeed for the idea that bodies
and minds can truly be said to be sound or in good order just in case they can
truly be said to be healthy, there will not, I think, be intuitive support for
the idea that the application of the epithets "sound" and
"in good order" to either bodies or minds, or to both, is analogical
rather than literal. I would in fact be inclined to regard the application of
each of these epithets to both kinds of entity as being literal. I would
suggest that the needed emendation, while it allowed that the literal
application of epithets may straddle the division between its applicability to
subjects that belong to one stage and to subjects that belong to another, would
insist that, when such literal cross-stageapplications occur, they depend upon
prior cross-stage applications of some other epithet, where one or even both of
the segments of application are analogical rather than literal. How
should the emended thesis be supported? My idea would be that the barriers
separating the applications of an epithet to objects belonging to one stage
from its application to objects belonging to another will in fact be
category-barriers, and that there are good grounds for supposing that objects
which differ from one another in category cannot genuinely possess common
properties, and so cannot ultimately, at the most fundamental level, be items
to which a single epithet will literally and nonanalogically apply. If objects
x and y are categorically debarred from sharing a single property, then they
are also debarred from falling, literally and nonanalogically, within the range
of application of an epithet whose function is to signify just that property.
There is nothing to prevent a body and a mind from being, each of them,
literally in good order, provided that the condition needed for being literally
in good order is that of being either literally healthy (in the case of a body)
or (in the case of a mind) (analogically speaking) healthy. Perhaps the first
matter to which we should attend in an endeavor to form a clear conception of
(for ex-ample) the place of being (analogically speaking) healthy, a feature
which may attach to minds, within a generalized notion of being in good order,
or (perhaps) of being healthy, is the consideration that the question whether
the application of a certain epithet to certain things is literal or
analogical, is by no means the same question as the question whether its
application to those things is or is not to be taken seriously. It may, for
example, remain an importantly serious question whether John Stuart Mill is
properly to be regarded as a friend of the working classes long after it has
been decided that, if the epithet "friend of the working
classes" does apply to John Stuart Mill, it applies to him analogically
rather than literally; it does not apply to him in at all the same kind of way
as that in which the epithet "friend of Mr. Gladstone" may have
applied or, perhaps, failed to apply to him. The question whether a particular
person is in good shape may be a question an important aspect of which is
expressed by the question "Is his mind (analogically speaking)
healthy?"; if so, given that the first question is, as it may be, one to
be taken seriously, the same would be true of the second question. A
second consideration, which we should not allow ourselves to lose sight of, is
one which has already been briefly mentioned in thefirst part of this essay. We
are operating in an area in which, not infrequently perhaps, we shall be under
pressure from what Aristotle would have called an Aporia. We find ourselves
confronted by a number of seemingly distinct kinds of items, and by a number of
features each of which is special to one of these kinds. If we heed intuition —
also, perhaps, if we heed the way we talk —we shall be led to suppose that
these features are all specifications of some more general feature which is
manifested, with specific variations, throughout the range formed by the kinds
in question, a putative general feature for which ordinary language may even
provide us with a candidate's name. Furthermore, if we heed intuition, we
shall be led to suppose that the members of this range of special features have
a common explana-tion, a further general feature which accounts for the first
general feature, and also, with the aid of specific variations, for the
original range of special features. To follow this route would seemingly be
just to follow the procedures which we constantly employ in describing and
accounting for the phenomena which the world lays before us. In the present
case, the application of this method would be to a range of items which
includes bodies, states, and, perhaps, souls and also to such special features
of these items as (respectively) bodily health, political justice, and
(perhaps) moral justice. Unfortunately, at this point, we encounter a
major difficulty. The items which are the subjects to which the members of the
range of special features attach, namely bodies, states, and souls, insofar as
they are genuine objects at all, seem plainly to belong to different categories
from one another; and these categorial differences would be such as to
preclude, if widely received views about categories are to be accepted, the
possibility that there are any properties which are shared by items which
differ from one another with respect to the kinds to which they belong. It
looks, then, as if the possibility that there is a generic property of which
the special properties are differ-entiations, and the possibility that there is
a further generic property which serves to account for the first generic
property, have both been eliminated. I have in fact not attempted to set out a
theory of categories which would carry this consequence, and it would certainly
be necessary to attempt to fill this lacuna. But the prospects that this
undertaking would remove the difficulty do not at first sight seem encouraging.
If, then, we are not to abandon all hope of rational so-lution, we shall be
forced to do one of three things: (i) Relinquish the idea of applying
here procedures for descriptionand explanation which are operative in examples
which are not bedeviled by category difference. (ii) Argue that the
category differences which seem only too prominent on the present occasion are
only apparent and not real. (iii) Devise a less restrictive theory of the
effect of category differences on the sharing of properties. In the light
of these problems, we should obviously be at pains to consider whether
attention to the notion of analogical application would have any chance of
providing relief. I propose to leave this problem on one side for a
moment, returning to consideration of it at a later point; immediately, I shall
address myself to a possible response to the suggestion that the question
whether the possible application of a given epithet to a certain subject is an
issue which it is proper to take seriously, is quite distinct from the question
whether such application, if it existed, would be analog-ical or literal. The response
would be that the distinction between the two questions does not have to be a
simple black-or-white matter; it might be that, while the fact that if such
application existed at all it would be an analogical application is not a
universal obstacle to the idea that the application is one which should be
taken seriously, it is also not true that there is no connection between the
two questions; if the inquiry into the application of the epithet is one of a
certain sort or one which is conducted with certain purposes in view, then the
idea that such application would be analogical stands in the way of the idea
that the application is one to be taken seriously; if, however, the character
and purposes of the inquiry are of some other sort, then the two questions may
be treated as distinct. It might, for example, be held that if the
inquiry about the application of an epithet is one which aims at reaching
scientific truth, at laying bare the true nature of reality, then the fact that
the application of the epithet would be analogical conflicts with the idea that
it should be taken seriously; if, however, the inquirer's concern is not with
scientific truth but rather with the acceptability, either in general or in a
particular case, of some practical principle (or principle of conduct), then
the two questions may be treated as distinct. Something like this
"halfway" position is perhaps discernible in Kant; in, for example,
his claim that Ideas of Pure Reason, with regard to which no transcendental proofs
are available, admits of "regulative" but not of
"constitutive" employment, a suggestion which is perhaps repeated in
his demand for a nondogmatic kind of teleology, a teleol-ogy which somehow
guides our steps without adding to our stock of beliefs. The situation,
however, is vastly complicated by the fact that the notion of what is
"practical" is susceptible to more than one in-terpretation; on a
wider interpretation, any principles or precepts would count as practical
provided that they relate to questions about how one should proceed. On a
second interpretation of "practical," only those examples of
principles and precepts which are "practical" in the first sense will
count as "practical" which relate not just to some form of procedure
but to procedure in the world of action as distinct from procedure in the world
of thought. Imperatives which are practical in the second and narrower sense
will, as Kant himself seems to have thought, include those which tell us how to
act but will not include those which tell us how to think; they will be
concerned with the conduct of the business of life but not with the conduct of
the business of thought. This ambiguity leaves principles and precepts which
concern conduct of the business of thought in a somewhat indeterminate position;
they will be practical in the wider sense since they are concerned with
questions about how we should conduct our-selves; however, what is given with
one hand seems to be swiftly taken away by the other when we observe that the
conduct they prescribe is conduct which is specifically involved in arriving at
decisions about scientific truths and the nature of reality. For me the issue
is made even more complicated by the fact that I have instinctive sympathy
toward the idea that so-called transcendental proofs should be thought of as
really consisting in reasoned presentation of the neces-sity, in inquiries
about knowledge and the world, of thinking about the world in certain very
general ways. This viewpoint would introduce interconnections between what we
are to believe and how we are to proceed which will be by no means easy to
accommodate. I return now to discussion of the quandary which I
propounded a little while ago, and the severe limitations on explanation
seemingly imposed by category-differences between features which need to be
explained. As I see it, my task will be to provide a somewhat more formalized
characterization of the phenomenon of analogical application than has yet been
offered, perhaps a logico-metaphysical char-acterization, which will at the
same time be one which both preserves those category-differences and their
consequential features, and at the same time avoids undue restrictions on the
application of standard procedures for the construction of explanations. This
may seem like a tall order, but I think it can be met.Let us first look at the
notion of instantiation and at one or two related notions. If I am informed
that x instantiates y (that x is an instance of y), and also that y specifies z
(that y is a specification of z, that being y is a way of being z, that y is a
form of z), then I am entitled to infer that x instantiates z. If, however,
instead of being informed that y specifies z, I am informed that y instantiates
z, the situation is different; I cannot infer from the information that x
instantiates y and y instantiates z, that x instantiates z. The relation of
instantiation is not transitive, since if azure specifies blue, and blue
specifies color, then it looks as if azure must specify color. Let us now
define a relation of "subinstantiation"; x will subinstantiate z just
in case there is some item or other, y, such that x instantiates y and y
instantiates z. We might perhaps offer, as a slightly picturesque
representation of the foregoing material, the statements that if x specifies y,
then x and y belong to the same level or order of reality as one another, if x
instantiates y, then x belongs to a level which is one step lower than that of
y, and that if x subinstantiates y, then x belongs to a level which is two
steps lower than that of y. Now it seems natural to suppose that when a number
of more specialized explanations are brought under a single more general and so
more comprehensive ex-planation, this is achieved through representing the
various features, which are separately accounted for in the original
specialized explanations, as being different specifications of a single more
general fea-ture. If, however, we were entitled to say that the crucial
relation connecting the more specialized explicanda with a generalized
expli-candum is not, or at least is not in those cases in which the specialized
explicanda are categorically different from one another, that of specification
but rather of subinstantiation, then we shall be able to avoid the
uncomfortable conclusion that the admissibility of generalized ex-plicanda
involves the admissibility of the idea that categorically different subject
items may be instances of common properties. An item need not, indeed perhaps
cannot, instantiate that which it subinstan-tiates. To conclude my
treatment of the quandary, I need to show, as best I can, that a systematic
replacement of references to the relation of specification by references to the
relation of instantiation would have no ill effect on the standard procedure for
generalizing a set of specialized explanations, with which we have provided
ourselves, of the presence of discriminated specialized properties. To fulfill
this under-taking, I must consider two cases, one involving the application of
aprocedure for generalization which is characterized in terms which involve
reference to the relation of specification, and the other in which all
references to specification are replaced by references to additional and
"higher-level" occurrences of the relation of instantia-tion.
Case I. (i) We start with a group of particulars (x, through x,), with regard
to each of which we are informed that it possesses property D; and with two
further groups of particulars (y, through Ym and z, through z,) instantiating,
respectively, properties E and F. The generalization procedure begins when we
find further properties A, B, C, such that x, through x,, Y, through Ym and z,
through Z, instantiate, respectively, A, B, and C; and (as we know or
legitimately conjecture) A implies D, B implies E, and C implies F. We next
find the more general properties P, Q, such that A and D, specify in way 1,
respectively, P and Q; B and E, specify in way 2, respectively P and Q; and C
and F, specify in way 3, respectively, P and Q (iv) We are now, it seems,
in a position to predict that whatever instantiates property P, will, in a
corresponding way, instantiate property Q; that is to say, to predict for
example that anything which has A will have D; and though I would hesitate to
say that provision of the materials for systematic prediction is the same thing
as explana-tion, I would suggest that, at least in the context which I am
consid-ering, it affords sufficient grounds for supposing that explanation has
in fact been achieved. Case I1. Case Il begins to differ from Case I only
when we reach stage (iii). In Case Il stage (iii), instead of saying that A and
D specify in way 1, respectively, P and Q, we shall say something to the effect
that A and D are "first group" instances, respectively, of P and Q; and
precisely parallel changes, introducing, instead of the phrase
"first-group instance" either the phrase "second-group
instance" or "third-group instance" will be made in what we say
about properties B and E and properties C and F. Though I would not claim
to have a wholly clear head in the mat-ter, it seems to me that the difference
between Case Il and Case I generates no obstacle to the attribution of
legitimacy of the procedure for generalization with which I am currently
concerned. The scope for systematic prediction, and so for explanation, will be
quite un-affected. If I am right in this suggestion I shall, I think, have
succeeded in providing what was mentioned in Part I of this essay as a
desider-atum, namely a development of a concept of Affinity, which would be
less impeded by category-barriers than the more familiar notion of
Similitude. (f) I now turn briefly to question Q2. This is the question
how to interpret the expression "in respect to a certain realm"
within such phrases as in "an analogical extension, in a certain realm, of
the property of health, in the primary physiological realm to which animal and
human bodies are central." I should make clear the problem of ambiguity
which prompts this question; there is one way of looking at things, one
conception, according to which there is a certain realm, which is that to which
souls are central, and into which there is projected an analogical extension of
the property of health. In this conception the notion of souls is logically prior
to the notion of the psychological realm to which souls are central, and both
are logically prior to the property which is the analogical extension of the
property of health, which in the primary physiological realm is the property of
bodies. But there is another conception which might particularly appeal to
those who regard souls as being, initially at least, somewhat dubious entities,
according to which souls are introduced into the psychological realm to be the
subjects or bearers of a property in that realm which is an analogical
extension of the property of health, which in the physiological realm belongs
to bodies. According to this conception, fairly plainly, the conception of
souls is logically posterior both to the notion of the psychological realm and to
the analogical extension of the property of health which exists in that realm.
Question Q2 is in effect an accusation: it suggests that the two conceptions
are mutually inconsistent, since souls cannot be at one and the same time both
logically prior to and logically posterior to both the concept of the realm to
which they are supposedly central and to a certain property, analogous to
bodily health which exists in that world; it further suggests that Socrates (or
neo-Socrates) need both of these conceptions, but, of course, cannot have both
of them. To meet this objection, I would suggest that a promising line to
take would be to deny that we start with a certain realm, the psychological
realm, the nature of which is determined either by the subject-items, namely
souls, which are central to it, or by the properties, such as a certain
analogue of bodily health, which characterize things in it; and that we then
proceed at a later point to add to it the remaining members of these two
classes of elements. Rather, we start off with analogues of two of the elements
in the primary physiological realm,souls which are analogues of bodies and a
class of properties one of which is an analogue of bodily health, and call the
realm to which these analogues belong the psychological realm. In this way the
incoherence covertly imputed by question Q2 will be dissolved, since neither of
these psychological elements (souls and properties like the analogue of bodily
health) will be logically prior to the other. What in fact has been done is to
introduce, first, a double analogical extension of two types of items which
belong to the primary physiological realm and, second, the notion of a
psychological realm for use in a convenient way of talking about what has
initially been done. No doubt more than this will need to be said in a
full treatment of the topic; but perhaps for present purposes, which are
primarily directed toward defusing a certain criticism, what has been said will
be sufficient. When it comes to the prospects for ethical theory -- Question
3 Question 3 might be expanded in the following way. we can imagine
ourselves encountering someone who addresses us in the following way: "You
have certainly achieved something. There is one class of philosophers who would
be inclined to deny that the notion of moral justice, δίκαιον, can be regarded as an acceptable and legitimate concept, because there
is no way in which the intuitive idea of moral justice, δίκαιον, can be coherently presented in a rigorous manner. What you have said
has shown that such a philosopher's position is untenable; for you have shown
that if we allow the possibility of representing moral justice, δίκαιον, as a certain sort of analogical extension of a basic
notion, namely health, which is a property of bodies, items which belong to a
basic or primary realm of objects, you have succeeded in characterizing in a
sufficiently articulated way the possession of moral justice, δίκαιον, to which the philosopher in question is opposed on
the grounds of its incoherence. That is no small achievement, but it is not,
nevertheless, from your point of view, good enough. For there will be another
class of philosophers who find no incoherence in the notion of moral justice, δίκαιον, but claim that lack of incoherence is a necessary
condition but not a sufficient condition for accepting moral justice, δίκαιον, as a genuine feature of anything in the world. The
uses that we make of our characterizations of moral justice, δίκαιον, and other such items must be as part of an as it
were encyclopedic picture of the fundamental ingredients and contents of the
rational world; and if, of the two would-be encyclopedic accounts, one contains
everything which the other contains together with something which the other
does not contain, while the other account contains nothing beyond a certain part
of what the first account contains, it will be rational, in selecting the
optimum encyclopedic volume, to prefer the smaller to the larger volume, unless
it can be shown that what is contained in the larger volume but omitted in the
smaller one is something which should be present in a comprehensive picture of
the rational world. To be fit for inclusion in an account of the rational
world, a contribution must be not only coherent but also something which is
needed. This demand you have not fulfilled." To this critic Grice should
be inclined to reply in the following manner. "I agree with you that more
is required to justify the incorporation of moral justice, δίκαιον, within the conceptual furniture of the world than a
demonstration that the notion of moral justice, δίκαιον, is one which is capable of being coherently and rigorously presented;
and I agree that I have not met this additional demand, in whatsoever it may
consist. But I think it can be met; and indeed I think I can not only say what
is required in order to meet it but also bring off the undertaking of actually
meeting it. The required supplementation will, I suggest, involve two elements.
First, a demonstration of the value, in some appropriate sense of
"value," of the presence in the world of moral justice, and second, a
demonstration that it is, again in the same ap. propriate sense, up to us
whether or not the notion of moral justice does have application in the
world." I shall now enlarge upon the two ingredients of this proposed
response. First Supplementation. A person who is concerned about the
realization in the world of moral or political justice, δίκαιον, will encounter at a number of points alternative options relating to
such realization which he may have to take into account. The number of such
options will vary according to whether a "two-concept" view or a
"one-concept" view is taken of justice, δίκαιον; the number will be larger if a two-concept view is taken, and I shall
begin with that possibility. On a two-concept view, there will be two
properties the realization of which has to be considered, moral justice δίκαιον and political justice δίκαιον. One who is concerned about the application of these properties,
and who is unhampered by any sceptical reservations, will have to consider the
application of each of these properties to a particular individual, standardly
himself, and also to a general subject-item, such as a particular totality of
individuals each of whom might consider the application to himself as an
individual of each of the initial properties. There will also be a variety of
distinct motivational appeals which the application of one of these forms of
justice, δίκαιον, has to a particular
subject-item, the consequential appeal of that realization (e.g. its payoff),
or both. If we go beyond Plato, we might have to add such forms of motivational
appeal as that which arises from subscriptions to some principle governing the
realization of the initial property. On a one-concept view the initial
array of options will be considerably reduced, though it is perhaps
questionable whether such reduction will correspond to any reduction in
genuinely distinct and authentic options. On the assumption that it would not, Grice
temporarily goes along with the idea that a one-concept view is the correct
one. On this view a distinction between moral justice, δίκαιον, and political justice, δίκαιον, will reappear as the
difference between concern for the application of a single property, that of
justice, δίκαιον, when it is motivated by the
intrinsic appeal of its realization in a given subject-item (one might perhaps
say its moral appeal) or alternatively, when it is motivated by the idea of the
consequence of such a realization (one might say by its political appeal). One
should perhaps be careful to allow that the idea that a single concept or
property may exert different forms of motivational appeal does not carry with
it the idea that one and the same body of precepts will reflect that concern,
regardless of the question whether the motivational foundation is moral or
political. It is crucially important to recognize that situations which
are only subtly different from one another may exert quite different forms of
motivational appeal. Nothing has so far been said to rule out the possibility
that while Socrates and other such persons may each be concerned that people in
general should value the realization of justice, δίκαιον,in themselves because of its intrinsic appeal, that is to say, for
moral reasons, nevertheless their concern that people in general should value
for moral reasons the realization in themselves of justice, δίκαιον, is based at least in part on consequential or
political grounds rather than on any intrinsic or moral appeal. It is possible
to be concerned that people be sensitive to the moral appeal of being just, δίκαιον, and at the same time for that concern to be at least
partly founded on political rather than on moral considerations. If that is so,
then the concern for a widespread realization of moral justice, δίκαιον, might itself have a non-moral foundation, as
Prichard attempted at Oxford with his duty and interest, repr. by Urmson. Such
considerations as these might be sufficient to ensure that the realization of
moral justice in a community is of value to that community. This value might
consist in the fact that if themembers of a community are morally concerned for
the realization of justice, δίκαιον, in themselves, their
manifestation of socially acceptable behavior will not be dependent on the real
or threatened operations of law-enforcers, to the advantage of all.
Second Supplementation. If we were to leave things as they are at the end of
the first supplementation, though we should perhaps have shown that the
realization of moral justice in the world was of value to inhabitants of the
world and possibly also absolutely, we should not have escaped the suggestion
that this alone is not adequate to our needs; it would leave open the
possibility that all one could do would be to pray that moral justice, δίκαιον, is realized in the world, and then when we have
found out whether this is or is not the case, to jubilate or to wail as the
case might be. To make good our defense of moral justice, we should need to be
able to show that in some sense the realizability of moral justice in the world
is up to us. At this point it seems to me we move away from the territory of
Socrates and Plato and nearer to the territory of Kant; it also seems to me
that at this point the problems become immensely more difficult, and partly
because of that, I shall not attempt to devise here a solution to them, but
only to provide a few hints about how such a solution might be attained. As we
have been interpreting the notion of moral justice, δίκαιον, its realizability is an idea which is very close to that of the
validity of morality; and if we were to follow Kant's lead, we should be on our
way to a supposition which is close to his idea that the validity of morality
depends upon the self-imposition of law, an idea which, though obscure, seems
to suggest that what secures the validity of Morality is something which, in
some sense or other of the word "do," is something that we ourselves
do, and so perhaps in some sense or other "could," we could avoid
doing. What kind of "doing" this might be, and how it might be
expected to support Morality, to my mind remain shrouded in darkness even after
one has read what Kant has to say; there seems little reason to expect that it
would closely resemble the kind of doing with which we are familiar in the
ordinary conduct of life. There is also important uncertainty about the proper
interpretation of the word "could"; it might refer to some kind of
psychological or natural possibility, something which some would be inclined to
call a kind of causal possibility; or it might refer to some kind of
"rational" possi-bility, the existence of which would require the
availability of a reason or possible reason for doing whatever is said to be
rationally possible. Not everything which is psychologically possible is
also rationallypossible; and I think it might be strategically advantageous if
it could be held that the Kantian view assigns psychological possibility but
not rational possibility to the avoidance of the institutive act which
underlies morality; but whether this is Kant's view, and how, if it is his
view, it is to be made good, are problems which I do not know how to
solve. When it comes to The Republic and Philosophical Eschatology, Grice presents
what he sees as the background to the reconstructed debate between Thrasymachus
and Socrates, or rather perhaps between neo-Thrasymachus and neo-Socrates.
Neo-Thrasymachus is a Minimalist and a Naturalist who has affinities with Hume
– and his name is Nozick; he rejects the concept of moral justice, δίκαιον, on the grounds that it would be at one and the same
time a non-natural and psychologistic feature and also an evaluative feature.
At this point we may suppose that neo-Socrates, who is not committed to any
form of Naturalism, will have retorted to neo-Thrasymachus that a blanket
rejection of psychologistic and evaluative features will totally undermine
philosophy. This part of the debate is not recorded, but we may imagine
neo-Thrasymachus to have responded that neo-Socrates is in no better shape; for
he can make sense of the notion of moral justice, δίκαιον, only by representing it as a special case of a favourable feature,
namely well-being, which spans category-barriers between radically different
sorts of entities, such as a body, a political state, or a person. But
neo-Socrates himself will be committed to holding a view of universals which
will prohibit any such crossing of category-barriers by a single universal. To
this charge neo-Socrates may resort to two forms of defense, one less radical
than the other. The less radical form would involve the claim that while there
have to be category-barriers, these do not have to be as severe and restrictive
as the accusation suggests. The more radical form of defense would
refrain from relying on a more permissive account of category-barriers even
though it allowed that such increased permissiveness would be in order. It
would rely rather on a distinction between concepts which may span
category-barriers, whether these are more or less severe in nature, and universals
which may not span such barriers. A closely parallel distinction between an expression's having a single meaning and
its being used to ‘signify’ a single universal can, Grice thinks, be found in
Aristotle. Vide Grice, “Aristottle on the multiplicity of being” and the
three modes of unification of universalia via recursion – the logically
developing series, the focus, or the analogy or proportion. This distinction
would be made possible by making concepts rest ona foundation of affinities as
distinct from the foundation of similarities which underlies universals;
affinities may, while similarities may not, be characterizable purely in
analogical terms. The working out of such a distinction would be one of a
variety of concerns which would be the province of a special discipline of
philosophical escha-tology. The key to its success would lie in the observance
of a distinction between instantiation and subinstantiation. The latter notion
would permit generalization and explanation to cross category-barriers and
would undermine the charges of incoherence brought by neo-Thrasymachus against
neo-Socrates and his favored notion of moral justice, δίκαιον. At some level of reinterpretation, then, Socrates's appeal to an
analogy between the soul and Mussolini’s Italian state, say, would be at least
partly aimed at showing that the concept of Moral Justice, δίκαιον, which Thrasymachus would like to banish as
theoretically unintelligible, is analogically linked with the concept of bodily
health, admitted by everyone, including Thrasymachus, as a legitimate concept,
in such a way that, despite radical categorial differences between the two
concepts, if the concept of bodily health is intelligible, the concept of Moral
Justice, δίκαιον, is also intelligible.
However, to exhibit Moral Justice as a feature which is really applicable to
items in the world, such as persons and actions, more is needed than to show
that its ascription to such items is free from incoherence. It will be
necessary to show that such ascription, if it were allowed, would serve a point
or purpose, and also that it is in some important way up to us to ensure that
such ascription is admis sible. The fulfillment of the last undertaking might
force us to leav the territory of Socrates and Plato and to enter that of Kant,
or even worse, if we follow Gentile, Hegel! Nome compiuto: propr. Samuele Renato Treves. Renato
Treves. Treves. Keywords: giudice, giustizia, giusto, ventennio fascista. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Treves” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO; ossia, Grice e Tria: la ragione conversazionale da
Roma a Roma via Roma; o, l’implicatura conversazionale della terza Roma – la
scuola di Laterza -- filosofia pugliese -- filosofia italiana – By Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Laterza). Abstract. Keywords: la terza Roma,
la prima Roma. Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Laterza, Taranto, Puglia. Come
egli stesso dichiara -- Memorie storiche --, era nato a Laterza, in Terra
d’Otranto, da Francesco e da Margherita Geminale (dalla documentazione della
Dataria risulta però battezzato il 21 luglio 1675, Archivio segreto Vaticano,
Dataria Apostolica, Processus Datariae, 1720, c. 9); fu ottavo di undici figli.
Studia a Napoli filosofia, teologia, diritto civile e canonico. Fu ordinato
sacerdote, poi, licenziato in teologia, a Roma si addottora in utroque iure
(Archivio di Stato di Roma, Università di Roma). Servì come uditore l’abate Giacomo Navarrete
di Cava de’ Tirreni. Si trasferì nelle Marche come vicario generale del vescovo
di Gherardi. Firrao, allora visitatore apostolico di Marche e Umbria, ma fatto
nunzio straordinario in Portogallo da Clemente XI, lo volle suo uditore a
Lisbona e poi anche in Svizzera, dove risolse delicate questioni pendenti tra
il vescovo di Costanza e i canonici regolari di Kreuzlingen, in seno agli
ospitalieri del Gran San Bernardo, e tra vescovo, capitolo e magistrato di Losanna. Per motivi di salute rientrò in Italia
Clemente XI lo nominò vescovo di Cariati e Cerenzia; fu consacrato dal
cardinale Zondadari, assistito da Marazzani, vescovo di Parma, e dal gesuita
Lafitau, vescovo di Sisteron in Francia. Entrato in diocesi, provvide alla
visita pastorale, fece sistemare nel duomo un sepolcro per i vescovi suoi
predecessori, istituì la penitenzieria nella cattedrale di Cerenzia e la
prebenda teologale anche in quella di Cariati. Si appellò al cardinale
segretario di Stato Giorgio Spinola contro le prepotenze di qualche signore
locale, come Nicola Cortese, duca di Verzino e Savelli. Celebrò un sinodo
diocesano e ne pubblicò gli atti (Prima dioecesana synodus Cariatensis, et
Gerontinensis habuit in S. Ecclesia
Cariatensi anno Christo nato 1726 die 16. 17. et 18. mensis Martii, s.n.t.),
che presentò a Benedetto XIII in occasione della visita ad limina. Per favorire le sue cagionevoli condizioni di
salute, il papa lo trasferì alla sede di Larino e lo nominò prelato domestico e
assistente al soglio. Nella nuova diocesi, di cui prese possesso celebrò un
contrastato sinodo diocesano (Prima dioecesana synodus Larinensis habuit in
sancta Ecclesia Larinensi anno a Christo nato, Romae), al quale presero parte
anche due avvocati laici (Spinosa e Brencola). Intervenne al concilio
provinciale di Benevento. Con approvazione della S. Sede staccò dal capitolo
del duomo due vicarie curate e istituì un collegio di mansionari. Abolì l’uso
del rito orientale per le minoranze albanesi presenti in diocesi, rendendo
obbligatorio quello latino. Affidandosi a Lorenzo Troccoli, fece ammodernare la
cattedrale con abbondanza di stucchi e marmi. Produsse un ‘Proprio’ dei santi
per la provincia ecclesiastica beneventana (Officia propria Sanctorum,
Beneventanae provinciae, Neapoli Collaborò per la parte ecclesiastica alla
stesura del Trattato di accomodamento tra Regno di Napoli e S. Sede insieme ai
cardinali Alessandro Albani, Pietro Marcellino Corradini, Antonio Saverio
Gentili e Giuseppe Spinelli, e al segretario della congregazione delle Immunità
Torrigiani; per parte regia vi lavorarono il cardinale Troiano Acquaviva
d’Aragona, ‘protettore’ del Regno, e il cappellano maggiore Celestino Galiani.
Le sue posizioni curialiste lo resero poco gradito alla corte, obbligandolo a
chiedere il trasferimento dalla diocesi.
Clemente XII lo nominò consultore del S. Uffizio, poi, quando si dimise
da Larino, Benedetto lo promosse esaminatore dei vescovi e arcivescovo titolare
di Tiro (20 dicembre 1741); a Larino gli subentrò il nipote omonimo, già suo
vicario generale. Fu poi nominato correttore della Penitenzieria apostolica A
Napoli consacrò le chiese di S. Maria delle Grazie a Caponapoli e di S. Maria
del Popolo degli Incurabili. A Roma consacrò l’altare della chiesa di S.
Giuliano in Banchi, ricostruita, e benedisse il cimitero di S. Spirito voluto
da Benedetto XIV presso i bastioni di S. Onofrio. Morì a Roma e fu sepolto nella chiesa della
Trinità della Missione a Montecitorio (Archivio segreto Vaticano, Vat. lat. :
P.L. Galletti, Necrologium episcoporum, c. 126; Forcella, Iscrizioni delle
chiese e d’altri edificii di Roma, Roma). Opere. Ricostruì con erudizione la
storia della diocesi di Larino (Memorie storiche civili, ed ecclesiastiche
della città, e diocesi di Larino metropoli degli antichi Frentani, Roma), ben
accolta dalle Novelle della Repubblica delle lettere e dal Journal des sçavans.
Cura una nuova edizione, con aggiunte e note, del cinquecentesco trattato De
Cardinalis dignitate et officio del teologo gesuita Piatti -- Romae. Espresse,
ma senza profondità, la sua visione anti-giurisdizionalista a commento delle
posizioni di GIANNONE (vedasi) -- Osservazioni critiche intorno alla polizia
della Chiesa che si legge da’ suoi primi tempi sino al presente ne’ quattro
tomi della Storia civile del Regno di Napoli scritta da Pietro Giannone, Roma
1752; lo scritto era apparso prima con lo pseudonimo di Pietro di Paolo, con la
falsa data di Colonia). Per l’Arcadia, cui appartenne con il nome di Abdolomino
Dipeo, commemorò Benedetto XIII con un lusinghiero profilo biografico (Le vite
degli Arcadi illustri, V, Roma 1751, pp. 3-66).
Fonti e Bibl.: La sua attività episcopale è documentata presso gli
archivi storici della concattedrale di Cariati e della diocesi di
Termoli-Larino. Presso l’Archivio segreto Vaticano è attestata la sua attività
diplomatica e curiale (in partic. Archivio Concistoriale, Acta Camerarii, e
Dataria Apostolica, Processus Datariae); Soria riferiva che i suoi manoscritti
sarebbero stati depositati presso l’archivio della Penitenzieria; si veda pure
Biblioteca apostolica Vaticana, Cataloghi sommari e inventari dei fondi
manoscritti, I, a cura di A.M. Piazzoni - P. Vian, Città del Vaticano In
assenza di uno studio monografico su T., bisogna accontentarsi dei cenni
autobiografici che egli stesso ha fornito nelle Memorie storiche su Larino e
delle scarse menzioni in pochi altri scritti: F. Ughelli, Italia sacra,
Venetiis; F. Soria, Memorie storico-critiche degli storici napolitani, I,
Napoli Cappelletti, Le Chiese d’Italia dalla loro origine sino ai nostri
giorni, Venezia Pastor, Storia dei papi, XV, Roma Eubel, Hierarchia catholica
medii et recentioris aevi, V, Patavii; Le lettere di Benedetto XIV al Card. De
Tencin dai testi originali, a cura di E. Morelli, I, Roma 1955, p. 314; P.
Giannantonio, Pietro Giannone, II, Napoli Giannoniana. Autografi, manoscritti e
documenti della fortuna di Giannone, a cura di S. Bertelli, Milano-Napoli Dal
Muratori al Cesarotti, V, a cura di R. Ajello et al., Milano-Napoli Tanucci,
Epistolario, Roma Sterlich, Lettere a G. Lami, a cura di U. Russo - L.
Cepparrone, Napoli; Ch. Weber, Die Päpstlichen Referendare, Stuttgart Mammarella,
Da vicino e da lontano. Sacro e profano nella ricostruzione di fatti
emblematici della storia molisana e delle aree limitrofe, Larino 2009.Studia filosofia
a Napoli e Roma. Uditore di diritto
presso il monastero benedettino di Cava de' Tirreni rimane al servizio
di questa abbazia anche quando e trasferito a Roma, è nominato vicario generale
di monsignor Gherardi, vescovo di Loreto e Recanati, e tale rimase. Più tardi,
con monsignor Firrao, ha l'incarico di nunzio straordinario alla Corte del Portogallo.
Quando monsignor Firrao, per questione di salute, è trasferito in Svizzera, T.
anda con lui a Lucerna. Durante la sua permanenza in Svizzera intraprende
un'importante missione in Svezia e Germania. Eletto vescovo di Cariati e
Cerenzia, entra in carica presiedendo il sinodo. Trasferito poi a Larino, partecipa
al concilio di Benevento. Nominato consulente del Sacro Offizio e arcivescovo
di Tiro. Divenne esaminatore di Vescovi
ed è insignito del titolo di cavaliere dell'ordine di S. Giacomo per i suoi
meritori servigi resi alla Corte di Lisbona. Il suoi eruditi saggi includeno: “Memorie storiche civili di Larino (Roma); “Accommodamento
tra il papato e la corte reale di Napoli” (Roma), “Benedetto XIII”. Memorie
storiche degli scrittori, regno di Napoli, Napoli, Tipografia dell'Aquila di
Puzziello, Diocesi di Larino, Pietro Pollidori Giovan Battista Pollidori. Nome
compiuto: Giovanni Andrea Tria. Tria. Keywords: la terza Roma. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Tria” – The Swimming-Pool Library. Tria.
Luigi Speranza – GRICE ITALO; ossia, Grice e Trincheri:
la ragione conversazionale secondo Andrea Speranza, e l’implicatura
conversazionale – la scuola di Pieve di Teco -- filosofia ligure -- la filosofia
italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Pieve
di Teco). Abstract.
Keywords. Andrea Speranza. The phrase ‘Grice italo’ is meant as provocative. An
Old-World philosopher such as Turoldo would never have imagined to be compared
to a tutor at a varsity in one of the British Isles, but there you are! It is
meant as a geo-political reminder, too. Many Italian philosophers have been
educated in a tradition that would make little sense of Turoldo as a ‘Grice
italo,’ but there you are. My note is meant as a tribute to both philosophers.
Grice has been deemed an extremely original philosopher, and by Oxford canons
he certainly was. He was the primus inter pares at the Play Group, the epitome
of ordinary-language philosophy throughout most of the twentieth century. His
heritage remains. Turoldo’s place in the history of philosophy is other. But
there are connections, and here they are. Filosofo ligure. Filosofo italiano. Pieve di Teco, Imperia,
Liguria. Nato da una famiglia benestante che ha in possesso alcuni ettari di
terreno. Appassionato alli romantici, e riconosciuto e si afferma all'interno
della cerchia dei letterati del suo tempo grazie alla brillante difesa in
favore di Manzoni, quando quest'ultimo pubblica la sua prima tragedia, “Il Conte di Carmagnola”.
E con il sostegno del suo maestro e amico Goethe, famoso filosofo e scrittore
romantico, che riusce a far valere la proprio opinione positiva nei confronti
dell'autore dei Promessi sposi. Poche altre notizie biografiche si conoscono a
proposito della sua vita che, a causa di un incidente in cui fere a morte il suo
amico, Andrea Speranza, crolle in una situazione estremamente travagliata. Grice: “”Andrea Speranza” may mean different
things.” Il Conte di Carmagnola Tragedia in cinque atti Studio di Francesco Hayez per il dipinto Il
Conte di Carmagnola Autore Manzoni Lingua originale Italiano Genere Tragedia Prima
assoluta Teatro Goldoni, Firenze Personaggi Personaggi storici il Conte di
Carmagnola Antonietta Visconti, sua moglie Una loro figlia, a cui nella
tragedia si è attribuito il nome di Matilde Francesco Foscari, Doge di Venezia
Condottieri al soldo dei Veneziani: Giovanni Gonzaga Paolo Francesco Orsini
Nicolò da Tolentino Condottieri al soldo del Duca di Milano: Carlo Malatesti
Angelo della Pergola Guido Torello Nicolò Piccinino, a cui nella tragedia si è
attribuito il cognome di Fortebraccio Francesco Sforza Pergola figlio
Personaggi ideali Marco, senatore veneziano Marino, uno de' capi del Consiglio
dei Dieci Primo commissario veneto nel campo Secondo commissario Un soldato del
conte Un soldato prigioniero Senatori, condottieri, soldati, prigionieri,
guardie Manuale Il Conte di Carmagnola è la prima tragedia di Manzoni. La
vicenda editoriale non fu semplice: erano gli anni in cui la polizia austriaca
aveva intensificato la censura e disposto la chiusura del Conciliatore.
Manzoni, amico dei redattori del giornale, era tra gli autori che venivano
guardati con sospetto. Giulio Ferrario, bibliotecario di Brera e funzionario
imperiale, che era stato incaricato della pubblicazione del Conte, preferì
rinunciare, cedendo l'opera al fratello Vincenzo, vicino all'ambiente romantico
e stampatore del Conciliatore. La prima tragedia manzoniana veniva quindi
stampata dalla tipografia di Vincenzo Ferrario, a cura di Visconti. La
prefazione Giuseppe Gatteri, Battaglia
di Maclodio, 1427. La tragedia è dedicata all'amico Claude Fauriel ed è
preceduta da una prefazione sulle unità drammatiche e sull'uso del coro che,
non essendo legato allo svolgimento dell'azione, non può alterarla e, nel
contempo, costituisce una parentesi lirica che dà voce ai sentimenti
dell'autore togliendogli la tentazione di parlare per bocca dei personaggi,
lasciando così separata la realtà storica dalle passioni e dalla fantasia del
poeta. A questo proposito Manzoni osservò che necessariamente i personaggi
storici di una tragedia pronunciano discorsi mai detti e compiono azioni mai
avvenute. Manzoni si scaglia contro le
unità pseudoaristoteliche di tempo e di luogo che non aveva voluto seguire
nella tragedia. Infatti le vicende del Carmagnola si estendono i sei anni e si
svolgono a Venezia, in campo militare a Maclodio, in casa del conte e in
prigione. Manzoni dimostra che queste unità sono arbitrarie, perché basate solo
sull'idea che molte tragedie greche le prevedano (e quindi sul prestigio del
teatro greco). Per giunta, Aristotele non le ha mai "teorizzate",
limitandosi a dire che sono una tendenza.
Francesco di Bartolomeo Bussone, conte di Carmagnola. Manzoni difende
l'utilità della poesia drammatica, che era stata condannata anche da pensatori
come Rousseau. Il filosofo era infatti convinto che non fossero morali in
quanto rappresentavano azioni licenziose.
Quanto all'unico coro inserito nella tragedia, Manzoni sa che alcuni lo
criticherebbero perché non è rappresentabile con gli strumenti moderni. Allora
afferma che il suo coro è per la sola lettura. Per spiegare il motivo della
ripresa di questo dispositivo del teatro greco cita Schlegel. Nel Corso di
letteratura drammatica l'autore tedesco spiega che il coro è lo spettatore
ideale perché produce quei pensieri mortali ispirati all'azione a cui sta
assistendo. In questo, è sia genio nazionale che genio dell'umanità.[3] Argomento In questa tragedia Manzoni
sottolinea, condannandole aspramente, le discordie italiane che impedivano
l'unificazione della Patria, specificamente nell'ultima strofa della Battaglia
di Maclodio: «Tutti fatti a sembianza
d'un Solo; Figli tutti d'un solo Riscatto, In qual ora, in qual parte del
suolo, Trascorriamo quest'aura vital Siam fratelli; siam stretti ad un patto:
Maledetto colui che l'infrange, Che s'innalza sul fiacco che piange, Che
contrista uno spirto immortal!» Manzoni aggiunse anche alcune notizie storiche
sull'argomento della tragedia; in tale introduzione sostenne l'innocenza del
conte, smentita da recenti studi. La
tragedia Il carme, secondo l'uso del tempo, è in versi endecasillabi: (È giunto
il fin de' lunghi dubbi, è giunto, - Nobiluomini, il dì che statuito). Per il coro Manzoni sceglie il decasillabo,
molto martellante ed incisivo: (S'ode a destra uno squillo di tromba, - A
sinistra risponde uno squillo). Il
soggetto trae ispirazione da vari testi, il più importante dei quali è l'ottavo
volume della monumentale Histoire des républiques italiennes du moyen âge di
Sismondi. Scrivendo a Fauriel, Manzoni afferma di volergli dedicare l'opera, e
di averne già versificato alcune scene. Aggiunge che l'amico potrà trovare
informazioni su «François Carmagnola» «à la fin du huitième volume des
Rep[ubliques] italiennes de Sismondi» (alla fine dell'ottavo volume dell'opera
di Sismondi). L'autore consultò inoltre le Vite de' famosi capitani d'Italia
del Lomonaco e il capitolo XV della Storia di Milano di Pietro Verri
(1783-1785). Sempre nella missiva a
Fauriel, infine, Manzoni lodava il teatro shakesperiano - al quale riservò
grandi apprezzamenti nei Materiali estetici -, e spiegava all'amico di voler
comporre un'opera realistica dal punto di vista linguistico, facendo parlare i
personaggi in modo non artificiale e quanto più possibile conforme al vero. Manzoni
tragediografo guarda anche al teatro tedesco di Schiller, Goethe e soprattutto
all'opera "Lezioni sulla letteratura drammatica" di Schlegel. Carmagnola, centro storico Qualche
incertezza c'è nella ragione del titolo. Francesco da Bussone, il protagonista
della tragedia, era effettivamente detto Il Carmagnola e, pur essendo di umili
origini, dal duca di Milano Filippo Maria Visconti era stato fatto conte ma di
Castelnuovo Scrivia e non di Carmagnola, che apparteneva al marchesato di
Saluzzo. È controverso se si tratti di una "svista" del Manzoni o invece
di un ossimoro, in quanto Carmagnola, proprio pochissimi anni prima, era un
canto rivoluzionario molto noto dei più accesi sanculotti. In questo modo il
personaggio positivo della tragedia vedeva ribadito, nonostante il titolo di
conte, il proprio carattere di derivazione popolare. Francesco Bussone era un valente capitano di
ventura, dapprima per il ducato di Milano e poi per i Veneziani, al soldo dei
quali aveva vinto i suoi antichi padroni nella battaglia di Maclodio. Secondo l'uso delle compagnie di ventura
aveva lasciato liberi i prigionieri; i Veneziani sospettavano invece un
tradimento e lo condannarono a morte. La
trama è storica, ma l'interesse dello scrittore è per i problemi morali. Come
può accordarsi un atto di generosità (lasciar liberi i prigionieri) con le
ferree leggi della politica (i nemici sono da distruggere)? Inoltre nel coro che commenta la battaglia di Maclodio
("S'ode a destra uno squillo di tromba") Manzoni mostra la propria
riprovazione per le guerre fratricide che contrappongono Italiani ad Italiani
(Veneziani contro Milanesi), auspicando l'unità nazionale e la fraternità fra i
popoli. Nella fase finale del coro dell'atto II si sviluppa la ripulsa di ogni
forma di violenza in nome di una coscienza intimamente religiosa che deve
accomunare tutti gli uomini nella fraternità della Fede: "siam fratelli;
siam stretti ad un patto: / maledetto colui che l'infrange, / che s'innalza sul
fiacco che piange; /che contrista uno spirto immortal!". Tutti gli uomini
sono uguali dinanzi a Dio , tutti sono rinati alla Grazia attraverso la
redenzione operata da Cristo: è un sacrilegio quindi infrangere un patto di
fratellanza opprimendo e sfruttando un'anima libera ed eterna. Accoglienza
Il conte di Carmagnola Alla sua prima apparizione, l'opera non ebbe gran
successo di pubblico né di critica. Se alla fine del 1819 Gaetano Cattaneo
annunciava all'autore, da poco a Parigi, l'imminenza della sua pubblicazione,
riferendo il giudizio entusiastico sull'opera di Ludovico Di Breme, e se al suo
apparire Silvio Pellico la apprezzò, affermando che la tragedia era
«generalmente lodata, e Monti stesso non trova a dire che sullo stile, che a
lui sembra troppo trascurato e prosaico», furono in molti a criticare il testo
(lo stesso Pellico ammetteva più avanti al fratello Luigi che «lo stile è molto
criticato», e che «non è lettura che trascini, perché gli eroi sono lasciati
troppo simili al vero»). Tra i numerosi articoli che attaccarono la tragedia il
più celebre è quello del drammaturgo e poeta francese Victor Chauvet, apparso
nello stesso anno sul Lycée Français a Parigi. Il problema principale, secondo
Chauvet, risiedeva nel mancato rispetto dell'unità di tempo e di luogo, ancora
canonica per il teatro tragico. Manzoni, che nei suoi scritti teorici, coevi al
Conte, aveva sottolineato lo scarso realismo che le unità pseudoaristoteliche
comportavano e l'esasperazione dell'io del protagonista che ne derivava,
rispose con la celebre Lettre. In Italia
tre interventi anonimi pubblicati sulla Gazzetta di Milano, ma riconducibili
alla penna del suo direttore Pezzi, criticarono severamente il Conte, né fu
diverso il giudizio della Biblioteca Italiana, anch'esso apparso anonimo nel
mese di febbraio e ascrivibile probabilmente al funzionario della magistratura
austriaca Sardagna, a Scalvini e Acerbi, direttore del giornale. In difesa del
Conte si schierò invece T. Goethe loda apertamente l'opera: il suo articolo,
che vide la luce sulla rivista Über Kunst und Alterthum, suscitò il vivo
ringraziamento del poeta, il quale gli inviò una lettera. Goethe scrisse ancora
in favore della tragedia, con altri due testi licenziati per la rivista
sopracitata. Più avanti curerà l'edizione delle Opere poetiche di Manzoni a
Jena, con una prefazione in cui veniva parzialmente ripubblicato il primo
articolo elogiativo, assieme a un saggio sull'Adelchi. Foscolo prese le
distanze dal giudizio del grande scrittore tedesco, deluso dal fatto che nel
dramma manzoniano non si avvertisse «mai chiaramente» un «contrasto di forti
passioni». La prima rappresentazione Già
Stendhal, scrivendo al barone Adolphe de Mareste, coglieva un aspetto
importante dell'opera, sostenendo che Manzoni, allora a Parigi, «avait fait, ce
printemps, deux actes fort longs sur la mort du général Carmagnola [...] Ces
actes étaient faits pour être lus» ([Manzoni] ha composto, questa primavera,
due atti molto lunghi sulla morte del generale Carmagnola Questi atti erano
fatti per la lettura). In effetti, la tragedia aveva caratteristiche che si
adattavano più alla lettura che alla scena. Così, passarono alcuni anni senza
che venisse rappresentata. Anche quando il 22 dicembre 1827, a Firenze, il
regio censore degli Spettacoli Attilio Zuccagni Orlandini chiese a Manzoni
l'autorizzazione per mettere in scena in quella città le sue due opere
teatrali, questi rifiutò, dimostrando, con una punta di ironia,
l'antiteatralità del Conte e dell'Adelchi. L'opera andò in scena ugualmente al
Teatro Goldoni di Firenze. La rappresentazione fu allestita dalla compagnia di
Luigi Vestri, e vide lo stesso Vestri nei panni del protagonista, mentre
Carolina Internari recitava nel ruolo di Antonietta, la moglie del Carmagnola.
La prima assoluta, però, non ebbe successo.
Traduzioni Già comparve in Francia, presso l'editore Bonange la
traduzione faurieliana del Carmagnola e dell'Adelchi, accompagnata dalla
celebre Lettre à M. Chauvet. Immagini della vita e dei tempi di Alessandro
Manzoni (a cura di Marino Parenti), Firenze, Sansoni, 1973, pp. 104-105; G.
Tellini, Manzoni, Roma, Salerno, Manzoni, Scritti di teoria letteraria. Schlegel, Corso di letteratura drammatica. ^
Carteggio Manzoni-Fauriel (a cura di Botta), Milano, Centro Nazionale Studi
Manzoniani, La storia di Bussone è
raccontata in F. Lomonaco, Francesco Bussone soprannominato il Conte
Carmagnola, in id., Vite de' famosi capitani d'Italia, Milano, Stamperia della
Storia Universale, Per le fonti, cfr. G. Tellini, nei documenti veneziani è sempre chiamato
Conte di Carmignola, vedi AdS di Ve reg.11 Secreti ^ Secondo le note avvertenze
premesse all'opera nella Prefazione, il "coro" nelle tragedie
manzoniane è un cantuccio nel quale lo scrittore parla in prima persona
esprimendo proprie riflessioni. ^ Carteggio di Alessandro Manzoni. 1803-1821 (a
cura di G. Sforza e G. Gallavresi), Milano, Hoepli, Carteggio, Tellini, Immagini
della vita e del tempo di Manzoni, cFoscolo, Della nuova scuola drammatica
italiana in ID., Opere, XI. Saggi di letteratura italiana (a cura di C.
Foligno), Firenze, Le Monnier, Opere inedite o rare di Manzoni, vol. II,
Milano, Rechiedei, Manzoni a A. Zuccagni Orlandini, Milano, 4 gennaio 1828, in
Tutte le lettere (a cura di C. Arieti), Milano, Adelphi, 1Tellini, Blazina,
Premessa alle Tragedie, in A. Manzoni, Poesie e tragedie (intr. di P.
Gibellini, note e premesse di S. Blazina), Milano, Garzanti, 1990, p. 269; cfr.
anche, Immagini della vita e del tempo di Alessandro Manzoni, cit., p. 106 Voci
correlate Opere di Alessandro Manzoni Francesco Bussone, conte di Carmagnola Il
conte di Carmagnola, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Il
coro conclusivo del secondo atto (La battaglia di Maclodio), su
studirisorgimentali.org. V · D · M Alessandro Manzoni Portale Letteratura Portale Teatro Categorie: Opere teatrali in
italianoOpere teatrali del 1828Opere teatrali di autori italianiOpere di
Alessandro Manzoni[altre]Nome compiuto: Lorenzo Gioacchino Trincheri. Trincheri.
Keywords: Andrea Speranza. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Trincheri” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Troilo:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della conflagrazione
– la scuola di Chieti -- filosofia abruzzese -- filosofia italiana – By Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Perano). Abstract. Keywords: conflagrazione. The phrase ‘Grice
italo’ is meant as provocative. An Old-World philosopher such as Turoldo would
never have imagined to be compared to a tutor at a varsity in one of the
British Isles, but there you are! It is meant as a geo-political reminder, too.
Many Italian philosophers have been educated in a tradition that would make
little sense of T. as a ‘Grice italo,’ but there you are. My note is meant as a
tribute to both philosophers. Grice has been deemed an extremely original
philosopher, and by Oxford canons he certainly was. He was the primus inter
pares at the Play Group, the epitome of ordinary-language philosophy throughout
most of the twentieth century. His heritage remains. T.’s place in the history
of philosophy is other. But there are connections, and here they are. Keywords:
Telesio, Quattromani, Alighieri, Cento. Filosofo abruzzese. Filosofo italiano. Perano, Chieti,
Abruzzo. O Archi. Filosofo. M. Padova, prof. di filosofia teoretica nelle univ.
di Palermo e di Padova. Socio nazionale dei Lincei. Partito dal positivismo del
suo maestro Ardigò, pervenne a una sorta di metafisica, da lui chiamata
realismo assoluto, che richiama il panteismo di Bruno e di Spinoza. Opere
principali: La filosofia di Bruno; Il positivismo e i diritti dello spirito;
Figure e studi di storia della filosofia; Lo spirito della filosofia; Realismo
assoluto. Insegna a Palermo e Padova. Lincei. Partito dal positivismo del suo
tutore ARDIGÒ, pervenne a una sorta di meta-fisica, da lui chiamata realismo
assoluto, che richiama il panteismo di BRUNO (vedi). L'essere eterno infinito,
tutt'uno con lo spirito assoluto, è il presupposto e il principio unificatore
degl’esseri relativi. Trascendente e indeterminato, l'essere si immanentizza e
si determina nella realtà e negl’individui, oggettivandosi di fronte ai
soggetti come assolutamente altro da questi.
Saggi: “Il misticismo”; Idee e ideali del positivism, La filosofia di
BRUNO”; “Il positivismo e i diritti dello spirito”; “Figure e studi di storia
della filosofia”; “Lo spirito della filosofia”; “Le ragioni della trascendenza
o del realismo assoluto”. Società Filosofica Italiana Sezione di Sulmona,
riferimenti in Garin, Cronache di filosofia italiana, Laterza, Roma; Pra F.
Minazzi, Ragione e storia nella filosofia italiana (Rusconi, Milano); Cappelli,
L'orizzonte filosofico: Idealismo e Positivismo, Pra. Dizionario di filosofia,
Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, T., biografia e nel sito della Società Filosofica Italiana,
Sezione di Sulmona "Capograssi". CLASSICI DEL RIDERE. BRUNO (vedasi),
In tristitia hilaris, in hilaritale tristis
Or eccovi un convito sì grande,
sì picciolo, sì maestrale, si disciplinale, sì sacrilego, si religioso che
certo credo che non v’è poca occasione da divenir eroico, dismesso. Maestro,
discepolo; credente, miscredente; gaio, triste; sofista con Aristotele,
filosofo con Pitagora, ridente con Democrito, piangente con Eraclito. Cena delle
Ceneri. Proemiale epistola
al signor di
Mauvissiero. sione democriteggiare,
che è nella
satanica Declamae che
zione della Cabala del
Cavallo Pegaseo, torna nel
dialogo della Causa Principio et Uno, dove il pensiero va con ala superba, per
altezze magnifiche. Ma è evidente dal testo dei passi stessi accennati che
BRUNO non intende affatto stabilire ne
una contrapposizione radicale di riso e di pianto, ne la sua posizione propria.
Mentre invece egli qui riguarda le cose dal semplice punto di vista esteriore e
comune; onde tutto si presta alla considerazione dell'uno o dell'altro di
questi, che si potrebbero chiamare anch'essi
A'jo lo^oi delle cose. Non senza piegare sotto questo
rispetto verso un impetuoso riso che circola e
guizza in tutte le sue opere e scoppia fin in mezzo agl’argomenti più
gravi, senza sottigliezza e senz’ambagi, aperto e rude, come un suggello di
giudizio e di sanzione. Ma se ben consideriamo la natura del suo riso, ci appare
come esso non ha mai nulla di esteriore o che puo farlo considerare quale fine
a se medesimo. Il comico, in quanto tale, veramente, non c'è in Bruno. In lui
non si aprono quelle brevi parentesi d’azzurro, che, per
esempio, tra- [Chi potrà donar freno alle lingue che non
mi mettano ne medesimo predicamento, come colui che corre appo h vestigi degl’altri,
che circa cotal soggetto, sia quando si
conclude la dedica dell'opera stessa, con austere parole in cui vibra il senso
profondo della nolana filosofia. Il tempo
tutto toglie e tutto dà. Ogni cosa si
muta, nulla s'annichila. È un solo che non può mutarsi, e può perseverare
eternamente uno, simile e medesimo. Con questa filosofia l’animo mi
s'aggrandisce e mi si magnifica l’intelletto. Suggestive parole, le quali, a
traverso la trama ridicola della favola, a traverso l'ingenuità e talora la
sconcezza degli svolgimenti e degl’episodi, costituiscono come un'atmosfera
di più profonda meditazione, entro cui s’accendono
d’opposto riflesso l'ilarità triste e la tristezza ilare dello psicologo, del
moralista, del filosofo. Cosi, il riso di BRUNO è veramente filosofico – cf.
Grice, LAUGH WITH PHILOSOPHY, NOT AT PHILOSOPHY --; e però esso non s'intende
nel suo significato e nel suo valore, non s'intende nel suo intimo segreto.
Spampanato. Alla Signora Morgana. SPAMP eccovi la candela che vi vien porgiuta
per questo Candelaio che da me si parte, la qual in questo paese, ove mi trovo,
puo chiarir alquanto certe Ombre dei- idee, le quali invero spaventano le
bestie, e come {ussero diavoli danteschi, fan rimaner gl’asini lungi a dietro;
ed in cotesta patria, ove voi siete, puo far contemplar l'animo mio a molti, e
fargli vedere che non è al tutto
smesso De V Infinito Universo e
Mondi. Wagner. Questa è quella filosofia
che apre gli sensi, contenta il spirto, magnifica l'intelletto e riduce l'uomo
alla vera beatitudin se lo si considera diversamente e sotto gl’altri
particolari e più facili aspetti che può presentare, come il letterario, e
quello morale, nel senso più stretto e più pratico della parola. Non che ciò
sia trascurabile. Ma certo non è tutto,
e non è il più. Onde è avvenuto che anche qualche grande, come CARDUCCI
(vedasi), non intende in particolare il Candelaio e disconosce in generale, in
BRUNO (vedasi), il filosofo. E che quel riso, se pur s’esplica nella forma
della comedia e della satira; se nel gonfiarsi delle tendenze letterarie ha
spunti di violento anti-accademismo e di anti-petrarchismo. Se ritrae i
tipi classici del pedante, dell'avaro
libertino, del marito sciocco, dello scroccone, etc, non è un riso, per cosi
dire, letterario. E s’ancora vuole, secondo la massima tradizionale, castigare
ridendo mores, non è nel senso immediato e, diciamo, esclusivo della morale. A
chi studii a fondo l'etica di BRUNO, appare come il riso e la satira del Nolano
non solo sono profondamente inseriti in essa,
ma quasi ne seguano lo stesso schema di svolgimento. Sembrano veramente
corrispondere alle tre fasi o aspetti dell'etica, la psicologica e descrittiva,
la costruttiva e, in certo senso, dialettica, e la conclusiva o razionale e filosofica propriamente) la satira
in concreto e in particolare, di vizii e difetti e debolezze e sconcezze degl’uomini.
La satira in astratto di quegli stessi vizi e difetti e imbecillità, considerati possiamo pur dire ex
altiore causa, criticamentee simbolicamente, in correlazione colle virtù,
negli O Eccovi avanti gl’occhi ociosi
princinii, debili orditure, vani pensieri, frivole speranze, scoppiamenti di
petto, scoverture di corde, falsi presuppositi, alienazion di mente, poetici
furori, offuscamento uomini e negli dei. La satira, infine, che ha vera e
propria intenzione filosofica, nella
critica e nel sarcasmo di carattere eterodosso verso i tradizionali valori
scientifici, morali, politici e religiosi, e che comprendendo e riassumendo
anche l’altre due forme accennate, esplica appieno il significato, della
tristitia hilaris e della hilaritas tristis. E si ha qui una profonda espressione di quella
oppositorum coincidentia, che, formula ricorrente nella filosofia di BRUNO, assume forse la sua
maggiore consistenza e significazione precisamente sotto l'aspetto morale,
nella caratteristica compenetrazione di riso e pianto, e nella fase culminante
dell'etica propriamente, colla trattazione, per quanto frammentaria e
balenante, del problema dell’opposizioni e dell’armonie morali. Si possono
distinguere, appunto, questi tre aspetti o momenti del riso di BRUNO; ed approssimativamente e
quasi a mo'd’esemplificazione, si possono riferire al Candelaio il primo; allo Specchio della Bestia trionfante
ed al Cantus Circaeus il secondo; ed il terzo allo Spaccio stesso, alla Cabala
del cavallo Pegaseo ed all’asino
cillenico, con i richiami alle altre
opere veramente costruttive, quali sorxO la Cena delle Ceneri, De la Causa,
Principio et Uno, etc. di sensi,
turbazion di fantasia, smarrito peregrinaggio d'intelletto, fede sfrenate, cure
insensate, studii incerti, somenze intempestive, e gloriosi frutti di
pazzia.Vedrete, etc. Candelaio. Proprologo. E di fronte a questa materia di
morale miseria, l'A., nell’evidente contrapposizione del urologo al Proprologo,
delinea se medesimo, a L’autore, si voi Io conosceste, direste, ch'ave una fisionomia smarrita, etc. per il più, lo
vedrete fastidito, restio e bizarro, non si contenta di nulla, ritroso, fantastico
com un cane ch'ha ricevute mille spellicciate, pasciuto di cipolla. Non sono
inutili la distinzione, necessariamente sommaria, ed il riferimento ai tre
gradi progressivi dell’etica; giacche questa nota di coincidenza e d’analogia
può far vedere come il riso di BRUNO non
è un episodio, ma ri-entri quasi nella linea della sua filosofia e, in
sostanza, tiene della stessa suggestiva profondità di tutta la sua etica.
Perciò la materia della satira, la quale non è leggiera, come potrebbe forse
apparire a taluno, ma più tosto grave e pensosa, pur nella facezia e nella
licenza, è disposta secondo quella triplice divisione che naturalmente segue la
partizione dell'etica di BRUNO. Comunque, è ben certo che il significato del
caratteristico riso di Bruno sta nel complesso dei suoi momenti e dei suoi
aspetti. Solo nell'insieme, e sopra tutto tenendo conto della sua formula
integrale che s’estende alle considerazioni estreme della filosofìa, ma costituisce
pure il solenne avvertimento ed il motto del Candelaio, si può intendere il suo
vero senso umano ed universale, il suo valore filosofico. Bisogna tener conto
della formula compiuta, ch’esplicitamente apposta alla prima opera italiana, a
quella che più s’avvicina nella forma e nel contenuto ai molti e tradizionali
componimenti morali del tempo, sta ad indicar quasi di questo l'avviamento
verso uno spirito nuovo; e, riprodotta più oggettivamente, in uno scritto, fra
altri, di prevalente sostanza etica, che è dei più personali ed importanti, il
De Vinculis, come a ragione giudica TOCCO (vedasi), sembra abbracciare l'intero
sistema morale e filosofico di BRUNO. A prescindere dagli strani richiami, i quali, pur facendo la necessaria
parte alla consueta fantastica associazione di BRUNO, prendono un significato
rilevantissimo allorché vediamo, e dobbiamo pur confessare senza intenderne a pieno il motivo e la
portata reale, ricongiunti in una relazione singolare la luce del Candelaio e l’ombre
dell’idee, la filosofia della comedia e la filosofia dell’Infinito Universo e
Mondi e molti altri accenni si potrebbero trovare ancora nell’altre opere; a
prescindere da ciò, e ben evidente che anche un sommario esame della formula
dell’ilarità di BRUNO ci riporta, per
cosi dire, nel cuore della sua fondamentale inspirazione filosofica. Certo essa
si presta ad un'analisi puramente e strettamente morale; a cui è connesso un
atteggiamento particolare psicologico, sentimentale del filosofo. Da tal punto
di vista potremo cogliere qualche lato del pensiero, qualche momento dello
spirito bizzarro e tempestoso di BRUNO. Ma se, arrestandoci a ciò, ritenessimo soli o ponessimo definitivi
questo lato e questo momento, noi non
avremmo e non intenderemmo affatto BRUNO nella sua interezza e nella sua
essenza, sotto questo rispetto. Il fastidito, il perseguitato, l'insonne,
l'errante, il misconosciuto, l'odiato può anche umanamente esprimere un senso
tragico, di riduzione e quasi di confusione, in un disprezzo ed in un'amarezza
superiori, della sua tristezza e del suo riso; può, sopra tutto, esprimere la
sua forza tremenda, ridendo nella tristezza ed essendo triste nell'ilarità; può
anche, mefistofelicamente, ridere laddove gl’altri piangono e piangere laddove
gl’altri ridono; può, infine, riportare tutto ciò ad un senso vago di
scetticismo e di Bruno, In
tristitìa hilaris, etc. 2. pessimismo,
che più d'una volta pur si accenna
nell'opera di BRUNO; ora in forma propria, come per esempio in quelle parole
del Candelaio dove si dice, m conclusione non esser cosa di sicuro, ma assai di
negocio, difetto a bastanza, poco di bello e nulla di buono, ora con qualche
formula usuale, come il biblico omnia vanitas. Massime l’ilarità triste, presa
separatamente, si presta ad una significazione più particolare, esprimendo quella che è l'essenza amara d’ogni
satira; la quale veste di riso ciò che in realtà è solo degno di compassione pella
sua debolezza, pella sua deficienza, pella sua bruttura, specialmente
nell'ordine umano. Ma questo, mentre non dà il lineamento vero ed intiero di
BRUNO, riferendosi solo al flusso delle
sue vicende personali, intellettuali e sociali, se ben si consideri presuppone, in fondo, una diversa e superiore
posizione della sua stessa personalità; e, ciò che più importa, ancora, un
diverso e superiore punto di vista della sua speculazione morale propriamente
detta e filosofica. Il che appare dalla prima parte della formula, e più
dall'insieme. L’ilarità che è triste e la tristezza che è ilare non indica un
bisticcio, si una intuizione profonda, morale e
filosofica; in quanto non si limita a considerazioni parziali d’umanità,
ma scende alla totale contemplazione umana, ed a questa aggiunge, anzi connette
in un inscindibile complesso, la considerazione della realtà universale. Sono l’ultime
parole che precedono l'entrata del Bidello. Naturalmente qui il senso è del
tutto particolare e riferito al mondo del Candelaio, che sta per entrare materialmente in iscena. A nessuno più che a
Bruno ripugna la concezione della realtà umana staccata ed avulsa dalla realtà
totale; e più a lui ripugna quella definizione dell'uomo, a cui accenna non
senza ironia Benedetto Spinoza, come l’animale capace di ridere. Qui siamo
fuori del campo morale, sia che questa capacità di ridere si prenda nella sua
espressione più semplice e primitiva, nella sua espressione inferiore e FISIOLOGICA
(BERGSON – risus significat naturaliter laetitiam animae -- dove, in sostanza,
non e che l'animalità. nel senso pre-umano, dunque; sia che si prenda nel senso
estremo opposto, nel senso cioè di NIETZSCHE, che nel Super-uomo travolge
l'Uomo. L'umanità vera ha il suo segno nel riso che si fa pensoso di tristezza
e nella tristezza che s'illumina in una
visione trascendente di gioia; SEGNO NATURALE vero d’umanità, che è morale ed estetico
insieme, e che ha in Bruno un assertore d'incomparabile energia. II quale trae
il motivo e la forza possente e luminosa dell'affermazione sua, in un certo
senso nuovissima, non già da fonti, che trascendono, in sostanza, l'uomo e la
realtà, come sono propriamente le fonti e gli
ideali religiosi, al di là, immortalità, ricompensa divina, etc, che
fanno piacente la tristezza, il dolore, la morte, bensì dalle stesse fonti
della vera umanità e della vera realtà, in una superba considerazione
filosofica. Cosi ritroviamo Bruno e cogliamo il vero suo spirito. Cosi, d’un
punto di vista più particolare ma non meno importante, possiamo intendere come
se la rozza asprezza dell'autore, e
circostanze speciali della sua vita e del suo tempo, lo conducono a parlar
volgare e sconcio, adoperare forme e figure licenziose e toccare talora
l'oscenità, tutto ciò è trasfigurato e purificato nell'intento profondo che lo
domina: qui veramente il riso, che sembra infettarsi d’elementi estremi, è
triste. Questa tristezza purifica e redime; ed accenna, appunto, a qualche cosa
di più alto a CUI mira il filosofo, e
che trascende l’ilarità per se e la tristezza in se. Così, la considerazione dell’ilarità
di Bruno ci conduce a veder, sotto nuova luce e forse non meno profondamente
della pura indagine speculativa, una parte, da cui non si può prescindere, del
suo pensiero. Di là dalla hilaritas tristis, la tristitia hilaris può riferirsi
ad un altro importante aspetto dello spirito
di BRUNO: l'ottimismo. Il quale ha la sua vera significazione,che ri-appare
con altre forme, in altri sistemi, non tanto copie espressione morale per se, o
perchè conferisca una coloritura particolare alla visione di BRUNO del mondo;
ma in quanto esprime, in certo modo, l'aspetto intrinseco e la risoluzione
culminante della realtà stessa. L'ottimismo morale qui è coessenziale,
assolutamente, coll'essere e coll'immanente suo ordine ontologico: il nuovo
mondo della realtà infinita che, escludendo ogni trascendenza, è essere,
potenza e legge eterna a se, non può non essere, per ciò stesso, che uno
ahsolutissimo in cui Ente, Vero, Bene fanno la medesima cosa. Che significato
possono avere in questo universo il dolore, il brutto, il disordine, il male e
la morte, il caso e la fortuna? ALLA
BRUNO, tutto ciò appartiene alla superficie, alla esteriorità, alla contingenza
ed alla transitorietà del mondo; tutto ciò che è pluralità e particolarità è la
spuma che si gonfia, scorre e si frange sulla realtà; non è la realtà; tutto
ciò è di ente, non ente. come dice con sottigliezza grammaticale, ma con
pensiero profondo Bruno. Il mondo si presenta, dunque, sotto questi due aspetti: quello della totalità,
dell'unità, dell'assoluto e dell'eterno; e quello del vario, molteplice,
fluente, disgregantesi nel tempo e nella particolarità. L'uomo sta di fronte a
questo mondo, spettatore e partecipe, ad un tempo, della sua realtà e della sua
transitorietà; di fronte a questo enorme ritmo, ond'esso quasi sgorga e si
discioglie fuori di se, nel molteplice, nel disgregato e nel relativo, e si rituffa in se nella
pienezza dell'essere ch’è assolutezza d'eternità. Allora l'uomo che riguarda e
ch’agisce in questo mondo, se si fermi a ciò che è particolare, scorre e cambia
volto, può e deve trovar motivo alla sua tristezza; ma s’approfondisca lo
sguardo e l'azione, allora il particolare transfluisce nell'universale, il
contingente nell'infinito, il relativo nell'assoluto: la visione e la consapevolezza di ciò può dare,
dà, filosoficamente, la tristezza gioconda. Questo e il segno del conseguimento
della più alta coscienza e della più profonda realtà; questa è la visione sub
specie aeterni, ed è quasi comunicazione coll'assoluto. Allora la tristezza
svanisce; alla realtà particolare e contingente subentra un'altra più profonda
realtà. Dileguano le nubi e brilla il
sole, o apparisce il cielo stellato. Il riso stesso s’è trasfigurato; esso,
ormai nel campo della contemplazione e dell'azione più alta, è divenuto eroico
furore e beatitudine. BRUNO vuol
accogliere quanto di più caratteristicamente espressivo dell’ilarità triste e
della tiistezza ilare circola, guizza o s'indugia nella vasta opera di BRUNO
(vedasi), e le dà un fascino strano ed acuto. Forniscono qui la materia solo gli scritti ITALIANI; che
sono più varii di contenuto e più vivi di forma e quasi più liberamente
riflettono l'anima del filosofo e dell'uomo. Laddove i latini sono o più
tecnici e scolastici, come quelli ch’appartengono ai gruppi dell’opere
Lulliane, Mnemoniche, Espositive e critiche; o più solenni come le brevi,
importantissime Orazioni; ovvero rielaborano più rigidamente, in gran parte con
veste poetica, come De minimo. De Monade e De Immenso, contenuto d’opere
italiane. Tuttavia, neppur l’opere latine mancano di qualche sprazzo del
pensoso suggestivo riso, come il Cantus
Circaeus; il quale, mentre riguarda l'arte della memoria, è di carattere
essenzialmente morale. Forse non appare chiaro
a prima vista il significato messo in rilievo
e che possiam dire ascendente, del riso di BRUNO, secondo lo schema
generale dell'etica. Ma se ben SI consideri, esso risulta, in sostanza, non
meno sicuro che l’intima compenetrazione di quel riso in tutte le parti
dell'opera del nolano, anche nelle più
astratte, speculative ed astruse; come là dove si tratta dell'eroico
slancio pella conoscenza e pell’ideale,
o della cosmologia, dei principii
dell'universo e della verità. La
Filosofia di Bruno, Le
opere di Bruno. Bruno, Coli. Profili,
Formi'gglni, Roma. La materia
morale agitata dal filosofo è una; massa viva e turbmosa su cui cadono il suo
ghigno e la sua tristezza, come gocce di fuoco. Ma non si può sconoscere la
differenza dell'atteggiamento spirituale, e, in un certo senso, del fine
medesimo, nel Candelaio, per esempio, ed
anche in pagihe affini d’altre opere, e nello Spaccio della Bestia trionfante.
Nell'uno v'è, sopra tutto, il quadro satirico, dipintura e constatazione dei
vizii e difetti e debolezze e sconcezze degl’uomini; nell'altro
l'approfondimento critico di tutto questo mondo, e la contrapposizione fra
simbolica e dialettica di corrispondenti pregi, virtù, valori, nel cielo e nella
terra, negl’uomini e negli dei.
Nell'uno è la materia fermentante ed oscura di Menandro e di Teofrasto, di
Plauto e di Terenzio, di Machiavelli e di Molière; nell'altro la materia di
Xenofane e d’Aristofane, ed è anche, come non a torto è stato da taluno notato,
lo spirito d’ALIGHIERI. Poiché la bestia
che si deve spacciare non è solo ciò che d'impuro e triste offende praticamente
l'uomo e il convitto umano, ma quello
altresì che contamina e sminuisce i diritti, la libertà, la santità della mente
nelle sue più alte funzioni contemplativa e speculativa. E, insomma, trattasi
dell'affrancazione totale dell'uomo e dello spirito, che fanno tutt'uno. E come
nel Candelaio medesimo c'è qualche oscuro accenno a più profondo intento ed a
relazioni speculative, cosi lo Spaccio della
Bestia trionfante segna la strada
La filosofia soggettiva,
l'Etica- Bruno. Profilo
cit. pella più completa conquista etica ed elevazione spirituale.
Purgare, liberare: questo è il motivo dell'opera strana e stupenda di fantasia
e di riso. Purificare ciò che è fuori dell'uomo, ma che cosa è fuori dell'uomo,
dal punto di vista morale?, e ciò che è
nell'uomo: il mondo superno e celeste, che la
scienza tiene incorruttibile, e che al filosofo appar pieno e guasto
d'infinita corruzione; e perfino il mondo infero, la sede stessa del peccato e
della bruttura, che la credenza a quello opponeva. Abbiam notizia d'un dialogodi BRUNO, Il Purgatorio dell’Inferno il quale nel
titolo d'apparente bisticcio ma di trasparente significato, completa
suggestivamente il disegno della totale purgazione. Occorre, finalmente, mondare e rinnovare la
scienza e la filosofia, la stessa mente umana; ed a questo mira, con passione
intensa, con forza eroica, il filosofo.
E se tale opera, che più propriamente riguarda lo spirito, appare nella
forma ridicola di quella vivacissima e scintillante trattazione che ha per Nella
Cena delle Ceneri, Teofilo, Bruno, dice:
Non dubitate, Prudenzio, perchè del buon
vecchio non ri si guasterà nulla. A voi, Smitho, manderò quel dialogo del nolano,
che si chiama Purgatorio dell'Inferno, e ivi vedrai il frutto della redenzione.
L'accenno al frutto della redenzione, che forse rende estremamente eterodosso
lo scritto, non toglie nulla all'idea dello spaccio dell'inferno; forse la
rende più forte. Cosi pure, per essa
nulla importa che, a quanto pare, il purgatorio
sia stato composto qualche anno avanti della Bestia trionfante. L'idea potrebbe
essere stata estesa dall'inferno al cielo. Ma
l'opinione di BERTI (vedasi), Vita di BRUNO, e di Frith, Life of Bruno, Londra, resta
anche da dimostrare. L’Asinità, ciò non
oscura affatto il pathos intenso e puro ch’agita ogni fibra dell'instauratore e
che sembra discendere in lui dall'ardore stesso
del divino Platone. Ne la frenesia da cui si lascia trasportare Bruno
impedisce di scorgere, d’ultimo, la sovrana bellezza della visione che s'apre
davanti al suo occhio profondo, ed
innanzi alla quale egli stesso rimane estatico e commosso. Così come per
Xenofane colofonio, del quale v'è qualche traccia nello spinto del Nolano e
Castrucci; che dopo aver spacciato, sia lecito adoperar questa espressione, gli Dei della superstizione,
dell'ignoranza e della corruzione, riguardando nel cielo, purificato, dice che
tutto è Dio. Culmina, dunque, la critica, la satira, la derisione e la
tristezza delle brutture e degl’errori umani, un mondo morale e spirituale di
bellezza, di bontà, di verità. All’instaurazione cosmologica, onde si rompevano
e disfacevano i palchi dipinti e i congegni
d’orbi e di cieli, si congiungono l’instaurazione morale, e l’intellettuale,
le quali finiscono per coincidere, sul principio dell'indissolubile ternano d’Ente,
Vero e Bene; che Bruno contempla, ragiona e
sente con impeto straordinario.
Candelaio e Canto di Circe, Spaccio della Bestia trionfante ed Eroici
furori. Cena delle Ceneri e Asino cillenico. Cabala del cavallo pegaseo e
Causa Principio et Uno esprimono e fondono
insieme, a traverso. Noti sono i
framm. di Xenofane circa la critica degli Dei. Quello citato è riferito d’Aristotele, Metafisica. Le diverse
interpretazioni del passo non disdicono al concetto fondamentale qui adombrato.
i momenti che singolarmente rappresentano i valori del mondo e dello
spirito. E però, non illegittimamente, si chiude questo libro dell’ilarità triste e dell’ilare tristezza di Bruno, che speriamo rechi
qualche vantaggio, illuminando la pur sempre scarsamente conosciuta opera del nolano,
con alcune fra le pagine più solenni della sua filosofia, fra le parole più
alte della sua anima. PA scr _ mp Te & Ut Vi ettemeea - IYTXXXXXCCC - ARAI
SERA TRE RARA A RATA Ia Baia pae run so vna cen nnarnasò svnasesa ti Fr TIZIA
CE /6I , Pg PROFILI sono graziosi volumetti elzeviriani impressi su carta fili-
granata di lusso, accuratamente ri- legati in falsa pergamena e adorni di fregi
e di illustrazioni. Saranno tutti opera di autori di singolare competenza: non
aridi riassunti eruditi, ma vivaci, sinte- tiche e suggestive rievocazioni di
figure attraenti e significative scelte senza limiti di tempo o di spazio. I
profili soddisferanno il più nobilmente possi- bile alla esigenza,
caratteristica del nostro tempo, di voler molto apprendere col minimo sforzo,
ma in una sobria ed avveduta appendice bibliografica daranno una guida fresca
ed utilissima a chi, con maggior calma, vorrà approfondire la conoscenza di una
data figura. Spero che questa mia raccolta sia per diven- tare un pane
spirituale veramente indispensabile per tutte le persone amiche della coltura e
che sia per essere considerata l’ornamento più ambito, più ricco e meno
dispendioso per tutte le biblioteche e per tutte le case. Formiggini. [ORE ==
=" i; È f x i. 3 Y fs x > 7 \ =f 7° 4 z O FÀ \AY AV S = SUL =,
Bernardino x * lTlelesio f si Ul Mm X @ zeri) | \\ i Ò \ il ed ALU A. F.
FORMIGGINI EDITORE IN MODENA “E = d TELESIO
(°) I elesto A. F. FORMIGGINI MODENA Ogni
esemplare dovrà portare impressa a secco nel frontispizio l’ impresa
editoriale. O. Ferraguti e C. Tipografi - Modena, Via Servi, 5. i . ue I — >
+ gr - x 2 2/ 1753 4 Veritatis] « certe solius nos amore illecti, et hanc
venerantes solam, in iis quae ab antiquioribus tradita erant acquiescere im-
potentes, diu rerum naturam inspeximus, et conspectam, ni fallimur, tandem
mortalibus aperire voluimus; nec liberi, nec probi ho- minis offici fungi
judicantes, si generi illam humano invidentes, aut invidiam ab homi- nibus
veriti, ipsi illam occultaremus >». B. Terres De rer. nat. III, I. I. L
passaggio dal Medio Evo al Rina- scimento segna una rivoluzione tra le più
profonde dello spirito umano. Preparata lentamente nel corso di più secoli,
essa presenta forme molteplici e complesse, investendo gli aspetti este riori e
la contenenza intrinseca del pensiero e della vita; mutando e rinnovando tutti
i valori, ideali e reali, teoretici e pratici, che avevano giàcostituite le
vecchie tavole. ci Una tale rivoluzione, appunto per-. chè è una radicale
trasformazione di valori, va considerata ed è in complesso, essenzialmente una
rivoluzione filosofica. Nè in altra guisa si potrebbe 10 E. Troilo designare e
caratterizzare quell’ influsso intimo ed unico che sorregge, animandolo ed
illuminandolo, il moto totale e le manifestazioni speciali tipiche di
rinnovamento; quella potente vena che pulsa e s' irradia per tutto, dall’ Arte
alla Politica, dalla Scienza alle forme e costituzioni pratiche della vita
individuale e sociale. In verità, quando parlasi di Filosofia, si suole
intendere, in genere, la costruzione e la formula- zione più o meno
architettonica, riflessa e teoriz- zata di dottrine e di sistemi; e si
trascura, così, un aspetto elementare ed essenziale della filosofia stessa: più
oscuro ed indistinto, ma più vivo; meno ragionato, ma più immediatamente
sentito; l’ aspetto pel quale la filosofia è primitiva ed immanente, sta e si
rivela alle scaturigini, al cuore della vita e costituisce il vivente modo di
essere, la dialettica stessa dello spirito. Certamente, questo aspetto tanto
poco consi- derato, e che si può chiamare la filosofia implicita, non ha
propriamente compiutezza e consapevo- lezza se non nella filosofia elaborata,
tecnica ed esplicita dei filosofi; ma ben è certo che questa stessa non è e non
s'intende, a sua volta, senza quella prima forma. la quale ne costituisce il
ter- reno, l’ atmosfera, le condizioni necessarie di ger- minazione e di
sviluppo. E poichè essa, indistintamente, è in sostanza, tutto lo spirito,
nella sua intrinseca, spontanea, pri- mordiale attività, fa d’ uopo riconoscere
che senza di essa, non sono e sicuramente non s’ intendono appieno, le
produzioni varie e individuate dello Bernardino Tesesio. 11 spirito stesso in
un periodo storico. È lo spirito unico, il quale, nel ritmo eterno di azioni e
reazioni infinite palpita, urge, crea nella massa incande- scente della vita e
della storia; e determinandosi, si esprime e traduce in due maniere, o in accadimenti,
fatti ed istituti vari, in forme cioè che col Vico, si potrebbero chiamare
corpulente, o in or- dine di pensieri puri, di speculazioni particolari e di
dottrine astratte. Ora questo duplice modo della filosofia, in nes- sun altro
periodo si afferma e si manifesta più evi. dente, più energico e più
significativo che nel Ri- nascimento; in quel fremito vasto di vita nuova che
pervade, avvolge ed infiamma si può dire dal Mille in poi — dal terribile Mille
I’ Europa intera; ma che ha, ben a ragione, il suo focolare più in- tenso, la
rivelazione più compiuta nell’ Italia: ben a ragione; poichè quì erano le
ceneri, piene di fati, di due civiltà universali. Il Rinascimento è tutto
impregnato di filosofia; quella indistinta ed implicita circola nel sottosuolo
e alimenta e feconda fiori e frutti della mirabile primavera dello spirito;
preparando, insieme, la ela- borazione delle dottrine e dei sistemi che compor-
ranno, nel senso più specifico, la nuova filosofia: questa dà il suggello
chiaro e preciso al movi- mento profondo: dal complesso veramente risulta che
la Rinascenza è l’ era dei nuovi valori. Si pensi, infatti: — L’ uomo, dopo il
lungo tor- bido sogno, si scuote, si muove; abbandonando le oscure rive medioevali,
allontana l’ incubo del tra- scendente, ripiglia possesso della viva realtà, e
con 12 E. Troilo ardore quasi mistico la contempla, la penetra in mille guise; Il’
uomo slarga i confini del mondo scoprendo nuove terre e nuove cose: ed estende
i confini dello spirito e dell’ attività pratica, con la ricerca affannosa e
col ritrovamento felice di li- bri, documenti e segni dell’ antica sapienza e
del- P antica bellezza; con invenzioni di congegni e di meccanismi; con imprese
molteplici ed ardimen- tose: — l’uomo ricostruisce spiriti e forme della
letteratura e dell’ arte, creando da un lato la satira più meravigliosa del
medioevo cavalleresco e sco- lastico, e sottraendo dall’ altro, la storia delle
vi- cende politiche e sociali, al motore immobile della provvidenza, per farne
una dialettica reale ed u- mana; — l’uomo rinnova strumenti e sistemi del
conoscere, e trasforma, di conseguenza, direttamente o indirettamente, i
criteri del valutare e dell’ agire, e si sforza, in fine, di riassumere ed
esprimere tutto questo mondo nuovo, nella forma mirabile della nuova musica; —
tutto ciò, e lo stesso gettarsi nel- I esaltazione del godimento e dell’
ebrezza, sino a scendere a traverso e presso le corti di principi e prelati,
all’orgia ed alla corruzione, che cosa è se non, appunto, una trasmutazione
radicale di valori ? Il medio evo è finito veramente. Invano qualche aspro
tentativo di reazione insorge qua e là; invano frate Girolamo Savonarola cerca
disperatamente ri- durre lo spirito, la vita, la società e la chiesa stessa
dentro le strettoie di un mondo in dissoluzione: i nuovi principii e i nuovi
valori s' impongono ormai vittoriosi, e con essi sgorga e sale la nuova filo-
sofia propriamente detta. Telesio. Telesio ne è l’instauratore; e lui che inter
novitios prae omnibus commendatur, giu- stamente Francesco Bacone proclama
novorum ho- minum primum, in quelle sue singolari opere, ima- ginose e
profonde, della Storia Naturale (Silva Sil- varum) e della Filosofia di
Parmenide, di Telesio e di Democrito, trattata nella favola di Cupido e del
Cielo, dove egli sembra tender l’ orecchio ad ogni voce, ad ogni fremito nuovo
o rinnovato del pensiero, e cogliere, con intuizioni geniali, i destini — della
nuova scienza e della nuova filosofia. Ma quasi per ragione di contrasto, che
viene qui ad assumere particolare aspetto di ricorso sto- rico e spirituale,
Telesio, questo primo degli uo- mini nuovi, questo promotore ed esponente a un
tempo, della grande rivoluzione filosofica della Rinascenza, ci appare con la
vita e col pensiero tutto circonfuso e pervaso di un tranquillo senso di
raccoglimento e di serena imperturbabile ar- monia. i È questo il carattere
peculiare della sua perso- nalità. Egli viene da un angolo solitario
dell’Italia me- ridionale; da quella terra cosentina che si può dire tutta una
fantasiosa bellezza; tra l’amena valle del Crati, non a torto gloriantesi del
nome di Tempe, e le magnifiche asprezze della Sila; da quell’ am- biente
intellettuale squisito, preparato dalle finezze letterarie e classiche del
Parrasio e dei Tarsia, dei Martirano e di Antonio Telesio (zio del Nostro),
dove si ragiona di poesia, si comentano Cicerone ed Orazio, Ovidio e Tibullo,
si conversa per epi- 14 E. Troilo stole forbite, si approfondisce |’ erudizione
latina e greca, si rinnovano miti e figurazioni antichi, e s' inneggia con
fresca inspirazione alla natura; non senza tentarne qualche indagine, come fa
appunto Antonio Telesio, il quale da una parte, precedendo il nipote nell’
argomento, scrive un trattatello sui colori, e dall’ altra canta, con un certo
impeto che fa quasi presentire Bruno, Omniparens Natura, hominum rerumque
creatrix, Difficilis, facilis, similis tibi dissimilisque, Nulligena,
indefessa, ferax, te pulchrior ipsa Solaque quae tecum certas, te et victa
revincis.... Da questo terreno con tanto amore e gusto coltivato, in una pace
quieta e primitiva, mal- grado le agitazioni e le aspre vicende politiche,
sorge la nuova filosofia con spirito sereno e puro, quasi dal grembo stesso
della natura, e quasi traendo i succhi dalle radici profonde della filosofia
greco- italica. Non è questa, appunto, la Magna Grecia, il paese su cui si
riflette e risuona la divina bellezza della natura e del pensiero dell’ Ellade;
il paese fra il mare lucente ed il monte frondeggiante, fecondato quasi dall’
intuizione di Pitagora e dalla medita- zione di Parmenide? Da questo ambiente
si leva, calma chiara e lu- minosa, la filosofia telesiana, a contrapporsi, in
mezzo al grande rivolgimento ed ai fremiti nuovi che scuotono l’ Italia e 1’
Europa, al groviglio ine- stricabile, secco, sterile e petulante del sapere
tra- dizionale e ufficiale delle Università e dei Con- Bernardino Telesio. 15
venti. Di là toglie Telesio il carattere di dolce e composta serenità; che
sorregge ed ac- compagna tutta la sua vita; che consiglia i lunghi studi nella
meditazione di un ritiro solitario o nella contemplazione immediata e viva
della natura; ac- compagna i suoi viaggi e le intellettuali peregri- nazioni a
Roma, a Brescia, a Padova, a Napoli; conforta la lenta elaborazione delle nuove
dottrine; gli conquista simpatie e favori di dotti e di si- gnori, di cardinali
e di papi, e lo fa soprannomi- nare, fra l’ universale amore ed estimazione, i/
fi- losofo buono. Nato da stirpe di letterati ed eruditi in Cosenza, T. anda collo
zio Antonio a Roma, per ragione di studio, e vi si trovò quando avvenne il
sacco fa- moso; anzi in quel frangente fu fatto e tenuto pri- gioniero per due
mesi, non si sa bene per qual motivo, e venne liberato in grazia del
conterraneo Bernardino Martirano che aveva seguito, con alta carica, l’
esercito invasore del Connestabile. Abbandonò allora Roma e si recò a Padova
dove si addottora, essendosi reso piena- mente padrone dell’opera aristotelica,
ed avendo atteso con singolare amore agli studi di matema- tica, di ottica, di
medicina e di scienze naturali. A poco a poco, nelle incessanti meditazioni e
nelle osservazioni dei fenomeni della natura, sorse nella sua mente come da una
fonte intima che dentro gli si discoprisse, il pensiero di ben altra filosofia
da quella corrente appoggiata sulla tra- dizione e sui dogmi; lungamente la
pensò, e la delineò nello spazio di quasi trent’ anni, e solo nel 1565, dopo
scrupolosissime prove, ne pubblicò i primi due libri: chè gli altri sette non
apparvero se non nel 1586. Tale lentezza non sta forse a mostrare che il
Telesio sentiva la importanza e la responsabilità dell’ opera sua, di contro al
sistema della secolare filosofia? Così tutta la sua vita fu occupata dall’ alta
spe- culazione. E poichè essa fu pura, ilare e semplice, come illuminata da una
grande luce interna, volta ad un gagliardo ideale, coronata di bontà, non
potette mancarle intorno un’aura di confidente amicizia e di serena dolcezza.
Una lunga serie di papi, Clemente VII, Paolo III, Paolo IV, Pio IV, Gregorio lo
stimarono, lo tennero caro e vollero dargli favori e cariche: il filosofo sem-
plicemente e dignitosamente spesso ne rifiutò. Tutti gli uomini più illustri
del tempo ebbero bella fa- migliarità con lui, Quattromani e Martirano, Bembo e
Contarini, Francesco Muti e Francesco Patrizi, Giovanni della Casa ed altri: ma
forse ciò che più al filosofo riuscì gradito, fu l’ affetto e la venerazione
del popolo e della sua città, di cui fa testimonianza nella calda Oratione,
Giovanni D’ Aquino. Vita degna di un filosofo che ricongiungeva il suo pensiero
ed il suo spirito alla più pura e salda filosofia greca: calma ed uguale nella
tranquillità e nella buona ventura famigliare ed intellettuale ; calma ed
uguale quando la sciagura si abbattè so- pra la sua casa, ed egli fu privato
immaturamente della buona compagna, ed ebbe morto il fratello bene amato, e
vide assassinato (l'oscurità regna Bernardino Telesio. 17 sul triste caso) uno
dei figli. — Vennero da ultimo il sospetto e l’avversione della Chiesa; ed
insieme alla persecuzione non mancarono l’ invidia e la ri- strettezza. Ma il
filosofo nella sua forza e nella sua dignità è pur sempre uguale a sè stesso.
Tal- volta qualche doglianza egli ne muove ma la tristezza ed il risentimento
non tra- smodano: Egli è un Saggio; e come aveva iniziata la sua vita
spirituale, aprendo ’ anima pagana- mente alle meraviglie della natura, tra i
fiumi e i monti della patria, così la conchiude con un canto alato; è il canto
scritto per donna Giovanna Ca- striota nel 1586. E il Saggio finisce
serenamente, extatico quasi stupore praepeditus. Era, appunto, la personalità
di tale filosofo che aveva formato un’ atmosfera di consenso e di con- fidenza
attorno a quelle dottrine, che solo più tardi dovevano essere condannate all’
autore. La opposizione ad Aristotile, il grande filosofo che, per un curioso
destino dovuto all’ opera degli Aristotelici e ad un insieme di cause ben note,
ha lo strano compito di incarnare e rappresentare il duro, angusto e sterile
pensiero medioevale, era già incominciata da tempo; sia a traverso l’ironico
sorriso e le punte della nuova letteratura, special. mente in quei bizzarri
centoni che sono come la parodia delle somme, dei codici ortodossi della sa-
pienza e della saggezza scolastica; sia nella com- media talvolta, oltre che
satirica, dal ghigno amaro: era incominciata anche, in senso più strettamente
filosofico, con un istintivo più che riflesso con- trapporsi di Platone e dei
Platonici allo Stagirita Proriti, — Telesio. 2 18 E. Troilo ed ai suoi seguaci;
e via via era pervenuta ad es- sere a dirittura fiera di rampogne, di accuse e
di odi, irruente e spesso eccessiva, come appare per esempio in Paracelso e in
Mario Nizolio, in Ramo e in Patrizi. Telesio ebbe il buon senso ed il buon
gusto di ricondurre l’ opposizione ad Aristotele nei limiti di una critica, che
è viva, continua, senza quartiere; ma che, nello stesso tempo, non trascende in
vane declamazioni ed in poco filosofiche insinuazioni. E così essa acquistava
in serietà e consistenza e poteva, insieme, affermarsi senza destar sospetti e
reazioni. Nè tale misurato atteggiamento verso l aristo- telismo, che si addice
alla posizione nettamente e chiaramente assunta e delineata dal filosofo co-
sentino contro quelli che, egli dice, ante nos mundi hujus constructionem
rerumquem in eo contentarum naturam perscrutati sunt, ed è senza dubbio abile
ed efficace, può ritenersi dovuto a calcolo e ad in- fingimento ; ma deve certo
attribuirsi alla composta serenità del suo pensiero ed alla equilibrata ar-
monia e liberalità del suo temperamento greco. Nè, ad ogni modo, esso vela o
attenua l’interezza e l’ essenza dell’ opera sua. Non è tanto Aristotele che
importa a Telesio, ma la Verità, quella di cui è innamorato e di cui tanto
infiammatamente parla. E così, di fronte ai problemi metafisici e religiosi
finali, egli non smar- risce la visione sicura della via da percorrere o da
aprire nuovamente; a lui importa la Natura, da studiare con diverso indirizzo e
con tutt’ altro Bernardino Telesio. 19 animo del solito; il resto, credenze o
realtà trascen- dentali, non lo preoccupa, e permanga pure al suo posto, dove
la tradizione e la fede lo vogliono e lo immaginato: comunque l’ investigatore
della natura non si scordi, con vana superbia, che egli deve considerarla da
uomo, non con la pretesa sa- pienza e potenza divina, o ricrearsela a
dirittura, come Dio egli stesso. La sua invocazione alla Verità, secondo i di-
ritti e i doveri del pensiero ricercatore, di fronte alla natura, e di fronte
al soprannaturale, è fra ciò che di più alto e nobile la mente umana abbia
espresso: è diritta, sicura professione di fede, che non ha solo un profondo
valore morale e storico, ma che implica ancora, se pure oscura- mente, il
problema, e forse la risoluzione dei rap- porti tra scienza e dogma, tra
filosofia e religione. Di qui l’ importanza capitalissima di essa; la quale
mentre non è attenuata dal tragico sacrificio del Bruno, dibattentesi con
stupenda violenza nello stesso problema, supera di gran lunga |’ eloquente
parafrasi di Bacone, contenuta nella prefazione alla Instauratio Magna. La
invocazione baconiana ripete il pensiero di Telesio con sonanti parole; ma il
problema essen- ziale, gnoseologico e diciamolo pure metafisico, è svanito a traverso
l’ impeto retorico, o peggio si è impigliato nell’ equivoco, a traverso la
mistica in- vocazione che la conchiude, a Dio Padre, a Dio verbo, a Dio
Spirito. Con tale disposizione di sincerità e dirittura, di temperanza e di
forza, Telesio intraprende l’ opera propria, instauratrice anzi rivo-
luzionaria più di quello che sia apparso se non a lui medesimo, certo, agli
ambienti conservatori ed ortodossi del tempo. La Chiesa, infatti, da prima
parve non avve- dersi della minaccia e del pericolo inclusi in essa, sia che la
persona del filosofo buono non desse ombra, sia che maggiori cure premessero,
per la bufera della Riforma imperversante. Ma dopo il Concilio di Trento ed
iniziata energicamente la controriforma; fatta avvertita che attorno alle dot-
trine telesiane si formavano ed alimentavano, per tutta l’Italia, vivi focolari
di propagazione, e qua e là si accendevano baleni e scintille, forieri di
futuri incendii, la Chiesa non esitò di correre al riparo. Non fu violenta
tuttavia, l’ azione; ma fu quasi di isolamento e di precauzione: ciò che sopra
tutto importava era che l’ opera telesiana non producesse contagio; e tutti gli
sforzi furono diretti a tal fine. Potè sperimentarlo, con grande suo dolore,
frate Tommaso Campanella al quale fu inesorabilmente proibito di avvicinare e
perfino di vedere il Telesio. Chè l’ ardentissimo giovane non potè soddisfare,
come egli stesto dice, il grande suo desiderio, se non quando il filosofo fu
morto; allora solo, nella chiesa di Cosenza, gli fu dato scorgere il cadavere
del pensatore, che già l’ aveva infiammato, susci- tando vie più gli impeti che
dentro gli fremevano di commozione, di estro e di battaglie. /rncaluit veritas!
Così incominciava la lotta attorno al pensiero di Bernardino Telesio. Ma, infine,
che cosa è mai PAROTA - Telesio. 21 ciò di fronte al destino tremendo dei
filosofi che lo seguono; alla durissima prigionia di ventisette anni ed alla
tortura sette volte ripetuta, del Cam- panella: ai roghi di Giulio Cesare
Vanini e di Gior- dano Bruno, allo strazio di Galileo ? In sostanza, può dirsi
che l’ alta serenità risplen- dente sulla vita e sull’ opera del Telesio, non è
conturbata: la tragedia comincia alla sua morte. Sì che, veramente, il pensiero
cresciuto da quella vita, la riflette e vi si riflette con immacolata pu-
rezza. Esso rappresenta — fra le torbide ossessio- nanti visioni medioevali e
cristiane del passato, e le terribili tempeste che già s’ addensano all’ oriz-
zonte — un momento di grazia. Sembrerà strano, ma è questo, appunto, che rende
e mostra quel pensiero, nella singolare e capitale sua posizione, ribelle al
passato ed inizia- tore dell’ avvenire; poichè esso è il momento clas- sico, in
cui lo spirito uscendo dal dominio delle ombre, ritrova la natura, e nella
natura sè stesso. Ma che lunga e faticosa via per arrivarvi! Giacchè, come è
noto, il trionfo del pensiero cri- stiano nel medio evo, aveva segnato non
tanto la soggezione quanto il violento ripudio della natura: e ciò se non nell’
ordine pratico, che era impossibile (benchè deliranti tentativi non fossero
mancati), certo, e in maniera assoluta, nell’ ordine teoretico e morale. Una
vera e propria deformazione men- tale aveva fatto sì che lo spirito vedesse
nella na- tura un principio nemico di abbiezione e di in- ganno, da annientare.
Ed esso l'aveva appunto ii i oil 22 E. Troilo spezzato, polverizzato, e lo
aveva soffiato via — disse stupendamente Francesco Fiorentino — con impeto di
mistico furore; giungendo all’ estremo di quel processo, iniziato dal tragico
momento della riflessione socratica, pel quale l’ affermarsi e | av- valorarsi
dello spirito non doveva ottenersi mercè armonica sua integrazione con la
natura, bensì in forza della negazione e della svalutazione di questa. L’antica
intuizione meravigliosa di verità e di bellezza, che lo spirito fosse già di
per sè natura, era stata ottenebrata e soffocata quanto più era stato
possibile. L’ opposta concezione che la natura fosse essa medesima spirito, se
aveva avuta qual- che più o meno chiara affermazione nella stessa antichità, in
senso però, occorre dire, del tutto na- turalistico, ancora non erasi
sviluppata nell’ estre- mo senso metafisico, ed era riguardata più peri- colosa
e dannosa della prima. Fra questi due modi d’intendere il rapporto tra materia
e spirito, che evidentemente sono gli unici che diano la possibilità di
soluzione del pro- blema, il medioevo scolastico e cristiano farneticò un
terzo, che tendeva a fare di quei termini non già un rapporto in un senso o
nell’ altro, ma una antitesi estrema; da cui il pensiero doveva violen- temente
uscire, annullando uno di essi, la natura. Formalmente si potrebbe anche
ammettere che questa fosse una specie di filosofia: una filosofia però, di
negazione e distruzione che ben s’addice e si appaga alla triste formula
generale, espres- sione dello stato d’animo del tempo, « cupio dis- SI
Bernardino Telesio. 23 solvi; e che è materiata e divorata da una intrin- seca
contradizione e da una irrimediabile impotenza. Nè giova, sia detto di
passaggio, addurre contro, le filosofie nichiliste del Nirvana e di Schope-
nhauer; le quali, in virtù del loro stesso radicalismo estremo per cui si
tratta non di distruggere un ter- mine di un rapporto, ma di annientare tutti i
ter- mini di tutti i rapporti possibili, si differenziano sostanzialmente da
quella, e si salvano dall’ assurdo, mentre vi precipita e vi si consuma la
concezione accennata. « Cupio dissolvi » dice la natura di sè, nell’ uomo
mistico e nel filosofo medioevale. Ma dicendo, appunto, questo, si riafferma e
si riab- barbica e rispunta essa, inevitabilmente, per entro lo spirito, in
eterno. Altro che dissoluzione! Così, l esorcizzazione del Maligno, che in so-
stanza è il simbolo della natura, non è precisamente la sua affermazione? Del
resto, all'infuori dell’ affermazione impli- cita, vi è la necessità permanente
o ricorrente dell’ e- sorcismo stesso; e questo è proprio il trionfo del
Maligno. Esso tanto poco è vinto ed eliminato, che in mille forme ribalena e riappare,
empie di sè tutti gli angoli del mondo, nè risparmia i luoghi stessi che più ne
dovrebbero essere immuni. E per vero, secondo la credenza tenace dei tempi, la
quale si esplica in segni non dubbii di pratiche volgari e di motivi di arte,
esso si acco- vaccia, saltella ed irride nell'ombra delle navate, sogghigna e
subsanna tra le volute dei capitelli, guizza tra il raggiare delle vetrate e
tra i lembi azzurri delle feritoie dei campanili. 24 E. Troilo La negazione
violenta della natura è precisa- mente la sua affermazione solenne. E però può
intendersi come dall’ assurdo stesso accennato, pro- prio dello stato d’ animo
medioevale, e se si vuole, di questa filosofia, doveva derivare il superamento
della triste fase d’ impotente negazione e distruzione della natura. : Ed
infatti, se impossibile ed assurdo era espel- lere la natura, non poteva non
avvenire che questa riprendesse, più o men lentamente, il suo posto e i suoi
diritti nel pensiero; le contingenze storiche «e psichiche non potevano
cancellare la necessità immanente dell’ essere e della logica universale. Ma,
d’ altra parte, convien tener conto che la strana aberrazione, essa stessa, era
un fatto che si era determinato ed aveva pesato nella storia del pensiero e
della vita; attaccando, così, necessaria- mente, il concetto medesimo della
Natura. Di guisa che se essa — invano espulsa e distrutta — ri- tornava e
risorgeva dalla sua stessa negazione, non poteva tuttavia, ritornare e
risorgere se non enor- memente contaminata e deformata, e quasi con le tracce e
i segni dell’ assurdo violento e della aber- razione mostruosa. È la
caratteristica fase teosofica, magica, dia- bolica del Rinascimento, in cui non
si prescinde più dalla natura, ma questa non si concepisce e non s’ intende se
non a traverso la contaminazione e la deformazione accennata. — Singolarissima
fase, ma di capitale importanza; poichè la contamina- zione stessa dà alla
natura riaffermata, nella forma mistica che fonde il naturale nel
soprannaturale e Bernardino Telesio. 25 viceversa, tale valore da porla a
fronte e persino al di sopra del principio spirituale propriamente detto,
trascendentale e divino. Il che manifesta- mente appare, da una parte nell’
opera oscura e macchinosa, mista di pazzie e d’ intuizioni geniali, di teosofi,
magi, alchimisti e fattucchieri, e dal- I’ altra in quel terriccio fangoso e
luminoso di cre- denze e di fantasie, da cui esce complessa e pro- fonda
creazione rappresentativa, di filosofia e di poesia insieme, il Dottor Faust.
Lo spirito che aveva tentato e creduto di an- nientare la natura ora l’
ammette, la subisce e 1° e- salta a modo suo, concependola come un abissale
insieme di occulte e misteriose virtù ed entità, e racchiudendola quasi in una
densa crosta, a tra- verso cui filtrano e affiorano, talora, segni delle
sottostanti potenze; a traverso cui solo con straor- dinarii mezzi l’uomo può
aprirsi uno spiraglio. Se, a questo punto, richiamiamo alla mente il periodo
primitivo delle concezioni umane, noi ve- diamo che si ha nell’indicata fase
del Rinasci- mento un processo perfettamente inverso a quello. Allora, l uomo
passò dall’ oscuro indistinto di so- prannaturale e di naturale, di
fantasmagorico e di concreto, a traverso un filtro sempre più chiaro e puro di
simboli e di miti, alla intuizione schietta, vergine della natura, nel pensiero
della prima filo- sofia greca. Ora l’ uomo torna alla natura, a tra- verso un
vortice formidabile di ombre, di misteri, di enigmi. Ad una anabasi
meravigliosa, segue una catabasi tragica. Ma l’ importante è che spirito e natura
si ricerchino ancora — non importa per quali vie — si ritrovino, pulsino ancora
l’ uno di fronte all’ al- tra, l’uno nell’ altra inscindibilmente. Questo punto
segna, nel Rinascimento, la nuova epifania della natura, e il ritorno di un
momento di grazia dello spirito: — punto filosoficamente rappresentato e
compiuto da Bernardino Telesio. E questo, nel senso più preciso della parola;
poichè il Filosofo occupa una posizione nettissima fra l’ età che
immediatamente lo precede e quella che immediatamente lo segue. Entrambe sono
di opposizione radicale al vecchio mondo medioevale; ma la prima, di
preparazione generale, come l’in- distinto affermarsi filosofico, accennato, di
nuovi valori; la seconda, come rapido svolgersi e fatale complicarsi del nuovo
pensiero, che oltrepassa su- bito, ed inevitabilmente altera la pura, ingenua,
presocratica rappresentazione telesiana. Il pensiero emerso dal fervore della
rivoluzione che si compie e che, come si è detto, è tutta pregna di filosofia,
s’' arresta per un istante in quella po- sizione singolare e privilegiata che è
segnata dal Telesio; prima di avviarsi, e per potersi avviare alle nuove
imprescindibili complicazioni del più largo ma più turbato e commosso pensiero
di Cam- panella e di Bruno. Ma ciò non che di inferiorità e debolezza è motivo
della personalissima importanza del Telesio, il quale, da solo, rappresenta nel
processo del pen- siero, l’ indicato momento di grazia. Per vero, se si
confronti, sia pure in maniera, sommaria, la filosofia cosentina con quella campanelliana
bruniana, non solo si vede agevolmente che questa ultima è, naturalmente più
complessa, ed anche più tormentata ed oscura, ma si scorge altresì che essa, da
una parte assume forme e co- lorito (se non proprio contenuto e spirito) di me-
tafisica, e dall’ altra s’ infetta e si contamina, a di- rittura, delle
credenze strane che sono il corredo degli spiriti comuni del tempo, e che più o
meno; per i presupposti remoti o per l’ inspirazione ge- nerica o per i
risultati ultimi, si riflettono nella vera metafisica postscolastica. Tutto in
Telesio, invece, è semplice, schietto, cristallino: sembra davvero che un
grande lavacro abbia purificato il mondo del suo pensiero; e lo spirito e la
natura ne escono freschi, lucidi, pal- pitanti della primitiva vita. Così, dopo
la foschia, la nuvolaglia e i vortici polverosi della bufera, le cose tutte
tornano a risplendere nella gioia della più nitida luce e dei più intensi
colori. Fatto è che noi dobbiamo attraversare grandi masse di ombre, zone di
aridi deserti e linee pau- rose di enigmi per attingere il magnifico, vivo e
fecondo insieme della filosofia naturale di Gior- dano Bruno: gran parte delle
opere lulliane, il De Monade, numero et mensura, il De Magia e più d’ un tratto
anche delle maggiori opere, costitui- scono i veli e le trame che contendono la
imme. diata e netta visione del possente pensiero bru- niano. Ed è pure noto
che molte credenze e molte tendenze mistiche si ritrovano nel Filosofo, le
quali coloriscono dello strano colore del tempo, la sua opera, e la
ricongiungono, per qualche aspetto, alla concezione teosofica e magica
corrente. 28 E. Troilo Questo è più rilevante ancora in Tommaso Cam- panella;
il quale mirando a costruire una vera e propria metafisica della natura, mostra
come il suo pensiero non sia, nel fervido crogiuolo del Rina- scimento, appieno
purificato; o più tosto (come si è accennato) già si sia riconturbato, non
appena varcato il momento telesiano, da cui egli pur prende con entusiasmo e
con fede, le mosse, ed al quale più o meno s’inspira in tutta la sua opera.
Egli ricorda ancora troppo da vicino Cardano; e ad onta della sua irruenza
rivoluzionaria, troppo con- cede, per lo meno, allo spirito supertizioso del-
l’età sua. Ma Bernardino Telesio è immune di ogni in- fezione superstiziosa,
volgare o teosofica o mistica che sia: egli, per ciò, è veramente di là dal suo
tempo, ed ha potuto far rivivere in sè e nel suo pensiero il mirabile
privilegio della schiettezza e della dirittura del pensiero greco; e come non
s’ impiglia nelle grossolane credenze tuttora vive del mondo medioevale (molto
significativa, per esempio, a tal riguardo la sua opinione sulle pretese
catastrofiche influenze delle comete), come non si annebbia nelle ibride
concezioni della realtà avvinta ancora da vecchie strettoie, così non si lascia
allettare e trascinare dalle facili e pericolose suggestioni me- tafisiche.
Egli è, in pieno secolo decimosesto, — ripetia- molo tuttavia — la forza e la
bellezza, e diciamo pure la ingenuità del pensiero presocratico. Con ciò e per
ciò, egli segna il punto più significativo e importante del rinnovamento
filosofico. Bernardino Telesio. 29 Nè evidentemente, giova a tale proposito l’
0s- servare, come fa il Fiorentino, con proprie consi- derazioni e sulla scorta
di Simone Porzio, e di con- seguenza obiettare che Telesio non possa rappre-
sentare il momento presocratico, perchè, in so- stanza, prende le mosse da
Aristotele, e pur com- battendolo, in parecchi punti conviene con lui, su
dottrine più o meno fondamentali. Si potranno ricercare quante coincidenze e
quanti consensi si vogliano; si potrà dare qualunque esagerata significazione
alla temperanza ed al ri- serbo della critica telesiana antiaristotelica; ma
tutto ciò non ridurrà di una linea la posizione del filosofo cosentino, nè
sminuirà la sua schietta in- spirazione personale, inconciliabile in maniera
as- soluta, con lo spirito e l’ atteggiamento tradizionale della filosofia
aristotelica e degli aristotelici, quale s'era venuta determinando nel mondo
medioevale. In ogni caso, il consenso di Telesio ad Aristo- tele verte su
particolari; e particolare è, per certo rispetto, anche la dottrina della
materia unica e della opposizione fondamentale: che d’ altronde, come osserva
Telesio stesso, non si può dire d’in- venzione aristotelica, giacchè era stata
per lo meno intravista anche dai filosofi antiquiores, che Ari- stotele,
praeter morem suum, nihil damnat. Così, anche a traverso Aristotele, Telesio si
ri- chiama esplicitamente ai pensatori precedenti, di cui, nello spirito generale,
nulla v'è, per ragioni storiche e teoretiche, di più genuinamente antipe-
ripatetico. E neppure può dirsi con Bacone, col Brucker 30 E. Troilo e col
nostro Cuoco, che Telesio riproduca più specialmente uno dei presocratici,
Parmenide. È troppo noto che l’ Eleate pur nella capitale sua importanza, non
rappresenta che un lato del pen- siero e dell’ atteggiamento presocratico, e
quello precisamente che è meno fisico, e già si trasfigura in metafisico, non
senza qualche accenno sofistico. Il vero spirito presocratico è nella
intuizione fisica; la quale già si ombra nell’ eleatismo, ed è soverchiata a
dirittura dalla logica e dalla metafi- sica aristotelica. E quella intuizione
si riproduce in Telesio. La sua opera è ancora una vasta regi qdosws: la natura
è tutto; immensa, stupenda, onnipotente, ammiranda, ma nientre altro che
natura; senza cor- teccia e senza nocciolo, come dirà magnificamente, ma con
intento corrotto, Giorgio Hegel: senza noc- ciolo mistico al fondo, che
determinasse e legitti- masse la pazzesca fenomenologia magica e diabo- lica, e
senza culminazioni trascendentali, che tor- nassero, in fin dei conti, a
risommergerla nei gorghi oscuri da cui, ormai, si era liberata. La natura, per
Telesio, non è che la natura. Sembra una tautologia e un giuoco di parola; ed è
l’ affermazione importantissima dei tempi nuovi e della nuova filosofia; di
quel principio di identità e di totalità, solo in virtù del quale la natura si
pone come realtà, concreta ed attiva, e come reale oggetto di pensiero. È la
posizione inerente a tale affermazione che, sforzandosi di re- staurare la
veduta presocratica, ritrova e ridà al pensiero quella condizione, senza di che
esso non — Bernardino Telesio. 31 avrebbe poi potuto uscire dall’ orbita
fatale, i cui fuochi, per così dire, erano costituiti dal cieco mi- stero dello
spirito, da una parte, e dall’ impenetra- bile realtà trascendente dall’ altra.
Senza di che, non avrebbe potuto mai, a traverso la metafisica della natura,
costruire la filosofia naturale, ed a traverso la filosofia naturale, la
scienza moderna: in fine non avrebbe potuto mai stabilire i nuovi valori del
pensiero moderno. È un momento, dunque, questo della instaura- zione telesiana;
ma di quanta importanza capitale non è chi non vegga. Che non sia stato perfetto
e definitivo è cosa ben ovvia: vano ed illusorio sarebbe stato il ten- tativo
di ripristinare con pretesa di assolutezza, il pensiero presocratrico.
Consapevolmente o nov, il ritorno a quel punto non doveva e non poteva
verificarsi in tal guisa che il pensiero si rinchiudesse e permanesse nell’ am-
bito della filosofia greca, quale era stato tracciato da Talete e da Parmenide,
da Eraclito e da Demo- crito. Così come la fervida tendenza della letteratura e
dell’arte, nello stesso periodo della Rinascenza, a riprendere spiriti e forme
di classicismo, poteva infondere in esse nuova vita e nuovo vigore ed avviarle
a nuovi destini; non poteva certo rifarle sostanzialmente e compiutamente
classiche. Irrevocabile è la storia; e non invano sullo spi- rito era passato,
gonfio, vasto, penetrante, come un gran fiume impetuoso, il pensiero
postsocratico, alessandrino, medioevale. Non invano sul tronco meraviglioso
della civiltà pagana, s’ erano abbattuti 32 : E. Troilo ed innestati il
Cristianesimo e il Cattolicismo! E noi, pur avendo il diritto di giudicare e
valutare, anche in modo affatto negativo, queste vicende e questi processi
della storia, nelle loro cagioni, nella essenza, nelle loro conseguenze, non
possiamo fare che non sia stato quello che è stato; la grande contaminazione
spirituale ed umana. Ma se non era possibile restaurare material. mente
dottrine e sistemi della filosofia dei fisici anteriori od anche posteriori, nè
potevasi far ri- vivere per così dire, puramente e semplicemente, la mentalità
presocratica nelle sue caratteristiche manifestazioni particolari, trattavasi
ben di ricon- quistare come la fonte e il modo dello spirito in- corrotto; di
riassumere quella posizione pura e santa, che sola permetteva, e sola può
permettere di non violentare e di non offuscare la natura e lo spirito stesso.
Ciò era l’ essenziale, tutto il resto aveva ed ha valore più o meno relativo.
Telesio l’ intese e l’ espresse efficacemente; ed è questo il suo massimo
vanto, vieppiù confermato ed illustrato dal fatto stesso — e ben s'intende per
le accennate considerazioni — che le conse- guenze del suo pensiero, sono assai
diverse da quelle del pensiero presocratico, specialmente nei riguardi
gnoseologici. È noto che la speculazione presocratica risol- vesi, in ultima analisi,
nello scetticismo: quella telesiana, invece, riesce ad una sana e vigorosa fi-
losofia ottimistica; non nel senso etico che assu- sumerà la metafisica
leibniziana, ma per la confi- denza salda ed entusiastica in quella energia
dello spirito che si contrapporrà, almeno presumibilmente, pronta e adeguata
alla schietta reintegrata natura. E per vero: sgorganti dalla fonte della
primi- tiva, spontanea e quasi inconsapevole intuizione, i vari modi di
spiegare la natura nella filosofia pre- socratica, all'infuori delle
formulazioni personali, non potevano non equivalersi da un punto di vista
generale ed obiettivo; e così contrapponendosi e lun l altro negandosi in
particolare, finivano per eliminarsi a vicenda: che cosa, dunque, poteva de- rivare
(a parte l’ assodata indistinta intuizione fon- damentale) se non una scettica
conclusione, circa il valore di quei modi medesimi? Ma la riflessione
telesiana, restaurando e ren- dendo perfettamente consapevole quella
intuizione, trae il suo massimo pregio non tanto dalla maniera particolare di
spiegare la natura, bensì di conce- pirla filosoficamente; che è quanto dire
dalla ma- niera di porne il problema ontologico e gnoseologico. De rerum
natura, juxta propria principia » è la formula del rinnovamento telesiano; la
quale rias- sume già tutta in sè le fasi accennate del pensiero, e costituisce
la base e la condizione psicologica e gneseologica della nuova filosofia. « De
rerum natura > era stato il motto semplice e forte della fisiologia greca;
della prima classica fi- losofia, che va, su una linea non interrotta neppure
dalla violenta rivoluzione socratica e postsocratica, da Talete a Tito Lucrezio
Caro. E non v'era da ag- giungere altro a quella divisa, se non i modi par-
ticolari e personali, onde la natura poteva rico- struirsi nella visione o
nella invenzione di questo o quel filosofo. Ma per ciò che si è detto, tornato,
dopo tanti secoli, il pensiero alla fonte antica ed immortale, non potevasi
lasciare alla predilezione o all’ arbitrio individuale del pensatore, di assu-
mere un principio a preferenza di un altro, sia pure corroborato da esperienze
personali. Nè d’ altronde, era possibile ormai, iniziatosi il processo di
ritorno e reintegrazione della natura come tale, orientarsi alla concezione ed
alla formula metafisica, teoso- fica, mistica che era seguita al lungo e fatale
ostra- cismo della natura. Ed ecco, appunto, la speculazione della natura «
juxta propria principia, » non, cioè, secondo quelli occulti del profondo o
trascendenti dell’ alto; ma secondo i suoi propri principii, sia obiettiva-
mente, sia soggettivamente; quelli per i quali la natura è ed agisce come tale,
e quelli per cui essa può essere, come tale, conosciuta. Così Bernardino
Telesio, nell’ atto stesso che in- staurava il momento presocratico della
speculazione filosofica, segnando il punto capitalissimo onde il medioevo del
pensiero ruinava definitivamente, lo superava; non facendone, pertanto, un
anacronismo, ma bensì la condizione legittima e feconda, e a di- rittura
indispensabile, di tutta la nuova filosofia. E poichè il Rinascimento, nel suo
vasto e pro- fondo movimento spirituale, è tutto un ardimento e un entusiasmo
prorompente, si comprende come dopo un periodo di raccoglimento, l influenza
del pensiero telesiano rapidamente si diffondesse ed assumesse grandissima
importanza, con |’ Accademia cosentina che degnamente ne prese il nome, (e
Bernardino Telesio. . 35 tuttora ne continua il culto), con scuole e con pro-
seliti che si andarono formando non solo in Italia ma in Europa. Osserva,
infatti, Francesco Fiorentino nell’ am- pia opera sul Telesio, che la sua
filosofia « inco- minciò a farsi via, ed a dilatarsi nel Napoletano, e
principalmente in Calabria, mentre ancora era vivo |’ Autore: amici e discepoli
la fecero cono- scere anche al di là del Tronto, ed a Roma ed a Venezia ebbe
protettori e seguaci; nella Toscana era pure conosciuta ». Pubblicamente se ne
dispu- tava a Venezia, « a poca distanza da Padova, an- tica cittadella della
filosofia peripatetica, che il Te- lesio aveva oppugnato. Nè questo solo; ma i
mag- giori aristotelici se non aderivano, e non applaudi- vano alla nuova
dottrina, almeno l ammiravano: la turba solo strepitava ». E Giovanni d’ Aquino
che scrisse la importante orazione in morte di Ber-. nardino Telesio, agli
Accademici cosentini, dice ornatamente ma senza esagerazione, che « dei suoi
divini scritti tanta stima ha fatto il mondo, che sono stati dati più volte in
luce; non sola- mente in Italia, ma in Fiandra et in Germania ». Ed il D’
Aquino stesso, citato dal Fiorentino, rac- conta che l’ opera del Telesio parve
tanto meravi- gliosa a Francesco I, da fargli promettere al filo- sofo uno
splendido dono. « Ritrovandosi un giorno monsignor Hippolito Capilupi vescovo
di Fano con Francesco re di Francia, gli disse come uno italiano havea
cominciato a scrivere contra la dot- trina di Aristotele, et che si confidava
mostrare con ragioni chiare, et vive, che era tutta fondata 66 E. Troilo sopra
principii falsi, et quel generoso principe volle intendere il nome et la patria
del Telesio, mo- strando di ciò una allegrezza grande, e rivolto al Capilupo
disse: Io prometto, che se costui fa quel che dice, che io sono per dargli
diecimila fiorini d’ entrata >. Ma non si tratta di rinomanza semplicemente;
bensì di impulso efficiente nella nuova afferma- zione del pensiero: in generale
non solo, per la definitiva lotta contro Aristotele ed il medioeva- lismo, ma
in particolare anche. Chè le scienze le quali, nelle rinnovate basi e
condizioni vanno ab- bozzandosi, sentono il bisogno, specialmente dietro I
esempio della medicina, di fondarsi su principii proprii; e la metafisica
stessa, che torna dopo il momento telesiano, tende in certo modo a natu-
ralizzarsi, per così dire, telesianamente /iuxta pro- pria principia e juxta
propria dogmata, come ve- desi nel Campanella. Tali sono, da un punto di vista
generico, la posizione, l atteggiamento, l’ orientamento e l’ azione del
pensiero di Bernardino Telesio. Ma per bene intendere tutto ciò, e per vedere
che cosa im- porti e sin dove arrivi la sua irradiazione nella ra- gione d’
essere della filosofia e nel moto della storia, lo studio dell’ opera
fondamentale De rerum natura e degli Opuscoli varii di cose naturali che l’ at-
torniano, condotto in senso analitico, sia pure con la massima compiutezza e
diligenza, non basta. Nè d’altronde molto giova, oltre che è mala- gevole assai
(e si potrebbe dire impossibile) solle- Bernardino Telesio. 37 varsi ad una
sintesi da tutte quelle questioni par- ticolari — alcune veramente essenziali,
altre di scarsa importanza — che sono distese e dibattute nei nove libri, così
frastagliati e suddivisi in capi- toli, alcuni dei quali brevissimi e sommarii.
Non si tratta di sintesi; bisogna arrivare a co- gliere sotto la materia
analitica qualche cosa di più profondo ancora di una idea madre che vi palpita,
e cioè un presupposto intuitivo, sentimentale, organico che anima ed infiamma
dal di dentro il tutto e le parti; onde la polemica formale, la disquisizione
tecnica si illuminano e si slargano, e le vedute par- ticolari e le questioni e
le dottrine varie, spesso slegate o forzatamente connesse, spesso schema- tiche
ed aride, si compongono in un corpo vivo e coerente, di alta significazione e
di grande valore. Non ha l’ Autore stesso chiamati anche Com- mentarii i suoi
libri Commentarios de rerum na- tura — e non l’ ha composti veramente come
tali? Ora il commentario, quando non trattasi di sog- ° getto storico, nel
quale caso è semplice narra- zione, altro non è che meditazione e riflessione
su un punto prefisso; illustrazione e variazione d’ un tema presupposto. Ed è
ciò il motivo essenziale che bisogna intendere, a traverso le osservazioni e i
frammenti, e che questi riunisce, salda e avviva. Dire che il punto o tema
centrale sia nell’ opera telesiana, la natura, non è tutto; quantunque, pur
questo solo, nel periodo in parola, è innovazione e ribellione per sè stesso;
dal momento che viene a riaffermarsi e reintegrarsi nel campo della filosofia e
della vita ciò che n’ era stato sbandito furiosamente. A questo deve
aggiungersi il modo di intendere e quasi di sentire quel punto o tema
fondamentale dei novissimi commentari. La natura, sì; ma non già quella
implicita, come s'è visto, contraditto- riamente nella sua stessa negazione; nè
quella teo- sofica pure accennata; nè quella in senso assolu- tamente
presocratico. Ma la natura — rinnovato oggetto di speculazione e di
contemplazione — in- tesa nel senso oscuro e magnifico di chi alla ver- gine e
serena intuizione aggiunge la profonda e tormentosa visione profetica che
precorre i tempi. Tutto il valore ed il significato, e la caratteristica dell’
opera telesiana non si discoprono e non s' in- tendono a traverso l’ analisi, o
nello sforzo di farne una sintesi conclusiva; ma si ritrovano e si com-
prendono solo nella intuizione fondamentale, la quale ben è quella del primo
degli uomini nuovi, fatta può dirsi, felicemente, di due anacronismi; quello
per cui si rinnovava una visione venti volte secolare, e quello che si
risolveva in una anticipa- zione meravigliosa. Il momento presocratico s’
integra in Telesio di tal maniera, che la concezione e il valore della na- tura
che se ne determinano, sono d’ allora in poi, checchè se ne dica e malgrado
ogni più o meno violento diniego, irrevocabili. La Natura, telesianamente
intesa, è ben quella di Bruno e di Galilei; e cioè della filosofia e della
scienza nuova, o meglio ancora del pensiero e della vita, in eterno: quella,
pertanto, che si affermere sicura, pur in mezzo alla forte corrente idealistica
di Descartes e di Leibnitz; che supererà vittoriosa Bernardino Telesio. 30 il
solitario trabocchetto del solipsismo di Berkeley, e proclamerà i suoi
imprescrittibili diritti per fino nel cuore della più pura metafisica, di
Fichte, di Schelling e di Hegel; e in una parola, non potrà essere mai più
violata o diminuita o distrutta da scolasticismi e dogmatismi e misticismi di
qualsiasi genere. Ora ciò che si è detto dell’ opera di Bernardino Telesio vale
anche per la sua vita. Quella non si intende nel suo spirito intrinseco e nella
sua ef- ficienza psicologica e.storica, se non si riconduca alla sua fonte
animatrice accennata: la quale am- morbidisce ed organizza la varia materia,
altrimenti arida e quasi inerte. E la vita del filosofo e del- I uomo, se si
riguardi esteriormente apparisce uni- forme, senza rilievo e senza movimento,
compas- sata e fredda: ed invece sprigiona ed irradia, in effetto, tanto calore
da suscitare non solo larga copia di interesse e simpatia, ma affetto ed entu-
siasmo di amici e discepoli numerosi. Donde deriva ciò, se non da quella fiamma
viva che dentro vi si nasconde, e che è l’ essenza vera ed il carattere di
quella vita? Essa è contenuta, ma intensa; e fa pensare alla classica linea
delle fi- gure greche, che è fatta di quella rigidezza mera- vigliosa, a
traverso la quale palpita un segreto interiore di forza e di bellezza. E così
riaccostando i caratteri dell’ opera e della vita del Telesio, si può dire che
l'intuizione natu- ralistica fondamentale che anima la prima, trova riscontro
nell’ intimo raptus che sorregge i lunghi anni della seconda, e si riflette
nella sua nobiltà _ TT <r Too Fee To 40 © E. Troilo e purezza, ed erompe
talora, come nel solenne inno ricordato alla Verità; per esprimersi poi, quasi
simbolicamente, in quel carme scritto a settanta- sette anni, il quale
quantunque occasionalmente, sembra consacri e concluda la vita stessa, da una
parte rievocando l’ antica inspirazione poetica e fi- losofica presocratica,
dall’ altra annunziando la com- mozione e l’espressione dionisiaca di Giordano
Bruno: O volucrem fiammam, et fiammae monumenta volucris! En sublime feror, nec te memorande
ruina Icare despiciens paveo; non Daedalus alis Sustinet errantem, major vis
tollit olympo. Hinc animae proprios motus contemplor, et ipsum Divinum
inspicio, qui spiritus intimus olli est. II. Come è noto, l’ opera fondamentale di Bernar- dino Telesio De Rerum
Natura juxta propria prin- cipia fu stampata primieramente a Roma nel 1565, ma
limitata ai primi due libri, e così riprodotta ancora nel 1570 a Napoli. Solo
diciasette anni più tardi apparve completa in nove libri, e cioè nel 1587; infine
due anni dopo la morte del filosofo, nel 1590, tutti i libelli di cose
naturali, in numero di nove, furono pubblicati, raccolti insieme, a cura di
Antonio Persio, uno dei più fedeli e premurosi discepoli del Telesio. Ma anche
definita negli accennati nove libri, la grande opera telesiana rimane divisa,
sostanzialmente, in due parti; una generale compresa sopra tutto, nei primi
due, ed una speciale negli altri aggiunti. Questa distinzione è notevole,
perchè, a pre- scindere dalla lunga preparazione e meditazione delle due parti,
mostra e riprova il carattere essen- ziale accennato e che possiamo dire
intuitivo del punto di partenza e della base della nuova filosofia naturale: la
reintegrazione della natura, obiettiva- mente e subiettivamente; come dato di
pura, im- mediata realtà, e quindi di pura, immediata com- prensione, secondo
il suo stesso modo di essere, e cioè secondo i suoi proprii principii. Le
relazioni delle due parti, generale e spe- ciale, di questa fisica telesiana,
si possono desu- mere dalla maniera stessa di composizione del- l’opera, e
appariscono chiare dall’ insieme, illumi- nate anche più dai sussidii accennati
dei Comen- tarii, e dalle più particolari considerazioni fatte nei Libelli.
Esse mostrano nel pensiero del Telesio una tendenza di compiutezza, sia pure
non ancor bene specificata, e d’ integrazione dei procedimenti de- duttivo e
induttivo, di cui proclamerà fra breve, esplicitamente, la necessità e |’ alto
valore Francesco Bacone; una tendenza, cioè, d’intiera respirazione
intellettuale, che è sfuggita ai più che troppo si affisarono all’ esteriorità
del sensismo telesiano: tendenza la quale non è affatto menomata dalle
insufficienze e dagli errori che, naturalmente, si ri- scontrano nelle speciali
risoluzioni e spiegazioni di problemi e questioni naturali. Ora questo
carattere d’integralità fatto dal ritmo speculativo e dal ritmo sperimentale,
traccia alla nuova filosofia naturale quelle ampiezze e profon- dità che ben
presto si illumineranno magnifica- mente nell’ opera di Galileo e dei grandi
suoi suc- cessori; ed anticipa, in certo modo, quei rapporti tra filosofia e
scienza che, malgrado ogni avventata denegazione, si sono venuti facendo sempre
più in- tensi e vitali. Che se la trattazione della fisica generale e della
fisica speciale, segue di fatto la trattazione ari- stotelica e si svolge in
una continua critica e po- lemica contro Aristotele, ciò non è che la forma più
esteriore e contingente dell’ opera, dovuta al- PP atmosfera ed alle condizioni
del tempo, per cui come si è veduto, il nuovo pensiero si affermava
sostanzialmente in opposizione e ribellione a quello peripatetico. L’ opera
telesiana, considerata nel modo accen- nato, oltre a scoprire l’intima sua
fonte viva, rivela anche la sua struttura organica, la trama dei principii
essenziali che la sorreggono, e che sono: il principio obiettivo o della
materia, il principio subiettivo o del senso, e intermedio fra questi, e quasi
segnante il pas- saggio dall’ uno all’ altro, il principio dello spazio e
tempo. Questi costituiscono i tre principii filosofici della natura,
schiettamente caratterizzati e distinti da quelli che, prima e dopo il Telesio,
si dissero i prin- cipii metafisici della natura; ai quali deve però ag- giungersi
un quarto principio, che il filosofo cosentino non può fare a meno di
considerare (e ne vedremo il valore), il principio trascendente, che si
riferisce ai problemi così detti ultimi i quali segnano vera- mente il limite
metafisico al di là del compatto e chiaro sistema naturale. Il principio
obiettivo del mondo, il principio ontologico, la condizione del suo essere, è
la ma- teria: non già quella divenuta per opera più degli aristotelici che d’
Aristotele, estenuata, astratta e formale ; ma la materia concreta e reale nel
senso presocratico, il sustrato corporeo delle cose, il con- sistente, il
sussistente ed il persistente; non già quella onde la natura era divenuta una
specie di larva dell’ essere, ma quella onde la natura si rifà vera, viva,
presente. L’ universo, in virtù di questo principio, riprende la sua salda e
sicura consistenza; ed era questa la prima necessità nella ricostituzione della
natura, all’ inizio della nuova filosofia naturale. Le sotti- gliezze delle
dubitazioni sofistiche; le fantasie delle trascendenze metafisiche, le
secchezze delle for- mule logiche, le aberrazioni delle pretese penetra- zioni
mistiche avevano scosso, alterato, minato quel postulato supremo; e bisognava
riaffermarlo, ri- conquistarlo, risentirlo e quasi riviverlo, nella sua
assolutezza e nella sua purezza fondamentale. La materia è; ed essa è una, ed è
costituita da una sola e medesima natura. Materia una, et ab una eademque
universuni constitutum natura. Una ed indistinta dunque, ed indistruggibile;
poichè essa, per quanto possa cam- biar forma e restringersi e dilatarsi, sino
quasi a diventar non ente, non può nè diminuirsi nè ac- crescersi
sostanzialmente; materiae molem neque minui neque augeri unquam. Tali caratteri
di unità, identità, indistruggibilità della materia, affermati con singolare
energia dal Telesio, ora per via intuitiva, ora per via di ragio- namenti, ora
con vedute sperimentali che ingenue talvolta, talvolta hanno la vivezza e la
forza delle dimostrazioni scientifiche moderne, dànno al prin- cipio ontologico
un carattere totale di assolutezza, che costituisce il punto più essenziale
della nuova filosofia; aprendo, così, la strada sia all’ ampia spe- culazione
del Bruno, sia alla possente conquista della scienza galileiana. E ciò non solo
da un punto di vista generale, ma anche particolarmente, se si consideri il
modo come Telesio svolge la dimo- strazione memoranda, onde si stabilisce in
maniera superbamente audace la identità costruttiva sostan- ziale della terra e
del cielo, del mondo sublunare e sopralunare. La dimostrazione fu ripresa,
estesa, assodata da Bruno e Galileo più tardi, quando decisivi sussidii
apprestarono fatti e mezzi nuovi scoperti; studii e conclusioni sulle comete,
osservazioni di perturba- menti celesti e di macchie solari, ed altro. Ma
Telesio, contrapponendosi formalmente ad Aristotele, in effetto dando il colpo
mortale al si- stema metafisico e teologico corrente, solo con la profondità
della sua intuizione e con la saldezza del ragionamento, riuscì a dare la
solenne dimostrazione. Come è noto, Aristotele dalla supposta diver- sità dei
moti dei corpi sopralunari e sottolunari, arguiva e concludeva la diversità
delle nature nelI’Universo. Telesio, anticipando i magnifici studii sul moto
che creeranno con Galileo la scienza moderna, osserva che non c’è diversità
essenziale di moti; che ogni corpo mobile non ha un solo moto, come voleva lo
Stagirita, ma ha ogni moto: in sostanza non vi sono diversità di moti; non v’ è
che moto, e perciò non vi possono essere e non vi sono diversità di natura fra
terra e cielo: « qua terram, mareque et stellas intra quodque ipsas inter
stellas locatum est ens, unum idemque..... »- Il limite misterioso e pauroso
era varcato; il pensiero rompeva la soglia del regno trascendente: un principio
solo si affermava e valeva per l’ u- niverso. Nè, giunto a questo punto, il
pensiero di Te- lesio si arresta; ma procede fino alle conseguenze estreme, che
non potevano allora non essere terri- bili ed esecrande; e tali apparvero di lì
a poco. Il cielo è corruttibile! Vero è che Telesio s'’ in- dustria anche a
rassicurare (evidentemente non sè, ma gli altri) che per varie ragioni non ha a
te- mersi che di fatto si corrompa; ma il principio è posto, ed è irrevocabile.
Il cielo è della stessa sostanza della terra; è come questa corruttibile; è
dotato per sè di moto. Un altro passo ancora, in questo regno del trascen-
dente e viene negato, come vedremo, e distrutto il motore immobile. Per noi,
vecchie sono diventate tali quistioni, 46 E. Troilo e fastidiose anche a leggersene
le trattazioni: ma questa scalata del pensiero umano, questa avanzata sino al
confine dell’ imperscrutabile, questo ascen- dere al culmine della verità e
della morte, è stori- camente e simbolicamente stupendo ed immortale. Così per
tutto l’ universo è una sostanza unica, identica, indistruggibile ed assoluta.
È dessa inerte? In un certo senso, sì; e Telesio stesso lo afferma. Ma sembra a
noi che questo carattere d’inerzia ed inattività della materia sia dato solo,
vorremmo dire nella descrizione ed illustrazione del punto di vista puramente
esistenziale. La materia cioè va riguardata in un primo suo aspetto, lo
statico; ma ha anche un altro aspetto, il dinamico. In altri termini,
considerando l’ insieme del pen- siero telesiano, non si può dire che sia posta
asso- lutamente inerte la materia, e non si possono rite- ner del tutto vere le
contradizioni che in proposito parve a Francesco Bacone di vedere e che dal
Fiorentino sono approvate. Telesio non poteva porre assolutamente inerte la
materia, se egli stesso l’ adattava nella formula aristotelica della
opposizione di contenuto e di forina. Inerte è la materia per una parte, o
quasi, solo se si consideri astrattamente; ma essa in realtà è un contenuto; è
contenuto di una forma, è termine di una opposizione, è involta necessariamente
in un dinamismo: ha quindi anche un aspetto dina mico. Ma v’' ha anche di più,
giacchè il Telesio stesso talora la determina come atfifudine: quam- Bernardino
Telesio. 47 piam ad motum aptitudinem. Vero è che questa sarebbe determinata, a
sua volta, dal calore che è pure dato in senso quasi aristotelico, come forma;
ma questo calore, dopo tutto, è in- sito in essa ed è in fin dei conti, moto.
Il che mostra, poi, a qual nuovo senso abbia il filosofo italico piegata l’
antica distinzione tra forma e con- tenuto, e come l’ opposizione che egli
afferma quale principio dinamico dell’ universo, se mantiene qual- che scoria
tradizionale e formale, è in sostanza, reale, concreta, viva, e con quel carattere
che di- venterà così singolare in Bruno e che avrà il mas- simo risalto nella
dialettica di Hegel. In particolare, il principio dinamico telesiano è una
opposizione reale di nature agenti, il caldo e il freddo; ed in tutta l’ opera
sua il filosofo s’ in- dustria a dimostrare il giuoco di questa opposi- zione,
la sua portata universale, sia come principio generalissimo e veramente primo,
sia come mezzo di produzione e spiegazione dei più particolari fe- nomeni.
Questo principio della contrarietà ha esercitato sempre il più grande fascino
sul pensiero, nè Telesio vi si sottrasse. Ma per quanto egli l’ abbia reso
concreto e quasi contingente, tuttavia a ben guardare esso rimane come semplice
affermazione. Poichè in realtà delle due nature agenti, il caldo ed il freddo,
l’ una veramente è quella che agisce, il caldo: mentre il freddo ha, su per
giù, la parte della privazione aristotelica. Il Calore è il principio dinamico
fondamentale; esso è la forma, nell’ alto suo senso proprio; è la 48 E. Troilo
forma del cielo, e dell’ universo intiero, e come abbiamo anche accennato, esso
s’ indentifica, in ul- tima analisi, col Moto; poichè non meno il Moto è fatto
dal Calore, che faccia esso stesso il Calore, e non più il Moto è fatto dal
Calore, che il Ca- loro dal Moto. Così dalle avviluppate distinzioni,
opposizioni, e relazioni tra Contenuto e Forma, Forma e Priva- zione, Caldo e
Freddo, Cielo e Terra, Moto e Quiete, non resta nella parte più viva del
pensiero tele- siano che la realtà della Materia unica, identica, eterna, e del
Moto universale. Tale è il primo principio, obiettivo, della filo sofia
naturale di Bernardino Telesio; la cui im- portanza, come è facile vedere, sia
storicamente sia teoreticamente è capitale: sforzo di specula- zione alto ed
audace, con cui si inizia il pensiero moderno, e di cui il carattere più
saliente è dato dal coincidere che fanno in una purezza luminosa, l intuizione
filosofica e l’ intuizione scientifica. Il secondo principio della filosofia
naturale te- lesiana è quello che si è detto essere quasi inter- medio tra
quello obiettivo e quello subiettivo, o dello Spazio e Tempo. — Non molto
sviluppata è la sua trattazione, che si restringe tutta negli ul- timi cinque
capitoli del primo libro del De Rerum Natura; ma in compenso racchiude spunti e
in- dizii di dottrine che mostrano sotto un aspetto di solito poco considerato,
il pensiero del filosofo. In vero, già nel discorrere del principio schiet-
tamente obiettivo I A. accenna qua è là ad alcune vedute ‘che si potrebbero
dire di soggettivismo obiettivo. La materia infatti, che come si è notato, a
torto viene ritenuta del tutto pigra ed inerte, oltre alla indicata attitudine,
mostra anche un certo che di sensibile: « entia prorsus omnia mutuum con-
tactum sentire et summopere eo oblectari ». Il caldo e il freddo poi, cioè le
nature agenti che costitui- scono il principio dinamico dell’ universo, insieme
| alle altre attitudini, azioni ed operazioni di cui sono capaci, hanno anche
una specie di facoltà di sen- tire e percepire: « Calori frigorique sese
assidue ge- nerandi multiplicandique et quaqueversus effun- dendi et molem
universam occupandi, seseque mu- tuo oppugnandi et propriis e sedibus
deturbandi, et sese in iis constituendi, praeterea et alterius actiones et
proprias precipiendi sentiendique pas- siones communem utrique tributam esse
facultatem. Ma dati questi accenni, avrebbe torto chi li considerasse quali
tracce dell’ antico e supersti- zioso animismo o quali influssi delle nuove
credenze mistiche. Come già prima è stato avvertito, presso che nulla di queste
contaminazioni è nel pensiero del Telesio: il quale invece, sembra essere
dominato da una preoccupazione schiettamente filosofica, e tendere ad una
profonda radicale visione monistica dell’ universo. Il problema soggettivo,
oltre che nei suoi aspetti più particolari, non poteva non imporsi alla mente
del filosofo, nel suo aspetto più generale e com- plessivo. Doveva esso
riaprire un’altra specie di ProriLi, quella distinzione fra terra e cielo che
il filosofo aveva superato ed annullato ? Doveva costituire una antinomia tale
che avrebbe divorato i saldi prin- cipii naturali così laboriosamente
stabiliti? Insomma, a questo proposito il Telesio intravede tutti i pericoli
del dualismo, e riassumendo, anche per ciò, la più schietta posizione
presocratica, sem- bra condurre il problema sulla via di una solu- zione
monistica. Nell’ unica realtà universale di materia e moto, v’ è pure la radice
del soggetto; lo spirito è anche e sopra tutto natura. Se così non fosse, «
quae nec Coelo inest, nec Terrae, iis quae a Caelo Terraque fiunt, indi queat
facultas? » (Lib. I, Cap. 6). Accenni, indizii, preoccupazioni, abbiamo detto;
che però servono a gettare un ponte, altrimenti impossibile tra obiettivo e
subiettivo, e che sono quindi della maggiore importanza e del più alto valore
filosofico. Quanto allo Spazio e al Tempo, l’ atteggiamento aristotelico preso
da Bernardino Telesio, va ben al di là della polemica dottrinaria, ed accenna
come è stato notato già da Francesco Fiorentino ad una certa idealità della
natura. Ma anche qui non bisogna fraintendere. Lo spazio telesiano è cosa ben
diversa dalla mole dei corpi contenutivi, e può darsi come vuoto; è incorporeo,
ed essendo privo di ogni azione e di ogni operazione, può dirsi una certa
attitudine a ricevere i corpi: nè simile o contrario agli enti, ma diverso da
tutti, e da sè stesso non mai diffe- risce, ma è uno, medesimo, identico
universalmente, Bernardino Telesio. 51 ed in ciascuna sua parte prontissimo ad
accogliere ogni ente, e per nessuna vicenda si conturba o al- tera; e apprende
gli enti che si succedono, quanti e qualsivogliano siano, e l’uno e gli altri
mai non si assomigliano (Lib. I, Cap. 25). Lo spazio dunque, è uno, identico,
omogeneo, incorporeo; è quasi non ente, pura attitudine a ricevere tutti gli
enti. (Cap. 28). Con tale sottile e colorita determinazione dello spazio, si
può parlare, volendo, anche di idealità; ma a patto che non s’ intenda nulla di
metafisico, poichè altrimenti dovrebbe darsi, e sarebbe assurdo, portata
metafisica anche al calore e al moto tele- siano, che pur presentano alcune
analogie con lo spazio. Obiettiva, senza dubbio, è questa determinazione dello
spazio come unico, identico, omogeneo, im- mutabile: ma questi caratteri che si
risolvono in universalità ed assolutezza, insieme a quella spe- ciale sua
attitudine a ricevere i corpi, non designa una specie di condizione categorica
per la deter- minazione degli enti stessi? Determinazione però non in senso
assolutamente oggettivo, perchè al- lora lo spazio telesiano non sarebbe altro
che lo spazio aristotelico, quello cioè pel quale ogni corpo sarebbe contenuto
nell’ altro. Se quindi tale determinazione non può pren- dersi, per l’ accennata
ragione, in senso del tutto oggettivo, non apre essa la via, non vi accenna per
lo meno indistintamente ad una determinazione soggettiva ? Comunque, la stessa
incertezza ed imprecisione 52 E. Troilo che qui può notarsi, ha una importanza
storica per così dire, assai notevole; poichè in fin dei conti implica e
prepara essa il problema: È oggettivo o soggettivo lo spazio? — problema che
doveva di- battersi poi ia maniera esplicita e memoranda da Newton, da Leibnitz
e da Kant. Quanto al Tempo, il suo concetto, nella brevis- sima esposizione
telesiana, sebbene più preciso e sicuro, presenta in sostanza i medesimi
caratteri notati per lo spazio. Obiettivamente considerato è, contro ciò che
riteneva Aristotele, indipendente dal moto e dalla mutazione. Ed è anche indipen-
dente dalla quantità; nè può essere dato come numero o misura o come passione o
affezione qualsiasi. Il tempo esiste di per sè, e quelle condi- zioni cui è
legato non le ha da altro che da sè stesso. Da questo punto di vista, dunque,
Telesio pone il tempo come pura durata, e v'è in tale determi- nazione quasi un
sapore bergsoniano. L’ aspetto soggettivo, poi, è più esplicito che non sia,
come abbiamo veduto quello dello spazio. Giacchè Telesio conviene con
Aristotele che noi siamo indotti alla cognizione del tempo dal moto e dalla
mutazione degli enti, e che senza il senso di qualche moto non si ha alcun
senso del tempo. In fine, ciò che lo spazio è per gli enti, dal punto di vista
statico, il tempo è per il moto e per la mutazione, dal punto di vista
dinamico: « Tempus mora sit duratioque et spatium, at non super quo, aut per
quod, sed in quo motus immutatioque fit omnis ». Bernardino Telesio. | 53 Così
anche per questa analogia e correlazione di Spazio e Tempo, si conferma ciò che
si è detto circa la natura ed il valore del secondo principio della filosofia
telesiana, il quale può ritenersi formi il punto di passaggio dal principio
schiettamente obiettivo a quello subiettivo. II principio della subiettività
nella filosofia natu- rale di Bernardino Telesio si incardina in una dot- trina
ampia, minuziosa @ coerente del senso; di cui naturalmente la parte più
importante è quella che riguarda il problema generale del sentire e del’
conoscere; pur dovendosi osservare che nella trat- tazione di una quantità di
questioni particolari di fisiologia e di psicologia, fra cui c’è, si capisce,
molta zavorra, il Telesio spesso mostra una forza di pensiero straordinario, ed
anticipa vedute e teorie in tutto od in parte confermate o utilizzate dalla
scienza moderna. Basti a tal proposito ricor- dare, da un lato la funzione del
sistema nervoso, e dall’ altro il processo di formazione e conserva- zione
delle immagini, che conduce l’ Autore ad os- servare argutamente e con più
profondità di quello che non sembri: Voi dite che non si capisce come
innumerevoli immagini possano dipingersi nella fantasia, data quale corporea;
ma si può meglio intendere come una sola si possa avere nell’ in- corporea? Dal
punto di vista generale, |’ importanza del principio subiettivo telesiano sta
nello sforzo, già innanzi accennato, di superare la mortale antitesi con
l’obiettivo. 54 E. Troilo Il senso ha già radici nella natura: la materia, il
calore, il moto, e per un certo rispetto anche lo spazio e il tempo, hanno e
mostrano una attitu- dine indistinta, una potenzialità o possibilità oscura che
si determina, si concreta, si individualizza a poco a poco, nelle azioni e
nelle operazioni degli enti, e più traluce nella vita organica delle piante e
degli animali, e tutta si rileva nell’ uomo, nel soggetto distinto e perfetto.
Telesio non considera, forse neanche avverte tutti i formidabili aspetti del
problema di questa meravigliosa insorgenza: ma egli risolve per conto suo il
problema centrale in maniera diritta e si- cura, e la sua risoluzione è
schiettamente filosofica. Chi oserebbe negarlo? Ricordiamo ancora quella sua
interrogazione capitale a proposito della facoltà del senso e della coscienza:
come ciò che non è nel fondo e nella sostanza dell'universo, può poi ad un
tratto essere? Con questo Telesio non solo legittimamente ripudiava il dualismo
trascendente, ma annullava anche, se ben si guardi, ciò che po- trebbe dirsi il
dualismo immanente di materia e spirito. Diciamolo con franchezza; tanta
fortuna ha avuto ed ha il dualismo ontologico, e gli si è attri- buita la
quintessenza filosofica, perchè è troppo comodo e si presta a meraviglia a
tutte le varia- zioni possibili e a tutte le esercitazioni del ragio- namento,
del sentimento e della fantasia. | Lo spirito alacre del Telesio era troppo
poco adatto all’ accomodamento del dualismo di qual. siasi forma, platonica,
aristotelica o averroista o Bernardino Telesio. 55 cattolica, e ritorna
audacemente alla veduta moni- stica e naturalistica. Corpulenza dello spirito?
— È affermata e ri- petuta senza ambagi. Ma che significato può avere essa se
non schiettamente filosofico, come quello appunto che filosoficamente risolve,
nel senso del- ’ unità, la formidabile questione? Corpulento è lo spirito, in
quanto non è principio di trascendenza e di dualità; ma bensi per così dire,
ente e processo della natura e della realtà. E il suo emergere ed operare non è
un miracolo continuo ed un persi- stente enigma; è forma dell’ attività e della
potenza dell’ universo, che viene dal profondo e si espande in ampio e sale
all’ alto: è, perchè no? in guisa puramente naturalistica, evoluzione
creatrice. La stessa mira unitaria ed armonica, che do- mina e risolve il
problema dell’ essere e dell’ emer- gere del principio soggettivo, si ritrova
in tutti i problemi delle sue ulteriori manifestazioni. Allora l obiezione dei
filosofi diventa, come è noto, questa: che, cioè, il senso è umile,
trascurabile e gretto. Il dire tutto è senso, è ridurre lo spirito alla cecità
e presso che a niente. Per vero, Telesio più che dire: tutto è senso, dice:
futto è dal senso; e non è precisamente la stessa cosa. Ma se anche fosse, non
per questo il sensazio- nalismo, sia pure il più rigoroso e conseguente, come è
quello telesiano, diventa tanto abietto quanto si pretende, sia filosoficamente
e sia perfino mo- ralmente. Umile, elementare, manchevole è il senso; ma 56 ‘E.
Troilo esso o è o non è coscienza e spirito. Chi vorrà dire che non sia? — Ma
se è, esso contiene ed è tutto il problema della coscienza e dello spirito,
poichè ne è la radice e l’ essenza. Il resto non può essere che processo e
manifestazione di gradi. E ciò che si è detto della dualità ontologica di
materia e spirito, va ripetuto anche per la dualità gnoseologica di senso e
intelletto. Quì appare il radicalismo più completo e più energico del Telesio;
poichè egli non solo annulla il dualismo aristotelico, ma in certo senso
purifica e rende più schietta, a tal riguardo, la posizione del pensiero
presocratico; nel quale, come è noto, a traverso una diffusa inspirazione pessimista
e scettica, serpeggiava più di un accenno del dua- lismo, appunto, di
intelletto e di senso. Il sensazionalismo telesiano svolge, così, tutto il
ciclo dello spirito; e storicamente ha la impor- tanza fondamentale di segnare
il punto di partenza della corrente empirica della filosofia moderna, che
discende da Bacone a Galileo, a Locke ed Hume ed oltre, e teoreticamente si
afferma in una coerenza ed armonia salda e cristallina; in virtù della quale
non solo è scevro di quelle vene sot- tili e mortali d’idealismo che filtrano
nell’ empi- rismo inglese, e a traverso cui si apre il passo ri- solutamente
Giorgio Berkeley, ma anche implica, in sostanza, sulla base della energica
risoluzione in attiva e feconda unità, dei dualismi di materia e spirito, di senso
e intelletto, una teoria della co- noscenza che forse avrà per sè l’ avvenire,
A questo punto, chi ha scorso il De Rerum i Bernardino Telesio. 57 Natura
specialmente nei libri V, VII e VIII, po- trebbe addurre che la pura e forte
coerenza nel ciclo dello spirito secondo Telesio, sia turbata e rotta da una
ultima irriducibile opposizione, tra lo spirito in senso corporeo e naturale e
l anima creata da Dio e trascendente. Ma chi abbia ben letta e meditata l’
opera del filosofo cosentino, non si porrà neppure tale questione, che è
meramente formale ed apparente, e dovrà convenire nelle schiette
considerazioni, su cui nessun sospetto può cadere, fatte da Fiorentino; « se
misi chiegga, quale ufficio faccia quest'anima di origine divina, nol saprei
veramente definire, nè il Telesio stesso aveva preso una deliberazione precisa;
ce | aveva messa per non romperla a viso aperto con la fede; ma venuto alla
funzione propria da attribuirle, non sa più che dirsi, e si rassegna a
lasciarla in ozio. Ed ancora: Telesio con quell’ altra anima creata da Dio, che
appiccica come forma all’ uomo, ri- produce l’ antagonismo che ha cercato di
togliere in tutti i suoi libri Se non
che tale antago- nismo non ha alcuna ragione d’essere. « Che l' a- nima umana
abbia un intelletto e una volontà dei quali non si giovi ora, ma che li tenga
in serbo per servirsene altrove; o tutt’ al più che, mentre guarda con
l'intelletto e l'appetito naturale alle cose pre- senti, con quell’ altra dia
un’ occhiata ad un altro mondo; ciò poco rileva alla storia del pensiero umano.
La miglior prova dell’inutilità di quel duplicato è lo averlo egli stesso
privato di ogni contenuto, e di averlo condannato all’ ozio o al- ineno
interdetto vita natural durante >». 58 E. Troilo Prescindiamo dal trattare
di proposito l’ etica te- lesiana perchè, in vero, l’ Autore non fa che ac-
cenni più o meno svolti, senza comporli in un tutto propriamente organico. Di
essa basti dire che è la derivazione diretta, a somiglianza della classica
etica greca, delle pre- cedenti dottrine fisiche e psicologiche, e si risolve
in una specie di illuminato utilitarismo. Già il filosofo ha congiunto e quasi
commisto alla funzione teoretica dello spirito pure una fun- zione pratica di
conservazione e d’ integrazione (Lib. IX, Cap. 23); ed in ciò non può non
consi- stere anche l’ essenza ed il fine dell’ etica. Sapere ed operare secondo
la propria natura, come hanno una comune radice ontologica e psicologica nel-
I’ essere, così culminano in un comune coronamento nell’ etica; e Telesio
anticipando in ciò le vedute fondamentali di Bacone e di Spinoza, e, in un certo
senso, del moderno pragmatismo, vuole che gli uomini non omnium modo scientes,
sed omnium fere potentes fiant. Così non resta, ora, a parlare che dell’ ultimo
principio che limita e conclude il sistema telesiano, il principio
trascendentale. L’ epoca e le condizioni in cui Bernardino Te- lesio delineava
audacemente le nuove dottrine ri- voluzionarie non consentivano che il filosofo
tra- scurasse il principio trascendentale. Ma la purezza, l’ interezza e la
novità della fondamentale inspira- zione telesiana fan sì che esso, pur essendo
for- malmente trattato ed ammesso qua e là, sia ridotto in sostanza a qualchè
di affatto esteriore, estraneo ed inerte. Bernardino Telesìo. 59 Sacre lettere,
scienze divine, dottori santi, Fede, Religione, Dio s'incontrano invocati a
questo o a quel proposito; ma si sente troppo bene che for- mano un bagaglio
estraneo, tradizionale e conven- zionale. È questa la caratteristica situazione
del pensiero della Rinascenza in genere, e di Telesio più spic- catamente; la
quale, a parte il problema storico, delinea in maniera tipica il problema
stesso delle relazioni fra Religione e Filosofia, in senso cioè del tutto
negativo. Storicamente il dissidio è e si fa sempre più acuto tra l'una e
l’altra; ma teoreticamente e psicolo- gicamente per così dire, esso è come se
non esi- stesse. Il pensiero della nuova filosofia naturale sta di per sè, e cerca
di organizzarsi nella maniera più completa e libera: tutto il resto è estraneo,
è in- differente, appartiene ad un’ altra sfera che si isola e si riduce e si
allontana e s’ estenua sempre più. I richiami, le invocazioni, le proteste
abituali ingenuamente o prudentemente ricorrenti, non po- tranno mai nè
alterare l’ intrinseca essenza del nuovo pensiero indipendente, nè ravvivare e
rav- vicinare quel mondo crepuscolare. Quello che si è detto per l’ anima, è da
ripetere per tutto il principio trascendentale, che si assomma in Dio. Telesio
lo ammette e lo venera come principio creatore ed informatore. Poichè il mondo
per il no stro filosofo non è ab aeterno, ma è stato nel suo tempo creato da
Dio. Sembrerebbe, quì, fuori di discussione il cozzo fra il naturale e il
divino, ed aperto e insanabile, quindi, l’ antagonismo nel cuore della
filosofia na- turale. Tuttavia, a ben considerare, essa si risolve e sfuma, non
senza una certa tristezza. Dio ha creato ; nel modo come l'artefice (ar- tifex,
opifex ricorrono spesso a indicare Dio nel pensiero della Rinascenza) crea l’
opera sua; cioè trasfondendo in questa tutto ciò che possiede e può darle. Onde
prima della creazione, Dio era tutto in sè, gravido della sua potenza e della
sua sapienza e come inerte in questo suo stesso pondo. Allorchè crea, Dio non è
più tutto in sè anzi, tutto si trasferisce nella cosa creata: Natura sive Deus.
È un processo di sdeificazione di Dio. Ora questo processo è energicamente
iniziato e avviato, e in certo senso può dirsi anche compiuto, nell’ opera
telesiana. Dio creando, ha dato tutto ciò che poteva e do- veva dare alla
natura; sì che oltrepassato il mo- mento creativo, la natura fa da sè, e non ha
bi- sogno di alcun che altro, per tutte le sue azioni, operazioni e
manifestazioni infinite. Tutto in genere il De Rerum Natura, così profondamente
caratte- rizzato dall’ aggiunta juxta propria principia, e più di trenta luoghi
particolari che si potrebbero citare, stanno a dimostrare ciò, sia nei
principii fonda- mentali sia nei più minuti fenomeni specifici. La Natura
creata si sostituisce a Dio; in essa è trafusa e insita ogni facoltà, la
condizione dell’ es- sere, la potenza del moto e la potenza del senso: perfino
il motore immobile si rende inutile ed inerte; Bernardino Telesio. 61 e la
dimostrazione che ne dà il Telesio, stringente e vibrante, è una delle cose più
impressionanti del- l’ opera. Ma v'è di più. Dio ha creato il mondo; ma tale
quale essere doveva: mundus quomodo con- structus est, construendus ; e spesso
in Telesio questa e simili espressioni, quale datum videri, dandum fuit, etc.
ricorrono e s’ impongono. — Ora ciò non sta per lo meno ad adombrare una certa
necessità da cui è dominato il creatore stesso nella crea- zione? Sì che la
creazione medesima viene, in fin dei conti a determinarsi quasi secondo un
principio di contingenza positiva. Il processo di sdeificazione tocca il suo
cul- mine. La inerzia per così dire positiva, in cui Dio era chiuso, prima
della creazione, diviene inerzia negativa dopo l’ atto creativo. Di un Dio, che
come astretto dalla necessità crea, e creando nel modo come doveva creare,
tutto si trasfonde nella cosa creata che gli si sostituisce, se resta qualche
cosa non può restare se non l’ ombra immobile e la larva vuota. Questo concetto
e questo processo proprio della Rinascenza è solenne e tragico: il pensiero nel
re- staurare la natura si sforza di attingere per essa e per sè, la
indipendenza e la libertà più assoluta; ed in questo sforzo immane, che ha di
contro a sè la credenza dei secoli, il terrore degli uomini, e i balenii della
morte, folgora nella sua serenità il pensiero di Bernardino Telesio. Che
importa più il principio trascendente, e che può valere di fronte al nuovo
sistema? Esso è ri. mosso e ridotto a
tal segno che è come se non fosse affatto. E di esso può dirsi veramente che
nulla più può trarlo dalla sua inerzia e dalla sua immobi- lità, e ripetersi
con Telesio i versi di Omero, che il filosofo stesso sembra esten- dere a più
profonda significazione: Sed vobis caelo numquam deducere ab alto Ad terram
dabitur summum omnisciumque tonantem; Non si pervigili studio summoque labore
Dii, deaeque omnes pariter trahere inde velitis. Ill. È stato detto primamente
da Francesco Bacone, e poi ripetuto sempre, anche da acuti ingegni, come
Vincenzo Cuoco e Francesco Fiorentino, che Ber- nardino Telesio più che
costruire abbia distrutto; donde seguirebbe che la sua importanza filosofica e
storica sarebbe più negativa che positiva. Da un certo punto di vista,
l'osservazione regge, in quanto la critica, senza dubbio, prevale tecni-
camente nell’ opera telesiana; e ciò produce una impressione forse di poca
autonomia nel sistema del filosofo cosentino. Ma è, d’ altronde, erroneo ed
ingiusto dare un valore assoluto a quella sentenza. Poichè, che si- gnifica,
specialmente in filosofia, costruire? Am- monticchiare forse teorie, a
qualsiasi costo? — Il che non solo è affatto sciocco, ma porterebbe a Telesio. questo pure, di non tener conto delle
condizioni e delle esigenze di un periodo storico. Ora, appunto, in certi
momenti storici, in certi stati dello spirito collettivo, costruire nel senso
usuale della parola, non si può. C’ è ben altro da fare: c’è da prendere
posizione di fronte alle vec- chie tradizioni ed agli istituti più o meno
radicati nel clima intellettuale e morale e nella compagine sociale. C'è da
sgombrare il terreno, da prepa- rare le fondamenta; c’ è da gettare le linee
cardi- nali, precisamente sulle rovine, dell’ opera futura. Ma questo non. è
forse, vera e propria costru- zione, a sua volta? costruzione nello stesso
senso profondo, in cui per esempio è, nella mirabile espressione di qualche
lingua, costruttore il con- tadino che scava, dissoda, prepara e getta il seme?
In tal senso, Bernardino Telesio non solo ha distrutto, ma ha, essenzialmente,
costruito. Che cosa? È, innanzi tutto, opera fondamentale positiva la
reintegrazione della natura, secondo le intrinseche sue naturali potenzialità,
di cui si è già discorso. E non si tratta come abbiamo veduto, di una semplice
rievocazione dell’ antico, ma di una vera e propria elaborazione nuova, che
muovendo dalla pura primitiva intuizione presocratica, si allarga e si
approfondisce in guisa, da anticipare, sia pure indistintamente, la
speculazione scientifica e filo- sofica avvenire. Del resto, il semplice
tornare alle origini (cosa diversa dal solito ritorno all’ antico) ha spesso
va- lore di rinnovazione sostanziale, che è quanto dire di costruzione e
creazione: tornare alle origini è purificarsi; e forse nulla è più creativo
della pu- rificazione, del rifarsi l anima nuova. Certo che la grande
purificazione che col Te- lesio si avvera del concetto della natura, è opera di
innegabile costruzione filosofica. La quale è compiuta con determinazioni ed
altre vedute più particolari, ma non meno importanti. Dalla intuizione
fondamentale della natura — realtà schietta ed immediata — il Telesio, infatti,
può trarre e donare, definitivamente possiamo dire, al pensiero, i due
principii o le due condizioni indi- spensabili, ond’esso può comporsi come
organismo di scienza e di filosofia, avente un valore reale, con- creto, umano;
cioè positivo, nel senso più ampio e ricco della parola, in opposizione
vittoriosa ormai, alle metafisiche scolastiche ed alle trascendenze re-
ligiose, alla cui lunga depauperazione si ribellava finalmente lo spirito. Sono
i due principii o condizioni obiettivo e subiettivo, ontologico e gnoseologico,
dati non più come una schematica ed arida contrapposizione di entità formali,
ma come una viva correlazione, ed in certo senso, anzi, feconda e ricca unità
di po- tenza e funzione esistenziale e conoscitiva. Precisa mente, la realtà
naturale, da una parte, tutta in- tiera e libera nelle sue energie intrinseche,
nelle sue leggi immanenti: donde il fluire indefinito delle sue manifestazioni
e l essere eterno del suo si- stema d'ordine e d’ armonia; e dall’ altra parte,
la capacità dello spirito, forma e virtù anch’ esso della natura, a penetrarla
a possederla nella cono- Bernardino Telesio. 65 Aim iii scenza, per mezzo dello
strumento più diretto e connaturale, il senso. E questo, concepito nel ca-
ratteristico modo telesiano, pieno di profondità e d’ ampiezza: che mentre
esclude, come abbiamo ve- duto, sia il crudo sensismo, sia il realismo ingenuo
e volgare, dà all’ uomo quella salutare consapevo- lezza e confidenza della
propria forza, che già trasforma radicalmente il vecchio rapporto fra sog-
getto ed oggetto, ed inizia, quindi, la capitale ri- voluzione che Emanuele
Kant, sull analogia della rivoluzione astronomica copernicana, fissa ed illu-
stra nella guisa poderosa che tutti sanno. È un fatto, evidentemente, di
carattere tutt’ altro che distruttivo, e di valore tutt’ altro che negativo,
nella storia del pensiero: il naturalismo telesiano segna non solo la
possibilità imminente dell’ av- vento della scienza e della filosofia naturale,
ma propone esso stesso, virtualmente, il problema gnoseologico, nella radicale
forma nuova del rap- porto accennato. Profondamente ingannavasi il povero
Lotario Sarsi, l’autore di quel Libro Astronomico e Filoso- fico così
terribilmente ponderato con bilancia esqui- sita e giusta nel Saggiatore, da
Galileo: egli giu- dicò la filosofia di Telesio (insieme a quella di Cardano)
sterile ed inefficace, ed entrambi di niun seguito nulla ab ea prole beati,
libros posteris, non liberos religuerant; mentre Galileo rispettosamente
proclama il Telesio, con Cardano stesso, venerando padre della natural Filosofia.
Ma considerando più in particolare i due prin- cipii o condizioni indicati, noi
possiamo scorgervi ProriLi, — Telesio. come delle irradiazioni potenti che
anticipano punti ed aspetti essenziali della filosofia posteriore; so- pratutto
del Bruno. È noto che i tre cardini fondamentali del si- stema della filosofia
bruniana si possono ridurre a questi: la Naturalità, Vl Unità, l Infinità; i
quali sono decisivi per l avviamento di tutto il pensiero moderno, non solo nel
senso della filosofia natu- rale e della filosofia positiva e scientifica, in
ge- nere, ma anche nel senso della metafisica, culmi- nante in Hegel. Ora tali
principii, mentre sono elaborati indi- stintamente da tutta la fermentazione
intellettuale della Rinascenza, hanno in Telesio, specialmente per i primi due,
un assertore energico, un prepa- ratore indiscutibile. La naturalità emergente
dalla splendida intui- zione telesiana, è là intiera, chiara, purissima; anzi
come si è accennato più ancora che nel Bruno, senza perdere, per questo, in
profondità. Poichè, mentre il Bruno riconosce, in sostanza, nella natura due
aspetti, due volti; l uno quasi inerente al fondo teologico, teosofico e
mistico dell’ essere, 1’ altro aperto e rivelato a noi, aspetti che il Nolano —
e sta qui la sua caratteristica importanza — di pro- pria forza, tende a
superare e fondere nella unità; mentre, tuttavia, questa unità serba ancora una
traccia di quella duplicità, nella formula del pan- teismo naturalistico
(natura sive deus), il Telesio la offre nella sua magnifica nudità senza alcun
in flusso nè teologico, nè teosofico, nè magico e si- mili. La purificazione è
totale; l’ accenno al problema Berna no Telesio. 67 trascendente del divino e
quindi alla dualità, che s'incontra nel Proemio ed in qualche altro punto,
sembra anzi fatto a posta per escludere il problema stesso dal campo della
filosofia naturale (che quì equivale alla filosofia pura e semplice) sia pure
con l’ ingenua, formale contradizione che vi si può riscontrare. La natura
universa, identica ed una, sta a sè; e Dio stesso l’ha creata fornita di forze
pro- prie e di proprie leggi: dove si vede, appunto, quella posizione di Dio,
del tutto estranea ed inerte che nell’ atto stesso che accenna il problema tra-
scendente, lo risolve. In tal modo, la naturalità e |’ unità dell’ universo si
delineano compiutamente nel pensiero telesiano, ridotte, anzi, ad una
espressione di semplicità, forse anche troppo secca e un poco artifiziosa,
nella legge unica di opposizione (caldo e freddo), che deter- mina tutti i modi
di essere e i fenomeni della realtà. Senza questa energica riduzione, non vi
sarebbe stato nè il compimento della reazione al pensiero medioevale, nè
l'avviamento alla filosofia bruniana; la quale si dispiega meravigliosamente e
si illu- mina di luce immortale, nel terzo principio, della Infinità. Di questo
principio non si può dire che si abbia in Telesio chiare e sufficienti
indicazioni: esso è gloria intiera bruniana, ed è inutile ricordarne l’e- norme
importanza per tutti i campi della filosofia. Ma conviene, nondimeno,
riconoscere che senza la totale naturalità dell’ universo, è impossibile per-
venire alla sua infinità; perchè dove fosse dualismo 68 E. Troilo di naturale e
di soprannaturale, non si potrebbe avere che o la finità del primo o l’assurdo
di due infiniti coesistenti. E poi, la vera infinità è nel- I unità. Così,
dunque, possiamo affermare, a riguardo del principio ontologico del Telesio,
ch’ esso pre- para in parte direttamente, in parte implicitamente ma con
evidente necessità teoretica e storica, Bruno: e la gran luce che irradia
l’opera immortale del Nolano tempestoso, non può non riflettersi su quella del
mite e sereno Cosentino. Quanto al principio subiettivo e gnoseologico, che
nella dottrina telesiana, si esplica nella potenza e nella funzione del senso,
abbiamo mostrato quale singolare importanza esso abbia; e le prevenzioni di
angustia e di grettezza sono smentite dal fatto accennato che esso stesso
prepara, da un punto di vista generale, la nuova posizione del problema della
conoscenza. Del resto, a chi ben consideri appariranno altri aspetti della
importanza della dottrina sensistica del Telesio. — ll senso è lo strumento
elaborato dalla natura, per cui la natura si svela a sè stessa. Ma questa
formazione naturale del senso, che è quanto dire della coscienza, non ne pone
puramente e sem- plicemente la corpulenza accennata; non ripete il favoleggiato
più che reale materialismo psichico dei primitivi: accenna, invece, nientemeno
a quella specie di coscienzionalismo che oggi è tanto in voga; dal momento che
adombra, a dirittura, ele- menti coscienti nella natura, ovvero quel principio
proprio di essa onde tende alla conoscenza: come Telesio. abbiamo veduto, i
termini stessi della legge uni- versale telesiana, caldo e freddo, sarebbero,
in certo modo, dotati di facoltà sentiendi e percepiendi. Idealismo, dunque,
nel cuore stesso di questo singolare sensismo? Sarà; l’ idealista (vi ha pen-
sato mai alcuno?) potrebbe svolgere questo lato della dottrina. Al che, però,
potrebbe contrapporsi il punto di vista e l aspetto del semplice natura- lismo
evolutivo dello spirito; il quale mentre è legittimamente filosofico, è e resta
essenzialmente, irrevocabilmente, positivo, anche sotto le mascherature della
bergsoniana evoluzione creatrice. Ma è inutile discutere qui tutto ciò. Quello
che importa assodare è che dalle cose dette risulta la intima ricchezza della
dottrina telesiana; la quale, per questo rispetto, ha un riscontro importante
nell’empirismo di Locke. Certo è che dalla concezione e dalla relazione dei due
principii obiettivo e subiettivo, si delinea, più particolarmente, nel Telesio,
quella schietta po- sizione che assumerà una forma tipica ed una espressione
lapidaria in Galileo: /a natura prima fece le cose a suo modo, e poi la mente
capace ad intenderle; forma naturalistica, la cui essenza è pure nella visione
bruniana, per quanto complicata e infetta di coloriture mistiche, d’origine
neoplato- nica ed alessandrina; nella corrispondenza cioè e nell’ adesione per
così dire dell’ essere e del cono- scere, e che trova, in fine, la sua ampia
proclama- zione in Bacone: La verità nella realtà delle cose e la verità nella
conoscenza, non sono che una sola e medesima verità. Tutto ciò (che implica una
teoria della cono- scenza magnifica, ancora da svolgere nelle sue pro- fondità
e nelle sue conseguenze) prende, in so- stanza, le mosse da Bernardino Telesio;
il cui pen- siero, quindi, è mirabilmente fecondo ed essenzial- mente
costruttivo. Distruttiva è certo l’ opera del filosofo italico; ma nel senso
profondo e fecondo della reazione al vecchio mondo medioevale aristotelico;
mentre sta poi in fatto che la reintegrazione della natura e le anticipazioni
ontologiche e gnoseologiche accennate sono vere conquiste nuove del pensiero.
V’ è nell’ opera del Telesio un altro aspetto del tutto distruttivo; ma esso è
implicito, e noi stessi solo ne possiamo trarre l’ abbozzo, portando alle
estreme conseguenze — cosa affatto lecita, anzi necessaria lo spunto indicato
del problema del trascendente, e utilizzando lo spirito positivo, con- creto,
direbbesi quasi pratico, di tutta la sua opera. Nella olimpica serenità della
nuova visione del- l’ universo ; nell’ ardore della verità umana; nello svolgimento
del ciclo dello spirito dal senso, dalla forma più umile che ha la ricchezza
primigenia del- l'intuizione, alle forme più alte, che sembra ab- biano già
realizzata la disciplina baconiana per non cadere nel vortice delle illusorie
fantasie, — si sente quasi circolare quella severa e salutare inspira- zione
che avrà la sua definitiva affermazione sce- veratrice, purificatrice e
demolitrice nella Dialettica trascendentale di Emanuele Kant. Nel naturalismo
filosofico della Rinascenza che si inizia con Telesio, appunto, trattavasi di
rom- Bernardino Telesio. 71 pere il viluppo inestricabile di cosmologie, di
psi- cologie, di teologie razionali, come dice Kant, ac- cumulati strati su
strati, cerchi su cerchi, dalla meta- fisica greca, dal misticismo
alessandrino, dalla sco- lastica medioevale: e trattavasi ancora di garentire
ulteriormente, la natura e lo spirito liberati e rin- novati. Nel fatto stesso
della storica funzione che compie Telesio, nel momento di grazia del
Rinascimento, è implicita l affermazione teoretica contro ogni vaneggiante metafisica
ed ogni sterile logica della illusione: e perciò non è fuor di luogo e non è
il- legittimo segnare, col nome e con l’opera Telesio, l’ inizio di quel
procedimento di pensiero, che mette capo alla Dialettica trascen- dentale del
distruttore di Koenigsberg. A parte le vedute speciali, che oggi sono di
competenza della scienza, e che costituiscono il lato caduco dell’ opera De Rerum
Natura juxta propria principia, Telesio per lo spirito animatore ed
informatore, è anche per altro rispetto, più vi- cino a noi di quello che non
sembri. Oggi varie forme di metafisica e di trascendenza tornano e riprendono
vigore, è vero; ma inconte- stabile è pure che ciò costituisce più l’ apparenza
che la sostanza dell’ attuale momento filosofico. Quello che veramente lo
caratterizza è la ten- denza, molteplice di manifestazioni, ma identica in
fondo, dell’ antintellettualismo. Filosofia dell’ in- tuizione e filosofia
dell’azione; filosofia della con- tingenza e filosofia dell’ esperienza,
esprimono ap- punto questa tendenza ; e la formula può esserne, Troilo in
genere, quella di James, empirismo radicale. Lo psicologo americano, dopo aver
sciolto l’ inno più alato alla ricchezza sempre sgorgante da ogni punto della
vita e della realtà, dopo aver affermato che la Natura è « dèbordement »,
mostra che tutto in fin dei conti, è contenuto nella vita sensibile, nella
quale si riversa la realtà medesima imme- diatamente. « Ad esaminare
concretamente la vita sensibile è impossibile non vedere che le relazioni di
ogni specie, tempo, spazio, differenza, rassomi- glianza, cambiamento, misura,
causa, etc., formano parte integrante del flusso delle sensazioni, come delle
sensazioni stesse: è appunto |’ empirismo: ra- dicale ». Ora, questo
reintegrarsi dei diritti e dei valori della sensazione, della esperienza pura —
palpito vivo e continuo che segna il ritmo ed il fluire della vivente e
presente realtà, questo rituffarsi del pensiero nella vita e nella realtà; il
nuovo sensa- zionalismo e il nuovo empirismo, in una parola, co- munque avvolti
nelle forme raffinate della metafi- sica, nelle sottigliezze e sfumature dell’
interiorismo, comunque risolventisi in evanescenze estetiche, re- ligiose,
mistiche, sono sempre un getto, un po’morbido, del saldo profondo tronco
antico. Un po’ morbido si è detto; ma è più giusto dire acutamente morbido.
Perchè non aver il coraggio di scuotere questa morbidità, di tornare
schiettamente al tronco saldo e robusto, al fonte salutare e fecondo? James stesso
vi accenna chiaramente, allorchè Bernardino Telesio. 73 confessa di aver,
alfine, compreso che la filosofia da Socrate, Platone ed Aristotele ha sempre
se- guito una falsa strada, estenuandosi nel trascen- dentalismo e perdendosi
in considerazioni di una compassionevole magrezza. È il tronco e il fonte del
radicale empirismo presocratico, che il Primo degli uomini nuovi ri- trovò e
rimise santamente in onore, e in cui rinnovò natura e spirito. Se la complicata
e conturbata età nostra, se- guendo la tendenza accennata della filosofia con-
temporanea, avrà la forza e il modo di ritornarvi, s' incontrerà in Telesio. Telesio.
CENNI BIBLIOGRAFICI Telesii Consentini, De Natura juxta propria principia,
Liber Primus et secundus. Romae, Bladus, De Rerum Natura juxta propria
principia, Liber primus et secundus denuo editi. Neapoli, Joseph Cacchius -- vi
sono parecchie modificazioni rispetto alla prima edizione. Telesii Consentini,
De rerum natura juxta pro- pria principia. Neapoli, apud Horatium Salvianum [
Nel!a Biblioteca Vittorio Emanuele di Roia, esiste un esemplare avente una
pagina in fine con una nota auto- grafa del medico Domenico Cotugno e le
risposte del Telesio ad alcune osservazioni di PATRIZZI, SO» pra i due primi
libri dell’ Opera]. Bernardini Telesii Cosentini, Varii de naturalibus rebus
li- belli ab Antonio Persico editi, quorum alii nunquam antea excusi, alii
meliores facti prodeunt. Sunt autem hi: De Cometis et lacteo circulo De his quae
in aere fiunt et de terremotibus De Iride De Mari Quod ani- mal universum ab
unica animae substantia gubernatur — De usu respirationis — De coloribus De
saporibus De somno. Unicuique
libello appositus est capitum index. Venetiis, Volgerius Felix, A questi
opuscoli vanno aggiunti i seguenti, che tro- vansi manoscritti nella Biblioteca
Nazionale di Napoli, e che sono stati pubblicati da Francesco FioRENTINO in ap-
pendice all’ opera Bernardino Telesio etc. Firenze, De Fulmine Quae et quo-
modo febres faciunt De rigoris, aestusque, qui rigo- rem excipit, causis, Troilo
(Sertorio Quattromani), La Prilosophia di Telesio ristretta in brevità, et
scritta in lingua toscana dal MonTANO AccapemMico Cosentino In Napoli, appresso
Cacchi, . Adami Tobias, Pro.iromus Philosophiae instruendae, idest Dis-
sertationis de Natura Rerum Compendium secundum vera principia ex scriptis
TitomAE CAMPANELLAE proemissum. Cum prefatione ad Philosophos Germaniae,
Francofurti, Johannes Bringerius, Francisci Muti consentini, Disceptationum
libri V, contra ca- lumnias Th. Angelutii in maximum philosophum Franci- scum
Patricium, in quibus pene universa Aristotelis phi- losophia in exa:nen
adducitur. Ferrariae, [Dedica a Telesio
]. Disputationes libri novarum positionum Antonii Persii friduo habitae
Venetiis Florentiae, in officina Marescoti Propositiones ab Persio editae, sed
A Gaspare ZeEnucHiNO ad disputandum productae Venetiis et Patavii per tres
perpetuos dies, ineuntes a die Ascensionis Domini ...... | Antonii Persii,
Apo/ogia pro Bernardino Telesio adversus Fran- ciscum Patritium. Responsiones
ad obiecta Francisci Patritii contra Tele- sium. [Manoscritto della Biblioteca
Magliabechiana. FIORENTINO. i . Francesco Martelli, Delle cose naturali (Libri
1 e II); Del mare: Delle cose che si fanno nell’ aria e dei Terremoti tradotti
in lingua toscana. [Manoscritto nella libreria del Granduca. FroRENTINO].
Giovanni D’ Aquino, Oratione in morte di Telesio philosopho eccellentissimo,
agli Accademici Cosentini. Co- senza, per Leonardo Angrisano Ristampata a cura
e spesa del Filippino Luigi Telesio. Napoli, Frat. Trani. Francesco Fiorentino,
Bernardino Telesio ossia Studi storici su l’idea della natura nel Risorgimento
Italiano. Voll. 2. Firenze, Successori Le Monnier, 1872-1874. Bernardino
Telesio. TI Francesco Bartelli, Note bivgrafiche. (Telesio — Galeazzo Tarsia).
Cosenza. Uscirà in questi giorui: Telesii, De Rerum Natura, a cura di V.
SPAMPANATO. Filosofi Italiani; Collezione promossa dalla Società filos. Ital. e
diretta da Tocco. A. F. For- miggini, Editore in Modena. rate: CP-co SD «d. sò
co co» <a > ce saceo ce FILOSOFI ITALIANI COLLEZIONE PROMOLIA DALLA
KOCIETÀ PILOFGFICA FTALIANA Inerbteiiàni FELICE TOCCO re denso 0 © 0» 0 e 0 0
lt TELESI? DE RERUM NATURA 4 Tuta os VINCENZO SPAMPANATO voLume sgimo cere nana
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Profili già pubblicati: 1.° I. B. Supino - Sandro Botticelli. (II8 Edizione)
2.° ALBERTI - Carlo Darwin. (IA Edizione ) 3.° Luigi DI S. Giusto - Gaspara
Stampa. (II® Edizione ) SETTI - Esiodo. PASCAL - Amiel. LORIA - Malthus. ANGELI
Verdi. 8.° BALDASSARE LABANCA - Gesù di Nazareth. (II.* Edizione) MomigLIANO Porta.
FAVARO, Galilei. T., Telesio. FILOSOFI ITALIANI COLLEZIONE PROMOSSA er) SOCIETÀ
FILOSOFICA ITALIANA DIRETTA DA FELIGE: TOCCO CHIARISSIMO SIGNORE, Nel terzo
Congresso della Società Filosofica Italiana tenutosi in DI > Sii Roma,
chiedevo ai SER O Consoci l'appoggio morale per at- tuare una iniziativa che
senza il con- senso attivo e concorde di tutti gli studiosi di filosofia non
avrebbe possibilità di successo. Proponevo cioè di raccogliere in una
accuratis- = sima edizione i testi critici dei mag-. scasanomI TELESAI giori
filosofi italiani, di rendere cioè |{! DE RERUM NATURA accessibili a tutti le
opere meno age- e rn volmente reperibili e più importanti per la storia del
pensiero nazionale. Mi sembrava che l’ alta impresa avrebbe potuto offrire un
nobilissimo campo di attività alla Società Filosofica, la quale appunto vuole
curare gli interessi generali della filosofia e diffondere l’amore per questo
ordine di studi, Potei comunicare al Congresso l’adesione entusiasta di Bene-
detto Croce e la proposta, che corrispondeva ad un voto già espresso dalla
Società, ottenne da tutti i presenti la più cordiale approvazione, e il
Presidente Federigo Enriques la caldeggiò eloquentemente e si impegnò di dare
ogni ajuto possibile : debbo infatti alla autorevole intercessione di Federigo
Enriques e di Benedetto Croce se Felice Tocco ha accettato di assumere la
direzione della raccolta. Per potere sperimentare quanto il pubblico degli
studiosi risponderà alla nostra iniziativa, pubblicheremo intanto a titolo o
reLict TOCCO Digitized by Google di saggio in quattro volumi che usciranno a
distanza di sei mes l’uno dall’altro le opere complete di Bernardino Telesio da
Cosenza. I volumi, curati con sapiente amore da Vincenzo Spampanato, saranno
ciascuno di circa 400 pagine, stampati con caratteri ita- lici espressamente
fusi su carta a mano, rilegati alla bodoniana in falsa pergamena, con un
frontispizio disegnato da Alberto Artioli. I volumi saranno messi in commercio
al prezzo costante di L. 5,50: alcune copie si venderanno a lire 7,50 rilegate
in per- gamena autentica. Nelle prime pagine di ogni volume sarà pubblicato 1’
elenco dei sottoscrittori, dei promotori e dei benemeriti della raccolta. I
sottoscrittori si impegneranno di acquistare i volumi in ragione di L. 5 l’uno
(o di L. 7 se rilegati in pergamena auten- tica) pagandoli anche in diverse
rate ma sempre anticipatamente. I promotori si impegneranio di acquistare i
volumi in ragione di lire 10 l'uno (L. 12 se colla rilegatura in pergamena autentica),
pagandoli come sopra. (I membri della Società Filosofica Italiana e gli
abbonati alla Rivista di Filosofia od alla Rivista Pedagogica, godranno del 10
°/, di scorto sui prezzi sopraindicati ). 1 benemeriti saranno coloro che in
più ampia misura contri- buiranno al buon successo della iniziativa. Il
Municipio di Cosenza, per esempio, apparirà non solo come auspice della
edizione delle opere Telesiane alla quale ha generosamente contribuito, ma
benanche come benemerito di tutta la raccolta, se questa, come noi fermamente
crediamo, potrà felicemente continuare. Gli editori del passato ricorrevano
spesso alle pubbliche sottoscrizioni, ed io che da quelli cerco di attingere
ammaestra- menti, ho creduto che ben si addicesse alla nostra impresa un appello
alla piccola famiglia degli studiosi di filosofia, perchè si possa in certo
modo controllare quanti avranno risposto all’ amo- roso richiamo e perchè gli
Illustri e Benevoli Amici che con tanto disinteresse mi hanno accordato l’
appoggio prezioso della loro autorità e della loro dottrina, possano valutare
se io saprò corri- spondere adeguatamente a quanto il pubblico degli studiosi
farà per incoraggiare questa mia iniziativa. Dev.mo Joogle4. F. Formiggini. SIN
SESSANT'ANNI DI ELOQUENZA PARLAMENTARE IN ITALIA == 2A l_NIEeE Nella grande
ricorrenza del nostro nazionale giubileo di libertà, pubblicherò questa
splendida antologia ideata e curata da NOTA. Nessun libro dovrebbe tornare oggi
più di questo opportuno e gradito agl’ Italiani. L’ Autore ha voluto tracciare
in esso la Storia politico-parlamentare dell’Italia nostra perseguendola attra-
verso una forma d’arte fortemente suggestiva qual’ è l’ora- toria, anzichè in
una fredda esposizione di fatti. Egli si è proposto di riempire una lacuna da
troppo tempo esistente in Italia, dove i libri che trattano di oratoria, di
partiti e d uomini politici, dalla satira infuori, sono, come si dice, troppo
aristocratici o troppo gravi e costosi e però impopolari, e dove quindi la
storia e l’opera del nostro Parlamento sono quasi affatto e quasi da tutti
ignorate o misconosciute. In questo libro si troveranno opportunamente rac-
colti e commentati i più bei discorsi che siano stati pro- nunziati nel
Parlamento subalpino e nell'italiano, così che rileggendoli parrà quasi di
riudire le voci degli uomini insigni del nostro Risorgimento e, con le voci,
l’eco delle loro fedi, delle loro passioni, delle speranze, degli amori, degli
odii. Vi si troverà insieme compendiata e raccolta tutta la vita parlamentare con
le discussioni più 4 importanti, gli atti più solenni, le più celebrate
vicende, di cui i discorsi stessi sono come la traccia luminosa e risplendente,
di cui sono a un tempo la poesia e la storia. Questo libro è repertorio ed
enciclopedia insieme per ciò che riguarda la vita parlamentare di quei sessant’
anni. Ed è bello il vedervi passo passo germogliare e svilupparsi nuove idee,
nuovi partiti e istituti e forma- zioni sociali, e nuovi sistemi. di governo,
altri invece declinare, tramontare, scomparire. È bello ed interessante il
vedere come dagli uomini diversi furono giudicate al loro primo annunziarsi nel
Parlamento italiano le teorie socialistiche, le anarchiche, le democristiane e
così via; e come furono accolti e con- siderati al loro primo apparire uomini
quali il Cavour, il Minghetti, il Crispi, il Cavallotti ed altri tra i più
illustri parlamentari. È bello e interessante insomma il vedere come si siano
trasformate in sessant'anni certe opinioni e quantie e quali partiti e uomini e
fatti si siano succeduti e fino a che punto mutati. Si vede in questo libro
come si atteggiarono i partiti diversi, come il repubblicano e come il
clericale, di fronte alle vicende della patria, e come variamente furono giu-
dicati e sentiti i diversi avvenimenti dagli uomini diversi, e se alle
previsioni corrisposero i fatti e quali effetti ne conseguirono. Vi si vede
infine sul tronco giovine ancor oggi e rigoglioso dello Statuto innestarsi
tutta la legislazione italiana almeno fino al punto da poterne discernere le
linee generali e gli ampi svolgimenti. Tutta la vita del Parlamento italiano e
insieme la fisonomia e la psicologia d’ogni suo momento partico- lare
scaturiscono insomma da questo libro meglio che da qualunque più grave e
voluminosa storia o trattato. Ai discorsi saranne intercalati opportuni cenni sto-
5 riee-politico-cronologici, atti a fornire anche ai meno istrutti le notizie e
le spiegazioni occorrenti alla facile e pronta intelligenza di ciascun
discorso. Così pure, in un titolo suggestivo premesso a ciascun discorso sarà
riassunto l’ argomento, e in apposito cap- pello saranno rappresentate le
particolari circostanze parla- mentari che lo determinarono. In fondo al volume
si troveranno i cenni biografici degli oratori. « A chi dunque servirà questo
libro? » chiede 1’ Au- tore nella chiusa della sua prefazione, ed aggiunge: «
Dovrebbe servire — vorrei potermi rispondere — a tutti in genere — e vorrei
potermi lusingare che fos- sero molti — gli studiosi delle vicende e delle
istituzioni patrie, per rintracciarvi le grandi correnti logiche, senti- mentali
ed etiche, onde è uscita e si è plasmata l anima dell’ Italia moderna: agli
uomini politici del parlamento, del giornalismo, della cattedra, della pubblica
tribuna e dei comizi, per ispirarsi agli svariatissimi esempi di oratoria che
il libro offre, e trarne qualche utile insegnamento, specie dai discorsi meglio
confacenti al proprio temperamento indi- viduale e alle proprie tendenze
ideologiche; e inoltre, ove occorra, per trovarvi in breve riassunte la storia
e l’opera del Parlamento italiano e dei partiti che vi si avvicendarono, e la
vita e il pensiero dei loro uomini più rappresentativi, i quali convennero in
questo magni- fico arringo a paragone e a cimento, portandovi l’ eco poderosa
delle idee, dei sentimenti e degli interessi che agitavano il Paese: e vorrei
anche e soprattutto potermi rispondere che questo libro servirà ai giovani
studenti delle nostre scuole superiori; ma non oso, sebbene d'altra parte io
non sappia acconciarmi a disperare che possa tornar grato alla gioventù
studiosa, in quest’ anno nel quale si cele- brano i fasti dell’indipendenza e
dell’ unità d'Italia, rivi- 6 vere, con gli uomini che le vissero e vi
parteciparono, le fasi, le vicende, gli entusiasmi, le lotte del patrio risor-
gimento; e ritemprarsi nella visione delle idealità supe- rate o raggiunte, e
attingere in un sentimento di nobile emulazione il coraggio, la volontà e la
forza per com- piere, migliorare e ingrandire l’opera dei padri ». L’opera sarà
pubblicata a cominciare in dispense mensili in 8.° grande che saranno in
vendita dovunque a L. 1,25 (estero L. 1,50). L’opera completa sarà in dodici
dispense di comples- sive 1000 pagine e sarà divisa in due volumi che saranno
posti in cominercio l’uno a L. 6, l’altro a L. 8. Sono aperte due forme di
abbonamento all’ opera completa: i sottoscrittori pagheranno L. 10 (estero lire
12,50) anticipate; i promotori pagheranno L. 25 (estero L. 28) anticipate. I
promotori avranno una edizione sontuosa in carta a mano, fuori commercio, e i
loro nomi saranno annun- ciati a titolo di onore sulle copertine delle dispense
e dopo i frontispizi dei due voluini. ; FORMIGGINI IN MODENA PROFILI >
RIVISTA DI FILOSOFIA = RIVISTA PEDAGOGICA © PUBBLICAZIONI TASSONIANE :k
BIBLIOTECA FILOLOGICA E LETTERARIA © BIBLIOTECA DI FILO- SOFIA E DI PEDAGOGIA ©
FILOSOFI ITALIANI POETI ITALIANI ©
PUBBLICAZIONI VARIE ci > >k Questa Casa Editrice ha acquistato la
proprietà letteraria del Poema Calliope di FRANCESCO CHIESA, /a più forte opera
poetica pubblicata in questo principio di secolo. (L. 4 la copia, con
illustrazioni). Di FRANCESCO CHIESA uscirà in questi giorni un volume di
liriche: 1 viali d’oro (numero 2 della Collezione Poeti Ita- liani del XX.
secoko. L. 2,50). | Si accettano prenotazioni. LA MACCHINA DA SCRIVERE SMITH
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Estero pet tà Abbonamento ad una serie di 12 volaL. 9,50, Estero L 17,50. L'abbonamento
può cominciare da qualsiasi numero, darti Oagiot Pg F aj *_£ a » » ® $ a Pa e
PA Pao" sli, > eNome compiuto: Erminio Troilo. Troilo. Keywords:
conflagrazione, Bruno, Telesio, realismo assoluto, storia della filosofia,
Alighieri, Cento, Quattromani. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Troilo” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Tronti:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale degli spiriti liberi
– filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice,
The Swimming-Pool Library (Roma).
Abstract. Keywords. democrazia -- Filosofo italiano. Filosofo e uomo politico
italiano – m. Ferentillo, Terni. Considerato uno dei fondatori dell’operaismo
teorico, le cui idee si trovano riassunte nel saggio “Operai e capitale,” insegna
a Siena Filosofia morale e poi Filosofia politica. Militante del Partito
comunista italiano, si è dedicato anche
alla pubblicistica: è stato tra i fondatori delle riviste Quaderni Rossi,
Classe operaia, di cui è stato anche direttore, e Laboratorio politico. È stato
eletto in Senato nelle fila del Partito democratico della sinistra e nelle fila
del Partito democratico. -- è stato presidente della Fondazione Centro per la
Riforma dello Stato - Archivio Pietro Ingrao. Tra le sue pubblicazioni si
ricordano: Noi operaisti, Per la critica del presente, Dello spirito libero.
Frammenti di vita e di pensiero, Il popolo perduto. Per una critica della
sinistra -- con A. Bianchi --, La saggezza della lotta. Considerato uno dei
principali fondatori ed esponenti del marxismo operaista teorico. Insegna a Siena,
vive a Roma. Fonda “Quaderni Rossi” e “Classe operaia”. Anima
l'esperienza radicale dell'operaismo. Tale esperienza, che va considerata per
molti versi la matrice della sinistra, si caratterizza per il fatto di mettere
in discussione le organizzazioni del movimento operaio -- partito e sindacato
-- e di collegarsi direttamente, senza intermediazioni, alla classe in sé e
alle lotte di fabbrica. Influenzato da VOLPE (vedi), s’allontana di GRMASCI,
o almeno dalla sua versione ufficiale promossa dal PCI togliattiano. Ri-apre la
strada rivoluzionaria. Di fronte all'irruzione dell'operaio-massa sulla scena
delle società, il suo operaismo propone un'analisi delle relazioni di classe. Mette
l'accento sul fattore inter-soggettivo. La sua filosofia, debitrice anche all’’Operaio”
di Jünger, trova una sistemazione con la pubblicazione di “Operai e capitale” (Einaudi,
Torino), un saggio di forte impatto letterario che esercita un'influenza
notevole sulla contestazione e più in generale sull'ondata di mobilitazione. È
proprio la sconfitta della spontaneità operaia e dell'ondata di mobilitazione,
colta anticipatamente da lui e non invece da altri operaisti come NEGRI (vedi)
-- di qui la rottura tra loro -- a indurlo a spostare la sua riflessione sul
problema del politico, ovvero della direzione e della mediazione politica. Pubblica
“L’autonomia del politico” (Feltrinelli, Milano), una teoria politica realista che, in
un'originale commistione di Marx e Schmitt, e capace di colmare i limiti della inter-soggettività
sociale. Si tratta di una fase più intellettuale che politica. Fonda l'influente
rivista Laboratorio politico. Riavvicinatosi al PCI di Berlinguer, e finalmente
riabilitato dal gruppo dirigente del partito, entrando a far parte più volte
del Comitato centrale. Eletto al Senato della Repubblica nelle liste del
Partito Democratico della Sinistra, membro della Commissione parlamentare per
le riforme istituzionali. Non avendo condiviso
le trasformazioni post-comuniste del partito, la sua filosofia assume toni
pessimistici, concentrandosi sulla fine della politica moderna e sulla critica
della democrazia. Presidente del Centro per la riforma dello stato. Eletto al
Senato nelle liste del Partito Democratico per la Lombardia. È tra i
parlamentari a firmare un emendamento contro l'articolo del disegno di legge
Cirinnà riguardante l'adozione del configlio. Altri saggi: “Hegel politico” (Istituto
dell'Enciclopedia italiana, Roma); ““Soggetti, crisi, potere” (Cappelli,
Bologna); “Il tempo della politica” (Riuniti, Roma); “Con le spalle al futuro:
per un altro dizionario politico” (Riuniti, Roma); “Berlinguer: il principe
disarmato” (Sisifo, Roma); “La politica al tramonto” (Einaudi, Torino); “Cenni
di Castella” (Cadmo, Fiesole); “Teologia e politica al croce-via della storia”
(Albo Versorio, Milano); Passaggio Obama. L'America, l'Europa, la Sinistra (Ediesse);
“La democrazia dei cittadini: dai cittadini per l'Ulivo al Partito Democratico”
(Ediesse); “Non si può accettare” (Ediesse); “Noi operaisti” (Derive Approdi);
“Dall'estremo possible” (Ediesse); “Per la critica del presente” (Ediesse); “Dello
spirito libero: frammenti di vita e di pensiero” (Saggiatore); “Il nano e il
manichino: la teologia come lingua della politica” (Castelvecchi); “Il demone
della politica” (Il Mulino); “Tra materialismo dialettico e filosofia della
prassi”; “La città futura” (Feltrinelli, Milano); ““Cromwell” (Saggiatore,
Milano); “Operaismo e centralità operaia” (Riuniti, Roma); “Il politico: da MACHIAVELLI
a Cromwell; da Hobbes a Smith” (Feltrinelli, Milano); “Il destino dei partiti”
(Ediesse); “Rileggendo "La libertà comunista", “Un altro marxismo” (Fahrenheit
451, Roma); “Classe operaia. Le identità: storia e prospettiva” (Angeli, Milano);
Per la critica della democrazia politica” “Guerra e democrazia” (Manifesti,
Roma); “Politica e destino” (Sossella, Roma); “Finis Europae. Una catastrofe
teologico-politica” (Bibliopolis, Napoli). Ne “La politica al tramonto”, un
capitolo porta il titolo “Karl und Carl”, per sotto-lineare, anche qui
allusivamente, la necessità di completare Marx con Schmitt", Autobiografia
filosofica, in Storia della filosofia, Filosofi italiani contemporanei, Le
Grandi Opere del Corriere della Sera, Bompiani, Milano. Unioni civili: i numeri
che mettono a rischio le adozioni gay, su Termometro Politico; Unioni civili,
30 senatori Pd contro le adozioni. E Gay pubblica la lista: "Scrivi al
malpancista". Loro: "Squadristi", su Il Fatto Quotidiano. Le
piume, le fidanzate, lo zio comunista. I 60 anni di R. Zero, Altri Mondi, Alcaro,
Dellavolpismo (VOLPE) e nuova sinistra, Dedalo, Bari, Preve, La teoria in
pezzi. La dissoluzione del paradigma teorico operaista in Italia (Dedalo); Gobbi,
Com'eri bella, classe operaia. Storia fatti e misfatti dell'operaismo italiano
(Longanesi, Milano); Leo, Per una storia di Classe Operaia, in Bailamme, Mezzadra,
Operaismo, in Esposito e Galli, Enciclopedia del pensiero politico. Autori,
concetti, dottrine, Laterza, Romai; Basso, Gozzini e Sguazzino, delle opere e degli
scritti. Dipartimento di Filosofia-Università degli Studi, Siena; Berardinelli, Stili dell'estremismo. Critica
del pensiero essenziale (Riuniti, Roma), Pozzi, Roggero, Borio, “Futuro
anteriore: dai Quaderni rossi ai movimenti globali. Ricchezze e limiti
dell'operaismo italiano, Derive Approdi, Roma, Wright, L’assalto al cielo. Per
una storia dell’operaismo (Alegre, Roma); Corradi, Storia dei marxismi in Italia
(Manifesto, Roma); Pozzi, Roggero, Guido Borio, Gli operaisti, Derive Approdi,
Roma, Peduzzi, Lo spirito della politica e il suo destino. L'autonomia del
politico, il suo tempo, Ediesse-Crs, Roma, Trotta e Milana, L'operaismo degli
anni Sessanta. Da «Quaderni rossi» a «classe operaia», cd con la raccolta
completa della rivista «classe operaia» (Derive Approdi, Roma); Peduzzi, A
Cartagine poscia io venni incubi sulla teoria marxista, Arduino Sacco editore,
Roma,; Filippini, T. e l'operaismo politico degli anni Sessanta, Euro Philosophie,
Milanesi, Nel Novecento, Storia, teoria, politica nel pensiero (Mimesis,
Milano); Abecedario (Formenti), Derive Approdi, Operaismo Quaderni Rossi Classe
operaia (rivista) Panzieri Negri Cacciari Ingrao Centro per la Riforma dello
Stato, TreccaniEnciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Opere su
senato, Senato della Repubblica; T., su Openpolis, Associazione Openpolis. Registrazioni di T., Radio Radicale.. Centro
per la Riforma dello Stato, "Storia e critica del concetto di
democrazia" -- intervento di T., disponibile anche in file audio, su
global project Sitoitaliano per la filosofia:
su lgxserver uniba. Conricerca-Futuro Anteriore, su alpcub."Lotta
contro gl’idoli" (intervento di T. per Rai Educational, su emsf. rai. Intervista
"La lotta di classe c'è ancora", La Repubblica, "Sono uno sconfitto, non un vinto.
Abbiamo perso la guerra del '900", La Repubblica. Nome compiuto: Mario
Tronti. Tronti. Keywords: L’implicatura di Hobbes, libero spirito, democrazia
--. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Tronti” – The Swimming-Pool Library.
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